ERESIA

Nelle attuali foschie/follie dottrinali, comuni alle diatribe inutili e ridicole tra gruppi o corpuscoli settari filo-modernisti o filo-[pseudo-] tradizionalisti, si può rilevare, specie tra laici autoreferenziati “teologi-fai-da-te”, l’ignoranza abissale delle più elementari definizioni teologiche, oltre che delle verità dogmatiche e magisteriali, per cui si usano impropriamente termini e locuzioni, senza comprenderne il reale significato ed usandole a sproposito tale, da non sapere se ridere o piangere, specie se utilizzate nei confronti della Chiesa Eclissata o del Papa “impedito” Gregorio XVII, già Cardinal Siri. Si è così sentito il bisogno di compensare almeno approssimativamente qualche lacuna tra le più marcate. Parliamo oggi di:

ERESIA

[Da: Enciclopedia cattolica vol. V, coll. 487-490]

ERESIA. – Parola greca, che significa « scelta », « elezione ».

SOMMARIO: I. Nozioni generali. – II. Nella dogmatica : l’e.-dottrina. – III. Nella morale: l’e.-peccato. – IV. Nel diritto canonico : l’e.-delitto. –

I. NOZIONI GENERALI. – Il termine assai frequente nell’uso profano, originariamente serviva soprattutto a indicare la preferenza per una data dottrina religiosa, filosofica o politica, poi i seguaci di tale dottrina e infine la dottrina stessa, senza però includere alcuna nota di biasimo o di condanna. Nel Nuovo Testamento, dove ricorre per 9 volte, è usata in senso di setta o dottrina da riprovarsi: così S. Paolo respinge il titolo di e. applicato dai Giudei al Cristianesimo nascente (Act. XXIV, 14).

I Padri Apostolici, gli apologisti e specialmente Tertulliano (De Præscr.., 6) ne precisano ulteriormente il significato, qualificando per eretici quanti vogliono introdurre una variazione personale in seno al Cristianesimo in contrasto con l’insegnamento tradizionale della Chiesa. Finalmente con S. Girolamo il termine fu usato solo per indicare gruppi separati dalla Chiesa per false dottrine, mentre si chamò scisma il distacco per rifiuto di obbedienza  alla gerarchia: « Inter hæresim et Schisma, hoc arbitror interesse, quod hæresis perversum dogma habeat, schisma autem quod ab Ecclesia separet » (In Epist. Ad Titum: PL 26, 598). Resta  così ormai fissato che nell’eresia prevale un dissenso dottrinale, nello scisma un dissenso disciplinare. Termini e concetto, elaborati in tal modo dai Padri, passarono nell’uso ecclesiastico successivo. L’e. presenta molteplici problemi per la teologia, da esaminare considerandone l’aspetto dogmatico, morale, canonico e storico.

II. NELLA DOGMATICA: L’E.-DOTTRINA. – Oggettivamente considerata, l’e. può definirsi « una dottrina che contraddice direttamente a una verità rivelata e come tale proposta dalla Chiesa ai fedeli ». Un triplice elemento viene dunque a comporla: 1. Una verità rivelata, contenuta cioè implicitamente esplicitamente, ma formalmente in una almeno delle due fonti della Rivelazione. Non potranno costituire materia di e. né le verità dedotte da principi rivelati mediante una premessa di naturale (conclusioni teologiche), né quelle verità filosofiche o quei fatti che sono intimamente e necessariamente connessi con la dichiarazione e la sicurezza della Rivelazione stessa. Tali verità e fatti rientrano bensì nell’orbita dell’infallibilità della Chiesa, da cui potrebbero ricevere anche certezza e immutabilità assoluta, non per questo però diventano rivelati, da credersi cioè sull’autorità di Dio, o come si suol dire, con fede divina. 2. Un intervento del magistero infallibile della Chiesa che attesti il carattere rivelato della dottrina, per cui ciò che prima era solo oggetto di fede divina viene ad assumere la qualifica di verità da credersi per fede divina e cattolica. 3. Un’opposizione alla verità rivelata; e tale opposizione deve essere immediata, diretta e contraddittoria. Mancando uno di tali elementi, una proposizione non potrà dirsi propriamente eretica, ma, secondo i casi, si chiamerà: prossima all’e., se contraddice a una dottrina prossima alla fede, cioè a quella che, pur non essendo ancora definita, è considerata dai teologi come definibile; erronea, se nega una conclusione teologica o in genere una verità intimamente connessa con il dogma; sapiens hæresim, se la forma dell’espressione in certe circostanze genera sospetto di e. .

III. NELLA MORALE: L’E. – PECCATO. – S. Tommaso la riduce ad una specie di infedeltà positiva (Sum. Theol., 2a – 2æ, q. 11, a. 1). Quindi come peccato si suole definire: « l’errore volontario e pertinace di un cristiano contro una verità divino-cattolica ». Si dice: Errore volontario. Il peccato di e., infatti, corrispondendo in senso contrario all’atto di fede, è anzitutto un atto dell’intelletto costituito da un giudizio erroneo contro la regola della fede. Esso può manifestarsi in una negazione oppure anche in un dubbio positivo che riduca la certezza a semplice opinione. Il dubbio negativo che si limita a una sospensione di giudizio, quantunque possa essere gravemente peccaminoso, non si oppone ancora direttamente alla fede. Il dubbio positivo invece, appunto perché infirma l’adesione all’insegnamento della Chiesa, è già una rivolta formale contro la fede stessa, che importa un assenso fermo e incrollabile. Oltre l’elemento intellettuale, nella genesi dell’e. interviene pure un impulso da parte della volontà, analogamente a quanto avviene per l’atto di fede: solo per mezzo di tale influsso infatti si spiega come l’intelletto possa liberamente determinarsi a dare il suo assenso erroneo circa la Rivelazione. 2. Pertinace. Questa pertinacia costituisce l’elemento specifico della sua colpevolezza morale. – Non consiste in una ostinazione speciale, ma nella consapevolezza che uno ha di opporsi alla regola della fede, per cui, mancando questa, l’e. sarà puramente materiale, non formale. 3. Di un cristiano, per cui il soggetto capace può essere solo chi per mezzo del Battesimo è entrato a far parte della società ecclesiastica: il catecumeno quindi, o chi è stato invalidamente battezzato, potrà commettere peccato di infedeltà, non di e. 4. Contro una verità, ecc. Queste parole si riferiscono all’elemento oggettivo già sopra trattato. Il peccato di e. si suddivide in: 1. formale e materiale, se è congiunto o meno con la pertinacia; 2. Interno ed esterno, se risiede solo nell’animo oppure si manifesta anche esteriormente; 3. occulto e pubblico, se viene manifestato o a nessuno o a pochi e in segreto, oppure davanti ad un numero considerevole di persone. Tra i peccati di infedeltà è il più grave, perché più di ogni altro si oppone alla virtù della fede: anzi per tale opposizione supera la gravità di qualsiasi peccato, ad eccezione dell’odio contro Dio. Tale gravità si riflette nelle molteplici conseguenze che vengono a colpire l’eretico nei rapporti con la vita interiore cristiana e con la società ecclesiastica. Le più importanti sono : 1. la perdita della vita della Grazia; 2. la distruzione della virtù infusa della fede; 3. la separazione dal corpo della Chiesa nel caso di e. pubblica, per cui l’eretico viene a costituirsi membro avulso e separato, anche se, come vuole la dottrina più comune, aderisce all’è, solo materialmente. Non è certo che altrettanto possa dirsi dell’eretico occulto, di chi cioè ancora non si è professato tale ufficialmente.

IV. NEL DIRITTO CANONICO: L’E.- DELITTO. – L’e., in quanto rompe l’unità della Chiesa, è per sua natura un fatto eminentemente antisociale: non può quindi sottrarsi al potere coercitivo della medesima. Per quanto grave però sia nei confronti della dottrina e della morale, il peccato di e., se rimane un fatto puramente interno, non costituisce ancora un delitto nel senso giuridico della parola, passibile quindi di sanzioni canoniche. Per divenire tale, è necessario che l’e. rivesta anche un carattere esterno, pubblico od occulto che sia. Tale manifestazione esterna può esprimersi in qualsiasi maniera, con segni, scritti, parole e azioni, purché risulti sufficientemente che si tratta di un’adesione vera e propria e per di più pienamente deliberata, cioè formale. Vario fu il modo usato lungo i secoli dalla Chiesa nella repressione dell’e. Severissima da principio, più tardi temperò alquanto il primitivo rigore, pur riservando a tale delitto penitenze molto gravose. Divenuto cristiano l’Impero, alle pene ecclesiastiche si aggiunsero ancora sanzioni civili come l’esilio, la confisca dei beni e anche la morte. Particolarmente aspra fu la lotta contro gli eretici dopo il Mille, per l’insorgere di nuovi movimenti ereticali. Rimonta a quest’epoca l’istituzione dell’Inquisizione. – Le pene oggi in vigore sono le seguenti (can. 2314 del CIC): 1. Gli eretici incorrono ipso facto nella scomunica. – 2. Se ammoniti non si ravvedono, saranno privati dei benefìci, dignità, pensioni, uffici e altri incarichi ecclesiastici; saranno dichiarati infami e, se chierici, dopo una seconda ammonizione, deposti. – 3. Gli ascritti o aderenti pubblicamente a sètte acattoliche sono per ciò stesso infami, e, se chierici, dopo essere stati ammoniti inutilmente, devono esser degradati. – A chi è sospetto di e., inutilmente ammonito, saranno proibiti gli atti legittimi ecclesiastici, e, se chierico, sarà sospeso a divinis; se entro 6 mesi non si emenda, sarà considerato eretico (can. 2315). – L’assoluzione dalla scomunica è riservata alla Sede apostolica; se però il delitto fu deferito all’Ordinario in foro esterno, anche per libera confessione, questi, previa abiura, può assolvere il delinquente in foro esterno; questi quindi potrà dal confessore ricevere l’assoluzione dal peccato (can. 2314 § 2). …

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE IL MODERNISTA-APOSTATA DI TORNO: OFFICIORUM AC MUNERUM

Officiorum ac munerum” è un documento di importanza straordinaria per l’argomento che tratta: quello della stampa e delle pubblicazioni in ambito religioso cattolico, tant’è che ancora S. Pio X ne fa un riferimento essenziale nella sua straordinaria Enciclica antimodernista “Pascendi”. Qui ci sono tutte le caratteristiche e le regole alle quali devono attenersi tutti, prelati e laici, nella pubblicazione di scritti pretesi cattolici. Inutile dilungarsi sulla premesse, è indispensabile leggere attentamente il documento e farlo proprio, specie nella situazione attuale di marasma dottrinale, in cui ognuno si sente in diritto di esprimere pareri ed idee con “imprimatur” personale e “nihil obstat” sostituito da un improbabile “mihi  placeat”, spesso in contrasto con la fede e la Dottrina cattolica, senza premurarsi di ottenere una “garanzia” da parte di un’autorità vigilante, quasi da comporre un “magistero personale” che spesso non ha nulla da invidiare a quello dei più esagitati eresiarchi. Per tutti coloro che non si attengono alle disposizioni del documento, c’è la SCOMUNICA IPSO FACTO!

LEONE XIII

COSTITUZIONE APOSTOLICA

OFFICIORUM AC MUNERUM

Il Vescovo Leone,
Servo dei servi di Dio.
A perpetua memoria.

Fra gli uffici e i doveri che in questa Apostolica Sede occorre osservare con la massima diligenza e religiosità, fondamento e compendio di ogni altro è vigilare assiduamente ed adoperarsi con tutte le forze, perché l’integrità della fede e dei costumi cristiani non soffra alcun danno. Se questo nel passato fu talora necessario, in specialissimo modo lo è ai giorni nostri, nei quali — menti e costumi travolti dalla licenza — quasi tutta la dottrina che il Salvatore degli uomini Gesù Cristo affidò in custodia alla sua Chiesa per la salute del genere umano, viene trascinata ogni giorno in dispute pericolose. Nelle quali certamente sono diverse ed innumerevoli le astuzie dei nemici e le arti del nuocere; ma soprattutto è piena di pericoli la smania dello scrivere e di disseminare nel popolo ciò che malvagiamente fu scritto. Infatti nulla si può pensare di più pernicioso a corrompere gli animi che eccitare il disprezzo per la religione e proporre molte lusinghe al peccato. Per la qual cosa la Chiesa, vindice e custode dell’incolumità della fede e dei costumi, preoccupata di tanto male, comprese ben presto che era necessario un rimedio contro tale peste. Perciò si adoperò a che gli uomini, per quanto poteva, stessero lontani come da un pessimo veleno dalla lettura dei libri cattivi. Fin dai tempi apostolici si vide in ciò manifesto l’ardente zelo di San Paolo, e i secoli successivi ammirarono la vigilanza dei Santi Padri, gli ordini dei Vescovi e i decreti dei Concilii. – Principalmente poi gli antichi scritti attestano con quanta cura e diligenza i Romani Pontefici si impegnarono affinché gli scritti degli eretici non serpeggiassero impunemente a pubblico danno. L’antichità ci fornisce copiosi esempi. Anastasio I condannò severamente gli scritti più perniciosi di Origene; Innocenzo I quelli di Pelagio; Leone Magno tutte le opere dei Manichei. In proposito sono pure note le lettere decretali sui libri da ammettere e da respingere date opportunamente da Papa Gelasio. Similmente, nel corso dei secoli la Sede Apostolica proscrisse i libri pestilenziali dei Monoteliti, di Abelardo, di Marsilio Patavino, di Wycliffe e di Huss. – Nel secolo decimoquinto, poi, dopo l’invenzione dell’arte della stampa, non solo si pose mente agli scritti dannosi che erano venuti alla luce, ma si pose attenzione a che opere di tal genere non venissero più pubblicate. – Tale provvedimento in quei tempi era suggerito non da lievi ragioni, ma dalla necessità di tutelare l’onestà e la salute pubblica; perché un’arte per sé ottima, apportatrice di grandissimi vantaggi, nata per propagare la civiltà cristiana fra i popoli, rapidamente era stata rivolta dai più a strumento di grandi rovine. Il grave danno dei cattivi scritti era diventato maggiore a causa della maggiore velocità nel diffonderli. – Pertanto, con provvida decisione, sia Alessandro VI, sia Leone X, Nostri Predecessori, emanarono apposite leggi, adatte a quei tempi e ai costumi dell’epoca, che disciplinassero i doveri degli editori. – Più tardi, essendo insorte più pericolose procelle, si riconobbe necessaria una più solerte vigilanza per impedire il veleno dell’eresia. Per questo lo stesso Leone X e successivamente Clemente VII emanarono severissime leggi affinché a nessuno fosse lecito leggere o conservare i libri di Lutero. Ma siccome, per la nequizia di quell’epoca, crebbe a dismisura e si sparse per ogni dove l’immonda colluvie di libri cattivi, fu necessario ricorrere a più grave e più efficace rimedio. Del quale certamente si servì a proposito per primo Paolo IV, Nostro Predecessore, col pubblicare cioè un elenco degli scritti e dei libri dalla cui lettura i fedeli dovevano astenersi. Così, poco tempo dopo, i Padri del Concilio Tridentino s’adoprarono per reprimere la sfrenata licenza dello scrivere e del leggere. Pertanto, per volontà e comando degli stessi Padri, distinti prelati e teologi si impegnarono non soltanto ad aumentare e a perfezionare l’Indice che Paolo IV aveva fatto pubblicare, ma dettarono altresì norme da osservarsi nella stampa, nella lettura e nell’uso dei libri; a tali norme Pio IV diede forza con la propria autorità apostolica. – La stessa ragione della salute pubblica, che aveva dato origine alle Regole Tridentine, col passare delle età impose alcune variazioni. Pertanto i Romani Pontefici, e particolarmente Clemente VIII, Alessandro VII, Benedetto XIV, conoscitori dei tempi e rispettosi della prudenza, decretarono molte cose che valsero a chiarire e ad adattare le norme ai nuovi tempi. – Ciò chiaramente dimostra che le particolari sollecitudini dei Romani Pontefici furono di continuo dedicate a tenere lontano dalla civile società degli uomini gli errori delle opinioni e la corruttela dei costumi, questa duplice rovina delle città che di solito viene causata e diffusa dai cattivi libri. E l’esito coronò l’opera sino a che nell’amministrazione della pubblica cosa la legge eterna fu guida ai governanti, e l’autorità Civile si mantenne d’accordo con l’autorità Ecclesiastica. – Nessuno ignora quanto accadde successivamente. Infatti, col tempo essendo a poco a poco mutate le condizioni delle cose e degli uomini, la Chiesa, giusta il suo costume, fece prudentemente quello che, considerati i tempi, le parve più conveniente ed utile alla salute degli uomini. Parecchie prescrizioni delle Regole dell’Indice che parevano superate rispetto alla originaria opportunità, essa stessa abrogò con decreto o lasciò benignamente e sapientemente che, per il costume e l’uso qua e là introdotti, andassero in desuetudine. Recentemente, con lettera agli Arcivescovi ed ai Vescovi dello Stato Pontificio, Pio IX mitigò in gran parte la Regola X. Inoltre poco prima del gran Concilio Vaticano, diede l’incarico a dotti personaggi competenti a preparare la materia, che rivedessero ed esaminassero tutte le Regole dell’Indice e dessero il loro parere sul da farsi. Essi indicarono concordemente ciò che si doveva cambiare. La stessa cosa apertamente giudicavano e richiedevano al Concilio molti Padri. Esistono tuttora le lettere dei Vescovi di Francia, che ritenevano essere cosa necessaria e da farsi senza indugio, che “quelle Regole e tutto l’Indice in genere fossero riformate secondo i bisogni dell’età presente e rese più facili da osservare. Contemporaneamente, lo stesso giudizio fu espresso dai Vescovi della Germania, che domandavano chiaramente che le “Regole dell’Indice… fossero sottoposte ad una nuova revisione e redazione. A questi facevano eco molti Vescovi dell’Italia e d’altre regioni. – Certamente le domande di costoro, tenuto conto dei tempi, delle istituzioni civili e dei costumi dei popoli, sono giuste e adeguate alla materna carità della Santa Chiesa. Infatti, in così rapidi progressi degl’ingegni non v’è campo della scienza che non sia percorso sfrenatamente dalle lettere; di qui la quotidiana colluvie di pestilentissimi libri. E, ciò che è peggio, non solo le leggi pubbliche sono conniventi a tanto male, ma concedono la più ampia licenza. Quindi, da una parte gli animi di molti sono dubbiosi in materia di religione; dall’altra esiste un’impunita abbondanza di letture di ogni specie. – Noi pertanto, ad ovviare a questi inconvenienti, giudicammo opportuno fare due cose, da cui tutti possano ricavare una norma certa e chiara per sapersi regolare in tale materia. Cioè, fare una revisione diligentissima dell’Indice dei libri, la cui lettura è riprovata; ed ora, essendo compiuto il lavoro, darlo alle stampe così rivisto. Inoltre rivolgemmo l’attenzione alle Regole stesse e, salva la loro natura, le rendemmo alquanto più miti, in modo che, per chi non abbia animo cattivo, non sia cosa grave ed ardua osservarne le prescrizioni. In ciò Noi, non solo seguiamo gli esempi dei Nostri Antecessori, ma seguiamo il materno zelo della Chiesa, che nulla più desidera se non mostrarsi benigna; essa provvide e provvede sempre a sanare i suoi figli con tale amore e sollecitudine da compatirne pietosamente le debolezze. – Pertanto, con matura deliberazione, dopo aver consultato i Cardinali di Santa Chiesa Romana addetti alla sacra Congregazione dell’Indice, abbiamo stabilito di pubblicare i Decreti Generali che seguono, e che formano una cosa sola con questa Bolla; ad essi la stessa sacra Congregazione d’ora innanzi unicamente si ispiri, e i cattolici di tutto il mondo religiosamente ubbidiscano. Vogliamo che soltanto questi Decreti abbiano forza di legge, e restino abrogate le Regole pubblicate d’ordine del sacrosanto Concilio di Trento, le Osservazioni, l’Istruzione, i Decreti, i Moniti, e qualsiasi altro decreto istituito dai Nostri Predecessori concernenti questa materia, eccettuata la sola Costituzione di Benedetto XIV Sollicita et provida, la quale, come fu finora in vigore, così intendiamo lo sia integralmente in avvenire.

DECRETI GENERALI
SULLA PROIBIZIONE E LA CENSURA DEI LIBRI

TITOLO I
Sulla proibizione dei libri

Capitolo I. Sui libri proibiti degli apostati, degli eretici, degli scismatici e di altri scrittori

Tutti i libri condannati dai Sommi Pontefici o dai Concilii ecumenici, prima dell’anno 1600, rimangono proibiti nello stesso modo, tranne quelli permessi da questi decreti generali.

Sono assolutamente proibiti i libri degli apostati, degli eretici, degli scismatici e di qualsiasi scrittore propugnanti l’eresia o lo scisma, o tendenti a scalzare in qualsiasi modo gli stessi fondamenti della religione.

Sono proibiti i libri degli acattolici che trattano ex professodi religione, a meno che consti che in essi non è contenuto alcunché di contrario alla fede cattolica.

I libri dei medesimi autori, che non trattano di proposito di religione, ma solo occasionalmente toccano le verità della fede, per diritto ecclesiastico non s’intendono proibiti, a meno che non lo siano per decreto speciale.

Capitolo II. Delle edizioni del testo originale e delle versioni della Sacra Scrittura in lingue non volgari

Le edizioni del testo originale e delle antiche versioni cattoliche della Sacra Scrittura, comprese quelle della Chiesa Orientale, pubblicate da qualsiasi acattolico, benché appaiano fedelmente ed integralmente riprodotte, sono permesse soltanto a coloro che attendono agli studi teologi o biblici, purché però nei prolegomeni o nelle note non s’impugnino i dogmi della fede cattolica.

Nel medesimo modo e alle medesime condizioni si permettono le altre versioni della Bibbia in latino o in altra lingua non volgare, pubblicate dagli acattolici.

Capitolo III. Delle versioni volgari della Sacra Scrittura

Poiché l’esperienza insegna che se la Sacra Bibbia viene permessa indistintamente in lingua volgare ne deriva, a causa della imprudenza degli uomini, più danno che utilità; conseguentemente tutte le versioni in lingua volgare, anche pubblicate da persone cattoliche, sono assolutamente proibite, a meno che non siano approvate dalla Santa Sede, o pubblicate sotto la vigilanza dei Vescovi con note desunte dai Santi Padri della Chiesa e da dotti scrittori cattolici.

Sono proibite tutte le versioni dei Sacri Libri in qualsiasi lingua volgare fatte dagli acattolici, quali che siano, e principalmente quelle divulgate dalle Società Bibliche più volte condannate dai Romani Pontefici, perché in esse vengono completamente trascurate le saluberrime leggi della Chiesa intorno alla pubblicazione dei sacri libri. Tuttavia tali versioni si permettono a coloro che attendono agli studi teologici o biblici, osservando però ciò che di sopra (n. 5) è stabilito.

Capitolo IV. Dei libri osceni

Sono assolutamente proibiti i libri che di proposito trattano, narrano, o insegnano cose lascive, ossia oscene, poiché non solo è necessario preservare la fede ma anche i costumi, che facilmente sogliono corrompersi con la lettura di tali libri.

I libri di autori, sia antichi sia moderni, che chiamano classici, qualora siano infetti da questa stessa macchia di turpitudine, sono permessi, a motivo dell’eleganza o proprietà della lingua, soltanto a coloro che ne abbisognano per ragione del loro ufficio o magistero; però per nessun motivo potranno darsi o spiegarsi ai fanciulli o ai giovani, se non siano con solerte cura purgati.

Capitolo V. Di alcuni libri di argomento speciale

Sono condannati i libri nei quali si dice male di Dio o della Beata Vergine Maria o dei Santi o della Chiesa Cattolica e del suo culto, o dei Sacramenti, o della Sede Apostolica. Alla medesima proibizione soggiacciono quelle opere, nelle quali il concetto dell’ispirazione della Sacra Scrittura viene pervertito e la sua estensione troppo ristretta. Parimenti sono proibiti i libri che di proposito vituperano la Gerarchia ecclesiastica o lo stato clericale oppure quello religioso.

È proibito pubblicare, leggere o conservare i libri in cui s’insegnano o si raccomandano i sortilegi, la divinazione, la magia, l’evocazione degli spiriti e altre simili superstizioni.

Sono proibiti i libri o gli scritti che narrano nuove apparizioni, rivelazioni, visioni, profezie, miracoli, o che introducono nuove devozioni, anche sotto il pretesto che siano private, qualora siano pubblicati senza legittima licenza dei Superiori della Chiesa.

Sono proibiti i libri che affermano essere lecito il duello, il suicidio o il divorzio; quelli che trattano delle sette massoniche e di altre simili società e sostengono che esse sono utili e niente affatto perniciose alla Chiesa e alla civile società; e quelli che difendono gli errori condannati dalla Sede Apostolica.

Capitolo VI. Delle Sacre Immagini e delle Indulgenze

Sono assolutamente proibite le immagini, comunque impresse, di Nostro Signore Gesù Cristo, della Beata Vergine Maria, degli Angeli e dei Santi o di altri Servi di Dio, difformi dal sentimento e dai decreti della Chiesa. Le nuove immagini poi, abbiano o no annesse delle preghiere, non si pubblichino senza licenza dell’autorità ecclesiastica.

È proibito a chiunque di divulgare indulgenze apocrife e dalla Santa Sede condannate, o comunque revocate. Quelle che fossero già divulgate, si tolgano di mano dei fedeli.

È vietato pubblicare qualsiasi libro, sommario, libretto, foglietto e simili, in cui siano contenute concessioni di indulgenze, senza il permesso della legittima autorità.

Capitolo VII. Dei libri di liturgia e di preghiera

Nessuno presuma di mutare alcunché nelle edizioni autentiche del Messale, del Breviario, del Rituale, del Cerimoniale dei Vescovi, del Pontificale Romano, e degli altri libri liturgici approvati dalla Santa Sede Apostolica; se ciò avvenisse, queste nuove edizioni sono proibite.

Non si pubblichino litanie senza revisione ed approvazione dell’Ordinario, che di solito si cantano, tranne le antichissime e comuni che si trovano nei Breviari, Messali, Pontificali e Rituali, e quelle della Beata Vergine nella sacra Casa di Loreto, nonché quelle del nome Santissimo di Gesù già approvate dalla Santa Sede.

Nessuno, senza il permesso della legittima autorità, pubblichi libri o libretti di preghiere, di devozione, o di dottrina e d’istruzione religiosa, di morale, di ascetica, di mistica o altri simili, quantunque sembrino fatti per fomentare la pietà del popolo cristiano; altrimenti si abbiano per proibiti.

Capitolo VIII. Dei giornali, fogli e libretti periodici

I giornali, i fogli e i libretti periodici che di proposito combattono la religione o i buoni costumi, si tengano per proibiti non solo per diritto naturale ma anche per l’ecclesiastico. Attendano gli Ordinari, ove occorra, ad avvisare opportunamente i fedeli del pericolo e del danno di tali letture.

Nessun cattolico, specialmente se ecclesiastico, pubblichi alcunché in siffatti diari o fogli o libretti periodici, a meno che lo richieda un giusto e ragionevole motivo.

Capitolo IX. Della facoltà di leggere e conservare libri proibiti

Potranno leggere e conservare libri che siano stati proibiti o da decreti speciali o da decreti generali soltanto coloro che ne avranno avuto opportuna facoltà dalla Santa Sede o da quelli cui questa avrà delegato le sue veci.

I Romani Pontefici preposero la Sacra Congregazione dell’Indice a concedere la facoltà di leggere e conservare qualsiasi libro proibito. Però della medesima facoltà godono sia la Suprema Congregazione del Santo Uffizio, sia la Santa Congregazione di Propaganda Fide per le regioni soggete al suo regime. Questa facoltà compete anche al Maestro del Sacro Palazzo Apostolico, ma per Roma soltanto.

I Vescovi e gli altri Prelati aventi giurisdizione quasi episcopale possono concedere licenza per qualche libro in particolare, e soltanto nei casi urgenti. Se i medesimi abbiano ottenuto dalla Sede Apostolica facoltà generale di dar licenza ai fedeli di leggere e di conservare i libri proibiti, non l’accordino però che con discerimento e per giusto e ragionevole motivo.

Nessuno di coloro che abbia avuto dalla Santa Sede la facoltà di leggere e conservare libri proibiti, può, per ciò stesso, leggere e conservare qualsiasi libro o effemeride proibiti dagli Ordinari dei luoghi, a meno che nell’indulto apostolico sia espressa la potestà di leggere e conservare libri proibiti. Coloro che hanno ottenuto licenza di leggere i libri proibiti si rammentino inoltre che sono legati dal grave precetto di custodire talmente siffatti libri, che non capitino in mano di altri.

Capitolo X. Della denuncia dei libri cattivi

Quantunque sia dovere di ogni cattolico, massime di quelli che eccellono per dottrina, denunciare i libri perniciosi ai Vescovi od alla Sede Apostolica, ciò però appartiene per titolo speciale ai Nunzi, ai Delegati Apostolici, agli Ordinari dei luoghi ed ai Rettori delle Università fiorenti per lode di dottrina.

È bene che nel denunciare i libri cattivi non solo s’indichi il titolo del libro, ma altresì, per quanto è possibile, si espongano i motivi per cui si crede che il libro sia degno di censura. Quelli poi che riceveranno la denuncia abbiano per sacro dovere di mantenere segreti i nomi dei denuncianti.

Gli Ordinari, anche come Delegati della Sede Apostolica, si studino di proibire e togliere dalle mani dei fedeli i libri ed altri scritti nocivi stampati o diffusi nella loro diocesi. Rimettano al giudizio Apostolico quelle opere o quegli scritti che richiedono un più minuto esame, per i quali, al fine di ottenere un salutare effetto, sembri richiedersi la sentenza della suprema autorità.

TITOLO II
Della censura dei libri

Capitolo I. Dei Prelati preposti alla censura dei libri

Da ciò che sopra è stato detto (n. 7), appare chiaro chi abbia la potestà di approvare e permettere le edizioni e le versioni dei libri sacri.

Nessuno osi dare nuovamente alla luce i libri proscritti dalla Sede Apostolica. Se, per grave e ragionevole motivo, sembri doversi fare in ciò qualche singolare eccezione, ciò però non si farà mai se non dopo avere ottenuto licenza dalla Sacra Congregazione dell’Indice, ed osservando le condizioni da essa prescritte.

Non si possono pubblicare, senza il permesso della Sacra Congregazione dei Riti, quelle cose che, comunque sia, appartengono alle cause delle beatificazioni e canonizzazioni dei Servi di Dio.

Lo stesso deve dirsi delle Collezioni dei decreti delle singole Congregazioni Romane; queste Collezioni, cioè, non possono pubblicarsi, se non dopo averne ottenuto la licenza, e osservando le condizioni prescritte dai moderatori di ciascuna Congregazione.

I Vicari ed i Missionari Apostolici osservino fedelmente i decreti della Sacra Congregazione di propaganda intorno ai libri da pubblicarsi.

L’approvazione dei libri, la censura dei quali in forza dei presenti decreti non è riservata alla Sede Apostolica od alle Romane Congregazioni, appartiene all’Ordinario del luogo dove si pubblicano.

I Regolari ricordino che, oltre la licenza del Vescovo, sono obbligati, per decreto del Sacro Concilio di Trento, ad ottenere la facoltà di pubblicare un libro dal Superiore, da cui dipendono. L’una e l’altra concessione dovranno essere stampate al principio o alla fine dell’opera.

Se un autore dimorante in Roma voglia stampare un libro non quivi ma altrove, oltre l’approvazione del Cardinale Vicario di Roma e del Maestro del Sacro Palazzo Apostolico, non ne deve richiedere un’altra.

Capitolo II. Dell’ufficio dei censori nel preventivo esame dei libri

I Vescovi, a cui spetta di concedere la facoltà d’imprimere i libri, per l’esame di questi cerchino di servirsi di uomini di riconosciuta pietà e dottrina, dalla cui fede e integrità possano ripromettersi che nulla faranno per favore o per odio, ma che, messa da parte ogni umana considerazione, non mireranno che alla gloria di Dio e all’utilità del popolo fedele.

Sappiano i censori che essi debbono giudicare delle varie opinioni e sentenze (giusta il precetto di Benedetto XIV) con animo scevro da qualsiasi pregiudizio. Pertanto allontanino da sé ogni affetto di nazione, di famiglia, di scuola, d’istituto, e depongano ogni spirito di parte. Abbiano unicamente dinanzi agli occhi i dogmi della santa Chiesa, e la dottrina comune dei cattolici, la quale è contenuta nei decreti dei Concilii generali, nelle Costituzioni dei Romani Pontefici e nel consenso dei Dottori.

Compiuto l’esame, se niente sembri ostare alla pubblicazione del libro, l’Ordinario conceda all’autore, per iscritto e affatto gratuitamente, la licenza di pubblicarlo; tale licenza dovrà essere stampata al principio od alla fine del libro.

Capitolo III. Dei libri da sottoporre alla preventiva censura

Tutti i fedeli sono tenuti a sottomettere alla preventiva censura ecclesistica almeno quei libri che riguardano le divine Scritture, la sacra Teologia, la Storia ecclesiastica, il Diritto canonico, la Teologia naturale, l’Etica, ed altre simili discipline religiose o morali, e in generale tutti gli scritti che s’interessano specialmente della religione e dell’onestà dei costumi.

Le persone del clero secolare non pubblichino, senza consultare i loro Ordinari, neanche i libri che trattano delle arti o delle scienze meramente naturali, onde dare esempio di animo ossequente verso di loro. – Agli stessi è proibito accettare la direzione di giornali e fogli periodici, senza il previo permesso dell’Ordinario.

Capitolo IV. Dei tipografi e degli editori di libri

Non si stampi alcun libro sottoposto alla censura ecclesistica, senza che esso porti nel frontispizio sia il nome e cognome dell’autore, sia quelli dell’editore, nonché il luogo e l’anno della stampa e dell’edizione. Se in qualche caso, per giusti motivi, sembri opportuno doversi tacere il nome dell’autore, sia in facoltà dell’Ordinario il permetterlo.

Sappiano i tipografi e gli editori che le nuove edizioni di un’opera già approvata richiedono una nuova approvazione, e che l’approvazione data all’opera originale non basta per le versioni in altra lingua.

I libri condannati dalla Sede Apostolica si abbiano per proibiti dovunque, ed in qualunque idioma si traducano.

I venditori di libri, massime quelli che si gloriano del nome di cattolici, non vendano, né prestino, né conservino libri trattanti di proposito di cose oscene; gli altri libri proibiti non li vendano, se non dopo aver ottenuto la licenza della Sacra Congregazione dell’Indice impetrata per mezzo dell’Ordinario, e soltanto a coloro che prudentemente ritengano essere in possesso del diritto di acquistarli.

Capitolo V. Delle pene stabilite contro i trasgressori dei decreti generali

Tutti e singoli coloro che scientemente leggono, senza autorizzazione della Sede Apostolica, i libri degli apostati e degli eretici propugnanti l’eresia, nonché i libri di qualsiasi autore nominantamente proibiti con Lettere Apostoliche, e coloro che conservano, imprimono e comunque difendono i medesimi libri, incorrono ipso facto nella scomunica riservata al Romano Pontefice in modo speciale.

Coloro che senza l’approvazione dell’Ordinario stampano o fanno stampare libri delle Sacre Scritture, o annotazioni o commentari delle medesime, incorrono ipso facto nella scomunica non riservata ad alcuno.

Chi poi trasgredirà alle rimanenti disposizioni stabilite da questi Decreti Generali, secondo la diversa gravità della colpa sia seriamente ammonito dal Vescovo e, qualora sembri opportuno, venga altresì punito con le pene canoniche. –

Decretiamo poi che le presenti lettere e tutte quelle cose che in esse sono contenute, in nessun tempo possano venir tacciate o impugnate di surrezione o di orrezione, sia per vizio di Nostra intenzione, sia per qualsiasi altro difetto; ma che sempre siano valide e rimangano in vigore, e da tutti, di qualunque grado e dignità, siano, in giudizio e fuori giudizio, osservate senza violazione; dichiariamo inoltre ìrrito e falso qualunque attentato che chiunque, con qualsivoglia autorità o pretesto, scientemente o non, potrà commettere a pregiudizio delle medesime, nonostante qualsiasi contraria consuetudine. – Vogliamo pure che alle copie di questo documento, ancorché stampate, ma sottoscritte per mano di un Notaio e munite del sigillo di persona insignita di dignità ecclesiastica, si presti la stessa fede, quale espressione della Nostra volontà, come se venisse mostrato il presente. – Nessuno dunque si faccia lecito d’alterare questa pagina della Nostra Costituzione, ordinazione, limitazione, derogazione, volontà, né temerariamente ad essa si opponga. Se qualcuno avrà la presunzione di far ciò, sappia che incorrerà nell’indignazione di Dio Onnipotente e dei Santi Apostoli Pietro e Paolo.

Dato a Roma, presso San Pietro, nell’anno dell’Incarnazione del Signore 1897, il 25 gennaio, decimonono del Nostro Pontificato.

 

LEONE PP. XIII

DOMENICA I DI QUARESIMA [2018]

Incipit

In nómine Patris,  et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus Ps XC:15; XC:16

Invocábit me, et ego exáudiam eum: erípiam eum, et glorificábo eum: longitúdine diérum adimplébo eum. [Mi invocherà e io lo esaudirò: lo libererò e lo glorificherò: lo sazierò di lunghi giorni.]

Ps XC:1 Qui hábitat in adjutório Altíssimi, in protectióne Dei cœli commorábitur. [Chi àbita sotto l’égida dell’Altissimo dimorerà sotto la protezione del cielo].

Invocábit me, et ego exáudiam eum: erípiam eum, et glorificábo eum: longitúdine diérum adimplébo eum. [Mi invocherà e io lo esaudirò: lo libererò e lo glorificherò: lo sazierò di lunghi giorni.]

Oratio

Orémus.

Deus, qui Ecclésiam tuam ánnua quadragesimáli observatióne puríficas: præsta famíliæ tuæ; ut, quod a te obtinére abstinéndo nítitur, hoc bonis opéribus exsequátur. [O Dio, che purífichi la tua Chiesa con l’ànnua osservanza della quaresima, concedi alla tua famiglia che quanto si sforza di ottenere da Te con l’astinenza, lo compia con le opere buone.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corínthios. 2 Cor VI:1-10.

“Fratres: Exhortámur vos, ne in vácuum grátiam Dei recipiátis. Ait enim: Témpore accépto exaudívi te, et in die salútis adjúvi te. Ecce, nunc tempus acceptábile, ecce, nunc dies salútis. Némini dantes ullam offensiónem, ut non vituperétur ministérium nostrum: sed in ómnibus exhibeámus nosmetípsos sicut Dei minístros, in multa patiéntia, in tribulatiónibus, in necessitátibus, in angústiis, in plagis, in carcéribus, in seditiónibus, in labóribus, in vigíliis, in jejúniis, in castitáte, in sciéntia, in longanimitáte, in suavitáte, in Spíritu Sancto, in caritáte non ficta, in verbo veritátis, in virtúte Dei, per arma justítiæ a dextris et a sinístris: per glóriam et ignobilitátem: per infámiam et bonam famam: ut seductóres et veráces: sicut qui ignóti et cógniti: quasi moriéntes et ecce, vívimus: ut castigáti et non mortificáti: quasi tristes, semper autem gaudéntes: sicut egéntes, multos autem locupletántes: tamquam nihil habéntes et ómnia possidéntes.” –  Deo gratias.

OMELIA I

[Mons. G. Bonomelli, “Nuovi saggi di Omelie”; Marietti ed. vol. II, Omelia I1899 imprim.]

“Essendo noi cooperatori (suoi), vi esortiamo a non ricevere indarno la grazia di Dio; perché egli dice: A tempo propizio ti ho esaudito, e ti ho aiutato nel giorno della salute. Non rechiamo offesa alcuna a chicchessia, acciocché non sia disonorato il nostro ministero. Anzi in ogni cosa ci diportiamo come ministri di Dio, in grande pazienza, in afflizioni, in bisogni, in angustie, in battiture, in prigionie, in sommosse, in travagli, in vigilie, in digiuni, in purezza, in scienza, in longanimità, in benignità, in Spirito santo, in carità non finta, in parlare verace, in potenza di Dio, con le armi di giustizia a destra e a sinistra; in mezzo alla gloria ed alla ignominia, all’infamia e alla buona fama: come seduttori, eppure veraci; come ignoti, eppure notissimi; come morenti, eppure ecco che viviamo; come puniti, ma non a morte; come attristati, eppure sempre allegri; come poveri, eppure arricchendo molti; come nulla aventi, eppure possedendo ogni cosa „ (II ai Corinti, capo VI, 1-10).

In queste sentenze, o Fratelli carissimi, vi ho messo innanzi fedelmente volgarizzati i primi dieci versetti del capo VI della seconda lettera di S. Paolo ai Corinti, che la Chiesa ci fa leggere nella Messa di questa prima Domenica di Quaresima, e della quale vi debbo dare la spiegazione. Ma perché possiate intenderla a dovere, torna necessario che vi dica la ragione che indusse l’Apostolo a parlare di sé ed a fare questa eloquentissima difesa del suo apostolato. – Come è manifesto dalle sue lettere e dal libro degli Atti apostolici, scritto da S. Luca, l’Apostolo ebbe due sorta di nemici: i Gentili, e più gli Ebrei, suoi connazionali, e questi senza confronto più feroci di quelli. E ciò che fa anche maggior meraviglia, è che san Paolo ebbe nemici accaniti non solo gli Ebrei rimasti ostinatamente Ebrei, ma anche buon numero di quegli Ebrei, che avevano accolto la fede e si professavano cristiani. Presso alcuni di costoro (e dovevano essere non pochi e assai potenti) S. Paolo era caduto in sospetto di rinnegare e disprezzare tutta la legge antica; di non essere un vero apostolo, o d’essere da meno degli altri Apostoli e quasi da loro disconosciuto. Era cosa affatto naturale, che, vedendo messa in dubbio la sua missione apostolica, S. Paolo fosse costretto a mostrarne i titoli e a darne le prove di fatto, se non voleva, come dice egli stesso, correre, ossia lavorare indarno (Gal. II, 2). Ecco perché in tanti luoghi delle sue lettere, massime nelle due ai Corinti e più ancora in quella ai Galati, parla di se stesso, ricorda la sua conversione e la missione apostolica avuta da Gesù Cristo medesimo, narra le opere sue in guisa da sembrare quasi che faccia il panegirico di se stesso. Ma pensate voi, o carissimi, se quell’anima sì umile, tutta amore di Gesù Cristo, che non cercava che la gloria di Lui e la salvezza dei fratelli, che non voleva altro vanto di quello in fuori della croce e menava trionfo degli obbrobri, ond’era satollato per il Vangelo, pensate, dico, se Paolo poteva mai neppure per un istante aprir l’animo alla povera vanità di magnificare l’opera sua ed averne in compenso un po’ di ventosa lode! – Se l’Apostolo dunque parla di sé in questo luogo e tocca a rapidi cenni la sua dignità e le incredibili fatiche sostenute, egli lo fa unicamente per tener alta la sua autorità combattuta, e tenerla alta a bene dei fratelli: era un dovere che aveva in faccia a Gesù Cristo e in faccia alla Chiesa. Del resto, nelle opere che S. Paolo enumera come compiute, noi tutti, sacerdoti e laici, abbiamo un luminoso esempio da imitare. – Ed ora alla spiegazione. “ Essendo noi cooperatori (di Dio), vi esortiamo a non ricevere indarno la grazia di Dio. ,, Dio, o carissimi, può far tutto da sé, in ogni ordine di cose, perché per Lui il volere è veramente potere: ma, nella sua sapienza e nella sua bontà, ama servirsi delle cause seconde ed associarle a sé affine di elevarle, di congiungerle tra loro e, se sono libere, offrir loro occasione di spiegare la loro attività e, mercé l’esercizio del libero arbitrio, meritare. – In tutta la scala sterminata degli esseri creati, non ne trovate pur uno, che non operi sugli altri e che con le sue forze non concorra all’armonia universale voluta da Dio. Così Iddio nelle acque, nell’aria e sulla terra conserva e propaga costantemente la vita sia degli animali, sia degli uomini, mediante il concorso degli animali e degli uomini stessi. La stessa legge Gesù Cristo ha stabilito quanto al modo di comunicare la vita divina della grazia: Egli domanda sempre il concorso di coloro che ha scelti per continuare l’opera sua sulla terra, che sono gli Apostoli ed i loro successori. Questi sono gli strumenti di Gesù Cristo, i suoi aiutatori o cooperatori nell’opera altissima e divina di santificare gli uomini. Non dimenticate mai, o dilettissimi, questa grande verità: come voi ricevete la vita naturale da Dio per mezzo dei vostri genitori, così ricevete la vita sovrannaturale della grazia per mezzo della Chiesa, o del Sacerdozio, in cui si concreta e piglia corpo la Chiesa; e come quelli che vi diedero la vita del corpo chiamano col dolce e santo nome di padri e loro rendete onore ed obbedienza, così e più ancora dovete chiamar padri, e come padri onorare ed ubbidire quelli che vi diedero e vi danno la vita della grazia. – Noi, esclama S. Paolo, chiamati all’ufficio di Apostoli e cooperatori di Gesù Cristo, gridiamo a tutti: “Badate di non ricevere la grazia di Dio invano. „  È grazia di Dio la vita del corpo: è grazia di Dio l’intelligenza e la volontà: è grazia di Dio l’aria che respiriamo, la luce che ci rallegra: è grazia di Dio il pane che ci nutre, l’acqua che ci disseta: tutto che siamo, che abbiamo, che ne circonda sulla terra, è dono, è grazia di Dio, perché non avevamo diritto alcuno a ricevere questi beni: ma non è di questi beni, di questi doni dell’ordine naturale, che qui parla l’Apostolo, ancorché non li escluda, anzi li supponga: egli parla di quella grazia, che è la verità e che illumina la mente, che eccita la volontà, che trasforma povere creature in figli adottivi di Dio: grazia portata sulla terra da Gesù Cristo e per mezzo degli Apostoli a tutti largamente offerta. Ma perché questa grazia, della quale Gesù Cristo è fonte inesauribile, produca i suoi effetti, basta che sia offerta? No, no, o cari. Sarebbe come dire che per vedere basti che il sole splenda in cielo, e per nutrirci basti avere innanzi una mensa lautamente imbandita: per vedere bisogna aprire gli occhi, per nutrirci è necessario pigliare il cibo. Dio ci offre sempre, dovunque e abbondantemente la grazia: a noi aprire la mente ed il cuore per riceverla e farla fruttare: se noi non rispondiamo al suo invito, essa cadrà inutilmente e sarà la nostra condanna, perché respingere il dono è far onta al donatore. Io grido a voi, come Paolo ai Corinti: “Sono, benché immeritamente, cooperatore di Dio: e come tale, vi esorto, vi scongiuro di non ricevere invano la grazia di Dio, „ che in più larga copia vi è largita in questo tempo della sacra Quaresima. “Poiché Dio dice: “A tempo propizio ti ho esaudito, e ti ho aiutato nel giorno della salute.„ Queste parole si leggono nel profeta Isaia, che le mette in bocca del Padre, e sono rivolte al Figlio fatto uomo e rappresentante tutta l’umanità. Vero è che queste parole del profeta sembrano riferirsi ad un tempo passato, mentre riguardano il futuro; ma ciò non deve fare difficoltà alcuna, giacché dovete sapere che Iddio, parlando per bocca dei profeti, assai volte mette il futuro come presente, anzi come passato, perché dinanzi a Lui il futuro è presente e come già fatto. “Ricevete, è questo il senso, ricevete la grazia di Dio, perché questo è il tempo propizio, questo è il tempo della salute. „ Anche prima di questo tempo, cioè prima che venisse il Figliuolo di Dio, il nostro Capo e supremo Mediatore, non si rifiutava la grazia a chi era disposto a riceverla; ma si concedeva in misura più scarsa: era simile a quella luce che il sole sparge per il cielo prima di spuntare sull’orizzonte: ma ora dopo la venuta di Gesù Cristo, la grazia sovrabbonda, come sovrabbonda la luce allorché il sole sfolgoreggia in mezzo al cielo: “È questo il tempo propizio, il tempo per eccellenza della salute, ed io, dice l’Apostolo, ve l’annunzio: usatene. „ Questo tempo che S. Paolo chiamava propizio e di salute, non è ristretto a quello in cui egli viveva: esso comincia da Cristo e si estende fino al termine dei secoli, tutto egualmente tempo di salute e di misericordia per chi vuole debitamente valersene. E voi, o cari, senza dubbio ve ne varrete. –  Seguitiamo il nostro commento. “Non rechiamo offesa a chicchessia, acciocché non sia disonorato il nostro ministero. „ Quale ammaestramento per noi sacerdoti direttamente e indirettamente anche per voi, o laici! Noi tutti, sacerdoti, chiamati ai vari uffici del sacro ministero, dobbiamo porre ogni studio in cessare qualunque atto o parola od anche solo omissione, che in qualsiasi modo possa offendere alcuno e recare disonore o danno alla Religione, della quale siamo rappresentanti e ministri. Ciò che predichiamo a voi, lo dobbiamo predicare prima e più fortemente a noi stessi, obbligati come siamo a precedervi in ogni cosa con l’esempio di una vita illibata e santa. Voi, o laici, avete il sacro diritto, che, fin dove le forze ce lo consentono, vi ammaestriamo più con le opere che con le parole, e noi, da questo luogo, dovremmo sempre poter ripetere la sentenza dell’Apostolo: ” Figliuoli, imitate noi, come noi imitiamo Gesù Cristo — Imitatores mei estote sicut et ego Christi. „ Nondimeno due cose vorrei che non dimenticaste mai. In primo luogo vogliate ricordarvi, che se noi, ministri del Vangelo, dobbiamo presentare in noi stessi la copia fedele di Gesù Cristo, siamo pur sempre uomini, figli di Adamo, come voi, travagliati come voi dalle stesse passioni, soggetti alle stesse prove ed alle stesse debolezze. Il perché se talvolta scorgete in noi ciò che male risponde all’alta nostra vocazione, non dovete pigliarne scandalo; anzi dovete compatirci e coprire noi pure con quel manto della carità cristiana, che non esclude alcuno dei vostri fratelli, e in ogni modo non sia mai che facciate ricadere sulla Religione le conseguenze dei nostri falli, o che si attribuiscano a tutti i ministri della Religione quei falli che sono di alcuni soltanto. – La Religione è santa nella sua dottrina e nelle sue leggi, ed è ingiustizia somma imputare a lei ciò che è colpa degli uomini e dei ministri suoi. Chi mai griderebbe contro il codice perché talvolta i giudici stessi, che lo devono applicare, lo trasgrediscono? Chi oserebbe pigliarsela con la ragione e con la giustizia perché vi sono filosofi e magistrati, che la disonorano? Come le nubi non tolgono nulla alla luce del sole, così i falli degli uomini di Chiesa non scemano la santità della Religione. L’oro che vedete nella polvere, il diamante che è coperto di terra, è sempre oro e diamante: così la Religione non deve perdere nulla della sua santità allorché alcuni dei suoi ministri vengono meno all’alto loro ufficio. La Religione è sempre santa ancorché non sempre santi siano coloro che la predicano. Ed è pure da guardarvi da un’altra ingiustizia che non raramente si commette contro gli uomini di Chiesa: uno di loro cade in un fallo e subito si grida ai quattro venti: Vedete chi sono i preti! Vedete come fanno i religiosi! — È giustizia attribuire a tutti la colpa di uno? Ditelo voi. E perché poi l’opera buona d’uno non è egualmente attribuita a tutti? Pur troppo il male che si fa da un prete è male di tutti, e il bene è di quell’uno che lo fa, se pure non si tace. – In secondo luogo vi piaccia considerare, che se noi, ministri della Chiesa, dobbiamo onorare la nostra dignità e il Capo divino che ci manda, con la bontà e santità della vita; ancor voi, come Cristiani, dovete modellarvi sullo stesso esemplare e mostrarvi degni della vostra vocazione all’eccelso onore di figli di Dio. E in che cosa ci mostreremo noi veri ministri di Dio? Risponde l’Apostolo con una lunga ed eloquente enumerazione, che è in pari tempo una stupenda apologia della sua condotta. “Noi in tutto ci diportiamo come ministri di Dio in grande pazienza, in afflizioni, in bisogni, in angustie, „ cioè, sopportando le afflizioni, che ci vengono dal di fuori, i bisogni, ossia le privazioni d’ogni guisa, le angustie, ossia le distrette e gli affanni della vita sempre agitata. Non basta: l’Apostolo prosegue: “Ci diportiamo come ministri di Dio nelle battiture, nelle prigionie, nelle sommosse; „ manifestamente allude alle parecchie flagellazioni, a cui fu sottoposto (tre volte, come dice più innanzi), alle prigionie sostenute ripetutamente, alle sommosse, nelle quali si trovò involto, come apparisce dagli Atti apostolici. Non basta ancora e continua: “Nei travagli, nelle vigilie, nei digiuni, „ sono le opere che l’Apostolo aggiungeva alle persecuzioni esterne, quasiché queste non bastassero, e segue ancora: “Nella purezza, nella scienza, nella longanimità. — Io ho adempito il mio ufficio di apostolo, cosi S. Paolo, non ricevendo doni da chicchessia, non recando carico a persona, perché ai miei bisogni, come protesta altrove, provvidero queste mani; ho servito al Vangelo e non ho voluto essere di peso a nessuno: è questa la mia gloria. „ L’ho adempito quest’alto ufficio nella scienza, svelandovi i misteri della fede, della sapienza e della carità di Gesù Cristo: l’ho adempito nella longanimità, agli insulti, alle calunnie, all’odio, alle persecuzioni dei miei nemici opponendo costantemente la pazienza, il perdono più generoso, la mitezza del linguaggio, la soavità dei modi. E tutto questo, continua nella foga del suo dire l’Apostolo, e tutto questo non è mio merito, non è frutto delle mie industrie, dei miei sforzi, no; è tutto dono di Dio, dal quale discende ogni cosa buona; è dono dello Spirito santo, in Spiritu sancto, che spande nelle anime la carità vera, che risplende nelle opere, in charitate non ficta. Noi potremmo credere che le cose sin qui dette dall’Apostolo per mostrare qual fu l’esercizio del suo ministero dal giorno che sulla via di Damasco udì la voce di Cristo, fossero bastevoli e più che bastevoli: ma non così parve al grande Apostolo: trasportato dall’impeto del suo zelo, dalla carità, che lo strugge; piena l’anima di un entusiasmo divino per l’altezza della missione apostolica ricevuta da Cristo, quando sembra aver esauriti i concetti e le espressioni, allora ripiglia nuova lena e forza e trova nuove idee, nuove e più gagliarde forme per esprimerle. Uditelo: “Sì, io ho adempito il mio ministero, e l’ho adempito con una parola verace, in verbo veritatis; la verità, la sola verità e sempre la sola verità fu, è e sarà sempre sulle mie labbra, come si conviene a chi è apostolo di Colui che disse: Io sono la verità; e l’ho predicata nella potenza di Dio, il quale con lo splendore dei miracoli l’ha confermata e suggellata. Sono queste le prove del mio apostolato, prove che vengono non dagli uomini, ma da Dio, e che non ammettono ombra di dubbio. „ E qui, Paolo, quell’Apostolo incomparabile, quell’uomo dalla tempra d’acciaio e dal cuore di madre, si apre una nuova via e versa tutta l’anima sua: “Ho adempito il mio ministero, usando le armi della giustizia, ossia tutti i mezzi leciti per far trionfare la giustizia, per santificare le anime, a destra ed a sinistra, nelle prospere cose come nelle avverse, in mezzo agli applausi ed alla gloria, che talora raccolsi, e in mezzo alle ignominie, onde più spesso fui coperto, per gloriam et ignobilitatem; ora accolto con il nome di falso ed ora di vero apostolo, per infamiam et bonam famam; ora tenuto in conto di seduttore, mentre ho coscienza di annunziare la verità, ut seductores et veraces; considerato come uomo ignoto, eppure sono notissimo per quelli che mi ascoltano e più ancora per quelli che non mi lasciano in pace, sicut qui ignoti et cogniti: sono come un uomo continuamente in pericolo della vita, cercato a morte, eppure, per divina provvidenza, sempre vivo e robusto, quasi morientes, et ecce vivimus; ogni giorno sono fatto bersaglio agli assalti dei miei nemici, battuto, vergheggiato, eppure non muoio, ut castigati, et non mortificati: le cause di dolore e di tristezza si addensano sopra di me e dovrei esserne sopraffatto, totalmente oppresso, eppure sono sempre lieto e sono colmo di gioia in mezzo alle mie tribolazioni, quasi tristes, semper autem gaudentes; superabundo gaudio in omni tribulatione nostra: sono povero, miserabile, non ho che le mani per campare la vita, e nondimeno non manco di nulla e posso largheggiare con altri, sicut egentes, multos autem locupletantes: tamquam nihil habentes, et omnia possidentes. „ Qui ha termine il tratto dell’Epistola, che m’ero proposto di spiegarvi. Chiudendo questo breve commento, non posso fare a meno di richiamare la mia e la vostra attenzione sopra tre cose che mi paiono troppo degne di attenzione: la prima è comune a me ed a voi; la seconda riguarda me e i fratelli miei nel sacerdozio, e la terza riguarda voi, o laici fedeli. Queste sentenze dell’Apostolo, piene di forza, di maschia eloquenza, e direi quasi d’un santo orgoglio, ci mettono sott’occhio la sua vita, le sue opere e l’ardore del suo zelo, che non dice mai: “Basta”. Esse ci mostrano come la grazia di Dio possa trasformare un’anima e renderla atta, pronta ai maggiori sacrifici: si direbbe ch’essa non vede più che due cose sole, la gloria di Dio e la salvezza delle anime: tutto il resto per essa è nulla e meno che nulla. Queste sentenze dell’Apostolo ci insegnano quanto sia sublime e degna di riverenza la dignità sacerdotale in tutti i suoi gradi, e come la si debba mantenere in onore presso tutti e difenderla, se è necessario, contro i calunniatori ed oltraggiatori, perché caduta questa in disprezzo e mala voce presso il popolo, l’opera sua è impedita o resa inutile o fors’anche tramutata in iscandalo. Ogni autorità naturale, cominciando dalla paterna fino alla suprema, la reale, ha bisogno di stima e di rispetto per poter produrre i suoi benefici effetti nella famiglia e nella società civile: più assai dell’autorità naturale l’autorità sovrannaturale del Sacerdozio ha bisogno di stima, di rispetto e di venerazione, perché destituita del presidio umano della forza, perché più alto senza confronto è il suo fine e più difficile il conseguirlo. Circondiamo adunque l’autorità sacerdotale del nostro rispetto più sincero, della nostra venerazione più profonda; onoriamola, al bisogno difendiamola, e se qualcuno, che ne è adorno, se ne mostra men degno con la sua condotta, non confondiamo lui con l’autorità che rappresenta, e ricordiamoci che i figli devono sempre rispettare ed onorare il padre anche errante e colpevole. – La seconda cosa riguarda me e i fratelli miei nel sacerdozio. Noi, ammaestrati da san Paolo, porremo ogni studio in non recare offesa di sorta a chicchessia, affinché non sia disonorato il nostro ministero: saremo pazienti nelle afflizioni, nei bisogni, nelle angustie, nelle vicende più amare della vita; praticheremo il disinteresse, vi daremo la scienza di Dio, saremo longanimi, benigni, caritatevoli, sempre eguali nei casi avversi e nei prosperi; non curando la guerra che ci fa il mondo, adempiremo il nostro dovere, e ai sofferenti, ai poverelli saranno rivolte le nostre più amorose sollecitudini, seguendo l’esempio dell’Apostolo. – La terza cosa riguarda voi, laici fedeli. Il principe degli Apostoli, S. Pietro, scrivendo ai fedeli, diceva loro: ” Voi siete la generazione eletta, il regale sacerdozio, la gente santa, il popolo di conquista „ (I Petri, II, 9). Certamente S. Pietro non volle attribuire a voi. laici, la dignità ed il potere sacerdotale nel senso rigoroso della parola, quasiché voi pur possiate amministrare i Sacramenti, offrire il Sacrifìcio, ammaestrare autorevolmente fedeli e reggere e governare la Chiesa: intese soltanto di dire, che voi pure col santo Battesimo e con la Confermazione siete consacrati a Dio, e potete essere elevati alla dignità sacerdotale e come membra di Cristo potete offrire sacrifici spirituali (capo II, 5): intese soltanto di dire, che voi pure, o laici, massime se avete la dignità e l’autorità di padri, di padroni o qualsiasi altra dignità od autorità, in qualche modo partecipate della dignità ed autorità sacerdotale, quella di reggere e governare i figli, i dipendenti, e per questo titolo vi corre l’obbligo di far tesoro di quelle stesse virtù, che dobbiamo esercitar noi sacerdoti, e farne tesoro in quella misura che è richiesta dal vostro stato, affinché non veniate meno ai vostri doveri. Perciò ancor voi dovete armarvi di pazienza nelle afflizioni, nei bisogni, nelle distrette, nelle tribolazioni d’ogni maniera, che troverete sul vostro cammino: ancor voi avete bisogno della scienza opportuna, della longanimità, della benignità, della carità schietta e della fortezza d’animo, alle quali è riserbata la vittoria nelle prove della vita e la corona a chi adempie fedelmente i propri doveri.

 Graduale Ps XC,11-12

Angelis suis Deus mandávit de te, ut custódiant te in ómnibus viis tuis.

In mánibus portábunt te, ne umquam offéndas ad lápidem pedem tuum.

[Dio ha mandato gli Ángeli presso di te, affinché ti custodíscano in tutti i tuoi passi. Essi ti porteranno in palmo di mano, ché il tuo piede non inciampi nella pietra.]

Tractus. Ps XC:1-7; XC:11-16

Qui hábitat in adjutório Altíssimi, in protectióne Dei cœli commorántur.

V. Dicet Dómino: Suscéptor meus es tu et refúgium meum: Deus meus, sperábo in eum.

V. Quóniam ipse liberávit me de láqueo venántium et a verbo áspero.

V. Scápulis suis obumbrábit tibi, et sub pennis ejus sperábis.

V. Scuto circúmdabit te véritas ejus: non timébis a timóre noctúrno.

V. A sagitta volánte per diem, a negótio perambulánte in ténebris, a ruína et dæmónio meridiáno.

V. Cadent a látere tuo mille, et decem mília a dextris tuis: tibi autem non appropinquábit.

V. Quóniam Angelis suis mandávit de te, ut custódiant te in ómnibus viis tuis.

V. In mánibus portábunt te, ne umquam offéndas ad lápidem pedem tuum,

V. Super áspidem et basilíscum ambulábis, et conculcábis leónem et dracónem.

V. Quóniam in me sperávit, liberábo eum: prótegam eum, quóniam cognóvit nomen meum,

V. Invocábit me, et ego exáudiam eum: cum ipso sum in tribulatióne,

V. Erípiam eum et glorificábo eum: longitúdine diérum adimplébo eum, et osténdam illi salutáre meum.

[Chi abita sotto l’égida dell’Altissimo, e si ricovera sotto la protezione di Dio.

Dica al Signore: Tu sei il mio difensore e il mio asilo: il mio Dio nel quale ho fiducia.

Egli mi ha liberato dal laccio dei cacciatori e da un caso funesto.

Con le sue penne ti farà schermo, e sotto le sue ali sarai tranquillo.

La sua fedeltà ti sarà di scudo: non dovrai temere i pericoli notturni.

Né saetta spiccata di giorno, né peste che serpeggia nelle tenebre, né morbo che fa strage al meriggio.

Mille cadranno al tuo fianco e dieci mila alla tua destra: ma nessun male ti raggiungerà. V. Poiché ha mandato gli Angeli presso di te, perché ti custodiscano in tutti i tuoi passi.

Ti porteranno in palma di mano, affinché il tuo piede non inciampi nella pietra.

Camminerai sull’aspide e sul basilisco, e calpesterai il leone e il dragone.

«Poiché sperò in me, lo libererò: lo proteggerò, perché riconosce il mio nome.

Appena mi invocherà, lo esaudirò: sarò con lui nella tribolazione.

Lo libererò e lo glorificherò: lo sazierò di lunghi giorni, e lo farò partécipe della mia salvezza».]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthaeum.

Matt IV:1-11

“In illo témpore: Ductus est Jesus in desértum a Spíritu, ut tentarétur a diábolo. Et cum jejunásset quadragínta diébus et quadragínta nóctibus, postea esúriit. Et accédens tentátor, dixit ei: Si Fílius Dei es, dic, ut lápides isti panes fiant. Qui respóndens, dixit: Scriptum est: Non in solo pane vivit homo, sed in omni verbo, quod procédit de ore Dei. Tunc assúmpsit eum diábolus in sanctam civitátem, et státuit eum super pinnáculum templi, et dixit ei: Si Fílius Dei es, mitte te deórsum. Scriptum est enim: Quia Angelis suis mandávit de te, et in mánibus tollent te, ne forte offéndas ad lápidem pedem tuum. Ait illi Jesus: Rursum scriptum est: Non tentábis Dóminum, Deum tuum. Iterum assúmpsit eum diábolus in montem excélsum valde: et ostendit ei ómnia regna mundi et glóriam eórum, et dixit ei: Hæc ómnia tibi dabo, si cadens adoráveris me. Tunc dicit ei Jesus: Vade, Sátana; scriptum est enim: Dóminum, Deum tuum, adorábis, et illi soli sérvies. Tunc relíquit eum diábolus: et ecce, Angeli accessérunt et ministrábant ei.”

Omelia II

[Idem, OmeliaII]

“Gesù fu condotto dallo spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. E poiché ebbe digiunato quaranta giorni e quaranta notti, infine sentì fame. E il tentatore, appressatosi a lui, gli disse: Se sei Figliuolo di Dio, comanda che queste pietre divengano pani. Ma egli rispondendo, disse: Sta scritto: Non di solo pane vive l’uomo, ma d’ogni parola, che procede dalla bocca di Dio. Allora il diavolo lo trasportò nella santa città, e lo pose sopra l’orlo del tetto del tempio, e gli disse: Se sei Figlio di Dio, gettati giù, perciocché sta scritto, ch’egli “ha dato la cura di te ai suoi angeli, ed essi ti terranno nelle loro mani, affinché non intoppi del piede in alcuna pietra”. Gesù gli disse: “Sta scritto altresì: Non tenterai il Signore Iddio tuo”. Da capo il diavolo lo trasportò sopra un monte altissimo, e gli mostrò tutti i regni della terra e la loro magnificenza, e gli disse: Io ti darò tutte queste cose, se, gettandoti in terra, mi adorerai. Allora Gesù gli disse: Via di qua, satana perché sta scritto: Adorerai il Signore Iddio tuo, e a lui solo servirai. Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco gli angeli vennero a lui, e lo servivano „ (Matteo, capo IV, 1-11).

Il fatto che si racchiude in questo Vangelo della prima Domenica di Quaresima e che vi ho riportato parola per parola nella nostra lingua, è della più alta importanza. Esso apre la vita pubblica di Gesù Cristo e dà principio a quel terribile duello ch’Egli volle sostenere a nostra istruzione e salvezza col suo e nostro giurato nemico, il demonio. E prima di cominciare la interpretazione del testo evangelico, non vi sia grave, che mandi innanzi alcune avvertenze, che mi paiono convenienti. Anzitutto osservate che Gesù Cristo è, come insegna S. Paolo, il secondo Adamo, l’Adamo celeste, il Capo della nuova generazione dei figli di Dio, il Riparatore del fallo commesso dal primo Adamo; come il primo Adamo, a principio, nel luogo di delizie, fu messo alla prova, affinché con la vittoria meritasse il possesso e la conferma dei doni ricevuti, così doveva essere messo alla prova il secondo Adamo, nel deserto: il primo con la sua caduta, divenne schiavo del nemico e schiava fece tutta la sua progenie: il secondo, Gesù Cristo, con la sua vittoria comincia la riscossa, la liberazione dell’umanità peccatrice e insegna a tutti il modo di combattere e vincere il comune nemico. E qui è pur anche da avvertire che i demoni, benché per acume di mente, di gran lunga superiori agli uomini, non conoscono, né possono conoscere i nostri pensieri ed affetti: questi son noti soltanto a Dio, se non li manifestiamo. Possono argomentarli da segni esterni e con maggiore o minore probabilità supporli, ma conoscerli con certezza, giammai. – Gesù Cristo è il Santo per eccellenza: in Lui, nell’anima sua, nel suo corpo non vi è ombra della funesta eredità di Adamo, non tendenze, non passioni incomposte: tutto in Lui è ordine, armonia, santità; la tentazione pertanto viene a Gesù di fuori, e in Lui non trova punto d’appoggio, non porta dischiusa: Egli è come la luce circondata dalle tenebre: queste non hanno, né possono avere accesso nella natura della luce. Questa tentazione, che Gesù permise, narrata da tre Evangelisti, avvenne subito dopo il suo battesimo nel Giordano e la divina manifestazione, che colà ebbe luogo, e la solenne testimonianza a Lui resa dal Precursore. – Ora veniamo alla spiegazione delle singole parti di questo fatto sì straordinario e sì istruttivo. “Gesù fu condotto dallo spirito nel deserto. „ Il deserto ebbe sempre un’attrattiva potente sulle anime religiose: esso è la soglia della vita attiva dei grandi personaggi. Il deserto separa dal consorzio umano, raccoglie la mente, la solleva a Dio, la purifica, matura le grandi risoluzioni, tempra le anime virili e le prepara alle più ardue lotte. Mosè, Elia, Giovanni Battista si formarono nella solitudine. Gesù, lasciato il Giordano dopo il suo Battesimo, è condotto dal suo spirito nel deserto. Questo luogo è poco lungi dal Giordano, presso la via che mette a Gerusalemme, in mezzo a monti dirupati, e che anche al giorno d’oggi si chiamano i monti della tentazione, a pochi chilometri da Gerico. E perché Gesù Cristo si riduce nel deserto? Aveva forse bisogno della solitudine, del silenzio dei boschi per pregare, meditare, immergersi nella contemplazione, e prepararsi alla vita pubblica, alla missione, per la quale era venuto? Sarebbe bestemmia pure il pensarlo! Egli era Dio e l’occhio della sua mente era perennemente fisso nella luce divina di cui si beava, il suo cuore sempre immerso nell’oceano della divina Essenza. Che andava adunque a cercare nel deserto? Non la pace, ma la lotta, la prova per vincerla e dare a tutti i futuri credenti due lezioni indimenticabili che sono la necessità della preghiera, del digiuno, della mortificazione, e il modo di vincere il nemico. Lo dice l’Evangelista: ” Gesù fu condotto dallo spirito nel deserto per essere tentato. „ Tentato da chi? Dal diavolo. Non sono pochi oggidì coloro, che all’udire questa parola “il diavolo”, sorridono e mettono la sua esistenza tra le favole e compatiscono come menti inferme e ancora schiave di vecchi pregiudizi quanti vi credono. Per noi basti il sapere che la S. Scrittura, dal principio del primo libro della Genesi, fino alle ultime linee dell’Apocalisse, parla di angeli buoni e cattivi, o demoni; basti il sapere che tutto il gran dramma della rivelazione divina, che comincia in cielo, poi si porta sulla terra e sulla terra si scioglierà alla fine dei secoli, non è che lo svolgimento d’una lotta colossale tra Cristo, i suoi Angeli e i suoi eletti, e satana o il diavolo, e i suoi seguaci. Non è qui il luogo di mostrare l’esistenza degli spiriti malvagi e l’origine del male; vi basti sapere, che, piaccia o non piaccia al mondo ed alla miscredenza, la fede insegna che il demonio esiste e che tutta quanta l’umanità, in tutti i tempi e in tutti i luoghi credette e crede alla sua esistenza. Quanto tempo Gesù stette in quell’orrido deserto? Lo dice in termini il Vangelo: ” Quaranta giorni e quaranta notti. „ E che fece colà in sì lungo periodo di tempo? Certo pregò, contemplò la maestà del Padre suo, lo adorò; ma il Vangelo ci dice soltanto “che digiunò. „ Sembra che il suo fosse un digiuno assoluto, senza pigliar cibo o bevanda di sorta: Egli ripete in sé ciò che avevano fatto Mosè ed Elia, e consacra il digiuno quadragesimale. Il digiuno è una espiazione dei peccati commessi ed è uno dei modi più comuni nei quali si esplica la gran legge del Vangelo, che è la mortificazione. Il digiuno raffrena la carne, rintuzza le passioni, solleva la mente, la rende atta a conoscere la verità, è l’amico, il compagno della virtù. – In capo ai quaranta giorni di sì austero digiuno, Gesù, permettendolo Lui stesso, sentì la fame e il bisogno di cibo, Esuriit, e ciò dovette apparire a segni esterni, quali che fossero. Allora “Il tentatore, appressatosi a luì, gli disse: Se sei il Figliuolo di Dio, comanda che queste pietre divengano pani. „ Il tentatore! – Chi è questo che è chiamato, non semplicemente tentatore, ma “IL TENTATORE”, secondo il testo greco? Evidentemente quel medesimo, che sopra è chiamato diavolo. E perché si chiamava tentatore? Perché tentò i primi padri e li sedusse, e perché continua e continuerà l’opera sua scellerata fino al termine dei secoli. E perché l’angelo caduto, ossia il diavolo, coi suoi seguaci incessantemente insidia e si studia di sedurre tutti gli uomini? Qual motivo, quale interesse ha egli in questa non so ben dire se più empia o più stupida impresa? Egli odia Dio, che l’ha punito, e più ancora, se si può dire, Cristo, l’Uomo-Dio. Secondo ogni verosimiglianza, a principio, Dio agli angeli tutti, appena li ebbe creati, mostrò il mistero dell’Incarnazione, che sarebbesi compiuto nella pienezza dei tempi e impose loro di riconoscerlo loro Capo e loro Signore, secondochè si legge nel salmo: “Allorché introdusse il suo primogenito nel mondo, Dio disse: Lo adorino i suoi angeli. „ Buon numero di essi, per superbia disdegnarono di riconoscere il loro Capo e Signore in chi, fatto uomo, pareva loro inferiore, si ribellarono e furono precipitati nell’inferno. Di qui l’odio ferocissimo del demonio contro Cristo e gli uomini, coi quali ha comune la natura assunta, e di qui il fare ogni sforzo per perdere gli uomini e rapirli a Cristo. Benché non tutte le tentazioni vengano direttamente dal demonio, ma molte vengano dalle nostre passioni, si può dire che indirettamente tutte vengano da lui in quantochè egli corruppe la nostra natura in Adamo e introdusse il peccato, onde a ragione si chiama il tentatore. E come si presentò a Cristo? Il Vangelo non lo dice, ma sembra che ciò facesse sotto forma sensibile, probabilmente sotto forma umana. – Uno dei più acuti dolori che l’uomo retto e santo possa soffrire, è la vista del male, è la compagnia, il contatto dei tristi, delle anime corrotte e depravate: è un cruccio, un supplizio ineffabile. Gesù Cristo, che doveva bere al torrente di tutti i dolori, volle pure soffrire questo: volle vedersi vicino l’autore del male, il perverso, che fu cacciato dal cielo, l’omicida, colui che tutto odia, che vuole il male per il male, “Che contro il suo Fattore alzò le ciglia.” Chi è desso quest’Uomo, che prega e digiuna nel deserto, sul capo del quale pochi giorni fa si sono aperti i cieli, che l’Eterno ha chiamato suo Figlio diletto? Chi è quest’Uomo, sì virtuoso e sì santo, ma sì povero e sì spregiato, che non ha dove posare la testa? È un profeta? E figlio adottivo di Dio? E forse il Messia, lo stesso Uomo-Dio, che ha da venire? Il tentatore non lo sa e il dubbio tormenta quel superbo. Dovete sapere che il demonio non conobbe mai con certezza chi era Gesù Cristo, se un gran profeta, un figlio di Dio per adozione, o il Figlio di Dio per natura, fatto uomo; lo conobbe solo in quell’istante in cui fu compiuta la redenzione. Dio gli nascose questo mistero per fiaccare il suo orgoglio e perché egli stesso, il demonio, non conoscendolo, cooperasse, suo malgrado, alla propria disfatta e alla salvezza degli uomini. E ciò che insegnano S. Girolamo, S. Ambrogio, S. Ignazio M., S. Leone e che apparisce da questo luogo del Vangelo. Il demonio vuol liberarsi da questo dubbio angoscioso, affine di regolarsi nella guerra che gli deve muovere, e perciò, appressatosi, vistolo sofferente e quasi rifinito dal digiuno, gli dice: Se tu sei il Figlio di Dio. Notate quel — Se tu sei —, in cui confessa a suo gran dispetto la sua ignoranza: Se tu sei il Figlio di Dio, tu puoi fare ogni cosa: tutto obbedisce all’impero della tua voce: muta in pani questi sassi del deserto. Se Gesù lo faceva, affermava sé essere veramente il Figliuolo di Dio, e il demonio usciva dal suo dubbio: se Gesù rispondeva : “Far questo non è in mio potere”, dichiarava di non essere Dio. Oltrecché la proposta era empia, perché imponeva di fare un miracolo per poter conoscere i disegni di Dio, né v’era necessità alcuna di operar un miracolo, potendo Gesù Cristo soddisfare ai bisogni della natura in modo naturale, procurandosi, come ogni altro uomo, il cibo necessario. Perciò Gesù Cristo, lasciando sempre il demonio nella sua umiliante ignoranza, rispose: “Sta scritto: Non di solo pane vive l’uomo, ma d’ogni parola, che procede dalla bocca di Dio. „ Queste parole son tolte dal capo VIII, vers. 3 del Deuteronomio, dove Dio dice al popolo d’Israele, che si lagnava di non aver cibo nel deserto, che l’uomo non vive solamente del pane comune, ma può vivere di qualunque cibo, che a lui piaccia dargli, e gli diede la manna. Cristo adunque non rispose direttamente al tentatore quanto al miracolo domandato: Io sento il bisogno di cibo, è vero; ma Io mi nutrirò come piace al Padre mio: se è suo volere ch’io soffra ancora la fame, la soffrirò: se Egli vorrà con la sua parola vivificatrice, con la verità nutrire il mio spirito in guisa che il corpo istesso ne riceva alimento, come sin qui, Io lo benedirò: se vorrà fornirmi un altro cibo qualunque, Io lo riceverò: la sua volontà per me è legge sovrana. Gesù adunque respinge il tentatore, non discutendo, non promettendo, o negando, ma semplicemente rimettendosi al Padre suo quanto ai bisogni naturali del proprio corpo. E ciò che ciascuno di noi deve fare nelle tentazioni e prove sì svariate della vita: si faccia ciò che piace a Dio, che è Padre nostro, e che non può non volere e sempre il maggior nostro bene. – “Allora il diavolo lo trasportò nella santa città e lo pose sopra l’orlo del tetto del tempio, e gli disse: Se sei Figlio di Dio, gettati giù, perché sta scritto, ch’Egli ha dato la cura di te agli Angeli, ed essi ti terranno nelle loro mani, affinché non intoppi del piede in alcuna pietra. „ – Alcuni fecero le più alte meraviglie che Gesù Cristo, non solo permettesse d’essere tentato dal demonio, ma da lui trasportato qua e là, quasi a suo talento, e sembra loro cosa indegna da non potersi credere, e però cercarono di interpretare questo fatto come una visione fantastica. Ma se Gesù Cristo permise d’essere calunniato, schernito, schiaffeggiato, messo in croce ed ucciso da coloro che erano aizzati dal demonio, non vi è ragione che non tollerasse anche d’essere trasportato dal medesimo sopra il tempio. Vedete sottile tentazione! In fondo all’anima, nelle pieghe più intime dello spirito più puro e più santo vi è sempre un filo di egoismo, l’amore della propria eccellenza: esso non muore che con noi. Il demonio conta su quello e dice a Gesù: Vedi: se tu sei il Figlio di Dio, l’aspettato Salvatore del mondo, devi farti conoscere come tale: fa risplendere la tua potenza e la tua gloria. Gettandoti da questo luogo, non hai a temere di riportarne alcun danno: Dio ha dato a ciascun uomo un angelo, che lo custodisca in ogni pericolo: quanto più saranno pronti gli Angeli ai tuoi cenni (Gesù poco prima aveva rigettata la tentazione con le parole della Scrittura; il demonio, a sua volta, ricorre anch’egli ai Libri santi). Se tu ti getti da questa altezza, in questo luogo sì celebre, sotto gli occhi di tanto popolo, senza danno di sorta, tutta Gerusalemme, tutto Israele ti riconoscerà per il Figlio di Dio e ti seguirà: “l’opera tua sarà compiuta. „ Fine del tentatore era di spingere Gesù a farsi conoscere a suo modo, a mettere a servizio di sé la potenza divina, in altri termini, a tentar Dio. Gesù rispose, gettando in faccia al tentatore quella sentenza solenne dei Libri santi: ” Non tenterai il Signore Dio tuo. „ Le quali parole non si devono intendere dette da Gesù come se suonassero: “Non tenterai me, Signore e Dio tuo, „ che allora Gesù avrebbe fatto conoscere al maligno quello che non voleva fargli conoscere; ma si hanno da intendere in senso generale, come un precetto comune a tutti, come se avesse detto: “Tu sai il comando divino che abbiamo di non tentare Dio e pretendere da Lui miracoli a capriccio nostro: Io non lo tenterò, come tu mi consigli di fare. „ – Dio, o carissimi, veglia sempre sopra di noi, come un padre sui diletti suoi figli: stende loro la mano soccorrevole come e quando gli piace: Egli ha stabilito le vie, che ciascuno deve percorrere: a noi tocca camminare per esse e usare dei mezzi che ci offre: ora se volessimo che Dio prestasse la sua mano a quello che vogliamo noi e come vogliamo noi e che al bisogno mutasse per noi il corso naturale delle cose, operando anche miracoli, noi scambieremmo le parti, metteremmo Dio al luogo nostro e noi al luogo di Dio. Questo è tentar Dio ed offesa gravissima fatta alla sua Maestà. A Dio spetta guidarci per la sua via, a noi il seguirlo umilmente e docilmente. – Il tentatore non si diede per vinto, e servendosi della sua natura spirituale, padrona dello spazio, “trasportò Gesù sopra un monte altissimo, e gli mostrò tutti i regni della terra e la loro magnificenza, e gli disse: Io ti darò tutte queste cose, se, gettandoti in terra, mi adorerai. „ Qual sia questo monte altissimo, sul quale fu portato Gesù Cristo, è al tutto ignoto, né il Vangelo ce ne dà indizio benché minimo. Dalla vetta di quel monte il tentatore, accennando in qualche modo la direzione e la postura dei regni ed imperi della terra, e forse a rapidi tratti descrivendone le grandezze, “queste cose, disse, son mie e le posso dare a chi voglio. „ Questa padronanza, che il demonio si arroga su tutta la terra, è una millanteria degna di lui, che è il padre della menzogna. Egli, per sé, non è padrone di nulla, se non di quel tanto che Dio nei consigli della sua sapienza permette e che gli uomini consentono. Nondimeno, in qualche senso, quelle parole del superbo erano vere: tutto il mondo, fatta eccezione di poche anime elette, allora, in quel momento, si curvava dinanzi agli idoli, si ravvoltolava nel fango d’ogni bruttura, e il demonio poteva dire: “Tutti i regni della terra sono miei, „ e pur troppo in gran parte sono ancora suoi! Il tentatore sapeva benissimo, che il Figlio di Dio doveva venire e che venendo, avrebbe infranto il suo scettro tirannico e strappatagli di mano la gran preda, e questo Figlio di Dio poteva essere quel Gesù, che gli stava dinanzi. Invano aveva tentato di conoscerlo, di ottenere una prova, di avere una sola parola, che gli squarciasse il velo, che lo avvolgeva. – Allora tenta l’ultima prova: tenta di sedurlo o di atterrirlo: “Tu vedi l’ampiezza, la potenza, la grandezza del mio impero: tutto è mio: se lo vuoi, è tutto tuo, ecco la seduzione; se no, vedi le mie forze e comprendi, che non le potrai superare. Io ti do tutto, tutto, a questo solo patto, che, tu, prostrandoti, mi adori. „ L’angelo ribelle, divenuto demonio, porta sempre e dappertutto con sé quell’orgoglio indistruttibile, che un dì lo spinse a rifiutare l’omaggio dovuto a Dio nell’umana natura assunta: il Figlio di Dio fatto uomo è il suo rivale in cielo e in terra, e come già lassù tra gli Angeli, così quaggiù tra gli uomini gli contrasta palmo a palmo l’impero: egli vuole per sé il culto supremo, l’adorazione dovuta all’Uomo-Dio. Qual trionfo per lui, se potesse ottenere, che quest’Uomo-Dio (che può essere Gesù), per avere l’impero dell’universo, cada ai suoi piedi e l’adori! Egli avrebbe vinto Dio stesso e avrebbe piena vendetta del suo esilio eterno dal cielo. A lui premeva più avere le adorazioni di quell’uomo, che poteva essere il Messia, il suo nemico personale, che tutte le adorazioni di tutti gli uomini. – Gesù, insensibile all’ambizione, come al terrore, con accento di profonda indignazione, rispose: “Via di qua, satana! Perché sta scritto: Adorerai il Signore Dio tuo e servirai a Lui solo. „ “satana” vale quanto dire, nemico, avversario. Gesù, udita la esecrabile proposta, usando dell’impero sovrano della sua volontà, scaccia da sé il tentatore, ma senza appagare il desiderio cocente, che aveva di conoscere la sua persona. ” Via, gli grida, e sappi, che Dio solo si deve adorare, e tu stesso, miserabile caduto, lungi dal ricevere l’adorazione da chicchessia, la devi rendere piena e assoluta a Lui e Lui solo servire. „ Confuso, svergognato il tentatore si partì da Lui, “Ed ecco gli Angeli vennero a Lui e lo servirono. „ A Gesù, che esce dalla pugna vincitore del principe delle tenebre, quasi umili valletti muovono incontro gli Angeli ed offrono il conveniente ristoro all’affranta sua umanità e fanno plauso alla sua vittoria. Fugato l’angelo delle tenebre, si mostrano gli Angeli della luce e prestano l’opera loro a Colui, ch’essi riconoscono loro capo. In questa triplice tentazione si svolge la triplice concupiscenza: il demonio invita Gesù a secondare i desideri della natura e ad usare della sua potenza divina per appagarli; il demonio invita Gesù a confidare in sé, a sfidare temerariamente un pericolo, senza motivo, perché Dio lo libererà; il demonio infine lo invita a farsi signore della terra e a dare libero corso all’ambizione. Gesù sventa le arti del maligno e respinge le sue seduzioni ed i suoi assalti: Egli non discute mai col tentatore, non si cura delle sue promesse, perdura nel digiuno, ma gli getta alteramente in viso la parola di verità e tien sempre fissi gli occhi nella volontà del Padre suo, che è l’unica sua legge. Collocati su questo deserto della terra, ogni giorno alle prese con lo spirito malvagio, che tentò il nostro capo e modello, Gesù Cristo, vogliamo noi pure uscire trionfanti dalle nostre battaglie? Ecco il modo sicuro ed infallibile: combattiamo com’Egli ha combattuto; combattiamo cioè armati della fede e della fiducia in Dio, che non abbandona mai chi lo invoca con umiltà di cuore, non discutiamo col nemico, non curiamoci delle sue promesse e minacce, non porgiamo ascolto alle sue seduzioni: saldi per la fede a Dio, disprezziamo il tentatore e le tentazioni. – Il demonio, sollevando la tempesta nella nostra mente e nel nostro cuore, può bene travagliarci, molestarci, ma non può mai entrare nel nostro spirito, se noi con l’assenso nostro non gli apriamo la porta.

 Credo …

Offertorium

Orémus Ps XC:4-5:

Scápulis suis obumbrábit tibi Dóminus, et sub pennis ejus sperábis: scuto circúmdabit te véritas ejus. [Con le sue penne ti farà schermo, il Signore, e sotto le sue ali sarai tranquillo: la sua fedeltà ti sarà di scudo.]

Secreta

Sacrifícium quadragesimális inítii sollémniter immolámus, te, Dómine, deprecántes: ut, cum epulárum restrictióne carnálium, a noxiis quoque voluptátibus temperémus.

[Ti offriamo solennemente questo sacrificio all’inizio della quarésima, pregandoti, o Signore, perché non soltanto ci asteniamo dai cibi di carne, ma anche dai cattivi piaceri.]

Communio Ps XC:4-5

Scápulis suis obumbrábit tibi Dóminus, et sub pennis ejus sperábis: scuto circúmdabit te véritas ejus.

[Con le sue penne ti farà schermo, il Signore, e sotto le sue ali sarai tranquillo: la sua fedeltà ti sarà di scudo.]

Postcommunio

Orémus.

Qui nos, Dómine, sacraménti libátio sancta restáuret: et a vetustáte purgátos, in mystérii salutáris fáciat transíre consórtium. [Ci ristori, o Signore, la libazione del tuo sacramento, e, dopo averci liberati dall’uomo vecchio, ci conduca alla partecipazione del mistero della salvezza.]

 

Strategia della Chiesa nelle persecuzioni dei “rossi”

20.000 sacerdoti dietro la cortina di ferro uccisi / esiliati dai russi

Le persecuzioni di Comunisti hanno dimezzato il numero totale dei Sacerdoti dietro la cortina di ferro

“The Free Lance-Star” – 11 novembre 1954

“Msgr Alfred Kindermann ha dichiarato che lo scopo della politica comunista nei confronti della Chiesa è la completa separazione del clero dal suo gregge”.

Francoforte, Germania -La persecuzione comunista ha dimezzato il numero dei Sacerdoti cattolici nell’Europa dell’est oltre la cortina di ferro – da 40.000 a 20.000 – negli ultimi otto anni, secondo un esperto leader.

Questi Francescani furono tutti assassinati dai comunisti

Mons. Alfred Kindermann, direttore del Seminario Albertus Magnus a Koenigstein, vicino a Francoforte, afferma che se la persecuzione comunista continuerà al ritmo attuale, il clero Cattolico romano all’interno del blocco sovietico sarà sterminato entro 10 o 20 anni.

Il seminario è il più grande college religioso dell’Europa occidentale per i Sacerdoti rifugiati dai Paesi a guida “rossa”.

Intervistato dal giornale americano Stars & Stripes dell’esercito statunitense, Mons. Kindermann ha affermato che lo scopo della politica comunista nei confronti della Chiesa è la completa separazione del Clero dal suo gregge. Ha pure detto che i Sacerdoti vengono giustiziati, imprigionati, espulsi o sottoposti ad altre pene e che i seminari ed i conventi sono stati chiusi o posti sotto il controllo delle autorità comuniste.

* La Chiesa ha utilizzato una strategia per portare i Sacramenti alla gente in alcuni paesi comunisti, facendo apparire al pubblico i Sacerdoti come dei laici sposati con relative mogli. I  “coniugi” convivevano in totale castità sotto lo stesso tetto. La donna devota si dedicava alle faccende ed ai servizi per il Sacerdote, ecc. I loro “matrimoni civili” venivano registrati dallo stato comunista. In tal modo il Sacerdote poteva incontrare i fedeli Cattolici perseguitati nelle loro case e portar loro i Sacramenti, sperando di passare  inosservato ai “rossi”.

La Chiesa Cattolica sotterranea

** “Dove la Sede del Beato Pietro e la Cattedra della Verità sono state erette per la luce delle genti, lì hanno posto il trono dell’abominazione della loro malvagità, così che, essendo stato colpito il Pastore, possono disperdere il gregge “. (Visione di papa Leone XIII dell’usurpazione papale)

“Infine, Cornelio a Lapide riassume quella che si ritiene essere l’interpretazione più comune dei teologi, commentando il diciottesimo capitolo dell’Apocalisse, dicendo:” Queste cose devono essere riferite alla città di Roma, non a ciò che è, né a ciò che era, ma a ciò che sarà alla fine del mondo, perché allora la città di Roma tornerà alla sua antica gloria, e similmente alla sua idolatria ed agli altri peccati, e tornerà come era nel tempo di San Giovanni, sotto Nerone, Domiziano, Decio, ecc. Poiché da cristiana tornerà ad essere pagana, caccerà il Cristiano Pontefice e i fedeli che aderiranno a lui, li perseguiterà e li ucciderà “. [tcwblog, 13 marzo 2015]

SCUDO DELLA FEDE: II. I MISTERI

II.- I MISTERI.

[Da: A. Carmignola: “Lo Scudo della Fede” S.E.I. Ed. Torino, 1927]

Si deve credere anche a ciò che non si vede. — Si devono credere anche i misteri, — A che cosa essi servono.

— Se la Chiesa si contentasse di farci credere a certe verità più ovvie! Ma quel volerci far credere a tanti misteri…

La Chiesa non vuole altro se non quello che vuole Iddio e la proprietà essenziale di

Lui, che è l’essere Egli incomprensibile, perché infinito.

— Ma io ho inteso dire che non bisogna credere se non a quello che si vede.

Se è così dovresti uscire dalla società, rifugiarti in un deserto e là solo con la tua intelligenza, isolato da Dio, da tutti gli uomini, scavarti una tomba e badar bene che sia ben profonda, perché non vengano a scoperchiarla i demoni, che anch’essi credono e tremano.

— E per qual ragione?

Perché volendo credere soltanto a quello che vedi, tutta la vita di società è distrutta.

— Non capisco.

Ascoltami: Tu siedi a mensa e mangi del pane, e mangiandolo fai un atto di fede, cioè credi senza vedere, perché non potrebb’essere, che in quel pane, da cui credi di avere il sostentamento, il panettiere abbia mescolato un veleno, che ti dia la morte? Tu sei ammalato e il medico ti prescrive una medicina e il farmacista te la prepara. E tu pigliandola fai un atto di fede, perché senza vedere credi che il medico ti ha prescritto e il farmacista ti ha preparato ciò che ti farà guarire, mentre potrebbe anche essere il contrario. Tu dici padre ad un uomo e madre ad una donna, e sai tu che quell’uomo è tuo padre e quella donna è tua madre? Te lo dicono essi, te lo dicono altri, e tu credi sulla loro parola. Ma non potrebb’essere anche diversamente? Potrei moltiplicarti gli esempi all’infinito e per loro mezzo farti conoscere, che la tua vita pratica nella società è contraria a quello che tu asserisci, di credere soltanto a quello che vedi.

— Sì, è vero, ma in tutti questi fatti, sebbene non veda tutto chiaro, qualche cosa posso vedere.

E sia pure che tu veda qualche cosa, ma come tu stesso affermi tutto chiaro non puoi vedere. E poi non ci sarebbero millanta altre cose, che co’ tuoi occhi materiali non potresti vedere affatto? Stando tu qui in Italia vedi Calcutta nelle Indie e Pechino nella Cina? E vivendo tu adesso sul principio del secolo XX, hai tu visto Napoleone I, l’imperatore Cesare Augusto, il celebre Alessandro Magno?

— No, certamente.

Dunque secondo te, che non vuoi credere se non a quello che vedi, Calcutta e Pechino non esisterebbero sulla faccia della terra, e Napoleone, e Cesare Augusto, e Alessandro Magno sarebbero personaggi immaginari.

— Ma io credo benissimo e a Calcutta e a Pechino, e a Napoleone, e a Cesare Augusto, e ad Alessandro Magno, perché se non ho veduto proprio io tali città e tali personaggi, li han veduti altri, e questi altri, che li han veduti, mi attestano naturalmente, che vi è Calcutta nelle Indie, Pechino in Cina, e che esistettero Napoleone, Cesare Augusto ed Alessandro Magno.

Va bene. Dunque, anche senza vedere, sulla testimonianza di altri uomini tu credi alle cose sovradette. E così devi fare, se con la tua intelligenza vuoi vedere qualche cosa di più del tuo paese, della tua città e di ciò che ti cade sotto gli occhi durante quel breve spazio di tempo, che corre dal tuo nascere fino al tuo morire. E così fanno praticamente tutti gli uomini, senza eccezione di sorta, i quali credono a mille, a centomila cose, che non hanno vedute mai; e le credono sulla testimonianza di coloro, che avendole vedute hanno poi asserito o a voce o per iscritto, che sono esistite e che esistettero in questo o in quell’altro modo, e via dicendo. Or bene quello che fai con gli uomini, perché non vuoi farlo con Dio? Dio nella sua sapienza vede tutto, conosce, sa tutto, ed Egli ti dice per mezzo della sua Chiesa, che le cose a suo riguardo stanno così e così, e tu perché non vedi con i tuoi occhi materiali, non gli vuoi credere? Ti par giusto? Ti par ragionevole?

— Capisco ora, che chi dice di non voler credere se non a quello che vede, dice una grande buaggine.

Ascolta in proposito questo fatto. Una donna celebre non meno per politiche peripezie, che per malvagi, intrighi, Anna Gonzaga, ebbe un sogno. Le pareva di camminare in una selva e imbattersi in una capanna, ov’era ricoverato un cieco. Interrogatolo se era tale dalla nascita o lo era divenuto poscia, si intese a rispondere: « Dalla nascita ». « Dunque non conosci quanto sia fulgido il sole, quanto smaglianti i fiori, quanto bella la natura tutta! » – « Ahimè! no, nulla conosco. Non posso neppure farmene un’idea. Tuttavia credo agli splendori, che mi narrate; e la mia cecità può far intendere, che vi hanno cose bellissime, che occhio umano mai non mirò, e sebbene non si vedano, però sono desiderabili assai ». Commossa, sorpresa, Anna abbracciò il cieco, che aveva mostrato a lei luce pia bella di quella, ond’egli era privo; pianse e si convertì.

— Ma io non voglio saperne di misteri.

Ciò che dici non è vero. Ammetti tu la parola, il suono, il colore, l’odore, la riproduzione delle piante e degli animali, la forza di attrazione, che vi ha nei corpi celesti, e cose simili?

— Senza dubbio, perché sono cose che vedo, sento e provo con i miei sensi.

Ma vedendole, sentendole o provandole altrimenti con i tuoi sensi, le capisci tu? Capisci in qual maniera il mio pensiero, che è cosa spirituale diventa parola sugli organi materiali della bocca? Capisci come la parola di uno che parla ad una grande moltitudine che l’ascolta, passa per le orecchie materiali e diventa di nuovo spirituale nella mente di quella moltitudine? Capisci come si producano le ondulazione sonore e come penetrino anche attraverso i muri? Capisci come da un piccolo seme possano venir fuori migliaia e migliaia di piante, di fiori e di frutti? Capisci che cosa è quella forza, che tiene in equilibrio gli astri del firmamento e impedisce che gli uni si precipitino sopra gli altri?

— Certamente tutte queste cose non le capisco. Di tutte si possono sino ad un certo punto dare delle spiegazioni. Ma poi si arriva ad un punto tale, in cui non è più possibile.

Il che vuol dire che anche in tutte queste cose vi è del mistero. E se pure tu queste cose le ammetti tutte, come osi dire di non volerne sapere di misteri?

— Ma non è di questi misteri che non voglio saperne: si è di quelli di religione.

E ciò ti par giusto? ammettere i misteri della natura e non volerne sapere di quelli di religione?

— Ma per accettare i misteri di religione bisogna sacrificare la propria ragione, ammettendo delle cose incredibili e assurde.

Sai tu quali siano le cose assurde, epperò incredibili?

— Quelle che sono contrarie alla ragione ed al buon senso, perché contengono una contraddizione nei loro termini, come ad esempio che due più due facciano tre, che il sole non risplenda, che un circolo sia quadrato.

Ottimamente. E si potrà dire che i misteri della fede siano contrari alla ragione ed abbiano contraddizioni nei loro termini?

— Dal momento che la ragione non li capisce

Ciò vorrà dire che siano superiori alla ragione ma non contrari. Ciò vuol dire che la ragione colle sole sue forze non arriva a capire le verità, che essi esprimono, ma non ne vede affatto la impossibilità. Ad esempio nel mistero dell’Unità e Trinità di Dio vi sarebbe assurdo, se si dicesse che tre persone fanno una sola persona; ma in quella vece quale assurdo vi è mai nel dire che tre persone distinte hanno la medesima unica natura divina, epperò non sono che un solo Dio? La ragione non comprende bene ciò, ma non vede assolutamente che ciò sia impossibile. E del resto se tu volessi chiamare assurdi i misteri della fede solo perché la ragione non li capisce, non dovresti chiamare assurdi anche i misteri della natura?

— Ma i misteri della natura me li attestano i testimoni irrefragabili dei miei sensi e del senso comune.

* E i misteri della fede sono attestati da un testimonio mille volte più irrefragabile che non siano i nostri sensi e il senso comune.

— E chi è questo testimonio.

È Iddio stesso.

— Come?

Come? Forse che i misteri che la Chiesa ci propone a credere sono stati inventati dagli uomini? o non è invece Iddio medesimo che si è degnato di rivelarceli? Ascolta:

Quando S. Romano, vicino a ricevere la corona del martirio, se ne stava davanti al tiranno Asclepiade: « Se non credi a me, gli disse, interroga quel bambino, che vedi là fra le braccia di sua madre, e udrai confermato dalla sua innocente bocca quanto ti ho predicato intorno alle verità della fede ». Era ivi presente una madre cristiana con in grembo il suo figlioletto ancor lattante. – Il prefetto rimirò il bambino e persuaso che per l’età sua fosse incapace di articolar parola, dissegli per ischerzo: « Sai tu dirmi chi sia il Cristo, che i Cristiani adorano? » Allora il bambino snodata miracolosamente la lingua ed alzata francamente la voce, forte gridò: « Gesù Cristo adorato dai Cristiani è il vero Dio ». « Chi ti disse questo? » ripigliò Asclepiade. Il bambino soggiunse: « Me lo ha detto mia madre, la Chiesa ». « E alla Chiesa chi l’ha detto? » – « Alla Chiesa lo ha detto Iddio ». Lo ha detto Iddio! Ecco il motivo, su cui si appoggia la nostra fede ai misteri della religione: la parola infallibile di Dio. Non occorre altro senonchè per mezzo della stessa ragione noi ci accertiamo di questo, che Dio abbia veramente parlato agli uomini, che Egli abbia realmente rivelate loro delle verità da credere. Constatata la rivelazione divina sarebbe veramente da uomo irragionevole il non voler credere.

— Non capisco perché Iddio abbia voluto rivelarci dei misteri. Non poteva fare a meno?

Senza dubbio che lo poteva, giacché Egli non era punto tenuto a rivelarceli. L a rivelazione delle verità soprannaturali, che Iddio fece agli uomini, è un dono affatto gratuito della sua bontà e generosità.

— Ma non ha recato in tal guisa un aggravio a noi, che così dobbiamo credere a ciò che non si capisce?

Tutt’altro. Egli ci ha fatto in tal guisa uno dei più segnalati benefizi. Se Dio non ci avesse fatto la rivelazione dei misteri, arriveremmo noi a conoscere con la sola nostra ragione le sue infinite grandezze e perfezioni? Certo anche senza rivelazione tu conosceresti che vi è un Dio e che questo Dio è grande è perfetto. Ma per mezzo della rivelazione sapendo tu e credendo che in Dio vi sono tre Persone realmente distinte, che la seconda di queste Persone si è incarnata e fatta uomo per salvare gli uomini, che perciò come uomo andò incontro alla morte e morte di croce, e simili verità, dimmi, Iddio non ti appare immensamente più grande, più giusto, più buono, più perfetto? Senza dubbio. E se così Dio ti ha fatto la grazia di poterlo conoscere assai meglio che con la sola ragione, non ti ha fatto un gran benefizio, non ti ha sollevato ad un grande onore?

— Ciò è vero. Ma a che serve la fede nei misteri?

Serve appunto a riconoscere che Iddio è infinitamente grande e che tu in suo paragone sei veramente piccolo. Serve a dimostrarti che la tua ragione è assai debole e limitata e che perciò devi umiliarti e tenerla soggetta a Dio. Serve a farti rendere a lui il primo degli omaggi che da te richiede, quale è appunto la fede nella sua divina parola, perché in sostanza col credere che tu dici a Dio: Io non capisco ora questi misteri, ma li tengo verissimi, perché lo dite Voi: ciò mi basta. Serve a farti acquistare dei meriti presso lo stesso Dio. Se tu dovessi ritenere soltanto delle cose che tutte capisci, la fede sarebbe ancor fede? e tu ne potresti cogliere merito alcuno? Per credere ai misteri si esige una determinazione energica della nostra volontà di inchinarsi ad abbracciare le verità proposteci a credere, benché incomprensibili, ed è così appunto che ci facciamo un grandissimo merito.

— Ho inteso. In conclusione dobbiamo dire per i misteri quel che dicevano certi antichi discepoli per le dottrine dei loro maestri: Magister dixit!

Noi dobbiamo dire Deus dixit: L’ha detto Iddio; e ritenere che quegli antichi discepoli nel fidarsi tanto dei loro maestri da dire a qualsiasi obbiezione o difficoltà mossa contro i loro insegnamenti : « L’ha detto il maestro, » potevano sbagliarsi e molte volte si sbagliavano davvero; ma noi invece nel dire « L’ha detto Iddio » non corriamo affatto questo rischio, perché Dio è di una scienza infallibile e di una veracità suprema, non può ingannarsi né ingannare.

— Così adunque nel credere ai misteri noi dobbiamo soggiacere alla divina autorità?

* E non ti par questa la cosa per noi più bella, più giusta e più nobile? Non è mille volte meglio soggiacere alla divina autorità che a quella dei falsi dottori del mondo, che pongono in dileggio i misteri della fede? Ah! Se c’è una servitù che ci onori, è certamente quella, per cui leghiamo a Dio tutto il nostro essere, epperò anche la nostra intelligenza; e se ce n’è una che ci avvilisca, è quella di legarci alle sciocchezze, che predicano i maestri dell’errore. Dunque…

— Ho inteso: e sempre preferirò l’autorità del magistero di Dio a quella del magistero degli uomini!

CUM EX APOSTOLATUS OFFICIO: una breve precisazione.

Una breve risposta alla domanda di un lettore:

Domanda:

“Penso di avere una non corretta comprensione della bolla:  ” Cum Ex Apostolatus Officio ” di Paolo IV e mi piacerebbe poterne avere una corretta interpretazione; potreste quindi spiegarmela nei dettagli? – “All’inizio mi sembrava abbastanza chiara, ma ora non riesco a trovare nulla che riguardi la nullità degli ordini (l’ordinazione) ricevuti da un eretico, a meno che questi non sia stato pubblicamente colpito da censura ed interdetto per irregolarità”.

 Risposta di Fr.UK:

Bene, esaminiamo allora subito l’articolo VI della summenzionata Bolla Papale, del 15 marzo 1559, [Confermata esplicitamente da S. Pio V con un’altra bolla, la Inter multiplices curas, del 21, XII, 1566 – ndr. -]:

6 – Nullità della giurisdizione ordinaria e pontificale in tutti gli eretici.

… Aggiungiamo che, se mai dovesse accadere talvolta che un Vescovo, anche agendo in qualità di Arcivescovo o di Patriarca od anche un Cardinale della Chiesa  Romana, come detto, od un legato, o anche lo stesso Romano Pontefice, che prima della sua promozione a Cardinale od alla sua elevazione a Romano Pontefice, avesse deviato dalla fede cattolica o fosse caduto in qualche eresia (o fosse incorso in uno scisma o lo avesse suscitato), prima della sua promozione o elevazione a Romano Pontefice, la sua promozione od elevazione, anche se avvenuta con la concordanza e l’unanime consenso di tutti i Cardinali, è nulla,  invalida e senza alcun valore (“nulla, irrita et inanis existat”); neppure si potrà dire che essa è convalidata col ricevimento della carica, della consacrazione o del possesso conseguente della carica e dell’amministrazione, ovvero per l’incoronazione o adorazione (“adoratio”) dello stesso Romano Pontefice o per l’obbedienza a lui prestata da tutti e per il decorso di qualsiasi durata di tempo nel detto esercizio della sua carica, né essa (la sua promozione o elevazione) potrebbe in alcuna sua parte essere ritenuta legittima, e si giudichi aver attribuito od attribuire una facoltà nulla, per amministrare (“nullam … facultatem”) a tali persone promosse come vescovi od arcivescovi o patriarchi o primati od assunte come cardinali o come Romano Pontefice, in cose spirituali o temporali; ma difettino di qualsiasi forza (“viribus careant”) tutte e ciascuna (“omnia et singula”) di qualsivoglia loro parola, azione, opera di amministrazione o ad esse conseguenti, non possano conferire nessuna fermezza di diritto (nullam prorsus firmitatem nec ius), e le persone stesse che fossero state così promosse od elevate, siano per il fatto stesso (eo ipso) e senza bisogno di una ulteriore dichiarazione (absque aliqua desuper facienda declaratione), private (sint privati) di ogni dignità, posto, onore, titolo, autorità, carica e potere (auctoritate, officio et potestate).

La bolla promulgata da S. S. Papa Paolo IV, seguì la bolla “Decet  Romanum Pontificem” del 3 gennaio 1521, di Papa Leone X, bolla di scomunica di Martin Lutero e dei suoi seguaci, quando l’eresia di Lutero causò un terribile disastro nella Chiesa cattolica in Germania ed in gran parte dell’Europa. I furiosi seguaci del condannato Lutero allora, sequestrarono ed occuparono migliaia di chiese, di conventi e monasteri. Più di dieci milioni di anime a quell’epoca caddero nell’eresia luterana, circa 50.000 persone furono uccise durante la cosiddetta “guerra dei contadini” in Germania, provocata appunto dallo stesso Lutero.  – La predicazione di Lutero consentì che il divorzio e le  convivenze impure cominciassero ad essere una “norma” per i tedeschi e per gli altri eretico-scismatici. Il processo distruttivo aumentava sempre più e si diffondeva, e molti chierici cattolici divennero segretamente eretici, restando apparentemente cattolici e continuando così ad occupare cattedrali e parrocchie di contrade, usando pertanto i pulpiti delle chiese per diffondere l’eresia luterana: in tal modo essi continuarono l’opera di distruzione e di devastazione della Chiesa Cattolica. – Quindi, per fermare il catastrofico processo di distruzione, causato dall’aggressione degli eretici luterani, e salvare così milioni di anime, Papa Paolo IV pubblicò la bolla “Cum Ex Apostolatus Officio”. –

L’insegnamento cattolico circa la validità dei Sacramenti, dichiara che ogni Sacramento, qualora fosse dubbio, non possa essere considerato valido, e quindi dovrebbe essere ripetuto in modo condizionale o assoluto. Tuttavia i Sacramenti del Matrimonio e dell’Ordine non possono essere ripetuti se non esistono impedimenti specifici, proibitivi e dirimenti, per cui non si possa essere dispensati. –

Ogni “sacramento”, amministrato dagli eretici è dubbio:

1. per Intenzione, 2. per Forma o 3. per Materia, sia da parte del ministro che da parte del ricevente. – Quindi, in particolare l’articolo VI della bolla “Cum ex Apostolatus Officio”, pubblicata da Paolo IV, denuncia l’invalidità del “Sacramento della consacrazione” per un eretico,  attenendosi a questo principio cattolico. –

È noto che Lutero essenzialmente cambiò l’insegnamento sui Sacramenti, ed in particolare la sua concezione eretica del “sacerdozio” era che ogni uomo è un “sacerdote”, e tale “sacerdozio comune” pertanto non è più per lui e per i suoi seguaci, un Sacramento. È per questo che la Chiesa Cattolica riconosce gli “ordini” luterani essere totalmente invalidi.

Ovviamente il Papa ha operato al meglio quando ha emesso la bolla “Cum ex Apostolatus Officio”. A proposito, tornando ad essa, ci sono due dettagli essenziali da mettere in rilievo:

“… È nulla, vuota e senza valore … neppure dalla ricezione della consacrazione  [“nulla, irrita et inanis existat”];

“Senza ulteriori dichiarazioni da fare” [… absque aliqua desuper facienda declaratione]. –

 Lo stesso principio, che la Chiesa Cattolica attribuisce al “sacerdozio” luterano, è ugualmente applicato al “sacerdozio” del Vaticano II “… senza ulteriori dichiarazioni da farsi”, perché la concezione del Vaticano II del “sacerdozio” è la copia esatta della concezione di Lutero. – Un’altra precisazione che occorre fare, è che la bolla papale “CUM EX APOSTOLATUS OFFICIO” è un insegnamento infallibile del Magistero che non necessita pertanto di ulteriore approvazione. Tutti possono vederlo dall’articolo IX e dall’articolo X:

“IX-Mandato di pubblicazione solenne – Affinché‚ pervenga notizia delle presenti lettere a coloro che ne hanno interesse, vogliamo che esse, od una loro copia (che dovrà essere autenticata mediante sottoscrizione di un pubblico notaio e con l’apposizione del sigillo di persona investita di dignità ecclesiastica), siano pubblicate ed affisse sulle porte della Basilica del Principe degli Apostoli in Roma e della Cancelleria Apostolica e messe sul confine di Campo dei Fiori da uno dei nostri corrieri e che una copia di esse sia lasciata affissa nello stesso luogo, che l’ordine di pubblicazione e di affissione e di lasciare affisse le copie sia sufficiente allo scopo e sia pertanto solenne e legittima la pubblicazione, senza che si debba richiedere o aspettare altra.

X – Illiceità degli Atti contrari e sanzioni penali e divine: Pertanto, a nessun uomo sia lecito (liceat) infrangere questo foglio di nostra approvazione, innovazione, sanzione, statuto, derogazione, volontà e decreto, né contraddirlo con temeraria audacia. Che se qualcuno avesse la presunzione d’attentarvisi, sappia che incorrerà nello sdegno di Dio Onnipotente e dei suoi Beati Apostoli Pietro e Paolo.”

Quindi, la dichiarazione di Infallibilità papale è molto semplice e chiara e non ha bisogno di spiegazioni ulteriori. Qualunque “consacrazione ” amministrata da un eretico del Vaticano II “ è nulla, invalida, senza altre ulteriori dichiarazioni da fare”.

Fr.UK, sacerdote una cum Gregorio XVIII

[Trad. G. d. G.]

QUARESIMALE: LA MORTE, con una breve Meditazione di p. UK.

– LA MORTE.

[G. Dalla Vecchia: Albe primaverili: QUARESIMALE–Libr. Ed. Ecclesiast. Vicenza, 1911]

 Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reveteris.- Genesi III, 19.

ESORDIO. — Oggi, la Chiesa con mesto rito asperge le nostre fronti di cenere, mentre intuona solenne: O mortale, ricorda che sei polvere, ed in polvere ritornerai.

— In altre parole: ricorda, che rapida fugge la scena del mondo e, quasi incalzata da forza ignota, declina la vita; sulla soglia dell’eternità ti attende la morte. È un avviso amoroso di questa tenera madre; vi rammenta la fredda cenere della tomba, non per attristarvi, ma bensì per tenervi lontani dalla colpa e dalla morte eterna dell’anima.

— La Chiesa è sicura che, col memore pensiero della morte, 1’anima vivrà alla grazia di Dio. e produrrà, arboscello gentile, fiori di virtù e di sacrifici al cospetto del Signore. — Già lo insegna anche lo Spirito Santo: — Memorare novissima tua, et in æternum non peccabis. (Eccl. VII). Questa sera, vieni, o cristiano, alla scuola della morte. Ottima maestra, rammentando la polvere in cui ritornerai, ti darà Lezioni e Consigli… ; allora non più peccati, ma una vita pura e santa.

I . LEZIONI. — La morte ti dice:

(a) Verrò: morrai anche tu. — È di Fede, — Statutum est hominibus semel morì (Hebr. IX, 27) Dio aveva creato la vita …; aveva donato ad Adamo 1’immortalità …; e perché con la disobbedienza non avesse a meritare la morte, gli diceva: Non toccare di questo frutto, che ti ho proibito; se ne mangi, morrai. — In quacumque die comederis ex eo, morte morieris (Genesi II).Ma Adamo pecca; e la sentenza di morte piomba sul primo ribelle ai comandi divini. Da quel punto tutti hanno dovuto morire. — Anche Gesù è morto…, la Madonna …, i Santi …. — Morrai anche tu. — Il battito del tuo polso è il martello che mina la tua vita, ed a colpi sordi, lenti, continui, ti scavala fossa.

— Te Io dice l’Esperienza – Funerali, cimiteri, vesti a lutto, gemiti, pianto …. Tu pure lascierai la tua casa, verrai portato al cimitero, calato in una fossa… : e non si parlerà più di te.

(b) — Verrò presto – In dimidio dierum meorum vadam ad portas inferi (Cant. Ezechia). — Che cosa è la tua vita? — Un fiore — un’ombra — un lampo; non torna più. — Il demonio sussurra: Sei giovane, robusto; per ora non muori …, c’è tempo a pensarvi …; nequaquam moriemini. — Sei avanti con l’età, m a per adesso non vi è pericolo… Sei debole…, malato …, mai più sono guariti …; spera, vivi tranquillo …; nequaquam moriemini… — Non dargli retta, che t’inganna … Nel cimitero vi è una selva di croci piantate sulle tombe di giovani fiori, recisi dalla morte: cedri, che parevano inconcussi, rovinarono di un tratto nella fossa… Non gli badare; morrai, quando meno il pensi … In che giorno?… in quale luogo ? — Non lo so. —La morte ti verrà come un ladro notturno… sarai felice per tutta 1’eternità… Ma se ti raggiungessi dopo quella colpa …, in quel luogo, dove pecchi sì spesso?

— Semel periisse æternum est.

— (d) — Ti porterò via tutto. — Ricchezze, – onori – piaceri – creature – quell’oggetto,… quella persona … Oh! distacca il tuo cuore da queste povere cose terrene …, lo dona tutto al tuo Dio… Beati quelli che sanno staccarsi da quanto li circonda, anche dalla vita …, mettendo la loro salute, il loro avvenire nelle mani di Dio! — Al punto di morte la loro anima volerà al Creatore cantando l’inno dell’amore; come 1’augelletto sfuggito al laccio, che lo teneva prigioniero, ritorna al suo nido gorgheggiando la canzone natia … Beati mortui qui in Domino moriuntur! Apocalisse XIV, 28).

— (e) — Se sarai caro al Signore, ti riuscirò gioconda.

— Allora ricorderai con gioia le privazioni, le lotte, le tribolazioni, – le preghiere, le virtù, i sacrifìci. — lam hiems transiit, imber abiit et recessii; surge, amica mea, et veni. (Cantic.) — È giunto il tempo di riposare, — di godere il frutto, … 1’alloro della vittoria. — Come ti sentirai felice di avere sprezzato le massime e gli errori del mondo, — di avere portato il giogo soave della legge del Signore, — di avere faticato e patito per amor suo! Gesù, come viatico, entrerà nella tua stanza …; discenderà, un’ultima volta, nel tuo cuore…, e nell’ebbrezza del gaudio esclamerai: Signore, ti affretta; schiudimi il tuo regno… Cupio dissolvi et esse cum Christo – (S. Paolo). — Giungeranno a te gli inni degli angeli: Veni coronaberis; vieni a ricevere la tua corona. — Qualis vita, finis ita.

Consigli della morte. — Ella ti dice: Vuoi morire contento? … Allora:

— 1° — Ricordati sempre che devi morire. — Daniele copre di uno strato di cenere il pavimento del tempio di Belo e così scopre la malizia dei sacerdoti di quell’idolo deforme. — E tu pure scoprirai le insidie del demonio, meditando spesso, che fra breve ti attende l a cenere del sepolcro. — Domine, illumina oculos meos, ne unquam obdormiam in morte (Salmo XII).

Questo pensiero, che devi morire, è la spada santa, per vincere l’orgoglio,… causa principale dei nostri peccati. — Fissa il tuo sepolcro, 1’oblìo, in cui verrai lasciato…, e saprai disprezzare il mondo, le sue vanità, i suoi vizi …, Uno a ripetere con Gesù: Ego non sum de hoc mundo. —

— 2° — Lavora: nel tuo dovere…, con diligenza …, per amore di Dio … — Lavora per acquistare tesori di virtù, di pazienza, di carità…, di conformità ai voleri del Signore…

— Ed in questo lavoro ti affretta …; perché non ti sorprenda la morte, ed il tuo lavoro non sia ancora compiuto. Qua hora non putatis, filius hominis veniet. (Luca XII, 40).

— 3° —’ Veglia: e quindi, ogni sera, esamina la tua coscienza, per vedere i falli commessi lungo la giornata …; per conoscerne le cause, le occasioni …; per studiarne i rimedi … Poi chiedi umilmente perdono… ; prometti di emendarti …, disponi così 1’anima tua da essere sempre pronta alla partenza per l’eternità. — Dispone domui tuæ, quia morieris tu, et non vives. (Isaia XXXVIII).

— 4° — Ama Gesù Crocefisso – la Vergine: benedetta…  solo Gesù e Maria, nelle estreme agonie, sapranno tergere le tue lacrime, consolare il tuo spirito desolato, infondere coraggio alla trepidante anima tua … Fra le loro braccia darai sorridendo 1′ estremo anelito…; e sulla tua salma gelida si vedrà soffuso un raggio della calma imperitura del cielo. — Pretiosa in conspectu Domini mors sanctorum eius. (salmo CXV).

CHIUSA. — Memento homo! sì, ricordati che sei polvere, e fra breve, quando meno lo pensi, in polvere ritornerai. — I giorni, che tramontano con fuga vertiginosa; le immagini delle persone care, che pendono dalle pareti bianche della tua casa; i fanciulletti che scherzano intorno a te, quasi per dirti di cedere loro il tuo posto; tutto, quanto ti circonda, ha per te una voce sola: Memento! ricordati; devi morire. — Memor esto quoniam mors non tardat (Eocli. XIV, 12). Fuggi quindi la colpa; prega – lavora – veglia – ama il tuo Signore …; ed allora il pensiero della morte ti darà pace e gioia; la pace e la gioia di chi vive in grazia di Dio … La morte, così, sarà per te una compagna fedele, che col suo ricordo, con le sue lezioni, ti additerà il sentiero alla vita che mai tramonta, preparando anche al tuo corpo una gloriosa risurrezione per il giorno del finale Giudizio.

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“Mercoledì delle ceneri: la profezia di Dio e la guerra cristiana”

[Una meditazione di p. UK, sacerdote una cum Gregorio XVIII]

Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reveteris.

 [Ricorda, o uomo, che tu sei polvere e polvere tornerai]

Questo testo profetico del libro della Genesi, III:19, è ciò che dice un sacerdote, mentre segna con  cenere benedetta, la propria testa e le quelle del clero e della gente.

Durante la cerimonia del Mercoledì delle Ceneri, la gente prega così insieme al sacerdote:

Concede nos Domine, præsidia militiæ christianæ sanctis inchoare jejiunis: ut contra spiritales nequitias pugnaturi, continentiæ muniamur auxiliis. Per Christum Dominum nostrum. [“Concedi a noi, o Signore, di affrontare la nostra guerra cristiana con santi digiuni, di modo che, preparandoci a combattere contro gli spiriti maligni, possiamo essere fortificati con l’aiuto della rinuncia.  Per Cristo nostro Signore. . Amen. ]

Quanto sono semplici le parole della Chiesa, dal momento che ci insegna che lo scopo della Quaresima è una guerra cristiana contro gli spiriti della malvagità. – Molto spesso le persone combattono contro gli spiriti della malvagità che li circondano, e questo è davvero un dovere cristiano, ma quanto spesso esse devono combattere contro i medesimi spiriti, dentro di loro? Noi tutti combattiamo contro l’orgoglio e l’ingiustizia del nostro prossimo , contro il cinismo e la crudeltà del mondo odierno, ma quante volte combattiamo contro le nostre stesse inclinazioni peccaminose? – Ci stiamo tutti interrogando sul futuro delle cose, cercando di capire quando si verificherà l’uno o l’altro evento e cercando di prepararci a quegli eventi. Ma quante volte pensiamo a Dio, che può prendere le nostre anime molto prima, per il giusto giudizio particolare? E che potrebbe accadere domani o anche stasera, come fu per il ricco dalla parabola del Signore?

Trascorriamo molto tempo, sprechiamo energia spirituale e fisica, cercando di capire quando il globo terrestre diventerà polvere. Ma quanto spesso pensiamo invece seriamente al giorno in cui i nostri corpi diventeranno polvere?

Non dimentichiamo mai questa severa profezia di Dio: “tu sei polvere e polvere tornerai”, e questo  potrebbe accadere a ciascuno di noi molto prima di ogni futuro evento cataclismico. In effetti, la fine potrebbe arrivare nel momento stesso in cui siamo così impegnati a meditare sui destini delle nazioni e del mondo intero. ”

-fr. UK

(Mercoledì delle ceneri, 14 febbraio 2018 d.C.)

CHE COS’E’ LA FEDE CATTOLICA

“Che cos’è la fede cattolica” di p. Michael Müller, C.SS.R

Fonte: “IL DOGMA CATTOLICO”

Di Michael Müller, C.SS.R

New York, Cincinnati e Chicago:

FRATELLI BENZIGER

Stampanti per la Santa Sede Apostolica

Permissu Superiorum, 1888 d.C.

[da TCWblog.]

CHE COSA È CATTOLICO.

Nessuno può andare in paradiso se non conosce la via per il paradiso. Se vogliamo andare in una determinata città, la prima cosa che facciamo è chiederci come fare per arrivarci, quale strada prendere. Se non conosciamo la strada, non possiamo aspettarci di arrivare in quella città. Allo stesso modo, se desideriamo andare in paradiso, dobbiamo conoscere il modo per arrivarci. Ora, la via che conduce ad essa è la conoscenza e il fare la volontà di Dio. Ma è Dio solo che può insegnarci la sua volontà, cioè, ciò che ci richiede di credere e di fare per essere beati con Lui in cielo. Il fine per il quale l’uomo è stato creato – la sua unione eterna con Dio – dice il Concilio Vaticano , è di gran lunga al di sopra della comprensione umana. Era quindi necessario che Dio si facesse conoscere all’uomo per insegnargli il fine per il quale è stato creato e ciò che deve credere e fare per diventare degno della felicità eterna. – “Se vuoi conoscere bene un grande edificio, devi studiare in dettaglio la sua forma e le sue dimensioni, devi esaminare minuziosamente il suo stile di architettura e sforzarti di comprendere il progetto dell’architetto. Tutto ciò ti causerà molti problemi e genererà impazienza, ed in ogni caso la tua conoscenza dell’edificio non sarà completa. – “Ma se l’architetto stesso ti spiega il suo piano e, oltre alla conoscenza che hai già acquisito dell’edificio, ti dà pure sufficienti informazioni sulla sua prima causa, allora sarai in grado di poter fare una descrizione completa e distinta dell’intero edificio. – “Allo stesso modo, sebbene un uomo istruito possa sforzarsi sempre e comunque con tutti i mezzi naturali in suo potere, che gli sono molto problematici, di conoscere la causa prima del grande edificio della Creazione, il suo piano e il suo obiettivo, eppure la sua conoscenza dell’opera della creazione sarà largamente incompleta fintanto che non avrà appreso la sua prima causa, il piano e l’obiettivo dallo stesso Architetto divino. ” (San Tommaso d’Aquino). – Ora, Dio stesso, nella sua infinita misericordia, è venuto a dirci perché ci aveva creati; è venuto e ci ha insegnato le verità che dobbiamo credere, i Comandamenti che dobbiamo osservare ed i mezzi di grazia che dobbiamo usare per ottenere la nostra salvezza. – Conoscere la volontà di Dio è conoscere la vera Religione o la vera via verso il paradiso. Come Dio non è che uno, così la sua santa volontà non è che una, e quindi la sua Religione è solo una, volontà di Dio e vera Religione sono quindi la stessa cosa. Per poter apprendere, con infallibile certezza, questa unica vera Religione, Dio Onnipotente nominò una sola autorità che possiede un insegnamento infallibile – la Chiesa Cattolica Romana – e comandò a tutti di ascoltarla e credere alla sua dottrina infallibile, sotto pena dell’esclusione dalla vita eterna. – “Dio Onnipotente ha nominato un’unica autorità il cui insegnamento è infallibile: la Chiesa Cattolica Romana” – Ora, Dio è la stessa verità infinita. Conosce soltanto Lui come sono le cose, e può parlarne perché solo Lui le conosce. Come Autore sovrano e Signore di tutte le cose, Dio ha un’autorità assoluta su tutti gli uomini, – un’autorità che può essere esercitata direttamente e personalmente, oppure attraverso un Angelo, o un Profeta, o una o più delle sue creature ragionevoli. Dio, quindi, ha il diritto di comandare, sotto pena della dannazione eterna, alla comprensione umana sta invece il credere a certe verità; Dio ha il diritto di comandare alla volontà umana di svolgere certi doveri ed ai sensi di fare certi sacrifici. Niente può essere più ragionevole che sottomettersi a un tale comando di Dio. Questa sottomissione della comprensione e della volontà alla rivelazione di Dio si chiama fede, che, come dice san Paolo, “…distruggendo i ragionamenti e ogni baluardo che si leva contro la conoscenza di Dio, e rendendo ogni intelligenza soggetta all’obbedienza al Cristo” porta in cattività ogni comprensione all’obbedienza di Cristo”. (II Cor . X. 5.) Non appena, quindi, l’uomo ascolta la voce del suo Creatore, è obbligato a dire: Amen, così sia, … ci credo, non importa se lo capisco o no. Il Signore del cielo e della terra è Egli stesso verità infallibile, non può né ingannare né essere ingannato. Lui è il solo perché e l’unico perché della mia convinzione. – Quindi, San Basilio dice: “La fede, sempre potente e vittoriosa, esercita sulle menti un ascendente maggior rispetto a tutte le prove che la ragione e la scienza umana possono fornire, perché la fede sorpassa tutte le difficoltà, non con la luce delle prove manifeste, ma per il peso dell’autorità infallibile di Dio, che le rende incapaci di ammettere qualsiasi dubbio “.

“C’è,” dice Tommaso d’Aquino , “più certezza nella fede che nella scienza umana e in tutte le altre virtù intellettuali; noi dobbiamo considerare la certezza di una cosa o nella sua causa, o nell’oggetto che la riceve. Essendo Dio, la fonte e l’origine di ogni verità quindi, secondo questo principio, nessuna certezza è paragonabile a quella della fede. – “Si potrebbe dire che colui che sa percepisce meglio di colui che crede; ne conseguirebbe dunque che la conoscenza naturale abbia maggiore certezza della fede? No, perché una cosa deve essere considerata piuttosto per la sua causa che per la disposizione di colui che la riceve. – “La scienza umana e l’arte sono solo contingenze, ma l’oggetto della fede è la conoscenza delle verità eterne: la prudenza e la conoscenza procedono dalla ragione e dall’esperienza, ma la fede viene dall’azione dello Spirito Santo. Tutti i nostri organi sensibili e le nostre facoltà intellettuali sono esposte all’ errore, ma la fede è infallibile, poiché è fondata sulla parola di Dio: “… accolta non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio, che opera in voi che credete “. “(2 Tess. II, 13. )

Il Dottore Angelico, San Tommaso d’Aquino

Ora, Gesù Cristo, il Figlio di Dio, ha rivelato la nostra Religione e ha investito di tutte le verità della sua rivelazione un corpo Insegnante infallibile – la Santa Chiesa Cattolica Romana, attraverso la quale ha fatto conoscere e continua a farle conoscere, a tutte le nazioni, fino alla fine dei tempi, nel modo più facile e infallibile. La Chiesa è l’erede dei diritti di Gesù Cristo. Essa è la fedele depositaria dei tesori spirituali di Gesù Cristo. Essa è l’infallibile Maestra delle dottrine di Gesù Cristo. Essa esercita l’autorità di Gesù Cristo … vive della vita e dello spirito di Gesù Cristo., … gode della guida e dell’aiuto di Gesù Cristo. Parla, ordina, comanda, concede, proibisce, definisce, scioglie e lega nel nome di Gesù Cristo. Alla luce della fede divina, che il cattolico ha ricevuto nel Battesimo, il fedele crede all’autorità divina della Chiesa, e perciò crede ed obbedisce a tutte le cose; e credendo e obbedendo ad Essa, crede ed obbedisce a Dio Onnipotente stesso, che disse agli Apostoli e ai loro legittimi successori nella Chiesa Cattolica: “Chi ascolta voi ascolta Me, e colui che vi disprezza, disprezza Me”. (Luca, X. 16.) La fede cattolica, quindi, è divina, perché è basata sull’autorità divina: il Cattolico sa e crede che Gesù Cristo gli parla attraverso la sua Chiesa, e quindi crede tutte le verità che Essa gli insegna, con la massima fermezza e semplicità, con una convinzione incrollabile della loro veridicità. Il fatto che Gesù Cristo abbia detto, abbia fatto, abbia insegnato alla sua infallibile Chiesa e le abbia comandato di insegnarlo a tutte le nazioni, è per lui il più ponderoso di tutti i motivi per credere. La famosa parola degli gnostici Pitagorici, “il maestro ha detto”, era una sciocca idolatria credendo, essi, che nessuno potesse essere da lui ingannato … come lo erano essi! Applicato, invece, a Gesù Cristo, è un principio assoluto, un assioma sacro per ogni Cattolico. I cieli e la terra passeranno, ma … veritas Domini manet in æternum – la verità del Signore rimane per sempre” (Ps. CXVI, 2). Il buon cattolico sopprime ogni obiezione alla sua fede dicendo: “Il Figlio di Dio, Gesù Cristo, ce lo ha rivelato dalla sua Chiesa, e non abbiamo più domande da porre”.

Quindi san Tommaso d’Aquino dice:

“I principi e le regole della fede dipendono dall’autorità e dalla dottrina della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica, quindi secondo la vera Chiesa non c’è fede o salvezza se non quando la luce della fede e della grazia  risplende nell’anima dell’uomo che crede fermamente tutto ciò che Dio ha rivelato e propone alla nostra fede attraverso la sua Chiesa; un atto di fede quindi differisce da tutti gli altri atti dell’intelletto umano per discernere ciò che è vero o falso “. – Questo è il motivo per cui la Chiesa non permette a nessuno dei suoi figli di rimettere in discussione la sua missione divina. La luce della fede che risplende nella mente di un cattolico consuma così completamente il dubbio, che, da quel momento in poi, non può essere ritenuto se non con sua grande colpa. – “La fede”, dice Sant’Alfonso, “è una virtù, o un dono, che Dio infonde nelle nostre anime nel Battesimo, dono mediante il quale crediamo alle verità che Dio stesso ha rivelato alla Santa Chiesa, e che essa propone alla nostra credenza. – “Per Chiesa si intende la Congregazione di tutti coloro che sono battezzati e professano la vera fede sotto un Capo visibile, cioè il Sommo Pontefice. – “Dico, la vera fede, per escludere gli eretici che, sebbene battezzati, sono separati dalla Chiesa. – “Io dico: “sotto un capo visibile”, per escludere gli scismatici, che non obbediscono al Papa, e per questo motivo passano facilmente dallo scisma all’eresia.” San Cipriano dice bene: “Eresie e scismi non hanno altra origine che questa: il rifiuto di obbedire al Sacerdote di Dio, e alla nozione che ci possa essere un prete che presiede la Chiesa, che sia, in più nello stesso tempo, un giudice che occupi l’ufficio del Vicario di Cristo “. – “Abbiamo tutte le verità rivelate nelle Sacre Scritture e nelle Tradizioni gradualmente comunicate da Dio ai suoi servi, ma come possiamo essere in grado di accertare quali siano le vere Scritture e le vere Tradizioni, e qual è il loro vero significato, se non avessimo la Chiesa ad insegnarcelo, … questa Chiesa che Gesù Cristo ha stabilito come pilastro e fondamento della verità? A questa Chiesa il nostro stesso Salvatore ha promesso che non sarà mai conquistata dai suoi nemici. ‘Le porte dell’inferno non prevarranno contro di Essa’ (Matteo XVI, 18). Le porte dell’inferno sono le eresie e gli eresiarchi che hanno fatto sì che tante anime illuse deviassero dalla retta via. Questa Chiesa è quella che ci insegna, attraverso i suoi pastori, le verità che dobbiamo credere. Sant’Agostino al proposito dice: “Non crederei al Vangelo se non fossi mosso dall’Autorità della Chiesa”. La causa, quindi, che impone l’obbligo di credere alle verità della fede è, che Dio, la verità infallibile, le ha rivelate, e che la Chiesa le propone alla mia fede. La nostra regola di fede, quindi, è questa: “Mio Dio, poiché Tu, che sei la verità infallibile, hai rivelato alla Chiesa le verità della fede, io credo tutto ciò che la Chiesa propone alla mia fede. “. – Tale è la fede che Dio prescrive nel primo comandamento. È solo con tale fede che Dio è veramente onorato ed adorato, poiché, con tale fede, lo riconosciamo come l’Essere Sovrano delle infinite Perfezioni, rese note a noi per rivelazione; e come Verità Sovrana, non può né ingannare né essere ingannata. … Senza questo inestimabile dono di grazia che è la luce della fede divina – è impossibile essere salvati …. (FINE)

IL CARNEVALE

IL CARNEVALE

[G. Colombo:  Pensieri sui Vangeli, vol. I – Milano Soc. Ed. “Vita e pensiero”, 1939 – impr.]

Erano in cammino verso Gerusalemme ove avrebbero celebrato le feste di Pasqua: l’ultima Pasqua di Gesù sulla terra. Triste e misterioso Egli camminava davanti: dietro silenziosa e timorosa veniva la piccola compagnia dei suoi amici. – Forse già vedeva nell’ombra del tempio il Sinedrio radunato per congiurare contro di Lui; forse già si sentiva avvolto dall’urlo della plebaglia che domandava il suo sangue; forse già udiva le risate e lo scherno che avrebbero lanciato contro il suo patibolo. E non ne poté più. Si volse indietro a confidare il suo cuore ai dodici: « Ecco: noi andiamo a Gerusalemme, ma tutto quello che i profeti hanno scritto del Figliuolo dell’uomo sta per accadere: mi consegneranno al tribunale dei Romani, mi prenderanno a gioco, mi sputeranno in faccia, mi uccideranno in croce ». E tanta era la malinconia del suo sguardo e della sua voce che quelli protestarono udendo le parole dolorose, senza neppure capirle. – In quel momento si levò un grido: « Gesù, figliuolo di Davide, un po’ di pietà anche per me! ». Era un cieco che mendicava da quelle parti. E nel cuore del Maestro, ci fu un po’ di pietà anche per lui.

« Che vuoi da me? ».

« Da te, voglio vedere ».

« E sia! ». Dagli occhi caddero come due veli oscuri e vide il mondo e chi l’aveva creato. Lontano, sopra il verde della campagna, apparivano le mura di Gerico arrossate dal sole. Questo commovente brano di Vangelo, come è adatto per la settimana del Carnevale! In questo tempo al Figliuolo dell’uomo si rinnova la sanguinosa passione; perciò in questa domenica, egli può ripetere ancora con tutta verità, le sue parole strazianti: « Mi prenderanno a gioco, mi sputeranno in faccia, mi uccideranno in croce ». Tutti i peccati di gola non sono forse il calice amaro per lui rinnovato? – Tutte le immodestie del vestire, gli sguardi impuri, le azioni oscene non gli ripetono forse la spartizione dei suoi abiti e la barbara flagellazione? E le maschere che nascondono il volto per non sentire il rossore di certe bassezze, non sono simili alle bende entro cui i soldati nascosero il capo maestoso di Dio, per essere più liberi d’ingiuriarlo? E ogni bestemmia, e ogni grido immondo, e ogni riso incomposto non somiglia agli sputi con cui fu lordata la guancia del Signore? – Sì! per Gesù la settimana grassa è una nuova settimana di passione; e i peccati del carnevale gravano le sue spalle, come un giorno la croce su cui doveva morire. Per fortuna a questo mondo non ci sono appena giudei; né appena brutali soldatacci a cui gode il triste cuore nel martoriare un’innocente; né tutti sono come Pilato, né tutti sono come Erode o Caifa: ci sono anche delle anime buone, come la Veronica, che detergono il volto del Salvatore dalle lagrime e dal sangue; ci sono anche degli uomini generosi, come il Cireneo, che lo aiutano a portare la croce. – Mai come nella settimana di carnevale, Gesù è fatto segno di contradizione: da una parte la sfrenata follia, dall’altra l’amore fedele.

1.  SETTIMANA DI SFRENATA FOLLÌA

Nelle leggende dei re di Roma, il nome di Tullia è il più detestabile. Questa perfida donna aveva fatto pugnalare il re suo padre e poi salita sul cocchio dorato comandò che la trasportassero rapidamente al Campidoglio ove si sarebbe incoronata regina. Ma, lungo la strada, il cocchiere rallenta il corso e, volgendosi a Tullia, dice: « Non si può proseguire; il cadavere insanguinato di vostro padre è disteso attraverso la via ». Quella spietata, per niente sbigottita, urlò: « Perge! Perge, regium calca sanguinem, dummodo imperem ». E agitando le briglie e sferzando i cavalli adombrati, trascorse sul cadavere del re suo padre, ucciso. Per lungo tratto le ruote del cocchio segnarono due strisce rosse nel selciato. Da allora quella via fu detta la via scellerata. – Via scellerata è pure la settimana del Carnevale. In essa le anime, — come su un cocchio — volano bramose ai piaceri peccaminosi. Dal profondo una voce si leva e protesta: « Fermati: sulla strada di questi divertimenti c’è disteso il Corpo di Cristo, tuo Re e tuo Padre, morto in croce». «Non importa! — rispondono esse. — Purché io possa godere, avanti !… ». Perge, dummodo imperem. E passano oltre e col calcagno calpestano le mani piagate, i piedi piagati, il cuore piagato del Crocefisso.

a) Ma è un bisogno divertirci un po’ prima di entrare nei giorni severi della quaresima! Quelli che ragionano così, son poi coloro che trasgrediscono tutti i digiuni, le penitenze, le preghiere del tempo quaresimale. Ed inoltre, come si possono chiamare divertimenti le ubriachezze, i veglioni, i balli, e tutte le svariate disonestà, con e senza maschera? – « Non divertimenti, — grida S. Giovanni Crisostomo — ma questi sono peccati e delitti ». – Hanno colpito giusto i Padri antichi quando dissero che la baraonda del carnevale è un’invenzione del diavolo. E quelli che ci guazzano dentro sono tutti cristiani che si vogliono, in pratica almeno, sbattezzare. Quando furono portati al sacro fonte il ministro di Dio ha detto loro: « Rinunci al demonio e alle sue pompe? ». « Rinuncio » fu risposto. Ma ecco che in questi giorni moltissimi si strappano dal cuore le rinuncia e il battesimo, e tornati pagani si gettano al culto dei sensi, e alle pompe demoniache.

b) Ci sono altri che ragionano così: « Io non ci trovo niente di male ad andare a certe rappresentazioni, alle veglie danzanti o cantanti, alle maschere… ».

Povera gente! bisogna proprio dire che ha perso anche il senso del bene e del male. Ricorderò allora un episodio raccontato da Tertulliano, ma che può insegnare moltissimo anche ai nostri giorni. Una matrona, appena entrata in un certo teatro, fu invasata dal demonio. Trascinata davanti al Vescovo, costui, esorcizzandola, costrinse lo Spirito maligno a dire perché avesse osato molestare quella donna che era pur buona e religiosa. « Se questo ho fatto — ripose il demonio — ne avevo diritto. L’ho invasata perché l’ho colta sul mio » (De Spect., cap. 26). – Pensate allora, cristiani, quale sacrilegio commettono quegl’indegni genitori che ai ritrovi carnascialeschi conducono i loro bambini, o lasciano andare le loro figliuole! Quelle madri di Siria che gettavano le loro creature nella bocca infocata del dio Baal, nel giorno del giudizio avranno più misericordia di queste donne cristiane che gettano i loro figli nella bocca ardente del fuoco eterno. – Non hanno tempo né voglia per condurli ai Sacramenti di Dio, e permettono che vadano — o peggio li accompagnano — ai sacramenti del demonio. Così S. Agostino chiamava i divertimenti carnevaleschi, perché invece di farci amici di Dio ci fanno amici del demonio; invece di darci la grazia ci danno la disgrazia; invece di schiuderci la porta del paradiso ci spalancano quella dell’inferno. Quanto poi alle maschere dirò solo una cosa: il primo, in questo mondo, a mascherarsi fu Satana quando si travestì sotto la forma di biscia per rovinare Eva e tutti noi venuti dopo.

2. SETTIMANA D’AMORE FEDELE

Era appunto la domenica di quinquagesima quando a Santa Gertrude apparve Gesù dolorante. Stava in mezzo a due littori ed aveva la testa coronata di spine ed aveva le spalle striate di lividure lunghe e di piaghe rosse come se avessero appena terminato di flagellarlo. La santa ruppe in lagrime a quella visione e domandò se un qualche modo ci fosse per mitigare tanto dolore. E nostro Signor Gesù Cristo le rispose di pregare per i peccatori che nella settimana di carnevale l’avrebbero oltraggiato, ed aggiunse che, dopo morte, quella sua carità sarebbe stata ricompensata con misura buona e soprabbondante. – Anche S. Caterina da Siena, in questi tempi di follie e di peccati, aveva sempre nel cuore l’immagine di Gesù sofferente. Passava la maggior parte della notte in preghiera ed in penitenza, perché in quelle ore in cui il mondo s’abbandona alle orge sfrenate, qualche cuore almeno palpitasse accanto al Dio dei nostri altari. Solo quando la campana del mattutino svegliava le altre suore, ella si concedeva un po’ di sonno contenta perché altre anime avrebbero preso il suo posto. Ricorderò ancora l’esempio di un’altra santa: Santa Ludovina. Da molti anni ammalata e spasimante nel suo letto, una notte udì venir su dalla via un gran rumore di risa e di canti. Domandò che fosse. « E’ il carnevale » le fu risposto. Ed ella pensando a tutte le offese che in quelle ore gli uomini avrebbero commesso contro Dio, esclamò: « Come sono contenta di patire in riparazione! Signore, se una grazia mi vuoi concedere, non è la salute, ma altre malattie ed altri dolori perché io possa riparare di più ». Non crediate che la generazione di queste anime sia esaurita. Pensate alle centinaia di povere suore che queste notti di peccato non dormiranno, e gemeranno genuflesse davanti all’altare, e imploreranno pietà per gli uomini. Pensate a quanti giovani, operai, impiegati, studenti, nelle nostre città passeranno lunghe ore in adorazione e in riparazione. Pensate a quanti ammalati negli ospedali che non potendo dormire offriranno volentieri il loro male e ripeteranno dolci invocazioni d’amore verso Dio. Pensate a quante madri di famiglia, a quante fanciulle, che magari stanche dal lavoro della giornata, vorranno passare qualche ora in preghiera tra le mura della loro casa. Pensate a tutte le anime delicate che in questa settimana moltiplicheranno i digiuni, le mortificazioni, le comunioni per significare a Gesù tutta la forza del loro amore. – E noi, Cristiani, non faremo nulla per consolare il Sacro Cuore?

CONCLUSIONE

Ripeterò a tutti voi, l’esempio e l’esortazione che già S. Ambrogio diede, in principio del carnevale, ai cristiani del suo tempo. L’eroe Ulisse, tornando da Troia conquistata, doveva passare dall’isola delle sirene: di là si levava sempre una canzone affascinante, allettatrice, irresistibile. Ma ogni nocchiero che cedeva alla lusinga di quella musica andava alla rovina; e già la scogliera era tutta bianca di ossa umane. L’astuto eroe per superare la tentazione si fece legare all’albero della nave, e pregò i compagni a non staccarle se non oltrepassato il pericolo. Solo così poté salvarsi e rivedere i fumanti comignoli di Itaca, suo regno e sua dimora. – Cristiani, il carnevale può avere per noi una voce di sirena, irresistibilmente allettatrice: chi cede, va incontro alla bianca scogliera dell’eterna rovina. Leghiamo l’anima nostra all’albero della Croce da cui pende Iddio che muore per la nostra salute; meditiamo il suo gemito, e scamperemo anche noi da ogni pericolo.

PENSIERO DI PASSIONE IN CARNEVALE

Nella Storia sacra si racconta di una città dove le acque erano diventate melmose e imbevibili. Gli abitanti ricorsero al profeta Eliseo, il quale fattosi portare un vaso colmo di sale, lo versò nelle fonti inquinate. Da quel momento le acque rifluirono limpide e potabili (IV Re, II, 19-21). Nel tempo del carnevale le acque del mondo davvero si fanno melmose ed esalano miasmi pestiferi di corruzione. I buoni Cristiani costretti a viverci in mezzo sono in un grave pericolo di contagio, se non ricorrono alla disinfezione. Ed ecco la santa Chiesa imitare il gesto del profeta Eliseo, e con materna preoccupazione versare nelle anime il sale che purifica e preserva. Questo sale è la memoria della Passione di nostro Signore. Essa infatti, proprio in questa domenica [di quinquagesima], ci fa meditare quelle righe di Vangelo in cui Gesù predice agli apostoli la sua crocifissione imminente. Il Maestro andava per la Pasqua a Gerusalemme, e sapeva di fare un viaggio senza ritorno nella sua vita mortale. Lungo la strada prese a parte i Dodici e sollevò a loro il velo che nascondeva la sua prossima fine. « E’ arrivato il momento — diceva — in cui le profezie intorno al Figliuolo dell’uomo debbono avverarsi. Tra poco sarà dato in potere dei Romani: ecco già io vedo che lo scherniscono, gli sputano in faccia, lo flagellano a sangue; dopo averlo flagellato, lo conducono alla morte. Però, non passeranno tre giorni, ed Egli risorgerà ». Di queste misteriose e dolorose previsioni, gli Apostoli non capivano nulla; se qualcosa ne capivano, non volevano crederci, tanto pareva loro orribile. Erano ciechi nell’anima, come lo era nel corpo l’infelice che incontrarono nelle vicinanze di Gerico, a cui Gesù diede la vista con un miracolo. Anche agli Apostoli si sarebbero poi aperti gli occhi a intendere il mistero della croce. Anche i nostri occhi sono stati aperti alla luce della fede. Perciò, in questa domenica che il mondo chiama « grassa » per i piaceri sensuali e le folli allegrie a cui molti s’abbandonano, ripensando alle parole del Signore sulla sua passione, dobbiamo sentirci commossi. Ci deve sgorgare dal cuore la preghiera di S. Agostino: « Signore, fammi sentire tutto il dolore e tutto l’amore che provasti nella tua passione: tutto il dolore per accettare ogni mio dolore quaggiù; tutto l’amore per rifiutare ogni amore mondano ».

.. SENTIRE IL DOLORE DELLA PASSIONE DI GESÙ PER ACCETTARE OGNI NOSTRO DOLORE

a) Sei forse povero?

E’ duro arrabattarsi da mane a sera nella miseria: sempre con l’acqua dei debiti alla gola; assillati dall’affitto da pagare, dalle vesti e dal cibo da provvedere; tremanti per la paura di possibili umiliazioni. Più duro ancora quando tu, o povero, volgendo intorno gli occhi offuscati da tante preoccupazioni, e privazioni, vedi che in una notte sola si può sperperare ciò che a te assicurerebbe un anno di pigione e di riscaldamento: in una veste da ballo o da maschera si può. Impiegare ciò che a te basterebbe per ricoprire decentemente il corpo intirizzito di tutti i tuoi figliuoli; in liquori, dolci e profumi si può irritare uno stomaco già sazio, mentre tu non hai neppure il sufficiente per te e per i tuoi. – Ebbene, bisogna che tu o povero, sappia oltrepassare l’ingiuriosa baldoria del carnevale, e senta di là da essa la sofferenza di Gesù. Il Figlio di Dio, pur essendo padrone dell’universo, ha voluto vivere quaggiù nella povertà: nacque in una stalla; visse lavorando manualmente per trent’anni; durante la vita pubblica, più povero dell’uccello che ha un nido, più povero della volpe che ha una tana, egli non aveva dove posare la testa stanca; sulla croce patì perfino la sete. Col suo esempio volle insegnarti che il valore dell’uomo non è nelle cose che possiede, ma nelle virtù dell’anima; ed in mezzo alla povertà è più facile all’uomo essere ricco di virtù che non in mezzo alle ricchezze.

b) Sei forse malato? o è malato qualcuno dei tuoi cari?

E’ penoso trascinare una vita tra letto e lettuccio, penoso anche aver qualche persona cara malata in casa, o all’ospedale, o al sanatorio. – Risuonano intorno le risa, i canti, i suoni dei gaudenti. Questi hanno salute da sprecare, nei peccati; altri dopo tante preghiere non ottengono neppure quel minimo d’energie che è necessario per non essere di peso al prossimo e a sé nella vita. Ebbene, bisogna che gli ammalati o i loro parenti sappiano oltrepassare la disfrenata allegria carnevalesca, e sentano di là da essa la sofferenza di Gesù. Il Figlio di Dio, pur essendo innocente, ha voluto subire nella sua carne atroci tormenti: i tormenti della flagellazione, della coronazione di spine, della crocifissione. Non aveva membro che non fosse una piaga. Egli scontava per noi i nostri peccati di sensualità. – Noi invece abbiamo sempre qualche cosa di nostro da scontare; e poi sollevando lo sguardo a Lui, sentiamo che ogni nostro dolore non solo ci purifica, ma ci rende più simili a Lui, e quindi partecipi in maniera più grande del suo merito e del suo premio. Qualunque pena sia la nostra, nella passione del Signore trova il suo perché e la sua consolazione.

c) Siamo decaduti dalla nostra dignità, dalla nostra condizione sociale? E’ veramente doloroso; ma pensiamo a Lui disceso dalle altezze del cielo su questa bassa terra piena d’affanni.

d) Gli uomini ci deridono, ci calunniano, ci perseguitano ingiustamente? – E’ dolorosissimo; ma pensiamo a Lui accusato d’aver, in corpo il demonio, di aver sobillato il popolo alla rivolta, d’aver bestemmiato.

e) Ci troviamo soli al mondo, ingannati dagli amici, abbandonati dai parenti, incompresi da tutti? Pensiamo a Lui tradito con un bacio da Giuda, lasciato solo dagli Apostoli che nell’ora della prova, prima dormirono, poi fuggirono, a Lui che gemendo disse questa misteriosa invocazione: « Dio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».

2. SENTIRE NELLA PASSIONE L’AMORE DI GESU PER RIFIUTARE OGNI AMORE MONDANO

Quando S. Agnese fu richiesta in nozze dal figlio del governatore di Roma, si trovò nella drammatica alternativa di rinunciare all’amor di Gesù Cristo o di rinunziare alla vita. Ed ella a tutto rinunziò, anche alla vita, ma non all’amore di Gesù. « Sono già stata promessa — rispose — ad un altro amante ben più eccellente di te. La sua generosità è incomparabile, la sua potenza non conosce limiti, il suo amore non teme sacrifici. Suo padre è Dio, sua Madre è una Vergine; i suoi servi sono gli Angeli; il sole e la luna sono gli ornamenti della sua casa; il suo profumo risuscita i morti, il suo contatto guarisce i malati. A lui solo io conservo la fede. E tu vattene, o sorgente di peccato, o lusinga di morte ». – Se l’anima nostra comprendesse di che amore immenso è stata prevenuta, e quale testimonianza le fu data dal Signore nella sua passione, dovrebbe ripetere le risolute parole di S. Agnese ad ogni profferta peccaminosa di qualsiasi creatura. Nessuna creatura è grande e dolce come Gesù. Nessuno ci può far felici come Gesù. Nessuna ci amò fino alla morte, e alla morte di croce, come Gesù. Perciò quando il mondo coi suoi affetti sensibili, coll’attacco al danaro e alla roba, con i barbagli dell’onore, vorrà affascinarci, noi gli risponderemo con S. Agostino: « Perché tante lusinghe? ciò che io amo è più dolce di ciò che prometti. Mi prometti piaceri carnali? è più piacevole Dio. Mi prometti onori e innalzamenti? è più alto il regno di Dio. Mi prometti inutili e dannose curiosità? solo Dio è verità. Mi prometti amore e felicità? solo Gesù è morto per mio amore ». Vattene dunque, o sorgente di peccato, o lusinga di morte.

CONCLUSIONE

Come è possibile amar Dio, che non si vede? se lo si vedesse!… C’è forse bisogno di veder Dio con gli occhi del corpo per poterlo amare? Non basta sapere che egli esiste, che siamo visti da Lui che non vediamo, che ci è vicino, ci sente, ci ama infinitamente. L’esule relegato in un isola remota in mezzo all’oceano pensa alla sua famiglia lontana, lavora, ed ama. Il pellegrino lontano dalla sua patria, dalla sua casa, cammina ed ama. Il prigioniero, nell’oscura carcere, non vede i suoi cari, eppure ad ogni istante sospira ed ama. – Anche noi pur essendo esuli relegati su questa terra, pellegrini in mezzo alle fugaci illusioni del mondo, prigionieri nella carcere delle cose sensibili, possiamo e dobbiamo amare Dio che adesso non vediamo, che un giorno vedremo a faccia a faccia. Il nostro cuore sia dunque un santuario: arda sempre in esso la lampada del divino amore.

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE IL MODERNISTA APOSTATA DI TORNO: “UT FIDES NOSTRA”

“Ut fides nostra catholica”

Concilio di Trento, Sessio V [17 giugno 1546] – S. S. Paolo III

Il Concilio di Trento in una delle primissime sessioni, volle ribadire e sottolineare i fondamenti della fede cattolica, per cui non poteva non iniziare che dalla “questione” del peccato originale, poiché è proprio il peccato originale che rende necessaria, per la salvezza dell’uomo, le Redenzione operata dall’Incarnazione del Figlio di Dio, N. Signore Gesù-Cristo. È questo il caposaldo della nostra fede Cattolica, pilastro su cui è fondato tutto l’edificio teologico della Chiesa Cattolica. – Oggi infatti, nella demolizione del Cristianesimo e di tutta l’impalcatura dottrinale, è questo pilastro che si tenta di demolire, abbattere “si fieri potest”, mediante tutti i tentativi bislacchi della “gnosi” comunque travestita, sia essa platonica, neoplatonica, giudaico-talmudica, manicheo-buddhista, induista, taoista, musulmana, neopagana rinascimentale, fino alla gnosi cartesiana e modernista. Ma coloro che maggiormente soffrono di “indigestione” e “blocco enterico” nell’accostarsi al dogma biblico del peccato originale, sono gli aderenti a tutte le obbedienze massoniche, che addirittura computano il peccato originale, udite, udite … a Jeowah, il Dio dei Cristiani, e attribuiscono la redenzione dell’umanità al loro “falso” dio, il signore dell’universo, il serpente, baphomet-lucifero; è questa la blasfema, oltre che ridicola, “redenzione gnostica” di lucifero, il [falso] “signore dell’universo”. Queste deliranti proposizioni, purtroppo fanno capolino in diversi teologi della Nouvelle Theologie, quelli che, un tempo condannati, sono in gran rispolvero presso la setta del “novus ordo” usurpante il trono di S. Pietro. Senza addentrarci in questa melma maleodorante delle concezioni gnostiche [di cui si parla in altra serie del blog], vogliamo riproporre ai pochi veraci Cattolici del “pusillus grex”, le definizioni del Sacrosanto Concilio di Trento, definizioni inalterabili, infallibili, immodificabili in eterno, come tutta la parola di Dio, di Cui il Concilio, riunito sotto la guida del Vicario di Cristo, è l’espressione più compiuta. Fissiamo allora nella nostra mente, riguardandoli di tempo in tempo, questi santi decreti della Sessione V del Tridentino, la cui inosservanza ci carica di anatemi “ipso facto”, e la cui ignoranza non è ammessa in persone capaci di leggere, intendere e volere, pena l’eterna dannazione.

 CONCILIO DI TRENTO

SESSIONE V (I7 giugno 1546)

Decreto sul peccato originale.

Perché la nostra fede cattolica, senza la quale è impossibile piacere a Dio (Eb XI, 6.), rimossi gli errori, resti integra e pura e perché il popolo cristiano non sia turbato da ogni vento di dottrina (Ef IV, 14) dal momento che l’antico, famoso serpente (Cfr. Ap XII, 9; 20, 2), sempre nemico del genere umano, tra i moltissimi mali da cui è sconvolta la Chiesa di Dio in questi nostri tempi, ha suscitato nuovi e vecchi dissidi, anche nei riguardi del peccato originale e dei suoi rimedi il sacrosanto, ecumenico e generale Concilio Tridentino, legittimamente riunito nello Spirito santo, sotto la presidenza degli stessi tre legati della Sede Apostolica, volendo richiamare gli erranti e confermare gli incerti, seguendo le testimonianze delle sacre scritture, dei santi padri, dei concili più venerandi ed il giudizio e il consenso della Chiesa stessa, stabilisce, confessa e dichiara quanto segue sul peccato originale.

  1. Chi non ammette che il primo uomo Adamo, avendo trasgredito nel paradiso il comando di Dio, ha perso subito la santità e la giustizia, nelle quali era stato creato e che è incorso per questo peccato di prevaricazione nell’ira e nell’indignazione di Dio, e, quindi, nella morte, che Dio gli aveva prima minacciato, e, con la morte, nella schiavitù di colui che, in seguito, ebbe il potere della morte e cioè il demonio (Eb II, 14); e che Adamo per quel peccato di prevaricazione fu peggiorato nell’anima e nel corpo: sia anatema.
  2. Chi afferma che la prevaricazione di Adamo nocque a lui solo, e non anche alla sua

discendenza; che perdette per sé soltanto, e non anche per noi, la santità e giustizia che aveva ricevuto da Dio; o che egli, inquinato dal peccato di disobbedienza, abbia trasmesso a tutto il genere umano solo la morte e le pene del corpo, e non invece anche il peccato, che è la morte dell’anima: sia anatema. Contraddice infatti all’apostolo, che afferma: Per mezzo di un sol uomo il peccato entrò nel mondo e a causa del peccato la morte, e così la morte si trasmise a tutti gli uomini, perché in lui tutti peccarono (Rm V, 12).

  1. Chi afferma che il peccato di Adamo, uno per la sua origine, trasmesso con la generazione e non per imitazione, che aderisce a tutti, ed è proprio di ciascuno, possa esser tolto con le forze della natura umana, o con altro mezzo, al di fuori dei meriti dell’unico mediatore, il signore nostro Gesù-Cristo, che ci ha riconciliati con Dio per mezzo del suo sangue (Cfr. Rm 5, 9-10), diventato per noi giustizia, santificazione e redenzione (1 Cor 1, 30.); o nega che lo stesso merito di Gesù-Cristo venga applicato sia agli adulti che ai bambini col sacramento del battesimo, rettamente conferito secondo il modo proprio

della Chiesa: sia anatema. Perché non esiste sotto il cielo altro nome dato agli uomini nel quale è stabilito che possiamo essere salvi (At IV, 12.). Da cui l’espressione: Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo (Gv 1, 29) e l’altra: Tutti voi che siete stati battezzati, vi siete rivestiti di Cristo (Gal III, 27).

  1. Chi nega che i fanciulli, appena nati debbano esser battezzati, anche se figli di genitori battezzati oppure sostiene che essi sono battezzati per la remissione dei peccati, ma che non contraggono da Adamo alcun peccato originale, che sia necessario purificare col lavacro della rigenerazione per conseguire la vita eterna, e che, quindi, per loro la forma del battesimo per la remissione dei peccati non debba credersi vera, ma falsa sia anatema. Infatti, non si deve intendere in altro modo quello che dice l’apostolo: Per mezzo di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo, e col peccato la morte, così la morte si è trasmessa ad ogni uomo perché tutti gli uomini hanno peccato (Rm V, 12.), se non nel senso in cui la Chiesa cattolica universale l’ha sempre inteso. Secondo questa norma di fede per tradizione apostolica anche i bambini, che non hanno ancora potuto commettere peccato, vengono veramente battezzati, affinché in essi sia purificato con la rigenerazione quello che contrassero con la generazione. Se, infatti, uno non rinasce per l’acqua e lo Spirito santo, non può entrare nel regno di Dio (Gv III, 5).
  2. Chi nega che per la grazia del Signore nostro Gesù Cristo, conferita nel Battesimo, sia rimesso il peccato originale, o anche se asserisce che tutto quello che è vero e proprio peccato, non viene tolto, ma solo cancellato o non imputato (Cfr. AGOSTINO, Contra duas epistolas Pelagianorum I, 13 (26) (CSEL 60, 445).) sia anatema. In quelli infatti che sono rinati a nuova vita Dio non trova nulla di odioso, perché non vi è dannazione per coloro (Cfr. Rm VIII, 1.) che col Battesimo sono stati sepolti con Cristo nella morte (Cfr. Rm VI, 4.), i quali non camminano secondo la carne (Rm VIII, 1 (solo nella vulgata).), ma spogliandosi dell’uomo vecchio e rivestendosi del nuovo (Cfr. Col 3, 9-10; Ef 4, 24.), che è stato creato secondo Dio, sono diventati innocenti, immacolati, puri, senza macchia, figli cari a Dio, eredi di Dio e coeredi di Cristo (Rm VIII, 17.); di modo che assolutamente nulla li trattiene dall’ingresso nel cielo. Questo santo Sinodo confessa che tuttavia nei battezzati rimane la concupiscenza o passione. Ma, essendo questa lasciata per la lotta, non può nuocere a quelli che non acconsentono e che le si oppongono virilmente con la grazia di Gesù Cristo. Anzi, chi avrà combattuto secondo le regole, sarà coronato (II Tm II, 5.). – Il santo Sinodo dichiara che mai la Chiesa cattolica ha inteso che venga chiamato “peccato” la concupiscenza, qualche volta chiamata dall’apostolo peccato (Cfr. Rm VII, 14, I7, 20.), per il fatto che nei rinati alla grazia non è un vero e proprio peccato, ma perché ha origine dal peccato e ad esso inclina. Chi pensasse il contrario sia anatema.
  3. Questo santo Sinodo dichiara tuttavia, che non è sua intenzione comprendere in questo decreto, dove si tratta del peccato originale, la beata ed immacolata vergine Maria, madre di Dio, ma che si debbano osservare a questo riguardo le costituzioni di Papa Sisto IV (Cc. 1 e 2, III, 12, in Exstrav. comm. (Fr 2, 770); C. 12. D. XXXVII (Fr 1, 139).), di felice memoria, sotto pena di incorrere nelle sanzioni in esse contenute che il Sinodo rinnova.