IL BEATO HOLZHAUSER INTERPRETA L’APOCALISSE: INTRODUZIONE E LIBRO PRIMO

IL BEATO HOLZHAUSER INTERPRETA L’APOCALISSE: INTRODUZIONE E LIBRO PRIMO

INTERPRETAZIONE DELL’APOCALISSE, che comprende LA STORIA DELLE SETTE ETÁ DELLA CHIESA CATTOLICA.

DEL VENERABILE SERVO DI DIO

BARTHÉLEMY HOLZHAUSER

RESTAURATORE DELLA DISCIPLINA ECCLESIASTICA IN GERMANIA,

OPERA TRADOTTA DAL LATINO E CONTINUATA DAL CANONICO DE WUILLERET,

PARIS, LIBRAIRIE DE LOUIS VIVÈS, ÉDITEUR RUE CASSETTE, 23 – 1856

PREFAZIONE DALL’AUTORE FRANCESE.

Il lavoro che pubblichiamo oggi, comprende il testo dell’Apocalisse, cioè la rivelazione dei grandi misteri che Gesù Cristo ha fatto a San Giovanni Evangelista, uno dei quattro Arcicancellieri del suo regno. Questa rivelazione contiene tutti i principali eventi che si sono già realizzati in gran parte, e che continueranno a realizzarsi nella Chiesa di Gesù Cristo, fino alla consumazione dei tempi. Molte persone hanno creduto e credono ancora che questo libro sacro non sarà mai spiegato, a causa dello stile enigmatico e figurato in cui è scritto. Ma questo è un errore assurdo come è assurdo credere che Dio abbia voluto parlare agli uomini, per non essere mai compreso. La parola Apocalisse, derivata dal greco, significa rivelazione; ora, se questo libro non si doveva mai interpretare, avrebbe portato un titolo che lo avrebbe escluso immediatamente dal codice sacro. – Un venerabile servo di Dio, Barthélemi Holzhauser, restauratore della disciplina ecclesiastica in Germania, dopo i primi disastri causati alla Chiesa dall’eresia di Lutero, ha intrapreso, con il l’aiuto delle luci celesti che lo hanno illuminato, l’interpretazione di questo libro. Già famoso per le sue profezie, Holzhauser si è distinto ulteriormente per una scienza approfondita della storia del mondo, che è stato in grado di applicare in un modo veramente ammirevole alle vaste conoscenze che possedeva delle Sacre Scritture. Questo illustre ecclesiastico, tanto dotto quanto pio, fondò in Germania vari istituti che erano un baluardo inespugnabile contro il protestantesimo che allora minacciava la completa rovina dell’Europa. Oltre a diverse opere che uscirono dalla sua penna, redasse in latino la sua famosa Interpretazione dell’Apocalisse tra le montagne del Tirolo, nel mezzo delle più grandi prove, e immerso nella meditazione, nel digiuno e nella preghiera. Il suo lavoro ha già ottenuto gli onori dell’immortalità. Infatti, se ne trovano antichi esemplari non solo nelle biblioteche della Germania, ma anche in quelle di varie parti d’Europa. La società colta dei Mechitaristi ha pubblicato una nuova edizione di quest’opera nel 1850. Seguendo il parere del dotto professore dell’università di Monaco, il Dr. Haneberg, osiamo affermare che il lavoro di Holzhauser offre la migliore interpretazione che sia mai apparsa dell’Apocalisse. Questo illustre scrittore non fa che ripetere con altre parole quello che abbiamo letto in una vecchia copia della vita di Holzhauser, ove si dice che tutti gli altri commentatori che hanno scritto su questo libro sacro (per quanto dotti fossero), sembrano dei bambini rispetto a questo genio. Potremmo raccogliere molte testimonianze di profonda stima in favore del nostro autore, se entrassimo nei dettagli e dicessimo tutto quello che abbiamo sentito dire di lui da illustri uomini di varie nazioni. La sua interpretazione offre un quadro completo del piano della saggezza divina nella grande opera di redenzione. Il lettore vi troverà un intero corso di teologia; vi vedrà in più, un riassunto prezioso della storia del mondo applicata e comparata alla storia della Chiesa. Noi crediamo di poter affermare che mai opera sia riuscita a riunire così vaste materie per presentarle in una luce così interessante. Se l’uomo non ha tanto a cuore che regolare la sua vita presente per raggiungere il suo destino futuro, non avrà mai trovato un mezzo così perfetto di soddisfare i suoi ardenti desideri che il leggere attentamente quest’opera. Infatti, essa racchiude un gran numero di quadri che offrono, sotto diversi punti di vista, tutto ciò che è più capace di interessarci nel passato, presente ed avvenire. – L’autore ha diviso la sua materia, in sette principali epoche nelle quali riassume tutta la storia del mondo con quella della Chiesa, che egli compara continuamente l’una all’altra, facendoci penetrare i segreti più reconditi di questa guerra accanita che lucifero intraprese contro il genere umano nel paradiso terrestre, e che terminerà sulla soglia dell’eternità con la caduta dell’Anticristo e con il cataclisma del mondo. È allora che il buon grano sarà separato dalla paglia per sempre, e che ciascuno di essi andrà ad occupare il posto che il Vangelo gli assegna. Tutto ciò che l’autore propone è tratto dall’Apocalisse stesso, ed ha come base la verità eterna di Dio. È così per la sua divisione delle epoche o degli Angeli della sua storia di cui dà dapprima uno scorcio generale e particolare per ognuno dei suoi Angeli; la sua divisione, diciamo noi, è fondata sulle sette Chiese, i sette candelabri, i sette angeli, i sette sigilli, i sette spiriti, le sette trombe e le sette piaghe dell’Apocalisse. Ed è nello sviluppo delle grandi verità contenute sotto questi diversi enigmi, che l’autore ci dimostra, in una maniera ammirevole e stupefacente, la concatenazione di tutti i grandi fatti che collegano la storia antica alla storia moderna e futura. È così ancora che egli ci fa vedere i legami stretti che uniscono l’umanità alla divinità, il tempo all’eternità. Poi egli termina la sua descrizione con dei particolari estremamente interessanti che furono rivelati a San Giovanni sul regno di Maometto e dell’anticristo, sull’antipapa che lacererà la Chiesa d’Occidente, sul trionfo della Chiesa, sulla prossima estirpazione delle eresie, etc., etc. – Questa è l’idea generale che noi diamo, come di passaggio, sul contenuto di quest’opera per non uscire dai limiti di una prefazione. Il lettore che avrà letto e riletto attentamente quest’opera resterà convinto che, lungi dall’avere esagerato, siamo stati piuttosto parsimoniosi negli elogi che merita. Tra i nostri lettori se ne troverà qualcuno forse la cui fede non è ferma. Noi lo preghiamo di considerare attentamente l’applicazione che l’autore fa dell’Apocalisse alla storia in generale ed in particolare; e noi gli chiediamo di voler spiegare come sia potuto accadere che San Giovanni, che redasse la sua rivelazione diciotto secoli fa, abbia potuto riuscire a comporre la sua opera se non fosse stato che un uomo ordinario, di maniera che tutti questi enigmi non trovino il loro chiarimento ed il loro posto che in ciascuna dei grandi tratti della storia del genere umano; e questo agli occhi della più grande e durevole società del mondo, agli occhi cioè della società cristiana? Non si riconosce forse essere questa la chiave del tesoro infinitamente prezioso della verità eterna di Dio? Sì, che coloro che non credono, o che si rifiutano ostinatamente di vedere la luce eterna che brilla nella Chiesa Cattolica, cerchino di risolvere questo problema, rendendosi conto delle ragioni che possono avere per non credere come gli altri uomini; che si sforzino, se appena prendono la briga di applicare l’intero testo dell’Apocalisse a qualche setta, a qualche monarchia o a qualunque storia sia, in modo che ogni frase, e persino ogni parola nella sua interezza, possa essere chiarita dall’applicazione che ne avranno fatto, e noi li pregheremo di sottomettere come noi la loro produzione al giudizio degli uomini, per avere preferenza sulla nostra, se possibile. – Non nascondiamo la difficoltà che abbiamo incontrato nel nostro lavoro; ma questa stessa difficoltà ne è la pietra angolare, e se la verità della più lunga e varia storia del mondo non avesse coinciso in tutti i suoi punti con la verità della profezia, sarebbe stato impossibile per noi farci leggere e farci comprendere. – Dobbiamo avvertire il lettore che le età della Chiesa non si presentano tutte in unica volta come un colpo teatrale all’occhio dei contemporanei, è così che la sesta età, ad esempio, che l’autore latino annuncia cominciare con il santo Pontefice ed il grande Monarca che dominerà in Oriente e in Occidente, e di cui il potere si estenderà sulla terra e sul mare; questa sesta età, noi diciamo, si concatena a tutte le altre in modo così certo e reale, che apparirà lenta agli occhi degli uomini. – In secondo luogo, dobbiamo fare osservare che molti fatti che caratterizzano un’età non devono essere compresi in maniera talmente assoluta da escludere l’esistenza di altri fatti che sono loro opposti. È così, ad esempio, che l’impenitenza, che dovrebbe essere uno dei pronostici della quinta età, non escludeva la conversione di un grande numero di uomini di quest’epoca, non più di quanto la conversione dei peccatori, che è uno dei caratteri della sesta, non escluderà l’ostinazione di molti empi. È con l’analisi universale e la comparazione di diversi pronostici tra loro, che si può conoscere la differenza delle età. Ma lo storico non può fare uscire il carattere di un’età se non verso la fine, o almeno dopo il suo pieno sviluppo. La precipitazione che noteremo negli avvenimenti che segnalano la nostra epoca conferma in maniera stupefacente i passaggi di questo libro nei quali il venerabile Holzhauser ci informa che le due ultime età saranno molto brevi. – Noi faremo osservare infine che, benché la Chiesa debba godere di una grande prosperità nella sesta età, il mondo non cesserà di avere il suo regno; ed è sempre su questo mare più o meno agitato che il vascello della Chiesa continuerà a vogare fino alla fine. Tali sono le considerazioni che dobbiamo fare e che concludiamo con ciò che segue: si sa che il venerabile Holzhauser non completò la sua opera e che si fermò al quarto versetto del quindicesimo capitolo; restavano quindi ancora quasi otto capitoli da spiegare. Quando i suoi discepoli ne chiesero la ragione egli rispose loro ingenuamente che … non si sentiva animato dallo stesso spirito e non poteva continuare. Poi aggiunse che avrebbe desiderato che qualcuno dei suoi, dopo di lui, completasse la sua opera e la coronasse. Noi ignoravamo questo passaggio della sua vita quando abbiamo iniziato questo lavoro; altrimenti non avremo mai osato realizzare questo progetto di pubblicazione che abbiamo concepito otto anni orsono. Dal momento che siamo stati informati del contenuto di questo passaggio, abbiamo preso consiglio da un dottore in teologia, che ha voluto prendersi carico di ricevere la nostra redazione, e ci ha incoraggiato a continuare. Noi non pretendiamo con questo essere la persona prevista dal venerabile Holzhauser; ma siccome siamo stati presi di ammirazione per la sua opera, ci siamo sentiti irresistibilmente spinti a farla conoscere al pubblico come un mezzo efficace per edificare i fedeli e procurare la salvezza delle anime. Ecco perché, dal momento che abbiamo ritrovato un momento di calma, dopo gli avvenimenti di cui fummo vittima nei disastri che provarono sì crudelmente la Svizzera cattolica nel 1847, ci siamo messi presto ad eseguire il nostro piano. Ed è per raggiungere con maggior sicurezza al nostro scopo, che ci siamo serviti della lingua più generalmente conosciuta in Europa. Abbiamo ripartita la nostra materia in nove libri, in onore dei nove cori degli Angeli. La traduzione dei primi quindici capitoli, che riproduciamo testualmente, ci è servita come modello e soccorso indispensabile nella continuazione di quest’opera della quale il nostro maestro ha tutto il merito e tutta la gloria. Non dissimuliamo tuttavia le grandi difficoltà che abbiamo incontrato sia nella traduzione sia, soprattutto, nella continuazione di questa “Interpretazione”; ma ci siamo continuamente sentiti soccorsi ed animati da una gioia spirituale inesprimibile che compensava le nostre fatiche. Oltretutto il frutto che ci promettiamo dai nostri sforzi nell’opera di santificazione delle anime, ci è servito sempre di appoggio per non soccombere nei nostri deboli mezzi umani. Se malauguratamente ci è sfuggito qualcosa che possa in qualunque modo essere di contrasto alla retta dottrina, noi lo ritrattiamo da subito. Protestando la nostra perfetta ed umile sottomissione alla nostra santa Madre, la Chiesa romana. È con questi sentimenti e con la coscienza della purezza e della rettitudine della nostra intenzione, che ci raccomandiamo all’indulgenza ed alle preghiere dei nostri lettori. Augurando a tutti la salvezza eterna in Gesù Cristo e per Gesù-Cristo. Così sia.

NOTIZIE SULLA VITA DELL’AUTORE LATINO

Crediamo che il lettore ci sarà grato dell’idea avuta di porre in capo a questa nuova edizione un compendio della vita di Holzhauser che uno scrittore anonimo ci ha lasciato in un libro pubblicato a Bamberg, nell’anno 1799, Crediamo che il lettore ci sarà grato dell’idea avuta di porre in capo a questa nuova edizione un compendio della vita di Holzhauser che uno scrittore anonimo ci ha lasciato in un libro pubblicato a Bamberg, nell’anno 1799. – Questo vero servo di Dio, di origine sveva, nacque in un umile villaggio chiamato Longnau, situato a qualche lega da Augsbourg, nell’anno di grazia 1613, nel mese di agosto. Suo padre era calzolaio. Nella sua infanzia si fece notare per l’innocenza dei costumi. Non essendoci scuole nel suo villaggio, frequentò assiduamente quella della piccola città di Verding situata a qualche lega circa dalla casa paterna dove si dedicò in particolare allo studio della lingua tedesca. Era solito abbreviare la lunghezza del cammino con la preghiera ed i santi cantici di cui faceva la sua delizia, nell’anno 1624, all’età di undici anni, iniziò lo studio della lingua latina ad Augsburg, ove la sua povertà lo costringeva a cercare sussistenza da porta a porta. In seguito, continuò i suoi studi a Neubourg, sul Danubio, dove trovò miglior sorte nella protezione dei padri della Società di Gesù. Infine, terminò la sua carriera letteraria a Ingolstadt. – Fin dai primi anni fu favorito da celesti visioni. Confessò pubblicamente di essere stato liberato dalla peste per intercessione della Madre di Dio, per la quale era animata dalla più grande devozione. Egli invocò soprattutto questa Madre di buon consiglio nella scelta di un confessore e dello stato di vita; ed è per sua ispirazione che si confermò sempre più nella risoluzione che prese di entrare nella carriera ecclesiastica. Animato da un grande zelo per la preghiera, forte nella fede, e pieno di fiducia in Dio, superò in modo ammirevole le numerose difficoltà che incontrò il suo progetto. Benché povero egli stesso, non si mostrò meno ardente nella sua carità verso gli indigenti e misericordioso e benevolo nei riguardi del prossimo. Non calcolando alcun danno, distribuiva le sue cure ed i suoi soccorsi a tutti gli sventurati di guerra e degli altri flagelli che l’accompagnano. Nel fervore del suo zelo insegnava la dottrina cristiana agli ignoranti, consolava gli afflitti, fortificava i deboli, sollevava coloro che si erano lasciati abbattere, correggeva gli abusi; e nelle frequenti ingiurie che riceveva dai malvagi si mostrava pieno di gioia per essere stato trovato degno di soffrire per il nome di Gesù Cristo. – a queste prime virtù, Barthélemi aggiunse la pratica della mortificazione, dell’abnegazione, della castità, dell’umiltà, della dolcezza e della pazienza, e si mostrò per questo il vero tipo dello studente cristiano, non perdendo mai di vista quest’oraciolo dello Spirito Santo: Adolescens juxta viam suam ambulans, etiam cum senuerit, non revedet ab ea. Prov. XXII, 6. Dai primi anni fu favorito da celesti visioni. Confessò pubblicamente di essere stato liberato dalla peste per intercessione della Madre di Dio, per la quale era animata dalla più grande devozione. Egli invocò soprattutto questa Madre di buon consiglio nella scelta di un confessore e dello stato di vita; ed è per sua ispirazione che si confermò sempre più nella risoluzione che prese di entrare nella carriera ecclesiastica. Animato da un grande zelo per la preghiera, forte nella fede e pieno di fiducia in Dio, superò in modo ammirevole le numerose difficoltà che incontrò il suo progetto. Benché povero egli stesso, non si mostrò meno ardente nella sua carità verso gli indigenti e misericordioso e benevolo nei riguardi del prossimo. Non calcolando alcun danno, distribuiva le sue cure ed i suoi soccorsi a tutti gli sventurati di guerra e degli altri flagelli che l’accompagnano. Nel fervore del suo zelo insegnava la dottrina cristiana agli ignoranti, consolava gli afflitti, fortificava i deboli, sollevava coloro che si erano lasciati abbattere, correggeva gli abusi; e nelle frequenti ingiurie che riceveva dai malvagi si mostrava pieno di gioia per essere stato trovato degno di soffrire per il nome di Gesù Cristo. – a queste prime virtù, Barthélemi aggiunse la pratica della mortificazione, dell’abnegazione, della castità, dell’umiltà, della dolcezza e della pazienza, e si mostrò per questo il vero tipo dello studente cristiano, non perdendo mai di vista quest’oracolo dello Spirito Santo: Adolescens juxta viam suam ambulans, etiam cum senuerit, non revedet ab ea. (Prov. XXII, 6). – Appena ebbe terminato il suo corso di studi, ispirato dai segni manifesti della volontà divina di lavorare per la gloria di Dio e la salvezza delle anime, deliberò di entrare in un nuovo stato di vita, e si fece iscrivere nei ruoli della milizia ecclesiastica. Nel corso del suo terzo anno di studi teologici, si preparò al sacerdozio; e nell’anno1639 fu ordinato sacerdote nella città episcopale di Eichstadt sul Danubio, e celebrò la sua prima messa ad Ingolstadt nel giorno della Pentecoste, nella stessa cappella di Notre-Dame de la Victoria ove aveva spesso offerto il suo cuore a Dio, consacrandogli tutti i suoi beni con ferventi preghiere. Non tardò nell’ascoltar confessioni ed esercitare le altre funzioni del santo ministero, e ciò con tal successo che un gran numero di penitenti affluivano al suo confessionale. Temendo di esaurire le sue forze nella cura della vigna del Signore, cercò di associarsi dei collaboratori zelanti, capaci di continuare e propagare la sua opera. – A questo scopo nell’anno 1640 ingaggiò tre curati più anziani di lui per seguire certe regole che s’imposero tra loro. Questi continuarono tuttavia a restare nel loro presbiterio finché non avessero ottenuto dai loro superiori il permesso di aderire pienamente all’invito di Barthélemi. – terminati gli studi teologici e guarito da un’angina con l’aiuto manifesto di Dio, partì con uno dei suoi associati per Salzbourg ove, guidato da un’ispirazione divina, fondò il suo primo istituto nel 1636. Si mise lungo la strada a piedi e senza sacco, con poco denaro; cammin facendo incontrò un quarto associato, con l’aiuto della divina provvidenza arrivò al termine del suo viaggio.  L’autorità ecclesiastica gli fece una buona accoglienza; poco tempo dopo ottenne un canonicato a Tittmoning, città dell’Arcivescovato di Salzbourh, vicino alla Baviere sulla Salza. Questa città ha una cittadella molto antica con una collegiata dedicata a san Lorenzo. Essa è la più insigne delle città circostanti. Da quando fu stabilito come canonico in cura di anime, ottenne per lui ed i suoi una vasta casa, la stessa che aveva visto in sogno quando si trovava ad Ingolstadt. Il numero dei suoi compagni cresceva di giorno in giorno, e senza incontrare ostacoli da parte dei confratelli, guadagnò un numero infinito di anime a Gesù Cristo con la parola di Dio e con la sua carità verso i poveri ed i malati. – più tardi lasciò un certo numero dei suoi a Tittmoning per andare a mettersi alla testa di una parrocchia e di un decanato a San Giovanni, in Leogenia, vallata del Tirolo, sulla strada da Innsbruck e Salzbourg, il giorno della Purificazione della Santa Vergine, nell’anno 1642. Come sempre fece ogni sforzo per mettere tutto nel migliore ordine possibile, insegnando la dottrina cristiana ai bambini ed anche agli adulti, visitando le scuole, e non ometteva nulla per ristabilire la disciplina ecclesiastica. Per questo non tardò a riconciliarsi la stima di tutti gli abitanti del luogo. – Avendo osservato quanto importante fosse che i giovani destinati allo stato ecclesiastico venissero imbevuti di solidi principi e virtù cristiane, fece in modo da stabilire dei seminari ove potessero formarsi sacerdoti esemplari. Il primo dei suoi seminari fu fondato nell’anno 1643 a Salzbourg; più tardi per gravi motivi fu trasportato ad Ingolstadt nell’anno 1649. Nel contempo stabilì il suo istituto a Augsbourg, a Gerlande, poi a Ratisbona, dopo avere ottenuto un’approvazione a Roma con l’appoggio del duca Massimiliano di Baviera, del quale ricevette la seguente lettera nell’anno 1646: « È della divina bontà il suscitare sacerdoti il cui unico scopo è quello di procurare alla Chiesa degli uomini che, vivendo secondo le regole dei santi Canoni e della disciplina ecclesiastica, si dedichino interamente e con cuore puro, alle funzioni sacerdotali; e che vegliando su se stessi, cercando di perfezionarsi, lavorino sinceramente alla gloria di Dio ed alla salvezza delle anime. » E per giungere a questo scopo Barthélemi prescrisse tre cose: la coabitazione e la conversazione fraterna, l’allontanamento delle donne e la comunità dei beni. Tuttavia, non fu che nel gennaio 1670 che ricevette dalla sacra congregazione dei Vescovi e regolari, l’approvazione desiderata, nei termini seguenti: « Questa pia e santa istituzione non ha bisogno di approvazione, poiché non prescrive null’altro di ciò che si praticava nel clero della Chiesa primitiva. » – Nella carestia che afflisse il Tirolo verso l’anno 1649, lavorò con grande successo nell’alleviare i bisognosi. Dopo avere esercitato il santo ministero per dieci anni nella vallata di Leogenia, si trovò in una gran penuria per la sua casa per la soppressione delle decime ed a causa dell’aggravio delle imposte straordinarie. Lungi dal lasciarsi abbattere, questo venerabile servo di Dio non trovò che uno stimolante in queste probe, e si rimisero, egli ed i suoi, tra le mani della divina provvidenza. – Come ricompensa della sua fedeltà e pazienza, Dio dispose gli avvenimenti in tal sorta che Barthélemi potette lasciare queste montagne ove il suo nome è ancora benedetto, per traferirsi nella Franconia e nei dintorni di Magonza. L’anno 1654, fece fondare dai suoi, un seminario a Wurzbourg; e su invito dell’elettore di Maigonza, che lo ammise più tardi nella sua intimità, divenne curato e decano a Bingen sul Reno. – Quando Carlo, re d’Inghilterra, che si trovava allora esiliato in Germania, si disponeva a tornare in patria, colpito dalla reputazione di Barthélemi che aveva predetto cose strabilianti in Inghilterra, mostrò un gran desiderio di vederlo, discendendo il Reno. Avendolo dunque fatto chiamare, si intrattenne con lui per un’ora per ascoltare dalla sua bocca ciò che prediceva del suo reame e del proprio regno. Questo servo di Dio aveva predetto che questo reame si sarebbe ridotto nelle più grandi miserie; che il re non sarebbe stato risparmiato; ma che dopo il ritorno della pace gli Inglesi, convertiti alla fede cattolica, avrebbero fatto per la Chiesa più di quanto non avessero fatto dopo la loro prima conversione. Ora non deve passare sotto silenzio che dall’anno 1658, l’esercizio della Religione Cattolica fosse proibito in questa isola sotto pena di morte; e che questo decreto fu in seguito abolito nel 1778. È quello che Barthélemi aveva annunziato in maniera ammirabile nell’anno 1635, nei seguenti termini: et intellexi juge sacrificium centum et viginti annis ablatum esse. « Ho inteso che il Sacrificio eterno sarebbe stato soppresso per centoventi anni. » È impossibile il dire quanto desiderasse questa conversione. Nulla aveva più a cuore che andare egli stesso, disprezzando ogni pericolo per la sua vita, a cominciare questa opera. Tuttavia, ne fu impedito, malgrado lui, dalle cure che dovette dare alla sua parrocchia ed alle scuole latine che egli stava per aprire a Bingen, per il maggior vantaggio degli abitanti di questa città e dei luoghi circostanti. – Nel mentre era occupato ad adempiere ai suoi doveri del buon pastore, prodigando ai suoi collaboratori ed ai suoi istituti tutte le sollecitudini di un padre, fu colpito da una febbre mortale, e levando gli occhi verso il cielo, girato verso i suoi che piangevano e pregavano, spirò il 20 maggio 1658 nel 45mo anno di vita, diciannovesimo del suo sacerdozio e 18 anni dopo la fondazione del suo istituto. Il suo corpo riposa nella chiesa parrocchiale di Bingen davanti all’altare della santa croce, in una tomba chiusa che porta questo apitaffio: « Venerabilis vir Dei servus Bartholomæus Holzhauser, SS. Theologiæ Licentiatus, Ecclesiæ Bigensis pastor et decanus, Vitæ Clericorum sæcularium in communi viventium in superiore Germania restitutor, obiit anno 1658, die Maji 20. »  – Oltre alle virtù ammirabili della sua giovinezza che portò in seguito ai gradi più alti di perfezione nella sua carriera ecclesiastica, Holzhauser era dotato di una scienza profonda e favorita dal dono della profezia; ecco ciò che nessuno negherà. Ce ne possiamo convincere dalle sue opere delle quali molte ci sono rimaste, e più particolarmente la sua interpretazione dell’Apocalisse, di cui diamo qui la traduzione francese. Si noterà in quest’opera una singolare ed ammirabile connessione dei tempi e degli avvenimenti, stabilenti o manifestanti il più bel sistema generale di tutta la Chiesa, estesa dalle sue origini fino alla consumazione dei secoli. Egli scriveva questa interpretazione nel Tirolo, mentre era afflitto dalle prove più grandi, passando così le sue giornate interamente nel digiuno e nella preghiera, separato da ogni commercio con gli uomini. Siccome egli non terminò la sua opera e non interpretò l’Apocalisse che fino al quindicesimo capitolo, i suoi sacerdoti ne chiesero la ragione: egli rispose loro che non sentiva più l’ispirazione, che non poteva continuare (Parve a Dio, per ragioni particolari, che volesse riservare il resto dei suoi segreti ad un’altra epoca). Poi aggiunse che qualcuno si sarebbe occupato più tardi della sua opera e l’avrebbe completata. – Questo è il compendio che diamo della vita di Holzhauser, affinché non sembrasse che volessimo nascondere al lettore quanto piacque alla divina bontà di assistere gli uomini di buona volontà nei tempi più difficili. Egli visse in mezzo agli orrori della guerra dei 30 anni che durò dal 1614 al 1648. – Noi non pretendiamo di elevarci sopra il giudizio degli uomini; e ci sottomettiamo con reverenza filiale alla santa Chiesa Romana in tutto ciò che potrebbe essere giudicato da Essa circa quest’opera. Quanto al secolo presente, cosa dobbiamo attenderci da esso? Ahimè! Siccome ogni carne ha corrotto le sue vie, e lo spirito ha orrore di tutto ciò che non colpisce gradevolmente i sensi, possiamo prevenire in anticipo il giudizio del mondo. Tuttavia, tutti gli uomini non pensino come il secolo, e si sappia che è piaciuto alla divina provvidenza il suscitare degli uomini eminenti per il loro talento e la loro pietà per eccitare gli altri alla penitenza ed alla pazienza con l’esempio e la parola. Noi non ignoriamo quanti uomini, toccati dalla storia e dall’esempio dei Maccabei hanno trovato nella Scrittura coraggio e consolazioni. Chi oserà dunque farci un rimprovero per esserci sforzati nel soccorrere i nostri fratelli in questi tempi pieni di prove rudi e calamità. Non sempre ci è stato permesso, né sempre lo sarà, il dare il pane a coloro che hanno fame, e acqua agli assetati, quando il medico lo permette o lo ordina? – Noi dunque ti preghiamo, caro lettore di accogliere con benevolenza il nostro umile lavoro, e ti auguriamo ogni specie di prosperità per il corpo e per l’anima. Addio, dunque, e tutto ti sia propizio!

LIBRO PRIMO

SUI TRE PRIMI CAPITOLI

Descrizione dei sette Angeli della Chiesa Cattolica da Gesù-Cristo fino alla consumazione dei secoli, figurate dalle sette Chiese dell’Asia, dalle sette Stelle e dai sette Candelabri.

SEZIONE I.

SUL CAPITOLO I

L’INTRODUZIONE DEL LIBRO DELL’APOCALISSE

§ I.

L’iscrizione, l’autorità, lo scopo, e la materia del libro dell’Apocalisse.

Cap. I, vers. 1-8

(Apoc. I, 1-8)

Apocalypsis Jesu Christi, quam dedit illi Deus palam facere servis suis, quae oportet fieri cito: et significavit, mittens per angelum suum servo suo Joanni, qui testimonium perhibuit verbo Dei, et testimonium Jesu Christi, quæcumque vidit. Beatus qui legit, et audit verba prophetiæ hujus, et servat ea, quæ in ea scripta sunt : tempus enim prope est. Joannes septem ecclesiis, quae sunt in Asia. Gratia vobis, et pax ab eo, qui est, et qui erat, et qui venturus est: et a septem spiritibus qui in conspectu throni ejus sunt:  et a Jesu Christo, qui est testis fidelis, primogenitus mortuorum, et princeps regum terræ, qui dilexit nos, et lavit nos a peccatis nostris in sanguine suo, et fecit nos regnum, et sacerdotes Deo et Patri suo: ipsi gloria et imperium in sæcula sæculorum. Amen. Ecce venit cum nubibus, et videbit eum omnis oculus, et qui eum pupugerunt. Et plangent se super eum omnes tribus terrae. Etiam: amen. Ego sum alpha et omega, principium et finis, dicit Dominus Deus: qui est, et qui erat, et qui venturus est, omnipotens.

[Rivelazione di Gesù Cristo, che Dio gli ha data per far conoscere ai suoi servi le cose che debbono tosto accadere: ed egli mandò a significarla per mezzo del suo Angelo al suo servo Giovanni, il quale rendette testimonianza alla parola di Dio, e alla testimonianza di Gesti Cristo in tutto quello che vide. Beato chi legge, e chi ascolta le parole di questa profezia: e serba le cose che in essa sono scritte: poiché il tempo è vicino. Giovanni alle sette Chiese che sono nell’Asia. Grazia a voi, e pace da colui, che è, e che era, e che è per venire: e dai sette spiriti, che sono dinanzi al trono di lui: e da Gesù Cristo, che è il testimone fedele, il primogenito di tra i morti, e il principe dei re della terra, il quale ci ha amati, e ci ha lavati dai nostri peccati col proprio sangue, e ci ha fatti regno, e sacerdoti a Dio suo Padre: a lui gloria, e impero pei secoli dei secoli: così sia. Ecco che egli viene colle nubi, e ogni occhio lo vedrà, anche coloro che lo trafissero. E si batteranno il petto a causa di lui tutte le tribù della terra: così è: Amen. Io sono l’alfa e l’omega, il principio e il fine, dice il Signore Iddio, che è, e che era, e che è per venire, l’onnipotente].

La rivelazione di Gesù-Cristo. Che Dio gli ha dato per rivelare ai suoi servi ciò che deve presto accadere: lo ha manifestato inviando il suo Angelo a Giovanni, suo servo.

I. La maggior parte degli scrittori ha cura di mettere in testa dei loro libri dei titoli o delle iscrizioni, per invogliare tutti coloro tra le mani dei quali cadono i loro scritti, a leggerli ed a servirsene. È così e con altre buone ragioni che ha fatto la divina Sapienza nel presente Libro dell’Apocalisse, come si vede nel primo versetto che racchiude:

1. Iscrizione e titolo del Libro.

2. La sua autorità

3. La facoltà del Superiore.

4. Scopo di quest’opera.

5. Soggetto del libro.

6. Volontà del Re che lo permette.

7. Brevità del tempo.

8. Modo della rivelazione.

9. Nome dello scrittore.

10. Persona dell’assistente.

II. Il primo ed il secondo punto si trovano in queste parole: La rivelazione di Gesù-Cristo. In effetti il lettore scorge nel titolo ciò che è questo libro, cioè la rivelazione dei segreti e dei misteri celesti fatta non da un uomo o da un re terreno che può mentire o ingannarsi, ma da Gesù-Cristo che non può né ingannare né essere ingannato. Queste parole dimostrano tutta la dignità e tutta l’autorità di questo libro.

III.  DIO in tre Persone, ha dato a Gesù-Cristo, inferiore al Padre secondo l’umanità, la facoltà di scrivere questo libro, affinché i fedeli pii e devoti che sono stati, che sono e che saranno nella Chiesa Cattolica, che si deve considerare come il regno di Gesù-Cristo, fossero sufficientemente prevenuti delle tribolazioni che Dio ha voluto che essi soffrissero per provarli ed aumentare la loro gloria. Egli ha permesso tutto questo dall’eternità, affinché fossimo premuniti come dallo scudo di una prescienza necessaria contro tutte le avversità, tanto presenti che future, egli ha voluto che fossimo consolati dalla brevità delle nostre tribolazioni, rispetto all’eternità, resistendo con la forza più grande, confidando pienamente nel buon piacere della volontà e del permesso divino che non potrebbe eseguirsi, come si vede con le parole del testo: che Dio gli ha dato per scoprire ai suoi servi ciò che deve succedere presto.

IV. La maniera in cui Nostro Signore Gesù-Cristo ha rivelato tutte queste cose a San Giovanni fu la più perfetta, tale che non fu mai più perfetta, tale che non fu mai simile presso alcun profeta; perché essa consiste in queste tre cose:  

1. Visione immaginativa;

2. Intelligenza piena di misteri;

3. Assistenza di un Angelo.

Ora, san Giovanni ebbe questi tre soccorsi scrivendo questo libro dell’Apocalisse, come risulta dalla fine del testo: Egli lo ha manifestato inviando il suo Angelo a Giovanni, suo servo: vale a dire, Egli inviò l’Angelo (San Michele) che tenendo il posto di Cristo, a mo’ di un ambasciatore reale, apparve a San Giovanni Evangelista, per rivelargli i misteri di Dio riguardanti la sua Chiesa militante sulla terra e trionfante nel cielo, e per istruirlo esteriormente (exterius), comunicando a lui una piena intelligenza di tutte queste cose.

V. Vers. 2. –  Che ha reso testimonianza alla parola di Dio e a tutto ciò che ha visto di Gesù-Cristo. Queste parole annunciano l’autorità dello scrittore che non fu altri che San Giovanni Evangelista, questo discepolo caro al suo Maestro più di tutti gli altri, che ha reso testimonianza alla parola di Dio sulla sua generazione eterna (Jo., I): « In principio era il Verbo, ed il Verbo era con Dio, ed il Verbo era Dio; » e sulla sua incarnazione temporale: « Ed il Verbo si è fatto carne, ed ha abitato tra noi, e noi abbiamo visto la sua gloria, etc. etc. » Ecco perché egli ha aggiunto: Che ha reso testimonianza … a Gesù-Cristo … e a tutto ciò che ha visto nella sua conversazione, nei suoi miracoli, nella sua morte e nella sua resurrezione, come lo si vede nel Vangelo. Egli ha reso questa stessa testimonianza nella persecuzione di Domiziano,  confessando e predicando con la forza più grande nei tormenti, che Gesù-Cristo crocifisso è veramente Figlio di Dio e Figlio dell’uomo.

VI. Vers. 3. – Felice colui che legge ed ascolta le parole di questa profezia, e che conserva tutto ciò che vi trova scritto: perché il tempo è vicino. L’Apostolo rende qui gli ascoltatori attenti sull’utilità di questo libro il cui scopo è quello di farci acquisire la beatitudine celeste. Felice colui che legge. Questo si applica ai dottori che insegnano agli altri, con le parole di questa profezia, la giustizia e il timore del Signore, e che li fortificano nelle avversità per l’amore di Gesù-Cristo e per la ricompensa della vita eterna. Perché felici sono coloro che insegnano agli altri la giustizia, essi brilleranno come stelle nell’eternità. E felice colui che ascolta. Egli si rivolge qui ai discepoli pii e semplici che credono alle parole di questa profezia, conservando nel loro cuore la giustizia e la pazienza di Gesù-Cristo che vi sono descritte. E chi conserva tutto ciò che vi si trova scritto. Vale a dire, felice chi sopporterà i travagli e le tribolazioni, sopportandole con pazienza fino alla consumazione. Felice è l’uomo che sopporta la tentazione, quando sarà stato provato, riceverà la corona di vita che Dio promette a coloro che lo amano. Perché il tempo è vicino. Vale a dire, passa rapidamente. È come se volesse dire: il lavoro della pazienza è breve, e la ricompensa della beatitudine è eterna. Da qui le parole dell’Apostolo ai Romani, (VIII, 18) : « … perché io sono persuaso che le sofferenze della vita presente non hanno alcuna proporzione con questa gloria che sarà un giorno rivelata in noi. “

VII. Vers. 4-8Giovanni alle sette Chiese che sono in Asia: …. Questa Asia è una grande provincia dell’Asia Maggiore ove c’erano sette città, ed in queste città sette chiese con sette Vescovi, la cui metropoli era Efeso. San Giovanni scrisse ed inviò questo libro dell’Apocalisse a queste sette chiese che gli errano state assegnate nella separazione degli Apostoli. Questo numero sette, come per altre cose, rappresenta perfettamente l’universalità di tutte le chiese. E l’autore, volendosi conciliare la loro benevolenza ed invitandoli ad estenderla ed a leggerla, li saluta con umiltà non prendendo altro titolo che il suo nome: Giovanni alle sette Chiese, etc. . Questo nome non di meno era gradevole e riempiva di una gioia spirituale coloro  che l’ascoltavano.

VIII. Dopo questo saluto viene l’augurio di beni, come tanti mezzi per accattivarsi la benevolenza: la grazia e la pace siano con voi: come a dire, io vi auguro la grazia di perseverare nel bene, la consolazione nelle avversità, il coraggio nelle prove, così come la pace del cuore e l’unità negli spiriti e la fede all’interno ed all’esterno, infine il riposo eterno. Ora tutte le cose sono dono di Dio secondo san Giacomo, (I, 17) : « Ogni grazia eccellente ed ogni dono perfetto viene da Dio e discende dal Padre dei lumi. » Ecco perché San Giovanni indica subito la fonte della vera pace e della grazia, dicendo: La grazia e la pace siano con voi. Da parte di Colui che è, che era e che deve venire. Queste parole non esprimono altra Persona che Dio, così come la sua perfezione e la sua autorità; e questa differenza del tempo passato, presente e futuro, non si vi si trova che per noi, che siamo incapaci di comprendere le cose altrimenti. Il senso di queste parole è dunque: grazie e pace a voi vengono da Dio che è ora, e che era da tutta l’eternità; che deve venire al giudizio con i suoi Santi e che deve vivere nell’eternità per sé, in sé, di sé, e per sé.

IX. E da parte dei sette spiriti che sono davanti al suo trono. 1° Con questi sette spiriti sono designati i sette doni dello Spirito Santo, che si effuse sugli Apostoli nel giorno di Pentecoste sotto forma di lingue di fuoco, e fu inviato in tutto il mondo. È per Lui che ogni grazia ed ogni pace vera fu comunicata alla Chiesa. Benché lo Spirito Santo sia vero Dio, seduto sul trono con il Padre ed il Figlio nella medesima gloria e maestà, è tuttavia detto qui che Esso è alla presenza del trono, a causa della distribuzione dei doni e delle grazie spirituali fatte sotto la forma delle lingue di fuoco. Lo Spirito Santo distribuisce questi doni secondo l’eterna volontà del Padre per la nostra salvezza; similmente è detto della Persona del Verbo: « Egli discese dal cielo per noi uomini e per la nostra salvezza. » 2° Per i sette spiriti si intende anche l’universalità dei santi Angeli che sono costituiti davanti al trono e sempre presenti, come ministri di Dio, a lavorare per la nostra salvezza, assistendo i Vescovi nel governo della Chiesa, secondo i bisogni del tempo.

X. E da parte di Gesù-Cristo, il testimone fedele della gloria, della maestà e della verità del Padre. Il testimone fedele, nella predicazione divina, essendo il Verbo di Dio, il testimone fedele, nei suoi miracoli e nell’effusione del sangue prezioso, essendosi reso obbediente fino alla morte, e alla morte di croce. Ecco perché Egli è chiamato il primo nato dai morti, vale a dire, il primo tra i resuscitati dai morti, destinato a divenire la causa o lo strumento, ed il testimone fedele della nostra resurrezione futura, dopo che avremo sofferto, gemuto e pianto in questa valle di lacrime. Ed il Principe dei re della terra: vale a dire il principe delle potenze terrestri. Avendo il potere di abbattere per l’utilità dei suoi eletti, o di conservarli a castigo dei peccatori, permettendo che essi servano e trionfino, come dice il detto San Matteo, XXVIII, 18, a consolazione della Chiesa: « Ogni potenza mi è stata data nel cielo e sulla terra. » Che ci ha amato per primo, quando eravamo suoi nemici; e che ci amato al punto da lavare i nostri peccati, sia l’originale che gli attuali, con il suo sangue innocente. E che è stato tradito e messo a morte dai nostri peccati e per i nostri peccati. Nel suo sangue, perché il Sacramento del Battesimo e la Penitenza, che lavano il peccato originale ed i peccati attuali, traggono la loro efficacia dalla sua passione benedetta. Ed ha fatto di noi il regno ed i sacerdoti. Noi fummo rigettati e cacciati dal paradiso, dal regno di Dio; e ci trovammo tenuti in schiavitù nel legami dei nostri peccati e nella servitù del demonio. Ora, il nostro Re Gesù-Cristo ci ha riscattati e ci ha costituito in un regno, o principato monarchico, qual è la Chiesa Cattolica; regno santo, mirabile e forte contro il quale le porte degli inferi non prevarranno qualunque siano gli sforzi dei nemici. E ha fatto di noi un regno, perché ci ha costituito sotto la legge santa del regno celeste, affinché Dio, il Padre del Signore Nostro Gesù-Cristo, regnasse su di noi. E noi, noi siamo popolo per l’obbedienza come Lui è nostro Re per l’impero. E di noi ha fatto un reame; vale a dire, che ha voluto riceverci come cittadini del regno celeste, di modo che non fossimo stranieri ed ospiti, ma concittadini di Santi, i servi di Dio, edificati sul fondamento degli Apostoli e dei Profeti, e su Gesù-Cristo stesso che è la pietra angolare. – E sacerdoti, che non offrono più il sangue degli animali, ma che offrono con Lui, sull’altare della croce sacra, il corpo ed il sangue prezioso di Gesù-Cristo; sacrificio infinitamente santo ed accettabile, che gli Angeli stessi desiderano contemplare, e che placa la collera di Dio, che ci hanno attirato i nostri peccati. Ed i sacerdoti che non si saziano più, come nell’antica legge, della carne degli animali o della manna del deserto; ma del corpo e del sangue prezioso di Gesù-Cristo, l’Agnello senza macchia che si offrì per essere nutrimento e bevanda spirituale delle nostre anime. Ed i sacerdoti offrono le ostie come un sacrificio di lode gradito a Dio, cioè alla Santissima Trinità, ed a Dio Padre, per la gloria del quale il Figlio ha disposto ogni cosa. A lui sia la gloria in se stesso, e l’impero su tutte le cose nei secoli dei secoli, cioè nell’eternità. Così sia. Che sia così o che questo si faccia.

XI. E perché il nostro cuore è inquieto, ed il tempo in cui gli empi trionfano su di noi ci sembra troppo lungo, finché saremo costituiti cittadini del regno di Dio, l’autore rileva le nostre anime inquiete con ammirevole efficacia con le seguenti parole: Egli verrà sulle nubi; il testo latino dice: Ecce venit cum nubibus, come se volesse dire: ecco, il tempo è molto breve in rapporto alla pena o alla gloria eterna. Ecce, ecco: levate gli occhi della vostra anima verso i tempi passati; Essi sono passati come se non fossero mai stati, verso i tempi presenti; come passano rapidamente! E verso i tempi futuri; siccome questi si avvicinano e tutto si compie, benché noi non ci pensiamo! Pure la Scrittura dice: « Benché tardi, attendetelo; Egli vieni presto e non tarderà. » Eccolo che viene sulle nubi; il testo latino si serve del tempo presente, per far ben comprendere alla debolezza del nostro spirito che, per quanto lungo ci sembri il tempo che ci separa dal giorno del giudizio, esso è tuttavia, in rapporto all’eternità come un tempo presente, nel quale Gesù-Cristo verrà ed apparirà. « È così che verrà, etc., » Matth., XXIV, 30. La parola latina “ecce”, ecco, che è spesso impiegata in questo libro, vuol dire, nel pensiero dello Spirito Santo, che noi dobbiamo elevare le nostre anime ed eccitare la nostra immaginazione per comprendere qualche cosa di serio, di mirabile, amabile od orribile. –

XII. Ed ogni occhio lo vedrà, perché apparirà visibile a tutti. Ed ogni occhio lo vedrà: l’uomo libero e lo schiavo, il ricco ed il povero, il re ed il principe, i nobili ed i plebei, i sapienti e gli ignoranti, i giusti e gli empi, etc. ma tutti lo vedranno in maniera differente; perché la sua apparizione sarà infinitamente gradita ai giusti, come quella di uno sposo alla sua sposa, di un padre o di una madre a suo figlio, di un fratello ad un fratello, di un amico all’amico, e soprattutto di un salvatore ad un salvato. In effetti, Egli si presenterà ai giusti in qualità di sposo, di salvatore, di padre, di madre, di fratello e di amico. Luc. XXI, 28: « Ora, quando queste cose cominceranno ad avverarsi, sollevate la testa e guardate in alto, » (aprite i vostri cuori), « perché la vostra redenzione si avvicina.  » L’apparizione di Gesù-Cristo, al contrario, sarà terribile per gli empi e coloro che lo hanno inchiodato, come i Giudei che lo crocifissero, i soldati che lo hanno coronato di spine e flagellato il suo sacro corpo, Pilato che lo ha giudicato, Erode che lo ha deriso, il Sommi Sacerdoti che lo hanno bestemmiato trattandolo come un ladro; e noi che lo abbiamo trafitto con i nostri peccati. E coloro che lo hanno trafitto nelle sue sante membra, nei pupilli, nelle vedove, negli orfani, negli sventurati, nei poveri di cui è il protettore, l’avvocato ed il padre, e coloro che lo hanno trafitto calunniando, condannando, rifiutando, disprezzando e trattando indegnamente le persone e le cose sante e sacre, come i tiranni, che versarono il sangue innocente dei martiri a causa della fede e della giustizia; i principi, i re, i magistrati, i giudici, i tutori che avranno soverchiato e oppresso i pupilli, le vedove, etc.. Tali sono anche i dispregiatori, i detrattori, coloro che danno cattivi giudizi, gli impudichi, gli eretici, i venefici, etc..  È a tutti i malvagi che non avranno fatto penitenza che Egli apparirà come un giudice terribile, al punto da dire alle montagne: « Cadete su di noi; ed alle colline: copriteci perché non vediamo la faccia di Colui che è seduto sul trono. »

XIII. E tutte le tribù della terra vedendolo si batteranno il petto, il testo latino dice plangent se, essi piangeranno su se stessi vedendo le ricchezze della propria gloria dalle quali si vedranno privati così vergognosamente. Essi piangeranno su se stessi, gemeranno vedendo coloro che si saranno fondati su Gesù-Cristo. E diranno, pentendosi e gemendo nell’angoscia del loro spirito: « Questi sono quelli che sono stati altra volta l’oggetto delle nostre riprovazioni. » Sap. V, 3. Si, così sia. Queste parole esprimono un’affermazione. La prima è di etimologia greca e significa le nazioni; la seconda derivata dall’ebraico, designa i Giudei; esse sono congiunte per persuadere dell’irrefragabile verità della resurrezione e dell’ultimo giudizio, perché in questo giorno tanto le nazioni che i Giudei, vedranno Gesù-Cristo come un giudice che renderà a ciascuno secondo le proprie opere, il bene o il male. E questa verità angelica è l’unica che possa meglio frenare la nostra volontà pervertita contro i piaceri proibiti della vita presente, ed esercitare in noi il timore di Dio e l’amore del bene futuro. Ecco perché questa verità è confermata efficacemente da queste due parole: Etiam, Amen. Si, così sia. Da ciò queste parole di Gesù-Cristo, Matth., V, 18: « Io vi dirò in verità, fino a che la terra ed il cielo passino, un solo iota o un solo punto non passerà che tutte queste cose avvengano. » Io sono l’alfa e l’omega, l’inizio e la fine, dice il Signore Dio, che è, che era e che deve venire; volendo con ciò dire: la mia sentenza non può essere né cambiata né annullata; perché prima di me nessuno fu, e tutte le cose sono cominciate, cominciano e cominceranno da me, e non senza di me, al quale tutti converge. Egli è chiamato l’alfa e l’omega; perché l’alfa è la prima lettera dell’alfabeto greco, e l’omega l’ultima, volendo con ciò significare con queste parole che Dio è l’inizio e la fine di tutte le creature, che tutto gli è subordinato, allo stesso modo del mare da dove escono tutte le acque e dove tutte le acque finiscono. Che è, che era, e che deve venire; queste ultime espressioni si spiegano come più in alto.

§ II.

Dell’Autore dell’Apocalisse. Come San Giovanni ha visto e scritto questo libro.

CAPITOLO I. Vers. 9-12

Ego Joannes frater vester, et particeps in tribulatione, et regno, et patientia in Christo Jesu: fui in insula, quae appellatur Patmos, propter verbum Dei, et testimonium Jesu: fui in spiritu in dominica die, et audivi post me vocem magnam tamquam tubæ, dicentis: Quod vides, scribe in libro: et mitte septem ecclesiis, quæ sunt in Asia, Epheso, et Smyrnæ, et Pergamo, et Thyatirae, et Sardis, et Philadelphiæ, et Laodiciæ. Et conversus sum ut viderem vocem, quæ loquebatur mecum: et conversus vidi septem candelabra aurea:

[lo Giovanni vostro fratello, e compagno nella tribolazione, e nel regno, e nella pazienza in Gesù Cristo, mi trovai nell’isola che si chiama Patmos, a causa della parola di Dio, e della testimonianza di Gesù. Fui in ispirito in giorno, di domenica, e udii dietro a me una grande voce come di tromba, che diceva: Scrivi ciò, che vedi, in un libro: e mandalo alle sette Chiese che sono nell’Asia, a Efeso, e a Smirne, e a Pergamo, e a Tiatira, e a Sardi, e a Filadelfia, e a Laodicea. E mi rivolsi per vedere la voce che parlava con me: e rivoltomi vidi sette candelieri d’oro.]

XIV. (Vers. 9- 11) – Dopo il saluto, San Giovanni passa immediatamente alla narrazione: egli fa di nuovo menzione, come di passaggio, della sua persona, del luogo ove ha ricevuto la rivelazione, della ragione per la quale è stata fatta questa rivelazione in questo luogo, del tempo e del modo. Egli rende innanzitutto gli uditori attenti, come ha costume di fare sempre negli esordi. Io Giovanni, vostro fratello, non per legami del sangue, ma per la rigenerazione spirituale operata col sacramento del Battesimo. Vostro fratello nell’unità e la comunione dei Santi, nella carità, in Gesù-Cristo e per Gesù-Cristo, che è il Padre comune di noi tutti, secondo la rigenerazione nella vita eterna. Che ha parte alla tribolazione, ed al regno, ed alla pazienza di Gesù-Cristo. Perché è in Gesù-Cristo, che è nostro Capo, che è fondato ogni merito; ed è per l’unità della fede e della carità, che è nella comunione dei Santi, che derivano, come per una partecipazione di parentela o di sangue, i meriti dei giusti in ciascuno dei membri. Che ha parte alla tribolazione, cioè che è stato perseguitato a causa della fede di Gesù-Cristo come gli altri Apostoli, quando fu immerso in una caldaia di olio bollente. Io ho sopportato il martirio, finché mi è stato possibile, a causa del Regno celeste nel quale non posso entrare se non per molte tribolazioni, così come lo stesso Gesù ha dovuto soffrire per entrare nella sua gloria. (Bisogna distinguere il senso di queste parole, per spiegarle con le parole mediatamente ed immediatamente: non tutti sono chiamati a subire le tribolazioni tali come l’autore le definisce, in maniera immediata, cioè personale, ma mediata, per cui i meriti dei Martiri ci vengono applicati per la comunione dei Santi). – Da qui risulta che colui che non imita Gesù nelle tribolazioni, non lo seguirà nel suo regno. E la pazienza di Gesù-Cristo, vale a dire a causa di Gesù-Cristo che dà la pazienza, e ci consola nella tribolazione. La tribolazione differisce dalla pazienza, in quanto la tribolazione (che deriva dalle parole latine tribula, tribulatio), indica una persecuzione dei tiranni lunga, veemente e variata, per la quale l’anima paziente è messa in uno stato di angoscia di cui geme la Chiesa; mentre la pazienza esprime la sopportazione delle miserie comuni a tutti gli uomini. La parola tribolazione significa anche i tormenti di ogni genere con i quali i Santi sono provati come i grappoli sotto il torchio. E la pazienza è la virtù che la fa sopportare con uno spirito di calma. Io sono stato nell’isola di Patmos; infatti, San Giovanni essendo stato messo in una caldaia di olio bollente, non fu bruciato, ma piuttosto come un forte atleta, ne uscì più vigoroso. Egli fu inviato in esilio a Patmos da Domiziano, che successe a Tito, suo fratello, nell’anno di Gesù-Cristo 82. Ed è nel suo esilio che Dio rivelò a San Giovanni questi misteri dell’Apocalisse. Io sono stato nell’isola, etc., queste parole designano il luogo ove ricevette questa rivelazione, cioè un’isola sotto la cui figura è molto ben rappresentata la Chiesa di Gesù-Cristo; perché nella Chiesa, le cose celesti sono aperte ai fedeli come un’isola è generalmente accessibile da qualunque lato; e come un’isola è continuamente esposta alle ingiurie del mare, così la Chiesa è continuamente afflitta dalle persecuzioni del demonio, della carne e del mondo.

XV. Per la parola di Dio, e per la testimonianza resa a Gesù-Cristo. Con queste parole San Giovanni indica di passaggio la causa del suo esilio, perché non volle negare Gesù-Cristo, né cessare di predicarlo. In seguito, egli aggiunge il modo della sua visione: Io fui rapito io cielo, vale a dire in estasi, nel giorno del Signore, che è il giorno destinato alla contemplazione divina. Io ho sentito nell’immaginativo, dietro di me. Per comprendere queste parole, occorre sapere che, presso i Profeti, le parole “davanti a me” designano un tempo passato; “in me” un tempo presente; e “dietro di me“, un tempo futuro; ora, siccome i principali misteri che furono rivelati a San Giovanni, quando scrive questo libro, dovranno compiersi in un tempo futuro, ecco perché egli dice: … io ho inteso dietro di me una voce immaginaria, forte e squillante come una tromba. Queste ultime parole fanno vedere la virtù e l’autorità dell’Angelo che parla a nome di Gesù-Cristo, dicendo: ciò che tu vedi, vale a dire, ciò che tu che vedrai nella presente rivelazione. … ciò che tu vedi nella tua immaginazione e con l’intelletto, con piena intelligenza, scrivilo in un libro, per l’istruzione dei fedeli, ed indirizzalo alle sette Chiese che sono in Asia: ad Efeso, a Smirne, a Pergamo, a Tiatira, a Sardi, a Filadelfia ed a Laodicea. Con queste sette Chiese sono designate il sette Angeli della Chiesa Cattolica, vale a dire sette epoche diverse nel corso delle quali il Signore compirà ogni cosa, e schiaccerà la testa di molti sulla terra; ed il secolo sarà consumato. Ecco perché queste sette Chiese dell’Asia Minore furono il tipo delle sette ere avvenire della Chiesa, fino alla fine del mondo. San Giovanni scrive innanzitutto a queste sette Chiese, e descrive le cose di cui esse erano il tipo, come lo si vedrà più chiaramente nella spiegazione di ogni avvenimento in particolare.

XVI. Vers. 12. – Ed io mi voltai per vedere chi mi parlava. E nello stesso tempo, io vidi sette candelieri d’oro. Ed io mi girai; cioè voltai il mio pensiero, o applicai il mio spirito, per comprendere i misteri delle cose avvenire. Queste parole ci insegnano che, nella rivelazione delle cose celesti, occorre allontanare il proprio spirito dagli oggetti terrestri, e volgerli verso Dio. Per vedere chi mi parlava, il testo latino dice: ut viderem vocem, per vedere la voce, cioè vedere colui che parlava, prendendo l’effetto come causa. Come è scritto, Exod. XX, 18: Cunctus autem populus videbat voces, etc.,tutto il popolo vedeva la luce, vale a dire, intendeva.

XVII. Avvertimento sulla maniera in cui San Giovanni scrive l’Apocalisse. Ci sono tre modi di vedere, di intendere o percepire qualche cosa con i sensi. Il primo è quella di vedere con gli occhi, o intendere con le orecchie, con l’operazione dei sensi; è così che noi vediamo le stelle del cielo, etc.; ed i compagni di Saul (di Paolo) intesero la voce di Gesù-Cristo. – La seconda è quando, addormentati o svegli, vediamo in spirito, o noi comprendiamo, per delle visioni o immaginazione, delle cose che ne figurano un’altra. In questi casi, i nostri sensi esteriori sono elevati dal Signore in maniera sì ammirabile ed ineffabile, che la persona che è messa in stato di estasi, comprende gli oggetti che gli sono presentati, d’una maniera più certa e più perfetta di quanto alcun uomo potrebbe vedere, intendere, sentire o capire un oggetto qualunque, fosse pure dotato dei sensi migliori. – La terza maniera ed intellettuale, è come quando vediamo una cosa con il solo pensiero, senza il soccorso delle immagini per le quali le cose si presentano a noi come figurate. Ora tutto ciò ha luogo presso i Profeti, per volontà di Dio, in quattro maniere:

1° Con l’oscurità della fede; quando il Profeta non riconosce evidentemente che Dio parla; ma essendo elevato al di sopra della natura da una luce celeste, rimarca che è Dio che parla.

2° Con l’evidenza in colui che attesta. È allorché l’animo del Profeta è elevato ed illuminato da un tal soccorso, così che riconosce evidentemente che è Dio o un Angelo che gli parla.

3° Se non scrive le cose che vede così.

4° Infine, se lo stile naturale e l’eloquenza del Profeta sono elevati in ciò che egli scrive, di modo che la sua penna corra, per così dire, con la più grande rapidità, e l’uomo scriva senza fatica, e conosca in tutto o in parte ciò che scrive, a seconda che Dio lo voglia per il suo buon piacere o per la nostra utilità. – Ora questa Apocalisse fu rivelata a San Giovanni l’Evangelista, il più grande di tutti i Profeti, nella maniera più perfetta. Infatti, egli vede e comprende tutti questi misteri, per delle visioni immaginarie e per il soccorso dell’Angelo che lo assisteva ed illuminava evidentemente la sua anima. È per questo che dice: Io sono stato rapito in spirito, nel giorno del Signore. Volendo significare, con queste parole, che la sua santa anima, rapita in estasi, vide, intese e comprese, con il soccorso dello stesso Angelo, tutto ciò che ha scritto in questo libro.

§ III.

Descrizione della Chiesa militante rivelata a San Giovanni per la sua somiglianza a Gesù-Cristo.

CAPITOLO I. – Versetto 13-20

… et in medio septem candelabrorum aureorum, similem Filio hominis vestitum podere, et præcinctum ad mamillas zona aurea: caput autem ejus, et capilli erant candidi tamquam lana alba, et tamquam nix, et oculi ejus tamquam flamma ignis: et pedes ejus similes auricalco, sicut in camino ardenti, et vox illius tamquam vox aquarum multarum: et habebat in dextera sua stellas septem: et de ore ejus gladius utraque parte acutus exibat: et facies ejus sicut sol lucet in virtute sua. Et cum vidissem eum, cecidi ad pedes ejus tamquam mortuus. Et posuit dexteram suam super me, dicens: Noli timere: ego sum primus, et novissimus, et vivus, et fui mortuus, et ecce sum vivens in osæcula sæculorum: et habeo claves mortis, et inferni. Scribe ergo quæ vidisti, et quæ sunt, et quae oportet fieri post hæc. Sacramentum septem stellarum, quas vidisti in dextera mea, et septem candelabra aurea: septem stellæ, angeli sunt septem ecclesiarum: et candelabra septem, septem ecclesiæ sunt.

[… e in mezzo ai sette candelieri d’oro uno simile al Figliuolo dell’uomo, vestito di abito talare, e cinto il petto con fascia d’oro: e il suo capo e i suoi capelli erano candidi come lana bianca, e come neve, e i suoi occhi come una fiamma di fuoco, e i suoi piedi simili all’oricalco, qual è in un’ardente fornace, e la sua voce come la voce di molte acque: e aveva nella sua destra sette stelle: e dalla sua bocca usciva una spada a due tagli: e la sua faccia come il sole (quando) risplende nella sua forza. E veduto che io l’ebbi, caddi ai suoi piedi come morto. Ed egli pose la sua destra sopra di me, dicendo: Non temere: io sono il primo e l’ultimo, e il vivente, e fui morto, ed ecco che sono vivente pei secoli dei secoli, ed ho le chiavi della morte e dell’inferno. Scrivi adunque le cose che hai vedute, e quelle che sono, e quelle che debbono accadere dopo di queste: il mistero delle sette stelle, che hai vedute nella mia destra, e i sette candelieri d’oro: le sette stelle sono gli Angeli delle sette Chiese: e i sette candelieri sono le sette Chiese].

XVIII. Ed io mi voltai … e vidi sette candelabri d’oro; vale a dire, sette chiese piene di olio delle buone opere, ardenti di fuoco e carità, illuminate dalla saggezza del Verbo divino. E brillanti, agli occhi del mondo, come lampade e candelabri. In effetti, Gesù-Cristo istituì la sua Chiesa, affinché venisse in soccorso degli indigenti con l’olio delle opere di misericordia; ché gli infermi fossero unti e fortificati; coloro che sono freddi fossero riscaldati dal fuoco della carità; che i ciechi fossero rischiarati dalla saggezza celeste; e le opere delle tenebre prendessero la fuga davanti alle opere di luce e di santa condotta. Candelieri d’oro;vale a dire: fusi nella scienza della discrezione e nella prudenza celeste, perché, così come l’oro è più stimato degli altri metalli dai re, dai principi e dagli altri uomini; e così come ha grande efficacia, in medicina, per guarire gli infermi; così pure la discrezione e la prudenza sono non solamente stimatissimi dagli uomini, ma ancor più necessari alla medicina spirituale, con la correzione fraterna. Candelieri d’oro, per mezzo dei quali sono rappresentati lo splendore, la ricchezza, la maestà, l’onore e la gloria esteriore di Gesù-Cristo, suo Sposo e renderlo splendente agli occhi del mondo, secondo la diversità dei tempi. Candelieri d’oro,cioè puliti e ben lavorati; perché come l’oro è provato col fuoco, ed il candelabro prende la sua forma sotto lo strumento dell’artigiano, così la Chiesa si consuma e si estende in longanimità, purgata dalle tribolazioni e dai colpi della tentazione.

XIX. Vers. 13. – Ed in mezzo ai sette candelieri d’oro (io vidi) uno che somigliava al Figlio dell’uomo, vestito con una veste talare, stretta al di sotto delle mammelle, da una cintura d’oro. Questo testo descrive alla lettera la persona del Cristo, che l’Angelo rappresentava, essendo costituito da Dio Padre, per essere il Sommo Sacerdote ed il Giudice dei viventi e dei morti. Questa persona del Cristo figura anche la persona, il governo e la natura della Chiesa, sua Sposa. Ed in mezzo ai sette candelieri d’oro, uno che somigliava al Figlio dell’uomo; vale a dire un Angelo che non era Cristo in persona, ma un Angelo da Lui inviato, che rappresentava la persona del Cristo: simile al Figlio dell’uomo; vale a dire, offrendo un’immagine, una similitudine o una idea di Gesù-Cristo, secondo la quale formò la sua Chiesa simile a Lui. Simile al Figlio dell’uomo; designando con ciò lo Spirito di Cristo, che mantiene e vivifica spiritualmente il corpo della sua Chiesa, come l’anima vivifica il suo corpo. Ecco perché San Giovanni scrive queste parole: in mezzo ai sette candelieri d’oro.  In effetti, il Cristo, la cui Persona è rappresentata dall’Angelo, è in mezzo alla sua Chiesa come un Capo invisibile, governandola, sostenendola, vivificandola, istruendola, consolandola, difendendola ed amandola; come un maestro è in mezzo ai suoi discepoli, un padre in mezzo ai suoi figli, un re in mezzo ai suoi sudditi, ed un capitano un mezzo ai suoi soldati, secondo quanto è scritto, (Matth., XXVIII, 20): « Io sono con voi tutti i giorni, fino alla consumazione dei secoli. » I suoi Angeli sono così in mezzo alla Chiesa, come dei ministri preordinati da Dio per essere a nostra tutela, nostra salvezza e nostro soccorso. Infine, quest’Angelo che è in mezzo ai sette candelieri d’oro, è anche il prototipo di tutti gli altri Angeli.

XX. Vestito di una veste talare, e con sotto il petto di una cintura d’oro. Queste parole designano questo essere simile al Figlio dell’uomo; e questa descrizione ci rivela la natura ed il governo della Chiesa Cattolica, Sposa di Cristo. 1° San Giovanni dice che lo vede vestito di una veste talare; ora, la lunga veste o abito sacerdotale che discende fino ai piedi, è l’alba. Questo abito designa l’umanità di Gesù-Cristo sotto la quale si mostrò agli uomini, essendosi reso simile a noi, coperto da un abito come un uomo e come un pontefice che potesse compatire le nostre infermità. Fu costituito da Dio Padre, Sacerdote eterno secondo l’ordine di Melchisedech, essendosi offerto al Padre una volta, sulla croce, come ostia vivente; ed offrendosi ogni giorno per noi nel Sacrificio della Messa. Ora, tale è anche la Chiesa Cattolica: essa offre, in effetti, una viva immagine del Cristo, e ci dà un’idea o un prototipo del suo divino sposo, essa è ornata da una lunga veste, cioè dalla dignità e dall’abito sacerdotale talare, per rappresentare il sacerdozio che continuerà fino alla consumazione del secolo. Il candore di questa lunga veste indica la purezza di coscienza, la semplicità dell’anima, l’umiltà di spirito e la castità del corpo, che devono sempre accompagnare il sacerdozio, E cinto sotto il petto una cintura d’oro, della cintura di giustizia e della verità di Gesù. Isaia, XI, 5: « La giustizia sarà la cintura dei suoi reni, e la fede l’armatura di cui sarà cinto » (le due parole latine lumbi e renessignificano i reni, e la scrittura se ne serve ordinariamente per designare il centro della forza, come anche la concupiscenza.). Cintura d’oro, vale a dire che il sacerdote avrà molto da soffrire dal mondo a causa della giustizia e della verità, e sarà provato come l’oro nella fornace. Ora, è così che si può dire della Chiesa di Cristo, cinta sotto il petto, con i reni cinti, si comprende la mortificazione della carne, così come era prescritta nell’Antico Testamento; e per il torace cinto sotto il petto, si intende la mortificazione dell’anima, così come è ordinata nella nuova Legge. Infatti, sotto la Legge nuova, Gesù-Cristo orna e cinge nuovamente la Chiesa, sua sposa, come una cintura di oro prezioso. (Matth., V, 27): « Avete appreso che è stato detto agli anziani: voi non commetterete adulterio; ma io vi dico chi chiunque avrà guardato una donna con desiderio ha già commesso adulterio nel suo cuore. »

Vers. 14. – La sua testa ed i suoi capelli erano bianchi come la lana bianca e come la neve. È conveniente che la testa del sacerdote, come quella del giudice, abbia il candore della maturità e della saggezza. È per questo che vien detto che colui che era simile al Figlio dell’uomo aveva la testa ed i capelli bianchi come la lana bianca e come la neve. La testa rappresenta il Verbo di Dio, la sapienza eterna. Ed è detto che la sua testa era bianca come per rappresentare l’età, perché Egli è eterno, ed è la sapienza eterna del Padre. Ecco perché il Profeta Daniele dice del Cristo, (cap. VII, 9): « Ero attento a ciò che vedevo, fin quando furono posti i troni e l’Antico dei giorni si assise ». I capelli significano i Santi ed i giusti formano una folla sì grande di tutte le nazioni che nessuno può contare, etc.. In più, i capelli crescono sulla testa, sono aderenti. E ne sono l’ornamento; ora, è così che i Santi ed i giusti di Dio sono stati prodotti dalla divina Sapienza, avendo per capo Gesù-Cristo, sul quale essi si fondano; per di più gli sono connessi con la fede, la speranza e la carità, e ne sono come l’ornamento esterno o al di fuori. Perché Dio è glorificato dai suoi Santi che hanno vinto per Lui il mondo, la carne ed il demonio, per giungere al regno eterno. Infine, si è qui parlato di due tipi di candore: 1° Bianco come la lana bianca; 2° bianco come la neve. 1° per i capelli bianchi come la lana bianca, si comprende tutti coloro che diverranno bianchi per le molte prove, e furono lavate come la lana nelle acque delle tribolazioni, che non potettero spegnere la loro carità. Sotto questa specie sono comprese anche coloro che si infangarono su questa terra con la melma del peccato mortale, e si lavarono in seguito come Maria Maddalena ed altri Santi nelle acque del Giordano e della penitenza, nel modo in cui si lavano le pecore prima di essere tosate. – 2° Per i capelli bianchi come la neve, si comprende le vergini e tutti quelli che, avendo conservato la loro primitiva innocenza, la porteranno in cielo al loro Sposo Gesù-Cristo. Questo come nell’Apocalisse (XIV, 5): Non si è trovata menzogna nella loro bocca, perché sono puri, davanti al trono di Dio, come la neve. In tutte queste cose, il suo capo invisibile è Gesù-Cristo, che ha formato il suo corpo, e che gli comunica interiormente la pienezza della grazia e della verità. Il suo capo visibile è, per successione continua, il sovrano Pontefice, anch’egli sacerdote e rappresentante del sacerdozio in tutti i sacerdoti che gli sono subordinati. In questi sono compresi tutti i prelati che, assistite dalla grazia dello Spirito Santo, governano e reggono la Chiesa sulla terra per Gesù-Cristo. Il capo visibile della Chiesa ha pure il candore dell’età, poiché è esistito con una successione continua dopo Gesù-Cristo fino a questo giorno, avendo schiacciato la testa a tutti i capi delle eresie. Egli ha il candore della maturità, perché la sua dottrina fu sempre sana, ragionevole e santa, e che la Chiesa cattolica ha sempre osservato un ordine magnifico nelle sue cerimonie ed in tutte le altre cosa sacre. 3° Ed i suoi occhi sembravano come fiamma di fuoco; ciò che significa la vivacità di intelletto nella conoscenza della verità. Infatti, come l’uomo possiede naturalmente due occhi, il destro ed il sinistro; così Gesù-Cristo, che è perfetto come Dio e come uomo, ha due occhi puri e perspicaci, che sono tutta la scienza della divinità e dell’umanità. Questi occhi di Gesù-Cristo sono di una vista e di una intelligenza infinita, perché Egli scruta intimamente e vede tutte le cose tanto sovrannaturali che naturali, sia buone che cattive, nel passato, presente ed avvenire. Con l’occhio destro vede i buoni con le loro buone opere, e con l’occhio sinistro vede i malvagi e le loro iniquità. (Ps. XXXIII, 18): « Gli occhi del Signore veglia sui giusti, e le sue orecchie sono aperte alle loro preghiere. Ma lo sguardo del Signore è su coloro che fanno il male, per cancellare dalla terra il loro ricordo. » Ecco perché San Giovanni aggiunge: Come una fiamma di fuoco; perché come il fuoco è un elemento semplice e terribile che prova l’oro e lo purifica, che rischiara le tenebre e rivela le loro opere, che divora e penetra tutto; gli occhi di Dio sono terribili, quando scrutano i reni ed i cuori; essi vedono e rischiarano tutto, le tenebre e le opere delle tenebre in qualunque modo nascoste. Gli occhi di Dio penetrano fin nei segreti dell’inferno, la nostra santa madre Chiesa cattolica ha pur’essa due occhi perfettamente simili. Il primo dei suoi occhi è divino; è l’assistenza dello Spirito Santo. Gesù-Cristo domandò quest’occhio al Padre, e lo donò alla sua sposa. (Jo., XIV, 16): « Io pregherò mio Padre ed Egli vi darà un altro Consolatore, affinché dimori eternamente con voi. Lo spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce; ma voi, voi lo conoscerete perché Esso resterà in voi e sarà in voi. » L’altro occhio della Chiesa è la santa Scrittura, i santi Canoni, gli scritti dei Padri Santi, i Santi Concili, la teologia, la fonte di tutte le altre scienze sia naturali che soprannaturali, alle quali si fa riferimento nelle definizioni e nelle sentenze. E questi due occhi di verità e di chiarezza della Chiesa sono magnifici. (Cantic., IV, 1): « Come sei bella, mia diletta! Come sei bella! I tuoi occhi sono gli occhi della colomba. » Ora, tali sono gli occhi della Sposa di Gesù-Cristo, con i quali si discerne il bene ed il male, la verità e l’errore, le tenebre della luce, che fanno il giudizio, la giustizia e la verità, e sono questi occhi che, come fiamma ardente, hanno ucciso tutti gli eretici, hanno vinto il demonio, il padre della menzogna, il dragone, la bestia, e che penetrano fino ai segreti dell’inferno.

Vers. 15.  – I suoi piedi erano simili al bronzo fine, quando è nella fornace ardente. Queste parole significano il fervore dello zelo nel procurare l’onore di Dio e la salvezza delle anime. Zelo infinito in Gesù-Cristo che discende dai cieli per noi e per la nostra salvezza, sopportando per questo scopo la fame e la sete per trentatré anni, etc. calpestò sotto i piedi il torchio della sua passione e delle tribolazioni. (Isai., LXIII, 3): « Io ero solo a pigiare il vino senza che alcun uomo tra tutti i popoli fosse venuto con me. » Conseguentemente con i piedi si intende la forza del Cristo nelle fatiche e nelle tribolazioni, e la sua pazienza invincibile per mezzo delle quali calpestava, come di passaggio, e vinceva tutte le difficoltà e le avversità che si presentarono a lui sul cammino della vita e soprattutto della sua passione. Ecco perché i suoi piedi sono chiamati simili al bronzo fine quando è in una fornace ardente. Perché come il bronzo fine che è un metallo molto duro, resiste ad ogni ardore del fuoco, e che più vi si espone, e più il suo colore diventa bello; così brillano nell’ardore delle tribolazioni e della sua passione la forza, la pazienza ed il fervore di Gesù Cristo. Ed è ancora così che i piedi della Chiesa sono il fervore della carità, che anima i Santi per procurare la salvezza delle anime. Perché la pazienza e l’umiltà dei Santi sostengono la Chiesa sulle tracce di Gesù Cristo; ed è con queste due virtù che sono come i loro piedi, che i Santi calpestano l’avversità e la felicità di questo mondo. Questi piedi di bronzo sono molto forti e durissimi nell’avversità e nella prosperità; essi bruciano del fuoco della carità, e sono esposti a questo fuoco nelle tribolazioni del mondo, della carne e del demonio. E vi resistono. Ecco perché la Scrittura dice con ragione: (Rom. X, 15) : « Oh come son belli i piedi di coloro che evangelizzano  la pace, di coloro che evangelizzano i veri beni! ». E la sua voce (era) come la voce di grandi acque. Queste parole significano l’efficacia della Parola nella predicazione e nella correzione. Perché la voce di Cristo è la predicazione, e anche il suo Vangelo dice nella sua Epistola agli Ebrei, (IV, 12): « La parola di Dio è vivente ed efficace, e più penetrante di una spada a doppio taglio e penetra anche nei più intimi recessi dell’anima e dello spirito, anche nelle giunture e nelle midolla; essa svela i pensieri e i movimenti del cuore. »  I profeti hanno parlato molto di questa voce, chiamandola verga, e anche lo spirito, o soffio della sua bocca. Questa voce è anche la grazia di Dio, di Gesù Cristo, che illumina ed eccita l’anima e che parla al cuore. Come la voce di grandi acque, come l’acqua che penetra, purifica, irrora ed è spiritualmente fertile. Si parla dell’efficacia di questa voce, che è come la voce di molte acque, nel libro dei Salmi, (Ps. XXVIII, 3): « La voce del Signore tuonò sulle acque; il Dio della maestà ha tuonato, il Signore si è fatto intendere su una grande abbondanza di acque. La voce del Signore è accompagnata da forza; la voce del Signore è piena di magnificenza. La voce del Signore infrange i cedri, perché il Signore spezzerà i cedri del Libano, e li farà a pezzi come se fossero giovani tori del Libano, o i piccoli degli unicorni. La voce del Signore fa scaturire fiamme e fuochi. La voce del Signore scuote il deserto, perché il Signore si muoverà e agiterà il deserto di Kadesh. La voce del Signore prepara [al parto] il cervo, e scoprirà i luoghi oscuri e densi, e tutti nel suo tempio manifesteranno la sua gloria. » La Chiesa ha anche una tale voce, ed è la voce dei predicatori che gridano nel deserto di questo mondo; questa voce è anche la parola di Dio espressa nell’antico e nel Nuovo Testamento. Queste voci sono le definizioni e i decreti dei Concili della Chiesa, i santi canoni e la voce del Sommo Pontefice e degli altri prelati che parlano ai fedeli. Isaia, (XLIX, 2) dice di questa voce: « Egli ha reso la mia bocca come una spada penetrante. Mi ha protetto sotto l’ombra della sua mano; mi ha tenuto in serbo come una freccia scelta; mi ha tenuto nascosto nella sua faretra. »

Vers. 16. – 7° Aveva sette stelle nella sua mano destra. Queste sette stelle significano l’universalità dei Vescovi, che vengono chiamati stelle, perché devono illuminare la Chiesa con la loro vita e la loro dottrina. (Dan. XII, 3): « Coloro che avranno istruito molti nella via della giustizia, brilleranno come stelle nell’eternità . » Viene detto di essi, che sono nella destra del Cristo, perché senza di Lui, essi non possono fare nulla di retto. (Giov. XV, 5): « Senza di me non potete far nulla. » Anche è detto che sono nella sua destra, perché posti sotto la sua potenza mediante la quale Egli a volta esalta, altre volte umilia, a volte eleva, talvolta abbassa sulla terra colui che deve essere calpestato dai piedi degli uomini. È così che Gesù-Cristo contiene nella sua grazia e nella sua potenza, designate qui con la sua destra. La Chiesa ha pure una simile destra, che è l’autorità del sovrano Pontefice, o la giurisdizione universale e gerarchica sotto la quale si trovano tutti gli altri Vescovi. 8° Dalla sua bocca uscì una spada a doppio taglio. Con la spada intendiamo la giustizia, essendo Gesù Cristo il Giudice dei vivi e dei morti. Questa spada è a due tagli, perché questo Giudice sarà giusto, non conoscendo né il re, né il povero; Egli giudicherà il giusto e l’ingiusto, e darà a ciascuno secondo le sue azioni. È necessario che questa spada esca dalla sua bocca, poiché la sentenza di un giudice è pronunciato dalla bocca. Infatti, (San Matteo, XXV, 34), parlando di Gesù Cristo, dice: « Allora il Re dirà a quelli alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio”, possedete il regno preparato per voi fin dall’inizio del mondo. Perché io avevo fame e mi avete dato da mangiare; avevo sete e mi avete dato da bere. Ero forestiero e tu mi avete ospitato. Ero nudo e tu avete vestito; Ero malato e mi avete visitato; ero in prigione, e siete venuti da me, ecc. » (Ibidem, V, 41): « Allora Egli dirà a coloro che sono alla sua sinistra: “Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno che è stato preparato per il diavolo e i suoi angeli, ecc. ecc. »  – Anche la Chiesa possiede una tale spada, poiché Gesù Cristo l’ha stabilita come giudice delle controversie che possono sorgere in certi momenti riguardo alla giustizia e alla fede. (Matth. XVI, 18) : « Tu sei Pietro, e su questa pietra costruirò la mia chiesa e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa. E Io ti darò le chiavi del regno dei cieli; e qualunque cosa tu legherai sulla terra, sarà legato anche in cielo; e tutto ciò che scioglierai sulla terra, sarà sciolto in cielo. » La Chiesa giudica dunque le cose della giustizia secondo i santi canoni, e decide ciò che è di fede, dichiarando il legittimo significato delle Sacre Scritture e di emettere sentenze di scomunica e di anatema contro gli ostinati. È quindi con ragione che chiamiamo il potere della Chiesa cattolica di pronunciare anatema e la scomunica, un potere che essa ha sempre usato e che sempre possiederà. 9°. E Il volto era luminoso come il sole nella sua forza. Il volto di Gesù Cristo trionfante in cielo è la sua gloriosissima umanità, da cui si irradia la luce che è in lui, così come lo splendore della gloria eterna, volto che anche gli Angeli desiderano contemplare, che illumina ogni uomo che viene in questo mondo (Giov. I, 9).  Ecco perché aggiunge: come il sole nella sua forza. Infatti, come il sole illumina il mondo, lo riscalda, lo feconda, e penetra con la sua forza le montagne, i mari e tutte le cose, così Gesù-Cristo, che è lo splendore della luce eterna. Irrora tutto ciò che è arido, con la rugiada della gloria divina; secca tutto ciò che è umido, con il calore dei desideri celesti; riscalda tutto ciò che è freddo con il fuoco del suo amore; Infine, riempie tutto con la sua bontà. Si dice del suo volto nel libro dei Salmi, (CIII, 29): « Se tu volgi la tua faccia da loro di loro, saranno turbati; toglierai loro toglierai loro lo spirito e cadranno in uno stato di debolezza e si trasformano nella loro polvere. » Il volto della Chiesa, la sposa di Gesù Cristo, è magnifica per lo splendore dello Spirito Santo, che fu versato su di essa nel giorno di Pentecoste; perciò brilla come il sole nella sua forza, cioè in un ordine molto bello, nella conformità di tutte le cose, nella magnificenza dei suoi riti e cerimonie, ecc. Brilla come il sole nella sua forza e nella magnificenza dei suoi riti e delle sue cerimonie, ecc. Brilla come il sole nella sua forza, cioè nelle sue leggi sacre in conformità con Dio, la natura e l’uomo. Come il sole nella sua forza, cioè nell’integrità, purezza e verità della sua fede. Ed è per questo che lei illumina ogni uomo che viene in questo mondo; così che se i pagani, gli eretici e gli altri infedeli guardasse il volto della Chiesa cattolica, essi potrebbero essere facilmente illuminati e convertiti alla vera fede.

XXI. Dopo avere sufficientemente descritto, dalla testa ai piedi, Colui che era simile ai Figlio dell’uomo, San Giovanni aggiunge:

Vers. 17. – Quando io lo vidi, caddi come morto ai suoi piedi. Con queste parole, si vede il terrore e la paura quasi mortale da cui fu colto San Giovanni. – Aggiunge, quindi, che cadde ai suoi piedi, affinché con questo lo Spirito di Cristo ci mostrasse che i piedi della sua Chiesa, che sono, come abbiamo detto sopra la forza e la pazienza, sarebbe stati sorprendenti e terribili, poiché la Chiesa doveva calpestare, fino alla fine del mondo il torchio delle tribolazioni, e camminare nel sangue dei martiri. Queste due parole, sorprendenti e terribili, sono davvero l’espressione dei sentimenti che si provano alla vista dei meravigliosi eventi che segnano le varie epoche della Chiesa. Infatti, che cosa terribile sono i mali che Dio permette contro la sua Chiesa onde provarla! Ma anche qual cosa strabiliante e mirabile è l’intervento della sua bontà, della sua pazienza e del suo amore in favore dei suoi eletti, in queste prove terribili! Dopo la paura ed il terrore, viene ordinariamente la consolazione.

XXIIE pose la mano destra su di me. La sua destra designa la grazie e la potenza del Cristo, che Egli pose su San Giovanni, rappresentante qui la persona della Chiesa; cioè Egli pose la sua destra sulla sua Chiesa ed i suoi membri, dicendo: Non temete; come per dire: Non abbiate timore, poiché voi dovete subire orribili persecuzioni e traversare il torrente del sangue dei martiri, torrente che è piaciuto al Padre da tutta l’eternità che io bevessi per la gloria dei suoi eletti; perciò ho posto la mia mano destra su di voi, cioè la mia grazia. – La mia destra, cioè il mio potere, che non permetterà mai che vi si imponga al di là di ciò che possiate fare e sopportare. La mia destra, perché io sarò con voi in tutte le vostre tribolazioni, fino alla consumazione dei secoli.

XXIII. Vers. 18. – Io sono il primo e l’ultimo; Io sono Colui che vive; io ero morto ma sono vivente nei secoli dei secoli. Con queste parole eccita la Chiesa e noialtri che ne siamo i membri, con il suo esempio, il più ammirevole possibile, a sopportare tutti i mali; e ci conforta dicendo: Io sono il primo. Cioè Io sono Dio ed il principio di tutte le creature; e tuttavia, Io sono l’ultimo dei viventi. (Isa., LIII, 2): «Noi l’abbiamo visto, e non aveva nulla che attirasse lo sguardo, e lo abbiamo misconosciuto. Ci è sembrato un oggetto di disprezzo, l’ultimo degli uomini, un uomo di dolore, che da ciò che cos’è soffrire. Il suo viso era come nascosto. Sembrava disprezzabile e non lo abbiamo riconosciuto. Egli ha preso i nostri languori su di Lui, e si è caricato dei nostri dolori. Lo abbiamo considerato come un lebbroso, come un uomo colpito da Dio ed umiliato. Eppure è stato trafitto da ferite per le nostre iniquità, è stato annientato per i nostri crimini. Il castigo che dovrebbe darci la pace si è abbattuto su di lui, e siamo stati guariti dalle sue piaghe. » – Io sono colui che vive: Io ero morto; intendendo con queste parole: “Ecco, io sono morto davvero sulla croce, e sono stato deposto in una tomba; disperavano della mia vita e della mia resurrezione; eppure io sono veramente risorto e Io vivo, Io che ero morto. Ed ecco, Io sono vivo nei secoli dei secoli. Con queste parole, Nostro Signore Gesù Cristo ci mostra l’immortalità, e vuole convincerci e persuadere le nostre anime a sopportare morte pure con amore, dicendoci: Eccomi qui, Io, che ho sofferto un po’, sono vivo nei secoli dei secoli; cioè sono eternamente immortale e immutabile, secondo questa parola di Romani (VI:10): « Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio. » È in considerazione dell’immortalità che i santi Martiri e le vergini delicate vinsero e sopportarono con pazienza tutti i tormenti e tutte le tentazioni del secolo.

XXIV.E ho le chiavi della morte e dell’inferno. Le chiavi significano la potenza. Ho le chiavi della morte: testimonia il profeta Osea, (XIII, 14): « Morte, io sarò la tua morte. » E altrove il Signore dice anche: « La morte consegnerà i suoi morti al mio comando, al suono della tromba. Essa li renderà vivi, ecc. …. Alzatevi, morti, ecc. …. Venite al giudizio. » Farò in modo che la morte dei fedeli sia preziosi agli occhi del Signore, qualunque ne sia il genere. Ho le chiavi… dell’inferno. Vale a dire, il potere sul demone che, come il leone ruggente, gira intorno a noi, cercando di divorarci; e a cui dobbiamo resistere, forti della fede. – Dell’inferno, cioè del principe di questo mondo, sia dei suoi ministri e membri che cercano con tutti i mezzi possibili di ridurvi in loro potere e portarvi via da me con innumerevoli tormenti. Ma questo principe è già stato respinto, ed è per questo che voi non dovete temere i suoi ministri. Questo è ciò che Gesù Cristo ci dice ancora in San Luca, (XII, 4): « Non temete quelli che uccidono il corpo ….. temete colui che, dopo aver tolto la vita, ha il potere di gettare nell’inferno. » Della morte e dell’inferno, perché quando quelli che sono i ministri del diavolo avranno perseguitato abbastanza, la morte li farà a pezzi per mio ordine e l’inferno li inghiottirà vivi. Non perseguiteranno contro la mia volontà, perché non permetterò che siate tentati oltre le vostre forze e renderò meritorie le vostre tentazioni. Chi ha la chiave della casa vi fa entrare chi vuole e ne esclude anche chi vuole.

Vers. 19. Scrivi dunque le cose hai viste, cioè, i mali passati che ti ho rivelato, quelli presenti o imminenti; e quelli che, per permesso di Dio, sono già cominciati o stanno per arrivare per provare la Chiesa; e quelli che devono arrivare in seguito, per provare la Chiesa. I mali che devono seguire o che arriveranno alla fine dei tempi, affinché con gli esempi di pazienza e di forza invincibile dei primi perseguitati, e di quelli che li seguiranno, e gli ultimi fedeli siano sufficientemente incoraggiati.

Vers. 20. Ecco il mistero delle sette stelle che hai visto nella mia mano destra, e dei sette candelabri d’oro. Vale a dire, ecco il mistero che Egli ci espone e ci insegna come con la proprietà delle cose e delle parole, e con le allegorie dobbiamo comprendere ed interpretare le altre cose. Con i sette Angeli si comprende dunque l’universalità dei vescovi che esisteranno nelle sette età della Chiesa. – I sette candelabri ci fanno comprendere le sette età venture della Chiesa nel corso delle quali sarà consumato il secolo, tutto sarà ridotto in rovine; e la testa di colui che ha dominato il mondo sarà schiacciata. Le sette stelle sono i sette Angeli delle sette Chiese, e i sette candelabri sono le sette Chiese. San Giovanni descrive tutte queste cose nel seguito.

SEZIONE II.

SUL CAPITOLO II.

LE QUATTRO PRIME ERE DELLA CHIESA MILITANTE.

§ 1.

La prima era della Chiesa militante, che si può chiamare l’era della semina (seminativus), da Gesù Cristo e gli Apostoli, fino a Nerone.

Cap. II. Vers. 1-7.

CAPITOLO II – VERSETTO 1.

I. All’angelo della Chiesa di Efeso scrivi: “Questo è ciò che dice colui che tiene le sette stelle nella sua mano destra, che cammina tra i sette candelabri d’oro: Le sette Chiese a cui si rivolge San Giovanni sono, come è stato detto, il tipo sotto il quale sono descritte le sette età della Chiesa Cattolica, in vari momenti del futuro; perché è di proposito che egli aggiunge: … E mi voltai… e vidi sette candelabri; cioè, sette stati futuri della Chiesa. È a queste età che si riferiscono i sette giorni del Signore quando creò il mondo; come anche le sette età del mondo, e i sette spiriti o doni del Signore inviati il giorno di Pentecoste. Il Signore mandò il giorno di Pentecoste su ogni carne. Perché come il Signore nostro Dio ha chiuso il corso di tutte le generazioni e delle cose naturali in sette giorni e sette età, così consumerà la rigenerazione nelle sette età della Chiesa, in ognuna delle quali diffonderà, germoglierà e farà fiorirà nuovi tipi di grazie allo scopo principale di mostrare le ricchezze della sua gloria, come vedremo in seguito. Infatti, sebbene la Chiesa di Gesù Cristo sia una, è tuttavia divisa in sette età, a causa dei grandi eventi che si susseguiranno in essa in tempi diversi, fino alla consumazione dei secoli, per permesso divino. Ogni epoca che segue un’altra è solita iniziare prima della fine della precedente: e mentre la prima si spegne gradualmente, la seconda comincia a svilupparsi successivamente. Ed è con questo mezzo che possiamo distinguere le varie età.

II. La prima età della Chiesa è l’età della semina, dal latino (seminativus); è l’età in cui la destra di Dio piantò la sua vigna sul Figlio dell’Uomo Gesù Cristo. Jo. XV, 1: « Il Padre mio è un vignaiolo. » Questa epoca comprende il tempo che va da Gesù Cristo e gli Apostoli fino a Nerone, il primo persecutore della Chiesa, e a Lino, il suo sovrano Pontefice. Fu in questa prima epoca che il demonio fu sconfitto negli idoli, e che gli uomini passarono dalle tenebre del paganesimo alla luce e alla verità della fede: poiché la luce della Sapienza eterna venne nel mondo e illuminò le menti degli uomini per mezzo del suo Figlio Gesù Cristo, e attraverso gli Apostoli che Egli scelse a questo scopo. In quest’epoca fu seminato il seme di senape, cioè la parola di Dio fu predicata in tutto il mondo e seminata sulla terra. Atti XIII, 49: « E la parola di Dio andò per tutto il paese. » Poiché gli Apostoli partirono per spargere il buon seme nel campo di Gesù Cristo, e questo grano si elevò sopra tutte le altre piante. È a questo primo stato o età della Chiesa che si applicano le due parabole del seminatore. Matth. XIII. È anche a questa prima età che si riferisce il primo dono del Signore; cioè il dono della sapienza celeste che è la vera fede in Gesù Cristo, con cui contempliamo i beni della gloria futura, come in uno specchio e come in un enigma, e con cui disprezziamo anche tutte le cose deperibili di questo mondo. Perciò è detto, Isai, XI, 1: « E un germoglio uscirà dal tronco di Iesse, un fiore sorgerà dalle sue radici. E lo spirito del Signore si poserà su di lui: lo spirito di saggezza e di comprensione, ecc. »

III. Il primo giorno della creazione fu la figura di questa prima età della Chiesa; quando lo Spirito del Signore si posò sulle acque; Dio creò la luce e la separò dalle tenebre. Perché fu nella prima epoca della Chiesa che nacque e venne Gesù Cristo, la vera luce, che illuminava il mondo, nel quale c’erano solo tenebre; Egli divise la luce della fede dall’ombra e dalle tenebre della sinagoga e dagli errori del paganesimo. Un tipo di questa prima epoca fu anche la prima epoca del mondo da Adamo a Noè; perché fu in questa prima epoca che Abele fu ucciso da Caino, e Seth fu sostituito a questo primo figlio; e così la generazione fratricida di Caino fu separata dalla generazione dei figli di Dio. Questa prima età del mondo fu, inoltre, il tempo della generazione e della propagazione della razza umana secondo la carne. Ora troviamo nella prima età della Chiesa la realizzazione di queste figure: perché Cristo fu messo a morte dalla sinagoga, e la sinagoga fu così separata dal Figlio di Dio; e al suo posto fu istituita la santa Chiesa secondo la promessa in Gesù Cristo. Inoltre, questa prima epoca fu anche il tempo della rigenerazione e della propagazione della razza umana secondo lo spirito, attraverso Gesù Cristo, il Padre comune di tutti, di cui Adamo era la figura. Infine, il tipo di quest’epoca era la Chiesa di Efeso. Infatti, la parola Efeso significa consiglio; la mia volontà; e grande caduta; e queste tre diverse interpretazioni sono appropriate alla prima età della Chiesa. Infatti, gli Apostoli e i primi Cristiani erano molto Santi, non avendo che un cuore solo ed una anima sola, facendo la volontà del Padre e del suo Cristo.  – Questi grandi Santi cominciarono subito ad osservare i consigli evangelici di povertà, umiltà, obbedienza, continenza e disprezzo di tutte le cose del mondo; e fin da quella prima età superarono il mondo, la carne ed il diavolo con questa santa osservanza, e così raggiunsero il regno; e perché la sinagoga, rifiutando lo scandalo che incontrava nel predicare il nome di Gesù, come dice San Paolo in I Corinzi, I, 23: « Perché noi predichiamo Gesù Cristo crocifisso, uno scandalo per i Giudei, ecc. » La diffusione del Vangelo fu dunque l’occasione di una grande caduta e rovina di questa Sinagoga, che fu ricacciata dalla faccia di Dio nelle tenebre esteriori; e così la nascita della Chiesa fu la morte della Sinagoga.

IV. Scrivi all’Angelo della Chiesa di Efeso. I sacerdoti sono chiamati Angeli in Malachia, II, 7: « Le labbra del sacerdote saranno le depositarie della conoscenza, e dalla sua bocca si cercherà la conoscenza della legge, perché egli è l’angelo del Signore degli eserciti. » L’angelo di Efeso è il suo stesso vescovo Timoteo e i suoi successori. I Vescovi sono chiamati angeli a causa del loro ufficio episcopale e pastorale per il quale sono inviati da Dio. Poiché la parola Angelo è interpretata come inviato. Ecco perché i malvagi e coloro che hanno l’abitudine di danneggiare la Chiesa sono chiamati angeli senza distinzione, così come coloro che la edificano. Perché come i buoni sono mandati, così i malvagi sono mandati da Dio per la prova e la maggior gloria dei suoi eletti. Timoteo era un angelo buono e santo che edificava grandemente la Chiesa a lui affidata e la governava in modo santissimo, anche versando il suo prezioso sangue per essa. Così che questo Angelo, e poiché questa prima età è giustamente proposta come regola ed esempio delle altre, San Giovanni non omette nulla nella descrizione che dà di ciò che appartiene al buon governo della Chiesa, come il seguito mostrerà.

V. Questo è ciò che dice colui che ha le sette stelle nella sua mano destra, camminando tra i sette candelabri d’oro. L’eterna Sapienza del Padre, Nostro Signore Gesù Cristo, si è costruito una dimora, cioè una Chiesa, e ha scolpito sette pilastri su cui questa Chiesa è fondata, costruita e posta. Il primo pilastro è la solidità della fede in Gesù Cristo; il secondo, il timore del Signore; il terzo, la fiducia in Dio; il quarto, la presenza di Dio; il quinto, il ministero di Cristo; il sesto, l’assistenza dello Spirito Santo; il settimo, l’amore dello Sposo. Il primo si trova in queste parole del testo: Questo è ciò che dice Cristo, che è la via, la verità e la vita. Queste parole indicano l’autorità infinita, sulla quale siamo molto solidamente fondati, e per la quale la Chiesa, la sposa di Gesù Cristo, deve credere soprattutto nel suo Sposo. Perché questa parola esprime molta enfasi, e i grandi, così come coloro che godono di una certa autorità e credito presso il popolo, hanno l’abitudine di usarla a principio dei loro dei loro editti. Così un re che invia un’ambasciata a una regina lo usa, dicendo: Questo è ciò che dice il re. E allo stesso modo lo Sposo agisce verso la sua Sposa Colui che tiene le sette stelle nella sua mano destra, cioè che ha sotto il suo potere tutti i Vescovi e i prelati della Chiesa, con cui li spezza come un vaso di creta. Ma li preserva anche con la sua grazia, significata dalla sua mano destra, per evitare che falliscano nella via della verità e della giustizia. Da queste parole possiamo dedurre la seconda e la terza colonna, cioè il santo timore del Signore e la perfetta fiducia in Gesù Cristo. Chi sta in piedi, stia attento a non cadere. E chi è caduto, non disperi, confidando nella destra di Gesù Cristo, che solleva i poveri dal loro letamaio. Che cammina in mezzo ai sette candelabri d’oro, cioè in mezzo a tutte le Chiese, come ha promesso in Matteo XXVIII, 20: « Ecco, io sono con voi fino alla fine del mondo. » – Che cammina in mezzo, che vede e considera tutti i pensieri, le parole e le opere che sono e vengono fatte nella Chiesa. E come Dio camminava in mezzo al paradiso nell’ora del giorno in cui si alzava un vento leggero, (Genesi III, 8); così è detto qui che Nostro Signore Gesù Cristo cammina in mezzo alla sua Chiesa con la sua assistenza, la sua presenza, la sua onnipotenza, la sua conoscenza e il suo amore, come un consolatore in mezzo agli afflitti, un re in mezzo ai suoi sudditi, un sommo sacerdote in mezzo ai suoi ministri, Dio in mezzo alle sue creature, un padre in mezzo ai suoi figli, un guardiano in mezzo ai suoi figli, un maestro in mezzo a tra i suoi figli, un tutore tra i suoi protetti, un ricco tra i poveri, un giudice tra gli oppressi, un medico tra i malati, come un ammiraglio tra le sue navi, un avvocato tra i colpevoli. Da queste parole, si devono fissare gli altri quattro pilastri su cui la Chiesa e tutti noi che ne siamo membri, cioè: la presenza di Dio Onnipotente, Gesù Cristo, che è il quarto pilastro, e se ci concentriamo su di esso, agiamo in tutto e ovunque in modo retto. Poi il ministero dell’altare e del nostro stato (la quinta colonna), che dobbiamo compiere con il più grande timore, riverenza, attenzione e religione; offrendo a lode e gloria di Colui che cammina in mezzo a noi come un ministero di dolce odore. E rallegriamoci e confortiamoci in mezzo alle onde del mare dell’epoca, sul quale viaggiamo nell’ineffabile assistenza dello Spirito Santo (che è la sesta colonna), dicendo: Tu non ci lascerai orfani, o Signore! Infine, rallegriamoci nell’amore (settima colonna) per il nostro amato consolatore, Gesù Cristo, nostro Re e Sommo Sacerdote, nostro Giudice e Padre, nostro guardiano e protettore, nostro amico e nostro medico, il nostro Conduttore e il nostro governatore, il nostro avvocato e il nostro amato sposo.

VI. Avendo posto questo fondamento della sua Chiesa, Dio ci prescrive la forma della correzione fraterna, che, sebbene necessaria nella Chiesa di Dio, deve essere discreta. Ora, questa qualità richiede: 1° una superiorità nella persona. 2°. che questo superiore sia un buon dottore, che conosca le buone qualità così come i difetti di coloro che vuole correggere, e che goda di autorità, rispetto e amore nei loro confronti. E tutto questo è contenuto in queste parole: “Questo è ciò che dice colui che tiene le sette stelle nella sua mano destra, che cammina tra i sette candelabri d’oro: Io conosco le tue opere. 3°. Come un medico prudente non dà al suo paziente una dose pura di assenzio o di rabarbaro, ma la mescola con vino, manna, zucchero, o qualche altro additivo piacevole; così un prelato che desidera ottenere un risultato favorevole nella correzione fraterna, non dovrebbe immediatamente rivolgersi al peccatore con un rimprovero amaro (come l’assenzio), ma dovrebbe addolcire il suo rimprovero parlando prima in modo vantaggioso del bene che scopre in lui, e poi, nel concludere il suo rimprovero, aggiungere qualche incoraggiamento che possa alleggerire la sua coscienza, parlando ad esempio dell’occasione della caduta del peccatore, della sua causa, ecc. e insegnandogli la distinzione tra bene e male. Ecco perché troviamo nel testo queste parole:

VERS . 2 e 3. Io conosco le tue opere, il tuo lavoro e la tua pazienza, e so che tu non puoi sopportare gli empi; tu hai provato quelli che dicono di essere apostoli e non lo sono, e li hai trovati bugiardi; tu sei paziente, hai sofferto per amore del mio nome e non ti sei scoraggiato. Questa è la lode. …

Vers. 4. Ma io ho contro di te il fatto che sei caduto dal tuo primo amore. Questo è il rimprovero!

VERS. 6 . – Ma tu hai dalla tua che odi le azioni dei Nicolaiti, come le odio io. Questa è la consolazione nell’ammonizione. La causa e l’occasione, che fecero raffreddare la carità reciproca alla fine di questa prima età della Chiesa, furono i dogmi perversi di Nicola, Cerinto, Ebione, Simon Mago e di altri eretici che sorgevano tra i Cristiani. Infatti, ogni volta che si discute la verità della dottrina, le menti anche dei più devoti concepiscono un certo zelo per l’assurdità e la malizia degli errori. Ora lo zelo eccita il fuoco dell’emulazione, l’emulazione fa nascere il risentimento; e così si spegne a poco a poco la carità, quella carità dei Cristiani che fa desiderare e volere il bene anche dei nemici. Qui, dunque, Gesù Cristo corregge la sua Chiesa e le mostra la causa e l’occasione della sua caduta. Le fa discernere il bene dal male con queste parole: Ma tu hai per te stesso l’odiare le azioni dei Nicolaiti. È come se dicesse: « È giusto che tu odi le azioni dei Nicolaiti, come le odio io; ma è sbagliato che abbandoni la carità che dovresti avere per le loro anime, per le quali sono sceso dal cielo, mi sono incarnato ed ho sofferto la morte. Come un buon medico prescrive una dieta adatta al suo paziente per ristabilirne la salute, così un prelato prescrive la penitenza ed i rimedi necessari per cancellare la macchia del peccato, in modo che i suoi inferiori, che hanno avuto la sfortuna di cadere, possano recuperare la loro prima perfezione di vita, ed evitare qualsiasi ricaduta in futuro. Ora questo antidoto si trova nelle seguenti parole:

Vers. 5. – Ricordati, dunque, da dove sei caduto, fai penitenza e agisci come facevi prima. Infine, affinché il paziente osservi la dieta prescritta, il medico lo minaccia di morte e lo incoraggia con la speranza di guarigione. Così un buon prelato, nella correzione dei vizi, propone sia la punizione che la ricompensa. Il primo si trova nelle parole del quinto verso. In caso contrario, verrò presto ad avvertirti; e se non farai penitenza, porterò la tua luce in un altro luogo.

Vers. 7. – Io concederò al vincitore di mangiare dal frutto dell’albero della vita, che è nel Paradiso del mio Dio.

VII. In ogni regno ben organizzato ci sono nove condizioni che lo rendono felice, santo e giusto: – a. L’osservanza delle leggi. – b. Un lavoro sostenuto a beneficio di tutti. – c. La sopportazione dei mali per il bene pubblico. – d. La spada della giustizia. – e. Una polizia vigile contro i malfattori. – f. Il discernimento del bene e del male. – g. Il coraggio nei contrattempi e nelle avversità. – h. La longanimità nelle cose ben iniziate. – i. Infine la perseveranza nelle cose oneste. Ora, tutte queste condizioni si devono trovare nel regno di Dio sulla terra. È soprattutto a causa di queste condizioni che Gesù Cristo loda la prima epoca della sua Chiesa; e sono proprio queste le condizioni che propone come regola di condotta. La prima si trova qui: Conosco le sue opere! Questo è il modo di parlare dei grandi, i quali, quando vogliono lodare o biasimare i loro servi, sono soliti dire: I vostri servizi ci sono noti, e non ignoriamo la vostra fedeltà, i vostri buoni consigli, ecc. Allo stesso modo Gesù Cristo loda la prima epoca della Chiesa per le sue buone opere, per aver respinto la falsa giustizia dei farisei, il giogo della legge di Mosè e l’impudenza dei gentili, e la loda ancora per la sua osservanza della legge perfetta del Vangelo, per l’onore che rende al suo legislatore, per la sua fedeltà nell’onorarlo e per la sua gratitudine nel servirlo. Questa, dunque, è la prima condizione che si trova in ogni regno ben organizzato: l’osservanza delle leggi. Quando le leggi non sono ben osservate in un paese, esso è vicino alla rovina, perché il risultato è solo il disprezzo del legislatore. – La seconda condizione è che la parola di Dio e il Vangelo di Gesù Cristo siano seminati e propagati. E questo è ciò che la Chiesa fece nella sua prima epoca, agendo con ardore come un soldato coraggioso, un buon agricoltore, un vero pastore e un abile operaio: Tim. II – a. Come un soldato; poiché gli Apostoli e i loro successori hanno combattuto giorno e notte con un lavoro instancabile contro la carne, il mondo ed il diavolo. – b. Come un agricoltore, poiché è scritto, Ps., CXXV, 7: “Uscivano piangendo, gettando il seme. Ma torneranno con gioia, portando i covoni del loro raccolto.” – c. Come un pastore; poiché essi conducevano le loro pecore, che erano Giudei e gentili, alle acque della vita battesimale; e le nutrivano tutto il giorno, cioè fino alla morte, con salutari ammonizioni della loro dottrina e dei loro santi esempi. d. Infine, come un operaio; perché hanno lavorato come operai nella vigna del Signore per costruire la Chiesa. Inoltre, lavoravano con le proprie mani per provvedere a se stessi e agli altri le necessità della vita, secondo San Paolo (I. Cor. IV, 12). E tutto questo solo per la salvezza comune di tutti.: « Io soffro per Gesù Cristo fino ad essere in catene come un criminale, ma la parola di Dio non è incatenata. Soffro ogni cosa per il bene degli eletti, affinché ottengano, come noi, la salvezza che è in Cristo Gesù, con la gloria del cielo. » (II. Tim, II, 9). La terza condizione è indicata in queste parole: e la vostra pazienza nelle avversità; la quale pazienza è necessaria per tutti i soldati di Gesù Cristo, per i buoni agricoltori e per i pastori di anime, così come è necessaria ai soldati, ai pastori ed agli agricoltori nelle cose temporali, per poter sopportare le fatiche, le avversità, le tentazioni e tutte le tribolazioni che sono solite assalire tutti coloro che desiderano vivere piamente nel Signore. E fu così che i primi fondatori della Chiesa Cattolica si comportarono in modo ammirevole, dandoci l’esempio, conducendo una vita errante, coperti di pelli di pecora e di capra, in mezzo a insulti e fustigazioni; gettati in catene e prigioni; privi di tutto, afflitti, abbandonati, perseguitati, ecc. E hanno sopportato tutte queste cose, a imitazione del loro capo Gesù Cristo, per la salvezza comune della società cristiana. La pazienza è sempre stata necessaria nella Chiesa, affinché i fedeli di Gesù Cristo fossero padroni di se stessi. E so che tu non puoi sopportare i malvagi nel comunicare con essi: queste parole designano la spada della giustizia, o lo zelo e l’ardore con cui gli Apostoli e i loro successori hanno sempre fatto guerra ai falsi Cristiani, correggendo i loro vizi senza nasconderli, ed escludendoli dalla Chiesa di Dio se li trovassero ostinati nelle loro false dottrine, come si vede in San Paolo, (I. Timot., I, 20): « Di questo numero fanno parte Imeneo e Alessandro, che ho consegnato a satana. » Ora questo zelo è così necessario in ogni governo politico e religioso che, senza di esso, i membri e il corpo diventano corrotti. Infatti, appena i vizi sono dissimulati e non castigati, si pecca impunemente e i crimini si moltiplicano come un torrente che inonda il corpo e lo perdono, corrompendolo successivamente; e questo a tal punto che non si sa dove trovare un rimedio. – Quinta condizione: poiché la spada dell’anatema e lo zelo della giustizia sono strumenti ciechi, è necessario che siano diretti da una sufficiente conoscenza dei mali. Così, in ogni regno ben organizzato, il principe deve avvalersi di una forza di polizia vigile che sorvegli tutti i suoi sudditi, anche quelli da cui pensa di avere meno da temere, per seguire le orme dei malvagi e scrutare le loro azioni. Ora questo è ciò che si intende con queste parole: Avete messo alla prova coloro che si chiamano apostoli e non lo sono. Cioè, avete messo alla prova ed esaminato coloro che, a causa della loro vita e della loro dottrina, si vantavano di essere mandati da Gesù Cristo e dagli Apostoli, e di avere lo Spirito di Dio per insegnare al popolo; ma non erano apostoli, bensì confondevano i fedeli, come Ebione, Cerinto, Menandro, Nicolas, Simone il mago ed altri eretici, sorti in Asia in quel tempo. Tali erano anche i falsi apostoli che, sotto San Pietro e San Giacomo, sostenevano di essere stati inviati dagli Apostoli a Gerusalemme e vi insegnavano, sotto questo falso titolo, che l’osservanza delle leggi di Mosè, insieme a quella del Vangelo, era necessaria per la salvezza, come si vede in diversi passi delle Epistole di San Paolo. – Sesta condizione: Il principe prudente e giusto, dopo aver riconosciuto con un esame sufficiente la malizia e la falsità di qualcuno, deve giudicarlo e condannarlo. Questo si vede nelle parole: E li hai trovati bugiardi, non solo nel loro insegnamento ma anche nelle loro azioni, perché fingevano di essere giusti esteriormente per ingannare più facilmente i buoni. – Per questo motivo la Chiesa rigettò questi eretici dal suo seno, e qui si dice che, trovandoli bugiardi, pronunciò una sentenza di anatema dalla cattedra di San Pietro, e dichiarò che nessuno di loro aveva ricevuto una missione da Dio, da Gesù Cristo o dagli Apostoli, e che non insegnavano la vera dottrina, né provavano con fatti veri che la giustizia legale è necessaria per la salvezza. – Settimo: Accade talvolta che i malvagi resistano alla spada della giustizia e della verità con la ribellione, la persecuzione e altri mezzi di resistenza. Infatti, la Chiesa, nella sua origine, ha dovuto sopportare molte avversità e tribolazioni nelle sue membra per mano degli eretici che sorgevano a quel tempo, e ha sopportato tutto con il più grande coraggio, sostenendo e mantenendo le cose necessarie alla salvezza con sentenze di giustizia e verità. Ora è questa forza della Chiesa che viene lodata in queste parole: Tu sei paziente. – Ottavo: Ma poiché alcune avversità sono di lunga durata, o per permesso di Dio o a causa dell’iniquità dei malvagi, la forza del principe deve essere sostenuta dalla sua longanimità, in modo che possa essere in grado di resistere contro qualsiasi avversità che le si presentasse in qualsiasi momento per amore della giustizia e della verità. Per questo la Chiesa primitiva viene lodata con le parole: « E avete sofferto per amore del mio nome ». Queste parole esprimono la causa e la conseguenza di queste sofferenze, cioè la gloria del nome di Gesù Cristo, che gli eretici e i Giudei bestemmiavano negando la Sua Divinità e Umanità, la Sua venuta e le Sue opere, come vediamo nelle epistole di San Paolo. – Nona condizione: Infine, poiché ci sono alcuni mali e avversità che non possono essere completamente sradicati, il principe deve essere perseverante nella giustizia e nella verità. Ora è soprattutto nella Chiesa di Dio, dove i problemi cresceranno con il buon grano fino al giorno della raccolta, e dove ci saranno continue eresie, che il prelato deve essere perseverante in tutte le avversità, lavorando sempre per vincere il male col bene, appena sia entrato. Questa, dunque, è la regola che viene qui lodata e proposta alla Chiesa universale con queste parole: E non vi siete scoraggiati.

VIII. Dopo la lode e l’enumerazione delle buone qualità, segue il rimprovero dei difetti.

Vers. 4. – Ma io ho contro di voi il fatto che siete caduti dalla vostra prima carità. Ogni istituzione sulla terra, per quanto santa e ben ordinata possa essere, è destinata ad appassire e a cadere a causa dei difetti quotidiani e della fragilità dei suoi membri. Questo è ciò che accadde nella prima epoca della Chiesa descritta sotto il titolo della Chiesa di Efeso. – Essa abbandonò la sua prima carità. La prima carità dei Cristiani consisteva nell’unione perfetta e nella comunità dei beni. (Atti IV, 32): « La moltitudine di coloro che credevano era di un cuore solo e di un’anima sola, e nessuno considerava suo ciò che possedeva, ma tutte le cose erano comuni a loro. » Questa primitiva carità dei Cristiani consisteva anche in opere di carità e di misericordia, poiché erano soliti sostenere i loro poveri con fervore e devozione, e mandare elemosine ai fedeli che vivevano a Gerusalemme e altrove, e che avevano venduto i loro beni per sostenere i fedeli, o che ne erano stati derubati per la fede di Gesù Cristo (Atti IV, 34): « Nessuno era povero tra loro, perché tutti coloro che possedevano campi o case li vendevano e portavano il prezzo di ciò che veniva venduto. E lo deponevano ai piedi degli Apostoli, e fu distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno. » Ora questa prima carità si raffreddò dopo la morte degli Apostoli e di Timoteo, Vescovo di Efeso. Infatti, dopo sorsero gradualmente degli empi e dei falsi fratelli che trasformarono questa carità in amarezza, appropriandosi fraudolentemente di questi beni, dissipandoli, ingannando il popolo e insegnando loro cose perverse. È un’esperienza tanto frequente quanto deplorevole vedere la carità raffreddarsi nelle discussioni che sorgono sui dogmi della fede, e negli intrighi che si fanno per le nomine a Vescovi, a cattedre, prelature e prebende.

IX. Dopo questo rimprovero, segue una salutare ammonizione sulla riforma di vita, così come sul modo di fare questa riforma. Questo modo consiste in tre cose: – a. Conoscere la propria colpa od omissione e riflettere su ciò che ne è stata l’occasione. – b. Fare delle opere di penitenza. – c. Infine, ritornare al proprio stato primario. Questo è ciò che vedremo più avanti.

Vers. 5. Ricordati, dunque, da dove sei caduto. Cioè, riconosci la tua colpa, ricordati delle tue prime opere e quanto ti sia allontanato dalla perfezione e dal fervore. Fa’ qualche ricerca riflettendo su ciò che è stata l’occasione della tua caduta e su ciò che ti ha fatto abbandonare la carità. E fa’ penitenza per la perdita di un bene così grande; e correggiti con prudenza, evitando le occasioni che fecero diminuire questa carità in te.

Agisci come agivi in passato, cioè torna al tuo primo stato, riprendi il vostro primo fervore, ricomincia le tue prime opere di misericordia, il tuo primo amore, la tua primitiva unione; e impara a superare nel bene i mali degli eretici e dei falsi fratelli che ti hanno fatto abbandonare la semplicità della carità. In caso contrario, verrò presto ad avvertirti, e se non farai penitenza… porterò la tua luce in un altro luogo. Con queste parole esprime la comminazione della pena che è richiesta anche sotto forma di correzione fraterna. Altrimenti, se non ti correggi nel modo indicato, verrò presto ad avvertirti; il testo latino dice al presente, vengo (venio), per far capire alla Chiesa che la vendetta divina è sempre pronta ed anche presente, ed arriva nel momento in cui meno ci pensiamo. E se non fai penitenza, porterò la tua luce in un altro luogo. Aggiunge qui il tipo di pena e di punizione, che indica al futuro, per farci capire la longanimità di Dio nell’attendere la nostra penitenza, e per mostrarci i castighi che ci minacciano da lontano e a lungo, fino a quando infine la nostra prevaricazione, portata al suo colmo, farà esplodere la sua ira. E io porterò la tua luce in un altro luogo; cioè, Io permetterò delle tribolazioni, delle guerre, delle eresie e dei tiranni che toglieranno dal suo posto la Chiesa che vi è stata affidata, o che la priveranno della sua dignità e del suo riposo. Questo è in effetti, ciò che fece più tardi con i dieci tiranni che agitarono e scossero così terribilmente la Chiesa che così raggiunse una grande perfezione ed una grande carità: ne sono testimoni i milioni di martiri di entrambi i sessi che sono morti per amore di Gesù. – Io rimuoverò il vostro candelabro dal suo posto, il tuo Episcopato, le tue ricchezze, le tue dignità e la tua Chiesa dal luogo dove si trova ora, se ti rifiuti di pentirti dei peccati che ti sono noti, e di farne penitenza. È così che Egli agisce nei confronti della Chiesa greca, dell’Inghilterra, della Terra Santa e della Germania; questo è ciò che ha cominciato a fare e che continuerà a fare in futuro nei confronti della Chiesa latina e di tutto l’Occidente, se non facciamo penitenza.

Vers. 6. – Ma tu hai dalla tua parte, che odi le azioni dei Nicolaiti, proprio come le odio Io. Con queste parole addolcisce la prima reprimenda, così che, secondo l’usanza del buon samaritano, l’olio ammorbidente fosse mescolato con il vino della mortificazione. Ma tu hai di buono e degno di raccomandazione, di odiare le azioni dei Nicolaiti, cioè la fornicazione e l’uso comune delle donne. Poi Egli aggiunge il modo giusto e la misura dell’odiare, che raccomanda alla sua Chiesa secondo il suo esempio, dicendo: odiare le azioni dei Nicolaiti, come Io stesso le odio. Intende e insinua tacitamente che non dobbiamo mai odiare le persone, per quanto cattive possano essere; ma solo le loro azioni malvagie, per la loro salvezza e dell’onore che è dovuto a Dio, secondo l’esempio di Gesù Cristo, che odia il peccato al di sopra di ogni cosa, e tuttavia ama così tanto la persona del peccatore, che è sceso dal cielo per morire tra due ladroni e cancellare i nostri peccati. – In terzo luogo, insegna alla sua Chiesa quale fu l’occasione che le fece abbandonare la sua prima carità: perché, non distinguendo bene le persone ed i loro atti, essa perse l’affetto ed il fervore della carità verso di loro. Per questo anche la scusa per il suo delitto; e come un medico ben prudente, addolcisce il suo rimprovero con queste parole: Ma tu odi le azioni dei Nicolaiti; Io stesso le odio.

X.- Vers. 7. Chi ha orecchio, ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese. Questo è un modo di parlare che significa la difficoltà di fare qualcosa, o l’elevazione dei misteri che devono compiersi nella Chiesa, mentre nel contempo, ci fa conoscere la fragilità della nostra carne e la corruzione della nostra intelligenza; volendo farci capire che tutto ciò che è scritto in questo libro dell’Apocalisse contiene la sapienza, e che c’è una grande difficoltà a capirlo. È allo stesso modo che Gesù Cristo, raccomandando alla sua Chiesa la continenza come una cosa difficile, dice, (Matth. XIX, 12): « Chi può intendere, intenda. ». Io darò a colui che vince di mangiare del frutto dell’albero della vita, che è nel paradiso del mio Dio. Con queste parole aggiunge il premio, e assegna la ricompensa, per invitare più efficacemente la sua Chiesa alla penitenza. Egli vuole dire al vincitore, « al vincitore sulle tentazioni della carne, del mondo e del diavolo … : » gli darò da mangiare del frutto dell’albero della vita; gli darò di godere della bontà di Gesù Cristo, che è il vero albero della vita, di cui l’albero della vita nel paradiso terrestre era la figura. Mangiare del frutto dell’albero della vita: cioè godere della visione felice e beatifica con l’immortalità. Perché l’albero della vita significa metaforicamente l’immortalità (Gen. III) che è nel paradiso del mio Dio, cioè nel paradiso celeste; vale a dire, nella celeste patria preparata per tutti coloro che hanno combattuto legittimamente.: « Chi combatte nei giochi pubblici è incoronato solo dopo avendo combattuto valorosamente. » (II. Tim, II, 5).

§ II

La seconda età della Chiesa militante, chiamate età d’irrigazione (dal latino irrigativus); comprendente il tempo delle dieci persecuzioni, fino a Costantino Magno.

CAPITOLO II. – VERSETTI 8-11

Et angelo Smyrnæ ecclesiæ scribe: Hæc dicit primus, et novissimus, qui fuit mortuus, et vivit: Scio tribulationem tuam, et paupertatem tuam, sed dives es: et blasphemaris ab his, qui se dicunt Judæos esse, et non sunt, sed sunt synagoga Satanae. Nihil horum timeas quæ passurus es. Ecce missurus est diabolus aliquos ex vobis in carcerem ut tentemini: et habebitis tribulationem diebus decem. Esto fidelis usque ad mortem, et dabo tibi coronam vitæ. Qui habet aurem, audiat quid Spiritus dicat ecclesiis: Qui vicerit, non lædetur a morte secunda.

[E all’Angelo della Chiesa di Smirne scrivi: Queste cose dice il primo e l’ultimo, il quale fu morto, e vive: So la tua tribolazione e la tua povertà, ma sei ricco: e sei bestemmiato da quelli che si dicono Giudei, e non lo sono, ma sono una sinagoga di satana. Non temere nulla di ciò che sei per patire. Ecco che il diavolo caccerà in prigione alcuni di voi, perché siate provati: e sarete tribolati per dieci giorni. Sii fedele sino alla morte, e ti darò la corona della vita. Chi ha orecchio, ascolti quel che lo Spirito dica alle Chiese: Chi sarà vincitore, non sarà offeso dalla seconda morte.]

I. E all’Angelo della chiesa di Smirne scrivi: Queste cose dice colui che è il primo e l’ultimo, che era morto ed è vivo: Io conosco la tua afflizione e la tua povertà; ma tu sei ricco e sei calunniato da coloro che dicono di essere ebrei e non lo sono, ma formano la sinagoga di satana. Non abbiate paura di ciò che dovrete soffrire. Il diavolo metterà presto alcuni di voi in prigione, per mettervi alla prova, e dovrete soffrire per dieci giorni. Sii fedele fino alla morte e ti darò la corona della vita. Chi ha orecchio, ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese: Chi sarà vittorioso non soffrirà la seconda morte, ecc. – La seconda età della Chiesa è chiamata età dell’irrigazione (irrigativus). Infatti, la Chiesa del Signore è una vite che nutre tanti tralci quanti sono i santi che produce. Questa vite, piantata nella prima epoca da Gesù Cristo e dagli Apostoli, fu innaffiata nella seconda da un torrente di sangue dei Martiri, che fu come una fontana che sorge dalla terra e innaffia tutta la superficie della Chiesa. Questo spargimento di sangue dei Cristiani durò dieci giorni, cioè avvenne durante i dieci regni dei principali tiranni della terra, che il diavolo sollevò contro il Cristianesimo, cercando di distruggere ed estinguere la fede di Gesù con questo mezzo, fede di Gesù Cristo, che non aveva potuto impedire con la gelosia dei Giudei. Dio permise queste lunghe e terribili persecuzioni per la maggior gloria dei suoi soldati scelti, e per rafforzare meglio la verità della fede cattolica, che rimase pura nonostante queste orribili persecuzioni. Essa fu addirittura elevata e nobilitata dalla crescita che stava procedendo ogni giorno. Allora Dio permise queste persecuzioni per suscitare la Chiesa alla carità perfetta, che, al tempo dei Martiri, era davvero perfetta, come si vede da quanto detto sopra. È a questa età della Chiesa che si riferisce la parabola di San Giovanni: « Se il chicco di grano non muore dopo essere stato gettato in terra, rimane solo, ma quando è morto, porta molto frutto. » (Joan. XII, 24). È anche a quest’epoca che si riferisce il Salmo CIX, 8: « Lungo il cammino si disseta al torrente, perciò solleva alta la testa. » Questo significa che il Padre celeste ha voluto che noi bevessimo dal torrente di sangue dei Martiri sulla via di questa vita presente, ed è per dare un esempio ai suoi Soldati, che ha esaltato suo Figlio Gesù Cristo, il loro capo, sulla croce!

II. È a quest’epoca che si applica il secondo Spirito o dono del Signore, cioè lo Spirito di Fortezza e di pazienza invincibile nelle difficoltà e nelle avversità. Ed è con questo scudo che i Santi di Dio di entrambi i sessi hanno superato il mondo ed hanno raggiunto il Regno celeste. Questa seconda era è anche rappresentata dal secondo giorno della creazione, quando Dio stabilì il firmamento in mezzo alle acque. Questo firmamento rappresenta la fermezza e la forza dei Martiri, che Dio ha posto in mezzo alle acque di tutte le tribolazioni che non potevano spegnere la loro carità. Poi, come nel secondo giorno della creazione, il firmamento fu posto nel cielo; allo stesso modo, nella seconda epoca, la Chiesa, che è rappresentata dal cielo, fu stabilita molto saldamente sulla testimonianza dei Martiri, che è come il fondamento della Chiesa. È ancora a questa seconda età della Chiesa che si diporta la seconda epoca del mondo, da dopo Noè fino ad Abramo; perché così come Noè ed i suoi discendenti cominciarono in questa seconda età ad offrire vittime a Dio, così nella seconda epoca ecclesiastica i Cristiani furono indistintamente immolati. L’effusione del loro sangue e la loro morte, offerti in odore di soavità, erano molto preziosi e molto graditi a Dio Padre, che è Egli stesso vittima nel suo Figlio Gesù. Questa epoca di tribolazione e di martirio è quindi descritta sotto lo stato della Chiesa di Smirne. Infatti, la parola Smyrne significa canto e mirra. Ora, questa parola, in entrambi i suoi significati, è appropriata a questa epoca di Martiri: come “cantico”, poiché i Cristiani di entrambi i sessi correvano, per così dire, al martirio esultando di gioia, come vediamo nella storia della Chiesa e negli Atti degli Apostoli: « E se ne andarono pieni di gioia, fuori dal sinedrio, perché erano stati giudicati degni di soffrire un rimprovero per il nome di Gesù. » (Act. V, 41). Le tribolazioni e la morte dei santi Martiri sono anche un inno graditissimo, in cui Dio si diletta, gli Angeli si rallegrano e tutti i Santi lodano il Figlio di Dio. – La parola “mirra” è anche appropriata per questa epoca della Chiesa; perché come la mirra è amara e preserva dalla putrefazione, così le tribolazioni e le persecuzioni sono amare. Esse preservano la Chiesa e i suoi membri dalla putrefazione dei vizi, delle voluttà e del peccato; e rendono robusto il suo corpo mediante la pazienza, la povertà, l’umiltà, il disprezzo di questo mondo, la carità verso Dio e l’amore per i beni futuri. Inoltre, la mirra ha un odore soave, ed è usata nei sacrifici offerti a Dio; e così il sangue dei Martiri e la loro morte hanno un odore molto soave, e sono un sacrificio il cui buon odore sale continuamente alla presenza di Dio.

Vers. 8Scrivi anche all’Angelo della chiesa di Smirne. Nella lettera questo significa: Scrivi al Vescovo della Chiesa di quel luogo, e, sotto questo tipo, a tutti i Vescovi, Pontefici e prelati, e anche a tutti i Cristiani che vivranno in quest’epoca dei Martiri della Chiesa. Queste sono le parole di Colui che è il “primo e l’ultimo”, che è morto ed è vivente. Queste parole devono essere intese nello stesso senso di cui sopra. Sono posti a capo per indicare l’esempio che Gesù Cristo, il Figlio di Dio nostro Re, ci ha dato con le sofferenze che ha dovuto sopportare per entrare nella sua gloria. Allo stesso modo i suoi eletti devono soffrire e morire se vogliono vivere con Lui nell’eternità, e questo è ciò che ha ispirato milioni di Martiri di entrambi i sessi nel seguire coraggiosamente l’esempio del loro Sposo e Re Gesù Cristo. Così grande è l’efficacia dell’esempio di un capo!

Vers. 9Conosco la vostra afflizione e la vostra povertà. Queste due espressioni sono messe qui come due proprietà o segni dello stato dei Martiri. Perché la parola tribolazione contiene molta enfasi, e viene dalla parola latina tribula (una specie di traino, che veniva fatto rotolare sulle spighe di grano, per separare il grano dalla pula, prima dell’uso dei vagli), esprimendo avversità di ogni tipo, persecuzioni, oltraggi, tormenti, inganni, che erano per i Martiri tanti tipi diversi e orribili di morte. La povertà, invece, significa spoliazione dei beni temporali, l’esilio, l’espulsione dalle sedi episcopali, dalla Chiesa, dalla casa paterna, ecc. Ora, questo è ciò che i Santi di Dio hanno sopportato con gioia per amore del loro Sposo Gesù Cristo, dai tiranni che hanno imperversato contro di loro per più di trecento anni, come vediamo nella storia ecclesiastica. Ma voi siete ricchi di tesori spirituali, nei vostri meriti, nelle vostre virtù eroiche, nell’oro della carità, nel ferro della forza, nell’eredità del Regno celeste, o nella gloria eterna che vi è preparata in cielo per aver perso il possesso transitorio dei beni di questo mondo. Voi siete ricchi, perché siete amici di Dio, e i vostri nomi sono scritti nel cielo. Al contrario, i grandi uomini del mondo che vi maltrattano e vi perseguitano sono poveri, perché dopo questa vita di passaggio andranno nei tormenti eterni dove soffriranno orribilmente. E tu sei calunniato da quelli che si chiamano Giudei e non lo sono, ma formano la sinagoga di satana. Per Giudei si intende qui: – a. i resti dei Giudei e della sinagoga dell’Antico Testamento, che furono respinti da Dio e nei quali non c’è salvezza. Per questo aggiunge: Che si chiamano Giudei, cioè eletti, perché sono della razza di Abramo; ma che non sono in realtà eletti, poiché appartengono alla sinagoga di satana, cioè all’assemblea dei reprobi; Dio ha consegnato i Giudei al potere di satana, di cui sono membri, a causa della loro incredulità e della loro ostinazione nel male. Perché questo popolo che ha rinnegato Gesù Cristo non gli apparterrà più. (Dan. IX). – b. Questo nome di Giudei è passato ai Cristiani. Ed è per questo che, per allegoria, indica i cattivi Cristiani che dicono di essere scelti e confessano di conoscere Dio, mentre lo negano con le loro opere. (Rom. I): L’Apostolo dice di entrambi: (Rom. II, 28): « Il giudeo non è colui che è circonciso esteriormente, né la circoncisione è quella che si fa alla carne, che è solo esteriore, ma il giudeo è colui che è circonciso interiormente; la circoncisione del cuore è fatta dallo spirito, non dalla lettera, e questo giudeo deriva la sua gloria non dagli uomini, ma da Dio. » – Queste parole del testo dell’Apocalisse, … che si dicono Giudei, si applicano dunque alla lettera ai veri Giudei della razza di Abramo secondo la promessa; ma per allegoria dobbiamo intendere che sono dei Cristiani, secondo la promessa in Gesù Cristo (secundum repromissionem in Christo). È attraverso tutti loro che la Chiesa di Dio è blasfemata negli eletti e nei Santi che ne sono membri. Poiché i Giudei dicono che se la fede in Gesù Cristo fosse vera, e se Gesù Cristo fosse veramente il Messia e il vero Figlio di Dio Onnipotente, Egli non permetterebbe che i suoi eletti ed i suoi amici siano afflitti e uccisi come bestiame. I Giudei consideravano la morte di Gesù Cristo come un’ignominia e la sua croce come uno scandalo, secondo San Paolo, (I. Cor. 1,23): « Noi infatti predichiamo Gesù Cristo crocifisso, uno scandalo per i Giudei, una stoltezza per i gentili. » Anche i cattivi Cristiani e gli eretici dei primi secoli bestemmiavano la Chiesa di Dio con le loro azioni malvagie e la loro dottrina perversa. Questo fece apparire la Chiesa ancora più vile agli occhi dei Giudei, dei gentili e dei tiranni. Ecco come i falsi Cristiani hanno esposto i membri della Chiesa ad un gran ridicolo, e questi ultimi sopportarono persecuzioni ancor più crudeli.

Vers. 10. Non temere nulla di ciò che dovrai soffrire. Con queste parole Gesù Cristo incoraggia la sua Chiesa a sopportare senza paura tutti i mali, per quanto lunghi e crudeli possano essere. E poiché i colpi previsti sono meno pericolosi, e poiché consideriamo come più tollerabili i mali di questo mondo che conosciamo in anticipo, è in questo modo che dobbiamo sopportare le prove che è piaciuto alla volontà divina di permettere, a beneficio della sua Chiesa, per quanto grande e durevole possa essere la tribolazione, e qualunque siano le persone che la infliggono. Il diavolo metterà presto alcuni di voi in prigione perché siate giudicati, e soffrirete dieci giorni, etc. ….. Il diavolo metterà presto. Il diavolo è qui rappresentato come la causa determinante, a causa della sua abituale gelosia contro i fedeli, per cui susciterà i re e i principi alla tirannia, ecciterà i Giudei, e farà sì che i falsi e malvagi Cristiani parlino male di voi, per far sì che alcuni, cioè un gran numero di voi siano messi in prigione, e, se fosse possibile, tutti i Cristiani che vivranno in questa seconda età della Chiesa. Tutti questi uomini malvagi saranno come i littori del diavolo: ecco perché il testo latino dice: Il diavolo manderà alcuni di voi in prigione per mezzo dei suoi satelliti che sono i principi di questo mondo, e di cui si serve per soddisfare la sua insaziabile passione di nuocere ai pii membri di Gesù Cristo. I satelliti del diavolo sono anche le opere degli empi sulla terra. In prigione; questa parola significa: 1°. La durata delle tribolazioni a venire; perché chi è messo in prigione non ne esce presto; come quando uno dice di mettere il suo denaro nella cassa pubblica, per dire che vi rimane per lungo tempo. 2°. Questa parola prigione designa anche tutti i tipi di mali che i Santi e gli eletti di Dio dovevano subire. Perché la prigione è come un’officina di tutte le tribolazioni. Infatti, chi è messo in prigione è separato dagli uomini come un criminale, e lì può sperimentare la fame, il freddo, il caldo, le catene, la nudità, la spoliazione dei suoi beni, le torture, i tormenti, le fruste, i flagelli, l’obbrobrio, le veglie, la povertà, l’angoscia, i cattivi odori. Dalla prigione si esce per subire la sentenza di una condanna ingiusta, per essere messi su vasi di terracotta rotti, o per essere picchiati, crocifissi, fatti a pezzi, gettati in acqua, mandati in esilio o esposti alle belve, agli orsi, ai leoni, tigri, leopardi, ecc. Ecco perché Gesù Cristo indica la prigione, dicendo: … Il diavolo metterà presto alcuni di voi in prigione. E questo con il permesso del Padre celeste, affinché siate provati come oro nella fornace. Questa prova non è nell’intenzione del diavolo, che non ha in mente il bene di coloro che vengono messi alla prova; ma è Dio, che vuole trarre il bene dal male, e che sa come estrarre dalla crudeltà dei tiranni la pazienza dei martiri, che Egli ricompensa con una corona di gloria. Egli fa ancora subire alla Chiesa queste prove ai nostri giorni, quando i suoi prelati e i suoi membri abbandonano i loro cuori al peccato, alla voluttà e alle ricchezze temporali. E dovrete soffrire per dieci giorni, cioè per dieci regni consecutivi dei principali tiranni, che si susseguiranno come giorni, durante i quali puniranno i Cristiani. Con questi dieci giorni si intende il tempo da Nerone, il primo persecutore della Chiesa, fino a Costantino il Grande, un periodo di trecento anni, durante il quale la Chiesa ha nuotato continuamente nel sangue dei suoi Martiri dell’uno e dell’altro sesso, come l’arca di Noè nuotava nelle acque del diluvio, finché finalmente, dopo queste dieci persecuzioni, la Chiesa poté riposare sull’alto monte di Costantino il Grande. La prima persecuzione ebbe luogo sotto Nerone; la seconda sotto Domiziano; la terza sotto Traiano; la quarta sotto Marco Aurelio-Antonio; la quinta sotto Severo; la sesta sotto Massimino; la settima sotto Decio, che fu continuata da Gallo e Volusiano; l’ottava sotto i due Valerio e Gallieno; la nona sotto Aureliano; la decima, infine, sotto Diocleziano e il suo collega Massimiano, che fu la più spaventosa di tutte. Vedere i dettagli nella storia ecclesiastica.

III. Sii fedele fino alla morte e ti darò la corona della vita. Con queste parole, Gesù Cristo esorta la sua Chiesa, mostrandole la ricompensa promessa per la perseveranza nelle tribolazioni; e questa esortazione è una consolazione offerta dalla clemenza divina contro il rigore e la durata dei mali che Dio stava per infliggere ai suoi Santi ed amici. Sii fedele fino alla morte; cioè, sii costante e perseverante nella tribolazione fino alla morte. Sii fedele, ecc., nella fede, nella speranza e nella carità, e guardati dal non scandalizzarti per i molti e lunghi tormenti che Io permetto contro di voi. E Io vi darò la corona della vita, cioè l’aureola del martirio, secondo la misura delle tribolazioni che avete sopportato per causa mia. La corona della vita, la corona di un trionfatore in cielo, che non ti sarà mai tolta. Perché non sarà incoronato nessuno che non abbia combattuto legittimamente. La corona della vita: il regno o la libertà dei figli di Dio, affinché non siate mai più sottomessi ad alcun re terreno.

 Vers. 11. – Chi ha orecchio, ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese. Queste parole sono spiegate come sopra. Con questo vuole sempre stimolare la nostra intelligenza a cercare, in relazione alla sua Chiesa, un significato astratto e pieno di misteri celesti, che deve essere spiegato e chiarito dalla proprietà delle parole e delle cose. Chi è vittorioso non soffrirà la seconda morte, cioè l’inferno o la morte eterna dell’anima. La dannazione è chiamata una seconda morte, perché segue la morte corporale di questa vita passeggera, che è la prima morte. Gesù Cristo aggiunge queste parole come una leva molto potente di perseveranza nell’angoscia delle tribolazioni. Perché se consideriamo gli orribili tormenti dell’inferno e la dannazione eterna degli empi, si sopporteranno volentieri e facilmente tutte le tribolazioni, e anche la morte temporale, per evitare le tribolazioni e la morte eterna. Fu in considerazione di queste verità, che essi avevano sempre davanti agli occhi, che i servi di Dio superarono tutti i tormenti attraverso i quali arrivarono al Regno celeste.

§ III.

Della terza età della Chiesa, o dei Dottori; da Papa Silvestro e l’imperatore Costantino, a Leone il Grande e Carlo Magno.

CAPITOLO II. VERSETTI 12-17.

Et angelo Pergami ecclesiæ scribe: Hæc dicit qui habet rhomphæam utraque parte acutam: Scio ubi habitas, ubi sedes est Satanæ: et tenes nomen meum, et non negasti fidem meam. Et in diebus illis Antipas testis meus fidelis, qui occisus est apud vos ubi Satanas habitat. Sed habeo adversus te pauca: quia habes illic tenentes doctrinam Balaam, qui docebat Balac mittere scandalum coram filiis Israel, edere, et fornicari: ita habes et tu tenentes doctrinam Nicolaitarum. Similiter pœnitentiam age: si quominus veniam tibi cito, et pugnabo cum illis in gladio oris mei. Qui habet aurem, audiat quid Spiritus dicat ecclesiis: Vincenti dabo manna absconditum, et dabo illi calculum candidum: et in calculo nomen novum scriptum, quod nemo scit, nisi qui accipit.

[E all’Angelo della Chiesa di Pergamo scrivi: Queste cose dice colui che tiene la spada a due tagli: So in qual luogo tu abiti, dove satana ha il trono: e ritieni il mio nome, e non hai negata la mia fede anche in quei giorni, quando Antipa, martire mio fedele, fu ucciso presso di voi, dove abita satana. Ma ho contro di te alcune poche cose: attesoché hai costì di quelli che tengono la dottrina di Balaam, il quale insegnava a Balac a mettere scandalo davanti ai figliuoli d’Israele, perché mangiassero e fornicassero: Così anche tu hai di quelli che tengono la dottrina dei Nicolaiti. Fa parimenti penitenza: altrimenti verrò tosto a te, e combatterò con essi colla spada della mia bocca. Chi ha orecchio, oda quel che dica lo Spirito alle Chiese: A chi sarà vincitore, darò la manna nascosta, e gli darò una pietra bianca: e sulla pietra scritto un nome nuovo non saputo da nessuno, fuorché da chi lo riceve.]

I. La terza età della Chiesa fu l’età dei dottori. Essa iniziò da Costantino il Grande e Papa Silvestro, e durò fino a Carlo Magno e Leone III. In quest’epoca le eresie furono estirpate e la Religione Cristiana fu stabilita saldamente quasi in tutto l’universo. Quest’epoca è chiamata illuminativa (illuminativus), a causa della purificazione che ebbe luogo in essa dei principali misteri della fede cattolica, della Santa Trinità, della divinità di Gesù Cristo, della sua umanità, della sua filiazione, della processione dello Spirito Santo, etc. E man mano che le cose contrarie furono esposte l’una di fronte all’altra diventano sempre più chiare; Dio, per illuminare la sua Chiesa, le diede i dottori più illustri, come Sant’Ambrogio, Sant’Agostino, San Girolamo, San Giovanni Crisostomo, San Leone, Beda, e molti altri Padri della Chiesa greca e latina; e d’altra parte, permise che si elevassero contro di essi gli eretici più malvagi, come Ario, Donato, Macedonio, Pelagio, Eutiche, Nestorio, ecc. Questi eresiarchi erano sostenuti, per la maggiore prova degli eletti, da potenti principi, come gli imperatori Costantino, Giuliano l’Apostata, Valentino, Leone, Zenone, Enrico re dei Vandali, Teodorico re degli Ostrogoti, Anastasio re dei Daci, Costanzo, Leone III, Costantino V, Leone IV, Costantino VI, e un numero considerevole di Arcivescovi e Vescovi, ecc. È a questa terza epoca che si riferisce il terzo Spirito del Signore, lo spirito dell’intelletto, che illuminò la Chiesa e le permise di essere in grado di purificare i più alti misteri della Santa Trinità, l’Incarnazione e altre numerose verità, sulle quali la Chiesa si pronunciò, dopo aver condannate, espulse e rimosse le tenebre degli eretici. – Il terzo giorno della creazione del mondo è anche giustamente considerato in questo capitolo come il vero tipo di questa terza età. Perché come il terzo giorno della creazione le acque dovettero, per volontà di Dio, essere separate dalla terra e riunite in un solo luogo; così le tribolazioni, di cui le acque sono spesso la figura, e che la Chiesa ebbe a subire da parte dei tiranni del paganesimo, dovettero infine cedere al potere di Costantino il Grande, che relegò i loro autori nel fuoco dell’inferno. E ancora, come il terzo giorno della creazione la terra produsse piante verdi con semi e alberi fruttiferi, ciascuno secondo la sua specie, ed un numero infinito di altre piante che portavano semi, sia per l’ornamento della terra che per l’uso e il godimento degli uomini, così, nella terza età della Chiesa, l’acqua del Battesimo fece nascere erba verde (i bambini e gli adulti che diventarono Cristiani), alberi (i maestri) e alberi da frutto, le entrate assicurate e gratuite della Chiesa, di cui il detto imperatore l’arricchì; poiché la dotò ulteriormente di molti altri beni, come i principati, appropriandosi di poteri anche terreni, e aiutandola nel costruirne a proprie spese, o permettendo e ordinando di costruire su tutta la superficie del pianeta una moltitudine di edifici sacri. – Un altro tipo di questa terza età della Chiesa si trova nella terza età del mondo, che durò da Abramo a Mosè e Aronne. Perché come in quell’epoca i Sodomiti furono sommersi nel Mar Morto, e gli Egiziani nel Mar Rosso; come Korah, Dathan e Abiron, e gli altri scismatici della casa d’Israele furono distrutti, e fu data al popolo una legge che dichiarava e spiegava meglio la legge naturale; così, nella terza età della Chiesa, il popolo cristiano passò dal martirio alla terra della pace. La concupiscenza del mondo e l’idolatria delle nazioni furono sommerse nel sangue di Gesù Cristo e dei suoi Martiri; molti scismatici ed eretici furono cacciati dal seno della Chiesa; la legge del Vangelo e la verità della fede cristiana furono dichiarate e proclamate, etc. Furono stabilite le leggi civili e le costituzioni dei principi, e furono promulgati i sacri canoni dei Concili; e l’imperatore Giustiniano decretò che tutte queste cose avessero forza di legge. Infine, l’ultimo tipo di questa terza età fu la Chiesa di Pergamo. Infatti, la parola Pergamo è interpretata come divisione delle corna (dividens cornua): queste corna crebbero alla Chiesa in questa terza età, sotto Costantino il Grande, e queste corna erano il potere temporale e spirituale di cui essa godeva. – Questa doppia potenza è metaforicamente significata dalle corna, in cui si trova la forza degli arieti e degli altri animali. Pergamo significa anche dividere le corna, perché poco dopo questa forza e potenza della Chiesa fu divisa e spaccata da Ario e dagli altri eretici. Le corna combattevano tra loro: la sinistra (gli eretici) contro la destra (i Cattolici). D’altra parte, il primo è il corno della dannazione e il secondo è il corno della salvezza, che Dio ha innalzato nella casa di Davide in suo Figlio (Gesù Cristo), sempre respingendo il corno degli eretici all’inferno.

II. Vers. 12. – Scrivi all’Angelo della chiesa di Pergamo. Queste parole devono essere spiegate come sopra. Questo è ciò che dice colui che porta la spada a due tagli. La spada a due tagli significa la sentenza del Signore, con la quale condannerà i malvagi nel loro corpo e nella loro anima. Le altre parole sono spiegate come sopra, § 3, cap. I, versetto 16. Questa spada a due tagli è posta qui all’inizio della descrizione di questa terza età: 1° per spaventare i malvagi con la spada della vendetta, e per consolare i buoni con la spada della protezione di Cristo; 2°. perché nella sua terza età, la Chiesa ha dovuto combattere con gli eretici. Questo è il motivo per cui furono celebrati molti Concili ecumenici e provinciali; perciò sono stati tenuti molti Concili, sia ecumenici che provinciali, e molti eretici sono stati colpiti con la spada dell’anatema, respinti dalla sentenza di scomunica e tagliati fuori dal corpo della Chiesa, la quale, come giudice delle controversie in materia di fede, porta sulla terra la stessa spada di Cristo suo Sposo nei cieli, come abbiamo visto sopra.

Vers. 13. – So dove vivi: In mezzo alla nazione perversa degli eretici, sia di Ario, di Macedonio e degli altri, che sono membri del diavolo, satelliti di lucifero, amanti delle tenebre, conduttori di ciechi, alberi autunnali o infruttuosi, canne agitate dal vento dell’orgoglio, già proscritti anzitempo a causa della loro malvagità, e relegati all’inferno, dove lucifero ha potere, e dove abita l’antico nemico della verità e della giustizia eterna di Dio. Il diavolo possiede questi eretici, li governa, li istruisce, li ispira e li domina. Ecco perché essi sono il suo regno, ed egli è il loro re e capo, per combattere attraverso di loro (che sono le porte dell’inferno) contro l’amata Chiesa di Dio. Ecco perché il testo aggiunge: Dove si trova il trono di satana. Perché il trono significa il potere reale, o piuttosto la residenza di un re, di un principe, ecc.; un trono che satana possiede negli eresiarchi. Avete conservato il mio Nome, cioè la confessione del mio Nome, e non avete rinunciato alla mia fede nella persecuzione e nei tormenti, ma avete perseverato nella mia fede. È con buona ragione che Cristo loda per appropriazione, nei prelati della sua Chiesa, la confessione del suo Nome e la perseveranza della fede nel suo Nome; infatti, in quell’epoca la Divinità e l’Umanità di Cristo, la sua venuta e la sua dottrina dei misteri della paternità, della filiazione e della processione dello Spirito Santo, erano fortemente combattuti da Ario, Macedonio, Nestorio e gli altri eresiarchi. La fede cattolica e i suoi difensori ebbero incredibilmente a soffrire in questo periodo: ne è testimone Sant’Atanasio, un uomo ammirevole e amabile, che, per il Nome di Gesù e la sua divinità, e anche per la Santissima Trinità, fu costretto a nascondersi per anni in una vecchia cisterna, e per un anno e qualche mese nel sepolcro di suo padre. Questo Santo ha dovuto subire grandi prove, come molti altri Vescovi che hanno sopportato la prigione, le catene, l’esilio, la morte, etc, come vediamo nella storia ecclesiastica. Quando Antipa, mio fedele testimone, soffrì la morte tra voi, dove abita satana. Come esempio della confessione lodata sopra, e della perseveranza nella fede del Cristo, San Giovanni cita qui il santo martire Antipa, che fu messo a morte per la confessione della fede di Gesù Cristo, vicino a Costantinopoli, dove si era alzata la tempesta dell’eresia di Ario, sia tra il popolo che tra i Vescovi; poiché l’ambizione, non meno del fuoco della gelosia, era penetrata nelle sedi episcopali. Ecco perché questa città e questo paese sono chiamati la residenza di satana, perché è soprattutto in Oriente che imperversavano gli ariani, i macedoniani e gli empi difensori delle altre eresie Ecco perché si dice: allorquando o, secondo il testo latino, in diebus illis, in quei giorni, cioè in quella tempesta causata dall’eresia di Ario per amore del mio Nome, Antipa fu il mio testimone fedele, fino alla morte e al sangue, con cui suggellò la sua testimonianza per la verità, e perché Io sono il Figlio di Dio, veramente uguale al Padre mio da tutta l’eternità.

Vers. 14. – – Ma ho qualche rimprovero da farti. Ora arriviamo al solito rimprovero, che troviamo nelle seguenti parole:

Vers. 15.C’è che voi permettete che si insegni in mezzo a voi la dottrina di Balaam, che insegnava a Balac a creare scandalo davanti ai figli d’Israele, per far loro mangiare cose impure e farli cadere nella fornicazione. Anche tu soffri assai che si insegni la dottrina dei Nicolaiti. Abbiamo la storia di Balaam… nel libro dei Numeri, dove vediamo che Balac, re dei Moabiti, della setta di Balaam, mandò delle donne vicino all’accampamento degli Ebrei, affinché questo popolo, spinto alla lussuria, fosse sedotto e attratto all’idolatria dalla loro bellezza, per far sì che tutto il popolo offendesse Dio. Questa storia è raccontata solo a titolo di paragone e di esempio, come si può vedere dalle parole che seguono: Tu soffri anche che venga insegnata la dottrina dei Nicolaiti. Ruperto abate, sull’Apocalisse, dice di loro: I Nicolaiti portano i vasi del Signore, e non sono meno incontinenti; essi rigettano il matrimonio legittimo come proibito dalle leggi della Chiesa: essi fanno ancora di peggio, rompono la fede coniugale tanto quanto lor piace, e non avendo un vero talamo nuziale, corrono qua e là, per non essere accusati di aver rotto il vincolo matrimoniale. Ora questi sono colpevoli delle stesse fornicazioni e si consacrano a Belphegor, e che, sull’esempio dei Nicolaiti, si danno audacemente all’incesto e all’adulterio. Dicendo dunque: “Tu soffri anche che si insegni la dottrina dei Nicolaiti“, innanzitutto rivolge un rimprovero alla chiesa di Pergamo, nella quale c’erano alcuni magistrati perversi che seguivano l’errore dei Nicolaiti e scandalizzavano il popolo con la loro conversazione impure e lo seducevano. Sotto il tipo della chiesa di Pergamo, Cristo rimprovera anche la terza età della Chiesa, in cui molti insegnavano e mettevano in pratica la dottrina dei Nicolaiti riguardo alla mescolanza illegale dei sessi. Infatti, quando le tribolazioni dei gentili e dei pagani ebbero fine, la Chiesa era in riposo, e grazie alla munificenza di Costantino il Grande e di altri benefattori, i sacerdoti godevano di un reddito considerevole dai profitti. La Chiesa, diventata così ricca ed ingrandita, abbandonò Dio suo Creatore e trascurò la sua salvezza. Molti dei suoi membri indulgevano nella voluttà delle donne attraverso un commercio illecito, infiammati com’erano dalla loro concupiscenza. Ecco perché Dio afflisse la Chiesa con così tante eresie, la agitava o la tormentava per evitare che si corrompesse tra le delizie e la voluttà. Ed è così che un marito prudente, che conosce la cattiva propensione della sua amata moglie, si sforzerà di mantenerla in linea con i suoi doveri fornendole un’occupazione moderata nella cura e nel lavoro della casa. Dio, nella sua paterna bontà, agirà con la stessa saggezza verso la sua Chiesa fino alla fine dei tempi, imponendole dei beffardi, degli importuni detrattori, degli agitatori, calunniatori, eretici e tiranni, per evitare che sia corrotta interamente nelle ricchezze, negli onori e nei piaceri della carne.

Vers. 16. Fate penitenza allo stesso modo. Questo passaggio è spiegato come sopra a proposito della chiesa di Efeso. In caso contrario, cioè se si trascura di correggersi con una vera penitenza, Io verrò presto da voi con il flagello ed il castigo che vi è dovuto, sia in vita che in morte, e nell’ultimo giudizio. Per questo usa il tempo futuro, perché, come abbiamo detto sopra, le piaghe di Dio spesso ci minacciano da lontano e cadono su di noi quando meno ce lo aspettiamo. E combatterò contro di loro con la spada della mia bocca, cioè, con la spada della vendetta, la spada della morte, la spada del giudizio particolare e finale, la spada della dannazione eterna, e anche con queste terribili parole, (Matth. XXV): « Andate, maledetti, al fuoco eterno, che è stato preparato per il diavolo e i suoi angeli ».

Vers. 17. Chi ha orecchio, ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese: Io darò a colui che vince la manna nascosta, e gli darò una pietra bianca, ed un nome nuovo scritto sulla pietra, che nessuno conosce tranne colui che lo riceve. Alla comminazione della punizione, segue la promessa della ricompensa e della gloria. La prima ricompensa è: gli darò (al vincitore) la manna nascosta, che significa figurativamente la beatitudine celeste, che è lo stato perfetto e la somma di tutti i beni. Perché proprio come la manna conteneva la vita del popolo d’Israele con il sapore di tutti i cibi; così ci viene promessa, nella beatitudine celeste, l’abbondanza di tutti i beni di cui saremo pienamente soddisfatti, e di cui godremo eternamente. – Si dice che questa manna è nascosta, perché, secondo San Paolo, (I Corinzi II: 9), « … l’occhio non ha mai visto, né orecchio mai udito, né il cuore dell’uomo ha mai compreso ciò che Dio ha preparato per coloro che lo amano. » Questa manna è nascosta in Dio. (Colossesi III, 5): « La vostra vita è nascosta in Dio con Gesù Cristo. Quando Gesù Cristo, che è la vostra vita, apparirà, anche voi apparirete con Lui nella gloria. Mettete dunque a morte le membra dell’uomo che è in voi: fornicazione, impurità, passioni disoneste, desideri malvagi e avarizia, che è idolatria ». La seconda ricompensa è la gloria: Io gli darò una pietra bianca, cioè la gloria, cioè lo splendore del corpo, senza macchia né difetto. … e un nuovo nome scritto sulla pietra, che nessuno conosce tranne colui che lo riceve. Con questo nuovo nome, comprendiamo l’eccellenza speciale che Dio concederà a ciascuno, secondo ciò che ha fatto nel suo corpo. Perché la chiarezza delle vergini è diversa da quella dei martiri; la chiarezza degli sposi è diversa ancora; la chiarezza degli Apostoli non è la stessa di quella dei Profeti; una vergine differisce da un’altra per luminosità, un Apostolo da un altro, un confessore da un altro, un Martire da un altro, un Profeta da un altro, e tutti differiscono tra loro per la luminosità della loro gloria, come vediamo nella prima Lettera di San Paolo ai Corinzi (XV, 41): « Il sole ha la sua luminosità, la luna ha la sua luminosità, le stelle la loro; e tra le stelle l’una è più luminosa dell’altra. Lo stesso vale per la resurrezione dei morti ». Per questo il testo aggiunge: … che nessuno conosce se non colui che lo riceve, cioè l’eccellenza propria di ciascuno. Nessuno vi parteciperà se non colui che l’ha ricevuta, proprio come l’individualità che è propria di ciascuno, senza che nessun altro possa averla e parteciparvi. Questa parola “conoscere” non deve essere presa letteralmente, ma metaforicamente; perché un Santo conoscerà senza dubbio l’eccellenza e la gloria di un altro, come vediamo dalla teologia. … e un nome scritto, cioè stabilito e inciso con il bulino di ferro dell’eternità, in modo tale che non potrà mai essere rimosso.

§ IV.

Dalla quarta età della Chiesa militante, chiamata pacifica, dal  S. P. Leone III e l’Imperatore Carlomagno, fino Leone X e Carlo-Quinto.

CAPITOLO II. – VERSETTI 18-29.

Et angelo Thyatirœ ecclesiœ scribe: Hœc dicit Filius Dei, qui habet oculos tamquam flammam ignis, et pedes ejus similes auricalco: Novi opera tua, et fidem, et caritatem tuam, et ministerium, et patientiam tuam, et opera tua novissima plura prioribus. Sed habeo adversus te pauca: quia permittis mulierem Jezabel, quœ se dicit propheten, docere, et seducere servos meos, fornicari, et manducare de idolothytis. Et dedi illi tempus ut pænitentiam ageret: et non vult poenitere a fornicatione sua. Ecce mittam eam in lectum: et qui moechantur cum ea, in tribulatione maxima erunt, nisi pænitentiam ab operibus suis egerint. Et filios ejus interficiam in morte, et scient omnes ecclesiae, quia ego sum scrutans renes, et corda: et dabo unicuique vestrum secundum opera sua. Vobis autem dico, et ceteris qui Thyatirœ estis: quicumque non habent doctrinam hanc, et qui non cognoverunt altitudines Satanœ, quemadmodum dicunt, non mittam super vos aliud pondus: tamen id quod habetis, tenete donec veniam. Et qui vicerit, et custodierit usque in finem opera mea, dabo illi potestatem super gentes, et reget eas in virga ferrea, et tamquam vas figuli confringentur, sicut et ego accepi a Patre meo: et dabo illi stellam matutinam. Qui habet aurem, audiat quid Spiritus dicat ecclesiis.

[E all’Angelo della Chiesa di Tiatira scrivi: Queste cose dice il Figliuolo di Dio, che ha gli occhi come fiamma di fuoco ed i piedi del quale sono simili all’oricalco: So le tue opere, e la fede, e la tua carità e il ministero, e la pazienza, e le tue ultime opere più numerose che le prime. Ma ho contro di te poche cose, poiché permetti alla donna Jezabele, che si dice profetessa, di insegnare e sedurre i miei servi, perché cadano in fornicazione, e mangino carni immolate agli idoli. E le ho dato tempo di far penitenza: e non vuol pentirsi della sua fornicazione. Ecco che io la stenderò in un letto: e quelli che fanno con essa adulterio, saranno in grandissima tribolazione, se non faranno penitenza delle opere loro: ‘e colpirò di morte i suoi figliuoli e tutte le Chiese sapranno che io sono lo scrutatore delle reni e dei cuori: e darò a ciascuno di voi secondo le sue azioni. Ma a voi, io dico, e a tutti gli altri dì Tiatira, che non hanno questa dottrina, e non hanno conosciuto le profondità, come le chiamano, di satana, non porrò sopra dì voi altro peso: Ritenete però quello che avete, sino a tanto che io venga. E chi sarà vincitore, e praticherà sino alla fine le mie opere, gli darò potestà sopra le nazioni, e le reggerà con verga di ferro, e saranno stritolate come vasi dì terra, come anch’io ottenni dal Padre mio: e gli darò la stella del mattino. Chi ha orecchio, oda quello che lo Spirito dica alle Chiese.]

I. – Vers. 18Scrivi ancora all’Angelo della Chiesa di Tiatira: Ecco ciò che dice il Figlio di Dio. La quarta età della Chiesa iniziò con Carlo Magno ed il santo Papa Leone III, e durò fino a Carlo V e Leone X. In quest’epoca fiorirono molti grandi santi tra re ed imperatori, ed ecclesiastici tanto dotti quanto pii; e fu incontaminata dall’eresia per più di 200 anni. È quindi giustamente chiamata l’età pacifica e illuminativa (pacificus). Ne troviamo il tipo di questo nella descrizione della Chiesa di Tiatira: perché la parola Tiatira è interpretata nel senso di illuminata e ostia vivente, come fu la quarta età della Chiesa. È a questa quarta epoca che si riferisce il quarto giorno della creazione, quando Dio fece i corpi luminosi e le stelle che pose in cielo. È anche a questa età che conviene al quarto Spirito di pietà che Dio ha poi riversato abbondantemente sulla sua Chiesa. – Allo stesso modo, possiamo anche appropriare a questa quarta età della Chiesa, la quarta epoca del mondo, che durò da Mosè fino al completamento del tempio di Salomone. Infatti, come Davide allora compose dei salmi ed implementò il culto divino; e suo figlio Salomone costruì un tempio molto grande e ordinò i vasi più preziosi per il servizio degli altari e del tempio; e stabilì un ordine ammirevole nelle cose sacre, ed elevò la maestà dei sacrifici con la buona disciplina dei ministri; ed infine, regnò pacificamente senza avere alcun nemico; così, nella quarta età, furono celebrati i Concili più utili per ricostruire la Chiesa decaduta. La Religione cristiana fiorì ovunque e la Chiesa visse in pace, libera di tutti i nemici e dalle eresie. Il canto, i salmi, il breviario, i riti, le cerimonie e il ministero dell’altare furono riportati ad un ordine migliore, e anche ad una certa perfezione. Perciò seguono queste parole: “Scrivi ancora all’Angelo della chiesa di Tiatira: Queste cose dice il Figlio di Dio, i cui occhi sono come una fiamma di fuoco, e i suoi piedi sono come ottone rilucente. Egli è qui chiamato Figlio di Dio, perché i misteri della Sua Divinità e Umanità erano già stati chiariti e purificati dagli errori di Ario e degli altri eretici. È dunque con buona ragione che, vittorioso sui suoi nemici in questa quarta epoca della Chiesa, il Cristo trionfante dice: “Questo è ciò che dice il Figlio di Dio. Con gli occhi, come una fiamma di fuoco, si intende la perfetta conoscenza della verità; e con i piedi, simili a bronzo brillante, si intende la stabilità e la fermezza del corpo di Cristo, che è la Chiesa. Perché i tiranni del paganesimo sono stati sconfitti e le tenebre degli eretici sono scomparse, la Chiesa gode del riposo, nella perfetta conoscenza della verità della fede cattolica, più saldamente stabilita, e protetta dal potere dei principi e dei re. Ecco perché non dice più qui: come l’ottone quando è in una fornace ardente, ecc., ma semplicemente come l’ottone lucente, cioè già purificato da tante persecuzioni e messa alla prova dalla spaventosa crudeltà dei tiranni e degli eretici.  – Queste due cose sono poste in testa, come trofei e bottino della vittoria che Cristo ha ottenuto sui suoi nemici, da parte dei membri della Chiesa, la sua amata sposa, e dei suoi fedeli soldati. Aggiunge … come una fiamma di fuoco. Infatti, la fede di Cristo e la verità brillarono nella quarta epoca e si diffusero in tutto l’universo.

Vers. 19Io conosco le tue opere, la tua fede, la tua carità, il tuo ministero, la tua pazienza, e le tue ultime opere più abbondanti delle prime. Segue la raccomandazione abituale che consiste in sei punti che sono: le opere della Chiesa, la perfezione della sua fede, la sua carità, il suo ministero, la sua pazienza e la sua perseveranza nel bene. – La prima raccomandazione si trova in queste parole: Conosco le altre tue opere di giustizia, pietà e misericordia, che sono sante e fatte con un’intenzione pura. La seconda è la tua fede. Infatti, qui Egli loda la Chiesa per la sua fede, come una speciale prerogativa e perfezione; poiché nella quarta epoca la fede cattolica era unanime, perfetta e diffusa, per così dire, in tutto l’universo. E la Chiesa fu libera dall’eresia per più di duecento anni, finché Berengario, al tempo dell’imperatore Enrico III, sorse in Gallia, nell’anno 1048, e insegnò che nella santa Eucaristia non vi sono il Corpo e il Sangue di Cristo. Distrutta questa eresia, la Chiesa godette di nuovo del suo riposo, fino all’anno 1117, come vediamo nella storia ecclesiastica. – La terza, la tua carità verso Dio e il tuo prossimo. La quarta, il tuo ministero dell’altare e la cura dei poveri, ministero che era florido in quel periodo. Infatti, non solo vi fu un numero considerevole di grandissimi Santi ecclesiastici, ma anche di imperatori, re, principi e altre alte persone, che fondarono ospedali e si presero cura dei poveri, che essi stessi servivano. Inoltre, costruirono chiese, ripararono quelle in rovina, edificarono monasteri, chiese collegiate, vescovadi, templi, altari, e fecero tutto il possibile per promuovere il culto di Dio. Anche di notte, le sacre lodi risuonavano nelle chiese collegiate e nei chiostri. Ecco perché il ministero dell’altare e dei poveri era santo, ben ordinato e prezioso davanti al il Signore. La quinta, la tua pazienza nei digiuni, il cilicio, le veglie e gli altri rigori di penitenza che i Santi di quel tempo praticavano costantemente per amore di Gesù Cristo. Tra questi ci sono: San Vigilio, San Ruperto e i suoi dodici compagni, San Wilibaldo, San Wuniwelde, Santa Walburga, San Luigi, re; Ottone, Vescovo di Bamberga; Lotario, imperatore; Ottone il Grande; il Beato Nilo; Santo Stefano, primo re d’Ungheria; San Venceslao, principe di Boemia; e altri che, con il loro lavoro instancabile e la loro pazienza, convertirono i resti dei gentili alla fede cattolica. – Infine, la sesta raccomandazione: E le tue ultime opere più abbondanti delle prime. Queste parole lodano la perfezione e la santità che, nella quarta età, risplendevano costantemente nei Santi: come Enrico e Cunegonda, San Wolfgango, San Bruno, San Romualdo, San Roberto, San Bernardo, San Francesco, San Domenico con le loro famiglie, San Ivo Vescovo, e altri che, nella successione dei tempi, hanno illustrato la Chiesa: ciò che fu senza dubbio una benedizione ammirevole di Dio ed una prerogativa speciale concessa a quest’epoca. Per questo aggiunge: “E le tue opere di giustizia, fede, pietà, carità, ministero, lavoro, pazienza e santità. Le tue ultime opere sono più abbondanti delle prime.”. Questo è un modo di parlare con cui siamo abituati a lodare l’abbondanza dei frutti, la moltiplicazione dei beni, la perfezione, la fedeltà e la costanza delle virtù e delle azioni degli uomini.

II. Vers. 20. – Ma Io ho qualcosa da rimproverarti: tu permetti a Jezebel, quella donna che si dice profetessa, di insegnare e sedurre i miei servi, per indurli alla fornicazione e per far loro mangiare vivande sacrificate agli idoli. Mentre la Chiesa si riposava in mezzo a ricchezze ed onori, e si credeva sicura sotto il patrocinio di imperatori, re e principi pii, essa si rilassò, a poco a poco, nella disciplina ecclesiastica, e si introdusse tra i Cristiani una certa mollezza effeminata, che è qui metaforicamente designata dalla donna. Allora la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e l’orgoglio della vita aumentarono anche nei ministri della Chiesa. Perché questi, sicuri dell’indulgenza di un’epoca corrotta e credendosi in sicurezza, si abbandonarono alla voluttà e caddero nella presunzione, come succede in questi casi. Ora questi furono i vizi di Jezebel, la moglie di Achab, che la Scrittura chiama cortigiana. Ecco la concupiscenza della carne. In seguito questa donna si impossessò della vigna di Naboth e lo uccise: questa è la concupiscenza degli occhi. Poi si adornò il viso e gli occhi: ecco l’orgoglio della vita. Infine, vedendo che era al sicuro dei suoi peccati, divenne presuntuosa e fece uccidere i Profeti. Ella tese trappole ad Elia per metterlo a morte, rifiutando di credere alla sua parola quando egli le predisse tutte le disgrazie della sua casa, disgrazie che lei stessa vide in parte avverarsi, come la carestia. Infatti, essa diceva in cuor suo: “Questi mali non cadranno su di noi”. Ora è così che noi, miserabili peccatori, immersi nelle cose di questo mondo, siamo soliti dormire nella morte del peccato, finché alla fine l’ira di Dio scoppia sulle nostre teste. Jezebel è così citata qui come esempio e paragone in questo senso: Voi permettete a poco a poco, non chiudendo accuratamente le cinque porte dei vostri sensi, attraverso le quali la morte entra in voi come attraverso le finestre. Voi permettete, non prestando alcuna attenzione alla disciplina ecclesiastica, non vigilando sui vostri subordinati, non visitandoli e prendendo poca o nessuna cura di loro. Voi permettete, non castigando debitamente. Voi permettete questo, non castigando debitamente il vizio, ma favorendolo con vile connivenza, nascondendolo con una falsa filosofia, e lasciando tutto impunito. Voi permettete, trascurando la correzione fraterna, occupandovi solo dei vostri interessi particolari, indulgenti con voi stessi, e senza preoccuparvi del bene pubblico. Voi permettete, concedendo facilmente dispense in ogni cosa, e rilassando i santi Canoni. Voi permettete, non illuminando gli altri con il buon esempio, e non istruendo i vostri inferiori nella sana parola di Dio. Voi permettete dicendo: “Queste cose sono permesse”, mentre non lo sono, e così incoraggiate la dissoluzione e i vizi. Fu così, che la convivenza delle donne, la lussuria ed il concubinaggio furono introdotti nella Chiesa. Fu anche attraverso la sovrabbondanza di ricchezze particolari che si propagò l’avarizia, che è idolatria. Inoltre, gli onori e le dignità a cui Imperatori, re e principi elevarono gli ecclesiastici, incoraggiarono l’orgoglio della vita. Infine, la libertà nel modo di vivere e nella disciplina faceva nascere l’ozio; e l’ozio rendeva la morale dissoluta. Voi permettete alla donna, cioè alla mollezza e al modo di vivere effeminato, di entrare nella vostra casa; difetto o vizio generalmente designato dalla donna. Il testo aggiunge Jezebel, per significare dei vizi più speciali che furono gradualmente introdotti in quest’epoca della Chiesa, come la concupiscenza della carne, l’avarizia, l’orgoglio e la presunzione. Egli aggiunge anche: che si definisce una profetessa, che cioè, in mezzo a questa vita licenziosa, la Chiesa si è promessa sicurezza e ha detto: non vedrò più il rigore dei tiranni e degli eresiarchi, perché sono ricca e potente; e sono in pace: ho imperatori, re e principi pii e potenti che mi proteggono; ecco perché non vedrò più il lutto. Così profetizzò questa generazione corrotta.

III. Perciò seguono queste parole: “Tu permetti che Jezebel, ecc., insegni e seduca i miei servi con il cattivo esempio della lussuria, dell’avarizia e dell’orgoglio. Insegna e seduce, promettendo la sicurezza della pace e della felicità; non annunciando al popolo l’ira di Dio e il castigo che lo minaccia da lontano, a causa dei peccati della carne, dell’avidità, dell’irreligione e della dimenticanza di Dio: castigo imminente tuttavia che la Chiesa e noi tutti, miserabili come siamo, continuiamo a subire in questa quinta era, ed in cui i nostri denti sono allegati (Una sorta di proverbio che indica che i figli sono puniti per i peccati dei loro padri – Enciclopedia Teologica dell’Abbé Migne). Per indurli alla fornicazione e per far loro mangiare le vivande immolate agli idoli. La fornicazione fu portata ad un tale eccesso nella Chiesa greca, che essa giunse al punto di insegnare che essa è lecita. E questa funesta dottrina dei Greci fu messa in pratica da molti membri della Chiesa latina, che non si vergognavano del commercio illecito che purtroppo si fa ancora ai nostri giorni con le concubine. E per far loro mangiare le vivande sacrificate agli idoli. Questo passaggio è da intendersi anche come quando San Paolo chiama idolatria l’avarizia. Infatti, i guadagni e i profitti vergognosi, le esazioni dei poveri, la simonia, i doni interessati e i servizi ingiustamente ricompensati, sono tutti abusi di cui sono colpevoli gli impiegati indegni delle loro cariche e gli uomini avidi; e tutti questi abusi sono metaforicamente designati da queste parole: E per far loro mangiare carni sacrificate agli idoli.

IV. Vers. 21. – Gli ho dato del tempo per fare penitenza. Queste parole designano la longanimità della misericordia di Dio, che ha aspettato la penitenza della Chiesa greca per secoli, finché finalmente, questa Chiesa, rifiutando di obbedire al Signore e non volendo tornare all’unità, perì sotto Maometto II, che uccise Costantino Paleologo e prese Costantinopoli, la capitale dell’Impero d’Oriente. È con la stessa pazienza che Dio ha anche aspettato pazientemente la penitenza della Chiesa latina nella quarta epoca, da Carlo Magno fino a Berengario il Sacramentario, che fu il prodromo del prossimo flagello di Dio. Dopo di lui, la Chiesa fu di nuovo tranquilla e libera dall’eresia, fino all’imperatore Enrico V, sotto il quale apparve Durando Vuldoch, di Marsiglia, nell’anno 1117. Poi le eresie si susseguirono l’una all’altra, come precursori del flagello di Dio. Queste eresie furono tuttavia distrutte per la bontà dei principi e la provvidenza di Dio; fin quando finalmente, sotto Carlo V e Leone X, nell’anno 1517, Lutero, quell’orribile eresiarca, il flagello della Chiesa latina, convocò tutte le eresie dell’inferno e le vomitò dalla sua bocca impura su quasi l’intera Europa; Gesù-Cristo infine dice: Io gli ho dato del tempo per fare penitenza, ed essa non vuole pentirsi della sua prostituzione. Queste parole annunciavano che la Chiesa latina avrebbe perseverato nei vizi indicati sopra, e che non avrebbe fatto alcun passo verso la penitenza anche di fronte alle sue calamità. Ed è per questo che anche il suo castigo le viene predetto al futuro assoluto; mentre nelle epoche precedenti, questo castigo era solo predetto in modo comminatorio. Infatti, l’Apostolo continua con queste parole:

V. Vers. 22. La colpirò con la malattia sul suo letto; cioè, la colpirò con la tribolazione sul suo letto di dolore e di lutto; sul suo letto di lebbra e di malattie spirituali, che sono le eresie; sul suo letto di pestilenza, di carestia e di guerre; sul suo letto di tenebre, di angoscia e di povertà; sul suo letto di lacrime e di desolazione; sul suo letto di oppressione, di amarezza e di cattività, da cui non potrà alzarsi; e sul suo letto di dannazione eterna. E quelli che commettono adulterio con lei, cooperando alle sue azioni malvagie, imitandola, consigliandola, tollerandola o non impedendola quando lo possono e lo devono. Tutti questi saranno nella più grande afflizione, nell’afflizione temporale, come abbiamo appena detto, e nell’afflizione eterna, oltre la quale non c’è niente di più grande. Ma Gesù Cristo, tuttavia, aggiunge: Se non fanno penitenza per le opere a cui partecipano personalmente. Perché spesso una punizione temporale qualunque ed una rovina che è assegnata ai regni ed alle epoche della Chiesa in modo generale e assoluto, come nel letto menzionato sopra, può essere evitato, almeno per quanto riguarda la condanna e la punizione del fuoco dell’inferno, se i membri della Chiesa, presi singolarmente, fanno una salutare e degna penitenza.

Vers. 23. – Colpirò a morte i suoi figli. Con queste parole, Gesù Cristo ci minaccia di guerre, sedizioni, carestie e pestilenze, castighi che la giustizia divina ha l’abitudine di mandare nella sua vendetta, colpendo la posterità ed i figli dei figli impenitenti. Questo è ciò che noi sfortunati sperimentiamo fin troppo bene in questa quinta età, nel vedere su tutta la superficie del pianeta, solo guerre, sedizioni e disgrazie, come vedremo più avanti. E tutte le Chiese sapranno che Io sono colui che sonda i reni e i cuori: i reni, cioè, Io sono colui che conosce gli effetti della concupiscenza e delle opere carnali; e i cuori; perché tutti i pensieri malvagi sono davanti ai miei occhi. Quanti uomini, in questa quarta epoca della Chiesa, hanno abusato della longanimità di Dio, che li aspettava alla penitenza, per riguardo ai meriti ed alle preghiere dei Santi loro contemporanei? E questi peccatori incalliti caddero profondamente nei loro peccati, dimenticando Dio, il loro Creatore, e si diedero sfrenatamente al libertinaggio, come se non ci fosse un Dio capace di sondare l’iniquità dei malvagi. Il Signore permise che nella quinta epoca della Chiesa sorgessero anche uomini carnali che, non contenti di portare alla luce una schiera di nuove sette, riprodussero e richiamarono dall’inferno tutte quelle che erano apparse prima. Ed è a queste malefiche sette che siamo debitori delle più terribili tribolazioni: guerre, sedizioni, massacri, carestie, pestilenze ed altri mali incalcolabili che hanno riversato sulla Chiesa. E Dio ha permesso che queste disgrazie costringessero i fedeli ad aprire finalmente gli occhi e a riconoscere che non ci sono mali in Israele che il Signore non abbia inflitto nella sua vendetta. Perciò è detto: “E tutte le Chiese sapranno che Io sono colui che scruta le reni e i cuori”. Cioè, Io sono colui che esamina e punisce la concupiscenza ed i pensieri perversi. E renderò a ciascuno di voi secondo le sue opere. La prima cosa che è stata detta sulla punizione temporale è che i giusti soffriranno insieme con i malvagi; cosa che Dio permette per far loro acquisire più meriti. E spesse volte i giusti sono più afflitti dalle tribolazioni degli empi, come dimostra l’esperienza quotidiana. – Ma Gesù Cristo parla in secondo luogo della pena eterna che attende solo gli empi e gli impenitenti; e questa è una differenza che deve essere la più grande consolazione per i giusti, ed un immenso terrore per i malvagi. Perciò aggiunge: E io renderò a ciascuno di voi secondo le sue opere e senza distinzione di persone. Egli infliggerà una punizione eterna a coloro che servono il mondo, la carne ed il diavolo; e darà la gloria eterna a coloro che vivono in Dio, osservando i suoi comandamenti.

VI. Vers. 24. Ma io dico a voi e agli altri che sono a Tiatira: A tutti quelli che non seguono questa dottrina e non conoscono le profondità di satana secondo il loro linguaggio, non imporrò altri pesi su di voi. Qui Cristo consola i suoi amici per il male che ha dovuto permettere per il bene della sua Chiesa. E i suoi amici erano molti, come abbiamo detto dei Santi di Dio, in questa quarta epoca. Ma Io dico a voi, amici miei, e agli altri che sono a Tiatira; cioè dico a tutti coloro che si mostreranno ostia vivente del Padre mio, e che vivranno la vita spirituale, in questa quarta età della Chiesa; a tutti questi che non seguono questa dottrina, cioè a tutti coloro che temono il Signore e non si sono lasciati persuadere dalla presunzione del peccato. Questa presunzione o sicurezza è chiamata dottrina a causa della falsa credenza dei malvagi, che si persuadono volentieri nei loro peccati che non verrà loro alcun male che nessun danno li colpirà, guardando solo alla felicità e alla durata dei tempi prosperi concessi agli empi dalla longanimità e dalla bontà di Dio. E chi …… non conosce le profondità di satana. La profondità di satana può essere considerata sotto tre aspetti, e cioè la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e l’orgoglio della vita; perché è in questo che il demonio da osato tentare Cristo, l’eterna sapienza del Padre. Queste tentazioni sono chiamate profondità, a causa dell’elevazione e della difficoltà degli oggetti con cui satana tenta gli uomini; oggetti che egli presenta ai nostri deboli occhi, come se fossero gli unici beni possibili, facendoci dimenticare gli unici veri beni a venire. La parola sapere è intesa qui metaforicamente per aderire, amare, essere legato, come si dice di per un uomo nella Scrittura, il conoscere sua moglie (cognoscere uxorem, ecc.). Ecco perché Gesù Cristo dice: E chi ….. non conosce le profondità di satana; cioè, chi non ha commesso fornicazione con questi tre idoli di satana che Jezebel predica o insegna. Non metterò nessun altro peso su di te. Gesù Cristo parla qui, di sfuggita, della presunzione degli eretici e dei cattivi Cristiani, che sono soliti profetizzare e sedurre il popolo con le loro falsità, dicendo, per esempio: La Chiesa non durerà per sempre; essa diventerà sterile, perirà e sarà distrutta. Ora, contrariamente a questa falsa credenza dei malvagi, una credenza che di solito fa sprofondare i buoni nella desolazione, a causa delle tante e lunghe calamità che li affliggono, Cristo conforta qui la sua Chiesa dicendo: Non ti darò un peso maggiore di quello che sta scritto nel libro dei Salmi, (LXXXVIII, 31 e segg.): « Che se i suoi figli ripudiano la mia legge, ecc….. con una verga visiterò le loro iniquità, etc ….. Ma non ritirerò mai da lui la mia misericordia, etc. … »

Vers. 25. – Ciononostante, conserva fedelmente ciò che hai finché Io venga. Gesù Cristo qui esorta i buoni affinché, superando il male mescolato al bene, e disprezzando le calamità dei tempi, possano conservare la loro innocenza e perseverare nell’essere il buon seme che il Padre celeste ha sempre riservato per sé, anche in mezzo alla zizzania. L’innocenza dei costumi è soprattutto necessaria per i prelati della Chiesa; e quando le disgrazie temporali ci minacciano, e la prevaricazione è al suo colmo, essi devono prudentemente superare il male introdotto nel bene, e sforzarsi di mantenere la loro coscienza e quella del loro gregge nella massima purezza. Possiamo anche collegare perfettamente a questo passaggio la parabola della zizzania, che si deve lasciar sussistere fino alla mietitura. (Matth. XII). Infatti, è detto: Tuttavia conservate fedelmente ciò che voi avete, fino a che Io venga; vale a dire: aspettate fino a che Io venga a distruggere gli empi, a punire i malvagi e a scatenare la mia ira nei flagelli che ho preparato a suo tempo per il rinnovamento e l’emendamento della mia Chiesa. Allo stesso modo, … finché non verrò, nel giudizio universale, a rendere a ciascuno secondo le sue opere. Finché non verrò a restaurare la Chiesa con una morale santa e pura.

Vers. 26. – Colui che sarà vittorioso e conserverà le mie Opere fino alla fine. Con queste parole Egli esorta alla costanza e alla longanimità; virtù che sono essenzialmente necessarie per la Chiesa Cattolica in ogni tempo. Ma queste due virtù saranno particolarmente necessarie nella quinta età, a causa della durata dei mali che sopporterà e a causa del potere, della malizia e dell’insolenza degli eretici e degli altri falsi Cristiani che la affliggeranno. Da qui queste parole: Colui che sarà vittorioso e conserverà le mie opere fino alla fine. È per disegno che aggiunge le mie opere, perché, come in ogni epoca, certi misteri erano più particolarmente combattuti; così, nella quinta epoca, le sue opere sulla libertà umana, la grazia e la predestinazione saranno attaccate in modo particolare. Le mie opere, il concorso della volontà umana, i sacramenti dell’Eucaristia e della Penitenza, i precetti del Decalogo, il celibato e tutto ciò che è onesto, ecc. Le mie opere; cioè i miracoli, la canonizzazione dei Santi, ecc. ecc. che sono tutte opere di Cristo; opere che Egli indica a tutte le persone buone che vivranno nella quinta età della Chiesa, per proteggerle e per esortarle a conservare queste opere.

Vers. 27. – A colui che sarà vittorioso e conserverà le mie opere fino alla fine, gli darò potere sulle nazioni. Egli le governerà con uno scettro di ferro, ed esse saranno frantumate come un vaso d’argilla.

Vers. 28. – Secondo quello che ho ricevuto dal Padre mio. A queste parole, per confermare i suoi servi nella pazienza e a sostegno delle calamità che ci predice in anticipo, segue una grandissima consolazione spirituale ed una ricca ricompensa nella conversione dei Gentili e degli eretici alla vera fede. Questa conversione avrà luogo nella sesta età della Chiesa. Perché la quinta è un’epoca di afflizione, di punizione e defezione, come vedremo più avanti. Per questo dice: gli darò potere sulle nazioni; potere spirituale ai prelati nell’unità della fede, e potere temporale ai re nella monarchia e nell’unità dei popoli. Ed esse saranno frantumate come un vaso d’argilla; dalla durezza dei loro cuori si convertiranno al pastore delle loro anime. E anche le repubbliche che hanno disertato saranno dissolte, e ai ribelli mancherà la potenza. Questo potere sarà infranto dal mio potentissimo Unto, che manderò, etc. Tutto questo è spiegato nel seguito in modo ampio e dettagliato. Secondo quello che ho ricevuto dal Padre mio. Gesù Cristo aggiunge queste parole per la consolazione dei suoi servi; la più grande consolazione che ci possa essere. (Filippo, II, 8): « Gesù Cristo ha umiliato se stesso, facendosi obbediente fino alla morte, fino alla morte di croce. Per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato un Nome che è al di sopra di ogni nome, affinché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi in cielo, in terra e negli inferi, ed ogni lingua confessi che il Signore Gesù Cristo è nella gloria del Padre suo. » Secondo quello che ho ricevuto dal Padre mio. Perché con la sua pazienza Gesù Cristo ha vinto tutte le cose; ha sottomesso tutte le creature, e con le gloriose battaglie dei Martiri, ha frantumato tutte le nazioni come un vile e spregevole vaso d’argilla, etc. E Io gli darò la stella del mattino. Qui promette alla Chiesa Cattolica una nuova luce, che apparirà nella sesta epoca, e che è designata dalla stella del mattino. Perché la stella del mattino significa che la notte è passata ed il giorno è arrivato. E Io gli darò la stella del mattino, cioè la luce della vera fede, la fede cattolica, che brillerà con tutto il suo splendore, deve iniziare nella sesta età della Chiesa, dopo che le tenebre di tutte le eresie saranno state consegnate all’inferno. E Io gli darò la stella del mattino, cioè, dopo le tenebre di questa vita, darò a ciascuno, in particolare, la luce celeste, nella quale contemplerà la verità eterna senza fine.

Vers. 29. Chi ha orecchio ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese. Questo passaggio è spiegato come sopra.

SEZIONE III


SUL CAPITOLO III


DELLE TRE ULTIME ETÀ DELLA CHIESA MILITANTE.

§ I.


La quinta era della Chiesa militante, chiamata era di afflizione, iniziata dopo Leone X e Carlo Quinto, va fino al Pontefice santo ed al Monarca potente.


Cap. III. VERSETTI. 1-6.

Et angelo ecclesiæ Sardis scribe: Hæc dicit qui habet septem spiritus Dei, et septem stellas: Scio opera tua, quia nomen habes quod vivas, et mortuus es. Esto vigilans, et confirma cetera, quae moritura erant. Non enim invenio opera tua plena coram Deo meo. In mente ergo habe qualiter acceperis, et audieris, et serva, et pœnitentiam age. Si ergo non vigilaveris, veniam ad te tamquam fur et nescies qua hora veniam ad te. Sed habes pauca nomina in Sardis qui non inquinaverunt vestimenta sua: et ambulabunt mecum in albis, quia digni sunt. Qui vicerit, sic vestietur vestimentis albis, et non delebo nomen ejus de libro vitæ, et confitebor nomen ejus coram Patre meo, et coram angelis ejus. Qui habet aurem, audiat quid Spiritus dicat ecclesiis.

[E all’Angelo della Chiesa di Sardi scrivi: Queste cose dice colui che ha i sette Spiriti di Dio e le sette stelle: Mi sono note le tue opere, e come hai il nome di vivo, e sei morto. Sii vigilante, e rafferma il resto che sta per morire. Poiché non ho trovato le tue opere perfette dinanzi al mio Dio. Abbi adunque in memoria quel che ricevesti, e udisti, e osservalo, e fa penitenza. Che se non veglierà! verrò a te come un ladro, né saprai in qual ora verrò a te. Hai però in Sardi alcune poche persone, le quali non hanno macchiate le loro vesti: e cammineranno con me vestiti di bianco, perché ne sono degni. Chi sarà vincitore, sarà così rivestito di bianche vesti, né cancellerò il suo nome dal libro della vita, e confesserò il suo nome dinanzi al Padre mio e dinanzi ai suoi Angeli. Chi ha orecchio, oda quello che dica lo Spirito alle Chiese.]

Vers. 1. – Scrivi all’Angelo della Chiesa di Sardi: Ecco ciò che dice Colui che ha i sette Spiriti di Dio e le sette stelle: Conosco le tue opere.

I. –  La quinta età della Chiesa è iniziata sotto l’imperatore Carlo V ed il Papa Leone X intorno all’anno 1520 e durerà fino al Santo Pontefice e al potente Monarca che verrà nella nostra epoca e che sarà chiamato l’Aiuto di Dio, cioè restauratore di tutte le cose. La quinta età è un’età di afflizione, desolazione, umiliazione e povertà per la Chiesa, e può essere giustamente chiamata un’età purgativa. (purgativus). Infatti, in quest’epoca Gesù Cristo ha purgato e purgherà il suo frumento con guerre crudeli, con sedizioni, con carestie e pestilenze, ed altre orribili calamità, affliggendo ed impoverendo la Chiesa latina con molte eresie, e anche con cattivi Cristiani che le toglieranno un gran numero di vescovadi, un numero quasi innumerevole di monasteri, ricchissime prepositure, etc. La Chiesa sarà sopraffatta e impoverita dalle imposizioni e dalle esazioni dei principi cattolici, così che possiamo giustamente gemere ora, e dire con il profeta Geremia, nel suo libro delle Lamentazioni, (I, 1.): « La regina delle città è tributaria. » Poiché la Chiesa è umiliata e svilita, poiché è bestemmiata dagli eretici e dai cattivi Cristiani, i suoi ministri sono disprezzati e non c’è più onore né rispetto per loro. In questo modo Dio purificherà il suo grano e getterà la pula nel fuoco, mentre raccoglierà il buon grano mettendolo nel suo granaio. Infine, questa quinta epoca della Chiesa è un’epoca di afflizione, un’epoca di sterminio, un’epoca di defezione piena di calamità. Saranno pochi i Cristiani rimasti sulla terra ad essere risparmiati dal ferro, dalla carestia o dalla pestilenza. I regni combatteranno contro i regni, e tutti gli Stati saranno desolati per le lotte intestine. Principati e monarchie saranno rovesciati; ci sarà un impoverimento quasi generale ed una grande desolazione nel mondo. Queste disgrazie si sono già in parte compiute e si stanno compiendo ancora. Dio le permetterà con un giustissimo giudizio, a causa della piena misura dei nostri peccati che noi ed i nostri padri avremo commesso nel tempo della sua liberalità nell’aspettarci di fare penitenza. La Chiesa di Sardi è un tipo di questa quinta epoca. Perché la parola “Sardi” significa principio di bellezza, cioè principio della perfezione che seguirà nella sesta età. Infatti, la tribolazione, l’impoverimento e le altre avversità sono l’inizio e la causa della conversione degli uomini, come il timore del Signore è l’inizio della sapienza. Ecco che noi temiamo Dio ed apriamo gli occhi, quando le acque e i flutti della tribolazione vengono su di noi. Quando invece siamo nella felicità, ognuno sotto il suo fico, nella sua vigna, all’ombra degli onori, nella ricchezza e nel riposo, ci dimentichiamo di Dio, il nostro Creatore, e pecchiamo in tutta sicurezza. Ecco perché la divina provvidenza ha saggiamente ordinato che la Sua Chiesa, che Egli vuole conservare fino alla fine dei secoli, sia sempre irrorata dalle acque della tribolazione, proprio come un giardiniere che innaffia le sue piante in tempi di siccità. A questa epoca è anche legato il quinto Spirito del Signore, che è lo Spirito di consiglio. Infatti, Egli usa questo spirito per allontanare le calamità o per impedire mali maggiori. Lo usa anche per conservare il bene o per procurare un bene ancora maggiore. – Ora la Saggezza divina comunicò lo Spirito di consiglio alla sua Chiesa, principalmente nella quinta età:

1°. Affliggendola, affinché non fosse corrotta interamente dalle ricchezze, dalla voluttà e dagli onori, e per evitare che perisse.

2°. Interponendo il Concilio di Trento come una luce nelle tenebre, affinché i Cristiani che la vedessero sapessero in cosa credere nella confusione di tante sette che l’eresiarca Lutero diffuse nel mondo. Senza questo Concilio di Trento, molti più Cristiani avrebbero abbandonato la fede cattolica, tanto grande era la divergenza di opinioni a quel tempo. Gli uomini sapevano a malapena a cosa dovessero credere.

3°. Opponendosi diametralmente a questo eresiarca ed alla massa degli empi di quel tempo, Sant’Ignazio e la sua Società, con il loro zelo, la loro santità e la loro dottrina, impedirono che la fede cattolica si estinguesse completamente in Europa.

4°. Con il Suo saggio consiglio, Dio fece anche in modo che la fede cattolica e la Chiesa, che era stata bandita dalla maggior parte dell’Europa, fosse portata in India, in Cina, in Giappone ed in altre terre lontane dove ora fiorisce e dove il santo Nome del Signore è conosciuto e glorificato.  – Questa quinta età è anche rappresentata dalla quinta epoca del mondo, che durò dalla morte di Salomone alla cattività babilonese compresa. – In effetti: a.) Come in quella quinta epoca del mondo Israele cadde nell’idolatria per il consiglio di Geroboamo, e solo Giuda e Beniamino rimasero nel culto del vero Dio, così nella quinta epoca una grandissima parte della Chiesa latina abbandonò la vera fede e cadde nelle eresie, lasciando in Europa solo un piccolo numero di buoni Cattolici. b.) Come a causa della sua condotta, la sinagoga e l’intera nazione giudaica furono afflitte dai gentili e furono spesso lasciate alle rapine, così ora i Cristiani, l’Impero Romano e gli altri regni da quali calamità non sono afflitti? L’Inghilterra, la Boemia, l’Ungheria, la Polonia, la Francia e gli altri stati d’Europa non ci servono come testimoni e non devono deplorare i loro mali con lacrime amare e persino con lacrime di sangue? – c.) Proprio come Ashur venne da Babilonia con i Caldei per impadronirsi di Gerusalemme, distruggere il suo tempio, bruciare la città, spogliare il santuario e condurre il popolo di Dio in cattività, ecc., così, in questa quinta epoca, non dobbiamo forse temere che i turchi irrompano presto e covino sinistri piani contro la Chiesa latina, e questo a causa della ricolma portata dei nostri crimini e delle nostre più grandi abominazioni? d.). Come nella quinta età il regno d’Israele e il regno di Giuda furono molto indeboliti, e divennero sempre più deboli, finché alla fine, prima il regno d’Israele e poi quello di Giuda, furono completamente distrutti; così anche, in questa quinta età, vediamo che l’Impero Romano fu diviso, ed è ora in un tale tumulto, che dobbiamo temere che perisca, come l’impero orientale perì nell’anno 1452. – Infine, a questa quinta età si riferisce anche il quinto giorno della creazione del mondo, quando Dio comandò che le acque producessero tutti i tipi di pesci e rettili, e quando creò gli uccelli dell’aria. Ora questi due tipi di animali figurano la più grande libertà. Perché cosa c’è di più libero del pesce nell’acqua e dell’uccello nell’aria? Così troviamo metaforicamente in questa quinta età la terra e l’acqua piena di rettili e di uccelli. Infatti, vi abbondano gli uomini carnali che, avendo abusato della libertà di coscienza, e non essendo contenti delle concessioni che erano state loro accordate in precedenza nel trattato di pace, strisciano e volano dietro gli oggetti della loro voluttà e della loro concupiscenza. Ognuno crede e fa quello che vuole. È a loro che si riferiscono le parole dell’Apostolo San Giuda, al v. 10 nella sua Epistola Cattolica, quando dice: « Questi bestemmiano tutto ciò che non conoscono, e si corrompono in tutto ciò che conoscono naturalmente, come bestie irragionevoli. Il disordine regna nei loro festini; mangiano senza ritegno, pensano solo a nutrir se stessi, vere nuvole senza acqua che il vento porta qua e là, alberi autunnali, alberi sterili due volte, morti e sradicati, onde furiose del mare che spargono la loro confusione come schiuma; stelle erranti, alle quali è riservato un turbinio di tempeste per l’eternità….. Mormoratori inquieti, che camminano secondo i loro desideri, e la cui bocca proferisce orgoglio; ammiratori di persone secondo il profitto che ne sperano… Uomini che si separano da se stessi, uomini sensuali che non hanno lo spirito di Dio. » – Ed è così che in questa miserabile epoca della Chiesa, ci si rilassa sui precetti divini e umani, la disciplina è indebolita, i sacri Canoni non contano a nulla, le leggi della Chiesa non sono meglio osservate dal clero che le leggi civili tra il popolo. Perciò da questo noi siamo come rettili sulla terra e nel mare, e come uccelli nell’aria: ognuno è portato a credere e a fare ciò che vuole, secondo l’istinto della carne.

II. Da cui segue: Questo è ciò che dice Colui che ha i sette Spiriti di Dio e le sette stelle. Questi sette Spiriti di Dio sono i sette doni dello Spirito Santo, che Gesù Cristo mandò in tutto il mondo e rivelò alle nazioni nella verità della fede. Le sette stelle designano l’universalità dei Vescovi e dei Dottori, come dimostrato sopra. Questo è ciò che dice Colui che ha i sette Spiriti di Dio e le sette stelle; cioè, che Gesù, il Figlio di Dio, al quale è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra, ha in suo potere i sette spiriti della verità della fede, e le sette stelle: i prelati ed i Dottori, che Egli può toglierci e portare nelle Nazioni lontane, a causa dei nostri grandi crimini e a causa della durezza dei nostri cuori e della nostra incredulità. Questo è quello che fece quando permise alla luce della fede di lasciare la maggior parte dell’Europa e di essere portata fino alle più lontane Indie, che erano immerse nelle tenebre del paganesimo. Egli illuminò queste Nazioni attraverso il ministero di San Francesco Saverio e di altri dottori. Se non facciamo penitenza al più presto, conformando la nostra vita a quella di Gesù Cristo, c’è da temere che questa luce della fede ci venga completamente tolta. Con queste parole, Cristo vuole suscitare nella sua Chiesa un timore salutare, perché il timore del Signore è l’inizio della sapienza. E poiché Dio non può mandarci un flagello più grande come quello di accecare il suo popolo togliendogli il dono della vera fede per mezzo di falsi dottori, che Egli suscita al posto di quelli veri, come punizione delle nostre abomini e dei nostri cuori impenitenti, dobbiamo dunque, mossi da santo timore e coperti di sacco e cenere, venire a prostrarci umilmente ai piedi di Gesù Cristo, e dirgli, con il Re-Profeta (Sal, L; 13=: « Non cacciarmi dalla tua presenza e non ritirare il tuo spirito da me. Ridammi la gioia che viene dalla tua salvezza e rafforzami con uno spirito di potenza, ecc. » – Conosco le tue opere. Con queste parole Egli rimprovera le opere di questa quinta epoca. Io conosco, cioè: le vostre opere malvagie non mi sono ignote, le vostre opere piene di imperfezioni, le vostre opere false ed ipocrite, che hanno l’apparenza della pietà, ma non hanno la verità della carità. Le vostre opere, cioè il vostro fasto, il tuo splendore e la tua santità esterna. Io conosco le vostre opere: Io, che sono il cercatore di cuori, non ignoro che in generale le vostre opere sembrano buone all’esterno, ma all’interno sono cattive e mortali. Per questo dice e aggiunge: Tu hai il nome di vivente, ma tu sei morto. Ora, possiamo acquistarci nome di vivere spiritualmente in Gesù Cristo, come principio di vita, in tre modi: – 1° dalla fede in Gesù Cristo, e da questo portiamo il nome di Cristiani; – 2° dalle opere di giustizia e carità in Gesù Cristo, della cui vita vive chiunque non sia in stato di peccato mortale, ed è in grazia di Dio; – 3° dall’osservanza dei consigli evangelici, dai sacri Ordini dell’Episcopato, del Sacerdozio, ecc. Con i voti che si fanno dedicandosi specialmente alla vita religiosa, abbandonando i fasti, le ricchezze ed i piaceri del mondo, e consacrandosi a Dio solo e al suo Cristo. Ora, Gesù Cristo rimprovera soprattutto la quinta età di essere macchiata dal vizio particolare di attribuirsi falsamente il nome di vivere in Lui, mentre si vive ben diversamente. Questo è dimostrato per induzione: – 1°. Tutti gli eretici, che nella quinta epoca sono numerosi come le locuste sulla terra, si vantano del Nome di Cristo; dicono di essere veri Cristiani e di vivere in Gesù Cristo, eppure sono tutti morti e moriranno eternamente a meno che non facciano penitenza e rientrino in se stessi. Hanno Dio ed il Figlio suo Gesù solo sulle loro labbra, mentre hanno il diavolo nei loro cuori ed il mondo tra le loro braccia. 2°. Quante migliaia di Cristiani si sono raffreddate in questa epoca calamitosa, che, considerando solo il felice successo ottenuto in ogni cosa dagli eretici, e osservando malignamente i costumi degli ecclesiastici ed il loro modo di vivere, conservano il nome di Cattolici per un certo timore e rispetto umano, ma che sono morti dentro nell’ateismo e nell’indifferentismo, nel calvinismo e nello pseudo-politicismo, e nel loro odio per i preti? Essi hanno il nome di viventi, perché pretendono di avere la religione, perché affettano pietà, fanno sembiante di aver religione, si pretendono come persone coscienziose, comunicando con i Cattolici e confessando di appartenere alla vera fede, alla presenza dei principi e dei grandi. Si lasciano persino impegnare in opere pie e le promuovono; vedono i religiosi e li frequentano, fanno mostra di zelo con le loro parole, con i loro consigli, e anche con un certo zelo esteriore per la costruzione di monasteri e collegi, per esempio; ma essi fanno tutto questo per avere il nome di esseri viventi, e per mettersi nel favore presso gli uomini ed i grandi. Cercano di conquistare la fiducia del mondo con questa apparenza di pietà e religione, per riuscire più facilmente nelle loro trame e nei progetti oscuri. 3°. Se esaminiamo in dettaglio il piccolo numero dei Cattolici, la loro rettitudine ci apparirà disgustosa come la biancheria sudicia; perché la maggior parte di loro non è dedita ad altro che alla voluttà, ed è morta nel peccato. Essi badano solo alle apparenze; si gloriano delle cose esteriori, e sembrano ignorare il fatto che “non possa riceversi una pecora senza lana”; la loro carità cristiana, infatti, è diventata fredda, e ricercano solo il loro benessere ed i propri vantaggi. Di solito non c’è né giustizia né equità nei tribunali, ma piuttosto l’accettazione di persone e di regali, che porta a processi interminabili. L’umiltà è quasi sconosciuta in questo secolo, che ha ceduto il passo al fasto ed alla vanagloria, giustificati dalla convenienza e dal rango. La semplicità cristiana è ridicolizzata come stoltezza e stupidità, mentre è considerato come sapienza l’elevato sapere ed il talento di oscurare con questioni insensate ed argomenti complicati tutti gli assiomi della legge, i precetti della morale, i santi Canoni ed i dogmi della Religione; così che non c’è più alcun principio per quanto possa essere sì santo, sì autentico, sì antico e sì certo, che sia esente da censure, critiche, interpretazioni, modifiche, delimitazioni e discussioni da parte degli uomini, etc. si frequentano le verità della Chiesa, ma non si mostra rispetto alla presenza di Dio onnipotente, ridono, parlano, guardano qua e là, scherzano, si provocano a vicenda con i loro sguardi, ecc. – Il corpo è adornato da begli abiti, mentre l’anima è macchiata dalle lordure del vizio. La parola di Dio è trascurata, disprezzata e ridicolizzata. La Sacra Scrittura non è più tenuta in considerazione; solo Machiavelli, Bodin e tutti i loro simili sono stimati ed apprezzati. Solo la mente, non il cuore, viene coltivata nell’educazione dei bambini, che divengono così disobbedienti, dissoluti, chiacchieroni, litigiosi e irreligiosi. I genitori li amano con un amore disordinato, nascondendo i loro difetti, non correggendoli e non facendo lor rispettare la disciplina domestica. Si dovrebbe fare del bambino un figlio semplice, buono, amante della verità, un Cristiano vero, retto e giusto; ma ci si preoccupa invece molto di più che diventi un politico o un sapiente. Solo quando parlerà diverse lingue e sarà stato addestrato nei costumi stranieri, sarà considerato un giovane di buone speranze e un cittadino di successo. Si esigerà da lui il saper fingere, il dissimulare, il parlare e sentire in modo nuovo, il fare tutto e imitare tutto, come un istrione. Infine, non dovrà cercare i suoi piaceri che nelle novità, etc. Ora, è così che quest’epoca fa consistere la sua giustizia e la sua vita nella falsità, nel fasto esterno, nella moda e nell’applauso degli uomini, mentre trascura la vera ed interiore giustizia, che sola possa piacere a Dio. 4°. Non dirò nulla su come siano miserabili gli ecclesiastici ed i religiosi; ecco perché molti di loro hanno nome di viventi, ma sono morti, etc. Questo dettaglio dovrebbe bastare per provare che Gesù Cristo rimprovera giustamente questa quinta età della Chiesa, dicendole: Tu hai il nome di un vivente, ma sei morto. Oh! quanti pochi uomini ci sono in quest’epoca che sono veramente vivi, servono il Signore loro Dio e sono amici del suo Cristo! Il significato di queste parole è dunque: Hai il nome di un uomo vivo, ma sei morto nella falsa dottrina, sei morto nell’ateismo e nello pseudo-politicismo, sei morto nell’ipocrisia e nella pretesa giustizia, tu sei morto nei tuoi peccati occulti, nel segreto delle tue abominazioni, sei morto nelle voluttà e nelle delizie, sei morto nella sfrontatezza, nella gelosia e nell’orgoglio; tu sei morto nei peccati della carne, nell’ignoranza dei misteri e delle cose necessarie alla salvezza; sei morto nell’irreligione e nel disprezzo della parola di Dio, perché ogni carità, che è l’unica vera vita in Cristo Gesù, si è raffreddata in te.

III. Vers. 2. – Sii vigilante, e conferma tutti coloro che sono vicini alla morte. Con queste parole esorta i Pontefici, i Prelati e i Dottori alla vigilanza e alla sollecitudine pastorale, che deve essere tanto più grande perché i tempi sono peggiori e più difficili, e perché molti lupi si sono insinuati nel mondo tra le pecore. Le pecore sono dunque più esposte alla corruzione, all’avidità ed al pericolo di perire, se non trovano un solido sostegno nella vigilanza e nella sollecitudine dei Prelati. È dunque con disegno che dice: Sii vigilante nel pregare Dio per quelli che ti sono stati affidati e per quelli che sono deboli nella fede; sii vigilante nell’amare i peccatori. Ora, il fondamento della vera vigilanza e della sollecitudine pastorale consiste nel pregare frequentemente, umilmente e devotamente per il proprio gregge: per i buoni, perché si conservino; per i deboli, perché siano alleviati e fortificati; per i cattivi, perché siano ricondotti alla verità e alla giustizia, ecc. – Sii vigilante sulla tua persona, affinché i tuoi pensieri, le tue parole e le tue opere siano sante ed irreprensibili; affinché tu sia casto, sobrio, modesto; e affinché tu non sia collerico, focoso e tiranno. Sii vigilante sulla tua casa e sulla tua famiglia, affinché la tua casa sia santa e pura da ogni fornicazione e dallo scandalo. Sii vigilante nel mantenere la sana ed ortodossa dottrina, in modo da poterla predicare agli adulti ed insegnarla ai bambini. Sii vigilante, e che ognuno faccia il suo dovere; il Vescovo, il Prelato, etc. Sii vigilante ed abbi cura di visitare, esaminare, correggere, esortare, consolare e proteggere i prelati, i curati ed i predicatori che sono sotto la tua giurisdizione. Sii vigilante nel procurare a che tutti i tuoi subordinati siano nella sana dottrina, dei buoni Vescovi, dei buoni Prelati, dei buoni parroci e altri buoni pastori delle anime. Sii vigilante contro la malizia degli eretici, contro i cattivi libri, contro i falsi Cristiani, contro i costumi depravati, i vizi pubblici, lo scandalo, il furto, l’adulterio, ecc. e conferma; vale a dire, conserva ciò che resta dei Cattolici che, cadendo a poco a poco nell’eresia e nell’ateismo, stanno morendo per mancanza di vigilanza pastorale, ecc. – Il testo dice deliberatamente in senso condizionale: Conferma tutti coloro che erano vicini alla morte; perché: – 1° come è stato detto, i resti dei Cattolici sono stati conservati in Europa con l’aiuto del Concilio di Trento, della Compagnia di Gesù e altri uomini pii; e senza questi rimedi tutti sarebbero caduti nell’eresia e sarebbero morti spiritualmente. – 2º Queste parole sono poste in senso condizionale, affinché i Vescovi, i prelati e gli altri pastori di anime comprendano che non è dal caso o da una cieca predestinazione di Dio che dipenda la salvezza o la morte delle anime redente dal prezioso sangue di Gesù Cristo, come possono immaginare i lassi e gli empi. Sappiano, al contrario, che la vita delle anime dipende dalla vigilanza e dalla sollecitudine, e che la morte eterna prviene dallo scandalo e dall’incuria dei pastori.

IV. Sii vigilante e conferma tutti coloro che erano vicini alla morte. Qui di nuovo, Gesù Cristo ci intima, attraverso la voce del Profeta, la necessità di vegliare, perché siamo in tempi malvagi ed in un’epoca piena di pericoli e di calamità. L’eresia sta prendendo il sopravvento ovunque e sta alzando la testa; il suo corpo sta diventando più forte che mai ed i suoi seguaci hanno guadagnato potere quasi ovunque. Essi sono trionfanti nell’Impero, nei regni e nelle repubbliche, e si sono arricchiti con il bottino della Chiesa. Questo è ciò che fa sì che molti Cattolici diventino tiepidi, che i tiepidi disertino e che molti concepiscano lo scandalo nei loro cuori. La guerra è anche causa di ignoranza, anche nelle cose essenziali della fede. La corruzione della morale è in aumento nei campi e tra i soldati, che raramente ricevono buoni pastori, buoni predicatori e buoni catechisti. Da ciò deriva che la generazione resta rude, grossolana ed inflessibile, ignorante di tutto o di quasi tutte le cose; dimentica di Dio e dell’onestà; non conoscente altro che la rapina, il furto, la bestemmia e la menzogna, e in studio solo per aggirare il suo vicino, ecc. Nella fede cattolica, la maggioranza è tiepida, ignorante ed aggirata dagli eretici, che applaudono e si rallegrano della propria felicità, e deridono i veri fedeli, che vedono afflitti, impoveriti e desolati. Allo stesso tempo, nessuno studia le scienze sacre, perché i genitori sono poveri e non c’è altro che desolazione nella maggior parte dei seminari, che non godono più delle entrate e delle rendite delle loro fondazioni. Da ciò che è stato appena detto, e anche da altre miserie, è chiaro quanto grande sia il pericolo per la fede cattolica nell’Impero Romano. – Siate dunque vigili, o voi Vescovi e Prelati della Chiesa di Dio! Prendete consiglio da voi stessi e riflettete attentamente con il vostro gregge sui mezzi di procurare loro, in questa urgente necessità, dei sacerdoti pii, zelanti e dotti che, con le loro sane parole ed i buoni esempi, brillino come una luce agli occhi delle loro pecore, per condurle al buon pascolo e confermarle nella fede cattolica. Sii vigile e conferma tutti coloro che erano vicini alla morte, perché non trovo le tue opere piene davanti a Dio. Qui Nostro Signore Gesù Cristo parla come uomo e come Capo invisibile della Chiesa. La Divinità, nell’infinito abisso della sua eterna prescienza, rivelò le colpe ed i peccati dei pastori e degli altri futuri membri della Chiesa, e allo stesso tempo conferì la missione di correggerli. – Gesù Cristo basa dunque il suo rimprovero sulla mancanza di vigilanza e di sollecitudine pastorale di cui sopra, che Dio tuttavia esige dai Vescovi e dai Prelati della Chiesa. Ecco perché si serve della congiunzione “perché”, che unisce ciò che precede con ciò che segue; cioè: sii vigilante …; perché non trovo le vostre opere piene davanti al mio Dio. Cioè, non fai il tuo dovere come potresti e dovresti; non sei abbastanza vigilante, e non hai abbastanza sollecitudine per le pecore che ti sono state affidate; perché le tue opere non sono piene, cioè perfette nella carità; e perché hai poca cura della salvezza delle anime. Perché non trovo le tue opere piene, per quanto riguarda le ordinazioni, le istituzioni, le promozioni, le visite pastorali e la disciplina. Non trovo le tue opere piene, perché tu non cammini come mi è stato comandato dal Padre mio, e come Io stesso ho camminato nell’umiltà, nella povertà e nel rinnegamento delle pompe del secolo. Perciò Gesù Cristo dice: … perché non trovo piene le tue opere, per esprimere che esse: non sono gradite alla sua volontà, contro la quale tu agisci, preoccupandoti solo di te stesso, usando indulgenza verso la tua persona nell’accecamento del tuo amor proprio e delle tue voluttà. Tu sei affezionato ai fasti, sei gonfio di onori, profondi il mio patrimonio nel lusso della tavola, nella brillantezza delle corti, nello splendore dei palazzi, in una numerosa servitù; nel lusso dei cavalli e delle carrozze; nei mezzi per esaltare e arricchire i tuoi parenti; in una parola, nella pompa del secolo. Mentre, al contrario, dovresti usare le tue entrate per nutrire i poveri, per consolare le vedove e gli orfani, e per aiutare i Cattolici nei paesi dove sono stati impoveriti e derubati dalle depredazioni degli eretici e degli altri nemici della Religione, e dove gemono sotto il giogo, privi di soccorso umano. Dovresti anche usare i tuoi profitti per promuovere gli studi dei giovani che non hanno mezzi, onde compensare la penuria di buoni pastori; e anche per restaurare le chiese in rovina. E poiché tutte queste opere appartengono al dovere pastorale, e tuttavia non le fai, non trovo le tue opere piene davanti al mio Dio, che conosce le tue colpe, che ti renderanno inescusabile al suo giudizio.

V. Vers. 3 – Da cui prosegue: Ricordati, dunque di ciò che hai ricevuto e di ciò che hai udito, e conservalo, e fa’ penitenza. Qui applica il rimedio al male. Questo rimedio è composto da cinque cose: – 1°. Ricorda dunque … Queste parole raccomandano la frequente meditazione di una verità grave ed importante, ed il costante e fermo ricordo del dovere pastorale. Questo ricordo e questa meditazione sono un dovere tanto serio quanto importante per i Vescovi, i Prelati e gli altri pastori, che dovrebbero farne il soggetto abituale delle loro riflessioni e inciderle profondamente nella loro memoria. Il fondamento ed il primo rimedio, quindi, è che i Prelati correggano le loro colpe e negligenze, che studino e conoscano i doveri del loro ufficio. Ecco perché dice in secondo luogo: … Ricordatevi dunque di ciò che avete ricevuto. Con queste parole Gesù Cristo designa la qualità dell’ufficio e del dovere episcopale e pastorale, che sono santi, e sono stati ricevuti dal ministero degli Angeli; e che Dio ha affidato agli uomini, non come un regno o per un vantaggio terreno, ma per la salvezza delle anime, per le quali Io – Egli dice – l’eterno Figlio di Dio, il Re dei re ed il Dominatore dei dominatori, sono disceso dal cielo, mi sono fatto uomo, sono nato in una stalla, ho vissuto tra gli animali, ho vissuto in povertà ed umiltà, conversando con gli uomini sulla terra per trentatré anni, e sono stato crocifisso tra due ladroni. – O tu, dunque, Prelato e pastore, non hai ricevuto questo ufficio per essere onorato e lodato dagli uomini, per indulgere nei piaceri e nelle delizie dei festini, per accumulare oro e argento, per esaltare ed arricchire i tuoi parenti, né per cercare il fasto del secolo o la vanità del mondo, ma per essere mio imitatore. Se vuoi essere ammesso nel numero dei miei eletti, devi essere puro ed immacolato tra gli uomini, dei quali devi essere un modello tanto più distinto, poiché il ministero che hai ricevuto in eredità è più alto, più santo e più perfetto. Il tuo fardello è pesante, pieno di doveri, sollecitudini e pericoli. Esige una vigilanza esatta, il timore di Dio, una preghiera continua ed instancabile, una casta sobrietà, ecc. – Ricordati, dunque, di ciò che hai ricevuto, cioè per quale scopo sei stato nominato Pontefice, Vescovo e Prelato, cioè per pascere il gregge che ti è stato affidato, per brillare come una luce nelle tenebre, per essere il sale della terra e per condire spiritualmente le anime e gli spiriti degli uomini; infine per essere il capo o la guida che dà vita ai membri e al corpo ecclesiastico. Ricordati, dunque, di ciò che hai ricevuto dal mio Dio: tanti doni di natura, di fortuna e di grazia dati gratuitamente, non per godere arbitrariamente di questi vantaggi, ma per farli fruttare come un servo fedele ed utile. Tu non hai ricevuto questi doni per nasconderli nel lino (espressione biblica) del tuo amore, o per sotterrarli nella terra dei piaceri e degli onori, ma per farli fruttificare e beneficiare spiritualmente il mio Dio con le tue opere di misericordia e di carità: tu devi servirtene per le vedove e gli orfani, per sostenere i poveri e gli indigenti sull’esempio dei vostri Santi. – Da questo deriva il terzo ingrediente del rimedio: Ricordati, dunque, di ciò che hai ascoltato nel mio Vangelo: come sono andato tra gli uomini e ho dato la mia vita per le mie pecore. Ricordati … di quello che hai sentito negli atti e nella vita dei miei Apostoli, di come si sono comportati, di quello che hai sentito dai tuoi padri, dai tuoi predecessori: i Pontefici, i Vescovi ed i Prelati della mia Chiesa. Perché tu sai che erano umili, poveri, prudenti, sobri, casti, solleciti ed adorni di ogni virtù. Perciò, seguendo l’esempio del tuo Signore e Maestro, degli Apostoli, degli altri Santi ed amici del mio Dio, devi vivere come essi hanno vissuto, e comportarti come essi si sono comportati in questo mondo. Ricorda … quello che hai sentito, la vita e la condotta che i santi Canoni, gli scritti dei santi Padri, i Concili generali, provinciali e diocesani. prescrivono. Ricorda … ciò che hai sentito recentemente nel Concilio di Trento, tutti i suoi statuti sulla vita, l’onestà e la riforma che devono essere osservati. Perciò aggiunge immediatamente il – 4° quarto rimedio: … e conservalo. Queste parole ci esortano ad osservare ciò che è stato detto sopra, e allo stesso tempo contengono un rimprovero particolare sul vizio di questa epoca, che consiste nel fatto che quasi nessuno di questi doveri venga osservato. Perché il nostro secolo è carnale e delicato; si vanta di molte cose, specialmente delle sue sublimi scienze. E poiché sa così tanto, pensa di avere il diritto di non osservare nulla. Noi abbiamo in effetti, tanti santi Canoni, tanti salutari Concili generali e sinodali, tante buone leggi civili, tanti libri spirituali, tanti interpreti delle Sacre Scritture, tanti scritti dei santi Padri pieni di forza e di dottrina; infine, tanti esempi di Santi. Eppure, facciamo così poco nelle opere buone! Ah, è perché siamo figli di un’epoca carnale! – È per questo che Cristo ci esorta ed esorta ad imitare e seguire con le nostre azioni il giusto cammino che conosciamo e nel quale Lui e i suoi Santi hanno camminato, servendoci da esempio. – 5° Il quinto rimedio è contenuto nelle seguenti parole: E fa’ penitenza. La penitenza che egli prescrive qui contiene tre punti, cioè: 1° L’uomo deve riconoscere e confessare la sua colpa. 2. Deve chiedere perdono a Dio con un cuore contrito e umiliato. 3. Deve correggere i suoi peccati, riformare la sua vita e la sua condotta, e pagare la soddisfazione dovuta per le sue colpe. Ora, poiché la generazione perversa di questa quinta epoca della Chiesa non fa niente di tutto questo,  ecco perché Cristo esorta la sua Chiesa sopra ogni cosa a fare una salutare penitenza, che ci propone non solo come l’unico rimedio necessario per restituire alla vita spirituale le nostre anime morte nel peccato, ma anche come mezzo per placare l’ira di Dio, per allontanare da noi i mali che Egli ha riversato su questa generazione, e che ancora riverserà a torrenti all’infinito, se non facciamo penitenza! Nonostante tutto questo, nessuno vuole convertirsi, come si può dimostrare per induzione. Infatti: 1. Gli eretici che sono morti nei loro errori disprezzano la penitenza e non riconoscono o non vogliono riconoscere il loro stato miserabile, anzi se ne vantano e dicono che stanno bene anche se … sono morti. 2. Tra i Cattolici, sono pochi quelli che riconoscono le proprie colpe ed i loro peccati. Tutti i Vescovi, Prelati e pastori di anime dicono che fanno sempre bene il loro dovere, che vegliano e vivono come si addice al loro stato. Allo stesso modo, gli imperatori, i re, i principi, i consiglieri ed i giudici, si vantano di aver agito bene e di continuare ad agire bene. Tutti gli Ordini sacri si proclamano innocenti. Infine, il popolo stesso, dal primo all’ultimo, è abituato a dire: … cosa ho fatto di male e cosa faccio di male? Ed è così che tutti si giustificano. Così, affinché la Sapienza e la Bontà divine riportassero alla penitenza questa generazione pervertita e corrotta al massimo grado, essa mandò quasi continuamente su di essa i mali della guerra, della peste, della carestia ed altre calamità. Fu per questo motivo che afflisse di nuovo tutta la Germania con trent’anni di continue e straordinarie calamità, per farci finalmente aprire gli occhi e obbligarci a riconoscere i nostri peccati e ad implorare il perdono e la misericordia di Dio con un cuore contrito ed umiliato; e anche per impegnarci a riformare la nostra vita e la nostra condotta, ognuno secondo gli obblighi del suo stato. Ma invece di far tutto questo, siamo diventati peggiori, e siamo così accecati che non vogliamo nemmeno credere che siamo immersi in questi mali a causa dei nostri peccati, mentre la Sacra Scrittura dice: « Non ci sono mali in Israele che il Signore non abbia mandato. » Perciò c’è da temere che il Signore si esasperi ancora di più nella sua ira, di cui ci minaccia con le parole che seguono:

VI. Vers. 3. … perché se tu non veglierai, io verrò a te come un ladro e tu non saprai a che ora verrò. 1° Dopo la prescrizione del rimedio segue una terribile minaccia contro la Chiesa di Dio. Perché se non vegliate, dopo che vi sarete finalmente svegliati dal sonno profondo della vostra voluttà, della vostra pigrizia e dei vostri peccati, in cui avete dormito fino ad ora, Io verrò da voi e vi porterò sventura. Si esprime al tempo futuro, perché, come è stato spesso detto, l’ira di Dio, nella longanimità della sua bontà spesso ci minaccia da lontano e per molto tempo. Ma poiché non pensassero di essere al sicuro dai suoi colpi a causa della sua lentezza, egli dice: Verrò a voi in modo sicuro e infallibile. La Scrittura ci avverte allo stesso modo, (in Abacuc II, 3): « Aspettatelo; egli verrà e non tarderà. » 2 ° Verrò a voi ….. come un ladro. Qui paragona la sua visita e l’invio dei suoi mali all’arrivo di un ladro. Infatti, – a. il ladro è solito arrivare all’improvviso e senza preavviso; – b. arriva durante il sonno; – c. irrompe nella casa; – d. infine, saccheggia e ruba tutto. Ora, tale sarà il carattere del male che Dio solleverà contro la Sua Chiesa. Questo male saranno gli eretici ed i tiranni, che arriveranno all’improvviso e inaspettatamente, che irromperanno nella Chiesa mentre i Vescovi, i Prelati ed i pastori dormono; che si impadronirà e ruberà o saccheggerà i vescovadi, le prelature, i beni ecclesiastici, come vediamo con i nostri occhi quel che hanno fatto in Germania e nel resto d’Europa. Ed è anche pericoloso che essi continuino a dominare e portare via tutto ciò che rimane. Verrò a voi come un ladro, suscitando contro di voi le nazioni barbare ed i tiranni, che verranno come un ladro, improvvisamente e inaspettatamente, mentre voi dormite nelle vostre vecchie abitudini di voluttà, di impurità e di abominio. Irromperanno e penetreranno anche nelle fortezze e nelle guarnigioni. Entreranno in Italia, devasteranno Roma, bruceranno i templi e mineranno tutto, se non farete penitenza e se non vi sveglierete finalmente dal sonno dei vostri peccati. E tu non saprai a che ora verrò. Gesù Cristo lo indica qui, come di passaggio, l’accecamento con cui Dio è solito colpire i governanti del popolo, in modo che essi non possano prevedere, e di conseguenza prevenire, i mali che li minacciano. Perché nasconde ai loro occhi, intorpiditi dal sonno della voluttà, i mali e la vendetta che li deve colpire. È in questo senso che dice: … e tu non saprai a quale ora Io verrò; cioè, il tempo della sua visita sarà nascosto ai tuoi occhi; e tu non potrai prevenire il male, né prepararti alla battaglia, perché il nemico verrà rapidamente, e inonderà tutte le cose come le acque di un fiume impetuoso, come una freccia scoccata nell’aria, come un fulmine e come un cane veloce.

Vers. 4Tu hai pochi uomini a Sardi che non hanno contaminato le loro vesti. Ora segue la lode ordinaria dei pochi, in relazione alla moltitudine di uomini che sono sulla terra. Perché per quanto afflitta e desolata possa essere la Chiesa, e per quanto malvagio possa essere il mondo, il Signore Dio ha sempre riservato per sé, e sempre riserva per sé, alcuni dei Santi suoi amici, che brillano come una luce o un faro in mezzo al mondo, per impedire che tutte le cose siano corrotte e tutte le cose siano avvolte nelle tenebre. Tu hai un piccolo numero di uomini a Sardi che non hanno contaminato le loro vesti. Con queste parole, Egli indica il tipo di iniquità di cui tutto l’universo è macchiato e infettato, con poche eccezioni. Egli designa questa specie d’iniquità per la sua somiglianza con gli indumenti contaminati. Ora, si contaminano le proprie vesti: 1°. con il fango e lo sterco che si trovano camminando per le strade 2°. Col sudiciume di diverse immondizie che si usano per la conservazione della propria vita. 3°. Con la peste e con la lebbra. Queste tre metafore significano l’universalità dei gravi peccati e delle iniquità in cui il mondo quasi intero è miseramente piombato e nelle quali langue di malattie spesso mortali. In effetti, questa generazione è completamente perversa, delicata, effeminata, molle, carnale, avara e superba. È da lì che è sprofondata nel pantano della voluttà e del piacere, nell’eresia e nella dimenticanza di Dio suo Creatore. Tra i tanti stati diversi ed i tanti uomini nel mondo, ce ne sono solo alcuni che fanno eccezione e che credono ancora con tutto il cuore nel Signore Dio, che è in nei cieli. Sono pochi quelli che sperano nella sua Provvidenza, che servono Gesù Cristo secondo la loro vocazione e che amano Dio ed il prossimo. Perciò dice: pochi! Il testo latino esprime i nomi (nomina), cioè così pochi da poter essere chiamati facilmente con i loro nomi. Come è detto nella Scrittura, « Quelli i cui nomi sono scritti nel libro della vita », a causa del piccolo numero di coloro che saranno salvati. « Perché ci saranno molti chiamati e pochi eletti (in relazione alla massa degli empi e degli increduli) ». E cammineranno con me vestiti di bianco, perché ne sono degni. L’Apostolo indica qui la condotta di Cristo sulla terra, il cui esempio questi pochi amici seguiranno. Cristo camminava in bianco, 1°. Perché visse tra gli uomini nella più grande mitezza, purezza, umiltà, povertà, pazienza ed abbandono; e tutte queste virtù di Gesù sono rappresentate dalla sua veste bianca. 2°. Camminava in bianco, quando, essendo disprezzato da Erode nella sua beata passione, Erode lo fece rivestire di una veste bianca, e dopo averlo fatto sembrare pazzo, lo rimandò a Pilato. Ora questo è il modo in cui i pochi eletti che rimangono immacolati in mezzo al mondo camminano come Cristo sulla terra, in grande umiltà, in povertà e mitezza, e gemono nei loro cuori davanti al Signore loro Dio. Hanno molto da soffrire e sono disprezzati e derisi dal mondo, perché la loro vita e la loro condotta non sono considerate altro che follia. Perché è così in effetti che il mondo ha sempre trattato i Santi di Dio, e come li ha sempre giudicati, e non si è vergognato di giudicare lo stesso unico Figlio di Dio, sceso dal cielo per la salvezza degli uomini. Ecco perché Gesù Cristo disse, per consolare i suoi amici, Jo. XV, 17: « Quello che vi ordino è che vi amiate gli uni gli altri. Se il mondo vi odia, sappiate che ha odiato me prima di voi. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; ma poiché non siete del mondo, e Io vi ho scelti dal mondo, ecco perché il mondo vi odia. Ricordate quello che vi ho detto, che il servo non è più grande del padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi. » Perché l’amicizia di questo mondo è inimicizia davanti al Signore, e l’amicizia con Dio è inimicizia con il mondo. Perciò il testo dice: Camminano con me vestiti di bianco, perché ne sono degni. L’amicizia e la stima di Dio per i suoi giusti e i suoi amici ci stupisce, in quanto Egli vuole e permette che essi vaghino per il mondo coperti di pelli di pecora, disprezzati, impoveriti, vili, in mezzo a tribolazioni, persecuzioni, insulti, offese, tentazioni, freddo, nudità, ecc. Al contrario, il mondo e coloro che appartengono al mondo, prosperano nelle delizie, vivono nella gloria e nelle ricchezze, ridono e si rallegrano nell’abbondanza di ogni bene. Ora questa è l’amicizia di Dio per i suoi eletti, di cui il mondo non è degno. Da qui questo passo di San Paolo agli Ebrei, XI, 35: « Alcuni furono crudelmente tormentati, non volendo riscattare la loro vita presente per trovarne una migliore nella risurrezione. Altri hanno subito insulti e flagellazioni, catene e prigioni; sono stati lapidati, sono stati segati, sono stati sottoposti alle prove più dure; sono morti a fil di spada; hanno condotto una vita errante, coperti di pelli di pecora e di capra, abbandonati, afflitti, perseguitati, loro di cui il mondo non era degno. » Questo lo sapevano bene i santi Apostoli di Dio, che tornarono dal sinedrio pieni di gioia, perché erano stati trovati degni di subire oltraggi per il Nome di Gesù.

VII. Vers. 5.Colui che vincerà sarà vestito di bianco. Queste parole contengono la promessa di una ricompensa, ricompensa e piena consolazione nell’altra vita. È con questa promessa che Egli esorta noi, i suoi soldati, e ci sprona alla vittoria. Colui che vince il mondo, la carne e il diavolo; colui che vince sfuggendo al giogo del diavolo, al quale era precedentemente sottomesso a causa dei suoi peccati e delle sue voluttà, e che fa penitenza; colui che vince praticando la carità verso Dio ed il prossimo, che cancella la moltitudine dei suoi peccati; colui che vince perseverando nella vera fede cattolica in mezzo a tante defezioni, scandali e afflizioni tra i Cristiani; … chi vince le persecuzioni, le tribolazioni, le angosce e le calamità inflitte dagli eretici e dai cattivi Cristiani; chi vince le astuzie, gli inganni e le falsità con prudenza e vera semplicità cristiana; infine, chi vince perseverando nella sana dottrina, con santi costumi e la sincerità della carità, sarà vestito di bianco, cioè sarà pienamente ricompensato secondo la misura delle sue sofferenze. Perché quanto uno è stato disprezzato in questo mondo, tanta gloria gli sarà data nell’altro; tanta tribolazione, … tanta consolazione. Quanto più uno è stato oppresso nell’umiltà, povertà, nudità, sete, miseria, persecuzioni, tribolazioni e avversità di questo mondo, tanto più sarà esaltato nell’altra vita. Si abbonderà di ricchezze celesti, si sarà rivestiti della stella dell’immortalità, saziati della pienezza di tutte le delizie, che non saranno mai più tolte. È dunque per una maggiore consolazione degli afflitti che aggiunge la postilla: “E non cancellerò il suo nome dal libro della vita“. Il libro della vita è la predestinazione, cioè la prescienza eterna di Dio, con la quale Egli ha disposto il suo regno per i suoi eletti, da tutta l’eternità, in modo certo ed infallibile, secondo le opere di ciascuno. – Così, tale è la promessa che fa qui per la consolazione dei suoi amici e dei giusti: Io non cancellerò il suo nome dal libro della vita; cioè, egli sarà scritto come erede nel testamento dell’eredità eterna, che nessuno gli toglierà per i secoli dei secoli. E confesserò il suo nome davanti al Padre mio e ai suoi Angeli. La confessione di Cristo sarà il più grande onore dei Santi in cielo. Questa confessione, che è spesso ripetuta dagli Evangelisti, è promessa qui a coloro che hanno confessato il suo santo Nome sulla terra, e che lo hanno conservato non solo con la bocca, ma anche con il cuore e le azioni. Ora, questa confessione degli uomini per il santo Nome di Gesù davanti al mondo, è del tutto estranea alla generazione perversa del nostro tempo; poiché quasi tutti confessano con la bocca di conoscere Cristo, e Lo negano con le loro azioni. Ma questa confessione di Cristo davanti a Suo Padre è promessa qui solo ai Suoi servi fedeli, come una ricompensa speciale, come uno stimolo ai suoi soldati alla vittoria, e come il più grande onore che riserva loro: essere lodati e confessati da Lui, anche davanti a Suo Padre il Re dei re, il Signore dei signori, ed alla presenza di milioni di Angeli e di tutti i Santi di Dio.

§ II.

Della sesta età della Chiesa, che sarà un’età di consolazione, e che inizierà con il santo Pontefice e il potente Monarca, e durerà fino alla comparsa dell’Anticristo.

CAPITOLO III. VERSETTI 7-13.

Et angelo Philadelphiæ ecclesiæ scribe: Hæc dicit Sanctus et Verus, qui habet clavem David: qui aperit, et nemo claudit: claudit, et nemo aperit: Scio opera tua. Ecce dedi coram te ostium apertum, quod nemo potest claudere: quia modicam habes virtutem, et servasti verbum meum, et non negasti nomen meum. Ecce dabo de synagoga Satanæ, qui dicunt se Judæos esse, et non sunt, sed mentiuntur: ecce faciam illos ut veniant, et adorent ante pedes tuos: et scient quia ego dilexi te, quoniam servasti verbum patientiæ meæ, et ego servabo te ab hora tentationis, quæ ventura est in orbem universum tentare habitantes in terra. Ecce venio cito: tene quod habes, ut nemo accipiat coronam tuam. Qui vicerit, faciam illum columnam in templo Dei mei, et foras non egredietur amplius: et scribam super eum nomen Dei mei, et nomen civitatis Dei mei novae Jerusalem, quae descendit de caelo a Deo meo, et nomen meum novum. Qui habet aurem, audiat quid Spiritus dicat ecclesiis.

[E all’Angelo della Chiesa di Filadelfia scrivi: Così dice il Santo e il Verace, che ha la chiave di David: che apre, e nessuno chiude: che chiude, e nessuno apre: Mi sono note le tue opere. Ecco io ti ho messo davanti una porta aperta, che nessuno può chiudere: perché hai poco di forza, ed hai osservata la mia parola e non hai negato il mio nome. Ecco io (ti) darò di quelli della sinagoga di satana, che dicono d’essere Giudei, e non lo sono, ma dicono il falso: ecco io farò sì che vengano e s’incurvino dinanzi ai tuoi piedi: e sapranno che io ti ho amato. Poiché hai osservato la parola della mia pazienza, io ancora ti salverò dall’ora della tentazione, che sta per sopravvenire a tutto il mondo per provare gli abitatori della terra. Ecco che io vengo tosto: conserva quello che hai, affinché niuno prenda la tua corona. Chi sarà vincitore, lo farò una colonna nel tempio del mio Dio, e non ne uscirà più fuori: e scriverò sopra di lui il nome del mio Dio, e il nome della città del mio Dio, della nuova Gerusalemme, la quale discende dal cielo dal mio Dio, e il mio nuovo nome. Chi ha orecchio, oda quel che lo Spirito dica alle Chiese.]

I. Vers. 7. – Scrivi anche all’Angelo della chiesa di Filadelfia. La sesta età della Chiesa inizierà con il potente Monarca ed il santo Pontefice di cui si è già parlato, e durerà fino alla comparsa dell’anticristo. Quest’epoca sarà un’epoca di consolazione (consolativus), in cui Dio consolerà la sua santa Chiesa per le afflizioni e le grandi tribolazioni che ha sopportato nella quinta epoca. Tutte le nazioni saranno restaurate all’unità della fede cattolica. Il sacerdozio fiorirà più che mai, e gli uomini cercheranno il regno di Dio e la sua giustizia con tutta la sollecitudine. Il Signore darà alla Chiesa buoni pastori. Gli uomini vivranno in pace, ognuno nella sua vigna e nel suo campo. Questa pace sarà loro concessa perché saranno stati riconciliati con Dio stesso. Vivranno all’ombra delle ali del potente Monarca e dei suoi successori (S. S. Pio IX e successori fino a Pio XII – ndr.-). Troviamo il tipo di questa età, nella sesta epoca del mondo, che iniziò con l’emancipazione del popolo d’Israele e la restaurazione del tempio e della città di Gerusalemme, e durò fino alla venuta di Gesù Cristo. Perché come in quel tempo il popolo d’Israele fu confortato al massimo grado dal Signore loro Dio, con la liberazione dalla cattività; come Gerusalemme ed il suo tempio furono restaurati; che i regni, le nazioni e i popoli sottomessi all’Impero Romano furono sconfitti e soggiogati da Cesare Augusto, un monarca potentissimo e distinto, che li governò per 56 anni, ristabilì la pace nell’universo e regnò da solo fino alla venuta di Nostro Signore Gesù Cristo, ed anche dopo; così nella sesta epoca Dio gioirà della Sua Chiesa con la più grande prosperità. Infatti, sebbene nella quinta età non vediamo altro che le più deplorevoli calamità ovunque: mentre tutto è devastato dalla guerra; mentre i Cattolici sono oppressi dagli eretici e dai cattivi Cristiani; mentre la Chiesa e i suoi ministri sono resi tributari; mentre i principati sono sconvolti; mentre i monarchi sono uccisi, i soggetti rigettati, e tutti gli uomini cospirano per erigere delle repubbliche, avviene un cambiamento strabiliante per mano di Dio onnipotente, come nessuno può umanamente immaginare (si ricordi anche lo stato dell’Europa nel 1848). Infatti, questo potente Monarca, che verrà come messaggero di Dio, distruggerà le repubbliche da cima a fondo; sottometterà tutto al suo potere (sibi subjugabit omnia) ed userà il suo zelo per la vera Chiesa di Cristo. Tutte le eresie saranno consegnate all’inferno. L’impero dei Turchi sarà spezzato e questo Monarca regnerà in Oriente ed in Occidente. Tutte le nazioni verranno ad adorare il Signore loro Dio nella vera fede Cattolica Romana. Molti santi e maestri fioriranno sulla terra. Gli uomini ameranno il giudizio e la giustizia. La pace regnerà in tutto l’universo, perché la potenza divina legherà satana per molti anni, ecc; finché non verrà il figlio della perdizione, che lo slegherà di nuovo, ecc. È anche a questa sesta età che, per la somiglianza della sua perfezione, si riferisce il sesto giorno della creazione, quando Dio fece l’uomo a sua somiglianza, e gli sottomise tutte le creature del mondo per essere loro Signore e padrone. Ora questo Monarca regnerà su tutte le bestie della terra, cioè sulle nazioni barbare, sui popoli ribelli (si sa che la Svizzera è composta da diverse repubbliche, la maggior parte delle quali sono protestanti), e su tutti gli uomini che sono dominati dalle loro cattive passioni. È anche a questa sesta epoca che si riferisce il sesto Spirito del Signore, cioè: lo spirito di sapienza, che Dio riverserà in abbondanza su tutta la superficie del pianeta in quel tempo. Infatti, gli uomini temeranno il Signore, il loro Dio, osserveranno la sua legge e lo serviranno con tutto il loro cuore. Le scienze saranno moltiplicate e perfezionate sulla terra. La Sacra Scrittura sarà unanimemente compresa, senza controversie e senza errori di eresie. Gli uomini saranno illuminati sia nelle scienze naturali che in quelle celesti. Infine, la Chiesa di Filadelfia è il tipo di questa sesta epoca; perché Filadelfia significa amore del fratello (amor fratris sulutans), e ancora, conservare l’eredità, in unione con il Signore (hæreditatem salvans adhærente Domino). Ora, tutti questi personaggi sono perfettamente adatti a questa sesta epoca, in cui ci sarà amore, concordia e pace perfetta, ed in cui il potente Monarca potrà considerare quasi tutto il mondo come sua eredità. Egli libererà la terra, con l’aiuto del Signore suo Dio, da tutti i suoi nemici, dalla rovina e da ogni male.

II. Questo è ciò che dice il Santo e Vero, che ha la chiave di Davide, che apre e nessuno chiude; che chiude e nessuno apre. Come è solito fare nella descrizione di ogni epoca, San Giovanni indica di nuovo, con queste prime parole, alcune delle insegne di Nostro Signore Gesù Cristo; insegne che Egli non solo indossa su se stesso, ma che fa anche risplendere esteriormente nelle sue membra e nel suo Corpo, che è la Chiesa, in modo particolare alla sesta età. Questo è ciò che dice il Santo dei Santi ed il vero Dio e uomo. È a causa di queste insegne, infine, che sono la santità e la verità, e che appartengono a Nostro Signore Gesù Cristo dall’ipostasi divina, che ogni ginocchio deve inchinarsi a Lui in cielo, in terra e negli inferi, ecc. Qui è anche chiamato Santo e Verace, come capo delle sue membra e del suo corpo, che è la Chiesa, e anche perché la sua Chiesa sarà particolarmente santa e vera nella sesta epoca. Sarà santa perché gli uomini cammineranno allora con tutto il loro cuore nelle vie del Signore e cercheranno il regno di Dio con tutta sollecitudine. La Chiesa sarà vera, perché dopo che tutte le sette saranno state consegnate all’inferno, sarà riconosciuta come vera su tutta la faccia della terra. – Che ha la chiave di Davide. Con queste parole si intende il potere regale e universale che Cristo possiede sulla sua Chiesa, un potere che manterrà fino alla consumazione dell’epoca, in esecuzione della volontà e del consiglio di Dio Padre. (Matth. XXVIII, 18): « Mi è stata data ogni autorità in cielo e in terra. » – Vedi Libro II, capitolo 4 -. Inoltre, si dice qui che Cristo ha la chiave di Davide, perché Davide e il suo regno erano figura di Gesù Cristo e del suo regno, come vediamo nei libri dei Profeti. – Che chiude e nessuno apre. Queste parole esprimono qual sia il potere di questa chiave di Cristo. È un potere illimitato, costituito dalla sua sola potenza, che può distribuire beni e mali secondo la sua volontà. Per questo si dice: … apre la porta ai beni diffondendoli, e apre la porta ai mali permettendoli. E nessuno chiude, cioè nessuno può impedire che i decreti della sua volontà divina si compiano in cielo, sulla terra e negli inferi. Il malvagio non può impedire il bene, ed i buoni non saprebbero impedire i mali. Infatti è detto dei malvagi in San Matteo, XVI, 18: « Le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa. » E dei giusti in Ezechiele, (XIV, 14): « Che se questi tre uomini, Noè, Daniele e Giobbe, saranno trovati in mezzo a quella terra (di una nazione che avrà peccato contro il Signore), essi libereranno le loro anime con la loro propria giustizia, dice il Signore degli eserciti, ecc. » Che chiude e nessuno apre, vale a dire, di contro, che rimuove a suo tempo i mali della sua Chiesa e le restituisce i beni. Poi Egli permette di nuovo i castighi, e non c’è nessuno che possa toglierli dalla Sua mano o impedirli, come è scritto (Ps. CIII, 28): « …. Quando date loro del cibo, lo raccolgono immediatamente. Quando apri la mano, sono tutti pieni dei tuoi beni. Ma se tu distoglierai il tuo volto da loro, saranno turbati. Tu toglierai loro lo spirito ed essi torneranno alla loro polvere. Manderai il tuo spirito e saranno ricreati, e rinnoverai la faccia della terra, etc. » – Conosco le tue opere. Queste parole sono un elogio generale delle opere della sesta età, come hanno espresso sopra un rimprovero sulle opere della quinta. Conosco le tue opere, che sono tutte sante, buone, perfette e piene di carità, come il seguito farà vedere.

Vers. 8: Ho aperto davanti a te una porta che nessuno può chiudere, perché tu hai poca forza, eppure hai mantenuto la mia parola e non hai abbandonato il mio nome, etc. Queste parole sono piene di consolazione; esse descrivono la felicità che verrà nella sesta epoca, una felicità che consisterà in: – 1° L’interpretazione vera, chiara e unanime delle Sacre Scritture. Perché allora le tenebre dell’errore e le false dottrine degli eretici, che non sono altro che la dottrina dei demoni, saranno dissipate e scompariranno. I fedeli di Cristo, sparsi su tutta la superficie del pianeta, saranno i fedeli di Cristo, sparsi su tutta la superficie del pianeta, saranno attaccati alla Chiesa nel cuore e nello spirito, nell’unità della fede e nell’osservanza dei buoni costumi. Ecco perché si dice: ho aperto una porta davanti a voi, cioè la comprensione chiara e profonda delle Sacre Scritture. Che nessuno può chiudere, intendendo dire che nessun eretico potrà pervertire il senso della parola di Dio, perché in questa sesta epoca ci sarà un Concilio ecumenico, il più grande che abbia mai avuto luogo, nel quale, per un favore speciale di Dio, per il potere del Monarca annunciato, per l’autorità del santo Pontefice e per l’unità dei pii principi, tutte le eresie e l’ateismo saranno proscritte e bandite dalla terra (Concilio Vaticano, 1869-70. – ndr.-). Il legittimo significato delle Sacre Scritture sarà dichiarato, ed esse saranno credute ed accettate. – 2°. Questa felicità consisterà in un immenso numero di persone fedeli, perché in quel tempo tutti i popoli e le nazioni si riuniranno in un solo ovile ed entreranno attraverso l’unica porta della vera fede. Così si compirà la profezia di San Giovanni X: 16: « Ci sarà un solo pastore e un solo ovile ». E anche quello di San Matteo, XXIV, 14: « Questo Vangelo del regno sarà predicato in tutto il mondo come testimonianza a tutte le nazioni, e poi verrà la fine. » Ora, è anche in questo senso che è detto qui: Ho aperto una porta davanti a voi, la porta della fede e della salvezza delle anime, che fu chiusa a innumerevoli uomini nella quinta epoca a causa delle eresie e degli abomini dei peccatori. Ecco perché l’ovile era allora limitato, svilito, umiliato e disprezzato al massimo grado. Ma ora la porta è aperta davanti a voi; è aperta a tutti, come la grande porta di un palazzo reale, quando non ci sono né nemici né sedizione da temere. – 3°. Questa felicità consisterà nella moltitudine dei predestinati. Infatti, un gran numero di fedeli sarà salvato in quel tempo, perché la vera fede brillerà in splendore e la giustizia abbonderà. Ho aperto una porta davanti a voi, la porta del cielo, che nessuno può chiudere fino al tempo fissato. Il testo latino inizia con la particella “ecce”, ecco, perché, come è già stato detto altrove, questa parola eccita il nostro spirito a concepire qualcosa di grande e ammirevole in questa opera che Dio compirà per la nostra consolazione, per la nostra felicità e la nostra gioia spirituale. Perché tu hai poca forza, eppure hai mantenuto la mia parola. Questo passaggio indica tre cause o tre meriti particolari, per i quali Dio avrà pietà della sua Chiesa e aprirà la porta della sua misericordia in questa sesta epoca. Il primo merito è messo al presente: Perché hai poca forza. Queste parole esprimono l’industria dei servi di Dio che useranno con prudenza e zelo le poche forze che hanno ricevuto da Lui, e otterranno così frutti molto grandi attraverso la conversione dei peccatori e degli eretici. Ed è questo grande sforzo che avranno fatto, soprattutto all’inizio della sesta epoca, per realizzare queste conversioni, che Gesù Cristo ricompenserà con una grande prosperità. Il secondo e il terzo merito sono messi al passato: Hai mantenuto la mia parola e non hai rinnegato la mia fede. Con questo designa la costanza e la perseveranza dei suoi servi nel suo amore e nella sua fede. Perché verso la fine del tempo della quinta età, questi, avendo poca forza, si solleveranno tuttavia contro i peccatori che hanno rinnegato la fede per amore dei beni terreni. Si solleveranno anche contro certi preti che, essendosi lasciati sedurre dalla bellezza e dalle attrazioni delle donne, vorranno abbandonare il celibato. Ora, nel momento in cui il diavolo godrà di una libertà quasi assoluta ed universale, e quando la più grande tribolazione imperverserà sulla terra, questi fedeli servitori, uniti tra loro dai legami più forti, proteggeranno il celibato mantenendosi puri in mezzo al mondo. Saranno considerati vili agli occhi degli uomini e saranno disprezzati e rifiutati dal mondo, che li ridicolizzerà. Ma il Salvatore Gesù Cristo, nella sua bontà, guarderà con favore la loro pazienza, la loro industria, la loro costanza e la loro perseveranza, e li ricompenserà nella sesta età assistendo e favorendo i loro sforzi nella conversione dei peccatori e degli eretici. Perché tu hai poca forza, sei misconosciuto e senza potere, senza ricchezze e senza gloria; e perché la grazia di Dio non vi è stata data e distribuita che solo in misura; tuttavia, avete fatto i più grandi sforzi nel vostro zelo e nella vostra ardente carità per il santo Nome di Gesù, per la sua Chiesa e per la salvezza delle anime. Ecco perché Cristo, nella sua misericordia, verrà finalmente in vostro aiuto e aprirà la porta della vera fede e della penitenza agli eretici ed ai peccatori. Eppure hai conservato la mia parola. – La parola di Cristo è presa qui come la speciale dottrina e conoscenza di un precetto o consiglio che non era contenuto nella vecchia legge e che era del tutto contrario al mondo. Ora il Vangelo contiene tre parole di questo tipo: la prima è il precetto dell’amore per i propri nemici e della carità fraterna. Il secondo è il consiglio della continenza e del celibato. (Matth. XIX, 12): « Ci sono alcuni che si sono fatti eunuchi. » La terza parola è la pazienza che dobbiamo praticare. (Matteo V, 39): « Se qualcuno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra. E a colui che vuole discutere con te nel giudizio e toglierti la tunica, tu lasciagli pure il tuo mantello. » Ora è detto nel testo: E tuttavia hai mantenuto la mia parola, cioè la parola dell’amore fraterno, del celibato, della pazienza e della mitezza, che Dio ha pronunciato con la sua bocca benedetta e che Lui stesso ha osservato. E tu non hai abbandonato il mio Nome. Il testo latino dice: Non hai rinnegato la mia fede. Ora la fede è più spesso rinnegata per amore della ricchezza, dell’onore e del piacere. Ma i servi di Cristo disprezzeranno queste tre concupiscenze verso la fine della quinta età, e condurranno una vita umile, senza cercare dignità o potere. Saranno disprezzati ed ignorati dai grandi, e se ne rallegreranno. Sacrificheranno le loro entrate per i poveri e per l’edificazione e la propagazione della Chiesa cattolica, che ameranno come loro Madre. Cammineranno in semplicità di cuore alla presenza di Dio e degli uomini; e per questo la loro vita appartata sarà considerata una follia. La saggezza di questo mondo consiste nel conservare ciò che si ha e nell’accrescerlo; questi veri credenti, al contrario, disprezzeranno i beni e gli onori terreni e si preserveranno dalla contaminazione con le donne. La loro conversazione sarà conforme alla santità della loro vocazione. Quando, quindi, vedranno i loro simili apostatare e rinnegare la fede di Gesù Cristo per amore delle ricchezze, degli onori e dei piaceri, gemeranno nei loro cuori davanti al loro Dio, e persevereranno nei veri principi della fede cattolica. Gesù Cristo li elogia giustamente: E voi non avete rinnegato la mia fede.

III. Vers. 9Vi darò alcuni della sinagoga di satana, che si chiamano Giudei e non lo sono, ma sono bugiardi. Farò in modo che vengano ad adorare ai tuoi piedi, e sapranno che ti amo, etc. Ora segue la promessa della grazia più abbondante di Dio, che è solito aiutare e coronare con successo gli sforzi pii dei suoi servitori, e ricompensarli per i loro sforzi e premiare la loro fedeltà, costanza e perseveranza nel bene che fanno. Il testo latino, citato sopra, contiene la particella ecce tre volte, come segue 1° Ecce dedi coram te ostium apertum. Ti ho aperto la porta. 2º Ecce dabo. Ecco Io darò. 3º Ecce faciam. Lo farò. È ciò per elevare il nostro spirito e farci concepire quanto grande e ammirevole siano le opere della misericordia divina, che manifesteranno le ricchezze della sua gloria, della sua grazia e della sua infinita bontà. 1° Ecce, ecco. si rivolge dapprima ai suoi servi e dice loro: Ecco i frutti del vostro lavoro e delle vostre opere. 2°. Ecce dabo. Vi darò ciò che avete così a lungo invocato con le vostre lacrime ed i vostri pii gemiti. 3° Ecce. Ecco, Io farò ciò che nessuno credeva. Consolati dunque adesso, ecc.; perché Io ti darò alcuni della sinagoga di satana, che dicono di essere Giudei e non lo sono, ma sono mendaci. Ora nella sinagoga di satana ci sono i Giudei e coloro che errano nella fede ammettendo la falsa dottrina del demonio, il padre della menzogna. Allo stesso modo, per Giudei, intendiamo anche in senso figurato e per allegoria, gli eretici e gli scismatici che si definiscono Cristiani, ma che non lo sono, e che sono bugiardi. Gesù Cristo promette dunque qui la conversione degli eretici, degli scismatici e di tutti coloro che errano nella fede. E questa conversione avrà luogo nella sesta epoca, quando la Chiesa greca sarà di nuovo unita alla Chiesa latina. Li farò venire ad adorare ai tuoi piedi. Queste parole esprimono la forza, l’efficacia e l’abbondanza della grazia e della bontà di Dio, che farà sì che intere nazioni, e persino tutti i popoli, vengano ad adorarlo, sottomettendosi alla Chiesa Cattolica, che diventerà la loro Madre. E li farò venire alla luce della mia grazia spontaneamente e non più costretti dalla guerra e dal ferro. Li farò inchinare ai tuoi piedi, cioè umiliarsi e sottomettersi al tuo potere spirituale. Da ciò che è stato appena detto, possiamo vedere quale fede e fiducia debbano avere tutti i Prelati ed i pastori di anime nella grazia di Dio, senza la quale nulla è possibile e nulla si fa. Da quasi cento anni combattiamo contro gli eretici, non solo con discussioni forti e accorate e con gli scritti più dotti, ma anche con la forza delle armi… senza successo! Non ci resta quindi altro da fare che ricorrere al Signore nostro Dio, umiliarci, condurre una vita santa e lavorare ardentemente per preservare i resti del Cattolicesimo, finché piaccia a Gesù Cristo avere finalmente pietà della sua Chiesa, che non può dimenticare, ed avere riguardi agli sforzi dei Suoi servi, che continuano a temerlo ed a servirlo. Riponiamo dunque la nostra speranza e la nostra viva fiducia nella grazia onnipotente di Gesù Cristo, che può illuminare le menti accecate di miserabili peccatori ed eretici con un solo raggio della sua luce. È questa fiducia che ci raccomanda il Salmista, (Salmo XXX, dal versetto 3 al 7) … e sapranno che io ti amo, cioè confesseranno che tu sei la mia unica sposa scelta e amata, la vera Chiesa ed erede del regno celeste, fuori dalla quale non c’è salvezza. Perché nella sesta epoca la Chiesa cattolica sarà esaltata all’altezza della sua gloria temporale, e sarà esaltata da un mare all’altro: allora non ci saranno più controversie né questioni tra gli uomini su quale sia la vera Chiesa. Ecco perché si dice: “Sapranno“, cioè che ciò che è così controverso e discusso nella nostra quinta epoca sarà portato alla luce nella sesta età. È così che la bontà divina sa far uscire il bene dal male permettendo eresie e tribolazioni, affinché il Suo santo Nome sia meglio conosciuto. – Ne abbiamo un esempio in tutti gli errori che sono apparsi nelle varie epoche e che, per quanto spaventosi fossero, sono scomparsi di nuovo per la potenza della verità divina. Citeremo solo quella di Ario contro la divinità di Gesù Cristo. Ce n’era forse una simile per ostinazione? Ma l’eresia moderna può certamente essere paragonata ad essa.

Vers. 10. Perché hai conservato la parola della mia pazienza, e Io ti preserverò dall’ora della tentazione, che sta per venire su tutto il mondo per mettere alla prova coloro che abitano sulla terra. L’ora della tentazione che deve venire, e che qui è predetta, è il tempo della persecuzione dell’Anticristo, che Nostro Signore ha profetizzato in San Matteo, XXIV, e in Daniele, XI e XII. Egli la chiama l’ora della tentazione, perché durerà un tempo breve, e la settima età della Chiesa sarà breve, come vedremo più avanti. La bontà divina ha l’abitudine di preservare i suoi eletti dall’ora della tentazione, e dai tempi delle calamità, con due mezzi:

1°. Chiamandoli a sé in pace, attraverso una morte naturale, prima che i mali e le tribolazioni li sorprendano. Essa accordò questa grazia ad Ezechia, Giosia e ad altri santi dell’Antico e del Nuovo Testamento. – 2°. Essa conserva anche i suoi, senza toglierli da questo mondo, ma liberandoli dal male. (Jo. XVII, 18): « Non vi prego di toglierli dal mondo, ma di preservarli dal male »; così Gesù Cristo mandò i suoi Apostoli e discepoli in mezzo ai lupi. Ora, è con questi due mezzi che Dio preserverà la sua Chiesa, nella sesta epoca, dall’ora della tentazione dell’Anticristo. 1° Chiamandola a sé, perché alla fine della sesta età, la carità si raffredderà, i peccati cominceranno a moltiplicarsi, e sorgerà gradualmente una generazione perversa e di figli infedeli. I giusti, i santi, i buoni Prelati ed i buoni pastori saranno allora portati via, in gran numero, da una morte naturale, ed al loro posto verranno uomini tiepidi e carnali, che si preoccuperanno solo di se stessi, e saranno come alberi senza frutti, stelle erranti e nuvole senza acqua. 2°. Gesù Cristo preserverà la sua Chiesa dal male senza toglierla dal mondo; perché la Chiesa durerà fino alla fine dei tempi, ed in confronto alla grande moltitudine di uomini malvagi rimarranno pochi santi e maestri, che Dio manderà in mezzo ai lupi per insegnare a molti la verità e la giustizia. Questi cadranno di spada, tra le fiamme, nelle catene e nella rovina. (Dan, XI): « Dio conserverà così questi ultimi eletti dall’ora della tentazione, liberandoli dal male, cioè impedendo loro di acconsentire all’empietà del tiranno furioso, e aiutandoli a morire per la verità, per la giustizia e per la fede di Gesù Cristo.»

Vers. 11. – Verrò presto, conserva ciò che hai, per evitare che qualche altro riceva la tua corona.  Queste parole contengono un salutare avvertimento dell’arrivo improvviso ed inaspettato di Gesù Cristo, così come un’esortazione ai fedeli a continuare sulla retta via. E questi sono come due scudi di prima necessità, che ci presenta prima di tutto contro l’ultima tribolazione descritta in San Matteo. 1°. Perché allora gli uomini penseranno che il regno dell’anticristo sarà di durata eccessiva, a causa della grande felicità e potenza di questo tiranno. I Giudei e gli altri miscredenti che lo riceveranno come Messia crederanno che il suo regno durerà per sempre. Ora, è per abbattere questa presunzione, e per distruggere questa falsità, che Egli dice qui: Io verrò presto. 2°. Come al tempo dell’orribile persecuzione di Diocleziano, che fu il prototipo vivente dell’anticristo, molti fedeli rinunciarono alla fede di Gesù Cristo e sacrificarono agli idoli; tra questi il S. P. Marcellino stesso, che poi fece penitenza e subì coraggiosamente il martirio; come anche i quaranta martiri (di Sebaste) al tempo dell’imperatore Licinio, uno dei quali disertò, e la cui corona fu poi data a Janitor, … così sarà nella persecuzione della fine dei tempi, ed anche peggio, perché supererà tutte quelle precedenti. Ecco perché Gesù Cristo, come un generale in capo, si preoccupa di avvertire in anticipo i suoi soldati, armandoli con lo scudo sovranamente necessario della forza, della costanza e della perseveranza. Egli quindi li esorta dicendo loro:

Vers. 12. – Conserva ciò che hai, affinché nessun altro riceva la tua corona. Chiunque prevarrà, lo farò diventare una colonna nel tempio del mio Dio e non ne uscirà più; e scriverò su di lui il nome del mio Dio e il nome della città del mio Dio, la nuova Gerusalemme, che scende dal cielo dal mio Dio, e il mio nuovo Nome. Per dare più forza ai suoi amati soldati, e per confermarli ancor più nell’ultima e più terribile persecuzione, Nostro Signore Gesù Cristo fa seguire nel contesto, la promessa dei più grandi beni, come una ricompensa proporzionata alle difficili vittorie che i giusti avranno ottenuto sul tiranno. La prima di queste vittorie sarà la fermezza e la costanza, con cui saranno come colonne di perseveranza nella Chiesa di Cristo. Resisteranno alla furia del tiranno, ai suoi falsi miracoli ed alle sue invenzioni diaboliche, e sacrificheranno i loro corpi, il loro sangue e le loro vite per la verità e la giustizia. La seconda vittoria sarà la confessione del vero Dio, che ha creato il cielo e la terra e tutto ciò che essi racchiudono; ed è contro questa confessione che l’anticristo infurierà principalmente, e si costituirà il dio degli dei. La terza vittoria sarà la ferma fede e la fedeltà della Chiesa di Cristo, che l’anticristo respingerà come un’impostura, e disperderà nella sua furia ai quattro venti del cielo, sulle montagne aride e nelle caverne. Infine, il quarto sarà la confessione del Nome di Gesù Cristo, contro il quale si eleverà il tiranno. Egli si glorificherà nei suoi falsi miracoli, che compirà per mezzo di artifici diabolici. Si proclamerà il Messia, e sarà ricevuto come tale dai Giudei, secondo le parole di Gesù Cristo stesso, in San Giovanni, V, 43: « Sono venuto nel nome del Padre mio, e voi non mi ricevete. Se un altro viene nel suo proprio nome, lo riceverete. » A queste quattro virtù, meriti e vittorie del giusto, Dio promette, in proporzione, quattro tipi di ricompense e di glorie. – Il primo è contenuto in queste parole: Lo farò diventare una colonna nel tempio del mio Dio e non se ne allontanerà. Le colonne sono collocate nei palazzi dei re per sostenere la massa dell’edificio per esserne la gloria e l’ornamento, e per amplificarne lo splendore: ora è così che i giusti di Dio, che nel tempio di Cristo, cioè nella Chiesa militante, saranno stati, per la fermezza della loro fede, colonne della verità e della giustizia di Gesù Cristo, difendendola, predicandola, combattendo e morendo per essa; è così, diciamo ancora, nel tempio di Dio e nella Chiesa trionfante, i giusti saranno anche colonne eterne, splendenti di gloria, alla presenza di tutti i Santi e di tutti gli Angeli del cielo. Allora, come questi giusti saranno rimasti fedelmente e costantemente nel tempio di Dio sulla terra, cioè nella Chiesa Cattolica, senza mai lasciarla per andare nelle sette dell’anticristo e di altri eretici, abbandonando la vera fede; così rimarranno nel tempio eterno di Dio, senza mai lasciarlo. Saranno immortali, impeccabili, stabili e immutabili per l’eternità! Non avranno più dolori da soffrire e non verseranno più lacrime. Infine, la morte, la fame, la sete e tutte le altre miserie del corpo e dell’anima non avranno più alcuna presa su di loro. La seconda ricompensa si trova in queste parole: Scriverò su di lui il Nome del mio Dio. Poiché essi saranno come Lui, secondo San Giovanni, III, 3, e saranno persino chiamati Dei, come vediamo nel Salmo LXXX, 6: « Ho detto: voi siete dei, voi tutti figli dell’Altissimo. » La terza ricompensa si esprime così: E scriverò su di lui….. il Nome della città del mio Dio, della nuova Gerusalemme che discende dal cielo dal mio Dio. Cioè, i giusti saranno il tempio di Dio, in cui il Re dei re e il Signore dei signori si degneranno di abitare, e lo possederanno per tutta l’eternità, attraverso la visione beatifica. La quarta ricompensa, infine, si trova in queste parole: Scriverò su di lui ….. il mio Nuovo Nome; cioè, che onorerà i giusti con il suo Nome; perché saranno chiamati figli di Dio, secondo San Giovanni, III, 1.

Vers. 13. – Chi ha orecchio, ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese. Stessa spiegazione di cui sopra.

§ III.

Della settima e ultima età della Chiesa, che sarà l’età della desolazione, che inizierà all’apparizione dell’Anticristo e durerà fino alla fine del mondo.

CAPITOLO III. – VERSETTI 14-22.

Et angelo Laodiciaæ ecclesiæ scribe: Hæc dicit: Amen, testis fidelis et verus, qui est principium creaturæ Dei. Scio opera tua: quia neque frigidus es, neque calidus: utinam frigidus esses, aut calidus: sed quia tepidus es, et nec frigidus, nec calidus, incipiam te evomere ex ore meo: quia dicis: Quod dives sum, et locupletatus, et nullius egeo: et nescis quia tu es miser, et miserabilis, et pauper, et caecus, et nudus. Suadeo tibi emere a me aurum ignitum probatum, ut locuples fias, et vestimentis albis induaris, et non appareat confusio nuditatis tuae, et collyrio inunge oculos tuos ut videas. Ego quos amo, arguo, et castigo. Aemulare ergo, et poenitentiam age. Ecce sto ad ostium, et pulso: si quis audierit vocem meam, et aperuerit mihi januam, intrabo ad illum, et coenabo cum illo, et ipse mecum. Qui vicerit, dabo ei sedere mecum in throno meo: sicut et ego vici, et sedi cum Patre meo in throno ejus. Qui habet aurem, audiat quid Spiritus dicat ecclesiis.

[E all’Angelo della Chiesa di Laodicea scrivi: Queste cose dice l’amen, il testimone fedele e verace, il principio delle cose create da Dio. Mi sono note le tue opere, come non sei né freddo, né caldo: oh fossi tu freddo, o caldo: ma perché sei tiepido, e né freddo, né caldo, comincerò a vomitarti dalla mia bocca. Perciocché vai dicendo: Sono ricco, e dovizioso, e non mi manca niente: e non sai che tu sei un meschino, e miserabile, e povero e cieco, e nudo. Tì consiglio a comperare da me dell’oro passato e provato nel fuoco, onde tu arricchisca, e sia vestito delle vesti bianche, affinché non comparisca la vergogna della tua nudità, e ungi con un collirio i tuoi occhi acciò tu vegga. Io, quelli che amo, li riprendo e li castigo. Abbi adunque zelo, e fa penitenza. Ecco che io sto alla porta, e picchio: se alcuno udirà la mia voce, e mi aprirà la porta, entrerò a lui, e cenerò con lui, ed egli con me. Chi sarà vincitore, gli darò di sedere con me sul mio trono: come Io ancora fui vincitore, e sedei col Padre mio sul trono. Chi ha orecchio, oda quel che lo Spirito dica alle Chiese.]

I. Vers. 14. – All’Angelo della chiesa di Laodicea scrivi: Queste cose dice colui che è la verità stessa, il testimone fedele e verace, che è il principio della creatura di Dio. – La settima e ultima età della Chiesa inizierà all’apparizione dell’anticristo e durerà fino alla fine del mondo. Sarà un’epoca di desolazione, in cui ci sarà una defezione totale della fede, (Luca XVIII, 8): « Ma quando il Figlio dell’Uomo verrà, pensate che troverà la fede sulla terra? » È in quest’epoca che si compirà l’abominio della desolazione descritto in San Matteo, XXIV, e in Daniele, XI e XII. È anche allora che l’epoca finirà e che la parola della volontà divina si compirà. A questa età si rapporta il settimo giorno della creazione del mondo, quando Dio finì la Sua opera e si riposò il settimo giorno, (Genesi II). Ora, nella settima epoca della Chiesa, Dio completerà la Sua opera spirituale, che ha decretato di compiere attraverso il Figlio Suo Gesù Cristo. E poi si riposerà con i suoi Santi per tutta l’eternità. Questa epoca è anche rappresentata dal settimo Spirito del Signore, lo Spirito di scienza. Perché in quel tempo si saprà chiaramente, dopo che l’anticristo sarà stato distrutto e gettato nell’inferno, che Gesù Cristo è venuto sulla terra come uomo. E poi quelli dei Giudei che rimarranno, faranno penitenza. Questa età è anche rappresentata dal settimo Spirito del Signore, perché allora la Scienza si moltiplicherà sulla terra, secondo Daniele: XII, 4. Allora apparirà il segno del Figlio dell’uomo nel cielo, ed ogni occhio lo vedrà. Inoltre, questa settima età è rappresentata dalla settima epoca del mondo. Perché come questa epoca sarà l’ultima a finire il secolo, così la settima epoca sarà l’ultima della Chiesa. Infine, il tipo di questa epoca è la Chiesa di Laodicea, che si spiega con “vomito”. Ora, questa parola è appropriata per l’ultima epoca, durante la quale, in attesa che l’anticristo salga al potere, la carità si raffredderà, la fede verrà meno, tutti i regni saranno in subbuglio ed in agitazione, e si divideranno tra loro; sorgerà una razza di uomini egoisti, accidiosi e tiepidi. I pastori, i Prelati ed i principi saranno ingannevoli, simili agli alberi d’autunno, senza foglie e senza frutti di buone opere; essi saranno come stelle erranti, nuvole senza acqua. E allora Cristo comincerà a vomitare dalla sua bocca la Chiesa, e permetterà a satana di essere sciolto e di spargere il suo potere in tutti i luoghi; e il Figlio della perdizione entrerà nel regno, che è la Chiesa.

II. Questo è ciò che dice Colui che è la verità stessa, il testimone fedele e verace, che è il principio della creatura di Dio. Le prime parole di questo testo contengono nuovi attributi o distintivi di Gesù Cristo. Questo è ciò che dice Colui che è la verità stessa. Il testo latino esprime queste prime parole con la parola amen. “Amen” è una parola ebraica, che significa vero. Questa parola si adatta perfettamente a Cristo, a causa della divinità che ha da sé, e che è la sua essenza, perché è la prima Verità. Per questo San Giovanni, (XIV, 6) dice: « Io sono la via, la verità e la vita. » Questo attributo non può adattarsi a nessun uomo comune, perché ogni uomo è mendace, e solo Dio è verace, il testimone fedele e verace della gloria e della maestà del Padre, al Quale ha reso testimonianza, essendo il Figlio suo stesso e rimanendogli fedele fino alla morte, e alla morte di croce. Che è il principio della creatura di Dio, perché, secondo San Giovanni, I.: 2, «… tutte le cose sono state fatte per mezzo di Lui, e senza di Lui non è stato fatto nulla di ciò che è stato fatto ».  – L’Apostolo inizia esprimendo questi attributi ed insegne divine, per confermare le menti dei suoi servi nella verità del Vangelo, contro l’empietà dell’Anticristo, che, vantandosi di essere il Signore Dio del cielo e della terra, bestemmierà in modo orribile, dicendo che Gesù Cristo non è Dio, che non si è fatto carne e che né la sua testimonianza né il suo Vangelo sono veri, ecc.

Vers. 15. – Conosco le tue opere. Con queste parole, che l’Apostolo ha l’abitudine di usare, egli rimprovera le opere di questo tempo, come è chiaro da ciò che segue: Non sei né freddo né caldo, cioè non avete né il timore di Dio né il fervore della carità, con cui mettereste in pratica la giustizia e la verità. Il freddo e il caldo sono metafore che distinguono queste due virtù. Perché negli ultimi giorni l’iniquità abbonderà e l’amore di molti si raffredderà. (Matteo, XXIV, 12). È dunque con ragione che Gesù-Cristo rimprovera a questa età della Chiesa di non essere né fredda né calda. Piacesse a Dio che tu fossi freddo o caldo! Queste parole contengono una sorta di augurio con cui Nostro Signore Gesù Cristo, nel suo affetto paterno, lamenta il triste stato della sua Chiesa, come un padre o una madre sono soliti lamentare la morte di un figlio o di una figlia, e come un marito piange la moglie che ha amato.

Vers. 16. – Ma poiché siete tiepidi, cioè perché languite e perdete la fede, la speranza e l’amore, e quindi non osservate più i miei comandamenti, facendo opere di giustizia, Io vi vomiterò dalla mia bocca. L’uomo è solito buttare fuori dalla sua bocca ciò che gli appare cattivo e sgradevole, come, per esempio, l’acqua tiepida, che rappresenta, con una vera metafora, il fedele che langue nella fede, nella speranza e nella carità, e che non è più Cristiano se non solo di nome. Per questo dice: ti vomiterò dalla mia bocca. Il testo latino dice: Incipiam, comincerò a vomitarti dalla mia bocca, cioè comincerò a poco a poco a respingerti da me, a dimenticarti, ad abbandonarti e a lasciarti cadere nelle eresie. Vi vomiterò dalla mia bocca, cioè permetterò alle nazioni e all’anticristo di calpestarti, come si usa calpestare la saliva e l’acqua tiepida che si getta a terra. Il popolo cristiano è nella bocca di Cristo attraverso la fede nella sua parola e nel suo Vangelo, e Gesù Cristo lo vomita a causa della follia delle sue abominazioni, permettendo loro di cadere nell’errore e di abbandonare la giustizia. Questo è ciò che Gesù Cristo comincerà a fare verso la fine della sesta epoca, ed è ciò che continuerà a fare nella settima, quando la carità si raffredderà, l’iniquità abbonderà e quasi tutti gli uomini perderanno completamente la loro fede.

Vers. 17. – Tu dici: Io sono ricco ed opulento e non ho bisogno di nulla; e non sai che sei un miserabile, un infelice, povero, cieco e nudo.

Vers. 18. – Io ti consiglio di comprare da me dell’oro provato nel fuoco per arricchirti, e delle vesti bianche per vestirti, affinché non appaia la vergogna della tua nudità; e applica ai tuoi occhi un rimedio affinché tu possa vedere. Gesù Cristo rivela qui, sotto la forma di una correzione paterna, i vizi ed i difetti di quest’epoca, contro i quali dà allo stesso tempo un consiglio salutare ed un rimedio opportuno. Il primo di questi vizi sarà una colpevole presunzione della mente, basata sulla propria conoscenza, che accecherà talmente gli uomini da non riconoscere nemmeno i loro peccati o i loro errori. Diventeranno così induriti nei loro vizi, nelle loro voluttà e menzogne che si giustificheranno e ignoreranno la sana dottrina. Questo è ciò che Gesù Cristo esprime con queste parole: tu dici con falsa iattanza e vana presunzione: Io sono ricco, cioè sono dotato di giustizia, di verità e delle più perfette e belle scienze. Io sono opulento nella conoscenza e nella pratica di tutte le arti. La mia esperienza supera quella di tutti i secoli. E non ho bisogno di nulla. Non ho bisogno di essere istruito da altri. Questo è anche lo spirito satanico degli pseudo-politici e dei falsi Cristiani del nostro tempo, i quali, disprezzando ogni vera scienza, ogni sana dottrina, e non ascoltando più i direttori delle anime, si giustificano in ogni cosa, e seguono solo gli impulsi del loro amor proprio e della loro volontà perversa. In questo modo corrono così verso la loro stessa perdizione. Ne consegue che: E voi non sapete, cioè non riconoscete di essere infelici. Perché tu sei davvero miserabile a causa della tua cecità, della tua mancanza di grazia e della vera luce, e di conseguenza sei anche miserabile a causa dell’inimicizia di Dio, che è la più grande di tutte le miserie. Ma la tua miseria è tanto più grande perché non sai, o non vuoi riconoscere il male, né vuoi usare il rimedio che Io o altri ti proponiamo. Sei infelice a causa della pena che ne seguirà. Inoltre, sei povero di meriti spirituali, meriti che non possono sussistere nello stato di inimicizia in cui ti trovi con Dio. Sei cieco, perché non vedi, e non riconosci i tuoi difetti, i tuoi vizi, la tua povertà e la tua miseria. E tu sei nudo e spoglio delle virtù della vera fede, della speranza, della carità, della giustizia e della religione; perché le virtù sono come l’abito dell’anima. Il secondo vizio di quest’epoca sarà la vana fiducia nelle ricchezze, nei tesori, negli oggetti preziosi, nei ricchi ornamenti, nella magnificenza degli edifici e dei templi, e nello splendore esterno delle cose spirituali e temporali. E poiché tutti questi vantaggi non saranno uniti alla carità verso Dio, non piaceranno a Gesù Cristo. Perché anche i sacrifici dell’Antico Testamento non erano accettati da Dio senza la misericordia. Tutti questi beni diventeranno preda dell’anticristo, che godrà dei tesori delle chiese, dei re, di principi e dei grandi. Egli calpesterà tutto ciò che è santo e sacro; consegnerà alle fiamme e rovinerà completamente i templi più magnifici. Allora ci sarà la più grande desolazione ed abominazione che ci sia mai stata; perché tutto ciò che è santo sarà consumato. Questo è ciò che dal fuoco è ridotto in cenere. È contro tali disgrazie che Gesù Cristo dà qui un consiglio salutare ed un avvertimento prezioso: Ti consiglio, già morente ed in lotta contro la morte, di comprare da me, invece di tutti questi tesori, dell’oro provato dal fuoco della carità e della sapienza celeste, con delle opere di misericordia, con delle elemosine e con delle pie fondazioni. Vi consiglio di comprare da me l’oro provato, che il tiranno non può portarti via e che nessuno può corrompere, come fecero San Lorenzo ed altri Santi martiri che, avvicinandosi alla morte e nell’ora della tentazione, distribuirono ai poveri i tesori della Chiesa e comprarono l’oro provato della carità, la cui fiamma ardente li aiutò a sopportare il fuoco e tutti gli altri supplizi dei tiranni. Questo è ciò che i santi di Dio devono fare, specialmente in questi ultimi tempi di calamità, dopo i quali non ci sarà più tempo e non ci sarà bisogno di oro, argento, vasi preziosi o di tesori. Così ci esorta paternamente Nostro Signore Gesù Cristo. Per arricchirti, cioè per arricchirci di tesori celesti che nessuno può o potrà toglierci nell’eternità, se facciamo di noi stessi il sacrificio di questi beni deperibili e di breve durata. Io ti consiglio di comprare da me …. abiti bianchi per vestirti, cioè abiti di virtù e vantaggi che Dio ti darà come ricompensa per la tua carità e le tue opere di misericordia. Compra questo oro, per non mostrare la vergogna della tua nudità. Copri i tuoi peccati, che sono come la nudità dell’anima; perché la carità ci ottiene il perdono della moltitudine dei nostri peccati.

 E applica sui tuoi occhi il collirio che ti faccia vedere. Il collirio è un rimedio; gli occhi dell’anima sono la memoria e l’intelletto. Ora, questi occhi dell’anima sono spesso oscurati ed accecati dal richiamo dei beni terreni. Il rimedio che Dio propone qui come medicina spirituale contro queste due malattie degli occhi, per preservarci dalla cecità spirituale, consiste soprattutto nella considerazione degli ultimi fini, e nella meditazione sulle Sacre Scritture. Questi rimedi saranno particolarmente necessari in questi ultimi tempi ai soldati di Gesù Cristo, a causa dell’orrore dei tormenti, degli errori e degli inganni dei falsi profeti, ed anche a causa degli scandali e della perdita totale della fede. È dunque per il nostro bene che Gesù Cristo ci avverte, dicendo: Applica un rimedio ai tuoi occhi, cioè, applica gli occhi della tua anima alla meditazione dei tuoi ultimi fini; scruta le sacre Scritture, per distinguere meglio la vanità dei beni presenti dalla solidità dei beni futuri. Cerca di distinguere anche la verità dall’iniquità del tiranno, che cercherà di sedurti con false promesse, con l’adulazione, con falsi prodigi e miracoli.

Vers. 19. – Io rimprovero e castigo coloro che amo; cioè, come un padre avverte i suoi figli amati, così Io vi rimprovero, vi avverto e vi informo dei difetti che dovete correggere e dei pericoli che dovete evitare. E Io castigo coloro che amo, permettendo avversità, tribolazioni e persecuzioni contro di loro in questa vita; e li sottopongo al potere degli empi, secondo il Salmista, Ps. LXV, 12: « Tu hai sollevato gli uomini sulle nostre teste, siamo passati attraverso il fuoco e l’acqua, e ci hai portato al luogo di ristoro. »

III. Riaccendi il tuo zelo, allora, e fai penitenza. Queste parole contengono due ordini da seguire, e che Gesù Cristo intima ai fedeli che vivranno in quest’ultima prova, cioè il buon esempio e la penitenza. Riaccendete il vostro zelo, imitate i miei coraggiosi e prudenti soldati, che soffrirono simili persecuzioni sotto Diocleziano ed altri tiranni. E fa’ penitenza per i tuoi peccati, rialzati prontamente dalla tua caduta, come fece Papa Marcellino, che, dopo aver sacrificato agli dèi nel timore dei tormenti e della morte, fece nondimeno penitenza.

Vers. 20. – Io sono alla porta e busso; se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, Io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me. Queste parole ci annunciano l’arrivo ed il pasto dell’Agnello, al quale ci invita dicendo: Sono alla porta e busso. Gesù Cristo sarà alla porta della Sua Chiesa quando verrà per il giudizio alla fine del mondo. E busserà quando gli uomini vedranno i segni e la grande tribolazione che ha predetto in Matteo XXIV, 32, dove aggiunge, nella parabola del fico: « Imparate e sappiate che quando vedrete queste cose, il Figlio dell’uomo è vicino ed è alla porta. » – Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta. In quel tempo si sentiranno due voci: una vera e santa, che sarà quella di Gesù Cristo, e l’altra falsa ed empia, che sarà quella dell’Anticristo e dei suoi seguaci; poiché essi diranno che l’Anticristo è il Messia. È contro quest’ultima voce che Gesù Cristo ci mette in guardia quando dice in San Matteo, XXIV, 23: « Se dunque qualcuno vi dice che Cristo è qui o là, non credetegli. » L’altra voce è quella di Gesù Cristo, che dice nella Sacra Scrittura di essere veramente il Messia ed il Figlio di Dio. Questa voce sarà udita per bocca di Enoch ed Elia, e degli altri servi di Dio, che allora resisteranno all’anticristo, e predicheranno che Gesù Cristo è il vero Messia, che Egli è Dio e uomo, e che si è fatto carne, etc. È quindi con ragione che Gesù Cristo ci dice qui: Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta del suo cuore, credendo in me, Io entrerò in lui con la grazia della mia consolazione, in mezzo a tutti i tormenti e a tutte le avversità. E Io cenerò con lui ed egli con me. La cena corporale è il ristoro che l’uomo prende prima del sonno, così come la Cena del Signore è il ristoro dell’anima prima del sonno, come la santa cena è la refezione dell’anima prima della morte. È in questo senso che Gesù Cristo dice: Io mangerò con lui, cioè lo ristorerò, lo rafforzerò nella morte con la grazia della perseveranza … e si nutrirà con me, cioè sopporterà i tormenti fino alla morte, per ottenere la corona dell’immortalità.

Vers. 21. – A colui che sarà vincitore del mondo, della carne, del demonio e della morte, Io gli darò di sedere con me sul mio trono, come Io stesso ho vinto e mi sono seduto con il Padre mio sul suo trono. Queste parole promettono ai soldati di Gesù Cristo, che saranno stati vittoriosi nell’ultima agonia di questo mondo, il potere e l’onore di giudicare i vivi e i morti, proprio come Gesù Cristo ha promesso ai suoi Apostoli in Matteo XIX, 28: « In verità vi dico che voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell’uomo siederà sul trono della gloria nel tempo della rigenerazione, anche voi siederete su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele. » Ora, Gesù Cristo promette ai suoi servi dell’ultima epoca una insigne distinzione in cielo, che sarà il potere giudiziario e la gloria di sedere su di un trono, come ricompensa per la difficile vittoria che avranno ottenuto nella più grande delle persecuzioni.

Vers. 22. Chi ha orecchio, ascolti ciò che lo spirito dice alle chiese.

FINE DEL PRIMO LIBRO

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI INFAMI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO IX – “EXULTAVIT COR NOSTRUM”

Il Sommo Pontefice Pio IX in questa breve Enciclica si felicita con i Vescovi di tutta la Cristianità, per i buoni risultati spirituali del Giubileo appena trascorso e cerca di prolungarli con un nuovo Giubileo foriero di grazia per i peccatori pentiti e lavati dal lavacro della Confessione e dal sacramento dell’Eucaristia. Ma non dimentica di elencare, almeno parzialmente, i mali che affliggono la Cristianità tutta da parte dei soliti “noti”: i nemici di Dio, della sua Chiesa e della Sede Apostolica, e quindi, di tutta l’umanità, come giustamente li definisce l’Apostolo delle geni « … infatti, nessuno fra Voi, Venerabili Fratelli, ignora con quante subdole arti, con quali mostruosi strumenti di opinione, con quali nefande macchinazioni i nemici di Dio e del genere umano cercano di pervertire le menti di tutti e si sforzano di corrompere i costumi, onde, se fosse loro possibile, distruggere ovunque la Religione e svellere i vincoli della civile società e distruggerla dalle fondamenta…». Vediamo che dopo quasi due secoli, i propositi sono ancora gli stessi, amplificati e centuplicati dall’azione di una élite mondialista cabalista che ha occupato tutte le leve mondiali di comando, finanche  (dal 1958) quelle usurpate alla Santa Chiesa Cattolica Romana ove è stato imposta una serie di ridicole marionette dedite a culti osceni o francamente satanici (si pensi al baphomet-signore dell’universo), che conducono gli sprovveduti, ma colpevolmente ignoranti pseudo-fedeli, come pecore al macello tra eresie indicibili, apostasie “ecumeniche” vergognose e culti scismatici sacrileghi, il tutto con l’ausilio di complici prelati – veri e falsi – infedeli che occupano usurpandole, tutte le sedi diocesane e l’intero cardinalato modernista. La “bestia” e tutti i suoi adepti ha riconquistato, almeno all’apparenza, il primato nel mondo, quel principato che Gesù Cristo aveva strappato al drago maledetto alla sua prima parusia, con la morte in croce e con la sua gloriosa Resurrezione. Ma non perdiamoci d’animo, una persecuzione terribile ci aspetta, Dominus irridebit eos… ma alla fine ci sarà la seconda e definitiva parusia del Signore che brucerà con il soffio della sua bocca le bestie, i suoi adepti ed il dragone infernale nell’anticristo.


S. S. Pio IX
Exultavit cor nostrum

Esultò il Nostro cuore nel Signore, Venerabili Fratelli, e abbiamo reso le più umili e grandi grazie al clementissimo Padre di tutte le misericordie e al Dio di ogni consolazione perché, fra le assidue e gravissime angustie dalle quali siamo oppressi in questa e così grande malvagità di tempi, abbiamo ricevuto notizie da molte Vostre testimonianze circa i lieti e abbondanti frutti del Sacro Giubileo da Noi concesso: frutti che, con il favore della Grazia divina, ridondarono sui popoli affidati alle Vostre cure. – Ci avete comunicato infatti che in questa occasione le popolazioni fedeli delle vostre Diocesi sono accorse ai sacri templi con somma frequenza e in ispirito di umiltà e con l’animo contrito, per assistere alla predicazione della Parola di Dio e per accedere alla Mensa Divina dopo aver purificato le loro anime dalle sozzure del peccato per mezzo del Sacramento della riconciliazione; contemporaneamente hanno elevato a Dio Ottimo Massimo fervide preghiere secondo le Nostre intenzioni. È dunque avvenuto che non pochi, con l’aiuto della Grazia divina, da una condotta viziosa hanno intrapreso un salutare cammino di vita seguendo i sentieri della verità. Tutte queste notizie Ci procurarono grande consolazione e gioia, poiché grandemente ansiosi e solleciti per la salvezza di tutti gli uomini a Noi affidati da Dio, nulla più ardentemente desideriamo e chiediamo a Dio con tutti i voti e con preghiere di giorno e di notte nell’umiltà del Nostro cuore, che tutti i popoli, le genti e le nazioni, camminando ogni giorno più nelle vie della fede, arrivino a riconoscerlo e Lo amino, e adempiano la Sua santissima legge e perseverino nella via che conduce alla vita. – Sebbene, Venerabili Fratelli, da una parte dobbiamo grandemente allietarci per il fatto che le popolazioni delle Vostre Diocesi abbiano ricevuto grandi benefici spirituali dal sacro Giubileo, d’altra parte non poco dobbiamo dolerci quando vediamo quale aspetto luttuoso e di afflizione presentano la nostra santissima Religione e la civile società in questi miserabilissimi tempi. Infatti, nessuno fra Voi, Venerabili Fratelli, ignora con quante subdole arti, con quali mostruosi strumenti di opinione, con quali nefande macchinazioni i nemici di Dio e del genere umano cercano di pervertire le menti di tutti e si sforzano di corrompere i costumi, onde, se fosse loro possibile, distruggere ovunque la religione e svellere i vincoli della civile società e distruggerla dalle fondamenta. – Di qui dobbiamo deplorare una caligine di errori diffusa nelle menti di molti; una guerra aspra contro tutta la cattolicità e contro questa Sede Apostolica; l’odio terribile contro la virtù e l’onestà; i peggiori vizi considerati onesti con nome menzognero; una sfrenata licenza di tutto opinare, di vivere e di tutto osare; l’insofferente intolleranza di qualsiasi autorità, potere o comando; il disprezzo e il ludibrio per tutte le cose sacre, per le leggi più sante e per le migliori istituzioni; una miseranda corruzione dell’improvvida gioventù; una colluvie pestifera di cattivi libri, di libelli volanti, di giornali e riviste che insegnano a peccare; il mortifero veleno dell’incredulità e dell’indifferentismo; i moti di empie cospirazioni e ogni diritto, sia umano, sia divino, disprezzato e deriso. E non Vi è ignoto, Venerabili Fratelli, quali ansietà, quali dubbi, quali esitazioni e quali timori sollecitino e angustino per conseguenza gli animi di tutti, specialmente dei benpensanti, poiché sono da temere i peggiori mali per il costume pubblico e privato allorché gli uomini, allontanandosi miseramente dalle norme della giustizia, della verità e della religione, e servendo alle malvagie e indomite passioni, tramano nel loro cuore qualsiasi nefandezza. – In così grave frangente ognuno può vedere che tutte le nostre speranze devono essere poste in Dio, nostra salvezza, e che si devono rivolgere a Lui fervide e continue preghiere, affinché, effondendo su tutti i popoli le ricchezze della sua misericordia e illuminando le menti di tutti col lume della sua celeste grazia, si degni ricondurre gli erranti sulla via della giustizia e convertire a Sé le volontà ribelli dei suoi nemici, infondendo in tutti l’amore e il timore del suo Santo Nome, e donando lo spirito di pensare e agire sempre cercando tutto ciò che è buono, tutto ciò che è vero, tutto ciò che è pudico, tutto ciò che è giusto e santo. – E poiché il Signore è soave, mite, misericordioso e generoso verso tutti coloro che Lo invocano, guarda con benevolenza all’orazione degli umili e manifesta la sua onnipotenza specialmente perdonando e usando misericordia, andiamo, o Venerabili Fratelli, con fiducia al trono della Grazia per conseguire misericordia e trovare grazia nell’aiuto opportuno. Infatti, chiunque chiede riceve, chi cerca trova, e a chi bussa viene aperto (Mt VII, 8). E prima di tutto rendiamo grazie imperiture al Signore delle misericordie e con labbro di esultanza lodiamo il suo Santo Nome, poiché si degna di compiere azioni mirabili di misericordia in molte regioni dell’orbe cattolico. Poi non desistiamo di pregare e supplicare il Signore, incessantemente e umilmente, tutti animati da ferma speranza, da sincera fede e ardente carità, affinché liberi la Sua Chiesa santa da tutte le calamità, e ampliandola l’accresca in tutto il mondo e la esalti ogni giorno più, e purifichi il mondo da tutti gli errori, e conduca tutti gli uomini alla conquista della verità e sulla via della salvezza; allontani i flagelli della sua ira, che abbiamo meritato con i nostri peccati; comandi al vento e al mare e riporti la tranquillità e conceda a tutti la tanto sospirata pace e salvi il suo popolo e benedica la sua eredità e la diriga e la conduca ai beni celesti. – Affinché poi Dio più facilmente pieghi il suo orecchio alle nostre preghiere e ascolti le nostre suppliche, alziamo i nostri occhi e le nostre supplici mani alla santissima e immacolata Madre di Dio, la Vergine Maria, che è anche Madre nostra, della quale non c’è altro più continuo e valido aiuto e patrocinio presso Dio; anzi, come Madre nostra amantissima e nostra massima speranza, è la ragione di ogni nostra fiducia, poiché quello che Ella cerca lo trova, e non può essere delusa. Cerchiamo inoltre l’aiuto sia del Principe degli Apostoli (a cui Cristo stesso ha consegnato le chiavi del Regno dei Cieli e che ha costituito come pietra e fondamento della sua Chiesa, contro la quale mai potranno prevalere le potenze dell’inferno), sia del suo coapostolo Paolo e di tutti i Santi Patroni delle singole città e regioni e di tutti gli altri Santi, affinché il Signore elargisca a tutti copiosamente i doni della sua bontà. – Pertanto, Venerabili Fratelli, mentre Noi ordiniamo che si facciano pubbliche preghiere in questa Nostra alma Città, con questa lettera richiamiamo Voi stessi e le popolazioni a Voi affidate ad unirsi a Noi nelle preghiere e suppliche, e facciamo appello alla egregia Vostra devozione e pietà affinché anche nelle Vostre Diocesi procuriate di indire pubbliche orazioni per implorare la divina clemenza. E affinché i fedeli con più ardente animo si dedichino a queste preghiere che Voi stabilirete, abbiamo decretato di offrire ancora una volta i celesti tesori della Chiesa, sotto forma di Giubileo, come potrete chiaramente comprendere dall’altra Nostra Lettera aggiunta a questa. E così Ci solleviamo a quella speranza, Venerabili Fratelli, che gli Angeli della pace, che hanno in mano le coppe d’oro e il turibolo aureo, offrano al Signore sul Suo Altare le umili nostre preghiere e quelle di tutta la Chiesa e che Egli, accettandole con volto benigno e approvando i Nostri voti, i Vostri e quelli di tutti i fedeli, voglia dissipare tutte le tenebre, disperdere le tempeste di tutti i mali, porgere la Sua destra ausiliatrice alla causa sia della cristianità, sia della società civile, e far sì che in tutti gli uomini ci sia un unico orientamento delle menti, un’unica pietà di azioni, un unico amore per la fede religiosa, per la virtù, per la verità e per la giustizia; un unico intento di pacificazione, un unico vincolo di carità; e così si amplifichi il Regno dell’Unigenito suo Figlio e Signore nostro, Gesù Cristo, in tutto il mondo e sia sempre più solido ed esaltato. – Infine, auspice di tutti i doni celesti e dell’ardentissima carità nei Vostri confronti, ricevete l’Apostolica Benedizione che impartiamo con tutto l’affetto del cuore a Voi, Venerabili Fratelli, e a tutti i Chierici e ai Laici affidati alla Vostra vigilanza.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 21 novembre 1851, nell’anno sesto del Nostro Pontificato.

DOMENICA XVII DOPO PENTECOSTE (2021)

DOMENICA XVII DOPO PENTECOSTE – 2021 –

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio. – Paramenti verdi.

La storia di Tobia che si legge nell’Officio divino a questa epoca, coincide spesso con questa Domenica. Sarà dunque cosa utile, continuare a studiare la Messa in relazione col biblico racconto. Tobia sarebbe vissuto, sembra, sotto il regno di Salmanasar, verso la fine del secolo VIII prima di Cristo, al tempo della deportazione degli Israeliti in Assiria. Come Giobbe, questo santo personaggio, diede prova di costanza e di fedeltà a Dio in mezzo a tutte le sue afflizioni. « Non abbandonò mai la via della verità, distribuendo ogni giorno quanto poteva avere ai fratelli e a quelli della sua nazione, che con lui erano in prigionia e, quantunque egli fosse il più giovane nella tribù di Nephtali, nulla di puerile riscontravasi nei suoi atti ». Il Salmo dell’Introito può essergli applicato, poiché parla di un adolescente che fin dai suoi più teneri anni ha camminato nella legge del Signore. Fino dagli anni della sua fanciullezza, dice la Sacra Scrittura, «Tobia osservava ogni cosa conformemente alla legge di Dio. Sposata una donna della sua tribù, per nome Anna, ne ebbe un figlio cui diede il proprio nome e al quale insegnò fin dall’infanzia a temere Iddio e ad astenersi da ogni peccato. Condotto prigioniero a Ninive, Tobia di tutto cuore si ricordò di Dio, visitando gli altri prigionieri e dando loro buoni consigli, consolandoli e distribuendo a tutti del proprio avere, secondo quello che poteva. Nutriva chi aveva fame, vestiva quelli che erano nudi, e seppelliva con cura quelli che erano morti o che erano stati uccisi». Dio permise che divenisse cieco, affinché la sua pazienza servisse di esempio alla posterità come quella del sant’uomo Giobbe. « Avendo sempre temuto il Signore fin dalla sua infanzia ed avendo osservato i suoi comandamenti, non si rattristò contro Dio per essere stato colpito da questa cecità, ma rimase fermo nel timore di Dio, rendendogli grazie tutti i giorni della sua vita ». « Noi siamo figli dei santi, soleva dire, e attendiamo quella vita che Dio deve dare a coloro che non hanno mai cambiato la loro fede verso di Lui ». E poiché sua moglie insultava alla sua disgrazia, Tobia proruppe in gemiti e cominciò a pregare con lagrime (Allel.), dicendo parole che sono identiche a quelle dell’Introito: «Tu sei giusto, Signore, tutti i giudizi tuoi sono equi e tutti i tuoi disegni sono misericordiosi. Ed ora, o Signore, trattami secondo la tua volontà ». E, parlando a suo figlio Tobia, disse: « Figlio mio, abbi sempre in mente Dio tutti i giorni della tua vita, e guardati bene dall’acconsentire ad alcun peccato. Fa’ elemosina dei tuoi beni e non distogliere il tuo volto dal povero. Sii caritatevole in quel grado che puoi e quello che ti dispiacerebbe fosse fatto a te, guardati bene dal farlo ad altri ». Questo precetto dell’amore di Dio e del prossimo e la sua attuazione sono inculcati dall’Epistola e dal Vangelo: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, tutta l’anima tua e tutto il tuo spirito, e il prossimo tuo come te stesso» (Vang.). «Camminate in umiltà, dolcezza e pazienza, sopportandovi a vicenda con carità, sforzandovi di mantenere l’unità di spirito nei vincoli della pace » (Ep.). Tobia mandò suo figlio presso Gabelo a Rages, sotto la guida dell’Arcangelo Raffaele. Per via, l’Angelo disse a Tobiolo di prendere un pesce che lo aveva voluto divorare e di serbarne il fegato per scacciare ogni specie di demoni e gli indicò inoltre il mezzo per prendere in moglie Sara, senza che il demonio, che aveva già uccisi i suoi primi sette mariti, potesse fargli del male. « Il demonio, spiegò l’Arcangelo, ha potere su coloro che nel contrar matrimonio bandiscono Dio dal loro cuore e ad altro non pensano se non a soddisfare la loro passione». L’Orazione prega Iddio di dare al suo popolo la grazia di evitare i contatti diabolici, « affinché possa con puro cuore essere unito a te solo che sei il suo Dio ». « Come figli di Dio, noi non possiamo, dissero Tobia e Sara, sposarci come pagani, che non conoscono Dio», e «pregarono insieme istantemente il Signore che ha fatto il cielo e la terra, il mare, le sorgenti ed i fiumi con tutte le creature che contengono ». E Dio « benedisse il loro matrimonio, come aveva benedetto quello dei patriarchi, affinché essi avessero dei figli della stirpe di Abramo » (Graduale). Tobia ritornò con Sara e guarì suo padre dalla cecità e questi allora intonò un cantico di ringraziamento, una specie di Benedictus o di Magnificat, nel quale scoprì le grandiose aspettative messianiche: « Gerusalemme tu castigata per le sue opere malvagie, ma essa brillerà di fulgida luce e si rallegrerà nei secoli dei secoli. Dai lontani paesi verranno verso lei le nazioni, portandole delle offerte e adoreranno in essa il Signore. Maledetti saranno coloro che la disprezzeranno e quelli che la bestemmieranno saranno condannati. Beati, continua egli, coloro che ti amano! Io sarò felice se qualcuno della mia stirpe sopravvivrà per vedere lo splendore di Gerusalemme. Le sue porte saranno di zaffiri e di smeraldi e tutta la cinta delle sue mura sarà di pietre preziose. Tutte le pubbliche piazze saranno lastricate di pietre bianche e pure e nelle strade si canterà: Alleluia. La rovina di Ninive è vicina, poiché la parola di Dio non resta senza effetto ». È questo il « cantico nuovo che troviamo nel Salmo del Graduale « Dio è fedele alla sua parola; Egli dissipa i progetti delle nazioni e rovescia i consigli dei principi. Beato il popolo che Egli ha scelto per suo retaggio. Palesa, o Signore, la tua misericordia su di noi, secondo la speranza che abbiamo posta in te ». E il Salmo del Communio aggiunge: « Dio ha infranto tutte le forze nemiche, i re superbi sono stati abbattuti e i loro eserciti distrutti. Offrite dunque sacrifizi di ringraziamento a questo Dio terribile », poiché, continua l’Offertorio, « Egli ha gettato uno sguardo favorevole sul popolo in favore del quale il suo Nome è stato invocato ». – Gerusalemme, ove il popolo di Dio regna e ove affluiscono tutte le nazioni per lodare il Signore, è il regno di Dio, è la Gerusalemme celeste. Tutti vi sono chiamati con una comune vocazione a formarvi « un solo corpo », la Santa Chiesa, che è una nuova creazione, dice S. Gregorio Magno, e che è animata da « un solo Spirito, una sola speranza, un solo battesimo e una sola fede in un solo Signore » (Epistola). È Gesù Cristo, Figlio di Dio e Figlio di David, che il « Dio unico e Padre di tutti gli uomini, ha fatto sedere alla sua destra fino al giorno in cui tutti i suoi nemici, vinti, saranno sgabello ai suoi piedi». Questo Dio « sia benedetto nei secoli dei secoli » (Epistola). – L’unità della nostra fede, del nostro battesimo e delle nostre speranze, come pure dello Spirito Santo, di Cristo e di Dio Padre, dice S. Paolo, fa a tutti noi un dovere di essere uniti dai vincoli della carità, sopportandoci a vicenda. Il comandamento di Dio di amare il prossimo è simile a quello che ci fa amare Dio, poiché è per amor suo che amiamo il prossimo. « Doppio è il comandamento, dichiara S. Agostino, ma una è la carità ». E per consolidare il suo insegnamento agli occhi dei farisei, Gesù Cristo dà loro, in un testo di David, una prova della sua divinità. Dobbiamo dunque, nella fede e nell’amore, essere uniti a Cristo Gesù. « Interrogato circa il primo comandamento, Gesù rivela il secondo, che non è inferiore al primo, facendo loro comprendere che lo interrogavano soltanto per odio, poichéla carità non è invidiosa » (I Cor. XIII, 4). Egli dimostra inoltre il suo rispetto per la Legge ed i Profeti. Dopo aver risposto, Cristo interrogò a sua volta, e dimostra che pur essendo figlio di David, ne è il Signore, essendo Egli il Figlio unico del Padre, e li spaventa dicendo che un giorno avrebbe trionfato su tutti coloro che si oppongono al suo regno, poiché Iddio farà dei suoi nemici sgabello ai suoi piedi. Con ciò dimostra la concordia e l’unione che esiste fra Lui e il Padre » (S. Giov. Crisostomo – Mattutino).

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps CXVIII: 137;124
Justus es, Dómine, et rectum judicium tuum: fac cum servo tuo secúndum misericórdiam tuam.

[Tu sei giusto, o Signore, e retto è il tuo giudizio; agisci col tuo servo secondo la tua misericordia.]

Ps CXVIII: 1
Beáti immaculáti in via: qui ámbulant in lege Dómini.

[Beati gli uomini retti: che procedono secondo la legge del Signore.]

Justus es, Dómine, et rectum judicium tuum: fac cum servo tuo secundum misericórdiam tuam.

[Tu sei giusto, o Signore, e retto è il tuo giudizio; agisci col tuo servo secondo la tua misericordia.]

Oratio

Oremus.
Da, quǽsumus, Dómine, populo tuo diabólica vitáre contágia: et te solum Deum pura mente sectári.

[O Signore, Te ne preghiamo, concedi al tuo popolo di evitare ogni diabolico contagio: e di seguire Te, unico Dio, con cuore puro.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Ephésios.
Ephes IV: 1-6


“Fatres: Obsecro vos ego vinctus in Dómino, ut digne ambulétis vocatióne, qua vocáti estis, cum omni humilitáte et mansuetúdine, cum patiéntia, supportántes ínvicem in caritáte, sollíciti serváre unitátem spíritus in vínculo pacis. Unum corpus et unus spíritus, sicut vocáti estis in una spe vocatiónis vestræ. Unus Dóminus, una fides, unum baptísma. Unus Deus et Pater ómnium, qui est super omnes et per ómnia et in ómnibus nobis. Qui est benedíctus in sæcula sæculórum. Amen.”

[“Fratelli: Io prigioniero nel Signore vi scongiuro che abbiate a diportarvi in modo degno della vocazione, cui siete stati chiamati, con tutta umiltà e mansuetudine, con pazienza, sopportandovi con carità scambievole, solleciti di conservare l’unità dello spirito nel vincolo della pace. Un sol corpo e un solo spirito, come siete stati chiamati a una sola speranza per la vostra vocazione. Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è sopra tutti, che opera in tutti, che dimora in tutti. Egli sia benedetto nei secoli dei secoli. Così sia.”]

LA VOCAZIONE.

Come sono solenni e dense di significato le poche battute con cui si apre il brano domenicale della Epistola agli Efesini! Vi scongiuro, — dice l’Apostolo, e perché lo scongiuro sia più efficace e commovente, si chiama prigioniero di Dio (in Dio), — a camminare degnamente in quella che è la vostra vocazione. E il pensiero corre subito alla «vocazione » di Cristiani, quali erano proprio e tutti i suoi primi, immediati lettori. C’è sotto alle parole dell’Apostolo, una grande, una nobilissima idea di questa vocazione cristiana. È Iddio che chiama i suoi figli dalle tenebre del paganesimo, dalla penombra della religione naturale, alla luce del Cristianesimo. Ogni Cristiano è un chiamato da Dio. Molti lo hanno dimenticato, lo dimenticano. Credono che l’essere Cristiani sia la cosa più naturale del mondo: che si nasca Cristiani come si nasce bimani o bipedi, che la vocazione sia un privilegio di pochi, e precisamente di quei pochi che si avviano al Sacerdozio, oppure entrano in un Monastero. Idee piccole e false. Dio ci ha chiamati, tutti e ciascuno, noi Cristiani alla Religione nostra, al Cristianesimo, al Vangelo che è e rimane una grazia! Ci vuole Lui Cristiani. Manda i Suoi apostoli a battezzarci, a istruirci, a convertirci. Nobilissima vocazione, perché Dio ci chiama nel Cristianesimo mercè del Battesimo, ci chiama ad essere suoi figlioli: «ut fili Dei nominemur et simus. » Basta pronunciare bene, sillabando, meditando, questa parola fili Dei, per capire l’altezza di questa dignità e la gravità degli obblighi che ne conseguono. Bisogna rendersi, in qualche modo, degni del nome e del carattere di figli, ricevuti nel Santo Battesimo, con la bontà delle opere. Bisogna vivere da figli di Dio; vivere veramente da buoni Cristiani. C’è qui tutto un programma, riassunto ancor più largamente nelle parole di un Santo Pontefice, grande anima romana e cristiana, San Leone Magno: — Riconosci, o Cristiano, la tua dignità, e, diventato partecipe della natura divina (non è forse il figlio della stessa natura del padre?) non volere con una condotta degenere tornare all’antica bassezza e viltà. — Sentiamola questa dignità di Cristiani oggi meglio d’allora, oggi dopo quasi duemila anni di esperienza, dopo che, con la loro vita, milioni di Santi e di Eroi, ci hanno mostrato che cosa può produrre di eroico il Vangelo in un’anima, in una società. Diventare Cristiani col Battesimo, oggi, vuol dire ricevere una eredità gloriosa di bene, inserirsi in una corrente luminosa, calda, satura di ciò che vi è al mondo di più sacro e più augusto. E ciò non toglie che ciascuno di noi abbia anche una vocazione, una destinazione, una destinazione provvidenziale in un altro senso. Perché ognuno è chiamato poi dal Padre a servirLo in modo speciale. Nella Casa del Padre, ci sono molte mansioni, o funzioni, come in tutte le case bene ordinate, e ciascuno ha la sua, e tutte sono materialmente diverse ma tutte sono spiritualmente belle e nobili, perché nulla è ignobile nella casa del Padre Celeste, Iddio. E noi dobbiamo stare al nostro posto, fedeli e valorosi come soldati che montano la guardia, e lavorano, e combattono, sapendo di contribuire veramente a una sola, grande vittoria: la vittoria di Dio.

P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939.

(Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

Graduale

Ps XXXII: 12;6
Beáta gens, cujus est Dóminus Deus eórum: pópulus, quem elégit Dóminus in hereditátem sibi.

[Beato il popolo che ha per suo Dio il Signore: quel popolo che il Signore scelse per suo popolo.]

Alleluja

Verbo Dómini cœli firmáti sunt: et spíritu oris ejus omnis virtus eórum. Allelúja, allelúja

[Una parola del Signore creò i cieli, e un soffio della sua bocca li ornò tutti. Allelúia, allelúia]


Ps CI: 2
Dómine, exáudi oratiónem meam, et clamor meus ad te pervéniat. Allelúja.

[O Signore, esaudisci la mia preghiera, e il mio grido giunga fino a Te. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthæum.
Matt. XXII: 34-46

“In illo témpore: Accessérunt ad Jesum pharisæi: et interrogávit eum unus ex eis legis doctor, tentans eum: Magíster, quod est mandátum magnum in lege? Ait illi Jesus: Díliges Dóminum, Deum tuum, ex toto corde tuo et in tota ánima tua et in tota mente tua. Hoc est máximum et primum mandátum. Secúndum autem símile est huic: Díliges próximum tuum sicut teípsum. In his duóbus mandátis univérsa lex pendet et prophétæ. Congregátis autem pharisæis, interrogávit eos Jesus, dicens: Quid vobis vidétur de Christo? cujus fílius est? Dicunt ei: David. Ait illis: Quómodo ergo David in spíritu vocat eum Dóminum, dicens: Dixit Dóminus Dómino meo, sede a dextris meis, donec ponam inimícos tuos scabéllum pedum tuórum? Si ergo David vocat eum Dóminum, quómodo fílius ejus est? Et nemo poterat ei respóndere verbum: neque ausus fuit quisquam ex illa die eum ámplius interrogare”.

[“In quel tempo, accostandosi i Farisei a Gesù, avendo saputo com’Egli aveva chiusa la bocca ai Sadducei, si unirono insieme: e uno di essi, dottore della legge, lo interrogò per tentarlo: Maestro, qual è il gran comandamento della legge? Gesù dissegli: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, e con tutta l’anima tua, e con tutto il tuo spirito. Questo è il massimo e primo comandamento. Il secondo poi è simile a questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti pende tutta quanta la legge, e i profeti. Ed essendo radunati insieme i Farisei, Gesù domandò loro, dicendo: Che vi pare del Cristo, di chi è egli figliuolo? Gli risposero: di Davide. Egli disse loro: Come adunque Davide in ispirito lo chiama Signore dicendo: Il Signore ha detto al mio Signore: Siedi alla mia destra, sino a tanto che io metta i tuoi nemici per sgabello ai tuoi piedi? Se dunque Davide lo chiama Signore, come è Egli suo figliuolo? E nessuno poteva replicargli parola; né vi fu chi ardisse da quel dì in poi d’interrogarlo”.]

Omelia

(Discorsi di s. G. B. M. VIANNEY Curato d’Ars – vol. IV, 4° ed. Torino, Roma; Ed. Marietti, 1933)

Sull’amore di Dio.

“Diliges Dominum Deum tuum.”

(Luc. x, 27).

Leggiamo nell’Evangelo, Fratelli miei, che un giovane presentatosi a Gesù Cristo, gli disse: “Maestro, che cosa bisogna fare per conseguire la vita eterna? „ Gesù Cristo gli rispose: ” Che cosa sta scritto nella Legge? „ — “Amerai il Signore Dio tuo, replicò il giovine, con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le tue forze, ed il prossimo tuo come te stesso: tutto questo io lo faccio. „ — “Ebbene – soggiunsegli Gesù Cristo – va, vendi quanto hai, dallo ai poveri, ed avrai un tesoro in cielo. „ Questa espressione di Gesù: vendi quanto hai e dallo ai poveri, lo afflisse grandemente. Gesù Cristo voleva mostrargli che colle opere e non colle parole soltanto facciamo vedere se amiamo davvero Iddio. Se per amarlo, ci dice S. Gregorio, bastasse dire che lo si ama, l’amor divino non sarebbe tanto raro quanto lo è, perché non vi è nessuno che interrogato se ama il buon Dio, non risponda subito che lo ama con tutto il suo cuore: lo dirà il giusto ed anche il peccatore; il giusto lo dirà solo tremando, ad esempio di S. Pietro (Joann. XXI, 17); mentre il peccatore lo dirà forse con una franchezza che sembra persuaderne la sincerità; ma s’inganna assai, perché l’amor di Dio non consiste nelle parole, ma nelle opere (Joann. III, 18). Sì, F. M., amare Iddio con tutto il cuore è cosa tanto giusta, ragionevole, ed, in certo qual modo, naturale, che quelli di noi, la cui vita è più opposta all’amor del Signore, non lasciano però di pretendere e d’essere persuasi di amarlo. Perché tutti credono d’amar Dio, sebbene la loro condotta sia affatto contraria a quest’amore divino? Ah! F. M., perché tutti cercano la loro felicità, e solo questo amore può procurarla; perciò tutti vogliono persuadersi d’amare Iddio. Eppure, non v’è cosa tanto rara quanto questo amore divino. Vediamo adunque in che consista quest’amore, e come possiamo conoscere se amiamo Dio. – E per meglio intenderlo, consideriamo:

1°, da una parte, quanto Gesù Cristo ha fatto per noi;

2°, dall’altra, che cosa dobbiamo fare per Lui.

I. —  È  certissimo, F. M., che Dio ci ha creati per amarlo e servirlo. Tutte le creature della terra sono fatte per amare Iddio, perché, F. M., Dio ci ha dato un cuore, i cui desiderii sono così vasti e così estesi, che nessuna cosa è capace di saziarlo. E per sforzarci, in certo modo, a non attaccarci che a Lui, a non amare che Lui; perché, Egli solo, può farci contenti. Quand’anche possedesse l’universo intero, l’uomo non sarà mai pienamente soddisfatto: gli resterà sempre qualche cosa da desiderare, sicché nessuna cosa creata lo potrà mai saziare. Sì, noi siamo così persuasi d’esser creati per la felicità, che non cessiamo neppure per un istante della nostra vita dal cercarla, e dal fare quanto dipende da noi per procurarla. Da che deriva adunque che malgrado tutte le nostre ricerche, e fatiche, e cure, non ci troviamo ancora contenti? Ahimè! È perché non volgiamo i nostri sguardi o i movimenti del nostro cuore verso l’oggetto che solo è capace di colmare la vasta estensione dei nostri desideri, Dio solo. No, F. M., non potrete mai essere soddisfatti e pienamente felici, almeno quanto è possibile esserlo in questo mondo, se non disprezzate, almeno col cuore, le cose create per attaccarvi soltanto a Dio. Dobbiamo adunque rivolgere tutte le nostre cure ed i movimenti del cuore a non desiderare né cercare che Dio solo in quanto facciamo; altrimenti la nostra vita passerà nel cercare invano una felicità che non troveremo giammai. Ci siamo adunque ingannati sino ad ora; poiché, malgrado quanto abbiamo fatto per esser felici, non ci siamo riusciti. Credetemi, F. M., cercate l’amicizia di Dio, ed avrete trovato la vostra felicità. Mio Dio! come l’uomo è cieco di non amarvi; poiché Voi potete così bene soddisfare il suo cuore! Ma, F. M., per impegnarvi ad amare un Dio così buono, degno di essere amato, e capace di soddisfare tutti gli affetti del nostro cuore, diamo uno sguardo a quanto Egli ha fatto per noi; seguiamolo nel corso della sua vita mortale, e anche dopo la sua morte. – Vedetelo, F. M., dal momento della sua Incarnazione fino all’età di trent’anni: non sono grandi le prove del suo amore per noi? Che cosa ha fatto nell’Incarnazione? Si è fatto uomo come noi e per noi. Colla sua nascita ci ha elevati alla dignità più eminente, alla quale una creatura possa essere innalzata; è divenuto nostro fratello!… Ah, qual amore per noi! l’abbiamo mai compreso bene? Nella Circoncisione si è fatto nostro Salvatore, Mio Dio! quanto è grande la vostra carità!.. . Nella Epifania divenne nostra luce, nostra guida. Nella Presentazione al tempio, divenne nostro pontefice, nostro dottore: oh! che dico, F. M.? Si è offerto al Padre suo per redimerci tutti. Più tardi, cioè nella casa di S. Giuseppe, divenne nostro modello nell’amore e rispetto che dobbiamo ai nostri genitori e superiori. Dirò ancor più: ci ha mostrato che dobbiamo condurre una vita nascosta e sconosciuta al mondo, se vogliamo piacere a Dio suo Padre. Seguiamo Gesù Cristo nella sua vita pubblica, quanto ha fatto, tutto lo fece per noi: le sue preghiere, le sue lagrime, le sue veglie, i digiuni, le predicazioni, i viaggi, le conversazioni, i miracoli: sì, tutto questo è stato fatto per noi. Vedete, F. M., con quale zelo ci ha cercati, nella persona della Samaritana (Joann. IV, 6); vedete con quale tenerezza accoglie i peccatori, — e tutti siamo di questo numero — nella persona del figliuol prodigo; vedete con qual bontà si oppone alla giustizia del Padre suo, che vuol punirci nella persona della peccatrice.

2. Nella sua Passione, ahimè! quante ingiurie, quanti tormenti Egli ha sofferto? Fu legato, flagellato, accusato, condannato, ed infine crocifisso per noi. Non è Egli morto per noi in mezzo ad obbrobri e dolori ineffabili? – Ah! F. M., chi potrebbe comprendere quanto il suo buon cuore ha fatto per noi?… Entriamo più addentro nella piaga di questo Cuore pietoso. Sì, Gesù Cristo poteva soddisfare alla giustizia del Padre suo pei nostri peccati con una stilla del suo sangue, con una lagrima; che dico? con un solo sospiro: ma ciò che bastava a placare la giustizia del Padre suo, non bastava a soddisfare la tenerezza del suo Cuore per noi. E il suo amore per noi gli ha fatto soffrire anticipatamente nel giardino degli Ulivi i patimenti che doveva provare sulla croce. O abisso di amore d’un Dio per le sue creature!… Gesù Cristo si è accontentato di amarci sino alla fine? No, F. M., no. Dopo morto, la lancia, o meglio il suo amore, squarciò il suo Cuore divino per aprirci come un asilo, in cui andremo a ripararci e a consolarci nelle nostre pene, nei dolori, nelle miserie nostre. Ma proseguiamo ancora, F. M. Questo divin Salvatore vuole spargere per noi fino l’ultima goccia del suo sangue prezioso, per lavarci di tutte le nostre iniquità. Dopo espiati i nostri peccati di orgoglio coll’incoronazione di spine; col fiele e coll’aceto i peccati che abbiam la disgrazia di commettere colla lingua e che sono tanto numerosi; tutti i peccati d’impurità colla crudele e dolorosa flagellazione; tutti quelli commessi colle cattive azioni, colle piaghe dei piedi e delle mani; volle altresì espiare tutti i nostri peccati colla ferita al suo divin Cuore, perché dal cuore nascono tutti i peccati. O prodigio d’amore d’un Dio per le sue creature!… È stato offeso da noi e si lascia punire per noi; e sopra sé medesimo fa vendetta delle offese che gli abbiamo fatto!… Ahimè! se non fossimo ciechi come siamo, riconosceremmo che le nostre   mani veramente l’hanno immolato sulla croce! Ma, ancora una volta, F. M., io chiedo a voi, perché tanti prodigi d’amore? Ah! lo sapete: è per liberarci da ogni sorta di mali, e meritarci ogni sorta di beni nell’eternità. E se ciò non ostante torniamo ancora ad offenderlo, vediamo che è pronto a perdonarci, ad amarci, ed a ricolmarci di ogni bene se vogliamo amarlo. O quanto amore per creature così insensibili e così ingrate! Ma il suo amore va anche più lontano. Vedendo che la morte lo separava da noi, e volendo restare in mezzo a noi, fece un miracolo grande: istituì il gran Sacramento d’amore, in cui ci lascia il suo Corpo adorabile ed il suo Sangue prezioso per non abbandonarci più sino alla fine del mondo. Quale amore per noi, F. M., che un Dio voglia nutrire l’anima nostra colla propria sostanza e farci vivere della sua vita! – Per mezzo di questo grande ed adorabile Sacramento Egli si offre ogni giorno alla giustizia del Padre suo, soddisfa di nuovo pei nostri peccati, e ci attira ogni sorta di grazie. – Vedete altresì, F. M., questo tenero Salvatore, che morto per la nostra salvezza ci apre il cielo. Per condurvici tutti vuol essere Lui stesso il nostro Mediatore; Egli stesso presenta le nostre preghiere al Padre (Hebr. VII, 6), e chiederà grazia per noi ogni volta che sventuratamente cadremo in peccato. Egli, F. M., ci aspetta nel luogo della felicità, in quel soggiorno dove lo si ama sempre e non si pecca mai… – No, F.  M., voi non avete mai considerato bene quanto amore Dio ha verso di noi. Possibile viver solo per offenderlo, mentre amandolo possiamo esser felici? Se io vi domandassi: Amate voi Iddio? Senza dubbio, mi rispondereste che l’amate: ma non basta; bisogna darne la prova. Ma dove sono, F. M., queste prove che manifestano la sincerità del nostro amore per il buon Dio? Dove i sacrifici fatti per Lui? Dove le penitenze? Ahimè, il poco bene che facciamo, è in gran parte senza fervore, senza retta intenzione. Quante viste umane!… quante buone opere fatte per sola inclinazione naturale, e senza vera divozione! Ahimè, F. M., che miseria!…

II. — Ora, F. M., se volete sapere come possiamo conoscere se amiamo davvero Iddio, ascoltate bene quanto sono per dirvi, poi giudicherete voi stessi se veramente l’amate. Ecco quanto ci dice Gesù Cristo medesimo: ” Chi mi ama osserva i miei comandamenti (Joan, XIV), ma chi non mi ama non li osserva. „ Vi è quindi facile sapere se amate il Signore. I comandamenti di Dio, e la sua volontà, F. M., non sono che la medesima cosa. Vi ordina e vuole che adempiate esattamente tutti i doveri del vostro stato, con intenzioni pure e rette, senza malumore, impazienza, negligenza, frodi contro la verità o la buona fede. Dobbiamo avere un amore generoso verso il buon Dio, amore che ci faccia preferire la morte alla infedeltà. Di ciò, F. M., ne abbiamo esempi all’infinito in tutti i Santi, e specialmente nei martiri, dei quali molti si lasciarono tagliare a pezzi, piuttosto che cessare d’amar Dio. Eccone un bell’esempio nella persona della casta Susanna ~Dan. XIII ~ . Andata un giorno al bagno, due vecchioni, giudici del popolo d’Israele, avendola vista, decisero di sollecitarla al peccato: la inseguirono, e le manifestarono il loro infame desiderio, del quale essa ebbe orrore. Alzando gli occhi ai cielo, disse: “Signore, sapete che vi amo, sostenetemi. „ — “Mi veggo in angustia d’ogni parte, disse ai vecchioni; siamo qui alla presenza di Dio, che ci vede: se ho la disgrazia d’acconsentire alla vostra passione vergognosa, non sfuggirò alla mano di Dio; Egli è il mio giudice, so che dovrò rendergli conto d’una azione così infame e peccaminosa. Se invece non acconsento ai vostri desideri, non sfuggirò al vostro rancore; veggo bene che mi farete morire: ma preferisco morire anziché offendere Dio. „ Quei miserabili, vedendosi così respinti, partirono incolleriti, e pubblicarono che Susanna era stata colta in adulterio, che essi avevano visto un giovane commettere del male con lei. Sventuratamente, ahimè! furono creduti, e sulla loro testimonianza fu condannata a morte. Mentre veniva condotta al supplizio, un fanciullo di dodici anni, il piccolo Daniele, gridò in mezzo alla folla: Che fai, popolo d’Israele; perché condanni il giusto? vi dichiaro ch’io non prendo parte al delitto che state per commettere, versando il sangue di questa innocente. „ Il giovine Daniele, avvicinatosi, disse: “Fate venire i due vecchi. „ Separatili l’uno dall’altro, li interrogò. Si contraddissero nelle loro parole in tal guisa, da non potersi dubitare che essi erano i colpevoli, e non Susanna: e ambedue furono condannati a morte. Così fa, F. M., chi ama il buon Dio, mostrando alla prova di amarlo veramente, di amarlo più di se stesso. Susanna non poteva darne segno più grande, poiché preferì la morte al peccato. Non v’ha dubbio che quando bastano delle parole per dire che si ama Dio, non costa fatica. Tutti credono d’amare Dio, ed osano persuadersene: ma se Dio li mettesse alla prova, quanto pochi avrebbero la fortuna di resistervi! Vedete ancora quanto accadde sotto il regno di Antioco (II Macc. VI). Questo tiranno crudele comandò ai Giudei, sotto pena di morte, di mangiare carne proibita dal Signore. Un santo vecchio di nome Eleazaro, che era vissuto nel timore e nell’amor di Dio, rifiutò coraggiosamente d’obbedire; e fu condannato a morte. “Non dipende che da te, dissegli un amico, il salvar la vita, come facemmo noi. Ecco della carne che non fu offerta agli idoli: mangiane; questa piccola dissimulazione calmerà il tiranno. „ Il santo vecchio rispose: “Credete ch’io sia tanto attaccato alla vita da preferirla all’amore che debbo al mio Dio? E quand’anche sfuggissi al furore del tiranno, credete ch’io possa sfuggire alla giustizia di Dio? No, no, amici miei, preferisco morire che offendere il mio Dio che amo più di me stesso. No, non si dirà mai che a novant’anni io abbia abbandonato il mio Dio e la sua santa legge. „ Mentre lo si conduceva al supplizio, ed il carnefice lo tormentava crudelmente, fu inteso esclamare: “Mio Dio, sapete ch’io soffro per voi. Sostenetemi; sapete che è perché vi amo: sì, mio Dio, per vostro amore io soffro! „ Tale fu il suo coraggio nel veder maltrattare e straziare il suo povero corpo. Ebbene, F. M., eccovi ciò che si chiama amare veracemente il Signore. Questo buon vecchio, che dà la sua vita con tanta gioia per Iddio, non si accontenta di dire che l’ama; ma lo mostra colle opere. Tutti noi, è vero, diciamo d’amare il buon Dio; ma quando tutto va a seconda dei nostri desideri, quando niente contraddice al nostro modo di pensare, di parlare e di agire. Quante volte una sola parola, un’aria di disprezzo, od anche solo di freddezza, un pensiero di rispetto umano non ci fanno abbandonare Dio? Ho detto, F. M., che se vogliamo dimostrare a Dio di amarlo, dobbiam compiere la sua santa volontà, la quale esige che siamo sottomessi, rispettosi coi nostri parenti, superiori e con tutti coloro che Dio pose sopra di noi per guidarci. La volontà di Dio è che i superiori dirigano i loro inferiori senza alterigia, senza asprezza: ma con carità e bontà, come vorremmo esser trattati noi; è volontà di Dio che siamo buoni e caritatevoli verso tutti; e se veniamo lodati, invece di crederci qualche cosa, pensiamo che veniam burlati, come ci dice benissimo S. Ambrogio: “Se veniamo disprezzati, non dobbiamo affliggerci, ma pensare che se si conoscesse bene che cosa siamo, si direbbe assai più male di noi, di quanto se ne dice. „ O come ci dice S. Giovanni: “Se ci insultano, è volontà di Dio che perdoniamo di buon cuore e subito: e che siam pronti a render servigio ogni volta se ne presenti l’occasione. „ È volontà di Dio che nei pasti non ci lasciamo andare alla intemperanza; che nelle conversazioni procuriamo di nascondere e scusare i difetti del prossimo, e che preghiamo per lui. È volontà di Dio che nelle nostre pene non mormoriamo, ma le sopportiamo con pazienza e rassegnazione; cioè Dio vuole che in tutto quello che facciamo ed in tutto quello che ci manda, ricordiamo che tutto viene veramente da Lui, e tutto è pel nostro bene, se sappiamo farne buon uso. Ecco, F. M., che cosa ci ordinano i comandamenti di Dio. Se amate Dio, come dite, voi farete tutto questo, vi comporterete in questo modo; altrimenti, potete ben dire d’amarlo: ma san Giovanni vi dice che siete menzogneri, e la verità non trovasi sulle vostre labbra (I Joan. II, 4) . Esaminiamo, F. M., la nostra condotta e la vita nostra, e vediamo minutamente tutte le nostre azioni. Non bisogna fermarsi ai buoni pensieri, ai buoni desideri ed agli affetti sensibili che proviamo, come ad esempio quando ci sentiam commossi leggendo un libro buono, od ascoltando la parola di Dio e facciamo ogni sorta di belle risoluzioni: questo non è che illusione, se poi non ci impegniamo a fare quanto Dio ci ordina coi suoi comandamenti, e se non evitiamo quanto ci proibisce. Vedete, F. M., come siete in contraddizione con voi stessi. Mattina e sera giungendo le mani per pregare, voi dite: “Mio Dio, vi amo con tutto il mio cuore e sopra ogni cosa; „ credete di dir la verità? Eppure alcuni momenti dopo le mani vostre sono occupate nel rubare al prossimo, o forse in qualche azione vergognosa. Quante volte non avete adoperato queste mani a riempirvi di vino ed abbandonarvi alle gozzoviglie; questa stessa bocca che ha pronunciato un atto d’amor di Dio, eccola, appena presentasi l’occasione, imbrattarsi con bestemmie, delazioni, maldicenze, calunnie, ed ogni sorta di discorsi che offendono o disonorano quello stesso Dio, al quale avete detto che l’amate con tutto il vostro cuore. Ahimè! F. M., diciamo di amare Dio con tutto il cuore! dove sono le prove che ci assicurano esser vero quanto diciamo? Si dice comunemente che i veri amici si conoscono nell’occasione: è vero, che occorrono delle prove per sapere se gli amici sono sinceri; lo si comprende facilmente. Infatti, se vi dicessi che sono vostro amico, e non facessi niente per mostrarvelo, al contrario facessi mille cose per farvi dispetto; se in tutte le occasioni in cui potessi attestarvi il mio attaccamento, non vi dessi che segni di avversione, voi non vorreste credere che vi amo, sebbene ve l’abbia detto di frequente; altrettanto, F. M., riguardo a Dio. Potete ben dirgli cento volte al giorno: “Mio Dio, vi dono il mio cuore; „ non basta. Bisogna dargliene le prove in quanto facciamo ogni giorno, perché non ve n’ha alcuno in cui non siamo obbligati a fare qualche sacrificio pel buon Dio, se non vogliamo offenderlo, e se vogliamo amarlo. Quante volte il demonio ci manda pensieri d’orgoglio, di odio, di vendetta, d’ambizione, di gelosia; moti di collera e d’impazienza; quanti pensieri o desideri contro la santa virtù della purità! ed altre volte, quanti pensieri e desideri d’avarizia! Ahimè! il nostro miserabile corpo ci porta senza posa al male, mentre la voce della coscienza e le ispirazioni della grazia ci spingono al bene. Ebbene! F. M., ecco che cos’è piacere a Dio, amarlo: è combattere, resistere coraggiosamente a tutte le tentazioni. Ecco come daremo le prove dell’amore che abbiamo per Iddio: ecco quanto ci metterà nella disposizione continua di tutto sacrificare piuttosto che offenderlo. Dite di amare Dio, od almeno che desiderate di amarlo: siete un bugiardo. Perché adunque lasciate entrare nel vostro cuore quel pensiero di orgoglio? perché vi abbandonate a quelle mormorazioni, a quelle gelosie, a quelle maldicenze, a quelle compiacenze di voi stesso? Perché siete un ipocrita. Voi ne siete spiacenti; lo credo: voi ne sarete ben afflitti… Ahimè! quanto pochi amano Dio!… Diciamolo, a disonore del Cristianesimo, quasi nessuno lo ama di questo amore di preferenza, sempre pronto a sacrificare tutto per piacergli, e sempre timoroso di offenderlo. Vedete, F. M., come si diportò S. Eustachio con tutta la sua famiglia; vedete la sua costanza ed il suo amore per Iddio. Si narra nella sua vita ~ Ribadeneira  20 sett.~ che trovandosi alla caccia inseguiva un cervo di straordinaria grandezza: slanciatosi su d’una roccia e cercando il mezzo di raggiungerlo, scorse tra le sue corna un bel crocifisso, che gli disse d’andare a ricevere il battesimo e ritornare, che gli farebbe conoscere quanto doveva soffrire per suo amore; che perderebbe i beni, la riputazione, la moglie, i figli, e finirebbe coll’essere arso vivo. S. Eustachio ascoltò tutto questo senza la minima paura o ripugnanza, e senza fare alcun lamento. Infatti, poco dopo scoppiò la peste nelle sue gregge e nei suoi schiavi, non risparmiandone neppur uno. Tutti cominciavano a fuggirlo, e nessuno voleva dargli aiuto. Vedendosi ridotto così misero e disprezzato, decise d’andare in Egitto, dove aveva ancora qualche possedimento. Egli e la sua consorte presero per mano i loro bambini e si affidarono alla provvidenza di Dio. Passato il mare, il padrone della nave in pagamento del viaggio si ritenne la moglie di Eustachio, e lasciati il padre ed i figli a terra, fece vela per altri lidi. Ecco S. Eustachio privato di una delle sue maggiori consolazioni. Sopportando tutto, senza mai lamentarsi della condotta di Dio a suo riguardo, ci dice l’autore della sua vita, prese un piccolo crocifisso tra le sue mani, e baciandolo rispettosamente continuò la sua via. Un po’ più avanti dovette attraversare un fiume abbastanza largo ecc…. Questo, M. F., possiamo chiamare amore vero, poiché nulla è capace di separare Eustachio da Dio. Aggiungo inoltre, F. M., che se amiamo davvero il buon Dio, dobbiam desiderare grandemente di vederlo amato da tutti. Ne abbiamo un bell’esempio nella storia, esso ci offre una bella scena di amore per Iddio. Fu vista nella città di Alessandria, una donna che teneva in una mano un vaso pieno d’acqua, e nell’altra una fiaccola accesa. Quelli che la osservarono, stupiti le chiesero che cosa pretendeva fare con quell’apparato. Vorrei, rispose essa, con questa fiaccola incendiare il cielo e tutti i cuori degli uomini, e coll’acqua spegnere il fuoco dell’inferno, affinché d’ora innanzi non si amasse più il buon Dio per la speranza della ricompensa, o per timore del castigo riservato ai peccatori: ma unicamente perché Egli è buono e degno d’essere amato. „ Bei sentimenti, F. M., degni della grandezza d’un’anima che conosce che cosa è Dio, e come Egli merita tutti gli affetti del nostro cuore. – Si racconta nella storia dei Giapponesi, che quando si annunciava loro il Vangelo, e venivano istruiti intorno a Dio, specialmente quando si insegnavano loro i grandi misteri della nostra santa Religione, e tutto ciò che Dio ha fatto per gli uomini; un Dio che nasce in una povera stalla, vien disteso su d’un po’ di paglia nei rigori dell’inverno, un Dio che patisce e muore sopra una croce per salvarci: erano così sorpresi da tante meraviglie che Dio aveva fatto per la nostra salvezza, che si udivano esclamare in un trasporto d’amore: “Oh! come è grande! oh, come è buono! oh, come è amabile, il Dio dei Cristiani! „ E quando poi si diceva loro che v’è un comandamento che ordinava d’amare Dio, e li minacciava di castighi se non l’amavano, ne eran talmente stupiti, che non potevan riaversi dal loro sbalordimento. “Ecchè! dicevano, fare ad uomini ragionevoli un precetto d’amare un Dio che tanto ci ha amati?… ma non è la più gran fortuna l’amarlo, e la più gran disgrazia il non amarlo? Ecchè! dicevano ai missionari, i Cristiani non sono sempre ai piedi degli altari del loro Dio, penetrati della grandezza di sua bontà, e tutti infiammati del suo amore? „ E quando sentivano che non solo v’era chi non l’amava, ma anche chi l’offendeva: “O popolo ingiusto! popolo barbaro! Esclamavano con indignazione; è possibile che vi siano Cristiani capaci di tale oltraggio verso un Dio così buono? In qual terra maledetta adunque abitano questi uomini senza cuore e senza sentimento?„ – Ahimè! dal tratto che adoperiamo verso Dio, non ci meritiamo purtroppo che questi rimproveri! Sì, F. M., verrà giorno che le nazioni lontane e straniere faranno testimonianza contro di noi, ci accuseranno e condanneranno dinanzi a Dio. Quanti Cristiani passano la vita senza amare Dio! Ahimè! forse ne troveremo al giorno del giudizio molti che non avranno dato neppure un sol giorno tutto intero al buon Dio. Ahimè! quale sventura!… S. Giustino ci dice che l’amore ha ordinariamente tre effetti. Quando amiamo alcuno, pensiamo spesso e volentieri a lui, ci diamo volentieri per lui, e soffriamo per lui: ecco, F. M., quanto dobbiamo fare pel buon Dio, se l’amiamo davvero.

1° Dobbiamo pensare spesso a Gesù Cristo. Niente è più naturale che pensare a chi si ama. Vedete un avaro: non è occupato che de’ suoi beni o del mezzo di aumentarli; solo od in compagnia, niente è capace di distrarlo da questo pensiero. Ecco un libertino: la persona che è l’oggetto del suo amore, è continuamente con lui, come il respirare: vi pensa tanto, che il suo corpo ne è spesso così affranto, che si ammala. Oh! se avessimo la fortuna di amare tanto Gesù Cristo, quanto un avaro ama il suo denaro o le sue terre, un ubriacone il vino, un libertino l’oggetto della sua passione, non saremmo noi continuamente occupati dell’amore e delle grandezze di Gesù Cristo? Ahimè, M. F., ci occupiamo di mille cose che, quasi tutte, terminano in nulla: quanto a Gesù Cristo, passiamo delle ore e dei giorni interi senza ricordarci di Lui, ovvero ci ricordiamo così languidamente da credere appena a quanto pensiamo. Mio Dio, perché non siete amato? Eppure, M. F., fra i nostri amici ve n’ha forse alcuno più generoso, più benefico di Lui? Ditemi: se avessimo pensato bene che, ascoltando il demonio, il quale ci trascinava al male, abbiamo grandemente afflitto Gesù Cristo, l’abbiam fatto morire una seconda volta, avremmo noi avuto questo coraggio?… non avremmo invece detto: Come potrei offendervi, mio Dio, Voi che ci avete tanto amati? Sì, mio Dio, giorno e notte il mio spirito ed il mio cuore non saranno occupati che di Voi.

2° Se amiamo davvero il buon Dio gli daremo quanto è in nostro potere di dargli, e con grande piacere. Se abbiamo beni, facciamone parte ai poveri; è come se si desse a Gesù Cristo in persona; è Lui che ci dice nel Vangelo: “Quanto darete al minimo dei miei, cioè ai poveri, lo considero come dato a me stesso ~Matt. XXV, ~ . „ Qual felicità, M. F., per una creatura, potere esser liberale verso il suo Creatore, il suo Dio, il suo Salvatore! Non solamente i ricchi possono dare; ma tutti i Cristiani, anche i più poveri. Non tutti abbiamo dei beni per darli a Gesù Cristo nella persona dei poveri; ma tutti abbiamo un cuore, ed è proprio di questa offerta che Egli è più geloso: è questo che Egli domanda con tanta insistenza. – Ditemi, F. M., potremmo rifiutargli ciò che Egli ci domanda con tante istanze, Egli che ci ha creati per sé? Ah! se vi pensassimo bene, non diremmo al divin Salvatore: ” Signore, sono un povero peccatore, abbiate pietà di me: eccomi tutto per voi? „ Come saremmo fortunati se facessimo questa offerta universale al buon Dio! quanto sarebbe grande la nostra ricompensa!…

3° Ma tuttavia il miglior segno d’amore che possiamo dare al buon Dio, è il soffrire per Lui; perché, se ben consideriamo quanto Egli ha sofferto per noi, non potremo esimerci dal soffrire tutte le miserie della vita, le persecuzioni, le malattie, le infermità, la povertà. Chi non si sentirà commuovere alla vista di tutto quello che Gesù Cristo ha sofferto durante la sua vita mortale? Quanti oltraggi non gli fanno patire gli uomini colla profanazione dei Sacramenti, col disprezzo della sua santa Religione, che tanto gli costò per stabilirla? Qual cecità, M. F., non amare un Dio così amabile, e che cerca, in tutte le cose, solo il nostro bene! Ne abbiamo un bell’esempio nella persona di santa Maddalena, divenuta celebre in tutta la Chiesa pel suo grande amore a Gesù Cristo ~ XXVI, 18 ~ . Una volta datasi a Lui, non l’abbandonò più; non solo col cuore, ma anche realmente, seguendolo nei viaggi, soccorrendolo del suo, ed accompagnandolo sino al Calvario. Ella fu presente alla sua morte, preparò gli aromi per imbalsamarne la salma e di buon mattino accorse al sepolcro ~Joan. XX ~ . Non trovandovi più il corpo di Gesù Cristo, si lamenta col cielo e colla terra; supplica gli Angeli e gli uomini di dirle dove sia il suo Salvatore: perché vuol trovarlo a qualunque costo. Il suo amore era così ardente che può ben dirsi essere stato impossibile a Gesù Cristo il nascondersi; perché essa aveva pensato soltanto a Lui, Lui solo aveva desiderato, Lui solo voluto; per ella ogni altra cosa è nulla; non ebbe né rispetto umano, né timore d’esser disprezzata o derisa: abbandonò tutti i suoi averi, calpestò gli ornamenti ed i piaceri per stare al seguito del suo diletto: tutto il resto non fu più nulla per lei. Ascoltate ancora la lezione che ci dà S. Domenico ~Ribad.  4 Agosto ~ Questo santo patriarca, che dall’amore di Dio sentiva soddisfatti tutti i suoi desideri, dopo aver predicato tutto il giorno, passava le intere notti in contemplazione: si credeva di già in cielo, e non sapeva comprendere come si possa vivere senza amare Dio, poiché in ciò è riposta tutta la nostra felicità. Un giorno che fu preso dagli eretici, Dio fece un miracolo per salvarlo dalle loro mani. “Che avreste fatto, gli disse un amico, se avesser voluto uccidervi? „ — Ah! li avrei scongiurati di non farmi morire d’un tratto, ma di tagliarmi a pezzettini; poi di strapparmi la lingua e gli occhi; e, dopo aver immerso il resto del mio corpo nel mio sangue, di tagliarmi la testa. Li avrei pregati di non lasciare alcuna parte del mio corpo senza sofferenze. Ah! allora sì avrei avuto la fortuna di dire a Dio che veramente l’amo. Sì, vorrei esser padrone dei cuori di tutti gli uomini,  per farli tutti ardere d’amore.„ Qual linguaggio esce da un cuore ardente d’amore divino! In tutta la sua vita questo gran santo cercò il mezzo di morir martire, per mostrare a Dio che veramente l’amava. Vedete pure S. Ignazio martire, vescovo di Antiochia, ~ 1 febbraio ~ che fu condannato dall’imperatore Traiano ed esser esposto alle fiere. Provò tanta gioia udendo la sentenza che lo condannava ad essere divorato dalle fiere, che credé morirne di consolazione. Non aveva che un solo timore, questo, che i Cristiani gli ottenessero la grazia. Scrisse loro dicendo: “Amici miei, lasciate ch’io divenga la preda delle belve, e venga macinato come un grano del frumento di Dio per divenire pane di Gesù Cristo. Io so, amici miei, che m’è assai utile il soffrire; bisogna che i ferri, i patiboli, le belve feroci facciano strazio delle mie membra e stritolino il mio corpo, e che tutti i tormenti si riversino su di me. Tutto per me è buono, purché arrivi al possesso di Dio: ora ad amare Gesù Cristo; ora sono suo discepolo. Per le cose della terra ho soltanto disgusto, non sono affamato che del pane del mio Dio, che mi deve saziare durante l’eternità; non sono avido che della carne di Gesù Cristo, il quale non è che carità. „ Ditemi, M. F., si può trovare un cuore più in fiammato d’amor di Dio? Infatti fu divorato dai leoni, che lasciarono solo alcuni avanzi del suo corpo. Che devesi concludere da tutto questo, F. M., se non che ogni nostra felicità sulla terra è di attaccarci a Dio? Cioè, bisogna che in quanto facciamo, il buon Dio sia l’unico fine; poiché sappiamo tutti, per nostra esperienza personale, che nulla di creato è capace di renderci felici, che il mondo intero con tutti i suoi beni e piaceri non potrebbe soddisfare il nostro cuore. Non perdete di vista, F. M., che tutto ci abbandonerà. Verrà un momento in cui quanto abbiamo passerà in altre mani … Mentre se abbiamo la grande fortuna di possedere l’amore di Dio, ce Io porteremo in cielo, e sarà la nostra felicità in eterno. Amar Dio, non servir che Lui solo, e non desiderare che di possederlo: ecco la bella sorte che vi auguro di cuore.

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Dan. IX: 17;18;19
Orávi Deum meum ego Dániel, dicens: Exáudi, Dómine, preces servi tui: illúmina fáciem tuam super sanctuárium tuum: et propítius inténde pópulum istum, super quem invocátum est nomen tuum, Deus.

[Io, Daniele, pregai Iddio, dicendo: Esaudisci, o Signore, la preghiera del tuo servo, e volgi lo sguardo sereno sul tuo santuario, e guarda benigno a questo popolo sul quale è stato invocato, o Dio, il tuo nome.]

Secreta


Majestátem tuam, Dómine, supplíciter deprecámur: ut hæc sancta, quæ gérimus, et a prætéritis nos delictis éxuant et futúris.

[Preghiamo la tua maestà, supplichevoli, o Signore, affinché questi santi misteri che compiamo ci liberino dai passati e dai futuri peccati.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps LXXV: 12-13
Vovéte et réddite Dómino, Deo vestro, omnes, qui in circúitu ejus affértis múnera: terríbili, et ei qui aufert spíritum príncipum: terríbili apud omnes reges terræ.

[Fate voti e scioglieteli al Signore Dio vostro; voi tutti che siete vicini a Lui: offrite doni al Dio temibile, a Lui che toglie il respiro ai príncipi ed è temuto dai re della terra.]

 Postcommunio

Orémus.
Sanctificatiónibus tuis, omnípotens Deus, et vítia nostra curéntur, et remédia nobis ætérna provéniant.

[O Dio onnipotente, in virtù di questi santificanti misteri siano guariti i nostri vizii e ci siano concessi rimedii eterni.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

I SERMONI DEL CURATO D’ARS: SULL’AMORE DI DIO

I SERMONI DEL CURATO D’ARS

(Discorsi di s. G. B. M. VIANNEY Curato d’Ars – vol. IV, 4° ed. Torino, Roma; Ed. Marietti, 1933)

Sull’amore di Dio.

“Diliges Dominum Deum tuum.”

(Luc. x, 27).

Leggiamo nell’Evangelo, Fratelli miei, che un giovane presentatosi a Gesù Cristo, gli disse: “Maestro, che cosa bisogna fare per conseguire la vita eterna? „ Gesù Cristo gli rispose: ” Che cosa sta scritto nella Legge? „ — “Amerai il Signore Dio tuo, replicò il giovine, con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le tue forze, ed il prossimo tuo come to stesso: tutto questo io lo faccio. „ — “Ebbene – soggiunsegli – Gesù Cristo va, vendi quanto hai, dallo ai poveri, ed avrai un tesoro in cielo. „ Questa espressione di Gesù: vendi quanto hai e dallo ai poveri, lo afflisse grandemente. Gesù Cristo voleva mostrargli che colle opere e non colle parole soltanto facciamo vedere se amiamo davvero Iddio. Se per amarlo, ci dice S. Gregorio, bastasse dire che lo si ama, l’amor divino non sarebbe tanto raro quanto lo è, perché non vi è nessuno che interrogato se ama il buon Dio, non risponda subito che lo ama con tutto il suo cuore: lo dirà il giusto ed anche il peccatore; il giusto lo dirà solo tremando, ad esempio di S. Pietro (Joann. XXI, 17); mentre il peccatore lo dirà forse con una franchezza che sembra persuaderne la sincerità; ma s’inganna assai, perché l’amor di Dio non consiste nelle parole, ma nelle opere (Joann. III, 18). Sì, F. M., amare Iddio con tutto il cuore è cosa tanto giusta, ragionevole, ed, in certo qual modo, naturale, che quelli di noi, la cui vita è più opposta all’amor del Signore, non lasciano però di pretendere e d’essere persuasi di amarlo. Perché tutti credono d’amar Dio, sebbene la loro condotta sia affatto contraria a quest’amore divino? Ah! F. M., perché tutti cercano la loro felicità, e solo questo amore può procurarla; perciò tutti vogliono persuadersi d’amare Iddio. Eppure non v’è cosa tanto rara quanto questo amore divino. Vediamo adunque in che consista quest’amore, e come possiamo conoscere se amiamo Dio. – E per meglio intenderlo, consideriamo:

1°, da una parte, quanto Gesù Cristo ha fatto per noi;

2°, dall’altra, che cosa dobbiamo fare per Lui.

I. —  È  certissimo, F. M., che Dio ci ha creati per amarlo e servirlo. Tutte le creature della terra sono fatte per amare Iddio, Perché, F. M., Dio ci ha dato un cuore, i cui desiderii sono così vasti e così estesi, che nessuna cosa è capace di saziarlo? E per sforzarci, in certo modo, a non attaccarci che a Lui, a non amare che Lui; perché, Egli solo, può farci contenti. Quand’anche possedesse l’universo intero, l’uomo non sarà mai pienamente soddisfatto: gli resterà sempre qualche cosa da desiderare, sicché nessuna cosa creata lo potrà mai saziare. Sì, noi siamo così persuasi d’esser creati per la felicità, che non cessiamo neppure per un istante della nostra vita dal cercarla, e dal fare quanto dipende da noi per procurarla. Da che deriva adunque che malgrado tutte le nostre ricerche, e fatiche, e cure, non ci troviamo ancora contenti? Ahimè! è Perché non volgiamo i nostri sguardi o i movimenti del nostro cuore verso l’oggetto che solo è capace di colmare la vasta estensione dei nostri desideri, Dio solo. No, F. M., non potrete mai essere soddisfatti e pienamente felici, almeno quanto è possibile esserlo in questo mondo, se non disprezzate, almanco col cuore, le cose create per attaccarvi soltanto a Dio. Dobbiamo adunque rivolgere tutte le nostre cure ed i movimenti del cuore a non desiderare né cercare che Dio solo in quanto facciamo; altrimenti la nostra vita passerà nel cercare invano una felicità che non troveremo giammai. Ci siamo adunque ingannati sino ad ora; poiché, malgrado quanto abbiamo fatto per esser felici, non ci siamo riusciti. Credetemi, F. M., cercate l’amicizia di Dio, ed avrete trovato la vostra felicità. Mio Dio! come l’uomo è cieco di non amarvi; poiché Voi potete così bene soddisfare il suo cuore! Ma, F. M., per impegnarvi ad amare un Dio così buono, degno di essere amato, e capace di soddisfare tutti gli affetti del nostro cuore, diamo uno sguardo a quanto Egli ha fatto por noi; seguiamolo nel corso della sua vita mortale, e anche dopo la sua morte. – Vedetelo, F. M., dal momento della sua Incarnazione fino all’età di trent’anni: non sono grandi le prove del suo amore per noi? Che cosa ha fatto nell’Incarnazione? Si è fatto uomo come noi e per noi. Colla sua nascita ci ha elevati alla dignità più eminente, alla quale una creatura possa essere innalzata; è divenuto nostro fratello!… Ah, qual amore per noi! l’abbiamo mai compreso bene? Nella Circoncisione si è fatto nostro Salvatore, Mio Dio! quanto è grande la vostra carità!.,. Nella Epifania divenne nostra luce, nostra guida. Nella Presentazione al tempio, divenne nostro pontefice, nostro dottore: oh! che dico, F. M,? si è offerto al Padre suo per redimerci tutti. Più tardi, cioè nella casa di S. Giuseppe, divenne nostro modello nell’amore e rispetto che dobbiamo ai nostri genitori e superiori. Dirò ancor più: ci ha mostrato che dobbiamo condurre una vita nascosta e sconosciuta al mondo, se vogliamo piacere a Dio suo Padre. Seguiamo Gesù Cristo nella sua vita pubblica, quanto ha fatto, tutto lo fece per noi: le sue preghiere, le sue lagrime, le sue veglie, i digiuni, le predicazioni, i viaggi, le conversazioni, i miracoli: sì, tutto questo è stato fatto per noi. Vedete, F. M., con quale zelo ci ha cercati, nella persona della Samaritana(Joann. IV, 6); vedete con quale tenerezza accoglie i peccatori, — e tutti siamo di questo numero — nella persona del figliuol prodigo; vedete con qual bontà si oppone alla giustizia del Padre suo, che vuol punirci nella persona della peccatrice.

2. Nella sua Passione, ahimè! quante ingiurie, quanti tormenti Egli ha sofferto? Fu legato, flagellato, accusato, condannato, ed infine crocifisso per noi. Non è Egli morto per noi in mezzo ad obbrobri e dolori ineffabili? – Ah! F. M., chi potrebbe comprendere quanto il suo buon cuore ha fatto per noi?… Entriamo più addentro nella piaga di questo Cuore pietoso. Sì, Gesù Cristo poteva soddisfare alla giustizia del Padre suo pei nostri peccati con una stilla del suo sangue, con una lagrima ; che dico? con un solo sospiro: ma ciò che bastava a placare la giustizia del Padre suo, non bastava a soddisfare la tenerezza del suo Cuore per noi. E il suo amore per noi gli ha fatto soffrire anticipatamente nel giardino degli Ulivi i patimenti che doveva provare sulla croce. O abisso di amore d’un Dio per le sue creature!… Gesù Cristo si è accontentato di amarci sino alla fine? No, F. M., no. Dopo morto, la lancia, o meglio il suo amore, squarciò il suo Cuore divino per aprirci come un asilo, in cui andremo a ripararci e a consolarci nelle nostre pene, nei dolori, nelle miserie nostre. Ma proseguiamo ancora, F. M. Questo divin Salvatore vuole spargere per noi fino l’ultima goccia del suo sangue prezioso, per lavarci di tutte le nostre iniquità. Dopo espiati i nostri peccati di orgoglio coll’incoronazione di spine; col fiele e coll’aceto i peccati che abbiam la disgrazia di commettere colla lingua e che sono tanto numerosi; tutti i peccati d’impurità colla crudele e dolorosa flagellazione; tutti quelli commessi colle cattive azioni, colle piaghe dei piedi e delle mani; volle altresì espiare tutti i nostri peccati colla ferita al suo divin Cuore, perché dal cuore nascono tutti i peccati. O prodigio d’amore d’un Dio per le sue creature!… È stato offeso da noi e si lascia punire per noi; e sopra se medesimo fa vendetta delle offese che gli abbiamo fatto!… Ahimè! se non fossimo ciechi come siamo, riconosceremmo che le nostre   mani veramente l’hanno immolato sulla croce! Ma, ancora una volta, F . M., io chiedo a voi, perché tanti prodigi d’amore? Ah! lo sapete: è per liberarci da ogni sorta di mali, e meritarci ogni sorta di beni nell’eternità. E se ciò non ostante torniamo ancora ad offenderlo, vediamo che è pronto a perdonarci, ad amarci, ed a ricolmarci di ogni bene se vogliamo amarlo. O quanto amore per creature così insensibili e così ingrate! Ma il suo amore va anche più lontano. Vedendo che la morte lo separava da noi, e volendo restare in mezzo a noi. fece un miracolo grande: istituì il gran Sacramento d’amore, in cui ci lascia il suo Corpo adorabile ed il suo Sangue prezioso per non abbandonarci più sino alla fine del mondo. Quale amore per noi, F. M,, che un Dio voglia nutrire l’anima nostra colla propria sostanza e farci vivere della sua vita! – Per mezzo di questo grande ed adorabile Sacramento Egli si offre ogni giorno alla giustizia del Padre suo, soddisfa di nuovo pei nostri peccati, e ci attira ogni sorta di grazie. – Vedete altresì, F. M., questo tenero Salvatore, che morto per la nostra salvezza ci apre il cielo. Per condurvici tutti vuol essere Lui stesso il nostro Mediatore; Egli stesso presenta le nostre preghiere al Padre (Hebr. VII, 6), e chiederà grazia per noi ogni volta che sventuratamente cadremo in peccato. Egli, F. M., ci aspetta nel luogo della felicità, in quel soggiorno dove lo si ama sempre e non si pecca mai… – No, F.  M., voi non avete mai considerato bene quanto amore Dio ha verso di noi. Possibile viver solo per offenderlo, mentre amandolo possiamo esser felici? Se io vi domandassi: Amate voi Iddio? Senza dubbio, mi rispondereste che l’amate: ma non basta; bisogna darne la prova. Ma dove sono, F. M., queste prove che manifestano la sincerità del nostro amore per il buon Dio? Dove i sacrifici fatti per Lui? Dove le penitenze? Ahimè, il poco bene che facciamo, è in gran parte senza fervore, senza retta intenzione. Quante viste umane!… quante buone opere fatte per sola inclinazione naturale, e senza vera divozione! Ahimè, F. M., che miseria!…

II. — Ora, F. M., se volete sapere come possiamo conoscere se amiamo davvero Iddio, ascoltate bene quanto sono per dirvi, poi giudicherete voi stessi se veramente l’amate. Ecco quanto ci dice Gesù Cristo medesimo: ” Chi mi ama osserva i mici comandamenti (Joan, XIV), ma chi non mi ama non li osserva. „ Vi è quindi facile sapere se amate il Signore. I comandamenti di Dio, e la sua volontà, F. M., non sono che la medesima cosa. Vi ordina e vuole che adempiate esattamente tutti i doveri del vostro stato, con intenzioni pure e rette, senza malumore, impazienza, negligenza, frodi contro la verità o la buona fede. Dobbiamo avere un amore generoso verso il buon Dio, amore che ci faccia preferire la morte alla infedeltà. Di ciò, F. M., ne abbiamo esempi all’infinito in tutti i santi, e specialmente nei martiri, dei quali molti si lasciarono tagliare a pezzi, piuttosto che cessare d’amar Dio. Eccone un bell’esempio nella persona della casta Susanna ~Dan. XIII ~ . Andata un giorno al bagno, due vecchioni, giudici del popolo d’Israele, avendola vista, decisero di sollecitarla al peccato: la inseguirono, e le manifestarono il loro infame desiderio, del quale essa ebbe orrore. Alzando gli occhi ai cielo, disse: “Signore, sapete che vi amo, sostenetemi. „ — “Mi veggo in angustia d’ogni parte, disse ai vecchioni; siamo qui alla presenza di Dio, che ci vede: se ho la disgrazia d’acconsentire alla vostra passione vergognosa, non sfuggirò alla mano di Dio; Egli è il mio Giudice, so che dovrò rendergli conto d’una azione così infame e peccaminosa. Se invece non acconsento ai vostri desideri, non sfuggirò al vostro rancore; veggo bene che mi farete morire: ma preferisco morire anziché offendere Dio. „ Quei miserabili, vedendosi così respinti, partirono incolleriti, e pubblicarono che Susanna era stata colta in adulterio, che essi avevano visto un giovane commettere del male con lei. Sventuratamente, ahimè! furono creduti, e sulla loro testimonianza fu condannata a morte. Mentre veniva condotta al supplizio, un fanciullo di dodici anni, il piccolo Daniele, gridò in mezzo alla folla:Che fai, popolo d’Israele; perché condanni il giusto? vi dichiaro ch’io non prendo parte al delitto che state per commettere, versando il sangue di questa innocente. „ Il giovine Daniele, avvicinatosi, disse: “Fate venire i due vecchi. „ Separatili l’uno dall’altro, li interrogò. Si contraddissero nelle loro parole in tal guisa, da non potersi dubitare che essi erano i colpevoli, e non Susanna: e ambedue furono condannati a morte. Così fa, F. M., chi ama il buon Dio, mostrando alla prova di amarlo veramente, di amarlo più di se stesso. Susanna non poteva darne segno più grande, poiché preferì la morte al peccato. Non v’ha dubbio che quando bastano delle parole per dire che si ama Dio, non costa fatica. Tutti credono d’amare Dio, ed osano persuadersene: ma se Dio li mettesse alla prova, quanto pochi avrebbero la fortuna di resistervi! Vedete ancora quanto accadde sotto il regno di Antioco (II Macc. VI). Questo tiranno crudele comandò ai Giudei, sotto pena di morte, di mangiare carne proibita dal Signore. Un santo vecchio di nome Eleazaro, che era vissuto nel timore e nell’amor di Dio, rifiutò coraggiosamente d’obbedire; e fu condannato a morte. “Non dipende che da te, dissegli un amico, il salvar la vita, come facemmo noi. Ecco della carne che non fu offerta agli idoli: mangiane; questa piccola dissimulazione calmerà il tiranno. „ Il santo vecchio rispose: “Credete ch’io sia tanto attaccato alla vita da preferirla all’amore che debbo al mio Dio? E quand’anche sfuggissi al furore del tiranno, credete ch’io possa sfuggire alla giustizia di Dio? No, no, amici miei, preferisco morire che offendere il mio Dio che amo più di me stesso. No, non si dirà mai che a novant’anni io abbia abbandonato il mio Dio e la sua santa legge. „ Mentre lo si conduceva al supplizio, ed il carnefice lo tormentava crudelmente, fu inteso esclamare: “Mio Dio, sapete ch’io soffro per voi. Sostenetemi; sapete che è perché vi amo: sì, mio Dio, per vostro amore io soffro! „ Tale fu il suo coraggio nel veder maltrattare e straziare il suo povero corpo. Ebbene, F. M., eccovi ciò che si chiama amare veracemente il Signore. Questo buon vecchio, che dà la sua vita con tanta gioia per Iddio, non si accontenta di dire che l’ama; ma lo mostra colle opere. Tutti noi, è vero, diciamo d’amare il buon Dio; ma quando tutto va a seconda dei nostri desideri, quando niente contraddice al nostro modo di pensare, di parlare e di agire. Quante volte una sola parola, un’aria di disprezzo, od anche solo di freddezza, un pensiero di rispetto umano non ci fanno abbandonare Dio? Ho detto, F. M., che se vogliamo dimostrare a Dio di amarlo, dobbiam compiere la sua santa volontà, la quale esige che siamo sottomessi, rispettosi coi nostri parenti, superiori e con tutti coloro che Dio pose sopra di noi per guidarci. La volontà di Dio è che i superiori dirigano i loro inferiori senza alterigia, senza asprezza: ma con carità e bontà, come vorremmo esser trattati noi; è volontà di Dio che siamo buoni e caritatevoli verso tutti; e se veniamo lodati, invece di crederci qualche cosa, pensiamo che veniam burlati, come ci dice benissimo S. Ambrogio: “Se veniamo disprezzati, non dobbiamo affliggerci, ma pensare che se si conoscesse bene che cosa siamo, si direbbe assai più male di noi, di quanto se ne dice. „ O come ci dice S. Giovanni: “Se ci insultano, è volontà di Dio che perdoniamo di buon cuore e subito: e che siam pronti a render servigio ogni volta se ne presenti l’occasione. „ E volontà di Dio che nei pasti non ci lasciamo andare alla intemperanza; che nelle conversazioni procuriamo di nascondere e scusare i difetti del prossimo, e che preghiamo per lui. E volontà di Dio che nelle nostre pene non mormoriamo, ma le sopportiamo con pazienza e rassegnazione; cioè Dio vuole che in tutto quello che facciamo ed in tutto quello che ci manda, ricordiamo che tutto viene veramente da Lui, e tutto è pel nostro bene, se sappiamo farne buon uso. Ecco, F. M., che cosa ci ordinano i comandamenti di Dio. Se amate Dio. come dite, voi farete tutto questo, vi comporterete in questo modo; altrimenti, potete ben dire d’amarlo: ma san Giovanni vi dice che siete menzogneri, e la verità non trovasi sulle vostre labbra (I Joan. II, 4) . Esaminiamo, F. M., la nostra condotta e la vita nostra, e vediamo minutamente tutte le nostre azioni. Non bisogna fermarsi ai buoni pensieri, ai buoni desideri ed agli affetti sensibili che proviamo, come ad esempio quando ci sentiam commossi leggendo un libro buono, od ascoltando la parola di Dio e facciamo ogni sorta di belle risoluzioni: questo non è che illusione, se poi non ci impegniamo a fare quanto Dio ci ordina coi suoi comandamenti, e se non evitiamo quanto ci proibisce. Vedete, F. M., come siete in contraddizione con voi stessi. Mattina e sera giungendo le mani per pregare, voi dite : “Mio Dio, vi amo con tutto il mio cuore e sopra ogni cosa; „ credete di dir la verità? Eppure alcuni momenti dopo le mani vostre sono occupate nel rubare al prossimo, o forse in qualche azione vergognosa. Quante volte non avete adoperato questo mani a riempirvi di vino ed abbandonarvi allo gozzoviglie; questa stessa bocca che ha pronunciato un atto d’amor di Dio, eccola, appena presentasi l’occasione, imbrattarsi con bestemmie, delazioni, maldicenze, calunnie, ed ogni sorta di discorsi che offendono o disonorano quello stesso Dio, al quale avete detto che l’amate con tutto il vostro cuore. Ahimè! F. M., diciamo di amare Dio con tutto il cuore! dove sono le prove che ci assicurano esser vero quanto diciamo? Si dice comunemente che i veri amici si conoscono nell’occasione: è vero, che occorrono delle prove per sapere se gli amici sono sinceri; lo si comprende facilmente. Infatti, se vi dicessi che sono vostro amico, e non facessi niente per mostrarvelo, al contrario facessi mille cose per farvi dispetto; se in tutte le occasioni in cui potessi attestarvi il mio attaccamento, non vi dessi che segni di avversione, voi non vorreste credere che vi amo, sebbene ve l’abbia detto di frequente; altrettanto, F. M., riguardo a Dio. Potete ben dirgli cento volte al giorno: “Mio Dio, vi dono il mio cuore; „ non basta. Bisogna dargliene le prove in quanto facciamo ogni giorno, perché non ve n’ha alcuno in cui non siamo obbligati a fare qualche sacrificio pel buon Dio, se non vogliamo offenderlo, e se vogliamo amarlo. Quante volte il demonio ci manda pensieri d’orgoglio, di odio, di vendetta, d’ambizione, di gelosia; moti di collera e d’impazienza; quanti pensieri o desideri contro la santa virtù della purità! ed altre volte, quanti pensieri e desideri d’avarizia! Ahimè! il nostro miserabile corpo ci porta senza posa al male, mentre la voce della coscienza e le ispirazioni della grazia ci spingono al bene. Ebbene! F. M., ecco che cos’è piacere a Dio, amarlo: è combattere, resistere coraggiosamente a tutte le tentazioni. Ecco come daremo le prove dell’amore che abbiamo per Iddio: ecco quanto ci metterà nella disposizione continua di tutto sacrificare piuttosto che offenderlo. Dite di amare Dio, od almeno che desiderate di amarlo: siete un bugiardo. Perché adunque lasciate entrare nel vostro cuore quel pensiero di orgoglio? perché vi abbandonate a quelle mormorazioni, a quelle gelosie, a quelle maldicenze, a quelle compiacenze di voi stesso? Perché siete un ipocrita. Voi ne siete spiacenti; lo credo: voi ne sarete ben afflitti… Ahimè! quanto pochi amano Dio!… Diciamolo, a disonore del Cristianesimo, quasi nessuno lo ama di questo amore di preferenza, sempre pronto a sacrificare tutto per piacergli, e sempre timoroso di offenderlo. Vedete, F. M., come si diportò S. Eustachio con tutta la sua famiglia; vedete la sua costanza ed il suo amore per Iddio. Si narra nella sua vita ~ Ribadeneira  sett.~ che trovandosi alla caccia inseguiva un cervo di straordinaria grandezza: slanciatosi su d’una roccia e cercando il mezzo di raggiungerlo, scorse tra le sue corna un bel crocifisso, che gli disse d’andare a ricevere il battesimo e ritornare, che gli farebbe conoscere quanto doveva soffrire per suo amore; che perderebbe i beni, la riputazione, la moglie, i figli, e finirebbe coll’essere arso vivo. S. Eustachio ascoltò tutto questo senza la minima paura o ripugnanza, e senza fare alcun lamento. Infatti, poco dopo scoppiò la peste nelle sue gregge e nei suoi schiavi, non risparmiandone neppur uno. Tutti cominciavano a fuggirlo, e nessuno voleva dargli aiuto. Vedendosi ridotto così misero e disprezzato, decise d’andare in Egitto, dove aveva ancora qualche possedimento. Egli e la sua consorte presero per mano i loro bambini e si affidarono alia provvidenza di Dio. Passato il mare, il padrone della nave in pagamento del viaggio si ritenne la moglie di Eustachio, e lasciati il padre ed i figli a terra, fece vela per altri lidi. Ecco S. Eustachio privato di una delle sue maggiori consolazioni. Sopportando tutto, senza mai lamentarsi della condotta di Dio a suo riguardo, ci dice l’autore della sua vita, prese un piccolo crocifisso tra le sue mani, e baciandolo rispettosamente continuò la sua via. Un po’ più avanti dovette attraversare un fiume abbastanza largo ecc…. Questo, M. F., possiamo chiamare amore vero, poiché nulla è capace di separare Eustachio da Dio. Aggiungo inoltre, F. M., che se amiamo davvero il buon Dio, dobbiam desiderare grandemente di vederlo amato da tutti. Ne abbiamo un bell’esempio nella storia, esso ci offre una bella scena di amore per Iddio. Fu vista nella città di Alessandria, una donna che teneva in una mano un vaso pieno d’acqua, e nell’altra una fiaccola accesa. Quelli che la osservarono, stupiti le chiesero che cosa pretendeva fare con quell’apparato. Vorrei, rispose essa, con questa fiaccola incendiare il cielo e tutti i cuori degli uomini, e coll’acqua spegnere il fuoco dell’inferno, affinché d’ora innanzi non si amasse più il buon Dio per la speranza della ricompensa, o per timore del castigo riservato ai peccatori: ma unicamente perché Egli è buono e degno d’essere amato. „ Bei sentimenti, F. M., degni della grandezza d’un’anima che conosce che cosa è Dio, e come Egli merita tutti gli affetti del nostro cuore. Si racconta nella storia dei Giapponesi, che quando si annunciava loro il Vangelo, e venivano istruiti intorno a Dio, specialmente quando si insegnavano loro i grandi misteri della nostra santa religione, e tutto ciò che Dio ha fatto per gli uomini; un Dio che nasce in una povera stalla, vien disteso su d’un po’ di paglia nei rigori dell’inverno, un Dio che patisce e muore sopra una croce per salvarci: erano così sorpresi da tante meraviglie che Dio aveva fatto per la nostra salvezza, che si udivano esclamare in un trasporto d’amore: “Oh! come è grande! oh, come è buono! oh, come è amabile, il Dio dei Cristiani! „ E quando poi si diceva loro che v’è un comandamento che ordinava d’amare Dio, e li minacciava di castighi se non l’amavano, ne eran talmente stupiti, che non potevan riaversi dal loro sbalordimento. “Ecchè! dicevano, fare ad uomini ragionevoli un precetto d’amare un Dio che tanto ci ha amati?… ma non è la più gran fortuna l’amarlo, e la più gran disgrazia i l non amarlo? Ecchè! dicevano ai missionari, i Cristiani non sono sempre ai piedi degli altari del loro Dio, penetrati della grandezza di sua bontà, e tutti infiammati del suo amore? „ E quando sentivano che non solo v’era chi non l’amava, ma anche chi l’offendeva: “O popolo ingiusto! popolo barbaro! Esclamavano con indignazione; è possibile che vi siano Cristiani capaci di tale oltraggio verso un Dio così buono? In qual terra maledetta adunque abitano questi uomini senza cuore e senza sentimento?„ – Ahimè! dal tratto che adoperiamo verso Dio, non ci meritiamo purtroppo che questi rimproveri! Sì, F. M., verrà giorno che le nazioni lontane e straniere faranno testimonianza contro di noi, ci accuseranno e condanneranno dinanzi a Dio. Quanti Cristiani passano la vita senza amare Dio! Ahimè! forse ne troveremo al giorno del giudizio molti che non avranno dato neppure un sol giorno tutto intero al buon Dio. Ahimè! quale sventura!… S. Giustino ci dice che l’amore ha ordinariamente tre effetti. Quando amiamo alcuno, pensiamo spesso e volentieri a lui, ci diamo volentieri per lui, e soffriamo per lui: ecco, F. M., quanto dobbiamo fare pel buon Dio, se l’amiamo davvero.

1° Dobbiamo pensare spesso a Gesù Cristo. Niente è più naturale che pensare a chi si ama. Vedete un avaro: non è occupato che de’ suoi beni o del mezzo di aumentarli; solo od in compagnia, niente è capace distrarlo da questo pensiero. Ecco un libertino: la persona, che è l’oggetto del suo amore, è continuamente con lui, come il respirare: vi pensa tanto, che il suo corpo ne è spesso così affranto, che si ammala. Oh! se avessimo la fortuna di amare tanto Gesù Cristo, quanto un avaro ama il suo denaro o le sue terre, un ubbriacone il vino, un libertino l’oggetto delia sua passione, non saremmo noi continuamente occupati dell’amore e delle grandezze di Gesù Cristo? Ahimè, M. F., ci occupiamo di mille cose che, quasi tutte, terminano in nulla: quanto a Gesù Cristo, passiamo delle ore e dei giorni interi senza ricordarci di Lui, ovvero ci ricordiamo così languidamente da credere appena a quanto pensiamo. Mio Dio, perché non siete amato? Eppure, M. F., fra i nostri amici ve n’ha forse alcuno più generoso, più benefico di Lui? Ditemi: se avessimo pensato bene che, ascoltando il demonio, il quale ci trascinava al male, abbiamo grandemente afflitto Gesù Cristo, l’abbiam fatto morire una seconda volta, avremmo noi avuto questo coraggio?… non avremmo invece detto: Come potrei offendervi, mio Dio, Voi che ci avete tanto amati? Sì, mio Dio, giorno e notte il mio spirito ed il mio cuore non saranno occupati che di Voi.

2° Se amiamo davvero il buon Dio gli daremo quanto è in nostro potere di dargli, e con grande piacere. Se abbiamo beni, facciamone parte ai poveri; è come se si desse a Gesù Cristo in persona; è Lui che ci dice nel Vangelo: “Quanto darete al minimo dei miei, cioè ai poveri, lo considero come dato a me stesso ~Matt. XXV, ~ . „ Qual felicità, M. F., per una creatura, potere esser liberale verso il suo Creatore, il suo Dio, il suo Salvatore! Non solamente i ricchi possono dare; ma tutti i Cristiani, anche i più poveri. Non tutti abbiamo dei beni per darli a Gesù Cristo nella persona dei poveri; ma tutti abbiamo un cuore, ed è proprio di questa offerta che Egli è più geloso: è questo che Egli domanda con tanta insistenza. – Ditemi, F. M., potremmo rifiutargli ciò che Egli ci domanda con tante istanze, Egli che ci ha creati per sé? Ah! se vi pensassimo bene, non diremmo al divin Salvatore: ” Signore, sono un povero peccatore, abbiate pietà di me: eccomi tutto per voi? „ Come saremmo fortunati se facessimo questa offerta universale al buon Dio! quanto sarebbe grande la nostra ricompensa!…

3° Ma tuttavia il miglior segno d’amore che possiamo dare al buon Dio, è il soffrire per Lui; perché, se ben consideriamo quanto Egli ha sofferto per noi, non potremo esimerci dal soffrire tutte le miserie della vita, le persecuzioni, le malattie, le infermità, la povertà. Chi non si sentirà commuovere alla vista di tutto quello che Gesù Cristo ha sofferto durante la sua vita mortale? Quanti oltraggi non gli fanno patire gli uomini colla profanazione dei Sacramenti, col disprezzo della sua santa religione, che tanto gli costò per stabilirla? Qual cecità, M. F., non amare un Dio così amabile, e che cerca, in tutte le cose, solo il nostro bene! Ne abbiamo un bell’esempio nella persona di santa Maddalena, divenuta celebre in tutta la Chiesa pel suo grande amore a Gesù Cristo ~ XXVI, 18 ~ . Una volta datasi a Lui, non l’abbandonò più; non solo col cuore, ma anche realmente, seguendolo nei viaggi, soccorrendolo del suo, ed accompagnandolo sino al Calvario. Ella fu presente alla sua morte, preparò gli aromi per imbalsamarne la salma e di buon mattino accorse al sepolcro ~Joan. XX ~ . Non trovandovi più il corpo di Gesù Cristo, si lamentò col cielo e colla terra; supplica gli Angeli e gli uomini di dirle dove sia il suo Salvatore: perché vuol trovarlo a qualunque costo. Il suo amore era così ardente che può ben dirsi essere stato impossibile a Gesù Cristo il nascondersi; perché essa aveva pensato soltanto a Lui, Lui solo aveva desiderato, Lui solo voluto; per essa ogni altra cosa è nulla; non ebbe né rispetto umano, né timore d’esser disprezzata o derisa: abbandonò tutti i suoi averi, calpestò gli ornamenti ed i piaceri per stare al seguito del suo diletto: tutto il resto non fu più nulla per lei. Ascoltate ancora la lezione che ci dà S. Domenico ~Ribad.  4 Agosto ~

l. Questo santo patriarca, che dall’amore di Dio sentiva soddisfatti tutti i suoi desideri, dopo aver predicato tutto il giorno, passava le intere notti in contemplazione: si credeva di già in cielo, e non sapeva comprendere come si possa vivere senza amare Dio, poiché in ciò è riposta tutta la nostra felicità. Un giorno che fu preso dagli eretici, Dio fece un miracolo per salvarlo dalle loro mani. “Che avreste fatto, gli disse un amico, se avesser voluto uccidervi? „ — Ah! li avrei scongiurati di non farmi morire d’un tratto, ma di tagliarmi a pezzettini; poi di strapparmi la lingua e gli occhi; e, dopo aver immerso il resto del mio corpo nel mio sangue, di tagliarmi la testa. Li avrei pregati di non lasciare alcuna parte del mio corpo senza sofferenze. Ah! allora sì avrei avuto la fortuna di dire a Dio che veramente l’amo. Sì, vorrei esser padrone dei cuori di tutti gli uomini,  per farli tutti ardere d’amore.„ Qual linguaggio esce da un cuore ardente d’amore divino! In tutta la sua vita questo gran santo cercò il mezzo di morir martire, per mostrare a Dio che veramente l’amava. Vedete pure S. Ignazio martire, vescovo di Antiochia, ~ 1 febbraio ~ che fu condannato dall’imperatore Traiano ed esser esposto alle fiere. Provò tanta gioia udendo la sentenza che lo condannava ad essere divorato dalle fiere, che credé morirne di consolazione. Non aveva che un solo timore, questo, che i Cristiani gli ottenessero la grazia. Scrisse loro dicendo: “Amici miei, lasciate eh’ io divenga la preda delle belve, e venga macinato come un grano del frumento di Dio per divenire pane di Gesù Cristo. Io so, amici miei, che m’è assai utile il soffrire; bisogna che i ferri, i patiboli, le belve feroci facciano strazio delle mie membra e stritolino il mio corpo, e che tutti i tormenti si riversino su di me. Tutto per me è buono, purché arrivi al possesso di Dio. Comincio ora ad amare Gesù Cristo; ora sono suo discepolo. Per le cose della terra ho soltanto disgusto, non sono affamato che del pane del mio Dio, che mi deve saziare durante l’eternità; non sono avido che della carne di Gesù Cristo, il quale non è che carità. „ Ditemi, M. F., si può trovare un cuore più in fiammato d’amor di Dio? Infatti fu divorato dai leoni, che lasciarono solo alcuni avanzi del suo corpo. Che devesi concludere da tutto questo, F. M., se non che ogni nostra felicità sulla terra è di attaccarci a Dio? Cioè, bisogna che in quanto facciamo, il buon Dio sia l’unico fine; poiché sappiamo tutti, per nostra esperienza personale, che nulla di creato è capace di renderci felici, che il mondo intero con tutti i suoi beni e piaceri non potrebbe soddisfare il nostro cuore. Non perdete di vista, F. M., che tutto c i abbandonerà. Verrà u n momento in cui quanto abbiamo passerà in altre mani … Mentre se abbiamo la grande fortuna di possedere l’amore di Dio, ce Io porteremo in cielo, e sarà la nostra felicità in eterno. Amar Dio, non servir che Lui solo, e non desiderare che di possederlo: ecco la bella sorte che vi auguro di cuore.

LO SCUDO DELLA FEDE (173)

A. D. SERTILLANGES, O. P.

CATECHISMO DEGLI INCREDULI (IX)

[Versione autoriz. Dal francese del P. S. G. Nivoli, O. P. – III ristampa. S. E. I. – Torino 1944]

LIBRO SECONDO

I MISTERI

III. — Il mistero della Creazione.

c) La Natura.

D. All’opposto dello spirito puro, tu vedi la natura fisica?

R. Essa di fatto è all’opposto, pur serbandone il contatto.

D. Che cosa pensi della sua creazione? Ebbe essa luogo in una sola volta, o successivamente? per tappe, o continuatamente?

R. Secondo quello che abbiamo detto della creazione, pura relazione di dipendenza riguardo a Dio, la tua domanda non ha guari senso. Il mondo dipende in tutto il tempo: dunque è creato in tutto il tempo. Diciamo meglio: esso è creato secondo tutto îl tempo, cioè in tutti i termini della sua durata, in tutte le sue tappe; perché sappiamo che la creazione in se stessa è intemporale; sono solamente temporali il tempo stesso e ciò che il tempo misura.

D. Ecco che il mistero ritorna.

R. Io non ne posso niente. Tuttavia, aggiungo che il primo giorno del mondo in un certo senso è privilegiato. Esso non ha precedente; gli altri ne hanno. Si può dunque dire — in questo senso — che esso è nuovamente creato; che il mondo, in sé è tutto nuovo, benché le parole tutto nuovo e nuovamente abbiano l’aria di supporre una precessione illusoria e quel niente immaginario che noi abbiamo eliminato. In ragione di questo privilegio del giorno primo, si nota una differenza tra la «creazione continuata » o «conservazione » e la creazione iniziale, che è la stessa, ma riferita ad ogni istante.

D. Come si può continuare ciò che è intemporale, conservare ciò che dipende daell’intemporale?

R. Non si può. Questi sono modi di parlare. Ma io te ne dico l’intenzione. Si vuol notare una differenza tra ciò che comincia e ciò che prosegue, e questa differenza che non si trova nella creazione stessa e si trova solo nel suo effetto, la si riporta sulla creazione per concessione alle nostre abitudini di mente e di linguaggio, per assimilazione a ciò che avviene ordinariamente. E si dice: «Il mondo fu creato al principio del tempo »; oggi e sempre, esso è «conservato », «governato », il che non impedisce che dipenda incessantemente, e per conseguenza,  in quanto al contenuto essenziale della parola creazione, noti sia sempre creato.

D. Dunque resta il mio quesito. Ne modifico solo un poco i termini; e domando: Dio ha Egli dato alla natura un unico cominciamento, o questa ha conosciuto, in seguito, altri cominciamenti, che l’arricchiscono di nuove creature?

R. Certi pensatori stimano che vi sono sempre dei cominciamenti di questo genere; che le produzioni della natura sono perpetuamente nuove, imprevedibili, inventate sul posto; che vanno a ventaglio, sfoggiando sempre maggiori risorse. Ecco quello che, in Enrico Bergson, significa l’evoluzione creatrice. Questa creazione continua, non più nel senso d’una semplice conservazione, ma d’un accrescimento, non ha nulla che possa sorprendere un Cristiano. Noi vi aderiamo almeno in un caso particolare, quello dell’anima, come presto vedremo. Noi vi aderiamo anche, in maggioranza, quando si tratta del passaggio da un regno all’altro, supponendo che essi si dispongano a piani nel tempo. La vita non ha potuto uscire dalla materia inerte per un semplice sviluppo della materia inerte; assai meno ancora un’anima pensante può uscire da un organismo o da un’azione organica, dal momento che essa appartiene al mondo dello spirito, quantunque al più infimo titolo. In questi casi dobbiamo supporre un prestito nuovo dalla Sorgente creatrice, che Cristo ci dice perpetuamente attiva: « Mio Padre opera fino adesso ». L’eternità viene in soccorso del tempo, Se questo soccorso fosse permanente, noi non potremmo lagnarcene.

D. Credi tu per lo meno ai giorni della creazione, che siano giorni propriamente detti o giorni-periodi?

R. Qui non si può dar risposta perentoria. Quello che ne dice la Scrittura si presta a troppo diverse interpretazioni. Mosè, ancora una volta, non era incaricato d’insegnarci la cosmologia, ma di stringerci a Dio e di avviarci, col suo popolo, verso la Terra promessa.

D. Dunque, secondo te, resta libera la via per un’interpretazione della natura mediante l’evoluzione?

R. Sì, certamente; ma a due condizioni, delle quali ti ho già esposto sopra la prima, ed è che anzitutto l’evoluzione non pretenda di sostituire Dio; poi, che essa dia a Dio tutto il posto che gli può convenire nel corso stesso delle cose. In un sistema di evoluzione ben compreso, la natura ha due mezzi di effettuare l’opera sua: valersi delle risorse iniziali che ha dal Creatore, spiegando le sue virtualità segrete, le «sue ragioni seminali», direbbe S. Agostino; oppure, là dove il suo capitale acquisito non basta, attingere dalla Sorgente congiunta, o continuatamente, come vuole Bergson, o solamente alle grandi svolte; sia che vi si sorprendano soltanto dei piccoli cambiamenti, a guisa delle trasformazioni lamarckiane e darwiniane, oppure vi siano dei salti bruschi, delle varianti subitanee, come esige de Vries. In realtà, tutto questo per noi è uguale; se la intendano la scienza e la filosofia. Religiosamente, noi patrociniamo per Dio, rivendichiamo i diritti di Dio e allora si tratta della Causa, non del piano, e dei procedimenti di Spiegamento; si tratta del perché di tutto, non del come secolare e delle sue oscure vie. Non è inutile osservare qui che Lamarck e Geoffroy-Saint-Hilaire, i due creatori del trasformismo, non vedevano in esso se non «l’esecuzione d’un piano tracciato dalla volontà divina ».

d) L’Uomo.

D. L’uomo apparve subitaneamente sulla terra, oppure la sua venuta è il risultato d’una lenta elaborazione della vita?

E. L’uomo, propriamente parlando, non può essere un prodotto dell’evoluzione anteriore, poiché è costituito essenzialmente dalla ragione, fatto nuovo, fatto trascendente a ogni sviluppo materiale e che esige un apporto sui generis, veniente dal mondo dello Spirito,

D. Perché dici: L’uomo propriamente parlando?

R. Perché, quando ci si esprime con precisione, l’uomo vuol dire un’anima e un corpo formanti un solo essere. Ma, pur dicendo: l’uomo, si potrebbe pensare all’uomo quanto al suo corpo, all’uomo quanto alle sue preparazioni, quanto a’ suoi antecedenti corporali, e allora il problema posto sarebbe tutt’altro.

D. Che cosa intendi con questo?

R. Che il sapere se l’uomo è stato formato in una sola volta e tutto d’un pezzo, è una questione, e il sapere donde viene a lui, indipendentemente dal suo corpo, la parte principale del suo essere, quella che lo fa veramente uomo è un’altra questione.

D. Che diresti della prima questione?

E. È una questione di fatto. Si può pensare che il Genesi la dirima, con la storia della formazione di Adamo e del soffio di vita che Dio gl’infuse; e invero la scienza, quanto al presente, non vi contraddice affatto. Ma si può pensare all’opposto che per la Religione come per la scienza, il problema resti sospeso. Razionalmente parlando e atteso lo stato dei fatti da noi conosciuti, nulla impone e nulla vieta di credere che l’organismo umano sia stato elaborato nel seno della natura generale, nel corso delle età, e che, a suo tempo, Dio presente a tutte le cose abbia fornito la parte spirituale che costituisce l’uomo.

D. Si dirà allora che l’uomo « discende dalla scimmia ».

R. Sarebbe una grande stupidaggine; perché anzitutto non si tratta della « scimmia ». Ognora più la scienza crede di trovare le nostre origini fisiche lontano dalla linea scimmiesca. Sopra il tronco dei Primati, l’umanità sarebbe salita al centro, come un gran fiore, quando divergevano tutt’attorno, in vari sensi, dei rami di cui gli uni sono periti, e gli altri sussistono. Del resto è questa una considerazione secondarissima; ciò che importa è questo. L’uomo è l’uomo, non è soltanto il suo essere fisico, non è il suo corpo. Sarebbe piuttosto l’anima. In realtà, non è né l’uno né l’altro, ma il composto. Ora in quale momento nasce un composto? Senza dubbio si forma aggiungendo a un primo elemento quello che lo compie, specialmente se l’elemento complementare è di gran lunga il principale, se è l’essenziale. Non vi fu dunque uomo, uomo vero, se non in quel tempo, e la nascita dev’essere attribuita a Colui che è il padrone di quel momento, che ne fornisce la caratteristica umana, che ne fa una nascita d’uomo.

D. La nostra genealogia risalirebbe dunque a Dio, anche in questa ipotesi?

R. Così dicendo, tu incontri il Vangelo, tanto ammirato su questo punto da Chateaubriand. La genealogia di Cristo, in S. Luca, attraversa tutte le età, in addietro, da Giuseppe ad Adamo, e si getta in Dio. La nostra, in avanti, vi si raccorda.

D. Ma perché l’anima, o l’intelligenza non verrebbe al mondo per evoluzione, come ultimo stadio dell’evoluzione? Quando il legno è sufficientemente caldo, il ceppo s’infiamma.

R. Avresti ragione, se la fiamma e il ceppo di cui si tratta qui appartenessero, come nel tuo esempio, a uno stesso ordine di fatti. Scaldare un ceppo in un focolare, è semplicemente metterlo in un certo stato di vibrazione; se la vibrazione si accentua, è la fiamma; a un effetto di calore si unisce un effetto di luce; ma questi sono fenomeni dello stesso ordine, in continuità l’uno con l’altro, sullo stesso piano. All’opposto, il pensiero e la materialità sono d’un ordine opposto, esclusivi l’uno dell’altro.

D. Perché ciò?

R. Perché l’oggetto del pensiero è la natura delle cose, l’idea delle cose, la loro equazione interiore, se posso dire così, e l’equazione che i loro rapporti stabiliscono. Ora questo esorbita affatto da ogni materia e da ogni attributo materiale; questo non è più locale, temporale, individuale, come tutto ciò che spetta alla materia. Noi siamo qui al di sopra dell’evoluzione e delle sue varie realizzazioni, delle quali l’idea, in noi, ha il carattere  d’un piano intemporale, atto ad esser ripreso  quanto si vorrà, moltiplicato indefinitamente, e per conseguenza estraneo alla realtà che esso riflette.

D. Potresti darmi un esempio?

R. Lo prendo molto grosso; sarà più visibile. Due pomi si aggiungono a due pomi per farne quattro; io posso metterli in un paniere tutti e quattro; ma due e due fanno quattro, dove metterò io questo? dove questo si può collocare? in qual luogo, in qual tempo, in quali condizioni d’individualità che si possano prestare a una evoluzione materiale?

D. Non avviene lo stesso d’una sensazione animale?

R. Niente affatto. Una sensazione animale si evolve incessantemente; in ciascuno de’ suoi stati essa è insieme un punto di partenza e un termine, come tutto ciò che è movimento e tempo. Una sensazione ha per principio un’immagine, e un’immagine non è un’idea. L’immagine ha dei caratteri nettamente individualizzati, localizzati; essa è legata a una durata; trascorre; è estranea a quel potere di ripetizione e di reincarnazione indefinita che l’idea rivendica.

D. L’idea, all’origine, non è forse un’immagine, ma generalizzata per sovrapposizione d’immagini similari e per cancellamento dei loro contorni?

E. Tu perori bene; ma ciò non rende nessun conto dei fatti. L’immagine originale esiste; la sovrapposizione d’immagini anche, e ne risulta l’immagine generalizzata; osserviamo in noi tutto questo. Ma se vogliamo rifletterci, potremo anche osservare che nello schema così ottenuto noi vediamo tutt’altro che lo schema. L’idea d’un rapporto matematico, o d’una definizione, o d’una negazione, o l’idea di un’idea, quando il pensiero si ripiega su se stesso, tutto questo non ha nulla a che vedere con le immagini che sottendono il pensiero, ma non sono il pensiero. Lo schema immaginativo è caratterizzato da una generalità imprecisa, l’idea da una universalità precisa. Lo schema immaginativo è temporale e movente; segue il flusso del cervello; sotto un’idea identica, non è in due istanti il medesimo; ma l’idea si presenta come necessaria e intemporale, fosse pure l’idea d’un oggetto cangiante.

D. E che cosa pretendi di dedurre da questo?

R. Ecco. Gli esseri si caratterizzano per i loro poteri, i poteri per i loro atti, gli atti per i loro oggetti. Risalendo, si può determinare mediante il carattere degli oggetti quello degli atti, mediante quello degli atti, quello dei poteri, e mediante quello dei poteri quello degli esseri. L’idea non è forse d’un ordine a parte, estraneo al flusso materiale? lo stesso dunque avviene dell’ideazione, della facoltà d’ideazione, dell’anima. Tutto questo è necessariamente sopra la stessa linea, allo stesso livello, appartenente allo stesso ordine, allo stesso mondo, e questo mondo non è quello del flusso materiale. Se nel corso dei fatti di evoluzione, vi è inserzione d’una sola idea generale, io dico che l’evoluzione ha incontrato un’altra corrente, un altro ambiente, d’ordine spirituale; il mondo dello spirito lo ha toccato; una « virtù » è emanata dall’alto, che ha guarito la sua impotenza d’idealità, come Gesù guariva al contatto le malattie. In una parola, Dio è intervenuto, ha «infuso » un elemento nuovo. Ed è l’anima.

D. Lo sbocciare dell’anima sarebbe dunque un miracolo?

R. Non è un miracolo, perché primieramente questo non si vede e quindi non ha nulla di prodigioso; ma soprattutto perché questo appartiene al corso normale delle cose, tal quale Dio lo ha preveduto e preordinato. È cosa normale che, essendo un organismo stato preparato a ricevere un’anima, quest’anima vi si schiuda, e lo schiudersi non offrirà nulla di drammatico; e neppure di percettibile, salvo che per i suoi effetti. Tuttavia è un fatto interamente nuovo, un fatto il quale non ha luogo in virtù della sua sola preparazione, il quale, data la preparazione, ha luogo in ragione della perpetua presenza di Dio e della sua fedele provvidenza.

D. Così avviene, dicevi tu, di ciascun’anima individuale?

R. Sì. A questo riguardo l’umanità ricomincia in ciascuno di noi. Il ciclo delle preparazioni preadamiche, se è esistito, è ripreso in qualche modo dal ciclo generatore. La madre è la natura, che offre l’ambiente di schiudimento e le risorse nutritive; il semen è il fermento di vita la cui origine remota ci sfugge; lo sviluppo embrionale è l’evoluzione; il neonato, in cui una anima si schiude è come un nuovo Adamo, che alla sua volta darà principio a una discendenza.

D. Una tale dottrina deve avere vaste conseguenze.

R. Ha conseguenze immense, e in tutti gli ordini. Di lì viene, come vedremo, il nostro destino. L’anima, non appartenendo al ciclo della natura, non ne segue il corso, non vi riversa le sue energie proprie, ma fa ritorno al suo alto Principio, al quale anzi essa trascinerà, un giorno, come per diritto di conquista, il suo congiunto corporeo. Avendo così il suo fine individuale, e un fine trascendente al tempo, la persona umana ne diventerà sacra, esonerata dalla servitù completa che amerebbero d’imporle i padroni, di qualunque grado o di qualunque natura essi siano: padri autocrati, mariti oppressori, politici partigiani di uno statismo pagano, fautori o praticanti della schiavitù e de’ suoi derivati, etc., etc. Ciò si estende molto lontano e serve a risolvere una grande moltitudine di problemi. Il conflitto fra tante forze avverse che lottano nella nostra società moderna sovente prende di lì la sua origine.

D. Ritorno al caso della specie. Credi tu alla sua unità, cioè a uno stipite unico, a una coppia, donde sarebbero usciti tutti gli uomini e le varie razze d’uomini?

R. Sì; perché noi crediamo alla solidarietà morale dell’umanità intera; essa ci è attestata dai dogmi del peccato originale e della redenzione.

D. Per te, la solidarietà morale importa l’unità della specie?

R. Sì, perché, alla base, è fondata sull’eredità, come nelle famiglie. La morale ha sempre le sue radici profonde nella natura.

D. A quale data approssimativa potrebbe risalire la costituzione di questa coppia iniziale?

R. Non sappiamo.

D. Non cantate nel vostro cantico di Natale: Da quattromila anni...

R. Non si potrebbe affermare tutto quello che si canta. Vi son lì delle tracce di antichi stati di spirito che credevano di appoggiarsi sopra la Bibbia. Oggi è riconosciuto che a questo riguardo non vi è cronologia biblica.

D. Le vostre storie sono dunque false?

R. Le nostre storie non sono false; ma propriamente parlandonon sono storie, e affinché ogni falsità sia da esse eliminata, non è necessario che la serie dei tempi sia in esse registrata sotto una forma regolare e completa. Siffatta storia non ha neppure bisogno di essere esatta sotto l’aspetto propriamente scientifico, spesso assai estraneo a’ suoi autori; basta che essa sia esatta quanto al senso religioso dei fatti, il che non esige se non una storicità relativa, fatta di simboli reali, se posso dire così, intendo notazioni semplificate, a volte parabole, sacrificanti i particolari a vedute generali e sintetiche, percorrendo periodi interi, correndo alla meta, che è di segnare il senso della vita.

D. Ma qui quali supposizioni faresti?

R. Spetta alla scienza di rispondere. Pietro Termier, geologo eminente, membro dell’Accademia delle scienze e perfetto Cattolico, scrisse: « Nello stato attuale delle nostre cognizioni, non si può attribuire all’uomo meno di 35.000 anni di età; ed è possibile che la sua antichità reale raggiunga 40.000 o anche 50.000 anni ». (Anche le cognizioni di Termier non hanno basi biologiche, antropologiche, nè storiche – ndr. -)

D. E comprendi tu facilmente che l’evoluzione, ammessa or ora a titolo d’ipotesi, abbia così concentrato i suoi effetti sopra una sola coppia, invece di presentarli, qua e là, dispersi?

R. Noi crediamo a un intervento divino affatto speciale, alla culla della stirpe umana.

D. E come si manifestò questo intervento?

R. Per l’elezione della coppia iniziale capostipite dell’umanità futura e per il suo collocamento in uno stato di felicità affatto gratuita che si doveva disgraziatamente perdere. È quello che noi chiamiamo in teologia giustizia originale.

D. E in che consiste questo dono?

R. Nell’unione intima dell’essere umano col suo Dio, e, per conseguenza, in un’armonia interiore esclusiva di quella violenta propensione al male che domina l’umanità attuale, di quella cecità spirituale che l’ottenebra, di quella instabilità funzionale che produce la malattia e la morte.

D. La morte stessa, secondo te, doveva esser risparmiata al primo uomo?

R. Sì; perché la morte, per quanto naturale ci apparisca e sia nelle condizioni presenti, non di meno è, in un certo modo, innaturale. Per essa l’anima perde il suo corpo e si trova così in uno stato violento, per quanto felice sia la vita che vive da sola. Per questa ragione, noi troviamo naturale la risurrezione futura dei corpi, e naturale, all’inizio, l’immortalità dei corpi.

D. Ecco una cosa che urterà un sapiente.

R. Niente affatto se egli ci pensa. Osserverà che più di un fisiologista, attorno a sé, non dispera di vedere un giorno ritardare largamente la morte, se non di guarirla. Che cosa è la morte se non la caduta di un edificio lentamente minato da forze avverse, per mancanza di una coordinazione sufficientemente salda de’ suoi poteri interiori, cioè per mancanza di una dominazione reale dell’anima sopra il suo corpo?

D. Ma che cosa è che può rendere un’anima più potente sul suo corpo?

R. Per una parte la sua propria rettitudine; ma soprattutto, e per il fatto stesso della sua rettitudine, se la si suppone perfetta, la sua stretta unione con Dio, come ora l’ho espressa e come mi ci estenderò di più parlando della redenzione e della grazia. Quanto meglio io sono unito alla Sorgente di ogni forza, di ogni luce, di ogni armonia vitale, tanto maggiori ricchezze ricevo in me e tanto più le posso comunicare al mio ambiente congiunto, che è il mio corpo, anzi, al di là, all’ambiente esterno in cui si esercita la mia azione.

D. Era dunque la natura stessa che ne doveva sentire l’influsso?

R. Sì certamente. Noi crediamo a una specie di « giustizia» delle cose risultante dalla « giustizia originale » dell’umanità.

D. Puoi tu precisare?

R. Noi non possiamo precisare. S’impara a ritrovare il nostro Eden perduto, non a descriverlo.

D. Dunque lo ritroveremo?

R. Lo ritroveremo. Non ora, e ne dirò i motivi; ma il pieno ricupero temporale non è di grande importanza; solo l’eterno conta.

D. Come l’abbiamo perduto?

R. È un nuovo mistero, sul quale dovremo spiegarci con qualche ampiezza.

D. Prima di abbandonare l’idea di creazione, vorrei chiederti se tutto ciò che Dio ha creato costituisce a’ tuoi occhi un solo mondo?

R. Sì, se tu prendi queste parole in tutto il loro rigore. Un mondo può essere un sistema a parte, come il sistema solare; uno sciame di sistemi, come la via lattea o la nebulosa di Orione; la «goccia d’etere », cioè l’insieme delle realtà accessibili alla nostra esperienza. Ma se per mondo intendi l’universalità assoluta delle creature, noi pretendiamo che non vi sia che un solo mondo.

D. Perché non ce ne sarebbero parecchi? Limiti la potenza di Dio?

R. Non limitiamo la potenza di Dio, ma la potenza di Dio è anche sapienza, e la sapienza creatrice non ci pare compatibile con una pluralità assoluta di opere, perché non è punto compatibile con una pluralità assoluta di fini.

D. Qual fine attribuisci tu alla causalità creatrice?

R. La manifestazione del bene divino.

D. Ma questa manifestazione non si acconcia forse alla pluralità?

R. Sì certamente; ma a una pluralità ordinata; perché la pluralità, per se stessa, non ha alcun valore; il valore non si acquista se non con l’ordine.

D. Due universi non varrebbero dunque più di uno?

R. Due universi valgono più di uno se hanno una unità sintetica, se si completano, se i fatti dell’uno vengono in soccorso dell’altro per esprimere con maggiore pienezza il bene divino. Ma allora, dal punto di vista assoluto del termine, essi non formano che un solo universo. Se l’uno non aggiungesse niente all’altro, se fossero identici, la loro moltiplicazione perderebbe ogni ragione di essere e ripugnerebbe a servire da fine.

D. Un universo è dunque, per te, essenzialmente un ordine?

R. È quello che esprime la parola cosmo, che significa a un tempo ordine, ornamento e universo.

D. E ciò solo è un bene?

‘R. Ciò non solo è un bene; ma il miglior bene; è il bene prima di tutto voluto dal Creatore e del quale Egli applaude l’effettuazione nel Genesi, quando dice di ciascuna cosa in particolare che essa è buona, e di tutte collettivamente che sono molto buone. Tutte le cose sono buone come riflesso isolato del loro principio; tutte le cose sono molto buone come adatte l’una all’altra e al loro Principio, al quale rendono una comune testimonianza.

D. E questa comunanza, a tuoi occhi s’impone?

R. Sì; perché Dio, in ciò che lo riguarda, non può volere se non il miglior bene, che è l’ordine, si tratti dell’ordine interno di ciascuna cosa o dell’ordine del loro insieme. Riguardo alla sua creazione integrale, quello che Dio vuole anzitutto, non è questa o quella creatura, il cui valore limitato non si sostiene da sé e prende da tutto ciò che la circonda; ma sì l’armonia de’ suoi esseri, il cui insieme effettua la dose di perfezione e di bene che Egli ha deciso di produrre fuori di sé.

D. Questa legge si trova nelle nostre proprie creazioni?

R. Senza dubbio. Quello che vuole l’artista, non è questo o quell’elemento dell’opera sua, ma l’opera. Ciò che richiede un saggio governo, non è il successo di questa o quell’impresa particolare, ma il bene pubblico.

D. Ad ogni modo, il legame che tu supponi così tra gli universi non pare dover essere necessariamente d’un ordine fisico, anche in ciò che riguarda le creature fisiche.

R. È vero. Forse questo legame non è fisico di fatto, e forse non lo è neppure in ciò che riguarda le creazioni materiali. Rigorosamente parlando è possibile, che vi siano degli universi tagliati fuori d’ogni comunicazione con noi. Ma in ragione di ciò che ora ho spiegato, non sarà meno vero il dire con S. Tommaso d’Aquino: « Tutte le cose che vengono da Dio hanno un rapporto le une con le altre e un rapporto con Dio… È dunque necessario che tutte appartengano a un solo mondo ».

LA SUMMA PER TUTTI (24)

LA SUMMA PER TUTTI (24)

R. P. TOMMASO PÈGUES

LA SOMMA TEOLOGICA DI S. TOMMASO DI AQUINO IN FORMA DI CATECHISMO PER TUTTI I FEDELI

PARTE TERZA

GESÙ CRISTO OSSIA LA VIA DEL RITORNO DELL’UOMO VERSO DIO

Capo XLIX.

Della fine del mondo e di ciò che deve seguirla.

1864. È stato detto che quando l’ultimo eletto prescelto da Dio nel mistero della sua Predestinazione, per occupare un posto nel cielo avrà raggiunto il grado di preparazione e di merito che Dio vuole fargli raggiungere, il moto del mondo sarà fermato ed il mondo finirà. Ma in che consisterà la fine del mondo e che cosa le terrà dietro? Tutto si limiterà alla recezione dell’ultimo eletto in Paradiso ed alla simultanea assegnazione del posto motivato per gli altri dai loro meriti o dal loro stato, sia nell’Inferno che nel Limbo dei bambini?

Niente affatto; perché la fine del mondo sarà immediatamente seguita dai due più grandi avvenimenti che siano mai stati e che porranno il suggello a tutto nell’opera di Dio: la resurrezione ed il giudizio.

1865. E la fine del mondo in che cosa consisterà, ossia come avverrà?

L’ Apostolo S. Pietro ci insegna che ciò avverrà per mezzo del fuoco, nel momento stesso in cui Gesù Cristo ritornerà nella sua gloria per giudicare i vivi ed i morti (LXXIV, art. 1, 2).

1866. Questa conflagrazione universale che porrà fine al mondo attuale, avverrà come preparazione al giudizio?

Sì; ciò avverrà come preparazione al giudizio, per purificare tutte le cose e renderle degne del nuovo stato che dovrà metterle in armonia con la gloria degli eletti (LXXIV, 1).

1867. Il fuoco della conflagrazione finale agirà per la sua sola virtù, od anche come strumento della virtù divina?

Agirà anche come strumento della virtù divina, specialmente per la espiazione delle anime che avrebbero dovuto forse restare un tempo più o meno lungo nelle fiamme del Purgatorio (LXXIV, 3-8).

1868. Dunque queste anime si troveranno purificate e rese degne di essere ammesse fra gli eletti quasi istantaneamente?

Sì; quasi istantaneamente, perché la virtù del fuoco purificatore sarà graduata da Dio secondo il grado della espiazione da subire.

1869. Sappiamo noi quando avverrà questa finale conflagrazione?

No; noi non lo sappiamo, ma essa sarà tuttavia preceduta da certi segni che avvertiranno della prossima venuta del. Sommo Giudice.

1870. Quali saranno questi segni?

Saranno commozioni insolite in tutta la natura, per le quali gli uomini, secondo la parola del Vangelo, periranno di spavento.

1871. Possiamo noi determinare in modo preciso?

No; ma saranno tali che quando si produrranno le anime sante o semplicemente sincere e non ostinate nel male per volontario

accecamento, potranno riconoscere la prossima venuta del Giudice e prepararvisi.

Capo L

La Resurrezione.

1872. Subito dopo la conflagrazione finale, o nello stesso tempo, che cosa succederà?

Subito dopo la conflagrazione finale o nello stesso tempo, e forse come causa che la produrrà, echeggerà l’ordine, la voce, il suono della tromba di cui parla S. Paolo nella; prima lettera ai Tessalonicesi, che sveglierà i morti dai loro sepolcri e convocherà tutti gli uomini a comparire dinanzi al Giudice dei vivi e dei morti, che discenderà dal cielo in tutto lo splendore della sua maestà e della sua gloria (LXXV, 1).

1873. Chi sono coloro. che risusciteranno in questo momento?

Anzitutto quelli che erano morti prima; ma anche gli altri che all’apparire di Gesù Cristo tra le nubi del cielo ed al suono della tromba, saranno stati rinvenuti vivi.

1874. Questi ultimi risusciteranno essi pure come ritornando da morte a vita?

Sì; perché anche se tutto avviene quasi istantaneamente, come sembra notare S. Paolo nella prima lettera ai Corinti, cap. XV, v. 51, la virtù di Dio che agirà per mezzo delle creature sarà tale in questo momento, che gli uomini trovati vivi passeranno per una morte istantanea, e saranno subito ricostituiti nello stato definitivo che dovrà essere il loro, secondo i meriti, per tutta la eternità (LXXVIII, art. 1, 2).

1875. Dunque i corpi di tutte le anime che verranno dal cielo od usciranno dal Purgatorio, e di tutti i giusti che in quel momento saranno trovati vivi sulla terra, risusciteranno o saranno istantaneamente trasformati nello stato e con tutte le qualità dei corpi gloriosi?

Sì; e tutti insieme si troveranno subito schierati davanti al corpo glorioso di Gesù Cristo, la venuta del quale sarà stata la causa stessa della loro risurrezione.

1876. Ma questi corpi gloriosi risuscitati che saranno quelli di tutti gli eletti, saranno veramente gli stessi corpi che avevano prima vivendo sulla terra?

Sicuramente; saranno gli stessi loro corpi, con questa sola differenza che non avranno più nessuna delle imperfezioni e delle miserie che avevano allora, ed avranno invece tali proprietà e perfezioni che li renderanno in qualche modo spirituali (LXXIX- LXXXI).

1877. Come potrà avvenire tutto ciò?

Per la onnipotenza di Dio, che avendo una prima volta creato tutte le cose, può muoverle e trasformarle a suo piacimento.

1878. Quali saranno le nuove proprietà dei corpi risuscitati, che li renderanno in qualche modo spirituali?

Saranno la impassibilità, la sottilità, l’agilità e la lucentezza.

1879. Che cosa sarà la impassibilità dei corpi gloriosi?

Sarà il perfetto dominio e la padronanza assoluta dell’anima sul corpo, che non permetterà che il corpo possa essere in niente sottratto all’azione dell’anima su di esso, o possa trovarsi difettoso e sofferente (LXXXII, 1).

1880. Tale impassibilità sarà uguale in tutti?

Sì; nel senso che nessuno di essi potrà mai trovarsi in difetto o soffrire, sfuggendo al dominio dell’anima. Ma la virtù di questo dominio, ossia la sua potenza, sarà proporzionata alla gloria dell’anima che sarà diversa, secondo il grado della visione beatifica di ogni singolo eletto (LXXXII, 2).

1881. Conseguirà da questa impassibilità che i corpi gloriosi saranno insensibili?

Niente affatto: essi saranno invece di una squisita sensibilità, portata alla sua più alta potenza, ma senza alcuna mescolanza di inquietudine o di imperfezione. L’occhio del corpo glorioso vedrà con una vista infinitamente più acuta; il suo orecchio intenderà con un udito incomparabilmente più fine; tutti gli altri sensi percepiranno ciascuno il loro proprio oggetto, e tutti insieme i loro diversi oggetti sensibili comuni con una intensità di perfezione che ci è impossibile immaginare, senza che mai l’oggetto agente su di essi faccia altro che fornire materia alle più squisite percezioni (LXXXII, 3, 4).

1882. E la sottilità dei corpi gloriosi che cosa sarà?

La sottilità dei corpi gloriosi consisterà in una totale perfezione della loro natura, dovuta all’azione sovrana della loro forma sostanziale, l’anima glorificata, che lasciando in essi la natura propria dei veri corpi, non fantastici od aerei, darà loro qualche cosa di sì puro e di sì etereo, che essi non conserveranno più niente di ciò che ora li rende grossolani e spessi (LXXXIII, 1).

1883. Questa sottilità farà sì che essi potranno naturalmente trovarsi nel medesimo luogo occupato già da un altro corpo, o anche essere indipendenti da ogni luogo e non occupare alcuno spazio?

Niente affatto; essi conserveranno tutte e sempre le loro proprie dimensioni, e non occuperanno mai che un solo luogo che sarà loro, e non simultaneamente di altri corpi (LXXXIMI, 2).

1884. Dunque il corpo di Gesù Cristo risuscitato non entrò a porte chiuse nel cenacolo, in virtù od in forza della dote della sottilità che sarà propria dei corpi gloriosi?

No; ciò avvenne per la virtù divina cheera in Gesù Cristo, nello stesso modo che pervirtù divina il corpo di Gesù bambino era venutoal mondo senza nuocere in niente allaverginità di Maria sua Madre (LXXXIII, 2 ad 1).

1885. Che cosa si deve intendere per la agilità che sarà la proprietà dei corpi gloriosi?

L’agilità dei corpi gloriosi sarà una certa perfezione che dall’anima glorificata si riverserà sul corpo, assoggettandolo pienamente. all’anima in quanto essa è principio motore, e rendendolo per conseguenza atto e meravigliosamente pronto ad obbedire allo spirito in tutti i movimenti ed in tutte le azioni dell’anima (LXXXIV, 1).

1886. I santi si serviranno di questa dote del loro corpo glorioso?

Se ne serviranno certissimamente per ischierarsi intorno a Gesù Cristo nel momento del giudizio e per risalire con Lui al cielo. Ma anche una volta in cielo, è verosimile che essi si muoveranno qualche volta a loro volontà, per far risplendere la divina sapienza nell’uso anche di questa dote di agilità che avrà loro compartita, ed anche per saziare la loro vista della bellezza delle diverse creature di tutto l’universo, nelle quali brillerà in modo sopraeminente la sapienza di Dio (LXXXIV, 2).

1887. I corpi dei santi saranno mossi istantaneamente in virtù della loro agilità?

No; perché bisognerà che questo movimento avvenga in una certa durata di tempo. Soltanto, questa durata sarà impercettibile; tanto essa sarà breve ed il movimento rapido (LXXXIV, 3).

1888. Che cosa si deve intendere per la quarta proprietà dei corpi gloriosi che si chiama lucentezza?

Si deve intendere che dello splendore dell’anima glorificata si rifletterà sul corpo un raggio meraviglioso, che farà sì che questi corpi gloriosi saranno insieme luminosi e trasparenti: trasparenti come il cristallo più puro; luminosi ed abbaglianti di uno splendore simile a quello del sole, senza che tuttavia questo splendore nuoccia in niente al loro colore naturale ed a quello delle loro parti, ma che invece armonizzerà con la loro varietà per accrescerla, e dare ai corpi gloriosi nel loro insieme una bellezza più divina che umana {LXXXV, 1).

1889. Questa lucentezza dei corpi gloriosi sarà la stessa per tutti?

No; perché essa non sarà che il riverbero sul corpo della lucentezza dell’anima glorificata; e per conseguenza sarà proporzionata al grado di gloria che avrà l’anima. E per questo San Paolo, volendo farci intendere qualche cosa di questa varietà dei corpi gloriosi nello splendore della resurrezione, ci dice che di questi corpi gloriosi sarà come dei corpi celesti: «altro lo splendore del sole, altro lo splendore della luna ed altro lo splendore delle stelle; ed anche una stella differisce nello splendore da altra stella » (Lettera I ai Corinti, cap. XV, v. 41).

1890. La diversità dei corpi gloriosi formerà dunque un insieme di incomparabile bellezza?

Certamente; e tutti gli splendori del mondo materiale, in ciò che si dà di più magnifico, senza eccezione dei corpi celesti, non potrebbero darcene che una imperfettissima e lontanissima idea.

1891. La lucentezza dei corpi gloriosi potrà essere veduta con l’occhio dei corpi non gloriosi?

Sì; ed anche i corpi dei dannati la percepiranno in tutto il suo splendore (LXXXV, 2).

1892. Sarà però in facoltà dell’anima lasciar vedere o no questa lucentezza del suo corpo glorificato?

Sì; sarà in facoltà dell’anima lasciar vedere o no questa lucentezza del suo corpo glorificato, perché tale lucentezza verrà interamente dall’anima e le resterà totalmente soggetta (LXXXV, 3).

1893. In quale stato ed età risusciteranno i corpi dei beati?

Risusciteranno tutti nella età che deve essere quella della natura nel suo più perfetto sviluppo (LXXXI, 1).

1894. Sarà lo stesso per i corpi dei dannati?

Sì; con la differenza che i corpi dei dannati non avranno alcuna delle quattro qualità dei corpi gloriosi (LXXXVI, 1).

1895. Ne segue che i corpi dei dannati saranno corruttibili?

Niente affatto; perché il regno della corruttibilità e della morte sarà finito per sempre (LXXXVI, 2).

1896. Saranno dunque insieme passibili ed immortali?

Sì; perché Dio, nella sua giustizia e nella sua potenza, disporrà tutte le cose in modo che nessun. agente esteriore potrà agire sui corpi dei dannati per alterarli o distruggerli,

ed intanto tutto sarà per essi, specialmente il fuoco dell’Inferno, causa di dolore e di tormento (LXXXVI, 2, 3).

1897. Ed i bambini morti senza Battesimo, in quale stato ritroveranno i loro corpi nel momento della resurrezione?

Li ritroveranno in uno stato di intera perfezione naturale, ma senza alcuna qualità dei corpi gloriosi; con questo tuttavia che essi a differenza dei corpi dei dannati, non proveranno alcun dolore (Cfr. Appendice, t-2):

Capo LI.

Il Giudizio finale.

1898. Tutti gli uomini, appena risuscitati, si troveranno in presenza del Sommo giudice?

Sì; tutti gli uomini appena risuscitati si troveranno in presenza del Sommo Giudice  (LXXXIX, 5).

1899. Sotto quale forma comparirà il Sommo Giudice nel momento del giudizio?

Comparirà sotto la forma della sua santa umanità, in tutta la gloria che le deriva in virtù della sua unione con la Persona del Verbo, e del suo trionfo sopra tutte le potenze del male (XC, 1, 2).

1900. Tutti gli uomini vedranno questa gloria del Sommo Giudice che comparirà in tutto il suo splendore?

Sì; tutti gli uomini vedranno questa gloria del Sommo Giudice che comparirà in tutto il suo splendore (Ibid.).

1901. Lo vedranno tutti anche nella gloria della sua natura divina?

No; nella gloria della sua natura divina lo vedranno i soli eletti, l’anima dei quali godrà la visione beatifica (XC, 3).

1902. Tutti gli uomini che compariranno saranno compresi dinanzi al Sommo Giudice nel giudizio?

No; nel giudizio saranno compresi soltanto quelli che avranno avuto l’uso della ragione mentre vivevano sulla terra.

1903. Gli altri non saranno giudicati?

No; gli altri non saranno giudicati, ma saranno presenti perché ai loro occhi risplenda come agli occhi di tutti la somma giustizia dei giudizi di Dio e la gloria di Gesù Cristo, in tutto lo svolgimento dei misteri della Redenzione (LXXXIX, 5 ad 3).

1904. E gli uomini che mentre vivevano sulla terra avranno avuto l’uso della ragione, saranno tutti giudicati nel giorno del giudizio?

Saranno tutti giudicati in quanto alla divisione o separazione che ne sarà fatta, gli uni prendendo posto alla destra del Giudice per udire la sentenza di benedizione, e gli altri alla sua sinistra per udire la\sentenza di maledizione. Ma se si tratta del processo dei loro atti e del fatto di essere convinti della malvagità dei medesimi in faccia al cielo ed alla terra, saranno giudicati i soli reprobi (LXXXIX, 6, 7).

1905. La convinzione della malvagità dei loro atti in faccia al cielo ed alla terra, sarà per i reprobi di grande confusione?

Essa sarà per loro la suprema confusione ed una tortura indicibile. Specialmente perché in fondo ad ogni peccato, soprattutto ad ogni peccato grave, si cela un insopportabile orgoglio; e nel giorno del giudizio bisognerà confessare, nella piena luce del Sommo Giudice che non lascerà più niente di celato, i modi di agire o le mene più occulte di questo segreto orgoglio, padre di tutti i vizi.

1906. Tutto il male che nel corso della vita sarà stato fatto, sarà così messo a nudo in faccia a tutti nel giorno del giudizio?

Sì; tutto il male che sarà stato fatto nel corso della vita sarà messo a nudo in faccia a tutti nel giorno del giudizio, di qualunque specie possa essere stato questo male; sia nell’ordine della vita individuale e privata; sia nell’ordine della vita di famiglia o di società fra gli uomini, con tutto quanto questa vita di società abbia potuto avere di particolarmente nefasto in forza dell’azione pubblica ivi esercitata; sia nell’ordine del potere che in quello della parola e degli scritti. Vi sarà anche questa particolarità, che più si sarà stati applauditi sulla terra, o esaltati o lodati dal favore del mondo o dagli intrighi dei nemici di Dio, di Gesù Cristo e della sua Chiesa, più nel giorno del giudizio finale ci si sentirà calpestati sotto i piedi della riprovazione universale (LXXXVII, 1, 2, 3).

1907. Come avverrà questa manifestazione della vita intera di ciascuno in faccia al cielo ed alla terra, sotto gli occhi del Sommo Giudice?

Questa manifestazione avverrà mediante un colpo della stessa luce divina che nel momento del giudizio particolare mostra a ciascuno istantaneamente tutto lo svolgimento della sua vita morale; con questo di specialissimo, che tutte le coscienze si troveranno istantaneamente messe a nudo, agli sguardi di tutti, in questa assemblea unica alla quale saranno presenti tutti gli nomini che siano mai esistiti, dal principio del mondo sino alla fine (Ibid.).

1908. Anche la coscienza dei giusti, ossia tutto lo svolgimento della loro vita morale, sarà ugualmente manifestata agli occhi di tutti?

Sicuramente; ed è ciò che costituirà la sublime e divina rivincita della loro umiltà e del loro oscuramento sulla terra: in quel giorno, infatti, avrà il suo perfetto avveramento la parola di Gesù Cristo nel Vangelo: «Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato» (LXXXIX, 6).

1909. Si può dire che i giusti non saranno giudicati, in quanto riguarda la discussione dei loro atti?

Si può dire e si deve dire per quei giusti la vita dei quali è stata interamente santa, senza alcuna mescolanza di male notevole, come avviene per coloro che calpestando tutte le vanità del mondo, pongono ogni loro sollecitudine a vivere delle cose di Dio. Ma se si tratta di coloro che avranno amato le cose del secolo e si saranno trovati mischiati od implicati negli affari terreni, senza però preferirli a Gesù Cristo fino a perderlo per sempre, ma che si saranno invece applicati a riparare con la elemosina e la penitenza i torti che avranno potuto avere, essi avranno esposta agli sguardi di tutti la doppia parte della loro vita, affinché la preminenza del bene sul male sia pienamente manifestata a gloria della divina giustizia (Ibid).

1910. Tutte le colpe che si saranno commesse nel corso della vita, ma di cui si sarà fatta penitenza, saranno manifestate nel giorno del giudizio?

Sì; per la ragione che abbiamo detto. Ma tale manifestazione tornerà a gloria dei giusti, in forza della penitenza che avranno fatta per le loro colpe, e nella misura stessa che questa penitenza sarà stata più generosa e fervente (LXXXVII, 2 ad 3).

1911. Vi saranno dei giusti che nel giorno del giudizio, invece di essere giudicati, avranno essi stessi la qualità di giudici ed assisteranno il Giudice Sovrano nell’atto del suo giudizio?

Sì; saranno tutti coloro che ad esempio degli Apostoli di Gesù Cristo avranno tutto abbandonato per darsi a Dio, e la vita dei quali non sarà stata che una specie di confessione del Vangelo in tutta la sua perfezione (LXXXIX, 1, 2).

1912. Gli Angeli avranno essi pure nel giorno del giudizio la qualità di giudici?

No; gli Angeli non avranno nel giorno del giudizio la qualità di giudici, perché bisogna che gli assessori del Giudice rassomiglino a Lui. Ora: il Verbo di Dio esercita la sua funzione di Sommo Giudice come uomo, e non avrà dunque che uomini ad assisterlo in questo giudizio (LXXXIX, 7).

1913. Gli Angeli potranno essere giudicati nel giorno del giudizio?

No; propriamente parlando gli Angeli non saranno giudicati nel giorno del giudizio, perché il loro giudizio fu fatto già da principio, quando gli uni rimasti fedeli a Dio furono ammessi nel cielo, e gli altri ribelli furono precipitati all’inferno. Tuttavia in forza della parte che gli Angeli buoni avranno avuta nelle azioni dei giusti e gli angeli malvagi nelle azioni dei cattivi, si troveranno essi pure indirettamente compresi nel giudizio, per riceverne un aumento di felicità accidentale, oppure un aumento, di supplizio e di tortura (LXXXIX, 3).

1914. Come termineranno le solenni assise del giudizio finale?

Termineranno col pronunziamento della sentenza formulata dal Sommo Giudice.

1915. Sappiamo noi quale sarà questa sentenza?

Sì; perché quegli stesso che deve pronunziarla ce ne ha ammaestrato nel suo Vangelo.

1916. Quale sarà questa sentenza?

Eccola nel tenore stesso che ce la rivela il Vangelo: « Allora il Re dirà a coloro che sono alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio; possedete il regno preparato per voi dalla costituzione del mondo. — Dirà poi a quelli che saranno alla sua sinistra: Partite da me, maledetti, verso il fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli ».

1917. Quale sarà la conseguenza di questa duplice sentenza?

Sarà che «essi se ne andranno: questi al supplizio eterno, ed i giusti alla vita eterna ».

Capo LII.

Il supplizio eterno.

1918. La sentenza del sommo Giudice per i dannati sarà eseguita per mezzo dei demoni?

Sì; appena la sentenza del Giu dice sarà stata pronunziata, in virtù della sentenza stessa i dannati saranno abbandonati all’azione dei demoni, che essendo loro superiori per natura ed essendosi fatti obbedire nel male sulla terra, continueranno per tutta l’eternità ad esercitare su di essi, come giusto castigo, l’orribile impero della propria malvagità. (LXXXIX, 4).

1919. Il fatto di avere ritrovato il proprio corpo e di essere ormai nell’inferno  col corpo e con l’anima, sarà per i dannati una nuova e con l’anima, cagione di tormento?

Sì; perché ormai soffriranno non soltanto nell’anima come prima, ma anche nel corpo (XCVII).

1920. La tortura che essi subiranno nel corpo sarà universale ed intensa?

Sì; perché non esisterà niente nel luogo di tormento dove essi saranno, che non sia per loro, nella percezione stessa dei sensi, una causa di atroce tortura. Tuttavia tali torture non saranno le stesse per tutti, perché saranno proporzionate al numero ed alla gravità delle colpe commesse da ciascuno (XCVII, art. 1; 5 ad 3).

1921. Non vi sarà mai nessuna mitigazione alle torture dei dannati?

No; alle torture dei dannati non si darà mai alcuna mitigazione, perché la loro volontà essendo ostinata nel male, si troveranno sempre nello stesso stato di perversità che avrà determinato la loro sorte nel momento della morte e del giudizio (XCVIII, 1, 2; XCIX, 1).

1922. La volontà dei dannati ostinati nel male implicherà un odio universale di tutti e di tutto?

Sì; la volontà dei dannati ostinati nel male implicherà un odio universale di tutti e di tutto. Di modo che non penseranno né a cosa né a persona, si tratti di creature o si tratti di Dio, senza provare subito un odio orribile che farà loro desiderare il male di tutti e di tutto, fino al punto che se si potesse, essi vorrebbero vedere Dio stesso ed i suoi beati nell’inferno dove essi si trovano, e nella rabbia della loro disperazione non avranno altra risorsa che aspirare a vedersi annientati, senza che d’altra parte possano mai sperare che il niente risponda loro, sapendo senza poterne dubitare, che essi sono per sempre gravati dalla maledizione divina, e condannati senza possibilità di remissione al supplizio eterno (XCVIII, 3, 4, 5).

Capo LIII.

La vita eterna.

1923. Mentre i dannati saranno abbandonati dalla sentenza del Sommo Giudice all’azione dei demoni che li condurranno seco al luogo dell’eterno supplizio, quale effetto avrà la sentenza del medesimo rispetto agli eletti?

Quella sentenza farà che subito si apriranno per essi le porte del regno dei cieli, preparato loro dal Padre fino dalla costituzione del mondo.

1924. Gli eletti faranno immediatamente il loro ingresso nel cielo?

Sì; immediatamente ed appena che saranno tolte le solenni assise del giudizio finale, gli eletti faranno il loro ingresso nel cielo, dietro al loro Signore e Re Gesù Cristo, che li condurrà seco per far loro parte della sua felicità e della sua gloria.

1925. Questa felicità e questa gloria degli eletti saranno accresciute dall’avere ora essi ritrovato il loro corpo?

La felicità e la gloria degli eletti saranno accresciute in proporzioni, che ci è impossibile immaginare, dal fatto che essi hanno ora ritrovato il loro corpo, benché per l’avanti quelli che prima erano in Paradiso gustassero già, per il solo fatto della visione beatifica, una felicità in qualche modo infinita (XCIII, 1).

1926. Vi saranno in Paradiso delle sedi distinte, ove gli eletti formeranno una assemblea particolarmente bella in ragione della sua varietà ed armonica subordinazione?

Sì; perché il grado della carità e della grazia avrà determinato il grado della gloria. Ma in forza anche di questa carità, di cui il minimo grado basterà per fare entrare in cielo, ne seguirà che tutti i beati si comunicheranno in qualche modo la gioia della propria felicità, e tutti saranno così felici del bene di tutti, perché Dio nella sua infinita felicità sarà tutto in tutti, quantunque in gradi diversi (XCII, 2, 3).

1927. In questa assemblea degli eletti, gli uomini avranno qualche cosa che gli Angeli non avranno almeno allo stesso titolo?

Sì; perché gli uomini formeranno a titolo speciale la Chiesa trionfante che in cielo, e per tutta la eternità, si avrà a Gesù Cristo come una sposa al suo sposo, celebrando con Lui in mezzo a delizie ineffabili un eterno banchetto di nozze spirituali (XCV, 1, 2).

1928. Gli Angeli peraltro non saranno esclusi da tale banchetto di nozze spirituali?

No certamente; ma pure facendo tutti parte della Chiesa trionfante, essi non avranno con Gesù Cristo, Re della Chiesa stessa, lo stesso rapporto che avrà la parte della Chiesa trionfante costituita dagli uomini (XCV, 4).

1929. In che cosa consisterà questa differenza?

Consisterà in questo, che gli eletti o beati appartenenti alla specie umana converranno con Gesù Cristo nella stessa natura umana, ciò che mai si verificherà per gli Angeli. Ed ecco perché questi stessi eletti avranno con Gesù Cristo Re di tutti i beati un certo rapporto di intimità e di soavità che gli Angeli non avranno allo stesso titolo, quantunque i loro rapporti di intimità e di soavità col Verbo di Dio, nell’atto stesso della visione beatifica, debbano essere allo stesso titolo in tutti gli eletti ed in tutti i beati (XCV, 1-4).

1930. Che cosa ne segue da questo rapporto particolare che la Chiesa trionfante costituita dagli eletti di specie umana avrà con Gesù Cristo?

Ne segue che ad immagine e somiglianza di ciò che avviene fra noi sulla terra, quando la sposa viene introdotta nella casa dello sposo nel giorno delle nozze, la Trinità augusta doterà questa Chiesa sposa a Gesù Cristo, nel giorno del suo ingresso in Paradiso, ricolmandola dei doni e degli ornamenti più magnifici. affinché essa sia degna di celebrare con un tale Sposo, in mezzo, alle più ineffabili delizie, il banchetto eterno delle loro nozze spirituali (XCV, 1).

1931. Questa dotazione e questi doni ed ornamenti costituiscono le doti dei beati?

Sì; precisamente ciò costituisce quelle che si dicono le doti dei beati.

1932. Quali saranno queste doti dei beati?

Esse saranno tre nell’ anima glorificata, donde si riverseranno sul corpo stesso dei beati in forma delle quattro gloriose qualità di cui abbiamo già parlato (XCV, D).

1983. E le tre doti dell’anima glorificata quali saranno?

Saranno come una veste di luce è di divina sensibilità spirituale, che le disporrà a godere del Bene infinito posseduto dall’anima nella visione intuitiva che va a terminare al Verbo di Dio, in modo tale che nessuna felicità della terra né alcuna ebbrezza di quaggiù sarebbe capace di darci la più lontana idea di ciò che sarà la felicità degli eletti uniti Gesù Cristo mediante questa « visione », questa « possessione » e questa «fruizione». Tantoché non si può che ripetere la grande parola dell’Apostolo Paolo che era stato innalzato fino al terzo cielo, cioè fino al cielo stesso dei beati: Occhio umano non ha mai visto; orecchio umano non ha mai udito; il cuore non ha mai gustato ciò che Dio serba e tiene preparato per coloro che lo amano.

1934. Questa assemblea degli eletti e la felicità della vita eterna che sono paragonate, soprattutto per gli eletti della specie umana, come si è detto, ad un eterno banchetto di nozze spirituali, non sono chiamate anche col nome di Regno dei cieli?

Sì; ed è per fare intendere che tutti gli eletti costituiranno una assemblea reale, non soltanto per esser ivi sotto la dipendenza immediata di Dio Re dei re, ma ancora perché ciascuno di essi parteciperà alla qualità di re, essendo egli stesso rivestito della regale dignità, nel senso più alto e magnifico della parola (XCVI, 1).

1935. Ma come ed in che senso si può dire che tutti gli eletti saranno rivestiti nel cielo della dignità regale?

Perché la visione beatifica che li unisce a Dio e costituisce nel senso più formale la vita eterna, rende tutti i beati partecipi della divinità; e per conseguenza essendo Dio nel più alto senso il Re immortale dei secoli, a cui si deve ogni gloria, i beati partecipano in tutto alla sua Sovrana regalità ed alla sua gloria (XCVI, 1).

1936. È questo ciò che si deve intendere per la corona che sarà il retaggio di tutti i beati nel cielo?

Precisamente; la corona di gloria che sarà loro data e li renderà simili a Dio stesso sarà la loro corona regale (XCVI, 1).

1937. Non si parla anche di aureole per gli eletti nel cielo?

Sì; ma mentre la corona è per tutti, le aureole non appartengono che ad alcuni (XCVI, 1).

1938. Donde nasce questa differenza?

Nasce da questo che la corona non è altro che la irradiazione del bene essenziale consistente nella visione di Dio e che si trova in tutti a titolo di gloriosa ricompensa; mentre le aureole sono una irradiazione di ordine accidentale, cagionata dalla gioia che alcuni eletti provano per certe speciali opere meritorie da essi compiute sulla terra (XCVI, 1),

1939. Dunque soltanto dei beati tra gli uomini avranno le aureole?

Sì; perché gli Angeli non possono aver compiute siffatte opere meritorie (XCVI, 9).

1940. E quali saranno le speciali opere meritorie che fra gli uomini riceveranno l’aureola?

Saranno il martirio, la verginità e l’apostolato della dottrina (XCVI, 5, 6, 7).

1941. Perché queste tre specie di opere meritorie riceveranno l’aureola?

Perché esse fanno rassomigliare per un titolo speciale a Gesù Cristo, nella sua vittoria assoluta e perfetta sul triplice nemico della carne, del mondo e del demonio (Ibid.).

1942. Le aureole sono dunque un segno speciale di vittoria nella assemblea degli eletti e nel regno dei cieli?

Sì; ed in questo senso si può applicare in modo speciale ai martiri, ai vergini ed agli apostoli della dottrina la parola detta da Dio genericamente per tutti gli eletti: Colui che vincerà possederà tali cose: io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio (Apocalisse, cap. XXI, vers. 7.)

1943. Si trova nella Santa Scrittura una ultima parola che è come il riassunto di tutto, per quanto concerne la felicità degli eletti in Paradiso, nella vita eterna?

Sì; la troviamo nell’Apocalisse di S. Giovanni, al cap. XXII, vers. 5 ed è così formulata: Il Signore Dio sarà la luce che cadrà su di essi per illuminarli; ed essi regneranno nei secoli dei secoli.

CONCLUSIONE

1944. Al termine di questa esposizione catechistica delle tre parti della Somma Teologica di S. Tommaso di Aquino, potreste darmi una formula di preghiera che sia come una utilizzazione della sua luminosa dottrina, destinata ad assicurarcene il frutto?

Sì; ecco questa formula a modo di preghiera rivolta a N. S. Gesù Cristo:

PREGHIERA A N. S. GESÙ CRISTO

O Gesù, dolcissimo Figlio della gloriosa Vergine Maria e Figliuolo unico di Dio, che vivete insieme col Padre che Vi genera nel seno della Sua infinita natura da tutta la eternità e Vi comunica questa stessa natura infinita, e lo Spirito Santo che procede per mezzo Vostro dal Padre e che è il Vostro comune Spirito, il Vostro Amore vivente che riceve da Voi la stessa infinita natura, io Vi adoro e Vi riconosco per il mio Dio, il solo vero Dio, unico ed infinitamente perfetto, che dal niente ha creato tutto quanto è fuori li Sé, conservandolo e governandolo con infinita sapienza, o somma bontà e con suprema potenza. Io Vi domando, nel nome dei misteri compiuti nella Vostra santa umanità, di purificare nel Vostro Sangue tutti i miei peccati trascorsi; dispargere su di me l’abbondanza del Vostro Santo Spirito con la sua grazia, le sue virtù ed i suoi doni; di fare che io creda e speri in Voi, Vi ami, e procuri in ogni mia azione di meritare di possederVi; e di ammettermi un giorno a goderVi nello splendore della Vostra gloria, nella assemblea dei Vostri Santi. Così sia.

Con decreto del s. Uffizio del 22 Gennaio 1914,

S. S. Papa Pio X si degnò accordare in perpetuo 100 giorni di indulgenza applicabili alle anime del Purgatorio, da lucrarsi una volta il giorno da tutti i fedeli che con cuore contrito reciteranno devotamente la suddetta preghiera.

DEO GRATIAS

L’APOCALISSE INTERPRETATA DAL BEATO B. HOLZHAUSER (XXVII)

L’APOCALISSE INTERPRETATA DAL BEATO B. HOLZHAUSER (XXVII)

INTERPRETAZIONE DELL’APOCALISSE Che comprende LA STORIA DELLE SETTE ETÁ DELLA CHIESA CATTOLICA.

DEL VENERABILE SERVO DI DIO BARTHÉLEMY HOLZHAUSER

RESTAURATORE DELLA DISCIPLINA ECCLESIASTICA IN GERMANIA,

OPERA TRADOTTA DAL LATINO E CONTINUATA DAL CANONICO DE WUILLERET,

PARIS, LIBRAIRIE DE LOUIS VIVÈS, ÉDITEUR RUE CASSETTE, 23 – 1856

§ III.


Il fiume d’acqua viva.

 
CAPITOLO XXII

Et ostendit mihi fluvium aquæ vitæ, splendidum tamquam crystallum, procedentem de sede Dei et Agni. In medio plateæ ejus, et ex utraque parte fluminis, lignum vitæ, afferens fructus duodecim per menses singulos, reddens fructum suum et folia ligni ad sanitatem gentium. Et omne maledictum non erit amplius: sed sedes Dei et Agni in illa erunt, et servi ejus servient illi. Et videbunt faciem ejus: et nomen ejus in frontibus eorum. Et nox ultra non erit: et non egebunt lumine lucernæ, neque lumine solis, quoniam Dominus Deus illuminabit illos, et regnabunt in sæcula sæculorum. Et dixit mihi: Hæc verba fidelissima sunt, et vera. Et Dominus Deus spirituum prophetarum misit angelum suum ostendere servis suis quæ oportet fieri cito. Et ecce venio velociter. Beatus, qui custodit verba prophetiæ libri hujus. Et ego Joannes, qui audivi, et vidi hæc. Et postquam audissem, et vidissem, cecidi ut adorarem ante pedes angeli, qui mihi hæc ostendebat: et dixit mihi: Vide ne feceris: conservus enim tuus sum, et fratrum tuorum prophetarum, et eorum qui servant verba prophetiæ libri hujus: Deum adora. Et dicit mihi: Ne signaveris verba prophetiae libri hujus: tempus enim prope est. Qui nocet, noceat adhuc: et qui in sordibus est, sordescat adhuc: et qui justus est, justificetur adhuc: et sanctus, sanctificetur adhuc. Ecce venio cito, et merces mea mecum est, reddere unicuique secundum opera sua. Ego sum alpha et omega, primus et novissimus, principium et finis. Beati, qui lavant stolas suas in sanguine Agni: ut sit potestas eorum in ligno vitae, et per portas intrent in civitatem. Foris canes, et venefici, et impudici, et homicidae, et idolis servientes, et omnis qui amat et facit mendacium. Ego Jesus misi angelum meum testificari vobis haec in ecclesiis. Ego sum radix, et genus David, stella splendida et matutina. Et spiritus, et sponsa dicunt: Veni. Et qui audit, dicat: Veni. Et qui sitit, veniat: et qui vult, accipiat aquam vitæ, gratis. Contestor enim omni audienti verba prophetiæ libri hujus: si quis apposuerit ad hæc, apponet Deus super illum plagas scriptas in libro isto. Et si quis diminuerit de verbis libri prophetiae hujus, auferet Deus partem ejus de libro vitæ, et de civitate sancta, et de his quae scripta sunt in libro isto: dicit qui testimonium perhibet istorum. Etiam venio cito: amen. Veni, Domine Jesu. Gratia Domini nostri Jesu Christi cum omnibus vobis. Amen.

[E mi mostrò un fiume di acqua viva, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. Nel mezzo della sua piazza, e da ambe le parti del fiume l’albero della vita che porta dodici frutti, dando mese per mese il suo frutto, e le foglie dell’albero (sono) per medicina delle nazioni. Né vi sarà più maledizione: ma la sede di Dio e dell’Agnello sarà in essa, e i suoi servi lo serviranno. E vedranno la sua faccia: e il suo nome sulle loro fronti. Non vi sarà più notte: né avranno più bisogno di lume di lucerna, né di lume di sole, perché il Signore Dio li illuminerà, e regneranno pei secoli dei secoli. E mi disse: Queste parole sono fedelissime e vere. E il Signore Dio degli spiriti dei profeti ha spedito il suo Angelo a mostrare ai suoi servi le cose che devono tosto seguire. Ed ecco io vengo presto. Beato chi osserva le parole della profezia di questo libro. Ed io Giovanni (sono) quegli che udii e vidi queste cose. È quando ebbi visto e udito, mi prostrai ai piedi dell’Angelo, che mi mostrava tali cose, per adorarlo: E mi disse: Guardati di far ciò: perocché sono servo come te, e come i tuoi fratelli i profeti, e quelli che osservano le parole della profezia di questo libro: adora Dio. E mi disse: Non sigillare le parole della profezia di questo libro: poiché il tempo è vicino. Chi altrui nuoce, noccia tuttora: e chi è nella sozzura, diventi tuttavia più sozzo: e chi è giusto, sì faccia tuttora più giusto: e chi è santo, tuttora si santifichi. Ecco io vengo tosto, e porto con me, onde dar la mercede e rendere a ciascuno secondo il suo operare. Io sono l’alfa e l’omega, il primo e l’ultimo, il principio e la fine. Beati coloro che lavano le loro stole nel sangue dell’Agnello: affine d’aver diritto all’albero della vita e entrar per le porte nella città. Fuori ì cani, e i venefici, e gli impudichi, e gli omicidi, e gl’idolatri, e chiunque ama e pratica la menzogna. Io Gesù ho spedito il mio Angelo a testificarvi queste cose nelle Chiese. Io sono la radice e la progenie di David, la stella splendente del mattino. E lo Spirito e la sposa dicono: Vieni. E chi ascolta, dica: Vieni. E chi ha sete, venga: e chi vuole, prenda dell’acqua della vita gratuitamente. Poiché protesto a chiunque ascolta le parole della profezia di questo libro, che se alcuno vi aggiungerà (qualche cosa), Dio porrà sopra di lui le piaghe scritte in questo libro. E se alcuno torrà qualche cosa delle parole della profezia di questo libro, Dio gli torrà la sua parte dal libro della vita, e dalla città santa, e dalle cose che sono scritte in questo libro. Dice colui che attesta tali cose: Certamente io vengo ben presto: così sia. Vieni, Signore Gesù. La grazia del Signor nostro Gesù Cristo con tutti voi. Così sia.]

I. Vers. 1. – E mi mostrò un fiume d’acqua viva, limpida come il cristallo, che usciva dal trono di Dio e dell’Agnello. L’Angelo delle piaghe che ha mostrato a San Giovanni la Gerusalemme celeste, ora gli mostra un fiume di acqua viva. Questo fiume, secondo Sant’Ambrogio (Lib. III, De Spiritu Sancto, cap. XXI), significa lo Spirito Santo, fonte di ogni grazia, di ogni gloria e di ogni felicità. Secondo altri interpreti, questo fiume rappresenta l’abbondanza di doni e di consolazioni celesti con cui i santi saranno inondati. Queste interpretazioni sono uguali nella sostanza, anche se sembrano differire nella forma. Infatti, nel mistero della Santissima Trinità, il Padre è la volontà e l’Onnipotenza, il Figlio è il Verbo, espressione della volontà e mano destra dell’onnipotenza del Padre, Onnipotente Egli stesso, e lo Spirito Santo è l’amore in unione con il Padre e il Figlio. Queste tre Persone, che non devono essere confuse l’una con l’altra, sono ugualmente perfette, perché hanno la stessa sostanza e sono un solo ed unico Dio, così che ciascuna delle tre Persone divine possiede in sé tutte le perfezioni delle altre. Ma noi sappiamo, e il nostro testo ce lo dice, sappiamo, diciamo, che è per mezzo dello Spirito Santo che la gloria e la felicità eterna sono comunicate ai Santi in cielo, così come è lo Spirito Santo che ci rende partecipi dei doni di Dio sulla terra. Perciò gli eletti, che sono stati chiamati dal Padre, giustificati dal Figlio e rigenerati dallo Spirito Santo nelle acque del Battesimo, saranno inondati dal fiume di acqua viva che procede dal trono di Dio Padre Onnipotente e dell’Agnello Gesù Cristo, generato dal Padre e seduto alla sua destra. Così questo passo dell’Apocalisse è un’ammirevole conferma del dogma della Chiesa Cattolica, e allo stesso tempo una condanna dell’errore della Chiesa greca, riguardante la processione dello Spirito Santo. Perché è espressamente detto che questo fiume d’acqua viva, figura dello Spirito Santo, è uscito non solo dal trono di Dio Padre, ma anche dall’Agnello Gesù Cristo sacrificato per i peccati del mondo. –  ….. E mi mostrò un fiume di acqua viva, limpido come il cristallo. Quando San Giovanni parla dei fedeli, (capitolo IV, 6), li paragona ad un mare trasparente come il vetro e simile al cristallo; e quando parla del fiume di acqua viva che alimenterà questo mare, non solo paragona questo fiume al vetro, ma dice anche che quest’acqua viva del fiume è essa stessa chiara come il cristallo. Perché questa differenza? È per farci capire che quest’acqua viene o procede dalla sua fonte divina, pura come il cristallo, per alimentare questo mare degli eletti, cioè la nostra umanità, che diventa trasparente come il vetro dalle acque del Battesimo, e sarà come il cristallo, cioè simile alla divinità, con le acque di gloria e felicità del fiume d’acqua viva che procede eternamente dal trono di Dio Padre e dell’Agnello Gesù Cristo per abbeverare gli eletti nel tempo e nell’eternità. Questo fiume di acqua viva renderà dunque gli eletti puri come il cristallo, cioè come Dio, come sta scritto (I. Jo., III, 2): « Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando Egli si manifesterà, noi saremo come Lui, perché lo vediamo come è. E chi ha questa speranza in Lui, diventa santo, come santo è Dio stesso. » – Come possiamo vedere, la purezza di Dio è paragonata a quella del cristallo, e la purezza dei Santi è pure paragonata a quella di un vetro trasparente. Ora questo vetro sarà puro e trasparente, perché gli eletti saranno senza macchia; e questo vetro sarà di una purezza simile a quella del cristallo, perché la purezza dei Santi sarà simile a quella di Dio stesso. Pertanto, i Santi che hanno imitato Gesù Cristo sulla terra diventeranno come Dio stesso attraverso la gloria e la felicità di cui saranno inondati in cielo, dal fiume di acqua viva che viene dal trono di Dio e dell’Agnello, cioè, come abbiamo detto sopra, dallo Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figlio. Così, Dio userà il fiume di acqua viva per colmare i Santi della sua gloria e felicità, così come usa le acque del Battesimo per rigenerarli con lo Spirito Santo. E siccome tutti questi doni di grazia, di gloria e di felicità celeste ci vengono comunicati dallo Spirito Santo, che procede dal Padre e dal Figlio, comprendiamo perché Gesù Cristo, istituendo il Sacramento della rigenerazione, disse ai suoi apostoli (Matth. XXVIII, 18): « Mi è stata data ogni autorità in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. »

II. Questo fiume d’acqua viva rappresenta anche la visione beatifica, secondo queste parole del salmista, Ps. XLV, 4: « Un fiume con il suo corso impetuoso inonda la città di Dio con gioia. L’Altissimo ha santificato il suo tabernacolo: Dio è in mezzo alla città santa. » E altrove: Sal. XXXV, 8: « Signore, i figli degli uomini saranno pieni di speranza sotto l’ombra delle tue ali. Si inebrieranno dell’abbondanza della tua casa, li nutrirai con il flusso delle tue delizie; perché in te è la fonte della vita, e nella tua luce vedremo la luce. »Sal. XXXVI: « Guardatevi dall’imitare i malvagi, e non invidiate quelli che commettono iniquità, perché appassiranno rapidamente come il fieno, e appassiranno rapidamente come le erbe dei prati. Riponi la tua speranza nel Signore e fai il bene, e allora dimorerai sulla terra e sarai nutrito con le sue ricchezze. Deliziatevi nel Signore, ed egli realizzerà i desideri del vostro cuore. Scopri le tue vie al Signore, spera in Lui ed Egli agirà. Egli farà risplendere la vostra giustizia come luce, e farà risplendere la vostra innocenza come il mezzogiorno. » Ascoltiamo Isaia, LXVI, 12: « Questo è ciò che dice il Signore. Farò scorrere su Gerusalemme un fiume di pace; riverserò su di lei la gloria delle nazioni come un torrente straripante. Gerusalemme vi nutrirà con il suo latte, vi stringerà al suo seno e vi accarezzerà sulle sue ginocchia. Come una madre consola il suo bambino, così io vi consolerò e sarete consolati a Gerusalemme. Vedrete queste cose, e il vostro cuore si rallegrerà; le vostre stesse ossa ricresceranno forti come l’erba. ». Termineremo la spiegazione di questo passaggio con le ben rimarchevoli parole che troviamo nel Vangelo della Samaritana.Queste parole alludono anche al fiume di acqua viva, e di conseguenza contengono un’ulteriore conferma della processione dello Spirito Santo secondo il dogma cattolico, e un ulteriore chiarimento della questione che stiamo trattando. Ecco questo Vangelo (Jo. IV, 7): « Allora venne una donna di Samaria ad attingere acqua. Gesù le disse: Dammi da bere. Infatti, i suoi discepoli erano andati in città per comprare del cibo. La donna gli disse: Come puoi tu, giudeo, chiedere da bere a me, donna samaritana? Perché i Giudei non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le rispose: Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è che ti dice: Dammi da bere, avresti potuto chiedergli la stessa cosa ed Egli ti avrebbe dato acqua viva. La donna gli disse: Signore, voi non avete un recipiente da cui attingere e il pozzo è profondo; da dove prendereste quest’acqua viva? Siete forse più grande di Giacobbe nostro padre, che ci ha dato questo pozzo e ne ha bevuto lui stesso, così come i suoi figli e le sue greggi? Gesù le disse: Chiunque beve quest’acqua avrà ancora sete, ma chi beve l’acqua che io gli darò non avrà mai più sete. Ma l’acqua che Io gli darò diventerà in lui una fonte d’acqua che zampillerà per la vita eterna. » Chi non riconosce in queste ultime parole il fiume d’acqua viva di cui parliamo; e qual è la fonte da cui l’acqua può sgorgare alla vita eterna, se non lo Spirito Santo, che è Dio, infinitamente perfetto, e che procede dal Padre e dal Figlio?

III. Vers. 2. – In mezzo alla piazza della città, ai due lati del fiume, c’era l’albero della vita, che porta dodici frutti e dà i suoi frutti ogni mese, e le foglie dell’albero guariranno le nazioni. Queste parole hanno un significato difficile, diremmo addirittura impenetrabile, poiché contengono i grandi misteri della Santa Trinità, dell’Incarnazione e della Redenzione. Senza voler dunque cercare inutilmente di scrutare verità così profonde che nessun mortale può comprendere, ci limiteremo a dimostrare come questo enigma contenga in sé verità così grandi:  Al centro della piazza della città, su entrambi i lati del fiume, c’era l’albero della vita. Come il fiume di acqua viva menzionato nel versetto precedente allude al fiume del paradiso terrestre menzionato nella Genesi, così l’albero della vita menzionato qui ricorda anche l’albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male. E aggiungeremo anche che tutto il passo che citeremo da questo primo libro della Scrittura, è un tipo e una figura sensibile della città santa che abbiamo appena descritto. È riportato in Genesi, (II, 7): « Così il Signore formò l’uomo dall’argilla della terra ed effuse sul suo volto il soffio della vita, e l’uomo divenne vivo e vitale. Ora il Signore Dio aveva piantato fin dal principio un delizioso giardino, nel quale mise l’uomo che aveva creato. Il Signore aveva anche prodotto dalla terra ogni sorta di alberi, belli alla vista e il cui frutto era piacevole al gusto; e pose l’albero della vita in mezzo al paradiso, con l’albero della conoscenza del bene e del male. In questo luogo di delizie, uscì un fiume per irrigare il paradiso, etc. » Come possiamo vedere, questo delizioso giardino ci offre più o meno le stesse circostanze che troviamo nella Gerusalemme celeste. La prima è per il corpo animale ciò che la città santa è per il corpo spirituale di cui parla San Paolo. Questo giardino era un luogo di delizie per il corpo animale, e la Gerusalemme celeste sarà una dimora di felicità e gloria per il corpo spirituale. L’uomo è stato creato nel paradiso terrestre con un’anima viva; in cielo sarà riempito di uno spirito vivificante. Il primo uomo è quello terreno, formato dalla terra, dice San Paolo; il secondo è quello celeste, che viene dal cielo. Nel paradiso terrestre, c’era l’albero della vita, che doveva rendere incorruttibile il corpo corruttibile del primo uomo; ma c’era anche l’albero della conoscenza del bene e del male, che diede la morte all’anima e poi al corpo dei nostri primi genitori, quando disubbidirono a Dio, mangiando il frutto proibito. In cielo, ci sarà anche un albero della vita, ma quanto diverso da quello del giardino dell’Eden! Questo era materiale e terreno, questo è spirituale e divino. L’uno era destinato a preservare la vita del corpo, l’altro preserverà la vita del corpo e dell’anima. Il terrestre, tuttavia, non ha impedito al corpo umano di perire, il celeste distruggerà il male alla sua fonte e lo renderà impossibile; perché come il primo poteva conservare solo il corpo, il secondo conserverà l’anima, e le ridarà la vita nel tempo, in modo da rendere immortali nell’eternità sia il corpo che l’anima. Così la virtù di questo albero divino è infinitamente superiore a quella dell’albero terrestre, poiché non solo conserva i corpi viventi, ma salverà anche ciò che era perito, restituirà la vita ai corpi e li renderà incorruttibili, restituirà la grazia alle anime e le renderà impeccabili. Perché, secondo San Paolo, « questo corpo corruttibile deve essere rivestito di incorruttibilità, e questo corpo mortale di immortalità. E dopo che questo corpo di morte sarà stato rivestito di immortalità, questa parola della Scrittura si compirà: «la morte è stata assorbita nella vittoria: » la vittoria dell’anima sul corpo, la vittoria della vita sulla morte, la vittoria dell’albero della vita sull’albero della morte; e allora questo albero della morte, l’albero della conoscenza del bene e del male, non esisterà più in cielo, dove i Santi godranno di tutti beni, senza paura o possibilità o mescolanza di alcun male. Da qui le parole di San Paolo, (1 Cor. XV, 55), che alludono all’albero della vita, l’albero della vita eterna, e anche all’albero della morte, l’albero della conoscenza del bene e del male: « O morte, dov’è la tua vittoria? O morte, dov’è il tuo pungiglione? Ora il pungiglione della morte è il peccato, e la forza del peccato è la legge. » La legge di Dio violata, la legge che proibiva all’uomo di mangiare il frutto proibito. Poi San Paolo aggiunge subito queste parole rimarchevoli, in quanto coincidono perfettamente con il nostro testo: « Ma grazie a Dio, che ci ha dato la vittoria per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore. » Così è dunque Gesù Cristo questo albero della vita, l’albero della vita eterna, di cui il primo, quello del paradiso terrestre era il tipo. E questo albero è anche la vite di cui si parla in San Giovanni XV: « Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo.  Egli taglierà tutti i rami che non portano frutto in me, e emenderà con la mortificazione cristiana tutti quelli che portano frutto, affinché portino ancor più frutto. Voi già siete puri a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e Io in voi. Come il tralcio della vite non può portare frutto da solo, se non rimane unito alla vite, così è per voi se non rimanete in me. Io sono la vite e voi i tralci. Chi rimane in me, e Io in lui, porta molto frutto; perché senza di me non potete fare nulla. Se qualcuno non rimane in me, sarà gettato via come un tralcio e appassirà, sarà raccolto e lo si getterà nel fuoco e ivi sarà bruciato. » – Come possiamo vedere, Gesù Cristo si paragona a una vite, e tutti i fedeli, dice, sono i tralci di questa vite senza i quali non possono fare nulla. I rami che rimangono attaccati alla vite portano molto frutto. Vedremo presto quali saranno questi frutti.

IV. In mezzo alla piazza della città, su entrambi i lati del fiume, c’era l’albero della vita, che porta dodici frutti e dà i suoi frutti ogni mese, e le foglie dell’albero guariranno le nazioni. Abbiamo visto nel capitolo precedente, che i fedeli credenti formeranno la piazza della città santa, e che questa piazza della città sarà d’oro puro come vetro trasparente. Ora, è al centro della piazza, cioè al centro dei fedeli, che sarà l’albero della vita di cui ci parla San Giovanni. E questo albero era su entrambi i lati del fiume. Come può essere che solo un albero sia posto su ciascuna delle due parti di un fiume? Questo può essere spiegato da ciò che sappiamo della processione dello Spirito Santo nel mistero della Santa Trinità, e soprattutto dalle parole del versetto precedente, in cui vediamo che questo fiume è uscito dal trono di Dio, e anche dall’Agnello, cioè dall’albero stesso di Gesù Cristo, che è la sua fonte. Inoltre, questo passaggio si spiega con il mistero dell’Incarnazione, che ci insegna che il Figlio di Dio si è rivestito della nostra umanità, in modo da essere Dio e uomo allo stesso tempo. Ora, come questo fiume di acqua viva sgorga dalla divinità del Padre e del Figlio, per fecondare l’umanità che Gesù Cristo rappresenta, essendo diventato Egli stesso uomo; ne consegue che questo fiume scorre tra due rive, alle estremità di ciascuna delle quali è posto l’albero della vita, Gesù Cristo, poiché Egli appartiene a queste due parti principali del fiume, la fonte e la foce, essendo Dio e uomo insieme. Come Dio, è la sorgente stessa del fiume, e come uomo e capo della Chiesa, ne è la foce. Possiamo trovare un paragone più ammirevole per rappresentarci, in due parole, l’unione delle tre Persone della Santa Trinità, e allo stesso tempo l’unione della Divinità con l’umanità? È nello stesso senso che la Chiesa termina le sue orazioni; poiché si rivolge a Dio Padre Onnipotente, per ottenere tutti i beni attraverso Nostro Signore Gesù Cristo, che vive e regna con il Padre in unione con lo Spirito Santo. Tanto per i misteri della Santa Trinità, dell’Incarnazione e anche della Redenzione. Ma quest’ultimo mistero è espresso ancora più chiaramente dalle parole che seguono:

V. In mezzo alla piazza… c’era l’albero della vita, che porta dodici frutti e dà i suoi frutti ogni mese, e le foglie dell’albero guariranno le nazioni. Chi non riconoscerà in queste ultime parole la santissima Eucaristia, che riassume tutto il piano della Redenzione divina e ci offre un quadro completo di tutta la storia dell’umanità, dall’uomo caduto nel paradiso terrestre all’uomo rigenerato nella Gerusalemme celeste. Infatti, abbiamo visto che Gesù Cristo si paragona a una vite di cui i fedeli sono i tralci, e che questi tralci, per portare molto frutto, devono rimanere attaccati alla vite. « Io sono la vite e voi siete i tralci. Chi rimane in me e io in lui porta molto frutto; perché senza di me non potete fare nulla. » Come fa ora Gesù Cristo a rimanere in noi e noi in Lui? Questo è ciò che ci spiega nel Vangelo, quando ci dice (Jo. VI, 51): « Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane, vivrà in eterno; e il pane che Io darò per la vita del mondo è la mia carne. I Giudei, dunque, disputavano tra di loro, dicendo: Come può quest’uomo darci la sua carne da mangiare? E Gesù disse loro: In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete la vita in voi. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna, e Io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è davvero carne e il mio sangue è davvero bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e Io in lui. Come vive il Padre mio che mi ha mandato, e Io vivo a causa del Padre mio, così chi mangia me vivrà a causa mia. Questo è il pane che è sceso dal cielo. Non è come la manna che mangiarono i vostri padri e che non impedì loro di morire. Chi mangia questo pane vivrà eternamente. » Ora confrontiamo queste ultime parole del Vangelo che abbiamo appena citato con quelle del nostro testo, e vedremo se questo pane di vita non è lo stesso delle foglie dell’albero che devono guarire le nazioni.

VI. In mezzo alla piazza della città … c’era l’albero della vita…; e le foglie dell’albero sono per guarire le nazioni. Questo paragone delle foglie è mirabilmente scelto per rappresentare la santissima Eucaristia, che è il pane di vita sceso dal cielo per dare la vita eterna agli eletti. Infatti: 1° La foglia di un albero si forma dalla sua sostanza. 2° L’albero che produce la foglia è vivo, ed è la linfa dell’albero che dà vita alla foglia. 3° La foglia di un albero è composta da due sostanze principali che sono le membrane e la linfa. 4° La foglia si stacca dall’albero. 5° Serve da ombra per riparare l’uomo. 6° Il vento la porta via e si sparge sul terreno. 7° Nel rigore dell’inverno l’albero non produce più foglie. 8° Le foglie di certi alberi sono eccellenti rimedi in medicina. 9° Le foglie sono sollevate dall’albero e scendono sulla terra. 10° Se il ramo è secco, non produce più foglie. 11° La foglia che cade ai piedi dell’albero serve, secondo le leggi della natura, a nutrirlo. Ora, queste sono precisamente le caratteristiche della Santissima Eucaristia. Ed infatti: 1°. La santissima Eucaristia è composta dalla sostanza stessa dell’albero della vita che è Gesù Cristo. 2°. Gesù-Cristo è vivente; quando Egli istituì la santa Eucarestia e quando pronunziò quelle parole per sempre memorabili: « Questo è il mio corpo, etc. », il pane che viene distribuito ai fedeli sotto forma di ostie, simile nella forma alle foglie di un albero, questo pane, diciamo, è stato cambiato in Gesù Cristo stesso e vivificato dalla linfa del suo prezioso sangue, un mistero adorabile che viene riprodotto ogni giorno sui nostri altari per la virtù della stesa parola di Dio « Fate questo in memoria di me » e anche perché Egli è il sacerdote eterno secondo l’ordine di Melchisedec. 3° Questo pane contiene due sostanze che sono la Divinità e l’Umanità, e contiene anche, sotto quest’ultimo aspetto, due sostanze essenziali che sono l’anima e il corpo; infine, sotto la sostanza del corpo ci sono due sostanze distinte, che sono il corpo e il sangue di Nostro Signore Gesù Cristo. 4° La Chiesa dà a questo pane una forma più o meno simile a quella di una foglia d’albero perché possa essere più opportunamente distribuito ai fedeli. 5°. Gesù Cristo ci fa come ombra nella santissima Eucaristia, e ci protegge dal fuoco delle passioni. 6° È soprattutto con il vento delle persecuzioni che le foglie di questo albero si diffondono sulla terra, come ci mostra la storia della Chiesa. 7°. Nei rigori dell’inverno, cioè nelle regioni fredde che l’assenza del sole della fede rende aride, e anche nei periodi di grande siccità, questo albero produce poco o nulla in foglie. 8°. La santissima Eucaristia è il rimedio per eccellenza, perché guarisce e conserva il corpo e l’anima per l’eternità. 9°. Queste foglie cadono sulla terra da una grande altezza, perché sono il pane della vita che è sceso dal cielo. 10° I rami che sono stati separati dall’albero a causa delle eresie sono secchi e non producono più foglie. 11°. Infine, la foglia che cade ai piedi dell’albero per essere messa in bocca ai fedeli diventa feconda, perché i fedeli che si nutrono della santissima Eucaristia a loro volta nutrono l’albero della vita con la carità, che è il sacrificio di se stessi per la gloria di Gesù Cristo e la salvezza del prossimo, secondo il significato di questa parola: «Avevo fame e mi avete dato da mangiare, etc. » Infine, se il fedele muore con questa foglia divina, sarà unito all’albero, che è Gesù Cristo, per l’eternità, secondo quest’altro detto: « Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e Io in lui. »

VII. Nel mezzo della piazza della città … era l’albero della vita che porta dodici frutti e dà i suoi frutti ogni mese; e le foglie dell’albero guariranno le nazioni.  1 ° Va notato che queste parole sono messe al presente, perché si applicano al tempo presente e anche all’eternità. E le foglie dell’albero della vita guariranno le nazioni. Questo passaggio significa che queste foglie, dopo aver guarito le nazioni nel tempo, daranno loro la vita per il tempo e per l’eternità. 2° L’albero della vita che porta dodici frutti e dà i suoi frutti ogni mese. Questi dodici frutti ci mostrano le qualità infinitamente preziose di questo albero della vita, la cui virtù celeste e divina guarirà tutti i fedeli credenti attraverso le epoche della Chiesa per il tempo e l’eternità. Infatti, questi dodici frutti corrispondono per il numero alle dodici tribù d’Israele che rappresentano l’universalità dei fedeli; poi questi dodici frutti si riferiscono anche ai dodici mesi dell’anno, e ancora alle dodici ore del giorno dell’esistenza del mondo. Così che troviamo in questa mirabile figura due pensieri infinitamente profondi, che sono l’immensità e l’eternità di Dio. Diciamo l’immensità, poiché un solo frutto di questo albero può guarire e nutrire tutti i credenti sia per il tempo che per l’eternità. Vediamo anche in esso l’eternità di Dio, poiché è espressamente detto che questo albero della vita dà i suoi frutti ogni mese, anche per il tempo e per l’eternità. 3º Alla lettera, questi dodici frutti sono i dodici Apostoli, e i dodici mesi corrispondono alle dodici tribù d’Israele che rappresentano l’universalità degli eletti nelle varie età della Chiesa; e siccome la fede predicata dai dodici Apostoli era radicata nell’albero della vita che è Gesù Cristo, per essere predicata e produrre i suoi frutti durante i dodici mesi che rappresentano tutte le età della Chiesa, San Giovanni aveva ragione di dire che questo albero dà i suoi frutti ogni mese; perché alla fine di questi dodici mesi, che rappresentano il tempo dell’esistenza della Chiesa, questi dodici frutti avranno prodotto i centoquarantaquattromila fedeli delle dodici tribù d’Israele che formeranno l’assemblea degli eletti nella Gerusalemme celeste. 4° Quest’albero, che fruttifica ogni mese, ce ne mostra la grande fertilità; poiché, come abbiamo visto nel capitolo della Gerusalemme celeste, il numero degli eletti, che Dio solo conosce e che è rappresentato, secondo l’uso dei profeti, dal numero determinato di centoquarantaquattromila fedeli, supererà di gran lunga questo numero; e il numero degli eletti di tutti i tempi e di tutte le nazioni che avranno mangiato le foglie dell’albero della vita sulla terra sarà molto grande. Mangiamo dunque le foglie di quest’albero nel tempo, se vogliamo godere della gloria e della felicità dei suoi frutti nell’eternità. È Gesù Cristo stesso, l’autore della vita, che ci invita a farlo; ascoltiamo dunque la voce di questo Padre buono, che ci chiama a sé e ci dice: « Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò riposo… Io sono il pane vivo disceso dal cielo; se uno mangia di questo pane, vivrà in eterno; e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo, ecc. ecc. » Ma non dimentichiamo le parole dell’apostolo San Paolo, I. Cor. XI, 27: « Chiunque mangia questo pane o beve il calice del Signore indegnamente, sarà colpevole del crimine contro il corpo e il sangue del Signore. Si metta dunque l’uomo alla prova, e dopo mangi di quel pane e beva da questo calice. Perché chi mangia e beve di esso indegnamente, mangia e beve la propria condanna, non facendo il discernimento del corpo del Signore. Per questo ci sono molti tra voi che sono malati e languenti, e molti sono morti. Che se noi ci giudicassimo da noi stessi, non saremmo giudicati da Dio, etc. ».

VIII. Vers. 3. – Non ci sarà là più alcuna maledizione, ma lì vi sarà il trono di Dio e dell’Agnello, e i suoi servi lo serviranno. Questo versetto contiene anche la differenza tra il paradiso terrestre e quello celeste. Nel paradiso terrestre c’era, accanto all’albero della vita, l’albero della conoscenza del bene e del male, che portò all’umanità una così grande maledizione. Ma in cielo, non ci sarà più nessuna maledizione possibile, perché l’albero della scienza del bene e del male sarà sostituito dall’albero della vita. Il libero arbitrio, che è stato così fatale all’uomo, non esisterà più per perderlo, ma per goderne di tutta la gloria e la felicità fino alla fine dei tempi, cioè per quanto l’uomo vuole e può godere della luce eterna con l’aiuto della luce eterna. Lì non ci sarà più maledizione, perché non ci sarà più alcun male possibile, ma ci sarà il trono di Dio e dell’Agnello, fonte di ogni bene e di ogni gloria, senza alcuna mescolanza di bene e di male. E i suoi servi lo serviranno con gloria e felicità.

IX . Vers. 4 – Vedranno il suo volto e avranno il suo nome scritto sulla fronte. O Dio, qual gloria e felicità avete riservato a coloro che vi amano, perché potranno contemplarvi faccia a faccia, così da diventare simili a Voi, ed avranno il vostro stesso Nome scritto sulla fronte, perché saranno vostri figli ed eredi della vostra gloria, e porteranno il vostro Nome, come un figlio porta il nome del padre suo! Il loro nome sarà illustrato con la gloria di Dio stesso, e la loro eredità sarà immensa ed eterna come Dio. Questo è confermato dalle seguenti parole, che si spiegano da sole:

Vers. 5E non ci sarà più notte, non avranno bisogno di lampade, né della luce del sole, perché il Signore Dio darà loro la luce, ed essi regneranno nei secoli dei secoli.

X. Le parole che seguono sono una ricapitolazione degli avvertimenti generali che il Signore indirizza alla Sua Chiesa su questa rivelazione. E siccome questi passaggi sono già stati interpretati, ci limiteremo a citarli, lasciando al lettore il compito di farne il proprio confronto e l’applicazione per il proprio uso e per il beneficio che trarrà dalla ricezione di questo libro.

Vers. 6. Ed egli mi disse: Queste parole sono certissime e veraci: il Signore, il Dio degli spiriti dei profeti, ha mandato un Angelo per rivelare ai suoi servi ciò che deve avvenire presto.

Vers. 7. Io vengo presto: beato chi osserva le parole della profezia di questo libro.

Vers. 8  Io, Giovanni, ho udito e visto queste cose. E quando le ho sentite e viste, sono caduto in adorazione ai piedi dell’Angelo che me le ha mostrate.

Vers. 9: Ma egli mi disse: Guardati dal fare così, perché io sono un servo come te e come i tuoi fratelli profeti, e come coloro che osservano le parole di questo libro, adorate Dio.

XI. Vers 10. Ed egli mi disse: Non sigillare le parole della profezia di questo libro, perché il tempo è vicino. Nel linguaggio dei profeti, sigillare una profezia non significa che il suo significato debba essere impenetrabile alle menti degli uomini, come lo fu l’Apocalisse per molti secoli; ma sigillare una profezia significa che il suo adempimento non inizierà che molto tempo dopo la sua pubblicazione. Ma questo non fu il caso di questa rivelazione a San Giovanni. Poiché la sua Apocalisse contiene la storia di tutta la Chiesa dalla sua origine fino alla consumazione dei secoli, questa profezia cominciava già a realizzarsi al tempo di San Giovanni; e anche essa nascondeva sotto i suoi enigmi eventi che erano già passati quando questa rivelazione gli fu fatta. Ma non poté essere compresa per molto tempo, perché gli eventi che annunciava non si erano sufficientemente sviluppati per coglierne il significato e la sequenza. Comprendiamo, quindi, da quanto appena detto, che sebbene questa profezia non sia stata sempre compresa, non è stata, tuttavia, sigillata, poiché ha cominciato ad essere adempiuta dal momento della sua rivelazione ed anche prima; Ma Dio ne nascose la comprensione agli uomini per molti secoli, sotto i suoi difficili e numerosi enigmi, perché lo scopo evidente di questa profezia era di colpire gli uomini come una nuova luce, specialmente verso la fine dei tempi, quando la fede comincerà a perdersi a poco a poco, mostrando, come all’improvviso, per rafforzare i suoi eletti, la verità di questa profezia, già verificata nei tempi passati, e come garanzia della certezza degli eventi futuri. Da qui questo passaggio del testo: Non sigillate le parole della profezia di questo libro, perché il tempo è vicino.

XII. Vers. 11. – Colui che commette l’iniquità la commetta ancora; colui che è contaminato sia contaminato ancora; colui che è giusto diventi più giusto ancora; colui che è santo sia santificato ancora. Queste parole sono terribili e consolanti allo stesso tempo. Perché contengono maledizioni eterne per i peccatori e benedizioni infinite per i giusti. Infatti, secondo il Salmista, Ps. XLI, 8: « Un abisso chiama un abisso. » Un abisso di ingiustizia richiede un abisso di ingiustizia e punizione; perciò il Salmista aggiunge: « Al fragore delle tue cascate; tempeste e delle acque che tu mandi, o mio Dio, tutti i tuoi flutti e le tue onde sopra di me sono passati. »Al contrario, un abisso di giustizia richiede un abisso di misericordia. Infatti, il salmista continua: « Di giorno il Signore mi dona la sua misericordia, di notte per lui innalzo il mio canto: la mia preghiera al Dio vivente. Dirò a Dio, Voi siete mia difesa: perché mi avete dimenticato? Perché triste me ne vado, oppresso dal nemico? Per l’insulto dei miei avversari sono infrante le mie ossa; essi dicono a me tutto il giorno: Dov’è il tuo Dio?”. Perché ti rattristi, anima mia, perché su di me gemi? Spera in Dio: ancora potrò lodarlo, lui, salvezza del mio volto e mio Dio.Giudicatemi, o Dio, e distinguete la mia causa da quella di una nazione non santa. Toglietemi dalle mani dell’uomo malvagio e ingannatore.Poiché tu sei la mia forza, o Dio! Perché mi hai respinto? Perché mi vedo ridotto a camminare nella tristezza, afflitto dal nemico? Mandate la vostra luce e la vostra verità, ed esse mi condurranno al vostro santo monte e ai vostri tabernacoli. Ed entrerò fino all’altare di Dio, fino a Dio stesso, che riempie di gioia la mia gioventù. Canterò le tue lodi sull’arpa, o Dio, o mio Dio. Perché sei triste, anima mia, e perché mi conturbi? Spera in Dio, perché devo ancora lodarlo; Egli è la salvezza del mio volto ed è il mio Dio. » È soprattutto attraverso la preghiera che il giusto deve diventare ancora più giusto, e colui che è santo può diventare ancora più santo, perché la salvezza viene da Dio. Più ci si avvicina a Lui, più si desidera andare da Lui; e più ci si allontana da Dio, più si desidera allontanarsi da Lui. Il malvagio è come un albero che cade dalla parte in cui pende, e più l’albero tende ad inclinarsi per la forza di attrazione, finché alla fine cade da sé o per l’ascia del giardiniere. Il giusto, invece, si eleva in proporzione alla sua giustizia. Perché più l’albero è ritto, più di eleva. E la sua pianta, ora alta e bella, viene utilizzata per la costruzione di edifici e di mobilia, mentre il legno contorto e piegato, è destinato ad essere gettato nel fuoco.

XIII. Vers. 12Ecco, io vengo presto e avrò con me la mia ricompensa, per rendere ad ogni uomo secondo le sue opere. Perché secondo San Matteo, (III, 10): « Già la scure è posta alla radice dell’albero (dal germe di morte che portiamo in noi), e ogni albero che non porta buoni frutti sarà tagliato e gettato nel fuoco. »

Vers. 13. – Io sono l’Alfa e l’Omega, il primo e l’ultimo, il principio e la fine. Perché la verità è eterna, e la giustizia è eterna, e il passato e il futuro appartengono solo a Dio, che renderà a ciascuno secondo le sue opere. Io sono il principio e la fine; cioè, vi ho detto la mia parola all’inizio e vedrete il suo compimento alla fine.

Vers. 14. – Beati coloro che lavano le loro vesti nel sangue dell’Agnello, per avere diritto all’albero della vita e per entrare nella città dalle porte. Facciamo dunque degni frutti di penitenza e sottomettiamoci alla Chiesa, affinché possiamo un giorno entrare per questa porta nella vita eterna.

Vers. 15. – Lungi da qui i cani, gli avvelenatori, gli impudichi, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ami e proferisca menzogna. Lungi da qui i persecutori della Chiesa, che sono come cani rabbiosi, gli avvelenatori, gli eresiarchi, gli impudichi, chi indulge alle voluttà, gli omicidi, che trascurano le vie della giustizia e della carità, gli idolatri, che dimenticano Dio per prostituirsi alla creatura, e chiunque ami e preferisca la menzogna, perché il diavolo è loro padre.

XIV. Vers. 16. – Io, Gesù, ho mandato il mio Angelo a testimoniarvi queste cose nelle Chiese. Io sono la progenie e il figlio di Davide, la stella che brilla al mattino. Qui Gesù cita se stesso come testimone delle verità contenute in questo libro dell’Apocalisse, dicendoci che Egli è la progenie e il figlio di Davide, cioè, Gesù Cristo di Nazareth crocifisso, la stella che brilla al mattino dall’inizio della Chiesa, e la cui luce non sarà mai più eclissata, che ha mandato il suo Angelo a rendere testimonianza delle cose contenute nell’Apocalisse, e a pubblicarle nelle sette Chiese d’Asia, rappresentanti l’universalità e la perpetuità della Chiesa Cattolica, Apostolica e Romana.

XV. Vers. 17. – Lo Spirito Santo e la sposa dicono: Venite. Colui che ascolta dica: “Venite”. Chi ha sete, venga; e chi lo desidera, riceva gratuitamente l’acqua della vita. Quante consolazioni sono contenute in questo versetto! Lo Spirito Santo e la sposa, che è la Chiesa, dicono: Vieni. Così non è solo la voce dei predicatori che ci invita; non sono solo i marchi visibili della Chiesa che attirano gli sguardi di occhi di tutti gli uomini: dei buoni che ascoltano e seguono la sposa, e dei malvagi che la perseguitano; perché se questi potenti mezzi sembrano tuttavia troppo deboli per convincere gli uomini della verità eterna; se anche dei Cattolici non possono comprendere i giudizi segreti di Dio, chi rigetterà un gran numero di uomini nelle fosse dell’inferno, perché non sono appartenuti alla Chiesa Cattolica; e se questi giudizi sembrano loro troppo severi perché credono che i segni della vera Chiesa non siano sufficientemente visibili e sensibili per convincerci; questi Cattolici sappiano e imparino dalla bocca di Gesù Cristo stesso, che scruta i cuori e le menti, che non solo la Chiesa ma anche lo Spirito Santo dice a tutti nel segreto delle loro coscienze: Venite! E se tutti non sono venuti, a chi va data la colpa? Chi ascolta dica: “Venite“. Cioè, colui che vuole ascoltare questa voce interiore ed esteriore dica: Venite! Questo gli è sufficiente. Egli ha acconsentito ad accettare liberamente l’acqua della vita che è sempre offerta a tutti, sia per voce della Chiesa che per voce dello Spirito Santo. Questo gli è sufficiente, diciamo, poiché possiede con ciò una delle otto beatitudini che gli promette l’acqua della fonte eterna e il frutto dell’albero della vita; poiché è scritto, (Matteo V, 6): « Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. » Ho già visto sulle vostre labbra un sorriso di pietà, e lo spirito di incredulità vi suggerisce questo pensiero: come possono gli individui ritirati nel centro di nazioni barbare, tra le quali la luce della fede non è mai penetrata, avere anche solo l’idea dell’esistenza della Chiesa Cattolica? Gesù Cristo stesso vi risponde Egli stesso, che lo Spirito Santo dice loro nel segreto delle loro coscienze: Venite; la Chiesa ci dice che il battesimo di desiderio può bastare al bisogno, e il Vangelo aggiunge un mezzo che è possibile e anche facile per tutti gli uomini; un mezzo che chiuderà la bocca di tutti gli empi, che non avranno voluto ascoltare lo Spirito Santo; perché questo mezzo infallibile è a disposizione di tutti. Questo mezzo è tanto sicuro e facile quanto è vero il Vangelo, poiché è scritto: « Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. » E chi è l’uomo che, nonostante la sua ignoranza dei misteri della fede di Gesù Cristo, chi è l’uomo, diciamo, per il quale questa ignoranza sarà stata invincibile, che non abbia tuttavia sentito nel suo cuore come due voci opposte, una delle quali lo spingeva al bene e l’altra, diciamo, lo portava al male? Ebbene, questa prima voce era quella dello Spirito Santo, che continuava a dirgli: Venite; in altre parole, questa voce gli stava dicendo: Fa’ il bene ed evita il male, sii giusto e caritatevole verso i tuoi fratelli, resisti al torrente impetuoso delle tue passioni che la concupiscenza ha acceso nella tua anima, etc., etc. Ora, questi non sono forse sentimenti che ogni uomo ragionevole, per quanto ignorante delle verità della fede lo si possa supporre, … non sono sentimenti che la legge naturale, incisa nei nostri cuori, ci ispira costantemente, e che il soffio dello Spirito Santo cerca di far fruttare, secondo queste parole: Lo Spirito Santo e la sposa dicono: Venite. Se poi tutti gli uomini ragionevoli ascolteranno questa voce, Dio non li punirà per la loro invincibile ignoranza, ma li ricompenserà eternamente per i loro sforzi e la loro buona volontà, secondo le parole: « Pace agli uomini di buona volontà. » Perciò l’Apostolo aggiunge: Chi ascolta dica: Venite. Chi ha volontà, venga, e chi lo desidera, riceva liberamente, per la misericordia di Dio, l’acqua della vita, della vita eterna. Poiché sta scritto, (Matth. V, 6): « Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati. » Aggiungeremo che non è così difficile come si immagina, per le nazioni barbare, desiderare l’acqua della vita. Per convincersene, basta leggere gli annali della propagazione della fede, e si vedranno le frequenti richieste fatte da questi popoli per ottenere dei missionari. Felici queste nazioni, se sfuggono ai lupi che si presentano loro in veste di pecore, che in realtà non sono altro che lupi famelici che escludono le anime dal vero ovile! Perché allora non rimangono altre risorse per queste nazioni sedotte che quelle che abbiamo appena indicato, per assicurare la loro salvezza. Speriamo che Dio tenga conto delle difficoltà in cui il nemico li avrà gettati a loro insaputa e contrariamente ai loro pii e salutari desideri.Ma voi direte ancora: Queste nazioni barbare non hanno mai conosciuto Gesù Cristo, quindi come possono essere appartenuti allo spirito della sua Chiesa? Senza nascondervi la difficoltà dell’obiezione, vi risponderemo che essa non è insolubile nello Spirito Santo; secondo le parole di San Giovanni, III, 8: « Lo Spirito soffia dove vuole, e voi sentite la sua voce, ma non sapete da dove viene, né dove va; così è di ogni uomo che è nato dallo Spirito.  Cioè, ogni uomo che è nato dallo Spirito e non dalla carne, e ogni uomo buono che ha fame e sete di giustizia, sente la voce dello Spirito che gli dice: Venite. E l’uomo risponde: Venite. Perché lo Spirito soffia dove vuole. Allora vi diremo che la conoscenza della venuta passata o futura di un Redentore, non è così limitata come immaginate. Poiché Dio ha permesso nella sua bontà paterna e secondo il piano dei suoi segreti disegni, che le numerose e variate favole, che sono una corruzione della storia del giardino dell’Eden, fossero conservate e diffuse tra queste nazioni, come un mezzo segreto di cui Dio si è servito per dare loro l’idea di un Redentore. Quanto alle difficoltà che potrebbero essere sollevate circa l’assoluta necessità del battesimo, attingendo alle parole di San Giovanni, (III, 5): « In verità, in verità vi dico: se uno non nasce di nuovo dall’acqua e dallo Spirito Santo, non può entrare nel regno di Dio », ci basta far notare che non ci si salva solo col battesimo d’acqua, ma anche col battesimo di desiderio e col battesimo di sangue, e che di conseguenza un numero molto grande di anime che non avrebbero potuto ricevere il Battesimo dell’acqua, saranno non di meno salvate dal battesimo di desiderio o dal battesimo di sangue. Quanto ai bambini morti senza battesimo, la Chiesa non ha mai fissato il loro destino, e sappiamo che non sarà quello dei dannati. Come possiamo vedere, coloro che non rispondono a questa chiamata della Chiesa e dello Spirito Santo non avranno scuse davanti al tribunale di Dio Onnipotente. Essi non avranno nemmeno saputo dell’esistenza della Chiesa, direte voi; e Dio vi risponderà: È vero, ma avevano la legge naturale, che Io avevo inciso nei loro cuori; il mio Spirito Santo ha ispirato loro un desiderio di giustizia e il mio Vangelo ha promesso di soddisfarli. Venite, dunque, o voi tutti che non avete potuto entrare nel corpo della mia Chiesa, ma che vi siete appartenuti in spirito attraverso i vostri santi desideri; venite, perché mio Figlio vi ha riscattato dalla schiavitù del peccato; il Verbo si è fatto carne per salvare la carne e lo spirito. Venite, dunque, o voi tutti che avete risposto alla chiamata dello Spirito Santo e della Chiesa che vi ha detto sulla terra: Venite. Perché Voi li avete ascoltati ed avete detto loro a vostra volta: Venite. Voi avete fatto conoscere loro la vostra sete ascoltandoli e rispondendo loro con i vostri santi desideri: Venite. Ecco perché Io vi darò gratuitamente e di buon grado e misericordia l’acqua della vita, e sarete saziati per sempre, come sta scritto nella mia Apocalisse: lo Spirito Santo e la sposa dicono: Venite. Colui che ascolta dica: “Venite“. Chi ha sete, venga; e chi lo desidera, riceva gratuitamente l’acqua della vita. Lungi da qui i cani, i persecutori della Chiesa, gli avvelenatori, i predicatori del vizio e dell’errore, i falsi apostoli e gli scandalosi, gli impuri che seguono la legge della carne e rifiutano quella di Dio, gli omicidi, i tiranni, coloro che commettono ingiustizie, gli oppressori dei deboli, della vedova e dell’orfano, gli sprezzatori dei poveri, gli idolatri che si prostituiscono alla creatura, e tutti coloro che amano e preferiscono la falsità, perché sono figli del demonio.

XVI. Con ciò vediamo quanti Cristiani ci saranno ai quali si possono applicare quelle parole del Vangelo dette al popolo giudaico che sono la figura della Chiesa: « I primi saranno gli ultimi e gli ultimi saranno i primi ». Quanti Cristiani, infatti, saranno stati i primi a conoscere la legge di Gesù Cristo, e tuttavia avranno vissuto solo secondo la carne? Quanti sono stati chiamati dalla voce dello Spirito Santo e dalla voce della Chiesa, eppure non hanno risposto a quella chiamata? E poiché molti cattivi Cristiani saranno morti nei loro peccati, e pochi di loro avranno risposto a questa chiamata facendo penitenza, non è giusto applicare loro queste parole rivolte al popolo giudaico, al quale possono essere paragonati per il crimine della morte di Gesù Cristo, che essi crocifiggono con i loro vizi. « Ci saranno molti chiamati e pochi eletti! » Ma poiché il numero dei veri Cristiani sarà stato molto grande, e poiché questo numero sarà immensamente accresciuto da coloro che hanno appartenuto in spirito alla Chiesa di Gesù Cristo tra le nazioni che non hanno potuto far parte del corpo dei fedeli, e poiché il numero di questi ultimi supererà forse di gran lunga il numero di coloro che hanno disertato, il risultato sarà una scena di inaspettata vergogna e confusione per i malvagi, ed una brillante manifestazione di gloria e consolazione, attesa per i giusti. Perché Dio non permetterà che si dica per tutta l’eternità che il sangue del suo Figlio è stato inutile. Quanto più, dunque, Gesù Cristo avrà manifestato la sua potenza, la potenza del Cristianesimo sulla terra, tanto più trionferà in cielo. Perché se, nonostante la sua grande superiorità sulle nazioni barbare, il Cristianesimo ci offre tuttavia sulla terra un’immagine continua delle umiliazioni del suo Autore, per servirci da esempio, come sarà nell’altra vita, quando vedremo l’inizio del vero regno dell’Agnello, e il Padre Onnipotente incoronerà lo Sposo e la sua Sposa per tutta l’eternità? Perché (Ps. CIX): « Il Signore dice al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché non avrò fatto dei tuoi nemici lo sgabello dei tuoi piedi. Il Signore farà uscire da Sion lo scettro della tua potenza; tu stabilirai il tuo impero in mezzo ai tuoi nemici. La regalità è con te nel giorno della tua forza, in mezzo allo splendore dei tuoi santi. Ti ho generato dal mio seno prima dell’aurora. Il Signore ha giurato e non si pentirà: tu sei il sacerdote eterno, secondo l’ordine di Melchisedec. Il Signore è alla tua destra; Egli ha frantumato i re nel giorno della sua ira. Egli eserciterà il giudizio in mezzo alle nazioni; riempirà tutto di rovine; schiaccerà le teste di un gran numero. Egli berrà l’acqua del torrente nella via, “per mezzo del martirio”. » Tale sarà allora il regno di Gesù Cristo sulla terra. Ora ecco la sua gloria in cielo.  Infatti il Salmista aggiunge: « Ecco perché alzerà il capo ». Sarà innalzato sulla croce, e trionferà sulla croce. E quale sarà questo trionfo? Sarà solo il trionfo di una gloria eterna e di un onore infinito per pochi eletti? No, perché altrimenti la gloria del Figlio dell’uomo non sarebbe completa, poiché il Signore ha detto (Mt. XXVI, 28): « Perché questo è il mio sangue, il sangue della nuova alleanza, che sarà versato per molti per la remissione dei peccati. » Vediamo ora se questo sangue sarà stato sterile, e se non sarà stato veramente versato per molti. Ascoltiamo il profeta che annuncia alla Sposa, sotto la figura di Gerusalemme, ciò che sarà soprattutto nel giorno dell’eternità: Isaia, LX: « Alzati, Gerusalemme, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore si è levata su di te. Poiché, ecco, le tenebre ricopriranno la terra, nebbia fitta avvolgerà le nazioni; ma su di te si leverà il Signore, la sua gloria si vedrà risplendere su di te. Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere. Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te. I tuoi figli verranno da lontano, le tue figlie verranno da ogni parte. A quella vista sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore, perché le ricchezze del mare si riverseranno su di te. Sarete sommersi da una schiera di cammelli, dai dromedari di Madian e di Efa. Tutti loro verranno da Saba per portarti oro e incenso e per proclamare le lodi del Signore. Tutti i greggi del Cedar saranno riuniti a te; i montoni di Nabajoth saranno usati per il tuo servizio; saranno offerti al mio altare come ostie gradite, e io riempirò di gloria la casa della mia maestà. Chi sono coloro che si lasciano trasportare come nuvole nell’aria e volano come colombe quando ritornano alle loro colombaie? Perché le isole mi aspettano, e le navi sono pronte sul mare già da molto tempo, per far venire i tuoi figli da lontano, per portare con loro il loro argento e il loro oro, e per consacrarlo nel nome del Signore tuo Dio e del Santo d’Israele che ti ha glorificato. I figli degli stranieri costruiranno le tue mura e i loro re ti serviranno, perché ti ho colpito nella mia indignazione e ti ho mostrato misericordia riconciliandomi con te. Le tue porte saranno sempre aperte, non saranno chiuse né di giorno né di notte affinché le ricchezze delle nazioni siano portate a te e i loro re condotti a te. Perché il popolo e il regno che non si sottomette a te perirà, e io farò di quelle nazioni un terribile deserto. La gloria del Libano verrà in te; l’abete, il bosso e il pino serviranno insieme come ornamento del mio santuario, e glorificherò il luogo dove hanno riposato i miei piedi. I figli di coloro che ti hanno umiliato verranno a prostrarsi davanti a te e tutti quelli che ti hanno disprezzato adoreranno le orme dei tuoi piedi e ti chiameranno la città del Signore, la Sion del Santo d’Israele.  Perché siete stati abbandonati ed esposti all’odio, e non c’era nessuno che ti passasse accanto, io ti stabilirò in una gloria che non finirà mai, e in una gioia che durerà per tutti i secoli. Succhierete il latte delle nazioni, sarete nutriti dalla mammella dei re, e saprai che Io sono il Signore che ti salva e il forte di Giacobbe che ti riscatta. » Prestiamo ora attenzione alle parole che seguono, e che si applicano specialmente alla Gerusalemme celeste; perché il Profeta,  dopo aver annunciato la prosperità della fede sotto la figura di Gerusalemme, alla quale i popoli e le nazioni si sottometteranno, ci mostrerà ora la felicità e la gloria che risulteranno nell’eternità, per un immenso numero di uomini destinati a popolare la più grande e fiorente città che sia mai esistita, la città celeste. Il Profeta aggiunge: « Vi darò oro invece di ottone e argento invece di ferro; ottone invece di legno e ferro invece di pietre. Farò in modo che la pace regni su di voi e che la giustizia regni su di voi. La violenza non sarà più udita nel vostro territorio, né di distruzione e di oppressione in tutte le vostre terre. La salvezza circonderà le tue mura e le lodi si faranno sentire alle tue porte. Non avrai più il sole per illuminarvi durante il giorno, ed il chiarore della luna non brillerà su di voi; ma il Signore stesso sarà la vostra luce eterna, e il vostro Dio sarà la vostra gloria. Il vostro sole non tramonterà più e la vostra luna non diminuirà, perché il Signore sarà la vostra luce eterna e i giorni delle tue lacrime saranno finiti. Tutto il tuo popolo sarà un popolo di giusti; possiederà la terra per sempre, perché saranno i germogli che io ho piantato, le opere che la mia mano ha fatto per la gloria. Mille usciranno dal minimo di loro, e dal più piccolo un grande popolo. Io sono il Signore e farò improvvisamente queste meraviglie quando sarà giunto il tempo. »  – Chi oserà dire che questa profezia non si applichi molto di più alla Gerusalemme celeste che a quella terrena? E chi oserà dire, senza essere temerario, che il numero degli eletti sarà piccolo, dopo queste ultime parole che abbiamo citato in corsivo, affinché il lettore possa fissare la sua attenzione su di esse?

Vers. 18. Ma io dichiaro a tutti coloro che ascoltano le parole della profezia di questo libro, che se qualcuno vi aggiungerà qualcosa, Dio lo colpirà con le piaghe descritte in questo libro;

Vers. 19. – E se qualcuno toglierà una sola parola dal libro di questa profezia, Dio lo cancellerà dal libro della vita e lo escluderà dalla città santa, e gli toglierà la parte delle promesse descritte in questo libro. – Queste parole sono rivolte a tutti coloro che cercheranno di corrompere il significato o il testo dell’Apocalisse, come gli eretici non arrossiscono di fare. Tra quelli dei primi secoli si distingue soprattutto Marcione, poi Lutero e i suoi seguaci fecero lo stesso in molti passi della Scrittura.

Vers. 20: Colui che testimonia queste cose dice: “Sì, verrò presto”. Amen. Vieni, Signore Gesù. Gesù Cristo, l’autore di questa profezia, dando se stesso come testimone della sua veridicità, dice alla Chiesa che verrà presto; perché il tempo non è che un punto in relazione all’eternità. E i fedeli che hanno il vero Spirito di Gesù Cristo devono rispondere nel loro cuore: Vieni, Signore Gesù, secondo il significato di quelle parole che recitiamo ogni giorno nel Padre nostro. « Venga il tuo regno, sia fatta la tua santa volontà come in cielo così in terra ».

Vers. 21. Che la grazia del Signore Gesù Cristo sia con tutti voi. Questo libro inizia e finisce come una lettera alle sette Chiese d’Asia e a tutte le altre del mondo cristiano. Amen.

FINE DEL LIBRO NONO

15 SETTEMBRE: I SETTE DOLORI DELLA B. V. MARIA (2021)

15 SETTEMBRE. I sette Dolori della B. V. Maria (2021)

Doppio di 2° classe. – Paramenti bianchi.

Maria stava ai piedi della Croce, dalla quale pendeva Gesù (Intr., Gra., Seq., All., Vangelo) e, come era stato predetto da Simeone (Or.) una spada di dolore trapassò la sua anima (Secr.). Impotente, ella vede il suo dolce Figlio desolato nelle angosce della morte, e ne raccoglie l’ultimo sospiro » (Seq.). L’affanno che il suo cuore  materno provò ai piedi della croce, le ha meritato, pur senza morire, la palma del martirio (Com.). – Queste festa era celebrata con grande solennità dai Serviti nel XVII secolo. Fu estesa da Pio VII, nel 1817, a tutta la Chiesa, per ricordare le sofferenze che la Chiesa stessa aveva appena finito di sopportare nella persona del suo capo esiliato e prigioniero, e liberato, grazie alla protezione della Vergine. Come la prima festa dei dolori di Maria, al tempo della Passione, ci mostra la parte che Ella presa al Sacrificio di Gesù, così la seconda, dopo la Pentecoste, ci dice tutta la compassione che prova la Madre del Salvatore verso la Chiesa, sposa di Gesù, che è crocifissa a sua volta nei tempi calamitosi che essa attraversa. Sua Santità Pio X ha elevato nel 1908 questa festa alla dignità di seconda classe.

Septem Dolorum Beatæ Mariæ Virginis ~ Duplex II. classis
Commemoratio: Feria Quarta Quattuor Temporum Septembris

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Joann XIX:25
Stabant juxta Crucem Jesu Mater ejus, et soror Matris ejus, María Cléophæ, et Salóme et María Magdaléne.

[Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa, e Salome, e Maria Maddalena.]

Joann XIX:26-27
Múlier, ecce fílius tuus: dixit Jesus; ad discípulum autem: Ecce Mater tua.

[Donna, ecco tuo figlio, disse Gesù; e al discepolo: Ecco tua madre]


Stabant juxta Crucem Jesu Mater ejus, et soror Matris ejus, María Cléophæ, et Salóme et María Magdaléne.

[Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa, e Salome, e Maria Maddalena.]

Oratio

Orémus.
Deus, in cujus passióne, secúndum Simeónis prophetíam, dulcíssimam ánimam gloriósæ Vírginis et Matris Maríæ dolóris gladius pertransívit: concéde propítius; ut, qui transfixiónem ejus et passiónem venerándo recólimus, gloriósis méritis et précibus ómnium Sanctórum Cruci fidéliter astántium intercedéntibus, passiónis tuæ efféctum felícem consequámur:

[O Dio, nella tua passione, una spada di dolore ha trafitto, secondo la profezia di Simeone, l’anima dolcissima della gloriosa vergine e madre Maria: concedi a noi, che celebriamo con venerazione i suoi dolori, di ottenere il frutto felice della tua passione:]

Orémus.


Commemoratio Feria Quarta Quattuor Temporum Septembris
Misericórdiæ tuæ remédiis, quǽsumus, Dómine, fragílitas nostra subsístat: ut, quæ sua conditióne attéritur, tua cleméntia reparétur.

[Signore, te ne preghiamo, sostieni la nostra debolezza coi rimedi della tua misericordia; affinché se per natura vien meno, dalla tua clemenza sia risollevata.]

Lectio

Léctio libri Judith.
Judith XIII:22;23-25
Benedíxit te Dóminus in virtúte sua, quia per te ad níhilum redégit inimícos nostros. Benedícta es tu, fília, a Dómino, Deo excélso, præ ómnibus muliéribus super terram. Benedíctus Dóminus, qui creávit cœlum et terram: quia hódie nomen tuum ita magnificávit, ut non recédat laus tua de ore hóminum, qui mémores fúerint virtútis Dómini in ætérnum, pro quibus non pepercísti ánimæ tuæ propter angústias et tribulatiónem géneris tui, sed subvenísti ruínæ ante conspéctum Dei nostri.

[Il Signore nella sua potenza ti ha benedetta: per mezzo tuo ha annientato i nostri nemici. Benedetta sei tu, o figlia, dal Signore Dio altissimo più di ogni altra donna sulla terra. Benedetto il Signore, che ha creato il cielo e la terra, perché oggi egli ha tanto esaltato il tuo nome, che la tua lode non cesserà nella bocca degli uomini: essi ricorderanno in eterno la potenza del Signore. Perché tu non hai risparmiato per loro la tua vita davanti alle angustie e alla afflizione della tua gente: ci hai salvato dalla rovina, al cospetto del nostro Dio.]

Graduale

Dolorósa et lacrimábilis es, Virgo María, stans juxta Crucem Dómini Jesu, Fílii tui, Redemptóris.
V. Virgo Dei Génitrix, quem totus non capit orbis, hoc crucis fert supplícium, auctor vitæ factus homo. Allelúja, allelúja.
V. Stabat sancta María, cœli Regína et mundi Dómina, juxta Crucem Dómini nostri Jesu Christi dolorósa.


Sequentia

Stabat Mater dolorósa
Juxta Crucem lacrimósa,
Dum pendébat Fílius.

Cujus ánimam geméntem,
Contristátam et doléntem
Pertransívit gládius.

O quam tristis et afflícta
Fuit illa benedícta
Mater Unigéniti!

Quæ mærébat et dolébat,
Pia Mater, dum vidébat
Nati pœnas íncliti.

Quis est homo, qui non fleret,
Matrem Christi si vidéret
In tanto supplício?

Quis non posset contristári,
Christi Matrem contemplári
Doléntem cum Fílio?

Pro peccátis suæ gentis
Vidit Jesum in torméntis
Et flagéllis súbditum.

Vidit suum dulcem
Natum Moriéndo desolátum,
Dum emísit spíritum.

Eja, Mater, fons amóris,
Me sentíre vim dolóris
Fac, ut tecum lúgeam.

Fac, ut árdeat cor meum
In amándo Christum Deum,
Ut sibi compláceam.

Sancta Mater, istud agas,
Crucifixi fige plagas
Cordi meo válida.

Tui Nati vulneráti,
Tam dignáti pro me pati,
Pœnas mecum dívide.

Fac me tecum pie flere,
Crucifíxo condolére,
Donec ego víxero.

Juxta Crucem tecum stare
Et me tibi sociáre
In planctu desídero.

Virgo vírginum præclára.
Mihi jam non sis amára:
Fac me tecum plángere.

Fac, ut portem Christi mortem,
Passiónis fac consórtem
Et plagas recólere.

Fac me plagis vulnerári,
Fac me Cruce inebriári
Et cruóre Fílii.

Flammis ne urar succénsus,
Per te, Virgo, sim defénsus
In die judícii.

Christe, cum sit hinc exíre.
Da per Matrem me veníre
Ad palmam victóriæ.

Quando corpus moriétur,
Fac, ut ánimæ donétur
Paradísi glória.
Amen.

[Addolorata e piangente, Vergine Maria, ritta stai presso la croce del Signore Gesù Redentore, Figlio tuo.
V. O Vergine Madre di Dio, Colui che il mondo intero non può contenere, l’Autore della vita, fatto uomo, subisce questo supplizio della croce! Alleluia, alleluia.
V. Stava Maria, Regina del cielo e Signora del mondo, addolorata presso la croce del Signore.]

Sequenza
Stava di dolore piena e di pianto
la Madre presso la croce,
da cui pendeva il Figlio.

L’anima di Lei gemente,
di tristezza e di dolore piena,
una spada trafiggeva.

Oh! quanto triste ed afflitta
fu la benedetta
Madre dell’Unigenito!

S’affliggeva, si doleva
la pia Madre contemplando
le pene del Figlio augusto.

E chi non piangerebbe
mirando la Madre di Cristo
in tanto supplizio?

E chi non s’attristerebbe
vedendo la Madre di Cristo
dolente insieme al Figlio?

Per i peccati del popolo suo
Ella vide Gesù nei tormenti
e ai flagelli sottoposto.

Ella vide il dolce Figlio,
morire desolato,
quando emise lo spirito.

Orsù, Madre fonte d’amore,
a me pure fa’ sentire l’impeto del dolore,
perché teco io pianga.

Fa’ che nell’amar Cristo, mio Dio,
così arda il mio cuore
che a Lui io piaccia.

Santa Madre, deh! tu fa’
che le piaghe del Signore
forte impresse siano nel mio cuore.

Del tuo Figlio straziato,
che tanto per me s’è degnato patire,
con me pure dividi le pene.

Con te fa’ che pio io pianga
e col Crocifisso soffra,
finché avrò vita.

Stare con te accanto alla Croce,
a te associarmi nel piangere
io desidero.

O Vergine, delle vergini la più nobile,
con me non esser dura,
con te fammi piangere.

Fammi della morte di Cristo partecipe,
e della sua passione consorte;
e delle sue piaghe devoto.

Fammi dalle piaghe colpire,
dalla Croce inebriare
e dal Sangue del tuo.

Perché non arda in fiamme
ma da te sia difeso, o Vergine,
nel dì del giudizio

O Cristo, quando dovrò di qui partire,
deh! fa’, per la tua Madre,
che al premio io giunga.

E quando il corpo perirà,
fa’ che all’anima
la gloria del cielo sia data.
Amen.

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Joánnem.
R. Glória tibi, Dómine.
Joann XIX:25-27.
In illo témpore: Stabant juxta Crucem Jesu Mater ejus, et soror Matris ejus, María Cléophæ, et María Magdaléne. Cum vidísset ergo Jesus Matrem, et discípulum stantem, quem diligébat, dicit Matri suæ: Múlier, ecce fílius tuus. Deinde dicit discípulo: Ecce Mater tua. Et ex illa hora accépit eam discípulus in sua.

[In quel tempo, stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa, e Maria Maddalena. Gesù, dunque, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che amava, disse a sua madre: «Donna, ecco tuo figlio». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre». E da quell’ora il discepolo la prese con sé.]

OMELIA

[J. B. BOSSUET: LA MADONNA – DISCORSI: V. Gatti ed. Brescia, MCMXXXIV]

L’ADDOLORATA

DISCORSO I.

Dixit Jesus Matri suæ: Ecce filius tuus, mulier; deinde dicit discipulo: Ecce mater tua.

(Giov.).

Noi troviamo sempre l’amore industrioso, ma dobbiamo confessare che se ha sempre nobili gesti e generose iniziative, quando la vita è al suo termine pare diventi più ingegnoso e fecondo… le sue trovate allora, come i suoi slanci, toccano il prodigioso, il sublime. – L’amicizia fa che l’amico non possa vivere quasi, senza la compagnia dell’amico: e quando una legge fatale minaccia una separazione eterna, e strappando l’amico dal fianco, priva della sua presenza, ella fa che l’amico ancor più s’industrii di rimaner vicino all’amico nel vivo ricordo: — Flos memoriæ, lapide perennior —. Per questo gli amici legano parole ed azioni speciali ai momenti dolorosi ed alle lacrime dell’ultimo addio: e la Storia, giungendo a conoscerne qualcuna, vi fece sopra le più profonde e geniali osservazioni. Né la Storia Sacra è meno della profana; il brano d’evangelo che vi ho citato ce ne dà la prova. Giovanni l’Evangelista, che sappiamo il prediletto, tra i discepoli di Gesù, e possiamo proprio dirlo l’Evangelista dell’amore, ebbe grande premura di raccogliere le ultime parole con cui il Maestro amato volle onorare e la sua Madre e il discepolo più caro, le due creature che più aveva amato nel mondo. Quanto le dovremmo meditare queste grandi parole: di quale luce sarebbero feconde, quale e quanta materia possono prestare a pie e pratiche riflessioni! – Voglio farvi una domanda: Trovereste una cosa più commovente e cara, che il contemplare il Salvatore nostro, generoso perfino nella nudità in cui moriva sulla croce? Molte volte aveva detto che i suoi beni non eran di questo mondo, che non aveva dove posare il capo!… Eccolo confitto alla croce: ai suoi piedi l’ingordo soldato si divide le sue vesti, e getta la sorte sulla tunica inconsutile… I carnefici vogliono privarlo di tutto, perché non abbia più nulla da dare ai suoi amici… ma non dubitiamone, Cristiani, Egli non uscirà da questa vita senza lasciar un pegno prezioso della sua amicizia. – L’antichità ha segnalato il gesto di un filosofo, che in morte, non avendo nulla da lasciar con cui potesse campar la sua famiglia, lasciò in testamento i suoi figli e la loro madre agli amici. La povertà suggerì questo gesto al filosofo dell’antichità; ma al Maestro nostro divino lo suggerì l’amore ed in un modo più meraviglioso: Egli non solo dona la Madre all’amico, ma dona l’amico alla sua Madre Santa: li dona tutti e due e l’uno dona all’altra, e per l’uno e per l’altra si fa egualmente benefico: « Ecce filius tuus: ecce mater tua ». Oh, santa Madre del nostro Salvatore, noi siamo certi che queste parole, dette ultime, dal vostro Gesù, nostro Maestro, furono per consolar voi, per istruire noi! Dalla vostra assistenza e preghiera noi ci ripromettiamo di fattivamente capirle: e perché ce le facciate intendere, le parole che vi fecero Madre di Giovanni, noi vi rivolgeremo un’altra parola: quella che vi fece Madre del Salvatore: e l’una e l’altra vi furono dette in nome di Dio: l’una l’udiste dalla bocca del Figlio vostro, l’altra ve la portò il labbro d’un messaggero celeste che vi salutava, come vi salutiamo ora noi: Ave Maria! – Tra gli sprazzi di luce meravigliosi che la croce del Salvatore presenta ai nostri occhi, mi pare sia degno di speciale considerazione quello che fa osservare Giovanni Grisostomo, commentando il Vangelo di questo giorno. Egli, contemplando il Figlio di Dio presso ad esalare l’ultimo respiro, non cessa di ammirare come si domini perfino nell’agonia, e in essa, fino all’ultimo istante, ci si mostri padrone assoluto della sua parola e delle sue azioni. – Nella notte, vigilia della sua morte, dice il santo nella sua 85° omelia su S. Giovanni, suda, trema, freme tanto lo accascia la visione del suo supplizio… qui, in mezzo ai più cocenti dolori, pare quasi, non sia più Lui, ma un altro che soffre, a cui i tormenti non fanno più nulla. S’intrattiene tranquillo col buon ladrone, come senza commuoversi ascolta gl’improperi dell’altro: guarda e conosce distintamente quelli che sono ai piedi della croce, e parla a loro e li consola, e quando vede compiuto quello che da Lui aveva voluto il suo Padre celeste, gli rende l’anima con un gesto così calmo, tranquillo, libero, premeditato, che tutti possono capire che « nessuno gliela strappa la sua anima, ma Egli la dà con pieno volere ». L’assicurava già prima Egli stesso: Nemo tollet eam a me, sed ego ponam eam a meipso (C. Giov., X, 18). Che vuol dire ciò? si domanda S. Giovanni Grisostomo: come mai la visione del male lo strazia violentemente, e poi pare che la realtà lacerante non lo tocchi?Forse il piano della nostra salvezza doveva essere un insieme di forza e debolezze? Egli voleva mostrare nel timore del male che come noi era uomo sensibile al dolore, ed insieme far conoscere che colla sua volontà, ben sapeva star padrone delle sue facoltà facendole piegare davanti alla volontà del suo Padre divino. Questa la ragione che possiamo cavare dalle parole di S. Giovanni Grisostomo; ed io, ve lo confesso, non oserei aggiungere un mio pensiero se non vi fossi costretto dall’argomento che tratto.Considero il Salvatore pendente dalla croce, non solo come una vittima innocente che volontariamente si immola per la nostra salute, ma anche come un buon padre di famiglia che, sentendo prossima la sua ultima ora, dispone con testamento di tutti i suoi beni; fondo questa mia riflessione su di una verità ben nota. Un uomo è disteso ammalato sul suo letto: lo si avverte di disporre ed ordinare e presto gli affari suoi, poiché le sue condizioni sono dichiarate disperate dai medici: nello stesso tempo, benché prostrato dalla violenza del male tenta un ultimo sforzo per raccogliere le sue facoltà e dichiarare con piena coscienza la sua volontà estrema. Mi pare che qualcosa di simile abbia fatto il Salvatore nostro sul letto insanguinato della croce. Intendiamoci che non voglio dire però, che il dolore e la visione della morte abbiano potuto anche un solo istante indebolire le sue facoltà da ostacolarne l’uso più pieno e più completo… vorrei che mi si seccasse la lingua piuttosto che pronunciare tale temeraria parola! Ma siccome Egli voleva dar prova che ogni suo atto a questo riguardo veniva da matura deliberazione, proprio con volontà determinata il suo operare fu tale da palesare che in Lui non era la minima agitazione e che la sua anima era pienamente conscia a se stessa, cosicché nessuno potesse neppur tentare d’impugnare il suo testamento. – Si rivolge perciò a sua Madre ed al prediletto, discepolo con conoscenza sicura, perché sapeva che quanto loro avrebbe detto sarebbe stato una delle principali disposizioni del suo testamento: ecco svelato il segreto. Il Redentore nulla aveva, che fosse più suo di sua Madre ed i suoi discepoli; li aveva acquistati col suo sangue: ne poteva quindi disporre con pieno diritto come di una proprietà legittimamente acquistata. Purtroppo in quest’ora terribile, tutti gli altri discepoli l’hanno abbandonato, non ha più che Giovanni il prediletto, questi solo gli è rimasto vicino, ed Egli lo considera, in quest’ora suprema, come l’uomo rappresentante tutti gli uomini che sarebbero diventati suoi fedeli. È nostro dovere, fratelli, oggi dobbiamo esser pronti a far nostro ed applicare a noi, tutto quanto avverrà nella persona di Giovanni. Vedo bene, o Signore, Voi gli donaste vostra Madre, ed egli subito se la prende come cosa sua… accepit eam discipulus in suam. Comprendiamolo, Cristiani: noi abbiamo gran parte in questo pio legato: è a noi che il Figliolo di Dio dona la sua santissima Madre, mentre la dona al discepolo amato… è questo il brano del grande testamento che voglio far soggetto del mio discorso. Non pensate, che voglia qui esporre ed analizzare tutte le condizioni legali del testamento per farne un confronto esatto colle parole del Vangelo; è molto meglio che, lasciate da parte le sottigliezze di tale confronto, noi fissiamo le nostre attenzioni nella considerazione degli effetti benefici che ci derivarono da un tale testamento. Gesù guarda sua Madre, dice l’autore sacro, le sue mani sono inchiodate non può additarla col dito, la indica collo sguardo: ogni suo movimento indica ch’Egli sta per donarla a noi. La sua Madre, Egli ci dona: sarà quindi potente la sua protezione, Ella avrà grande autorità per assisterci:… Gesù stesso ce la dona perché sia nostra madre: la sua tenerezza sarà dunque pienamente materna, il suo cuore sarà pienamente inclinato a farci del bene. Ecco i due punti che svolgerò in questo discorso. – Perché possiamo esperimentare l’assistenza di una persona al trono della Maestà divina è necessario che la sua grandezza l’avvicini, gradita, al Signore ed insieme la sua bontà la abbassi a noi, Maria Madre del Salvatore è posta ben alto, presso il Divin Padre; Madre nostra, nella sua tenerezza si abbassa fino a compatire le nostre miserie: in una parola Ella può consolarci perché è Madre di Dio, e lo vuole perché Madre nostra. Conseguenza dello sviluppo di questi due punti io miro a trarne una devozione ragionata alla Vergine, che abbia una solida base di dottrina evangelica: siatemi attenti, o fratelli.

I° punto.

Tra i caratteri più belli, che la Sacra Scrittura attribuisce al Figlio di Dio è quello di essere mediatore tra Dio e l’uomo: in Lui, nella sua Persona convengono e si concilian tutte le cose: Egli forma un legame d’amore tra il cielo e la terra: il vincolo di parentela (è uomo come noi) che strinse con Noi nella incarnazione, mentre ci fa propizio il suo Padre divino ci dà facile accesso al trono della sua misericordia infinita: questa verità è la base della speranza dei figli di Dio, ed allora ecco come ragiono io. – L’unione nostra col Salvatore ci fa avvicinare confidenti alla sua Maestà divina: ora quand’Egli scelse Maria per Madre, strinse più intima e viva la sua unione con Lei; fu essa un vincolo così stretto, che né Angeli né uomini non potranno mai capirne la sublimità. E questa unione della Vergine a Dio è tale che il suo ascendente, il suo favore presso di Lui supera certamente sempre la nostra capacità di comprendere. Altro ragionamento non saprei proporvi in questa prima parte del mio discorso, ma perché possiamo penetrarla questa verità quanto ci è possibile, tenterò cavarne altre verità che ci facciano conoscere l’alleanza santa che c’è tra Gesù e Maria… ne avremo per conseguenza, che nell’ordine delle creature nessuna è più vicina alla Maestà di Dio della Vergine Maria. – Vi dico subito che mai al mondo vi fu Madre che abbia teneramente amato suo figlio più di Maria, ed insieme non vi fu figliolo amato che più di Gesù abbia amato sua Madre, più sinceramente. Osserviamo quello che accade attorno a noi, Chiedete ad una madre il perché spesso davanti ai suoi figli è presa da emozioni d’affetto tanto sensibili che ce ne accorgiamo; ella vi risponderà che il sangue non si rinnega: i figli son carne e sangue suo, per questo le sue viscere ed il suo cuore si muovono e commuovono, perché nessuno, dice S. Paolo, odiò mai la sua carne. Vero questo per tutte le madri, lo deve essere ancor più della Vergine che concependo per opera dell’Altissimo, Ella sola diede la materia al corpo di Gesù. Allora io tiro un’altra considerazione: Non vi pare, Cristiani, che la natura abbia come diviso l’amore per i figlioli tra padre e madre? Al padre, di solito, dà un amore più forte, mentre alla mamma dà un amore più tenero: e non è forse per questa ragione che quando la morte porta via l’uno o l’altro dei genitori, quello che rimane prova quasi un bisogno di raddoppiare il suo affetto e le sue cure quasi per supplire la funzione dello scomparso? Mi pare che tutto ciò si constati facilmente nella vita umana. Non dividendo Maria, Madre Vergine, con nessun uomo l’amore tenero e forte ad un tempo, che nutriva per il suo Figlio, non potremo immaginare fino a quel punto di ardore e tenerezza sia stata trasportata e quali soavità abbia provate. Però non è tutto qui quello che voglio dirvi. È vero, l’amore dei figlioli è così naturale, che bisogna rinnegare la natura per non sentirlo: ammetterete però che talvolta, certe circostanze entrano in questo amore e fanno che tocchi i più alti gradi. Abramo ad es. non credeva ormai più possibile aver figlioli da Sara, che era sterile, e poi e lui e lei ormai erano avanti negli anni e molto: Dio nella sua bontà lo visita e Sara ha un figliolo! Figliolo che Abramo avrà carissimo e che chiamerà — figlio della promessa —  il figlio che la sua fede gli aveva ottenuto dal cielo, quando ormai le leggi della natura non lasciavano più speranza: lo chiama Isacco, cioè sorriso, perché doveva essere la loro consolazione, essendo nato contro ogni speranza. E non sappiamo tutti che Giuseppe e Beniamino erano i prediletti di Giacobbe perché natigli nella sua vecchiaia e da una sposa fatta feconda sul finir della vita? Dobbiamo quindi dire che il modo col quale si hanno figlioli, specie quando è straordinario o miracoloso, li rende più cari. Ed allora chi avrà parole così forti da poter descrivere l’amore di Maria per Gesù? Rimirandolo deve certo aver esclamato ogni volta: o Dio, o mio Figlio, come mai siete mio Figlio? chi avrebbe immaginato una Vergine Madre, e madre di un Figliuolo divinamente amabile? Qual mano vi formò dentro il mio seno… come v’entraste, come ne usciste senza che rimanesse traccia del vostro passaggio? Immaginateli voi, o fratelli, questi trasporti celestiali, poiché io non mi sento capace di descriverveli… perché si deve insieme pensare che mai una Vergine fu più innamorata della sua integrità di Maria… Vedrete dove conduce questa osservazione: direi poco dicendo che il suo amore alla verginità subì tutte le prove delle lusinghe e delle promesse degli uomini, devo dire che fu sottoposta fino alla seduzione della promessa di Dio: rileggete l’Evangelo e non meraviglierete della mia frase. Gabriele si presenta a Maria e le annuncia che concepirà, nel suo seno, il Figlio dell’Altissimo, il Re, il Ristoratore del popolo eletto. Ecco la promessa di Dio. Immaginate voi ora, dimenticando per un momento la pagina di storia evangelica, che una donna si turberà a tale annunzio, e che una ragazza vergine rifiuterà tale grandezza preferendole la sua integrità? Nemmeno lo sogneremmo: ma la realtà è diversa: questa Vergine è Maria ed eccola opporre difficoltà all’Angelo: « Come sarà possibile quanto dici, mentre io non conosco uomo? » quasi avesse voluto dire È grande onore la maternità divina, ma che ne sarebbe della mia verginità? C’insegni esempio della Vergine, o fratelli, quanto dobbiamo amare la castità…. purtroppo di questo grande tesoro se ne fa poco conto, e spesso le ragazze d’oggi la danno al primo che capita e lascian che chi primo la domanda se la porti via. – A Maria si fanno le più seducenti promesse che si posson fare ad una creatura: chi le fa è un Angelo, un Angelo che parla in nome di Dio… badate bene a queste circostanze, e tuttavia Ella si turba, Ella trema, è pronta a rifiutare, a dir impossibile la cosa perché non vede salva la sua purezza, tanto la stima preziosa! Pensate col cuore, perché la mente non ne è capace, pensate alla sua gioia alle sue estasi d’amore… quando pur essendo Vergine si sentì fatta Madre da un miracolo: fu certamente quello l’istante in cui si sentì — la beata fra le donne — perché sola aveva sfuggito la maledizione che pesava sul suo sesso: la maledizione alla donna che divien madre, perché avrebbe partorito senza dolore come senza lesione della sua integrità aveva concepito. Qual estasi devono essere stati i suoi abbracci al suo Figliolo, il più amabile dei figlioli, e che Ella abbracciava e baciava suo vero Figliolo, natole senza nulla perdere del suo candore! È sentenza dei Santi Padri, e la riferisce S. Bernardo, che la materia più atta ad un abbraccio divino è il cuore verginale: e traggono tale asserzione da S. Paolo. Quale doveva essere quindi l’amore della Vergine Santa! Ella conosceva che per la sua purezza Dio l’aveva destinata a esser Madre del suo Figlio Unigenito: questo pensiero le doveva far amare ancor più la sua purezza; ma insieme questo amore doveva rendere più ardenti d’affetto gli abbracci a quel Figliolo che volendola Madre gliela aveva conservata misteriosamente. Per Lei, Gesù era il fiore sbocciato dalla sua integrità… e con quanto amore lo avrà baciato… quale ardore avranno avuto quei baci di madre e di Madre vergine! Dobbiamo aggiungere ancora qualcosa per comprendere meglio la forza di questo amore? Dagli stessi principii traggo un’ultima considerazione. L’antichità ci parla d’una delle Regine delle Amazzoni, che bramava ardentemente aver un figlio da Alessandro Magno!… ma, lasciamo da parte la storia profana, e prendiamo la pagina della storia sacra. Vi dissi che Giacobbe preferiva Giuseppe a tutti gli altri fratelli, e vi dissi una ragione: ma ve n’è un’altra: madre di Giuseppe era Rachele, la prediletta fra le spose del Patriarca… e ciò rendeva più tenero l’affetto al figliolo. S. Giovanni Grisostomo, nel suo libro del Sacerdozio, riferendo le parole affettuose con cui sua mamma lo accarezzava, segna in modo particolare queste: « Non posso staccar da te, o figlio, il mio sguardo mai, perché mi sembra che il tuo volto sia un’immagine, scolpita col fuoco, del viso di tuo padre, del mio sposo . » Questo esempio ci dice che un coefficiente d’aumento dell’amore verso i figlioli è il riscontrare in essi una somiglianza con la persona dalla quale nacquero, ed è naturalissimo. Domandiamo alla Vergine donde, da chi ebbe il suo Gesù? se vien da opera d’uomo? Oh Ella sa che la potenza dell’Altissimo la rivestì e lo Spirito Santo pose in Lei il germe celeste di vita nell’amplesso di mistiche effusioni d’amore: curvandosi sul candore del suo corpo virgineo, in una maniera misteriosa, formava Colui che sarebbe stato la consolazione d’Israele come da secoli era l’Aspettato dalle genti. – S. Gregorio così descrive la concezione del Salvatore: quando il dito di Dio compose del sangue puro e della carne immacolata di Maria, la carne ed il sangue del suo Figliolo, « la concupiscenza non osò accostarsi… da lungi stette a contemplare lo spettacolo nuovo; anche la natura s’arrestò, meravigliata nel vedere il suo Creatore e Padrone operar da solo in questa carne verginale ». Non ce lo canta la Vergine stessa, o fratelli, il grande prodigio quando ad Elisabetta risponde: Fecit mihi magna qui potens est? Ma che cosa vi fece di grande, o Vergine, l’Onnipotente? Maria non lo può dire, non lo sa dire, ma nel rapimento dell’estasi del mistero proclama che le furono fatte grandi cose! – Vedeva d’esser Madre d’un Figlio che ha per Padre Iddio… non sapeva né cosa né come fare per cantare la divina bontà, per dire l’estasi della sua maternità… d’aver Figlio suo quegli che è l’Unigenito del Padre! Vorreste allora, Cristiani, da me, povero mortale, che vi descriva la tenerezza e l’ardore dell’amore materno di Maria, quando Ella stessa non è capace di descrivere i palpiti violenti del suo cuore di Madre d’un Dio? Tutte le madri mettono, è giusto, alto sopra ogni amore il loro amore per i figlioli: hanno ragione e ce ne danno prova certi gesti materni veri eroismi: ma io però, badate bene, vi dico che più di quanto l’amore materno s’innalza sopra ogni altro amore umano, l’amore di Maria per il suo Gesù s’innalza senza confronto al di sopra di ogni amore di madre. Il perché è chiaro: madre in un modo miracoloso, in circostanze prodigiose, anche il suo amore deve avere un qualcosa del prodigioso, del miracoloso!… Noi diciamo che solo il cuore d’una madre può comprendere l’amor di madre, ed io dirò che solo il cuore della Vergine Madre saprà comprendere e misurare l’amore del suo cuore di Madre divina. Dovrei ora descrivervi l’amore di Gesù a sua Madre: ma dove posso trovar forza e parole, quando non seppi che dir qualche piccola parola per descrivervi l’amore di Maria? Io dico: quanto sotto ogni aspetto il Salvatore è più grande della Vergine sua Madre, altrettanto Egli le è buon figliolo più di quanto Ella gli sia buonissima mamma. Nulla mi stupisce di più nella narrazione evangelica, che il vedere quanto e come il Salvatore ami la povera natura umana: Egli se la prese per sé con tutti i suoi bisogni con tutte le sue debolezze, tranne il peccato: nulla stima indegno di sé: dalle piccole necessità alle grandi pene. – All’Orto degli Olivi lo vedo in preda alla tristezza più nera, al timore ad un’angoscia tale che alla visione del suo sacrificio suda sangue; fatto inaudito: perché io credo che nessuno mai ebbe né la delicatezza né la forza del sentire del Salvatore. Ah mio Maestro, voi assumeste generosamente i sentimenti di debolezza umana, che pur sembravano indegni della vostra Persona, e li assumeste tali e quali, e tutti i sentimenti nostri. Allora se è certissimo che nessun sentimento è più giusto, spontaneo, più naturale dell’amore dei figlioli ai genitori, quale sarà l’amor vostro per la Vergine quando la mirate scelta a vostra Madre dalla eternità? promessa e santificata nel tempo, preannunziata con simboli e figure al vostro popolo voi, suo Figlio e suo Dio, ve la sceglieste perché più cara e bella fra tutte le creature! A questo proposito, fratelli miei, oso affermarvi una cosa che non è meno vera di quanto vi possa sembrare straordinaria, anzi strana. Tutta la gloria di cui è circondata la Vergine le viene dall’essere Madre del Salvatore: è certissimo: ma io oso dirvi, che al Salvatore nostro Gesù viene grande gloria nell’esser figlio di una vergine. Badate, fratelli, che non mi passa neppur nella mente di voler con questa affermazione menomamente sminuire la grandezza del Cristo Salvatore: ma quando odo i Santi Padri chiamar, sicuri di onorarlo, il Salvatore figliolo della Vergine, non posso più dubitare: essi, nella loro scienza e pietà, sentivano che un tal titolo riusciva caro e d’onore a Gesù. S. Agostino dice una cosa, che a me pare abbia grande importanza, e dà grande valore al mio pensiero. Dice infatti che la concupiscenza, sempre mescolata come sapete all’atto della generazione comune, inquina così la massa di materia che riunisce per formarne il corpo umano, che la carne nostra porta in sé sempre il germe d’una corruzione necessaria. Non insisto nel dilucidare questa verità, che noi troviamo in moltissimi punti negli scritti di S. Agostino. Se dunque questo commercio generativo cui si unisce un non so che d’impuro, trasmette nei nostri corpi un miscuglio d’impurità, potrò per contrario affermare che il frutto d’una carne verginale trarrà da questa radice pura una purezza senza confronto: e questa conseguenza mi pare logica deduzione dei principii affermati da S. Agostino. « Perché il corpo del Salvatore doveva essere più puro del più puro raggio di sole, dice il Santo, si scelse una madre vergine fin dalla eternità ». Poiché era necessario che la carne del Redentore fosse, per così dire, abbellita dalla purezza di un sangue verginale, per esser degna d’esser unita al Verbo divino e presentata all’eterno Padre come vittima palpitante delle nostre colpe. La purezza di questa carne sgorgò in parte da quella purezza, di cui lo Spirito Santificatore inondò il corpo della Vergine, quando, affascinato dal profumo della sua inviolata integrità, la santificava con la sua presenza e come tempio vivo la consacrava al Figlio del Dio vivente. – Riflettete ora con me o fratelli: Il Salvatore nostro è il casto amante delle anime vergini, e si tiene onorato che lo chiamino il Figlio della Vergine, vuole esser circondato da vergini, vuole che anime vergini gli sian portate: esse sole seguiranno questo Agnello senza macchia dovunque andrà. Ma se tanto ama i vergini di cui col suo sangue purificò l’anima ed il corpo, quale tenerezza non avrà per la Vergine scelta dalla eternità per trarre da lei e la sua carne e il suo sangue? – Concludiamo: l’amore reciproco tra Gesù e la sua Vergine Madre supera la nostra capacità di comprendere… solo molto grossolanamente noi possiamo capire questo vincolo meraviglioso! noi! ma credetemelo, gli stessi serafini che ardon d’amore davanti al trono di Dio, non saprebbero neppur essi comprendere e l’ardore e la veemenza delle fiamme che legano i cuori di Gesù e di Maria. Siccome alcuno potrebbe pensare che sorgente di questo amore non sia che il vincolo materiale della carne, io, come promisi, vi mostrerò, e con facilità, usando delle asserzioni già fatte, quali vantaggi abbia ritratti la Vergine dalla sua unione con Dio per il fatto della sua maternità! Da questo, voi potrete, e da soli, io credo, concludere quale debba essere il suo ascendente sul cuore del Padre Celeste. – Considerate subito, vi prego, che l’amore di questa Vergine di cui ho parlato fin qui, non si ferma al suo Figlio in quanto uomo, cioè alla sua umanità… ma va più avanti, e sale più alto: ha un ponte di collegamento e passa alla natura divina da cui la natura umana, nel Cristo, è inseparabile. Perché comprendiate il mio pensiero, devo spiegarvi, come pregiudiziale, una dottrina… spiegazione nella quale bisogna proceder molto cauti e con piede di piombo per non cadere nell’errore: m’aiuti il Signore perché ve la possa mostrare tanto precisa e chiara quanto essa è dottrina sicura. Ecco come ragiono: una buona mamma ama col suo figliolo e per il suo figliolo tutto quanto riguarda la sua persona; va anche più avanti talvolta, ed ama gli stessi amici del figlio suo, e tutte le cose sue: però la tenerezza più tenera, diciamo così, è rivolta alla sua persona. Ora vi domando: Quale rapporto c’era tra la divinità e il Figlio di Maria? quale contatto aveva colla sua persona? Le era estranea? Non intendo far qui una discussione speciale: interrogo soltanto la vostra fede e vi chiedo che cosa vi risponda. Recitando il credo ogni giorno voi affermate di credere in Gesù Cristo Figlio di Dio che nacque da Maria Vergine; ora: sono due persone il Figlio di Dio e Colui che affermate nato da Maria Vergine? Certamente, voi mi dite di no: è lo stesso, mi rispondete, che essendo vero Dio, per la sua natura divina è anche vero uomo per l’umanità che trasse dalla Vergine: perciò voi accogliete la voce dei Padri e dite che la Vergine è Madre di Dio. È questa la fede, che trionfò dell’eresia di Nestorio e che farà tremare l’Inferno fino alla fine dei secoli. Ed allora chi vorrà opporsi alla mia affermazione quando dico che la Vergine ama il suo Gesù, tutto intiero, così come è realmente, lo ama quindi ed accarezza Uomo-Dio? È vero non vi è sulla terra nulla di simile, ed io sono quindi costretto ad innalzare la mia mente cercando un esempio in seno all’Eterno Padre. Siccome nel Cristo l’umanità fu unita alla divinità nella Persona del Verbo, divenne necessariamente oggetto dell’amore e della compiacenza del Padre. Sono verità profondissime lo so; ma esse sono la base fondamentale del Cristianesimo ed è pur necessario che tutti i Cristiani le conoscano le sappiano: però io non voglio presentarvele senza addurre le prove della Santa Scrittura. Ditemi, fratelli, quando sul Tabor s’intese la voce misteriosa: « Questi è il mio Figliol diletto nel quale ho posto le mie compiacenze » di chi parlava il Padre divino, se non del suo Verbo, Dio uguale a Lui, vestito di carne umana, che gli Apostoli contemplavano estasiati splendente come un sole? Mi pare questa una prova autentica che l’amor del Padre per il suo Verbo s’estende anche alla umanità del Cristo che strettamente unita alla divinità non può essere messa da parte dall’amore del Padre celeste! Ed è qui che s’appoggiano e fondano le nostre speranze: poiché considerando Gesù Cristo uomo come noi, lo confessiamo e crediamo, come Egli si affermò, Dio uguale al Padre, e da Dio Padre conosciuto ed amato come Figlio! Non scandalizzatevi se vi affermo qui che qualche cosa di simile avviene anche nell’amore della Vergine per il suo Figlio. Essa ama, in un solo palpito, e l’umanità e la divinità nel suo Gesù, in cui l’onnipotenza divina le unì inseparabili. Dio avendo stabilito, nei suoi misteriosi disegni, l’incarnazione, decretando che una Vergine avrebbe generato nel tempo quegli ch’Ei genera in seno all’eternità, chiamò questa Vergine a partecipare in un cerio modo alla sua generazione eterna. Associarla alla generazione eterna altro non era, o cari, che farla Madre del suo Verbo! Siamo nel mistero… ma non nell’assurdo, o Cristiani! Ora, associatala il Padre, alla generazione con cui nell’eternità genera il Figliolo, doveva lo stesso divin Padre accendere nel cuore della Vergine una scintilla di quell’amor eterno, infinito, con cui Egli Padre ama il suo Figliolo; lo esigevano e la sua sapienza e il suo amore. Siccome la sua Provvidenza dispose tutte le cose con una giustizia mirabile, doveva anche accendere nel cuore di Maria un amore che passando ben alto sulla natura toccasse i limiti estremi della grazia, perché questo amore avesse palpiti degni d’una Madre di Dio, e di un Dio-Uomo. – O Vergine cara, se anche avessi la mente d’uno spirito celeste, io non giungerei mai a comprendere quale sia l’abbraccio perfetto con cui il Padre celeste vi strinse ed unì a Sè. « Dio amò tanto il mondo, osserva l’Apostolo, che diede a lui il suo Unigenito ». E S. Paolo commenta: « Dandoci il suo Figliolo ci diede con Lui ogni altro bene » (Romani, VIII). – Se l’amore del Padre per noi ci fece dare Gesù come Maestro e Salvatore, l’amore indescrivibile che aveva per Voi, o Vergine, deve avergli fatto concepire altri piani di benevolenza in favor vostro! Volle che il suo Unigenito fosse e suo e vostro allo stesso modo: e perché la parentela tra Voi e Lui, durasse eterna, volle voi Madre del suo Unigenito e sè Padre del vostro Figliolo. – Prodigio, abisso di carità, qual mente non si sentirà smarrire contemplando le divine compiacenze di cui foste oggetto, o Maria, quando così da vicino vi stringete a Dio per questo Figlio e vostro e suo che diviene il nodo infrangibile di questa santa alleanza, il pegno del mutuo amore che amorosamente vi scambiate e Dio dà a Voi, pieno della divinità impassibile, Voi, per obbedirgli, date a Lui rivestito di carne mortale!? Ah intercedete per me, per tutti questi miei fratelli, per tutti o Vergine beata… voi tenete nelle mani la chiave delle beneficenze divine! È il vostro Gesù questa chiave benedetta che apre il seno fecondo del Padre celeste: Egli solo chiude e nessuno può aprire, apre e nessuno potrà chiudere mai…: il suo Sangue innocente fa piovere su di noi ogni tesoro di grazie celesti! E chi potrà aver diritti su questo Sangue di benedizione più di voi, che glielo donaste traendolo dal vostro? La Carne sua è vostra, il Sangue suo è vostro, o Maria, e mi pare che questo Sangue prezioso goda sgorgando a larghi fiotti per Voi là sulla croce, sapendo che siete voi la sorgente prima da cui scaturì. E poi… l’amicizia intima della vostra vita con Lui, dice che è impossibile che voi non siate esaudita! Per questo il vostro devoto S. Bernardo si sente sicuro, nella sua preghiera, quando vi dice di parlare al cuore del nostro Signore Cristo Gesù! Cosa intende, il Santo dottore, con questa frase: parlare al cuore? Egli considera la Vergine come eterno meriggio cioè nell’ardore di una perfetta carità nell’amplesso misterioso col suo Gesù «in meridie sempiterno, in secretissimis amplexibus amantissimi Filii ». La considera e vede amare e riamata… sa che, le altre passioni parlano all’orecchio, solo l’amore parla al cuore… ed allora si sente di poterla con sicurezza scongiurare di parlare al Cuor di Gesù, suo Figlio. Ah, fratelli cari, quante volte questa tenera Madre parlò al cuore del suo Diletto!… parlò al cuore là a Cana quando, commossa dalla confusione dei due poveri sposi, cui veniva a mancare il vino del banchetto di nozze, lo sollecitò a trarli d’impiccio. Veramente, dalle parole, il suo Gesù non parrebbe tanto disposto ad ascoltarla… ma il suo cuore era già piegato: « Che importa di ciò a te ed a me, o donna? Non è ancor venuta la mia ora! » È tanto cruda questa frase, che tutti, tranne Maria, l’avrebbero considerata un rifiuto: Maria non se ne dà per intesa e comanda ai servi di stare agli ordini di Gesù — fate quello che vi comanderà — tanto era certa che l’avrebbe ascoltata. Vorreste dirmi, donde possa venire tanta confidenza, dopo tale risposta? Io penso che Maria era sicura perché sapeva d’aver parlato al cuore quindi non si curò di quanto le rispondeva la bocca: né si ingannò, ed il Figlio di Dio, come dice bene S. Giovanni Grisostomo, pensò ch’era meglio anticipare la sua ora davanti alla preghiera di sua Madre. Preghiamola dunque, o fratelli, che parli per noi e molto al Cuore del suo Gesù, dove le sue parole trovano un’eco fedele di corrispondenza e l’amor filiale s’avanza per ricevere l’amor materno… anzi preverrà i desideri suoi. Non vi accorgete, che il vino manca? il vino nuovo della legge nuova la carità di cui l’anima cristiana dovrebbe essere inebriata? Ecco perché le nostre feste sono così tristi, ed abbiamo così poco gusto al cibo celeste della parola di Dio! Ecco perché vediamo divisioni e partigianerie da ogni lato… Il Signore, davanti all’ostinato nostro rifiutare d’unirci, cordialmente amando, alla sua infinita bontà, si vendica e fa che proviamo tutta la sventura di mille lotte intestine. Vergine amabile, impetrate per tutti la santa carità, che Madre di pace, consola, conforta riconcilia gli animi. La nostra confidenza in voi è grande perché siamo persuasissimi che, Madre di Dio, avete grande potere, e Madre nostra non potete sopportare che i vostri figli rimangano delusi, quando sperano le carezze feconde della vostra tenerezza. Tratteremo questo nel

II° punto.

Con diritto, pregando, noi invochiamo la Vergine santa: Ella è madre di tutti i fedeli! è una eredità sacra che ci venne dai nostri padri, passando da generazione a generazione. Ci insegnarono essi, che, essendo il genere umano caduto in rovina eterna per opera d’un uomo e d’una donna, Dio aveva predestinati un’Eva nuova ed insieme un novello Adamo perché ci togliessero dalla morte riportandoci alla vita. Da questa dottrina universale dei Padri della Chiesa, trarrò con facilità questa conclusione: come la prima Eva fu la madre dei morti, così la seconda Eva, la Vergine Maria, dovrà essere la Madre dei viventi, cioè dei fedeli. Questa affermazione, la posso ben confermate con una frase scultoria di S. Epifanio, il quale assicura che la prima Eva era stata chiamata la Madre dei viventi, nel genesi in enigma, in quanto era simbolo della seconda Eva, cioè Maria, madre dei richiamati alla vita dal Cristo. Non occorre proprio, ma lasciatemi aggiungere una frase del grande Agostino, togliendola dal suo libro — Della santa verginità — dove insegna che la Vergine è Madre secondo il corpo, del Salvatore che è nostro capo; secondo lo spirito poi è Madre dei fedeli che sono le sue membra: « Carne mater Domini nostri, spiritu mater membrorum eius ». Ma io sono costretto a riassumere in poche parole quanto avevo proposto, per non dilungarmi troppo a danno del restante della funzione sacra, lascio da parte altre citazioni, che numerose potrei togliere dai Santi Padri su questo argomento, e senza esaminare i titoli per i qui la Vergine è con diritto chiamata nella tradizione ecclesiastica la Madre dei fedeli, cercherò solo mostrarvi, e basterà a persuadervi, che ci è Madre per sentimento, cioè perché Ella ha per noi una vera tenerezza e cura materna. Per comprendere, seguite, vi prego, il mio ragionamento, basato sull’insegnamento della Chiesa e la dottrina dei Padri ed anche io ve lo provai benché brevemente, ché Maria è proprio nostra Madre, domando quando cominciò ad aver questa qualità.  Voi mi dite che molto facilmente fu là sul Calvario quando Gesù morente Le diede S. Giovanni per figliolo. Non avete torto, e veramente vi è tutta la probabilità immaginabile, poiché, ve lo dissi in principio di questo discorso e ve lo ricordo ora, S. Giovanni, condotto dalla mano di Dio ai piedi della Croce, vi tenne la rappresentanza di tutti i fedeli, anzi diedi anche una ragione, che non mi parve senza prova: cioè che mentre tutti gli altri discepoli paurosi s’eran squagliati, la Provvidenza ritenne solo il discepolo prediletto, perché egli ricevesse per sé e per gli altri le ultime volontà e parole del Maestro. E davvero bisognerebbe mancasse la ragione, per negare che il Figlio di Dio, le cui azioni e parole in quelle misteriose circostanze erano tanto importanti, in tale momento non abbia solo considerato Giovanni come individuo: quindi ci sentiamo in diritto di dire che ci rappresentava tutti, e per tutti egli raccolse le parole che a lui, come a nostro rappresentante, erano dirette; anzi sentiamo che in nome nostro ex illa hora accepit eam in suam, la Vergine divenne quindi la nostra Madre, in quell’ora.Accettato questo, io faccio un’altra domanda.Qual è la ragione per cui il Salvatore attendequest’ora suprema per darci come figliuoli allaVergine Maria?Potreste rispondermi che ebbe compassione diuna Madre desolata che perdeva il migliore tra ifiglioli degli uomini, e quindi la consolò col darleuna posterità perpetua. È una ragione bella ed anchebuona. Io ne avrei però un’altra che forse nonvi dispiacerà. Io credo che fosse idea del Figlio diDio di scegliere quest’ora per instillare in Lei unatenerezza di madre. -Forse vi pare un po’ ardita la frase: ma a me non pare molto staccata dalla supposizione. Aipiedi della Croce Maria vedeva il suo Figliolo copertodi piaghe, colle braccia aperte e distese ad un popolo incredulo e senza compassione, vedevacolare per il corpo dalle vene lacerate… oh ci potrà descrivere il sussulto del suosangue materno? Certamente, mai come in quegliistanti si sentì madre… erano le pene atroci del Figlio che glielo facevan sentire più vivamente! Che farà il Salvatore?… Vediamo s’Egli conosce il segreto di svegliare efficacemente affetti nuovi! Quando l’animo nostro è scosso da una passione circa un oggetto, per la stessa tensione convulsa rimane disposto a sentire più vivamente tutte le emozioni che possono esservi provocate da altre cause. Se, ad esempio, siete sotto l’azione della collera, molto difficilmente coloro che vi avvicinano, in quei momenti, benché non ne abbian colpa, sfuggiranno agli effetti della collera vostra! È per questo  che nelle sommosse del popolo, un uomo astuto che sappia sfruttare il momento domina e guida i furori della folla fino a spingerli là dove la folla non avrebbe pensato: fatto che rende pericolosissimi i tumulti popolari. Quel che dico della collera ditelo delle altre altre passioni: quando l’anima è emozionata, basta indirizzarla ad un oggetto, benché diverso da quello lo commosse, che subito vi aderisce perché lo stato di eccitazione e ipersensibilità in cui trovasi la rende estremamente facile ad ogni impressione. Per questo il Salvatore, avendo deciso di darci a madre la Madre sua, per esser in tutto nostro fratello (ammiriamo tanto amore, o Cristiani!) vedendo dall’alto della sua Croce come l’anima di sua Madre era intenerita dall’amore ed il suo cuore straziato le riempiva gli occhi di un torrente di lacrime amare, quasi l’avesse atteso, scelse quel momento e le disse, additandole Giovanni, il divino comando: Donna, ecco il tuo figlio! Queste le parole, o fedeli miei: ma penetriamone bene il significato profondo se ci riesce: Donna, le dice, o donna afflitta cui un amore funesto fa sentire fino dove può giungere la forza dell’amore materno, questa tenerezza che inonda l’anima vostra, satura di strazio, e che voi avete per me, abbiatela per il mio Giovanni, il discepolo di predilezione: abbiatela per tutti i miei fedeli che in lui vi presento poiché tutti sono miei discepoli, tutti miei prediletti: Ecce filius tuus! Dovrei dirvi quanto queste parole uscite dal cuore del Figlio penetrassero profonde nel cuore della Madre, e quale impressione vi segnassero… ma vi rinuncio! e chi mai se ne sentirebbe capace? Pensate appena che chi parla è Colui che tutto compie colla sua parola onnipotente, che, se dovunque efficace, doveva esserlo meravigliosamente sul cuore di sua Madre… e per renderla per così dire più forte, la imporporò del suo sangue, la gridò come lamento di un morente vicino a render l’ultimo respiro! Pensate come tutto questo cooperò a farla scendere più profondamente fattiva nel cuore della Vergine. Bastò che dicesse a Giovanni l’« Ecce mater tua », perché subito il cuore del discepolo ardesse di amore filiale e — accepit eam discipulus in sua — quanto più prontamentela parola del Salvatore scendendo nel cuore di Maria vi avrà svegliato improvviso e violento l’amore per noi come per suoi veri figlioli! Passa in questo momento alla mia mente la visione di quelle madri che si fanno aprire il seno per introdurre nel mondo i figlioli quasi per forza. Qualcosa di simile accadde a Voi, o Vergine Maria! Fu attraverso il cuor vostro che ci generaste alla vita, poiché ci generaste nell’amore: Cooperata est charitate ut filii Dei in Ecclesia nascerentur, dice S. Agostino. Ed io oso affermare che queste parole che suonavan come l’ultimo addio del vostro Gesù spirante, penetrarono nel cuor vostro come una lama tagliente che penetra fino al fondo, con uno strazio indicibile che si mutava in palpito di amor materno per tutti i fedeli. – Noi siamo, dobbiamo dirlo, i figli nati da un cuore spezzato dalla violenza di uno strazio senza misura! Vedendo i Cristiani davanti a voi, o Vergine, io credo vi risuoneranno al cuore le parole ultime del vostro Gesù e le vostre viscere contorte dal dolore e dall’amore si muoveranno ad amore e compassione per noi come per i nati dal vostro patire. Non solo: noi siamo, per il vostro cuore, immagini vive del Figliolo che tanto amaste e di cui lo Spirito Santo scolpisce la fisionomia nell’anima dei fedeli, e ci amate, ma ci amate di più, perché essendo noi Cristiani ci vedete imporporati dal Sangue del Cristo, che mentre ci rende purificati segna in noi i lineamenti viventi del Salvatore. – Questa dottrina, che tolgo dalle Scritture, oltreché capace di eccitarci a virtù, illumina di una luce più viva la verità che io tratto; perciò ve la propongo. Da S. Paolo io imparo, e quanto vi dico merita più viva la vostra attenzione, che tutti i Cristiani, la cui vita corrisponda alla professione di fede che fanno, portano impressi nell’anima i lineamenti del Salvatore al naturale. Vivere da Cristiani altro non è che conformare le proprie azioni agli insegnamenti del Figlio di Dio. Ma la dottrina del Salvatore non è altro che la riproduzione della sua vita: la dottrina è copia, Egli è l’originale. In questo si differenzia dagli altri maestri perché  essi solo si sforzano a ben vivere (sarebbero infatti ben temerari se tentassero porre le loro azioni come norma di vita buona!) e quindi essi cercano creare buone e belle idee che pongono come norma sulla quale essi, non sempre, cercano modellare il loro vivere. Il Figlio di Dio no: Egli venne mandato nel mondo per essere modello della più alta perfezione: i suoi precetti sono la ripetizione delle sue azioni, le cose che insegna prima le pratica, la sua parola non è che il ritratto della sua condotta. « Coepit facere et docere ». Qual è l’azione dello Spirito santificatore nell’anima del Cristiano? Non fa che indurla a far sì che la sua vita sia la traduzione quotidiana e pratica dei precetti e dei consigli evangelici: cosicché adagio adagio la dottrina del Maestro passi nella vita e nelle azioni, nelle parole e nei costumi del suo seguace che diventa, per così dire, il vangelo vivente! Tutto in lui rivela il Maestro da cui apprese le lezioni e lo spirito, e penetrando dentro alla sua anima voi ritrovate in essa pensieri ed affetti e modi d’operare del Salvatore nostro e Maestro, È questo che commuove la Vergine! Ve lo posso ben provare recandovi un esempio che tolgo dalla vita di famiglia. Voi vedete talvolta una madre sventurata accarezzare in un modo più appassionato un ragazzo senz’altra ragione che questa: assomiglia al suo! Gli occhi, la bocca, le mani, il suo modo di camminare di ridere di parlare… sono proprio quelli del suo figliolo! E le madri sono d’una intuizione speciale per scorgere anche la più piccola somiglianza coi loro figlioli. E che è questo se non un dilatarsi, parliamo così, dell’amore di una madre, che non sazia d’amar il suo figliolo nella sua persona, lo va a cercare dovunque ne trova una linea di somiglianza? Se un abbozzo, diciamo, tanto commuove le madri, cosa dovrò dire della Madre nostra Maria quando nell’anima nostra contempla i tratti della infinita bellezza del suo Figlio segnatevi dal dito dello Spirito santificatore? Ma v’ha di più: non solo noi siamo le immagini vive del Figliolo di Dio, noi siamo ancora sue membra: ossa delle sue ossa, carne della sua carne, come dice, con frase energica, S. Paolo: con lui noi formiamo un corpo di cui Egli è il capo noi le membra: siamo suo corpo, il suo compimento, e questo, come insegna lo stesso Apostolo, ci unisce così a Lui, che chiunque ama il Salvatore deve necessariamente e dello stesso amore amare tutti i Redenti. – È questo il fatto che attira potente gli affetti della Vergine su di noi così, che nessuna madre può eguagliarla nell’amore… Verità, o Cristiani, che potrei eloquentemente dimostrarvi se non fossi pressato dalla necessità di por fine a questo discorso. A convincervene non faccio che richiamarvi brevemente alcune delle affermazioni che vi dimostrai nella prima parte e che dovete aver dinnanzi per ben capire quanto ancora ho da dire. Vi dissi che la maternità della Vergine non ha esempi sulla terra quindi neppure ha l’eguale l’amore di Lei per il suo Figlio, e come Maria abbia l’onore d’aver un Figlio che non ha altro Padre che il Padre celeste, Dio: quindi noi lasciammo da parte ogni confronto colla natura, e la misura del suo amore la cercammo nel seno dello stesso Padre Eterno. Siccome poi nel Cristo la natura umana è così stretta al Verbo Unigenito, da non poterla separare, il Padre estende il suo amore all’umanità stessa del Salvatore, e dell’Uomo-Dio fa l’oggetto delle sua compiacenze, come riferiscono le Scritture citate. Allo stesso modo e per la stessa ragione la Vergine abbraccia stringe in un unico amplesso d’amore l’umanità e la divinità del suo Figliolo, che l’unione ipostatica rende in Lui inseparabili. Sono queste le verità sulle quali abbiamo basata l’unione di Maria con Dio. – A questa ne aggiungo un’altra e subito vi dico che il Divin Padre ama noi dello stesso amore di cui ama il suo Unigenito: sarei audace in questa affermazione, se non la trovassi sulla bocca stessa del Salvatore, riferitaci dal discepolo dell’amore, che ci dice che Gesù così pregò: « Dilectio qua me dilexisti in ipsis sit, et ego in eis », quasi dicesse: — Padre io sono in essi perché sono le mie membra, prego voi che abbiate per esse l’amore che avete per me. — Parole d’ineffabile carità! – Gesù Salvatore nostro non può sopportare che siamo separati da Lui, pare quasi tema che il suo Padre faccia qualche differenza tra Lui capo e noi membra, mentr’Egli vuole che uno stesso amplesso d’amore stringa e il Maestro ed i discepoli. – Che possiamo concludere da questo per provare l’amore della Vergine per noi? Siccome, lo abbiamo detto, la Vergine modella il suo amore per il Cristo sull’amore del divin Padre, essendo la madre migliore, che possa immaginarsi sulla terra, estenderà il suo amore a tutto ciò che ha attinenza colla Persona del suo Figliolo. E noi siamo così uniti col Salvatore che a stento può immaginarsi unione più stretta: Egli è in noi e noi in Lui… cosicché ogni Cristiano fedele alla sua professione di fede si può dire che è un altro Gesù Cristo: se siamo veri Cristiani, siamo altrettanti Gesù: è punto capitale della dottrina cristiana questo. Stretti così al Cristo, il divin Padre che distinse tutti gli esseri, in una mirabile varietà, non ci distingue più dal nostro Capo e Salvatore, ma volentieri sparge su noi tutte le tenerezze del suo amore paterno, e Maria, modellando sull’amore del Padre il suo cuore, ci ama di tutto l’amore tenero che esige la sua qualità di Madre del Cristo. Su dunque, fedeli, su accorrete confidenti alla Vergine, essa non farà più distinzione tra noi ed il suo Gesù; ci considererà — carne della sua carne, ossa delle sue ossa — come dice l’Apostolo, come persone sulle quali e nelle quali colò e si sparse il suo sangue… ci considererà come altrettanti Gesù! Misura e norma dell’amor suo per noi il suo amore per Gesù suo Figliolo… non temiamo dunque d’invocarla nostra Madre. Ella si mostrerà degna di questo gran nome. – Se non mi inganno, questo è quanto io mi ero proposto di provare in questa seconda parte del mio discorso. Lodiamo insieme il Signore che ci concede di additare le vere basi della devozione sincera alla gran Vergine, basi eminentemente cristiane perché tolte dalla Scrittura e dalla tradizione della Chiesa! Bisogna però star in guardia perché questi ragionamenti destinati a svegliare in noi una devozione confidente a Maria, non producono una certa devozione che genera una confidenza temeraria dalla quale spiriti leggeri si lasciano ciecamente e facilmente trasportare, Avete ben visto, in quanto vi esposi, che la vera devozione alla Vergine non può mai essere separata da una vera vita cristiana. Purtroppo, vi sono molti che confondono la devozione a Maria, con una certa pratica superstiziosa, e si credono devoti suoi, perché fanno certe cose in suo onore, che mescolano ai disordini ed alle licenze dei loro costumi. Se alcuno tra voi credesse di esser in tal modo devoto della Vergine, sappia che Ella rigetta nauseata le preghiere che vengono da un cuore lontano dal suo Gesù! Invano cerchereste rendervela propizia con inchini ed ossequi; inutilmente la invochereste madre con una falsa e finta pietà! Avreste mai l’audacia di credere che il suo latte virginale possa colare su labbra sozze di peccato? Ch’Ella voglia abbracciar il nemico del suo Gesù con quelle braccia stesse con cui lo cullò nella sua infanzia? … e vi voglia porre fratelli, amici a giocare col suo Gesù mentre gli siete nemici? Sappiate, sappiano tutti questi disgraziati, che il suo cuore si ribella e la sua faccia si copre di rossore e confusione sentendosi da essi chiamata madre! Non dobbiamo Pensare, o fratelli, che Maria tutti e subito ci accetti e consideri suoi figlioli: bisogna passare per una prova, e difficile, prima di aver tal nome. Sapete cosa fa la Vergine quando alcuno la chiama mamma? Lo porta alla presenza del Salvatore, e vede se gli assomigli; perché se le è figlio deve essere un altro Gesù Cristo! – Anche tra gli uomini i figlioli portano impresso nelle carni le tracce di cose che impressionarono le loro madri: Maria è completamente ricolma del Salvatore Gesù: Lui è signore del suo cuore, Lui l’oggetto dei suoi desideri, Lui solo tutto occupa e la sua mente ed il suo cuore. Come potrebbe mai pensar suo figlio chi non abbia qualche tratto di somiglianza con Gesù!? – Quindi se dopo questo confronto diligente non trova alcuna somiglianza, scaccia indignata dalla Sua presenza dicendo che non ha nulla da dare, né da chiedere per costui al suo Figliolo, che anzi… « mi sei insopportabile anche colla sola presenza » gli dice! Quale confusione, Cristiani, quale sventura esser insopportabile ad una Madre tanto buona! – Se invece, facciamo esempi pratici, Le si presenta una persona che durante pubbliche sventure e crisi, come sono quelle che attraversiamo noi, davanti a tanta povera gente, ridotta all’estremo della miseria, si sente intenerire ed allarga il cuore e la mano per sollevare e confortare le miserie del povero e del sofferente, « oh, dice subito, costui ha imparato da Gesù che non rimase mai indifferente davanti a chi soffriva ». «Io ho compassione di questa folla » disse, e nello stesso tempo si faceva dare dai suoi Apostoli per essa quel che avevano in serbo per sé, e quel poco pane miracolosamente lo moltiplicava per sfamar quella gente. Le si presenta un individuo sul cui viso è la modestia, che se ne sta raccolto davanti al Signore, e se gli si parla di quanto riguarda la gloria del Signore non va a cercar scuse e pretesti, ma subito vi si dedica con ardore… « Come è amabile!» dice. Anche il mio Gesù alla sua età era così raccolto davanti a Dio, anche Lui a dodici anni lasciò me e il mio Giuseppe, e tutti gli amici, per occuparsi delle cose che erano del suo Padre celeste! – Quando, in modo speciale, vedrà un’anima che è tutta cura nel custodire la purezza della sua carne, della sua mente, del suo cuore, e non ama che caste delizie ed innocenti amori… « Gesù è padrone del suo cuore, dice, e ne fa la sua dimora preferita. Parlate a questo Cristiano una sola parola impudica… è un colpo di pugnale al suo cuore, subito si arma del pudore e corre alle difese! Ecco un vero Cristiano, un vero figlio della Vergine… Ella gode di lui, se ne gloria, se ne vanta! Con quale gioia lo presenta al suo diletto che si delizia soprattutto delle anime pure! Eccitiamoci dunque, o fratelli, eccitiamoci tutti ad un amore sempre più vivo e pratico alla purità, in modo speciale coloro che si sono consacrati a Lei nelle sue congregazioni nella vostra congregazione. Il vostro zelo ha ornato magnificamente questa chiesa in cui celebriamo le grandezze della Maestà divina… Ricordate, però, che abbiamo un altro tempio da ornare, tempio in cui abita Gesù e si riposa lo Spirito del Signore: è il tempio del nostro corpo: santificato dal Salvatore: voi dovete rispettarlo; lo lavò del suo Sangue dovete tenerlo mondo da ogni sozzura: lo consacrò facendolo tempio dello Spirito Santo perché voi l’ornaste di purezza, di innocenza, di virtù qui in terra, ed Egli l’ornerà di gloria e d’immortalità nel regno del Padre. ».

IL CREDO

Offertorium

Orémus.
Jer XVIII:20
Recordáre, Virgo, Mater Dei, dum stéteris in conspéctu Dómini, ut loquáris pro nobis bona, et ut avértat indignatiónem suam a nobis.

[Ricordati, o Vergine Madre di Dio, quando sarai al cospetto del Signore, di intercedere per noi presso Dio, perché distolga da noi la giusta sua collera].

Secreta

Offérimus tibi preces et hóstias, Dómine Jesu Christe, humiliter supplicántes: ut, qui Transfixiónem dulcíssimi spíritus beátæ Maríæ, Matris tuæ, précibus recensémus; suo suorúmque sub Cruce Sanctórum consórtium multiplicáto piíssimo intervéntu, méritis mortis tuæ, méritum cum beátis habeámus:
[Ti offriamo le preghiere e il sacrificio, o Signore Gesù Cristo. supplicandoti umilmente: a noi che celebriamo. in preghiera i dolori che hanno trafitto lo spirito dolcissimo della santissima tua Madre Maria, per i meriti della tua morte e per l’amorosa e continua intercessione di lei e dei santi che le erano accanto ai piedi della croce, concedi a noi di partecipare al premio dei beati:]


Commemoratio Feria Quarta Quattuor Temporum Septembris

Hæc hóstia, Dómine, quǽsumus, emúndet nostra delícta: et ad sacrifícium celebrándum, subditórum tibi córpora mentésque sanctíficet.

[Questa offerta, Signore, ci purifichi dai nostri peccati: e consacri il corpo e l’anima di noi tuoi servi, perché possiamo celebrare questo sacrificio.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Felíces sensus beátæ Maríæ Vírginis, qui sine morte meruérunt martýrii palmam sub Cruce Dómini.

[O Signore Gesù Cristo, il sacrificio al quale abbiamo partecipato celebrando devotamente i dolori che hanno trafitto la vergine tua Madre, ci ottenga dalla tua clemenza il frutto di ogni bene per la salvezza:]

Postcommunio

Orémus.
Sacrifícia, quæ súmpsimus, Dómine Jesu Christe, Transfixiónem Matris tuæ et Vírginis devóte celebrántes: nobis ímpetrent apud cleméntiam tuam omnis boni salutáris efféctum:
[O Signore Gesù Cristo, il sacrificio al quale abbiamo partecipato celebrando devotamente i dolori che hanno trafitto la vergine tua Madre, ci ottenga dalla tua clemenza il frutto di ogni bene per la salvezza:]
Orémus.
Commemoratio Feria Quarta Quattuor Temporum Septembris
Suméntes, Dómine, dona cœléstia, supplíciter deprecámur: ut, quæ sédula servitúte, donánte te, gérimus, dignis sénsibus tuo múnere capiámus.

[Ricevendo questi doni celesti, ti supplichiamo umilmente, o Signore: fa’ che quanto con sollecito servizio abbiamo compiuto per tua concessione, lo abbiamo pure, per tua grazia, ad accogliere con degni sentimenti.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

14 SETTEMBRE: ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE

14 SETTEMBRE: In Exaltatione Sanctæ Crucis

… Abbiamo peccato parlando contro il Signore e te: prega che allontani da noi i serpenti. Mosè allora pregò per il popolo. E il Signore gli disse: Fa un serpente di bronzo e mettilo come segno: chiunque, ferito, lo guarderà, vivrà. Fece dunque Mosè un serpente di bronzo e lo mise come segno; e i piagati guardandolo, erano guariti.
(Num XXVI, 7-9).

« … e ottenne da Eraclio il diritto di regnare a certe condizioni, la prima delle quali fu la restituzione della Croce del Signore. Così la Croce fu ricuperata dopo quattordici anni, ch’era caduta in potere dei Persiani. Di ritorno a Gerusalemme, Eraclio la riportò sulle proprie spalle con gran pompa sul monte in cui l’aveva portata il Salvatore. – Questo fatto fu segnalato da un gran miracolo. Perché Eraclio, carico di oro e di gemme, fu costretto di fermarsi alla porta che conduceva al monte Calvario. E più si sforzava d’andare avanti, e più si sentiva trattenere. Stupiti della cosa e lo stesso Eraclio e tutti gli altri, Zaccaria, vescovo di Gerusalemme: Vedi, imperatore, disse, che con questi ornamenti di trionfo imiti poco la povertà e l’umiltà di Gesù Cristo con cui egli portò la Croce. Allora Eraclio, gettate le splendide vesti e toltesi le scarpe e indossato un abito volgare, fece facilmente il resto del viaggio, e rimise la Croce nello stesso posto del Calvario, donde l’avevano asportata i Persiani. Quindi la festa dell’Esaltazione della santa Croce, che si celebrava ogni anno in questo stesso giorno, cominciò ad avere maggior importanza in memoria del fatto ch’era stata riposta da Eraclio nel luogo stesso, dove fu innalzata la prima volta per il Salvatore. »

Omelia di san Leone Papa
Sermone 8 sulla Passione del Signore, dopo la metà

Dopo l’esaltazione di Cristo sulla Croce, o dilettissimi, il vostro spirito non si rappresenti soltanto l’immagine che colpì la vista degli empi, ai quali dice Mosè: «La tua vita sarà sospesa dinanzi ai tuoi occhi, e sarai in timore notte e giorno, e non crederai alla tua vita» Deut. 28,66. Infatti essi davanti al Signore crocifisso non potevano scorgere in lui che il loro delitto, ed avevano non il timore che giustifica mediante la vera fede, ma quello che tortura una coscienza colpevole. Ma la nostra intelligenza, illuminata dallo spirito di verità, abbracci con cuore puro e libero la Croce, la cui gloria risplende in cielo e in terra; e coll’acume interno penetri il mistero che il Signore, parlando della sua prossima passione, annunziò così: «Adesso si fa il giudizio di questo mondo, adesso il principe di questo mondo sarà cacciato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutto a me» Joann. XII, 21. – O virtù ammirabile della Croce! o gloria ineffabile della Passione, in cui è e il tribunale del Signore, e il giudizio del mondo, e la potenza del Crocifisso! Sì, o Signore, attirasti tutto a te, allorché, « dopo aver steso tutto il giorno le tue mani a un popolo incredulo e ribelle » Is. LXV, 2, l’universo intero comprese che doveva rendere omaggio alla tua maestà. Attirasti, Signore. tutto a te, allorché tutti gli elementi non ebbero che una voce sola per esecrare il misfatto dei Giudei; allorché oscuratisi gli astri del cielo e il giorno cangiatosi in notte, anche la terra fu scossa da scosse insolite, e la creazione intera si rifiutò di servire agli empi. Attirasti, Signore, tutto a te, perché squarciatosi il velo del tempio, il Santo dei santi rigettò gl’indegni pontefici, per mostrare che la figura si trasformava in realtà, la profezia in dichiarazioni manifeste, la legge nel Vangelo. – Attirasti, Signore, tutto a te, affinché la pietà di tutte le nazioni che sono sulla terra celebrasse, come un mistero pieno di realtà e senza alcun velo, quanto era nascosto nel solo tempio della Giudea, sotto l’ombre delle figure. Difatti ora e l’ordine dei leviti è più splendido, e la dignità dei sacerdoti è più grande, e l’unzione che consacra i pontefici contiene maggior santità: perché la tua Croce è la sorgente d’ogni benedizione, il principio d’ogni grazia; essa fa passare i credenti dalla debolezza alla forza, dall’obbrobrio alla gloria, dalla morte alla vita. E adesso che i diversi sacrifici d’animali carnali sono cessati, la sola oblazione del corpo e sangue tuo rimpiazza tutte le diverse vittime che la rappresentavano: ché tu sei il vero «Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo» Joann. I, 29; e così tutti i misteri si compiono talmente in te, che, come tutte le ostie che ti sono offerte non fanno che un solo sacrificio, così tutte le nazioni della terra non fanno che un solo regno.

III

ACTUS ADORATIONIS ET GRATIARUM ACTIO

191

Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi; quia per sanctam Crucem tuam redemisti mundum.

Indulgentia trium annorum (S. Pæn. Ap., 2 febr. 1934).

Fidelibus vero, qui pio animi affectu in Passionem ac Mortem D. N. I. C. Credo una cum supra relata precatiuncula recitaverint, conceditur:

Indulgentia decem annorum;

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotidie per integrum mensem eamdem recitationem pia mente persolverint (S. Pæn. Ap., 20 febr. 1934).

192

Signore, vi ringrazio che siete morto in Croce per i miei peccati

(S. Paolo della Croce).

Indulgentia trecentorum dierum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, invocatione quotidie per integrum mensem devote iterata (S. Pæn. Ap., 18 ian, 1918 et 10 mart. 1933).

IV

HYMNUS

193

Vexilla Regis prodeunt,

Fulget Crucis mysterium,

Qua vita mortem pertulit,

Et morte vitam protulit.

Quæ vulnerata lanceæ

Mucrone diro, criminum

Ut nos lavaret sordibus,

Manavit unda et sanguine.

Impleta sunt quæ concinit

David fideli carmine,

Dicendo nationibus:

Regnavit a ligno Deus.

Arbor decora et fulgida,

Ornata regis purpura,

Electa digno stipite

Tam sancta membra tangere.

Beata, cuius brachiis

Pretium pependit sæculi,

Statera facta corporis,

Tulitque praedam tartari.

O Cruz, ave, spes unica,

Gentis redemptae gloria! (1)

Piis adauge gratiam,

Reisque dele crimina.

Te, fons salutis, Trinitas,

Collaudet omnis spiritus:

(1) Loco: Gentis redemptæ gloria, dicatur: Tempore

Passionis: Hoc Passionis tempore! — Tempore Paschali :

Paschale quæ fers gaudium! — In festo Exaltationis

S. Crucis: In hac triumphi gloria!

Quibus Crucis victoriam

Largiris, adde praemium. Amen,

(ex Brev. Rom.).

Indulgentia quinque annorum.

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo quotidie per integrum mensem hymnus pie recitatus fuerit (S. C. Indulg., 16 ian. 1886; S. Pæn. Ap., 29 apr. 1934).

VII

PRECES IN HONOREM QUINQUE VULNERUM D. N. I. C.

199

O bone Iesu, intra tua vulnera absconde me.

Indulgentia trecentorum dierum (S. Pæn. Ap., 21 dec. 1936).

200

V. Deus, in adiutorium meum intende.

R. Domine, ad adiuvandum me festina.

V. Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto.

R. Sicut erat in principio, et nunc, et semper,

et in sæcula sæculorum. Amen.

Amabilissimo mio Signore Gesù Crocifisso, io adoro profondamente prostrato, con Maria santissima, con tutti gli Angeli e Beati del cielo, la Piaga santissima della vostra Mano destra. Vi ringrazio dell’amore infinito col quale voleste sopportare tanti e sì atroci dolori per isconto dei miei peccati, che io detesto con tutto il cuore; vi domando la grazia di concedere alla Chiesa vittoria sui suoi nemici, ed a tutti i suoi figli di camminare santamente nella via dei vostri comandamenti.

Pater, Ave, Gloria.

Amabilissimo mio Signore Gesù Crocifisso, io adoro profondamente prostrato, con Maria santissima, con tutti gli Angeli e Beati del cielo, la Piaga santissima della vostra Mano sinistra, e vi domando grazia per i poveri peccatori e per i moribondi, specialmente per quelli che non vogliono riconciliarsi con Voi.

Pater, Ave, Gloria.

Amabilissimo mio Signore Gesù Crocifisso, io adoro profondamente prostrato, con Maria santissima, con tutti gli Angeli e Beati del cielo, la Piaga santissima del vostro Piede destro, e vi chiedo la grazia che in tutto il clero e fra le persone a Voi consacrate germoglino numerosi fiori di santità.

Pater, Ave, Gloria.

Amabilissimo mio Signore Gesù Crocifisso, io adoro profondamente prostrato, con Maria santissima, con tutti gli Angeli e Beati del cielo, la Piaga santissima del vostro Piede sinistro, e vi prego per la liberazione delle anime del purgatorio, principalmente di quelle che in vita furono più devote delle vostre sante Piaghe.

Pater, Ave, Gloria.

Amabilissimo mio Signore Gesù Crocifisso, io adoro profondamente prostrato, con Maria santissima, con tutti gli Angeli e Beati del cielo; la Piaga santissima del vostro sacro Costato, e vi prego di benedire ed esaudire tutte quelle persone che si raccomandano alle mie preghiere.

Pater, Ave, Gloria.

N. Virgo dolorosissima,

R. Ora pro nobis (tre volte).

Gesù Crocifisso, avvalorate queste preghiere coi meriti della vostra Passione: concedetemi la santità della vita, la grazia di ricevere i santi Sacramenti in punto di morte e la gloria eterna.

Amen.

Indulgentia trium annorum (Sì; C. S. Officii, 6 maii 1915; S..Paen. Ap.,; 15-ian; 1935).

201

En ego, o bone et dulcissime Iesu, ante conspectum tuum genibus me provolvo ac maximo animi ardore te oro atque obtestor, ut meum in cor vividos fidei, spei et caritatis sensus, atque veram peccatorum meorum pænitentiam, eaque emendandi firmissimam voluntatem velis imprimere: dum magno animi affectu et dolore tua quinque Vulnera mecum ipse considero, ac mente contemplor, illud præ oculis habens, quod iam in ore ponebat tuo David Propheta de te, o bone Iesu: « Foderunt manus meas et pedes meos; dinumeraverunt omnia ossa mea » (Ps. XXI V.. I7 et 18).

Fidelibus, supra relatam orationem coram Iesu Christi Crucifixi imagine pie recitantibus, conceditur: Indulgentia decem annorum;

(Ai fedeli che recitano piamente la detta orazione davanti all’immagine di Gesù Cristo crocifisso, si concedono … dieci anni di indulgenza)

Indulgentia plenaria, si præterea sacramentalem confessionem instituerint, cælestem Panem sumpserint et ad mentem Summi Pontificis oraverint (S. C. Indulg., 31 iul. 1858; S. Pæn. Ap., 2 febr. 1934).

202

Deus, qui Unigeniti Filii tui passione, et per quinque Vulnera eius Sanguinis effusione, humanam naturam peccato perditam reparasti; tribue nobis, quæsumus, ut qui ab eo suscepta Vulnera veneramur in terris, eiusdem pretiosissimi Sanguinis fructum consequi mereamur in cælis. Per eumdem Christum Dominum nostrum. Amen.

(ex Missali Rom.).

Indulgentia quinque annorum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo oratio quotidie per integrum mensem pie iterata fuerit (S. Pæn. Ap., 12 dec. 1936).

203

Fac, Domine Iesu Christe, ut qui Vulnera tua devote colimus, hæc in nostris cordibus impressa, moribus et vita teneamus. Quinquies Gloria Patri.

Indulgentia trium annorum (S. Pæn. Ap., 12 dec. 1936).

VIII

PRECES IN MEMORIAM SEPTEM VERBORUM QUÆ IESUS IN CRUCE PROTULIT

204

N. Deus, in adiutorium meum intende.

R. Domine, ad adiuvandum me festina.

Gloria Patri et Filio, etc.

PRIMA PAROLA

Padre, perdonate loro, perché non sanno ciò che fanno.

Caro Gesù, che per mio amore agonizzate sulla Croce a fine di pagare con le vostre pene il debito dei miei peccati, ed aprite la vostra divina bocca per ottenermene il perdono dall’eterna giustizia, abbiate pietà di tutti i fedeli agonizzanti e di me; e quando sarò in quell’estremo, per i meriti del vostro preziosissimo Sangue sparso per la nostra salute datemi un dolore così vivo delle mie colpe, che faccia spirare l’anima mia nel seno della vostra infinita misericordia.

Tre Gloria Patri.

Miserere nostri, Domine, miserere nostri.

Mio Dio, credo in Voi, spero in Voi, amo Voi e mi pento di avervi offeso coi miei peccati.

SECONDA PAROLA

Oggi sarai meco in paradiso

Caro Gesù, che per mio amore agonizzate sulla Croce, e che con tanta prontezza e tanta liberalità corrispondete alla fede del buon ladro, che in mezzo alle vostre umiliazioni vi riconosce per Figlio di Dio, e lo assicurate del paradiso, abbiate pietà di tutti i fedeli agonizzanti e di me; e quando sarò in quell’estremo, per i meriti del vostro preziosissimo Sangue ravvivate nel mio spirito una fede così ferma e costante, che non vacilli a qualunque suggestione del demonio, affinché anche io ottenga il premio del santo Paradiso.

Tre Gloria Patri.

Miserere, ecc. Mio Dio, ecc.

TERZA PAROLA

Ecco la tua Madre. Ecco il tuo Figlio.

Caro Gesù, che per mio amore agonizzate sulla Croce, e dimenticando i vostri patimenti mi lasciate in pegno dell’amor vostro la stessa Vostra Madre santissima, affinché per suo mezzo possa con fiducia ricorrere a Voi nei miei maggiori bisogni, abbiate pietà di tutti i fedeli agonizzanti e di me; e quando sarò in quell’estremo, per l’interno martirio di così cara Madre osa nel mio cuore una ferma speranza nei meriti infiniti del vostro preziosissimo Sangue onde possa evitare l’eterna condanna, che mi sono meritata coi miei peccati.

Tre Gloria Patri.

Miserere, ecc. Mio Dio, ecc.

QUARTA PAROLA

Dio mio, Dio mio, perché mi avete abbandonato?

Caro Gesù, che per mio amore agonizzate sulla Croce, e che aggiungendosi patimenti a patimenti, oltre tanti dolori nel corpo, soffrite con infinita pazienza la più penosa afflizione di Spirito per l’abbandono dell’eterno vostro Padre, abbiate pietà di tutti i fedeli agonizzanti e di me; e quando sarò in quell’estremo, per i meriti del vostro preziosissimo Sangue datemi grazia di soffrire con vera pazienza tutti i dolori e le angustie della mia agonia, affinché unendo alle vostre le mie pene, possa poi essere partecipe della vostra gloria in paradiso.

Tre Gloria Patri.

Miserere, ecc. Mio Dio, ecc.

QUINTA PAROLA

Caro Gesù, che per mio amore agonizzate sulla Croce, e che non sazio ancora di tanti obbrobrii e patimenti vorreste soffrirne anche di più, purché tutti gli uomini si salvassero, mostrando così che tutto il torrente della vostra Passione non è bastante ad estinguere la sete del vostro Cuore amoroso, abbiate pietà di tutti i fedeli agonizzanti e di me; e quando sarò in quell’estremo, per i meriti del vostro preziosissimo Sangue accendete tanto fuoco di carità nel mio cuore, che lo faccia morire di desiderio di unirsi a voi per tutta l’eternità.

Tre Gloria Patri.

Miserere, ecc. Mio Dio, ecc.

SESTA PAROLA

Tutto è consumato

Caro Gesù, che per mio amore agonizzate sulla Croce, e da codesta cattedra di verità annunziate di aver compito l’opera della redenzione, per la quale l’uomo da figlio d’ira e di perdizione è divenuto figlio di Dio ed erede del paradiso, abbiate pietà di tutti i fedeli agonizzanti e di me; e quando sarò in quell’estremo, per i meriti del vostro preziosissimo Sangue distaccatemi interamente dal mondo e da me stesso, dandomi la grazia di offrirvi di cuore il sacrificio della mia vita in espiazione dei miei peccati.

Tre Gloria Patri.

Miserere, ecc. Mio Dio, ecc.

SETTIMA PAROLA

Padre, nelle vostre mani raccomando lo spirito Mio.

Caro Gesù, che per mio amore agonizzate sulla Croce, e che a compimento di sì gran sacrificio accettate la volontà dell’eterno Padre con rassegnare nelle sue mani il vostro spirito, per poi chinare il capo e morire, abbiate pietà di tutti i fedeli agonizzanti e di me; e quando sarò in quell’estremo, per i meriti del vostro preziosissimo Sangue datemi una perfetta uniformità al vostro divin volere, onde sia pronto a vivere o a morire, come più piacerà a voi; né altro io brami, che il perfetto adempimento in me della vostra adorabile volontà.

Tre Gloria Patri,

Miserere, ecc. Mio Dio, ecc.

Preghiera alla Vergine Addolorata

Madre santissima Addolorata, per l’intenso martirio, che soffriste a pie’ della Croce nelle tre ore di agonia di Gesù, degnatevi di assistere anche me, che son figlio dei vostri dolori, nella mia agonia, affinché con la vostra intercessione possa dal letto della morte passare a farvi corona nel santo paradiso.

V. A subitanea et improvisa morte,

R. Libera me, Domine.

V. Ab insidiis diaboli,

R. Libera me, Domine.

V. A morte perpetua,

R. Libera me, Domine.

Oremus.

Deus, qui ad humani generis salutem in dolorosissima Filii tui morte exsemplum et subsidium constituisti, concede, quaesumus, ut in extremo mortis nostræ periculo tantæ caritatis effectum consequi, et ipsius Redemptoris gloriae consociari mereamur. Per eumdem Christum Dominum nostrum. Amen.

Indulgentia septem annorum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotidian precum recitatio in integrum mensem producta fuerit

(S. Rit. C., 26 aug. 1814; S. C. Indulg., 8 dec. 1897; S. Pæn. Ap., 27 maii 1935).

209

O mio Dio Crocifisso, eccomi ai piedi vostri, non vogliate rigettarmi ora che mi presento a Voi come peccatore. Vi ho offeso tanto per il mio passato, Gesù mio, ma non sarà più così. Dinanzi a Voi, mio Dio, presento tutte le mie colpe…, già le ho considerate e vedo che non meritano perdono; ma deh! date uno sguardo ai vostri patimenti e guardate quanto vale quel Sangue, che scorre dalle vostre vene. Chiudete, mio Dio, in questo momento gli occhi ai miei demeriti e apriteli agli infiniti meriti vostri e giacché vi siete compiaciuto morire per i miei peccati, perdonatemeli tutti, affinché mai più senta il peso di essi, perché quel peso, o Gesù, troppo mi opprime. Aiutatemi, mio Gesù, voglio ad ogni costo divenire buono; togliete, distruggete, annientate tutto ciò che si trova in me non conforme alla vostra volontà. Vi prego però, Gesù, ad illuminarmi, affinché possa camminare nel vostro santo lume.

(S. Gemma Galgani).

Indulgentia quingentorum dierum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, oratione quotidie per integrum mensem devote repetita (S. Pæn. Ap., 16 febr. 1934 et 26 nov. 1934).

210
Adesto nobis, Domine Deus noster; et quos
sanctae Crucis laetari facis honore, eius quoque
perpetuis defende subsidiis. Per Christum Dominum
nostrum. Amen (ex Missali Rom.).
Indulgentia quingue annorum.
Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo
quotidie per integrum mensem oratio pia mente iterata

fuerit (S. Pæn. Ap., 14 sept. 1934).
211
Deus, qui pro nobis Filium tuum Crucis patibulum
subire voluisti, ut inimici a nobis expelleres
potestatem: concede nobis famulis tuis;
ut resurrectionis gratiam consequamur. Per
eumdem Christum Dominum nostrum. Amen

(ex Missali Rom.).
Indulgentia quinque annorum,
Indulgentia plenaria suetis conditionibus, quotidiana
orationis recitatione in integrum mensem adducta (S. Pænit.
Ap., 22 nov. 1934).
212
Deus, qui unigeniti Filii tui pretioso Sanguine,
vivificae Crucis vexillum sanctificare voluisti:
concede, quaesumus, eos qui eiusdem sanctae
Crucis gaudent honore, tua quoque ubique protectione
gaudere. Per eumdem Christum Dominum
nostrum. Amen
.

(ex Missali Rom.).
Indulgentia quinque annorum.
Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo
quotidie per integrum mensem oratio devote reiterata
fuerit (S. Pæn. Ap., 7 febr. 1935).
213
Domine Iesu Christe, Fili Dei vivi, qui hora
sexta pro redemptione mundi Crucis patibulum
ascendisti et Sanguinem tuum pretiosum in remissionem
peccatorum nostrorum fudisti; te humiliter
deprecamur, ut post obitum nostrum paradisi
ianuas nos gaudenter introire concedas:
Qui vivis et regnas in saecula saeculorum. Amen

(ex Missali Rom.).
Indulgentia quinque annorum.
Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotidie
per integrum mensem oratio pie recitata fuerit (S. Pæn
Ap., 18 iul. 1936).
214
O Gesù, che per il tuo ardentissimo amore
verso di noi hai voluto essere crocifisso e versare
il tuo preziosissimo Sangue a redenzione
e salvezza delle anime nostre, riguarda a noi
qui raccolti nel ricordo della tua dolorosissima
Passione e Morte, fiduciosi nella tua misericordia;
purificaci, con la tua grazia, dal peccato,
santifica il nostro lavoro, dona 2 noi ed ai nostri
cari il pane quotidiano, addolcisci le nostre
pene, benedici le nostre famiglie e concedi
ai popoli, afflitti da dure prove, la tua pace che solo è la vera, affinché, obbedendo ai tuoi precetti, perveniamo alla gloria celeste. Così sia.

500 gg. Il venerdì santo alle ore 15 (S. Pænit. Ap., 15 Ian. 1940).

L’APOCALISSE INTERPRETATA DAL BEATO B. HOLZHAUSER (XXVI)

L’APOCALISSE INTERPRETATA DAL BEATO B. HOLZHAUSER (XXVI)

INTERPRETAZIONE DELL’APOCALISSE Che comprende

LA STORIA DELLE SETTE ETÁ DELLA CHIESA CATTOLICA. DEL VENERABILE SERVO DI DIO BARTHÉLEMY HOLZHAUSER

RESTAURATORE DELLA DISCIPLINA ECCLESIASTICA IN GERMANIA,

OPERA TRADOTTA DAL LATINO E CONTINUATA DAL CANONICO DE WUILLERET,

PARIS, LIBRAIRIE DE LOUIS VIVÈS, ÉDITEUR RUE CASSETTE, 23 – 1856

LIBRO NONO


SUI CAPITOLI XXI E XXII

La nuova terra ed il cielo nuovo, la Gerusalemme celeste, e il fiume d’acqua viva, etc.


SEZIONE I.


§I.


Del cielo nuovo e della nuova terra.


CAPITOLO XXI. VERSETTI 1-8.

Et vidi cœlum novum et terram novam. Primum enim cœlum, et prima terra abiit, et mare jam non est. Et ego Joannes vidi sanctam civitatem Jerusalem novam descendentem de cœlo a Deo, paratam sicut sponsam ornatam viro suo. Et audivi vocem magnam de throno dicentem: Ecce u Dei cum hominibus, et habitabit cum eis. Et ipsi populus ejus erunt, et ipse Deus cum eis erit eorum Deus: et absterget Deus omnem lacrimam ab oculis eorum: et mors ultra non erit, neque luctus, neque clamor, neque dolor erit ultra, quia prima abierunt. Et dixit qui sedebat in throno: Ecce nova facio omnia. Et dixit mihi: Scribe, quia haec verba fidelissima sunt, et vera. Et dixit mihi: Factum est: ego sum alpha et omega, initium et finis. Ego sitienti dabo de fonte aquae vitæ, gratis. Qui vicerit, possidebit hæc: et ero illi Deus, et ille erit mihi filius. Timidis autem, et incredulis, et execratis, et homicidis, et fornicatoribus, et veneficis, et idolatris, et omnibus mendacibus, pars illorum erit in stagno ardenti igne et sulphure: quod est mors secunda.

[E vidi un nuovo cielo e una nuova terra. Poiché il primo cielo e la prima terra passarono, e il mare non è più. Ed io Giovanni vidi la città santa, la nuova Gerusalemme che scendeva dal cielo d’appresso Dio, messa in ordine, come una sposa abbigliata per il suo sposo.E udii una gran voce dal trono che diceva: Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini, e abiterà con loro. Ed essi saranno suo popolo, e lo stesso Dio sarà con essi Dio loro :e Dio asciugherà dagli occhi loro ogni lagrima: e non vi sarà più morte, né lutto, né strida, né vi sarà più dolore, per- ché le prime cose sono passata. E colui che sedeva sul trono disse: Ecco che io rinnovello tutte le cose. E disse a me: Scrivi, poiché queste parole sono degnissime di fede e veraci. E disse a me: fatto. Io sono l’alfa e l’omega: il principio e il fine. A chi ha sete io darò gratuitamente della fontana dell’acqua della vita. Chi sarà vincitore, sarà padrone di queste cose, e io gli sarò Dio, ed egli mi sarà figliuolo. Pei paurosi poi, e per gl’increduli, e gli esecrandi; e gli omicidi, e i fornicatori, e i venefici, e gli idolatri, e per tutti i mentitori, la loro parte sarà nello stagno ardente di fuoco e dì zolfo: che è la seconda morte.]

I. Vers. 1.E vidi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il primo cielo e la prima terra erano scomparsi e il mare non c’era più. In questo capitolo e nel prossimo, che sono gli ultimi due dell’Apocalisse, San Giovanni descrive la Chiesa Trionfante, cioè lo stato dei beati nella prossima vita. Infatti, come osserva Sant’Agostino (Civ., XXII, 27), sarebbe troppo stravagante intendere le cose che sono dette qui come dette del tempo presente; poiché le parole del verso di questo capitolo: “Dio asciugherà tutte le lacrime, ecc.“, sono così chiaramente adatte alla vita futura, all’immortalità e all’eternità dei Santi, che non saremmo in grado di trovare nulla di più ovvio nelle Scritture divine se dovessimo considerare questo passaggio come oscuro. Così, dopo la descrizione della caduta dell’anticristo e lo sterminio di tutti i nemici della Chiesa, e dopo aver parlato della risurrezione generale e del giudizio universale, San Giovanni passa alla descrizione della gloria dei beati e del loro trionfo eterno. E vidi un nuovo cielo e una nuova terra. Questo nuovo cielo e questa nuova terra di cui parla San Giovanni saranno dunque la dimora dei beati nella gloria eterna di Dio; perché il primo cielo e la prima terra, che ora abitiamo, erano passati e il mare non c’era più. Questo cielo e questa terra rappresentano i beni del mondo, e il mare rappresenta i suoi mali; ora questi beni e mali terreni, che saranno stati il fuoco con cui Dio prova l’oro, spariranno per sempre e saranno consumati a loro volta dal fuoco del cielo, secondo II. Pietro, III, 12: « La violenza del fuoco dissolverà i cieli e fonderà tutti gli elementi. » Non dobbiamo omettere qui questo passo di Isaia, LXV, 14: « I miei servi si rallegreranno, e voi (peccatori) sarete coperti di confusione; i miei servi esploderanno con canti di lode nell’estasi dei loro cuori, e voi scoppierete con grandi grida nell’amarezza delle vostre anime, e con tristi ululati nello strazio dei vostri spiriti; e voi renderete il vostro nome ai miei eletti come un nome di imprecazione: Il Signore Dio vi distruggerà e darà ai suoi servi un altro nome. Chi è benedetto in questo nome sulla terra sarà benedetto dal Dio della verità; e chi giura sulla terra giurerà nel Nome del Dio della verità, perché le precedenti tribolazioni saranno dimenticate e scompariranno da davanti ai miei occhi. Perché Io creerò nuovi cieli e una nuova terra, e il passato non sarà ricordato né risorgerà nel mio cuore. Ma voi vi rallegrerete e sarete pieni di gioia per sempre nelle cose che Io creerò, perché farò di Gerusalemme una città di gioia e del suo popolo un popolo di gioia. Mi rallegrerò di Gerusalemme, mi rallegrerò del mio popolo, e non ci sarà più né lutto né pianto. Non si vedrà un bambino che non viva che pochi giorni, né un vecchio che non completi i giorni della sua vita, etc. ».

II. Vers. 2Ed io, Giovanni, vidi la città santa, la nuova Gerusalemme, che scendeva da Dio dal cielo, adorna come una sposa per il suo sposo. San Giovanni si riferisce a se stesso come testimone di ciò che accadrà, volendo dare più forza alle sue parole e renderci più attenti ad esse. E io, Giovanni, vidi la città santa che scendeva dal cielo. Questa città santa è la Chiesa trionfante, o l’assemblea dei beati che regneranno con Dio. Questa Chiesa è la nuova Gerusalemme che è venuta da Dio, e di cui la Gerusalemme terrena era la figura. Perché, come è stato detto, i Profeti usano spesso la stessa figura per significare diverse cose; e così la Gerusalemme terrena, che rappresenta come città e in senso materiale, la grande Babilonia, rappresenta anche in senso mistico la Gerusalemme celeste. San Giovanni la vide scendere dal cielo e dice che veniva da Dio, perché, secondo Sant’Agostino, (Civit. XX, 17), la grazia con cui Dio l’ha formata è celeste, e che, in principio, essa è scesa dal cielo, da dove fu mandato lo Spirito Santo. Essa veniva da Dio, adornata come una sposa per il suo sposo. Cioè, splendente di gloria e di bellezza, con la gloria dei suoi trionfi e la bellezza delle sue virtù e dei suoi meriti. Infatti, la sposa, per essere gradita al suo sposo, deve essere come Lui, poiché devono essere una sola carne. (Gen. II, 23). Adamo, che è tipo dello sposo Gesù Cristo, dice, parlando di Eva, il tipo pure della Chiesa: « Ecco, costei è ora osso delle mie ossa e carne della mia carne. »   Poi la Genesi continua: « Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie (come Gesù Cristo lasciò suo Padre e la sua gloria celeste, per rivestirsi della nostra umanità e unirsi alla nostra carne); e saranno due in una sola carne. » Ora, i Santi, nutrendosi della carne di Gesù Cristo nella santissima Eucaristia, e Gesù Cristo, rivestendosi della nostra carne, sono uniti nella stessa carne; e così lo Sposo celeste e la sua Sposa sono due in una sola carne. E quanto bella, quanto pura, quanto santa e quanto gloriosa deve essere la Chiesa per potersi unire allo Sposo divino? Ecco perché San Giovanni ci dice che la Chiesa sarà adornata come una sposa per il suo sposo.

III. Vers. 3. E udii una grande voce dal trono, che diceva: Questo è il tabernacolo di Dio con gli uomini, ed Egli abiterà con loro. Ed essi saranno il suo popolo, e Dio sarà il loro Dio in mezzo a loro. San Giovanni ha sentito nella sua immaginazione una grande voce dal trono; questa voce sarà quella di Dio Padre, che dirà, annunciando Gesù Cristo alla sua amata sposa: Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini, cioè, ecco Gesù Cristo mio Figlio, che è il tabernacolo, o alleanza della Divinità con gli uomini. Abbiamo visto come spesso San Giovanni si riferisca all’antico tabernacolo e al tempio. Attraverso questo tabernacolo e questo tempio, Dio aveva dato dei segni dell’alleanza che voleva fare con il popolo giudaico. Ma i Giudei furono infedeli, e le nazioni della terra che divennero cristiane ebbero il grande privilegio di vedere la promessa fatta ai Giudei, compiuta in loro, sotto la figura del tabernacolo e del tempio. Questa promessa si compì nella santissima Eucaristia, dove noi possediamo realmente Gesù Cristo sotto le specie del pane e del vino, in attesa di possederlo in cielo, dove diventerà il vero oggetto della nostra beatitudine, come ora è il vero oggetto della nostra fede. E abiterà con loro, con i suoi eletti, per tutta l’eternità, perché Egli è il sacerdote eterno, secondo l’ordine di Melchisedec; ed essi saranno il suo popolo, e Dio in mezzo a loro sarà il loro Dio. Cioè, gli eletti saranno il popolo di Dio, ed Egli sarà loro Dio, il loro padre, il loro re, il loro sposo; li riempirà di ogni bene; i loro desideri eterni saranno sempre soddisfatti e la loro sete sarà sempre placata. Il loro amore salirà eternamente come una fiamma ardente verso l’oggetto immutabile del loro amore, e questo fuoco non sarà mai consumato. I giusti saranno sempre soddisfatti, secondo tutte le capacità delle loro anime, come vasi di diverse dimensioni che potrebbero sempre essere riempiti con le acque dell’Oceano, e infinitamente ancor più. Più godono, più vorranno godere, e non proveranno mai disgusto, perché ogni dolore cesserà. Questo è ciò che ci assicura San Giovanni nelle seguenti parole:

Vers. 4E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi; e non ci sarà più la morte, né il lutto, né il pianto, né il dolore, perché il primo stato è finito. Così dunque, il ricordo dei mali passati, il ricordo dei dolori, delle afflizioni, dei dispiaceri, delle disgrazie, delle malattie, dei disgusti, degli affanni, dei dolori, delle perdite, delle privazioni, della sete, della fame, dei rigori invernali, dei calori dell’estate, il ricordo delle tribolazioni, delle tentazioni, dei sacrifici più costosi alla natura; il ricordo delle ingiustizie, delle persecuzioni, degli insulti, del disprezzo, dell’abbandono, dell’isolamento; il ricordo dei travagli, della fatica, delle lotte, delle veglie, dei digiuni, delle mortificazioni; il ricordo delle umiliazioni, della perdita dei beni, della privazione dei piaceri; il ricordo stesso del peccato non affliggerà più i giusti, perché Dio asciugherà tutte le lacrime dai loro occhi. Il ricordo del peccato non affliggerà più i giusti, perché Dio asciugherà tutte le lacrime dai loro occhi. Tutti i mali della vita saranno cambiati per essi in beni immensi nella loro estensione ed eterni nella loro durata; perché non ci sarà più la morte, né il lutto, né il pianto, né il dolore, perché il primo stato è finito.

IV. Vers. 5: Allora colui che sedeva sul trono disse: Ecco, che Io faccio nuove tutte le cose”. Ed egli mi disse: “Scrivi, perché queste parole sono certissime e veraci. Ricordiamo che è Gesù Cristo stesso che è l’autore di questa rivelazione, secondo queste parole del capitolo I, 1: La rivelazione di Gesù Cristo, etc. Non c’è quindi alcun dubbio che sia Gesù Cristo che San Giovanni ci rappresenta seduto sul trono; perché gli dice: scrivi, etc. Così, dopo aver regnato per il tempo, questo Sposo celeste continuerà a regnare per l’eternità. Egli regna già sulla terra con la sua legge e la sua dottrina; ma San Giovanni ci rappresenta il suo regno nel momento in cui farà nuove tutte le cose. Allora colui che sedeva sul trono disse: Ecco, io faccio nuove tutte le cose. Ed Egli mi disse: Scrivi, perché queste parole sono degnissime di fede e veraci. Questo è un modo per attirare la nostra attenzione su ciò che ci verrà rivelato e per garantirci la certezza di esso.

V. Vers. 6Ed ancora mi dice: Tutto è compiuto. Io sono l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine. Darò da bere gratuitamente dalla fonte di acqua viva a chi ha sete. Gesù Cristo disse a San Giovanni: Tutto si è compiuto, il tempo della profezia è passato e l’eternità è iniziata. Io sono l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine. Queste parole sono molto notevoli, se si ricorda che nel capitolo I, 8, Gesù Cristo ha usato le stesse parole prima di annunciare tutto ciò che sarebbe accaduto nel corso delle epoche della Chiesa. E siccome tutto si sarà adempiuto come aveva predetto, ora ci avverte che tutto è compiuto. Io darò gratuitamente della fonte di acqua viva a colui che ha sete. Queste parole ci ricordano la giustizia di cui si parla nelle otto beatitudini, e di cui i Santi saranno stati assetati; e la giustizia dei Santi sarà la veste nuziale che li renderà degni di partecipare alla cena delle nozze dello Sposo. (Apoc. XIX, 8): E gli diede del puro lino bianco da indossare, e questo lino è la giustizia dei santi. Dobbiamo desiderare questa giustizia per ottenerla, e se la desideriamo veramente e sinceramente, saremo tra coloro di cui sta scritto, (Matth. V, 6): « Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati. » In effetti (Romani VIII, 27): « Chi scruta il cuore sa quali sono i desideri dello spirito, perché cerca per i Santi ciò che è secondo Dio. Ora sappiamo che tutto contribuisce al bene di coloro che amano Dio, di coloro che Egli ha chiamato, secondo il suo decreto, ad essere santi. Perché coloro che ha conosciuto nella sua prescienza, li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del suo Figlio, affinché Egli stesso sia primogenito tra molti fratelli. E quelli che ha predestinato li ha chiamati, e quelli che ha chiamato li ha giustificati e quelli che ha giustificato li ha glorificati. » Ora, questa glorificazione sarà la fonte di acqua viva di cui parla il nostro testo: Darò da bere gratuitamente dalla fonte di acqua viva a colui che ha sete.  E si dice: Io darò gratuitamente, perché la giustizia che dovrebbe renderci eredi del regno eterno ci è concessa gratuitamente per la misericordia di Dio, secondo San Paolo, (Tito III, 5): « Ci ha salvati non per le opere di giustizia che abbiamo fatto, ma per la sua misericordia, in quanto ci ha fatto rinascere per mezzo del Battesimo e ci ha rinnovati per mezzo dello Spirito Santo, che ha riversato abbondantemente su Gesù Cristo nostro Salvatore, affinché, giustificati dalla sua grazia, diventassimo eredi della vita eterna, secondo la speranza. »

VI. Vers. 7. Colui che vincerà, possederà queste cose, e Io sarò il suo Dio, ed egli sarà mio figlio.

Vers. 8Ma i timidi, gli increduli, gli abominevoli, gli omicidi, i fornicatori, gli avvelenatori, gli idolatri e tutti i bugiardi avranno la loro parte nel lago ardente di fuoco e di zolfo, che è la seconda morte. Questi due versetti possono ancora essere messi in relazione, per il significato che contengono, con la continuazione del passo di San Paolo che abbiamo appena citato, in cui l’Apostolo ci fa intravedere come avvemga la giustificazione degli eletti che hanno fame e sete di giustizia. E questi due passi di San Paolo e dell’Apocalisse coincidono mirabilmente insieme e si spiegano a vicenda. Infatti Gesù Cristo nella sua Rivelazione ci dice: Chi vincerà avrà queste cose, e Io sarò il suo Dio, ed egli sarà mio figlio. Ma i timidi, gli increduli, ecc. avranno la loro parte nello sconvolgimento del mondo. Ma i timidi, gli increduli, ecc. avranno la loro parte nel lago ardente di fuoco e zolfo, che è la seconda morte. Ora, San Paolo ci spiega come gli eletti e i predestinati potranno vincere, e  continua la sua spiegazione del mistero della giustificazione degli uomini mostrandoci come il Cristiano, attraverso il desiderio di giustizia, arrivi al possesso dell’ottava beatitudine, che è come la perfezione e il complemento delle altre, e ci garantisce il possesso del regno eterno, secondo San Matteo (V, 10): « Beati coloro che soffrono persecuzioni a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. » Ora, soffrire la persecuzione per amore della giustizia è vincere, e chi vincerà possiederà queste cose. San Paolo, volendo farci capire come chi ha fame e sete di giustizia possa e debba vincere, aggiunge nella sua epistola ai Romani, (VIII, 31): « Dopo questo, cosa diremo? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Se non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato alla morte per tutti noi, cosa non ci darà, dopo averlo dato a noi? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio stesso li giustifica. Chi li condannerà, quando Gesù Cristo non solo è morto, ma è risorto ed è alla destra di Dio, intercedendo per noi? Chi, dunque, ci separerà dall’amore di Gesù Cristo? Sarà l’afflizione, l’angoscia, la fame, la nudità, il pericolo, la persecuzione o la spada? Come sta scritto: Per causa tua siamo quotidianamente consegnati alla morte, o Signore, e siamo considerati come pecore da macellare; ma in mezzo a tutti questi guai noi vinciamo per la virtù di Colui che ci ha amati. Perché io sono sicuro che né la morte, né la vita, né gli Angeli, né i Principati, né le Potenze, né le cose presenti, né le cose future, né la violenza, né alcunché di superiore o inferiore, né alcuna altra creatura, potranno mai separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù nostro Signore. » È dunque con l’aiuto di Dio e con i meriti e l’amore di Gesù Cristo che possiamo vincere l’amore dei piaceri e la paura dei mali di cui ci parla San Paolo. Ma i timidi, i codardi e i pusillanimi, gli increduli, che non hanno la fede di Gesù Cristo, senza la quale è impossibile piacere a Dio, gli abominevoli, che non mettono la loro speranza in Dio, gli omicidi, che non hanno carità, i fornicatori, che si crogiolano nei piaceri della carne, i venefici, che cercano i beni altrui ingiustamente, gli idolatri, che si prostituiscono bruciando incenso alle creature e cercando il fumo degli onori, e tutti i bugiardi, che sono figli del diavolo, avranno la loro parte nel lago ardente con fuoco e zolfo, che è la seconda morte, la morte eterna. – Dopo aver annunciato un nuovo cielo e una nuova terra, San Giovanni ce ne dà una descrizione sotto la figura della Gerusalemme celeste.

§ II.

Della Gerusalemme celeste.

CAPITOLO XXI. – VERSI 9-27.

Et venit unus de septem angelis habentibus phialas plenas septem plagis novissimis, et locutus est mecum, dicens: Veni, et ostendam tibi sponsam, uxorem Agni. Et sustulit me in spiritu in montem magnum et altum, et ostendit mihi civitatem sanctam Jerusalem descendentem de cœlo a Deo, habentem claritatem Dei: et lumen ejus simile lapidi pretioso tamquam lapidi jaspidis, sicut crystallum. Et habebat murum magnum, et altum, habentem portas duodecim: et in portis angelos duodecim, et nomina inscripta, quæ sunt nomina duodecim tribuum filiorum Israel: ab oriente portæ tres, et ab aquilone portae tres, et ab austro portae tres, et ab occasu portae tres. Et murus civitatis habens fundamenta duodecim, et in ipsis duodecim nomina duodecim apostolorum Agni. Et qui loquebatur mecum, habebat mensuram arundineam auream, ut metiretur civitatem, et portas ejus, et murum. Et civitas in quadro posita est, et longitudo ejus tanta est quanta et latitudo: et mensus est civitatem de arundine aurea per stadia duodecim millia: et longitudo, et altitudo, et latitudo ejus æqualia sunt. Et mensus est murum ejus centem quadraginta quatuor cubitorum, mensura hominis, quæ est angeli. Et erat structura muri ejus ex lapide jaspide: ipsa vero civitas aurum mundum simile vitro mundo. Et fundamenta muri civitatis omni lapide pretioso ornata. Fundamentum primum, jaspis: secundum, sapphirus: tertium, calcedonius: quartum, smaragdus: quintum, sardonyx : sextum, sardius: septimum, chrysolithus: octavum, beryllus: nonum, topazius: decimum, chrysoprasus: undecimum, hyacinthus: duodecimum, amethystus. Et duodecim portæ, duodecim margaritæ sunt, per singulas: et singulae portœ erant ex singulis margaritis: et platea civitatis aurum mundum, tamquam vitrum perlucidum. Et templum non vidi in ea: Dominus enim Deus omnipotens templum illius est, et Agnus. Et civitas non eget sole neque luna ut luceant in ea, nam claritas Dei illuminavit eam, et lucerna ejus est Agnus. Et ambulabunt gentes in lumine ejus: et reges terrae afferent gloriam suam et honorem in illam. Et portæ ejus non claudentur per diem: nox enim non erit illic.  Et afferent gloriam et honorem gentium in illam. Non intrabit in eam aliquod coinquinatum, aut abominationem faciens et mendacium, nisi qui scripti sunt in libro vitæ Agni.

[E venne uno dei sette Angeli che avevano sette coppe piene delle sette ultime piaghe, e parlò con me, e mi disse: Vieni, e ti farò vedere la sposa, consorte dell’Agnello. E mi portò in ispirito sopra un monte grande e sublime, e mi fece vedere la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo dappresso Dio, la quale aveva la chiarezza di Dìo : e la luce di lei era simile a una pietra preziosa, come a una pietra di diaspro, come il cristallo.  Ed aveva un muro grande ed alto che aveva dodici porte: e alle porte dodici An- geli, e scritti sopra i nomi, che sono i nomi delle dodici tribù di Israele. A oriente tre porte : a settentrione tre porte : a mezzogiorno tre porte: e a occidente tre porte. “E il muro della città aveva dodici fondamenti, ed in essi i dodici nomi dei dodici Apostoli dell’Agnello. E colui che parlava con me aveva una canna d’oro da misurare, per prendere le misure della città e delle porte e del muro. E la città è quadrangolare, e la sua lunghezza è uguale alla larghezza: e misurò la città colla canna d’oro in dodici mila stadi : e la lunghezza e l’altezza e la larghezza di essa sono uguali. E misurò il muro di essa in cento quarantaquattro cubiti, a misura d’uomo, qual è quella dell’Angelo. E il suo muro era costrutto di pietra di diaspro: la città stessa poi (era) oro puro simile a vetro puro. E i fondamenti delle mura della città (erano) ornati di ogni sorta di pietre preziose. Il primo fondamento, il diaspro: il secondo, lo zaffiro: il terzo, il calcedonio: il quarto, lo smeraldo: il quinto, il sardonico: il sesto, il sardio: il settimo, il crisolito: l’ottavo, il berillo: il nono, il topazio: il decimo, il crisopraso: l’undecimo, il giacinto: il duodecimo, l’ametisto. E le dodici porte erano dodici perle: e ciascuna porta era d’una perla: e la piazza della città oro puro, come vetro trasparente. E non vidi in essa alcun tempio. Poiché il Signore Dio onnipotente e l’Agnello è il suo tempio. E la città non ha bisogno di sole, né dì luna che risplendano in essa: poiché lo splendore di Dio la illumina, e sua lampada è l’Agnello. E le genti cammineranno alla luce di essa: e i re della terra porteranno a lei la loro gloria e l’onore. E le sue porte non si chiuderanno di giorno: perché ivi non sarà notte. E a lei sarà portata la gloria e l’onore delle genti. Non entrerà in essa nulla d’immondo, o chi commette abbominazione o menzogna, ma bensì coloro che sono descritti nel libro della vita dell’Agnello.]

I. Vers. 9. – E uno dei sette Angeli che avevano le sette coppe piene delle ultime piaghe venne e mi parlò, dicendo: Vieni, e io ti mostrerò quella che è la sposa dell’Agnello. Questo Angelo rappresenta tutti gli altri Angeli che tenevano le sette coppe piene delle ultime piaghe. Come è consolante questo Angelo, che prima era così terribile! O Dio onnipotente, quanto siete severo nei vostri giudizi, ma quanto siete magnifico nelle vostre ricompense! Questo Angelo è il vostro braccio destro che colpisce i peccatori e premia i giusti. Per quanto la vostra voce fosse tuonante prima, tanto il vostro linguaggio è dolce e consolante ora che gli ultimi peccatori sono stati convertiti, e tutti i giusti, da Abele all’ultimo dei martiri, sono riuniti per ricevere le carezze dello Sposo. Quest’Angelo venne dunque da San Giovanni e, dopo aver deposto il calice del vino dell’ira di Dio, gli parlò e gli disse: Vieni e ti mostrerò colei che è la sposa dell’Agnello.

II. Vers. 10E mi trasportò in spirito su un monte grande e alto, e mi mostrò Gerusalemme, la città santa, che scendeva dal cielo da Dio. – Questa montagna è una figura della grandezza e dell’elevazione di un’anima, alla quale Dio comunica le sue grazie per elevarla nelle regioni celesti. Questa montagna è sola, perché è solo la potenza di Dio che è capace di innalzarci così in alto. E San Giovanni ci dice espressamente che fu portato lassù in spirito, per farci capire che è con lo spirito, e non con la carne, che possiamo ascendere fino al cielo. Anche il nostro corpo è destinato a salire un giorno in queste alte regioni; ma sarà solo dopo che ci saremo spiritualizzati, per così dire, tagliando con la scure della mortificazione tutti i rami e le radici che ci tengono quaggiù e ci legano alla terra. Dopo essere arrivati in spirito su una grande e alta montagna, sulla montagna o sulla potenza di Gesù Cristo e della sua Chiesa, e dopo essere saliti per virtù di Dio al di sopra di tutte le altre montagne, al di sopra delle potenze terrene che erano appena scomparse nelle ultime piaghe, San Giovanni vide non più Gerusalemme, la grande Babilonia, ma la Gerusalemme celeste, la città santa, che scese da Dio dal cielo. Proprio come la grande Babilonia era sorta dalla terra, così la Gerusalemme celeste veniva da Dio. Lucifero era il re di quella, ed è Gesù Cristo, il Re dei re, che regna in questa. Se la potenza di Babilonia proveniva dall’inferno, la bellezza, la grandezza e la magnificenza della Gerusalemme celeste venivano dal cielo.

III. Vers. 11. – Questa città santa era illuminata dallo splendore di Dio, e la sua luce era come una pietra preziosa, come una pietra di diaspro trasparente come un cristallo. O ineffabile luce di Dio, dolce come la sua grazia, pura come la sua santità e giustizia, brillante come la sua gloria, e benefica come la sua misericordia e bontà! E la sua luce era come una pietra preziosa, come una pietra di diaspro, trasparente come il cristallo. Il diaspro è una pietra preziosa molto dura, il cui colore verdastro varia estremamente. Ora, questa solidità del diaspro rappresenta l’eternità della luce divina, e questa estrema varietà di colori rappresenta gli infiniti attributi di Dio. Inoltre, questa pietra era trasparente come il cristallo, per rappresentare la purezza di quella luce eterna in cui i Santi potranno vedere Dio come è. Essi ne godranno secondo l’ampiezza delle facoltà di cui ognuno di loro è dotato. E questa luce brillerà eternamente nei loro occhi, che non si stancheranno mai di contemplarla. Più la vedranno, più vorranno goderne; e tutti i loro desideri saranno soddisfatti in essa, perché la luce eterna li illuminerà e li aiuterà a contemplare le bellezze della luce eterna. Saranno come assorbiti per sempre nelle profondità infinite della felicità e della gloria di Dio stesso.

Vers. 12. – Questa città santa aveva una muraglia di grande altezza, dodici porte, dodici Angeli alle porte e nomi scritti, che erano i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. Questa muraglia della città santa è la fede di Gesù Cristo, le cui fondamenta sono i dodici Apostoli, secondo lo stesso testo (vers. 14): « Il muro della città aveva dodici fondamenta, e su di esse i dodici nomi degli Apostoli dell’Agnello. » E come la fede di Gesù Cristo, unita alla pratica delle buone opere, fa salire gli eletti al cielo, poiché secondo San Paolo, è la fede che ci giustifica, (Rom . V, 1): « Giustificati dunque per fede, etc. », San Giovanni ha ragione nel dirci che questa muraglia fosse di grande altezza. Questa muraglia deve essere costruita con pietre preziose, poiché esse rappresentano la fede, che produce le buone opere e le virtù dei Santi; e queste virtù e buone opere, così poco conosciute nel mondo attuale e nascoste nelle profondità della terra e nel seno delle montagne, che sono le potenze del mondo, devono essere scoperte e scelte all’aperto, ciascuna secondo le sue qualità ed il suo valore intrinseco, per servire nella costruzione di questa muraglia. Perché se la fede produce buone opere, le buone opere mantengono ed elevano la fede. Questa muraglia sarà innalzata ad una grande altezza e formerà il recinto della città celeste. Il cemento di questo muro sarà solido e durevole quanto la ragione che lega la fede alle buone opere e le buone opere alla fede. Infatti, come abbiamo appena detto, è la fede che produce e vivifica le buone opere, e sono le buone opere che mantengono e rafforzano la fede, secondo le parole dell’Apostolo: « Il giusto vive per la fede. » Le dodici porte attraverso le quali si può entrare in questa città rappresentano i dodici Apostoli secondo San Girolamo e Sant’Agostino. Perché gli Apostoli, nel diffondere la fede di Gesù Cristo sulla terra, furono veramente le porte attraverso le quali le dodici tribù dei figli d’Israele entrarono nella città santa. E queste dodici tribù i cui nomi sono scritti su queste porte, rappresentano tutti gli eletti. E dodici Angeli alle porte. Questi Angeli sono i dodici capi delle tribù d’Israele.

IV. Vers. 13. – E questa città aveva tre porte ad Oriente, tre a Settentrione, tre a Mezzogiorno, e tre ad Occidente. 1º Queste porte distribuite così verso le quattro parti principali del mondo sono una figura sensibile dell’estensione del regno di Gesù Cristo su tutta la faccia della terra e della facilità con cui Egli offre a tutti gli uomini di entrare nel suo regno. 2° Si allude qui alla disposizione delle dimore delle dodici tribù di cui si è parlato nel libro dei Numeri, II. Vedere anche Ezechiele, XLVIII. Bisogna notare l’ordine in cui sono indicate queste parti del mondo; perché questo ordine sembra coincidere con la diffusione della fede e la conversione delle nazioni nelle varie epoche della Chiesa. Queste porte, divise in quattro categorie, alludono di nuovo al Vangelo di San Matteo XX, in cui il giorno di dodici ore è anche diviso in quattro parti di tre ore ciascuna, come anche la città è divisa in quattro parti, ciascuna delle quali ha tre porte; e tutte queste parole sono figure relative al tempo e all’eternità. Vediamo in questo Vangelo di San Matteo che i primi chiamati saranno gli ultimi, saranno i meno rappresentati nel regno di Dio; perché ci sono molti chiamati e pochi eletti tra coloro che dovevano entrare attraverso le prime tre porte in Oriente. Infatti, i Giudei sono stati i primi ad essere chiamati ad entrare nella Chiesa di Gesù Cristo, ma saranno gli ultimi a farlo; e siccome durante tutto il corso delle età della Chiesa, i Giudei saranno stati dispersi in tutte le regioni del mondo, potendo sempre entrare nella città santa attraverso tutte le porte, e poiché tuttavia non vi saranno entrati fino alla fine dei secoli, Gesù Cristo ha ragione di dirci che i primi saranno gli ultimi, e che questi ultimi saranno numericamente pochi rispetto alla massa di coloro che saranno periti nel corso delle epoche. «Perché molti sono chiamati, ma pochi sono gli eletti ».

V. Vers. 14. – Il muro della città aveva dodici fondamenta, e su di esse i dodici nomi degli Apostoli dell’Agnello. Infatti, sono stati gli Apostoli a porre le fondamenta della Chiesa in modo così solido che essa esisterà per tutta l’eternità. E poiché la pietra principale, la pietra d’angolo di questo edificio era l’Agnello sacrificato per i peccati del mondo, San Giovanni ha ragione di aggiungere: E su di esse sono i dodici nomi degli Apostoli dell’Agnello. Bisogna notare che San Giovanni parla espressamente dei nomi degli Apostoli, per farci capire meglio che si tratta dei dodici Apostoli dell’Agnello che hanno stabilito e propagato la fede di Gesù Cristo.

VI. Vers. 15. – E colui che mi parlava aveva una verga d’oro per misurare la città, le porte e le mura.

Vers. 16. E la città fu costruita in forma di quadrato, tanto lunga quanto larga. E misurò la città con la sua verga d’oro fino a dodicimila stadi, e la sua lunghezza e altezza erano uguali. L’Angelo delle piaghe che parlava a San Giovanni aveva in mano una canna, cioè una misura d’oro, per misurare la città, le porte e le mura. Si dice che questa misura fosse d’oro; e sappiamo che l’oro rappresenta la carità, che significa, in questa circostanza, l’amore e la misericordia di Dio nella distribuzione delle sue ricchezze eterne. Ora, come Dio è rigoroso nella sua giustizia e severo nei suoi giudizi, così magnifico e generoso è nel suo amore e nelle sue ricompense. Ecco perché la città santa che egli destina ai suoi eletti sarà di estensione prodigiosa, e poiché questa città sarà la dimora della gloria e della felicità eterna, si deve supporre che la sua popolazione sarà proporzionata ed anche maggiore di quella della città più fiorente. Da questo possiamo concludere che il numero dei beati in cielo sarà molto grande. Infatti, Dio disse ad Abramo, il padre degli eletti, Gen. XXII, 17: « Io ti benedirò e moltiplicherò la tua discendenza come le stelle del cielo e come la sabbia sulla riva del mare; la tua discendenza possederà le porte dei loro nemici e tutte le nazioni della terra saranno benedette in Colui che uscirà da te (in Gesù Cristo), perché tu hai obbedito alla mia parola. (Ibidem, XVII, 6): « Ti farò crescere con molta abbondanza e ti renderò il capo delle nazioni; e da te usciranno dei re. E stabilirò la mia alleanza con te e, dopo di te, con la tua progenie per tutte le loro generazioni, con un’alleanza eterna; affinché Io sia il tuo Dio e il Dio della tua progenie dopo di te. »  Faremmo un’ingiustizia al Dio di ogni bontà se credessimo che la sua misericordia cedesse alla sua giustizia; e poiché la misericordia è un attributo di Dio, che lo porta a perdonare all’infinito, dobbiamo sperare, se facciamo penitenza, e se combattiamo legittimamente le battaglie del Signore, dobbiamo sperare, diciamo, per l’infinita misericordia di Dio e per la fede e i meriti di Gesù Cristo, di essere ammessi un giorno nella città celeste, che sarà di estensione prodigiosa. Perché quando Gesù Cristo, nella sua rivelazione, ci dà la misura di esso, vediamo che avrà 160.000 leghe quadrate, e che la sua altezza sarà uguale ai lati. Ora è ripugnante supporre che una città così grande non sarà popolata in proporzione alla sua estensione. Tuttavia, poiché non sappiamo se siamo degni di amore o di odio, secondo l’Ecclesiaste, (IX), e che tutte le cose sono incerte e saranno conservate per il futuro, continuiamo a servire il Signore con timore e tremore, sperando nella sua infinita misericordia. Seguiamo l’esempio e l’ammonizione di San Paolo: perché questo Apostolo sapeva bene cosa debba costare il regno di Dio nelle pene, lui che fu assunto in spirito al terzo cielo. Ecco perché « egli sacrificò tutto, finanche la sua vita per ottenere questo regno. » – « Io faccio tutte queste cose per amore del Vangelo, per averne parte », ci dice nella sua lettera ai Corinzi, (I Cor. IX, 24); e poi aggiunge: « Non sapete che quando uno corre nella corsa, tutti corrono, ma solo uno vince il premio? Corri, dunque, affinché tu possa vincere. Ora tutti gli atleti vivono nell’esatta temperanza, eppure è solo per vincere una corona corruttibile, invece di quella incorruttibile che noi aspettiamo. Ma io corro, e non corro a caso; combatto, non come se colpissi l’aria, ma castigo severamente il mio corpo e lo porto in schiavitù, per evitare che, avendo predicato ad altri, io stesso sia riprovato. Per questo io non voglio che ignoriate, fratelli miei, che i nostri padri erano tutti sotto la nube, che mangiavano tutti la stessa carne misteriosa, e tuttavia, c’erano pochi tra un gran numero che erano graditi a Dio, ed infatti, perirono nel deserto. Ora tutte queste cose (dette ai Giudei) erano figure di ciò che ci riguarda, affinché non ci abbandoniamo a desideri malvagi, come si abbandonarono loro. Non diventate idolatri come alcuni di loro, dei quali sta scritto: Il popolo si sedette per mangiare e bere e si alzò per divertirsi. Non commettiamo la fornicazione, come fecero alcuni di loro, cosicché ne morirono ventitremila in un giorno. Non tentiamo Gesù Cristo, come lo tentarono alcuni di loro, che furono uccisi dai serpenti. Non mormorate, come mormorarono alcuni di loro, che furono colpiti dall’Angelo distruttore. Ora tutte queste cose che accaddero loro erano figure, e furono scritte per istruire noi che siamo alla fine dei tempi. Chi pensa di essere saldo, faccia attenzione a non cadere. » Questi sono i preziosi avvertimenti che San Paolo ci dà, avvertimenti che sono del massimo interesse per il nostro futuro nell’eternità. E come sarà questa eternità per noi? Saremo portati, come Lazzaro, nel seno di Abramo dalle mani degli Angeli per entrare a far parte delle dodici tribù dei figli d’Israele, o saremo precipitati, come il ricco cattivo, nell’abisso dell’inferno? Nessuno di noi può saperlo. Degni di odio o di amore; vittime forzate che il Signore rifiuta, o figli amati che chiama a sé; vasi di ignominia e di ira, o vasi di onore e di misericordia? Portiamo, come Uria, le nostre lettere sigillate; nessuno di noi può rispondere della sua sorte. Ma confortiamoci nel fatto che se siamo stati servi vigili e fedeli durante la nostra vita, Gesù Cristo ci assicura il suo regno alla nostra morte; e se, come le vergini sagge, teniamo le nostre lampade accese all’arrivo dello sposo, la sala delle nozze ci sarà aperta. Ascoltiamo San Paolo, che ci promette che se combattiamo con coraggio, ci sarà data una corona di giustizia dal più giusto dei giudici. Ascoltiamo anche San Giovanni, che ci dice che lo spirito di Dio testimonierà al nostro, che siamo figli del Signore, e che, anche se siamo incerti sulla nostra sorte, Egli ci concederà tutto ciò che gli chiederemo secondo la sua volontà, poiché già noi siamo stati esauditi in tanti casi.

VII. E misurò la città con la sua verga d’oro fino a dodicimila stadi, e la sua lunghezza e larghezza ed altezza sono uguali. Come è stato detto, questi dodicimila stadi corrispondono alle dodici tribù d’Israele, che rappresentano la massa degli eletti, così che ogni tribù occuperà mille stadi in lunghezza, in larghezza e altezza. Ci vogliono dieci stadi per fare un miglio romano, secondo il calcolo di Lucio Florus. (Vedi Martini, Nuovo Testamento, pagina 836) e sappiamo che tre miglia romane sono circa una lega di Francia. Da ciò possiamo concludere che questa città misurerà 160.000 leghe quadrate. Ma non dobbiamo dimenticare che Dio, volendo dare agli uomini un’idea delle cose celesti, fa uso di comparazioni tratti dal linguaggio degli uomini e delle cose terrene, così che questa figura della città celeste deve essere ammessa solo come figura, o per la sua forma, o per la sua estensione, o per i materiali di cui è costruita, o, infine, per coloro che dovrebbero essere i suoi abitanti, etc.

VIII. Vers. 17. – E misurò il muro, che era di centoquarantaquattro cubiti, la misura di un uomo, che era quella dell’Angelo. Questi centoquarantaquattro cubiti di misura dell’uomo corrispondono di nuovo alle dodici tribù d’Israele che rappresentano tutti gli eletti, perché 12 x 12 = 144. E siccome questa misura è una misura d’uomo, e siccome la misura del muro non è indicata in modo tale da poterla misurare, poiché l’Apostolo non dice se deve essere misurata in altezza, o in lunghezza, o in larghezza, si deve concludere che questa misura è indicata solo per misurare i posti che gli eletti occuperanno nel recinto delle muraglie della città. Abbiamo visto, inoltre, che questa muraglia rappresenta la fede; ora, gli effetti della fede sono incommensurabili e persino infiniti. Così questa misura dell’uomo, il cui numero corrisponde così esattamente al numero delle dodici tribù d’Israele, non è indicata se non per mostrarci che tutti i posti in paradiso sono contati, misurati e conosciuti dall’eterna prescienza di Dio, che nessuno di questi posti rimarrà vuoto, e che ognuno degli eletti occuperà il suo secondo la misura determinata di santità e di giustizia che avrà acquisito. Infine, questa misura indica un quadrato perfetto, come simbolo di perfezione.

Vers . 18. – Il muro era costruito in pietra di diaspro, ma la città era d’oro finissimo, come vetro di grande purezza. Il paragone contenuto in questo versetto è veramente ammirevole; perché, come abbiamo visto, questa muraglia della città santa rappresenta la fede. Ora, come una muraglia difende l’ingresso di una città e protegge i suoi abitanti, così la fede serve da bastione per la Chiesa e protegge i fedeli. E chi entrasse nella Chiesa altrimenti che attraverso le sue dodici porte, che sono gli Apostoli e la loro dottrina, troverebbe un muro di altezza infinita come la fede, e solido come il diaspro, che è una pietra molto dura e che rappresenta l’eternità. Abbiamo detto che questa muraglia protegge i fedeli; da qui queste parole di San Paolo (Rom. VIII, 31): « Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? » Perché Dio è per noi se abbiamo fede, secondo la promessa fatta ad Abramo, il padre dei credenti (Gen. XVII, 7): « Io stabilirò la mia alleanza con te e, dopo di te, con i tuoi discendenti, per tutte la loro generazioni, con un’alleanza eterna; affinché Io sia il tuo Dio e il Dio dei tuoi discendenti dopo di te. » Allora la fede ci dà la speranza di cose celesti e infinite. Ecco perché si dice che questo muro è fatto di diaspro, che è una pietra preziosa, di un colore verdastro, le cui sfumature variano estremamente, perché il verde è il colore della speranza, e questo colore verdastro del diaspro, che varia estremamente, è di nuovo una figura di speranza di cose celesti ed infinite. Ma non è tutto: la fede ci conduce all’amore di Gesù Cristo, ed è in questo che diventa una muraglia impenetrabile per i nemici ed infinitamente potente per proteggere i fedeli, secondo San Paolo (Rom. VIII, 35): « Chi dunque ci separerà dall’amore di Gesù Cristo? L’afflizione, l’angoscia, la fame, la nudità, il pericolo, la persecuzione o la spada. Come sta scritto: siamo ogni giorno consegnati alla morte per causa tua; siamo considerati come pecore da macello. Ma in mezzo a tutti questi mali noi vinciamo per la virtù di colui che ci ha amato. Perché io sono sicuro che né la morte né la vita, né gli angeli, né i principati, né le potenze, né le cose presenti né quelle future. Perché io sono sicuro che né la morte, né la vita, né gli angeli, né i principati, né le potenze, né le cose presenti, né le cose future, né la violenza, né tutto ciò che è di più alto o di più profondo, né qualsiasi altra creatura, potrà mai separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù nostro Signore. » Così la fede, che ci dà speranza e ci conduce all’amore di Gesù Cristo, diventa uno scudo e persino una muraglia impenetrabile ai nemici, e infinitamente potente per proteggere i fedeli. E il muro fu costruito di diaspro, cioè di una sola pietra, per rappresentare l’unità della fede. Di diaspro, cioè di pietra molto dura, per rappresentare la fermezza, l’invariabilità, la solidità e la perpetuità della fede. E la fede cristiana è paragonata ad una muraglia, perché, come il muro di una città ne forma il recinto, così la fede in Gesù Cristo è come il recinto che racchiude l’amore di Dio e del prossimo. Poi, come la carità è una virtù più grande della fede e della speranza, rappresentata dal diaspro, secondo San Paolo, (I. Cor. XIII, 13): « Fede, speranza e carità ora rimangono; esse sono tre; ma la più grande delle tre è la carità. » Così San Giovanni, dopo aver paragonato la fede e la speranza al muro di diaspro che circonda la città, rappresenta la carità con la città stessa, volendo farci intendere la superiorità di questa virtù sulle altre due; e aggiunge: Ma la città era d’oro finissimo, come vetro di grande purezza. Così la fede e la speranza sono inferiori alla carità, come il muro di una città è inferiore alla città stessa. Dobbiamo fare attenzione a non applicare questa osservazione agli Apostoli, che hanno fondato il muro ma non sono il muro stesso. La fede e la speranza sono inferiori alla carità, soprattutto in quanto le prime due scompariranno, mentre la seconda rimarrà in eterno. E anche se la fede e la speranza devono scomparire, San Giovanni ha fatto bene a lasciare in piedi il muro che le rappresenta, perché questo muro separerà i buoni dai cattivi per tutta l’eternità, proprio come li ha separati nel tempo. Poiché è scritto: « E le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa ». Inoltre, le pietre di questo muro sono le buone opere, e queste buone opere sono una sola pietra, perché le buone opere ne sono una sola nella fede di Gesù Cristo, e questa pietra resterà in piedi per sempre, perché è scritto, Apoc. XIV, 13: « Beati coloro che muoiono nel Signore. D’ora in poi, dice lo Spirito, si riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono. » Infine, il muro di una città può essere visto da lontano, soprattutto se è grande; per questo la Chiesa è paragonata a una città. Infatti la Chiesa è visibile a tutti attraverso i quattro segni che la distinguono. 1° Poiché la Chiesa è una, cattolica, apostolica e santa, come la città di cui si tratta. Infatti, questa città celeste sarà una sola, poiché tutti i beati vi saranno riuniti in Dio. 2° Essa sarà cattolica, perché tutti, nel corso delle età, vi avranno avuto accesso. 3°. Sarà apostolica, perché è detto: Il muro della città aveva dodici fondamenta e su di esse i dodici nomi degli Apostoli dell’Agnello. 4. Infine, sarà santa, perché è detto: E io, Giovanni, vidi la città santa scendere dal cielo. Ma la città era d’oro finissimo, come vetro di grande purezza.  Si sa che l’oro rappresenta la carità, e questa carità dei beati sarà come l’oro più fine e più puro, poiché è detto al versetto 27 dello stesso capitolo, parlando di questa città: Niente di impuro entrerà in essa. – La città era simile a del vetro di grande purezza. Abbiamo visto, nel corso di quest’opera, che il Battesimo è paragonato ad un mare di vetro; così questo passaggio è una conferma di ciò che Gesù Cristo ci dice nel Vangelo sulla necessità assoluta del battesimo per purificarci (Jo. III, 5): « In verità, in verità vi dico che se uno non nasce da acqua e da Spirito Santo, non può entrare nel regno di Dio. »

IX. Vers. 19. – E le fondamenta della muraglia della città erano ornate con ogni sorta di pietre preziose. La prima fondazione era di diaspro, la seconda di zaffiro, il terzo di calcedonio, il quarto di smeraldo.

Vers. 20. – E il quinto di sardonico, il sesto di sardio, il settimo di crisolito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisoprasio, l’undicesimo di giacinto, il dodicesimo di ametista. Queste dodici fondamenta della muraglia, che rappresenta la fede, sono gli Apostoli. E queste fondamenta, che San Giovanni descrive, erano adornate con ogni sorta di pietre preziose, che rappresentano tutti i doni dello Spirito Santo con i quali gli Apostoli erano particolarmente arricchiti e provveduti con più abbondanza. Questi doni sono paragonati a tutti i tipi di pietre preziose secondo le qualità particolari di ciascuna di queste pietre. E come tutti gli Apostoli si distinguono tra di loro per delle qualità più o meno speciali, San Giovanni designa queste qualità di ciascuno degli Apostoli con le pietre preziose che le rappresentano. Ecco perché queste pietre sono indicate nello stesso ordine degli Apostoli stessi. Così San Pietro, che è il primo di tutti, è paragonato al diaspro, cioè alla stessa pietra di cui è costruita la muraglia della città, che è la fede.  Da qui le parole che Gesù Cristo gli rivolse quando fondò la sua Chiesa, (Matth. XVI, 18): « Io ti dico che tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. » La seconda pietra di colore blu [zaffiro] rappresenta San Paolo che è salito al terzo cielo, ecc. Queste dodici pietre preziose erano rappresentate nell’Antico Testamento dalle dodici pietre del Razionale. Un interprete parlando di queste pietre preziose dice elegantemente: La pietra preziosa è un simbolo affascinante. Le pietre di questa natura sono più durevoli del sasso e dei metalli. sfidano il tempo, sovrano distruttore di tutto ciò che è deperibile; occupano poco posto nello spazio. Esse si abbeverano della più sottile di tutte le cose inanimate, la luce, e poi la irradiano in torrenti di colori brillanti. Questa è l’immagine delle anime perfette che si abbeverano alla luce della verità eterna e che sono infiammate dal fuoco dell’amore divino.

X. Vers. 21.E le dodici porte erano dodici perle; e ogni porta era fatta di ogni perla, e il luogo della città era d’oro puro come vetro trasparente. O grandezza e potenza di Dio, quale linguaggio potrebbe mai esprimere la magnificenza e lo splendore delle vostre opere! O bellezza ineffabile della città santa, di quell’immensa Gerusalemme celeste, le cui porte saranno fatte di una sola perla, e il luogo sarà d’oro puro come vetro trasparente! Le parole di questo versetto sono particolarmente notevoli in quanto ci fanno capire che la città di cui si parla in questo capitolo è solo una figura, per cui Dio si serve di cose visibili e materiali, per darci un’idea di come sarà il paradiso, la cui gloria e felicità non saremo in grado di comprendere finché rimarremo sulla terra, poiché sta scritto (I. Cor., II, 9): « Occhio non ha visto, né orecchio ha udito, né il cuore dell’uomo ha compreso ciò che Dio ha preparato per coloro che lo amano.» Diciamo quindi che queste parole ci fanno capire che qui si tratta solo di una figura. Infatti, queste dodici perle rappresentano i dodici Apostoli che sono le porte della città e le fondamenta del muro, come è detto altrove. E le dodici porte erano dodici perle, cioè i dodici Apostoli secondo San Girolamo e Sant’Agostino. E il luogo della città era d’oro puro come il vetro trasparente. Come possiamo vedere, San Giovanni applica alla città le qualità che sono proprie del popolo che la comporrà, dal che dobbiamo concludere che tutte queste bellezze e questa magnificenza che egli attribuisce alla città devono essere intese in senso mistico. Le parole che seguono rendono la nostra idea ancora più sensibile, poiché San Giovanni aggiunge:

XI. Vers. 22. E non vidi alcun tempio nella città, perché il Signore Dio Onnipotente e l’Agnello sono il tempio, come gli Apostoli e tutti i Santi ne sono la città. San Giovanni ci lascia intravedere cosa queste parole sottendano queste parole. E non vidi una città, ma l’aspetto di una città, perché gli eletti sono la città stessa. San Giovanni non ha visto un tempio nella città, e perché? Perché il Signore Dio Onnipotente e l’Agnello sono il tempio. Ora, poiché Dio è immenso ed è il tempio di questa città, ne segue che questa città è in Dio come Dio è nella città, ed è così che i beati vedranno Dio così com’è. Da qui le parole di San Paolo, (1 Corinzi XIII, 12): « Noi vediamo Dio ora solo come in uno specchio e sotto immagini oscure, ma allora lo vedremo faccia a faccia. Ora lo conosco solo imperfettamente, ma allora lo conoscerò come sono conosciuto da Lui. » Ora, conoscere Dio, secondo il linguaggio della Scrittura, è godere di Lui; e godere di Dio è godere di una felicità immensa nelle sue perfezioni ed eterna nella sua durata. Questo è ciò che vediamo in queste parole: Perché il Signore Dio Onnipotente e l’Agnello sono il tempio. – Perché San Giovanni parla ora dell’Agnello, e perché dice che è anche il tempio? Ne troviamo la ragione nell’Umanità di Gesù Cristo che è l’Agnello immolato per i peccati del mondo e per la salvezza dei suoi. Ora, l’unione dell’Umanità di Gesù Cristo con i corpi dei fedeli sarà simile all’unione che esisterà tra il Signore Dio Onnipotente e le anime dei beati. E come questa unione di spiriti inizia quaggiù con la fede, è rafforzata dalla speranza e si perfeziona con la carità; così l’unione dei corpi è realmente stabilita quaggiù sotto le specie eucaristiche, e continuerà ad esistere in cielo, senza il velo della fede, e nella pienezza della felicità. E così l’Agnello sarà il tempio, secondo le parole dell’Apostolo, (II Cor. VI, 16): « Voi siete il tempio del Dio vivente, secondo quanto dice Dio stesso: Io abiterò in loro e camminerò in mezzo a loro; Io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. »

XII. Vers. 23. – E la città non ha bisogno del sole o della luna per dare luce, perché la gloria di Dio la illumina e l’Agnello è la sua torcia. Questo verso è una continuazione della stessa idea, e vediamo che tutto ciò che ci ricorda gli oggetti materiali e corruttibili scompare nel contesto, per essere sostituito dall’Essere infinito stesso, che prenderà il posto di tutto, e sarà l’unico oggetto della gloria e della felicità eterna dei beati. Ed è così che la città non ha bisogno del sole o della luna per essere illuminata, perché la gloria di Dio la illumina, e l’Agnello è la sua torcia. Queste parole sono al presente, perché i Santi della Chiesa trionfante stanno già godendo di questa luce eterna. Gli stessi eletti saranno così cambiati e trasformati che i loro corpi diventeranno corpi spirituali; poiché la carne e il sangue non possono possedere il regno di Dio, e la corruzione non possiederà questa eredità incorruttibile. Potresti pensare, caro lettore, che stiamo esagerando, ma ascolta le parole dell’Apostolo che è stato elevato al terzo cielo, e capirai ancora meglio la felicità che ti aspetta se sei fedele al Signore (I. Cor. XV, 35): « Ma come risorgeranno i morti e con quale corpo ritorneranno? Insensati che siete, ciò che seminate non prende vita se non muore prima. E ciò che si semina non è il corpo stesso come deve essere un giorno, ma solo il grano, ad esempio di frumento o di qualsiasi altro seme. E Dio dà a questo grano un corpo come gli piace, e dà ad ogni seme il corpo che gli è proprio. Tutta la carne non è la stessa carne; ma altra è la carne degli uomini, altra è la carne delle bestie, altra è la carne degli uccelli, altra è la carne dei pesci. »  L’Apostolo vuole farci capire che Dio nella sua onnipotenza può anche cambiare il nostro corpo terreno in uno celeste; ecco perché continua in questi termini: « Perché ci sono anche corpi celesti e corpi terreni, ma i corpi celesti hanno una lucentezza diversa da quelli terreni. Il sole ha la sua luminosità, la luna ha la sua luminosità, e le stelle hanno la loro luminosità; e tra le stelle, una è più luminosa dell’altra. Sarà lo stesso nella resurrezione dei morti. Il corpo è ora seminato nella corruzione, ma risorgerà incorruttibile. È seminato nella vergogna e risorgerà nella gloria. È seminato nell’infermità e risorgerà nella forza. Egli è seminato nel corpo animale e risorgerà nel corpo spirituale. Come c’è un corpo animale, così c’è un corpo spirituale, come è scritto: « Adamo, il primo uomo fu creato con un’anima vivente, e il secondo Adamo fu riempito di uno spirito vivificante. » Quindi vediamo che lo stato della natura di Adamo era ben diversa da quella della nostra natura e della sua dopo il peccato; perciò l’Apostolo aggiunge: « E il secondo fu riempito di uno spirito vivente », (essendo stato rigenerato nel battesimo.) « Ma non è il corpo spirituale che è stato formato per prima; ma il corpo animale, ed im seguito quello spirituale » Così da queste ultime parole dobbiamo concludere che questo corpo animale di Adamo, sebbene dotato di un’anima vivente prima del suo peccato, non era però in uno stato così perfetto come sarà in seguito alla sua rigenerazione. Infatti l’Apostolo aggiunge: « Il primo uomo (cioè Adamo, prima del suo peccato) è quello terreno, formato dalla terra; il secondo (cioè l’uomo rigenerato) è quello celeste, che è del cielo. Ecco perché la Chiesa canta del peccato di Adamo: « 0 felix culpa quæ tantum meruit habere Redemptorem! 0 felice colpa che ci ha dato un così grande Redentore! ». Perché Dio, che sa trarre il bene dal male, vendicò l’uomo della gelosia del serpente distruggendo la sua creatura caduta e portandola in uno stato ancora più perfetto di come l’aveva creata. Poi l’Apostolo continua: « Come il primo uomo (Adamo) era terreno, così i suoi figli sono pure terreni; e come il secondo (Gesù Cristo) è celeste, così i suoi figli sono pure celesti. Come abbiamo portato l’immagine dell’uomo terreno, così portiamo l’immagine dell’uomo celeste. Ora quello che voglio dire, fratelli miei, è che la carne e il sangue non possono possedere il regno di Dio, e che la corruzione non possederà l’eredità incorruttibile. Ecco un mistero che vi insegnerò: tutti risorgeremo, ma non tutti saremo cambiati (nell’immagine di Gesù Cristo). In un momento, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba; poiché la tromba suonerà, e i morti risorgeranno incorruttibili d’ora in poi, e noi saremo cambiati (cioè, i buoni saranno cambiati nell’immagine dell’uomo celeste, che è Gesù Cristo). Perché questo corpo corruttibile deve essere rivestito di incorruttibilità, e questo corpo mortale di immortalità. E quando questo corpo mortale sarà rivestito di immortalità, allora si compirà questa parola della Scrittura: la morte è stata assorbita dalla vittoria. O morte, dov’è la tua vittoria? O morte, dov’è il tuo pungiglione? Ora, il pungiglione della morte è il peccato, e la forza del peccato è la legge (la legge di Dio violata). Ma grazie siano rese a Dio, che ci ha dato la vittoria per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore. Perciò, miei amati fratelli, rimanete fermi e incrollabili, lavorando sempre più per l’opera del Signore, sapendo che il vostro lavoro non sarà più inutile davanti al Signore. » Riprendiamo ora il nostro testo:

XIII. Vers. 24. Le nazioni cammineranno nella sua luce, e i re della terra vi porteranno la loro gloria e il loro onore.

Vers. 25. – E le sue porte non saranno chiuse di giorno, perché non ci sarà notte in quel luogo. Oltre al fatto che questo passo segue la descrizione della Gerusalemme celeste, dove saranno rappresentate tutte le nazioni della terra, e cammineranno nella luce eterna di Dio e dell’Agnello, alla quale i re della terra porteranno la loro gloria e il loro onore; queste  parole si riferiscono al primo passo del Vangelo secondo San Giovanni, dove si parla della luce che Gesù Cristo è venuto a diffondere tra gli uomini sulla terra, per dar loro il diritto di divenire figli di Dio a tutti coloro che avrebbero ricevuto questa luce e creduto in Gesù Cristo. Ora, questa luce divina, che è venuta nel mondo, condurrà coloro che la ricevono alla Gerusalemme celeste, le cui porte non saranno chiuse di giorno, perché non ci sarà notte in quel luogo. Infatti, questa luce è eterna, e l’oscurità della notte degli errori e dei vizi non la farà mai sparire. Il resto della notte sarà inutile, perché non ci sarà nessun lavoro, nessun dolore, nessuna fatica durante il giorno dell’eternità.

XIV. Vers. 26. E la gloria e l’onore delle nazioni saranno portati ad essa, perché tutte le nazioni avranno ricevuto quella luce, la luce vera che, secondo San Giovanni, (I, 9): « Illumina ogni uomo che viene in questo mondo. » E l’onore e la gloria delle nazioni saranno coloro che, avendo ricevuto questa luce, si sono distinti dagli empi per la pratica delle virtù cristiane, e coloro che, essendo stati illuminati da questa luce, si sono allontanati dalle tenebre che non l’hanno compresa. Perché i malvagi sono la vergogna delle nazioni, come i buoni ne sono la gloria e l’onore. Così la gloria e l’onore delle nazioni saranno coloro che, secondo San Giovanni, non sono nati dal sangue, né dalla volontà della carne, né dalla volontà dell’uomo, ma da Dio stesso.  In una parola, la gloria e l’onore delle nazioni saranno le pecore che hanno seguito il buon pastore nell’ovile della Chiesa, seguendo la sua luce, ascoltando la sua voce e vivendo della sua vita, secondo le parole di Gesù, (Jo, XIV. 6). « Io sono la via, la verità e la vita: nessuno viene al Padre se non per mezzo di me ». Così tutti coloro che non hanno conosciuto e praticato la dottrina di Gesù Cristo sulla terra non saranno ammessi nella città celeste. Poiché:

XV. Vers. 27.Non vi entrerà nulla di impuro, né alcuno di coloro che commettono abominazioni e falsità, ma solo coloro che sono scritti nel libro della vita dell’Agnello. – Perciò non ci sarà notte in quel luogo, né la notte del vizio, né la notte dell’errore, perché nulla di impuro vi entrerà, né alcuno di coloro che commettono abominio e falsità. Ma solo quelli che sono scritti nel libro della vita dell’Agnello, cioè quelli che hanno vissuto della sua vita; « perché in lui era la vita », dice San Giovanni, (I, 4): « E la vita era la luce degli uomini. » E tutti coloro che hanno conosciuto questa luce dell’Agnello e hanno vissuto della sua vita nel tempo, godranno della sua luce e vivranno della sua vita nell’eternità. E allora i loro stessi corpi saranno cambiati in corpi spirituali, secondo San Paolo, e questi corpi avranno impassibilità, la chiarezza, l’agilità e la sottigliezza. 1º Questi corpi saranno impassibili, perché non saranno mai più soggetti ad alcuna sofferenza; perché « Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, e non ci sarà più la morte, né lutto, né pianto, né dolore, perché il primo stato è finito. » 2º Questi corpi possiederanno la chiarezza, poiché saranno la città che Dio abiterà, e Dio sarà il tempio e il sole di questa città. (Apoc. XXI, 22): « E non vidi alcun tempio nella città, perché il Signore Dio Onnipotente e l’Agnello sono il tempio. E la città non ha bisogno del sole, né della luna che le dia luce, perché la gloria di Dio risplende su di essa, e l’Agnello è la sua torcia. E le sue porte non saranno chiuse di giorno, perché non ci sarà notte in quel luogo. » – 3º Questi corpi avranno l’agilità; perché la loro vita sarà secondo la luce che li illuminerà; e poiché questa luce è immensa, la loro vita sarà nell’immensità di questa luce. E questa luce li condurrà e li illuminerà nell’immensità della vita di Dio, che potranno vedere e contemplare faccia a faccia, senza alcun ostacolo. Da qui queste parole: « Le nazioni cammineranno nella sua luce ». Così gli spazi non li fermeranno, dato che non ci saranno più limiti, e il tempo non li riterrà, perché non ci sarà più il tempo. 4 ° Perciò possederanno la sottigliezza, poiché non sperimenteranno più gli ostacoli che possono impedire loro di godere della gloria e della felicità infinita della luce eterna. – Da quanto abbiamo appena visto nel corso di questo capitolo, l’uomo può dare libero sfogo alla sua immaginazione finché gli piace, ma non riuscirà mai, finché è sulla terra, a immaginare la realtà della felicità che gli è riservata se ama Dio suo creatore, perché è scritto, (I Corinzi II, 9): « Occhio non ha visto, né orecchio ha mai udito, né il cuore dell’uomo ha mai compreso ciò che Dio ha preparato per coloro che lo amano. ». Possiamo trovare paragoni più toccanti e magnifici di quelli usati da San Giovanni per descrivere le delizie della gloria eterna? Certamente no. Se l’Apostolo ha fatto ricorso a immagini sensibili per istruirci, è perché ha dovuto parlare l’unico linguaggio possibile per essere compreso dagli uomini. E quando la felicità e la gloria del paradiso non consistono che nel possesso di ciò che le nostre facoltà intellettuali ci permettono di concepire più perfettamente della realizzazione di questa figura, quale uomo, comprendendo bene i suoi interessi più cari, non sacrificherebbe tutti i beni del mondo e sopporterebbe tutti i tormenti del tempo, per essere ammesso un giorno nel numero dei cittadini di questa Gerusalemme celeste? Cosa sono le ricchezze, gli onori e i piaceri della terra in confronto alle delizie di questa città? Eppure, per quanto la magnificenza e lo splendore di questa città possano apparire ai nostri occhi mortali, dopo tutto è solo un’immagine. Ora, se c’è già una differenza estrema tra un uomo e il suo ritratto, tra una luce e l’ombra che ne deriva, tra il giorno e la notte, che differenza ci sarà tra i beni del cielo e quelli della terra, tra la realtà di questi beni e la loro figura, tra la verità e l’espressione, tra il tempo e l’eternità? Questa differenza è espressa in una sola parola; ma né i secoli né gli spazi possono contenere la sua realtà. perché questa realtà è l’infinito.

L’APOCALISSE INTERPRETATA DAL BEATO B. HOLZHAUSER (XXVII)