GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: 3° Corso di Esercizi Spirituali (9)

S. S. GREGORIO XVII:IL MAGISTERO IMPEDITO:

III CORSO DI ESERCIZI SPIRITUALI (9)

[G. Siri: Esercizi Spirituali; Ed. Pro Civitate Christiana – Assisi, 1962]

IL NOSTRO ITINERARIO CON GESÙ CRISTO

9. Il Sacramento permanente.

Dal Sacrificio della Messa ha origine il sacramento permanente, la reale presenza di Gesù Cristo sotto le apparenze del pane e del vino. Cominciamo un po’ a discorrere di questa reale presenza per cercare di incidere delle linee precise e vere nella nostra vita. Mi pare che debba essere indiscutibile il fatto che, essendo Gesù Cristo rimasto con noi in tutti i tempi, sempre cioè e ovunque, quel fatto debba diventare caratteristico per la guida, la impostazione, la conformazione, la definizione, il tratteggio e persino le sfumature della nostra vita. Questo è lo scopo per cui ne parlo. Non si può ammettere che il Figlio di Dio fatto uomo, entrato nel nostro piccolo ordine per amore e rimasto qui sacramentalmente, sia un turista in incognito, che la sua divina presenza sia una cosa secondaria o una cosa di facile e libera elezione della quale si può fare a meno o della quale si può fare uso. No. Perché, che sia venuti per amore, che sia rimasto tra noi in un’umiltà che supera di molto quella della capanna di Betlemme non toglie che Egli sia il Verbo, il Figlio di Dio, ossia Dio, il Creatore. E pertanto se l’amore in tutto questo fatto, appare tutto avvolgere e caratterizzare, e può spingere noi ad una fiducia infinita, il fatto che si tratta di Dio deve mettere alla nostra intelligenza e alla nostra volontà dei termini di assoluto rigore. – Parliamo dunque della presenza reale di Nostro Signore Gesù Cristo nell’Eucaristia. Ecco due rilievi fondamentali dai quali bisogna partire e coi quali cominceremo insieme una digressione storica, che è utile però all’anima nostra e capirete il perché. – Primo rilievo: Gesù Cristo è presente tutto, è Lui, realmente, Corpo, Sangue, Anima e Divinità. È lo stesso che è in cielo, è lo stesso che è in quello che noi chiamiamo cielo, perché cielo indica piuttosto uno stato, un ordine; non indica certo uno strato atmosferico. È lo stesso, è Lui e basta. Siccome non sarebbe Lui se gli mancasse qualche cosa, tutto quello che è di Lui e che è Lui e per cui Lui è Lui, questo c’è. Quindi nell’Eucaristia non è presente spiritualmente come qualche volta, con gran pompa, si dice nelle commemorazioni degli uomini: Qui è presente lo spirito di Garibaldi. Gesù Cristo non è presente spiritualmente. Non si riesce a capire che cosa volesse dire il povero Berengario quando diceva che era presente spiritualmente. Dire che uno è presente spiritualmente, è dire che ci è presente con la memoria sua, se l’ha, oppure dire che ce lo mettiamo noi, con la nostra, se l’abbiamo; è una cosa sfuggente non solo dalle mani, ma dalle stesse capacità intellettuali. Gesù Cristo non è presente solo spiritualmente, per carità! E tanto meno è presente, come ha detto qualcuno, virtualmente, cioè perché c’è una virtus. Io posso capire che si dica che la virtus della centrale elettrica che dà la forza a tutta l’Umbria è anche qui; infatti se vado a toccare un filo, prendo la scossa. Ma la virtus è un’altra faccenda. No, è Lui. E basta. Che stiamo a fare tutti questi discorsi? L’ha detto Lui. Il testo grande dell’Eucaristia rimane sempre il capitolo VI di S. Giovanni. Egli non ha detto soltanto: « mangiare la mia carne e bere il mio sangue » a quei poveri sprovveduti che stavano a sentire e che avevano dato la interpretazione cosiddetta cafarnaitica, e che sono rimasti celebri per aver trovato proprio la interpretazione cafarnaitica, che è come dire cannibalesca, e stavano comprendendo male. E quando hanno fatto capire esternamente, Lui lo sapeva, che capivano male, allora ha precisato e ha detto: « Mangiate me ». – Passiamo al secondo rilievo. Gesù Cristo è presente sacramentalmente. Veramente, realmente presente. Sacramentalmente. Che cosa vuol dire sacramentalmente? Vuol dire che la presenza, la non distanza (presenza vuol dire non-distanza) è ottenuta attraverso le specie sacramentali. Perché io sono presente qui? Che cos’è che mi fa presente qui in questo momento? Per un semplice motivo: perché ho una superficie estensa, cioè sono quantitativo. La estensione è un succedaneo della quantità. E allora la superficie estensa che mette parte fuori di parte viene a combaciare con la superficie di questo corpo ambiente e il combaciamento della superficie mia con la superficie appartenente a questo corpo ambiente mi colloca qui. In altri termini il fatto della presenza locale, in loco, in ambiente, è data dal combaciamento di due superfici. È data perché esiste quindi un combaciamento di una estensione con un’altra estensione. Se manca una estensione, manca il mezzo per poter avere la presenza locale. La presenza sacramentale, che è reale, è vera, come è ottenuta da Gesù Cristo in questo punto? Perché il combaciamento non è ottenuto dalla superficie sua coartata a questo ambiente, ma il servizio glielo rendono la superficie del pane e del vino, che non ci sono più dopo la consacrazione, ma la cui superficie, cioè i cui elementi accidentali rimangono dopo la consacrazione. Ecco che cosa significa « sacramentalmente ». Si tratta quindi di presenza che è reale, di presenza che è fisica. La differenza sta in questo: che la presenza reale, invece di essere ottenuta mediante la quantità propria, è ottenuta mediante la quantità del pane e del vino che sono stati transustanziati. Ora facciamo il nostro excursus storico. Potrete avere l’impressione che ora faccia una lezione invece di una predica di Esercizi Spirituali. Può anche essere che essa abbia veramente l’aspetto di una lezione; ma occorre, perché l’effetto spirituale, questa volta, deve passare attraverso l’intelletto. È veramente un mysterium fidei, questo. Già ve ne ho parlato; e vi ho parlato anche della fede e del medio, quindi il discorso è introdotto. Ma quando ci si pensa un po’, se non si è studiato molto, si capisce che quelli che a Cafarnao hanno tenuto quel contegno così scorretto con Gesù Cristo, che hanno mormorato, sono intervenuti, hanno zittito, hanno fatto gesti di disapprovazione, se ne sono andati rumorosamente sbattendo le porte ecc. hanno fatto male. Perché hanno fatto male? Perché si sono dimenticati che poco prima Gesù aveva moltiplicato i pani e i pesci e che per via dei pani e dei pesci avrebbero potuto dire: « Non capiamo niente, come S. Pietro, ma se lo dice Lui, dato il fatto dei pani e dei pesci moltiplicati, deve essere così ». Questa è la logica. Hanno fatto male perché hanno dimenticato i pani e i pesci e tante altre cose che certamente avranno viste operate da Gesù, per cui avevano una documentazione in mano che li poteva rendere bene edotti del valore delle parole dette da Nostro Signore, anche se per loro incomprensibili. Ma se non vi fossero stati i pani e i pesci e tutto ciò che rassomiglia al fatto dei pani e dei pesci, non avrebbero avuto torto del tutto. Perché… è un bel mistero da accettare, questo. Non è una cosa facile. Ora che Gesù Cristo è risuscitato da morte e ha dato prova di sé stesso, allora si può accettare, anzi si deve accettare, e abbiamo razionalmente e pienamente i motivi per accettare tutto quello che ha detto; e tutto quello che poi Egli ha disteso per il mondo e tutto quello di cui è animata la storia diventa l’attestazione di Lui. Ma la cosa era difficile. Quello che commuove è questo: che nella prima età hanno adorato, hanno creduto e per tanto tempo senza capire niente. Senza capire niente. Come l’Eucaristia la vivessero e la sentissero, noi lo riscontriamo dai documenti del I secolo. Guardate bene il racconto che fa S. Paolo nella prima Lettera ai Corinti. Lo racconta, ma ripete una cosa che tutti sanno, la celebrazione eucaristica. E la ritroviamo anche quando Paolo è a Troade (Atti cap. XX). È l’ultimo giorno della settimana, la vigilia della domenica, e passano la notte in preghiera e in catechesi. Fu la volta famosa in cui fece un discorso talmente lungo che, anche lui fece addormentare, e un ragazzo per essersi addormentato cadde dalla finestra, e lui poi lo ha risuscitato; e all’alba noi abbiamo la « fractio panis ». Per due secoli il nome più comune della Messa fu « fractio panis ». Noi vediamo la celebrazione eucaristica dappertutto nell’epoca apostolica. Ed è commovente tutto questo. Il primo documenta della letteratura apostolica, redatto in Antiochia mentre vivono ancora alcuni degli Apostoli, la Didaché, riporta tutta la celebrazione, tutta la dottrina, lo schema della Messa — lo schema generale è quello di oggi — e l’adorazione eucaristica è il centro della Didaché. Notate che la Didaché aveva lo scopo di essere come un piccolo catechismo riassuntivo per le chiese della Siria e dell’Oriente. La Messa al centro! Siamo al I secolo. Non dimenticatevi che Antiochia fu per 7 anni la sede del Papa, perché Pietro fu vescovo di Antiochia, è Pietro che ha aperto la sede di Antiochia, poi l’ha lasciata e ha portato la sede a Roma. È commovente: questi secoli che hanno adorato, amato, creduto, così, comprendendo poco o niente, sapendo solo che lì c’era il Signore, che il pane e il vino non c’erano più, perché lo dicono: questo non è più il pane e il vino. Quel vescovo di Gerapoli, nella Frigia, alla fine del I secolo, Abercio, discepolo di scuola apostolica, che si fa la tomba e nella tomba scrive non le date e tanto meno i propri elogi, ma scrive quello che ha animato la sua vita, l’ideale della sua vita. E gli ideali sono due. Notate bene, siamo a Gerapoli nella Frigia. La stele è stata donata a Leone XIII dal califfo di Costantinopoli in occasione del suo giubileo e oggi sta al Museo Lateranense. E questo Vescovo del I secolo, discepolo degli Apostoli, ha due idee in testa e le mette nella sua pietra tombale: la prima è l’Eucaristia, la seconda è Roma che tiene il sacro impero del mondo. Non Roma imperiale, no, non quella dei consoli, l’altra, quella che tiene il sigillo di Cristo e col sigillo di Cristo tiene l’impero del mondo ossia il primato di Pietro. Il lavoro per rendere accessibile, dove è possibile, il mistero eucaristico è cominciato al II secolo, perché nell’epoca degli Apologeti di cui rimangono le opere noi vediamo già il lavoro di approfondimento, di indagine, cioè il lavoro di penetrazione intellettuale del mistero creduto, adorato e amato. E quel lavoro, per poter arrivare a una certa chiarezza — non a risolvere il mistero, nessuno può pretendere che i misteri divini si risolvano, ma si può chiedere che vengano portati a una certa intelligenza e anche alla risoluzione di talune difficoltà — è durato mille anni. E per mille anni tutto questo popolo si è salvato sempre attorno alla Messa, all’Eucaristia. Ha creduto, ha amato, ha adorato. Vi prego di tener presente che per diversi secoli, i secoli di ferro, la predicazione è stata minima, anche per il decadimento dell’istruzione, e a un certo momento anche per il decadimento del clero. E per secoli il popolo ha ricevuto tutto dalla Messa, che era insieme il Sacrificio, che portava il Sacramento, che raccoglieva la vita e che dava la catechesi, cioè la istruzione con quello che nella Messa si faceva e nella Messa si leggeva. Notate che nel secolo X si poteva ritenere la catechesi pressoché morta, salvo che nei monasteri. Le ultime conseguenze del grande cataclisma barbarico, lo sfilacciamento della vita sociale, la mancanza delle scuole. Ma la Messa e tutta l’ufficiatura intorno alla Messa resiste, e quella, si può dire, pressoché da sola ha vinto. Guardate se non si sente storicamente la irradiazione dell’Eucaristia, la si tocca con mano. – E intanto gli altri, i pochi, continuavano a studiare. Mille anni. Ci sono stati dei momenti di diatribe e zuffe accesissime come tra chi vuol entrare per primo nella cella del tesoro. E una zuffa furiosa successe nel secolo IX: Rabano Mauro da una parte, Pascasio dall’altra, Scoto Errugesa in mezzo. Han detto anche degli strafalcioni, nel cercare, nel voler spiegare delle verità nel voler salire; si sono strappati tutti gli abiti come accade quando si hanno i camici lunghi. Poi, a qualcuno è arrivata una legnata sulla testa: un Concilio che ha condannato uno, che ha tirato su l’altro. Poi si è fatto silenzio. Ma era rimasto il fermento della ricerca. E forse il fermento della maggiore ricerca l’ha aiutato un eresiarca dell’XI secolo: Berengario, che ha negato la transustanziazione. Fu  eresiarca più per superbia che per altro. Disse e disdisse un sacco di volte e pare che sia morto bene in un’isola della Loira nel 1099. La figura che ha fatto è stata poco buona, però la funzione di questo eresiarca è stata quella di riagitare veramente tutti. Si sono mossi tutti in seguito a Berengario. A parte i legati papali che di tanto in tanto gli han dato qualche bastonata in testa, soprattutto Ildebrando, colui che sarebbe diventato poi uno dei più grandi uomini della storia: S. Gregorio VII. Ma si misero in moto tutti. Quelli dell’Abbazia di Le Bec, che era il centro in quel momento, per opera di Lanfranco e poi di Anselmo d’Aosta, forse il più grande di Normandia. E allora botte e risposte di ribelli contro ribelli, succede una zuffa che se ne riempie il secolo XI, mentre Enrico IV sta a litigare, mentre Gregorio VII depone tutti i vescovi simoniaci, i concubinari e addirittura dà licenza al popolo di cacciare via i propri vescovi che non fossero stati secondo Dio. Mentre succedono tutte queste cose, là si azzuffano; Berengario condannato in un sinodo in Francia, a Piacenza, a Roma. Vedete com’è la storia? Intanto si rianima lo studio, l’ultimo grande sforzo di ricerca. Viene poi la scuola dei Vittorini, nella celebre Abbazia di S. Vittore, e si arriva ad Alberto Magno. Gli elementi indigesti e forse per allora indigeribili sono raccolti. Si arriva a S. Tommaso d’Aquino. Guardate che su questo punto il mondo si è fermato, a S. Tommaso d’Aquino, e nessuno l’ha mai sorpassato. In questo, come in altri punti del resto, è una di quelle rupi che le alluvioni non possono portare via, una delle poche rupi che resistono alle alluvioni. Si è arrivati a S. Tommaso d’Aquino. Poi si è continuato in parte allo stesso modo, perché non è detto che S. Tommaso l’abbiano studiato tutti e l’abbiano capito, non è cosa tanto facile. Eppure si va avanti. Guardate che cosa si muove quando ci sono dei Congressi Eucaristici. Il mondo si ferma, si direbbe. Che cosa è successo a Monaco in quella Germania che vide la bestemmia di Lutero e dei suoi seguaci contro l’Eucaristia? Si è arrivati a Tommaso d’Aquino. Permettete che vi dia un brevissimo riassunto, ridotto al midollo, di questo grande iter intellettuale per cercare di capire la verità dell’Eucaristia. E non dico questo per cambiare una predica in una lezione, ma perché sono convinto che la predica qui viene soltanto attraverso l’intelletto che vede. Il fondamento di tutto sta nella distinzione tra la sostanza delle cose materiali e gli accidenti delle cose materiali, soprattutto nella distinzione che è obiettiva tra la sostanza e la quantità: i due grandi attori in questa vicenda. Sostanza e quantità sono due cose diverse, tanto è vero che si può mutare l’una senza mutare l’altra. Se mutando l’una non muta l’altra, vuol dire che sono diverse. Allora due ordini connotano questi due elementi, che noi non possiamo separare, ma che, essendo obiettivamente diversi, Dio può separare, perché non esiste contraddizione nella cosa e pertanto entra nella possibilità di Dio. Questi due elementi connotano due ordini completamente diversi: l’ordine e il comportamento delle sostanze, l’ordine e il comportamento delle quantità. A noi sembra facile dire questo. Già, ma sono stati necessari mille anni. Allora, come viene presente Gesù Cristo? Transustanziazione. È la conversione della sostanza del pane nella sostanza del Corpo di Cristo. Il punto caratteristico è che qui è solo la sostanza che si converte nel Corpo di Gesù Cristo, e pertanto tutto avviene secondo l’ordine delle sostanze e niente avviene secondo l’ordine delle quantità. Come si comporta il mondo delle sostanze da solo, senza quantità? Si comporta rinnegando tutte quelle caratteristiche che sono proprie dell’ordine della quantità: la distanza, la moltiplicazione, la divisione, la passibilità di fronte agli agenti esterni che suppongono la superficie estensa per ricevere la passione. Qui la questione delle distanze non esiste più, la questione della moltiplicazione non esiste più, la questione della divisione non esiste più, la questione della passibilità non esiste più. Ecco perché è lo stesso Gesù che è in cielo, lo stesso, non un duplicato, ecco perché è qui e in tutto il mondo, perché la vicenda avviene secondo il modo proprio delle sostanze e non secondo il modo proprio delle quantità. E allora che cos’è che lo rende presente qui? La sostanza che s’è convertita nella sostanza, e pertanto non c’è stato alcun moto locale ma moto soltanto ontologico, lascia lì, sostentati direttamente dalla onnipotenza di Dio, gli accidenti, cioè la quantità del pane e del vino; e gli accidenti del pane e del vino, sostentati tutti dalla quantità, che è il primo degli accidenti della materia, rendono al Corpo di Gesù Cristo, nel quale il pane è stato convertito, lo stesso servizio che rendevano alla sostanza del pane. Si è moltiplicato il legame, danno a lui il legame con l’ambiente esterno che crea la presenza locale. Moltiplicati i legami, si moltiplicano le presenze; non si moltiplica Gesù Cristo. Vi ho riassunto in poche parole il lavoro che è stato elaborato attraverso mille anni. È ovvio che per spiegarsi meglio occorrerebbe lungo tempo. Ma ho voluto farvene il riassunto perché io sto parlando di questo fatto, di questo mondo cristiano che è sempre vissuto intorno all’Eucaristia e ha creduto, ha amato, ha adorato perché aveva la fede anche prima che potessero arrivare quelle penetrazioni che, se non rivelano il mistero, danno quiete all’intelletto, e che sono arrivate a dimostrare come nella Eucaristia non ci sono molti miracoli, come talvolta si sente dire, ce n’è uno solo, che è la conversione della sostanza in sostanza, con tutte le sue conseguenze, cioè la transustanziazione. E tutto diventa di una semplicità straordinaria, e tutte quelle cose che potevano sembrare accettabili solo con una deglutizione molto difficile, pur rimanendo il mistero, diventano di una deglutizione facile. E così hanno continuato ad adorare. La sentite allora la irradiazione divina che c’è stata, senza spettacolarità, perché è come l’aria che agisce anche se non la vediamo. È come la luce del sole che pare dia soltanto di vedere le cose perché prendano forma e colore e invece produce infinite altre cose. Come la luce del sole, che dappertutto crea la vita perché la funzione clorofilliana cambia l’energia contenuta nella luce del sole in materia. E questo spiega perché tanta erba e tanti muschi riescano ad andare avanti anche dove c’è così poca terra e così poco umore. Allora noi sentiamo la storia della Chiesa, la storia di tutte le cose che sono state pure, efficienti, vittoriose, che hanno concluso qualche cosa nella Chiesa; la sentiamo tutta intrisa di questa reale presenza di Nostro Signore Gesù Cristo, che dell’ordine naturale non ha sconvolto niente. Perché la cosa stupenda è che non si sconvolge niente. Se fosse sottratto qualche cosa al nostro cosmo, si potrebbe avere uno squilibrio universale, ma siccome nel cosmo tutto è quantitativo e tutto avviene attraverso l’accidens quantitatis — la quantità del pane rimane — non si scombina niente nel nostro cosmo, la quantità rimane: è tutto a posto. Questa presenza silenziosa di una divina dinamica, questa presenza modesta, come sono modeste le apparenze del pane, ma che è incredibilmente irradiante e attiva. E che cosa dobbiamo noi, nella nostra vita, all’Eucaristia, anche se non ci siamo accorti, anche se non abbiamo sentito, anche se la nostra fede è stata o dormiente od opaca e non ha lasciato filtrare, perché era debole? Anche se noi non ci siamo accorti, che cosa mai è entrato in noi di questa divina presenza? Sentite dove sta l’anima vivente della Chiesa in terra e dove sta la robustezza di tutte le costruzioni e di tutte le cose che si fanno? Il sole è lì, e tutto quello che verdeggia, verdeggia perché prende da questo sole, la divina presenza. – Ora veniamo alle conseguenze della presenza, perché, se ci siamo fermati sulla storia, è stato per lasciarci edificare e per costatare che, ad onta del mysterium fidei, dell’arduità del mistero, della tardività con la quale si è potuti arrivare a talune spiegazioni teologiche che potevano quietare meglio l’intelletto, la fede è stata piena ed è stata operante e concludente e ha rappresentato il passaggio di età in età e ha fatto il legame dei secoli come ha fatto il legame degli atti nelle singole anime e come ha legato le anime alla loro eterna salute. – Prima conseguenza di questa presenza di Nostro Signore Gesù Cristo nel Sacramento è, direi, la sentite? è la consacrazione dell’ambiente in cui noi viviamo. È una realtà che dobbiamo custodire nell’anima nostra: la consacrazione dell’ambiente in cui viviamo. Guardate in Assisi, contate quante chiese e cappelle ci sono, con la presenza reale. Pensate a quella irradiazione che, essendo senza rumore, come quella del sole, avviene. Dite se noi non abbiamo la sensazione di muoverci in un ambiente che non perderà mai qualche cosa di sacro! Qualunque paese: il suo campanile, la chiesa, il tabernacolo, una lampada, e nel tabernacolo c’è Gesù Cristo. È l’ambiente che lo sentirà. Vedete, noi viviamo in un ambiente che ha una certa universale consacrazione, ed è per questo che noi, che abbiamo la fede, che la dobbiamo avere piena, che dobbiamo servire Gesù Cristo ed essere con Lui, camminare con Lui, dobbiamo in tutta la vita mantenere una tonalità di elevatezza in tutto, di educazione, di spiritualità, come se tutta la vita fosse una divina liturgia. Non è possibile ragionare diversamente, quando si pensa che il mondo è punteggiato dappertutto di essa, della reale presenza di Nostro Signore Gesù Cristo. Non è possibile pensare in altro modo. E avere profondo il concetto di questa sacralità di tutte le cose, perché noi possiamo fare le cose più laiche che vogliamo, le cose più civili, civili in quanto si oppongono ad ecclesiastiche, cose laiche o profane in quanto si oppongono a sacre, ma questo mondo ha una consacrazione generale universale da questa divina presenza. – C’è un particolare nella spiegazione teologica, di S. Tommaso d’Aquino, della presenza reale. La passività, cioè il ricevere l’azione ab exstrinseco, è possibile, fisicamente parlando, unicamente attraverso l’accidens quantitatis. Solo attraverso l’accidens quantitatis possono agire gli agenti fisici. La trasmissione pertanto delle azioni ab exstrinseco è fatta soltanto dall’accidens quantitatis, trasmissione che può incidere sulla sostanza. Ma attenti bene. Nel caso della presenza reale, è l’accidens quantitatis, che non è proprio, che fa la presenza e pertanto collega con l’ambiente — e abbiamo la presenza fisica — ma non trasmette l’azione dell’ambiente. E pertanto il buon Dio può anche permettere che in certe sedute massoniche si oltraggi l’Eucaristia. Non c’è bisogno che mandi scintille e li folgori tutti. No. L’azione si arresta alle apparenze, alle specie, non può andare oltre. È per questo che quando si spezza l’Ostia non si spezza Gesù Cristo, si spezzano le apparenze. È l’accidens quantitatis che viene diviso. E allora nell’uno e nell’altro frammento è realmente presente Gesù Cristo. Ho sentito dire qualche volta: « Ma Dio dovrebbe fulminare subito quelli che fanno sacrilegi, che gettano via le sacre specie! ». Sì, lo può anche fare, non è detto che qualche volta non l’abbia fatto, ma così, a titolo di saggio. Non è necessario, affatto, perché c’è il mistero stesso che provvede: le azioni passive si ricevono soltanto attraverso l’accidens quantitatis quando è proprio. Qui 1′accidens quantitatis, quello che dà la indistanza, cioè che dà la colleganza con l’ambiente, ossia che lo rende localmente presente nell’ambiente, non è l’accidens quantitatis proprio di Gesù Cristo. Vedete, l’ambiente rimane sacro anche se il mondo ha tanti aspetti cattivi. Ah, noi non sappiamo che cosa succede in tante anime proprio per la irradiazione dell’Eucaristia! Non lo sappiamo. Come non sappiamo quando queste irradiazioni si condensino per dare un effetto tangibile e conclusivo. Noi non sappiamo e non possiamo mai dire di uno che è morto senza Sacramenti: « è dannato ». No, poiché non sappiamo che cosa accade al margine in cui noi non vediamo. Dio ci ha nascosto tante cose affinché la nostra vita rimanesse comune e ordinaria e la prova dell’esistenza mantenesse tutto il suo valore. Ma noi tante cose le possiamo intuire. Naturalmente, dal punto di vista giuridico, la Chiesa nega la sepoltura ecclesiastica a chi ha rifiutato i Sacramenti e ha fatto un atto decisamente contrario. Ma, e chi ve lo dice che dopo averli rifiutati non sia accaduto dell’altro? E che la coagulazione di tutte queste irradiazioni divine avvenga anche dopo quel rifiuto? Chi ve lo dice? C’è stata una causa di beatificazione che è stata interrotta per questo. Il servo di Dio, del quale si trattava, aveva una volta assistito un condannato a morte ghigliottinato. Non era riuscito a convertirlo, fino all’ultimo ha avuto la ripulsa. Addolorato, atterrito da questo, ebbe un impeto di zelo. Quando cadde la testa, la prese per i capelli, l’alzò e poi disse: « Questa è la testa di un dannato ». La Chiesa ha sospeso il processo. Così mi è stato raccontato. – L’Eucaristia non vediamola confinata soltanto in un tabernacolo; sentiamo che la presenza di un tabernacolo consacra l’ambiente e sappia ricordarcelo non solo per educazione, non solo per lo splendore del culto, non solo per lo splendore della divina liturgia, ma per trasformare tutta la vita in una divina liturgia.

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: 3° Corso di Esercizi Spirituali (8)

S. S. GREGORIO XVII:IL MAGISTERO IMPEDITO:

III CORSO DI ESERCIZI SPIRITUALI (8)

[G. Siri: Esercizi Spirituali; Ed. Pro Civitate Christiana – Assisi, 1962]

IL NOSTRO ITINERARIO CON GESÙ’ CRISTO

8. La S. Messa

Discorriamo della S. Messa. Veniamo così più direttamente al tema eucaristico. L’Eucaristia nasce nel Sacrificio e dal Sacrificio. Notate che questa è una affermazione importante. E perché? Perché la presenza reale di Nostro Signore sotto le apparenze del pane e del vino si attua nel momento in cui si offre il Sacrificio. La consacrazione costituisce il Sacrificio, perché la Messa è un sacrificio. Perché il mistero eucaristico della consacrazione e di quanto vi è connesso è un sacrificio? Perché Gesù Cristo consacrando nell’Ultima Cena ha usato parole sacrificali, indicative del Sacrificio. Perché S. Paolo, ripetendo la narrazione dell’istituzione nel cap. XI della prima Lettera ai Corinti, ha usato parole che indicano il Sacrificio. Perché la divina Tradizione, fin dall’inizio, come ne fanno fede i testi che arrivano fino all’età apostolica, ha ritenuto sempre Sacrificio la S. Messa. È un sacrificio. Questo vuole dire che, siccome è in quel momento che Gesù Cristo diventa presente, quando si offre e si consuma il santo Sacrificio, l’Eucaristia nasce dal Sacrificio. Questo basti a farvi intendere che non si può separare assolutamente, mai, l’Eucaristia dal carattere sacrificale. – Ecco perché la più perfetta orazione che sia stata mai scritta a proposito dell’ Eucaristia — fu scritta da S. Tommaso d’Aquino, e ritengo non ci possano più essere dubbi oggi — è l’orazione che si canta sempre dopo il Tantum Ergo prima della Benedizione col SS. Sacramento: « Deus, qui nobis sub sacramento mirabili passionis tuæ memoriam reliquisti…», il che basta a stabilire che per ragione nativa, originaria, costitutiva, l’Eucaristia parla e parlerà sempre del Sacrificio della croce. Come si attua questo Sacrificio? Che lo è, è una verità di fede, il come appartiene alla spiegazione teologica. A noi interessa che lo è, il come è cosa secondaria. Tuttavia possiamo dirne qualche cosa. Tenendo conto del fatto che è un Sacrificio rappresentativo e commemorativo della croce, come ha detto Gesù stesso al momento della istituzione, quindi tenuto conto che vi deve essere un rapporto tra quello che si vede esternamente e quello che fu il Sacrificio della croce, la migliore spiegazione teologica parrebbe quella di ritenere che il fatto della costituzione sotto le due specie separate, che evidentemente rappresentano la separazione tra il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo avvenuta in croce, fatto esterno ma dimostrativo della consumazione del sacrificio, verifichi la ragione del Sacrificio. Ma ritorno al punto di partenza, perché è quello il peso dell’argomento di questa meditazione: la S. Messa è un sacrificio, l’Eucaristia pertanto nasce dal Sacrificio. – Veniamo a un secondo punto. La S. Messa e Sacrificio legato al Sacrificio della croce. Vediamo  come è legato. Lo ha detto N. S. Gesù Cristo: è memoria del Sacrificio della croce, quindi ha carattere rappresentativo, raffigurativo, commemorativo, per le parole stesse del Divin Salvatore che si ripetono sempre nella consacrazione. Il Sacrificio della Messa quindi è stato, non certo per spiegazione teologica ma per divina parola, indicativa, chiara e netta, rapportato al sacrificio della croce. Come è rapportato? È rapportato in modo per cui non abbiamo due Sacrifici ma uno. L’unità del Sacrificio è chiaramente affermata da S. Paolo nella Lettera agli Ebrei, insieme con il carattere eterno di quel primo sacrificio, del quale dice: « Cristo è entrato col suo sangue nel tabernacolo, avendoci procurato una redenzione eterna ». Ne abbiamo abbastanza per capire la unità del Sacrificio, la unità cioè che esiste tra il Sacrificio dell’altare e il Sacrificio della croce. E siccome è quello della croce che tutto ha consumato, tutto ha ottenuto, tutto ha redento il mondo, e su questo punto la S. Scrittura è ben netta, specialmente nella Lettera agli Ebrei, dobbiamo ritenere che il Sacrificio della Messa, che costituisce un solo Sacrificio col Sacrificio del Calvario, non solo è rappresentativo e commemorativo di quello, ma è rinnovativo e applicativo di quello. A questo punto noi possiamo domandarci in che modo è applicativo e rinnovativo di quello. E allora la spiegazione migliore che, tutto sommato, è possibile dare, sembrerebbe essere questa: il fatto solo di diventare Gesù Cristo presente sull’altare sotto le apparenze diverse del pane e del vino, separazione del Corpo dal Sangue, figurativamente parlando perché Gesù Cristo è vivo sotto l’una e sotto l’altra specie, per divina deputazione, per divina volontà esprime l’offerta indefinitamente fatta al Padre del primo sacrificio della croce. Con questo rimane la unità del sacrificio che è affermata nella Sacra Scrittura, rimane il carattere dirimente affermato nella Sacra Scrittura del Sacrificio della croce; e poiché rimane, ecco la logica della continuazione, il carattere rappresentativo e figurativo. Notate bene che Gesù fece l’istituzione della Eucaristia la sera prima del sacrificio della croce. È evidente che la consumazione del sacrificio ha avuto una anticipazione; ma anche quella offerta fatta prima della consumazione stessa del sacrificio della croce diventava anteposizione, nel tempo, commemorativa dello stesso Sacrificio della croce. Sono di quelle trasposizioni che chi vive nell’eternità, Dio, facilmente fa nel tempo. Ora, posto e così concluso questo secondo punto, che è importantissimo, e cioè che la S. Messa si rapporta del tutto al sacrificio della croce e rinnova la stessa offerta che di sé sulla croce ha fatto Gesù Cristo al Padre, dobbiamo guardare al Sacrificio della croce. Perché è quella maestà, se volete è quel dolore, è quella superna redenzione che entra in pieno, solennemente, nella celebrazione del divin Sacrificio. Il Sacrificio della croce ha risolto la questione del mondo. Qual era la questione del mondo, la questione che subordinava tutte le altre questioni? Era questa. Il mondo, a cominciare dal suo primo disgraziato progenitore, ha peccato. Il peccato dell’uomo supera l’uomo, non perché una causa minore possa produrre un effetto maggiore, ma perché il peccato fatto dall’uomo è diretto contro Dio, è sempre una negazione di Dio, sottrazione alla legge di Dio, quindi negazione di Dio. La ragione dell’altissimo oggetto, in ragione dell’altissimo corrispondente, che è Dio, il peccato supera l‘uomo. Non in ragione di quello che parte dall’uomo, ma in ragione di quello che esso è colpendo — mi sia lecito dir così anche se la parola è assolutamente impropria — Iddio che è eterno, che è infinito. Il peccato dell’uomo supera l’uomo, e appunto perché supera l’uomo, l’uomo non ha mai potuto pagarlo. Mai. Lo può commettere, non lo può redimere. Infatti la sensazione più diffusa che noi abbiamo in tutte le forme mitiche anche cosmogoniche della storia umana e che noi andiamo rivangando ora dalla preistoria presenta sempre i caratteri di questa ineluttabilità. Quando dalle forme puramente mitiche e primitive si è passati alle forme di cultura ha cominciato a imperare, terribile, il senso della nemesi. Tutta la mentalità greca, e soprattutto la tragedia greca nella espressione più sublime, porta, anzi è intrisa del senso della nemesi, la vendetta terribile. Il peccato, la colpa, il crimine non può essere pagato, e pertanto indefinitamente viene ripresentato, viene colpito, e i crimini passano dai padri ai figli e dai figli ai nipoti, ai pronipoti e così via. È il terribile senso della nemesi. L’umanità realmente, in quelle poche volte che ha un po’ pensato, come tale, si è sempre trovata innanzi a questa stanca costatazione che noi possiamo con parole riassuntive riprodurre così: gli uomini hanno avuto coscienza che potevano fare il male, ma non se ne potevano liberare. Gli atti ci seguono. Questo era il dramma del mondo, e pertanto era necessaria una riparazione in giustizia, ma una riparazione il cui valore superasse l’uomo, cioè appartenesse all’ordine divino. Senza una riparazione che superasse l’uomo e appartenesse pertanto all’ordine divino, non era possibile che si rifacesse l’equilibrio e che l’uomo, dopo aver commesso il suo peccato, potesse liberarsi dal medesimo. E questo fa capire la ragione dell’Incarnazione del Verbo, perché nell’Incarnazione del Verbo le cose sono poste così: che la natura umana assunta dal Verbo Figlio di Dio sussiste nella Persona divina. Il soggetto delle azioni compiute da questa natura umana diventa Iddio, perché il soggetto dell’azione è la persona, lo strumento è la natura. E allora queste azioni, attivamente o passivamente compiute attraverso la natura umana, avendo per soggetto Iddio, diventavano azioni divine e potevano essere pertanto di valore infinito, capaci, se capaci di riparazione, di riparare veramente e di riportare tutto all’equilibrio, cioè salvare, risolvendo il dramma del mondo. Tutte le vicende dell’umanità sono guidate da questo fatto: dall’esercizio della libertà dell’uomo e dall’atteggiamento morale conseguente all’uso della libertà dell’uomo e pertanto dall’impotenza dell’uomo che segue e rimane dopo l’abuso della libertà, cioè dopo il peccato. E in tutte le azioni questa maledizione, e in tutte le cose questo peso, e in tutte le vicende questo rotolare verso un abisso, ineluttabilmente. La storia ha un significato solo: la prova dell’uomo libero. La storia ha un riassunto solo: l’epilogo dell’uso della libertà. La storia ha una linea sola: la ricerca di uno sbocco di questo uso o cattivo uso della libertà. Tutte le azioni, assolutamente tutte, risentono di questo grande filone che le domina. E allora voi vedete come soltanto il Figlio di Dio fatto uomo poteva riparare e come la storia ha un significato solo, una soluzione sola, ed è Gesù Cristo in croce. La storia è là. L’unico fatto che si allontana da questa linea, da questa monotonia nella variazione, e da questa variazione nella monotonia, è l’Incarnazione del Verbo e la morte del Nostro Signore Gesù Cristo in croce, perché la finalità della Incarnazione del Verbo era in quel Sacrificio. Ecco ciò che sta al centro. Ecco perché dappertutto c’è la Croce, ecco perché dappertutto c’è il Crocifisso, ecco perché, immaginativamente, le braccia del Crocifisso non si sono mai schiodate. Rimangono così, aperte, come per abbracciare senza fine l’umanità che pecca. Tutto è là, tutto. Ogni attimo di vita di ogni uomo, ogni senso della vita d’ogni uomo — perché essa ha pure, voglia o non voglia, una direzione — prende il suo colorito di là. Ogni cosa, bella o brutta, dell’umana esperienza si rapporta là. Ogni giudizio, ogni verità, ogni conquista ha il suo termine di criterio ultimo e risolutivo soltanto nella Passione di Nostro Signore Gesù Cristo. – La storia è fatta di tre elementi. Il primo, quello che troviamo sul proscenio, è l’uomo libero, che fa quello che vuole, bene o male. Il secondo è dato dalla natura che, guidata da leggi determinate, fisse e impreteribili, fa il suo cammino e intreccia pertanto l’elemento determinato suo con l’elemento libero dell’uomo che cammina in mezzo ad essa, dando il risultato per noi più sorprendente di non essere mai disturbata nella determinatezza delle sue leggi dalla libertà dell’uomo e di non disturbare mai con la determinatezza delle sue leggi la stessa libertà dell’uomo. È il secondo elemento. L’intreccio di questi due elementi e di tanti elementi crea la cosiddetta causalità. Ma c’è un terzo che è al di fuori, un terzo elemento che è misterioso, che cammina accanto all’uomo, che cammina accanto alla natura, che non è né l’uomo né la natura, che sta al di sopra di essi e che viene rivelato da un disegno, che viene rivelato dai cicli, dalle rispondenze, che viene rivelato dai risentimenti morali e dal fatto di un legame quanto mai indicatore che esiste tra colpa e dolore, tra peccato e disgrazia. E il terzo elemento misterioso è il reparto dove agisce soltanto Iddio, la Divina Provvidenza. È dall’incontro di questi tre elementi che si fa la storia. Ma di questi tre elementi nei quali l’uomo fa la figura che voi sapete, il quadro che voi conoscete, il vertice si chiama Gesù Cristo e Gesù Cristo nella sua Passione, il Verbo di Dio fatto uomo che immola sé stesso perché gli uomini trovino la via della loro giustizia e della eterna pace. Questo bisognava richiamare, perché la S. Messa è questo. Attenti bene. Ricapitoliamo. La Messa è un Sacrificio: l’ha detto Gesù Cristo. La Messa è Sacrificio commemorativo, rappresentativo del Sacrificio della croce: l’ha detto Lui. La Messa è una cosa sola con il Sacrificio della croce, e pertanto nell’unità del Sacrificio, rinnova quello; non è un altro sacrificio. Le forme sono diverse, perché la Messa è Sacrificio incruento mentre quello della croce è stato cruento, ma questo si rapporta a quello, talché rientra nella unità del Sacrificio della croce. E pertanto rinnova quello, anche se le forme sono specificamente distinte. Rinnova quello, ed è in questo senso che si parla di unità: ripresenta, ripropone quello. L’atto offerente di quello ritorna a ogni consacrazione, ossia ritorna a ogni consacrazione la risoluzione del dramma del mondo, la sorgente di tutto. È per questo che la S. Messa ha un valore infinito. Sacrificio, Sacerdote eterno. Vittima: tutto sta inserito in quel soggetto divino che, essendo la persona del Verbo, comunica a quanto è predicato di Lui, in proprio, il carattere dell’infinito. – I frutti della Messa sono applicati limitatamente, però indefinitamente aumentabili. E questa è la ragione per cui la S. Messa può essere ripetuta indefinitamente, e l’applicazione dei frutti avviene in modo finito per quanto indefinitamente aumentabile. Allora, quando si celebra la Messa, che cosa si vive? Tutto il mondo, tutta la storia, tutta la salvezza. Ma non la si vive con la memoria, riandando a un passato: è un presente. Non è ima ricostruzione soltanto commemorativa, è rinnovazione; quel fatto è ontologicamente vivente e ritorna tutto. – Badate bene che il mondo ha, per la sua forma e per il suo spazio, una maestà che ci sopravanza tanto. Badate bene che tutta la storia, della quale il mondo è il quadro materiale, è una maestà che si ammanta di tutta la luce di questo cosmo. Badate bene che tutti gli uomini che furono e sono e saranno sono soltanto attori, in parte, di questa storia. Ma tutto questo ritorna quando si celebra la Messa. Ritorna nelle sue supreme ragioni, supreme sue esigenze di giustizia, suprema corrispondenza di giustizia, perché il Sacrificio è la corrispondenza di giustizia, è una soluzione di giustizia, ritorna col suo tema obiettivo attuato di eterna redenzione e di eterna salvezza, dal quale tutto rifulse. C’è tutto nella S. Messa. Noi possiamo riflettervi per tutta la vita, possiamo consumare le nostre capacità intellettive per tutta la esistenza, ma non arriveremo mai a capire bene, a esaurire l’argomento della S. Messa. Ora provatevi voi a vedere se esiste una cosa più grande, se ne esista una che possa essere anteposta alla S. Messa, se esista un atto che possa, più della S. Messa, acquisire le nostre attrattive e le nostre preferenze. Dite voi se esiste un momento più sublime di quello nel quale si celebra, si ascolta, ci si unisce alla S. Messa. Allora si arriva a un vertice, e da quel vertice si sente che si maneggia il mondo e l’eternità, perché il valore di questo Sacrificio non è soltanto per i vivi, nella soluzione del loro grande dramma di fronte all’eternità, ma s’estende al di là delle barriere della morte e diventa anche suffragio e soluzione per coloro che attendono ancora la purificazione definitiva, per quanto già siano certi dell’eterna salvezza. – Si arriva allora al crinale fra tempo ed eternità. E quell’altezza è vertiginosa, e il grande contrasto è che l’abitudine tende a ricoprirlo, a intasarlo, a renderlo opaco, comune. E allora la lotta di tutta la vita sarà contro questa abitudine che tenterà di imbozzolarci, di chiuderci perché noi non vediamo, non sentiamo e non proviamo, mentre sempre soltanto nel balzo vigoroso della fede, che chiama in causa tutto quello che c’è di attuale in noi, possiamo rompere la grande tentazione dell’oscurità e del crepuscolo col quale le cose della vita tenterebbero di avvolgere il S. Sacrificio. È tutto. È tutto. – Alcuni anni fa andai al sanatorio di Arco per compiere uno dei miei doveri. Trovai là un sacerdote, un missionario tubercoloso. Era pressappoco morente. Si capiva che avrebbe potuto tirare avanti giorni, settimane, un mese, poco più. Era disfatto quell’uomo. Lo ricordo. Aveva anche altri mali, per cui era veramente un crocifisso. Mi disse: « Chiedo una grazia sola. Vede, il mio sangue è marcio — era vero — tutto è marcio in me. Ma chieda lei al Papa la grazia di poter dire, così, perché non posso più reggermi, la Messa, una volta, una volta sola! Non chiedo altro. Sono felice di offrire la mia vita per la Chiesa, per il Papa, sono contento di morire, ma domando una cosa sola: mi si lasci dire ancora una volta la Messa; perché mi occorre una dispensa, lei capisce, una dispensa da tutto ». Gli dissi: « Va bene, non so se riuscirò ». Dopo alcuni giorni andai da Pio XII. A un certo punto dell’udienza, alla fine di ciò di cui si doveva trattare, gli raccontai la cosa. Gli dissi: « Padre Santo, me lo faccia questo dono. Almeno una volta! Se vado a chiederlo alla Congregazione dei Riti mi fanno aspettare un anno, e quello muore. E poi non me lo concedono, perché quest’uomo è ridotto a un gomitolo, non potrà indossare i paramenti, dovrà celebrare in letto stando arrotolato. È una Messa senza forma. Padre Santo, una volta sola! ». Io vidi una lacrima negli occhi del Papa. Stentò a parlare. Dopo un po’ disse : « Una volta sola? Poveretto! Fin che vivrà ». Cari, vale la pena di vivere tutta una vita per sentire una Messa sola! – Il popolo ebreo peregrinò 40 anni nel deserto e non arrivò al monte di Sion. Quelli della prima uscita hanno dovuto morire tutti; e lo stesso Mosè ha dovuto morire sul Monte Nebo guardando da lontano la terra Promessa, perché aveva avuto un atto di esitazione nella sua fede. Vale la pena di vivere tutta una vita per sentire anche una sola volta la Messa; camminare trascinandosi da un polo all’altro per sentire una sola volta la Messa. Ora guardate questa moltitudine, che non si cura neppure di andare a Messa alla domenica. Ne abbiamo da fare, è vero? Perché il farcela andare, vedete, Dio l’ha lasciato affare nostro. Lui ci aiuta e muove tutte le cose nel senso in cui lavoriamo noi, ricordatevelo, e obbliga tutto il male a servire al bene, perché Cristo ha redento il mondo, e, pertanto anche il male ha avuto questo smacco: deve sempre servire al bene. Ma portarcela, questa gente, l’ha lasciato affare nostro. Comunque una vita sarebbe bene spesa quando fosse spesa, se non altro, che per dire o ascoltare una Messa.

SALMI BIBLICI: “FUMDAMENTA EJUS IN MONTIBUS SANCTIS” (LXXXVI)

SALMO 86: “FUNDAMENTA EJUS IN MONTIBUS SANCTIS”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME DEUXIÈME.

PARIS -LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 86

Filiis Core. Psalmus cantici.

[1] Fundamenta ejus in montibus sanctis; (1)

[2] diligit Dominus portas Sion super omnia tabernacula Jacob.

[3] Gloriosa dicta sunt de te, civitas Dei!

[4] Memor ero Rahab et Babylonis, scientium me; ecce alienigenæ, et Tyrus, et populus Æthiopum, hi fuerunt illic.

[5] Numquid Sion dicet: Homo et homo natus est in ea, et ipse fundavit eam Altissimus?

[6] Dominus narrabit in scripturis populorum et principum, horum qui fuerunt in ea.

[7] Sicut lætantium omnium habitatio est in te.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO LXXXVI

Sionne, vale a dire la Chiesa, sommamente gloriosa. Il numero de suoi cittadini sarà innumerabile, e questi saranno felici

A figliuoli di Core. Salmo, ovver cantico:

  1. Le fondamenta di lei sopra i monti santi, ama il Signore, le porte di Sion più che tutti i tabernacoli di Giacobbe. (1)

2. Grandi cose sono state dette di te, o citta di Dio.

3. Io mi ricorderò di Rahab e di Babilonia, genti che mi conoscono.

4 Ecco, che li stranieri, e Tiro, e il popolo degli Etiopi, tutti questi vi avran loro stanza.

5. Non sarà egli detto rìguardo a Sionne: uomini, e uomini in lei son noti, e lo stesso Altissimo è quegli, che ha fondata?

6. Il Signore nella lista dei popoli e de’ principi dirà di quelli, che in lei sono stati,

7. E come quelli, che abitano in te sono tutti nell’allegrezza. (2)

(1). Il pronome ejus è maschile nell’ebraico e nei Settanta. Se dunque si riferisce a Dio, occorre, come esige l’insieme del Salmo, che il senso di questo versetto sia: Fundamenta quæ posuit Deus sunt in montibus sanctis.

(2). Gerusalemme era costruita su tre montagne, gli appoggi della Chiesa sono gli Apostoli ed i loro successori. Dio scriverà sul registro dei popoli, cioè sul grande libro ove Egli scrive i popoli e tutti ciò che li riguarda.  

Sommario analitico

Il Profeta, contemplando la Chiesa della terra e del cielo sotto la figura di Sion, descrive:

I. – I suoi fondamenti stabiliti sulle sante montagne, sulla dottrina degli Apostoli (1);

II. – Le sue porte, vale a dire i Sacramenti, oggetto particolare dell’amore di Dio (2);

III. – Le sue mura, le sue case, i suoi palazzi degni di ogni lode (3);

IV. – La moltitudine dei suoi abitanti, radunati da tutte le nazioni (4);

V. – Il suo Re e suo fondatore, Gesù-Cristo (5);

VI. – Il numero e la dignità dei suoi proseliti (6);

VII. – La gioia eterna dei suoi abitanti (7).

Spiegazioni e Considerazioni

I. e II.— 1, 2.

ff. 1, 2. – Questo Salmo è breve per numero di versetti, ma considerevole per il peso dei pensieri che racchiude … Il Profeta canta e celebra una città di cui noi siamo i cittadini, nella nostra qualità di Cristiani; lontano da essa noi siamo esiliati fin quando restiamo in questa vita mortale, e verso la quale tendiamo per una via che si trova interamente ostruita da rovi e spine, fino al momento in cui il Re di questa città si è fatto Egli stesso nostra via, affinché potessimo giungere in questa città (S. Agost.). – Il salmista non ha ancora parlato di questa città; tuttavia egli comincia in questi termini: « i suoi fondamenti sono sulle sante montagne ». I fondamenti di cosa? Non c’è dubbio che i fondamenti, soprattutto sopra delle montagne, non siano quelle di qualche città. Pieno di Spirito-Santo, il cittadino di questa città rivolta nel suo spirito tutti i suoi pensieri d’amore e di desiderio di essa, e uscendo in qualche modo da una meditazione più estesa, esclama subito: « … I suoi fondamenti sono sulle sante montagne », come se avesse detto già qualcosa di questa città. E come in effetti, non avrebbe detto ancora niente, lui che non ne ha mai cessato di parlarne nel suo cuore? (S. Agost.). – Questa città è la Chiesa, la vera Gerusalemme, fondata sulle alte montagne da cui è esposta alla vista di tutta la terra, e sulla Pietra angolare che è Gesù-Cristo. « Nessun altro fondamento che questo » (I Cor. III, 11). Ogni edificio elevato su di un altro, sarà distrutto. – Dio ama più di ogni altra cosa la porta di questo edificio, che è ancora Gesù-Cristo, il solo per il Quale si possa entrare; o piuttosto Egli non ama che Gesù-Cristo e la Chiesa stessa, e coloro che essa racchiude non sono anime di Dio se non in rapporto a Gesù-Cristo (Duguet). – La Chiesa è in questo mondo tutto ciò che i Profeti avevano annunziato che essa fosse: « un segno posto in mezzo alla nazioni; (Isai. XI, 12); la montagna preparata sulla sommità dei monti può essere il convegno dei popoli (ibid. II, 2); la città di Dio ha i suoi fondamenti sulle montagne sante; la saggezza che si fa intendere da lontano su tutte le sommità, lungo tutti i sentieri, parlando vicino alle porte della città e alle soglie stesse delle case » (Prov. I, 21, VIII, 1, 2, 3). Essa invita, chiama a sé coloro che non hanno ancora la felicità di credere; essa conferma e consolida la fede dei sensi; essa testimonia, afferma, dimostra, spiega; essa offre delle garanzie, fornisce dei salari, fonda delle certezze, pone nelle anime dei principi assoluti, e pone a sedere le stesse anime sui fondamenti che nessuna potenza umana o infernale possiede il segreto per distruggerli (Mons. Pie, Discours, etc. t. VII, p. 235). – Se si trattasse qui unicamente – dice S. Agostino – della Sion terrestre, non si potrebbe dire che Dio la preferisca a tutti i padiglioni di Giacobbe, perché infine questa città era uno dei bastioni di Giacobbe, perché abitato dai discendenti di questo Patriarca. – Tutto ciò che si opera nella Chiesa, sia per il suo stabilirsi, sia per la sua costruzione, sia per il suo consumo, deve così operarsi in un’anima fedele. Essa è poggiata su Gesù-Cristo, che unicamente essa ama; essa è pure fondata sugli Apostoli, i cui insegnamenti servono a formarla ed istruirla, a farle mostrare il rango che deve tenere nella celeste Gerusalemme. Essa è l’oggetto delle compiacenze del Signore, quando è attenta nell’ascoltarlo e nel piacergli (Berthier). – Perché gli Apostoli ed i Profeti sono i fondamenti di questa città che è la Chiesa? Perché la loro autorità sostiene la nostra debolezza. Perché sono pure gli Apostoli di Sion? Perché noi entriamo grazie ad essi nel regno di Dio; essi sono per noi i predicatori della salvezza; e quando noi entriamo attraverso di essi nelle città, vi entriamo grazie al Cristo, perché Egli stesso è la porta (S. Agost.).  

III. — 3.

ff. 3. – Si, certo, i Profeti e gli Apostoli hanno detto delle cose gloriose di questa città di Dio, della Chiesa di Dio sulla terra, ma soprattutto della Chiesa del cielo. Uno di essi ci ha detto tutto quando ha detto che non poteva dire niente: « … ciò che occhio non ha visto, ed orecchio ascoltato, ciò che il cuore dell’uomo non ha mai conosciuto ». (I Sap. II, 7). O divina patria! « mi si raccontava delle vostre felicità e delle vostre glorie; » la fede mi parlava delle vostre gioie, delle vostre ebbrezze, delle vostre estasi, di tutte queste cose che non mi lascia mai vedere, gustare, possedere; che hanno sempre lo stesso splendore, la stessa pienezza, e che per di più, sono immortali. Io ammiravo, non osavo sperare. Io sognavo di voi come di un’isola incantata che si intravvede dalla riva e che un fiume impraticabile separa da noi. Questo sogno era splendido ma doloroso! Io mi dicevo: tutto là è divino, ma niente di tutto ciò è per me. Ora io posso pensare a voi senza dolore: perché io so che non siete straniero. Santa patria delle anime, io ho gioito per ciò che mi è stato detto da un Dio. «… noi andremo nella casa del Signore » (De Place, Carême 2^  Dimanche).

IV. — 4 e 5.

ff. 4, 5. – Quando anche si trattasse degli abitanti di Rahab, di Babilonia, che rappresentano qui le nazioni pagane, io me ne ricorderei dal momento che mi conosceranno per la fede e la carità (S Girol.). La maggior gloria di Gerusalemme è di essere stata la fonte dalla quale è venuto il Messia. Gesù-Cristo non è nato in questa città, ma Bethléem era così vicina che si può ben dire che Gerusalemme fosse la patria di questo Uomo-Dio. – In un altro senso, è una felice nuova da pubblicare: che una moltitudine di uomini di ogni tipo di contrada, stato o condizione, prendono nascita nel seno della Chiesa. Ma per qual motivo esserne sorpresi poiché l’Altissimo stesso l’ha fondata? – « E tu dirai nel tuo cuore: chi mi ha dato questi figli, a me che ero sterile e non partorivo? Io ero cacciato dal mio paese e prigioniero: chi li ha nutriti? Io ero solo, abbandonato, da dove sono venuti? » (Isa. XLIX, 21). – Rahab è questa cortigiana di Gerico che ricevette le spie dei Giudei e le fece fuggire da una strada secondaria. Per questo ella fu salvata, e fu figura della Chiesa dei Gentili. Ecco perché il Salvatore dice ai Farisei che si inorgoglivano: « In verità, in verità io vi dico, i pubblicani e le donne di cattiva vita vi precederanno nel regno dei cieli » (S. Matth. XXI, 31). Essi vi entrano per primi perché se ne impossessano con l’aiuto della violenza; essi ne forzano l’entrata per la loro fede, tutto cede alla loro fede, e nessuno può resistervi, ed è così che coloro che fanno violenza al cielo lo rapiscono (S. Agost.).

ff. 6. – Le Scritture ci parlano spesso del registro della vita, del libro dove devono essere iscritti gli amici di Dio. Sulla terra, noi non abbiamo altro monumento che possa portare questo nome, se non la raccolta degli oracoli sacri di cui la Chiesa è depositaria. Nel cielo, questo libro è la conoscenza eterna di Dio; è tutto l’ordine dei suoi decreti sui figli degli uomini; è lo stato che questa Intelligenza superiore in tutti i tempi tiene di tutto ciò che arriva o arriverà nel succedersi dei secoli. Il primo di questi libri è la nostra guida, ed il secondo il nostro giudice, il primo sarà prodotto come testimone a favore o contro di noi, ed il secondo fisserà i nostri destini per l’eternità (Berthier). – Tutti i popoli e tutti gli individui che compongono questi popoli sono sempre ed in ogni istante presenti davanti a Dio. L’Intelligenza divina, eterna, immensa, infinita, è come un grande libro ove è scritto in anticipo tutto ciò che è passato, tutto ciò che passa, tutto ciò che passerà nell’ordine temporale e nell’ordine spirituale. Dio conosce tutti gli avvenimenti di tutti gli uomini con una conoscenza intima e completa. Egli vede tutto, ma guarda con attenzione particolare coloro che nascono, che vivono e che muoiono nella sua Chiesa, in questa Santa e gloriosa città che il suo Figlio prediletto ha conquistato al prezzo di tutto il suo sangue (Rendu).    

VII. – 7.

ff. 7. – La montagna di Sion è fondata con la gioia di tutta la terra (Ps. XLVII, 3). « Voi vi rallegrate e sarete nella gioia per l’eternità; io sto per rendere Gerusalemme una città di allegrezze, ed il suo popolo, un popolo di gioia.» (Isai. LXV, 18). – Durante il nostro pellegrinaggio su questa terra, noi siamo costantemente nell’oppressione; la nostra abitazione non sarà il soggiorno che della gioia. Non più pene, non più lamenti; le suppliche sono cessate, sono succeduti i canti di lode. La città di Dio sarà dunque l’abitazione di coloro che si rallegrano; non ci sarà più colà il gemito del desiderio, ma la gioia della felicità … « l’abitazione di tutti coloro che si trovano come nella gioia, è in voi ». cosa significa questo “come”? perché “come” nella gioia. Perché là ci sarà una gioia che noi qui non conosciamo. Io vedo qui delle gioie: Molti gioiscono nella vita del secolo, gli uni di una cosa, gli altri di  un’altra; ma io non ho una gioia che si possa comparare a questa gioia dell’eternità, che non sia che “come” una gioia; perché se dico che è una gioia, lo spirito dell’uomo lo rassomiglierà ben presto a qualche gioia che ha costume di provare tra i godimenti della terra … prepariamoci dunque ad un nuovo tipo di gioia, perché noi non troviamo quaggiù se non qualche cosa che ci sembra simile, ma non lo è (S. Agost.). – Questa città di Dio è, per così dire, interamente costituita di gioia e di felicità; la gioia è la base sulla quale essa è fondata. « la montagna di Sion è fondata sugli applausi di tutta la terra; » (Ps. XLVII, 3). Gli elementi che entrano nella sua struttura sono degli elementi di gioia: « rallegratevi, siate nella gioia per l’eternità, di ciò che sto per fare: Io voglio rendere Gerusalemme una città di allegrezza ed il suo popolo un popolo di gioia; » (Isa. LXV, 18); Tutte le sue piazze risuoneranno di grida di allegrezza, « … e si canterà in ognuno dei suoi luoghi. Alleluia ». Il Re dei cieli spanderà su di essa dei torrenti di gioia: « Il Signore consolerà Sion, riparerà le sue rovine … tutto vi respirerà la gioia e l’allegrezza; si sentiranno risuonare azioni di grazie e cantici di lode. » (Isai. LI, 3). La gioia brilla sul viso dei suoi abitanti e corona le loro fronti: « Coloro che sono stati riscattati ritorneranno al Signore, e verranno a Sion cantando i cantici di lode; una gioia eterna coronerà la loro testa; essi saranno pieni di gioia e di allegrezze, il dolore ed i lamenti si dilegueranno. » (Isai. LI, 11) Questa gioia non è solamente alla superficie del cuore, come le gioie della terra, essa lo penetra tutto intero. « E voi, ora, avete tristezza, ma io verrò di nuovo, ed il vostro cuore ne gioirà, e nessuno potrà rapire la vostra gioia.» (Giov. XVI, 22).  

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: 3° Corso di Esercizi Spirituali (7)

S. S. GREGORIO XVII:IL MAGISTERO IMPEDITO:

III CORSO DI ESERCIZI SPIRITUALI (7)

[G. Siri: Esercizi Spirituali; Ed. Pro Civitate Christiana – Assisi, 1962]

IL NOSTRO ITINERARIO CON GESÙ CRISTO

7. Mysterium fìdei

Il discorso sul medio, cominciato a proposito della meditazione sul giudizio, continua. L’Eucaristia è il mysterium fìdei per eccellenza. Lo è tanto che, come ho già avuto modo di ricordare nell’introduzione, nell’Evangelo di Giovanni, Gesù pare premettere al discorso eucaristico il discorso più impegnativo che abbia fatto a proposito della fede. Non c’è dubbio che è veramente l’Eucaristia il mysterium fìdei. Siccome noi dobbiamo camminare con Gesù Cristo e Gesù Cristo è lì, nella forma più vicina, più tipica, più indicativa, più qualificata, noi dobbiamo pure affrontare il discorso del mysterium fidei. Perché l’Eucaristia è il mysterium fidei? Perché non si vede niente, non si sente niente. Anche il discorso sulle emozioni interiori di quando si fa la S. Comunione è un discorso che deve essere molto cauto, perché non appartiene alla via ordinaria che ci siano straordinarie emozioni o effusioni, tali cioè che interessino la sfera affettiva o emotiva. Un’anima può benissimo anche durare a fare la Comunione per anni in un modo che si possa ritenere da parte sua anche perfetto senza che abbia particolari emozioni. Perché il sentire, il provare il gusto diretto delle cose di Dio, la esperienza immediata delle cose di Dio, non appartiene alla via ordinaria in questo mondo. Quindi, anche quando non avviene, non bisogna impressionarsi. L’importante, quando si fa la Comunione, è che si mantenga tutto l’affetto possibile, quello che diamo a Dio con la grazia sua, tutta l’attenzione, tutta la diligenza, tutta la concentrazione, e si dia a tutto questo la preparazione necessaria, anzi sovrabbondante, e la sequela non solo necessaria ma sovrabbondante. Se poi Dio permette che si provi qualche cosa, tanto meglio. Se non si prova qualche cosa, eh, pazienza, si aspetterà. Quando mancasse, non traiamo dal mancare conclusioni che non sarebbero né vere né utili né convenienti. Comunque rimane vero che è il sacramentum fidei. Perché che cosa si vede? Un po’ di pane e un po’ di vino. Che cosa si sente? Niente. Ecco, e allora si deve raggiungere la realtà con un’altra potenza, che non è degli occhi, delle orecchie, del tatto: è l’anima che crede, che sa con certezza esserci sotto le apparenze del pane e del vino Gesù Cristo. Ecco il mysterium fidei. E perché si accetta questo mysterium fidei? Lo si accetta per una cosa sola: sulla sua parola, lo ha detto lui. Sulla sua parola. Quella sua parola, voi sapete donde poteva trarre valore dinanzi alla mente degli uomini raziocinanti che chiedono dimostrazioni. Voi sapete che quella sua parola è stata accompagnata dall’avveramento delle profezie messianiche e sapete che quella sua parola è stata accompagnata dal fatto più grande della storia umana, che è la risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo, fatto storico, fatto certo, fatto documentabile. Voi sapete che quella sua parola è stata accompagnata dall’esercizio di una potenza imperante sopra tutte quante le leggi di natura, al di là e al di fuori di tutte le leggi di natura, che denotava in lui con evidenza l’esercizio di una potenza e di una autorità divina. Voi sapete la singolare introduzione che ha fatto Gesù al discorso eucaristico del capitolo VI di San Giovanni. È una introduzione singolare; credo che nessun oratore mai abbia potuto fare un prologo al proprio discorso come lo ha fatto Gesù Cristo. Il prologo del discorso eucaristico è stato questo: c’era una folla che, a computare anche le donne e i bambini, poteva essere calcolata di 10.000 persone; e questa folla l’aveva seguito a nord del lago di Cafarnao, oltre la palude di Meron, e si trovava in una regione assolutamente deserta, lontana da paesi, da centri di rifornimento, e l’aveva seguito talmente affamata di cose spirituali da dimenticarsi di quelle materiali. A un certo momento si sono trovati tutti presi dalla fame e vuote completamente le bisacce, cioè senza niente. E Gesù dice: Questa povera gente muore di fame. Ma sì, e dove si va a prendere tanto pane per dar loro da mangiare a quest’ora? Gesù domanda: C’è qualcheduno che ha qualche cosa? Beh, hanno due pani e pochi pesci. Portateli qui. Li benedice, rende grazie e comincia la distribuzione. La distribuzione continua e i pani non vengono mai meno e i pesci neppure. E tutta quella gente si sazia in modo tale che quando egli dice: “Andate a raccogliere i frammenti”, se ne raccolgono dodici sporte. – Il prologo del discorso eucaristico di Cafarnao è stato il miracolo della moltiplicazione dei pani. C’era anche un collegamento di simbolo tra il miracolo e quello di cui avrebbe parlato Gesù. Ma certo era una introduzione molto efficiente e molto convincente, perché Egli stava per dire una cosa che aveva dell’incredibile, e notate bene che sulla sua reale manducazione ritorna quattro volte, e sul fatto della realtà della sua presenza nove volte: ripete, incalza. Il discorso di Cafarnao è un dialogo serrato, in cui l’interlocutore non parla altro che alla fine del discorso ma la cui voce o il cui gesto rumoreggiante e polemico e contraddicente lo si sente a ogni rincalzo. Perché, se Gesù Cristo ripete le due stesse cose una per quattro e una per nove volte, è segno che ci sono state altrettante manifestazioni e contrarietà da parte della folla, che diceva: queste sono robe da matti. Ma, capite, aveva fatto quel prologo, Lui, aveva dimostrato che era padrone delle cose. E aveva moltiplicato i pani e anche i pesci. Aveva fatto questo, e la cosa era stata di immediata costatazione perché avevano mangiato e si erano saziati. E siccome da molto non mangiavano, il loro mangiare non era stato poco; poi a quell’aria fresca e a quei tempi in cui le folle che andavano dietro a Nostro Signore non avevano poi tante delicatezze, mangiavano di santa ragione. Gesù ha dato loro quella prova, come a dire: Ora vi dirò una cosa che forse per voi va fuori dall’ immaginazione, ma badate che non va fuori dall’immaginazione più di quanto non vada fuori il fatto che con pochi pani e due pesci si sia dato da mangiare a 10.000 persone. È la stessa cosa. Occorre la stessa potenza per l’uno e per l’altro e, manco a farlo apposta, guardate bene, qui c’era un oltraggio, si sarebbe detto, alla legge dell’estensione e della quantità. – Quello che rende il sacramento della Eucaristia « mysterium fidei » è la stessa cosa, è la stessa cosa tutta a rovescio. Cioè non è l’oltraggio, ma è la eccezione fatta a tutte le leggi della quantità, come forse avremo occasione di spiegare più dettagliatamente in una nostra conversazione seguente. Pertanto aveva fatto un discorso introduttorio molto imbarazzante N. S. Gesù Cristo. E badate bene che la potenza del discorso, imbarazzante per i negatori e consolante invece per coloro che lasciavano aperte le porte alla ragionevolezza, la si sente in quel che viene dopo, perché al termine del discorso la folla esplode, i malevoli fanno un anticomizio e dicono: « Ma che cosa sono queste parole? Chi può stare a sentire discorsi di questo genere? Chi può mai accettare parole come queste? ». E se ne vanno, se ne vanno. I capi, il solito gruppo dei Farisei, degli Scribi, gente arrabbiata, gente verde dalla bile che aveva contro Gesù Cristo, se ne vanno. E così comincia a scemare la folla intorno a lui, L’aria si è cambiata, c’è senso di rivolta. E Lui si volse anche ai discepoli che gli stavano vicini, quelli non avevano ancora cominciato ad allontanarsi: « Volete andarvene anche voi? Andate ». È allora che Pietro parla e dà una risposta stupenda: « Signore, e dove andremo noi? Tu solo hai parole di vita eterna ». Grande logica nelle parole di Pietro, perché tradotte in parole povere vogliono dire questo: Signore, veramente anche noi non abbiamo capito niente, proprio niente — e non c’è da meravigliarsi che non avessero capito niente — però abbiamo vagamente intuito che quelle che tu dici sono parole di vita eterna, appartengono a un altro piano. Comunque, qualunque cosa Tu dica —  egli si ricordava dei pani e dei pesci — noi non andremo da nessun altro, noi non possiamo, da nessuno. Tu solo hai parole di vita eterna. – Nostro Signore ha affermato la verità dell’Eucaristia. Come vedete, l’ha afferma: in modo polemico, in modo incalzante, davanti a una folla che non se ne stava lì quieta, tranquilla, ma che ha rumoreggiato, che ha dato tutte le manifestazioni della sedizione, della rivolta, del dispetto, della rabbia, provocando tutto quell’insorgere di affermazioni successive. Qui — ed è stata l’unica volta in tutto il tempo del Vangelo — Nostro Signore ha posto la questione di fiducia ai discepoli : « Volete andarvene anche voi? Andate ». O

accettate e rimanete; o non accettate e potete andare. – Naturalmente noi crediamo alla presenza reale di Gesù Cristo nell’Eucaristia e ci crediamo sulla parola di Lui. Questa parola ha avuto una grandissima documentazione e ha continuato ad averla nel tempo, perché Dio ha fatto tante cose singolari intorno all’Eucaristia e ha tante volte infranto le leggi della natura, ha tante volte infranto tutti quelli che potevano sembrare i calcoli umani; li ha superati, li ha trascesi. Anche quando dal secolo scorso a Lourdes si è aperta una vena di soprannaturale singolarissimo che dura tuttora, voi sapete che la parte, e forse la parte maggiore delle manifestazioni soprannaturali avvengono al passaggio del SS. Sacramento. Ma c’è tutto il resto, perché c’è un fatto che dura da duemila anni ed è come il fatto del sole. Il sole sorge il mattino, tramonta la sera. Del sole che cosa si dice? Fa chiaro; qualche volta si dice: fa anche caldo. D’inverno lo si dice meno. È un fenomeno al quale, in fondo, non si fa gran caso perché è talmente abituale. Ma non si fa caso all’altro fenomeno: questo sole permea la vita, è la ragione di tutta quanta la vita che è sulla terra. Noi fino a pochi anni fa lo sapevamo in modo assolutamente vago, non conoscevamo una funzione clorofilliana, una funzione che rendeva ragione di tutto il mondo vegetale e attraverso il mondo vegetale dello stesso mondo animale il quale finisce poi, in ultima analisi, con l’appoggiarsi sul mondo vegetale. C’è tutta un’azione del sole, per cui si vede la vita che ha rigoglio. Dove il sole non arriva con certa potenza del suo raggio, certe piante non osano spuntare fuori dalla terra, non potrebbero, certi frutti non possono maturare. Dove c’è il sole e dove il sole raggiunge una certa intensità, dove c’è l’incidenza del raggio e a un certo modo, noi vediamo crescere i datteri, le banane, i frutti dei climi più caldi, i frutti più ricchi, più saporosi. È tutta una immensa influenza che l’astro del cielo esercita e del quale noi non seguiamo la vicenda, del quale noi raccogliamo soltanto i frutti. – Ora, la presenza di Nostro Signore nella storia della Chiesa ha avuto lo stesso identico andamento, ma con altro ritmo e con altro frutto. Guardate che tutto è cresciuto intorno all’Eucaristia. Senza di quella, le anime non si sarebbero mai rassodate, senza di quella i martiri non avrebbero mai trovato la loro forza, senza di quella non sarebbe nato niente, nessuna istituzione sarebbe mai riuscita. La numerosità, la varietà, la funzionalità di certe fondazioni sono nella Chiesa Cattolica, e solo nella Chiesa Cattolica, notate bene. La vera flora, nel fatto umano, si è avuta soltanto nella Chiesa Cattolica. Questo è un fatto evidente, è un fatto che è quadrato, è ben netto, è circostanziato, è palmare, è documentabile. Perché? Perché ? Anche qui succede come nell’ordine fisico, che certi frutti attecchiscono e maturano solo in certe regioni, perché qui c’è l’incidenza del sole a un certo modo. –  Se si studia la storia della Chiesa, si vede che i  momenti più grandi hanno affondato le radici nei momenti peggiori. Basta pensare che questo scattare della Chiesa, dopo la pace di Costantino, ha affondato le radici in un periodo di tre secoli di persecuzioni all’esterno e di eresie all’interno. E le eresie sono state una cosa ben peggiore, per la Chiesa primitiva, che non le persecuzioni degli imperatori romani. Notate bene che quel rinvigorimento incredibile che noi abbiamo alla fine del XII secolo e al principio del XIII, in una civiltà che è cristiana, che è la più cristiana che abbia conosciuto tutta la parabola della nostra fede, viene dopo il periodo più oscuro, che ha portato all’acme le grandi lotte per la liberazione della Chiesa dalla corruzione del suo stesso Sacerdozio e persino, in una parte dell’Europa, dell’Episcopato. Badate che la grandissima fioritura, la più grande fioritura di fondazioni religiose che si sia verificata nella Chiesa, non come numero ma come qualità, varietà, funzionalità e adattamento sociale, è venuta dopo la rivoluzione francese e dopo le conseguenze della rivoluzione francese. I santi e la maggior parte delle istituzioni missionarie e non missionarie del secolo scorso, provengono o o da uomini che sono germinati sotto il terrore e al tempo del terrore. È allora che si sente la potenza della germinazione e di questo sole che è Lui, Gesù Cristo nell’Eucaristia. – L’atto di fede è l’atto col quale il nostro intelletto accetta aderendo o aderisce accettando, il che è lo stesso, delle proposizioni e verità, e le accetta e vi aderisce unicamente basandosi sulla autorità di Dio che le ha rivelate; in parole più semplici, unicamente basandosi su questo: Gesù Cristo l’ha detto, basta. Pertanto due sono le cose fondamentali da osservare nell’atto di fede. La prima è che si tratta di un atto essenzialmente intellettuale, da non confondersi con atti che non sono intellettuali. La seconda è che il motivo di questa accettazione, di questo piegarsi dell’intelletto, di questo dire: Amen, aderisco, il motivo non è la evidenza intrinseca della verità che si accetta ma è la parola di Dio, è il fatto che l’ha detto Gesù Cristo. Soltanto per questo motivo di autorità divina si ha l’atto di fede. Perché là dove l’adesione a una verità avvenisse per visione diretta, cioè per diretta evidenza, noi non avremmo più l’atto di fede, ma avremmo un atto di scienza. Tanto è vero che, quanto alla esistenza di Dio, alla quale possiamo arrivare argomentando dalle cose create con vera e propria dimostrazione, con la più grande dimostrazione che meriti tal nome tra le cose terrene, se a Dio arriviamo per il fatto che l’abbiamo dimostrato, noi non facciamo un

atto di fede. Noi lo facciamo quando diciamo: Aderiamo perché l’ha detto Lui che c’è. Ora, salvo talune verità che sono insieme oggetto di scienza e oggetto di fede a seconda del motivo per il quale si ammettono, le altre, in sé stesse, sono verità che trascendono, non sono dimostrabili. Non solo, ma di esse i cosiddetti misteri non sono neppure del tutto raggiungibili; intelligibili sì, cioè in essi l’intelligenza può entrare fino a un certo punto, ma a un certo punto si trova davanti l’infinito e la capacità nostra che è finita non può adeguarvisi. Pertanto verità che sono intelligibili rimangono incomprensibili, se per comprensibile s’intende la cosa che è intelletta fino in fondo, perché il comprendere dice il prendere tutto. – Ma c’è l’autorità di Dio che dice: questo è vero; e se lo dice Dio, noi non abbiamo niente da dire, perché Egli è verità, non può ingannare; è perfezione, è verità che non inganna, è infinita perfezione e pertanto non può ingannare: se lo dice Iddio, basta, abbiamo la massima certezza. I nostri occhi possono essere passibili di difetto, sono passibili d’inganno, gli strumenti della nostra evidenza immediata possono essere passibili talvolta d’inganno, e di fatto lo sono, e questo mette noi in cautela anche quando si tratta di sperimentazioni scientifiche; ma quando l’oggetto e il mezzo per poter venire in contatto con la verità è Iddio stesso che interviene, che attesta, Dio attestante, la parola di Dio, allora il mezzo per raggiungere la verità è infinitamente maggiore e più sicuro e certo di quello che noi abbiamo dai nostri occhi o dagli strumenti ordinari della nostra sperimentazione diretta di evidenza. – Sicché, guardate qui nuovamente le due cose: nella fede noi abbiamo il mistero sull’oggetto, cioè su quello che si accetta, e invece abbiamo la chiarezza sul motivo per cui si accetta, perché il fatto dell’attestazione divina è un fatto storico, è un fatto che appartiene al nostro ordine, è un fatto le cui cause sono state poste e vengono poste continuamente nel nostro ordine, e pertanto la dimostrazione della divina rivelazione può essere data, è data, è raggiungibile, è raggiunta, è palmare, è data seguendo vie scientifiche, soddisfacendo tutta quanta la razionalità, le esigenze della razionalità umana; sicché, mentre il velo rimane calato sopra l’oggetto della fede — in questo caso, poniamo, la reale presenza — il velo non è calato affatto, anzi è alzato tutto sull’altro punto, sul fatto dell’attestazione divina, cioè sul motivo della fede. L’oscurità per l’uno, la chiarezza per l’altro. Il motivum fidei può essere dimostrato, il motivum fidei porta la nostra intelligenza su un altro fatto, perché il motivum fidei non è l’Eucaristia,è il fatto della rivelazione divina in sé stesso storicamentestudiato, con tutti i suoi postumi checontinuano attraverso il tempo e continuerannofino alla fine dei tempi a dare la dimostrazionedella verità di quello che ha detto Gesù Cristo,della realtà della autorità sua di attestante divino.Oscurità sulla Eucaristia, chiarezza invece sull’attestazionedivina in favore dell’Eucaristia.Quest’anno la vostra associazione ha guidato il pellegrinaggio degli studenti a Orvieto. A Orvieto c’è un corporale che porta le macchie del sangue di Gesù Cristo. Secolo XIII: era il tempo in cui la Corte papale era in dubbio se cedere a pressioni che venivano dal Belgio: si trattava della Beata Giuliana di Liegi e indirettamente di S. Lutgarda per istituire la festa speciale del Corpus Domini. Il Papa era un francese, Urbano IV. Conosceva bene l’area dalla quale venivano queste sollecitazioni, ma era in dubbio. Il Papa stava a Orvieto, e a una quindicina di chilometri di distanza, a Bolsena, un sacerdote stava dicendo Messa. Quelsacerdote aveva dei dubbi sulla verità della realepresenza. Un movimento inconsulto gli fece versareil calice. Uscì del Sangue. Videro tutti. Chi aveva autorità a Bolsena ebbe il buon senso di far recingere l’altare in modo che nessuno si vicinasse e toccasse perché potesse rimanere laprova intatta. Il Papa che stava a Orvieto andòpersonalmente a fare la costatazione a Bolsena. Prese il corporale bagnato del Sangue di GesùCristo e se lo portò a Orvieto e rimasecome attraverso i tempi la documentazione chedimostra Dio attestante, la verità della divina parola, cioè che si tratta di quella divina parola, di una attestazione divina, continua.Ho sentito dire che quest’anno la vostra associazione dirigerà il pellegrinaggio degli studenti a Siena. A Siena, nella grande basilica di S. Francesco, si conservano 223 particole consacrate. Furono rubate il 24 agosto 1730, furto sacrilego; poi forse il rimorso le ha fatte riportare in un’altra chiesa, nella cassetta delle elemosine, e sono state trovate lì dopo tre giorni. Le leggi di natura, la umidità dell’aria e tante altre cause che sono pure leggi di natura non permettono al semplice pane di restare intatto oltre un certo tempo; ammuffisce, si altera e si decompone come tutte le cose. Quelle particole invece hanno fatto eccezione. Sono rimaste intatte per oltre due secoli, dove tutti gli agenti de componenti avrebbero potuto agire. Quando le hanno ritrovate hanno capito che la cosa era straordinaria, e le hanno conservate, non le hanno consumate. Stanno là, e da qualche secolo perseverano intatte. Le leggi che toccano tutto e non fanno mai eccezione per nulla si sono arrestate dinanzi al sacro tesoro della chiesa di S. Francesco a Siena. Tutta la storia della Chiesa è costellata di fatti del genere. Ecco come stanno le cose. Sull’oggetto c’è il mistero. Gesù Cristo non lo si vede, ma sul motivum fidei c’è stata, ci fu, ci sarà la chiarezza. E non solo i cosiddetti miracoli autenticati, ma ci sarebbe tutta un’altra storia da studiare della quale qui non ho tempo di parlare, è una storia che è fatta dal ritmo che prendono le cose nella loro caducità e dall’inversione di ritmo che hanno quelle stesse cose quando incontrano GesùCristo.La conclusione qual è? Sarebbe comodo, è vero, per taluni — io, da teologo, ritengo che sarebbe terribilmente scomodo — vedere direttamente Gesù Cristo e parlare con Lui, così, con la bocca, come si fa con gli altri. Potrebbe sembrare comodo. No. Con Lui si parla attraverso questo medio; è l’atto di fede, è il motivum fidei, che in sé stesso può essere chiarissimo. Ho accennato che sarebbe molto scomodo se Gesù Cristo lo vedessimo direttamente. Contrariamente a quel che pare, è stato piissimo il nostro dolce Salvatore a far le cose a questo modo. Guardate bene, questi Santi che qualche volta rimescolano un po’ nelle faccende mistiche e vanno un po’ di là, pare che si scottino tutti lemani. Intanto, per prima cosa, non stanno in piedi,e a un certo punto muoiono perché non riescono a portare la costatazione, non dico delle cose divine ma di qualche cosa che è di pertinenza dell’ordine divino, fatta attraverso il nostro fragile corpo; non è portabile dal nostro corpo. S. Caterina da Genova, che fu una delle più grandi mistiche che abbia avuto la Chiesa, colei che hascritto il Trattato sull’amore di Dio, negli ultimi giorni della sua vita era arrivata a una tale elevazione mistica, aveva cioè la visione delle cose eterne in un modo, che a noi non è dato, per cui negli ultimi giorni a tenere in mano una tazza d’argento piena d’acqua fredda — gliela mettevano in mano per cercare di diminuire gli ardori della febbre —a tenerla in mano, faceva bollire l’acqua. Gliela mettevano in mano perché la raffreddasse e la sentivano bruciare. Essa era con la mente lassù, il corpo qui era ancora attaccato alla terra. Stava lì, col corpo, che è rimasto incorrotto. Quelli là le mettevano la tazza in mano con dentro acqua gelata per darle un ristoro, e quella la faceva bollire. Farla bollire voleva dire — poiché Genova è a 0° sul mare (ammettiamo pure che la casa dovestava fosse a 15, 16 m. s.l.m.) — voleva dire che era necessario che la temperatura che aveva nelle mani quella Santa fosse tale da poter dare il calore a 100°, per bollire. Se pensiamo che quando il corporaggiunge i 41°, ammettiamo anche i 42°, si muore, e quella arrivava a far bollire l’acqua — e notate che tutto è documentato — voleva dire che nella mano aveva una temperatura di 100°. E non moriva! Ma alla fine Iddio permise che questo fuoco, che aveva un’origine ben diversa da qualunque forma patologica e dalle altre malattie, la uccidesse, e così passò tra i Santi. Vedete, noi non potremmo sostenere la visione diretta delle cose divine. Il popolo d’Israele, quando vide quella specie di luminaria e sparatoria, quei fuochi d’artificio sul Sinai, disse a Mose: « Di’ che quelle cose Iddio le dica solo a te ». Immaginate se noi avessimo la visione delle cose divine! Ma ora qual è la conclusione? La conclusione è questa: se non c’è una grande fede, oh! l’Eucaristia si fa distante dalla vita dei fedeli. La fede, la certezza della fede si raggiunge razionalmente, ma lo splendore della fede è legato a tutte le cose che danno a noi splendore di grazia. Ma una cosa è chiara: noi avremo Gesù Cristo vicino, noi realizzeremo l’iter con Gesù Cristo nella stessa misura in cui ci sarà in noi una grandissima vita di fede. – Dio domanda che la volontà si pieghi nel dire « amen » non solo dinanzi al mistero dell’Eucaristia, ma anche dinanzi al mistero del mondo, che ha cose orribili, le quali debbono essere interpretate col metro della Provvidenza per non essere dei manichei. La tentazione della materia va superata continuamente: Iddio ci domanda continuamente un atto di fede. Ma il momento massimo della fede ce lo chiede qui. Lo vedete il medio? Con Dio siamo uniti in una intimità, in una familiarità stupenda, ma le nostre mani lo debbono palpare attraverso un sipario, sempre. Dio non viene a comandare in persona: è per questo che l’obbedienza vale, è per questo che l’umiltà vale. E se non passa attraverso i fratelli, anche l’amore diventa sospetto e forse talmente fragile da rompersi. C’è sempre il medio. Siamo qui in una prigione, che è il nostro corpo, il gran medio, mentre aneliamo alla felicità senza confini, al mare della pace. Ma finché non viene la morte a liberarci, dobbiamo intendercela col medio.

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: 3° Corso di Esercizi Spirituali (6)

S. S. GREGORIO XVII:IL MAGISTERO IMPEDITO:

III CORSO DI ESERCIZI SPIRITUALI (6)

[G. Siri: Esercizi Spirituali; Ed. Pro Civitate Christiana – Assisi, 1962]

IL NOSTRO ITINERARIO CON GESÙ CRISTO

6. L’Inferno

Dobbiamo fare la meditazione sull’inferno, perché « initium sapientiæ timor Domini ». È una verità fondamentale, è un punto di riferimento costante l’inferno, perché è da evitare a qualunque costo, con qualunque sacrificio, con qualunque accettazione. – Non dimentichiamoci il tono generale dei nostri Esercizi. Noi parliamo dell’iter cum Christo, sapendo bene che il filone di questo iter è la SS. Eucaristia. – Ci sono due proposizioni che debbono dare la tonalità alla serietà delle riflessioni nostre. La prima. Dite un po’: vi andremo o non vi andremo? È la domanda più grave che io possa rivolgere a me stesso e che possa rivolgere a voi. C’è qualcheduno che è sicuro di non andarci? Non c’è nessuno che sia sicuro di non andarci. È terribile. Nessuno può dirlo. « Si quis dixerit se esse infallibiter certum de propria æterna salute, nisi hoc privata revelatione didicerit, anathema sit » (Concilio di Trento). Ma ci pensate? Badate che ci possiamo andare. Ci posso andare io, e ho più facilità di andarci di voi. Quando mi annunziarono l’Episcopato, la prima parola che dissi fu questa: « Ma io ho paura di andare all’inferno ». Quel gran Papa che fu Pio XII, mi pare che fossero gli ultimi mesi della sua vita, disse a una persona di sua confidenza che lo riferiva a me: « Io veramente alle volte sono preso da una gran paura di dover finire all’inferno ». Ed era un santo. Io ho avuto l’onore e la fortuna di conoscerlo bene, molto intimamente, e di servirlo. Posso dire che era un santo. Eppure…. Vi rendete conto del valore di questa domanda? Perché quello che abbacina non è tanto la dottrina sull’inferno, è l’esistenza, ed è il fatto che rappresenta un punto al quale noi possiamo arrivare e rimanere per sempre. Perché l’inferno è eterno, come comporta la legge di ordinarietà dell’altra vita e di stato di termine; e questo vuol dire che non si danno più mutazioni. Ma c’è la seconda proposizione. Nostro Signore ci ha amato, è venuto tra gli uomini, si è fatto come uno di noi, è nato a Betlemme, ha vissuto come uno di noi, ha lavorato povero più di noi, ha patito tutto. Non si è mai servito della sua potenza divina per allontanare dalla sua santissima umanità qualunque fastidio o per rendere più facile la propria strada. Non ha usato neppure il suo potere divino per far capire tutto ai discepoli nel tempo in cui li ha avuti con sé e li ha educati, lasciando che a tanti effetti crescessero e maturassero come avrebbero potuto maturare e crescere accanto a un altro uomo, tanto è vero che lo stesso giorno dell’Ascensione si è sentito rivolgere da taluni di loro certe domande che avrebbero fatto scappare la pazienza a chiunque. Eppure è stato al giuoco dell’umanità fino in fondo. E poi t’ha inventato questo: l’Eucaristia ha inventato. E così è rimasto con noi, e non per essere con noi per avere soltanto una indistanza, quella che ci può essere tra noi e un tabernacolo, ma è rimasto con noi perché noi dobbiamo mangiare l’Eucaristia. Egli viene dentro di noi e realizza veramente quello che è stato il suo sogno, tanto ci ha amati : « Io in voi, voi in me ». E rimane così. E la S. Messa si può dire su tutti gli altari del mondo, continuamente. Se ci sono delle ore in cui il diritto canonico impone che non si celebri la Messa, siccome la terra è rotonda, e le ore buone si alternano nella rotazione della terra, il Santo Sacrificio è da centinaia di migliaia di sacerdoti offerto ogni giorno, in ogni ora, secondo la profezia di Malachia. E in tutte le chiese. Ci sono quattro persone che vanno a stare su un monte, ed ecco spunta fuori una cappella; la Chiesa, materna, arriva con la parrocchia. Fin dove può, arriva anche il sacerdote che starà lì ad assistere quella poca gente, e l’altare è animato dalla presenza dell’Eucaristia, e la fiammella arde dappertutto, sempre. Il popolo, questo povero tappeto di tutte le ambizioni sul quale tanti giuocano, chi l’ha amato veramente non è stato che uno, Gesù Cristo. E allora, a pensare a tutto questo, deve essere facile, deve essere possibile, deve essere straordinariamente possibile appendersi al braccio di Gesù Cristo e farsi portare via dalle porte dell’inferno. Dal di dentro no, eh! Perché dal di dentro non porta più via, ma dal di fuori sì. Vedete le due proposizioni: creano un contrasto che è un dramma incredibile. Si direbbe che la mente non ci capisce più nulla, perché da una parte ciascheduno deve dire a sé stesso: tu puoi andare all’inferno; dall’altra: ma se è così, ecco, bisogna diventare proprio stupidi per andare all’inferno; questa è la conclusione ragionevole: bisogna diventare proprio stupidi, accettare la stupidità come una gloria. Con Lui che, dopo essersi incarnato, fatto uomo e dopo esser stato al giuoco dell’umanità fino in fondo — badate il trattato De Verbo Incarnato è stupendo, osservate la unità diquesta logica — stando al giuoco fino in fondo:se Gesù Cristo è stato uomo, deve essere possibilesalvarsi. È così vicino, così amabile, così infinitamente caro, così affettuoso, così tenero, cosìfermo ma così pieno di misericordia! E a emblemasuo ha permesso che fosse elevato ben piùalto, specialmente negli ultimi secoli, il suo Cuore,di cui l’Eucaristia è il documento. Le capite ledue proposizioni che cozzano dentro alla nostratesta? Da una parte possiamo andarci, all’inferno,nessuno di noi è sicuro d’evitarlo; dall’altra c’è questo spettacolo che riempie il cielo e la terra, il tempo e l’eternità, che si conforma come unaarra di tranquillità, di sicurezza e di pace. Dunqueper non diventare stupidi continuiamo a pensareche ci possiamo andare, e per continuare anon essere stupidi continuiamo a pensare che siamo con Lui. Le due proposizioni cozzano nella testa, fanno un po’ l’effetto di due pattini da sci acquatico, dei quali uno va un po’ su e l’altro va un po’ giù, e si deve correre dietro a questo motoscafo che corre pazzamente e noi siamo su questi due pattini. La meditazione dell’inferno a che cosa serve? A farci attaccare a un tabernacolo come se ci fosse nelle nostre mani un peso che ce le trattiene, e protese per accompagnare un atto di eterna adorazione e di eterno amore dell’anima.Allora mettiamoci un po’ a guardare dalla parte dell’inferno. Voi sapete che l’inferno consta della pœna damni e della pœna sensus. Anche qui c’è un binomio. La pœna damni è la vera sostanza dell’inferno, quella che basta da sola a farlo; se anche l’altra non ci fosse, l’inferno rimarrebbe, e consiste nella privazione di Dio. La poena sensus consiste in una pena aggiunta, non privazione ma aggiunta, pena positiva, dove entra un agente materiale per noi d’ignota natura. Poiché la nostra anima è stata unita al corpo, il ritmo della giustizia si propaga anche agli inferi, e il ritmo di questo binomio — anima e corpo — si propaga anche là secondo che è stata la situazione normale e comune della nostra esistenza. Ma la pœna sensus è la cosa minore, è il ristabilimento della giustizia lesa dal malo uso delle creature, lesa allora instato di libertà, lesa con chiara percezione di sovvertire un ordine e sovvertire quella strumentalità di tutte le cose di cui abbiamo parlato a proposito della morte, la strumentalità di tutte le cose che è quella che riproporziona, riaggiusta, riequilibra assolutamente tutto. Ora lasciamo stare la pœna sensus e recliniamoci un po’ nella pœna damni. La pœna damni sta in questo: Non Dio. Senza Dio. Ricordo che in un altro Corso di Esercizi, svolgendo il tema dell’inferno, vi ho fatto tutta la meditazione su questo punto: come viene a trovarsi l’anima appena staccata dal corpo. È una cosa terribile. Noi non abbiamo una percezione immediata della pœna damni e tanto meno ne abbiamo l’esperienza, ma per deduzione razionale possiamo avere una pallida idea di quello che viene a cessare al momento della morte e della situazione dell’anima, delle sue facoltà conoscitive e operative, indipendentemente dai sensi e pertanto al di fuori di qualsiasi rapporto col mondo che fino a quel momento l’ha accompagnata. Perché il punto di contatto col mondo lo si ha con l’accidens quantitatis che allora viene a cessare, perché l’anima è fuori dalla quantitas, essendo spirituale; anzi che è spirituale ce ne accorgiamo proprio perché è fuori dalla quantitas. Io non voglio ora ripetere quello che dissi allora. Posso supporre che una parte dei miei ascoltatori ricordino bene quella esposizione terrificante. E allora vado avanti con una serie di considerazioni che mi debbono poi riportare a Gesù Cristo, all’iter. Senza Iddio. Quaggiù, in questo mondo, Dio ha ritratto sé stesso in infinite cose, ed ecco perché tutte le cose portano qualche elemento di bellezza e di bene. Tutto quello che è, è bene. E tutto quello che è — lasciamo stare la discussione scolastica se ens et pulchrum convertuntur — se anche tutto quello che è non è necessariamente bello, certo ha la nota positiva appunto perché è per concorrere a realizzare il bello. E allora Iddio ha ritratto in infiniti modi il suo bene, la sua bellezza, per ogni dove e per ogni cosa. Nel fondo di ogni anima gli elementi della bellezza si contano assai più che se noi dovessimo affondare le mani in immensi forzieri ripieni distupende perle e di scintillanti pietre. Nel fondo delle anime, e in tutte le cose così, allo stesso modo, tanto più che tutte le cose si accendono quando una certa rifrazione d’intelligenza, anche quella riflessa dall’intelletto divino, riverbera su di loro una qualche luce. E il giuoco delle luci, di quelle intellettuali e anche di quelle materiali, per prendere le più espressive, è certamente mirabile, ricchissimo. E quaggiù si possono sostituire le cose. Viene a chiudersi un capitolo, se ne apre un altro. Passa una stagione col suo incanto, ne viene un’altra con un altro incanto. E tutto è surrogabile qui, perché la rifrazione dell’infinito Bene e dell’infinita Bellezza di Dio non ha praticamente limiti per noi. Poi è la fine. Là dove non c’è Dio, per noi non c’è più alcuna rifrazione, ossia non c’è più nulla nell’essere che accolga la rifrazione di Dio e la possa riverberare. È la fine, nella tremenda lucidità di unavita e di una intelligenza che non si può spegnere in eterno.Vedete, le grandezze dell’amore di Dio sono un controluce nell’inferno. Mi spiego con una immagine. Voi sapete che cosa sono gli iceberg. La legge degli iceberg è questa: che nella media stanno unterzo fuori dell’acqua, due terzi in acqua. Poi vene sono di quelli che stanno anche soltanto undecimo fuori dell’acqua, a seconda della loro conformazione, ma la media è un terzo fuori, dueterzi in acqua. Dell’iceberg si vede la parte minore: quello che s’affonda nei vortici del mare è pauroso. È pauroso: la montagna a rovescio. La figura riflessa nell’acqua è a rovescio. Ora tutte queste grandezze sono degli iceberg, la montagna che pende a rovescio. Sono le immagini ritrattenell’acqua che, anche quelle, pendono a rovescio. Dio mio! Ma che cosa dev’essere l’essere senza Dio quando Iddio, la parte che sta dritta, è arrivato a questo punto? A questo punto! Noi maneggiamo il Corpo del Signore. In questo pomeriggio qualcuno l’ha tirato fuori, l’ha maneggiato, l’ha infilato in un ostensorio, l’ha messo là sopra. E lui ha lasciato fare. Se qualcheduno l’avesse preso e scagliato per terra — Dio ce ne liberi — avrebbe lasciato fare! Perché ordinariamente Dio non fa miracoli per salvaguardare la tutela delle sacre specie; è rarissimo che il Signore abbia fatto miracoli; ne ha fatti, ma rarissimi. Poiché le specie sono ancora quelle del pane, che non c’è più, non si rompono le ossa a Gesù Cristo! Avrebbe lasciato fare anche quello. Come lascia fare talvolta a certi sacrileghi che sottraggono le sacre specie e le portano a sedute orrende, orrende, dominate dall’odium Dei. Perché è vero, è vero questo, accade qualche volta. Egli lascia fare. Questa è l’immagine dritta. Adesso prendetela, questa immagine, e rovesciatela nell’acqua. L’iceberg: la montagna che pesca a rovescio. Dopo aver avuto una vita con Gesù Cristo accanto, nell’inferno è Gesù Cristo a rovescio. È la montagna che pende in giù. È l’amore divino ma a rovescio, è l’immagine dello splendore, ma riflessa a rovescio; tutto quello che è grande, che è modulazione di misericordia, di grandezza, di gioia, di speranza, di attrazione, di elevazione eterna, tutto a rovescio.Vi immaginate la Messa a rovescio, la Passione di Gesù Cristo a rovescio, la Redenzione a rovescio, la parola di Dio a rovescio, la verità a rovescio, il Bene, l’Amore, tutto a rovescio? L’iceberg. Figura paurosa ma, direi, per noi simbolo rivelatore. E tutte le volte che guarderete uno specchio d’acqua e vedrete delle immagini riflesse, a rovescio, vi prego di ricordarvi quello che vi ho detto. E allora attacchiamoci a Lui; perché se noi non ci attacchiamo a Lui, che cosa faremo? La prima delle due proposizioni che ho enunciato iniziando la meditazione: io posso andare all’inferno, è troppo terribile, pencola troppo sul nostro destino. Attacchiamoci a Lui. Questo iter, fosse anche lastricato di tutti i dolori, percorriamolo attaccati a Lui, con Lui, in divina compagnia. La riflessione a rovescio di tutte le grandezze, in cui sia una obbiettiva considerazione per raggiungere qualche cosa del concetto dell’inferno, ci aiuti ad amare questo iter comunque piaccia al buon Dio di lastricarlo. E se qualche volta saremo noi stessi a cospargerlo di spine e di rovi, sarà tanto di guadagnato, sarà tanto più sicuro, e tanto più certa sarà la speranza che l’essere attaccati al braccio di Gesù Cristo non si rallenti mai più. Perché la certezza ci manca ma la speranza no: è una virtù teologale, la speranza; se noi siamo fuori dalla speranza, siamo nel peccato, perché anche la disperazione è un peccato orrendo. Vi dicevo che noi siamo esattamente come su due pattini da sciacquatico dei quali uno un po’ va giù, a seconda di come è la pressione che noi facciamo con le gambe, a seconda del moto dell’onda, a seconda del tipo di sterzare del motomezzo che ci trascina. Va un po’ su, va un po’ giù…. Ma, in fin dei conti, abbiamo una corda in mano. Quella, non lasciamola scappare, è un filo conduttore, è l’iter con Gesù Cristo. S. Agostino concludeva: « Descendamus in infernum viventes ne descendamus morientes ». È meglio discendervi da vivi che da morti : « Hic combure, hic seca, dummodo in æternum non comburas ». È meglio trovarci un po’ di pauretta di qua che andare non a trovare paura ma a subire l’orrore per definizione, l’orrore per definizione che è l’anti-Dio. Ricordiamoci di queste cose quandola terra ci scotta sotto i piedi, quando sale la mosca al naso, tutte le mosche al naso, tutte, nessuna esclusa, quando ci sono gli istinti che si mettono a girare e a fare una tregenda. Ricordiamocene allora. I rovi, le penitenze, anche le più aspre, come quelle del Santo Curato d’Ars, sono cose che paiono niente. Prendiamo tutto, utilizziamo tutto; ma, attenti bene, non distacchiamoci mai dall’iter con Gesù Cristo, perché la sicurezza — tanto il chiodo è lì — non l’abbiamo ma la speranza sì. Vedete, il mondo ci dà oggi una certa descrizione dell’inferno. La cultura moderna, messa bene tutta insieme, dà una certa impressione dell’inferno. E forse Iddio lo permette perché gli uomini, che potrebbero essere sereni e giocondi, anche nella croce e sulla croce, di qua non ne vogliono sentir parlare e hanno quel che si meritano. Guardate bene che l’inferno è la negazione, la negazione totale, perché è: non Dio, pœna damni.Tutto ciò che è meramente negativo è infernale; è parente del diavolo tutto ciò che è meramente negativo. Aprite gli occhi. Non valgono ragioni d’arte, perché non esistono, e non valgono ragioni di cultura, perché non esistono in subiecta materia. Il negativo è negativo e pertanto non esiste, non ha concretezza. Non valgono, dico, le ragioni d’arte o supposte d’arte, o le ragioni di cultura o supposte di cultura, per accettare come un bello scherzo, come un amabile passatempo quello che il mondo moderno propina di meramente negativo nella sua, qualche volta si direbbe sagace, che invece è satanica opera con la quale morde e riduce alla negatività le cose splendenti della vita. Guardate il tratteggio dell’inferno che hanno fatto gli ultimi quattro secoli, proprio perché hanno la linea della negatività. Da quando, precedute da un certo naturalismo panteistico, poi da tante altre storture delle quali non è ora il caso diparlare, Lutero ha innalzato la bandiera della rivolta contro la Chiesa e contro la divina tradizione dell’Evangelo, la divina tradizione, pur tenendo in mano la Bibbia, guardate bene il tratteggio della negatività: al posto dell’oggetto è andato il soggetto e si è capovolto tutto. Conseguenza logica, immediata, razionalissima di questo capovolgimento, la perdita del criterio di verità e della certezza della verità, perduta come un bene rimpianto da gran parte della cultura moderna; perduta la certezza della cognizione, affogata questa cultura nel suo agnosticismo, del quale tenta satanicamente di bearsi a rovescio soffrendone — perché il suo bearsi è il soffrire —e costruendo così, con irrompente audacia, i sogni stupidi e più rovesciati che in tutti i tempi siano mai usciti fuori dalla mente umana, costruendo pertanto un mondo a rovescio. Cose a rovescio. La negatività è l’essere a rovescio. Non è rimasto più niente, per tanta gente, della sicurezza della verità, della obiettività delle cognizioni. E alla fine, come debole, ingenua e disgraziata reazione a questo, l’esistenzialismo: consolarsi con l’angoscia. L’atto dell’esistenza, dopo aver rifiutato l’atto dell’intelligenza che conquista la verità, l’atto dell’esistenza va inteso soltanto in quel momento, come se fossero — la vedete la negatività? — le cose a rovescio. Soltanto quando si è nell’angoscia: lo vedete l’iceberg, la montagna che pende a rovescio, tutta la cultura, che, pur avendo aspetti anche grandiosi, in realtà nel suo insieme pare seguire il tratteggio della negatività. La montagna a rovescio, l’iceberg, quello contro il quale, se la nave sperona, si fracassa ed è il disastro, il naufragio. Ecco ciò che è dato a noi di vedere. Questo mondo, quando voi lo considererete; quando, distaccandovi un po’ dal particolare e prendendo, nel silenzio dell’anima, la distanza sufficiente per coglierne le grandi linee architetturali, le guarderete, osservate bene e vedrete la montagna a rovescio che pesca nell’acqua. L’immagine fatta tutta a rovescio. Come se gli uomini, trastullandosi con la loro vita e con tutti i beni della vita, per via del loro peccato, si divertissero anche a fare il carnevale dell’inferno a questo mondo. E noi stiamo assistendo al carnevale dell’inferno. E tutte queste cose vi servano. Dante si è giuocato un po’ di un mio concittadino, Branca Doria, trovandolo all’inferno e definendolo « col corpo ancor vivo ancor di sopra ». Povero Branca Doria! Chissà che dispetti gli avesse fatto? Ma guardate che di Branca Doria ce ne sono tanti, perché molti in questo mondo hanno la disperazione della negatività di tutte le cose: della negatività dell’aria che respirano, della vita che portano, dell’amore che è senso e nient’altro, come schiatta fuori da una parte notevole ormai della letteratura e degli spettacoli che si danno sulle scene d’Italia. Oggi, badate che molti dei nostri simili, poveretti, sono come Branca Doria. Non c’è verso, si dimenano in tuttii modi e non riescono a godere niente, ad avere piacere di niente, ad avere certezza di niente. Hanno rifiutato la fede, non hanno voluto dire amen a Gesù Cristo e dicono amen a tutto e lo dicono a rovescio. La montagna rovesciata, e la immagine riflessa nell’acqua tutta a rovescio. Povera gente! Però la considerazione architetturale del nostro mondo che sta facendo della negatività, elemento infernale, un suo segno caratteristico, ci richiami costantemente all’« initium sapientiae timor Domini ». Attacchiamoci, nel nostro iter, a questo nostro Salvatore dolcissimo, col quale possiamo parlare tutti i giorni e tutto il giorno, col quale possiamo vivere, lavorare e soffrire, col quale possiamo andare innanzi nella vita e col quale serenamente possiamo aspettare il tramonto. Attacchiamoci. E se qualche volta il sonno prende, facciamo come S. Carlo che teneva in mano una palla di metallo perché, se si addormentava, gli cadesse sui piedi e glieli schiacciasse e lo svegliasse. Anche noi teniamo questa palla continuamente perché sempre ci ricordi le cose dette in questa meditazione, questa palla che, ove il primo accenno dell’assopimento si avanzi, rotoli giù, ci schiacci qualche cosa, ci svegli, sicché « descendamus in infernum viventes » sempre, tutti i giorni,« ne descendamus morientes ». A forza di pensare alla morte tutti i giorni, si muore bene e sereni. E a forza di discendere all’inferno tutti i giorni, penso che, forse, ce la caveremo.

http://www.exsurgatdeus.org/2020/01/15/gregorio-xvii-il-magistero-impedito-3-corso-di-esercizi-spirituali-7/

SALMI BIBLICI: “INCLINA, DOMINE, AUREM TUAM” (LXXXV)

Salmo 85: “Inclina, Domine, aurem tuam”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME DEUXIÈME.

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 85

Oratio ipsi David.

[1] Inclina, Domine, aurem tuam

et exaudi me, quoniam inops et pauper sum ego.

[2] Custodi animam meam, quoniam sanctus sum; salvum fac servum tuum, Deus meus, sperantem in te.

[3] Miserere mei, Domine, quoniam ad te clamavi tota die;

[4] lætifica animam servi tui, quoniam ad te, Domine, animam meam levavi.

[5] Quoniam tu, Domine, suavis et mitis, et multæ misericordiæ omnibus invocantibus te.

[6] Auribus percipe, Domine, orationem meam, et intende voci deprecationis meæ .

[7] In die tribulationis meæ clamavi ad te, quia exaudisti me.

[8] Non est similis tui in diis, Domine, et non est secundum opera tua.

[9] Omnes gentes quascumque fecisti venient, et adorabunt coram te, Domine, et glorificabunt nomen tuum.

[10] Quoniam magnus es tu, et faciens mirabilia; tu es Deus solus.

[11] Deduc me, Domine, in via tua, et ingrediar in veritate tua; lætetur cor meum, ut timeat nomen tuum.

[12] Confitebor tibi, Domine Deus meus, in toto corde meo, et glorificabo nomen tuum in æternum;

[13] quia misericordia tua magna est super me, et eruisti animam meam ex inferno inferiori.

[14] Deus, iniqui insurrexerunt super me, et synagoga potentium quæsierunt animam meam, et non proposuerunt te in conspectu suo.

[15] Et tu, Domine Deus, miserator et misericors; patiens, et multae misericordiæ, et verax.

[16] Respice in me, et miserere mei; da imperium tuum puero tuo, et salvum fac filium ancillæ tuæ.

[17] Fac mecum signum in bonum, ut videant qui oderunt me, et confundantur, quoniam tu, Domine, adjuvisti me, et consolatus es me.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO LXXXV.

Davide nelle varie tribolazioni ricorre a Dio, fonte di vera consolazione, con umile preghiera.

Orazione dello stesso David.

1. Porgi, o Signore, le tue orecchie, ed esaudiscimi; perocché afflitto son io e in povertà.

2. Custodisci l’anima mia, perché io sono a te consacrata, salva il tuo servo, o Dio il quale in te spera.

3. Abbi pietà di me, o Signore, perché tutto il giorno ho alzate a te le mie grida:

4. consola l’anima del tuo servo, perché a te, o Signore, ho innalzata l’anima mia.

5. Perocchè soave se’ tu, o Signore, e benigno e di molti misericordia per quei che t’invocano.

6. Odi propizio, o Dio, la mia orazione, e presta attenzione alta voce delle mie suppliche.

7. A te alzai le mie grida nel giorno di mia tribolazione, perché tu mi esaudisci.

8. Niuno è simile a te tra gli dei, o Signore, e niuno, che imitar possa le opere tue.

9. Le nazioni tutte, quante ne sono state fatte da te,  varranno, e te adoreranno, o Signore, e daran gloria al nome tuo.

10. Perché tu se’ grande, e fai opere meravigliose; tu solo se’ Dio.

11. Conducimi nella tua via, o Signore, e io camminerò nella tua verità si rallegri il mio cuore in temendo il tuo nome.

12. A te io darò laude, o Signore Dio mio, con tutto il mio cuore: e in eterno glorificherò il nome tuo;

13. Perocchè grande ell’è la misericordia tua sopra di me, e l’anima mia hai tratta fuori dell’inferno profondo.

14. O Dio, gl’iniqui han cospirato contro di me, e una turba di potenti ha assalito l’anima mia, ed eglino non si figurano, che tu sii ad essi presente.

15. Ma tu, Signore Dio buono, e benefico, e paziente, e di molta misericordia, e verace.

16. Volgi il tuo sguardo a me, e abbi di me pietà, dà il tuo impero al tuo servo, e salva il figliuolo di tua ancella.

17. Fa un segno buono per me, affinché color che mi odiano, veggano per loro come tu, o Signore, mi hai dato aiuto, e mi hai consolato.

Sommario analitico

Davide, perseguitato da Saul, rappresenta qui Gesù-Cristo che parla tanto nel suo Nome, che a nome del suo Corpo mistico, il giusto che si mette sotto la protezione del cielo, soprattutto in tempi di avversità.

I. Egli domanda a Dio di esaudire la sua preghiera.

1° Il primo motivo è tratto da se stesso: a) egli è sprovvisto dei beni di fortuna (1); b) è compartecipe dei beni dell’anima, la grazia, una ferma speranza, il fervore e la costanza della preghiera, un’anima elevata al di sopra di tutte le cose della terra (2-4); 2° Il secondo motivo è tratto da Dio, a) la cui clemenza è piena di dolcezza e di bontà e la cui misericordia è grande su tutti coloro che Lo invocano nella tribolazione (5-7); b) la cui eccellenza è incomparabile. – Egli sorpassa tutti gli esseri con la sua essenza. – Nessuno può essere a Lui comparato per potenza. – Egli è mirabile per la conversione di tutte le nazioni, grande per maestà, incomparabile per potenza, ed è il sovrano Padrone e Signore dell’universo (8-10).

II. – Egli fa conoscere l’oggetto della sua preghiera; chiede a Dio:

1° di condurlo e dirigerlo nella sua via, dargli la gioia del cuore e il timore del suo nome; promette di rendere grazie a Dio con tutto il suo cuore, e di glorificare eternamente il suo Nome a causa della misericordia che gli ha fatto sentire in tutte le circostanze della sua vita e dopo la sua morte (12, 13);

2° di aiutarlo e sostenerlo nel momento della morte, a) a causa dei suoi nemici che si levano ingiustamente contro di lui cercando di togliergli la vita e nella loro malizia allontanarlo dagli occhi di Dio (14); b) a causa della misericordia e la veracità di Dio (15);

3° di glorificarlo dopo la sua morte, a) dandogli la potenza e l’impero (16); b) colpendo con il terrore i suoi nemici con lo spettacolo della sua resurrezione e confondendoli con il potente soccorso che gli ha dato (17). 

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-9.

ff. 1. – Il Profeta comincia la sua preghiera presentando la grandezza di Dio e la propria bassezza. È questa la migliore delle preghiera, « perché la preghiera di colui che si umilia, penetrerà i cieli » (Eccli. XXXIII). Dio abbasserà le sue orecchie se non alzate orgogliosamente la testa; perché Egli si avvicina a chi è nell’umiltà, e si allontana da chi è elevato. Dio abbassa dunque le sue orecchie verso di noi. In effetti, Egli è in alto e noi siamo in basso; Egli è al culmine della grandezza, noi siamo nella bassezza, ma non siamo destinati all’abbandono. Egli abbassa il suo orecchio verso il ricco; lo inclina verso il povero, verso colui che manca di tutto, vale a dire verso colui che è umile, che confessa i suoi peccati e che ha bisogno della misericordia divina; ma non si inclina verso colui che è sazio, che si eleva e si vanta come se non avesse bisogno di niente (S. Agost.).

ff. 2. – «Custodite l’anima mia, perché io sono santo ». Io non so chi potrebbe pronunciare queste parole: « … perché Io sono santo », se non chi era senza peccato nel mondo; … che non ha commesso nulla, ma che ha rimesso i peccati di tutti .. Ma se io qui riconosco la voce del Cristo, devo dunque separare la mia dalla sua? No, perché Egli parla senza che dovremmo separarla dal suo corpo, quando si esprime in questo modo. Io oserei dirvi anche: « Perché io sono santo ». Se io volessi dire santo, come potrei santificare me stesso non avendo bisogno di essere santificato, stante queste parole « … siate santo, perché Io sono santo » (Lev. XIX, 2), in questo senso il Corpo di Cristo osa dire con il suo Capo, ed alle dipendenze del suo Capo: « … perché io sono santo ». Questo Corpo ha ricevuto in effetti la grazia della santificazione, la grazia del Battesimo e della remissione dai peccati. « … Ecco ciò che siete stato », dice l’Apostolo, dopo avere enumerato diversi peccati, « ma voi siete stati lavati, siete stati santificati » (I Cor., VI, 11). Se dunque l’Apostolo dice che i fedeli sono stati santificati, ogni fedele può dire: « io sono santo ». Non è questo l’orgoglio di un uomo che si eleva, bensì la confessione di un uomo che non è ingrato (S. Agost.). 

ff. 3, 4. – Due sono le qualità principali della preghiera: l’ardore della preghiera, « Io ho gridato », e la sua perseveranza, « … tutto il giorno ». – Riempite di gioia l’anima del vostro servo, perché io l’ho elevata verso di Voi. In effetti, essa era sulla terra, e sulla terra non sentiva che amarezza. Poiché non venga a disseccarsi nella sua amarezza e perdere tutta la dolcezza della vostra grazia, rallegratevi in Voi stesso,  perché solo Voi siete gioia e dolcezza, il mondo è pieno di amarezza. Certo il Cristo ha buone ragioni nell’avvertire i suoi membri, nel tenere elevati i loro cuori. Che lo ascoltino dunque e gli obbediscano, che elevino verso di Lui tutto ciò che si soffre sulla terra; perché il cuore sulla terra non potrebbe marcire quando si elevasse verso Dio. Se avete del grano depositato a casa vostra, in qualche locale sotterraneo, per impedire che marcisca, lo farete mettere nei locali più elevati della casa. Voi cambiereste posto al vostro grano, e lascereste il vostro cuore marcire sulla terra?  Voi che mettereste il vostro grano nel locale più alto della vostra casa, elevate dunque ugualmente il vostro cuore al cielo. E come posso, vi chiederete? Quali corde, quali macchine, quali scale sarebbero sufficienti? I gradini sono i vostri sentimenti; il cammino è la vostra volontà. Con la carità voi salite, con la negligenza scendete. Restando sulla terra, voi siete in cielo se amate Dio: il cuore non si eleva allo stesso modo del corpo. Il corpo per elevarsi, cambia posto, il cuore per elevarsi, cambia volontà: « io ho elevato la mia anima a Voi ». (S. Agost.).

ff. 5. – « Perché Voi siete dolce e soave ». Oppresso dal disgusto, per così dire, in ragione dell’amarezza delle cose della terra, egli ha desiderato qualche raddolcimento, ha cercato la fonte della dolcezza e non l’ha trovata sulla terra, perché, da qualunque parte si volga, trova scandali, soggetti di terrore, afflizioni, tentazioni. – In quale uomo si può trovare una intera sicurezza? Da chi si può  ricevere una gioia certa? Ciò che non trovava in se stesso, come trovarlo in un altro? … Di conseguenza, ovunque si volga, l’uomo trova amarezza nelle cose della terra, e non c’è per lui alcun raddolcimento se non si eleva a Dio (S. Agost.). –  « Perché siete così misericordioso con coloro che vi invocano », cosa vuol dire ciò che noi leggiamo in diversi passi della Scrittura?  « … essi invocheranno ed Io non li esaudirò? » (Prov. I, 28) se non è qualcuno di coloro che invocano, ma non invocano Dio? Di essi è detto: « Essi non hanno invocato Dio » (Ps. LII, 6). Essi invocano, ma non invocano Dio. Voi invocate tutto ciò che amate; voi invocate tutto ciò che volete venga a voi. Ora, se invocate Dio perché vi arrivi una somma di denaro, una eredità, una dignità del mondo, invocate realmente questi beni che voi volete veder venire a voi, e si domanda a Dio, non di esaudire dei giusti desideri, ma di venire in aiuto alle vostre cupidigie (S. Agost.).

ff. 6. 7. – Quale ardente desiderio in questa preghiera: « Signore fate entrare profondamente la mia preghiera nelle vostre orecchie; » cioè che la preghiera mia non esca dalle vostra orecchie; fatela penetrare, sprofondatela nelle vostre orecchie. Come mai il profeta ha questo pensiero di far penetrare la sua preghiera nelle orecchie di Dio? Dio risponde e ci dica: volete che la vostra preghiera penetri nelle mie orecchie? Fate penetrare la mia legge nel vostro cuore! – La causa per la quale mi avete esaudito è che nel giorno della mia tribolazione io « ho gridato verso di voi ». Poco innanzi il profeta aveva detto: io ho gridato tutto il giorno, ho sofferto la tribolazione tutto il giorno. Che nessun Cristiano dica dunque che c’è un solo giorno nel quale non abbia subito alcuna tribolazione. « Tutto il giorno » vuol dire in ogni tempo. Tutto il giorno è nella tribolazione. Che dunque, si soffre la tribolazione anche quando tutto per noi va bene? Si, in ogni tempo, si soffre la tribolazione. Da dove viene la tribolazione? Perché « finché noi siamo sottomessi al nostro corpo, noi siamo esiliati lontano da Dio … » Colui al quale l’esilio è dolce, non ama la sua patria: se la patria gli è dolce, l’esilio gli è amaro, e se l’esilio gli è amaro, egli è tutto il giorno nella tribolazione (S. Agost.).

ff. 8. – Qualunque cosa l’uomo possa inventare, ciò che è stato fatto non è simile a colui che l’ha fatto. Ora, eccetto Io, tutto ciò che esiste in natura è stata fatta da Dio. E chi potrà mai concepire la distanza tra il Creatore e ciò che ha creato? Dio è ineffabile; noi diremmo più facilmente ciò che non è, che ciò che è … Voi domandate ciò che è? … E ciò che l’occhio non vede, ciò che l’orecchio non ha inteso, ciò che non è salito nel cuore dell’uomo (I Cor. II, 9), – (S. Agost.).

ff. 9, 10. – Questa è la predizione che annuncia la fondazione della Chiesa; tal predizione è in parte compiuta, e continua a compiersi tutti i giorni, con la conversione alla fede delle Nazioni più remote. – Le Nazioni convertite « renderanno grazie al nome di Dio » mentre Cristiani pervertiti disonorano questo santo nome con le loro empietà e bestemmie (Aug.).

II. — 11-17.

ff. 11, 12. – Il Profeta chiede di essere condotto nella via di Dio e non nella propria via, nella verità di Dio e non nelle illusioni del proprio spirito. – « Conducetemi Signore, nella vostra via. » Io già sono nella vostra via, ma ho bisogno di essere condotto da Voi. « Ed io camminerò nella vostra verità. » se Voi mi condurrete io non errerò più, se Voi mi abbandonerete a me stesso, io sarò indotto in errore. Pregatelo dunque di non abbandonarvi, ma al contrario, di condurvi al fine, avvertendovi costantemente e dandovi costantemente la mano. Perché Dio, dando il suo Cristo, dà la sua mano, e dando la sua mano, dà il suo Cristo. Egli conduce fino alla via che conduce al suo Cristo, Egli conduce alla sua via, conducendo al suo Cristo. Ora il Cristo è la verità. « Che il mio cuore sia colmo di gioia perché teme il vostro Nome. » Il timore è dunque compatibile con la gioia. E come v’è gioia se vi è timore? Il timore ordinariamente è qualcosa che si ama? Verrà un giorno in cui la gioia sarà esente dal timore, ma ora la gioia è mescolata al timore. In effetti sulla terra non c’è ancora piena sicurezza, né gioia perfetta. Se non abbiamo alcuna gioia, cadiamo nel fallimento; se la nostra sicurezza è intera, tutti ci diamo a funesti trasporti. Dio espanda dunque la sua gioia su di noi e ci ispiri il suo timore al fine di condurci con la dolcezza della gioia, al giorno della sicurezza. Dandoci il timore, preverrà ogni trasporto cattivo ed ogni allontanamento dalle via (S. Agost.). – « Il timore del Signore è la sua gloria, ed il trionfo, una fonte di gioia ed una corona di allegria. Il timore del Signore farà gioire il cuore, esso darà la gioia, l’allegria  e la lunghezza dei giorni » (Eccli, I, 12). Alla domanda si fa succedere l’azione di grazia, perché nulla è più utile per ottenere nuovi benefici, che si mostrino riconoscenti  coloro che li hanno ricevuti.

ff. 13. – Tale è la misericordia divina che noi dobbiamo misurare con la distesa dei mali dell’inferno dai quali essa ci libera, e con la grandezza dei beni eterni ai quali essa ci prepara. – Se un riprovato venisse tratto fuori dall’inferno e ristabilito nella via delle buone opere e del merito, con quel sentimento si occuperebbe di questo versetto, in cui il Profeta dice che la misericordia del Signore è infinita al suo riguardo, perché lo ha tratto dal fondo dell’inferno! Io non posso dire e neanche concepire ciò che farebbe per testimoniare a Dio la sua riconoscenza. È da presumere che la sua vita non sarebbe che un tessuto di azioni di grazie, e che niente potrebbe distrarlo da questo santo esercizio. Perché? Perché egli avrebbe sperimentato il più grande dei mali, che è la riprovazione; perché si ricorderebbe perpetuamente delle fiamme divoranti da cui sarebbe stato liberato. Quando l’uomo ha meritato l’inferno, e che, per effetto della misericordia divina, e stato ristabilito nella grazia, non dovrebbe dire anche come il Profeta: Signore, io vi renderò eterne azioni di grazie, perché la vostra misericordia mi ha liberato dall’abisso in cui i miei crimini mi avevano sprofondato? Occorre dunque che la nostra fede imperi nel nostro spirito più  di quanto non sarebbe con la prova della dannazione? Siamo sicuri dell’esistenza del luogo di tormenti più di quanto non lo fossero il ricco epulone o l’apostolo traditore? La parola di Gesù-Cristo non è sufficiente a convincerci? (Berthier).  

ff. 14, 15. – È sufficiente essere giusto per avere i malvagi contro di sé. Basta levarsi contro il vizio, perché coloro che lo amano si levano contro il giusto. – Ma soprattutto, attaccare il vizio nei potenti, è dar loro l’occasione di cercare di perderci. Di cosa non è capace colui che non ha il timore di Dio davanti agli occhi? In questo versetto, il salmista oppone gli attributi di Dio alla malvagità dei persecutori, per accelerare il soccorso di cui ha bisogno. Secondo la forza del testo, il primo di questi attributi è la tenerezza, il secondo la benevolenza, il terzo la lentezza nel punire, il quarto è la misericordia, il quinto è la fedeltà.

ff. 16. – La prova di questa dolcezza, di questa longanimità, è soprattutto la pazienza di Dio nel tollerare preghiere così imperfette come le nostre. San Agostino stabilisce qui un dialogo pieno di fiducia da una parte, ed una tenerezza misericordiosa dall’altra, tra l’anima ed il Signore. – « … Mio Dio, siate la mia gioia, perché mi sono elevato a Voi finché ho potuto, per quanto mi avete dato di forza, per quanto ho potuto conservare le mie fuggitive potenze. » – Ma voi avete dimenticato, riprende il Signore, quante volte nelle vostre preghiere, siete stato distratto da mille pensieri vani e superflui? Forse appena una volta la vostra preghiera è stata fissa e stabile. E l’anima continua: … è vero o mio Dio, ma Voi siete soave e dolce: la vostra dolcezza mi tollera. Io sono malato e fluisco come l’acqua, guaritemi, ed io sarò fermo e stabile; e nell’attesa, Voi mi tollerate perché siete soave e dolce, e pieno di misericordia. Voi non avete solo misericordia, ne siete pieno, i nostri peccati si moltiplicano, e le vostre misericordie si moltiplicano nello stesso tempo.

ff. 17. – Nessuno cerca consolazione se non è nella miseria. Voi non volete consolazione? Dite che siete felice. Allora voi ascolterete queste parole: « … il mio popolo, coloro che dicono che voi siete felici, vi inducono in errore e turbano i sentieri ove camminano i vostri piedi. » (Isaia III, 12). L’Apostolo S. Giacomo usa lo stesso linguaggio: « Gemete – egli dice – e piangete; che il vostro riso si muti in lutto » (Giac. IV, 9). Le Scrittore parlerebbero senza sicurezza? Ma questa regione è quella degli scandali, delle tentazioni e di tutte le miserie, affinché noi gemiamo quaggiù, mentre noi meritiamo di rallegrarci in cielo e dire: « Voi avete liberato i miei occhi dalle lacrime ed i miei piedi dalla caduta; camminerò alla presenza del Signore nella terra dei viventi (Ps. CXIV, 8, 9). Questa regione è quella dei morti. La regione dei morti passa; la regione dei vivi arriva (S. Agost.).

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: 3° Corso di Esercizi Spirituali (5)

S. S. GREGORIO XVII:IL MAGISTERO IMPEDITO:

III CORSO DI ESERCIZI SPIRITUALI (5)

[G. Siri: Esercizi Spirituali; Ed. Pro Civitate Christiana – Assisi, 1962]

IL NOSTRO ITINERARIO CON GESÙ’ CRISTO

5. Il Giudizio di Dio

È necessario parlare del giudizio di Dio. Abbiamo due giudizi: quello particolare, che segue alla morte di ciascun uomo, e quello universale, che riprende il giudizio di tutti gli uomini, di tutti i singoli, e lo riprende sul piano dell’umana famiglia e della storia. Siccome a noi interessa piuttosto conoscere il criterio del giudizio del Signore e siccome questo è lo stesso, sia che si tratti del giudizio particolare sia che si tratti del giudizio universale, possiamo porre la nostra attenzione piuttosto a questo. E così ci incontreremo un’altra volta con Gesù Cristo. – Prendiamo il cap. XXV dell’Evangelo di S. Matteo, versetto 31 e seguenti, dove si parla del giudizio universale. Gesù prospetta la scena ai suoi uditori: « Dio separerà i buoni dai cattivi come un pastore separa i capri dalle pecore. Metterà questi a sinistra e gli altri a destra, disposizione reale e disposizione simbolica. Dirà a quelli che sono a destra: Io ebbi fame e mi avete dato da mangiare; ebbi sete e mi avete dato da bere; fui ignudo e mi avete ricoperto; fui infermo, carcerato, e mi avete visitato. Quelli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo dato da mangiare, da bere, ricoperto, visitato? Risponderà il giudice: Quello che avete fatto a ciascuno di questi piccoli lo avete fatto a me! ». Queste ultime parole sono rivelatrici perché anzitutto rivelano il fine cristologico della carità. La si fa per Lui. E qui ritroviamo nuovamente l’asse, il filone dei nostri Esercizi. Vediamo le due leggi che ci vengono rivelate da questo tratto che riguarda il giudizio universale, ma che rivela un criterio valevole tanto per il giudizio universale come per il giudizio particolare. La prima legge è quella dell’alterità, ossia: Dio chiede agli uomini che si ricordino bene di non essere soli, e pertanto l’impegno della loro vita è perfettamente errato se pensano soltanto a sé stessi. Notate bene che il modo col quale si esprime N. S. Gesù Cristo nel giudizio universale, e che riflette pure quello del giudizio particolare, è quello di fare una selezione. Egli avrebbe potuto dire: Perché non siete stati chiari con voi stessi? Non è che Egli non voglia che non si sia chiari con noi stessi. Perché non siete stati sinceri con gli altri? Non è che Egli non voglia che non si sia sinceri con gli altri. Ha scelto questo punto, il che vuol dire che lo ritiene discriminante ed equilibrante l’uomo. È la legge dell’alterità: ci sono gli altri; e si sbaglia tutto quando si crede di essere soli e quando si agisce come se si fosse soli; e quando ci si diporta come se noi non dovessimo nulla agli altri. Agli altri si deve tutto. Gesù aveva detto, e più di una volta: « Ama il tuo prossimo come te stesso ». Gli altri pertanto, nel pensiero di N. S. Gesù Cristo, compaiono tanto quanto compariamo noi, cioè ciascun uomo sa che nella vita gli altri non hanno meno peso di quello che lui stesso ha di fronte a sé stesso. Questa è la legge. – Vi prego di osservare questa divina armonia della legge. L’uomo non si è creato da sé, l’ha creato Iddio. Ed ecco la prima alterità, fondamentale di tutto. Pertanto non ha niente di cui possa dire: questo è soltanto mio. No, in un senso proprio, definitivo e originale, non lo può dire. Creato da Dio, messo in questo mondo, lasciando sempre al di sopra delle cause seconde la causa prima, l’uomo ha ricevuto tutto: la vita da suo padre e da sua madre, e poi riceve continuamente tutto dalla società. Guardate. Ma ci vuol tanto a capire certe cose? Credo che nessuno di noi abbia coltivato le materie prime delle quali è vestito, abbia filato i tessuti dei quali è ricoperto. Capisco: ci può essere qualche lavoro fatto così, da mani femminili, ma si tratta di qualche cosa di secondario. Nessuno di noi che siamo qui dentro va a seminare il grano per farsi il pane, nessuno di noi va a coltivare le uve dalle quali viene spremuto il vino. E così in tutto. Nessuno di noi è stato l’autore dei libri e degli altri strumenti di cultura coi quali si è fatto meno ignorante o addirittura sapiente. Abbiamo ricevuto da tutti. E questa legge dell’alteritas è tanto evidente, è talmente quotidiana, è talmente grande e universale, si afferma talmente in tutto, che non la vediamo più. Ecco, succede di questa legge quello che succede un po’ del cielo che, siccome l’abbiamo sopra la testa, è abituale, ai più non dice niente. E così questa legge, proprio perché è universale. Ma essa ricorda a noi che se nella vita nostra non facciamo posto agli altri, tanto quanto almeno ne facciamo a noi stessi, noi sbagliamo tutto. Ecco la prima legge sulla quale Nostro Signore Gesù Cristo dice chiaro che saremo giudicati. – Poi c’è l’altra legge che viene rivelata da queste parole, specialmente le ultime: « Quello che avete fatto a uno di questi piccoli, l’avete fatto a me ». E l’altra legge consiste nel carattere medio che rispetto a Dio assumono tutte le cose. Carattere medio che ha infinite e universali conseguenze. Osserviamo bene. Gesù Cristo cosa dice qui? Cerchiamo di tradurre in modo meno stringato e più accessibile alla nostra povera intelligenza. Gesù Cristo dice questo: guardate che per amare me, voi dovete amare gli altri. Il vostro amore per me non è autentico, anzi sostanzialmente finisce col non esistere, se voi non amate gli altri. Questo è quanto dice Gesù Cristo. E mentre dice questo, fa intendere un’altra cosa: che amando gli altri, noi possiamo ottenere per questa via quello che altrimenti non potremmo mai ottenere, perché a Dio noi non possiamo dare nulla. Invece arrivando all’amore di Dio amando gli altri, i nostri fratelli, è come se noi a Dio potessimo dare tutto: in effetti è la stessa cosa. Cioè a Dio bisogna arrivare attraverso gli altri. È qui che si ha la spiegazione vera delle parole di Gesù: « Il massimo comandamento è questo: ama Dio con tutta la tua anima, con tutta la tua mente, con tutte le tue forze; e il secondo è simile al primo: ama il tuo prossimo come te stesso ». È  qui che si capisce perché Egli abbia sempre insistentemente, sistematicamente unito i due oggetti dello stesso amore: Dio e il prossimo. Vi prego di riflettere: che cosa noi potremmo dare a Dio direttamente, che a lui serva? Nulla. perché Dio è perfetto, è infinito, non patisce d’aggiunte, non è passivo, e pertanto non riceve. Essendoci tra noi e Lui i fratelli, noi possiamo dare a Dio tutto, ed è veramente come se lo avessimo fatto; a Lui. Perché è come se l’avessimo veramente fatto a Lui? Perché sono sue creature e, possiamo aggiungere, sono suoi redenti, ricomprati, creati una seconda volta, sono suoi, Egli li ama. E allora quello che è fatto a loro, per il rapporto di creazione e di redenzione, è fatto a Lui. Succede anche in questo mondo: chi fa bene ai nostri amici, fa bene a noi; chi fa bene ai figli, fa bene ai genitori e viceversa. Ma questi rapporti, che hanno un carattere certo sostanziale ma in termini umani, tra gli uomini, e che danno un certo carattere almedio, questi rapporti sono infinitamente più grandi quando c’entra come termine Iddio. E allora qui la funzione del medio che hanno le creature rispetto a Lui, per noi è chiaro che viene enormemente innalzata e rafforzata. E così in tutto. Ma vedete come le ragioni si allungano e vanno all’infinito! È facile amare Iddio quando non ci sono le complicazioni di qualcheduno che sta in mezzo. Sarà, non dico facile ma necessario, quando lo vedremo, Dio, perché quando noi saremo con Dio un giorno nell’eternità, lo dovremo amare di necessità. Lo ameremo liberamente ma nello stesso tempo ne saremo necessitati, perché non si può non amare Iddio. Quaggiù lo si può dimenticare: di là non lo potremo dimenticare, perché non ci saranno le cose distraenti, e allora potremo veramente dare forza al nostro atto d’amore. Questa legge è costante: guardate com’è costante questa legge del medio e che spiega tante cose dell’essere e della vita, la obbedienza per esempio. Che carattere ha la obbedienza? Chi di noi si sentirebbe di disobbedire a Dio, se Dio venisse a comandare? Questo non ci passerebbe neppure per l’anticamera del cervello; non ci se ne affaccerebbe neppure la più lontana ipotesi. Ma quanto fosse esclusa la ipotesi del poter non obbedire, altrettanto diminuirebbe il merito. Il merito dell’obbedienza è questo: che si obbedisce a Dio mentre Dio non lo si vede, mentre dinanzi a noi abbiamo la faccia degli altri, bella o brutta, simpatica o antipatica che sia, meritevole o immeritevole che sia, ragguardevole o non ragguardevole che sia, non ha importanza; sta in questo: che noi obbediamo a messaggeri che non portano affatto sul volto il suggello divino perché, nella migliore delle ipotesi, sono uomini come noi. Oppure saranno leggi, ma le leggi sono emanazione degli uomini, saranno leggi scritte, regolamenti, non ha importanza. Se non ci fosse questo medio, a che cosa varrebbe la nostra obbedienza? – Quelli che pretendono di obbedire soltanto agli ordini di Dio, non hanno capito nulla. Dio ha messo tutte queste cose in mezzo come si aumenta l’avvolgibile per aumentare la resistenza, per moltiplicare la capacità delle nostre azioni. Lo capite che cosa ci sta a fare il medio, legge fondamentale della vita? Vedete come ritorna a proposito del giudizio, sia particolare che universale. Rispettare Iddio: già! Bel merito trovarsi al cospetto dell’Eterno e fargli una riverenza. Ma bisogna rispettare tutto in questo mondo per rispettare Iddio. È la legge del medio cui honor = amor. Voi vedete che c ‘è un certo vento, che spira dal deserto, vento inaridente, che pare voglia bruciare autorità, distinzioni, superiorità, tutto! Voi capite che è contro Dio questo vento, perché distrugge il medio. Bella pretesa: ci sono io e poi c’è Iddio. No! Per te Iddio non c’è, se non c’è quello che sta in mezzo. Ce l’ha messo Iddio. Voi capite la ragione per cui la Chiesa ha sempre condannato sistematicamente tutti questi movimenti misticoidi. Siamo in Assisi e ad Assisi si può ricordare la prima origine della storia di coloro che diventarono poi i Fraticelli, che finirono col fare alleanza anche col diavolo, non solo con l’Imperatore contro il Papa, con Filippo il Bello contro il Papa, ma perfino col diavolo. E oggi ci sono dei movimenti risorgenti. Mettiamoci subito in rapporto con Dio, dicono i Pentecostali, come se avessero il filo diretto. No! È la legge del medio, che è affermata da Gesù Cristo. Qui Egli lo dice per il giudizio. Egli accetta, ma quello che è andato sul medio. È per questo che Gesù Cristo ha messo la Chiesa tra noi e Lui. Molti non la vogliono, ma è legge di tutto. O si passa di là, o non si arriva a Lui. Ecco la radice per cui la Chiesa est societas necessaria. – Comodo, vero, aver da fare soltanto col Perfettissimo, con l’Eterno, con l’Infinito, che non ha nessun lineamento di antipatia sulla faccia, perché è il principio della Verità, è il principio del Bene, è il principio della Bellezza, come è il principio dell’Essere e di ogni distinzione. È comodo. No, appunto perché è comodo, vale poco, appunto perché sarebbe facilissimo, appunto perché priverebbe noi, poveri uomini, del valore di essere qualche cosa, appunto perché non ci sarebbe più il merito. La legge del medio la vedete riflessa nel giudizio universale? Non stiamo a badare a questo vento che spira dal deserto, vento che brucia, che fa disseccare tutta la vegetazione, vento che non dà alcun respiro alle erbe, alle piante, agli alberi, che liscia anche le pietre e le lascia, esse sole, così aride, bruciate, brucianti, abbaglianti, e fa il deserto. Stiamoci attenti! C’è la legge del medio. Bisogna accettarla, perché così vuole Iddio. E’ facile — e qui s’introduce il discorso alla fede e alla fede nell’Eucaristia — è facile aderire a Dio quando lo si vede. Ma la grandezza sta nell’aderire a Lui quando non lo si vede, ossia quando c’è il medio. La vedete la legge del medio che entra a dare la ragione della fede. Sarebbe facile tendere le mani verso di Lui quando — lasciatemi parlare antropomorficamente — lo si potesse palpare. Dio non è materia, non si palperà mai con le mani, ma per esprimerci diciamo così. Invece è grande quando si aderisce a Lui e non lo si può palpare. È il medio quello che aumenta tutto. Il medio è come l’esponente nei numeri, è quello che alza di potenza. Questa è la legge che ci viene rivelata. È quella che ci spiega perché dobbiamo essere umili coi nostri fratelli. Tutti capiscono che bisogna essere umili con Dio. Siamo fatti in modo tale che se qualcheduno fa paura, ci precipitiamo tutti nella polvere o quasi tutti; immaginatevi che cosa costerebbe essere umili davanti a Dio! Se c’è qualche manifestazione esterna, piccolissima dinanzi all’Eterno, grandissima per noi — come quella che ebbe il popolo d’Israele quando Dio promulgò la legge sul monte Sinai, che si pigliarono una tale paura da dire: « Per carità, Signore, non manifestarti mai più, altrimenti moriamo tutti » — è facile essere umili con Dio quando si è direttamente con Lui. Ma lo capite che l’umiltà acquista concretezza e valore quando è dinanzi agli altri? Dinanzi a coloro che non la meritano, questo è il bello! Allora si capisce perché si debbano amare coloro che non lo meritano, non soltanto coloro che lo meritano. Gesù un giorno l’ha detto chiaro e tondo: « Se salutate soltanto quelli che vi salutano, che cosa fate di diverso dai pagani? ». Allora si capisce perché a nessuno di coloro ai quali dobbiamo umiltà, rispetto, obbedienza, noi dobbiamo chiedere il loro valore, perché non è per il loro valore che noi facciamo questo. È perché essi sono un medio tra noi e Dio. Ed ecco come tutta la vita si dispiega con chiarezza. La legge del medio guardate come ci riporta all’Eucaristia! Perché ci spiega come mai, rimanendo Gesù qui in Corpo Sangue Anima e Divinità, noi non lo possiamo vedere con gli occhi. È per fortuna nostra che non lo possiamo vedere con gli occhi. Intanto se vedessimo qualche cosa con gli occhi, moriremmo subito. E sarebbe finita col rimanente ogni possibilità di merito, perché noi siamo adeguati a quest’ordine, per cui anche nel campo puramente materiale, tridimensionale, non siamo in grado di sopportare nulla che lo ecceda. Si rimarrebbe immediatamente schiacciati sotto. Tutti i fenomeni della mistica, fenomeni autentici e reali, non dei matti o degli isterici, parlo della mistica vera, stanno a dare la dimostrazione, che del resto non è neanche necessaria perché troppo ovvia la ragione, che se qualche cosa supera, schiaccia. Allora noi proprio qui, mentre stiamo discorrendo del giudizio di Dio e ci si rivela in questo giudizio di Dio la legge del medio, comprendiamo perché ci sono i veli eucaristici. Sono un atto d’amore anch’essi per noi. Quando Gesù fu in terra vestì sé stesso con l’umanità e un’umanità come la nostra, assunse i cosiddetti difetti comuni dell’umanità, cioè quelli della natura, quelli legati al divenire biologico, al metabolismo, quelli legati alla situazione strutturale della psiche umana, e di questi evitò soltanto quello che era antecedente o conseguente al peccato, nient’altro. Egli vestì sé stesso di tutta questa realtà, che era la realtà della terra, la realtà della storia, la realtà della psicologia comune, e pertanto poté passare, per molti, come un uomo assolutamente comune, persino come un nemico. E per altri poté passare come Colui che, a tratti, rivelava qualche cosa dallo sguardo, dall’atteggiamento, dal comportamento, dalla vibrazione della voce. Quella volta in cui Gesù Cristo lasciò trasparire qualche cosa di più, e fu sul Monte Tabor, quei tre che erano con Lui non andarono lungi dal perdere anche l’uso della ragione. Capite la legge del medio che vien fuori, e come questa legge serva a riflettere una luce sull’Eucaristia? Però ritorniamo al punto da cui siamo partiti. E per il momento finiamo la nostra meditazione. Voi, amando loro, avete amato me. La ragione finalistica della carità è amare Dio in Cristo, perché Dio lo troviamo in Cristo. Voi vedete che qui non c’è posto per un amore cerebrale del genere umano, com’è quello proclamato dagli umanitaristi. Basta arrivare alla corruzione della tomba per capire che scappa tutta la poesia per amare gli uomini per sé soli, se non c’è una ragione che sta al di là degli uomini. Basta arrivare alla costatazione di un atto d’egoismo da parte degli altri perché, ancora una volta, scappi tutta la poesia per amare gli uomini. Difatti, se non è per il motivo divino, non si resiste ad amare nessuno. Sì, gli impulsi del sangue. Certo. Ma gli impulsi del sangue mandano spesso una buona parte dei genitori al ricovero. Eccovelo, l’impulso del sangue. No. È Lui il motivo, Gesù Cristo. Guardate bene quali sono i motivi dominanti di tutte le cose. Noi li vediamo nel criterio che ci è stato rivelato per il giudizio di Dio.

http://www.exsurgatdeus.org/2020/01/14/gregorio-xvii-il-magistero-impedito-3-corso-di-esercizi-spirituali-6/

UN’ENCICICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI (CON CAZZUOLA E GREMBIULINO) DI TORNO: S. S. PIO X – “VEHEMENTER NOS”

L’azione delle sette infernali, così lucidamente, ma vanamente illustrata e svergognata dai Sommi Pontefici Romani – Leone XIII, in prima fila – dà i suoi frutti infernali di corruzione e demolizione dei principi morali cristiani con diversi effetti nefasti ed abominevoli, che il Santo Padre Pio X denuncia chiaramente in questa nuova lettera. Eccone un passaggio chiave: « … Voi conoscete lo scopo delle empie sètte [massoniche – ndr. -] che curvano le vostre teste sotto il loro giogo, poiché tale scopo esse stesse l’han dichiarato con cinica audacia: decattolicizzare la Francia. Esse vogliono sradicare completamente dai vostri cuori la fede che ha coperti di gloria i vostri padri, che ha fatto grande e prospera la vostra Patria fra le altre Nazioni, che vi sostiene nella prova, che conserva la tranquillità e la pace del vostro focolare e che vi apre la strada verso l’eterna felicità…». Decattolicizzare, ecco la parolina demoniaca che gli adepti di satana hanno alimentato e diffuso con tutto i lori velenosi inganni, in Francia, nell’epoca di Papa Sarto, ma oggi praticamente in tutti gli Stati un tempo Cattolici, in tutta l’Europa e nelle Americhe, portando alla rovina eterna milioni di anime colpevolmente ignare e stupidamente compiacenti. Questa decattolicizzazione ormai è pressoché completa, anche perché la setta si è radicata profondamente nei palazzi del “sacro colle” romano e praticamente in ogni sede diocesana mondiale, favorendo una laicizzazione, cioè un paganesimo ateo-gnostico pratico ed un luciferismo spavaldo seminato attraverso mezzi di diffusione di massa, che spiritualmente si dimostrano veri e potenti “mezzi di distruzione” di masse incalcolabili di anime, ridotte ad una schiavitù bestiale dei sensi e alla mercé del potere élitario-finanziario mondiale, in mano totalmente alle sette, tentacoli spesso inconsapevoli gestiti dalla piovra infernale dei “nemici di Dio e di tutti gli uomini”, dalla “razza di vipere” che crede non dover mai pagare i crimini di cui si macchia, pensando anzi di avere un potere illimitato su tutta l’umanità. Poveri illusi, non sanno che un’eterna dannazione li attende a braccia aperte riservando loro un fuoco senza fine e la perdita di Dio, i mostri superbi che credono di essere scintille divine e di finire in un tutto universale, nel pleroma-ensof “gnostico-cabalistico”, magari riciclati in reincarnazioni purificatrici. Poverini, preghiamo affinché il Signore possa accendere in loro il lume della grazia per poterne salvare quanti più è possibile. Nell’attesa meditiamo questa accorata e “veemente” lettera enciclica:

San Pio X

Vehementer nos

Lettera Enciclica

Protesta solenne contro la legislazione antireligiosa in Francia e conforto per il popolo Cattolico esortato a resistere con mezzi legali, onde conservare al Paese la sua tradizione cattolica.

Siamo pieni d’inquietitudine e d’angoscia quando soffermiamo il pensiero su di voi. E come potrebbe essere diversamente, dopo la promulgazione della legge che, spezzando violentemente i legami secolari, con i quali la vostra Nazione era unita alla Sede Apostolica, crea alla Chiesa cattolica in Francia una situazione indegna di lei e quanto mai lamentevole? È questo un avvenimento gravissimo; e tutte le anime buone devono deplorarlo perché è tanto funesto alla società civile, quanto alla religione; ma non deve aver sorpreso nessuno che abbia seguito con un po’ d’attenzione la politica religiosa della Francia in questi ultimi anni. Per voi, Venerabili Fratelli, non sarà stato né una novità, né una sorpresa, dal momento che siete stati testimoni delle ferite così terribili e numerose inflitte a volta a volta dall’autorità pubblica alla Religione. Avete visto violare la santità e l’inviolabilità del Matrimonio Cristiano con disposizioni legislative formalmente in contraddizione con esse; laicizzare le scuole e gli ospedali; strappare i chierici ai loro studi e alla disciplina ecclesiastica per costringerli al servizio militare; disperdere e spogliare le congregazioni religiose e ridurre la maggior parte dei loro membri all’estrema miseria. Poi sono sopravvenute altre misure legali che voi tutti conoscete: fu abrogata la legge che ordinava delle preghiere pubbliche al principio di ogni sessione parlamentare e giudiziaria; furono soppressi i tradizionali segni di lutto a bordo delle navi il Venerdì Santo; eliminato dal giuramento giudiziario ciò che gli dava il carattere religioso; bandito dai tribunali, dalle scuole, dall’armata, dalla marina, infine da tutte le istituzioni pubbliche, ogni atto o simbolo che potesse in qualche modo ricordare la Religione. Queste misure ed altre ancora che a poco a poco separavano di fatto la Chiesa dallo Stato non erano niente altro che dei gradini posti allo scopo di arrivare alla separazione completa ed ufficiale: persino coloro che le hanno promosse, non hanno esitato a riconoscere questo, apertamente e frequentemente. Per rimediare alla disgrazia così grande, la Sede Apostolica non ha risparmiato nulla. Mentre da un lato non si stancava di ammonire coloro che presiedevano gli affari francesi e li scongiurava a parecchie riprese di considerare a fondo l’immensità dei mali che infallibilmente avrebbe apportato la loro politica separatista, d’altra parte moltiplicava di fronte alla Francia le splendenti testimonianze del suo indulgente affetto. Aveva il diritto di sperare così, in grazia dei vincoli della riconoscenza, di poter trattenere quegli uomini politici che erano sull’orlo del precipizio e di condurli alla fine a rinunciare ai loro progetti. Ma attenzioni, sforzi, buoni uffici, tanto da parte del Nostro Predecessore che da parte Nostra, sono rimasti senza effetto. E la violenza dei nemici della religione ha finito per vincere a forza ciò a cui avevano aspirato per tanto tempo, contro i diritti di quella nazione cattolica e di tutto ciò che potevano desiderare gli spiriti che pensano saggiamente. Perciò, in quest’ora così grave per la Chiesa, nella coscienza della Nostra carica Apostolica abbiamo considerato come un dovere far udire la Nostra voce e aprire la Nostra anima a voi, Venerabili Fratelli, al vostro clero e al vostro popolo, a tutti voi che Noi abbiamo sempre circondato di una tenerezza particolare, ma che in questo momento, come è giusto, amiamo più teneramente che mai. È una tesi assolutamente falsa, un errore pericolosissimo, pensare che bisogna separare lo Stato dalla Chiesa. Questa opinione si basa infatti sul principio che lo Stato non deve riconoscere nessun culto religioso: ed è assolutamente ingiuriosa verso Dio, poiché il Creatore dell’uomo è anche il fondatore delle società umane e conserva nella vita tanto loro che noi, individui isolati. Perciò noi gli dobbiamo non soltanto un culto privato, ma anche un culto sociale e onori pubblici. – Inoltre questa tesi è un’ovvia negazione dell’ordine soprannaturale. Essa limita infatti l’azione dello Stato alla sola ricerca della prosperità pubblica in questa vita, cioè alla causa prossima delle società politiche; e non si occupa in nessun modo, come di cose estranee, della loro causa più profonda che è la beatitudine eterna, preparata per l’uomo alla fine di questa vita così breve. E pertanto, poiché l’ordine presente delle cose è subordinato alla conquista di quel bene supremo e assoluto, non soltanto il potere civile non dovrebbe ostacolare questa conquista, ma anzi dovrebbe aiutarci a compierla. – Questa tesi sconvolge pure l’ordine saggiamente stabilito da Dio nel mondo, ordine che esige un’armoniosa concordia tra le due società. Queste due società, la religiosa e la civile, hanno infatti i medesimi sudditi, sebbene ciascuna di esse eserciti su di loro la propria autorità nella sua sfera particolare. La conseguenza logica è che vi sono molte cose che dovranno conoscere sia l’una che l’altra, poiché sono di competenza di tutt’e due. Ora, se scompare l’accordo fra Stato e Chiesa, da queste materie comuni sorgeranno facilmente semi di discordia che diverranno molto acri da ambo le parti; la nozione della verità ne sarà turbata e le anime saranno inquiete. – Infine, questa tesi danneggia gravemente la stessa società civile, che non può essere né prospera né duratura quando non vi è posto per la religione, regolatrice suprema e sovrana maestra allorché si tratta dei diritti e dei doveri dell’uomo. – Così i Pontefici Romani non hanno tralasciato, secondo i tempi e le circostanze, di rifiutare, di condannare la dottrina di separazione della Chiesa e dello Stato. E notorio che il Nostro illustre Predecessore Leone XIII ha ripetutamente e chiaramente esposto quelli che dovrebbero essere, secondo la dottrina cattolica, i rapporti fra le due società. Fra esse, ha detto, “bisogna per forza che intercorra una saggia unione, unione che si può giustamente paragonare a quella che riunisce nell’uomo l’anima e il corpo“.Egli aggiunse ancora: “Le società umane non possono senza delitto comportarsi come se Dio non esistesse, o rifiutare di preoccuparsi della religione come se questa fosse cosa per loro estranea o inutile… Quanto alla Chiesa, fondata da Dio stesso, escluderla dalla vita attiva della Nazione, dalle leggi, dall’educazione dei giovani, dalla società domestica, significa commettere un gronde e pericoloso errore“. Se poi un qualsiasi Stato cristiano che si separi dalla Chiesa commette un’azione essenzialmente funesta e biasimevole, quanto si deve deplorare che la Francia si sia messa per questa strada, quando avrebbe dovuto entrarvi meno ancora di tutte le altre nazioni! La Francia, che nel corso dei secoli è stata l’oggetto di una così grande e singolare predilezione da parte di questa Sede Apostolica; la Francia della quale la fortuna e la gloria sono sempre state intimamente unite all’osservanza dei costumi cristiani e al rispetto della religione! Il medesimo Pontefice Leone XIII aveva dunque molta ragione di dire: “La Francia non saprebbe dimenticare che il suo provvidenziale destino l’ha unita alla Santa Sede con legami troppo stretti e troppo antichi perché essa voglia mai spezzarli. Da questa unione infatti sono uscite le sue vere grandezze e la sua gloria più pura… Turbare questa unione tradizionale significherebbe togliere alla Nazione stessa una porte della sua forza morale e della sua alto influenza nel mondo“.I legami che consacravano questa unione dovevano essere tanto più inviolabili in quanto così esigeva la fede giurata dei trattati. Il Concordato stretto tra il Sovrano Pontefice e il governo francese, come del resto tutti i trattati dello stesso genere che gli Stati concludono fra loro, era un contratto bilaterale che obbligava ambe le parti. – Il Pontefice Romano da una parte, il capo della Nazione francese dall’altra si impegnarono dunque solennemente, tanto per loro stessi che per i loro successori, a mantenere inviolabilmente il patto che firmavano. Ne risultava che il Concordato regolava tutti i trattati internazionali, cioè i diritti delle genti, e non poteva in nessun modo essere annullato con l’azione di una sola delle parti Contraenti. La Santa Sede ha sempre osservato con fedeltà scrupolosa gli impegni che aveva sottoscritti, e in ogni tempo ha reclamato che lo Stato desse prova della stessa fedeltà. Nessuno che giudichi imparzialmente può negare questa verità. Ora, oggi lo Stato annulla con la sua sola autorità il patto solenne che aveva concluso, e trasgredisce così alla fede giurata. E, non indietreggiando davanti a nulla per rompere con la Chiesa e liberarsi dalla sua amicizia, non esita a infliggere alla Sede Apostolica l’oltraggio che deriva da tale violazione del diritto delle genti, più di quel che esiti a turbare l’ordine sociale e politico, poiché, per la sicurezza reciproca dei loro mutui rapporti, niente interessa le nazioni quanto una fedeltà inviolabile nel sacro rispetto dei trattati. – La grande ingiuria inflitta alla Sede Apostolica con l’abrogazione del Concordato, aumenta ancora, e in modo eccezionale, se si considera la forma con la quale lo Stato ha operata l’abrogazione. È un principio ammesso senza discussioni nel diritto delle genti e osservato da tutte le nazioni, che la rottura di un trattato debba essere preventivamente e regolarmente notificata, in maniera chiara ed esplicita, all’altra parte contraente da quella che ha intenzione di denunciare il trattato. Ora, non solo nessuna denuncia di questo genere è stata fatta alla Santa Sede, ma neppure le è stata data alcuna indicazione in proposito. Di modo che il governo francese ha mancato di fronte alla Sede Apostolica dei riguardi ordinari e della cortesia che si usa anche agli Stati più piccoli. – E i suoi mandatari, che pure rappresentavano una Nazione cattolica, non hanno paura di disprezzare la dignità e il potere del Pontefice, Capo Supremo della Chiesa, quando avrebbero dovuto avere per quest’autorità un rispetto superiore a quello che ispirano tutte le altre Potenze politiche, e tanto più grande in quanto da un lato questa Potenza ha a che fare col bene eterno delle anime, e dall’altro si estende senza limiti ovunque. – Se esaminiamo in se stessa la legge che è stata promulgata, vi troviamo un’altra ragione di lamentarCi ancora più energicamente. Poiché lo Stato si separava dalla Chiesa spezzando i legami del Concordato, avrebbe dovuto, come logica conseguenza, lasciarle la sua indipendenza e permetterle di godersi in parte il diritto comune, nella libertà che lo Stato pretendeva di averle concesso. In realtà, niente di tutto questo è avvenuto: riscontriamo infatti nella legge parecchie eccezionali misure restrittive che mettono odiosamente la Chiesa sotto il dominio del potere civile. – Quanto a Noi, abbiamo provato grande amarezza nel vedere lo Stato invadere così delle materie che sono di competenza esclusiva del potere ecclesiastico; e ne piangiamo tanto più dolorosamente in quanto, dimentico dell’equità e della giustizia, ha creato in questo modo alla Chiesa di Francia una situazione crudelmente deprimente e opprimente per quel che riguarda i suoi sacri diritti. – Le disposizioni della nuova legge sono infatti contrarie alla Costituzione secondo la quale la Chiesa è stata fondata da Gesù Cristo. La Sacra Scrittura ci insegna, e la tradizione dei Padri ci conferma, che la Chiesa è il Corpo mistico di Gesù Cristo, Corpo retto da Pastori e da Dottori; cioè una società di uomini in seno alla quale si trovano dei capi che hanno pieni e perfetti poteri per governare, per insegnare e per giudicare (Matt. XXVIII, 18-20; XVI, 18-19; XVIII, 18; Tit. II, 15; II Cor. X, 6; XIII, 10). Ne risulta che la Chiesa è per sua natura una società ineguale, cioè una società formata da due categorie di persone: i Pastori e il Gregge, coloro che occupano un grado fra quelli della gerarchia, e la folla dei fedeli. E queste categorie sono così nettamente distinte fra loro, che solo nel corpo pastorale risiedono il diritto e l’autorità necessari per promuovere e indirizzare tutti i membri verso le finalità sociali; e che la moltitudine non ha altro dovere che lasciarsi guidare e di seguire, come un docile gregge, i suoi Pastori. – San Cipriano Martire 3 esprime ammirevolmente questa verità, scrivendo: “Nostro Signore, i cui precetti dobbiamo riverire e osservare, regolando la dignità vescovile e la disciplina della sua Chiesa, disse nel Vangelo, rivolgendosi a Pietro: – Io dico a te, perché tu sei Pietro… – ecc. Così attraverso le vicende dei secoli e degli avvenimenti, l’ordinamento del Vescovado e la Costituzione della Chiesa si svolgono in modo tale che la Chiesa riposa sui Vescovi, i quali governano tutta la sua attività“. – San Cipriano sostiene che tutto ciò si fonda su una legge divina. Contrariamente a questi principi, la legge di separazione attribuisce la tutela e l’amministrazione del culto pubblico, non al corpo gerarchico divinamente istituito da Nostro Signore, ma ad un’associazione di laici. A questa associazione poi impone una forma, una personalità giuridica e per tutto quel che riguarda il culto religioso la considera come la sola che abbia dei diritti civili e delle responsabilità. Così, a questa associazione spetterà l’uso dei templi e degli edifici sacri e il possesso di tutti i beni ecclesiastici mobiliari e immobiliari; disporrà, per quanto in modo solo temporale, dei vescovati, dei presbiteri e dei seminari; amministrerà i beni, regolerà le questue e riceverà le elemosine e i legati destinati al culto religioso. Quanto al corpo gerarchico dei Pastori, se ne tace assolutamente. E se la legge prescrive che tali associazioni debbono essere costituite conformemente alle regole di organizzazione generale del culto del quale si propongono di assicurare l’esercizio, d’altra parte si ha paura di dichiarare che in tutte le contestazioni che potranno sorgere relative ai loro beni, solo il Consiglio di Stato sarà competente. Queste stesse associazioni saranno dunque, rispetto all’autorità civile, in una situazione di subordinazione; l’autorità ecclesiastica, è evidente, non avrà più su di loro alcun potere. Tutti si rendono conto alla prima occhiata di quanto tutte queste disposizioni siano offensive per la Chiesa e contrarie ai suoi diritti e alla sua costituzione divina. Senza contare che la legge non è formulata su questo punto in termini netti e precisi, si esprime in un modo vago e che può essere inteso arbitrariamente; e quindi si può temere di veder sorgere, dalla sua stessa interpretazione, le sciagure più grandi. – Inoltre questa legge è più che mai contraria alla libertà della Chiesa. Infatti, poiché, date le Associazioni di Culto, la legge di separazione impedisce ai Pastori di esercitare la piena autorità della loro carica sul popolo dei fedeli; poiché attribuisce al Consiglio di Stato la giurisdizione suprema su queste associazioni e le sottomette a tutta una serie di prescrizioni fuori del diritto comune, che rendono difficile la loro formazione e più difficile ancora la loro durata; poiché, dopo aver proclamata la libertà di culto, ne restringe l’esercizio con una quantità di eccezioni; poiché spoglia la Chiesa dell’amministrazione dei templi per investirne lo Stato; poiché impedisce la predicazione della fede e della morale cattolica e indice contro i chierici un regime penale severo e eccezionale; poiché sanziona tali disposizioni e molte altre simili, estremamente arbitrarie; che cosa fa, se non mettere la Chiesa in una soggezione umiliante e, sotto il pretesto di tutelare l’ordine pubblico, togliere a dei pacifici cittadini, che formano tuttora la grande maggioranza in Francia, il sacro diritto di praticare la loro religione? Lo Stato così offende la Chiesa, non soltanto restringendo l’esercizio del culto (al quale la legge di separazione riduce falsamente tutta l’essenziale natura della religione), ma anche ostacolando la sua influenza sempre così benefica sul popolo, e paralizzandone in mille modi l’attività. Per esempio, fra l’altro, non gli è bastato strappare alla Chiesa gli Ordini religiosi (i suoi preziosi collaboratori nel sacro ministero, nell’insegnamento, nell’educazione, nelle opere di carità cristiana), ma la priva anche delle risorse, dei mezzi umanamente necessarî alla sua esistenza e al compimento della sua missione. Oltre ai danni e alle ingiurie che abbiamo fin qui posti in rilievo, la legge di separazione compie ancora la violazione del diritto di proprietà della Chiesa e lo calpesta. Contrariamente a tutto ciò ch’è giusto, spoglia la Chiesa di gran parte di quel patrimonio che pure le appartiene a molti e sacri titoli; sopprime e annulla tutte le pie fondazioni legalmente consacrate al culto divino o alle preghiere per i morti. Quanto ai fondi che la generosità cattolica aveva istituiti per il mantenimento delle scuole cristiane e per il funzionamento di varie opere di beneficenza e di culto, li trasferisce a delle istituzioni laiche, nelle quali invano si cercherebbe la minima traccia di religione. In questo essa non commette violazione solo dei diritti della Chiesa, ma anche della volontà formale ed esplicita dei donatori e dei testatori. Inoltre è per Noi molto doloroso che, disprezzando tutti i diritti, la legge dichiari proprietà dello Stato, dei dipartimenti o dei comuni, tutti gli edifici ecclesiastici anteriori al Concordato. E se la legge ne concede l’uso indefinito e gratuito alle Associazioni di Culto, pone a tale concessione tante e tali riserve, che in realtà lascia al potere pubblico la libertà di disporne. – Abbiamo inoltre molte apprensioni per quel che riguarda la santità di quei templi, augusti asili della Maestà Divina, luoghi mille volte cari alla devozione del popolo francese, grazie ai loro ricordi. Poiché essi sono certamente in pericolo di essere profanati, se cadono in mani laiche. – La legge, sopprimendo la spesa del culto, esonera logicamente lo Stato dall’obbligo di provvedervi; e nello stesso tempo viola un impegno contratto in una convenzione diplomatica e offende gravemente la giustizia. Su questo punto non è possibile nessun dubbio, e i documenti storici stessi offrono la più limpida delle testimonianze: se il governo francese ha assunto nel Concordato l’incarico di assicurare ai membri del clero un trattamento che permettesse loro di provvedere convenientemente al loro mantenimento e a quello del culto religioso, non ha fatto certo tutto questo a titolo di gratuita concessione: vi si obbligò per risarcire almeno in parte i beni della Chiesa, dei quali lo Stato si era appropriato durante la prima Rivoluzione. D’altra parte, quando in quello stesso Concordato, per amor di pace, il Pontefice Romano s’impegnò, in nome Suo e dei Suoi successori, a non molestare i detentori dei beni che erano stati sottratti alla Chiesa, è certo che fece questa promessa solo alla condizione che il governo francese si impegnasse per sempre a dotare il clero in modo conveniente e a provvedere alle spese del culto divino. Infine (e come potremmo tacere su questo punto?), al di fuori dei danni che porta agli interessi della Chiesa, la nuova legge sarà anche molto funesta al vostro Paese. Non c’è da dubitare infatti ch’essa rovina dolorosamente l’unione e la concordia delle anime senza la quale unione e concordia nessuna nazione può vivere e prosperare. Ecco perché, soprattutto nella situazione presente dell’Europa, quest’armonia perfetta è l’oggetto dei desideri più ardenti di tutti i francesi che amano veramente il loro Paese e hanno a cuore la salvezza della patria. Quanto a Noi, seguendo l’esempio del Nostro Predecessore ed ereditando il suo particolare affetto per la vostra nazione, Ci siamo naturalmente sforzati in tutti i modi per mantenere alla religione dei vostri avi l’integrale possesso di tutti i suoi diritti fra voi: ma nello stesso tempo abbiamo sempre lavorato per rafforzarvi tutti nell’unione, mirando a quella pace fraterna della quale il vincolo più stretto è certamente la religione. Così con la più viva angoscia abbiamo visto il governo francese compiere un atto che, suscitando sul terreno religioso passioni già funestamente eccitate, sembra destinato a sconvolgere tutto il vostro Paese. – Perciò, ricordandoCi del Nostro ufficio Apostolico, e coscienti dell’imperioso dovere che Ci comanda di difendere contro ogni attacco e di mantenere nella loro integrità assoluta i diritti inviolabili e sacri della Chiesa, in virtù dell’autorità assoluta che Iddio Ci ha conferito, Noi, per i motivi sopra esposti, riproviamo e condanniamo la legge votata in Francia sulla separazione della Chiesa e dello Stato, come profondamente ingiuriosa rispetto a Dio che essa rinnega ufficialmente ponendo il principio che la Repubblica non riconosce nessun culto. La riproviamo e la condanniamo come votata in violazione del diritto naturale, del diritto delle genti e della fede pubblica dovuta ai trattati; come contraria alla costituzione divina della Chiesa, ai suoi diritti essenziali e alla sua libertà; come rovesciante la giustizia e calpestante i diritti di proprietà della Chiesa, acquistati per molti titoli e per di più in virtù del Concordato. La riproviamo e la condanniamo come gravemente offensiva per la dignità di questa Sede Apostolica, per la Nostra persona, per il Vescovato, per il clero e per tutti i Cattolici francesi. Di conseguenza, Noi protestiamo solennemente e con tutte le Nostre forze contro la proposta, l’approvazione e la promulgazione di quella legge, dichiarando che non potrà mai essere allegata per far crollare i diritti imprescrittibili e immutabili della Chiesa. – Noi dobbiamo rivolgere e fare intendere queste gravi parole a voi, Venerabili Fratelli, al popolo francese e a tutto il mondo cristiano, per denunciare quanto è accaduto. Come abbiamo già detto, profonda è la Nostra tristezza, se misuriamo con lo sguardo i mali che questa legge sta per scatenare su un popolo cosi teneramente amato da Noi. E ancora più profondamente Ci turba il pensiero delle pene, delle sofferenze, delle tribolazioni di ogni genere che incalzano anche voi, Venerabili Fratelli, e tutto il vostro clero. Ma per evitare, in mezzo a tante inquietudini, eccessi di tristezza e momenti di scoraggiamento, abbiamo il ricordo della Provvidenza Divina, sempre misericordiosa, e la speranza mille volte realizzata che Gesù non abbandonerà la Sua Chiesa, che non la priverà mai del Suo forte appoggio. Così, Noi non abbiamo alcun timore per la Chiesa. La sua forza, come la sua immutabile stabilità, è divina: l’esperienza dei secoli lo attesta gloriosamente. Tutti conoscono infatti le innumerevoli sciagure, una più tremenda dell’altra, che si sono riversate su di lei in tutta la sua lunga storia: e là dove ogni istituzione puramente umana avrebbe dovuto soccombere, la Chiesa ha sempre acquistato nelle prove una forza più vigorosa e una più feconda opulenza. – Quanto alle leggi dirette a perseguitarla, la storia insegna, e la Francia stessa in tempi abbastanza recenti ha attestato che tali leggi, nate dall’odio, finiscono sempre per essere saggiamente abrogate, quando diviene palese il danno che ne deriva agli Stati. Piaccia a Dio che coloro che in questo momento sono al potere in Francia, seguano presto a tale riguardo l’esempio di coloro che in questo li precedettero! Piaccia a Dio che, applauditi da tutti i buoni, essi non tardino a rendere alla religione, sorgente di civiltà e di prosperità per i popoli, gli onori che le sono dovuti e la libertà. – In attesa, e per tutto il tempo della persecuzione, i figli della Chiesa “rivestiti con armi di luce” (Rom. XIII, 12),dovranno agire con tutte le loro forze per la verità e la giustizia; è il loro dovere sempre, e oggi più che mai. – In queste sante lotte, o Venerabili Fratelli, voi che dovete essere i maestri e i duci di tutti gli altri, apporterete tutto l’ardore di quello zelo vigile e infaticabile del quale in ogni tempo i Vescovi francesi hanno fornito a loro lode prove così ben conosciute da tutti. Ma soprattutto Noi vogliamo (poiché è cosa di suprema importanza) che in tutto ciò che intraprenderete per la difesa della Chiesa, vi sforziate di realizzare una perfetta unione di cuore e di volontà. – Siamo fermamente decisi a darvi a tempo opportuno delle istruzioni pratiche, perché vi servano di regola di condotta sicura, in mezzo alle grandi difficoltà del momento attuale; e siamo sicuri fin da ora che ad esse vi conformerete fedelmente. Proseguite ciononostante la vostra opera salutare; ravvivate il più possibile la pietà tra i fedeli; promuovete e divulgate sempre di più l’insegnamento della dottrina Cristiana; preservate tutte le anime Che vi so no affidate dagli errori e dalle seduzioni che oggi s’incontrano dappertutto: istruite, prevenite, incoraggiate, consolate il vostro gregge, adempite infine, rispetto a questo, tutti i doveri che vi impone la vostra carica pastorale. In quest’opera, il vostro clero vi sarà certamente collaboratore infaticabile; è ricco di uomini notevoli per devozione, scienza, attaccamento alla Sede Apostolica, e sappiamo che è sempre pronto a dedicarsi completamente, sotto la vostra guida, al trionfo della Chiesa e alla salvezza eterna del prossimo. – Inoltre i membri del vostro clero comprenderanno di certo che in questa bufera debbono essere animati dagli stessi sentimenti che furono un tempo nel cuore degli Apostoli; saranno felici di essere stati ritenuti degni di soffrire persecuzioni per il nome di Gesù (Act. V, 41).Rivendicheranno dunque valorosamente i diritti e la libertà della Chiesa, ma senza offendere alcuno. Inoltre, badando a conservare la carità, come è dovere soprattutto dei ministri di Gesù Cristo risponderanno all’iniquità con la giustizia, agli oltraggi con la dolcezza e ai maltrattamenti con le buone azioni. – E ora Ci rivolgiamo a voi, Cattolici di Francia; che la Nostra parola giunga a voi tutti come testimonianza della tenera benevolenza con la quale Noi continuiamo ad amare il vostro Paese, e come un conforto in mezzo alle terribili sciagure che dovrete subire. Voi conoscete lo scopo delle empie sètte che curvano le vostre teste sotto il loro giogo, poiché tale scopo esse stesse l’han dichiarato con cinica audacia: decattolicizzare la Francia. Esse vogliono sradicare completamente dai vostri cuori la fede che ha coperti di gloria i vostri padri, che ha fatto grande e prospera la vostra patria fra le altre nazioni, che vi sostiene nella prova, che conserva la tranquillità e la pace del vostro focolare e che vi apre la strada verso l’eterna felicità. Con tutta la vostra anima, voi lo capite, dovete difendere questa fede: ma siate persuasi che ogni fatica, ogni sforzo sarà vano se voi tenterete di respingere gli assalti senza essere fortemente uniti. Abolite dunque tutti i germi di discordia, se fra voi ve ne sono. E fate in modo, che, sia nel pensiero come nell’azione, la vostra unione sia cosi salda, quale dev’essere fra uomini che combattono per la medesima causa, soprattutto se questa causa è di quelle per il trionfo delle quali ciascuno deve sacrificare volentieri una parte delle proprie opinioni. Se volete, nel limite delle vostre forze, e come è vostro imperioso dovere, salvare la religione dei vostri padri dai pericoli che corre, bisogna assolutamente che spieghiate grande valore e generosità. Noi siamo sicuri che voi avete tale generosità; e mostrandovi generosi verso i ministri di Dio, indurrete Dio a mostrarsi sempre più generoso verso di voi. – Quanto alla difesa della Religione, se volete intraprenderla in modo degno di lei e proseguirla bene e utilmente, due cose soprattutto importano dovete prima di tutto conformarvi così fedelmente ai precetti della legge cristiana che le vostre azioni e tutta la vostra vita onorino la fede che professate; inoltre dovete restare strettamente uniti a coloro che hanno il dovere di vegliare quaggiù sulla religione, ai vostri sacerdoti, ai Vescovi e soprattutto alla Sede Apostolica, che è il centro della fede cattolica e di tutto ciò che si può fare in nome di questa. Così armati per la lotta, marciate senza timore alla difesa della Chiesa; ma abbiate cura che la vostra fiducia sia tutta in Dio, in quel Dio del quale andrete a sostenere la causa, e pregatelo senza stancarvi perché vi aiuti – Quanto a Noi, saremo uniti a voi col cuore e con l’animo per tutto il tempo in cui dovrete lottare contro il pericolo; divideremo con voi tutto: fatiche, pene, sofferenze; e mentre rivolgeremo a Dio, fondatore e protettore della Chiesa, le più umili e insistenti preghiere, lo supplicheremo di chinare sulla Francia uno sguardo misericordioso, di strapparla alla burrasca scatenata attorno a lei, e di renderla presto, per intercessione di Maria Immacolata, alla pace e alla tranquillità. Come augurio di queste grazie Celesti e per testimoniarvi il Nostro particolare affetto, con tutto il cuore impartiamo l’Apostolica Benedizione a voi, Venerabili Fratelli, al vostro clero e a tutto il popolo francese.

Roma, presso San Pietro, l’11 febbraio 1906, anno III del Nostro Pontificato.

DOMENICA DELLA FESTA DELLA SACRA FAMIGLIA (2020)

DOMENICA DELLA FESTA DELLA SACRA FAMIGLIA (2020)

Doppio maggiore. – Paramenti bianchi.

« Non conviene forse – dice Leone XIII – celebrare la nascita regale del Figlio del Padre Supremo? Non forse la casa di David, e i nomi gloriosi di questa antica stirpe? È più dolce per noi ricordare la piccola casa di Nazaret e l’umile esistenza che vi si conduce: è più dolce celebrare la vita oscura di Gesù. Lì il Fanciullo Divino imparò l’umile mestiere di Giuseppe e nell’ombra crebbe e fu felice di essere compagno nei lavori del falegname. Il sudore – egli dice – scorra sulle mie membra, prima che il Sangue le bagni; che questa fatica del lavoro serva d’espiazione per il genere umano. Vicino al divino Fanciullo è la tenera Madre; vicino allo Sposo, la Sposa devota, felice di poter sollevare le pene agli affaticati con cura affettuosa. O voi, che non foste esenti dalle pene e dal lavoro, che avete conosciuto la sventura, assistete gl’infelici che l’indigenza affligge e che lottano contro le difficoltà della vita  » (Inno di Mattutino). – In questa umile casa di Nazaret Gesù, Maria e Giuseppe consacrarono, con l’esercizio delle virtù domestiche, la vita familiare (Or.). Possa la grande Famiglia che è la Chiesa ed ogni focolare cristiano esercitare in terra le virtù che esercitò la Sacra Famiglia, per meritare di vivere nella sua santa compagnia in cielo (Or.). – Benedetto XV, volendo assicurare alle anime il beneficio della meditazione e dell’imitazione delle virtù della Sacra Famiglia, ne estese la solennità alla Chiesa universale e la fissò alla Domenica fra l’Ottava dell’Epifania o al sabato che la precede.

Sanctae Familiae Jesu Mariae Joseph

Incipit

In nómine Patris, ✝ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Prov XXIII: 24; 25
Exsúltat gáudio pater Justi, gáudeat Pater tuus et Mater tua, et exsúltet quæ génuit te.

[Esulti di gàudio il padre del Giusto, goda tuo Padre e tua Madre, ed esulti colei che ti ha generato].

Ps LXXXIII: 2-3
Quam dilécta tabernácula tua, Dómine virtútum! concupíscit et déficit ánima mea in átria Dómini.

 [Quanto sono amabili i tuoi tabernacoli, o Signore degli eserciti: anela e si strugge l’ànima mia nella casa del Signore]

Exsúltat gáudio pater Justi, gáudeat Pater tuus et Mater tua, et exsúltet quæ génuit te. [Esulti di gàudio il padre del Giusto, goda tuo Padre e tua Madre, ed esulti colei che ti ha generato].

Oratio

Orémus.
Dómine Jesu Christe, qui, Maríæ et Joseph súbditus, domésticam vitam ineffabílibus virtútibus consecrásti: fac nos, utriúsque auxílio, Famíliæ sanctæ tuæ exémplis ínstrui; et consórtium cónsequi sempitérnum: [O Signore Gesú Cristo, che stando sottomesso a Maria e Giuseppe, consacrasti la vita domestica con ineffabili virtú, fa che con il loro aiuto siamo ammaestrati dagli esempii della tua santa Famiglia, e possiamo conseguirne il consorzio eterno].

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Colossénses.
Col III: 12-17
Fratres: Indúite vos sicut elécti Dei, sancti et dilécti, víscera misericórdiæ, benignitátem, humilitátem, modéstiam, patiéntiam: supportántes ínvicem, et donántes vobismetípsis, si quis advérsus áliquem habet querélam: sicut et Dóminus donávit vobis, ita et vos. Super ómnia autem hæc caritátem habéte, quod est vínculum perfectiónis: et pax Christi exsúltet in córdibus vestris, in qua et vocáti estis in uno córpore: et grati estóte. Verbum Christi hábitet in vobis abundánter, in omni sapiéntia, docéntes et commonéntes vosmetípsos psalmis, hymnis et cánticis spirituálibus, in grátia cantántes in córdibus vestris Deo. Omne, quodcúmque fácitis in verbo aut in ópere, ómnia in nómine Dómini Jesu Christi, grátias agéntes Deo et Patri per ipsum.
 [Fratelli: Come eletti di Dio, santi e amati, rivestitevi di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di dolcezza e di pazienza, sopportandovi e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno ha da dolersi di un altro: come il Signore vi ha perdonato, così anche voi. Ma al di sopra di tutto questo rivestitevi della carità, che è il vincolo della perfezione. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché siete stati chiamati a questa pace come un solo corpo: siate riconoscenti. La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente, istruitevi e avvisatevi gli uni gli altri con ogni sapienza, e, ispirati dalla grazia, levate canti a Dio nei vostri cuori con salmi, inni e cantici spirituali. E qualsiasi cosa facciate in parole e in opere, fate tutto nel nome del Signore Gesú Cristo, rendendo grazie a Dio Padre per mezzo di Lui].

Graduale

Ps XXVI: 2
Unam pétii a Dómino, hanc requíram: ut inhábitem in domo Dómini ómnibus diébus vitæ meæ.
Ps LXXXIII: 5. Una sola cosa ho chiesto e richiederò al Signore: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita.

Alleluja

Beáti, qui hábitant in domo tua, Dómine: in sǽcula sæculórum laudábunt te. Allelúja, allelúja, Beati quelli che àbitano nella tua casa, o Signore, essi possono lodarti nei secoli dei secoli. Allelúia, allelúia,
Isa XLV: 15
Vere tu es Rex abscónditus, Deus Israël Salvátor. Allelúja. Tu sei davvero un Re nascosto, o Dio d’Israele, Salvatore. Allelúia.

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum S. Lucam.
S. Luc II: 42-52
Cum factus esset Jesus annórum duódecim, ascendéntibus illis Jerosólymam secúndum consuetúdinem diéi festi, consummatísque diébus, cum redírent, remánsit puer Jesus in Jerúsalem, et non cognovérunt paréntes ejus. Existimántes autem illum esse in comitátu, venérunt iter diéi, et requirébant eum inter cognátos et notos. Et non inveniéntes, regréssi sunt in Jerúsalem, requiréntes eum. Et factum est, post tríduum invenérunt illum in templo sedéntem in médio doctórum, audiéntem illos et interrogántem eos. Stupébant autem omnes, qui eum audiébant, super prudéntia et respónsis ejus. Et vidéntes admiráti sunt. Et dixit Mater ejus ad illum: Fili, quid fecísti nobis sic? Ecce, pater tuus et ego doléntes quærebámus te. Et ait ad illos: Quid est, quod me quærebátis? Nesciebátis, quia in his, quæ Patris mei sunt, opórtet me esse? Et ipsi non intellexérunt verbum, quod locútus est ad eos. Et descéndit cum eis, et venit Názareth: et erat súbditus illis. Et Mater ejus conservábat ómnia verba hæc in corde suo. Et Jesus proficiébat sapiéntia et ætáte et grátia apud Deum et hómines.

[Quando Gesù raggiunse i dodici anni, essendo essi saliti a Gerusalemme, secondo l’usanza di quella solennità, e, passati quei giorni, se ne ritornarono, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, né i suoi genitori se ne avvidero. Ora, pensando che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di cammino, dopo di che lo cercarono tra i parenti e i conoscenti. Ma non avendolo trovato, tornarono a cercarlo a Gerusalemme. E avvenne che dopo tre giorni lo trovarono nel Tempio, mentre sedeva in mezzo ai Dottori, e li ascoltava e li interrogava, e tutti gli astanti stupivano della sua sapienza e delle sue risposte. E, vistolo, ne fecero le meraviglie. E sua madre gli disse: Figlio perché ci ha fatto questo? Ecco che tuo padre ed io, addolorati, ti cercavamo. E rispose loro: Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi di quel che spetta al Padre mio? Ed essi non compresero ciò che aveva loro detto. E se ne andò con loro e ritornò a Nazareth, e stava soggetto ad essi. Però sua madre serbava in cuor suo tutte queste cose. E Gesù cresceva in sapienza, in statura e in grazia innanzi a Dio e agli uomini].

OMELIA

 [A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE VI.

“E quando Egli (Gesù) fu arrivato all’età di dodici anni, essendo essi andati a Gerusalemme, secondo il solito di quella solennità, allorché, passati quei giorni, se ne ritornavano, rimase il fanciullo Gesù in Gerusalemme; e non se ne accorsero i suoi genitori. E pensandosi ch’Egli fosse coi compagni, camminarono una giornata, e lo andavano cercando tra i parenti e conoscenti. Né avendolo trovato, tornarono a Gerusalemme a ricercarlo. E avvenne, che dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, che sedeva in mezzo ai dottori, e li ascoltava, e li interrogava. E tutti quei, che l’udivano, restavano attoniti della sua’ sapienza e delle sue risposte. E vedutolo (i genitori) ne fecer le meraviglie. E la Madre sua gli disse: Figlio, perché ci hai tu fatto questo? Ecco che tuo padre e io addolorati andavamo di te in cerca. Ed Egli disse loro: Perché mi cercavate voi? Non sapevate come nelle cose spettanti al Padre mio debbo occuparmi? Ed eglino non compresero quel che aveva lor detto. E se n’andò con essi, e fe’ ritorno a Nazareth, ed era ad essi soggetto. E la Madre sua di tutte queste cose faceva conserva in cuor suo. E Gesù avanzava in sapienza, in età, in grazia appresso a Dio e appresso agli uomini” (S. Luc. II, 42-52). Dopo che nostro Signor Gesù Cristo per scampare ai furori di Erode era stato portato in Egitto ed ivi aveva dimorato alquanto tempo, cessato il pericolo per la morte di quel barbaro re, fu ricondotto nella Palestina, e con Maria e Giuseppe andò in Galilea ad abitare nella città di Nazareth. E fu in questa piccola città, dagli Ebrei tenuta in nessun conto, che Gesù passò d’allora fino ai trent’anni la sua vita privata. Ma come il Vangelo circondò di misterioso silenzio gli anni, che Gesù passò esule in Egitto, così di silenzio anche più misterioso circondò gli anni da Lui passati nella vita privata a Nazareth. Un solo fatto di questa vita ci narra, il quale è come uno splendido raggio di luce in mezzo ad una completa oscurità. Ed è questo fatto, che ci invita a considerare la Chiesa nel Vangelo di oggi. In esso noi potremo prendere varie lezioni, e tutte di grandissima importanza.

1. Gesù era arrivato all’età di dodici anni, ed essendo giunta la festa di Pasqua, Maria e Giuseppe recandosi secondo il solito a Gerusalemme per celebrarla, condussero con loro Gesù. E quando furono passati i giorni di quella solennità, ripresero a fare il viaggio di ritorno. Ma senza che Maria e Giuseppe se ne avvedessero, Gesù rimase in Gerusalemme. Camminarono adunque i Santi Sposi per tutta una giornata, pensandosi che fosse coi compagni di viaggio. – Il che non ci deve recar meraviglia, giacché era costume fra gli Ebrei, che, sia nell’andare, come nel ritornare da Gerusalemme, formassero tanti gruppi separati di uomini e di donne, andando i fanciulli indifferentemente con gli uni o con le altre. È dunque verisimilissimo, che Maria credesse Gesù essere con Giuseppe, e dal canto suo Giuseppe immaginasse, che Gesù fosse con Maria. Ma come giunsero ad un punto del viaggio, in cui forse si faceva una fermata e gli uomini si riunivano alle loro donne per prendere insieme qualche po’ di ristoro, ecco che Maria e Giuseppe riscontratisi, si avvedono che Gesù non era con loro. Lo cercano subito tra i parenti e gli amici, ma non lo trovano. Chi può dire allora il dolore che venne a colpire il cuor di Maria e quello di S. Giuseppe? Perdere Gesù!… e poteva loro capitare una disgrazia più grande? Con la loro immaginazione così viva e fatta più accesa dalla sventura, andavano congetturando mille cose diverse di Lui, e tutte tristi. Sapevano che Gesù prendendo l’umana natura, ne aveva accettato altresì tutti i bisogni, tutte le prove, tutta la miseria. Epperò non poteva essere, che essendosi smarrito, ora si trovasse a patire la fame, la sete, il freddo, i disagi della vita? Pertanto, prontamente ritornarono indietro a Gerusalemme a ricercarlo. E chi sa dire le sollecitudini, che a tal fine adoperarono? È certo che ad ogni persona che incontravano, andavano domandando: Avete visto Gesù? un giovane di dodici anni, bello come il Paradiso? È certo, che di tanto in tanto, massime nei luoghi boscosi, facevano ripetutamente risuonare la voce gridando: Gesù! Gesù! È certo, che passando vicino a qualche luogo dirupato gettavano ansiosamente lo sguardo giù nei burroni, se caso mai vi fosse caduto. E quando poi rientrarono in Gerusalemme non vi furono strade, non vi furono piazze, che essi non percorressero da capo a fondo, in largo e in lungo; e non vedendolo in nessun luogo cominciarono a battere alle porte di quelle case, dove potevano supporre, che Gesù fosse stato raccolto. E ciò per tre giorni senza darsi pace mai, sempre con le lagrime agli occhi. Che desolante contrasto tra il dolore di Maria e di Giuseppe nell’avere perduto Gesù, la loro sollecitudine per ritrovarlo e il niun affanno, che provano certi Cristiani, i quali pure lo hanno perduto. Le Sacre Scritture ci insegnano, che noi per la grazia di Dio possediamo Gesù dentro i nostri cuori. Ma quando si commette il peccato mortale, questo caro Gesù si perde. E sapete che vuol dire perdere Gesù? Vuol dire perdere Iddio, che pur siamo destinati a possedere eternamente, vuol dire perdere la sua grazia e la sua amicizia, vuol dire perdere il merito di tutte le opere buone compiute pel passato, vuol dire chiudersi le porte del Paradiso e spalancarsi quelle dell’inferno, vuol dire diventare con l’anima brutta, nera, schifosa, vuol dire cadere nella schiavitù e sotto il potere del demonio, vuol dire infine rendersi inabile ad operare qualsiasi cosa, che giovi per la vita eterna; vuol dire tutto questo. Eppure vi hanno degli insensati, i quali vanno burbanzosi ripetendo: Peccavi et quid mihi accidit triste? (Eccl. V, 4). Ho peccato, e che cosa mi è accaduto di triste? Ah se quando si commette il peccato mortale si perdesse la sanità, l’onore degli uomini, una gran somma di danaro, che dico una gran somma? si perdesse anche solo uno scudo, lo si riterrebbe per una gran disgrazia e gli si piangerebbe sopra e si farebbe di tutto per ritrovarlo; ma perché col peccato mortale si è perduto Gesù, non solo non si piange, non lo si ricerca, ma talvolta si continua forsennatamente a ridere e a stare allegri. Quale stoltezza e quale audacia! Eppure come concepire anche solo un Cristiano, che s’addormenta la sera senza pensar neppure a fare un atto di contrizione, sapendo che nel giorno ha offeso Iddio mortalmente ed ha perduto la sua grazia? Come comprendere coloro, che, pur credendo all’esistenza di un Sacramento istituito da Dio per ridonare la sua grazia a chi l’ha perduta, amano meglio rimanere e sprofondarsi nell’abisso della colpa per i giorni, per le settimane, per i mesi, e talvolta anche per gli anni? Ah, miei cari! non vogliate mai mettervi nel numero di questi sventurati. E se per disgrazia vi è accaduto di perdere Gesù e la sua grazia, ricercatela tosto col pentirvi del vostro peccato e col fare una santa confessione.

2. Infine Giuseppe e Maria, dopo di avere inutilmente cercato Gesù per tre giorni e tre notti intere nelle vie e nelle case di Gerusalemme, si recarono a ricercarlo nel tempio. E là propriamente lo ritrovarono, che sedeva in mezzo ai dottori della legge, udendo ed interrogando i medesimi e tutti facendo stupire per la sapienza delle sue risposte. Al vederlo restarono presi da meraviglia. E Maria subito gli disse: « Figlio, perché ci hai fatto tu questo? Ecco che tuo padre ed io addolorati andavamo in cerca di te ». Con le quali parole Maria non intendeva già di muovere a Gesù un rimprovero, ma bensì di fare nient’altro che un lamento di tenerezza e nel tempo stesso manifestare la gioia immensa, che essa e Giuseppe, a cui essa dà qui l’onorifico nome di padre di Gesù, provavano nell’averlo ritrovato. Ora qual è la risposta che diede Gesù al tenero lamento di Maria? Uditela: Egli disse: Perché mi cercavate voi? Non sapevate che io debbo occuparmi in ciò che spetta al Padre mio? In questa risposta era racchiuso un ammaestramento così grande che lì per lì, come osserva il Vangelo, Maria e Giuseppe non compresero ciò che Gesù aveva lor detto. Difatti con tali parole nostro Signor Gesù Cristo volle dettarci la gran legge, che noi dobbiamo seguire nelle nostre relazioni con gli uomini, di fronte a Dio. Molte sono le relazioni, che noi possiamo avere quaggiù con gli altri uomini: relazioni di superiorità coi nostri inferiori, di sudditanza coi nostri superiori, di parentela col nostro padre, con la nostra madre, coi nostri fratelli, con gli altri parenti, di amicizia con gli amici, di benevolenza con tutto il prossimo, ed altre simili. In tutte queste relazioni Iddio stesso con la sua santa legge ci impone dei rispettivi doveri, quelli cioè di governare saviamente gl’inferiori, di stare sottomessi ai superiori, di obbedire e rispettare i genitori, di far volentieri qualche sacrifizio per gli amici, di non negare al nostro prossimo quei piaceri, che gli possiamo fare, ed altri ancora di questo genere. Ma sebbene sia vero, che lo stesso Dio ci imponga questi doveri, di modo che non li possiamo trasgredire senza colpa, è pur verissimo, che anzitutto dobbiamo obbedire a Dio ed occuparci di quelle cose, che riguardano Lui, e che per obbedire a Dio ed occuparci delle cose sue dobbiamo, in caso che ciò sia richiesto, lasciare di contentare gli uomini e ben anche opporsi alle loro esigenze. Or ecco la gran legge che Gesù volle farci conoscere con quelle parole rivolte a Maria e Giuseppe: Perché mi cercavate voi? Non sapevate che io debbo occuparmi delle cose spettanti al Padre mio? E quanto sia importante questa legge è facile a capirsi da ciò, che è la prima legge, che Gesù Cristo nel Santo Vangelo con la sua parola divina promulga. Perché sebbene dovessero essere grandi le cose, che Gesù aveva dette ai dottori, tuttavia il Vangelo non le nota; e invece nota con precisione e narra per disteso ciò, che Egli disse a Maria, precisamente perché si trattava d’una cosa di massima importanza. Ecco dunque ciò, che dobbiamo imprimere nella nostra mente secondo l’insegnamento, che ci dà Gesù in quest’oggi: che Iddio deve andare innanzi a tutti, innanzi alle autorità della terra, innanzi ai padroni e superiori, innanzi agli amici e conoscenti, innanzi agli stessi autori dei nostri giorni. Quando perciò accadesse che le autorità della terra, i padroni, i superiori, gli amici, e ben anche il nostro padre e la nostra madre volessero impedirci di adempiere i nostri doveri verso Dio e non permetterci, ad esempio, di essere veri Cristiani Cattolici, ossequenti al Papa ed ai Vescovi, di andare alla domenica ad ascoltare la S. Messa e di accostarci di tratto in tratto ai SS. Sacramenti, di seguire la vocazione, con la quale il Signore ci ha chiamati a servirlo da vicino nel Santuario o nello stato religioso, noi dobbiamo essere pronti a somiglianza di Gesù a rispondere con le parole e più ancora coi fatti: Prima devo occuparmi delle cose che riguardano a Dio: più che agli uomini devo studiarmi piacere a Lui. Non cercatemi adunque, vale a dire non tentatemi, non distoglietemi dal mio primo dovere. È così appunto, che hanno risposto gli Apostoli a coloro, che volevano loro impedire di predicare Gesù Cristo; è così, che hanno risposto i martiri a quelli, che li volevano costringere a rinnegare la fede; è così, che hanno risposto i Vescovi e i Papi ai potenti della terra, che volevano da loro concessioni dannose alla causa di Dio; è così, che hanno risposto tanti uomini grandi, come un Tommaso Moro, a coloro, che pretendevano di essere accontentati nelle loro ingiuste voglie; è così ancora, che hanno risposto tanti giovani e tante donzelle, quali un S. Luigi Gonzaga, un S. Stanislao Kostka, un S. Francesco di Sales, una S. Teresa, una S. Francesca Chantal e cento e mille altri, a quei parenti, che loro volevano impedire di seguire la loro vocazione e di farsi religiosi. Sappiamo pertanto, nel caso che fosse necessario, seguire anche noi questi sì nobili esempi, e dire anche noi a chicchessia le parole di Gesù: In his quæ Patris mei sunt oportet me esse!

3. Ma ecco che dopo averci dato questo grande ammaestramento con la sua parola, Gesù, secondochè si chiude il Vangelo d’oggi, ce ne dà ancora un altro con l’esempio. E ciò, che più dobbiamo notare si è, che trattasi di un ammaestramento qui al tutto impensato. Giacché il Vangelo dopo averci riferita la risposta di Gesù a Maria e Giuseppe, con la quale Egli dice, che non dovevano cercarlo, dovendo occuparsi delle cose di Dio, soggiunge poi, che tornò con essi a Nazaret, e stava a loro soggetto: Descendit cum eis et venit Nazareth; et erat subditus illis. Ora questo non è un dirci chiaramente, che dopo la sudditanza, che dobbiamo a Dio, la prima, che le tien dietro, è quella, che dobbiamo ai nostri genitori? Sì, senza alcun dubbio. Perciocché bisogna riflettere bene a che cosa significa questa semplice espressione et erat subditus illis, che tutta compendia la vita di Gesù Cristo dai dodici ai trent’anni. Benché in apparenza dica una cosa di poco momento, in realtà tuttavia ne dice cose grandi assai. Ed invero: Ed era loro soggetto vuol dire, come osservano S. Agostino e S. Bernardo, che Egli, Gesù Cristo, il quale con tutta verità si dichiarò uguale a Dio, ed è Dio Egli stesso, Colui, che fabbricò il cielo e la terra, era soggetto ai parenti, agli uomini, alle creature della terra con quella sudditanza, che si immedesima con la più pronta, più umile e più affettuosa obbedienza. Immaginatelo adunque quel caro Gesù sempre intento a fare la volontà di Maria e di Giuseppe, a prevenirla anzi, ed aiutarli in tutte le loro faccende con una grazia e un’allegrezza mirabile. Epperò eccolo talvolta, per obbedire a Maria ed aiutarla nelle fatiche più pesanti della casa, ora accendere il fuoco, ora lavare con le sue mani divine le povere stoviglie, ora prendere con dolce violenza la scopa di mano a Maria e mettersi Egli a pulire la casa, ora correre sollecito al pozzo, che ancora presentemente si fa vedere presso di Nazaret, per attingere l’acqua. Eccolo, per obbedire a Giuseppe ed aiutarlo ne’ suoi lavori, ora segar qualche trave, ora piallar qualche tavola, ora verniciare quel mobile, ora uscire a far delle compere, ora a prendere delle misure, ed ora attendere ad altre cose somiglianti. – Ma, perché mai in Gesù Cristo una sì umile sudditanza? La ragione è manifesta. Se Gesù, dice Origene, volle onorare Maria e Giuseppe con quell’onore di star loro soggetto, si fu propriamente per dare a tutti i figliuoli l’esempio, affinché stiano sottomessi ai loro genitori e ricordino bene, che questo, dopo i comandamenti che riguardano Dio, è il primo che riguarda gli nomini. Importa adunque, che tutti i figliuoli prendano da Gesù questa importante lezione. E notate bene, o carissimi, che ho detto tutti i figliuoli a bello studio, perché non si pensi che questa lezione si convenga solamente ai bambini, ai fanciulli ed a coloro, che vivono in famiglia, ma perché si ritenga che essa conviene, e assai assai, anche agli adulti, anche a quelli che per ragione della loro educazione si trovano in qualche istituto, perché anzi tutto devono compiere in esso verso dei loro maestri e superiori i doveri, che hanno coi genitori, poscia perché la loro condotta riferita ai genitori può esser loro causa di consolazione e di dolore, da ultimo perché i doveri, che hanno coi genitori, continueranno in tutta la loro forza, anche allora che saranno usciti dall’istituto. Guai a coloro, i quali perché sono giunti ad una certa età e si sentono pieni di vigoria e di vita, non vogliono più sottostare al padre ed alla madre, ne sdegnano gli avvisi, le raccomandazioni ed i comandi, vivono come loro piace, vogliono insomma farla essi da padroni! La mano del Signore non tarderà a farsi pesante sopra il loro capo per castigarli terribilmente anche in questa vita. Nella Sacra Scrittura (Eccl. III, 18) è chiamato infame colui, che abbandona suo padre ed è dichiarato maledetto da Dio colui, che esaspera la sua madre. E nell’antica legge dettata da Dio a Mosè era ordinata la punizione di morte non solo contro di quel figlio snaturato, che alzasse la mano a percuotere i genitori, ma eziandio verso di chi mancava loro di rispetto col proferire ingiurie e maledizioni contro di essi: Qui maledixerit patri suo, vel matri, morte moriatur (Esod. XXI, 19). E con quali terribili esempi ha dimostrato Iddio quanto lo irriti la mancanza di rispetto verso i genitori! Cam mancò di rispetto al suo vecchio padre Noè, e Dio maledisse alla sua discendenza: maledictus Chanaan (Gen. IX, 25), e il segno di quella tremenda maledizione sta tuttora scolpito sopra di essa. Ofni e Finees sprezzarono gli avvisi del loro padre Eli, e tutti e due morirono nello stesso giorno uccisi in battaglia. Assalonne si ribellò al suo padre Davide, e finì di mala morte, appeso ad una quercia e trapassato il cuore dalla lancia di Gioabbo. E quanti altri fatti somiglianti si potrebbero citare! – Io so bene, che taluni vorrebbero esimersi dal dovere di rispettosa sudditanza verso dei loro genitori e superiori col dire, che sono troppo esigenti e noiosi! Ma a costoro io vorrei chiedere: È possibile ricordare le esigenze e le noie della nostra prima educazione e poi non sopportare in pace qualche po’ di esigenza e di noia da parte dei nostri genitori e superiori? O figlio, che mi ascolti, riduciti un po’ alla mente quando eri debole, impotente, senza forza, senza l’uso della ragione, senza parola. Che sarebbe stato di te, se allora la tua madre col pretesto, che le davi noia e fastidio, ti avesse abbandonato? Povera madre! Tutt’altro che abbandonarti! Essa dopo di averti ricevuto dalle mani di Dio nei più acerbi dolori, ti ha dato il suo latte, ti ha nutrito, ti ha cullato, ti ha vegliato di giorno, di notte, rompendo tante volte i suoi sonni, ha guidato i tuoi primi passi, ti ha insegnato le prime parole, ha sopportato i tuoi capricci e quando poi ti ha incolto una grave malattia, si è piantata lì al tuo letticciuolo e non ti ha più abbandonato un istante; ed a questa madre tu ora ardisci pretendi mancar di rispetto? Va là, sciagurato, che non hai cuore. E tuo padre? Sai tu, figliuolo, quel che gli hai costato? Seduto da mane a sera intrisichiva nell’ufficio, nei campi bagnava di sudore i solchi, tra il fumo di un’officina logorava la vita sempre tra le ansietà, tra le sollecitudini e persino tra gli stenti e le privazioni, e tutto, tutto per te, per tirarti su, per metterti all’onor del mondo, per procacciarti anche un po’ di fortuna. E dopo tutto ciò, perché ora tu sei in forze e puoi fare da te, non vuoi più riconoscere per superiore tuo padre e vuoi comandargli tu? E i tuoi superiori? i tuoi maestri? Per educarti alle scienze, alle arti e alla virtù, consacrano il loro tempo, sacrificano la loro libertà, si riducono quasi in ischiavitù, pazientemente tollerano il disgusto e la noia di spesso ripetere le stesse cose, gli stessi insegnamenti e le stesse raccomandazioni; e tu non vorresti farne caso, e fors’anche mancar loro di gratitudine e di rispetto, deriderli, disprezzarli? Ahimè! temi e trema! Eadem mensura qua mensi fueritis, remetietur et vóbis (S. Luc. VI, 34). Quella misura, che adoperi adesso verso di tuo padre e di tua madre, e de’ tuoi superiori, Dio permetterà che altri un giorno l’usino verso di te. Ah! carissimi miei, a somiglianza di Gesù, rispettiamo, obbediamo, amiamo i nostri genitori e quelli che ne tengono le veci. Se noi compiremo esattamente questo dovere, potremo anche noi meritare il bell’elogio, che, terminando, fa di Gesù il Vangelo di questa mattina: E Gesù avanzava in sapienza, in età, in grazia appresso a Dio e appresso agli uomini. Sì, lo star soggetti ai genitori e superiori, tutt’altro che avvilirci e farci comparire da poco, ci mostrerà veri sapienti e ci farà crescere nella stima sia presso a Dio, come presso agli uomini.

[Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

Sopra i doveri de genitori verso i loro figliuoli.

Jesu proficiebat sapientia, ætate et gratia apud Deum et homines. Luc. II.

Ah! quanto, sarebbe mai a desiderare fratelli miei, che si potesse in un senso rendere la stessa testimonianza dei fanciulli dei nostri giorni che il santo Vangelo rende del bambino Gesù allorché ci dice che questo divin fanciullo cresceva in sapienza ed in grazia a misura che cresceva in età!, Quanto pochi sono quelli che meritano questo elogio! Non possiamo forse dire all’opposto che i più, a misura che crescono in età, crescono altresì in malizia? Oimè! Oimè! appena conservano la loro innocenza sino all’età di ragione! Ma appena giunti sono a questa età che, allettati dal cattivo esempio dei loro simili, s’impegnano nelle strade dell’iniquità. D’onde proviene questa disgrazia? Da due cagioni, che rendono genitori e figliuoli ugualmente colpevoli: i genitori non hanno cura di dare ai loro figli una convenevole educazione; trascurano di coltivare queste giovani piante che il Signore ha loro confidate: o se i genitori virtuosi impiegano le loro attenzioni per ben allevare i loro figliuoli, questi le rendono inutili con la indocilità e mancanza di sommissione ai propri genitori. Tali sono le cagioni ordinarie dei disordini che regnano fra gli uomini. È dunque molto a proposito apprendere agli uni e agli altri le loro obbligazioni, proponendo loro per modello la santa famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe. Era si santa questa famiglia che il tutto in essa facevasi nella più alta perfezione. Oltre le sublimi virtù che praticavano al di dentro, le quali non erano conosciute che da Dio solo, essi ne praticavano ancora al di fuori per edificar il prossimo; e per questo andavano ogni anno in Gerusalemme, secondo quel che praticavasi, alla festa della pasqua, per rendere a Dio i loro doveri nel suo santo tempio. Il santo fanciullo Gesù era anche sommesso ai suoi genitori: Erat subditus illis (Luc. II). Oh quanto sante e felici sarebbero le famiglie, se formate esse fossero sul modello di questa; se i genitori imitassero le virtù della santa Vergine e di S. Giuseppe, e se i figliuoli si proponessero per modello la vita del santo fanciullo Gesù! Se i genitori adempissero ai loro obblighi a riguardo dei loro figliuoli , il Cristianesimo non sarebbe più che una società di santi: si vedrebbe fiorire la Religione, la pace e la felicità regnare in tutti gli stati. Egli è dunque un soggetto dei più importanti a trattare, cioè i doveri dei genitori riguardo ai loro figliuoli e i doveri dei figliuoli riguardo ai loro genitori; il che farà la materia di due istruzioni. Noi cominceremo in quest’oggi dai doveri dei genitori. Per apprendere ai padri e alle madri, quali sono i loro doveri riguardo ai loro figliuoli: convien distinguere in questi figliuoli due sorta di bisogni cui i padri e le madri sono obbligati di provvedere; cioè i bisogni temporali e  i bisogni spirituali: i primi riguardano la vita del corpo, e gli altri la salute dell’anima. I padri e le madri sono dunque obbligati di provvedere alla vita dei loro figliuoli con l’alimento, la sussistenza ed un convenevole impiego; lo vedrete nel primo punto. Devono altresì procurare la salute delle loro anime con l’istruzione, la correzione ed il buon esempio; ve lo dimostrerò nel mio secondo punto. Tale è, padri e madri, l’estensione dei vostri doveri; ed è per adempierli che Dio  vi ha conferita la sua autorità nelle vostre famiglie evi ha stabiliti in esse i ministri della sua provvidenza.

I . Punto. Non mi tratterrò io qui a provare ai padri e alle madri l’attenzione e la cura che essi debbono alla vita naturale dei  loro figliuoli. È questo un sentimento che la natura ispira alle nazioni le più barbare, alle bestie le più feroci. Mi contenterò solo di prescrivere alcune regole di prudenza che debbono seguire per evitare due estremi egualmente pericolosi in cui cade un gran numero di persone, le quali o non hanno abbastanza ovvero hanno troppo amore pei loro figliuoli. Comincio subito dai primi momenti in cui sono formati i figliuoli nel seno della loro madre. Si è in quel tempo critico che devono i genitori prendere tutte le precauzioni possibili per conservare la vita dei propri figliuoli, schivando tutto ciò che loro può nuocere, come opere troppo faticose, pesi troppo gravi, cibi dannosi, e soprattutto eccessi di passioni capaci di soffocare quei frutti ancor teneri, come sono gli affanni, la collera, i trasporti, cui non debbono le madri abbandonarsi, né i loro mariti dare occasione. Le disgrazie di questi figliuoli, che non vedranno mai Dio, perché saranno stati privi della grazia del Battesimo, non sono sempre gli effetti del caso, ma piuttosto della negligenza dei genitori a prendere le misure necessarie per evitare quella disgrazia; siccome questi figliuoli hanno contratta la macchia del peccato per una volontà che non è loro propria, dire si può che Dio vuole altresì salvarli con lo stesso mezzo, cioè per via della volontà dei loro genitori; di modo che se questi genitori usano tutte le precauzioni necessarie per conservar la vita ai loro figliuoli, sia schivando ciò che può loro nuocere, sia menando una vita santa e cristiana, questi figliuoli avranno la bella sorte di vedere non solo la luce del giorno, ma ancora di nascere a quella della grazia. – Guardatevi dunque, padri e madri, di privare coi vostri peccati i vostri figliuoli d’un sì gran bene: ma vivete pel timor di Dio; siate sempre in grazia con Lui, affine di comunicare a quei frutti nascenti i semi di virtù che trarranno sopra di loro la benedizione del Signore. Pregatelo spesso per essi, raccomandateli ai vostri Angeli custodi per difenderli dalla potenza del demonio sempre pronto a portar loro i suoi colpi mortali, e subito nati affrettatevi di farli rigenerare nelle acque del Battesimo: oltreché la vita dei fanciulli in questo stato è oltre modo delicata, non si potrebbe avere troppa sollecitudine per cavarli dalla funesta schiavitù del peccato in cui sono ridotti. Voi dovete di poi nutrirli, mantenerli sin tanto che siano in istato di procacciarsi la loro vita o di prendere uno stabilimento; al che impiegare dovete le vostre cure e diligenze, secondo le regole che v’ispirerà la cristiana prudenza. Se non avete beni a lasciar loro, apprendete ad essi a procacciarsi la vita con una professione onesta, e vivere non li lasciate nell’ozio, come fanno tanti e tanti genitori che si contentano di mettere al mondo figliuoli che di poi abbandonano e a cui non lasciano altra eredità che la miseria, sia per la lor negligenza nel farli lavorare, sia dissipando in dissolutezze ed in spese inutili quel che per essi risparmiare dovrebbero. – Oh crudeltà inaudita! Qual bene, o piuttosto qual male, non fate voi ai vostri figliuoli, padri barbari, dando loro una vita che gli sarà a carico? Ma guardatevi altresì di lasciarvi acciecare dall’amor disordinato, come fanno certi genitori che per stabilire i loro figliuoli con vantaggio si servono d’ogni sorta di mezzi; se buoni poi siano o cattivi, poco loro importa, purché accumulino del bene, sono contenti: ma non vedono i ciechi che, ammassando quel bene con mezzi ingiusti, accumulano su di essi e sui figliuoli tesori di collera, e un diluvio di disgrazie, che li farà tutti perire? Irruet super te calamitas (Isai. XLVII). Guardatevi ancora che 1′ amore pei vostri figliuoli non sia alterato per certe preferenze che si danno agli uni sopra gli altri; il che cagiona tra essi gelosie, odi, rancori, contrasti, i quali non finiscono che con la morte. L’innocente Giuseppe, per aver ricevuto più carezze da suo padre Giacobbe che gli altri suoi fratelli, divenne l’oggetto della loro gelosia e la vittima del loro furore. Se qualcheduno dei vostri figliuoli ha maggior parte nel vostro affetto, fate in modo che non sia ciò dagli altri conosciuto , o se appare, fate loro comprendere che il merito e la virtù saranno sempre i titoli i più sicuri per ottenere i vostri favori.

II.° Punto, Veniamo adesso alla cura che i genitori prender debbono della salute dei loro figliuoli per via di una santa educazione. Quest’obbligo è sì grande che l’Apostolo s. Paolo non ha difficoltà alcuna di dire che quelli che non l’adempiono han rinegata la lor fede e sono peggiori degli infedeli. Ed invero dalla buona educazione dei figliuoli dipende il buon ordine della vita, siccome all’opposto dal difetto d’educazione nascono tutti i disordini. Se i figliuoli sono bene allevati, saranno buoni Cristiani, e quando diverranno anch’essi padri e madri, alleveranno santamente i loro figliuoli; e così la virtù si perpetuerà di generazione in. generazione; se all’opposto sono mal allevati, daranno ai loro figliuoli una cattiva educazione, e questi ad altri; e così il vizio si perpetuerà di secolo in secolo, Ricordatevi dunque, padri e madri, che non basta per voi mettere figliuoli al mondo, che non basta amarli con un amor tenero e naturale, ma dovete amarli secondo Dio. Voi generati li avete non tanto per il tempo, che per l’eternità; non è solamente per popolare la terra, ma di più ancora per popolare il cielo, che Dio ve li ha dati, e per farne degli eredi del suo regno. Ecco dove tender debbono le vostre cure tutte la vostra vigilanza. Ma di quali mezzi dovete voi servirvi per condurli nella strada del cielo? io l’ho già detto: dell’istruzione, della correzione e del buon esempio. Che i genitori obbligati siano d’istruire i loro figliuoli, egli è un dovere che la religione loro impone, e dalla cui osservanza dipende la salute di questi figliuoli. Non è che per mezzo dell’ istruzione che la Religione si perpetua nel mondo: senza l’istruzione le tenebre dell’errore e della menzogna sarebbero ben tosto sparse sopra la faccia della terra. Che cosa c’insegna questa santa Religione? A conoscere, ad amare e a servire Dio e con queste mezzo meritare una felicità eterna. Or come mai i fanciulli conosceranno Dio loro Creatore, Gesù Cristo loro Salvatore? Come l’ameranno e lo serviranno? Come meriteranno le ricompense ch’Egli promette a quelli che fedelmente lo servono, se non sono essi istruiti? Ma a chi tocca istruire i vostri figliuoli, se non a voi, padri e madri, che Iddio ha incaricati della loro condotta e della loro salute? Ve lo comanda espressamente nelle sue sante Scritture: Doce filium tuum et operare in illo (Eccli. 50). Insegnate, istruite vostro figliuolo e fate in modo con le vostre diligenze che producano le vostre istruzioni il loro effetto. Voi siete, dice S. Agostino, i pastori nelle vostre case, con questa differenza ancora che voi avete sempre i vostri figliuoli sotto degli occhi, ma i pastori delle vostre anime non vi vedono sempre: dovete voi dunque farne le funzioni, insegnando loro la scienza della salute. Invano loro apprendereste qualunqu’altra arte; invano loro insegnereste il mezzo d’innalzarsi, di fare fortuna nel mondo; tutto sarà loro inutile, se l’arte non imparano di divenir santi. Ora saper non si può un’arte, senza aver un maestro che ne dia le regole: bisogna dunque, se volete che i vostri figliuoli siano buoni Cristiani, che in qualità di maestri voi insegniate loro l’arte di divenirlo. – Ma sopra di che debbono i genitori istruire i loro figliuoli? Ah! fratelli miei, questa materia è immensa. Sin dal momento che la loro debole ragione comincia a svilupparsi dalle tenebre dell’infanzia, voi far dovete in guisa che i primi movimenti dei loro cuori si portino verso Dio con atti di amore, che le loro prime parole pronunzino i santi nomi di Gesù, Maria e Giuseppe, che la loro prima libera azione sia il segno della croce. Quando poi hanno bastante cognizione, dovete loro insegnare i primi elementi della nostra santa Religione, il mistero della Santissima Trinità, dell’incarnazione del Verbo, della morte di un Dio sofferta per la salvezza degli uomini, facendo loro produrre atti di fede sopra questi misteri, siccome sono obbligati tosto che hanno l’uso di ragione. A misura che avanzano in età ed in conoscenza, dovete altresì aumentare le vostre istruzioni, apprendendo loro le preghiere della mattina e della sera, l’orazione domenicale, la salutazione angelica, il simbolo degli Apostoli, i comandamenti di Dio e della Chiesa, la maniera d’udire la santa Messa, di accostarsi ai Sacramenti, al che dovete voi indurli con il vostro esempio ancora più che con le vostre parole. Ispirate loro soprattutto un grande orrore al peccato, ripetendo ad essi sovente quelle belle parole della regina Bianca al suo figliuolo s. Luigi: Mio figlio, benché mi siate caro, amerei meglio vedervi privo del vostro regno, ed anche della vita, che vedervi offendere il vostro Dio con un solo peccato. Oppure quelle del santo Tobia al suo figliuolo: Mio figlio, dicevagli, noi abbiamo pochi beni, ma siamo assai ricchi, purché abbiamo il timor di Dio. Questa è, fratelli miei, la miglior eredità che lasciar possiate ai vostri figliuoli, cioè il timor di Dio ed una santa educazione. Ma ed è così che i genitori istruiscono al giorno d’oggi i loro figliuoli? S’insegna loro benissimo la scienza del mondo, l’arte di parlar al mondo, d’innalzarsi, d’arricchirsi nel mondo: nulla si risparmia per renderli abili in tutt’altra professione, e si lascian poi vivere in una profonda ignoranza di tutto ciò che riguarda la salute. Ah! come mai apprender possono certi genitori ai loro figliuoli una scienza di cui hanno essi medesimi appena una leggiera tintura? Un cieco può egli condurne un altro? Questi genitori sono essi stessi ignoranti; come comunicheranno una scienza che non hanno? – Imperciocché tale si è la temerità di molti che mettonsi presentemente nel matrimonio, i quali si addossano di condurre gli altri, mentre non sanno condursi essi medesimi; perché hanno passata la loro gioventù nell’ignoranza e nel libertinaggio, non hanno mai assistito ad alcuna istruzione, hanno sempre avuto in orrore gli esercizi della vita cristiana. Ah! qual conto questi genitori ignoranti non renderanno a Dio dell’ignoranza dei loro figliuoli, che non sono capaci d’istruire! Oimè! Quantunque non foste colpevoli, che di questo solo peccato, esso basta, padri e madri, per dannarvi. Strana illusione! Sono sulla strada della perdizione, e si credono sicuri in coscienza! Quali sono i padri e le madri che si accusino nelle loro confessioni di aver tralasciata l’istruzione dei loro figliuoli? Ma, diranno essi, noi li facciamo istruire da altri, noi li mandiamo al catechismo, alle scuole cristiane. Voi fate in ciò quel che dovete; è il mezzo questo di supplire a quel che voi non potete. Ma ciò non basta ancora; voi dovete informarvi se i vostri figliuoli profittino delle istruzioni altrui, e perciò fargliene ripetere quando sono a casa, o far loro leggere i libri della dottrina cristiana; con questo mezzo v’istruite voi medesimi; vegliate soprattutto che siano assidui alle istruzioni che si fanno in chiesa, che siano sotto gli occhi vostri ai divini uffizi; ese mancano, puniteli severamente, mentre anche la correzione è un mezzo di cui dovete servirvi per dare ai vostri figliuoli una santa educazione, è altresì il mezzo che l’Apostolo espressamente raccomanda per rendere efficaci le vostre istruzioni: impiegate, dice egli, nell’educazione dei figliuoli l’istruzione e la correzione secondo il Signore: Educate illos in disciplina et correptione Domini (Eph. VI). Per questo appunto vi ha Iddio data la sua autorità, e le leggi umane vi porgono il loro aiuto, quando si tratta di punire certi mancamenti dei figliuoli ribelli ai vostri voleri. Valetevi dunque di quest’autorità per riprendere i loro difetti; ese le vostre riprensioni non bastano, impiegate il mezzo dei castighi. Chi ben ama, dicesi ordinariamente, ben castiga: Quos amo, castigo ( Apoc. III). Se voi amate i vostri figliuoli da Cristiani, se volete lor bene davvero, si è correggendo i loro vizi, raffrenando gl’impeti delle loro passioni, che veder farete la vostra tenerezza ed affetto. – Sono i fanciulli come le piante giovani, le quali facilmente raddrizzare si possono quando prendono una cattiva piega; ma se voi li lasciate vivere e crescere nel vizio, rassomigliano a quei grossi alberi difformi i quali non si possono in alcun modo raddrizzare. Un giovane, dice il Savio, seguirà nella sua vecchiezza la medesima strada che avrà seguita nella sua gioventù: Adolescens juxta viam suam, etiam cum senuerit, non recedet ab ea (Prov. XXII). E perché l’uomo di sua natura ha maggior propensione per il vizio che per la virtù, segue piuttosto l’uno che l’altra, perciò ha bisogno di essere con salutevoli correzioni raddrizzato. La mancanza di correzione è altresì la sorgente dei disordini cui i più dei giovani si abbandonano: quanti figliuoli si perdono vivendo a grado delle loro passioni, perché alcuno non li riprende né li corregge! D’onde proviene che quel giovane è un dissoluto, uno scandaloso nella sua parrocchia? Perché caduto egli è in mancamenti che la desolazione cagionano in tutta la sua famiglia, per difetto dei genitori troppo indolenti, che l’hanno troppo tollerato, che l’hanno lasciato vivere a suo capriccio, né ritenuto l’hanno presso di sé per impedirgli di frequentare le cattive compagnie che l’hanno perduto. D’onde viene che quella giovane si è abbandonata al libertinaggio ed è divenuta l’obbrobrio del pubblico? Per la negligenza di una madre che ha sopportate le sue vanità, che non ha raffrenata la licenza che essa si prendeva; di vedere, di frequentare persone il cui commercio è stato lo scoglio fatale della sua innocenza. Giudicate da questo, padri e madri, quanto importi il reprimere colle correzioni i disordini dei vostri figliuoli. Guai dunque a voi, se per tema di perdere la loro amicizia co le vostre riprensioni, amate meglio incorrere l’inimicizia di Dio con la vostra indulgenza! Benché non foste colpevoli di altro peccato, quei dei vostri figliuoli che corretti non avrete basteranno per farvi condannare al giudizio di Dio. Ah! è pur medio trattarli con severità che provare con essi la severità della giustizia del Signore. Se la severità che usate a loro riguardo non è al presente di loro gusto, ve ne sapranno un giorno buon grado, siccome voi medesimi sapete grado ai vostri genitori che serviti si sono di questo mezzo per rendervi virtuosi; laddove quei figliuoli vi malediranno un giorno della troppo grande indulgenza che avrete avuta per essi. – Ma come convien correggere i figliuoli? La correzione deve essere regolata dalla prudenza, temperata dalla dolcezza, sostenuta dalla costanza. La correzione deve esser prudente, cioè fatta opportunamente, secondo i diversi mancamenti che i figliuoli commettono. Quelli che provengono da malizia, debbono esser puniti con più rigore che quei di fragilità. Si perdona qualche cosa alla leggerezza della gioventù, si differisce talvolta il castigo per renderlo più salutevole. La privazione di certe cose che fanno piacere ai fanciulli, fa sovente più impressione su di essi che i cattivi trattamenti i quali hanno funeste conseguenze. Ma quanto mai sono lontani i genitori dal seguire le regole della prudenza nella correzione dei figliuoli! Si puniscono con rigore per qualche leggero mancamento, per qualche perdita, per qualche danno da loro cagionato nella famiglia, e non si dice parola per mancamenti considerabili che commettono; non si riprendono delle bestemmie, delle parole disoneste, dei ladronecci e delle ingiustizie; Dio voglia che non si applaudisca ancora e non si prenda la loro difesa nei disordini a cui si abbandonano! Si risparmiano quelli per cui si ha maggior inclinazione, benché soggetti a vizi enormi, e si scarica tutto il peso della collera su gli altri che veder non si possono né soffrire, sebbene siano men viziosi ed abbiano maggior merito. – Dissi inoltre che la correzione che si fa ai figliuoli deve esser temperata dalla dolcezza, facendo loro conoscere che se li punite, egli è per affetto che loro portate, e che non cercate se non il loro bene e la loro salute. Questa dolcezza deve tener lontani quei trasporti e quelle maledizioni di cui servesi la maggior parte dei padri e delle madri per correggere i loro figliuoli, che, ben lungi dal guarir il male, non fanno che inasprirlo, rendendo quei figliuoli più discoli con lo scandalo che loro danno. No, non sono le bestemmie che correggono i figliuoli, queste non fanno che pervertirli. V’ha esempi terribili delle maledizioni dei padri e delle madri che si sono verificate sui loro figliuoli Correggete i vostri figliuoli, o padri e madri; ma correggeteli secondo il Signore, dice l’Apostolo, in correptione Domini; cioè in maniera che la vostra correzione non renda voi medesimi colpevoli innanzi a Dio. La dolcezza nulla dimeno che deve accompagnarla non è incompatibile con un sano sdegno, cui abbandonar vi potete senza peccato, come dice il reale profeta: Irascimini et nolite peccare (Psal. IV). Necessaria è la fermezza per distrugger il vizio, per sradicare i cattivi abiti dei figliuoli, per opporsi alle loro inclinazioni perverse. Non basta riprenderli né anche minacciarli: si avvezzano alle parole, alle minacce: ma bisogna venire agli effetti, bisogna applicare il ferro ed il fuoco sul male quando non si può in altro modo guarire. Il gran sacerdote Eli, che aveva due figliuoli immersi nei disordini più scandalosi, dava loro bensì degli avvisi per correggerli, rappresentava ad essi l’enormità del loro mancamento per impedirli di ricadérvi: ma perché non li riprendeva che debolmente né valevasi della sua autorità per punirli con rigore, provò egli stesso la severità della giustizia di Dio con una morte tragica, che fu la pena della sua troppa condiscendenza verso i figliuoli. Esempio terribile il quale deve far tremare i padri e le madri che non correggono i loro figliuoli con quella severità che essi meritano. Ma invano, fratelli miei, correggereste i vostri figliuoli, invano l’istruireste, se non sostenete poi le vostre istruzioni e le vostre correzioni con l’esempio. Se all’opposto li scandalizzate con la vostra cattiva condotta, voi distruggete con una mano ciò che edificate con l’altra. Imperciocché siccome il buon esempio è la strada più sicura per persuadere la virtù, così il cattivo esempio è un potente mobile che strascina nel vizio; tanto più ancora che l’uomo essendo più inclinato al male che al bene, riceve molto più facilmente le impressioni del vizio che quelle della virtù. Usate dunque attenzione, padri e madri, a quanto direte e farete alla presenza dei vostri figliuoli; ponetevi mente ed evitate anche ciò che vi sembra permesso e che potrebbe scandalizzarli: la vostra condotta serva loro di specchio, per così dire, in cui vedano quel che far debbono. Volete voi che i vostri figliuoli siano assidui all’orazione, ai divini uffizi, a frequentare i Sacramenti? Siatevi assidui voi medesimi: cominciate a far voi ciò che loro insegnate. Volete che siano sobri, casti, pazienti, temperanti, caritatevoli verso il prossimo, misericordiosi verso i poveri? Siate voi medesimi tali quali desiderate che siano essi. I vostri esempi renderanno molto più efficaci le istruzioni che loro darete. Imperciocché come mai saranno i figliuoli esatti ad adempier i doveri di Cristiano quando vedono mancarvi i genitori? Come apprenderanno a pregare, a frequentar i Sacramenti da padri lontani dalla preghiera e dai Sacramenti? In qual modo saranno i figliuoli sobri e pazienti con padri dissoluti e dati alle crapule o che vedono sempre in collera? In qual modo rispetteranno una madre che trattata vien dal marito con estremo disprezzo, con parole oltraggianti? Come volete voi che questi figliuoli imparino a compiere i doveri di giustizia e di carità a riguardo del prossimo, al veder genitori che non solo mancano di carità, ma rapiscono la roba altrui, che si servono anche (dirollo?) della autorità che hanno sopra i figliuoli per far loro commettere ingiustizie? – Ah! fratelli miei, convenite con altrettanto di dolore che di sincerità essere gli scandali da voi dati ai vostri figliuoli quelli che li pervertono. Voi vi dolete che i vostri figliuoli vi cagionano mille affanni coi loro sregolamenti: ma imputate a voi medesimi questi disordini che vi fan gemere e che forse anticiperanno la vostra morte. Se voi foste nelle vostre famiglie modelli di virtù, i vostri figliuoli camminerebbero sulle vostre tracce e vi darebbero molte contentezze. Egli è vero che si vedono alle volte figliuoli libertini e dissoluti, benché abbiano avanti gli occhi i buoni esempi di genitori virtuosi; ma egli è vero altresì che i vizi dei genitori sono come il tronco  fatale donde pullulano quelli dei figliuoli, il che fa dire ordinariamente qualis pater, talis filìus, qualis mater, talis filia. Domandate a quel giovine chi appreso gli ha a proferire quelle bestemmie, quelle maledizioni, quelle parole ingiuriose e sconce che gli sfuggono sì di frequente: vi dirà che le ha intese pronunziare dal padre e dalla madre. Quando anch’egli avrà figliuoli, pronunzierà alla loro presenza quelle medesime parole. Cosi il vizio si perpetua nelle famiglie sino al fine dei secoli, perché i genitori non sanno contenersi innanzi ai loro figliuoli. Domandate a quella giovane chi le ha appreso la vanità, la maldicenza, lo scherno, le parole contumeliose; essa vi dirà alla scuola di una madre soggetta a quei difetti; tanto è vero che il cattivo esempio dei padri e delle madri fa impressioni fortissime sullo spirito dei figliuoli! Ah! padri barbari, madri crudeli, qual conto non dovrete rendere a Dio della perdita di questi figliuoli! Dati Ei ve li aveva per farne gli eredi del suo regno, e voi ne fate tante vittime delle sue vendette. Non sarebbe forse meglio per quei figliuoli che soffocati li aveste nella culla anzi che perderli con i vostri cattivi esempi? Voi non ne siete i padri ma i parricidi, perché date alla loro anima una morte mille volte più funesta di quella del corpo. Sarebbe meglio per voi, dice Gesù Cristo, che vi legaste una macina di mulino al collo e vi gettaste in mare che scandalizzare in tal modo i vostri figliuoli, perché voi li dannate e vi dannate con essi. Quali rimproveri non avrete voi a sopportare da parte di questi riprovati, che nell’inferno vi grideranno: Voi siete, perfidi padri e madri, si, siete voi la cagion della nostra dannazione; conveniva forse darci la vita per essere seguita da una morte Eterna?Maledetto sia il giorno in cui messi ci avete al mondo! E perché non ci deste piuttosto la morte che lasciarci vivere per renderci eternamente infelici? – Ecco, fratelli miei, ciò che accrescerà i tormenti dei padri e delle madri nell’inferno; la disgrazia dei loro figliuoli li renderà più disgraziati. Procurate dunque di evitare una sorte sì funesta, vivendo nelle vostre famiglie in un modo esemplare, allevando i vostri figliuoli alla virtù con le vostre istruzioni, con le vostre correzioni e con i vostri buoni esempi. Nulla tanto paventate quanto di scandalizzarli con le vostre parole e con le vostre azioni; ma edificateli con la vostra esattezza nel compiere i doveri tutti di buon Cristiano. Aggiungete a quanto ho detto finora una vigilanza continua sopra la condotta dei vostri figliuoli. Vegliate su di essi in ogni tempo ed in ogni luogo. In ogni tempo, la notte cioè come il giorno, perché al favor delle tenebre si trattengono in corrispondenze e fanno molte cose che non sapete. Non è forse nella notte, come dice il Vangelo, e durante il sonno del padrone di casa che l’uomo nemico semina la zizzania nel suo campo? Usate attenzione principalmente alla troppo grande familiarità dei figliuoli con servi; nulla di più pericoloso per essi che un cattivo servo. Vegliate in ogni luogo, informatevi delle case, delle persone che frequentano, per separarli da quelle la cui compagnia è fatale alla loro virtù. Se qualcheduno di essi non abita con voi, non siete perciò sgravati dall’obbligo di vegliare sopra di lui. Abbiate cura soprattutto che non abitino in case oal servizio di padroni dove esposta sarebbe a rischi la loro virtù, ma che servano persone presso cui siano in sicurezza. Finalmente, fratelli miei, per nulla dimenticare di quanto concerne i vostri doveri riguardo ai vostri figliuoli, ricorrete all’orazione; mentre pur troppo accade spesso che, malgrado le cure e le attenzioni che un padre ed una madre si danno per l’educazione dei loro figliuoli, l’indocilità di questi renda inutili le istruzioni più sagge, le correzioni più severe, gli esempi più efficaci. Che far dovete per essi o padri e madri? Pregate per essi, per la loro conversione; il Signore l’accorderà alle vostre preghiere, come altre volte accordò quella di s. Agostino alle preghiere di s. Monica sua madre.

Pratiche. La salute dei figliuoli molto dipende dalle preghiere dei loro genitori: chiedete ogni mattina a Dio la sua santa benedizione per essi; raccomandateli sovente assistendo al santo sacrificio della Messa e fate di tempo in tempo qualche comunione per la loro santificazione. Metteteli sotto la protezione dei loro Angeli custodi, fate per essi alcune limosine ai poveri e servitevi dei vostri figliuoli medesimi per distribuirle loro quando si presentano alle vostre porte, è questo un mezzo di avvezzarli alla pratica di tale virtù. Conduceteli con voi negli spedali, nelle prigioni, nelle chiese, e non già nelle brigate mondane, ai giuochi, agli spettacoli, di cui insinuare lor dovete un grande orrore; ma abbiate cura principalmente di attirare con le vostre virtù la rugiada celeste sopra queste giovani piante che Dio vi ha date a coltivare. Chiedete per essi e per voi le grazie e gli aiuti che necessari sono per vivere cristianamente, morir santamente, affine di ritrovarvi un giorno tutti insieme riuniti nella beata eternità. Così sia.

Credo.

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus
S. Luc II: 22
Tulérunt Jesum paréntes ejus in Jerúsalem, ut sísterent eum Dómino. [I suoi parenti condussero Gesú a Gerusalemme per presentarlo al Signore.]

Secreta

Placatiónis hostiam offérimus tibi, Dómine, supplíciter ut, per intercessiónem Deíparæ Vírginis cum beáto Joseph, famílias nostras in pace et grátia tua fírmiter constítuas. [Ti offriamo, o Signore, l’ostia di propiziazione, umilmente supplicandoti che, per intercessione della Vergine Madre di Dio e del beato Giuseppe, Tu mantenga nella pace e nella tua grazia le nostre famiglie.]

Comunione spirituale http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

S. Luc. II: 51
Descéndit Jesus cum eis, et venit Názareth, et erat súbditus illis. [E Gesú se ne andò con loro, e tornò a Nazareth, ed era loro sottomesso.]

Postcommunio

Orémus.
Quos cœléstibus réficis sacraméntis, fac, Dómine Jesu, sanctæ Famíliæ tuæ exémpla júgiter imitári: ut in hora mortis nostræ, occurrénte gloriósa Vírgine Matre tua cum beáto Joseph; per te in ætérna tabernácula récipi mereámur:

[O Signore Gesú, concedici che, ristorati dai tuoi Sacramenti, seguiamo sempre gli esempii della tua santa Famiglia, affinché nel momento della nostra morte meritiamo, con l’aiuto della gloriosa Vergine tua Madre e del beato Giuseppe, di essere accolti nei tuoi eterni tabernacoli.]

Preghiere leonine: http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

Ordinario della Messa

http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

DOMENICA FRA L’OTTAVA DELL’EPIFANIA (2020)

DOMENICA fra L’OTTAVA DELL’EPIFANIA.

Semidoppio – Paramenti bianchi.

Dall’età di dodici anni, i Giudei dovevano celebrare ogni anno, a Gerusalemme, le tre feste: di Pasqua, della Pentecoste, e dei Tabernacoli. La liturgia del tempo di Natale, che ci ripete tutta la fanciullezza di Gesù, ce lo mostra oggi al Tempio. Per la prima volta Egli dichiara ai Giudei che Dio è «Suo Padre « (Vang). Non è senza un motivo – dice S. Ambrogio – che, dimenticando i suoi genitori secondo la carne, questo Fanciullo il quale, anche secondo la carne era pieno di sapienza e di grazia, volle esser ritrovato nei Tempio dopo tre giorni: egli significava con ciò che, tre giorni dopo il trionfo della Passione, Colui che si credeva morto sarebbe risuscitato e sarebbe stato allora l’oggetto della nostra fede, seduto sopra un trono celeste nella gloria celeste. In Lui infatti, ci sono due nascite: l’una per la quale è generato dal Padre e l’altra per la quale nasce da una madre. La prima è del tutto divina, con la seconda Egli si abbassa fino a prendere la nostra natura » (3° Nott.).

L’Ufficio di questa Domenica è ridotto alla semplice commemorazione nella festa della Sacra Famiglia. La Messa può essere tuttavia celebrata al primo giorno libero della settimana che segue.

Incipit

In nómine Patris, ✝ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

In excelso throno vidi sedere virum quem adorat multitude Angelorum, psallentes in unum: ecce cujus imperii nomen est in æternum.

 [Sopra un eccelso trono vidi sedere un uomo che una moltitudine di Angeli, cantando inni e salmi, adorava: ecco colui il cui nome è da tutta l’eternità]  

Ps XCIX, 1 Jubilate Deo, omnis terra; servite Domino in lætitia. Introite in conspectu ejus in exsultatione. [Acclamate con gioiaa Dio da tutta la terra: servite al Signore con allegrezza]

Oratio

Orémus.
Vota, quæsumus, Domine, supplicantis populi cœlestis pietate prosequere: ut et quæ agenda sunt, videant, et ad implenda quæ viderint, convalescant. Per Dominum …

[Ascolta, Signore, con divina bontà, i voti del tuo popolo supplicante affinché e veda il suo dovere e di compierlo abbia la forza. Per nostro ….]

Lectio

Obsecro itaque vos fratres per misericordiam Dei, ut exhibeatis corpora vestra hostiam viventem, sanctam, Deo placentem, rationabile obsequium vestrum. Et nolite conformari huic saeculo, sed reformamini in novitate sensus vestri : ut probetis quae sit voluntas Dei bona, et beneplacens, et perfecta. Dico enim per gratiam quae data est mihi, omnibus qui sunt inter vos, non plus sapere quam oportet sapere, sed sapere ad sobrietatem: et unicuique sicut Deus divisit mensuram fidei. Sicut enim in uno corpore multa membra habemus, omnia autem membra non eumdem actum habent: ita multi unum corpus sumus in Christo, singuli autem alter alterius membra.

OMELIA I
[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vesc. Artigianelli, Pavia, 1921]

IL CULTO SPIRITUALE

“Fratelli: Vi scongiuro per la misericordia di Dio a offrire i vostri corpi come ostia viva, santa, accetta a Dio, quale vostro culto razionale. E non vogliate conformarvi a questo secolo, ma trasformatevi col rinnovamento del vostro spirito, affinché possiate discernere quale sia la volontà di Dio buona, gradevole e perfetta. In virtù della grazia che mi è stata data dico, dunque, a ciascuno di voi di non voler stimar se stesso più di quanto convenga, ma di stimarsi con moderazione, secondo la misura della fede distribuita da Dio a ciascuno. Infatti, come nel corpo abbiamo molte membra, e non tutte le membra hanno la stessa funzione; così tutti insieme siamo un sol corpo in Cristo; individualmente siamo membra gli uni degli altri in Gesù Cristo nostro Signore.” (Rom. XII, 1-5).

S. Paolo, nella sua lettera ai Romani, dopo aver dimostrato che l’uomo ottiene la salute mediante la fede in Gesù Cristo, passa a dire quale dev’essere il tenore di vita d’un Cristiano. L’Epistola di quest’oggi è il principio di questa seconda parte della lettera. L’uomo che è entrato a far parte della Chiesa di Gesù Cristo deve offrire a Dio un culto spirituale, servendolo col corpo e con l’anima; rinunciando allo spirito del secolo, e seguendo la volontà di Dio. Deve inoltre aver sentimento di modestia nell’adempimento dei doveri reciproci tra i Cristiani. Parliamo del culto spirituale, col quale:

1 Offriamo noi stessi a Dio,

2 All’opposto di quel che fa il mondo;

3 Prendendo a norma la volontà divina.

1.

Fratelli, vi scongiuro per la misericordia di Dio a offrire i vostri corpi come ostia viva, santa, accetta a Dio.

I Cristiani, chiamati dalla misericordia di Dio alla grazia del Vangelo, devono dimostrargli la loro riconoscenza con rendergli un omaggio degno di lui. Gli Ebrei gli offrivano ostie mute, corpi morti, incapaci di dare a Dio la dovuta lode. I Cristiani, al contrario, offriranno a Dio un’ostia a Dio viva e santa, che gli riesca gradita. Noi offriamo a Dio un’ostia viva, e quindi un culto ragionevole e spirituale, quando il nostro corpo non sarà schiavo del peccato; quando, con la mortificazione, gli impediremo di servire alle passioni. Il nostro corpo è il tempio dello Spirito Santo. «Non sapete voi — dice l’Apostolo — che siete tempio di Dio e che lo Spirito Santo abita in voi?» (I Cor. VI, 19) Il nostro corpo non va pertanto, riguardato come cosa nostra, ma come proprietà di Dio a cui è consacrato e, per conseguenza, non deve servire che per usi santi e degni di Dio, in modo da renderlo come sua gradita dimora. Tutte le nostre azioni esterne devono rendere omaggio a Dio. «Presentate voi stessi come risorti da morte a vita, e le vostre membra qual arma di giustizia a Dio», ci dice ancora l’Apostolo (Rom. VI, 13). Noi siamo liberi di scegliere tra il bene e il male: tra il servir Dio e il servir le passioni; tra il militare per la giustizia e il militare per l’iniquità. – Quando ci serviamo del corpo per compiere azioni conformi agli insegnamenti divini, noi militiamo per la giustizia, facendo a Dio l’offerta di noi stessi. – È poi necessario che questa immolazione mistica del nostro corpo con tutte le sue azioni sia vivificata dallo spirito interno. Allora solamente sarà un culto ragionevole e spirituale. Nel Levitico era prescritto che sull’altare dell’olocausto il fuoco dovesse ardere sempre. «Questo è il fuoco perpetuo che non mancherà mai sull’altare» (Lev. VI, 13). La carità è precisamente il fuoco che consuma il sacrificio delle nostre azioni. Ove questa, fiamma interna venisse a mancare, le nostre azioni, fossero anche eroiche, perderebbero del loro pregio in merito al sacrificio spirituale che noi dobbiamo compiere. Per i sacrifici, che si offrivano a Dio nel tempio di Gerusalemme, c’erano determinati giorni e ore. Noi invece, dobbiamo offrire il nostro sacrificio spirituale, il sacrificio di noi stessi, in qualunque luogo e in qualunque ora del giorno. E sempre dobbiamo compiere questo sacrificio con prontezza d’animo, poiché è troppo giusto « che noi dobbiamo rendere a Dio ciò che è suo: il corpo, l’anima, la volontà, avendo avuti da Lui questi doni » (S. Ilario, Comm., in Matth, cap. XXIII, 2). –

2.

E non vogliate conformarvi a questo secolo.

Il secolo è il mondo che non segue gli insegnamenti di Gesù Cristo. Esso tiene, naturalmente, un contegno tutto opposto a quello raccomandato dall’Apostolo. Invece di fare del proprio corpo una vittima accettevole a Dio, ne fa un idolo a cui tutto deve sacrificarsi. I sacrifici per il cielo sono cose prive di senso per i seguaci del secolo. I loro pensieri, le cure, le azioni sono per il godimento di questo mondo: piaceri sensuali, accumulamento e abuso delle ricchezze, mania di voler comparire a ogni costo. Si schiveranno, magari, certi vizi più gravi, che troppo esporrebbero al disonore o ad altre non piacevoli conseguenze; ma, quanto al resto, nessun ostacolo lo trattiene. Si capisce che non possono essere diversi dalla pratica gli insegnamenti. Chi pone lo spirito di sacrificio a norma della propria condotta, è un illuso. Chi mortifica le passioni, è uno squilibrato. Chi fugge i pericoli, è un uomo senza spirito. «Il timor di Dio vien chiamato semplicità, per non dir sciocchezza» (S. Bernardo. De Cons. L. 4. c. 2). – Quindi, certe ingiustizie non sono che questione di interesse. Tanti individui e tante famiglie spogliate non sono che la conseguenza degli affari. Se uno resta vittima, peggio per lui. Gli atti di prepotenza e di vendetta, pel mondo, sono un nobile puntiglio. Certi soprusi sono un diritto per salire in alto, e via di questo passo. Contro il secolo corrotto e corruttore ammoniva S. Agostino con quelle accorate parole: «Guai a te, o fiumana dell’umano costume. Chi ti potrà resistere? Fino a quando non ti seccherai? Fino a quando travolgerai i figliuoli d’Eva nel mare grande e pauroso che appena può solcarsi da coloro che sono saliti sulla nave?» (Conf. L. 1, c. 16). La Venerabile Teresa Eustochio Verzieri aveva appena cinque anni, quando, un giorno di festa, caduta in terra e infangatasi tutta la veste nuova che indossava, si dice che uscisse in queste gravissime parole: — Ecco che sono le vanità del mondo — (Decreto sulla causa di Beat, e Canoni, ecc. 2 Aprile 1922). Non mancano, come si vede, i privilegiati che, fin dagli anni più teneri, sanno giudicare che cosa sia il mondo, e, con l’aiuto della grazia, non si lasciano trascinare dalla sua corrente. Ma i più, ma il gran numero, o presto o tardi, ne sono miseramente travolti. E tu resisti al corso travolgente del secolo? Se ami ciò che il mondo ama e stima: se approvi ciò che il mondo approva; se ti dai ai piaceri terreni, invece di attendere all’acquisto della virtù: se ti occupi dei tuoi affari in modo da dimenticare il cielo: se odi la povertà, le umiliazioni; se ti rifiuti di portare la croce che ogni Cristiano deve portare in questa vita: tu ti conformi, più o meno a questo secolo, anche se non arrivi a certi eccessi, che nel secolo si commettono. Compirai. mettiamo pure, delle buone opere; ma. forse, è il caso del proverbio: Non è oro tutto quel che luce. Per quanto esternamente lodevoli, se sono basate sulla vanità, sull’amor proprio, non sono diverse dalle opere dei Farisei, tante volte condannate da Gesù Cristo; non sono diverse da tante opere del mondo, compiute, non per render omaggio a Dio, ma per appagare il proprio egoismo.

3.

Il Cristiano, mediante il Battesimo, è diventato una nuova creatura. Nuove devono essere ora le massime su cui regolare la propria condotta. Se per il passato aveva seguito le massime del mondo ora deve seguire le massime del Vangelo. Prima faceva la volontà del secolo, ora faccia la volontà di Dio. S’inganna gravemente il Cristiano che crede di attingere le norme della propria condotta da altra sorgente che dalla volontà di Lui. Egli solo può direi quello che è meglio per noi, quello che è gradito a Lui. Ed è chiaro che chi vuol conoscere la volontà di Dio deve prima liberar se stesso dalle passioni, e rinnovare in questo modo il suo spirito, affinché possa distinguere chiaramente ciò che Dio vuole da lui. Quando un’ondata di vento ci porta fumo e polvere negli occhi, non si possono scorger bene le cose che ci stanno attorno. Quando dall’anima non si è tolta la polvere del peccato, e vi si lascia innalzare il fumo delle passioni, quando, insomma, rimane l’uomo vecchio, non si è capaci e disposti al ascoltare ciò che Dio vuole da noi. – Non è pure il caso di osservare che la volontà di Dio va conosciuta per essere praticata. Una cognizione sterile della volontà di Dio, non seguita dalle opere, non completa il nostro rinnovamento. La nostra cognizione della volontà di Dio dev’essere così esattamente seguita dalle opere da poter essere una scuola efficace per i seguaci del mondo. I seguaci del mondo non si curano di conoscere la volontà di Dio direttamente, meditandola con spirito di umiltà. Ebbene, la conoscano indirettamente. Le nostre opere, così diverse dalle loro, volere o no, sono un richiamo. Quest’opere, che sono la conseguenza dell’esecuzione della volontà di Dio, insegnano, con linguaggio muto, ma eloquente, ciò che secondo la volontà di Dio è buono, lodevole, perfetto. – L’Apostolo esorta i Romani a stimarsi con moderazione, secondo la misura della fede distribuita da Dio a ciascuno. L’abbondanza dei doni, onde erano stati arricchiti, poteva esser loro cagione d’orgoglio. Non cedano a questa tentazione; ma ciascuno si stimi per quello che è in realtà; non si attribuisca doni e poteri che a lui non furono concessi: si accontenti, invece, di compire  quell’ufficio che da Dio gli fu affidato. Si dice che il  contentarsi del poco, è un boccone mal conosciuto. Pure, per far la volontà di Dio ed andare in Paradiso, non è scritto che dobbiamo essere in  una condizione privilegiata, che dobbiamo sovrastare gli altri per potere e ricchezze, che dobbiamo emergere per coltura e per ingegno. Basta che ci accontentiamo di fare la via crucis giornaliera del nostro stato. E quanto più la faremo senza lamenti, senza rincrescimenti, tanto più daremo la dimostrazione pratica di fare la volontà di Dio. Dio vuole che ciascuno si dimostri fedele nel compire l’ufficio affidatogli; sia esso un ufficio di grande importanza, sia mi ufficio stimato da poco. Tanto al servo che, avendo ricevuto cinque talenti, ne consegna dieci, quanto a quello che, ricevuti due, ne consegna quattro, viene detto: «Bene, o servo fedele, entra alla festa dei tuo padrone» (Matth. XXV, 21-23). Ognuno ha da fare nel grado suo. L’importante è di fare la volontà di Dio contenti, sereni, perché «Dio ama chi dà con gioia » (2 Cor. IX, 7). Questo è anche l’invito che ci fa la Chiesa quest’oggi, ammonendoci ripetutamente col Salmista: « Servite il Signore con gioia » (Ps. IC, 1).

Graduale

Ps LXXI: 1-8 et 3
Benedictus Dominus, Deus Israel, qui facit mirabilia magna solus a sæcula. Suscipiant montes pacem populo tuo et colles justitiam. [Sia benedetto il Signore Dio di Israele, il solo che fa cose mirabili. Recheranno i monti pace al popolo tuo e i colli la giustizia.]

Alleluja

Ps XCIX, 1 Jubilate Deo, omnis terra; servite Domino in lætitia. Introite in conspectu ejus in exsultatione: [Acclamate con gioiaa Dio da tutta la terra: servite al Signore con allegrezza: entrate alla sua presenza con esultanza:]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum S. Luca
S. Luc II: 42-52
Cum factus esset Jesus annórum duódecim, ascendéntibus illis Jerosólymam secúndum consuetúdinem diéi festi, consummatísque diébus, cum redírent, remánsit puer Jesus in Jerúsalem, et non cognovérunt paréntes ejus. Existimántes autem illum esse in comitátu, venérunt iter diéi, et requirébant eum inter cognátos et notos. Et non inveniéntes, regréssi sunt in Jerúsalem, requiréntes eum. Et factum est, post tríduum invenérunt illum in templo sedéntem in médio doctórum, audiéntem illos et interrogántem eos. Stupébant autem omnes, qui eum audiébant, super prudéntia et respónsis ejus. Et vidéntes admiráti sunt. Et dixit Mater ejus ad illum: Fili, quid fecísti nobis sic? Ecce, pater tuus et ego doléntes quærebámus te. Et ait ad illos: Quid est, quod me quærebátis? Nesciebátis, quia in his, quæ Patris mei sunt, opórtet me esse? Et ipsi non intellexérunt verbum, quod locútus est ad eos. Et descéndit cum eis, et venit Názareth: et erat súbditus illis. Et Mater ejus conservábat ómnia verba hæc in corde suo. Et Jesus proficiébat sapiéntia et ætáte et grátia apud Deum et hómines.

[Quando Gesù raggiunse i dodici anni, essendo essi saliti a Gerusalemme, secondo l’usanza di quella solennità, e, passati quei giorni, se ne ritornarono, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, né i suoi genitori se ne avvidero. Ora, pensando che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di cammino, dopo di che lo cercarono tra i parenti e i conoscenti. Ma non avendolo trovato, tornarono a cercarlo a Gerusalemme. E avvenne che dopo tre giorni lo trovarono nel Tempio, mentre sedeva in mezzo ai Dottori, e li ascoltava e li interrogava, e tutti gli astanti stupivano della sua sapienza e delle sue risposte. E, vistolo, ne fecero le meraviglie. E sua madre gli disse: Figlio perché ci ha fatto questo? Ecco che tuo padre ed io, addolorati, ti cercavamo. E rispose loro: Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi di quel che spetta al Padre mio? Ed essi non compresero ciò che aveva loro detto. E se ne andò con loro e ritornò a Nazareth, e stava soggetto ad essi. Però sua madre serbava in cuor suo tutte queste cose. E Gesù cresceva in sapienza, in statura e in grazia innanzi a Dio e agli uomini].

OMELIA II

 [A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE VI.

“E quando Egli (Gesù) fu arrivato all’età di dodici anni, essendo essi andati a Gerusalemme, secondo il solito di quella solennità, allorché, passati quei giorni, so ne ritornavano, rimase il fanciullo Gesù in Gerusalemme; e non se ne accorsero i suoi genitori. E pensandosi ch’Egli fosse coi compagni, camminarono una giornata, e lo andavano cercando tra i parenti e conoscenti. Né avendolo trovato, tornarono a Gerusalemme a ricercarlo. E avvenne, che dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, che sedeva in mezzo ai dottori, e li ascoltava, e li interrogava. E tutti quei, che l’udivano, restavano attoniti della sua’ sapienza e delle sue risposte. E vedutolo (i genitori) ne fecer le meraviglie. E la Madre sua gli disse: Figlio, perché ci hai tu fatto questo? Ecco che tuo padre e io addolorati andavamo di te in cerca. Ed Egli disse loro: Perché mi cercavate voi? Non sapevate come nelle cose spettanti al Padre mio debbo occuparmi? Ed eglino non compresero quel che aveva lor detto. E se n’andò con essi, e fe’ ritorno a Nazareth, ed era ad essi soggetto. E la madre sua di tutte queste cose faceva conserva in cuor suo. E Gesù avanzava in sapienza, in età, in grazia appresso a Dio e appresso agli uomini” (S. Luc. II, 42-52).

Dopo che nostro Signor Gesù Cristo per scampare ai furori di Erode era stato portato in Egitto ed ivi aveva dimorato alquanto tempo, cessato il pericolo per la morte di quel barbaro re, fu ricondotto nella Palestina, e con Maria e Giuseppe andò in Galilea ad abitare nella città di Nazareth. E fu in questa piccola città, dagli Ebrei tenuta in nessun conto, che Gesù passò d’allora fino ai trent’anni la sua vita privata. Ma come il Vangelo circondò di misterioso silenzio gli anni, che Gesù passò esule in Egitto, così di silenzio anche più misterioso circondò gli anni da Lui passati nella vita privata a Nazareth. Un solo fatto di questa vita ci narra, il quale è come uno splendido raggio di luce in mezzo ad una completa oscurità. Ed è questo fatto, che ci invita a considerare la Chiesa nel Vangelo di oggi. In esso noi potremo prendere varie lezioni, e tutte di grandissima importanza.

1. Gesù era arrivato all’età di dodici anni, ed essendo giunta la festa di Pasqua, Maria e Giuseppe recandosi secondo il solito a Gerusalemme per celebrarla, condussero con loro Gesù. E quando furono passati i giorni di quella solennità, ripresero a fare il viaggio di ritorno. Ma senza che Maria e Giuseppe se ne avvedessero, Gesù rimase in Gerusalemme. Camminarono adunque i Santi Sposi per tutta una giornata, pensandosi die fosse coi compagni di viaggio. – Il che non ci deve recar meraviglia, giacché era costume fra gli Ebrei, che, sia nell’andare, come nel ritornare da Gerusalemme, formassero tanti gruppi separati di uomini e di donne, andando i fanciulli indifferentemente con gli uni o con le altre. È dunque verisimilissimo, che Maria credesse Gesù essere con Giuseppe, e dal canto suo Giuseppe immaginasse, che Gesù fosse con Maria. Ma come giunsero ad un punto del viaggio, in cui forse si faceva una fermata e gli uomini si riunivano alle loro donne per prendere insieme qualche po’ di ristoro, ecco che Maria e Giuseppe riscontratisi, si avvedono che Gesù non era con loro. Lo cercano subito tra i parenti e gli amici, ma non lo trovano. Chi può dire allora il dolore che venne a colpire il cuor di Maria e quello di S. Giuseppe? Perdere Gesù!… e poteva loro capitare una disgrazia più grande? Con la loro immaginazione così viva e fatta più accesa dalla sventura andavano congetturando mille cose diverse di Lui, e tutte tristi. Sapevano che Gesù prendendo l’umana natura, ne aveva accettato altresì tutti i bisogni, tutte le prove, tutta la miseria. Epperò non poteva essere, che essendosi smarrito, ora si trovasse a patire la fame, la sete, il freddo, i disagi della vita? Pertanto, prontamente ritornarono indietro a Gerusalemme a ricercarlo. E chi sa dire le sollecitudini, che a tal fine adoperarono? È certo che ad ogni persona che incontravano, andavano domandando: Avete visto Gesù? un giovane di dodici anni, bello come il Paradiso? È certo, che di tanto in tanto, massime nei luoghi boscosi, facevano ripetutamente risuonare la voce gridando: Gesù! Gesù! È certo, che passando vicino a qualche luogo dirupato gettavano ansiosamente lo sguardo giù nei burroni, se caso mai vi fosse caduto. E quando poi rientrarono in Gerusalemme non vi furono strade, non vi furono piazze, che essi non percorressero da capo a fondo, in largo e in lungo; e non vedendolo in nessun luogo cominciarono a battere alle porte di quelle case, dove potevano supporre, che Gesù fosse stato raccolto. E ciò per tre giorni senza darsi pace mai, sempre con le lagrime agli occhi. Che desolante contrasto tra il dolore di Maria e di Giuseppe nell’avere perduto Gesù, la loro sollecitudine per ritrovarlo e il niun affanno, che provano certi Cristiani, i quali pure lo hanno perduto. Le Sacre Scritture ci insegnano, che noi per la grazia di Dio possediamo Gesù dentro i nostri cuori. Ma quando si commette il peccato mortale, questo caro Gesù si perde. E sapete che vuol dire perdere Gesù! Vuol dire perdere Iddio, che pur siamo destinati a possedere eternamente, vuol dire perdere la sua grazia e la sua amicizia, vuol dire perdere il merito di tutte le opere buone compiute pel passato, vuol dire chiudersi le porte del Paradiso e spalancarsi quelle dell’inferno, vuol dire diventare con l’anima brutta, nera, schifosa, vuol dire cadere nella schiavitù e sotto il potere del demonio, vuol dire infine rendersi inabile ad operare qualsiasi cosa, che giovi per la vita eterna; vuol dire tutto questo. Eppure vi hanno degli insensati, i quali vanno burbanzosi ripetendo: Peccavi et quid mihi accidit triste? (Eccl. V, 4). Ho peccato, e che cosa miè accaduto di triste? Ah se quando si commette il peccato mortale si perdesse la sanità, l’onore degli uomini, una gran somma di danaro, che dico una gran somma? si perdesse anche solo uno scudo, lo si riterrebbe per una gran disgrazia e gli si piangerebbe sopra e si farebbe di tutto per ritrovarlo; ma perché col peccato mortale si è perduto Gesù, non solo non si piange, non lo si ricerca, ma talvolta si continua forsennatamente a ridere e a stare allegri. Quale stoltezza e quale audacia! Eppure come concepire anche solo un Cristiano, che s’addormenta la sera senza pensar neppure a fare un atto di contrizione, sapendo che nel giorno ha offeso Iddio mortalmente ed ha perduto la sua grazia? Come comprendere coloro, che, pur credendo all’esistenza di un Sacramento istituito da Dio per ridonare la sua grazia a chi l’ha perduta, amano meglio rimanere e sprofondarsi nell’abisso della colpa per i giorni, per le settimane, per i mesi, e talvolta anche per gli anni? Ah, miei cari! non vogliate mai mettervi nel numero di questi sventurati. E se per disgrazia vi è accaduto di perdere Gesù e la sua grazia, ricercatela tosto col pentirvi del vostro peccato e col fare una santa confessione.

2. Infine Giuseppe e Maria, dopo di avere inutilmente cercato Gesù per tre giorni e tre notti intere nelle vie e nelle case di Gerusalemme, si recarono a ricercarlo nel tempio. E là propriamente lo ritrovarono, che sedeva in mezzo ai dottori della legge, udendo ed interrogando i medesimi e tutti facendo stupire per la sapienza delle sue risposte. Al vederlo restarono presi da meraviglia. E Maria subito gli disse: « Figlio, perché ci hai fatto tu questo? Ecco che tuo padre ed io addolorati andavamo in cerca di te ». Con le quali parole Maria non intendeva già di muovere a Gesù un rimprovero, ma bensì di fare nient’altro che un lamento di tenerezza e nel tempo stesso manifestare la gioia immensa, che essa e Giuseppe, a cui essa dà qui l’onorifico nome di padre di Gesù, provavano nell’averlo ritrovato. Ora qual èla risposta che diede Gesù al tenero lamento di Maria? Uditela: Egli disse: Perché mi cercavate voi? Non sapevate che io debbo occuparmi in ciò che spetta al Padre mio? In questa risposta era racchiuso un ammaestramento così grande che lì per lì, come osserva il Vangelo, Maria e Giuseppe non compresero ciò che Gesù aveva lor detto. Difatti con tali parole nostro Signor Gesù Cristo volle dettarci la gran legge, che noi dobbiamo seguire nelle nostre relazioni con gli uomini, di fronte a Dio. Molte sono le relazioni, che noi possiamo avere quaggiù con gli altri uomini: relazioni di superiorità coi nostri inferiori, di sudditanza coi nostri superiori, di parentela col nostro padre, con la nostra madre, coi nostri fratelli, con gli altri parenti, di amicizia con gli amici, di benevolenza con tutto il prossimo, ed altre simili. In tutte queste relazioni Iddio stesso con la sua santa legge ci impone dei rispettivi doveri, quelli cioè di governare saviamente gl’inferiori, di stare sottomessi ai superiori, di obbedire e rispettare i genitori, di far volentieri qualche sacrifizio per gli amici, di non negare al nostro prossimo quei piaceri, che gli possiamo fare, ed altri ancora di questo genere. Ma sebbene sia vero, che lo stesso Dio ci imponga questi doveri, di modo che non li possiamo trasgredire senza colpa, è pur verissimo, che anzitutto dobbiamo obbedire a Dio ed occuparci di quelle cose, che riguardano Lui, e che per obbedire a Dio ed occuparci delle cose sue dobbiamo, in caso che ciò sia richiesto, lasciare di contentare gli uomini e ben anche opporsi alle loro esigenze. Or ecco la gran legge che Gesù volle farci conoscere con quelle parole rivolte a Maria e Giuseppe: Perché mi cercavate voi? Non sapevate che io debbo occuparmi delle cose spettanti al Padre mio?E quanto sia importante questa legge è facile a capirsi da ciò, che è la prima legge, che Gesù Cristo nel Santo Vangelo con la sua parola divina promulga. Perché sebbene dovessero essere grandi le cose, che Gesù aveva dette ai dottori, tuttavia il Vangelo non le nota; e invece nota con precisione e narra per disteso ciò, che Egli disse a Maria, precisamente perché si trattava d’una cosa di massima importanza. Ecco dunque ciò, che dobbiamo imprimere nella nostra mente secondo l’insegnamento, che ci dà Gesù in quest’oggi: che Iddio deve andare innanzi a tutti, innanzi alle autorità della terra, innanzi ai padroni e superiori, innanzi agli amici e conoscenti, innanzi agli stessi autori dei nostri giorni. Quando perciò accadesse che le autorità della terra, i padroni, i superiori, gli amici, e ben anche il nostro padre e la nostra madre volessero impedirci di adempiere i nostri doveri verso Dio e non permetterci, ad esempio, di essere veri Cristiani Cattolici, ossequenti al Papa ed ai Vescovi, di andare alla domenica ad ascoltare la S. Messa e di accostarci di tratto in tratto ai SS. Sacramenti, di seguire la vocazione, con la quale il Signore ci ha chiamati a servirlo da vicino nel Santuario o nello stato religioso, noi dobbiamo essere pronti a somiglianza di Gesù a rispondere con le parole e più ancora coi fatti: Prima devo occuparmi delle cose che riguardano a Dio: più che agli uomini devo studiarmi piacere a Lui. Non cercatemi adunque, vale a dire non tentatemi, non distoglietemi dal mio primo dovere. È così appunto, che hanno risposto gli Apostoli a coloro, che volevano loro impedire di predicare Gesù Cristo; è così, che hanno risposto i martiri a quelli, che li volevano costringere a rinnegare la fede; è così, che hanno risposto i Vescovi e i Papi ai potenti della terra, che volevano da loro concessioni dannose alla causa di Dio; è così, che hanno risposto tanti uomini grandi, come un Tommaso Moro, a coloro, che pretendevano di essere accontentati nelle loro ingiuste voglie; è così ancora, che hanno risposto tanti giovani e tante donzelle, quali un S. Luigi Gonzaga, un S. Stanislao Kostka, un S. Francesco di Sales, una S. Teresa, una S. Francesca Chantal e cento e mille altri, a quei parenti, che loro volevano impedire di seguire la loro vocazione e di farsi religiosi. Sappiamo pertanto, nel caso che fosse necessario, seguire anche noi questi sì nobili esempi, e dire anche noi a chicchessia le parole di Gesù: In his quæ Patris mei sunt oportet me esse!

3. Ma ecco che dopo averci dato questo grande ammaestramento con la sua parola, Gesù, secondochè si chiude il Vangelo d’oggi, ce ne dà ancora un altro con l’esempio. E ciò, che più dobbiamo notare si è, che trattasi di un ammaestramento qui al tutto impensato. Giacché il Vangelo dopo averci riferita la risposta di Gesù a Maria e Giuseppe, con la quale Egli dice, che non dovevano cercarlo, dovendo occuparsi delle cose di Dio, soggiunge poi, che tornò con essi a Nazaret, e stava a loro soggetto: Descendit cum eis et venit Nazareth; et erat subditus illis. Ora questo non è undirci chiaramente, che dopo la sudditanza, chedobbiamo a Dio, la prima, che le tien dietro, èquella, che dobbiamo ai nostri genitori? Sì, senzaalcun dubbio. Perciocché bisogna riflettere benea che cosa significa questa semplice espressione et erat subditus illis, che tutta compendia la vitadi Gesù Cristo dai dodici ai trent’anni. Benchéin apparenza dica una cosa di poco momento,in realtà tuttavia ne dice cose grandi assai. Edinvero: Ed era loro soggetto vuol dire, come osservano S. Agostino e S. Bernardo, che Egli, Gesù Cristo, il quale con tutta verità si dichiarò uguale a Dio, ed è Dio Egli stesso, Colui, che fabbricò il cielo e la terra, era soggetto ai parenti, agli uomini, alle creature della terra con quella sudditanza, che si immedesima con la più pronta, più umile e più affettuosa obbedienza. Immaginatelo adunque quel caro Gesù sempre intento a fare la volontà di Maria e di Giuseppe, a prevenirla anzi, ed aiutarli in tutte le loro faccende con una grazia e un’allegrezza mirabile. Epperò eccolo talvolta, per obbedire a Maria ed aiutarla nelle fatiche più pesanti della casa, ora accendere il fuoco, ora lavare con le sue mani divine le povere stoviglie, ora prendere con dolce violenza la scopa di mano a Maria e mettersi Egli a pulire la casa, ora correre sollecito al pozzo, che ancora presentemente si fa vedere presso di Nazaret, per attingere l’acqua. Eccolo, per obbedire a Giuseppe ed aiutarlo ne’ suoi lavori, ora segar qualche trave, ora piallar qualche tavola, ora verniciare quel mobile, ora uscire a far delle compere, ora a prendere delle misure, ed ora attendere ad altre cose somiglianti. – Ma, perché mai in Gesù Cristo una sì umile sudditanza? La ragione è manifesta. Se Gesù, dice Origene, volle onorare Maria e Giuseppe con quell’onore di star loro soggetto, si fu propriamente per dare a tutti i figliuoli l’esempio, affinché stiano sottomessi ai loro genitori e ricordino bene, che questo, dopo i comandamenti che riguardano Dio, è il primo che riguarda gli nomini. Importa adunque, che tutti i figliuoli prendano da Gesù questa importante lezione. E notate bene, o carissimi, che ho detto tutti i figliuoli a bello studio, perché non si pensi che questa lezione si convenga solamente ai bambini, ai fanciulli ed a coloro, che vivono in famiglia, ma perché si ritenga che essa conviene, e assai assai, anche agli adulti, anche a quelli che per ragione della loro educazione si trovano in qualche istituto, perché anzi tutto devono compiere in esso verso dei loro maestri e superiori i doveri, che hanno coi genitori, poscia perché la loro condotta riferita ai genitori può esser loro causa di consolazione e di dolore, da ultimo perché i doveri, che hanno coi genitori, continueranno in tutta la loro forza, anche allora che saranno usciti dall’istituto. Guai a coloro, i quali perché sono giunti ad una certa età e si sentono pieni di vigoria e di vita, non vogliono più sottostare al padre ed alla madre, ne sdegnano gli avvisi, le raccomandazioni ed i comandi, vivono come loro piace, vogliono insomma farla essi da padroni! La mano del Signore non tarderà a farsi pesante sopra il loro capo per castigarli terribilmente anche in questa vita. Nella Sacra Scrittura (Eccl. III, 18) è chiamato infame colui, che abbandona suo padre ed è dichiarato maledetto da Dio colui, che esaspera la sua madre. E nell’antica legge dettata da Dio a Mosè era ordinata la punizione di morte non solo contro di quel figlio snaturato, che alzasse la mano a percuotere i genitori, ma eziandio verso di chi mancava loro di rispetto col proferire ingiurie e maledizioni contro di essi: Qui maledixerit patri suo, vel matri, morte moriatur (Esod. XXI, 19). E con quali terribili esempi ha dimostrato Iddio quanto lo irriti la mancanza di rispetto verso i genitori! Cam mancò di rispetto al suo vecchio padre Noè, e Dio maledisse alla sua discendenza: maledictus Chanaan(Gen. IX, 25), e il segno di quella tremenda maledizione sta tuttora scolpito sopra di essa. Ofni e Finees sprezzarono gli avvisi del loro padre Eli, e tutti e due morirono nello stesso giorno uccisi in battaglia. Assalonne si ribellò al suo padre Davide, e finì di mala morte, appeso ad una quercia e trapassato il cuore dalla lancia di Gioabbo. E quanti altri fatti somiglianti si potrebbero citare! – Io so bene, che taluni vorrebbero esimersi dal dovere di rispettosa sudditanza verso dei loro genitori e superiori col dire, che sono troppo esigenti e noiosi! Ma a costoro io vorrei chiedere: È possibile ricordare le esigenze e le noie della nostra prima educazione e poi non sopportare in pace qualche po’ di esigenza e di noia da parte dei nostri genitori e superiori? O figlio, che mi ascolti, riduciti un po’ alla mente quando eri debole, impotente, senza forza, senza l’uso della ragione, senza parola. Che sarebbe stato di te, se allora la tua madre col pretesto, che le davi noia e fastidio, ti avesse abbandonato? Povera madre! Tutt’altro che abbandonarti! Essa dopo di averti ricevuto dalle mani di Dio nei più acerbi dolori, ti ha dato il suo latte, ti ha nutrito, ti ha cullato, ti ha vegliato di giorno, di notte, rompendo tante volte i suoi sonni, ha guidato i tuoi primi passi, ti ha insegnato le prime parole, ha sopportato i tuoi capricci e quando poi ti ha incolto una grave malattia, si è piantata lì al tuo letticciuolo e non ti ha più abbandonato un istante; ed a questa madre tu ora ardisci pretendi mancar di rispetto? Va là, sciagurato, che non hai cuore. E tuo padre? Sai tu, figliuolo, quel che gli hai costato? Seduto da mane a sera intisichiva nell’ufficio, nei campi bagnava di sudore i solchi, tra il fumo di un’officina logorava la vita sempre tra le ansietà, tra le sollecitudini e persino tra gli stenti e le privazioni, e tutto, tutto per te, per tirarti su, per metterti all’onor del mondo, per procacciarti anche un po’ di fortuna. E dopo tutto ciò, perché ora tu sei in forze e puoi fare da te, non vuoi più riconoscere per superiore tuo padre e vuoi comandargli tu? E i tuoi superiori? i tuoi maestri? Per educarti alle scienze, alle arti e alla virtù, consacrano il loro tempo, sacrificano la loro libertà, si riducono quasi in ischiavitù, pazientemente tollerano il disgusto e la noia di spesso ripetere le stesse cose, gli stessi insegnamenti e le stesse raccomandazioni; e tu non vorresti farne caso, e fors’anche mancar loro di gratitudine e di rispetto, deriderli, disprezzarli? Ahimè! temi e trema! Eadem mensura qua mensi fueritis, remetietur et vóbis (S. Luc. VI, 34). Quella misura, che adoperi adesso verso di tuo padre e di tua madre, e de’ tuoi superiori, Dio permetterà che altri un giorno l’usino verso di te. Ah! carissimi miei, a somiglianza di Gesù, rispettiamo, obbediamo, amiamo i nostri genitori equelli che ne tengono le veci. Se noi compiremo esattamente questo dovere, potremo anche noi meritare il bell’elogio, che, terminando, fa di Gesù il Vangelo di questa mattina: E Gesù avanzava in sapienza, in età, in grazia appresso a Dio e appresso agli uomini.Sì, lo star soggetti ai genitori e superiori, tutt’altro che avvilirci e farci comparire da poco, ci mostrerà veri sapienti e ci farà crescere nella stima sia presso a Dio, come presso agli uomini.

Altra OMELIA

[Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

PER LA I DOM. DOPO L’EPIFANIA

– Sopra i doveri dei figliuoli verso i loro Genitori –

“Erat subditus illis”. Luc. II.

Eccovi tutto ciò che il Vangelo ci fa apprende della vita di Gesù Cristo dall’età di anni dodici sino a quella di trenta, che egli passò a Nazaret in casa dei suoi genitori: erat subditus illis, era sottomesso ad essi. Quanti misteri ed istruzioni racchiudono, fratelli miei, queste poche parole! Quanto l’amore che ci dimostra il Salvatore avere per la vita privata degno è della nostra ammirazione! Non vi pare che avrebbe fatto un gran bene, se addirittura si fosse consacrato al pubblico ministero? Qual bene non avrebbe fatto in una vita pubblica? Qual gloria non avrebbe procurata al suo celeste Padre? Quanti peccatori convertiti non avrebbe con le sue prediche e con i suoi miracoli? Perché dunque ha Egli menata sì lungo tempo una vita privata e sconosciuta agli occhi degli uomini? Aveva forse bisogno di tutto quel tempo per prepararsi alla predicazione del suo Vangelo, dove non impiegò che tre anni della sua vita? No, senza dubbio; poteva subito annunziare questo Vangelo, perché aveva la scienza tutta e la capacità che necessaria gli era per adempiere la sua missione. Ma questo adorabile Salvatore ha voluto prima praticare ciò che doveva in appresso insegnare: Cœpit Jesus facere et docere (Act. 1). Ha voluto osservar il silenzio prima di parlare, ubbidire prima di comandare. Dato ci ha l’esempio dell’umiltà e dell’ubbidienza che voleva insegnarci colle sue parole. Esempio ammirabile, fratelli miei, che deve persuaderci in un modo molto eloquente la sommissione e l’ubbidienza che dobbiamo a coloro che hanno da Dio ricevuta l’autorità per condurci e comandarci. Un Dio di una maestà suprema si sottomette a creature, e la creatura ricuserà di sottomettersi a Dio, obbedendo a quelli che tengono le sue veci? A voi, o figliuoli, indirizzo io quest’oggi particolarmente la parola: venite alla scuola di Gesù sottomesso ai suoi genitori, ad apprendere il rispetto, l’ubbidienza che voi dovete ai vostri. Quali siano i doveri dei figliuoli a riguardo dei loro genitori, sarà il soggetto del mio discorso. Noi non possiamo, fratelli miei, apprendere da un miglior fonte i doveri dei figliuoli verso i loro genitori che dallo Spirito Santo medesimo, il quale ce li ha spiegati con quelle parole dell’Ecclesiaste. Onorate, dice egli ai figliuoli, vostro padre, e dimostrategli il vostro rispetto con le opere, con le parole e con la pazienza: In opere et sermone et patientia honora patrem tuum (Eccl. III). Questi doveri suppongono un amore tenero e filiale che esser deve nel cuore dei figliuoli, ma amore che deve farsi conoscere con il rispetto, con l’ubbidienza e coi servigi ch’essi debbono rendere ai loro genitori. Ecco, o figliuoli, quali sono le vostre obbligazioni. Amate i vostri genitori con un amor tenero e rispettoso: primo punto. Amateli con un amor efficace e compassionevole; secondo punto. Vi chiedo su di ciò tutta la vostra attenzione.

I. Punto. Che i figliuoli obbligati siano ad amare i loro genitori, egli è un dovere che la natura di concerto con la Religione ispira a ciascheduno di noi. Imperciocché se noi siamo obbligati di amare il nostro prossimo non solamente perché Dio ce lo comanda, ma ancora pei legami e per la conformità di natura che abbiamo gli uni con gli altri, qual deve essere il nostro amore pei genitori, con cui siamo sì strettamente congiunti? Mentre, se noi godiamo della vita, ad essi ne siamo, dopo Dio, debitori: l’esistenza che data ci hanno non dà loro diritto di dire che noi siamo una parte di essi medesimi, la carne della lor carne, il sangue del loro sangue, le ossa delle loro ossa? Hoc nunc os ex ossibus meis et caro de carne mea (Gen. II). Quale amore non dobbiamo noi avere pei genitori che si son presa tanta cura per conservarci la vita, che han tollerato tante fatiche e travagli, che esposti si sono a tanti pericoli, e privati di ciò che poteva loro far piacere ed anche del loro necessario per sovvenire ai nostri bisogni? Quante attenzioni, quante pene, quante inquietudini non ha avuto quella tenera madre, allorché portava quel figliuolo nel suo seno? Quanti dolori non ha ella sofferti, mettendolo al mondo? E dopo averlovi messo, qual vigilanza per provvedere ai suoi bisogni? Quante veglie non ha sopportate? Quali carezzi usati non ha per acchetare le lagrime di lui? Quante precauzioni per difenderlo dagli incomodi delle stagioni, per preservarlo dai rischi della morte? Quanti spaventi al minimo segno di dolore e di malattia, che pativa quel figliuolo? Quanti affanni, quante pene di spirito, quanti travagli di corpo non ha tollerati quel padre per trovar ai suoi figliuoli di che provvedere al loro mantenimento, alla loro sussistenza? Quanti passi per procurar loro qualche stabilimento? Non sono questi tanti motivi di amar un padre ed una madre, e di usare verso di essi una giusta gratitudine? Queste sono anche le ragioni per cui Dio nel comandamento che ci fa di amare il nostro prossimo, propone i nostri genitori per primo oggetto del nostro amore, perché ci toccano più da vicino e noi siamo loro debitori più che ad alcun’altra persona. Sappiate, o figliuoli, che, qualunque cosa voi facciate per dimostrare il vostro amore e la vostra gratitudine ai vostri padri e madri, voi non adempirete giammai perfettamente all’obbligo che ve ne corre; saranno essi sempre vostri creditori, e voi sempre sarete i loro debitori. Di qual durezza, di qual ingratitudine non si rendono dunque colpevoli quei figliuoli disumani, che ben lungi d’avere per i loro padri e loro madri l’amore e la riconoscenza che gli devono, li odiano, li disprezzano, non possono vederli né soffrirli? che giungono a tal seguo di crudeltà di far loro cattivi trattamenti, allorché quei poveri genitori non hanno forza bastante o per punirli, o per loro resistere? che sono sì barbari di desiderare la morte a quelli che hanno dato loro la vita, per possedere i loro beni e vivere a seconda delle loro passioni senza soggezione e senza contrasto? – Figli ingrati, che non meritate di vedere il giorno, voi siete parricidi, voi meritate che la terra apra i suoi abissi sotto i vostri piedi per ingoiarvi, che le bestie feroci vi divorino e che i corvi, per servirmi dell’espressione della Scrittura, vi strappino gli occhi, vi squarcino il cuore e vi rodano le viscere. Ma tosto o tardi voi sentirete la maledizione del Signore: le minacce che ve ne fa nelle sue divine scritture, i castighi terribili che ha praticati sopra figliuoli del vostro carattere, ne sono prove convincenti. Ne abbiamo esempio molto sensibile nella persona del perfido Assalonne, cui l’odio e l’ambizione prender fecero l’armi contro suo padre Davide per torgli ad uno stesso tempo e la corona e la vita. Ma qual fu la sua trista sorte? Il Signore rovesciò i suoi ambiziosi disegni: la sua armata fu sconfitta da quella del re Davide, e nel mentre che Assalonne prese la fuga per evitare la morte che meritava; restò sospeso per li capelli ad un albero sotto cui passava; ricevette in quello stato il colpo della morte dal generale dell’armata di Davide, che lo trafisse con tre colpi di lancia; ed invece del sepolcro magnifico che aveva fatto costruire per porvi il suo corpo dopo sua morte, fu posto in una fossa, che si ritrovò nella foresta, dove si gettò una quantità di pietre: il che continuarono a fare in appresso i viandanti, in esecrazione della sua perfidia, dicendo: Ecco il figlio ribelle che ha perseguitato suo padre e che ha voluto levargli la vita. Esempio terribile, fratelli miei, che deve far tremare i figliuoli del carattere di Assalonne, i quali odiano i loro padri e madri, e loro desiderano la morte! Essi temer devono che Dio morir non li faccia prima di essi di una morte tragica: felici ancora, se puniti non fossero che in questa vita; ma i castighi che sono loro riserbati nell’altra sono molto più terribili, e lo sono tanto più, quanto che l’odio e l’avversione dei figliuoli pei loro genitori è un più gran male di quello che essi avrebbero contro altre persone. – Amate dunque, o figli, i vostri padri e le madri vostre; egli è questo un dovere da cui dispensar non vi potete. Ma come conoscerete voi di avere per essi questo amore, che Dio da voi richiede? Ciò sarà allorché voi vorrete loro tanto bene quanto a voi medesimi: loro desidererete una sanità così perfetta, una vita così lunga, una fortuna così favorevole, come a voi medesimi; ciò sarà allorché voi amerete la loro compagnia, poiché si sta volentieri con le persone che si amano; e quando si fuggono, come fanno un gran numero di figliuoli, i quali non credono giammai di star più male che quando sono coi propri genitori, è segno che non li amano troppo. Finalmente voi conoscerete se avete questo amore pei vostri genitori, quando loro dimostriate il rispetto che ad essi dovete. E ancora il Signore che ve lo comanda. Onorate, vi dice, vostro padre e vostra madre: Honora patrem tuum et matrem tnam (Exod. 20). Non vi contentate di avere in cuore per essi sentimenti di tenereza e di benevolenza, ma date ancora prove esteriori del rispetto che loro portate. Per indurvi a ciò, riflettete che il padre, e la madre tengono a vostro riguardo le veci di Dio, che ne sono le immagini, e che dopo Dio sono i primi oggetti del vostro amore e del vostro rispetto. Voi dovete tutto a Dio, come alla causa prima, che vi ha dato l’essere, voi dovete tutto ai vostri genitori, come a cause seconde, a cui Dio ha data la fecondità per generarvi. Onorare i vostri genitori si è onorare Dio medesimo, di cui rappresentano la paternità, all’opposto disprezzarli è disprezzar Dio medesimo che ha comunicato loro il suo potere: e mancare di rispetto a Dio il mancarne verso i vostri genitori: Qui timet Dominum honorat parentes (Eccl. III). Chi teme il Signore, onora i suoi genitori, dice lo Spirito Santo, chi dunque manca a questo dovere non ha questo timor di Dio, che è il principio della sapienza. Per impegnarvi ancora ad usar questo rispetto; riflettete ai premi che il Signore promette ai figliuoli che adempiono questo dovere. Ne promette anche in questa vita: perocché dovete notare una prerogativa annessa a questo comandamento che non lo è agli altri. Infatti, tra tutti i comandamenti che Dio ci ha lasciati nel decalogo non avvenne alcuno alla cui osservanza destinato abbia un premio temporale, come a quello di onorar i nostri genitori: Onorate vostro padre evostra madre affine di vivere lunga vita sulla terra: ut sis longaevus super terram; cioè una vita ripiena di benedizioni del Signore, spirituali e temporali, una vita i cui dolori ed affanni verranno da grazie interiori raddolciti: l’bbidienza e il rispetto che userete verso i vostri genitori vi meriteranno la consolazione di essere voi medesimi obbediti erispettati dai vostri figliuoli. Ora in che consiste quest’onore, e questo rispetto che i figliuoli debbono mostrare ai loro genitori? Manifestare lo debbono nelle loro parole e con la loro ubbidienza. Debbono i figliuoli parlare ai loro genitori sempre con modestia ed umiltà dar loro, in tutte le occasioni che si presentano, segni della profonda venerazione di cui sono per essi penetrati, sia salutandoli, alzandoci in piedi per onore quando entrano in casa oppure n’escono, cedendo loro il passo, tutto l’onore che da un servo esigere può un padrone. Questo rispetto consiste ancora nel sopportare i loro difetti, nell’ascoltare con sommissione i loro rimproveri, le loro riprensioni, nel chiedere e nel seguire i loro buoni avvertimenti. – Che diremo noi dunque di quei figliuoli insolenti che prendono cert’aria d’arroganza col padre e la madre loro, che li contristano con parole ingiuriose e sprezzanti, che li trattano con disdegno, che li sbeffano a cagione dei loro difetti, li insultano, fan loro amari rimproveri sulle loro debolezze ed imperfezioni, che hanno talvolta meno di condiscendenza per loro che per un servo od uno straniero? Ah! di quali delitti non si rendono colpevoli quei figliuoli che in tal modo trattano i loro genitori, e qual diluvio di disgrazie non si tirano addosso! Imperciocché, se Dio minaccia severi castighi a chi tratterà suo fratello con parole ingiuriose, con qual rigore punirà poi i figliuoli che parlano al padre alla madre in una maniera aspra e orgogliosa, che li caricano d’ingiurie e di villanie e che giungono alcune volte (dirollo?) a tal segno di petulanza, di vomitar contro di essi maledizioni ed imprecazioni? Maledizioni però che ricadranno su di voi, figli inumani, non solo nel gran giorno delle vendette del Signore, ma in questa vita ancora; mentre maledetto è quel figliuolo, dice lo Spirito Santo, il quale non onora suo padre e sua madre: maledetto in sé stesso per le miserie che l’opprimeranno: maledetto nei suoi beni, che periranno: maledetto nei suoi figliuoli, che lo faran gemere e farangli passare i giorni nell’afflizione e nella tristezza. – La Santa Scrittura ce ne fornisce un memorabil esempio in un figliuolo di Noè, il quale per essersi beffato di suo padre, ne fu maledetto con tutta la sua posterità: Maledictus Canaan (Gen. IX). Canaan nipote di Noè provò questa maledizione, che il Signore confermò, condannando lui e i suoi figliuoli ad una vergognosa e lunga servitù: maledizione che vediamo ancora verificata in un gran numero di padri e di madri che sono stati figli ribelli ed indocili, e che nei propri figliuoli soffrono la pena delle loro ribellioni. Imparate dunque, o figliuoli, ad onorare il padre e la madre in qualunque stato voi siate, poveri o ricchi; se voi vi trovate in più alta fortuna che essi non dovete perciò dispregiarli, come certi figliuoli che sembrano non conoscere i poveri genitori e che si crederebbero disonorati a dar loro segni pubblici del loro rispetto, e che paiono vergognarsi di loro appartenere. In qualsivoglia stato siano i vostri genitori, poveri o ricchi, sani o infermi, sono sempre le immagini di Dio, sempre degni in conseguenza del vostro rispetto, vi sien utili o no, voglio anche che vi siano a carico per le loro malattie, la loro vecchiaia, la loro fiacchezza, voglio ancora che siano fastidiosi, di cattivo umore, che si mettano in collera per cose da nulla, che trovino da biasimare in tutto, che necessaria sia una grande pazienza per sopportarli: non importa, ritorno sempre al mio principio, tengono essi sempre le veci di Dio, voi dovete sempre onorarli. Se voi li mettete in collera e in cattivo umore per i vostri difetti, correggetevi, se vi si mettono essi senza ragione, niun diritto voi avete di resister loro; convien sopportare i loro difetti con pazienza, dice lo Spirito Santo: Honora in omni patientia (Eccl. III). – Questa pazienza sarà per voi di un gran merito innanzi a Dio, perché essa è una prova del rispetto che avete pei vostri genitori; dimostrate loro ancora questo rispetto con la vostra ubbidienza alla loro volontà. Vuole il buon ordine e la giustizia che ogni inferiore sia sottomesso al suo superiore: ora i genitori, per l’autorità che hanno ricevuta da Dio, sono i superiori dei figliuoli; questi conseguentemente loro debbono una pronta ed intera ubbidienza. Ubbidienza sì necessaria ai figliuoli che ne fa il carattere essenziale; di modo che siccome un raggio separato dal sole più non risplende, un ruscello separato dal fonte divien secco, un ramo tagliato dall’albero diventa arido; così, dice s. Pier Crisologo un figlio cessa di esser figlio, da che manca di ubbidienza ai suoi genitori; è un mostro nella natura, indegno di occuparvi un posto. Per la qual cosa l’Apostolo S. Paolo raccomandava sì caldamente quest’ubbidienza ai figliuoli come un dovere essenziale al suo stato: Filli, obedite parentibus per omnia (Col. V). Qual dunque esser dee quest’ubbidienza? Ella deve essere pronta ed universale, pronta per allontanare tutte quelle dilazioni che i più dei figliuoli apportano ad eseguire gli ordini dei loro genitori, cui non ubbidiscono, se non dopo molti comandi reiterati, brontolando, a forza di rigore e di castighi, il che fa loro perdere il merito dell’ubbidienza. L’ubbidienza forzata rassomiglia a quella dei demoni, che eseguiscono, malgrado loro, gli ordini di Dio. Bisogna dunque per esser grata ed accetta a Dio, che sia volontaria, pronta, senza doglianza e senza dilazione. L’ubbidienza deve ancora essere universale nei figliuoli per ubbidire in tutto ciò che vien loro comandato, sia pel temporale, sia per lo spirituale; pel temporale, lavorando, rendendo ai genitori tutti i servigi che domandano pel buon ordine ed il bene della famiglia. Per lo spirituale, sia fuggendo le cattive compagnie, i giuochi, le persone, la cui società è pericolosa per la salute, sia adempiendo i doveri di Cristiano: tali sono l’orazione, la frequenza dei sacramenti, l’assiduità alla santa Messa, ai divini uffizi, alle istruzioni ed altre buone opere. Ma è forse così che ubbidisce la maggior parte dei figliuoli, che far non vogliono se non ciò che loro piace; che dimostrano con certi segni di far poco caso di quanto loro si dice; che capaci si credono di condursi da se stessi, che a dispetto dei loro genitori mantengono relazioni pericolose, vanno nelle veglie, nei balli, nelle osterie, nelle case sospette; che, malgrado gli avvisi caritatevoli del padre e della madre, non frequentano i Sacramenti, vengono alla chiesa quando loro piace, vivono in una parola, come se non avessero né fede né  Religione? Non è questo il ritratto di un gran numero di giovani che con la loro condotta sregolata danno mille motivi di affanno ai loro genitori, accorciano i loro giorni e fanno anch’essi una fine infelice? Perché tosto o tardi il Signore, di cui dispregiano l’autorità in quella dei loro genitori, fa loro sentire i rigori della sua giustizia. Ubbidite dunque, o figliuoli, ai vostri genitori, in tutto ciò che vi comandano secondo il Signore, come dice l’Apostolo, in Domino; poiché se vi comandano cosa contro la sua santa legge, come l’ingiustizia, la vendetta od altra qualsiasi azione proibita, allora, dovete loro rispondere, con piacevolezza per altro  che voi dovete a Dio ubbidire e non agli uomini. Tralasciare qui non devo un articolo essenziale, su cui dovete consultare i vostri genitori ed anche loro ubbidire: cioè nella scelta che far dovete di uno stato. Io so benissimo che essi non debbono vincolare la vostra libertà; ma Dio ve li ha dati per guida e per maestri; essi hanno maggiori lumi e più di esperienza che voi; conoscono meglio quel che vi conviene. Voi dovete dunque seguir piuttosto i loro avvisi che una passione cieca che vi farà fare dei passi falsi. Ricompenserà Iddio la vostra ubbidienza con le benedizioni che spargerà sopra un matrimonio che fatto avrete di loro consenso. Né vi diate già a credere che, quando siete in questo stato, voi più non dobbiate loro né rispetto, né ubbidienza, come s’immaginano certuni che si credono padroni di se stessi; voi dovete sempre rispettarli, loro ubbidire, consultarli e seguire i loro avvertimenti. L’edificazione che voi dovete alla vostra famiglia nascente ve ne fa ancora un obbligo stretto; e che cosa pensar potrebbero i vostri propri figliuoli, se vi vedessero disubbidire e mancar di rispetto ai vostri padri e alle vostre madri?

II. Punto. Finiamo, fratelli miei, di spiegare i doveri dei figliuoli riguardo ai loro padri e madri, che consistono a render loro nel bisogno tutti i servigi di cui sono capaci. No, non basta per voi, o figliuoli che mi ascoltate, amare i vostri padri e le vostre madri con amor tenero e filiale, non basta portar loro rispetto; voi dovete ancora assisterli in tutti i loro bisogni del Corpo e dall’anima; i medesimi motivi che vi obbligano d’amarli vi obbligano altresì a soccorrerli. Richiamate per un momento i motivi che vi ho di già proposti al principio di questo discorso. I benefizi di cui siete debitori ai vostri genitori, vi faranno comprendere che, soccorrendoli, voi non fate che render loro quanto vi hanno prestato; e tuttavia non farete giammai quanto essi hanno fatto per voi; i vostri servigi saranno sempre minori di quel che loro dovete. Cessate dunque di dire che questi genitori non vi sono al presente di alcun vantaggio, che vi sono anche a carico per la loro età avanzata, per la vecchiezza, per le malattie: voglio accordare che sia così; ma non è ancor vero che non sono sempre stati tali? Senza le loro attenzioni e fatiche, voi non avreste quel che possedete, voi non sareste ciò che siete. Né stiate pure a dire che voi nulla loro dovete di quanto possedete, che è il frutto delle vostre fatiche e della vostra industria. Ve l’accordo ancora: ma non dovete voi loro la vita, la forza, la sanità, di cui godete? Nutriti non vi hanno e mantenuti nel tempo in cui non eravate in istato di procurarvi da voi medesimi quanto vi era necessario? Non è egli giusto che voi al presente facciate lo stesso a loro riguardo? Gli incomodi che han sofferto, le malattie che hanno contratte, sono gli effetti delle inquietudini, dei travagli che hanno sopportati per allevarvi; potete voi dunque senza ingratitudine ricusar loro i soccorsi di cui hanno bisogno? Nulla vi avanza, mi direte, che necessario non sia per voi e pei vostri figliuoli. Ma quante volte i vostri genitori privati si sono del necessario per darlo a voi? Se voi aveste più figliuoli, lo lascereste loro mancare? La vostra industria troverebbe i mezzi di provveder alla loro sussistenza: mettete i vostri padri e madri nel numero dei vostri figliuoli: fate per essi quel che fareste per li vostri figliuoli; Dio spargerà le sue benedizioni sopra le vostre fatiche, e la sua provvidenza supplirà a tutti i vostri bisogni. Se vitrovate nella miseria, non è questo un castigo della durezza che avete per li vostri genitori, cui non solamente ricusate ciò che loro è necessario, ma forse ancora con barbara crudeltà lo rapite? Siate più pietosi a loro riguardo, e Dio sarà pietoso verso di voi altrimenti mancherebbe alla promessa che vi ha fatto di ricompensare anche in questa vita l’amore ai vostri genitori; il che pensare non si può di un Dio sì buono e sì fedele alla sua parola come il Dio cui noi serviamo. – Ma in che i figliuoli sono obbligati di soccorrere i loro genitori? Dissi, fratelli miei, nei bisogni del corpo ed in quelli dell’anima. Nei bisogni del corpo assistendoli nella povertà, dividendo con loro il vostro pane, somministrando loro quanto è necessario per mantenerli e nutrirli. Se hanno bisogno dei vostri servizi, voi render glieli dovete a preferenza di qualunque altro; o se voi servite qualche altro padrone, impiegar bisogna per soccorrerli quel che guadagnate. Se sono infermi, allora è che raddoppiar dovete tutte le vostre attenzioni per procurar loro ì rimedi necessari ed un buon nutrimento. Oimè! se qualche bestia da carico che vi appartiene è assalita da malattia, voi nulla risparmiate per guarirla; e sovente morire si lascia un padre, una madre per mancanza di qualche soccorso che si potrebbe e si dovrebbe loro dare; e piaccia al cielo che loro anche non si ricusino questi soccorsi per accelerarne la morte! – Finalmente provveder voi dovete ai bisogni spirituali dei vostri genitori, sia consolandoli nelle loro afflizioni, sia facendo loro amministrare i Sacramenti quando sono infermi, più presto che è possibile; mentre basta una malattia di qualche giorno ed anche di alcune ore per mandare alla sepoltura corpi infermi cui la morte ha già portato i suoi colpi col peso degli anni che li opprime. Bisogna altresì in quei critici momenti pregar molto e far pregare per essi. Questo è dar loro il segno più certo di un amore veramente filiale, l’indirizzarsi al cielo per chiedere con istanza quanto è necessario per la loro salute. Figliuoli ben nati, amate i vostri genitori e a misura che il rischio della malattia aumenta, raddoppiate le vostre cure: domandate per essi una morte preziosa agli occhi del Signore, se ottener loro non potete una più lunga vita: vi lasciano quanto posseduto hanno sulla terra, ottenete loro il cielo; mentre il vostro amore dee stendersi ancora più in là del sepolcro, pregando pel riposo delle loro anime, eseguendo al più presto le pie intenzioni che significate vi hanno nei loro testamenti, adempiendo le restituzioni di cui vi hanno incaricati. Ma oimè! quanti pochi figliuoli si vedono al giorno d’oggi fedeli ad adempiere questi doveri a riguardo dei loro genitori defunti! Avidi, premurosi d’impadronirsi dei beni che hanno loro lasciato, non pensano che a dividerne le spoglie, a profittare della successione, senza mettersi in pena del tristo stato a cui ridotti sono questi padri e madri, forse pel troppo grande affetto che hanno avuto per essi: simili in ciò ai barbari fratelli di Giuseppe, i quali, dopo averlo messo in una cisterna, si divertivano sul luogo medesimo che serviva di teatro alla loro crudeltà. – Quanti anche si vedono figliuoli ingrati che perdono sino la memoria dei loro padri e madri, e fanno della conseguita eredità materia di dispute, divisioni e liti che suscitano gli uni contro gli altri? Divisioni, liti che si perpetuano di generazione in generazione, senza che si possano estinguere. Quanti altri che fanno di queste eredità materia delle loro dissolutezze, o non se ne servono che per contentare passioni peccaminose, senza riserbare una sola porzione dei beni che hanno ricevuto per soccorrere i genitori che soffrono crudeli pene nel fuoco del purgatorio? Ecco, poveri genitori, qual è il frutto del vostro faticare e soffrire. Ah figli ingrati, voi sarete misurati con la stessa misura che misurati avrete i vostri genitori; vi tratteranno col medesimo rigore con cui trattati avrete loro; e se continuate a fare un cattivo uso dei beni che avete acquistati, voi morrete nel peccato, e diverrete vittima non delle fiamme del purgatorio. ma di quelle dell’inferno.

Pratiche. Procurate di evitare questa disgrazia; istruiti come ora siete dei vostri doveri a riguardo dei vostri padri e madri, siate fedeli nell’adempierli: amateli, rispettateli, rispondete e non parlate loro che con rispetto; amatela loro compagnia, né fate cosa alcuna senza consultarli; ubbidite loro, come a Dio, quando vi comandano; pregate per essi, rendete loro tutti i servigi di cui siete capaci, e Dio vi ricompenserà non solo con una lunga vita sulla terra ma ancora con una vita eterna nel cielo. Così sia.

Credo.

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Offertorium

Orémus
Ps XCIX, 1 Jubilate Deo, omnis terra; servite Domino in lætitia. Introite in conspectu ejus in exsultatione: quia Dominus ipse est Deus.

 [Acclamate con gioia a Dio da tutta la terra: servite al Signore con allegrezza: entrate alla sua presenza con esultanza: sappiate che il Signore è Dio. ]

Secreta

Oblatum tibi, Domine, sacrificium vivificet nos semper, et muniat. Per Dominum … [L’offerto sacrificio o Signore, sempre ci vivifichi e custodisca. Per … ]

Comunione spirituale

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Communio

S. Luc. II: 48 et 49

Fili, quid fecisti nobis sic? ecce pater tuus et ego dolentes quaerebamus te. Quid est quod me quærebatis? nesciebatis quia in his quæ Patris mei sunt, oportet me esse? [Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco tuo padre ed io, addolorati, ti cercavamo – E perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi di quel che spetta al Padre mio?]

Postcommunio

Orémus.
Suèplices te rogamus, omnipotens Deus: ut quos tuis reficis sacramentis, tibi etiam placitis moribus dignanter deservire concedes. Per Dominum nostrum J. C.
[Ti supplichiamo, Dio onnipotente, affinché quelli che nutria con I tuoi sacramenti, ti servano degnamente con una condotta a te gradita. Per nostro Signore …]

Preghiere leonine http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

Ordinario della Messa http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/