GNOSI: TEOLOGIA DI sATANA (48)

LA VERA FEDE E GLI ETERODOSSI –III.-

 (P. Gioacchino VENTURA: LE BELLEZZE DELLA FEDE, vol. II. Genova; Ed. Dario Giuseppe Rossi, 1867)

LETTURA VI.

LA CREDENZA DEI MAGI OVVERO LA VERITÀ E LA CERTEZZA DELL’INSEGNAMENTO DELLA FEDE.

§ IV. – Si dimostra la facilità di errare della ragione umana, che si fida di sé sola, colla storia dei principali errori onde gli antichi eretici, lungi di avere coi loro privati lumi scoperta alcuna nuova verità cristiana, hanno, per quanto da loro dipendeva, distrutte tutte quelle che la rivelazione divina avea fatto conoscere.

Ma l’insegnamento cattolico, che apparisce sì prezioso, si bello, sì nobile, sì magnifico, confrontato coll’insegnamento della filosofia, confrontato coll’insegnamento dell’eresia, apparisce ancor più magnifico, più nobile, più bello e più prezioso. A buon conto, come i filosofi non attinsero dalla loro privata ragione, ma dalle credenze e dai sentimenti universali le poche verità di cui nei loro libri menaron gran vanto, così gli eretici non hanno essi scoperto coi loro lumi le poche verità cristiane di cui fan pompa nei loro simboli o nelle loro confessioni, fabbricate all’ombra del potere civile, all’officina dell’interesse, della voluttà e dell’orgoglio; e, come S. Gregorio lo ha avvertito, non hanno essi conosciuto per privata ispirazione divina ciò che ritengono di vero e dicono di grande e di sublime intorno alla cristiana dottrina, ma per mezzo delle tradizioni universali della Chiesa, e da lei ricevono tutto il bene, essi che combattono contra di lei: Si non nunquam hæretici vera quædam et sublimìa loquuntur, non hæc ipsi divinitus percipiunt, sed quod ex Ecclesia! contentione didicerunt (Moral.). Del resto, come si è notato degli antichi filosofi, così può dirsi ancora degli eretici, che essi non hanno per se stessi conosciuto nulla di vero e di buono che nella Chiesa non si conosca prima di loro; non essendovi alcuna verità cristiana di cui si possa dire che, ignota nella Chiesa, è stata da tale eretico ritrovata e scoperta. Ma come la filosofia pagana, così l’eresia, se non ha inventata e scoperta alcuna verità, ha però inventati tutti gli errori. E la Scrittura, abbandonata al giudizio privato degli eretici, non è riuscita regola più sicura di fede di quello che lo fa la natura abbandonata al privato giudizio dei filosofi. Come la filosofia pagana non lasciò intatta alcuna verità primitiva, cosi l’eresia non ha lasciato illesa alcuna verità cristiana. E questi inventori orgogliosi di verità non sono stati che fabbri funesti di tutti gli errori: sicché se ramane tuttavia nel mondo la rivelazione cristiana nella sta integrità e nella sua purezza, ciò non è merito degli eretici, che han fatto di tutto per distruggerla; ma è l’effetto della potenza di Dio, che l’ha mantenuta e la mantiene nella sua Chiesa. – Non rincresca perciò al lettore di vedere qui indicati alcuni dei parti mostruosi nati dall’orgoglio ereticale unito alla voluttà. Non ai soli teologi, ma a tutti i fedeli è utile il conoscere in quali orribili stravaganze, in quali sacrileghe follie è le sì gran volte caduta la ragion cristiana che ha voluto formarsi la regola del credere sotto l’ispirazione dell’Io solamente, il più fallace di tutti i consiglieri: dappoiché nulla è più capace di far sentire il pregio dell’insegnamento e dell’autorità tutelare della Chiesa e di confermare il vero Cattolico nella sua fede.

Simone, che S. Ireneo chiama il padre di tutti gli eretici (anno 43 dell’era cristiana), appena si eresse in giudice dell’insegnamento cattolico, che col Battesimo avea dagli stessi Apostoli ricevuto, con un eccesso di orgoglio, che solo lucifero poté inspirargli, spacciò di essere egli stesso Dio uno e trino: che, come Padre era apparso in Samaria: come Figliuolo, nella Giudea; come Spirito Santo in Roma: e che in qualità di Figliuolo, solo apparentemente e per burla, aveva patito ed era morto in croce per man dei Giudei. Ebione e Cerinto (an. 103) bestemmiarono che Gesù Cristo, nato da Maria e da Giuseppe alla foggia degli altri uomini, non era nulla più che uomo e che solo pel battesimo era divenuto un Cristo spirituale. Il mondo è però obbligato a siffatta eresia. Essa ci ha procurato il Vangelo di S. Giovanni, che questo grande Apostolo scrisse appunto per confutarla; il Vangelo di S. Giovanni, dico, il capo d’opera dell’ispirazione divina, di cui ogni tratto, ogni parola è una prova luminosa della divinità del Signore nostro. – Saturnio, Basilìde e Carpocrate (an. 488), non paghi di avere rinnovato la eresia di Cerinto, vi aggiunsero altre enormi stravaganze. Carpocrate in particolare, di mostro di lussuria, ne divenne maestro, proscrivendo il matrimonio tra i suoi seguaci ed affermando che l’anima, solo per poter gustare ogni genere di voluttà, si unisce al corpo. Perciò volle che tra i suoi fossero comuni le donne e che, dopo la cena, smorzatisi i lumi, ognuno si avvicinasse alla donna in cui si fosse alla cieca imbattuto; e questa orribile promiscuità dei sessi, da cui abborrono gli stessi bruti, chiamò la comunione mistica,- e così gettò le fondamenta della setta abbominevole degli gnostici (parola che significa i conoscenti), che si è in questi ultimi tempi riprodotta sotto il vocabolo di setta degli illuminati. – Valentino (an. 203) insegnò essere più dèi; Gesù Cristo aver portato la sua carne dal cielo; non aver fatto che passare, come per un canale, pel ventre di Maria; dalle lacrime del creatore esser nate tutte le sostanze create, e dal suo riso la luce. Volle comuni anch’esso le mogli: giacché la lussuria è stata la salsa più ordinaria di tutte le eresie. Proscrisse la verginità; e perché non ne rimanesse alcun esempio, bestemmiò che anche Gesù Cristo, anche gli Angioli hanno avute spose carnali. – Cardone, uno dei discepoli di Valentino, e Marcione, discepolo di Cardone, superarono nell’intrepidezza della bestemmia e della stravaganza i loro turpi maestri. Cardone si era contentato di ammettere due dèi, uno buono e l’altro cattivo. Marcione ne volle tre: uno visibile, l’altro invisibile, il terzo medio. Negò che il corpo di Gesù Cristo fosse un vero corpo umano. Insegnò che tutte le azioni sono indifferenti, e che la loro bontà o malvagità non dipende che dall’opinione degli uomini; e come era naturale ad aspettarsi, fece virtù del vizio, e del vizio virtù e poi disse che i sodomiti o Giuda son salvi, e tutti i patriarchi dannati. Quel Marcione che, come narra S. Girolamo, avendo un giorno incontrato in Roma S. Policarpo, vescovo di Smirne e poi martire, ed avendogli detto: Policarpo, mi conosci? S. Policarpo gli rispose: Ti riconosco pel primogenito del diavolo. – Taziano (an. 219) capo degli encratiti ossia astinenti, avendo ammesso egli pure, come Cardone, doe principi creatori, Dio e il demonio, disse che la donna e la vite sono state create dal demonio. Condannò adunque l’uso delle nozze e del vino: il perché i suoi scolari pretesero consacrare coll’acqua 1’Eucaristia. Ma Dioscoro. uno di loro, per calmare in alcun modo la collera delle donne, insegnò che anche il corpo dell’uomo dall’ombilico in giù è stato creato dal demonio, e solo la parte dall’ombilico in su è stata creata da Dio: Iniqua mentis asellus. – Ma se Taziano avea abbassato la donna sino all’ inferno, Montano (an. 220), capo dei catafrigi, la sollevò fino al cielo nelle persone delle sue feminette Priscilla e Massimilla, di cui fece due profetesse: e perché il loro esaltamento non pregiudicasse alla propria dignità, nel tempo stesso che proclamò profetessa la donna, ebbe la modestia di proclamarsi esso stesso lo Spirito Santo. Disse Gesù Cristo solo uomo per natura, ma per virtù superiore ai Profeti. Ove molti eretici han negato il Battesimo pei vivi, Montano battezzava anche i morti. Proclamò illecite al cristiano le nozze; e portò a tanto la crudeltà ed il sacrilegio che formava il pane da consacrarsi di farina impastata col sangue di un bambino di un anno, estortogli a forza di punture di ago. Ed è un esempio tremendo della miseria dell’uomo quando a sé  stesso si abbandona, che anche il grande Tertulliano siasi lasciato sedurre da sì turpe e sì stravagante eresia! – Origene (an. 227), avendo perduto il cervello colla filosofia di Platone (chiamato dai Padri il patriarca di tutti gli eretici e il condimento di tutte l’eresie), disse ineguali le tre Persone divine, eterna l’origine dell’anima, temporanea la pena dei reprobi, possibile la salute eterna dei demonj. Novato (an. 254), negando esistere nella Chiesa la potestà di rimettere i peccati commessi dopo il Battesimo, tolse ogni speranza al pentimento e non lasciò ai peccatori che la disperazione per conforto. – Elexeo (an. 267) ammise un Dio e due Cristi, uno superno, l’altro terrestre. Lo Spirito Santo, secondo questo matto bestemmiatore, non è stato che la sorella di Gesù Cristo e della stessa forma e statura, avendo tutti e due sei miglia d’altezza e ventiquattro di larghezza. Oh ragione umana! siffatte follie han trovato seguaci. – Sabellio (an. 261), ritenendo la parola trinità, ne negò il domma, dicendo che il Padre, il Figliuolo e lo Spirito Santo non son che tre nomi, o vocaboli diversi di una sola e medesima persona. Da esso ebbero origine ì patripassiani, ossia coloro che hanno insegnato che il Padre Eterno ha patito ed è morto in croce sul Calvario. Prassea ed Ermogene furono di questa scuola; ma quest’ultimo aggiunse: il corpo di Gesù Cristo essere ora collocato nel sole, la materia eterna, e la promiscuità delle donne, domma prediletto di quasi tutti gli eretici. – Paolo Samosateno, che volle farsi adorare come un angelo (an. 269), fu però nelle dottrine e ne’ costumi un demonio. Non ammise in Dio che una sola persona; disse che Gesù Cristo non è stato che puro uomo, e che, pel solo profitto che fece nella virtù, conseguì la figliolanza divina; figliolanza di grazia però e non di natura, simile a quella onde tutti i giusti si chiamano figli di Dio. – Manete (an. 278) rinnovò la dottrina dei due principj coeterni e dei due dèi, l’uno buono e l’altro cattivo, che chiamò Socia o il principe della materia, e da esso disse creato il corpo dell’uomo. Perciò asserì esso pure, come Marcione, che Gesù Cristo non ebbe un vero corpo umano, ma apparente: ammise con Origene le anime coeterne a Dio: negò il libero arbitrio. Rigettò l’antico Testamento, come opera del Dio cattivo, ritenendo solo il nuovo, come opera del Dio buono. Abolì il Battesimo, ritenendo l’Eucaristia, ma da prendersi in un modo che il pudore e l’orrore non ci permettono d’indicare. Negò la risurrezione dei corpi; stabili il paradiso de’ suoi nella luna; e disse che il plenilunio accade quando le anime accorrono alla luna in gran moltitudine, e che cessa quando una barchetta viene a sollevar la luna dal peso di tanta gente per iscaricarla nel sole. E perché sapesse ognuno che egli avea imparate sì grandi e si belle cose a buona scuola, non mancò di proclamarsi per quello spirito paracleto che Gesù Cristo avea promesso di mandare sulla terra per farla felice: ciò che per altro non impedì al re di Persia di fare scorticar vivo Manete. I suoi seguaci adoravano gli elementi ed il demonio: ammisero la metempsicosi; si astenevano dal mangiar carne; condannavano l’agricoltura ed il matrimonio, affermando che l’anima di chi pianta un albero, dopo morte, rimane a questo stesso albero legata, e di chi prende moglie passa in corpo di donna. Non condannavano però l’uso legittimo del matrimonio che per abbandonarsi a sfoghi contro natura: perché sia vero che degli eretici anche l’astinenza e la castità sono sempre sospette. – Ario (an. 314) imparò da questi maestri, che lo avevano preceduto nel cammino della bestemmia contro Gesù Cristo. a negarne la divinità, dicendolo pura creatura, come disse lo Spirito Santo, creatura di Gesù Cristo. Eunomio ed Ezio, furono di questa setta; ma agli errori del maestro aggiunsero ancora queste altre bestemmie: in Dio esservi tre sostanze o nature diverse, come l’oro, l’argento e il bronzo; non esser necessarie le buone opere, ma bastare la sola fede per andar salvo; i vescovi e i semplici sacerdoti esser eguali. Esser vani i sacrifici pe’ defunti, né doversi osservare i digiuni, né le feste della Chiesa. Lutero rinnovò mille anni dopo gli stessi errori. Tra le sette innumerabili in cui si divise l’arianesimo (an. 361) vi fu quella ancora dei duliani, dalla parola greca dulion, che significa servo; perché, per disprezzo, così questi scellerati chiamarono Gesù Cristo. – Apollinare (an. 375), senza negare le divine Persone, le disse, come Origene, ineguali, chiamando grande lo Spirito Santo, maggiore il Figliuolo, massimo il Padre. E volendo alterare il domma dell’incarnazione, come avea fatto di quello della Trinità, insegnò che il Verbo, nel farsi uomo, prese un corpo senz’anima: che la carne stessa che prese da Maria era increata e dell’essenza della stessa Trinità: dal che fu strascinato a dire che Gesù Cristo anche nella divinità aveva patito e che il Verbo nell’incarnarsi erasi trasmutato in corpo ed avea cambiata natura. – Mentre però gli apollinaristi negavano, siccome il maestro, al Figliuolo un corpo umano e terreno, gli antropomorfiti (an. 393), uomini al pari di Vadio loro maestro, grossolani di mente, turpi di cuore, uman corpo attribuivano ancora al Padre, affermando che la divina natura ha figura e forma umana come abbiam noi. La storia delle eresie presenta un fenomeno singolare, ed è, che le sette che sembrano essersi meno delle altre allontanate dalle dottrine del Cattolicismo sono però quelle che più delle altre hanno odiato e perseguitato i Cattolici. Tali sono oggi i Greci scismatici e i giansenisti, che detestano la Chiesa Cattolica più degli stessi Turchi e Giudei. E tali furono già i donatisti (an. 408), le cui persecuzioni atroci contro al clero cattolico dell’Africa richiamarono la memoria di quelle di Nerone e Diocleziano. Questi settarj. ammettendo il Figlio al Padre consustanziale, lo fecero però minore del Padre. Ma non essendo giusto che i bestemmiatori di Gesù Cristo risparmiassero la Chiesa sua sposa, sostennero ancora che la vera Chiesa non esisteva che nel loro partito; che i sacramenti sono santi ed efficaci quando sono amministrati dai santi della loro tempra. Si legge di alcuni di loro che, avendo buttata ai cani la divina Eucaristia consacrata da un sacerdote cattolico, furono dagli stessi cani divorati. In fine, chiamavano martino il suicidio, o la morte violenta che si davan da sé o si facevan dare da altri: bene inteso però che vi si preparavano santamente coll’essersi saziati di ogni genere di lascivia, prima di andarvi: dimostrando così il nesso misterioso che vi è tra il contentare la carne ed odiare se stesso, tra la vita del bruto e la morte del disperato. – Nessuno però, in fatto di stravaganza e di empietà, andò in quest’epoca (an. 408) tant’oltre quanto Priscilliano. La sua dottrina fu un impasto mostruoso delle assurde e turpi bestemmie de’ manichei e degli gnostici. Disse il mondo creato dal demonio; le anime, della stessa sostanza di Dio: la Trinità essere solo nei vocaboli; il corpo umano composto secondo i dodici segni dello zodiaco; il mondo reggersi dal fato. Vietò il cibarsi delle carni degli animali, ma non fu nemico di altre carni, perché permise il divorzio ed osò di pregare tutto nudo in mezzo ad un branco di femmine, senza dubbio per rendere la sua preghiera più santa, più raccolta, più efficace e soprattutto più pura. Non bisogna separare da questi entusiasti della lascivia i messaliani. entusiasti dell’orgoglio, detti ancora sataniani, perché, ammettendo più dèi, ma non adorandone che un solo, rendevano però culto a Satanasso per non riceverne nocumento. Si chiamarono ancora euchiti o pregatori, perché sostenevano che il Battesimo non toglie i peccati, se non come il rasojo recide i peli della barba, lasciandone la radice, e che la preghiera è il solo mezzo di estirparli; e perciò pregavano buona parte del giorno. Spacciavano di ricevere, nel tempo della quiete o del sonno, rivelazioni dalla Trinità, delle quali ognuno faceva parte a’ compagui: poi tutto ad un tratto rizzatisi in piedi, incominciavano a cantar salmi, detti perciò ancora psallian: poi vedevansi tremare, danzare e saltare, diceano essi, sopra i demonj. – Questi matti sono stati i maestri ed i modelli dei quaccheri moderni. Dopo essere stato cotanto bestemmiato il Figlio di Dio, non poteva essere dagli eretici risparmiata la madre (an. 409-425); ed ecco Nestorio che, partendo dall’errore di Anastasio, che in Gesù Cristo vi erano due persone, l’una divina e l’altra umana, e che non fu egli sempre Dio, ma che la persona divina a lui si aggiunse per merito dopo la nascita, negò che la SS. Vergine si dovesse dire madre di Dio: degno però di morire colla lingua rosa de’ vermi. Ecco Elvidio negare a Maria la verginità dopo il divino suo parto, facendola Madre di quegli Apostoli che nel Vangelo sono detti fratelli del Signore, perché ne eran cugini. Ecco Gioviniano insegnare esso pure che Maria non restò vergine dopo aver dato alla luce Gesù Cristo; e poi aggiungere: uguale essere il merito della verginità e del matrimonio: uguali i peccati in malizia; uguali per tutti nel cielo le ricompense; e l’uomo che ha ricevuto con vera fede il Battesimo divenire impeccabile. Ed ecco infine Vigilanzìo, uomo corrottissimo, che, pensando che tutti i corpi dei cristiani e dei santi fossero cosi impuri ed immondi siccome il suo, dopo avere proscritto il celibato e derisa la verginità, negò il culto delle reliquie dei martiri, abolì come vana l’invocazione dei santi e della loro regina. A questa scuola hanno attinta la loro fede, nelle stesse materie, i luterani, i calvinisti, gli anglicani, degni discepoli di un sì edificante maestro! – Ma a completare l’istruzione de’ moderni eretici contribuirono anche altri antichi maestri. Tale si fu Pelagio (an. 402), che negò la trasfusione del peccato originale e però la necessità del Battesimo pei bambini affin di conseguire la vita eterna. Perciò asserì ancora che la concupiscenza, come pure la morte dell’uomo, è opera di Dio e non l’effetto del peccato; che la grazia altro non è che il libero arbitrio, e perciò può l’uomo adempire la legge di Dio senza quel soccorso soprannaturale che si dice propriamente grazia; in fine, che è inutile la preghiera, ed impossibile che un eletto pecchi anche volendo. – Mentre i pelagiani combattevan la grazia, Eutiche sorse ad attaccare di nuovo l’incarnazione. Disse che Gesù Cristo non ebbe carne simile alla nostra, ma carne portata dal cielo e fatta solo passare pel seno di Maria; che non fu egli altrimenti vero uomo, ma uomo in cui di due nature si formò una sola natura ed una sola persona; e perciò che in lui anche la divinità fu crocifissa. L’eresia di Eutiche però, come è proprio di tutte l’eresie, degenerò ben presto in molte altre. Poiché Giulio di Alicarnasso (an. 533) insegnò l’unica natura, sognata da Eutiche, essere stata in Gesù Cristo, sin dalla concezione, impassibile. – Temisto, capo degli agnoiti, sostenne (an. 066) che a quest’unica natura di Cristo molte cose furon dal Padre velate e nascoste. Gli armeni (an. 600) vi aggiunsero che la carne di Gesù Cristo era la carne della divinità, e che il corpo della divinità si consacra nella Eucaristia. In conseguenza di ciò adorano la croce con un sol chiodo fisso nel mezzo per indicare che la sola divinità fu crocifissa. I monoteliti finalmente, sull’autorità di Ciro vescovo e di Sergio monaco, dall’errore di una sola natura in Gesù Cristo tirarono la conseguenza che non vi era in lui che una sola volontà ed una sola operazione. Agli attacchi però contro l’incarnazione vennero subito appresso nuovi attacchi contro la Trinità e Dio stesso; perché nella religione cristiana tutti i misteri sono insieme legati come i fondamenti di uno stesso edificio. Filippo (an. 606), capo dei tritelli, insegnò che le tre divine persone sono tre dèi. Anastasio imperatore alle tre persone ne aggiunse una quarta, dicendo non doversi ammettere trinità, ma quaternità in Dio; e i venusiani, discepoli di Paterno, rinnovando le turpi assurdità di Dioscoro. insegnarono che Dio non ha creato l’uomo che dalla testa sino all’ombelico, e che il resto del corpo umano è opera del demonio: e che però basta conservarsi puro dal capo sino allo stomaco, e che, pel rimanente del corpo, abbandonare ad ogni libidine l’opera del demonio non è alcun male; dottrina comoda alla voluttà e che, come era naturale a succedere, non tardò ad avere tra la sentina dei voluttuosi molti seguaci. – Queste orribili dottrine foggiate dagli eretici intorno alla Trinità, a Gesù Cristo, alla pudicizia, divulgatesi per tutto l’Oriente, prepararono al maomettanismo la via, che, secondo l’osservazione giustissima di Leibnizio, è nato dall’arianesimo. Imperciocché dalla bestemmia di Ario, che Gesù Cristo non era Dio, avendo concluso Maometto (an. 626) che il figlio di Maria avea fallata la divina missione, si disse da Dio incaricato esso stesso per compierla, e si diede per un altro messia e pel maggiore dei profeti. Rimonta perciò ad Ario e suoi consorti nell’empietà il tristo vanto di avere nel maomettanismo, di cui gettarono il seme, partorita la più sporca, la più stupida, la più assurda, la più crudele di tutte le eresie. Comprese Maometto che una dottrina che lusinga la carne non può mancare di essere accolta con favore dalle passioni, principalmente se è sostenuta dalla spada. Perciò questo solenne impostore, colla spada in una mano e col codice della voluttà nell’altra, minacciando la morte e dando la impurità per morale in questa vita ed un luogo di prostituzione per paradiso nell’altra, si trasse dietro molti popoli dell’Asia, che le dottrine profondamente lascive, de’ manichei avevano sì bene iniziati per una religione voluttuosa; e riuscì facilmente a stabilire e propagare una setta che è stata il flagello e l’obbrobrio dell’umanità. – Nemmeno gl’imperatori cristiani d’Oriente, andarono affatto immuni dal contagio maomettano, e senza dichiararsi apertamente per Maometto adottarono non poche delle sue funeste dottrine. In fatti Leone isaurico imperatore (an. 715) fece coi maomettani a gara per distruggere in tutto l’impero il culto de’ santi, le immagini sacre e i cattolici che le veneravano; detto perciò iconomaco ed iconoclasta, ossia distruttore delle sacre immagini, e riguardato come padre legittimo dell’eresia dello stesso nome, che modernamente i calvinisti hanno rinnovata. – Ma un secolo dopo (anno 821) Michele Balbo, imperatore esso pure d’Oriente, fece dimenticare gli scandali con cui Leone avea macchiato la santità dell’impero, dando degli scandali ancora maggiori, insegnando, dall’alto del trono vana la dottrina delle pene eterne, fanatici i profeti, favolosi i demonj. Giuda il traditore essersi salvato; e per farsi più facilmente perdonare dalle passioni tante bestemmie, camminando sulle tracce di Maometto, insegnò ancora la fornicazione essere un atto indifferente. – Il secolo decimo fu un secolo d’ignoranza e di tenebre. Il sapere ristretto fra cherici e fra monaci, fra loro ancora contava pochi seguaci. Ma, come avverte il Bellarmino, la previdenza divina dispose che non nascessero allora novelle eresie; e nella barbarie de’ tempi il deposito della fede rimase puro ed intatto nel mondo cristiano. Gli scandali però di cui l’impero greco fu per più secoli il teatro avevano rallentato da un pezzo i legami della chiesa di oriente con quella d’occidente; e il clero greco, non meno che gl’imperatori, smanioso di sottrarsi da ogni censura, da ogni freno del sommo Pontefice, consumò nel secolo undecimo (an. 1048) quello scisma sciagurato di cui Fozio avea gettato le fondamenta nel nono, e che quattro secoli di tirannia musulmana, che dal 1452 gravitano su questo popolo infelice, par che non abbiano fatto espiare abbastanza. – Mentre questi errori accadevano in Oriente, in Occidente erano, come si è già notato, scorsi quasi tre secoli senza novelle eresie, e fu riservato a Berengario (an. 1058) il turbare questa .pace della Chiesa. Insegnò egli da prima che nell’Eucaristia non vi è il vero corpo e sangue di Gesù Cristo, ciò che poi hanno insegnato i calvinisti più tardi: che nell’Eucaristia col corpo del Signore rimane la sostanza del pane, dottrina rinnovata quindi dai luterani; infine, che il Battesimo non si deve amministrare che agli adulti, errore disotterrato quindi dagli anabattisti; e così quest’infelice eresiarca gettò le fondamenta del protestantismo moderno. Ma altri duci ancora più funesti e più audaci fornirono armi al protestantismo, e ne apersero e ne facilitaron la via. I principali furono i valdesi che, uniti agli albigesi, insegnarono: la sola Scrittura sacra avere autorità in materia di fede, e quello solo doversi ammettere delle dottrine dei Padri e delle decisioni dei concilj che è alla Scrittura conforme; come se la Chiesa cattolica abbia mai insegnato o preteso d’insegnare cosa contraria alla Scrittura! I sacramenti essere solamente due; il Battesimo e la Cena; l’Eucaristia doversi anche ai laici amministrare sotto ambe le specie, ed essi pure poterla consacrare. Le indulgenze essere inefficaci: i sacrifici, per le anime dei defunti, inutili; le dedicazioni delle chiese, le memorie dei santi, le feste, i digiuni, le cerimonie sacre, ritrovati del diavolo: di più dissero lo stato religioso un cadavere; i voti di castità un incentivo al vizio; ai preti doversi dar moglie; al sommo Pontefice non doversi alcuna obbedienza. Questi medesimi errori Giovanni Wicleffo li rinnovò in Inghilterra; Giovanni Uss e Girolamo di Praga in Boemia ed in gran parte della Germania; Ruisol in Olanda: aggiungendovi di più, l’anima morire col corpo, ed il Cristianesimo intero essere una follia. Ma i Fraticelli in Italia e Riccardo in Francia li condirono colla solita salsa del libertinaggio, agli eretici sì gradita, usando delle donne in comune dopo la cena e l’invocazione dell’almo spirito. Se non che Riccardo, aggiungendo alla bestemmia il delirio, si disse il Figlio di Dio per nome Adamo: d’onde gli Adamiti, che, a somiglianza di Adamo innocente, andavan nudi; e che, vantandosi figli di Dio, vivevan da bruti; salvo che, pria di servirsi di una donna, ne chiedevano ad Adamo licenza. Delirj, adunque, turpitudini, infamie, empietà di ogni genere: ecco le sole scoperte che in quindici secoli ha fatte, ecco le sole dottrine che ha insegnate 1’eresia, ed ecco a che è stata buona la ragione umana quando si è separata dall’autorità della Chiesa e dall’insegnamento della vera fede!

IL CATECHISMO CATTOLICO DEL CARDINAL GASPARRI (16)

CATECHISMO CATTOLICO A CURA DEL CARDINAL PIETRO GASPARRI (16)

PRIMA VERSIONE ITALIANA APPROVATA DALL’AUTORE 1932 COI TIPI DELLA SOC. ED. (LA SCUOLA) BRESCIA

Brixiæ, die 15 octobris 1931.

IMPRIMATUR

+ AEM. BONGIORNI, Vie. Gen

III.

CATECHISMO PER GLI ADULTI DESIDEROSI DI APPROFONDIRSI NELLA CONOSCENZA DELLA DOTTRINA CATTOLICA.

Delle virtù.

SEZIONE 2°. –  Delle virtù morali.

D. 541. Che cos’è la virtù morale?

R. La virtù morale è una virtù di cui sono l’oggetto immediato gli atti onesti conformi alla ragione.

D. 542. Di quante specie può essere l’atto della virtù morale secondo il fine cui è diretto?

R. L’atto della virtù morale, secondo il fine cui è diretto, può essere o naturale, per es. quando uno digiuni per evitare che il mangiare sia di nocumento alla salute, o soprannaturale, per es. quando uno digiuni per ottenere da Dio la remissione dei suoi peccati, o per « castigare il suo corpo e ridurlo in servitù » (Paolo: I a ad Cor., IX, 27; S. Tom, la 2æ, q. 63, a. 4.).

D. 543. Quante e quali sono le principali virtù morali?

R. Le principali virtù morali sono quattro: la prudenza, la giustizia, la fortezza, la temperanza, chiamate anche virtù cardinali (Sap, VIII, 7; S. Agost. : In Epist. Joannis, ad Porthos, VIII, I ; S. Tom, l a 2ae, q. 61, a. 9).

D. 544. Perché tali virtù vengono chiamate cardinali?

R. Tali virtù vengono chiamate cardinali, perché  sono come il cardine e il fondamento dell’intero edificio morale, e le altre virtù morali ad esse si riducono –

(Così alla giustizia si riducono le virtù di religione, di pietà, di osservanza, di obbedienza, di riconoscenza, di veracità, di liberalità, di amicizia….; alla fortezza, le virtù di magnanimità, di pazienza, di perseveranza….; alla temperanza, le virtù di astinenza, di onestà, di sobrietà, di castità, di virginità, di continenza, di mansuetudine, di modestia, di umiltà….; quest’ultima è una virtù fondamentale, in quanto rimuove la superbia, inizio di ogni peccato.).

D. 545. Qual è la funzione delle singole virtù cardinali?

R. La Prudenza ci fa in ogni circostanza rettamente giudicare, sotto la visuale della vita eterna, quali cose dobbiamo volere e quali fuggire;

la Giustizia ci fa rendere a ciascuno quel che gli spetta;

la Fortezza ci fa tali che nessuna difficoltà o persecuzione ci possa distogliere dal seguire il bene;

la Temperanza ci fa reprimere le cattive cupidigie ed usare dei beni sensibili esclusivamente secondo la retta ragione.

SEZIONE 3A. — Dei doni dello Spirito Santo.

D. 456. Nella giustificazione, assieme alla remissione dei peccati e alle virtù teologiche, che cosa viene ancora infuso nell’uomo?

R. Nella giustificazione, assieme alla remissione dei peccati e alle virtù teologiche, vengono contemporaneamente infusi nell’uomo i doni dello Spirito Santo.

D. 547. In qual numero sono i doni dello Spirito Santo?

R. I doni dello Spirito Santo sono in numero di sette: la saggezza, l’intelletto, il consiglio, la fortezza, la scienza, la pietà, il timor di Dio (Is., XI, 2, 3; S. Ambr.: De mysteriis, 42; De Sacramentis, III, 8.)

D. 548. A quale scopo tali doni vengono infusi?

R. Tali doni vengono infusi nell’uomo allo scopo di renderlo più facile e pronto ad accogliere e a seguire quella mozione dello Spirito Santo che in molti e svariati modi gli è d’impulso a compiere il bene e ad evitare il male (Leone XIII: Encicl. Divinum illud munas, 9 maggio 1897; S. Tom., l a 2æ, q. 68, a. 3; S. Pietro Canisio: De donis et fructibus Spiritus Sancti, III, 8.)

D. 549. Qual è la funzione in noi dei doni dello Spirito Santo?

R. La Saggezza ci aiuta perché ci dilettiamo nella contemplazione delle cose divine, e secondo le divine ragioni giudichiamo sia delle divine che delle umane cose; l’Intelletto ci aiuta a meglio penetrare, fin dove è consentito ai mortali, i misteri della fede nella loro stessa credibilità; il Consiglio ci aiuta a guardarci dalle insidie del demonio e del mondo, e a conoscere nei momenti di dubbio quanto può essere più espediente alla gloria di Dio e alla salute nostra e del prossimo; la Fortezza, con la sua singolare virtù, ci aiuta a tenerci saldi nel vincere le tentazioni e nel superare gli altri ostacoli spirituali; la Scienza ci aiuta a discernere quel che dobbiamo credere da quello che non dobbiamo credere, come pure a dirigerci in tutto quanto concerne la vita spirituale; la Pietà ci aiuta a rendere il debito culto e il debito ossequio sia a Dio, sia ai Santi, sia agli uomini che nei nostri riguardi tengono il luogo di Dio, come pure, e sempre per amor di Dio, soccorrere infelici (S. Tom, 2a 2æ, q. 101, a. 3); il Timor di Dio ci aiuta ad astenerci dal peccato, concependo per l’offesa fatta a Dio un timore che promana dalla reverenza filiale verso la divina Maestà (S. Tom, 2a 2æ, q. 7, a. 1).

SEZIONE 4A. — Delle beatitudini evangeliche, e dei frutti dello Spirito Santo.

D. 550. Quali sono gli effetti delle virtù teologiche e dei doni dello Spirito Santo?

R. Gli effetti delle virtù teologiche e dei doni dello Spirito Santo sono le beatitudini evangeliche e i frutti dello Spirito Santo.

D. 551. Quali sono le beatitudini evangeliche?

R. Le beatitudini evangeliche sono quelle che Cristo medesimo ebbe a proporre nel suo sermone della montagna, vale a dire :

1° beati i poveri di spirito, poiché di essi è il regno dei cieli;

2° beati i miti, poiché saranno essi a possedere la terra;

3° beati coloro che piangono, poiché saranno consolati;

4° beati coloro che han fame e sete della giustizia poiché saranno saziati;

5° beati i misericordiosi, poiché saranno essi a conseguire misericordia;

6° beati i mondi di cuore, poiché saranno essi a veder Dio;

7° beati i pacifici, poiché saranno essi ad esser chiamati figli di Dio;

8° beati coloro che patiscono persecuzione per la giustizia, poiché di essi è il regno dei cieli (Matt. V, 3-10; Luca, V I , 20-22.).

D. 552. Perché Gesù Cristo chiama beati coloro che hanno tali disposizioni d’animo?

R. Gesù Cristo chiama beati coloro che hanno tali disposizioni d’animo, perché per via di queste, sin dalla vita presente, conseguono e gustano come una specie di saggio della felicità futura (Leone X III, 1. c.; S. Tom, la 2æ, q. 69, a. 1).

D. 553. Quali sono quei poveri di spirito che vengon detti beati?

R. Quei poveri di spirito che vengon detti beati, sono coloro che nell’intimo del loro animo sono distaccati dai beni esteriori, soprattutto dalle ricchezze, dagli onori; non solo, ma ne dimostrano lo spontaneo disprezzo ogni qualvolta lo possano; quando li posseggano, se ne valgono con moderazione e rettitudine; quando ne siano privi, non ne vanno in caccia affannosa; quando li perdano, ne sopportano la perdita, con animo sottomesso alla divina volontà.

D. 554. Chi sono i miti?

R. I miti, ossia mansueti, sono coloro che col prossimo usano dolcezza, tollerando con pazienza le sue molestie, senza la minima lagnanza o vendetta.

D. 555. Chi sono coloro che piangono, pur rimanendo tuttavia beati?

R. Coloro che piangono, pur rimanendo tuttavia beati, sono coloro che per nulla cercano i piaceri del mondo, sopportano con gioia inspirata dalla sottomissione alla volontà di Dio i dolori della vita presente, fanno penitenza dei peccati commessi e sinceramente piangono i mali di questo mondo, gli scandali e i pericoli cui va esposta la salvezza delle anime.

D. 556. Chi sono coloro che hanno fame e sete della giustizia?

R. Coloro che hanno fame e sete della giustizia sono coloro che ogni giorno si studiano con le loro opere di far progressi nella giustizia e nella carità.

D. 557. Chi sono i misericordiosi?

R. I misericordiosi sono coloro che per amore di Dio fanno parte dei loro averi al prossimo e si studiano di allontanare da esso le miserie sia spirituali che corporali.

D. 558. Chi sono i mondi di cuore?

R. I mondi di cuore sono coloro che non solo fuggono il peccato mortale, specie, poi, il peccato d’impurità, ma per quanto possono, si astengono anche dal peccato veniale.

D. 559. Chi sono i pacifici?

R. I pacifici sono coloro che non solo si mantengono in pace col prossimo, ma si adoperano anche perché regni la pace fra i loro simili.

D. 560. Chi sono coloro che patiscono persecuzione per la giustizia?

R. Coloro che patiscono persecuzione per la giustizia, sono coloro che per amore di Gesù Cristo pazientemente sopportano le derisioni, le calunnie e le persecuzioni.

D. 561. Quanti sono, e quali, i frutti dello Spirito Santo?

R. I frutti della Spirito Santo, quali li enumera l’Apostolo, sono dodici: la carità, la gioia, la pace, la pazienza, la benignità, la bontà, la longanimità, la mansuetudine, la fede, la modestia, la continenza, la castità (S. Paolo: ad Galat., V, , ; S Tom. I, IIæ, q. 70, a- 1, 3).

GNOSI: TEOLOGIA DI sATANA (47)

LA VERA FEDE E GLI ETERODOSSI –II.

 (P. Gioacchino VENTURA: LE BELLEZZE DELLA FEDE, vol. II. Genova; Ed. Dario Giuseppe Rossi, 1867)

LETTURA VI.

LA CREDENZA DEI MAGI OVVERO LA VERITÀ E LA CERTEZZA DELL’INSEGNAMENTO DELLA FEDE.

§ III. – La ragione umana abbandonata a sé sola incontra più facilmente l’errore che la verità. I filosofi antichi non conobbero che pochissime verità: e queste non le scoprirono, non le inventarono colla loro ragione, ma, attintele dalle tradizioni generali, non fecero che oscurarle con molti errori. Si dimostra ciò colla storia delle orribili stravaganze con cui alterarono la prima e somma verità dell’ esistenza di un Dio e quella dell’immortalità dell’anima. 1 filosofi, fanciulli ignoranti in confronto anche de’ più rozzi Cristiani, che, istruiti alla scuola della fede, sono sapientissimi nelle cose divine. Infatti che accade egli mai ove l’uomo, lasciata la luce celeste, che mai non manca a chi con umiltà la implora, non prende per guida, nella ricerca del vero, che la luce terrena? S. Tommaso lo da detto: il terzo disordine, o l’effetto il più ordinario e il più comune delle investigazioni della privata ragione, si è che in unione di una qualche verità dell’ordine morale ed invisibile che si giunga a scoprire per questa via si adottano per lo più molti errori, e che spesso per questo mezzo si trovano più errori che verità: lnvestigationi rationis humana plerumque falsitas admiscetur. Mirate gli antichi filosofi: giunsero ben essi, è vero, a conoscere molte verità col solo lume della ragione. Ma primieramente queste verità sono state scarsissime e rare. Leggendo i loro libri, vi sembra viaggiare pei deserti dell’Arabia, nei quali bisogna camminare più giorni pria d’incontrare un sol vegetabile, un sol fiore, un sol filo d’erba che vi richiami alla mente l’idea della natura animata; ed altro non vedesi che un cielo sempre ardente al di sopra di un pelago di sterili e volubili arene. E chi può mai leggere senza una noja immensa, per esempio, i tre libri di Cicerone, dei fini, i cinque delle Quistioni tusculane? Che fecondità di parole, ma che sterilità di cose! Che copia di erudizione, ma che mancanza di certezza! Che eleganza di stile, ma che scarsezza di verità! Non siamo estranei alle fastidiose letture: abbiamo divorati, nel corso de’ nostri studi, non pochi volumi in foglio, la cui vista scoraggia gli animi più fermi: pure confessiamo che nessuna lettura ci è stata più tediosa e più pesante di quella degl’indicati trattati; e senza l’eleganza del linguaggio con cui sono scritti (tristo e misero compenso a chi cerca le idee), ci sarebbe stato impossibile il venirne a capo.In secondo luogo, queste medesime verità, già sì scarse e sì rare, alcuni, dice Tertulliano, le conobbero per un puro caso; come un naviglio sorpreso di notte dalla tempesta, abbandonandosi in balia del mare e dei venti, nella stessa oscurità e nello stesso scompiglio degli elementi, giunge alcuna volta per caso ad afferrare un porto; o come chi si trova in una stanza oscura, a forza di girarvi intorno a tentone, per un caso felice pure trova alcuna volta la parte da uscirne: Plane non negabimus aliquancto phìlosophos juxta nostra sensisse; non numquam enim et in procella, confusis vestigiis cœli et freti, aliquis porltìs ostenditur; non nunquam et in tenebris adilus quidam et exilus deprehenduntur cæca felicitate (De anima 2). Altri poi trovarono certe verità perché suggerite loro dal senso intimo di cui Dio si è degnato di dotare l’anima umana, e dal senso comune della natura divenuto pubblico in tutti gli uomini: Sed et natura pleraque suggeruntur, quasi de publico sensu, quo animam Deus donare dignatus est (ibid). Cioè a dire che la pagana filosofia non ha fatto che prendere le verità universalmente conosciute (perché leggi della natura morale appropriarsele e spacciarle enfaticamente come suoi ritrovati: Philosophia leges natura opiniones suas fecit (ibid). Lo stesso afferma S. Agostino: le belle e vere cose, dice egli, che i filosofi han detto intorno al culto di Dio. non le hanno altrimenti inventate; ma come l’oro e l’argento si cava dalle miniere, così queste verità le hanno essi ricavate dalle miniere delle tradizioni e de’ sentimenti universali, che la provvidenza divina ha sparso dappertutto: Apud philosophos, de Deo colendo, multa vera inreniuntur: tamquam aurum et argentum quod non ipsi instituerunt, sed de quibusdam quasi metallis divima providentiæ, qua ubique infusa est, eruerunt (De doctr. Christi, cap. 30). E Cristiano Drutmaro aggiunge: Tutte le parti della greca filosofia si trovano nella sacra Scrittura; e tutti i più belli pensieri nella stessa Scrittura erano stati esposti pria che i sofisti del secolo pensassero a farne il vanto della loro eloquenza. I filosofi non hanno nulla del proprio. Il poco di vero che han detto lo hanno ricevuto dalla liberalità di Dio: Omnes partes philosophiæ græcorum etiam in divina Scriptura inveniuntur. Et omnes modi locutionum ante fuerunt in Scriptum quam ad sophistas seculares pervenirent. Qui si quid habuerunt, Dei dono habuerunt (in Matth. II). Un Dio supremo, creatore e regolatore dell’universo; un’anima che nell’uomo sopravviva al corpo per ricevere l’eterna pena o il guiderdone eterno che in vita si ha meritato; una legge morale che ha Dio stesso per Autore, che obbliga tutti gli uomini e la cui violazione ed osservanza costituisce il peccato o la virtù; queste ed altre simili verità, più o meno deturpate dalle favole, erano conosciute ed ammesse in tutto il mondo Pria che Platone avesse cominciato a disputarne in Atene, e Tullio in Roma. Poste adunque queste idee primitive ed universali che S. Paolo chiama « rivelazione divina, Deus enim illis manifestavit (Rom. 1), » fu facile ai filosofi, come aggiunge lo stesso Apostolo, dalla considerazione del mondo visibile elevarsi a conoscere qualcuno degli attributi del Dio invisibile: lnvisibilia Dei per ea qua facta sunt intellecta conspiciuntur (ibid.). E perciò S. Tommaso, le cui espressioni sono sì precise e sì esatte, nel famoso passo che di sopra abbiamo riportato (§ 2), delle stesse verità accessibili alla ragione umana non dice che i filosofi colla ragione le han trovate, ma che, essendo di già note, le han dimostrate colla ragione: Philosophi de Deo multa DEMONSTRATIVE probaverunt, ducti naturalis lumine rationis. Lo stesso S. Tommaso poi intorno alle verità conosciute da’ filosofi, fa una osservazione che per moltissimi è passata inosservata, cioè a dire che c’inganniamo col credere che i filosofi, ammettendo un Dio, ne abbiano avuto l’idea che noi ne abbiam ricevuta dalla fede di un Essere cioè adorno di tutte le perfezioni e del quale non si può pensar nulla di più perfetto: Non omnibus, etiam concedentibus Deum esse, notum est quod Deus sit id quo majus cogitari non possit (Contr. gentil, lib. I , cap. 2). Lo stesso può dirsi delle opinioni dei filosofi sull’anima. Quei moltissimi fra loro che ne han riconosciuta l’esistenza e la durata, sono stati lontanissimi dal crederne la spiritualità e l’immortalità come noi la crediamo. L’immortalità dell’anima, per quelli che l’ammettevano, era solo la sola permanenza dopo la soluzione del corpo: Permanere animos putamus (Cic); ma non avevano alcuna idea o molto oscura ed erronea intorno al suo stato di perfetta felicità, se è ammessa alla visione ed al consorzio di Dio e di profonda miseria eterna, se ne è separata. E sopra i premj e le ricompense della vita futura, non ostante le favole che le deturpano, si trovano idee più giuste e più vere presso i poeti che presso i filosofi; perché i primi hanno consultato più la tradizione universale, i secondi più han seguita la privata loro ragione. Che se per tutto ciò non vi è alcuna verità dell’ordine morale di cui si possa dire che, essendo ignota affatto nel mondo, il tal filosofo l’abbia scoperta: non vi è al contrario alcuna assurdità o errore di cui, come dice lo stesso Cicerone, non si possa indicare un qualche filosofo che ne è stato inventoree maestro: Nihil est tam absurdum quod non dicatur ab aliqua philosophorum. Per un passo che fanno i filosofi nel sentiero del vero, si veggon fare mille cadute nell’errore, e simili a’ cagnolini, che si addestrano a camminare su due piedi e che nel più bello del piacer che vi fanno di vedersi ritti all’umana, ritornano al naturale, ricadendo con le zampe e col muso verso la terra: i filosofi, mentre si fanno ammirare in atto di professare alcune verità, si veggono subito riprendere la direzione erronea, propria della ragione abbandonata a sé sola, e ricadere in miserabili errori.Sicché S. Paolo poté benissimo compendiare tutta la storia della filosofia de’ gentili in queste due gravi e sentenziose parole: « i Greci, cercando sapienza, stoltezza rinvennero: Græci sapientiam quærunt, et stulti facti sunt. ». Non vi è nulla di più vera di questa decisione di S. Paolo poiché, ad eccezione di poche verità tradizionali e comuni che non hanno aspettato i filosofi per essere conosciute, tutta la filosofia gentile intorno a Dio, all’anima, ai doveri, alla vita futura, non è che stoltezza, come se questo ne fosse il luogo, ci sarebbe facilissimo il dimostrarlo. Per dirne però alcuna cosa capace di farci sempre meglio sentire il pregio altissimo dell’insegnamento divino in faccia alle miserie dell’insegnamento umano non ci rincresca di osservare qui il tremendo quadro che nelle opinioni dei filosofi gentili intorno a Dio ci ha lasciato Cicerone filosofo gentile esso stesso, e i cui libri filosofici sono come la somma e il manuale di Tutta la gentile filosofia. Ora i tre grandi libri che Tullio consacra alla trattazione di sì grave argomento possono considerarsi come un monumento compassionevole della impotenza della ragione abbandonata a sé sola per giungere alla rivelazione di Dio, per giungere alla verità senza miscela di errore, e della necessità della rivelazione di Dio per conoscere veramente Dio. – Né già aspetta Cicerone che la forza de’ principj ed il calor della disputa lo strascini ad attaccare la presunzione della ragione umana, che crede di bastar sempre ed in tutto a sé stessa; ma dal bel principio della discussione solennemente dichiara che la questione che imprende a trattare è essa sola un argomento senza replica, per provare che il principio della filosofia pagana è l’ignoranza, ed il risultato più sicuro ne è l’errore e il dubbio; poiché dice: « Fra le moltissime questioni che la filosofia ha agitate sovente senza terminarle giammai, una delle più difficili a definirsi e delle più oscure ad intendersi si è appunto la questione della natura degli dei; poiché tante sono intorno ad essa e sì varie e sì ripugnanti fra loro le opinioni degli uomini più dotti che questa sola prova è più che bastevole a farsi conchiudere che il principio di ogni filosofia è la stoltezza: Cum multæ res in philosophia nequaquam satis explicatæ sunt, tum per difficilis et perobscura quæstio est de natura deorum; de qua tam variai sunt doctissimorum hominum tamque discrepantes sententiæ ut magno argumento esse debeat, causam idest principium philosophiæ esse inscientiam (De nat. deor., lib. 1). » Così, oh cosa veramente singolare e strana! l’introduzione ad una disputa filosofica, da un filosofo intrapresa, in un’assemblea di filosofi è un pubblico e solenne anatema contro la filosofia. Fa quindi Tullio, in persona dell’interlocutore Vellejo, un osservazione importante, cioè, che se vi è una certa concordia fra la maggior parte de’ filosofi nell’affermare che vi è un Dio, ciò accade perché, nell’ammettere questa sentenza, si è consultata la tradizione e il sentimento della natura, che insegna che un Dio esiste: ma che quando si è voluto ragionare sulla sua natura, la ragione di questi stessi filosofi, unanimi nell’ammettere Dio, si è trovata sì debole, e le loro opinioni sì contradittorie e sì stravaganti che non si possono solamente riferire senza sentirsi muovere la bile e sconcertarsi lo stomaco.Poiché, avendo negato tutto e tutto combattuto, non è certamente colpa de’ filosofi, se tuttavia rimane nel mondo alcun vestigio di religione, di pietà e di virtù, mentre dal canto loro han fatto di tutto per distruggerle coll’avere insegnato che gli dei non si danno alcun pensiero delle cose umane: Plerique qui, quod maxime vero simile est, et quo OMNES, DUCE NATURA, vehimur, deos esse dixerunt, tanta sunt in varietate et dissensione constituti ut eorum molestum sit enumerare sententias. Sunt qui omnino nullam habere censent humanarum rerum procurationem deos; quorum si vera sententia est, quæ potest esse pietas, quæ sanctitas quæ religio? E poi continua così: « Udite, o amici, non già portenti e miracoli di filosofi che ragionano, ma stravaganze di febbricitanti che delirano: Audite portento et non disserentium philosophorum, sed somniantium. La stupidità de’ platonici ha del prodigioso. Per essi Dio è e deve essere di figura rotonda: perché questa figura è la più bella, e Dio deve avere la figura più bella e più perfetta. Or che mi potrà rispondere Platone se lo asserisco che Dio è di figura piramidale o conica, , perché a me queste figure sembrano più perfette e più belle? Per Talete, Dio è quell’intelligenza che coll’acqua ha raffazzonato ogni cosa: e mentre vuole che Dio sia incorporeo, lo unisce all’acqua come ad un corpo, per poter con esso operare. Anassimandro opina che gli dei a diverso intervalli nascono, e muojono siccome gli nomini. Anassimene stabilisce che l’aria é Dio: ch’esso è stato generato ed ha avuto principio, e non pertanto è immenso e non avrà mai fine. Crotoniate ha fatto altrettanti dei del sole, della luna e delle anime umane. Pitagora dice che Dio è una grand’anima infusa e mista nell’intera natura corporea: e che da quest’anima una, come parti divelte dal loro tutto, hanno origine le anime nostre, sicché questo povero Dio è costretto a vedersi fare a brani tutti i momenti. Senofane sostiene che Dio è un composto di una intelligenza e di tutto ciò che è infinito nella natura. Parmenide ha sognato un non so che di poetico che chiama Stefano (parola greca che vuol dire corona); questo Stefano per esso è l’orbita adorna di luce e di calore che cinge l’universo, e quest’orbita è Dio. Empedocle dice che gli dei sono quattro, e sono i quattro elementi primi onde si forman le cose. In quanto a Protagora, lo metto fuori di questione; perché coll’aver detto che non sa di certo se vi è o no Iddio, né quale ne sia la natura, dà abbastanza a conoscere che non ammette alcuna divinità. Lo stesso farò di Democrito, il quale negando che siavi nulla di eterno (poiché per esso ogni cosa è a cangiamento soggetta), toglie in modo Dio dall’universo che non ve ne lascia traccia veruna (ibid.). – Indicate cosi le principali stravaganze dei filosofi intorno a Dio, Tullio passa a farne notare l’incostanza e la leggerezza onde gli stessi filosofi sulla stessa questione hanno in diversi tempi insegnate opinioni diverse; poiché dice: « Se io volessi provare l’incostanza di Platone nell’opinare, non la finirei giammai. Nel Timeo stesso e nello stesso libro delle Leggi, ora dice che Dio è innominabile, e che non si deve tentar di indagare che cosa sia; ora, che Dio si può benissimo nominare e decidere che cosa è, giacché decide che l’universo tutto, il cielo e la terra, gli astri e le anime umane sono Dio. In quanto a me, altro non trovo di evidente, in queste contrarie evidenze, che l’errore e l’assurdità. Egualmente incostante e varia è la evidenza di Senofonte: poiché ora sostiene che non si deve rintracciare di Dio la forma, ora che il sole, la cui forma si conosce, e l’anima dell’uomo è Dio: ora dice che Dio è un solo, ora che sono molti gli dei. Nessuno però, nel cambiare spesso d’opinione intorno a Dio, ha sorpassato Aristotele; tante sono le diverse sentenze contradittorie fra loro che ammassa nei suoi libri, dandole tutte per certe. Per esso ora la divinità è una intelligenza incorporea, ora il suo Dio è il mondo: ora, oltre l’intelligenza-Dio ed il Dio-mondo; vi è un altro Dio che presiede all’intelligenza ed al mondo; ora Iddio altro non è che il fuoco celeste, più non ricordandosi che il cielo è una parte del mondo e che del mondo aveva di già fatto un solo Dio. Senocrate, condiscepolo di Aristotele, senza essere nel suo opinare più fermo, è però nelle sue stravaganze più ridicolo. Fu già per lui certissimo che otto soli sono gli dei: cinque ne sommano i cinque conosciuti pianeti, il sesto lo formano le stelle fisse, che altro non sono che le membra di questo sesto, uno e semplice Dio; il settimo Dio è il sole, e la luna la costituisce per ottavo. Ma Eraclito, allievo della stessa scuola di Platone, alla seria commedia di Senocrate aggiunge favole ridicole da fanciullo. Per esso ora Dio è il mondo, ora l’intelligenza, ora i pianeti: e mentre fa corporeo Iddio, gli nega ogni senso; e mentre lo fa una intelligenza, gli dà una mutabile figura; e ricordandosi nello stesso libro di aver lasciato indietro la terra e il cielo, anche del cielo e della terra fa due altri dei. » – Parrebbe che, in materia di leggerezza e di stravaganza sopra questo argomento, non fossevi dove arrivare più oltre di quello cui sono giunti i citati filosofi. Eppure Teofrasto è andato ancora al di là e si è renduto affatto intollerabile. Ora attribuisce ad una intelligenza il principato e l’essere di Dio, ora dal cielo, ora ai segni del zodiaco, ora alle stelle fisse. Zenone solamente gli può stare vicino, quel Zenone vostro (parla agli stoici) che dopo di essersi vantato  che era proprio de’ filosofi suoi pari l’avere una opinione determinata e certa intorno a Dio è però più degli altri ancora fluttuante ed incerto. Ora l’aria è il suo Dio; ora è una certa ragione che circonda, e investe e penetra tutta la natura; ora gli astri tona dei. ara persino gli anni stessi e le stagioni; e dopa avere ammesso tanti dei, interpretando la teogonia di Esiodo, finisce col dire che non vi è idea innata, né si ha percezione alcuna chiara e distinta intorno a Dio. Cleante anch’esse ora fa del mondo il Dio vero, ora fa di Dio l’intelligenza e l’anima della natura, ed ora dice che il fuoco, che chiama etere, è infallibilmente il Dio vero. E spingendo ancora più innanzi il delirio, ora finge una certa forma o immagine di divinità separata da ogni altra cosa; ora stabilisce che solo negli astri, ora che solo nella ragione bisogna cercare e riconoscere la divinità (ibid.). – E qui Tullio non sa contenersi dal prorompere in questo tristissimo epifonema: «Così quel Dio che diciam di conoscere evidentemente colla nostra mente, e di cui pretendiamo che nella chiara percezione dell’anima esista l’idea come nel proprio vestigio, in fatti poi non sappiamo decidere né se vi sia, né chi mai sia: una nuvola densissima lo nasconde al nostro sguardo: Ita fit ut Deus iste, quem mente noscimus atque in animi notione tamquam in vestigio volumus reponere, nusquam prorsus appareat (ibid.). » Dopo avere quindi esposte le empietà di Perseo, scolaro di Zenone, per cui Dio altro non è che un vocabolo che la riconoscenza pubblica ha attribuito agli autori delle utili invenzioni ed alle invenzioni medesime; dopo di avere ampiamente annoverata la ignobile turba di nomi sconosciuti e chimerici che  immaginò Crisippo, l’interprete più maligno delle stoiche stravaganze, Tullio conchiude così, come l’avea cominciato, il quadro spaventevole degli errori e delle insanie de’ filosofi, intorno a Dio: « Io vi ho messo sotto degli occhi non dirò i giudizj de’ filosofi, che sì fatte cose un tal nome non meritano, ma i sogni d’immaginazioni in delirio, ma i delirj di uomini mentecatti; ed in verità che le stesse favole de’ poeti, che tanto male han fatto ai costumi colla loro artificiosa dolcezza, non sono certamente né più sconce, né più assurde di queste filosofiche dottrine: Exposui non philosophorum judicia, sed delirantia somnia; nec enim multo absurdiora sunt ea quæ, poetarum vocibus fusa, ipso suavitate nocuerunt (ibid.). » L’opinione poi dello stesso Tullio intorno a Dio, che in questa importantissima disputa esso manifesta sotto il personaggio di Cotta, si è quello dell’antico filosofo Simonide, cioè che gli sembra che, se ci è Iddio, e qual sia la sua natura, è una cosa quanto più vi si pensa, tanto più oscura ed incerta: Rogas me quid aut qualis sit Deus? Auctore atar Simonide, qui, quanto, inquit, diutius considero, tanto mini res videtur obscurior (ibid.). Protesta però di volere sempre difendere in pubblico la superstizione introdotta in Roma, salvo il diritto di ridersene in privato: Opiniones quas a majoribus accepimus de diis immortalibus, sacra, cærimonias religionesque defendam Jurarem per Jovem, nisi ineptum videretur. Cioè a dire che il sentimento di Cicerone, intorno a ciò che vi è di più grave, si era che bisogna rispettare e mantenere in pubblico la religione del popolo, perché al popolo è necessaria una qualunque religione, e pensare poi come si vuole in privato. La religione di Cicerone era adunque una specie d’indifferentismo politico, quale lo vediamo professato ai dì nostri da molti, non so se io dica più empj o più imbecilli, che non essendo uomini di alcuna scienza e di alcuna coscienza, si danno il titolo di uomini di stato, indifferentismo che il romano oratore restringeva a quest’orribile massima: che bisogna pensare da filosofo ed operar da politico, cioè adire: nulla credere e mostrar di creder tutto: Sentiendum philosophiæ, vivendum politice. L’insufficienza però, la debolezza, la miseria della ragione privata nell’acquisto del vero è un principio sì profondamente scolpito nell’animo di Cicerone che nol perde giammai di vista, e da esso incomincia sempre le sue filosofiche discussioni. Pertanto, come ha fatto nella disputa sulla natura di Dio, così trattando dell’anima, entra in argomento col rammentare i risultati infelici della filosofia anche in questa materia, ed osserva che i filosofi non sono meno discordi e meno contradittorj fra loro nel fissare il destino e la natura dell’anima di quello che lo sono stati nel decidere alcuna cosa di Dio; poiché dice: credono alcuni che la morte altro non sia che la partenza dell’anima dal corpo; altri, che partenza non vi è di sorta alcuna, che anima e corpo finiscono al tempo stesso, che nulla dell’uomo sopravvive alla morte. Quelli poi che la morte attribuiscono alla partenza dell’anima, sono ancor essi fra loro discordi.Poiché vi è chi pensa che l’anima uscita dal corpo poco dopo si dilegua nel nulla; altri, che sopravviva lungo tempo;ed altri, che mai non muore. Più grande è poi la disparità delle opinioni dei filosofi intorno alla natura ed alla sede dell’anima. Per alcuni l’anima non è altro che il cuore.Per Empedocle non è il cuore, ma il sangue che intorno al cuore s’aggira. Costoro affermano che una parte del cervello è quella che esercita le funzioni dell’anima. Quelli negano assolutamente che l’anima sia cuore o cervello; ma fra loro stessi, alcuni nel cerebro, come in propria sede, la collocano,altri nel cuore. A Zenone stoico parve che l’anima non fosse altro che fuoco. Ad Aristosseno poi, che era allo stesso tempo filosofo e musico, la sua ragione dimostrò che l’anima non è altro che un certo movimento permanente nelle fibre del cuore, simile a quello che si osserva nel canto e nelle corde da cui risulta l’armonia. Per Senocrate l’anima non è che un numero. L’immaginazione di Platone non si contentò di ammettere un’anima sola, ma ne foggiò tre ben diverse; la ragione che collocò nel corpo, l’ira nel petto, e la cupidità sotto ai precordj. Ma ove la liberalità di Platone ci ha regalate tre anime, l’avarizia di Dicearco non ce ne lascia nemmeno una sola: la sua ragione avendogli rivelato che l’anima è una parola vuota di senso, e che l’uomo non è che materia che la natura ha organizzata in modo che sussista e senta. Aristotele deduce l’anima da un quinto elemento da lui riconosciuto in natura, e chiama l’anima entelechia, quasi fosse un movimento continuato e perenne. Democrito dice che l’anima è formata, come il mondo, di leggerissimi atomi che il caso nel corpo umano ha insieme riuniti. Or, dopo di avere indicate queste diverse opinioni sì stolide e sì stravaganti che i filosofi si erano colla loro ragione fabbricate intorno all’anima, Tullio esclama: di queste diverse opinioni, presentate tutte siccome vere, quale però sia fra tutte la vera, solo un qualche dio può saperlo: Harum sententiarum quæ vera sit, deus aliquis viderit (Quæst. tusc).Quale spettacolo di umiliazione e di dolore adunque perla povera ragione umana, il vedere uomini che il mondo ha stimato sì grandi, e in cui la ragione era certamente elevata e possente, divenuti sì piccoli allorché colla sola loro ragione han voluto rintracciare la prima e la più importante di tutte le verità, l’esistenza e la natura di Dio; e non sapere, sopra un argomento sì grave, che balbettar da fanciullio delirare da matti! Questo quadro basta solo a giustificare l’argomentazione di S. Tommaso, che di sopra abbiamo recata, intorno alla imbecillità ed all’impotenza della ragione ad elevarsi alla pura e semplice cognizione di Dio.Al contrario, da questo spettacolo sì tristo e sì doloroso volgiamo lo sguardo ad uno spettacolo il più stupendo per chi sa considerarlo, ed insieme per noi il più giocondo e il più lieto: lo spettacolo cioè dalle nazioni cristiane, presso le quali quelle stesse verità che i filosofi antichi o non conobbero affatto, o le conobbero confusamente e miste alla scoria di turpissimi errori, si trovano chiare, pure e precise fino sulla bocca del povero artigianello, del rozzo bifolco, della donnicciola ignorante e persino del fanciullo che appena balbetta, sulle cui labbra innocenti hanno una dolcezza ed una grazia che incanta per la stessa debolezza della lingua che intoppa ad ogni tratto nel ripeterle e che non articola che per metà le parole: Ipso offensantis lingua fragmine dulciores, come direbbe Minuzio Felice. Che bella cosa. si è il sentire ai fanciulli recitare il Credo, questo meraviglioso compendio di tutte le verità, questo tesoro di sapienza celeste, magnifica professione di fede dettata dagli Apostoli, ispirata da Dio: Le labbra dei sapienti d’Atene e di Roma quando mai si udirono articolare parole tanto sublimi e importanti quanto quelle che articolano le labbra del fanciullo cristiano che recita il Credo? Ah! caso con ciò solo è più illuminato del più grande degli antichi filosofi in materia di  religione. Fra i gentili gli stessi filosofi, gli stessi oratori più insigni non facevano  che balbettare; fra noi Cristiani, secondo la bella espressione dei Libri Santi, gli stessi fanciulli sono eloquenti e filosofi: linguas infantium facti esse disertas. Grande Dio! Che direbbero essi mai adunque Socrate e Platone, Zenone ed Aristotele, Arcesilla e Cicerone e tutti i pagani filosofi dell’antichità, se risorgessero dalle loro ceneri he direbbero al vedere la verità che essi dissero collocata al di sopra dei cieli, a ascosa nella profondità della terra, divenuta fra i Cristiani si comune e si popolare? Che direbbero essi, che sì lunghi anni spesero invano, e tanti durarono stenti e fatiche per giungere ad assicurarsi di due o tre morali verità senza esservi potuto riuscire, al vedere non solo queste verità medesime, intorno alle quali si lambiccarono invano il cervello, ma ancora le più sublimi dottrine intorno a Dio e all’uomo, i più giocondi ed ineffabili misteri del Salvatore degli uomini, le leggi più elevate e più perfette, conosciute, professate e credute dall’età la più tenera, dagli uomini più incolti e più rozzi? Che direbbero essi mai al vedere il bambinello cristiano avere idee più giuste, più precise, più elevate intorno a Dio, all’anima, ai doveri, alla vita futura, di quello che mai non ebbero tutti i filosofi, tutte le scuole filosofiche di Atene e di Roma insieme riunite? Che sorpresa per loro! che meraviglia! che incanto. O come invidierebbero la nostra sorte! o come esalterebbero l’eccesso della degnazione di Dio a nostro riguardo nell’aver messo così a disposizione di tutti i tesori della sua sapienza, di cui essi contanti viaggi e tanti stenti non ottennero nemmeno un obolo, a causa, dice S. Paolo, della loro vanità e del loro orgoglio! Oh bel vanto dell’insegnamento della fede! L’inquisizione umana presso i gentili ha fatto divenire gli uomini, fanciulli, i filosofi, idioti; i saggi, ignoranti; gl’inquisitori della verità, il trastullo miserando di tutti gli errori. Ma la rivelazione divina presso i Cristiani ha fatto al contrario divenire gli stessi fanciulli veri uomini; gl’ignoranti, veri filosofi; i rozzi, veri sapienti; e coloro che per la loro età, per la loro rozzezza o per la loro condizione, sembra che sieno da una dura necessità condannati ad essere il trastullo dell’errore, divenuti possessori e maestri di verità. Oh miseria dell’uomo che non ha che l’uomo per maestro: Oh felicità del Cristiano che per maestro ha avuto lo stesso Dio!

GNOSI: TEOLOGIA DI sATANA (48)

IL CATECHISMO CATTOLICO DEL CARDINAL GASPARRI (15)

CATECHISMO CATTOLICO A CURA DEL CARDINAL PIETRO GASPARRI (15)

PRIMA VERSIONE ITALIANA APPROVATA DALL’AUTORE 1932 COI TIPI DELLA SOC. ED. (LA SCUOLA) BRESCIA

Brixiæ, die 15 octobris 1931.

IMPRIMATUR

+ AEM. BONGIORNI, Vie. Gen

III.

CATECHISMO PER GLI ADULTI DESIDEROSI DI APPROFONDIRSI NELLA CONOSCENZA DELLA DOTTRINA CATTOLICA.

Delle virtù.

D. 509. Che cos’è la virtù?

R. La virtù è un abito, ossia una disposizione costante che inclina l’uomo a fare il bene e ad evitare il male.

D. 510. Di quante specie è la virtù?

R. La virtù, quanto all’oggetto, è duplice, l’una teologica, l’altra morale.

SEZIONE l a . — Delle virtù teologiche.

Art. 1. — DELLE VIRTÙ TEOLOGICHE IN GENERALE.

D. 511. Che cos’è la virtù teologica?

R. La virtù teologica è una virtù il cui oggetto immediato è Dio in quanto fine soprannaturale, e che a tal fine direttamente ordina l’uomo (S. Tom., la 2æ, q. 62, a. 1, 2).

D. 512. Quante sono le virtù teologiche?

R. Le virtù teologiche sono tre: la fede, la speranza e la carità.

D. 513. Possono le virtù teologiche essere acquistate mediante atti naturali?

R. Le virtù teologiche non possono essere acquistate mediante atti puramente naturali, perché sono per natura loro soprannaturali, e tali perciò che soltanto Dio le può infondere insieme alla grazia santificante (Giov., VI, 44; XV, 5; Paolo: ad Rom., V, 5; 2a ad Cor., III , 5; ad Philipp., I , 29).

D. 514. Quand’è che vengono infuse nell’uomo le virtù teologiche?

R. Le virtù teologiche vengono infuse nell’uomo nell’atto stesso della giustificazione, acquisita in una con la remissione dei peccati, o mediante il sacramento del Battesimo, o mediante l’atto di contrizione col voto del Sacramento (Paolo: ad Rom., V, 2; V i l i , 24; Ia ad Cor., XIII, 13; Ia ad Thess., I, 3; ad Hebr., XI, 6; l a di Giov., IV, 15, 19; Conc. di Tr., sess. VI, c. 7; Clemente V : Const. De summa Trinitate, nel Conc. di Vienna; S. Policarpo. Epist. ad Philippenses, 3; S. Giov. Cris. : In Act. Apost., XL, 2; Cat. p. parr., p. II, c. II, n. 50, 51).

D. 515. Le virtù teologiche sono necessarie alla salvezza?

R. Le virtù teologiche sono assolutamente necessarie alla salvezza perché senza di esse né l’intelletto né la volontà possono rettamente indirizzarsi al fine soprannaturale

(Marco, XVI, 16; Giov., IV, 15-20; Atti, V i l i , 37; X , 43; Paolo: ad Rom., V, 2; VIII, 24; ad Hebr., XI, 6).

D. 516. Qual è fra le virtù teologiche la più eccellente?

R. La più eccellente fra le virtù teologiche è la carità, che è perfezione della legge, e tale che non cessa nemmeno in cielo (Matt., XXII, 35-40; Giov., XIII, 14; XIV, 21, 23; Paolo: ad Rom., XIII, 10; I a ad Cor., XIII, 1-13; ad Coloss., III, 14; Giac, II, 8; Benedetto XII: Const. Benedictus Deus, 29 giug. 1336; S. Clemente Rom.: Epist. ad Cor., I , 49; S. Tom., 2a 2æ, q. 23, a. 6, 7).

D. 517. Quand’è che siamo tenuti a emettere atti di fede, di speranza e di carità?

R. Spesso nella vita siamo tenuti a emettere, per lo meno implicitamente, atti di fede, di speranza e di carità, specie quando, raggiunto l’uso di ragione, si sia pervenuti ad una conoscenza sufficiente della-rivelazione divina, e sopratutto, poi, ogni qualvolta che il dovere da compiere o la tentazione da vincere esigono tali atti, come anche in pericolo di morte (Aless. VII: prop. 1 tra le condann., 24 sett. 1665; Inn. XI: prop, 6, 7, 16, 17 condann., 2 marzo 1679).

Art. 2. — DELLE VIRTÙ TEOLOGICHE IN PARTICOLARE.

A) – Della fede.

D. 518. Che cos’è la fede?

R. La fede è una virtù soprannaturale mediante la quale, con la divina grazia che ispira e aiuta, noi crediamo per vero quanto Dio ha rivelato e ci ha insegnato per mezzo della Chiesa; e ciò, non a motivo dell’intrinseca verità delle cose considerata col naturale lume di ragione, ma a motivo dell’autorità medesima di Dio rivelante, che non può né errare né ingannare (Paolo: Ia ad Cor., II, 5, 7-13; ad Hebr., XI, 1; ad Rom., X, 14-17; Conc. Vat.: Const. Dei Filius, cap. 3; S. Leone M.: Sermo XXVII, 1; S. Giov. Cris.: In Matth., LXXXII, 4).

D. 519. Dobbiamo noi credere tutte le verità rivelate?

R. Dobbiamo credere, per lo meno implicitamente, tutte le verità rivelate, per es. : Credo tutto ciò che Dio ha rivelato e che la Chiesa propone da credere, o più in breve: credo tutto ciò che crede la Santa Madre Chiesa; esplicitamente, poi, dobbiamo credere all’esistenza di Dio e al suo carattere di rimuneratore, come pure ai misteri della santissima Trinità, dell’Incarnazione e della Redenzione,

(Matt., XXVIII, 19; Giov, III, 15, 18, 36; XVII, 3; XX, 31; Paolo: ad Hebr., XI, 6; Inn. XI, prop. 22 e 64 tra le condann., col Dec. d. S. Congr. S. Uffizio, 2 marzo 1679 ; Decr. Del S. Uffizio 25 genn. 1703. — Credere queste verità è alla salvezza necessario di necessità — come suol dirsi — di mezzo, mentre credere le altre verità è necessario di necessità di precetto; ora, dicesi necessaria di necessità di mezzo quella cosa senza la quale, ne fosse pure incolpevole l’omissione, non si può raggiungere il fine; necessaria di necessità di precetto è, invece, quella cosa la cui incolpevole omissione non impedisce di raggiungere il fine. Da questi concetti risulta che quanto è necessario di necessità di mezzo, lo è ugualmente di necessità di precetto.).

D. 520. Può la fede essere contro la ragione?

R. Per quanto la fede sia al disopra della ragione, in nessun modo essa è contro la ragione, né tra fede e ragione può mai darsi un’opposizione vera e propria (Conc. Vat.: Const. Dei Filius).

D. 521. Perché tra fede e ragione non può mai darsi un’opposizione vera e propria?

R. Tra fede e ragione non può mai darsi un’opposizione vera e propria, perché quel Dio che rivela i misteri e infonde la fede, è quello medesimo che all’anima umana detta l’interno lume della ragione; ora Dio non può negare sé stesso, né il vero può mai contradire al vero (Conc. Vat, 1. c.; Pio IX: Encicl. Qui pluribus, 9 nov. 1846).

D. 522. Possono la fede e la ragione aiutarsi a vicenda?

R. La fede e la ragione possono aiutarsi a vicenda in quanto, mentre la retta ragione dimostra i fondamenti della fede, e rischiarata dalla luce di questa, coltiva la scienza delle cose divine; la fede, da parte sua, libera e difende la ragione dagli errori, non senza arricchirla anche di molteplici cognizioni (Conc. Lat., V, sess. VIII; Conc. Vat., 1. c.).

D. 523. Quand’è che dobbiamo esternamente professare la fede?

R. Dobbiamo esternamente professare la fede ogni qual volta il nostro silenzio, il nostro tergiversare o il nostro modo di agire, venissero ad equivalere ad un’implicita negazione della fede, ad un atto di disprezzo della religione, ad un’ingiuria contro Dio o ad uno scandalo per il prossimo (Paolo: ad Rom., X, 20; 2a ad Tim., II, 12; Cod. D. C , can. 1325.).

D. 524. In qual maniera manifestiamo noi la fede?

R. Noi manifestiamo la fede, confessandola con la parola e le opere, e qualora le circostanze lo esigessero, anche col sacrificio della vita (Paolo: ad Rom., X, 9, 10; ad Galat., V, 6; Giac, II, 18, 21.).

D. 525. Come si perde la fede?

R. La fede si perde con l’apostasia o l’eresia, quando, cioè, il battezzato venga a respingere sia tutte, sia alcune verità della fede, o a revocarle in dubbio con atto deliberato.

D. 526. Oltre gli apostati e gli eretici, vi sono altri che peccano contro la fede?

R. Oltre gli apostati e gli eretici peccano contro la fede:

1° il non battezzato che respinga la fede pur sufficientemente proposta al suo intelletto;

2° chiunque trascuri di procurarsi una istruzione religiosa sufficiente, proporzionatamente alla propria età e al proprio stato; »

3° chiunque professi errori dalla Chiesa proscritti e che più o meno si avvicinano all’eretica pravità;

4° chiunque volontariamente si esponga al pericolo di recedere dalla fede, per es. colui che senza la dovuta licenza e cautela legge libri dalla Chiesa proibiti, specie quando abbiano per autori apostati, eretici, scismatici, scritti con lo scopo di propugnare l’apostasia, l’eresia o lo scisma (Cod. D. C., san. 2318, § 1).

B) – Della speranza.

D. 527. Che cos’è la speranza?

R. La speranza è una virtù soprannaturale mediante la quale, in virtù dei meriti di Gesù Cristo, sicuri della bontà, onnipotenza e fedeltà di Dio, noi aspettiamo la vita eterna e quelle grazie necessarie a conseguirla che Dio ha promesso a coloro che compiranno opere buone (Giov, VI, 40; Paolo: ad Rom., V, 2; VIII, 24; 2a ad Cor., V, 2; ad Coloss., I, 23, 27; ad Tit., I, 2; ad Hebr., III, 6; Benedetto XII: Const. Benedictus Deus, 29 giug. 1336; S. Giov. Cris.: In Epist. ad Rom., XIV, 6.).

D. 528. In qual maniera manifestiamo noi la speranza?

R. Noi manifestiamo la speranza non solo con le labbra, ma anche con le opere, quando, intimamente animati dalla fiducia nelle divine promesse, pazientemente sopportiamo le asprezze e i dolori della vita e financo le persecuzioni (Paolo: ad Rom., VIII, 17, 18, 23-25; I a ad Cor., IX, 25; 2a ad Cor., I, 7; IV, 8-18; VII, 1).

D. 529. In qual maniera si perde la speranza?

R. Si perde la speranza sia col peccato di disperazione sia con quello di presunzione, sia con quegli stessi peccati che fanno perdere la fede (Gen., IV, 13; Matt., III, 9; XIX, 25, 26; XXVII, 5; Atti, I , 16-19, 26).

D. 530. Che cos’è la disperazione?

R. La disperazione è la volontaria e deliberata sfiducia di ottenere da Dio l’eterna beatitudine e i mezzi che vi conducono.

D. 531. Che cos’è la presunzione?

R. La presunzione è la temeraria fiducia di poter conseguire l’eterna beatitudine senza la grazia o senza le buone opere.

C) – Della carità.

D. 532. Che cos’è la carità?

R. La carità è una virtù soprannaturale con la quale amiamo al disopra di ogni cosa Dio per se stesso, e per amor di Dio noi medesimi e il prossimo (Matt, XXII, 37-39; l a di Giov, III, 17, 18; IV, 20, 21. — La presente definizione della carità può essere ulteriormente chiarita come segue. La carità vien detta virtù soprannaturale, perché con questa carità noi amiamo Dio in quanto conosciuto non solo mediante le forze naturali, ma mediante aiuti dallo stesso Dio infusi. Con la quale noi amiamo Dio: l’oggetto primario della carità è quindi Dio. Al disopra di ogni cosa: poiché la nostra volontà si porta verso il bene, e Dio essendo il bene al disopra di tutti i beni, al disopra di tutti Egli è amabile. Per se stesso: vale a dire a causa della sua intrinseca bontà; l’oggetto formale, ossia il motivo della carità è, quindi, la stessa infinita bontà di Dio. D’altra parte, dato che amare qualcuno per sé stesso è amore di benevolenza, che Dio a sua volta ci ama di tale amore di benevolenza, e che un mutuo amore di benevolenza è amicizia, ne consegue che la carità è una specie di amicizia dell’uomo con Dio (S. Tom, 2a 2æ, q. 23, a. I). E noi medesimi e il prossimo: quindi siamo noi stessi e il prossimo l’oggetto secondario della carità. Per amor di Dio: e difatti chi ama qualcuno di amore di benevolenza, estende il suo amore a coloro che costui ama; se noi, quindi, amiamo noi medesimi e il prossimo, gli è perché amiamo Dio, e che Dio ama noi e il prossimo; in virtù di quella stessa carità noi desideriamo per noi stessi ed il prossimo ciò che Dio medesimo ci desidera, cioè la grazia in questa vita presente e la gloria del Paradiso in quella futura.

D. 533. In qual maniera dobbiamo innanzi tutto provare il nostro amore a Dio?

R. Dobbiamo innanzi tutto provare il nostro amore a Dio con l’osservare i suoi comandamenti (Giov, XV, 15, 21, 23; l a di Giov, V, 3; S. Greg. M.: In Evangelia, II, 30, 1, 2).

D. 534. In qual maniera possiamo inoltre provare il nostro amore a Dio?

R. Possiamo inoltre provare il nostro amore a Dio con opere non comandate, ma a Dio accette, e chiamate supererogatorie.

D. 535. Come si perde la carità verso Dio?

R. Si perde la carità verso Dio col peccato mortale, qualunque esso sia; ma, perduta in seguito a peccato mortale la grazia, non perciò si vien sempre a perdere la fede e la speranza (Giac, II, 10, 11; l a di Giov, III, 6, 8, 9; Paolo: la ad Cor., XIII, 1-3; Giac, II, 14, 17, 24; la di Giov, III, 15-18: Conc. di Tr, sess. VI, cap. 15, can. 27, 28; S. Tom, 2a 2æ, q. 24. a. 12. ).

D. 536. In qual maniera dobbiamo noi amare noi stessi?

R. Dobbiamo amare noi stessi col cercare in ogni cosa la gloria di Dio e la nostra eterna salvezza.

D. 537. In qual maniera dobbiamo noi amare il prossimo?

R. Dobbiamo amare il prossimo con atti sia interni che esterni, cioè col perdonare le offese, coll’evitare d’inferirgli danno od ingiuria o scandalo, e infine col soccorrerlo secondo le nostre forze nelle sue necessità, soprattutto mediante le opere di misericordia spirituale e corporale (Inn. XI: prop. 10, 11 tra le condann. dalla Congr. d. S. Ufficio, 2 marzo 1679. )

D. 538. Quali sono le opere di misericordia spirituale?

R. Le opere di misericordia spirituale sono:

1° consigliare i dubbiosi;

2° insegnare agl’ignoranti;

3° ammonire i peccatori;

4° consolare gli afflitti;

5° perdonare le offese;

6° sopportare pazientemente le persone moleste;

7° pregare Iddio per i vivi e per i morti (II Macc, XII, 46; Matt, X, 10; Luca, X, 26 e segg.; Paolo: ad Rom., XII, 12-27; ad Galat., VI, 1, 2; ad Eph., IV, 1, 2, 32; VI, 18; ad Coloss., IV, 2; Ia ad Thess., V, 14-17; I a ad Tim., II, 1, 2; Giac, V, 19, 20).

D. 539. Quali sono le opere di misericordia corporale?

R. Le opere di misericordia corporale sono:

1° dar da mangiare agli affamati;

2° dar da bere agli assetati;

3° vestire gl’ignudi;

4° alloggiare i pellegrini;

5° visitare gl’infermi;

6° visitare i carcerati ;

7° seppellire i morti (Toh, IV, 1-12; XII, 12; Eccli, VII, 39; Is, LVIII, 7; Ezech, XVIII, 7, 16; Matt, XXV, 35-45; Paolo: ad Hebr., XIII, 2, 16; Giac, 1,27).

D. 540. La carità con la quale dobbiamo amare il prossimo abbraccia anche i nemici?

R. La carità con la quale dobbiamo amare il prossimo abbraccia anche i nemici, perché essi sono pure prossimi nostri e perché Dio stesso ci ha dato di questo amore e il comandamento e l’esempio (Matt, V, 44; Luca, VI, 27, 35; XXIII, 34; Atti, VII, 59; Paolo: ad Rom., XII, 20; Cat. p. parr, p. III, c. VI, n. 18 e segg.).

IL CATECHISMO CATTOLICO DEL CARDINAL GASPARRI (16)

GNOSI: TEOLOGIA DI sATANA (46)

LA VERA FEDE E GLI ETERODOSSI -1-

 (P. Gioacchino VENTURA: LE BELLEZZE DELLA FEDE, vol. II. Genova; Ed. Dario Giuseppe Rossi, 1867)

LETTURA VI.

LA CREDENZA DEI MAGI

OVVERO LA VERITÀ E LA CERTEZZA DELL’INSEGNAMENTO DELLA FEDE.

Ubi est qui natus est rex Judeorum? Vidimus enim stellam ejus, et venimus adorare aum.

(Matth. II)

INTRODUZIONE.

§I. – L’uomo non ha da sé inventata la verità, ma l’ha ricevuta da Dio per via di rivelazione e di fede. Due bei passi della Scrittura che lo attestano, ed argomentazione di S. Tomaso che lo dimostra. Al medesimo modo furono istruiti i Magi che avendo perciò conosciuti senza errore e con un’intera certezza i misteri di Gesù Cristo, figurarono gli altri due caratteri dell’insegnamento della fede: la sua VERITÀ e la sua CERTEZZA. Argomento e divisione della presente lettura.

Uno de’ più turpi delirj, spacciato con una intrepidezza di spropositare senza esempio da filosofi materialisti, e che, avendo menato gran rumore nello scorso secolo, ha un eco debole sì, ma pur reale ancora nel nostro, si è questo appunto: che l’uomo non è debitore che a se stesso della cognizione e del possesso della verità. Poiché, gettato, dicono, dalla natura sopra la terra, ovvero dalle viscere della terra uscito non si sa come, non fu in origine che un bruto, anzi il più ignobile e il più vile de’ bruti, senza altro fine che il grugnire, senza altra intelligenza che l’istinto di disputare al suo simile la vita corporea, senz’altra dimora che un covacciolo, senz’altre armi che le unghie, senz’altro alimento che le ghiande; e coi soli suoi sforzi seppe quindi uscire da questo stato di degradazione e di avvilimento, trovare i principj generali e formare la sua intelligenza, inventare il linguaggio e parlare, indovinare il diritto e le leggi, e sottomettervisi, e dalla condizione di muta bestia elevarsi all’altezza ed alla dignità d’uomo. Cioè a dire che seppe ragionare prima di aver l’uso della ragione, e parlare prima di aver l’uso della parola; poiché la ragione era necessaria per inventar la ragione, come Rousseau ha osservato che la parola era necessaria all’uomo per potere combinarsi coi suoi simili ad inventare la parola. – Ma gli epicurei moderni non hanno nemmeno il tristo vanto dell’invenzione di queste sconce ed orribili stravaganze, avendole servilmente copiate dagli antichi. Giacché Orazio, che non arrossiva di chiamarsi PORCO DEL GREGGE DI EPICURO, Epicuri de grege porcum, erano già diciotto secoli che aveva detto: — Cum prorepserunt primis ammalia terris — Multum et turpe pecus glandem atque cubilia propter — Unguibus et pugnis… pugnabant… — Donec verba quibus voces, sensusque nolarent— nominaque invenere; dehinc ubsistere bello — Oppida cœperunt munire, et funere leges — Ne quis fur esset neu latro, neu quis adulter … — Jura inventa metu injusti fateare necesse est (Sat. 3, lib. -1). In faccia a queste ignobili bestemmie di uomini degradati, discesi per la lascivia sino al bruto in pena di essersi voluti sollevare sino a Dio per l’orgoglio, quanto è bello l’udire gli oracoli santi delle Scritture, in cui il Dio Creatore dell’uomo ne ha Egli stesso descritta e rivelata la nobile istoria! Perché vi si dice: Dio ha creato l’uomo dalla terra, ed ha tratta dal suo stesso corpo la donna, perché gli fosse compagna della vita, come gli era simile nella natura. Deus de terra creavit hominem, et creavit ex ipso adjutorium simile sibi. Dio diede ad entrambi l’uso perfetto de’ sensi: sicché poterono subito e pensare e volere e intendere ed amare e manifestò loro il male per fuggirlo, ed il bene per abbracciarlo: Et linguam et aures et cor dedit illis excogitandi, et disciplina intellectus replevit illos. Creavit illis scientiam spiritus; sensu implevit cor illorum, et mala et bona ostendit illis. Degnossi ancora questo Dio di ammirare amorosamente il loro cuore, per sollevarlo sino a lui: rivelò loro la magnificenza divina delle sue opere, e loro insegnò a. render culto al suo Nome, non solo perché potente, ma ancora. perché santo, e a non gloriarsi in loro stessi, ma in Lui, come fattura meravigliosa delle sue mani, ed a trasmettere ai loro figliuoli i prodigi della creazione del mondo: Posuit oculum suum super corda illorum, ostendere illis magnalia operum suorum, ut nomen significationis collaudent et gloriari in mirabilibus illius. et magnalia enarrent operum ejtis. Finalmente gli ammaestrò nella maniera di condursi, dando loro la legge della vita ch’essi dovevano tramandare ai loro discendenti come in eredità. Strinse con loro,mediante la sua grazia, un’alleanza eterna, fece loro conoscere la santità de’ suoi comandamenti e la severità dei suoi giudizj: Addidit illis disciplinam, et legem vitæ hæreditvit illos. Testamentum æternum constituit cum illis, et justitiam et judicia ostendit illis (Eccli. XVII).Quanto dire che Dio stesso è stato non solo il primo padre, ma altresì il primo maestro dell’uomo, e dopo avergli data la vita corporea coll’avergli l’anima intasa, gli diede ancor la vita intellettuale, rivelandogli  ogni verità: vita nobile, preziosa, divina. Imperciocché siccome noi non amiamo il bene se non per un riflesso della divina volontà nel nostro cuore, così non conosciamo il bene che per un riflesso dell’intelligenza di Dio nella nostra mente; il quale, come dice leggiadramente s. Tommaso, rimirando noi, che ha creato a sua immagine in ciascuno di noi in certo modo si ripete, come uno stesso volto si ripete, come uno stesso volto vedesi ripetuto in tutti quanti i pezzi d’uno specchio infranto: Sinìcut apparent multæ faciesin speculo fracto. Quando dunque la Scrittura ci dice che l’uomo uscì dalle mani del Creatore ANIMA VIVENTE, et factus est in animam viventem (Gen. II), è chiarissimo che intende avvertirci che l’uomo da quell’istante incominciò a vivere non solo vita naturale per l’unione del corpo coll’anima, ma ancora della vita intellettuale per l’unione dell’anima colla verità. Giacché come un corpo senz’anima non è un essere vivente nell’ordine fisico, così nell’ordine intellettuale, non può dirsi anima vivente uno spirito tenebroso ed oscuro privo d’ogni verità. Come dunque l’Artefice divino infuse l’anima nel corpo del primo uomo, così la verità altresì rivelò ed infuse nella sua anima; sicché sin dal primo momento l’uomo incominciò a vivere della doppia vita che gli è propria, e divenne tra i corpi animati un corpo vivente ed un’anima vivente tra gli esseri intelligenti: Et factus est in animam viventem. Di questo gran fatto della rivelazione primitiva, di cui la Scrittura ci attesta la verità, il gran S. Tommaso ci ha data la ragione e le prove; poiché ecco come si esprime nel suo egregio trattato o questione DELLA SCIENZA DEL PRIMO UOMO (Quæst. disp.).Adamo, nell’istante medesimo in cui fu creato, dovette avere la scienza delle cose naturali non solo nel suo principio, ma ancora nel suo termine: perché fu formato daDio per esser padre di tutto il genere umano: ed i figliuoli devono ricevere dal padre non solo l’essere per mezzo della generazione, ma ancora la norma del vivere per mezzo dell’istruzione: Adam, in principio sua cenditionis, non solium oportuit ut haberet naturalium cognitionem quantum ad suum principium, sed quantum ad terminum, eo quod ipse condebatur ut pater totius generis immani. A patre fllii accipere debelli non soluta esse per generationem, sed disciplinata per instructionem. Dovette adunque trovarsi per ogni parte perfetto; e rispetto al corpo in modo da poter subito generare, e rispetto alla mente in modo da potereancora subito insegnare come primo e grande institutore di tutti gli uomini: Oportuit in ipsa sui conditione constitui in termino perfectionis, et quantum ad corpus, ut esset conveniens principium generationis, et quantum ad cognitionem, ut esset sufficiens cognitionis principium, in quantum erat totius generis humani instructor. Perciò siccome rispetto al corpo, non conobbe la debolezza dell’infanzia, così non provò le tenebre dell’ignoranza rispetto alla mente: ma ottenne egli in un istante ciò che noi acquistiamo col crescere degli anni, ricevette dall’operazione divina ciò che noi riceviamo dall’educazione umana; un corpo perfetto ed una mente rivestita dell’intero uso della ragione e mirabilmente illuminata: Sicut in corpore ejus nihil erat non explicitum in actu quod pertineret ad perfectionem corporis…. hoc etiam oportuit quod intelleclus ejus non esset in sui principio sicul tabula non scripta, sed haberet plenum notitiam ex divina operatione. Imperocché sarebbe stato contro la perfezione che doveva avere il primo degli uomini, se fosse stato creato senza la pienezza della scienza, ma avesse dovuto andare a grande stento imparandola per mezzo de’ sensi: Erat contra perfectionem qua primo homini debebatur, ut conderetur sine plenitudine scientiæ, solummodo a sensibus scientiam accepturus. Ma, oltre la cognizione naturale, soggiunge pure S. Tommaso, Adamo ricevette ancora la cognizione della grazia: In Adam duplex fuit cognitio, naturalis et gratiæ; in quantoche, non solo conobbe subito tutte le cose naturali, alle quali si può estendere l’intelletto umano coll’ajuto de’ primi principj, ma ancora conobbe per una graziosa rivelazione di Dio molte cose soprannaturali, cui sola non può giungere la ragione umana: Scivit etiam inulta ad qua vis primorum principiorum non se extendit; sed ad hæc aliqualiter cognoscendo adjuvabatur alia cognitione, qua est cognitio gratiæ. Con questa differenza però che le cose naturali le conosceva in tutta la loro ampiezza e in tutte le loro più remote conseguenze, come collocato nel termine della cognizione naturale perfetta: ma siccome questo termine di cognizione perfetta riguardo alle cose soprannaturali e divine non si può ottenere che nella visione della gloria, alla quale Adamo non era per anco arrivato, cosi non conosceva di queste cose se non quel tanto che Dio si degnava di rivelargliene: Sed in hac cognitione (gratiæ) non instituebatur  quasi im termino perfectionis ipsius existens: quia terminus gratuitæ cognitionis non est nisi in visione gloriæ, ad quam ipse nondum pervenerat, et ideo hujusmodi omnia non conoscebat, sed quantum de his sibi divinitus revelabatur. – Siccome per ciò solo per rivelazione conosceva Adamo le cose soprannaturali e divine, e non le credeva che sull’autorità della parola di Dio, così Adamo sin dal primo momento ebbe ancora infusa ed esercitò la fede: Adam in primo statu fidem habuit. E poiché la fede si riceve in due maniere diverse, o per mezzo dell’udito interiore per quelli che la ricevono i primi onde trasmetterla agli altri, come furono i Profeti e gli Apostoli, o per mezzo dell’udito corporeo per quelli che la ricevono in seguito, come sono stati tutti quanti i fedeli che furono istruiti dagli Apostoli e dai loro successori; così Adamo, avendo ricevuto la fede in qualità di principale, per poterla agli altri insegnare, ed essendone stato ammaestrato dallo stesso Dio, ebbe la divina rivelazione per mezzo dell’interna elocuzione, onde Dio parlò direttamente al suo cuore: Per auditum interiorem in his quid fidem primo acceperunt el docuerunt, sicut in Apostolis et Prophetis: per secundum vero auditum fides oritur in cordibus aliorum fidelium. Adam autem PRIMO fidem habuit, et primo est fidem edoctus a Deo: et ideo per internata elocutionem fidem habere debuit. – Ecco adunque sin dal principio del mondo praticata e stabilita da Dio col primo uomo la maniera propria onde gli uomini devono conoscere con certezza la verità, alimento evita dell’intelligenza, cioè per via di rivelazione e di fede.E poiché gli uomini, pel loro orgoglio e per la loro corruzione, avean col tempo smarrita la certezza e la verità, Quóniam diminuire sunt veritates a filiis hominum (Psal. XI, 2),cosi Iddio, dopo avere per quattromila anni in tanti e si varj modi parlato al mondo per mezzo de’ patriarchi e dei Profeti, cui della verità avea confidato il deposito, e che perciò la Scrittura chiama i BANDITORI DELLA GIUSTIZIA. Justitiæ præcones (II Petr. 2), finalmente nella pienezza dei tempi si è degnato di manifestare la sua verità per la bocca del suo stesso Figliuolo: Multifariam multisque modis olim loquens Deus patribus in Profetis, novissime autem locutus est in Filio (Hebr. I ). Ma coll’avere Iddio cambiato il personaggio che c’istruisca non ha cambiato, ma rinnovato e perfezionato il mezzo dell’istruzione. Come dunque Adamo ed Eva, primizie dell’umanità, furono per via di fede ammaestrati dal Dio Creatore, così per via di fede ancora furono dal Dio Redentore ammaestrati i santi re Magi, primizie del Cristianesimo. E come Adamo ed Eva, per mezzo della rivelazione conobbero senza errore e senza dubbiezza la religione primitiva, così i Magi, per Io stesso mezzo conobbero essi pure senza errore e senza dubbiezza la Religione cristiana; giacché la bella confessione che fecero in Gerosolima dicendo: « È nato il re de’ Giudei, o il Messia, e noi siamo venuti ad adorarlo, …Natus est rex Judæorum, et venimus adorare cum, » e i doni ch’essi offrirono in Betlemme, l’oro, l’incenso e la mirra, Obtulerunt ei munera, aurum, thus el myhrram, indicano chiaramente non solo la prontezza e l’uniformità della loro istruzione, ma ancora la purezza e la solidità della lor fede ne’ misteri del Dio Salvatore. Ma noi l’abbiamo veduto: i Magi furono i nostri precursori e i nostri rappresentanti nella Religione del Messia; perciò i pregi e i caratteri della loro istruzione e della loro fede furono pegno e figura de’ pregi e de’ caratteri della nostra: cioè a dire ch’essi, coll’averli sperimentati in se stessi, annunziarono e predissero a noi loro successori quattro grandi vantaggi; i quattro grandi caratteri, cioè, la facilità, l’universalità, la veracità e la certezza dell’insegnamento della fede. E poiché dei primi due caratteri di questo insegnamento si è trattato nella passata lettura, tratteremo degli altri due nella presente. A tale effetto vedremo da prima che la fede de’ Magi fu pura e sincera senza mescolanza di errore, perché frutto non delle loro private ricerche ma della rivelazione divina, e che, per mezzo dell’insegnamento della vera Chiesa, pura e sincera e senza mescolanza di errore, absque errore, è ancora la nostra fede. In secondo luogo cogli esempi degli antichi filosofi e de’ principali eretici dimostreremo come, al contrario, la via del privato giudizio conduce a turpissimi errori, e quanto noi saremmo infelici se fossimo privi dell’insegnamento della Chiesa. In terzo luogo, passando a parlare della certezza della fede de’ Magi e indicatine i tre motivi che la produssero. 1.° un’autorità divina; 2.° una rivelazione uniforme; 3.” una grazia superiore, dimostreremo che il Cattolico, trovando i medesimi motivi nell’insegnamento della Chiesa, la sua fede è altresì certa, solida e costante: Absque dubitatione, fixa certitudine. In quarto luogo finalmente proveremo come la via dell’inquisizione particolare, escludendo i tre indicati motivi di certezza, fuori della vera Chiesa non produce certezza alcuna di fede; ma una varietà infinita, un’anarchia di opinioni, che conduce all’indifferenza, al disprezzo di ogni verità, di ogni culto, di ogni virtù, che degrada e rende l’uomo infelice nel tempo e nell’eternità. Cioè a dire che procureremo di penetrare nella profondità del cuore, e ne’ secreti della mente tanto del Cattolico quanto dell’eretico: opporremo l’uno all’altro; ne noteremo le disposizioni contrarie rispetto alla fede, alla virtù, alla vera felicità; e senza stare à discutere sopra i domini, col quadro solamente delle bellezze della fede, opposte alle deformità della eresia, ne faremo col divino ajuto risultare la verità. – Questa è dunque la parte più importante del nostro libro, che domanda maggiore attenzione.

PARTE PRIMA.

§ II. – S’incomincia a tratture del terzo carattere dell’insegnamento della fede, la sua VERITÀ. I Magi conobbero e credettero Dio uno e trino, Gesù Cristo vero Dio, vero uomo e salvatore degli uomini, e i principali doveri del Cristiano. La loro fede fu pura, sincera, scevra di errore, perché frutto non delle ricerche della loro ragione, ma della rivelazione divina. I veri figli della Chiesa conoscono e credono colla stessa sincerità e purezza le medesime verità.

Il terzo carattere adunque proprio dell’insegnamento della vera fede si è, come si è veduto (Lett. V, § 1), di essere puro, sincero, veridico, senza mescolanza alcuna di errore, absque errore, come parla S. Tommaso; e di contenere tutta la verità, e di essere esso stesso tutto verità. Or tale appunto si fu l’ammaestramento de’ Magi: e però la loro fede fu pura e sincera, senza la menoma ombra di fallacia e di errore. Tutto ciò che essi conobbero per la rivelazione divina che ricevettero fu verità; ed essi ebbero, come si è più volte osservato, le idee più chiare, più precise e più giuste di tutte le verità che formano la base del Cristianesimo. – La prima di queste verità, fondamento e sorgente di tutte le altre, è il gran mistero di un Dio, un Dio uno nella natura e trino nelle Persone. Or questa grande, sublime ed incomprensibile verità i Magi, dice S. Ilario arelatense, la conobbero, come quindi noi tutti l’abbiamo conosciuta. Giacché nell’aver voluto offrire tre doni, oro, incenso e mirra, indicarono di conoscere la trinità delle Persone; e l’unità della natura nella trinità delle Persone mostrarono di credere col volere questi doni offrire ad un solo: Quid aliud Magi expresserunt muneribus, nisi fidem nostram? In eo enim quod tria offerentur trinitàs intelligitur: in eo vero quod tres UNI in trinitate unitas declaratur (Epiph., Homil. 1). E per sempre meglio dichiarare la cognizione che aveano di questo grande mistero, il dottissimo Drutmaro sull’appoggio della tradizione, afferma che i Magi non divisero i doni da offrire in modo che uno presentasse l’oro, l’altro l’incenso e il terzo la mirra, ma ciascun di loro recò l’oro, l’incenso e la mirra da offrire; manifestando così ciascuno in se stesso, con un segno visibile, la fede della Trinità nell’unità, che avean ricevuta nel cuore: Credimus quia, quod corde crediderunt, muneribus ostenderunt, et unusquisque trio oblulerit (in 2 Matth.). Lo stesso afferma l’Emisseno: i Magi, coll’avere ciascuno offerto tre doni, chiarissimamente dimostrarono la loro fede nella Trinità; Quod unusquisque trio miniera oblulit, fidem Trinitatis apertissime demonstrarunt (in 2 Matth.). Aggiunge anzi che, se avessero voluto ciascuno offrire doni più o meno di tre, non avrebbero mostrato esteriormente di conoscere l’unità e la trinità di Dio e di avere la vera fede cattolica di sì grande mistero: Quod unusquisque tria miniera obtuìit. Trinitatis fidem apertissime demonstrarunt: si enim vel plus vel minus offerrent, fidem catholicam non tenerent (ibid.). Il secondo mistero principale della cristiana Religione si è l’incarnazione e la morte di Gesù Cristo Salvatore degli uomini. Or questo mistero ancora conobbero i Magi colla stessa precisione e chiarezza con cui noi lo conosciamo buon conto, entrati appena in Gerusalemme, si mettono a gridare per tutte le vie, a domandare a tutte le persone:« Dov’è il re de’ Giudei che di già è nato? Venerunt Hierosolymam dicentes: Ubi est qui natus est rex Judæorum? »Non si contentano di chiederne ai laici, ma si rivolgono ancora ai sacerdoti; né si limitano ad interrogare il popolo, né ricercano ancora dal monarca. E notate, dice S. Pier Crisologo, questo re de’ Giudei o Messia non cercano i Magi in un personaggio di età matura, collocato in un magnifico trono, circondato dagli omaggi del popolo, terribile per le sue armi, potente pe’ suoi eserciti, rispettabile per la sua porpora, risplendente per la sua corona: Requirebant autem non grandævum humanis oculis, in excelsa sede conspicuum, exercitibus pontentem, armis terrentem, purpurea nitentem, diademate refulgentem. Noi ricercano nemmeno dopoché crocifisso trionfò colla sua croce, risorse da morte a vita, salì glorioso al più alto de’ cieli: Vel de cruce sibi exsultantem, vel ab inferis resurgentem, aut in cælos ascendentem.Cercano il re de’ Giudei in un bambino nato di fresco, qui natus est; che trema in una culla; che pende dalle poppe materne; che non ha nulla che gli concili l’ammirazione e il rispetto degli uomini, non ornamento alcuno della persona, non alcuna forza nelle sue membra: ma debole e meschino, senza titoli, senza autorità, non solo per la piccolezza della sua età, ma per la povertà ancora de’ suoi parenti: Sed recens natum, in cunis jacentem, uberibus inhianlem, nullo ornata corporis, nullis membrorum viribus, nullis parentum opibus, non sua ætate, non suo rum potestate præstantem. E questo re de’ Giudei lo cercano o lo domandano ad un altro re de’ Giudei, ad Erode, che allora sulla Giudea regnava: Et quærunt regem Judæorum a rege Judæorum. Segno evidente adunque che il re de’ Giudei di cui essi vanno in traccia è un re sopra gli altri re, un re che ha l’impero non solo de’ popoli, ma ancora de’ secoli un re che è uomo, ma uomo-Dio; dall’uomo-Erode cercano adunque Gesù Cristo uomo-Dio, dall’uomo-re terreno cercano del cielo che avea creato l’uomo: Ab Herude hamine Christum Deum et hominem; a terreno rege hominem regem cælorum qui condiderat hominem. Cercano, è vero, un Piccolino da un grande, come era Erode; dall’uomo pubblicamente onorato un bambino nascosto; da un eccelso personaggio un umile pargoletto; un infante da colui che parla; un povero da un ricco; da un potente un essere debole e infermo. Nulla ciò ostante però, e sebbene sia esso perseguitato da Erode, i Magi non dubitano punto che esso sia il vero Messia, il loro Salvatore, il padrone del mondo, degno di essere adorato, sebbene Erode il disprezzi; perché sebbene privo di ogni regia pompa umana, credono che in esso risiede l’adorabile maestà divina: A grandi parvulum, a loto latentem, ah excelso humilem, a loquente infantem, ab opulento inopem, a forti infirmimi. Et lumen, quamvis ab Herode persequente. sibi et aliis Christum dominantem, a contemncnte adorondimi profecto: in quo nulla pompa regia videbatur, sed vera Dei majestas adorabatur (Semi.Epiph.). Ma non solo però coi discorsi, ma coi donativi ancora, he erano impazienti d’offrire a’ suoi piedi, manifestarono, dice S. Leone, di riconoscere e di credere nella stessa Persona di Gesù Cristo e la maestà di un Dio e la dignità di un re e la mortalità dell’uomo. Giacché l’incenso si adopera ne’ sacrificj, che solo a Dio si competono; l’oro è la materia dei tributi, che si pagano al re: la mirra era l’aroma allora adoperato nell’imbalsamare i corpi de’ morti: Per ista trio munerum getterà in uno eodemque Christo et divina majestas, et regia potestas, et humana mortalitas intimatur. Thus enim ad sacrificium, aurum pertinet ad tributum, myrrha ad sepulturam mortuorum (Epiph. 1).Oh quanto è bello poi, segue a dire lo stesso Padre, il vedere da questi primi discepoli della fede confutati anticipatamente i più grandi maestri dell’errore e determinata intorno ai misteri di Gesù Cristo la cattolica verità! Col volere i Magi offerir dell’incenso al figliuolo siccome a Dio, confondono l’eretico ariano, che sostiene che solo al Padre Eterno si deve un culto di latria e il sacrificio che ne è l’espressione. Col volergli presentare, come ad uomo mortale, della mirra, confondono il manicheo, il quale ricusa di credere che Gesù Cristo è realmente morto per la nostra salute. Col recargli infine dell’oro, come a re celeste e terreno, confondono l’una e l’altra eresia insieme: giacché il manicheo, negandolo vero discendente di Davide, gli contende la regalia terrena: e l’ariano gli nega la regalia e l’indipendenza celeste, osando di chiamar servo di Dio l’Unigenito dello stesso Dio; in oblatione thuris confunditur arianus, qui soli Patri sacrificium offerri debere contendit. In oblatione myrrha confunditur manichæus, qui Christum vere mortuum prò nostra salute non credit. In auro simul uterque confunditur: et manichæus, qui de semine David secundum carnem natum non credit regem et arianus, qui Dei Unigenito assignare nititur servitutem. Che più? l’offerta che i re Magi si dispongono a fare distrugge l’eresia di Nestorio, il quale tenta di dividere in due Gesù Cristo, ammettendo in lui due persone. Giacché al vedere che i Magi offrono con tanta religione e pietà non già una cosa al Dio ed un’altra all’uomo, ma gli stessi doni all’unico e solo uomo-Dio, chi non intende che non si deve credere in due persone diviso colui che si vede riconosciuto uno ed indiviso nei donativi che gli si vogliono fare? Finalmente, come questi donativi indicano due nature in Gesù Cristo, anche la stolida eresia di Eutiche rimane schiacciata, che nega esservi in Gesù Cristo, in una stessa persona, una doppia natura: Confunditur eliam Nestorius, qui nititur Christian in duas personas dividere; cum videat Magos non alia Dea, alia homini, sed uni Deo-homini eadem miniera obtulisse suppliciler. Non ergo dividitur in personis qui non invenitur divisus in donis. Confunditur Eutichetis insania, qui non vidi in Christo utrumque veram predicare naturam.I Magi adunque nelle loro offerte han data a divedere di avere avuta una intelligenza perfetta di tutte le qualità sublimi, di tutti i caratteri unici del Messia, prima ancora di averlo veduto: in una parola, hanno conosciuta, creduta ed annunziata i primi al mondo la fede intera, la fede perfetta del gran mistero dell’incarnazione; poiché come uomo, né crederon la morte; come Dio, ne aspettarono la risurrezione, come re, ne temettero l’universale giudizio: Denique oblatio munerum ititeli igentiam in eo totius qualitatis expressit; atque ita per venerationem eorum sacramenti omnis est consummata cognitio: in nomine mortis, in Deo resurrectionis, in rege judicii. – Oh fede ammirabile de’ Magi! con quale esattezza, con quale precisione, con quale chiarezza e nei loro discorsi e nelle loro azioni esprimono le più grandi verità del Vangelo priaché sia predicato il Vangelo! quali idee giuste manifestano della natura di Dio e dell’incarnazione del Verbo! Come i misteri che sembrano contradittori fra loro ben si conciliano nella loro mente, si armonizzano nel loro cuore, e 1’una verità non esclude, ma sussiste insieme coll’altra senza confusione di termini, senza equivoco di espressioni, senza ombra alcuna di errore: Absque errore? Poiché essi confessano che Dio è uno nella natura e trino nelle persone; che Gesù Cristo, di cui vanno in traccia, benché poverello, è pure re; benché debole, è onnipotente; benché infante, è legislatore; benché figliuolo di donna, è figliuolo di Dio: celeste insieme e terreno, Dio ed uomo; uomo passibile, Dio impassibile; uomo mortale, Dio trionfator della morte; Dio ed uomo, Messia o Salvatore degli uomini. Confessano che bisogna credergli ed adorarlo, obbedirgli e servirlo, sacrificargli i tre rami della concupiscenza umana, l’orgoglio, la cupidigia, la sensualità, per mezzo della pratica di un’umile pietà, di una generosa giustizia, di una mortificazione severa. E queste verità, senza la menoma mescolanza di errore, ma nella loro purezza, come le hanno nella mente, le manifestano al di fuori colla lingua e coll’opera. E come, dice S. Giovanni Crisostomo, potevano mai errare uomini che non avevano implorato a loro guida il lume fioco e ingannevole della ragione umana, ma l’ammaestramento divino? che non ebbero a maestra la sapienza terrena, ma l’illustrazione celeste? Come potevan mai traviare, quando non cercarono per loro duce che lo stesso Gesù Cristo, che si avevano proposto a termine del loro viaggio: quel Gesù Cristo che ha detto: « Io sono insiememente la verità e la vita, e la vera ed unica strada per giungere alla vita ed alla verità? Non quæsierunt ducatum hominis, quia ducutum stellæ de cœlo acceperunt. Sed nec errare poterant qui veram viam, Christm Dominum, requirebant: illum utique qui ait: Ego sum via, veritas et vita (Homil. 1 ex var. in Matth.). Quanto dire: come potevano mai errare nella scienza di Dio, essendo stati ammaestrati da Dio, avendola, come poscia S. Paolo, imparata, non già per la via dell’inquisizione e del raziocinio, ma per via di rivelazione e di fede? La sola via onde si giunge a conoscere la verità senza alterazione, senza mescolanza di difetto e di errore: Absque errore. – E noi altresì cristiani Cattolici, noi conosciamo le stesse verità e al medesimo modo, perché siamo stati istruiti con lo stesso metodo: e la maniera onde furono ammaestrati i Magi per mezzo della stella fu una promessa ed una figura della maniera onde noi saremmo stati ammaestrati per mezzo della vera fede. – Infatti lo stesso Dio che loro si rivelò per mezzo della stella si è per mezzo della fede rivelato anche a noi. Lo stesso Dio che parlò loro per mezzo della sinagoga, ha parlato e parla a noi per mezzo della Chiesa. E come ogni uomo è mendace. Omnis homo mendax (Psal. CXV), e Gesù Cristo solo è verità, pura e sola verità: Christus est veritas (I Joan 5): come l’uomo alla sua propria scuola o a quella di un altro uomo è esposto al pericolo di non imparare che errori, così alla scuola di Gesù Cristo è sicuro di non apprendere che verità. E siccome questa scuola visibile, di cui Gesù Cristo è l’invisibile maestro, si è la cattolica Chiesa; così l’insegnamento della Chiesa cattolica è il solo adorno della qualità divina di essere esente da errore, absque errore; ed in esso tutto è verità, e vi è tutta la verità; verità vergine, verità pudica, verità intera, verità incorrotta, verità santa, come il Dio che ne è l’autore. Perciò come gli Apostoli, o la Chiesa, docile al magistero dello Spirito Santo, impararono da esso secondo la promessa di Gesù Cristo, ogni verità, Ipse docebit vos omnem veritatem (Joan. XVI): osi il vero Cristiano, docile al magistero degli Apostoli o della Chiesa, e che si è formato alla sua scuola, che ha appreso la sua dottrina e che è al suo insegnamento fedele, conosce tutte le verità che più importano di conoscere. Conosce Dio e i suoi attributi, gli angioli e il loro ministero, il mondo e la sua origine, l’anima e le sue facoltà, l’uomo ed il suo fine, la trinità e le sue Persone, la redenzione ed i suoi effetti, Gesù Cristo e i suoi misteri, la legge evangelica e le sue obbligazioni, i sacramenti e la loro efficacia, le pratiche di Religione e il loro uso, la vera santità ed il suo pregio, il vizio e i suoi castighi, la virtù e le sue ricompense. E queste verità sublimi, verità profonde, verità necessarie, verità eterne, ancorché non le intenda, né possa intenderle, le conosce però, le possiede e le crede senza alterazione, senza ambiguità, senza errore, ma pure, intatte, semplici, chiare, precise, come sono in sé stesse: giacché quello che il discepolo della Chiesa ha dalla Chiesa imparato e conosce e crede sulle lezioni della Chiesa, così è precisamente, così è esattamente, così è veramente né più né meno di come e di quanto esso lo conosce e lo crede. – Né si può temere che l’ignoranza che acceca, la debolezza dell’ingegno che istupidisce, i pregiudizi che strascinano, l’autorità che impone, la fantasia che illude, il prestigio che affascina, la falsa evidenza che abbaglia, il sofisma che inganna, la stessa erudizione che confonde, la stessa scienza che gonfia e l’interesse delle passioni che seduce, non si può, dico, temere che queste sì moltiplici e sì possenti cause di errore abbiano potuto influire nella mente del vero discepolo della Chiesa e fargli creder vero ciò che vero non è. Questo pericolo si teme e si deve ragionevolmente temere solo quando l’uomo pretende d’istruire sé stesso, o si dà ad essere istruito ad un altro uomo: e perciò alle scuole puramente umane le verità sono sì difficili e sì scarse, gli errori sì ovvii e sì frequenti. Ma non si teme, né si può temere alla scuola della Chiesa, dove colui che insegna è Dio: e però, nel passo d’Isaia che abbiamo citato di sopra e che Gesù Cristo ha spiegato nel Vangelo, i veri fedeli sono leggiadramente chiamati « scolari di Dio, Doctos a Domino (Isa. LIV): docibiles Dei (Joan. 6). ».

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: SS. LEONE XIII – RERUM NOVARUM -1-

La Rerum novarum di SS. Leone XIII è la carta magna della dottrina sociale della Chiesa che propone i dettami evangelici e della tradizione apostolica che devono regolare la vita civile dell’uomo. I principi sono talmente chiari e lampanti nella loro logica concatenazione che non hanno bisogno di particolari ermeneutiche. La visione cristiana della società esclude ogni ombra panteistica che possa anche in minima parte condividere gli aspetti satanici, perché gnostici ed immanentisti, ovvero panteistici, di sistemi che si nascondono sotto l’abito politico del socialismo o comunismo o, come oggi suol dirsi, del mondialismo totalitario, che è il comunismo applicato nell’intero pianeta. Del resto da Platone, alle scuole filosofiche neoplatoniche, dal protestantesimo apostata, alle filosofie positiviste e materialiste moderne, con i capofila Kant ed Hegel, dalle eresie manichee, degli albigesi, dei catari, fino al modernismo postconciliare, il panteismo ha sempre mostrato la coda diabolica che svelava il vero autore, cioè lucifero, di sistemi apparentemente filantropici ed abbigliati da egualitarismi giustizialisti, prendendo addirittura come riferimento il Santo poverello di Assisi, le cui scimmiottature pauperiste dei medioevali “fraticelli” furono subito bollate dalla Chiesa –Papa Giovanni XXII capì subito- che annusò il tanfo del demonio sprigionarsi dai gigli di cartone dei falsi francescani dell’epoca. Ancora oggi, nella setta modernista della sinagoga di satana vaticana, si abbiglia ipocritamente il panteismo pauperista con la veste della giustizia sociale, appellandosi senza vergogna ed oltraggiandone la santa memoria, al Santo stigmatizzato di Assisi. Questa lettera, giustamente una pietra miliare del Magistero pontificio, declama con sicura dottrina, immutabile ed infallibile, come del resto tutto il Magistero della vera Chiesa, i punti cardini sui quali si debba regolare la vita sociale ed economica dell’umana famiglia. Oggi leggiamo con orrore documenti passanti come cattolici, che in realtà sono sterco socialistoide marxista finto buonista giusto per ingannare gli ignoranti e calmare la coscienza dei cani muti che sanno, vedono e tacciono. Ma tutto il Signore permette perché si possa operare una divisione netta e precisa tra fedeli ed ipocriti, tra seguaci di Cristo e seguaci della bestia, tra chi semina grano e chi la zizzania. Tutto lascia fare fino ad un certo punto il Signore, tanto poi arriva l’Angelo con la falce che taglierà grano e zizzania, l’uno per il deposito del cielo, e l’altra per lo stagno eterno di fuoco. Ne proponiamo una prima parte onde permetterne una migliore meditazione ed un approfondimento salutare.

RERUM NOVARUM

LETTERA ENCICLICA DI S.S. LEONE XIII -1-

INTRODUZIONE

Motivo dell’enciclica: la questione operaia

1. L’ardente brama di novità che da gran tempo ha cominciato ad agitare i popoli, doveva naturalmente dall’ordine politico passare nell’ordine simile dell’economia sociale. E difatti i portentosi progressi delle arti e i nuovi metodi dell’industria; le mutate relazioni tra padroni ed operai; l’essersi accumulata la ricchezza in poche mani e largamente estesa la povertà; il sentimento delle proprie forze divenuto nelle classi lavoratrici più vivo, e l’unione tra loro più intima; questo insieme di cose, con l’aggiunta dei peggiorati costumi, hanno fatto scoppiare il conflitto. Il quale è di tale e tanta gravità che tiene sospesi gli animi in trepida aspettazione e affatica l’ingegno dei dotti, i congressi dei sapienti, le assemblee popolari, le deliberazioni dei legislatori, i consigli dei principi, tanto che oggi non vi è questione che maggiormente interessi il mondo. Pertanto, venerabili fratelli, ciò che altre volte facemmo a bene della Chiesa e a comune salvezza con le nostre lettere encicliche sui Poteri pubblici, la Libertà umana, la Costituzione cristiana degli Stati, ed altri simili argomenti che ci parvero opportuni ad abbattere errori funesti, la medesima cosa crediamo di dover fare adesso per gli stessi motivi sulla questione operaia. Trattammo già questa materia, come ce ne venne l’occasione più di una volta: ma la coscienza dell’apostolico nostro ministero ci muove a trattarla ora, di proposito e in pieno, al fine di mettere in rilievo i principi con cui, secondo giustizia ed equità, si deve risolvere la questione. Questione difficile e pericolosa. Difficile, perché ardua cosa è segnare i precisi confini nelle relazioni tra proprietari e proletari, tra capitale e lavoro. Pericolosa perché uomini turbolenti ed astuti, si sforzano ovunque di falsare i giudizi e volgere la questione stessa a perturbamento dei popoli.

2. Comunque sia, è chiaro, ed in ciò si accordano tutti, come sia di estrema necessità venir in aiuto senza indugio e con opportuni provvedimenti ai proletari, che per la maggior parte si trovano in assai misere condizioni, indegne dell’uomo. Poiché, soppresse nel secolo passato le corporazioni di arti e mestieri, senza nulla sostituire in loro vece, nel tempo stesso che le istituzioni e le leggi venivano allontanandosi dallo spirito cristiano, avvenne che poco a poco gli operai rimanessero soli e indifesi in balda della cupidigia dei padroni e di una sfrenata concorrenza. Accrebbe il male un’usura divoratrice che, sebbene condannata tante volte dalla Chiesa., continua lo stesso, sotto altro colore, a causa di ingordi speculatori. Si aggiunga il monopolio della produzione e del commercio, tanto che un piccolissimo numero di straricchi hanno imposto all’infinita moltitudine dei proletari un gioco poco meno che servile.

PARTE PRIMA

IL SOCIALISMO, FALSO RIMEDIO

La soluzione socialista inaccettabile dagli operai

3. A rimedio di questi disordini, i socialisti, attizzando nei poveri l’odio ai ricchi, pretendono si debba abolire la proprietà, e far di tutti i particolari patrimoni un patrimonio comune, da amministrarsi per mezzo del municipio e dello stato. Con questa trasformazione della proprietà da personale in collettiva, e con l’eguale distribuzione degli utili e degli agi tra i cittadini, credono che il male sia radicalmente riparato. Ma questa via, non che risolvere le contese, non fa che danneggiare gli stessi operai, ed è inoltre ingiusta per molti motivi, giacché manomette i diritti dei legittimi proprietari, altera le competenze degli uffici dello Stato, e scompiglia tutto l’ordine sociale.

4. E infatti non è difficile capire che lo scopo del lavoro, il fine prossimo che si propone l’artigiano, è la proprietà privata. Poiché se egli impiega le sue forze e la sua industria a vantaggio altrui, lo fa per procurarsi il necessario alla vita: e però con il suo lavoro acquista un vero e perfetto diritto, non solo di esigere, ma d’investire come vuole, la dovuta mercede. Se dunque con le sue economie è riuscito a far dei risparmi e, per meglio assicurarli, li ha investiti in un terreno, questo terreno non è infine altra cosa che la mercede medesima travestita di forma, e conseguente proprietà sua, né più né meno che la stessa mercede. Ora in questo appunto, come ognuno sa, consiste la proprietà, sia mobile che stabile. Con l’accumulare pertanto ogni proprietà particolare, i socialisti, togliendo all’operaio la libertà di investire le proprie mercedi, gli rapiscono il diritto e la speranza di trarre vantaggio dal patrimonio domestico e di migliorare il proprio stato, e ne rendono perciò più infelice la condizione.

5. Il peggio si è che il rimedio da costoro proposto è una aperta ingiustizia, giacché la proprietà prenata è diritto di natura. Poiché anche in questo passa gran differenza tra l’uomo e il bruto. Il bruto non governa sé stesso; ma due istinti lo reggono e governano, i quali da una parte ne tengono desta l’attività e ne svolgono le forze, dall’altra terminano e circoscrivono ogni suo movimento; cioè l’istinto della conservazione propria, e l’istinto della conservazione della propria specie. A conseguire questi due fini, basta al bruto l’uso di quei determinati mezzi che trova intorno a sé; né potrebbe mirare più lontano, perché mosso unicamente dal senso e dal particolare sensibile. Ben diversa è la natura dell’uomo. Possedendo egli la vita sensitiva nella sua pienezza, da questo lato anche a lui è dato, almeno quanto agli altri animali, di usufruire dei beni della natura materiale. Ma l’animalità in tutta la sua estensione, lungi dal circoscrivere la natura umana, le è di gran lunga inferiore, e fatta per esserle soggetta. Il gran privilegio dell’uomo, ciò che lo costituisce tale o lo distingue essenzialmente dal bruto, è l’intelligenza, ossia la ragione. E appunto perché ragionevole, si deve concedere all’uomo qualche cosa di più che il semplice uso dei beni della terra, comune anche agli altri animali: e questo non può essere altro che il diritto di proprietà stabile; né proprietà soltanto di quelle cose che si consumano usandole, ma anche di quelle che l’uso non consuma.

La proprietà privata è di diritto naturale

6. Ciò riesce più evidente se si penetra maggiormente nell’umana natura. Per la sterminata ampiezza del suo conoscimento, che abbraccia, oltre il presente, anche l’avvenire, e per la sua libertà, l’uomo sotto la legge eterna e la provvidenza universale di Dio, è provvidenza a sé stesso. Egli deve dunque poter scegliere i mezzi che giudica più propri al mantenimento della sua vita, non solo per il momento che passa, ma per il tempo futuro. Ciò vale quanto dire che, oltre il dominio dei frutti che dà la terra, spetta all’uomo la proprietà della terra stessa, dal cui seno fecondo deve essergli somministrato il necessario ai suoi bisogni futuri. Giacché i bisogni dell’uomo hanno, per così dire, una vicenda di perpetui ritorni e, soddisfatti oggi, rinascono domani. Pertanto la natura deve aver dato all’uomo il diritto a beni stabili e perenni, proporzionati alla perennità del soccorso di cui egli abbisogna, beni che può somministrargli solamente la terra, con la sua inesauribile fecondità. Non v’è ragione di ricorrere alla provvidenza dello Stato perché l’uomo è anteriore alto Stato: quindi prima che si formasse il civile consorzio egli dovette aver da natura il diritto di provvedere a sé stesso.

7. L’aver poi Iddio dato la terra a uso e godimento di tutto il genere umano, non si oppone per nulla al diritto della privata proprietà; poiché quel dono egli lo fece a tutti, non perché ognuno ne avesse un comune e promiscuo dominio, bensì in quanto non assegnò nessuna parte del suolo determinatamente ad alcuno, lasciando ciò all’industria degli uomini e al diritto speciale dei popoli. La terra, per altro, sebbene divisa tra i privati, resta nondimeno a servizio e beneficio di tutti, non essendovi uomo al mondo che non riceva alimento da essi. Chi non ha beni propri vi supplisce con il lavoro; tanto che si può affermare con verità che il mezzo universale per provvedere alla vita è il lavoro, impiegato o nel coltivare un terreno proprio, o nell’esercitare un’arte, la cui mercede in ultimo si ricava dai molteplici frutti della terra e in essi viene commutata. Ed è questa un’altra prova che la proprietà privata è conforme alla natura. Il necessario al mantenimento e al perfezionamento della vita umana la terra ce lo somministra largamente, ma ce lo somministra a questa condizione, che l’uomo la coltivi e le sia largo di provvide cure. Ora, posto che a conseguire i beni della natura l’uomo impieghi l’industria della mente e le forze del corpo, con ciò stesso egli riunisce in sé quella parte della natura corporea che ridusse a cultura, e in cui lasciò come impressa una impronta della sua personalità, sicché giustamente può tenerla per sua ed imporre agli altri l’obbligo di rispettarla.

La proprietà privata sancita dalle leggi umane e divine

8. Così evidenti sono tali ragioni, che non si sa capire come abbiano potuto trovar contraddizioni presso alcuni, i quali, rinfrescando vecchie utopie, concedono bensì all’uomo l’uso del suolo e dei vari frutti dei campi, ma del suolo ove egli ha fabbricato e del campo che ha coltivato gli negano la proprietà. Non si accorgono costoro che in questa maniera vengono a defraudare l’uomo degli effetti del suo lavoro. Giacché il campo dissodato dalla mano e dall’arte del coltivato non è più quello di prima, da silvestre è divenuto fruttifero, da sterile ferace. Questi miglioramenti prendono talmente corpo in quel terreno che la maggior parte di essi ne sono inseparabili. Ora, che giustizia sarebbe questa, che un altro il quale non ha lavorato subentrasse a goderne i frutti? Come l’effetto appartiene alla sua causa, così il frutto del lavoro deve appartenere a chi lavora. A ragione pertanto il genere umano, senza affatto curarsi dei pochi contraddittori e con l’occhio fisso alla legge di natura, trova in questa legge medesima il fondamento della divisione dei beni; e riconoscendo che la proprietà privata è sommamente consona alla natura dell’uomo e alla pacifica convivenza sociale, l’ha solennemente sancita mediante la pratica di tutti i secoli. E le leggi civili che, quando sono giuste, derivano la propria autorità ed efficacia dalla stessa legge naturale (Cfr. S. Th. I-I, q. 95, a. 4), confermano tale diritto e lo assicurano con la pubblica forza. Né manca il suggello della legge divina, la quale vieta strettissimamente perfino il desiderio della roba altrui: Non desiderare la moglie del prossimo tuo: non la casa, non il podere, non la serva, non il bue, non l’asino, non alcuna cosa di tutte quelle che a lui appartengono(Deut 5,21). 

La libertà dell’uomo

9. Questo diritto individuale cresce di valore se lo consideriamo nei riguardi del consorzio domestico. Libera all’uomo è l’elezione del proprio stato: Egli può a suo piacere seguire il consiglio evangelico della verginità o legarsi in matrimonio. Naturale e primitivo è il diritto al coniugio e nessuna legge umana può abolirlo, né può limitarne, comunque sia, lo scopo a cui Iddio l’ha ordinato quando disse: Crescete e moltiplicatevi (Gen 1,28). Ecco pertanto la famiglia, ossia la società domestica, società piccola ma vera, e anteriore a ogni civile società; perciò con diritti e obbligazioni indipendenti dallo Stato. Ora, quello che dicemmo in ordine al diritto di proprietà inerente all’individuo va applicato all’uomo come capo di famiglia: anzi tale diritto in lui è tanto più forte quanto più estesa e completa è nel consorzio domestico la sua personalità.

Famiglia e Stato

10. Per legge inviolabile di natura incombe al padre il mantenimento della prole: e per impulso della natura medesima, che gli fa scorgere nei figli una immagine di sé e quasi una espansione e continuazione della sua persona, egli è spinto a provvederli in modo che nel difficile corso della vita possano onestamente far fronte ai propri bisogni: cosa impossibile a ottenersi se non mediante l’acquisto dei beni fruttiferi, ch’egli poi trasmette loro in eredità. Come la convivenza civile così la famiglia, secondo quello che abbiamo detto, è una società retta da potere proprio, che è quello paterno. Entro i limiti determinati dal fine suo, la famiglia ha dunque, per la scelta e l’uso dei mezzi necessari alla sua conservazione e alla sua legittima indipendenza, diritti almeno eguali a quelli della società civile. Diciamo almeno eguali, perché essendo il consorzio domestico logicamente e storicamente anteriore al civile, anteriori altresì e più naturali ne debbono essere i diritti e i doveri. Che se l’uomo, se la famiglia, entrando a far parte della società civile, trovassero nello Stato non aiuto, ma offesa, non tutela, ma diminuzione dei propri diritti, la civile convivenza sarebbe piuttosto da fuggire che da desiderare.

Lo Stato e il suo intervento nella famiglia

11. È dunque un errore grande e dannoso volere che lo Stato possa intervenire a suo talento nel santuario della famiglia. Certo, se qualche famiglia si trova per avventura in si gravi strettezze che da sé stessa non le è affatto possibile uscirne, è giusto in tali frangenti l’intervento dei pubblici poteri, giacché ciascuna famiglia è parte del corpo sociale. Similmente in caso di gravi discordie nelle relazioni scambievoli tra i membri di una famiglia intervenga lo Stato e renda a ciascuno il suo, poiché questo non è usurpare i diritti dei cittadini, ma assicurarli e tutelarli secondo la retta giustizia. Qui però deve arrestarsi lo Stato; la natura non gli consente di andare oltre. La patria potestà non può lo Stato né annientarla né assorbirla, poiché nasce dalla sorgente stessa della vita umana. I figli sono qualche cosa del padre, una espansione, per così dire, della sua personalità e, a parlare propriamente, essi entrano a far parte del civile consorzio non da sé medesimi, bensì mediante la famiglia in cui sono nati. È appunto per questa ragione che, essendo i figli naturalmente qualcosa del padre… prima dell’uso della ragione stanno sotto la cura dei genitori. (S. Th. II-II, q. 10, a. 12) Ora, i socialisti, sostituendo alla provvidenza dei genitori quella dello Stato, vanno contro la giustizia naturale e disciolgono la compagine delle famiglie.

La soluzione socialista è nociva alla stessa società

12. Ed oltre l’ingiustizia, troppo chiaro appare quale confusione e scompiglio ne seguirebbe in tutti gli ordini della cittadinanza, e quale dura e odiosa schiavitù nei cittadini. Si aprirebbe la via agli asti, alle recriminazioni, alle discordie: le fonti stesse della ricchezza, inaridirebbero, tolto ogni stimolo all’ingegno e all’industria individuale: e la sognata uguaglianza non sarebbe di fatto che una condizione universale di abiezione e di miseria. Tutte queste ragioni danno diritto a concludere che la comunanza dei beni proposta dal socialismo va del tutto rigettata, perché nuoce a quei medesimi a cui si deve recar soccorso, offende i diritti naturali di ciascuno, altera gli uffici dello Stato e turba la pace comune. Resti fermo adunque, che nell’opera di migliorare le sorti delle classi operaie, deve porsi come fondamento inconcusso il diritto di proprietà privata. Presupposto ciò, esporremo donde si abbia a trarre il rimedio.

PARTE SECONDA

IL VERO RIMEDIO:

L’UNIONE DELLE ASSOCIAZIONI

A) L’opera della Chiesa

13. Entriamo fiduciosi in questo argomento, e di nostro pieno diritto; giacché si tratta di questione di cui non è possibile trovare una risoluzione che valga senza ricorrere alla religione e alla Chiesa. E poiché la cura della religione e la dispensazione dei mezzi che sono in potere della Chiesa è affidata principalmente a noi, ci parrebbe di mancare al nostro ufficio, tacendo. Certamente la soluzione di si arduo problema richiede il concorso e l’efficace cooperazione anche degli altri: vogliamo dire dei governanti, dei padroni e dei ricchi, come pure degli stessi proletari che vi sono direttamente interessati: ma senza esitazione alcuna affermiamo che, se si prescinde dall’azione della Chiesa, tutti gli sforzi riusciranno vani. Difatti la Chiesa è quella che trae dal Vangelo dottrine atte a comporre, o certamente a rendere assai meno aspro il conflitto: essa procura con gli insegnamenti suoi, non solo d’illuminare la mente, ma d’informare la vita e i costumi di ognuno: con un gran numero di benefiche istituzioni migliora le condizioni medesime del proletario; vuole e brama che i consigli e le forze di tutte le classi sociali si colleghino e vengano convogliate insieme al fine di provvedere meglio che sia possibile agli interessi degli operai; e crede che, entro i debiti termini, debbano volgersi a questo scopo le stesse leggi e l’autorità dello Stato.

1 – Necessità delle ineguaglianze sociali e del lavoro faticoso

14. Si stabilisca dunque in primo luogo questo principio, che si deve sopportare la condizione propria dell’umanità: togliere dal mondo le disparità sociali, è cosa impossibile. Lo tentano, è vero, i socialisti, ma ogni tentativo contro la natura delle cose riesce inutile. Poiché la più grande varietà esiste per natura tra gli uomini: non tutti posseggono lo stesso ingegno, la stessa solerzia, non la sanità, non le forze in pari grado: e da queste inevitabili differenze nasce di necessità la differenza delle condizioni sociali. E ciò torna a vantaggio sia dei privati che del civile consorzio, perché la vita sociale abbisogna di attitudini varie e di uffici diversi, e l’impulso principale, che muove gli uomini ad esercitare tali uffici, è la disparità dello stato. Quanto al lavoro, l’uomo nello stato medesimo d’innocenza non sarebbe rimasto inoperoso: se non che, quello che allora avrebbe liberamente fatto la volontà a ricreazione dell’animo, lo impose poi, ad espiazione del peccato, non senza fatica e molestia, la necessità, secondo quell’oracolo divino: Sia maledetta la terra nel tuo lavoro; mangerai di essa in fatica tutti i giorni della tua vita (Gen 3,17). Similmente il dolore non mancherà mai sulla terra; perché aspre, dure, difficili a sopportarsi sono le ree conseguenze del peccato, le quali, si voglia o no, accompagnano l’uomo fino alla tomba. Patire e sopportare è dunque il retaggio dell’uomo; e qualunque cosa si faccia e si tenti, non v’è forza né arte che possa togliere del tutto le sofferenze del mondo. Coloro che dicono di poterlo fare e promettono alle misere genti una vita scevra di dolore e di pene, tutta pace e diletto, illudono il popolo e lo trascinano per una via che conduce a dolori più grandi di quelli attuali. La cosa migliore è guardare le cose umane quali sono e nel medesimo tempo cercare altrove, come dicemmo, il rimedio ai mali. 

2 – Necessità della concordia

15. Nella presente questione, lo scandalo maggiore è questo: supporre una classe sociale nemica naturalmente dell’altra; quasi che la natura abbia fatto i ricchi e i proletari per battagliare tra loro un duello implacabile; cosa tanto contraria alla ragione e alla verità. In vece è verissimo che, come nel corpo umano le varie membra si accordano insieme e formano quell’armonico temperamento che si chiama simmetria, così la natura volle che nel civile consorzio armonizzassero tra loro quelle due classi, e ne risultasse l’equilibrio. L’una ha bisogno assoluto dell’altra: né il capitale può stare senza il lavoro, né il lavoro senza il capitale. La concordia fa la bellezza e l’ordine delle cose, mentre un perpetuo conflitto non può dare che confusione e barbarie. Ora, a comporre il dissidio, anzi a svellerne le stesse radici, il cristianesimo ha una ricchezza di forza meravigliosa.

3 – Relazioni tra le classi sociali

a) giustizia

16. Innanzi tutto, l’insegnamento cristiano, di cui è interprete e custode la Chiesa, è potentissimo a conciliare e mettere in accordo fra loro i ricchi e i proletari, ricordando agli uni e agli altri i mutui doveri incominciando da quello imposto dalla giustizia. Obblighi di giustizia, quanto al proletario e all’operaio, sono questi: prestare interamente e fedelmente l’opera che liberamente e secondo equità fu pattuita; non recar danno alla roba, né offesa alla persona dei padroni; nella difesa stessa dei propri diritti astenersi da atti violenti, né mai trasformarla in ammutinamento; non mescolarsi con uomini malvagi, promettitori di cose grandi, senza altro frutto che quello di inutili pentimenti e di perdite rovinose. E questi sono i doveri dei capitalisti e dei padroni: non tenere gli operai schiavi; rispettare in essi la dignità della persona umana, nobilitata dal carattere cristiano. Agli occhi della ragione e della fede il lavoro non degrada l’uomo, ma anzi lo nobilita col metterlo in grado di vivere onestamente con l’opera propria. Quello che veramente è indegno dell’uomo è di abusarne come di cosa a scopo di guadagno, né stimarlo più di quello che valgono i suoi nervi e le sue forze. Viene similmente comandato che nei proletari si deve aver riguardo alla religione e ai beni dell’anima. È obbligo perciò dei padroni lasciare all’operaio comodità e tempo che bastino a compiere i doveri religiosi; non esporlo a seduzioni corrompitrici e a pericoli di scandalo; non alienarlo dallo spirito di famiglia e dall’amore del risparmio; non imporgli lavori sproporzionati alle forze, o mal confacenti con l’età e con il sesso.

17. Principalissimo poi tra i loro doveri è dare a ciascuno la giusta mercede. Il determinarla secondo giustizia dipende da molte considerazioni: ma in generale si ricordino i capitalisti e i padroni che le umane leggi non permettono di opprimere per utile proprio i bisognosi e gli infelici, e di trafficare sulla miseria del prossimo. Defraudare poi la dovuta mercede è colpa così enorme che grida vendetta al cospetto di Dio. Ecco, la mercede degli operai… che fu defraudata da voi, grida; e questo grido ha ferito le orecchie del Signore degli eserciti (Giac 5,4). Da ultimo è dovere dei ricchi non danneggiare i piccoli risparmi dell’operaio né con violenza né con frodi né con usure manifeste o nascoste; questo dovere è tanto più rigoroso, quanto più debole e mal difeso è l’operaio e più sacrosanta la sua piccola sostanza. L’osservanza di questi precetti non basterà essa sola a mitigare l’asprezza e a far cessare le cagioni del dissidio?

b) carità

18. Ma la Chiesa, guidata dagli insegnamenti e dall’esempio di Cristo, mira più in alto, cioè a riavvicinare il più possibile le due classi, e a renderle amiche. Le cose del tempo non è possibile intenderle e valutarle a dovere, se l’animo non si eleva ad un’altra vita, ossia a quella eterna, senza la quale la vera nozione del bene morale necessariamente si dilegua, anzi l’intera creazione diventa un mistero inspiegabile. Quello pertanto che la natura stessa ci detta, nel cristianesimo è un dogma su cui come principale fondamento poggia tutto l’edificio della religione: cioè che la vera vita dell’uomo è quella del mondo avvenire. Poiché Iddio non ci ha creati per questi beni fragili e caduchi, ma per quelli celesti ed eterni; e la terra ci fu data da Lui come luogo di esilio, non come patria. Che tu abbia in abbondanza ricchezze ed altri beni terreni o che ne sia privo, ciò all’eterna felicità non importa nulla; ma il buono o cattivo uso di quei beni, questo è ciò che sommamente importa. Le varie tribolazioni di cui è intessuta la vita di quaggiù, Gesù Cristo, che pur ci ha redenti con redenzione copiosa, non le ha tolte; le ha convertite in stimolo di virtù e in maniera di merito, tanto che nessun figlio di Adamo può giungere al cielo se non segue le orme sanguinose di Lui. Se persevereremo, regneremo insieme (2 Tim 2,12). Accettando volontariamente sopra di sé travagli e dolori, egli ne ha mitigato l’acerbità in modo meraviglioso, e non solo con l’esempio ma con la sua grazia e con la speranza del premio proposto, ci ha reso più facile il patire. Poiché quella che attualmente è una momentanea e leggera tribolazione nostra, opera in noi un eterno e sopra ogni misura smisurato peso di gloria (2Cor 4,17). I fortunati del secolo sono dunque avvertiti che le ricchezze non li liberano dal dolore e che esse per la felicità avvenire, non che giovare, nuocciono (Cfr. Mat 19,23-24); che i ricchi debbono tremare, pensando alle minacce straordinariamente severe di Gesù Cristo (Cfr. Luc 6,24-25); che dell’uso dei loro beni avranno un giorno da rendere rigorosissimo conto al Dio giudice. 

c) la vera utilità delle ricchezze

19. In ordine all’uso delle ricchezze, eccellente e importantissima è la dottrina che, se pure fu intravveduta dalla filosofia, venne però insegnata a perfezione dalla Chiesa; la quale inoltre procura che non rimanga pura speculazione, ma discenda nella pratica e informi la vita. Il fondamento di tale dottrina sta in ciò: che nella ricchezza si suole distinguere il possesso legittimo dal legittimo uso. Naturale diritto dell’uomo è, come vedemmo, la privata proprietà dei beni e l’esercitare questo diritto é, specialmente nella vita socievole, non pur lecito, ma assolutamente necessario. E’ lecito, dice san Tommaso, anzi necessario all’umana vita che l’uomo abbia la proprietà dei beni (S. Th. III-II, q. 66, a. 2). Ma se inoltre si domandi quale debba essere l’uso di tali beni, la Chiesa per bocca del santo Dottore non esita a rispondere che, per questo rispetto, l’uomo non deve possedere i beni esterni come propri, bensì come comuni, in modo che facilmente li comunichi all’altrui necessità. Onde l’Apostolo dice: Comanda ai ricchi di questo secolo di dare e comunicare facilmente il proprio (Ivi). Nessuno, Certo, é tenuto a soccorrere gli altri con le cose necessarie a sé e ai suoi, anzi neppure con ciò che è necessario alla convivenza e al decoro del proprio  stato, perché nessuno deve vivere in modo non conveniente (S. Th. II-II, q. 32, a. 6). Ma soddisfatte le necessità e la convenienza è dovere soccorrere col superfluo i bisognosi. Quello che sopravanza date in elemosina (Luc 11,41). Eccetto il caso di estrema necessità, questi, è vero, non sono obblighi di giustizia, ma di carità cristiana il cui adempimento non si può certamente esigere per via giuridica, ma sopra le leggi e i giudizi degli uomini sta la legge e il giudizio di Cristo, il quale inculca in molti modi la pratica del dono generoso e insegna: E’ più bello dare che ricevere (At 20,35), e terrà per fatta o negata a sé la carità fatta o negata ai bisognosi: Quanto faceste ad uno dei minimi di questi miei fratelli, a me lo faceste (Mat 25,40). In conclusione, chiunque ha ricevuto dalla munificenza di Dio copia maggiore di beni, sia esteriori e corporali sia spirituali, a questo fine li ha ricevuti, di servirsene al perfezionamento proprio, e nel medesimo tempo come ministro della divina provvidenza a vantaggio altrui: Chi ha dunque ingegno, badi di non tacere; chi ha abbondanza di roba, si guardi dall’essere troppo duro di mano nell’esercizio della misericordia; chi ha un’arte per vivere, ne partecipi al prossimo l’uso e l’utilità (S. Greg. M., In Evang. hom 9, n. 7).

d) vantaggi della povertà

20. Ai poveri poi, la Chiesa insegna che innanzi a Dio non è cosa che rechi vergogna né la povertà né il dover vivere di lavoro. Gesù Cristo confermò questa verità con 1’esempio suo mentre, a salute degli uomini, essendo ricco, si fece povero (2Cor 8,9) ed essendo Figlio di Dio, e Dio egli stesso, volle comparire ed essere creduto figlio di un falegname, anzi non ricusò di passare lavorando la maggior parte della sua vita: Non è costui il fabbro, il figlio di Maria? (Mar 6,3) Mirando la divinità di questo esempio, si comprende più facilmente che la vera dignità e grandezza dell’uomo è tutta morale, ossia riposta nella virtù; che la virtù è patrimonio comune, conseguibile ugualmente dai grandi e dai piccoli, dai ricchi e dai proletari; che solo alle opere virtuose, in chiunque si trovino, è serbato il premio dell’eterna beatitudine. Diciamo di più per gli infelici pare che Iddio abbia una particolare predilezione poiché Gesù Cristo chiama beati i poveri (Cfr. Mat 5,3); in. vita amorosamente a venire da lui per conforto, quanti sono stretti dal peso degli affanni (Mat 11,28); i deboli e i perseguitati abbraccia con atto di carità specialissima. Queste verità sono molto efficaci ad abbassar l’orgoglio dei fortunati e togliere all’avvilimento i miseri, ad ispirare indulgenza negli uni e modestia negli altri. Così le distanze, tanto care all’orgoglio, si accorciano; né riesce difficile ottenere che le due classi, stringendosi la mano, scendano ad amichevole accordo. 

e) fraternità cristiana

21. Ma esse, obbedendo alla legge evangelica, non saranno paghe di una semplice amicizia, ma vorranno darsi l’amplesso dell’amore fraterno. Poiché conosceranno e sentiranno che tutti gli uomini hanno origine da Dio, Padre comune; che tutti tendono a Dio, fine supremo, che solo può rendere perfettamente felici gli uomini e gli angeli; che tutti sono stati ugualmente redenti da Gesù Cristo e chiamati alla dignità della figliolanza divina, in modo che non solo tra loro, ma con Cristo Signore, primogenito fra molti fratelli, sono congiunti col vincolo di una santa fraternità. Conosceranno e sentiranno che i beni di natura e di grazia sono patrimonio comune del genere umano e che nessuno, senza proprio merito, verrà diseredato dal retaggio dei beni celesti: perché se tutti figli, dunque tutti eredi; eredi di Dio, e coeredi di Gesù Cristo (Rom 8,17). Ecco 1’ideale dei diritti e dei doveri contenuto nel Vangelo. Se esso prevalesse nel mondo, non cesserebbe subito ogni dissidio e non tornerebbe forse la pace?

4 – Mezzi positivi

a) la diffusione della dottrina cristiana

22. Se non che la Chiesa, non contenta di additare il rimedio, l’applica ella stessa con la materna sua mano. Poiché ella é tutta intenta a educare e formare gli uomini a queste massime, procurando che le acque salutari della sua dottrina scorrano largamente e vadano per mezzo dei Vescovi e del Clero ad irrigare tutta quanta la terra. Nel tempo stesso si studia di penetrare negli animi e di piegare le volontà, perché si lascino governare dai divini precetti. E in quest’arte, che é di capitale importanza,  poiché ne dipende ogni vantaggio, la Chiesa sola ha vera efficacia. Infatti, gli strumenti che adopera a muovere gli animi le furono dati a questo fine da Gesù Cristo, ed hanno in sé virtù divina; si che essi soli possono penetrare nelle intime fibre dei cuori, e far si che gli uomini obbediscano alla voce del dovere, tengano a freno le passioni, amino con supremo e singolare amore Iddio e il prossimo, e abbattano coraggiosamente tutti gli ostacoli che attraversano il cammino della virtù.

b) il rinnovamento della società

Basta su ciò accennar di passaggio agli esempi antichi. Ricordiamo fatti e cose poste fuori di ogni dubbio: cioè che per opera del cristianesimo fu trasformata da capo a fondo la società; che questa trasformazione fu un vero progresso del genere umano, anzi una risurrezione dalla morte alla vita morale, e un perfezionamento non mai visto per l’innanzi né sperabile maggiore per l’avvenire; e finalmente che Gesù Cristo è il principio e il termine di questi benefizi, i quali, scaturiti da lui, a lui vanno riferiti. Avendo il mondo mediante la luce evangelica appreso il gran mistero dell’incarnazione del Verbo e dell’umana redenzione, la vita di Gesù Cristo Dio e uomo si trasfuse nella civile società che ne fu permeata con la fede, i precetti, le leggi di lui. Perciò, se ai mali del mondo v’è un rimedio, questi non può essere altro che il ritorno alla vita e ai costumi cristiani. È un solenne principio questo, che per riformare una società in decadenza, è necessario riportarla ai principi che le hanno dato l’essere, la perfezione di ogni società è riposta nello sforzo di arrivare al suo scopo: in modo che il principio generatore dei moti e delle azioni sociali sia il medesimo che ha generato l’associazione. Quindi deviare dallo scopo primitivo è corruzione; tornare ad esso è salvezza. E questo è vero, come di tutto il consorzio civile, così della classe lavoratrice, che ne è la parte più numerosa.

c) la beneficenza della Chiesa

23. Né si creda che le premure della Chiesa siano così interamente e unicamente rivolte alla salvezza delle anime, da trascurare ciò che appartiene alla vita morale e terrena. Ella vuole e procura che soprattutto i proletari emergano dal loro infelice stato, e migliorino la condizione di vita. E questo essa fa innanzi tutto indirettamente, chiamando e insegnando a tutti gli uomini la virtù. I costumi cristiani, quando siano tali davvero, contribuiscono anch’essi di per sé alla prosperità terrena, perché attirano le benedizioni di Dio, principio e fonte di ogni bene; infrenano la cupidigia della roba e la sete dei piaceri (Cfr. 1Tim 6,10), veri flagelli che rendono misero l’uomo nella abbondanza stessa di ogni cosa; contenti di una vita frugale, suppliscono alla scarsezza del censo col risparmio, lontani dai vizi, che non solo consumano le piccole, ma anche le grandi sostanze, e mandano in rovina i più lauti patrimoni.

24. Ma vi è di più: la Chiesa concorre direttamente al bene dei proletari col creare e promuovere quanto può conferire al loro sollievo, e in questo tanto si è segnalata, da riscuoter l’ammirazione e gli encomi degli stessi nemici. Nel cuore dei primi cristiani la carità fraterna era così potente che i più facoltosi si privavano spessissimo del proprio per soccorrere gli altri; tanto che non vi era tra loro nessun bisognoso (At 4,34). Ai diaconi, ordine istituito appositamente per questo, era affidato dagli apostoli l’ufficio di esercitare la quotidiana beneficenza e l’apostolo Paolo, benché gravato dalla cura di tutte le Chiese, non dubitava di intraprendere faticosi viaggi, per recare di sua mano ai cristiani poveri le elemosine da lui raccolte. Tertulliano chiama depositi della pietà le offerte che si facevano spontaneamente dai fedeli di ciascuna adunanza, perché destinate a soccorrere e dar sepoltura agli indigenti, sovvenire i poveri orfani d’ambo i sessi, i vecchi e i naufraghi (Apolog, 2.39). Da lì poco a poco si formò il patrimonio, che la Chiesa guardò sempre con religiosa cura come patrimonio della povera gente. La quale anzi, con nuovi e determinati soccorsi, venne perfino liberata dalla vergogna di chiedere. Giacché, madre comune dei poveri e dei ricchi, ispirando e suscitando dappertutto l’eroismo della carità, la Chiesa creò sodalizi religiosi ed altri benefici istituti, che non lasciarono quasi alcuna specie di miseria senza aiuto e conforto. Molti oggi, come già fecero i gentili, biasimano la Chiesa perfino di questa carità squisita, e si è creduto bene di sostituire a questa la beneficenza legale. Ma non è umana industria che possa supplire la carità cristiana, tutta consacrata al bene altrui. Ed essa non può essere se non virtù della Chiesa, perché è virtù che sgorga solamente dal cuore santissimo di Gesù Cristo: e si allontana da Gesù Cristo chi si allontana dalla Chiesa.

B) L’opera dello Stato

25. A risolvere peraltro la questione operaia, non vi è dubbio che si richiedano altresì i mezzi umani. Tutti quelli che vi sono interessati debbono concorrervi ciascuno per la sua parte: e ciò ad esempio di quell’ordine provvidenziale che governa il mondo; poiché d’ordinario si vede che ogni buon effetto è prodotto dall’armoniosa cooperazione di tutte le cause da cui esso dipende. Vediamo dunque quale debba essere il concorso dello Stato. Noi parliamo dello Stato non come è sostituito o come funziona in questa o in quella nazione, ma dello Stato nel suo vero concetto, quale si desume dai principi della retta ragione, in perfetta armonia con le dottrine cattoliche, come noi medesimi esponemmo nella enciclica sulla Costituzione cristiana degli Stati (enc. Immortale Dei).

XXIV ED ULTIMA DOMENICA DOPO PENTECOSTE (2020)

XXIV ED ULTIMA DOMENICA DOPO PENTECOSTE. (2020)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio. – Paramenti verdi.

Quest’ultima settimana chiude l’anno ecclesiastico, e con essa si chiude la storia del mondo, iniziatasi coll’Avvento. Perciò in questa domenica la Chiesa fa leggere nel Breviario il libro del Profeta Michea (contemporaneo di Osea e di Isaia) con il commento di S. Basilio, che tratta del giudizio universale, e nel Messale il Vangelo dell’Avvento del Giudice divino. « Ecco, dice Michea, che il Signore uscirà dalla sua dimora; e camminerà su le alture della terra; le montagne si scioglieranno sotto i suoi passi e le valli fonderanno come la cera dinanzi al fuoco, e spariranno come l’acqua su un pendìo. E tutto questo per causa dei peccati d’Israele ». Dopo questa minaccia il Profeta continua con promesse di salvezza « Ti radunerò totalmente, Giacobbe, riunirò quello che resta d’Israele; lo radunerò come un gregge nell’ovile». Gli Assiri hanno distrutto Samaria, i Caldei hanno devastato Gerusalemme, il Messia riparerà tutte queste rovine. Michea annunzia che Gesù Cristo nascerà a Gerusalemme e che il suo regno, che è quello della Gerusalemme celeste, non avrà fine. I profeti Nahum, Habacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria e Malachia, i libri dei quali si leggono nell’ufficiatura della settimana, confermano quanto ha detto Michea. Gesù nel Vangelo comincia con l’evocare la profezia di Daniele, che annunzia la rovina totale e definitiva del tempio di Gerusalemme e della nazione ebrea per opera dell’esercito romano. Questa abominazione della desolazione è il castigo in cui il popolo di Israele ha incorso per la sua infedeltà, che è giunta al colmo, quando ha rigettato Cristo. Questa profezia si realizzò infatti qualche anno dopo la morte del Salvatore, allorché la tribolazione arrivò a tal punto, che se avesse durato ancora più a lungo nessun Ebreo sarebbe sfuggito alla morte. Ma per salvare coloro che si convertirono in seguito ad una si rude lezione, Dio abbreviò l’assedio di Gerusalemme. Così farà alla fine del mondo, di cui è figura la distruzione di questa città. Al momento del secondo avvento di Cristo vi saranno senza dubbio tribolazioni ancor più terribili. «Molti impostori, fra i quali l’Anticristo, faranno prodigi ancora più satanici per farsi credere il Cristo; allora, l’abominazione della desolazione regnerà in altro modo nel tempio, poiché, spiega S. Girolamo « sorgerà, secondo quanto dice S. Paolo, l’uomo dell’iniquità e dell’opposizione contro tutto quello che è chiamato Dio ed è adorato e spingerà l’audacia fino a sedersi nel tempio stesso di Dio ed a farsi passare egli stesso per Dio » « Verrà accompagnato dalla potenza di satana per far perire e gettare nell’abbandono di Dio quelli che l’avranno accolto » (3° Notturno). Ma qui ancora, continua S. Girolamo, Dio abbrevierà questo tempo, affinché gli eletti non siano indotti in errore (id.). Del resto non vi lasciate ingannare, dice il Salvatore, poiché il Figlio dell’uomo non apparirà, come la prima volta, nel velo del mistero e in un angolo remoto dei mondo, ma in tutto il suo splendore e dappertutto contemporaneamente e con la rapidità della folgore. Allora tutti gli eletti andranno incontro a lui, come gli avvoltoi verso la preda. Compariranno, allora, nel cielo, il segno sfolgorante della croce e il Figlio dell’Uomo che verrà con grande potenza, e con grande maestà (Vangelo). – « Quando vi prende la tentazione di commettere qualche peccato, dice S. Basilio, vorrei che pensaste a questo terribile tribunale di Cristo, dove Egli siederà come giudice sopra un altissimo trono davanti a questo comparirà ogni creatura tremante alla sua gloriosa presenza; là renderemo uno per uno, conto delle azioni di tutta la nostra vita. Subito dopo, coloro che avranno commesso molto male durante la loro vita, si vedranno circondati da terribili e orribili demoni, che li precipiteranno in un profondo abisso. Temete queste cose, e, penetrati da questo timore, usatene come un freno per impedire all’anima vostra di esser trascinata dalla concupiscenza a commettere il peccato» (3″ Notturno). La Chiesa ci esorta perciò nell’Epistola, per bocca dell’Apostolo, a condurci in modo degno del Signore e a portar frutto in ogni sorta di buone opere, affinché, fortificati dalla sua gloriosa potenza, sopportiamo tutto con pazienza e con gioia, ringraziando Dio Padre che ci ha fatti capaci di aver parte all’eredità dei Santi, ora in ispirito, e all’ultimo giorno in corpo e in anima, per il Sangue redentore del suo Figlio diletto. Dio, che ci ha detto per bocca di Geremia di nutrire pensieri di pace e non di collera (Introito), e che ha premesso di esaudire le preghiere fatte con fede (Com.), ci esaudirà e ci affrancherà dalle concupiscenze terrene (Secr.) facendo cessare la nostra cattività (Intr. e Vers.) e aprendoci per sempre il cielo ove il trionfo del Messia troverà la sua gloriosa consumazione. – Vincitore assoluto sui suoi nemici, che risusciteranno per il loro castigo, e Re senza contestazione di tutti gli eletti, che hanno creduto nel suo avvento e che risusciteranno per essere gloriosi nel corpo e nell’anima per tutta l’eternità. Gesù Cristo rimetterà al Padre questo regno, che ha conquistato a prezzo del sul Sangue, come omaggio perfetto del capo e dei suoi membri. E sarà allora la vera Pasqua, il pieno passaggio nella vera terra promessa e la presa di possesso, per sempre, da parte di Gesù ed il suo popolo dei regno della Gerusalemme celeste, dove, nel Tempio, che non è stato fatto da mano di uomo, regna sovrano Dio in cui metteremo tutta la nostra gloria ed il cui Nome celebreremo eternamente (Grad.). E per mezzo del nostro Sommo Sacerdote Gesù noi renderemo un eterno omaggio alla SS. Trinità dicendo: « Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo, come era in principio ed ora e sempre e nei secoli, così sia. »

Rendiamo infinite grazie a Dio Padre per averci riscattato per mezzo di Gesù Cristo dalla schiavitù del demonio e delle sue opere tenebrose ed averci resi degni di partecipare con Lui alla gloria del suo regno celeste, che è l’eredità dei Santi nella luce.

Gesù è venuto nell’umiliazione, e tornerà nella gloria. Il suo primo avvento ebbe per scopo di prepararci al secondo. Coloro che l’avranno accolto nel tempo, saranno da lui accolti quando entreranno nell’eternità; quei che l’avranno misconosciuto saranno rigettati. Perciò i Profeti non hanno separato i due avventi del Messia, poiché sono i due atti di un medesimo dramma divino. Così pure Nostro Signore non separa la rovina di Gerusalemme dalla fine del mondo, poiché il castigo che colpi gli Ebrei deicidi è la figura del castigo eterno, che toccherà a tutti quelli che avranno rigettato il Salvatore. Questo primo avvento ha già avuto luogo, il secondo si effettuerà: prepariamoci; la lettura del Vangelo di oggi, tende appunto a questo.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ier XXIX: 11; 12; 14
Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis.

[Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete e io vi esaudirò: vi ricondurrò da tutti i luoghi in cui siete stati condotti.]


Ps LXXXIV: 2
Benedixísti, Dómine, terram tuam: avertísti captivitátem Iacob.

[Hai benedetta la tua terra, o Signore: hai distrutta la schiavitú di Giacobbe.]

Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis.

[Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete e io vi esaudirò: vi ricondurrò da tutti i luoghi in cui siete stati condotti.]

Oratio

Orémus.
Excita, quǽsumus, Dómine, tuórum fidélium voluntátes: ut, divíni óperis fructum propénsius exsequéntes; pietátis tuæ remédia maióra percípiant.

[Eccita, o Signore, Te ne preghiamo, la volontà dei tuoi fedeli: affinché dedicandosi con maggiore ardore a far fruttare l’opera divina, partécipino maggiormente dei rimedi della tua misericordia.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Colossénses.
Col 1: 9-14
“Fratres: Non cessámus pro vobis orántes et postulántes, ut impleámini agnitióne voluntátis Dei, in omni sapiéntia et intelléctu spiritáli: ut ambulétis digne Deo per ómnia placéntes: in omni ópere bono fructificántes, et crescéntes in scientia Dei: in omni virtúte confortáti secúndum poténtiam claritátis eius in omni patiéntia, et longanimitáte cum gáudio, grátias agentes Deo Patri, qui dignos nos fecit in partem sortis sanctórum in lúmine: qui erípuit nos de potestáte tenebrárum, et tránstulit in regnum Fílii dilectiónis suæ, in quo habémus redemptiónem per sánguinem eius, remissiónem peccatórum”.

(“Fratelli: Non cessiamo di pregare per voi, e di chiedere che abbiate la piena cognizione della volontà di Dio, con ogni sapienza e intelligenza spirituale, affinché camminiate in maniera degna di Dio; sì da piacergli in tutto; producendo frutti in ogni sorta di opere buone, e progredendo nella cognizione di Dio; corroborati dalla gloriosa potenza di lui in ogni specie di fortezza ad essere in tutto pazienti e longanimi con letizia, ringraziando Dio Padre che i ha fatti degni di partecipare alla sorte dei santi nella luce, sottraendoci al potere delle tenebre; e trasportandoci nel regno del suo diletto Figliuolo, nel quale, mediante il suo sangue, abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati”).

Omelia I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1920]

L’ISTRUZIONE RELIGIOSA

L’Epistola è tratta dal principio della lettera ai Colossesi. Dopo il saluto, le congratulazioni, il ringraziamento a Dio per la fede e la pietà che regna tra i Colossesi, assicura — come vediamo dal brano riportato — che prega il Signore che dia loro una conoscenza perfetta della volontà di Dio, così che possano piacergli, mediante i frutti delle buone opere; e che queste opere progrediscano sempre più, per mezzo di una cognizione sempre maggiore delle cose celesti. Prega pure che dia loro la forza di sopportare con letizia le prove immancabili a chi vive cristianamente; e che siano fedeli nel ringraziare Dio Padre, il quale li ha resi degni di partecipare al consorzio dei santi, cioè dei fedeli; li ha strappati alla schiavitù del demonio e delle sue opere tenebrose per metterli sotto il regno del suo Figlio, nostro Redentore. Quest’epistola ci apre la via a parlare dell’istruzione religiosa.

1. Al Cristiano è indispensabile l’istruzione religiosa,

2. Che gli servirà di guida nella vita,

3. E lo renderà costante contro i falsi insegnamenti e le storte teorie.

1.

Fratelli: Non cessiamo di pregare per voi, e di chiedere che abbiate la piena cognizione della volontà di Dio, con ogni sapienza e intelligenza spirituale. L’Apostolo, dicendo ai Colossesi che egli domanda che, per mezzo di quella scienza e sapienza che non viene dagli uomini, ma dallo Spirito Santo, imparino sempre più ciò che Dio vuole da loro; viene bellamente a inculcare il dovere che essi hanno di avanzare sempre più nella cognizione delle verità essenziali del Cristianesimo. È una raccomandazione che S. Paolo fa parecchie volte, e che è di grande importanza per i Cristiani di tutti i tempi, perché pare che in tutti i tempi si dia molto più importanza all’istruzione profana che all’istruzione religiosa. Non parliamo, poi, dei tempi nostri. Noi sentiamo dei fanciulli, con il sussiego di chi la sa lunga in materia, narrare le avventure delle pagine illustrate delle riviste settimanali. Se li interrogate, non sanno ripetere un sol fatto della Storia Sacra. I giovinetti danno l’assalto alle edicole, ai giornalai che escono dalle stazioni per aver notizia delle vicende dei giocatori. Vi sanno dire chi è riuscito primo nel pugilato, nella gara podistica; chi primo nella corsa delle biciclette, delle automobili, ecc. Vi dicono il nome, la paternità, la patria del campione nazionale, del campione europeo, del campione del mondo; ma non vi sanno fare il nome di un campione del Cristianesimo.Gli adulti la sanno forse più lunga in fatto di religione? Se provaste a interrogarli resterete meravigliati della loro ignoranza. Non dissimili dagli uomini sono spesso le donne; e non dissimile dall’operaio e dal contadino è il ricco, la persona colta. Sarebbe già molto, per una buona parte, se arrivassero a far bene il segno della croce. E questa ignoranza è assolutamente inammissibile in un Cristiano. «E’ un errore non conoscere Dio come si conviene» (S. Giov. Crisost. In Ep. ad Col. Hom, 1). L’uomo è figlio di Dio: deve, per conseguenza, conoscere questo Dio, che lo ha creato, che lo governa, che è il suo ultimo fine; conoscere la sua natura, i suoi attributi, per quanto è possibile a persona pellegrina su questa terra: sapere qual è il premio per quelli che lo servono; qual è il castigo per coloro che si ribellano al suo volere. – Dio nella sua bontà infinita ha voluto risollevare l’uomo dalla sua miseria per mezzo della redenzione. È interesse dell’uomo redento, del Cristiano, è suo obbligo istruirsi in questo mistero: conoscere la Persona di Gesù Cristo, quanto ha fatto per noi, il merito della sua opera, la dottrina che Egli ha insegnato, e che le turbe del suo tempo ascoltavano con tanta brama da dimenticare casa, occupazioni e perfino il nutrimento. È interesse e obbligo del Cristiano conoscere chi è la depositaria della sua dottrina, la Chiesa; conoscere gli aiuti che ci ha dato, i Sacramenti. Si tratta d’una istruzione che interessa il Cristiano direttamente, in modo particolare. Si tratta, poi, d’un interesse che non si limita ai quattro giorni che passiamo sulla terra, ma che varca i confini della vita e dura per tutta l’eternità.

2.

S. Paolo desidera che i Colossesi abbiano una piena conoscenza della volontà del Signore affinché si diportino  in maniera degna di Dio, sì da piacergli in tutto. Cioè, conducano una vita in tutto degna di un vero Cristiano. Una vita simile non può prender norma che dalla dottrina della Chiesa. – Nella dottrina della Chiesa si trovano i rimedi adatti a tutte le infermità dell’umana natura, e la difesa contro i pericoli e le illusioni che l’accompagnano. In questa dottrina si trovano gli insegnamenti opportuni per qualunque circostanza della vita. Essa contiene insegnamenti per la vita individuale e per la vita sociale: indica i diritti nella loro giusta misura, e inculca i corrispondenti doveri. – Tolti gli insegnamenti della Religione, ben poca efficacia hanno gli altri mezzi sulla condotta dell’uomo e sull’andamento morale della società. Il ven. Antonio Chevrier era stato arrestato da due guardie urbane di Lione, che l’avevano trovato a questuare alla porta di una chiesa. Condotto dal Commissario, risponde ai rimproveri facendo osservare che egli fa la questua pel mantenimento e l’educazione di una sessantina di ragazzi vagabondi, parecchi dei quali erano certamente passati nell’ufficio del commissario, prima di andare da lui. Quando il commissario sa con chi tratta, non può trattenere la commozione, e due lacrime spuntano sopra i suoi occhi. Poi riprende: «Ah! Padre, continui la sua opera di rigenerazione ben più utile di tutte le nostre case di reclusione; continui a chieder l’elemosina per i suoi ragazzi, non avrà più noie; io stesso voglio partecipare alla sua opera» (Villefranche. Vita del Ven. Servo di Dio Padre Antonio Chevrier. Versione di Alfonso Codaghengo. Roma – Torino. 1924). Possiam poi osservare che la sanzione delle leggi umane, già poco efficace per sé, è relativamente rara. Le leggi umane sono di quelle reti da cui si può sfuggire con tutta facilità. Si possono trasgredire in modo da far quanto la legge proibisce, senza incorrere nella sanzione. Fatta la legge, trovato l’inganno. Se la legge non è scritta nel cuore, fa ben poco. Le cattive inclinazioni hanno origine dal cuore: nel cuore deve stare il loro correttivo. «Serbo nel cuore i tuoi detti per non peccare contro di te», dice il Salmista; ma è impossibile che la legge sia scolpita nel cuore, se non la si considera come ricevuta da Dio. – Ci sono inoltre tante azioni, che la legge umana non considera perché interne, come l’odio, i desideri malvagi, ecc.; ma che non cessano per questo di essere condannabili, e che sono, difatti, severamente condannate dalla dottrina della Chiesa. – Non si può negar l’efficacia dell’insegnamento della Chiesa dal fatto che alcuni anche fortemente istruiti nella Religione, conducano una vita riprovevole. La dottrina religiosa da essi imparata è la loro più severa condanna: Essa li richiama, continuamente alla riforma della propria condotta, che, con l’aiuto della grazia di Dio, può sempre compiersi. A ogni modo è sempre un freno potentissimo con la minaccia dei castighi eterni, riservati a coloro che si ostinano nel male… E coloro che se ne scandalizzano, al punto di voler negare l’efficacia dell’istruzione religiosa, sono forse migliori? – Del resto, si dia uno sguardo alla storia. Si vedrà che la dottrina della Chiesa, alla corrotta vita pagana, ha sostituito una vita di grande dignità e di santità. Si vedrà che quando le popolazioni si avvicinano ai principi del Vangelo sono civili; quando se ne allontanano diventano barbare.

3.

L’Apostolo augura ai Colossesi che vadano progredendo nella cognizione di Dio, cioè nello studio delle verità cristiane. Come grande è, dunque, l’errore di coloro che, studiati i primi elementi della dottrina cristiana da fanciulli al catechismo parrocchiale o alla scuola, non se ne curano più nel restante della vita. Il condurre una vita veramente cristiana non è cosa da animi deboli. Si richiede grande costanza contro ogni genere di contrarietà. Cresciuto il fanciullo negli anni, da chi imparerà il modo di resistere alle passioni? Che cosa lo terrà saldo contro la corrente dei cattivi costumi e delle massime perverse? L’ideale! si dirà. Ma quale? Noi vediamo che sono tanti ideali quante sono le scuole, quanti sono i partiti, quanti sono i gusti. E ciascuno si sceglie l’ideale che accontenta maggiormente le passioni, che cominciano a dominarlo.Sta bene che al catechismo dei fanciulli abbiamo imparato i primi elementi della dottrina; abbiamo imparato per qual fine Dio ci ha creati ecc.; ma, cresciuti in età, dobbiamo approfondire le nostre cognizioni man mano che ci troviamo davanti circostanze che richiedono da noi la manifestazione di principi solidi. Col crescere degli anni si allarga anche il campo dei nostri doveri; dobbiamo quindi cercare di averne una più larga e profonda cognizione. «Che giova — dice S. Bernardo — saper dove sia da andare, se non sai la via per la quale hai da andare?» (S. Bernardo in fest. Asc. Serm. 4, 9).Quando si è uomini maturi, si dice, non c’è più bisogno di guida. Il buon senso e la ragione insegnano quel che c’è da fare. Peccato, che la storia ci dimostri il rovescio. Essa ci dimostra che, quanto alla verità, non c’è assurdo che non sia stato insegnato da qualche filosofo; e che intorno ai doveri degli uomini i sapienti del mondo non hanno mai potuto stabilire un sicuro codice di morale.In pratica, poi, la norma più comune è la pubblica opinione. Questa è né più né meno che una moda qualunque. La moda va e viene: peggio ancora, va da un estremo all’altro. Così, la pubblica opinione oggi condanna ciò che ieri era lecito; con la più grande facilità oggi pone uno sull’altare, domani lo getta nel fango. La, sua regola è il tornaconto del momento. Precisamente opposto è l’insegnamento della Chiesa, il cui linguaggio è « sì, sì; no, no », (Matth. V, 37) e non si adatta mai alle circostanze. La dottrina che essa insegna è la stessa che fu insegnata da Gesù Cristo, che fu bandita dagli Apostoli e dai loro successori e, attraverso a persecuzioni e lotte, arrivò fino a noi senza mutamenti. A questa dottrina deve attenersi chi, nel mar tempestoso della vita, vuol rimaner fermo come uno scoglio che non è smosso dalle opposte correnti. – «Alcune cose si apprendono per averne la cognizione solamente, altre, invece, per metterle anche in pratica », osserva S. Agostino (In Ps. CXVIII En. 17, 3). Perciò il Salmista si rivolge a Dio con quella preghiera: «Insegnami a fare la tua volontà» (Ps. CXLII). Sull’esempio del Salmista rivolgiamoci noi pure a Dio pregando, che ci aiuti a conoscere ciò che dobbiam credere, e ci aiuti a conoscere ciò dobbiamo fare, rendendocene soave l’adempimento.

 Graduale

Ps XLIII:8-9
Liberásti nos, Dómine, ex affligéntibus nos: et eos, qui nos odérunt, confudísti.

[Ci liberasti da coloro che ci affliggevano, o Signore, e confondesti quelli che ci odiavano.]


V. In Deo laudábimur tota die, et in nómine tuo confitébimur in sæcula.

[In Dio ci glorieremo tutto il giorno e celebreremo il suo nome in eterno.]

Alleluja

Allelúia, allelúia.
Ps CXXIX:1-2
De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi oratiónem meam. Allelúia.

[Dal profondo Ti invoco, o Signore: o Signore, esaudisci la mia preghiera. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia  sancti Evangélii secúndum S.  Matthǽum.

Matt XXIV: 15-35

“In illo témpore: Dixit Iesus discípulis suis: Cum vidéritis abominatiónem desolatiónis, quæ dicta est a Daniéle Prophéta, stantem in loco sancto: qui legit, intélligat: tunc qui in Iudǽa sunt, fúgiant ad montes: et qui in tecto, non descéndat tóllere áliquid de domo sua: et qui in agro, non revertátur tóllere túnicam suam. Væ autem prægnántibus et nutriéntibus in illis diébus. Oráte autem, ut non fiat fuga vestra in híeme vel sábbato. Erit enim tunc tribulátio magna, qualis non fuit ab inítio mundi usque modo, neque fiet. Et nisi breviáti fuíssent dies illi, non fíeret salva omnis caro: sed propter eléctos breviabúntur dies illi. Tunc si quis vobis díxerit: Ecce, hic est Christus, aut illic: nolíte crédere. Surgent enim pseudochrísti et pseudoprophétæ, et dabunt signa magna et prodígia, ita ut in errórem inducántur – si fíeri potest – étiam elécti. Ecce, prædíxi vobis. Si ergo díxerint vobis: Ecce, in desérto est, nolíte exíre: ecce, in penetrálibus, nolíte crédere. Sicut enim fulgur exit ab Oriénte et paret usque in Occidéntem: ita erit et advéntus Fílii hóminis. Ubicúmque fúerit corpus, illic congregabúntur et áquilæ. Statim autem post tribulatiónem diérum illórum sol obscurábitur, et luna non dabit lumen suum, et stellæ cadent de cælo, et virtútes cœlórum commovebúntur: et tunc parébit signum Fílii hóminis in cœlo: et tunc plangent omnes tribus terræ: et vidébunt Fílium hóminis veniéntem in núbibus cæli cum virtúte multa et maiestáte. Et mittet Angelos suos cum tuba et voce magna: et congregábunt eléctos eius a quátuor ventis, a summis cœlórum usque ad términos eórum. Ab árbore autem fici díscite parábolam: Cum iam ramus eius tener fúerit et fólia nata, scitis, quia prope est æstas: ita et vos cum vidéritis hæc ómnia, scitóte, quia prope est in iánuis. Amen, dico vobis, quia non præteríbit generátio hæc, donec ómnia hæc fiant. Cœlum et terra transíbunt, verba autem mea non præteríbunt.”

(“In quel tempo disse Gesù a’ suoi discepoli: Quando adunque vedrete l’abbominazione della desolazione, predetta dal profeta Daniele, posta nel luogo santo (chi legge comprenda): allora coloro che si troveranno nella Giudea fuggano ai monti; e chi si troverà sopra il solaio, non scenda per prendere qualche cosa di casa sua; e chi sarà al campo, non ritorni a pigliar la sua veste. Ma guai alle donne gravide, o che avranno bambini al petto in que’ giorni. Pregate perciò, che non abbiate a fuggire di verno, o in giorno di sabato. Imperocché grande sarà allora la tribolazione, quale non fu dal principio del mondo sino a quest’oggi, ne mai sarà. E se non fossero accorciati quei giorni non sarebbe uomo restato salvo; ma saranno accorciati quei giorni in grazia degli eletti. Allora se alcuno vi dirà: Ecco qui, o ecco là il Cristo; non date retta. Imperocché usciranno fuori dei falsi cristi e dei falsi profeti, e faranno miracoli grandi, e prodigi, da fare che siano ingannati (se è possibile) gli stessi eletti. Ecco che io ve l’ho predetto. Se adunque vi diranno: Ecco che egli è nel deserto; non vogliate muovervi: eccolo in fondo della casa; non date retta. Imperocché siccome il lampo si parte dall’oriente, e si fa vedere fino all’occidente; così la venuta del Figliuolo dell’uomo. Dovunque sarà il corpo, quivi si raduneranno le aquile. Immediatamente poi dopo la tribolazione di quei giorni si oscurerà il sole, e la luna non darà più la sua luce, e cadranno dal cielo le stelle, e le potestà dei cieli saranno sommosse. Allora il segno del Figliuolo dell’uomo comparirà nel cielo; e allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra, e vedranno il figliuol dell’uomo scendere sulle nubi del cielo con potestà e maestà grande. E manderà i suoi Angeli, i quali con tromba e voce sonora raduneranno i suoi eletti dai quattro venti, da un’estremità  de’ cieli all’altra. Dalla pianta del fico imparate questa similitudine. Quando il ramo di essa intenerisce, e spuntano le foglie, voi sapete che l’estate è vicina: così ancora quando voi vedrete tutte questo cose, sappiate che egli è vicino alla porta. In verità vi dico, non passerà questa generazione, che adempite non siano tutte queste cose. Il cielo e la terra passeranno; ma le mie parole non passeranno”).

Omelia II

[Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

Sopra lo scandalo.

Quum videritis abominationem desolationis… in loco sancto … qui in Judæa sunt fugiant ad montes. Matth. XXIV.

Quando mai, fratelli miei, si è veduta e si vedrà quella abbominazione della desolazione nel luogo santo che Gesù predice nell’odierno Vangelo? Si è veduta nella rovina di Gerusalemme, che i soldati romani, alcuni anni dopo la morte di Gesù Cristo, abbatterono sin dalle fondamenta, allorché il tempio del Signore fu profanato da tutti i disordini immaginabili che gli stranieri e i Giudei medesimi vi commisero. Si vedrà quest’abbominazione nel luogo santo al fine del mondo, quando il Vangelo di Gesù Cristo sarà combattuto, i suoi tempi saranno atterrati, il suo culto abolito. Allora, dice il Salvatore, compariranno dei falsi profeti, che sedurranno molti, e che faranno cose sì straordinarie che gli eletti medesimi avranno molta pena a preservarsi dai loro prestigi. Allora comparirà l’anticristo, che impiegherà tutti i mezzi possibili per distruggere l’impero di Gesù Cristo, ingannando gli uomini con gli errori che spargerà, e pervertendoli o con lo splendore dei beni, o con le lusinghe dei piaceri che loro presenterà. – Ma senza risalire ai secoli passati e senza penetrare nel tempo avvenire, per vedere l’abbominazione della desolazione nel luogo santo, noi non abbiamo, fratelli miei, che a considerare ciò che accade ai giorni nostri sotto i nostri occhi, nel seno stesso del Cristianesimo. Non si vedono forse già seduttori che ingannano gli uni con massime che loro insegnano, pervertiscono gli altri coi cattivi esempi che loro danno; massime sì perniciose, esempi sì contagiosi nella virtù. È dunque lo scandalo che mette l’abbominazione della desolazione nel luogo santo, nella Chiesa di Gesù Cristo, e che dovrebbe pure indurre le anime sante a fuggire sulle montagne e nei deserti per evitarne la contagione: Qui in Judæa sunt fugiant ad montes. Non è per altro possibile a tutti i giusti di lasciare il mondo, deve esservene per servire d’esempio agli altri e molti sono dal loro stato obbligati a dimorarvi. Che far dunque per rimediare allo scandalo sì frequente nel mondo? Bisogna, se si può, correggere gli scandalosi, facendo loro comprendere tutta l’enormità del loro delitto. Il che imprendo a fare in quest’oggi, col mostrar loro, quanto lo scandalo sia ingiurioso a Dio, primo punto; quanto sia pernicioso all’uomo, secondo punto.

1. Punto. Lo scandalo, dicono i teologi, è una parola o un’azione che porta gli altri al peccato: Dìctum vel factum occasionem præbens ruinæ. Su di che, dopo essi, io osservo due cose:

1. che non è necessario, affinché una parola o un’azione sia scandalosa, che sia di sua natura malvagia o peccaminosa; ma basta che abbia qualche apparenza: Quia habet speciem mali.

2. Che, per essere colpevole di peccato, non è già necessario avere l’intenzione diretta d’indurre qualcheduno al male, ma basta prevedere che quel che si dice o che si fa sarà per lui un motivo di peccato. Vi sono ancora scandali di omissione, di cui si rendono colpevoli coloro, che, mancando di adempiere certi doveri, sono un’occasione di caduta pei loro fratelli che dovrebbero animare con la loro esattezza. Or volete voi sapere l’ingiuria che il peccato di scandalo fa a Dio? Giudicatene da questi tratti. Lo scandalo rapisce al Creatore la gloria che gli è dovuta dalle sue creature, distrugge i disegni di Gesù Cristo sopra la salute degli uomini, rende l’uomo simile al demonio. – Non è esso dunque un peccato mostruoso o piuttosto un peccato diabolico? Iddio ha fatte le creature ragionevoli per esserne glorificato con l’omaggio e l’ubbidienza che esse debbono alla sua grandezza, alle sue leggi. Ma che fa il peccato scandaloso? Egli allontana gli uomini dalla strada che conduce a Dio, li porta all’indipendenza o con le istruzioni d’iniquità o coi malvagi esempi che loro dà. Egli è un suddito ribelle che non si contenta di lasciare il servigio del suo principe, di prendere l’armi contro di lui, ma induce altri ancora nella sua ribellione e si fa un partito, come il perfido Assalonne, per privare del trono il suo padre ed il suo re. Ah! se è viltà il non dichiararsi per Dio quando gl’interessi della sua gloria lo richiedono, il non opporsi agli oltraggi che gli si fanno, il mostrarsi indifferente alla vista dei disordini che regnano nel mondo e non impedire il male quando si può, che sarà poi l’autorizzarla con la sua condotta, stabilire il regno dell’empietà sulle rovine della Religione, strascinare gli altri nel vizio e nel libertinaggio, e suscitare a Dio altrettanti nemici che l’oltraggino, quanti sono i sedotti con massime perniciose e perverse, con malvagi esempi? Or ecco ciò che voi fate, peccatori scandalosi, voi che allontanate gli altri dal servigio di Dio, o con gli empi discorsi che tenete sulla Religione, o coi motteggi con che la deridete per disgustare coloro che ne seguono il partito; voi che togliete a Dio la gloria che gli avrebbero procurato i digiuni e le limosine dei vostri fratelli; voi che li allontanate dai divini uffici, dai Sacramenti, dalle istruzioni per indurli alle partite di piacere e di dissolutezza; voi tutti, in una parola, che vi opponete al bene che gli altri possono fare; voi rapite a Dio la gloria che gliene ridonderebbe; perché voi siete iniqui e vorreste calmare i rimorsi di vostra coscienza, cercate di rendere gli altri così iniqui come voi. Ed è per questo che, non contenti di allontanarli dal bene, voi li spingete ancora al male con malvagi esempi. Voi insegnate a questo il modo che tener deve per vendicarsi di un nemico, rimproverandogli la sua indifferenza nell’ingiuria; vi apprendete a quello il segreto di riuscire nei perniciosi disegni di fare un’ingiustizia: voi profferite avanti a persone innocenti parole contro la modestia, canzoni lascive, che fanno sul loro spirito le più mortali impressioni e loro apprendono il male che ignoravano. Uomini dissoluti, voi sollecitate quella persona ad appagare la vostra passione, o con promesse, o con false persuasioni: voi, donne mondane, con i vostri abiti, con la vostra immodestia portate nel cuore degli altri la contagione, di cui siete infette; voi che comparite nel luogo santo con un’affettazione, con modi che la decenza dappertutto proscrive, che disturbate la divozione altrui con ragionamenti fuori di luogo: voi, padri e madri, padroni e padrone, che dovete il buon esempio alle vostre famiglie, voi date pubblicamente lezioni d’iniquità con le bestemmie, con le imprecazioni , che profferite alla presenza dei vostri figliuoli, dei vostri servi, col racconto che loro fate dei disordini di vostra gioventù, con le dissolutezze cui vi abbandonate ancora e con la vita licenziosa che menate; voi che fate dei servi o le vittime delle vostre passioni o i ministri dei vostri intrighi peccaminosi; voi tutti finalmente che con le vostre parole o con le vostre azioni inducete gli altri al peccato, date loro occasione di offendere Dio, o favoreggiando la loro passione, trovando loro oggetti che li contentano o dando ricovero in casa vostra al libertinaggio; voi alzate così pubblicamente lo stendardo della ribellione contro il vostro Dio, somministrando agli altri l’arme per fargii guerra. Uomini perversi che intorbidate il bell’ordine dell’universo e rapite a Dio la gloria che ha diritto di aspettare dalle sue creature ragionevoli, mentre gli esseri inanimati lo glorificano nel loro modo, voi lo fate disonorare, oltraggiare da coloro che sono capaci di conoscerlo e di amarlo. La vostra condotta è non solamente opposta ai disegni del Creatore, ma ancora a quelli del Redentore poiché voi rendete inutile ciò che Gesù Cristo ha fatto per la salute degli uomini. Voi lo sapete, fratelli miei, quale è stato il motivo della venuta del Figliuolo di Dio in questo mondo. Egli è disceso in terra per salvare gli uomini: Propter nostram salutem descendit de cœlis. Questo gran disegno l’ha occupato sin dall’eternità; per effettuarlo nel tempo, si è rivestito d’una carne mortale, si è addossate le nostre debolezze, è nato in una stalla, ha sofferto la fame, la sete, il rigore delle stagioni, gli affronti, i dispregi, una passione dolorosa, una morte crudele. Egli è risuscitato, per nostra giustificazione, dice l’Apostolo; prima di abbandonare la terra per andare al cielo a prendere possesso della sua gloria, Egli sostituì in sua vece gli Apostoli, che incaricò della cura d’istruire le nazioni, e di applicare loro il frutto dei suoi patimenti e della sua morte; a questo fine mandò loro il suo Santo Spirito, che diede ai medesimi tutti i lumi e tutta la forza di cui avevan bisogno per riuscire in quella grande opera: in una parola, la salute degli uomini è stato il fine di tutti i misteri di un Dio fatto uomo, l’oggetto del suo Vangelo, il prezzo del suo sangue. Ma che fa il peccatore scandaloso? Egli rende inutile alle anime che pervertisce il sangue che Gesù Cristo ha sparso per esse, egli annienta i meriti dei suoi patimenti e della sua morte, rapisce al Salvatore le conquiste che gli hanno costato ciò che aveva di più caro: qual attentato! Invano dunque, o pietoso pastore, voi vi siete presa tanta pena per cercare la pecorella smarrita, invano vi affaticaste per correrle dietro, invano avete sudato sangue ed acqua per ricondurla all’ovile, sofferto la morte della croce per darle la vita; i vostri travagli, le vostre lagrime, i vostri patimenti, la vostra morte, tutto diventa inutile; voi l’avete liberata dal furore del lupo, e lo scandaloso viene a togliervela per precipitarla nell’abisso. Qual barbarie! Qual crudeltà! Tale è la vostra, peccatori scandalosi, che fate perire le anime per cui Gesù Cristo è morto: Peribit frater infirmus propter quem Christus mortuus est (1 Cor. VIII). Qual oltraggio non fate voi a questo divin Salvatore, che ha amato le anime sino al punto di sacrificarsi per esse? Oltraggio più atroce, dice s. Bernardo, che il delitto medesimo di cui i Giudei si rendettero colpevoli spargendo il sangue di Gesù Cristo; poiché questo sangue sparso ha servito alla redenzione degli uomini, laddove, oltre il deicidio che voi commettete nella persona di Gesù Cristo, rinnovando la sua morte, voi rendete inutile questa morte, mettete un ostacolo all’adempimento dei suoi disegni, rovesciate l’edificio che Egli ha costrutto con grandi spese, distruggete una Religione che i suoi Apostoli hanno predicata con tanto zelo, che i martiri hanno confermata col loro sangue, che tanti santi dottori hanno illustrata coi loro lumi, e che tanti ministri del Vangelo s’adoprano a sostenere con le loro cure e coi loro buoni esempi; cioè a dire voi rinnovate la guerra, e le persecuzioni che i nemici di questa santa Religione le hanno altre volte suscitate nella persona dei tiranni e degli eretici! Di più questa è una guerra, una persecuzione, che cagiona effetti più funesti che quelle dei suoi primi nemici. Infatti, fratelli miei, la persecuzione che i tiranni mossero altre volte alla Religione, serviva ad accrescer il numero dei fedeli: il sangue dei Cristiani era, come dice Tertulliano, una semente che ne produceva un centuplo. Ma lo scandaloso fa alla Religione una guerra di tanto maggior pericolo, quanto che è meno sanguinosa. Non è già la crudeltà dei carnefici, il rigore dei supplizi, l’orribile apparecchio della morte che egli impiega per far soccombere i fedeli; egli si serve dell’allettamento del piacere, dello splendore delle ricchezze, delle ingannatrici lusinghe degli oggetti che loro presenta per strascinarli ai disordini e far loro abbandonare la santa legge del Signore. Ecco, fratelli miei, ciò che cagiona alla Chiesa in un tempo di pace più grandi amarezze di quelle che essa ha provate nel tempo di guerra; Ecce in pace amaritudo mea amarissima. Ah! piacesse a Dio, diceva s. Ilario, parlando degli eretici, e noi potremmo dirlo parlando degli scandalosi, piacesse a Dio che noi avessimo a fare coi tiranni che mettessero la nostra fede alla prova dei tormenti; il Signore ci farebbe la grazia di sostenere questa fede contro gli sforzi di quei nemici stranieri: ma qui noi abbiamo a fare con nemici domestici che vivono con noi, che sono della medesima Religione e talvolta della stessa casa che noi: il che ci porta colpi tanto più funesti, quanto che sono nascosti sotto le apparenze dell’amicizia che ci dimostrano, delle promesse e delle carezze che ci fanno per indurci nella loro compagnia, per farci cadere nel peccato. Come tratteremo noi dunque, fratelli miei, questi nemici della gloria di Dio e della salute degli uomini? Noi li chiameremo col nome che dà loro il diletto discepolo S. Giovanni. Vi sono al presente, dice egli, molti anticristi: Et nunc antichristi multi facti sunt (1 Jo. 2). Cioè vi sono dei Cristiani indegni di un sì bel nome, i quali fanno di già anticipatamente l’ufficio dell’anticristo, che è di distruggere il regno di Gesù Cristo, di pervertire le anime, d’indurre gli spiriti in errore coi malvagi discorsi che spacciano, coi pestiferi libri che spargono; di corrompere i cuori colle attrattive del cattivo esempio che danno: Et nunc antichristi multi facti sunt. Gli scandalosi sono i precursori dell’anticristo: essi preparano sin d’adesso le sue vie, fanno sin dal presente quel che farà colui quando comparirà sulla terra, che sarà di muover guerra a Gesù Cristo, di opporsi ai suoi disegni, di rapirgli le anime da Lui redente col prezzo del suo sangue. Comprendete voi, peccatori scandalosi, l’enormità del vostro delitto? Non basta ancora il sin qui detto: voi fate l’opera del demonio, quel nemico comune della gloria di Dio e della salute degli uomini. – Ed in vero qual è l’occupazione del demonio sulla terra? Ohimè! noi lo sappiamo per una trista esperienza. Sino da principio del mondo, dice il Vangelo, egli non si è applicato che a far perire le anime create ad immagine di Dio: Homicidia erat ab initio (Jo. VIII). La gelosia che egli ha concepita contro gli uomini, da Dio destinati ad occupare i posti degli angeli prevaricatori; gli fa impiegare tutte le astuzie di cui è capace per far cader l’uomo nel peccato, e rapirgli con questo mezzo la suprema felicità per cui Iddio l’ha creato, e per disgrazia dell’uomo egli riesce pur troppo spesso nei suoi funesti progetti. Sovente ancora non può venir a capo dei suoi disegni, trova nell’uomo della resistenza ai suoi assalti. Che fa dunque questo spirito di tenebre per perdere le anime, per avere la preda di cui vuole impadronirsi? Ah! fratelli miei, egli si serve d’un peccatore scandaloso, di quegli uomini viziosi che non si contentano di perdere se stessi: ma vogliono ancora farsi dei compagni nelle loro disgrazie; ecco i fautori di satanasso, questi sono i ministri e gli strumenti di cui si serve per vincere gli uomini di già scossi dalle sue tentazioni. – Che fa il demonio che vuol perdere quel giovane regolato nella sua condotta, quella figliuola modesta e riserbata che conserva la sua innocenza? Egli suscita all’uno qualche compagno dissoluto che l’allontanerà dalle vie del Signore, che l’indurrà in partite di piacere, gli terrà discorsi licenziosi, e gl’insegnerà a far il male che non sospettava neppure possibile. Il demonio invierà all’altra un libertino, che non la porterà tosto a gravi misfatti, ma che comincerà a sedurla con lusinghevoli parole, prenderà con essa certe famigliarità contrarie alla modestia, ed in appresso la farà cadere in un abisso di disordini; oppure essa frequenterà qualche cattiva compagnia che la strascinerà in quelle adunanze di divertimenti funesti all’innocenza di tutte quelle che vi s’impegnano; e benché per lo innanzi sì riserbata, ella diverrà come le altre, perderà il gusto della divozione, correrà dietro alla vanità ed alla menzogna, cadrà nel peccato. Ecco, fratelli miei, come il demonio si serve degli scandalosi per pervertire le anime innocenti, per farle cadere nelle sue reti. – Che farà ancora questo spirito di malizia per disunire amici, per mettere la dissensione in una famiglia, per irritare dei congiunti gli uni contro gli altri? Egli si servirà di quegli uomini turbolenti e terribili nella società, come li chiama lo Spirito Santo, i quali con malvagi rapporti, con imposture e calunnie, semineranno la zizzania nel campo del padre di famiglia, divideranno gli animi uniti coi legami di una stretta amicizia. Mentre non è questa forse la sorgente ordinaria delle inimicizie, dei contrasti che regnare si vedono nelle famiglie, tra i vicini, i congiunti? Le lingue indiscrete che non possono contenersi, che servono d’organo all’infernale serpente, per far regnare la discordia tra gli uomini, ed attirarli nel soggiorno del disordine e dell’orrore eterno che vi abita. Così, fratelli miei, ciò che il demonio non può fare da sé stesso, lo fa pel mezzo e ministero degli uomini per perderli. Nel che gli scandalosi sono più a temere che il demonio medesimo, perché questo tentatore invisibile non può indurre gli uomini al peccato in una maniera sensibile; laddove l’uomo portato naturalmente ad imitare il suo simile, di cui diffida meno che del demonio, è più presto vinto che dal demonio medesimo; dunque è vero che lo scandalo è un gran peccato, poiché rapisce la gloria a Dio. – Vediamo ora quanto egli è pernicioso all’uomo.

II. Punto. Non è già del peccato di scandalo come degli altri peccati, i quali non nuocciono che a coloro che li commettono. Quelli rinchiudono in sé la loro malizia e la loro corruzione, ma lo scandalo la sparge al di fuori: egli è una peste che infetta non solamente chi ne è tocco, ma ancora coloro che se ne avvicinano; di modo che lo scandalo porta ad uno stesso tempo i suoi colpi mortali e a chi lo dà e a coloro che lo ricevono: due circostanze che ne fanno conoscere i perniciosi effetti. Non si può dubitare che lo scandalo essendo un peccato cosi grave, non dia il colpo di morte a chi lo commette quando trattisi di materia importante. Ma ciò che rende questa morte più tragica si è, che questo peccato, essendo più grave che gli altri, sarà più rigorosamente punito, e che le conseguenze di lui essendo irreparabili, il ritorno alla vita della grazia è più difficile. Siccome vi sono virtù del primo ordine, alle quali Iddio riserba più magnifiche ricompense, si può dire altresì  che vi sono peccati d’una malizia superiore, che Dio punisce con più severi castighi. Nelle virtù del primo ordine bisogna comprendere lo zelo della gloria di Dio, della salute delle anime. Non si può dubitare che questa virtù non sia coronata nel cielo d’una gloria immensa, poiché Gesù Cristo ci assicura che colui il quale avrà praticato ed insegnato, sarà grande nel regno dei cieli; Qui fecerit et docuerit, hic magnus vocabitur in regno cœlorum (Matth.V). Quindi gli Apostoli hanno nel cielo un grado distinto, perché  hanno stabilito il regno di Gesù Cristo sulla terra; quindi i ministri del Vangelo, i quali, seguendo le tracce degli Apostoli, insegnano agl’ignoranti riconducono i peccatori al dovere, risplenderanno, dice la Scrittura, come le stelle nell’eternità: Qui ad iustitiam erudiunt multos, fulgebunt quasi stellæ in perpetuas æternitates (Dan. XII). Giudichiamo da questo, fratelli miei, quali castighi debbono aspettarsi quegli uomini di perdizione che distruggono il regno di Dio coi loro scandali; che, invece d’istruire gl’ignoranti, spargono le tenebre dell’ errore e della menzogna, fanno abbandonare il partito della verità, invece di ricondurre i peccatori sul buon sentiero, lasciare lo fanno ai giusti medesimi, che essi pervertono con le loro detestabili massime, con i loro perniciosi esempi. Ah! qual conto non renderanno essi a Dio delle anime che avranno perdute? Con qual severi castighi Dio non farà loro pagare la perdita di quelle anime che erano il prezzo del suo caro Figliuolo? Sanguinem eius de manu tua requiram (Ezec.III). Sì, peccatori scandalosi, Dio si vendicherà su di voi nel modo più terribile, non solo per la perdita di quelle anime che esso sarà obbligato di riprovare, perché voi le avete rese complici dei vostri disordini; ma più ancora a cagione dell’oltraggio che avete fatto al sangue adorabile del suo Figliuolo, che avete indegnamente profanato: Sanguinem eius de manu tua requiram. Questo sangue prezioso, la cui voce sarà più forte che quella del sangue di Abele, che domandava a Dio vendetta contro suo fratello, solleciterà, animerà la giustizia di Dio a punirvi coll’ultimo rigore e dei vostri propri peccati e di quelli che avrete fatto commettere. Io, vi dirà Gesù Cristo, Io m’era fatto vittima della giustizia di mio Padre per salvare le anime; io non aveva risparmiati né sudori. né fatiche né patimenti né la mia vita medesima per liberarle dalla schiavitù del demonio e collocarle nel soggiorno della gloria; e tu, o scellerato, tu hai fatto di queste anime la vittima della tua crudeltà; tu nulla hai risparmiato per perderle e dannarle; ah! tu pagherai durante tutta l’eternità l’ingiuria che hai fatta al mio sangue, ai miei patimenti, alla mia morte: Sanguinem eius de manu tua requiram. Di questo terribile giudizio minaccia di già Gesù Cristo nel Vangelo il peccatore scandaloso per via delle maledizioni che contro di lui pronuncia. Guai, dice Egli, all’uomo per cui avviene lo scandalo: Væ nomini illi per quam scandalum venit (Matth. XVIII). Sarebbe un minor male per lui il non avere giammai veduto il giorno che rendersi doppiamente colpevole e del peccato che commette, e di quello che fa commettere, perché sarà più rigorosamente punito; egli lo sarà pel suo peccato e per li peccati altrui: più anime avrà perdute, più saranno accresciuti i suoi castighi; ma ciò che comincia di già la sua disgrazia sino da questo mondo si è la somma difficoltà di riparare lo scandalo: Væ nomini illi, etc. Ed in vero, fratelli miei, uno scandaloso che ha ispirato agli altri dei cattivi sentimenti, che loro ha appresa l’arte fatale di commettere il delitto, come cancellerà egli le malvage impressioni che loro ha comunicato? Ohimè! questo perverso lievito ha forse di già corrotta tutta la massa, sia nella sola persona che ha infetta, sia nella moltitudine ove si è sparso. Sovente accade che colui che lo scandaloso ha pervertito, cui ha insegnato il male, ne ha di già contratto l’abito, e non può più disfarsene; autorizzato dal cattivo esempio che gli è stato dato, egli si crede tutto permesso, e porta l’impudenza sino a gloriarsi delle azioni che lo facevano per l’addietro arrossire. Ma supponiamo che lo scandaloso per via dei buoni consigli e di un cangiamento di vita riesca a far rientrare nel dovere qualcheduno di coloro che esso ha pervertiti, come distruggerà egli tutti i malvagi effetti che la contagione del suo misfatto ha prodotti in coloro cui essa si è comunicata? Colui che è stato corrotto ne ha corrotti altri: ed il male è divenuto cosi generale che non solo una moltitudine, un villaggio, una città, ma ancora una provincia, un regno ne sarà infetto. Sarà dunque impossibile conoscere tutti coloro che sono tocchi dalla malattia; e come guarir un male che non si conosce? Come arrestar un incendio che ha di già arsa tutta la casa? Chi potrebbe, per esempio, arrestare le strane conseguenze della lettura di tutti i cattivi libri contro la fede e contro i costumi? Chi può cancellare le malvage idee che una parola di doppio senso, una canzone disonesta avrà prodotte in una compagnia ove sarà stata recitata e che indi si spargerà in molte altre? E pure, per ottenere il perdono del suo peccato, bisogna ripararne le conseguenze; ma come riuscirvi? Nel momento in cui egli chiede misericordia per se stesso, i discepoli che ha formati oltraggiano il Dio che esso invoca. Rapire al prossimo i suoi beni con ingiustizie, il suo onore con calunnie è un gran male; togliergli la vita con l’omicidio è crudeltà; ma fargli perdere la vita dell’anima con lo scandalo, ah! fratelli miei, si è nello stesso tempo ingiustizia e crudeltà, ma crudeltà tanto più enorme quanto la vita della grazia sorpassa tutti i beni della natura. Mentre sapete voi, peccatori scandalosi, il torto che fate al vostro fratello quando gli rapite il tesoro della grazia con il peccato che gli fate commettere? Voi lo private dell’amicizia del suo Dio; voi gli fate perdere il diritto che aveva alla celeste eredità, voi ne fate una vittima dell’ira di Dio; di modo che se quella persona muore nel peccato cui voi l’avete indotta, eccola perduta per un’eternità; l’inferno diventa per sempre la sua porzione. Ella è una perdita irreparabile di cui non la risarcirete giammai, qualunque cosa possiate voi fare. Se avete preso altrui la roba, se gli avete rapito l’onore, potete ristabilirlo nei suoi primi diritti con restituzioni che uguaglino l’ingiuria che gli avete fatta; ma se avete precipitata un’anima nell’inferno coi vostri scandali, voi non ne la farete uscire mai più. Ohimè! Forse ve ne ha di già, o peccatori che mi ascoltate, alcuni che vi sono caduti per colpa vostra; forse udirete voi i lamentevoli gemiti di quegli sgraziati, che gridano dal mezzo delle fiamme: io brucio in questo fuoco, perché ho ascoltati i malvagi discorsi, ho seguito i cattivi esempi di quel peccatore che mi ha strascinato nella colpa: maledetto sia il momento in cui l’ho conosciuto e frequentato! Ah! peccatori, non siete voi penetrati d’orrore a queste voci? Non sarebbe meglio per gl’infelici che voi avete così perduti che aveste loro tolti i beni, la riputazione, la vita medesima, che averle precipitati negli orrori della morte eterna? Se voi volete ancora nuocere al vostro prossimo, se qualcheduno dei vostri fratelli è divenuto l’oggetto del vostro odio, vendicatevi sopra i suoi beni, sopra il suo onore, sopra la sua vita medesima, armatevi d’un pugnale ed immergeteglielo nel seno; ma almeno risparmiate la sua anima: Verumtamen animam illius serva (Job. II). Se voi medesimi volete dannarvi, non comprendete gli altri nella vostra disgrazia, perché i complici del delitto, divenendo i compagni dei vostri castighi, non ne sminuiranno punto il rigore, non faranno al contrario che accrescerlo; più il numero ne sarà grande, più la giustizia di Dio eserciterà su di voi i suoi rigori. – Ora voi dubitar non dovete che i vostri scandali non perdano un gran numero d’anime; mentre è questo uno dei perniciosi effetti di questo peccato di unire alla sua crudeltà la contagione; e perciò si paragona ad una peste che si comunica con una rapidità che è molto difficile di arrestare. Si può dire infatti che lo scandalo è stato la cagione di tutti i mali che hanno desolata la Chiesa di Gesù Cristo, e che è ancora la sorgente avvelenata donde nascono le scelleratezze che inondano l’universo. Quale strage non ha fatta nella Chiesa un solo Ario, un Calvino, un Lutero, che hanno di già perdute tante anime e che ne perderanno ancora nel corso dei secoli? Ma, senza uscire dal seno della Chiesa Cattolica, quanti delitti lo scandalo non produce tutt’i giorni? L’uomo, è vero, è portato di sua natura al peccato; egli è tentato dal demonio; ma è ritenuto dal timore e dalla vergogna annessa al peccato. Or che fa lo scandalo? Toglie all’uomo questo timore e questa vergogna che lo riteneva. L’uomo, naturalmente portato ad imitare i suoi simili, si crede autorizzato a fare quel che far vede dagli altri, principalmente quando si tratta del male, per cui egli ha più propensione che pel bene. Il costume, la licenza che si vede negli altri non è ella forse il pretesto ordinario di cui si servono i libertini per scusare i loro disordini? Taluno crede tutto permesso quando è sostenuto dall’esempio; da che il peccato è divenuto il peccato della moltitudine, esso perde in qualche modo il carattere d’infamia che ne è inseparabile; si leva arditamente la maschera, non sa più arrossire della colpa e si fa gloria di essere così vizioso come gli altri. Tali sono i funesti progressi di questo contagioso peccato che ha di già precipitato più anime nell’inferno che gli esempi dei santi non ne hanno potuto salvare. Né fa d’uopo esserne sorpresi. Per imitare i malvagi, basta seguire la sua naturale propensione; ma per imitare i santi bisogna farsi violenza. Or il numero di coloro che cedono alle inclinazioni d’una natura corrotta è molto più grande che il numero di coloro che vi resistono: e dacché le malvage inclinazioni sono strascinate dal peso del cattivo esempio, a quali eccessi non si abbandonano esse? Quanti giovani i quali, docili alle istruzioni che loro erano state date nella loro infanzia, servivano di già ai grandi medesimi d’esempio, di virtù! Si vedevano fedeli alle risoluzioni formate in una prima Comunione, si accostavano regolarmente ai Sacramenti, assidui ai divini uffici, ubbidienti ai loro genitori, sobri, casti, regolati nella loro condotta; ma da poi che crescendo in età hanno frequentati i malvagi, sono divenuti simili ad essi, sono liberi nelle parole, dissoluti, indocili e pieni di dispregio per le pratiche della Religione e i precetti della Chiesa. Se io domando a colui come ha egli perduto il tesoro della sua innocenza, chi gli ha insegnate quelle opere d’iniquità che imbrattano la purezza della sua anima? Egli mi risponderà che fu un dissoluto da lui frequentato. Così lo scandalo si comunica all’infinito, ed uno scandaloso che è di già da lungo tempo nell’inferno pecca ancora sulla terra nella persona di coloro che ha pervertiti. Da chi imparano i figliuoli a bestemmiare, a dire cattive parole? Da’ padri e dalle madri o da altre persone che non sanno contenersi alla loro presenza. Questi figliuoli, quando saranno essi medesimi padri e madri, insegneranno le stesse cose ai loro figliuoli, questi ai loro discendenti. Così lo scandalo è come un peccato originale che si perpetua di secolo in secolo, di generazione in generazione, che perde la più gran parte del genere umano. E non crediate che lo scandalo consista sempre in certi peccati che portano seco un carattere d’infamia, e che per questo medesimo ispirino orrore a coloro che li vedono. Può esservi dello scandalo in mancamenti anche leggieri, principalmente se si scorgono in persone che debbono per professione edificare gli altri. I deboli che vedono oltrepassare i limiti di qualche convenienza, credono poter andare più lungi. Qualche famigliarità, qualche abboccamento, qualche unione di amicizia che si veda tra persone che non penseranno neppure a far male, non si richiede di più per scandalizzare anime deboli ed innocenti, che temono sino l’apparenza del male. Una donna la quale non avrà tutta la modestia che le conviene nel suo vestire, nelle sue parole, nei suoi modi; che cerca di piacere con certi scherzi, in cui non pensa, dice ella, di fare alcun male, sarà una pietra d’inciampo per coloro che la vedranno, che la frequenteranno. Di più, fratelli miei, sovente anime deboli prenderanno motivo di scandalo da cose che sono in se stesse indifferenti, il mangiar carne sacrificata agli idoli, di cui l’uso non era da se stesso proibito ai primi Cristiani, era una cosa indifferente: il grande Apostolo loro la proibiva nulladimeno, perché prevedeva che ne accadrebbe scandalo, e protestava egli medesimo che non ne avrebbe mangiato giammai sul timore di scandalizzare i suoi fratelli : Si esca scandalizat fratrem meum, non manducabo carnem in æternum (II Cor. VIII). Il che deve indurvi ad astenervi da certe cose che voi credete permesse, e che sono nulladimeno vietate dalla legge della carità, tosto che esse sono per il prossimo un motivo di scandalo. Non bisogna tuttavia tralasciar il bene che uno è obbligato di fare a cagione dello scandalo che altri ne prenderebbero mal a proposito. Si è questo uno scandalo farisaico, che essi debbono imputare a sé medesimi; tale era quello dei Giudei sulla condotta e dottrina di Gesù Cristo.

Pratiche. Ma ciò che v’importa di ben sapere e di praticare si è di regolarvi così bene in tutte le vostre azioni che vi diportiate sempre in una maniera edificante e degna di Dio: Ut ambuletis digne Deo ( Coloss. II). Si è di concorrere, quanto potete, alla salute del prossimo con le vostre parole e con i vostri esempi, di modo che voi siate da per tutto il buon odore di Gesù Cristo. Quel che v’importa ancora di sapere e di praticare si è di evitare la compagnia degli scandalosi; benché assodati voi siate nella virtù, pur cadrete e diverrete malvagi coi malvagi. Quanto a voi che siete stati pei vostri fratelli un odore di morte coi cattivi esempi che avete loro dati, bisogna, per quanto dipende da voi, riparare il male che avete fatto, domandare perdono a Dio: Ab alienis parce servo tuo (Psal. XVIII); ritrattare i malvagi consigli che avete loro dati, le massime perniciose che loro avete insegnate, riparare con la vostra condotta le cattive impressioni che avete cagionate; voi avete scandalizzato con il vostro allontanamento dei Sacramenti e dai divini uffizi, bisogna accostarvi ai primi e che vi vediamo assidui ai secondi. Voi davate scandalo col frequentare certe case o persone che non dovevate neppur vedere; conviene evitare quelle case, quelle persone, per quanto care vi siano, e qualunque vantaggio possiate ricavarne. Voi non farete forse tanto di bene con i vostri buoni esempi , quanto avete fatto di male con i vostri scandali; ma Dio avrà riguardo alla vostra buona volontà, alle preghiere che voi gli indirizzerete per la conversione di coloro che avete pervertiti. Non lasciate la buona strada che avete presa; essa vi condurrà al soggiorno della gloria: Così sia,

 Credo …

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Ps CXXIX: 1-2
De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi oratiónem meam: de profúndis clamávi ad te, Dómine.

[Dal profondo Ti invoco, o Signore: o Signore, esaudisci la mia preghiera: dal profondo Ti invoco, o Signore.]

Secreta

Propítius esto, Dómine, supplicatiónibus nostris: et, pópuli tui oblatiónibus precibúsque suscéptis, ómnium nostrum ad te corda convérte; ut, a terrenis cupiditátibus liberáti, ad cœléstia desidéria transeámus.

[Sii propizio, o Signore, alle nostre súppliche e, ricevute le offerte e le preghiere del tuo popolo, converti a Te i cuori di noi tutti, affinché, liberati dalle brame terrene, ci rivolgiamo ai desideri celesti.]

Comunione spirituale

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Marc XI: 24
Amen, dico vobis, quidquid orántes pétitis, crédite, quia accipiétis, et fiet vobis.

[In verità vi dico: tutto quello che domandate, credete di ottenerlo e vi sarà dato].

Postcommunio

Orémus.
Concéde nobis, quǽsumus, Dómine: ut per hæc sacraménta quæ súmpsimus, quidquid in nostra mente vitiósum est, ipsorum medicatiónis dono curétur.

[Concedici, Te ne preghiamo, o Signore: che quanto di vizioso è nell’ànima nostra sia curato dalla virtú medicinale di questi sacramenti che abbiamo assunto.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

21 NOVEMBRE: PRESENTAZIONE DELLA VERGINE MARIA AL TEMPIO

Prov. VIII:34-36; IX:1-534

Beato l’uomo che mi porge ascolto e che veglia ogni giorno alla mia porta ed aspetta all’ingresso della mia casa.

35 Chi troverà me, troverà la vita, e riceverà dal Signore la salvezza;

36 Ma chi peccherà contro di me, nuocerà all’anima sua. Tutti coloro che mi odiano amano la morte.

1 La Sapienza si è fabbricata una casa, ha tagliato sette colonne.

2 Immolò le sue vittime, versò il vino e imbandì la sua mensa.

3 Mandò le sue ancelle, perché chiamassero, ai bastioni e alle mura della città:

4 “Chi è fanciullo, venga da me”. Ed agli stolti disse:

5 “Venite, mangiate del mio pane e bevete il vino che io vi versai”.

Dal libro di san Giovanni Damasceno sulla fede ortodossa.

Libro 4, cap. 15.

Gioacchino si scelse per sposa Anna, donna piena di meriti e degna dei più grandi elogi. Ma come la primiera Anna, provata dall’afflizione della sterilità, ottenne con la preghiera e con un voto la nascita di Samuele; così pure costei ottenne con suppliche e con una promessa la Madre di Dio, onde neppur qui la cede a nessuna delle donne più illustri. Così la grazia (che questo vuol dire il nome di Anna) dà alla luce la Sovrana (questo significa il nome di Maria). La quale infatti è veramente stata costituita la Sovrana di tutte le creature, divenendo la Madre del Salvatore. Ella vede la luce nella casa di Gioacchino, detta la piscina probatica, e più tardi è condotta nel empio. Piantata così nella casa di Dio e nutrita dallo Spirito Santo, ella, simile a fertile olivo, diviene il santuario d’ogni virtù, distaccando il suo cuore da tutte e cupidigie di questa vita e della carne, e conservando la sua anima vergine unitamente al suo corpo, come conveniva a colei che doveva ricevere Dio nel suo seno.

Dal libro di sant’Ambrogio Vescovo sulle Vergini.

Libro 2, dopo il principio.

Maria è stata tale, che la sua vita è un modello per tutti. Se non dispiace di udirne la prova, lo dimostriamo; affinché, chiunque aspira alla di lei ricompensa, ne imiti l’esempio. Quante virtù risplendono in questa sola vergine! Mistero di pudore, fede intrepida, pietà riverente; vergine vive in casa, sposa è tutta nelle cure domestiche, madre porta (il Figlio) al tempio. O a quante vergini ella andrà incontro! quante ne abbraccerà e condurrà al Signore, dicendo : Ecco la sposa del mio Figlio, colei che si è conservata sempre sua degna e fedele sposa! – E che dire della sua rigorosa astinenza, della molteplicità dei suoi buoni uffici; buoni uffici che sembrano sorpassare le forze della natura, astinenza in cui la natura stessa trovava appena il sufficiente? Dall’una parte nessun istante inoperoso, dall’altra digiuni quotidiani. E quando consentiva a prendere qualche cosa, il suo cibo era del più ordinario, e appena il necessario per non morire, e niente per soddisfare il gusto. Solo (costretta da) necessità prendeva sonno e mai per soddisfare la natura; e anche allora che il corpo riposava, lo spirito vegliava, ripensando spesso in sonno alle cose lette, o continuando i pensieri interrotti dal sonno, o occupandosi di ciò che aveva predisposto, o predisponendo quel che doveva fare.

Omelia di s. Beda, il Venerabile, presbitero

Lib 4 Cap 49 su Luca XI

Questa donna si mostra in possesso di devozione di fede profonda, poiché, mentre gli scribi ed i farisei tentano il Signore e lo bestemmiano, ella riconosce davanti a tutti la sua incarnazione con tanta sincerità, e la confessa con fede così grande, da confondere e la calunnia dei grandi presenti e la perfidia dei futuri eretici. Infatti, come allora i Giudei, bestemmiando contro le opere dello Spirito Santo, negavano che Cristo fosse vero Figlio di Dio consustanziale al Padre; così in seguito gli eretici, negando che Maria sempre Vergine avesse somministrato, per opera e merito dello Spirito Santo, la materia della propria carne al Figlio unigenito di Dio che doveva nascere con un corpo umano, sostennero che non si doveva riconoscere come vero Figlio dell’uomo e della medesima sostanza della madre. – Ma se si ritiene che il corpo preso dal Verbo di Dio incarnandosi è estraneo alla carne della vergine Madre, senza motivo vengono detti beati il seno che lo portò e il petto che lo allattò. Ora l’Apostolo dice: “Poiché Dio mandò il suo Figlio, fatto da una donna, sottomesso alla legge”. E non bisogna dar retta a coloro che pensano si debba leggere: Nato da una donna, sottomesso alla legge, ma bisogna invece leggere: “Fatto da una donna”; perché, concepito nel seno di una vergine, ha tratto la carne non dal nulla, non da altra cosa, ma dalla carne materna. Altrimenti non si potrebbe dire con verità Figlio dell’uomo colui che non ha avuto origine dall’uomo. Anche noi dunque alziamo la nostra voce contro Eutiche insieme con la Chiesa cattolica, di cui questa donna fu figura; solleviamo anche la mente dal mezzo della folla e diciamo al Salvatore: “Beato il seno che ti ha portato e il petto che hai succhiato”. Poiché è veramente madre beata ella che, come disse un autore, ha dato alla luce il Re, che regge il cielo e la terra per i secoli. – Non solo, ma beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica”. Il Salvatore approva eminentemente l’attestazione di questa donna, affermando che è beata non sol- tanto colei che aveva meritato di essere madre corporale del Verbo di Dio, ma che sono beati anche tutti coloro che si sforzeranno di concepire spiritualmente lo stesso Verbo istruendosi nella fede e che, praticando le buone opere, lo faranno nascere e quasi lo alimenteranno sia nel proprio cuore, sia in quello del prossimo Infatti la stessa Madre di Dio è sì beata per aver contribuito nel tempo all’incarnazione del Verbo, ma è molto più beata perché meritò, amandolo sempre, di custodirlo in sé eternamente.

Maria e l’educazione.

(L. Faletti S. M.: Il Maggio a Maria; III ed. Marietti ed. Torino, 1926)

V’ha un lamento generale, di cui ci sentiamo di continuo risuonare gli orecchi: che cioè vanno  ogni dì più scomparendo dalla faccia della terra quegli ideali belli e puri che un giorno rendevano meno triste e desolata la nostra dimora in questa valle di lagrime. Ed è purtroppo vero: la materialità va sempre più prendendo piede tra di noi, ed a guisa di marea montante cerca d’invadere e d’ingoiare quanto v’ha ancora di bello, di vero, di buono. E donde mai un tanto disordine? Io non credo di errare trovandone tra l’altro una causa precipua in ciò che vanno ai nostri giorni, con rapidità spaventosa, scomparendo e disseccandosi quelle pure sorgenti da cui, come acqua limpida e cristallina, sgorgavano i principii di una sana morale e di una forte virtù, innestate sull’albero della religione. E tra queste sorgenti benefiche nessuno potrà negare che una delle più ricche sia la scuola, ove, dopo la famiglia, si formano la mente ed il cuore delle future speranze della Società. – Ma la scuola quale noi la vediamo oggidì, si trova dessa all’altezza della sua missione educatrice? Coloro che a questa scuola sono proposti, sono penetrati della responsabilità gravissima che pesa su di essi, e cercano di rendersene degni inspirandosi a quei sentimenti puri ed elevati, quali solo la fede può suggerire? La risposta non è difficile a darsi: basta aprire un poco gli occhi per sapere che pensarne; e se è vero che dagli effetti si giudica la causa, che dai frutti si giudica l’albero, ahimè! quali conclusioni terribili dobbiamo dedurne! Povera gioventù! quanto è inde|gnamente tradita nella maggior parte delle scuole moderne così dette laiche, vale a dire senza Dio, senza morale! Non si avranno mai lagrime abbastanza amare per deplorarne e piangerne la perdita! Sì. Ma, viva Dio! oltre a questi focolari pestilenziali e sorgenti di corruzione, v’hanno ancora altre scuole ed altre cattedre, ove l’educazione che vi si imparte è nobile e sublime, e facente capo ai più begli ideali: e questa è la scuola inspirata ai principii della fede, ed in modo speciale alla divozione ed all’amore della Vergine Santissima. Di queste scuole e di queste cattedre sempre ve ne furono e sempre ve ne saranno, perché, finché nel mondo e nel cuore umano vivrà il ricordo di Maria, sempre questa buona Madre, a cui più d’ogni altro sta a cuore l’educazione! de’ suoi figli tenerelli, eserciterà una santa e salutare influenza sugli animi degli educatori, i quali, nella persona dei loro educandi, non vedranno altro che anime da perfezionare, santificare e condurre a Gesù. Il passato ci è una garanzia del presente e dell’avvenire. Ed invero è un fatto degno di considerazione», che tutte le Istituzioni religiose, che hanno ricevuto da Dio la missione di educare la gioventù, sono state segnate dell’impronta di una divozione speciale verso la SS. Vergine. – Durante una lunga serie di secoli, la storia ci mostra l’educazione di quasi tutte le classi della società, ma soprattutto delle classi elevate, affidata in gran parte  alle cure dei figli di S. Benedetto. Ora si sa che la divozione a Nostra Signora, una divozione non comune, ma singolare, tenera, filiale, era presso di essi tradizione di famiglia, e come tale si ritrova in tutte le grandi anime da loro formate. La lista completa sarebbe troppo lunga: due nomi possono bastare. Nella metà del secolo XI, Gondulfo, nobile signore di Aosta, affidava suo figlio, ancora fanciullo, alle cure dei Benedettini del priorato di questa città. Due secoli più tardi il conte di Aquino rimetteva uno de’ suoi figli dell’età di cinque anni, nelle mani dei Benedettini di Monte Cassino. Il giovane figlio del nobile signore della

città di Aosta, divenne il grande S. Anselmo, quello fra tutti i padri e dottori della Chiesa, che, meglio d’ogni altro, ha insegnato a pregare la SS. Vergine, cotalchè merita di essere chiamato il « dottore della preghiera a Maria ». Quanto al figlio del conte di Aquino, il suo genio e la sua santità, nelle quali la divozione alla Madonna tenevano sì largo posto, fecero di lui il « dottore angelico». Ecco ciò che i Benedettini sapevano fare dei loro alunni, insegnando loro, sopra ogni altra cosa, ad amare la SS. Vergine. Quando nel secolo sedicesimo la Riforma fece sorgere nuovi pericoli per la gioventù, Dio le dette nuovi maestri, suscitando la Compagnia di Gesù. Sant’Ignazio di Loyola era in tutta la forza del termine un cavaliere della Madonna, e l’ordine che egli fondò ereditò della sua pietà cavalleresca. I numerosi Santi usciti dalle file di quest’ordine, portano tutti questo segno. Ve ne sono di quelli, come il dolce Berckmans e l’angelico Stanislao Kostka, i cui nomi son divenuti sinonimi, non precisamente di amore cavalleresco, ma di divozione filiale a Maria. Se Iddio ha accordato in sì larga misura a questa Compagnia illustre e santa il gran dono di amare ardentemente, e, diciamolo pure, appassionatamente la SS. Vergine, è perché Egli la chiamava ad esercitare, più d’ogni altra società religiosa, l’apostolato dell’insegnamento. Quest’apostolato viene esercitato dalla Compagnia di Gesù, più di quello che non si creda e non si sappia generalmente, per mezzo della divozione a Maria, Quelli stessi che non conoscono i Gesuiti che imperfettamente, sanno però che essi sono maestri perfetti nella grand’arte di formare, non soltanto sapienti, ma uomini e Cristiani. Però quelli soltanto che sono stati nei loro collegi possono farsi un’idea dell’arte ammirabile che essi hanno di far amare la SS. Vergine. Di tutte le loro qualità, questa può forse considerarsi la prima. Che leva potente divengono le Congregazioni mariane nelle loro mani! Del resto, non soltanto in Chiesa essi parlano

della SS. Vergine ai loro alunni, non soltanto nelle riunioni delle Congregazioni, non solo nei colloqui privati, ma anche in iscuola, dall’alto di quella stessa cattedra dalla quale spiegano Omero, Virgilio ed Orazio. E così avviene che la divozione alla SS. Vergine purifica, sublima e santifica il loro insegnamento. – Ma intanto i tempi incalzavano, e nuove idee venivano a schierarsi sull’orizzonte; e la scuola, fino allora frequentata, si può dire, unicamente dai figli delle classi elevate e dirigenti, cominciò a poco a poco ad essere frequentata eziandio dai figli del popolo, nel quale cominciava a risvegliarsi e a farsi sentire il desiderio delle lettere e delle scienze. E sarà ancora Maria che presiederà all’insegnamento ed all’educazione di questi umili suoi figli, i quali, per le necessità della vita materiale, sono più degli altri esposti anzitutto ad una educazione antireligiosa, materialista, atea, poi a tenebrosi agguati; povere pecorelle quasi fatalmente gettate nelle zanne del lupo se altri non va in loro soccorso! E d ecco, come nei secoli del Medio-evo e nei posteriori, anche in questi tempi sorgere altre istituzioni religiose, dedicate in modo speciale all’insegnamento popolare; le quali, se dovettero adattare i loro mezzi d’insegnamento ai bisogni ed alle esigenze dell’epoca, non dimenticarono certo quello che fu la leva di forza di quelle che le precedettero e che non cangia mai: inspirarsi cioè esse stesse, ed inspirare alle anime loro affidate, una viva divozione alla Vergine Santa. E noi vedemmo così brillare nel cielo della Chiesa nel secolo XVI e successivi, il De Bus coi suoi Dottrinari, il Calasanzio coi suoi Padri delle Scuole Pie, il De La Salle coi suoi Fratelli delle Scuole Cristiane, e le innumerevoli legioni di istitutori cristiani che loro tennero dietro, e che hanno fatto circolare nelle vene del popolo, a dispetto di tutti gli sforzi macchinati dall’empietà e dall’eresia, lo spirito più puro del Cristianesimo, mantenuto ed avvivato dalla divozione verso l’Augusta Madre di Dio. E qual divozione! Di qual divozione infatti verso Maria non fu esempio S. Giuseppe Calasanzio, uno dei primi fondatori di scuole per la istruzione dei figli del popolo, per non parlare che di lui, che ricevé la sua missione da Maria, che fece tanto per Lei, e volle che il nome della Madre di Dio facesse parte del suo nome e di quello di tutti i suoi discepoli; che cominciava a far recitare fin dal mattino a’ suoi alunni una parte del piccolo ufficio della SS. Vergine, e non li rimandava la sera senza aver fatto loro cantare le litanie, affinché il suo insegnamento poggiasse sorretto dalla preghiera a Maria ed imbalsamato dell’amore di Lei. – Ed ai giorni nostri che non vediamo noi? Non abbiamo che a darci uno sguardo attorno per constatare e convincerci quanto numerose siano le anime che strette in dolce unione sotto la bandiera fl della Vergine combattono generosamente per salvare dalla ruina e dalla morte le future speranze della Società, specialmente quelle delle classi popolari. E se v’ha un punto in cui queste nuove famiglie educatrici pare vogliano sorpassare le antiche, questo si è nello zelo che esse spiegano per inspirare ai fanciulli affidati alle loro cure un ardente amore a Maria. « Se voi riuscirete ad inspirare nell’anima dei vostri alunni la divozione a Maria, voi li avrete salvati », diceva ai piccoli fratelli di Maria il loro pio fondatore, il Venerabile Marcellino Champagnat; e mai non cessava di raccomandare loro che lavorassero con tutte le loro forze per far amare la SS. Vergine. « Fatela amare! » disse loro nel suo testamento. Si vede in ciò una premura speciale della Provvidenza, perché il popolo non ha mai avuto tanto bisogno d’amar fin dall’infanzia la SS. Vergine come ai giorni nostri. In tempi di fede, il cielo e la terra gli parlavano della Madonna. Nelle stelle del firmamento, nelle selve, nelle sorgenti, nei fiori delle praterie, per tutto esso trovava il ricordo e il simbolo della Vergine. Ed è in ciò che consisteva, come ha detto sì bene Montalembert, il libro di lettura dei poveri e dei semplici, il Vangelo ridotto a loro uso, Biblia pauperum! I loro occhi innocenti vi leggevano quei pii sentimenti di fede, che si direbbero oggi per sempre scomparsi: il cielo e la terra apparivano loro illuminati della più dolce scienza, ed essi potevano veramente cantare con voce sincera: Pleni sunt cœli et terra gloria tua. Chi potrebbe calcolare quanto questa vita di fede siasi impoverita da allora in poi? Chi pensa oggidì alla fantasia dei poveri, al cuore degl’ignoranti? Sì, il mondo era allora ravvolto dalla fede in un velo benefico che, nascondendo le piaghe della terra, diveniva trasparente per gli splendori del cielo. Oggi è tutt’altra cosa: tutto è nudo sulla terra, tutto è velato nel cielo. È quindi più che mai opportuno, necessario anzi, che mani pietose allarghino le pieghe di questo velo, e mostrino agli sguardi della fanciullezza, bellezze superiori a quelle della terra, e specialmente questa dolce, amabile, splendida figura della Vergine che l’empietà si sforza di nascondere. Il popolo ha bisogno esso pure di un raggio di poesia che venga di tempo in tempo a rischiarare la sua esistenza oscurata dalle realtà, talvolta molto dure, della vita, contro le quali deve necessariamente lottare. Questa poesia il popolo non può trovarla, come le classi elevate, nello studio delle belle lettere. Ah! fategli almeno contemplare negli anni suoi giovanili questa Vergine Madre che tiene nelle braccia il Divino Gesù! Fategli sentire il concerto che gli Angeli cantarono sulla culla del Salvatore! Che egli veda brillare la stella dei Magi, che veda sfilare il loro lungo corteo carico di doni magnifici; che contempli questi re inginocchiarsi davanti al Fanciullo ed alla Madre sua! Che egli segua questa Augusta Madre in Egitto, al Tempio, a Nazareth, al Cenacolo, al Calvario, e finalmente al Cielo, dove Ella sale in corpo ed in anima circondata da innumerevoli coorti di Angeli che la proclamano loro Regina! È necessario che egli si abitui ad invocarla come regina e come stella del mattino e del mare, e soprattutto come consolatrice degli afflitti, speranza di quelli che piangono, perché il popolo ha bisogno di consolazione e di speranza; la terra ha per lui tanta durezza; il cielo almeno gli sorrida! Ah! conoscono pur troppo quel che si fanno quei settari che, non contenti di allontanare i figli del popolo dalle scuole cristiane, hanno voluto altresì insegnar loro ad insultare quella Vergine che è la madre del bell’amore e l’astro della speranza! Non bastavano loro gli oltraggi che Le venivano diretti dagli adulti: hanno voluto per questo delitto assicurarsi la complicità dell’infanzia, ed hanno perciò insegnato la bestemmia alle sue labbra innocenti. Hanno agito con calcolo per soffocare, sin dal suo germe, uno dei sentimenti più dolci al cuore, più salutari all’anima; il sentimento cioè della pietà filiale verso la Madre di Dio, divenuta Madre nostra. Sanno bene questi perfidi che non vi è mezzo più sicuro per uccidere la fede che scoraggiare la speranza e distornare gli occhi degli abitanti della terra dall’immagine di Colei che apparisce come il rifugio dei peccatori e la consolazione degli afflitti. E tutto hanno messo in pratica per riuscire nei loro intenti. Ma se disgraziatamente riuscirono in parte, la vittoria fu ben lungi dall’essere completa: per opera di Maria il rimedio fu pronto ed efficace al male; e l’inferno vide, vede e vedrà sempre i suoi empi conati contro la gioventù, frustrati e debellati da Colei che un giorno gli schiacciò il capo col virgineo piede. E nonostante la persecuzione che una setta infame va scatenando ogni dì più contro le scuole cristiane ed inspirate alla divozione della Vergine Santissima, noi le vediamo sempre più rifiorire a maggior gloria di Dio e della Chiesa ed alla salute delle anime. Riconoscenza adunque a Maria, difesa e salvaguardia della cristiana educazione della gioventù.

FIORETTO.

Evitare di fare o dire cosa che possa dar scandalo od essere di cattivo esempio a chi è più giovane di noi.

Il Ven. Giovanni Bosco, fondatore della Congregazione Salesiana.

Egli è impossibile parlare dei grandi servitori ed amanti di Maria che illustrarono la Chiesa negli ultimi anni senza che subito si presenti spontaneo alla mente un nome che al solo pronunziarlo suscita vivi sentimenti di stima e venerazione negli animi di tutti, e dinanzi al quale gli increduli ed i cattivi stessi chinano riverenti la fronte. È questo il nome del Ven. Don Giovanni Bosco, il grande apostolo della gioventù dei nostri tempi. Benché un quarto di secolo sia ormai trascorso dal giorno in cui rese la sua bell’anima a Dio, la sua memoria si conserva tuttavia viva e fresca, come se ieri soltanto fosse morto, tanto che a lui meglio che a qualunque altro si possono applicare le parole dei Libri santi «in memoria æterna erit iustus». Sì, D. Bosco, così illustre per le sue virtù e pei suoi miracoli, vive tuttodì potente e grande in mezzo al mondo per mezzo delle innumerevoli opere a cui diede vita e che perpetuano il suo apostolato in tutte le regioni della terra; vive e vivrà in mezzo agli uomini per quanto durerà in sulla terra la divozione alla Vergine invocata sotto il titolo di Maria Ausiliatrice dei Cristiani. Come infatti sarà possibile separare il nome di Maria SS. Ausiliatrice da quello di Don Bosco? Egli è invocando Maria sotto questo titolo che egli fondava le sue opere, istituiva i suoi oratorii, guariva gli ammalati, si cattivava l’animo della gioventù, convertiva i peccatori, faceva fronte a tutti i suoi gravosi obblighi. Si può dire senza tema di errare che questo grande benefattore della Società parve più d’una volta forzare la mano della Provvidenza, invocando Maria Ausiliatrice per farla intervenire in suo aiuto nelle grandi necessità in cui si trovava. Qui è una matrona che ricupera la salute in seguito ad una novena fatta in onore di Maria Ausiliatrice e ad una promessa di una generosa elemosina per la nuova Chiesa che egli voleva innalzare sotto questo vocabolo ; là è un barone, senatore del regno, a cui egli ottiene la guarigione dalla Vergine per averne soccorsi per la sua opera. Più tardi è un ammalato impedito in tutte le sue membra ed inchiodato da tre anni su di un letto: Don Bosco gli comanda di alzarsi in nome di Maria SS. Ausiliatrice per andargli a prendere su due piedi la somma di tre mila lire di cui aveva bisogno in quel giorno stesso. In una parola, per farla breve, sopra un milione e cento mila lire che gli costò il magnifico santuario che egli innalzò a Torino in onore di Maria Ausiliatrice, più di ottocento mila lire gli furono date in ringraziamento di favori ottenuti per l’intercessione di questa Vergine Augusta. Ma più che non per tutto ciò il nome di Don Bosco sarà benedetto dalle generazioni future per il gran bene che operò a prò della gioventù povera ed abbandonata, colla fondazione dei suoi Oratorii, che, sparsi oggidì e moltiplicati in tutti i grandi centri abitati, costituiscono un porto di salute per tanti poveri giovani che andrebbero altrimenti guasti e perduti. Ma anche in quest’opera se fu grande D. Bosco, se ottenne così consolanti e numerosi risultati, fu perché si servì della divozione della Vergine come di un mezzo infallibile per vincere tutte le difficoltà. Vogliamo noi conoscere di quale aiuto potente non sia stata per lui la divozione della Vergine nell’educazione della gioventù? Oh! entriamo per un momento in una di quelle scuole, chiamate dal Venerabile Don Bosco oratorii, appunto perché oltre che a leggere, a scrivere, a cantare, vi si insegna specialmente a pregare. Donde vengono i fanciulli che in esse sono raccolti? Sovente neppur essi lo sanno; poiché molti ve ne sono tra di loro pei quali la famiglia esiste appena o, quel ch’è peggio non esiste che per costituire un pericolo permanente alla loro fede ed alla loro virtù : non pochi poi sono quelli che non hanno altro tetto che cielo, altra dimora che la strada, dove videro appresero cose spaventevoli, per cui fu comunicata loro una lagrimevole precocità del vizio, maestri che i più ignobili delinquenti. Ma qual  cangiamento non si operò in essi alla scuola di D. Bosco, sotto il dolce influsso della divozione a Maria Ausiliatrice! Poc’anzi bestemmiavano, ora pregano; mesi sono era un piacere per loro il canterellare ritornelli osceni, ora essi mettono la gioia nel ripetere le strofe di qualche pio cantico; vagabondi ed abbandonati, avevano il fango sulle vesti, sulle mani, sul volto, e per la loro cinica andatura davano a divedere di averne anche spruzzata l’anima; raccolti nell’Oratorio, il vestito è pulito ed il contegno modesto; si vede l’innocenza ritornata a brillare sulla loro fronte, il candore nel loro sorriso, il cielo nel loro sguardo. Erano demoni, son diventati angeli. Quando inginocchiati colle mani giunte rivolgono gli occhi bagnati di lagrime all’immagine della Madonna, ripetendo con le loro voci fresche e pure: « Vi saluto, Maria, piena di grazia », sembra scorgere, attraverso la porta dischiusa del Paradiso, l’Augusta Regina de’ Cieli in mezzo agli angelici cori. – Oh! sì, se Iddio mise nel cuore di quest’uomo provvidenziale, dal quale fu fondata la Pia società Salesiana in un con lo zelo ardente per la gloria di Maria, quella confidenza in Lei. ottiene miracoli, fu appunto perché egli era chiamato a compiere sia da sé, sia per mezzo dei membri della società religiosa alla quale ha lasciato il suo spirito, la più difficile e la più necessaria di tutte le opere: la formazione della mente e del cuore del fanciullo povero, orfano, abbandonato. Fu perché egli aveva ricevuto da Dio la missione di operare e di formar i suoi discepoli a operare a suo esempio il più grande dei miracoli: la trasformazione del fanciullo corrotto, vizioso, empio, in fanciullo onesto, Cristiano e pio. Sono state molto ammirate e tuttavia si ammirano le opere veramente straordinarie che Don Bosco ha compiute in numero sì grande, o, per dir meglio, che sono state compiute da Maria SS. Ausiliatrice, servendosi di lui come di uno strumento. E tutto ciò con ragione. Ma la più meravigliosa di tutte è quella che, avendo raccolto da ogni parte, non già centinaia, ma migliaia e migliaia di fanciulli poveri, moltissimi dei quali già erano contaminati dal vizio, abbia potuto fare di una buona parte di essi non solo buoni Cristiani, ma ancora buoni preti e buoni religiosi. – Questo grande e fedele servitore di Maria, gloria e vanto non solo dell’Italia nostra, ma anche dell’umanità intera, di cui fu uno dei più insigni benefattori, finì la sua mortai carriera fra il compianto universale l’anno 1888, e già la Chiesa riconobbe pubblicamente i suoi meriti e le sue virtù onorandolo del titolo di Venerabile.

LO SCUDO DELLA FEDE (136)

P. F. GHERUBINO DA SERRAVEZZA

Cappuccuno Missionario Apostolico

IL PROTESTANTISMO GIUDICATO E CONDANNATO DALLA BIBBIA E DAI PROTESTANTI (3)

FIRENZE DALLA TIPOGRAFIA CALASANZIANA 1861

DISCUSSIONE III.

PUNTO I.

L’Ecclesiastica Gerarchia: – istituita da Gesù Cristo pel governo spirituale visibile della sua Chiesa. – La Sacra Ordinazione dei Ministri del culto.

Prot. Se nelle cose riguardanti la Chiesa fosse contento il Papismo di propugnare la indefettibilità e visibilità, nulla avrei più che ridire contro di lui. Ma egli sostiene ed insegna che Gesù Cristo ha istituito nella sua Chiesa una ordinata Gerarchia dì Sacri Ministri composta di Vescovi, di Preti e di altri ministri inferiori, avente a Capo Supremo il Papa, e distinta e indipendente dal popolo, e nella quale tutta è riunita e ristretta la spirituale autorità sopra il medesimo popolo! Tale errore non può tollerarsi; essendo cosa certissima (come insegna la mia Riforma), che, secondo la divina istituzione, il popol fedele non ha sopra di sé altri governatori che lo Spirito Santo, dal quale ciascuno è guidato: che ogni cristiano, in virtù del battesimo, è vero sacerdote, e quindi, che tutta la spirituale potestà, per ciò che riguarda il pubblico culto, il necessario governo visibile etc. della Chiesa risiede esclusivamente nel popolo: e per conseguenza i Ministri del culto in particolare non essendo che di umana istituzione, poiché non sono che deputati del popolo, onde facciano le sue veci nel sacro Ministero, perché sia lecita e valida la loro elezione debbono essere istituiti dai Magistrati, o dai Principi, che sono i supremi rappresentanti del popolo, ai quali ha delegata tutta la ecclesiastica potestà.

Bibbia. Sta scritto: « Chiamò (Gesù) i suoi discepoli e scelse dodici di essi, a’ quali diede anche il nome di Apostoli. » (Luc. VI, 13). – E Gesù rispondendo, disse a lui: « E io dico a te che tu  sei Pietro, e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa…. e a te darò le chiavi del regno de’ cieli. » (Matt. XVI, 17, 18, 19). « Di poi scelse il Signore altri settantadue. » (Luc. X, 1). – « Badate a voi stessi e a tutto il gregge, di cui lo Spirito Santo vi ha costituiti Vescovi, per reggere la Chiesa di Dio. » (Act. XX, 28). E avendo ordinato per essi dei preti in ciascheduna Chiesa, gli raccomandarono al Signore. » (Act. XIV, 22). – « Similmente i Diaconi [sieno] pudici,… portino il ministero della fede in una coscienza pura. » (II Tim. III, 8, 9). – « Esso (Cristo) altri costituì Apostoli, altri profeti, altri Evangelisti, altri pastori e dottori nell’opera del ministero, etc. » (Efes. IV, 11). Ecco dunque  l’Ecclesiastica Gerarchia istituita evidentemente da Gesù Cristo, composta di Apostoli, di Vescovi, di Preti, di Diaconi, etc. e avente a capo supremo S. Pietro del quale il Papa è successore, distinta e indipendente da chicchessia. Onde guardati bene dal negarla, dal dire che sia di umana istituzione, o che tutti i fedeli elevati siano in virtù del battesimo alla dignità sacerdotale; poiché sta scritto: «Forse tutti Apostoli? Forse tutti profeti? Finse tutti dottori? etc. » (I Cor. XII, 29).

10. Prot. Di tutti i fedeli è scritto: « Voi stirpe eletta, regale sacerdozio, gente santa,… sacerdozio santo per offrire vittime spirituali, gradite a Dio per Gesù Cristo. » (I Piet. II, 5, 9)

Bibbia. Anche degli Ebrei sta scritto: «Voi sarete mio regno sacerdotale. » (Exod. XIX, 6) Dirai per questo che tutti gli Ebrei erano sacerdoti? – Pertanto è dato ai Cristiani (come fu dato agli Ebrei) questo glorioso titolo non perché tutti siano sacerdoti, ma 1.° Perché essi soltanto posseggono il vero sacerdozio. 2.° Perché tutti senza eccezione hanno un sacerdozio impropriamente detto; quello, cioè, di potere offrire a Dio, in virtù dei meriti di Gesù Cristo, sacrifici di lode, i propri affetti, sé stessi con merito di vita eterna, come insegna S. Paolo, dicendo: « Io pertanto vi scongiuro, o fratelli, i per la misericordia di Dio, che offriate i vostri corpi ostia viva, santa, piacevole a Dio, il razionale vostro culto. » (Rom. VIII, 1). Che però nel testo da te citato non si dice loro « per offrire la vittima » che è il nome proprio del gran Sacrifizio della Nuova Alleanza; ma si dice « per offrire vittime spirituali etc. » 3.° Finalmente, perché nella legge Cristiana non è ristretto il sacerdozio ad una sola tribù, ai discendenti di una sola famiglia, come presso gli Ebrei ma (eccettuate le donne) tutti possono essere innalzati a tal dignità, mediante la Sacra Ordinazione, la quale è assolutamente necessaria, secondo l’istituzione divina. Imperocché sta scritto: « Or mentre essi offrivano al Signore i sacri misteri, e digiunavano, disse loro lo Spirito Santo: separatemi Saulo e Barnaba per l’opera alla quale gli ho destinati. Allora dopo aver digiunato e orato, imposero loro le mani, e li licenziarono » (Act. XII, 2, 3) – « Non trascurare la grazia che è in te, la quale ti e stata data per la rivelazione, con l’imposizione delle mani del presbiterio? (I. Tim. IV, 14). – « Ti rammento di ravvivare la grazia di Dio che è in te mediante l’imposizione delle mie mani. » (II. Tim. 1, 61). – Da tutto questo è ben chiaro che la Sacra Ordinazione non solo è d’istituzione divina, ma è un vero Sacramento, poiché produce la grazia, ed è talmente necessaria, secondo le disposizioni divine, che neppure gli eletti immediatamente dallo Spirito Santo in sacerdoti possono senza di essa divenir tali, come è manifesto dal fatto di Saulo e di Barnaba; e che tale Ordinazione unicamente appartiene ai primari ministri della Santa Chiesa.

PUNTO II.

In forza della stessa divina istituzione, nella sola Ecclesiastica Gerarchia, e non in altri, tutta è riunita e ristretta l’ecclesiastica dignità, la spirituale autorità e giurisdizione tanto degli uni sopra gli altri Sacri Ministri, secondo i rispettivi loro gradi, quanto sopra tutti i fedeli, senza eccezione.

Bibbia. Stabilita la verità che non tutti i cristiani sono sacerdoti ma quelli soltanto che sono a tale uffizio specialmente ordinati o consacrati, vediamo adesso presso chi risieda la spirituale giurisdizione. Ascolta. « E appressandosi Gesù parlò loro agli Apostoli, dicendo: è stata data a me ogni potestà in cielo e in terra…. Andate, e istruite tutte le genti. » (Matt. XXVIII, 18,19). – « Come il Padre mandò me, anch’io mando voi. » (Giov. XX, 21) – « Chi assolta voi, ascolta me: e chi disprezza voi disprezza me. » (Luc. X, 16). « Ricevete lo Spirito Santo: Saran rimessi i peccati a chi li rimettetele, e saran ritenuti a chi li riterrete. » (Giov. XX, 22, 23). –  « In verità vi dico: Tatto quello che avrete legato sulla terra, sarà legato anche in cielo: e tutto quello che avrete sciolto sulla terra, sarà sciolto anche in cielo.1 » (Matt. XVIII, 18). Che te ne pare?

11. Prot. Gesù Cristo ha detto ancora: «Se il tuo fratello avrà peccato contro di te, va’ e correggilo tra te e lui solo… Se non ti ascolta prendi ancora teco una o due persone…. Che se non farà conto di esse, dillo alla Chiesa. E se non ascolta nemmeno la Chiesa, abbilo come per pagano e pubblicano. » (Ivi, V, 15 e seg.). Dunque alla Chiesa, cioè al corpo dei fedeli, appartiene la spirituale autorità e giurisdizione.

Bibbia. Tu erri, perché Gesù Cristo non parlava in questa circostanza ai fedeli in generale, ma ai soli Apostoli separatamente. Onde è chiaro che in questo luogo per nome Chiesa, non intese significare il corpo de’ fedeli, ma i soli pastori rappresentanti la Chiesa. E perché nessuno ne dubitasse, immediatamente soggiunse loro quelle già riferite parole: « Tutto quello che avrete legato sulla terra, etc. »

12. Prot. Disse pure Gesù: « Io pregherò il Padre, e vi darà un altro Paracleto, affinché rimanga con voi eternamente, lo Spirito di verità. » (Giov. XIV, 16, 17) Dunque la Chiesa è governata direttamente e immediatamente dallo Spirito Santo, né vi è bisogno di Ecclesiastica Gerarchia, né della sua potestà e giurisdizione pel governo della medesima.

Bibbia. Questo testo è fuor di proposito; perché è manifesto che quella divina promessa fu unicamente fatta agli Apostoli, co’ quali Gesù privatamente parlava; né altro riguarda che la divina assistenza promessa ai medesimi e ai loro successori nel governo visibile della Chiesa. Oltre di ciò sta scritto: « Attendete a voi stessi e a tutto il gregge; di cui lo Spirito Santo vi ha costituiti Vescovi per reggere la Chiesa di Dio. » (Act. XX, 28). Dunque lo Spirito Santo medesimo ti dà la più solenne smentita; mentre ti dichiara che Egli stesso ha costituiti i Vescovi al governo visibile della Chiesa. Hai capito? Ascoltami ancora. « A questo fine ti lasciai in Creta (dice S. Paolo a Tito) perché tu dia sesto a quel che rimane, e stabilisca de’ Preti per le città…. I Cretesi sempre bugiardi, etc:… per la qual cosa riprendili severamente. » « Esorta, riprendi con ogni autorità. Nessunoti sprezzi. » (ivi, II, 15)« Contro di un prete (a Timoteo) non ricevere accusa, se non su due o tre testimoni. Quelli che peccano riprendili alla presenza di tutti; affinché ne prendano timore anche gli altri. »  – (I Tim. V, 19, 20) – « Predissi e predico a que’ che prima peccarono, e a tutti gli altri, che se verrò di nuovo non perdonerò? » (II Cor. XIII, 2). – « Taluni han fatto naufragio intorno la fede: de’ quali e Imeneo e Alessandro, i quali ho conseguato a satana, affinché ìmparino a bestemmiare » (I Tim. I, 19, 20). – « I preti che governan bene, sian riputati degni di doppio onore. » (ivi, V, 17). – « Chiunque recede e non sta fermo nella dottrina di Cristo, non ha Dio…. Se alcuno viene a voi e non reca questa dottrina, non lo ricevete in casa, e non lo salutate » (II Giov. V, 9, 10). Ecco dunque tutta la potestà, autorità, giurisdizione spirituale data da Gesù Cristo unicamente, interamente e indipendentemente da chicchessia ai primari Pastori della sua Chiesa, dai quali è comunicata a’ loro subalterni Ministri da grado in grado fino al Capo Supremo o Papa, in cui tutta si riunisce e concentra, e da cui, per conseguenza, tutti assolutamente dipendono. Autorità e potestà di ministero, di ordine, di onore e giurisdizioni, elettiva e coattiva sino a poter recidere dal corpo della Chiesa i contumaci e proibire ai fedeli di comunicare con essi. Come dunque hai potuto sognare che tutto.ciò appartiene al popolo, ai magistrati, a’ Principi temporali?

Prot. S. Paolo dice: «Ogni anima sia soggetta alle potestà superiori; imperocché non vi è podestà se non da Dio. » (Rom. XIII, 1) Questo passo è decisivo, perché qui l’Apostolo parla de’ Principi temporali, e vuole che tutti ad essi obbediscano, e in tutto senza eccezione di cose o persone ecclesiastiche.

Bibbia. Erri grandemente, perché qui S. Paolo non parla s ai principi temporali, ma di ogni sorta di podestà, come è chiaro dal testo, e comanda che ciascuno sia soggetto, obbedisca ai suoi legittimi superiori. Passa di poi a parlare dei principi temporali, ma ben dichiara che la loro potestà non è che temporale, dicendo: « non indarno porta la spada: » né vi è pure una sillaba che indichi in essi la spirituale potestà. Finalmente San Paolo parla ivi di principi pagani idolatri, e tu vorresti che essi pure fossero Capi della Chiesa di Dio? Rispondi.

15. Prot. A dirvela sinceramente, la penso ancor io come voi.

« Cristo ha istituiti Apostoli, profeti, evangelisti, predicatori, dottori. Vescovi, preti e anziani. I Diaconi vegliavano su i poveri » (Calvino, lib. IV, Instit. cap. 3). La Chiesa di Gesù Cristo consiste nella successione de’ Vescovi, per mezzo dell’imposizione delle mani, e quest’ordine di successione deve persistere fino al termine de’ secoli, di ciò accertandoci quelle parole di Gesù Cristo in S. Matteo – XXVIII 20.- « Io sarò con voi per tutti i giorni sino alla consumazione de’ secoli ». Riguardo poi alla ordinazione de’ Sacerdoti, eccovi alcune delle mie leggi. L’ordinante insieme con tutti gli astanti, stendendo ambe le mani sopra il capo dell’ordinando, dice: Ricevi lo Spirito Santo pel ministero dell’opera, ossia del sacerdozio, che noi ti conferiamo colla imposizione delle mani: a chi rimetterai i peccati saranno rimessi, e a chi li riterrai saran ritenuti. In virtù della potestà a me data mediante il nome di Dio nella Chiesa, io ti consacro e ordino sacerdote della Chiesa Evangelica, predicatore del Vangelo di Gesù Cristo, e dispensatore de’ santi suoi Sacramenti, nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo » (Fessler, Manuale Liturgico, – Vedi anche Kaisser, Theologia Biblica, seu Judaismus et Catholicismus 1814 e Merbeineke, Syst. Cathol. vol. III.). Da ciò ben vedete che se non mi conformo in tutto al Cattolicismo. pare ammetto ancor io che per divenir sacerdote è necessaria la Sacra Ordinazione, e che questa è d’istituzione divina, che in essa si riceve lo Spirito Santo, ossia che conferisce la grazia, e che per conseguenza è un vero Sacramento. Ora sentite il resto.

« Il Vangelo attribuisce a quelli che presiedono alle Chiese il « mandato d’insegnare il Vangelo, di rimettere i peccati, di amministrare i Sacramenti, ed oltre a ciò la giurisdizione, cioè il mandato di scomunicare coloro de’ quali noti sono i delitti, e nuovamente assolverli se si ravvedono; ed è manifesto che questa potestà è di diritta divino » (4 Confess. Smascald presso Wegscheider, Instit. tbeologic. Chris». § 18S, in Nota -L-). – « I riformatori attribuirono alla Chiesa stessa la potestà di eleggere e ordinare i Ministri, di mutare le cerimonie e i riti, siccome tutta l’ecclesiastica disciplina, in modo conforme a’ precetti del Vangelo, e le circostanze de’ tempi; la qual potestà in verun modo confonder si deve colla civile potestà » (5 Yegerfeider, Op. e luog, cit. in corp.). – Noi tutti facciamo professione di credere che il governo ecclesiastico è santo ed utile, per modo che divien necessario che vi siano dei Vescovi che sieno superiori ad altri ministri, ed un Pontefice presieda ai Vescovi » (Melantone. Professione di fede sua e degli Alemanni a Francesco I. Re di Francia, 1535. Art. I.) – « La Chiesa è un governo spirituale, e così regolare come quello dello Stato. Essa ha il potere delle chiavi: da questo potere diramano i diritti d’insegnamento, di predicazione, di remissione delle colpe e di scomunica…. Gesù Cristo ha detto in S. Matteo XVIII 45, 46.: – Colui che dopo due rimproveri fattigli dinanzi a due o tre testimoni non si sarà emendato, verrà tradotto dinanzi a l tribunale della Chiesa, da cui verrà pubblicamente rimproverato. Se il rimprovero rimarrà senza effetto, egli sarà espulso e scacciato dalla società dei fedeli. Se trattasi ili delitti converrà mostrarsi più severi. Paolo scomunicò ed abbandonò a satana un uomo che aveva turbato l’ordine di Dio. Allorché il popolo profana i Sacramenti bisogna che il pastore intervenga energicamente…. Udite come il Crisostomo si adiri contro i preti che non hanno voluto scacciare dalla tavola della Comunione i cattivi ricchi. Questo sangue vi sarà ridomandato. Se temete gli uomini, Iddio vi disprezzerà. Se temete Dio, gli uomini vi rispetteranno » (Calvino. Ved. Audin, Storia della vita di Calvino; Milano 1842. T. I, p. 238).  – « Poiché Dio è l’ordine, ne segue esservi di diritto divino un magistrato spirituale nella sua Chiesa. Dunque una tale autorità è legittima (Leibniz, presso Audin, Storia della vita di Lutero, Milabo 1842, tom. I , p. 20.). – Il diadema non potrebbe porre la fronte reale al coperto dei fulmini della Chiesa. Re, chinate le vostre fronti, ed umiliatevi dinanzi al Cristo Signore Re dei re. Non abbiatevi a male che la Chiesa vi giudichi… Dovete persino bramare che il prete non usi riguardo, perché troviate più tardi in Dio un giudice più compassionevole. (— 4 Calvino, presso Andin, Op. e luog. cit.). – Se osserviamo la Scrittura o i prischi esempj, chi può dubitare esser costume che nelle cause della fede i Vescovi giudichino gli imperatori cristiani, e non gli Imperatori giudichino i Vescovi? » (Calvino, Lib. 4, Instit. cap. 2, § 15). – I Magistrati sono certamente membri della Chiesa, abbiano ardente zelo di pietà, ma non siano Capi della Chiesa, perché non compete ad essi questo primato » (I Centuriatori Magdeburghesi, presso Duwal, pag. 537). – « Non facciano i magistrati regolamenti nella Chiesa, né istituiscano culti » (Melantone, in Exam. Ordinand.).

GNOSI: TEOLOGIA DI sATANA (45): RAPPORTO DEL PROTESTANTESIMO COL SOCIALISMO PER MEZZO DEL PANTEISMO (3)

Rapporto del protestantismo col socialismo per mezzo del panteismo. (3)

 [A. NICOLAS: “Del Protestantesimo e di tutte le eresie nel loro rapporto col socialismo”, vol. II – Napoli, tipogr. e libr. Gabr. ARGENIO – 1859]

CAPITOLO VII.

BAPPORTO FINALE DEL PROTESTAMTISMO COL SOCIALISMO

Noi ci siam studiati di mostrare sino al suo termine il movimento I1 protestantismo verso il panteismo, e di far vedere, dopo l’origine del Cristianesimo, l’eresia sotto i suoi mille nomi e sotto le sue mille forme, girar sempre in questo circolo del panteismo, pel quale essa avrebbe menato cento volte il mondo alla dissoluzione, donde il Cristianesimo l’ha tratto, se la Chiesa Cattolica, col prodigio della sua esenzione dall’errore universale e dell’infallibilità de’ suoi decreti, non avesse costantemente combattuto l’errore, e altamente, invincibilmente mantenuto il sacro deposito della fede e dell’incivilimento cristiano. Or bene, che lo scatenarsi di quel male che, sotto il nome di socialismo e di comunismo, mette a’ dì nostri in questione questo incivilimento, altro non sia che l’applicazione in grande di questo panteismo, di questo egelianismo protestante combinato col naturalismo di cui abbiam del paro mostrato la sorgente nel protestantismo, è cosa molto facile a dimostrarsi. Noi abbiamo già fatto vedere il razionalismo francese, nato dalla scuola scozzese, riuscire alla scuola alemanna, e trasformarsi rapidamente in eclettismo, in sincretismo ed in panteismo. Tutto quanto l’Hegel è passato in Francia nel signor Cousin. Co’ suoi Studi critici sul razionalismo contemporaneo, quanto giudiziosi e sottili altrettanto sodi, l’abbate di Valroger ha messo in tutta la sua luce l’identità delle due predicazioni in Francia ed in Alemagna. Questa eccellente opera ci dispensa dall’entrare ne’ particolari a questo proposito; ci basta di rimandare ad essa i nostri lettori: e del resto, la verità di questo rapporto è stata sì comprovata nelle sue conseguenze che sarebbe oggidì una trivialità l’occuparci a farla conoscere. Sono più di trent’anni che il panteismo protestante valicò i confini col signor Cousin, e che questo spirito prestigiatore, nelle diverse peregrinazioni fatte nell’Alemagna nel 181.7, 1818 , 1824, e nelle relazioni che egli ebbe con de Wette, Schleiermacher, Jacobi, Schelling e collo stesso Hegel, contrasse il male di quel pestilenziale errore, e ne recò seco i germi in Francia, come un cinquant’anni prima Voltaire vi aveva portati dall’Inghilterra quelli del filosofismo.

(La mercé, scrive il signor Damiron, la mercé di questa felice flessibilità di spirito, che, pigliando un’abitudine altrettanto presto quanto presto ne abbandona un’altra, si adagia a tutto, sino alle stranezze, egli ebbe in breve di un filosofo alemanno le opinioni e il linguaggio. Egli colse, sviluppò, espresse le idee del maestro, come se le avesse ricevute dalla sua bocca; e spinse la fedeltà dell’imitazione sino al germanismo: parve un. apostolo. Questa maniera di essere invasato delle proprie idee, la facilità di porre in quadri astrazioni metafisiche, quella vivezza di spirito, quegli slanci di sicura veduta, quegli scoppii, dirò così, di coscienza di cui si componevano le sue improvvisate, ad un’ora così animate e cosi gravi, così facili e cosi maestose, e perfin le sue debolezze; in cui si poteva vedere la stanchezza di uno spirito che si riposa dall’ispirazione, tutto era in lui proprio d’un poeta, » – Globo, 6 nov. 1824. «  Non si poteva comprendere a Berlino com’egli importasse così in Francia una dottrina senza neppur nominarne l’autore: Hegel scherzava su questo procedere con un’indulgenza alquanto satirica, io non credo che scientemente il signor Cousin abbia voluto farsi bello di ciò che non gli appartiene. Ma trasportato dalla sua immaginazione, egli ha creduto di avere egli stesso concepito quello che aveva imparato. Fu colla miglior buona fede del mondo che, fondendo insieme Kant ed Hegel, egli si persuase di aver creato qualche cosa. » (Lerminier, Lettere filosofiche ad un cittadino di Berlino, anno 1832.).

Da questi germi, seminati con tutta l’arte di un ingegno che si mascherava sotto le forme dell’ispirazione e ricevute da un terreno che il filosofismo, il naturalismo e il difetto d’ogni credenza avevano renduto meravigliosamente acconcio ad appropriarsele, nacquero le dottrine fataliste, umanitarie e progressiste. La filosofia del successo, di cui abbiamo già riportato lezioni cotanto pazze, ispirò la storia e avvezzò le anime a non indegnarsi più, a non più commoversi se non pel piacere dell’emozione, così alla veduta de’ più gran misfatti, come delle più angeliche virtù: a non vedervi che un fatale e inesorabil trionfo dell’idea rivoluzionaria; un dramma in cui il personaggio che suscita maggiormente orrore e il più applaudito, perché sostiene meglio la sua parte, e dove si perdonano tutti i delitti, precisamente per 1’effetto che producono e pel successo che ottengono. Dalla Storia della rivoluzione del signor Thiers, cui compensò almeno con quella del Consolato, sino ai Girondini di Lamartine, dopo i quali non v’ha più che da piangere sull’angelo delle Meditazioni, perché ciò che forma la sua colpa forma altresì il suo castigo, tutta la storia fu dedicata al culto della necessità ed alla violazione di quella coscienza del genere umano la cui abolizione pareva impossibile a Tacito, e che i nostri storici moderni, che dovevano esserne i vendicatori, non hanno temuto di immolare sugli altari dell’opinione a quei mostri medesimi che dovevano ad essa immolare. Chi dirà l’immensa parte che questo fatalismo storico ebbe nel pervertimento del senso morale e nell’avvelenamento delle immaginazioni? E al tempo medesimo, chi potrà contrastare che la sua sorgente non sia nel panteismo protestante importato dall’Alemagna, e anteriormente nella dottrina teologica del servo arbitrio e della giustificazione per mezzo della fede? – E non fu solamente la storia, ma la filosofia ancora nelle sue mille cattedre pagate dallo stato, il giornalismo con tutti i suoi romanzi di appendice, che formavano le delizie della borghesia conservatrice, l’economia politica con tutte le penne e tutte le bocche delle nostre accademie, l’arte drammatica con tutte le sue rappresentazioni teatrali, tutte le produzioni dello spirito umano insomma furono quelli che introducevano nelle vene della società il veleno dell’egelianismo, mercé la glorificazione di tutti i vizi, la censura di tutte le istituzioni, l’oltraggio alla Religione ne’ suoi caratteri più santi, il sollevamento di tutti i cattivi istinti d’invidia, di rivolta e di licenza contra le leggi della natura e della società. Il solo Cattolicismo, coi gemiti e i profetici sgomenti de’ suoi Pontefici, protestava contra questo straripamento e non raccoglieva che gli sdegni e i dispregi di coloro che ne tacevano essere le vittime. – In altri tempi furono veduti certamente scritti empii e licenziosi: ma ciò che non si era veduto è l’empietà eretta in religione o la licenza in morale; è la violazione di tutte le leggi sotto il nome di riforma, la barbarie sotto quello di progresso; è finalmente il genio del male, sotto il santo nome di Dio. – Si formarono religioni coi loro rivelatori, i loro sacerdoti, i simboli loro, il loro apostolato; e l’idolo di queste religioni era l’umanità, il progresso, avente Dio per essenza, le passioni per leggi, la distruzione di tutte le istituzioni sociali per mezzo, e il caos delle più stravaganti e più immorali teorie per fine. – Tali sono stati l’uno dopo l’altro il sansimonismo, il forierismo, il socialismo e il comunismo, la cui sostanza era la medesima: la dottrina del progresso continuo, la legittimazione delle cattive inclinazioni, l’affrancamento della materia, il corso di Dio nell’umanità per mezzo alle rovine di tutte le istituzioni sociali, a dir breve il panteismo. – La potestà distruttiva di questa dottrina è spaventevole e le cento volte più grande di quella del male avuto insino allora il più grave. Un uomo che non crede né a Dio né ad un giudizio avvenire è molto pericoloso certamente; ma colui che a sì fatta mostruosità aggiunge quella di credersi Dio egli medesimo, giudice sovrano e assoluto di tutto ciò che esiste, è un vero pazzo da catena. Ora, questa è la follia del panteismo, della dottrina dell’umanità-Dio, e sempre più Dio; per modo che gli ultimi venuti sono la più alta espressione di Dio, a credono realmente aver la missione di riformar tutto e tutto creale, vale a dire di distruggere e annichilare ogni cosa, e negano, affocano Dio, l’uomo, la società, tutto, coll’audacia della follia che si crede la divina sapienza, e della forza brutale che si crede investita del diritto divino, suscitando le passioni più selvagge, scatenandole e sciandole sul mondo come le folgori della loro divinità. Dopo di ciò, non v’ha più altro; abbiam l’inferno, e l’inferno armato della potestà del cielo per disertare la terra. Ma noi non abbiam per anco finito di mostrare tutto il pericolo di questa situazione, unica nella storia, e qual cosa impedì che non ne fosse la fine. – Nella prima parte del nostro lavoro noi abbiam fatto vedere come il protestantismo, pel principio del libero esame, aveva condotto il mondo al naturalismo. Nella seconda parte abbiam mostrato come, allontanandosi dalla dottrina cattolica, esso era, al paro che tutte le eresie, tralignato in panteismo. – Il naturalismo aveva da principio esercitato egli solo i suoi guasti, e  la rivoluzione del secolo decimottavo ne fu il frutto. u quello un gran male, ma non ne fu il peggiore. Il naturalismo aveva fatto un vuoto spaventevole, il vuoto infinito di Dio in seno alla natura umana. Da questo vuoto dell’infinito doveva uscire il panteismo seguito dal socialismo, come dal pozzo dell’abisso di cui è parlato nell’Apocalisse. (IX, 2-11) Una volta levata la pietra che lo chiude, e sulla quale son fondate le società, sale un vapore simile al fumo di una fornace che oscura il sole e l’aria, e n’escono innumerevoli quegli animali misteriosi con volto d’uomo, con capelli di femmina e denti da leone, portando tutti ad un modo sul loro capo una corona d’oro, preparati pel combattimento, e avendo qual re l’angelo dell’abisso, che si chiama lo sterminatore. – Se il difetto d’ogni credenza fosse stato a quest’ultima epoca totale come nel secolo decimottavo, se il naturalismo e il panteismo si fossero scontrati al loro apogeo, avremmo avuto il fine della società. Ma per buona ventura, quando regnava il naturalismo, il panteismo sociale non era ancora apparso, e Babeuf giunse troppo tardi! Per buona ventura quando il panteismo faceva la sua apparizione e giungeva Proudhon, il naturalismo aveva perduto assai del campo, e Voltaire se ne andava! Di fatto, si noti bene che ciò che rende audace il socialismo contro la società e crea il percolo di questa, non è solo che il socialismo sia scatenato, ma eziandio e sopra tutto che la società è per cosi dire mantellata. La proprietà e tutte le istituzioni sociali non sarebbero cosi pericolosamente attaccate se non fossero attaccabili. Ciò che forma la forza del socialismo è la debolezza della proprietà, della società. E donde procede che la proprietà e la società sono cosi deboli? Ah! è perché i titoli della proprietà, perché i fondamenti della società sono nel cielo, nella fede, nella speranza, nella carità, nella moderazione, nella pazienza, in tutte le convinzioni, in tutte le virtù cristiane, che suppongono l’altra vita, e che per la prospettiva e l’allettativa della rimunerazione che vi ci aspetta fan che si accettino i rigori e le ingiustizie apparenti o reali di questa, aumentano per mezzo della rassegnazione la forza che le sopporta, attenuano per mezzo della carità la superiorità che le impone, e le fanno considerare come disposizioni preparatorie della provvidenza, il cui disegno è la prova per mezzo del combattimento e il cui fine è la felicità per mezzo della giustizia. – Sopprimete tutto quest’ordine di cose celesti e ulteriori che fa contrappeso all’ordine terreste e presente, e questo perde tutti i suoi titoli, tutti i suoi legami, tutti i suoi fondamenti, e si dissolve al minimo urto. Si avrà un bel dire che la proprietà e tutte le disuguaglianze sociali non si spiegano punto e non si giustificano sempre da se medesime. Se esse sono spesso il frutto della fatica o la ricompensa del merito, soventi volte però toccano in sorte all’ignavia ed alla sciocchezza, e talvolta sono ben anco la preda del vizio e dell’iniquità. E quando ammettesi questa enormità, che la ricchezza e tutte le distinzioni del ben essere sono sempre meritate da quelli che le possiedono, ne rimarrebbe un’altra da digerire, la quale è che tutti quelli che sono nel patimento e nella miseria l’hanno egualmente meritato; e che se la sovrana giustizia scendesse sulla terra per rendere a ciascuno ciò che gli è dovuto de’ beni di questo mondo, essa non avrebbe da far mutamento nel loro scompartimento. Quante fatiche solitarie, i cui sudori e le cui lagrime cadono sopra un suolo che non rende loro! Quante virtù degne di un trono e che hanno appena uno sgabello dinanzi ad un focolare spento! E poi, si tien egli ben conto di tutte le tentazioni della miseria, della necessità, della disperazione, dell’isolamento, o della cattiva compagnia e di quella diminuzione della dignità e della confidenza propria, che è come un’ignominia interna, dell’abiezione del di fuori, e che può far dire della povertà ciò che Omero diceva della schiavitù, che il giorno in cui tocca un’anima, le fa perdere la metà della sua virtù? Finalmente, io ammetto che ogni cosa così in fatto di meriti come di difficoltà sia eguale e mescolata tra i poveri e i ricchi, rimane sempre la questione: perché questi sono ricchi e perché quelli sono poveri? Perché il gran numero soffre, manca del necessario, e il piccolo numero ribocca del superfluo? Dire che in sé ciò è giusto, è il più insolente paradosso: dire che questa ingiustizia è necessaria pel mantenimento della società, è uno scoprire questa società ai colpi del socialismo, e giustificar tutte le teorie di coloro che vogliono porla a soqquadro per rifarla; dire finalmente come Voltaire, che il servaggio del popolo mercé la potenza dell’oro è nella necessità delle cose, e professare il naturalismo nel suo senso più pericoloso e orribile. A dir breve, se non vi è un’altra vita che dia un senso a questa; se non vi hanno beni futuri infiniti il cui scompartimento debba avvenire in razione del merito; come questo è in ragione della prova: se questi medesimi beni futuri non diventano beni presenti, e se la loro speranza non è scontata dalla fede in profitto della carità e della giustizia, e non costituisce valori reali aventi corso nella società tra la povertà e la ricchezza; a dir breve, se tutta questa ammirabile economia politica del Cristianesimo è soppressa, il socialismo, sebbene così mostruoso, non Io è più che una tale società. Componete quanti più libri vorrete sulla proprietà; difendetela con le ragioni più naturali, più giudiziose, più ingegnose, tutte le quali alla fin del conto potranno benissimo ritorcersi contra di voi, vi consento; ma v’ha un libro anteriore e superiore ai vostri, nel quale è scritto che ogni uomo è egualmente nato per essere felice, infinitamente felice; per vedere noverati tutti i suoi sudori, terse tutte le sue lagrime, terminate tutte le sue miserie, retribuiti tutti i suoi meriti, e soddisfatta tutta la sua sete di giustizia e di ordine morale: questo è il cuore dell’uomo e il suo autore è Dio. Il socialismo e vero nel suo punto di partenza, cioè in questa promessa di felicità, di giustizia e di equa partizione de’ beni in ragione delle opere, scritta nel cuore dell’uomo: e non è ammesso dalla moltitudine se non perché le guadagna con questo mezzo. Dove è falso, colpevole, mostruoso e là ove si accorda con voi, cioè nel dire che non v’è un’altra vita, in cui questa promessa avrà il suo compimento; perocché per la negazione di quest’altra vita egli scatena tutte le brame dell’uomo in questa. – Come in ogni errore, v’ha nel socialismo una cosa vera ed una cosa falsa mescolate insieme. La cosa vera è l’eguale vocazione d’ogni uomo alla felicità; la cosa falsa è la negazione dell’adempimento di questa vocazione in un’altra vita. Ora, l’individualismo conservatore è d’accordo col socialismo in ciò che esso ha di falso, che è la negazione dell’altra vita; e non è d’accordo con lui in ciò che esso ha di vero, che è il diritto dell’uomo alla felicità. Egli non differisce da lui che per una negazione di più. Così, l’individualismo non può difendersi contra il socialismo se non appoggiandosi sul falso, se non aggiungendo alla negazione dell’altra vita la negazione della destinazione dell’ uomo alla giustizia ed alla felicità. – Ma egli si difende malissimo, anche a questo prezzo, per una ragione semplicissima; ed è che non dipende da lui il togliere all’uomo la persuasione della sua vocazione alla felicità, come lo ha potuto spogliare della fede in un’altra vita. Negando questa, egli, per quanto voglia lasciar quella da parte, non lo può; e questa impotenza, congiunta a questa negazione, forma la forza del socialismo. – La fede è come una valvola di sicurezza, per la quale sfuggono e si esalano tutti i desideri e tutte le speranze di cui il cuor dell’uomo è l’ardente fornace, e che non trovano in questa vita la loro piena soddisfazione. Chiudere questa valvola senza potere estinguere questo fuoco è un far nascere l’esplosione. Così l’individualismo conservatore è colpevole di socialismo in primo grado. Il socialismo propriamente detto non differisce dall’individualismo se non perché attizza il fuoco che questo vorrebbe spegnere, se non perché tramuta in furore ciò che l’altro vorrebbe mutare in abbrutimento. Il solo Cristianesimo, ne sia ad esso renduta gloria, scioglie il problema senza scatenar l’uomo e senza abbrutirlo. Questa verità della vocazione d’ogni umana creatura alla felicità di cui il socialismo si fa un’arme contro la società, la quale vorrebbe invano allontanarla, il Cristianesimo l’accetta, la prende, o meglio la ripiglia; imperocché essa gli appartiene come ogni verità, ed era stata a lui tolta. Ma a questa verità egli ne aggiunge un’altra, che l’individualismo e il socialismo negano di conserva; ed è la verità di un’altra vita, e la fede in una rimunerazione futura, in un’equa partizione de’ beni in ragione delle opere, in un’ultima rivoluzione che porrà per sempre il povero Lazaro nella gloria e il cattivo ricco nell’inferno. Con ciò il Cristianesimo compie la verità che è nel socialismo, come 1’individualismo ne compie l’errore. Egli differisce dal socialismo in questo, che il socialismo pone il termine della miseria umana al di qua della tomba, ed Egli lo pone al di là; differisce in questo, che il socialismo vuol realizzare il cielo sulla terra e con tali beni la cui insufficienza assoluta ne rende la divisione infernale, ed Egli lo realizza nell’altra vita e con tali beni la cui infinità fa pieni tutti i desideri dell’uomo, e la cui prospettiva e speranza riescono una felicità anche in questo mondo. E siccome Egli concede il diritto a questi beni futuri colla condizione che si rispettino i beni presenti da quelli che ne sono privi, e che quelli che li possiedono ne facciano parte caritatevole a quelli che ne sono sprovveduti, così presenta dei titoli alla ricchezza, un sollievo all’indigenza, una giustificazione e un correttivo alla troppa gran disuguaglianza che risulta dall’una e dall’altra, e dà fondamenti eterni alla società. – Io sfido a spiegare in altro modo la società coi nostri costumi cristiani; sfido a giustificarla, a giustificar tutto il gran cumolo d’ingiurie di cui essa si compone; le bestemmie spaventevoli di Proudhon devono esserne l’ultima parola se il cristianesimo non ne è la prima. – Qusto è ciò che ha renduto possibili quelle bestemmie non mai udite sino allora se non nell’inferno; questo è ciò che diede un’attituine plausibile al socialismo. La società si era addormentata nell’individualismo e nel possedimento de’ beni presenti per sé medesimi: il ricco si era racchiuso ne’ suoi tesori ed averi, il mercatante e il fabbricatore nelle sue speculazioni, l’ambizioso nella sua carica, l’uom di stato nella sua autorità e potestà, tutta quanta la società in questa vita; la si era finita coi vecchi dogmi e si seppellivano con onore; non si era scacciato Dio, ma si era rimandato con bel garbo e cortesia; si facevano le grandi riverenze alla religione ed a’ suoi ministri, e si copriva collo splendor del rispetto il dispregio delle sue doglianze e de’ suoi reclami; il mondo aveva per uno spettacolo le eloquenti proteste del conte di Montalembert, e le lasciava correre pel piacere di udirle; si lasciava profetare il vescovo di Chartres, e si leggeva con furore Eugenio Sue; si tolleravano i richiami dell’episcopato e si dava la parola d’ordine a tutti i professori di filosofia contra la Religione e a tutti i maestri delle campagne contra il curato; finalmente la società si era composta verso il cristianesimo tra il rispetto esteriore e il dispregio segreto; e l’oltracotanza umana era a tale salita da credere perfino di poter sostenere in aria il mondo senza il suo autore e scongiurare il disordine colla corruzione. Quand’ecco improvvisamente venire un tale a battere alla porta: è il socialismo. Egli domanda alla proprietà i suoi titoli, all’industria i suoi conti, all’ambizioso i suoi diritti, all’uom di stato i suoi principii, a tutta quanta la società i suoi fondamenti; e a questa impreveduta domanda ne rimangono tutti interdetti, essi non sanno che rispondere, smarriscono i sensi, se ne fuggono o sono trascinati….Per buona ventura il Cattolicismo si è trovato là per rispondere al socialismo! Per buona ventura un movimento di ritorno al Cattolicismo si era da qualche tempo dichiarato nelle anime! Per buona ventura il santo nome di Pio IX, librandosi sul mondo, ha ammansato il lion popolare, e la Religione ha potuto, moderandolo, farsi seguire da lui, e l’eroico sacrifizio di un buon pastore ha potuto riscattare col suo sangue l’incivilimento in pericolo nella metropoli del suo impero! Da quel tempo il Cattolicismo è stato la sola forza esistente, la sola colonna in piedi, che sono venuti ad abbracciare que’ medesimi che si trastullavano in atterrarla, ed a lui devono venire come a loro sostegno tutti coloro che ora vorranno ristorarne l’edifizio. Oggimai la quistione è giudicata. L’esperienza cominciata nel secolo decimosesto ha portato i suoi ultimi frutti. Il protestantismo diretto o indiretto, religioso, filosofico, politico o sociale, lo spirito di ribellione insomma, in tutte le sue applicazioni e in tutte le sue fasi, ha potuto fare successivamente illusione la mercé delle verità di fede, di giustizia, di umanità, di libertà, di fratellanza che esso pigliava al Cattolicismo, e colle quali egli imitava la vita e il progresso. Ma l’errore, il cui destino è di svilupparsi a suo danno e di perdersi giungendo al suo colmo, l’errore è apparso nella maggior luce nelle sue conseguenze, e si dileguarono tutte queste apparenze di verità e di vita, lasciando dietro sé l’inganno e la rovina. Questa gran verità dimostrata a sì caro prezzo, che la terra e il cielo pubblicano a gara, pare a noi abbia tocco il colmo dell’evidenza e ci dia il diritto, dopo tutti i nostri sforzi, di riposar nella sua conclusione, senza temere che l’ostilità anche più cieca prenda a disputarcela …