GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: EQUILIBRIO DELLA PERSONALITA’ (1)

GREGORIO XVII:

IL MAGISTERO IMPEDITO:

EQILIBRIO DELLA PERSONALITÀ (1)

[Lettera pastorale scritta per la Pasqua del 1964; «Rivista Diocesana Genovese», 1964; pp. 252-268.]

V – Ortodossia

Nel nostro ormai annuale incontro per lettera una considerazione generale ci si impone e ci colpisce: la tendenza a dar valore più alle cose della terra che a quelle del cielo. Voi sapete benissimo che deve accadere il contrario e che se non accade il contrario noi non siamo con Gesù Cristo. Purtroppo, invece, accade. Infatti tutti i timori per la dottrina cattolica di fronte alla scienza o alle vicende umane provengono in realtà dal fatto che si dà a questa piccola esperienza degli uomini e alla loro parola – la scienza è anche parola – un valore maggiore ed una fiducia maggiore di quella che si dà alle cose ed alle parole di Dio. La sociologia sfasata di taluni anche cattolici e perfino sacerdoti dipende dal fatto che la situazione terrestre è per loro assai più importante della situazione celeste. Così nella dottrina si è arrivati, sottilissimamente, a dare più importanza alla personalità umana che non alla legge ed all’ordine ai quali essa deve essere moralmente sottoposta. Il materialismo moderno tende a distruggere il valore della persona umana, soprattutto nel campo sociologico. Ma la verità è che gli errori non si combattono con altri errori e alle esagerazioni non si contrappongono

altre esagerazioni. Le sfasature circa la persona umana sono l’oggetto della nostra presente lettera. Noi non facciamo nomi, noi non prendiamo di mira nessuno, noi vogliamo solo correggere alcune esagerazioni sottili circa questo ultimo punto; lo sentiamo entrare in discorsi di perfetta buona fede ed è proprio questo che ci impressiona, perché è gran cosa quando l’uomo in errore ha coscienza di errare, ma è sommo pericolo quando l’uomo onesto, che è convinto di fare il bene, in realtà sta nell’errore e là radica persino il suo zelo. Noi esamineremo serenamente una serie di proposizioni che ritornano nei detti, negli scritti e nei fatti, affinché tutti possano tempestivamente aprire gli occhi e capire quali gravi conseguenze possono dipendere da impostazioni erronee od imprecise su questo punto. Prima che taluno possa credere il contrario, professiamo la nostra fede nella dottrina cattolica sulla persona umana; ci sentiamo al seguito di san Tomaso d’Aquino in tutto e quelli che hanno memoria buona dei nostri umili scritti sanno che siamo sempre stati difensori della umana personalità e restiamo senza tentennamenti. Solo che la persona alla quale crediamo e per la salvezza della quale Cristo si è fatto uomo, non è «parallela» all’ordine divino, non è autonoma rispetto alla legge, non è supremo criterio di ogni fatto giuridico e morale. Il discorso sta qui e solamente qui.

  1. Esame della proposizione seguente: «La personalità umana è il punto di riferimento di tutto». – Questa proposizione, se è relativa soltanto, potrebbe essere vera. Ma generalmente non è usata così. Noi la esaminiamo nel senso deleterio.

1) Cominciamo dalle idee chiare. La persona umana è il soggetto distinto (autonomo) che sussiste in una natura intelligente. L’autonomia è la caratteristica della persona; infatti questa «sua distinzione» da qualunque altro essere la circoscrive e la definisce nella sua identità. La autonomia diventa concreta solo se la si concepisce in un «soggetto», tanto che la persona è di fatto un soggetto distintamente sussistente in concreto. Noi siamo delle persone. Abbiamo una natura intellettuale, siamo soggetti sussistenti in essa, usiamo il possessivo «mio», abbiamo la coscienza di una autonomia nel nostro essere e nel nostro operare e, raziocinando, da questa autonomia noi deduciamo quanto costituisce il diritto, le proprietà, la nostra libertà. Ed è pertanto che il discorso ci riguarda e non è affatto estraneo alla nostra vita. Noi stiamo parlando di noi e la «persona» è ciascuno di noi. – La personalità è il valore morale della persona, la sua più assicurata distinzione, la sua più perfetta efficienza. Non si tratta pertanto, allorché si parla di persona e personalità, di due cose diverse; in fondo si parla della stessa cosa, ma il secondo termine accentua un aspetto. Data questa spiegazione non è necessario ci sentiamo di qui innanzi costretti a spiegare sempre perché si usi l’uno o l’altro termine. La questione che ora abbiamo in oggetto è la seguente: se la persona sia criterio assoluto per giudicare di tutto. Osserviamo bene come stanno le cose. – La persona è creata da Dio. Pertanto, come dipende nella creazione da Dio, dipende dalla divina conservazione tanto nel suo essere che nel suo operare. Non è causa prima di se stessa. Dunque è astretta alla legge divina intesa nel senso più universale e, siccome fa parte della legge divina l’«ordine» nel quale essa vive, è limitata naturalmente da questo «ordine» che fa parte della legge di Dio. È  cosa stranissima che si confonda «autonomia» con assenza di «limiti». E un errore, per di più, grave. Dunque la persona si riferisce a Dio; non è criterio «ultimo» di alcuna cosa, è subordinata moralmente ad una legge anche se ha la libertà di contravvenire alla legge. La persona sarà dunque solamente criterio «relativo» e «subordinato», mai assoluto. Ci rimane a vedere in che senso ed entro quali limiti la personalità è un criterio relativo e subordinato ai principi sommi or elencati. Anzitutto è «criterio» quello che serve per giudicare. Ora il concetto di persona serve per giudicare nel modo seguente. È criterio subordinato, non primo, ed è subordinato alla legge e a un ordine intero stabilito da Dio. E poi, ovviamente, «principio e criterio», sempre subordinatamente agli altri veri principi nelle cose di cui la persona è origine. La «persona» è origine della libertà, della proprietà ugualmente personali, del «diritto» a cui essa dona vita. Non oltre e subordinatamente. È ovvio che non è necessario e non è morale ammainare ogni bandiera davanti al concetto di persona. Si tenga pur conto che la «persona», come principio del diritto di associazione, è anche un criterio maggiore in materia sociale, ma là v i trova tanti diritti quanti doveri.

2) Veniamo ora a parlare della «personalità». Abbiamo già detto del valore lessicale del termine, ma non è male precisare ulteriormente. La personalità è la persona vista piuttosto sotto l’aspetto morale. Che significa questo? Se teniamo conto del linguaggio comunemente corrente, la parola «personalità» indica la persona, in quanto ha doti morali che la dignificano o meno, in quanto rifulge o meno di doti caratteristiche, che la distinguono tra gli altri, in quanto ha un particolare esercizio della sua libertà ed in quanto ha più o meno un alone di decoro e dignità. Tutti questi elementi sono sempre intesi, in qualche modo, quando si parla di personalità. E ovvio che il termine personalità rappresenta un passaggio da concetto metafisico di persona a quello di esso più concreto ed umano. A questo punto bisogna subito uscire da un facile equivoco. Non si distaccherà mai il concetto di persona o personalità da quello di «autonomia e distinzione». Sarà sempre vero che camminando verso il comune e il «trito» ci si allontana dalla personalità, ma sarebbe un errore il credere che la distinzione possa valere a rovescio escludendo di sottostare alla legge di Dio. Dunque non personalità comunque, ma personalità solo nella legge e cioè nella morale. – Ciò chiarito ed affermato, che cosa costruisce la personalità? Non il peccato, non la deformazione, ma la legge. Che cosa propriamente nella legge? La legge impone la verità, la volontà, la forza su cui regge la volontà, e infine la volontà di Dio. Proprio per questo la “Legge” impone la umiltà, espressione concreta della verità, e perché è legge e non un qualsiasi ordine impone il fine e la sua rettitudine. Ora è chiaro il motivo per il quale costanza e coerenza, nobiltà ed elevatezza, ricchezza di azione e di pensiero costruiscono serenamente la vera personalità umana. – Poniamoci un’altra domanda: Gesù non ha parlato di personalità? Il termine non lo ha mai usato e questo dovrebbe essere un certo segno per coloro che del termine amano abusare. Tuttavia ha detto quando avviene che l’uomo è «rilevato», ossia «distinto». Questo suo discorrere può essere ritenuto il vero equivalente del discorso sulla «personalità». Quando, per Gesù, l’uomo è rilevato e distinto? Ecco: quando è perfetto come il Padre, quando agisce perché lo veda il Padre, e non gli altri, quando sa dare l’anima sua per le pecorelle, quando è nel Regno ed è in grado di entrarvi. Quando è veramente in tale situazione e pertanto beato? Quando è col cuore distaccato dai beni terreni, mite, puro di cuore, desideroso della giustizia, capace di sopportare il male, anzi di restituire bene per male, di perdonare, di essere umanamente perseguitato per amore di Lui, di Cristo,… quando sa non servire a mammona,… quando restituisce tutti i suoi talenti maggiorati dagli interessi acquisiti… È  veramente interessante afferrare il bandolo del discorso sulla personalità in Gesù Cristo, ed è necessario afferrare quel bandolo per non tradire veramente tutto. Il discorso potrebbe indefinitamente continuare e qui ci si imporrebbe di citare tutto il Vangelo, autentico Vangelo. Una buona volta! Ma qui si divaricano anche nettamente e severamente le vie. Vediamolo subito. La prima via, quella vera, è quella in cui la personalità si riferisce al Crocifisso, perché il Cristo vince ogni orgoglio, dà ogni amore, ogni perdono, prende la Croce e segue Lui, il Signore. Questa è mite e forte, chiara, limpida, costante e coerente, votata ad un servizio e fuori d’ogni esaltazione. – La seconda è quella d’una sistematica adorazione, esaltazione di se stesso, d’una distinzione orgogliosa ad ogni costo, di una sostituzione di sé a Dio per la pretesa di ridurre molte altre cose al criterio proprio invece che a quello di Dio! Si smussino gli angoli quanto si vuole, si dolcifichino i termini fino al contorcimento, non ha importanza. Questo è il vero altro concetto di personalità, quello la cui perfidia sottilmente entra e che nulla ha a che vedere con Gesù Cristo.  – Il discorso ci brucia sulle labbra, cari confratelli, e vi assicuriamo che se non fosse il senso della misura, anche nelle lettere, esso durerebbe ancora a lungo! Nessuno di noi può adottare un modo di pensare che regala al mondo degli orgogliosi inutili per tutto e generalmente dannosi. – Ma dopo aver visto i pericolosi equivoci insediati nell’uso di parole dalla innocente apparenza e nell’uso di modi di dire dal sapore correntissimo, non sarà superfluo il richiamo a considerare bene tutto questo, a misurare ed a sostituire al linguaggio coniato dall’umana stravaganza il linguaggio evangelico coniato invece dalla divina e sempiterna saggezza. Anche i modi di parlare hanno la loro importanza, specialmente in un’epoca in cui si aiuta la superficialità, coniando termini coi quali si possono coniugare tutte le idee e tutti i fatti, senza fatica, a valorizzazione della ignoranza e a profitto della confusione.

Ecco un’altra proposizione in esame: «Nella personalità umana c’è quanto occorre a realizzare il piane divino». – Questa proposizione presa come suona è semplicemente pelagiana. Cominciamo allora dal dire le forme nelle quali potrebbe essere intesa con buona pace della ortodossia. Non ne vediamo che una, e cioè quella in cui si sottintenda al testo il termine «potenzialmente», sicché la proposizione suonasse così: «… c’è potenzialmente quanto occorre al piano divino». Appresso ci spiegheremo meglio. – In verità esiste nella natura umana una potenza obbedienziale, e perché la proposizione diventi ortodossa bisogna intendere proprio e solo quella – per la quale si possono ricevere da Dio capacità superiori o alla natura o all’attuale stato. Ma salvo il caso in cui questa potenza obbedienzale non sia realmente assunta da Dio è impossibile che la persona umana attui con le sole sue forze il piano divino. Si osservino bene le seguenti proposizioni, che non sono una nostra opinione, ma sono soltanto proposizioni della dottrina cattolica infallibilmente certa. – « L’Uomo, dopo il peccato originale, non è in grado di osservare a lungo sostanzialmente tutta la legge, senza la grazia» (Cfr. Concilio di Cartagine, DS. 227); – «l’uomo giusto ornato della grazia santificante non può senza speciale privilegio evitare lungamente tutti i peccati veniali» (Cfr. Concilio di Cartagine, DS. 228-230): – «l’uomo non può da se stesso prepararsi senza grazia all’inizio della fede ed alla giustificazione» (Cfr. Concilio di Orange DS. 371 segg.). – «La perseveranza finale è legata ad uno speciale aiuto di Dio». – Queste proposizioni sono ben note a chi ha studiato teologia e si trovano in qualunque testo approvato della medesima. Ora, chiediamo: come è possibile dire che nella persona umana c’è quanto occorre a costruire un ordine divino, quando neppure c’è quanto occorre, evidentemente, a costruire un ordine umano? Infatti come è pensabile tra uomini liberi un ordine completo, senza perfezione morale? E proprio di questa è stato rivelato agli uomini che non vi è possibilità senza l’intervento della grazia di Dio. – L’argomento è chiaro e chiuso, ma ha conseguenze di somma importanza e lo vedremo. Il pelagianesimo non è morto e talvolta ritorna sotto speciose apparenze. In fondo si tratta di valutare o meno tutto l’ordine soprannaturale di Dio e di afferrare che per l’ordine umano, senza l’ordine soprannaturale, non resta che la «nemesi» così bene capita dalla acutissima intelligenza greca. Per il resto lasciamo le conseguenze che in questo argomento, tanto per l’errore come per la verità, si hanno in tutti i campi.

III. Ecco una proposizione, che viene sottilmente presentata o che è presupposto taciuto di molte affermazioni:

«La personalità umana ha tali risorse da costituire qualcosa di parallelo all’ordine soprannaturale». –

Questa proposizione è grave. Cominciamo a parlare del «parallelo». La parallela è relativa ad un’altra, della quale tiene la direzione e con la quale, proiettata all’infinito, non s’incontra mai. Lasciamo andare il «quantum» in questa affermazione entra nel discorso solamente come metafora. La sostanza di questo «parallelo» sta nell’affermare la sufficienza e la possibile autonomia di un ordine umano basato sulla persona e sta nella negazione di una dipendenza di necessità. Essa in qualche modo rende Cristo estraneo al mistero del mondo. – Cominciamo dall’ultimo. Affermare che un ordine umano può essere completo — e parliamo dello stato di natura decaduta – senza la elevazione soprannaturale è affievolire la necessità della Redenzione e della simultanea elevazione all’ordine soprannaturale. Queste diventerebbero sotto un aspetto solo un prezioso aggeggio. La incarnazione del Verbo sarebbe uno stupendo e divino pleonasmo, rispetto alla storia dell’umanità. Affermare che un ordine umano è per sé sufficiente è arrivare alla stessa ingloriosa conclusione, perché si tratta di affermazione equivalente. Perché mai tanto dramma, tanta preparazione biblica, tanto sconcerto, per qualcosa di supererogatorio? Anche qui, vi pare poco? Ci si può dire che noi prendiamo le parole in senso stretto. Ma non è forse quello che si deve fare, quando si intende «ragionare?» – Il concetto di un ordine «personale», che sia parallelo e pertanto sullo stesso piano di quello soprannaturale, è idea che distrugge tanto il soprannaturale quanto la necessità di esso. E la tenebra che cala su tutto. Vorremmo che l’aspetto negativo di questa terribile proposizione vi fosse ben chiaro e che tale chiarezza impedisse per sempre la introduzione di essa anche in dosi omeopatiche e dalla apparente innocenza. – Finalmente non possiamo chiudere la considerazione della tesi sopra enunciata senza rendervi avvertiti che facilmente la proposizione viene estesa a campi apparentemente neutri. Essi sono la educazione, l’arte, la cultura. State attenti: non c’è educazione senza uomo. Tutte queste cose seguono la sorte dell’uomo e della persona umana. Se la medesima è subordinata, siccome abbiamo dimostrato, ed è limitata dalla legge divina, se è insufficiente a comporre un ordine anche solamente umano perfetto, nessuna di queste cose saranno superiori all’uomo. Pensarle come realtà a sé stanti che se ne passeggino per la storia umana è fuori della realtà. Legate all’uomo, sono come lo è lui, subordinate e limitate, e come lui hanno necessità della redenzione. Il tentativo del nuovo illuminismo, di creare aree di indipendenza dal Salvatore, si dimostra così, come è in realtà, al tutto falso.

IV. Vogliate considerare questa equivoca proposizione:

«La personalità conferisce alla coscienza il carattere di dettame supremo, valutativo di ogni altra realtà».

Questa proposizione può essere presa con un certo sforzo in senso giusto. Lo vedremo subito. Ma può essere presa in senso al tutto falso e lo vedremo appresso. Di qui l’equivoco. Nulla è pericoloso come quello che, a seconda dei casi, può enunciarsi con verità e può enunciarsi con sottaciuta falsità. Vediamo dunque come stanno le cose. Il termine sul quale occorre puntare tutta la attenzione è il termine di «coscienza». Essa infatti appare qui come una identificazione della personalità giudicante senza appello. La coscienza morale – è quella di cui si parla – altro non è se non la intelligenza personale in quanto giudica della moralità o meno di una propria azione in concreto. E intanto chiaro che la coscienza è una dote ed uno strumento della persona. È altrettanto chiaro che, per la sua stessa funzione di giudicare della moralità, è subordinata e non svincolata dalla legge. Volerla dunque ridurre ad una sorta di coscienza di sé astratta e presuntuosa è mettersi fuori della realtà obiettiva. La coscienza può benissimo trasformarsi in un esagerato giudizio di sé e pertanto in un presuntuoso dettame per chi sa che cosa, ma in tal caso non è più la coscienza; è un’altra cosa e porta il nome di uno dei sette peccati capitali. – Della coscienza morale autentica questo è importante: che è il nostro immediato dettame di azione nel comportamento concreto. E immediato e cioè l’ultimo a decidere se fare o non fare, se fare bene o fare male. Ma è l’ultimo non in ordine di dignità, sebbene in ordine di vicinanza: non ne abbiamo altro dentro di noi, perché per dire diverso bisognerebbe pensare ad interventi illuminativi divini, che non appartengono al vivere ordinario. Sia ben chiaro che cosa significa «ultimo dettame e regola immediata»: significa che è l’ultimo tribunale d’appello dentro di noi, ma non significa affatto né che sia indipendente, né che non debba attenersi a qualcosa che sia fuori di essa e fuori di noi. Il punto è delicatissimo e veniamo subito al suo nucleo. – A quali condizioni la coscienza personale è la «regola prossima della moralità?». Nessuno creda che lo sia così facilmente, per le ragioni già sopra dette. Lo è infatti soltanto quando l’intelligenza ha assolto queste condizioni: giudica delle cose che sono nel suo abituale ordine sufficientemente chiare, o meglio che sono a livello della sua levatura; ha cercato di procacciarsi con tutti i mezzi onestamente disponibili le nozioni atte per giudicare bene, secondo la importanza e la complessità delle questioni; ha la prudenza di ponderare e di saper dubitare, naturalmente senza scivolare alla coscienza scrupolosa ed ossessionata. – Se esiste il termine di «coscienza» esiste pure quello di coscienza «informata e no», «certa e dubbia», «vera e falsa», «lassa e severa»: tutti questi termini sono ammonitori per chi volesse usare in modo presuntuoso o avventato del dettame di coscienza. Vorremmo piuttosto annotare che è la umiltà quella che permette la migliore informazione di coscienza, perché dubita, chiede consiglio, studia, accetta il responso delle persone sagge, cerca anzi il loro intervento e non è mai tronfia di infallibilità e di sussiego, senza prudenza e senza temperanza. – Si è sentito parlare facilmente degli obbiettori di coscienza e teoricamente possono esistere, però, quando l’obbiettore di coscienza è uno contro milioni, fa temere di appartenere piuttosto ai presuntuosi che agli obbiettori. Ecco i termini in fondo semplici della questione. E facile dire «la mia coscienza mi dice»; ma non è facile far sì che la coscienza dica in quella forma per cui merita ed ha la pace di Dio!

[Continua …]

 

INFALLIBILITA’ DEL PAPA

Infallibilità del Papa.

[G. Bertetti: Il Sacerdote predicatore. – S.E.I. ed. Torino, 1919]

  1. In che consiste l’infallibilità pontificia, 2. Come si dimostra. — 3. Il nostro dovere.

1. – IN CHE CONSISTE L’INFALLIBILITÀ PONTIFICIA. — Infallibilità non vuol dire impeccabilità; .. l’impeccabilità fu propria di Gesù Cristo per natura, fu propria di Maria Santissima per grazia,… non è propria né del Papa, né di qualsiasi altro mortale… tutti possiamo mancare nell’osservanza della legge santa di Dio, e tutti più o meno manchiamo, compreso il Papa che deve riconoscersi anche lui peccatore e confessarsi anche lui some qualsiasi altro fedele! … – Infallibilità pontifìcia non vuol dire che il Papa sia immune da errore in qualsiasi argomento o materia;… anche lui si può sbagliare, come qualsiasi altro, scrivendo o ragionando d’arti profane, e in tal cosa la sua opinione è discutibile come quella di qualsiasi altro- Infallibilità pontificia non vuol dire nemmeno che il Papa sia esente da errore, quando tratta d’argomenti religiosi in qualità di persona privata nelle familiari conversazioni; … e nemmeno quando ne tratta come semplice predicatore, catechista, confessore. – Infallibilità pontificia vuol dire « che il Romano Pontefice, quando parla ex Cathedra, cioè quando adempiendo l’ufficio di Pastore e di Dottore di tutt’i Cristiani, in virtù della suprema sua apostolica autorità definisce una dottrina intorno alla fede o ai costumi, da tenersi da tutta la Chiesa, mercé dell’assistenza divina a lui promessa nella persona del Beato Pietro, è dotato di quella infallibilità, della quale il divin Redentore volle che fosse fornita la sua Chiesa nel definire la dottrina intorno alla fede, o ai costumi; e che però cotali definizioni del Romano Pontefice per sé sole, e non già pel consenso della Chiesa, sono irreformabili » (Conc. Vat., Sess. IV. c. 4)

2. – COME SI DIMOSTRA. — La Chiesa di Gesù Cristo è « la casa di Dio, la colonna e l’appoggio della verità» ( la Tim., III, 15);… stabilita da Dio nella verità mercé l’assistenza dello Spirito Santo promessole da Gesù Cristo, la Chiesa stabilisce a sua volta i fedeli nella verità, senz’ombra d’errore e d’incertezza… Ma questa casa di Dio, questa colonna e quest’appoggio ha il fondamento in Gesù Cristo e in Pietro: « E io dico a te, che tu sei Pietro e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non avranno forza contro di lei; e a te io darò le chiavi del regno dei cieli; e qualunque cosa avrai legato sopra la terra sarà legata anche nei cieli: e qualunque cosa avrai sciolta sopra la terra sarà sciolta anche nei cieli » (MATTH., XVI, 18, 19)… Con queste parole il Redentore comunicava a Pietro e ai suoi successori non solo la sua suprema autorità e per così dire la sua stessa personalità, ma anche l’infallibilità nell’esercizio delle somme chiavi… Quel che Pietro avrebbe legato e sciolto sarebbe pure nello stesso tempo legato e sciolto in Cielo;… perché Pietro sarebbe sempre stato in perfetta corrispondenza col Cielo nelle cose che riguardano la costituzione stessa della Chiesa – Lo promise esplicitamente Gesù con quelle parole a Pietro: « Io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga mai meno » ( Luc., 22, 37):… quella fede per cui Gesù Cristo l’aveva detto beato e l’aveva costituito pietra fondamentale della Chiesa… Una tale preghiera, fatta da Gesù Cristo, non a vantaggio personale di Pietro, ma di tutta quanta la Chiesa, fu certamente esaudita dal Padre;… poiché Gesù, Sacerdote eterno «nei giorni della sua carne, avendo offerto preghiere e suppliche, con forti grida e lagrime, a colui che poteva salvarlo dalla morte, fu esaudito per la sua riverenza » (Hebr., VII, 7).

3. – IL NOSTRO DOVERE. — Gesù, comandando a Pietro di pascere i suoi agnelli e le sue pecorelle (JOAN., XXI, 15-17), comanda pure a noi di credere con fermissimo assenso alla suprema autorità dottrinale della Chiesa… L’infallibilità del Papa è ora il segno di riconoscimento del “vero” Cattolico, come in altri tempi fu la consustanzialità del Verbo, la maternità divina di Maria, la giustificazione… Chi osasse anche soltanto dubitarne sia per noi eretico ed infedele… Vada tutto l’omaggio della nostra mente e del nostro cuore a Dio, infallibile per natura, e al Papa, infallibile per grazia;… fin quando staremo col Papa, staremo nella Chiesa, staremo con Gesù Cristo… Lontani dal Papa, saremo pure lontani dalla Chiesa, lontani da Gesù Cristo, lontani dalla via che conduce a salute. Siamo docili alla parola del Papa non solo quando ci parla come Maestro infallibile della Chiesa, ma anche quando ci parla piuttosto come Padre;… ricordandoci la legge del Signore,… avvisandoci dei pericoli, … esortandoci al bene,… invitandoci a partecipare ai gaudi o ai dolori della Chiesa … Chi si contenta d’obbedire al Papa nelle cose di fede, riservandosi la più ampia libertà di consenso in tutto il resto, si condannerebbe da se stesso;… poiché è di fede che si può andare all’inferno non solo per peccati commessi contro la fede, ma anche per peccati commessi contro l’umiltà e l’obbedienza… È forse un leggero peccato di superbia pretender di saperne più del Papa?… È forse un peccato leggero d’obbedienza il disprezzare la parola del Papa e collegarsi con i suoi nemici?… Son forse infallibili nostro padre e nostra madre?… Che direste di quel figlio che rispettasse i suoi genitori come certi cattolici rispettano il Papa? … -— « Chi ascolta voi, ascolta me, e chi disprezza voi, disprezza me; e chi disprezza me, disprezza Quello che m’ha mandato » ( Luc., X, 16)… queste parole, dette da Gesù ai settantadue discepoli aggiunti al Collegio Apostolico, queste parole non dovranno forse applicarsi con molto maggior rigore ai nostri doveri di sudditanza verso il Principe degli Apostoli, il Capo visibile della Chiesa, il Vicario di Gesù Cristo!

CONVERSANDO CON UN “FIGLIO DELLA VEDOVA”

CONVERSANDO CON UN “FIGLIO DELLA VEDOVA”

[Da: F. Bellegrandi: “Nichita Roncalli, controvita di un papa”  pag. 61- 62]

… Il conte Sella stava riordinando alcune carte sul basso tavolino davanti a sé. Il tramonto irrompeva dal Monte Mario a indorare gli scaffali di noce gremiti di antichi volumi dalle costolature di pergamena, e i raggi rossastri del sole, filtrando tra le tende appena mosse dalla brezza serale, animavano i ritratti degli antenati che guardavano severi, dalle pareti, quel loro erudito discendente, seduto in una poltrona, davanti a me. Poi, il conte, alzando il viso e fissandomi con le sue iridi grigie, prese a parlare: “… Nel settembre del 1958, all’incirca sette, otto giorni prima del Conclave, mi trovavo ne santuario di Oropa, a uno dei consueti pranzi del gruppo di Attilio Botto, industriale biellse che amava riunire intorno a sé competenti di vari rami, per discutere su diversi problemi. Quel giorno era invitato un personaggio che conoscevo come un’altà autorità massonica in contatto con il Vaticano. Costui mi disse, riaccompagnandomi a casa in automobile, che “… il prossimo Papa non sarebbe stato Siri, come si mormorava in alcuni circoli romani, perché era un Cardinale troppo autoritario. Sarebbe stato eletto un papa di conciliazione. È già stato scelto il patriarca di Venezia Roncalli”. Replicai sorpreso: “scelto da chi? – “Dai nostri massoni rappresentati nel Conclave”, mi rispose serenamente il mio cortese accompagnatore. Al che mi venne detto: “Ci sono massoni nel Conclave?” “Certo! … – mi sentii rispondere – “la Chiesa è in nostre mani”. Incalzai interdetto: “Allora chi è che comanda nella Chiesa?” Dopo un breve silenzio, la voce del mio accompagnatore scandì precisa: “Nessuno può dire dove sono i vertici. I vertici sono occulti”. – Il conte Sella il giorno dopo trascrisse in un documento ufficiale che oggi è conservato nella cassaforte di un notaio, il nome ed il cognome di quel personaggio e la sua stupefacente dichiarazione completa dell’anno, del mese, del giorno e dell’ora. Che di lì a pochi giorni si rivelò assolutamente esatta! …

[cfr. L’incredibile storia/exsurgatdeus.org].

N.B. Il libro di F. Bellegrandi narra l’episodio qui riportato. Per il resto il libro racconta la vita del massone 33° Roncalli, considerandolo erroneamente ed ereticamente Papa della Chiesa Cattolica, il che è assolutamente contrario a tutte le definizioni magisteriali e canoniche, … proprio in base all’episodio riferito, … quindi eresia palese!

GREORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: “la comunità”.

LA COMUNITÀ

[«Renovatio», IV (1969), fasc. 2, pp. 189-190.]

 La Chiesa è una comunità. Non ci può essere dubbio. Ma è una comunità speciale, caratterizzata dalle sue quattro note: unità, santità, cattolicità, apostolicità. Chi negasse queste note, parzialmente o totalmente, sarebbe, senza discussione alcuna, nella eresia. – Le quattro note esprimono di per sé (come è direttamente affermato nei documenti ecclesiastici) la visibilità e il carattere gerarchico, definito nei suoi gradi e nelle sue attribuzioni. E difficile o più raro che qualcuno neghi esplicitamente le quattro note della Chiesa. Più spesso si comincia da un’altra parte. Si comincia cioè dalla «comunità», interpretata, più o meno sussurrando, ad un certo modo. Ma dove si vuole arrivare? Ecco. Lo sappiamo da una serie di pubblicazioni. – Si vuol affermare che la Chiesa è peccatrice e che in tutta questa faccenda c’entra lo Spirito Santo; che la Chiesa non ha un corpo visibile (ripresa di un concetto nettamente gnostico); che non ha una struttura istituzionale visibile e storica; che non esiste una unità dell’ordine divino ed umano nel Cristo in quanto egli non ha avuto un corpo reale dalla Vergine madre (ritorna la vecchia idea gnostica). Si tratta insomma di abolire la Chiesa. – Naturalmente non sempre da tutti, subito e chiaramente, si dicono queste cose. Si va cauti. Si dice di ridurre il diritto canonico, magari ad una serie di semplici fervorini, di trovare una gestione più semplice e popolare dell’autorità, di restringere la potestà del Romano Pontefice. Tutto questo è solo la copertura di un disegno più ampio. Ma lo strumento, più facilmente utile al sopraddetto disegno, è rappresentato dalla confusione e dalla mitizzazione del concetto di «comunità». Anche perché di questa si può fare un esperimento pratico, prima ancora di enunciarne la teoria e gli scopi ultimi, riuscendo ad ingaggiare persino quelli che, davanti agli scopi ultimi, distruttivi, si troverebbero in imbarazzo gravissimo di coscienza. – Lo strumento «comunità», inteso come sopra, funziona in questo modo. Si comincia col voler assemblee; poi, se non si incontrano reazioni, si inizia a dare a delle assemblee, comunque convocate e composte, una funzione a scopo purificatore (si dice, ma non è vero) di critica e giudizio su tutto quello che fa la Chiesa. Se il gioco riesce, si tenta di trasferire ogni potere dalla Chiesa gerarchica a questa comunità di base, ossia ad un regime semplicemente assembleare. Se questo stile (dimenticando tutto il Vangelo e la sua carità) attecchisse, il gioco sarebbe fatto. Dio non permetterà, oltre un certo limite. – Lo scopo di questo breve scritto è quello di avvertire come cose, a prima vista poco preoccupanti, siano in realtà nella scia, consapevolmente od inconsapevolmente, di finalità più grandi, più lontane e più oscure. Il pericolo più grave si ha quando la manifestazione del male non è netta ed affulgente, ma, stemperando colori e luci, diventa coperta e non eccita la difesa. I piani strategici di distruzione sono nella mente di pochi generali d’esercito. I fantaccini hanno questa caratteristica: di non conoscere in genere i piani strategici, ma di eseguirli. Forse inconsapevoli di agire in direzioni errate. – La parola «comunità» esprime per sé qualcosa di venerabile, se bene intesa. Essa può rifrangersi in tante iniziative particolari, le quali non indeboliscono la struttura ecclesiale, anzi la corroborano. Il pericolo è quando della sua onestà qualcuno si serve per nascondere altro. – II taglio deve essere netto. Gesù Cristo e la Sua Chiesa, così come Lui l’ha voluta, non si possono separare. Insieme si accettano, insieme si respingono.

GRAZIA

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GRAZIA

[G. Bertetti: I Tesori di San Tommaso d’Aquino; S.E.I. Ed. Torino, 1922]

1. Necessità della grazia. – 2. Suoi effetti. — 3. Grazie gratis date [Contra Gent., 3, q. 147-154]

1. Necessità della grazia. — Le creature razionali, secondo la convenienza della loro natura, pervengono a una più alta partecipazione del fine che non le altre creature. Essendo di natura intellettuale, possono con la loro operazione attingere la verità intelligibile: il che non è dato alle altre creature prive d’intelligenza. Oltre l’intelletto e la ragione, per cui si può discernere e investigare la verità, furono anche date all’uomo le forze sensitive, interne ed esterne, in aiuto all’investigazione della verità. Gli fu anche dato l’uso della parola, affinché possa per mezzo di essa manifestare a d altri i suoi pensieri, e così ne risulti un vicendevole aiuto nella conoscenza della verità e in tutte le altre cose necessarie alla vita. Ma poi oltre ancora, l’ultimo fine dell’uomo è costituito in una conoscenza tale della verità da eccedere le sue facoltà naturali: cioè nella visione della stessa prima verità in se stessa. Se dunque l’uomo è ordinato a un fine che sorpassa le sue forze naturali, ha bisogno d’un aiuto soprannaturale da Dio per poter raggiungere un tal fine; ne ha bisogno per non poter esser allontanato dai molti impedimenti che vi si frappongono: impedimenti nella debolezza della ragione che facilmente è tratta in errore e disviata dal retto cammino, impedimenti nelle passioni e nelle affezioni che ci trascinano alle cose sensibili e inferiori, impedimenti anche nell’infermità del corpo che ci disturba nell’esercizio degli atti virtuosi. Questo aiuto divino rispetta però la libertà dell’uomo e non gli reca alcuna coazione a fare il bene. Dio provvede a tutte le cose secondo il loro modo: provvede dunque all’uomo e a ogni creatura ragionevole secondo il modo loro proprio d’agire volontariamente e d’essere padroni dei loro atti. Essendoci dato il divino aiuto allo scopo precipuo di farci raggiungere il nostro fine, e tendendo noi al fine per mezzo della volontà, Dio non esclude da noi l’atto della volontà, anzi ce lo forma precipuamente (Philipp., 2, 13). All’ultimo fine perveniamo con atti di virtù, e premio della virtù ci si propone appunto la felicità: ora nella virtù è essenziale da parte nostra la libera scelta, che non soffre alcuna violenza e coazione. L’aiuto divino ci è dato non per i nostri meriti (come sostenevano i Pelagiani), quasi dipendesse da noi il principio della nostra giustificazione, e da Dio ne dipendesse il compimento. L’effetto del divin aiuto è superiore alla facoltà della natura, e non è proporzionato agli atti che l’uomo produce secondo la facoltà naturale. Quella conoscenza soprannaturale del fine, che precede necessariamente il modo della volontà, non può venirci altronde che da Dio: a ciò non basterebbe la nostra ragione naturale. Di qui si spiegano quelle parole: « Non per le opere di giustizia fatte da noi, ma per sua misericordia ci fece salvi, mediante la lavanda di rigenerazione e di rinnovellamento dello Spirito Santo» (Tit., III, 5); «non è dunque di chi vuole né di chi corre, ma di Dio che fa misericordia » (Rom., IX, 16). A volere e a operare il bene noi abbiamo bisogno d’esser prevenuti col divino aiuto; noi siamo gli ultimi operatori, Dio è il primo movente; Dio è il duce, noi siamo ì soldati. Si dà gratis ciò che si dà a qualcuno senza un merito precedente: gratis dunque si dà all’uomo l’aiuto divino che previene ogni merito umano. Di qui il nome di grazia con cui è chiamato: «se per grazia, dunque non per le opere, altrimenti la grazia non è più grazia » (Rom., 11, 6). Ma non solo perché vien concessa gratuitamente si dice grazia: si dice grazia anche perché mediante essa, come una speciale prerogativa, l’uomo si rende grato a Dio, che con amore speciale ci aiuta a conseguire un bene superiore alla nostra natura, ossia il perfetto godimento non d’un bene creato, ma di se stesso. – Perché l’uomo possa, in modo quasi connaturale, facile e dilettevole, fare il bene e farlo bene, gli occorrono oltre le potenze naturali alcune perfezioni e abiti di virtù. Dio che a tutti provvede secondo la lor natura, ci dà la sua grazia come una forma o una perfezione per il conseguimento del nostro ultimo fine. Perciò la grazia di Dio si designa come una luce nella Scrittura: « Eravate tenebre una volta, ora siete luce nel Signore » (Ephes., V, 8). Luce, cioè principio del vedere, è quella perfezione che ci promuove alla visione di Dio, nostro ultimo fine. È un errore dunque il dire che la grazia di Dio non pone nulla nell’uomo, come nulla si pone in chi si dice d’aver la grazia del re, ma solo nel re che gli accorda i suoi favori. Tal errore deriva dal non badare alla differenza fra l’amor divino e l’amor umano: l’amor divino è cagione del bene che Dio ama in noi; non sempre l’amor umano.

2. – Effetti della grazia. — La grazia che ci rende grati a Dio è in noi effetto del divino amore. Effetto proprio del divino amore è il farci amar Dio: poiché chi ama, ha come scopo principale del suo amore il farsi amare dalla persona amata. — Il fine ultimo a cui l’uomo è condotto con l’aiuto della grazia divina è la visione di Dio per essenza, visione propria dello stesso Dio: e così questo bene finale è comunicato da Dio all’uomo. – Non può dunque l’uomo esser condotto a questo fine, se non si unisca a Dio per la conformità della volontà, il che è effetto proprio dell’amore, essendo proprio degli amici il volere e il non volere le stesse cose, e il goderne e il dolersene. Per la grazia dunque che ci fa grati a Dio noi siamo diretti al fine comunicatoci da Dio e perciò diveniamo amanti di Dio. — Alla perfezione d’un’opera si richiede costanza e prontezza d’azione, e ciò s’ottiene principalmente con l’amore che ci fa apparir leggiere le cose difficili e gravi. Dovendo la grazia rendere perfette le nostre operazioni, è necessario che per essa si costituisca in noi l’amore di Dio. Con l’amor di Dio la grazia ci dà pure la fede. — Il moto per cui tendiamo all’ultimo fine con la grazia è volontario, non violento. Ora, il moto Volontario può esserci solo verso una cosa conosciuta: conosciuto dunque da noi dev’essere il fine cui tendiamo volontariamente. Ma non potendo noi aver questa conoscenza secondo l’aperta visione nello stato di mortali, quaggiù l’abbiamo per fede. — Il modo di conoscere la verità segue il modo della natura di chi conosce; ma per il raggiungimento dell’ultimo fine s’aggiunge sopra la natura dell’uomo una perfezione, cioè la grazia: è dunque necessario che sopra la cognizione naturale dell’uomo s’aggiunga in lui qualche cognizione che oltrepassi la ragione naturale. Quest’è la cognizione della fede, ch’è di quelle cose che non si vedono con la ragione naturale. In ogni amante sorge il desiderio d’unirsi per quanto è possibile con l’amato: di qui si spiega il gran piacere che si prova a vivere insieme con gli amici. Se dunque con la grazia l’uomo è fatto amante di Dio, sorge necessariamente in Lui il desiderio d’unirsi, per quanto è possibile, a Dio. La fede poi, causata dalla grazia, ci dichiara possibile questa unione dell’uomo con Dio secondo il perfetto godimento, in cui consiste la beatitudine. Dunque dall’amor di Dio deriva nell’uomo il desiderio di goder Dio; ma il desiderio d’una cosa molesterebbe l’anima del desiderante, se non ci fosse la speranza di conseguir l’oggetto desiderato: fu dunque conveniente che negli uomini, in cui l’amor di Dio e la fede son prodotti dalla grazia, fosse anche prodotta la speranza d’acquistar la futura beatitudine. – Oltre a ciò, nelle cose ordinate alla consecuzione di qualche fine desiderato, quando spuntano le difficoltà, si trova un sollievo nella speranza. Or bene, quante difficoltà spuntano sul cammino per cui ci dirigiamo verso la beatitudine, verso il fine di tutti i nostri desideri! A spianarci queste difficoltà la grazia ci dà la speranza: «Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, il quale per sua misericordia grande ci ha rigenerati a una viva speranza, con la risurrezione di Gesù da morte: a un’eredità incorruttibile e incontaminata e immarcescibile, riservata nei cieli » ( la PETR., 1, 3, 4); « siamo stati fatti salvi dalla speranza » (Rom., VIII, 24).

3. – Grazie gratis date. — Son certi effetti di grazia ordinati all’istruzione e alla confermazione della fede, e l’Apostolo li enumera dicendo: « All’uno è dato per mezzo dello Spirito il linguaggio della sapienza, all’altro il linguaggio della scienza secondo il medesimo Spirito, a un altro la fede per il medesimo Spirito, a un altro il dono delle guarigioni per il medesimo Spirito, a un altro l’operazione dei prodigi, a un altro la profezia, a un altro la discrezione degli spiriti, a un altro ogni genere di lingue, a un altro l’interpretazione delle lingue ( la Cor.,. XII, 8-10). – Da Dio solo, che perfettamente comprende se stesso e che naturalmente vede la sua essenza, ci possono arrivare le cose di fede. Or bene, nella manifestazione delle cose di fede, come in tutte le opere divine, c’è un ordine. Alcuni ricevono immediatamente la verità di Dio, altri da questi, e così per ordine fino agli ultimi. Le cose invisibili, la cui visione forma i beati, e che sono oggetto di fede, vengono anzitutto rivelate con aperta visione da Dio agli Angeli beati; poi per mezzo degli Angeli ad alcuni uomini, non già con aperta visione, m a con una certezza che deriva dalla divina rivelazione. Questa rivelazione delle cose invisibili fatta da Dio appartiene alla sapienza, la quale consiste appunto nel conoscere le cose di Dio (Sap., VII, 27-28; Eccli., XV, 5). Ma poiché «le cose invisibili di Dio, si vedono dopo averle intese per mezzo delle cose fatte » (Rom., 1, 20), con la divina grazia non solo ci si rivelano le divine cose, ma anche alcune delle create: il che appartiene alla scienza (Sap., VII, 17; 2 ° Paralip., 1, 12). – Quei che ricevono la rivelazione da Dio devono, secondo l’ordine stabilito da Dio, istruir altri; e ciò non potendosi fare senza il linguaggio, fu necessario che loro si desse anche l a grazia, del parlare, secondo che richiede l’utilità delle persone da istruire ( ISA., 50, 4; Luc., XXI, 15). E perciò, quando per mezzo di pochi doveva predicarsi la virtù della fede fra diverse genti, furono alcuni ammaestrati da Dio a parlar diverse lingue (Act., II, 4 ). – L’insegnamento, se non è di cose per sé evidenti, ha bisogno di conferma per essere accolto; ma le cose di fede non sono per sé manifeste all’umana ragione; di qui la necessità d’una conferma per le parole di quei che predicano la fede. Non potendosi aver tal conferma per mezzo di qualche principio della ragione con modo dimostrativo, perché le cose di fede sorpassano la ragione, ci fu bisogno di alcuni indizi che chiaramente dimostrassero come da Dio erano derivate le parole dei predicatori, i quali operavano intanto cose che Dio solo poteva compiere, come la guarigione degli infermi e altre siffatte meraviglie (MATTH., X, 8; MARC., XVI, 20). Un’altra conferma si ha quando i predicatori di verità risultano aver detto il vero circa le cose occulte che possono poi manifestarsi: allora si crede anche quando dicono cose che sfuggono all’esperimento degli uomini. Necessario fu quindi il donò della profezia, per cui gli uomini possono conoscere e indicare ad altri, per rivelazione di Dio, le cose future e occulte ( la Cor., 24, 25). Quelli che ricevettero la rivelazione immediatamente da Dio, non solo la narrarono agli uomini contemporanei, ma la scrissero per l’istruzione dei posteri; dovettero pertanto esserci anche di quelli che ne interpretassero gli scritti: il che s’ha dalla grazia di Dio, come dalla grazia di Dio s’ha la rivelazione (Gen., XL, 8). – Vengono infine quei che credono fedelmente alle cose rivelate e interpretate: e questo s’ha col dono della fede. Ma poiché gli spiriti maligni fanno qualcosa di simile a ciò ch’è di conferma alla fede, tanto nei prodigi quanto nella rivelazione del futuro, è necessario che gli uomini, per non essere ingannati dalla menzogna, sappiano discernere spirito da spirito ( la JOAN., IV, 1). – In tutti gli effetti accennati della grazia occorre considerare una differenza. Benché a tutti competa il nome di grazia, perché gratuitamente e senza alcun merito anteriore si conferiscono, tuttavia il solo effetto dell’amore si merita il nome di grazia in quanto ci rende grati a Dio (Prov., VIII, 17). Perciò la fede, la speranza, e gli altri effetti ordinati alla fede, possono trovarsi anche nei peccatori, che non sono grati a Dio; invece il solo amore è dono dei giusti, perché « chi rimane nella carità, rimane in Dio, e Dio è con lui» (la JOAN. , IV, 16). – C’è ancora un’altra differenza da considerare negli effetti della grazia. Alcuni d’essi son necessari per tutta la vita dell’uomo, come il credere, lo sperare, l’amare e ubbidire ai comandi di Dio, perché non potrebbe aversi altrimenti la salvezza: e a questi effetti si richiedono in noi alcune perfezioni secondo cui possiamo operare a suo tempo. Altri effetti son necessari, non più per tutta la vita, ma in determinati tempi e luoghi, come il far miracoli, predire il futuro, e simili: e a questi effetti non si danno perfezioni abituali, ma si fanno da Dio alcune impressioni che cessano col cessar dell’atto. Si ripetono le medesime impressioni, quando sarà opportuno il ripetere l’atto: così i profeti, in qualsiasi rivelazione, sono illustrati da un nuovo lume; così in qualsiasi operazione di miracoli s i richiede una nuova efficacia della virtù divina.

Mons. J.- J. GAUME: STORIA DEL BUON LADRONE (16), capp. XXVIII-XXIX

CAPITOLO XXVIII.

GLORIA DEL BUON LADRONE.

La gloria dei santi proporzionata alla loro carità. — Tutte le virtù definite per mezzo della carità .— Dottrina di S. Agostino.— Eroismo della carità di S. Disma.— Grandezza della sua giuria.— Cinque privilegi di S. Disma.— Primo privilegio: copia fedele di Gesù Crocifisso.— Rassomiglianza esteriore — Parole di S. Bernardino da Siena. — Rassomiglianza interiore. — Parole del medesimo santo.— Secondo privilegio: avvocato del Figlio di Dio.— Nobile causa da difendere. — Sublime difesa che ne fa S. Disma. — Coraggio dell’avvocato. — Riconoscenza del cliente divino.— Terzo privilegio: unico predicatore della divinità di Gesù Cristo.

Paolo ha detto questa bella e profonda parola: La carità è il vincolo della perfezione: vinculum perfectionis. Dio è la perfezione stessa; e Dio è carità, aggiunge Giovanni, Deus charitas est. La carità che unisce l’uomo a Dio, è dunque per l’uomo il vincolo della perfezione. Più quel legame è stretto, più grande è la perfezione. Quindi in primo luogo avviene che sulla terra il merito delle virtù deriva dalla carità, e su di essa valutasi. S. Agostino giunge a definire tutte le virtù per mezzo della carità che le informa : « Se la virtù ci conduce all’acquisto dell’eterna beatitudine, io sostengo, dice il sommo Dottore, che la virtù altro non è che il sommo amor di Dio. Le differenti virtù non sono che le differenti applicazioni della carità, ed io non esito a definirle nel seguente modo. La fede è l’amore che crede: la speranza è l’amore che attende; la pazienza è l’amore che sopporta; la prudenza è l’amore che giudica con discernimento; la giustizia è l’amore che dà a ciascuno ciò che gli è dovuto; la fortezza è l’amor coraggioso per operare; la temperanza è l’amore che del tutto si riserva per l’oggetto amato » De Morib. Eccl. cath., c. xv, n. 25; et Enarrat. 2 in ps. 31 et passim]. – In secondo luogo ne consegue che in cielo la carità dei santi è la misura della loro gloria essenziale. Ora quella del Buon Ladrone si elevò, come vedemmo, fino all’eroismo. Egli fu dunque eroicamente credente, eroicamente paziente, prudente, giusto, forte, e temperante. Aggiungiamo che la sua carità si manifestò in mezzo a circostanze affatto eccezionali, e queste a lui valsero nel cielo cinque prerogative o privilegi che alcun santo non ebbe comuni con lui. Fra gli abitanti innumerevoli della celeste Gerusalemme san Disma godrà per tutta la eternità, e godrà egli solo della gloria di essere stato: 1. la fedele copia di Gesù Crocifisso: 2. l’avvocato del Figlio di Dio: 3. l’unico predicatore della sua divinità: 4. il compagno di tutti i dolori della Santissima Vergine: 5. la figura di tutti gli eletti.

1.° S. Disma fu la copia fedele di Gesù Crocifisso. Chi non andrebbe superbo di somigliare alla più bella di tutte quante le umane creature? Rassomigliare ad un Angelo, qual gloria! Ma rassomigliare ad un Dio, qual incomparabile prerogativa! E questa è quella del Buon Ladrone. Una simile proposizione vi sorprende, e forse vi scandalizza. Qual rassomiglianza, direte voi, può esservi tra il Giusto per essenza, ed uno scellerato coperto di delitti fino a quel punto? Fra l’anima di Gesù più candida della neve, e l’anima di un ladro più nera delle tenebre che coprivano in quel momento il Calvario? – Rassicuratevi, poiché Disma non è più Disma. Siccome il fuoco purifica l’oro, e gli dà uno splendore che abbaglia; come l’acqua del battesimo purifica l’anima del bambino, e di una bellezza ammirabile la riveste; cosi la grazia ha purificata 1’anima di questo ladrone, e ne ha fatto per Dio e per gli Angeli un oggetto di compiacenza infinita. – V’è di più. La rassomiglianza particolare consiste in ciò, che di tutte le membra del corpo mistico di Gesù Cristo, Disma è il solo che abbia corporalmente sofferto il supplizio della croce in compagnia del divino nostro Capo. [S. Bernardin., Cerm. LI, fer. vi, Post. Dom. Oliv. p. 332, edit. in fol. Paris, 1635.] Or chi più di un crocifisso rassomiglia ad un crocifisso? Né per il tempo, né pel luogo, né pel modo, la esterna rassomiglianza lascia nulla a desiderare. – Rimane ora la rassomiglianza interna. Senza dubbio Disma soffriva per espiare i suoi delitti, e Nostro Signore per espiare quelli di tutto il mondo. Ma dopo la sua conversione, il Buon Ladrone era divenuto un membro vivente di Gesù Cristo: e quindi i suoi dolori e la sua morte, sofferte con rassegnazione, facevano di lui un redentore personale, che moriva pel suo proprio riscatto, simile, almeno in parte, al Redentore universale che moriva pel riscatto di tutto il genere umano [S. Bernardin., ubi supra]. – Vi è anche di più. Divenendo membro di Nostro Signore, Disma il diveniva della comunione dei santi. Come s. Paolo, egli poteva dire in tutta verità: « Io dò nella mia carne compimento a quello che rimane dei patimenti di Cristo a prò del corpo di lui ch’è la Chiesa » [Colos., I, 24]. – Se dunque, secondo lo stesso Apostolo, i cristiani battezzati portano in se medesimi la rassomiglianza di Nostro Signore; quanto non apparisce più viva siffatta rassomiglianza nel Buon Ladrone battezzato nel suo sangue, e prima di ogni altro battezzato al fianco del Redentore in persona?

2.° S. Disma fu l’avvocato del Figlio di Dio. Il giorno, in cui il Re del cielo e della terra fu condannato a morire come un malfattore, Gerusalemme aveva forse più di un milione di persone, fra coloro che abitavano la città, e gli stranieri accorsi da tutte le parti del mondo per assistere alle feste della Pasqua. Relativamente al divino Condannato, quell’immensa popolazione si divideva in due campi; il campo dei nemici di Gesù di Nazareth, ed il campo dei suoi seguaci. – Gesù, legato, schiaffeggiato, coperto di sputi, è trascinato per le vie della città, da Caifa a Pilato, da Pilato ad Erode, da Erode a Pilato. Nel campo dei suoi nemici, accuse e grida incessanti di provocazione a condanna. Nel campo dei suoi amici, assoluto silenzio. Pilato lo mostra al popolo coperto di piaghe, coronato di spine. Nel campo nemico grida universali di morte; e silenzio assoluto nel campo degli amici. Gesù monta al Calvario; carico del grave peso della croce, ed in uno stato da muover a pietà le rupi: e sempre i medesimi schiamazzi d’imprecazione nel campo avverso, e nel devoto a lui lo stesso silenzio. Egli è crocifisso, e bestemmie, accuse, scherni ed ingiurie dal canto dei suoi avversari si succedono senza posa, e son ripetute dagli echi di queicontorni; e fra suoi devoti, non v’ha un solo che alzi la voce per difenderlo. Eppure qual più nobile e più giusta causa! Ahi se loro fosse dato di accorrere, quanti milioni di Angioli scenderebber dal cielo, veloci come il lampo, raggianti siccome il sole, e verrebbero a confondere i suoi nemici, a far manifesta la sua divinità, la sua onnipotenza, ed il suo infinito amore per gli uomini, cagione volontaria delle sue umiliazioni, de’ suoi dolori, e della sua morte! Ma che? Iddio non accorderà ad alcuna creatura del ciclo e della terra l’onore di perorare pel suo divino Figliuolo? Sì, Egli l’accorderà, e la ragione umana sarà per tutti i secoli impotente a misurare la grandezza di un siffatto favore. In mezzo al costernato silenzio di tutti gli amici di Gesù, e alle grida sanguinarie dei suoi efferati nemici, si alza una voce, una sola, per difendere il Giusto, ed è la voce di Disma. La sua difesa è sublime per eloquenza e coraggio. L’intrepido avvocato sfida il furore di tutto un popolo di carnefici, padroni della sua vita, e tutto dice con una parola: « Gesù è innocente: Hic autem nihil mali gessit. » – Torniamo col pensiero alle circostanze del tempo e del luogo, in cui quella difesa venne fatta: alla posizione dell’avvocato che la pronunzia; e figuriamoci, non più la gloria di essere stato scelto, tra tutti gli Angeli del cielo e tutti gli abitanti della terra, per un siffatto ministero; ma la riconoscenza del Salvatore morente, e morente in quel supplizio, abbandonato dai suoi più fedeli amici, per il solo difensore della sua innocenza, il solo consolatore delle sue mortali angosce. Ci piace di avere una debole idea dell’una e dell’altra? Supponiamo un re, strappato dal suo trono, spogliato della sua porpora, tradotto innanzi ai tribunali, come un malfattore volgare, del quale tutti i grandi uffiziali, tutti i cortigiani e i vassalli, ricolmi dei suoi benefizi, si son da lui allontanati all’ora del pericolo. Tradito dagli uni, negato dagli altri, abbandonato da tutti, ingiustamente condannato a morire su di un patibolo, questo re sventurato gira lo sguardo intorno a sé, cercando invano qualcuno che lo difenda e lo consoli. Tutto ad un tratto uno dei suoi più umili sudditi, lungo tempo ribelle, quando il suo re era nella prosperità, gli domanda pubblicamente perdono, prende la difesa della sua causa, proclama la sua innocenza, e fa tremare i suoi carnefici. – Se questo re tornasse al possesso del trono, o andasse a regnare altrove, può ognuno immaginare qual sarebbe la riconoscenza per il suo coraggioso avvocato, e di quali titoli di onore lo colmerebbe, e di quale e quanta efficacia sarebbero presso quel monarca le sue raccomandazioni ed i suoi minimi desideri. Come tutto il regno, compresi i più eminenti personaggi, lo riguarderebbero con ammirazione, come lo inchinerebbero tutti e nel vederlo passare direbbero: ecco il difensore del re! Quante suppliche gli sarebbero presentate, e come ne sarebbe da tutti ambita la protezione! Duplicate, triplicate la forza dei sentimenti e dei pensieri, che una tale supposizione ispira, ed avrete appena una debole idea della gratitudine di Nostro Signore nel regno della sua gloria, e del potere di Disma sul cuore di Lui. – « Datemi, dice il Crisostomo, mille servi fedeli al loro padrone, quando egli è nel pieno godimento della sua potenza e della sua gloria; ed un servo che, al tempo della sventura, dell’afflizione e dell’esilio non lo abbandona, intanto che i mille fuggono e da lui si allontanano Forseché al ritorno della fortuna, quei primi saranno così ben riguardati come il secondo? No certamente. Patriarchi, Profeti, Apostoli, Evangelisti, Martiri, voi avete creduto al Signore, voi vi siete legati a lui, perche lo avete veduto nello splendore della sua gloria, nella stupenda opera dei suoi miracoli; ma il Buon Ladrone non lo ha veduto che nell’ignominia, e gli è rimasto fedele » De Cœco nato. Ubi supra.].

3.° S. Disma fu il solo predicatore della divinità di Gesù Crocifisso. La difesa del Buun Ladrone ha due parti: nella prima il coraggioso avvocato proclama la innocenza del suo cliente: Gesù non ha fatto alcun male: hic autem nihil mali fecit. Nella seconda proclama la sua divinità: Ricordati di me quando sarai nel tuo regno: memento mei cum venerìs in regnum tuum! E di qual regno parlava Disma? Certamente non era di un regno di questo mondo, dappoiché Nostro Signore moriva povero e nudo senz’alcun apparenza di terrena signoria; ma del regno dell’altro mondo, cioè del cielo, ove Gesù morendo entrerebbe, e del quale 1’illustre apologista riconosce e dichiara appartenergli la proprietà. Ora, a chi appartiene la piena proprietà del regno dei cieli se non a Dio, ed a Dio solo? Ecco quel che afferma il fortunato Disma, e fuori di lui, nessun osa affermare, E non è questo un glorioso privilegio? Se occorreva del coraggio per proclamare 1’innocenza del Salvatore, ne bisognava mille volte più per proclamare la sua divinità. Dire che Gesù era innocente, era questo un irritare i giudei; ma affermare ch’Egli era Dio, era lo stesso che provocare i sarcasmi e gli oltraggi più sanguinosi. « Insensato! andava a dire crollando il capo quella plebaglia delirante, qual ricordo può serbare di te, qual regno può darti questo malfattore, che noi abbiamo come te crocifisso, e ch’è per morire con te? Tu Io proclami Dio, ed egli è qualche cosa meno di un uomo. » – Disma non si scuote perciò, e a dispetto della Sinagoga, e di tutto un popolo bestemmiatore, eroicamente persiste nella sua domanda. Sarà egli questo un privilegio da nulla? Se la fede non avesse illuminata l’anima di questo glorioso evangelista di una luce soprannaturale, pensate voi che avrebbe potuto riconoscere un Dio sotto l’apparenza di un condannato all’estremo supplizio ? Pensate voi che avrebbe riposte tutte le sue speranze in un uomo che appariva qual reo in atto di espiare sul patibolo i suoi delitti, e non già il desiderato di tutte le genti, sì magnificamente predetto? E questa fede eccezionale, sì ferma, sì viva, sì chiara, in un tal momento e in un tal luogo, in mezzo a sì strano concorso di circostanze, avrete voi il coraggio di riguardarla come una grazia ordinaria? Quanto a me, io con i santi Padri l’ho in conto di uno dei più gloriosi privilegi del fortunatissimo Disma. « E nel vero, mai forse il Signore ha trovato in Israele e nel mondo intero una fede sì grande.1 » [S. Aug. Serm. XLIV, De Tempor.].

CAPITOLO XXIX.

GLORIA DEL BUON LADRONE.

( Continuazione.)

Quarto privilegio del Buon Ladrone: compagno di tutti i dolori della Santissima Vergine.— Natura di questo privilegio.— Notevoli parole di S. Bernardino da Siena, del B. Simone di Cascia e del P. Orilia. — Quinto privilegio: figura di tutti gli eletti. — Grandezza di questo privilegio . — Testimonianze del Crisostomo, di S. Tommaso, di S. Bernardo, di Arnaldo di Chartres.

4.° S. Disma fu il compagno di tutti i dolori della Santissima Vergine. Noi abbiamo veduto quanto viva fosse la riconoscenza di Nostro Signore pel suo coraggioso avvocato. Ma non meno viva si fu quella di Maria per il compagno di tutti i suoi dolori. Certamente la S. Vergine ebbe per consolatore S. Giovanni, e le pietose donne, ma le une e l’altro si tenevano in silenzio; ed in tutto il tragitto della via dolorosa, e durante la lunga agonia del suo divino Figliuolo, Maria, immersa nel dolore, non sente che una sola parola di conforto, e quella parola viene dalla bocca del Buon Ladrone: Gesù è innocente, Gesù è Dio, Gesù è il desiderato delle nazioni e il Salvatore del mondo. – Oh! come quella parola inaspettata e coraggiosa dové inondare di gioia l’anima dell’augusta Madre. A suo Figlio, abbandonato da tutti, quella parola rivela un amico, non solamente fedele come S. Giovanni, ma intrepido come nessun altro. A lei stessa procurava quella un consolatore al di sopra di tutti gli altri, poiché proclamava egli avanti al cielo e alla terra, due verità, la cui manifestazione era l’oggetto di tutti i di lei voti: la innocenza del Figlio, e la sua divinità. – S. Bernardino da Siena non esita a credere che l’amoroso Disma non si limitasse a ciò. « Non vi ha, dice egli, nessun inconveniente a credere che il Buon Ladrone, avendo sopravvissuto a Nostro Signore, e vedendo l’immenso dolore della sua divina Madre, a Lei rivolgesse delle parole piene di filiale tenerezza. Divenendo cristiano, esso era divenuto fratello di Gesù Cristo, ed aveva quindi ragione di riconoscere Maria per sua vera madre. » In quest’ordine di rapporti san Disma fu veramente il compagno privilegiato dei dolori della santa Vergine. Nel suo Figlio Maria amava il suo Dio, e nel suo Dio Ella amava il suo Figlio. Da questi due amori, elevati alla più alta potenza, nasceva nel cuore della divina Madre, allo spettacolo della croce, un dolore che nulla aveva di analogo con nessun altro dolore. Ora Disma solo risentiva un siffatto dolore, per quanto un cuor d’uomo può esserne capace; poiché, in Gesù Crocifisso, egli vedeva, come Maria, un Uomo Dio, che moriva per la salute del mondo. A lui solo fra tutte le creature, vivente della vita presente, fu accordato il privilegio di essere associato con tanta pienezza alle ambasce della divina Madre. – Egli è pur vero che allato di Maria erano s. Giovanni e la Maddalena, che dividevano i suoi dolori; « Ma, dice s. Bernardino da Siena, in Gesù essi piangevano un buon Maestro: nella sua morte, essi piangevano la morte di un uomo superiore ad ogni altro uomo, e non la morte di un Uomo-Dio, che moriva per tutto il genere umano. Solo, con Maria, Disma piangeva in Gesù un Uomo-Dio, e le sue consolazioni furono le sole capaci di lenire i dolori dell’ augusta Madre » – Un tal privilegio sembrava tanto glorioso all’Angelo da Siena, che vi ritorna sopra con piacere. Paragonando gli Apostoli al Buon Ladrone, egli dice in altro luogo. « Passati avendo tre anni alla scuola di Gesù, essi sempre avevano inteso la dottrina di Gesù, ed ovunque erano stati presenti ai suoi miracoli. Poc’anzi avevano ricevuto dalle sue stesse mani il suo sacratissimo Corpo in cibo, e fuggendo rinnegavano il loro Maestro. Solo, con Maria silenziosa a piè della croce, il Buon Ladrone credeva dal fondo del suo cuore, e di una fede irremovibile, che Gesù era il Figlio di Dio. » – Il beato Simone da Cascia esprime lo stesso concetto: « Solo, dice egli, il Buon Ladrone confessa con le sue parole colui che Maria confessa col suo silenzio. Nei suoi atrocissimi dolori, fu egli il compagno della Beata Vergine, dividendone la fede ed il cordoglio » [« Latro solus cum tacente Virgine confitetur, et in his mœroribus tam horrendis socius fuit Virginis in fide atque dolore. » Lib. XIII, c. III], e il P. Orilia dice di più, che in quel funestissimo tempo della passione di Cristo, la fede in petto a tutti, toltane Maria, se non cadde, crollò! -Il Vangelo stesso non ci mostra forse gli Apostoli, il giorno dopo Pasqua, in preda all’incertezza sulla risurrezione del loro Maestro, e per conseguenza sulla sua divinità e l’infallibilità delle sue promesse! Non trattano essi di sogni e visioni i racconti delle pie donne, che loro annunziano la sua risurrezione? E Nostro Signore medesimo non rimprovera ad essi la loro incredulità? Per convincerli non è egli costretto più volte a discendere ad infinite compiacenze, fino a lasciarsi toccare ed a prender cibo insieme con essi? [S. Marc., XVI, 11, S. Luc., XXIV, 21 etc., etc. – Impertanto, a giudizio dei Santi dei quali allegammo i testi, due sole persone sul Calvario ebbero nella divinità del Salvatore una fede completa e ferma, Maria e Disma. Se dunque noi fossimo stati a piè della Croce avremmo potuto consolare l’augusta Madre, tenendole questo linguaggio: « O Madre dei dolori, consolatevi! … non siete sola a piangere la morte di vostro Figlio, come la morte di un Dio. V’ha qui alcuno che ne prova un dolore, se non eguale, almeno simile al vostro; ed è questo Ladrone crocifisso alla destra di Gesù. Illuminato dal lume della fede, egli sa che il vostro Figlio è veramente Dio, e veramente uomo, Dio ed uomo ad un tempo; e come tale lo confessa e lo piange. » Ove mai trovar nella storia un santo privilegiato in tal modo? V’era in Gerusalemme un gran numero di discepoli prediletti dal Salvatore, e neppur uno di essi si fa distinguere per una fede così perfetta, così salda come quella del Buon Ladrone. A lui solo è pertanto riserbato l’insigne favore di comprendere in tutta la loro estensione, e, per quanto l’ umana debolezza il comportava, dividere i dolori ineffabili di Maria. Tale si è il punto onde forza è muovere per formarsi un giusto concetto della gloria di cui gode nel cielo.

5.° S. Disma fu la figura di tutti gli eletti Nel Venerdì Santo sì è veduta sempre la immagine anticipata del finale Giudizio. Tre croci s’innalzano sulla cima dei Calvario. Alla destra è 1’umanità penitente, che è per salire al cielo. Alla sinistra l’umanità impenitente che cade neill’inferno. Nel mezzo è l’Uomo-Dio, Giudice supremo de’vivi e dei morti, che dall’alto della croce, divenuta il trono della sua potenza, determina i destini eterni dei figli di Adamo. Come il cattivo ladrone rappresenta tutti i reprobi, il Buon Ladrone rappresenta tutti gli eletti. Chi può farsi un’idea di una simile gloria? Glorioso è l’ambasciatore che rappresenta un potente monarca; ma mille volte più glorioso quei che ne rappresentasse delle migliaia più grandi di tutti i re della terra. Tali sono i Santi che regnano in cielo. Per un privilegio unico, S. Disma sulla croce li rappresenta tutti. In lui, od in lui solo in questo solenne momento luminosamente risplende l’imperscrutabile misericordia, che sceglie fra i figli dell’uomo quelli che vuol sollevare alla visione beatifica. A lui solo, a lui il primo, è rivolta la parola che consacra tutti gli eletti: Oggi sarai con me nel Paradiso. – Gli Apostoli l’udiranno; migliaia di Santi e di martiri la udiranno nel corso dei secoli: nel giorno del giudizio tutti i predestinati l’udiranno; ma Disma l’ha udita il primo. Durante la vita loro gli altri Santi, per grandi che siano, non udiranno questa parola che nel segreto della loro coscienza, né sempre così precisa da rassicurarli completamente: Disma al contrario la sente con le sue proprie orecchie, e mentre è ancor tra i viventi; e gli è detta in presenza di migliaia di testimoni che al pari di lui la sentono, e di tutti gli Angeli del Cielo che pur essi l’ascoltano. Essa è talmente positiva e chiara, che non lascia dubbio né timore alcuno nel fortunato che n’è favorito. Ammirabile prerogativa che Nostro Signore, sì pietoso, sì buono, non accordò mai ad alcuno dei suoi prediletti! La madre dei figli di Zebedeo era sua parente, ed era per età maggiore di lui. Piena di confidenza nel suo divino congiunto e nella predilezione del Salvatore per i suoi due figli, Giacomo e Giovanni, viene a chiedere per quelli i primi seggi nel regno di Dio. – Invece di rispondere come fece al Buon Ladrone, egli disse a’ suoi cugini: « Potete voi bere il calice che berrò io? Gli risposero: possiamo. » Pare che allora Nostro Signore avrebbe dovuto soggiungere: ebbene, voi sarete con me nel Paradiso; ma no: Egli disse loro: « Sì che leverete il calice mio: ma per quel che è di sedere alla mia destra o alla sinistra non tocca a me il concedervelo, ma sarà per quelli ai quali è stato preparato dal Padre rnio: non est meum dare vobis, sed quibus paratum est a Patre meo.» – Quindi è che a nessuno del mondo, né a s. Giovanni suo prediletto discepolo, né a s. Pietro, che era un altro Lui stesso nel governo della Chiesa, né ai Profeti, né ai Patriarchi Nostro Signore aveva detto: Oggi sarete con me nel Paradiso. Pel nostro santo, e per lui solo era riserbato questo incomparabile privilegio. «Qual mistero è mai questo? domanda il Crisostomo. Perché mai un ladrone è il primo a ricevere la promessa del Paradiso? Perché mai un assassino diviene prima di tutti cittadino del cielo? Eccone la ragione. II primo uomo fu un ladro; reo di aver rubato il frutto dell’albero vietato, fu espulso dal paradiso. Il pentito del Calvario è pur esso un ladro. Per aver preso il frutto dell’albero della croce, esso pel primo è introdotto nel Paradiso. Dal legno ebbe principio il peccato, e dal legno incomincia la salvezza. – « Iddio lo volle per insegnare agli uomini tutti, che se, sull’esempio del buon Ladrone, essi adorano Gesù Crocifisso come loro Signore e loro Dio, riceveranno i medesimi onori. Ei lo volle, affinché vedendolo dalla Croce perdonare tutti i peccati del ladrone, credessero che Egli, Redentore Universale, ha cancellato la sentenza di condanna di tutto il genere umano. Ei lo volle affine di convincerne che, se nella persona del primo Adamo pose in bando dal Paradiso come una spina l’umanità colpevole, nella persona del Ladrone penitente ve l’ha richiamata come una rosa. – « Quindi è che, promettendogli il cielo per quel medesimo giorno, ci fa di lui ad un tempo la figura ed il precursore di tutti quelli che, in virtù dei meriti della redenzione, debbono entrare nella Reggia della celeste Gerusalemme.» – Dai privilegi di s. Disma, noi possiamo argomentare qual ne sia la gloria, della quale ei gode nel Cielo. – « La grazia, dice s. Tommaso, è il principio della gloria. » [« Gratia nihil aliud est quam quædam inchoatio gloriæ in nubis. [8, 3, p. 84, art. 3, ad 3]. – Più la grazia concessa all’uomo viatore è grande, sublime, straordinaria, e più la gloria di cui gode nel cielo è splendente, e più elevato il seggio che occupa in quello. [« Secundum multitudinem gratiæ, magnitudine gloriæ exaltatus. » S. Bern., Ser. de S. Benedict.]. – Partendo da questo principio, e riandando col pensiero l’incomprensibile immensità della grazia, della quale fu privilegiato il Buon Ladrone, concludiamo che la sua gloria è ugualmente incomprensibile. E di lui particolarmente bisogna dire con san Paolo, né occhio vide, né orecchio udì, né entrò in cuor dell’uomo nulla mai di paragonabile alla felicità, alla beatitudine, alla gloria, alla potenza, che ora sono, e saranno per tutti i secoli, privilegio del prediletto del Signore. Siccome negl’infallibili consigli della Provvidenza, i mezzi sono sempre proporzionati al fine, i santi Dottori non dubitano di asserire che il Buon Ladrone occupa uno dei più eccelsi troni della celeste Gerusalemme. « Quando dal pressoio della croce (dice s. Bernardino da Siena) ov’era schiacciato dal peso del dolore, il buon Gesù faceva scendere a rivi il vino soave dell’amor suo, che doveva inebriare il mondo intero, non fu pago di darne un qualche sorso al Buon Ladrone; ma l’anima di quel fortunato, intimamente unita al cuore di Gesù, dovette essere come sommersa nell’amore. Quindi io non dubito che il difensor coraggioso di Nostro Signore non brilli tra i più eminenti principi della Corte del Re divino. » [ut supra]. –  Altri non esita a chiamarlo l’Arcangelo del Paradiso, il figlio primogenito di Gesù Crocifisso, il martire e l’apostolo per eccellenza, il predicatore dell’Universo. « Se Paolo, soggiunge egli, parla come un Cherubino, Disma ama come un Serafino.  » [Vid. Cor. a Lap., In luc. . XXIII, 42]. Infine l’amico di s. Bernardo, il dotto e pio Arnaldo di Chartres, gli dà nel cielo il seggio stesso che lasciò vuoto Lucifero. [« Ibi latro collocatur, unde Lucifer corruit. * De sept. verb.].  – E perché non sarebbe vero tutto ciò? Qual’altro ne sarebbe più degno? Da una parte sappiamo che al seguito di Lucifero precipitarono dal cielo molti angeli di tutte le gerarchie, e che i loro seggi, rimasti vuoti, debbono essere occupati dai Santi. Vi saranno dunque dei santi fra i Serafini e i Cherubini, come fra gli altri cori Angelici. Dall’altra parte, il buon Ladrone rappresentava tutta la umanità rigenerata. Egli fu più coraggioso di tutti gli Apostoli, il fido compagno di tutti i dolori di Nostro Signore e della Santissima Vergine, il primo a cui fu promesso il cielo. La sua fede, la sua speranza, la sua carità si elevarono ad un eroismo incomparabile. E perché dunque il primo canonizzato di tutti i Santi non occuperebbe il luogo del primo prevaricatore? Comunque sia, non potremo mai abbastanza ammirare la potenza del pentimento, e l’inestimabile bontà del nostro Dio. In un batter d’occhio sollevare un’anima coperta di delitti al grado delle più pure e più sublimi intelligenze; o penitenza, quanto è grande la tua virtù! E considerando ciò che tu hai potuto fare, s. Pier Damiano ha ben ragione di esclamare: « Qual prodigio! Una paglia destinata al fuoco, divenire un cedro del Paradiso: un tizzone d’inferno, divenire un degli astri più luminosi del firmamento celeste! » [Stipula Tartari, cedrus est Paradisi; torris inferni, factas est splendidum sidus cœli. » Serm. de S. Bonif.]. Ed il pentimento dipende da noi!

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE IL MODERNISTA-APOSTATA DI TORNO: “PASCENDI” (2)

Pascendi (2)

Dopo aver esaminato il modernismo dal canto filosofico, il Santo Padre  Pio X, passa ad esaminare il modernismo che coinvolge il credente, e propinato a livello teologico, teologia che esclude Scolastica e Tomismo. Sua Santità è particolarmente meticoloso nel sottolineare tutti gli inganni e le astuzie del modernismo nel confondere termini e concetti spesso totalmente ribaltati nei loro significati. Tali inganni in realtà erano già stati condannati dalla Chiesa, ed infatti Papa Sarto cita con sapienza Encicliche e Costituzioni apostoliche, ad iniziare da Gregorio IX, passando per il Concilio di Trento, da Pio VI a Pio IX [ il “Syllabus”], fino alla “Dei Filius” del Concilio Vaticano. Ma osservando bene, in realtà il modernismo non era altro che un nuovo vestito indossato dalla teologia di satana, la “gnosi”, il solito cancro maligno che ha afflitto la Chiesa Cattolica fin dalla sua costituzione. Si ritrovano infatti i soliti intrugli del panteismo, dell’immanentismo, dell’evoluzionismo, etc. etc. … La gnosi, come i nostri pochi lettori ben sanno, è come uno “satiro” che, nel periodo di carnevale cambia continuamente costume e maschera, lasciando però intravedere i suoi elementi caratterizzanti come la coda, gli arti zoccoluti, le corna, la lingua biforcuta, i canini sporgenti, la barba caprina. Ad un esame superficiale il satiro sembra avere un aspetto affascinante ed argomenti interessanti, ma man mano che si mostra, che parla, si agita, il cerone comincia a sciogliersi, la maschera a scomporsi, e compare la barba caprina, i canini affilati, e dal cappello mosso da una leggera brezza spuntano le immancabili corna! È la sempre medesima “solfa”, lo sterco ripugnante, che ci viene proposto da Simon mago, dalla scuola neoplatonica alessandrina, dalla cabala spuria, dalle apparentemente strambe filosofie del rinascimento del paganesimo, a Cartesio, all’illuminismo, da Kant ad Hegel, da Marx all’esistenzialismo, da Freud a Darwin ed oggi, in ambito teologico, da personaggi vari, a cominciare dai giansenisti per finire ai supermodernisti postconciliari come l’azzeccagarbugli “ermeneutico” Ratzinger col suo ventriloquo, il sig. Bergoglio. Leggiamo con calma questa parte di Enciclica e cerchiamo di farla nostra onde comprendere ed evitare le insidie ed i lacci del modernismo, la strada ampia che, a detta del divino Maestro, ci condurrà inevitabilmente ed indubbiamente al fuoco eterno! E se lo dice Lui …

II

 E fin qua, o Venerabili Fratelli, del modernista considerato come filosofo. Or, se facendoci oltre a considerarlo nella sua qualità di credente, vogliam conoscere in che modo, nel modernismo, il credente si differenzi dal filosofo, convien osservare che quantunque il filosofo riconosca per oggetto della fede la realtà divina, pure questa realtà non altrove l’incontra che nell’animo del credente, come oggetto di sentimento e di affermazione: che esista poi essa o no in sé medesima fuori di quel sentimento e di quell’affermazione, a lui punto non cale. Per contrario il credente ha come certo ed indubitato che la realtà divina esiste di fatto in se stessa, né punto dipende da chi crede. Che se poi cerchiamo, qual fondamento abbia cotale asserzione del credente, i modernisti rispondono: l’esperienza individuale. Ma nel dir ciò, se costoro si dilungano dai razionalisti, cadono nell’opinione dei protestante dei pseudomistici. Così infatti essi discorrono. Nel sentimento religioso, si deve riconoscere quasi una certa intuizione del cuore; la quale mette l’uomo in contatto immediato colla realtà stessa di Dio, e tale gl’infonde una persuasione dell’esistenza di Lui e della Sua azione sì dentro, sì fuori dell’uomo, da sorpassar di gran lunga ogni convincimento scientifico. Asseriscono pertanto una vera esperienza, e tale da vincere qualsivoglia esperienza razionale; la quale se da taluno, come dai razionalisti, e negata, ciò dicono intervenire perché non vogliono porsi costoro nelle morali condizioni, che son richieste per ottenerla. Or questa esperienza, poi che l’abbia alcuno conseguita, è quella che lo costituisce propriamente e veramente credente. Quanto siamo qui lontani dagli insegnamenti cattolici! Simili vaneggiamenti li abbiamo già uditi condannare dal Concilio Vaticano. Vedremo più oltre come, con siffatte teorie, congiunte agli altri errori già mentovati, si spalanchi la via all’ateismo. Qui giova subito notare che, posta questa dottrina dell’esperienza unitamente all’altra del simbolismo, ogni religione, sia pure quella degl’idolatri, deve ritenersi siccome vera. Perché infatti non sarà possibile che tali esperienze s’incontrino in ogni religione? E che si siano di fatto incontrate non pochi lo pretendono. E con qual diritto modernisti negheranno la verità ad una esperienza affermata da un islamita? con qual diritto rivendicheranno esperienze vere pei soli cattolici? Ed infatti i modernisti non negano, concedono anzi, altri velatamente altri apertissimamente, che tutte le religioni son vere. E che non possano sentire altrimenti, è cosa manifesta. Imperocché per qual capo, secondo i loro placiti, potrebbe mai ad una religione, qual che si voglia, attribuirsi la falsità? Senza dubbio per uno di questi due: o per la falsità del sentimento religioso, o per la falsità della formola pronunziata dalla mente. Ora il sentimento religioso, benché possa essere più o meno perfetto, è sempre uno: la formola poi intellettuale, perché sia vera, basta che risponda al sentimento religioso ed al credente, checché ne sia della forza d’ingegno in costui. Tutt’al più, nel conflitto fra diverse religioni, i modernisti potranno sostenere che la cattolica ha più di verità perché più vivente, e merita con più ragione il titolo di cristiana, perché risponde più pienamente alle origini del Cristianesimo. Che dalle premesse date scaturiscano siffatte conseguenze, non può per fermo sembrare assurdo. Assurdissimo è invece che cattolici e sacerdoti, i quali, come preferiamo credere, aborrono da tali enormità, si portino in fatto quasi le ammettessero. Giacché tali sono le lodi che tributano ai maestri di siffatti errori, tali gli onori che rendono loro pubblicamente, da dar agevolmente a supporre che essi non onorano già le persone, forse non prive di un qualche merito, ma piuttosto gli errori che quelle professano apertamente e cercano a tutt’uomo propagare. – Ma, oltre al detto, questa dottrina dell’esperienza è per un altro verso contrarissima alla cattolica verità. Imperocché viene essa estesa ed applicata alla tradizione quale finora fu intesa dalla Chiesa, e la distrugge. Ed infatti dai modernisti è la tradizione così concepita che sia una comunicazione dell’esperienza originale fatta agli altri, mercé la predicazione, per mezzo della formula intellettuale. A questa formola perciò, oltre al valore rappresentativo, attribuiscono una tal quale efficacia di suggestione, che si esplica tanto in colui che crede, per risvegliare il sentimento religioso a caso intorpidito e rinnovar l’esperienza già avuta una volta, quanto in coloro che ancor non credono, per suscitare in essi la prima volta il sentimento religioso e produrvi l’esperienza. Di questa guisa l’esperienza religiosa si viene a propagare fra i popoli; né solo nei presenti per via della predicazione, ma anche fra i venturi sì per mezzo dei libri e sì per la trasmissione orale dagli uni agli altri. Avviene poi che una simile comunicazione dell’esperienza si abbarbichi talora e viva, talora isterilisca subito e muoia. Il vivere è pei modernisti prova di verità; giacché verità e vita sono per essi una medesima cosa. Dal che è dato inferir di nuovo, che tutte le religioni, quante mai ne esistono, sono egualmente vere, poiché se nol fossero non vivrebbero. E tutto questo si spaccia per dare un concetto più elevato e più ampio della religione! Condotte fin qui le cose, o Venerabili Fratelli, abbiamo abbastanza in mano per conoscere qual ordine stabiliscano i modernisti fra la fede e la scienza; con qual nome di scienza intendono essi ancor la storia. E in primo luogo si deve tenere che l’oggetto dell’una è affatto estraneo all’oggetto dell’altra e da questo separato. Imperocché la fede si occupa unicamente di cosa, che la scienza professa essere a sé inconoscibile. Quindi diverso il campo ad entrambe assegnato: la scienza è tutta nella realtà dei fenomeni, ove non entra affatto la fede: questa al contrario si occupa della realtà divina che alla scienza è del tutto sconosciuta. Dal che si viene a conchiudere che tra la fede e la scienza non vi può essere mai dissidio: giacché, se ciascuna tiene il suo campo, non potranno mai incontrarsi, né perciò contraddirsi. Che se a ciò si opponga, nel mondo visibile esservi cose che pure appartengono alla fede, come la vita umana di Cristo; i modernisti rispondono negando. – Perché quantunque tali cose sieno nel novero dei fenomeni, pure, in quanto sono vissute dalla fede e, nel modo già indicato, sono state da essa trasfigurate e sfigurate, furono tolte dal mondo sensibile e trasferite ad essere materia del divino. Quindi, qualora più oltre si ricercasse se Cristo abbia fatto veri miracoli e vere profezie, severamente sia risorto ed asceso al Cielo; la scienza agnostica lo negherà, la fede lo affermerà; né perciò vi sarà lotta fra le due. Imperocché lo negherà il filosofo qual filosofo parlando a filosofie considerando unicamente Cristo nella sua realtà storica; l’affermerà il credente come credente parlando a credenti e considerando la vita di Cristo quale è vissuta dalla fede e nella fede. – S’ingannerebbe però a partito chi, date queste teorie, si credesse autorizzato a credere, essere la fede e la scienza indipendenti l’una dall’altra. Si, della scienza ciò è fuori di dubbio; ma è ben altro della fede; la quale, non per uno ma per tre capi, deve andar soggetta alla scienza. Imperocché da riflettersi in primo luogo che in ogni fatto religioso, toltane la realtà divina e l’esperienza che di essa ha chi crede, tutto il rimanente ed in specialità le formole religiose, non escono dal campo dei fenomeni: e cadono quindi sotto il dominio della scienza. Esca pure il credente dal mondo, se gli vien fatto; finché però resterà nel mondo, non potrà mai sottrarsi, lo voglia o no, alle leggi, all’osservazione, ai giudizi della scienza e della storia. Di più, benché sia detto che Dio è oggetto della sola fede, ciò nondimeno deve solo intendersi della realtà divina, non già della idea di Dio. L’idea di Dio è pur essa sottoposta alla scienza; la quale, mentre spazia nell’ordine logico, si solleva fino all’assoluto ed all’ideale. È dunque diritto della filosofia o della scienza sindacare l’idea di Dio, dirigerla nella sua evoluzione, correggerla qualora vi si immischi qualche elemento estraneo: quindi il ripetere che fanno i modernisti che l’evoluzione religiosa deve essere coordinata colla evoluzione morale ed intellettuale; ossia, come insegna uno dei loro maestri, deve essere subordinata. Per ultimo è pur da osservare che l’uomo non soffre in sé dualismo: per la qual cosa il credente prova in se stesso un intimo bisogno di armonizzare siffattamente la fede colla scienza che non si opponga al concetto generale che scientificamente si ha dell’universo. Così dunque si evince essere la scienza affatto libera dalla libera fede; la fede invece, tuttoché si decanti estranea alla scienza, essere a questa sottoposta. Le quali cose tutte, Venerabili Fratelli, sono diametralmente contrarie a ciò che insegnava il Nostro Antecessore Pio IX: “Essere dovere della filosofia, in materia di religione, non dominare ma servire, non prescrivere ciò che si debba credere, ma abbracciarlo con ragionevole ossequio, né scrutar l’altezza dei misteri di Dio, ma piamente ed umilmente venerarla” (Breve al Vescovo di Breslavia, 15 giugno 1857). I modernisti invertono del tutto le parti. Ond’è che ad essi può applicarsi ciò che l’altro Nostro Predecessore Gregorio IX scriveva di taluni teologi del suo tempo: “Alcuni fra voi, gonfi come otri dello spirito di vanità, si sforzano con novità profana di valicare i termini segnati dai Padri; piegando alla dottrina filosofica dei razionali l’intelligenza delle pagine Celesti, non per profitto degli uditori ma per far pompa di scienza… Questi sedotti da dottrine diverse e peregrine, tramutano in coda il capo e costringono la regina a servire all’ancella” (Lettera ai maestri di Teologia di Parigi, 7 luglio 1223). Il che parrà più manifesto dalla condotta stessa dei modernisti, interamente conforme a quel che insegnano. Negli scritti e nei discorsi sembrano essi non rare volte sostenere ora una dottrina ora un’altra, talché si è facilmente indotti a giudicarli vaghi ed incerti. Ma tutto ciò è fatto avvisatamente; per l’opinione cioè che sostengono della mutua separazione della fede e della scienza. Quindi avviene che nei loro libri si incontrano cose che ben direbbe un cattolico; ma, al voltar della pagina, si trovano altre che si stimerebbero dettate da un razionalista. Di qui, scrivendo storia, non fanno pur menzione della divinità di Cristo; predicando invece nelle chiese, l’affermano con risolutezza. Di qui parimente, nella storia non fanno nessun conto né di Padri né di Concilî; ma se catechizzano il popolo, li citano con rispetto. Di qui, distinguono l’esegesi teologica e pastorale dall’esegesi scientifica e storica. Similmente dal principio che la scienza non ha dipendenza alcuna dalla fede, quando trattano di filosofia, di storia, di critica, non avendo orrore di premere le orme di Lutero (Prop. 29, condannata da Leone X, Bolla. “Exsurge Domine“, 15 maggio 1520: “Ci si è aperta la strada per isnervare l’autorità dei Concilî e contraddire liberamente alle loro deliberazioni, e giudicare i lor decreti e confessare arditamente

tutto ciò che ci sembra vero, sia approvato o condannato da qualunque Concilio“), fanno pompa di un certo disprezzo delle dottrine cattoliche, dei santi Padri, dei sinodi ecumenici, del magistero ecclesiastico: e se vengono di ciò ripresi, gridano alla manomissione della libertà. Da ultimo, posto l’aforisma che la fede deve soggettarsi alla scienza, criticano di continuo e all’aperto la Chiesa, perché con somma ostinatezza rifiuta di sottoporre ed accomodare i suoi dogmi alle opinioni della filosofia: ed essi, da parte loro, messa fra i ciarpami la vecchia teologia, si adoperano di porne in voga una nuova, tutta ligia ai deliramenti dei filosofi. Con che, Venerabili Fratelli, Ci si dà finalmente il passo per osservare i modernisti sull’arena teologica. Difficile compito: ma con poco potremo trarCi d’impaccio. IL fine da ottenere è la conciliazione della fede colla scienza, restando però sempre incolume il primato della scienza sulla fede. In questo affare il teologo modernista si giova degli stessissimi principî che vedemmo usati dalla filosofia, adattandoli al credente; ciò sono i principî dell’immanenza e del simbolismo. Ed ecco con quanta speditezza compie egli il suo lavoro. Ha detto il filosofo: “Il principio della fede è immanente“; il credente ha soggiunto: “Questo principio è Dio“; il teologo dunque conclude: “Dio è immanente nell’uomo“. Di qui l’essere dell’immanenza teologica. Parimente: il filosofo ha ritenuto come certo che le “rappresentazioni dell’oggetto della fede sono semplicemente simboliche“; il credente ha affermato che “l’oggetto della fede è Dio in se stesso“; il teologo adunque pronunzia: “Le rappresentazioni della realtà divina sono simboliche“. Di qui il simbolismo teologico. Errori per verità enormi; i quali quanto sieno perniciosi, si vedrà luminosamente nell’osservarne le conseguenze. Infatti, per dir subito del simbolismo, i simboli essendo tali in relazione all’oggetto, ed in relazione al credente non essendo che istrumenti, fa mestieri innanzi tutto, così insegnano i modernisti, che il credente non si attacchi troppo alla formola, ma se ne giovi solo allo scopo di unirsi all’assoluta verità, di cui la formola rivela insieme e nasconde, si sforza cioè di esprimere ma senza mai riuscirvi. Vogliono in secondo luogo che il credente usi di tali formole tanto quanto gli sono utili, poiché sono date per giovamento e non per averne intralcio; salvo, s’intende, il rispetto che, per riguardi sociali, si deve alle formole giudicate acconce dal pubblico magistero ad esprimere la coscienza comune, finché però lo stesso magistero non stabilisca altrimenti. Quanto poi all’immanenza, non è agevole determinare ciò che per essa intendano i modernisti; giacché diverse sono fra essi le opinioni. Altri la pongono in ciò, che Dio operante sia intimamente presente nell’uomo, più che non sia l’uomo a sé stesso; il che, sanamente inteso, non può riprendersi. Altri pretendono che l’azione divina sia una coll’azione della natura, come di causa prima con quella di causa seconda; e ciò distruggerebbe l’ordine soprannaturale. Altri per ultimo la spiegano in modo da dar sospetto di un senso panteistico; il che, a dir vero, è più coerente col rimanente delle loro dottrine. A questo postulato dell’immanenza un altro poi se ne aggiunge, che si può intitolare dalla permanenza divina: e l’una dall’altra si fa differire quasi a quel modo stesso, che l’esperienza privata differisce dall’esperienza trasmessa per tradizione. Un esempio illustrerà il concetto: e sia l’esempio della Chiesa e dei Sacramenti. La Chiesa, dicono, e i Sacramenti non si devon credere come istituiti da Cristo stesso. Vieta ciò l’agnosticismo, che in Cristo non riconosce nulla più che un uomo, la cui coscienza religiosa, come quella di ogni altro uomo, si è formata a poco a poco; lo vieta la legge dell’immanenza, che non ammette, per dirlo con una loro parola, esterne applicazioni; lo vieta pure la legge dell’evoluzione, che per lo svolgersi dei germi richiede tempo ed una certa serie di circostanze; lo vieta finalmente la storia, che mostra tale di fatto essere stato il corso delle cose. Però è da tenersi che Chiesa e Sacramenti furono istituiti mediatamente da Cristo. Ma in qual modo? eccolo. Le coscienze tutte cristiane, essi dicono, furono virtualmente inchiuse nella coscienza di Gesù Cristo, come la pianta nel seme. Or poiché i germi vivono la vita del seme, così deve affermarsi che tutti i cristiani vivono la vita di Cristo. Ma la vita di Cristo, secondo la fede, è divina; dunque anche quella dei cristiani. Se pertanto questa vita, nel corso dei secoli, diede origine alla Chiesa e ai Sacramenti, con ogni diritto si potrà dire che tale origine è da Cristo ed è divina. Nello stesso modo provano esser divine le Scritture e divini i dogmi. E con ciò la teologia moderna può dirsi compiuta. Esigua cosa a dir vero, ma più che abbondante per chi professa doversi sempre ed in tutto rispettare le conclusioni della scienza. L’applicazione poi di queste teorie agli altri punti che verremo esponendo potrà ognuno farla di per sé stesso. Abbiam parlato finora della origine e della natura della fede. Ma molti essendo i germi di questa, e principali fra essi la Chiesa, il dogma, il culto, i Libri sacri, di questi eziandio è da conoscere ciò che insegnano i modernisti. E per farci dal dogma, l’origine e la natura di esso quale sia, si è già indicato più sopra. Nasce il dogma dal bisogno che prova il credente di lavorare sul suo pensiero religioso, sì da rendere la sua e l’altrui coscienza sempre più chiara. Tale lavorio consiste tutto nell’indagare ed esporre la formola primitiva, non già in se stessa e razionalmente, ma rispetto alle circostanze o, come più astrusamente dicono, vitalmente. Di qui si ha che intorno alla medesima si vadano formando delle formole secondarie, che poi sintetizzate e riunite in un’unica costruzione dottrinale, quando questa sia suggellata dal pubblico magistero come rispondente alla coscienza comune, si chiamerà dogma. Dal dogma son da distinguersi accuratamente le speculazioni teologiche; le quali però, benché non vivano della vita del dogma, pur tuttavia non sono inutili sì per armonizzare la religione colla scienza e togliere fra loro ogni contrasto, sì per lumeggiare esternamente e difendere la religione stessa; e chi sa che forse non giovino altresì per preparar la materia di un dogma futuro. Del culto poi non vi sarebbe gran che da dire, se sotto questo nome non venissero eziandio i Sacramenti, intorno ai quali sono gravissimi gli errori dei modernisti. IL culto vogliono che risulti da un doppio bisogno; giacché, torniamo ad osservarlo, nel loro sistema tutto va attribuito ad intimi bisogni. L’uno è quello di dare alla religione alcunché di sensibile; l’altro è il bisogno di propagarla, il che non potrebbe avvenire senza una qualche forma sensibile e senza atti santificanti, che diconsi Sacramenti. Quanto poi ai Sacramenti, essi pei modernisti si riducono a meri simboli o segni, non però privi di efficacia; efficacia che essi cercano di spiegare coll’esempio di certe cotali parole che volgarmente diconsi aver fatto fortuna, per avere acquistata la forza di diffondere talune idee potenti e che colpiscono grandemente gli animi. Come quelle parole sono ordinate alle dette idee, così i Sacramenti al sentimento religioso: nulla di vantaggio. Parlerebbero certamente più chiaro ove affermassero che i Sacramenti sono istituiti unicamente per nutrir la fede. Ma ciò è condannato dal Concilio di Trento (Sess. VII, de Sacramentis in genere, can. 5): “Se alcuno dirà che questi Sacramenti sono istituiti solo per nutrir la fede, sia anatema“. Della natura ancora e dell’origine dei Libri sacri già si è toccato. Secondo il pensare dei modernisti, si può ben definirli una raccolta di esperienze: non di quelle, che comunemente si hanno da ognuno, ma delle straordinarie e più insigni che siensi avute in una qualche religione. E così essi appunto insegnano a riguardo dei nostri libri del Vecchio e del Nuovo Testamento. A lor comodo però, notano assai scaltramente che, sebbene l’esperienza sia del presente, può tuttavolta prender materia dal passato ed eziandio dal futuro, in quanto che il credente o per la memoria rivive il passato a maniera del presente, o vive già per anticipazione l’avvenire. Ciò giova a dar modo di computare fra i Libri santi anche gli storici e gli apocalittici. Così adunque in questi libri parla bensì Iddio per mezzo del credente; ma, come vuole la teologia modernistica, solo per immanenza e permanenza vitale. Vorrà sapersi, in che consista dopo ciò l’ispirazione? Rispondono che non si distingue, se non forse per una certa maggiore veemenza, dal bisogno che sente il credente di manifestare a voce e per scritto la propria fede. È alcun che di simile a quello che si avvera nella ispirazione poetica; per cui un cotale diceva: È Dio in noi, da Lui agitati noi c’infiammiamo. È questo appunto il modo onde Dio deve dirsi origine della ispirazione dei Libri sacri. Affermano inoltre i modernisti che nulla vi è in questi libri che non sia ispirato. – Nel che potrebbe taluno crederli più ortodossi di certi altri moderni che restringono alquanto la ispirazione, come, a mo’ di esempio, nelle così dette citazioni tacite. Ma queste non sono che lustre e parole. Imperciocché se, secondo l’agnosticismo, riteniamo la Bibbia come un lavoro umano fatto da uomini per servigio di uomini, salvo pure al teologo di chiamarla divina per immanenza, come mai l’ispirazione potrebbe in essa restringersi? Sì, i modernisti affermano un’ispirazione totale: ma, nel senso cattolico, non ne ammettono in fatto veruna. – Più larga materia ci offre ciò che la scuola dei modernisti fantastica a riguardo della Chiesa. È qui da presupporre che la Chiesa secondo essi è frutto di due bisogni: uno nel credente, specie se abbia avuta qualche esperienza originale e singolare, di comunicare ad altri la propria fede; l’altro nella collettività, dopo che la fede si è fatta comune a molti, di aggrupparsi in società e di conservare, accrescere e propagare il bene comune. Che cosa è dunque la Chiesa? un parto della coscienza collettiva, ossia collettività di coscienze individuali; le quali, in forza della permanenza vitale, pendono tutte da un primo credente, cioè pei cattolici da Cristo. Ora ogni società ha bisogno di un’autorità che la regga: il cui compito sia dirigere gli associati al fine comune, e conservare saggiamente gli elementi di coesione, i quali in una società religiosa sono la dottrina ed il culto. – Perciò nella Chiesa cattolica una triplice autorità: disciplinare, dogmatica, culturale. La natura poi di questa autorità dovrà desumersi dalla sua origine; e dalla natura si dovranno a loro volta dedurre i diritti e i doveri. Fu errore volgare dell’età passata che l’autorità sia venuta alla Chiesa dal di fuori, cioè immediatamente da Dio: e perciò era giustamente ritenuta autocratica. Ma queste sono teorie oggimai passate di moda. Come la Chiesa è emanata dalla collettività delle coscienze, cosi l’autorità emana vitalmente dalla stessa Chiesa. Pertanto l’autorità del pari che la Chiesa nasce dalla coscienza religiosa, e perciò alla medesima resta soggetta: e se venga meno a siffatta soggezione, si volge in tirannide. Nei tempi che corrono il sentimento di libertà è giunto al suo pieno sviluppo. Nello stato civile la pubblica coscienza ha voluto un regime popolare. Ma la coscienza dell’uomo, come la vita, è una sola. Se dunque l’autorità della Chiesa non vuol suscitare e mantenere una guerra intestina nelle coscienze umane, uopo è che si pieghi anch’essa a forme democratiche; tanto più che, a negarvisi, lo sfacelo sarebbe imminente. È da pazzo il credere che possa aversi un regresso nel sentimento di libertà quale domina al presente. Stretto e rinchiuso con violenza strariperà più potente, distruggendo insieme la religione e la Chiesa. Fin qui il ragionare dei modernisti: e la conseguenza è, che sono tutti intesi a trovar modi per conciliare l’autorità della Chiesa colla libertà dei credenti. Se non che non solamente fra le sue stesse pareti trova la Chiesa con chi doversi comporre amichevolmente, ma eziandio fuori. Non è sola essa ad occupare il mondo: l’occupano insieme altre società, colle quali non può aver uso e commercio. Convien dunque determinare quali sieno i diritti e i doveri della Chiesa verso le società civili; e ben s’intende che tale determinazione deve esser desunta dalla natura della Chiesa stessa, quale i modernisti l’hanno descritta. Le regole perciò da usarsi son quelle stesse che sopra si adoperarono per la scienza e la fede. Ivi parlavasi di oggetti, qui di fini. Come adunque, per ragione dell’oggetto, si dissero la fede e la scienza vicendevolmente estranee, così lo Stato e la Chiesa sono l’uno all’altra estranei pel fine a cui tendono, temporale per lo Stato, spirituale per la Chiesa. Fu d’altre età il sottomettere il temporale allo spirituale; il parlarsi di questioni miste, nelle quali la Chiesa interveniva quasi signora e regina, perché la Chiesa si stimava istituita immediatamente da Dio, come autore dell’ordine soprannaturale. Ma la filosofia e la storia non più ammettono cotali credenze. Adunque lo Stato deve separarsi dalla Chiesa e per egual ragione il cattolico dal cittadino. Di qui è, che il cattolico, perché insieme cittadino, ha diritto e dovere, non curandosi dell’autorità della Chiesa, dei suoi desiderî, consigli e comandi, sprezzate altresì le sue riprensioni, di far quello che giudicherà espediente al bene della patria. Voler imporre al cittadino una linea di condotta sotto qualsiasi pretesto è un vero abuso di potere ecclesiastico da respingersi con ogni sforzo. Le teorie, o Venerabili Fratelli, onde promanano tutti questi errori, son quelle appunto che il Nostro Predecessore Pio VI già condannò solennemente nella Costituzione Apostolica “Auctorem Fidei” (Prop. 2). “La proposizione che stabilisce che la potestà è stata da Dio data alla Chiesa, perché fosse comunicata ai Pastori, che sono ministri di lei per la salute delle anime; così intesa, che la potestà del ministero e regime ecclesiastico si derivi nei Pastori dalla Comunità dei fedeli: eretica“. Prop. 3. “Inoltre quella che stabilisce il Romano Pontefice esser capo ministeriale; così spiegata che il Romano Pontefice, non da Cristo nella persona del Beato Pietro, ma dalla Chiesa abbia avuta la potestà del ministero, di cui come successore di Pietro, vero Vicario di Cristo e capo di tutta la Chiesa, gode nella Chiesa universa: eretica“). – Ma non basta alla scuola dei modernisti che lo Stato sia separato dalla Chiesa. Come la fede, quanto agli elementi fenomenici, deve sottostare alla scienza, così nelle cose temporali la Chiesa ha da soggettarsi allo Stato. Questo forse non l’asseriscono essi peranco apertamente; ma per forza di raziocinio sono costretti ad ammetterlo. Imperocché, concesso che lo Stato abbia assoluta padronanza in tutto ciò che è temporale, se avvenga che il credente, non pago della religione dello spirito, esca in atti esteriori, quali per mo’ di esempio, l’amministrarsi o il ricevere dei Sacramenti, bisognerà che questi cadano sotto il dominio dello Stato. E che sarà dopo ciò dell’autorità ecclesiastica? Siccome questa non si spiegasse non per atti esterni, sarà in tutto e per tutto assoggettata al potere civile. È questa ineluttabile conseguenza che trascina molti fra i protestanti liberali a sbarazzarsi di ogni culto esterno, anzi d’ogni esterna società religiosa, i quali invece si adoprano di porre in voga una religione che chiamano individuale. Che se i modernisti, a luce di sole, non si spingono ancora tant’oltre, insistono intanto perché la Chiesa si pieghi spontaneamente ove essi la voglion trarre e si acconci alle forme civili. Tutto ciò per l’autorità disciplinare. Più gravi assai e perniciose sono le loro affermazioni a riguardo dell’autorità dottrinale e dogmatica. Circa il magistero ecclesiastico così essi la pensano: la società religiosa non può veramente essere una senza unità di coscienza nei suoi membri e senza unita di formola. Ma questa duplice unità richiede, per così dire, una mente comune, a cui spetti trovare e determinare la formola, che meglio risponda alla coscienza comune: alla qual mente fa d’uopo inoltre attribuire un’autorità bastevole, perché possa imporre alla comunanza la formola stabilita. Or nell’unione è quasi fusione della mente designatrice della formola e dell’autorità che la impone, ritrovano i modernisti il concetto del magistero ecclesiastico. Poiché dunque in fin dei conti il magistero non nasce che dalle coscienze individuali ed a bene delle stesse coscienze ha imposto un pubblico ufficio; ne consegue di necessità che debba dipendere dalle medesime coscienze e debba quindi avviarsi a forme democratiche. IL proibire pertanto alle coscienze degli individui che facciano pubblicamente sentire i loro bisogni; non soffrire chela critica spinga il dogma verso necessarie evoluzioni, non è già uso di potestà, data per pubblico bene, ma abuso. Similmentene l’uso stesso della potestà fa di mestieri serbare modo e misura. Sa di tirannide condannare un libro all’insaputa dell’autore, senza ammettere spiegazioni di sorta né discussione. Adunque qui pure è da ricercarsi una via di mezzo che salvi insieme i diritti dell’autorità e della libertà. Nel frattempo il cattolico si regolerà in guisa che non lasci pubblicamente di protestarsi rispettosissimo dell’autorità, continuando però sempre ad operare a suo talento. In generale vogliono ammonita la Chiesa che, poiché il fine della potestà ecclesiastica è tutto spirituale, disdice ogni esterno apparato di magnificenza con che essa si circonda agli occhi delle moltitudini. Nel che non riflettono che se la religione è essenzialmente spirituale non c tuttavia ristretta al solo spirito; e che l’onore tributato all’autorità ridonda su Gesù Cristo che ne fu istitutore. – Per compiere tutta questa materia della fede e dei diversi suoi germi, rimane da ultimo, Venerabili Fratelli, che ascoltiamo le teorie dei modernisti circa lo sviluppo dei medesimi. e lor principio generale che in una religione vivente tutto debba essere mutevole e mutarsi di fatto. Di qui fanno passo a quella che è delle principali fra le loro dottrine, vogliam dire all’evoluzione. Dogma dunque, Chiesa, culto, Libri sacri, anzi la fede stessa, se non devon esser cose morte, fa mestieri che sottostiano alle leggi dell’evoluzione. Siffatto principio non si udrà con istupore da chi rammenti quanto i modernisti son venuti affermando intorno a ciascuno di questi oggetti. Posta pertanto la legge dell’evoluzione, i modernisti stessi ci descrivono in qual maniera l’evoluzione si effettui. E cominciamo dalla fede. La forma primitiva, essi dicono, della fede fu rudimentaria e comune indistintamente a tutti gli uomini; giacché nasceva dalla natura e dalla vita umana. Il progresso si ebbe per sviluppo vitale; che è quanto dire non per aggiunta di nuove forme apportate dal di fuori, ma per una crescente penetrazione nella coscienza del sentimento religioso. Doppio indi fu il modo di progredire nella fede: prima negativamente, col depurarsi da ogni elemento estraneo, come ad esempio dal sentimento di famiglia o di nazionalità; quindi positivamente, mercè il perfezionarsi intellettuale e morale dell’uomo, per cui l’idea divina si ampliò ed illustrò e il sentimento religioso divenne più squisito. Del progresso della fede non altre cause assegnar si possono che quelle stesse onde già si spiegò la sua origine. Alle quali però fa d’uopo aggiungere quei genii religiosi, che noi chiamiamo profeti e dei quali Cristo fu il sommo; sì perché nella vita o nelle parole ebbero un certo che di misterioso, che la fede attribuiva alla divinità, e sì perché toccaron loro esperienze nuove ed originali in piena armonia coi bisogni del loro tempo. Il progresso del dogma nasce principalmente dal bisogno di superare gli ostacoli della fede, di vincere gli avversari, di ribattere le difficoltà, senza dire dello sforzo continuo di viemeglio penetrare gli arcani della fede. Così, per tacer di altri esempi, è avvenuto di Cristo; in cui, quel più o meno divino, che la fede in esso ammetteva, si venne gradatamente amplificando in modo, che finalmente fu ritenuto per Dio. Lo stimolo precipuo di evoluzione del culto sarà il bisogno di adattarsi agli usi ed alle tradizioni dei popoli; come altresì di usufruire della virtù che certi atti hanno ricevuto dall’usanza. La Chiesa finalmente trova la sua ragione di evolversi nel bisogno di accomodarsi alle condizioni storiche e di accordarsi colle forme di civil governo pubblicamente adottate. Così i modernisti di ciascun capo in particolare. E qui, innanzi di farCi oltre, bramiamo che ben si avverta di nuovo a questa loro dottrina dei bisogni; giacché essa, oltreché di quanto finora abbiam visto, è quasi base e fondamento di quel vantato metodo che chiamano storico. Or, restando tuttavia nella teoria della evoluzione, vuole di più osservarsi che quantunque i bisogni servano di stimolo per la evoluzione, essa nondimeno, regolata unicamente da siffatti stimoli, valicherebbe facilmente i termini della tradizione, e strappata così dal primitivo principio vitale, meglio che a progresso menerebbe a rovina. Quindi studiando più a fondo il pensiero dei modernisti, deve dirsi che l’evoluzione è come il risultato di due forze che si combattono, delle quali una è progressiva, l’altra conservatrice. La forza conservatrice sta nella Chiesa e consiste nella tradizione. L’esercizio di lei è proprio dell’autorità religiosa; e ciò, sia per diritto, giacché sta nella natura di qualsiasi autorità il tenersi fermo il più possibile alla tradizione; sia per fatto, perché sollevata al disopra delle contingenze della vita, poco o nulla sente gli stimoli che spingono a progresso. Per contrario la forza che, rispondendo ai bisogni, trascina a progredire, cova e lavora nelle coscienze individuali, in quelle soprattutto che sono, come dicono, più a contatto della vita. Osservate qui di passaggio, o Venerabili Fratelli, lo spuntar fuori di quella dottrina rovinosissima che introduce il laicato nella Chiesa come fattore di progresso. Da una specie di compromesso fra le due forze di conservazione e di progressione, fra l’autorità cioè e le coscienze individuali, nascono le trasformazioni e i progressi. Le coscienze individuali, o talune di esse, fan pressione sulla coscienza collettiva; e questa a sua volta sull’autorità, e la costringe a capitolare ed a restare ai patti. Ciò ammesso, ben si comprendono le meraviglie che fanno i modernisti, se avvenga che siano biasimati o puniti. Ciò che loro sia scrive a colpa, essi l’hanno per sacrosanto dovere. Niuno meglio di essi conosce i bisogni delle coscienze perché si trovano con queste a più stretto contatto che non si trovi la potestà ecclesiastica. Incarnano quasi in sé quei bisogni tutti: e quindi il dovere per loro di parlare apertamente e di scrivere. Li biasimi pure l’autorità, la coscienza del dovere li sostiene, e sanno per intima esperienza di non meritare riprensioni ma encomii. Pur troppo essi sanno che i progressi non si hanno senza combattimenti, né combattimenti senza vittime: e bene, saranno essi le vittime, come già i profeti e Cristo. Né perché siano trattati male, odiano l’autorità: concedono che ella adempia il suo dovere. Solo rimpiangono di non essere ascoltati, perché in tal guisa il progredire degli animi si ritarda: ma verrà senza meno il tempo di rompere gl’indugi, giacché le leggi dell’evoluzione si possono raffrenare, ma non possono affatto spezzarsi. E così continuano il lor cammino, continuano benché ripresi e condannati, celando un’incredibile audacia col velo di un’apparente umiltà. Piegano fintamente il capo: ma la mano e la mente proseguono con più ardimento il loro lavoro. E così essi operano scientemente e volentemente; sì perché è loro regola che l’autorità debba essere spinta, non rovesciata; si perché hanno bisogno di non uscire dalla cerchia della Chiesa per poter cangiare a poco a poco la coscienza collettiva; il che quando dicono, non si accorgono di confessare che la coscienza collettiva dissente da loro, e che quindi con nessun diritto essi si danno interpreti della medesima. Per detto adunque e per fatto dei modernisti nulla, o Venerabili Fratelli, vi deve essere di stabile, nulla di immutabile nella Chiesa. Nella qual sentenza non mancarono ad essi dei precursori, quelli cioè dei quali il Nostro Predecessore Pio IX già scriveva: “Questi nemici della divina rivelazione, che estollono con altissime lodi l’umano progresso, vorrebbero, con temerario e sacrilego ardimento, introdurlo nella cattolica religione, quasi che la stessa religione fosse opera non di Dio ma degli uomini o un qualche ritrovato filosofico che con mezzi umani possa essere perfezionato” (Enc. “Qui pluribus“, 9 nov. 1846). Circa la rivelazione specialmente e circa il dogma, la dottrina dei modernisti non ha filo di novità; ma è quella stessa che nel Sillabo di Pio IX ritroviamo condannata, così espressa: “La divina rivelazione è imperfetta e perciò soggetta a continuo ed indefinito progresso, che risponda a quello dell’umana ragione” (Sillabo, Prop. V); più solennemente poi la troviamo riprovata dal Concilio Vaticano in questi termini: “Né la dottrina della fede, che Dio rivelò, è proposta agli umani ingegni da perfezionare come un ritrovato filosofico, ma come un deposito consegnato alla Sposa di Cristo, da custodirsi fedelmente e da dichiararsi infallibilmente. Quindi dei sacri dogmi altresì deve sempre ritenersi quel senso che una volta dichiarò la Santa Madre Chiesa, né mai deve allontanarsi da quel senso sotto pretesto e nome di più alta intelligenza” (Const. Dei Filius, cap. IV). Col che senza dubbio l’esplicazione nelle nostre cognizioni, anche circa la fede, tanto è lungi che venga impedita, che anzi ne è aiutata e promossa. Laonde lo stesso Concilio prosegue dicendo: “Cresca dunque e molto e con slancio progredisca l’intelligenza, la scienza, la sapienza così dei singoli come di tutti, così di un sol uomo come di tutta la Chiesa coll’avanzare delle età e dei secoli; ma solo nel suo genere, cioè nello stesso dogma, nello stesso senso e nella stessa sentenza” (Loc. cit.). [Continua]

DOMENICA XXIII dopo PENTECOSTE

DOMENICA XXIII dopo PENTECOSTE

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus
Jer XXIX:11; 12; 14
Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis. [Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete e io vi esaudirò: vi ricondurrò da tutti i luoghi in cui siete stati condotti.]
Ps LXXXIV:2
Benedixísti, Dómine, terram tuam: avertísti captivitátem Jacob.
[Hai benedetta la tua terra, o Signore: hai distrutta la schiavitú di Giacobbe.]

Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis. [Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete e io vi esaudirò: vi ricondurrò da tutti i luoghi in cui siete stati condotti.]

Oratio
Orémus.
Absólve, quǽsumus, Dómine, tuórum delícta populórum: ut a peccatórum néxibus, quæ pro nostra fraglitáte contráximus, tua benignitáte liberémur.
[Perdona, o Signore, Te ne preghiamo, i delitti del tuo popolo: affinché dai vincoli del peccato, contratti per lo nostra fragilità, siamo liberati per la tua misericordia.]

Lectio
Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Philippénses.
Phil III:17-21; IV:1-3
Fratres: Imitatóres mei estóte, et observáte eos, qui ita ámbulant, sicut habétis formam nostram. Multi enim ámbulant, quos sæpe dicébam vobis – nunc autem et flens dico – inimícos Crucis Christi: quorum finis intéritus: quorum Deus venter est: et glória in confusióne ipsórum, qui terréna sápiunt. Nostra autem conversátio in cœlis est: unde etiam Salvatórem exspectámus, Dóminum nostrum Jesum Christum, qui reformábit corpus humilitátis nostræ, configurátum córpori claritátis suæ, secúndum operatiónem, qua étiam possit subjícere sibi ómnia. Itaque, fratres mei caríssimi et desideratíssimi, gáudium meum et coróna mea: sic state in Dómino, caríssimi. Evódiam rogo et Sýntychen déprecor idípsum sápere in Dómino. Etiam rogo et te, germáne compar, ádjuva illas, quæ mecum laboravérunt in Evangélio cum Cleménte et céteris adjutóribus meis, quorum nómina sunt in libro vitæ.

OMELIA I

[Mons. Bonomelli: Nuovo saggio di Omelie; vol. IV – Omelia XXI– Torino 1899]

 

“Fratelli, siate imitatori miei, e riguardate quelli che procedono nel modo, del qual- avete l’esempio in noi. Perché molti, dei quali spesso vi parlavo, ed ora ve lo ripeto piangendo, operano da nemici della croce di Cristo; fine dei quali è la perdizione, il cui Dio è il ventre, e la gloria è a loro ignominia, che non amano che le cose terrene. Ma noi siamo cittadini del cielo, donde anche aspettiamo il Salvatore, Signor nostro Gesù Cristo; il quale trasformerà l’abbiettissimo nostro corpo, modellandolo sul suo corpo gloriosissimo con quella operazione, con la quale può anche sottomettere a sé ogni cosa. Il perché, o fratelli carissimi e desideratissimi, mia gioia e mia corona, tenetevi così saldi nel Signore, o carissimi! Esorto Evodia e prego anche Sintiche a sentire lo stesso nel Signore. Prego te pure, compagno leale, le soccorri, come quelle che hanno combattuto per il Vangelo insieme con me e con Clemente e gli altri miei cooperatori, i nomi dei quali sono nel libro della vita „ (Ai Filippesi, c. III, 17-21; c. IV, 1-3).

Anche queste sentenze sì piene d’affetto paterno si trovano nella Epistola di S. Paolo ai fedeli della Chiesa di Filippi. Ormai quella lettera quasi per intero nel corso dell’anno ecclesiastico è passata sotto i nostri occhi. Il metodo che noi teniamo di spiegare parola per parola le sentenze delle Lettere apostoliche, ha lo sconcio di dover ripetere non poche volte le stesse verità; ma ha pure dei vantaggi non lievi, tra gli altri quello di seguire passo passo l’Apostolo nelle sue esortazioni sì belle e sì eloquenti, di conoscere i bisogni, i mali ed i beni di quelle cristianità appena nate, che di poco si differenziano dai nostri, e di sentire, direi quasi, ad uno ad uno i battiti di quel cuore tutto zelo per la salvezza delle anime, e di addentrarci in ogni pensiero, anche minimo, di quell’altissima mente. Fu detto, ed a ragione, che il mezzo più facile e sicuro per conoscere un uomo, è quello di leggere le sue lettere: ciò si avvera singolarmente quanto all’Apostolo: la lettura e lo studio, anche ad intervalli, di queste lettere ammirabili, ci fanno entrare nei penetrali di quell’anima incomparabile e ce ne fanno sentire tutta la grandezza. Ma lasciamo da banda qualunque esordio, veniamo alla chiosa degli otto versetti che vi ho riportati. –  Il muratore, che costruisce il muro, prima di porre una nuova pietra, con la mano si assicura che quella già posta sia salda; così anch’io, prima di spiegarvi la lezione dell’odierna Epistola, debbo vedere alcune sentenze che le stanno innanzi, affinché apparisca il legame tra loro e l’armonia delle parti. S. Paolo, dopo aver esortati i Filippesi ad una santa letizia, e messili in guardia contro i giudaizzanti, i quali volevano legare il cristianesimo alla legge mosaica; dopo aver detto che i veri circoncisi, i veri Israeliti sono i cristiani, che hanno la circoncisione dello spirito, non quella inutile della carne; dopo aver detto che anch’egli fu addetto al giudaismo, ma che ora lo reputa fango per seguir Cristo, che lo ha tirato a sè, prosegue esortando tutti a fare lo stesso, e scrive: ” Fratelli, siate imitatori miei — Irnitatores mei estote, fratres. ,, Grande, o cari, è l’efficacia dell’esempio sugli animi nostri, e ben maggiore che non sia la efficacia della parola. Allorché noi vediamo un alto personaggio, il capo nostro affrontare pel primo i pericoli e superare i maggiori sacrifici, quasi nostro malgrado ci sentiamo spinti a seguirlo, e talvolta i codardi diventano eroi. Simone Maccabeo giunse coll’esercito sulla riva d’un torrente impetuoso: bisognava guadarlo: i soldati esitavano dinanzi al pericolo: Simone pel primo gittossi nel torrente e passò, e dietro a lui, pieno di entusiasmo, passò tutto l’esercito. Sulle rive della Beresina si accalcavano a migliaia i miserabili avanzi del grande esercito di Russia: il ponte era distrutto : i cosacchi incalzavano alle spalle: il fiume mezzo agghiacciato: i soldati, intirizziti dal freddo, atterriti, non avevano sotto le palle nemiche ricostruire il ponte: un disastro irreparabile era imminente. Un generale si lancia nel fiume fino alle spalle: l’acqua gli gelava intorno alla persona, e vi stette alcune ore, di là incoraggiando i soldati e dirigendo i lavoranti alla ricostruzione del ponte, e salvò le reliquie dell’esercito (Il fatto è narrato coi colori più vivi dal Thiers nella sua storia dell’Impero; quell’intrepido generale del Genio francese era Eblé, che poco dopo morì). – L’esempio fa prodigi. Noi, uomini di Chiesa, dobbiamo camminare innanzi a voi, o laici, e guai se non lo faremo; ne renderemo conto strettissimo a questo Duce supremo; ma voi pure, o padri e madri, voi, o padroni, voi che tenete un’autorità qualunque, dovete precedere col buon esempio i vostri figli, i vostri dipendenti, i vostri soggetti in guisa da poter loro indirizzare le parole dell’Apostolo : “Fratelli, siate miei imitatori. „ – E non è questo orgoglio, o grande Apostolo? Pòrti innanzi come esempio di perfezione? Perché non dire piuttosto: Siate imitatori di Gesù Cristo? — No, non è orgoglio quello dell’Apostolo, che nelle sue lettere in faccia al mondo confessò tante volte le sue colpe; tre righe più sopra di queste parole egli confessa d’essere stato giudeo, ostinato persecutore della Chiesa: poi, il dire la verità, quando torni a bene altrui, benché ridondi a proprio onore, non è orgoglio, purché retta sia l’intenzione. Finalmente, se qui l’Apostolo propone se stesso in esempio, si associa tosto gli altri, scrivendo: ” E riguardate a quelli che procedono nel modo, del quale avete l’esempio in noi; „ vedete cioè e seguite tutti quelli che tengono con me la stessa via: onde l’Apostolo conforta i fedeli ad imitare non solo sé, ma tutti quelli in genere che corrono la via della verità e della virtù. E d’avere buoni esempi, e seguirli animosamente, avevano bisogno anche i Filippesi, perché pur troppo avevano sotto gli occhi uomini, e non pochi, di scandalo. Udiamo S. Paolo. “Molti, dei quali spesso vi parlava, ed ora ve lo ripeto con le lacrime, operano da nemici della croce di Cristo. „ State sull’avviso, così l’Apostolo; se molti tra voi seguono la via retta, e potete e dovete imitarli, molti camminano per vie torte, e dovete fuggirli. E chi sono? Sono uomini che vi additai quando ero in mezzo a voi, e li conoscete: uomini, che con le perverse loro dottrine e prava loro condotta mi colmano di dolore e mi fanno versare lacrime amarissime; ve lo dico con una sola parola: ” Sono nemici della croce di Cristo — Inimicos crucis Christi. „ Non dovete credere che con la parola croce l’Apostolo intenda significare la croce materiale: con la parola croce indubbiamente vuole indicare la dottrina di Cristo, come noi pure siamo soliti fare nel nostro linguaggio. Nondimeno vi deve essere una ragione speciale, per cui S. Paolo in questo luogo volle usare questa forma di dire, che non gli è famigliare, e deve essere questa: I giudaizzanti, che seguivano e perseguitavano da per tutto l’Apostolo con una rabbia implacabile, insegnavano doversi osservare la circoncisione e tutte le prescrizioni mosaiche, m a non si curavano gran fatto della mortificazione della carne e delle passioni: volevano tutto il bagaglio materiale della legge, ma del culto interno, della vita dello spirito, della crocifissione delle passioni, nulla o quasi nulla. Questi uomini S. Paolo li designa con la frase energica e felice di nemici della croce di Cristo; son gente, secondo san Paolo, che non vogliono patire, che non vogliono rinnegare se stessi, che non vogliono crocifiggere le malnate loro cupidigie, che respingono e combattono la dottrina di Cristo, che si compendia nella croce. – E di questi nemici della croce di Cristo quanti ne abbiamo noi pure, o carissimi! Nemici della croce di Cristo sono coloro che recitano, se volete, lunghe orazioni, che intervengono alle sacre funzioni, che ascoltano la S. Messa, che accettano tutto il simbolo, si dicono cattolici, ma non vogliono rompere quella tresca nefanda, non vogliono restituire il mal tolto, ricusano di dar pace all’offensore, tengono mano a contratti usurai, si abbandonano all’ubriachezza ed ai bagordi, sonieni d’orgoglio, e se fosse possibile convertirebbero in oro le gocce di sudore dei loro operai, avidi solo di arricchire: ecco i nemici della croce di Cristo. Ricordino costoro la sentenza dell’Apostolo: “Quelli soltanto appartengono a Cristo, i quali hanno messo in croce la loro carne colle sue cupidigie e coi suoi vizi. ,, – E quale sarà la fine di questi nemici della croce di Cristo? Risponde l’Apostolo: “La perdizione eterna — Quorum finis interitus. Non ingannatevi, così nel vigoroso suo linguaggio S. Paolo: se fuggite la croce di Cristo, se l’odiate, se accarezzate la vostra carne, finirete nell’eterna perdizione. — Qui l’Apostolo, quasi sfavillante di nobile sdegno contro questi nemici della croce di Cristo, della quale sola egli si gloriava, ch’era tutta la sua sapienza, come protesta altrove, usa una frase piena di forza, ed esclama: ” Questi uomini, il Dio dei quali è il ventre — Quorum Deus venter est. „ – Non vi è dubbio, la frase rovente cade su coloro, che per servire alla gola, col mangiare e col bere, a guisa d’esseri irragionevoli, non curano le leggi sante della temperanza, dimenticano e calpestano ogni dovere, e tutto sacrificano al ventre. Gran cosa! Grande è l’amore degli uomini al denaro, più grande forse ancora alla propria stima, all’onore: sommo poi è l’amore alla sanità ed alla vita del corpo; eppure, per saziare le voglie della gola si consuma il patrimonio, si disprezza il proprio onore e la stima del pubblico, e si fa getto persino della sanità del corpo e si accorcia la vita, tanta è la tirannia di questa passione animalesca. Che dico animalesca! Peggio che animalesca; perché non troverete animale, che, lasciato in balia a se stesso, ecceda i limiti del necessario e del conveniente: poiché ha spento il bisogno naturale di cibo, s’acqueta e cessa di nutrirsi, dove ché l’uomo già satollo ed ebro, ancora domanda cibo, ancora desidera il vino! Aveva ragione Crisostomo di scrivere, che ad alcuni fa più danno il ventre, cioè la gola sregolata, che il mare, allorché uscito dai suoi confini, inonda i campi vicini. Voi lo sapete, o cari, se il valicare alcun poco i confini della cristiana temperanza non è colpa grave, lo è sempre allorché si nuoce (e spesso ciò accade) alla salute del corpo, si perde la ragione, si reca scandalo e si fa soffrire la fame ai figli e alla moglie, e si corre pericolo di proferire bestemmie ed oscenità, e appiccar risse. È vergogna e somma per noi uomini e cristiani, chiamati a servir Dio, servire al ventre! – Un’altra espressione aggiunge l’Apostolo per folgorare questi nemici della croce di Cristo: ” E l a gloria è a loro ignominia; „ e vuol dire: Costoro si fanno un vanto, una gloria di ciò che li dovrebbe far arrossire e vergognare: si vantano delle loro crapule, delle loro immondezze, dei loro vizi, mentre dovrebbero sentire la loro ignominia. È male il darsi in braccio alle passioni, quali che siano; ma il gloriarsi d’essere schiavi delle passioni e menarne quasi trionfo, è cosa intollerabile, è l’essere caduti in fondo al degradamento morale; e a tanta abbiettezza e vergogna si giunge per alcuni cristiani, i quali vanno con la fronte alta e portano in trionfo: i loro viz.! Quorum gloria in confusione est, grida S. Paolo. Davvero costoro, così continua l’Apostolo. “non amano, non gustano che le cose terrene — Qui terrena sapiunt. „ Vedeteli questi uomini, che non han gusto che per le cose materiali; parlate loro di Dio, della vita avvenire, della virtù, delle gioie della buona coscienza, della pace del giusto, della serenità dell’uomo, signore delle proprie passioni; essi si annoiano, si stancano, si offendono: essi non parlano che di passatempi, di affari, di teatri, di conviti, di balli, di piaceri sensuali; han perduto il senso delle cose dell’anima, e non gustano che le cose della terra: Terrena sapiunt. Ci vorrà un miracolo della grazia perché questi, tutto sensi e carne, si riducano ancora sulla via del cielo. A questi uomini, nemici della croce di Cristo, schiavi della gola, che non hanno gusto se non per le cose della terra, S. Paolo, con felice passaggio, contrappone la vita dei veri cristiani, dicendo: ” Noi siamo cittadini del cielo, „ ossia, noi viviamo qui sulla terra come se già fossimo in cielo: Nostra autem conversatio in cœlis est. Codesti uomini dei quali vi ho parlato, son sempre fitti col pensiero e con l’affetto, con la mente e col cuore nelle cose misere e caduche di quaggiù: Terrena sapiunt; noi illuminati dalla fede, sorretti dalla speranza, portati sulle ali della carità, ci solleviamo in alto, viviamo in cielo. Come ciò si intende? Con tutta facilità. Noi abbiamo questo corpo, e finché viviamo, esso non può dimorare che sulla terra. Ma in questo corpo vive l’anima nostra: essa pensa ed ama, e non può non pensare ed amare, come il corpo non può non respirare. Il pensiero e l’amore sono le due perenni manifestazioni dell’anima nostra, sono le due ali, con cui vola là dove le aggrada. Dov’è l’anima nostra? Là dove è il suo pensiero e dove la ferma il suo affetto: il corpo è sempre qui sulla terra, ma l’anima è là dove vuole e come vuole e quando vuole la sua mente e il suo cuore. Mirate l’astronomo: col suo corpo è là sul suo osservatorio, forse seduto sopra la sua sedia: appunta il suo telescopio, e l’anima sua viaggia nei campi del cielo, passeggia d’astro in astro, contempla quelle stelle, la cui luce percorrendo pure 300,000 chilometri ogni minuto secondo, impiega cinque, dieci, dodici anni per giungere su questo atomo della terra! Il corpo è qui, e l’anima va pellegrina più rapida della luce per gli spazi sterminati del cielo. Vedete l’esule ebreo sulle sponde dell’Eufrate: il corpo  è là, l’anima sua s’aggira sui colli della sua Gerusalemme. Quante volte voi, che mi ascoltate, col corpo vi trovate lungi dalla patria, dal focolare domestico! E quante volte sorprendete il vostro pensiero e il vostro affetto che vagheggia le colline che circondano la patria, vi trovate in mezzo ai vostri cari! Si vive in un luogo col corpo, si può vivere altrove coll’anima, e si vive con essa là dove si pensa e si ama. Or bene, dilettissimi: noi siamo condannati a vivere col corpo qui sulla terra quanto piacerà a Dio: ma coll’anima possiamo e dobbiamo vivere là dove è la vera e stabile nostra patria, là dove sono i Santi, là dove è Dio, il Padre nostro, che ci aspetta, là dove staremo eternamente. Quando solleviamo la mente e il cuore a Dio, quando detestiamo il vizio ed amiamo la virtù, quando preghiamo, quando meditiamo le eterne verità, quando disprezziamo le cose della terra e sospiriamo quelle del cielo, allora noi viviamo in cielo, siamo cittadini del cielo: Nostra eonversatìo in cœlis est. Quale felicità, o carissimi! Allora non si sentono, o si sentono più lievemente i mali della terra, e si pregustano le delizie, onde si saziano senza mai saziarsi i beati. In alto adunque, o cari, i nostri pensieri, in alto i nostri affetti e desiderii: Sursum corda! Cominciamo ora a vivere lassù, dove eternamente vivremo, ponendovi, come scrive S. Agostino, le primizie del nostro spirito. Seguitiamo l’Apostolo, il quale, dopo averci esortato a vivere fin d’ora in cielo, coglie l’occasione di rammentare un’altra verità fondamentale, che alla accennata si lega come l’effetto alla causa. Viviamo in cielo, ” donde aspettiamo il Salvatore Signor nostro Gesù Cristo. „ Gesù Cristo risorto e glorioso regna in tutta la sua divina maestà in cielo; nostro capo e modello lassù ci ha preceduto, di lassù guida i nostri passi con la fede, avvalora la nostra debolezza con la sua grazia, e di lassù alla fine dei tempi verrà a coronare i nostri sforzi e a compiere le nostre speranze. Come? “Trasformando l’abbiettissimo nostro corpo, conformandolo o modellandolo sul suo gloriosissimo. „ Rallegratevi, gioite, esclama il nostro Paolo, riguardando il cielo: verrà giorno, nel quale Gesù Cristo, nella sua umanità, raggiante di luce, si mostrerà su questa terra: e come il sole, con la sua luce, riscaldando la terra, fa rigermogliare le piante e copre d’un verde ammanto tutta la natura, richiamandola ad una seconda vita, così Gesù Cristo, mostrando il suo corpo, quasi sole versante luce e calore di vita divina, farà risorgere dalla loro polvere i nostri corpi, li rivestirà di gloria, li riempirà d’una giovinezza fiorente ed immortale. Come doveva essere bello, sfavillante di luce e di gloria il corpo di Gesù Cristo, allorché l’anima sua fu ad esso ricongiunta e apparve alla madre e agli Apostoli! Ebbene: i nostri corpi in quel gran dì saranno foggiati sul corpo stesso di Gesù Cristo, come qui dichiara l’Apostolo, e “risplenderanno come il sole — Fulgebunt sicut sol.,, – ” A che ti lamenti, così S. Bernardo parlava al suo corpo, a che ti lamenti? A che ricalcitri? A che combatti lo spirito? Se lo spirito ti umilia, ti castiga, ti assoggetta, lo fa Per il suo e per il tuo meglio… Pensa, che Colui, che ti ha fatto, ti trasformerà. „ Come potrà egli, Gesù, trasformare il nostro corpo? ” Con quella operazione o con quella forza, con la quale può assoggettarsi ogni cosa, „ vale a dire, usando quella forza stessa, con la quale risuscitò il suo corpo, e con la quale signoreggerà a suo tempo ogni cosa. Gesù Cristo è uomo, ma anche Dio, e come Dio tutto può, e come con la sua parola trasse l’universo dal nulla, così con la stessa parola,  molto più facilmente, richiamerà alla seconda ed eterna vita i nostri corpi. – Ricordate queste sì alte verità, S. Paolo ad un tratto si rivolge ai suoi figliuoli spirituali, e scrive: ” Perciò, o carissimi e desideratissimi fratelli, mia gioia e mia corona, tenetevi così saldi nel Signore, o carissimi! „ In queste affettuosissime parole si sente palpitare il cuore dell’Apostolo e del padre tutto tenerezza per i suoi figli. Uomo veramente ammirabile è il nostro Paolo! Scorrendo la sua vita e leggendo le sue lettere, noi troviamo in lui l’apostolo intrepido, la tempra d’acciaio, il martire: ha pagine d’un vigore, d’una eloquenza irresistibile, rimproveri acerbi, parole di fuoco contro gli scandalosi, i seduttori, i corruttori della verità; e poi ad un  tratto il suo stile si muta, diventa dolce, insinuante, festivo, amabile, lo si direbbe il linguaggio, non d’un padre, ma d’una madre la più tenera. Egli riunisce in sé gli estremi, com’ è dei grandi uomini, e la sua parola veste tutte le forme con una rapidità e facilità singolare. Egli vuole raffermare nella verità insegnata i suoi Filippesi, e nella foga del suo dire per stringerli a sé e quindi a Dio, li chiama “sua gioia — gaudium meum; corona del suo apostolato — corona mea, desideratissimi; „ e quasi non trovasse più altre parole per versare la piena del suo affetto, ripete due volte la parola carissimi. Sembra di vedere questo uomo, già innanzi negli anni, logoro dalle fatiche e dai patimenti, carico di catene in fondo alla sua carcere di Roma, stringere al suo seno l’uno dopo l’altro i suoi neofiti e bagnarli delle sue lacrime. Un uomo, che con sì affocato affetto amava i suoi figli, doveva essere con eguale affetto da loro riamato, ed i Filippesi gliene diedero prova, mandandogli Epafrodito fino a Roma per consolarlo e soccorrerlo nella sua prigione e nei suoi bisogni. L’affetto vivissimo che legava Paolo ai suoi figli di Filippi, e questi a lui, dovrebbe essere il modello dell’affetto che deve stringere ogni pastore al suo gregge e il gregge al pastore. – La vera virtù è sempre graziosa, e non  manca mai di usare quei modi che sono voluti dalla buona educazione, e S. Paolo 1i osserva perfettamente nelle sue lettere, che si chiudono con molti saluti e cordialissimi auguri: “Io esorto Evodia e prego anche Sintiche a sentire lo stesso nel Signore. „ Evodia e Sintiche erano due ragguardevoli donne, e fors’anche signore, di Filippi, convertite probabilmente dallo stesso Apostolo, che avevano resi grandi servigi alla causa della fede, come tosto si dice; in qual modo lo ignoriamo; ma. secondo ogni verosimiglianza, con la parola e con i soccorsi materiali. S. Paolo non le dimentica, e poiché sembra che tra loro fosse sorto qualche dissidio (e dove non vi sono dissidi anche tra persone buone e virtuose?), soggiunge destramente : ” Io le prego ambedue a sentire lo stesso nel Signore, „ che è quanto dire a ristabilire quella concordia, quella pace che deve sempre regnare tra le persone che servono al Signore, che camminano per le sue vie e sono informate dallo spirito di Gesù Cristo. Anche dissentendo tra loro in ciò che è lecito, non devesi mai rompere il vincolo della carità, a talché devesi sempre per amor di Dio avere un solo cuore. Poi, rivolgendo direttamente la parola ad un uomo, che doveva essere notissimo in Filippi, e che era stato suo leale compagno nell’apostolato, S. Paolo scrive: ” E prego ancor te, o leale compagno, aiutale (cioè Evodia e Sintiche), come quelle che hanno faticato nel Vangelo con Clemente e cogli altri miei cooperatori. „ S. Paolo, come Apostolo, poteva certamente comandare; in quella vece prega, insegnandoci che è più conforme allo spirito cristiano, anche in quelli che tengono autorità, il pregare che il comandare, e meglio rispecchia la fratellanza e l’umiltà sì spesso e sì fortemente inculcata nel Vangelo. S. Paolo, tra gli altri suoi cooperatori, nomina Clemente, che può essere quello stesso, che poi tenne la cattedra di S. Pietro e scrisse le due magnifiche lettere ai Corinti, continuando l’opera pacificatrice del suo maestro, S. Paolo stesso. “I nomi di costoro, dice S. Paolo, sono scritti nel libro della vita. „ Certo nessuno di voi, o cari, penserà che Iddio tenga un libro, sia della vita, sia della morte, sul quale siano scritti i nomi, volete degli eletti, volete dei reprobi. Dio non ha bisogno di libri, Dio che tutto vede e conosce perfettamente: è un modo di dire che dobbiamo usare noi, uomini, parlando di Dio. Il libro di Dio è la sua scienza infinita, a cui nulla può sottrarsi, né in cielo, né in terra: e Dio conosce quelli che lo servono e lo amano, e questi sono chiamati alla vita eterna, e perciò si dicono scritti nel libro della vita. Carissimi! Viviamo in modo che i nostri nomi tutti siano scritti su quel libro della vita, a cui aspiriamo, libro che si scrive da ciascuno di noi con le opere sue, e dal quale nulla si scancellerà mai per tutti i secoli dei secoli.

 Graduale
Ps 43:8-9
Liberásti nos, Dómine, ex affligéntibus nos: et eos, qui nos odérunt, confudísti.
[Ci liberasti da coloro che ci affliggevano, o Signore, e confondesti quelli che ci odiavano.]
In Deo laudábimur tota die, et in nómine tuo confitébimur in saecula. Allelúja, allelúja. [In Dio ci glorieremo tutto il giorno e celebreremo il suo nome in eterno..]

Alleluja

Allelúia, allelúia

Ps CXXIX:1-2
De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi oratiónem meam. Allelúja. [Dal profondo Ti invoco, o Signore: o Signore, esaudisci la mia preghiera. Allelúia.]

Evangelium
Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthǽum.
Matt IX:18-26
In illo témpore: Loquénte Jesu ad turbas, ecce, princeps unus accéssit et adorábat eum, dicens: Dómine, fília mea modo defúncta est: sed veni, impóne manum tuam super eam, et vivet. Et surgens Jesus sequebátur eum et discípuli ejus. Et ecce múlier, quæ sánguinis fluxum patiebátur duódecim annis, accéssit retro et tétigit fímbriam vestiménti ejus. Dicébat enim intra se: Si tetígero tantum vestiméntum ejus, salva ero. At Jesus convérsus et videns eam, dixit: Confíde, fília, fides tua te salvam fecit. Et salva facta est múlier ex illa hora. Et cum venísset Jesus in domum príncipis, et vidísset tibícines et turbam tumultuántem, dicebat: Recédite: non est enim mórtua puélla, sed dormit. Et deridébant eum. Et cum ejécta esset turba, intrávit et ténuit manum ejus. Et surréxit puélla. Et éxiit fama hæc in univérsam terram illam. [In quel tempo: Mentre Gesù parlava alle turbe, ecco che uno dei capi gli si accostò e lo adorò, dicendo: Signore, or ora mia figlia è morta: ma vieni, imponi la tua mano su di essa, e vivrà. Gesú, alzatosi, gli andò dietro con i suoi discepoli. Quand’ecco una donna, che da dodici anni pativa una perdita di sangue, gli si accostò da dietro, e toccò il lembo della sua veste. Diceva infatti tra sé: Solo che io tocchi la sua veste e sarò guarita. E Gesù, rivoltosi e miratala, le disse: Abbi fiducia, o figlia, la tua fede ti ha salvata. E da quel momento la donna fu salva. Giunto che fu alla casa del capo, vedendo dei suonatori e una turba di gente rumoreggiante, disse: Ritiratevi, poiché la fanciulla non è morta, ma dorme. E lo deridevano. Ma dopo che la gente venne fatta sgombrare, Egli entrò, prese la giovane per mano ed ella si alzò. E la fama di ciò si diffuse per tutto quel paese.]

OMELIA II

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. III -1851-]

Pietà.

La pietà, dice l’Apostolo, per ogni cosa per ogni modo è utile e, vantaggiosa , “pietas ad omnia utilis” (Ad Rom. XIII, 17). Quest’eccellente virtù, prosegue lo stesso, contiene in sé una sicura promessa d’ogni bene per la vita presente e per la futura, “promissionem habens vitæ, quæ mens est futuræ”. Il Vangelo di questa domenica in due esempi ce ne dà la più autentica prova. Ad un Principe della Sinagoga era morta l’unica figlia; privo d’ ogni umano rimedio s’accosta a Gesù e, “Signore, Gli dice nella più umile e rispettosa maniera, la mia figlia non vive più ma se voi vi degnate venire a porre la vostra mano sopra la stessa, io son sicuro che tornerà in vita”. Sorge il pietoso Salvatore, e lo segue accompagnato da’ suoi discepoli. Facendo strada, ecco  una donna da dodici anni languente per un ostinato flusso di sangue, che tra sé va dicendo:se mi riesce toccargli soltanto l’orlo della sua veste, io son sanata.” Così avvenne: toccò la fimbria della sua veste, e guarì sull’istante. Giunto poi Gesù alla casa del Principe, che tutta era in lutto e mestizia, “non è morta., dice Egli, questa fanciulla, ella dorme”. Certi di sua morte gli astanti, presero a scherno le sue parole. Indi entrato nella camera della defunta, la prende per mano, e viva e sana la rende ai suoi genitori. Ecco quanto fu giovevole por quel Principe e per l’emorroissa quella pietà che la fece ricorrere al Salvatore. “Pietas ad omnia utilis”… Di questa pietà, da cui, al dir di S. Agostino, derivano tutte le pratiche d’un retto vivere, “pietas, unde omnia recte vivendi ducuntur officia” (Ep. 25), io vengo a parlarvi; potrei mostrarvi di quanto vantaggio sia alla vita umana, alla vita civile, alla vita sociale, alla vita spirituale, alla vita eterna; ma per adattarmi alle strettezze del tempo , e non abusarmi della vostra sofferenza, ve ne darò un piccolo saggio, onde allettati dall’utilità che apporta, vi risolviate abbracciare cosi bella virtù. – Agli occhi del mondo, agli amatori del secolo suole comparire la cristiana pietà in aspetto d’un mostro, che divora i suoi seguaci. A disinganno di costoro, ed a nostra istruzione, eccovi un ritratto dì questa virtù, madre d’ogni retto operare, in quel che avvenne al giovane Tobia (Tob. VI). Giunto questi alle sponde del Tigri, mentre sta lavandosi i piedi, ecco venirgli incontro a bocca spalancata un pesce enorme. Ohimè, Signore, grida spaventato Tobia, aita, m’inghiotte! L’Arcangelo Raffaele sotto le sembianze d’Azaria gli fa cuore, e, “prendilo, gli dice, per una branca e trascinalo in sull’asciutto”. Ubbidisce Tobia, e trattolo in sull’arena, lo vede, dopo alquanto dibattersi, palpitante ai suoi piedi. “Dov’è, Tobia, il tuo spavento”? dovette dirgli l’Arcangelo, “tu non sai quanto sia per giovarti quel che tanto ti sbigottì. Sventralo orsù, e metti da parte il fiele: sarà questo l’opportuno rimedio a guarire la cecità del tuo buon genitore: fa altrettanto del fégato e del cuore; una porzione di questi posta sopra accesi carboni ha virtù di scacciare il demonio, e lo scaccerà infatti da Sara tua futura sposa: l’altre parti condite con sale ci serviranno per nutrimento nel nostro viaggio”. Tanto disse l’Angelo a Tobia, lo stesso io dico a voi riguardò alla pietà, alla vita devota. Sembra questa un mostro che divori per le apparenti e mal supposte difficoltà ed asprezze, che v’apprendono i mondani, ma non è così. Appigliatevi alla pietà soda e vera, ad un tenore di cristiana e costante devozione, e una dolce esperienza vi farà conoscere quanto sian vani i timori di chi si lascia sedurre dall’apparenza, vedrete in pratica di quanti beni vi sarà apportatrice. Essa v’aprirà gli occhi a conoscere la vanità delle cose terrene e la grandezza dell’eterne, vi scoprirà la bellezza della virtù e la deformità del vizio, la preziosità dell’anima, l’importanza dell’eterna salute, passerete come il vecchio Tobia dalle tenebre di cecità alla luce d’un nuovo giorno. Essa scaccerà da voi il demonio tentatore, vi farà schivar i suoi lacci, ributtar lo sue suggestioni, vincere i suoi assalti. Essa in fine sarà per voi una sorgente di benedizioni, un mezzo ond’essere provveduti di temporale sostentamento nel viaggio di questa vita mortale. Ve n’assicura in più luoghi lo Spirito Santo: per chi teme Dio non v’è da temer povertà, “non est inopia timentibus eum” (Ps. XXXIII, 10-11): a chi cerca il Signore non verranno mai meno i sussidi d’ogni bene terreno, “inquirentes Dominum non minuentur omni bono”. Noi vediamo infatti nella divina Storia, che Iddio ha sempre avuta una cura tutta singolare di quei che camminano nelle vie della giustizia e della pietà, o si tratti di liberarli da generali castighi, o di versar sopra di essi le più generose beneficenze. – Se parliamo dei flagelli, la divina giustizia sommerge il mondo tutto nell’acqua di un universale diluvio: vuol salvare una famiglia per conservare l’umana specie. Si salva la famiglia d’un malvagio? No, voi lo sapete, bensì la famiglia del giusto, Noè e tre suoi figli con le rispettive consorti. La sempre giusta ira di Dio fa piover fuoco sulle infami città di Sodoma e di Gomorra. Si vuol liberare dall’incendio fatale un’altra famiglia; sarà quella d’un impudico o quella di un casto? Ognun lo sa, vien liberato Lot con le due sue figlie, perché nella comune corruzione si è mantenuto incorrotto. Se poi si tratti di spandere le sue larghe beneficenze, mirate di grazia su chi il buon Dio le diffonde; sopra i tanto rinomati Patriarchi Abramo, Isacco, Giacobbe, Giuseppe, tutti personaggi santissimi, e nel tempo stesso doviziosissimi, abbondanti d’ogni sorta di armenti, di possessioni , di servi, d’oro, d’argento, e di ogni bene più desiderabile. E giacché di Giuseppe si è fatta menzione, vi prego a condurvi col pensiero là in Egitto nella casa di Putifar a dargli un consiglio. Egli è nel fior dell’età giovanile, chi sa che non ne abbisogni. Si trova questi in terra straniera, in casa altrui, in qualità di schiavo. La sua padrona di esso invaghita gli ha chiesto più volte corrispondenza in amore. Accostatevi al suo orecchio, o politici, voi che sul fondamento della nequizia sperate innalzar la vostra fortuna. “E possibile (par di sentirvi) … possibile in te tanta ritrosia? Si vede bene che sei semplice ed inesperto: la tua sorte è fatta se tu sai profittarne. La padrona che t’ama è ricca e potente, se tu la disgusti per uno sciocco tuo scrupolo, tu sei perduto, tu non sai quanto sia da temersi quell’odio che comincia dall’amore; tu non sai che non v’è ira che possa somigliarsi all’ira della donna. Giuseppe non sa di tanta politica, ei teme Dio, ei non v’ascolta, lascia nelle mani dell’impudica padrona la sopravvesta, e fugge dicendo, “come posso far tanto male e tanta offesa al mio Dio”? Oh! questa volta, voi ripigliate, la pietà non l’indovina. Giuseppe calunniato come tentatore vien posto in ferri, condannato ad un’oscura prigione. La pietà non l’indovina? Aspettate in grazia, ed ammirate i tratti stupendi di quell’altissima provvidenza che protegge i suoi cari. Il Faraone fa sogni misteriosi, nessun si trova capace a interpretarli, dal fondo della sua carcere si chiama Giuseppe, spiega i sogni, provvede i popoli, salva l’Egitto, ed eccolo innalzato al primo grado del regno, eccolo assiso sopra cocchio reale, acclamato per le contrade di Menfi e di tutto l’impero Salvatore del mondo. Che dite ora, Signori miei? Avrebbe potuto Giuseppe sperar dal peccato un tanto innalzamento? Sarebbe ora egli tanto celebre nella divina storia, tanto a Dio accetto, e quel che il tutto importa eternamente beato? – E pure, voi replicate, più dell’uomo pio è sovente prosperato il malvagio. Chi fa fortuna al mondo? L’usuraio nascosto, il ladro civile, lo spergiuro sfacciato, il prepotente impunibile, il litigante animoso, il superbo fortunato. È vero, sono alle volte prosperati i malvagi, ma per l’ordinario non è durevole la loro prosperità. Io fui giovane, diceva il Reale Profeta, ed ora son vecchio, “iunior fui, etenim senui”, ed ho veduto l’empio esaltato come i cedri del Libano, “vidi impium superexaltatum sicut cedros Libani” (Ps. XXXVI), … fatti alcuni passi son ritornato per rivederlo, non v’era più, “transiti, et ecce non erat”, e ne ho potuto distinguere il luogo , ov’era piantato, “quæsivi eum, et non est inventus locus eius”. Per lo contrario non ho veduto mai l’uomo giusto abbandonato, né i figliuoli andar alla cerca del pane. “Et non vidi justum derelictum, nec semen eius quærens panem”. – Inoltre gli iniqui sono talvolta felicitati, non già perchè son tali, molto meno per difetto di provvidenza, ma perché Iddio premia in ossi l’atto, o l’abito di qualche naturale virtù. Il sentimento è di S. Agostino, che porta in esempio la Romana Repubblica, da Dio prosperata con tante vittorie fino ad estendere col valor della sue armi dall’Oriente all’Occidente il suo dominio.A tanta gloria innalzò Iddio quegli antichi eroi con lauta estensione d’impero, perché di lor natura erano sobri, temperanti, fedeli nelle promesse, zelatori della giustizia, umani coi popoli soggiogati. Queste virtù naturali non potevano avere né merito, né premio di vita eterna, perché opere morte di gente idolatra: ond’è che Dio, a Cui piace l’ombra eziandìo della virtù, li ricompensò con beni terreni, con onori mondani, con felicità temporali. – Applicate questa dottrina al caso nostro. Non v’è, come è da credere, al mondo uomo così scellerato che in vita sua non pratichi, o praticato non abbia qualche atto naturalmente buono, come sarebbe soccorrere un miserabile, proteggere un oppresso, assistere un infermo, impedir l’altrui danno, amar la verità, praticar la giustizia.Questi atti naturalmente virtuosi, fatti da chi è in disgrazia di Dio, non son certo meritevoli d’eterno premio, sono ombre, sono immagini, sono cortecce di virtù, quali Iddio, autore anche d’ogni naturale onestà, non vuol lasciare senza proporzionata ricompensa.A farvi meglio comprendere quest’importante verità, e adattarmi alla capacità di tutti, fatevi tornare a mente ciò che avrete più volte veduto. Allorché un omicida, un assassino vien condannato a morte, tutta la città è in movimento. Vanno a confortarlo in carcere sacerdoti, religiosi, e i più distinti signori, lo provvedono di cibi scelti, di vini preziosi, di squisiti liquori. Nell’uscir poi della sua prigione per andar al patibolo, se lo tolgono in mezzo, l’accompagnano con carità, con tutto rispetto, come personaggio di merito singolare. Ditemi ora, gli fanno queste attenzioni perché è un assassino, perché ha tolta la vita a tanti suoi simili? Non già, e voi lo sapete, così lo trattano, perché loro prossimo e fratello in Gesù Cristo. Laonde come uomo, come prossimo, come fratello riceve tante finezze, e come omicida, come sanguinario, assassino si sospende ad un infame patibolo. – Dite lo stesso degli empi prosperati; come uomini, come ragionevoli creature, che in atto o in abito han praticata qualche naturale virtù, sono da Dio rimuneratore trattati bene nel breve corso di questa vita; come malvagi poi, e come rei saranno dallo stesso Dio, giusto punitore dell’empio e dell’empietà, condannati all’eterno supplizio. Tanto avvenne precisamente al ricco Epulone: ebbe la sua mercede in questa terra, e poi il suo castigo nell’eternità, “recepisti bona in vita tua” (Luc. XVI), gli disse Abramo dal luogo del suo riposo, ove aspettava la risurrezione del Salvatore: “recepisti”, dunque aveva qualche merito nell’ordine di natura, “recepisti bona”, e furono vestir di bisso, o di porpora, seder quotidianamente a lauto banchetto; dopo ciò, perché stato crudele verso il povero Lazzaro, fu sepolto nell’abisso infernale, “mortuus est dives et sepultus est in inferno”. – Dal fin qui detto, discende questo consolante argomento. Se il nostro buon Dio tanto ama la virtù fino a premiarne la sola apparenza nella persona dei suoi nemici, quanto più largamente ricompenserà la virtù vera, la soda pietà nella persona dei suoi eletti? Così è, così sarà: “Beato l’uomo che teme il Signore, dice il Re Salmista (Ps. I), sarà come un albero piantato in riva a fresca sorgente, che a sua stagione s’arricchirà di frutti, e in tutte l’opere sue sarà prosperato; non così gli empi, non così; ma saranno come polvere, che il vento sbalza da terra, e disperde per l’aria”. Camminiamo dunque, fratelli carissimi, nelle vie della giustizia, della devozione vera, della pietà cristiana, e scenderà copiosa sopra di noi la benedizione dell’Altissimo, benedizione foriera di quella ch’Egli comparte ai beati nel suo eterno regno, ove Dio ci conduca.

Credo…

Offertorium
Orémus
Ps CXXIX:1-2
De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi oratiónem meam: de profúndis clamávi ad te, Dómine.
[Dal profondo Ti invoco, o Signore: o Signore, esaudisci la mia preghiera: dal profondo Ti invoco, o Signore.]

Secreta
Pro nostræ servitútis augménto sacrifícium tibi, Dómine, laudis offérimus: ut, quod imméritis contulísti, propítius exsequáris. [Ad incremento del nostro servizio, Ti offriamo, o Signore, questo sacrificio di lode: affinché, ciò che conferisti a noi immeritevoli, Ti degni, propizio, di condurlo a perfezione.]

Communio
Marc XI:24
Amen, dico vobis, quidquid orántes pétitis, crédite, quia accipiétis, et fiet vobis. [In verità vi dico: tutto quello che domandate, credete di ottenerlo e vi sarà dato.]

Postcommunio
Orémus.
Quǽsumus, omnípotens Deus: ut, quos divína tríbuis participatióne gaudére, humánis non sinas subjacére perículis.

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: IDEALI SANTI – MODE – CELESTE PRESENZA (4)

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: IDEALI SANTI – MODE – CELESTE PRESENZA (4)

  1. — Ortodossia

[Lettera pastorale scritta il 23 luglio 1963; «Rivista Diocesana Genovese», 1963, pp. 192-245.].

Parte terza: Celeste presenza

Il panorama del nostro piccolo mondo viene vivificato dagli ideali: senza di essi è deserto e deserta resta la vita. Per questo si è parlato di alcuni ideali. Il panorama del mondo vario, pur sempre nuovo e ricco come lo ha creato Dio, può venir guastato da artificiali e irrazionali rughe, quali determinano gli uomini, allo stesso modo con cui artisti senza umanità guastano i paesaggi. Per questo abbiamo parlato di qualche moda. Il panorama del mondo, per chi ha fede, può completarsi con realtà superiori, per nulla chimeriche, sempre operanti. Per questo parliamo qui dei santi. – La presenza dei santi ha sempre trasformato il mondo, che pare attenda la quotidiana visita di questi suoi intercessori, per non restare troppo solo. Ne parliamo perché è utile fare in proposito alcune precisazioni e perché un certo qual processo di disumanizzazione (non si tratta di altro!) pare che qualche volta investa anche i santi. Vorremmo precisare che, per quanto non sia qui oggetto diretto della nostra attenzione, quello che si dice dei santi va detto in forma assai più alta, ampia e singolare della santissima Vergine Madre di Dio. – Se qui, a proposito dei santi, ci interessa la espressione positiva, dobbiamo pure, come è nella natura e finalità di questa nostra lettera, occuparci di fatti (chiamati sopra «disumanizzazione») che possono presentarsi brevemente così: taluni, ossequenti all’andazzo esistenzialista, tendono a ridurre la valenza dei santi, mezzo eccellente per ridurre il culto, altri si direbbe che li considerino un velo frapposto tra noi e Cristo, tali dunque da desiderarne una certa rimozione quasi fossero danno al culto dovuto a Dio; altri finalmente hanno perduto la nozione della funzione complessa dei santi nella economia della salvezza. – Scriviamo perché tali mende non abbiano presa in voi e perché voi possiate educare nella serena tradizione cristiana i vostri fedeli, senza lasciarli in balìa tanto di entusiasmi vuoti che di dimenticanze offensive e dannose.

La dottrina sui Santi

Nella sua sessione XXV, il conciliò di Trento ha dedicato un notevole testo alla dottrina cattolica circa i santi, che è riassuntivo di tutta una tradizione cattolica. Vogliate leggerne qualche brano. «Mandat sancta Synodus omnibus episcopis et cœteris docendi munus curamque sustinentibus, ut iuxta catholicæ et apostolic ecclesiæ usum a primaevis christianæ religionis temporibus receptum sanctorumque Patrum consensionem et sacrorum concilio rum decreta, imprimis de sanctorum intercessione, invocatione, reliquarum honore et legitimo imaginum usu, fideles diligenter instruant, docentes eos sanctos una cum Christo regnantes orazione suas prò hominibus Deo offerre, bonum atque utile esse suppliciter eos invocare et ob beneficia impetranda a Deo per filium ejus Jesum Christum Dominum nostrum, qui solus noster Redemptor et Salvator est, ad eorum orationem opem auxiliumque confugere, illos vero qui negant sanctos æterna felicitate in cœlo fruentes invocandos esse, aut qui asserunt, vel illos prò hominibus non orare, vel eorum, ut prò nobis etiam singulis orent, invocationem esse idolatriam, vel pugnare cum verbo Dei, adversarique honori unius mediatoris Dei et hominum Jesu Christi, vel stultum esse in cœlo regnantibus voce vel mente supplicare, impie sentire» (DS. 984). [«Il Santo Concilio impone a tutti i vescovi e a tutti coloro che hanno l’obbligo d’insegnare, secondo la consuetudine della Chiesa cattolica e apostolica, ricevuta sin dai primi tempi della religione cristiana e secondo il sentimento unanime dei santi Padri e i decreti dei santi Concili, di istruire diligentemente i loro fedeli particolarmente riguardo all’intercessione dei Santi, la preghiera che viene loro indirizzata, gli onori resi alle reliquie e il legittimo uso delle immagini. Che insegnino loro che i Santi che regnano insieme a Cristo offrono a Dio le loro preghiere per gli uomini, che è buona cosa e utile invocarli umilmente e, onde ottenere i benefici di Dio per mezzo del Figlio Suo, nostro Signore Gesù Cristo, che solo è il nostro Redentore e Salvatore, di ricorrere alle loro preghiere, al loro aiuto, alla loro assistenza. Coloro i quali negano che si debbano invocare i Santi che godono in cielo l’eterna felicità; o che affermano che questi non pregano per gli uomini, o che le domande che a loro si indirizzano di pregare per ciascuno di noi sono idolatria; o che sia cosa contraria alla parola di Dio e opposta all’onore di Gesù Cristo, unico Mediatore tra Dio e gli uomini; o che sia stoltezza supplicare vocalmente o mentalmente coloro che regnano nei cieli; tutti costoro hanno pensieri empi. ».] – Il testo che segue è un’ampia conferma, anche nei particolari, circa il culto da rendere ai santi, alle loro reliquie, alle loro immagini. La Sacra Scrittura non è affatto equivoca, né avara per quel che riguarda il culto dei santi Angeli. La prassi ecclesiastica, fin dagli inizi testimone del pensiero rivelato e delle sue applicazioni, ha reso ai Santi un culto analogo a quello che la teologia biblica indica per gli Angeli. Tra questi Santi furono annoverati gli Apostoli, molti presentati o ritenuti sia discepoli del Signore, sia collaboratori degli Apostoli, i martiri. Dopo la sufficiente pace accordata alla Chiesa si diffuse, per lo stesso titolo, il culto reso ai santi non martiri, detti pertanto semplicemente confessori, nonché alle vergini e alle sante donne. – Dal secolo quarto e cioè dal momento in cui la Chiesa poté indisturbata elevare i suoi templi si direbbe che tutto si aggrappa ai Santi, alla loro memoria; e si accentua il bisogno di far passare attraverso i Santi molto di quello che deve salire a Cristo, a Dio. La comunità dei viventi, con questi non più tra i viventi, è un fatto reale, solenne, commovente, continuo. Fu specialmente al tempo della decadenza dell’impero e in tutto il medioevo come se, incombendo una solitudine sulla lenta e talvolta oscura incubazione della nuova civiltà, apparisse imperiosa ed insostituibile la ricerca di questa superna compagnia. La quale era, ancora in qualche modo, tanto umana da attrarre e non intimorire e restava sempre talmente superna da infondere fiducia, serenità e gioia. – La prassi dei secoli cristiani, a proposito dei Santi, è una prassi di compagnia continua con la città superna. Le orme impresse dalla loro vita diventavano travature per la vita pubblica e privata ed erano travature oneste, sagge, dignitose ed utili. Ancora oggi in Liguria tutto il percorso fatto al secolo ottavo dalla salma di sant’Agostino, portata a Pavia da Liutprando, è riconoscibile dalle memorie, mai estinte, che di lui vi sono scaglionate, come analoghe memorie costellano le strade per le quali passò san Bernardo. I Santi apparvero sempre come i felici e sicuri compagni di quelli che erano ancora a meritare, a penare e a combattere nel pellegrinaggio terreno. La storia del culto dei Santi, mentre attesta un dato di tradizione divina, è la storia di una singolare e vera compagnia tra viatori e beati. Resta un fatto pertinente alla vita ed alla sostanza della Chiesa, mentre non cessa di essere un fatto dei più umani e toccanti. – Naturalmente non mancarono le ingenuità, specialmente a proposito di reliquie, che furono contese e talvolta autenticate con fretta, senza indagine sufficiente a scoprire una dubbia e forse ingannevole origine. Ma questo resta un fatto marginale che attesta quanto abbiamo sopra scritto e che non viola la serietà del culto, perché le reliquie trasmettevano l’onore sempre, e per chiara intenzione, a coloro che vivevano in cielo, senza far ristagnare nulla  nei possibili errori della terra. Si trattava e si tratta, nel caso, di culto relativo. –  La liturgia visse sempre anche dei Santi e non li considerò mai ingombri o veli per quello che andava a Dio, ma piuttosto fautori di una comunità vibrante e fremente di vita, nonché strumenti di un maggiore onore reso a Cristo. E strano che molti non capiscano come talvolta sia giusto onorare Iddio, più che con quello che abbiamo fatto noi, con quello che ha fatto Lui. E sua la divina parola, è sua la certezza della verità consegnata alla Tradizione, ma i Santi sono pure opera sua. – Perché dunque qualcuno deve temere di onorarli, di collocarli sulle pareti delle chiese, di narrare la loro storia, di proporre i loro esempi, di leggere e far leggere le loro vite, di rivolgersi a loro con la semplicità dei bimbi bisognosi di fratelli maggiori? Non credano siano gran gloria di Dio quei patiti, i quali sempre hanno da rinfacciargli di aver fatto cose incomplete (quei che si lamentano sempre, e trovano tutto storto; quei che rimpiangono, come i rivoltosi ebrei davanti a Mose, i cibi d’Egitto ed hanno da accusare sempre la Chiesa appartengono a questa categoria); gloria di Dio sono quaggiù, dopo i fatti divini in se stessi, i Santi. La Redenzione trionfa nei Santi. Ma vorremmo che il concetto, sul quale si ritornerà, di questi accompagnatori sereni e caldi della solitudine terrena non vi abbandonasse mai più, e per la estimazione del fatto in se stesso e per il completamento della vita della Chiesa e per il sostegno della vita interiore dei singoli, ai quali tutto può risultare vuoto se nella loro anima non si affaccia la presenza dei Santi. La ragione più grande che ci ha deciso a prendere in mano la penna e scrivere dei Santi è qui. – Noi sentiamo ogni giorno intorno a noi il peso della solitudine cupa di gente che vive nel rumore della folla ondeggiante e nella vicenda frettolosa dei fatti, ed abbiamo pietà di questa solitudine. Con Dio non si è mai soli, ma è piaciuto a Dio, nostro Signore, che noi troviamo la compagnia dei nostri fratelli, ormai certamente sicuri. – L’avvenire degli uomini non è mai chiaro, perché tutti i loro peccati corrodono tutti i sentieri della storia e inducono una dialettica intricata di cause e di effetti, di errori e di nemesi, di esplosioni e di interrompimenti. La certezza che i Santi continueranno ad accompagnare gli uomini è una delle poche garanzie dell’avvenire. – La congiunzione con Cristo Signore e Redentore sta alla base di tutto. Questa congiunzione è affermata dalla verità per cui noi formiamo con Lui un solo Regno, una sola Chiesa, un solo Corpo. – l’ordine della grazia nella sua più larga accezione e la adesione della fede sono i nessi di questa singolare unità: communio sanctorum. La congiunzione rende, quanto è possibile a creatura, partecipabile dai redenti quello che è di Cristo Verbo Figlio di Dio: la vita divina, la reazione eterna, la gloria. La vita degli uomini non può mai essere oscura, dato che si può articolare tra questi termini. – I gradi della congiunzione a Cristo sono diversi, a seconda della grazia e del merito. Un grado netto distingue quelli che sono ormai fuori delle vicissitudini del tempo e regnano in eterno da quelli che sono ancora nella prova terrena. La sublime imitazione di Gesù Cristo può raggiungere il grado di una presentabilità agli uomini per la loro edificazione, garantita dall’intervento dei segni divini: in tal caso alcuni partecipano all’onore stesso di Gesù Cristo, anche in questo mondo: sono i Santi. Insomma i Santi sono lo stato logico e più vero della famiglia di Dio, di quella famiglia nella quale la Incarnazione del Figlio e la nostra assimilazione a Lui ci ha raccolti e nella quale possiamo chiamare Dio «Padre». – Per tale motivo i Santi non sono un’appendice della verità rivelata; essi sono inseriti nella sostanza rivelata e solo così si intende tutta la loro logica. – I Santi sono la parte più autentica della famiglia di Dio, del Regno, se così si preferisce dire, le membra migliori del Corpo Mistico di Cristo. Se noi li dovessimo depennare o trascurare noi toglieremmo al Corpo Mistico di Cristo qualcosa della sua realtà. I Santi partecipano alla gloria del Redentore, tanto quanto gli sono certamente e definitivamente congiunti. I Santi sono il grande e più completo frutto della Incarnazione e della Redenzione, preceduti in questo dalla grandezza unica della Madre del Signore. Ove se ne tacesse o si facesse nella Chiesa quello che equivale a «tacere» si presenterebbero i misteri divini come se fossero sterili. Quando i Santi appaiono nella santa Messa e vi si ricordano, o per merito delle loro azioni terrene edificanti si leggono i passi scelti dalle Sacre Scritture proprio per riferimento a tali meriti, si fa soprattutto questo: accanto al sacrificio che fu ed è causa della salute, si mettono i rappresentanti dei suoi infiniti frutti. Un’ombra sul volto dei Santi getta in ombra la fecondità della Redenzione. Essi intervengono nella storia, nella vita e nella liturgia come il grande autentico e glorioso corteggio di Cristo e della Redenzione, l’esigenza dei Santi deriva dalla realtà concreta della venuta di Cristo nel mondo. La trascuratezza nel confronto dei Santi non può essere che il frutto di una concezione meschina, incompleta e probabilmente erronea di Cristo e dell’opera sua. – Gesù Cristo non ha bisogno dei Santi, ma dal momento che come causa li ha legati a sé, non è più in poter nostro separare il Salvatore da coloro che Egli ha salvato nel più glorioso dei modi. Nella liturgia il «santorale» non è affatto un intruso, da sopportarsi per timore di sconfessare una tradizione. Il «santorale» è al suo posto anche se resta vero che le proposizioni debbono far cedere il passo al «proprio del tempo». – Il modo con cui la Chiesa nello svolgimento della sacra liturgia ha abbracciato i suoi Santi, in tutti i tempi, sotto tutti i cieli, è la attestazione di quanto sopra abbiamo detto. Concludiamo: i Santi sono inseparabili dalla pienezza del mistero di Cristo in concreto, come sono inseparabili dal mistero della Chiesa, santa, anche per la loro qualità di documento e trionfo delle sue divine sorgenti. – Per sottrarci decisamente alla ventata di esistenzialismo distruttore che educa al disprezzo ed al rinnegamento di tutto anche certi sedicenti cattolici è necessario vedere con cristallina chiarezza come i Santi siano inscindibilmente inseriti, e con quale forza, nel mistero stesso di Cristo. – La canonizzazione dei santi è, tra l’altro, atto solenne col quale si propone l’esempio delle loro virtù, autenticate in tal modo per esser guida dei fedeli e per allargare l’assortimento dei mezzi e delle applicazioni atte a rendere più intensa e vigorosa la vita spirituale dei fedeli stessi. Non si può dunque negare che le canonizzazioni includano un atto di Magistero. Questo Magistero riguarda la capacità di esempio di fatti, è vero; però questi fatti appartengono al materiale documentario col quale si dipana attraverso i secoli il deposito della tradizione divina. Errerebbe chi credesse di trovare questa soltanto nei testi di autore, magari scelti con preconcetti restrittivi: la Tradizione si ha attraverso tutto quello che accade nella Chiesa ed essa si ritrova nella unità e nel consenso legittimo. Non possiamo negare, e neppure nascondere, lo stupore col quale abbiamo osservato in autori recenti la piena dimenticanza del modo con cui cammina attraverso i tempi la divina tradizione, fonte della Rivelazione divina. – E dunque necessario vedere i collegamenti tra i Santi e il Magistero o la Tradizione, per comprendere la funzione teologica che compiono i Santi e che è del massimo interesse. La funzione teologica dei Santi è duplice: essi sono in maniera diversa dei testimoni, anzi dei mirabili «portatori» della divina tradizione; essi sono un’apologia perenne, un motivo di credibilità.

La funzione teologica dei Santi

l a divina tradizione va avanti nella Chiesa. Molte verità certe non possono sostenersi perentoriamente che con documenti presi dalla Tradizione. Sarebbe violenza far dire a certi testi biblici talune verità, a meno che non sia intervenuto un consenso od un atto del magistero circa il loro valore. Questa Tradizione non è attestata, ossia non ha i suoi testimoni esclusivamente in documenti scritti e reperibili presso scrittori ecclesiastici (oltre che presso i Padri), ma in tutto quello che è nella prassi e nel fatto ecclesiastico. L’umile parroco il quale insegna il catechismo secondo il testo approvato dall’autorità competente è testimone della Tradizione non meno di un teologo, e sovente lo è assai più per la semplice ragione che utilmente e reverentemente trasmette; il teologo può sentirsi invece in dovere di introdurre qualcosa di personale, di opinabile, di dubbio, di polemico. Le consuetudini di un monastero sono testimoni della Tradizione, quando naturalmente stanno nell’intonato concerto di vita della Chiesa, allo stesso modo. Gli scalpellini che su tante pietre delle antiche cattedrali italiane, inserite qua e là tra i conci, hanno scolpito, anche rozzamente, figure sognate dalla loro pietà sono testimoni. La più umile carta d’archivio, quando è, ripetiamo, in un concerto che è universale e che continua, è testimone di Tradizione. Insomma la «vita» di ogni tempo della Chiesa, colle infinite forme per le quali si rifrange, è testimone della verità che la Chiesa custodisce attraverso i secoli. Ed è soprattutto in questi Testimoni, si direbbe di minore e minimo rilievo, che si assiste ad una funzione di equilibrio, di buon senso, di perenne scelta tra quello che, dell’ardita indagine teologica, può passare e quello che deve andare a ristagnare tra le opinioni e le liti. E in questo che spesso si rifrange cristallino, selezionatore, rassicuratore il magistero ordinario della Chiesa. E in questo complesso documentario dalle immense sorgive che si ha il legame forse più autentico tra i vari tempi nella perennità della tradizione divina. – Abbiamo poi usato le due parole «testimoni e portatori», perché i testimoni richiamano piuttosto quello che «fu» (e ciò è certamente vero), mentre i «portatori» sono coloro che di fatto trasmettono, in questo divino alone dove gli uomini vengono assunti in un fatto divino, la verità. La divina tradizione non è fatta solo con le carte, ma con tutto quello che accade nella Chiesa, che è vivente, proprio perché  intimamente guidata e sorretta e difesa dallo Spirito Santo. I Santi, anche prescindendo da quello che hanno scritto (e i loro scritti hanno abitualmente pregi singolari), sono dei testimoni e portatori della divina tradizione. Essi ricevono dalla Chiesa nel periodo di loro formazione, e quante volte qui si incontrano umili genitori senza alcuna presunzione e con tanta scienza di Dio, appresa nel continuo contatto con la Chiesa, con la liturgia, con Cristo stesso, la Vergine e i Santi. Essi mantengono tutto quello che hanno ricevuto, fuori delle dispute e delle avventure di pensiero, in una luminosità di virtù, di orazione, d’amore. Essi riesprimono, con la ricchezza che la comunione con Cristo è capace di produrre, ed in infiniti modi, insegnamenti, applicazioni, risoluzioni chiarificatrici di princìpi, orientamenti spirituali fermi, sicuri, protesi ai secoli; sintesi e conseguenze di vera e altissima dottrina. Mentre fanno questo in vita spesso – non sempre – su di loro si fissa l’attenzione ammirata della stessa autorità che assiste, approva, incoraggia, giudica serenamente e pacificamente; realizzando così un consenso teologicamente valevole, o iniziando a concretare così un consenso teologicamente valevole. Per i Santi, che sono stati giuridicamente ed espressamente canonizzati, c’è una disamina intorno a loro, c’è una sanzione che aumenta assai il valore di quanto detto fin qui. Noi potremmo comporre tutta la tradizione divina affidata alla Chiesa, lasciando tutto da parte e guardando solamente ai Santi. – Che sia proprio questa la ragione per cui taluno guarda i Santi come fastidiosi? Quando si tratta di fare una teologia della orazione, santa Teresa, a parte il suo valore personale e il suo genio, con la riforma che fece, con le approvazioni implicite ed esplicite che ottenne, con quello che iniziò di duraturo nella prassi conventuale, ascetica e mistica, è certamente testimone della Tradizione assai più di molti teologi messi insieme, perché raramente le pagine di questi si sono fuse col respiro stesso della Chiesa, come invece è accaduto per santa Teresa di Gesù. – L’ufficio, anche inconscio, di testimoni e di portatori, è di tanto maggior rilievo nei Santi, in quanto essi sono tra gli uomini che più hanno allontanato le impurità e le scorie raggiungendo la vera e piena libertà dei figli di Dio attraverso il distacco del cuore da tutti i beni terreni. Poiché non avevano umani interessi, né impacci, si sono offerti alla grazia illuminante, all’azione dello Spirito Santo con una capacità potenziale maggiore di tutti gli altri: spesso coi miracoli Dio è intervenuto a porre il suggello diretto su quello che facevano od insegnavano. – Noi riteniamo di potere e dover attribuire ad una certa disattenzione verso questa loro singolarissima ed eminente funzione la minore stima e valutazione complessiva che i Santi godono presso certuni. Consideriamo pertanto del massimo interesse questa funzione teologica dei Santi. – I Santi hanno anzitutto un valore apologetico, ossia dimostrativo della verità della nostra fede e della santa Chiesa cattolica apostolica romana, perché concorrono anch’essi a realizzare in concreto la «nota» fondamentale della Chiesa, che è appunto «la santità». I Santi hanno un valore apologetico fortissimo per il carisma taumaturgico che si manifesta spesso nella loro vita e sempre – ciò consta almeno per i canonizzati nelle forme ordinarie – dopo la loro beata morte. – Non occorre noi illustriamo ai nostri confratelli, bene a giorno dell’argomento dai loro ordinari studi teologici, che quanto ricordato ha valore dimostrativo con obiettivo rigore logico. Una tale apologia, avente in sé reale capacità di generare logicamente una certezza, quando si tratta dei Santi, è del tutto popolare e cioè facile, intuitiva. Il popolo crede alla virtù vissuta nell’eroismo, crede soprattutto quando avverte il miracolo. E sa che i Santi significano «miracoli». Li conosce anzitutto come virtuosi, ma, non meno, come operatori di miracoli, od almeno come coloro che ne hanno fatti o ne possono fare. Il popolo ha una singolare facilità a credere al miracolo, tanto che bisogna stare attenti non s’inganni, vedendoli dove non sono; ma ha perfettamente ragione quando connette il fatto della santità al miracolo e quando a questo attribuisce la forza di divina inderogabile attestazione, ossia di prova. Ragiona molto semplicemente quando dice: la nostra fede è vera perché i Santi, questo, quel Santo, operano od hanno operato miracoli. – Ora riflettiamo bene. Molta gente non ha studiato nessuna apologetica e nessuno gliel’ha insegnata. Eppure ha esigenze logiche; ha in testa un rudimentale abbozzo di logica; si pone dei quesiti relativi alla fede e spesso non trova nessuno cui parlare dell’argomento per averne una soddisfacente risposta. Accade allora tante volte che sul suo orizzonte si affaccino i Santi. Meglio se ne ha sentito parlare molto, se ha sentito raccontare, se può evocare meraviglie già udite. Allora dice a se stesso: ci sono i Santi; andiamo avanti. È una logica od apologetica rudimentale; se è rudimentale nelle movenze semplificata, è tutt’altro che priva di contenuto logico. E intanto la fede è salva, senza che a salvarla sia intervenuto un inganno. – Spesso accade a noi, che abbiamo abbastanza studiato, di non porci il problema della logica dei poveri e degli ignoranti, che pure hanno, come tutti, bisogno di argomenti per conservare la saldezza della propria fede. Ma quando questo problema lo si pone, si capisce l’importanza dei Santi a sostegno della fede stessa. E vero che la ignoranza o la esiguità di esigenze logiche può dare valore dirimente in ordine alla fede, a esperienze o fatti per sé incapaci logicamente di dare una certezza circa il motivo della fede stessa. E ringraziamo Iddio, che prende da tutte le parti e convoglia al bene. Ma non si tratta di valori obiettivamente logici. Nel vecchio seminario di Genova si raccontava di un lattaio, annoso peccatore impenitente, il quale si intrufolò una volta, dopo aver lasciato i recipienti del latte al cancello, nella aula magna. Là si teneva una gran tornata accademica del Collegio teologico. Il Gran Cancelliere stava pronunciando un discorso in latino, di cui il povero lattaio non riusciva a capire assolutamente nulla: convinto da ciò di trovarsi sotto la maledizione divina per i suoi peccati, se ne spaventò, cominciò a piangere e ad accusarsi. Finì, quel momento stesso, con l’andare a confessarsi dopo quasi mezzo secolo di disprezzo della pratica religiosa. Evidentemente il buon Dio converte anche con prediche delle quali non si capisce nulla. Ma questo non accade tutti i giorni; soprattutto accade assai meno con persone dalle esigenze logiche. Claudel si convertì al canto del Magnificat a Natale in Notre Dame di Parigi. Non era un argomento logico, quello era solo la schiarita finale della grazia in un lungo processo interiore. – La questione dell’apologetica infantile, popolare, facile, adatta là ove la cultura non ha sedimento o dove ha sedimento una cultura al tutto pratica, in realtà e di fatto non può fare a meno dei Santi. Le conseguenze sono importanti e le vedremo. Ma, stando così le cose, che dire del sadismo dimostrato da taluni in nome della cultura, nell’annientare i Santi e nel cercar di dimostrare in loro dei difetti? La verità è la verità. Non parliamo di quella; parliamo del sadismo. Il godere di restituire la storia al posto della leggenda è sano e doveroso; ma il godere di abbattere e di calpestare è solamente patologia. E lo è perché, quando uno vuole annientare i miracoli, basta sia unilaterale, reticente, incompleto e ci può, apparentemente, riuscire; ma non ha affatto servito la verità. Tutti sappiamo che di miracoli ne basta uno, perché ci sia una certezza. Diminuire la fede in questo sovrano divino intervento, perché talvolta miracoli apocrifi hanno potuto entrare nella storia, non è servizio né alla verità (in ragione del latius), né all’apostolato, ossia alla salvezza delle anime. E vero che non manca chi vorrebbe abolire l’apologetica o si scandalizza, se si fa dell’apologetica od anche solo se se ne parla. Perché? Forse che non esistono persone che ne hanno bisogno? Ma ne hanno bisogno tutti! Forse perché non la chiedono? Ma questo è fuori della realtà. Forse perché è impossibile farla? Ma questo è razionalismo, se non modernismo!

La funzione educativa dei Santi

Teologicamente parlando, uno scopo della canonizzazione è la presentazione ufficiale dei Santi come esempi di vera vita cristiana. È ovvio che i santi compiono la parte educativa anzitutto con l’esempio che danno. Questo esempio mostra l’attuazione pratica dell’Evangelo; articola la norma evangelica secondo le diverse situazioni, capacità e congiunture; risolve problemi e dubbi; stimola alla perfezione; e infine, rianima contro lo sconforto. – Tuttavia la funzione educativa dei Santi si attua non solo con l’alto esempio della loro vita terrena, ma pure per il fatto che sono dei «santi» quali vengono concepiti e venerati nella tradizione cattolica. E questo un punto da non trascurare. – La funzione educativa è già apparsa là dove si è trattato dei Santi come perenne apologia e pertanto vero aiuto della fede. Se la fede è fondamento della vera educazione cristiana, noi rileviamo, anche solo in questo, una funzione educativa. Coll’aiuto della fede va in atto una presenza soprannaturale dei santi. Ne abbiamo già parlato. Questa presenza è fautrice di fiducia, coraggio e serenità. Se queste tre preziose risorse sono ideale di una educazione, bisogna concludere che per altro titolo la presenza dei Santi è educativa. – La presenza dei Santi è un richiamo continuo a cose supreme, al cielo, alla vita eterna, alla gloria data ai meriti. In tal modo, quanto più è viva, tanto più abitua ad un clima di elevatezza, adduce quella nobiltà di stile e di costume che è proprio di chi sta in compagnia di cose superiori. I Santi sono dei fratelli già arrivati alla casa del Padre, intorno a loro si costruisce l’alone della famiglia di Dio, della quale facciamo parte. In questa famiglia, ed in ragione della gloria raggiunta, i Santi sono dei fratelli maggiori, che restano a disposizione dei fratelli minori intercedendo per loro. Sono chiamati, in seno a questa soprannaturale famiglia, verso i deboli; mentre i loro meriti, senza nulla detrarre alla gloria loro dovuta, diventano ricchezza, risorsa e sussidio per la debolezza dei fratelli minori, ancora impegnati nella lotta o prova della vita. E così che i Santi fanno l’ambiente della famiglia di Dio. Al disopra dei Santi, la Vergine Madre di Dio completa con la maternità questo stupendo ambiente. – Se ne arenerà un influsso educativo permanente. Altra è la vita che scorre in una famiglia sentita, altra è la vita che si perde nella freddezza di cose materiali, quantitative, senza anima né suprema speranza. Vivere in una famiglia soprannaturale è impostare ad un livello più alto la propria esistenza. E l’influsso della presenza dei Santi. E difficile calcolare a dovere questo influsso attraverso la storia del Cristianesimo, tanto esso è grande e continuo. Il clima di famiglia, l’intercessione, l’apporto ai deboli costruiscono l’ambiente e l’esempio alla carità. – Naturalmente il realizzarsi di questa salutare azione educativa, questa suprema compagnia, è legato anche al modo con cui noi trattiamo i Santi. – Vediamo allora alcune risorse pratiche per rendere operante l’azione educativa dei Santi.

– Le loro immagini. Le sacre immagini sono il mezzo più diretto, semplice ed intuitivo per stimolare l’attenzione e dare il senso della presenza. Le chiese che si riducono ad un Crocifisso e tutt’al più ad una immagine della Vergine, rimanendo ferme a questo minimo indispensabile perché non c’è modo di fare di più, non meritano una condanna, ma lasciano un desiderio ed un bisogno insoddisfatti. Tali chiese non danno il senso della famiglia di Dio: mancano i veri fratelli maggiori, i Santi. – Oggi è difficile affrescare le chiese, per motivi più che evidenti. Ma resta vero che le storie dei Santi, anche ingenue, affrescate o riportate in bassorilievi, sono state parte notevole nella Biblia pauperum e lo stimolo ad imitazioni anche eroiche in generazioni intere. L’eliminazione non è una semplice dimenticanza, è un oscurarsi del senso di famiglia di Dio e dello stesso senso di umanità. Siamo ben lontani dal raccomandare l’intasamento delle chiese con immagini esposte al culto senza decoro di materia e di arte, senza piano architettonico, per generazione spontanea ossia per la richiesta, sovente capricciosa, di qualche devoto parrocchiano, con incoraggiamento a forme di devozione né serie, né equilibrate. Abbiamo anzi eliminato molte di tali immagini. Noi intendiamo parlare di quelle immagini la cui collocazione dipende da un criterio anzitutto educativo e poi logico, coerente con un insieme e con una tradizione, illuminato, architettonico. – Le sacre immagini dei Santi, oltre l’immagine crocifissa del Salvatore e quella della Vergine, trovano giusta ed utile collocazione anche nelle case dei fedeli. Saranno le immagini dei patroni personali, dei patroni della Chiesa, della città, i più conosciuti e venerati. Meglio le immagini dei duraturi Santi che degli effimeri «divi». Però questo ritorno delle immagini dei santi nelle case di fedeli deve attuarsi con un’adatta illuminazione catechistica, non abbandonato a una pura emotività, dalla quale la ignoranza può far arrivare anche dell’esagerazione e della superstizione. Le immagini dei Santi, anti, come, in grado minore, le immagini dei propri cari, portano calore nelle chiese e anche nei focolari domestici.

– Le sacre reliquie. Tutti sanno che sono oggetto di culto relativo e che il culto relativo può, entro certi limiti, tranquillizzare la coscienza rispetto alla incerta autenticità di reliquie sacre assai antiche che, accompagnate da notizie storiche talvolta dubbie o anche solamente dal sigillo di un’autorità competente. Ma, questo premesso, le reliquie sacre vanno rispettate. Il decoro, l’attenzione con cui vengono circondate, il culto, la stima, l’uso serio e diligente hanno parte grandissima nel rafforzare il culto dei Santi con quel desiderabile influsso formativo, di cui si è ora parlato. La sistemazione decorosa, evidenziata, rilevata delle reliquie sacre, specialmente se insigni, è per il sacerdote un impegno soprannaturale in cui egli si riconosce membro della famiglia vivente di Dio.

– La lettura della vita dei santi. Anzitutto occorre reagire al senso di disprezzo che viene facilmente diffuso per le mende in cui cadono senza dubbio scritti affrettati, troppo laudativi, retorici e persino stucchevoli. Censura per influire sugli scrittori, sì; disprezzo no. – Perché se c’è una forma, che può meritare rimproveri, resta una sostanza che domanda solo ammirazione. Purtroppo sono pochissimi oggi gli agiografi che meritano con serietà un tale nome e c’è da augurarsi che le stesse postulazioni si rivolgano, per redigere vite di servi di Dio, a persone di competenza scientifica che amino il soggetto, piuttosto che a qualche retore superficiale, facilmente reperibile sulla piazza. Ammettiamo dunque i difetti, che si biasimano, ma non dimentichiamo che una vita cristiana in cui manchi la lettura di biografie di Santi è una vita privata d’un soprannaturale fascino e d’una recondita forza. – Resta sempre vero che sono gli esempi a suscitare slanci generosi e dedizioni grandi. E poiché abbiamo menzionato la parola «esempio», vale la pena di sottolineare che la forza suggestiva sta proprio nell’episodio opportunamente inquadrato, mentre sta poco o nulla nelle considerazioni generali, anzi generiche, alle quali indulgono assai gli agiografi da strapazzo. L’episodio, su tutti, ma specialmente sui ragazzi e sui giovani, con quel suo stagliare concreto, con quella sua definizione rivelata di contorni, con quella singolarità netta anche se semplice, imbriglia attenzione e fantasia, stimola slanci del cuore, suscita energie. – È tempo che gli episodi dei Santi rientrino nella predicazione, che adesso si fa arida per il suo cerebralismo e inaccessibile perché priva di tradizione umana in fatti alla portata di tutti e capaci di portare le idee al livello delle logiche infantili. Per chi ha scarso sviluppo mentale, ogni membro del ragionamento deve essere dedotto da una rappresentazione concreta e descrittiva. Ed è tempo che non si abbia paura di raccontare miracoli veri e seriamente interpretati. Forse ha errato Gesù Cristo lasciando miracoli come segno della sua verità per tutti i tempi? (cfr. Mc. XVI,17 sgg.). Noi ci auguriamo una vera fioritura (e già qualcosa si delinea) dell’agiografia, priva dei pedaggi pagati al razionalismo ed al positivismo da coloro che hanno troppa paura della storia e, per averne troppa paura, la deformano o la snervano.

L’intercessione dei Santi

Fa parte della fede cattolica la dottrina sulla intercessione dei Santi che ha delle radici profonde e stupende: la loro partecipazione all’opera e alla gloria di Gesù Cristo; il valore imperituro dei loro meriti; la reversibilità degli stessi meriti. Non è questo il momento di spiegare a voi, bene edotti, tali solenni verità. Sia sufficiente l’averle richiamate. Sono le verità delle quali si sostanzia la fede nel Corpo Mistico di Gesù Cristo e nella sua ineffabile vita. Non dunque chimere o pie supposizioni, ma realtà. Per questa intercessione la Chiesa del cielo accompagna la Chiesa militante non solo moralmente, ma ontologicamente. Questa intercessione nei suoi effetti non è certamente da meno dell’effetto della fede propria dei pellegrini in terra, la quale può spostare le montagne. Anche per questa intercessione né la Chiesa, né i fedeli sono nella solitudine. I Santi in verità popolano la terra più dei viventi. L’intercessione dei Santi, per il modo con cui si attua e per gli effetti che opera, costituisce una delle pagine più interessanti della vita sotterranea della Chiesa. Con essa i Santi adempiono missioni postume, realizzano presenze specifiche, compiono cicli di straordinaria partecipazione alle vicende della Storia: la Chiesa con l’istituzione giuridica dei patroni asseconda questo fatto e la relativa fede. Se ne ha una varietà, una ricchezza di sfumature che solo i grandi storici cristiani e i grandi agiografi sono in grado di cogliere e di rendere. Per i Santi la primavera non cessa mai! La liturgia, la prassi, la devozione, la iconografia sono un tratteggio di questa storia. – Non si dimentichi che come la gloria segue i meriti, così la intercessione dei Santi segue anche la loro missione terrena e continua a compierla. È questa verità che richiama al culto particolare dei propri Santi. I Santi hanno dato la vita ad una terra, ad comunità, ad una missione; abbiamo il diritto di ritenere la loro intercessione fecondamente se non esclusivamente ancorata a quella terra, a quella comunità, a quella missione. Sono vicini. Non sempre indicati da una moda, hanno il diritto di essere particolarmente onorati da coloro che continuano a camminare sulla loro via. – Per questo noi intendiamo non risparmiarci per inculcare la devozione ai nostri Santi. Ne abbiamo nei nostri antecessori, ne abbiamo tra i fedeli dei due sessi, tra i religiosi. – Le loro memorie, le loro reliquie, la loro tradizione deve essere preziosa e noi dobbiamo mantenerle nel vivido calore di un affetto cosciente e profondo. La tradizione cristiana della nostra terra arriva al primo secolo: che i santi Nazario e Celso abbiano irrorato della loro predicazione la riviera ligure non è soltanto una leggenda. Noi speriamo di vedere presto restituita all’uso la cripta del Santuario di nostra Signora delle Grazie, rimontante al secolo IX, che consacra in tempo non sospetto la vivacità di questa tradizione, perché quella cripta è stata voluta prorio per ricordare i Santi Nazario e Celso, qui approdati verosimilmente dal mare. Tutte le chiese e tutti gli oratori dedicati ai martiri sull’arco ligure indicano la potenza e la vastità di una tradizione che, quanto più è potente e vasta, tanto più ha diritto di essere considerata elemento scientificamente valido per avvicinarci ad una verità storica. – Il mondo è solitario. Circondato dalle sue macchine e dai suoi ordigni esplosivi, intriso delle sue esperienze prevalentemente materiali, vede ridursi la letizia delle anime; ricco di fatti assordanti, a mala pena intende le voci che si levano irruenti dalla stessa natura. Ha bisogno di essere ripopolato spiritualmente. Per questo, nell’intendimento di tutelarne tra voi, contro pericolose deformazioni il giusto senso, abbiamo parlato di ideali santi e dei Santi stessi, dando ai due argomenti un qualche risalto per opposizione alla snervante esperienza di certe mode terrene. Voi avrete capito, cari confratelli, che abbiamo voluto invitarvi ad alzare lo sguardo verso la Terra Promessa che è e rimane l’unica prospettiva importante nella storia degli uomini, pur quando gli uomini rischiano di dimenticarsene, per propria colpa o anche solo per distrazione.

[Fine]

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: IDEALI SANTI – MODE – CELESTE PRESENZA (3)

 

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: IDEALI SANTI – MODE – CELESTE PRESENZA (3)

  1. — Ortodossia

[Lettera pastorale scritta il 23 luglio 1963; «Rivista Diocesana Genovese», 1963, pp. 192-245.].

Parte seconda: Mode

Qualcuno stenterà a vedere la connessione tra la prima e la seconda parte di questa nostra lettera. Gli risolviamo subito le difficoltà. Gli ideali santi sono tra quelli ai quali si possono applicare gli uomini con frutto e fecondità. Ma davanti agli uomini non stanno solo, ad attrarli, degli ideali santi; stanno anche altre cose che ne possono prendere il posto quando la colpevole ignoranza, la malvagia ingenuità ed il marcato interesse si radicano troppo nell’anima degli uomini stessi. Nella grande fiera non ci sono solamente i fiori del giardino di Dio, ma anche i parassiti del deserto. Il contrasto è forte. E qui che si collocano le mode. Tutti vedono che piuttosto di seguire ideali santi, molti seguono le irrazionali mode correnti. Bisogna dunque parlarne. Le mode appannano i cristalli e li appannano al punto da impedire ogni visione, che si spinga oltre. Le mode sono molte. Ma qui la discrezione ci fa restringere il discorso a talune solamente, che hanno il potere di offuscare, se accettate, gli ideali santi dei quali abbiamo parlato, nonché tutti gli ideali in essi contenuti come parte implicita o potenziale. Che cosa è la «moda»?. «Moda» è un costume, che prescinde dalla nazionalità — e ciò significa che può essere ed è spesso di fatto irrazionale – e che viene imposto da una pressione emotiva, non razionale. Sono dunque due gli elementi costitutivi: il costume «logico e la imposizione dall’esterno per via di suggestione. Il prescindere dalla razionalità (che ci può essere, ma che non è intesa) è fatto deteriore in chi, intelligente, libero e responsabile dovrebbe sempre usarla. L’accettare una imposizione dall’esterno, senza motivi, mette in pericolo di seguire una via cattiva; perché il criterio non è quello della bene informata coscienza. In più c’è una cessione ed una capitolazione, che è a scapito della dignità. Questo altro aspetto implica qualcosa di deteriore. Si tratterà in ogni caso di un peccato? Sarebbe imprudente affermarlo, perché le mode possono svilupparsi in campi sui quali non grava l’obbligo morale di fare piuttosto a un modo che all’altro, e perché sovente il loro processo di penetrazione è così poco avvertibile da giustificare un certo velo di disattenzione, se non proprio d’incoscienza. Moda ed incoscienza si trovano bene insieme. Tuttavia anche quando non si può affermare il peccato, resta una certa sconvenienza, per le ragioni dette sopra.

La teologia senza raziocinio

Appaiono qua e là delle malcelate antipatie per la teologia speculativa, per l’assunzione di principi certi della filosofia perenne ai fini di una migliore intelligenza del dato rivelato; appaiono contrasti a san Tomaso d’Aquino (in quanto corifeo, ma la ragione varrebbe anche per Scoto, S. Agostino, etc), alla sistemazione scolastica, al lavoro compiuto dopo l’epoca dei grandi Padri occidentali ed orientali. – Contemporaneamente non mancano persone alle quali piace occuparsi di teologia semplicemente cucendo insieme brani scritturali e brani patristici, soprattutto, se non esclusivamente, dei primi secoli, con meticolosissima cura nell’evitare qualsiasi terminologia scolastica, precisazione, definizione di cose e di termini. Questo fino è onestissimo, se si può escludere che il procedere a quel modo suppone o vuole un pregiudizio negativo nei confronti di quanto non è pura citazione di testi, per di più ristretti ad un certo alveo. – Riesce difficile dare un giudizio negativo ed affermare con certezza che quella procedura è dettata dalla precisa volontà di eliminare ogni dato di indagine scolastica. Tuttavia il sospetto che così possa essere viene, e non viene in modo del tutto gratuito. Noi ci siamo occupati nell’argomento in una precedente lettera a proposito delle varie accezioni della kerigmatica. Neppure possiamo documentatamente affermare che tutto questo sia caratteristica di una «teologia nuova», alla quale si raccolgono qua e là allusioni. Pertanto non intendiamo giudicare o attaccare qualcuno. – Siccome però è possibile che tali indizi abbiano una realtà e un significato negativo ed è possibile che si pensi veramente da taluni a costruire una «teologia nuova» sulla antipatia a qualsivoglia approfondimento scolastico, noi ci sentiamo davanti ad un pericolo. E, in forma del tutto ipotetica, dichiarando esplicitamente che non intendiamo giudicare nessuno, trattiamo dell’argomento come se ormai si potesse parlare di una corrente che intende fare una teologia nuova alla insegna della irrazionalità o della relatività rispetto ai principi naturali noti e fin qui assunti a spiegare i dati rilevati. Se il pericolo è inesistente, tanto meglio. Ne ringrazieremo Iddio! Ma, siccome il pericolo non è del tutto chimerico, avremo fatto il nostro dovere; perché un Pastore deve prevenire anche i pericoli solamente possibili con qualche grado di probabilità. Esistono malcelate antipatie per la teologia speculativa? Non ci può essere dubbio. Tali antipatie hanno il valore solamente di evitare esagerazioni, pleonasmi e poco uso della diretta parola di Dio, nel qual caso si dovrebbe solo rimproverare la intemperanza o la imprudenza di linguaggio? Non possiamo rispondere affermativamente, perché è difficile indagare le intenzioni. Tuttavia non possiamo escludere che si debba rispondere affermativamente. – In via di ipotesi, supponiamo di dover rispondere affermativamente. Le considerazioni che seguono le facciamo solo subordinatamente a tale ipotesi.

– La teologia speculativa è necessaria e non per una sola ragione. Gli uomini, anzitutto, vogliono capire almeno qualcosa in quello che si sentono dire. Quando sentono dire «incarnazione», vogliono avere una definizione almeno approssimativa della cosa, perché senza questa non capiscono nulla. La risposta dovrà essere data componendo insieme dati positivi della Scrittura e della Tradizione; ma questi dati sono espressi con parole che hanno un significato umano e che rimandano a concetti e principi usati nel lavoro concettuale degli uomini. Prendere questi termini, questi concetti e principi, vedere se possono essere assunti in pieno diritto e sicurezza per spiegare, mettere insieme i dati rivelati, farne una sintesi e delle deduzioni, significa fare quello che la intelligenza di un uomo normale domanda, soltanto per capire qualcosa. Ma fare tutto questo è fare della speculativa. Se ci si rinuncia, si rinuncia a spiegare, a intendere, e si domanda agli uomini non solo la fede, ma anche una cecità non necessaria alla purezza e integrità della fede. Chi sa che la parola di Dio porta con sé una ricchezza inesauribile sa per ciò stesso che può crescere la scienza di quella e che può e deve crescere il tesoro tratto da quella. Trarre è dedurre, esplicitare, applicare. La deduzione corre sempre su un ragionamento. La esplicitazione difficilmente fa a meno del ragionamento, la applicazione per lo meno esige un giudizio. Tutto questo significa far uso dell’umano raziocinio. O lo si presume, o si condanna la parola di Dio a chiudere la profusione delle sue ricchezze. Il lavoro sul dato rivelato non può essere affidato né al sentimento, né alla poesia, né alla fantasia; esso deve procedere secondo norme sicure, frettate e sperimentate da secoli, passate pertanto al vaglio del buonsenso comune e del magistero, quali vengono presentate nel Trattato De locis theologicis. La opposizione alla teologia speculativa è: o la opposizione a che intelligenza eserciti un suo diritto di intendere quello che accetta, arche se non può pretendere di esaurire e comprendere; oppure la accettazione di una impotenza e di un relativismo, che sono contrari a tutto il fatto della stessa Rivelazione.

– Esiste una contrarietà e alla assunzione di principi filosofici per la esplicazione del dogma e al riconoscimento di un valore sicuro e perenne in taluni principi filosofici? Tutto sommato si deve propendere per una risposta affermativa. Diciamo: «propendere». – Certo si leggono testi dei quali si dovrebbe dire: qui c’è la sfiducia della obiettività della conoscenza e nel ragionamento intellettuale. Si tratta di infiltrazioni kantiane e, più ancora, hegeliane. – In verità esistono ragioni certe per poter non avere più alcun timore né di Kant, né di Hegel. Non è nostra intenzione trattare qui dell’argomento, che merita, se mai, lunghe ed appropriate considerazioni a parte. Ma qui dobbiamo richiamare ad un punto, già espresso in una nostra lettera antecedente: dalla parola di Dio non si può avere (sia pure limitatamente) intelligenza certa, sicurezza, vera guida, fondamento di serena speranza, se non si attribuisce valore certo ed obiettivo ai termini e pertanto alla comprensione dei termini e alle altre necessarie operazioni dell’intelletto. Se questo valore di apprensione e di operazione intellettuale non esiste in maniera sufficiente, diviene inutile la Rivelazione di Dio, perché l’uomo non apprende quella, ma solo una sua mutevole ed inconsistente fantasia. La cosa sarebbe troppo grave. – Tutto ciò non cambia se si pretende affermare un relativismo nei principi, mutevoli secondo le età. A parte il fatto che questo modo di pensare è autentico modernismo, non si vede quale stima potremmo avere e quale tranquillità nutrire a proposito di un complesso rivelato, che per noi rimanesse sempre al di là di un velo, sicché non potessimo sapere mai se è sicuro o no. – È dunque necessario accettare i placita di una filosofìa perenne, che di fatto emerge con evidenza e dalla storia della filosofia e dalla storia umana. Pretendere di staccare violentemente la intelligenza della Rivelazione dal dato filosofico è non solo agire contro la tradizione della Chiesa, ma contro il più elementare buon senso. – Coloro che (contro le certezze raggiunte in campo filosofico e contro le definizioni del Concilio Vaticano I, a proposito della cognizione certa di Dio) si comportano come se non ci fossero principi certi naturali e non ci fosse il pieno diritto di servirsene perdono il diritto stesso di parlare (DS. 1785). E non vale, per riacquistarlo, fare il ricorso ad esperienze mistiche, ad afflati, perché se non siamo certi della obiettività del pensiero umano nessuno potrà distinguere gli afflati mistici dalla pazzia. Si traggano le conseguenze. — L’antipatia per san Tommaso o la messa in tacere della sua opera possente, che qua e là affiora, non è che una forma di opposizione e alla teologia speculativa e alla sicurezza dei principi filosofici naturalmente conosciuti, nonché alla obiettività della nostra cognizione. In verità non è opposizione a san Tommaso, ma è opposizione a tutto. Nei principi fondamentali necessari effettivamente gli altri grandi pensatori non differiscono da lui, qualunque possa essere la impronta personale del genio. San Tommaso in teologia vale anzitutto per il consenso che ha avuto e per la fiducia a lui decretata dal Magistero; vale perché espressione di una filosofia perenne; vale finalmente per il suo genio. Non si dimentichi tutto questo. Molti non lo hanno mai letto e tanto meno lo hanno considerato senza pregiudizio.

– L’antipatia per la sistemazione scolastica ha le stesse radici e pertanto non occorre si prolunghi il discorso. Ma c’è un dubbio più che legittimo ed è il seguente: nel campo filosofico al di fuori (Dio non voglia dentro!) degli studi cattolici, il canone che spesso appare supremo, quando non si tratta di mera ricerca critica e storica, è quello di non dire cose già dette e dire decentemente cose che altri non abbiano detto. Si tratta di un orgoglioso criterio che vuol fare l’uomo creatore della verità e non servo della medesima. Ed è orgoglioso criterio fuori d’ogni saggezza, perché è evidente che all’uomo, schiavo della morte e spesso di molte altre cose, non compete il diritto di «fare la verità». Sarà molto se la raggiungerà. – Affermazioni forse non intenzionali, raccolte qua e là, ingenerano il dubbio che in una nuova concezione della teologia si avrebbe oltre la estromissione della speculativa un restringimento della stessa teologia positiva. – Non c’è alcun dubbio che la testimonianza degli scrittori e Padri dei primi secoli acquista un valore storico particolare per la più vicina connessione cogli apostoli e con l’era della Rivelazione divina. Neppure c’è dubbio che il contributo dei grandi Padri nell’epoca aurea, e per l’intrinseco vigore e per la vittoriosa difesa contro le eresie e per l’influenza decisiva nel far entrare il Cristianesimo al livello intellettuale dei popoli allora veramente civili, debba essere considerato con fiducia e riverenza specialissime. Il che sempre è stato fatto e tuttavia si fa. Ma il valore sostanziale della testimonianza e del Magistero, che la garantisce, è lo stesso al quarto ed al ventesimo secolo. La Chiesa è «vivente» ora come allora; la trasmissione della verità è garantita ora, come allora. E pertanto non solo è infondata una distinzione sostanziale tra scrittori antichi e consenso moderno dei teologi, tra magistero dei primi quattro concili e odierno magistero della Chiesa; ma è indice di una posizione di fondo al tutto erronea. Infatti si ritiene la Chiesa non un corpo vivo, ma una mummia da conservare, sempre rifacendoci a quello che ha fatto, per la ragione che oggi non «può» far di più. Bisogna ammettere che questo giudizio non impedisce affatto il maggiore uso dei Padri antichi e dei padri orientali. Ma ciò non è questione teologica, è questione solamente tattica. Le due cose non vanno confuse. E sempre norma di metodo cominciare da quello che nei diversi interlocutori di un dialogo è base da tutti accettata o anche solo da tutti meglio compresa. – E allora, che pensare di una «teologia nuova»? Questo termine può essere facilmente equivoco e, se proprio lo si volesse assumere, dovrebbe essere spiegato e purificato da ombre non rassicuranti, e tanto meno convincenti. – Diciamo che è termine in sé equivoco per i motivi seguenti:

– Potrebbe insinuare che quanto fatto fin qui a proposito della verità rivelata abbia bisogno di riforma. Sarebbe la fine della divina Tradizione, la quale nel frattempo avrebbe dormito al punto di alterarsi; sarebbe la fine della efficacia e garanzia del Magistero, che nel frattempo avrebbe pure dormito. Sarebbe la fine, probabilmente. di gran parte di quello che è insegnato nel trattato De locis Teologicis, da tutti fino a questi anni ritenuto dottrina certa. Sarebbe principio della fine di tutto. – Potrebbe insinuare che nella Chiesa vi sono «epoche diverse» con profonde differenze tra di loro. Ritorneremmo al punto di vista non ignoto a qualche sognatore. Nulla nel dato rivelato autorizza a fare la più piccola supposizione di queste epoche «diverse». Appartiene invece alla fede che la Chiesa è immutabile e indefettibile pur camminando sempre in avanti fino alla pienezza del numero degli eletti.

— Potrebbe insinuare che nel mondo esistano un progresso ed una evoluzione tali da subordinare la Rivelazione che vi si dovrebbe adottare. In tal caso non la Rivelazione subordinerebbe gli uomini e quanto li riguarda in questo effimero passaggio terreno, ma sarebbe il complesso ristretto nell’effimero passaggio terreno a subordinare la Rivelazione divina. Non il mondo al giudizio di Cristo, ma Cristo al giudizio del mondo. Il rovesciamento sarebbe completo. Se Cristo fosse passabile di essere aggiogato al carro del mondo, non sarebbe più il Verbo eterno incarnato. – Per capire il valore delle piccole e crespuscolari deviazioni bisogna aver il coraggio di spingerle alle loro ultime conseguenze. Se ogni età dovesse adattarsi alle situazioni supposte nuove, dovesse spaventarsi di quello che succede e credere che una dilatazione di conoscenze nel campo meramente quantitativo debba portare squilibri in quello spirituale (che è al di fuori della quantità), noi assisteremmo non alla storia, ma alla vergognosa fuga dei deboli. E chiaro dunque che le insinuazioni poste dalla posizione equivoca del termine vanno respinte, nel caso in cui qualcuno fosse veramente invaghito del termine. Dietro a tutto questo c’è una ragione, della quale ci siamo occupati nella lettera diretta al nostro clero sui complessi di inferiorità.

Ecco quello che si auspica avvenga.

— Ulteriore perfezionamento dei metodi nell’identico perenne criterio teologico. Ciò significa impiego aggiornato delle migliori e cattolicamente serie esegesi dei testi, del loro valore storico, al quale può essere ammesso il valore teologico; quando lo merita, della nuova indagine filosofica; giusta dose nei particolari di fronte alle sintesi: purificazione da ristagni d’arzigogolo, di forzatura e di esagerate sottigliezze, nonché dalla gazzarra di facile opinabilità più adatta alla vanità dei singoli che alla migliore illustrazione della verità: credo Deo revelanti et non theologo opinanti.

— Ulteriore studio di «presentazione» alle diverse età. Questo importa un impiego di tutta la cultura contemporanea e di tutte le risorse dello studio psicologico. Ciò importa una scelta di diverse sistemazioni, di sintesi, che adatti meglio e non alteri la verità in se stessa. Importa ancora, quando occorresse, un superamento di troppo severe distinzioni tra diverse parti ed aspetti della teologia.

– Ulteriore approfondimento, ulteriore deduzione, ulteriore sintesi. Ulteriore ricerca storica e ulteriore perfezionamento del metodo e delle attitudini apologetiche. Non si dimentichi che abbiamo sempre davanti un mondo che vuole essere «convinto». – Concludendo. Il «nuovo» non può ledere quello che è stato fin qui certo, non può apportare quello che sia in contrasto con quanto fin qui «certo». Al di là di questa posizione non c’è che il relativismo e un relativismo improntato alla corsa nello spazio e nel tempo di un mondo che ci ospita così poco tempo. Il relativismo non si può comporre con la Rivelazione cristiana, ma, considerando quanto ora detto, appare che non vale la pena di dare qualsivoglia importanza al relativismo. – Perché abbiamo parlato qui della teologia senza raziocinio? Esiste in questo mondo la suggestione di abbandonarsi agli schemi metodologici di filosofie già superate. Nella frenesia del movimento e delle complicazioni esiste la tentazione di lasciarsi sedurre dalla paura di fatti e di ombre di tempi ormai andati. E una moda. Abbiamo timore che la teologia senza raziocinio, se esiste o se ne esiste la voglia, trovi là la sua spiegazione.

Il mito della disobbedienza

Prima di essere mito è fatto e diventa mito perché al fatto si vuole dare una giustificazione teorica e più che teorica una giustificazione violenta, la solita: tutto è cambiato e tutto deve cambiare. Come se fossero già cambiati nascita, morte, amore, debolezza, giovinezza, vecchiaia, limiti, decadenze, leggi interiori, etc. Quando delle cose si dà una giustificazione violenta e non razionale, siamo nel caso della «moda». L’argomento è qui per questo motivo e perché sta dissolvendo la disciplina ecclesiastica di molti del clero secolare e, non meno, regolare. – Guardiamo il fatto. La disobbedienza a Dio non ha bisogno neppure di essere giustificata per il gran mondo. Ogni tanto la opinione pubblica è intrattenuta su qualche celebre processo che mette bene in mostra come la ragione di colpire i delitti è in sostanza quella di essersi fatti colpire dalla legge per averne quadrati i termini. – I figli che proclamano la piena indipendenza ed allontanano i genitori per incapacità a capirli trovano difensori in tutto il mondo. Anzi ci sono intere scuole le quali insegnano che ai figli si deve dare solo e molto rispettosamente un’istruzione, perché l’educazione se la debbono scegliere e dare da sé e il tentare di darla loro è una vera manomissione della libertà e dignità personali. L’obbedienza nel gran mondo si salva ancora nel settore militare. Per quello civile l’obbedienza resiste ancora fino ad un certo punto, ma come dolorosa e per il momento indeclinabile necessità. – Il fatto, anche tra persone per bene, si afferma in un altro modo: creando un certo mito della personalità e dei suoi indefiniti diritti, il mito della libertà anche all’interno della coscienza, il mito della dignità, attenuando tutto ciò che è autorità e che risplende nella autorità. Questo modo è uguale agli altri, con la sola differenza che è insincero. Le fazioni, le correnti, sono quello che tutti sanno; ma sono anche una delle scappatoie più facili per sottrarsi allo spirito di obbedienza ed alla obbedienza stessa. Esse sembrano fornire buone ragioni per sottrarsi, con artificiali sembianze di saggezza, ad una dipendenza. La fazione politica riesce a minare la dipendenza a statuti, a patti, ad ogni cosa; basta semplicemente che in qualche momento sia predominante. E non è affatto difficile diventi predominante. – Correre la via della vita senza assolutamente impacci e remore, bere all’agitato mondo in rivolta contro ogni freno e legge, con l’impressione di tuffarsi nell’aria libera e inebriante, di correre veramente la cresta dell’onda, di rompere qualcosa per godere dello sconquasso come in una diabolica ma frenetica musica, è mito dorato di gioventù. I rotocalchi fotografano ogni settimana soprattutto questo diabolico mito dorato. L’estensione del mito è tale che anche i buoni si chiedono se per l’avventura non sono sciocchi a non seguirlo. Esso è il mondo, l’anima, tutto, assolutamente tutto, a rovescio. Come sogno pieno dura poco; ma le ombre di questo sogno possono accompagnare un’esistenza. Tutto questo tocca, sia pure in genere senza i colori più foschi ora ricordati, anche molti ecclesiastici e religiosi. – Il mito della disobbedienza ha un grande strumento suggeritogli dal metodo freudiano di dragare i fondi dei laghi per farne risalire tutto il pantano. Si parla di quello che è più umano e debole, che spoetizza; i particolari – appunto perché stralciati a piacimento da un contesto che li doterebbe d’altra interpretazione – prendono l’aspetto della miseria, della cattiveria, della meschinità, della passione e di tutti i prodotti e sottoprodotti della superbia. Abbiamo letto in diverse lingue vari rapporti, racconti, informazioni sul Concilio e non siamo stati affatto confortati da una simile letteratura, libertina quanto alla stima dei superiori e alla obbedienza verso i superiori. – Quando le firme, vere o mentite, erano di taluni, ci siamo chiesti a che punto era giunta la loro coscienza. Tutto hanno messo in piazza, tutto stralciato dall’insieme, tutto presentato nella luce falsa di uno scopo pregiudiziale. La verità, certo, è compromessa; ma l’educazione alla disistima, al disprezzo, alla rivolta, è fatta! – Ed ecco il controluce del mito della disobbedienza: la tirannia. Quando c’è la prevalenza, quando si è instaurato politicamente qualche «regime», allora è la dedizione folle alla piaggeria, alla adulazione, alla farsa delle adunate e delle acclamazioni alle regie di immortalità, alla delazione mortale, alla macabra orgia delle vendette. Questo secolo ha una bella collezione e la collezione continua. Tutto questo non parrebbe disobbedienza. No! Nasce sullo stesso tronco della disobbedienza. E fiore dello stesso mito, fatto, sì, a rovescio, ma egualmente testimone! – Il mito della disobbedienza ha la sua teoria. Non parlo della teoria positivista della necessità esterna, alla quale si riduce l’obbligo di obbedienza, e neppure di altre illustri teorie rivoluzionarie che sono talmente contraddittorie da imporre cose contraddittorie, nella sola variante di tempo; oggi insubordinazione rivoltosa, domani obbedienza cieca in clima di terrore. Parlo della teoria «felpata» espressa in termini rispettabili e apparentemente onesti. La teoria felpata procede così:

– democrazia soprattutto (ma certo che la democrazia è buona e può essere ottima, ma non viene prima nella guida morale degli uomini; basta metterla prima, perché l’ordine sia rotto);

– personalità anzitutto (può essere vero, se si considerano le cose in un campo ristretto soltanto, nel quale effettivamente il rispetto alla personalità viene per primo. Non è forse dedicata tutta al principio di rispettare la personalità umana la enciclica Rerum Novarum Ma non si scosta dal principio primo: che è Dio e la sudditanza a Lui);

– saggezza nella obbedienza (e chi può dire che la saggezza sia cosa di cui diffidare? Ma quando saggezza nella obbedienza significa, come generalmente significa, riserva di obbedire, subordinando al proprio personale giudizio la validità del comando e la saggezza della norma, allora la obbedienza vera è semplicemente morta);

– niente piaggeria verso il superiore (giustissimo in sé. Ma, quando ciò significa: lesinargli tutto, anche quello che si dà ai cani, perché nessuno possa pensare che si sia dei devoti della autorità, dei profittatori di situazioni, dei codini etc …, allora si considera il superiore come un «male da contenere» attraverso la propria giusta severità. Così si può arrivare alla asfissia del superiore e alla palliata completa rivolta). – Basta una intelligenza mediocre, basta un po’ di debolezza, basta una qualunque passione, perché tale teoria trovi posto persino in mezzo ad atteggiamenti mistici. Ma è solo la capitolazione al mito della disobbedienza. Questa è la situazione, dalla quale, cari confratelli, dovete difendere voi e i giovani che vi sono affidati. Diciamo: difendere voi e loro, non diciamo: difendere l’autorità (anche se possiamo legittimamente dirlo), perché come vedrete appresso, l’obbedienza è in favore dell’obbediente e la disobbedienza è già di per se stessa un castigo del disobbediente. Al «mito» si oppone la realtà, ossia la verità. Vogliate riflettere ad alcune proposizioni che sottoponiamo appresso.

– L’obbedienza trova la sua ultima radice nel volere divino. Si obbedisce perché Dio vuole si obbedisca. Davanti a questa verità si capisce che motivo dell’obbedienza non è né il valore né la benevolenza, né la saggezza di coloro ai quali si obbedisce. Il motivo è la intrinseca moralità dell’obbedire, in ultima analisi è la conformità al volere divino.

– Dio ha formulato la legge naturale e quella positivo-divina. Ma esse non sono l’unico strumento per il quale arriva a noi la divina volontà, soprattutto nel dettaglio concreto e minuto. Ci sono le conseguenze dell’uno e dell’altra, ad esempio la legge ecclesiastica e la legge civile. Ci sono le persone, gli statuti, le norme, le azioni contrattuali, le situazioni, dalle quali, per giusta connessione e derivazione alle sorgenti prime della legge, giunge a noi la norma generale e la norma singola. Questo collegamento rende molti fatti e persone umane portatori legittimi della volontà divina. Naturalmente potranno accadere casi nei quali tali portatori si mettano fuori della legittimità di comandare in genere e in dettaglio. In tal caso non saranno più portatori legittimi della volontà divina. Ma tale caso non si presume mai, che si presume il contrario, mentre esso dovrà essere dimostrato, applicando le norme ordinarie della teologia morale. In sostanza: non si obbedisce mai puramente ad un uomo, ma si obbedisce solamente a Dio. E ciò basta a insinuare il carattere serio, interiore della obbedienza. Diciamo interiore, perché Dio è signore e giudice anche dell’interno dell’uomo. E si capisce come esiste anche una obbedienza intellettuale (la fede lo è di fatto), purché esista una autorità legittimata a questo. Dio può chiedere perfettamente tale obbedienza. E ovvio che l’obbedienza non ammette la riserva di verifica se il comando sia saggio. Tale riserva oltraggia il motivo ultimo per cui solamente si obbedisce: «è Dio che vuole si obbedisca. – Ci si potrebbe fermare qui. È detto quanto occorre. Ma non possiamo dispensarci dal proporre alcune altre riflessioni integrative, che servono a costruire la profonda filosofia della obbedienza.

– L’obbedienza diventa merito davanti a Dio, anzi diventa amore. Lo stesso Redentore ha insegnato… «non chi dice Signore, Signore, ma chi fa la volontà del Padre…» (Mt. VII, 21).

– L’obbedienza ha merito tanto più grande e tanto più realizza l’amore di Dio, quanto più sono invisibili le ragioni per le quali diventerebbe ovvia a chiunque una obbedienza, quanto più costa il ricevere la norma da persone indigeste, inferiori, etc. In tutta la economia divina è norma generale, proprio per aumentare il valore del merito, inserire dei «medi» ed allungare le distanze. Non è forse vero che noi amiamo Dio veramente quanto amiamo i fratelli anche se sono in sé odiosi? – L’obbedienza, per questo, al di sopra ed al di fuori della saggezza di chi comanda, ha sempre una soprannaturale saggezza, perché si adegua alla saggezza superiore divina ed al piano della Provvidenza. Che si adegui ad una soprannaturale saggezza è certo, perché si adegua al volere di Dio. Poiché si adegua al volere di Dio, si adegua al piano della Provvidenza e pertanto giunge sempre ad un buon fine, anche se potrebbe apparire difettosa la prudenza ed intelligenza di chi ha comandato. Dio non chiede che si dia prova di hrbizia nell’obbedire, ma prova di amore al di là di ogni furbizia. Chi disobbedisce potrà anche dar prova di intuizione e prudenza ed ottenere meglio uno scopo; ma, poiché in definitiva non si adegua alla volontà di Dio, sbaglia certamente. La Provvidenza non aiuta la disobbedienza, ed il suo piano ultimo è per dar ragione alla verità ed il bene. Questo è il motivo per cui chi disobbedisce ha sempre da temere: ha messo l’errore e la giustizia vendicativa sulla sua strada. Il che vale tanto più quando la disobbedienza è ad una autorità sacra, la quale trae il suo valore da una soprannaturale positiva costituzione.

– L’obbedienza dona il completamento agli uomini, perché permette ci si completi con l’altrui saggezza ed esperienza. Questo «completamento» va meditato bene, anche se non è l’aspetto maggiore della virtù e dello spirito di obbedienza. Il bimbo che obbedisce sommerà la inesperienza ed ingenuità propria colla esperienza e la conoscenza altrui; il bimbo che non obbedisce sommerà solo le carenze proprie aprendo le porte a tutte le carenze altrui. Il discepolo che apprende obbedendo e non affidandosi alla presunzione otterrà lo stesso risultato. Anche se in questo mondo esistono leggi ingiuste, sciocche e superate o dannose, in via generale la legge deve presumersi frutto di una collettiva esperienza e l’osservarla, sotto questo profilo, aumenta la saggezza e la prudenza di chi la osserva.

— L’obbedienza dona il più costoso esercizio di volontà. L’esercizio aumenta la caratura della volontà ed è questa che fa gli uomini forti.

— L’obbedienza è il sostegno della responsabilità, che è la lima di chi la porta; perché è quando si ha la fortuna di obbedire che non si resta nel dubbio e nella colpa: la obbedienza manleva.

— L’obbedienza, finalmente, è la custode del diritto, della concordia e della pace. Questioni che nessun accordo può sistemare si chiudono fecondamente con l’obbedienza. Il mito della disobbedienza è un inganno: questa affermazione è conseguenza di quanto detto fin qui. Se la obbedienza è nella verità dell’«ordine», la disobbedienza è per natura sua nella linea dell’errore e pertanto dell’inganno. La obbedienza sola mette sul piano della Provvidenza: è per questo che la disobbedienza mette sulla via sbagliata. Che cosa significa la via sbagliata? Ogni «no» che si dice a Dio nella vita sposta su un angolo erroneo il lato che la delimita; per la nuova ampiezza d’angolo la via è diversa da quella che dovrebbe essere. Le infinite risorse della divina bontà e la penitenza possono rimediare; ma potrebbe accadere che il rimedio non si effettui. I nostri atti ci seguono: non sappiamo fin dove arrivi il loro svolgimento. Potrebbe superare di molto la nostra vita. La coscienza non può essere impunemente tranquilla, quando ha violato la linea dell’ordine divino. Allorché si tratta di disobbedienza alla Chiesa, la cosa diviene più grave, perché Dio ratifica il comando della Chiesa (cfr. Mt. XVIII,18). Quando le cose portano in qualche modo la firma di Dio, al di là di quella superna sanzione può stare il disordine di tutto: «Vir obœdiens loquetur victorias» (Prov. XXI, 28). – In conclusione, obbedire non è una vergogna: è un ordine, è verità, è saggezza, è acquisto, è merito ed amore. Domani sarà gloria. Occorre più forza per obbedire, che non per disobbedire. In genere la disobbedienza è l’arma dei deboli come la bugia; la obbedienza è l’espressione dei forti. Sarebbe un errore sottovalutare questo aspetto anche puramente umano dell’obbedienza e della disobbedienza. Tutto conduce a concludere che il mito della disobbedienza ha con sé la nemesi della sua stolta impudenza. Si noti bene che noi non abbiamo parlato direttamente di disobbedienza o di obbedienza; abbiamo parlato di un mito. La disobbedienza è un peccato, il mito della disobbedienza è una stortura patologica permanente, anche quando c’è apparenza di obbedienza, Perché io posso aver le arie di osservare tutto il diritto canonico, ma, se si ha nell’anima il mito con tutto quello di fantastico, irreale e magari demoniaco che il mito porta seco, la interpretazione del diritto canonico sarà alterata, come tutto risulterà alterato. È pertanto sul mito irrompente dappertutto, che potrebbe sedurre anche voi, che noi abbiamo attirato la vostra attenzione. ».[In questa magistrale esposizione il Santo Padre enuncia il principio al quale ha ispirato la sua vita di Papa “prigioniero”. Ecco il principio per cui, obbedendo pure ai falsi papi, Gregorio XVII obbediva a Dio stesso ed alla Sua volontà che, seppure umanamente incomprensibile al momento, era sempre “volontà divina” inaccessibile alla mente umana limitata al solo ambito spazio-temporale della sua breve vita – è sicuramente così che la Chiesa di Cristo, proprio per l’ubbidienza a Dio del Sommo Pontefice “impedito” ed “esiliato”, potrà perpetuarsi, anzi si è già perpetuata secondo la promessa evangelica, ad onta delle azioni sataniche distruttive degli gnostici modernisti, dei marrani della quinta colonna, delle sette massoniche e dei “disobbedienti” sedevacantisti e fallibilisti gallicani, di coloro che odiano Dio e tutti gli uomini, degli ignavi pastori “cani muti, rosicchianti l’osso e con la testa nella ciotola di lenticchie”! – ndr. -]