QUARESIMALE -XV-

[Padre Paolo SEGNERI S. J.:

Quaresimale

– Stamperia Eredi Franco, Ivrea 1844 – Cortassa Pro-Vic. Generale; Rist. Ivrea 10 agosto 1843, Ferraris prof. Rev. Per la G. Cancell.]

XV. NEL VENERDÌ DOPO I.A SECONDA DOMENICA.

… Malos male perdet.

(… farà morire quei malvagi).- Matth, XXI, 41.

I. È per intimare castighi ad una città meritevole d’ogni bene son io stamane comparso su questo pulpito? Ah no, Signore. Se pur volete che anch’io vi serva di Giona, mandatemi a qualche Ninive, a città scellerate, a città sacrileghe, ch’io vi volerò volentieri; no dubitate ch’io colà non annunzi ogni più ferale sterminio, come a voi piace. Ma mentre voi mi avete fatto venire ad una città cattolica, quali altri auguri volete voi ch’io qui faccia, se non di prosperità, di vita lunga, di stagioni propizie, di messi liete? Così vorrei certamente che succedesse. Ma chi fia che me n’assicuri? l’iniquità pur troppo vedo che da per tutto si dilata, s’inoltra, si impadronisce; e però temo, o mia N., che ancora in te possa ormai giungere a segno, che provochi a tuo gran danno il divin furore. Comunque siasi, ecco l’espressa denunzia, la qual Dio vuole che assolutamente io ti faccia: malos male perdet. Non si riguarda ad antichità di natali, non si riguarda a merito di antenati; chi è reo, convien che porti a lungo andare la pena del suo delitto. E qual città più gradita al Cielo una volta di Gerosolima? se l’era Dio, qual cara vigna, piantata per suo diporto su gli amenissimi colli di Palestina; le aveva data la sua legge per siepe, le aveva aggiunta la sua protezione per maceria, l’aveva nettata da que’ virgulti spinosi che la ingombravano, da’ Cananei, dagli Ammoniti. dagli Amorrei, e da altri simili popoli a lei molesti; vi avea per torre collocato il suo tempio, vi aveva per torchio costituito il suo altare, e nulla aveva risparmiato o di spesa o di arte ch’egli vi potesse impiegare. Quid debui facete vinea mea, et non feci! (Is. V. 4) Eppur che n’è di presente? Andate, e miratela. Ella è tutta insalvatichita. E per qual cagione? Per non avere già voluto la misera prestar fede all’odierna intimazione evangelica: malos male perdet. Ché tante minacce? non veniet super nos malum (Jer: V. 12). Quest’erano le parole che fin da’ tempi di Geremìa sempre avevano su la lingua gl’increduli Israeliti. Profetæ fuerunt in ventum locuti (Ibid. 13). Questi predicatori pretendono spaventarci; badiamo a campare, badiamo a conversare, attendiamo a ridere. Ah contumacissimi Ebrei! Numquid super gentem hujuscemodi noti ulciscetur anima mea? Dicit Dominus (Ibid. 29). Date un poco di tempo al furor divino, e di poi vedrete. Ma perché frattanto, uditori, di esempio tale non ci vagliamo per nostro ammaestramento? Non manca forse nel Cristianesimo ancora chi sprezzi Dio come inabile alla vendetta, e chi sempre dica: non veniet super nos malum, non veniet super nos malum? [non ci accadrà nulla di male]. Però mi sono risoluto stamane, sapete a che? a confondere questi increduli, ed a mostrar loro da parte di Dio sdegnato, che se non vogliono in tempo dar fede ai tuoni, non tarderanno ancor essi a provare il fulmine.

II. Uno dei maggiori argomenti, che forse abbiamo della misericordia immensa di Dio, sono, a mio credere, le minacce orrendissime, con le quali Egli è stato sempre solito di tonare sopra de’ peccatori. E che altro mai ha preteso egli con esse, se non dare agio ai peccatori medesimi di salvarci? Non ha volontà di ferire chi molto prima si stanca nel minacciare; conciossiachè (conforme il detto acutissimo di colui) la minaccia altro non è che uno scudo del minacciato, siccome quella che gli dà sempre tempo o di mettersi in fuga speditamente, o di porsi in guardia. Quindi asseriva santo Agostino (Ser. 38. de Sanctis), che si nos Deus noster punire vellet, non nos tot ante sæcula commoneret. Invitus quodammodo vindicat qui quomodo evadere possimus, multo ante demonstrat; non enim te vult ferire qui libi clamat: observa. [ se Dio volesse punirti, non ti avviserebbe secoli prima … non ti vuol ferire che grida: sta’ attento!]. Chi prima di ferirti ti dice: guardati, non ha volontà di ferirti. E però (replica il Santo) se Dio avesse diletto di castigarci, non farebbe precedere il tuono al fulmine, non farebbe precorrere il lampo al tuono. Eppure nessun castigo quasi leggiamo aver esso mandato al mondo innanzi di minacciarlo, non solo in genere, ma ancora in particolare; tanto che questa una fu delle principali cagioni per cui spedì varj profeti al suo popolo in varj tempi. Sentite. Volle denunziare al suo popolo l’universale saccheggiamcnlo de’ beni; e che fece? Fece andare per la città Isaia tutto ignudo dei vestimenti (Is. XX. 2). Volle denunziare al suo popolo la cattività lagrimosa delle famiglie; e che fece? Fece andare per la città Geremia tutto carico di catene (Jer. XXVII. 2). Volle parimente al suo popolo denunziare l’orribilissima fame, la quale già preparavasi agli assediati; e fece che Ezechiele) per trecento novanta giorni, nei quali si stette sempre a giacere sopra di un medesimo lato, non si cibasse mai d’altro che di sterco secco di bue, sfarinato in polvere e cotto in pani (Ezech. IV,8 ad 12). E nella stessa maniera ha poi seguitato a predire diversi flagelli in diverse forme. Il che non è altro che un intimare ai popoli, che si guardino, che piangano le lor colpe, che riformino la lor vita, che fuggano dalla faccia del suo furore; al che pensando, prorompeva il buon Davide in quegli affetti: dedisti metuentibus te significationem, ut fugiant a facie arcus: ut liberentur dilecti tui (Ps. LIX. 6). Eppure chi il penserebbe!’ non poté Dio conseguir con tante proteste che gli uomini gli credessero. Onde quanto più egli stanca Vasi in minacciare che malos male perdet, tanto più essi attendevano ad oltraggiarlo; quasi che ciascuno degli uomini portasse impresso nel cuore a note indelebili quel perfido sentimento: s’io non veggo, non crederò: nisi videro, non credam (Joan. XX 25). E che si è fatto, Cristiani miei, con questa incredulità, se non costringere Dio a fulminar quei castighi ch’Ei minacciava, per non giungere all’atto di fulminarli? Questa incredulità sommerse il mondo scorretto nel diluvio dell’acque, quando non die fede a Noè che lo prediceva (Gen. VII). Questa chiamò sopra i perfidi Sodomiti piogge di fuoco, quando derisero la parola di Lot che lo significò (Gen. IX. 24). Questa condusse i contumaci Egiziani a naufragare nell’Eritreo, quando si indurarono ai portenti del Cielo che precederono (Exod. XIV). Questa condannò innumerabili Israeliti a morir nella solitudine, quando sprezzavano le proteste di Mosè che lo presagiva (Num. XIV, 10). Questa costrinse debellati gli Assirj a perire sotto Betulia, quando si sdegnarono della libertà di Achior che Io denunziava (Judith V. ad XV). E piaccia a Dio che non sia questa, uditori, quella che nel secolo nostro ci fomenta nel seno tante calamità, ci sottopone il dorso a tanti flagelli. Eh (diciam noi) che non bisogna spaventarsi si presto: non veniet super nos malum, non veniet super nos malum. Si? E che vorresti veder tu, peccatore, per credere che Dio, sedendo come in suo trono nel Cielo, ha occhi da rimirarle tue colpe, ha cuore da offendersene, ha braccio da castigarle? Vorresti vedere che com’egli minaccia di castigarle, così le castiga? Vedilo: io son contento. Né voglio io già che, per chiarirti di ciò, tu trasporti il pensiero negli altrui secoli; voglio che lo fissi nel nostro, giacché gli oggetti presenti più forza di muoverci, che i passati.

III. Di’: in questo secolo stesso, toccato a noi, non ha Dio chiaramente dato a conoscere che le sue minacce non sono altrimenti fallaci, quali tu pensi, ma infallibili, quali tu non vorresti? Non veniet super nos malum? E non hai tu forse occhi in fronte da rimirare tanti rivi di sangue, tante cataste di ossa, tanti cumuli di cadaveri? Basterebbe che tu passeggiassi un poco pel mondo, e li vedresti. Che alto vestigia di furor militare non sono ivi stampate per ogni parte! Evvi nella misera Europa o regno, o provincia, o principato o città, la qual non abbia in questo secolo udito su le sue porte strepito di tamburi, fragor di trombe, rimbombo di artiglierie? Non l’Italia, non la Spagna, non la Francia, non la Germania, non la Fiandra non l’Inghilterra hanno potuto godere in veruna parte ozj piacevoli, ovvero sonni sicuri. Quant’anime però credi tu che siano mancate in questi universali tumulti? Chi può contarle? Basta dire, che la prima impresa, seguita entro a questo secolo (che fu la presa di Ostenda), non costò meno di ottantamila persone sacrificate con alto lutto alla morte. Ora da questo solo fa tu argomento delle stragi avvenute in luoghi sì varj, in fazioni sì numerose, da spiriti sì feroci, in tempi sì lunghi. Ma che serve parlar di quello che non si sa, mentre possiam trattar di quel che si vede? Quanti poderi si mirano, dianzi deliziosi, ed ora diserti! quante campagne, dinanzi verdeggianti, ed or arse! quanti villaggi, dianzi popolati, ed or solitari! quante città, dianzi intere, ed ora distrutte! E sono altro questi, che adempimenti delle minacce che fece Dio quando disse: si spreveretis leges meas, evaginabo post vos gladium, eritque terra vestra deserta et civitates vestræ dirutæ (se disprezzerete le mie leggi, sguainerò la spada dietro di voi, … la vostra terra sarà deserta, le vostre città distrutte – (Levit. XX. 15 et 33). O meschino, che dici? non veniet super nos malum? – Apri pur gli occhi, tuo malgrado, e rimira in breve giro di anni le sollevazioni sì strane di tanti popoli, giacché continue sono state ai dì nostri le rivolte or di Germania, or di Portogallo, or di Catalogna, or d’Inghilterra, or di Parigi, or di Napoli, ordi Polonia. A chi per queste confiscate le rendite, a chi tolti gli onori, a chi imprigionata la libertà, a chi atterrati i palazzi, a chi troncata la vita, a chi infamata ancor la memoria. In qual altro secolo si raccontano litigi più pertinaci o più frequenti, tradimenti più ingiuriosi o saccheggiamenti più ingiusti, uccisioni più barbare o crudeltà più nefande? A noi forse nella nostra Italia è toccata la maggior parte di tali disavventure, benché qui ancora debbano essere lungamente famosi i desertamenti del Monferrato, i desolamenti di Mantova, e le calamità lacrimevoli di Torino. Ma chi, girando un poco, andasse a credere quel che altrove hanno patito i Cattolici dagli Eretici, i Cristiani dagli Etnici, e, quel ch’è peggio, i Cristiani medesimi da’ Cristiani, non si raccapriccerebbe per l’orrore? che direbbe in vedere ancora stampate per le campagne polacche l’orme di ben trecentomila soldati tra Turchi e Tartari, condotti là dal Sultano? eppure peggiori ancor de’ Turchi e dei Tartari, sono di poi stati a’ Polacchi i Polacchi stessi, nonché solamente i Cosacchi ribelli alteri. Infelice Germania! Miransi nel tuo seno ancora fumanti gli avanzi di quell’incendio sollevato in te da quel tuo nemico trionfale, dico Gustavo, quando per le tue provincie scorrendo, a guisa di un folgore, veloce ma rovinoso, si impadronì in breve tempo d’Erbipoli, di Bamberga, di Magonza, d’Augusta, e di quasi tutta la Franconia, la Svevia, il Palatinato. E il Turco fattosi possessor novello di Varadino, di Nitria, di Novarino, e di tanto già d’Ungheria, in quante altre parti della combattuta Cristianità anela di portar, se riescagli, le catene di misero vassallaggio? Quindi continuamente egli infesta ora i nostri mari con le scorrerie, ora i nostri porti con li saccheggiamenti, ora i nostri domini con le conquiste. Che però se la Candia, caduta al fine sotto il suo barbaro giogo, potesse far interi qui giungere i suoi lamenti, senza che l’alto strepito di quei flutti, che la circondano, glieli assorbisse per via, non ci spremerebbe dagli occhi a forza le lacrime? Evvi secolo, il quale abbia veduto, nondirò tanti principati vagabondi o quasi venali, non dirò tanti principi prigionieri o almeno fuggiaschi (perché questi ormai sono esempi comuni a molti), ma dirò un Re di sì antica sorte, qual era quel d’Inghilterra, giustiziato pubblicamente sopra d’un palco per sentenza di sudditi usurpatori di una autorità non più scorta su l’universo? Non veniet super nos malum? – E che? chi ha scampato dal ferro, ha potuto forse difendersi dalla fame? Ah che mi pare di poter anzi di esclamare con Geremia: Si egressus fuero ad agros, eoce

occisi gladio: et si introiero in civitatem, ecce attenuati fame (Jer. XIV, 18). Parlinotante famiglie spiantate in ogni città pellegravezze antiche già di tanti anni; tantecomunità desolate, tanta mendicità vagabonda.E forsechè non erano per sé solebastanti queste gravezze, se il Cielo stessonon concorreva ad accrescerlo con la sterilità?Non ha molt’anni che in Buda, cittàd’Ungheria, in cambio di piover acqua vi piovve piombo, per avverare in essa letteralmente quella minaccia; sit cœlum, quod supra te est, œneum; et terra, quam calcas, ferrea [Il cielo sarà di rame sopra il tuo capo e la terra sotto di te sarà di ferro – Deut. XXVIII, 23]. Non così tra noi, dove con flagello contrario la sterilità è proceduta quasi sempre dalle orride inondazioni: quindi si è veduto per tutto il volgo famelico marcire, consumato dall’inopia ed inabile alla fatica. Mi ritrovai pur io stesso nella città regina del mondo, quando giornalmente morivano per le strade i mendici, altri assiderati dal freddo, altri languidi dalla fame, non potendo supplire il numero, benché grande, di quei che porgevano loro soccorso, alla moltitudine assai maggiore di quei che lo richiedevano. Or che sarà stato in quelle terre, in quei villaggi, in quei campi, dov’era eguale il bisogno, minor l’ajuto? Non si sarà ivi veduta adempir manifestamente quella denunzia: Percutiet te Dominus egestate et frigore? – Il Signore ti colpirà con l’arsura e il freddo (Deut. XXVIII. 22) et populi erunt projecti in viis pæ fame?Gli uomini ai quali essi predicono saranno gettati per le strade di Gerusalemme in seguito alla fame (Jer. XIV. 16 ) Non veniet super nos malum? Oh cecità, che non hai voluto mirare icontagi, le pestilenze, le mortalità sì comunia tutta l’Europa! E chi sa che di questasollecita annunziatrice non comparisse quella prima orribil cometa, che in questo nostro secolo occupò il cielo per lo spazio intero d’un mese? Furono attribuite ad essa le morti, succedute in breve, d’un sommo Pontefice, di due Re, uno di Spagna e uno di Svezia, d’un figliuolo d’Imperatore, e di una madre d’Imperatrice, un gran Soldano de’ Turchi, e di altri potentati assai, che mancarono dentro un anno. Ma io non credo che per sì pochi parli il Cielo, quando egli muove la lingua: il volgo, che non l’intende, interpreta il suo linguaggio a disfavore solo de’ Principi, da’ quali ha diverso lo stato: non l’interpreta a danno ancor dei plebei, co’ quali ha comune la sorte. E non si vide ben tosto, dopo quella comparsa, scoppiar quella pestilenza, che ha assorbito finora e ancor assorbisce tante fiorite parti d’Europa? In questo momento medesimo, chi potesse girar un poco per essa, troverìa le fauci ancora fioche alle madri ch’hanno singhiozzato di fresco per i loro figliuoli, le trecce ancora scarmigliate alle spose ch’hanno deplorati di breve i loro consorti. Che orrore è stato vedere città, dianzi si adorne, sì allegre, sì popolate, riempirsi ad un tratto di squallore, di urli, di solitudine! Dovunque tu volgevi lo sguardo, tu rimiravi d’intorno o malati senza speranza, o moribondi senza conforto. Le carra de’ cadaveri accumulati giravano ogni giorno per la città, quasi portassero in trionfo la morte, quanto più pallida, tanto più baldanzosa. Ogni cosa concorreva pronta a gettare dalle finestre il suo doloroso tributo. Chi dava amici, chi padroni, chi mogli, chi sorelle, chi padri, con timor forse di dover ancor essi seguire a sera quei che sul mattino inviavano. Che se tu mi domandassi dove in questo nostro secolo ha scorso principalmente sì trionfante la peste, che dovrei fare? Prima ti dovrei mostrar la Sicilia, d’ond’ella uscì; e di poi tutta affatto la nostra Italia, la quale ad una fiera sì ingorda non si valuta avere contribuito ai dì nostri meno di pascolo, che un milion di cadaveri. Indi ti dovrei mostrar la Francia e la Spagna, la Dalmazia e la Candia: ed oltre a queste, l’Inghilterra, la Polonia, la Corsica, la Sardegna, la Catalogna, in cui per lungo tempo son poi rimaste le vestigia dell’ampia mortalità, come nel maro dianzi fremente i contrassegni dei numerosi naufragi. E questo non è stato un vedere chiaramente compite quelle minacciose proteste: Augebit Dominus plagas vestras, plagas magnas et perseverantes, infirmitates pessimas et perpetuas – allora il Signore colpirà te e i tuoi discendenti con flagelli prodigiosi: flagelli grandi e duraturi, malattie maligne e ostinate (Deut. XXVIII, 59), desertæque fìent viae vestræ – le vostre strade diventeranno deserte ( Lev. XXVI, 22). Or che dici? Sei tu però ostinato nel tuo incredulo sentimento: non veniet super nos malum? E che vorresti veder tal di vantaggio per chiarirti che Dio malos male perdet? Vorresti vedere terre ingoiate dall’acque? Domandane alla Fiandra. Vorresti vedere campi divorati dal fuoco? Chiedine a Napoli. Vorresti vedere popoli sprofondati dai gran terremoti? Interrogane la Calabria. Che spettacoli di spavento non si sono aperti in queste provincie agli occhi della curiosa posterità! Nuvole caliginose di fumo, piogge portentose di cenere, gragnuole strepitose di sassi, torrenti bituminosi di zolfo, fiumi bollenti di fuoco, rovine precipitose di case, ingojamenti orribili di bestiami. Che dissi sol di bestiami? D’interi popoli; mentrecchè solo a un alto aprir di fauci, che là faceva di tratto in tratto, quasi affamata, la terra, restavano a mille a mille le genti assorte. Ma che più dissimulo ornai? Non sono forse assai fresche le orrende stragi e di Ragusi e di Rimini? Ambedue questi popoli, nel dì d’oggi, pochi anni sono, ogni altro mal si temevano, che quello il qual poi seguì: trattavano, trafficavano, e si credevano di dover lieta celebrare ancor essi la loro Pasqua. Eppure oh quanto ambedue la sortirono luttuosa! Si ode fin ora quasi il rimbombo di quelle strida, quando non trovando i miseri terra che li volesse sostenere, fuggivano dall’abitato nei campi, dai campi nell’abitato, portando sempre frattanto sotto a’ lor piedi il tremuoto, presso alle loro spalle la morte, e dinanzi a’ lor occhi la sepoltura. E non è chiaro che nel ferale spavento di questi popoli videsi puntualmente adempita quella intimazione divina: timebis nocte et die non credes vitæ tuæ. Mane dices: Quis mihi det vesperum ? et vespere : Quis mihi det mane? propter cordis lui formidinem, qua terreberistemerai notte e giorno e non sarai sicuro della tua vita. Alla mattina dirai: Se fosse sera! e alla sera dirai: Se fosse mattina!, a causa del timore che ti agiterà il cuore e delle cose che i tuoi occhi vedran (Deut. XXVIII, 66 et 67). Va pure dunque, va pure, e di’ baldanzoso: non super nos malum, non veniet super noi malum. Quel ch’io t’ho detto, l’hai pur veduto tu con i tuoi occhi, o almeno l’hai tu pur letto dentro i pubblici fogli, o per lo meno hai tu pur udito da numerosissimi testimoni; che la fama n’ha così colme le sue cento bocche, che il saperlo non è di gloria veruna, ma ben sarebbe d’ignominia grandissima l’ignorarlo.

IV. Ma, sciocco me! Perché tanto io qui mi sono stancato a fin di confondere la nostra incredulità? Eh che bisognerebbe esser cieco, per non vedere i così strani flagelli ch’ogni dì vengono. E però tengo per certo, signori miei, di non essermi apposto nel dire che non vogliamo credere fino a che non vediamo: dovevo io dire, che quantunque vediamo, non vogliamo credere. E questo appunto è l’eccesso maggior di incredulità che trovar si possa, conforme a che diceva Geremìa: flagellasti eos, nec valuerunt ut credere. Quasi egli dica: Ecco come procedono i peccatori: finch’odono solamente il tuono delle minacce, se ne beffan dicendo, che se non vedono, essi non vogliono credere, quando poi sentono il fulmine del castigo, si ostinano imperversando che non vogliono credere, benché vedano: flagellasti eos, nec voluerunt credere (Jer. V, juxta s. Cypr. ad Demetr.). Ma come può star questo, o santo Profeta? non hanno essi il flagello dinanzi agli occhi? non lo toccano? non lo palpano? Non lo provano? Come dunque può stare che non lo credano? Sapete come? Negaverunt Dominum, et dixerunt: Non est ipse!Hanno rinnegato il Signore, hanno proclamato: “Non è lui! (Jer. V, 12). – Credono bensì essi che quello sia veramente flagello, e flagello atroce; ma non credono che quello sia flagello di Dio. Non credono esser Dio quello che manda lor quelle guerre, quelle carestie, quelle pestilenze, quelle inondazioni, quegl’incendi, quei turbini, quei terremoti: negaverunt Dominum, et dixerunt: Non est ipse. Venite qua. Non vedeva Faraone chiarissimamente tanti castighi che piovevano del continuo sopra il suo capo, le tenebre, che gli rubavano il giorno, le grandini che gli schiantavano gli alberi, le locuste che gli divoravano i seminali, le piaghe che gli ulceravano gli uomini, le pesti che gli consumavano gli animali? Certo le vedeva. – Eppure quanto fece il protervo per non si arrendere a quella proposizione che i suoi cortigiani medesimi confessavano: Digitus Dei est hic! (Exod., VIII. 10). Convocò d’ogni parte tutti i più celebri incantatori a consulta, per definire se quei portenti potevano attribuirsi a qualch’altra mano, almanco diabolica; cercò, studiò, specolò; procurò ch’anch’essi facessero prove eguali, di cambiar verghe in serpi, di colorire acque in sangue, di assoldare rane da’ fiumi, di adunare mosche nell’aria. E ben vedendo che questi ancora si davano alfin per vinti, cede egli però, appagossi, arrendettesi? Anzi non volle trarsi giammai di capo, che quei prodigi non fossero arti malefiche di Mosè: tanta è la ripugnanza che provano i peccatori in riconoscere un solo Dio per autore di tutte le avversità. Io non dico già che i Cristiani arrivino comunemente alla stupidezza di Faraone, che sarìa troppo; ma nondimeno quando mal volentieri s’inducono anche i Cristiani a riconoscere, benché percossi, la mano che li percuote! Voi lo sapete. Entra nel vostro ovile un lupo famelico a divorarvi la greggia? Voi l’ascrivete alla negligenza del guardiano. S’appicca nel vostro campo nn fuoco capace

ad incenerirvi le biade? voi n’incolpate la malignità de’ vicini. S’ostina nel vostro corpo una febbre lenta a logorarvi la vita? voi l’attribuite all’ignoranza del medico. Tutte quelle guerre quasi che accadono, non si appongono o all’avidità ch’hanno i Principi d’ingrandir la dominazione, o al desiderio ch’hanno i vassalli di alleggerire la servitù? Alla licenza dei soldati si ascrivono i disertamenti delle campagne ed i saccheggiamenti delle città; all’imperizia dei capitani le rotte degli eserciti, e la moltitudine delle stragi; alla inavvertenza dei marinari i fracassamenti dei vascelli, ed il getto delle merci; alla rapacità dei ministri le estorsioni de’ tributi e lo oppressioni dei popoli; alla ingiustizia dei giudici la perdita delle liti e lo scapitamento dei patrimoni. Né contenti di ciò, noi siamo anche andati ad inventar vocaboli vani, di disastro, di disavventura, di caso. Disgrazia chiamiamo il precipitar da una rupe, disgrazia l’affogarsi in un fiume, disgrazia il perdersi in un incendio, disgrazia il perire sotto una rovina. Anzi, avanzandoci anche più oltre con l’incredulità pertinace, abbiamo fin tentato di leggere nelle stelle gli annali delle nostre calamità, per attribuirle piuttosto a creature insensate, che a Dio vivente. Oh cecità! oh stoltezza! oh deliri di uomini imperversati! i quali, giacché non possono negare di vedere il castigo, non voglion giungere a confessarne l’autore; Flagellasti eos, ncc voluerunt credere: negaverunt Dominum, et dixerunt: Non est ipse.

V. Eh non c’inganniamo, Cristiani, non c’inganniamo, che questo è errore gravissimo. Né parlo or io solamente quanto allo stelle, che non cagioni, ma segni al più possono essere, e ancor fallaci, degli effetti pendenti dal nostro arbitrio; onde saviamente Geremia ci confortò a non farne stima: a signis cœli nolite metuere quæ timent gentes(Jer. X. 2 ); ma parlo di tutto l’altre creature, o ragionevoli, o sensitive, o insensate. Non sappiamo noi bene che tutte queste non altro sono, se non che meri strumenti del divino furore? Questo è certissimo, so noi crediamo a Isaia: Virga furoris Domini, et baculus ipsa sunt(Is. X. 5). Adunque perché questo abuso di guardare alla verga che ci percuote, e di non badare alla mano? Evvi rozzo che, ferito dall’inimico con una spada, dica: la spada mi ha ferito; e non dica: m’ha ferito il nemico? Evvi fanciullo che, battuto dal maestro con una sferza, dica: la sferza mi ha battuto; e non dica: m’ha battuto il maestro? E se un reo, per sentenza del principe, riceve la morte dalla mano del manigoldo, l’attribuisce alla mano del manigoldo, o alla sentenza del principe? Adunque perché, quando ancora Dio ci castiga, noi non vogliamo riconoscere che sia Dio? dicimus: Non est ipse; o facciamo come i cani, inetti, ignoranti, che si rivoltano incontanente rabbiosi a morsicare quel sasso che li colpì, e non fanno caso del braccio che scagliò il sasso? – Volete ch’io ve lo dica, Cristiani? ve lo dirò. Noi facciamo questo, perché non vorremmo altrimenti avere occasione di rientrare un poco in noi stessi, di ravvederci, di riconoscerci. Perché fintantoché ascriviamo quei mali ad altre cagioni, non consideriamo la gravezza del vizio per cui tolleriamo quei castighi; non riflettiamo alla severità del Signore, dal quale li tolleriamo; e veniamo quasi a poco a poco a spogliarci di un naturale timore, che Dio sia al mondo, rimiri ogni nostra azione, e che registri ogni nostra scelleratezza; che è quel timore che finalmente ogni peccatore vorrebbe sbarbicarsi dall’animo, se potesse, conforme a quollo: dixit insipiens in corde suos: Non est Deus(Ps. XIII, 1). Che però (se voi non lo sapete ) nel testo ebreo corrisponde qui a quella voce Deus il vocabolo “Elohim”, che significa Dio in quanto osservatore,» quanto giudice, in quanto castigatore: Quasi dicat insipiens in corde suo, non est ultor. Perché al peccator dà un gran fastidio il credere che ci sia Dio, non in quanto provvido, non in quanto buono, non in quanto benigno, ma in quanto revisor severo dei conti. Questo lo cuoce, questo lo crucia: e però in faccia ai suoi flagelli medesimi s’imperversa. In cambio di ascrivergli al loro autore principale, ch’è Dio, gli ascrive agli uomini; dove non può ascrivergli agli uomini, gli ascrive al caso; dove non può ascrivergli al caso, gli ascrive alle stelle; e così il misero si lusinga sempre e si adula nella propria malvagità: Flagellasti eos, nec voluerunt credere; negaverunt Dominum. et dixerunt: Non est ipse.

VI. E come mai potrebbe essere, o ascoltatori, che noi credessimo vivamente esser Dio quello che si ci castiga per i nostri peccati, e che nondimeno continuamente accrescessimo quei peccati, per li quali sì ci castiga? Ecce irrogantur divinitas plagæ, et nullus Dei metus est (convien dire lagrimando con san Cipriano); Ecce verbera desuper et flagella non desunt, et nulla trepidatio est, nulla formido (ad Demetr.). Non si vede ciò tutto giorno per esperienza? Quanto pochi sono che renda punto migliori la vista delle presenti calamità! Anzi ov’è che piuttosto non crescano per la peste le rapacità e le sfrenatezze,  per la fame l’ingiustizie e le usure, per la guerra le dissoluzioni e le disonestà? Ego dedi vobis stuporem dintium in cunctis urbibus (diceva Dio per Amos al popolo), et non estis reversi ad me, dicit Dominus. Percussi vos in aurigene, et vedistis ad me. Ascendere feci putredinem castrorum in nares vestras, et non redistis ad me, dicit Dominus Eppure, vi ho lasciato a denti asciutti in tutte le vostre città ho fatto salire il fetore dei vostri campi fino alle vostre narici: e non siete ritornati a me, dice il Signore.  (Amos IV. 6 ad 10). – Chi di voi mi sa dire, signori miei, in quale circostanza di tempo facesse Baldassar quel convito solenne, anzi così scellerato, così sacrilego, descrittoci da Daniele? Balthassar rex fecit grande convivium optimatibus suis (Il re Baldassàr imbandì un gran banchetto a mille dei suoi dignitari  – Dan. V, 1). Credete per ventura che fossea ragion di nozze, o in congiuntura con qualche insigne ricevimento di principi, di pace stabilita, di popoli sottomessi? Pensate voi, risponderà san Girolamo, (in Dan. cap. V): fu quando egli era attualmente stretto da Ciro con un terribile assedio. In tantam renerat Rex oblivionem sui, ut obsessus vacaret epulis. Allora fu che, stando il perfido assiso in mezzo ad una gran mandra di concubine, s’imbriacava ne’ vasi rubati al tempio; e che, non badando punto alle grida di tanti miseri, i quali precipitavano dalle mura, faceva brindisi a tutti i suoi dii paterni, dii di metallo, dii di marmo, dii fatti di atli di legno vile: bibebat vinum, et laudabat Deos suos, aureos et argenteos, aereos, ferreos, ligneosque et lapideos(s. Jo. Chr. homil. 28 in Gen.). Che fiera scena veder quel diluvio d’acqua che Dio versò su la terra, sol per purgarla di tante sue laidezze eccessive! Eppure a vista di quell’acque vi fu un figliuolo di Noè, che non temé di pensare a diletti impuri (Gen. IX, 22). Che funesto spettacolo veder quel diluvio di fuoco che Dio scaricò sopra Sodoma, sol per punirla di tanto sue lascivie esecrande! Eppure a vista di quel fuoco vi furono due figliuole di Lot, che non dubitarono di venire ad atti incestuosi (Ib. XIX, 32). –  Ma per non insultare alle altrui miserie, dove possiamo tanto piangere su le nostre, ditemi il vero, uditori: si è veduta tra voi riforma notabile dopo quei solenni castighi, di cui ben sapete esser toccata a voi pure la vostra parte? Ah che mi pare che possiam dire anzi al Signore con Isaia: Ecce tu iratus es, et peccavimus(Is. LXIV, 5 ). Ma come ciò? So dicesse peccavimtis, et iratus es, io lo capirei; ma dire: iratus es, et peccavimus, questo è troppo. Eppure è così. Uscite nelle piazze, ed ivi guardate se, dopo tanti castighi, sono minori o la inverecondia nel tratto, o le iniquità nelle vendite. Entrate nelle case, ed ivi informatevi se sono minori o le dissensioni tra i fratelli o le persecuzioni tra le famiglie. Inoltratevi nello camere, ed ivi attendete se sono minori o l’impurità nei ragionamenti, o le dissolutezze nei talami. Visitate le veglie, ed ivi considerate se sono minori o le maldicenze nei racconti o la petulanza nei motti. Passate alle ville, ed ivi chiaritevi se sono minori o lo ingordigie nelle crapule, o le rilassazioni nei giuochi. Trattenetevi un poco ancor nelle chiese, ed ivi osservate se sono minori o lo irriverenze nelle chiacchere, o le profanità nei vagheggiamenti. Ecce tu iratus es, et peccavimus; ditelo, ditelo, che ne avete ragione, ecce tu iratus es, et peccavimus. –  E noi crediamo poi che tali peccati ci abbiano da Dio meritati tanti flagelli? Non può essere, signori miei, non può essere; lo direm con la lingua, ma non lo crederemo col cuore. Flagellasti eos, nec voluerunt credere; negaverunt Dominum, et dixerunt: Non est ipse (Jer. V. 3 et 12). E crediamolo, signori miei, sì, crediamo, ch’egli è vero pur troppo. Confessiamo che Dio ci è giudice, ci è severo, ci è fulminante: né sia mai vero che lasciamo trascorrere ornai più tempo senza pensare a placarlo.

VII. Lo so che alcuni molto ben vi pensano. Ma chi sono? Son quegli, i quali hanno appunto la minor colpa di tante calamità, i più irreprensibili, i più immacolati, i più pii: quei che v’han colpa, misero me! non vi pensano, non vi pensano. E così sapete voi ciò che accade in questa materia? Quel che succedeva nel vascello del disubbidiente profeta Giona. Tutti i marinari e tutti i passeggieri, i quali erano gli innocenti, in veder sollevata improvvisamente quella rovinosa burrasca che si rammemora nelle divine Scritture, si empierono di spavento: si affaticavano in ammainare le vele, in votar la sentina, in alleggerire la carica; chi dava ordine, chi consiglio, chi aiuto: altri correva al timone, altri si metteva al remo, altri s’appigliava alle sartie; piangevano, gridavano, sospiravano. E frattanto? frattanto chi era il delinquente dormiva riposatamente nel fondo del combattuto naviglio, senza riscuotersi punto ai fischj de’ venti, ai muggiti dell’onde, agli urli dei tuoni, ai fracassi dei fulmini, alle grida dei marinari. Et Jonas dormiebat sopore gravi (Jon. 1. 5). Tanto che bisognò che il pilota stesso andasse a chiamarlo, ad iscuoterlo, ad isvegliarlo, fin coi rimproveri. Et accessit ad eum gubernator, et dixit ei: Quid tu sopore deprimeris? surge, invoca Deum tuum, si forte recogitet Deus de nobis, et non pereamus  (Gli si avvicinò il capo dell’equipaggio e gli disse: Che cos’hai così addormentato? Alzati, invoca il tuo Dio! Forse Dio si darà pensiero di noi e non periremo – Job. I. 5). – Oh quanto spesso io temo, signori miei , che torni a verificarsi questo successo ancora tra noi! Il Cielo minaccia contanti segni: si adira, s’infuria, s’inferocisce, mostra di volerci talvolta anche inabissare. E v’è chi frattanto attenda a placarlo? Vi saranno alcuni; ma sapete voi chi? Vi saranno quegli innocenti che patiscono per altrui. Questi si affaticheranno, i meschini, or con lagrime, or con limosine, or con cilizi, or con digiuni, or con discipline; e non lasceranno mezzo acconcio a sedare tanta burrasca. Ma quei che sono i colpevoli, quegli usurai, quei vendicativi, quei carnalacci? Ahimè che questi, in cambio di risentirsi attendono neghittosi a dormirsene in seno all’ozio, anzi in braccio all’iniquità. – Cristiani miei, v’è nessun Giona addormentato fra voi, per cui si possa dubitare che almeno in parte si vadano suscitando di tempo in tempo quelle strepitose procelle che ci assorbiscono? Deh se vi fosse, fatemelo di grazia sapere, perché io mi vorrei avvicinare ad esso, e riscuoterlo con le parole, di quel zelante giudizioso pilota: quid tu sopore deprimeris? Vorrei dirgli: surge, surge, invoca Deum tuum, si forte recogitet Deus de nobis, et non pereamus. – Ah peccatore, qualunque tu ti sia, ch’io non lo so, quid tu sopore deprimeris? che sonnolenza è codesta tua? che stupore? che stolidezza? Ogni poco ritornano a noi dal Cielo nuovi castighi, e tu dormi? Sopore deprimeris! Ancora non ricorri al tuo Dio? ancora non ti raccomandi? ancora non ti ravvedi? Surge, surge, Sorgi, peccatore mio caro, sorgi una volta, e riscuotiti da letargo sì pernicioso. Surge, ed abbandona quella pratica, giacché Dio per le disonestà c’imputridisce lo carni con terribili pestilenze. Surge, e conchiudi  ormai quella pace, giacché Dio per le nostre rabbie ci stermina le provincie con sì formidabili stragi. Surge, e restituisci ormai quelle usure, giacché Dio per la nostra avarizia diserta i poderi con sì continuate sterilità. Surge, finalmente, surge, et invoca Deum tuum, si forte recogitet Deus de non pereamus. È verisimile che Dio non voglia piegarsi molto a pietà, infine a che non vegga a sé supplichevoli quelli stessi che l’han provocato allo sdegno.

VIII. Benché non vorrei che, mentre predico agli altri, foss’io quello sfortunato Giona che dorme nelle tempeste, e non mi commuovo. Ah mio Signore, se voi scorgete ch’io sia colui che tengo acceso il vostro divin furore, che posso dirvi? Son  qui, gittatemi in acqua: mitte me in mare (Jon. I.12), purché frattanto salviate che vi servono fedelmente. Io tutto mi capriccio in considerare che un san Domenico stesso (quegli a cui tanto è tenuto il genere umano, per aver lui sostenuta su le sue spalle la Chiesa tutta, già quasi pericolante), quando nondimeno arrivava a qualche città, temeva poter lui esserle di rovina. Ond’è che, prima di entrare in essa e fermavasi e ginocchione supplicava il Signore con vivo affetto, che non volesse per le sue colpe scaricare di subito in quel luogo qualche insinuato flagello. E s’è così, che dovrò dunque dir io, peccator miserabilissimo? Non posso dubitar giustamente se io sia quel Giona che or or si andava cercando? Sono, non nego, venuto a questa città  con intendimento di recarle alcun bene con le mie prediche. Ma piaccia a Dio ch’io non le rechi più facilmente alcun male con le mie colpe. Signor, non lo permettete! Prima morire, prima morire. Eccomi qui ai vostri sacratissimi piedi: qui mi consacro per vittima al vostro sdegno. Se i miei difetti non sono più sopportabili sulla terra, feritemi, fulminatemi; ma non sia vero ch’altri ancora ne abbia a portar le pene. Io certamente desidero quant’ognuno di vivere per servirvi; ma no che non voglio vivere, se la mia vita ha da servir solamente a moltiplicare le umane calamità.

Seconda Parte

IX.  Poco sarebbe che la nostra incredulità ci dovesse trarre addosso i castighi della vita presente, i quali al fine tutti son transitori: il peggio è ch’ella ci trarrà addosso anche quelli della futura. Perciocché dimmi, che scusa avremo dannandoci, o popolo cristiano, che scusa avremo? Narra, ti dirò con la formula di Isaia, narra, si quid habes, ut justificeris– (Parla tu, se hai da giustificarti – Is. XLIII, 26) . Potremo forse giustificarci con dire che Dio non ci abbia denunziato a tempo pericolo sì tremendo? Anzi quanti mezzi opportuni Egli ci viene a suggerir del continuo affinché ce ne guardiamo, quanti consigli ci dà, quante ispirazioni ci manda, in quante forme ci stimola a porci in salvo! Se noi però saremo voluti a suo dispetto perire, di chi  fia la colpa? Finora voi siete stati come uditori ad attendere: non è vero? Ora vi vorrei come giudici a sentenziare. Ma contentatevi di voler prima ascoltare un successo illustre. L’imperator Valente, ingratissimo a quell’Iddio che l’aveva da esule tramutato in regnante, stabilito ch’ei fu nel trono, pigliò di modo a perseguitare i Cattolici, ed a favorire gli Ariani, che già tutta la Chiesa, sbranata e lacera come dalle zanne di un lupo, inconsolabilissimamente ne lagrimava. Intenerito però Dio finalmente da tanti gemiti, suscitò contro l’Imperio di Oriente la barbarie del Settentrione, per cui reprimere fu costretto Valente ad uscire in campo con esercito poderoso. Riseppe questo un sant’uomo, chiamato Isacio, romito abitatore dei monti, e per impulso divino abbandonando a gran passi la solitudine, scese a incontrar l’imperator, che marciava con grosso nervo di cavalieri e di fanti; ed appressatosi a lui, gridò ad alta voce: Imperatore, comanda aprirsi le chiese dei Cattolici, da te chiuse, e ritornerai vincitore; altrimenti resterai morto. L’udì Valente; ma tenendolo per un pazzo, senza rispondergli, seguitò a camminare. Isacio, non però perduto di animo, ritornò il giorno seguente ad incontrare il principe, come prima; e di nuovo alzata la voce, gli replicò: Imperatore, comanda aprirsi le chiese de’ Cattolici, da te chiuse, e ritornerai vincitore; altrimenti resterai morto. Turbossi a questa iterata denunzia l’empio Valeste; e combattuto da affezioni contrarie, da una parte gli pareva  debolezza badare a simili voci, dall’altra parte il disprezzarle pareagli temerità. Finalmente per buona ragion di Stato volle tener quel giorno istesso consiglio su tanto affare; ma i consiglieri più principali, i quali erano anch’essi Ariani, facilmente lo persuasero anzi a castigare quel Monaco, che ad udirlo, se gli fosse altra volta comparso innanzi. Ed ecco appunto il terzo dì viene Isacio più animoso che mai; e rompendo in mezzo alle truppe, che seguivano il loro viaggio, va addirittura a pigliare in mano le redini del cavallo imperiale, e fermatolo: Torno a dirti, o Imperatore (gridò), che tu lasci aprire le chiese de’ Cattolici, da te chiuse, e ritornerai vincitore; altrimenti resterai morto. Presso la strada, dov’egli allora parlò, era un’orribile fossa, tutta ingombrata di cardi e di pruni altissimi; onde sdegnato l’Imperatore ordinò che, pigliato il Monaco, vi fosse precipitato; e così persuasosi d’averlo tutto a un tempo e ucciso e sepolto, proseguì il suo cammino, non però senza qualche interiore agitazione di animo, malcontento de’ suoi furori. Ma che? non prima l’esercito fu passato, ch’ecco tre bellissimi giovani, vestiti tutti di bianco, calarono nella fossa, e ne trassero Isacio non solo vivo, ma prosperoso ed intatto. Conobbe egli all’improvviso sparire di quei tre giovani, ch’erano stati tre angelici spiriti in forma umana; onde prostratosi a terra, ne rendè subito a Dio le dovute grazie; indi con quell’ale, che ai piè gli posero il zelo e la carità, raggiunse per un sentiero più compendioso l’Imperatore, e con sembiante di fuoco: Che ti credevi (gli disse) ch’io dovessi morire tra quel veprajo? Eccomi per avvisarti di nuovo, che tu tu ravvegga, che apri le chiese dei Cattolici chiuse, se vuoi riportar la vittoria; altrimenti resterai morto: m’intendi? resterai morto. Chi il crederebbe? Neppur a questa quarta denunzia l’ostinato Valente volle ammollirsi; anzi intimò che, fatto Isasio prigione, fosse consegnato subito in mano a due senatori, Saturnino o Vittore, perché lo custodissero fintanto ch’egli, tornato da quella impresa, ne prendesse il meritato castigo. Si ripigliò Isacio allora con le parole che in somigliante occasione disse al perfido Acabbo il giusto Michea: Tu tornato a gastigar me? or va; e se tu ritornerai, tien per certo non aver Dio favellato per bocca mia. Presenterai tu la battaglia ai nemici; ma, non potendo loro resistere, cederai, fuggirai, e finalmente caduto nelle lor mani morirai arso d’incendio non aspettato. Quanto Isacio predisse, tanto seguì. Andò l’Imperator, combatté, ma presto fu rotto; e volgendo le spalle con tutto il campo sbaragliato e disperso, s’appiattò dentro una casuccia di paglia, per occultarsi alle genti che l’incalzavano; ma queste, fattene accorte, incontinente attaccaron fuoco alla paglia, e vi bruciarono l’Imperator vivo vivo: pel qual successo disciolto Isacio dai ceppi con somma gloria, ebbe dai due senatori due monasteri, che incontanente gli fabbricarono a gara. – Ora che avete, o signori, udito il successo, contentatevi un poco di sentenziare. E se l’Imperatore Valente nel giorno estremo dell’universale Giudizio pretendesse pubblicamente di muovere lite a Dio, e di sostenere ch’egli cadesse in quel fuoco non per sua colpa, ma per colpa divina, che pare a voi? Non vi pare che un solo Isacio sarìa bastante a farlo di repente ammutire? Taci, direbbe Isacio, taci, arrogante; non venni io ben quattro volte a proporti un mezzo, e questo assai facile, con cui potevi salvare la vita e l’anima? E se tu imperversasti contro di Dio, e se tu infellonisti contro di me, come ora ardisci, o ribaldo, di lamentarti? Ditemi pure, o signori miei, francamente quel che vi pare. Chi avrìa ragione? Isacio, o Valente ? Non sarìa la causa divina giustificata abbastanza con tal difesa? Ma s’è così, dove siete, ohimè, peccatori, ohimè, dove siete, ch’è data ancor la sentenza contro di voi! Voi pretenderete di poter per ventura ascrivere a Dio quella dannazione nella quale andate dirittamente ad incorrere per cotesta via che tenete; e non vedete quanti Isaci avrete, che faranno ammutolire bruttamente e confondere? Se non fossero altri che i soli predicatori, non basterebbero a turarvi bocca? Perdonatemi, che fin io stesso, io dico, io verme vilissimo, sarò costretto ad uscir in campo quel giorno a difendere anch’io la causa divina, e a depor contra voi e ad attestare ch’io, qual Isacio, ne venni sui vostri pulpiti, e vi ho denunziato più volte a nome di Dio, che se non volete cadere nel fuoco eterno, lasciaste, o libidinosi, quelle pratiche licenziose, fuggite o giovani, quelle conversazioni profane; terminate, o negozianti, quei mali acquisti; restituiste, o mormoratori, quella fama tolta; e voi concedeste, o vendicativi, una volta quella pace desiderata. Ma se voi non avrete voluto apprezzare avvisi sì salutevoli, come potrete lamentarvi di Dio? come giustificarvi? come fiatare? Non ha Egli appieno soddisfatto al suo debito sol con queste nuove denunzie ch’ io torno a farvi questa istessa mattina, mentre vi replico che malos male perdet? Perdet nella vita presente, e, quel ch’è peggio, anche perdet nella fatura. – Né mi dite che subito adempireste i consigli ch’io qui vi do, se foste certi di dovervi dannare, non gli adempiendo; ma che a me non prestate fede. Perché ancora Valente, se fosse stato certo di morir arso, non restituendo le chiese, le avrebbe restituite; ed intanto lasciò di farlo, in quanto riputò vergognosa cosa dar fede a un povero scalzo, ch’ei non sapeva chi si fosse, d’onde venisse, o come vivesse. Contuttociò non gli suffragherà questa scusa; perché  quando il consiglio è conforme alle leggi divine e a’ libri sacri, e alle dottrine evangeliche, basta questo: poco rilieva se porgalo un uomo dotto, o se un ignorante; se un santo, o se un peccatore, lo son peccatore, o signori, io sono ignorante, e sono il minimo di quanti ora aprono bocca con tanta lode sui vostri pergami; ma l’Evangelio m’assicura di questo, che se migliorerete la vostra vita corrotta, voi schiverete l’inferno; altrimenti no: m’intendete? Altrimenti no! – Che cercate altro dunque? Bisogna bensì che assai tosto si metta la mano all’opera, perché questo forse per alcuno di voi potrebbe essere l’ultimo avviso: novissima tuba: sì, sì, novissima tuba. Già i vostri Isacj sono ritornati per voi, non solamente le due volte e le quattro, ma le dieci e le dodici; sicché può essere che il fuoco sia già vicino alla vostra paglia. Presto, dunque, presto, che forse dopo questa denunzia non ne resta altra; e dacché Dio già tante volte ha tuonato, se scaglierà poscia il fulmine, vostro danno.

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (35)

Mons. J. J. GAUME

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I, Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

CAPITOLO XXXIII.

Lo Spiritismo. (2)

Forma una nuova religione — Suo simbolo — Suoi regolamenti — Sue finanze — Suoi mezzi di propagazione — Numero crescente dei suoi adepti.

« Lo Spiritismo è indipendente da ogni culto particolare…. E non ne prescrive alcuno, né bada a dommi particolari… Si può dunque essere Cattolici, greco o romano, protestante, ebreo o turco…. ed essere spiritista; e se n’ha la prova in ciò che lo Spiritismo ha seguaci in tutte le sètte…. Uomini di qualsiasi classe, sètta, colore, voi siete tutti fratelli: perché Dio tutti vi chiama a sé. Stendetevi dunque la mano, qualunque sia la vostra maniera di adorarlo, e non mandatevi a vicenda l’anatema; imperocché l ‘anatema è la violazione della legge di carità proclamata da Cristo. » [Lo spiritismo nella sua più semplice espressione, p. 15, 16, 18, 19, 21, 22, 28, 5a ediz. 1868 — e Istruzioni pratiche sulle manifestazioni spiritiche, passim, Parigi, 1858. — Voi non sapete ciò che vi dite: il Cristo del quale voi invocate l’autorità non ha Egli lanciato l’anatema contro quegli che non crede? « Colui che non crederà sarà condannato; è già giudicato, … colui che non ascolta la Chiesa deve essere tenuto per un pagano e un pubblicano. » La vostra carità senza la fede è una chimera. L’unione dei cuori suppone l’unione degli intelletti. — Gli stessi errori sono insegnati in tutti i libri e giornali spiritisti.]. – Il credereste? per render loro agevole la via, lo Spiritismo ha l’audacia di mettere i suoi errori in bocca a persone le più santamente cattoliche; san Giovanni Evangelista, san Paolo, sant’Agostino, san Luigi, san Vincenzo dei Paoli, i nostri celebri predicatori e perfino il ven. Curato d’Ars tornano dall’altro mondo, a dire ai vivi che i nostri dommi sacrosanti sono favole; ed essi, per conseguenza, ingannati od impostori! Non è questa in verità la più radicale e perfida negazione del Cattolicesimo, che mai siasi veduta tra i popoli cristiani? [Noi sappiamo bene che fin dai primi secoli della Chiesa i discepoli di Simon Mago si lusingavano d’evocare le anime dei santi e dei profeti; ma non si vede che essi ne facessero gli apostoli dei loro errori. Gli spiriti attuali sono più audaci dei loro maestri. v.  Tertull., De Anima, c. LVII].  Ne volete di più per far conoscere la natura degli Spiriti che rispondono alla chiamata degli Spiriti? Nondimeno, il distruggere la religione del Verbo incarnato non è altro che la parte, direm cosi, negativa dell’opera: ha la sua parte positiva nel sostituire alla religione del Verbo la religione degli Spiriti, vale a dire dei demoni. « Gli Spiriti annunziano, ve lo dice Allan Kardec, che i tempi, segnati dalla Provvidenza per una manifestazione universale, sono giunti: e che, essendo essi ministri di Dio e strumenti della sua volontà, la lor missione è d’istruire ed illuminare gli uomini, aprendo un’era nuova per la rigenerazione del genere umano…. [II libro degli spiriti. Prolegomeni]. – « Parecchi scrittori di buona fede, che hanno impugnato a spada tratta lo spiritismo, rinunziano ad una lotta ravvisata inutile. Di vero, la necessità d’una trasformazione morale va facendosi ogni dì meglio sentire. Lo sfacelo del vecchio mondo è imminente; attesoché le idee da lui predicate non corrispondono più all’altezza, cui è giunta l’umanità intelligente. Si sente che ci vuole qualche cosa di meglio di quel che esiste, e nel mondo attuale lo si cerca invano. Gira per aria qualche cosa come una elettrica corrente prenunziatrice, e ognuno sta in aspettazione; ma ciascuno intende altresì che non è all’umanità che tocca indietreggiare. » [Rivista spiritista, gennaio 1864, p. 4 e 5]. Ma dove anderà ella? Gli spiriti dichiarano a voce unanime ch’essa va allo spiritismo. « Lo Spiritismo, dicono, è la Religione dell’avvenire. Lo spiritismo è la religione legata agli uomini da Cristo, purificata da tutti gli errori, che il loro orgoglio o la loro ignoranza vi hanno introdotto…. – Lo Spiritismo è lontano dall’essere una nuova religione, ma la stessa essenza dei principii sublimi che il Cristo ha legati agli uomini, presentiti da Socrate e da Platone; imperocché niente è venuto a distruggere, bensì ad appurare la legge mosaica, come oggi lo spiritismo quella del Cristianesimo. » La Verità giornale spiritista di Lione,; L’Avvenire, Monitore dello spiritismo, 24 novembre 1864. Quest’ultimo giornale aveva per redattore in capo, Alis d’Ambel, luogotenente di Allan Kardec, il quale secondo l’uso troppo comune tra gli spiritisti, sì è suicidato]. – Altrove: « Lo spiritismo chiarisce tutto; egli è la sintesi di tutte le scienze, di tutte le rivelazioni, di tutte le religioni. Come il Cristianesimo di cui è il complemento e la consacrazione, così lo spiritismo avrà i suoi Giuda: e come questa dottrina sacra, così gli bisognerà rovesciare, migliaia di ostacoli che il vecchio mondo e le vecchie credenze coalizzate dirigono e dirigeranno da tutte le parti contro di lei. » [Avvenire id.,8 settembre 1864]. Uno dei loro medium, parlando sotto l’influenza dello Spirito, è ancor più esplicito: « Si, lo spiritismo è una religione, poiché essa procede dalla onnipotenza dell’Altissimo, ma non come nel vostro mondo s’intende questa parola, vale a dire contornata da culto esteriore, di simulacri, di canti,, corteggio obbligato di tutte le istituzioni, le quali sino a questo giorno hanno preso questo titolo. Lo Spiritismo è la religione del cuore, lo spirito dei pensieri emessi da Cristo…. Oggi la Religione cristiana non vive più, atterrita alla sua volta da un Cattolicismo pagano…. cioè da quella religione falsata dalle tradizioni, dalle dispute teologiche, dai concili che l’attuale spiritismo ha per missione di rigenerare. » [Come sopra, 17 novembre 1864]. Medesime dottrine o piuttosto medesime bestemmie sulle labbra di un altro Spirito parlante a Parigi per l’organo del medium P. S. Leymarie: « Le tendenze dell’uomo hanno cambiato; l’epoca attuale, come la crisalide, sembra trasformarsi per prendere ali: la scienza degli Spiriti, impossibile cinquant’anni fa, adesso s’identifica col generale buon senso. Voi ascoltate queste voci amiche che vengono a distruggere le vostre incertezze. Il loro programma è un lavoro di propaganda spirituale. Quel che vogliono è la rinnovazione delle idee religiose come base e condizione della società europea, riorganizzata su nuovi principii…. È un lavoro religioso tale che sarà l’opera capitale di questo secolo; e uno dei più grandi movimenti dell’intelligenza umana dopo Gesù Cristo. » [Avvenire, Monitore dello Spiritismo, 17 novembre 1864]. – E altrove : « Si, lo spiritismo è altresì una leva potente che deve rendere alla morale cristiana il suo movimento normale ed effettivo attraversato da tanti secoli. Si, l’unico suo scopo e il suo effetto immediata è per l’appunto la rigenerazione dell’umanità. » [Ibidem, 11 agosto 1864]. – Più sotto: « Se qualcuno vi domanda ciò che lo spiritismo ha insegnato, dite, che egli ha da principio insegnato ciò che la maggior parte degli uomini avevano bisogno di sapere, cioè che cosa è l’anima; ciò che essa diventa dopo la morte; se vi sono delle purgazioni o stati intermedi; qual progresso vi si compie…. che Dio in questo momento prepara la razza umana ad una universale restaurazione; che nessun Cristianesimo vale una festuca, salvo il Cristianesimo primitivo, e che il vecchio cadavere delle Chiese oggidì esistenti, deve da prima ricevere un nuovo alito di vita se esse vogliono rivivere. » [Spiritual Magazine – aprile 1865]. – Potremmo citare cento altri passi simili, in cui gli Spiriti dichiarano che il Cattolicismo è una istituzione decrepita;

[le stesse cose che dicono oggi i modernisti del novus ordo e i massoni che …
sono la medesima cosa – ndr. -]

, il NostroSignore Gesù Cristo un semplice mortale, la Chiesa una maestra d’errori, tutte le religioni tante sètte non intelligenti, e lo spiritismo la sola vera religione, la religione dell’avvenire. Non contenti di predicare nei loro libri, nei loro giornali, nelle loro assemblee, nelle loro conversazioni particolari, la religione degli Spiriti, gli adetti la predicano anche pubblicamente e la propagano con successo. Essi la praticano, e qual nome dare a quel che noi vediamo? – L’evocazione degli spiriti, la consultazione orale, l’idromanzia, la negromanzia, l’ornitomanzia, la divinazione, il magnetismo, il sonnambulismo artificiale e altre pratiche spiritiste, esercitate senza scrupolo e senza spavento, da una moltitudine di persone, nell’antico e nel nuovo mondo, non sono essi forse nient’altro che un avviamento verso il culto dei demoni, o piuttosto non sono questo culto medesimo? Così lo comprendono gli spiriti. Ci hanno detto: per essi lo spiritismo non è una semplice scuola di filosofìa, ma una religione, e lo provano con la loro condotta. Ogni religione mira a mettere l’uomo in diretta relazione col mondo sovrannaturale, con mezzi sovrannaturali, allo scopo di ottenere effetti sovrannaturali. Lo scopo palese degli spiritisti è di mettersi in immediata comunicazione cogli Spiriti. Il mezzo che usano, è la preghiera. La preghiera è l’atto fondamentale di ogni religione, il cui carattere n’è quindi determinato. Il Cattolicismo è la vera religione, perché la sua preghiera è indirizzata al vero Dio. Il paganesimo è religione falsa, perché la sua preghiera è indirizzata al demonio [oggi pure in versione novus ordo: “signore dell’universo”!!]. Lo spiritismo, che indirizza la sua preghiera ai demoni celati sotto la maschera dei morti, è dunque una religione, ed una religione falsa. [Perfìn nel linguaggio affettano i religiosi loro intendimenti, parlandosi o scrivendosi; si chiamano: cari fratellinello spiritismo]. – II che appare tanto più vero, in quanto hanno costoro per iscopo, d’ottenere il dono di guarire i malati, e la potestà di scacciare i demoni. « I nostri medium risanatori, così eglino stessi, cominciano con innalzare la loro anima a Dio…. Iddio, sollecito, manda loro potenti aiuti…. Sono gli spiriti buoni che vengono a comunicare il benefico loro fluido al medium, il qual lo trasmette al malato. Quindi è che il magnetismo adoperato dai medium risanatori, è cosi efficace, e produce quelle guarigioni che son dette miracolose e che son dovute semplicemente alla natura del fluido effuso sul medium. Attesoché questi benefici fluidi sono proprietà degli spiriti superiori, è quindi necessario ottenere il concorso di questi; e perciò ci vuole la preghiera e l’invocazione. » [Bivista spiritica, gennaio 1864, p. 8-10]. – Aggiungono che la preghiera è necessaria specialmente nel caso di ossessione; perché bisogna avere il diritto d’imporre la sua autorità allo spirito. [Id., p. 12]. – Essi annunziano che fra breve le ossessioni diventeranno frequentissime, e saranno il trionfo dello spiritismo. « Cotesti casi di possessione, secondo che è annunziato, si hanno a moltiplicare con grande energia, di qui a qualche tempo, acciocché sia fatta ben bene palese l’inefficacia dei mezzi adoperati finora. Anzi una circostanza di cui noi non possiamo ancora parlare, ma che ha una cotale analogia con quanto avvenne ai tempi di Cristo, contribuirà a sviluppare questa specie di epidemia diabolica. Non v’ha dubbio pertanto che si vedranno medium speciali, forniti della potestà di cacciare gli spiriticattivi, come gli apostoli avevano quella di cacciarei demoni…. per dare agli increduli una novella prova dell’esistenza degli spiriti.  » [Ibid,, p. 12. — Non ammettendo gli spiritisti, angeli cattivi, quel che da loro vien chiamato demonio, altro non vuol essere che un’anima impurificata. Tutto è nuovo: idee e parole. – Intanto che si aspetta cotesta epidemia diabolica, gli Spiritisti già si trovano aver alle mani alcune speciali ossessioni, e malattie credute incurabili. Ecco in che modo gli addetti risanatori scrivono a’ loro capi: «Stiamo in questo punto curando un secondo epilettico. La malattia questa volta sarà per avventura più malagevole a guarire, perché è ereditaria. Il padre ha lasciato ai suoi quattro figliuoli il germe di cotesta affezione. Ma coll’aiuto di Dio e degli spiriti buoni, noi speriamo di riuscirne a bene in tutti e quattro. Caro maestro, noi chiediamo l’aiuto delle vostre preghiere e quelle dei nostri fratelli di Parigi. Sarà per noi quest’aiuto incoraggiamento e stimolo ai nostri sforzi. E poi, i vostri buoni spiriti possono venire ad aiutarci. « M. G-…. di L…. ci deve condurre suo cognato, cui un spirito malefico soggioga da due anni in qua. La nostra guida spirituale Lamennais c’incarica della cura di questa ostinata ossessione. Iddio ci darà egli altresì la podestà di scacciare i demoni? Se così fosse, altro non avremmo a fare che umiliarci per sì alto favore. » Lettera d’un ufficiale dei Cacciatori, che dice: «Noi passiamo le lunghe ore d’inverno attendendo con ardore allo svolgimento delle nostre facoltà medianimiche. La triade del 4° Cacciatori, sempre unita, sempre vivente, si ispira ai suoi doveri. »  Ibid., p. 6, e 7]. – Per ottenerlo, i maestri, giusta gli oracoli lor venuti dall’altro mondo, rispondono: «Ad agire sullo spirito ossessore, vuolsi l’azione non meno energica d’uno spirito buono disincarnato… Questo vi mostra quel che dovrete fare d’or innanzi, in caso di possession manifesta. Bisogna chiamar in vostro aiuto la persona d’uno spirito elevato, fornito ad un tempo di potenza morale e fluidica; come, per es., l’eccellente curato d’Ars, e voi sapete che sull’assistenza di questo degno e santo Vianney potete contare…. Quando si magnetizzerà Giulio bisognerà innanzi tutto cominciare con la fervente evocazione del curato d’Ars e degli altri spiriti buoni, che ordinariamente si comunicano fra voi, pregandoli di agire contro i cattivi spiriti che molestano cotesta fanciulla, e che fuggiranno dinanzi alle umane loro falangi » [R ivista Spiritistica, p. 16-17]. – Tranne lo scherno vituperoso e inaudito, con cui satana pretende d’avere per complici dei suoi prestigi gli Apostoli e i Santi del cielo, non è egli cotesto precisamente quello che in altri tempi già facevano i pagani, e ancora fanno i moderni idolatri? Non invocano essi forse continuamente i genii buoni contro i cattivi.? Finora gli spiriti buoni degli Spiritisti si sono, per lo manco pubblicamente, contentati di chieder preghiere: ma se chiedessero poi, per prezzo dei loro favori, una

genuflessione, un granello d’incenso, un voto, un’offerta qualunque, è egli ben certo che tale omaggio lor sarà diniegato? È egli ben certo che non esigeranno tale omaggio, che non ne esigeranno anzi dei maggiori? In questa materia non accade asseverare per certo, né questo né quello. Quando si fa ciò che il demonio volle ed ottenne dagli antichi pagani, ciò che vuole e ancora ottiene dai moderni idolatri; quando si pensa che sotto l’influenza dello “spirito del 93che punto non era lo Spirito Santo, la Francia ufficiale ha adorata una cortigiana, e che Parigi edificò un tempio a Cibele, s’intende che nulla v’ha d’impossibile. Quanto a noi, restiamo con la triste convinzione che.se lo Spiritismo giungesse a dominare la società, e venisse vaghezza agli spiriti di chiedere, come già altre volte, combattimenti di gladiatori, ne sarebbero contentati, e la gente trarrebbe in folla allo spettacolo. Essi la praticano pubblicamente. Lo spiritismo ha preso corpo; egli si è autenticamente costituito sotto il nome di Società parigina degli studi spiritisti, alla quale vanno a congiungersi i gruppi spiritisti della Francia e dell’estero. Dietro il parere del Ministro dell’Interno e della Sicurezza generale, il governo francese, che ha dichiarato la franco-massoneria società d’ utilità pubblica, ha riconosciuto ed autorizzato lo spiritismo per decreto del prefetto di polizia, in data del 13 aprile 1858. [Regolamento della Società Parigina degli studi spiritisti, p. 1]. – In perfetta armonia con lo spirito moderno e col principio ateo dell’eguaglianza dei culti, questa società forma, come essa medesima lo dice, il nucleo di una nuova religione, la quale ammette nel suo seno uomini di ogni casta, di ogni setta, di ogni colore, alla sola condizione di credere agli Spiriti e di accettare le loro dottrine. – À fine di provvedere alle spese del culto, la religione spiritista ha le sue finanze. L’articolo 15 del regolamento reca: « Per provvedere alle spese della Società, si paga una tassa annuale di 24 lire pei titolari, e di lire 20 per gli associati liberi. I membri titolari, nella loro accettazione, pagano inoltre un diritto d’entrata di 10 lire una volta tanto. » Coteste tasse, formando considerevoli somme à disposizione de’ capi della società, riescono nelle loro mani, potenti mezzi di propagazione. – Ha le sue radunanze periodiche. Art. 17: « Le sedute della società hanno luogo tutti i venerdì alle 8 della sera. Niuno può prendere la parola senza averla prima ottenuta dal presidente. Tutte le domande indirizzate agli Spiriti devono farsi per mezzo del presidente. » – Art. 21. « Le sedute particolari sono riservate ai membri della società. Si tengono il primo, il terzo e, se v’ è, il quinto venerdì d’ogni mese. » – Art. 22. « Le sedute generali han luogo il secondo e quarto venerdì d’ogni mese. » Secondo ché abbiam visto, in coteste congreghe tutte le domande devonsi dal presidente indirizzare agli Spiriti, e ognuno deve ascoltarle in religioso silenzio. In alcune, l’evocazione degli Spiriti si fa con questa formula: « Io prego Iddio onnipotente di porgere orecchio alla mia supplica, di permettere ad uno Spirito buono (oppure allo spirito di tal persona) di venir qui fino a me, di farmi scrivere sotto la sua influenza. » L’evocatore prende una penna, oppure una matita, la cui punta mette lievemente sulla carta, aspettando che lo Spirito venga egli stesso a guidargli la mano. « Questa mano, dicono gli Spiritisti, è una macchina che lo Spirito disincarnato signoreggia a talento. » Il fatto sta che i medium possono discorrere di cose affatto diverse da quelle che scrivono, con le persone astanti, e pur mentre il loro braccio va con una prestezza bene spesso meravigliosa. La è, sotto altra forma, una continuazione delle antiche pitonesse. Essi la propagano con successo. Lo Spiritismo ha i suoi predicatori ed Apostoli. In America, paese suo natio, ventidue grandi giornali sono diventati suoi organi. In Francia ne conta dieci, a Parigi la Rivista Spiritista (mensile) redatta da Allan Kardec, la Rivista Spiritualista (mensile) redatta da Pierart; [La Rivista spiritista esce ogni mese, e se ne tirano 1800 copie: della Rivista spiritualistica, 600: le quali cifre, paragonate alle migliori Riviste cattoliche, similmente periodiche, sono in verità enormi.], l’Avvenire Monitore dello Spiritismo (settimanale); a Lione, la Verità, giornale dello spiritismo (settimanale); a Bordeaux, Alveare Bordelese (bimestrale); il Salvatore dei popoli (settimanale); La luce per tutti (settimanale); La voce dell’altro mondo (settimanale); a Tolosa, il Medium evangelico, (idem); a Marsiglia, L’eco del mondo di là (idem); Il Belgio ne ha due: Il mondo musicale (idem), a Bruxelles; la Rivista Spiritista a Anversa (mensile). Torino, gli Annali dello Spiritismo (mensile); Bologna la Luce; Napoli ha il suo; Palermo pure; Londra i suoi; Spiritual Magazine; Spiritual Times; la Germania i suoi. Possiamo aggiungere l’Almanacco Spiritista che si stampa a Bordeaux. Appena abbiamo noi in Francia ed in Italia altrettanti organi assolutamente Cattolici. – Oltre a queste pubblicazioni periodiche, libri d’ogni prezzo e formato, altri dotti ed altri popolari, avidamente letti, attivamente spacciati, propalano le risposte degli spiriti, e le loro dottrine, per irrecusabile prova delle quali sono fatti valere i prestigi. E niuno creda che noi diciamo queste cose a caso, alla leggiera. Abbiamo sottecchi più di sessanta opere spiritistiche, di recente pubblicazione, delle quali altre sono alla terza, altre alla quinta, altre alla sesta, altre alla duodecima edizione. Ed una delle più pericolose di coteste opere, per il suo prezzo e formato, è, per l’Europa, tradotta in tedesco, in portoghese, in polacco, in italiano, in spagnolo; e, per l’oriente, in greco moderno. Nel 1863 quest’opera contava già cinque edizioni. Lo stesso avviene in Inghilterra; l’Allemagna è di tali opere inondata. Aggiungasi che da qualche tempo esiste a Parigi una scuola di spiritismo tenuta da due donne; una locanda spiritista, e nel dipartimento dell’Oise uno stabilimento di educazione spiritista. Londra ha un liceo spiritista, diretto da un sig. Powell. – Per conseguenza, La religione degli Spìriti ha i suoi discepoli in tutte le età ed in tutte le classi della società. Le officine, la borghesia, i tribunali, la nobiltà, la, medicina, l’esercito soprattutto gli forniscono il loro contingente. D’anno in anno questo contingente aumenta in un modo spaventoso. « Quest’anno 1863, scrive Allan Kardec, è segnato dall’accrescimento del numero dei gruppi di società che si sono formati in una moltitudine di località dove ancora non ve n’erano, tanto in Francia che all’estero; segno evidente dell’aumento del numero degli addetti e della diffusione della dottrina. Parigi che era rimasta addietro, cede finalmente all’impulso generale e comincerà a muoversi. Ogni giorno vede formarsi delle particolari riunioni per uno scopo eminentemente serio e in eccellenti condizioni; la società che noi presiediamo vede con gioia moltiplicarsi intorno a sé dei vivaci rampolli, atti a spargere la buona sementa. Se per un istante si è potuto concepire qualche timore sull’effetto di certe dissensioni nel modo di considerare lo spiritismo, un fatto è di natura da dissiparli completamente; si è il numero sempre crescente delle società, le quali, da tutti i paesi si pongono spontaneamente sotto il patrocinio di quella di Parigi e inalberano la sua bandiera. » [Stato dello Spiritismo al 1863. Rivista spiritica, gennaio, 1864]. – I ragguagli che abbiamo potuto aver fra le mani, danno, che Parigi ha non meno di cinquanta mila Spiritisti, o persone di ogni condizione, dedite abitualmente, come attori o spettatori alle pratiche dello Spiritismo. Calcolare il numero degli Spiritisti a Parigi, sul numero dei centri di riunioni ufficialmente noti, e su quelli dei membri che gli frequentano, sarebbe un errore. Oltre i crocchi pubblici, vi sono le riunioni private, chiamate dagli Spiritisti riunioni di famiglia. Possiamo affermare che queste riunioni sono più che moltiplicate, quasi che permanenti, frequentatissime e che si trovano in tutti i quartieri di Parigi. In queste riunioni, prolungate sino a notte avanzata, migliaia di Cristiani fanno ciò che facevano i pagani a Delfo, a Claros, in tutti i tempi d’oracoli, evocazioni, e consultazioni, precedute o seguite da preghiere agli spiriti. Possiamo altresì affermare che a Parigi molti medici hanno al loro servizio, per consultar sulle malattie, sonnambule, fanciulle o donne; dì guisa che il magnetismo artificiale diventa una professione come un’altra; e i sonnambuli punto non temono, al pari delle altre professioni, di spargere i loro programmi e procacciarsi clienti. Ne sia, fra gli altri una prova, questo che fu fatto girar per Parigi (marzo 1864); « Belle maraviglie del magnetismo e del sonnambulismo e delle loro applicazioni rigeneratrici. — La signora F., dopo aver fatti con buon esito parecchi corsi e subiti gli esami dei professori medico-magnetizzatori, esercita da dieci anni questa meravigliosa scienza, con soddisfazione delle persone da lei pienamente guarite. Può trovarsi, ad ogni ora, in sua casa, via S.-H. dove si è sicuri di avere una sonnambula di primo grado di lucidità, con la quale s’entra in relazione; e soddisfa ad ogni domanda. – « Si può alla sonnambula fare ogni possibile domanda, senza tuttavia offendere la buona creanza; si può chiedere ogni parere o consulto sulla probabile riuscita d’un matrimonio, d’un processo, d’una speranza di futura o presente eredità; su ogni smarrimento d’oggetti, o denaro, anche sotterrato o nascosto. La sonnambula risponderà ad rem con lucidità e presenza di spirito sui risultati di cose lontane, anche, milleduecento leghe. Se la persona che consulta ha una malattia qualunque, la

consultata sentirà da sé stessa la parte malata, e potrà dare consigli, senza aver mai imparata la maniera di guarire. » [Oggi numerosi annunci di guaritori, occultisti, cartomanti, fattucchiere, veggenti, maghi e maghette si trovano dappertutto, annunci pubblicitari su giornali, elenchi telefonici, manifesti e volantini in strada, siti internet …  sarebbe impossibile enumerarli come ai tempi di mons. Gaume]. – Se queste promesse non avessero altra malleveria che la parola della sonnambula, sarebbe permesso di dubitarne; ma c’è ben altro. Le riferite domande sono né più né meno che le stesse che si proponevano agli antichi oracoli; a tal segno che, leggendole, quasi ti crederesti leggere una pagina di Porfirio. Ispirate dal medesimo spirito, sciolte con analogo procedimento, e quelle e queste hanno dunque lo stesso valore. Or bene, l’autorità degli oracoli era stabilita, stabilitissima; vale a dire, in altri termini, falsissimo crederebbe, chi pensasse tutto essere stato falsità nelle loro risposte. A guisa di Parigi procedono le provincie. Tra tutte, la città della SS. Vergine, Lione, si distingue pel suo fervore al nuovo culto e pel numero degli aderenti che essa gli dà. È a tal punto, ci scrive da questa città una persona bene informata, che il capo dello spiritismo, Allan Kardec, il quale passando da Lione nel 1861, vi contava appena quattro o cinque mila spiritisti, nel 1862 punto non teme di portaire quel numero a venticinquemila. Credo però di non essere lontano dal vero, riducendo tal numero a quindici o ventimila. » – Bordeaux conta circa diecimila spiritisti. Metz, Nancy, Lisieux, Oléron, Marennes, Le Havre, Saumur, Marsilia, Arbois, Strasburgo, Brest, Montreuil-sur-Mer, Carcassonne, Chauny, Lavai, Angers, Moulins, Gallóne vicino a Tullìns, Passy, Saint-Ètienne, Tolosa, Limoges, Pontfouchard, Marmande, Macon, Valence, Niort, Douai, Pau, Villenave-de-Rions, Cadenet, Grenoble, Besancon, posseggono tanti gruppi di spiritisti più o meno numerosi. Fuori di Francia, Bruxelles, Anversa, Pietroburgo, Algeri, Constantina, Smirne, Palermo, Napoli, Torino, Firenze, gareggian di zelo per lo spiritismo e altre pratiche diaboliche. Gli stessi Cattolici che vogliono occuparsi dello spiritismo ne costatano i progressi. « Al tempo nostro non si vive più, poiché non c’è tempo; ma si consuma la vita, di maniera che gli avvenimenti invecchiano rapidamente, e cessano presto d’attrarre l’attenzione, anche quando le loro conseguenze continuano a svolgersi. Ecco perché il pubblico ha cessato da qualche tempo di occuparsi dello spiritismo, quantunque il mostro non cessi di crescere. Sì, non bisogna dissimularselo, lo spiritismo non cessa di guadagnare nuovi sèttari, favorito com’è dalla generale tolleranza…. Abbiamo raccolto numerosi fatti e degni di un serio esame. » [Francia Letteraria di Lione, 0 maggio 1864]. Fondati su fatti a noi molto ben noti, e su altri, non così noti a noi, ma che ci paiono autentici, gli spiritisti proclamano baldanzosamente i loro progressi sempre crescenti. « Dacché egli apparve, lo Spiritismo non ha mai cessato di crescere, non ostante la guerra fattagli; e al presente ha piantata la sua bandiera su tutti i punti del pianeta. I suoi aderenti si contano a milioni; e se si pone mente alla via che ha fatta da dieci anni in qua, tra gl’innumerevoli ostacoli opposti, si può giudicare quel che sarà di qui a dieci anni, tanto più che gli ostacoli scemano di mano in mano che va innanzi. » In Oriente lo stesso progresso. Il Presidente della Società Spiritista di Costantinopoli cosi si esprime:  « Voi conoscete da lungo tempo la mia devozione alla causa spiritista. Secondato dai Signori Valauri e Montani, io non trascuro nessuna occasione per farla penetrare nello spirito della popolazione di Costantinopoli. Perciò, confesso con legittima soddisfazione che i nostri sforzi non sono stati infruttuosi…. Laonde noi che rappresentiamo gli spiritisti di Costantinopoli gridiamo: coraggio!… L’idea spiritista non è più una grande incognita. Come una rugiada penetrante essa ha fatto rinvigorire il vecchio pianeta. Essa ha già fatto il giro del mondo, e dovunque essa penetra, ha fatto sorgere dei ferventi addetti. Non è questa una prova evidente del suo intrinseco valore? Cosi lo spiritismo deve da qui innanzi camminare a testa alta …. Il passato è finito, l’èra dell’inferno è chiusa. L’èra della pace, della libertà e dell’amore sorge all’orizzonte. Gloria a Dio nel più alto dei cieli. » [Costantinopoli, 8 novembre 1864, il vostro fratello in spiritismo. B. Bepos. Avvenire, Monitore dello Spiritismo].  Finalmente, da calcoli fatti altrove, con la maggiore esattezza possibile, si ha che il numero degli spiritisti è di cinque milioni. [Vedi l’ottima rivista napoletana La Scien za e la fede, giugno 1863, p. 374].Misuriamo adesso il cammino che lo spiritismo ha fatto dopo sedici anni. Nella sua origine non era che un divertimento, una moda, un giuoco, tutt’al più un oggetto di curiosità più o meno vana. Propagato da principio come una traccia di polvere nell’antico e nel nuovo mondo, sembrava ora scomparso. Lo si credeva morto e non era che addormentato. Con la guerra d’Italia si è risvegliato più vivace che mai. Gettando la maschera, di semplice passatempo è diventato Società dotta; e, cosa seria, uomini di tutte le condizioni se ne occupano. « Nei saloni come nelle fabbriche, si fanno oggi adunanze per lo studio dei nostri fenomeni. Non è più come al principio delle tavole giranti, quando ci si contentava del fenomeno innocente di alcuni responsi insignificanti col si o col nò. Oggi, è cosa grave e seria. L’evocazione si fa religiosamente. Punto ciarlatanismo, e niente di scenico. Tutto si fa semplicemente; e le comunicazioni hanno un non so che di carattere elevato e profondo che incute rispetto e attenzione. »Però lo spiritismo ha fatto un passo di più. Oggi ei si traduce in culto, e si proclama la religione dell’avvenire, la religione che deve sottentrare a tutte le altre. Il suo simbolo, come dettato dagli Spiriti medesimi, e redatto dal loro gran sacerdote Allan Kardec, è la negazione radicale del Cristianesimo, e l’affermazione dommatica degli errori fondamentali dell’antico paganesimo. Concentrare tutta la nostra attenzione sopra altri punti, per quanto possano sembrare importanti, e lasciare inosservato questo fatto minaccioso, sotto pretesto che il tempo farà pronta giustizia degli spiritisti, come l’ha fatta dei suoi predecessori, sarebbe agli occhi nostri una illusione deplorevole. Al contrario noi diciamo che lo spiritismo è una potenza con cui bisogna seriamente contare. Da una parte è l’incarnazione religiosa della Rivoluzione, vale a dire del paganesimo, come il socialismo ne sarà l’incarnazione sociale. Dall’altra, notabili differenze lo distinguono dal Mesmerismo, dal Sonnambulismo, dal Magnetismo, e altre pratiche diaboliche dei secoli passati. Queste differenze sono tra le altre; l’estensione del fenomeno; la sua rapida propagazione; la sua negazione confessata del Cristianesimo; lo stabilimento della religione degli Spiriti.Fermiamoci per un istante a quest’ultima differenza. Il pericolo grande dello spiritismo è, ch’esso viene a tempo per lui opportuno. Credere che l’indebolimento attuale della fede conduca il mondo al protestantismo, al giudaismo, al maomettismo, all’ateismo sarebbe un errore.L’Europa incredula non pensa punto a farsi protestante, ebrea, o maomettana. Quanto all’ateismo non sarà, come alcuno ha detto, l’ultima religione della umanità. L’ateismo è una negazione: il mondo non può vivere di negazione; non è mai vissuto così. In qualunque modo gli è necessaria una affermazione religiosa. Ora non cessiamo di ripeterlo: tra la religione di Gesù Cristo, e la religione di Belial, tra il Cristianesimo e il satanismo, non vi è via di mezzo. Il inondo moderno che volge il dorso al Cristianesimo, dove va egli? Va al satanismo: e lo spiritismo non è altra cosa che il satanismo, imperii dæmonìs instauratio. Se dunque il clero non oppone allo spiritismo una potente lega, e se Dio non interviene da sovrano in questa lotta decisiva, chi impedirà al nuovo culto di prendere, avanti la fine di questo secolo, proporzioni sconosciute? La prima condizione di questa lega, è di istruire solidamente i fedeli non solo nei catechismi, ma altresi nei sermoni e nei libri, sulla potenza degli angeli buoni e malvagi. In questo punto la nostra educazione è da fare o da rifarsi. Si aggiunga che lo Spiritismo è aiutato da potenti ausiliari. Per preparargli la via, liberandogli il terreno, lavorano notte e giorno due armate innumerevoli: le società segrete, e i Solidari. Come dubitare della gravità della situazione? Come non vedere che oggidì la Chiesa si trova avviluppata nella Città del male, e che all’ordine sociale, in Europa, minato nelle fondamenta, sovrasta qualche inaudita catastrofe? Tale condizione di cose fa venire in mente il detto di sant’Agostino: « In quella guisa che lo Spirito di verità spinge gli uomini a farsi compagni degli Angeli santi, così lo spirito dell’empietà li spinge alla società dei demoni. » [Sicut veritas hortatur homines fieri socios sanctorum angelorum ita seducit impietas ad societatem dæmoniorum. – Epist. c. II, 19]. – E non par egli proprio anche il caso di rammentare la predizione dell’Apostolo: « Ma lo spirito dice apertamente che, negli ultimi tempi, alcuni apostateranno dalla fede, dando retta agli spiriti ingannatori; e alle dottrine dei demoni ? » [Spiritus autem manifeste dicit, quia in novissim is temporibus discedent quidam a fide, attendentes spiritibus erroris et doctrinis dæmoniorum. – I Tim., IV, 1].

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (34)

Mons. J. J. GAUME

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I, Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

CAPITOLO XXXIII.

Lo Spiritismo. (1)

Farsi adorare, supremo scopo di satana — Lo spiritismo — Sua apparizione — Sua pratica — Sua dottrina — Sue mire

Farsi adorare, il Verbo incarnato è re, è Dio: per tale duplice titolo a Lui spettano gli omaggi e le adorazioni del genere umano. satana, implacabile nemico del Verbo, vuole ad ogni costo pigliarne il posto, e come re e come Dio. Tale si è lo scopo supremo cui sempre mirò, cui ottenne nel mondo antico, e ancora ottiene in tutti i popoli non Cristiani. La storia entra come testimone di questo fatto, antico quanto l’umana progenie. A tale uopo, nel mondo antico, egli aveva diffuso tre grandi errori, che arretravano tutta quanta la terra: il panteismo, il materialismo ed il razionalismo. Piantati negli animi, questi tre errori soppiantavano radicalmente il Verbo Redentore, la cui incarnazione pareva quindi impossibile, oppure incredibile. Preparato in questa guisa il terreno, satana montava a piè pari sui troni e sugli altari. E la ragione n’è semplice assai : 1’uomo non può stare senza un Signore né un Dio. Creato per ubbidire e adorare, bisogna, checché egli faccia, che ubbidisca e adori: Gesù Cristo Dio e re, orvero satana dio e re, non c’é via di mezzo! Or, esaminando gli errori dominanti nell’Europa moderna, agevolmente si trova che riduconsi ai tre antichi sistemi; il panteismo, il materialismo ed il razionalismo. Adesso come in antico, il supremo lor termine è la distruzione del domma dell’incarnazione. Se tutto è Dio, non accade Incarnazione veruna: se tutto è materia, Incarnazione non si dà: se non v’ha verità che passi i limiti della ragione, non occorre parlar di misteri, e perciò nemmeno d’Incarnazione. Fa egli mestieri di dire che la negazione diretta di questo domma fondamentale torna a saltar fuori fra noi con tale sfoggio di audace ignoranza, qual non s’era mai visto dal Vangelo in poi? E s’ha egli ad aggiungere che la si vede accolta con tale calore da doverne chinare la fronte per la vergogna e tremare? È un segno dei tempi. Senza l’elemento Cattolico, che lotta tuttavia per mantenere sul divino suo seggio la Persona del Verbo incarnato, il mondo presente tornerebbe come l’antico. E quanto più quell’elemento viene scemando, tanto più s’appiana la via al demonio per risalire sovra i suoi antichi altari. La ragione lo dice, e la storia lo conferma: l’uomo presente siccome l’antico ha bisogno d’un Dio: detronizzando il Verbo, si cade in satana. – Al mirare l’Europa volgente le spalle al Cristianesimo, tale caduta si poteva preveder facilmente: e v’ebbe chi la previde, annunziò, dimostrò da più di venti anni. Ma i veggenti furon trattati da sognatori. Nel secolo decimonono, il mondo tornare al paganesimo!?! Insensato chi il dice, sciocco chi il crede. Intanto, il paganesimo, nei suoi elementi costitutivi, seguitava ad invadere la società; già era il paganesimo stesso. Per paganizzare gli animi, non fa altrimenti mestieri trar fuori idoli materiali: il mondo era pagano prima che la mano dell’uomo presentasse alle sue adorazioni dèi di marmo o di bronzo. Il paganesimo è la negazione del Verbo incarnato e del sovrannaturale divino; e, qual conseguenza inevitabile, l’adorazione di ciò che non è il vero Dio, di ciò che non è il vero sovrannaturale. Or, adorare ciò che non è il vero Dio, è adorare un dio falso, è adorare satana, è essere pagano. « Abbia o non abbia l’oggetto dell’idolatria una forma plastica, è nondimeno sempre idolatria, » così Tertulliano. [De idolat. c. III]. Siccome l’anima chiama il corpo, cosi il culto interiore chiama il culto esteriore. In antico, satana godevasi l’uno e l’altro; e ancor se li gode nei popoli idolatri. Or bene, satana punto non muta né invecchia. E vuol essere quel che già fu: avere quello che già ebbe. E lo vuole tanto più, in quanto che gli oracoli, le evocazioni, le apparizioni, le guarigioni, i prestigi erano il precipuo mezzo del suo regno, e parte integrante della sua religione. Era dunque più che certo che tosto o tardi, sarebbe ritornato con tutto quell’accompagnamento di pratiche vittoriose, destramente modificate secondo i tempi e le persone. Cosi parlava la logica, la quale aspettava con fede, anzi, con terrore, la conferma dei suoi ragionamenti. Stavano le cose in questi termini, quand’ecco, nel popolo più razionalista del mondo, apparire mille strani fenomeni, attribuiti ad agenti sovrannaturali, e al cui aggregato, fu dato il nome di Spiritismo, ossia Religione degli spiriti. Uno dei suoi pontefici ve ne fa la storia cosi: « Verso il 1850, la pubblica attenzione venne, negli Stati Uniti d’America, chiamata su diversi fenomeni strani, consistenti in rumori, colpi e movimenti d’oggetti, senza causa conosciuta. Tali fenomeni accadevano spesso spontaneamente, con intensità e persistenza singolari; ma si notò ancora che in più speciale maniera si manifestavano sotto l’influenza di certe persone, alle quali si diede il nome di Mediums, è che in certa qual maniera potevano eccitarli a lor senno: onde s’ebbe modo di replicare gli esperimenti. « S’adoperarono a tale uopo specialmente’ tavole; non perché tale oggetto vada meglio d’un altro 1 Ciò non è certo; il demonio non fa niente senza motivo. Fin dai più antichi tempi, le tavole furono sempre lo strumento privilegiato, di cui si valse il demonio pel suo oracolare. Ed è noto il famoso testo di Tertulliano: per quos (dæmones) mensæ divinare consuevenmt. Generalmente le tavole sono di legno, e si sa che la divinazione mediante il legno è già fulminata di scomunica nell’antico Testamento: Maledetto colui che dice al legno: Svegliati ed alzati. Perché questa preferenza? vorrassi egli dire che satana abbia voluto stabilire il suo regno per mezzo del legno, con cui già aveva vinto, e con cui, alla sua volta, doveva vinto restare; ut qui in ligno vincebat, in ligno quoque vinceretur?]; ma solo perché è mobile, più comodo.», s’ebbero giri della tavola, poi movimenti in tutti i versi, scosse, arrovesciamenti, alzamenti, forti colpi, ecc. È il fenomeno che in principio si chiamava delle Tavole giranti. » Non si tardò a riconoscere, in que’ fenomeni, effetti intelligenti: infatti il muoversi della tavola ubbidiva alla volontà: la tavola volgevasi a destra od a sinistra, verso una persona designata, drizzavasi, al comando: su uno o due piedi picchiava il richiesto numero di colpi, batteva il tempo, ecc. Restò fin d’allora evidente che la cagione di tali fenomeni punto non’ era meramente fisica; e, secondo 1’assioma: Se ogni effetto ha una causa, ogni effetto intelligente deve avere ima causa intelligente, si conchiuse che la causa di tale fenomeno doveva essere un’ intelligenza.  » [Allan Kardec, lo spiritismo nella sua più semplice espressione, p. 3 e 4. — Allan Kardec è un pseudonimo dato daglispiriti al signor Reivail il quale, in una precedente esistenza, fu soldato brettone, di nome Allan Kardec].Non c’è che dire; il ragionamento è giusto, si come il fatto medesimo è incontestabile; ma quale si era la natura di questa intelligenza? Qui stava il punto: « Così sul primo si pensò che potesse essere un riflesso dell’intelligenza del medium, o degli astanti: ma l’esperienza mostrò che questo era impossibile; attesoché, si ottennero cose interamente estranee al pensiero ed alle cognizioni delle persone presenti, ed anzi contrarie alle loro idee, volontà, desideri: non poteva dunque appartenere che ad un essere invisibile. « E semplicissimo era il mezzo di rendersene certi. Non sognava altro che mettersi in conversazione con quell’essere: il che facevasi mediante un numero di colpi fìssati, significanti si, ovvero no, sulle lettere dell’alfabeto: e in questa guisa s’avevano le risposte alle fatte domande. » È il fenomeno detto delle Tavole parlanti. « Tutti gli esseri, che così si comunicarono, interrogati sulla loro natura, dichiararono di essere Spiriti ed appartenere al mondo invisibile. Or, quei medesimi effetti essendosi manifestati in molti luoghi, per mezzo di persone diverse, ed essendo d’altra parte stati osservati da uomini gravissimi ed illuminatissimi, non era possibile che fossero giuoco d’una illusione. Dall’America passò quel fenomeno in Francia, e nell’altre parti d’Europa: dove, per alcuni anni, le tavole giranti, e parlanti furono cosa di moda, e divertimento delle brigate; poi quando se n’ebbe abbastanza, si lasciarono da parte per altre distrazioni ».« Le comunicazioni a colpi battuti erano lente ed imperfette. Si trovò che mettendo per acconcio modo una matita in qualche oggetto mobile, per es. in un paniere, in un tavolino, su cui si ponessero le dita, quell’oggetto prendeva a muoversi, e segnare caratteri. Si venne poi a conoscere che tali oggetti erano meramente accessori, e se ne poteva far senza. L’esperienza mostrò che lo Spirito, operante su corpo inerte per volgerlo a suo senno, poteva altresì operare sul braccio o la mano, per guidar la matita. « S’ebbero allora i Medìums Scriventi, vale a dire persone scriventi in maniera involontaria sotto l’impulso degli Spiriti, dei quali venivano quindi ad essere strumenti e interpreti. Allora le comunicazioni non ebbero più limite…. » [Allan Kardec, ivi, pag. 4 e 7]. – Ai Mediums scriventi, s’aggiungono oggidì i Mediums evocatori, ed i Mediums risanatori. I primi, numerosissimi da due anni in qua, ottengono dagli spiriti i più strani fenomeni; apparizioni di spettri, o di fiamme fosforoscenti, suoni articolati, scritture spontanee, [… si pone sopra una tavola, qualche volta sopra una tomba, un foglio di carta, dove sono scritti diversi, quesiti. Lo Spirito è pregato di rispondervi. Dopo alcuni istanti, ripigliate il foglio e vi troverete risposta chiaramente scritta. Ciòappellansi, scritti diretti. L’antichità pagana gli conosceva sotto il nome di oracoli mediante i sogni, e dei quali abbiamo citato degli esempi], rigidità e insensibilità di tutte le membra del corpo, immobilità istantanea di tutti gli oriuoli d’un appartamento, ecc. (oggi abbiamo pure i medium “madonnari” o “veggenti”, come le presunte miriadi di apparizioni ben dimostrano – ndr.- ) – [Tutti sanno che i fenomeni dello Spiritismo sono andati crescendo col crescer dei suoi addetti. Non più soltanto con tavole giranti, o scriventi, ma con assunzione temporanea di umane sembianze, satana scimmia perpetua dell’Uomo Dio, comunica coi suoi adoratori. Questi fenomeni dei quali i periodici spiritistici parlano con frequenza, sono avvenuti in presenza a persone di troppa serietà da poterli mettere in dubbio. La ossessione poi, quantunque non completa, delle persone, ci è rivelata da quei fenomeni che oggi chiamano ipnotici, mediante i quali a volontà dell‘ipnotizzante, anche con distanza di luogo e di tempo la persona ipnotizzata compie per necessità azioni che mai vorrebbe compiere fuori dell’ipnosi. « Gli altri, tendono a moltiplicarsi, secondochè gli spiriti hanno annunziato, affine di propagare lo Spiritismo, per l’impressione che questo nuovo genere di fenomeni non può mancar di produrre sulle moltitudini; imperocché uon v’ha alcuno, anche dei più increduli a cui non piaccia la sua salute…. Tra il magnetizzatore ed il medium risanatore, passa questa capital differenza, che il primo magnetizza col suo proprio fluido, e l’altro Col fluido epurato degli spiriti. I medium risanatori sono un de’ mille mezzi provvidenziali, per accelerare il trionfo dello Spiritismo. » [Rivista spiritica, del gennaio 1804. p. 10 e 11. — Che i demoni possano operare delle guarigioni più o meno reali, la cosa non sembra dubbia. Tertulliano ne dà il segreto: ed i numerosi ex voto appesi alle mura dei templi pagani antichi, attestano la credenza dei popoli; checché se ne dica gli spiriti non arrivano ora fin qui. Il loro gran medium che guarisce, lo zuavo Jacob, la cui fama occupava tutta Parigi, l’anno passato 1867 ha finito col fare un fiasco completo.]. – Tali sono, finora, i principali fenomeni spiritistici e i modi ordinari di comunicazioni con gli spiriti. Ma, in fin dei conti, che s’ha egli a pensare di cotesti fenomeni, e che spiriti sono quelli? Dire, come certuni fanno: « Io nego tutti questi fenomeni, perché finora non ne ho veduto alcuno; » torna allo stesso che dire: Io nego l’esistenza della città di

Pechino, perché non vi sono mai stato. È un dire a coloro che vi parlano di quei fenomeni: voi siete ingannati, o ingannatori. Or bene, si noti che chi fa tal complimento, lo fa non a poche persone, facili ad essere tratte in inganno, o complici interessati di grossa menzogna: ma a migliaia dì persone, gravi e rispettabili, di ogni paese, le quali fra loro punto non conoscendosi, né pur mai essendosi vedute, si troverebbero allucinate Io stesso dì, nella stessa ora: o s’accorderebbero per affermare come vero un fatto materialmente falso. E insomma un dire: Io nego perché nego: cioè perché voglio dire una sciocchezza; attesoché sciocchezza vera è negare senza provare. Se la tenga chi vuole, e noi andiamo innanzi. – Dire con altri: « Questi fenomeni esistono, ma non hanno niente di sovrannaturale. Giuochi di fisica, ciurmerie, o al più al più effetti di certe influenze dei fluidi; altro non c’ è. » Giuochi di fisica! E la prova? « Ah la prova si è che il nostro famoso prestidigitatore, Robert-Houdinì ne fa de’ somiglianti. » Voi dunque avete veduto da Robert-Houdinì quello che migliaia di testimoni affermano di aver veduto dagli Spiriti, tavole che giravano, si alzavano, battevano il tempo, al contatto del dito mignolo d’un fanciullo? Dunque avete veduto tavole intelligenti, che rispondevano alle vostre interrogazioni, e scrivevano esse medesime le risposte? Dunque avete, veduto Robert-Houdinì dirvi quel che accadeva cento miglia lontano; scoprirvi cose note a voi soli? L’avete sentito, al semplice contatto dei vostri capelli, esattamente descrivervi una qualche interna malattia, di cui finora nessun medico valse a guarirvi, e spiegarvene la natura, e nominarvi, pur non essendo medico né chimico, con precisione e co’ loro nomi scientifici, i rimedi necessari a guarirne? Oh! no, .Robert-Houdin’ non v’ha fatto vedere nulla di simile. – Ciurmerie, e la prova? « Ahi la prova, si è che ai tempi nostri i ciarlatani sono tanti e sì destri, che non c’è più da fidarsene. » Vero, verissimo che i ciarlatani, ai tempi che corrono, sono molti e d’una destrezza da non si dire: e voi farete ottimamente a guardarvene. Ma la questione non è questa. Si tratta di sapere le ragioni che voi avete di credere che gli Spiriti son ciarlatani, e i testimoni dei loro fenomeni, gente prezzolata o illusa. Fuori dunque le ragioni, se volete che discutiamo: imperocché ben sapete che su quel che non si conosce, non si dà discussione,. « Le ragioni, voi rispondete, io le ho già dette: io non posso ammettere l’intervento degli spiriti in questo genere di fenomeni. » Dire che voi non potete, è dire che non potete : non é un recar prove, ma niente altro che affermare la vostra, impotenza, né più né meno. Ma che volete? a questa vostra impotenza, trionfalmente risponde la potenza del testimoniare, mille volte ripetuto, di migliaia di testimoni oculari, sani di mente e di corpo, e come voi, dotati di ragione e forniti di scienza, di esperienza, di sangue freddo e di diffidenza: più che voi per avventura non pensate. Risponde, anzi più, la testimonianza di tutto il mondo, da migliaia d’anni; imperocché migliaia d’anni sono che il mondo vede Spiritisti. Or bene, da queste due testimonianze esce una voce che domina tutte le altre e dice: No, i fenomeni dello Spiritismo non sono ciurmerie. [Vedi le opere di Delrio: Disgumtiones magicæ; — Pignatelli, Novissimæ consultationes; e dei Signori Desmosseaux, de Mirville, e Bizouard, Dei rapporti dell’uomo col demonio, vol. 6 in-8, etc.]. – Influenze dei fluidi! E la prova? « Ah! la prova, si è che i fluidi sono agenti misteriosi, atti a produrre effetti da stordire, e che a noi paiono sovrannaturali, comecché siano naturalissimi. » Ammettiamo i fluidi; ma prima ditemi di grazia quello che in sostanza è un fluido. L’avete voi veduto? toccato? analizzato? Che colore ha? di che elementi è composto? È cosa spirituale o materiale? Se è cosa materiale, spiegatemi come possa un agente materiale produrre effetti non materiali: farmi leggere cogli occhi chiusi, vedere a distanza, sapere quello che si fa in lontani paesi, da me non mai veduti, e dove non conosco persona. Se poi il fluido è qualche cosa di natura spirituale, allora siamo d’accordo; quello a cui voi date nome di fluido, noi lo chiamiamo Spirito. – Ma voi a dare un’esatta definizione del fluido vi trovate impacciato: perché voi stesso lo dite un agente. Se è un agente misterioso, dunque non lo conoscete, o lo conoscete troppo poco da potergli, con certezza, attribuire questi o quelli effetti. Questa maniera di ragionare non è però nuova, né recente: imperocché già tutta la materialistica-setta di Epicuro l’adoperava contro gli oracoli ed i prestigi, vale a dire contro l’antico Spiritismo. A detta loro, tutti quei fenomeni procedevano da sotterranee esalazioni d’ignota natura: i poveretti non s’accorgevano che la paura del sovrannaturale li faceva dare in contraddizioni ed assurdi: badiamo, di non caderci anche noi. E sarebbe in verità un cadervi, se ci contentassimo di mal definite parole per sostituirle a fatti veri e reali. Insomma, salvo dare nel pirronismo universale, è giocoforza ammettere nel loro complesso, la realtà dei fenomeni spiritistici, e la spiritualità degli agenti che li producono. Ma che spiriti son questi? Non possono essere altro che angeli buoni o cattivi, anime sante ovvero anime dannate. Or, Angeli buoni né anime sante non sono: imperocché, prima di tutto, gli Angeli buoni e le anime sante non stanno altrimenti ai cenni dell’uomo, nel senso che ei vengano, in maniera sensibile, alla chiamata del primo venuto, per soddisfare la sua curiosità e servirgli di spasso: non s è mai veduto, né detto, né creduto nulla di simile. E poi, Iddio vieta, sotto severissime pene, l’interrogare i morti. 1 Nec inveniatur in te… qui quærat amortuis veritatem; Deut, XVII, 11. — Exod., XXVV, 8; Era colpevole usanza praticata fra i pagani: Numquid non populus a deo suo requirit, pro vivis a mortuis ? Is., VIII, 19. — Omnia hæc abominatur Dominus. Deut., ibid.]. – I pretesi morti che rispondono, disubbidiscono a Dio; e perciò non sono santi. Che sono eglino dunque? anime dannate, o demoni. Ma anche i dannati non stanno altrimenti, più che i santi, ai cenni di chiunque li evochi. Quali saranno dunque cotesti spiriti, che rispondono? I demoni; che stanno attorno a noi, pronti sempre ad ingannarci; al quale intento hanno mille arti e mezzi. Cosi, in perentoria maniera, la ragiona Monsignor vescovo di Poitiers: [Id ..di Sant Agost Lib. De cura prò mort. gerend. c. XIII. Id. di S. Tom. I p. q. 89. art, 8]. « Se non è lecito, dice il dotto prelato, interrogare i morti, e se, per conseguenza, Iddio loro non dà facoltà di rispondere alle interrogazioni, che i vivi non possono lor fare lecitamente, onde credete voi che vengano coteste risposte, che altri si vanta di ottenere, e talvolta ottiene? Evidentemente, che possa rispondere a queste colpevoli interrogazioni, altri non v’ha se non lo Spirito delle tenebre. È dunque la comunicazione con gli spiriti, né più né meno che il commercio con i demoni. È quindi un ritornare ai mostruosi disordini e dannevoli superstizioni, che misero per tanti secoli, e mettono ancora, i popoli pagani sotto la vituperosa servitù delle potenze infernali. » [Istr. past. tom. III, p. 48, 45].  All’autorità dell’illustre vescovo – aggiungiamo quella di un teologo romano, la cui recente opera é onorata di una lettera del Sovrano Pontefice, Pio IX. « Il Magnetismo animale, dice il P. Perrone, il sonnambulismo e lo spiritismo nel loro complesso, non sono altro che la restaurazione della superstizione pagana, e dell’impero del demonio.» [Magnetismus ammalis,. somnainbulismus et spiritismus, in suo complexu, nil aliud sunt quam pagana supestitionis atque impedii dæmonis instauratio. De. Virt. Relig. in-8., p. 351. n. 825. Romæ 1866]. – Gli Spiritisti, negando la personalità dei demoni fan loro proteste contro tal ragionare; ma poi sostengono, contro i loro principii, e in modo da doverne andare confusi, come fra poco vedremo, che le comunicazioni con gli Spiriti sono un fatto, noto fin dagli antichissimi tempi. « La realtà dei fenomeni spiritistici, così essi, trovò molti contradditori. Gli uni non ci seppero vedere altro che una ciurmeria…. I materialisti misero l’esistenza degli Spiriti nel novero delle favole assurde…. Altri, non potendo negare i fatti, sotto l’impero d’un certo ordine di idee,  [Intendi: il clero e i cattolici, fedeli alle – dottrine rivelate] attribuirono tali fenomeni a mera influenza del Diavolo, e con questo intesero, di spaventar i timidì. Ma oggidì la paura del Diavolo ha molto e poi molto perduto del. suo prestigio. Se n’è parlato tanto, lo si è presentato in tante maniere, che la gente si è addomesticata con tale idea; e molti hanno detto; bene ! e’ si vuol cogliere l’occasione di vedere una volta che cosa infine è il diavolo. Onde venne che, salvo poche donne di timorata coscienza, l’annunzio dell’arrivo del vero diavolo aveva alcun che di solleticante, per coloro che non l’avevano mai veduto, se non in pittura, o al teatro: di guisa che per molte persone fu un efficace stimolo. » [Àllan Kardec. Lo spiritualismo nella sua più semplice espressione]. In altro luogo, questo medesimo oracolista dello Spiritismo, dopo aver fatta, senza pensarvi, una giusta pittura delle generali disposizioni del mondo moderno rispetto al demonio, dice: « Sebbene i fenomeni Spiritistici siansi in questi ultimi tempi manifestati in maniera più generale, nondimeno v’han mille prove ch’ebbero luogo fin dai più remoti tempi. Questa, di cui noi siamo al presente testimoni, non è dunque una moderna scoperta: è il ridestarsi dell’antichità; ma dell’antichità sciolta, e libera da quella mistica farraggine, che ha prodotto le superstizioni dell’antichità illuminata dalla civiltà e dal progresso nelle cose positive…. [Vuol dire, dell’antichità qual era prima del Cristianesimo, e quale ritorna secondo che il Cristianesimo va perdendo terreno. Queste parole del Sig. Allan Kardec valgono, tant’oro. Se noi l’avessimo pagato per sostenere la nostra gran tesi del paganesimo moderno, non avrebbe potuto dir meglio]. – « Il fatto delle comunicazioni col mondo invisibile si trova in termini non equivoci nelle narrazioni bibliche, in s. Agostino, s. Girolamo, s. Giovanni Crisostomo, s. Gregorio Nazianzeno. I più sapienti filosofi dell’antichità l’hanno ammesso; Platone, Zoroastro, Confucio, Pitagora… Lo troviamo nei misteri e negli oracoli…, negli indovini e fattucchieri del Medio Evo…. In tutto lo stuolo delle ninfei de’geni buoni e cattivi, delle silfi, de’ gnomi, delle fate, de’ folletti, ecc. » [Rivista spiritistica, 8 gennaio 1858]. – Tale dunque si è la bella genealogia dello Spiritismo. Da quanto confessa il lor più solenne maestro, gli spiritisti moderni hanno per antenati e colleghi tutte le pitonesse, tutte, le maliarde, tutti gli Spiriti dei tempi antichi. Quest’antichità loro piace, e se ne vantano. Così vediam compiacersi i Protestanti d’aver per loro antenati gli Ussiti, i Valdesi, gli Albigesi, e per mezzo di essi farsi su, fino ai primi tempi della Chiesa. Nel programma d’una magnetizzatrice, dimorante in uno dei  bei quartieri di Phrlgi, leggiamo (marzo 1864) : « La scienza, di cui ci accingiamo a parlare ai nostri lettori, è certamente una delle più antiche ed importanti per l’umana specie. Prima del secolo decimosesto, era questa scienza conosciuta sotto il nome di Spirito, di sortilegio e di magia. Due secoli dopo, il dottore Mesmer ravvisò, in questa scienza non definita, un potente agente che s’insinua per influenza celeste, presso i nervi, dei quali sviluppa l’attività, ecc. » Il summentovato messere, che dello Spiritismo ha tessuto la genealogia che abbiam veduto, dice giusto, giustissimo: i fenomeni spiritistici dei tempi nostri sono i medesimi dell’antichità pagana, e dei popoli che ancora giacciono nelle tenebre dell’idolatria. Qual differenza infatti trovate voi, se non forse nella forma, tra le evocazioni, gli oracoli, le consultazioni, i prestigi che vediamo, dopo diciotto secoli di Cristianesimo, ricomparire in Europa, e quanto avveniva, due mila anni fa, a Claros, a Dodona, a Preneste, in tutte le città dei Greci e dei barbari, come dice Plutarco, e quanto tuttavia avviene in Affrica, nelle Indie, nel Tibet, nella Cina, insomma dovunque non fu predicato il Vangelo? Se l’autore non fosse stato acciecato dal suo premeditato intento, avrebbe conchiuso dicendo: l’identità degli effetti mostra l’identità della causa. Or, l’antichità tutta attribuisce ai demoni, e non alle anime dei morti, i fenomeni dello spiritismo: dunque se non si può far contestazione sul fatto, nemmen sulla causa. [I cattolici si rammenteranno che sarebbe altrettanto pericoloso che assurdo, il negare nel loro complesso l’autenticità delle manifestazioni diaboliche attuali, La negazione del soprannaturale satanico, conduce alla negazione del soprannaturale divino. Quello satanico non è tale che per rapporto a noi; rapporto ai demoni è naturale. Questo è il significato che noi diamo a questa parola nel corso dell’opera nostra]. –  Che tutta l’antichità attribuisca ai demoni cotali fenomeni, è fatto che niuno può negare senza dar nello scetticismo. E avendolo noi già provato, basti qui recar Tertulliano; il quale strappando, già ben diciasette secoli fa, la maschera ai pretesi morti di Allan Kàrdec e degli spiritisti moderni, diceva: « La magìa promette di evocare i morti. Che dunque diremo essere la magìa? quello che la dicono quasi tutti, un inganno. Ma è inganno che è noto soltanto a noi Cristiani, che sappiamo i fatti degli spiriti maligni. I demoni sono autori della magia, per mezzo della quale si danno per morti. Ben s’invocano dunque i morti giovani, e di morte violenta; ma sono i demoni che operano, sotto la maschera dell’anime. 1 » [De anim. C. LVII]. Sant’Agostino aggiunge: « Questi spiriti, ingannatori non per natura ma per malizia, si danno per iddii o per tante anime dei morti, e non per demoni come sono realmente.2 » [De civìt. Dei, lib. X, c. xi, 2]. – Al chiaro parlare della tradizione, i Padri aggiungevano l’autorità dei fatti. Con le prove alla mano, essi disvelavano la natura di quei pretesi morti, facendo notare gli errori e l’immoralità della loro dottrina; e nulla è mutato. Non ostante tutti i suoi artifizi, in nessuna altra cosa il demonio si mostra più evidentemente che nell’insegnamento che dà ai moderni spiritisti, con l’incarico di farsi suoi organi. E il suo insegnamento, strano miscuglio di vero e di falso, adesso come già in altri tempi, finisce con errori radicali. In fatti, il cattolicismo è la verità, tutta la verità, niente altro che tutta la verità; ed ogni affermazione contraria è errore, e viene senz’altro dal padre della menzogna. Or bene, gli Spiriti insegnano sei errori, vale a dire sei negazioni, che menano alla totale distruzione del Cattolicesimo. Essi negano: 1° l’esistenza dei demoni; 2° l’eternità delle pene ; 3° la risurrezione dei corpi; 4° il peccato originale; 5° la rivelazione cristiana; 6° e per conseguenza la divinità stessa di nostro Signore. – Mano alle prove. Per l’organo di tutti i loro medium e specialmente per bocca del loro gran sacerdote, Allan-Kardec, gli Spiritisti dicono: « Lo spiritismo, così essi, impugna l’eternità delle pene, il fuoco materiale dell’inferno, la personalità del diavolo. Secondo la dottrina degli spiriti intorno ai demoni, il diavolo è la personificazione del male; è un essere allegorico, che ha in sé tutte le male passioni degli spiriti imperfetti. Gli spiriti altro non sono che le anime. « Gli Spiriti prendono temporaneamente un corpo materiale. Quelli che seguono la via del bene camminano avanti più presto, sono meno lenti a giungere alla mèta e vi giungono senza penar tanto…. Il perfezionamento dello Spirito è frutto del suo proprio lavoro. Non potendo, in una sola esistenza corporale, acquistare tutte le qualità morali e intellettuali, che lo devono condurre alla mèta, ei vi giunge per mezzo di varie esistenze successive, in ciascuna delle quali fa alcuni passi innanzi nella via del progresso…. Quando un’esistenza fu male spesa, resta senza profitto per lo spirito, il quale deve ricominciarla da capo, in condizioni più o meno penose, secondo la sua negligenza e mal volere…. – « Gli Spiriti, incarnandosi, recano seco quello che hanno acquistato nelle esistenze precedenti. Le cattive inclinazioni naturali formano quei rimasugli d’imperfezioni dello Spirito, di cui non s’è interamente purgato: sono i segni delle colpe che ha commesse ed il vero peccato originale…. Dicendo che l’anima, rinascendo, porta seco il germe della sua imperfezione, delle sue esistenze antecedenti, viene a darsi del peccato originale una spiegazione logica, che ognun può intendere ed ammettere…. « Nelle sue incarnazioni susseguenti: essendosi lo spirito a poco a poco spogliato delle sue impurità e perfezionato col lavoro, giunge al termine delle sue esistenze corporali, appartiene allora all’ordine degli spiriti puri, ossia degli angeli, e gode ad un tempo la piena vista di Dio ed una perfetta felicità in eterno. [Intorno alla pretesa reincarnazione delle anime, gli spiritisti non sono d’accordo. Allan Kardec e la sua scuola lo sostengono; Pierart e la sua scuola lo negano radicalmente. Ma spiritisti e spiritualisti, Kardec e Pierart sono d’accordo per attaccare il Cristianesimo e sostituirvi la religione degli Spiriti].

[… Continua].

FESTA DI SAN GIUSEPPE (2019)

F476

Ad te, beate Ioseph,

in tribulatione nostra confugimus,

atque, implorato Sponsæ tuæ sanctissimae auxilio,

patrocinium quoque tuum fidenter exposcimus.

Per eam, quæsumus, quæ te cum immaculata Virgine Dei Genitrice coniunxit,

caritatem, perque paternum, quo Puerum

Iesum amplexus es, amorem, supplices deprecamur,

ut ad hereditatem, quam Iesus Christus

acquisivit Sanguine suo, benignius respicias,

ac necessitatibus nostris tua virtute et ope

succurras. Tuere, o Custos providentissime divinæ

Familiæ, Iesu Christi sobolem electam;

prohibe a nobis, amantissime Pater, omnem errorum

ac corruptelarum luem; propitius nobis,

sospitator noster fortissime, in hoc cum potestate

tenebrarum certamine e cœlo adesto; et

sicut olim Puerum Iesum e summo eripuisti vitae

discrimine, ita nunc Ecclesiam sanctam Dei

ab hostilibus insidiis atque ab omni adversitate

defende: nosque singulos perpetuo tege patrocinio,

ut ad tui exemplar et ope tua suffulti, sancte

vivere, pie emori, sempìternamque in cœlis

beatitudinem assequi possimus. Amen.

(Indulgentia trium (3) annorum. Indulgentia septem (7) annorum per mensem octobrem, post recitationem sacratissimi Rosarii, necnon qualibet anni feria quarta. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotidiana orationis recitatio in integrum mensem producta fueri: (Leo XIII Epist. Encycl. 15 aug. 1889; S. C. Indulg., 21 sept. 1889; S. Paen. Ap., 17 maii 1927, 13 dee. 1935 et 10 mart. 1941).

Sancta Missa

Incipit

In nómine Patris,et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XCI : 13-14.
Justus ut palma florébit: sicut cedrus Líbani multiplicábitur: plantátus in domo Dómini: in átriis domus Dei nostri.
Ps XCI: 2.
Bonum est confiteri Dómino: et psállere nómini tuo, Altíssime.

Justus ut palma florébit: sicut cedrus Líbani multiplicábitur: plantátus in domo Dómini: in átriis domus Dei nostri.

Oratio

Orémus.
Sanctíssimæ Genetrícis tuæ Sponsi, quǽsumus. Dómine, méritis adjuvémur: ut, quod possibílitas nostra non óbtinet, ejus nobis intercessióne donétur: [Ti preghiamo, o Signore, fa che, aiutati dai meriti dello Sposo della Tua Santissima Madre, ciò che da noi non possiamo ottenere ci sia concesso per la sua intercessione]

Lectio

Léctio libri Sapiéntiæ.
Eccli XLV: 1-6.
Diléctus Deo et homínibus, cujus memória in benedictióne est. Símilem illum fecit in glória sanctórum, et magnificávit eum in timóre inimicórum, et in verbis suis monstra placávit. Glorificávit illum in conspéctu regum, et jussit illi coram pópulo suo, et osténdit illi glóriam suam. In fide et lenitáte ipsíus sanctum fecit illum, et elégit eum ex omni carne. Audívit enim eum et vocem ipsíus, et indúxit illum in nubem. Et dedit illi coram præcépta, et legem vitæ et disciplínæ. [Fu caro a Dio e agli uomini, la sua memoria è in benedizione. Il Signore lo fece simile ai Santi nella gloria e lo rese grande e terribile ai nemici: e con la sua parola fece cessare le piaghe. Lo glorificò al cospetto del re e gli diede i comandamenti per il suo popolo, e gli fece vedere la sua gloria. Per la sua fede e la sua mansuetudine lo consacrò e lo elesse tra tutti i mortali. Dio infatti ascoltò la sua voce e lo fece entrare nella nuvola. Faccia a faccia gli diede i precetti e la legge della vita e della scienza]

Graduale


Ps XX :4-5.
Dómine, prævenísti eum in benedictiónibus dulcédinis: posuísti in cápite ejus corónam de lápide pretióso.
V. Vitam pétiit a te, et tribuísti ei longitúdinem diérum in sæculum sæculi.
Ps CXI: 1-3.
Beátus vir, qui timet Dóminum: in mandátis ejus cupit nimis.
V. Potens in terra erit semen ejus: generátio rectórum benedicétur.
V. Glória et divítiæ in domo ejus: et justítia ejus manet in sæculum sæculi.

Evangelium

Sequéntia + sancti Evangélii secúndum Matthǽum.
Matt 1: 18-21.
Cum esset desponsáta Mater Jesu María Joseph, ántequam convenírent, invénta est in útero habens de Spíritu Sancto. Joseph autem, vir ejus, cum esset justus et nollet eam tradúcere, vóluit occúlte dimíttere eam. Hæc autem eo cogitánte, ecce, Angelus Dómini appáruit in somnis ei, dicens: Joseph, fili David, noli timére accípere Maríam cónjugem tuam: quod enim in ea natum est, de Spíritu Sancto est. Páriet autem fílium, et vocábis nomen ejus Jesum: ipse enim salvum fáciet pópulum suum a peccátis eórum.
[Essendo Maria, la Madre di Gesù, sposata a Giuseppe, prima di abitare con lui fu trovata incinta, per virtù dello Spirito Santo. Ora, Giuseppe, suo marito, essendo giusto e non volendo esporla all’infamia, pensò di rimandarla segretamente. Mentre pensava questo, ecco apparirgli in sogno un Angelo del Signore, che gli disse: Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere Maria come tua sposa: poiché quel che è nato in lei è opera dello Spirito Santo. Ella partorirà un figlio, cui porrai nome Gesù: perché egli libererà il suo popolo dai suoi peccati].

OMELIA

SAN GIUSEPPE, PROTETTORE DELLA CHIESA E DEI CRISTIANI

[A. Carmagnola: S. GIUSEPPE, Ragionamenti per il mese a lui consacrato. RAGIONAMENTO XXXI. – Tipogr. e Libr. Salesiana. Torino, 1896]

Del Patrocinio di S. Giuseppe sulla Chiesa Cattolica.

Aiuto e protettor nostro è il Signore; in lui si rallegrerà il nostro cuore, e nel santo Nome di Lui porteremo la nostra speranza: Adiutor et protector noster est Dominus; in eo laetàbitur cor nostrum, et in nomine sancto eius speravimus(Salm. XXXII, 20, 21). È con queste bellissime parole, che il Santo re Davide ci ricorda la grande verità che è da Dio solo propriamente che ci viene ogni aiuto e protezione, e che perciò in Lui solo abbiamo da riporre tutte quante le nostre speranze. Così pure l’apostolo S. Paolo ci fa attentamente osservare che un solo è il nostro naturale patrono appresso Dio Padre, vale a dire Gesù Cristo; poiché è Egli solo, che, Uomo eDio ad un tempo, valse a ritornare in grazia e riamicare col sommo Padre il genere umano: Unus est mediator Dei et hominum homo Christus Iesus(1 Tim. II, 5). Ma sebbene sia Iddio solo, che nella sua onnipotenza ci dia aiuto e protezione, non è tuttavia men vero, che ordinariamente ci da un tale aiuto ed una tal protezione non direttamente Egli stesso, ma per mezzo dei suoi Angeli e dei suoi Santi. Così pure, sebbene Gesù Cristo per sua natura ed ufficio sia l’unico e primario patrono degli uomini, ciò non toglie, come insegna l’Angelico, che vi possano essere e realmente vi siano altri patroni secondari e per intercessione tra Dio e gli uomini stessi, quali appunto sono ancora gli Angeli e i Santi. Or bene, come è verissimo che Iddio si serve massimamente del ministero di Maria SS. sua Madre per comunicare a noi il suo santo aiuto e la sua santa protezione, e che fra tutte le creature nessuna può esercitare ed esercita più efficacemente l’ufficio di patrona degli uomini, che la stessa Vergine, così dobbiamo pure ritenere che dopo di Lei per nessun altro più Iddio fa a noi pervenire l’aiuto e la protezione sua e che nessun altro più vale ad essere il nostro patrono che S. Giuseppe, Sposo di Maria e Custode di Gesù. – La Chiesa pertanto riconoscendo una tal verità che ha fatto ella? Dopo di essersi nel corso dei secoli affidata al patrocinio della Beatissima Vergine, e continuando tuttora ad affidarvisi, in questi ultimi tempi si è pure particolarmente affidata al patrocinio di S. Giuseppe, dichiarando questo gran Santo Patrono della Chiesa cattolica, cioè universale. Ora con quanta sapienza la Chiesa abbia proclamato S. Giuseppe Patrono universale di se medesima è quello che ci faremo a riconoscere oggi in questo ultimo ragionamento, chiudendo il bel mese, che abbiamo consacrato a questo gran Santo. Io credo che non potevamo riservarci un argomento più adatto e più gradito, epperò non sento alcun bisogno di raccomandarlo alla vostra attenzione.

PRIMA PARTE.

La Chiesa Cattolica, o miei cari Cristiani, voi ben lo sapete, è la congregazione di tutti i fedeli, che fanno professione della fede e legge di Gesù Cristo, nella ubbidienza ai legittimi Pastori e principalmente al Papa, che ne è il Capo visibile sulla terra. Questa Chiesa, la sola una, santa, cattolica ed apostolica, ha per suo immediato fondatore e capo invisibile nostro Signor Gesù Cristo, il quale nel fondarla le ha promesso e comunicata tale una forza, per cui non verrà meno giammai sino alla consumazione dei secoli. Tu sei Pietro, disse al Principe degli Apostoli, e sopra di questa pietra fabbricherò la mia Chiesa e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa giammai: et portæ inferi non prævalebunt adversus eam (Matt. XVI, 18). Io ho pregato per te, affinché non venga meno la tua fede: rogavi prò te, ut non deficiat fides tua(Luc. XXII, 31). E a tutti gli Apostoli disse: Ecco che io sarò con voi sino alla consumazione dei secoli: Ecce ego vobiscum sum usque ad consummationem sæculi (Matt. XXVIII, 20). Così ha parlato Gesù Cristo alla Chiesa nella persona degli Apostoli, e Gesù Cristo ha fatto, fa e farà onore alla sua parola sino alla fine del mondo. Come la testa tiene il primo luogo nel corpo umano e da lei l’anima dà vita e forza a tutto il corpo, così Gesù Cristo capo invisibile di tutto il corpo mistico che è la Chiesa, risiedendone sempre in lui lo spirito e l’anima, a tutto il corpo mantiene la vita e la forza. – Ma sebbene per la promessa, che fedelmente Gesù Cristo mantiene, la Chiesa Cattolica non debba mai temere o tanto o poco di venir meno, è certo tuttavia che la Chiesa va soggetta alle persecuzioni, è destinata anzi alle persecuzioni, e le persecuzioni formano uno dei suoi essenziali e divini caratteri. Quelle parole profetiche che il Santo vecchio Simeone pronunciava sopra di nostro Signor Gesù Cristo: Ecco che questo Bambino è posto in segno alla contraddizione: ecce positus est hic … in signum cui contradicetur (Luc. II, 34) non erano pronunziate meno per la Chiesa, di cui Gesù Cristo è capo. Anzi lo stesso Gesù Cristo come predisse ed assicurò alla Chiesa la indefettibilità, così le predisse e assicurò le persecuzioni. Se hanno perseguitato me, disse Agli apostoli, perseguiteranno anche voi: Si me persecuti sunt, et vos persequentur (Gio. XV, 20). E difatti da diciannove secoli, quanti ne conta la Chiesa Cattolica, mentre nel suo cammino e nel suo stabilirsi attraverso il mondo da molti è stata felicemente accolta, amata obbedita, da molti altri invece è stata derisa, odiata, perseguitata a morte. E così sarà con momenti più o meno lunghi di tregua e di pace sino alla fine del mondo. E ciò perché mai? senza dubbio per moltissime ragioni, alcune delle quali non comprenderemo che in cielo. Ma tra quelle che anche qui in terra possiamo rilevare, questa tiene un principalissimo posto: volere cioè il Signor nostro Gesù Cristo che non dimentichiamo giammai essere Egli colui dal quale solo viene la vita e la forza della Chiesa e dovere noi perciò incessantemente ricorrere a Lui per aiuto e protezione, affinché esaudendo le nostre preghiere e concedendo alla Chiesa l’aiuto e la protezione invocata si renda ognor più manifesta la sua potenza e la sua gloria. È ciò che ci ha fatto chiaramente intendere Gesù Cristo stesso nel suo Santo Vangelo. Essendo Egli insieme cogli Apostoli montato sopra una nave sul lago di Genezareth, e a poppa di quella nave dormendo, si suscitò una gran tempesta, che sembrava da un momento all’altro dover capovolgere la nave istessa e farla colare a fondo, e che fece mandare agli Apostoli un grido di spavento e di invocazione: Signore, salvaci, periamo: Domine, salva nos, perimus(Matt. VIII, 25). Or bene, bellamente osserva Origene, quantunque Gesù Cristo allora dormisse col corpo, vegliava con la sua divinità, perché concitava il mare e conturbava gli Apostoli affine di manifestare la sua potenza: Dormiebat corpore, sed vigilabat Deitate, quia concitabat mare, contarbabat Apostolos, suam potentiam ostensurus. E poiché, come dice S. Agostino,quella nave, in cui Gesù Cristo si trovavacon gli Apostoli, in tale circostanza raffigurava laChiesa Cattolica, perciò ben possiamo dedurre chel’intendimento che ebbe allora nel permetterela tempesta, lo abbia tuttora nel permettere lepersecuzioni.Egli è certo ad ogni modo che la Chiesa hamai sempre riconosciuto il bisogno ed il doveredi ricorrere a Dio per aiuto e protezione intutti quanti i tempi, ma allora massimamenteche trovasi stretta dalla tribolazione, epperòsempre, benché con molteplici forme, ella ha fattosalire al cielo questo grido: Salva nos, perimus.Signore, vieni in nostro aiuto, in nostra protezione,affinché non abbiamo a perderci. E peressere più sicura di conseguire il fine di questogrido ha sempre in tutte le sue preghiere interpostala mediazione e il patrocinio del suo veroe naturale mediatore e patrono Gesù Cristo. Per Christum Domininum nostrum. E Iddio, o tostoo tardi, come stimò meglio nei disegni imperscrutabili della sua provvidenza, sempre ha esaudito le preghiere della Chiesa, a Lui offerte nel nome di Gesù Cristo, facendole toccar con mano che Egli veramente è il suo aiuto ed il suo protettore, e che realmente in Gesù Cristo abbiamo sempre un avvocato, un patrono onnipotente.Ma la Chiesa non si è contentata di questo. Sapendo bene, come già dicemmo, che Iddio per concederci i suoi favori ama servirsi del ministero dei suoi Angeli e dei suoi Santi, e che negli Angeli e nei Santi abbiamo dei patroni per grazia, oltre a quello che abbiamo in Gesù Cristo per natura, ebbe pur sempre in uso di ricorrere alla mediazione degli Angeli e Santi e di riguardarli almeno in generale quali suoi intercessori e patroni, ed eleggerli poi in particolare quali intercessori per un determinato genere di grazie o quali patroni particolari di un paese, di una città, di una provincia, di un regno. Or bene così facendo la Chiesa per essere eziandio aiutata e protetta in mezzo ai pericoli ed alle persecuzioni mercé l’intercessione e il patrocinio degli Angeli e dei Santi, non eraconveniente che ella ne eleggesse e costituisse uno che di essa fosse il patrono universale? E ciò essendo, come è manifesto, convenientissimo, chi altri mai, dopo la SS. Vergine, doveva essere eletto e costituito Patrono della Chiesa universale, se non il nostro grande Patriarca San Giuseppe? Ed in vero, oltre che per la sua potenza, egli ne aveva il diritto per la sua stessa condizione di Custode della Divina Famiglia. Che egli sia stato il Custode della divina Famiglia non vi ha alcun dubbio. « Come Iddio, dice la Chiesa medesima, come Iddio aveva costituito l’antico Giuseppe, figliuolo del patriarca Giacobbe a presiedere in tutta la terra di Egitto per serbare ai popoli il frumento; così venuta la pienezza dei tempi, essendo per mandare in sulla terra l’Unigenito suo Figliuolo a redimere il mondo, prescelse un altro Giuseppe, del quale quel primo era stato figura, e lo costituì signore e principe della sua casa e della sua possessione, e lo elesse a custode de’ suoi divini tesori. Perocché ebbe questi in isposa la immacolata Vergine Maria, dalla quale per opera dello Spirito Santo nacque il nostro Signor Gesù Cristo, che presso agli uomini si degnò esser riputato figliuolo di Giuseppe ed a lui fu soggetto. E quel Salvatore che tanti re e profeti bramarono di vedere, questo Giuseppe non solo vide, ma con Lui conversò e con paterno affetto lo abbracciò e lobaciò; e con solertissima cura Lui nutricò, che il popolo fedele doveva ricevere come pane disceso dal cielo per conseguire la vita eterna ». Così parla la Chiesa, (Decr. 1870), e così parlandoci apprende che S. Giuseppe fu veramente il Custode della divina Famiglia. Ma che cosaera la divina Famiglia, se non la Chiesa, per così esprimermi, in embrione? non era dessa il primo principio di quella sterminata famiglia, alla quale appartengono oggi più che trecentomilioni di figliuoli? È propriamente nella casa di Nazaret, dove S. Giuseppe era il capo, che la Chiesa ebbe i suoi natali. È lì che si cominciarono a compiere i sublimi disegni di Dio, ed i grandi misteri di nostra Religione; è lì che sorsero i primi modelli del culto cristiano, i primi seguaci del Vangelo ed i primi frutti della Redenzione. È lì in quella famiglia che Gesù Cristo fondatore della Chiesa, ed ora suo Capo invisibile, stette soggetto a Giuseppe e da Giuseppe volle essere scampato nel pericolo della persecuzione di Erode. È li che lo stesso Giuseppe aiutò e protesse Maria, il primo membro dellaChiesa, ed è lì ancora che per conseguenza come patrono di Gesù, Capo della Chiesa, e di Maria, suo primo membro, acquistò un certo diritto di essere il Patrono di tutte le membra del corpo mistico della Chiesa istessa. Ben a ragione pertanto il venerabile Bernardino da Busto dice a questo proposito: Che a questo santissimo uomo essendo del tutto appropriato quel che si legge in S. Luca ed in S. Matteo: « Ecco il servo fedele e prudente, che il Signore stabilì sopra la sua famiglia; doveva ancor essere costituito sulla universale famiglia di Dio; e poiché fu trovato così sufficiente all’opera tanto eccelsa del custodire la divina famiglia, così doveva essere più che mai sufficiente alla custodia e patrocinio di tutto il mondo; perciocché chi fu bastevole al più, molto meglio è da credersi bastevole al meno ». E non meno bellamente disse il devoto Isolano: « Il Signore ha suscitato per sé ed in onore del suo nome S. Giuseppe Capo e Patrono della Chiesa militante ». E non male si apponeva il grande Gersone quando nel Concilio di Costanza esortando i Prelati ivi raccolti a stabilir qualche cosa in lode ed onore di S. Giuseppe, li andava con tutte le sue forze persuadendo ad eleggerlo in Patrono della Chiesa, affine di estinguere il funestissimo scisma, che allora da tanto tempo lacerava la veste inconsutile di Gesù Cristo. E quando finalmente l’immortale Pio IX, il Pontefice dell’Immacolata e del Sacro Cuore di Gesù, il Papa dal cuore vasto come il mare, assecondando le suppliche ed i voti dei Vescovi e dei fedeli di pressoché tutto il mondo, per organo della S. Congregazione dei Riti proclamava di fatto S. Giuseppe Patrono della Chiesa Cattolica, altro non faceva che assegnare ed assicurare a S. Giuseppe la gloria di quel terzo titolo, che giustamente gli competeva insieme con gli altri due di Sposo purissimo di Maria e di Padre putativo di Gesù. Perciocché lo stesso grande Pontefice prima ancora di aver promulgato un tanto oracolo, già alcun tempo innanzi aveva detto con gioia: Mi consola, che i due sostegni della Chiesa nascente, Maria e Giuseppe, riprendano nei cuori cristiani quel posto, che non avrebbero dovuto perdere giammai ».Sapientissima adunque fu l’opera della Chiesa nel riconoscere e proclamare l’universale Patrocinio di San Giuseppe, essendoché una tal prerogativa ed un tale ufficio è perfettamente consentaneo alla sublime dignità di sì gran Patriarca. Ma la sapienza di tal opera rifulgerà anche di maggior luce se attentamente si osservi in quanta opportunità di tempo essa fu compiuta. Certamente se mai furono tempi calamitosi perla Chiesa di Gesù Cristo, se mai volsero giorni così infausti alla nostra santissima fede sono propriamente i giorni ed i tempi nostri. Oggi, più che mai, si muove guerra tremenda contro i santi altari; oggi, più che mai, si assaltano i dommi, i misteri, la dottrina e la morale di Gesù Cristo; oggi, più che mai, si vede l’empietà sfidare il cielo e far disperate prove onde sbandire dalle menti umane persin l’idea di Dio. È ritornato proprio oggidì il tempo in cui: Fremuerunt gentes…astiterunt reges terræ et principes convenerunt in unum adversus Dominum et adversus Christum eius (Salm. II). Popoli e re, grandi e piccoli, tutti l’hanno con Cristo e con la sua Chiesa. I falsi dotti con la penna, la stampa irreligiosa coi fogli, il popolazzo con le urla e con le maledizioni, i re ed i governi con la forza brutale assalgono ad un tempo e da ogni parte questa rocca fondata da Dio e già quasi si applaudono d’averla atterrata. Si snaturano le intenzioni della Chiesa, le si attribuiscono umane passioni ed ingorde voglie, e sotto questi futili pretesti, i quali alle masse poco istruite, segnatamente in fatto di Religione, presentano sempre qualche cosa di specioso, le si rimprovera d’aver degenerato dalla primitiva perfezione, l’accagionano di idee retrograde, di ostinazione a non volersi associare al progresso dei tempi, si rovesciano le sue istituzioni, si rapiscono violentemente i suoi beni, si atterrano le sue opere pie, si assediano e si spiano i suoi ministri per coglierli in fallo, ed al caso si calunniano; si sparge il ridicolo sopra le sue più auguste cerimonie, si beffano i più devoti e fedeli suoi figli. E intanto, ahimè! l’incredulità e l’indifferenza religiosa si impadronisce dei cuori, il vizio passeggia a fronte alta da per tutto, i popoli, la gioventù si guastano e si corrompono spaventosamente e così i membri della Chiesa di Gesù Cristo corrono i più gravi pericoli della eterna perdizione. Or bene, quantunque la Chiesa, neppure ai dì nostri abbia a temere di se stessa, né con una lotta sì accanita abbia a cadere, a disfarsi, a perire, pur tuttavia ella ha bisogno di aiuto e di protezione celeste. Ed a chi altri mai, dopoché a Dio ed alla SS. Vergine, poteva essa ricorrere per aiuto e protezione che al gran Patriarca S. Giuseppe? « In questi difficilissimi tempi, dice il grande nostro Pontefice Leone XIII (Brev. 1891), nulla torna più efficace per conservare il patrimonio della fede e per menare cristianamente la vita, quanto il meritarsi il patrocinio di S. Giuseppe e conciliare il favore di Maria Madre di Dio ai clienti del suo castissimo sposo ». Ed in vero, come Custode della divina Famiglia avendo egli scampato la Chiesa nascente dalla persecuzione di Erode lascerà egli, da noi invocato, come Patrono della Chiesa Cattolica di scamparla dalla persecuzione degli Erodi moderni? Ah no! Senza dubbio questo è il suo uffizio, questo è il suo diritto: questo anzi, diciamolo pure, è il suo dovere, ed egli lo compirà a perfezione, come già lo ha compiuto per il passato, come massimamente lo compié in questo primo venticinquennio dacché fu solennemente come Patrono della Chiesa Cattolica proclamato. Sì lo compirà, e mercé il suo patrocinio torneranno per la Chiesa i giorni di libertà e di pace, somiglianti a quelli che egli godette quaggiù con Gesù e Maria nella casa di Nazaret, spenti che furono i persecutori della divina famiglia. Lo compirà, e come egli allora, non più ricercato a morte il suo caro Gesù, poté godere senza affanno la sua convivenza, così ancor noi senza oppressioni e senza timori potremo adempiere tutti i doveri e valerci di tutti i diritti di figliuoli di Dio e della Chiesa. – Sapientissima adunque, torniamolo a dire, sapientissima fu una tal proclamazione e sommamente opportuna pei tempi che corrono. Epperò santamente confidiamo, che avendo per tal modo S. Giuseppe ripreso quel posto che non avrebbe dovuto perdere giammai, siccome disse Pio IX e come col fatto asserisce il regnante Leone XIII: il mondo un’altra volta sarà salvo. Fiat! Fiat!

SECONDA PARTE.

Se la Chiesa, come abbiamo veduto, dimostrò una grande sapienza nel proclamare S. Giuseppe suo universale Patrono, tocca ora a noi, figliuoli della Chiesa, assecondare i suoi intendimenti in questa proclamazione, vale a dire tocca a noi implorare incessantemente il Patrocinio di San Giuseppe sopra della Chiesa istessa. Come gli Egiziani, colpiti dal terribile flagello della carestia, presentandosi all’antico Giuseppe, andavano esclamando: Salus nostra in manti tua est; la nostra salute, o Giuseppe, è nelle tue mani (Gen. XLVII, 25); così anche noi, in mezzo alle tribolazioni, da cui presentemente è stretta la Chiesa, facciamo salire al trono di S. Giuseppe con somma fiducia lo stesso grido. Imploriamo anzi tutto il patrocinio di S. Giuseppe sopra di noi, affinché mercé la sua potente intercessione e la sua valida protezione possiamo sempre vivere da figliuoli degni della Chiesa, e non mai questa nostra madre abbia a soffrire e piangere per noi. Sì, diciamogli, con tutto il cuore: Fac nos innocuam, Ioseph, decurrere vitam; sitque tuo semper tuta patrocinio; danne, o Giuseppe, di menar una vita lontana dalla colpa, e sempre protetta dal tuo patrocinio. – Imploriamolo in secondo luogo per tutta la Chiesa in generale, pei bisogni nei quali ora si trova, per i suoi Vescovi, per i suoi Sacerdoti, per i suoi religiosi, per i suoi missionari, per tutti quanti i suoi figliuoli, per i buoni e per i cattivi, per i giusti e per i peccatori, per coloro che ancora combattono sopra di questa terra ed eziandio per quelle sante anime, che ora soffrono nel carcere del Purgatorio. Che mercé il patrocinio di S. Giuseppe i Pastori della Chiesa si mantengano sempre in un solo spirito col Supremo Pastore, il Papa (oggi S. S. Gregorio XVIII – ndr. -) che vedano coronato di esito felice il loro apostolico zelo, che possano ricondurre molti traviati all’ovile. Che mercé il patrocinio di S. Giuseppe i Sacerdoti ed i religiosi si mantengano fedeli alla sublimità della loro vocazione e lavorino sempre con somme forze nella mistica vigna. Che sotto il patrocinio di S. Giuseppe i missionari non vengano meno giammai al loro coraggio, riescano a trionfare delle difficoltà e dei pericoli che ad ogni istante incontrano sul loro cammino, e facciano presto risplendere la luce del Santo Vangelo fra quei popoli, che giacciono ancor nelle tenebre e nell’ombra di morte. Che all’ombra del patrocinio di S. Giuseppe perseverino i giusti nella loro giustizia e vadano innanzi nella perfezione e nella santità; e i peccatori si convertano e vivano. Che sotto lo scudo di tanto patrocinio riescano sempre vincitori e trionfanti del mondo, della carne e del demonio tutti i Cristiani, che quaggiù ancora combattono; e per l’efficacia dello stesso patrocinio volino presto al cielo le sante anime del purgatorio: che tutta quanta la Chiesa sia da S. Giuseppe validamente protetta. Sì, diciamo ancora con tutto il cuore: Alme Joseph, dux noster, nos et sanctam Ecclesiam protege: almo Giuseppe, nostro patrono, proteggi noi e tutta quanta la Chiesa. Finalmente imploriamo il patrocinio di San Giuseppe in modo specialissimo per il Capo di tutta la Chiesa, pel Romano Pontefice. Nel 1814, il dì 10 di Marzo, in cui aveva principio la novena di S. Giuseppe, quell’irrequieto conquistatore, quello snaturato tiranno, quel sacrificatore di tante vittime, Napoleone I, che a Savona aveva chiuso in carcere il grande Pio VII, tentando invano di farlo zimbello di sua insana politica, vedendo volgere a male le sue sorti, decretava che fossero restituite al Papa le Provincie di Roma e del Trasimeno. E gli imperiali ordini arrivavano in Savona il 19 Marzo, giorno sacro a S. Giuseppe; per modo che immediatamente dopo il Pontefice, liberato dalla sua prigionia, poteva mettersi in viaggio per la sua diletta Roma, nella quale poi faceva trionfale ritorno il 24 Maggio di quel medesimo anno.Non fu quello un segno dei più manifesti del patrocinio specialissimo, che S. Giuseppe intende esercitare, ed esercita di fatto, sopra il Capo augustissimo della Chiesa? Preghiamo adunque per lui questo gran Santo, affinché si degni di far sentire un’altra volta per lui tutta la potenza della sua intercessione e protezione: che anche oggi S. Giuseppe voglia fiaccare l’orgoglio insensato dei nemici della Chiesa, che anche oggi spezzi le catene che tengono avvinto il venerando Vegliardo del Vaticano, che anche oggi gli ritorni la piena libertà nell’esercizio del suo sublime ministero, che anche oggi lo esalti, lo glorifichi e lo renda beato qui sulla terra, che assecondi i voti ardentissimi del suo cuore, lo zelo incessante del suo meraviglioso pontificato e riconduca al suo cuore paterno tanti figli dissidenti dalla sua dolcissima autorità, che insomma efficacemente conforti il suo animo affaticato dalle cure dell’apostolico ministero, che più vicino sente sovrastare il tempo di sua dipartita (Encicl.20 Sett. 1896). O Giuseppe, salus nostra in manu tua est, la nostra salute è nelle tue mani: col tuo patrocinio salvaci: salva la Chiesa! salva il Papa (Gregorio XVIII)! salva noi tutti! Amen!

Credo …

Offertorium


Orémus
Ps LXXXVIII: 25.
Véritas mea et misericórdia mea cum ipso: et in nómine meo exaltábitur cornu ejus. [La mia fedeltà e la mia misericordia sono con lui: e nel mio nome sarà esaltata la sua potenza].

Secreta

Débitum tibi, Dómine, nostræ réddimus servitútis, supplíciter exorántes: ut, suffrágiis beáti Joseph, Sponsi Genetrícis Fílii tui Jesu Christi, Dómini nostri, in nobis tua múnera tueáris, ob cujus venerándam festivitátem laudis tibi hóstias immolámus. [Ti rendiamo, o Signore, il doveroso omaggio della nostra sudditanza, prengandoTi supplichevolmente, di custodire in noi i tuoi doni per intercessione del beato Giuseppe, Sposo della Madre del Figlio Tuo Gesù Cristo, nostro Signore, nella cui veneranda solennità Ti presentiamo appunto queste ostie di lode.]

Praefatio
de S. Joseph

… Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Et te in Festivitáte beáti Joseph débitis magnificáre præcóniis, benedícere et prædicáre. Qui et vir justus, a te Deíparæ Vírgini Sponsus est datus: et fidélis servus ac prudens, super Famíliam tuam est constitútus: ut Unigénitum tuum, Sancti Spíritus obumbratióne concéptum, paterna vice custodíret, Jesum Christum, Dóminum nostrum. Per quem majestátem tuam laudant Angeli, adórant Dominatiónes, tremunt Potestátes. Coeli coelorúmque Virtútes ac beáta Séraphim sócia exsultatióne concélebrant. Cum quibus et nostras voces ut admítti júbeas, deprecámur, súpplici confessióne dicéntes: [È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e dovunque a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno: noi ti glorifichiamo, ti benediciamo e solennemente ti lodiamo di S. Giuseppe. Egli, uomo giusto, da te fu prescelto come Sposo della Vergine Madre di Dio, e servo saggio e fedele fu posto a capo della tua famiglia, per custodire, come padre, il tuo unico Figlio, concepito per opera dello Spirito Santo, Gesù Cristo nostro Signore. Per mezzo di lui gli Angeli lodano la tua gloria, le Dominazioni ti adorano, le Potenze ti venerano con tremore. A te inneggiano i Cieli, gli Spiriti celesti e i Serafini, uniti in eterna esultanza. Al loro canto concedi, o Signore, che si uniscano le nostre umili voci nell’inno di lode:]

Communio

Matt 1: 20.
Joseph, fili David, noli timére accípere Maríam cónjugem tuam: quod enim in ea natum est, de Spíritu Sancto est. [Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere Maria come tua sposa: poiché quel che è nato in lei è opera dello Spirito Santo].

Postcommunio

Orémus.
Adésto nobis, quǽsumus, miséricors Deus: et, intercedénte pro nobis beáto Joseph Confessóre, tua circa nos propitiátus dona custódi.
[Assistici, Te ne preghiamo, O Dio misericordioso: e, intercedendo per noi il beato Giuseppe Confessore, propizio custodisci in noi i tuoi doni].

SAN GIUSEPPE IL PROTETTORE DEI CRISTIANI (3)

[A. CARMAGNOLA: Il Custode della Divina Famiglia S. GIUSEPPE – Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1896]

RAGIONAMENTO XXX.

Del potere di S. Giuseppe, della sua bontà per noi, e della grande fiducia che in lui dobbiamo riporre.

Una delle cose di cui il mondo suole fare maggior conto si è la grandezza delle aderenze. Ad esempio, stimasi sommamente fortunato colui che ha un amico tra i suoi superiori, tra i suoi padroni, tra i deputati e senatori del regno, tra i ministri e i grandi della corte. E perché? Perché generalmente si dice, si crede (io non vo’ cercare se a ragione o a torto) che il più delle volte si ottengono aiuti, si conseguono cariche, si fanno guadagni, si va in alto più per via di protezione che di merito. Ebbene, noi dobbiamo stimarci sommamente avventurati perché come fedeli devoti di S. Giuseppe abbiamo in lui un amico potentissimo ed ottimo presso alla stessa corte celeste. Gettiamo pure lo sguardo sull’innumerevole moltitudine di Santi che si trovano in Paradiso, ma nessuno ne troveremo che torni più di S. Giuseppe accetto a Dio, a Gesù ed alla Vergine, epperò nessuno il cui potere e la cui bontà verso di noi sorpassi il potere e la bontà del medesimo. Oh pensiero consolantissimo che è mai questo! Se tanta è la potenza e la bontà di S. Giuseppe e noi gli professeremo una sincera divozione, possiamo ancor temere, ancor dubitare di non ottenere mercé la sua mediazione, le più belle, le più importanti grazie? E non riporremo in lui una straordinaria fiducia? Studiamoci pertanto in quest’oggi di considerare e comprendere meglio che ci è possibile un tale potere di S. Giuseppe presso Dio, ed un tale amore per noi, affinché il cuor nostro sempre piò si allieti e si infiammi dei sentimenti della divozione verso il Santissimo Custode della Divina Famiglia. Incominciamo senz’altro.

PRIMA PARTE.

A ben riconoscere quale sia la potenza di San Giuseppe in cielo non avremmo a far altro che rappresentarci alla mente quel che ne dicono i santi, che di lui furono tanto devoti. Ecco come si esprime a questo proposito B. Antonino: « Il potere di una persona viene dalla natura, dalla grazia e dal merito. La natura rende un padre onnipotente sul cuor di suo figlio; la grazia rende un marito onnipotente sopra il cuore della propria sposa; il merito rende un servo onnipotente presso il suo padrone cui abbia reso grandi servigi. Ora qual creatura ha più stretti vincoli di Giuseppe con Gesù e con Maria, essendo il padre dell’uno e lo sposo dell’altra? Chi potrebbe essere più grato a Dio di quel gran santo la cui angelica purità non fu mai offuscata dal soffio delle passioni, e che nel corso di trent’anni esercitò tutte le opere di misericordia verso l’adorabile persona del Figlio di Dio con sì ardente zelo, con umiltà così profonda e con fedeltà così inviolabile? » – S. Bernardo dice : « Se è scritto che il Signore fa la volontà di coloro che lo temono, come rifiuterà di fare quella di S. Giuseppe, che lo nutrì così lungo tempo col sudore della sua fronte? Voluntatem timentium se faciet, quomodo voluntatem nutrientium non faciet? – S. Alfonso de Liguori : « Dobbiamo essere ben persuasi, che Dio, in considerazione de’ suoi grandi meriti, non negherà mai a S. Giuseppe una grazia in favore di coloro che lo onorano. » Il grande dotto Gersone dice che « S. Giuseppe non domanda, ma ordina: Non impetrat, sed imperat. » – « Gesù, dice S. Bernardino da Siena, vuol continuare nel cielo a dare a S. Giuseppe prove del suo rispetto figliale obbedendo ai suoi desideri: Dum pater orat natum, velut imperium reputatur.» –  « Oh quanto saremo felici, dice s. Francesco di Sales, se possiamo meritare di aver parte alle sue sante intercessioni! Perché niente gli sarà negato, né da Maria SS., né dal suo Figlio. Ci otterrà, se in lui confideremo, un santo accrescimento di ogni virtù, ma specialmente di quelle ch’egli possedeva in più alto grado, quali sono la santissima purità di corpo e di spirito, l’amabilissima virtù dell’umiltà, la costanza, e la perseveranza; virtù che ci renderanno vittoriosi dei nostri nemici in questa vita, e degni di andare a godere nella vita eterna la ricompensa che è preparata a coloro che imiteranno gli esempi, che S. Giuseppe ha loro dati. » – « Parecchi santi, dice l’angelico Dottore, hanno ricevuto da Dio il potere di assisterci e di aiutarci in certi particolari bisogni; ma il potere di S. Giuseppe non è limitato; si estende a tutte le nostre necessità; e tutti quelli che lo invocano con confidenza sono certi d’essere esauditi. Gli altri santi godono, è vero, un gran credito in cielo; ma essi intercedono e supplicano come servi, e non comandano come padroni. Giuseppe, che ha veduto Gesù sottomesso alla sua autorità, ottiene quanto desidera dal Re suo figlio. » – « E difatti, prosegue il devotissimo Cartagena, che potrebbe negar Gesù Cristo a Giuseppe, il quale niente negò mai a Lui nel tempo della sua vita! Mosè non era nella sua vocazione, se non il capo e il conduttore del popolo d’Israele, eppure si portava con Dio con tanta autorità, che, quando lo pregava in favore di quel popolo ribelle ed incorreggibile, la sua preghiera sembrava farsi comando, il quale legasse, in certo modo, le mani alla divina maestà, e la riducesse a non poter quasi castigare i colpevoli, finché gliene avesse resa la libertà: Dimitte me, ut irascatur furor meus contra eos et deleam eos. (Esodo, XXXII). Ma quanta maggior virtù e potenza non avrà la preghiera che Giuseppe volge per noi al sovrano Giudice, di cui egli fu guida e padre adottivo? Poiché, s’egli è vero, come dice S. Bernardo, che Gesù Cristo, il quale è nostro avvocato presso il Padre, gli presenta le sacre sue piaghe ed il sangue adorabile che ha sparso per la nostra salute; se Maria, per parte sua, presenta all’unico Figlio il seno che lo portò e nutrì, non possiamo noi aggiungere che S. Giuseppe mostra al Figlio ed alla Madre le mani le quali hanno tanto affaticato per loro ed i sudori che egli ha sparso per guadagnare il loro vitto sopra la terra? E se Dio Padre non può nulla negare al suo Figlio diletto, quando lo prega per le sue sacre piaghe, né il Figlio nulla negare alla sua Santissima Madre, quando lo scongiura per le viscere che lo hanno portato, non siam noi tenuti a credere che né il Figlio, né la Madre divenuta la dispensatrice delle grazie che Gesù Cristo ha meritato, non possono nulla negare a S. Giuseppe quando egli li prega per tutto ciò che ha fatto per essi in trent’anni di sua vita? Immaginiamoci che il nostro santo Protettore volga per noi a Gesù Cristo, di lui Figlio adottivo, questa commovente preghiera: « O mio divin Figlio, degnatevi di spargere le vostre più abbondanti grazie sopra i miei servi fedeli; io ve lo domando pel nome di padre, di cui mi avete tante volte onorato, per queste braccia che vi ricevettero e vi riscaldarono nella vostra nascita, e vi trasportarono in Egitto per salvarvi dal furor di Erode; ve lo chiedo per quegli occhi di cui asciugai le lagrime, per quel prezioso sangue che io raccolsi nella vostra circoncisione; pei travagli e per le fatiche che io portai con tanta contentezza per nutrire la vostra infanzia, per allevarvi nella vostra giovinezza » Gesù così pieno di carità potrebbe Egli resistere a tale preghiera ? » – Ma ascoltiamo infine la grande devota di San Giuseppe, la serafina del Carmelo S. Teresa. Le sue parole sembrano essere più persuasive e convincenti di tutte le altre. Parli dunque essa medesima. « Io presi per avvocato e per protettore il glorioso S. Giuseppe e mi raccomandai a lui col più gran fervore. Il suo soccorso si manifestò visibilmente. Questo tenero padre della mia anima, questo amatissimo protettore si affrettò a cavarmi dallo stato in cui languiva il mio corpo; come mi tolse da pericoli più grandi di altro genere, che minacciavano il mio onore e la mia eterna salute. Per colmo di ventura egli mi esaudì sempre al di là delle mie preghiere e delle mie speranze. Non mi ricordo d’aver sinora domandato grazia che non me l’abbia ottenuta. Quale spettacolo presenterei ai vostri sguardi se mi fosse dato di riferire le grazie insigni, di cui Dio mi colmò, ed i pericoli sì dell’anima come del corpo da cui fui liberata per mediazione di questo gran Santo! L’Altissimo concede agli altri santi soltanto la grazia di soccorrerci in tale o in tal altro bisogno; ma il glorioso S. Giuseppe, lo so per esperienza, stende il suo potere sopra tutte le nostre necessità. Nostro Signore vuole con ciò farci intendere, che nello stesso modo che gli fu sottomesso sopra questa terra d’esilio, riconoscendo in lui l’autorità di padre putativo e di governatore, si compiace ancora nel cielo di fare la sua volontà con l’esaudire tutte le sue domande. Molte persone a cui io aveva consigliato di raccomandarsi a questo incomparabile Protettore, lo hanno del pari esperimentato; ond’è che il numero delle anime che lo onorano va crescendo, ed il felice successo della sua mediazione conferma ogni giorno più la verità delle mie parole. Epperò conoscendo oggi per lunga esperienza il meraviglioso potere di S. Giuseppe presso Dio, vorrei persuadere a tutti di onorarlo con culto particolare. Sinora ho sempre veduto le persone che hanno per lui devozione vera e sostenuta dalle opere progredire nella virtù; perché questo celeste Protettore favorisce in modo meraviglioso l’avanzamento spirituale delle anime, che a lui si raccomandano. Da molti anni che nel giorno di sua festa gli domando un favor particolare, non me l’ha mai rifiutato. Se per qualche imperfezione la mia domanda si allontanava dalla mira della gloria divina, egli la raddrizzava in modo da farmene ridondare un bene maggiore. Se io avessi autorità per iscrivere, qual puro piacere proverei a raccontare minutamente le grazie di cui tante persone sono, al par di me, debitrici a questo gran Santo. Ma mi basti scongiurare per l’amor di Dio quelli che non mi danno fede di farne prova; e vedranno quanto sia vantaggioso il raccomandarsi a questo gran Patriarca, e onorarlo in modo speciale. » Fin qui S. Teresa. – Or bene, dopo testimonianze così autorevoli e così ricche di profonde ragioni possiamo noi avere il minimo dubbio sulla potenza veramente grande di S. Giuseppe? Ma ciò che deve raddoppiare la nostra confidenza in S. Giuseppe si è la sua ineffabile carità per noi. Non c’è altra misura dell’amore, che si ha pel prossimo, che quella dell’amore che si porta a Dio. L’amor di Dio e del prossimo sono, dice S. Gregorio, due anelli di una medesima catena, due numi che scaturiscono dalla medesima sorgente. Egli è indubitabile che l’amor di S. Giuseppe verso Dio, quando era ancor sopra la terra, superava incomparabilmente l’amore di tutti gli uomini, di tutti i santi e di tutti gli Angeli. Egli è dall’amore, di cui Giuseppe arde per Dio, che bisogna misurare quello che ha per noi; ed è facile il comprendere che l’uno e l’altro oltrepassano l’umano intendimento. – A cotesta ragione fondamentale se ne devono aggiungere molte altre. Giuseppe è nostro padre, poiché noi siamo figli di Maria, fratelli e coeredi di Gesù Cristo, suo divin Figlio. Gesù, facendosi suo Figlio gli pose nel cuore un amore più tenero di quello del miglior dei padri; e ciò non solo per essere amato come figlio, ma acciocché quello stesso amore si spandesse sopra tutti gli uomini divenuti parimenti suoi figli. Egli è in questo modo, che gli comunicò una grazia tutta speciale d’amore, di tenerezza e di sollecitudine per noi, la quale lo porta a farci tanto bene quanto il padre più sviscerato possa desiderare ai suoi figli, che egli ama più di se stesso. – Il Divinissimo Gesù, che ebbe riposato tante volte sopra il cuore di Giuseppe per accendervi una fornace d’amore proporzionato alle cure paterne di cui egli era incaricato, seppe rendere così grande quel cuore, affinché tutti i Cristiani potessero trovarvi un asilo nelle loro pene e nei loro travagli. S. Giuseppe sa che il suo divin Figlio ci amò sino ad incarnarsi, soffrire e morire per noi. Quante volte nel corso di sua vita non ha egli inteso il Salvatore manifestare il vivo desiderio di cui ardeva di dare per ciascuno di noi, sino all’ultima stilla, il suo sangue! Come sarebbe dunque possibile, che Giuseppe ci guardasse con indifferenza e vedesse perire senza dolore una famiglia di cui Gesù Cristo è il primogenito? Egli è in servigio degli uomini che S. Giuseppe fu arricchito di tante grazie e di privilegi cotanto gloriosi, e che fu scelto per essere il casto sposo di Maria ed il padre di Gesù. Se non ci fossero stati degli uomini, e se Dio non li avesse amati sino al punto d’incarnarsi per salvarli, Giuseppe non avrebbe ricevuto il titolo sublime che lo colloca al di sopra di tutti gli Angeli e di tutti i santi. Egli conosce queste verità; come potrebbe dunque, egli tanto riconoscente, non essercene grato e non amarci? Quando Giuseppe viveva sopra la terra era dotato di cuore eccellente, inclinato alla compassione ed alla misericordia verso tutti gli uomini. Ora che nel cielo la sua carità è perfetta, potrebbe egli essere insensibile ai nostri pericoli, alle nostre miserie ? Giuseppe è nostro padre sì, ma della stessa natura di noi, egli soffrì e pianse come noi; conobbe tutti i nostri pericoli; e questo è un motivo di più per amarci e compatirci nelle nostre pene. Animo adunque, se tale è la potenza, tale la bontà di S. Giuseppe per noi, ricorriamo a lui fiduciosi in tutti i nostri bisogni, e proveremo la verità di ciò che ci è dato per certo da S. Teresa: che cioè non mai persona alcuna, per quanto fosse povera ed abbandonata, l’invocò invano; sempre dall’alto dei cieli egli rivolge i suoi sguardi pieni di misericordia verso gl’infelici che lo implorano dal tristo loro esilio. Dalle mani di Giuseppe come dalle mani di Maria piovono a torrenti le grazie; egli versa le benedizioni del cielo sopra tutti gli uomini: ma le spande con maggior abbondanza sopra quelli che lo invocano. Imploriamolo con fiducia, e non scoraggiamoci, se la nostra preghiera non è esaudita tanto prontamente quanto vorremmo. Perseveriamo allora nella preghiera, applicandoci nello stesso tempo ad imitare le sue virtù, e S. Giuseppe non lascerà di ottenerci la grazia richiesta se può giovare alla gloria di Dio e al bene della nostra anima.

SECONDA PARTE.

Abbiamo già altre volte osservato come l’antico Giuseppe sia stato una bella figura del nostro in moltissimi tratti della sua vita. Or bene lo fu eziandio della pienezza del suo potere e della sua somma bontà verso degli uomini. Faraone per ricompensare i servigi, che da Giuseppe figliuolo di Giacobbe aveva ricevuto, lo stabilì intendente generale della sua casa, padrone di tutti i suoi beni, volendo che ogni cosa si facesse secondo il suo cenno. Dopo averlo costituito viceré dell’Egitto gli affidò il sigillo della sua autorità reale, e gli donò il pieno potere di  concedere tutte le grazie che volesse. Ed allora che i popoli, sollecitati dalla fame si rivolgevano al re d’Egitto per aver del frumento, quel principe li inviava a Giuseppe, da lui stabilito dispensatore di tutte le ricchezze del suo regno. Ei diceva: Ite ad Ioseph, et quidquid dixerit vóbis, facite. Andate da Giuseppe, fate tutto quello che egli vi dirà, e ricevete da lui quanto egli vorrà donarvi (Gen. XLI, 55). E Giuseppe, pieno di compassionevole carità verso di quei bisognosi aperuit universa horrea, et vendébat Ægyptiis ; aperse tutti i granai, ed a prezzo distribuiva il frumento a quei poveri oppressi dalla fame. Così pure, o miei carissimi Cristiani, da quanto abbiamo oggi considerato dobbiamo riconoscere che Gesù Cristo avendo costituito S. Giuseppe quale suo plenipotenziario in cielo, egli è altresì a S. Giuseppe che ci invia per ottenere più sicuramente a sua intercessione le grazie che ci sono necessarie, e che S. Giuseppe pieno di bontà per noi, purché gli offriamo il prezzo delle nostre preghiere e delle nostre opere buone, è prontissimo ad aprire i tesori delle grazie celesti e distribuircene in grande abbondanza. Ricorriamo adunque a Giuseppe colla ferma fiducia di ottenere quanto gli chiederemo. Egli è il favorito del Re del cielo, a cui dobbiamo piacere se vogliamo essere bene accolti dalla divina Maestà; egli è il padre che dobbiamo renderci favorevole per poter ottenere qualche grazia dal Figlio; egli è l’intendente della sua casa, che deve presentare le nostre suppliche per farle gradire dal padrone; egli è il migliore ed il più caritatevole avvocato che possiamo impiegare presso la sua sposa, per patrocinare la nostra causa presso Gesù Cristo, riconciliarci con Lui e rimetterci nelle buone grazie sino al nostro ultimo respiro. Andiamo a Giuseppe, acciocché interceda per noi. Tutti i Cristiani devono trovare nella vita di questo gran Patriarca grandi motivi di confidenza. I nobili ed i ricchi devono considerare pregandolo, che S. Giuseppe è il pronipote dei Patriarchi e dei re; i poveri considerino, ch’egli visse come essi nella povertà; gli operai, che egli ha continuamente lavorato come un semplice operaio; le persone vergini, che egli conservò per tutta la sua vita la più perfetta verginità, e fu trascelto da Dio per essere il custode ed il protettore della Regina delle Vergini; le persone maritate, ch’egli fu il capo della più augusta famiglia che possa mai esistere: i fanciulli, ch’egli fu il padre putativo di Gesù, il conservatore, il governatore della sua infanzia: i sacerdoti, ch’egli ebbe sovente la somma ventura di portare Gesù fra le braccia; che di più ha offerto al Padre eterno le primizie del Sangue del Salvatore nel giorno della circoncisione; le persone religiose, ch’egli santificò la sua solitudine di Nazaret con la pratica delle più perfette virtù e con pii ragionamenti con Gesù e Maria. Da colui, che siede sul trono fino a chi per vivere deve mendicare il pane, tutti debbono trovare i più forti motivi per riporre una fiducia illimitata nella sua potenza e nella sua bontà.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO XII – MYSTICI CORPORIS (3)

(3)

« … mentre infatti nel corpo naturale il principio della unità congiunge le parti in modo che le singole manchino completamente della propria sussistenza, invece nel Corpo mistico la forza di mutua congiunzione, sebbene intima, unisce le membra tra loro in modo che le singole godano del tutto di una propria personalità … »: è una delle sentenze del Santo Padre Pio XII nell’illustrare mirabilmente il concetto del “Corpo mistico di Cristo” che è la Chiesa, Una, Santa, Cattolica, Apostolica. In questa parte della lettera occorre porre somma attenzione ad ogni parola che, se ben compresa e ritenuta, è fonte di vita e di salvezza eterna. Notevoli sono pure i riferimenti scritturali, in particolare alle lettere dell’Apostolo delle genti, nonché la citazione di capisaldi del Magistero Pontificio, lettere encicliche di Leone XIII e Pio XI. Immergiamoci senza indugio in questa fonte di benessere spirituale e salvifico e, con la luce dello Spirito Santo, traiamone il massimo beneficio in questi tempi di confusione dottrinale, eresie grossolane e moderniste fughe scismatiche pseudotradizionaliste, più o meno dichiarate, palesi, o comunque di fatto.

Cristo è il «Sostentatore» del Corpo

Venerabili Fratelli, quelle cose che abbiamo sopra esposte, spiegando brevemente il modo con cui Gesù Cristo vuole che l’abbondanza dei Suoi doni dalla propria divina pienezza affluisca nella Chiesa affinché essa quanto più è possibile sia a Lui somigliante Ci introducono a spiegare la terza ragione per cui il Corpo sociale della Chiesa si fregia del nome di Cristo: ragione che consiste nel fatto che il nostro Salvatore sostenta Egli stesso divinamente la società da lui fondata. – Come osserva acutamente e sottilmente il Bellarmino (cfr. De Rom. Pont., I, 9; De Concil., II, 19), questo appellativo del Corpo di Cristo non deve spiegarsi semplicemente col fatto che Cristo debba dirsi Capo del Suo Corpo mistico, ma anche col fatto che Egli talmente sostenta la Chiesa e talmente vive in certo modo nella Chiesa, che essa sussiste quasi come una seconda Persona di Cristo. Anche il Dottore delle Genti lo afferma, quando, scrivendo ai Corinti, senz’altra aggiunta, denota la Chiesa col nome di “Cristo” (cfr. I Cor. XII, 12), imitando in ciò lo stesso Maestro il quale a lui che perseguitava la Chiesa aveva gridato dall’alto: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. (cfr. Act. IX, 4; XXII, 7; XXVI, 14). Anzi, se crediamo al Nisseno, spesso la Chiesa vien chiamata dall’Apostolo semplicemente “Cristo” (cfr. Greg. Nyss. De vita Moysis; Migne P. G., XLIV, 385); né vi è ignoto, Venerabili Fratelli, quel detto di Agostino: “Cristo predica Cristo” (cfr. Serm., CCCLIV, 1; Migne, P. L., XXXIX, 1563).

a) Per la sua nobilissima missione giuridica

Tuttavia tale nobilissima denominazione non deve essere presa come se appartenesse all’intera Chiesa quell’ineffabile vincolo con cui il Figlio di Dio assunse un’individua umana natura; ma consiste in ciò che il nostro Salvatore comunica talmente con la sua Chiesa i beni Suoi propri, che questa, secondo tutto il suo modo di vivere, quello visibile e quello invisibile, presenta una perfettissima immagine di Cristo. Poiché, per quella missione giuridica con la quale il divin Redentore mandò nel mondo gli Apostoli come Egli stesso era stato mandato dal Padre (cfr. Jo. XVII, 18; XX, 21), è proprio Lui che battezza, insegna, governa, assolve, lega, offre, sacrifica, per mezzo della Chiesa.

b) Per lo Spirito di Cristo

Con quell’alta donazione poi, del tutto interna e sublime che abbiamo sopra accennata nel descrivere il modo d’influire del Capo nelle Sue membra, Gesù Cristo fa vivere la Chiesa della sua propria superna vita, permeando con la Sua divina virtù tutto il Corpo di lei, e alimentando e sostentando le singole membra, secondo il posto che occupano nel Corpo, come la vite nutre e fa fruttificare i tralci che le sono uniti (Leone XIII, Lett. Enc. “Sapientiæ Christianæ“; “Satis cognitum“). – Che se poi consideriamo attentamente questo divino principio di vita e di virtù dato da Cristo, in quanto costituisce la stessa fonte di ogni dono e grazia creata, capiremo facilmente che esso non è altro se non lo Spirito Santo, che procede dal Padre e dal Figlio e che vien chiamato in modo proprio “Spirito di Cristo”, ossia “Spirito del Figlio” (Rom. VIII, 9; II Cor. III, 17; Gal. VI, 6). Per opera di questo Spirito di grazia e di verità, il Figlio di Dio dispose la propria anima nel seno incontaminato della Vergine; questo Spirito pone le Sue delizie nell’abitare nell’anima del Redentore come nel suo tempio preferito; questo Spirito ci fu meritato da Cristo sulla Croce, spargendo il proprio sangue; questo, Egli donò alla Chiesa per rimettere i peccati, alitandolo sopra gli Apostoli (cfr. Jo. XX, 22); e mentre soltanto Cristo ricevette questo Spirito senza misura (cfr. Jo. III, 34), alle membra del Corpo mistico vien distribuito dalla pienezza dello stesso Cristo secondo la misura del dono di Cristo (cfr. Eph. I, 8; IV, 7). Dopo che Cristo fu glorificato sulla Croce, il Suo Spirito vien comunicato alla Chiesa con copiosissima effusione, affinché le sue singole membra di giorno in giorno siano sempre più simili al Redentore. È lo Spirito di Cristo che ci ha resi figli adottivi di Dio (cfr. Rom. VIII, 14-17; Gai. IV, 6-7), sicché un giorno “noi tutti, mirando a faccia svelata la gloria del Signore quasi in uno specchio, siam trasformati di gloria in gloria nella stessa Sua immagine” (cfr. II Cor. III, 18).

c) Perché è l’anima del Corpo mistico

A questo Spirito di Cristo, come a principio invisibile, bisogna anche attribuire l’unione di tutte le parti del Corpo tra loro e con l’eccelso lor Capo, risiedendo esso tutto nel Capo, tutto nel Corpo, tutto nelle singole membra: a queste Egli è presente con la Sua assistenza in maniere diverse, secondo i loro diversi uffici e il loro maggiore o minor grado di perfezione spirituale. Egli, col suo celeste soffio di vita, è il principio d’ogni azione vitale ed efficacemente salutare nelle diverse parti del mistico Corpo. Egli, sebbene sia personalmente presente in tutte le mistiche membra e in esse divinamente agisca, tuttavia nelle parti inferiori opera per ministero delle membra superiori. Infine, mentre spirando la Sua grazia produce sempre nuovi incrementi, pure non vuole abitare con la grazia santificante in quelle membra che siano completamente separate dal Corpo. E questa presenza di attività dello Spirito di Gesù Cristo fu con vigorosa sintesi espressa dal Nostro Predecessore Leone XIII d’immortale memoria, nella Lettera Enciclica “Divinum illud”, dicendo: “Basti affermare che, essendo Cristo il Capo della Chiesa, lo Spirito Santo è l’anima di essa”. – Se poi quella forza e virtù vitale con cui tutta la comunità dei Cristiani vien sostentata dal suo Fondatore, la consideriamo non in se stessa, ma negli effetti creati che da lei promanano, essa consiste nei doni celesti che, quale causa efficiente della luce soprannaturale e della santità, il nostro Redentore insieme col Suo Spirito dà alla Chiesa, e produce insieme allo stesso Spirito. Perciò la Chiesa non diversamente che tutte le sante sue membra, può far sua questa grande sentenza dell’Apostolo: “Vivo non più io, ma vive in me Cristo” (Gal. II, 20).

Cristo è il «Salvatore» del Corpo

La nostra esposizione intorno al “Capo mistico” (cfr. Ambros. De Elia et jejun., 10, 36-37 et In Psalm. 118, serm. 20, 2; Migne, P. L., XIV, 710 et XIV, 1483) rimarrebbero certamente monchi, se non accennassimo, almeno brevemente, ad un’altra sentenza dello stesso Apostolo: “Cristo è Capo della Chiesa: Egli il Salvatore del Corpo di lei” (Eph. V, 23). Con queste parole, infatti, viene indicata l’ultima ragione per cui il Corpo della Chiesa è fregiato del nome di Cristo. Cioè Cristo è il divino Salvatore di questo Corpo. Egli infatti a buon diritto vien proclamato dai Samaritani “Salvatore del mondo” (Jo. IV, 42); anzi senza alcun dubbio dev’essere chiamato “Salvatore di tutti”, sebbene con Paolo bisogna aggiungere che lo è “specialmente dei fedeli” (cfr. I Tim. IV, 10), in quanto, a preferenza di tutti gli altri, conquistò col Suo sangue le membra che costituiscono la Chiesa (Act. XX, 28). Avendo già detto abbastanza sulla Chiesa nata dalla Croce, su Cristo datore della luce, causa della santità e sostentatore del Suo Corpo mistico, non è il caso di soffermarCi ancora su questo argomento, ma piuttosto è opportuno meditare queste verità con animo umile e attento, rivolgendo a Dio sentimenti di gratitudine perenne. Pertanto quello che il nostro Salvatore pendente dalla Croce iniziò, non cessa di perpetuarlo nella beatitudine celeste: “Il nostro Capo — dice Agostino — interpella per noi: alcune membra Egli riceve, altre flagella, altre purifica, altre consola; altre ne crea, altre ne chiama, altre ne corregge, altre ne rinnova” (Enarr. in Ps., LXXXV, 5; Migne, P. L., XXXVII, 1085). Noi dobbiamo pertanto cooperare con Cristo in quest’opera salutare, giacché “da Uno e per mezzo di Uno veniamo salvati e salviamo” (Clem. Alex., Strom. VII, 2: Migne, P. G., IX, 413).

LA CHIESA È IL CORPO DI CRISTO «MISTICO»

Ed ora, Venerabili Fratelli, passiamo a un altro punto nella esposizione di questa dottrina, per spiegare cioè perché il Corpo di Cristo (che è la Chiesa) deve chiamarsi mistico. Tale denominazione, in uso presso parecchi antichi scrittori, è comprovata da non pochi documenti dei Sommi Pontefici. Quest’appellativo infatti deve adoperarsi per varie ragioni, poiché per mezzo di esso si può distinguere il Corpo sociale della Chiesa, di cui Cristo è Capo e condottiero, dal corpo fisico dello stesso Cristo, che nato dalla Vergine Madre di Dio, è ora assiso alla destra del Padre in cielo e nascosto in terra sotto i veli eucaristici: e, ciò che maggiormente importa per gli errori moderni, per mezzo di questa determinazione lo si può distinguere da qualunque altro corpo sia fisico sia morale.

Il corpo mistico e il corpo fisico

Mentre infatti nel corpo naturale il principio della unità congiunge le parti in modo che le singole manchino completamente della propria sussistenza, invece nel Corpo mistico la forza di mutua congiunzione, sebbene intima, unisce le membra tra loro in modo che le singole godano del tutto di una propria personalità. Se poi consideriamo il mutuo rapporto del tutto e delle singole membra, esse in ogni corpo fisico vivente sono in ultima istanza destinate soltanto a profitto di tutto il composto; mentre, in una compagine sociale di uomini, nell’ordine della finalità dell’utilità, l’ultimo scopo è il bene di tutti e di ciascun membro, essendo essi persone. Così (per ritornare al nostro argomento), come il Figlio dell’eterno Padre discese dal cielo per la salvezza eterna di noi tutti, così fondò il Corpo della Chiesa e lo arricchì del divino Spirito per procurare ed assicurare la beatitudine delle anime immortali, secondo il detto dell’Apostolo: “Tutte le cose sono vostre; voi siete di Cristo: Cristo poi è di Dio” (I Cor. III, 23; Pio XI, Lettera Enciclica “Divini Redemptoris“). La Chiesa, infatti, è costituita per il bene dei fedeli e per la gloria di Dio e di Gesù Cristo che Egli ci ha mandato.

Il corpo mistico e il corpo puramente morale

Se poi confrontiamo il Corpo mistico con quello morale, allora bisogna notare tra i due una differenza di somma importanza. Nel corpo morale, il principio di unità non è altro che il fine comune e la comune cooperazione ad uno stesso fine, mediante l’autorità sociale; invece nel Corpo mistico, di cui trattiamo, a questa comune tendenza allo stesso fine si aggiunge un altro principio interno, che esiste ed agisce vigorosamente nell’intera compagine e nelle singole sue parti, ed è di tale eccellenza da superare immensamente per se stesso tutti i vincoli di unità che compaginano sia un corpo fisico sia un corpo morale. Ciò, come sopra abbiam detto, non è qualche cosa di ordine naturale, ma soprannaturale, anzi in se stesso infinito ed increato, cioè lo Spirito divino che, come dice l’Angelico, “uno e identico per numero, riempie ed unisce tutta la Chiesa” (De Veritate, q. 29, a. 4. c.). – Il retto significato dunque di questa voce rammenta che la Chiesa, la quale deve ritenersi una società perfetta nel suo genere, non consta soltanto di elementi ed argomenti sociali e giuridici. Essa è certamente molto più eccellente di qualunque altra società umana (Leone XIII, Lettera Enciclica “Sapientiæ Christianæ“) e le supera come la grazia supera la natura e come le cose immortali trascendono tutte le cose caduche (Leone XIII, “Satis cognitum“). Certo le altre società umane, e specialmente la società civile, van tenute in non poco conto; ma nel loro ordinamento non vi sono tutti gli elementi della Chiesa, come nella parte materiale del nostro corpo mortale non vi è tutto l’uomo. Sebbene, infatti, le ragioni giuridiche sulle quali anche la Chiesa è fondata e costruita abbiano origine dalla costituzione divina datale da Cristo e contribuiscano al conseguimento del suo fine soprannaturale, tuttavia ciò che eleva la società cristiana a quel grado che supera assolutamente ogni ordine naturale è lo Spirito del nostro Redentore che, come fonte di tutte le grazie, doni e carismi, pervade intimamente la Chiesa e opera in essa. Come la compagine del nostro corpo mortale, benché sia opera meravigliosa del Creatore, pure dista moltissimo dall’eccelsa dignità dell’animo nostro, così la struttura della società cristiana, benché sia tale da mostrare la sapienza del suo divino Architetto, tuttavia è qualche cosa di ordine del tutto inferiore se si paragona ai doni spirituali di cui essa è dotata e con cui essa vive e con la loro divina sorgente.

La Chiesa giuridica e la chiesa della Carità

Da quanto finora abbiamo spiegato, Venerabili Fratelli, appare il grave errore sia di coloro che s’immaginano arbitrariamente la Chiesa quasi nascosta e del tutto invisibile, sia di coloro che la confondono con altre istituzioni umane fornite di regola disciplinare e riti esterni, ma senza comunicazione di vita soprannaturale. Invece, come Cristo, Capo ed esemplare della Chiesa, “non è tutto il Cristo se in Lui si considera o soltanto la natura umana visibile… O soltanto la natura divina invisibile…, ma è uno con le due nature e nelle due nature, così il Suo Corpo mistico”. Il Verbo di Dio assunse l’umana natura soggetta ai dolori, affinché, fondata la società visibile e consacrata col sangue divino, “l’uomo fosse richiamato alle cose invisibili attraverso un governo visibile” (S. Thom. De Veritate, q. 29, a. 4 ad 3).

Perciò compiangiamo e riproviamo anche il funesto errore di coloro che sognano una Chiesa ideale, una certa società alimentata e formata di carità, alla quale (non senza disprezzo) oppongono l’altra che chiamano giuridica. Ma erroneamente suggeriscono una tale distinzione: non avvertono infatti che il divin Redentore volle che il ceto di uomini da Lui fondato fosse anche una società perfetta nel suo genere, fornita di tutti gli elementi giuridici e sociali per perpetuare in terra l’opera salutare della Redenzione (Conc. Vat. Sess. IV, Const. dogm. de Eccl., prol.); perciò la volle arricchita dallo Spirito Santo di celesti doni e grazie. L’Eterno Padre la volle, è vero, come “regno del Figlio del suo amore” (Col. I, 13); ma un regno vero, nel quale cioè tutti i credenti gli offrissero la completa sottomissione dell’intelletto e della volontà (Conc. Vat., Sess. III, Const. de fide cath., cap. 3), e con animo umile ed obbediente si cono formassero a Lui che per noi “si fece ubbidiente sino alla morte” (Phil. II, 8). Dunque, nessuna vera opposizione o ripugnanza può esistere tra la missione invisibile dello Spirito Santo e l’ufficio giuridico che i Pastori e i Dottori hanno ricevuto da Cristo. Anzi queste due realtà si completano e perfezionano a vicenda (come in noi il corpo e l’anima) e procedono da un solo identico Salvatore, il quale, quando alitò sugli Apostoli, non solo disse “Ricevete lo Spirito Santo” (Jo. XX, 22), ma comandò anche a voce alta: “Come il Padre mandò me, così anche io mando voi” (Jo. XX, 21), e “Chi ascolta voi, ascolta me” (Luc. X, 16).  – Che se nella Chiesa si scorge qualche cosa che denota la debolezza della nostra condizione, ciò non deve attribuirsi alla sua costituzione giuridica, ma piuttosto alla deplorevole tendenza dei suoi singoli membri al male, tendenza che il divin Fondatore permette che esista anche nei membri più ragguardevoli del suo Corpo mistico, affinché venga messa alla prova la virtù sia delle pecorelle sia dei Pastori e in tutti si accumulino i meriti della Fede cristiana. Cristo infatti, come abbiam detto sopra, dal ceto che aveva fondato non volle che fossero esclusi i peccatori: se dunque alcuni membri soffrono malattie spirituali, non c’è motivo di diminuire il nostro amore verso la Chiesa, ma piuttosto di aumentare la nostra pietà verso le sue membra. – Sì, certamente, senza alcuna macchia risplende la pia Madre nei Sacramenti con i quali genera ed alimenta i figli, nella fede che conserva sempre incontaminata, nelle santissime leggi con le quali comanda, nei consigli evangelici con i quali ammonisce, nei celesti doni e carismi con i quali nella sua inesausta fecondità (cfr. Conc. Vat., Sess. III, Const. de fide catholica, cap. 3) genera innumerevoli eserciti di martiri, di vergini e di confessori. Ma non si può ascriverle a difetto se alcune membra languiscono inferme o ferite: in nome loro ogni giorno essa stessa prega Dio dicendo: “Rimetti a noi i nostri debiti” e nella loro cura spirituale si applica senza indugio e con forte e materno animo.  – Quando dunque chiamiamo “mistico” il Corpo di Gesù Cristo, dal significato stesso di questa parola riceviamo i più gravi ammaestramenti, che risuonano in questo detto di San Leone: “Riconosci, o cristiano, la tua dignità, e, divenuto partecipe della natura divina, non voler con un ignobile tenor vita, ritornare all’antica bassezza. Ricordati di quale Capo e di quale Corpo sei membro” (Serm. XXI, 3; Migne, P. L., LIV, 192-193).

DOMENICA II DI QUARESIMA (2019)

DOMENICA II DI QUARESIMA (2019)

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Incipit

In nómine Patris,  et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXIV:6; XXIV:3; XXIV:22

Reminíscere miseratiónum tuarum, Dómine, et misericórdiæ tuæ, quæ a sæculo sunt: ne umquam dominéntur nobis inimíci nostri: líbera nos, Deus Israël, ex ómnibus angústiis nostris.

[Ricòrdati, o Signore, della tua compassione e della tua misericordia, che è eterna: mai triònfino su di noi i nostri nemici: líberaci, o Dio di Israele, da tutte le nostre tribolazioni.]

Ps XXIV:1-2

Ad te, Dómine, levávi ánimam meam: Deus meus, in te confído, non erubéscam.

[A te, o Signore, ho levato l’ànima mia, in Te confido, o mio Dio, ch’io non resti confuso.]

Reminíscere miseratiónum tuarum, Dómine, et misericórdiæ tuæ, quæ a sæculo sunt: ne umquam dominéntur nobis inimíci nostri: líbera nos, Deus Israël, ex ómnibus angústiis nostris.

[Ricòrdati, o Signore, della tua compassione e della tua misericordia, che è eterna: mai triònfino su di noi i nostri nemici: líberaci, o Dio di Israele, da tutte le nostre tribolazioni.]

Orémus.

Deus, qui cónspicis omni nos virtúte destítui: intérius exteriúsque custódi; ut ab ómnibus adversitátibus muniámur In córpore, et a pravis cogitatiónibus mundémur in mente. [O Dio, che ci vedi privi di ogni forza, custodíscici all’interno e all’esterno, affinché siamo líberi da ogni avversità nel corpo e abbiamo mondata la mente da ogni cattivo pensiero.]

LECTIO

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Thessalonicénses.

1 Thess IV: 1-7.

“Fratres: Rogámus vos et obsecrámus in Dómino Jesu: ut, quemádmodum accepístis a nobis, quómodo opórteat vos ambuláre et placére Deo, sic et ambulétis, ut abundétis magis. Scitis enim, quæ præcépta déderim vobis Per Dominum Jesum. Hæc est enim volúntas Dei, sanctificátio vestra: ut abstineátis vos a fornicatióne, ut sciat unusquísque vestrum vas suum possidére in sanctificatióne et honóre; non in passióne desidérii, sicut et gentes, quæ ignórant Deum: et ne quis supergrediátur neque circumvéniat in negótio fratrem suum: quóniam vindex est Dóminus de his ómnibus, sicut prædíximus vobis et testificáti sumus. Non enim vocávit nos Deus in immundítiam, sed in sanctificatiónem: in Christo Jesu, Dómino nostro.”

Omelia I

 [A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli, Sc. Tip. Arciv. Artigianelli – Pavia, 1929]

– LA PURITÀ –

“Fratelli: Vi preghiamo e supplichiamo nel Signore, che, avendo da noi appreso la norma, secondo la quale dovete condurvi per piacere a Dio, continuiate a seguire questa norma, progredendo sempre più. Poiché la volontà di Dio è questa: la vostra santificazione: che vi asteniate dalla fornicazione, che ciascuno di voi sappia possedere il proprio corpo nella santità e nell’onestà, e non seguendo l’impeto delle passioni, come fanno i pagani che non conoscono Dio; che nessuno su questo punto soverchi o raggiri il proprio fratello: che Dio fa vendetta di tutte queste cose, come vi abbiamo già detto e dichiarato. Dio, infatti, non ci ha chiamati all’immondezza, ma alla santità: in Cristo Gesù Signor nostro” (I Tess. IV, 1-7).

San Paolo, nel chiudere il cap. terzo della sua prima lettera ai Tessalonicesi, assicura che egli prega Dio, perché, togliendo gli ostacoli che finora vi s’erano frapposti, voglia concedergli di poter recarsi ancora a Tessalonica a completare il suo apostolato. E fa voti che Dio faccia abbondare nella carità i Tessalonicesi, a quel modo che egli abbonda nella carità verso di loro; affinché siano trovati irreprensibili per il giorno in cui Gesù Cristo comparirà con tutta la corte celeste. Adesso passa ad esortarli a cooperare da parte loro alla grazia, crescendo sempre più nella perfezione cristiana, secondo i precetti da lui dati da parte di Gesù Cristo. Precetti che rievoca cominciando da ciò che riguarda la purità. Parliamo anche noi di questa virtù la quale

1. È voluta da Dio, che non chiede cose impossibili,

2. A lui ci avvicina,

3. E ‘ richiesta dalla nostra vocazione.

1.

La volontà di Dio è questa: la vostra santificazione; che vi asteniate dalla, fornicazione, che ciascuno di voi sappia possedere il proprio corpo nella santità e nell’onestà. – Queste parole dell’Apostolo sono una risposta a coloroche vanno dicendo essere impossibile condurre una vitapura. Se fosse impossibile, Dio non ce ne farebbe comando.L’esercizio di qualsiasi virtù incontra certamente delledifficoltà. Ogni comandamento della legge di Dio richiedei suoi sacrifici; e il sesto comandamento ne richiede nonpochi. Si tratta, però, sempre non di impossibilità, ma didifficoltà da superare. Difficoltà, che chi ama Dio supera con l’aiuto della sua grazia. «Io posso tutto in colui che mi fortifica» (Filipp. IV, 13), dichiara l’Apostolo. La prima difficoltà da superare è la cattiva inclinazione dei sensi. Per viver casti non bisogna aver aperti gli occhi a tutte le curiosità, le orecchie intente a ogni sorta di discorsi, la gola sempre disposta alle crapule, non esser dediti al vino, «sorgente di dissolutezza» (Ef. V, 18). Bisogna vincere la tendenza all’ozio. Diciamo che l’ozio è padre di tutti i vizi. È padre di tutti i vizi in generale, e dell’impurità in modo particolarissimo. L’uomo nemico della parabola evangelica va a sparger la zizzania nel campo seminato di buon grano, mentre gli agricoltori dormono. Quando il corpo e lo spirito sono occupati, l’uomo nemico ha poco da fare. Le cattive inclinazioni non si fanno sentire, la fantasia non può far la sbrigliata; i desideri trovano chiusa la porta; non si commettono certe laidezze. Bisogna evitare le cattive compagnie. Chi va col lupo, impara ad urlare. Chi va con gente sboccata, a poco a poco diventerà sboccato; chi va coi libertini, diventerà presto libertino. E van considerati come pessimi compagni certi giornali e certi libri. La loro lettura comincia con attirare la curiosità, poi eccita la fantasia, turba l’animo, e finisce con guastare la mente, il cuore e anche il corpo di tanti incauti lettori. Chi non vede che cattive azioni, e non legge che di cattive azioni, misura tutto dalla propria debolezza e dalla debolezza degli altri e conclude: «E’ impossibile viver puri». Qui vengono a proposito le parole di S. Gerolamo: « Molti, giudicando i precetti di Dio non dalle azioni virtuose dei Santi, ma dalla propria debolezza, dicono essere impossibile ciò che vien comandato » (L. I Comm. in Matth. c. 5, v. 4). Mancano forse nella Storia Sacra e nella storia della Chiesa esempi luminosi di purezza? Nei primi tempi della Chiesa si poteva affermare dei Cristiani in faccia ai loro nemici: «Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne» (Lettera a Diogneto 5, 8). E la dottrina cattolica, che formava anime pure allora, le forma anche nei nostri tempi. Il Card. Massaia, nel suo ritorno in Europa, quando fu esiliato dall’Abissinia. ebbe parecchie conversazioni in Suakim con un ricco mercante arabo, Sciek Abdallàh. In una di queste conversazioni, l’arabo, ammirato della vita intemerata e delle virtù angeliche del Messia e dei suoi compagni missionari : « Allah Kerim! — esclamò — noi mussulmani camminiamo strisciando per terra, laddove voi Cattolici, stendendo le ali, volate sì alto che noi non possiamo raggiungervi neppure con lo sguardo » (Can. L. Gentile, L’Apostolo dei Galla, 2. ed. Torino 1910, p. 380). Anche nei secoli di maggior corruzione non mancano mai Cristiani, uomini e donne, di vita illibatissima, i quali si attirano l’ammirazione di coloro stessi, che ne scrutano le minime azioni per aver pretesto di combatterli. E ciò che hanno potuto far essi, perché non posso farlo io, con l’aiuto della grazia de1 Signore?

2.

San Paolo continua, dicendo che Dio non vuole che noi serviamo alla concupiscenza « come fanno i pagani che non conoscono Dio ». L’ignoranza della volontà di Dio e delle relative sanzioni, come era appunto il caso dei pagani, allontana sempre più l’uomo dal suo Creatore e lo lascia cadere nella depravazione. Al contrailo, l’uomo che conosce la volontà di Dio, e vuol metterla in pratica, cerca di purificarsi sempre più. Quanto più un’anima è pura, tanto più è disposta alle ascensioni verso Dio. L’anima è spirito, e solamente i piaceri dello spirito la possono soddisfare, «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio», dice Gesù (Matt. V, 8). La purezza del cuore, qui encomiata da Gesù, esclude ogni peccato o vizio che possa imbrattare l’interno dell’uomo, e che avrà completamente il premio promesso nella seconda vita, Ma coloro che vivono casti sono più atti ad occuparsi delle perfezioni di Dio, anche durante il terreno pellegrinaggio. L’occhio sano tanto più vede quanto più è limpido. Così il cuore quanto più è puro tanto più percepisce le cose di Dio. L’uomo quanto meno è attratto dal fango e dalle brutture di quaggiù, tanto più è inclinato a sollevarsi in alto fino alla bellezza increata. « La castità — dice S. Bernardo — unisce l’uomo al cielo » (Liber ad sor., De Modo bene vivendi, 64). E S. Atanasio insegna che « la mondezza dell’anima la rende atta a veder Dio per se stessa » (Or. contra Gentes, 2). L’anima pura sente di essere legata in modo particolare a Dio, purezza infinita. Chi è puro s’intrattiene volentieri con Dio per mezzo della preghiera e dei sacri cantici. Trova le sue delizie nello star vicino al tabernacolo del Dio vivente; passa momenti di paradiso quando si unisco a Lui nella santa Comunione. Il pensiero della presenza, di Dio, che tanti sgomenta e che da tanti è trascurato, è per essa un forte incitamento all’esercizio di tutte le virtù; e le dà la costanza di superare qualunque ostacolo. E il Signore, che si compiace delle anime caste, dopo averle sostenute nella lotta. Fa loro sentire tutto il conforto della sua vicinanza.

3.

Lontani da Dio si vive in ogni sregolatezza. Questa era la vita dei Tessalonicesi, prima che si convertissero al Cristianesimo. Adesso che sono seguaci di Gesù Cristo devono tenere una condotta affatto opposta, mettendosi a praticare ogni virtù. Dio, infatti, non ci ha chiamati all’immondezza, ma alla santità. Chi continuasse a vivere nell’immondezza, non sarebbe degno di appartenere ai seguaci di Gesù Cristo; verrebbe meno ai doveri della sua vocazione. Lo stesso mondo corrotto e corruttore, è giudice severo verso coloro che conducono una vita poco casta. Chiuderà gli occhi su tante mancanze; ma aguzzerà in modo straordinario la vista per scoprire, se coloro che si mettono a condurre una vita cristiana, mancano sotto questo rispetto. E se gli è dato di scoprire qualche mancanza, fa del rumore, crea dei pretesti per additare al disprezzo i Cristiani praticanti. Un Cristiano abbia pure le più belle doti di mente e di cuore, compia pure molte opere buone, si acquisti dei meriti svariati, se è schiavo dell’immondezza disonora la sua vita: e non sarà mai un apostolo che convince. Poca macchia guasta una bellezza: soprattutto quando si tratta della macchia dell’impurità. Al contrario, la purità compenetra, per così dire, tutte le altre virtù e ne rivela le bellezze. Ci sono certi fiori che, in un mazzo, attirano lo sguardo più degli altri, nello stesso tempo che accrescono grazia al mazzo intero. Nel mazzo delle virtù che adornano la vita cristiana, la purità è quella che maggiormente influisce su l’animo di chi osserva; e gli presenta tutte le altre virtù sotto un luce tutta particolare. Essa è « il fiore dei costumi » (Tertull., De Pudicitia,1). E la storia della Chiesa, antica e moderna, la storia dei nostri giorni, quella che si svolge sotto i nostri occhi, e quella che si svolge nei paesi delle Missioni, c’insegna che tanti e tanti, rimasti irremovibili davanti ai ragionamenti e alle esortazioni, a poco a poco si lasciano soggiogare e trascinare dal fascino che esercitano le anime pure. Questa bella virtù, che tanto ci innalza agli occhi di Dio, che tanta efficacia esercita sull’anima degli uomini, che è invidiata, se non osservata, anche da coloro che vivono immersi nelle passioni, deve essere dai Cristiani costantemente praticata e gelosamente custodita. I tesori, quanto più sono preziosi, tanto più esigono cure, perché non vadano perduti. Si devono sostenere lotte e privazioni per conservare il tesoro della purità; ma quanto più lotteremo e ci mortificheremo, tanto più diventeremo belli e preziosi all’occhio di Dio. Le vette nevose delle Alpi tanto più spiccano e affascinano con il loro candore, quanto più sono flagellate dalle bufere e dalle tempeste. Le lotte e le privazioni che si devono sostenere per conservare la purità avranno, del resto, il più felice coronamento; poiché di essa, soprattutto, è scritto nei Libri Santi, che « incoronata trionfa nell’eternità, avendo riportato il premio dei casti combattimenti » (Sap. IV, 2).

 Graduale

Ps XXIV: 17-18

Tribulatiónes cordis mei dilatátæ sunt: de necessitátibus meis éripe me, Dómine,

[Le tribolazioni del mio cuore sono aumentate: líberami, o Signore, dalle mie angustie.]

Vide humilitátem meam et labórem meum: et dimítte ómnia peccáta mea.

[Guarda alla mia umiliazione e alla mia pena, e perdònami tutti i peccati.]

Tractus Ps CV:1-4

Confitémini Dómino, quóniam bonus: quóniam in saeculum misericórdia ejus. [Lodate il Signore perché è buono: perché eterna è la sua misericordia.]

Quis loquétur poténtias Dómini: audítas fáciet omnes laudes ejus?

[Chi potrà narrare la potenza del Signore: o far sentire tutte le sue lodi?]

Beáti, qui custódiunt judícium et fáciunt justítiam in omni témpore.

[Beati quelli che ossérvano la rettitudine e práticano sempre la giustizia.]

Meménto nostri, Dómine, in beneplácito pópuli tui: vísita nos in salutári tuo. [Ricórdati di noi, o Signore, nella tua benevolenza verso il tuo popolo, vieni a visitarci con la tua salvezza.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum S. Matthæum.

Matt XVII: 1-9

“In illo témpore: Assúmpsit Jesus Petrum, et Jacóbum, et Joánnem fratrem eius, et duxit illos in montem excélsum seórsum: et transfigurátus est ante eos. Et resplénduit fácies ejus sicut sol: vestiménta autem ejus facta sunt alba sicut nix. Et ecce, apparuérunt illis Móyses et Elías cum eo loquéntes. Respóndens autem Petrus, dixit ad Jesum: Dómine, bonum est nos hic esse: si vis, faciámus hic tria tabernácula, tibi unum, Móysi unum et Elíæ unum. Adhuc eo loquénte, ecce, nubes lúcida obumbrávit eos. Et ecce vox de nube, dicens: Hic est Fílius meus diléctus, in quo mihi bene complácui: ipsum audíte. Et audiéntes discípuli, cecidérunt in fáciem suam, et timuérunt valde. Et accéssit Jesus, et tétigit eos, dixítque eis: Súrgite, et nolíte timére. Levántes autem óculos suos, néminem vidérunt nisi solum Jesum. Et descendéntibus illis de monte, præcépit eis Jesus, dicens: Némini dixéritis visiónem, donec Fílius hóminis a mórtuis resúrgat.”

Omelia II

[A. Carmagnola: Spiegazione dei Vangeli domenicali – S. E. I. Torino 1921]

SPIEGAZIONE XVI.

“In quel tempo Gesù prese con sé Pietro, e Giacomo, e Giovanni, suo fratello, e li menò separatamente sopra un alto monte; e fu dinanzi ad essi trasfigurato. E il suo volto era luminoso come il sole, e le sue vesti bianche come la neve. E ad un tratto apparvero ad essi Mosè ed Elia, i quali discorrevano con lui. E Pietro prendendo la parola, disse a Gesù: Signore, buona cosa è per noi lo star qui: se a te piace, facciam qui tre padiglioni, uno per te, uno per Mosè, e uno per Elia. Prima che egli finisse di dire, ecco che una nuvola risplendente, li adombrò. Ed ecco dalla nuvola una voce che disse: Questi è il mio Figliuolo diletto, nel quale io mi sono compiaciuto: lui ascoltate. Udito ciò, i discepoli caddero bocconi per terra, ed ebbero gran timore. Ma Gesù si accostò ad essi, e toccolli, e disse loro: Alzatevi, e non temete. E alzando gli occhi, non videro nessuno, fuori del solo Gesù. E nel calare dal monte, Gesù ordinò loro, dicendo: Non dite a chicchessia quel che avete veduto, prima che il Figliuol dell’uomo sia risuscitato da morte” (Matth. XVII, 1-9).

Una catena di montagne, che comincia dal Libano, traversa la Palestina da settentrione a mezzodì. Una di esse è notabilissima, quella del Tabor. Essa si innalza ad 800 metri circa sul livello del mare, solitaria e graziosa, come un mazzo di verzura, dalla vasta pianura di Esdrelon. Dalla sua vetta si apre allo sguardo il più magnifico orizzonte, giacché di là si può discoprire quasi tutta la Palestina. Dalla parte di settentrione si presenta il bel lago di Genezaret con le città che gli stanno dappresso, Cafarnao, Betsaida, Tiberiade; ad oriente il fiume dei profeti e del Vangelo, il Giordano, che sembra una bella striscia d’argento serpeggiante tra il verde della magnifica valle; a mezzodì l’antica città di Naiin e più lontano la vasta pianura di Samaria; e ad occidente il monte Carmelo, che sorge sulla riva del Mediterraneo. Certamente Gesù Cristo non poteva scegliere un teatro più acconcio per la stupenda e divina scena della trasfigurazione. Ed è questa scena, che ci propone a contemplare il Vangelo di oggi.

1. Dice adunque il Santo Vangelo che Gesù prese con sé Pietro, e Giacomo, e Giovanni, suo fratello, e li menò separatamente sopra un alto monte; e fu dinanzi ad essi trasfigurato. E il suo volto era luminoso come il sole; e le sue vesti bianche come la neve. E a un tratto apparvero ad essi Mosè ed Elia, i quali discorrevano con lui. E qui, prima di andare innanzi, conviene riflettere sull’immensa bontà di Gesù Cristo. Poco tempo innanzi Gesù benedetto erasi varie volte intrattenuto con i suoi Apostoli prima intorno alla sua Passione, e poscia sulla necessità che ancor essi avevano di rinnegare se stessi, prendere e portare la propria croce, impiegare tutte le forze della loro anima per salvarla. Epperò la predizione de’ suoi patimenti e queste massime tanto austere potevano in allora spaventar troppo gli Apostoli, ancor tanto deboli, e indurli a far quello che già avevano fatto le stesse moltitudini, cioè ad allontanarli dalla sequela di Gesù. Conveniva adunque premunirli contro la tentazione dello scoraggiamento e rianimare la fiducia nel loro cuore. E fu appunto per questo fine, come osserva S. Giovanni Crisostomo, per premunirli cioè contro lo scandalo della sua passione e per animarli a soffrire per Iddio, che il divin Redentore, presi con sé gli Apostoli prediletti, salito sul monte Tabor, fece loro contemplare un raggio della sua bellezza e grandezza divina, diede loro un saggio di quel paradiso, che è riservato a chi volentieri lo segue, anche a costo di gravi sacrifici. Anzi, a questo stesso scopo fece apparire a sé dappresso Mosè ed Elia a discorrere della sua passione e della sua dipartita da questo mondo; perciocché Mosè, rappresentando la legge, ed Elia i profeti, attestavano ambedue che Gesù era veramente il grande oggetto dell’osservanza della legge e degli insegnamenti dei Profeti, non ostante la passione alla quale sarebbesi sacrificato; ed insegnavano con la loro condotta quanto importi di star vicino a Lui, benché si abbia a partecipare della sua passione. Or ecco quello che abbiamo da far noi per animarci in mezzo alle difficoltà, che dobbiamo superare per fare il bene, ed allo scoraggiamento, da cui potremmo essere assaliti: salire col pensiero sul vero Tabor, sul monte di Dio, che è il cielo, e raffigurarci la scena stupenda che ci si farà dinnanzi nell’entrare e nel rimanere in quel beatissimo regno. Ed invero qual considerazione può tornare per noi di più salutare effetto! – Supponiamo adunque, o carissimi, di accompagnare un’anima che entra nel Paradiso. Non appena essa si è dipartita da questa terra, se già tutta monda e, se non ancor tutta monda, non appena si sarà del tutto purificata nelle fiamme del Purgatorio, ecco gli Angeli del Paradiso venirle festosi incontro. È questo appunto l’invito che agli Angeli fa la Chiesa ogni qualvolta canta le esequie ad un Cristiano defunto: Subvenite, Sancti Dei, occurrite, Angeli Domini, suscipientes animavi eius, offerentes eam in conspectu Altissimi. E gli Angeli prendono quest’anima e sulle loro candide ali la portano come in trionfo al cielo. Ed oh quale spettacolo si para dinnanzi a quest’anima non appena ella entra in Paradiso! Qual luce! Quale bellezza! Quale giocondità! Quali armonie! Si faranno tosto incontro a quest’anima i suoi parenti, i suoi amici, i suoi conoscenti. Ed oh che saluti, che abbracci, che baci saranno mai quelli! Ed è dunque vero, esclamerà quest’anima, è dunque vero che io vi rivedo, o mio carissimo padre, o mia amata madre, è dunque vero che io vi rivedo, o miei cari fratelli e miei dolci amici? Sì, sì, siete proprio voi! Oh qual gioia, qual piacere! « ora staremo sempre insieme, non ci divideremo mai più: sic semper cum Domino erimus » (1 Tess. IV, 16). Quindi quest’anima quasi dolcemente sospinta dagli Angeli e attratta da una forza arcana lascerà per allora i parenti e gli amici per salire più in alto. E intantoche ella salirà, vedrà di qua, di là, i Patriarchi, i Profeti, i Santi tutti dell’antico testamento, dei quali tante volte aveva udito a parlare; vedrà gli Apostoli, i Martiri, i Confessori, i Dottori, i Pontefici, gli Anacoreti, le Vergini e tutti ammantati di luce, incoronati di onore e di gloria; vedrà gli Angeli, gli Arcangeli, i Cherubini, i Serafini e poi al disopra di tutti questi beatissimi spiriti vedrà Maria, la Madre di Dio! La sua veste è il sole, il suo sgabello è la luna, la sua corona sono dodici brillantissime stelle. O Maria, esclamerà quell’anima, o Maria quanto siete bella! Ma voi siete il paradiso medesimo! Eppure no, vi è altro ancora da vedere, vi è Dio. E già l’anima gloriosa sente la voce del Signore, che la chiama al suo trono, perché riceva la corona immarcescibile di gloria, che porterà per sempre sulla sua testa: Veni, veni, coronàberis. Ah! vedere la sacrosanta umanità di Gesù Cristo, vedere il Divin Padre, il Divin Figlio, il Divino Spirito, ecco, ecco il Paradiso. « Videbitis eum sicuti est» (1, Giov. III, 2). E dopo che quest’anima sarà stata solennemente incoronata in mezzo alle musiche più gioconde e ai cantici della più viva allegrezza, condotta onoratamente dagli Angeli a prendere il posto sopra del trono per lei apparecchiato, incomincerà nella contemplazione e per conseguenza nell’amore e nel possesso di Dio medesimo a godere il Paradiso. E ciò per tutta l’eternità: et quod erit in fine sine fine (S. Agostino). Ah! dite, il pensiero di quella gran festa e di quella gioia immensa, che si godrà nell’entrare e nel rimanere eternamente in quella patria celeste, non deve per noi tornare efficacemente salutare? Coraggio, adunque, in mezzo alle difficoltà per fare il bene, alle tribolazioni che incontriamo, ai sacrifici che dobbiamo sostenere, non dimentichiamo che al termine di questa misera vita, se avremo con Gesù Cristo salito il Calvario, saremo pure da Lui condotti sulla cima di quel santo Tabor, che è il Paradiso, e dal quale, saliti che vi saremo una volta a contemplare Iddio, non discenderemo più mai.

2. Prosegue il Vangelo dicendo, che a quello spettacolo di Paradiso Pietro, prendendo la parola, disse a Gesù: Signore, buona cosa è per noi lo star qui: se a te piace, facciamo qui tre padiglioni, uno per te, l’altro per Mosè ed uno per Elia. Siccome avviene, al dire di un Santo Padre, che chi prova le dolcezze della vita celeste, sempre più disgustasi dei piaceri che lo attaccavano alla terra, non è a stupire se Pietro, inebriato dalla gloria del suo maestro, e quasi fuori di sé, dimentica talmente tutte le cose del mondo, che gli propone di dimorare dov’erano, ed anche di erigere tre tende. Ora non è forse del tutto contraria a quella di Pietro la nostra condotta? La maggior parte degli uomini non si preoccupa forse di erigere quaggiù la propria tenda, come se quaggiù dovesse rimanere per sempre? Ah! miei cari! non dimentichiamo che « dum sumus in corpore, peregrinamur a Domino: mentre ci troviamo in vita, siamo come pellegrini lontani dal Signore » (2, Cor. V, 6); « Non habemus hic manentem civitatem, sed futuram inquirimus: non abbiamo qui una ferma città, ma andiamo cercando la futura » (Ebr. XIII, 13). No, qui non dobbiamo fermarci: qui siamo solo di passaggio; la nostra vera patria è il Paradiso. Or dunque, se è così, non dobbiamo noi avere il cuore distaccato da questa terra per averlo sempre unito al Cielo? Oh sì! come S. Pietro sul Tabor, così anche noi dobbiamo dimenticare le bellezze, i beni ed i piaceri fallaci del mondo, e sollevarci del continuo per mezzo della fede al pensiero delle bellezze, dei beni, dei piaceri imperituri del Cielo, per i quali siamo stati creati. Che cosa direste di un uomo, il quale, destinato ad entrare al possesso di un regno, ove da per tutto è abbondanza di finissimo oro, nel suo viaggio si fermasse con piacere lungo la riva di un fiume a caricarsi di pietre e a quelle pietre attaccasse il cuore? Voi direste, e con ragione. che egli è pazzo. Ma ben più pazzo è colui che destinato da Dio ad entrare un giorno nel regno del Cielo, ove si possederà Iddio stesso, si dà invece perdutamente a ricercare i godimenti della vita presente, che gli saranno causa di perdere quelli della vita futura. Di fatti che si troverà egli ad avere nelle sue mani al termine della vita un povero mondano, che non abbia cercato altro in vita sua che onori, piaceri, ricchezze? Nulla. Tale precisamente, come insegna la sacra scrittura è la sorte che tocca a coloro, i quali dimenticando il Cielo si attaccano ai beni miserabili della terra: « Dormierunt somnum suum; et nihil invenerunt omnes viri divitiarum in manibus suis. Dormirono il loro sonno, vale a dire perirono questi uomini tesoreggianti le cose di quaggiù e si trovarono nell’altra vita a mani vuote » (Salm. LXXV, 3). Dunque il cuor nostro al Cielo.

3. Racconta in seguito il Vangelo, che prima ancora che S. Pietro finisse di parlare, ecco che una nuvola risplendente li adombrò (cioè ricoperse i tre discepoli). Ed ecco dalla nuvola una voce che disse: questi è il mio Figliuolo diletto, nel quale io mi sono compiaciuto: lui ascoltate. Udito ciò i discepoli caddero bocconi per terra, ed ebbero timore. Ma Gesù si accostò ad essi, e toccolli, e disse loro: Alzatevi e non temete. E alzando gli occhi non videro nessuno, fuori del solo Gesù. E nel calar dal monte, Gesù ordinò loro dicendo: Non dite a chicchessia quel che avete veduto, prima che il figliuol dell’uomo sia risuscitato da morte. Ora su questo secondotratto del Vangelo si potrebbero ancor fare molte utili considerazioni; tuttavia noi ci contenteremo di farne una sola importantissima. Perché Gesù Cristo impose agli Apostoli il silenzio sopra di questo fatto sin dopo la sua risurrezione? S. Girolamo ne dà due ragioni: la prima, per tema che non si credesse a questo mistero, come quello ch’era troppo elevato e troppo sublime. La seconda per timore che dopo tanta gloria, la croce a cui poco dopo doveva essere confitto, non fosse alle rozze menti un argomento di scandalo. Donde dobbiamo imparare che vi sono dei casi in cui il silenzio è una importantissima virtù doverosa a praticarsi, virtù che consiste nel mortificare la nostra lingua e nel non lasciarla parlare, quando parlando offende la carità sia verso Dio, che verso il prossimo. Ad esempio: voi sapete che Iddio è il Creatore del Cielo e della terra, il padrone assoluto di tutte le cose, e che però tutto quanto Egli regola e governa secondo la sua divina Provvidenza, e che se talvolta Egli vi permette qualche malattia, qualche infortunio, qualche sventura ha le sue mire. Ora se voi in tali circostanze, anziché tacere rassegnati al volere di Dio, parlate e parlando vi lamentate di Lui e forse imprecate alle sue disposizioni, non è egli vero che col violare il silenzio voi offendete gravemente il Signore? Voi sapete che Egli vuole assolutamente essere rispettato persino nel suo santissimo Nome, essendo ciò alla fin fine troppo conforme alla natura, la quale, se ci dice di onorar il nostro sovrano, ci dice altresì di rispettarne il nome. Ora se voi con tanta facilità lo profanate, lo bestemmiate se così leggermente fate dei falsi giuramenti prendendo Iddio in testimonio di ciò che falsamente affermate, non è egli vero che col violare il silenzio voi offendete Iddio? Voi sapete che tutto ciò che la Chiesa ci insegna è insegnamento divino, perché è Iddio medesimo, che alla Chiesa ha rivelato e rivela tutto ciò che deve insegnarci; voi sapete che Gesù Cristo ha costituito nella Chiesa il Papa, i Vescovi, i Sacerdoti a fare le sue veci sino alla fine dei secoli, e che per conseguenza devesi anche con la bocca rispettare la fede, la morale e la gerarchia della Chiesa. Ora se voi tenete discorsi che siano contro la Religione, che offendano le nostre verità cattoliche, che le mettano in dubbio od in ridicolo, che gettino il disprezzo sopra il Papa, i Vescovi, ed i Sacerdoti, non è egli vero che col violare il silenzio si offende il Siguore? Voi sapete che tutto ciò che avete di buono e che siete capaci a fare, tutto vi viene da Dio e che perciò è a Lui solo che di tutto il bene devesi rendere l’onore e la gloria. Ora se voi a somiglianza dei Farisei vi andate di per voi stessi lodando e millantando, inventando anche meriti che non avete, non è egli vero che per tal modo rubando la gloria a Dio col violare il silenzio, gli fate offesa? Sì perché in tutti questi modi si viene a parlare contro la carità, che nel cuor nostro dobbiamo avere per Iddio, carità la quale ci impone di non lamentarci di Lui, e di rispettare il suo nome e la sua santissima fede, e di riconoscere Lui solo come il datore di ogni bene. Ma in quante altre maniere si viene poi col parlare ad offendere la carità verso il prossimo. La si offende col dire false testimonianze controdi lui o col calunniarlo, la si offende con la menzogna, con la detrazione, con la mormorazione, con le ingiurie, con le invettive, con le imprecazioni, con le maledizioni, con la violazione di un secreto, la si offende col tenere discorsi irreligiosi od immorali, col dar cattivi consigli, col fare cattivi eccitamenti. E alle volte chi sa misurare a fondo la gravezza di questa offesa alla carità verso il prossimo? Una calunnia, una falsa testimonianza non è talvolta sufficiente per rovinare una persona, per farle perdere onore, impiego, roba, tutto, e cacciarla ancora in fondo ad una prigione? Una ingiuria lanciata imprudentemente non basta alle volte per risvegliare ed accendere tutta quanta l’irascibilità di un uomo ed eccitarlo ad un grave delitto? Una mormorazione, non può far perdere la stima di un padre, di una madre, di una famiglia dabbene e renderla spregevole dinanzi agli occhi altrui? Un discorso irreligioso ed immorale non basta alle volte per rovinare del tutto l’anima di un figliuolo, di una giovinetta innocente? Oh quanti e quanti entrarono angeli in una conversazione e ne uscirono demoni! quanti e quanti non sapevano che fosse malizia e col trattare con gente che parlava loro con bocche da inferno, se ne circondarono insino agli occhi! Quanti che frequentavano la Chiesa, i sacramenti, erano morigerati, ei ora dopo certi discorsi di scherno, di disprezzo, di immoralità, sono divenuti essi medesimi spregiatori della fede e calpestatori della virtù. E non sono le parole melate, le scellerate lusinghe, le false promesse, che hanno tolto il candore a tante colombe e le hanno gettate nel disonore? Sì, sì, terribili sono le conseguenze, che nascono dal violare il silenzio, dal parlare quando si offende la carità contro Dio e contro il prossimo. Basta dire che i due più grandi delitti, che si commisero in sulla terra, furono effetto di pestifere lingue. Eva si indusse a mangiare il frutto vietato dopoché il serpente le parlò e le disse: Mangiatene, che diventerete simili a Dio. E Pilato condannò a morte il divin Redentore, quando intese la ciurmaglia dei Giudei, che gridavano: Se non lo condanni non sei amico di Cesare, Crucifige, crucifige eum. È S. Agostino che lo nota, dicendo che Gesù Cristo fu sacrificato gladio linguæ, per la spada della lingua. Ben a ragione adunque l’Apostolo S. Giacomo chiama la lingua un mondo di iniquità, universitas iniquitatis. (III, 6).Eppure chi non lo sa che i peccati di lingua sono propriamente quelli, che si commettono con maggior facilità? Molti non sanno tenere un discorso senza che ad ogni espressione vi caccino entro il santo nome di Dio, e di Gesù Cristo, del Sacramento, della Madonna, o se pure non sparlano del Papa o dei preti, o se non trattano di oscenissime cose, o se non fanno le più gravi mormorazioni del terzo e del quarto. E qual è poi, sia detto con loro buona grazia, qual è poi una delle maggiori occupazioni di certe donne, e diciam pure di certe signore, qual è il trattenimento favorito nelle visite che si fanno, se non quello di rivedere i conti a questo e a quello e tagliare i panni addosso a questa o a quell’altra? E quanti non sono i figliuoli e le figliuole caparbie, superbe, che rispondono arrogantemente ai loro genitori ed ai loro superiori? Quante mogli che mancano di rispetto ai loro mariti e quanti mariti, che oltraggiano lo loro mogli? E quelle liti incessanti, eterne, che vi hanno tra le suocere e le nuore, quello screditarsi a vicenda, quel rampognarsi ed insultarsi continuo, non sono i peccati ordinari nel seno di tante famiglie? Sì, sì, sono proprio i peccati di lingua quelli, che si commettono con maggior facilità e frequenza. Epperò nulla più a proposito dell’avvertimento, che oggi Gesù Cristo dà agli Apostoli, avvertimento, che dobbiamo prendere ancor noi e praticare con la massima diligenza. Noi felici, se ci faremo un tale studio, perciocché dice, e ben a ragione, S. Giacomo (III, 2), che « chi non inciampa nel discorrere egli è un uomo perfetto. Si quis in verbo non offendit, hic perfectus est vir ».

Credo

Offertorium

Orémus Ps CXVIII: 47; CXVIII: 48

Meditábor in mandátis tuis, quæ diléxi valde: et levábo manus meas ad mandáta tua, quæ diléxi. [Mediterò i tuoi precetti che ho amato tanto: e metterò mano ai tuoi comandamenti, che ho amato.]

Secreta

Sacrifíciis præséntibus, Dómine, quaesumus, inténde placátus: ut et devotióni nostræ profíciant et salúti. [Guarda, o Signore, con occhio placato, al presente sacrificio, affinché giovi alla nostra devozione e salute.]

Communio

Ps V: 2-4 – Intéllege clamórem meum: inténde voci oratiónis meæ, Rex meus et Deus meus: quóniam ad te orábo, Dómine. [Ascolta il mio grido: porgi l’orecchio alla voce della mia orazione, o mio Re e mio Dio: poiché a Te rivolgo la mia preghiera, o Signore.]

Postcommunio

Orémus.

Súpplices te rogámus, omnípotens Deus: ut quos tuis réficis sacraméntis, tibi etiam plácitis móribus dignánter deservíre concédas. [Súpplici Ti preghiamo, o Dio onnipotente: affinché, a quelli che Tu ristori coi tuoi sacramenti, conceda anche di servirti con una condotta a Te gradita.]

LO SCUDO DELLA FEDE (53)

LO SCUDO DELLA FEDE (53)

[S. Franco: ERRORI DEL PROTESTANTISMO, Tip. Delle Mure, FIRENZE, 1858]

FALSITA’ DEL PROTESTANTESIMO

CAPITOLO III.

SI CONVINCE FALSO IL PROTESTANTISMO DALLE PERSONE CHE LO ABBRACCIANO, E DA QUELLE CHE LO ABBANDONANO.

Un grande indizio a conoscere la bontà di una causa è il ravvisare quelli che corrono ad abbracciarla e quelli che la disertano. I buoni non s’appigliano se non al bene, i malvagi se non al male. Ora tra i Cattolici chi sono quelli, che abbracciano il Protestantesimo? Tutto quello che vi ha di più guasto, di più depravato, di più feccioso. Notate di grazia, non voglio io dire che tutti i protestanti siano scostumati e malvagi: no, perché molti di quelli che sono nati in quelle sette e vi si trovano non per colpa loro, non conoscendo sventuratamente la verità, sono, come suol dirsi, in buona fede. Questi facendo quel poco che possono, non di rado giungono a vivere anche onestamente; parlo di quelli che avendo conosciuta la verità la rigettano per gettarsi da sé medesimi in braccio all’errore. Questi non giungono ad un tanto eccesso se prima non sono guasti fino alla midolla. Già sino dai princìpi del Protestantismo fu osservato che ad abbracciarlo furono sempre i più viziosi tanto che a quel tempo era perfino passato un proverbio, quando si vedeva qualcuno licenzioso, scostumato, disonesto, il dirgli, che stava vicino a farsi protestante. Ma lasciamo gli antichi, veniamo ai tempi nostri. Chi sono quelli che si danno alla setta? Quelli appunto che vivono peggio. L’esperienza ha fatto toccare con mano che i più disposti ad abbracciare le credenze dei Protestanti sono quelli che vi hanno interesse: quelli che già pensano da Protestanti e vivono praticamente da Protestanti, che non si confessano, non si comunicano, non rispettano le sante leggi della Chiesa, amano abbandonarsi ad ogni peccato senza aver noia di renderne conto nel s. Tribunale del penitenza. Sono quelli in una parola, che ignorantissimi delle cose di Dio e ripieni d’ogni nequizia, han ridotta tutta la loro Religione a sentire (ed anche molto malamente) un poco di Messa nei dì Festivi. Questi sono per lo più i primi a declamare contro la Fede Cattolica, ed abbracciare la religione dei Protestanti. Non vogliono sentir Messa e però condannano la Messa, non vogliono confessarsi, e però condannano la confessione, non hanno volontà di mortificarsi con digiuni e con astinenze, e perciò condannano astinenze e digiuni. Per non essere condannati dalla legge si fanno condannatori della legge. Chi sono quelli che più strepitano contro il bargello ed i tribunali? Quelli che han timore di essere presi e condannati: così a declamare contro la Chiesa sono quelli che sapendo che ella mai non approverà le loro scostumatezze, temono di essere da lei ripresi e condannati: epperò per non essere condannati dalla Chiesa, si ergono temerari a condannare Lei. Se ne volete una prova voi l’avete in quei pochi apostati, che hanno fatto tanto rumore in questi ultimi anni. Il famoso Achilli, quando fu che si fece protestante? Quando a dispetto di tutte le leggi ecclesiastiche che lo proibivano a lui Sacerdote e Religioso, volle soddisfare a tutte le vergognose passioni. Quando fu che l’infame De Sanctis trovò vero il Protestantesimo? Quando gli fece comodo quella setta, dandogli il diritto di rubare una fanciulla e sacrilegamente sposarla. Quando fu che certi altri (che per buona ragione non voglio ora nominare) scapparono in Inghilterra e si fecero Protestanti? Quando credettero con l’oro inglese di poter vivere più comodamente violando i loro voti e gettandosi in preda ad ogni laidezza e disonestà. Volete di più? Alcuni di questi apostati infelici, poi tornarono pentiti al seno della S. Chiesa, confessarono pubblicamente che la ragione della loro apostasia erano state le loro vergognose passioni. E di fatto riescono poi così scandalosi, che gli stessi Protestanti di qualche onestà gli hanno a schifo e dicono che quando il Papa vuole purgare il giardino di Santa Chiesa, getta le male erbe fra di loro. – Se vi ha dunque chi non si vergogni di mettersi in truppa con questi uomini infami, rinunzi pure alla Chiesa Cattolica; la quale se avrà il dolore di perderli, avrà anche il compenso di purificar così sempre più le sue membra. – Noi al contrario accoglieremo ben volentieri quelli che dal Protestantismo tendono a noi le braccia tutto giorno e si raccolgono nel seno della nostra Madre. Imperocché chi sono essi? Quello che tra loro vi ha di più degno, di più stimabile, di più dotto, di più irreprensibile nella condotta. Miei cari, è questa una prova sì bella in favor della Cattolica Chiesa che non posso non porvela sott’occhio accennandovi almeno alcuna delle conversioni più illustri che avvennero da un secolo in qua, ed a nostra memoria. Uditene anche solo i nomi e vedrete qual contrasto essi facciano con quelli che disertano da noi. Fin dal 1785 il Duca Adolfo Federico di Mecklemburg e di Luigia Saxa-Gotha, superati gli ostacoli grandissimi frappostigli da suo Padre abiurò il Protestantismo. Ne imitò l’esempio tre anni dopo il Principe Federigo Augusto Carlo terzogenito del Granduca di Assia-Darmstadt: a lui tenne dietro la Principessa Carlotta-Federica sorella del Principe Adolfo Federico di Meklemburg, celebre per le buone opere di ogni maniera che essa fece. Nel 1817 si convertì al Cattolicesimo il Duca di Sassonia Gotha e per la sua rara pietà fu la edificazione della Chiesa. Nel 1821 la Contessa Federica Guglielma Solms Baireuth fece il somigliante e diventò la madre ed il rifugio di tutti i poveri. Nel 1825 il Duca e la Duchessa di Anhalt Coetben, abiurata l’eresia si dichiararono pubblicamente Cattolici. Nel 1826 il Conte d’Ingenheim, fratello dell’ultimo Re di Prussia, fece altrettanto. Nel 1837 ebbe luogo la conversione del Principe Enrico Edoardo di Schoenboarg. ed ai dì nostri i Nobili Lord Camden e Lord Fielding con le loro spose, Lord Spencer che diventò poi ferventissimo Religioso, la Baronessa di Hügel specchio di belle virtù, e tanti altri che sarebbe lunghissimo l’enumerare. Ora qual ragione può aver mossi tutti questi incliti personaggi ad un tal passo? Qui non è possibile sospettare né passione, né interesse, né altro motivo umano, poiché anzi questi motivi dovevano piuttosto ritardarli, riuscendo sempre duro ad un cuore umano il confessarsi nell’errore. Fu dunque la verità sola che li vinse, e la verità che li trovò tanto generosi da sacrificarle ogni umano rispetto. Mostrino i Protestanti di queste conversioni. Non crediate però che siano soli personaggi augusti per sangue e onestà di vita che vengono a noi. I più chiari intelletti dell’età nostra fanno altrettanto. Ve ne sono prova il dottissimo Haller fondatore dirò così della scienza politica, lo Stolberg, sì celebre per la Vita di Gesù Cristo, e per i 14 volumi della Storia della Chiesa Cristiana, il Werner illustre per opere scritte e cariche sostenute, il Barone di Stark autore del Convito di Teodolo e di altri bei libri, lo Schlegel versatissimo in ogni genere di scienza e letteratura, i dottissimi Clemente Brentano, il Barone d’Eckstein, il Goerres, il Consigliere Aulico Adamo Muller, l’Esslinger, Pietro de Joux, il Grifner, il Philipps, lo Schlosser, e finalmente l’illustre presidente del Concistorio di Sciaffusa, Hurter: uomini tutti di fama inclita per l’ingegno e le opere dotte che hanno lasciato al mondo. – E quello che è accaduto nella Germania, avvenne altresì nella Inghilterra. Alcuni anni fa si risvegliò nella università protestante di Oxford, il desiderio di conoscere meglio le antichità ecclesiastiche, epperò quei maestri tolsero a studiare meglio le divine Scritture e le opere dei SS. Padri che le espongono. Qual fu l’effetto di questi studi? Che gli uni dopo gli altri si convinsero delle falsità del Protestantismo e passarono ad abbracciare la Religione Cattolica. Io vi accennerò solamente i nomi di alcuni di loro, i quali valgono per mille, e sono i Ward, gli Oakeley, i Faber, i Morris, i Brown, i Newman, i Manning, i pastori di Leeds, i Forbes, gli Ives, i Baker tutti celebri per dottrina, ed anche per libri eruditi che hanno dato alla luce: i più di loro specchiati per onestà tanto che godevano la riputazione di tutti i Protestanti non ché dei Cattolici. Il numero poi di questi uomini dotti è tale che oltrepassarono in pochi anni i trecento nella sola Inghilterra. Ora vi torno io a chiedere, quale motivo poteva indurre tutti costoro a lasciare il Protestantismo per farsi Cattolici? L’ignoranza no, perché sono uomini celeberrimi per sapere; forse l’interesse? ma molti di loro per farsi Cattolici, dovettero perdere le ricche loro prebende, e diventare affatto poveri. Le passioni forse? ma essi le potevano sfogar meglio da protestanti, e molti di loro le vinsero a segno da lasciare anche lo stato onesto di laici, per abbracciare la santa verginità nel sacerdozio o nella vita religiosa. Chi dunque li ha mossi a fare tanti sacrifici? La grazia di Gesù Cristo che li ha illuminati, la Verità che li ha santamente conquisi; ecco quello che li ha mossi. Confrontate ora voi questi grand’uomini che vengono a noi Cattolici, con quelli che partono da noi per farsi protestanti, e vedrete subito dove sia la verità. Quelli che vengono sono i più savi, i più costumati, i più istruiti, i più sinceri tra loro, vi vengono sacrificando il loro amor proprio, spesse volte il proprio onore, ed i propri interessi, vi vengono nonostante le difficoltà di ogni sorta che fanno loro i parenti e gli amici. Laddove quelli che partono da noi sono di niuna dottrina e ripieni di ogni vizio. Appena lasciano la Chiesa Cattolica si gettano ad ogni mal costume. É proprio vero quel che diceva un Protestante ad un Cattolico: Voi ci cedete la vostra feccia, e ci prendete la nostra crema. Dov’è dunque la verità? Se questo secolo non fosse così assorto nella materia e nei godimenti del senso, l’assistere a questo spettacolo dovrebbe rapirlo in estasi di stupore, e stringerlo di un amore eterno alla Cattolica Chiesa. Guai però a chi con tali prove che Iddio li pone sott’occhio o vacilla o prevarica, che non avrà scusa di sorta.

SAN GIUSEPPE PROTETTORE DEI CRISTIANI (2)

IL PROTETTORE DEI CRISTIANI

[A. CARMAGNOLA: Il Custode della Divina Famiglia S. GIUSEPPE – Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1896]

RAGIONAMENTO XXIX.

Della ognor crescente glorificazione di S. Giuseppe qui sulla terra lungo il corso dei secoli.

Discorrendo S. Bernardo dell’antico Giuseppe, figliuolo di Giacobbe, osserva, giusta quel che ne dice la Santa Scrittura, che tali erano le sue doti e le sue qualità da tirarsi dietro come rapito da dolce incanto tutto l’Egitto: Ioseph universum Ægyptum post se currere fecit(Serm. II in Cant.). Ma ciò non è che una meschina figura di quanto si è realizzato del nostro S. Giuseppe nel corso dei secoli cristiani. Di mano in mano che si misero sempre più in chiara luce le sue eccelse virtù, i suoi preclari meriti, si videro altresì correre dietro a lui i cuori di tutti i Cristiani! Difatti la divozione verso questo Santo Patriarca, nascosta per così dire nel cuore dei primitivi Cristiani, svolta quindi dai sentimenti espressi dai Santi Padri, e resasi in seguito apertamente manifesta, si è distesa non solo in tutta Europa, centro della nostra santissima Religione, ma è passata ancora nell’Asia, nell’Africa, nell’America e nell’Oceania e nelle più remote contrade del mondo, e da per tutto coi nomi dolcissimi di Gesù e di Maria si ripete e si invoca ancora il nome di Giuseppe. Da per tutto col più fervido slancio di pietà si celebrano le sue feste, lo si onora nel mercoledì di ogni settimana, gli si consacra il mese di Marzo, si implora la sua possente protezione in vita e specialmente al punto di morte. Da per tutto e tutte le classi della società, tutte le età della vita a lui si rivolgono tributandogli l’omaggio dei loro ossequi e delle loro preci: i sovrani Pontefici, i re, i vescovi, i regni, le città, le ville, le famiglie, gli istituti religiosi, la Cristianità tutta quanta, per modo che si ha da dire di lui che per la sua singolare grandezza ha fatto correre dietro a sé tutto il mondo e tutto il mondo ha guadagnato alla sua glorificazione. Iosepli universum mundum post se currere fecit. Ma per farci un’ idea più ampia e più particolare di una tale verità, rifacciamoci da capo e trascorriamo oggi almeno i principali periodi della ognor crescente glorificazione di S. Giuseppe sopra di questa terra.

PRIMA PARTE.

Già fin da’ suoi primi tempi la Chiesa prese ad onorare S. Giuseppe. Poiché sebbene, come già osservammo in uno di questi primi ragionamenti, a principio ella andasse con molta cautela nel rendere a questo Santo la gloria dovuta per mettere in salvo il dogma della verginità di Maria, non lasciò tuttavia di dipingere e di scolpire nei venerandi asili delle catacombe, sui sarcofagi, nei codici, sui dittici e persino sopra le gemme insieme con l’immagine di Gesù e di Maria quella di S. Giuseppe. A Roma in un affresco del cimitero di Priscilla, che è della fine del primo secolo o del principio del secondo, S. Giuseppe è rappresentato in piedi vicino alla Beata Vergine, che tiene in seno il divin Pargoletto. Nel cimitero di S. Callisto vi ha un altro affresco del secondo secolo, dove S. Giuseppe è posto ritto tra la Vergine ed il Divino Infante. Così pure trovasi sempre effigiato in diversi sarcofagi, tutti dei primi quattro secoli, come anche nei mosaici di Santa Maria Maggiore sia quando si rappresenta il mistero della nascita di Gesù, sia quello dell’adorazione dei Magi, o della fuga in Egitto. Fuori di Roma trovansi queste simili pitture o sculture ad Ancona sopra un sarcofago del quarto o al più del quinto secolo, a Firenze nel codice siriaco della Bibbia, opera del sesto secolo, a Ravenna sulla Cattedra episcopale ancor essa del secolo sesto, a Milano sopra il dittico della Chiesa metropolitana, che pare appartenere al quinto secolo più che al sesto, sopra il sarcofago di S. Celso del secolo quarto, sopra quello assai prezioso che vi ha sotto il pulpito della basilica di S. Ambrogio, dove S. Giuseppe è rappresentato in età giovanile con bella e lunga capigliatura in atto di porgere il Bambino ai Santi Magi. E fuori della stessa Italia non mancano tali immagini e di vote memorie della primitiva devozione a S. Giuseppe, tra le quali vogliono essere segnalate un’effigie del santo scolpita nell’avorio, appartenente ad un monastero di Werden della Vestfalia, lavoro del sesto secolo, ed una gemma trovata in Oriente e che non è certamente più in là del quinto secolo, intorno alla quale si legge una epigrafe in lingua greca, che suona nella lingua nostra: « O Giuseppe assistetemi nei miei lavori e concedetemi la vostra protezione ». – Ma alla glorificazione, che di S. Giuseppe presero a fare nei primi secoli della Chiesa gli artisti, devesi aggiungere quella degli scrittori ecclesiastici e dei Santi Dottori. Il martire S. Giustino ed Origene del secondo secolo, poi i Santi Epifanio, Giovanni Crisostomo, Giovanni Damasceno nella Chiesa orientale, ed i Santi Ambrogio, Gerolamo, Agostino ed Ilario nella Chiesa occidentale rendono nelle loro opere splendida testimonianza della loro venerazione verso di S. Giuseppe. Fra di essi Origene nota come S. Giuseppe fosse onorato dal Figliuol di Dio col titolo di padre; S. Ilario (In Matt. cap. II) lo riguarda come tipo e figura degli Apostoli tanto presso degli Ebrei, come presso dei gentili, osservando che S. Giuseppe dapprima condusse Gesù a Gerusalemme nel tempio giudaico e poi nell’Egitto tra i popoli idolatri; e S. Agostino infine (Serm. LXXXI, de temp.), per non fare più altre citazioni, avverte che il nostro Giuseppe non aveva già solamente radunato del grano per i sudditi di un solo principe, come aveva fatto l’antico Giuseppe divenuto viceré dell’Egitto, ma che egli aveva dato e conservato a tutti i figli della Chiesa il vero pane vivo e vivificante che nutre le anime per renderle immortali, e che se l’antico Giuseppe era nato pel bene dell’Egitto, il nostro era venuto al mondo pel bene di tutto il genere umano. – Or dunque, da tutte queste bellissime e gravi testimonianze risulta chiaro, che S. Giuseppe fin dall’origine della Chiesa e dai suoi primi secoli venne pure, sebbene piuttosto in privato che in pubblico, assai onorato e glorificato dal popolo cristiano. Ma questo culto, che infino al secolo ottavo rimase per così dire alquanto velato, prese poscia nei secoli successivi a manifestarsi e svolgersi sempre più apertamente sia con chiese ed altari dedicati ad onore di S. Giuseppe, sia con feste speciali, sia con pratiche devote. Pare fuor di dubbio che la prima a tributare un pubblico culto a S. Giuseppe sia stata la Chiesa orientale. Nel secolo nono il beato Giuseppe, nativo di Sicilia, poi monaco e prete di Tessalonica, che scrisse molti inni sacri, per cui fu soprannominato Innografo, ne compose eziandio uno ad onore di S. Giuseppe, il quale doveva servire per la festività di questo Santo, che si celebrava nella domenica dopo la Natività di Gesù Cristo. Il che chiaramente dimostra che nel secolo nono presso la Chiesa orientale già si onorava di festa speciale epperò di pubblico culto il Custode della Divina Famiglia. Ma se la Chiesa orientale fu la prima riguardo al tempo ad onorare pubblicamente S. Giuseppe, la Chiesa occidentale, alla quale noi apparteniamo, non fu seconda riguardo allo slancio ed al fervore. Ne abbiamo una prova anzitutto del secolo decimo primo nella frequenza con cui nei loro scritti parlano di S. Giuseppe il mellifluo S. Bernardo e Ruperto abbate. Questi chiama S. Giuseppe massimo fra tutti i Santi, dopo la Beata Vergine; quegli nelle sue opere se ne dimostra devotissimo e gli tesse i più alti encomi. Altra prova ci è la certezza, che ne risulta da autentici documenti, dell’esistere fin dal secolo decimo secondo in Bologna un borgo detto di San Giuseppe, ed in esso una Chiesa parrocchiale a lui dedicata. Altra prova ancora vi ha nella sollecitudine, con cui gli Ordini religiosi presero a mettersi sotto la special protezione di questo Santo. Presso i Servi di Maria, come chiaro si legge nei loro annali, essendosi raccolti a capitolo generale in Orvieto l’anno 1324, furono rinnovati e dichiarati i decreti, i quali prescrivevano che in ciascuna Chiesa dell’ordine si celebrasse il dì 19 Marzo la festa di S. Giuseppe. Presso i Frati minori Francescani, in alcune loro generali adunanze stabilirono ripetutamente la stessa cosa. E così pure si prescrissero solenni onori al nostro Santo presso dei Domenicani e dei Carmelitani, intorno ai quali ultimi è sentenza comune degli eruditi aver essi trasportato dall’occidente in Oriente questa santa pratica del porgere culto amplissimo a S. Giuseppe. Ma le prove più belle della sua glorificazione per parte della Chiesa occidentale cominciamo ad averle dal secolo decimo quinto. In questo secolo spargeva gran fama di sé il dotto e pio Gersone, gran Cancelliere dell’Università di Parigi. Or bene fu egli che in Francia cooperò mirabilmente a dare nuovo ed imperituro splendore al culto di S. Giuseppe. Egli non omise giammai occasione alcuna per far conoscere al mondo le sublimi prerogative e i tesori di virtù racchiusi nel cuore del nostro Santo. Soprattutto si applicò ad ispirare questa divozione agli ecclesiastici ed ai principi, giovandosi di tutto l’ascendente che gli dava il suo stato e scrivendo a tal fine inni, panegirici, lettere piene di unzione e di dottrina. Nell’anno 1414 intervenuto al Sinodo di Costanza, ed adoperandosi efficacemente per la cessazione dello sciagurato scisma di Occidente, propose quale mezzo sicuro ad ottenere la pace della Chiesa l’istituzione di una speciale solennità ad onore di S. Giuseppe. Incaricato in quel sinodo di predicare il giorno della natività di Maria Santissima, impiegò la massima parte del discorso nell’encomiare le prerogative dell’augusto Sposo di lei, e seppe parlarne con tanta energia, che lasciò quella santa assemblea penetrata dalla più viva ammirazione per lui e della più tenera confidenza verso di San Giuseppe. – Ma quel che allora andava facendo Gersone in Francia è pure quel che faceva in Italia San Bernardino da Siena, l’apostolo della divozione al Santissimo nome di Gesù, ed una delle più splendide glorie dell’ordine serafico. Questo Santo in tutte le sue apostoliche escursioni non lasciava mai di raccomandare con quello zelo efficacissimo che era tutto suo, la divozione ed il culto di San Giuseppe. Egli ne aveva composto un devotissimo sermone, e lo andava recitando con gran fervore in quasi tutte le città italiane, che egli percorse predicando. Per ogni dove magnificava le sue glorie, esaltava la sua santità, e la sua dignità altissima di Sposo di Maria e di Custode di Gesù, ne asseriva la sua santificazione nel seno materno e la sua assunzione in cielo in corpo ed anima; per modo che mercé un tanto zelo la venerazione a S. Giuseppe andava mirabilmente accrescendo in tutte le nostre terre. Nel secolo seguente suscitava nuove fiamme di amore a S. Giuseppe il frate Isidoro Isolano dell’ordine di S. Domenico. Egli l’anno 1522 pubblicava in Pavia un libro intitolato: Somma dei doni di S. Giuseppe, e lo presentava al Sommo Pontefice Adriano VI, accompagnandolo con calde preghiere, perché volesse accrescere onore al gran Santo e lo dichiarasse patrono della Chiesa militante, assicurando che ne sarebbe derivato un gran bene a tutta la Chiesa. Ma intanto ecco sorgere contemporaneamente nella Spagna la stella fulgidissima del Carmelo, S. Teresa di Gesù, la quale può a tutta ragione chiamarsi l’apostola della devozione a S. Giuseppe. Fin dalla sua tenera età si sentì nel cuore una tenerezza ed una fiducia particolare per questo Santo. Lo chiamava col nome di suo padre e signore, e lo riguardava, dopo Maria, come il suo primo protettore. Cresciuta negli anni e nella perfezione, accrebbe pure l’amore per lui. Nel giorno della sua festa faceva cantare la messa e l’ufficio solenne; a capo alle sue lettere metteva sempre con quello di Gesù e di Maria anche il nome di Giuseppe. In suo onore fece innalzare delle chiese, gli dedicò dodici monasteri dei diciassette che fondò per le monache carmelitane e tutti li mise sotto la sua protezione: a tutte le suore non solo, ma a tutti i fedeli, con cui aveva occasione di parlare, raccomandava sempre la divozione a questo santo e ciò con uno zelo ed una efficacia ammirabile. Sulla fine poi dello stesso secolo XVI e sul principio del XVII facevasi fervidissimo promotore del culto a S. Giuseppe il dolcissimo S. Francesco di Sales. Il Santo Vescovo di Ginevra con uno slancio meraviglioso prese a parlare di lui presso che in tutte le sue opere. Come al suo unico e più caro protettore volle dedicato il suo sublime trattato dell’amor di Dio: lui scelse come principale patrono ed angelo tutelare dell’ordine della visitazione; e lo diede ancora quale particolar guida nella via dell’orazione mentale e della contemplazione alle novizie. Per suo zelo si eresse nella città di Annecy un bel tempio ad onore di lui; ed alla vigilia della sua morte, al rettore di quella Chiesa che era venuto a trovarlo, disse: Non sapete, padre mio, che io sono tutto di San Giuseppe? Il religioso che lo assisteva, prendendo in mano il breviario di lui, non vi trovò se non un’immagine, ed era quella di S. Giuseppe. Tale e tanta era la divozione che nutriva in cuore per lui e che desiderava accendere nel cuor degli altri. Finalmente per non essere più particolare, dirò che largamente promossero la glorificazione di S. Giuseppe in sulla terra S. Ignazio di Loyola, S. Camillo de Lellis, S. Tommaso d’Aquino, S. Vincenzo de Paoli, S. Alfonso Maria de Liguori, Bernardino da Busto, Giovanni di Cartagena, il piissimo Suarez, S. Leonardo da Porto Maurizio e moltissimi altri. Quindi è che per opera di questi santi e dotti personaggi accendendosi sempre più nel cuor dei Cristiani l’amore a S. Giuseppe, i Romani Pontefici non indugiarono più a decretare al nostro Santo solenni onori. Essi fecero scrivere il suo nome nel Martirologio romano e lo inserirono nelle litanie dei santi. Stabilirono la sua festa il 19 di marzo da celebrarsi per tutta la Chiesa, prima per divozione e poscia per precetto; composero un ufficio proprio per lui, lo diedero per protettore a vari regni, arricchirono di sante indulgenze le pratiche della sua divozione, aggiunsero la festa del suo sposalizio e del suo Patrocinio, ed intromisero il suo nome in tutte le più importanti preghiere. Ed ecco l’umile granello di senapa diventato a poco a poco albero gigantesco, ecco la piccola scintilla suscitare un grande incendio, ecco con bella gara semplici fedeli e Pastori della Chiesa, santi e sante, scrittori ed oratori sacri, concorrere con zelo ognor crescente ad onorare il custode fedelissimo della divina Famiglia. Che si poteva dunque fare di più per glorificare S. Giuseppe? Non gli furono date così le più splendide testimonianze di onore a preferenza di qualsiasi altro santo dopo la Beata Vergine? Eppure in questi ultimi tempi la glorificazione di San Giuseppe raggiunse un grado di gran lunga superiore a quelli di cui ho finora parlato. Ma di esso vi dirò ancora qualche cosa dopo brevissima pausa.

SECONDA PARTE.

L’anno 1854, nel dì 8 dicembre, l’immortale Pontefice Pio IX proclamava solennemente il dogma della Immacolata Concezione di Maria SS. CoN la proclamazione di una tanta verità veniva posata sulla corona di Maria una delle più brillanti gemme e si andava mirabilmente riaccendendo nel cuor dei Cristiani l’amore e la divozione per lei. Lo stesso Pontefice nell’anno 1856, zelando altresì grandemente il culto del Sacratissimo Cuore di Gesù, estendeva a tutta la Chiesa la sua festa, che fino allora non si celebrava che in alcuni luoghi e prescriveva che da per tutto se ne recitasse l’ufficio e se ne dicesse la Messa. E nel 1864 innalzando ancora all’onor degli altari la Beata Margherita Alacoque, Apostola della divozione al Sacro Cuore, questa divozione istessa andava infiammando del pari che quella dell’Immacolata Maria. Ma il Cuore di Gesù e la Vergine Santissima sommamente teneri, l’uno del suo custode fedelissimo, l’altra del suo purissimo sposo, parvero non esser paghi di questo nuovo accrescimento del loro culto, se non si accresceva eziandio quello di S. Giuseppe. Epperò eccoli essi medesimi, senza dubbio, che sono gli ispiratori massimi dei Sommi Pontefici, venire eccitando colui, che già potevasi chiamare il Pontefice dell’Immacolata e del Sacro Cuore, a far opera tale da potersi pure meritamente chiamare il Pontefice di S. Giuseppe. – Di fatti quel grande Papa che fu Pio IX, eccolo nel 1862 in una allocuzione pronunciata il 9 di luglio all’occasione della canonizzazione dei SS. Martiri Giapponesi, alla presenza di più che duecento Vescovi, eccolo, dico, fuor della consuetudine dei suoi predecessori invocare subito il patrocinio di San Giuseppe dopo quello della Beatissima Vergine e prima di quello dei SS. Apostoli Pietro e Paolo; il qual fatto non è a dire quanto servisse a ravvivare in tutti i fedeli il desiderio di vedere anche più accresciuto il culto del gran Santo. Ma ciò non era che il faustissimo preludio di un più consolante avvenimento. Ed in vero l’anno 1870, il dì 8 dicembre e sacro perciò all’Immacolata Concezione, Pio IX assecondando i voti dei Vescovi, del clero e del popolo cristiano, dichiarava solennemente S. Giuseppe Patrono della Chiesa Cattolica, ne faceva in quel giorno stesso pubblicare il decreto nelle tre patriarcali basiliche di Roma, Lateranense, Vaticana e Liberiana, e comandava che la festa di sì gran Santo del 19 marzo fosse celebrata col rito più solenne che si usa nella Chiesa. – Per questo fatto e dopo il medesimo incominciò il periodo della glorificazione massima per questo Santo. Furono introdotte novelle pratiche di divozione in suo onore, si composero speciali preghiere ad invocare il suo possente patrocinio, gli si eressero nuove chiese ed altari, si fecero di lui quadri, statue, immagini e medaglie, si estese larghissimamente l’uso di celebrare con devota pompa il suo mese di Marzo, e più e più si prese a fervidamente pregarlo invocando mai sempre il suo nome insieme coi nomi dolcissimi di Gesù e di Maria. – E intanto al grande Pio IX succeduto nel Sommo Pontificato il sapientissimo Leone XIII, non meno zelante e sollecito del suo antecessore nel promuovere il culto di Maria e del Sacro Cuore di Gesù, non lasciò neppure di promuovere quello di San Giuseppe. E mentre prendeva ad esaltare il Cuore SS. di Gesù coll’innalzare a più solenne rito la sua festa, mentre ripetutamente si faceva a raccomandare ai fedeli la divozione a Maria colla recita del Santo Rosario, prendeva altresì ad eccitare i fedeli a riporre una grande fiducia in S. Giuseppe. Ed oltre al farne invocare l’aiuto dopo il Santo Sacrificio della Messa, in una sua stupenda enciclica dell’anno 1889 avvisava che, per meglio rendere alle nostre preci favorevole Iddio e perché egli, da più intercessori supplicato, porga più pronto e largo soccorso alla sua Chiesa, era sommamente convenevole che il popolo cristiano si accostumasse a pregare con singolare divozione ed animo fiducioso, insieme alla Vergine Madre di Dio, il suo castissimo sposo S. Giuseppe; raccomandava che gli si consacrasse con giornaliero esercizio di pietà il mese di marzo, o si facesse almeno precedere la sua festa con un devoto triduo di preghiere, proponeva egli stesso una bellissima orazione da recitare a questo Santo dopo il Rosario di Maria specialmente nel mese di Ottobre d’ogni anno e l’arricchiva di bellissime indulgenze; e finalmente nell’anno 1891 con un breve pontificio soddisfacendo alla brama del suo cuore e assecondando i voti dei Vescovi del Piemonte, della Liguria e della Sardegna, ristabiliva di precetto la festa di S. Giuseppe anche in dette provincie e nella Lombardia. – Or dunque, vedendo i Romani Pontefici, capi della Chiesa di Gesù Cristo, così mirabilmente intenti a glorificare San Giuseppe, facciamo d’intendere sempre più l’importanza della sua divozione. Che sempre più in noi si accresca, come si andò crescendo nel corso dei secoli. Che anche noi più e piò, colle nostre preci, con la imitazione delle sue virtù, con la recita delle sue lodi, attendiamo a glorificare S. Giuseppe qui in terra onde meritarci così la grazia di poterlo poi glorificare assai meglio in cielo.

CONOSCERE SAN PAOLO (53)

CONOSCERE SAN PAOLO (53)

CAPO II

I Novissimi.

[F. Pratt: La teologia di San Paolo – Parte SECONDA,  S.E.I. Ed. – Torino, 1927 – impr.]

II. LA MORTE E LA RESURREZIONE.

1. LA MORTE E L’ALDILÀ . — 2. LA RISURREZIONE DEI GIUSTI. — 3. LA SORTE DEI VIVENTI.

1. La morte ha tanti significati diversi quanti ne ha la vita di cui è l’antitesi. Oltre la morte naturale o distruzione fisica del composto umano, san Paolo ricorda una morte spirituale, la morte del peccato, che si oppone alla vita della grazia e diventa, al termine della prova, la morte eterna. Gli empi sono degni di morte, il peccato opera la morte, « la morte è lo stipendio del peccato (Rom. VI, 23; VI, 21) ». Morte fisica, morte spirituale, morte eterna, tutto questo risale, direttamente o indirettamente, ad una sorgente comune, alla trasgressione dell’Eden. Ma vi è una quarta morte, rimedio delle altre tre, la morte mistica nel Cristo, la quale è per l’anima e per il corpo il preludio e il pegno dell’immortalità gloriosa: « Voi siete morti, e la vostra vita è nascosta col Cristo in Dio ». — « Uno morì per tutti, dunque tutti morirono (Col. III, 1; II Cor. V, 14; Rom. VI, 2) » misticamente con lui. La morte è terribile come castigo del peccato. All’orrore istintivo della dissoluzione, si aggiunge il timore del Giudice e l’incertezza del di là. Nel linguaggio figurato di Paolo, « il peccato è lo stimolo della morte (I Cor. XV, 56) ». La morte si serve del peccato come di una freccia avvelenata per dilatare il suo impero, o meglio forse come di uno stimolo aguzzo per condurre a suo talento e per terrorizzare gli uomini. Gesù Cristo, vincitore del peccato, toglie alla morte il suo pungiglione malefico e doloroso, e un giorno la renderà impotente e inoffensiva. Se essa conserva fino alla fine un resto del suo antico potere ed è l’ultima a cedere al trionfo della croce, ha però già perduto il potere di spaventare. Nonostante le ripugnanze naturali, si fa strada, il sentimento della rassegnazione cristiana predicata ai fedeli di Tessalonica e di Corinto, e il sentimento più eroico di amoroso desiderio che Paolo, senza allontanarsi dalla conformità al volere divino, lascia spesso trapelare. D’ora innanzi la vita è un dovere che si accetta, e la morte un guadagno al quale si aspira. Che cosa diventa l’anima separata dal corpo? Quali sono le sue relazioni con Dio, con i vivi, con gli altri defunti? Sopra questi problemi san Paolo ci dà poche indicazioni e meno ancora di insegnamenti. Un numero assai notevole di teologi eterodossi pretendono che l’Apostolo si rappresenti l’anima inoperosa, intorpidita, addormentata, in attesa dell’ora della risurrezione (5). Simile alle ombre vaganti presso l’Èrebo mitologico, essa non avrebbe più né sentimento, né memoria, né coscienza, né personalità; e non ci vorrebbe meno che lo squillo dell’ultima tromba per trarla dal suo letargo. Queste supposizioni sono fondate sul nome di « dormienti (I Cor. XV, 20) » dato talora ai morti; ma questo appoggio è assai debole. In tutte le letterature, morte e sonno sono fratelli; il sonno è immagine della morte, e morire è dormire. Questa metafora conviene meglio ancora alla morte cristiana, anello di congiunzione di due vite, breve intervallo tra due atti di una medesima esistenza. Se portasse con sé la perdita del pensiero, la morte non avrebbe nulla di desiderabile. Paolo c’insegna formalmente che essa non separa i giusti dal Cristo (Fil. I, 21-23). Uscire dal corpo, per l’anima vuol dire emigrare verso il Signore, vivere in sua compagnia (II Cor. V, 6-8). La corona attende il vincitore al termine della lotta che figura evidentemente la vita presente (II Tim II, 5). Quello che in noi dorme non è dunque l’anima, ma è il corpo adagiato nella polvere del sepolcro e per il quale sarà un risveglio la risurrezione. Se i giusti entrano in possesso della beatitudine senza attendere l’ultimo giorno, è naturale che i peccatori subiscano il loro castigo appena finita la prova; tuttavia l’Apostolo non ci dice nulla a questo riguardo. Egli non ci parla neppure del giudizio particolare che fissa la sorte di ciascun uomo subito dopo la morte; ma tale giudizio è nella natura delle cose e risulta dal fatto che né la felicità degli eletti né, per analogia, il supplizio dei reprobi, viene differito fino alla parusia. Forse la maniera con cui l’Epistola agli Ebrei avvicina il giudizio alla morte, senza frapporre, a quanto pare, nessun intervallo tra i due avvenimenti, ci porta alla stessa conclusione (Ebr. IX, 27). Non troviamo neppure un insegnamento definito intorno alla sorte dei giusti che terminano la loro vita con colpe leggere o non interamente espiate. Niente di impuro entra in Paradiso, e nessuno è ricevuto nel seno di Dio senza aver pagato i l suo debito fino all’ultimo obolo: la dottrina del purgatorio si fonda sopra questi dati biblici e sopra la tradizione; ma il testo di san Paolo, citato da parecchi, ci dà piuttosto un’indicazione, che non una prova apodittica (I Cor. III, 11-15). Questa penuria di particolari intorno alle cose del di là non ci deve sorprendere, perché tutta la sollecitudine dell’Apostolo converge verso il fatto della risurrezione e verso questa verità capitale, che cioè i giusti sono uniti intimamente al Cristo così nella morte come nella vita.

2. Sappiamo dall’Epistola agli Ebrei, che la risurrezione dei morti era, col giudizio Anale, uno dei punti cardinali della catechesi apostolica (Ebr. VI, 2). Paolo non mancava mai di mettere come base del suo insegnamento la risurrezione di Gesù alla quale egli collegava, sotto forma di corollario, la nostra risurrezione (I Cor. XV, 1-13). Né le beffe degli Ateniesi (Act. XVII, 32), né i sarcasmi del procuratore Festo (Act. XXVI, 24), né lo scetticismo del re Agrippa (Act. 27-28), né l’incredulità dei Sadducei (Act. XXIII, 6-8) poterono indurlo a dissimulare una verità tanto essenziale: egli si sarebbe vergognato di comprare la sua libertà con un silenzio disonorevole e si vantava di essere perseguitato per questo articolo di fede. Sappiamo quale fu la sua sorpresa e il suo sdegno quando venne a sapere che in una chiesa fondata da lui si sollevavano dubbi intorno ad un dogma tanto fondamentale (I Cor. XV, 12). Egli aveva predicato a Cesarea la risurrezione generale dei buoni e dei cattivi (Act. XXIV, 15). Così certamente deve essere presentata ordinariamente la dottrina della risurrezione, dato il testo ben noto di Daniele e dato anche l’insegnamento formale di Gesù, d’accordo in questo con l’opinione più accreditata degli Ebrei di quell’epoca (Dan. XII, 2). Tuttavia sembra che Paolo nelle sue lettere si occupi soltanto della risurrezione dei giusti. I suoi argomenti valgono soltanto per questa; il suo contesto per lo più impone una limitazione che, per analogia, conviene estendere a due o tre espressioni dubbie. È vero che nella prima ai Corinzi egli fa menzione, senza distinzioni, della risurrezione dei morti (I Cor. XV, 42), 0ma tutto il seguito del discorso dimostra che egli intende parlare della risurrezione gloriosa; e quando, nell’Epistola ai Filippesi, esprime il voto di « arrivare alla risurrezione dei morti (Fil. III, 11) », il suo pensiero non è punto equivoco: egli aspira alla risurrezione gloriosa. – Buoni esegeti sono di parere che l’insigne vittoria riportata dal Cristo sopra la morte suppone o esige la risurrezione universale; poiché, dicono, se non tutti i morti risuscitassero, la sconfitta della morte sarebbe soltanto parziale, e san Paolo non avrebbe il diritto di dire: Novissima autem inimica destruetur mors (I Cor. XV, 26). Questo argomento ci pare poco decisivo. Anche la vittoria del Cristo sul peccato sarà completa come la sua vittoria sopra la morte; ma ciò non porta come conseguenza la conversione di tutti i peccatori: la ragione è che i frutti della redenzione, universali per principio, sono di fatto condizionati dalla cooperazione dell’uomo. La vittoria del Cristo sopra la morte sarà assoluta in coloro che si uniranno a Lui per partecipare alla sua vittoria; per gli altri essa potrebbe essere soltanto parziale, come la vittoria sul peccato. Più debole ancora ci sembra l’argomento tratto da questo testo: « Ciascuno (risusciterà) nel suo ordine. La primizia è il Cristo; poi quelli che appartengono al Cristo, al momento della sua parusia; poi la fine (I Cor. XV, 23-24) ». Si vorrebbe che questa sia la fine della risurrezione e il terzo ordine dei risuscitati, di coloro che non appartengono al Cristo; ma questo è leggere troppe cose tra le righe. Sta il fatto che la risurrezione dei peccatori, la quale poco importa all’Apostolo perché non ha connessione con la sua dottrina, rimane ordinariamente fuori dal suo campo visivo. – In quanto alta risurrezione dei giusti, è provata con una decina di argomenti: l’argomento dall’assurdo, fondato sopra le perniciose conseguenze della tesi contraria (I Cor. XV, 12-19); l’argomento di tradizione che si appoggia alla dottrina e all’insegnamento costante degli Apostoli (I Cor. XV, 30-32); l’argomento ad hominem, tratto dalla persuasione intima, spontanea, irresistibile degli stessi fedeli (I Cor. XV, 29); argomento della causa meritoria, stabilito sopra questa verità, che Gesù Cristo è venuto per restaurare le rovine del peccato e per restituirci i beni perduti dal primo Adamo (I Cor. XV, 21); l’argomento della causa esemplare, legato alla teoria del corpo mistico e alla solidarietà del Cristo con i santi (29); l’argomento del sigillo impresso in noi dallo Spirito Santo che, col farci suoi, si obbliga a conservarci, corpo e anima, eternamente (Ephes. IV, 30); l’argomento dei pegni dati dallo stesso Spirito come una caparra dell’immortalità gloriosa (II Cor. V, 5); l’argomento del tempio, dimora sacra e imperitura dello stesso Spirito, (I Cor. VI, 19); l’argomento delle primizie, o detto anche della grazia semente di gloria (Rom. VIII, 23); L’argomento del desiderio soprannaturale che lo Spirito Santo accende in noi e che ci fa sospirare la glorificazione di questo corpo associato ai combattimenti dell’anima, strumento delle sue vittorie (Rom. VIII, 15, 17, 23-26). Alcuni di questi argomenti sono così vicini, che si toccano e si compenetrano: non sono tanto prove distinte, quanto piuttosto aspetti diversi di una medesima prova. Che cosa possano avere di oratorio, non tocca a noi il cercarlo; bisogna però guardarsi bene dal considerarli come conclusioni filosofiche. Sono induzioni teologiche in tutta la forza del termine, le quali si appoggiano sopra l’insegnamento dell’Apostolo. Fatta astrazione dalle asserzioni di Paolo che ne afferma le premesse come verità di fede, alcuni sembrerebbero fondati sopra una petizione di principio o girare in un circolo vizioso. – I primi cinque argomenti sopra citati sono stati studiati a proposito della prima epistola ai Corinzi. Gli altri cinque i cui elementi sono sparsi in diverse Epistole, si fondano tutti sopra l’attività soprannaturale dello Spirito Santo. Si può dire che essi si riducono a questa formula: « Se lo Spirito di Colui che risuscitò Gesù da morte abita in noi, Colui che risuscitò Gesù Cristo da morte vivificherà anche i nostri corpi morti, per causa del suo Spirito che abita in noi (Rom. VIII, 11) ». Forse perché il corpo del giusto è il suo tempio? Può essere. Tuttavia, eccetto due testi in cui lo Spirito Santo figura come anima del corpo mistico più che come ospite di un tempio individuale (I Cor. VI, 19), il ragionamento dell’Apostolo prende un’altra forma. Lo Spirito Santo, egli dice, « vi ha segnati col suo segno per il giorno della redenzione (Ephes. IV, 30) ». Voi siete sua proprietà; un giorno vi reclamerà come suoi: in quel giorno il corpo dopo l’anima sarà vendicato degli oltraggi della morte. Il sigillo di cui parla san Paolo ci è impresso nel Battesimo. Questo rito sacramentale che ci incorpora al corpo mistico, ci conferisce anche i « pegni dello Spirito (II Cor. I, 22) », nuovi pegni dell’eternità beata. I pegni sono una caparra pagata come garanzia del pagamento totale. Essi non sono distinti dallo Spirito Santo: sono lo stesso Spirito Santo come dono delle anime, dono identico nella sua essenza ma suscettibile di progresso in intimità e in perfezione. I giusti vivificati dalla grazia hanno ricevuto fin da questo mondo, le primizie dell’immortalità gloriosa; essi sono « salvati in speranza ». e la salvezza promessa riguarda tanto il corpo quanto l’anima. Paolo non stabilisce mai una linea di divisione netta tra la grazia e la gloria che ne è lo sviluppo tardivo ma assicurato. Chiunque è innestato sul Cristo è per ciò stesso associato alla sua vita immortale e glorificata. – La prova tratta dal desiderio sembra a prima vista un sofisma, e tale sarebbe veramente, se si trattasse di un desiderio puramente naturale, poiché vi sarebbe allora sproporzione tra la tendenza e la mèta. Ma l’Apostolo suppone e afferma che tale desiderio è soprannaturale, prodotto e mantenuto in noi dallo stesso Spirito Santo. Facendo salire alle nostre labbra quel grido del cuore: Abba Pater! Lo Spirito fa testimonianza della nostra filiazione adottiva; attesta che noi siamo eredi di Dio e coeredi del Cristo. Ma la gloria del corpo risuscitato fa parte integrante di questa eredità. Allora non abbiamo più bisogno che la creazione, con le sue aspirazioni ansiose, ci predica il ritorno all’immortalità originaria: « noi stessi, avendo le primizie dello Spirito, gemiamo internamente nell’attesa della filiazione (consumata) e della redenzione (gloriosa) del nostro corpo (Rom. VIII, 24) ». Il desiderio della grazia non sarà illusorio; infatti perché mai lo Spirito Santo ci metterebbe in cuore un’aspirazione che Egli non può o non vuole soddisfare?

3. San Paolo in diverse riprese afferma che i giusti testimoni della parusia non morranno. Egli non dice mai: « Tutti i giusti risusciteranno », ma dice invece: « I morti che sono nel Cristo risusciteranno (I Tess. IV, 16) ». Talora presenta il suo pensiero in questo dilemma: « O noi risusciteremo, o non saremo trasformati (I Cor. XV, 52) ». Egli parte da questo principio, che « la carne e il sangue non possono ereditare il regno di Dio (I Cor. XV, 50) ». La carne e il sangue per lui sono sempre la natura umana in ciò che ha di debole, di mutevole, di perituro, soprattutto in opposizione alla natura divina eterna, immutabile, incorruttibile. Qui dunque il suo pensiero non è, come credettero certi Padri, che nulla d’impuro entrerà nel regno dei cieli, e neppure che la carne non avrà parte alla risurrezione gloriosa, come vogliono parecchi interpreti moderni che accoppiano così uno sbaglio di esegesi con un errore dottrinale. Egli insegna che i corpi dei giusti, per entrare nella gloria, hanno bisogno di una trasformazione. Questa trasformazione che egli ha descritta minutamente per i defunti restituiti alla vita, è pure altrettanto necessaria — e anche più misteriosa — per i vivi risparmiati dalla morte. Ecco il messaggio che egli trasmette ai Tessalonicesi, da parte del Signore: “Noi, i viventi, noi riservati per (assistere a) la parusia del Signore, non precederemo quelli che dormono (il sonno della morte). Poiché il Signore stesso, al comando, alla voce dell’Arcangelo, al suono della tromba di Dio, scenderà dal cielo ed i morti (che sono) nel Cristo risusciteranno prima; poi noi, i viventi, i superstiti, insieme con essi saremo rapiti nelle nubi dell’aria all’incontro del Signore; e così saremo sempre col Signore” (I Tess. IV, 15-17). – Da questa rivelazione che non ha nulla di oscuro, purché si legga senza pregiudizi dommatici, si ricavano tre verità: I morti in istato di grazia (οἰ νεκροὶ ἑν Χριστῷ = oi necroi ev Cristo) risusciteranno prima del trasporto aereo dei giusti allora in vita. — I morti risuscitati ed i vivi saranno rapiti insieme in aria all’incontro del Cristo. — Tutti i giusti, morti risuscitati e viventi, saranno per sempre col Signore. L’Apostolo non dice nulla dei peccatori, né vivi né morti; egli si occupa soltanto dei giusti e specialmente di quelli che vivranno al momento della parusia. Questi ultimi non avranno nessun vantaggio sopra i loro fratelli mietuti dalla morte; ma essi pure dovranno essere oggetto di una trasformazione gloriosa per godere eternamente, senza mutamento né vicissitudine, della società del Cristo glorificato. Se fosse altrimenti, la loro sorte non sarebbe da compiangere? Paolo non aveva bisogno di insistere sopra una dottrina della quale i neofiti di Tessalonica non dubitavano punto. »  Egli vi ritornerà più tardi per rispondere ai dubbi dei Corinzi: « Ecco che io vi dico un segreto. Non tutti moriremo, ma tutti saremo trasformati, in un istante, in un batter d’occhio, al suono della tromba, poiché sonerà la tromba ed i morti risorgeranno incorruttibili e noi saremo trasformati. Perché bisogna che questo (corpo) corruttibile rivesta l’incorruttibilità, e che questo (corpo) mortale rivesta l’immortalità (I Cor. XV, 51-53) ». San Paolo annunzia che vuole svelare un segreto, qualche cosa di nascosto e di misterioso. Il mistero consiste in questo, che anche i giusti risparmiati dalla morte devono essere trasformati come i giusti morti nel Cristo. — Questa trasformazione comune ai vivi ed ai morti avverrà istantaneamente e simultaneamente, al primo squillo della tromba che annunzierà la parusia. — La ragione « di questa trasformazione necessaria è che la « carne e il sangue non potrebbero ereditare il regno di Dio, né la corruzione l’incorruttibilità ». Corruzione e incorruttibilità sono due cose contraddittorie e perciò incompatibili. Dunque questo corpo corruttibile deve cessare di essere corruttibile, e questo corpo mortale deve cessare di essere mortale: in questo consiste la trasformazione. Rivestire l’immortalità senza subire gli orrori della morte è un privilegio invidiabile. I Corinzi, sapendo dall’insegnamento di Paolo nella prima Lettera, che tale privilegio toccherà effettivamente ai giusti che si troveranno in vita al momento della parusia, cominciarono a desiderarlo. L’Apostolo non li biasima, poiché tale desiderio è troppo naturale. “Noi non ci perdiamo di coraggio; ma anche quando il nostro uomo esteriore va in rovina, il nostro uomo interiore si va rinnovando di giorno in giorno Perché sappiamo che se la tenda in cui abitiamo su questa terra viene a perire, abbiamo in cielo un edificio (promesso e preparato) da Dio, una dimora eterna che non è fatta da mano d’uomo. Per questo noi gemiamo, desiderando di rivestire la nostra abitazione celeste sopra (il corpo mortale), se tuttavia siamo trovati vestiti e non nudi. Sì, noi che siamo in questa tenda, gemiamo accasciati, perché non vogliamo essere spogliati ma rivestiti (d’immortalità) sopra (questo corpo perituro), affinché ciò che vi è di mortale in noi sia assorbito dalla vita. Ora Colui che ci ha disposti a questo, è Dio stesso che ci ha dato i pegni dello Spirito”. (II Cor. IV, 16) È quasi impossibile tradurre questo passo senza commentarlo o poco o assai, tanto è denso di pensieri. La difficoltà nasce anzitutto da una mancanza di armonia nelle metafore, poiché Paolo rappresenta il nostro corpo ora sotto l’immagine di un abito, ora sotto quella di un edificio e qualche volta mescola insieme le due figure; essa dipende anche da altre cause. Qui è il caso di ricorrere a quel principio di esegesi, in virtù del quale ciò che è oscuro si spiega con ciò che è chiaro. Ora i due punti seguenti sembrano fuori di dubbio: « La tenda della nostra abitazione terrestre » indica il corpo corruttibile che è quaggiù la dimora dell’anima. — Noi non vorremmo essere spogliati di questo corpo, per quanto sia abbietto; noi temiamo per l’anima nostra una nudità contraria alla sua natura e alle sue aspirazioni; noi per conseguenza desideriamo di rivestire la nostra veste celeste senza abbandonare la veste terrestre. Tale è il valore esatto della parola greca non facilmente traducibile. A che cosa corrisponde la veste celeste? Che cosa significa la dimora eterna che è nei cieli? Qui cominciano le controversie. Anzitutto respingiamo senza esitare un’ipotesi emessa da un piccolo numero di esegeti eterodossi e anche da uno o due commentatori cattolici: i giusti riceverebbero nel Battesimo il germe di un corpo glorioso, che si svilupperebbe quaggiù con l’uso dei Sacramenti e soprattutto dell’Eucaristia; questo corpo provvisorio seguirebbe l’anima dopo la morte e sarebbe cambiato più tardi, nel momento della risurrezione generale, col corpo definitivo. In san Paolo non vi è traccia di tale concezione strana. I giusti morendo emigrano dal corpo; risuscitando riprendono il loro corpo trasfigurato; in nessun luogo si accenna ad un corpo intermedio tra il corpo perituro ed il corpo glorificato. – Respinta questa ipotesi, ci troviamo davanti a due opinioni. Secondo gli uni, la dimora spirituale indica per metafora il corpo glorioso; secondo gli altri, indica la gloria celeste. La prima interpretazione è la più comune: se « la tenda terrestre » rappresenta il corpo mortale, non è naturale che « la dimora celeste » rappresenti il corpo glorioso? Senza dubbio noi non lo possediamo di fatto subito dopo la morte; come sembra indicare la proposizione condizionale dell’Apostolo; ma lo possediamo fin d’allora idealmente, si può dire che vi abbiamo diritto; noi lo possediamo non con la certezza relativa della speranza, ma con la certezza piena e assoluta di un credito che dobbiamo esigere. Ora la Scrittura esprime ordinariamente con un verbo al tempo presente la certezza di un bene futuro. La sola difficoltà seria è che in realtà noi non rivestiamo il corpo glorioso sopra il corpo mortale: queste non sono due cose essenzialmente distinte; gli elementi materiali sono comuni a entrambe, e soltanto è differente la maniera di essere. Questa difficoltà non esiste affatto nella seconda opinione: l’anima santa riveste realmente la gloria celeste appena che il corpo mortale è separato da essa; ed i giusti testimoni della parusia rivestiranno quella stessa gloria sopra il loro vero corpo del quale non saranno stati mai spogliati. Così dunque l’allegoria si armonizza, e il linguaggio di Paolo è di una rigorosa esattezza. Se moriamo prima della parusia, abbiamo subito la nostra veste di gloria; se invece viviamo fino all’ultimo giorno, la gloria ci avvolgerà come di un manto regale, secondo il desiderio che lo Spirito Santo accende nei nostri cuori, e così ciò che vi è di mortale in noi sarà assorbito dalla pienezza della vita. Rimane ancora una proposizione incidente il cui senso preciso è molto discusso. Secondo la Volgata, il senso sarebbe: Noi desideriamo di rivestire la gloria sopra il corpo attuale, si tamen vestiti non nudi inveniamur; « se tuttavia (al momento della parusia) noi siamo trovati rivestiti (del corpo), e non nudi », cioè spogliati dalla morte, del nostro involucro mortale terrestre. È una spiegazione così naturale, che non fa davvero meraviglia il vederla accettata da tanti Padri e da commentatori antichi e moderni. Ma molti dotti contemporanei, in nome della filologia, insorgono contro una interpretazione così semplice. Per salvaguardare la proprietà dei termini, essi propongono questa traduzione: Noi desideriamo di rivestire la gloria sopra il corpo mortale « atteso che, una volta rivestiti (della gloria celeste) noi non saremo più trovati nudi », poiché la morte non avrà più potere sopra di noi (46). L’inciso non esprime più la condizione da compiersi per realizzare il voto espresso nel versetto precedente, ma bensì l’oggetto stesso di quel voto o la circostanza che lo rendo desiderabile. Per quanto sia grande la divergenza su questo punto particolare, l’idea complessiva del passo resta quasi immutata. Ad ogni modo, l’Apostolo ha la certezza che un corpo glorioso e immortale lo attende in cielo; e tale prospettiva gli fa affrontare con gioia le tribolazioni di questa vita e lo consola del veder cadere in rovina il suo corpo perituro. Se egli prova il desiderio naturale di vivere fino alla parusia, non è già per timore della morte, poiché sa benissimo che nulla può separarlo dal Cristo, unico oggetto del suo amore, ma è per la ripugnanza istintiva che noi tutti proviamo al pensiero di dover subire, anche solo per qualche tempo, la dissoluzione del composto umano. Come i fedeli di Tessalonica e di Corinto, dei quali approva e divide il desiderio, vorrebbe essere portato vivo incontro al Cristo trionfante ed entrare nell’immortalità gloriosa senza passare per la morte. Egli non dà come certa la sopravvivenza fino alla parusia, e neppure come probabile, ma la dà soltanto come possibile, altrimenti il suo desiderio sarebbe privo del suo oggetto. Anzi egli afferma che tale desiderio ha lo Spirito Santo come autore, e questo, una volta di più, ne indica la possibilità. La condizione posta per la realizzazione di tale desiderio è espressamente enunziata se si intende l’inciso come lo intendono la Volgata e l’esegesi comune; è almeno supposta, se s’interpreta come vorrebbe la maggior parte dei filologi moderni. Tuttavia il voto in questione non è talmente imperioso da togliere la pace e la rassegnazione. Noi sappiamo che il nostro pellegrinaggio su questa terra è un esilio lontano dal Signore, e sappiamo anche che per rassegnarci a quel passaggio, nonostante i desideri istintivi della natura e della grazia, ci vuole sempre del coraggio e dell’intrepidezza, sentimenti che la fede c’inspira. In qualunque condizione, noi cerchiamo di piacere al Signore, o vicino a Lui o lontano da Lui; questo è l’essenziale: il resto non dipende da noi.