ESAME DI COSCIENZA (1) – S. Alfonso Rodriguez

DELL’ESAME DELLA COSCIENZA (1)

 [S. A. Rodriguez: Esercizio di perfezione e virtù cristiane; vol. II, Marietti ed. – Torino, 1917]

TRATTATO VII. (1)

CAPO I.

Quanto sia importante l’esame della coscienza.

Uno dei principali e efficaci mezzi che abbiamo pel nostro profitto, è l’esame della coscienza: e come tale ce lo raccomandano i Santi. S. Basilio, il quale è stato dei più antichi che abbiano dato Regole ai Monaci, comanda, che ogni sera facciamo questo esame. S. Agostino nella sua Regola comanda il medesimo. S. Antonio abbate insegnava e ingiungeva assai questo esame a’ suoi Religiosi. S. Bernardo, S. Bonaventura, Cassiano, e tutti comunemente convengono in caldamente raccomandarlo. Il beato S. Gio. Crisostomo tra gli altri sopra quelle parole del reale profeta David, In cubilibus vestris compungimini (Ps. IV, 5), Compungetevi e confondetevi nei vostri letti; trattando di questo esame, e consigliando, che si faccia ogni sera prima d’andar a dormire, n’adduce due buone ragioni. La prima, acciocché nel giorno seguente ci troviamo più disposti e preparati a guardarci dai peccati e da cader nelle colpe nelle quali siamo caduti oggi; perché essendoci noi oggi esaminati e pentiti di esse, e avendo fatto proponimento di emendarci, chiara cosa è, che questo ci servirà di qualche freno per non tornar a commetterle domani. – La seconda, che ancora per questo medesimo giorno d’oggi ci sarà di qualche freno l’averci ad esaminare la sera; perché il sapere, che in questo medesimo giorno abbiamo da render conto ci farà stare sopra di noi e vivere più circospettamente. Siccome un padrone, dice S. Gio. Crisostomo, non comporta, che il suo spenditore lasci di dar ogni giorno i suoi conti, acciocché questo non dia occasione di procedere con trascuraggine e di dimenticarsi, onde poi il conto non si possa veder netto; così anche sarà ragionevole, che noi altri rivediamo ogni giorno i conti a noi stessi, acciocché la trascuraggine e la dimenticanza non vengano ad imbrogliarli. S. Efrem e S. Giovanni Climaco (D. Eyhr. serm. Ascet., de vita relig.; D. Climac. grad. 7) v’aggiungono un’altra terza ragione, e dicono, che siccome i mercanti diligenti ogni giorno bilanciano e fanno conto delle perdite e dei guadagni di quel giorno, e se trovano d’aver fatta qualche perdita, procurano di rimediare ad essa e di ripararla con molta diligenza; così noi altri dobbiamo ogni giorno esaminarci e vedere i conti delle nostre perdite e dei nostri guadagni; acciocché la perdita non vada avanti né si dia fondo al capitale, ma lo rimettiamo e vi rimediamo subito. Il beato S. Doroteo v’aggiunge un’altra utilità grande, la quale è, che esaminandoci e pentendoci ogni giorno dei nostri errori e mancamenti, non si radicherà in noi il vizio e la passione, né verrà a crescere l’abito cattivo e la cattiva consuetudine (D. Doroth. doctr. 11). Per lo contrario si dice dell’anima che non è diligente e sollecita in esaminarsi, che è simile alla vigna dell’uomo pigro, della quale dice il Savio che passò per essa, e vide, che la siepe d’intorno era caduta e che ogni cosa era piena d’ortiche e di spine: Per ogrum hominis pigri transivi, et per vineam viri stulti: et ecce totum repleverant urticæ, et operuerant superfìciem ejus spinæ, et maceria lapidum destructa erat (Prov. XXIV, 30-31): Così sta l’anima di coluiche non ha cura di esaminare la suacoscienza; sta come una vigna che non silavora, divenuta un disertaccio pieno d’erbaccecattive e di spine. Questa cattivaterra della nostra carne mai non lascia digermogliare erbe cattive; onde bisognasempre stare col sarchiello in mano sbarbandola mala erba che spunta. Serve dunquel’esame di sarchiello per levar via esbarbar il vizio e la malvagità che cominciavaa germogliare, e per non lasciar chepassi avanti né getti radici.E non solo i Santi, ma anche i Filosofigentili col lume naturale conobbero l’importanzaed efficacia di questo mezzo. Quelgran filosofo Pitagora, siccome riferisconosan Girolamo e san Tommaso (D. Hier. tom. 1 in Apol. advemus Ruf. o. 10; D. Thom. lib. 4 de Regim. Frinc. c. 22. 1), fra gli altri documenti che dava ai suoi discepoli metteva questo per molto principale, che ciascuno avesse due tempi del giorno determinati, uno la mattina ed un altro la sera, ne’ quali si esaminasse e seco stesso facesse i conti di tre cose; che cosa ho fatta; come l’ho fatta; e che cosa ho lasciato di fare di quel che doveva, rallegrandosi del bene e pigliandosi dispiacere del male. Lo stesso raccomandano Seneca, Plutarco, Epitteto ed altri. Per questo il nostro S. P. Ignazio fondato nella dottrina dei Santi, nella ragione e nell’esperienza, c’ingiunge l’esame della coscienza come uno de’ più principali ed efficaci mezzi di quanti possiamo usare dalla parte nostra pel nostro profitto, e ce lo pose per regola. Usino, dice, tutti ogni giorno il solito esame della coscienza: e in un altro luogo dice, che ciò si faccia due volte il giorno. E in certo modo stimava più l’esame che l’orazione; perciocché coll’esame s’ha d’andar mettendo in esecuzione quello che per frutto si cava dall’orazione, che è la mortificazione delle proprie passioni e l’estirpazione dei vizi e difetti. E S. Bonaventura dice, che l’esame della coscienza è il più efficace mezzo che possiamo adoperare dal canto nostro pel nostro profitto. Onde nella Compagnia se ne fa tanto conto, che a suono di campanella siamo chiamati ad esso due volte il giorno, una la mattina e l’altra la sera: e così siamo invitati all’esame, come all’orazione; acciocché nessuno lasci di farlo né la mattina né la sera. E né anche si contentò il nostro S. Padre, che usassimo noi altri questo esame; ma volle ancora, che lo persuadessimo a coloro le cui coscienze venivamo a dirigere (P.7 Const. c. 4, litt. F , et lib. Exerc. ep. reg. seu annot. 13 ex prioribus.). Onde i buoni operari della Compagnia subito che cominciano a trattare con alcuno, gl’insegnano a fare l’esame generale della coscienza, e anche il particolare, per levar via qualche mala consuetudine, come di giurare, di dir bugie, di maledire, o di altra cosa simile, come facevano i nostri primi Padri, e particolarmente leggiamo del Padre Pietro Fabro, che questa era una delle prime divozioni che dava a quei che si mettevano sotto alla sua direzione. E del nostro santo Padre si legge (Lib. 5, c. 10 Vit. P. N. Ign.), che non si contentava di proporre questo mezzo dell’esame particolare a quella persona che egli voleva guarire di qualche vizio; ma che di più, acciocché non si dimenticasse di metterlo in esecuzione, le ingiungeva, che prima del pranzo, e prima di andare a letto, desse conto a qualche persona confidente che egli stesso assegnavale, e che le dicesse se aveva fatto l’esame, e come, e se nella maniera che esso glielo aveva ordinato. E sappiamo ancora (Ibid. lib 2, cap. 4), che trattenne lungo tempo i suoi compagni nei soli esami e nella frequenza dei Sacramenti; parendogli, che se questo si faceva bene, bastasse per conservarsi nella virtù. – Di qui abbiamo da cavare una stima e un apprezzamento tanto grande di quest’esercizio di esaminar due volte il giorno le nostre coscienze, che lo teniamo per un mezzo importantissimo ed efficacissimo pel nostro profitto, e come tale l’usiamo ogni giorno: e quel dì nel quale ciò mancheremo di fare, siamo persuasi di aver mancato in una cosa molto principale della nostra Religione. Non v’ha da essere occupazione alcuna bastante a farci lasciar questo esame: e se uno sforzato da qualche necessaria occupazione non avesse potuto farlo all’ora assegnata, ha da procurare di farlo quanto più presto potrà, come sarebbe dopo il pranzo prima d’ogni altra cosa. Nemmeno l’infermità e la indisposizione che basta per dispensarci dal far lunga orazione, ha da bastare per dispensarci dal far gli esami. E così conviene, che tutti sappiano, che gli esami non si hanno da lasciar mai, né il particolare né il generale. E ha ben materia l’infermo da far l’esame particolare, considerando come si conformi alla volontà di Dio nell’infermità e nei dolori che gli manda; come accetti i rimedi che gli ordina il medico, i quali alle volte sono più disgustosi e più penosi che la stessa infermità; e come sopporti con pazienza i mancamenti che gli pare si facciano con lui da quelli che lo assistono e servono.

CAPO II.

Circa quali cose s’ha da fare l’esame particolare.

Due esami usiamo nella Compagnia, uno particolare e 1’altro generale. Il particolare si fa sopra una cosa sola, e perciò si chiama particolare: il generale si fa sopra tutti i mancamenti ed errori ch’abbiamo commessi tra giorno, coi pensieri, parole e opere; e per questo si chiama generale, perché abbraccia ogni cosa. Tratteremo in primo luogo dell’esame particolare; ed indi diremo poi brevemente del generale quello che vi sarà da aggiungere, atteso che in molte cose il medesimo s’ha da fare nel generale che nel particolare: e così quello che si dirà del particolare servirà ancora pel generale. Due cose spiegheremo circa questo esame particolare. La prima, sopra quali cose si ha da fare; la seconda, come si ha da fare. Quanto alla prima, acciocché sappiamo sopra quali cose abbiamo principalmente da tirar quest’esame, si ha da notar bene una Regola, o avvertenza, che il nostro S. Padre mette nel libro degli Esercizi spirituali (D. Igo. lib. Exerc. spir. in reg. ad motus animæ discernendes, reg. 14), ed è altresì di S. Bonaventura (D. Bonav. 3 p. breviloq.). Dice, che il demonio fa con noi come un capitano che vuol battere e prendere una città, o fortezza, il quale procura di riconoscere prima con ogni diligenza la parte più debole della muraglia, e verso quella drizza tutta l’artiglieria, ed ivi impiega tutti i suoi soldati, ancorché vi sia pericolo della vita per molti di essi; perché gettata a terra quella parte, entrerà, e prenderà la città. Così procura il demonio di riconoscer in noi altri la parte più debole dell’anima nostra, affine di batterci e vincerci per quella. Or questo ci deve servir d’avviso per premunirci e prepararci contra il nostro nemico, che abbiamo a considerare e riconoscere con attenzione la parte più debole dell’anima nostra e più manchevole di virtù; ch’è quella cosa alla quale più ci tira l’inclinazione naturale, o la passione, o la cattiva consuetudine, o il mal abito; e in questa parte abbiamo ad invigilare con maggiore attenzione e a provvederci di maggior riparo. Questa tal cosa, dicono i Santi e i Maestri della vita spirituale (D. Dorotb. serm. 12 ; Hugo de S. Victore lib. de anim. cap. 8), questa è quella che principalmente e con maggior diligenza e sollecitudine dobbiamo procurare di sradicare da noi; perché di questo abbiamo maggiore necessità; e così a questo principalmente si deve applicar l’esame particolare. Cassiano adduce di ciò due ragioni (Cass. coll. 5 Abb. Serap. c. 14). La prima, perché questo è quello che ci suol mettere in maggiori pericoli e ci fa cadere in mancamenti maggiori: onde conviene, che ivi usiamo maggior diligenza e sollecitudine. La seconda, perché dopo che avremo vinti e superati i nemici più forti e che più ci fanno guerra, facilmente vinceremo e abbatteremo tutti gli altri: perocché colla vittoria e col trionfo di questi l’anima viene a farsi più coraggiosa e più forte, e il nemico più debole. E apporta Cassiano a questo proposito l’esempio di quei giuochi che si facevano anticamente in Roma alla presenza dell’Imperatore, ne’ quali traevano fuori dalle cave molte fiere, acciocché gli uomini combattessero con esse: e quei che si volevano mostrar più valenti e dar gusto all’Imperatore, investivano prima quella che vedevano esser più forte e più feroce, vinta la quale ed uccisa, facilmente vincevano e trionfavano delle altre. Or così, dice Cassiano, abbiamo da fare noi altri. Vediamo per esperienza, che ciascuno ha qualche vizio che è come sopra degli altri, che ha un grande impero sopra di lui, e come dietro di sé lo strascina per la grande inclinazione che egli ha ad esso. Vi sono certe passioni chiamate predominanti, le quali pare che s’impadroniscano di noi altri e ci facciano fare quello che per altro non vorrem fare. Onde sogliono dire alcuni: S’io non avessi questo difetto, mi pare, che non vi sarebbe cosa che m’intrigasse né mi desse fastidio. Or sopra di questo abbiamo da tirar principalmente l’esame particolare. – In quella guerra che fece il Re di Siria contra il Re d’Israele, dice la S. Scrittura, che quel Re comandò a tutti i capitani del suo esercito, che non combattessero contra nessuno né piccolo né grande, se non solamente contra il Re d’Israele: Ne pugnetis contra minimum, aut contra maximum, nisi contra solum Regem Israel (II. Paral. XVIII, 30), parendogli, che ove fosse vinto il Re, si sarebbe vinto tutto l’esercito: e così fu, che ferito il re Acab con una saetta che uno tirò a caso, e come si suol dire, a Dio e alla ventura, fu finita la battaglia. Questo è quello che abbiamo da fare noi altri. Vinci tu questo vizio predominante, che tutto il resto facilmente s’arrenderà. Taglia il capo a cotesto gigante Golia, e subito fuggiranno e resteranno sconfitti tutti gli altri Filistei. Questa è la miglior regola generale per poter ciascuno conoscere sopra che cosa ha da tirare e stendere quest’esame. Ma in particolare uno de’ migliori modi che in ciò si può dare, è,che ciascuno conferisca questocol suo Confessore e Padre spirituale, con dargli prima pieno ragguaglio della sua coscienza e di tutte le sue inclinazioni, passioni, affezioni e abiti cattivi, senza che resti cosa che non gli manifesti; perché in questa maniera veduta egli e conosciuta la necessità del figliuolo suo spirituale e le circostanze particolari, gli sarà facile il determinargli la materia sopra di cui gli converrà di tirare l’esame particolare. E una delle cose principali, che uno ha da esporre quando dà ragguaglio della sua coscienza, è, sopra di che suol fare l’esame particolare, e che frutto ne cavi, come si dice nelle Regole del Prefetto delle cose spirituali e nell’Istruzione che di ciò abbiamo. Importa grandemente l’accertar bene a tirare l’esame particolare sopra quello che più conviene. Siccome non ha fatto poco, ma assai, il medico, quando ha accertato nel trovare la radice dell’infermità, poiché allora si applicano rimedi a proposito e le medicine vanno facendo operazione; così noi altri non abbiamo fatto poco, ma assai, quando abbiamo accertato nel trovare la radice delle nostre infermità spirituali, perché in conseguenza accerteremo ancora a medicarle bene,applicando ad esse il rimedio e la medicina dell’esame particolare. Una delle cagioni, per cui molti cavano poco profitto dall’esame particolare, è perché non l’applicano a quella cosa alla quale dovrebbero applicarlo. Se tu tagli la radice dell’albero, o sbarbi quella dell’erba cattiva, subito si marcirà e si seccherà tutto il resto; ma se non fai altro che troncar rami, c lasci la radice intatta, subito torna a germogliare e a crescere come prima.

CAPO III.

Di due ricordi e avvertimenti importanti pur far buona elezione della cosa sopra della quale si ha da tirare l’esame particolare.

Discendendo in questa materia più alparticolare, si hanno qui da avvertire due cose molto principali. La prima, che quando vi sono difetti esteriori che offendono e scandalizzano i nostri fratelli, questi hanno da essere i primi che si ha da procurar di levare coll’esame particolare, ancorché vi siano altre cose interne di maggior momento; come sarebbe, se uno è difettivo nel parlare, o perché parla assai, o perché parla con impazienza e collera, o perché dice parole che possono mortificare il suo fratello, o forse parole di mormorazione e che possono oscurar alquanto un altro, o altre simili. Perché la ragione e la carità ricercano, che prima leviamo via quei difetti che sogliono offendere e scandalizzare i nostri fratelli, e che procuriamo di vivere e conversare di tal maniera fra essi, che niuno possa lamentarsi né offendersi di noi, come dice il sacro Evangelio del padre e della madre del glorioso Battista: Erant autem justi ambo ante Deum, incedentes in omnibus mandatis et justifìcationibus Domini sine querela (Luc. I, 6): Erano entrambi giusti dinanzi a Dio e vivevano senza querela dinanzi agli uomini. Questa è una gran lode d’un servo di Dio e una delle cose che ha da procurar assai un Religioso che vive in comunità. Non basta, che egli sia giusto dinanzi a Dio; ma ha da procurar che il suo modo di procedere nella Religione sia tale, che niuno si possa lamentare di lui, sine querela; che non si possa di lui dire alcun male. E se vi è qualche cosa che possa offendere, su questa si deve cominciar a tirare l’esame particolare. La seconda cosa, che si ha da avvertire, è, che non dobbiamo spendere tutta la vita nostra nel far esame particolare sopra queste cose esteriori; perché queste sono più facili e stanno più in poter nostro che le interiori. S. Agostino dice molto bene: io comando alla mano, e la mano ubbidisce; comando al piede, e il piede ubbidisce; ma comando all’appetito, e l’appetito non ubbidisce (D. Aug. lib. 8 Confess. c. 9). È cosa chiara, che stan più soggetti e son più ubbidienti la mano e il piede, che l’appetito; perché essi non hanno moto contrario, come lo ha l’appetito. E così abbiamo da procurare di sbrigarci da queste cose esteriori quanto più presto ci sia possibile, e di conchiuderla con esse, acciocché ci resti tempo per altre cose maggiori, come è l’acquistare qualche virtù principale, o qualche superior perfezione; una profondissima umiltà di cuore per cui uno arrivi non solo a sentire bassamente di se medesimo, ma altresì a gustar, che gli altri ancora sentano di lui bassamente o lo vilipendano; il fare tutte le cose puramente per Dio, finché arriviamo a poter dire quello che diceva quel Santo: Non ho mai pensato di servir ad uomini, ma a Dio (Vide supra tract. 3, c. V); una conformità  grande alla volontà di Dio in ogni cosa, e altre cose simili. Perché sebbene è vero, che l’esame particolare propriamente e drittamente serve a levar via i difetti e le imperfezioni, e sempre ci sia assai che fare in noi circa di ciò, poiché mentre viviamo non possiamo star senza difetti, nemmeno senza peccati veniali; nondimeno non se ne deve andar in questo tutta la vita nostra. È molto bene impiegato il tempo che si spende in carpir le erbe cattive dal giardino; ma non ha da esser ogni cosa il levar via la viziosità e i perniciosi germogli della terra; anzi questo si ordina per potervi piantar belli e buoni fiori: così ancora è molto ben impiegato il tempo che si spende negli esami, sradicando i vizi e le male inclinazioni dell’anima nostra; ma tutto questo si ordina per piantar in essa fiori buoni e odoriferi di virtù: Constitui te hodie… ut evellas, et destruas, et disperdas, et dissipes, et ædifices, et plantes, disse Dio a Geremia (Ger. I, 10). Prima ha da esser il gettar a terra e lo sradicare; ma di poi ha da seguire l’edificare e il piantare. Tanto più, che anche per levar via questi medesimi difetti e imperfezioni esteriori conviene alle volte il tirare l’esame particolare sopra qualche virtù o perfezioni superiore: perché molte volte suol essere questo mezzo più efficace per tal effetto, e più breve, e più soave. Hai un difetto di parlare ai tuoi fratelli con qualche mal termine e libertà; e tu tira l’esame sopra il tener tutti essi per superiori e te per inferiore: e questo t’insegnerà in che modo hai da parlare e da risponder loro: potrai bene startene sicuro, che non dirai ad alcuno parola aspra né mortificativa se conseguirai questa umiltà. Così ancora, se senti ripugnanza e difficoltà in certe cose, o occasioni, che ti si presentano, tira l’esame particolare sopra il ricevere tutte le cose che ti avverranno come venute dalla mano di Dio e per particolar disposizione e provvidenza sua, facendo conto, ch’Egli te le manda per maggior bene e utilità tua: e in questo modo te la passerai bene in tutte esse. Patisci d’immodestia, e sei facile a voltar gli occhi e il capo ad una banda e ad un’altra; ovvero hai per difetto di esser curioso in voler saper nuove e investigar ciò che occorre; e tu tira l’esame sopra lo stare alla presenza di Dio e il fare tutte le cose di maniera che possano comparire nel suo divino cospetto; e in poco tempo ti troverai modesto, raccolto e spirituale: e questo senza alcuna stracchezza e in certo modo anche senza averci sentita molta difficoltà. E che sia il vero, guarda come quando esci dall’orazione devoto, non ti vien voglia né di parlare né di guardare; perché il trattare e conversare con Dio ti fa scordare di tutte queste cose. E se vuoi metterti a rimediare a tutti questi difetti esteriori ad uno ad uno, oltre che sarà un molto lungo viaggio, avverrà di più molte volte, che se vorrai tirar l’esame sopra la modestia degli occhi non lo saprai fare, e ti verrà subito il dolore di capo, per volere tutto in un tratto e con violenza tener gli occhi a freno. E così un bravo Maestro di spirito soleva riprendere quelli che tutta la diligenza loro mettevano in avvertir di questi difetti esteriori, e diceva, che la principal cura e sollecitudine del buon Direttore e Pastore delle anime ha da essere circa la riforma del cuore e circa il procurare, che la persona rientri in se stessa, come dice la S. Scrittura di Mosè, che minabat gregem ad interiora deserti (Es. III, 1). Tratta di riformar il cuore, e subito sarà riformata ogni cosa.

CAPO IV.

Che l’esame particolare si ha da tirare sopra una cosa sola.

L’esame particolare sempre s’ha da tirare sopra una cosa sola, siccome lo dice il nome istesso. E la ragione, per la quale conviene che cosi si faccia, è, perché in questa maniera questo mezzo è più efficace e di maggior effetto che se lo tirassimo sopra più cose insieme. Perché è cosa chiara e l’istessa ragione naturale ce l’insegna, che è molto più potente un uomo contra un vizio solo che contra tutti insieme: Pluribus intentus minor est ad singula sensus. Chi molto abbraccia, poco stringe: e presi ad uno ad uno si vincono meglio i nemici. Questo modo di vincere i nostri nemici, cioè i nostri vizi e le passioni, dice Cassiano (Cass. coll. 5 Abb. Scrap. cap. 14), ce l’insegnò lo Spirito Santo, dando l’istruzione a’ figliuoli d’Israele circa il modo di governarsi con quelle sette Genti e Nazioni per vincerle e distruggerle: Dominus Deus tuus consumet nationes has in conspectu tuo paulatim, atque per partes. Non poteris easdelere pariter (Deuer. VII, 22), non le potrete vincere tutte insieme; ma a poco a poco Dio vi darà la vittoria di tutte esse. Lo stesso Cassiano, come rispondendo ad una tacita obbiezione che qui potrebbesi fare, nota, che non accade, che uno tema che occupandosi contra un sol vizio e impiegando ivi la sua principal diligenza, gli altri vizi gli facciano molto nocumento. Primieramente, perché questa medesima diligenza che usa per emendarsi di cotesto vizio particolare cagionerà nell’anima sua un orrore e odio grande contra tutti gli altri vizi, per quella malizia comune nella quale tutti convengono: e così, stando armato e premunito contra quello in particolare, starà armato e premunito contra tutti, custodito e difeso da essi. Secondariamente, perché colui, il quale nell’esame particolare usa diligenza per isradicar da sé una cosa, va tagliando la radice che è nel cuore per le altre tutte; che è la libertà che a lui dassi di secondare in ciò che vuole le sue inclinazioni; onde il fissarsi a far l’esame sovra d’un vizio particolare è un combattere contra tutti: perché quel raffrenamento e quella opposizione che fassi per combattere quello in particolare, serve ancora per combattere e raffrenar gli altri: come si vede in un cavallo sboccato, che il tirargli le redini e il dargli una stirata di freno, acciocché non si spinga né corra disordinatamente per una strada, serve ancora acciocché non corra disordinatamente per le altre. E a questo s’aggiunge la terza cosa, che facciamo anche ogni giorno un altro esame generale che abbraccia tutto il resto. – In tal modo poscia abbiamo da insistere nel non far mai l’esame particolare che sopra una cosa sola, che anzi spesse volte e più ordinariamente conviene che un sol vizio o una sola virtù restino da noi divisi in parti ed in gradi, e che si vada a poco a poco facendo l’esame particolare prima sopra una parte, o sopra un grado, e poi sopra l’altra dello stesso vizio, o virtù, per potere a questo modo conseguir meglio quello che si desidera; perché, se pigliassimo generalmente ogni cosa insieme, non faremmo niente. Per esempio, se uno vuol tirar l’esame particolare sopra lo sradicar da sé la superbia, e l’acquistar l’umiltà, non ha da pigliar la cosa così in generale, dicendo: non voglio esser superbo in cosa alcuna, ma in ogni cosa umile; perché questo comprende gran roba, e farebbe più che se tirasse l’esame sopra tre, o quattro cose insieme; e così farà poche faccende, perché abbraccia troppo, ma ha da divider questo in più parti, o gradi; perché in questa maniera dividendo i nemici, e pigliando ciascuno di essi da sé, si vinceranno meglio, e si verrà a conseguir più presto quello che si desidera. Acciocché questa cosa si possa meglio mettere in pratica, stenderemo qui alcune cose principali sopra delle quali si può fare l’esame particolare, dividendole nelle loro parti e gradi. E sebbene per quel che tocca alcune virtù facciamo questo ne’ loro trattati a parte; nondimeno acciocché ogni cosa si trovi unita, per esser questo il luogo proprio, di tutte ne metteremo qui una breve raccolta che ci potrà anche servire di esemplare e di specchio nel quale possiamo mirare se andiamo facendo profitto, e veder quanto ci manchi per acquistare la perfezione.

CAPO V.

Come si ha a tirare e dividere l’esame particolarenelle parti e ne’ gradi delle virtù.

Dell’umiltà.

1. Non dir parole che possano ridondare in mia lode e riputazione.

2. Non compiacermi quando un altro mi loda e dice bene di me; anzi pigliar da ciò occasione d’umiliarmi e di confondermi più, vedendo, che non son tale quale gli altri si pensano né quale dovrei essere. E con questo si potrebbe congiungere il rallegrarmi quando è lodato un altro e si dice bene di lui. E quando di ciò avrò qualche dispiacere, o qualche movimento d’invidia, notarlo per difetto e per errore. E così ancora quando avrò qualche gusto e compiacenza vana del dirsi bene di me.

3. Non far cosa alcuna per rispetti umani, né per esser veduto e stimato dagli uomini, ma puramente per Dio.

4. Non iscusarmi, e molto meno buttar la colpa addosso ad altri, né esteriormente né interiormente.

5. Troncare e soffocare subito i pensieri vani, alteri e superbi, che mi vengono, di cose concernenti il mio onore e la mia reputazione.

6. Tener tutti per superiori, non solo speculativamente, ma praticamente, e nell’attual modo di procedere con essi, portandomi verso tutti con quell’umiltà e rispetto che si deve ai Superiori.

7. Accettar volentieri tutte le occasioni che mi si porgeranno in materia d’umiltà; e circa di ciò andar crescendo e ascendendo per questi tre gradi: 1° Tollerandole con pazienza: 2° Con prontezza e facilità: 3° Con gusto ed allegrezza. E non mi ho da quietare, sinché non giunga al provare allegrezza e gusto nell’essere dispregiato e vilipeso, per assomigliare ed imitar Cristo nostro Redentore, il quale volle essere dispregiato e vilipeso per me.

8. Si può condurre l’esame particolare sì in questa materia, come in altre simili, facendo alcuni atti ed esercizi d’umiltà e di qualsisia altra virtù sopra della quale si farà l’esame particolare, sì interiori, come esteriori, a questo applicandomi tante volte la mattina e tante la sera, cominciando con meno e andando sempre aggiungendo di più, sinché vada acquistando abito e consuetudine in quella virtù.

Della carità fraterna.

1. Non mormorare né dire alcun mancamento, o difetto d’un altro, ancorché sia cosa leggiera e pubblica. Non guastargli le cose sue, né dar segno alcuno di far poca stima di lui, né in presenza né in assenza, ma procurare, che su la mia bocca tutti siano buoni, onorati e stimati.

2. Non dir mai ad un altro: Il tale ha detta la tal cosa di te, essendo cosa della quale possa ricevere qualche disgusto, per piccolo che sia; perché questo è seminar discordie e zizzania tra’ fratelli.

3. Non dir parole mordenti, né delle quali altri si possa mortificare, né aspre, o impazienti. Non contrastare ostinatamente, né contraddire, né riprendere altri senza esser ciò a carico mio.

4. Trattar tutti amorevolmente, e con carità, e dimostrarlo con gli affetti, procurando di far loro servizio, di aiutarli, e di dar loro gusto in quanto potrò. E specialmente quando uno per ragione dell’ufficio che ha deve aiutar gli altri, ha da procurare di far questo tanto più compiutamente, e di supplire colle buone maniere, colle buone risposte e colle buone parole, ove non potranno arrivare i fatti.

5. Schifare qualsivoglia avversione; e molto più il dimostrarla; come sarebbe lasciando per qualche disgusto di parlar ad un altro e di fargli servizio in qualche cosa, potendo; o in qualsivoglia modo dando segno di aver qualche sorta di querela contro di lui.

6. Non essere singolare con alcuno nel trattare, ed evitare le famigliarità e amicizie particolari che offendono.

7. Non giudicar alcuno, anzi procurar di scusare i suoi mancamenti e difetti con me stesso e con altri, tenendo buona opinione di tutti.

Della mortificazione.

1. Mortificarmi nelle cose e occasioni che mi si presentano, senza che io le vada cercando; o vengano immediatamente da Dio; o vengano per mezzo dei Superiori; o per mezzo dei nostri prossimi e fratelli; o per qualsivoglia altra via; procurando di accettarle di buona voglia e di approfittarmi di esse.

2. Mortificarmi e vincermi in tutto quello che m’impedirà l’osservanza delle mie Regole e il far bene le cose ordinarie che fo ogni giorno, sì spirituali, come esteriori; perché tutti i mancamenti che in ciò facciamo, procedono, o dal non vincerci e non mortificarci in patir qualche travaglio, o dal non astenerci da qualche gusto e diletto.

3. Mortificarmi in procedere colla modestia che debbo, essendo Religioso, e specialmente in quel che tocca gli occhi e la lingua, quando in ciò vi sia qualche mancamento, o difetto.

4. Mortificarmi in alcune cose che lecitamente potrei fare, come in non uscire dalla mia stanza; in non vedere qualche cosa curiosa; in non domandare né voler sapere quel che non m’importa; in non dir qualche cosa che ho voglia di dire; e in altre cose simili; tirando l’esame sopra il far tante di queste mortificazioni la mattina e tante la sera, cominciando con meno, e andando di mano in mano aggiungendone di più: perché l’esercizio di queste mortificazioni volontarie, ancorché sia circa cose piccole, è di molto gran giovamento.

5. Mortificarmi nelle istesse cose che non posso a meno di fare, in questo modo, che quando vo a mangiare, a studiare, a leggere, a predicare, o a far qualsivoglia altro esercizio del quale ho gusto, io mortifichi prima il mio appetito e la mia volontà; dicendo col cuore: Signore, io non voglio far questo per mio gusto, ma perché lo volete Voi.

Dell’astinenza, o gola.

1. Non mangiar cosa alcuna né prima né dopo l’ora comune, né fuori del refettorio.

2. Contentarmi di quello che si dà alla Comunità, senza voler altre cose, né quelle medesime accomodate o condite in altro modo, non ammettendo particolarità senza necessità molto ben conosciuta.

3. In queste cose comuni non eccedere circa la quantità la regola della temperanza.

4. Non mangiare con molta ansia né con molta fretta, ma con modestia e decenza, non lasciandomi trasportare dall’appetito.

5. Non parlare di cose appartenenti al mangiare, e molto meno mormorarne o lamentarmene.

6. Tagliare e troncare pensieri di gola.

Della pazienza.

1. Non mostrare alcun segno esteriore d’impazienza, anzi mostrar segno di molta pace nelle parole, nelle azioni, e nel sembiante del viso, reprimendo tutti i movimenti e affetti contrari.

2. Non permettere, che entri nel cuore alcuna perturbazione, o dispiacere, o sdegno, o tristezza, e molto meno desiderio di vendetta alcuna, benché sia molto leggiera.

3. Ricevere tutte le cose e occasioni che mi si presenteranno, come mandate da Dio per bene e utilità mia, in qualsisia modo e per qualsivoglia mezzo, o via, elle vengano.

4. Andarmi esercitando e attuando in ciò per questi tre gradi: il primo, sopportando tutte le cose che m’occorreranno, con pazienza; il secondo, con prontezza e facilità, il terzo, con gusto e allegrezza, per essere quella la volontà di Dio.

Dell’ubbidienza.

1. Esser puntuale nell’ubbidienza esteriore, lasciando la lettera cominciata, e movendomi anche al cenno della volontà del Superiore, senza aspettare comandamento espresso.

2. Ubbidire volontariamente e di cuore, ed avere uno stesso volere e volontà col Superiore.

3. Ubbidire ancora con intelletto e col giudizio, essendo di un medesimo parere e sentimento col Superiore, non ammettendo giudizi o ragioni contrarie.

4. Ricevere la voce del Superiore e della campanella come se fosse voce di Dio, e ubbidire al Superiore, qualunque egli sia, come a Cristo Signor nostro, ed anche agli Ufficiali subordinati.

5. Avere ubbidienza cieca; che vuol dire, ubbidire senza investigare, né esaminare, né cercar ragione del perché; o a che effetto; ma mi basti per ragione l’esser ubbidienza e comandarlo il Superiore.

6. Passar agli atti della volontà, attuandomi, quando ubbidisco, nello star ivi facendo la volontà di Dio, e che questo sia tutto il gusto e la contentezza mia.

Della povertà.

1. Non dare, né ricevere da altri in Casa, o fuori, cosa alcuna senza licenza.

2. Non imprestare, né pigliar cosa alcuna dalla Casa, o dalla stanza di un altro, senza licenza.

3. Non tener cosa alcuna superflua, privandomi di tutto quello che non mi sarà necessario, sì intorno ai libri e alle suppellettili della stanza, come intorno al vestire e mangiare e a tutto il rimanente.

4. Nelle medesime cose necessarie che adoprerò, ho da procurare di parer povero, poiché sono tale, e che elle siano delle più povere, più semplici, e di manco valuta; di maniera che e nella stanza, e nel vestito, e nel mangiare, e in tutto il rimanente risplenda sempre la virtù della povertà, e apparisca, che son povero, desiderando e gustando, che le cose peggiori della Casa siano sempre per me, per mia maggior abnegazione e profitto spirituale.

5. Gustare, che ancora di quello che mi è necessario mi manchi qualche cosa; poiché questo è il vero povero di spirito e imitatore di Cristo nostro Redentore, il quale, essendo tanto ricco e potente, si fece povero per amor nostro, e volle sentir mancamento delle cose necessarie, patendo fame, sete, freddo, stanchezza e nudità (2 Cor. VIII, 8),

Della castità.

1. Essere circospetto negli occhi, non guardando persone né cose che possano essere incentivo di tentazione.

2. Non dire né ascoltare parole che tocchino questa materia, o che possano eccitar movimenti, o pensieri cattivi, né leggere cose simili.

3. Non ammettere pensiero alcuno toccante a questo, ancorché sia molto remoto e lontano, scacciandolo con gran diligenza e prestezza subito al principio.

4. Non toccar altra persona, specialmente nella faccia, nelle mani, nel capo, né lasciarmi toccare.

5. Osservar con me stesso molta decenza e onestà in guardarmi, scoprirmi, o toccarmi, fuori di quel che è precisamente necessario.

6. Non tener amicizie particolari, né dare né ricever presentucci né cose da mangiare. E con persone di facile occasione e con chi sente quest’affetto e inclinazione proceder con gran circospezione, fuggendo con buon modo la loro pratica e conversazione: il che suole esser unico rimedio in queste cose.

Del far bene le opere e azioni ordinarie.

1. Non lasciar giorno alcuno di fare i miei esercizi spirituali compiutamente, dando loro tutto il tempo per essi assegnato. E quando in questo tempo occorresse qualche occupazione necessaria, supplire in altro tempo.

2. Far bene ed esattamente l’orazione mentale e gli esami generale e particolare, osservando le Addizioni: e negli esami trattenendomi nel dolore e nella confusione dei mancamenti ed errori, e nel proponimento di emendarmene, più che nell’esaminar quante volte vi sono incorso: perché in questo sta la sostanza e il frutto dell’esame; e per mancamento di ciò sogliono alcuni cavare da esso poco frutto.

3. Far bene gli altri esercizi spirituali, Messa, Ufficio, Lezione spirituale, e le penitenze e mortificazioni così pubbliche come private, procurando di cavarne il fine e il frutto per lo quale ciascuna cosa è ordinata, e non facendola come per usanza, per complimento e per cerimonia.

4. Esercitar bene il mio ufficio e i miei ministeri, facendo quanto potrò e starà in mia mano, acciocché riescan ben fatti, come chi fa tutto questo per Dio e alla presenza di Dio.

5. Non commettere mancamento né errore alcuno a posta.

6. Stimare assai le cose piccole.

7. E perché il mio profitto e la mia perfezione sta nel far bene e perfettamente queste opere e azioni ordinarie che facciam ogni giorno; debbo tenere molta cura di tempo in tempo, quando sentirò che mi ci vada intiepidendo, di ritornar a tirare per alcuni giorni l’esame particolare sopra di queste per rinnovarmi e rifarmi nel farle bene.

Del far tutte le cose puramente per Dio.

1. Non fare cosa alcuna per rispetto umano, né per esser veduto né stimato dagli uomini, né per mia comodità, interesse, o gusto.

2. Far tutte le opere e le azioni puramente per Dio, assuefacendomi a riferirle attualmente tutte a Dio; primieramente la mattina subito che mi sveglio: secondariamente nel principio di ciascuna operazione ed azione: in terzo luogo anche nel decorso dell’opera e azione istessa, alzando molte volte, mentre la sto facendo, il cuore a Dio, con dire: Per voi, Signore, fo questa cosa, per vostra gloria, perché così voi volete.

3. Andar tirando questo esame su l’attuarmi nelle cose sopra dette tante volte la mattina e tante la sera, cominciando col meno e andando poi successivamente aggiungendo di più, sino che io vada acquistando una buona consuetudine ed un buon abito di alzare molto frequentemente il cuore a Dio nelle mie opere e azioni, sicché in esse non abbia più altra mira che di compiacere alla Divina Maestà Sua.

4. Non mi ho da fermare circa il fare quest’esame ed esercizio fin a tanto che io non arrivi a far le opere e azioni mie come chi serve Dio, e non uomini, e a farle in tal maniera, che in esse io stia sempre attualmente amando Dio e gustando di star ivi facendo la volontà sua, e che tutto il mio gusto in esse sia questo; talché quando io starò operando, più paia che sto amando che operando.

5. Questa ha da essere la presenza di Dio nella quale ho da camminare e stare, e la continua orazione che ho da procurare di fare; perché sarà molto buona e molto utile per l’anima mia, e mi aiuterà a far le cose ben fatte e con perfezione.

Della conformità alla volontà di Dio.

1. Pigliare tutte le cose e tutte le occasioni che avverranno (siano elleno grandi o siano piccole, per qualsivoglia via e in qualsisia modo che vengano) come venute dalla mano di Dio, il quale me le manda con viscere paterne, per maggior mio bene e profitto; e conformarmi in esse alla sua santissima e divina volontà, come se io vedessi l’istesso Cristo che mi stesse dicendo: Figliuolo, Io voglio, che adesso tu faccia, o patisca questa cosa.

2. Procurare d’andar crescendo e ascendendo in questa conformità alla volontà di Dio in tutte le cose, per questi tre gradi, il primo, in queste cose uniformarsi con pazienza ; il secondo, con prontezza e facilità; il terzo con gusto e allegrezza, per esser quella la volontà e il gusto di Dio.

3. Non mi ho da fermare nella pratica di questo esame fin a tanto che io non arrivi a provare in me stesso uno sviscerato gusto e giocondità, che si adempisca in me la volontà del Signore, ancorché sia con travagli, con dispregi e dolori, e fin a tanto che tutta la mia allegrezza e il mio gusto non sia la volontà e il gusto di Dio.

4. Non lasciare di far cosa che io conosca esser volontà di Dio e maggior gloria e servizio suo, procurando in questo d’imitar Cristo nostro Redentore, il quale disse: Ego, quæ placita sunt ei, facio semper (Jo. VIII, 29): Io fo sempre quello che piace più al mio eterno Padre.

5. Lo stare in questo esercizio sarà molto buon modo di stare alla presenza di Dio, e in continua orazione, è molto utile.

6. L’esame della mortificazione che abbiamo posto di sopra si potrà far meglio per via di conformità alla volontà di Dio; pigliando tutte le cose e occasioni come venute dalla mano del Signore, nel modo che qui s’è detto. E in questa maniera sarà più facile, più gustoso e più utile; perché sarà esercizio di amor di Dio. – È da avvertire, che non vogliamo dire per questo che l’esame particolare si abbia da fare con quell’ordine col quale si mettono qui le virtù, né con quell’ordine dei gradi, o delle parti, che si è tenuto in ciascuna di esse. Ma la regola che in ciò s’ha da tenere ha da essere, che ciascuno faccia scelta di quella virtù della quale avrà maggiore necessità, e in essa cominci da quella parte e da quel grado che più gli abbisogna: e finito che avrà con questo, vada pigliando del rimanente quello che conoscerà più convenirgli, sino a che arrivi ad acquistare la perfezione di quella determinata virtù con la grazia del Signore.

[1- Continua]

SALMI BIBLICI: “OMNES GENTES, PLAUDITE MANIBUS” (XLVI)

SALMO 46: Omnes gentes, plaudite manibus

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME PREMIER.

PARIS LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 46

In finem, pro filiis Core. Psalmus.

[1] Omnes gentes, plaudite manibus; jubilate Deo in voce exsultationis:

[2] quoniam Dominus excelsus, terribilis, rex magnus super omnem terram.

[3] Subjecit populos nobis, et gentes sub pedibus nostris.

[4] Elegit nobis hæreditatem suam; speciem Jacob quam dilexit.

[5] Ascendit Deus in jubilo, et Dominus in voce tubæ.

[6] Psallite Deo nostro, psallite; psallite regi nostro, psallite;

[7] quoniam rex omnis terræ Deus, psallite sapienter.

[8] Regnabit Deus super gentes; Deus sedet super sedem sanctam suam.

[9] Principes populorum congregati sunt cum Deo Abraham, quoniam dii fortes terræ vehementer elevati sunt.

 [Vecchio Testamento Secondo la VolgataTradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

 SALMO XLVI

Vittoria e ascensione di Cristo al cielo.

Per la fine; a’ figliuoli di Core.

1. Genti, quante voi siete, battete palma a palma; onorate Dio con voci di giubilo e di allegrezza.

2. Imperocché il Signore è eccelso, terribile; Re grande di tutta quanta la terra.

3. Ha soggettato a noi i popoli, e le nazioni sotto dei nostri piedi.

4. Noi egli elesse per sua eredità, la bella porzion di Giacobbe, la quale egli amò.

5. È asceso Dio tra le voci di giubilo Signore al suono della tromba.

6. Cantate laudi al nostro Dio, cantate; cantate laudi al Re nostro, cantate.

7. Imperocché Dio è il Re di tutta la terra; con saviezza cantate.

8. Il Signore regnerà sopra le nazioni; il Signore siede sopra il suo trono santo.

9. I principi de’ popoli si son riuniti col Dio di Abramo, perché gli dei forti della terra sono stati grandemente esaltati.

Sommario analitico

Il salmista celebra in questo salmo il trionfo del Signore nel trasporto dell’arca, o una vittoria segnalata sui re nemici del popolo di Dio, e in senso spirituale, il trionfo del Salvatore che sale al cielo dopo aver stabilito il suo regno universale.

I. Egli invita, nella persona degli Apostoli, tutti i fedeli a manifestare la loro gioia:

– 1° con il battere le mani; – 2° con le loro grida di gioia ed il trasporto della loro riconoscenza (1).

II – Egli indica due cause dell’ascensione del Salvatore ed anche della gioia alla quale invita tutte le nazioni:

1° la divinità del Salvatore: a) Egli è elevato a causa della sua incomprensibile natura; b) … è terribile a causa della sua potenza; c) Egli è il grande re che governa l’universo (2).

2° la sua umanità, per la quale: – a) bisogna fare entrare i giudei nella Chiesa; – b) Egli ha vinto e sottomesso le nazioni (3); – c) ci ha acquisito come eredità al prezzo del suo sangue sparso (4).

III. – Descrive la maniera con la quale si è compiuta l’ascensione del Salvatore, cioè: nel mezzo dei trasporti di gioia di tutti i santi e della corte celeste (5).

IV. – Invita tutti gli uomini a celebrare la gloria del Salvatore:

1° come Dio (6, 7).

2° come uomo, – a) a causa della potenza che Gli è stata data su tutte le cose (8); – b) a causa dell’unione di tutti gli uomini e dei principi dei popoli con il Dio di Abramo (9).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1.

ff. 1. – Che vuol dire: applaudite? Rallegratevi! Ma perché con le mani? Cioè con le vostre buone opere. Non rallegratevi con la bocca, cessando di agire con le mani. Se vi rallegrate, applaudite con la voce e con le mani. Solo con la voce, non basta, perché allora le mani non agiscono; se solo con le mani, nemmeno è sufficiente, perché la lingua resta muta. Occorre che le mani e la lingua si accordino, che l’una glorifichi Dio e le altre agiscano (S. Agost.). – Un’anima piena di contentezza, alla vista delle vittorie riportate da Gesù-Cristo sul demonio e sul peccato, non può contenere la sua gioia in se stessa, e la espande al di fuori: essa desidera vedere tutti gli uomini condividere i propri sentimenti di gioia e di riconoscenza (Dug.).

II — 2-4.

ff. 2. – Gli uomini non vedono sulla terra nulla di più grande dei re; Dio, per condiscendenza, vuole abbassarsi fino a prendere il nome di re, per darci qualche idea della sua grandezza (Duguet). – Quando sentite dire che il Signore è stato sospeso al suo patibolo, che è stato crocifisso, sepolto, non abbiate alcun timore, alcuna inquietudine, perché Egli è l’Altissimo, e lo è per natura. Ora, ciò che per natura è elevato, non può mai decadere dalla sua elevazione; ma, anche nel suo abbassamento, sussiste la sua elevazione e si fa sentire, perché è giustamente in mezzo a queste umiliazioni volontarie, è in mezzo alla sua morte, che Egli ha potuto far risplendere la tutta la sua potenza contro la morte (S. Chrys.).

ff. 3. – Le parole del Profeta sono di una esattezza perfetta. Egli predice con molto anticipo ciò che gli Apostoli diranno in seguito: « … perché ci guardate come se per nostra virtù o per nostra potenza, noi avessimo fatto camminare quest’uomo? » (Act. III, 12). Queste parole « … sotto i loro piedi », indicano ciò che era stato loro assoggettato, o piuttosto una sottomissione assoluta. Voi volete dunque misurare l’estensione di questa sottomissione? Ascoltate ciò che dice l’autore degli Atti: « Tutti coloro che possedevano delle case o dei campi, li vendevano e portavano il ricavato di quello che avevano venduto, e lo depositavano ai piedi degli Apostoli » (Act. IV, 31). – Quale autorità, quale potenza dunque negli Apostoli (S. Chrys.). – Questi popoli rivoltati che ci ha assoggettati, queste nazioni indomite che ha messo sotto i nostri piedi, sono i nostri vizi e le nostre passioni, che Egli ha vinto in noi e per noi. Finchè ci sarà una sola volontà opposta a quella di Dio, la vittoria di Gesù-Cristo non sarà completa (Dug.).

ff. 4. – Come queste parole: « … egli ci scelto per la sua eredità », possono produrre in qualche spirito il dubbio e l’esitazione, e fargli dire: perché i Giudei non Gli hanno creduto? Il Re-Profeta fa sparire questo dubbio con un correttivo. Dio ha fatto tutto ciò che dipende da Lui, scegliendoci per eredità, e sotto questo aspetto, non ha dimenticato nessuno. Se vi chiedete qual è il risultato di questa scelta, ascoltate il seguito: « … la bellezza di Giacobbe, che è stato l’oggetto del suo amore ». Il Re-Profeta ha qui in vista i fedeli, di cui San Paolo diceva: « non che la parola di Dio sia stata vana, perché tutti coloro che discendono da Israele non sono tutti israeliti, ma è Isacco che sarà chiamato vostro figlio; vale a dire, coloro che sono figli di Abramo secondo la carne, non sono per questo figli di Dio, ma sono i figli della promessa che sono ritenuti della razza di Abramo. » (Rom. IX, 6-8). È a giusto titolo che i fedeli sono chiamati la beltà del popolo. Cosa di più bello, in effetti, cosa di più splendente c’è di coloro che hanno abbracciato la fede? Il Re-Profeta chiama il suo popolo: eredità di Dio, non per escludere dalle cure della sua Provvidenza le altre nazioni, ma per esprimere l’ardente amore che Egli ha per questo popolo, l’unione stretta che Egli ha contratto con esso e la sollecitudine tutta paterna con la quale veglia sui suoi interessi. (S. Chrys.). – Noi non siamo solamente creature di Dio, ma siamo pure i suoi eletti. Egli ha fatto come una seconda scelta di noi in Gesù-Cristo; Egli ha previsto la nostra caduta, ha visto che siamo gli eredi del peccato di Adamo, al quale avremmo aggiunto i nostri peccati attuali; Egli non ha esagerato la nostra onta, ma l’ha conosciuta meglio di come tutti gli uomini e gli Angeli insieme avrebbero potuto conoscerla; Egli ha penetrato la nostra insopportabile corruzione, ne ha contemplato tutto il lordume: essa era incredibile! E questo non fu abbastanza per impedire al suo amore di sceglierci per essere bagnati nel sangue prezioso del Figlio suo incarnato, ci ha chiamato ad una magnifica eredità di grazie e alle prerogative reali della sua santa Chiesa. In virtù di questa elezione, Egli ci ha accordato il dono della fede, e ci ha aperto la porta d’oro attraverso la quale defluiscono le sorgenti vivificanti dei Sacramenti. Quando noi consideriamo chi è Colui che ci ha scelti, chi siamo noi stessi e cosa ci dà come sua elezione, il modo in cui lo dà, e il fine per il quale ci ha scelto, noi siamo forzati nel confessare che se non possiamo riconoscere degnamente la sua elezione, Gli dobbiamo almeno il fervore e la fedeltà di un amore per tutta la vita. Egli ci ha eletto in Gesù-Cristo prima della creazione del mondo, affinché fossimo santi e senza macchia ai suoi occhi, nell’amore (Faber, Il Creat. e la creat. L. II, cap. III). Non è che la bontà di Dio che ha trovato in noi ciò che ci ha meritato questa scelta e l’onore di essere i suoi eletti; ma è la scelta che ha voluto fare di noi che ci ha dato questa beltà.

III. — 5.

ff. 5. – « Dio è salito tra le voci di acclamazione ». Egli non dice: « Egli è stato elevato », ma: « … Egli è salito », per provare che non ha avuto bisogno di nessuno per elevarsi nei cieli, e che si è fatto strada da Se stesso. Elia, che non poteva seguire la stessa via di Gesù-Cristo, era condotto da una potenza estranea alla sua natura; perché la natura umana non poteva da se stessa prendere questa strada. Il Figlio unigenito, al contrario, è asceso per la potenza propria. È quanto San Luca esprime quando dice: « … e siccome essi Lo contemplavano montante verso il cielo » (Act. I, 10). Egli non dice: … era elevato o era portato, perché era Egli stesso che avanzava su questa strada. E quale stupore che abbia potuto fendere l’aria, quando riprese il suo corpo incorruttibile, Egli che prima della sua morte in croce, camminava sulle acque con un corpo passibile e sottomesso alle leggi della gravità? (S. Chrys.). Elevarci dobbiamo, per mezzo della fede e mediante il disprezzo delle creature, al di sopra di tutte le cose, … portare il nostro cuore, i nostri desideri e le nostre inclinazioni verso il cielo, per dimorarvi con Gesù-Cristo, e vivere già nel cielo come essendone cittadini. – Colui che è salito in cielo « in mezzo ad acclamazioni di gioia, è disceso dapprima fino alle parti inferiori della terra » (Ephes. IV, 9). L’ascensione del capo nei suoi membri non può compiersi che nello stesso ordine e nella stessa via, l’esempio del Capo, è una regola per le sue membra (Duguet).

IV. – 6-9.

ff. 6-7. – Cantare alla Gloria del Signore, perché è il nostro Dio, perché è il nostro Re; non solo perché è il nostro Re, ma anche perché è il Re di tutta la terra. – Bisogna cantare le lodi di Dio non solo con assiduità, ma anche con saggezza, con intelligenza, con attenzione, con rispetto. Non soltanto la lingua e la voce, ma la vita e le opere devono far parte di questo concerto (Duguet).

ff. 8. – Quando il Profeta diceva queste parole, Dio non regnava che su una sola nazione; si tratta dunque di una profezia, e non di un fatto visibile. Grazie a Dio, noi vediamo ora compiersi ciò che allora fu profetizzato. Dio, prima del tempo della paga, aveva sottoscritto a nostro favore una cambiale; giunto il tempo, Egli l’ha pagata. « … Dio regna su tutte le nazioni »; qui non c’è ancora che una promessa. « Dio è seduto sul suo trono santo ». Questa promessa è ora compiuta, noi lo riconosciamo e ne gioiamo … I cieli sono senza dubbio il santo trono del Signore. Ma volete essere anche voi il suo trono? Badate a credere che non lo possiate: preparategli un posto nel vostro cuore, Egli verrà e dimorerà volentieri.; perché è certamente la virtù di Dio e la saggezza di Dio (I Cor. I, 24). Ora, cosa dice la santa scrittura? L’anima del giusto è il trono della Sapienza. In realtà Dio non risiede e non comanda in tutti gli uomini che vivono bene, che si comportano secondo le regole di una carità pia? L’anima obbedisce a Dio che abita in essa, e a sua volta, essa regna sulle membra dei corpi. Essa dà loro degli ordini come a dei servitori; ma essa stessa obbedisce interiormente al suo Signore che risiede in essa. Essa non potrebbe ben governare colui che le è inferiore se disdegnasse di obbedire a Colui che le è superiore (S. Agost.). – Il Profeta dice a ragione. « … sul suo santo trono » ; perché non solo Dio regna, ma regna santamente, cioè in modo interamente irreprensibile. Gli uomini che pervengono al potere assoluto, se ne servono troppo spesso per commettere l’ingiustizia; ma il regno di Dio è esente da ogni ingiustizia; esso è di una purezza, di una santità inviolabile (S. Crys.).

ff. 9. – Non è soltanto sui singoli, ma anche su coloro che portano il diadema e che sono seduti sul trono, che il Vangelo ha esteso il suo impero. Qual è stata la causa di questa unione dei principi dei popoli con il Dio di Abramo? Perché gli dei potenti della terra sono stati straordinariamente elevati. Questi dei potenti sono gli Apostoli e tutti i fedeli. La loro potenza ha brillato di un così vivo splendore, che ha sottomesso loro tutti gli uomini. Come non riconoscere la forza invincibile di coloro che, anche dopo la loro morte, hanno fatto risplendere una così grande potenza, di coloro le cui parole, più dure del diamante, resistono alle ingiurie del tempo? (S. Chrys.). – Quale felicità quando i principi dei popoli, gli uomini potenti, le persone di qualità, che hanno credito, si uniscono con Dio per farlo regnare, quando essi procurano e sostengono il bene con il loro esempio e con la loro autorità! (Dug.).

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: SS. PIO X – “EDITÆ SÆPE DEI”

La lettera enciclica che poniamo all’attenzione dei fedeli Cattolici, è una breve apologia dell’opera di S. Carlo Borromeo, del quale vengono ricordati meriti e virtù in un tempo di grandi calamità per la Chiesa di Cristo, la Chiesa Cattolica Romana. Tra gli altri meriti, si ricorda il suo impegno nel Concilio tridentino, i cui canoni applicò rigorosamente nella propria diocesi, esempio per tutti gli altri Pastori del gregge di Cristo. il Santo Padre ne approfitta per comparare la situazione dell’epoca della cosiddetta Riforma protestante, arginata in parte appunto dalla reazione del Borromeo e dal caldeggiato Concilio tridentino, con quella dell’inizio del novecento, epoca in cui saliva la marea montante del Modernismo, vera peste spirituale che seminava veleno e ribellione, ed al quale il Santo Padre Pio X oppose con indomito vigore, una resistenza eroica, che solo per un breve periodo ottenne i suoi effetti, ma che poi sappiamo essere esploso fragorosamente con l’ultramodernismo conciliare e postconciliare degli usurpanti della quinta colonna nella Chiesa, infiltrati come apostati del “Novus Ordo” Vaticano, i cui frutti marci sono tragicamente davanti ai nostri occhi e che hanno prodotto una società mondiale totalmente scristianizzata ed asservita al dictat mondialista-ecumenico dei kazari servi e battistrada dell’Anticristo. Un San Carlo Borromeo, probabilmente oggi non sarebbe più in grado di ribaltare la situazione di “antichiesa” insediata nei palazzi un tempo sacri di Roma e del mondo intero, nulla potrebbe contro i poteri dell’inferno che la massoneria e la sinagoga di satana vaticana – poteri oramai tra essi fusi – esercitano incontrastati. La profezia di San Paolo diceva infatti già ai Tessalonicesi, che sarà il soffio delle labbra dello stesso Cristo a disperdere e schiacciare l’anticristo ed i suoi adepti, ed eliminare l’abominio della desolazione (il baphomet-lucifero, il “signore dell’universo”) che ha preso il posto di Dio sugli altari delle chiese un tempo cristiane. Dio stesso avoca a sé, nella Persona di Cristo, il Figlio di Dio-Uomo, il compito di distruggere l’anticristo e l’antichiesa non delegando nessun altro a compiere questo atto che farà risplendere definitivamente su tutto il pianeta, la luce della Verità che solo appartiene alla sua vera Chiesa: la Chiesa Una, Santa, Cattolica, Apostolica, Romana, governata dal suo Vicario in terra: il Santo Padre, il “vero” Papa! Nel dare lode, onore e gloria a Colui che solo merita, leggiamo con attenzione la “Editæ sæpe Dei”, traendone gravi spunti di meditazione e di speranza per una “… Restaurazione di tutte le cose in Cristo!” secondo gli auspici di S. Pio X.

San Pio X
Editæ sæpe Dei

Lettera Enciclica

Celebra la memoria e l’opera apostolica e dottrinale di San Carlo Borromeo.

Ciò che la parola divina ricorda più volte nelle Sacre Scritture, come il giusto vivràin memoria eterna di lodi e che egli parla anche defunto (Psal. CXI, 7; Prov. X, 7; Hebr. XI, 4),si avvera sopra tutto per la voce e l’opera continua della Chiesa. Questa, infatti, quale Madre e aurice di santità, ringiovanita sempre più feconda dal soffio “dello Spirito Santo, che inabita in noi“(Rom. VIII, 11), come è sola a generare, nutrire ed allevare nel suo seno la nobilissima figliolanza dei giusti, così è la più sollecita, quasi per istinto di amore materno, a conservarne la memoria e a ravvivarne l’amore. Da tale ricordanza Ella riceve quasi un divino conforto, e ritrae lo sguardo dalle miserie di questo pellegrinaggio mortale, mentre già vede nei Santi “la sua gioia e la sua corona“,riconosce in essi la immagine sublime del suo Sposo Celeste, e inculca ai suoi figli con nuova testimonianza il detto antico: “Per quanti amano Dio, per quelli che secondo il proposito divino sono stati chiamati santi, le cose tutte si rivolgono in bene“(Rom. VIII, 28). Né le loro opere gloriose riescono solo di confortoalla memoria, ma di luce all’imitazione e di forte incitamento alla virtù per quella eco unanime dei santi che risponde alla voce di Paolo: “Siate miei imitatori, come io sono di Cristo” (I Cor. IV, 16). – Per queste ragioni, Venerabili Fratelli, mentre Noi, appena assunto il Sommo Pontificato, significavamo il proposito di adoperarCi costantemente perché “le cose tutte fossero restaurate in Cristo“, con la prima Nostra Lettera Enciclica (Lett. Enc. “E supremi“,del 4 ottobre 1903), Ci studiammo vivamente di fare che tutti rivolgessero con Noi i loro sguardi a Gesù, “Apostolo e Pontefice della nostra confessione, autore e consumatore della fede“(Hebr. III, 1; XII, 2-3). Ma poiché la Nostra debolezza è tanta e facilmente restiamo sbigottiti dalla grandezza di tanto esemplare, per benefizio della Provvidenza divina un altro modello Noi avemmo da proporre, che pur essendo prossimo a Cristo, quanto a natura umana è possibile, è meglio confacevole alla debolezza Nostra, cioè la Beatissima Vergine, Augusta Madre di Dio (Lett. Enc. “Ad diem illum“, del 21 febbraio 1904). Infine, cogliendo varie occasioni di ravvivare la memoria dei santi, proponemmo alla comune ammirazione questi servi e dispensatori fedeli nella casa di Dio, e secondo il grado proprio di ciascuno, amici e domestici di Lui, come quelli che “per la fede vinsero i regni) operarono la giustizia, ottennero le promesse” (Hebr. XI, 13), affinché dai loro esempi spronati “non siamo più bambini vacillanti e trasportati da ogni vento di dottrina per raggiri degli uomini, per astuzia usata a circonvenire nell’errore; ma seguitando la verità nella carità, andiamo crescendo per ogni parte in Lui, che è il capo, Cristo” (Eph. IV, 11 segg.). – Questo consiglio altissimo della Provvidenza divina mostrammo attuato in tre personaggi massimamente che quali grandi pastori e dottori fiorirono in età ben diverse ma quasi del pari calamitose per la Chiesa: Gregorio Magno, Giovanni Grisostomo e Anselmo di Aosta, dei quali occorsero in questi ultimi anni solenni feste centenarie. Così più specialmente nelle due Lettere Encicliche date il 12 marzo 1904 e il 21 aprile del 1909, spiegammo quei punti di dottrina e precetti di vita cristiana, quali ci parvero opportuni ai nostri giorni, che si raccolgono dagli esempi e dagli insegnamenti dei santi. – E poiché Noi siamo persuasi che gli esempi illustri dei soldati di Cristo valgono assai meglio a scuotere gli animi e a trascinarli che non le parole o le altre trattazioni (Encicl. “E Supremi“), profittiamo ora volentieri di un’altra felice opportunità che Ci si porge, per commendare gli altissimi documenti di un altro santo Pastore, suscitato da Dio in tempi più vicini quasi in mezzo alle medesime tempeste, Cardinale della Santa Romana Chiesa e Arcivescovo di Milano, da Paolo V di santa memoria ascritto nel novero dei santi, Carlo Borromeo. E non meno a proposito; poiché – per usare le parole dello stesso Nostro Antecessore – “Il Signore che fa meraviglie grandi Egli solo, ha operato con noi cose magnifiche in questi ultimi tempi, e con opera mirabile della sua dispensazione ha eretto sopra la rocca dell’Apostolica pietra un grande luminare, eleggendo dal seno della sacrosanta Romana Chiesa, Carlo sacerdote fedele, servo buono, modello del gregge e modello dei pastori. Egli infatti, con molteplice fulgore di opere sante illustrando la Chiesa tutta, brilla innanzi ai sacerdoti ed al popolo, quale un Abele per l’innocenza, un Enoch per la purezza, un Giacobbe per la sofferenza delle fatiche, un Mosè per la mansuetudine, un Elia per lo zelo ardente. Egli in sé mostra da imitare, fra l’abbondanza delle delizie, l’austerità di Girolamo, nei gradi più alti l’umiltà di Martino, la sollecitudine pastorale di Gregorio, la libertà di Ambrogio, la carità di Paolino, e finalmente ci dà a vedere con gli occhi nostri, a toccare con le nostre mani, un uomo che, mentre il mondo gli sorride con le maggiori blandizie, vive crocifisso al mondo, vive nello spirito calpestando le cose terrene, cercando continuamente le Celesti, né solo per officio sostituito in luogo di Angelo, ma emulo in terra nei pensieri e nelle opere della vita degli Angeli“(Bolla “Unigenitus“, novembre del 1610). – Così il Nostro Antecessore, trascorsi i cinque lustri dalla morte di Carlo. E ora, trascorsi tre secoli dalla glorificazione a lui decretata “meritamente é pieno il Nostro labbro di gaudio e la Nostra lingua di esultanza nell’insigne giorno della Nostra solennità, quando col decretare i sacri onori a Carlo prete Cardinale della Santa Romana Chiesa, alla quale Noi per disposizione del Signore presiediamo, fu aggiunta una corona ricca di ogni pietra preziosa all’unica Sua sposa“. Così Noi abbiamo comune col Nostro Antecessore la confidenza, che dalla contemplazione della gloria, ma più ancora dagli insegnamenti e dagli esempi del Santo, si possa veder umiliata la protervia degli empi e confusi tutti quelli che “si gloriano dei simulacri degli errori“(dalla Bolla “Unigenitus“). Quindi la rinnovata glorificazione di Carlo modello del gregge e dei pastori nei tempi moderni, propugnatore e consigliere indefesso della verace riforma cattolica contro quei novatori recenti, il cui intento non era la reintegrazione, ma piuttosto la deformazione e distruzione della fede e dei costumi, riuscirà dopo tre secoli per tutti i Cattolici di singolare conforto ed istruzione, come di nobile incitamento a tutti per cooperare strenuamente all’opera che tanto Ci sta a cuore della restaurazione di tutte le cose in Cristo. – Certamente è a voi ben noto, Venerabili Fratelli, come la Chiesa, quantunque tribolata continuamente, non è mai lasciata da Dio priva di ogni consolazione. Poiché Cristo “l’amò e dette se stesso per lei, alfine di santificarla e farsela comparire innanzi gloriosa, senza macchia, né ruga, né altra cosa tale, ma perché sia santa e immacolata” (Eph. V, 25 e segg.). Anzi, quando più sbrigliata la licenza dei costumi, più feroce l’impeto della persecuzione, più astute le insidie dell’errore sembrano minacciare a lei rovina estrema, fino a strapparle dal seno non pochi dei suoi figliuoli, per travolgerli nel vortice dell’empietà e dei vizi, allora la Chiesa sperimenta più efficace la protezione divina. Perocché Iddio fa che l’errore stesso, vogliano o no i malvagi, serva al trionfo della verità, di cui la Chiesa è vigile custode; la corruzione serva all’incremento della santità, di cui essa è attrice e maestra; la persecuzione ad una più mirabile “liberazione dai nostri nemici“. Così avviene che quando la Chiesa appare agli occhi profani sbattuta da più fiera tempesta e quasi sommersa, allora n’esca più bella, più vigorosa, più pura, rifulgendo nello splendore delle maggiori virtù. – In questo modo la somma benignità di Dio viene confermando con nuovi argomenti, che la Chiesa è opera divina; sia perché nella prova più dolorosa, quella degli errori e delle colpe che s’infiltrano nelle stesse sue membra, le fasuperare il cimento; sia perché le mostra attuato il detto di Cristo: “Le porte dell’inferno non prevarranno contro di lei“(Matth. XVI, 18); sia perché comprova di fatto la promessa: “Ecco io sarò con voi tutti i giorni sino alla consumazione dei secoli“(Matth. XXVIII, 20);sia infine perché testimonia di quella misteriosa virtù per cui un altro Paraclito, promessole da Cristo nel suo sollecito ritorno al Cielo, continuamente in Lei effonde i suoi doni e la difende e la consola in ogni tribolazione: “spirito che rimane con lei in eterno; spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede, né lo conosce, perché Egli dimorerà fra voi e sarà con voi“(Ioan. XIV, 16 e segg., 29, 59; XVI, 7 e segg.). Da questa fonte sgorga la vita e il nerbo della vita; e da questa pure il distinguersi da ogni altra società, come insegna il Concilio Ecumenico Vaticano, per le note manifeste, ond’è segnalata e costituita “quasi un vessillo sollevato fra le nazioni” (Sess. III, Const. Dei Filius, cap. 3). – E infatti, solo per un miracolo della potenza divina può succedere che tra l’inondare della corruzione e la frequente deficienza delle membra la Chiesa, in quanto è il Corpo mistico di Cristo, si mantenga indefettibile nella santità della dottrina, delle leggi, del suo fine; dalle cause stesse tragga del pari fruttuosi effetti; dalla fede e dalla giustizia di molti suoi figliuoli raccolga frutti copiosissimi di salute. Né meno chiaro apparisce il sigillo della sua vita divina in ciò che fra tanta e cosi turpe colluvie di perverse opinioni, fra così grande numero di ribelli, fra il tanto multiforme variare degli errori, essa persevera immutabile e costante, quale colonna e sostegno della verità, nella professione di una stessa dottrina, nella comunione degli stessi Sacramenti, nella sua divina costituzione, nel governo, nella morale. E ciò tanto più è mirabile, perché ella non solamente resiste al male, ma vince il male col bene, e mai resta dal benedire e agli amici e ai nemici, mentre tutta si affatica ed anela a operare la rinnovazione cristiana della società non meno che dei singoli individui. Poiché questa è la sua missione propria nel mondo, e di questa gli stessi suoi nemici sentono i benefizi. – Un tale mirabile influsso della Provvidenza divina nell’opera restauratrice promossa dalla Chiesa appare splendidamente in quel secolo che vide sorgere a conforto dei buoni San Carlo Borromeo. Allora, spadroneggiando le passioni, travisata quasi del tutto e oscurata la cognizione della verità, eravi lotta continua con gli errori, e l’umana società, precipitando al peggio, sembrava correre all’abisso. Fra questi mali insorgevano uomini orgogliosi e ribelli, “nemici della Croce di Cristo…“, uomini di “sentimenti terreni, il Dio dei quali é il ventre ” (Phil. III, 18, 19). Costoro, applicandosi non a correggere i costumi, ma a negare i dogmi, moltiplicavano i disordini, allargavano a sé ed agli altri il freno della licenza, o certo sprezzando la guida autorevole della Chiesa, a seconda delle passioni dei prìncipi o dei popoli più corrotti, con una quasi tirannide ne rovesciavano la dottrina, la costituzione, la disciplina. Indi, imitando quegli iniqui, a cui è rivolta la minaccia: “Guai a voi che chiamate male il bene e bene il male!” (Is. V, 20), quel tumulto di ribellione, quella perversione di fede e di costumi chiamarono riforma e se stessi riformatori. Ma, in verità, essi furono corrompitori, sicché, snervando con dissensioni e guerre le forze dell’Europa, prepararono le ribellioni e l’apostasia dei tempi moderni, nei quali si rinnovarono insieme in un impeto solo quei tre generi di lotta, prima disgiunti, da cui la Chiesa era sempre uscita vincitrice: le lotte cruente della prima età, indi la peste domestica delle eresie; infine sotto il nome di libertà evangelica, quella corruzione di vizi e perversione della disciplina, a cui forse non era giunta l’età medioevale. – A questa turba di seduttori Iddio oppose veraci riformatori e uomini santi, sia per arrestare quella corrente impetuosa ed estinguere quel bollore, sia per riparare ai danni già recati. Quindi l’opera loro assidua e molteplice nella riforma della disciplina fu di tanto maggiore conforto alla Chiesa quanto più grave era la tribolazione che l’angustiava e comprovò il detto: “Fedele è Iddio, che… darà con la tentazione il vantaggio” (I Cor. X, 13). In sì fatte circostanze veniva ad accrescere consolazione alla Chiesa, per disposizione provvidenziale, l’operosità e la santità singolare di Carlo Borromeo. – Senonché il ministero di lui, cosi disponendo Iddio, ebbe una forza ed efficacia tutta propria, né solo per fiaccare l’audacia dei faziosi, ma per ammaestrare ed infervorare i figliuoli della Chiesa. Di quelli, infatti, egli reprimeva i folli ardimenti e confutava le futili accuse, con l’eloquenza più potente, con l’esempio della sua vita e della sua operosità; di questi rialzava le speranze e ravvivava l’ardore. E fu certo cosa mirabile come egli accolse in sé riunite fino dalla sua giovinezza tutte quelle doti di un verace riformatore, che in altri vediamo disperse e distinte: virtù, senno, dottrina, autorità, potenza, alacrità; e tutte le fece servire unitamente alla difesa commessagli della Verità Cattolica contro le invadenti eresie, com’era pur la missione propria della Chiesa, risvegliando la fede sopita in molti e quasi estinta, corroborandola con provvide leggi ed istituzioni, rialzando la caduta disciplina e riconducendo strenuamente i costumi del clero e del popolo ad un tenore di vita cristiana. Così mentre adempie le parti tutte del riformatore, non meno adempie per tempo a tutti gli uffici del “servo buono e fedele“, e più tardi quelle del sacerdote grande, che “piacque a Dio nei giorni suoi e fu trovato giusto, degno perciò di prendersi ad esempio da tutte le classi di persone, sia del clero o dei laici, siano ricchi o poveri; come quegli la cui eccellenza va compendiata in quella lode propria del Vescovo e del prelato, per la quale ubbidendo ai detti dell’Apostolo Pietro, egli si era “fatto di cuore modello del gregge“(I Petr. V, 3). Né di minore ammirazione è il fatto che Carlo, non ancora compiuti i suoi 23 anni di età 1, benché sollevato a sommi onori, e messo a parte di negozi grandi e difficilissimi della Chiesa, veniva ogni di meglio avanzandosi nell’esercizio più perfetto della virtù, mediante quella contemplazione delle cose divine, che nel sacro ritiro già l’aveva rinnovato, e risplendeva “spettacolo al mondo, agli angeli ed agli uomini“. – Allora veramente, per usare le parole del già ricordato Nostro Antecessore Paolo V, cominciò il Signore a mostrare in Carlo le “sue meraviglie: sapienza, giustizia, zelo ardentissimo in promuovere la gloria di Dio e del nome cattolico, e cura sopra tutto per quella opera di restaurazione della fede e della Chiesa universale che si agitava nell’augusto Consesso Tridentino. Della celebrazione di questo Concilio gli dà merito lo stesso Pontefice e la posterità tutta, in quanto egli, prima di esserne l’esecutore più fedele, ne fu il più efficace sostenitore. Né certo, senza molte sue veglie, stenti e fatiche, ebbe quell’opera il suo ultimo compimento. – Eppure queste cose tutte non erano altro che una preparazione e un tirocinio di vita, nel quale educavasi il cuore con la pietà, la mente con lo studio, il corpo con la fatica, serbandosi quel modesto e umile giovane quale argilla nelle mani di Dio e del suo Vicario in terra. E una tale vita di preparazione appunto era quella che disprezzavano allora i fautori di novità, per la stoltezza medesima onde la disprezzano i moderni, non avvertendo che le opere meravigliose di Dio si maturano nell’ombra e nel silenzio dell’anima dedita all’ubbidienza ed alla preghiera, e che in questa preparazione sta come il germe del futuro progresso, come nella seminagione la speranza della raccolta. – La santità, nondimeno, e l’operosità di Carlo, che si preparava allora con si splendidi auspici, si svolse poi e diede frutti prodigiosi, come accennammo sopra, quando egli “da buon operaio, lasciata la splendidezza e la maestà di Roma, si ritirò nel campo che aveva preso a coltivare (Milano), e adempiendovi ogni giorno meglio le sue parti, ricondusse quel campo, per la tristizia dei tempi già bruttamente guasto da sterpi e inselvatichito, a tale splendore che fece della Chiesa di Milano un chiarissimo esemplare di ecclesiastica disciplina” (Bolla “Unigenitus“). – Tanti e così preclari effetti egli ottenne conformando la sua opera di riforma alle norme proposte poco avanti dal Concilio Tridentino. – La Chiesa, infatti, bene intendendo quanto “i sentimenti e i pensieri dell’animo umano sono proclivi al male“(Gen. VIII, 21),mai non cessa di combattere contro i vizi e gli errori, perché “sia distrutto il corpo del peccato e più non serviamo al peccato” (Rom. VI, 6). E in questa lotta, come Ella è maestra a se stessa e guidata dalla grazia che “è diffusa nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo“,cosìprende norma al pensare e all’opera dal Dottore delle genti, che dice: “Rinnovatevi nello spirito della vostra mente“(Eph. IV, 23). “E non vogliate conformarvi a questo secolo, ma riformatevi nel ritrovamento della mente vostra, per accertare quale sia la volontà di Dio buona, accettevole e perfetta“(Rom. XII, 2).Né il figliuolo della Chiesa e riformatore sincero mai si persuade di avere toccata la meta, ma ad essa protesta solo di tendere insieme con l’Apostolo: “Dimenticando quel che sta dietro e stendendomi verso ciò che mi sta davanti, mi avanzo verso il segno, verso il premio della vocazione superna di Dio in Cristo Gesù“(Phil. III, 13, 14). – Quindi avviene che noi uniti con Cristo nella Chiesa “cresciamo per ogni cosa in Lui che è il Capo, Cristo dal quale il corpo tutto prende l’accrescimento proprio per la perfezione di se stesso nella carità (Eb. IV, 15, 16), e la Chiesa madre viene sempre più ad avverare quel mistero della volontà, “di restaurare nella ordinata pienezza dei tempi tutte le cose in Cristo“(Eph. I, 9, 10). – A queste cose non pensavano i riformatori, a cui si oppose Carlo Borromeo, presumendo riformare a loro capriccio la fede e la disciplina; né meglio le intendono i moderni, contro cui abbiamo noi da combattere, o Venerabili Fratelli. Anche costoro sovvertono dottrina, leggi, istituzioni della Chiesa, avendo sempre sulle labbra il grido di cultura e di civiltà, non perché stia loro troppo a cuore questo punto, ma perché con questi nomi grandiosi possono più agevolmente celare la malvagità dei loro intendimenti. – E quali in realtà sieno le loro mire, quali le loro trame, quale la via che intendono battere, nessuno di voi lo ignora, e i loro disegni furono già da Noi denunziati e condannati. Si propongono essi un’apostasia universale dalla fede e dalla disciplina della Chiesa, apostasia tanto peggiore dì quell’antica che mise in pericolo il secolo di Carlo, quanto più astutamente serpeggia occulta nelle vene stesse della Chiesa, quanto più sottilmente trae da principi erronei le conseguenze estreme. – Di ambedue, tuttavia, una stessa è l’origine: “l’uomo nemico“, cioè, che sempre desto a perdizione degli uomini “soprasseminò la zizzania in mezzo al grano” (Matth. XIII, 25):del pari soppiatte e tenebrose le vie; simile il processo e l’esito finale. Perocché, a quel modo che nel passato la prima apostasia voltandosi dove la fortuna secondava, veniva aizzando l’una e l’altra, o la classe dei potenti o dei popolani, per travolgere poi l’una e l’altra nella perdizione cosi questa moderna apostasia esaspera l’odio vicendevole dei poveri e dei ricchi, acciocché scontento ognuno della sua sorte tragga sempre più misera la vita e paghi il fio imposto a quelli che tutti fissi nelle cose terrene e caduche, non cercano il “regno di Dio e la sua giustizia. Anzi il presente conflitto è fatto anche più grave da ciò che, dove i turbolenti novatori dei tempi andati ritenevano per lo più qualche resto del tesoro della dottrina rivelata, i moderni sembra che non vogliano darsi pace finché non lo abbiano veduto interamente disperso. Ora, così rovesciando il fondamento della Religione, si scioglie necessariamente anche il vincolo della società civile. Spettacolo triste, al presente, minaccioso per l’avvenire; non perché vi sia da temere per l’incolumità della Chiesa, di cui non permettono dubbio le promesse divine, ma per i pericoli che sovrastano alle famiglie ed alle nazioni, massimamente a quelle che o fomentano con più studio o tollerano con più indifferenza questo pestifero soffio di empietà. – Fra una sì empia e stolida guerra, mossa talora e propagata con l’aiuto di quei medesimi che più dovrebbero appoggiarci e sostenere la nostra causa; fra un trasformarsi così molteplice degli errori e un blandire di vizi così vario, che dagli uni e dagli altri anche molti dei nostri si lasciano lusingare, sedotti dall’apparenza di novità e di dottrina, o dalla illusione che la Chiesa possa amichevolmente accordarsi con le massime del secolo, voi bene intendete, Venerabili Fratelli, che noi tutti dobbiamo opporre vigorosa resistenza e ribattere l’assalto dei nemici con quelle armi stesse, di cui un tempo usò il Borromeo. – E anzitutto, perché attentano alla rocca stessa che è la fede, o con l’aperta negazione, o con l’ipocrita impugnazione, o col travisarne le dottrine, ricorderemo quello che San Carlo spesso inculcava: “La prima e più grande cura dei Pastori deve essere intorno alle cose che riguardano il conservare integra e inviolata la Fede Cattolica, quella fede che la Santa Romana Chiesa professa e insegna, e senza la quale é impossibile piacere a Dio“(Conc. Prov. I, sub initium). E di nuovo: “In questa parte nessuna diligenza può essere così grande, quanto senza dubbio è richiesta dal bisogno“(Conc. Prov. V, pars I). Quindi è necessario di opporsi con la sana dottrina al “fermento dell’eretica pravità“che non represso corrompe tutta la massa, opporsi cioè alle perverse opinioni che s’infiltrano sotto mentite sembianze e che raccolte insieme sono professate dal modernismo; ricordando con San Carlo, “quanto sommo debba essere lo studio e diligentissima sopra ogni altra cura del Vescovo nel combattere il delitto dell’eresia“(Ibid.). – Né occorre, per verità, ricordare le altre parole del Santo che allega le sanzioni, le leggi, le pene poste dai Romani Pontefici contro quei prelati che fossero negligenti o rimessi nel purgare dall’eretica pravità la loro diocesi. Ma bene convenevole sarà riandare con attenta meditazione ciò che egli ne conclude: “Perciò deve il vescovo anzitutto persistere in questa sollecitudine perenne e vigilanza continua, acciocché non solo il morbo pestilentissimo dell’eresia non s’infiltri mai nel gregge a lui commesso, ma ne vada lontanissimo qualsiasi sospetto. E se poi, il che tolga Cristo Signore per la sua pietosa misericordia, s’infiltrasse, allora sopra tutto si adoperi con ogni sforzo perché sia ricacciato prestissimamente, e quelli che di tale pestilenza sono infetti o sospetti siano trattati a norma dei canoni e delle sanzioni pontificie” (Ibid.). – Ma né la liberazione, né la preservazione dalla peste degli errori è possibile, se non con una retta istruzione del clero e del popolo: poiché “la fede, dall’udito, e l’udito poi per la parola di Cristo“(Rom. X, 17).E la necessità d’inculcare la verità a tutti s’impone tanto maggiormente ai nostri giorni, mentre per tutte le vene dello Stato, e anche donde meno si crederebbe, vediamo infiltrarsi il veleno, a segno tale che per tutti valgono oggimai le ragioni addotte da San Carlo con queste parole: “Quei che confinano con gli eretici ove non fossero stabili e fermi nei fondamenti della fede, darebbero moltissimo a temere che non si lasciassero troppo facilmente tirare da essi in qualche inganno di empietà e di guasta dottrina“(Conc. Prov. V, pars I). Ora infatti per la facilità dei viaggi, sono cresciute le comunicazioni, come delle altre cose tutte, così anche degli errori, e per la sfrenata libertà delle passioni, viviamo in mezzo ad una società pervertita, ove “non é verità… e non esiste cognizione di Dio ” (Os. IV, 1); in una terra che è desolata… perché niuno vi è che pensi di cuore” (Ier. XX, 11).Perciò Noi, volendo usare le parole di San Carlo, “abbiamo adoperato finora molta diligenza perché tutti e singoli i fedeli di Cristo fossero bene istruiti nei rudimenti della fede cristiana“(Conc. Prov. V, pars I);e ne abbiamo anche scritto speciale Lettera Enciclica, come di argomento della più vitale importanza (Enc. “Acerbo nimis“, del 25 aprile 1905). Ma, sebbene non vogliamo ripetere ciò che ardendo di zelo insaziabile deplorava il Borromeo, cioè: “di aver ottenuto finora troppo poco in cosa di tonta rilevanza“, pure come lui, “indotti dalla grandezza del negozio e del pericolo“, vorremmo anche maggiormente infiammare lo zelo di tutti; perché prendendo Carlo a modello, concorrano, ciascuno secondo il grado e le forze, a quest’opera di restaurazione cristiana. Ricordino i padri di famiglia e i padroni con quale fervore ad essi inculcava il santo Vescovo costantemente, che ai figliuoli, ai domestici, ai servi, non solo dessero facoltà ma imponessero l’obbligo d’imparare la dottrina cristiana. I chierici si ricordino l’aiuto che in questo insegnamento debbono prestare al parroco, e questi procuri che siffatte scuole si moltiplichino secondo il numero e la necessità dei fedeli, e siano commendevoli per la probità dei maestri ai quali siano dati per aiutatori uomini o donne di provata onestà, a quel modo che prescrive lo stesso santo Arcivescovo di Milano (Conc. Prov. V, pars I). – Di tale cristiana istituzione appare evidentemente cresciuta la necessità sia da tutto l’andamento dei tempi e dei costumi moderni, sia specialmente da quelle pubbliche scuole, prive di ogni religione, dove si tiene quasi per sollazzo il deridere tutte le cose più sante, e del pari sono aperte alla bestemmia e le labbra dei maestri e le orecchie dei discepoli. Parliamo di quella scuola che si chiama per somma ingiuria neutra o laica, ma non è altro che tirannide prepotente di una setta tenebrosa. Un siffatto nuovo giogo di ipocrita libertà voi già denunciaste ad alta voce e intrepidamente, o Venerabili Fratelli, massime in quei paesi dove più sfrontatamente furono calpestati i diritti della Religione e della famiglia, anzi soffocata la voce stessa della natura che vuole rispettati la fede e il candore dell’adolescenza. A rimediare, per quanto era in Noi, a un sì gran male, recato da quelli stessi che, mentre pretendono dagli altri obbedienza, la negano al Padrone supremo di tutte le cose, abbiamo raccomandato che si istituissero per le città opportune scuole religiose. E sebbene quest’opera, mercé i vostri sforzi, abbia fatto finora assai buoni progressi, tuttavia è sommamente da desiderare che sempre più largamente si propaghi, cioè che siffatte scuole si aprano dappertutto numerose e fioriscano di maestri commendevoli per merito di dottrina e per integrità di vita. – Con tale insegnamento utilissimo dei primi elementi va strettamente congiunto l’ufficio dell’oratore sacro, nel quale a più forte ragione si ricercano le doti ricordate. Quindi le diligenze e i consigli di Carlo nei Sinodi provinciali e nei diocesani miravano con una cura specialissima a formare predicatori tali che si potessero adoperare santamente e con frutto nel “ministero della parola“. Ora la cosa stessa, e forse più fortemente, sembra richiesta a Noi dai tempi che corrono, mentre la fede vacilla in tanti cuori, né mancano di quelli che, per vaghezza di gloria vana, assecondano la moda, “adulterando la parola di Dio“, sottraendo alle anime il cibo della vita. – Con somma vigilanza, pertanto, Noi dobbiamo guardare, Venerabili Fratelli, che il vostro gregge da uomini vani e frivoli non sia pasciuto di vento, ma sia nutrito del cibo vitale da “ministri della parola, ai quali si applicano quelle sentenze: “Noi facciamo le veci di ambasciatori a nome di Cristo, quasi esortando Iddio per mezzo di noi: riconciliatevi. con Dio“(II Cor. V, 20); “da ministri e da legati che non camminano nell’astuzia, né corrompono la parola di Dio, ma si rendono commendevoli presso ogni coscienza degli uomini innanzi a Dio per la manifestazione della verità“(II Cor. IV, 2); “operai che non possono essere confusi e con rettitudine maneggiano la parola della verità“(II Tim. II, 15).E non meno utili cisaranno quelle norme santissime e sommamente fruttuose che il Vescovo di Milano soleva raccomandare ai fedeli, e sono compendiate da quelle parole di San Paolo: “Avendo ricevuto da noi la parola della predicazione di Dio, voi l’accoglieste non come parola umana, (ma qual è veramente) parola di Dio, la quale opera in voi che avete creduto“(I Thess. II, 13). – Cosi la “parola di Dio, viva, efficace, più penetrativa di ogni spada“(Hebr. VI, 12) opererà non solo a conservazione e a difesa della fede, ma ad efficace impulso delle buone opere: giacché “la fede senza le opere è morta“(Iac. II, 26);”e non saranno giustificati innanzi a Dio quelli che ascoltano la legge, ma quei che la legge mettono in esecuzione“(Rom. II, 13). – Ed è questo un altro punto in cui si vede quanto immenso è il divario della vera dalla falsa riforma. Poiché quelli che propugnano la falsa, imitando la costanza degli stolti, sogliono ricorrere agli estremi, o esaltando la fede per modo da escludere la necessità delle buone opere, o collocando nella sola natura tutta la eccellenza della virtù senza gli aiuti della fede e della grazia divina. Onde segue che gli atti provenienti dalla sola onestà naturale, non sono altro che simulacri di virtù né durevoli in sé, né sufficienti alla salute. L’opera adunque di siffatti informatori non è valevole a restaurare la disciplina, ma esiziale alla fede ed ai costumi. – Al contrario, quelli che, ad esempio di San Carlo, sinceramente e senza raggiri cercano la vera e salutare riforma, evitano gli estremi, né mai trascorrono oltre quei limiti fuori dei quali non può sussistere riforma alcuna. Poiché, uniti essi fermissimamente alla Chiesa e al loro Capo Cristo, non solo di qui attingono forza di vita interiore, ma anche ricevono norma di azione esteriore, per accingersi con sicurezza all’opera sanatrice della umana società. Ora di questa divina missione, trasmessa perpetuamente in quelli che debbono fare da legati di Cristo, è proprio “l’insegnare a tutte le genti“,né solamente le cose da credere, ma quelle da operare, cioè come pronunziò Cristo stesso, “osservare tutte quelle cose che io vi ho comandato“(Matth. XXVIII, 18-20). Egli infatti è “vita, verità e vita” (Ioan. XIV, 6),ed è venuto perché gli uomini “abbiano la vita e l’abbiano con esuberanza” (Ioan. X, 10). Ma poiché l’adempiere quei doveri tutti con la sola guida della natura è molto al di sopra di ciò che possano per sé conseguire le forze dell’uomo, perciò la Chiesa ha, insieme col suo Magistero, congiunto il potere di governare la società cristiana e di santificarla, mentre per mezzo di quelli che nel loro proprio grado ed officio le sono ministri e cooperatori, viene comunicando gli opportuni e necessari mezzi della salute. – Il che bene intendendo i veraci riformatori, non soffocano essi i germogli per porre in salvo la radice, cioè dire non disgiungono la fede dalla santità della vita, ma l’una e l’altra alimentano e riscaldano al soffio della carità, la quale è “vincolo della perfezione” (I Coloss. III, 14). Cosi pure, ubbidendo all’Apostolo, essi “custodiscono il deposito” (I Tim. VI, 20), non già per impedirne la manifestazione e sottrarne la luce alle genti, ma per diramare anzi con più larga vena le acque saluberrime di verità e di vita che sgorgano da quella sorgente. E in ciò congiungono la teoria alla pratica, di quella valendosi a prevenire ogni “circonvenzione dell’errore“, di questa ad applicare i precetti alla morale ed all’azione della vita. Perciò anche procurano i mezzi tutti, od opportuni o necessari al fine, sia per la estirpazione del peccato sia per “la perfezione dei santi, per l’opera del ministero, l’edificazione del corpo di Cristo” (Eph. IV, 12). E a questo mirano appunto gli statuti, i canoni, le leggi dei Padri e dei Concili; a questo i mezzi tutti d’insegnamento, di governo, di santificazione, di beneficenza d’ogni fatta; a questo insomma la disciplina e l’operosità intera della Chiesa. A tali maestri della fede e della virtù tiene rivolto l’occhio e l’animo il vero figlio della Chiesa, mentre si propone la riforma di sé e degli altri. E a tali maestri pure si appoggia il Borromeo nella sua riforma della disciplina ecclesiastica, e spesso li ricorda, come quando scrive: “Noi, seguendo l’antica consuetudine ed autorità dei Santi Padri e dei sacri Concili, principalmente del Sinodo ecumenico di Trento, abbiamo stabilito intorno a questi punti stessi nei nostri precedenti Concili provinciali molte disposizioni“. Similmente, nel prendere provvedimenti di repressione dei pubblici scandali, egli si professa guidato “e dal diritto e dalle sacrosante sanzioni dei sacri canoni, e del Concilio Tridentino soprattutto“. (Conc. Prov. V, pars I). – Né contento di ciò, per meglio assicurarsi di non avere mai a dipartirsi dalla regola suddetta, così di solito conchiude gli statuti dei suoi Sinodi provinciali: “Tutte e singole quelle cose che da noi in questo Sinodo provinciale furono decretate e fatte, sottomettiamo sempre, perché sieno emendate e corrette, all’autorità ed al giudizio della Santa Romana Chiesa, di tutte le Chiese madre e maestra” (Conc. Prov. VI, sub finem).E questo suo proposito egli mostrò sempre più fervido, quanto più si avanzava a gran passo nella perfezione della vita attiva; né solo finché occupava la cattedra di Pietro il pontefice suo zio, ma anche sotto i costui successori, Pio V e Gregorio XIII, dei quali, com’egli potentemente suffragò la elezione, così nelle maggiori imprese fu valido aiuto, corrispondendo interamente alla loro aspettazione. – Ma soprattutto li secondò nell’attuare i mezzi pratici per il fine propostosi, cioè per la vera riforma della sacra disciplina. Nel che, di nuovo, si mostrò egli più che mai lontano dai riformatori falsi che mascherano di zelo la loro disubbidienza ostinata. Quindi, cominciando il “giudizio della Casa di Dio“(I Petr. IV, 17), si applicò anzitutto a riformare con leggi costanti la disciplina del clero; e a questo fine eresse seminari per gli alunni del sacerdozio, fondò congregazioni di sacerdoti, che ebbero nome di oblati, chiamò famiglie religiose e antiche e recenti, radunò Concili e con ogni sorta di provvedimenti assicurò e crebbe l’opera incominciata. Indi, senza ritardo, pose mano egualmente vigorosa a riformare i costumi del popolo, ritenendo per detto a sé quello che già fu detto al profeta: “Ecco, io ti ho stabilito oggi… perché tu sradichi e distrugga, perché disperda e dissipi, edifichi e pianti” (Ier. I, 10).Perciò da buon pastore, visitando personalmente le chiese della provincia, non senza gran fatica, a somiglianza del divino Maestro, “passò beneficando e sanando“le ferite del gregge; si affaticò con ogni sforzo a sopprimere e sradicare gli abusi che da per tutto s’incontravano, provenienti sia dall’ignoranza, sia dalla trascuranza delle leggi; alla perversione delle idee ed alla corruzione dei costumi straripante oppose, quasi argine, scuole e collegi, ch’egli apri per l’educazione dei fanciulli e dei giovanetti, congregazioni mariane, che egli accrebbe dopo averle conosciute al loro primo fiorire qui in Roma, ospizi, che egli schiuse alla gioventù orfana, ricoveri, che aperse alle pericolanti, alle vedove, ai mendichi o impotenti per malattia o per vecchiaia, uomini e donne; la tutela ch’egli prese dei poveri contro la prepotenza dei padroni, contro le usure, contro la tratta dei fanciulli, e simili altre istituzioni in gran numero. Ma tutto ciò egli operò aborrendo totalmente dal metodo di coloro che, nel rinnovare a loro senno la cristiana società, mettono tutto sossopra e in agitazione, con vanissimo strepito, dimentichi della parola divina: “nella commozione non è il Signore” (I Reg. XIX, 11). – È questo appunto un nuovo distintivo dei veri riformatori dai falsi, come più volte voi avete conosciuto a prova, Venerabili Fratelli. I riformatori falsi cercano “i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo“(Philip. II, 21), e dando orecchio all’invito insidioso già fatto al divino Maestro: “Va’ e mostrati al mondo“(Ioan. VII, 4), ripetono anch’essi le parole ambiziose: “Facciamoci anche noi un nome. Per la quale temerità, come pur troppo deploriamo anche ai nostri giorni, “caddero dei sacerdoti in guerra, nell’atto che pretendevano fare cose grandi, e uscivano alla mischia senza prudenza” (I Machab. V, 57-67). – Al contrario il riformatore sincero “non cerca la sua gloria, ma la gloria di Colui che lo ha mandato“(Ioan. VII, 18),e come Cristo, suo esemplare, “non contenderà, né griderà, né alcuno udirà la sua voce per le piazze; non sarà torbido né irrequieto (Is. XLII, 2 segg.; Matth. XII, 19), ma sarà “dolce e umile di cuore” (Matth. XI, 29). Quindi egli piacerà al Signore e riporterà frutti copiosissimi di salute. – Per un altro distintivo ancora si differenziano l’uno dall’altro: mentre quegli, appoggiato solo alle forze umane, “confida nell’uomo e pone la sua fortezza nella carne” (Ier. XVII, 5), questi invece mette in Dio tutta la sua speranza; da Lui e dai mezzi soprannaturali aspetta ogni forza e virtù, esclamando con l’Apostolo: “Ogni cosa io posso in Colui che mi conforta” (Phil. IV, 13). – Questi mezzi, che Cristo comunicò in larga copia, il fedele cerca nella Chiesa stessa a comune salvezza, e primi fra essi la preghiera, il sacrificio, i Sacramenti, i quali divengono quasi “fonte di acqua che sale alla vita eterna” (Ioan. IV, 14).Ma di tutti questi mezzi mal sofferenti coloro che per vie traverse e dimentichi di Dio si affannano intorno all’opera della riforma, mai non cessano di intorbidare quelle fonti purissime, se non del tutto disseccarle, per tenerne lontano il gregge di Cristo. Nel che certo fanno anche peggio i loro moderni seguaci, che sotto una certa maschera di più alta religiosità, hanno in niun conto quei mezzi di salute e li mettono in discredito, particolarmente i due Sacramenti, coi quali o si perdonano i peccati alle anime pentite, o si fortificano le anime col cibo Celeste. Ogni fedele pertanto procurerà con sommo studio che benefizi di così gran pregio siano tenuti nel massimo onore, né soffrirà che l’affetto degli uomini illanguidisca verso queste due opere della carità divina. – Cosi appunto si adoperò il Borromeo, del quale fra le altre cose leggiamo scritto: “Quanto maggiore e più copioso é il frutto dei Sacramenti di quello che se ne possa spiegare facilmente il valore, con tanta più diligenza e intima pietà dell’anima ed esterno culto e venerazione si devono trattare e ricevere” (Conc. Prov. I, pars II). Del pari degnissime di essere ricordate sono le raccomandazioni onde egli esorta i Parroci e altri sacri predicatori di richiamare alla pratica antica la frequenza della santa Comunione, il che pure Noi abbiamo fatto col Decreto che incominciava: “Tridentina Synodus“. “I Parroci e i Predicatori, dice il santo Vescovo, esortino quanto più spesso il popolo alla pratica salutarissima di ricevere frequentemente la sacra Eucaristia, appoggiandosi alle istituzioni ed agli esempi della Chiesa nascente, alle raccomandazioni dei Padri più autorevoli, alla dottrina del catechismo romano, in questo stesso punto più distesamente spiegata, e alla sentenza infine del Concilio Tridentino il quale vorrebbe che in ogni Messa i fedeli si comunicassero non solo con ricevere l’Eucaristia spiritualmente, ma anche sacramentalmente” (Conc. Prov. III, pars I). Con quale intenzione poi, con quale affetto si debba frequentare questo sacro convito, lo insegna con queste parole: “Il popolo non solo deve essere spronato alla pratica di ricevere frequentemente il Santissimo Sacramento, ma pure ammonito quanto sia pericoloso ed esiziale l’accostarsi indegnamente alla sacra mensa di quel cibo divino” (Conc. Prov IV, pars II). E una simile diligenza sembra richiesta massimamente ai tempi nostri di fede vacillante e di carità illanguidita, acciocché dalla cresciuta frequenza non venga sminuita la riverenza debita a tanto mistero, ma piuttosto se ne tragga motivo a far che “l’uomo provi se stesso e così mangi di quel pane e beva del calice“(I Cor. XI, 28). – Da queste fonti sgorgherà una ricca vena di grazie e da essa trarranno vigore ed alimento anche i mezzi naturali ed umani. Né l’azione del Cristiano disprezzerà punto le cose utili e di conforto alla vita, venendo anch’esse dal medesimo Iddio, Autore della grazia e della natura; ma eviterà con gran diligenza che in cercare e godere le cose esterne e i beni del corpo, si riponga il fine e quasi la felicità di tutta la vita. Chi vuole pertanto usare di questi mezzi con rettitudine e temperanza, li ordinerà alla salute delle anime, ubbidendo al detto di Cristo: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date per giunta” (Luc. XII, 31; Matth. VI, 33). – Un siffatto uso di mezzi ordinato e sapiente tanto è lungi che mai venga ad opporsi al bene di ordine inferiore, cioè proprio della società civile, che anzi ne promuove in gran maniera gli interessi; né già con vana iattanza di parole, com’è il costume dei faziosi riformatori, ma coi fatti e col sommo sforzo, fino al sacrificio delle sostanze, delle forze e della vita. Di tali fortezze ci dànno esempio soprattutto molti Vescovi, i quali, in tempi tristi per la Chiesa, emulando lo zelo dì Carlo, avverano le parole del divino Maestro: “Il buon pastore dà la vita per le sue pecorelle” (Ioan. X, 11). Essi non da bramosia di gloria, non da spirito di parte, non da stimolo di alcun privato interesse sono tratti a sacrificarsi per la salvezza comune, ma da quella carità “che mai non vien meno“. Da questa fiamma, che sfugge agli occhi profani, acceso il Borromeo, dopo essersi esposto a pericolo di vita nel servire gli appestati, non contento di aver sovvenuto ai mali presenti, così mostravasi ancora sollecito dei futuri: “È affatto conforme ad ogni ragione che, in quel modo onde un ottimo padre, il quale ama di amore unico i suoi figliuoli, provvede ad essi sia per il presente come per il futuro, preparando le cose necessarie per la vita, così noi, mossi dal debito dell’amore paterno, provvediamo ai fedeli della nostra provincia con ogni precauzione e prepariamo per l’avvenire quegli aiuti che nel tempo della peste abbiamo conosciuto per esperienza essere salutari“(Conc. Prov. V, pars II). – I medesimi disegni e propositi di affettuosa provvidenza, Venerabili Fratelli, trovano una pratica occupazione in quell’azione cattolica che spesse volte abbiamo raccomandato. E a parte di questo apostolato nobilissimo, il quale abbraccia tutte le opere di misericordia da premiarsi col regno eterno (Matth. XXV, 34 e segg.), sono chiamati gli uomini scelti del laicato. Ma essi, accogliendo in sé questo peso, devono essere pronti e addestrati a sacrificare interamente se stessi e tutte le cose loro per la buona causa, a sostenere l’invidia, la contraddizione e anche l’avversione di molti che ricambiano d’ingratitudine i benefizi, a faticare ognuno come “buon soldato dì Cristo” (II Tim. II, 3), a correre “per la via della pazienza al certame propostoci, riguardando all’autore e consumatore della fede Gesù” (Hebr. XII, 1, 2). Lotta certamente ben dura, ma efficacissima al benessere stesso della società civile, anche quando ne sia ritardata la piena vittoria. – Anche per questo ultimo punto ora menzionato, si possono ammirare esempi splendidi di San Carlo, e da essi prendere, ciascuno secondo la propria condizione, di che imitare e confortarsi. Benché, infatti, e la virtù singolare e l’operosità meravigliosa e la profusa carità lo facessero tanto ragguardevole, neppure egli tuttavia andò esente da questa legge: “Tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù, patiranno persecuzioni” (II Tim. III, 12). Quindi perciò stesso ch’egli seguiva un tenore di vita più austero, che sosteneva sempre la rettitudine e l’onestà, che sorgeva vindice incorrotto delle leggi e della giustizia, si guadagnò l’avversione di uomini potenti; si trovò esposto a raggiri di diplomatici; venne talora in diffidenza ai nobili, al clero ed al popolo, e infine si trasse addosso l’odio mortale dei malvagi, e ne fu cercato a morte 2. Ma a tutto egli resistette con animo invitto, sebbene d’indole mite e soave. – Né solo non cedette mai a cosa che fosse esiziale alla fede ed ai costumi, ma neppure a pretensioni contrarie alla disciplina e gravose al popolo fedele, ancorché attribuite ad un monarca potentissimo e nel resto cattolico. Memore delle parole di Cristo: “Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che é di Dio” (Matth. XXII, 21),come pure della voce degli Apostoli: “Meglio é obbedire a Dio che agli uomini“(Act. V, 29), egli si rese benemerito al sommo, non della causa della Religione solamente, ma della civile società, la quale, pagando il fio della sua stolta prudenza e sommersa quasi dalla tempesta delle sedizioni da sé eccitate, correva a morte certissima. – La medesima gloria e gratitudine sarà dovuta ai Cattolici del nostro tempo e ai valorosi condottieri, i Vescovi, mentre né gli uni né gli altri verranno mai a mancare in parte alcuna ai doveri che sono propri dei cittadini, sia che trattisi di serbare fedeltà e rispetto ai “dominanti anche discoli” quando comandino cose giuste, sia di ripugnare ai loro comandi quando siano iniqui, tenendo lontana del pari e la pervicace ribellione di quelli che corrono alle sedizioni ed ai tumulti, e la servile abiezione di quelli che accolgono quasi leggi sacrosante gli statuti manifestamente empi di uomini perversi, i quali col mentito nome di libertà sconvolgono ogni cosa e impongono la tirannide più dura. Ciò avviene al cospetto del mondo e alla piena luce della moderna civiltà, in qualche nazione specialmente, ove il “potere delle tenebre” sembra che abbia messa la sua sede principale. Sotto quella prepotente tirannide vanno calpestati miseramente i diritti tutti dei figliuoli della Chiesa, spento affatto nei governanti ogni senso di generosità, di gentilezza e di fede, onde per tanto tempo splenderono i loro padri, insigni del titolo di Cristiani. Tanto è evidente che, entrato l’odio di Dio e della Chiesa, si torna addietro in ogni cosa, e si corre a precipizio verso la barbarie dell’antica libertà, o piuttosto giogo crudelissimo, da cui la sola famiglia di Cristo e l’educazione da lei introdotta ci ha sottratti. Ovvero, come esprimeva la cosa stessa il Borromeo, tanto è “cosa certa e riconosciuta, che da nessuna altra colpa è Dio più gravemente offeso, da nessuna provocato a maggiore sdegno quanto dal vizio delle eresie, e che a sua volta nulla può tanto a rovina delle province e dei regni, quanto può quell’orrida peste” (Conc. Prov. V, pars I). Senonché molto più funesta si deve stimare l’odierna congiura di strappare le nazioni cristiane dal seno della Chiesa, come dicemmo. I nemici infatti, sebbene discordissimi di pensieri e di volontà, ciò che è contrassegno certo dell’errore, in una cosa solo si accordano, nell’oppugnazione ostinata della verità e della giustizia; e poiché dell’una e dell’altra custode e vindice è la Chiesa, contro la Chiesa sola, strette le loro file, muovono all’assalto. E benché vadano dicendo di essere imparziali o di promuovere la causa della pace, altro in verità non fanno, con dolci parole ma non dissimulati propositi, se non tendere insidie, per aggiungere il danno allo scherno, il tradimento alla violenza. Con un nuovo metodo di lotta è ora dunque assalito il nome cristiano; e una guerra si muove di gran lunga più pericolosa che non le battaglie prima combattute, dalle quali raccolse tanta gloria il Borromeo. – Di qui noi tutti prendendo esempio ed istruzione, ci animeremo a combattere da forti per i più grandi interessi, da cui dipende la salvezza degl’individui e della società, per la fede e la Religione, per l’inviolabilità del pubblico diritto; combatteremo sforzati certo da un’amara necessità, ma confortati insieme da una soave speranza che la onnipotenza di Dio affretterà la vittoria a chi combatte in così gloriosa battaglia. A tale speranza aggiunge vigore l’efficacia potente, perpetuata fino ai giorni nostri, dell’opera di San Carlo, sia per fiaccare l’orgoglio delle menti, sia per assodare l’animo nel proposito santo di restaurare ogni cosa in Cristo. – Ed ora, Venerabili Fratelli, noi possiamo conchiudere con le parole stesse, onde il Nostro Antecessore, Paolo V, più volte menzionato, conchiudeva le lettere che decretavano a Carlo i supremi onori: “È giusto per tanto, che noi rendiamo gloria e onore e benedizione a Colui che vive nei secoli dei secoli, il quale benedisse il nostro conservo in ogni benedizione spirituale, perché fosse santo e immacolato innanzi a Lui. E avendocelo dato il Signore come una stella fulgente in questa notte di peccato, di tribolazioni nostre, ricorriamo alla divina clemenza, con la bocca e coll’opera supplicando, acciocché Carlo alla Chiesa che egli amò tanto ardentemente, giovi altresì coi meriti e coll’esempio, assista col patrocinio e nel tempo dello sdegno si faccia riconciliazione per Cristo nostro Signore” (Bolla “Unigenitus“).

Si aggiunga a questi voti e ponga il colmo alla comune speranza l’auspicio della Benedizione Apostolica, che a voi, Venerabili Fratelli, al clero e al popolo di ciascuno di voi, con vivo affetto impartiamo.

Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno 26 maggio 1910, VII del Nostro Pontificato.

DOMENICA XVIII DOPO PENTECOSTE (2019)

DOMENICA XVIII DOPO PENTECOSTE (2019)

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Eccli XXXVI: 18
Da pacem, Dómine, sustinéntibus te, ut prophétæ tui fidéles inveniántur: exáudi preces servi tui et plebis tuæ Israël [O Signore, dà pace a coloro che sperano in Te, e i tuoi profeti siano riconosciuti fedeli: ascolta la preghiera del tuo servo e del popolo tuo Israele.]Ps CXXI: 1
Lætátus sum in his, quæ dicta sunt mihi: in domum Dómini íbimus.
[Mi rallegrai per ciò che mi fu detto: andremo alla casa del Signore].
Da pacem, Dómine, sustinéntibus te, ut prophétæ tui fidéles inveniántur: exáudi preces servi tui et plebis tuæ Israël
[O Signore, dà pace a coloro che sperano in Te, e i tuoi profeti siano riconosciuti fedeli: ascolta la preghiera del tuo servo e del popolo tuo Israele.]

Oratio

Orémus.
Dírigat corda nostra, quǽsumus, Dómine, tuæ miseratiónis operátio: quia tibi sine te placére non póssumus.
[Te ne preghiamo, o Signore, l’azione della tua misericordia diriga i nostri cuori: poiché senza di Te non possiamo piacerti.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corinthios
1 Cor 1: 4-8
Fratres: Grátias ago Deo meo semper pro vobis in grátia Dei, quæ data est vobis in Christo Jesu: quod in ómnibus dívites facti estis in illo, in omni verbo et in omni sciéntia: sicut testimónium Christi confirmátum est in vobis: ita ut nihil vobis desit in ulla grátia, exspectántibus revelatiónem Dómini nostri Jesu Christi, qui et confirmábit vos usque in finem sine crímine, in die advéntus Dómini nostri Jesu Christi.

 Omelia I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia,

LA GRATITUDINE VERSO DIO

“Fratelli: Io rendo continuamente grazie al mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù; perché in lui siete stati arricchiti di ogni cosa, di ogni dono di parola e di scienza, essendosi stabilita solidamente in mezzo a voi la testimonianza di Cristo, in modo che nulla vi manca rispetto a qualsiasi grazia; mentre aspettate la manifestazione di nostro Signor Gesù Cristo, il quale vi manterrà pure saldi sino alla fine, così da essere irreprensibili nel giorno della venuta del nostro Signor Gesù Cristo”. (I Cor. 1, 4-8).

Questo brano è tolto dall’introduzione alla prima lettera di San Paolo a quei di Corinto. Nei primi versetti, saluta i Corinti nella sua qualità di Apostolo, e augura loro da Dio la grazia e la pace. Poi — come vediamo dalle parole riportate — assicura che ringrazia continuamente Dio per la grazia concessa a quei di Corinto per mezzo di Gesù Cristo. Grazia che non fu senza frutto; perché, mediante la loro unione con Gesù Cristo, i Corinti ebbero grande abbondanza di doni spirituali; in modo particolare ebbero la rivelazione delle verità del Vangelo, e la loro profonda intelligenza. Spera, poi, che Dio li assista per tutta la vita, così che si trovino con la coscienza monda nel giorno del giudizio. Il ringraziamento che l’Apostolo fa a Dio per l’abbondanza dei doni fatti ai Corinti ci ricorda il dovere della gratitudine verso Dio.

1. Dobbiamo esser grati a Dio per i benefici ricevuti;

2. Non a fior di labbra solamente;

3. Ci disporremo così a ricevere maggiori favori.

1.

Fratelli : lo rendo continuamente grazie al mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù. L’apostolo fa tanto conto della gratitudine che si deve a Dio per i doni di cui ricolma gli uomini che ringrazia senza interruzione Dio, per l’abbondanza di grazie di cui ha favorito i Corinti. L’obbligo di ringraziare debitamente chi è largo dei suoi doni spetta in modo particolare a coloro stessi che hanno ricevuto il dono. E nessuno mette in dubbio che, venendo meno a questo obbligo, si fa cosa biasimevole. Sarà meno biasimevole l’ingratitudine se riguarda i benefici ricevuti da Dio? Eppure, nessuno è più pagato d’ingratitudine che nostro Signore. Chi può enumerare i benefìci da Lui ricevuti e apprezzarli in tutta la loro grandezza! La nostra esistenza, la conservazione, l’intelligenza, la santità, il cibo che mangiamo, l’acqua che beviamo, l’aria che respiriamo, la terra che ci porta, tutto quantoricrea e ci solleva sono dono di Dio. Se parliamo delle grazie e dei doni spirituali, con i quali ci ricolma per i meriti di Gesù Cristo, non troviamo parole sufficienti a celebrare la sua larghezzaverso di noi. Cerchi l’uomo, se può, qualche cosa che non abbia ricevuto da Dio: cercherà invano. Una cosa sola troverà che non abbia ricevuto da Dio: il peccato. E troverà che, nonostante i suoi peccati, Dio lo ha sopportato. Egli ha abbandonato il Signore, ma il Signore, non ha abbandonato lui. “Se pensassi a ciò, ti sentiresti certamente obbligato al tuo Dio, dal quale tieni tutto quello che possiedi di buono; e dalla cui misericordia ti vien rimesso tutto quello che hai di cattivo” (S. Agostino, in En. in Ps. XLIX, 21). Non solo è un beneficio di Dio la remissione dei peccati, che abbiamo commessi, ma anche la preservazione da più numerose cadute. « Se ci sentiamo in dovere di mostrare il nostro grato animo agli amici, quando ci aiutano a liberarci da qualche noia, da qualche condizione scabrosa o da qualche pericolo che si sovrasta, molto più dobbiamo esser pronti all’ossequio quando vediamo i molti pericoli cui siamo sfuggiti, perché Dio ce ne ha liberati » (S. Giov. Crisostomo. In Epist. ad Tit. I, 1). È più ancora dobbiamo esser spinti all’ossequio e a dimostrare il nostro grato animo a Dio, se pensiamo che i suoi benefici non sono una retribuzione o una ricompensa, ma effetto di pura generosità. «Che cosa fece l’uomo in precedenza, se non peccare?» (S. Agostino. En. In Ps. CXV, 4). Egli si era meritati castighi e non doni. E neppure Dio ci ha largito i suoi doni, perché avesse bisogno di qualche cosa| da parte nostra. « Come potrebbe aver bisogno delle cose nostre quegli, per il quale esiste tutto ciò che è nostro »(S. Ilario, De Trin. L. 3, 7). E d’altronde noi non potremmo mai rendere a Dio la ricompensa dovuta per i suoi doni. Questo però non ci dispensa dall’obbligo della gratitudine: anzi, deve risvegliarne maggiormente i sentimenti nei nostri cuori. Davide si domanda : « Che renderò al Signore per tutti i benefici da lui ricevuti? Prenderò il calice di salute invocando il nome del Signore » (Salm. CXV, 12-13). Questo dobbiamo fare anche noi: rendere a Dio il sacrificio del ringraziamento e della lode. –

2.

Se l’Apostolo ringrazia Dio per i doni elargiti ai Corinti, questi non rimangono inerti. Ringraziano Dio coi fatti, non lasciando infruttuose le grazie ricevute. Mediante la fede e la carità essi si mantengono in intima unione con Gesù Cristo, e in questa unione sono arricchiti d’ogni cosa. Nulla vi manca — dice l’Apostolo — rispetto a qualsiasi grazia; rispetto alle grazie necessarie alla salute propria, e rispetto alle grazie che rendono utile agli altri chi le possiede. I Corinti sapevano usar bene delle grazie ricevute, e il buon uso delle grazie è già un ringraziamento; è un ringraziamento che si dimostra con le opere. Noi ringraziamo il Signore con le opere, mostrandogli la nostra gratitudine, quando diamo a Lui quanto gli aspetta. A lui dobbiamo dare il nostro tempo, impiegandolo nel suo servizio almeno i giorni stabiliti; a Lui dobbiamo dare la nostra intelligenza, sottomettendola docilmente alle verità della nostra santa fede; dobbiamo dare la nostra volontà conformandola alla sua legge; a Lui dobbiamo dare il nostro corpo, con una vita lontana dalle impudicizie, dalle crapule, dalle ubriachezze; a Lui dobbiamo dare la nostra lingua, non imbrattandola con discorsi meno belli, con mormorazioni, con bestemmie. – Si mostra a Dio la nostra gratitudine, servendolo senza tristezza. Siamo tristi perché giudichiamo che altri siano più favoriti che noi. Con questa nostra tristezza veniamo a giudicare l’operato del Signore. Crediamo di non esser trattati bene come gli altri, e non ci sentiamo di accettare la misura da Lui stabilita nella distribuzione dei suoi favori. Gli operai chiamati per primi a lavorare nella vigna, come è detto nella parabola del Vangelo, invece di ringraziare il padrone, quando alla fine della giornata fa distribuire la paga convenuta, brontolano come fossero trattati ingiustamente, perché il padrone ha creduto bene di abbondare con quelli venuti a lavorare per ultimi. Così facciamo anche noi, quando giudichiamo di essere trattati meno generosamente degli altri. Siamo tristi perché ci consideriamo retribuiti al di sotto dei nostri meriti. Quanto abbiamo da Dio, sia tanto, sia poco, è tutto dono di Lui: e dobbiamo in ogni tempo e in ogni luogo mostrarci lieti e contenti della sua generosità. Si mostra pure gratitudine a Dio accettando con animo tranquillo, sottomesso alla sua volontà, i dolori con cui ci purifica. L’uomo che nutre sentimenti di gratitudine verso Dio, datore di ogni bene, in queste circostanze pensa: I miei peccati meritano forse una ricompensa? È vero, Dio mi prova; ma le mie mancanze meritano ancor di più: Dio è pur buono con me. Con questi dolori mi dà modo di espiare i miei peccati: io gli devo esser grato.

3.

I Corinti, finché saranno su questa terra avranno, come tutti i Cristiani, da combattere contro nemici d’ogni genere, ma l’Apostolo spera che Dio li fortificherà con la sua assistenza, mantenendoli saldi sino alla fine, così da essere irreprensibili nel giorno della venuta del nostro Signor Gesù Cristo. Senza l’assistenza di Dio nessuno potrà perseverare sino all’ultimo. Il mostrarsi grati dei benefici ricevuti è un mezzo efficace per assicurasi questa assistenza. Dopo un luogo periodo di pioggia si invoca un vento di tramontana, che spazzi via le nubi e riconduca il sereno. Ma se il vento è troppo forte e duri a lungo, distrugge presto i benefici della pioggia disseccando il terreno. L’ingratitudine è precisamente come un vento impetuoso che asciuga la sorgente dei benefici. « Perciò è un grave pericolo per gli uomini mostrarsi ingrati a Dio, obliarne i benefici, non far penitenza dopo il castigo, e non rallegrarsi del perdono» (S. Leone Magno: Serm. 84, 1). – Al contrario, la gratitudine predispone il benefattore a concedere nuovi benefici. La gratitudine è lo sprone dei benefìzi, dice un proverbio tedesco. Fermiamoci nel campo della gratitudine verso Dio. Apriamo il Vangelo. Un giorno Gesù, nel recarsi a Gerusalemme attraverso la Samaria e la Galilea, è incontrato da dieci lebbrosi, che da lontano alzano la voce dicendo: «Gesù Maestro, abbi pietà di noi». E Gesù, mosso a pietà, li guarisce. Di questi dieci, uno solo, un Samaritano, si mostra grato del beneficio ricevuto, prostrandosi ai piedi di Gesù, e ringraziandolo. Gesù, che biasima il contegno dei nove lebbrosi i quali non hanno sentito il dovere della gratitudine, apprezza la dimostrazione di riconoscenza di questo estraneo. Il guarito è un Samaritano, cioè appartiene a gente odiatissima dai Giudei, e Gesù ne fa l’elogio: «Non si è trovato chi tornasse a dar gloria a Dio, salvo questo straniero». Gli richiama alla mente quale fu la causa della sua guarigione: «La tua fede ti ha salvato»; e gli apre la via anche alla salvezza dell’anima, mediante la fede in Gesù Cristo (Luc. XVII,11-19). – Come l’ingratitudine ha per base la superbia, perché l’ingrato stima che tutto quello che ha gli sia dovuto, così la gratitudine ha per base l’umiltà, poiché tutto quanto si possiede è riconosciuto come dono della bontà di Dio, a cui da parte nostra non si ha alcun diritto. E Dio predilige in modo particolare gli umili, come attesta la S. Scrittura: «Dio resiste ai superbi, ma agli umili dà grazia» (Giac. IV, 6). Il ringraziamento, fatto non a fior di labbra soltanto, ma accompagnato da umili sentimenti interni, è come un soave fumo d’incenso che, salendo a Dio, si trasforma in pioggia di nuovi benefici. Assuefiamoci a ringraziar Dio tutti i giorni, assuefiamoci a ringraziarlo fin dai primi anni della vita. Quando il Card. Mercier, sottraendosi per qualche giorno ai profondi studi e alle gravi cure amministrative, si ritirava in campagna a Braine-D’Alleud, incontrava tal volta, nella passeggiata serale attraverso i campi, qualche gruppo di bambini di ritorno dalla scuola. Egli li fermava additando loro le colline rivestite d’oro e di porpora sotto i raggi del sole morente, e diceva: «Guardate, piccini, che bellezza! Chi ha fatto tutto questo? — Il buon Dio. — Si, bambini; ma bisogna ringraziarlo d’avervi fatto così bei doni, e soprattutto bisogna amarlo » (Mgr. Laveille, Le Cardinal Mercier, Paris 1927, p. 116-117). – L a Chiesa, in certe circostanze dell’anno, specialmente nell’ultimo giorno, ci chiama a ringraziar Dio per i benefici ricevuti. Chi sente l’obbligo della gratitudine, non aspetta queste circostanze: lo ringrazia ogni giorno e in ogni luogo, perché in ogni giorno e in ogni luogo trova da ammirare i benefici di Dio. È un dovere di giustizia ed è nostro interesse. Perciò la Chiesa va ripetendo ogni giorno: «E’ veramente cosa degna e giusta, conveniente e salutare, che sempre e in ogni luogo noi ti rendiamo grazie, Padre Onnipotente, Eterno Iddio, per Cristo Signor nostro» (Prefazio com. della Messa).

Graduale

Ps CXXI: 1; 7
Lætátus sum in his, quæ dicta sunt mihi: in domum Dómini íbimus.

Alleluja

V. Fiat pax in virtúte tua: et abundántia in túrribus tuis. Allelúja, allelúja

Ps CI: 16
Timébunt gentes nomen tuum, Dómine, et omnes reges terræ glóriam tuam. Allelúja.
[Le genti temeranno il tuo nome, o Signore: e tutti i re della terra la tua gloria. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Matthæum.
Matt. IX: 1-8
“In illo témpore: Ascéndens Jesus in navículam, transfretávit et venit in civitátem suam. Et ecce, offerébant ei paralýticum jacéntem in lecto. Et videns Jesus fidem illórum, dixit paralýtico: Confíde, fili, remittúntur tibi peccáta tua. Et ecce, quidam de scribis dixérunt intra se: Hic blasphémat. Et cum vidísset Jesus cogitatiónes eórum, dixit: Ut quid cogitátis mala in córdibus vestris? Quid est facílius dícere: Dimittúntur tibi peccáta tua; an dícere: Surge et ámbula? Ut autem sciátis, quia Fílius hóminis habet potestátem in terra dimitténdi peccáta, tunc ait paralýtico: Surge, tolle lectum tuum, et vade in domum tuam. Et surréxit et ábiit in domum suam. Vidéntes autem turbæ timuérunt, et glorificavérunt Deum, qui dedit potestátem talem homínibus”.

Omelia II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE XLVI

 “In quel tempo Gesù montato in una piccola barca, ripassò il lago, e andò nella sua città. Quand’ecco gli presentarono un paralitico giacente nel letto. E veduta Gesù la loro fede, disse al paralitico; Figliuolo, confida: ti son perdonati i tuoi peccati. E subito alcuni Scribi dissero dentro di sé: Costui bestemmia. E avendo Gesù veduti i loro pensieri, disse: Perché pensate male in cuor vostro? Che è più facile, di dire: Ti sono perdonati i tuoi peccati; o di dire: Sorgi e cammina? Or affinché voi sappiate che il Figliuol dell’uomo ha la podestà sopra la terra di rimettere i peccati: Sorgi, disse Egli allora al paralitico, piglia il tuo letto e vattene a casa tua. Ed egli si rizzò, e andossene a casa sua. Ciò udendo le turbe s’intimorirono e glorificarono Dio che tanta potestà diede ad uomini”.

Tutte le opere diverse, che fa Iddio, non sono tali che esigano nella loro diversità maggiore o minore potere. Qualunque sia la loro esteriore solennità, esse non costano di più a Dio, e tanto per creare un atomo come per creare milioni di splendentissimi soli non occorre altro che un atto solo della sua onnipotente volontà. Quindi è che a Gesù Cristo, vero uomo e vero Dio, era lo stesso il rimettere ad un uomo i suoi peccati ed il guarirlo istantaneamente da una sua grave infermità. Ma se queste due azioni non erano l’una più divina dell’altra, tuttavia l’effetto della prima, vale a dire della remissione dei peccati, non era visibile all’esterno, né potevasi perciò verificare come l’effetto della seconda, cioè la guarigione istantanea da una infermità. Or bene Gesù Cristo volendo comprovare che Egli, come vero Dio, aveva la potestà di rimettere i peccati, dopo di averla esercitata di fatto verso un povero paralitico, lo guarì ancora e subito dalla sua infermità. – È questa appunto la storia, che ci narra il Vangelo di questa Domenica. Facciamoci a considerarla.

1. Dice anzi tutto il Vangelo che Gesù montato in una piccola barca, ripassò il lago, e andò nella sua città. Era già da più di un anno, che il Salvatore evangelizzava la Giudea, quando salendo su d’una barca passò all’altra sponda del lago di Genezaret per andare al paese dei Geraseni. Colà Egli guarì due uomini che erano ossessi. Ma ben tosto fu pregato da quelli di quel paese di allontanarsi da loro. Poiché Gesù nel cacciare i demoni aveva permesso che essi entrassero in alcuni porci, i quali, come ne furono invasi, divenuti furiosi, si erano precipitati nel mare, dove tutti rimasero affogati. Sicché le genti di quei luoghi, benché avessero riconosciuta la grande potenza di Gesù, mossi tuttavia dal vile interesse, avevano pregato Gesù che si allontanasse dai loro confini. E Gesù senza dir nulla montato di nuovo su una barca e ripassato il lago andò nella sua città, vale a dire non a Betlemme, dove era nato, neppure a Nazaret, dove aveva dimorato durante la sua vita privata, ma a Cafarnao, che Gesù aveva eletto come sua speciale dimora. Non appena si seppe quivi che Egli era venuto, la gente, ben diversa da quella dei Geraseni, si venne affollando intorno alla casa in cui Egli si era ridotto, facendo così gran festa per il suo arrivo. E con quanta ragione! Direte voi. Potevasi avere maggior fortuna, che accogliere nella propria città, anzi nelle proprie case Gesù Cristo? Tuttavia, o miei cari, mentre qui ammiriamo i Cafarnaiti, non dimentichiamo che noi possiamo essere anche più fortunati di loro, essendoché possiamo ricevere ed avere Gesù non solo nelle nostre città, e nei nostri paesi, non solo nello nostre chiese, ma eziandio nel nostro cuore per mezzo della Santa Comunione. Se non che, mentre certi giovani e certi Cristiani potrebbero benissimo procacciarsi assai di spesso una tale fortuna con l’accostarsi appunto frequentemente alla Santa Comunione, e ne avrebbero anche un certo qual desiderio, a differenza di tanti cattivi Cristiani che a ciò non pensano punto, se ne astengono tuttavia. E per quale ragione? Ecco. Non pochi di costoro si pensano, che per poter frequentare la Santa Comunione più di quel che non facciano, bisognerebbe essere già grandi santi. Ora questo è uno dei molti inganni, di cui si serve il demonio per tenerli lontani appunto da ciò che è il gran mezzo per arrivare alla santità. – È fuor d’ogni dubbio, che per comunicarsi degnamente v’è bisogno d’una certa santità: ma quale dovrà essere? Forse, quella sì perfetta, che trovavasi ne’ grandi santi, e nei martiri? No di certo; la santità che richiedesi per la frequente Comunione, è alla portata di tutti i Cristiani chiunque siano; poiché essa consiste semplicemente nello stato di grazia insieme con la sincera volontà d’evitare il peccato, e servire a Dio meglio che si possa. Il che non è cosa al tutto semplice ed elementare? e non sentite in cuore che Dio la richiede da voi? Ei vi domanda tanto quanto è assolutamente necessario ad esser vero Cristiano. Difatti, qual Cristiano egli è mai quello che vive in istato di peccato mortale, e si compiace del male? Adunque perché vi comunichiate degnamente, nostro Signore in sostanza altro non vuole se non che siate veramente Cristiani e animati verso di Lui da una sincera e buona volontà. Avete voi questa buona volontà? Rispondete coscienziosamente. Ove non l’abbiate è d’uopo acquistarla, poiché senza di essa precipitereste nell’inferno. Se poi l’avete, perché non andate a comunicarvi per sempre più rafforzarla ed accrescerla? È questo il ragionamento chiaro ed ineluttabile, con cui il grande arcivescovo e dottore S. Giovanni Grisostomo stringeva già un tempo i fedeli di Costantinopoli. O siete in grazia di Dio, diceva loro, o no? Se siete in grazia di Dio, perché non accostarvi alla santa Comunione istituita appunto perché vi manteniate in grazia? Se poi siete in istato di peccato, perché non cercate di pacificarvi con Dio per mezzo d’una buona Confessione, e andare poi alla Eucaristica Mensa, donde pigliereste forza a non più ricadere? Ma ad ogni modo, dicono ancora certi Cristiani, noi non siamo proprio degni della Comunione frequente. Or bene, costoro hanno maggior ragione? Niente affatto, perché se questa ragione valesse, non bisognerebbe comunicarsi mai, dice S. Ambrogio. Chi non è degno di comunicarsi spesso potrà forse esserlo di comunicarsi fra un anno? Voi dite d’essere indegni; ma non sapete che quanto più vi tenete lontani da Gesù Cristo tanto più divenite indegni d’appressarvi a Lui? che le vostre colpe si vanno aumentando a proporzione che v’astenete dai Sacramenti? Lasciate da parte questa pregiudizievole umiltà, La Chiesa sa benissimo, non essere voi degni di comunicarvi; e nondimeno v’invita a comunicarvi spesso, anzi spessissimo. Essa è sì persuasa, che né voi, né altri è degno della Santa Comunione, da imporre a tutti i suoi figli, a tutti i suoi ministri, e persino ai Vescovi di dire prima di comunicarsi non una sola, ma tre volte e con tutto il cuore: Domine, non sum dignus ut intres sub tectum meum: Signore, in non son degno che voi veniate nella mia casa. Pertanto quando il confessore vi ha dato il permesso di accostarvi più volte alla settimana ed anche quotidianamente alla Santa Comunione, lasciate da parte ogni scrupolo ed accostatevi con una santa libertà, e così ancor voi potrete rallegrarvi che Gesù benedetto venga non solo nella vostra città, nella vostra casa, ma anzi nel vostro cuore istesso.

2 . Entrato adunque Gesù in una casa di Cafarnao ed essendo ivi circondato da una grande moltitudine di gente, nonché da molti Scribi e Farisei, ecco che alcuni uomini gli presentarono un paralitico, giacente nel letto. L’Evangelista S. Matteo non ci dice le circostanze, che accompagnarono tale presentazione. Ma ben le sappiamo dagli Evangelisti S. Marco e S. Luca, Ed essi ci narrano come i quattro portatori di quel paralitico volevano entrare nella casa, dove era Gesù, ma non essendo loro possibile per la gran calca della gente per la scala esterna salirono sopra il tetto. Là giunti ne scopersero quanto era necessario per farvi passare il letto con l’infermo, quindi assicurato quello con delle funi lo calarono giù innanzi a Gesù. E Gesù veduta la loro fede, disse al paralitico: Figliuolo, confida: ti sono perdonati i tuoi peccati. E come mai, domanderete voi, mentre quegli uomini di buon cuore andarono a chiedere a Gesù la guarigione di quel povero paralitico, Egli volle prima di guarirlo dalla sua infermità, rimettergli i peccati? Perché, risponde S. Girolamo, il divino Maestro volle insegnarci che le malattie del corpo sono bene spesso il castigo dei peccati dell’anima. Epperò sebbene nulla ci autorizzi a dire di ogni infermità che sia il castigo d’una colpa commessa dal malato, tuttavia ben possiamo credere che in generale i peccati siano la causa dei nostri mali. Ed invero il Signore non aspetta sempre nell’altra vita a castigare chi lo offende, ma castiga molte volte anche quaggiù in modo terribile. Adamo si ribellò a Dio, e tosto gli animali, la terra, si ribellarono a lui, ed entrò nel mondo la morte con ogni sorta di mali. Al tempo del diluvio, gli uomini fecero i sordi alla voce di Noè, che minacciavali della giustizia divina, e perirono tutti. I Sodomiti non vollero dare ascolto a Dio ed una pioggia di fuoco e zolfo li sterminava. Faraone s’ostinò a non obbedire a Dio, e ben dieci piaghe, una più grave dell’altra, vennero a travagliare tutto il suo popolo. E perché non bastarono neppur queste a rattenere gli Egiziani dal disobbedire ai comandi del Signore, furono precipitati come piombo in fondo al mare. Core, Datan ed Abiron commisero un sacrilegio e la terra si aperse e li inghiottì con quanto loro apparteneva. Samuele disse a Saul: Il Signore vuole che s’obbedisca al suo cenno, perché l’obbedienza gli riesce più accetta del sacrifizio. Ora perché tu hai postergato la parola del Signore, Egli ti rigetta, affinché tu non sii più re. Così per il peccato, osserva S. Gregorio, Saul cadde e perdette la gloria e l’alta dignità, di cui era vestito, menò il restante della vita in continua agitazione e finì di mala morte. E lo stesso Davide? Glorioso per molte vittorie, trovandosi pacifico possessore del suo trono, s’invogliò di sapere il numero de’ suoi sudditi. Di questa superba curiosità si sdegnò il Signore, che gli mandò un profeta a proporgli la scelta di tre castighi: o sette anni di carestia, o tre mesi di guerra disastrosa, o tre giorni di pestilenza. Davide riconoscendo il suo mancamento, volle scegliere quel castigo dal quale potesse più difficilmente ripararsigli, vale a dire la pestilenza. La mortalità fu terribile; la strage fu di settanta mila vite, e avrebbe infierito anche più, se Davide pentito non avesse placato Iddio con orazioni e con sacrifizi, onde il flagello del tutto cessò. E quante altre volte il Signore mandò sulla  terra la peste, il colera ed altre gravi malattie epidemiche a mietere a centinaia, a migliaia le vittime! Quanti furono e sono colpiti da Dio di qualche grave infermità o di qualche altra disgrazia, propriamente perché gli hanno recata qualche offesa e menano una vita di peccato! Temiamo adunque santamente che la mano di Dio si aggravi anche su di noi. Epperciò se vogliamo sfuggire il castigo non solo nell’eternità, ma anche nella vita presente, teniamone lontana la causa.

3. Ma, tornando al Vangelo, dopoché Gesù ebbe detto al paralitico: Confida, ti son rimessi i tuoi peccati; subito alcuni degli Scribi dissero dentro di sé: Costui bestemmia: (imperciocché non volevano credere che Gesù Cristo era Dio, al quale solo si appartiene di rimettere i peccati). E avendo Gesù veduti i loro pensieri disse: perché pensate male in cuor vostro! Che è più facile, di dire: ti sono perdonati i tuoi peccati, o di dire: Sorgi e cammina? Or affinché voi sappiate che il Figliuol dell’uomo ha la podestà sopra la terra di rimettere i peccati: Sorgi, disse allora al paralitico, piglia il tuo letto e vattene a casa tua. Ed egli si rizzò, e andossene a casa sua. Così adunque Gesù Cristo, con la guarigione di questo paralitico, comprovò la sua divinità e la conseguente potestà di rimettere i peccati. Ma ora, lasciando questa ed altre riflessioni, che si potrebbero fare su di ciò, accontentiamoci di osservare come il divin Redentore dopo aver rimesso a questo paralitico i suoi peccati, nel modo con cui lo guarì dalla sua infermità corporale, gli fece intendere altresì come non avrebbe più dovuto ricadere in quella spirituale. Ed in vero il dirgli: Sorgi, piglia il tuo letto, e vattene a casa tua; secondo che nota S. Pier Crisologo, fu un dirgli: sorgendo da’ tuoi peccati, porta quello che ti portava, cioè cangia interamente condotta, mena una vita diversa da quella di prima. Ed ecco il migliore e più sicuro contrassegno della guarigione spirituale dell’anima nostra nel Sacramento della penitenza, la mutazione della vita, il cambiamento dei costumi, o almeno una notabile emendazione. Oh si! Questa è veramente la pietra di paragone per giudicare della sincerità delle nostre disposizioni. Ecco i frutti di penitenza, di cui parla Gesù Cristo nel Vangelo e che esso pretende dal peccatore convertito. Non foglie e fiori di sole parole, di promesse, di vane apparenze e dimostrazioni, ma frutti veri e solidi di fatti e di operazioni. – Si legge pure nel santo Vangelo, come Gesù Cristo dopo aver sanato quell’altro paralitico, che da 38 anni se ne stava alla Piscina, avendolo poscia incontrato nel tempio, gli diede questo gran ricordo: Ecco che sei guarito; ma bada di non peccar più, perché non ti avvenga qualche cosa di peggio. Lo stesso vale per colui che col Sacramento della penitenza non solo è guarito nell’anima, ma richiamato da morte a vita. Guai a lui se presto ritorna di nuovo ai peccati! Con ciò egli fa molto temere della sincerità di sua penitenza; e ad ogni modo ei si porrebbe con le sue ricadute in uno stato ancor più funesto di prima, andando così di male in peggio. L’albero, dice Gesù Cristo, che non dà frutti buoni, sarà tagliato e gettato al fuoco. Però se dopo la Confessione non si vede nessuna riforma di vita, nessuna emenda, nessuna premura ed attenzione per evitar i peccati, per durarla stabilmente in grazia di Dio, se invece si torna, poco più poco meno, alle solite colpe come prima, alle bestemmie, alle disonestà, alle collere, allo maldicenze, ai furti, ai nefandi pensieri, ai discorsi osceni come prima, convien dire che non vi è stata sincerità nel dolore, né fermezza nel proponimento, e che in tali confessioni non vi fu che apparenza, superficialità ed illusione. Così la intendono i santi Padri, che un dopo l’altro affermano, che chi ritorna al peccato, che prima ha detestato, non è un penitente, ma un ingannatore che si burla di Dio. Quando non si vede emenda, è segno che il pentimento non ò stato vero; così afferma S. Isidoro. E Tertulliano dice: Vana è la penitenza quando è contaminata dal peccato, che lo tien dietro. Chi mette insieme lagrime e peccati, non merita perdono. E Sant’Agostino: Niente giova il pentimento se si torna alle colpe; né vale il domandar perdono del male commesso, e poi commetterlo di nuovo. Per questo è invalsa quella sentenza fatta già comune e popolare che dice: Confessarsi e non emendarsi è la strada di dannarsi. Molti si pentono, scrive S. Alfonso Liguori, ma non si convertono. Hanno un certo rincrescimento della loro vita sconcertata, ma non si convertono davvero a Dio. Si confessano, si battono il petto, promettono di emendarsi, ma non fanno una ferma risoluzione di mutar vita. Chi fermamente risolve di mutar vita, si mette all’opera e si mantiene, almeno per un tempo notevole, in grazia di Dio. Ma quei che dopo la confessione presto ricadono, danno a vedere che si sentono pentiti, ma non convertiti, o al più pentiti e convertiti solo in parte e per metà, e quindi non a sufficienza, conservando tuttora più che mai vivo nel cuore l’attacco maledetto a qualche grave peccato, a cui si sentono più inclinati. Ora Iddio per perdonare non si contenta d’una conversione dimezzata, ma la vuole completa, con tutto il cuor nostro; giacché dice il Savio, che non riceve la misericordia di Dio chi solamente confessa i suoi peccati, ma chi li confessa e li lascia. O cari Cristiani e cari giovani, ponete adunque un grande studio per ricavare profitto dalle vostre Confessioni. Confessarsi e confessarsi sovente è cosa bellissima e santa; ma ricadere sempre negli stessi peccati e doversi sempre confessare degli stessi è cosa assai brutta e pericolosa. Proponiamo perciò di imitare tutti la condotta del paralitico del Vangelo di oggi, ed al comando che Dio ci fa, sorgiamo anche noi dalle nostre colpe, liberiamoci dall’infermità delle nostre passioni, e camminando per la via diritta del bene disponiamoci a poter entrare al fin della vita nella nostra vera casa, che è il Cielo.

Credo …

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus
Exod. XXIV: 4; 5
Sanctificávit Móyses altáre Dómino, ófferens super illud holocáusta et ímmolans víctimas: fecit sacrifícium vespertínum in odórem suavitátis Dómino Deo, in conspéctu filiórum Israël.
[Mosè edificò un altare al Signore, offrendo su di esso olocausti e immolando vittime: fece un sacrificio della sera, gradevole al Signore Iddio, alla presenza dei figli di Israele.]

Secreta

Deus, qui nos, per hujus sacrifícii veneránda commércia, uníus summæ divinitátis partícipes éfficis: præsta, quǽsumus; ut, sicut tuam cognóscimus veritátem, sic eam dignis móribus assequámur. [O Dio, che per mezzo dei venerandi scambii di questo sacrificio, ci rendi partecipi della tua sovrana e unica divinità, concedi, Te ne preghiamo, che, come conosciamo la verità, cosí la conseguiamo con degna condotta.]

Communio

Ps XCV: 8-9
Tóllite hóstias, et introíte in átria ejus: adoráte Dóminum in aula sancta ejus.
[Prendete le vittime ed entrate nel suo atrio: adorate il Signore nel suo santo tempio.]

Postcommunio

Orémus.
Grátias tibi reférimus, Dómine, sacro múnere vegetáti: tuam misericórdiam deprecántes; ut dignos nos ejus participatióne perfícias.
[Nutriti del tuo sacro dono, o Signore, Te ne rendiamo grazie, supplicando la Tua misericordia di renderci degni di raccoglierne il frutto.]

Per l’Ordinario vedi:

http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

IL CREDO

Il Credo

Credo in unum Deum, Patrem omnipoténtem, factórem cœli et terræ, visibílium ómnium et in visibílium. Et in unum Dóminum Jesum Christum, Fílium Dei unigénitum. Et ex Patre natum ante ómnia sæcula. Deum de Deo, lumen de lúmine, Deum verum de Deo vero. Génitum, non factum, consubstantiálem Patri: per quem ómnia facta sunt. Qui propter nos hómines et propter nostram salútem descéndit de coelis. Et incarnátus est de Spíritu Sancto ex María Vírgine: Et homo factus est. Crucifíxus étiam pro nobis: sub Póntio Piláto passus, et sepúltus est. Et resurréxit tértia die, secúndum Scriptúras. Et ascéndit in coelum: sedet ad déxteram Patris. Et íterum ventúrus est cum glória judicáre vivos et mórtuos: cujus regni non erit finis. Et in Spíritum Sanctum, Dóminum et vivificántem: qui ex Patre Filióque procédit. Qui cum Patre et Fílio simul adorátur et conglorificátur: qui locútus est per Prophétas. Et unam sanctam cathólicam et apostólicam Ecclésiam. Confíteor unum baptísma in remissiónem peccatórum. Et exspécto resurrectiónem mortuórum. Et vitam ventúri sæculi. Amen.

[Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili ed invisibili; e nel solo Signore, Gesù Cristo, unigenito Figliuolo di Dio; nato dal Padre prima di tutti i secoli. Dio da Dio, lume da lume, Dio vero da Dio vero. Generato, non creato, della stessa consustanziale al Padre: per cui sono state fatte tutte le cose. Il quale per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo. E s’incarnò per opera dello Spirito Santo nel seno di Maria Vergine: e si fece uomo. Fu ancora per noi crocifisso sotto Ponzio Pilato, patì e fu sepolto. E risorse il terzo giorno, secondo le Scritture; ed ascese al cielo ove siede alla destra del Padre. E di nuovo ha da  venire con gloria a giudicare i vivi e i morti: e il regno di Lui non avrà fine. E nello Spirito Santo, Signore e vivificante, che procede dal Padre e dal Figliuolo, che con il Padre e il Figliuolo si adora, insieme si glorifica e ha parlato per mezzo dei Profeti. Credo la Chiesa: Una, Santa, Cattolica e Apostolica. Confesso un solo battesimo in remissione dei peccati; ed aspetto la risurrezione dei morti. E la vita ✠ del secolo avvenire. Amen.]

LO SCUDO DELLA FEDE (81)

LO SCUDO DELLA FEDE (81)

[S. Franco: ERRORI DEL PROTESTANTISMO, Tip. Delle Murate, FIRENZE, 1858]

PARTE TERZA.

CONSEGUENZE DEL PERDERE LA S. FEDE E MODI DI PREVENIRLE

CAPITOLO IV.

PECCATO ORRENDO CHE È L’ABBANDONARE LA S. CHIESA CATTOLICA.

Domanderete voi forse: ma si perde poi proprio il s. Paradiso per tutta l’eternità, lasciando la Religione Cattolica e facendosi Protestanti? Miei cari, che dubbio vi è? Quelli che sono nati sventuratamente in mezzo dei Protestanti e che senza loro colpa sono privi della verità, che non hanno neppure avuto seri dubbi intorno alla loro Religione, se facciano con semplicità quello che possono e si astengano dai peccati, oppure ne chiedano seriamente perdono a Dio con buoni atti di contrizione, possono ritrovare la via della salute (si veda a proposito il libro del redenterista Rev. M. Mueller: “Fuori dalla Chiesa Cattolica nessuno assolutamente si salva”): ma quelli che avendo ricevuta la grazia preziosissima della Fede Cattolica,  l’hanno poi sacrilegamente abbandonata, per quelli se non ritornano a Dio non vi è altro che la dannazione. E se voi ne dubitaste per ventura sentitene le ragioni. Chi abbandona la S. Fede, commette il più orrendo peccato che si possa commettere da un Cristiano: ma siccome questo peccato è come un vasto mare che contiene mille malvagità, fate di conoscerlo un poco più al minuto. – Contiene la più nera ingratitudine che si possa immaginare verso il Signore. Imperocché, che merito avevamo noi per essere eletti a nascere nella S. Chiesa Cattolica, piuttosto che altrove? Se Dio ci faceva nascere tra’ Giudei, tra’ Mussulmani, tra’ Gentili idolatri, noi avremmo passata una vita tutta di guai e disordini e poi incontrata una morte da bestie e finalmente incorsa un’eternità disperata dentro l’inferno. Che merito avevamo noi ad essere stati invece enumerati tra i figliuoli di Dio nel S. Battesimo e poi con tanta grazia riconfortati e messi sulla strada della salute, giacché perfino i Protestanti lo confessano che noi siamo sulla via del Paradiso? Che merito avevamo noi per un’elezione così amorevole? Fu tutta pura misericordia che il Signore con singolare predilezione volle usare verso di noi. Quale ingratitudine adunque può concepirsi più nera che quella di abbandonare la S. Fede concessaci così pietosamente, rinunziare alla S. Madre Chiesa e gettarci in braccio alla setta Protestante? Contiene un insulto gravissimo a Gesù Cristo; poiché i Cattolici ne godono tutte le tenerezze. Quei che son nati Protestanti e senza loro colpa si trovano fra di loro, non conoscono la verità, possono ancora in qualche modo amare Gesù Cristo, ma il Cattolico Apostata rinunzia totalmente a Gesù e non può più amarlo. Egli sa per Fede che la Chiesa Cattolica è la Sposa di Gesù, e perciò, calpestando la Sposa sa che non può non inimicarsi lo Sposo. Contiene un insulto gravissimo alla S. Chiesa. Il Cattolico sa che Gesù ha collocato nella sua Chiesa tutti i beni spirituali dei suoi fedeli, perché ha voluto che la Chiesa fosse nostra Madre e nostra Maestra. Ora chi si fa Protestante rinunzia a tutte le tenerezze di questa sua Madre, a tutte le sante istruzioni di questa Maestra e la contrista altamente e la disonora in faccia dei suoi nemici. – Se io avessi davanti a me un Cattolico infelice che volesse fare questo passo orribile, sapete che cosa vorrei fare? Quel che fece Agrippina col suo figliuolo Nerone Imperatore. Questi era solito giuocare delle somme immense, che poi perdeva e faceva pagare senza neppur vedere. Per ammaestrarlo, un giorno la madre gli fece trovare la somma che aveva perduta sopra una tavola e gliela fece contare. Allora si avvide quello scialacquatore nel maneggiar tutto quel danaro, che immensa somma fosse quella che aveva perduta. Io vorrei fare lo stesso con quell’infelice che vuole gettare la Fede. Orsù. gli vorrei dire, orsù ti vuoi fare Protestante? Prendi adunque la penna in mano e scrivi tutto quello a cui vuoi rinunziare. Hai da rinunziare a quella Fede che ti è stata infusa nel S. Battesimo, a quella che ti diede allora Gesù rivestendoti dell’abito dell’innocenza. Scrivi: Rinunzio. Rinunzia al Sacramento della Penitenza. Mai più non verserai il tuo cuore in quello del Sacerdote tuo padre, mai più non sentirai quella parola pronunziata in nome di Gesù: va’, sei perdonato. Rinunzia al cibarti mai più delle carni dell’Agnello Immacolato sì in vita che in morte. Il Pastor Divino mai non ti pascerà più di se stesso, il tuo cuore non palpiterà mai più sul cuore di Gesù. Scrivi: Rinunzio. – Rinunzia alla protezione della tua Madre Maria, che hai amata ed invocata fin dalle fasce. Sei stato nella sua protezione finora, rinunzia adesso ad esserle figliuolo e dille che non t’importa più di averla Madre. Scrivi, scrivi pure senza che ti tremi la mano, che tu rinunzi a Maria, che mai più non la invocherai. Rinunzia ai Santi tuoi patroni, al Santo di cui porti il nome, al Santo protettore di tua famiglia, al patrono del tuo paese, all’Angelo tuo Custode, e di’ loro che non li invocherai mai più, che non ti curi di loro protezione e non ne hai bisogno. Scrivi: Rinunzio. Rinunzia anche ai tuoi parenti, poiché non vuoi più avere con loro comune la S. Fede. Il Dio loro non sarà più il tuo Dio. Il tuo culto non sarà più il culto loro. Tu ti befferai di quello che essi onorano, mentre essi esecreranno te per la nuova Religione. Rinunzia a tutte le dolcezze degli affetti domestici, poiché questi non possono aver luogo tra quelli che non hanno da stare insieme in eterno. Scrivi: Rinunzio. Rinunzia a tutti gli aiuti che potevi sperare al punto della tua morte. Rinunzia all’Estrema Unzione, perché ai Protestanti non si conferisce: rinunzia alla benedizione del S. Rosario, della buona morte, del Carmine, perché i Protestanti non le curano. – Rinunzia a tutti i suffragi che la S. Chiesa presta ai defunti, perché i Protestanti non li credono. Rinunzia ad essere sepolto presso la Chiesa all’ombra della Croce accanto al tuo Padre, alla tua Madre, ai tuoi fratelli, alle tue sorelle, perché i Protestanti si gettano alla campagna, e non in terra benedetta. Come? tu tremi a fare tante rinunzie? Ah ti resta ben altro a rinunziare! Rinunzia pure animosamente a Dio Padre, perché sentenza universale della Chiesa è che non ha Dio per Padre chi non ha per Madre la Chiesa che tu rigetti: epperò Dio non sarà più tuo Padre; sarai sua creatura, sarai suo servo, ma figliuolo mai più. Rinunzia a Gesù suo divino Figliuolo, perché Gesù Capo della Chiesa Cattolica non riconosce nessuno per suo membro, che non appartenga a Lei, e tu allontanandoti dalla Chiesa dai per sempre un addio anche a Lui. Rinunzia allo Spirito Santo, il quale ti ha santificato un tempo, ma che ora contristato e rigettato da te, non vuole più saperne nulla, perché Egli non ha che fare con chi non è servo di Gesù. – Rinunzia dunque alla SS. Trinità, poiché molti dei Protestanti non ci credono, e con la credenza della Trinità rigetta anche pure l’Incarnazione, perché senza di essa non è possibile. Rigettati dunque tutti i misteri, abiurate tutte le verità, che sinora hai credute, ecco quello che abbraccerai. Starai a sentire tutte le contradizioni che i tuoi sozzi maestri ti vorranno insegnare, e tutte quelle accetterai come prettissima verità. Cambierai le tue credenze ogni ventiquattro ore, poiché niuna setta di Protestanti ha mai durato costante nelle medesime dottrine. Invece dell’augusta Dottrina Cattolica, invece del Romano Pontefice, dei Vescovi sparsi per tutto l’Orbe, obbedirai ad un sarto, ad un maestro da muro, ad un barbiere, alla tua propria opinione, ed in cambio di duecento milioni di Cattolici, avrai per fratelli un pugno di eretici, che si divorano gli uni gli altri sempre cercando e mai non arrivando la verità. – Per sostenere la tua fede non sarà più il magistero intelligente dei sacri Pastori sotto la scorta dei Vescovi, in comunione con la Cattedra di Pietro, che mai non è caduta, e mai non cadrà in errore; ma tutta tua sicurezza sarà una Bibbia corrotta che non intendi e che non puoi intendere, che ti hanno posto in mano uomini che non conosci e che non hanno altra autorità che quella che si sono arrogata da sè, e tu interpreterai questa Bibbia secondo ogni tuo capriccio che pazzamente chiamerai ispirazione dello Spirito Santo. Conforto di tua speranza non saranno le promesse che Gesù ha fatte alla sua Chiesa, perché il Protestante la crede caduta in errore; non saranno le buone opere, perché il Protestante non le crede di merito; non saranno gli aiuti divini, perché il più dei Protestanti con Calvino crede che Dio ha determinato senza riguardo o la salvezza o la dannazione di ciascuno di noi. Tuo conforto sarà la voce di un uomo sacrilego che ti assicura sulla sua parola che con la Fede sola ti salverai. La carità non avrai bisogno di alimentarla, perché non albergherà più nel tuo cuore. All’amor di Gesù sostituirai invece un po’di umanitarismo; alle caste e pure sue fiamme un sentimento freddo di probità. – É vero che sarai condannato in ciò dalla tua stessa ragione che ti rappresenterà mille volte le contradizioni a cui sei in preda, che sarai condannato dal buon senso naturale che ti rinfaccerà l’assurdo che hai commesso nel fidarti del tuo giudizio, piuttostochè di quello di tutta la Cattolica Chiesa; è vero che sarai condannato da duecento milioni di Cattolici diffusi per tutto l’orbe e da cento generazioni passate, nelle quali il fior dell’ingegno e della virtù si tenne stretto a quella Fede che tu vuoi abbandonare; è vero che sarai straziato dalla tua stessa coscienza, la quale ti rappresenterà sempre l’eccesso per cui osasti staccarti dal tuo Dio e dal seno di tua madre la Chiesa; è vero che ti prepari ad incontrare una morte tutta di rimorsi, di laceramenti, di disperazione: ma ne avrai per largo compenso di esser vissuto qualche anno senza la noia della Chiesa, dei Sacramenti, dei digiuni, delle astinenze, del culto Cattolico, in preda alle tue passioni ed ai tuoi capricci. Se questo compenso ti basta. se questo partito ti arride, e tu prendilo e gettati pure nelle braccia dei Protestanti, e rinunzia animosamente alla Fede che ti fu infusa con l’innocenza, alla Fede che ti consolò nella tua infanzia, alla Fede che asciugò pietosa le ultime lacrime di tuo padre e di tua madre, e fatti pur Protestante, cioè di niuna Religione; perché quelli che dal seno della Cattolica Chiesa passano ad essere Protestanti più non ne praticano veruna. La Chiesa tua Madre piangerà sulla tua rovina a lacrime di sangue, ma il suo Sposo le rasciugherà le lacrime concedendo il luogo da cui sei prevaricato ad un povero selvaggio dell’Oceania o dell’America o di qualche isola perduta in mezzo al mare, e tu farai il tuo corso e compirai la tua dannazione. Che se invece ti senti inorridire alla proposta che ti ho fatta, se l’amore di Gesù Cristo tuo Padre, se la divozione a Maria tua Madre, se la riverenza ai tuoi maggiori e parenti, se le lacrime di S. Chiesa, se il pensiero della tua salvezza, se il timor d’una infelice eternità possono qualche cosa presso di te, e tu allora levati sopra te stesso, e svincolati dai maestri d’iniquità che t’intorniano e di’ una volta che sei nato Cattolico, che vuoi morire Cattolico, e che prima ti strapperanno mille volte il cuore dal petto, che dal cuore la S. Fede.

SALMI BIBLICI: “DEUS NOSTER REFUGIUM ET VIRTUS” (XLV)

SALMO 45: DEUS NOSTER REFUGIUM ET VIRTUS

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOME PREMIER.

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 45

In finem, filiis Core, pro arcanis. Psalmus.

[1] Deus noster refugium et virtus; adjutor in tribulationibus quæ invenerunt nos nimis.

[2] Propterea non timebimus dum turbabitur terra, et transferentur montes in cor maris.

[3] Sonuerunt, et turbatae sunt aquae eorum; conturbati sunt montes in fortitudine ejus.

[4] Fluminis impetus laetificat civitatem Dei: sanctificavit tabernaculum suum Altissimus.

[5] Deus in medio ejus, non commovebitur; adjuvabit eam Deus mane diluculo.

[6] Conturbatae sunt gentes, et inclinata sunt regna: dedit vocem suam, mota est terra.

[7] Dominus virtutum nobiscum; susceptor noster Deus Jacob.

[8] Venite, et videte opera Domini, quae posuit prodigia super terram,

[9] auferens bella usque ad finem terrae. Arcum conteret, et confringet arma, et scuta comburet igni.

[10] Vacate, et videte quoniam ego sum Deus; exaltabor in gentibus, et exaltabor in terra.

[11] Dominus virtutum nobiscum; susceptor noster Deus Jacob.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO XLV

Predizione della liberazione della Chiesa dalle persecuzioni degli infedeli. Il titolo è: per gli arcani, cioè per cose future e nascoste al profeta, e che egli non poté conoscere che per divina rivelazione.

Per la fine; ai figliuoli di Core; per gli arcani.

1. Il nostro Dio, rifugio e fortezza nostra; aiuto nelle tribolazioni, le quali ci hanno pur troppo assaliti.

2. Per questo non ci sbigottiremo, quando sia scommossa la terra e i monti sieno trasportati nel mezzo del mare.

3. Le sue acque sono state agitate con gran rumore; della possanza di esso (mare) tremarono i monti.

4. La città di Dio è rallegrata dall’impeto della fiumana; l’Altissimo ha santificato il suo tabernacolo.

5. Il Signore sta nel mezzo di lei, ella non sarà scossa; la soccorrerà il Signore fin dalla punta del dì. (1)

6. Furon conturbate le genti, e vacillarono i regni; egli fe’ udir la sua voce, e la terra fu smossa.

7. Con noi il Signor degli eserciti, nostro rifugio il Dio di Giacobbe.

8. Venite, e osservate le opere del Signore, e i prodigi da lui fatti sopra la terra; egli che toglie le guerre sino a tutte l’estremità della terra.

9. Egli romperà l’arco, e spezzerà le armi, e darà gli scudi alle fiamme.

10. State tranquilli, e riconoscete che io sarò Dio; sarò esaltato tra le nazioni, e sarò esaltato sopra la terra.

11. Il Signore degli eserciti è con noi; nostro asilo il Dio di Giacobbe.

(1) Mentre Sennacherib devasta come un torrente furioso i paesi degli adoratori dei falsi dei, le correnti di un fiume benedetto (quello della bontà di Dio) raggiungono la città di Dio (Gerusalemme) e i santi tabernacoli dell’Altissimo (Le Hir.).

Sommario analitico

Il salmista canta la protezione che Dio ha accordato altre volte a Gerusalemme, senza che se ne possa precisare la circostanza, benché l’opinione più verosimile sia che questo salmo sia stato scritto dopo la disfatta di Sennacherib, sotto il re Ezechia. Gerusalemme è qui la figura della Chiesa e dell’anima fedele che Dio non cessa di assistere. Il salmista descrive dunque la sicurezza e la beatitudine della Chiesa e dei Santi, dopo la punizione dei loro persecutori, felicità che egli fa consistere:

I – Nell’assenza dei mali:

1° Dio, in mezzo alle tribolazioni, è il loro rifugio, la loro forza. Il loro soccorso (1); 2° essi sono senza paura, allorché gli uomini della terra sono agitati, gli orgogliosi, figurati dalle montagne sono umiliati, votati a tutte le violenze dei flutti e delle tempeste (2, 3).

II – Nell’abbondanza di tutti i beni, Dio accorderà loro:

.- 1° una vera affluenza dei doni celesti; – 2° una gioia vera e pura ed una concordia perfetta; – 3° una santità assoluta (4); – 4° la presenza di Dio stesso; – 5° una sicurezza imperturbabile; – 6° il soccorso continuo di Dio (5); – 7° il trionfo su tutti i loro nemici (6); – 8° l’amore di Dio per essi (9); – 9° una pace mirabile e costante (8, 9).

III. – Il Profeta, parlando in nome di Dio, conclude invitando tutti gli uomini e tutti i popoli della terra a considerare i prodigi che Egli ha operato sulla terra in favore dei suoi servi, che rispondano proclamando che il Signore delle virtù è con essi, che il Dio di Giacobbe è il loro difensore (10, 11).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-3.

ff. 1. – Tutti i mezzi umani di difesa non sono che una tela di ragno, un’ombra vana. Volete avere contro i vostri nemici una forza invincibile, un rifugio inaccessibile, una fortezza inespugnabile, una torre che nulla possa rovinare? Scegliete Dio per vostro rifugio, e rivestitevi della sua forza divina. Davide dice con ragione: « Dio è nostro rifugio e nostra forza, sia che con la fuga noi trionfiamo dei nostri nemici, sia che sosteniamo contro di essi tutto lo sforzo del combattimento, esempi che ci danno san Paolo e Nostro Signore Gesù-Cristo stesso » (S. Chrys.). – « Dio è nostro rifugio e nostra forza ». Dio è la forza di colui che può dire: « … io posso tutto in Colui che mi fortifica » (Filipp. IV, 13). Ci sono molti che dicono con la bocca « Dio è nostro rifugio e nostra forza »; ma sono pochi coloro che lo dicono con profondità di cuore. Sono pochi in effetti quelli che non sono in ammirazione davanti alla potenza dell’uomo e che dipendono interamente da Dio, non avendo altra aspirazione che per Lui, e pongono in Lui solo la loro speranza e la loro fiducia (S. Basilio). – Ci sono dei rifugi in cui non si trova forza, ad esempio un grande del mondo, per diventarne un amico potente. C’è comunque una tale incertezza nelle cose umane, e le cadute dei potenti sono ogni giorno così numerose, che una volta arrivati in questo rifugio, si trovano solo nuovi motivi di paure. Fino ad allora voi non temevate che i vostri pericoli, ma presso un tale protettore, voi avete pure da temere da parte sua. Il rifugio che ci viene offerto, non è simile a quello; ma il nostro rifugio è nello stesso tempo la nostra forza. Quando vi saremo rifugiati, saremo rafforzati (S. Agost.). – « Il nostro potente difensore nelle grandi tribolazioni che ci circondano da ogni parte ». Dio non preserva sempre dagli assalti della tribolazione; ma quando essa ci assale, ci ispira coraggio all’altezza della prova. Questo non è un appoggio ordinario che Dio ci dà, Egli ci dà man forte e ci prodiga il soccorso e la consolazione nella misura ben superiore a quella dei nostri dolori (S. Chrys.). – Le tribolazioni sono numerose, esse ci cercano, ci trovano, ed in ogni tribolazione è in Dio che bisogna trovare rifugio. Che l’afflizione ci colpisca nei beni temporali o nella salute del corpo, con i pericoli per i nostri più cari o con la privazione di qualche oggetto necessario al sostegno della vita, il Cristiano non deve assolutamente cercare rifugio se non nel Salvatore e suo Dio, e quando avrà trovato questo rifugio, egli è forte. Egli non sarà forte per se stesso, la sua forza non sarà la sua; ma questa sarà la sua forza, che sarà divenuta il suo rifugio. Comunque tra tutte le tribolazioni dell’animo umano, nessuna è maggiore di quella che proviene dalla coscienza dei peccati commessi. In effetti, se non ci sono ferite in questo foro interiore dell’uomo che si chiama la coscienza, se tutto è sano, l’uomo potrà rifugiarvisi, da qualunque parte arrivi l’afflizione: egli vi troverà Dio. Ma se, a causa della moltitudine dei suoi peccati, non c’è riposo per lui, perché Dio non c’è, cosa farà? Dove si rifugerà quando l’afflizione comincerà a colpirlo? Ecco che proprio nel luogo ove si era rifugiato, ha incontrato il suo nemico, e allora … dove fuggirà? Ovunque egli fugga, si trascinerà, e dovunque si trascinerà è egli stesso il boia che lo tortura. Ecco le tribolazioni che schiacciano l’uomo oltre misura; non ce n’è di più crudeli, perché le afflizioni sono tanto meno amare quanto sono meno interiori. Tuttavia nelle nostre afflizioni, il Signore viene sempre in nostro aiuto, rimettendoci i nostri peccati (S. Agost.). – Il mondo si dichiara contro di voi per il vostro infortunio, il cielo vi è chiuso per i vostri peccati, così, non trovando alcuna consistenza, quale miseria sarà simile alla vostra? Che se il vostro cuore è retto con Dio, là sarà il vostro asilo ed il vostro rifugio, là avrete Dio in mezzo a voi, perché Dio non lascia mai un uomo di bene, dice il Salmista (S. Agost.).

ff. 2-3. – Vedete fin dove si estendono gli sforzi del soccorso divino. Non soltanto – dice il Profeta – le calamità non ci raggiungeranno e non ci faranno soccombere, ma non proveremo neppure un’impressione di paura e di sbigottimento, connaturale a tutti gli uomini. Quand’anche fossimo testimoni di un generale sconvolgimento, di una perturbazione naturale, quando vedremo degli avvenimenti senza precedenti, le creature si distruggeranno l’una con l’altra, la natura debordante i suoi limiti, la terra rimossa fin dalle fondamenta, gli elementi confusi, le montagne che abbandonano la terra ove hanno le loro fondamenta, trasportate nel seno del mare, in questo spaventoso rivolgimento di tutte le cose, non solo non saremo abbattuti, ma resteremo imperturbabili davanti alla paura. E la ragione è che il Signore è il padrone di tutte queste creature e nostro appoggio, ci presta man forte e si costituisce nostro difensore (S. Chrys. e S. Basil.). – « Le acque si rimescolano e gorgogliano, le montagne sono state ribaltate dalla sua potenza ». Dopo aver dichiarato che essi non avranno paura, anche quando tutti gli elementi saranno sconvolti davanti ai loro occhi, il Re-Profeta proclama la potenza di Dio, alla quale nulla resiste … Dio rintona – egli dice – sconvolge, trasporta come vuole tutte le cose create, tanto è vero che tutto si scioglie e piega sotto la sua mano quando lo comanda … la sua potenza è così grande che al solo suono della sua voce, ad un solo segnale della sua volontà, tutto obbedisce (S. Chrys.). – Queste acque che fanno gran fragore non sono né sane né salutari, esse sono turbolente e non possono servire da bevanda; migliori sono quelle che scorrono e passano, come è scritto (Ps. CIV, 11): « Le acque scorrono attraverso le montagne, disseteranno le bestie selvagge, estinguono la sete dell’onagro ». (S. Ambr.). – Nello stesso tempo, queste montagne sono la figura di coloro che si inorgogliscono della loro grandezza, ignorano la forza di Dio e si levano contro la Sapienza divina, ma che sono in seguito vinti e sconvolti da coloro che annunziano la parola di Dio con forza e saggezza e, convinti della loro debolezza, temono il Signore e si sottomettono alla sua potenza (S. Basil.).

II — 4-9.

ff. 4. – Questo fiume rappresenta l’abbondanza inesauribile dei doni che il cielo ha versato su di noi con abbondanza. Questi beni sono colati su di noi come una sorgente inesauribile. Simile ad un fiume che si divide in numerosi bracci per irrigare i centri che attraversa, la Provvidenza di Dio spande i suoi benefici da ogni parte, li versa con abbondanza e spesso con impetuosità, e riempie tutto dei suoi doni (S. Chrys.). – Mentre le montagne sono sconvolte, mentre il mare è in furore, Dio resta nella sua città, con i movimenti impetuosi del fiume? È questa l’inondazione dello Spirito-Santo, di cui il Signore diceva: « … Colui che ha sete venga e beva; fiumi di acqua viva coleranno dal seno di colui che crede in me. Ora, Gesù diceva questo dello Spirito che dovevano ricevere coloro che avrebbero creduto in Lui » (Giov. VII, 37, 39). Questi fiumi scorrono dunque dal seno di Paolo, di Pietro, di Giovanni, degli altri Apostoli e degli altri fedeli evangelisti. Ora tutti questi fiumi derivano da un unico fiume « … le numerose correnti del fiume rallegrano la città di Dio » (S. Agost.). – Nel linguaggio ordinario delle sacre Scritture, la nostra anima è comparata ad una città! Ebbene! La città più opulenta, la più magnifica, come la campagna più elegante, offre un aspetto triste e disincantato, se dell’acqua limpida e zampillante non viene ad animarla e a vivificarla. – La grazia divina, è l’acqua che purifica, l’acqua che disseta, l’acqua che feconda, l’acqua che rallegra la città interiore dello spirito. Quando la sorgente della grazia si ferma per un’anima, quando i canali che la distribuiscono si ostruiscono, si corrompono, in quest’anima c’è sporcizia, sete, sterilità e malessere profondo, come nelle strade di una città nella quale l’acqua non circoli più o le cui fontane si intasino (Mgr. Pie, Discours Tom. III, 9). – L’azione dell’anima cristiana sarà tanto più ferma quanto più sarà tranquilla; non certo come questi torrenti che ribollono, che schiumano, che precipitano e si perdono, ma come questi fiumi benedetti che scorrono tranquillamente e sempre. Tale è il fiume che raggiunge la città di Dio: « … c’è una impetuosità, una forza, un movimento fermo e durevole, ma nello stesso tempo dolce e tranquillo; l’anima si riempie di una celeste vivacità che non sarà di se stessa, ma di Dio. » (Bossuet, Méd. Sur l’Ev. II, pag. 17).

ff. 5. – Che il mare sia furioso, che le montagne siano sconvolte … « Dio è in mezzo ad essa ed essa non sarà sconvolta ». Cosa vuol dire in mezzo ad essa? Che Dio forse sia circoscritto in un distretto, che ciò che lo circonda sia ampio mentre Egli stesso è rinchiuso da ciò che lo circonda? No, certo, Dio non è contenuto in nessun luogo, Egli, la cui dimora è nella coscienza dei giusti, abita in tal modo nei cuori degli uomini, che se un uomo si stacca da Lui e cade, Dio resta in se stesso, e non è come un essere che cada e non trovi più come arrestarsi. Se Egli si ritira da voi, voi cadrete, se voi vi ritirate da Lui, Egli non cadrà. Cosa vuol dunque dire: « … Dio è in mezzo ad essa »? Questo significa che Dio sia ugualmente giusto per tutti e non faccia eccezione di persone. Siccome, in effetti ciò che è al centro si trova alla stessa distanza da tutte le estremità, così si può dire che Dio sia nel mezzo e che vegli ugualmente su tutti (S. Agost.). – « Dio la proteggerà al levarsi dell’aurora ». È un soccorso che non soffre né lentezza né ritardi, che è sempre pieno di forza e di vigore, e che viene sempre nel tempo favorevole (S. Chrys.). È scritto della città santa, che è la figura dell’anima fedele: « Dio non sarà sconvolto in mezzo ad essa »; che la tempesta venga, cioè le passioni, le afflizioni, la perdita dei beni temporali, « … Dio in mezzo all’anima non sarà sconvolto », né di conseguenza il fondo dove Egli è. Perché il salmista prosegue: Dio ti aiuterà dal mattino; Dio la provvederà delle sue grazie, ed è là la sua pace, dal momento che sia desiderosa di raccogliersi in se stessa; perché è là che trova Dio, che è sua forza. Se essa si dissipa, se si accorcia, Dio sarà sconvolto in mezzo ad essa, non in Se stesso, ma in mezzo ad essa. Cominciate ad ascoltare il mondo, Dio si sconvolge in mezzo a voi, è pronto a lasciarvi; commettete poi il peccato, … Egli vi lascia. Restate dunque uniti a voi stesso e a Dio che è in voi, e non sarà sconvolto in mezzo a voi; per questo, voi vivrete in pace (Bossuet, Medit. XCVI J.).

ff. 6. – Non sono dei nemici ordinari che assalgono questa città, sono dei re, delle intere nazioni e non solo essa non patisce alcun danno, ma ha trionfato dei suoi nemici: « Dio ha fatto rimbombare la sua voce e la terra è sconvolta ». Non sono solo le città, i popoli, le nazioni, ma la terra tutta intera che il suono della sua voce sconvolge e abbatte (S. Chrys.). – Potente è la voce di Dio che ha sconvolto la terra, sovvertito i reami e distrutto l’idolatria. Questa stessa voce si fa ascoltare, tutti i giorni, nel fondo dei nostri cuori, per distruggervi tutto ciò che c’è di carnale e di terrestre, e sostituirvi con un santo rivolgimento, la verità all’errore, la purezza alla mollezza e la pietà all’iniquità (Duguet).

ff. 7. – Il salmista vede in anticipo il Dio incarnato, egli vede l’Emmanuele generato da una Vergine santa, e si rallegra: « Il Signore degli eserciti è con noi », mostrando che Egli è Colui che è apparso ai Patriarchi e ai Profeti. « Il Dio di Giacobbe è il nostro difensore », cioè non c’è altro Dio se non quello annunziato dai Profeti, il Dio che diceva al suo servo: « Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe ». (S. Basil.). – Questo non è un uomo qualunque; non è una potenza tale da poter immaginare; non è infine un Angelo, né alcune creatura, terrestre o celeste; è il Signore degli eserciti che è con noi; è il Dio di Giacobbe che è il nostro difensore … o grazia inestimabile! « … Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi? » (Rom. VIII, 31) – (S. Agost.). Cosa potrebbe temere colui che sarà circondato da una potenza armata, tutta ai suoi ordini? Cosa può dunque temere colui con il quale è il Dio degli eserciti?

ff. 8, 9. – Il salmista invita coloro che sono lontani dalla parola di verità ad avvicinarsi ad essa, con una conoscenza più profonda, dicendo loro: « venite e vedete ». Così come per gli oggetti corporali, una troppo grande distanza indebolisce ed oscura l’aspetto delle cose che si presentano al nostro sguardo, e che al contrario, avvicinandoci a questi stessi oggetti, ne abbiamo una visione più netta, allo stesso modo nell’esercizio della contemplazione, colui che non si unisce a Dio con la pratica della virtù, non può contemplare le sue opere con gli occhi purificati dello spirito. Cominciate dunque con il venire, avvicinatevi prima e poi considerate le opere di Dio, prodigiose ed ammirabili (S. Basil.). – … Venite e vedete, perché se non venite, non vedete; se non vedete, non credete, se non credete vi tenete lontano; ma se voi credete, venite, se credete vedete (S. Agost.). – Il Re-Profeta descrivendo i trionfi e le vittorie che Dio ha riportato sui suoi nemici, li chiama « dei prodigi ». In effetti, questi grandi avvenimenti non si succedono secondo le leggi di natura; essi non avvenivano per le armi, né per la forza esteriore si decideva la vittoria, bensì per la sola volontà di Dio, mostrando così, con i risultati della guerra, che era Lui che conduceva il suo popolo al combattimento. La potenza era vinta dalla debolezza, delle armate innumerevoli da un piccolo numero di uomini, i re da coloro che essi tenevano sotto il giogo; gli avvenimenti si svolgevano oltre ogni speranza. È dunque a ragione che il Re-Profeta li chiama dei prodigi, perché essi andavano contro ogni previsione e si estendevano fino all’estremità della terra (S. Chrys.). « Egli distrugge le guerre fino alle estremità del mondo ». Noi non vediamo che questa predizione si sia ancora compiuta: ci sono ancora guerre tra i popoli per il dominio; tra le sette, tra i giudei, tra i pagani, tra i Cristiani, tra gli eretici, ci sono guerre. Queste guerre si moltiplicano: gli uni combattono per la verità, gli altri combattono per la menzogna. Questa profezia non è dunque compiuta, ma si compirà. Ed anche, al presente, è compiuta in alcuni uomini; essa è compiuta nel frumento; nella zizzania non è ancora compiuta … Il Profeta parla qui delle guerre con le quali ci si ribella a Dio. Ora, chi attacca Dio? L’empietà. E cosa può l’empietà contro Dio? Nulla! Cosa si può fare ad una roccia, contro la quale si infrange un vaso d’argilla lanciato con qualsiasi forza? Essa si infrange contro la roccia tanto più fortemente quanto più violentemente si scaglia. L’iniquità sostiene i combattimenti contro Dio, e i vasi di argilla si frantumano quando, lanciati da una vana presunzione, gli uomini pretendono di abusare della loro forza. Un arco, delle armi, degli scudi, del fuoco! L’arco rappresenta l’insidia, le armi un attacco a campo aperto, lo scudo una vana e presuntuosa difesa. Il fuoco che deve consumare queste armi, è quello del quale il Signore ha detto: « … Io sono venuto a portare il fuoco sulla terra » (Luc. VII, 49). Sotto l’azione divorante di questo fuoco, alcun arma dell’empietà resisterà; esse saranno tutte inevitabilmente distrutte, ridotte in polvere, consumate dalle fiamme (S. Agost.).

III. — 10, 11.

ff. 10, 11. – « Fermatevi ». Perché? « … e vedete che Io sono Dio »; vale a dire, voi non siete Dio, sono Io che lo sono; Io vi ho creato. Io vi ho creato di nuovo, Io vi ho formato, Io vi formo nuovamente; Io vi ho fatto, Io vi rifaccio. Se voi non vi siete fatti, come potete rifarvi? È ciò che non vede lo spirito umano, sedizioso ed ardente alla contraddizione, ed è a questo spirito che viene detto: … riposatevi, cioè distogliete il vostro pensiero da ogni contraddizione. Guardatevi dal gettarvi nelle discussioni e di armarvi, in qualche modo, contro Dio; riposatevi, e vedrete che Io sono Dio (S. Agost.). – Restate fermi, affinché le vostre anime siano libere da ogni occupazione, le passioni tumultuose del secolo non vengano a spandere una nuvola sull’occhio interiore dell’anima. Liberatevi da ogni errore, liberatevi da ogni agitazione interiore, liberatevi da ogni peccato perché « ogni uomo che pecca, non ha visto Dio e non Lo conosce » (Giov. III, 6). Applicatevi interamente allo studio della conoscenza di Dio, affrancatevi da ogni occupazione terrena. (S. Ambr.). In effetti, quando siamo preoccupati da cose estranee a Dio, noi non possiamo sperare di conoscerlo. Come potrebbe, colui il cui spirito è pieno delle sollecitudini del secolo, che si immerge nelle voluttà della carne, rendersi attento alle parole di Dio ed essere capace di penetrare in queste grandi verità che esigono l’applicazione intera della nostra intelligenza? Non vedete che la parola che cade tra le spine è immediatamente soffocata? (Matth. XIII, 7, 22). Ma queste spine sono le voluttà della carne, le ricchezze, la Gloria e tutte le sollecitudini di questa vita. Come potrebbe la conoscenza di Dio entrare in un’anima oppressa dal peso delle angustie, delle distrazioni che la preoccupano (S. Basil.). L’Essere sovrano non può operare nulla se non in vista di Se stesso e della sua gloria, e, come Dio, vuole essere esaltato, non solo nel segreto delle anime, ma nella vita pubblica delle nazioni; Egli intende essere glorificato, non solo in cielo, ma sulla terra e nelle istituzioni terrene (Mgr. Pie, T. VII).

FESTA DELLA MATERNITA’ DI MARIA, MADRE DI DIO (2019)

Maria Madre di Dio

[G. Perardi: LA VERGINE MADRE DI DIO; libr. Del Sacro Cuore, Torino, 1908]

Disc. XXVI.

ESORDIO:

Il mistero della SS. Trinità manifestato e unito colla divina Maternità. —

I . MARIA VERAMENTE MADRE di Dio:

1. De qua natus est Jesus. Et Verbum caro factum est. — 2. Le parole dell’Angelo. — 3. Leparole di santa Elisabetta. — 4. Maria è madre di Gesù, più che non sia di noi la madre nostra. — 5. Obiezione. – 6. Nestorio. Le definizioni.

— II. GRANDEZZE DELLA MATERNITÀ DIVINA:

1. Pensieri : elevazione: il frutto. I Padri. — 2. . Con Dio produce Gesù. — 3. Comanda a Gesù — 4. È glorificata da Gesù, ; 5. e da tutta la Trinità. –

III. MISSIONE DI MARIA MADRE DI DIO Corredentrice con Gesù:

1. Unita a Gesù nelle profezie e figure; 2, nell’Incarnazione, nell’offerte e nell’immacolazione: 3, nella rigenerazione.

— IV. POTENZA DI MARIA MADRE DI DIO:

1. La potenza misurata dalla grandezza; 2., dalla missione.

— V. CONCLUSIONE: La vera devozione: onorare, imitare, amare, invocare Maria.

Il mistero più profondo che la Chiesa presenta alla nostra fede, è senz’alcun dubbio il mistero augusto e santo della divina Trinità nel cui nome siamo entrati a partecipar della fede cristiana rinascendo alla vita della grazia dopo di essere nati alla vita temporale, quando cioè si eseguì in nostro favore il precetto dato da Gesù agli apostoli : Battezzate nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo (S. MATTEO XXVIII, 19), nel nome cioè delle tre divine Persone realmente distinte, che sono un solo Dio. – Dio non rivela mai i misteri del suo Essere al solo scopo di soddisfare alla curiosità o speculazione dello spirito umano, ma per farne oggetto di sante operazioni nel mondo. Giacché per questo motivo nell’antico Testamento la Trinità non era stata rivelata, ma come ricoperta sotto il velo della Sinagoga, anzi tale oscurità era resa ancor più profonda dallo splendore con cui (per salvaguardare anche il popolo ebreo dal pericolo della idolatria) era stato rivelato il dogma dell’unità di Dio. – Il mistero della Trinità era stato così come sigillato sotto il dogma dell’unità di Dio sino al momento nel quale incominciando da Maria doveva manifestarsi colla più sublime di tutte le operazioni, di cui tutta la serie del Cristianesimo non è stato che l’effetto e lo sviluppo, nel mondo. La prima vera manifestazione della Trinità delle Persone in un Dio solo, l’abbiamo nell’Incarnazione, come nell’Incarnazione abbiamo un’operazione d’amore che è la fonte di tutti gli atti di amore con cui Dio costituì e mantiene il Cristianesimo e che nel Cristianesimo continuamente si rinnovano. Maria era sola nella casetta di Nazaret allorché l’Angelo del Signore entrato da Lei la salutò piena di grazia, benedetta fra le donne, e le annunziò che lo Spirito santo scenderebbe su Lei, che la Virtù dell’Altissimo l’avrebbe adombrata, e che il figlio che nascerebbe di Lei sarebbe chiamato il Figliuol di Dio. Ecco la prima rivelazione della Trinità delle Persone nell’unità di Dio. Maria allora disse: Ecco l’ancella del Signore, si faccia di me secondo la tua parola; l’Angelo si dipartì, e la Trinità stessa sopraggiunse e la penetrò della sua maestà tre volte santa… Il mistero cui sospirarono i patriarchi, i profeti, i giusti dell’antico Testamento era compiuto. Il Messia, cioè il Figlio di Dio, aveva preso carne nel purissimo seno di Maria vergine, e Maria era la Madre di Dio; la creatura era divenuta Madre del Creatore, del Redentore. Il Verbo, Figlio dell’Eterno Padre, divenne, per opera dello Spirito santo, figlio di Maria. Gesù nascerà a Betlemme: allora la maternità divina di Maria sarà perfetta; il Figlio suo, che adorerà, sarà egualmente Figliuolo di Dio. – Non a caso certamente Iddio ha voluto che la prima manifestazione del mistero della Trinità sia andato congiunto con l’elevazione di Maria alla maternità divina. Il mistero della Trinità è il mistero più grande e più profondo che crediamo e che adoriamo. La dignità, la grandezza di Maria Madre di Dio, è la più grande dignità a cui abbia potuto venire elevata una creatura, dignità che ha come dell’infinito, che noi umilmente veneriamo, ma che non possiamo pienamente intendere. Con venerazione e con trepidazione, non disgiunte però dalla confidenza, entriamo nella considerazione di tale argomento. – Ci assista Maria Madre di Dio. Questa assistenza abbiamo motivo particolare di sperarla, come abbiamo motivo particolare di godere della divina maternità perché la festa ad onore di Maria Madre di Dio è gloria torinese, perché la domanda di questa solennità è partita da Torino: il Pontefice Pio VII la stabilì condiscendendo alle preghiere dei Torinesi (ROSA, Spiegazione popolare delle feste dell’anno, vol.II). — Maria Madre di Dio! Tale il mistero, e mistero d’amore, che richiama l’attenzione della nostra mente e la divozione del nostro cuore. Ma chi può intendere il mistero di queste parole: Maria è Madre di Dio? Non l’uomo, non l’Angelo, ma Dio solo; quel Dio che l’ha sublimata fino a renderla madre sua e la riconosce tale innanzi alle creature. La Chiesa volendo parlare di Maria Madre di Dio usa le medesime parole con cui Dio parla della Sapienza increata. E notate che la Chiesa, animata dallo Spirito Santo che è essenzialmente spirito di verità, non si lascia come noi trasportare dall’entusiasmo: essa non parla che il linguaggio della verità. Eppure la Chiesa dopo aver detto della Vergine ciò che Iddio dice dell’eterna Sapienza: Tu sei la grazia, la verginità, la bellezza, la santità, tu l’onore del tuo sesso, la gloria del popolo, l’ornamento della mia corona, fissandola, se posso dire così, con occhio scrutatore esclama: Sancta et immaculata virginitas quibus te laudibus efferam nescio! Oh santa ed immacolata Vergine io non ho lodi degne di te! Perché? Lo dice ancora la Chiesa: Quia quem cœli capere non poterant, tuo gremio contulisti: Perché sei la Madre di Dio; perché hai portato nel tuo grembo Colui che i cieli immensi non possono racchiudere nella loro immensità. Ascolta, o Cristiano, grida sant’Anselmo, contempla ed ammira! Il Padre celeste aveva un Figlio unico, consostanziale, ma non ha voluto che questo Figlio appartenesse a Lui solo, ha voluto come farne parte a Maria. Ella ne è Madre in terra, com’Egli ne è Padre in cielo. E perciò la Chiesa con ragione canta di Maria: Sancta Dei Genitrix! Maria Madre di Dio. Intendiamo che questo titolo non è esagerazione, è verità. Apriamo il Vangelo, questo libro sacro che Dio ci mette in mano per mezzo della Chiesa, e vi troveremo luminosamente dimostrata questa verità: che Maria cioè è vera Madre di Dio.

1° Il Vangelo parlando la prima volta di Maria, di Lei dice: De qua natus est Jesus, qui vocatur Christus: Dalla quale nacque Gesù, che è detto il Cristo (S. Matth. I, 16). Domandiamo: Chi è Gesù Cristo? Gesù è il Figliuolo di Dio fatto uomo, è la seconda Persona della santissima Trinità, che ha vestito le spoglie umane: il Figlio dell’eterno Padre che è ad un tempo Figliuolo di Maria. Nel Figliuolo di Dio fatto uomo vi è una sola Persona, la Persona divina, la quale unisce in sé le due nature divina ed umana; e a questa Persona divina, che unisce in sé le due nature, competono gli attributi dell’una e dell’altra; quindi parlando di Gesù non lo possiamo intendere solamente Dio o solamente Uomo, ma sempre Dio e Uomo, precisamente come parlando dell’uomo o dicendo uomo non possiamo in noi intendere solamente il corpo (sostanza materiale), né solamente l’anima (sostanza spirituale), ma intendiamo la persona intera composta del corpo e dell’anima insieme uniti: che quantunque di natura così diversa, terrena e corporea una, spirituale e angelica l’altra, costituiscono una sola persona. Bisogna aver presente la Persona di Gesù: Egli non è un Uomo divenuto Dio; non vi è stato un istante solo in cui la natura umana nella Persona di Gesù sia stata separata dalla divinità. È Dio fatto Uomo; Dio che facendosi uomo non cessò di essere Dio; ma dall’istante in cui ebbe vita nella sua umanità, a questa umanità fu unita la divinità. Per negare a Maria Vergine il titolo di vera Madre di Dio bisogna sostenere o che il Figliuolo di Dio non ha preso carne vera e reale da Maria Vergine, e che è nato non realmente ma solo apparentemente, o che Gesù Cristo non è Dio, o che in Gesù non sono solamente due nature, ma due persone: la persona divina e la persona umana, e che per ciò la divinità e l’umanità non sono in Gesù unite ipostaticamente cioè sostanzialmente, ma solo moralmente cioè di volontà, di azione, di abitazione. Cose queste che tutte sono condannate dalla Chiesa, e contrarie all’insegnamento della Scrittura sacra e della Tradizione. Il Vangelo dice che il Verbo si è fatto carne (S. GIOVANNI, I, 14). Ma se si è fatto carne vuol dire che ha preso carne vera e reale come abbiamo noi, e che ha fatto questa carne così propria della sua divinità come la nostra è propria dell’anima. Questo significa il Verbum caro factum est. E ci dice pure che questo ha fatto per mezzo di Maria, nascendo da Lei fatta sua Madre. Dunque Maria è Madre di Dio.

2° Anche le parole rivolte dall’Arcangelo Gabriele a Maria nell’Annunciazione non possono significare che quanto andiamo dimostrando. Disse Gabriele a nome di Dio: « Non temere, o Maria, perché hai trovato grazia avanti Dio. Ecco concepirai nel seno e partorirai un figlio, cui porrai nome Gesù. Questo sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo… Quel che n’è generato, santo, sarà chiamato Figlio di Dio » ( S. Luc., I, 29, 32, 35). Per negare a Maria la dignità di Madre di Dio, bisogna negare il mistero dell’Incarnazione, bisogna strappare dal Vangelo questa pagina che ci racconta come l’Incarnazione è avvenuta; bisogna rinnegare il Cristianesimo.

3° Quando Maria, pochi giorni dopo il compimento di questo mistero, si recò dalla cugina Elisabetta, ci narra il Vangelo che Elisabetta non appena udì il saluto di Lei, fu ripiena di Spirito Santo « e ad alta voce esclamò: Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo seno. E d’onde a me questo che la madre del Signore mio venga da me?… E beata te che hai creduto; perché s’adempiranno le cosedette a te dal Signore » (Ibid., 41. 43, 45). Chi aveva manifestato ad Elisabettaquanto era avvenuto in Maria? Chi le aveva dettodella visita dell’Angelo, del consenso di Maria al mistero dell’Incarnazione? Lo Spirito Santo di cui fu ripiena per la parola di Maria, lo Spirito Santo che la rende stupita della visita che le fa la Madre del Signore, lo Spirito Santo che subito fa erompere il cuor di Maria nel sublime cantico del Magnificat, in cui dice: « Da questo punto mi chiameranno beata tutte le generazioni. Perché grandi cose mi ha fatto Colui ch’è potente » (S. Luc., I, 48-49). Per negare a Maria la infinita dignità di vera Madre di Dio, perché vera Madre di Gesù, bisogna distruggere non una pagina del Vangelo, ma tutto il libro divino, bisogna rinnegare il buon senso e la nostra ragione.

4° Anzi occorrerebbe, se la parola lo permettesse, poter dire qualche cosa di più ancora. Maria è Madre di Gesù, e quindi di Dio, più che non sia di noi la Madre nostra, perché Maria è divenuta Madre in modo portentoso, miracoloso, per opera dello Spirito Santo solo e non per opera umana. E appunto perché la maternità di Maria è opera di solo Spirito e non di carne, del solo Spirito Santo è in nessun modo condivisa quaggiù dall’uomo, sicché Gesù non riconosce altra origine terrena che Maria sola, così ne avviene che Maria è Madre di Gesù più che le altre madri non siano dei propri figli, più Madre di Dio, che non sia di noi madre la madre nostra.

5° Non fa difficoltà l’obbiezione dei Protestanti, che cioè Maria non avendo dato a Gesù la divinità, ma solo l’umanità, si dovrebbe solo chiamare Madre di Gesù-Uomo e non Madre di Gesù, né Madre di Dio. Quanto sia vano quest’appunto lo potete intendere da quanto già abbiamo detto. Maria è vera Madre di Gesù: in Gesù non vi sono due persone, ma una sola: Gesù è Dio fatto Uomo, in Gesù sono unite personalmente, sostanzialmente la divinità e l’umanità; perciò Maria, Madre di Gesù, Madre della persona di Gesù, di quella Persona che non è solo Uomo ma anche Dio, merita a piena ragione il titolo e la dignità che le attribuiamo di vera Madre di Dio. Il simbolo degli Apostoli professa: « Io credo in Gesù Cristo, suo (cioè di Dio) Figliuolo unico, il quale fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine ». Quindi, domanda sant’Agostino: «Come potremo noi conformemente alla nostra regola di fede affermare che noi crediamo nel Figlio di Dio che è nato da Maria Vergine, se da Maria Vergine non fosse nato Figliuolo di Dio, ma (semplicemente) Figlio dell’uomo? E qual Cristiano vorrà mai affermare che quella Vergine partorisse un figlio puramente umano? » (Serm. 186). Se l’osservazione avesse ragione di sussistere, nessuno di noi potrebbe chiamare col nome di padre e madre i suoi genitori, perché da essi abbiamo avuto il solo corpo, mentre l’anima che è parte più nobile e principale in noi l’ha creata immediatamente Dio.

6° Il primo a negare a Maria il titolo di Madre di Dio è stato Nestorio nel principio del V secolo. Egli antivenendo gli eretici moderni, appoggiandosi al sofisma già accennato, voleva sostenere che Maria perché Madre di Gesù in quanto uomo non può venir chiamata Madre di Dio. Quando la orrenda bestemmia venne, ad istigazione di Nestorio, pronunziata nella Basilica di Costantinopoli, tutto il popolo gettò un alto grido di orrore e fuggì dal tempio e non vi ritornò più. La Chiesa si raccolse allora a concilio nella città di Efeso (anno 431) e in un’assemblea di centonovantotto Vescovi venne formulata la definizione dogmatica che rispondeva al sentimento unanime dei Cristiani ammaestrati dalla Tradizione e dal Vangelo: « Se qualcuno non confesserà che l’Emanuel è veramente Iddio, e perciò Maria Madre di Dio, imperocché partorì secondo la carne il Verbo di Dio fatto carne, sia scomunicato » (Can. 1, Conc. Ephes. V. DENZIGER, Enchiridion,13. – Come i Padri ed i Concilii sostennero contro gli Ariani la parola « consostanziale»; così fecero contro i Nestoriani relativamente alle parole« Madre di Dio ». Poiché tutto il veleno dell’eresia nestoriana, come, secondoCirillo d’Alessandria, osserva il Petavio (De Incarnat. 1. I , c. 9), consistevanel rigettare solamente questa espressione. — Si narra che quando i Vescovierano adunati in Efeso i Cristiani ne attendevano con tale ansietà la definizione che, essendosi la seduta conciliare protratta fino a tarda notte, non si allontanarono dalla piazza innanzi alla Chiesa in cui si teneva il concilio, ma aspettarono la definizione che accolsero al grado di: Viva Maria Madre di Dio! e poi con torchi accesi, e sempre acclamando a Maria Madre di Dio, accompagnarono i Padri alla loro residenza. In memoria di questa definizione venne composta la pia invocazione: Santa Maria Madre di Dio, prega, ecc. Recitando questa invocazione pensate e proclamate di cuore Maria vera Madre di Dio, affinché preghi per voi adesso e nell’ora della vostra morte. Non vi sembra bello e prezioso morire quando Maria vi assista con la sua potente preghiera? Se volete potete godere tale immenso favore. Meritatelo). Il secondo Concilio Costantinopolitano (V Ecumenico) facendo eco ai Padri Efesini grida l’anatema a chi « non riconosce che il titolo di Madre di Dio spetta di diritto, in senso vero e proprio, a Maria, ma dice che solo abusivamente le viene attribuito ». — La parola che l’eterno Padre pronunzia intorno a Gesù: Filius mens es tu, è la parola che a pieno diritto pronunzia Maria: Gesù-Dio, sei mio Figlio, io sono tua Madre. Pertanto noi pure con sant’Atanasio confesseremo: « È fede verace il ritenere e professare che il nostro Signore Gesù Cristo, Figliuolo di Dio, è Dio ed uomo: Dio, come generato dalla sostanza del Padre nell’eternità, ed uomo come nato dalla sostanza della madre nel tempo»; e col Concilio generale di Calcedonia: « Noi insegniamo tutti concordi, che il nostro Signore Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo, composto di un’anima ragionevole e di un corpo (umano), della stessa natura col Padre per la divinità, della stessa natura con noi per l’umanità, in tutto e per tutto simile a noi, ma senza peccato; secondo la divinità generato dal Padre prima di tutti i secoli, e secondo l’umanità nella pienezza dei tempi generato da Maria Vergine, Madre di Dio, per noi e per la nostra salute ».

II — Maria è Madre di Dio! Quale grandezza, quali meraviglie in questo titolo augusto!

Maria Madre di Dio! vale a dire una creatura Madre del Creatore, un’umile verginella genitrice di Dio. La relazione più intima che esista tra due esseri è quella di madre e figlio. Maria Madre di Dio contrae con Lui la più intima relazione. Sia lecito alla nostra debolezza un paragone materiale tratto dal Vangelo. Volete conoscere la bontà di una pianta? Osservatene i frutti. Volete intendere la grandezza di Maria? Intendete prima la grandezza di Colui che è suo frutto, suo Figlio, Gesù Cristo. Ben a ragione san Tommaso ci dice che partecipa dell’infinito. Difatti: Perché Dio si è fatto Uomo? Risponde sant’Agostino: Per elevare l’uomo sino a Dio. Se facendosi uomo, Iddio eleva l’uomo fino a sé, quale sarà l’elevazione di Colei che cooperò qual madre, all’Incarnazione? Di qui intendiamo che al disopra del titolo e della dignità di Maria non vi ha che un titolo e una dignità: Dio solo. Tra Maria e Dio non vi è posto per altra creatura: al disopra di Maria non vi è, né vi può essere che Dio; al disotto di Maria sta tutto il creato. Dio, soggiunge san Bonaventura, potrebbe creare mondi quanti volesse, immensamente più belli e grandi di questo, ma non potrebbe creare una creatura più grande di Maria, perché la massima grandezza è: Madre di Dio. La qualità di Madre di Dio è l’ultimo sforzo della divina onnipotenza. E ben a ragione sant’Eucherio dice che per comprendere la grandezza di Maria bisogna prima intendere la grandezza di Dio: « Se vuoi conoscere quale sia la grandezza della Madre, cerca prima quale e che cosa sia il Figlio». Un celebre oratore dovendo tessere l’elogio di Filippo re di Macedonia, decantò la nobiltà della sua origine, la grandezza della sua potenza, il numero delle sue vittorie, e poscia, interrompendosi all’improvviso, esclamò: A che tutte queste lodi? Filippo è stato il padre di Alessandro: questa è la gloria delle sue glorie, questa è la grandezza sua più eccelsa. – Ora guardate al bambino che la Vergine porta tra le sue braccia. Sapete chi è? È Iddio! è il Creatore del mondo, il Salvatore del genere umano. Egli è la gloria di Maria perché è figliuolo di Lei. Epperciò il sentimento comune dei Santi è che voler intendere quanta sia la grandezza di Maria Madre di Dio è un voler rimaner oppressi dalla gloria di Dio che si riverbera in Maria quanto è possibile in una creatura. Tentiamo tuttavia, per quanto la debolezza e meschinità nostra ce lo consentono, di formarci un’idea di questa grandezza suprema tra le grandezze create.

Maria produce con Dio, Gesù Cristo. Ella è associata al Creatore nella più grande creazione. Il capolavoro di Dio creatore non è questo mondo visibile col suo ordine ammirabile, non è del pari il mondo spirituale talmente elevato al disopra del corporale che l’ultimo degli spiriti è ancora immensamente superiore all’ultimo dei corpi; il capolavoro di Dio non è neppure l’uomo, compendio meraviglioso del mondo corporeo e spirituale, il capolavoro di Dio è quello il cui nome solo fa chinare le nostre fronti nel rispetto e nell’amore: è Nostro Signor Gesù Cristo. – « Maria è ammessa all’onore di produrre con Dio questo grande capolavoro. Di fatti, togliete l’azione di Dio generatore eterno del Verbo, Gesù Cristo è un uomo e non più Dio. Togliete l’azione di Maria nell’Incarnazione del Verbo, Gesù Cristo è Dio, ma non più uomo. Sì da un lato come dall’altro non è più Lui, non è più l’Uomo-Dio. La divinità versata in Gesù Cristo dal seno di Dio, e l’umanità versata in Gesù Cristo dal seno di Maria, è lo stesso Gesù Cristo nella sua unità personale, confluente misterioso di queste due sorgenti che vengono ad unirsi senza confondersi. Ecce misterium vobis dico(I Cor. XV, 51): Ecco il gran mistero. – In tal modo Maria è veramente associata all’onore di produrre con Dio il gran capolavoro di Dio: è questo il primo grado della sua grandezza e della sua dignità. Questo primo grado della sua dignità conduce al secondo: con Dio Maria comanda a Gesù Cristo.

« Quello che più innalza l’uomo agli occhi suoi nonché agli occhi degli altri, è il diritto di comandare. Infatti il comando è l’atto d’autorità; l’ubbidienza è il riconoscimento spontaneo dell’autorità. Ecco perché in noi l’amore della nostra propria grandezza si confonde coll’amore del comando: crediamo di renderci tanto più grandi quanto più ci si presta ubbidienza. Chi ci ubbidisce, ci eleva con la sua propria grandezza, giacché sottomettendosi a noi ci riconosce, in certo modo, superiori. Si può pertanto considerare come principio incontrastabile che la dignità di chi comanda è in proporzione della grandezza di colui che ubbidisce. Di qui voi potete, o fratelli, intendere qualche cosa intorno alla dignità che ridonda a Maria dall’autorità che le compete di comandare a Gesù Cristo, a Gesù Cristo che per la sua grandezza personale s’innalza al di sopra della creazione, a Gesù Cristo costituito, per la sua grandezza pubblica, per estendere sopra tutte le creature un sovrano dominio. « Ma, direte voi, come può la creatura comandare al Creatore? Maria comandare a Gesù Cristo? Non bisogna mai, o fratelli miei, indietreggiare innanzi alle conseguenze necessarie dei principii certi. Maria, presso Gesù Cristo, apparisce come una madre presso il suo figliuolo; con Dio, a rigor di parole, Ella è autore di Gesù Cristo. Ora ponderate la filosofia delle parole: chiunque è autore di qualche cosa, ha autorità su quello che ha prodotto. Quindi Maria apparisce agli occhi del suo Figlio non solo come grandezza ch’Ei venera, ma ancora come autorità alla quale presta ubbidienza. Sì, a Gesù Cristo, a questa grandezza dinanzi alla quale si umilia ogni creatura, a questa grandezza dinanzi alla quale perde di splendore ogni maestà, a questo Principe, a questo Re, a questo Dio, una donna, Maria, comanda, ed Egli ubbidisce. « Ah lo intendete! Qui la mente si stupisce, si spaventa. Da ambo i lati, diceva san Bernardo, sta il miracolo, e voi non sapete quale dei due più ammirare: se il miracolo di umiltà nel Figlio, o il miracolo di grandezza nella Madre. Che un Dio ubbidisca ad una donna, è questa un’umiltà senza esempio; ma che una donna comandi a Dio, è questa una sublimità che non ammette assolutamente condivisione. Se è reputata gloria dei Vergini in cielo seguire l’Agnello ovunque si reca, qual gloria meritò la Vergine per eccellenza ammessa all’onore non di seguirlo, ma di camminare innanzi a Lui? Egli reca a Maria una glorificazione degna di Lui. Questa glorificazione è il terzo grado della sua dignità, di essere come Dio, glorificata da Gesù Cristo.

« Maria è glorificata da Gesù Cristo. Tutti gli esseri della creazione sono chiamati a glorificare Dio in ragione della loro perfezione, perché ogni essere deve far risplendere le perfezioni del Creatore nell’ordine stesso in cui esse gli sono comunicate. Ora noi già abbiamo inteso come Gesù è il capolavoro di Dio; Egli è più che tutto il mondo reale, anzi più che tutti i mondi possibili. Per conseguenza un solo affetto del suo cuore, una sola sua parola glorifica il Creatore più che non lo glorifichino tutti i mondi possibili. Ebbene Iddio reclama questa glorificazione come Autore di quell’umanità che deve glorificare il Creatore: questa glorificazione, Maria del pari la reclama come Autrice di quell’umanità d’onde ascende a Dio la gloria, perché Maria contribuì a formare a Gesù Cristo la potenza di glorificare il Padre. Difatti quando Maria si pone di fronte a Gesù Cristo, senza veruna esagerazione può dirgli: Tu, o figlio mio, sei l’immagine della sostanza divina, sei lo splendore dell’eterno Padre, e sei del pari la mia gloria: lo splendore da te discende sul volto di me che sono tua Madre. Così Maria è glorificata da Gesù Cristo.

« Ma che dico io? Le Persone dell’augusta Trinità fanno rifulgere su di Lei la gloria che a Dio procura il mistero dell’Incarnazione. Le dice l’eterno Padre: Per te, o figlia mia, io veggo il Verbo prostrato innanzi a me. Chi era a me uguale è divenuto mio suddito e mi onora. Le dice il Figliuolo: Gloria a te, o Madre! Figlio eterno del Padre, tutto riceveva da Lui, niente gli donava, non poteva donargli nulla. Per te gli do la gloria quale non possono donargli né gli esseri esistenti, né tutti i mondi possibili. Esclama lo Spirito Santo: Gloria a te, o mia sposa! Per te ho procurato chi glorifica il Padre di quella glorificazione infinita, cui Egli ha diritto » (Felix, Maternità divina). In tal modo le Persone tutte dell’augusta Trinità irradiano su Maria una gloria eterna che ha dell’infinito. Pertanto se non possiamo intendere tutta la grandezza a cui venne elevata Maria, per la divina maternità, intendiamo però che questa ha dell’infinito.

III. — Dalla dignità di Madre di Dio scaturisce la missione di Maria, la quale a sua volta ci rivela la grandezza di Lei. Quando Iddio eleva una creatura ad una dignità, ve la eleva per affidarle una missione. Qual è la missione di Maria Madre di Dio? Riassumerò brevemente questa missione, già tratteggiata nelle sue varie manifestazioni, allo scopo di presentarla riassunta sì, ma insieme completa.

Maria Madre di Dio coopera con Gesù alla salute delle anime, alla Redenzione umana. Dall’Eden vediamo Maria associata, da Dio stesso, con Gesù. Dio disse al demonio: Porrò inimicizia tra te e la donna, e tra il seme tuo e il seme di lei (Gen. III, 15). La prima promessa della riparazione ci mostra il novello Adamo con l’Eva novella: Gesù con Maria; e perciò se l’uomo attenderà quattro mila anni il Liberatore, quattro mila anni pure attenderà la Madre di Dio, la liberatrice. Aprite la sacra Scrittura: ovunque trovate una figura od una profezia del Salvatore, ivi trovate altresì una figura o una profezia della Madre di Lui. « Così ad esempio se Gesù Cristo è il fiore di Jesse, il quale deve produrre la salute del mondo, Maria è lo stelo che deve produrre questo fiore di Jesse, il quale deve procurare la salute del mondo. Gesù Cristo è il sole divino che, sorgendo ad Oriente illuminerà la terra, Maria è l’aurora che lo annunzia. Quando ci facciamo a percorrere questo Libro divino di cui ogni pagina è una profezia, guardiamo a destra ed a sinistra, su due linee parallele che partono da Adamo a Gesù Cristo e da Eva a Maria, attraverso quaranta secoli: a destra gli uomini che furono figura di Gesù Cristo, tutti portanti nella fronte un raggio di Gesù Cristo che figurano; a sinistra le donne che figurano Maria, tutte pure portanti sulla fronte un raggio della Vergine riparatrice. Di guisa che dalle chiuse porte dell’Eden fin sulla cima del Calvario, voi dappertutto vedete la riparatrice associata al riparatore ». Di questa verità il Pontefice Leone XIII d’imperitura memoria, ci presenta la dimostrazione che abbiamo nella considerazione dei misteri del Rosario.

Maria compie la missione di Corredentrice che le proviene dalla dignità sua, particolarmente nelle tre grandi epoche del mistero riparatore. Dapprima nell’Incarnazione. Quando è giunta quella che, nella mente di Dio, è la pienezza dei tempi, Egli compie l’ineffabile mistero. Ma che dico compie? È necessaria la cooperazione di Maria; e Dio fa dipendere l’esecuzione del mistero riparatore da una parola della santissima Vergine. Quando l’Arcangelo Gabriele ha compiuto la missione di cui era stato celeste ambasciatore, e ha svelato a Maria il grande mistero, Ella resta un istante stupita e indecisa; e tutto con Lei resta in sospeso: il cielo, la terra, Iddio, l’uomo, il mistero dell’Incarnazione. Finalmente Maria pronunzia la grande parola, il Fiatcreatore dello stupendo prodigio, come creatore fu il Fiatpronunziato da Dio sul nulla per chiamare ad esistere quello che prima non era: Ecce ancilla Domini, fiat mihi secondun verbum tuum. Così, dice san Bernardo, Maria col suo consenso ha operato la salute del mondo. Quaranta giorni dopo la nascita, Gesù nel tempio compie, per così esprimerci, la sua ufficiale offerta al Padre per la salute del mondo. Questa offerta è anch’essa compiuta per opera di Maria che lo reca al tempio e lo offre all’eterno divin Padre. Sul Calvario finalmente viene compito l’umano riscatto. Gesù è crocifisso: ai suoi piedi, presso la croce, sta la madre sua. Il medesimo dolore, le medesime sofferenze straziano Gesù e Maria. La medesima rassegnazione, la stessa volontà li unisce ed opera la nostra salute.

« Ma come non ebbe fine la parte di Gesù sul Calvario, così del pari non ebbe fine la parte di Maria. Quella carne e quel sangue che hanno riscattato il mondo dovevano riscattarlo e rigenerarlo sempre. Ebbene, dappertutto, anche dopo il Calvario, Maria è associata al suo divin Figliuolo. La veggo difatti e nei nostri sacramenti, e nel nostro apostolato e nelle nostre feste: triplice mezzo di perpetua rigenerazione. Maria sta nei nostri sacramenti. Quando amministriamo il battesimo diciamo: Nel nome del Padre (Maria è la sua figliuola), del Figliuolo (Maria è la sua Madre) e dello Spirito santo (Maria è la sua sposa). Nel tribunale di Penitenza versiamo con la stessa formula, sul peccatore pentito il Sangue del nostro divin Salvatore. E quando voi vi accostate alla sacra Mensa, noi dimenticate, vi cibate parimenti della carne di Maria, imperocché sta scritto: Caro Christi, caro Mariæ; la carne del Cristo è la carne di Maria. Noi ministri dell’altare, quando abbiamo nelle nostre mani la vittima, ah! noi perpetuiamo nelle nostre mani questo gran mistero, quel gran sacrificio del Calvario in cui Maria, come il suo Figlio, fu ad un tempo vittima e sacrificatrice. Maria sta nel nostro apostolato come gli Apostoli, trionfa delle eresie come gli Apostoli, come gli apostoli pone in fuga l’errore; Maria uccide il peccato nelle anime e salva i peccatori. Quante legioni apostoliche vi sono, onorate del nome di Gesù Cristo, altrettanto sono onorate del nome di Maria » (Felix, I c.). Maria è unita a Gesù nelle feste che la Chiesa ha istituito in onore di Lei, parallele a tutte le feste istituite in onore del suo divin Figlio. Basti farne il nome, poiché già altra volta ne parlammo: Concezione, Nascita, Nome, Presentazione al tempio, Passione, Morte, Risurrezione, Assunzione di Maria.

IV. — L’elevazione di Maria alla dignità di Madre di Dio porta a sé unita una grande potenza.

La grandezza e la potenza si confondono in una. Maria è grande, è Madre di Dio. Per tutta l’eternità dirà a Gesù: Sei mio figlio. Per tutta l’eternità Gesù dirà a Maria: Sei mia Madre. Perciò Maria avendo il potere di fare inclinare a sé l’Onnipotente, è potente. Come ciò? Pel diritto materno, e per l’amore materno. Per mezzo di queste due profonde radici, ella avvince, per così dire, lapotenza del suo Figliuolo; da per tutto ove si vale di queste due cose, del suo diritto, del suo cuore, del suo amore di madre, fa piegare la volontà e il cuore di Gesù. L’amore sottometteva Gesù a Maria in terra, l’amore sottomette a Maria in cielo l’onnipotenza di Gesù. Maria in terra ci ha dato Gesù, dal cielo ci dona le grazie di Gesù.

La potenza di Maria! Chi la può misurare ? Vedete mirabile Provvidenza di Dio: Ogni essere sulla terra ha una potenza proporzionata all’ufficio che Iddio creatore gli ha assegnato. La potenza di Maria è pertanto anch’essa proporzionata alla sua missione: Madre di Dio, Corredentrice delle anime. Chi ha un ufficio nel mondo fisico, ha la potenza sul corpo; chi ha un ufficio morale, ha il potere di agire sull’anima. Maria ha una grandezza ed una missione soprannaturale, e perciò anche la sua potenza è soprannaturale. Perciò la potenza di Maria non ha limite. È potente in cielo ed in terra; è potente sul demonio e su noi. Maria può quanto vuole. Tutto ciò che Iddio può per natura, Maria lo può per grazia, lo può perché Madre di Dio; tutto ciò che è bene per noi Maria lo vuole perché corredentrice. Ovunque si estende la potenza di Dio, là si estende la potenza della madre sua.

V. — Grande è la dignità di Maria Madre di Dio: la divina maternità e la ragione, la fonte di tutte le grandezze di Maria. Tale grandezza, che noi non potremo mai ammirare sufficientemente si riverbera pure su noi. In Maria è stata esaltata, nobilitata non solo la persona di Lei, ma tutta la natura, e quindi la stirpe umana. Come pel peccato di Adamo il demonio avvilì e vinse non la persona sola di Adamo e di Eva ma la natura, la stirpe umana, così nell’esaltazione di Maria, è stata esaltata, nobilitata questa natura, questa stirpe di cui noi siamo membra. La gloria di un membro della famiglia, è gloria della famiglia tutta. La gloria di Maria, figlia primogenita della famiglia cattolica, è gloria di tutta la cristianità. – Ma oh, devoti fratelli! Ci contenteremo noi oggi di aver destato una sterile ammirazione nel cuor nostro verso questa nostra primogenita sorella e Madre? Queste grandezze richiedono in noi l’adempimento dei doveri che vi corrispondono e che costituiscono quella che, a piena ragione, diciamo vera divozione a Maria. Maria è Madre Dio. Come tale è elevata alla suprema dignità, cui potesse venire elevata una creatura. Onoriamola dunque, rispettiamola. Onoriamola colle parole: Ave Maria; nelle sue immagini, nelle sue feste, onoriamola specialmente con l’imitarla nelle sue virtù. Maria è Madre di Dio, è Corredentrice. Amiamola dunque. A Maria andiamo debitori di infinite grazie: da Lei abbiamo avuto Gesù, da Lei la fonte prima della Redenzione, da Lei il Fiatriparatore che costò tanto strazio al cuore, all’anima sua. Amiamola con tutto il nostro cuore. Oh non ispunti nella nostra vita un giorno solo in cui il nostro cuore non arda di amore per Maria. Amiamola Maria e perciò non offendiamo mai il suo caro Gesù. Maria Madre di Dio può quanto vuole, e vuole tutto quello che per noi è bene. Confidiamo dunque e umilmente invochiamo la sua potenza, la sua bontà in nostro favore. Preghiamola di tutto quello di cui abbisogna la nostra vita temporale, ma preghiamola specialmente di quanto ci abbisogna per la povera anima nostra. Domandiamole di poterla sempre degnamente onorare, di poter conservare puro, per amore di Lei, il nostro cuore, di poter rendere l’anima nostra bella della sua bellezza soprannaturale ricopiando in noi le sue virtù, domandiamole di proteggerci onde poter riuscire sempre vittoriosi nella lotta col demonio, di godere della sua preghiera e della sua protezione in punto di morte, e di poter finalmente acclamarla e benedirla per sempre in cielo quale Madre di Dio.

FIORETTO. —Reciteremo devotamente sette volte l’Ave Maria e la Sancta Maria per onorare la Madre di Dio e pregarla della sua protezione.

GIACULATORIA. — Ripeteremo spesso la liella invocazione che proclama Maria Madre di Dio: Sancta Dei Genetrix, ora prò nobis.

ESEMPIO. — Visione di fra Leone. — Nelle cronache dei frati francescani si legge come vivendo tuttavia il beato Padre Francesco su questa terra aveva molta domestichezza e famigliarità con un frate laico del suo ordine, che si chiamava frate Leone. Era questi di una semplicità mirabile e tutto pieno dello spirito del Signore e perciò molto caro a Francesco, che sovente sel toglieva seco a passeggio e insieme discorrevano delle cose di Dio. Ora avvenne che il beato padre Francesco se ne morì, ed i frati suoi ne seppellirono il corpo nella chiesa della Madonna degli Angioli, che è in Assisi. E frate Leone sentendosi solo in sulla terra privo del suo amato padre, sovente recavasi in quella chiesa e la andava ad inginocchiarsi presso la tomba del beato Francesco, ove passava le ore intere in sante meditazioni, parendogli così ancora di conversare con lui, non altrimenti che faceva quando era ancora in terra. Una sera adunque mentre frate Leone stavasi in preghiera vicino alla tomba del padre suo, stanco pel molto lavorare che aveva fatto durante il giorno, sentì un grave sonno venirgli addosso; per il che appoggiato il capo in sulla sponda del sepolcro si addormentò subitamente. Ed ecco mentre profondamente dormiva ebbe una visione. Parevagli trovarsi in vasto campo e la convenire tutti i frati del suo ordine; ed erano in numero sì grande da parere quello il giorno del giudizio universale. E mentre i frati si stavano radunati in quel campo, ecco in alto da un lato del cielo aprirsi come una porta e di la scendere in fino a terra una grande scala, che pareva quella che altra volta era comparsa al Patriarca Giacobbe mentre dormiva nell’aperta campagna. E sulla sommità della scala si vedeva il beato Francesco, e dietro di lui il divino Giudice Gesù Cristo. E Francesco voltosi ai frati che si stavano nella valle dire loro: Fratelli miei, suvvia venite al cielo passando per questa scala. E quelli tutti a provarsi per montare; ma non potevano, che la scala aveva pochi e radi scalini e pareva che fossero di fuoco, tanto bruciavano le mani che vi si attaccavano. E tutti provavano a salire e nessuno il poteva. Onde i frati piangevano dirottamente. Allora sparve la scala, il cielo si chiuse e più non si vedeva persona; per il che i frati incominciarono a mandare altissime grida. Ma ecco che poco stante da un altro lato si aperse un’altra volta il cielo e discese giù un’altra scala, che aveva molti e spessi scalini e pareva fossero infiorati ed alla sommità apparve nuovamente Francesco, tutto raggiante di gioia, e dietro di lui era vi la Vergine Madre di Dio con tanti Angeli che le facevano corona. E Francesco rivolto nuovamente ai frati, che avevano cessato dal piangere e stavano meravigliati a guardare, disse loro con parole piene di santa allegrezza: Suvvia, frati miei cari, provatevi ora a salire su questa scala, e venite con me in paradiso. E i frati a quelle parole ed a quell’invito tutti si attaccarono alla scala per salire; e quando alcuno per la pesantezza della persona pareva stanco e si arrestava dal salire, la Madonna il confortava chiamandolo per nome e inviandogli degli Angioli che il sostenessero; e così tutti i frati poterono giungere in fino al beato Francesco, che prendendoli per mano li presentava alla Vergine, ed Ella li introduceva nel cielo. E quando tutti si furono scomparsi, ecco che si svegliò frate Leone, e trovò che ei solo era rimasto in terra presso la tomba del beato Padre. Ed allora incominciò a piangere forte; e avendolo un frate che si trovava in chiesa interrogato del perché piangesse a quel modo, frate Leone gli raccontò il sogno che aveva avuto. E messisi tutti e due a pregare insieme conobbe frate Leone quella essere una visione con cui voleva Iddio significargli che l’amore e la devozione inverso la beata Vergine Maria era la scala facile e sicura per giungere al cielo; onde in seguito fu poi sempre devotissimo di Maria, e a tutti raccomandava questa devozione, raccontando loro quanto aveva veduto nel suo sogno.

(MORINO).

Siamo devoti di Maria. Ella, perché Madre di Dio, è vera scala del paradiso; la scala che unisce questa povera terra, valle di lagrime, al cielo. Ascendiamo questa scala per mezzo della pratica fervorosa, della divozione a Maria. In questo modo anche noi conseguiremo certamente la eterna salute.

LA GRAZIA: NOTE DI TEOLOGIA ASCETICA -3-

LA GRAZIA

(Note di teologia ascetica)

NATURA DELLA VITA CRISTIANA (3)

[A. Tanquerey: Compendio di Teologia ascetica a mistica – Desclée e Ci. Roma-Tournai – Parigi; 1948]

3° DELLA GRAZIA ATTUALE

Come nell’ordine di natura abbiamo bisogno del concorso di Dio per passare dalla potenza all’atto, così nell’ordine soprannaturale non possiamo porre in atto le nostre facoltà senza il soccorso della grazia attuale.

124. Ne esporremo: 1 ° la nozione; il modo di operare; la necessità.

A) La nozione. La grazia attuale è un aiuto soprannaturale e transitorio che Dio ci dà per illuminare la nostra intelligenza e fortificare la nostra volontà nella produzione degli atti soprannaturali.

a) Opera quindi direttamente sulle nostre facoltà spirituali, l’intelligenza e la volontà, non più soltanto per elevarle all’ordine soprannaturale, ma per metterle in moto e far loro produrre atti soprannaturali. Diamone un esempio: prima della giustificazione o dell’infusione della grazia abituale, ci illumina sulla malizia e sui terribili effetti del peccato per farcelo detestare. Dopo la giustificazione, ci mostra, alla luce della fede, l’infinita bellezza di Dio e la misericordiosa sua bontà per farcela amare con tutto il cuore.

b) Accanto però a queste grazie interne, ve ne sono altre che si chiamano esterne, le quali, operando direttamente sui nostri sensi e sulle nostre facoltà sensitive, indirettamente influiscono sulle nostre facoltà spirituali, tanto più che sono spesso accompagnate anche da veri aiuti interni. Cosi la lettura della Sacra Bibbia o d’un libro cristiano, l’ascoltazione di una predica, d’un pezzo di musica religiosa, d’una buona conversazione, sono grazie esterne: di per sé non fortificano la volontà, ma producono in noi delle impressioni favorevoli che scuotono l’intelletto e la volontà e li inclinano verso il bene soprannaturale. Dio, del resto, vi aggiungerà spesso dei movimenti interni che, illuminando l’intelletto e fortificando la volontà, ci aiuteranno potentemente a convertirci o a divenir migliori. È quanto possiamo dedurre dalle parole del libro degli Atti, che ci mostrano lo Spirito Santo che apre il cuore d’una donna chiamata Lidia, per renderla attenta alla predicazione di S . Paolo [Act. XVI, 14]. Dio poi, il quale sa che noi ci eleviamo dal sensibile allo spirituale, s’adatta alla nostra debolezza e si serve delle cose visibili per portarci alla virtù.

125. B) Suo modo di operare: a) La grazia attuale influisce su di noi in modo morale e fisico nello stesso tempo: in modo morale, con le persuasioni e le attrattive, come una madre che, per aiutare il bambino a camminare, dolcemente lo chiama e lo invita a sé promettendogli una ricompensa; in modo fisico, aggiungendo nuove forze alle nostre facoltà, troppo deboli per operare da sole, come fa una madre che prende per le braccia il suo bambino e l’aiuta, non solo con la voce ma anche col gesto, a fare qualche passo innanzi. Tutte le Scuole ammettono che la grazia operante opera fisicamente, producendo nell’anima nostra dei movimenti indeliberati; quando però si tratta della grazia cooperante, vi è tra le diverse scuole Teologiche qualche disparere, che del resto per la pratica non ha grande importanza: non entriamo in queste discussioni, perché non vogliamo fondare la nostra spiritualità su questioni controverse.

b) Sotto un altro aspetto, la grazia previene il nostro libero consenso o l’accompagna nel compimento dell’atto. Così mi nasce, per esempio, il pensiero di fare un atto d’amor di Dio senza che io abbia fatto nulla per suscitarlo: è una grazia preveniente, è un buon pensiero che Dio mi dà; se io l’accolgo bene e mi studio di produrre quest’atto d’amore, io lo faccio con l’aiuto della grazia adiuvante o concomitante. — Pari a questa distinzione è quella della grazia operante, per mezzo della quale Dio opera in noi senza di noi, e della grazia cooperante, per mezzo della quale Dio opera in noi e con noi, cioè colla nostra libera collaborazione.

126. C) Sua necessità. Il principio generale è che la grazia attuale è necessaria per ogni atto soprannaturale, perché vi dev’essere proporzione tra l’effetto e il suo principio.

a) Così, quando si tratta della conversione, vale a dire del passaggio dal peccato mortale allo stato di grazia, abbiamo bisogno d’una grazia soprannaturale per fare gli atti preparatorii di fede, di speranza, di penitenza e d’amore; e anche per l’inizio della fede, cioè per quei pio desiderio di credere che ne è il primo passo, b) Ed è pure per la grazia attuale che perseveriamo nel bene nel corso della nostra vita sino all’ora della morte. Per questo infatti: – 1) si deve resistere alle tentazioni che assalgono anche le anime giuste e che sono talvolta così insistenti e ostinate che non possiamo resistervi senza l’aiuto di Dio. Ecco perché Nostro Signore raccomanda agli apostoli, anche dopo l’ultima Cena, di vigilare e pregare, vale a dire di appoggiarsi non sui propri sforzi soltanto, ma sulla grazia per non soccombere alla tentazione [Matth. XXVI, 41].- 2) Si devono inoltre adempiere tutti i propri doveri, e lo sforzo energico, costante, richiesto da questo adempimento non può farsi senza l’aiuto della grazia: solo Colui che incominciò in noi l’opera della perfezione, può condurla a buon fine [Fil. I, 6]; solo l’Autore della nostra vocazione all’eterna salute ha diritto di darvi l’ultima mano. [Piet. V, 10].

127. E ciò è specialmente vero per la perseveranza finale che è un dono speciale e grande dono [Trident. Sess. VI, can. 16, 22, 23]: morire nello stato di grazia, non ostante tutte letentazioni che vengono ad assalirci in quell’ultimo momento, o sfuggire a queste lotte con una morte dolce o repentina che ci addormenti nel Signore è, a detta dei Concilii, la grazia delle grazie che non si potrà mai chiedere abbastanza, che non si può strettamente meritare, ma che si può ottenere con la preghiera e con la fedele cooperazione alla grazia, suppliciter emereri potest [S. Agost. De dono persev., VI, 10 P. L. XLV, 999]. c) e quando si vuole non solo perseverare, ma crescere ogni giorno più in santità, schivare i peccati veniali deliberati e diminuire il numero delle colpe di fragilità, non si dovrà pure far assegnamento sui divini favori? Pretendere che si possa stare a lungo senza commettere qualche peccato che ritardi il nostro avanzamento spirituale, è un andare contro l’esperienza delle anime migliori che si rimproverano così amaramente le loro debolezze, è un contradire S. Giovanni, che dichiara illusi quelli che pensano di non commettere peccati: “Si dixerimus quoniam peccatum non habemus, ipsi nos seducimus, et veritas non est in nobis” [1 Joan. I, 8]; è un contradire il Concilio di Trento il quale condanna chi dicesse che l’uomo giustificato può, senza uno speciale privilegio divino [Sess. VI, can. 23] evitare in tutta la vita i peccati veniali.

128. La grazia attuale ci è dunque necessaria anche dopo la giustificazione; ed ecco perchè la S. Scrittura insiste tanto sulla necessità della preghiera, con cui quella si ottiene dalla misericordia divina, come spiegheremo più tardi. Possiamo pur ottenerla con atti meritori o, in altre parole, con la libera cooperazione alla grazia; perché quanto più siamo fedeli ad approfittarci delle grazie attuali che ci vengono largite, tanto più Dio si sente inclinato a concedercene delle nuove.

CONCLUSIONI.

129. Dobbiamo dunque avere la più grande stima per la vita della grazia; è una vita nuova, una vita che ci unisce e ci rende simili a Dio, con tutto l’organismo necessario al suo esercizio. Ed è vita assai più perfetta della vita naturale. Se la vita intellettuale è molto superiore alla vita vegetativa e alla vita sensitiva, la vita cristiana è infinitamente superiore alla vita semplicemente razionale; questa infatti è dovuta all’uomo, posto che Dio si risolva a crearlo, mentre la vita della grazia supera tutte le attività e tutti i meriti delle creature anche più perfette. Qual creatura infatti potrebbe mai pretendere il diritto di divenire figlio adottivo di Dio, tempio dello Spirito Santo, e il privilegio di vedere Dio faccia a faccia come Dio vede se stesso? – Dobbiamo quindi stimare questa vita più di tutti i beni creati, e considerarla come il tesoro nascosto per il cui acquisto non si deve esitare a vendere tutto ciò che si possiede.

130. 2 ° Quando si possiede un tal tesoro, bisogna sacrificare ogni cosa piuttosto che esporci a perderlo. È questa la conclusione che ne trae il Papa S. Leone: “Agnosce, o Christiane, dignitatem tuam, et, divina consors factus natura, noli in veterem vilitatem degeneri conversatione redire ” [Sermon. XXI]. Non vi è alcuno che più del Cristiano debba rispettare se stesso, non certo per ragione dei propri meriti, ma per ragione di quella vita divina a cui partecipa, e perché è tempio dello Spirito Santo, tempio santo di cui non si deve mai offuscare la bellezza: “Domum tuam decet sanctitudo in longitudinem dierum [Ps. XCII, 5].

131. Anzi, è evidente che dobbiamo pure utilizzare, coltivare quest’organismo soprannaturale di cui siamo dotati. Se piacque alla divina bontà di elevarci ad uno stato superiore, di darci largamente virtù e doni che perfezionano le nostre facoltà naturali, se ad ogni istante ci offre la sua collaborazione per metterli in opera, sarebbe un mal corrispondere a tanta liberalità il rigettar questi doni col non voler fare che atti naturalmente buoni o col non far produrre alla vigna dell’anima nostra che frutti imperfetti. Quanto più il donatore si mostrò generoso, tanto più s’aspetta da noi una collaborazione attiva e feconda. Il che apparirà anche meglio quando avremo veduto la parte che ha Gesù nella vita cristiana.

(…..)

§ II. L’aumento della vita spirituale per mezzo del merito.

228. Noi progrediamo per mezzo della lotta contro i nostri nemici, ma più ancora con gli atti meritori che facciamo ogni giorno. Ogni opera buona, fatta liberamente da un’anima in stato di grazia per un fine soprannaturale, possiede un triplice valore, meritorio, soddisfattorio e impetratorio, che contribuisce al nostro progresso spirituale.

a) Un valore meritorio, col quale aumentiamo il nostro capitale di grazia abituale e i nostri diritti alla gloria celeste: ne riparleremo subito.

b) Un valore sodisfattorio, che inchiude a sua volta un triplice elemento: 1) la propiziazione, che per ragion del cuore contrito ed umiliato ci rende propizio Dio e l’inclina a perdonarci le colpe.

2 ) l’espiazione che, con l’infusione della grazia, cancella la colpa;

3) la soddisfazione che, per il carattere penoso annesso alle nostre buone opere, annulla in tutto o in parte la pena dovuta al peccato. Questi felici risultati non sono prodotti soltanto dalle opere propriamente dette ma anche dall’accettazione volontaria dei mali e dei patimenti di questa vita, come insegna il Concilio di Trento [Sess. XIV; il quale aggiunge che vi è in questo un gran segno del divino amore. Che cosa infatti di più consolante che poterci giovare di tutte le avversità per purificar l’anima e unirla più perfettamente a Dio?

c) Finalmente queste opere hanno pure un valore impetratorio, in quanto contengono una domanda di nuove grazie rivolta all’infinita misericordia di Dio. Come ben fa notare S. Tommaso, si prega non solo quando in modo esplicito si presenta una supplica a Dio, ma anche quando con uno slancio del cuore o con le opere si tende a Lui, così che prega sempre colui che l’intera sua vita tiene sempre ordinata a Dio: “tamdiu homo orat quamdiu agit corde, ore vel opere ut in Deum tendat, et sic semper orat quitotam suam vitam in Deum ordinat “ [In Romanos, cap. I, 9-10]. Infatti questo slancio verso Dio non è forse una preghiera, un’elevazione dell’anima verso Dio e un mezzo efficacissimo per ottenere da Lui quanto desideriamo per noi e per gli altri? – Per lo scopo che ci proponiamo, ci basterà esporre la dottrina sul merito dicendone: 1° la natura; 2° le condizioni che ne aumentano il valore.

I . La natura del merito.

Due punti sono da spiegare: 1° che cos’è il merito; in che modo le nostre azioni sono meritorie.

CHE COS’È IL MERITO.

229. A) Il merito in generale è il diritto a una ricompensa. Il merito soprannaturale, di cui qui trattiamo, sarà dunque il diritto a una ricompensa soprannaturale, vale a dire a una partecipazione alla vita di Dio, alla grazia e alla gloria. Non essendo Dio tenuto a farci partecipare alla sua vita, occorrerà una promessa da parte sua per conferirci un vero diritto a questa ricompensa soprannaturale. Si può quindi definire il merito soprannaturale: un diritto a una ricompensa soprannaturale, che risulta da un’opera soprannaturalmente buona, fatta liberamente per Dio, e da una promessa divina che garantisce questa ricompensa.

230. B) Il merito è di due specie : a) il merito propriamente detto (che si chiama de condigno), al quale la retribuzione è dovuta per giustizia, perché vi è una specie d’uguaglianza o di proporzione reale tra l’opera e la retribuzione; b) il merito di convenienza (de congruo), che non si fonda sulla stretta giustizia ma su un’alta convenienza, essendo l’opera solo in piccola misura proporzionata alla ricompensa. Per dare un’idea approssimativa di questa differenza, si può dire che il soldato che si diporta valorosamente sul campo di battaglia, ha uno stretto diritto al soldo di guerra, ma solo un diritto di convenienza ad essere citato nel bollettino di guerra o ad essere decorato.

C) Il Concilio di Trento insegna che le opere dell’uomo giustificato meritano veramente un aumento di grazia, la vita eterna, e, se muore in questo stato, il conseguimento della gloria [Jac. I, 12].

231. D) Richiamiamo brevemente le condizioni generali del merito: a) L’opera, per essere meritoria, dev’essere libera; infatti se si opera per forza o per necessità, non si è moralmente responsabile dei propri atti, b) Deve essere soprannaturalmete buona, per aver proporzione colla ricompensa; c) e, quando si tratta di merito propriamente detto, dev’essere fatta in stato di grazia, perché è la grazia che fa abitare e vivere Cristo nell’anima nostra e la rende partecipi dei suoi meriti; d) fatta nel corso della vita mortale o viatoria, avendo Dio sapientemente determinato che, dopo un periodo di prova in cui possiamo meritare o demeritare, arrivassi al termine, dove si resta fissati per sempre nello stato in cui si muore. A queste condizioni da parte dell’uomo si aggiunge, da parte di Dio, la promessa che ci dà un vero diritto alla vita eterna; secondo S. Giacomo infatti “il giusto riceve la corona di vita che ha promesso a coloro che l’amano: Accipiet corone vitæ quam repromisit Deus diligentibus se [Jac. I, 22].

2° COME GLI ATTI MERITORI AUMENTANO LA GRAZIA E LA GLORIA.

232. Pare difficile a prima vista capire come atti semplicissimi, comunissimi, ed essenzialmente transitori, possano meritare la vita eterna. La difficoltà sarebbe insolubile se questi atti provenissero solo da noi; ma in verità si è in due a farli, sono il risultato della cooperazione di Dio e della volontà umana, il che spiega la loro efficacia: Dio, coronando i nostri meriti, corona pure i suoi doni, avendo in questi meriti una parte preponderante. Spieghiamo dunque la parte di Dio e quella dell’uomo e così intenderemo meglio l’efficacia degli atti meritori.

A) Dio è la causa principale e primaria dei nostri meriti: “Non sono io che opero – dice S. Paolo [1 Cor. XV, 10] – ma la grazia di Dio con me: Non ego, sed gratia Dei mecum. È Dio infatti che crea le nostre facoltà, che le eleva allo stato soprannaturale perfezionandole con le virtù e coi doni dello Spirito Santo; è Dio che con la grazia attuale, preveniente e adiuvante, ci sollecita a fare il bene e ci aiuta a farlo; Egli è dunque la causa primaria che mette in moto la nostra volontà e le dà forze nuove per abilitarla a operare soprannaturalmente.

233. B) Ma la nostra libera volontà, rispondendo alle sollecitazioni di Dio, agisce sotto l’influsso della grazia e delle virtù, e diviene quindi causa secondaria ma reale ed efficiente dei nostri atti meritori, perché siamo i collaboratori di Dio. Senza questo libero consenso non c’è merito; in cielo non meritiamo più, perché là non possiamo non amare Dio che chiaramente vediamo essere bontà infinita e fonte della nostra beatitudine. D’altra parte anche la nostra cooperazione è soprannaturale: per mezzo della grazia abituale noi siamo divinizzati nella nostra sostanza, per mezzo delle virtù infuse e dei doni lo siamo nelle nostre facoltà, e per mezzo della grazia attuale anche nei nostri atti. Vi è quindi vera proporzione tra le nostre azioni, divenute deiformi, e la grazia che è essa pure una vita deiforme o la gloria che non è se non lo sviluppo di questa stessa vita. E’ vero che questi atti sono transitori e la gloria è eterna; ma poiché nella vita naturale atti che passano producono abiti e stati psicologici che restano, è giusto che nell’ordine soprannaturale avvenga lo stesso, che i nostri atti di virtù, producendo nell’anima una disposizione abituale ad amar Dio, siano ricompensati con una durevole ricompensa; ed essendo l’anima nostra immortale, conviene che la ricompensa non abbia fine.

234. C) Si potrebbe certamente obiettare che non ostante questa proporzione, Dio non è tenuto a  darci una ricompensa così nobile e duratura con la grazia e la gloria. Il che concediamo senza difficoltà e riconosciamo che Dio, nella sua infinita bontà, ci dà più di quanto meritiamo; non sarebbe quindi tenuto a farci godere dell’eterna visione beatifica se non ce l’avesse promesso. Ma Ei l’ha promesso per il fatto stesso d’averci destinato a un fìne soprannaturale; la qual promessa ci è più volte ricordata nella S. Scrittura, dove la vita eterna ci viene presentata come ricompensa promessa ai giusti e come corona di giustizia: “coronam quam repromisit Deus diligentibus se… corona justititiæ quam reddet mihi justus judex ” [Jac. I, 12]. Quindi il Concilio di Trento dichiara che la vita eterna è nello stesso tempo una grazia misericordiosamente promessa da Gesù Cristo, e una ricompensa che, in virtù della promessa di Dio, è fedelmente concessa alle buone opere ed ai meriti [Sess. VI, c. 16].

235. Per ragione appunto di questa promessa si può conchiudere che il merito propriamente detto è qualche cosa di personale: per noi e non per gli altri meritiamo la grazia e la vita eterna, perché la divina promessa non va oltre. — La cosa va ben diversamente per Gesù Cristo, il quale, essendo stato costituito capo morale dell’umanità, in virtù di quest’ufficio meritò per ognuno dei suoi membri, e meritò in senso stretto. – Possiamo certamente meritare anche per gli altri, ma solo con merito di convenienza; il che è già cosa molto consolante, perché cotesto merito viene ad aggiungersi a ciò che meritiamo per noi stessi e ci fa così capaci, lavorando alla nostra santificazione, di cooperare pure a quella dei nostri fratelli. Vediamo ora quali sono le condizioni che aumentano il valore dei nostri atti meritori.

II. Condizioni che aumentano il nostre merito.

236. Queste condizioni si traggono dalle varie cause che concorrono a produrre gli atti meritori e quindi da Dio e da noi. Quanto a Dio, possiamo fare assegnamento sulla sua liberalità, perché è sempre magnifico nei suoi doni. Onde la nostra attenzione deve principalmente rivolgersi alle nostre disposizioni: vediamo ciò che può renderle migliori sia da parte della persona che merita, come da parte dell’atto meritorio.

I. CONDIZIONI TRATTE DALLA PERSONA.

237. Quattro sono le condizioni principali che contribuiscono all’aumento dei meriti: il grado di grazia abituale o di carità; — l’unione con Nostro Signore; — la purità d’intenzione; — il fervore.

a) Il grado di grazia santificante. Per meritare in senso proprio, bisogna essere in stato di grazia: quindi quanta più grazia abituale possediamo, tanto più, a parità di condizioni, siamo atti a meritare. È vero che alcuni teologi lo negarono sotto pretesto che questa quantità di grazia non influisce sempre sui nostri atti per renderli migliori, e che anche certe anime sante operano talora con negligenza e imperfezione. Ma la dottrina comune è quella che sosteniamo.

1) Infatti il valore d’un atto, anche presso gli uomini, dipende in gran parte dalla dignità della persona che opera e dal credito che gode presso Colui che deve ricompensarla. Ora ciò che fa la dignità d’un Cristiano e gli dà credito sul cuore di Dio è il grado di grazia o di vita divina a cui è elevato; è questa la ragione per cui i Santi del cielo o della terra hanno un potere d’intercessione così grande. Se quindi possediamo un grado di grazia più alto, ne viene che agli occhi di Dio valiamo più di quelli che ne hanno meno, che maggiormente gli piacciamo, e che per questo capo le nostre azioni sono più nobili, più accette a Dio e quindi più meritorie.

2) Ma poi ordinariamentee normalmente questo grado di grazia avrà un felice influsso sulla perfezione dei nostri atti. Vivendo di vita soprannaturale più abbondante, amando Dio con amore più perfetto, siamo portati a far meglio le nostre azioni, a mettervi più carità, ad essere più generosi nei nostri sacrifizi; le quali disposizioni, come tutti ammettono, aumentano certamente i nostri meriti. Né si dica che talora avviene il contrario; si ha in tal caso l’eccezione non la regola generale, e noi ne abbiamo tenuto conto aggiungendo: a parità di condizioni. – Quanto consolante è questa dottrina! Moltiplicando gli atti meritori, aumentiamo ogni giorno il nostro capitale di grazia; questo capitale a sua volta ci aiuta a mettere maggior amore nelle nostre opere, onde acquistano maggior valore per accrescere la nostra vita soprannaturale: Qui justus est, justificetur adhuc.

238. b) Il grado d’ unione con Nostro Signore.

È cosa evidente: la fonte del nostro merito è Gesù Cristo, Autore della nostra santificazione, causa meritoria principale di tutti i beni soprannaturali, capo d’un Corpo mistico di cui noi siamo le membra. Quanto più vicini siamo alla sorgente, tanto più riceviamo della sua pienezza; quanto più ci accostiamo all’Autore di ogni santità, tanto maggior grazia riceviamo; quanto più siamo uniti al capo, tanto più riceviamo da Lui moto e vita. E non è ciò che dice Nostro Signore stesso in quel bel paragone della vite? “lo sono la vite, voi i tralci… chi rimane in me ed Io in lui, questi porta gran frutto: Ego sum vitis vera, vos pahnites… qui manet in me, et ego in eo, hic feri fructum multum[Joan. XV, 1-6]. – Uniti a Gesù come i tralci al ceppo, noi riceviamo tanto maggior linfa divina quanto più abitualmente, più attualmente, più strettamente siamo uniti al ceppo divino. Ecco perché le anime fervorose o che tali vogliono divenire, cercarono sempre un’unione ognor più intima con Nostro Signore; ecco perché la Chiesa stessa ci chiede di fare le nostre azioni per Lui, con Lui, in Lui: per Lui, per Ipsum, perché  “nessuno va al Padre senza passar per Lui, nemo venit ad Patrem nisi per me[Joan. XIV, 6]; con Lui, cum Ipso, operando con Lui, perché si degna di essere il nostro collaboratore; in Lui, in Ipso, vale a dire nella sua virtù, nella sua forza, e soprattutto nelle sue intenzioni, non avendone altre che le sue.Gesù allora vive in noi, ispira i nostri pensieri, i nostri desideri, le nostre azioni, tanto da poter dire con S. Paolo: “Io vivo, non più io, ma vive in me Gesù: Vivo autem, jam non ego, vivit vero in me Christus[Galat. II, 20] . È chiaro che opere fatte sotto l’influsso e l’azione vivificante di Cristo, con l’onnipotente sua collaborazione, hanno un valore incomparabilmente più grande che se fossero fatte da noi soli. Quindi in pratica bisogna unirsi spesso, massime al principio delle nostre azioni, a N. S. GesùCristo e alle sue così perfette intenzioni, con la piena coscienza della nostra incapacità a far nulla di bene da noi stessi e con l’incrollabile fiducia ch’Egli può rimediare alla nostra debolezza.

239. C) La purità d’intenzione o la perfezione del motivo che ci fa operare. Molti teologi dicono che perché le nostre azioni siano meritorie basta che siano ispirate da un motivo soprannaturale di timore, di speranza o d’amore. S. Tommaso vuole certamente che siano fatte sotto l’influsso almeno virtuale della carità, ossia in virtù d’un atto d’amor di Dio posto precedentemente e il cui influsso persevera. Ma aggiunge che questa condizione si avvera in tutti coloro che sono in stato di grazia e compiono un atto lecito: “Habentibus caritatem omnis actus est meritorius vel demeritorius” [De malo, q. 2, a. 5, ad 7] . Ogni atto buono infatti si riconduce ad una virtù; ora ogni virtù converge alla carità, essendo essa la regina che comanda a tutte le virtù, come la volontà è la regina di tutte le facoltà. La carità, sempre attiva, ordina a Dio tutti i nostri atti buoni e vivifica tutte le virtù dando loro la forma. Tuttavia, se vogliamo che i nostri atti diventino meritori quanto più è possibile, occorre una purità d’intenzione molto più perfetta e attuale. L’intenzione è la cosa principale nei nostri atti, è l’occhio che li illumina e li dirige al debito fine, è l’anima che li ispira e dà loro valore agli occhi di DioSi oculus tuus fuerit simplex, totum corpus lucidum erit” . Ora tre elementi danno alle nostre intenzioni un valore speciale.

240. 1) Essendo la carità la regina e la forma delle virtù, ogni atto ispirato dall’amor di Dio e del prossimo avrà assai maggior merito di quelli ispirati dal timore o dalla speranza. Conviene quindi che tutte le nostre azioni siano fatte per amore: così diventano, anche le più comuni (come il pasto e la ricreazione), atti di carità, e partecipano al valore di questa virtù, senza perdere il proprio; mangiar per rifarsi le forze è motivo onesto e in un Cristiano anche meritorio; ma rifarsi le forze per meglio lavorare per Dio e per le anime, è motivo di carità assai superiore che nobilita quest’atto e gli conferisce un valore meritorio molto più grande.

241. 2) Poiché gli atti di virtù informati dalla carità non perdono il proprio valore, ne viene che un atto fatto con più intenzioni insieme sarà più meritorio. Così un atto d’obbedienza ai superiori fatto per doppio motivo, per rispetto alla loro autorità e nello stesso tempo per amor di Dio considerato nella loro persona, avrà il doppio merito dell’obbedienza e della carità. Uno stesso atto può quindi avere un triplice, un quadruplice valore: detestando i miei peccati perché hanno offeso Dio, io posso avere l’intenzione di praticare nello stesso tempo la penitenza, l’umiltà e l’amor di Dio; onde quest’atto è triplicemente meritorio. È quindi cosa utile proporsi più intenzioni soprannaturali; ma si eviti di dar negli eccessi col cercare troppo affannosamente intenzioni multiple, il che turba l’anima. Abbracciare quelle che spontaneamente ci si presentano e subordinarle alla divina carità, è questo il mezzo di aumentare i propri meriti senza perdere la pace dell’anima.

242. La volontà dell’uomo essendo volubile, è necessario esprimere e rinnovar spesso le intenzioni soprannaturali; altrimenti potrebbe accadere che un atto cominciato per Dio continuasse sotto l’influsso della curiosità, della sensualità o dell’amor proprio, e perdesse così una parte del suo valore; dico una parte, perché queste intenzioni sussidiarie non distruggendo interamente la principale, l’atto non cessa d’essere soprannaturale e meritorio nel suo complesso. Quando una nave, salpando da Genova, fa rotta per New York, non basta dirigere la prora una volta per sempre verso questa città; ma poiché la marea, i venti e le correnti tendono a farla deviare, bisogna continuamente ricondurla, per mezzo del timone, verso la meta. Così è della nostra volontà; non basta ordinarla una volta, e neppure ogni giorno, a Dio; le umane passioni e le influenze esterne la faranno deviar presto dalla diritta via; bisogna spesso con atto esplicito ricondurla verso Dio e verso la carità. Così le nostre intenzioni restano costantemente soprannaturali, anzi perfette e assai meritorie, specialmente se vi aggiungiamo il fervore nell’operare.

243. d) L’intensità o Il fervore con cui si opera. Si può infatti operare, anche facendo il bene con negligenza, con poco sforzo, o invece con slancio, con tutta l’energia di cui si è capaci, utilizzando tutta la grazia attuale messa a nostra disposizione. È chiaro che il risultato in questi due casi sarà ben diverso. Se si opera con negligenza non si acquistano che pochi meriti e talvolta anche uno si rende colpevole di qualche colpa veniale, la quale del resto non distrugge tutto il merito; se invece uno prega, lavora, si sacrifica con tutta l’anima, ognuna delle fatte azioni merita una quantità considerevole di grazia abituale. Senza entrar qui in ipotesi poco sicure, si può dire con certezza che, rendendo Dio il cento per uno di ciò che si fa per Lui, un’anima fervorosa acquista ogni giorno un numero considerevolissimo di gradi di grazie e diviene così in poco tempo molto perfetta, secondo l’osservazione della Sapienza: “Perfezionatosi in breve, compì una lunga carriera; – Consummatus in brevi, explevit tempora multa” [Sap. IV, 13]. Qual prezioso incoraggiamento al fervore, e come torna conto rinnovar spesso gli sforzi con energia e perseveranza!

2. CONDIZIONI TRATTE DALL’OGGETTO O DALL’ATTO STESSO.

244. Non le sole disposizioni della persone aumentano il merito, ma tutte le circostanze che contribuiscono a rendere l’azione più perfetta. Le principali sono quattro:

a) L’eccellenza dell’ oggetto o dell’atto che compie. Vi è gerarchia nelle virtù: le virtù teologali sono più perfette delle virtù morali, quindi atti di fede, di speranza e massime quelli di carità sono più meritori degli atti di prudenza, di giustizia di temperanza, ecc. Ma, come abbiamo detto, questi ultimi possono, per ragione dell’intenzione, diventare atti d’amore e parteciparne quindi lo speciale valore. Similmente gli atti di religione, che tendono direttamente alla gloria di Dio, sono più perfetti di quelli che hanno per fine diretto la nostra santificazione.

b) Per certe azioni, la quantitàpuò influire sul merito; così, a parità di condizioni, un dono generoso di mille lire sarà più meritorio di uno di dieci centesimi. Ma si tratti di quantità relativa; l’obolo della vedova, che si priva d’una parte del necessario, moralmente vale di più della ricca offerta di colui che si spoglia d’una parte del superfluo.

e) Anche la duratarende l’azione più meritoria: pregare, soffrire per un’ora vale più che farlo per cinque minuti, perché questo prolungamento esige maggiore sforzo e maggior amore.

245. d) La difficoltà dell’atto, non per sé stessa ma in quanto richiede maggior amor di Dio, sforzo più energico e più sostenuto, quando non provenga da imperfezione attuale della volontà, accresce anch’essa il merito. Così resistere a una tentazione violenta è più meritorio che resistere a una tentazione leggiera; praticare la dolcezza quando si ha un temperamento portato alla collera e quando si è frequentemente provocati da chi ci sta attorno, è più difficile e più meritorio che farlo quando si ha un naturale dolce e timido e si è circondati da persone benevoli. Non se ne deve però conchiudere che la facilità, acquistata con ripetuti atti di virtù, diminuisca necessariamente il merito; questa facilità, quando uno se ne giovi per continuare e anche aumentare lo sforzo soprannaturale, favorisce l’intensità o il fervore dell’atto, e sotto quest’aspetto aumenta il merito, come abbiamo già spiegato. Come unbuon operaio, perfezionandosi nel suo mestiere, evita ogni sciupio di tempo, di materia e di forza e ottiene maggior frutto con minor fatica; così un Cristiano che sa meglio servirsi degli strumenti di santificazione, evita le perdite di tempo, molti sforzi inutili, e con minor fatica guadagna maggiori meriti. I Santi, che con la pratica delle virtù riescono a fare più facilmente degli altri atti di umiltà, d’obbedienza, di Religione, non ne hanno minor merito per il fatto che praticano più facilmente e più frequentemente l’amor di Dio; e d’altra parte essi continuano a fare sforzi e sacrifici nelle circostanze in cui sono necessari. In conclusione, la difficoltà accresce il merito, non in quanto è ostacolo da vincere ma in quanto eccita maggiore slancio e maggioramore.Aggiungiamo solamente che queste condizionioggettive non influiscono realmente sul merito se non in quanto sono liberamente accettate e volute e reagiscono quindi sulla perfezione delle interne nostre disposizioni.

CONCLUSIONE.

246. La conclusione che spontaneamente ne viene è la necessità di santificare tutte e ciascuna delle nostre azioni, anche le più comuni. Come infatti abbiamo detto, possono essere tutte meritorie, se le facciamo con mire soprannaturali, in unione con l’Operaio di Nazareth, il quale, lavorando nella sua bottega, meritava continuamente per noi. E se è così, qual progresso non possiamo fare in un sol giorno! Dal primo svegliarsi del mattino fino al riposo della sera, centinaia di atti meritori un’anima raccolta e generosa può compire; perché non solo ogni azione, ma, quando si prolunga, ogni sforzo per farla meglio, per esempio, per cacciar le distrazioni nella preghiera, per applicare la mente al lavoro, per schivare una parola poco caritatevole, per rendere al prossimo il minimo servizio; ogni parola ispirata dalla carità; ogni buon pensiero da cui si trae profitto; in una parola, tutti i movimenti interni dell’anima liberamente diretti verso Dio, sono altrettanti atti meritori che fanno crescere Dio e la grazia nell’anima nostra.

247. Si può quindi dire con tutta verità che non c’è mezzo più efficace, più pratico, più facile a tutti per santificarsi, che rendere soprannaturali tutte le proprie azioni; questo mezzo basta da solo ad elevare in breve tempo un’anima al più alto grado di santità. Ogni atto è allora un germe di grazia, perché la fa germogliare e crescere nell’anima, e un germe di gloria, perché aumenta nello stesso tempo i nostri diritti alle beatitudine celeste.

248. Il mezzo praticodi convertire a questo modo tutti i nostri atti in meriti, è di raccoglierciun momento prima di operare, di rinunziare positivamente a ogni intenzione naturale o cattiva, di unirci a Nostro Signore, nostro modello e nostro mediatore, col sentimento della nostra impotenza, e offrire pei mezzo di Lui le nostre azioni a Dio per la gloria sua e per il bene delle anime; cosi intesa l’offerta spesso rinnovata delle nostre azioni è un atto di rinunzia, di umiltà, di amore a Nostro Signore, di amore di Dio, di amore del prossimo; è un’accorciatoia per giungere alla perfezione. A pervenirvi più efficacemente abbiamo pure a nostra disposizione i Sacramenti.

SALMI BIBLICI: “ERUCTAVIT COR MEUM VERBUM BONUM” (XLIV)

SALMO 44: ERUCTAVIT COR MEUM verbum bonum”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOME PREMIER.

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 44

In finem, pro iis qui commutabuntur. Filiis Core, ad intellectum. Canticum pro dilecto.

[1] Eructavit cor meum verbum bonum; dico ego opera mea regi. Lingua mea calamus scribæ velociter scribentis.

[2] Speciosus forma prae filiis hominum, diffusa est gratia in labiis tuis; propterea benedixit te Deus in æternum.

[3] Accingere gladio tuo super femur tuum, potentissime.

[4] Specie tua et pulchritudine tua intende, prospere procede, et regna, propter veritatem, et mansuetudinem, et justitiam; et deducet te mirabiliter dextera tua.

[5] Sagittæ tuæ acutæ, populi sub te cadent, in corda inimicorum regis.

[6] Sedes tua, Deus, in sæculum sæculi; virga directionis virga regni tui.

[7] Dilexisti justitiam, et odisti iniquitatem; propterea unxit te Deus, Deus tuus, oleo laetitiæ, præ consortibus tuis.

[8] Myrrha, et gutta, et casia a vestimentis tuis, a domibus eburneis; (1) ex quibus delectaverunt te

[9] filiæ regum in honore tuo. Astitit regina a dextris tuis in vestitu deaurato, circumdata varietate.

[10] Audi, filia, et vide, et inclina aurem tuam; et obliviscere populum tuum, et domum patris tui.

[11] Et concupiscet rex decorem tuum, quoniam ipse est Dominus Deus tuus, et adorabunt eum.

[12] Et filiæTyri in muneribus vultum tuum deprecabuntur; omnes divites plebis.

[13] Omnis gloria ejus filiæ regis ab intus, in fimbriis aureis,

[14] circumamicta varietatibus. Adducentur regi virgines post eam, proximæ ejus afferentur tibi.

[15] Afferentur in lætitia et exsultatione; adducentur in templum regis.

[16] Pro patribus tuis nati sunt tibi filii; constitues eos principes super omnem terram.

[17] Memores erunt nominis tui in omni generatione et generationem: propterea populi confitebuntur tibi in æternum, et in sæculum sæculi.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO XLIV

Cantico dato ai figli di Core da cantare con intelligenza fino alla fine. L’argomento è le lodi di Cristo e della sua sposa la Chiesa; quindi si dice per diletto, per Cristo, figlio diletto del Padre; e per quelli che si cambieranno, di peccatori ingiusti, entrando nella Chiesa.

Per la fine; per quelli, che saranno cangiati. Ai figliuoli di Core, salmo d’intelligenza; cantico per lo diletto.

1. Il mio cuore ha gettato una buona parola; al re io recito le opere mie. La mia lingua è la penna di uno scrittore che scrive velocemente.

2. Specioso in bellezza sopra i figliuoli degli uomini, la grazia è diffusa sulle tue labbra: per questo ti benedisse Dio in eterno.

3. Cingi a’ tuoi fianchi la tua spada, o potentissimo.

4. Colla tua speciosità e bellezza tendi l’arco, avanzati felicemente, e regna, Mediante la verità e la mansuetudine e la giustizia; e a cose mirabili ti condurrà la tua destra.

5. Le tue penetranti saette passeranno i cuori dei nemici del re, i popoli cadranno a’ tuoi piedi.

6. Il tuo trono, o Dio, per tutti i secoli; lo scettro del tuo regno, scettro di equità.

7. Hai amato la giustizia, ed hai odiato l’iniquità: per questo ti unse, o Dio, il tuo Dio di un unguento di letizia sopra li tuoi consorti.

8. Spirano mirra e lagrima e cassia le tue vestimenta tratte dalle case d’avorio; (1)

9. Onde te rallegrarono le figlie de’ regi, rendendoti onore. Alla tua destra si sta la regina in manto d’oro con ogni varietà di ornamenti.

10. Ascolta, o figlia, e considera, e porgi le tue orecchie, e scordati del tuo popolo e della casa di tuo padre.

1. E il re amerà la tua bellezza; perché egli è il Signore Dio tuo, e a lui renderanno adorazioni.

12. E le figlie di Tiro porteranno de’ doni; porgeran suppliche a te tutti i ricchi del popolo.

13. Tutta la gloria della figlia del re è interiore; ella è vestita di un abito a vari colori, con frange d’oro.

14. Saranno presentate al re, dopo di lei, altre vergini; le compagne di lei saranno condotte a te.

15. Saranno condotte con allegrezza e con festa; saran menate al tempio del re.

16. In luogo de’ padri tuoi son nati a te de’ figliuoli; tu li costituirai principi sopra la terra.

17. Eglino si ricorderan del tuo nome per tutte le generazioni. Per questo daranno a te laude i popoli in eterno, e pe’ secoli de’ secoli.

(1) Questi palazzi o case d’avorio, erano degli scrigni a forma di casa o mobili decorati con avorio. Vi si mettevano abiti con degli aromi per profumarli.

Sommario analitico

In questo salmo che si applica in senso primario ed imperfetto al matrimonio di Salomone con la figlia del re d’Egitto (1), il Re-Profeta manifesta la profezia che intende fare, profezia che è l’epitalamo di Gesù-Cristo e della sua Chiesa (1), di cui celebra le nozze spirituali, dimostrandone la sublimità e l’importanza:

1° Per la pienezza della saggezza di cui deborda il suo cuore;

2° per la santità delle cose che rende pubbliche;

3° per la conformità che esiste tra le sue parole e le sue opere;

4° per l’ispirazione dello Spirito Santo.

(1) Questo salmo non riguarda che il Messia, e non crediamo che si possano ammettere con D. Calmet, Laurence (Traduct. des Ps.), dei sensi letterari, né con l’editore delle note di M. Le Hir, che questo salmo si applichi in un senso primario ed imperfetto al matrimonio di Salomone con la figlia del re d’Egitto, e nel senso principale al Messia. Noi pensiamo semplicemente, come un gran numero di autori, che questo matrimonio sia stato l’occasione di questo salmo, come per Salomone, vivente Davide, il salmo LXXI: « di partire da una circostanza attuale per elevarsi nel campo sacro dell’avvenire,» dice al proposito L. Schidt (Rédemption du genre humain annoncée par les traditions religieuses), tale è il marchio dei Profeti: la poesia diventa più bella, l’avvenire meglio precisato. Ecco come io interpreto anche il Cantico dei Cantici. Ma credere che i sublimi accenti di Salomone non fossero altro che dei canti d’amore indirizzati alla sua sposa, o che il salmo non abbia per oggetto che il matrimonio di suo figlio Salomone, significa calpestare la venerazione per le sante Scritture, altrimenti l’autore della Lettera agli Ebrei non ci avrebbe annunciato in modo positivo che questo salmo concernesse il Figlio di Dio. » Questo salmo dunque, non può avere come oggetto Salomone:

1° perché il matrimonio di questo principe con una principessa idolatra, non può essere definita una buona cosa;

2° Perché non si può dire che Salomone sia stato benedetto in eterno, egli le cui cadute sono tali che la sua salvezza pone ancora problemi;

3° Perché non si può riconoscere Salomone nei tratti che caratterizzano un conquistatore, essendo stato il suo, un regno di pace;

4° Perché Salomone non poteva essere chiamato semplicemente Dio;

5° Perché il regno di Salomone non è stato sempre un regno di clemenza e di giustizia;

6° Perché l’unzione che Salomone ha ricevuto, non è stata diversa da quella dei suoi predecessori, e non gli ha impedito di cadere nei peggiori disordini;

7° Perché questo gran numero di straniere che sposò Salomone, non erano figlie di re;

8° Perché oltre al fatto che i suoi successori non vennero dalla figlia del re d’Egitto, era ben lungi dall’aver governato tutta la terra, non avendo posseduto se non solo la Palestina.

I.Egli celebra in Gesù-Cristo, come sposo:

Le qualità del corpo: – a) la bellezza del volto e la grazia dei discorsi (2); – b) la magnificenza delle armi e la forza di cui è rivestito (3); – c) il suo incedere reale e trionfante; Le qualità dell’anima: – a) la verità, la dolcezza, la giustizia e la forza (4); – b) l’abilità nel combattere e le conseguenze della vittoria (5). Le prerogative della regalità: – a) l’eternità del suo trono; – b) la superiorità del suo scettro che afferma la giustizia e distrugge l’iniquità (6); – c) l’eccellenza dell’unzione che ha ricevuto (7); – d) la ricchezza dei suoi vestiti e la soavità dei profumi, la magnificenza dei palazzi e la nobiltà di coloro che lo circondano (8).

II. Egli ci mostra la Chiesa:

1° Come una Regina il cui trono è elevato vicino a quello di Gesù-Cristo, i cui abiti hanno una magnificenza veramente regale (9).

2° Come una sposa: – a) condotta al suo sposo su un carro di virtù dell’obbedienza, di prudenza, di umiltà, di mortificazione (10); – b) accolta con amore dal suo sposo che è sia suo Re che suo Signore (11); – c) onorata da coloro che sono a lei soggetti, i grandi o i popoli (12); – d) ornata dal Padre eterno dei doni interiori della grazia e degli ornamenti esterni di tutte le virtù (13); – e) circondata da una corona di vergini che le saranno condotte con il trasporto della gioia più viva, e che saranno ammesse alla sua intimità (14, 15).

3° Come una madre di numerosi figli, resa illustre dalla loro origine, dalla loro maestà, l’estensione del loro impero, la grandezza della loro pietà e la costanza della loro virtù (16, 17). 

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-8.

ff. 1, 2. – Sull’esempio di ciò che produce nello stomaco un pasto abbondante, colui che è nutrito da questo pane vivente disceso dal cielo e dà la vita al mondo, è saziato da ogni parola che esce dalla bocca di Dio; l’anima – io dico – che secondo il linguaggio delle divine Scritture, è nutrita da sante e celesti dottrine, non può enunciare che una cosa in rapporto ad una nutrizione così perfetta: « L’uomo buono trae delle cose buone da un tesoro buono » (Matth. XII, 35) (S. Basilio). – il Re-Profeta ci dichiara qui ciò che dice non è il frutto né dei suoi pensieri, né delle sue meditazioni, né del suo lavoro personale, bensì l’opera esclusiva della grazia divina, e che egli non fa che prestare la sua lingua alla parola ispirata: « La mia lingua – egli dice – è come la penna di uno scrivano rapido ». Cosa significa questa espressione: « … rapido »? È l’azione della grazia dello Spirito Santo! Colui che parla secondo le proprie ispirazioni è obbligato a procedere con lentezza, medita, compone; l’inesperienza, la mancanza di scienza, e mille altre cose ostacolano la rapidità del discorso. Ma quando lo Spirito Santo si impadronisce di un’anima, non ci sono più difficoltà: simile ad un’acqua che si precipita con veemenza ed impetuosità, la grazia dello Spirito Santo avanza con una rapidità inaudita, appianando tutto al suo passaggio ed eliminando ogni ostacolo (S. Criys.). – Questa è la proprietà tutta particolare di una lingua che non parla se non mediante lo Spirito di Dio, comparato alla penna di uno scrivano. La lingua ordinariamente parla, ma non scrive; la penna scrive, ma non parla; ma una lingua animata dallo Spirito divino ha queste due qualità coniugate insieme: essa parla, come strumento di questo divino Spirito, un linguaggio all’orecchio per illuminare lo spirito; ma essa penetra più a fondo, scrive nel cuore! (Dug.). – La mia lingua, quando esprime i pensieri di Dio – dice il Profeta – è simile alla penna di uno scriba. Cosa voleva dire? È questa una similitudine ammirevole – risponde San Gerolamo – perché se è vero che uno scriba forma dei caratteri che restano, che si conservano per secoli e che rappresentano sempre all’occhio ciò che inizialmente fanno vedere, la lingua non forma che parole passeggere che cessano di esistere nel momento in cui vengono pronunziate; così pure la luce di Dio ha un essere permanente, di modo tale che, una volta impressa nei nostri spiriti, ove Dio ve la imprimerà, noi non potremo perdere più l’idea dei soggetti che Dio vi inciderà e la vedremo eternamente scritta in Dio stesso (Bourd. Sur le jug. dernier). – È di importanza sovrana l’avere un cuore buono poiché, secondo la dottrina del Profeta, confermata dal Salvatore, è dalla sua pienezza che escono le buone o le cattive cose, le buone o le cattive azioni. – Importanza non meno grande è quella di consacrare al Re sovrano tutti i propri pensieri, i propri disegni, e le proprie azioni: è il fine al quale essi devono essere unicamente ricondotti (Duguet). – Se voi strappate una canna dalla terra che la sostiene, la spogliate delle foglie superflue, così come noi dobbiamo essere spogliati dell’uomo vecchio e delle sue azioni, se la ponete tra le dita dello scrivano che la dirige, la canna così trasformata diventa la penna della quale il Re-Profeta diceva: « La mia lingua è come la penna dello scriba che corre veloce ». Qual è questa penna che corre veloce nel pensiero del salmista? Non è forse Gesù-Cristo stesso, che imita la canna nell’infermità della sua carne, ma che con la sua carne inferma, ha magnificamente espresso tutta la serie delle volontà di suo Padre? … O uomo – continua Sant’Ambrogio – sappiate nella vostra carne imitare questa canna che diviene la penna dello scrivano e prendete cura di non intingere la penna nell’inchiostro, ma nello Spirito di Dio, affinché i vostri scritti durino eternamente, secondo le belle parole dell’Apostolo ai Corinti: « … voi stessi siete la nostra lettera, scritta non con l’inchiostro, ma con lo Spirito di Dio » (S. Ambr. Ps. XLIV).

ff. 2. – Il Re-Profeta evita di farci qui qualunque paragone, e non ci dice: « Voi siete più bello, ma sorpassate in bellezza tutti i figli degli uomini ». È una bellezza di un genere totalmente diverso: Davide, proclamando il Cristo come il più bello dei figli degli uomini ha, in vista della grazia, la saggezza, la dottrina, i miracoli del Salvatore. Egli fa in seguito la descrizione di questa bellezza. « La grazia è stata distribuita sulle vostre labbra ». Voi vedete che Egli parla della natura umana della quale è rivestito. Ora, qual è questa grazia? La grazia della sua dottrina e dei suoi miracoli, grazia che è discesa sulla natura umana del Salvatore (S. Chys.). – Tutti Gli rendono testimonianza, ed ammirano le parole piene di grazia che escono dalla sua bocca (Luc. IV, 22). – Due sono le sorgenti di questa bontà, secondo San Tommaso d’Aquino: la vista e l’udito. Gesù-Cristo è nello stesso tempo bello da contemplare e delizioso da ascoltare nella sua Persona; Egli è il più bello dei figli degli uomini da intendere, è il più soave e la grazia si spande sulle sue labbra. Gesù-Cristo nel suo corpo, nel suo aspetto esteriore, fu dotato di una meravigliosa bellezza, ma la bellezza della sua anima è molto più mirabile ed incantevole. – A questa doppia bellezza, Gesù-Cristo aggiunge ancora la bellezza della sua parola: « La grazia si espande sulle sue labbra ». Tre cose – dice ancora San Tommaso – rendono la parola dolce e gradevole da ascoltare; la bellezza delle cose dette, la maniera con la quale vengono dette, la grandezza e la potenza degli effetti che ottengono nella nostra anima. Si applichino queste tre regole alle parole di Gesù-Cristo (S. Thom. In Ps. XLIV). Quanto questo caro diletto è bello tra tutti i figli degli uomini! Oh come è dolce la sua voce, come procedono dalle labbra dalle quali è dispensata la pienezza della grazia! Tutti gli altri sono profumati, ma Egli è il profumo stesso; gli altri sono pieni di balsamo, ma Egli è il balsamo stesso; il Padre eterno riceve le lodi dagli altri, come profumo di fiori particolari; ma al sentire le benedizioni che il Salvatore Gli dà, Egli esclama indubbiamente: « Ecco l’odore delle lodi di mio Figlio, come l’odore di un campo pieno di fiori che ho benedetto » (Gen. XXVII, 27), (S. Fr. De Sal., Tr. De l’am. De Dieu, 1, V, c. XI). Tutto il popolo era sorpreso e rapito da ammirazione ascoltandolo; ora non si può dubitare che Egli fosse Colui che il Salmista aveva cantato: « O il più bello dei figli degli uomini! La grazia è diffusa sulle vostre labbra ». Si lasciava tutto per ascoltarlo, tanto potente era il fascino della sua parola, e non solo si veniva toccati, ma rapiti dalla soavità dei suoi discorsi e dalle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca. Tutti Gli rendevano questa testimonianza, e non erano solo i suoi discepoli che Gli dicevano: « … Maestro da chi andremo? Solo Voi avete parole di vita eterna »; ma ancora « … coloro che venivano con l’ordine ed il proposito di prenderlo, erano presi essi stessi dai discorsi, e non osavano mettergli le mani addosso » (Bossuet, Med. s. l’Ev. dern. s. II j.). – La vera bellezza dell’anima è la santità. Questa bellezza, comunicata all’anima che è in grazia, la rende infinitamente più bella di tutte le beltà che il mondo ammira e che comparate ad essa, non sono altro che brutture e deformità. Questa santità diffonde una certa grazia dalle labbra che si comunica a coloro ai quali parla, e che riempie di questa unzione celeste della quale essa stessa è penetrata. È per questa che Dio l’ha benedetta per l’eternità; o piuttosto è perché Dio l’ha benedetta fin dall’eternità, che essa è stata riempita di bellezza e di grazie (Dug.).

ff. 3, 4. – Il Profeta ci presenta il Figlio di Dio come un dottore, e Lo dipinge come un re coperto da armi, per affrontare il terribile combattimento che deve sostenere contro nemici i più acerrimi, perché essi sono spirituali (S. Chrys.). – È contemplando innanzitutto il Verbo che si unisce alla infermità della carne, che il Profeta Gli dice: « … Voi che siete l’Onnipotente », perché è con uno sforzo di grande potenza che un Dio ha potuto unirsi alla natura umana. In effetti, né la creazione del cielo e della terra, né la produzione del mare, dell’aria e degli altri elementi, né tutti gli esseri creati sopra nel mondo o sopra la terra, proclamano con tanto splendore la potenza di Dio, come la divina economia, l’incarnazione, e questo abbassamento incomprensibile della natura divina fino alla debolezza dell’infermità della natura umana (S. Basil.). – Qualunque lode facciamo ai vittoriosi, non può nascondere la verità che le guerre e le conquiste producono sempre lacrime che non dànno luogo a compiacenze. Considerate i Cesari e gli Alessandri, e tutti gli altri devastatori di provincie che noi chiamiamo conquistatori: Dio li manda sulla terra nel suo furore. Questi eroi, questi trionfatori, con tutti i loro magnifici elogi, sono qui in basso per turbare la pace del mondo con la loro smisurata ambizione. Hanno essi mai fatto una guerra così giusta in cui non abbiano oppresso una infinità di innocenti? Le loro vittorie sono i dolori e le disperazioni delle vedove e degli orfani. Essi trionfano della rovine delle nazioni e della desolazione pubblica. Non è così per il mio principe! Egli è un capitano Salvatore, che salva i popoli perché li doma, e li doma morendo per essi. Egli non utilizza né il ferro né il fuoco per soggiogarli; Egli combatte per amore; combatte con benefici, con potenti attrazioni, con un fascino invincibile. Che i vostri spiriti non siano occupati da una idea vana di bellezza corporea che, certo non meritava di ottenere per tanto tempo la meditazione del Profeta. Seguite piuttosto questo tenero ed affettuoso movimento dell’ammirevole S. Agostino: « Per me – dice questo gran personaggio – ovunque io veda il mio Salvatore, la sua bellezza mi sembra affascinante. Egli è bello in cielo, bello sulla terra, nel seno del Padre, bello nelle braccia di sua Madre. Egli è bello nei miracoli, ma pure nei flagelli. Egli possiede una grazia senza pari, sia che ci inviti alla vita, sia che Lui stesso disprezzi la morte. Egli è bello fin sulla croce, Egli è bello anche nel sepolcro ». « Che gli altri – egli dice – pensino quel che vogliono; ma per noi altri credenti, dappertutto si presenti ai nostri occhi, Egli è sempre bello in perfezione ». Soprattutto, bisogna confessarlo, qualunque cosa creda il mondo della sua passione, benché i suoi arti fossero crudelmente straziati e questa povera carne lacerata facciano quasi sollevare il cuore di coloro che si avvicinano a Lui, benché il profeta Isaia abbia predetto che in questo stato, « … Egli non sarebbe riconoscibile, … non avrebbe avuto più grazia e neanche apparenza umana »; tuttavia è in questi lineamenti cancellati, in questi occhi contusi, in questo viso che fa orrore, che scopro dei tratti di una incontestabile bellezza. Il suo dolore non solo ha dignità, ma grazia e attrattiva … l’amore che il mio Re-Salvatore ha per me e che ha aperto tutte queste piaghe, vi ha soffuso una certa grazia che nessun altro oggetto può eguagliare, un certo splendore di bellezza che trasporta le anime fedeli. Non vedete con quanta compiacenza esse vi restano legate? Per loro è un supplizio staccarsi da questo oggetto amabile. Di là escono queste frecce acute che Davide canta in questo nostro salmo; di là questi getti di fiamma invisibile che squarciano i cuori nel vivo, « talmente che non respirano nient’altro che Gesù crocifisso », ad imitazione dell’Apostolo (Bossuet). – « Regnate con la vostra verità, la vostra dolcezza, la vostra giustizia ». Il Re-Profeta ci ha parlato di guerra, ce ne ha descritto i preparativi, ci ha fatto vedere il capitano tutto armato; egli racconta ora le gesta del suo regno, il genere e la natura delle sue vittorie. Gli altri re della terra fanno la guerra per conquistare delle città, delle ricchezze, o per vendicare inimicizie personali, o per motivo di vanagloria. Ma non è affatto per questi motivi che il Figlio di Dio fa la guerra: è per la sua verità e per stabilirla sulla terra; è per la dolcezza, per ispirarla a coloro che sorpassano in crudeltà le stesse bestie feroci, vale a dire per rendere giusti, prima con la grazia, poi con la pratica delle buone opere, coloro che gemono sotto il giogo tirannico dell’iniquità (S. Chrys.). – Il Figlio di Dio può regnare in due modi sugli uomini: per quelli sui quali Egli regna con il suo fascino, con le attrattive della grazia, con l’equità della sua legge, con la dolcezza delle sue promesse, con la forza delle sue verità, e questi sono i giusti, i suoi diletti, ed è questo regno che David profetizza in spirito in questo Salmo: « Andate, uomo più bello del mondo, con questa grazia e questa beltà che vi è così naturale; andate – egli dice – a combattere e a regnare ». Quanto è dolce questo impero! E di quale supplizio, di quale servitù non sono degni coloro che rifiutano un dominio così giusto e gradevole? Anche il Figlio di Dio regnerà su di essi in un modo tutto strano e che non sarà da loro sopportato: vi regnerà con il rigore dei suoi ordini, con l’esecuzione della sua giustizia, con l’esercizio della sua vendetta. È di questo regno che bisogna intendere nel salmo secondo nel quale Dio dice a suo Figlio: « voi li dominerete con scettro di ferro, etc. » (Bossuet, Bonté et riguer de Dieu a l’ég. des péch.)

ff. 5. – È la potenza della predicazione che il salmista descrive sotto l’immagine di queste frecce. In effetti la parola di Dio, vivente ed efficace, che trancia più di una spada a doppio taglio, che entra e penetra fin nelle pieghe dell’anima (Hebr. IV, 12), ha percorso la terra intera, più rapida della freccia che fende l’aria; essa ha colpito il cuore dei suoi nemici, non per dar loro la morte, ma per attirarli a Dio (S. Chrys.). queste frecce acute sono in questo discorso abilmente composto, quelle che penetrano i cuori degli uditori, colpiscono e feriscono le anime dotate di intelligenza viva e pronta. « Le parole del saggio – dice l’Ecclesiaste (XII, II) – sono come dei pungoli, come dei chiodi penetrati profondamente” (S. Basilio). Chi sono coloro che sono caduti? Coloro che sono stati colpiti e sono caduti. Noi vediamo dei popoli sottomessi a Cristo, ma non vediamo dei caduti. Il profeta mostra dove essi cadono: « Nel cuore ». È là che essi si levano orgogliosamente contro il Cristo, è là che essi cadono davanti al Cristo. Saulo bestemmiava contro il Cristo, e si erge contro con orgoglio; supplica il Cristo, è caduto, è abbattuto: il nemico di Cristo è stato ucciso, affinché il discepolo di Cristo vinca. Una freccia è stata lanciata dal cielo. Saulo è stato colpito al cuore. In questo momento egli è ancor Saulo, non è ancora Paolo; egli ancora si erge nel suo orgoglio, non è ancora abbattuto, ma ha ricevuto la freccia, « … egli è caduto nel suo cuore » (Act. IX, 16). Oh! Come era acuta e potente questa freccia, sotto il colpo della quale Saulo è caduto per diventare Paolo! Così è per i popoli, come per lui: guardate le nazioni! Voi le vedete sottomesse al Cristo: « i popoli cadranno dunque sotto la vostra potenza; nel cuore, ove essi erano dei nemici, sono stati colpiti dalle vostre frecce, e sono caduti davanti a voi. Da nemici quali erano, sono divenuti vostri amici; in essi i nemici sono morti e gli amici vivono »! (S. Agost.).

ff. 6-8. – Gesù-Cristo è Re, non per un tempo, come i re della terra, ma per l’eternità. Il trono di Davide suo padre, non è che la figura di quella di Dio, che Lo ha generato prima dell’aurora, e che a Lui prepara: « Egli avrà dunque il trono di Davide suo padre, e regnerà eternamente nella casa di Giacobbe. » (Luc. I, 33). – Chi altri potrà regnare eternamente se non un Dio al Quale è stato detto: « il vostro trono, o Dio, sarà eterno? », ed ecco perché non si vedrà la fine del suo regno. Oh Gesù, di cui il regno è eterno, se ne vedrà la fine nel mio cuore? Cesserò di obbedirvi? Dopo aver cominciato secondo lo spirito, finirò secondo la carne? Mi pentirò di aver fatto bene? Mi libererò dal tentatore, dopo tanti santi sforzi per sfuggire alle sue mani? L’orgoglio invaderà la messe ancor prima di essere raccolta? No, bisogna essere di coloro dei quali è scritto (Gal. VI, 9): « non cessate di lavorare, perché la messe che dovete raccogliere non abbia a soffrire di mancanza. » (Bossuet, Elév. XII, S III, El.). – La verga della dirittura è quella che dirige gli uomini. Essi erano curvati, erano torturati; essi non volevano altri re se non sé stessi; essi si amavano, amavano le loro cattive azioni; essi non sottomettevano la loro volontà a quella di Dio, ma volevano far piegare alle loro cupidigie la volontà di Dio. In effetti, si vede l’uomo ingiusto e peccatore irritarsi contro Dio, se Dio non fa colare sulle sue terre l’acqua della pioggia, e non vuole che Dio si irriti contro di lui, se egli stesso scorra come acqua fuggitiva. Ed è per così dire di tal sorta, che gli uomini sono occupati, tutti i giorni, a disputare contro Dio: … Egli deve fare così, … Egli non fa bene questo. Eh che! Voi vedete dunque ciò che dovete fare, mentre Lui non lo vede? Voi siete torti, come Egli è retto? Come volete unire ciò che è storto con ciò che è dritto? È impossibile allineare insieme queste due cose. Ponete ad esempio su un pavimento ben unito, una tavola di legno torto: essa non si congiunge, non si adatta al pavimento; il pavimento è pertanto piano dappertutto, ma questa tavola è storta e non si applica su una superficie tutta uniforme. La volontà di Dio è retta, e la vostra tortuosa1 Ecco perché non potete adattarvi a quella che a voi sembra tortuosa. Raddrizzatevi voi su di essa, lungi dal volerla curvare su di voi; poiché non saprete riuscirvi, tutti i vostri sforzi sono vani … essa resta sempre retta. Volete adattarvi ad essa? Correggetevi. Ella sarà la verga che vi dirige, la verga della rettitudine (S. Agost.). – Dopo aver descritto le azioni eclatanti del Figlio di Dio, le sue vittorie, i suoi trionfi, la salvezza del mondo intero che Egli ha riempito di verità, di dolcezza, di giustizia, e fa uscire la saggezza dei suoi disegni, il Re-Profeta ci parla ora della dignità di Colui che ha operato tutte queste meraviglie; è un Dio, un Re immortale, un Giudice incorruttibile, un amico dei giusti, un nemico dei malvagi. In questi differenti titoli si trova tutta la ragione dei suoi successi (S. Chrys.). – Amare la giustizia ed odiare l’iniquità, è il vero carattere di un discepolo di Gesù-Cristo. Ciò che rende un uomo giusto e pio, non è il fare delle azioni di giustizia e di pietà, ma l’avere l’amore nel cuore (Dug.). – Questo olio di gioia e di benedizione produce nelle nostre anime gli stessi effetti che l’olio della terra produce nei nostri corpi: rischiara le nostre tenebre, nutre il nostro cuore (Idem). – Queste espressioni figurate sottolineano le virtù tutte divine delle quali Gesù-Cristo è stato profumato nella sua santa umanità. Gesù-Cristo è il profumo di Dio. Interpretando questa parola di San Paolo: « Ringraziamo Dio che si degna manifestarsi per noi in tutti i luoghi il profumo della sua conoscenza » (II Cor, II, 14, 15), Sant’Ambrogio osserva che questo profumo è primariamente in Gesù-Cristo, perché così – egli dice – come l’oggetto che non si vede, si manifesta col suo profumo, parallelamente Dio ha voluto farsi conoscere mediante il suo Cristo, la cui parola ci ha insegnato che era Egli stesso il Dio Creatore e che aveva un Figlio unico. Gesù-Cristo è il profumo di Dio! (S. Ambr.). – Oh, come ha Egli stesso preso cura di imbalsamare l’universo intero con la sua adorabile presenza! Felice l’anima che respira questo profumo! … senza contemplare ancora il Dio invisibile, sente la sua felice presenza l’anima che corre all’odore del divino profumo! Ma nel momento stesso che Gesù-Cristo fa conoscere il suo divin Padre, così – aggiunge Sant’Ambrogio – gli Apostoli del Salvatore lo hanno essi stessi rivelato al mondo con i loro miracoli, le loro parole e le loro virtù. Non soltanto gli Apostoli, ma i Santi, e tutte le anime fedeli della Chiesa, sono pure il profumo di Gesù-Cristo, ed ecco – riprende Sant’Agostino – ciò che esprime il Re-Profeta quando ci rappresenta l’abbigliamento del divino Re che esala le essenze della mirra, dell’aloe, dell’ambra. Che cos’è in effetti, il vestito del Re, se non la Chiesa? La Chiesa è tutta profumata dal buon odore di Gesù-Cristo, ed è per simbolizzare la diffusione di questo divino profumo per mezzo delle anime, che Essa mischia all’olio santo e spande il santo crisma sulle membra dei fedeli (Mgr. De La Buoillerie, Symbol.). – « Il vostro Dio vi ha unto ». Non con l’olio materiale Egli vi ha unto, come Eliseo e i Profeti, come Davide ed i Re, come Aronne e i pontefici. Qualsiasi re, profeta o pontefice, non è stato unto con questa unzione, che non è che una figura della sua. Anche Davide ha detto che Egli era stato unto con olio eccellente, al di sopra di tutti coloro che sono denominati unti, figura della sua unzione, perché Egli è unto di divinità e di Spirito Santo (Bossuet, Elév. XIII S. 12)

II – 9-17.

ff. 9. – Fin qui la profezia di Davide non si riferisce che allo sposo; ora è alla sposa che essa si deve applicare, sposa che tutti i Padri intendono essenzialmente come la Chiesa, secondo la dottrina dell’Apostolo che insegna apertamente che la Chiesa è la sposa di Gesù-Cristo; è per questo che Essa ci sembra Regina, seduta alla destra del suo Sposo e rivestita da una veste d’oro. Pertanto, tutto quanto si dice qui della sposa, può essere applicato ad ogni anima perfetta, alle vergini cristiane, che sono le spose di Gesù-Cristo secondo la carne, non di meno sposa secondo lo spirito, che occupa il primo posto nel suo cuore; queste camminano con Lui, rivestite di bianco, « … perché esse ne sono degne », degne per la loro innocenza, di portare nell’eternità la livrea dell’agnello senza macchia, e di camminare sempre con Lui, poiché mai esse Lo hanno lasciato da quando si sono messe in sua compagnia (Bossuet, Or. Fun. De M. T. d’Aut). – Questa varietà di ornamento è la figura della diversità delle virtù cristiane, tutte riunite come nel loro Principe, così come i doni diversi e ripartiti tra i suoi Apostoli, i suoi martiri, le sue vergini, i suoi dottori, i suoi confessori, ed i suoi altri membri.

ff. 10 – Questa Regina, è la sposa di Gesù-Cristo, è la Chiesa, di cui l’Apostolo, nella lettera agli Efesini, dice: « Gesù-Cristo, il Capo della Chiesa, il Salvatore del suo corpo » (Efes. V, 23). – Gesù-Cristo ha amato la Chiesa e per Essa si è votato alla morte, al fine di conquistarsi una Chiesa piena di gloria, senza macchie, senza rughe, senza alcun genere di difetti; ma santa ed immacolata (Efes. V, 26, 27). – Riconosciamo questa Regina con questi caratteri gloriosi descritti dal Re-Profeta, cioè con gli onori dei quali la colma il suo Sposo, i ricchi ornamenti di cui è rivestita, la folla che la attornia, la fecondità che l’arricchisce (S. Thom. Exp. In Ps. XLIV). – La Chiesa intera è stata messa, nel giorno della sua fondazione, in possesso di tutti i tesori della sua verità e della sua grazia, ma entrava nondimeno nel piano della Saggezza suprema, riservare alla sua opera degli sviluppi graduali e successivi. Sotto l’influenza delle diverse cause, nascono delle circostanze in cui il doppio deposito della dottrina e della pietà cristiana sembra produrre degli elementi nuovi, che non sono che la messa in luce o la messa in opera delle ricchezze fin là mai percepite. Sul fondo, sempre lo stesso, della funzione evangelica, brillano delle sfumature e dei riflessi, dei giochi di luce ed effetti di coloro che fanno che la Religione, sempre antica e sempre giovane, riunisca in un felice miscuglio, l’autorità di una cosa antica, con il fascino del movimento e della novità. È così che la Sposa di Cristo ci appare « nel suo real vestito d’oro, trapuntato di varietà » (Mgr. Pie, Discours VII, 113). – Questa Regina è ancora l’anima unita al Verbo come al suo sposo, affrancata dall’impero e dal giogo del peccato, ammessa a condividere il regno di Cristo, assisa alla destra del Salvatore, ornata da un abito splendente d’oro, e coperta di abiti di diversi colori, cioè arricchiti da dottrine spirituali, diverse e variate, che comprendono le verità dogmatiche, le morali ed allegoriche (S. Basil.). – Dio qui dà due cose alla sposa: la sua dottrina, con l’interposizione della parola e della vista, per mezzo dei miracoli e della fede; e di queste due cose, Egli dà una e promette l’altra. Ascoltate dunque le mie parole, vedete i miei miracoli, le mie opere, e siate docili alle mie lezioni. Ma quale comandamento gli dà innanzitutto: « Dimenticate il vostro popolo e la casa di vostro padre …. ». Poiché è nel mezzo delle nazioni pagane che l’ha scelta come sposa, le fa un dovere di spogliarsi di tutte le sue antiche abitudini, di cancellarne finanche il ricordo, di bandirne il pensiero dalla sua anima, non solo di non farne più la regola della sua condotta, ma di evitare anche di sovvenirne il ricordo (S. Chrys.). – « Ascoltate la figlia mia e vedrete ». Ascoltate prima, e poi vedete. In effetti ciò che noi non vediamo ancora ci è venuto con il Vangelo che ci è stato predicato: ascoltandolo noi abbiamo creduto, e se vi crediamo, lo vedremo …  « Ascoltate la figlia mia e vedrete ». Se non ascoltate, non vedrete. Ascoltate al fine anche di purificare il vostro cuore con la fede, come dice l’Apostolo nel libro degli Atti (Act. XV. 9). – Noi ascoltiamo dunque ciò che dobbiamo credere prima di vedere, affinché purificando il nostro cuore con la fede, possiamo poi vedere. Ascoltate dunque per credere, purificate il vostro cuore con la fede. E quando avrò purificato il mio cuore, cosa vedrò? « … Beati i puri di cuore, perché essi vedranno Dio » (S. Matteo V, 8). « Ascoltate la mia figlia e vedete, tendete le vostre orecchie »; è poco che voi ascoltiate, ma ascoltate umilmente. « Inclinate le vostre orecchie, e dimenticate il vostro popolo e la casa di vostro padre » (S. Agost.).

ff. 11, 13. – Una prova che qui non si tratti di bellezza corporea, è che essa è il risultato dell’obbedienza e che l’obbedienza non produce la bellezza del corpo, ma quella dell’anima (S. Chrys.). – Bellezza spirituale di un’anima giusta, ornata di grazia spirituale, di virtù infuse, dei Doni dello Spirito Santo, della presenza speciale di Dio e di mille altre qualità ammirevoli: bellezza che attira non solo l’ammirazione degli Angeli, ma l’amore di Dio stesso. – Non occorre presentarsi mai davanti a Dio con dei regali. Quando non se ne possono offrire, quello del cuore supplisce a tutto, mentre tutti gli altri senza quello, quantunque magnifici possano essere, non sono a Dio graditi. – Più si è ricchi di tesori di grazia, più si è obbligati di offrire a Dio umili preghiere. (Dug.)

ff. 13, 14. – Poiché spesso gli uomini fanno le loro opere e le loro elemosine con ostentazione, il Signore dice. « … guardatevi dal fare le vostre opere di giustizia davanti agli uomini, per essere visti da essi. » (Matth. VI, 1). – Ma siccome, d’altra parte, queste opere devono essere pubbliche, a causa del volto della Sposa, Egli dice pure: « Che le vostre opere brillino davanti agli uomini, affinché essi vedano queste buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli » (Matth. V, 16); vale a dire, cercate nelle buone opere che voi fate pubblicamente la gloria di Dio e non la vostra. E chi potrà comprendere – si dirà – se io cerco la gloria di Dio o la mia? Che io doni ad un povero, lo si vede; ma con quale spirito io do: chi lo vede? È sufficiente che Colui che lo vede, ve lo renderà, Questi ama interiormente perché vede interiormente; Egli ama interiormente che sia amato anche Colui che dà la bellezza interiore (S. Agost.). – Entrate nel vostro intimo, dice il Re-Profeta, ed comrendete quale sia la vera bellezza dell’anima; è della bellezza dell’anima che io vi parlo, e sotto questa espressione figurata degli abiti, della bellezza fisica, dei ricchi ornamenti, è l’anima l’oggetto delle mie parole e dei miei insegnamenti, è la virtù e la gloria interiore (S. Chrys.). – Il salmista pone la vera gloria dove essa veramente si trova, all’interno della coscienza, nei rapporti continui con Dio, in questo contatto quotidiano e familiare della creatura con l’Essere infinito. Egli insegna all’anima cristiana, con questo invito, quello che deve essere, così come la Chiesa, esercitata alla contemplazione.Considerate – egli dice – le cose create, e, in vista dell’ordine che regna tra esse, servitevene come di tanti scalini per elevarvi fino alla contemplazione del Creatore (S. Basil.).

ff. 15. – La Chiesa è vergine e madre feconda di vergini, spose di Gesù-Cristo, che tengono il primo posto nel suo cuore. Queste sono quelle anime caste che, avendo consacrato la loro verginità a Gesù-Cristo, non pensano più che a piacergli; queste anime pie, sante nel corpo e nello spirito, « … che sono le sue più prossime »; queste vergini di corpo e di cuore che sole « … seguono l’Agnello ovunque Egli vada », e sono ammesse ai suoi misteri più segreti, che sono l’onore e l’ornamento della Chiesa, il fiore delle sue produzioni, la porzione più pura e la più preziosa del gregge di Gesù-Cristo (S. Cypr. De Virg.). – Ogni male, ogni passione, ha la sua radice nell’atmosfera della nostra vita, nel secolo, nel popolo, la famiglia, nelle affezioni e nelle cose che abitiamo e che abitano in noi. Nessun uomo nasce solo con il suo corpo ed il suo spirito, egli è un concittadino necessario di una fase del mondo, trasportato in un turbine che lo domina, e se vuole riportare su di lui l’impero della propria personalità, bisogna che si elevi mediante uno sforzo di separazione, al di sopra e al di là del suo posto quaggiù; occorre che egli ascolti questo primo appello della saggezza: « … sorgi dal tuo paese e dalla casa di tuo padre » (Gen. XII, 1); vale a dire: lascia tutto ciò che ti abbassa, ti incatena e ti corrompe, perché l’inizio della sovranità su di sé è il rompere i legami esteriori e trovarsi solo con la propria infermità (Lacord., Conf. De Toul.., pag. 78). – considerate qui la precisione del linguaggio del Re-Profeta. Non è dalla nascita, nei primi giorni della Chiesa, che la virtù della verginità ha sbocciato i suoi fiori, ma alcuni anni dopo. Così Davide ne parla dopo che la Sposa ha dimenticato il suo popolo e la casa di suo padre, che essa si è rivestita dei suoi ricchi ornamenti e si è dimostrata in tutto il fulgore della sua bellezza (S. Chrys.). – C’è gioia della Chiesa, quando le si presentano delle vergini. Con quale allegrezza e quale trasporto divino Essa le riceve! – Quelli che hanno consacrato la loro verginità al Signore intendano queste parole: « Vergini saranno condotte al Re, delle vergini unite alla Chiesa, che vengono al suo seguito e che non scartano nulla della sua santa disciplina. Esse Gli saranno presentate nel trasporto della gioia ». Queste non saranno affatto di quelle vergini che hanno seguito loro malgrado e forzatamente il giogo della verginità, né di quelle che hanno abbracciato una vita casta per tristezza o per necessità, ma quelle che sono piene di gioia per aver compiuto questo atto eroico: ecco le vergini che saranno condotte al Re, ed introdotte non in luogo profano, ma nel suo tempio santo. Questi sacri vasi che non sono utilizzati per un uso volgare, saranno introdotti nel Santo dei santi, e sarà permesso loro di entrare nel santuario inaccessibile ai piedi dei profani (S. Basil.).

ff. 16, 17. – Il Re-Profeta ha qui in vista gli Apostoli, divenuti i dottori della Chiesa, e descrive la loro potenza, la loro forza, la loro gloria, aggiungendo: « voi li farete regnare su tutta la terra ». Queste parole hanno bisogno di spiegazioni? Il sole in tutto il suo splendore non ha bisogno di dimostrazione; ora, queste parole sono più luminose del sole. Gli Apostoli hanno percorso il mondo intero, hanno regnato sull’universo in un senso più vero e con una potenza più grande di come lo abbiano fatto i principi ed i re della terra. (S. Chrys.). – Dio non manca mai di dare più di quello che si è abbandonato per Lui. In luogo della case, dei parenti e dei vicini che si lasciano per Lui, Egli dà una posterità numerosa. Le vergini non vogliono essere madri sulla terra, esse sono feconde per il cielo; esse non hanno figli secondo la carne, ne hanno una moltitudine per il buon odore dell’esempio delle loro virtù che si spandono lontano. – Questi figli sostituiti ai padri, diventeranno essi stessi padri di altri figli. Si formerà così una successione perpetua di santi, che renderanno pubbliche eternamente le lodi di Dio in tutti i secoli dei secoli. Beata e santa posterità della quale si può dire con lo Spirito-Santo: « O come è bella la razza casta quando è congiunta con lo splendore della virtù! La sua memoria è immortale, ed è un onore davanti a Dio e davanti agli uomini! » (Sap. IV, 1).