GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: 1° corso di ESERCIZI SPIRITUALI “LA PERFEZIONE” (5)

GREGORIO XVII:

IL MAGISTERO IMPEDITO

I. corso di ESERCIZI SPIRITUALI

LA PERFEZIONE

(5)

7. – L’Incarnazione del Verbo

Per poter arrivare alla perfezione bisogna vivere la propria fede. Vorrei richiamare qui un principio di carattere generale. Vivere profondamente la propria fede non significa soltanto pensarci sempre, il che è molto, significa, oltre che pensarci, uniformare noi stessi alla nostra fede; e neppure questo è ancora sufficiente; significa entrare noi, con tutta la nostra vita, nell’oggetto della nostra fede, compiere quello che Paolo chiamerebbe l’assimilazione nostra a Gesù Cristo; diventare quelli che compiono quanto manca alla passione di Gesù Cristo. Essere elementi che riproducono in sé  Gesù Cristo. – Il termine può sembrare abbastanza misterioso, ma deve divenire a poco a poco chiaro. In altri termini non dobbiamo considerare la fede come un motore elettrico che ci viene applicato e ci spinge, o ci succhia, o fa la barba, o qualche cosa del genere. Non è un motore « ab extrinseco ». Questo è il punto. Ma deve diventare, assimilato a noi, un motore ab intrinseco, il principio costitutivo del nostro essere. Se insomma questo ordine soprannaturale che la fede ci presenta non entra dentro di noi, noi non arriviamo alla perfezione. – E pertanto bisogna che da oggi questo grande principio entri in noi. Perché in realtà tutta la nostra perfezione, e cioè l’assimilazione nostra alla volontà divina, richiederà un’assimilazione della nostra intelligenza all’intelligenza divina, un’assimilazione della nostra vita alla vita divina. È necessario che tutto questo grande fatto dell’Incarnazione, accaduto nella storia e che vogliamo meditare, entri dentro di noi. Questo principio deve dominare tutte le meditazioni che noi faremo fino alla fine degli Esercizi. Ed è naturale che io debba richiamarmi a questo principio e che continuamente lo supponga anche se esplicitamente non lo dichiaro. – Meditiamo sulla Incarnazione del Verbo. E la Incarnazione non ha più oramai che un motivo solo, quello di essere un altro motivo, il più grande motivo della nostra perfezione. Perché questo è il più grande motivo: l’Incarnazione del Verbo. Ma mentre dipanerà un motivo, e il più grande dei perché noi dobbiamo essere perfetti, ci aiuterà già a vivere secondo la perfezione. – Voi sapete che cosa è stata l’Incarnazione del Verbo: il Verbo di Dio, eterno come il Padre, consustanziale al Padre, ha assunto una umana natura completa e creata, anima e corpo. L’ha assunta, il che significa che il rapporto tra sé, eterno Verbo, seconda Persona della SS. Trinità, e questa umana natura creata, umana natura individua, è lo stesso rapporto che c’è tra la nostra natura e la nostra persona. Il rapporto tra la nostra natura e la nostra persona, ossia il soggetto Io, è misteriosissimo per noi; lo constatiamo, lo viviamo, lo tocchiamo, ma è misteriosissimo. Perché anche noi uomini, per quanto piccoli, portiamo dentro di noi grandi misteri. Uno è questo. L’altro è l’unione sostanziale, che tocchiamo con mano ma non spieghiamo, tra l’anima e il corpo. Noi ne siamo certi per evidenza, ma dentro non ci sappiamo entrare. Non c’è bisogno di arrivare all’ordine divino per trovare dei misteri, li troviamo in noi; e li troviamo in noi perché, non fosse altro, ci preparano a capire la logica dei misteri. – Dunque v’è stata l’Incarnazione del Verbo. S’è determinato un rapporto fra l’eterna Persona e questa individua natura, esattamente come il rapporto tra la nostra persona, il soggetto che sostiene la nostra natura e la nostra natura stessa. Naturalmente c’è una causalità tra persona e natura; ma questa causalità, che in noi è in un determinato modo, perché la nostra persona, il nostro soggetto può essere mutevole, è limitato, diviene, cambia, in Dio invece questo non può accadere. La causalità in Dio rispetto alla creatura è sempre una causalità perfetta, ed è l’unica e vera perfetta causalità, ma di un ordine completamente diverso. Ed è per questo che mentre la nostra persona subisce la nostra natura, Dio non la subisce, non ne è per nulla toccato; è per questo che, pur essendosi incarnato, il Verbo non ha affatto mutato. Nei rapporti tra Dio e la creatura le mutazioni stanno sempre dalla parte della creatura, mai dalla parte di Dio. La realtà è perfetta, ma tutto quello che essa richiedesse di mutazione, si troverebbe soltanto da parte della creatura e non di Dio. – L’Incarnazione: Il Verbo si fece Carne, fu Uomo e abitò fra noi. E dice S. Giovanni: « Noi lo abbiamo veduto pieno di grazia e di verità ». Come è avvenuta l’Incarnazione? È avvenuta perché la Vergine Madre di Dio, la Vergine Maria, divinamente dotata e divinamente abilitata, rimanendo Vergine, e pertanto da sola, ha fornito il corpo al Verbo. E nel momento stesso in cui essa forniva il corpo, Dio creava l’anima che lo avrebbe informato; nello stesso momento in cui essa forniva il corpo e Dio creava l’anima, il Verbo assumeva questa umana natura individua ed era uomo. Dunque tutto è avvenuto attraverso la Vergine Madre di Dio, perché in Gesù Cristo la natura umana non sarebbe stata assunta se non gli fosse stata data, e per esserci era necessario il corpo, e il corpo occorreva per l’umana generazione. – Osservate bene: la funzione della Vergine Maria è stata questa: Ella ha dato il corpo a Gesù. Con questo, Gesù Cristo è stato inserito non solo nella specie umana ma nella famiglia umana. Perché noi avessimo sempre la specie umana, basterebbe ci fossero i caratteri fisiologici che la contraddistinguono; si potrebbe però non essere della famiglia umana, avere avuto cioè un altro progenitore: perfettamente simile, anzi così da essere per quella somiglianza identici, ma non essere tagliati dalla stessa pietra, dallo stesso tronco, non figli dello stesso albero. Badate bene che l’aver dato la Vergine Maria il corpo al Verbo, ha reso Gesù non solo individuo della specie umana, il che è una cosa, ma l’ha reso membro della nostra famiglia umana, il che è ben altra cosa. Perché per essere diventato così, a quel modo, per umana generazione, membro della famiglia umana, il Verbo s’è messo fisicamente in contatto con tutti i membri della specie umana, venuti al mondo per naturale generazione, per naturale derivazione, della stessa carne, dello stesso sangue che viene da Adamo; tutti i membri della famiglia umana, essendo stato il Verbo per mezzo della Vergine Maria inserito nella famiglia umana, sono fisicamente congiunti con Gesù Cristo. E qui sta la differenza tra essere semplicemente membri della specie umana e essere membri della famiglia urnana, come è stato per il Verbo. Dunque c’è questo fatto, che la Incarnazione del Verbo congloba tutta la famiglia umana, perché stabilisce il contatto, il rapporto, la colleganza di carne e di sangue con tutti gli uomini. Questo fatto non entra nella storia alla chetichella, come se si scansasse per non incontrare nulla; questo fatto entra nella storia e prende tutto. Perché tutti gli uomini, bianchi e neri, gialli e rossi, tutti ugualmente sono congiunti con Gesù Cristo. Per questo fatto, la vita che germinerà sulla loro realtà ontologica, germinerà, battezzati e non battezzati, qualche cosa che appartiene a Gesù Cristo. Tutto il genere umano viene ad essere attratto, agitato da questo fatto. Gesù Cristo non entra dunque nel mondo come simbolo; entra nel mondo con ragione ontologica, come fatto del mondo. L’Incarnazione è un fatto del mondo. Ed è per questo che nulla si sottrarrà a tale fatto. Vi prego di continuare a osservare. È perché Gesù Cristo è diventato membro della famiglia umana che l’ha potuta rappresentare. È questa colleganza che innerva la rappresentanza. Ma è questa rappresentanza che rende possibile la sostituzione vicaria, cioè l’essersi messo Gesù Cristo al nostro posto. Pertanto Lui da solo ha pagato, patendo per tutti noi. Ed è soltanto questa sostituzione, la sostituzione vicaria, che ha reso possibile il ricupero, la redenzione. La redenzione è dunque un fatto del mondo. Se noi non fossimo nati da nostro padre e da nostra madre e quindi da Adamo, e pertanto se in Adamo non fossimo congiunti con Gesù Cristo, ma fossimo caduti qui da qualche stella, noi non avremmo da fare niente con Gesù Cristo. Avremmo a che fare col Verbo Eterno, perché ci ha creati, ma noi non saremmo congiunti con Gesù Cristo. Badate bene, è la storia umana che si congiunge con Gesù Cristo. Perché tutta la storia umana è stata unita con Gesù Cristo. Provatevi a guardare intorno se vedete qualche cosa che non sia congiunto con Gesù Cristo. – Voi nella vostra spiritualità vivete essenzialmente il fatto cristologico. Eccovelo il fatto cristologico. Provatevi a guardare intorno, e vedete se c’è qualche cosa che rimanga estranea a Nostro Signore Gesù Cristo, anche se gli uomini non ci pensano. – Diceva il poeta latino: « mens agitat molem »; ma qui è vero: mens agitat molem, e la mens è Gesù Cristo. Eccovi l’Incarnazione del Verbo, e eccovi che sorta di colleganza, eccovi come tutto, attraverso questa Incarnazione, è stato assunto dal Verbo, tutto. Non c’è niente che non sia stato assunto, non solo per titolo della creazione in quanto Dio, ma per titolo della Incarnazione. Questo è l’unico fatto saliente nella storia umana, perché tutti gli altri fatti si rassomigliano, sono tagliati allo stesso modo; la diversità sta nella quantità. I fatti, si chiamino Alessandro Magno, Cesare, Pompeo, Napoleone, sono fatti dello stesso genere: è una monotonia spaventosa. C’è una diversità di quantità. Chi riesce di più, chi riesce di meno. Chi vale di più, chi vale di meno; ma agiscono tutti allo stesso modo, con gli stessi occhi, con lo stesso naso, con gli stessi orecchi, con le stesse mani e fanno tutti le stesse cose. Naturalmente i diversi rapporti danno luogo a rifrazioni diversissime, ma che ritornano sempre. Tanto è vero che tutta la storia dell’umanità è contenuta nel dramma di Adamo, e le parti distribuite allora si ripetono continuamente. Non si direbbe che la storia umana è monotona, perché la rifrazione delle stesse cause e degli stessi elementi tratti ad agire ha tale ricchezza che sembra sciorini qualche cosa di nuovo; ma bisogna osservare che la storia umana è sempre la stessa. L’unico vero fatto diverso della storia umana si chiama l’Incarnazione del Verbo. Non c’è altro. Dinanzi a questo fatto storico tutte le cose sembra che se ne vadano ad acquattarsi in fondo all’essere e alla realtà e che questa sola cosa rimanga. – Guardate che cosa succede il giorno di Natale. Succede questo: che tutti gli uomini si sentono diversi, lo vogliano o non lo vogliano. Tutti gli uomini sentono una quiete, una pace, una liberazione, sentono sé stessi diversi dagli altri giorni, tutti diversi, anche i cattivi, anche gli atei, tutti. È necessario, perché quello è il giorno in cui l’eternità sfiora il tempo; ed è impossibile che gli uomini, fossero anche ridotti al livello degli animali, nella loro stessa carne, nel loro stesso sangue non sentano agitarsi quella tal fibra che fisicamente li congiunge a Gesù Cristo. Natale! Noi non riusciamo a dire che cosa sia il Natale: non ci riusciamo davvero. Cerchiamo di andare più in là dell’intelligenza con delle emozioni che tutta la divina liturgia, ordinata a un certo modo, cerca di dare per vedere se con la emozione, e cioè con la vibrazione, riusciamo anche senza intendere ad andare al di là di quel poco che intendiamo. Ma a Natale l’emozione porta più in là di quello a cui ci conduce la stessa intelligenza. La Incarnazione del Verbo ha assunto tutto, tutto. – Guardate che di questa umana natura che ha assunta, il Verbo eterno ha proprio preso tutto come noi. L’unica cosa che non ha assunto, e non era necessaria perché era contingente ed estranea alla costituzione della natura, è stato il peccato, con tutto quello che precede il peccato e che al peccato segue, il fomite della concupiscenza che precede il peccato e che lo ha seguito. Il fomite è venuto dopo il peccato, non prima. Ora lo precede, perché lo ha seguito. Questo peccato Gesù Cristo non l’ha assunto, perché era disdicevole; ma tutto quello che era proprio della umana natura doveva essere attributo del Verbo, predicato del Verbo, predicato grammaticalmente e pertanto ontologicamente. Quelle che sono le limitazioni comuni dell’umana natura, cioè la esposizione alla passibilità, al divenire, al degradare delle forze fisiche, Gesù le ha assunte tutte. Quelle che noi chiamiamo le passioni filosofiche, non morali, cioè le possibilità di mutazione e che sono complementi della umana natura, Egli le ha assunte tutte, e pertanto Gesù ha agito, ha sentito, ha sofferto come noi. Non c’è nulla della nostra esperienza, salvo la colpa, che non troviamo in Gesù Cristo. – Del resto Gesù Cristo lo ha detto che avrebbe tratto tutto a sé. La storia ha camminato, prima che Egli venisse, secondo le esigenze della sua venuta: prima che venisse, la storia si è mossa per prepararsi a riceverlo. Abbiamo scritto l’etnologia, abbiamo scritto, fino a un certo punto, la preistoria; abbiamo scritto la storia, bene o male, più male che bene; non l’abbiamo ancora riassunta. Ma se il mondo camminerà ancora e avrà il tempo di pensare e non d’impazzire, forse la scriverà, e allora s’accorgerà con evidenza che tutta la storia prima di Gesù Cristo è stata scritta a puntino per Lui, e capirà perché certe cose si sono fermate e forse sono ferme ancora oggi. Capirà perché certe cose hanno cominciato a muoversi, ma soltanto cominciato, e sono là ancora oggi; capirà perché certe cose hanno cominciato e poi si sono chiuse in sé stesse e sono chiuse ancora oggi. Non hanno intercambio, non hanno metabolismo. Capiranno perché soltanto alcune hanno camminato; ma perché hanno camminato in un certo modo, perché si sono fermate a certi punti, perché sono scomparse in certi altri modi. Le uniche cose che hanno avuto intercambio nella storia umana prima di Gesù Cristo sono state la civiltà greca e la civiltà latina. Ma forse un giorno si capirà molto bene perché e quanto la civiltà greca è stata completamente e subitamente sommersa dalla marea musulmana compatta che non l’ha mollata ancora oggi; e quanto alla civiltà latina, si capirà un giorno perché mai una invasione barbarica l’abbia completamente disfatta e di essa si sia salvato solo quello che la Chiesa ha maternamente salvato. La storia prima di Gesù Cristo ha camminato tutta in funzione della sua venuta. La storia di Israele non è stata una storia miracolosa unicamente per il passaggio del Mar Rosso, per le dieci piaghe d’Egitto o per l’uccisione fatta dal Signore nell’esercito del Faraone e così via. Essa fu tutta un miracolo, tutta da cima a fondo, perché Dio prese un popolo, un popolo piuttosto strambo, lo piantò sulla cresta dell’onda e la cresta dell’onda era un pezzo di terra che è stato per millenni il punto di diatribe fra due mondi, il punto disputato dalle due grandi forze che si sono bilanciate nell’antichità e che tutte le volte se le sono suonate su quella cresta dell’onda. Dio l’ha messo proprio lì, non da un’altra parte, e ci sono passati tutti di lì, l’hanno schiacciato tutti e nessuno lo ha fatto morire. Non muore adesso ma neanche allora. La storia è identica. Gli imperi al di là, e cioè a est di questa linea, si succedevano l’uno all’altro dopo essersi scontrati con l’impero che stava a ovest, l’Egitto. Israele non è mai mutato. Israele è sempre vissuto, anche quando era strambo; ma arrivò a farne troppe, e Dio lo fece soffrire; non morì neppure allora, ma visse per compiere la sua missione. La storia prima di Gesù Cristo è stata per Lui e quella dopo è tutta per Lui. Egli trarrà tutto a sé. S. Giovanni nella Apocalisse ci mostra tutta la storia umana in funzione del Verbo di Dio Incarnato. Noi diciamo: i protagonisti della storia; ma non sono altro che pedine. Ricordo, quando ero studente, la persecuzione messicana. Avevo compagni miei, all’Università Gregoriana, moltissimi che avevano avuto membri della loro famiglia uccisi da Calles. Un giorno Pio XI, ed era gesto da par suo, donò all’Arcivescovo del Messico un ostensorio d’argento per cantare il Te Deum a persecuzione finita. Oggi il Messico ha la vita religiosa più vivace, più promettente, più grande di tutta l’America latina, al punto da poter sperare che il Messico diventi un fermento per il risollevamento del rimanente dell’America latina. E poi dite che Calles non era una pedina di Dio! Libero, certo, ma pedina di Dio. La Sacra Congregazione di Propaganda Fide non li poteva fare certi disegni per la conversione del mondo. L’incarico di certi disegni se l’è tenuto Dio. E quei disegni li fa. Che cosa Dio ci preparerà da fare in questo mondo fra 10, 20, 30 anni? Prepariamoci. La storia dopo Gesù Cristo è in funzione della Incarnazione del Verbo, tutta; non c’è nessun protagonista, per la ragione che sono tutte pedine piccole ed effimere. Libere nei loro movimenti, ma su una piattaforma che li congiunge sempre all’eterno disegno che Dio ha fissato. Come nell’ordine del cosmo tutto ciò che è fisico è determinato e tutto ciò che è umano è libero, e quello che è determinato non viola quello che è libero, così è dell’azione di Dio e della libertà umana: agiscono nel mondo in modo che rimangono tutt’e due intatte. Dio fa tutto il disegno, e gli uomini sono tutti liberi. – Ora vengo alla conclusione. La conclusione è questa: Gesù Cristo ha assunto tutto; vedremo che ha anche dato tutto; tutto ha dato, e allora bisogna dargli tutto. Cioè non si può dare soltanto qualche cosa a Gesù Cristo, si deve dare tutto, e quelli che ne ascoltano la voce devono dare tutto, per sé e per gli altri che non danno. Ecco il grande motivo della perfezione: Gesù ci ha dato tutto; provatevi a dire che non gli dobbiamo dare tutto. C’è da morire di vergogna soltanto a pensarci, e immaginatevi che sorta di vergogna sarebbe o sarà qualora non dessimo tutto. Questa è la prima parte dell’antifona: Gesù ha dato tutto; la seconda, che dobbiamo cantare noi, deve essere coerente. Ed è questa seconda antifona che ormai non si separerà più dalle nostre meditazioni. – Voi capite ora cosa vuol dire vivere nella fede; tutto parla di Lui. E vedete come in realtà è possibile, in questo mondo, senza astrarci per niente dal mondo, senza andare nella luna, senza volare per aria, coi piedi bene attaccati alla terra, com’è possibile fare sì che il mondo diventi un’eterna contemplazione dell’unico fatto che interessi, l’Incarnazione del Verbo. Perché tutto parla di quella. E noi dobbiamo tenere gli occhi aperti, non vedere solo in superficie le cose, ma in profondità. La perfezione richiede che si viva di fede, e vivere di fede vuol dire contemplare sempre, e questo è possibile!

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: 1° corso di ESERCIZI SPIRITUALI “LA PERFEZIONE” (4)

GREGORIO XVII:

IL MAGISTERO IMPEDITO

I. corso di ESERCIZI SPIRITUALI

LA PERFEZIONE

(4)

6. – L’Inferno

Ritorniamo alla meditazione dei grandi motivi che ci inculcano questa verità: noi dobbiamo decisamente aspirare alla perfezione. Il motivo di turno è: l’inferno. Io non vi espongo, in questa meditazione, tutta la dottrina teologica sull’inferno, ma prendo lo spunto, anzi diversi spunti della dottrina sull’inferno semplicemente per documentare la necessità in noi della perfezione. E il costrutto di tutto il mio ragionamento è questo: per essere sicuri del dieci, bisogna puntare sul milione. Ecco, mi pare che il ragionamento sia semplice: supponiamo che il dieci sia il sufficiente e necessario per non andare all’inferno; ebbene, io vi dico: badate che per essere sicuri del dieci, bisogna puntare sul milione. – Primo punto. L’essenza dell’inferno in che cosa sta? Sta nella pena del danno. La pena del danno è questa: non avere Dio, cioè non avere più il tutto. Per farci una certa idea di che cosa sia non avere Dio, bisognerebbe che noi cominciassimo a meditare qual è la situazione dell’anima appena lasciato il corpo. Quando noi usciamo da questo mondo cade tutto, cadono le cose, cadono i criteri, cadono i surrogati, tutto cade; non rimane che Dio solo. – In Dio solo tutto il rimanente ritorna: in Dio solo e con Dio solo. Noi rimaniamo nella nudità assoluta di fronte a Dio, quella per cui a me risponde solo Dio, nessun’altra cosa può più rispondere; che se risponderà, risponderà in Dio e per Iddio. Ecco i termini crudi, i termini teologici di quell’incredibile rovesciamento che accade per ogni uomo. L’inferno è questo: cioè che, arrivati al punto in cui per noi la cosa sufficiente e necessaria non è altro che Dio, questo che è tutto viene a mancare in sempiterno. Tutte le cose che si possono dire infilando paragoni terrificanti, terribilmente terrificanti, le umane esperienze, che sono lontanissimi riflessi di quella suprema massima tragedia in cui può incorrere un uomo che ha sbagliato la strada, non servono altro che a fare di questa spaventosa verità un quadro lontanissimo e unicamente per luce indiretta. Ma dalla pena del danno, che è l’essenza dell’inferno, nasce questo problema: perché Dio manda un uomo all’inferno? Ce lo manda perché questo uomo o questa donna ha fatto una scelta in vita. Ha fatto una scelta libera, e Dio rispetta la libertà degli uomini. La cosa che riesce difficile alla nostra abitudine, nel tempo, è quella di capire che tutto si rovescia, ossia che tutto questo che noi viviamo adesso, il tempo, non è l’ordinario, è lo straordinario. L’ordinario sta di là. Questo è l’eccezionale. Il nostro modo d’essere sta nell’eternità e non nel tempo. Ma noi che finora non abbiamo sperimentato altro che il tempo abbiamo la testa configurata ad angolo, in modo che crediamo essere questo l’ordinario e quell’altro lo straordinario. Invece è esattamente il contrario. Ma occorre una lunga preparazione metafisica per abituarci a questa considerazione. – Ora a me interessa dire che Dio rispetta la scelta. Questa scelta, quando s’entra nell’eternità, non muta più. Dio manda all’inferno per tutta l’eternità perché, quando saremo arrivati nel nostro modo d’essere ordinario, che è quello, non muteremo più. Qui sta il mistero dell’inferno. Noi siamo in questa situazione: come se fossimo delle mosche. Noi siamo abituati a stare con i piedi in terra e la testa in aria, vero? Bene, se fossimo delle mosche appese al soffitto con le gambe attaccate al soffitto, e potessimo pensare e parlare, guarderemmo giù, e diremmo: che fanno quelli laggiù, con i piedi appesi al soffitto e la testa che penzola giù? Ma sarebbe il caso di rispondere : sentite, mosche, voi siete mosche, non ve ne accorgete! Voi non vi accorgete che i vostri ragionamenti sono tutti così, precisamente con i piedi appesi all’aria e con la testa che pende giù. Siete nella posizione anormale, voi; raddrizzatevi, allora sarete normali. Ma di quanto bisogna raddrizzarci? Bisogna andare di là per raddrizzarci. Quello che è grave è questo: Dio rispetta la scelta. Siccome la scelta, entrati nell’eternità, si consolida, l’inferno è eterno. Agli uomini questo non piace. Vedete, per andare all’inferno non occorre crederci, mentre per andare in Paradiso occorre crederci. Qui sta la differenza. Non ci vogliamo credere? Ebbene vedremo! N. S. Gesù Cristo è andato in croce perché gli uomini non vadano all’inferno. Però se proprio ci vogliono andare! Quello che balza fuori è che Dio rispetta la scelta. È questa la parola, la scelta. Ecco i l riflesso che dall’inferno arriva a questa terra, a noi. La scelta. Ogni volta che si decide, che ci si determina, che si pensa, che si parla, che si agisce, si fa una scelta. Non ha importanza se la legge sia quella del I, del II o del X comandamento; su tutte le leggi di Dio la scelta è questa: si sceglie tra Dio e non Dio. Si tratti del I, del II, del III, del IV, del V, del VI, del VII, dell’VIII, del IX, del X Comandamento; si tratti di tutti messi insieme, si dice questo: io scelgo tra Dio e non Dio. Badate che questa parola, che direi sprizza dal fuoco dell’inferno, s’incide in modo incandescente dinanzi a noi. La scelta è in qualunque atto; con qualunque passo noi facciamo una scelta, e in qualunque momento la scelta può essere risolutiva. Non avete pensato che ogni atto nostro si trova come a un bivio che può determinare la strada? Ogni momento è come un nodo da cui partono diverse strade. Perché ci sono molte situazioni nella nostra vita in cui dire di sì o dire di no vuol dire, con un piccolo episodio, decidere della propria strada. Questi casi si danno tante volte nella vita. Non dimenticate mai questa parola: la scelta. L’inferno è la testimonianza del rispetto che Dio ha per la nostra scelta. E la scelta la si può fare in ogni momento: s’aprono delle strade, e sbagliare vuol dire infilarne una che mette in una direzione perfettamente divaricata ed erronea. La scelta. Tenete presente che ci sono delle scelte che si fanno, per idiozia, non per un momento, ma per tutta l’esistenza. E queste sono le scelte più tragiche, le scelte che si fanno lasciando cadere un elemento, anche uno solo, quasi inavvertitamente; lasciando entrare un solo elemento, che non si presenta né immorale, né grave, né tragico, è però come uno di quei sassolini che cadono nelle cosiddette marmitte, là dove ci sono cascate d’acqua: gorgogliando nell’acqua che fa gorgo, ampliano continuamente la marmitta e la possono rendere una sorta di caverna. Era un sassolino, è caduto inavvertitamente. Ci sono scelte che non sono costituite da un fatto chiaro, definito, che forse non raggiungono mai la caratteristica della colpa grave in sé stessa, perché la colpa grave deve essere un atto ben chiaro; per fare la colpa grave occorre la pienezza dell’avvertenza e la pienezza del consenso. Tuttavia tracciano un solco, creano una carenza, rendono pericolante un edificio, e ad un certo momento vi saranno dei crolli; e non si dirà: è stata quella carenza; nessuno vi aveva mai fatto caso; si dirà solo: c’è stato un crollo. Come se i crolli accadessero per far dispetto a chi sta sotto. Voi capite, la parola scelta, riflessa dall’inferno in questo mondo, comincia a diventare una faccenda preoccupante. Perché siamo noi che la decidiamo. Perché tutti i momenti possono essere buoni per fare una scelta definitiva, tanto nel bene come nel male. – Pier Damiani, che fu il più austero dei Santi dell’XI secolo e fece da degno contrappeso, a modo suo all’opera di Gregorio VII e ai predecessori di Gregorio VII, i Papi che precedettero la riforma gregoriana, Pier Damiani diventò S. Pier Damiani perché un giorno, povero in canna, trovò una moneta e avrebbe potuto comperarsi qualcosa da mangiare; invece no, andò a far dire una Messa per un suo fratello che lo aveva aiutato e che era morto. – E fu questo gesto che lo cavò fuori, lo indirizzò dalla Scuola di Parma alla Abbazia di Fonte Avellana e poi a Pomposa, e poi qua e là per l’Europa, finché, fatto da Stefano X Cardinale e Vescovo di Ostia, fu veramente il luminare della riforma della Chiesa nel secolo XI. – Ma io mi domando: se quando egli ha trovato quella moneta fosse andato a comperarsi una bibita, avremmo S. Pier Damiani? Non lo so. Dio permette certi episodi perché si rifletta all’importanza che ha ogni momento della vita, ogni episodio, ogni sfumatura. È imponderabile. Un istante talvolta porta tutto un avvenire. Dio è giusto, egli non manda all’inferno per poco. Ma il poco può essere il principio del molto, come il punto è matematicamente il principio della linea, e la linea è matematicamente il principio del piano. Voi capite quale è la conseguenza. Avevo ragione quando vi dicevo che per arrivare a dieci bisogna puntare sul milione? –  Secondo punto. Nella dottrina sull’inferno c’è un’altra cosa che interessa, ed è la cosiddetta pena del senso. E la pena del senso è secondaria, molto secondaria rispetto alla pena del danno. Perché l’essenza dell’inferno sta nella pena del danno, tanto è vero che l’inferno rimarrebbe tale anche se non ci fosse la pena del senso; e se ci fosse solo la pena del senso e non quella del danno, l’inferno non sarebbe più inferno. Però c’è anche quella, la pena del senso, quell’agente misteriosissimo, di carattere certamente sensibile, che agisce sull’anima che è spirituale; quindi niente da meravigliarsi se dopo la risurrezione la pena del senso agirà anche sul corpo. Nell’eternità questa pena del senso risponde per giustizia al cattivo uso che gli uomini avranno fatto del loro corpo e di tutte le creature. E allora le creature materiali si rivolteranno contro di loro. Allora, come la pena del danno, la pena del senso riflette fuori dell’inferno su noi, che per grazia di Dio non ci siamo e possiamo non andarci, la parola: scelta. La pena del senso riflette la parola: ritegno, nell’uso del corpo e delle creature. La parola ritegno non colpisce un momento o qualche momento, non verte su qualche cosa di frammentario, ma costituisce un tratto continuato, perché afferma il ritegno su tutta la vita. Occorre un ritegno nell’uso di quello che è parte materiale del nostro essere, un ritegno nell’uso di qualunque creatura. Sia essa capace di dare un piacere sensibile, sia essa capace di soddisfare una esigenza sensibile, sia essa decoro del nostro quadro, principio di sensazioni ed emozioni, di stimolo, d’istinto, sia essa una fronda di primavera, una sorgente d’estate, una vite coi frutti in autunno, sia essa neve che viene a giocondare gli uomini nell’ aridità dell’inverno, sia quel che si vuole: ritegno. E se l’inferno è così, il ritegno ci vuole sempre, perché potrà bastare un punto per poter guastare questo ritegno e sistemarci male. Ecco, un’altra volta, l’inferno riflette qualche cosa nel tempo. Per arrivare al dieci bisogna puntare sul milione. – E ora raccolgo da tutti e due gli elementi che ho sottoposto brevemente alla vostra considerazione una illustrazione di carattere generale, ed è questa: la pericolosità sulla quale noi continuamente camminiamo nella nostra vita. È l’inferno che grida la pericolosità continua nella nostra vita; e grida in modo tale da escludere ogni leggerezza, grida in modo costante, da escludere ogni frettolosità, ogni superficialità, perché siamo sempre in pericolo. Il sacrosanto Concilio Tridentino nella grande sessione quinta, la più grande di quel Concilio, al canone XVII dice: « Se qualcuno avrà detto, all’infuori del caso di rivelazione divina, d’essere infallibilmente sicuro della propria eterna salute, anathema sit » . È una verità de fide definita: nessuno di noi è certo, nessuno, a meno che intervenga una rivelazione divina, evidentemente di quelle rivelazioni private e che pertanto non hanno destinazione a tutta la Chiesa e non condizionano la salvezza di tutti gli uomini. Ma senza quella rivelazione nessuno può essere certo di assoluta infallibile certezza della sua salvezza eterna. Voi capite bene che tutto quello che si sa, che si può dire, che si sente dire, bisogna metterlo d’accordo con questo santo canone del Concilio Tridentino. E in che cosa si riduce la pericolosità della nostra situazione? Ci possiamo scherzare sopra; ma camminiamo sempre sull’orlo del precipizio, siamo sempre sull’orlo del fuoco. Ma se il precipizio ci si aprisse, come si apre un baratro, e fosse visibile, come in pieno giorno sono visibili i baratri, direi: sì, il pericolo c’è, ma gli occhi sono aperti, la luce c’è, il baratro si vede. Eh no, cari, il guaio è che noi viaggiamo in crepuscolo e di notte, e i baratri non li vediamo: perché ci sono delle forme che stanno al di là dell’episodio, al di là del singolo peccato e che diventano spaventose carenze. – Avete osservato come giocano in noi certe insensibilità? Cose che in certi momenti della nostra vita avevano una forza di eccitazione verso il bene, le stesse cose ora si riducono e quasi non ci toccano più. Sarà accaduto anche a voi, ma lo potrete vedere anche in altri giovani della vostra età, che avevano delle devozioni straordinarie quando erano piccoli e parlavano con gli angeli, con Gesù, avevano il gusto della preghiera, piangevano nelle funzioni religiose, sentivano l’attrazione del canto dei Vespri la domenica nella propria parrocchia o di altre cose, come la Novena di Natale. Poi arrivati un po’ in sù, bruciate tutte le papille, non sentono più niente. Quelli anche se si trovassero alle falde del monte Sinai, come Mose, lassù, con tutti i tuoni e i fulmini, e tutte quelle spaventose cose che hanno terrorizzato tutti gli ebrei che stavano sotto, quelli nemmeno ne avrebbero paura e nemmeno ci farebbero caso. Guardate questa storia delle insensibilità, che crescono, senza mai avere un tratto che possa assomigliarsi a un gradino, perché un gradino lo si avverte; per cui a un certo momento qualche cosa che prima parlava diventa muto, qualche cosa che prima era espressivo diventa arido, qualche cosa che prima si muoveva diventa immobile. Il pericolo dell’insensibilità che segue le nostre tiepidezze, il pericolo delle abitudini. Noi siamo un sacco di abitudini ambulanti. L’abitudine dispensa dal mettere impegno nell’atto; prò quota partis, qualche volta anche del tutto. Si può anche pregare completamente per abitudine, ci si può addormentare mentre si dice la Messa. Penso a quell’Arcivescovo di Canterbury, gran filosofo e gran matematico, che un bel giorno, dicendo la Messa, quando ebbe in mano la patena, si mise a disegnare teoremi di geometria sull’altare dimenticandosi che stava dicendo la Messa. Era Tommaso Becket, uno dei più grandi scolastici del secolo XII. Fortuna che quando rinvenne rimase così avvilito che non studiò mai più matematica, studiò solo filosofia, e fu un bene perché in quella riuscì grande. Guardate se non si hanno un sacco di abitudini! L’abitudine è un atto di provvidenza, perché quando si tratta di fare il bene, dispensandoci in parte dallo sforzo, possiamo fare il bene con una certa facilità; ma la stessa facilità ce la dà il male, e a un certo momento, senza accorgercene, per quella incoscienza che l’abitudine può logicamente portare, si può finire col trovarsi a camminare a valle piuttosto che a monte, nei sotterranei piuttosto che sul tetto, senza averne nemmeno preso coscienza. La pericolosità allora entra nella vita. Pericolosità nell’ordine del cosciente, pericolosità da tutte le parti. E allora la formula ritorna. Per arrivare a dieci bisogna puntare sul milione. Ecco, se vogliamo avere non la certezza infallibile, perché quella non la possiamo avere, ma una certa serenità di non andare all’inferno e una grande fiducia nella misericordia di Dio, non c’è altro da fare che questo: cercare ogni giorno la perfezione. È la formula del milione per ottenere almeno dieci: la salvezza dell’anima.

CATTEDRA DI PIETRO A ROMA – 18 Gennaio

 

CATTEDRA DI SAN PIETRO A ROMA (1)

[Dom Guéranger. l’Anno Liturgico, Ed. S Paolo, Alba, 1957, vol. I]

L’Arcangelo aveva annunciato a Maria che il Figlio che sarebbe nato da lei sarebbe stato Re, e che il suo Regno non avrebbe avuto mai fine. I Magi guidati dalla Stella vennero dal lontano Oriente a cercare questo Re in Betlemme. Ma ci voleva una capitale per il nuovo Impero; e poiché il Re che doveva stabilirvi il suo trono doveva anche, secondo i consigli eterni, risalire presto al cielo, era necessario che il carattere visibile della sua regalità risiedesse in un uomo che fosse, fino alla fine dei secoli, il suo Vicario. – Per questa gloriosa reggenza, l’Emmanuele scelse Simone, cambiandone il nome in quello di Pietro e dichiarando espressamente che tutta la Chiesa sarebbe stata basata su quell’uomo, come su una roccia incrollabile. E siccome Pietro doveva anch’egli terminare con la croce la sua vita mortale. Cristo s’impegnava a dargli dei successori nei quali sarebbero sempre stati rappresentati Pietro e la sua autorità.

.(1) Nel III secolo si venerava in un cimitero di Roma un trofeo-cattedra di tufo o di legno – del ministero di San Pietro in quel luogo. Più tardi si venerò nel battistero di Damaso in Vaticano la sella gestatoria apostolicæ confessionis. Sotto il nome di Natale Petri de Cathedra era celebrata una festa il 22 febbraio; ma, a causa della quaresima, le chiese della Gallia presero l’abitudine di celebrarla il 18 gennaio. Le due usanze si svilupparono in modo parallelo; poi, finalmente, si perdette l’unità primitiva del loro significato e si ebbero due feste della Cattedra di San Pietro, la prima attribuita a Roma – quella del 18 gennaio -, la seconda attribuita a un’altra sede – In definitiva a quella d’Antiochia – il 22 febbraio. – La Cattedra di San Pietro è ora conservata nell’abside della basilica vaticana, racchiusa in un grande reliquiario; nemmeno il Papa si può sedere, come usavano i Pontefici dei primi quindici secoli, sulla Cathedra Apostolica (Schuster, Liber Sacram.).

Regalità del Vicario di Cristo.

Ma quale sarà il segno distintivo di questa successione nell’uomo privilegiato sul quale deve essere edificata la Chiesa sino alla fine dei tempi? Fra tanti Vescovi, chi è il continuatore di Pietro ? Il Principe degli Apostoli ha fondato e governato parecchie Chiese; ma una sola, quella di Roma, è stata irrorata del suo sangue; una sola, quella di Roma, custodisce la sua tomba; il Vescovo di Roma è dunque il successore di Pietro, e perciò stesso, il Vicario di Cristo. Di lui, e non d’un altro, è detto: Su te costruirò la mia Chiesa. E ancora: Ti darò le chiavi del Regno dei cieli. E inoltre: Ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede; …conferma i tuoi fratelli. E infine: Pasci i miei agnelli; pasci le mie pecorelle. L’eresia protestante l’aveva compreso tanto bene che per lungo tempo si sforzò di avanzare dubbi sul soggiorno di san Pietro a Roma, credendo giustamente di distruggere, con questo ritrovato, l’autorità del Pontefice Romano, e la nozione stessa d’un capo nella Chiesa. La scienza storica ha fatto giustizia di quella puerile obiezione; e da lungo tempo studiosi della Riforma sono concordi con i cattolici sul terreno dei fatti, e non contestano più nessuno dei punti della storia meglio definita dalla critica. – Fu in parte per opporre l’autorità della Liturgia a quella strana pretesa dei Riformatori, che Paolo IV, nel 1558, fissò al 18 gennaio l’antica festa della Cattedra di san Pietro a Roma. Da lunghi secoli, la Chiesa non celebrava il mistero del Pontificato del Principe degli Apostoli se non il 22 febbraio. D’ora in poi quest’ultimo giorno è stato assegnato al ricordo della Cattedra d’Antiochia, la prima ad essere occupata dall’Apostolo. Oggi dunque, la Regalità dell’Èmmanuele brilla in tutto il suo splendore; e i figli della Chiesa si rallegrano nel sentirsi tutti fratelli e concittadini d’uno stesso Impero, celebrando la gloria della Capitale che è comune a tutti. Allorché, guardando attorno a sé, si vedono tante sette divise e sprovviste di tutte le condizioni della continuità perché manca ad esse un centro, rendono grazie al Figlio di Dio per aver provveduto alla conservazione della sua Chiesa e della sua Verità, con l’istituzione di un capo visibile nel quale Pietro continua per sempre, come lo stesso Cristo in Pietro. Gli uomini non sono più pecore senza pastore; la parola detta al principio si perpetua, senza interruzione, attraverso i tempi; la prima missione non è mai sospesa e, per il Pontefice Romano, la fine dei tempi si ricollega all’origine delle cose. « Quale consolazione per i figli di Dio – esclama Bossuet nel Discorso sulla Storia universale – ma quale convinzione della verità, quando vedono che da Innocenzo XI, che occupa oggi (1681) degnamente la prima Sede della Chiesa, si risale senza interruzione fino a san Pietro, costituito da Gesù Cristo come Principe degli Apostoli! ». [Oggi diciamo: da Gregorio XVIII si risale senza interruzione fino a Pietro, costituito da Gesù-Cristo come Principe degli Apostoli. – ndr. -]

Primato della sede di Roma.

Pietro, entrando in Roma, viene dunque a compiere e amplificare i destini di questa città sovrana, recandole un impero ancora più esteso di quello che essa possiede. È un Impero che non si costituirà con la forza, come il primo: da superba dominatrice delle genti che fu, Roma, per mezzo della carità, diventa Madre dei popoli. Ma, per quanto pacifico, il suo Impero non sarà meno durevole. Ascoltiamo san Leone Magno, in uno dei suoi più magnifici Sermoni (Serm. 82), narrare, con tutta la nobiltà del suo linguaggio, l’ingresso oscuro eppure così decisivo, del Pescatore di Genezareth nella capitale del paganesimo: « Il Dio buono, giusto e onnipotente, che non ha mai negato la sua misericordia al genere umano e che con l’abbondanza dei suoi benefici, ha dato a tutti i mortali i mezzi per giungere alla conoscenza del suo Nome, nei segreti consigli del suo immenso amore ha avuto pietà del volontario accecamento degli uomini e della malizia che li sprofondava nella degradazione, e ha inviato il suo Verbo, che è a Lui uguale e coeterno. Ora, questo Verbo, fattosi carne, ha unito così strettamente la natura divina con quella umana, che l’umiliazione della prima fino alla nostra abiezione è diventata per noi il principio della più sublime elevazione. » Ma, per spargere nel mondo intero gli effetti di quel beneficio, la Provvidenza ha preparato l’Impero romano, e ne ha esteso così lontano i confini, da fargli abbracciare nella sua cerchia tutte le genti. Era infatti una cosa utilissima per il compimento dell’opera progettata che i diversi regni formassero la confederazione d’un unico Impero, affinché la predicazione generale giungesse più presto all’orecchio dei popoli, raccolti com’erano già sotto il regime d’una sola città. » Questa città, disprezzando il divino autore dei suoi destini, s’era fatta schiava degli errori di tutti i popoli, nel tempo stesso in cui li teneva quasi tutti sotto le sue leggi, e credeva ancora di possedere una grande religione, perché non respingeva nessuna menzogna; ma più fortemente era tenuta legata dal diavolo e più meravigliosamente fu riscattata da Cristo. » Infatti, quando i dodici Apostoli, dopo aver ricevuto con lo Spirito Santo il dono di parlare tutte le lingue, si furono distribuite le varie parti della terra, ed ebbero preso possesso di quel mondo a cui dovevano predicare il Vangelo, il beato Pietro, Principe dell’Ordine Apostolico, ricevette in eredità la roccaforte dell’Impero romano, affinché la Luce della verità che era manifestata per la salvezza di tutte le genti, si diffondesse più efficacemente, irradiando al centro di questo Impero sul mondo intero. » Quale nazione, infatti, non contava numerosi rappresentanti in quella città? Quali popoli avrebbero mai potuto ignorare ciò che Roma aveva loro insegnato ? Qui dovevano essere battute le opinioni della filosofia; qui sarebbero state distrutte la vanità della sapienza terrena; qui sarebbe stato confuso il culto dei demoni e distrutta infine l’empietà di tutti i sacrifici, in quello stesso luogo in cui una stuta superstizione aveva radunato tutto ciò che i diversi errori avevano potuto produrre. » Non temi tu dunque, o beato Apostolo Pietro, di venire solo in questa città? Paolo Apostolo il compagno della tua gloria, è ancora intento a fondare altre Chiese; e tu ti immergi in questa foresta popolata di bestie feroci, avanzi su questo oceano il cui fondo è pieno di tempeste, con più coraggio di quando camminasti sulle acque. Non hai timore di Roma, la dominatrice del mondo, tu che nella casa di Caifa avevi tremato alla voce d’un servo del sacerdote. Il tribunale di Pilato o la crudeltà dei Giudei erano forse più temibili della potenza di Claudio o della ferocia di Nerone? No; ma la forza del tuo amore vinceva il timore, e non avevi paura di quelli che t’eri impegnato di amare. Senza dubbio avevi già avuto il sentimento di quell’intrepida carità il giorno in cui la professione del tuo amore verso il Signore fu sanzionata dal mistero della triplice domanda. Cosicché non si richiese altro alla tua anima se non che, per pascere le pecore di Colui che amavi, il tuo cuore effondesse per esse la sostanza di cui era ripieno. » La tua fiducia, è vero, doveva aumentare al ricordo dei numerosi miracoli che avevi operati, dei preziosi doni della grazia che avevi ricevuti, e delle esperienze molteplici della virtù che risiedeva in te.  Tu avevi già ammaestrato i Giudei che avevano creduto alla tua parola; avevi fondato la Chiesa d’Antiochia, dove ebbe i suoi inizi la dignità del nome Cristiano; avevi sottomesso alle leggi della predicazione evangelica il Ponto, la Galazia, la Cappadocia, l’Asia e la Bitinia; e allora, certo del progresso della tua opera e della durata della tua vita, venisti ad innalzare sulle mura di Roma il trofeo della croce di Cristo, proprio là dove i consigli divini avevano predisposto per te l’onore della potenza sovrana e la gloria del martirio » (P. L. vol. 54, c. 423-425). – L’avvenire del genere umano mediante la Chiesa è dunque fissato a Roma, e i destini di questa città sono per sempre comuni con quelli del sommo Pontefice. Diversi per razza, per lingua, per interessi, noi tutti, figli della Chiesa, siamo Romani nell’ordine della religione; questo titolo ci unisce mediante Pietro a Gesù Cristo, e forma il legame della grande fraternità dei popoli e degli individui cattolici.

Gloria della Roma cristiana.

Gesù Cristo per mezzo di Pietro, e Pietro per mezzo del suo successore ci reggono nell’ordine del governo spirituale. Ogni pastore la cui autorità non emana dalla Sede di Roma, è un estraneo, un intruso. Così pure nell’ordine della credenza Gesù Cristo per mezzo di Pietro e Pietro per mezzo del suo successore ci impartiscono la dottrina divina e ci insegnano a distinguere la verità dall’errore. Qualunque simbolo di fede, qualunque giudizio dottrinale, qualunque insegnamento contrario al Simbolo, ai giudizi e agli insegnamenti della Sede di Roma, viene dall’uomo e non da Dio, e dev’essere respinto con orrore ed anatema. Nella festa della Cattedra di san Pietro in Antiochia, parleremo della Sede Apostolica, come unica fonte del potere di governo nella Chiesa. Oggi, onoriamo la Cattedra romana come l’origine e la regola della nostra fede. – Prendiamo ancora qui le eloquenti parole di san Leone (Serm. 4) e interroghiamolo sui titoli di Pietro all’infallibilità dell’insegnamento. Impareremo da questo grande Dottore a misurare la forza delle parole che Cristo pronunciò perché fossero il principale motivo della nostra adesione per tutta la durata dei secoli. « Il Verbo fatto carne era venuto ad abitare in mezzo a noi, e Cristo si era consacrato interamente alla riparazione del genere umano. Non c’era nulla che non fosse regolato dalla sua sapienza, o che fosse superiore al suo potere. Gli elementi gli obbedivano, e gli Spiriti angelici erano ai suoi ordini; il mistero della salvezza degli uomini non poteva non giungere ad effetto, poiché, era lo stesso Dio,. nella sua Unità e nella sua Trinità, che si degnava di occuparsene. – Tuttavia in questo mondo, solo Pietro è scelto per essere preposto alla vocazione di tutte le genti, a tutti gli Apostoli, a tutti i Padri della Chiesa. Nel popolo di Dio, vi saranno parecchi sacerdoti e parecchi pastori; ma Pietro reggerà, con un potere che gli è proprio, tutti quelli che Cristo stesso governa in una maniera ancora più elevata. Quale grande e meravigliosa partecipazione del suo potere Dio si è degnato di dare a quest’uomo, fratelli diletti! Se ha voluto che vi fosse qualcosa di comune fra lui e gli altri pastori, l’ha fatto a condizione di dare a questi, per mezzo di Pietro tutto ciò che non voleva loro rifiutare. » Il Signore chiede a tutti gli Apostoli quale idea gli uomini abbiano di Lui. Gli Apostoli sono concordi, finche si tratta di esporre le diverse opinioni dell’ignoranza umana. Ma quando Cristo giunge a chiedere ai suoi discepoli quello che pensano essi stessi, il primo a confessare il Signore è colui che è anche il primo nella dignità apostolica. È lui che dice: Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivo. Gli risponde Gesù: Beato te, O Simone, figlio di Giona, poiché né la carne né il sangue ti hanno rivelato queste cose, ma il Padre mio che è nei cieli. Cioè: Sì, tu sei beato, poiché il Padre mio ti ha ammaestrato; i pensieri della terra non ti hanno indotto in errore, ma ti ha illuminato l’ispirazione del cielo. Non già la carne e il sangue, ma Colui stesso del quale Io sono il Figlio unigenito, mi ha rivelato a te. Ed Io, aggiunge, ti dico: Come il Padre mio ti ha svelato la mia divinità, Io a mia volta ti farò conoscere la tua grandezza. Poiché tu sei Pietro, cioè, come Io sono la Pietra incrollabile, la Pietra angolare che unisce i due muri, il Fondamento tanto essenziale che non se ne potrebbe costituire un altro, così tu pure sei Pietro, poiché sei basato sulla mia solidità, e le cose che sono proprie a me per la potenza che in me risiede sono comuni anche a te per la partecipazione che io te ne faccio. E su questa pietra fonderò la mia Chiesa ; e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa. Sulla solidità di questa pietra, io fonderò il tempio eterno; e la mia Chiesa, il cui fastigio salirà fino al cielo, s’innalzerà sulla fermezza di questa fede. » Alla vigilia della sua Passione, che doveva essere una prova per la costanza dei discepoli, il Signore disse quest’altre parole: Simone, Simone, Satana ha chiesto di macinarti come il frumento; ma io ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede. Quando poi sarai convertito, conferma i tuoi fratelli. Il pericolo della tentazione era comune a tutti gli Apostoli; tutti avevano bisogno dell’aiuto della protezione divina, poiché il diavolo aveva proposto di agitarli tutti e di annientarli. Tuttavia il Signore prende una cura speciale per il solo Pietro; le sue preghiere sono per la fede di Pietro, come se la salvezza degli altri fosse già sicura, per il fatto stesso che non verrà abbattuto l’animo del loro Principe. È dunque su Pietro che si baserà il coraggio di tutti e l’aiuto della grazia divina sarà disposto affinché la solidità che Cristo attribuisce a Pietro sia attraverso Pietro conferita agli Apostoli» (P. L. vol. 54, c. 149-152).

L’infallibilità del Vicario di Cristo.

In un altro discorso (Serm. 3), l’eloquente Dottore ci fa vedere come Pietro vive ed insegna sempre nella Cattedra Romana. « La disposizione data da Colui che è la Verità stessa, permane dunque sempre, e il beato Pietro, conservando la solidità che ha ricevuta, non ha mai abbandonato il timone della Chiesa. Perché è tale il posto dato a lui al disopra di tutti gli altri, che, quando è chiamato Pietro, quando è proclamato Fondamento, quando è costituito Portinaio del Regno dei cieli, quando è nominato Arbitro per legare e sciogliere con una forza tale nei suoi giudizi che questi vengono ratificati anche in cielo, noi siamo in grado di conoscere, attraverso il mistero di così sublimi titoli, il legame che lo univa a Cristo. Ora egli compie con maggior pienezza e potenza la missione che gli è stata affidata; e tutte le parti del suo ufficio e del suo incarico le esercita in Colui e con Colui dal quale è stato glorificato. » Se dunque, su questa Cattedra, facciamo qualcosa di buono, se decretiamo qualcosa di giusto, se le nostre preghiere quotidiane ottengono qualche grazia dalla misericordia di Dio, è per effetto delle opere e dei meriti di colui che vive nella sua sede e vi agisce con la sua autorità. Egli ce lo ha meritato, fratelli diletti, con la confessione che, ispirata al suo cuore di Apostolo da Dio Padre, ha superato tutte le incertezze delle opinioni umane, ed ha meritato di ricevere la fermezza della Pietra che nessun assalto potrebbe scuotere. – Ogni giorno in tutta la Chiesa, è Pietro che dice: Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivo, e ogni lingua che confessa il Signore è guidata dal Magistero di quella voce. E questa fede che vince il diavolo, e spezza i legami di coloro che egli tiene prigionieri. È essa che introduce in cielo i fedeli quando escono da questo mondo; e le porte dell’inferno non possono prevalere contro di essa. La forza divina che la garantisce, infatti, è tale che mai la perversità eretica l’ha potuta corrompere, né la perfidia pagana sopraffarla » (P. L. vol. 54, c. 146).

Così parla san Leone. « Non si dica dunque, esclama Bossuet nel suo Sermone sull’Unità della Chiesa, non si dica e non si pensi che questo ministero di san Pietro finisce con lui: ciò che deve servire di sostegno a una Chiesa eterna, non può mai aver fine. Pietro vivrà nei suoi successori, Pietro parlerà sempre nella sua Cattedra: è quanto dicono i Padri ed è quanto confermano seicentotrenta Vescovi nel Concilio di Calcedonia ». E ancora: « Così la Chiesa Romana è sempre Vergine, la fede Romana è sempre la fede della Chiesa; si crede sempre quello che si è creduto, la stessa voce risuona dappertutto, e Pietro rimane, nei suoi successori, il fondamento dei fedeli. È Gesù Cristo che l’ha detto; e il cielo e la terra passeranno, ma la sua parola non passerà ».

Pietro continuato nei suoi successori.

Tutti i secoli cristiani hanno professato questa dottrina dell’infallibilità del Romano Pontefice che guida la Chiesa dall’alto della Cattedra Apostolica. La si trova insegnata espressamente negli scritti dei santi Padri, e i Concili ecumenici di Lione e di Firenze si sono pronunciati, nei loro atti, in un modo abbastanza chiaro per non lasciare alcun dubbio ai cristiani di buona fede. Tuttavia, lo spirito di errore, con l’aiuto di sofismi contraddittori e presentando sotto falsa luce alcuni fatti isolati e mal compresi, tentò, per troppo tempo, di far cambiare idea ai fedeli d’un paese devoto del resto alla sede di Pietro. L’influenza politica fu la prima causa di quella triste scissione, che l’orgoglio di scuola rese troppo durevole. L’unico risultato ottenuto fu quello di indebolire il principio di autorità nelle regioni in cui essa regnò, e di perpetuarvi la setta giansenista, i cui errori erano stati condannati dalla Sede Apostolica. Gli eretici ripetevano, dopo l’Assemblea di Parigi del 1682, che i giudizi che avevano messo al bando le loro dottrine non erano neanch’essi irrefutabili. – Lo Spirito Santo che anima la Chiesa ha infine estirpato quel funesto errore. Nel Concilio Vaticano ha dettato la sentenza solenne la quale dichiara che d’ora in poi chiunque si rifiutasse di riconoscere come infallibili i decreti emessi solennemente dal Pontefice romano in materia di fede e di morale cessa per ciò stesso di far parte della Chiesa Cattolica. Invano l’inferno ha tentato di ostacolare gli atti dell’augusta assemblea, e se il Concilio di Calcedonia aveva esclamato: «Pietro ha parlato per bocca di Leone»; se il terzo Concilio di Costantinopoli aveva ripetuto : « Pietro ha parlato per bocca di Agatone »; il Concilio Vaticano ha proclamato: « Pietro ha parlato e parlerà sempre per bocca del Romano Pontefice ». – Pieni di riconoscenza per il Dio di verità che si è degnato di elevare e garantire da ogni errore la Cattedra romana, ascolteremo con umiltà di spirito e di cuore gli insegnamenti che ne emanano. Riconosceremo l’azione divina nella fedeltà con cui questa Cattedra immortale ha saputo custodire la verità senza macchia per diciannove secoli, mentre le Sedi di Gerusalemme, d’Antiochia, d’Alessandria e di Costantinopoli hanno potuto appena custodirla per qualche centinaia di anni, e sono diventate l’una dopo l’altra le cattedre di pestilenza di cui parla il Profeta.

La Fede della Chiesa.

In questi giorni consacrati ad onorare l’Incarnazione del Figlio di Dio e la sua nascita dal seno d’una Vergine, richiamiamo alla nostra mente che dobbiamo alla Sede di Pietro la conservazione di quei dogmi che costituiscono il fondamento di tutta la nostra Religione. Non soltanto Roma ce li ha insegnati per mezzo degli Apostoli ai quali affidò la missione di predicare la fede nelle Gallie; ma quando le tenebre dell’eresia tentarono di gettare la loro ombra su così sublimi misteri, fu ancora Roma che assicurò il trionfo della verità con la sua suprema decisione. A Efeso, dove si trattava, condannando Nestorio, di stabilire che la natura divina e la natura umana in Cristo non formano che una sola ed unica Persona e che di conseguenza Maria è veramente Madre di Dio; a Calcedonia, dove la Chiesa doveva proclamare contro Eutiche la distinzione delle due nature nel Verbo incarnato. Dio e uomo, i Padri dei due Concili ecumenici dichiararono che non facevano altro che seguire nella loro decisione la dottrina trasmessa loro dalle lettere della Sede Apostolica. Questo è dunque il privilegio di Roma, di provvedere mediante la fede agli interessi della vita futura, come provvedé con le armi, per lunghi secoli, agli interessi della vita presente, nel mondo allora conosciuto. Amiamo ed onoriamo questa città Madre e Maestra, nostra patria comune, e con cuore fedele celebriamo oggi la sua gloria. Noi siamo dunque fondati su Gesù Cristo nella nostra fede e nelle nostre speranze, o Principe degli Apostoli, poiché siamo fondati su te che sei la Pietra che Egli ha posta. Siamo dunque le pecore del gregge di Gesù Cristo, poiché obbediamo a te come a nostro Pastore. Seguendo te, o Pietro, siamo dunque certi di entrare nel Regno dei cieli, poiché tu ne possiedi le chiavi. Quando ci gloriamo di essere le tue membra, o nostro Capo, possiamo considerarci come le membra di Gesù Cristo stesso, poiché il Capo invisibile della Chiesa non riconosce altre membra se non obbediamo ai suoi ordini, è la tua fede, o Pietro, che noi professiamo, sono i tuoi comandi che noi seguiamo; poiché se Cristo insegna e governa in te, tu insegni e governi nel Pontefice Romano. Siano dunque rese grazie all’Emmanuele che non ha voluto lasciarci orfani, ma prima di tornare in cielo si è degnato di assicurarci, fino alla consumazione dei secoli, un Padre e un Pastore. La vigilia della sua Passione, volendo amarci sino alla fine, ci lasciò il suo corpo per cibo e il suo sangue per bevanda. Dopo la sua gloriosa Resurrezione, sul punto di salire alla destra del Padre, mentre gli Apostoli erano riuniti intorno a lui, costituì la sua Chiesa come un immenso gregge, e disse a Pietro: Pasci le mie pecore, pasci i miei agnelli. In che modo, o Cristo, assicuravi la perpetuità di quella Chiesa; costituivi nel suo seno l’unità, la sola che potesse conservarla e difenderla dai nemici esterni ed interni. Gloria a te, o divino Creatore, che hai fondato sulla Pietra solida il tuo immortale edificio! Hanno imperversato i venti, si sono scatenate le bufere, l’hanno percossa rabbiosamente i marosi, ma la casa é rimasta in piedi, poiché era fondata sulla roccia (Mt. VII, 25). O Roma, in questo giorno in cui tutta la Chiesa proclama la tua gloria e si rallegra di essere fondata sulla tua Pietra, ricevi le nuove promesse del nostro amore, i nuovi giuramenti della nostra fedeltà. Tu sarai sempre la nostra Madre e la nostra Maestra, la nostra guida e la nostra speranza. La tua fede sarà per sempre la nostra, poiché chiunque non è con te, non è neanche con Gesù Cristo. In te tutti gli uomini sono fratelli, e non sei per noi una città straniera, né il tuo Pontefice un sovrano straniero. Noi viviamo per te della vita del cuore e dell’intelligenza; e tu ci prepari ad abitare un giorno quell’altra città di cui sei l’immagine, la città celeste di cui costituisci l’ingresso. Benedici, o Principe degli Apostoli, le pecore affidate alla tua custodia, ma ricordati, di quelle che sono sventuratamente uscite dall’ovile. Lontano da te, popoli interi che tu avevi nobilitati e civilizzati per mezzo dei tuoi successori, languiscono e non sentono ancora l’infelicità di essere lontani dal Pastore. Lo scisma raffredda e corrompe gli uni; l’eresia divora gli altri. Senza Cristo visibile nel suo Vicario, il Cristianesimo diventa sterile e a poco a poco svanisce. Le audaci dottrine che tendono a diminuire l’insieme dei doni che il Signore ha elargiti a colui che deve farne le veci fino al giorno dell’eternità, hanno per troppo tempo inaridito i cuori di quelli che le professavano; troppo spesso esse li hanno portati a sostituire il culto di Cesare al servizio di Pietro. Guarisci tutti questi mali, o Pastore supremo! Accelera il ritorno delle genti separate; affretta la caduta dell’eresia del XVI secolo; apri le braccia alla tua figlia, la Chiesa d’Inghilterra, e che essa rifiorisca come negli antichi giorni. Scuoti sempre più la Germania e i regni del Nord, e che tutti quei popoli si accorgano che non vi è più salvezza per la fede se non all’ombra della tua Cattedra. Rovescia il mostruoso colosso del Settentrione, che pesa insieme sull’Europa e sull’Asia, e scardina dovunque la vera religione del tuo Maestro. Richiama l’Oriente alla sua antica fedeltà, e che esso riveda dopo così lunga eclisse, le sue Sedi Patriarcali risorgere nell’unità della sottomissione all’unica Sede Apostolica. E infine mantieni noi che, per divina misericordia e per effetto della tua paterna tenerezza, siamo rimasti fedeli, nella fede Romana, nell’obbedienza al tuo successore. Istruiscici nei misteri che ti sono affidati; rivelaci ciò che il Padre celeste ha rivelato a te stesso. Mostraci Gesù, tuo Maestro; guidaci alla sua culla, affinché dietro il tuo esempio, e senza essere scandalizzati dai suoi abbassamenti, abbiamo la fortuna di dirgli come te: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!

 

[Noi oggi, il pusillus grex dell’arca di Pietro, cogliamo l’occasione di questa Festa meravigliosa che, per grazia di Dio celebriamo, per augurare al Santo Padre, Gregorio XVIII, successore di Gregorio XVII [il già cardinal G. Siri] e, in linea diretta continua, di San Pietro, Sommo Pontefice e Vicario di Cristo oggi in esilio, costrettovi dalle macchinazioni delle conventicole massoniche occultamente dirette dal Gran Kahal, salute materiale in questa vita, l’eterna salute spirituale ed una pronta e legittima rioccupazione della Cattedra della Sede Apostolica usurpata nel 1958 da ignobili marrani e servi di satana … sed portæ inferi non prævalebunt et Ipsa conteret caput eorum!

Et tu, Domine, deridebis eos; ad nihilum deduces omnes gentes. [Ps. LVIII, 9]

Lunga vita al Papa nostro Gregorio! Fuori i satanici lupi dalla Sede usurpata!

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: 1° corso di ESERCIZI SPIRITUALI “LA PERFEZIONE” (3)

GREGORIO XVII:

IL MAGISTERO IMPEDITO

I. corso di ESERCIZI SPIRITUALI

LA PERFEZIONE

(3)

4. – L’atto di fede

Sospendiamo per un momento lo studio dei motivi che ci spingono a prendere la decisione di perfezione, per cominciare a studiare gli elementi della perfezione stessa, di cui avete avuto ieri la definizione e di cui spero avrete l’idea chiara, semplice, riassuntiva. Il primo punto che logicamente si presenta a proposito della perfezione è la fede. Perché tutto parte dalla fede, tutto è proporzionato dalla fede nel nostro cammino spirituale verso Dio, nel ritmo di questo incedere verso Dio, nel modo e nel metodo di questo nostro progresso verso l’alto. Tutto comincia dalla fede, e tutto in certo modo è proporzionato dalla fede. Pertanto chi si mettesse a battere la via di Dio, che è la via della perfezione, prescindendo da uno studio della fede, perderebbe semplicemente il bandolo della matassa, non avrebbe più la luce, se ne andrebbe avanti con la testa nel sacco. Richiamo la vostra attenzione su una verità. La ricerca della perfezione, l’esplorare il cammino nostro d’avvicinamento a Dio non è una questione dell’istinto né del sentimento. L’istinto e il sentimento potranno venir bene, perché sono due capacità in fondo emotive che sussidiano la nostra energia, che umanizzano la nostra strada e la fanno digerire meglio; ma chi credesse di poter affidare il proprio cammino verso Dio all’iniziativa dell’istinto e, quanto sarebbe peggio, all’iniziativa del sentimento, credo che finirebbe per concludere poco o niente. – Bisogna sempre cominciare a ragionare, e prima di tutto bisogna raggiungere la saggezza, la sapienza, e per raggiungere la sapienza bisogna aver prima la scienza, e per avere la scienza, in questo caso, bisogna prima ragionare della fede. E’ ben questo il tracciato logico, altrimenti la via spirituale rimane sospesa sui trampoli e non si conclude nulla. Che cosa è l’atto di fede? E’ essenzialmente un atto d’intelletto, un atto con il quale l’intelletto aderisce, ossia accetta una verità, e l’accetta spinto da questo motivo: l’autorità di Dio rivelante. Ossia io faccio l’atto di fede quando dico: la mia mente aderisce e accetta questa proposizione, per esempio: Dio è trino, e l’accetta e vi aderisce perché Dio l’ha rivelata. Il motivo è questo e solo questo. Non l’accetto perché a me pare conveniente, no; questo non sarebbe un atto di fede; non l’accetto perché a me pare molto logico e molto opportuno supponendo d’aver studiato l’Ars Magna di Raimondo Lullo; se anche a me sembra possibile, se anche a me sembra razionale, io non l’accetto perché a me sembra razionale, l’accetto perché Dio l’ha rivelata, l’accetto sulla parola di Dio. Questo è l’atto di fede. – Ora vediamo un po’ punto per punto. L’atto di fede è un atto dell’intelligenza, un atto di adesione intellettuale. Pertanto qui non c’entra nessun sentimento, nessuna emozione. Le emozioni aiuteranno, spingeranno, imbottiranno, levigheranno, ma le emozioni qui non c’entrano. La sostanza dell’atto di fede è un atto essenzialmente intellettuale; badate che è per questo che lo si fa in piedi, perché nell’atto di fede è la sommità dell’uomo che si muove, l’intelletto. L’atto di fede è domandato all’uomo nella sua sostanza, espressione e azione migliore. Se voi cantate il Credo gregoriano, il terzo, quello che normalmente si canta alla Messa degli Angeli, osserverete una cosa: il Credo terzo è un canto sillabico, non vi è alcun lirismo; però quando finisce e arriva all’Amen, l’Amen non è più sillabico, diventa lirico; è un lirismo abbastanza lungo e complicato, tanto che riesce difficile farlo eseguire con uniformità quando si tratta di una grande massa corale. Perché quando si canta il Credo tutto il testo è sillabico e l’Amen diventa lirismo? Bisogna riportarci a quei monaci i cui nomi si sperdono nel Medioevo. Noi non sappiamo chi furono i compositori di questa melodia del Credo terzo, non sappiamo dire se non che si proiettano talmente indietro che non arriviamo a individuarli; ma siccome erano persone che vivevano abbastanza lontane dal mondo per potere intendere Dio, nella stessa costruzione musicale erano guidate da una intuizione teologica perfetta. – Chi sente la Messa di Papa Marcello, di Pier Luigi da Palestrina, rimane stupito dalla velocità con la quale si canta il Credo. Passa in un attimo il Credo della Messa di Papa Marcello, la più grande Messa forse della prima epoca classica della musica polifonica. Passa in un attimo; ma quando arriva all’Amen, si direbbe che non finisce più, perché si trasforma in una fuga; prende quegli andamenti arditissimi della grande composizione e pare che non trovi, come un uccello che vola, dove andare a posare, come una colomba di Noè. Ma perché questo? Perché quella gente costruiva la musica, ma viveva in un ambiente che era saturo di teologia. La parola più grande che si dice nel Credo è l’Amen; e l’Amen perché dalla prima all’ultima parola del testo le proposizioni si enunciano, si mettono lì davanti; e non è mica detto che mentre si dicono non ci sia l’atto di adesione dell’intelletto: io credo in Dio Padre Onnipotente; ma la espressione ufficiale, riassuntiva, per la quale si dice: è così, accetto, è l’Amen. Badate che l’atto di fede è in questo momento dell’intelletto che aderisce, che accetta e dice: ita est. Diteli bene tutti gli Amen che si dicono in chiesa, diteli con tutta l’anima: sono la vittoria sul mondo. Sapete perché? Osservate bene gli uomini: sono buoni poi, in fondo, non sono poi tutti cattivi, gli uomini; ma sono talmente nell’incertezza che si direbbe non hanno più nessuna sicurezza di vita. E tutto è incerto, tutto è problematico, tutto è dubbio. Oggi uno ha 1’impressione d’ essere scemo se non fa della problematica. Questo povero mondo fa veramente pietà; dove noi sentiamo la superiorità sul mondo, perché noi dobbiamo sentirla questa superiorità sul mondo in cui siamo quando andiamo verso Dio, è quando diciamo quell’Amen, quando abbiamo la sicurezza definitiva, quando viviamo di sicurezza. Dunque l’atto di fede è un atto di intelletto. Ma l’intelletto non è una ruota che giri a vuoto. L’intelletto si dipana attraverso le idee, attraverso il giudizio, attraverso il raziocinio. Lo sanno bene quelli che studiano la logica, visto che senza studiare la logica è difficile studiare la teologia. L’intelletto non gira a vuoto: o ha un oggetto o non gira, e allora è chiaro che perché l’atto di fede sia veramente una cosa seria, bisogna che ci sia la cognizione dell’oggetto, ossia della verità di fede. E’ vero che questa cognizione può essere anche riassuntiva, implicita, ma allora si avranno degli atti di fede molto riassuntivi e molto impliciti. – Io posso dire: credo tutto quello che mi insegna la Santa Chiesa Cattolica; faccio un atto di fede che è completo, d’accordo, ma l’oggetto di questo atto di fede è molto riassuntivo: quello che insegna la Santa Chiesa Cattolica. In questo c’è atto di ossequio alla volontà di Dio il quale vuole che io accetti come maestra infallibile e unica della rivelazione divina la Santa Chiesa Cattolica; ma sarebbe meglio che sapessi il I, il II, il III, il IV, il V e gli altri articoli del Credo. Li sapessi bene, li sapessi con quella diffusione e profondità che mi può dare la teologia. Più ne so e meglio è. Lo capite ora perché la teologia serve sempre di più a fare gli atti di fede? Io insisto su questo punto perché la ricchezza della vita spirituale comincia dall’ atto di fede, perché l’atto di fede dipana una delle sue grandi ricchezze, non l’unica, proprio la ricchezza dell’oggetto, la ricchezza conosciuta dell’oggetto. Più conosco, più ne so; più riesco a contemplare e più il mio atto di fede è vivificante e più la fede entra nella mia vita trionfalmente, come una di quelle grandi travature che reggono tutto il tetto e non lasciano ad altri di reggere niente. Perciò è opportuno che regga tutto la fede, che non lasciamo a nessuna altra cosa l’incarico, la possibilità di reggere in noi. Ma tutto finisce per essere retto dalla fede in noi se l’oggetto della fede è molto chiaro, cioè se è chiara la proposizione a cui si aderisce, che si accetta, quando l’oggetto della fede è così dettagliato, è così, vorrei dire, sezionato e reso per tal modo in una distribuzione di toni intellettuali digeribile da farlo diventare facilmente e abitualmente sangue nostro e vita della vita nostra. E tutto questo discende dal fatto che l’atto di fede è un atto di intelletto. – Ma io qui ho detto molto poco. Quest’atto d’intelletto da che cosa viene, non dico determinato, che è un’altra cosa, ma azionato? Che cos’è che prende il mio intelletto, consentitemi l’espressione, per il collo e lo fa piegare? Perché qui ci vuole una presa per il collo, dato che la fede non è la visione, perché la visione annullerebbe la fede; difatti noi perderemo tutti la fede e la virtù della fede nel momento in cui moriremo. Quando entreremo di là, quando arriveremo al cospetto di Dio, in Paradiso, dove speriamo di giungere tutti quanti, dove ci diamo appuntamento, allora perderemo la fede, perché c’è la visione, mentre la fede è adesione a una verità non perché io la veda con evidenza ma perché me lo ha detto Iddio. Capite perché c’è inconciliabilità tra la visione beatifica e l’atto della virtù della fede? Sicché la fede, così utile, così magnifica, è una cosa moritura, di natura sua, come la speranza. Anche la speranza cessa nel momento in cui si tocca la cosa sperata; quando non c’è più niente da sperare perché si ha tutto, la speranza muore. Lo dice chiaramente S. Paolo nel cap. 13 della Prima Lettera ai Corinti: « Nunc autem fides, spes, caritas, maior autem caritas ». Però quando io non sarò più bambino, dice S. Paolo, lascerò le cose che sono dei bambini; e cioè fin qui io vedo in specchio e in enigma la fede, ma allora io vedrò chiaramente, sicut cognitus sum, come sono veduto da Dio: la visione immediata, e pertanto cesserà la fede. Allora che cos’è che prende il mio intelletto per il collo e dice: aderisci, accetta? E’ la volontà. Qui c’entra la volontà. C’entra come motore estrinseco; « l’atto della fede in sé stesso è intellettivo, ma ha bisogno d’essere piegato dalla volontà; ci vuole l’energia della volontà. A questo punto non è questione soltanto di luce, è questione di forza, e allora è proprio qui che, essendo l’atto di fede piegato dalla volontà che interviene a imporlo, chiama in causa l’energia; ha bisogno di quella e può risentire della debolezza di quella. Fermiamoci un istante. E’ evidente che la fede ha bisogno di un nutrimento, non solo del nutrimento dello studio, ma anche del nutrimento energetico dell’orazione. E’ a questo punto della analisi dell’atto di fede dove si capisce che la fede ha bisogno continuo della orazione, e naturalmente ha bisogno di tutti gli altri mezzi coi quali si aumenta l’energia nostra, cioè ha bisogno di tutte quelle sorgenti della grazia di Dio che sono i sacramenti, i sacrifici, ecc. Ha bisogno di tutto, perché la nostra volontà, poveretta, ha bisogno di ricevere l’elemosina da ogni cosa, tanto è meschina. – Ora quando si tratta di quello che viene a noi ex opere operato dalla Santa Messa e dai sacramenti, beh, ci pensa abbastanza per conto suo a venire; ma quando andiamo un po’ più in là e l’iniziativa rimane nostra, l’iniziativa si chiama orazione. Se non si prega, è molto difficile che la virtù della fede rimanga con quella chiarezza, solidità ed efficacia innervante tutta quanta la vita, senza la quale non possiamo parlare di cammino alla perfezione. Su questo secondo punto ritornateci spesso, perché fa vedere, con l’introspezione dello stesso atto di fede, la necessità di abbinare sempre la fede con la orazione. Noi non possiamo dare alla nostra fede tutto quello splendore e tutta quella forza che trascina, che costruisce, che edifica, che penetra i cieli, se manca l’orazione. Ed è per questo che Nostro Signore ha detto: « Sine intermissione orate ». La fede è la prima cosa che è dentro di noi, e la fede a gran voce chiede l’orazione e soprattutto l’orazione mentale. Ma a questo punto come fa la volontà a muoversi e a imporre l’atto di fede? Badate bene com’è l’analisi della fede. L’atto di fede è un atto d’intelletto; era, mentre questo atto d’intelletto non è mosso dall’evidenza, che non è il suo motivo proprio, ma dalla volontà, a sua volta questa volontà è mossa dall’intelletto. Insomma l’intelletto fa due parti, quello di cui vi ho parlato prima è la parte costitutiva essenziale dell’atto di fede, ma prima di fare quella, ne fa un’altra che è sua propria: passa un ordine alla volontà. Ve lo spiego subito. La volontà da che cosa è mossa per poter muovere l’intelletto? Da un ordine dell’intelletto; è l’intelletto che dice alla volontà: prendi me stesso e piegami. L’intelletto dà un ordine alla volontà, perché alla volontà si danno ordini, alla volontà non si danno ragionamenti, perché la volontà è una facoltà motiva, non facoltà intellettiva; è spirituale, sì, ma motiva. Ma questo ordine dato alla volontà è preceduto da un giudizio emesso dall’intelletto, in quanto l’intelletto si determina a dare quest’ordine alla volontà perché prima ha dato un giudizio. E il giudizio qual è? E il cosiddetto giudizio di credibilità e di credendità. Il giudizio è questo: ci sono motivi sufficienti perché io possa credere. Non solo il giudizio di credibilità. Se io posso credere, io debbo credere; allora do un ordine alla volontà che muova tutto l’apparato. – Su che cosa è basato questo giudizio di credibilità e di credendità? Sono tutti i prolegomeni della fede. E su che cosa vertono i prolegomeni della fede? Sull’oggetto della fede? Cioè i prolegomeni della fede mi dimostrano forse che Dio è Padre onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo, l’Incarnazione? No, i prolegomeni della fede non dimostrano l’oggetto della fede; dimostrano il motivo della fede, cioè il fatto che Dio ha interposto la sua autorità rivelando e ha garantito con la sua autorità, che è la ragione più alta della certezza. L’autorità di Dio è infinitamente più alta della mia evidenza, ed è infinitamente più valevole della scienza, di ogni scienza umana e anche sovrumana; l’autorità di Dio si è interposta e pertanto mi dà la garanzia di questa verità. Io non vedo, la verità, non vedo l’oggetto, non lo vedo direttamente, ma interviene Iddio e mi dice: t’avverto che ci sono Io. Allora mi posso fidare. Allora il lavoro previo dell’intelletto è di assicurare se è vero che Dio ha parlato o no; e questo può essere fatto in modo scientifico, e ci sono parecchie strade per farlo applicando gli stessi canoni coi quali si giudicano tutti gli altri fatti che cadono nell’ambito della storia e che sono registrati dalla storia. Lo stesso criterio, gli stessi strumenti di constatazione, di prova, la stessa efficacia di conclusione scientifica. L’intelletto dice: posso credere e, continuando a guardare, dice: debbo credere. Allora posso dare ragionevolmente l’ordine alla volontà. Ma forse voi direte: e perché l’intelletto deve dare ordine alla volontà che muova sé stesso? Non potrebbe muoversi da sé? Non può. Perché? Perché l’intelletto è mosso dall’oggetto suo proprio, dall’evidenza; e non c’è l’evidenza nella fede; si può raggiungere tutt’al più, il che è bastevole, l’evidenza del « motivo ». Io non dimostro la verità di fede, dimostro l’autorità del testimone, il quale testimone, essendo Iddio, è più che sufficiente, e mi permette di colmare ogni passaggio logico e d’arrivare alla certezza assoluta. – Mi direte: ma perché ha fatto questo riassunto dell’analisi della fede? L’ho fatto per poter venire a delle conclusioni, perché vediate chiaro nelle conclusioni. Intanto perché capiate che la fede è razionale, ha un procedimento razionale, ma non poggia sulla ragione; perché la ragione si ferma a dimostrare il motivo della fede, ma non l’oggetto, e per questo rimane il merito della fede. Ma si chiude un anello, e la fede è perfettamente razionale perché è provato il motivo, cioè l’autorità del teste. – Anche se io non ho assistito al fatto, sono pienamente qualificato per accettare il fatto che mi ha affermato il teste quando il teste è Dio. Ma il mio scopo non è tanto di fare della teologia, il mio scopo è spirituale; io sono qui e sto predicando a me stesso gli Esercizi a voce alta. E ho detto tutto questo, oltre che per dimostrare la razionalità della fede, per farvi toccare con mano le caratteristiche dell’atto di fede. E la prima caratteristica dell’atto di fede è la fermezza: cioè è l’atto più fermo di tutti. Perché la fermezza è proporzionata alla solidità del motivo sul quale ci si appoggia, è vero? Questa cosa è ferma tanto quanto sono fermi i fondamenti che la reggono. Se questi fondamenti sono di nebbia, misurate voi! Se questi fondamenti sono di pietrisco, andrà un po’ meglio. Se questi fondamenti sono di pietra, pietre ben cementate, sarà ancor meglio. Se questi fondamenti sono tutti quanti di cemento armato e rivestiti in modo tale da essere assicurati contro qualsiasi deterioramento del ferro stesso, sarà ancora meglio. E se questi fondamenti sono la roccia stessa, allora siamo a posto. Non saremo a posto per i terremoti, perché la roccia trasmette meglio le vibrazioni del terremoto, ma comunque, fuori dei terremoti, certo colla roccia ci si sta benissimo, le cose sono assicurate nel modo massimo. Siccome il fondamento sul quale poggia l’atto di fede, cioè il motivo della fede, è la stessa autorità di Dio rivelante, non si può concepire un atto più certo, più sicuro, più capace di dare garanzia; e siccome la sicurezza dell’atto è sempre proporzionata al motivo su cui s’appoggia, l’atto di fede fruisce di una certezza che è superiore a tutte le altre certezze scientifiche che noi possiamo avere. Perché quelle sono date, quando lo sono; dall’evidenza nostra naturale, niente più, quando pure lo sono. Perché non bisogna dimenticare che regolarmente il 50% delle conclusioni scientifiche sono rimangiate da quelle che vengono dopo, perché non erano affatto conclusioni scientifiche. Dico 50% nella ipotesi più benigna; io non posso dimenticare che un giorno il più grande scolaro di Fermi, che forse era più scienziato del suo maestro, mi diceva che è il 95%. Io non sono in grado di giudicare; ma ho interpellato altri grandi uomini e, facendo la media delle risposte che mi hanno date, sono arrivato al 50%. Questo per dire cosa dobbiamo pensare della cosiddetta sicurezza e certezza scientifica. Ma fosse anche il 100%, v’avverto che è di natura diversa; la fermezza dell’atto di fede è superiore a qualunque certezza di carattere scientifico, fosse anche certezza del 100%. Noi siamo della gente certa, non della gente tormentata come da un complesso d’inferiorità, che dubita di tutto, che sempre presenta la realtà più innegabile in forma problematica; cioè noi non siamo degli ammalati. Il mondo è ammalato, e la sua malattia è l’incertezza. Noi siamo al suo servizio per cavarlo fuori. Ma noi Cristiani siamo della gente certa, e tanto siamo Cristiani in quanto siamo certi. Badate. Siamo nel secolo V e principio del VI: è l’epoca delle invasioni barbariche, durante le quali l’uno o l’altro di questi messeri del nord si prende il capriccio di fare delle passeggiate per tutte le varie strade dell’impero; e giungono fino a Roma; epoca in cui t’arrivano i Vandali in Africa, e S. Agostino se ne muore leggendo i Salmi penitenziali mentre la sua città è circondata dai barbari. In questo momento in cui la Chiesa Occidentale tutta raccolta attorno ai Papi, ai Vescovi, succede qualcosa. Quattro monaci marsigliesi si sono montati la testa. Si tratta di un puntino invisibile. Ma la Chiesa, che ha avuto l’incarico di custodire la verità, bada anche ai puntini quasi invisibili, perché questi finiscono col fare come le nuvole che s’allargano e poi viene la tempesta. Si trattava di questo: citavano che proprio all’initium fidei non è necessario che arrivi la grazia, si può fare anche senza la grazia di Dio. All’initium, cioè all’attimo primo nel quale in una mente sboccia fuori questa puntina, questa testa d’erba che si chiama fede, l’atto di fede ci si può arrivare da sé. E ci si sono accaniti per un secolo sul Semipelagianesimo. La questione e stata risolta definitivamente nel 529 con la condanna nel Concilio di Orange. Se all’initium fidei si dovesse ammettere che ci si arriva da soli, si sconvolgerebbe tutta quanta la costruzione che sta sopra. Guardate che conto ha fatto la Chiesa anche dei più piccoli particolari che riguardano la dottrina circa l’atto di fede. Perché ha fatto questo conto? Perché la purezza della dottrina circa lo stesso atto di fede domina tutta la perfezione, tutta la vita spirituale. Questo è l’insegnamento storico. Ecco perché, parlando della perone e dicendo che dobbiamo uscire da questi Santi Esercizi con la volontà seria della perfezione, ho voluto occuparmi dell’atto di fede e della fede.

5. -Continuazione dell’atto di fede

L’atto di fede, fondamento della vita spirituale e pertanto della perfezione, non è tale da escludere la dubitabilità. Che significa questo? Significa che, con tutte le sue caratteristiche, non impedisce che intorno vi possano essere delle tempeste, che il dubbio possa assalirvi. E’ per questo che l’atto di fede ha bisogno d’essere armato dello studio del catechismo, della religione, della teologia, per dire i diversi gradi, secondo le diverse possibilità dei fedeli. Ha bisogno di essere armato della orazione umile che chiede a Dio il superamento dei difetti, delle ombre, dell’anemia. Ha bisogno d’essere armato di un metodo completo di vita spirituale. E’ chiaro che la dubitabilità può essere sconfitta da tutta questa armatura che l’esperienza indica come pienamente efficiente nella vita dei fedeli che intendono servire seriamente Dio. – Ma detto questo in linea generale, io vorrei venire a una questione di grande importanza in ordine al tema di questi Santi Esercizi. Il tema più particolare è questo: tra le onde adirate che possono gettarsi contro questa scogliera dell’atto di fede, c’è quella dei diversi modi di pensare che la fantascienza mentale moderna ci può regalare in una forma inconscia. Perché è facile mettere in guardia contro le eresie, contro gli errori, appunto perché si suppone che si presentino come sono, con proposizioni chiare, che chiaramente denunciano la deformazione della verità, tali che eccitano sempre in chi vuol vivere secondo Dio l’immediata reazione, la presa di posizione, la difesa, la ripugnanza. – Ma il guaio sta in quello che viene ammannito in dosi omeopatiche e che, peggio, viene diluito nell’atmosfera culturale in modo tale da togliere quello che stimola la reazione, da creare nella mente, più che degli errori contro la fede, degli stati d’animo, i quali finiscono poi col produrre lo stesso effetto, come se si fosse diventati erranti nella fede. E ne parlo, non perché io mi preoccupi qui dell’aspetto intellettuale, ma perché mi preoccupo dell’aspetto spirituale; perché l’insorgere di taluni stati d’animo finisce sempre col far deragliare qualche cosa dalla ordinata e giusta via spirituale e diventa un attentato costante contro la perfezione. – Se noi fossimo costituiti in grazia, costituiti nella verità, se avessimo i doni preternaturali dei nostri primi parenti e potessimo non essere attaccati nella nostra ignoranza, potremmo non preoccuparci di queste tempeste subcoscienti, di questi attacchi marginali che vengono in forme diluitissime e quasi non avvertibili. Ma siccome siamo deboli e deboli su tutta la linea, siccome siamo facilissime prede delle ombre che emergono dagli stati d’animo, siccome non sempre abbiamo quella difesa della dottrina profondissima, agguerritissima, delicatissima nel saper sceverare anche i filamenti più reconditi, bisogna che, proprio per amore di questa perfezione alla quale ci vorremmo incamminare, noi ci immunizziamo, ci vacciniamo a tempo. Ecco, si tratta di fare una vaccinazione tempestiva perché, ripeto, dinanzi a tutti i rumoreggiamenti che il male può fare dinanzi alla nostra fede e che possono essere sempre magnificamente superati, ce n’è uno che mi pare il più difficile a superarsi, perché è il più nascosto ed è diluito nell’aria. Non è mai accaduto in tutta la storia a noi nota che determinate dottrine filosofiche siano filtrate così in tutta la cultura, in tutto il costume al punto da

far pensare la massa della gente a modo loro e in modo che non si accorga di pensare a quel modo. Fino a qualche decennio fa, i mezzi di trasmissione della cultura erano legati a due sole forme: alla scuola e ai libri. La scuola era frequentata relativamente da pochi, i libri erano letti ancor meno. Io ricordo quando uno, comperando una dozzina di libri all’anno, in fondo poteva dirsi al corrente. Oggi io credo che se anche uno ne compera non una dozzina ma milleduecento all’anno, non potrà dire veramente di essere al corrente. Comunque una volta c’era la scuola, e questo era uno strumento ridotto, e il libro, e questo era uno strumento non troppo diffuso. Oggi questi due strumenti sono ingranditi enormemente. Ma a questi si sono aggiunti degli strumenti diffusori della, chiamiamola così, cultura annacquata; la radio e la televisione sono entrate in tutte le case. La gente è rimpinzata dalla mattina alla sera di cultura. Per conseguenza la maggior parte della gente si trova impregnata senza saperlo di una dottrina filosofica. Quale? Se noi passiamo al filtro tutte le pubblicazioni, dico tutte quelle che escono fuori dell’ambiente cattolico, compreso anche qualche pezzo di qualcuna che esce nell’ambiente cattolico, noi vediamo che il 40% si riduce a opere idealiste; l’altro 40% si riduce a opere esistenzialiste; quello che rimane è il freudismo; è il meno appariscente ma è quello che beneficia più dei due precedenti. E voi trovate nello stile della gente tutte queste cose; perfino nello stile dell’operaio che impasta il cemento trovate queste cose. – Il nostro tempo vive essenzialmente di idealismo. E’ opportuno avvertirne un aspetto concreto perché, avvertendolo, ci se ne può guardare. L’idealismo ha fatto la trasposizione completa dall’oggetto il soggetto, ha invertito le parti. Non è il soggetto che dipende dall’oggetto, ma l’oggetto che dipende dal soggetto. Questo rovesciamento l’aveva iniziato Lutero, ha camminato qua e là per l’Europa nella testa degli uomini per quattro secoli e alla fine è stato completo. La cosa avvenuta nella trasposizione tra soggetto e oggetto è questa, che siccome non siamo noi che dipendiamo dalla realtà, ma siamo noi che la creiamo, ecco, della realtà si può dire quello che si vuole. Esaminate voi ora la mentalità diffusa oggi e troverete costantemente questo carattere: si dice quello che si vuole. Io parlo della stampa del gran mondo; a certi margini dove sta la brava gente che non è completamente intossicata, le cose vanno diversamente, ma purtroppo non sono i più. Nel gran mondo le cose stanno così: ognuno dice quello che vuole, quello che crede. Dà dei fatti l’interpretazione più spontanea che gli sgorga dalla penna con meno difficoltà. E perché tutto questo? Per quel tanto di idealismo che sta dietro le spalle. L’idealismo è morto, così lo si insegna poco ufficialmente, pochissimo. Ma hanno applicato qualche canone dell’idealismo, quello sì. E quello è l’idealismo che sopravvive; l’idealismo classico è press’a poco tramontato, ma rimane il metro dell’idealismo, e noi ne siamo inquinati. V’è persino chi scrive libri spirituali con metodo idealistico. Perché uno dice quello che gli viene in mente, se lo inventa; non studia, non va a fare la consultazione mentre scrive; pensa quel che gli pare e vende così, e tutto va bene. Noi siamo stati intrisi di questo metodo. C’è un secondo coefficiente che rappresenta il 40% di tutta la cultura non cattolica del nostro tempo. E’ l’esistenzialismo. Non ripeto quello che ho detto, perché le cose se ne vanno con lo stesso ritmo, con la stessa penetrazione, con gli stessi effetti dell’idealismo. Ma vorrei darvi un elemento concreto per reperirli. L’esistenzialismo capovolge l’essenza e l’esistenza. Per l’esistenzialismo la cosa più vera che vale non è l’essenza, è l’esistenza. Traducete in parole povere: è il fatto che vale, non l’idea. Tra i fatti, il più clamoroso è l’angoscia, il nichilismo. Pertanto il pessimismo. Vi prego di guardare il modo di ragionare che s’è diffuso da tutti questi strumenti che io vi ho messo dinanzi. Ciò che conta è il fatto. E’ questo che vale e basta. Ecco il capovolgimento tra essenza ed esistenza. Potevano sembrare questioni oziose, queste, quando nell’800 si stava a discutere fra i teologi se essenza ed esistenza si distinguevano o non si distinguevano; se si doveva stare con i Suareziani o contro i Suareziani. Allora, per grazia di Dio, queste questioni si facevano nella scuola, e anche se qualcheduno poteva deviare dalla linea obbiettiva, la cosa rimaneva nella scuola e finiva lì. Nel nostro tempo di queste cose non c’è più rimasto nulla nella scuola, ma è rimasto lo stile, che annulla l’idea. Il fatto è questo. – Basta. E così siamo arrivati alla legge della giungla. Dei fatti poi, quello più sintomatico è quello dell’angoscia e della disperazione. Oggi non si scrive più un romanzo che, o nella conclusione o nella stesura o nel modo con cui la vicenda è pensata, non sia tale da ispirare le idee più nere e la più profonda tristezza della vita. E badate che questo entra anche in casa nostra più di quello che non si creda. Io parlò della problematica, della mania della problematica; la problematica non è altro che un sottobosco della filosofia esistenzialista. – Il terzo coefficiente è il freudismo. La filosofia di Freud è morta prima che morisse Freud, ma ne è rimasta di lui qualche cosa nella terapia medica, qualche cosa più o meno discutibile, più o meno apprezzabile. La sua filosofia è morta prima che morisse lui, ma quello che è tragico è che non ne è morto il metodo. Come dell’idealismo dove dell’idealismo, è rimasto il metodo e sta entrando dappertutto, nella testa di tutti e porta la responsabilità delle stravaganze del nostro tempo, e dell’esistenzialismo di cui è entrato incoscientemente il metodo nella cultura, nei modi di agire, in tutte le stravaganze della nostra età, così allo stesso modo è avvenuto del freudismo: morto Freud, è entrato il suo metodo nel costume, ed è il più diffuso di tutti. – Voi sapete che il metodo di cura di Freud sta nel portare il paziente a gettar fuori di sé stesso tutto quello che ha di più recondito e di più brutto in fondo all’anima; e di più brutto perché questo metodo terapeutico, nel piano filosofico concepito da Freud, ha due principi: l’uomo sarebbe azionato da due principi: il principio del sesso e il principio della morte, uno più macabro dell’altro. E pertanto si vede il freudismo nell’atto in cui obbliga una povera creatura a metter fuori tutto quello che ha di più orribile, di più innominabile; che se per caso non ce l’ha, per fare come fanno gli altri, lo inventerà. – Ma dovrà mettere fuori quello, la passione in sostanza. Andare a rimescolare in fondo al lago che raccoglie gli scoli di una città per far tornare a galla quello che fortunatamente s’era depositato in fondo: questo è il freudismo. – Ora vedete fino a che punto questo metodo è diventato pane dell’esperienza quotidiana quando osservate la mania di ricercare dappertutto il peggio, lo scandalo. Guardate i giornali di che cosa sono fatti e perché la gente legge i giornali: li legge il 70% per cercare quello, ecco il suggello del freudismo. – La ricerca del bassofondo melmoso, la dilettazione di trovare quello. E guardate fino a che punto s’è diffuso, come aleggia dappertutto il senso del disprezzo di tutto. Il che è logico, è coerente. Viviamo di disprezzo. Si disprezza tutto. La gente è contenta se può arrivare a sputare sugli altri, sull’autorità, sui grandi nomi della storia. Ma è infame abituare la gente a non avere più stima di nulla. Se qualcheduno di voi, che sta qua dentro, qualche giorno si trovasse a non stimare più nulla, è possibile, stia attento: non è farina del suo sacco. Quella è farina del sacco altrui. Cosa bevuta, di quelle diluite nell’ambiente. Quando uno si trova al punto che non ha più stima di nessuno, vuol dire che è annegato nell’ambiente. Cerchi di farsi la respirazione artificiale per un bel po’, poi può darsi che respiri coi suoi polmoni. – Vivete secondo Dio, vivete la fede. Vi dicevo, parlando della trama della vita, che vi sono persone che credono di vivere cristianamente, ma che hanno una trama pagana, anche se fanno la Comunione tutti i giorni. Ora debbo dire la stessa cosa di persone che credono di pensare cristianamente, cattolicissimamente, ma il loro pensare cattolicissimamente è cosa artificiale, di qualche momento, mentre nel sottofondo costante e compatto, che regge tutto, c’è un modo di vedere, di pensare, di giudicare, di sentire che è completamente avulso dall’indicazione cristiana. Hanno un concetto pessimistico di tutto e se lo sono presi dal freudismo. – Guardate un po’ ora; fate bene l’esame di coscienza. Guardate bene se per caso non ci sono dentro di voi questi reliquati coscienti o subcoscienti. Perché se nella vostra abitudine mentale voi doveste trovare la facilità alla problematica senza senso; se doveste trovare nelle vostre abitudini mentali la facilità di dire, così, quello che vi viene in bocca, senza preoccuparvi mai d’obbiettivare, di documentare, di ricercare, di essere aderenti alle indicazioni di una documentazione obbiettiva; se nelle vostre abitudini mentali doveste trovare questo rassegnato cedimento al fatto: quando una cosa è fatta, è inutile andare a cercare teorie; se nelle vostre abitudini mentali doveste trovare questa, di andare a rimescolare il peggio, di dover dare alle cose sempre l’interpretazione cattiva, di cavare sempre l’intenzione cattiva dai fatti, di tendere sempre al disprezzo, alla sottovalutazione dei propri fratelli, attenti! Prima di camminare nella via della santità bisogna levare questa roba dall’anima. Perché con questo piombo fuso e osceno nell’anima non si cammina, non ci si eleva, non si vola. E pensate che questa colata di piombo avviene di notte, mentre noi dormiamo, quando noi non ce ne accorgiamo, e poi la ritroviamo dappertutto. Bisogna difendersi. – Ci sono delle perversioni morali che non si catalogano e sono peggiori delle altre. Come bisogna rigenerarsi nell’acqua della semplicità, della purità, della chiarezza, della parola di Dio che sola ci fa intendere! Come avviene questa perversione? Come stato d’animo, non come idee. Poi, come una cellula fotoelettrica opera e trasforma,  a un certo momento questi stati d’animo riemergono come se fossero idee. Mi sono provato a domandare a molti artisti come intendevano l’arte. E mi hanno dato delle risposte. Ho chiesto loro se sapevano che cosa quelle risposte supponevano. Quasi mai mi è stato risposto quello che le loro risposte supponevano, potrei anche dire mai. Allora taluni di loro hanno sudato a spiegare che le loro risposte supponevano, né più né meno, il Breviario di Estetica del Croce, cioè la filosofia, e questa a sua volta supponeva la filosofia che il Croce aveva appresa dall’idealismo di Hegel. E cosa è avvenuto? E ‘ avvenuto che in costoro sono entrati degli stati d’animo, non avvertiti intellettualmente, non tradotti in proposizioni leggibili: ma questi stati d’animo a poco a poco sono diventati delle idee e li hanno innervati. Non hanno coscienza di dipendere da una filosofia; ma molte volte sembra più filosofia che arte, anche se essi non sanno quale filosofia seguano. Ho finito. Voi capite, vero, come persone che vivono nella cultura o ai suoi margini, che entrano nella grande corrente della vita, che debbono agire là e per quello che là si trova, debbano prepararvisi? E avrete anche capito che se non si risolve bene questa questione di perfetta indipendenza dell’anima nostra, nella sua fede, da quello che anche incoscientemente o subcoscientemente ci può essere propinato dal mondo nel quale viviamo, rischiamo di perdere la via della perfezione.

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: 1° corso di ESERCIZI SPIRITUALI “LA PERFEZIONE” (2)

GREGORIO XVII:

IL MAGISTERO IMPEDITO

I. corso di ESERCIZI SPIRITUALI

LA PERFEZIONE

(2)

3. Il Giudizio

La seconda ragione per cui Dio chiede a noi la perfezione è perché lui ci giudicherà. Bene inteso, neppure questa è la ragione suprema per cui noi dobbiamo essere perfetti; ma è una grande ragione. Saremo giudicati da Dio, ed è sotto questo profilo che ora dobbiamo brevemente ragionare del giudizio di Dio. C’è un punto che interessa e che dobbiamo sceverare dagli altri, perché, agli effetti logici dell’orientamento che abbiamo preso in questi Santi Esercizi, è quello il punto importante. Saremo giudicati da Dio un giorno; ma voi sapete bene che noi siamo continuamente giudicati da Dio: il giudizio di beneplacito o il giudizio di riprovazione Dio lo dà contemporaneamente alla nostra azione. Questo è il punto che talvolta ci sfugge. Non è che la valutazione dei fatti nostri se ne vada in quiescenza tanto tempo quanto ci separa dalla morte; no, noi siamo sotto il giudizio di Dio, e dobbiamo sentirci continuamente sotto il giudizio di Dio. Poi il giudizio che sia riassuntivo, perché decisivo della nostra sorte, verrà dato al momento della nostra morte. E finalmente il giudizio inquadrante la nostra sorte nell’unitario destino dell’umanità verrà dato al giudizio finale, all’ultimo giudizio, dopo la nostra risurrezione. Ma quello che a noi interessa ora è di sapere il criterio col quale saremo giudicati. Neppure vi starò ora a commentare la parabola dei talenti, nella quale Nostro Signore ci ha dato il criterio col quale saremo giudicati. Mi basta semplicemente richiamarvi che nella parabola dei talenti il criterio del giudizio appare esigentissimo. – Naturalmente non si deve fare un computo matematico, perché non siamo in sede di computi matematici di quantità; siamo in sede di valori ontologici. A ogni modo l’espressione matematica: Dio domanda il cento per uno d’interesse è tale da far capire che il criterio è questo. E’ inutile che ci si gingilli a pensare che il criterio non sarà duro perché Dio è misericordioso: noi talvolta abbiamo la brutta abitudine mentale di opporre una verità all’altra per metterle da parte tutte e due. Si tira fuori a sproposito la misericordia di Dio per mettere a posto la giustizia. Così si fa a meno dell’una e dell’altra, e si fa quel che si vuole; e anche questa è una forma di ipocrisia. Ricordiamoci che il criterio del giudizio di Dio è un criterio duro! Ma non è neppure su questo che io voglio stamattina attirare la vostra attenzione; il punto è un altro, ed è questo: che il criterio col quale saremo giudicati sia la legge di Dio, è vero, e il modo con cui saremo giudicati sarà quello del cento per uno; ma il riferimento, cioè il paragone tra noi e qualche altra cosa, verrà fatto su che cosa? Nello stendere la legge alla quale dobbiamo uniformarci e sulla quale saremo giudicati, Dio stesso ha voluto essere il nostro modello. Dio stesso. È questo che impressiona. E la conclusione la vedete subito: se Dio stesso ha voluto essere il nostro modello, vuol dire che noi dobbiamo essere perfetti. Non ci ha dato un altro modello, ma ci ha dato sé stesso. – Io non starò a tratteggiarvi una coreografia del giudizio particolare, perché tutti gli elementi di fantasia sarebbero elementi di simbolo, ossia noi potremmo richiamare tutte le cose più terribili che in materia si possano immaginare, a proposito di giudizio, ma per dire: badate che questi elementi terribili appaiono nella concezione umana che possiamo farci del giudizio; immaginatevi che cosa sarà il giudizio di Dio nella sua realtà! Potrei cominciare a parlare di Edipo che, quando scopre quello che è e si sente sottoposto al giudizio dei suoi figli, dei suoi stessi figli, si strappa gli occhi, e ricordarvi il terribile cantico del coro col quale la celebre tragedia finisce. Tragedia che può dare il senso di che cosa voglia dire per un padre essere giudicato dai suoi figli. Ed essere giudicato da Dio? Altro che essere giudicato dai propri figli! Io potrei stare a costruire tutti questi elementi, ma dovrei dire: guardate che sono tutti elementi metaforici, cioè non descrivono un bel niente; se qui è tanto, di là che sarà? Ma qui io dovrei fermarmi, perché quando si tratta di parlare di cose che stanno al di là del muro è meglio non dire troppo; quando le cose che noi non abbiamo sperimentate direttamente le sappiamo soltanto per divina rivelazione o le sappiamo per deduzione intellettuale da principi a noi noti, la fantasia è meglio lasciarla un po’ stare. – Voi siete tutta gente che non ha bisogno di essere sollecitata troppo dalla fantasia, avete tutti studiato, e pertanto non posso farvi la catechesi e andarmi a raccomandare agli elementi di sentimento; io non ho bisogno di mettervi paura con ombre vaganti, con strumenti di tortura. Quello invece che è serio nel giudizio di Dio è che il modello è Lui. – Allora ragioniamo un po’ su questo modello che è Lui. Vedete, c’è, così, grosso modo, una distinzione simile a quella fra l’Antico Testamento e il Nuovo. Non è una distinzione che si possa dire perfettamente adeguata e netta, ma in via sommaria è una distinzione che si sostiene, è giusta, ed è questa: nell’Antico Testamento Dio si presenta come modello attraverso le opere sue; sono le opere di Dio che fanno da modello, è la creazione, ed è anche un certo lineamento dell’azione di Dio nella provvidenza della storia.  Noi vediamo che i profeti richiamano questo elemento di Provvidenza nella storia; soprattutto Isaia e poi Daniele. Invece nel Nuovo Testamento non è che venga rinnegato il criterio che Dio ci fa da modello con le opere sue, affatto, ma Dio si presenta modello nostro in sé stesso e per sé stesso, il che del resto è perfettamente in ritmo e segue, direi, l’onda della rivelazione divina. Perché nel Nuovo Testamento è Dio in sé stesso che si rivela, anche se qualche accenno lontano, accenno lasciato all’acume degli interpreti, viene fatto nell’Antico Testamento. A ogni modo è bene considerare tutte e due le cose. Dio si è presentato, ha presentato come modello delle nostre opere la creazione. Questo del resto ce lo dice S. Paolo nel primo capitolo della sua Lettera ai Romani, dove parla della funzione che hanno le creature: le creature hanno una funzione di rivelare agli uomini qualche cosa: Dio ha scritto qualcosa creando, e questo divino scritto deve essere decifrato dagli uomini, essi devono camminare con gli occhi aperti perché in quello che hanno davanti possono benissimo decifrare la indicazione, la volontà e una naturale rivelazione di Dio. Tutte le cose sono un modello, tutte. Perché ogni cosa ci mostra un ordine, anzi in quest’ordine le cose ci battono e ci precedono perché, non essendo libere ma determinate, agiscono sempre con una sufficiente perfezione. – Tutte le creature ci danno l’impressione di un ordine grande, di un ritmo che non si smentisce mai, in tutto il ciclo della loro vita. Gli animali non rompono mai la norma, perché anche quando determinati stimoli esterni che gli animali possono liberamente porre li spingono piuttosto in una direzione che in un’altra, si comportano secondo leggi predeterminate. E pertanto l’ordine non viene meno mai. Certo fa impressione quel volteggiare delle rondini la sera in primavera; poi accade qualche cosa per cui improvvisamente cessa il loro volare, improvvisamente, come se avessero ricevuto un segno, e tutte ordinatamente si ritirano in un attimo; quella sarabanda di danze sui nostri tetti, davanti alle nostre finestre, cessa di colpo a un determinato momento del crepuscolo; pare che vadano a dire le loro preghiere e poi se ne vadano a dormire. Se anche gli uomini facessero così! – Ecco, le creature ci parlano di una infinita saggezza e sapienza, ci mostrano un’intelligenza obbiettiva ordinante le cose stesse; e cioè dall’ordine e dall’effetto ci fanno risalire al disegno, alla causa dell’ordine stesso, ci parlano dell’intelligenza di Dio e sono testimoni di una incredibile luce che, al di là di loro stesse, fatte così diafane, fatte trasparenti come cristalli, esse ci rivelano. E’ così che la intelligenza sovrana, il lume dato, il lume ricevuto e la sostanza delle stesse cose materiali tradotta in termini intelligibili, e non più sensibili, cioè trasformata in una espressione che è fedelissima ed è invece, senza cessare quella sua fedeltà, infinitamente superiore, al di sopra della stessa realizzazione concreta e materiale, sono un continuo ribadire di quanto la luce intellettuale, doverosamente guidata, ragionevolmente nutrita, debba sovrastare alle azioni degli uomini. Tutte le creature sono appetibili in sé stesse, e voi sapete che l’appetibilità è la « bonitas »; la qualità per cui una cosa diventa appetibile è la sua bontà. Le creature pertanto ci rivelano la loro bontà, e rivelandoci la bontà ce la insegnano, ce la richiamano, non omettendo di richiamare che la bontà si verifica in esse secondo il grado della loro costituzione, secondo la elevatezza della loro individualità, secondo insomma i limiti della loro natura. E parlandoci della bontà, ci parlano dell’infinita bontà di Dio. E’ così che le creature terrene nel momento stesso in cui si fanno conoscere e ci si rivelano all’intelletto attraverso i sensi, in quello stesso istante ci danno un gusto soddisfatto, un piacere, una gioia, ci rivelano la bellezza, perché la bellezza è lo splendore dell’ordine e ha questo particolare effetto di dare il gusto, il godimento nel momento in cui la cosa bella viene conosciuta. La bellezza che viene stemperata per tutto quanto il creato ci parla di Dio, ci parla di una bellezza obbiettiva, e questa bellezza obbiettiva prende il ritmo dalla prima causa, ci fa ascendere col modello. Il mondo è un modello, il sole col suo sorgere e col suo tramontare è un modello, la luna col suo apparire nella notte, non con la sua volubilità ma con la luce e con quel carattere tipico della sua luce in mezzo alle tenebre, diventa un modello. Le stelle del cielo sono un modello, e gli animali stessi sono un modello, e la natura stessa in tutti i suoi ordini, nel suo fiorire e nel suo sfiorire, con le sue primavere e coi suoi autunni, è tutto un ordine e diventa un modello. – Dio ha parlato così. E Dio è stato modello così. Guardate che questo mondo che gira intorno a noi è una perenne testimonianza del giudizio di Dio. Perché Dio questo immenso panorama ce l’ha costruito intorno perché imparassimo, perché fosse norma, ispirazione, elevazione e perché segnasse a noi una strada, perché accogliesse con immensa dolcezza i nostri sentimenti e li incanalasse, perché stimolasse con appropriata forza la nostra intelligenza e la guidasse, perché avvolgesse con inimitabile calore la nostra vita e la sostenesse, perché fosse un modello. E’ cosa grandiosa, certo, è cosa che è stata la vera sorgente d’ogni poesia, per quanto sia stata stemperata e talvolta anche contaminata dall’uomo. Ma con tutto questo, la natura non è ancora il vero modello perché il vero modello ha voluto essere Iddio stesso. – Cerchiamo d’avvicinarci ora al Nuovo Testamento. Noi sentiamo come parla N. S. Gesù Cristo. Un giorno Egli fa questo discorso: « Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli…, il quale fa sorgere il suo sole sui giusti e sugli ingiusti, manda la sua pioggia sui buoni e sui cattivi ». C’è l’affermazione generale e c’è la documentazione particolare. L’affermazione generale: perfetti come è perfetto il Padre vostro che sta nei cieli, termine ultimo, criterio sovrano, il diagramma prestabilito alla nostra volontà.. La stessa perfezione del Padre. E poi c’è la documentazione particolare che restringe il campo, perché la documentazione non è mai la cosa documentata, è parte rispetto al tutto. Guardate la documentazione. Agisce da Signore, Iddio, dà a chi gli porta via: ai cattivi e agli ingiusti dà la sua pioggia, dà il suo sole. Lo stile del Signore è dare anche a chi gli porta via; Egli non si impoverisce a dare a chi gli porta via. La magnificenza divina ne troverà un’applicazione grandissima nel Vangelo, la legge del perdono. Che c’è di più grande della legge del perdono? Essa trova una sua eco in quella dottrina del Salvatore, che non è scritta nel Vangelo, ma che S. Paolo ha riportato in un suo discorso: essere cioè precetto del Signore Gesù che è più beato dare che prendere. È il rovescio del mondo. È lo stile del Signore: è più beato e più grande dare che prendere. E qui il mondo è servito, perché il mondo è più beato a prendere che a dare; e invece non è vero; questo è lo stile del pitocco; lo stile del Signore è un altro. Ma questo è un esempio della legge, esempio della formulazione generale. – Gesù Cristo dice: « Dovete essere perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli » a cui dovete assomigliare. È quello il modello. Ecco un elemento che vi fa assomigliare al modello; agite da signori, non da pitocchi, perché lo stile del Signore è questo: far sorgere il sole tanto sui buoni che sui cattivi, mandare la sua pioggia sui giusti e sugli ingiusti. Del resto Gesù stesso, e qui attenti bene perché c’è una indicazione forte, in un certo momento dirà: « Uno è il vostro maestro, il Padre » e un’altra volta dirà: « Voi mi dite Maestro e Signore, e dite bene, perché lo sono ». È un punto dove si vede che Egli e il Padre sono un unico modello. È il richiamo alla dottrina su cui torna con tanta forza nei discorsi delle ultime settimane, registrati nell’Evangelo di Giovanni, dal cap. 9 in poi, la consustanzialità tra il Padre e il Figlio: il Figlio è modello perché è consustanziale al Padre, una cosa sola col Padre, e allora si comprende la funzione — bene intesa, in una forma che non è stata mai superata nella teologia degli apologeti del secolo II, quando hanno parlato del Logos, il Verbo che è in Dio stesso — del Verbo ad extra, al di fuori di Dio. Si capisce allora come la incarnazione del Verbo prende, oltre tutti gli altri significati, questo: d’essere la traduzione fatta a uso degli uomini della perfezione di Dio. Siccome la traduzione segue il diagramma: Padre, Figlio e Spirito Santo, vuol dire che il modello è la Trinità augusta, ossia è Dio in sé stesso e per sé stesso, non Dio soltanto in quanto Creatore, in quello che può sembrare la sua vita protesa ad extra, fuori di sé, ma nella sua stessa vita intima, dove una è la sostanza trina nelle Persone: è Padre veramente, è veramente Figlio, è veramente Spirito Santo. Dio è in sé stesso il modello, ed è perché è modello, Lui, nella sua vita intima, che è stata data la grazia agli uomini ed è stata data la verità più piena attraverso la rivelazione, sicché gli uomini conoscessero cose che con l’intelligenza non avrebbero mai potuto raggiungere. Affinché il ritmo fosse pieno, dovevano assimilarsi a Dio, perché chiamati ad essere figlioli adottivi di Dio. – Ora vedete perché ci è domandata la perfezione? Potevano gli uomini pensare che Dio sarebbe venuto in terra con l’incarnazione, atto di traduzione del divino modello rispecchiato in Dio fatto uomo, per essere accessibile così all’intelligenza umana? Per fare una traduzione che non alterasse il testo, c’è stata l’incarnazione; badate bene, qui raggiungiamo uno dei motivi profondi del mistero centrale della nostra fede: perché non si alterasse il testo nella traduzione. C’è stata l’incarnazione perché non accadesse, affidando la traduzione del modello semplicemente alla parola e non al fatto, che la parola restasse lontana, troppo lontana dal modello. Siamo dinanzi al perno della nostra fede; non dimentichiamo che noi abbiamo per modello Iddio, Padre, Figlio e Spirito Santo, e che se c’è una luce alla quale dobbiamo volgerci, non è quella di qualunque faro acceso in questo mondo, è una luce che sta al di là del mondo, e questo spiega perché dobbiamo continuamente rendere la veduta nostra più acuta, fare spiritualmente quel gesto che facciamo coi nostri occhi quando cerchiamo di vedere lontano. Dobbiamo farlo sempre spiritualmente questo gesto. È una abitudine di meditazione, di continua ricerca della verità, di contemplazione, che dobbiamo rendere ordinaria nella nostra vita. Non parlo della contemplazione straordinaria, l’ho già esclusa dal principio, ma di contemplazione ordinaria proprio perché il modello sta oltre. Voi capite che sorta di liberazione per gli uomini sia questa dalle cose che li circondano! Perché quello che hanno intorno è stimolante, avanguardia del modello di Dio, ma non è il loro modello ultimo; il loro modello ultimo lo hanno solo attraverso la fede, e questa attraverso la rivelazione, e questa nell’incarnazione, con la incarnazione e per l’incarnazione. Per ipsum, cum ipso et in ipso: esattamente come si dice nella Santa Messa, dopo che l’atto sacrificale è stato compiuto. – Il modello è Lui; ma se il modello è Lui, nasce una tale colleganza, meglio la necessità di una tale colleganza tra il nostro contegno morale ed il divino contegno che non c’è più bisogno di spendere parole per dire che o tendiamo alla perfezione o ci mettiamo fuori strada. Per Ipsum, cum Ipso et per Ipso.

 

 

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: 1° corso di ESERCIZI SPIRITUALI “LA PERFEZIONE” (1)

GREGORIO XVII:

IL MAGISTERO IMPEDITO

I. corso di ESERCIZI SPIRITUALI

LA PERFEZIONE

(1)

Cosa c’è di meglio, all’inizio di un nuovo anno, che praticare gli esercizi spirituali, per aver chiaro nella propria vita le cose da fare ed operare in questo tempo donatoci da Dio per crescere nello spirito? E qual modo migliore di farlo è ascoltare e leggere le parola del Santo Padre Gregorio XVII, già Cardinal Siri? – Pubblichiamo la prima serie di esercizi spirituali: “La perfezione”, tenuti agli inizi degli anni 60 anni ad Assisi, registrati, raccolti e resi pubblici dal generoso valoroso sac. Giovanni Rossi, al quale saremo per questo eternamente grati, nel 1962. Si tratta di veri e propri “tesori di sapienza cristiana”, come li definisce nella pregazione, giustamente il Rossi, contenuti in queste piissime meditazioni che sono ancora più opportune, anzi diremmo necessarie e salvifiche, oggi, nei nostri tempi di confusione in cui gli uomini ignorano in pratica, spesso volutamente e colpevolmente, tutta la dottrina cristiana, anche la più elementare, sostituita da un sentimentalismo “buonista” personal-faidatè, falsamente filantropico, e da un vago deismo gnostico profuso a piene mani dagli apostati imbonitori del “novus ordo”, quelli che hanno sostituito il Dominus Sabaoth, il Dio uno e Trino, con “il signore dell’universo”, il falsario diabolico che si spaccia e si fa passare per dio, in realtà il baphomet delle logge massoniche, il lucifero-obbrobrio, l’«abominio della desolazione», colui che governa tutti gli attuali monoteismi che stanno per confluire nella “religione unica mondiale”, cioè il noachismo talmudico …, d’altra parte ci aveva già messo in guardia millenni orsono il Re-Profeta: “omnes dii gentium dæmonia” (Ps. XCV)! In queste due settimane faremo il pieno di dottrina cristiana pratica, lucidamente e sapientemente esposta dal Santo Padre “impedito” Gregorio XVII, sperando così di promuovere la crescita spirituale di noi tutti appartenenti al “piccolo gregge” di Cattolici “eclissati”, e di qualche pecorella smarrita di buona volontà … se ancora ce ne sono! Pubblicheremo così una meditazione ogni giorno, a volte due, ma in modo tale che possano essere ben meditate e fatte proprie lentamente e profondamente. Si raccomanda in ogni caso di riguardarle anche nel corso dell’anno per consolidarne e rinnovarne i benefici.

I CORSO

1.- LA PERFEZIONE

Comincio col dirvi quale è il tema di questi Santi Esercizi, poi ve lo illustro brevemente. Il tema è questo: la perfezione. Di che? La perfezione della vita cristiana. E lo scopo di questi Esercizi è incluso nell’enunciato del tema. Noi dobbiamo arrivare alla fine di questi Esercizi con la volontà precisa, inderogabile, concreta, e per noi cogente, di essere più perfetti. Non con la presunzione di essere dei perfetti, è una cosa diversa, ma con la volontà di esserlo, perché la volontà è umile ed è sempre un dono; la presunzione è superba ed è sempre presunzione. La prima è un dare, l’altra è un rubare. Dobbiamo fissare il punto a cui dobbiamo arrivare. Io vorrei che questi Esercizi vi portassero in quella atmosfera spirituale — non sarò certamente io a farlo e per questo mi affido alla Grazia di Dio — nella quale si sente che a questo mondo si perde il tempo se non si studia la perfezione e se non ci si studia di arrivare alla perfezione. – Voi sapete bene che io faccio gli Esercizi con voi e li predico a me stesso; soltanto li predico a voce alta, e vedrete che qualche cosa potrà servire anche a voi. Tema e finalità, pur non scostandoci dalla linea ordinaria dei Santi Esercizi, ci daranno la interpretazione dei diversi oggetti che andiamo via via presentando. Ho detto che debbo dichiarare il tema, perché altrimenti non è possibile che noi orientiamo ragionevolmente la nostra anima in una forma umana e non semplicemente emotiva; l’emozione si spegnerebbe subito, se non ne conosciamo bene, con accurata definizione l’oggetto. Che cos’è la perfezione? La perfezione sta: primo, nell’aderire completamente alla volontà di Dio; secondo, nell’aderirvi attivamente, non passivamente; terzo, nell’aderirvi con tutte le risorse di natura e di grazia a nostra disposizione. Questa è la perfezione. Il giorno in cui noi avremo fatto quello che dovevamo fare, lo avremo fatto attivamente e in questo fare avremo gettato tutte le nostre risorse, con tutta l’energia, senza nessuna riserva per noi, allora toccheremo lo stato di perfezione. – Per quello che dipende da noi, certo, perché a questo punto e anche prima di questo punto si può entrare in contatto con Dio mediante certi suoi armeggi dei quali io non vi saprei parlare e dei quali io non parlo, perché se qualcheduno ci arrivasse, stia tranquillo che per sapere quello che deve fare ci penserà Iddio a dirglielo, non occorre affatto che glielo dica io. Ecco cos’è la perfezione! La perfezione non è volare, non è fare il teatro, non è smuovere il mondo, non è raccogliere dei frutti. Attenti bene, perché tutte le parole hanno un significato. La perfezione non è godere, anche se Dio può permettere che vi sia del godimento. La perfezione è la volontà di Dio abbracciata, seguita, fatta e, lasciatemi dire, preceduta da noi con tutto noi stessi. Ecco la perfezione! Come vedete, non è un concetto difficile quando si tratta di esprimerlo in via teorica. La musica difficile comincia quando si tratta di fare, ed è per questo che il discorso non finisce questa sera, anche se la definizione è già detta questa sera. E anche quando io finirò di parlare e voi di starmi a sentire, ne avrete per tutto l’anno da rifletterci sopra. Detto questo, vorrei farvi considerare in linea generale la definizione della perfezione. Prima di tutto io non parlo, l’ho già escluso, della perfezione straordinaria, cioè di quelle vie che Dio risolve con interventi suoi, che stanno nell’ordine dei miracoli, che Dio riserva a certe anime che hanno già penetrato i cieli con la loro umiltà. Parlo della perfezione ordinaria, cioè di quella che sta usando gli strumenti che sono dal Vangelo proposti a tutti i cristiani e non a qualcuno soltanto. La perfezione è una cosa semplice, non arzigogolo; la complicazione sta nel movimento che dobbiamo fare noi per toglierci la nostra complicazione e arrivare a quella semplicità. E appunto perché è semplice, esclude tutto quel complesso di pose, di mode, di ricercatezze, di fissazioni che si trovano largamente distribuite negli affari degli uomini e che negli uomini anche perbene riescono a rendere terribilmente antipatica la virtù. È semplice la perfezione! E finalmente è concreta: concreta vuol dire che è tanto nell’idea quanto nei fatti. È realizzabile tutta e deve essere realizzabile tutta nel dettaglio. Quando una cosa non è realizzabile nel dettaglio e nel fatto, è astratta, è cerebrale; serve per dare una pia illusione all’anima e lasciarla perfettamente con tutti i conti scoperti in banca. Prima di andare avanti, io mi fermo per qualche minuto su questo concetto che la perfezione è un fatto concreto, e devo mettervi subito in guardia contro tutto quello che può essere cerebrale e astratto. Se nella nostra vita spirituale c’entra qualche cosa di cerebrale e di astratto, siamo subito fuori strada. Purtroppo il cerebralismo è una tendenza che va largamente serpeggiando in mezzo ai cristiani un po’ più evoluti come tali, in mezzo agli uomini e alle donne che vivono più vicino alla Chiesa, in mezzo ai cattolici che sono militanti. E poi su tanti libri la troverete. E io sento di richiamarvi fortemente su questo concetto concreto, che è poi il linguaggio estremamente concreto di Nostro Signore Gesù Cristo nel Vangelo, perché Nostro Signore Gesù Cristo ha sempre parlato in modo concreto, ha usato l’astratto solo una volta in cui ha parlato di sé stesso e ha detto: « Io sono la via, la verità, la vita ». L’Evangelo ci ha sempre detto cose concrete. Non ci ha detto: abbiate una grande personalità, Gesù Cristo non ha mai pronunciato nemmeno una volta questa parola; Gesù Cristo ci ha detto: « Siate umili e poveri di spirito », in cui si realizza il massimo che esista di personalità al mondo. Perché l’unico modo per essere personalità in questo mondo, cioè per non essere dei confusi, come le facce riflesse nel mare, è quello di essere umili. Studiatevele un po’ le facce riflesse nel mare; vedete se ci riuscite; sono le più distese di tutti, quelle non le prende per il collo nessuno. Io sento molta gente che parla del Corpo Mistico di Gesù Cristo. Che pensano quando lo dicono? E’ una cosa di cui subito sospetto. Perché se continuassero e dicessero: il Corpo Mistico di Gesù Cristo per noi che siamo qui attaccati alla terra è la Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana, allora sì che ci siamo! E per essere nel Corpo Mistico di Gesù Cristo, io devo essere ubbidiente al Papa, altrimenti sono bell’e fuori dalla porta. Con tutti i miei sentimenti spirituali, con tutte le mie visioni, con tutto il Corpo Mistico, con tutto Cristo vivente, sono fuori della porta, se non ho l’obbedienza del piccolo bambino al Papa, se non ho questa disposizione d’animo verso il mio Vescovo. E se credo di mettermi a fare l’anticlericale e di poter dire alla Chiesa, come a quelle vecchie nonne, senza denti e con rughe e baffi lunghi così che, poveretta, bisogna dirle: nonna, mangia adesso; siediti, nonna; sta’ sù, va’ giù, va’ a dormire adesso…. Voi mi avete inteso vero? La perfezione è concreta. Vi metto in guardia perché molti spiriti del nostro tempo sono fuori strada e si salveranno solamente perché hanno una fondamentale rettitudine e perché Iddio è tanto buono che tiene conto anche della paglia. Ma se non fosse così, ci sarebbe da temere per molti che si dicono cattolici e persino spirituali. – Ora vorrei farvi fare un’altra considerazione. Noi possiamo esigere la perfezione soltanto nel campo spirituale. Negli altri campi non la possiamo esigere. Non è misura degli uomini. Io non posso esigere la perfezione letteraria da tutti, non posso esigere, non parliamone neppure, la perfezione artistica. È possibile invece esigere la perfezione spirituale. Voi lo capirete bene attraverso tutto quello che io spero di dirvi in questi giorni; ma vorrei che vi rimanesse già fin dall’inizio questo concetto: che è solo su questo terreno religioso-morale che noi possiamo parlare di perfezione. Vedete che cosa avviene nel contatto tra noi e il mondo materiale? Possiamo noi entrare in contatto con la materia, per es. con questi mattoni? Direte: sì! Io vi dico: molto poco. Vi meraviglia? Ve lo dimostro subito. Io, di questi mattoni che sono qui e che sto toccando, posso percepire soltanto quello che delle loro qualità è analogo ai miei cinque sensi, cioè poco più di nulla. Per il resto io posso dilatare leggermente questo inizio di mia cognizione usando elementi di trasformazione, cosa che noi impariamo a fare nella fisica e nell’applicazione della fisica, e con poche, leggerissime intuizioni matematiche. Non avete mai osservato che l’unico col quale possiamo pienamente e totalmente entrare in rapporto è Dio? Perché persino con questa penna, che io posso toccare, che io posso spezzare, io entro in contatto in una forma parzialissima, necessaria e sufficiente alla mia vita, ma niente più. Il mondo perde le staffe quando scopre un filamento di più. Che cos’è tutta la teoria nucleare? È un filamento e niente più. Il mondo, come vi ho detto, si prende persino paura di sé stesso perché ha scoperto questo filamento. Con le cose con le quali crediamo di essere in un contatto così profondo, così totale da dominarle, siamo invece in contatto parzialissimo. L’ente col quale possiamo essere in contatto completo con tutto il nostro essere è Iddio. Sembra una vendetta questa? Non lo è, è misericordia. L’unica strada che è veramente aperta, anche se è, si direbbe, intercettata da una cortina di nebbia, la chiamiamo fede. L’unica strada che è veramente aperta è quella che ci conduce all’unico Padre che è Creatore e Signore. Ed è proprio per tale motivo che la perfezione può essere richiesta solo in questo campo, e che in questo campo la perfezione è possibile a tutti, mentre non lo è negli altri campi. – Ed ora che l’argomento ve l’ho presentato, lasciate che io faccia una riflessione sul fine che ci proponiamo con questi Esercizi. Noi dobbiamo arrivare alla fine degli Esercizi con nella testa questo: Io devo essere perfetto. Basta, questo non si discute più. E poiché non bisogna mai dimenticare quello che è estremamente concreto nelle cose, ci vengo subito. – Guardate come è facile nella vita spirituale, quando si fa l’esame di coscienza, trovare che forse non c’è materia di cui chiedere perdono a Dio. Ci sono tanti che la sera fanno l’esame di coscienza, seppure lo fanno, e alla fine dicono: Beh! insomma, Signore, veramente oggi è andata proprio bene. E posso essere soddisfatto. Questa è la sostanza di certi modi di pregare. Ma se, facendo l’esame di coscienza la sera, noi di questo giorno ci abitueremo a tenere la velina delle eventuali imperfezioni quotidiane sopra il disegno della perfezione, che sta sotto, in modo da averlo sempre davanti agli occhi, credo che la finale degli esami di coscienza, anche quando avremo fatto parecchio cammino nella via della perfezione, sarà sempre quella di dover cominciare a dire : « Miserere mei, Domine, secundum magnam misericordiam tuam ». – Se voi vi piantate ben saldi davanti a questa considerazione, capirete perché i Santi hanno pianto sempre sui loro peccati, anche quando tutti gli altri dicevano che non ne avevano. Alcuni credono che i Santi facessero una specie di commedia, che questa fosse una certa tale esibizione, non certo gloriosa, che bisogna tollerare in vista del resto che era positivo, perché lo stare continuamente a piangere e a piagnucolare sui propri peccati e sulla propria indegnità pare loro intollerabile e persino fastidioso. Ma non è il caso di usare la parola intollerabile e nemmeno fastidioso. Amarono la verità, e la verità era questa: che la velina della piccola imperfezione quotidiana, che c’è anche nei Santi, anche se non arriva alla colpa veniale, quelli la tenevano sempre sul disegno di fondo, che era il disegno della perfezione, di quello che dovremmo essere. E allora, quando c’è questo accostamento tra il disegno permanente e la velina che passa ogni giorno, anche se non si facesse altro nella vita, per lo meno ogni giorno si piangerebbe, cioè si farebbe qualche cosa. E questo rimanga, da oggi, nella nostra consuetudine. Arrivati a questo punto noi dovremo cominciare a ragionare dei grandi motivi per cui si deve affrontare decisamente, volitivamente, l’argomento della perfezione; perché è falso ritenere che la perfezione sia da lasciarsi ad alcuni. Io devo essere perfetto e voi dovete essere perfetti. Nessuno è fuori! Qui c’è da indovinare o non indovinare la vita. Infilare o non infilare la strada. Qui c’è il sì o il no; il tutto o il niente. Questo non è argomento di elezione, è argomento di necessità. Noi dobbiamo volere essere perfetti. E siccome per essere perfetti non occorre volare, andare in estasi, fare miracoli, avere visioni, raccogliere frutti, non occorre neanche convertire il prossimo, ammetterete che è possibile essere perfetti. La complicazione dell’impossibilità avviene quando si confonde la perfezione con tutte le altre piccole cose. Lasciamo che Iddio registri e non dimentichiamo che se la nostra perfezione desse poca o nessuna luce in questo mondo, ne darà molto di più nell’altro. Passati noi, ne darà più di noi stessi. Non si darà mai il caso che una perfezione non rifletta luce sugli altri; ma potrebbe darsi il caso in cui chi irradia questa luce non veda affatto di irradiare luce sugli altri. Accetti. Sia contento dì passare per la via dell’oscurità, perché è la via più redditizia. È quella in cui darà più gloria a Dio e amerà di più il suo Signore e Padre. Ma nessuno rimanga fuori. Per la perfezione non occorre la clausura — tornerà bene anche quella, naturalmente, a coloro che ci sono — ma per la perfezione non occorre niente di strabiliante, niente che non si trovi sull’ordinario mercato della grazia di Dio. – La perfezione è aperta a tutti, è un dovere per tutti. Che Dio vi conceda di essere invasati da questa verità, santamente invasati, profondamente scossi, potentemente vitalizzati. Le preghiere mie sono per questo, per me anzitutto, e insieme, sullo stesso piano, anche per voi.

2. – La morte

La prima ragione che noi incontriamo per giustificare l’assoluto dovere di tutti noi di tendere decisamente alla perfezione è che dobbiamo morire. Non ho detto che sia la principale ragione e non lo dico; dico che è la prima che noi incontriamo. È la ragione più spettacolare, è certamente quella che incute timore agli uomini. È quella che deve essere giudicata la maggiormente percettibile dalla loro debolezza, perché là dove non regna l’amore, la porta che è sempre aperta è quella del timore; e quando anche quella si chiude, c’è la porta di servizio della paura. E allora bisogna dire: benedetta la porta di servizio; quando non c’è altro, serve bene anche la porta di servizio. Questa è dunque la prima ragione per cui bisogna essere perfetti. Ci sono altre ragioni, che verranno dopo, nelle nostre considerazioni, ma la prima che si presenta, per i motivi riportati, è che noi dobbiamo morire. – Vengo al primo punto. Quanto tempo ci resta ancora da vivere? Lo chiedo a me, e ciascheduno di voi lo chieda a sé stesso. Quanto tempo? Non lo sappiamo. Sappiamo soltanto che, secondo la legge di natura, c’è una certa parabola, e che l’essere più o meno avanti in questa parabola dà una certa generica indicazione. Ma non è mai una indicazione che abbia un carattere decisivo. Supponiamo di avere da campare molto; e con questo? La morte dà il carattere alla vita. Perché, siccome la morte costituisce essenzialmente una chiusura del tempo della prova, e pertanto del tempo in cui si può meritare, essa riflette una incredibile preziosità su tutti i momenti della nostra vita. Questa è la vera funzione della morte. Non è quella di generare una sorta di orgasmo per la esibizione del macabro. Non è quella neppure di mettere in uno stato di eccitazione che finisca alla emotività. La morte riflette il carattere preziosissimo della vita. Perché essa dice: guarda che tu finisci; dopo di me, tu non meriti più. Quello che sarai a quel momento, rimarrai in eterno. La possibilità di riparare qualche cosa delle tue capacità e del tuo tempo e delle circostanze eterne della tua vita finisce con me. Io sono la chiusura del tuo momento. Io segno il limite della tua ricchezza. Io ti precludo la possibilità di qualsiasi aumento. È così che la morte, anche se dovessimo pensare di vivere ancora qualche centinaio di anni, avrebbe sempre lo stesso effetto, darebbe sempre la chiave vera e interpretativa della vita. Non si deve perdere nulla nella vita, per la ragione semplicissima che noi dobbiamo morire e che la morte è una chiusura di merito e di capacità ontologica di aumento. E se poi dovessimo starci poco, in questo mondo, allora alla ragione generale se ne aggiunge una particolare. Perché nella valutazione viene ad accostarsi quello che potevamo fare, quello che potevamo fare meglio e quello che non abbiamo fatto. Sono le tre articolazioni del nostro giudizio, queste, e il modo con cui emergono o scompaiono e si raffrontano tra di loro costituisce una chiusura del nostro valore; ma sono vive, hanno una eloquenza incisiva, forse terribile davanti a noi. Quello che potevamo fare, che potevamo far meglio e quello che non abbiamo fatto. E allora, siccome non è difficile che dal confronto salti fuori qualche elemento di rampogna per noi, è chiara la conclusione: bisogna aumentare l’accelerazione per guadagnare il tempo perduto. Questo è il franco e semplice linguaggio della morte, è la sincera espressione della morte. E detto questo, vi potrei dire che ho finito. Ma rimane qualcos’altro da dire. Vedete che l’articolazione del ragionamento è secca, è chiara, è cogente. – La morte riflette una luce sulla vita ed è la luce di un giudizio di preziosità senza confine. È per questo che dobbiamo desiderare di vivere. Dobbiamo accettare di morire, ma dobbiamo desiderare di vivere. Dobbiamo accettare di morire, ma dobbiamo desiderare di vivere per sfruttare ancora il talento della vita. Perché cinque minuti di più in questo mondo vogliono dire cinque minuti di possibilità di merito. Vogliono dire allungare la strada per il raggiungimento della migliore perfezione. Vogliono dire una approssimazione sempre maggiore alla completezza nella quale noi dobbiamo presentarci al Signore. Ed è proprio in nome di questa preziosità che noi dobbiamo voler essere perfetti; perché lo sfruttamento di tutto il tempo, di tutte le possibilità interiori ed esteriori della nostra esistenza è la perfezione. È la morte che esige la perfezione. Essa non sarà la voce più alta, ma una voce che bisogna sentire, ed è la voce che più facilmente si sente, perché ci eleva sempre con una singolare e dura eloquenza di convinzione su tutte le distorsioni, le evanescenze e le evasioni della nostra vita. – Vengo al secondo punto. Come saranno le circostanze della nostra morte? Questo è interessante a sapersi. Anche se dovremo rispondere che non sappiamo niente, non è inutile questa domanda. Perché il porsi questa domanda rappresenta la franchezza dell’uomo che guarda in faccia il suo destino e che non si copre la faccia. Quali saranno le circostanze della mia morte e della vostra morte? Io ho assistito in questi 12 anni di governo della mia diocesi quasi tutti i sacerdoti miei che sono morti. Nella morte dei sacerdoti ho osservato riflessa perfettamente la loro vita. Ho visto come muoiono quelli che hanno pregato piuttosto poco nella loro vita. Ho visto come muoiono quelli che nella vita non hanno indovinato tutto. Ho visto come muoiono quelli che hanno fatto il loro dovere; ho visto come muoiono i miti e gli umili di cuore. Ciò che mi ha impressionato è il fatto che nel loro tramonto si sono raccolti, con una fedeltà impressionante, tutti i colori della loro vita, e questo prescindendo dal tipo di malattia che hanno avuto, dai dolori più o meno forti. Ma Dio è incredibilmente misericordioso nella sua giustizia, perché se volesse essere soltanto giusto, non ci tratterebbe mai bene, in quanto noi abbiamo sempre dei debiti con Lui, anche quando siamo buoni. Per il mondo possiamo essere buoni, per i superiori buoni, ma con Dio abbiamo sempre dei debiti, e pertanto non è possibile parlare soltanto della giustizia di Dio, perché c’è una giustizia talmente accompagnata dalla misericordia da essere talvolta supplita da questa, ma non travisata, perché la giustizia rimane. Una volta un Generale dell’esercito nostro, che tra le altre sue avventure aveva avuto quella d’essere stato sepolto sotto una valanga, mi raccontò cosa succede quando si arriva proprio a toccare la porta della morte, senza avere nulla di guasto. – Proprio nel momento in cui si spegneva, l’hanno dissepolto, l’hanno tirato fuori. Allora ha perduto la conoscenza, ma era anche incominciata la cura, e credendo d’aprire gli occhi nell’eternità, si trovò ad aprirli in questo mondo. Di tutti i racconti che io ho sentito dalle persone che sono state in punto di morte, questo è stato il più impressionante. Mi raccontò: ero sotto, sepolto; a un certo momento ho avvertito dei sintomi che indicavano l’avvelenamento dovuto al fatto che si respira soltanto anidride carbonica e manca l’ossigeno. Fra me ho detto: io campo ancora sei o sette minuti. In quel momento, come se una luce infinita si fosse accesa dentro di me, ho visto tutta la mia vita, tutta; i particolari di essa mi si sono messi davanti come una carta geografica che io vedevo tutta insieme e nei suoi particolari; io non ho mai avuto in tutta l’esistenza una lucidità di questo genere. Né prima né dopo. Ho visto. E allora ho sentito e ho capito quello che non avevo mai capito prima. Ho chiesto perdono a Dio, e mi sono sentito bene. A questo punto finisce il racconto. – Vedete, bisogna fare i conti con questa illuminazione, incredibile illuminazione. Io non ho riportato tutto il racconto che ho avuto, l’ho riportato nella sostanza; ma ho capito che quella luce improvvisa e grande era la luce adeguata al concetto di perfezione, cioè essa faceva riemergere dal nulla il concetto di adeguarsi totalmente alla legge di Dio. Forse c’è un altro modo di morire. Ho sentito dire e l’ho letto negli studi di qualche biologo che quando si sta per morire avviene una certa composizione nel volto e tutto si va distendendo. Prima del distacco c’è una forma di pacificazione che sostiene per qualche attimo e si distende sulla faccia anche quando ci sono i dolori più forti: questi non si sentono più e tutto finisce in bellezza. Mi pare strano che la morte sia un giochetto così pacifico, un finale guidato dal flauto o dall’oboe, da un lontano arpeggio di esseri celesti. Ma tutte queste cose le dico perché, anche se possono avere un valore relativo, in realtà ci mettono dinanzi a un problema, il problema delle circostanze della nostra morte. È meglio che noi riteniamo piuttosto comune quella tale illuminazione, tremenda illuminazione; abbiamo bisogno di abituarci per tutta la vita al senso della misericordia di Dio, anziché abituarci a pensare che probabilmente tutto se ne va in arpeggi, sotto la nota febbrile di un dolcissimo choc. Bisogna che noi ci ricordiamo che la grande verità teologica che domina il mistero della morte è una proposizione « de fide », che la grazia della perseveranza finale, la quale consiste nel congiungimento dello stato di grazia col momento della morte, è una grazia particolarissima. – Tale grazia è da chiedersi al Signore per tutta la vita, e non solo da chiedersi, ma da operarsi per tutta la vita. Non bisogna credere che Dio abbia legato le sorti della nostra esistenza all’ultimo quarto d’ora. È vero che un quarto d’ora basta a salvare l’anima, e anche meno di un quarto d’ora; pochi secondi possono essere sufficienti ad articolare un atto d’amor di Dio e un atto di dolore perfetto. – Ma la grazia di farlo ordinariamente il buon Dio la lega a quello che s’è fatto in tutta la vita. C’è un terzo punto e credo che sia su questo che la meditazione della morte debba farsi con particolare insistenza. Noi abbiamo il gusto di confinare la morte all’ultimo momento; S. Francesco la chiamava « sorella morte »; ma guardate che non è sorella soltanto perché arriva all’ultimo momento. È sorella perché nasce con noi e s’accompagna a noi per tutta la vita. Che significa questa metafora? Significa che noi moriamo tutti i giorni, di noi muore qualche cosa tutti i giorni. Non è completo l’argomento quando diciamo: si muore, si morirà il giorno tale; no, perché la morte l’abbiamo noi, ora, dentro di noi; ora in noi qualche cosa muore. Si affacciano al nostro sguardo cose splendide, è vero? Le vediamo, ne sentiamo la luce, la carezza del calore. Queste cose splendide se ne vanno a una a una a morire e lasciano il vuoto; si apre una tomba dentro di noi, una luce si spegne, è la morte. Io penso a coloro, per esempio, che sono pazzi per il gioco del football, che ci riescono meravigliosamente, che non vedono altro; è una cosa splendida il giuoco del football, credo che sia così, perché se no non mi spiegherei il tifo e tant’altra sintomatologia. Supponete che uno in questa situazione un giorno si senta dire dal proprio medico curante: attento, voi siete alla vigilia di un infarto; alt, vi basterebbe fare una sola partita perché probabilmente a metà cadiate lì morto. Ve lo immaginate? Supponete che questo tipo non muoia ma campi ancora 50 anni. Ebbene, il giorno in cui, poveretto, s’è sentito dire: alt, non fate più una partita perché una sola partita per voi potrebbe essere fatale, ve lo immaginate? E ‘ morto già un po’, e quella morte lo seguirà sempre, quella tomba vuota sempre risuonerà, echeggerà, graverà su di lui. Vedrà la domenica macchine che corrono; dove vanno? Non c’è bisogno che lo chieda, vanno alla partita; lui non ci va. – Hanno detto che la cosa più difficile è di portare una grande vecchia cantante a teatro. Vedete, le cose più splendide a una a una se ne vanno. E anche le cose nuove se ne vanno. I bambini, in confronto a noi che non dovremmo essere più bambini, un vantaggio hanno, che tutti i momenti scoprono una cosa nuova. Con quei grandi occhi, con quella profonda meraviglia, con quella intensa attenzione, sono veramente il poema della vita che si schiude. Sembra di vedere gli occhi di Adamo spalancarsi quando Dio lo ha chiamato alla vita, e ha conosciuto il mondo e ha conosciuto, penso, anche intellettualmente, il suo Signore e Creatore. Quale stupore! Michelangelo si è provato a ritrarlo nella Cappella Sistina, in una di quelle pitture che forse non si finirà di considerare, e credo che solo un grande genio della pittura lo possa valutare. – Lo stupore. I bambini, il miracolo dello stupore l’hanno in continuazione. Questo miracolo si afferma sempre più, opera fino a una certa età, finché c’è qualche cosa che si scopre che non si conosceva. Ma a poco a poco questo grande patrimonio della possibilità di scoprire si esaurisce e non si scopre più nulla. Quelli che arrivano prima a non scoprire più nulla a questo mondo sono i peccatori, perché quelli vedono la faccia del mondo subito, non c’è più niente così da scoprire. Le anime sante hanno sempre qualche cosa da scoprire, e forse non sanno che, col loro sacrificio di rinunciare a scoprire qualche cosa, si mantengono sempre un’anima di bambini; esse stanno sempre al di qua della cognizione, non al di là. È importante nella vita rimanere al di qua della cognizione, non andare al di là. Io penso a tutta questa gente che ha esaurito tutto, a questi ragazzi che hanno 16 o 17 anni, e non c’è più niente per loro da scoprire a questo mondo, né il bene né il male; hanno mangiato il frutto dell’albero della vita e dell’albero della morte. – Prima c’è stato un fremito che è proprio di chi scopre qualche cosa di nuovo; poi tutto questo s’attutisce, si riduce, svanisce e lascia un vuoto che nessuna cosa può colmare. Voi capite come è vero che tutti i giorni in qualche modo noi moriamo. La cosa impressionante è che a ogni periodo di tempo che passa s’attutiscono le nostre papille gustative; le cose possono rimanere bellissime, ma s’attutisce il nostro gusto e pertanto la nostra capacità di trarne beneficio, e anche noi siamo talvolta una ruota che gira. – Vi ho detto che la perfezione sta nel voler fare la volontà di Dio con tutte le possibilità nostre. Adesso vedete la conclusione. La morte dell’ultimo giorno ci avverte che, terminato il tempo della prova, essa raccoglie la perfezione della vita, ed è questo il motivo per cui dobbiamo essere perfetti, anche se non è il più alto motivo: sono le circostanze della morte a noi sconosciute e per altro possibili a essere intuite dalla colleganza alla vita che ci avvertono, che reclamano la perfezione della vita. La morte di ogni giorno, che costituisce la incredibile tragedia degli spettatori, la morte disegna una trama, la ferisce, la colpisce, la restituisce alla sua verità, alla sua realtà, macabra, orribile, e dice: questa trama alla quale scivolate non vi piace, penso anch’io che non vi piace. Ma c’è una trama della vita, una trama non tenuta lì in serbo, ma una trama attiva ed è la volontà del Signore. Alla trama ordita dalla morte non c’è che da opporre la trama ordita dalla vita, la trama della perfezione. Il suo linguaggio lo capite e lo lascio a voi perché vi accompagni questa sera, vi lasci dormire questa notte. Quando si è perfetti, oltretutto si dorme anche bene. Ma se anche qualche poco vi rubasse il sonno, non sarà un sonno perduto.

MEDITAZIONI: II settimana dopo l’EPIFANIA

Nella seconda settimana dopo l’Epifania

[A. Carmagnola: “Meditazioni”, vol. I, SEI ed. Torino, 1942]

MEDITAZIONE PER IL LUNEDI.

Sopra la santificazione delle nostre azioni.

Mediteremo sopra la santificazione delle nostre ordinarie occupazioni, e riconosceremo come da essa specialmente dipenda la nostra santificazione, essendo questa la volontà di Dio, avendo a ciò l’esempio di Gesù Cristo e dei Santi, e così insegnandoci la stessa ragione. C’immagineremo il benedetto Gesù, che adempie così perfettamente ognuna delle sue ordinarie azioni da attirare le compiacenze del suo Padre celeste. Lo adoreremo pregandolo di concederci la grazia che possiamo compiere anche noi così perfettamente le nostre consuete occupazioni da meritare la compiacenza sua.

PUNTO 1°.

Volontà di Dio per la nostra santificazione.

Il Signore, chiamandoci a vivere una vita in modo speciale consacrata a Lui e somministrandoci perciò specialissimi aiuti, non l’ha fatto per altro fine se non perché ci facciamo santi. – E per farci santi dobbiamo fare le opere buone. Ma queste buone opere non sono già principalmente le straordinarie e grandi, ma bensì le ordinarie e comuni; poiché, volendo Iddio la santificazione di tutti e non essendo da tutti il compiere opere straordinarie e grandi, nelle buone opere ordinarie e comuni deve star riposta anzitutto la santificazione nostra. È dunque volontà di Dio che noi ci santifichiamo santificando le nostre consuete occupazioni. Potrebbe Egli renderci più facile l’opera della nostra perfezione, dal momento che per essa Egli non vuole altro se non che facciamo bene ciò che abbiamo da fare tutti i giorni? Ricordiamoci bene essere scritto che si chiederà di più da chi ha ricevuto di più. Avendo noi ricevuto la vocazione ed elezione ad una vita perfetta, ed essendo forniti da Dio di tanti aiuti per conseguirla, saremmo ben ingrati se non eseguissimo la volontà di Dio, attendendo seriamente a farci santi col santificare le nostre ordinarie occupazioni.

PUNTO 2°.

Esempio di Gesù Cristo e dei santi.

Gesù Cristo e i santi in generale hanno messo la loro santità nella santificazione delle occupazioni ordinarie convenienti al loro stato e alla loro condizione. Gesù Cristo durante i trent’anni della sua vita privata non fece niente di straordinario agli occhi del mondo; ma dal mattino alla sera attendeva a lavori e ad occupazioni assegnatigli da Maria e da Giuseppe, e il tutto Egli compiva perfettissimamente, mostrando sempre così negli atti esteriori, come nelle disposizioni interiori, quella sublime santità, che era l’oggetto della compiacenza del suo Padre celeste. – Dopo Gesù Cristo non vi furono santi maggiori di Maria e di Giuseppe; ma la loro santità attese massimamente a far bene le azioni comuni e semplici del loro stato. Tutti gli altri santi in generale si sono studiati di santificare le opere consuete della loro vita, facendole in modo che fossero veramente grate a Dio. In ogni occupazione, in ogni atto, in ogni pratica di pietà mettevano la massima cura, come se non avessero mai avuto da compiere e non avessero più da compiere altra azione fuori di quella che compivano. Se adunque Gesù Cristo e i santi col loro esempio c’insegnano a mettere la santità nella perfezione delle nostre consuete azioni, come non ne seguiremo noi l’insegnamento e l’esempio?

PUNTO 3°.

Insegnamento della stessa ragione.

Alla voce della fede, che ci mostra la nostra santità dipendere massimamente dal santificare le ordinarie occupazioni, si aggiunge la voce stessa della ragione. Difatti la ragione ci mostra che a mantenere l’ordine, l’armonia, la pace, in una comunanza di persone è necessario che ciascun membro adempia fedelmente i doveri ordinari del suo stato. Come un orologio non può servire al suo scopo di segnare con precisione il tempo, se ciascuna delle sue ruote non agisce perfettamente, così la vita comune non procede regolata, prospera e soddisfacente se si tralascia anche da pochi di compiere con esattezza i propri ordinari uffici. Il far bene adunque le consuete azioni e i giornalieri esercizi, il compiere nel miglior modo possibile le ordinarie occupazioni e i soliti doveri del proprio stato mantiene l’ordine e la regola, serve efficacemente alla prosperità della vita comune, e giova nel tempo stesso alla propria santificazione, perché chi pratica fedelmente il proprio dovere si fa santo. Persuadiamoci adunque, che la nostra santificazione, come dice S. Bernardo, consiste nel fare le cose comuni, ma non comunemente: communio facere, sed non communiter.

 

MEDITAZIONE PER IL MARTEDÌ.

Sopra le qualità delle nostre azioni.

Mediteremo sopra le qualità, che devono avere le nostre ordinarie e comuni azioni, perchè siano santificate e abbiano merito, e cioè siano tali che piacciano a Dio, rassomiglino a quelle di Gesù Cristo, edifichino il prossimo. C’immagineremo che Gesù c’inviti a farci santi col dirci: Siate santi, perché Io sono santo: Sancti estote, quia ego sanctus sum (Lev., XI, 44). – Prostrandoci in ispirito ai suoi piedi e adorandolo gli prometteremo di seguire il suo invito col cominciare a fare santamente tutte quante le nostre azioni. Preghiamolo di benedire la nostra promessa.

PUNTO 1°.

Le nostre azioni piacciano a Dio.

A santificare le nostre ordinarie occupazioni è necessario anzitutto attendere ad esse per piacere a Dio, non già per piacere a noi o agli uomini, non hominibus placentes, sed in simplicitate cordis… ex animo… sicut Domino (Col., IIII, 22), vale a dire con la massima semplicità e rettitudine d’intenzione. Gesù Cristo dice: Se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà lucido; ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso (MATTH., VI, 22, 23). Quest’occhio è la nostra intenzione nelle occupazioni cui attendiamo. Se essa è semplice, pura, diritta, ha di mira cioè di far piacere a Dio e glorificarlo, tutte le occupazioni nostre saranno lucide, vale a dire, belle e buone e sante; ma se al contrario la intenzione nostra è cattiva, ha di mira cioè o la soddisfazione del nostro amor proprio, o il guadagno della stima altrui, o l’acquisto della riputazione e della lode dei nostri superiori, o qualche altro fine umano, tutte le nostre occupazioni saranno tenebrose, vale a dire prive affatto del carattere della santità e senza alcun merito. E ciò anche allora che le nostre occupazioni fossero le più grandi e le più nobili per sé. Oh quanto importa adunque che nelle nostre occupazioni non abbiamo mai altro di mira che fare il gusto di Dio e ottenere la sua glorificazione, giacche da ciò anzitutto dipende la santificazione delle opere nostre!

PUNTO 2°.

Le nostre azioni siano simili a quelle di Gesù Cristo.

Volendo noi santificare davvero le nostre azioni, oltre al compierle con retta intenzione, dobbiamo modellarle sul nostro divino Maestro Gesù. Egli si pose davanti a noi come l’esemplare da riprodurre. Ha voluto perciò compiere tutte le azioni più ordinarie e comuni per mostrarci come in tutto e per ogni dove si può essere santi. Ha lavorato, ha pregato, ha conversato, ha riposato; si è recato nel tempio, è andato per le strade e per le piazze, è stato nella solitudine e nella società, ha insegnato, ha predicato, si è occupato dei gravi affari che riguardavano il suo Padre celeste, si è assoggettato persino a mangiare, a bere, a dormire, a starsene in famiglia, a obbedire a Maria e a Giuseppe, e di poi a convivere con i suoi discepoli e servirli ben anche. Quindi sembra dirci: Guardate le mie azioni, fatele con quello spirito, con cui le ho fatte io, e le santificherete tutte. E lo spirito era di compiere in tutto e per tutto la volontà del mio Divin Padre. Questo invito di Gesù Cristo come fu bene seguito dai Santi! S. Vincenzo de’ Paoli, fra gli altri, in ogni sua occupazione si domandava: Come si comportava Gesù in quest’opera? Come farebbe in vece mia? Ah! caro Maestro, quanto purtroppo mi sono allontanato finora dai vostri insegnamenti e dai vostri esempi! Quante volte anziché operare per fare la volontà di Dio, ho operato per impulsi istintivi, mosso unicamente dall’utile o dal piacere, intento solo a fare la mia volontà! Fate, o mio amato Gesù, che d’ora innanzi io non abbia più a perdere così malamente il frutto delle mie fatiche.

PUNTO 3°.

Le nostre azioni edifichino il prossimo.

Per santificare le nostre ordinarie azioni dobbiamo compierle in modo che riescano di edificazione al prossimo. Gesù Cristo ha detto chiaro che la luce nostra deve risplendere dinanzi agli uomini, affinché vedano esser le nostre opere buone e glorifichino il Padre nostro che sta nei cieli (MATTH., V, 16). Con le quali parole il nostro divino Maestro ci impone l’obbligo di dare in tutto buon esempio, epperò anche nelle nostre ordinarie e consuete occupazioni, affinché anche questo buon esempio stimoli i nostri prossimi a seguirlo e li spinga a onorare anch’essi il Signore. Che se questo buon esempio nelle proprie occupazioni è obbligatorio per tutti i cristiani, quanto più si impone a coloro che si sono consacrati a Dio nella professione religiosa! Essi non solo devono nelle loro ordinarie azioni edificare i loro fratelli, ma altresì gli uomini del mondo, e massimamente i loro discepoli e alunni che tengono continuamente gli occhi aperti sulle loro opere e sul modo con cui le compiono. Consideriamo pertanto se a tutto questo badiamo nelle nostre azioni. Indarno pretenderemmo dai nostri discepoli e dipendenti l’adempimento fedele dei loro doveri, qualora noi non li animassimo con l’esempio, adempiendo bene i doveri nostri. Essi per lo meno in segreto ci direbbero che altro comandiamo ed altro facciamo, e che non è giusto volere dagli altri quello che non facciamo prima noi.

MEDITAZIONE PER IL MERCOLEDÌ.

Sopra il modo delle nostre azioni.

Mediteremo sopra il modo di compiere le nostre ordinarie azioni perché siano santificate, che è di farle con diligenza, con sacrificio, con allegrezza. C’immagineremo che Gesù, ci rivolga questa parola: È mia volontà che vi facciate santi: Hæc est voluntas mea, sanctificatio vestra. Questa parola riconosceremo che non è semplice invito, ma formale comando; epperò prometteremo a Gesù di fare d’ora in avanti tutto il possibile per ottemperarvi col santificare le nostre ordinarie occupazioni.

PUNTO 1°.

Le nostre azioni devono farsi con diligenza.

A santificare le nostre ordinarie e comuni azioni è necessario farle con diligenza. Il Signore dichiara maledetto colui che fa le opere di Lui con fraudolenza: maledictus qui facit opus Domini fraudulenter (Jer., XLVIII, 10), e per opere di Dio non dobbiamo intendere soltanto le opere del culto e gli esercizi di pietà, ma tutte quante le nostre occupazioni, perché tutte devono aver di mira la gloria di Dio. Dunque è benedetto solamente colui, che compie le sue occupazioni senza frodare il Signore, senza omettere cioè alcunché della diligenza necessaria a compierle bene. Infatti non possono essere gradite al Signore, epperò santificate, quelle occupazioni cui si attende con svogliatezza, con pigrizia, con noia, oppure in tutta fretta, con precipitazione, fuori del tempo e del luogo assegnato per esse. Eppure quanto è facile cadere in questo mancamento di compiere con negligenza le ordinarie occupazioni! Si metterà forse tutta la diligenza possibile in un’opera particolare, di nostro gusto, ma le occupazioni ordinarie facilmente o si trascurano, o si compiono comunque. Sì, è vero purtroppo, mio Dio; io talora ometto le mie pratiche di pietà e le opere del mio uffizio, o le compio con tanti difetti perché sono pigro, indolente, privo di buona volontà di farmi santo. Aiutatemi voi a scuotermi da questa accidia.

PUNTO 2°.

Le nostre azioni devono farsi con sacrifizio.

A santificare le nostre ordinarie azioni è necessario alla diligenza aggiungere lo spirito di sacrifizio. Il regno de’ cieli, dice Gesù Cristo, si acquista con la forza: regnum cœlorum vim patitur (MATTH., XI, 12); il che significa che solo con lo spirito di sacrificio nelle occupazioni ordinarie potremo santificarci e meritare il paradiso. Vi sono occupazioni che piacciono e occupazioni che dispiacciono. Il compiere le prime con gusto non toglie loro la bontà e il merito se le indirizziamo alla gloria di Dio, anzi quel gusto può essere un soave eccitamento datoci dal Signore a operare il bene. Se però noi le compiessimo unicamente per nostro gusto senza riferirle a Dio, queste occupazioni ancorché gravi, sarebbero puramente umane, epperò  sprecate in riguardo alla vita eterna. Le altre poi che ci dispiacciono, anziché cercare di esserne esonerati, si devono compiere altresì con animo generoso e con abnegazione, ricordando che si lavora per il Signore, il quale premia la buona volontà quando non può premiare la buona riuscita, e per il quale deve tornar leggiera ogni pena,, avendone Egli sofferte tante per noi. È questo lo spirito con cui operi? Forse a certe occupazioni attendi di buon animo, perché soddisfano il tuo amor proprio, e altre ne tralasci o le fai forzatamente, perché gravose o poco appariscenti. Umiliati davanti a Dio e chiedigli maggior generosità.

PUNTO 3°.

Le nostre azioni devono farsi con allegrezza.

A santificare le nostre occupazioni è pur necessario compierle con allegrezza. S. Paolo dice che Iddio ama l’allegro donatore: Hilarem enim datorem diligit Deus (II Cor., I X , 7): e il santo re David ci raccomanda di servire al Signore lietamente: Servite Domino in lætitia (Ps., 99, 2). E come non servire al Signore lietamente, se servire a lui è regnare: Servire Deo regnare est? Sì, il servizio di Dio è regnare, perché chi serve a Dio si unisce con Lui, identifica la sua volontà con la sua, e regna così sopra le sue passioni, sopra il mondo, sopra il demonio. Or ecco ciò che fa chi compie allegramente le sue occupazioni. In esse vede il volere di Dio e vi si sottomette con amore e con gioia, e non già per forza, per timore di rimproveri o castighi, per paura di danno materiale o morale. O anima mia, con questo spirito di santa allegrezza hai sempre compiuto le occupazioni del tuo stato? o non le hai compiute molte volte per sola necessità, per viste umane, come per non avere osservazioni e biasimi, per conservare posto, onori e comodità, per non scapitare nella stima? Se finora hai avuto tali sentimenti nelle tue occupazioni rigettali tosto e lavora soltanto per Iddio.

MEDITAZIONE PER IL GIOVEDÌ.

Sopra la regola delle nostre azioni.

Mediteremo sopra la regola da seguire nelle nostre ordinarie azioni affine di santificarle, che è compiere ciascuna di esse come se fosse l’unica, l’ultima, la più importante da compiere. C’immagineremo che Gesù, sommamente sollecito della nostra perfezione, ci dica quella parola dell’Imitazione: In ogni tua azione e in ogni tuo pensiero dovresti comportati come se subito fossi per morire: Sic te in omni facto et cogitatu deberes tenere quasi statini esses moriturus (7 Imit., XXIII, 1). Benedicendolo e ringraziandolo della sua immensa bontà per noi studieremo il modo di seguirne costantemente il grande avvertimento.

PUNTO 1°.

Fare ogni azione come se fosse l’unica.

Lo Spirito Santo dice che ogni cosa ha il suo tempo: Omnia tempus habent (Eccle., III, 1), e Gesù Cristo ci raccomanda di non darci pensiero per quello che faremo domani, bastando a ogni giorno il suo affanno: Nolite sollieiti esse in crastinum… sufficit diei malitia sua (MATTH., VI, 14). Ora, ottimo mezzo per santificare le ordinarie azioni è mettere in ciascuna di esse tutta la diligenza e l’attenzione, come se quella fosse l’unica azione da compiere. È tempo di pregare? preghiamo come se non avessimo più altro a fare. Attendiamo alla meditazione? Meditiamo come se a questo solo dovessimo attendere. Si lavora, s’insegna, si assiste, si studia? vi si metta tutta la sollecitudine, come se prima non fossimo stati altrimenti preoccupati e come se dopo ogni nostro compito fosse esaurito. A che serve pensare ad altro nel corso di un’occupazione? Che giova richiamare alla mente le occupazioni passate? O bene o male che siano state compiute, non si possono più cangiare. Che vale darsi affanno per le occupazioni, che avremo da compiere in seguito? Non sappiamo neppure se le potremo ancora compiere. Lo spirito così distratto non si applica abbastanza a quello che ora deve fare, e le nostre azioni, mancando la dovuta diligenza, non restano neppure santificate e grate al Signore. Dio ama l’ordine, e quindi gradisce e benedice soltanto ciò che si fa ordinatamente.

PUNTO 2°.

Fare ogni azione come se fosse l’ultima.

Gesù Cristo dice che la morte verrà a noi come un ladro di nottetempo; nulla perciò di più incerto che il momento della morte: dunque essa ci può cogliere non appena terminata l’azione che stiamo compiendo. La prudenza vuole che ci comportiamo in ogni azione come se fosse l’ultima della nostra vita. Beato quel servo del Signore, che Egli, chiamandolo a sé repentinamente, troverà aver compiuta bene l’opera sua: Beatum ille servus quem, cum venerit Dominus eius, invenerit sic facientem (MATTH., XXVI, 46). S. Francesco Borgia raccomandava a’ suoi religiosi di mettersi ventiquattro volte al giorno nella condizione di un uomo che sta per morire e di fare ogni cosa come se subito dopo si dovesse renderne conto a Dio. Il pensiero che la morte ci può cogliere da un momento all’altro, è mezzo efficacissimo a farci rettamente operare in ogni nostra occupazione. Con quanta divozione pregheremmo, se sapessimo essere questa l’ultima nostra preghiera! Con quale fervore faremmo la Comunione, se dopo di essa dovessimo rendere l’anima a Dio! Con quale diligenza attenderemmo a quell’insegnamento, a quell’assistenza, a quel lavoro, se dopo avessimo a presentarci al divin tribunale! Se al mattino un Angelo ci avvertisse che in sulla sera moriremo, come santificheremmo tutta la giornata! come riuscirebbero sante tutte le nostre azioni! – Ebbene, a questo pensate ogni mattino, dice l’Imitazione, che forse non vedrete la sera, ed ogni sera che non arriverete al mattino, e vi regolerete in tutto da santi.

PUNTO 3°.

Fare ogni azione come se fosse la più importante.

A conseguire il paradiso, a sfuggire o a renderci più breve e meno penoso il purgatorio servono tutte quante le nostre azioni, non solo le più appariscenti e straordinarie, ma anche le più piccole e comuni. Ciascuna di esse sarà vagliata da Dio nel suo giudizio, e vagliata in se stessa, nelle sue intenzioni, nelle sue circostanze, nella sua maniera di adempimento, giacche Gesù Cristo c’insegna che anche solo di una parola oziosa da noi profferita dovremo rendere conto nel dì del giudizio: omne verbum otiosum, quod locuti fuerint homines, reddent rationem de eo in die iudicii (MATTH., XII, 36). È dunque sommamente importante ogni nostra azione; bisogna dunque compierla come se da essa dipendesse la nostra eternità felice o infelice, o per lo meno lo stare maggiore o minor tempo in purgatorio a soffrirvi maggiori o minori pene. È dunque sapiente regola di condotta la seguente: agire in ogni nostra opera come se con questa avessimo a stabilire la nostra eternità felice o infelice; come se con essa avessimo a darci tanti anni più o tanti anni meno di purgatorio. Questi gravi pensieri accompagnino ciascuna delle tue azioni. Ogni tua occupazione sarà compiuta con perfezione, e tutte insieme formeranno la tua santificazione quaggiù, la tua felicità eterna in cielo.

MEDITAZIONE PER IL VENERDÌ.

Sopra la vita di lede nelle nostre azioni.

Mediteremo sopra un gran mezzo per santificare le nostre ordinarie occupazioni sia rispetto a Dio, sia rispetto al prossimo, sia rispetto a noi: la vita, di fede. C’immagineremo che Gesù dica anche a noi: In verità vi dico: Se avrete fede quanto un granello di senapa, potrete dire a questo monte: passa da questo a quel luogo e passerà, e nessuna cosa sarà a voi impossibile (MATTH., XVII, 19); come per dirci: se un po’ di vera fede fa compiere dei miracoli, quanto più il vivere di fede vi aiuterà a santificare le vostre ordinarie occupazioni! Ringrazieremo Gesù della bontà che ci mostra con questo ammaestramento, e gli prometteremo di seguirlo fedelmente.

PUNTO 1°.

La vita di fede ci aiuta rispetto a Dio.

L’apostolo dice che l’uomo giusto vive di fede. Se l’uomo vizioso vive vita brutale, se l’uomo naturalmente onesto vive vita umana, l’uomo giusto vive vita divina, perché in tutto ciò che pensa, dice, opera, egli segue i dettami della fede soprannaturale. Così visse il patriarca Abramo, di cui S. Giacomo dice che la fede serviva mirabilmente alla santificazione delle sue operazioni: fides cooperabatur operibus illius (Jac, II, 22). Giova anzitutto prendere la fede come regola di quelle occupazioni che si compiono rispetto a Dio. Mercé la fede, nel pregare crederemo che Dio è presente, che ascolta con piacere le nostre preghiere, che fedele alle sue promesse certamente le esaudirà nel modo per noi più vantaggioso; nel fare la meditazione saremo persuasi che Dio ci guarda amorosamente, che si degna farci da maestro, che ci parla al cuore; nella lettura spirituale ci parrà che Dio stesso dall’alto de’ cieli ci invii le sue lettere per farci conoscere i suoi voleri. Mediante la fede, nella confessione vedremo il sangue preziosissimo del Redentore, che discende a lavare le anime nostre, e nel confessore chi tiene le veci di Gesù Cristo e ci dirige a suo nome nella via della virtù e della santità; nella Comunione gusteremo l’unione intima di Gesù con noi; nelle visite al SS. Sacramento scorgeremo Dio presente con le mani piene di grazie per distribuircele. Insomma la fede c’infonderà raccoglimento, divozione, fervore, tutto ciò che è necessario per fare santamente ogni pratica di pietà.

PUNTO 2°.

La vita di fede ci aiuta rispetto al prossimo.

La vita di fede serve a farci compiere santamente le azioni, che riguardano il prossimo, siano i nostri superiori, i nostri eguali, i nostri inferiori. Nei rapporti coi superiori, la vita di fede ci farà pensare a quelle parole di Gesù Cristo: Qui vos audit, me audit: chi ascolta i superiori, ascolta me ( Luc., X, 16); e nella volontà dell’uomo ci farà riconoscere il volere espresso di Dio. Nei rapporti con i fratelli, la vita di fede ci metterà innanzi l’esempio di Gesù Cristo, che per tre anni soffre con pazienza i difetti degli apostoli, trattandoli sempre con la massima carità. Nei rapporti con inferiori, la vita di fede ci ridurrà alla mente l’asserzione del divin Redentore: Quod uni ex minimis meis fecistis, mihi fecistis, ciò che avrete fatto ad uno dei miei meschini, lo avrete fatto a me (MATTH, XXV, 40), e ci farà usare dolcezza, carità, compassione vera. Se abbiamo una missione educatrice, la vita di fede ci farà ricordare come Gesù Cristo abbia assicurato che chiunque riceverà un fanciullo in suo nome e ne avrà cura, sarà lo stesso come se avesse ricevuto Lui e di Lui si fosse preso cura, e facendoci vedere in quell’anima lo stesso Gesù ci indurrà a trattarla con tutto l’affetto e con tutto il rispetto che Gesù stesso si merita. Così la vita di fede, nel trattar col prossimo per fargli del bene, sempre c’insegnerà che la carità, ancorché esercitata verso gli uomini, è tuttavia virtù teologale, che riguarda lo stesso Iddio. Come santamente adunque noi adempiremo i nostri uffici vivendo vita di fede!

PUNTO 3°.

La vita di fede ci aiuta rispetto a noi.

La vita di fede giova mirabilmente a rendere sante tutte quante le altre operazioni, fatte per noi stessi, fuori delle pratiche di pietà e delle relazioni coi prossimo. Sia che ci applichiamo agli studi o al lavoro, sia che attendiamo ad una lettura o ad uno svago, sia che stiamo da soli nella nostra stanza o usciamo al passeggio, sia che mangiamo, beviamo, dormiamo o facciamo qualsiasi altra cosa, la vita di fede santificherà sempre queste nostre operazioni, ancorché indifferenti, basse e vili, e le renderà meritorie e degne di premio eterno. Perciocché la vita di fede ci mostrerà sempre Iddio presente al nostro operare e ci farà indirizzare sempre a Lui ogni nostra azione e ci darà animo a compierla nel debito modo. E non sarà mai che le nostre operazioni si compiano solo per umani riguardi, per cattivarci la stima degli uomini, o per sola educazione, e neppure per onestà naturale. La vita di fede ci farà compiere ogni nostra più ordinaria azione con la mente fissa in Dio, per suo amore e per la sua gloria. Risolviamoci adunque per questa vita, che è mezzo così potente a santificarci, sicché ciascuno di noi possa essere davvero il giusto del Signore, che vive di fede: Justus autem meus ex fide vivit (Hebr., XIX, 38).

MEDITAZIONE PER IL SABATO.

Sopra l’eccellenza della vita interiore.

Mediteremo sopra tre grandi vantaggi delle nostre azioni santificate dalla vita di fede e dall’amor di Dio, che sono l’acquisto di grandi meriti, l’unione con Dio, la ricompensa eterna. C’immagineremo che Gesù nel dì della nostra morte venga incontro a noi per dirci quella dolcissima parola: Bene sta, servo buono e fedele! Perché sei stato fedele nel poco, io ti costituirò sopra il molto: entra nel gaudio del tuo Signore: Euge. serve bone et fidelis, quia in pauca fuisti fidelis super multa te constituam: intra in gaudium Domini tui (MATTH., XXV, 21, 23). In questo consolante pensiero adoreremo il nostro Divin Salvatore e Giudice e ci conforteremo nella pratica di santificare tutte quante le nostre azioni.

PUNTO 1°.

Primo vantaggio: acquisto di grandi meriti.

Anche le opere nostre più grandi, quali sarebbero convertire molte anime o sacrificare la vita, di loro propria natura non avrebbero alcun valore, se non fossero fatte con spirito di fede e per amor di Dio; solo in tal modo si arricchiscono dei meriti infiniti di Gesù Cristo e si rendono degne del paradiso. Ma per acquistare tali meriti non è necessario compiere opere straordinarie: basta fare bene le azioni ordinarie e comuni, poiché le nostre azioni diventano meritorie non per la grandezza loro, ma per la grandezza della carità con cui si fanno. La povera vedova mise nel gazofilaccio due piccole monete, mentre molti ricchi vi gettavano denaro in copia; eppure Gesù disse che quella donna aveva dato più di tutti (MARC., XII, 41, 43); e ciò perché la sua piccola offerta era accompagnata dalla carità, il che non era delle offerte vistose degli altri. Gesù ha detto ancora che chiunque avrà dato un bicchier d’acqua fresca ad un poverello per suo amore non resterà senza ricompensa (MATTH., X, 42). Ecco dunque che, pur passando la vita in occupazioni ordinarie e comuni, noi possiamo farci grandi meriti. Se non ti vedi o non sei ritenuto capace di fare cose grandi, tu, compiendo per amor di Dio il tuo umile ufficio, compiendolo anche per anni interi senza crescere di onore e di grado, potrai nella tua ordinaria occupazione farti meriti senza numero per la beata eternità e forse di gran lunga maggiori che se ti fossi applicato a opere più ammirande. Opera per Iddio e conforme al suo volere, e i tuoi giorni saran pieni di tesori celesti.

PUNTO 2°.

Secondo vantaggio: unione con Dio.

L a santificazione delle nostre ordinarie occupazioni ci procaccia la più bella felicità della vita presente, che è di unirci a Dio. L’anima che vuole davvero sante le sue azioni, nutre di Dio la mente, perché offre a Lui tutto quello che fa; ha pieno di Dio il cuore, perché opera per suo amore e per la sua gloria; ha gli stessi suoi sensi compenetrati di Dio, perché li immola nella mortificazione a Lui; vive in Dio e per Iddio e con Dio, perché vive nella sua carità. Oh paradiso anticipato! L’anima intenta a santificare le sue azioni comuni e consuete può dire continuamente a se stessa: Sono in compagnia di Dio, sotto la protezione di Dio, tra le braccia di Dio. Anche nelle occupazioni, che richiedono fatica e sacrificio, il pensiero e l’affetto di questa anima essendo tutto in Dio, da Dio riceve forza, consolazione e gaudio. Ella si ripete allora le parole di Davide: Il Signore è alla mia destra perché io non mi turbi, epperò il mio cuore gode una grande allegrezza: A dextris est mihi, ne commovear, propter hoc lætatum est cor meum, (Ps., XV, 8, 9). O mio caro Gesù, datemi di esperimentare questa felicità coll’aiutarmi a santificare tutte le mie ordinarie occupazioni.

PUNTO 3°.

Terzo guadagno: la ricompensa eterna.

Il Signore promette la ricompensa alle nostre ordinarie occupazioni, che avremo santificate facendole per lui. Nel libro della Sapienza è detto che il Signore rende ai giusti la mercede delle loro fatiche (Sap., X, 17). S. Paolo ci assicura che Iddio renderà a ciascuno secondo le opere sue (Rom., II, 6), e lo stesso Gesù Cristo nel Vangelo ci fa sapere con la parabola dei talenti, dati da un padrone a trafficare a’ suoi servi, che ci ricompenserà di quanto di bene avremo fatto secondo la nostra attitudine, la quale è quella riconosciuta dai nostri superiori nelle occupazioni da loro assegnateci. Chi promette, qui, è Iddio, vale a dire, Colui che non vien meno mai alla sua parola e che premia sempre, non in conformità alla pochezza delle nostre azioni, ma secondo la sua infinità bontà e magnificenza. E la ricompensa che ci darà, sarà la gloria e la beatitudine eterna! Oh mio Dio! per qualche po’ di attenzione nel pregare, nel meditare, nell’udire una lettura, una predica, per un po’ di fervore nel fare la Comunione e la visita al SS. Sacramento, per un po’ di umiltà nel sottomettermi all’ufficio assegnatomi dall’obbedienza e per un po’ di diligenza nel compierlo, per un po’ di fatica, di sacrificio, di abnegazione nel fare lavori difficili e di poca apparenza avrò un onore immortale e un gaudio senza fine! Oh, ripeterò dunque spesso le parole di S. Francesco d’Assisi: Tanto è il bene che m’aspetto, che ogni pena mi è diletto.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIO IL MODERNISTA APOSTATA DI TORNO: APOSTOLICÆ NOSTRÆ

Il Santo Padre, Pio IX,  ben conscio degli inganni dei figli delle tenebre, che seminavano discordie e minavano la santa Religione e la stabilità degli Stati, soprattutto con l’indifferentismo religioso e l’incredulità, chiede a tutti uno sforzo supplementare mediante la preghiera alla estirpazione di tali pestiferi mali. A sostegno della sua richiesta generale, fatta a religiosi, prelati, laici fedeli, cita le parole del Crisostomo … “è fonte e radice e madre di innumerevoli beni, la forza della preghiera vinse la furia del fuoco, trattenne il furore dei leoni, compose le guerre, spense le battaglie, quietò le tempeste, mise in fuga i demoni, aprì le porte del cielo, spezzò i vincoli della morte, scacciò le malattie, respinse i danni, consolidò le città scosse; la preghiera ha eliminato le piaghe inflitte dal cielo e le insidie degli uomini: in definitiva tutti i mali“, e concede indulgenza plenaria in forma di giubileo. Si raccomanda in particolare di far ricorso alla Vergine Maria nelle preghiere fatte secondo le intenzioni del Papa, e cioè per l’esaltazione e la prosperità della Santa Madre Chiesa e della Sede Apostolica, per l’estirpazione delle eresie, per la pace e la concordia dei Principi cristiani, per la pace e l’unità di tutto il popolo cristiano e si chiedono, se possibili, digiuni ed elemosine. Queste esortazioni fatte da un Papa “cattolico” sono valide ancor più oggi, almeno per il “pusillus grex”, il residuo gregge Cattolico, Apostolico, Romano, che non deve dimenticare nel corso della giornata di dedicare preghiere ed offrire possibilmente digiuni ed elemosine, con le intenzione del Santo Pontefice, Gregorio XVIII, soprattutto per l’estirpazione delle eresie moderniste e la prosperità e l’esaltazione della santa Chiesa “eclissata”, affinché possa  rapidamente rioccupare i luoghi e gli spazi usurpati. Che dire oggi, quando la Chiesa di Cristo vive tra catacombe, sotterranei ed anfratti, perseguitata dai soliti nemici: marrani, massoni, satanisti di ogni genere, laicisti, radicali, comunisti etc., ai quali si sono aggiunti, con rinnovato ardore ed accanimento estremo, i modernisti del novus ordo con le loro stampelle, cioè i sedevacantisti, i fallibilisti gallicani ed i finti tradizionalisti che reggono “il moccolo” agli antipapi insediati dalle conventicole al guinzaglio del gran kahal? Non ci resta che ricorrere alla preghiera come rimedio efficace secondo le parole del Crisostomo, giustamente ricordate dal Sommo Pontefice. Non c’è tempo da perdere, fratelli del pusillus grex, la situazione umanamene è irrecuperabile, ma proprio questo fa pensare che l’intervento del Signore per raddrizzare una situazione apparentemente compromessa, sarà potente ed impensabile, nella sua semplicità, alla mente umana. Leggiamo l’enciclica e teniamo già pronti Rosario, Salterio, libro delle devozioni e delle preghiere.

Apostolicæ nostræ

di S. S. pio IX

Contemplando l’intero mondo cattolico con la sollecitudine e l’affetto della Nostra carità Apostolica, possiamo a malapena esprimere con le parole, Venerabili Fratelli, da quale intimo dolore siamo afflitti, quando vediamo lo stato cristiano e civile turbato, oppresso e tormentato da ogni parte, in modo compassionevole, da calamità gravissime di ogni sorta. Infatti sapete benissimo come i popoli cristiani siano afflitti e sconvolti o da cruentissime guerre, o da dissidi intestini; o da morbi pestiferi, o da violenti terremoti o da altri gravissimi mali. Questo soprattutto riempie di dolore: che fra tanti lutti e danni mai abbastanza pianti, i figli delle tenebre, che nella loro generazione sono più cauti dei figli della luce, di giorno in giorno si sforzano sempre più, con ogni inganno, arte e preparazione, di condurre una guerra durissima contro la Chiesa cattolica e la sua dottrina salvifica; di stravolgere e distruggere l’autorità d’ogni potere legittimo; di indurre al male e corrompere le menti e gli animi di tutti; di propagare dovunque il veleno mortale dell’indifferentismo e dell’incredulità; di sconvolgere tutti i diritti divini e umani; di eccitare ed alimentare i dissensi, le discordie e i moti di empie ribellioni; di consentire qualunque malvagia scelleratezza e crudelissima azione; di non lasciare nulla d’intentato affinché – se potesse mai accadere – la nostra santissima religione sia tolta di mezzo e la stessa società umana sconvolta dalle fondamenta. – Pertanto, in una situazione tanto rischiosa, ben sapendo che a Noi, per beneficio singolare di Dio misericordioso, con la preghiera è data facoltà di ottenere tutti i beni dei quali abbiamo bisogno e di allontanare i mali che temiamo, non abbiamo tralasciato di alzare i Nostri occhi al monte eccelso e santo, dal quale confidiamo giungerà per Noi ogni aiuto. Nell’umiltà del Nostro cuore, non smettiamo di pregare e supplicare, con sentite e fervide orazioni, Dio ricco di misericordia, affinché – portando via le guerre fino ai limiti della terra e rimuovendo tutti i dissidi – dia pace, concordia e tranquillità ai Principi cristiani ed ai loro popoli, e conceda soprattutto agli stessi Principi il virtuosissimo impegno di sempre meglio proteggere e propagare la fede e la dottrina cattolica, nelle quali propriamente consiste la felicità dei popoli; affinché allontani gli stessi Principi e le popolazioni da tutti i mali da cui sono afflitti e li rallegri con ogni autentica felicità; affinché elargisca agli erranti i doni della Sua grazia celeste, cosicché dalla via della perdizione tornino sui sentieri della verità e della giustizia e con sincero cuore si rivolgano a Dio stesso. – Anche se in questa Nostra alma città abbiamo già ordinato che si alzino preghiere per implorare la divina misericordia, tuttavia, seguendo le illustri orme dei Nostri Predecessori, abbiamo deciso di ricorrere anche alle preghiere vostre e di tutta la Chiesa. Così, Venerabili Fratelli, vi scriviamo questa lettera, con la quale chiediamo insistentemente alla vostra esimia e sperimentata devozione di spronare con ogni mezzo, per i motivi già ricordati, i fedeli affidati alle vostre cure, affinché – deponendo il peso dei peccati attraverso la vera penitenza – tentino di placare con suppliche, digiuni, elemosine ed altre opere di pietà l’ira provocata in Dio dalla nequizia degli uomini. In modo conforme alla vostra egregia devozione ed alla vostra saggezza spiegate agli stessi fedeli di quanta grande misericordia sia generoso Dio verso tutti coloro che lo invocano e quanto grande sia la forza delle preghiere, se ci rivolgiamo al Signore senza aver consentito alcun accesso al nemico della nostra salvezza. La preghiera infatti – per usare le parole di Crisostomo – “è fonte e radice e madre di innumerevoli beni, la forza della preghiera vinse la furia del fuoco, trattenne il furore dei leoni, compose le guerre, spense le battaglie, quietò le tempeste, mise in fuga i demoni, aprì le porte del cielo, spezzò i vincoli della morte, scacciò le malattie, respinse i danni, consolidò le città scosse; la preghiera ha eliminato le piaghe inflitte dal cielo e le insidie degli uomini: in definitiva tutti i mali” . Desideriamo inoltre con forza, Venerabili Fratelli, che, mentre fervide preghiere vengono rivolte al clementissimo Padre delle misericordie per i citati motivi, Voi non tralasciate – così come dispone la Nostra Lettera Enciclica inviatavi da Gaeta il 2 febbraio 1849 – di pregarlo insieme ai vostri fedeli, con l’animo più che mai ardente e supplice, affinché illumini propizio la Nostra mente con la luce del Suo Santo Spirito, cosicché a proposito della Concezione della Immacolata Vergine Maria, Santissima Madre di Dio, Noi possiamo al più presto stabilire ciò che si attaglia alla maggior gloria di Dio ed a lode della stessa Vergine, Madre amorevolissima di noi tutti. – Inoltre, affinché i fedeli a Voi affidati elevino le loro preghiere con carità più fervente e con più ricchi frutti, abbiamo deciso di mettere a disposizione ed erogare i tesori dei doni celesti, la cui dispensazione Ci è stata affidata dall’Altissimo. Perciò, fiduciosi nella misericordia di Dio onnipotente e nell’autorità dei Suoi Apostoli, beati Pietro e Paolo, sulla base di quella facoltà di sciogliere o legare che – per quanto immeritevoli – Dio Ci ha concesso, con questa Lettera concediamo ed elargiamo l’indulgenza plenaria di tutti i peccati, in forma di Giubileo (che potrà essere applicata anche in suffragio delle anime del Purgatorio) a tutti ed a ciascun fedele delle vostre Diocesi, di entrambi i sessi, che, entro lo spazio di tre mesi – che ciascuno di voi deve stabilire da un giorno che ciascuno di voi avrà individuato – dopo aver confessato umilmente i propri peccati, detestandoli dal profondo, ed averli espiati con l’assoluzione sacramentale, accolga con reverenza il santissimo Sacramento dell’Eucaristia; visiti devotamente o tre Chiese da voi designate o tre volte una di esse, ed ivi rivolga al Signore per un determinato tempo devote preghiere secondo le Nostre intenzioni, per l’esaltazione e la prosperità della Santa Madre Chiesa e della Sede Apostolica, per l’estirpazione delle eresie, per la pace e la concordia dei Principi cristiani, per la pace e l’unità di tutto il popolo cristiano; oltre a tutto ciò, nello stesso lasso di tempo, digiuni una volta ed eroghi elemosina ai poveri proporzionalmente alla propria devozione. – Affinché possano lucrare questa indulgenza anche le Monache, o per meglio dire le altre persone che risiedono perennemente nei chiostri, nonché coloro che sono in carcere o che per un’infermità fisica o per qualunque altro ostacolo sono impediti dal portare a compimento una delle opere indicate, attribuiamo ai Confessori la facoltà di trasformarla in un’altra opera di devozione o di prorogarne il compimento ad un momento successivo, con l’ulteriore facoltà di dispensare dalla Comunione i fanciulli che non siano ancora stati ammessi alla prima Comunione. A questo proposito Vi conferiamo la potestà, limitatamente a questa occasione e soltanto nello spazio predetto di tre mesi, di attribuire ai Confessori delle vostre Diocesi, per Nostra autorità Apostolica, tutte le medesime facoltà che furono da Noi conferite nell’altro Giubileo concesso con la Nostra Lettera Enciclica a Voi mandata il 21 novembre 1851, data alle stampe e che inizia con le parole “Ex aliis Nostris”; restando sempre valide tutte le eccezioni che Noi indicammo nella medesima Lettera. – Inoltre Vi attribuiamo il potere di concedere ai fedeli delle vostre Diocesi, sia laici sia ecclesiastici, secolari e regolari, di qualunque istituto, anche a statuto speciale, la facoltà di scegliersi in questo caso come Confessore qualunque Sacerdote, secolare o regolare, fra quelli approvati, e la stessa facoltà può essere concessa anche alle Monache sottratte alla giurisdizione dell’Ordinario ed alle altre donne che vivono in clausura. – Operate, dunque, Venerabili Fratelli, poiché siete stati chiamati a condividere la Nostra sollecitudine e siete stati collocati come custodi sulle mura di Gerusalemme. Non smettete di invocare umilmente insieme con Noi, giorno e notte, in ogni preghiera e supplica, con l’aiuto della Grazia, il Signore Dio Nostro, e di implorare la Sua misericordia divina, affinché benevolmente allontani i flagelli della Sua ira, che meritiamo per i nostri peccati, e con clemenza distribuisca su tutti le ricchezze della Sua bontà. Non abbiamo alcun dubbio che vi accingerete a soddisfare con la maggior pienezza questi Nostri desideri e richieste, e siamo certi che soprattutto gli Ecclesiastici, i Religiosi, i Consacrati e gli altri Laici fedeli che, vivendo religiosamente in Cristo, degnamente camminano sulla strada della vocazione dalla quale sono stati chiamati, eleveranno senza interruzione le loro supplici preghiere a Dio, con lo zelo più ardente. E affinché Dio, invocato, tanto più facilmente inclini il suo orecchio alle nostre preghiere, non tralasciamo, Venerabili Fratelli, di chiedere il suffragio di coloro che, già coronati, detengono la palma, e per prima invochiamo incessantemente l’Immacolata Deipara Vergine Maria: presso Dio non c’è nessuna mediatrice più adatta e potente di Lei, che è madre di grazia e di misericordia; invochiamo inoltre la protezione dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, di tutto il consesso dei Santi che con Cristo regnano nei cieli. Nulla sia per Voi più fondamentale, più urgente che esortare con raddoppiato impegno i fedeli affidati alle vostre cure, ammonirli, stimolarli affinché si confermino di giorno in giorno più solidi ed incorruttibili nella professione della religione cattolica; evitino con ogni cura le insidie, le fallacie e gl’inganni dei nemici e con piede progressivamente più veloce avanzino per i sentieri dei comandamenti di Dio; si astengano con ogni cura dai peccati dai quali si moltiplicano tutti i mali per il genere umano.- Perciò non smettete mai d’infiammare in ogni momento, soprattutto, lo zelo dei Parroci, affinché – soddisfacendo con impegno e devozione al proprio incarico – non interrompano mai di ammaestrare accuratamente e di istruire il popolo Cristiano loro affidato nei santissimi rudimenti e nei precetti della nostra fede divina; di nutrirli puntualmente con l’amministrazione dei sacramenti e d’incitarli tutti nella sana dottrina. – Da ultimo, come anticipazione di tutti i beni celesti e testimonianza della Nostra ardentissima carità nei vostri confronti, ricevete la Benedizione Apostolica, che con grande amore impartiamo dal profondo del cuore a Voi personalmente, Venerabili Fratelli, a tutti i Chierici ed ai fedeli Laici affidati alla vostra cura.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 1° agosto 1854, anno nono del Nostro Pontificato.

DOMENICA II dopo EPIFANIA

DOMENICA II dopo l’EPIFANIA

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus
Ps LXV:4
Omnis terra adóret te, Deus, et psallat tibi: psalmum dicat nómini tuo, Altíssime. [Tutta la terra Ti adori, o Dio, e inneggi a Te: canti salmi al tuo nome, o Altissimo.]

Ps LXV:1-2
Jubiláte Deo, omnis terra, psalmum dícite nómini ejus: date glóriam laudi ejus.
[Alza a Dio voci di giubilo, o terra tutta: canta salmi al suo nome e gloria alla sua lode.]


Omnis terra adóret te, Deus, et psallat tibi: psalmum dicat nómini tuo, Altíssime. [Tutta la terra Ti adori, o Dio, e inneggi a Te: canti salmi al tuo nome, o Altissimo.]

Oratio
Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, qui coeléstia simul et terréna moderáris: supplicatiónes pópuli tui cleménter exáudi; et pacem tuam nostris concéde tempóribus.
[O Dio onnipotente ed eterno, che governi cielo e terra, esaudisci clemente le preghiere del tuo popolo e concedi ai nostri giorni la tua pace.]

Lectio
Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános.
Rom XII:6-16
“Fratres: Habéntes donatiónes secúndum grátiam, quæ data est nobis, differéntes: sive prophétiam secúndum ratiónem fídei, sive ministérium in ministrándo, sive qui docet in doctrína, qui exhortátur in exhortándo, qui tríbuit in simplicitáte, qui præest in sollicitúdine, qui miserétur in hilaritáte. Diléctio sine simulatióne. Odiéntes malum, adhæréntes bono: Caritáte fraternitátis ínvicem diligéntes: Honóre ínvicem præveniéntes: Sollicitúdine non pigri: Spíritu fervéntes: Dómino serviéntes: Spe gaudéntes: In tribulatióne patiéntes: Oratióni instántes: Necessitátibus sanctórum communicántes: Hospitalitátem sectántes. Benedícite persequéntibus vos: benedícite, et nolíte maledícere. Gaudére cum gaudéntibus, flere cum fléntibus: Idípsum ínvicem sentiéntes: Non alta sapiéntes, sed humílibus consentiéntes
.”.

OMELIA I

[Mons. Bonomelli, Omelie, vol. I, Torino – 1899 Omelia XIII]

“Avendo noi doni differenti, secondo la grazia, che ci è stata data, se abbiamo la profezia, adoperiamoci a proporzione della fede; se abbiamo il ministero, attendiamo al ministero; se il magistero, attendiamo ad insegnare. Colui che esorta, attenda ad esortare; chi distribuisce, lo faccia con semplicità; colui che presiede, lo faccia con diligenza; chi fa opere pietose, si presti con ilarità. La carità sia senza simulazione: abborrite il male, attenetevi al bene. Amatevi fraternamente: prevenitevi gli uni gli altri nel rendervi onore. Non siate pigri: siate ferventi nello spirito, dedicati al servizio di Dio, allegri nella speranza, costanti nelle afflizioni, perseveranti nell’orazione, partecipi ai bisogni dei santi, facili alla ospitalità. Benedite quelli che vi perseguitano: benediteli e non vogliate maledirli. “Rallegrate vi con chi è allegro, piangete con chi piange. Abbiate tra voi uno stesso sentimento, non rivolgete l’animo a cose alte, ma acconciatevi alle basse „ (Rom. cap. XII, vers. 6-16).

Questo tratto della epistola ai Romani segue immediatamente a quello che vi spiegai nell’omelia XI e non è che una serie di sentenze morali d’una bellezza veramente stupenda. Esse erompono dall’anima ardente dell’Apostolo con una foga, con una facilità ed efficacia incomparabile. Se queste massime sì sublimi e sì semplici, che rispondono a meraviglia a ciò che vi ha di più intimo e più nobile nella nostra natura, fossero cadute sotto gli occhi di Platone, di Aristotele, di Cicerone e di tanti filosofi pagani, quale stupore ne avrebbero avuto? Con quale entusiasmo le avrebbero abbracciate? Noi le abbiamo sotto gli occhi e negli orecchi ogni giorno e per poco non vi poniamo mente! Nati in mezzo alla luce, non ne comprendiamo il pregio: educati con queste santissime verità, non ne apprezziamo debitamente) l’altezza. Oggi veniamole considerando partitamente e con amore e ne rileveremo la bellezza. – S. Paolo dopo aver fatto osservare, che la Chiesa è somigliante al corpo umano, il quale è uno solo, ma ha molte membra differenti, con differenti uffici, tra loro armonicamente! coordinati, prosegue, e dice: “Avendo noi doni differenti, secondo la grazia, che ci è stata data, se abbiamo la profezia, adoperiamoci a proporzione della fede. „ Il sole è uno solo, eppure crea una varietà sterminata di  colori secondo la natura degli oggetti che illumina: così Dio, che è uno e semplicissimo, produce nelle anime una varietà prodigiosa di doni, che mostrano la grandezza e fecondità inesauribile del donatore. Ciascuno di noi ha i suoi doni particolari? Usiamone. Hai tu il dono della profezia? Qui il dono della profezia non significa propriamente annunziare le cose future, ma la facoltà di parlare delle cose spettanti alla religione. Ebbene: l’adopera nella misura che l’hai ricevuto, secondo le tue forze. “Se abbiamo il ministero, segue l’Apostolo, attendiamo al ministero. „ Abbiamo cioè 1’ufficio di presiedere, di governare? Adempiamolo come si deve. — Se abbiamo il magistero, ossia l’ufficio di ammaestrare, e questo facciamo meglio che per noi si possa. — Colui che esorta, ossia che eccita i fratelli a fuggire il vizio ed a praticare la virtù, vi metta tutto lo zelo. — Chi distribuisce, chi largheggia in elemosine, lo faccia con semplicità, allontanando ogni fine men retto e men nobile, intendendo solo di soccorrere il fratello e far cosa grata a Dio. — Chi presiede e regge altri, faccia il suo dovere con diligenza. — Nella Chiesa vi sono molti ed alti uffici: quelli che li tengono, devono ricordarsi che gli uffici non hanno per scopo di accumulare ricchezze, ricevere omaggi, ritrarne comodi ed onori, ma sì hanno per fine proprio ed immediato il bene delle anime e la salute loro eterna e perciò si vogliono adempire con ogni diligenza. — Chi fa opere pietose, scrive S. Paolo, si presti con ilarità. — Che bella e cara espressione! Soccorri tu il povero? Conforti tu l’afflitto? Ammaestri l’ignorante? Consigli il timido e vacillante? Visiti l’infermo ed eserciti qualunque opera di carità? E a tutto questo col volto ilare e contento, perché così vuole Iddio: Hilarem datorem dilìgit Deus, e perché così l’opera tua sarà più efficace e gradita. Vedi queste Suore di carità che giorno e notte si aggirano per gli ospedali, che vanno da un letto all’altro: che hanno sempre sotto gli occhi lo spettacolo delle miserie umane: esse hanno sempre serena la fronte, il sorriso sulle labbra, la parola soave, l’occhio pieno d’amore: eccovi, o cari, ciò che vuole S. Paolo allorché comanda: “Chi fa opere pietose si presti con ilarità. „ Prosegue l’Apostolo: “La carità sia senza simulazione. Via la finzione, via l’ipocrisia sì nelle parole come negli atti e la nostra carità sia schietta, piena di candore. E qui l’Apostolo, quasi volesse condensare tutto ciò che ha detto e gli resta a dire, esclama: “Abborrite il male, attenetevi al bene. „ Pareva che qui l’Apostolo dovesse por fine alle sue esortazioni ed ai suoi documenti; no. Egli è simile ad un padre amoroso, che non vuole che il bene dei suoi figli ed aggiunge alle esortazioni le preghiere, ai ricordi i comandi e allorché sembra abbia finito, ripiglia da capo: il suo cuore non dice mai: Basta! – E invero qui S. Paolo comincia un’altra esortazione, come se nulla avesse detto. Uditelo: “Amatevi fraternamente. „ È il precetto nuovo, che Gesù Cristo portò sulla terra, Egli, che disse agli apostoli e in loro a tutti gli uomini quella sublime sentenza: ” Vos autem fratres estis — Voi siete fratelli. „ Dunque “come fratelli amatevi. „ Vi furono uomini, che scrissero sulla loro bandiera, come se fosse stata una loro scoperta, questa parola: “Fratellanza,„ imbrattandola tosto di sangue. Ignoravano essi che Gesù Cristo diciotto secoli innanzi l’aveva proclamata: Vos autem fratres, estis, e qui S. Paolo la ripete: Charitate fraternitatis invicem diligentes? Non era possibile. Lo sapevano; ma volevano arrogarsi il vanto d’aver trovata quella sublime dottrina. O cari! più che delle parole e delle vane proteste di fratellanza, siamo solleciti di mostrare le opere della fratellanza, “rispettandoci, amandoci, compatendoci e soccorrendoci a vicenda. „ La carità fraterna è una radice feconda: da essa derivano non solo le opere, ma le parole e perfino quelle convenienze del vivere quieto ed onesto, che alimentano il rispetto reciproco e la mutua benevolenza. Ecco ciò che voleva dire S. Paolo nelle parole sì belle, che seguono: “Prevenitevi gli uni gli altri nel rendervi onore. „ Sì; se la carità regnerà nei nostri cuori ed informerà tutti i nostri atti, ci guarderemo da far cosa che spiaccia ai fratelli e faremo ciò che loro torna gradito e sarà una nobile e santa gara in prevenirci, rendendoci onore gli uni gli altri. E ciò che altrove inculca lo stesso Apostolo scrivendo: “Per umiltà, ciascuno di voi pregiando gli altri più che se stesso — Humilìtate… invicem superiores arbitrantes. „ Dite, o carissimi, il codice di Gesù Cristo, che si compendia nella carità, non è desso anche un perfetto codice di educazione e civiltà sociale? “Non siate pigri, „ soggiunge l’Apostolo; s’intende nei vostri doveri, ma ferventi nello spirito, „ pronti, alacri per il fuoco della carità, acceso in voi dallo Spirito Santo, intesi ad una cosa sola, a servire cioè al Signore, fine ultimo di tutte le opere vostre. – Né qui si ferma S. Paolo, ma, trasportato dall’impeto della sua carità, con una rapidità mirabile accumula verità pratiche sopra verità pratiche, con una concisione ben più grande e sostanziosa di quella di Tacito. “Allegri nella speranza, costanti nelle afflizioni, perseveranti nella preghiera. „ La speranza della mercede rallegra il contadino, che suda sul campo, l’operaio che lavora nell’officina, il mercante che viaggia; e la speranza del premio del cielo fa brillare la gioia sulla fronte del cristiano, che soffre nella lotta della vita, lo tiene saldo in mezzo ai dolori. E quando egli sente venir meno le forze (e ciò non è raro), dia di piglio all’arme sì valida e sì sicura della preghiera e in essa perduri, e la vittoria sarà certa. L’Apostolo non dimentica mai che l’uomo non vive, né può vivere quaggiù isolato: che egli ha dei rapporti e continui ed intimi coi suoi fratelli, ed eccolo di nuovo a ricordarli sotto un’altra forma: “Siate partecipi ai bisogni dei santi, facili alla ospitalità. „ Fate che i bisogni, le necessità di tutti siano comuni a voi, siano come se fossero vostre, e particolarmente quelle dei santi, dei vostri fratelli nella fede, chiamati ad essere santi e, se sono pellegrini, offrite loro l’ospitalità. – La facondia santa dell’Apostolo continua: “Benedite quelli che vi perseguitano, e non vogliate maledirli. „ Quale sentenza! Qual precetto! È qui che la carità di Gesù Cristo tocca il sommo della perfezione. Amare operosamente tutti gli uomini; amare gli stranieri, come fratelli, è già gran cosa, ignota a tutto il mondo pagano; ma amare anche i nemici, benedire perfino quelli che ci perseguitano, beneficarli, se è possibile, è cosa che trascende al tutto l’umano comprendimento, e questo solo precetto (giacche l’amore dei nemici non è consiglio, ma precetto) basta a provare l’origine sovraumana del Vangelo. Qualunque uomo, sia pur buono e virtuoso, deve avere più o meno dei malevoli, degli invidiosi, dei nemici. Li ebbero i santi e gli Apostoli: li ebbe il Santo dei santi, Gesù Cristo; qual meraviglia, che li abbiamo noi, pieni di difetti, sì facili ad offendere il prossimo, talvolta senza volerlo? Ameremo dunque tutti i nostri nemici, o fratelli. Che fare? Ciò che qui comanda l’Apostolo: “Benedite quelli che vi perseguitano: benediteli e non vogliate maledirli. „ Gesù Cristo, dall’alto della croce, rivolto al Padre pregava per i suoi carnefici e li scusava, dicendo: “Padre, perdona loro, perché non sanno quel che si fanno. „ S. Pietro, parlando di Gesù e proponendolo qual modello, scriveva: ” Oltraggiato non oltraggiava, soffrendo non minacciava „ (I. c. II, vers. 23). Perdoniamo le offese, amiamo i nemici, rendiamo bene per male, preghiamo per essi e il buon Dio userà misericordia a tutti. Si sta sì bene, o cari, quando si perdona e si beneficano i nemici! Si gusta tal pace, si sente tal gioia, che la lingua non sa esprimere. È questa tal mercede che anche sola ci compensa ad usura del sacrificio compiuto in far tacere l’amor proprio ferito. – Voi potete scorrere tutti i libri dei sommi filosofi morali del paganesimo, Epitteto, M. Aurelio, Cicerone, Platone, Aristotele: voi potete investigare tutti i codici sacri delle nazioni antiche e moderne fuori del Cristianesimo. Troverete qua e là sentenze belle, ammirabili sull’amore del prossimo, sulla ospitalità, sulla elemosina, sul perdono delle offese: ma non troverete mai queste verità insieme unite, con tanta chiarezza, brevità, sicurezza e perfezione come nel Vangelo e in queste poche sentenze di S. Paolo. E perche? Ah! Perché esse non vengono dagli uomini, ma da Dio. “Rallegratevi con chi è allegro e piangete con chi piange. „ E la conseguenza naturale della carità e delle cose sopra inculcate dall’Apostolo. La carità unisce i cuori per guisa che il bene ed il male è comune, e perciò si gode e si soffre insieme. Se il padre vostro, la vostra madre, i vostri fratelli salgono in onore e abbondano d’ogni cosa, voi che fate? Ne siete lietissimi. Se soffrono infermi, se sono tribolati, perseguitati, che fate voi? Soffrite con essi. Perché? Perché l’amore, che a loro vi lega, fa di voi tutti quasi una sola persona e sentite tutti lo stesso dolore o lo stesso piacere. Se questo amore abbracciasse tutti gli uomini, avremmo lo stesso effetto: ci rallegreremmo con chi è allegro e piangeremmo con chi piange. – “Abbiate, conchiude l’Apostolo, lo stesso sentimento. „ Ripete in altra forma ciò che ha detto nel versetto antecedente. “E non siate con l’animo alle cose alte, ma acconciatevi alle basse. „ Non aspirate a grandezze, ad onori, a ricchezze, a quelle cose, delle quali il mondo è sì ghiotto, e che non possono far pago il nostro cuore: ricevete ciò che Iddio vi dà, e collocati in basso stato, di questo accontentatevi e sarete, per quanto lo possiamo essere quaggiù, tranquilli e felici. – Se noi studiamo la causa vera d’una gran parte dei nostri dolori e delle nostre inquietudini, che troviamo? Troviamo che fonte massima di questi dolori e di queste inquietudini è il desiderio d’aver sempre più di ciò che abbiamo: è questo il pungolo, che ci spinge innanzi e ci tormenta, è questo il nostro implacabile carnefice. I desideri non soddisfatti sono il tormento dei nostri poveri cuori; soffochiamo quei desideri, ed avremo la pace, quella pace che il mondo non conosce.

Graduale

Ps CVI:20-21
Misit Dóminus verbum suum, et sanávit eos: et erípuit eos de intéritu eórum. [Il Signore mandò la sua parola e li risanò: li salvò dalla distruzione.]
V. Confiteántur Dómino misericórdiæ ejus: et mirabília ejus fíliis hóminum.  [V. Diano lode al Signore le sue misericordie e le sue meraviglie in favore degli uomini. ]

Alleluja
Allelúja, allelúja

Ps CXLVIII:2
Laudáte Dóminum, omnes Angeli ejus: laudáte eum, omnes virtútes ejus. Allelúja.
[Lodate il Signore, voi tutti suoi Angeli: lodatelo, voi tutte milizie sue. Allelúia.]

Evangelium
Sequéntia sancti Evangélii secúndum Joánnem.
Joann 2:1-11
In illo témpore: Núptiæ factæ sunt in Cana Galilaeæ: et erat Mater Jesu ibi.
Vocátus est autem et Jesus, et discípuli ejus ad núptias. Et deficiénte vino, dicit Mater Jesu ad eum: Vinum non habent. Et dicit ei Jesus: Quid mihi et tibi est, mulier? nondum venit hora mea. Dicit Mater ejus minístris: Quodcúmque díxerit vobis, fácite. Erant autem ibi lapídeæ hýdriæ sex pósitæ secúndum purificatiónem Judæórum, capiéntes síngulæ metrétas binas vel ternas. Dicit eis Jesus: Implete hýdrias aqua. Et implevérunt eas usque ad summum. Et dicit eis Jesus: Hauríte nunc, et ferte architriclíno. Et tulérunt. Ut autem gustávit architriclínus aquam vinum fáctam, et non sciébat unde esset, minístri autem sciébant, qui háuserant aquam: vocat sponsum architriclínus, et dicit ei: Omnis homo primum bonum vinum ponit: et cum inebriáti fúerint, tunc id, quod detérius est. Tu autem servásti bonum vinum usque adhuc. Hoc fecit inítium signórum Jesus in Cana Galilaeæ: et manifestávit glóriam suam, et credidérunt in eum discípuli ejus.

[In quel tempo: Vi furono delle nozze in Cana di Galilea, e li vi era la Madre di Gesù. E alle nozze fu invitato anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la Madre di Gesù disse a Lui: Non hanno più vino. E Gesù rispose: Che ho a che fare con te, o donna? La mia ora non è ancora venuta. Disse sua Madre ai domestici: Fate tutto quello che vi dirà. Orbene, vi erano lì sei pile di pietra, preparate per la purificazione dei Giudei, ciascuna contenente due o tre metrete. Gesù disse loro: Empite d’acqua le pile. E le empirono fino all’orlo. Gesù disse: Adesso attingete e portate al maestro di tavola. E portarono. E il maestro di tavola, non appena ebbe assaggiato l’acqua mutata in vino, non sapeva donde l’avessero attinta, ma i domestici lo sapevano; chiamato lo sposo gli disse: Tutti servono da principio il vino migliore, e danno il meno buono quando sono brilli, ma tu hai conservato il vino migliore fino ad ora. Così Gesù, in Cana di Galilea dette inizio ai miracoli, e manifestò la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in lui.]

OMELIA II

 [Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. I -1851-]

Gesù onorava di sua presenza un convito di nozze in Cana della Galilea, così ci narra l’odierno Vangelo. Dunque il matrimonio, dice S. Agostino, ha Dio per autore. Dunque il matrimonio, soggiunge S. Paolo, è santo, ed è nella Chiesa di Cristo, un gran sacramento. “Sacramentum hoc magnum est… in Christo et in Ecclesia” (ad Ephes.V, 32). Della santità del matrimonio potrei, uditori amatissimi, tenervi ragionamento, se non credessi più profittevole parlarvi di alcuni obblighi annessi allo stato del matrimonio stesso. E per ciò fare il modo facile a intendersi, e ritenersi da tutti, contentatevi ch’io mi serva di cose sensibili, che fissino l’mmaginativa, e possano ritenersi più agevolmente nella memoria de’ meno istruiti. L’arca del Testamento è un simbolo assai espressivo delle obbligazioni del matrimonio. Su quella stavano due Cherubini d’oro, figura dei due sposi, l’amore e le intenzioni de’ quali devono esser pure come puro è l’oro. L’arca era formata di legni incorruttibili, simbolo della reciproca inviolabile fedeltà. Nel seno dell’arca si conservavano le tavole della legge data da Dio a Mosè sul Sinai, la verga d’Aronne, e un vaselletto di manna, piovuta già nel deserto (ad Heb. IX,4). In questi ultimi abbietti io raffiguro tre principali obbligazioni de’genitori verso i propri figliuoli. Istruzione, correzione e custodia. Ripigliamo: tavole della Legge, ecco l’istruzione: verga d’Aronne, ecco la correzione: vaselletto di manna, ecco la custodia della propria prole. Ciò ch’io passo ad esporvi con la maggiore a me possibile chiarezza.

I . Due erano, come voi sapete, le tavole della divina legge. Conteneva la prima i comandamenti che riguardano Dio, la seconda quei che al prossimo si appartengono. Padri e madri, siccome il grande Iddio impose a Mosè di promulgare al suo popolo i precetti scritti dal suo dito in quelle tavole, così lo stesso Dio comanda a voi di intimarli, e d’istruirne la vostra prole. Questo comando del Signore esattamente adempì il buon Tobia (Tob. IV). “Figliuol mio, diceva sovente all’unico suo figlio, abbi sempre il tuo Dio presente allo spirito, guardati dal trasgredire alcuno dei suoi comandamenti, guardati da qualunque peccato: fa’ volentieri limosina a’ poverelli, e noli far volto duro sopra l’altrui miserie: da’ prontamente agli operai la loro mercede, e non fare ad altri quel male che non vorresti fosse fatto a te”. Oh se i padri e le madri con frequenti esortazioni facessero penetrare queste massime sante nell’animo dei teneri figli, quanto si vedrebbe fiorire nelle città cristiane la Religione e il buon costume! Se tratto tratto dicessero come la madre dei Maccabei: “figliuoli chi vi ha data la vita, non siam in noi precisamente: Dio è l’autore del vostro essere. Da esso venite, a Lui dovete ritornare. Questa terra, su cui vi ha posti, è un esilio, un luogo di prova. Chi opera il bene avrà Iddio per premio, chi fa il male avrà Dio per nemico. Un po’ più presto, o un po’ più tardi io e voi dovremo sloggiare di questo mondo, e comparire al suo tremendo giudizio; il peccato è quel solo, che può trarci addosso una sentenza di eterna morte. Odiate adunque il peccato, o figli, fuggite da questo e da’malvagi compagni come dalla faccia del serpente. Queste e simili debbon essere le istruzioni de’genitori, se bramano salvi i propri figli e sé stessi. Ma i miei figliuoli, dirà alcun di voi, non mi danno ascolto, le mie parole se le porta il vento, ed essi son sempre più perversi. Sentite; le tavole del Decalogo erano di pietra, e il dito di Dio vi scrisse i precetti della sua legge. Quand’anche il cuor de’ figli nostri fosse di pietra, non cessate d’istruire, replicate le ammonizioni, gli avvisi, i buoni consigli, e vi assicuro che essi resteranno impressi nella loro mente. “Gutta cavat lapidem”. Verrà un giorno, che memori delle salutari vostre istruzioni e delle buone massime loro inculcate, diranno: benedetto quel mio padre, egli sempre mi raccomandava il timor santo di Dio. Ora mi leggeva e mi faceva leggere un libro spirituale, ora mi narrava i fatti più celebri della sacra Scrittura. Benedetta quella mia madre, essa m’istruiva nella cristiana dottrina, non ammetteva scuse per dispensarmi dalle quotidiane preghiere, mi voleva sempre sotto i suoi occhi; qualche volta mi sembrava troppo precisa, ora conosco il bene che mi fece , e i pericoli da’ quali mi liberò. Così i vostri ammaestramenti, a guisa di buona semente, produrranno a suo tempo il frutto desiderato. Tantopiù che voi padri e madri, avete per natura e per grazia del sacramento le più idonee disposizioni a muovere il cuore de’vostri figli, a formarne lo spirito, a regolarne i costumi, a riformarne i difetti. È necessario però agli insegnamenti congiungere i buoni esempi. Se raccomandate alla vostra famiglia il timor di Dio, e poi vi fate sentire a nominarLo invano, o a bestemmiarLo col proferire il suo santo nome nell’impeto della vostra collera, se ad essi inculcate la frequenza de’ sacramenti, e voi ne state lontani; se li mandate alla Chiesa e voi vi portate all’osteria; Voi distruggete con le opere quel ch’edificaste con le parole. Sostenete per carità con l’esempio cristiano là cristiana istruzione… la via de’ documenti e de’ precetti è troppo lunga, e il più delle volte senza successo, la più corta ed efficace è il buon esempio. L’intendeva anche un Gentile: “Longum iter per præcepta; breve et effìcax per exempla”.

II. L’istruzione però non basterebbe, se ai dati tempi si escludesse l’opportuna correzione. Deve questa esser simile alla verga di Aronne, che non era un ramo d’albero selvaggio, ma di mandorlo, pianta fruttifera, e perciò la correzione riuscirà vantaggiosa, se sarà figlia della ragione, della prudenza e della carità, carità che finga sdegno per apportare rimedio, come fa il chirurgo che ferisce la piaga a fin di sanarla. – Se per l’opposto il vostro correggere sarà effetto di collera, sfogo di rabbia e di furioso trasporto, non n’aspettate buon esito; mancherete all’avviso che vi dà l’Apostolo, di non provocare i vostri figli a concepir ira contro di voi, “Patres, nolite ad indignationem, provocare filios vestros” (ad COL. III, 21) . La verga d’Aronne era flessibile, e in una notte si coprì prodigiosamente di fiori. Alla qualità della colpa, della persona e dell’età va adattata la correzione. Le mancanze de’ figlioletti meritan verga, ma dolce e flessibile, ma fiorita per discreta moderazione: da queste regole quanto si discostano comunemente i genitori! Quel fanciullo rompe un vaso, versa un liquido: e la madre di esso, lo batte senza riguardo, e lo vuol morto; lo stesso poi proferisce una parola scandalosa, e gli ride in faccia. Che razza di procedere è questo? L’interesse nel primo caso è quel che spinge una correzione ingiusta; nel secondo quel che va corretto si approva col riso. Non si approvano è vero certe colpe più notabili degli adulti, ma la troppa indulgenza, ma la trascuratezza in castigarli ridonda poi in danno de’ figli rei e de’ negligenti genitori. Che disgusto non provò Davide pe’ suoi due figliuoli Ammone e Assalonne? Sa che il primo ha fatto violenza a Tamar sua sorella, e non si legge che aprisse bocca ad un rimprovero. Gli arriva notizia, che il secondo ha ucciso Ammone a tradimento, e non si dà premura d’aver in mano il delinquente; e perciò nella più grande amarezza piange inutilmente uno trucidato in un convito, l’altro trafitto in un bosco: un proporzionato castigo avrebbe impedito la morte d’entrambi. Castigate i figli vostri, o padri e madri, se non volete disgusti, castigateli se volete salvarvi. Dio vel comanda; dovete ubbidire. Non vi lasciate sedurre da natural tenerezza, o da un falso amore. Non è amore, ma odio quel che risparmia al figlio reo il meritato castigo. Lo dice lo Spirito Santo: “Qui parcit virgæ odiit fìlium suum” (Prov. XVIII). Ho detto se volete salvarvi, dal Sacerdote Eli apprendete il vostro obbligo e il vostro pericolo. Riprese egli le scandalose azioni de’ figli suoi, pe’ quali il popolo si allontanava dal tempio e da’ sacrifizi; ma siccome invece d’una giusta severità e rigorosa punizione, si contentò di poche parole, Iddio gli fece intimare dal profeta Samuele la perdita dei propri figli in un sol giorno, e quel che più importa, perdette egli non solo la vita temporale, colpito da subitanea morte, ma secondo l’opinione de’ santi Cirillo e Giovanni Damasceno, anche la vita eterna.

III. Devono finalmente i genitori aggiungere all’istruzione, ed alla correzione l’esatta custodia della loro prole. La manna era custodita nell’arca del Testamento. Pareva dovesse bastare l’essere riposta in una delle sue cassette; no, non bastava, dice S. Paolo (ad Ebr.IX, 4) chiusa in un’urna, e da Dio conservata incorrotta. Usate voi somigliante cautela per custodire la vostra figliolanza? Oh Dio! su questo punto così declamava innanzi al suo popolo di Antiochia S. Giovanni Crisostomo, acceso di santo zelo: dovrò dirlo, o dovrò tacerlo? ma che giova il tacere per non contristarvi, se il mio silenzio vi fosse nocevole? Io vedo in questa vostra città che molti di voi hanno più cura degli asini e dei cavalli, che de’propri figliuoli. Maiorem asinorum et equorum, quam filiorum curam habent (Hom. 60). E forse che non può dirsi lo stesso di noi? Si ha più cura della vacca, della capra, della gallina, dell’uccello di gabbia, che della propria famiglia, che del proprio sangue; ond’è che si lasciano i figli tutto giorno in abbandono, come i cani alla strada; e se questo è un gran delitto riguardo ai figli qual sarà in rapporto alle figlie? Oh la mia figlia è innocente. Se la lascerete in libertà perderà la sua innocenza. La manna nel deserto appena vedeva il sole si dileguava. Io la lascio, è vero, andare a quella campagna, a quel passeggio, a quel festino, ma con persone oneste, buoni amici e stretti parenti. Voi vi fidate troppo, io piango la vostra figlia e voi. Ma io l’ho data in custodia a un mio congiunto, uomo di senno e di tutta probità. Sarebbe stato meglio, che si fosse offerto ad accompagnarla uno scapestrato, chè così non vi sareste fidati, e non fidandovi, voi e la figlia vostra eravate sicuri. Vi fidate? dunque arrischiate. Bisogna dire che voi, o padre, conosciate poco il mondo, e che a voi, o madre, non sia mai occorso di trovarvi in qualche cimento. Possibile che la vostra esperienza non vi faccia aprir gli occhi, e non vi renda più cauti! Con questo di più, che forse nella vostra adolescenza e giovinezza non v’erano tanti lacci, tant’inciampi, tanta dissolutezza come nel secolo presente, secolo presso che somigliante a quel di Noè avanti il diluvio, secolo in cui, rotto ogni freno all’impudenza, si aggirano ingordi avvoltoi intorno alle incaute colombe, lupi rapaci in cerca di agnelle non custodite. – Non volete restar persuasi sul pericolo delle vostre figlie se non avrete cent’occhi? Imparatelo da Dina unica figliuola di Giacobbe. Questa savia donzella si presenta un dì al suo buon genitore dicendogli.- siavi qui nelle vicinanze di Sichem, contentatevi ch’io vada a vedere come sono abbigliate le donne Sichimite. Qual più innocente domanda? Ah Giacobbe, chi presago dell’avvenire avesse potuto dire all’orecchio di questo patriarca: Giacobbe, non accordare questa licenza, che troppo ti costerà d’amarezza, di lacrime e di pericoli. Ma Giacobbe che nulla prevede, consente e permette. Va Dina per vedere ed è veduta, e l’esser veduta, rapita, disonorata fu una cosa stessa. Giunge al padre la contristante notizia, e ne piange, arriva ai fratelli, e van sulle furie, dissimulano per poco la vendetta, armati poi assalgono quella città, e mettono a ferro, a fuoco uomini, donne, bambini, case, campagne. I paesi vicini temono una egual sorte; onde tutti gridano all’armi contro i forestieri assassini. Ed ecco il buon Giacobbe e tutta la famiglia in evidente pericolo della vita, costretto a darsi a fuga precipitosa e notturna per selve, per balze e per dirupi. Che dite ora di quella domanda innocente, e di quella incolpabile licenza? Che avverrà delle figlie vostre, alle quali sì facilmente accordate la conversazione, il passeggio il ballo, il festino, il teatro? Ah per carità aprite gli occhi sulle altrui disgrazie. Tante ne vedete, e ne sapete meglio di me. Che aspettate voi dunque? Deh, ve ne prego, ammaestrare i vostri figli, tenete sempre innanzi agli occhi loro le tavole della divina legge, e datene loro l’esempio con l’osservarla; maneggiate la verga per loro correzione; custoditeli in fine come una manna, come un prezioso deposito che Iddio vi ha affidato, e di cui vi domanderà strettissimo conto. E così voi a’ vostri figli, e a voi medesimi procurerete una temporale ed eterna felicità, ch’ io vi desidero.

Credo…

Offertorium
Orémus
Ps 65:1-2; 65:16
Jubiláte Deo, univérsa terra: psalmum dícite nómini ejus: veníte et audíte, et narrábo vobis, omnes qui timétis Deum, quanta fecit Dóminus ánimæ meæ, allelúja
. [Alza a Dio voci di giubilo, o terra tutta: cantate un salmo al suo nome: venite, e ascoltate, voi tutti che temete Iddio, e vi racconterò quanto Egli ha fatto per l’anima mia. Allelúia.]

Secreta
Oblata, Dómine, múnera sanctífica: nosque a peccatórum nostrórum máculis emúnda.  [Santifica, o Signore, i doni offerti, e mondaci dalle macchie dei nostri peccati.]

Communio
Joann 2:7; 2:8; 2:9; 2:10-11
Dicit Dóminus: Implete hýdrias aqua et ferte architriclíno. Cum gustásset architriclínus aquam vinum factam, dicit sponso: Servásti bonum vinum usque adhuc. Hoc signum fecit Jesus primum coram discípulis suis. [Dice il Signore: Empite d’acqua le pile e portate al maestro di tavola. E il maestro di tavola, non appena ebbe assaggiato l’acqua mutata in vino disse allo sposo: Hai conservato il vino migliore fino ad ora. Questo fu il primo miracolo che Gesù fece davanti ai suoi discepoli.]

Postcommunio
Oremus.
Augeátur in nobis, quǽsumus, Dómine, tuæ virtútis operatio: ut divínis vegetáti sacraméntis, ad eórum promíssa capiénda, tuo múnere præparémur.
[Cresca in noi, o Signore, Te ne preghiamo, l’opera della tua potenza: affinché, nutriti dai divini sacramenti, possiamo divenire degni, per tua grazia, di raccoglierne i frutti promessi.]

 

 

BATTESIMO DI GESU’ CRISTO

 

BATTESIMO DI CRISTO (1)

[Dom P. Guéranger: l’ANNO LITURGICO, I vol. Ed. Paoline, Alba, 1957 impr. ]

(1) [Col decreto della Congr. dei Riti del 22 Marzo 1955, abolita l’Ottava dell’Epifania, venne istituita al 13 Gennaio la « Commemorazione del Battesimo di Gesù Cristo » (n. 16 del decreto) con le stesse prerogative e riti dell’abolito giorno ottavo. Tuttavia, nel caso che in questo giorno cadesse la festa della Sacra Famiglia, si celebra questa, senza commemorazione del Battesimo di Cristo].

Il secondo Mistero dell’Epifania, il Mistero del Battesimo di Cristo nel Giordano, attira oggi in modo speciale l’attenzione della Chiesa. L’Emmanuele si è manifestato ai Magi dopo essersi mostrato ai pastori; ma questa manifestazione è avvenuta nel ristretto spazio d’una stalla a Betlemme, e gli uomini di questo mondo non l’hanno conosciuta. Nel mistero del Giordano, Cristo si manifesta con maggior splendore. La sua venuta è annunciata dal Precursore; la folla che accorre al Battesimo del fiume ne fa testimonianza, e Gesù esordisce alla vita pubblica. Ma chi potrebbe descrivere la grandiosità delle cose che accompagnano questa seconda Epifania?

Il mistero dell’acqua.

Essa ha per oggetto, al pari della prima, il bene e la salvezza del genere umano; ma seguiamo il progredire dei Misteri. La stella ha condotto i Magi verso Cristo. Prima essi aspettavano e speravano; ora, credono. La fede nel Messia venuto comincia in seno alla Gentilità. Ma non basta credere per essere salvi; è necessario che la macchia del peccato sia lavata nell’acqua. « Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo» (Mc. XVI, 16): è tempo dunque che avvenga una nuova manifestazione del Figlio di Dio, per inaugurare il grande rimedio che deve dare alla Fede la virtù di produrre la vita eterna. Ora, i decreti della divina Sapienza avevano scelto l’acqua come strumento di questa sublime rigenerazione della razza umana. Già all’origine delle cose lo Spirito di Dio ci è rappresentato mentre sorvola sulle acque, affinché, come canta la Chiesa il Sabato Santo, la loro natura concepisse già un principio di santificazione. – Ma le acque dovevano servire alla giustizia contro il mondo colpevole, prima di essere chiamate a compiere i disegni della misericordia. Ad eccezione d’una sola famiglia, il genere umano per un terribile decreto, scomparve sotto le acque del diluvio. Tuttavia, alla fine di quella terribile scena, si manifestò un nuovo indizio della futura fecondità di questo elemento predestinato. La colomba, uscita per un momento dall’arca della salvezza, vi rientrò con un ramoscello d’ulivo, simbolo della pace ridata alla terra dopo l’effusione dell’acqua. Ma il compimento del mistero annunciato era ancora lontano. Nell’attesa del giorno in cui il mistero sarebbe stato manifestato, Dio moltiplicò le immagini destinate a sostenere l’attesa del suo popolo. Così, fu attraversando le acque del Mar Rosso che il popolo arrivò alla Terra promessa; e durante il misterioso tragitto, una colonna di nube copriva insieme il cammino d’Israele e le acque benedette alle quali questi doveva la sua salvezza. Ma il solo contatto delle membra umane d’un Dio incarnato poteva dare alle acque la virtù purificatrice che ogni uomo colpevole sospirava. Dio aveva dato il Figlio suo non al mondo soltanto come Legislatore, Redentore e Vittima di Salvezza, ma perché fosse anche il Santificatore delle acque; e appunto in seno a questo sacro elemento doveva rendergli una testimonianza divina, manifestarlo una seconda volta.

Il battesimo di Gesù.

Gesù dunque, all’età di trent’anni, va verso il Giordano, fiume già famoso per le meraviglie profetiche operate nelle sue acque. Il popolo ebreo, risvegliato dalla predicazione di Giovanni Battista, accorreva in massa per ricevere il Battesimo che poteva produrre il pentimento del peccato, ma non cancellarlo. Il nostro divino Re va anch’egli al fiume, non per cercarvi la santificazione, poiché Egli è il principio di ogni giustizia, ma per dare finalmente alle acque la virtù di produrre, come canta la Chiesa, una razza nuova e santa. Scende nel letto del Giordano, non più come Giosuè per attraversarlo a piedi asciutti, ma affinché il Giordano lo cinga delle sue acque, e riceva da Lui, per comunicarla a tutto l’elemento, quella virtù santificatrice che esso non perderà mai più. Riscaldate dai divini ardori del Sole di giustizia, le acque divengono feconde, nel momento in cui il sacro capo del Redentore viene immerso nel loro seno dalla mano tremante del Precursore. Ma in questo preludio di una nuova creazione, è necessario che intervenga tutta la Trinità. Si aprono i cieli, e ne scende la Colomba, non più come simbolo e figura, ma per annunciare la presenza dello Spirito d’amore che dà la pace e trasforma i cuori. Essa si ferma e si posa sul capo dell’Emmanuele, scendendo insieme sull’umanità del Verbo e sulle acque che bagnano le sue auguste membra.

La testimonianza del Padre.

Tuttavia il Dio-Uomo non era manifestato ancora con abbastanza splendore; bisognava che la parola del Padre risonasse sulle acque, e le agitasse fin nella profondità dei loro abissi. Allora si fece sentire quella Voce che aveva cantata David: Voce del Signore che risuona sulle acque, tuono del Dio di maestà che spezza i cedri del Libano, l’orgoglio dei demoni, che spegne il fuoco dell’ira celeste, che scuote il deserto, che annuncia un nuovo diluvio (Sal. 28), un diluvio di misericordia; e quella voce che diceva: Questi è il mio Figlio diletto nel quale mi sono compiaciuto. – Così fu manifestata la Santità dell’Emmanuele dalla presenza della divina Colomba e dalla voce del Padre, come era stata manifestata la sua Regalità dalla muta testimonianza della Stella. Compiuto il divino mistero e investito della virtù purificatrice l’elemento delle acque, Gesù esce dal Giordano e torna a riva, portando con sé – secondo l’opinione dei Padri – rigenerato e santificato il mondo di cui lasciava sotto le acque i delitti e le immondezze.

Usanze.

Come è grande la festa dell’Epifania, che ha per oggetto di onorare così sublimi misteri! E come non c’è da stupire se la Chiesa Orientale ha fatto di questo giorno una delle date per l’amministrazione solenne del Battesimo. Gli antichi monumenti della Chiesa delle Gallie ci mostrano che l’usanza esisteva anche presso i nostri avi; e più d’una volta – stando a quanto riferisce Giovanni Mosch – si vide il santo battistero riempirsi d’un’acqua miracolosa il giorno di questa grande festa, e asciugarsi da sé dopo l’amministrazione del Battesimo. La Chiesa Romana, fin dal tempo di san Leone, insisté per riservare alle feste di Pasqua e di Pentecoste l’onore di essere gli unici giorni consacrati alla celebrazione solenne del primo fra i Sacramenti; ma in parecchi luoghi dell’Occidente si conservò e dura ancora oggi l’usanza di benedire l’acqua con una solennità del tutto speciale nel giorno dell’Epifania. – La Chiesa d’Oriente ha conservato inviolabilmente tale usanza. La funzione ha luogo, ordinariamente, nella Chiesa, ma talvolta il Pontefice si reca sulle rive di un fiume, accompagnato dai sacerdoti e dai ministri rivestiti dei più ricchi paramenti e seguito da tutto il popolo. Dopo alcune magnifiche preghiere, che ci dispiace di non poter riportare qui, il Pontefice immerge nelle acque una croce rivestita di pietre preziose che significa il Cristo, imitando così l’azione del Precursore. Un tempo, a Pietroburgo, la cerimonia aveva luogo sulla Neva, e attraverso un’apertura praticata nel ghiaccio il Metropolita faceva scendere la croce nelle acque. Questo rito si osserva parimenti nelle Chiese dell’Occidente che hanno conservato l’usanza di benedire l’acqua nella Festa dell’Epifania. – I fedeli si affrettano ad attingere nella corrente del fiume quell’acqua consacrata; e san Giovanni Crisostomo – nella sua ventiquattresima Omelia sul Battesimo di Cristo – attesta, chiamando a testimone il suo uditorio, che quell’acqua non si corrompeva mai. Lo stesso prodigio è stato riconosciuto molte volte in Occidente. – Glorifichiamo dunque Cristo per questa seconda manifestazione del suo divino carattere, e rendiamogli grazie, insieme con la santa Chiesa, per averci dato, dopo la Stella della fede che ci illumina, l’Acqua potente che toglie le nostre immondezze. Nella nostra riconoscenza, ammiriamo l’umiltà del Salvatore che si curva sotto la mano di un uomo mortale al fine di compiere ogni giustizia, come dice egli stesso; poiché, avendo assunto la forma del peccato era necessario che sopportasse l’umiliazione per risollevarci dal nostro abbassamento. Ringraziamolo per questa grazia del Battesimo che ci ha aperto le porte della Chiesa terrena e della Chiesa celeste. Infine, rinnoviamo gli impegni che abbiamo contratti sul sacro fonte, e che sono stati la condizione di questa nuova nascita.