UN0ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. PIO XII – “DATIS NUPERRIME”

Ancora una volta, il Santo Padre torna a levare la sua voce, che è quella del Vicario di Cristo in terra, per deplorare e condannare gli eventi sanguinosi abbattutisi sulla nazione ungherese a causa della barbarie comunista dei soldati e vertici sovietici e delle locali autorità complici e compiacenti. Poche ma significative parole rivolte agli occupanti fratricidi impostori … « La voce del sangue di tuo fratello grida a me dalla terra »! Come pure le parole di conforto al popolo cattolico martoriato ed oppresso dalla furia satanica dei “rossi”. Oggi lo stesso sangue grida vendetta: – dai sacrifici rituali di sette infami, – dalle sale operatorie dei reparti nei quali si praticano aberranti interventi di omicidio in utero di innocenti vittime alle quali è negata l’esistenza terrena ed il godimento di Dio in Paradiso, – dagli ospedali e dagli studi medici ove si pratica l’inoculazione di sieri micidiali e supertecnologici che uccidono o schiavizzano gli ignari malcapitati, convinti di prevenire una malattia immaginaria senza sintomi. Ma Dio non dimentica, ascolta il grido di chi lo invoca e improvvisamente fa scattare la sua ira sugli omicidi oppressori e sui loro complici, senza pietà né misericordia, ripagandoli, fino all’ultimo spicciolo, per lo scempio e l’ignominia dei loro delitti. Et conteret Illa caput tuum…

S. S. PIO XII

DATIS NUPERRIME

LETTERA ENCICLICA

CONDANNA DEI LUTTUOSI
AVVENIMENTI IN UNGHERIA

Con la recentissima Lettera Enciclica rivolta all’episcopato cattolico, avevamo espresso la speranza che anche per il nobilissimo popolo dell’Ungheria albeggiasse finalmente una nuova aurora di pace fondata sulla giustizia e sulla libertà, poiché sembrava che in quella nazione le cose prendessero uno sviluppo favorevole. Se non che le notizie che in un secondo tempo sono giunte hanno riempito l’animo Nostro di una penosissima amarezza: si è saputo cioè che per le città e i villaggi dell’Ungheria scorre di nuovo il sangue generoso dei cittadini che anelano dal profondo dell’animo alla giusta libertà, che le patrie istituzioni, non appena costituite, sono state rovesciate e distrutte, che i diritti umani sono stati violati e che al popolo sanguinante è stata imposta con armi straniere una nuova servitù. Orbene, come il sentimento del Nostro dovere Ci comanda, non possiamo fare a meno di protestare deplorando questi dolorosi fatti, che non solo provocano l’amara tristezza e l’indignazione del mondo cattolico, ma anche di tutti i popoli liberi. Coloro, sui quali ricade la responsabilità di questi luttuosi avvenimenti, dovrebbero finalmente considerare che la giusta libertà dei popoli non può essere soffocata nel sangue. – Noi, che con animo paterno guardiamo a tutti i popoli, dobbiamo asserire solennemente che ogni violenza, ogni ingiusto spargimento di sangue, da qualsiasi parte vengano, sono sempre illeciti; e dobbiamo ancora esortare tutti i popoli e le classi sociali a quella pace che deve avere i suoi fondamenti nella giustizia e nella libertà e che trova nella carità il suo alimento vitale. Le parole che Dio rivolse a Caino: «La voce del sangue di tuo fratello grida a me dalla terra» (Gn IV, 10), hanno anche oggi il loro valore; e quindi il sangue del popolo ungherese grida al Signore, il quale, come giusto Giudice, se punisce spesso i peccati dei privati soltanto dopo la morte, tuttavia colpisce talora i governanti e le nazioni stesse anche in questa vita, per le loro ingiustizie, come la storia ci insegna. – Voglia il misericordioso Dio toccare il cuore dei responsabili, di maniera che finalmente l’ingiustizia abbia termine, ogni violenza si calmi e tutte le nazioni, pacificate fra loro, ritrovino in un’atmosfera di serena tranquillità il retto ordine. – Frattanto Noi innalziamo al Signore le Nostre suppliche affinché, specialmente coloro che hanno trovato la morte in questi dolorosi frangenti, possano godere l’eterna luce e la pace nel Cielo; e desideriamo pure che tutti i Cristiani uniscano anche per questa ragione le loro suppliche alle Nostre. Mentre a tutti voi esprimiamo questi Nostri sentimenti, impartiamo di gran cuore a voi, venerabili fratelli, e ai vostri fedeli, e, in modo tutto particolare, al diletto popolo ungherese, l’apostolica benedizione, che sia pegno delle celesti grazie e testimonianza della Nostra paterna benevolenza.

Roma, presso San Pietro, il 5 novembre, l’anno 1956, XVIII del Nostro pontificato.

DOMENICA II DI AVVENTO (2021)

DOMENICA II DI AVVENTO (2021)

Stazione a S. Croce in Gerusalemme.

Semid. Dom. privil. II cl. – Paramenti violacei.

Tutta la liturgia di questo giorno è piena del pensiero di Isaia, (nome che significa: Domini Salus: Salvezza del Signore), che è per eccellenza il profeta che annuncia l’avvento del regno del Cristo Redentore. Egli predice, sette secoli prima, che « una Vergine concepirà e partorirà l’Emanuele »  — che Dio manderà <il suo Angelo >, — cioè Giovanni Battista — per preparare la via avanti a sé (Vang.) e che il Messia verrà, rivestito della potenza di Dio stesso, (I e III antif. dei Vespri) per liberare tutti i popoli dalla tirannia di satana. « Il bue — dice ancora il profeta Isaia — riconosce il suo possessore e l’asino la stalla del suo padrone; Israele non m’ha riconosciuto: il mio popolo non m’ha accolto » (I Dom. 1° Lez. ) — « Il germoglio di Jesse — continua — s’innalzerà per regnare sulle nazioni » (Ep.) e « i sordi e i ciechi che sono nelle tenebre (cioè i pagani) comprenderanno le parole del libro e verranno » (Vang.). Allora la vera Gerusalemme (cioè la Chiesa) « trasalirà di gioia » (Com.) perché i popoli santificati da Cristo vi accorreranno (Grad. All). Il Messia — spiega Isaia — « porrà in Sion la salvezza e in Gerusalemme la gloria » — « Sion sarà forte perché il Salvatore sarà sua muraglia e suo parapetto » cioè il suo potente protettore. Così la Stazione è a Roma, nella Chiesa detta di S. Croce in Gerusalemme, perché vi si conservava una grossa parte del legno della Santa Croce, mandata da Gerusalemme a Roma quando fu ritrovata.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

 Introitus

Is XXX: 30.
Pópulus Sion, ecce, Dóminus véniet ad salvándas gentes: et audítam fáciet Dóminus glóriam vocis suæ in lætítia cordis vestri.

[Popolo di Sion, ecco il Signore verrà a salvare tutte le genti: il Signore farà udire la gloria della sua voce inondando di letizia i vostri cuori.]

Ps LXXIX:2
Qui regis Israël, inténde: qui dedúcis, velut ovem, Joseph.

[Ascolta, tu che reggi Israele, tu che guidi Giuseppe come un gregge.]

Pópulus Sion, ecce, Dóminus véniet ad salvándas gentes: et audítam fáciet Dóminus glóriam vocis suæ in lætítia cordis vestri.

[Popolo di Sion, ecco il Signore verrà a salvare tutte le genti: il Signore farà udire la gloria della sua voce inondando di letizia i vostri cuori.]

Oratio

Orémus.
Excita, Dómine, corda nostra ad præparándas Unigéniti tui vias: ut, per ejus advéntum, purificátis tibi méntibus servíre mereámur:
[Eccita, o Signore, i nostri cuori a preparare le vie del tuo Unigenito, affinché, mediante la sua venuta, possiamo servirti con anime purificate:]

Lectio

Lectio Epístolæ beáti Pauli Apostoli ad Romános.
Rom XV: 4-13.
Fatres: Quæcúmque scripta sunt, ad nostram doctrínam scripta sunt: ut per patiéntiam et consolatiónem Scripturárum spem habeámus. Deus autem patiéntiæ et solácii det vobis idípsum sápere in altérutrum secúndum Jesum Christum: ut unánimes, uno ore honorificétis Deum et Patrem Dómini nostri Jesu Christi. Propter quod suscípite ínvicem, sicut et Christus suscépit vos in honórem Dei. Dico enim Christum Jesum minístrum fuísse circumcisiónis propter veritátem Dei, ad confirmándas promissiónes patrum: gentes autem super misericórdia honoráre Deum, sicut scriptum est: Proptérea confitébor tibi in géntibus, Dómine, et nómini tuo cantábo. Et íterum dicit: Lætámini, gentes, cum plebe ejus. Et iterum: Laudáte, omnes gentes, Dóminum: et magnificáte eum, omnes pópuli. Et rursus Isaías ait: Erit radix Jesse, et qui exsúrget régere gentes, in eum gentes sperábunt. Deus autem spei répleat vos omni gáudio et pace in credéndo: ut abundétis in spe et virtúte Spíritus Sancti.

 “Tutte le cose che furono già scritte, furono scritte per nostro ammaestramento, affinché per la pazienza e per la consolazione delle Scritture noi manteniamo la  speranza. Il Dio poi della pazienza e della consolazione vi conceda di avere un medesimo sentimento fra voi, secondo Gesù Cristo. Affinché di pari consentimento, con un sol labbro, diate gloria a Dio, Padre del Signor nostro Gesù Cristo. Il perché accoglietevi gli uni gli altri come Gesù Cristo ha accolto voi a gloria di Dio. E veramente io affermo, Gesù Cristo essere stato ministro della circoncisione per la veracità di Dio, per mantenere le promesse fatte ai patriarchi: i gentili poi glorificare Iddio per la misericordia, siccome sta scritto: Per questo io ti celebrerò fra le nazioni e inneggerò al tuo nome. E altrove: Rallegratevi, o genti, col suo popolo. E ancora: “Quante siete nazioni, lodate il Signore, e voi, o popoli tutti, celebratelo. E Isaia dice ancora: Vi sarà il rampollo di Jesse e colui che sorgerà a reggere le nazioni, e le nazioni spereranno in lui. Intanto il Dio della speranza vi ricolmi di ogni allegrezza e pace nel credere, affinché abbondiate nella speranza per la forza dello Spirito santo. ,, (Ai Rom, XV, 4-13). –

L’intenzione di s. Paolo in questa lettera è di far cessare certe controversie domestiche, che lo spirito di gelosia aveva suscitate tra i Giudei ed i Gentili convertiti alla fede. Quelli si gloriavano delle promesse che Dio aveva fatto ai loro padri, di dare il Salvatore, che sarebbe della loro nazione; questi rimproveravano ai Giudei la manifesta ingratitudine della quale si eran fatti colpevoli uccidendo il loro Redentore. S. Paolo dimostra agli uni come agli altri che essi devono tutto alla grazia ed alla misericordia del Salvatore.

Perché Dio è chiamato il Dio della pazienza, della consolazione e della speranza?

Perché la sua longanimità verso i peccatori lo determina ad aspettare la loro conversione con pazienza; perché da Lui viene questa consolazione interiore che sbandisce ogni pusillanimità; e fa insieme trovar gaudio nelle croci; perché Egli è che ci dà la speranza di pervenire, dopo questa vita a godere Lui stesso.

Aspirazione. O Dio di pazienza, di consolazione e speranza, fate che una perfetta rassegnazione al vostro santo volere versi la gioia e la pace nei nostri cuori, e che la Fede, la Speranza e la Carità ci rechino, con la pratica delle buone opere, al possedimento del bene a cui fummo creati, e che ci attende nell’eternità, se adempiremo fedelmente le condizioni alle quali ci è stato promesso.

Graduale

Ps XLIX: 2-3; 5
Ex Sion species decóris ejus: Deus maniféste véniet,
V. Congregáta illi sanctos ejus, qui ordinavérunt testaméntum ejus super sacrifícia.

[Da Sion, ideale bellezza: appare Iddio raggiante.
V. Radunategli i suoi santi, che sanciscono il suo patto col sacrificio. Alleluia, alleluia.]

Alleluja

Allelúja, allelúja,
Ps CXXI: 1
V. Lætátus sum in his, quæ dicta sunt mihi: in domum Dóminibimus. Allelúja.

[V. Mi sono rallegrato in ciò che mi è stato detto: andremo nella casa del Signore. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthaeum.
R. Gloria tibi, Domine!
Matt. XI:2-10

In illo tempore: Cum audísset Joánnes in vínculis ópera Christi, mittens duos de discípulis suis, ait illi: Tu es, qui ventúrus es, an alium exspectámus? Et respóndens Jesus, ait illis: Eúntes renuntiáte Joánni, quæ audístis et vidístis. Cæci vident, claudi ámbulant, leprósi mundántur, surdi áudiunt, mórtui resúrgunt, páuperes evangelizántur: et beátus est, qui non fúerit scandalizátus in me. Illis autem abeúntibus, coepit Jesus dícere ad turbas de Joánne: Quid exístis in desértum vidére? arúndinem vento agitátam? Sed quid exístis videre? hóminem móllibus vestitum? Ecce, qui móllibus vestiúntur, in dómibus regum sunt. Sed quid exístis vidére? Prophetam? Etiam dico vobis, et plus quam Prophétam. Hic est enim, de quo scriptum est: Ecce, ego mitto Angelum meum ante fáciem tuam, qui præparábit viam tuam ante te.  

“In quel tempo avendo Giovanni udito nella prigione le opere di Gesù Cristo, mandò due de’ suoi discepoli a dirgli: Sei tu quegli che sei per venire, ovvero si ha da aspettare un altro? E Gesù rispose loro: Andate, e riferite a Giovanni quel che avete udito e veduto. I ciechi veggono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi odono, i morti risorgono, si annunzia ai poveri il Vangelo; ed è beato chi non prenderà in me motivo di scandalo. Ma quando quelli furono partiti, cominciò Gesù a parlare di Giovanni alle turbe: Cosa siete voi andati a vedere nel deserto? una canna sbattuta dal vento? Ma pure che siete voi andati a vedere? Un uomo vestito delicatamente? Ecco che coloro che vestono delicatamente, stanno ne’ palazzi dei re. Ma pure cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico io, anche più che profeta. Imperocché questi è colui, del quale sta scritto: Ecco che io spedisco innanzi a te il mio Angelo, il quale preparerà la tua strada davanti a te” .

OMELIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956)

IL PRECURSORE

Siamo vicini al Santo Natale. E la Chiesa, per tre domeniche consecutive, — oggi, la ventura e l’altra ancora — nel Vangelo, ci manda S. Giovanni a dirci: « Preparate i cuori, che il Signore sta per venire ». Ma chi è questo San Giovanni Battista che viene a rimbrottarci per i nostri peccati, e a persuaderci di fare più bene? Sarebbe utile conoscerlo un po’. Ascoltate il brano evangelico di questa seconda Domenica d’Avvento, e conoscerete dalla bocca stessa di Cristo chi è il Precursore. – Siamo nelle prigioni di Macheronte e Giovanni vi è rinchiuso. Tutti sanno perché. E fin là dentro, in quel luogo di martirio e d’ingiustizia, arriva la fama dei miracoli compiuti da Gesù. Il Precursore, la cui anima impetuosa bruciava dal desiderio di far conoscere a tutto il mondo il vero Messia, gli mandò due discepoli con questo messaggio: «Sei tu il Salvatore, o ne dobbiamo aspettare un altro? » Giovanni sapeva bene ch’era Lui; ma a quella domanda, Gesù sarebbe stato costretto a manifestarsi, e allora anche tutta la gente lo avrebbe riconosciuto, e lo avrebbe acclamato. – Il Maestro divino accolse con benevolenza quel messaggio perché intravide l’amore di chi lo mandava, e appena i due discepoli del Battista ritornarono; si rivolse alla folla e disse: – « Chi siete andati a veder nel deserto? Forse una canna dondolata dal vento? «Chi, dunque, siete andati a vedere? Forse un uomo vestito alla moda? no; questa gente non si trova nel deserto, ma nel palazzo dei re. « Chi allora, siete andati a vedere? Forse un profeta? sì, vi dico: un profeta e più che un profeta. Egli è l’Angelo, predetto da Malachia, che camminerà innanzi al Signore ». Poche parole, ma scultoree: balza d’un tratto la grande figura di Giovanni Battista, tutta. – Dentro, senza debolezza: non è una canna. Fuori, senza mollezze: non vestiva con lusso. Dentro e fuori, senza macchia di peccato: un angelo.

NON FU UNA CANNA

«Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Forse una canna dondolata dal vento? ». Quella folla ch’era accorsa ad ascoltare Giovanni, doveva conoscere molto bene questa pianta, simbolo di debolezza e di volubilità. Doveva averla vista sulle sponde paludose del Giordano tremare nell’aria, e piegarsi fino a terra nel vento: se il vento tirava dal Mar Morto, la canna piegava verso il mar di Genezareth; ma tosto che il vento, cambiata direzione, tirava dal mar di Genezareth, la canna piegava verso il Mar Morto. Giovanni, dunque, era forse una canna dondolata dal vento? No; era una quercia che non si piega a nessun vento. Non come noi che alla mattina facciamo un proposito e alla sera lo troviamo trasgredito; non come noi che se anche ci confessiamo cento volte, cento volte siamo quelli di prima; non come noi che siamo canne pieganti ad ogni vento di tentazione. – Un giovane monaco era molto tentato. Una volta, che non ne poteva più, corse da S. Isidoro, si buttò sulla terra davanti a lui, e singhiozzava: « Padre, perché non mi aiutate? ». Il santo sollevò quell’anima sconvolta dalla bufera, e prendendola con sé, disse: «Vuoi che t’insegni a resistere? ». Il giovane alzò gli occhi pieni di lacrime: «È per questo che sono venuto ». « Allora, ecco il rimedio: «preghiera e mortificazione ». Ubbidì il monaco, e tutti i giorni pregava e si mortificava: ma le tentazioni non cessavano. Ritornò da S. Isidoro e gli chiese nuovamente rimedio. «Come! sei caduto in peccato? ». « No; grazie a Dio ». « Che vorresti, allora? » – «Vorrei essere senza tentazioni ». – Sorrise il vecchio santo, esperto della vita, e gli rispose: « Vedi: io ho settant’anni e neppure un giorno potei requiare; ma non mi sono mai piegato al demonio, come una canna, perché ho pregato e mi son mortificato. Va’, e fa’ lo stesso ». – Questo episodio ci spiega bene due cose: ci spiega perché S. Giovanni Battista non ha mai ceduto a nessuna tentazione, ci spiega perché noi invece cediamo tanto spesso. – Vicino ad ogni uomo c’è un demonio, nemico di Dio e di noi, e tutto il giorno suscita pensieri di odio, desideri di roba altrui, immaginazioni impure. Ci sono poi nella vita dei momenti in cui la tentazione è così forte da farci quasi disperare. Son quei brutti momenti che ha provato anche S. Francesco, quando si gettò, d’inverno, nella neve; son quei brutti momenti che ha provato anche S. Benedetto quando si slanciò a capo fitto nelle spine; sono quei brutti momenti che ha provato anche S. Caterina, quando esclamava: —O Signore, ma dove sei? —; son quei brutti momenti in cui il vento della tentazione cerca di squassarci come una canna. Ebbene, ricordiamolo: senza preghiera e senza mortificazione, è impossibile resistere.

NON FU UN EFFEMINATO

«Che cosa siete andati a vedere nel deserto? forse un uomo vestito sfarzosamente? ». Il Precursore viveva nella solitudine da molti anni, solo, senza casa, senza tenda, senza servi, senza nulla fuor di quello che aveva indosso. E indosso aveva una pelle di cammello, stretta al fianco da una cintola di cuoio. Appariva alto, ossuto, adusto dal sole. La figura austera del Battezzatore, e la lode che Gesù ha fatto del suo vestire, è un forte rimprovero per non pochi Cristiani e Cristiane che hanno la vanità del vestito: lo vogliono di lusso, moderno, scandaloso. In tali acconciature osano anche varcare la soglia della Chiesa, portarsi davanti ai purissimi marmi dell’altare, davanti al Crocifisso nudo e sanguinante sulla croce, davanti a Gesù che vive nella miseria dei nostri tabernacoli. – Quello che più addolora è di vedere come perfino i bambini, innocenti e ignari del male, già dai genitori sono vestiti poco cristianamente. Quei piccoli che Gesù amava, che voleva stretti al suo cuore, crescono così, troppo presto, alla scuola del mal esempio. Mamme, che vi compiacete di profanare l’innocenza dei vostri bambini, sappiate che il Signore non li può abbracciare in quella guisa; e senza l’abbraccio di Gesù che cosa diventeranno i vostri figliuoli? so bene le scuse con cui taluni cercano di giustificarsi, ma non si possono accogliere per buone.- a) Ma è la moda, si dice, è la moda che porta così: noi viviamo nel mondo e bisogna che ci adattiamo. Mostrerò la sciocchezza di questa scusa con un esempio: Dionigi di Siracusa era corto di vista e camminava barcollando e spesso gli accadeva di urtare in qualche cosa, di rovesciare tavolini e di frantumare vasi. Sembrerebbe incredibile eppure, in quella corte, per compiacere al tiranno, tutti i cortigiani stringevano le palpebre facendola da non vedenti e andavano tentoni, investendo sedie e tavolini e talvolta ruzzolando dalle scale. (Il fatto è raccontato da Plutarco). Il mondo non solo è un tiranno corto di vista, ma è cieco di tutti e due gli occhi; e quelli che seguono la sua moda sono più ciechi e più stupidi di lui, e una volta o l’altra finiscono col ruzzolare per le scale giù nell’inferno. – b) Ma io non ho mai avuto intenzione cattiva seguendo le mode! Scusa troppo ingenua per essere valevole. Non la voglio discutere: ricordate però che se le idee cattive non le avete voi, le fate venire agli altri. – C’è nella Storia Sacra una frase espressiva. Un re terribile, con centoventimila fanti e ventiduemila cavalli, assediò la città di Betulia: fece deviare anche l’unico fiume che le dava acqua, e la tormentò con la sete. Gli assediati, piangendo lacrime disperate, si prostravano sulla nuda terra, invocando soccorso dal Cielo. Allora una vedova sorse; vestì gli abiti preziosi di quand’era sposa felice, si ornò con monili d’oro e con gemme, poi, sola, varcò la porta e uscì dalla città assediata verso il nemico in arme. I soldati la videro e la condussero dal re Oloferne. Oloferne pure la vide, ma non l’uccise perchè sandalia eius rapuerunt eum. Bastarono due sandali a far perdere la testa a quel terribile guerriero; e la perse veramente perché, in quella notte, Giuditta gliela tagliò via (Giud., X). – Ma di quante altre persone, cadute in basso, si potrebbe ripetere: sandalia eius rapuerunt eum (Giud., XVI, 11). c) — Allora, — diranno alcuni, — dobbiamo proprio vestirci con pelle di cammello, alla S. Giovanni? Non è questo che io dico. Vi dico soltanto la parola dell’Apostolo: « Nolite conformari huic sæculo » (Rom., XII, 2) Non vogliate seguire la moda scandalosa di questo mondo.

FU UN ANGELO

«Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Forse un profeta? Sì, vi dico, un profeta e più che un profeta. Un angelo che annunzia il Signore ». Si può lodare di più un uomo? Mai nessuno fu esaltato così dal labbro di Cristo. Nel Vangelo però (Giov., X, 40) c’è un riferimento a S. Giovanni, forse poco meditato. Gesù, passato il Giordano, arrivò dove il Battista soleva battezzare. Le canne tremanti sulla sponda, il deserto che appariva in una lontananza giallastra e uniforme, l’acqua pura del fiume precipitoso rievocarono al Messia quella persona a lui tanto cara, che un re adultero aveva trucidato. Gesù commosso, quasi per riposare in quella melanconica ricordanza, si fermò là. Et mansit illic. Tutti compresero che il Maestro pensava a Giovanni Battista, ma non capivano come mai amasse tanto un uomo che non aveva fatto neppure un miracolo. Anzi molti osarono dirgli: « Del resto Giovanni non fece miracoli. Joannes quidem nullum signum fecit » (Giov. X, 41). E Gesù non rispose. Ma è tanto facile capire perché Giovanni non ha fatto miracoli! Perché noi lo potessimo imitare nella sua santità. Perciò la Chiesa in queste domeniche di Avvento ce lo propone quale modello. Vengano dunque gli avari a specchiare la propria cupidigia in chi ha rifiutato ogni bene terreno. Vengano i superbi a specchiare la propria arroganza in chi predicava: « E’ necessario ch’io sia disprezzato e che Lui, Cristo, onorino gli uomini ». Vengano i disonesti a specchiare la propria anima infangata in chi visse vergine tutta la vita. Vengano i golosi a specchiare la propria voracità in chi non si cibava che d’erbe e di miele selvatico. Da questo confronto deducano un proposito di vita nuova. – Quando i Giudei, strappati dalla loro terra, furono confinati in Persia, alcuni timorati di Dio presero il fuoco sacro dell’altare e lo nascosero in una valle ov’era un pozzo fondo, senz’acqua. E dentro là lo riposero al sicuro, talché a tutti fu ignoto quel luogo. Ma quando, finiti gli anni della schiavitù, tornarono in patria, subito si cercò il fuoco sacrificale. Andarono nella valle, scoprirono il pozzo fondo, ma ivi il fuoco s’era spento e non trovarono che acqua marcia. Neemia allora ordinò che cavassero di quell’acqua e la ponessero sull’altare sopra la legna e si aspettasse la nascita del sole. Appena dietro le grasse nubi sfolgorò il primo raggio, un gran fuoco s’accese sull’altare e tutti ne restarono meravigliati (II Macc., I, 19-22). – Noi pure oggi, confrontando la nostra anima con quella di S. Giovanni Battista, abbiam trovato che in fondo al nostro cuore non c’è più il fuoco dell’amore di Dio, ma c’è l’acqua stagnante della nostra tiepidezza, o peggio c’è l’acqua marcia dei peccati e delle passioni. Cristiani! prendiamo, piangendo, questo nostro cuore pieno di miserie e poniamolo sull’altare, appena Gesù Bambino, sole delle anime, nel prossimo Natale spunterà sul mondo, lo vedrà, ne avrà compassione, e riaccenderà quel fuoco che noi, coi nostri peccati, abbiamo spento.

FORTI CONTRO IL RISPETTO UMANO

Federico II, imperatore di Prussia, soleva tenere nel suo palazzo ed alla sua stessa mensa tanti uomini insigni per la scienza o per le arti. Strano e bizzarro com’era, volle un giorno di venerdì invitare a pranzo un principe romano cattolico per tentarne la fede e mettere a prova il suo coraggio religioso. L’imperatore non era cattolico. Ma le vivande erano fatte con carne ed il principe romano, tranquillo e disinvolto, lasciava passare, accontentandosi di ingannare la fame soltanto con qualche pezzetto di pane. L’imperatore osservava senza parlare; ma poi, tra lo scherzoso ed il serio: « Perché, disse, non mangiate? Forse la cucina di Germania non vi piace? ». « No, Maestà, la vostra cucina è eccellente per gli altri giorni della settimana, ma oggi per un Cattolico è cattiva. La Chiesa proibisce di mangiar carne al venerdì ». Alla nobile e franca risposta, Federico soggiunse: « Vi ammiro: avete reso un grande omaggio alla vostra religione! Ora passate nella sala vicina, ove sono preparati cibi di magro. Verrò anch’io a farvi l’onore che meritate ». – Quel principe di Roma non era una canna agitata dal vento. Era un uomo di carattere. E sì che si trovava alla mensa dell’Imperatore, fra tante illustri personalità che non la pensavano come lui. I Cristiani dovrebbero essere tutti così. Se siamo persuasi che la nostra Religione è la sola vera, che Dio esiste, che Gesù Cristo è la sola salvezza e fuori di Lui e della sua Chiesa non c’è che rovina eterna, dobbiamo sentirci capaci di manifestare queste idee anche all’esterno. Invece, purtroppo, ci sono ancora moltissimi Cristiani dalle mezze misure che non vogliono rinunciare alla fede e nello stesso tempo non hanno il coraggio delle proprie convinzioni. Sono schiavi di un sentimento vile che li piega come canne sotto il vento. Tale sentimento si chiama rispetto umano: un bel nome, ma applicato malissimo. Prima bisogna rispettare Dio, prima bisogna rispettare la propria fede, poi, si abbia pure riguardo ai nostri fratelli. Questo tenete a mente quando fra persone che parlano male, che vestono male, che offendono apertamente le leggi di Dio, voi sentiste paura a fare diversamente da loro. – Del resto capita spesso quanto occorse al principe cattolico alla mensa di Federico. – Quelli stessi che scherzano o fanno le meraviglie sono i primi ad ammirare e stimare i buoni che hanno il coraggio delle loro idee. Alle volte, una fede sincera e aperta vale la conquista di anime per le quali i fatti contano assai più delle parole. Ricordiamo inoltre quello che Gesù affermava ai discepoli e a tutti quelli che lo seguivano: « Davanti al Padre mio che è nei cieli, anch’Io avrò vergogna di chi ha avuto vergogna di me davanti agli uomini » (Mt., X, 33).

FORTI CONTRO LE PASSIONI

Prima che S. Vincenzo de’ Paoli cominciasse a fondare le grandi opere di carità, era Parroco di un piccolo paese della Francia. La fama della sua santità si era diffusa nelle terre vicine e a udire le sue prediche, a confessarsi da lui accorrevano anche alcuni che da tempo non erano a posto col Signore. C’era un conte rinomato per i tanti duelli che aveva sostenuto. Tutte le volte che veniva offeso anche leggermente, sfidava il suo avversario a combattere con la spada ed era sempre così fortunato che non si contavano più le sue vittime. Una volta però, udendo una predica di S. Vincenzo, fu tocco dalla grazia di Dio e si convertì. Vendette le sue terre e col prezzo ricavato fondò monasteri e consolò i poveri. Bisognava che S. Vincenzo lo moderasse tanta era la generosità con cui si era dato al Signore. Ma gli rimaneva ancora la spada che gli era servita così spesso per offendere il Signore e non sapeva decidersi a separarsene. Quella spada teneva sempre acceso in lui un po’ di affetto alla sua vita passata; e siccome ai primi fervori erano successi dei momenti di freddezza, se avesse continuato a tenere quell’arma sarebbe forse ritornato alla vita di prima. Ma un giorno, preso dalla vergogna di tale debolezza, arresta il suo cavallo, scende, trae la spada e la spezza in mille scintille contro una roccia e, rimontando a cavallo, esclama: « Finalmente sono libero! » – Un paragone alla spada di quel conte sono le passioni che ciascuno di noi porta con sé dalla nascita. Alcuni sono inclinati alla superbia, alla vanagloria, all’arroganza. – Altri invece amano le cose terrene, hanno il cuore troppo attaccato ai denari, agli affari. Altri ancora sentono la smania del godere e vorrebbero sempre e solo soddisfare i cattivi istinti. – L’aver le passioni non è un male: è solo il segno di essere uomini. Ma possono diventare spade taglienti, strumenti di peccato quando non sono soggette alla legge di Dio. Se con la fermezza di una volontà risoluta noi non teniamo le redini ai nostri pensieri, ai nostri istinti, alle nostre inclinazioni, diventiamo canne agitate dal vento, e dopo un periodo breve di fervore e di bontà, pieghiamo subito ad una vita scorretta. Non le fragili canne, ma gli alberi robusti sanno resistere al soffio rovinoso del vento: le canne finiscono nella corruzione del fango. Per evitare questa pessima fine, bisogna voler seriamente spezzare quelle spade. Un colpo solo non basta. La vittoria sulle nostre passioni non è così facile e così pronta come poté essere l’infrangere la spada del duello. Bisogna resistere sempre ed ogni giorno, ogni ora che passa si devono dar due colpi decisi, persuasi che soltanto la morte le spezzerà per sempre. – Però quanto più avanziamo in questa lotta spirituale, tanto più diventiamo forti e la grazia di Dio, che si congiunge alla nostra volontà, dà all’anima cristiana una dolce sicurezza di vivere nell’amore del Signore. – « Beato l’uomo che non va secondo il consiglio degli empi, e mette la sua compiacenza nella legge del Signore. Egli è come un albero che è piantato lungo correnti di acque, che darà il frutto a suo tempo e tutto quello che fa riesce bene » (Salmo 1). I cattivi invece sono come canne che il vento passa ed abbassa; anzi sono come un nuvolo di polvere che il vento solleva e disperde. Impii tanquam pulvis quem projicit ventus. – La perfezione cristiana non consiste nelle azioni grandiose. Gli Apostoli lasciarono e la casa e il loro mestiere, e senza danaro e senza bisaccia e senza un’arma, camminarono tutta la vita per regioni deserte e selvagge, predicando il Vangelo. Ma non a tutti conviene la missione degli Apostoli: però tutti possono, devono fare qualcosa per difendere e propagare la nostra santa Religione: E prima di tutto col buon esempio, con l’assiduità alle funzioni di Chiesa, col rifuggire da ogni discorso, da ogni lettura che sia contro la fede. Poi con l’aiutare i sacerdoti nell’azione cattolica, perché essi sono i successori degli Apostoli. I martiri nei tormenti e nella morte confessarono Cristo: e chi veniva sbranato da belve, e chi immerso in caldaie bollenti e in fuoco, e chi straziato con uncini e ricoperto di calce viva, e chi colpito con la spada. Ma non è questo che Dio vuole ora da noi: però tutti siamo obbligati alla mortificazione. Mortificazione degli istinti cattivi che si ridestano in noi, mortificazione dei nostri sensi. Che cosa vieta che anche un padre di famiglia sia temperante nel bere, nel giocare, nel fumare, per amor di Cristo? Che cosa vieta che una donna si mortifichi il lusso delle vesti, la vanità della acconciatura, la frivolezza dei discorsi? Queste sono opere buone che Dio vuole da noi specialmente in questo tempo di Avvento. Gli anacoreti fuggirono dalle città e dall’abitato, e s’inoltrarono nelle solitudini del deserto e là trascorsero la vita in grotte e in capanne sconnesse, senza vivanda fuor che i frutti selvatici, senza bevanda fuor che l’acqua del torrente. Non questo esige da noi, non è nel deserto che Egli ci aspetta. È nella nostra famiglia dove ognuno ha la sua croce da portare. Ivi i genitori devono essere di esempio ai figliuoli, ivi i figliuoli devono crescere nel timore di Dio, nell’ubbidienza, nella bontà. I santi davano tutto ai poveri e poi sì ritiravano a pregare, e Dio li favoriva con le estasi e le visioni. Ma non tutti sono così ricchi di beni di fortuna per fare abbondanti elemosine; non tutti si ritrovano così indipendenti nella vita da poter rimanere nelle chiese per ore e ore, ogni giorno, conversando col Signore. Però, chi è quella persona così misera da non poter largire qualche soldo ai poveri, alle opere buone della parrocchia? Perfino la vedova del Vangelo trovò due danari da offrire al tempio di Gerusalemme, e fu tanto lodata da Gesù. E se non si ha tempo di fermarsi lungamente in Chiesa, chi vieta all’operaio mentre lavora di ripetere, anche solo col cuore, delle fervorose giaculatorie? Chi vieta alla mamma di famiglia di pregare mentre culla, mentre nutre i suoi bambini? Per quante occupazioni si abbia, si può trovare il tempo anche d’ascoltare qualche Messa nei giorni feriali e di ricevere i sacramenti con opportuna frequenza. Sono queste, o Cristiani, le opere buone che Dio domanda del proprio stato. Se in esse saremo fedeli, avremo il Paradiso. Quia super pauca fuisti fidelis, intra in gaudium Domini tui (Mt.. XXV, 23). – Un enorme fico aduggiava la terra con la sua ombra. Sotto, un giorno, passa il Signore: scruta tra i rami fronzuti e non trova un frutto. «Sii maledetta tu, pianta sterile! ». Subito la ficaia inaridì. Dieci vergini aspettano lo sposo. Una notte, quando più nessuno l’aspettava ed il sonno aveva vinto anche i più vigili, arriva lo sposo. Un grido e tutti si risvegliano e accendono le lampade: ma cinque vergini improvvide si trovarono senz’olio. Corsero per acquistarne ma al ritorno trovarono la porta del convito chiusa, e udirono una voce dal di dentro che disse: « Non vi conosco ». – Un padrone ritorna da un viaggio lungo e chiama il servo al rendiconto. « Padrone », balbetta il poverino «io sapevo la vostra esosità, e che domandate fin quello che non avete dato, e che mietete fin dove non avete seminato: per ciò nascosi il vostro talento sotterra ed oggi ve lo rendo intatto ». « Prendete il servo inutile! — comandò il padrone, — e gettatelo fuori nell’oscurità e nel dolore ». Il Natale non è lontano e Gesù ritorna. Egli è il viandante che desidera dissetare le sue labbra con qualche frutto dell’anima nostra. Egli è lo sposo a cui bisogna muovere incontro con lampade provviste di olio di buone opere. Egli è il nostro Padrone e viene a domandarci il rendiconto. – Affrettiamoci a radunare un ricco tesoro di opere virtuose da presentargli davanti alla cuna insieme ai doni degli antichi pastori. – Un pomeriggio domenicale, una persona di mondo entrò nella canonica del parroco d’Ars, attratta da quello che si diceva intorno all’austerità di quell’umile prete, alla generosità con cui donava tutto per vivere poi egli stesso in una povertà estrema, allo zelo con cui si prodigava di giorno e di notte per la salvezza delle anime. «Signor Curato, — disse quella persona — crede proprio a tutto quanto dice il Vangelo? ». – « Sì, a tutto». « Ma è proprio sicuro che dopo la morte ci sarà il Paradiso? ». « Sicurissimo ». « Proprio sicuro, come dopo quest’oggi che è domenica verrà il lunedì? ». « No, molto più sicuro ». « Proprio sicuro come il sole che è tramontato adesso, sorgerà domani mattina? ». « No. Molto, molto più sicuro. Poiché può darsi anche che venga una domenica dopo la quale non ci sia più il lunedì, un giorno nel quale ci sia un tramonto dopo il quale non ci sia più aurora, un inverno dopo il quale non ci sarà più primavera, ma non può darsi assolutamente che le parole di Cristo non s’avverino ». « Quali parole? ». « Queste: Io sono la Resurrezione e la Vita: chi crede in me, anche se fosse morto, vivrà… Io lo risusciterò nell’ultimo giorno ». – Quella persona partì commossa e persuasa d’aver capito il segreto di quella grande santità. Soltanto una convinzione così profonda poteva dargli la forza di vivere come viveva. Tale profondità di convinzione era quella che condusse Giovanni Battista nel deserto, che gli diede il coraggio di rinfacciare al re il suo nefando peccato, che lo fece intrepido quando si lasciò troncare la testa. Tale profondità di convinzione era quella che sostenne i martiri: Agnese, bella e ricca ereditiera d’una cospicua famiglia romana, che a 13 anni, mentre le fiamme del rogo già la lambivano, esclamava: « Ecco che finalmente io vengo a Voi, Signore, che io amavo, cercavo, desideravo, senza intermissione »; Pancrazio di 14 anni che lasciò sbranare dalle belve la sua giovane vita, ma non sacrificò agli idoli; Policarpo di 85 anni, Simeone di 120, entrambi col corpo tremante di vecchiezza, ma con l’anima immobile nella certezza della fede. Né si creda che questa convinzione capace di sfidare perfino la morte, sia un ricordo archeologico di tempi antichi che non ritornano più. È del nostro tempo il fatto di una fanciulla americana, (Grazia Minford), convertita dal protestantesimo e divenuta suora domenicana. Suo padre morendo le lasciò la somma favolosa di 12 milioni e mezzo di dollari, a patto che abbandonasse il convento. Che cos’ha risposto quella fanciulla? «Il mio Padre del cielo è assai più ricco del mio padre della terra, e mi darà una ricompensa più grande ancora ». Questa è convinzione e forza veramente cristiana! («Schonere Zukunft », 1-5-1927). – Convinzione cristiana spinge ancora tante figliuole a rinunciare a un sogno di felicità, piuttosto che sposare una persona che non rispetterebbe la loro coscienza, a rinunciare a un impiego lucroso piuttosto che sgualcire il candore della loro innocenza in certi uffici. Convinzione cristiana sostiene il padre di famiglia in gravi e lunghi sacrifici piuttosto che violare la legge del Signore. – L’uomo di carattere sa dimostrare la sua volontà decisa davanti al mondo, a sé, a Dio. – Davanti al mondo. Il mondo ha due armi terribili per trascinare al male: la lusinga e lo scherno. Le lusinghe del mondo sono le amicizie, certe amicizie specialmente; sono i divertimenti, come gli spettacoli licenziosi, i balli, passeggiate sbrigliate e promiscue. Gli scherni del mondo sono fatti di sorrisi maliziosi, di mormorazioni, di ironia, di disprezzo, e perfino di persecuzioni; poiché spesso i buoni si vedono preclusa la via alle loro legittime aspirazioni, e alle ricompense meritorie. La volontà energica dell’uomo di carattere non cede alle lusinghe, non teme gli scherni: ma va diritta e sicura, ascoltando sempre la voce della coscienza. – Davanti a sé. Un nemico potente è entrato in noi stessi per il peccato originale, ed ha esteso il suo nefasto impero un poco su tutte le facoltà dell’anima. Bisogna riconquistare e difendere la nostra libertà interiore. I cattivi pensieri la minacciano nella nostra mente, i cattivi desideri nel rostro cuore, i cattivi istinti nella nostra carne: quale campo di battaglia aspra e incessante per la volontà! Chi cede è rammollito. – Davanti a Dio. Dio ogni giorno per purificarci o per provarci ci manda la nostra parte di fatica e di sofferenza. È necessaria la volontà energica, che tronchi ogni querela e ogni impazienza, e ci faccia accettare con santa e lieta rassegnazione la sua paterna e misteriosa volontà. La volontà energica sa placare la natura ferita, e la induce a ripetere quella preghiera che, quando è sincera, vuole coraggio e amore: «La tua volontà sia fatta! ». – Santa Giovanna è all’assedio d’Orléans. Sette ore ha combattuto, sempre calma e intrepida, in mezzo alle sue truppe; ora è il momento in cui deve strappare al nemico la famosa bastiglia di Tourelles. Repentinamente si slancia, afferra la scala, l’appoggia alla torre, e sale impetuosa. Una freccia la colpisce in mezzo al petto: sgorga sangue. Ella impallidisce, trema: sospesa a metà della scala, piange di dolore e di paura. Ridiscende e si nasconde a curarsi. Ecco la debolezza umana. Gli Inglesi imbaldanziscono, ed i Francesi spauriti cedono il campo, e suonano la tromba della ritirata. Ma al primo squillo, Giovanna scatta in piedi: ricorda le visioni che ebbe, le voci che udì, e fa una breve preghiera. Poi di colpo si strappa la freccia, e col petto chiazzato di sangue, grida: « Avanti, siamo vincitori! » E vince. – Cristiani, la vita è una battaglia per la conquista del regno di Dio. Se ci capitasse qualche momento di paura e di debolezza, richiamiamo i motivi della nostra fede, ravviviamo le nostre condizioni, e chiediamo forza con la preghiera. Poi come Santa Giovanna andiamo avanti, sicuri che la vittoria è nostra. – S’avvicina il giorno in cui la Chiesa ricorderà a tutto il mondo il mistero della ancora nascita di Gesù. E la Grazia che da questo mistero sgorgò allora, verrà diffusa a tutti i cuori, nella misura che se ne renderanno capaci. Dio Eterno che nasce bambino per noi! C’è qui un abisso di amore e di degnazione di cui non ci sarà mai possibile vedere il fondo. Santa Maddalena de’ Pazzi con incessante amorosa adorazione ripeteva centinaia di volte al giorno: «Il Verbo si è fatto carne ed abitò tra noi ». S. Alfonso de’ Liguori non sapeva studiare se sul suo tavolo di lavoro non vedeva la cara immagine di Gesù Bambino. Ed infinite volte la baciava, adorando Colui che vi era rappresentato. Cristiani: in questa settimana d’Avvento più volte al giorno, sull’esempio dei Santi, diremo col cuore: « Bambino Gesù, io ti ringrazio d’essere nato per me! ». Ma forse qualcuno penserà: « Come farò a ricordarmelo? ». Ebbene: perché non l’abbiate a dimenticare tre volte al giorno, al mattino, al mezzodì, alla sera, la Chiesa fa suonare le campane dell’Angelo che annunzia l’incarnazione del Verbo. Nessuno dunque si scordi, almeno in questa settimana, che udendo quel suono deve pensare al Figlio di Dio che si fece uomo per la nostra salvezza. – Orbene, Cristiani: la santa Chiesa in principio dell’Avvento, imitando il gesto del Precursore, manda anche noi a considerare i frutti della venuta del Salvatore perché abbiamo a credere più fermamente in Lui, a seguirlo più coraggiosamente. Questi frutti sono molti, ma i principali sono tre: la pace, la luce, l’amore.

1. LA PACE: a) Tra Dio e l’uomo: dal momento che il primo uomo peccò, Dio voltò via la sua faccia sdegnata e abbandonò la nostra natura al giogo del demonio. Passarono migliaia e migliaia d’anni in cui nessun uomo poté, benché santo, entrare in Paradiso: né Adamo, né Mosè, né Isaia, né Davide, alla loro morte, lo trovarono aperto. – Finalmente nel seno verginale di Maria la natura divina e la natura umana s’abbracciarono nell’unica Persona nel verbo incarnato. Come Iddio poteva continuare la sua inimicizia con gli uomini, se uomo era anche il suo Figlio Unigenito? – b) Tra l’Angelo e l’uomo. Fino alla venuta di nostro Signore Gesù, gli Angeli trattavano gli uomini come stranieri con superiorità ed asprezza. Perciò quando apparvero ad Abramo, a Loth, a Giacobbe, a Mosè, ad Ezechiele, a Davide gli uomini tremanti si gettavano a terra per adorarli come padroni. Ma dal giorno della venuta del Signore, tutta la schiera angelica ci è diventata benevola ed amica: ai loro occhi cessammo di apparire la razza degradata e maledetta, poiché vedono che il Figlio di Dio ha voluto rivestire umana natura, farsi uomo in carne ed ossa come noi. Se Dio ebbe di noi tanta misericordia da diventare uno dei nostri, gli Angeli come ci potrebbero ancora trattare duramente? Quando a S. Giovanni Evangelista apparì un Angelo, egli, secondo l’uso dell’Antico Testamento, fece per gettarsi sulla nuda terra ad adorarlo. Ma la celeste creatura glielo impedì, dicendo: « Che fai? Io sono come te un servo dell’Altissimo ». – c) Tra uomo e uomo. Prima che il Salvatore discendesse su questa terra, il sentimento più diffuso tra gli uomini era l’odio. I pagani odiavano i Giudei, i Giudei odiavano gli immondi pagani. I Greci chiamavano barbaro chiunque non fosse della loro nazione; i Romani non riconoscevano i diritti se non dei cittadini di Roma. La guerra e l’odio implacabile per i nemici era un vanto. Venne Gesù: e davanti a Lui non ci furono più né Giudei né Gentili, né Greci né barbari, né rivali né nemici, ma tutti gli uomini divennero fratelli suoi, compartecipi della sua natura umana: e perciò figli tutti d’un Padre unico, Iddio. L’uomo dunque da Dio, dagli Angeli, dagli uomini stessi era odiato e disprezzato come un lebbroso. Gesù Redentore, portandoci la pace con Dio, con gli Angeli, con gli uomini, ci ha mondati da quella lebbra. Leprosi mundantur. Ma guai a quelli che ritornano negli odi antichi! per loro il frutto dell’avvento divino è maturato invano.

2. LA LUCE

Tutti i popoli camminavano nelle tenebre e nell’ombra della morte. In Egitto si adoravano le cipolle e il bue; in Grecia si erano costruite divinità viziose e libidinose; in Roma si incensavano i tiranni crudeli. Le madri uccidevano i loro figliuoli per placare le ire di Baal o di Astharte, idoli sanguinarî. Anche gli uomini più intelligenti d’allora non riuscivano a sapere del loro eterno destino quanto ora ne sa anche l’ultimo dei nostri bambini. Gesù venne: e fu come se si squarciasse la maligna nuvolaglia che ottenebrava il mondo e risplendesse improvvisamente il sole. Sole di giustizia è Gesù! Luce del mondo è Gesù! – Quante meravigliose verità ci ha Egli disvelate riguardo a Dio, all’anima nostra, alla vita eterna… Tutte le cose più utili al nostro vero bene il Vangelo ce le insegna. – I nostri occhi erano ciechi, ed ora vedono. Cæci vident. Eppure ci sono di quelli che la dottrina cristiana hanno dimenticata, che non vogliono più impararla. Eppure ci sono di quelli che vivono solo per mangiare e guadagnare, veri adoratori delle cipolle e del bue; di quelli che vivono per accontentare ogni istinto bestiale, veri adoratori delle passioni immonde; di quelli che i proprî figli non educano cristianamente e sacrificano la loro innocenza al demonio. Guai a questi che ritornano nell’antica tenebrosa ignoranza! per loro il frutto dell’avvento divino è maturato invano.

3. L’AMORE

« Signore, perché sei venuto sulla terra? ». «Sono venuto a portare il fuoco dell’amore sulla terra ghiacciata, e non bramo altro che di incendiarla tutta in questa mistica fiamma ». Anche senza l’Incarnazione, nella sua infinita misericordia, Dio avrebbe saputo trovare il modo di perdonarci e salvarci. Ma era l’amore della sua creatura, che il Creatore dell’universo voleva: e si fece uomo per amore. Nell’Antico Testamento avevano imparato a temerlo e a rispettarlo; lo sentivano presente nel fragore del tuono, nell’urlo della bufera, nell’ardore del fuoco; ma gli uomini non riuscivano ad amare un Dio invisibile. Ma ora Egli si è fatto visibile, e tutto il mondo vede la sua dolce Umanità. « Fratelli, — scriveva S. Paolo — dopo la sua venuta più nessuno può vivere per sé, ma solo per Lui, che visse e morì per noi ». E sorsero allora moltitudini di uomini, di donne, di fanciulli che con desiderio offrirono la loro vita nel martirio. Sorsero allora infinite schiere di Monaci e di Vergini che si ritirarono nei deserti a vivere solo per suo amore, già fatti angeli prima di morire. Sorsero in ogni tempo i Santi che non temettero penitenze e umiliazioni, fatiche e malattie, tribolazioni e persecuzioni, accesi com’erano nell’amore di Cristo, il Dio fatto Uomo. – Senza questo eterno amore, che sarebbero stati gli uomini se non dei cadaveri? – Gesù venne e li risuscitò. Mortui resurgunt. Eppure sono troppi quelli che non amano il Signore: passano lunghe settimane senza un pensiero e un palpito per lui! Troverete di quelli che neppure una Messa alla festa sanno ascoltare per suo amore; per suo amore non sanno nemmeno compiere una piccola rinuncia. E se si volesse entrare nel segreto delle famiglie, quanti ne trovereste che non sanno più rispettare la castità coniugale e vivono nell’egoismo brutale, dissacrando ogni legge di Dio e di natura! Guai a questi che ritornano nell’antica morte dell’indifferenza e del peccato! Per loro la primavera della redenzione è venuta senza fiori e senza frutti. – Dopo due millenni, nuovamente ci prepariamo al Santo Natale per partecipare maggiormente ai frutti della divina venuta. – S. Gaetano da Thiene sì struggeva in affettuose preghiere; S. Filippo Neri si ritirava nelle catacombe a meditare; San Francesco d’Assisi s’avviava verso Greccio gridando: « Amiamo il Bambino celeste! ». Noi che faremo? Facciamo pace con Dio e con gli Angeli togliendo via i peccati dal cuore, facciamo pace con gli uomini perdonando e chiedendo perdono. Ritorniamo a frequentare la Chiesa, a studiare la dottrina cristiana, ad ascoltare la parola di Dio. Infine, per amore di Gesù che tanto ci amò, facciamo un po’ di penitenza, di elemosina, di mortificazione. – Così la pace, la luce, la carità del nostro Signore ritorneranno in noi.

CREDO …

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Ps LXXXIV: 7-8
Deus, tu convérsus vivificábis nos, et plebs tua lætábitur in te: osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam, et salutáre tuum da nobis.

[O Dio, rivolgendoti a noi ci darai la vita, e il tuo popolo si rallegrerà in Te: mostraci, o Signore, la tua misericordia, e concedici la tua salvezza.]

Secreta

Placáre, quǽsumus, Dómine, humilitátis nostræ précibus et hóstiis: et, ubi nulla suppétunt suffrágia meritórum, tuis nobis succúrre præsídiis.

[O Signore, Te ne preghiamo, sii placato dalle preghiere e dalle offerte della nostra umiltà: e dove non soccorre merito alcuno, soccorra la tua grazia.]

Comunione spirituale:

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Bar V: 5; IV:36
Jerúsalem, surge et sta in excélso, ei vide jucunditátem, quæ véniet tibi a Deo tuo.

[Sorgi, o Gerusalemme, e sta in alto: osserva la felicità che ti viene dal tuo Dio.]

Postcommunio

Orémus.
Repléti cibo spirituális alimóniæ, súpplices te, Dómine, deprecámur: ut, hujus participatióne mystérii, dóceas nos terréna despícere et amáre cœléstia.

[Saziàti dal cibo che ci nutre spiritualmente, súpplici Ti preghiamo, o Signore, affinché, mediante la partecipazione a questo mistero, ci insegni a disprezzare le cose terrene e ad amare le cose celesti.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (185)

A. D. SERTILLANGES, O. P.

CATECHISMO DEGLI INCREDULI (XXI)

[Versione autoriz. Dal francese del P. S. G. Nivoli, O. P. – III ristampa. S. E. I. – Torino 1944]

LIBRO TERZO

LA CHIESA

III. L’ORGANIZZAZIONE DELLA CHIESA

c.) Le tre Chiese e la Comunione dei Santi.

D. Hai chiamato la tua Chiesa « l’organizzazione dell’infinito » essa dunque non è tutta nel visibile; dunque non è tutta nel tempo.

R. La nostra Chiesa oltrepassa il tempo e getta il suo amplesso attraverso ai mondi. Essa crede alla continuità della vita in tutti i sensi, sia pure nel mistero e nell’incoscienza, sia pure al di là delle barriere della morte, e ciò che essa crede, la sua propria costituzione consacra. O si canti questa unità nella messa, o la si esprima solamente, tu dovrai confessare che la si proclama a buon diritto.

D. Come la intendi tu?

R. Anzitutto in questo mondo stesso, il regime sociale della grazia non è interamente espresso dalla Chiesa visibile. Come ora vedremo, vi è una Chiesa delle anime, più vasta, incomparabilmente, che il gregge arruolato, — almeno così si spera — una Chiesa delle buone volontà raggiunte da Cristo, coperte de’ suoi meriti, animate dalla sua intima azione, e in unione implicita, fosse pure nell’ignoranza e nella negazione, con l’opera sua sopra la terra. Non è possibile che tra queste due Chiese, o piuttosto in grembo a questa Chiesa unica, la cui anima valica il corpo, non vi siano degli scambi vitali, una comunicazione spirituale, una comunione, come si dice nel linguaggio mistico. Inoltre quando ci si unisce a Cristo e al suo Spirito, non è solo per il tempo, non è solo per il mondo, ma per sempre e dovunque si debba estendere la nostra vita. Quelli che sono morti nel Signore non hanno abbandonato il Signore, dunque non hanno abbandonato, spiritualmente, quelli che essi lasciano nell’esercito visibile. Il Signore e lo Spirito formano il vincolo; la fraternità ha il dovere di esser sempre attiva. Sia che essi godano attualmente la felicità dei santi, sia che si trovino trattenuti nel luogo del dolore espiatore, essi sono i fratelli dei viatori, dei militanti di quaggiù. Ecco quello che si vuole esprimere con questa distinzione di tre Chiese: l’una militante, quella della terra, un’altra paziente, quella del purgatorio, una terza trionfante, quella del cielo. Non è che una famiglia con tre nomi.

D. Come concepisci i rapporti fra questi tre gruppi diversi?

R. Siccome vi si adora lo stesso Dio, si partecipa allo stesso Spirito, si fa corpo in Colui del quale tutte le anime di buona volontà sono i membri, così per il fatto stesso ci si trova impegnati in un mutuo scambio di servizi; per giunta vi si è invitati. Preghiere scambievoli, riversibilità dei meriti sotto il controllo della Provvidenza, diffusione del bene nel campo delle anime, carità con tutti i suoi effetti: tal sarà il regime che si chiama Comunione dei santi, prendendo la parola santo nel senso antico, per indicare ogni essere rigenerato e santificato da Cristo.

D. Tu dici che questa comunione sì effettua ipso facto?

R. È inevitabile. Non è forse di regola che in un ambiente organizzato il bene di un elemento giovi a tutti e il bene di tutti a ciascuno? «Tutti per ciascuno, ciascuno per tutti », questa bella regola positivista è indubbiamente un invito, ma è anche una legge di fatto, dal momento che vi è realmente vita comune. Quest’ultima condizione è indispensabile; perché, come osserva Pascal, non si diventa ricchi perché si vede un estraneo che è ricco; ma bensì perché si vede il proprio padre o il proprio marito che è ricco ». Ma poiché tal è il fatto, in grazia della nostra anima comune che è lo Spirito di Cristo, in grazia dei «legami e delle giunture » che connettono il corpo di Cristo, ne segue l’effetto, anche se nessuno vi pensa.

D. È una strana solidarietà.

R. Di piuttosto sublime. La solidarietà, di cui si parla tanto, non potrebbe trovare espressione più completa. La Comunione dei santi abolisce i limiti dell’essere per rilegarlo all’universale. Ciascuno, per essa, è forte della forza di tutti; ciascuno è compatito dalla pietà di tutti; ciascuno è amato dall’amore di tutti; ciascuno è salvato, per poco che lo voglia, dalla barca di tutti, la barca di Cristo, in seno al gran naufragio della vita.

D. Ma vi è anche una forma deliberata e volontaria di questa comunione?

R. Essa si rivela mediante le preghiere dei vivi per i vivi e per i morti, degli eletti per i viatori e dei pazienti per i combattenti della terra, mediante retrocessioni di meriti che Dio incoraggia e misura, mediante sforzi e sacrifizi consentiti e, in ciò che riguarda specialmente questo mondo, mediante gl’insegnamenti, le esortazioni, i consigli, gli esempi. In mezzo alle anime che dimenticano, ve ne sono che si ricordano per loro; in mezzo ad anime che annegano, ve ne sono che si gettano a nuoto e, con loro rischio riconducono a riva i naufraghi. Si stabilisce così un immenso sistema di soccorso, d’irradiamento spirituale, di santificazione, di felicità. È un’espansione di vita divina regolata secondo le più alte leggi psicologiche e sanzionata dai misericordiosi voleri del nostro Dio. È una gravitazione universale delle anime.

D. Nella Comunione generale dei santi, vi sono comunioni più speciali?

R. Certamente. Le anime formano delle costellazioni, come gli astri. Noi non siamo una polvere di esseri, tutti i nostri legami naturali hanno il loro equivalente soprannaturale e ritrovano i loro effetti.

D. I due ordini, a questo riguardo, vanno di pari passo?

R. No; due fratelli secondo la natura possono essere soprannaturalmente assai distanti; ma non devono essere degli estranei, perché anche la famiglia è in Cristo. In quanto agli estranei secondo la natura che sono soprannaturalmente fratelli, essi allargano l’idea di famiglia e presentano un altro aspetto dei nostri legami.

D. La Comunione dei santi è secondo te un dogma propriamente detto?

R. Lo trovi nel Credo: Io credo… nella Comunione dei santi. E questo dogma particolare, come quello della Chiesa nel suo contenuto molteplice, ripeto, dà la più ampia e più magnifica soddisfazione al nostro senso sociale, a quel desiderio naturale che abbiamo di lavorare a qualche cosa d’immortale, al nostro bisogno di solidarietà, di dedizione scambievole, di comunicazione, di sacrifizio.

D. Siamo noi sociali fino a tal punto?

R. Tali noi siamo per natura, e più per soprannatura; non cessiamo di essere tali se non per il peccato.

D. Questa solidarietà è dunque insieme interna ed esterna, apparente e nascosta?

R. Essa è resa apparente nella Chiesa visibile, e dalla Chiesa visibile si estende sino ai confini dell’invisibile.

D. Gli spiriti puri che tu chiami Angeli ne fanno parte?

R. Vi sono associati di diritto. Infatti è una regola immutabile, dice Bossuet, che gli spiriti che si uniscono a Dio si trovino nello stesso tempo uniti tutti insieme» e formino una sola «città di Dio », avente il medesimo capo che è Dio, la medesima legge che è la carità.

D. Tu mescoli così tutti i cieli e tutte le terre.

R. Noi non mescoliamo niente; distinguiamo tutto; ma sotto un solo governo, non vi è che un solo dominio. I tempi e gli spazi qui non contano niente. Bisogna che vi sia una religione attraverso alle durate, attraverso alle specie delle creature ragionevoli, attraverso ai luoghi abitati e attraverso agli stati, attraverso a tutte le altre differenze oltre alle spirituali. Dio è necessariamente tutto in tutti.

d) La necessità della Chiesa. “Fuori della Chiesa, nessuna salute”.

D. Dopo tutti questi allargamenti, quasi non sì comprende più quello che voi volete dire con questa formula rigida e tagliente come una lama: « Fuori della Chiesa, nessuna salute ».

R. Di fatto è necessario spiegarci, e si può anche pensare che la formula, gettata così, non è felice, perché si presta terribilmente ad equivoco. Tuttavia, sopra il terreno dov’è collocata, ha la sua piena e intera giustificazione.

D. Qual terreno?

R. Quello del diritto, quello del piano divino per la salvezza degli uomini. Vi è Dio; vi è l’Incarnazione; vi è la vita e la morte redentrice; vi è la successione autentica di Gesù per mezzo del gruppo apostolico con Pietro alla sua testa, per mezzo della Chiesa col Papa alla sua testa: tal è l’organizzazione autentica della salute, corrispondente a quello che è la natura umana, a un tempo corpo ed anima, individuale e sociale. Nessuno se ne deve allontanare. Colui che conosce questa organizzazione o che ha il mezzo di conoscerla è giudicato da essa; allontanandosene si perde; abbandona la via, la verità e la vita; esce dall’edifizio non manufatto in cui si trova la porta delle pecorelle, quella per cui devono passare, per andare ai pascoli divini, tutte le pecorelle umane. « Fuori della Chiesa, nessuna salvezza », in questo senso, significa: fuori di Cristo e dei mezzi di Cristo, non vi è nessuna salvezza; fuori di Dio, non vi è nessuna salvezza, ed è una evidenza.

D. Il diritto non è il fatto.

R. Appunto ci arrivo. Il diritto, in ogni materia morale, non esprime che una verità parziale. Fa d’uopo entrare nelle coscienze e conoscere quali sono le loro disposizioni riguardo a Dio, la loro sottomissione ai mezzi di Dio, sia che li conoscano o li ignorino.

D. È possibile essere sottomessi a ciò che non si conosce?

R. Vi si può essere sottomessi per disposizione eventuale, e un’autorità benevola accoglie questa sottomissione.

D. Così sarà uno salvo senza la grazia?

R. Nessuno può essere salvo senza la grazia, poiché essere salvo è entrare nell’ordine soprannaturale ed è la grazia che vi ci introduce. Ma la grazia non è invariabilmente legata a un mezzo esterno qualsisia, benché essa abbia per mezzo ufficiale ed ordinario i Sacramenti della Chiesa. « La grazia di Dio non è incatenata ai Sacramenti », dicono i teologi.

D. Né alla Chiesa stessa?

E. Né alla Chiesa stessa, in ciò che ha di esterno. Alessandro VIII condannò Arnaldo perché negava che vi fosse grazia fuori della Chiesa.

D. Qualche incredulo può dunque avere la grazia?

R. Possono avere la grazia non solo degli increduli, ma anche degli atei, e perfino dei persecutori apparenti, che non sono che dei traviati.

D. Che cosa ci vuole perché l’abbiano?

R. Che siano nella disposizione di ubbidire alla verità che essi ignorano o combattono; che, per trovarla, appena sono nel dubbio, facciano sforzi seri, e intanto pratichino i doveri importanti che sono loro noti.

D. Ma questo non è la fede, e tu dici che la grazia, quando occupa il fondo dell’anima, produce nell’intelletto la fede.

R. Gl’increduli di cui parlo hanno la fede; aderiscono di cuore, e perfino il loro intelletto aderisce implicitamente, per tendenza, «in intenzione » (P. GARDEIL), a tutto ciò che ignorano. I bambini battezzati hanno veramente la fede, benché essi non sappiano niente: il povero incredulo crede di sapere altro; crede di negare; ma attraverso alle negazioni della mente, Dio vede il cuore fedele; anche nella mente, Egli vede l’orientamento, in mancanza dell’oggetto riconosciuto, ed è presente a quel cuore con la sua grazia, artefice di carità soprannaturale, a quella mente per la virtù soprannaturale e segreta della fede.

D. E tu dici che questi individui appartengono alla Chiesa?

R. Sì, in quanto a ciò che fa della Chiesa una società propriamente spirituale, cioè l’unione intima con Cristo e con lo Spirito di Cristo, sia pure nell’incoscienza e nel segreto.

D. È quello che tu chiami l’anima della Chiesa?

R. S. Tommaso lo chiama anche Corpo mistico della Chiesa, il suo corpo nascosto, ed è la stessa cosa.

D. La tua Chiesa è un vivente strano!

R. È un vivente spirituale, un vivente immortale: perciò essa non ha di visibile che una parte di se stessa, e ne ha due invisibili, una nel mondo sopraterrestre, l’altra nei cuori.

D. Ce n’è ancora un’altra, secondo quello che dicevi: quella che precedette la sua nascita storica, formata dei giusti di altri tempi pagani, o Giudei.

R. Sì, poiché Cristo precedette se stesso per l’efficacia anticipata della sua azione; poiché nel pensiero di Dio, « l’Agnello di Dio è stato immolato dall’origine del mondo » ($. GIOVANNI).

D. Si possono chiamare Cristiani i falsi increduli che ora hai descritto?

R. Evidentemente, poiché vivono nell’unione di Cristo. «Vi sono più Cristiani che non si pensi», diceva $. Giustino. Per lui Socrate era un Cristiano; parimenti Seneca per S. Agostino; altrettanto, per S. Tommaso, il centurione Cornelio, in grazia di una «fede implicita ».

D. E gli eretici, gli scismatici?

R. Dal punto di vista in cui siamo, non vi sono eretici e scismatici se non quelli che dal P. Gratry sono chiamati « gli eretici del genere umano », cioè i cattivi.

D. Tu non escludi dalla Chiesa e dalla salute della Chiesa se non i cattivi?

R. Sì, chiamando cattivi coloro che, per malizia o per grave negligenza, si rifiutano ostinatamente alla verità di Dio e alle leggi di Dio.

D. La salute è dunque accessibile a tutti?

R. Dio ci ama a tal segno, che una sola cosa ci può strappare al suo amore: la nostra cattiva volontà.

D. Mi viene un dubbio circa l’autenticità di questa dottrina, così larga e così contraria a quello che si sente generalmente.

R. Mi rallegro teco. Ma ti citerò un’autorità che ti può tranquillare pienamente, poiché si tratta di un Papa vituperato presso gl’inereduli per la sua «intransigenza », il Papa stesso del Sillabo, Pio IX, nella sua celebre allocuzione del 9 dicembre 1854. «La fede, dice egli, obbliga a credere che nessuno può essere salvo fuori della Chiesa cattolica e romana, che è l’unica arca di salute, fuori della quale perirà chiunque non vi entra ».

D. Ma ciò è spaventoso! e tu appoggi là sopra la tua opinione larga?

R. Aspetta! Lì sta quello che ho chiamato il diritto, o se si vuole la verità ufficiale, il piano autentico. Ecco ora il fatto: «Tuttavia bisogna ugualmente tenere per certo che quelli che ignorano la vera religione senza loro colpa, non possono portare agli occhi del Signore la responsabilità di questa condizione ».

D. Ma forse la colpa qui è giudicata per presunzione; o forse ancora si riserva una responsabilità collettiva, come per la « colpa »originale.

R. Ascolta la continuazione: « Ora chi avrà la presunzione di fissare i limiti di questa ignoranza secondo la natura e la varietà dei popoli, dei paesi, degli spiriti e di tante altre circostanze così numerose? Quando sciolti dai vincoli di questo corpo, vedremo Dio tal quale è, noi comprenderemo per quale stretta e magnifica unione sono legate la misericordia e la giustizia divina… Ma i doni della grazia celeste non faranno mai difetto a quelli che, con un cuor sincero, vogliono esser rigenerati da questa luce e la domandano ».

D. È davvero una bella ampiezza; ma allora a che servono le tue opere di apostolato? Se la salute è dovunque, è inutile attirare la gente nella Chiesa visibile.

R. È un grande errore. La salute è dovunque possibile; ma non è dovunque ugualmente probabile, e soprattutto non è ugualmente facile, né ugualmente glorioso per Cristo. A parità di buon volere, non è identica la situazione di colui che è nella Chiesa e di colui che ne è fuori. È forse la medesima cosa abitare in una fredda catapecchia o in una casa ben riscaldata? È forse la medesima cosa ricevere attraverso a fitti strati di nubi una luce diffusa o trovarsi in pieno sole? I mezzi che la Chiesa presenta per l’uso del buon volere sono immensi; essi permettono un progresso molto maggiore e più rapido della vita divina in un’anima; garantiscono quest’anima contro i pericoli formidabili ai quali l’altra resta esposta. Del resto tu dimentichi i bambini non battezzati, i quali, non arrivando all’età della ragione, non possono trarre benefizio né dai supplementi interiori di cui parliamo, né dall’azione collettiva incanalata dai riti. Aggiungi che la gloria esterna di Cristo e il benefizio comune vorrebbero una incorporazione visibile e attiva di tutta l’umanità alla società spirituale, che è come il corpo di Cristo, e, per l’apostolo, ciò è capitale.

D. Credi tu che le Chiese dissidenti, cristiane o pagane, possano servire a questa salute interiore degli individui che tu dichiari possibile dovunque?

R. Per se stesse, le Chiese dissidenti, per Cristo e per l’opera di Cristo, sono delle nemiche. Esse lacerano o disconoscono l’unità che è la legge gloriosa del mondo; esse offrono mezzi di salute che non sono i veri, o che esse restringono ed alterano, a scapito delle anime. Ma anche questa, come per i casi degli individui, non è se non una verità parziale. Infatti, queste Chiese dissidenti, che in tutto ciò che esse hanno di buono riflettono e rappresentano la Chiesa vera, ne possono dunque in proporzione e accidentalmente esercitare il compito. La Chiesa vera le avvolge in una certa maniera, come avvolge tutte le anime figlie di Dio. Utili provvidenzialmente, queste Chiese sono per l’opera autentica della Provvidenza qualcosa come delle dipendenze.

D. Dei ripari, per chi non ha trovato la sua casa?

R. Dei ripari d’occasione: è infatti il nome che loro conviene, nello stesso modo che prima di Cristo la Sinagoga era un asilo autentico provvisorio.

D. Si può dire che Cristo è in questi asili?

R. Egli è dovunque sono i suoi figliuoli, ma non nella stessa maniera. È a Roma in casa sua; a Benares o alla Mecca come presso lo straniero.

D. Ma egli benedice il maomettano, l’indù, l’ortodosso e il protestante di nobile cuore?

R. «Pace in terra agli uomini di buona volontà ».

(Ma colui che si ostina a restar fuori dalla Chiesa di Cristo – pur avendone la possibilità – e a non riconoscerne il Capo nel Vicario successore di s. Pietro, designato dallo Spirito Santo, può esser mai considerato un uomo di buona volontà? Si veda l’opera del Rev. M. Müeller, C. SS. R. nel suo volume: Extra ecclesiam nullus omnino salvatur in ExsurdatDeus.org..

Per l’appartenenza al Corpo mistico, abbiamo la Lettera del Santo Officio all’Arcivescovo di Boiston, dell’8 agosto 1949, che chiarisce definitivamente la questione e tronca ogni libera teologica discussione – ndr. –).

http://chi appartiene al corpo mistico di Cristo e chi no exsurgatdeus.org

IL SACRO CUORE DI GESÙ (49)

IL SACRO CUORE (49)

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. Di Parigi;

LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ-

[Milano Soc. Ed. “Vita e Pensiero, 1919]

PARTE TERZA.

Sviluppo storico della divozione.

CAPITOLO IV.

LA DIVOZIONE NEL XVII SECOLO

Per ciò che riguarda la nostra divozione, si può dire che non si riscontra un passaggio ben deciso fra il XVI secolo e il XVII. Se però si cerca di approfondire qualche tratto e di precisarlo, si può dire, senza esagerare, che durante il secolo XVI la divozione si costituisce in se stessa, più che propagarsi, mentre nel secolo XVII si propaga piuttosto che costituirsi in se stessa. Si riscontra, è vero, sino dal XVI secolo, un primo sbocciare della divozione, ma è sopra tutto una fioritura nelle anime; non è, per quanto almeno possiamo afferrare, un movimento generale, che si trasmette e si comunica grado a grado; la devozione rimane affare individuale e non presenta una diffusione sociale e, per quanto le tracce siano numerose, si mantengono circoscritte. Niente indica un movimento che abbia coscienza di se stesso e tenda a generalizzarsi. Il secolo XVII, al contrario, ci si presenta come un’aurora della divozione o, se si vuole, come la sua primavera; tutto annunzia il gran movimento che va poco a poco, alla conquista del mondo. Segni oscuri per quelli che vivevano allora, salvo per qualche anima privilegiata, profetessa dell’avvenire: segni assai chiari per noi, che conosciamo questo avvenire. Studieremo rapidamente questa divina preparazione. I fatti sono, presso a poco, gli stessi che abbiamo già riscontrato ma si moltiplicano singolarmente e, avvertiti come siamo dagli avvenimenti. Ci danno l’impressione di un movimento che comincia e si propaga. Non è facile raggruppare. questo. ammasso di fatti. L’ordine cronologico non è Sempre possibile e impedirebbe spesso di vedere i rapporti reali delle cose; gli altri aggruppamenti rischierebbero di falsare la prospettiva o di stabilire dei rapporti fittizi. Sembra perciò naturale collegare l’ordine cronologico con l’ordine delle cose, procedendo ora per regioni, ora per comunità religiose, o mediante riunioni analoghe, seguendo per ogni diversa serie di fatti, sia l’ordine cronologico, sia qualche altro ordine indicato dall’analogia delle cose (Riserbiamo per il capitolo susseguente ciò che riguarda le Visitandine, i Gesuiti e il Beato Giovanni Eudes).

I. LA DIVOZIONE FUORI DELLA FRANCIA

Spagna: S. Michele dei Santi. Marina d’Escobar. Maria d’Agreda. — Fiandra, Belgio e Paesi Bassi: Nicola Montmorencv. Benedetta Haeften. Giacomo Marchant. Giovanna Cambry. La madre Deleloe. — Svizzera: San Fedele di Sigmaringen.

Ecco, dapprima, nella Spagna, San Michele dei Santi, monaco della Santissima Trinità (1590-1625). Egli chiedeva a Nostro Signore di cambiargli il cuore e dargliene un altro più amante e più generoso. Nostro Signore l’esaudì (Ufficio del Santo, lezione VI, 5 luglio. Cf.: Acta canonizationis, negli Analecta iuris Pontificii, 1863, p.. 1446); si prese il cuore del Suo diletto Michele e se lo nascose nel seno, in cambio gli diede il suo cuore, tutto infiammato d’amore. –  Ancora nella Spagna, s’incontra la Venerabile Marina d’Escobar (1554-1633), alla quale Nostro Signore rivelò spesso i segreti del suo cuore. Dopo avere scritto la regola per le sue religiose, l’offrì a Nostro Signore dicendogli che era sua. « Hai ragione. le disse Gesù, è mia infatti. Alza piuttosto gli occhi e guarda il mio cuore ». « lo alzai gli occhi dell’anima mia, disse ella, e vidi tutta la regola scritta nel suo divin Cuore » (Vita, scritta dal P. Luigi da Ponte, I parte, I. 5, c, 20, n. 3 Traduzione latina, Praga, 1622, p. 536. In  FRANCIOSI, col, 354. Si noti che la Venerabile dice … gli occhi dell’anima, è, ordinariamente, nello stesso senso na che bisogna intendere la cosa, anche là ove non è detto espressamente. Nello stesso senso ella dice ‘che abbracciava, secondo la nostra maniera di parlare », i piedi del Salvatore.). Un altro giorno Egli le mostrava le piaghe delle sue mani e dei suoi piedi: « E quella del cuore? gli chiesi; Guarda, mi rispose, e mi mostrò anche quella e nello stesso tempo il suo cuore che si intravvedeva attraverso la ferita » (Ibid. l. 2, c.21, p. 197; Franciosi l.c.). Il venerdì santo del 1616, siccome ella era paurosa, e teme le illusioni, Nostro Signore le disse: « Avvicinati, e tocca la ferita del mio costato. lo mi avvicinai e la toccai, e tosto sentii dei raggi ardenti d’amor divino, che uscivano dalla ferita del cuore e l’infiammavano d’amore per lui » (Ibid, 1.2, c. 17; p. 203; Franciosi, col. 355.). Nel febbraio del 1622, ella vide Nostro Signore come in cielo e dal suo petto una scala discendeva, allargandosi verso la terra. « Gli angeli, disse ella, mi condussero appiè della scala, e cominciai a salire…. sino a che fui arrivata…. là ove la scala si appoggiava al suo petto. Egli allora. mi introdusse…. nel santuario segreto del suo petto divino…. Là vidi il mistero della Santissima Trinità, per quel tanto, almeno, ch’io ne ero capace » (Ibid. d, 1,53;.c. Le 91; Franciosi, col. 355-356). E a lei pure volle (18 luglio 1612) far dono del suo cuore, affine di renderla perfettamente conforme a questo cuore divino (Ibid, 1. 3, c. 28, n. 2, p. 336; Francrosi; col, 356). Infine, in un giorno di dicembre del 1618, le diede la chiave del suo cuore e della sua volontà per significarle che d’ora innanzi ella non avrebbe avuto che esprimere un desiderio ». Purché la cosa fosse espediente, gliela accorderebbe subito e volontieri » (Ibid, 1. 6, c. 9, n. 2, p. 626; Franciosi, col, 357). Non abbiamo noi forse qui i principali elementi di un trattato di divozione al sacro Cuore? Marina d’Escobar merita perciò un posto a parte fra i precursori della beata Margherita Maria. – Accanto a lei si può menzionare un’altra mistica spagnola, oggetto di contestazioni, la Venerabile Maria d’Agreda (1602-1665). Ella, del resto, ha poche cose sul cuore di Gesù, e quel che ne dice non è che la ripetizione di quel che troviamo da per tutto; l’apertura del costato fa scorrere dal cuore divino le sorgenti feconde della grazia; ci mostra l’amore di questo cuore, e invita le anime a entrare per gustare questo amore, attingendolo alla sua sorgente, e per cercare un rifugio (La cité mystique de Dieu, 2. parte, 1. 6, c. 24, n. 1440 e 1451, Traduzione Croset; Franciosi, col. 412).

Nei Paesi Bassi, un uomo di Stato, un belga, che, fra le occupazioni importanti affidategli dalla fiducia di Filippo II, trovò tempo di scrivere dei libri di pietà, Nicola Montmorency (1556 al 1617 circa), pubblicava nel 1616 ad Anversa un Diurnale pietatis in due volumi, ove si trovano molte preghiere o affetti pii, tolti spesso da autori il cui nome viene indicato in margine. Fra queste affezioni o preghiere, più d’una son rivolte al sacro Cuore. Eccone un bello esempio : «Saluto e preghiera del mattino al Cuore di Gesù: Io lodo; benedico glorifico e saluto il vostro dolcissimo e benignissimo cuore, o Gesù Cristo, mio fedele amico, rendendovi grazie per la custodia fedelissima da cui mi avete circondato in questa notte e per la paterna ed immensa bontà con la quale sopportate e conservate, fra tanti altri, me, il più miserabile di tutti i peccatori, e. anche mi visitate qualche volta con le inspirazioni della vostra grazia. Ed ora io vi prego, o mio unico amico, per virtù del vostro divin cuore, purificatemi da ogni macchia, preservatemi misericordiosamente, da ogni pericolo, e accordatemi la grazia di perseverare fedelmente e felicemente nel vostro santo servizio e nel vostro amore, sino alla fine della vita mia ». «0 cuore dolcissimo di Gesù, dove si trova ogni bene, Trinità, in voi mi affido, a voi mi abbandono interamente, in voi getto ogni mia sollecitudine e tutto quel che mi opprime, a voi mi offro umilmente, per essere purificato dei miei peccati, a voi mi rimetto con intiera confidenza, affinché suppliate a tutta la mia insufficienza. In voi è ogni mia speranza, ogni mia consolazione, in voi il mio riposo e la mia dimora. Che scorra da voi su di me, una stilla del sangue del costato aperto del mio Signore Gesù, per cancellare le mie sozzure, e per infiammare il mio cuore del divin amore. O cuore di Gesù, Cuore tutto amore, siate per me il rifugio nella tentazione, la consolazione nella pena, il riparo nel momento della morte; ch’io mi riposi e mi addormenti in voi fino a che gusti e senta quanto è soave Gesù, lo sposo dell’anima che ama. il Dio benedetto al disopra di tutto e per sempre. Amen. » (Diurnale pietatis. Antverpiæ, 1616, t. I, p. 153-154). – Il pio autore non indica, donde ha preso questa preghiera. Le prime linee ci danno il saluto del mattino di santa Ma, non ho identificato tutto, ma certe idee, certe espressioni, sono di Luigi de Blois, le altre risentono di Eschio e di Lansperge. L’Olanda ed il Belgio ci offrono ancora due scrittori ascetici, fra molti altri, e sono ‘Giacomo Marchant e dom Benedetto Haeften, abate di Afflighem (1587-1648), nel suo libro intitolato: L’école du coeur,1629, parla della piaga del costato in termini commoventi che  riassumono tutta la idea tradizionale. Egli pure trova il cuore attraverso la piaga: « avvicinati (anima mia) al Dio del tuo cuore, al cuore del tuo Dio: pianta là la tua tenda e fai la tua dimora. La unisci il tuo cuore del tuo amore: non già il dito la mano, ma il cuore bisogna immergervi ». egli vede nel cuor divino il modello di di ciò che deve essere il suo cuore. « Ciò che devono essere i pensieri del mio cuore lo trovo scritto in questo cuore. Perché il vostro cuore è la regola … dei cuori umani, essi devono esser regolati sul vostro cuore. Andrò dunque a questo cuore profondo, al cuore del mio Dio e riguarderò le sue perfezioni, per trasportarle nel mio cuore, con l’aiuto della sua grazia. Il tuo cuore, o Dio del mio cuore, è stato puro da ogni attrazione umana, da ogni amore per ciò che passa … Degnati, o Signore, amico cedi cuori, di spandere tutto questo nel cuore del tuo servo, affinché io lo riguardi e sul quel modello  rettifichi il mio cuore. Riguardami ancora, e abbi pietà di me, o Signore; e da questo specchio ardente del tuo cuore (l’autore un po’ più sopra ha confrontato il cuore di Gesù al famoso specchio concavo di Archimede che incendiò la flotta nemica) manda raggi di fuoco nel mio cuore per infiammarlo e renderlo conforme al cuor tuo. » (Ibid. 544 – 546; Franciosi, col. 380; altro passo bellissimo citato dal p. Dufai, Trésor, t. VII, p. 393-395, a proposito del testo Vulnerasti cor meum.  « Se rimaneste confitto alla croce fu ben più per i legami del vostro amore che per i chiodi di ferro … ed è per l’amore che io debbo essere unito al vostro cuore. E come non amarvi? Voi siete stato ferito per me, o mio Gesù. Rendetemi dunque ferita per ferita » lib. 4, lect. 12, pag. 519). – In un’altra opera egli dice: « Contempliamo adesso il cuore di Cristo, purissimo serbatoio (receptaculum) della divina dolcezza. Di qual dolcezza trabocca! Chi ci aprirà la porta di questo cuore, affinché possiamo vedere i tesori che vi sono nascosti? » E il pio autore comtempla ora l’intenziozionidi questo cuore e i suoi desiderî, ora i pensieri e l’amore di questo cuore per noi. « Ma che?, aggiunge, Egli ha voluto che il suo cuore fosse aperto dalla lancia del soldato, perché divenisse per i colpevoli una città di rifugio, un asilo di pace, il nido ove la colomba medita, la cella vinaria e il talamo della sposa, il riposo dell’anima e il santo dei santi. Che dire infine? Il cuore dell’uomo non saprebbe concepire quale abbondanza di dolcezza si nasconda nel cuore del Figlio dell’uomo » (R. D. Hæfteni, Venatio sacra, |. 11, c. 3, p. 455 (per errore 456), Anversa, 1650. Alla fine della prefazione, un cuore trafitto da tre chiodi, sormontato dal monogramma IHS, con una croce sulla traversa dell’H). – Giacomo Marchand (nel 1648) nel suo Hortus Pastorum, invita la mistica colomba a entrare nel costato trafitto di Gesù: « Tu non potrai trovar riposo, le dice, che nel cuore del Salvatore….  È là ch’Egli ha voluto prepararti un asilo. Il cuore, ardente d’amore, è il giardino fiorito ove puoi trovare le tue delizie, ed esclamare: “È buona cosa per noi rimanere quì ,,. Se tu senti dunque che il tuo cuore è povero, tiepido, duro, rivolgiti verso il Dio del tuo cuore…. Per questa larga porta del costato…. è stato aperto l’ingresso sino al cuore. Là immedesima il tuo cuore col suo, per prendervi luce, vita, fiamme…. La sua ferita non è tanto quella fatta dalla lancia quanto quella che fece l’amore; o, se ti sembra più giusto, è insieme quella della lancia e quella dell’amore. Ecco perché  dice due volte: Hai ferito il mio cuore, o mia sposa, hai ferito il mio cuore. Rispondigli, dunque, a tua volta: Ferisci il mio cuore, o sposo mio, ferisci il mio cuore, feriscilo con la compassione, feriscilo con l’amore » (Hortus Pastorum, tract. 2, lect. 21. De vulnere lateris. Testo latino in Franciosi, 692-693). – Pure al paese fiammingo ci rimanda Giovanna di Gambry, (1581-1639), da prima religiosa agostiniana, poi reclusa a Lilla. Fu essa una grande devota della piaga del costato; e, più d’una volta, nella piaga del costato s’incontrò col divin cuore. In questo sacro costato trovava « due camere nuziali », come essa dice, « l’una di carne e di sangue, rappresentante la sua umanità, l’altra, il cuor d’oro, a rappresentare la sua divinità ». Possiate voi, scriveva al suo direttore, possedere talmente queste due camere, che non possiate uscire mai » (Vie admirable de Jeanne de Cambry, del P. Sarntrain, C. SS. R., Tournai, 1898, 3.a parte, c. 6; cf.: Franciosi, 365-366.). E nella sua grande opera spirituale rappresenta il cuor di Gesù come « il letto nuziale, ove riposano lo Sposo con la Sposa, l’anima con Dio. Il talamo, dice, sarà il divin cuore di Gesù, ove sarà il cuore pieno d’amore del dolce Gesù, ove l’anima si riposerà, e a cui sarà unita, e dei due cuori non se ne farà che uno con una unione d’amore. Se amiamo Dio, bisogna che il nostro cuore ritorni a Dio, a quel cuore amoroso di Gesù, che per amore volle nascere da una Vergine e soffrire morte e passione, per mostrarci il suo amore ardente; a questo cuore che è stato trafitto da una lancia per noi, a cagione di questo fuoco d’amore. O cuore divino che cosa vi ha dunque in questa ingrata e miserabile creatura, perché  l’amiate così? Ma è il vostro amore acuto e ardente, che vi fa amare in questo modo l’opera vostra! E poiché Dio ama quello che Egli ha fatto e creato, per quanto siamo ingrati; non ameremo noi Colui che ci ha creato? ((1) Traîté de la ruine de l’amour propre, etc., 1 4, c. 26. Les Oeuvres spirituelles de’Saeur Jeanne-Marie de la Présentation.,..Tournai, 1655. Franciosi, col. 368. Vedi. nella Vie admirable de Jeanne de. Cambry, del Sarntrain, C. SS. R. Tournai e Parigi (Castarman, 1899), la 3.2 parte, c. 6, la devozione di Giovanna al Sacro Cuore, p. 320-337).Nelle stesse regioni l’ordine di san Benedetto, ci se fornisceanch’esso una devota del sacro Cuore, che fu ultimamente rivelataal pubblico da Dom Bruno Destrée, la Madre Giovanna deSaint-Mathieu Deleloe. Nata a. Fauquembergues, nella diocesidi Arras, entrò fra le Benedettine della città nativa e seguìla sua comunità a Poperinghe, quando le suore furono obbligatea trasferirsi colà. Morì nel 1660. Tutta la sua vita nonfu che un succedersi d’intime comunicazioni col cuore diGesù (Une mystique inconnue du XVII siècle, di Dom Bruno Destrée, Brouges, 1905). – Finalmente, prima di parlare della Francia, da dove non usciremo quasi più, segnaliamo un santo dell’ordine di san Francesco, san Fedele da Sigmaringa, capuccino (1577-1662). Fra le sue pratiche di divozione se ne nota una in onore del cuor di Gesù. La preghiera comincia così: «Io vi ringrazio, o amabilissimo Gesù, per l’amore infinito e per l’infinito dolore del vostro dolcìssimo cuore », Egli vi si abbandona interamente a Gesù e conclude: « Durante tutta la mia vita, e particolarmente nell’ora della morte, troverò un rifugio Sicuro in quella ferita d’amore del vostro fedelissimo cuore » (Segnalato da R. de la Bécassière; vedi: il Compendio storico… della devozione al SS.mo Cuore di Gesù. Ediz. 2a, Roma, 1822 p. 34, $ 14. La preghiera non è, io credo, del santo medesimo. Vedi più sopra, Luigi de Blois e Nicolas de Montmorency).

CONGETTURE SU LE ETÀ DELLA CHIESA E GLI ULTIMI TEMPI (4)

CONGETTURE SU LE ETÀ DELLA CHIESA E GLI ULTIMI TEMPI (4)

Tratte dall’Apocalisse, dal Vangelo, dalle Epistole degli Apostoli, e dalle Profezie dell’Antico Testamento

Messe in relazioni con le rivelazioni della Suora della Natività

di Amedeo NICOLAS

PARTE PRIMA.

CAPITOLO III.

LA TERZA ETÀ DELLA CHIESA.

La terza età è descritta nel terzo Angelo, nel terzo sigillo, nella terza tromba e nella terza lode. Comprende gli anni che vanno da Costantino fino a Carlo Magno e alla scomparsa dell’eresia degli Iconoclasti (Sic. Holzhauser, tom. 1, p. 118, Wüilleret. Chiama questa età l’età dei Dottori).  

ARTICOLO 1.

I. La terza Chiesa, per il suo nome e la sua storia, corrisponde a questa epoca. Holzhauser (t. 1, p. 121, Wüilleret) dice che la parola Pergamo, il nome di questa Chiesa, significa “ciò che divide le corna“. Noi non abbiamo trovato nulla che possa fornirci questo significato, e ne diamo uno diverso che si accorda molto bene con ciò che è successo in quest’epoca. Fu a Pergamo che si iniziò ad usare la pergamena per scrivere; questo materiale fu chiamato così dal nome della città stessa; la Chiesa di Pergamo sarebbe dunque l’epoca della Scrittura, cioè dei Concili, dei Dottori e dei Padri della Chiesa, e infatti la storia ci dimostra che è proprio così.

II. Se dal nome della Chiesa di Pergamo passiamo all’esposizione secondo San Giovanni, potremo assegnarle il tempo e la durata che le abbiamo dato. Colui che parla ha in bocca (Apoc. cap. 1, v. 16) una spada affilata a due tagli, la spada della parola e della dottrina (Hæc dicit qui habet romphæam ex utraque parte acutam (Non sic Holzhauser, tom. 1, p. 122, Wuilleret), ibid. cap. II, v. 16). – L’epoca in questione non è quella degli imperatori romani persecutori; ma tuttavia ci sono dei martiri, e in particolare sant’Antipa, massacrato a Pergamo dagli ariani (Sic Holzhauser, tom. 1, p. 124, 125, Wüilleret). satana, non ancora incatenato nell’abisso, è seduto sul trono, che può rappresentare sia il breve regno di Giuliano l’Apostata, che la lunga serie di eresie che, a partire da Ario, continuò fino agli Iconoclasti. (Scio ubi habitas, ubi sedes est satanæ. Et in diebus illis Antipas testis meus fidelis, qui occisus est apud vos ubi satanas habitat – Io so che voi vivete dove satana ha il suo trono, e che in questi giorni Antipa, mio fedele testimone, è stato ucciso in mezzo a voi dove satana vive), ibid. cap. II, v. 13). Ario attaccò la divinità di Gesù Cristo, Macedonio quella del Santo Spirito; Pelagio esagerava la potenza umana nel bene e rifiutava la grazia. Nestorio vedeva in Gesù due persone. Eutyche, il più violento di quelli che lo combatterono al Concilio di Efeso, passò dall’unità delle persone all’unità della natura. I Monoteliti, i resti della setta degli Eutichiani, riconoscevano una sola volontà nell’uomo-Dio, e i demolitori di immagini perseguivano il culto della Croce e dei Santi. Quanti Concili generali e particolari, quante istruzioni pastorali, quanti scritti sono stati necessari per combattere tutte queste novità! L’aria era piena di eresie; appena ne finiva una, ne cominciava un’altra, e a volte ne esistevano diverse insieme. È dunque con ragione che San Giovanni nota l’esistenza di tutte queste false dottrine (Ita habes et tu tenentes doctrinum Nicolaïtarum – Voi avete tra voi alcuni che sostengono la dottrina dei Nicolaiti – cap. II, v. 15). E aggiunge al v. 14: Sed habeo adversùs te pauca, quia habes illic tenentes doctrinam Balaam qui docebat Balac mittere scandalum coram filiis Israël, edere et fornicari – Ho poco da rimproverarvi, cioè che avete tra voi alcuni che tengono la dottrina di Balaam, il quale consigliò a Balac di mettere lo scandalo davanti ai figli d’Israele, per indurli a mangiare e a fornicare – ; infatti, l’errore non era solo negli spiriti, era sceso nella pratica; il libertinaggio, l’intemperanza e la0 fornicazione si erano diffusi orribilmente. Essi precedevano la diffusione delle eresie, presso coloro che ne erano gli autori e si espandevano presso tutti i loro settari, che abbracciarono tutte queste menzogne solo per indulgere indisturbati in tutti i piaceri proibiti. – La Chiesa di Gesù Cristo non venne meno alla sua missione; Essa perseguì e condannò l’errore in tutte le sue forme. Preservò i dogmi cristiani con un gran numero di Concili; non rinnegò Gesù Cristo e la sua fede, nonostante i poteri temporali che la attaccavano; predicò la penitenza agli uomini erranti; Essa combatté con la spada della parola e della dottrina (Similiter pænitentiam age; si quominus veniam tibi citò, et pugnabo cum illis in gladio oris mei – Fate anche voi penitenza, altrimenti verrò presto da voi e combatterò contro di loro con la spada della mia bocca); ha dunque meritato bene che il suo divino fondatore le desse questa testimonianza e le dicesse: Et tenes nomen meum et non negasti fidem meam – Tu custodisci il mio Nome e non hai rinnegato la mia fede -, ibid. v. 13). La ricompensa che Dio concede al vincitore si riferisce a tutto ciò che abbiamo detto sulla terza età. Questa ricompensa è la manna della verità, della saggezza e della conoscenza che sono nascoste agli uomini carnali e fuorviati e sono note solo a coloro che vivono in Dio (Vincenti dabo manna absconditum, ibid. v. 17). È anche una pietra bianca su cui è scritto un nuovo nome che nessuno conosce tranne colui che lo riceve, e che potrebbe essere il nome di “Cattolico” che i fedeli adottarono allora per distinguersi dagli eretici che ancora si chiamavano Cristiani (Et dabo illi calculum candidum, et in calculo nomen novum scriptum, quod nemo scit, nisi qui accipit – Gli darò una pietra bianca con un nome nuovo scritto sopra, che nessuno conosce tranne colui che lo riceve – ibid v. 17).

ARTICOLO II.

Alla terza età corrisponde il terzo sigillo, alla cui apertura appare un cavallo nero, cavalcato da un cavaliere che tiene in mano una bilancia, e si sente una voce che esce dal mezzo dei quattro animali e dice: Due libbre di grano sono vendute per un denaro, e sei libbre di orzo per un denaro… Non nuocere al vino e all’olio (Et cùm aperuis set sigillum tertium, audivi tertium animal dicens: Veni et vide. Et ecce equus niger, et qui scdebat super illum habebat stateram in manu suậ, et audivi tanquàm vocem in medio quatuor animalium dicentium: Bilibris tritici denario, et tres bilibres hordei denario, et vinum et oleum ne læseris – E quando ebbe aperto il terzo sigillo, udii il terzo animale dire: “Venite a vedere“; ed ecco, apparve un cavallo nero, e colui che vi sedeva sopra aveva una bilancia in mano; e udii come una voce in mezzo ai quattro animali che diceva, come se tutte fossero d’accordo: Due libbre di grano per un denaro, e sei libbre d’orzo per un denaro; non fate del male al vino e all’olio –  cap. VI, v. 5. 6 ) . – Questo cavallo nero rappresenta molto bene, secondo noi, le tenebre dell’eresia e la notte dell’errore. Chi è immerso in esse non è morto, perché ha ancora un principio di vita nelle verità che ha conservato; ma è perso, ha perso l’orientamento; non sa dove va e può solo perdersi. La bilancia che il cavaliere tiene in mano e il prezzo alto e fisso dei beni più necessari alla vita, come il grano e l’orzo, indicano la grande carestia spirituale che regnava nel mondo quando sorse questa grande confusione, e che andò di pari passo con una grande carestia materiale che desolò la terra in seguito all’invasione dei barbari ariani. D’altra parte, la raccomandazione di non toccare il vino e l’olio, cosa che significa che le altre colture sono state toccate, rende abbastanza chiaro che il sacerdozio, rappresentato dall’olio, con cui i sacerdoti sono unti e i Vescovi consacrati, e che i veri fedeli, rappresentati dal vino, non saranno danneggiati dalle eresie che sorgeranno, perché la Chiesa trionferà su di esse. Holzhauser (vol. 1, pp. 273-277, Wüilleret) pensa che il cavallo nero di cui parla San Giovanni rappresenti la guerra dei Giudei sotto Vespasiano e la distruzione di Gerusalemme. In questo è in opposizione a tutte le idee generalmente accettate. È, infatti, universalmente accettato che il colore nero rappresenti l’erranza, che il colore rosso o ruggine rappresenti la guerra e la persecuzione; quindi il colore nero non può indicare massacro e devastazione.

ARTICOLO III.

La terza tromba ci mostra una grande stella, ardente come stoppa infiammata, che cade dal cielo sulla terza parte dei fiumi e delle sorgenti d’acqua. Il nome di questa stella è Assenzio; essa trasforma la terza parte delle acque in assenzio, e così causa la morte di molti uomini, perché le acque erano diventate amare come l’assenzio (Et tertius Angelus tuba cecinit; et cecidit de cœlo stella mugna, ardens tanquàm facula, e questo dice in tertiam partem fluminum et in fontes aquarum. Et nomen stellæ absynthium, et factu est tertia pars aquarum in absynthium, et multi homines mortui sunt de aquis, quia amaræ factæ sunt, Apoc. Cap. VIII. 8, v. 10. 11). – Questa grande stella rappresenta, secondo noi, i numerosi e grandi eresiarchi di cui abbiamo parlato, che uscirono tutti dal sacerdozio, e sono rappresentati per questo da una stella, i quali, essendosi dati all’errore, caddero dal cielo, da dove illuminavano gli uomini, alla terra e a tutto ciò che essa contiene. Tutte queste false dottrine erano molto perniciose; non si limitavano ad ingannare pochi individui; infettavano città, province e interi popoli (In tertiam partem fluminum et in fontes aquarum); costituivano partiti che si facevano guerra tra loro e devastavano le regioni; i barbari del nord, che avevano abbracciato l’Arianesimo misero a ferro e fuoco l’Impero Romano; e all’amarezza di una dottrina menzognera che precipitava le anime nell’inferno, si aggiunse l’amarezza per le guerre, le carestie, le pestilenze e la miseria. Holzhauser vede nella terza tromba il monaco Pelagio e il suo amico Celestino (t. 1, p. 339 a 342, Wüilleret); in quanto concorda che gli eretici che escono dal clero sono rappresentati da una grande stella, che la stella che cade rappresenti la caduta di coloro che sono sacerdoti; e con questo stesso fatto fa capire che è senza motivo che abbia fatto della seconda tromba, che è una grande montagna (Mons magnus, Apoc. cap. VIII, v. 8), il patriarca Macedonio, e che abbia confuso il sacerdote Ario con la prima tromba.

ARTICOLO IV.

La terza lode (sapientiam, Apoc. cap. V, v. 12) è per la terza età. L’errore, la confusione, le tenebre erano ovunque; era necessaria una saggezza eterna per apprezzarli, denunciarli, condannarli e salvare la verità in mezzo a questo diluvio di menzogne.

CAPITOLO IV.

LA QUARTA ETÀ DELLA CHIESA.

La quarta età della Chiesa è compresa nella quarta Chiesa, il quarto sigillo, la quarta tromba e la quarta lode. Cominciò con Carlo Magno e finì con Lutero (Sic. Holzhauser t. I p. 131, Wüilleret).

ARTICOLO PRIMO

I. Il nome della quarta Chiesa e la sua storia le danno il carattere ed il tempo che le assegniamo. – Il nome di Thyatira porta con sé l’idea di grandezza, di consacrazione, di illuminazione, di solennità; Holzhauser lo riconosce (vol. 1, p. 131, Wuilleret). Questo nome è quindi ben collegato al vero carattere di questo Medioevo, così calunniato al giorno d’oggi perché religioso, e durante il quale i Vicari del nostro divino Maestro hanno regnato sui re come sui popoli.

II. La storia di questa Chiesa è anche legata a questo nome. – Nostro Signore Gesù Cristo appare come il Figlio di Dio, al quale tutte le nazioni sono state date in eredità (Et dabo tibi gentes hæreditatem tuam, Ps. II, v. 8), come il Re dei re e il Signore dei signori (Rex regum et Dominus dominantium, Apoc. cap. XIX, v. 16). I suoi piedi sono luminosi come bronzo fine; i suoi occhi sono luminosi come la fiamma del fuoco (Hæc dicit Filius Dei qui habet ocu los tanquàm flammam ignis, et pedes ejus similes auricalcho, Apoc. cap. II, v. 18). Tutto in Lui indica il regno e il dominio, qualcosa che non si trovava in nessuna delle epoche precedenti. – La carità, la fede, lo zelo, la pazienza e le opere mirabili di questa Chiesa sono ben espresse nel v. 19: Novi opera tua, et fidem, et charitatem tuam, et opera tua novissima plura prioribus – conosco le vostre opere, la vostra fede, la vostra carità, il vostro zelo, la vostra pazienza, e le vostre ultime opere più abbondanti delle prime). Questa Chiesa è poi divisa in due parti, non successive, ma coesistenti. La prima è costituita da coloro che seguono Jezebel, la grande peccatrice d’Oriente, di cui si è parlato nel capitolo II, v. 20 a 23; e la seconda è costituita da coloro che non lasciano Thyatira, che rimangono fedeli alla Tiara, alla triplice corona del Vicario di Gesù Cristo, di cui si parla nello stesso capitolo, v. 24 a 29. – Il Maestro Divino fa un grande, ma unico rimprovero a questa Chiesa, quello di permettere alla donna Jezebel, che si chiama profetessa, di indottrinare e sedurre i suoi servi, di farli fornicare e mangiare alimenti consacrati agli idoli (Sed habeo adversùs te pauca, quia permittis mulierem Jezabel, quæ se dicit propheten, docere et seducere servos meos, fornicari ct manducare de idolothytis, Apoc. cap. II, v. 20).

III. Chi è questa Jezebel? Chi sono coloro che ella seduce e conduce al male? Questa donna rappresenta, a nostro parere e a quello di Holzhauser (t. 1, pag. 136-143, Wüilleret) la Chiesa greco-scismatica e secondariamente tutti i membri della Chiesa latina che si rivoltarono contro Roma, contro i principi della terra, tali Valdo, gli Albigesi, Wicleff, Jean Hus, e preparono le vie a Lutero, a Calvino e a quella nube di cavallette malefiche che si abbatté, nel XVI secolo sulla Chiesa occidentale – La Chiesa greca, con la sua separazione e le conseguenze che ne sono derivate, ha realizzato tutto ciò che l’Apocalisse dice di Jezebel. Essa si è detta profetessa, cioè ha parlato in nome di Gesù Cristo, in nome di Dio, mentre non ne aveva nessun diritto, nessuna qualità, nessun titolo. Ha sviato il popolo con i suoi insegnamenti erronei e lo ha sedotto con i suoi artifici. Fece sprofondare quelli che la seguivano nella fornicazione, e li svilì a tal punto da far loro mangiare cose consacrate agli idoli. – Le fu dato un tempo considerevole per fare penitenza (Et dedi illi tempus ut pœnitentiam ageret, Apoc. cap. II, v. 21). Da Fozio che iniziò lo scisma, a Michele Cerulario che lo consumò, passò più di un secolo. Da quest’ultimo all’asservimento della Chiesa orientale da parte dei Turchi passarono quattrocento anni; ma essa non volle convertirsi, e preferì il dominio dell’infedeltà e della morte al giogo così leggero e così paterno del Vicario di N.S. J.-C. (Et non vult pænitere à fornicatione sua – E non volle pentirsi della sua fornicazione.)  – L’ira di Dio si abbatté allora su questa Chiesa indurita con tutto il suo peso; la stese su di un letto (Ecce mittam eam in lectum, ibid. v. 22), cioè le tolse tutta la sua volontà, tutta la sua libertà, tutto il suo potere, rendendola schiava dei barbari maomettani che essa aveva preferito alla Chiesa romana. Essa precipitò nella più grande tribolazione coloro che fornicarono con essa, perché dopo il suo esempio non fecero penitenza (Et qui mạchantur cum ea, in tribulatione maxima erunt, nisi pænitentiam ab operibus suis egerint – E coloro che si contaminano con essa saranno nella più grande tribolazione, se non faranno penitenza per le loro opere -, ibid. v. 22). Inoltre, Dio consegnò alla morte spirituale i figli di questa Chiesa che i conquistatori feroci strapparono con la forza ai loro genitori, nella loro più tenera infanzia, per farne i loro giannizzeri, i loro soldati e i più fermi difensori dell’islamismo che è la morte dell’anima (Et filios ejus interficiam in morte – Ucciderò i suoi figli nella morte -, ibid. v. 23). La giustizia divina, nel punire la colpevole defezione della Chiesa greca, dà le ragioni del suo rigore. Tutte le Chiese impareranno da questo esempio, dice il testo sacro, che Dio scruta i lombi e i cuori, e rende a ciascuno secondo le sue opere (Et scient omnes ecclesiæ, quia ego sum scrutans renes et corda; et dabo unicuique vestrúm secundùm opera sua, ibid. v. 23). È perché i pensieri erano malvagi, i cuori erano corrotti, che ha respinto questi scismatici; è perché le loro opere erano cattive, che li rese schiavi dei Turchi; e anche la storia contemporanea conferma fin troppo bene i vizi e la cancrena dei Cristiani orientali che si sono abbassati anche al di sotto dei musulmani, con la loro doppiezza, e che formano ancora una delle tribù più barbare; perché soli, nel mondo, forniscono ancora pirati.

IV. Dio non indirizza lo stesso linguaggio alla Chiesa latina, alla Chiesa occidentale, a coloro che in altre parti del mondo sono rimasti fedeli a Lui, e in generale a tutti gli uomini che non hanno adottato queste menzogne e non hanno conosciuto le profondità di satana; al contrario, Egli promette loro che non li graverà di nessun altro peso (Vobis autem dico, et cæteris qui Thyatiræ estis: quicumque non habent doctrinam hanc, et non cognoverunt altitudines Satanæ, quemadmodùm dicunt, non mittam super vos aliud pondus, ibid. v. 23, 24). Egli pone come condizione che essi conservino ciò che hanno fino alla sua venuta (Tamen id quod habetis, tenete donec veniam, ibid. v. 25). E infine dà come ricompensa al fedele e al vincitore il potere sulle nazioni e la Stella del mattino (Et qui vicerit et custodierit usque in finem opera mea , dabo illi potestatem super gentes, et reget eas in virga ferrea, et tanquàm vas figuli confringentur, sicut et ego accepi à Patre meo: et dabo illi stellam matutinam – Colui che avrà vinto e avrà conservato le mie æuyres fino alla fine riceverà da me il potere sulle nazioni; e le vernicerà con una verga di ferro, e le spezzerà come un vaso di vasaio, come io ho ricevuto il potere da mio padre. Gli darò anche la Stella del Mattino – , ibid. v. 26, 27, 28). Cos’è questa stella del mattino? Cos’è questo potere sulle nazioni? La Stella del mattino (Stella matutina, lit. 5, v.) è Maria; ed è veramente nella quarta età e nel tempo che le assegniamo, che S. Anselmo, S. Bernardo, S. Bonaventura, S. Domenico, stabilirono e propagarono la devozione alla Beata Vergine, e quella del Rosario, che trionfò sugli Albigesi più efficacemente degli eserciti di Simone di Montfort. Questo potere è la supremazia dei sovrani Pontefici su tutti i re e i popoli, che li ha resi i padri della grande famiglia, e i principi gli anziani dei loro figli. – Riguardo alle promesse che Dio fa a questa Chiesa, ci prendiamo la libertà di fare due osservazioni: Il primo è che il potere sulle nazioni fu solo parziale, e fu esercitato solo in Europa, e non in tutto il mondo, durante il Medioevo; la seconda è che la devozione e il culto dell’iperdulia verso Maria si sono diffusi nella quarta epoca, ma che si sono sviluppati pienamente solo nel nostro tempo con gli innumerevoli prodigi che hanno manifestato l’onnipotenza dell’intercessione della Madre di Dio, con i grandi segni di bontà e protezione che ha dato alla terra, e infine con la proclamazione come dogma di fede della sua Immacolata Concezione. La triste Chiesa di Sardi non dà alla Chiesa il pieno potere sulle nazioni; non stabilisce il regno di Cristo su tutta la terra (Adveniat regnum tuum); lungi da ciò, schiavizza la religione; la tormenta, la perseguita, la spoglia, seduce un gran numero di fedeli e molti dei suoi sacerdoti; invece di estendere il culto di Maria, ne ritarda il progresso, e rimanda per più di duecento anni il riconoscimento del più bel privilegio della Madre di Dio. Sarà dunque nella sesta epoca che si realizzeranno le promesse fatte nella quarta, che vedremo questo grande omaggio reso alla nostra buona Madre e il regno di Cristo su tutti i popoli. – La nostra opinione, su questi due punti, è anche quella di Holzhauser; se ne può essere convinti leggendo le pp. 148 a 151, vol. 1. della traduzione di M. de Wüilleret, anche se non li commenta così a lungo come abbiamo fatto noi.

ARTICOLO II.

Alla quarta Chiesa, quella di Thyatira, corrisponde il quarto sigillo (Apoc. cap. VI, v. 7, 8) che ci mostra un cavallo pallido, cavalcato da un cavaliere chiamato Morte, e che appare in forma di scheletro. Questo cavaliere è seguito dall’inferno; egli riceve il potere sulle quattro parti della terra, e il potere di uccidere gli uomini con la spada, con la carestia, con la morte e con le bestie della terra – Et cum aperuisset sigillum quartum, audivi vocem quarti animalis dicentis: Veni et vide: et ecce equus pallidus, et qui se debat super illum, nomen illi Mors, et infernus seque batur eum, et data est illi potestassuper quatuor partes terræ, interficere gladio, fame et morte, et bestis terræ, cap. VI, v. 7, 8). Se il cavallo bianco rappresenta la conquista del mondo da parte di Gesù Cristo nella prima epoca; se il cavallo rosso indica le persecuzioni; se il cavallo nero rappresenta le eresie, si può dire con ragione che il colore pallido e cadaverico e la morte esprimono l’infedeltà, che è la morte spirituale, completa, che rende veri scheletri coloro che l’hanno abbracciata; e che, di conseguenza, il cavallo e il cavaliere del quarto sigillo sono il maomettanesimo e, più specialmente, l’impero turco. Maometto apparve nel secolo scorso, alla fine della terza età, e durante la sua vita fece grandi conquiste. I suoi primi successori governavano l’Arabia, l’Egitto, il Nord Africa, la Palestina, la Persia; avevano invaso parte della Spagna e attaccato la Gallia, ma erano entrati solo nell’Impero d’Oriente senza distruggerlo. Nella quarta epoca, i Turcomanni, usciti dalla Tartaria asiatica, sottomisero i Saraceni, altri Tartari che avevano sottomesso gli Arabi, e lasciarono loro solo l’Egitto e l’Arabia, che Selim poi prese da loro: Penetrarono ulteriormente nell’impero greco, si impadronirono di tutta l’Asia Minore, della Grecia e della cosiddetta Turchia d’Europa, e alla fine di quest’epoca, nell’anno 1453, presero finalmente Costantinopoli e fondarono il più grande impero che sia mai esistito; Infatti il maomettismo si diffuse in tutta l’Africa conosciuta, in Arabia, in Siria, Palestina, Mesopotamia, Circassia, Armenia, Persia, in tutta la Tartaria Maggiore e Minore, in India, Indocina, nelle isole della Sonda, nell’Asia Minore, l’antico regno di Macedonia e Grecia, e nel sud della Russia europea; così che dominava le quattro parti della terra, cioè l’est, il sud, l’ovest e il nord di Gerusalemme, che è il centro e l’ombelico del mondo (Ut diripias spolia et invadas prædam, ut inferas manum tuam super eos qui deserti fuerant, et posteà restituti, et super populum qui est congregatus in gentibus, qui possidere cæpit, et esse habitator umbilici terræ. – Ezech. cap. XXXVIII, v. 12), il luogo dove si è compiuto il grande Sacrificio. – Le devastazioni che questi infedeli hanno fatto, gli omicidi e gli assassinii che hanno commesso sono innumerevoli. La loro legge era quella della forza e della spada; la seguivano ciecamente come dei veri bruti. I loro crimini erano per loro atti di religione che assicuravano loro la felicità eterna; tutti coloro che non volevano abbracciare le loro menzogne venivano messi a morte. L’apostasia salì al punto più alto per questa ragione, per cui essi adempirono tutto ciò che è detto di loro nel v. 8 del sesto capitolo di San Giovanni. – Holzhauser non la pensa come noi; vede nel cavallo pallido e nel suo cavaliere, che è la morte, la persecuzione dell’imperatore Domiziano. Noi persistiamo nella nostra opinione; il lettore apprezzerà (tom. 1, p. 278, Wüilleret).

ARTICOLO III.

A questa stessa quarta epoca si riferisce la quarta tromba, al cui suono sono colpiti la terza parte del sole, della verità, la terza parte della luna, dei popoli che ricevono la luce del sole di giustizia, la terza parte delle stelle, cioè dei Sacerdoti e dei Vescovi, essendo la Chiesa greca circa il terzo della Chiesa universale; Il giorno perse la terza parte della sua luminosità, e così la notte (Et quartus Angelus tuba cecinit, et percussa est tertia pars solis, et tertia pars lune, et tertia pars stellarum, ita ut obscurare tur tertia pars eorum, et diei non luceret pars tertia, et noctis similiter, Apoc. cap. VIII, v. 12).

ARTICOLO IV.

La quarta lode, la forza (Fortitudinem, ibidem, cap. V, v. 12), si adatta bene alla quarta età che vide l’inizio e la sussistenza, in tutta la sua grandezza, del regno morale della Chiesa sui re e sui popoli d’Europa, e la sua indipendenza temporale.

IL SEGNO DELLA CROCE (21)

IL SEGNO DELLA CROCE AL SECOLO XIX (21)

PER Monsig. GAUME prot. apost.

TRADOTTO ED ANNOTATO DA. R. DE MARTINIS P. D. C. D. M.

LETTERA VENTESIMA.

16 dicembre.

Il segno della croce è nostra guida. — Bisogno di una guida. — Stato dell’uomo sulla terra. — Il segno della croce conduce l’uomo al suo fine, per quello che ci ricorda, e per quello che ci propone ad imitare. — Ricordo generale. — Ricordo particolare. — Imitazione particolare.

Nobilitato l’uomo, arricchito e protetto dal segno della croce, qual cosa mai gli manca per raggiungere felicemente lo scopo del suo pellegrinaggio? È mestieri che egli trovi una guida, che lo meni. Come l’Arcangelo Raffaele, inviato per accompagnare il giovane Tobia nel lungo suo viaggio, cosi il segno della croce presenta ed offre a tutti noi, come ad amico, lo stesso ministero. Tal’è l’ultimo punto di vista, sotto il quale noi considereremo il segno della croce. – Viaggiatori pel Cielo, il segno della croce è una guida che ci accompagna. La notte è al mezzo del suo corso, il tuono rimbomba da per tutto, la pioggia vien giù a torrenti, le bestie feroci spaventate sortono dal fondo delle loro tane, e corrono incerte in tutte le direzioni, e non le si vedono che nel lume del baleno. Solo, tu sei nel mezzo della tua Foresta Nera, tale com’essa era a’ tempi di Cesare, immensa, orribile, senza vie e sentieri, deserta di abitazioni, vasto ricetto de’ grandi orsi della Germania, che impauravano i Romani fin sopra gl’inaccessibili gradini del Colosseo. Senti tu il bisogno di una guida caritatevole, che, postasi a te dallato, ti rassicuri con la sua presenza, e, datati la mano, ti conduca sano e salvo nel mezzo della tua cara famiglia? Debole immagine è questa della realtà! La Foresta Nera è il mondo; la tempesta con le sue tenebre, con i suoi fulmini, i pericoli, e gli spaventi che produce, è la vita. Ove sono? dove vado io? qual cammino è da prendere? Questa è la prima questione, che l’uomo a sè stesso muove nel mezzo di questa notte piena di agonie. La risposta non si fa attendere; dessa è tutta intiera nel segno della croce. Ecco ragione perchè la Chiesa, piena di sollecitudine per l’uomo, glielo insegna fin dalla culla, e questo segno, interpetrato dalla parola materna, dissipa tutte le tenebre, illumina il cammino, orienta la vita. – « Venuto da Dio, dice questo segno all’uomo, tu tornerai a Dio: immagine come sei di Dio, ch’è amore, tu devi tornare a Lui per l’amore. L’amore contiene il ricordo, e l’imitazione. Ricordarti di Dio, ed imitarlo: ecco la tua via, la verità, e la vita. Comprendimi, e tu eseguirai le due grandi leggi fondamentali della tua esistenza ». Nulla v’ha di più vero di questo discorrere della divina guida, e poche parole basteranno a mettere in chiaro sì sublime insegnamento. La memoria.— In Francia ed in Alemagna, ed ognidove, come oggi, cosi quattro mila anni fa, dicevasi: la memoria è il polso dell’amicizia. Come fino a che il polso batte, la vita esiste, e si estingue quando questo cessa dal battere; così è, non altrimenti e per l’amicizia. Finché la memoria dell’oggetto amato sussiste, l’affezione continua; ma languisce quando la memoria si dissipa, e muore del tutto se quella finisce. Questo, tu il sai, è cosa elementare. L’uomo è si convinto che la memoria è segno, causa e condizione delle affezioni umane, che gli amici non mancano di dirsi, lasciandosi: Non mi dimenticate; non vi dimenticherò giammai; e si scambiano degli oggetti, perchè, malgrado la lontananza, la memoria si conservi sempre viva. Fra l’amor di Dio e le amicizie umane v’ha ciò di simile, che la memoria n’é segno, anima e vita. Il ricordarci di Dio essendo la prima legge del nostro essere, era proprio della divina saggezza darci un mezzo ad osservarla, e perchè la legge era universale, il mezzo dovea esserlo parimente. Questa legge era per tutti, ricchi e poveri, dotti ed ignoranti, per gli uomini di piaceri e di pene; questo mezzo però doveva essere accessibile a tutti. Questa legge essendo fondamentale, questo segno dovea essere di grande efficacia. – Ho detto, mio caro Federico, che la legge del ricordarsi dell’amico è una legge fondamentale. La sposizione di questa parola ti mostrerà sotto nuova luce la importanza del segno della croce. Quello ch’è il sole nel mondo fisico, l’è Dio, per ogni riguardo, ed ancora più nel mondo morale. Se il sole, a vece di spargere sul pianeta i suoi torrenti di lume e di calore, ad un tratto si estinguesse, pensa tu stesso, quello che avrebbe luogo nella natura. All’istante medesimo la vegetazione si arresterebbe, i fiumi ed i mari si muterebbero in pianure di gelo, la terra diverrebbe dura come le roccie. Le bestie feroci, che la luce caccia nel fondo delle foreste, con spaventevoli urli si chiamerebbero a far strage dell’uomo, e la confusione e lo spavento padroneggerebbero quest’ultimo. Da per tutto regnerebbe la confusione e la disperazione, pochi giorni condurrebbero di nuovo il mondo al caos. Così, se il sole delle intelligenze dispare, tosto la vita morale si estingue; poiché tutte le nozioni del bene e del male si cancellerebbero, la verità e l’errore andrebbero confuse nel diritto del più forte; avverrebbe un caos morale. Nel mezzo di queste fitte tenebre, tutte le orride cupidigie, ed i sanguinari istinti, assopiti nel cuore umano, si risvegliano, si comunicano, si sbrigliano, e, senza paura e senza rimorso, si disputano i mutilati lembi delle fortune, delle città e degli imperi. La guerra è in ogni dove: la guerra di tutti contro tutti, rende il mondo un vasto ricinto di ladri ed assassini. Questo spettacolo non si è mai presentato allo sguardo umano, come mai gli si è mostrato l’universo senza l’astro che lo vivifica; ma quello che ha veduto è un mondo, in cui, simile al sole coperto di spesse nubi, l’idea di Dio non dà che un barlume incerto. Allora un brancolare continuo degli uomini fra la verità e l’errore; una moltitudine di sistemi fantastici ed immorali; le superstizioni crudeli e le passioni prendere il luogo delle leggi, i delitti quello delle virtù; il materialismo essere alla base, il dispotismo al sommo, l’egoismo da per tutto, ed ai combattimenti de’ gladiatori unirsi i festini di umana carne.  – Tuttavolta la dimenticanza di Dio fosse minore presso i Giudei di quello, che l’era presso i gentili, pure, presso di loro gli effetti erano analoghi. Per lo mezzo de’ Profeti ben venti volte il Signore attribuisce a questo delitto le iniquità ed i castighi di Gerusalemme, che era, come sai, il tipo de’ popoli. Ecco quel che dice il Signore: « Chi mai ha udito orrori simili a quelli, che ha commessi la vergine d’Israele…. poiché dessa m’ha dimentico. Tu ormi la tua sorella Samaria, ed io porrò nelle tue mani la sua coppa. Tu beverai la coppa di tua sorella, coppa grande e profonda: i popoli si befferanno di te. Tu sarai ebra di dolori, e del calice dell’amarezza, e della tristezza, del calice di tua sorella Samaria. Tu lo berrai, e lo sorbirai sino alla feccia, e ne divorerai i frammenti, e lacererai le tue viscere. Poiché tu mi hai dimenticato, e fatto da meno del tuo corpo, tu sentirai il tuo delitto e la pena di esso » (Gerem., XVIII, 13,15. — Ezech., XXIII. 31,35. –  Is. VII, etc.). Si può con maggiore energia caratterizzare i funesti effetti dell’abbandono di Dio! Ora l’enormità del delitto si misura dalla santità della legge, di che è violazione; il ricordarsi di Dio è dunque legge vitale della umanità. Dal che, argomenta tu stesso, l’importanza del segno della croce, destinato specialmente a tener vivo nella mente umana sì salutare ricordo.  – Dissi specialmente, a disegno; poiché, questo segno è un vaso tutto pieno di divine rimembranze, che, eseguendolo, come vivificante liquore, penetrano sino al fondo dell’essere umano. Ricordandomi necessariamente del Padre, sollevando il mio pensiero al Figlio, ed allo Spirito Santo, desse mi ricordano il Padre creatore, il Figlio redentore, lo Spirito Santo santificatore.  – Il Padre, ricorda a te, a me, a quanti hanno uno spìrito per comprendere, ed un cuore per amare, tutti i benefizi divini nell’ordine della creazione. Io esisto, ma a Voi devo, o Padre, la vita base di tutti i beni naturali; vita, che Voi mi avete data, preferendomi a tanti milioni di esseri possibili! A voi devo la conservazione di essa, e ciascun battito del mio cuore è un vostro benefizio; voi la rinnovellate ad ogni istante del dì, e della notte. Voi la continuate da poi molti anni, non ostante le mie ingratitudini, ed il mal uso da me fatto di essa. Voi siete meco largo di un tal benefizio, preferendomi a tanti altri, che, nati con me, o dopo di me, sono già morti. Vostro benefizio è altresì quanto conserva, consola ed abbellisce la vita. Il sole che m’illumina, l’aria che respiro, la terra che mi sostiene, gli alimenti che mi nutriscono, gli animali che mi servono, le vestimenti da coprirmi, i farmachi per guarirmi, i mie i parenti, gli amici, il mio corpo con i suoi sensi, l’anima con le sue facoltà, tutte le creature visibili ed invisibili, poste con tanta magnificenza a mio servizio, Padre creatore, queste, son tutte dono vostro!  – Il Figlio ricorda tutti i benefizii nell’ordine della Redenzione. Quando profferisco il vostro Nome, o Figlio adorabile, desso mi rapisce negli splendori dell’eternità, dove Voi, eguale al Padre, assiso sullo stesso trono, siete felice d’una infinita beatitudine. Ma ad un tratto, mi trovo in una misera stalla, dove vi vedo povero fanciullo, mancante di tutto, tremante di freddo, disteso su dura paglia, riscaldato a pena dalle carezze materne, e dal fiato di due animali! Dalla stalla passo al Calvario. Quale spettacolo! Voi, o mio Dio, il Re de’ mondi, il Re degli Angeli e degli uomini, sospeso al patibolo fra il cielo e la terra, nel mezzo di due ladri, dilacerato nelle membra, coronato di spine, bruttato nel volto da sputi, e da grumi di sangue: e questo per amor mio. La croce mi conduce al tabernacolo. Innanzi al mio Dio annientato, al mio Dio divenuto mio pane, al cospetto del mio Dio divenuto mio prigioniero, e mio servo, che ubbidisce alla voce d’un fanciullo; avanti questo compendio di tutti i miracoli dell’amore la mia bocca divien muta! Le lingue tutte degli Angeli e degli uomini tornano impotenti a profferire parola su di un mistero, che il solo amore infinito ha potuto concepire! – Lo Spirito Santo ricorda tutti i benefizii in ordine alla Santificazione. Il mondo tutto vi deve, o Amore consustanziale al Padre ed al Figlio! Desso vi deve il suo Redentore; qui conceptus est de Spiritu Sancto: desso vi deve Maria sua madre; Spirìtus Sanctus superveniet inte: desso vi deve la santa madre Chiesa Cattolica, ch’è per me quello che Maria era per Gesù; credo in Spiritum Sanctum, Sanctam Ecclesiam. Le sue viscere mi hanno portato, il suo latte m’ha nutrito, e con i suoi Sacramenti mifortifica, e guarisce. Ad essa io devo la comunione dei Santi, gloriosa società, che mette me povera creatura in istretto ed intimo rapporto con le gerarchie angeliche, e con tutti i Santi, da Abele sino all’ultimo degli eletti: ad essa devo la conservazione dell’Evangelio, luminosa fiaccola, e benefizio inestimabile, che ha tratto il genere umano dalla barbarie, e che gì’impedisce il ricadervi! – Conosci tu un ricordo cosi fecondo e cosi eloquente rome il segno della croce? Il filosofo, il politico, il Cristiano dimandano, qualche volta, un libro per meditare; ecco quello, che può tutti rimpiazzare. Questo libro, intelligibile per tutti, da potersi leggere da tutti, gratuitamente dato, è fra le mani di tutti. Iddio così l’ha fatto: quel ch’è fatto da Lui è ben fatto.

L’imitazione. — Ricordarci di Dio è la prima legge del nostro essere. Tu vedi, mio caro Federico, l’iniporlanza di questa legge, e come il segno della croce ci sia aiuto per osservarla. Imitar Dio è un’altra legge non meno fondamentale, che nessuno spirito assennato ha messo in dubbio. Ogni essere non è in dovere di sé stesso perfezionare? non è per questo, e solo per questo che la vita gli è data? La perfezione di un essere non è lo assomigliarsi al tipo su cui è stato modellato? La perfeziono del quadro non è in ragione della espressione con che rende i tratti del modello? L’uomo è fatto alla immagine di Dio. Esporre in sè stesso tutti i tratti di questa divina immagine, senza assegnare altri limiti alla propria perfezione, che la perfezione del suo sublime modello, tal’è la legge del suo essere, ed il lavoro di tulla lu sua vita. « Io v’ho dato l’esempio, diceva Cristo, perchè voi facciate come me ». Ed il suo grande Apostolo: « Siate mici imitatori come Io lo sono del Verbo incarnato: guai a chi non sarà trovato simile al tipo divino ». Ora nulla v’ha che possa meglio guidarci in questa via d’imitazione come la croce. Che cosa fa l’uomo formandola? Egli pronunzia il nome di Dio; perchè il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, tre Persone distinte in una sola e medesima divinità, sono Dio. Dicendo il Nome di Dio, all’uomo il segno della croce gli presenta il suo eterno modello, l’essere per eccellenza, in cui sono le perfezioni tutte in grado eccellente. E del pari, ripetendo i nomi di ciascuna Persona dell’augusta Trinità, propone alla nostra imitazione le perfezioni proprie di esse.  Nel Padre la potenza divina; e mi dice: Tu devi imitare la potenza del Padre creatore, e moderatore di ogni cosa, nel governo di te stesso, e del mondo, con l’impero sulle tue passioni, su le massime, gli usi, gl’interessi, i modi, le minacce, le promesse contrarie alla libertà ed alla dignità di un figlio di Dio, re come suo Padre.  – Nel Figlio la saggezza infinita; e mi dice: Tu devi imitare la saggezza del Figlio con la giustezza de’ tuoi giudizii e delle tue appreziazioni, col preferire invariabilmente l’anima al corpo, l’eternità al tempo, il dovere ai piaceri, la ricchezza che non vien meno, alla passaggera e transitoria. – Nello Spirito Santo l’amore infinito; e mi dice: Tu devi imitare la carità dello Spirito Santo col disciplinare, nobilitare le tue affezioni; strappando dal tuo cuore fin dalle fibre le più profonde l’egoismo, la gelosia, l’odio, e tutti i vizii, che producono internamente la degradazione, ed il disturbo all’esterno. Che ne pensi tu? Non è il segno una guida eccellente? Qual professore di filosofia può gloriarsi di mostrare con modo più chiaro, a ciascuna facoltà dell’anima, la maniera di sé stessa perfezionare? Nondimeno, noi non conosciamo che una parte de’ suoi insegnamenti: dimani tu vedrai gli altri.

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA: DICEMBRE 2021

CALENDARIO LITURGICO CATTOLICO DEL MESE DI DICEMBRE 2021

Dicembre è il mese che la Chiesa Cattolica dedica all’Avvento del Salvatore, e alla Vergine Immacolata.

PRATICA DELL’AVVENTO

Vigilanza.

Se la santa Chiesa, madre nostra, passa il tempo dell’Avvento in questa solenne preparazione alla triplice Venuta di Gesù Cristo; se, sull’esempio delle vergini savie, tiene la lampada accesa per l’arrivo dello Sposo, noi che siamo le sue membra e i suoi figli, dobbiamo partecipare ai sentimenti che la animano, e prendere per noi quell’avvertimento del Salvatore: « Siano i vostri lombi precinti corre quelli dei viandanti; nelle vostre mani brillino fiaccole accese; e siate simili a servi che aspettano il loro padrone» (Lc. XII, 35). Infatti, i destini della Chiesa sono anche i nostri; ciascuna delle anime è, da parte di Dio, l’oggetto d’una misericordia e d’un’attenzione simili a quelle che egli usa nei riguardi della Chiesa stessa. Essa è il tempio di Dio perché composta di pietre vive; è la Sposa perché è formata da tutte le anime che sono chiamate all’eterna unione. Se è scritto che il Salvatore ha acquistato la Chiesa con il suo sangue (Atti XX, 28), ognuno di noi può dire parlando di se stesso, come san Paolo: Cristo mi ha amato e si è sacrificato per me (Gal. II, 20). Essendo dunque uguali i destini, dobbiamo sforzarci, durante l’Avvento, di entrare nei sentimenti di preparazione di cui abbiamo visto ripiena la Chiesa.

Preghiera.

E innanzitutto, è per noi un dovere di unirci ai Santi dell’Antica Legge per implorare il Messia, e soddisfare così quel debito di tutto il genere umano verso la divina misericordia. Onde animarci a compiere questo dovere, trasportiamoci con il pensiero nel corso di quelle migliaia di anni rappresentate dalle quattro settimane dell’Avvento, e pensiamo a quelle tenebre, a quei delitti di ogni genere in mezzo ai quali si agitava il vecchio mondo. Che il nostro cuore senta viva la riconoscenza che deve a Colui che ha salvato la sua creatura dalla morte, e che è disceso per vedere più da vicino e condividere tutte le nostre miserie, fuorché il peccato! Che esso gridi, con l’accento dell’angoscia e della fiducia, verso Colui che volle salvare l’opera delle sue mani, ma che vuole pure che l’uomo chieda ed implori la propria salvezza! Che i nostri desideri e la nostra speranza si effondano dunque in quelle ardenti suppliche degli antichi Profeti che la Chiesa ci mette sulle labbra in questi giorni di attesa. Disponiamo i nostri cuori, nella più larga misura possibile, ai sentimenti che essi esprimono.

Conversione.

Compiuto questo primo dovere, penseremo alla Venuta che il Salvatore vuol fare nel nostro cuore: Venuta, come abbiamo visto, piena di dolcezza e di mistero, e che è la conseguenza della prima, poiché il buon Pastore non viene soltanto a visitare il suo gregge in generale, ma estende la sua sollecitudine a ciascuna delle pecore, anche alla centesima che si era smarrita. Ora, per ben comprendere tutto questo ineffabile mistero, bisogna ricordare che, siccome non possiamo essere accetti al nostro Padre celeste se non in quanto egli vede in noi Gesù Cristo, suo Figlio, questo Salvatore pieno di bontà si degna di venire in ciascuno di noi, e, se noi lo vogliamo, di trasformarci in lui, di modo che non viviamo più della vita nostra, ma della sua. Il fine di tutto il Cristianesimo è appunto di divinizzare l’uomo attraverso Gesù Cristo: questo è il compito sublime imposto alla Chiesa. Essa dice ai Fedeli con san Paolo: « Voi siete i miei figlioletti; poiché io vi dò una seconda nascita, affinché si formi in voi Gesù Cristo » (Gal. IV, 19). – Ma, come nella sua apparizione in questo mondo il divino Salvatore si è dapprincipio mostrato sotto le sembianze d’un bambino, prima di giungere alla pienezza dell’età perfetta che era necessaria perché nulla mancasse al suo sacrificio, egli intende prendere in noi gli stessi sviluppi. Ora è nella festa di Natale che si compiace di nascere nelle anime, e diffonde per tutta la sua Chiesa una grazia di Nascita alla quale, purtroppo, non tutti sono fedeli. Ecco, infatti la situazione delle anime all’avvicinarsi di quella ineffabile solennità. Alcune, ed è il numero minore, vivono pienamente della vita del Signore Gesù che è in esse, ed aspirano in ogni istante all’aumento di tale vita. Altre, in numero maggiore, sono vive, sì, per la presenza del Cristo, ma sono malate e languenti, non desiderando il progresso della vita divina, perché la loro carità si è raffreddata (Apoc. II, 4). Il resto degli uomini non gode di questa vita, e si trova nella morte; poiché Cristo ha detto: Io sono la Vita (Gv. XIV, 6). – Nei giorni dell’Avvento, il Salvatore va a bussare alla porta di tutte le anime, in una maniera ora sensibile, ora nascosta. Viene a chiedere se hanno posto per Lui, affinché possa nascere in loro. Ma, benché la casa che egli chiede sia sua, poiché lui l’ha costruita e la conserva, si è lamentato che i suoi non l’hanno voluto ricevere (Gv. 1, 11), almeno il numero maggiore tra essi. «Quanto a quelli che l’hanno ricevuto, ha concesso loro di diventare figli di Dio, e non più figli della carne e del sangue » (ibid. 12, 13). Preparatevi dunque a vederlo nascere in voi più bello, più radioso, più forte di come l’avete conosciuto, o anime fedeli che lo custodite in voi stesse come un prezioso deposito, e che da lungo tempo, non avete altra vita che la sua, altro cuore che il suo, altre opere che le sue. Sappiate cogliere, nelle parole della Liturgia, quelle che fanno per il vostro amore, e che commuoveranno il cuore dello Sposo. Aprite le porte per riceverlo nella sua nuova venuta, voi che già l’avevate in voi, ma senza conoscerlo; che lo possedevate, ma senza gustarlo. Egli torna con una nuova tenerezza; ha dimenticato il vostro rifiuto; vuole rinnovare tutte le cose (Apoc. XXI, 5). Fate posto al celeste Bambino, che vuol crescere in voi. Il momento è vicino: che il vostro cuore, dunque si desti; e perché non vi abbia sorpreso il sonno quando Egli passerà, vegliate e pregate. – Le parole della Liturgia sono anche per voi; perché esse parlano di tenebre che Dio solo può dissipare, di piaghe che solo la sua bontà può risanare, di languori che cesseranno solo per sua virtù. – E voi, Cristiani, per cui la buona novella è come se non ci fosse perché i vostri cuori sono morti per il peccato, sia che questa morte vi tenga stretti nei suoi lacci da lunghi anni, sia che la ferita che l’ha causata sia stata inferta più di recente alla vostra anima, ecco venire colui che è la vita. « Perché dunque vorreste morire? Egli non vuole la morte del peccatore, ma vuole che si converta e viva » (Ez. XVIII, 31). – La grande Festa della sua Nascita sarà un giorno di misericordia universale per tutti quelli che vorranno lasciarlo entrare. Questi ricominceranno a vivere con Lui; ogni altra vita precedente sarà abolita, e sovrabbonderà la grazia là dove prima aveva abbondato l’iniquità (Rom. V, 29). – E se la tenerezza e la dolcezza di questa misteriosa Venuta non vi attraggono, perché il vostro cuore non potrebbe ancora comprendere la fiducia o perché, avendo per lungo tempo ingoiato l’iniquità come l’acqua, non sapete che cosa significhi aspirare mediante l’amore alle carezze d’un padre di cui avevate disprezzato gli inviti, pensate alla Venuta piena di terrore che seguirà quella che si compie silenziosamente nelle anime. Sentite lo scricchiolio dell’universo all’avvicinarsi del terribile Giudice; osservate i cieli che fuggono davanti a Lui, e si aprono come un libro alla sua vista (Apoc. VI, 41); sostenete, se ne siete capaci, il suo aspetto, i suoi sguardi fiammeggianti; guardate senza fremere la spada a doppio taglio che esce dalla sua bocca (ibid. 1, 16); ascoltate infine quelle grida di lamento: 0 monti cadete su di noi; rocce, copriteci, toglieteci alla sua vista terrificante (Lc. XXIII, 30)! Sono le grida che faranno risuonare invano le anime sventurate che non hanno saputo conoscere il tempo della visita (ibid. 23, 19, 44). Per aver chiuso il loro cuore a quell’Uomo-Dio che pianse su di esse – tanto le amava! – scenderanno vive nel fuoco eterno la cui fiamma è così bruciante che divora il germe della terra e le fondamenta più nascoste dei monti (Deut. XXXII, 22). Ivi si sente il verme eterno d’un rimorso che non muore mai (Mc. IX, 43). – Coloro, dunque, i quali non si sentono commossi dalla dolce notizia dell’avvicinarsi del celeste Medico, del generoso Pastore che dà la vita per le sue pecorelle, meditino durante l’Avvento sul terribile, eppure incontestabile mistero della Redenzione, resa inutile dal rifiuto che l’uomo oppone troppo spesso di associarsi alla propria salvezza. Misurino le loro forze, e se disprezzano il bambino che sta per nascere (Is. IX, 6), pensino se saranno in grado di lottare con il Dio forte, il giorno in cui verrà non più a salvare, ma a giudicare. Per conoscerlo più da vicino, questo Giudice davanti al quale tutto deve tremare, interroghino la sacra Liturgia: qui impareranno a temerlo. – Del resto, questo timore non è soltanto proprio dei peccatori; è un sentimento che ogni Cristiano deve provare. Il timore, se è da solo, rende schiavi; se compensa l’amore, conviene al figlio colpevole, che cerca il perdono del padre adirato; anche quandol’amore lo spinge fuori (Gv. IV, 18), esso ritorna talora come un subitaneo lampo, e il cuore fedele ne è felicemente scosso fin nelle fondamenta. Sente allora ridestarsi il ricordo della sua miseria e della misericordia gratuita dello Sposo. Nessuno deve dunque disperarsi, in questo sacro tempo dell’Avvento, dall’associarsi ai pii timori della Chiesa che, per quanto amata, dice spesso nei suoi Uffici: Trafiggi la mia carne, 0 Signore, con il pungolo del tuo timore! Ma questa parte della Liturgia sarà utile soprattutto a coloro che cominciano a consacrarsi al servizio di Dio. – Da tutto ciò, si deve concludere che l’Avvento è un tempo consacrato soprattutto agli esercizi della Vita Purgativa; come indicano quelle parole di san Giovanni Battista, che la Chiesa ci ripete così spesso in questo sacro periodo: Preparate le vie del Signore! Ciascuno, dunque, operi seriamente a spianare il sentiero attraverso il quale Gesù entrerà nella sua anima. I giusti, secondo la dottrina dell’Apostolo, dimentichino ciò che hanno fatto nel passato (Filip. III, 13), e attendano a nuovi impegni. I peccatori cerchino di rompere subito i legami che li tengono stretti, di lasciare le abitudini che li fanno prigionieri; castighino la carne, e diano inizio al duro lavoro di sottometterla allo spirito; preghino soprattutto con la Chiesa; e quando il Signore verrà, potranno sperare che non rimarrà sulla soglia della porta, ma entrerà, perchè egli ha detto: « Ecco che io sono alla porta e busso; se qualcuno sente la mia voce e mi apre, entrerò da lui » (Apoc. III, 20).

(Dom Guéranger: l’Anno Liturgico)

Queste sono le feste del mese di Dicembre:

2 Dicembre S. Bibianæ Virginis et Martyris    Semiduplex

3 Dicembre S. Francisci Xaverii Confessoris    Duplex majus

                        PRIMO VENERDI

4 Dicembre S. Petri Chrysologi Episcopi Confessoris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

                       PRIMO SABATO

5 Dicembre Dominica II Adventus – Semiduplex II. Classis

                      S. Sabbæ Abbatis

6 Dicembre S. Nicolai Episcopi et Confessoris   – Duplex

7 Dicembre S. Ambrosii Episcopi Confessoris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

8 Dicembre In Conceptione Immaculata Beatæ Mariæ Virginis    Duplex I. classis

10 Dicembre S. Melchiadis Papæ et Martyris    Feria

11 Dicembre S. Damasi Papæ et Confessoris    Duplex

12 Dicembre Dominica III Adventus  – Semiduplex II. classis

13 Dicembre S. Luciæ Virginis et Martyris    Duplex

15 Dicembre Feria IV Quattuor Temporum Adventus    Feria privilegiata

16 Dicembre S. Eusebii Episcopi et Martyris    Semiduplex

17 Dicembre Feria VI Quattuor Temporum Adventus    Feria privilegiata

18 Dicembre Sabbato Quattuor Temporum Adventus    Feria privilegiata

19 Dicembre Dominica IV Adventus    Semiduplex II. classis

21 Dicembre S. Thomæ Apostoli – Duplex II. classis

24 Dicembre In Vigilia Nativitatis Domini  –  Duplex I. classis

25 Dicembre In Nativitate Domini – Duplex I. classis

26 Dicembre Dominica Infra Octavam Nativitatis – Semiduplex Dominica minor

                      S. Stephani Protomartyris    Duplex II. classis

27 Dicembre S. Joannis Apostoli et Evangelistæ – Duplex II. classis

28 Dicembre Ss. Innocentium  –  Duplex II. classis

29 Dicembre S. Thomæ Episcopi et Martyris – Duplex

31 Dicembre S. Silvestri Papæ et Confessoris    Duplex

Die septima post Nativitatem    Feria privilegiata

CONGETTURE SU LE ETÀ DELLA CHIESA E GLI ULTIMI TEMPI (3)

LE ETÀ DELLA CHIESA E GLI ULTIMI TEMPI (3)

Tratte dall’Apocalisse, dal Vangelo, dalle Epistole degli Apostoli, e dalle Profezie dell’Antico Testamento

Messe in relazioni con le rivelazioni della Suora della Natività

di Amedeo NICOLAS

PARTE PRIMA.

LE PRIME QUATTRO ETÀ DELLA CHIESA.

CAPITOLO PRIMO.

LA PRIMA ETÀ DELLA CHIESA.

La prima età della Chiesa è rappresentata dalla prima Chiesa, il primo sigillo, la prima tromba e la prima lode. Comprende i tempi apostolici dalla nascita di Gesù Cristo fino alla prima persecuzione romana sotto l’imperatore Nerone (sec. Holzhauser, tom. I, pp. 82-105, Wüilleret-Holzhauser) .

ARTICOLO PRIMO.

La chiesa di Efeso è la prima; il suo nome e la sua storia provano che è la Chiesa della predicazione e dello stabilimento del Cristianesimo.

I. Il nome di Efeso Ἐφεσος [=Efesos] deriva dalla parola greca Ἐφεσις [= Efesis] che significa “protesta”, appello di una sentenza davanti ad un altro tribunale. Abbiamo cercato nel dizionario greco di Planche, e non abbiamo trovato in nessuna parte che questa parola possa essere tradotta in francese o in latino come consiglio, volontà, grande caduta, come dice Holzhauser (t. 1, p . 85, Wüilleret). Non vediamo neppure quale correlazione possa esistere tra questi ultimi significati e la Chiesa di Efeso, che il pio interprete considera con noi come inclusa nella prima età della Chiesa universale, mentre il significato che abbiamo trovato e dato sopra, si accorda molto bene con il carattere dei primi anni della Religione. – Infatti, cosa hanno fatto quelli che chiamiamo Apostoli nel senso proprio e rigoroso della parola? Proclamavano ovunque la dottrina, le sofferenze e la supremazia di Colui che li aveva mandati, il che era uno scandalo per i Giudei e una follia per i Gentili; proclamavano a gran voce la Sua resurrezione e divinità; protestavano contro il giudaismo, il paganesimo, tutte le false religioni, contro gli errori, la morale, i costumi, le massime, la corruzione universale, in una parola, contro il mondo intero. Li abbiamo visti, risvegliando ovunque la coscienza umana addormentata e distorta, portare davanti a questo tribunale che non era più conosciuto, la prova e le prove che stabilivano la divinità di Colui che li aveva inviati. C’è mai stata una protesta così vasta, così radicale? C’è mai stata una rivoluzione più grande e fondamentale di quella che essi operarono in pochi anni? No, non è mai successo niente di simile nel mondo! Qualsiasi uomo che conosce la storia sarà d’accordo. È perché la chiesa di Efeso è la prima in ordine di tempo che i primi inviati di Cristo sono stati chiamati Apostoli. Questo nome, in greco Aποστολος [Apostolos], designa degli inviati che partono alla conquista del mondo, come delle navi armate per la guerra, e che protestano contro una condanna ingiusta. Così il nome della Chiesa di Efeso e quello dei suoi predicatori designano i tempi apostolici o la prima età della Chiesa universale.

II. La storia di questa Chiesa, come scritta da San Giovanni, e come la conosciamo in altri modi, ci porta alla stessa conclusione. I versetti da 2 a 5 del capitolo II dell’Apocalisse descrivono in modo molto preciso il lavoro straordinario e la pazienza sovrumana degli Apostoli che, essendo così pochi, evangelizzarono contemporaneamente la Gallia, l’Italia, la Grecia, l’Asia Minore, la Spagna, la Siria, la Palestina, l’Egitto, l’Etiopia, l’Arabia, la Persia, l’India e persino la Tartaria: Scio opera tua et laborem et patientian tuum, v. 2. et patientiam tuam, et sustinuisti propter nomen meum , et non defecisti, v. 3. (Conosco le tue opere, il vostro lavoro e la vostra pazienza. Avete pazienza, avete persistito per amore del mio nome e non siete venuti meno), essi scacciavano gli spiriti infernali dai corpi che li possedevano, e non potevano sopportare i malvagi. (et non potuisti sustinere malos). Ma due passaggi notevoli denotano nella Chiesa di Efeso, la prima età della Chiesa: uno ci mostra come i dodici pescatori di Galilea, provavano e rigettavano coloro che si dicevano, come essi, Apostoli di N. S. Gesù-Cristo e che non lo erano, come Simon mago: et tentasti eos qui se dicunt apostolos esse et non sunt, et invenisti eos mendaces (avete provato quelli che si dicono apostoli ma non lo sono, e avete scoperto la loro menzogna). L’altro ce li fa vedere detestanti e condannanti le sette dei Nicolaïti, i primi che apparvero ai tempi degli Apostoli e che presero il loro nome da quello di uno dei sette primi diaconi, sebbene si ha luogo di pensare che egli non abbia condiviso i loro errori … sed hoc habes quia odisti facta Nicolaïtarum quæ et ego odi – v. 6 (ed avete questo di buono, che detestate come me le azioni dei Nicolaiti che anche Io odio). Ed è verissimo che rallentò il primitivo fervore … sed habeo adversus te quod charitatem tuam primam reliquisti v. 4 (ma ho verso di te che hai abbandonato la tua prima carità). Si vede anche s. Pietro che lascia furtivamente Roma per sottrarsi alla persecuzione e non rientrarvi se non quando incontra il suo divin Maestro andare a farsi crocifiggere una seconda volta al posto del suo Vicario che fuggiva. È dunque con ogni verità e giustizia che Dio fa questo rimprovero ai primi Cristiani e dice loro: Memor esto itaque unde excideris, et age pœnitentiam, et prima opera fac. Sin autem venio tibi, et movebo candelabrum tuam de loco suo, nisiu pœnitentiam egeris (ricorda da dove sei caduto, e fa’ penitenza, e fate le opere di prima. Altrimenti verrò da voi e cambierò posto al tuo candeliere, se non fate penitenza) (v. 5). – La ricompensa che il Salvatore dà al vincitore durante questa Chiesa è anche legata al primato assegnatogli; questa ricompensa è il nutrirsi del frutto dell’Albero della Vita: Vincenti dabo edere de ligno vitæ, quod est in paradiso Dei mei (al vincitore darò da mangiare dall’albero della vita), v. 7. Dopo 4.000 anni, l’uomo, che era stato espulso dal paradiso terrestre, non si era più nutrito del frutto dell’Albero della Vita; i rifiuti della terra erano il suo unico cibo. Il Redentore promesso viene, e il frutto di quell’albero viene immediatamente restituito alla razza di Adamo in un modo più significativo. Questo frutto non è più un prodotto della terra; è il Salvatore stesso che, dopo essersi già dato all’umanità con la sua incarnazione e morte, si dona a ciascuno di noi nel banchetto eucaristico, innalza l’uomo dalle profondità, molto più in alto di quanto fosse prima del peccato, molto più in alto del Paradiso, e lo fa ascendere alla Divinità, a Dio, che diventa suo Padre (Pater noster qui es in Cœlis). Sappiamo che questa elevazione miracolosa continua in tutta la Chiesa, ma è certo che iniziò nella prima epoca, che fu la prima Chiesa a ricevere questa grazia, che fu essa a renderla pubblica, a proclamarla e a trasmetterla alle epoche successive. – Non c’è nulla, dunque, nei testi relativi alla prima Chiesa, come nella storia, che impedisca di includerla nella prima età del Cristianesimo; al contrario, tutto concorre a farcelo pensare.

ARTICOLO II

Poiché la prima epoca del Cristianesimo è certamente quella del suo stabilimento, della sua propagazione e della sua vittoria sul diavolo, sugli errori e sulle passioni, dobbiamo naturalmente riferirle il primo sigillo, alla cui apertura appare un cavallo bianco montato da un cavaliere che ha un arco in mano, e che, già vittorioso, corre verso nuove vittorie; così da un lato, il colore Bianco rappresenta la bontà, il Cielo, Dio, come abbiamo detto nel §. 5. dell’Introduzione; e dall’altro lato questo cavaliere è ovviamente N.-S. J.-C. che, già vittorioso sulla morte e sul peccato con la sua risurrezione, va a conquistare ancora e a sottomettere il mondo alla sua legge (Et vidi quòd aperuisset Agnus unum de septem sigillis, et audivi unum de quatuor animalibus dicens tanquàm vocem tonitrui: Veni et vide. Et vidi ecce equus albus, et qui sedebat super illum habebat arcum, et data est ci corona, et exivit vincens ut vinceret – E vidi che l’Agnello apriva il primo sigillo, e udii la voce di uno dei quattro animali che diceva con il tuono della terra: “Vieni e vedi“. E vidi un cavallo bianco, e il cavaliere che vi sedeva sopra aveva un arco, e gli fu data una corona, ed egli uscì per conquistare ancora. – Apoc. cap. II, v. 1, 2). Una corona è data a colui che è montato su questo cavallo, è Gesù Cristo fu realmente costituito Re dell’universo dal suo Padre celeste (Ego autem constitutus sum Rex ab eo super Sion montem sanctum ejus, prædicans præceptum ejus. Dominus dixit ad me: Filius meus es tu, ego hodiè genui te. Postula à me, et dabo tibi gentes hæreditatem tuam et pos sessionem terminos terræ. Reges eos in virgâ ferrea, et tanquàm vos figuli confringes eos – Sono stato fatto re da lui su Sion, il monte santo, dove predico la sua legge. Il Signore mi disse: Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato, chiedi a me e io ti darò le nazioni come tua eredità e tutta la terra come tuo dominio. Li distruggerai con una verga di ferro e li frantumerai come un vaso di vasaio – Ps. II. v . 6-9).

ARTICOLO III.

    Alla prima età della Chiesa conviene anche il primo Angelo che suona la tromba, e che è molto diverso da quello che versa sulla terra tutte le piaghe contenute nella prima coppa; poiché queste piaghe sono quelle degli ultimi tempi: Plagas novissimas, (Apoc. X. v. 1). Al suono di questa tromba, cadranno dal cielo grandine e fuoco mescolato a sangue. Questo fuoco scende sulla terra; consuma la terza parte della terra, la terza parte degli alberi e tutta l’erba verde (Et primus Angelus tuba cecinit, et facta est grando et ignis mixta in sanguine, et missum est in terram, et tertia pars terræ combusta est, et tertia pars arborum concremata est, et omne fœnum viride combustum est – E il primo Angelo suonò la tromba, e caddero grandine e fuoco mescolato a sangue, che furono mandati sulla terra. La terza parte della terra fu bruciata, la terza parte degli alberi fu consumata e ogni erba verde fu bruciata. – ibid. cap. VIII, v. 7). – Questa grandine, questo fuoco misto a sangue rappresentano le persecuzioni dei Giudei contro i primi Cristiani. Queste iniziarono dopo la discesa dello Spirito Santo e continuarono fino all’inizio delle persecuzioni romane che esse ebbero suscitato. Il fuoco raffigura molto bene la rabbia e l’accanimento che animavano il popolo deicida (Saulus autem spirans minarum et cædis in discipulos Domini, accessit ad Principem sacerdotum, et petiit ab eo epistolas in Damascum in synagogas, ut si quos invenisset hujus viæ viros et mulieres, vinctos perduceret in Jerusalem – Saulo, pieno di minacce e respirando solo il sangue dei discepoli del Signore, andò dal sommo sacerdote e gli chiese lettere per le sinagoghe di Damasco, così che se avesse trovato qualcuno di questa setta, maschio o femmina, avrebbe potuto portarlo prigioniero a Gerusalemme. – Act. Apost. cap. IX, v. 1. 2). La grandine è la figura delle carcerazioni, delle confische, dell’esilio, della flagellazione e tutti i vari tormenti che furono inflitti a quei discepoli di Cristo che non furono uccisi; il sangue è quello dei martiri di quel tempo, i primi dei quali furono Santo Stefano e San Giacomo il Maggiore. Questa persecuzione fu meno estesa di quelle che furono ordinate più tardi dagli imperatori romani, perché i Giudei avevano potere solo nel loro paese, e la Chiesa non aveva ancora un gran numero di figli; ma essa si estese a tutta la Palestina, che è la terra di cui parla San Giovanni; raggiunse i semplici fedeli che sono presentati da “tutto ciò che è verde” e ha la vita dell’anima; colpì gli Apostoli e i ministri che sono “gli alberi che dominano l’erba dei campi”; e consumò la terza parte della terra, delle erbe verdi e degli alberi.

ARTICOLO IV.

Alla prima età della Chiesa si riferisce la prima lode (virtutem, cap. V, v. 12). Ci voleva un grande coraggio ed una grande virtù per intraprendere e fare la conquista di un mondo così apertamente ostile alla verità e al luogo.

ARTICOLO V.

Il venerabile Holzhauser pensa, come noi, che la Chiesa di Efeso sia la prima età della Chiesa universale da N.S. J.-C. a Nerone; che il Cavaliere che appare all’apertura del primo sigillo sia il Salvatore stesso (vol. 1, p. 267, Wüilleret); ma sostiene che l’Angelo che suona la tromba sia Ario l’eresiarca (vol. 1, pp. 332-335, Wüilleret), perché vede in questi sette Angeli null’altro che l’eresia. Noi non condividiamo la sua opinione; non discuteremo qui con lui su questo argomento; lo faremo più tardi, quando cercheremo di dimostrare che Ario appare solo al suono della terza tromba, e che di conseguenza non arriva al tempo della prima.

CAPITOLO II.

LA SECONDA ETÀ DELLA CHIESA.

I. La seconda età della Chiesa è descritta nella seconda Chiesa di Smirne, nel secondo sigillo, nella seconda tromba e nella seconda lode: essa comprende il tempo delle persecuzioni romane che va dalla prima persecuzione sotto Nerone, fino al loro termine sotto Costantino il Grande (Sic Holzhauser, tom. 1, p. 108 a 118, Wüilleret).

ARTICOLO PRIMO

La seconda Chiesa, con il suo nome e la sua storia, segna questa seconda epoca.

I. Il nome Smyrne significa mirra, e la mirra è il simbolo della mortificazione, della sofferenza e del sacrificio, come espresso da Holzhauser (vol. 1, p. 109, Wüilleret). Questo nome è quindi molto appropriato per un’epoca che ha visto duecentocinquanta anni di persecuzioni.

II. La storia che San Giovanni traccia di questa Chiesa è in armonia con il tempo e la durata che le assegniamo. Gesù Cristo vi appare e parla come se fosse stato messo a morte e fosse tornato in vita (qui fuit mortuus et vixit, Apoc. cap. II, v. 8), per incoraggiare i suoi discepoli al martirio con la consolante prospettiva di una nuova vita che non avrà mai fine. E dicendo loro che Egli è il primo e l’ultimo (primus et novissimus, v. 8), annuncia la sua seconda venuta; poiché, promesso all’inizio del tempo, verrà alla fine di questo stesso tempo per giudicare il mondo; Egli fa capire loro che gli uomini, che sono peccatori – e quindi gli ultimi – devono soffrire ed essere umiliati, poiché Colui che è indiscutibilmente il primo si è annientato ed è stato trattato come l’ultimo; e infine, si pone con tutta giustizia come il Creatore al quale tutto appartiene, dal quale tutto è stato fatto, e al quale, alla fine, tutto deve giungere e tornare. Poi, venendo ai dettagli degli eventi che segneranno quest’epoca, e allo stato della Chiesa durante la sua durata, dice che conosce la sua tribolazione e la sua povertà, dal punto di vista umano, ma che essa è veramente ricca davanti a Dio, a causa del suo fervore e della sua devozione (Scio tribulationem tuam et paupertatem tuam, sed dives es, v. 9). L’avverte di non temere ciò che dovrà soffrire (Nihil horum timeas quæ passurus es, v. 10); le annuncia che il diavolo, che certamente non era stato ancora incatenato, come abbiamo detto nel § 6 della nostra Introduzione, getterà alcuni dei fedeli in prigione per tentarli. (Ecce missurus est Diabolus aliquos ex vobis in carcerem ut tentemini, v. 10); gli raccomanda di essere fedele fino alla morte, perché la tentazione giungerà fino ad allora (Esto fidelis usque ad mortem, v. 11); gli promette di dargli in premio la corona della vera vita, della vita eterna (Et dabo tibi coronam vitæ, v. 10); Egli aggiunge che colui che avrà così vinto con la morte del corpo, non sarà raggiunto dalla seconda morte, dalla dannazione del corpo e dell’anima all’ultimo giudizio (Qui vicerit non lædetur à morte secunda, v . 11); e per meglio provare che questa Chiesa sia davvero il tempo delle persecuzioni, dà il numero esatto di queste stesse persecuzioni, che furono veramente dieci, a causa dei detti Editti che le ordinarono (Et habebitis tribulationem diebus decem – ed avrete tribolazioni per dieci giorni – v. 10); e assegna al loro inizio la causa reale e storica, che fu l’odio dei Giudei che, dopo aver loro stessi perseguitato i Cristiani nella prima epoca, armarono i pagani che avevano invece messo Gesù Cristo tra i loro dei (Et blasphemaris ab eis qui se dicunt Judæos et non sunt, sed sunt synagoga Satanæ – E sarai blasfemata da coloro che si dicono Giudei, ma che non lo sono, e sono al contrario parte della sinagoga di satana, v. 9).

ARTICOLO II.

A questa seconda epoca corrisponde il secondo sigillo alla cui apertura appare un cavallo rossiccio o rosso, cavalcato da un cavaliere al quale è dato una grande spada, e il potere di togliere la pace dalla terra e di far uccidere gli uomini tra loro (Et cùm aperuisset sigillum secundum, audivi secundum ani mal dicens: Veni et vide; et exivit alius equus rufus, et qui sedebat super illum, datum est ei ut sumeret pacem de terra, et ut invicem se interficiant, et datus est ei gladius magnus – E quando ebbe aperto il secondo sigillo, udii l’animale dire: “Venite a vedere“; ed ecco che uscì un altro cavallo rosso, e a colui che lo cavalcava fu dato il potere di togliere la pace dalla terra e di far uccidere gli uomini gli uni gli altri, e gli fu data una grande spada – Apoc. cap. VI, v. 3. 4). In verità, il periodo sanguinoso delle persecuzioni romane non potrebbe essere rappresentato meglio. Il testo non ha bisogno di essere commentato; è sufficiente da solo a giustificare la nostra affermazione. – Il venerabile Holzhauser è solo in parte della nostra opinione (t. 1, p. 270 a 273, Wüilleret). Vede la persecuzione in questo sigillo, ma non vi riconosce se non quella di Nerone, mentre noi pensiamo che esse comprendano tutte quelle che vanno da Nerone a Costantino. Noi non lo contesteremo qui, ma lo faremo più tardi quando dimostreremo che i sigilli successivi si applicano a degli avvenimenti diversi e di tutt’altra natura; noi ci limiteremo qui a chiederci come mai Holzhauser non vede nei sei ultimi sigilli che delle persecuzioni, mentre nella prima, vede Nostro Signore stesso? Se i sigilli indicano le persecuzioni, perché eccettuare la prima? Se questo primo sigillo è diverso dagli altri, perché gli altri non dovrebbero essere diversi l’uno dall’altro? La diversità dei colori e degli eventi non indica forse delle differenze fondamentali?

ARTICOLO III.

Alla stessa seconda epoca si riferisce la seconda tromba, al cui suono una grande montagna, la potenza romana, cade nel mare, cioè sui Cristiani rigenerati dalle acque battesimali, e versa il sangue sulla terza parte del loro numero, e la terza parte dei sacerdoti, che, come navi, li conducevano al porto della salvezza (Et secundus Angelus tuba cecinit, et tanquàm mons magnus igne ardens missus est in mare, et facta est tertia pars maris sanguis; et mortua est tertia pars creaturæ corum quæ habebant animas in mari, et tertia pars navium interiit – E il secondo angelo suonò la tromba, e una grande montagna ardente come fuoco fu gettata nel mare. La terza parte del mare fu trasformata in sangue; la terza parte degli esseri viventi nel mare perì e la terza parte delle navi fu distrutta – Apoc. cap. VIII, 9).  Holzhauser ha visto, nella seconda tromba (t. 1, p. 335 a 338, Wüilleret), l’eresiarca Macedonio, patriarca di Costantinopoli; egli doveva agire così poiché aveva detto che la prima tromba denotava Ario; Ma la sua opinione non ci sembra sostenibile, perché questa eresia non causò grandi massacri, ed ha un’importanza storica solo per aver posto gli elementi di base del grande scisma d’Oriente; infatti, le montagne, in senso apocalittico, designano le potenze della terra, i poteri temporali (Apoc. cap. XVII, v. 9); poi finalmente perché gli eretici che lasciano il sacerdozio sono rappresentati dalle stelle, che brillavano nel cielo e che cadono sulla terra (Holzhauser dice espressamente – tom. 1. p. 344, Wüilleret – che le stelle sono i Vescovi, i prelati e i dottori usciti dalla vera Chiesa di Cristo. Poi, a pagina 557, vede l’imperatore Valente, un ariano, nella stella che cade dal cielo, nel capitolo IX, v. 1. Tutto questo è contraddittorio. Una cosa confuta l’altra). (Ibid. capitolo VIII, v. 10, capitolo IX, v. 1).

ARTICOLO IV.

La seconda lode (divinitatem, Apoc. cap. V, v. 12) si riferisce alla seconda età. In verità, era necessario che Gesù Cristo fosse Dio e che la sua Religione fosse divina per resistere a questa carneficina e a questa furia degli imperatori romani.

CONGETTURE SU LE ETÀ DELLA CHIESA E GLI ULTIMI TEMPI (4)

IL SEGNO DELLA CROCE (20)

IL SEGNO DELLA CROCE AL SECOLO XIX (20)

PER Monsig. GAUME prot. apost.

TRADOTTO ED ANNOTATO DA. R. DE MARTINIS P. D. C. D. M.

LETTERA DECIMANONA.

15 dicembre.

Ragione della benedizione della mensa — È un atto di libertà. — Tre tiranni; il mondo, la carne, il demonio. — Triplice vittoria del segna della croce, e della preghiera sugli alimenti. — Vittoria sul mondo: prove — Sulla carne: prove — Sul demonio: prove. — Testimonianza di Porfirio. — Fatto citato da San Gregorio. — Conclusione.

« I soli coccodrilli mangiano senza pregare. » Tale assioma, tu mi dici, caro amico, riassume le nostre due ultime lettere. Questa tua parola non sarà dimenticata: « I miei compagni, tu continuando dici, sono stati come francesamente dicesi, aplatis, dai fatti da voi rapportati, per essi tutto cosa nuova. Ma eglino sono come per il passato, non fanno il segno della croce avanti il pranzo. — La sola novità che vi ha, è il poter io eseguirlo liberamente, avendo eglino paura del mio assioma ». Non mi maravigliano punto siffatte cose! — Come tanti altri, i tuoi compagni, e quelli, che loro si assomigliano, tuttavolta parlino di libertà a gran gola, sono schiavi del tiranno il più vile, del rispetto umano. Poveri giovani! per meglio nascondere la loro schiavitù, terminano la loro obbiezione dicendo: il segno della croce sugli alimenti è una pratica inutile, e fuori moda. Nel fondo del loro intimo pensiero, questo parlare vuol dire: Tutti quelli che non mangiano come noi, cioè da bestie, appartengono alla specie de’gonzi, più o meno rispettabile. Ipreti, ed i religiosi de’ gonzi; i veri Cattolici della patria tua, gonzi; gli Ebrei, gli Egiziani, i Greci, i Romani, gonzi; il fiore della umanità, gonza; l’umanità tutta è gonza, e con essa, mio padre, mia madre, le mie sorelle: io, ed i miei simili, noi soli siamo saggi sulla terra, i soli illuminati fra tutti i mortali!  È mestieri che io strappi la maschera di che cercano coprirsi: a che fare, basterà il mostrare come la benedizione della tavola col segno della croce, sia un’atto di libertà, azione utilissima, e, ch’è fuori moda solo nelle basse regioni del cretinismo moderno. Questa ultima considerazione unita a quella dell’onore e della ragione, giustifica pienamente la nostra condotta, e nel medesimo tempo, rende ragione della pratica universale del genere umano. La libertà. — Tre tiranni si disputano la libertà dell’uomo; la mia, la tua, quella de’ tuoi compagni. Questi tiranni sono il mondo, la carne, il demonio. Per non essere schiavi di questi tiranni, noi, e con noi tutta la famiglia umana benediciamo la mensa. Lo abbiamo veduto, ed il ripeto: il non fare il segno della croce avanti il desinare, è un separarsi dal fiore della umanità; il non pregare, è un assomigliarsi alle bestie. Nell’un caso, e nell’altro è schiavitù; poiché questo è sottomettersi ad un potere dispotico, ed è tale, quel potere, che comanda senza averne il dritto, o, che comanda contro la ragione, contro il dritto, contro l’autorità. Chi è il potere, che m’inibisce fare il segno della croce, e che, se ho il coraggio di disubbedirlo, mi minaccia di farmi oggetto di beffe? Qual è il suo dritto? da chi ha ricevuto egli il mandato? dove sono i titoli che lo raccomandono alla mia docilità? le ragioni della sua difesa? Questo potere usurpatore, è il mondo attuale, mondo ignoto agli annali dei secoli cristiani, mondo da sale, da teatro, da caffè, da bettole, da traffico, da borsa; è l’uso di questo mondo, l’empietà di questo mondo, il suo marcio materialismo: la beozia dell’intelligenza. Ora, questa minorità, nata ieri e già decrepita, questa minorità in permanente insurrezione contro la ragione, contro l’onore, contro il genere umano, ha la pretensione d’impormi i suoi capricci! E sarò io sì dappoco da sottomettermi? E dopo aver fatto divorzio con la ragione, con l’onore, col fiore della umanità,avrò io il coraggio di parlare di dignità,di libertà, d’indipendenza ? Vana parola sarà questa ! Le catene della schiavitù si mostrerebbero di sotto l’orpello dell’orgoglio; la maschera bucata non nasconderebbe la figura della bestia, ed il buon senso ci seguirebbe dicendo : Mida, il re Mida ha gli orecchi di asino. Vadano pure gì’ indipendenti d’oggidì superbi di un tale complimento; noi altri gonzi, noi vogliamo a nessun prezzo. Vergognosa è la schiavitù professata al mondo, ma l ‘è più ancora quella del vizio. L’ingratitudine è.vizio; la ghiottoneria è vizio, come l’è altresì l’impurità. Contro questi tre tiranni ci difendono il segno della croce, e la preghiera della mensa. L’ingratitudine. — V’hanno al presente due religioni, quella del rispetto, e quella del disprezzo. — La prima rispetta Dio, la Chiesa, l’autorità, la tradizione, l’anima, il corpo, le creature.   — Per essa tutto è sacro; perchè tutto è da Dio, tutto gli appartiene, ed a lui ritorna. Dessa m’insegna usare di tutto con spirito di dipendenza, perchè nulla mi appartiene; con spirito di timore, perchè sarà mestieri rendere di tutto conto; con spirito di riconoscenza, perchè tutto è benefizio, l’aria istessa che respiro. — La seconda disprezza tutto — Dio, la Chiesa, l’autorità, la tradizione, l’anima, il corpo, e le creature: i suoi settatori usano ed abusano della vita e de’ beni di Dio, quasi ne fossero proprietari ed i responsabili. La prima ha scritto sulla sua bandiera, riconoscenza; la seconda ingratitudine. L’una e l’altra mostrano la loro presenza dal momento in cui l’uomo si assimila i doni di Dio col prendere il cibo necessario alla vita. Il fiore della umana famiglia prega e ringrazia; avendo tale coscienza della sua dignità da non soffrire che vada confusa con le bestie; ed è tale il sentimento del dovere, da non poter restare muto alla vista de’ benefizi di che è colmato. Desso trova, con ragione, mille volte più odiosa l’ingratitudine verso Dio che non lo sia quella esercitata contro gli uomini, e non può patire essere schiavo di tal vizio.— Vergogna per colui, cui la riconoscenza è peso insopportabile; il cuore ingrato non fu mai un buon cuore!  L’adepto alla religione del disprezzo si vergogna di essere riconoscente, e mangia come la bestia, o come il figlio snaturato, che non trova né nel suo cuore, né nelle sue labbra, una parola di gratitudine da indirizzare al padre, che, con bontà senza limiti, sopperisce ai bisogni e provvede ai piaceri di lui. E perchè si sottrae al dovere, si crede libero! si proclama indipendente! Indipendente da chi, e da che? Indipendente da quanto è da amare, e da rispettare: dipendente da quanto è degno di disprezzo, e bisogna odiare. L’è veramente gloriosa questa maniera d’indipendenza! — La ghiottoneria. — Altro tiranno che siede con noi al nostro desco, e che incatenando gli occhi, il gusto, l’odorato alle vivande, rende l’uomo adoratore del dio ventre. — Allora l’uomo non parla per l’abbondanza del cuore, ma dello stomaco; egli non cerca la qualità de’ cibi atti a riparare le forze, ma quella che solletica il gusto; non mangia per vivere, ma fine e scopo del suo vivere è il mangiare. Di siffatto modo l’organismo sviluppa il suo impero, e l’intelligenza si affievolisce, diventa schiava. La delizia della carne non è compatibile con la saggezza; i grandi «uomini non furono ghiottoni, tutti i santi sono stati modelli di sobrietà! (Sapientia non invenitur in terra suaviter viventium: Iob. XXVIII, 13).  Osserva bene, mio caro amico, che io parlo della ghiottoneria come ricercatezza negli alimenti, dilicatezza nella scelta, avidità e sensualità nel mangiare, il che troppo sovente è seguito dalla intemperanza. Ora l’intemperanza mena seco un tal corteggio d’infermità e malattie, che la ghiottoneria uccide più uomini che la stessa spada: Plures occidit crapula, quam gladius (Vigilia, cholera, et tortura viro infrunito. – Eccli. XXXI, 23, et XXXVI, 31). Così Nabucodònosor, Faraone, Alessandro, Cesare, Tamerlano e tutti i carnefici coronati, che hanno coperto il mondo di cadaveri, hanno fatto morire minor numero di uomini che la ghiottoneria. Dispiacevole mistero è questo, che mostra tutta la saggezza, che v’ha nell’uso del segno della croce e della preghiera innanzi e dopo il pranzo. Con essa noi chiamiamo Dio a nostro soccorso, e ci armiamo contro un nemico che attacca tutte le età, tutti i sessi e le condizioni, e che agogna incatenarci al più grossolano de’ nostri istinti. Per essa, noi apprendiamo che mangiare è una guerra, e che per non essere vinti è mestieri, secondo il detto di un gran genio, prendere gli alimenti come le medicine per bisogno, e non per piacere (Hoc docuisti me, Domine, ut quemadmodum medicamenta, sic alimenta sumpturus accedam. – S. August. Confess, lib. X, c. 311). L’impurità. — La schiavitù dell’animo cominciata per la ghiottoneria, si compisce con l’impurità. — Chi nutre dilicatamente la sua carne, tosto ne subirà la rivolta vergognosa. — Cosa lussuriosa è il vino, in esso risiede la lussuria. Il vino puro nuoce alla sanità dell’anima, ed a quella del corpo. — Nello stomaco del giovane il vino è come l’olio nel fuoco. — La ghiottoneria è la madre della lussuria, ed il carnefice della castità. — Essere ghiottone e pretendere d’essere casto, è un voler estinguere il fuoco con l’olio. — La ghiottoneria estingue l’intelligenza.— Il ghiottone è un’idolatra, adora il dio ventre. — Il tempio del dio ventre è la cucina; l’altare, la tavola; i suoi sacerdoti, i cuochi; le vittime, le vivande; l’incenso, l’odore di esse. — Questo tempio è la scuola dell’impurità. — Bacco e Venere si danno la mano. — La ghiottoneria ci fa guerra continuamente; se trionfa chiama tosto la sua sorella, la lussuria. — La ghiottoneria e la lussuria sono due demoni inseparabili. — La moltitudine delle vivande, e delle bottiglie attira quella degli spiriti immondi, di cui il peggiore è il demonio del ventre. — La sanità fisica e morale de’ popoli, è da dedurre dal numero dei cuochi ». Intendi gli oracoli della saggezza divina, ed umana? È la voce de’ secoli confermata dalla esperienza. Qual è il mezzo che ha l’uomo per conservare la sua libertà contro di un nemico, altrettanto più pericoloso, che seducendo incatena ed uccide? Il passato, ed il presente non ne conoscono che un solo; il soccorso di Dio: l’avvenire non potrà conoscerne altri da questo. Il soccorso divino si ottiene da Dio con la preghiera, ed una prece particolare è stata stabilita presso tutti i popoli per fortificarsi contro le tentazioni della mensa. Ora se quelli che la fanno, non restano sempre vittoriosi (S. August. Confess. lib. X, c. 31), come sarà possibile, che quelli che non l’hanno in uso, che la disprezzano e la beffano, possano persuadersi che eglino restino vittoriosi sul campo di battaglia. Per crederlo, è mestieri avere ben altre prove dalle loro asserzioni, bisognano de’ fatti, e questi sono i loro costumi. Ch’eglino mostrino i misteri de’ loro pensieri, de’ loro desiderii, degli sguardi, de’ secreti discorsi, della loro condotta. Ma una tal mostra non è necessaria; noi l’abbiamo di continuo nella sposizione, che di sè fa lo scandalo della pubblica immoralità. – Il demonio. — Qui si mostra pienamente la stupida ignoranza del mondo attuale. — Per fermo che il sacro dovere della riconoscenza, come la imperiosa necessità di difendersi contro la gola e la voluttà, giustificano pienamente l’uso della benedizione della tavola; ma, io oso affermare ch’esso poggia su di una ragione più forte, e profonda. — Noi lo abbiamo detto: v’ha un dogma, mai dimenticato dal genere umano, che insegna esser tutte le creature sotto l’azione del principe del male, da poi che questo trionfò del padre della specie umana: tutti i popoli hanno creduto, come alla esistenza di Dio, che le creature, penetrate dalle maligne influenze del demonio, sono gli strumenti del suo odio contro l’uomo. Da siffatta credenza traggono origine le infinite purificazioni in uso presso tutte le religioni, in tutti i climi, lungo tutto il corso de’ secoli; ma v’ha una circostanza, in cui l’uso delle purificazioni si mostra invariabile, ed è quella del desinare.  L’universalità, l’inflessibilità di questo uso nel prendere il cibo, è fondato su due fatti. — Il primo, che il demone della tavola è il più pericoloso (Clem. Alex, Pedag. lib. II, c. 1); il secondo, che l’unione operata per l’azione del mangiare tra l’uomo ed il cibo è di tutte le unioni la più intima, questa arriva fino all’assimilazione. — L’uomo può dire del cibo digerito: È l’osso delle mie ossa, la carne della mia carne, il sangue del mio sangue. — Ecco perchè, essendo le creature sì viziate, Iddio non ha fatto mai perdere di vista all’uomo il pericolo di tale azione. Che siffatto timore, sia la profonda ragione del segno della croce e delle preghiere su degli alimenti, è reso manifesto dalle formole istesse delle benedizioni e dell’azione di grazie. Cristiani e pagani, tutti, senza alcuna eccezione, dimandano, che, le tristi influenze a che le creature sono sottomesse, siano allontanate. Ecco qualche argomento, che calza meglio a’ tuoi compagni, e per essi più convincente di tutte le autorità della Chiesa. —Porfirio — il primo fra tutti i teologi del paganesimo, e l’interpetre il più dotto dei misteri, e dei riti pagani, scriveva in siffatti termini: « È da sapere che tutte le abitazioni son piene di demoni; il perchè si purificano scacciandone questi ospiti malefici col pregare gli dei. Ancor più: di essi tutte le creature sono piene, ed alcune specie di cibi particolarmente; di modo, che quando noi sediamo a mensa, non solo essi prendono posto d’allato a noi, ma si attaccano al nostro corpo. Ecco la ragione dell’uso delle purificazioni, il cui scopo principale, non è solo invocare gli dei, ma altresì scacciare i demoni. Questi si dilettano di sangue e d’impurità, ed a soddisfare tale piacere s’introducono ne’ corpi di coloro che ad essi sono soggetti. Non v’ha movimento di voluttà violento, e desiderio veementemente disordinato, che non sia eccitato della presenza di questi ospiti » (Porphyr., apud Euseb. Præp. Erang. lib. IV. c. 22). Non ti parrebbe ciò scritto da san Paolo? tanto è precisa questa rivelazione del mondo soprannaturale. – Oltre queste influenze occulte e permanenti di satana su gli alimenti, Iddio di tanto in tanto, permette de’ fatti straordinari, che rivelano la presenza del nemico, e la necessità di allontanarlo dagli alimenti, innanzi di essi si taccia uso. Leggesi in S. Gregorio il Grande: « Nel monastero dell’abate Equizio accadde che una religiosa entrando nel giardino, vide una pianta di lattuga che le solleticava l’appetito. La prese, e dimenticando di fare il segno della croce, la mangiò avidamente. All’istante medesimo fu posseduta dal demonio, cadde rovescione per terra dimenandosi per fortissime convulsioni. Tosto accorre il santo abate e prega Dio che si degnasse confortare la povera religiosa. Il demonio tormentato ancora esso per le preghiere, gridò: Che mai ho fatto? Che ho fatto io? Io era su quella lattuga; la’ religiosa non me ne ha scacciato! In nome di Gesù Cristo l’abate gli ordinò di uscire dal corpo della serva del Signore, e di non più tormentarla. Il demonio ubbidì, e la religiosa immantinente fu guarita » (S. Gregor. Dialog, lib. I, dial. IV). – I fatti parlano come le autorità, la teologia pagana come la cristiana, l’oriente come l’occidente, l’antichità come i tempi moderni, Porfirio come san Gregorio. Quali autorità possono a queste opporre i tuoi compagni? Dire che il genere umano è un gonzo, e che l’uso universale di benedire gli alimenti sia una superstizione fuori moda, è fucile cosa: ma io non so appagarmi di sole parole; però di a’ tuoi compagni, che se per legittimare l’uso di non benedire la mensa, possono apportare una ragione, che valga un soldo di Monoco, prometto loro, a seconda del gusto di ciascuno, o un merlo bianco, o un busto al Panteon. – Aspettando, resta stabilito, che pregare avanti il pranzo è una legge della umanità; e che era riserbato all’epoca nostra produrre degli spiritisì forti che vanno superbi di assomigliarsi due volte al giorno a’ cani, a’ gatti, al coccodrillo. Io ti lascio, annunziandoti per domani un nuovo punto di vista.

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: SS. PIO XII – “LÆTAMUR ADMODUM”


Il Pontefice S.S. Pio XII, con questa nuova breve Enciclica, promuove ancora una crociata di preghiere per arginare il dilagare della violenza presso il popolo ungherese e polacco minacciati dalla follia satanica dei comunisti invasori, il cui obiettivo principale era quello di abbattere, se possibile, l’impalcatura della Chiesa Cattolica e del Cristianesimo tutto nell’Europa dell’est. Queste preghiere effettivamente ottennero, anche se tra lacrime e sangue, il risultato di veder decadere il drago rosso sovietico dopo alcuni anni, riportando una pace traballante in questi popoli angariati da regimi totalitari. Ma il dragone rosso ha avuto solo un rallentamento nella sua corsa espansionistica, trasformandosi in un mondialismo fondato sul terrore e sul dominio oppressivo dell’intero pianeta sotto le mentite spoglie del filantropismo di miliardari corrotti e votati a Lucifero. È quello che vediamo anche in questi giorni e vedremo nei prossimi anni nei quali si preannunziano, più o meno provocate a bella posta, da menti deliranti, crisi di ogni tipo: sanitarie, economiche, energetiche, produttive, socio-culturali, ecologiche, etc. Mentre però all’epoca dei fatti di Ungheria c’era la Chiesa Cattolica ed il Santo Padre che si ergeva a baluardo in difesa dei popoli del mondo, oggi la totale apostasia dal Cristianesimo e l’indifferenza dei popoli neopaganizzati, l’ipocrisia infernale di chierici veri o falsi che siano, l’insediamento ai vertici della chiesa modernista – impostura blasfema della Chiesa Cattolica – di una serie di antipapi di discendenza kazara (il popolo dell’Aquilone di Magog, figlio di Iaphet), prepara il posto che a breve occuperà l’anticristo, l’uomo del peccato, il cui intento è quello di trascinare quante più anime all’inferno e strapparle al Cristo redentore. Leggiamo allora, a conforto del pusillus grex cattolico, questa breve lettera facendo nostri i salutari consigli e la dottrina del Vicario di Cristo.

LETTERA ENCICLICA

LÆTAMUR ADMODUM


DEL SOMMO PONTEFICE
PIO XII
AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI,
PRIMATI,
ARCIVESCOVI,
VESCOVI E AGLI ALTRI ORDINARI LOCALI
CHE HANNO PACE
E COMUNIONE CON LA SEDE APOSTOLICA:
PREGHIERE PER LA PACE 
FRA I POPOLI

È per Noi motivo di grande letizia il sapere che non solo l’episcopato del mondo cattolico, ma anche gli altri ecclesiastici e i fedeli con spontaneo slancio hanno corrisposto al Nostro invito, rivolto loro con recente lettera enciclica, innalzando al Cielo pubbliche suppliche per renderlo propizio. Vogliamo, pertanto, con effusione e dall’intimo del cuore ringraziare Dio perché, mosso da tante preghiere, specialmente da quelle dei fanciulli e delle fanciulle innocenti, sembra finalmente spuntare per i popoli della Polonia e dell’Ungheria una nuova aurora di pace fondata sulla giustizia. Né con minore gioia abbiamo appreso che i diletti figli Nostri, i signori cardinali Stefano Wyszyński arcivescovo di Gniezno e Varsavia, e Giuseppe Mindszenty, arcivescovo di Esztergom, allontanati dalle loro rispettive sedi, sono stati rimessi nei loro posti di onore e di responsabilità, e trionfalmente accolti da una moltitudine di popolo festante, dopo essere stati riconosciuti innocenti e ingiustamente accusati. Nutriamo quindi speranza che ciò sia un buon auspicio per il riordinamento e la pacificazione di ambedue gli stati, in base a principi più sani e a una legislazione migliore, ma specialmente in base al rispetto dei diritti di Dio e della chiesa. Perciò Ci rivolgiamo di nuovo a tutti i cattolici di quelle nazioni perché, unendo concordemente le loro forze e stringendo le file intorno ai loro legittimi pastori, vogliano con ogni diligenza adoperarsi che questa santa causa abbia a progredire e a consolidarsi; ché se tale causa venisse messa in disparte o trascurata, non si potrebbe ottenere una vera pace. – Ma, mentre il Nostro animo è ancora in trepidazione, un’altra situazione paurosa Ci si presenta innanzi. Come voi sapete, venerabili fratelli, la fiaccola di una nuova azione bellica si è accesa minacciosa nel Medio Oriente, non lontano dalla Terra Santa, dove gli angeli, discesi dal Cielo e volando sopra la culla del divino Infante, annunziarono la pace agli uomini di buona volontà (cf. Lc II, 14). Che altro potremmo fare Noi, che con paterno amore abbracciamo i popoli tutti, se non innalzare suppliche al Padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione (cf. 2 Cor 1,3), ed esortare voi tutti a unire le vostre preghiere alle Nostre? Infatti, « le armi della nostra milizia non sono carnali, ma potenti in Dio» (2 Cor X, 4). La Nostra speranza poggia unicamente su Colui il quale con la sua luce celeste può illuminare la mente degli uomini e piegare la loro esasperata volontà a consigli più moderati, in maniera che tra le nazioni si possa stabilire il retto ordine, con maggiori vantaggi reciproci, salvi sempre i legittimi diritti di tutti coloro, che sono in causa. Tengano presente tutti, specialmente coloro nelle cui mani è posta la sorte dei popoli, che dalla guerra nessun bene durevole giammai potrà nascere, ma bensì un ingente numero di sventure e di calamità. Non con le armi, non con la strage, non con le rovine si risolvono le questioni tra gli uomini; ma con la ragione, il diritto, la prudenza, l’equità. – Quando uomini avveduti, spinti dal desiderio di una vera pace, si riuniscono per trattare di così gravi problemi, dovranno senza dubbio sentirsi portati a scegliere la via della giustizia e non ad avventurarsi sulla china scoscesa della violenza, qualora considerino i grandi pericoli di una guerra, la quale, divampando da piccola scintilla, può diventare un enorme incendio. – Su ciò vogliamo richiamare, in questo pericoloso frangente, l’attenzione dei governanti, né possiamo dubitare che essi saranno convinti che altro interesse non Ci spinge se non quello del bene comune di tutti e di quella comune prosperità che mai potrà sbocciare dallo spargimento del sangue dei fratelli. – E poiché, come abbiamo detto, poniamo la Nostra speranza particolarmente nella provvidenza e misericordia di Dio, vi esortiamo insistentemente, venerabili fratelli, a non desistere dall’incoraggiare e promuovere quella crociata di preghiere, per la quale, con l’intercessione di Maria vergine, il Signore benignamente voglia concedere che i pericoli delle guerre scompaiano, che gli interessi contrastanti delle nazioni trovino una felice soluzione, che dappertutto siano interamente salvaguardati, a profitto di tutti, i sacrosanti diritti della Chiesa, sanciti dal suo divino Fondatore, e che «la grande famiglia umana, disgregata dal peccato, si sottometta al suo dolcissimo imperio». – Intanto a Voi tutti, venerabili fratelli, e ai greggi alle vostre cure affidati, i quali certamente, come voi, saranno sensibili a queste Nostre rinnovate esortazioni, impartiamo di tutto cuore l’apostolica benedizione, apportatrice delle celesti grazie e testimonianza della nostra paterna benevolenza.

Roma, presso S. Pietro, 1° novembre, festa di tutti i Santi, l’anno 1956, XVIII del Nostro pontificato.