UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI-APOSTATI DI TORNO: S.S. BENEDETTO XV – “SACRA PROPEDIEM”

Breve ma densa di contenuti cattolici, questa bella lettera Enciclica del Santo Padre Benedettpo XV,  racchiude gli insegnamenti di s. Francesco nella costituzione del terzo ordine francescano, del quale si festeggiava il centenario. Accenniamo brevemente a qualche passaggio oggi più che mai utile per affrontare questi tempi di apostasia religiosa e di paganesimo sociale in cui il Cristianesimo autentico è comatoso e come quasi in agonia:  « … a ciò si aggiunga quell’interno travaglio che agita le nazioni — dovuto al lungo oblìo e al disprezzo dei princìpi cristiani — per cui le varie classi sociali si contendono il possesso dei beni terreni con tanto accanimento da far temere una universale catastrofe … » – « … quell’accordo fra gli Stati e le varie classi civili che può essere escogitato dagli uomini, non può infatti durare né avere forza di vera pace se non ha la sua base nella tranquillità degli animi; la quale esiste a sua volta solo a patto che siano tenute a freno le passioni, fomentatrici di ogni genere di discordie. « E donde le guerre e le liti tra voi, si domanda l’Apostolo Giacomo, se non di qui? dalle vostre concupiscenze le quali militano nelle vostre membra? … ». Espressioni chiare e forti di grande attualità nel mondo presente che ha completamente smarrito ogni lume cristiano, in ciò precipitato dall’opera di una sinagoga demoniaca che si spaccia per Chiesa cattolica e che, diretta dai vicari dell’anticristo dal 26 ottobre del 1958, sta trascinando popoli e continenti all’estrema rovina materiale e quel che è peggio, alla dannazione eterna di Nazioni anche un tempo cristiane. Adottiamo lo stile di vita francescano dei terziari che ci viene additato dal Sommo Pontefice, resistendo ai falsi lumi di filosofie e dottrine atee di matrice gnostico-massonica, nonché ai falsi profeti in veste di santità che giustificano tutte le aberrazioni morali e dell’abominevole costume sociale con l’allegra misericordia a buon mercato che non richiede pentimento né emendazione, né penitenza, portando così verso l’eterno stagno di fuoco. Resistiamo nella certezza assoluta che … le porte del male non prevarranno sulla santa Chiesa, e che il soffio della bocca del Signore Nostro Gesù Cristo distruggerà in un attimo l’anticristo ed i suoi adepti e metterà i propri nemici a sgabello dei suoi piedi.

LETTERA ENCICLICA
SACRA PROPEDIEM
DEL SOMMO PONTEFICE
BENEDETTO XV
 AI PATRIARCHI, PRIMATI,
ARCIVESCOVI, VESCOVI
ED AGLI ALTRI ORDINARI LOCALI
CHE HANNO PACE E COMUNIONE
CON LA SEDE APOSTOLICA,
IN OCCASIONE DEL SETTIMO CENTENARIO
DELLA FONDAZIONE DEL TERZ’ORDINE FRANCESCANO

Venerabili Fratelli,
salute e Apostolica Benedizione.

Noi riteniamo assai opportuna la prossima celebrazione del settimo centenario del Terzo Ordine della Penitenza. A raccomandarla a tutto il mondo cattolico con la Nostra autorità apostolica, Ci induce innanzi tutto la certezza che essa riuscirà di grande vantaggio al popolo cristiano, ma c’è anche qualcosa che Ci riguarda personalmente. Infatti nell’anno 1882, quando fra il plauso commosso dei buoni fu celebrato solennemente il centenario della nascita del Santo di Assisi, Ci ricordammo con soddisfazione che anche Noi volemmo essere iscritti fra i discepoli del grande Patriarca, e nella insigne basilica di Santa Maria di Ara Cœli, officiata dai Frati Minori, vestimmo regolarmente l’abito dei Terziari Francescani. Pertanto, ora che per volontà divina siamo stati assunti alla cattedra del Principe degli Apostoli, ben volentieri, anche per la Nostra devozione verso San Francesco, cogliamo l’occasione che Ci viene offerta per esortare i fedeli della Chiesa di tutto il mondo ad iscriversi espressamente — o, se già iscritti, ad operare con impegno — a questa istituzione del santissimo uomo, la quale ancor oggi risponde meravigliosamente ai bisogni della società. – Innanzi tutto conviene che ognuno abbia un’idea esatta della figura di San Francesco, in quanto taluni, secondo l’invenzione dei modernisti, presentano l’uomo di Assisi poco obbediente a questa Cattedra apostolica, come il campione di una vaga e vana religiosità, tanto che egli non può essere correttamente chiamato né Francesco d’Assisi né santo. – In verità, le rilevantissime e imperiture benemerenze di Francesco verso il Cristianesimo — per le quali egli a ragione fu definito quale sostegno fornito da Dio alla Chiesa in un’età delle più burrascose — trovarono il loro coronamento nel Terz’Ordine, il quale, meglio di qualunque sua altra impresa, mette in luce la grandezza e l’intensità del suo ardore nel propagare ovunque la gloria di Gesù Cristo. Egli infatti, considerando i mali da cui era allora travagliata la Chiesa, fu preso da un desiderio immenso di innovare tutto secondo i princìpi cristiani; e a tale scopo fondò una duplice Famiglia religiosa, una di frati e l’altra di suore, che, professando i voti solenni, dovevano seguire l’umiltà della Croce; ma non potendo accogliere nei chiostri tutti coloro che a lui da ogni parte affluivano per mettersi sotto la sua disciplina, pensò di fornire anche a coloro che vivevano nel turbinio del mondo un modo di raggiungere la perfezione cristiana. Pertanto, istituì un vero Ordine, quello dei Terziari, non vincolato da voti religiosi come i due precedenti, ma similmente conformati a semplicità di costumi ed a spirito di penitenza. Così egli per primo concepì e felicemente attuò, col divino aiuto, ciò che nessun fondatore di famiglie regolari aveva in precedenza escogitato: cioè di rendere comune a tutti il tenore della vita religiosa. – Di lui va ricordato quanto egregiamente dice Tommaso da Celano: « Artefice veramente esimio, sotto la cui formazione religiosa, con lode degna di essere esaltata, si rinnova nell’uno e nell’altro sesso la Chiesa di Cristo, e trionfa una triplice schiera di gente che vuole salvarsi ». Dalla testimonianza di un uomo così autorevole e contemporaneo del Santo, si comprende con facilità quanto profondamente Francesco, con questa Istituzione, abbia scosso le moltitudini, e quale salutare rinnovamento abbia tra esse operato. Pertanto, come non si può dubitare che Francesco sia stato il vero fondatore del Terz’Ordine, allo stesso modo che lo era stato del primo e del secondo, così senza dubbio egli ne fu il sapientissimo legislatore. In ciò grandemente lo aiutò, come è noto, il Cardinale Ugolino, quello stesso che poi, col nome di Gregorio IX, illustrò questa Apostolica Sede, e che dopo la morte del Patriarca d’Assisi, del quale, finché visse, fu grande amico, innalzò sul sepolcro di lui un tempio di tanta bellezza e magnificenza. Nessuno ignora che successivamente la Regola dei Terziari è stata solennemente sancita ed approvata dal Nostro Antecessore Nicolò IV. – Ma non è il caso di dilungarsi su tali cose, Venerabili Fratelli, poiché il Nostro principale proposito è di dimostrare il carattere e l’intimo spirito di questo Istituto, dal quale, come ai tempi di Francesco, così in questa età, tanto contraria alla virtù ed alla fede, la Chiesa si ripromette grandi vantaggi per il popolo cristiano. Quel profondo conoscitore dei nostri tempi, che fu il Nostro Predecessore di felice memoria, Leone XIII, per rendere la disciplina dei Terziari più accessibile ad ogni grado di persone, molto saggiamente con la Costituzione « Misericors Dei Filius » dell’anno 1883, mitigò la loro regola, « secondo le presenti circostanze della società », variando alcune cose di minore importanza, che non parevano consentanee con i nostri costumi. « Con questo però, egli dice, non bisogna credere che sia stato tolto all’Ordine alcunché di essenziale, volendo Noi che la sua natura si conservi integra ed immutata ». Perciò ogni cambiamento fu soltanto estrinseco, e non toccò per nulla la sostanza di essa, la quale continua ad essere tale quale la volle lo stesso Santo fondatore. È Nostra convinzione che lo spirito del Terz’Ordine, tutto pervaso di sapienza evangelica, molto contribuirà al miglioramento dei costumi privati e pubblici, purché rifiorisca nuovamente, come quando Francesco, con la parola e con l’esempio, predicava per ogni dove il regno di Dio. – Infatti, egli volle innanzi tutto che nei suoi Terziari rifulga in modo speciale la carità fraterna, autrice di concordia e di pace. Ben comprendendo che questo è il principale precetto di Gesù Cristo, quale sintesi di tutta la legge cristiana, rivolse ogni sua cura ad informarne gli animi dei suoi seguaci: e con ciò stesso egli ottenne che il Terz’Ordine riuscisse utile di per sé all’umana società. – Francesco era talmente infiammato di ardore serafico per Dio e per gli uomini, da non riuscire a contenerlo nel suo cuore, ma avvertiva la necessità di portarlo all’esterno, a favore di quanti più potesse. Pertanto, avendo cominciato a riformare la vita privata e domestica dei suoi fratelli, indirizzandoli all’acquisto della virtù, quasi non mirasse ad altro, pensò di non doversi fermare qui, ma di servirsi di questa riforma individuale come di uno strumento per recare in seno alla società un soffio di vita cristiana, e così guadagnare tutti a Gesù Cristo. Conseguentemente, il pensiero che animò Francesco a fare dei Terziari altrettanti araldi e apostoli di pace in mezzo alle aspre contese e ai civili rivolgimenti del suo tempo, fu pure il pensiero Nostro quando pressoché tutto il mondo ardeva dell’orribile guerra, e tale è tuttora, mentre non è spento del tutto il vasto incendio, che fumiga ancora qua e là e in qualche punto manda guizzi di fiamme. A ciò si aggiunga quell’interno travaglio che agita le nazioni — dovuto al lungo oblìo e al disprezzo dei princìpi cristiani — per cui le varie classi sociali si contendono il possesso dei beni terreni con tanto accanimento da far temere una universale catastrofe. – Perciò in questo campo così immenso in cui Noi, come rappresentanti del Re Pacifico, abbiamo prodigato le Nostre più affettuose premure, aspettiamo da tutti i figli della pace cristiana il concorso della loro solerzia, ma specialmente dai Terziari, i quali mirabilmente gioveranno a questa riconciliazione degli animi, se oltre a crescere ovunque di numero intensificheranno il loro zelo operoso. È da augurarsi pertanto che non vi sia città, paese, villaggio in cui non si riscontri buon numero di confratelli, che non siano però inerti o che si appaghino soltanto del nome di Terziari, ma attivi e solleciti della salvezza propria e dell’altrui. E perché poi le varie Associazioni cattoliche di giovani, di operai, di donne, che fioriscono quasi per ogni dove non potrebbero ascriversi al Terz’Ordine della Penitenza, per continuare a lavorare alla gloria di Gesù Cristo e a vantaggio della Chiesa con quello spirito di carità e di pace da cui era animato Francesco? – Infatti, la pace che è tanto invocata dai popoli non è quella faticosamente elaborata con le arti della politica, ma quella che ci fu recata da Cristo, il quale disse: «Vi dò la mia pace: non come la dà il mondo, io la dò a voi ». Quell’accordo fra gli Stati e le varie classi civili che può essere escogitato dagli uomini, non può infatti durare né avere forza di vera pace se non ha la sua base nella tranquillità degli animi; la quale esiste a sua volta solo a patto che siano tenute a freno le passioni, fomentatrici di ogni genere di discordie. « E donde le guerre e le liti tra voi, si domanda l’Apostolo Giacomo, se non di qui? dalle vostre concupiscenze le quali militano nelle vostre membra? ». – Orbene, ordinare l’uomo internamente, in modo che egli non sia schiavo ma padrone delle proprie passioni, obbediente a sua volta e soggetto alla volontà divina, nel quale ordinamento si fonda la pace comune, questo è effetto della sola virtù di Cristo, che si dimostra mirabilmente efficace nella famiglia dei Terziari Francescani. Dal momento, infatti, che quest’Ordine si propone, come dicemmo, di guidare alla perfezione cristiana i suoi membri, quantunque impegnati nelle cure del secolo — perché nessuno stato di vita è incompatibile con la santità — quando siano molti a vivere in conformità di questa regola, ne consegue che essi siano d’incitamento a tutti gli altri fra i quali vivono, non solo a compiere interamente il loro dovere, ma anche a tendere ad una perfezione maggiore di quella prescritta dalla legge ordinaria. Perciò quella lode che fu data dal Signore ai suoi discepoli che gli erano più devoti, quando disse: « Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo », giustamente la stessa lode va attribuita a quei figli di Francesco che, osservando con vero spirito i consigli evangelici, per quanto loro è dato nel secolo, possono dire di sé con l’Apostolo: «Noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio ». Perciò, tenendosi lontani il più possibile dallo spirito del mondo, cercheranno di far penetrare nella vita comune, ad ogni occasione, lo spirito di Gesù Cristo. Per la verità, due sono oggi le passioni predominanti in questa incredibile perversità di costumi, l’amore sconfinato delle ricchezze e un’insaziabile sete di piaceri. Da qui la vergogna e il disonore del nostro secolo, il quale, mentre fa continui progressi in ciò che appartiene ai comodi ed ai conforti della vita, per quanto riguarda il dovere di vivere onestamente — il che ben più importa — pare che voglia ritornare a gran passi verso la corruzione del paganesimo. In realtà, quanto più gli uomini perdono di vista i beni eterni che sono loro preparati nei cieli, tanto più sono attratti verso i caduchi; e una volta che si siano vilmente incurvati verso la terra, facilmente si intorpidisce in essi ogni virtù: così che nauseati di tutto ciò che sa di spirituale, non agognano che l’ebbrezza dei volgari piaceri. Perciò, Noi vediamo in generale che mentre da un lato non si ha alcun ritegno ad accumulare ricchezze, manca dall’altro la rassegnazione d’un tempo nel sopportare quei disagi che sogliono accompagnare la povertà e la miseria; e mentre fra i proletari ed i ricchi già esiste quella lotta accanita che abbiamo detto, ad acuire l’avversione dei non abbienti s’aggiunge il lusso smodato di molti, congiunto a impudente dissolutezza. Al qual proposito non possiamo deplorare abbastanza la cecità di tante donne di ogni età e condizione, le quali, infatuate dall’ambizione di piacere non vedono quanto sia stolta certa foggia di vestire, con cui non solo suscitano la disapprovazione degli onesti, ma, ciò che è più grave, recano offesa a Dio. E in tale abbigliamento — che esse stesse in passato avrebbero respinto con orrore come troppo disdicevole alla modestia cristiana — non si limitano a presentarsi soltanto in pubblico, ma neppure si vergognano di entrare così indecentemente nelle chiese, di assistere alle sacre funzioni e di recare persino alla stessa mensa Eucaristica (nella quale si va a ricevere il divino Autore della purezza) i lenocini delle turpi passioni. Tralasciamo poi di parlare di quei balli esotici e barbari, uno peggiore dell’altro, venuti ora di moda nel gran mondo elegante; non si potrebbe trovare un mezzo più adatto per togliere ogni resto di pudore. – Se i Terziari porranno bene attenzione a quanto abbiamo detto, facilmente comprenderanno ciò che da essi, in quanto seguaci di Francesco, richiede l’ora che volge. È necessario cioè che essi si specchino nella vita del loro Padre; considerino quale perfetto imitatore egli fu di Gesù Cristo, specialmente con la rinuncia agli agi della vita e con la pazienza nei dolori, fino a meritarsi il titolo di poverello e a ricevere nel suo corpo le stimmate del Crocifisso; e per non mostrarsi figlioli degeneri, abbraccino almeno in spirito la povertà e portino con abnegazione, ciascuno, la propria croce. Per ciò poi che riguarda in modo speciale le Terziarie, sia nel vestire come in tutto il loro contegno esteriore, siano esempio di santa pudicizia alle giovani e alle madri; e non credano di poter meglio meritare della Chiesa e della società che cooperando all’emendamento dei corrotti costumi. – E i membri di quest’Ordine, che per soccorrere gli indigenti hanno dato vita a molteplici opere di beneficenza, non vorranno certamente mancare di amorevole aiuto ai loro fratelli in bisogni ben più gravi dei materiali. E qui Ci viene in mente quel detto dell’Apostolo Pietro che, volendo esortare i primi Cristiani ad offrire ai Gentili l’esempio di una vita veramente santa, diceva: «Vedendo le vostre buone opere giungano a glorificare Dio nel giorno del giudizio ». Similmente i Terziari Francescani devono diffondere il buon odore di Cristo con l’integrità della fede, con l’innocenza della vita e con l’operosità dello zelo, che siano esortazione ed invito per i traviati fratelli a ritornare sul retto sentiero; questo da loro esige, questo si attende la Chiesa. – Noi pertanto nutriamo fiducia che i prossimi festeggiamenti centenari segneranno un felice risveglio del Terz’Ordine; e non dubitiamo che voi, Venerabili Fratelli, insieme con gli altri pastori di anime, avrete ogni cura perché i sodalizi dei Terziari rinvigoriscano ove sono languenti, si moltiplichino ovunque per quanto è possibile, e tutti abbiano a fiorire nell’osservanza della disciplina non meno che nel numero di iscritti. Infatti, si tratta di questo: di preparare con schiere numerose di credenti, attraverso l’imitazione di Francesco, la via e il ritorno a Cristo, nel qual ritorno è riposta ogni speranza di comune salvezza. Quello infatti che di sé dice Paolo: « Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo », può con tutta ragione ripetere di sé Francesco, il quale, imitando Gesù Cristo, diventò di lui fedelissima copia e immagine. – Per rendere più fruttuose le celebrazioni centenarie, su richiesta dei Ministri Generali delle tre Famiglie francescane, Noi concediamo, dal tesoro della Santa Chiesa, quanto segue:

1. Che in tutte le chiese, dove esiste il Sodalizio del Terz’Ordine, canonicamente eretto, celebrandovi entro un anno, a cominciare dal 16 aprile prossimo, un sacro triduo per solennizzare questo Centenario, i Terziari possano acquistare l’indulgenza plenaria, alle solite condizioni, in ciascuno dei tre giorni, e gli altri una volta soltanto; coloro poi che, pentiti dei propri peccati, visiteranno nelle suddette chiese il Santissimo Sacramento, lucreranno l’indulgenza di 7 anni ogni volta;

2. Che nei detti giorni tutti gli altari di tali chiese siano « privilegiati »; e che in quel triduo ogni sacerdote possa celebrare la Messa di San Francesco, come « votiva pro re gravi et publica simul causa », osservando le rubriche generali del Messale Romano, come vengono proposte nell’ultima edizione vaticana;

3. Che tutti i Sacerdoti addetti a dette chiese possano, in quei giorni, benedire Rosari, medaglie e simili oggetti sacri, applicando ad essi le indulgenze apostoliche, come pure benedire i Rosari dei Crocigeri e di Santa Brigida. – Quale auspicio dei celesti favori e a testimonianza della Nostra benevolenza, impartiamo affettuosamente a voi, Venerabili Fratelli, e a tutti i membri del Terz’Ordine l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno dell’Epifania del Signore 1921, nell’anno settimo del Nostro Pontificato.

 BENEDICTUS PP. XV 

DOMENICA XVII DOPO PENTECOSTE (2022)

DOMENICA XVII DOPO PENTECOSTE

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio. – Paramenti verdi.

La storia di Tobia che si legge nell’Officio divino a questa epoca, coincide spesso con questa Domenica. Sarà dunque cosa utile, continuare a studiare la Messa in relazione col biblico racconto. Tobia sarebbe vissuto, sembra, sotto il regno di Salmanasar, verso la fine del secolo VIII prima di Cristo, al tempo della deportazione degli Israeliti in Assiria. Come Giobbe, questo santo personaggio, diede prova di costanza e di fedeltà a Dio in mezzo a tutte le sue afflizioni. « Non abbandonò mai la via della verità, distribuendo ogni giorno quanto poteva avere ai fratelli e a quelli della sua nazione, che con lui erano in prigionia e, quantunque egli fosse il più giovane nella tribù di Nephtali, nulla di puerile riscontravasi nei suoi atti ». Il Salmo dell’Introito può essergli applicato, poiché parla di un adolescente che fin dai suoi più teneri anni ha camminato nella legge del Signore. Fino dagli anni della sua fanciullezza, dice la Sacra Scrittura, « Tobia osservava ogni cosa conformemente alla legge di Dio. Sposata una donna della sua tribù, per nome Anna, ne ebbe un figlio cui diede il proprio nome e al quale insegnò fin dall’infanzia a temere Iddio e ad astenersi da ogni peccato. Condotto prigioniero a Ninive, Tobia di tutto cuore si ricordò di Dio, visitando gli altri prigionieri e dando loro buoni consigli, consolandoli e distribuendo a tutti del proprio avere, secondo quello che poteva. Nutriva chi aveva fame, vestiva quelli che erano nudi, e seppelliva con cura quelli che erano morti o che erano stati uccisi ». Dio permise che venisse cieco, affinché la sua pazienza servisse di esempio alla posterità come quella del sant’uomo Giobbe. « Avendo sempre temuto il Signore fin dalla sua infanzia ed avendo osservato i suoi comandamenti, non si rattristò contro Dio per essere stato colpito da questa cecità, ma rimase fermo nel timore di Dio, rendendogli grazie tutti i giorni della sua vita ». « Noi siamo figli dei santi, soleva dire, e attendiamo quella vita che Dio deve dare a coloro che non hanno mai cambiato la loro fede verso di Lui ». E poiché sua moglie insultava alla sua disgrazia, Tobia proruppe in gemiti e cominciò a pregare con lagrime (Allel. ), dicendo parole che sono identiche a quelle dell’Introito: «Tu sei giusto, Signore, tutti i giudizi tuoi sono equi e tutti i tuoi disegni sono misericordiosi. Ed ora, o Signore, trattami secondo la tua volontà ». E, parlando a suo figlio Tobia, disse: « Figlio mio, abbi sempre in mente Dio tutti i giorni della tua vita, e guardati bene dall’acconsentire ad alcun peccato. Fa elemosina dei tuoi beni e non distogliere il tuo volto dal povero. Sii caritatevole in quel grado che puoi e quello che ti dispiacerebbe fosse fatto a te, guardati bene dal farlo ad altri ». Questo precetto dell’amore di Dio e del prossimo e la sua attuazione sono inculcati dall’Epistola e dal Vangelo: « Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, tutta l’anima tua e tutto il tuo spirito, e il prossimo tuo come te stesso » (Vang.). « Camminate in umiltà, dolcezza e pazienza, sopportandovi a vicenda con carità, sforzandovi di mantenere l’unità di spirito nei vincoli della pace » (Ep.). Tobia mandò suo figlio presso Gabelo a Rages, sotto la guida dell’Arcangelo Raffaele. Per via, l’Angelo disse a Tobiolo di prendere un pesce che lo aveva voluto divorare e di serbarne il fegato per scacciare ogni specie di demoni e gli indicò inoltre il mezzo per prendere in moglie Sara, senza che il demonio, che aveva già uccisi i suoi primi sette mariti, potesse fargli del male. « Il demonio, spiegò l’Arcangelo, ha potere su coloro che nel contrar matrimonio bandiscono Dio dal loro cuore e ad altro non pensano se non a soddisfare la loro passione ». L’Orazione prega Iddio di dare al suo popolo la grazia di evitare i contatti diabolici, « affinché possa con puro cuore essere unito a te solo che sei il suo Dio ». « Come figli di Dio, noi non possiamo, dissero Tobia e Sara, sposarci come pagani, che non conoscono Dio », e « pregarono insieme istantemente il Signore che ha fatto il cielo e la terra, il mare, le sorgenti ed i fiumi con tutte le creature che contengono ». E Dio « benedisse il loro matrimonio, come aveva benedetto quello dei patriarchi, affinché essi avessero dei figli della stirpe di Abramo » (Graduale). Tobia ritornò con Sara e guarì suo padre dalla cecità e questi allora intonò un cantico di ringraziamento, una specie di Benedictus o di Magnificat, nel quale scoprì le grandiose aspettative messianiche: « Gerusalemme tu castigata per le sue opere malvagie, ma essa brillerà di fulgida luce e si rallegrerà nei secoli dei secoli. Dai lontani paesi verranno verso lei le nazioni, portandole delle offerte e adoreranno in essa il Signore. Maledetti saranno coloro che la disprezzeranno e quelli che la bestemmieranno saranno condannati. Beati, continua egli, coloro che ti amano! lo sarò felice se qualcuno della mia stirpe sopravvivrà per vedere lo splendore di Gerusalemme. Le sue porte saranno di zaffiri e di smeraldi e tutta la cinta delle sue mura sarà di pietre preziose. Tutte le pubbliche piazze saranno lastricate di pietre bianche e pure e nelle strade si canterà: Alleluia. La rovina di Ninive è vicina, poiché la parola di Dio non resta senza effetto ». È questo il « cantico nuovo che troviamo nel Salmo del Graduale « Dio è fedele alla sua parola; Egli dissipa i progetti delle nazioni e rovescia i consigli dei principi. Beato il popolo che Egli ha scelto per suo retaggio. Palesa, o Signore, la tua misericordia su di noi, secondo la speranza che abbiamo posta in te ». E il Salmo del Communio aggiunge: « Dio ha infranto tutte le forze nemiche, i re superbi sono stati abbattuti e i loro eserciti distrutti. Offrite dunque sacrifizi di ringraziamento a questo Dio terribile », poiché, continua l’Offertorio, « Egli ha gettato uno sguardo favorevole sul popolo in favore del quale il suo Nome è stato invocato ». – Gerusalemme, ove il popolo di Dio regna e ove affluiscono tutte le nazioni per lodare il Signore, è il regno di Dio, è la Gerusalemme celeste. Tutti vi sono chiamati con una comune vocazione a formarvi « un solo corpo », la Santa Chiesa, che è una nuova creazione, dice S. Gregorio Magno, e che è animata da « un solo Spirito, una sola speranza, un solo battesimo e una sola fede in un solo Signore » (Epistola). È Gesù Cristo, Figlio di Dio e Figlio di David, che il « Dio unico e Padre di tutti gli uomini, ha fatto sedere alla sua destra fino al giorno in cui tutti i suoi nemici, vinti, saranno sgabello ai suoi piedi ». Questo Dio « sia benedetto nei secoli dei secoli » (Epistola). – L’unità della nostra fede, del nostro battesimo e delle nostre speranze, come pure dello Spirito Santo, di Cristo e di Dio Padre, dice S. Paolo, fa a tutti noi un dovere di essere uniti dai vincoli della carità, sopportandoci a vicenda.

Il comandamento di Dio di amare il prossimo è simile a quello che ci fa amare Dio, poiché è per amor suo che amiamo il prossimo. « Doppio è il comandamento, dichiara S. Agostino, ma una è la carità ». E per consolidare il suo insegnamento agli occhi dei farisei, Gesù Cristo dà loro, in un testo di David, una prova della sua divinità. Dobbiamo dunque, nella fede e nell’amore, essere uniti a Cristo Gesù. « Interrogato circa il primo comandamento, Gesù rivela il secondo, che non è inferiore al primo, facendo loro comprendere che lo interrogavano soltanto per odio, poichéla carità non è invidiosa » (I Cor. XIII, 4). Egli dimostra inoltre il suo rispetto per la legge ed i profeti. Dopo aver risposto, Cristo interrogò a sua volta, e dimostra che pur essendo figlio di David, ne è il Signore, essendo Egli il Figlio unico del Padre, e li spaventa dicendo che un giorno avrebbe trionfato su tutti coloro che si oppongono al suo regno, poiché Iddio farà dei suoi nemici sgabello ai suoi piedi. Con ciò dimostra la concordia e l’unione che esiste fra Lui e il Padre » (S. Giov. Crisostomo – Mattutino).

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum ✠ in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.

Confiteor

Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, ✠ absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Ps CXVIII: 137;124
Justus es, Dómine, et rectum judicium tuum: fac cum servo tuo secúndum misericórdiam tuam.

[Tu sei giusto, o Signore, e retto è il tuo giudizio; agisci col tuo servo secondo la tua misericordia.]

Ps CXVIII: 1
Beáti immaculáti in via: qui ámbulant in lege Dómini.

[Beati gli uomini retti: che procedono secondo la legge del Signore.]

Justus es, Dómine, et rectum judicium tuum: fac cum servo tuo secundum misericórdiam tuam.

[Tu sei giusto, o Signore, e retto è il tuo giudizio; agisci col tuo servo secondo la tua misericordia.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.


Oratio

Oremus.
Da, quǽsumus, Dómine, populo tuo diabólica vitáre contágia: et te solum Deum pura mente sectári.

[O Signore, Te ne preghiamo, concedi al tuo popolo di evitare ogni diabolico contagio: e di seguire Te, unico Dio, con cuore puro.]

Orémus.
Commemoratio Ss. Angelorum Custodum
Deus, qui ineffábili providéntia sanctos Angelos tuos ad nostram custódiam míttere dignáris: largíre supplícibus tuis; et eórum semper protectióne deféndi, et ætérna societáte gaudére.

[O Dio, che con provvidenza ineffabile ti degni di inviare i tuoi angeli a nostra custodia: concedi a noi, che ti supplichiamo, di essere sempre difesi dalla loro protezione, e di goderne l’eterna compagnia].


Per Dóminum nostrum Jesum Christum, Fílium tuum …

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Ephésios.
Ephes IV: 1-6

 “Fatres: Obsecro vos ego vinctus in Dómino, ut digne ambulétis vocatióne, qua vocáti estis, cum omni humilitáte et mansuetúdine, cum patiéntia, supportántes ínvicem in caritáte, sollíciti serváre unitátem spíritus in vínculo pacis. Unum corpus et unus spíritus, sicut vocáti estis in una spe vocatiónis vestræ. Unus Dóminus, una fides, unum baptísma. Unus Deus et Pater ómnium, qui est super omnes et per ómnia et in ómnibus nobis. Qui est benedíctus in sæcula sæculórum. Amen.”

[“Fratelli: Io prigioniero nel Signore vi scongiuro che abbiate a diportarvi in modo degno della vocazione, cui siete stati chiamati, con tutta umiltà e mansuetudine, con pazienza, sopportandovi con carità scambievole, solleciti di conservare l’unità dello spirito nel vincolo della pace. Un sol corpo e un solo spirito, come siete stati chiamati a una sola speranza per la vostra vocazione. Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è sopra tutti, che opera in tutti, che dimora in tutti. Egli sia benedetto nei secoli dei secoli. Così sia.”]

LA VOCAZIONE.

Come sono solenni e dense di significato le poche battute con cui si apre il brano domenicale della Epistola agli Efesini! Vi scongiuro, — dice l’Apostolo, e perché lo scongiuro sia più efficace e commovente, si chiama prigioniero di Dio (in Dio), — a camminare degnamente in quella che è la vostra vocazione. E il pensiero corre subito alla « vocazione » di Cristiani, quali erano proprio e tutti i suoi primi, immediati lettori. C’è sotto alle parole dell’Apostolo, una grande, una nobilissima idea di questa vocazione cristiana. È Iddio che chiama i suoi figli dalle tenebre del paganesimo, dalla penombra della religione naturale, alla luce del Cristianesimo. Ogni Cristiano è un chiamato da Dio. Molti lo hanno dimenticato, lo dimenticano. Credono che l’essere Cristiani sia la cosa più naturale del mondo: che si nasca Cristiani come si nasce bimani o bipedi, che la vocazione sia un privilegio di pochi, e precisamente di quei pochi che si avviano al Sacerdozio, oppure entrano in un Monastero. Idee piccole e false. Dio ci ha chiamati, tutti e ciascuno, noi Cristiani alla Religione nostra, al Cristianesimo, al Vangelo che è e rimane una grazia! Ci vuole Lui Cristiani. Manda i Suoi apostoli a battezzarci, a istruirci, a convertirci. Nobilissima vocazione, perché Dio ci chiama nel Cristianesimo mercè del Battesimo, ci chiama ad essere suoi figlioli: « ut fili Dei nominemur et simus. » Basta pronunciare bene, sillabando, meditando, questa parola fili Dei, per capire l’altezza di questa dignità e la gravità degli obblighi che ne conseguono. Bisogna rendersi, in qualche modo, degni del nome e del carattere di figli, ricevuti nel Santo Battesimo, con la bontà delle opere. Bisogna vivere da figli di Dio; vivere veramente da buoni Cristiani. C’è qui tutto un programma, riassunto ancor più largamente nelle parole di un Santo Pontefice, grande anima romana e cristiana, San Leone Magno: — Riconosci, o Cristiano, la tua dignità, e, diventato partecipe della natura divina (non è forse il figlio della stessa natura del padre?) non volere con una condotta degenere tornare all’antica bassezza e viltà. — Sentiamola questa dignità di Cristiani oggi meglio d’allora, oggi dopo quasi duemila anni di esperienza, dopo che, con la loro vita, milioni di Santi e di Eroi, ci hanno mostrato che cosa può produrre di eroico il Vangelo in un’anima, in una società. Diventare Cristiani col Battesimo, oggi, vuol dire ricevere una eredità gloriosa di bene, inserirsi in una corrente luminosa, calda, satura di ciò che vi è al mondo di più sacro e più augusto. E ciò non toglie che ciascuno di noi abbia anche una vocazione, una destinazione, una destinazione provvidenziale in un altro senso. Perché ognuno è chiamato poi dal Padre a servirLo in modo speciale. Nella Casa del Padre, ci sono molte mansioni, o funzioni, come in tutte le case bene ordinate, e ciascuno ha la sua, e tutte sono materialmente diverse ma tutte sono spiritualmente belle e nobili, perché nulla è ignobile nella casa del Padre Celeste, Iddio. E noi dobbiamo stare al nostro posto, fedeli e valorosi come soldati che montano la guardia, e lavorano, e combattono, sapendo di contribuire veramente a una sola, grande vittoria: la vittoria di Dio.

P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939.

(Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

Graduale

Ps XXXII: 12;6
Beáta gens, cujus est Dóminus Deus eórum: pópulus, quem elégit Dóminus in hereditátem sibi.

[Beato il popolo che ha per suo Dio il Signore: quel popolo che il Signore scelse per suo popolo.]

Alleluja

Verbo Dómini cœli firmáti sunt: et spíritu oris ejus omnis virtus eórum. Allelúja, allelúja

[Una parola del Signore creò i cieli, e un soffio della sua bocca li ornò tutti. Allelúia, allelúia]


Ps CI: 2
Dómine, exáudi oratiónem meam, et clamor meus ad te pervéniat. Allelúja.

[O Signore, esaudisci la mia preghiera, e il mio grido giunga fino a Te. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthæum.
Matt. XXII: 34-46

“In illo témpore: Accessérunt ad Jesum pharisæi: et interrogávit eum unus ex eis legis doctor, tentans eum: Magíster, quod est mandátum magnum in lege? Ait illi Jesus: Díliges Dóminum, Deum tuum, ex toto corde tuo et in tota ánima tua et in tota mente tua. Hoc est máximum et primum mandátum. Secúndum autem símile est huic: Díliges próximum tuum sicut teípsum. In his duóbus mandátis univérsa lex pendet et prophétæ. Congregátis autem pharisæis, interrogávit eos Jesus, dicens: Quid vobis vidétur de Christo? cujus fílius est? Dicunt ei: David. Ait illis: Quómodo ergo David in spíritu vocat eum Dóminum, dicens: Dixit Dóminus Dómino meo, sede a dextris meis, donec ponam inimícos tuos scabéllum pedum tuórum? Si ergo David vocat eum Dóminum, quómodo fílius ejus est? Et nemo poterat ei respóndere verbum: neque ausus fuit quisquam ex illa die eum ámplius interrogare”.

[“In quel tempo, accostandosi i Farisei a Gesù, avendo saputo com’Egli aveva chiusa la bocca ai Sadducei, si unirono insieme: e uno di essi, dottore della legge, lo interrogò per tentarlo: Maestro, qual è il gran comandamento della legge? Gesù dissegli: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, e con tutta l’anima tua, e con tutto il tuo spirito. Questo è il massimo e primo comandamento. Il secondo poi è simile a questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti pende tutta quanta la legge, e i profeti. Ed essendo radunati insieme i Farisei, Gesù domandò loro, dicendo: Che vi pare del Cristo, di chi è egli figliuolo? Gli risposero: di Davide. Egli disse loro: Come adunque Davide in ispirito lo chiama Signore dicendo: Il Signore ha detto al mio Signore: Siedi alla mia destra, sino a tanto che io metta i tuoi nemici per sgabello ai tuoi piedi? Se dunque Davide lo chiama Signore, come è Egli suo figliuolo? E nessuno poteva replicargli parola; né vi fu chi ardisse da quel dì in poi d’interrogarlo”.]

Omelia

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI  ediz. Soc. Ed. Vita e pensiero – Milano).

AMORE DI DIO

Nella legge ebraica si contavano generalmente 613 comandamenti. Come si faceva a ricordarli tutti e, peggio, ancora, a metterli in pratica? Di qui le lunghe discussioni per conoscere quali fossero gli indispensabili da sapere e da osservare. Un legista, meravigliato della saggezza con cui Gesù chiudeva la bocca ai suoi maligni nemici, si rivolse a lui per farsi indicare il comandamento più importante. « Il massimo e primo comandamento — gli rispose — è questo: ama il Signore Dio tuo con tutte le tue forze di mente, di cuore, di opere. Il secondo poi è simile al primo: ama il prossimo come te stesso. Tutti i precetti della Legge, tutte le prescrizioni dei profeti sono riassunti in questi due comandamenti d’amore ». Si badi bene come il Vangelo unisce sempre l’amore del prossimo all’amor di Dio; e S. Giovanni l’evangelista vi ha scorto una relazione così intima da giudicarli veramente inseparabili (I Giov., IV, 20-21). Per questa volta noi fermiamo l’attenzione soprattutto sull’amor di Dio. – Un principe russo, camminando per una strada campestre, si imbatté in una contadina che reggeva in braccio un bambino e lo allattava. Ella era ancor giovane e il bambino poteva avere sei settimane. D’improvviso la donna mandò un grido di gioia: per la prima volta da che era nato, il bambino aveva sorriso a sua madre, incominciando a riconoscerla. Il principe vide allora la contadina guardare in alto e farsi devotamente il segno della croce: « Perché fate questo? » le chiese. Ed ella gli rispose: « Come una mamma è lieta allora che scopre il primo sorriso del suo bambino, così Dio gioisce ogni volta che dall’alto dei cieli scorge un atto d’amore » (Cfr.: L’idiota di Dostoievsky). Dio è amore; e l’amore è il sorriso con cui gli uomini cominciano a riconoscerlo come Padre. Perciò egli vuole che essi lo amino con tutta la loro mente, il loro cuore, con tutte le loro opere. 1. CON TUTTA LA MENTE. Per amare davvero Dio con tutta la mente, occorrono tre cose: a) Bisogna tenerla sgombra da ogni pensiero vano o cattivo. L’amore di Dio, nella nostra mente è come la stella luminosa, incoraggiante, orientatrice; ma i pensieri vani o cattivi sono come la nebbia e le nuvole che soffocano quel mite splendore sotto una coltre opaca. Ricorderò un profittevole fatto storico. I Medici, potente famiglia che teneva la signoria di Firenze, avevano imprigionato e condannato a morte nel 1512 un cittadino di nome Pier Paolo Boscoli perché ardente repubblicano com’era, aveva congiurato contro di loro. Dovendo egli morire, sul punto estremo fu avvicinato dal famoso artista Luca della Robbia che lo confortava a rassegnarsi e raccomandarsi a Dio. Ma il Boscoli che aveva letto moltissimo e aveva la mente ingombra di idee rivoluzionarie assorbite man mano leggendo, non riusciva a fissare il suo pensiero nel Signore, e gemeva: « Deh, Luca, cavatemi dalla testa quelle scene e quelle idee, acciò ch’io possa almeno morire da Cristiano! » (« Arch. Stor. It. », I, 1842, pagg. 289-290). Come possono pretendere di vivere da Cristiani, quelli che hanno la mente piena delle figure invereconde viste al cinematografo, o sui giornali, degli intrecci impudichi di tante novelle e romanzi, delle parole equivoche e oscene raccolte nei crocchi degli amici? È impossibile che riescano a pregare con qualche raccoglimento, con qualche consolazione. b) Bisogna pensare spesso al Signore. « Vi capita di restar lungo tempo senza pensare a Dio? » fu domandato un giorno a S. Francesco di Sales; ed egli con semplicità poté dare questa risposta: « Quasi un quarto d’ora ». A un’eguale domanda, che cosa potremmo rispondere noi: Forse appena due volte, una volta al giorno; forse appena una volta alla domenica quando veniamo a Messa, se pur non si è anche allora distratti; forse da qualcuno si sta dei mesi senza ricordarsi di Dio. Eppure, non mancano, nella giornata, frequenti occasioni di pensare al Signore. Tutti almeno due volte al giorno dobbiamo sollevare a Lui la nostra mente: al mattino e alla sera. Poi, secondo l’ammonimento di S. Paolo, dobbiamo sforzarci di ricordare il Signore più spesso che possiamo: prima e dopo i pasti, prima e dopo il lavoro, nella gioia e nel dolore, e specialmente nel momento della tentazione. Così spontaneamente fa chi ama una creatura, e così dobbiamo fare noi se amiamo il nostro divin Padre e Creatore. c) Bisogna cercare di conoscerlo sempre più e sempre meglio. Chi ama con tutta la sua mente il Signore frequenta la dottrina cristiana, studia il catechismo, legge il Vangelo o qualche buon libro che parla di Lui, della sua Chiesa, dei Santi, dei Missionari. – 2. CON TUTTO IL CUORE. S. Agostino, predicando al suo popolo d’Ippona, dopo d’aver spiegato la bontà del Signore, uscì in questa domanda: « V’ha al mondo, o fratelli, qualche cosa che voi non sapreste sacrificare all’’amor di Dio? Se da una parte voi aveste radunati tutti i tesori, tutti i piaceri, tutti i beni del mondo, e, avendo dall’altra Iddio, foste costretti nell’alternativa di perdere o Uno o gli altri, che fareste voi? » A tali parole un grido potente, unanime si sollevò da tutta l’assemblea: « Vadano i beni della terra, ma ci resti Dio — Maneat nobis Deus, pereant universa! ». Quel popolo amava Dio con tutto il cuore; poiché amar qualcuno con tutto il cuore vuol dire preferirlo a tutto e a tutti. Dio non lo si può amare se non con questo amore di esclusiva preferenza perché Egli vale più d’ogni altro bene. Bisogna dunque amarlo più di qualsiasi fortuna; e se il suo amore lo esige, bisogna essere preparati a rinunciare a qualsiasi guadagno. Non possediamo noi qualche cosa che invoca il suo vero padrone? Non c’è nel nostro lavoro, nel nostro commercio, nella nostra industria qualche profitto ingiusto? Se così fosse, l’amor di Dio, ne esige subito la rinuncia e la riparazione. Bisogna amarlo più di qualsiasi onore; per quanto ambito e grande sia; e se ci sono degli onori che sono per noi occasioni di peccato, e che si possono conservare solo conculcando la coscienza, l’amor di Dio ne esige la rinuncia. Bisogna amarlo più di qualsiasi affetto umano anche del più caro e tenero: e se  tra i nostri affetti ve ne fosse qualcuno che non s’armonizza con l’amore di Dio, che sia riprovato e condannato dall’amore di Dio, bisogna combatterlo, soffocarlo, strapparlo dal nostro cuore senza indulgenza. Oh, so bene tutte le sottili ragioni, tutti i pretesti che si possono addurre e di fatto s’adducono per giustificare certe amicizie, certi affetti pericolosi: ma io vi dico appoggiato sopra una esperienza che non sbaglia e sopra la voce della vostra  stessa coscienza invano soffocata, che i vostri sono pretesti e non vi scusano. Se voi conservate il diritto di esserci, voi contendete il vostro cuore a Dio, voi lo dividete, fate delle parti illegittime, Dio è totalitario: o lo si ama con tutto il cuore, o non lo si ama per niente. – 3. CON TUTTE LE OPERE. L’amor di Dio deve essere « operoso », cioè non lo si può e non lo si deve far consistere in semplici parole, in sospiri, in formule meccaniche di preghiera, ma nelle opere. Non è raro il caso di udire anime buone lamentarsi così: « Ho l’amor di Dio, ma: io non lo sento!… ». Non c’è bisogno di sentirlo, perché non è richiesto l’amor « sensibile », ma è richiesto l’amore « operoso ». Le vostre opere vi diranno se davvero amate Dio, poiché la prova infallibile dell’amore non sono le parole, bensì i fatti. « Non chiunque dirà: Signore, Signore; ma chi farà la volontà del Padre celeste, entrerà nel regno dei cieli » (Mt., VII, 21); « chi osserva i miei comandamenti, è quello che mi ama » (Giov., XIV, 21). E bisogna osservare tutti i comandamenti, perché bisogna amare Dio con tutte le opere. Non ama Dio con tutte le opere quel giovane fedele negli altri comandamenti, ma non nel sesto. Non amano Dio con tutte le opere quegli sposi, anche buoni in molti punti ma non in quello d’accettare la legge di Dio nel matrimonio. Non amano Dio con tutte le opere quei padroni che, benché devoti e onesti, sfruttano l’operaio, ricompensandolo così scarsamente che non gli è possibile una vita civile e decorosa. Non amano Dio con tutte le opere quelli che potendolo non soccorrono i poveri, gli ammalati, gli afflitti. Questo della elemosina e del conforto verso i fratelli bisognosi è il segno più sicuro del vero amor di Dio. – Prima che il Beato Giovanni Colombini si convertisse, sua moglie Biagia dei Carretani aveva pregato tanto perché il marito si desse a miglior vita. Giovanni non era uomo delle mezze misure, il poco o la metà per lui non contavano: o tutto o nulla. E quando si volse a Dio, si diede a Lui con tanta interezza di pensiero, di cuore e di opere che la moglie rimasta nella sua mediocrità spirituale non poteva capirlo: « Non sei stata forse tu a pregare perché mi convertissi? ». « Sì; — ella rispose — ma io pregavo che piovesse non che venisse il diluvio ». La psicologia di quella donna, è pur quella di tanti Cristiani. Vorrebbero essere buoni ed amare Dio per quel tanto che basta, secondo la loro opinione, a tacitare la coscienza e scampare dall’inferno; ma non fino al punto di rinunciare anche a tutti i comodi e piaceri, specialmente a qualche abitudine o affetto caro sopra ogni altro! Il Vangelo insiste sulla necessità d’un amore totalitario a Dio. « Amerai il Signore Dio tuo, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente ». — AMORE DEL PROSSIMO. Quando una persona cara è sull’atto di partire, per una lontananza che forse sarà senza ritorno, con quale batticuore si godono le ultime parole! Le ultime parole in cui, chi le dice, mette il suo cuore e la sua volontà per sempre; e colui che le ascolta le porta con sé come una preziosissima eredità per sempre. Giuda era uscito e la notte s’era fatta in giro al cenacolo. C’era Gesù che stava per partire da questo mondo e diceva le ultime parole ai suoi « Figliuolini! ». Non li aveva mai chiamati così; questa espressione di suprema tenerezza aveva voluto riservarla per l’ora della separazione. « Figliuolini, sono gli ultimi momenti che sto con voi; poi mi cercherete invano. Prima di partire vi lascio il mio comandamento nuovo: amatevi tra di voi » (Giov., XIII, 33). Nel Vangelo di questa Domenica v’è un’altra scena importante. È un dottore della legge che domanda a Gesù: « Maestro, qual è il più gran comandamento? ». E a lui Gesù: « Amerai il Signore con tutte le tue forze. Ma v’è un altro comandamento simile a questo: amerai il tuo prossimo come te stesso ». Nessuno può amare Dio, se prima non ama il suo prossimo. Coloro che non hanno carità verso i loro fratelli, s’illudono d’amare il Signore. Ecco perché Gesù Cristo, morendo non ha ricordato l’amore a Dio, ma solo l’amore al prossimo. Ecco perché Gesù ha detto che i suoi discepoli si riconosceranno non per l’amore di Dio, ma dall’amore che porteranno al prossimo. Ecco perché S. Giovanni Evangelista vecchio predicava continuamente così: « Figliuolini, amatevi tra di voi ». E quando gli uditori stanchi gli chiesero: « E poi? » rispose semplicemente: « E poi, basta ». Diliges proximum tuum. In che modo si ama il prossimo? Non a parole, ma coi fatti: con l’aiutarci e compatirci. – 1. AIUTARCI. S. Paolino incontrò una volta una donna che piangeva sconsolatamente. Ella aveva un unico figliuolo, e le era stato fatto prigioniero, e non aveva un soldo per liberarlo. Il santo che non aveva denari, né roba, nulla fuor che la sua persona, si esibì a quella povera mamma per essere egli stesso venduto, così, col prezzo ricavato, potesse poi liberare il figlio. Fu accettata la proposta e S. Paolino venduto schiavo, per molto tempo fece l’ortolano. Ma poi si venne a conoscere la sua santità e il padrone impietosito lo liberò. Ecco come i santi sanno interpretare il gran comandamento della carità: fino all’eroismo dei più forti sacrifici. Se noi per il nostro prossimo non siamo stati capaci mai di patire qualche cosa, non possiamo dire d’amarlo. È vero: non sempre è possibile ad ognuno far quello che ha fatto S. Paolino, ma quanti mezzi noi abbiamo per aiutare il nostro prossimo, che non abbiamo usato mai! Anzitutto la preghiera. S. Teresa, fanciulletta ancora, aveva udito parlare di un gran delinquente, di nome Pranzini, condannato a morte per orrendi delitti. La sua impenitenza faceva anche temere della sua eterna salute. Allora la piccola santa cominciò a pregare perché quello sventurato prima di morire sì convertisse e salvasse così la sua anima dall’inferno. L’indomani della esecuzione della sentenza, ella aperse con tremore il giornale. Il Pranzini era salito sul patibolo senza confessione, senza assoluzione; già i carnefici lo trascinavano verso il punto fatale, quando, come riscosso a un tratto da. una improvvisa ispirazione, Si volta, afferra un Crocifisso presentatogli da un sacerdote, e bacia tre volte quelle santissime piaghe. Nella nostra piccola esperienza possiamo anche noi conoscere qualche persona che vive nei peccati; magari è una persona di casa nostra, del nostro paese. Invece di mormorare, di calunniare, di fingerci scandalizzati, preghiamo Iddio che le usi misericordia, che la tocchi nel cuore e la converta. La preghiera è il primo aiuto che noi possiamo dare al prossimo, ed è il più utile, il più importante, perché se noi possiamo far qualche cosa e con stento, Dio può far tutto e in un attimo. Anche con il consiglio, dobbiamo aiutare il nostro prossimo. San Sebastiano, nascostamente, ogni giorno scendeva nelle carceri ad esortare i Cristiani al martirio. Quando s’accorse che i due fratelli Marco e Marcelliano, inteneriti dalle lagrime dei parenti, avevano paura di morire per la fede di Cristo, così li consigliò: « Fratelli eccovi già vicini alla meta gloriosa e voi volete tornare indietro? I pianti di una donna e le grida de’ vostri figli vi faranno dunque cadere dal capo una corona gloriosa? ». A queste parole i due fratelli si rincorarono al martirio. Una buona parola, un amorevole eccitamento, un saggio consiglio suggerito con bel modo, e a tempo opportuno, può portar frutti più abbondanti che non un intero quaresimale. Un consiglio buono è più prezioso dell’oro e dell’argento; è una guida esperta in una strada oscura. V’è una fanciulla che usa una moda immorale, oh, se una compagna umilmente e con amore la consigliasse ad allungare le vesti come bene avrebbe messo in pratica il gran comandamento. C’è quella donna che è troppo leggera? V’è quella nuora che è in una rissa eterna? V’è quel giovane che perde la Messa? V’è quell’uomo che bestemmia? Consigliamoli saggiamente, e senza pretesa. Noi avremo fatto un’opera di amore verso il prossimo. Infine, aiutiamo il prossimo con le opere. Quando vediamo, una persona che ha bisogno della nostra mano, del nostro soldo, non facciamoci rincrescere. Ricordiamoci che noi facciamo un piacere non a una persona di questo mondo, ma a Gesù Cristo stesso. Tito imperatore alla sera di ogni giorno passato senza un’opera buona di misericordia esclamava tristemente: « Ho perduto una giornata ». E costui era un pagano. Quanti Cristiani giungendo al termine della loro vita dovran forse dire: « Ho perso tutta la mia vita ». – 2. COMPATIRCI. V’è una paraboletta molto espressiva in proposito. Lungo una via domandavano l’elemosina un povero cieco e un povero zoppo. Il cieco gridava: fate la carità al cieco che non ha occhi per vedere la sua strada. Lo zoppo gridava: fate la carità allo zoppo che non ha gambe per fare la sua strada. La disgrazia era gravissima da entrambe le parti. Ma un giorno il cieco disse allo zoppo: « Io non vedo, ma ho le gambe molto buone, tu non hai buone le gambe, ma la tua vista è ottima. Tra tutti e due abbiamo dunque l’occorrente per rimediare in parte alla nostra sventura. Facciamo così: io ti prenderò in spalla, e tu camminerai colle mie gambe ed io vedrò con i tuoi occhi ». La proposta fu bella e accettata; e da quel momento, il cieco prestando le gambe allo zoppo e lo zoppo prestando gli occhi al cieco, formarono un gruppo d’amore vicendevole che girava per il mondo. – S’io fossi un pittore dipingerei in un quadro quelle due dolci creature e poi vorrei che in tutte le case ve ne fosse una copia: in tutte le case, dove ci sono nuore e suocere che non si vogliono bene, in tutte le case, dove ci sono fratelli in lite coi fratelli, cognati in lite coi cognati, vicini coi vicini. Sarebbe una bella esortazione ad amare il nostro prossimo tollerandoci a vicenda i difetti come il cieco tollerava il peso dello zoppo e lo zoppo tollerava la cecità del cieco. S. Agostino ha una piccante osservazione: nell’arca di Noè, durante il diluvio erano raccolte tutte le specie più diverse di animali, domestici e feroci. Eppure, tutti erano in pace. In molte famiglie invece, dove sono tutti uomini, figli di Dio e creati per il Cielo vi è un vero serraglio di belve. Perché? Perché manca il compatimento vicendevole. Non dobbiamo attendere ai difetti del prossimo, ma alle sue virtù, che non son poche; non dobbiamo osservare che è zoppo, ma che ha la vista buona. Del resto ricordiamoci che pur noi abbiamo difetti, e ben grossi quantunque non li conosciamo: che se il prossimo cammina male perché zoppo, noi razzoliamo peggio perché ciechi. – Il povero re di Roma, il pallido figlio di Napoleone I, dovette passare dolorosamente i pochi anni della sua giovinezza in Austria. Il ministro Metternich quando voleva scoraggiare l’Aquilotto, gli mostrava che non aveva nulla di suo padre, nulla che lo rendesse capace di governare. « Voi avete il cappello, ma non la testa di vostro padre! ». A quanti che si dicono Cristiani si potrebbe ripetere l’acerbo rimprovero: « Tu hai il nome, ma non il cuore di Gesù Cristo ». Perché? Perché non sai né aiutare né compatire il tuo prossimo.CHE VE NE PARE DI CRISTO? I sadducei e i farisei erano giunti a tentare Gesù. Il Maestro, con poche ma ardenti parole, ribatté ogni loro ragionamento, poi, Egli stesso rivolse a’ suoi tentatori  una terribile domanda: « Che ve ne pare di Cristo? Di chi è Figlio? ». Qualcuno ardì rispondere: « Di Davide ». Gesù incalzò: « Di Davide, tu dici? Allora, e perché Davide lo chiama suo Signore? ». Più nessuno osò fiatare. A noi, venuti venti secoli dopo, il Maestro rivolge la medesima domanda: « Quid vobis videtur de Christo? ». Cosa che fa stupire: oggi, in cui si parla di fratellanza universale; in cui, senza filo, possiamo comunicare da un estremo altro della terra; in cui, sorpassato ogni confine di monte e di mare, l’uomo in poche ore vola sopra le nazioni e congiunge  i continenti, basta rivolgere questa domanda: « che ve ne pare di Cristo » per mettere gli uomini in contraddizione tra loro. Aveva ragione, il candido vecchio che nel tempio aveva consumato la sua vita aspettando il Messia, quando, stringendolo tra le braccia, esclamava: « Ecco il segno della contraddizione: e molti avranno per lui la vita, e molti avranno per lui la morte ». Gesù stesso dirà di sé la medesima cosa: « Venni al mondo per un giudizio: quei che non hanno la vista l’acquisteranno, quei che hanno la vista la perderanno » (Giov. IX, 39). E voleva dire che le anime umili saranno da Cristo illuminate, mentre i superbi da lui saranno accecati. Il crocifisso che domina il mondo, che domina i troni e le potenze della terra, come già una volta sul Calvario è il segno della divisione. Chi lo bestemmia, chi lo ignora, chi lo contempla con amore. « Quid vobis videtur de Christo? ». A questa domanda gli uomini rispondono in un triplice modo: odio, ignoranza, amore.  – 1. ODIO. Un giorno del 1797, un ufficiale, passando non lontano dalla città d’Aosta, incontrò nel fondo di una torre in rovina, un disgraziato che vi dimorava da anni, privo d’ogni compagnia. « Che fate qui? » disse il militare. « Sono gli uomini, che non mi possono vedere » gemette l’infelice. Dopo aver scambiate alcune parole, l’ufficiale gli domandò il suo nome. « Il mio nome? » rispose il solitario « ah, il mio nome è terribile. Mi chiamano il Lebbroso ». Cristiani! io conosco qualcuno che fin nell’ultimo villaggio trascorre i suoi giorni nella solitudine, dove l’odio degli uomini cerca di confinarlo. Se domandate il suo nome, quello che un angelo portò dal cielo per lui, è Gesù; ma in terra, l’hanno chiamato con un nome terribile: il Lebbroso. Tale, infatti, lo vide il profeta… putavimus eum quasi leprosum. (Is., LIII, 4). E della sua storia si può dire quanto l’ufficiale diceva di quello d’Aosta: « È una lacrima, una lacrima continua ». — In antico, quando all’alba un lebbroso si lasciava sorprendere presso l’abitato, tutti, urlando, lo cacciavano a sassate. Ed a sassate i nemici della religione hanno cercato d’allontanare Cristo dalla società. E lo hanno cacciato dai comuni, ove insegnava a reggere i popoli: e via l’hanno cacciato dalle scuole ove benediceva la crescente gioventù; e via l’hanno cacciato dai tribunali, ove insegnava la giustizia. Perfino dagli ospedali l’hanno cacciato via, dove gli infermi lo cercavano sulle squallide pareti perché lenisse il loro dolore. — In antico, quando un lebbroso s’avvicinava, per bisogno, agli uomini, doveva segnalare la sua venuta col suono della raganella, e chiunque lo udiva, correva lontano, temendo il contagio. Oggi, quando Gesù esce come Viatico dei morenti nelle vie dei nostri paesi, e il chierichetto davanti l’annunzia col suono del campanello, ecco ripetersi l’antica scena di obbrobrio; tutti fuggono, tutti deviano, tutti, se possono, si nascondono dietro i portoni, per non vederlo, per non salutarlo: il Lebbroso! — « Le mie delizie sono tra i figliuoli degli uomini » ha detto il Signore; ma i figliuoli degli uomini ripetono l’urlo di Voltaire: « schiacciamo l’infame »; e i figliuoli degli uomini l’hanno scomunicato dalla loro società. E Gesù è costretto a ritirarsi in solitudine, perché le bestemmie e il turpiloquio offendono pubblicamente le sue sante orecchie, perché una moda sfacciata e scandalosa, ad ogni passo, offende la sua purissima pupilla, quella che pur guardando convertiva i cuori; è costretto a ritirarsi dalle nostre case e dai nostri cuori perché sono diventati luoghi di peccato. « Quid vobis videtur de Christo? ». — Via! via! crucifiggilo — rispondono gli uomini. – 2. IGNORANZA. Quando Giovanni cominciò a battezzare sulle rive del Giordano, a tutti balenò il sospetto ch’egli fosse il Messia. I Giudei da Gerusalemme mandarono una legazione di sacerdoti e di leviti a interrogarlo. Ma il Battista rispose: « Ecco il Messia è già tra voi: e non lo sapete ». Medius vestrum stetit quem vos nescitis (Giov., I, 26). Questo è il rimprovero che meriterebbero ancora non pochi Cristiani. Dite a loro: « Che ve ne pare di Cristo? ». Sgranerebbero gli occhi come a rispondere: « E che ce ne importa? ». Vivono perciò nell’indifferenza della religione, e quando hanno soddisfatto alle brame del loro corpo, non desiderano più nulla. Cristo è venuto sulla terra e per trent’anni col suo esempio, e per tre anni con la sua parola ci ha istruiti: e ci ha detto chi è Dio e quanto ci ama e che vuole da noi e come si fa ad amarlo e servirlo. Ma gli uomini, che pur sanno tante e tante cose per il loro corpo, non sanno nulla per la loro anima. E non desiderano di sapere, anzi non vogliono sapere; e il solo pensiero di ascoltare una predica, una spiegazione della dottrina cristiana, li fa morir di noia. Ignorano Cristo, perché ignorano il suo Vangelo. Cristo è venuto sulla terra nostra e ha istituito mirabili sacramenti, tra cui il sacramento del perdono, che da colpevoli ci ritorna innocenti, da maledetti ci fa figliuoli di Dio. Ha pure istituito il sacramento che nutrisce l’anima di un cibo soprasostanziale, che fortifica e santifica: questo cibo è la carne stessa, il sangue vero di Cristo nell’Eucaristia. Eppure, gli uomini non lo sanno, Non vengono mai a confessarsi, a comunicarsi; solo qualche volta all’anno, e malamente. Ignorano Cristo, perché ignorano i suoi sacramenti. Cristo è venuto sulla terra nostra debole e bambino avvolto in panni, Lui che è Dio d’eserciti; è venuto nel freddo e nelle tenebre, Lui che ha creato il sole ed ogni fuoco; e pativa fame e sete, Lui che ha cibo per ogni uccello dell’aria e per ogni giglio della valle. E poi si lasciò tradire, e volle essere umiliato, crocefisso. Eppure, gli uomini ignorano tutto questo, perché non amano che i piaceri dei sensi, le ricchezze del mondo, il cibo e le vesti. Ignorano Cristo, perché non sanno quanto Cristo ha patito per loro. Perciò ha detto bene S. Giovanni (I, 10) in principio del suo Vangelo; « In mundo erat et mundus eum non cognovit ». – 3. AMORE!. Fortunatamente però ci furono e ci sono anime che alla domanda: « Quid vobis videtur de Christo », rispondono: « Amore ». Da quel giorno che Pietro ruppe in quel grido: «Tu sei il Cristo, figlio di Dio”, una lunga schiera d’anime sante hanno saputo rendere a Cristo testimonianza vera, con sacrificio e con sangue, e soprattutto con amore. Furono dapprima i martiri che morivano per Lui; pallidi e sanguinanti, tra la vita e la. morte, il loro ultimo palpito era, sempre l’amore di Cristo. È santa Caterina d’Alessandria che davanti ai sapienti parla di Gesù; e poiché tentavano di persuaderla ch’era follia, lei ricca e giovane, adorare un povero ed oscuro Nazareno, la coraggiosa fanciulla gridò: « Cristo è Dio; e chi crede in Lui vivrà anche se muore ». E porse il suo vergine corpo ai tormenti del martirio. Vennero poi i vergini e le vergini che per amore di Gesù, rinunziarono ad ogni amore terreno. È sant’Agnese che alla profferta di un giovane nobile e potente rispose ch’ella amava il Signore con tanta forza che più non le restava amor di creatura. È S. Filippo Neri che nella festa di Pentecoste fu preso da un impeto d’affetto così forte per Gesù Cristo, che il suo cuore non seppe contenersi e ruppe due coste. È S. Teresa che nel monastero d’Avila vide un serafino che le punse il cuore con un dardo d’oro dalla punta infuocata: e da quel giorno non visse che per celeste ardore. Desiderava di morir mille volte per convertire i peccatori; piangeva sulla iniquità degli uomini e si flagellava per ripararle; era insaziabile di dolore e ripeteva  sotto i portici del chiostro: O patire o morire. In fine, consumata dal fuoco divino in Alba di Termez morì d’amore per Cristo. Anche ai nostri tempi vivono di queste anime generose e sante, e non sono appena frati e monache; ma anche giovani, come Domenico Savio che preferiva la morte ma non il più piccolo peccato; ma anche uomini, come il professore Contardo Ferrini che si ebbe gli onori dell’altare. E noi, noi che cosa ne pensiamo di Cristo? A parole, certo, tutti diciamo che è Figlio di Dio: ma coi fatti, con la vita nostra quotidiana, che cosa pensiamo di Cristo? Nella notte della passione, il principe dei sacerdoti osò domandare a Cristo cosa egli pensasse di sé. «Ti scongiuro, per Dio vivo, se tu sei figlio di Dio, dillo! ». E Gesù rispose: « L’hai detto ». Allora il principe dei sacerdoti si stracciò i vestimenti. Cristo aggiunse: « Verrà giorno e mi vedrai, seduto alla destra di Dio, giudicare dalle nubi i vivi ed i morti ». In questa vita, come già l’ipocrita Caifa, possiamo pensare quel che vogliamo noi di Cristo. È libero calunniarlo; è libero avvoltolarci nella polvere e nel fango dei vizi, stracciare coi peccati la veste dell’anima che è la grazia santificante. Ma quando lo vedremo sulle nubi, nella maestà, tra gli Angeli, calare verso noi a giudicarci, che cosa potremo pensare di Lui, allora?

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Dan. IX: 17;18;19
Orávi Deum meum ego Dániel, dicens: Exáudi, Dómine, preces servi tui: illúmina fáciem tuam super sanctuárium tuum: et propítius inténde pópulum istum, super quem invocátum est nomen tuum, Deus.

[Io, Daniele, pregai Iddio, dicendo: Esaudisci, o Signore, la preghiera del tuo servo, e volgi lo sguardo sereno sul tuo santuario, e guarda benigno a questo popolo sul quale è stato invocato, o Dio, il tuo nome.]

Secreta

Majestátem tuam, Dómine, supplíciter deprecámur: ut hæc sancta, quæ gérimus, et a prætéritis nos delictis éxuant et futúris.

[Preghiamo la tua maestà, supplichevoli, o Signore, affinché questi santi misteri che compiamo ci liberino dai passati e dai futuri peccati.]

Commemoratio Ss. Angelorum Custodum
Súscipe, Dómine, múnera, quæ pro sanctórum Angelórum tuórum veneratióne deférimus: et concéde propítius; ut, perpétuis eórum præsídiis, a præséntibus perículis liberémur et ad vitam perveniámus ætérnam.

[Accogli, O Signore, i doni offerti in onore dei tuoi santi angeli; e concedici propizio, per la loro continua protezione, di essere salvi dai pericoli presenti e di raggiungere la vita eterna].

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de sanctissima Trinitate
Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in uníus singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre quotídie, una voce dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: che col Figlio tuo unigénito e con lo Spirito Santo, sei un Dio solo ed un solo Signore, non nella singolarità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Cosí che quanto per tua rivelazione crediamo della tua gloria, il medesimo sentiamo, senza distinzione, e di tuo Figlio e dello Spirito Santo. Affinché nella professione della vera e sempiterna Divinità, si adori: e la proprietà nelle persone e l’unità nell’essenza e l’uguaglianza nella maestà. La quale lodano gli Angeli e gli Arcangeli, i Cherubini e i Serafini, che non cessano ogni giorno di acclamare, dicendo ad una voce:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster,

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps LXXV: 12-13
Vovéte et réddite Dómino, Deo vestro, omnes, qui in circúitu ejus affértis múnera: terríbili, et ei qui aufert spíritum príncipum: terríbili apud omnes reges terræ.

[Fate voti e scioglieteli al Signore Dio vostro; voi tutti che siete vicini a Lui: offrite doni al Dio temibile, a Lui che toglie il respiro ai príncipi ed è temuto dai re della terra.]

 Postcommunio

Orémus.
Sanctificatiónibus tuis, omnípotens Deus, et vítia nostra curéntur, et remédia nobis ætérna provéniant.

[O Dio onnipotente, in virtù di questi santificanti misteri siano guariti i nostri vizii e ci siano concessi rimedii eterni.]

Orémus.
Commemoratio Ss. Angelorum Custodum
Súmpsimus, Dómine, divína mystéria, sanctórum Angelórum tuórum festivitáte lætántes: quǽsumus; ut eórum protectióne ab hóstium júgiter liberémur insídiis, et contra ómnia advérsa muniámur.

[O Signore, abbiamo ricevuto i divini misteri nella lieta festa dei tuoi santi angeli; concedici che per la loro protezione, siamo sempre liberi dagli assalti dei nemici e difesi contro ogni avversità.]
Per Dóminum nostrum Jesum Christum …

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (222)

LO SCUDO DELLA FEDE (222)

MEDITAZIONI AI POPOLI (IX)

Mons. ANTONIO MARIA BELASIO

Torino, Tip. e libr. Sales. 1883

Del Rosario

PARTE PRIMA,

CHE COSA È IL ROSARIO.

Siamo stati creati per servire Dio e per essere con Lui beati in paradiso. Ma troppo alto è il cielo e santissimo è Dio, e noi troppo in basso qui da potere a quell’altezza elevarci, e rendere a Dio l’omaggio che gli è dovuto. Gesù Dio col Padre, Uomo con noi, Mediatore tra il cielo e la terra, e Redentore pietoso resta qui con noi nel Sacramento a fine di attirarci con Lui a dargli gloria tra i beati in paradiso. Eterno Figliuol di Dio fa causa comune con noi, fino a dividere con noi le persecuzioni e i nostri dolori: compagno indivisibile del nostro pellegrinaggio ha tutto il suo interesse a salvarci, perché siamo del suo Sangue. Gesù è il Padre e noi siamo i suoi figliuoli, che lo circondiamo adunati nel bacio santo della fraternità. Egli il Pastore, e noi le agnelle nel pascolo a lui d’intorno: Egli la vite, e noi i tralci che da Lui tiriamo l’alimento. Egli la via; e bisogna a Lui venire per poter giungere alla patria. Egli la verità, la luce delle anime nostre nel cammino dal tempo all’eternità: Egli la vita, e al tutto è d’uopo farci dappresso a Gesù e camminare insieme con Lui, e così con Lui, e per Lui solo trovare la salute a vita eterna. Centro della vita cristiana è dunque Gesù in mezzo di noi nel Santissimo Sacramento; e noi dobbiamo cercare la più facile maniera per raccoglierci intorno a Gesù, per fermare sopra Gesù i fugaci nostri pensieri, e quasi camminar di conserva con Lui, a fine di giungere dove sono riposti gli eterni nostri destini, in paradiso. Ma chi potrà unirci a Gesù in tanta confidenza, anzi intimità di vita? Chi sarà da tanto, e così vicino a Lui, e con noi tanto buono da volerci pigliar per mano? Il nostro cuore sente che ha in cielo un tesoro di bontà tutto per noi: il cuore nostro sa per prova, che là ha una Madre che ci può tutto ottenere; il cuore nostro quindi si lancia in seno a Maria nella confidenza che Ella voglia fare tutto per noi, perché a Lei ed al suo Gesù costiamo troppi dolori; e là sul Calvario ben se l’intesero fra loro di salvarci. Ci si voleva dunque una pratica di pietà facile, popolare alla mano di tutti, la quale, per unirci a Gesù, ci facesse pigliare per mano Maria così vivamente da non lasciarla mai più, finché non ci abbia con Lei salvi in Gesù Cristo. E questa così utile, così santa e cara pratica di pietà è il santo Rosario, che noi pigliamo a spiegarvi, riserbandoci di esporvi la maniera di recitarlo in altre MEDITAZIONI. – Benedetto Gesù, quest’oggi ci mettiamo sotto il manto della vostra Madre Santissima, perché la ci conduca in seno a Voi a trattare col suo cuore; e Voi, o Maria Santissima, raccogliete la famiglia dei vostri figli intorno a Gesù a contemplarlo, ad amarlo, a seguirlo nella via del Paradiso, come impareremo a farlo nel santo Rosario. Dobbiamo dunque spiegarvi che cosa voglia dire recitare il santo Rosario. Recitare il santo Rosario vuol dire metterci da prima con cuore in Gesù nel santissimo Sacramento, contemplarlo in mezzo di noi, come è realmente in Persona; ed uniti con Gesù alzare le nostre preghiere a Dio Padre in cielo. Vuol dire, poi rivolgerci a Maria, e baciarle e ribaciarle la mano, e dirle tutto il cuore nostro, e pregar tanto la Madre nostra, finché non ci abbia menato seco con Gesù in paradiso. Noi studiamo di farlo col Rosario, in cui contempliamo la vita di Gesù e di Maria nei misteri: ivi con Gesù preghiamo il Padre divino nel Pater noster, e diamo la mano a Maria nell’Ave Maria. Perciò il Rosario è una preghiera la quale si compone della meditazione dei misteri, e del ripetere che facciamo il Pater noster e l’Ave Maria. Miei fratelli, a quest’ora, come un padre che vi ama tanto, mi abbandono del cuore a voi; ed io, e voi meditando che cosa sia il santo Rosario, vogliamo insieme far del Rosario la scuola delle cristiane virtù, ed imparare a pregare facilmente riflettendo sopra i misteri più augusti e più consolanti sul cuor di Gesù e tra le braccia di Maria. – Cominceremo dal considerare perché si recitano i Misteri.

LA MEDITAZIONE DEI MISTERI.

Al principio d’ ogni decina si recita il mistero per metterci dinanzi a contemplare Gesù e Maria, come li vedessimo in un quadro. Con questo immaginarli dinanzi a noi, fermiamo l’inquieto nostro pensiero intorno a Gesù e Maria: li seguiamo passo passo negli avvenimenti principali della loro vita, e pigliamo parte alle consolazioni, ai dolori, ai trionfi loro così cari ai nostri cuori. Vediamo bene, come li possiamo imitare nella povera vita nostra. Anzi ci pare di vederli stendere la mano a noi, per aiutarci a seguirli; e per poco ci sembra di udire Gesù, che con quel suo fare da Uomo-Dio, ci dica: Pregate, pregate; sono ancor Io qui a pregare con voi il Padre mio, che pure è vostro Padre. Date la mano alla Madre mia, che quando Io moriva vi diedi per vostra. Venite appresso a noi: mettete i piedi sulle orme dei nostri passi; patite con noi ancora un poco, e poi di certo sarete con noi in paradiso. Dove son io e la Madre mia, voglio pure insieme voi, miei figliuoli. Per tal modo col raccoglierci di tutta l’anima nei misteri a contemplare Gesù e Maria, e col tenere appresso col cuore a loro negli andamenti della loro vita, camminiamo di conserva con Gesù e Maria, cioè corriamo la via che ci mena al paradiso. Ve lo accenno in breve ora; ma questo vedremo poi estesamente nelle tre MEDITAZIONI seguenti. Eccoci ai misteri gaudiosi. Nel primo ci contempliamo dinanzi quel fiore di paradiso che è la verginella Maria salutata dall’Angelo. Nel secondo le corriamo appresso per la montagna, a fine di fare con esso lei opera di carità. Nel terzo consideriamo, anzi pigliamo tra le braccia il Salvatore divenuto ancor più amabile in quanto è bambinello piccino; e l’offriamo nel quarto sul petto a Maria, per metterci con Essi in mano a Dio. Lo cerchiamo nel quinto con Maria, e lo troviamo nel tempio; e quinci innanzi no, no, non lo vogliamo abbandonare più mai, ma vivere e fare tutte le nostre azioni della vita nostra uniti con Gesù sotto gli occhi di Maria. Passando al primo dei dolorosi misteri gemiamo con Gesù tutto bagnato di sudore di Sangue boccheggiante nell’agonia, e chiediamo al Padre perdono dei nostri peccati. Nel secondo a lui lo mostriamo tutto lacerato di piaghe in quella tempesta di battiture. Cadiamo nel terzo ai piedi del re dei dolori, il quale dal suo Capo coronato di spine piove Sangue sulla nostra testa. Pigliamo con Gesù nel quarto sulle spalle le nostre croci, e con Maria l’accompagniamo al Calvario. Ah nel quinto, tacciamo, tacciamo; ché gli strazi e la morte di Dio vogliono lacrime, e non parole. Al vederlo inchiodato in croce nascondiamo il volto in seno a Maria tutta cospersa di Sangue divino; e lasciamo che dica Ella tutto per noi con quel suo Cuore, in questa santissima, ma tremenda contemplazione. Ora poi nel primo mistero glorioso giubiliamo con Gesù risuscitato; ci infervoriamo a combattere, perché Egli è risorto, e noi risorgeremo con Lui a vita eterna. Nel secondo su, su leviamo il cuor nostro con Gesù a speranza di paradiso. Egli cel conquistò, ce lo ha aperto, e ci stende la mano a salire anche noi. Nel terzo contempliamo coll’anima in cielo in seno al Padre ed al Figlio l’eterno Amore, Spirito consolatore; e gli mettiamo innanzi Maria a pregarlo che discenda nei nostri cuori, e conforti la Madre nostra la povera Chiesa in tante tribolazioni. Nel quarto elevati al Cielo presso il trono di Maria, Le piangiamo appresso gridando: anche noi, anche noi con voi…. o Gesù…. o Maria. Nell’ultimo: al paradiso! al paradiso! Concittadini del Cielo gustiamo già fin d’ora colla speranza un sorso della beatitudine nostra in Dio, in Gesù, con Maria, e coi beati ingolfandoci nel gaudio dell’eterna gloria. Per così soavi contemplazioni dopo esserci elevati dell’anima in paradiso ricadiamo a terra, e consolati ripetiamo tante volte: Gloria al Padre che mandò, per salvarci, il suo Figlio: gloria al Figlio che, fatto Uomo, sì è dato tutto per noi: gloria allo Spirito Santo, che ci santifica mediante i meriti di Gesù, per averci beati in seno a Dio… Ma il cuor nostro mette ancora un sospiro…. Oh gran Dio delle misericordie, traete anche le anime del Purgatorio ad amarvi in Paradiso! Eccoci adunque come nel santo Rosario noi scorgiamo il Cielo che ci aspetta, Gesù qui con noi in persona, per aiutarci a salire, Maria di là che ci stende la mano; ed in così santi pensieri, in tanta piena d’inesprimibili affetti abbiamo bisogno d’una parola la quale dica tutto; poiché si vorrebbe, ma non si può dire, con umana parola. E Gesù che non manca a nessuno dei nostri bisogni, mette sul nostro labbro di terra la sua divina parola. Questa parola è il Pater noster, per mezzo della quale noi col tremito della tenerezza potremo sfogarci col Padre nostro in cielo. Questa è la ragione, per cui recitiamo in tutti i misteri il Pater noster.

Il Pater Noster.

Noi diciamo con fiducia Pater Noster, perché  quando siamo uniti con Gesù, che qui con noi preghi nel Sacramento, Egli pare che ci dica: pigliate coraggio, poveri miei figliuoli, giacché in cielo abbiamo il Padre della bontà, il quale è nostro, e di là ci guarda con compiacenza; ed oh! vel dico Io, se vi ama! Egli è desso che mi mandò, che volle venissi pur a morire per salvarvi! E questo ancora: se non vi perdeva di vista quando gli eravate nemici, pensate, che vi potrà mai negare il Padre di tutti beni, ora che gli siete buoni figliuoli. Noi qui fermandoci a contemplar (quasi per renderci più teneramente consapevoli della nostra fortuna), inteneriti alle lacrime gli diremo in risposta: Oh Figliuol di Dio santissimo, voi siete proprio qui colle vostre Piaghe aperte, con questo vostro Cuore che dà del suo Sangue….. Sì, sì! ardiremo dire con voi: O Padre nostra siete nei cieli! Grande Iddio! avete un bell’essere grande, ma noi pur tra la gloria della vostra maestà vi conosciamo che ci siete Padre. Ah vi siete lasciato conoscere per Padre quando mandaste il vostro Figlio a farsi uomo con noi. Deh, Signore, dagli altissimi cieli abbassate lo sguardo sopra questa terra: essa è bene la poca cosa davanti la vostra Divinità; ma sopra questa povera terra abita qui con noi l’eterno vostro Figliuol Divino, di cui tutto vi compiacete, il quale fa causa comune con noi, e con noi grida: o Padre nostro. « È dunque, dice s. Cipriano, il Pater noster la più bella delle preghiere, la quale si innalza diritta al gran Padre dell’universo sotto la forma della figliale affezione; dessa è il grido del Figlio di Dio e di noi figli del suo Figlio al cuor del Padre che abbiamo in cielo. Deve dunque esser per noi la cara cosa ripetere sempre: o Padre, o Padre nostro! » Pigliamo coraggio. – E che? Il buon Pastore, se sente la pecorina belare tra i precipizii, la sia pur scappata la cattivella, corre subito a strapparla via di bocca al lupo, sulle spalle se la porta a seno. E che? Dice ancora Gesù, se vi venisse un amico pure in sulla mezzanotte a bussare alla porta, e gridasse sotto la finestra: — amico, sorgi su; ve” mi giunge or ora da lunga via un amico, ed io non ho neppur un pane da mettergli innanzi; deh imprestamene qualcuno da apporgli, — voi gli potreste dire: ma la è mala creanza disturbarmi a quest’ora! Vedi, io, i miei figliuoli, i miei servitori siam già coricati? e se l’amico non si parte per questo, e batte ancora alla porta: Amico, non negarmi un po’ di pane per carità! Voi non foss’altro, almeno per levarvi quell’importuno, vi alzereste dal letto, e non pur del poco pane, ma lo vorreste fornire di tutto. Voi che non siete poi tanto buoni vorreste fare così coll’amico che vi disturba. Pensate ora che non farà il Padre della bontà divina quando sentirà le nostre voci con quella del Figlio suo gridare tante volte: O Padre nostro, che siete ne’ cieli liberateci dal male. — Il Padre mio, continua Gesù, vel dico io, vi ascolterà. — Si, sì, stiamo pure alla parola di Gesù, che se lo conosce bene il Padre suo. Egli ce l’assicura le tante volte col dirci: « domandate e riceverete; battete e vi sarà aperto, cercate e sì che troverete..» Adunque non ci resta, che pigliarci sul cuore di Gesù, e con lui mettere gemiti verso del cielo : egli è certo che con Gesù tra le braccia, ci faremo ascoltare. Difatti, se una poverina di madre sta col bambinello delle viscere sue, morente di fame alla porta di un ricco buono in una brezza d’inverno che taglia la vita, e il bambino vagisce, egli apre subito la porta, ed ah! le vede sul petto quel bimbo colle braccioline che cadon giù, cogli occhietti annebbiati, gemente, consunto in quei cenci. Non pure il buon ricco, ma chiunque che non avesse che un sol boccone di pane, se lo toglierebbe di bocca per far carità al meschinello. Pensiamo adesso che non vorrà fare con noi la bontà di Dio, quando sente noi poverini, o meglio, sente il Figliuol suo colla nostra, che è sua parola gemere alla porta del cielo, anzi battere al suo cuore paterno! – Su, su dunque; pigliamoci sul cuore Gesù nel Sacramento, e nel Rosario quì presso la porta del cielo, mostriamolo che vagisce Bambino ancora fasciato tra le angustie delle nostre miserie. Su, su; nel Rosario presentiamolo. tutto bagnato di Sangue con ansioso lamento in passione tra le braccia a Maria colle Piaghe sue e le piaghe nostre, che par che senta in se stesso: su, su; nel Rosario leviamo al cielo le braccia, additandolo al Padre che lo tien alla destra in gloria, mentre è pur qui tra noi tutto nostro: battiamo alla porta del cielo: torniamo a battere ancora, dice s. Cipriano; gridiamo, e torniam a gridare: o Padre, o Padre nostro! Oh! se la conosce il Padre la voce del Figlio, che grida di fuori! È la voce del Verbo che gli esce di seno! Il Padre divino, Egli ci par di vederlo tra lo splendore dell’eterna gloria dissipare colla paterna mano i raggianti baleni della sua inaccessibile luce, e guardare giù. Scorgendo il Figliuolo della sua sostanza a supplicare con noi poverini….. ah! ah! il Padre Divino anche a noi risponde col sorriso di Padre…. Sì veramente: noi vorremmo giurarvi che possiamo tutto con Gesù, tutto ottenere da Dio. Ma chi vorrà darci tal confidenza da metterci sul cuore nostro Gesù? Chi?… La sua Madre la quale ce lo portò in terra. Salve dunque, salve o Maria, o gran Madre di Dio, prega Tu per noi peccatori!

Ave Maria.

Né qui è mestieri di molte parole, per far intendere perché ci rivolgiamo a Maria. Sollevati col cuore in paradiso noi così miserabili, in terra abbiamo bisogno d’un cuore che ci voglia il maggior bene senza guardar tanto alle nostre miserie: abbiamo bisogno di un cuore che interpreti tutto quanto il cuor nostro, e che pigli a far tutto per noi. Eh sì: ci si vuole il cuor di una madre, ma che sia da tanto da far rispettare il suo amore, e farsi ascoltare da Dio. Ebbene la fede nostra ce l’addita in cielo sì fatta Madre, e il nostro cuore sa per prova di avere là Maria SS., la Madre di Gesù che Egli ci diede per Madre nostra; e Maria ci ama dell’amore di vera Madre. Ma poveri noi che siam così meschinelli!… Oh! ma appunto, appunto per questo con Maria è da pigliar maggior confidenza. La madre quanto più è deforme il suo figliuolo con tanta maggior compassione lo piglia ad amare: non vi è storpiatello e brutto di bimbo il quale non abbia goduto in seno alla madre le più care tenerezze; ed il rifiuto di tutti è il più caro amore della madre. Ella lascia talvolta andare in festa i suoi figliuoli ben portanti sì, ma, la buona, rimane in casa tutta cura nel melanconico suo amore a tener consolato il figliuol più meschino. –  Che mistero è mai l’amore! egli si pascola volentieri di patimenti per l’oggetto che prende ad amare; e, quando più ha da patire per chi gli è caro, diventa tanto più vivo l’amore e più generoso. Ecco perché le madri amano più vivamente; gli è perché i figli costano loro troppi dolori. Sicché vi ha talvolta una madre che è ad un fil di vita ridotta a morirsi a fine di dare la vita al bimbo suo; ma quando la buona sel vede per dinanzi ricordando gli spasimi per lui sofferti, se lo stringe al seno con tenerezza più viva; e per vendicarsi, gli stampa in volto un caldo bacio. Con questo pensiero noi ci poniamo sul Calvario appiè della croce, quando Gesù moriva per salvare gli uomini perduti a morte in Adamo, e col suo sangue ricreava gli uomini alla vita eterna, facendoli diventare figliuoli di Dio. Contempliamo il mistero della misericordia divina. Come il primo Adamo, negando ubbidienza a Dio, ci perdette tutti, così Gesù, quale secondo Adamo riparatore, si offriva alla volontà di Dio per salvar tutti, col morire per noi. Allora sotto l’albero della colpa stava Eva con Lui d’accordo a nostra rovina. Ancora sotto la croce di Gesù correva pure Maria, e con Lui offriva del suo Sangue nel Sangue del suo Figlio. Quando Gesù agonizzava in croce, il Sangue pioveva giù dalla testa, grondava giù dalle mani, scorreva giù dai piedi, e Maria stava sotto la croce; e il Sangue di Gesù cadeva sul capo, sul volto, sulle mani, sulle vesti a Maria. Gesù, quando si vide lì sotto la sua Madre tutta bagnata di Sangue, ce la diede per nostra Madre. Appunto appunto allora quando Gesù stava per morire e lasciarsi squarciare il petto a fine di mandare dal Cuore il Sangue più vitale, e dare alla Chiesa sua sposa nei sacramenti la virtù di ricreare i figliuoli del Sangue suo alla vita eterna, a somiglianza del Creatore il quale prepara una madre, quando sta per nascere il bimbo, così Egli a noi che dovevamo rinascere figliuoli di Dio, preparava la madre, e per madre nostra ci dava la sua. Maria è pertanto Madre, perché cooperò a ricrearci col Sangue del suo Figlio; e noi siamo figliuoli del suo dolore. Le madri poi sono sempre madri, eziandio coi figlioli che siano stati cattivi. Provati (vorremmo dir qui, se mai si potesse supporre un figliuolo snaturato così da maltrattare la madre) provati, dopo i maltrattamenti di correre piangendo a baciarle la mano, per domandarle perdono, e noi ti assicuriamo, che questa povera madre ti perdonerà col pianto. Così, costandole noi troppi dolori, Maria troppo più vivamente ci deve amare. Ma vi è ben altra cara ragione per cui Maria è Madre nostra. – Qui giova penetrare nel mistero per comprendere bene e gustare come Maria è proprio la nostra Madre. Ed invero le madri sono madri, perché i figliuoli sono del loro sangue; ed a quel modo che una madre può dire al figliuolo delle viscere sue: cara la vita mia! tu sei il mio sangue, così Maria può dire al suo Gesù, perché il sangue di Gesù viene dal cuore di Maria: vita mia! siete voi Sangue mio! Ora il Sangue di Gesù viene con noi in comunione di vita; e Maria vede in noi il Sangue di Gesù suo Sangue. Ah! noi l’intendiamo questo col cuore; e se ci si permettesse un’espressione ardita come l’amor che sentiamo, noi vorremmo dire, che Maria ci guarda più che figliuoli adottivi, ma siccome figliuoli di Sangue. Ora pensiamo qui: se mai vi fosse una madre così fortunata nel mondo, la quale avesse il figlio suo primogenito diventato per avventura il più gran re dell’universo, e poi avesse altri figliuoli dispersi per la terra in abbietta miseria; e il figliuolo suo buono la volesse in reggia onorata regina alla sua destra in trono, dite chi mai vorrebbe al figlio suo in tanta gloria raccomandare in prima se non i poverini suoi figliuoli? Racconteremo un fatto. Di Napoleone, che da umile stato era diventato il più gran re dell’Europa, si racconta, come ad ogni sua nuova conquista volesse egli stesso portare la novella alla propria madre Letizia, a fine di godere della materna consolazione; e come la madre gli rispondesse ogni volta: ne godo assai; ma e i vostri fratelli? e che pur finalmente gli dicesse l’imperatore figliuolo: Mamma, per compiacervi uno de’miei fratelli farò re di Spagna; l’altro re di Portogallo, poi l’altro re di Vestfalia; e quanto alla sorella farolla regina d’Etruria. Vuolsi che a questo la madre con un lungo sospiro gli rispondesse: la vostra madre è felice. –  Deh! fate coraggio e consolatevi, o poveri figliuoli di Maria: la nostra madre è coronata in cielo in trono col Figliuol suo divino. Maria contempla in Paradiso tra lo splendore della divinità il Figlio suo in seno al Padre, e guarda in terra a noi poverini suoi figliuoli in tante miserie; e lì lì scorgendoci per perderci ad ora ad ora: Oh! Figliuol mio, gli dice: gli è Sangue nostro in quei meschinelli! Essa contempla in cielo nel Figlio le gloriose Piaghe e: Figliuol mio, gli soggiunge, queste piaghe nostre le soffrii di riverbero nel mio cuore; e quel Sangue che voi spargeste, venne dal mio seno: poi contemplando in terra le piaghe nostre, e gli ripete: mi par di sentirle nella mia persona quelle loro miserie, perché sono madre vostra, e madre anche di loro! Maria si fissa in cielo nel Costato aperto; e: Mio Gesù, esclama, questa ferita poi la sentii tutta io sola nel mio cuore; deh salvatemi i figli di tanto dolore! Su dunque, da questa povera terra alziamo le grida e il cuore alla gran Madre di Dio, e salutiamola, che è madre nostra. Fortunati noi i quali abbiamo tali parole da dirle, che nessuna creatura si è mai sentito a dire più belle. Queste sono le parole dell’Ave Maria. E da chi le abbiamo imparate? dall’Angelo Gabriele, da santa Elisabetta e dalla santa Chiesa. – Allorché 1’Arcangelo Gabriele fu mandato da Dio a Lei verginella Immacolata in terra per annunciarle che nel suo casto seno dovea nascere il Figliuolo, quel principe del cielo la salutò con tali parole: « Dio vi salvi, o piena di grazia; il Signore è con esso voi; benedetta Voi siete in fra tutte le donne. » I fedeli dell’universo unanimi raccolsero questo saluto e lo ripeterono d’età in età in ogni angolo della terra; e dal fondo di questa valle di lacrime, si vanno consolando tutti a vicenda in ripetendo alla madre del Salvatore « Dio ti salvi, o Maria. » Queste parole debbono commuovere le viscere della Madre di Dio in cielo. Esse ricordano e la predilezione mai più udita di Dio per Lei, e l’istante in cui Ella cominciò ad esser Madre divina, e la sua virtù con cui si metteva nelle mani di Dio, pronta al tremendo martirio di offrire alla morte il Figliuol dell’Eterno, le viscere sue. Poi, a fine di intenerirla più vivamente noi le ricordiamo le consolazioni della carità nell’umana famiglia; e le benediciamo in | seno con l’ispirata Elisabetta il Figliuol del suo Sangue. Infine, acciocché la sia tutta per noi questa Madre divina, colle parole della Chiesa da ogni angolo del mondo le raccomandiamo i bisogni nostri ed il massimo di tutti, quello di spirarle tra le braccia nell’agonia, conchiudendo: « Prega per noi adesso e nell’ora della nostra morte! » Avvi adunque nell’Ave Maria il saluto del cielo, le benedizioni di un ispirato da Dio; e inoltre le grida de’ poveri figliuoli del Sangue del Figlio suo divino. Ora si domanderà di nuovo il perché si ripeta tante volte Ave Maria? per rispondere bisognerebbe saper dire il perché i veri amanti si compiacciano di ripetere le loro più calde espressioni: bisognerebbe sapere spiegare il perché nella vivezza dell’affetto il cuore non si sazi mai di palpitare; anzi come i palpiti medesimi formino il pascolo dell’istesso amore. – Noi però possiamo qui osservare, come eziandio la poesia e il canto, che sono il linguaggio dell’amore, hanno le loro cadenze e posate a misura: ed hanno gl’intercalari, i quali sì ripetono sempre gli stessi. In questi pare che l’anima si fermi a riposo, quasi per pascolarsi a bell’agio di ogni fior di bellezza che le ride d’intorno. Osserviamo anche come nei Salmi quasi di ogni verso la prima parte esprime un pensiero, e la seconda ne ripete il concetto con una cotal simetria: e come allora che si fa più vivo l’affetto, persino proprio le istesse parole tante volte ripetute rendono l’espressione più forte. – La musica poi questa bellissima espressione del sentimento, la quale solleva l’anima nostra e quasi le ali d’angelo le impenna, incominciar suole con un motivo, e tutta vivacità e movimento ed affetto colle onde dell’armonia ci trasporta ne’ campi dell’immaginazione. Quindi quasi a riposare del vagare incerto si raccoglie tratto tratto, e ci rimette in quiete. Poscia ricominciando coll’istesso motivo primiero, ritorna più vivace, e brilla ne” trilli, e s’insegue nelle fughe, e mobilissima al paro dei pensieri dinanzi le varie tinte de’ tuoi affetti ti colora. Aspettiamo un’istante: essa si calma e ritorna ancora sull’istesso motivo. Si direbbe che in quei ritorni l’ispirazione piglia forza a nuovi slanci: e noi ci troviamo come contenti che il tempo del ritmo moderi gli slanci, raccolga i voli e misuri i passi, e così nell’armonia ci ritenga soavemente. Non altrimenti avviene a noi nel Rosario. Noi riposiamo in seno a Maria e le diciamo tutti i nostri segreti: e per questo che le confidiamo noi stessi, pigliamo cuore a confidenze sempre più intime. Colle istesse parole sono diverse assai le cose che le vogliamo dire; è ponendole dinanzi tutti ì nostri bisogni nella piena del cuore ritorniamo a ripetere: Ave Maria, Ave Maria! –  Ma noi vogliamo far intendere fino ai bambini, il perché del ripetere continuo che facciamo: « Ave Maria ». Signori, degnatevi di abbassarvi alla cara semplicità dei bimbi, a cui ci vuol ridotti il Vangelo, ed ascoltate. Immaginate una tenera madre, la quale, di ogni più fine cura circondato il bambino suo, sì lo compone a sedersi sul preparatogli guancialetto. Affinché nulla gli manchi ella gli cerca e pone tra mano i ninnoli a giuocherellare; e quindi, credendolo quieto a trastullarsi, dassi tosto alle faccende domestiche. Il bambolo giuoca per poco, ma poi lasciandosi i ninnoli andar dalle manine, dice: Mamma! con voce amorosa. La mamma è subito a lui, e gli dà un bocconcino; ma il bambino lo lascia tosto cader di bocca, e torna ad esclamare: Mamma!… e la mamma gli porge un po’ d’acqua; ma il bimbo torce dal nappo la testolina, e col riderle negli occhi par che le dica: « E del cuore vostro che voglio io, o mamma, » e ripete ancora: « mamma, e mamma ancora ! » Insomma né il bambino, crediamo, si stanca mai di chiamar la madre, né la madre è mai che si annoj di sentirsi chiamar mamma; né certo principessa o regina sarebbe mai tanto pretendente in orgoglio da sgridare il bimbo, e dirgli: Finiscila una volta con quella tua voce sempre l’istessa: chiamami o principessa, o regina! No, no: né bimbo, né madre non si sazian mai delle ripetute carezze, e dei cari vezzi amorosi. Parimenti noi non ci troviamo mai così bene come quando siamo tra le braccia di Maria a trattar con Dio. Quindi noi non rifiniamo di dirle le tenerezze nostre infinite, di baciarle e ribaciarle le mani, e « di farla interprete con Dio delle nostre parole piene di pianto!… Sî, sì noi la pregheremo continuamente per ora, e per l’istante della nostra agonia, in cui le vogliamo volare in seno… Ave Maria, ora pro nobis nunc et in hora mortis nostræ. Ora se vi è chi non intenda perché noi replichiamo tante volte Ave Maria, povero a lui, egli è senza cuore, oppure non conosce le vie del cuore. Noi godiamo invero di immaginarci nelle case cristiane le famigliole raccolte appiè dell’immaginetta di Maria. Al lume della lampadella tremolante come i nostri cuori innanzi al tabernacoletto, stanno e giovani e più attempati in belli gruppi graziosi; ci par di vedere gli angioli confusi con esso loro a gara fornire ghirlande di rose in recitando il Rosario, ed intrecciare in mezzo ai misteri gaudiosi, come dir perle di candor che innamora: metter dentro, quasi rubini rosseggianti del Sangue di Gesù, ai dolorosi misteri: e diamanti lucentissimi di celeste splendore insertare nei misteri gloriosi, e tutti insieme facendo corona a Maria. Godiamo, godiamo che le nostre famiglie riposino dai travagli della povera vita la sera aspirando i profumi di una vita migliore nel santo Rosario. Noi vogliam con essi ripetere in questo gaudio: « Gloria a Dio, e requie, e luce eterna ai vivi ed ai morti con Gesù, con Maria in Paradiso. » – Ma ahi! che in questa povera valle innaffiata di lagrime strisciano dei rettili a cui fanno noia persin le rose; ed un brutal uomo ebbe l’audacia di stampare sopra una gazzettaccia che fa schifo, il Rosario essere una preghiera stupida !…. Oh!…. oh!…. stupida preghiera il Rosario? Fratelli, trattenete lo sdegno…. perché quel miserabile non poteva che dire così. S. Paolo ci avvisa, che certe bestie di uomini…. animalis homo, non gustano punto le cose di Dio. A questi uomini bestie avviene come ai ciacchi indegni che si avvoltolano in fango. Se mai nel grufolar le immondezze accadesse lor davanti una corona di gioie, l’accefferebbero i brutti col grugno affine di succhiarvi il sudiciume; ma poi rigetterebbero stupidamente le pietre preziose troppo dure alle loro zanne, perché non hanno sapor di schifezza. Così questi miserabili chiamano stupida pratica il santo Rosario, abbandonati che sono da Dio al reprobo senso: abbietti in vita bestiale, quando trattano le immondezze sono nella lor beva allora, e tuffati perdutamente a gola guazzano in brago…. Noi via via torciamo lo sguardo, noi figliuoli di Maria, perché costoro danno in feccia e scolatura d’ogni ribalderia. Ma se i rospi gracidan nella melma e si rituffano nel fango, non ci curiamo di loro altrimenti, e passiamo, senza neppur guardarli, a salutare nel Rosario Maria. – Quando poi vediamo questa pratica del Rosario, usata dai Cristiani nei maggiori loro bisogni, attraversare tanti secoli e conservarsi con sentimento così vivo, così tenero ed universale, noi allora conchiudiamo che questo sentimento deve essere l’effetto di quell’istinto meraviglioso il quale guida divinamente i fedeli nelle pratiche della pietà, anima ed espressione della fede e della vita cristiana. $i, il Rosario deve essere in armonia coi bisogni del cuore dell’umanità cristiana, perché essa tutta comunemente lo adottò e pratica sempre; ed ottenne con esso da Maria i più belli favori e le più care grazie. Ma per dare ai fedeli questa maniera di conversare beatamente con Dio colla forma del santo Rosario, Egli ci voleva un’anima la quale sentisse ben addentro nelle cose del Signore. Ebbene san Domenico fu l’uom fatto secondo il cuore di Dio, per farsi interprete della Chiesa e dei suoi figliuoli. Egli insegnò la formola del santo Rosario: e se ne fece un’arma per abbattere gli Albigesi i quali con mostruosa eresia volevano fare gli uomini un branco di bestie matte e furiose, rotte ad ogni libidine. Tutti i fedeli contenti di averlo da lui imparato se lo insegnarono l’un l’altro, e nol dimenticarono mai più. Non vi è madre cristiana, la quale non l’abbia coi figliuoli recitato. In ogni magnifico tempio, come in ogni chiesuola, nei palagi dorati, come nelle più povere casette dinanzi ad una preziosa immagine come ai piedi di una madonnina di gesso, pontefici, re, regine, artigiani e contadinelle tutti dicono i loro bisogni alla gran madre di Dio nel santo Rosario. Vengono in esso i sacerdoti a dar mano a Maria, e ad offrirsele ad accompagnare Gesù, come Ella, fin sotto la croce, nel sacrificio, il quale sull’altare si ripete. Le sacre vergini sposate a Dio, le giovanette e i fanciulli mettono in salvo i loro gigli in seno all’Immacolata in ripetendo a coro come gli Angioli: Ave Maria. Le monache offertesi al martirio della carità e le povere madri martiri delle famiglie pigliano piangendo in grembo a Maria il balsamo da medicare le piaghe umane ripetendo a gemiti: Ave Maria: le Sacramentine poi gementi d’amore davanti a Gesù nel Sacramento, esclamano tutto il dì e tutta la notte: o Maria, o Maria la benedetta, benedite voi a questo Amor nostro, Gesù, a cui non sappiam meglio parlare che col vostro Cuore!… Ed il povero popolo, quando si trova intorno all’altare e sa che Gesù tratta i suoi interessi col Padre in cielo, va ripetendo ave, ave, Maria, dite voi tutto a Gesù per nol peccatori. Sol che egli si fermi in Chiesa a trattare con Dio, si mette col Rosario tra le braccia a Maria; e quando gli muore sul labbro la parola della preghiera almen si consola, e devoto, come già s. Stanislao Kostka, di tenersi legato alle mani convulse il santo Rosario, come la più bella cosa da presentar alla Regina Madre della misericordia arrivato in Paradiso. Al Rosario sì, al Rosario non altrimenti che i popolani stendono la mano e il cuore anche gli uomini grandi. Il fiero connestabile Anna di Montmorency col Rosario in mano alla testa del cattolico esercito francese contra gli Ugonotti protestanti arrabbiati, mentre dava l’attacco della battaglia si segnava di croce alto gridando: Padre nostro, del cielo… liberaci dal male! Poi: Ave Maria! e tuonava il suo comando: battaglioni, avanti, attaccate alla destra. — Appendeva all’arcion della sella la corona, balenava come un fulmine innanzi a loro nella mischia; e, fugato il nemico, ripigliava in mano il Rosario dicendo: Santa Maria, prega per noi peccatori. Poi: Ave Maria… Battaglioni, attaccate alla sinistra, al centro; e sfondato l’inimico, ripigliava dalla sella in mano la corona dicendo: Santa Maria, prega per noi! — Ah fratelli, se si recitasse ancor da tutti noi il Rosario, non ci colpirebbero tanti insuccessi. Anche Enrico IV confessava altamente che sul trono recitava il Rosario almeno al sabato e alla domenica. Ricorderemo una gloria del Piemonte. Emanuele Filiberto di cui fu detto che non ebbe mai paura in tutta vita, fugati i francesi a S. Quintino, e così fermati i piemontesi sulle Alpi della Savoia, come nelle tende dei forti alla difesa d’Italia e formavale una sicura barriera. Ritornato trionfalmente in Torino il bravo duca alla testa di quella truppa d’eroi, e circondato dai cavalieri dell’Annunziata, fissati per legge in numero di Quindici ad onore dei Quindici Misteri, andava processionalmente recitando coi prodi la Corona a ringraziare della vittoria riportata, Maria santissima nella chiesa del Rosario. Nell’assedio di Torino, mentre cadevano le bombe ad incenerire la città, il beato Sebastiano Valfrè per salvarla, raccoglieva gli inermi innanzi alla cittadella a recitare il Rosario. Ma era riserbato a s. Pio V l’onore di francar col Rosario l’Europa dalla Turchia che la minacciava di schiavitù, giurato avendo il Sultano di voler tagliar la testa a tutti i Cristiani. Pio raccoglie dall’Italia, dalla Spagna e da altre nazioni quel po’ di navi che poté…. Era l’Europa nel più terribile frangente; ma il Papa ordina di recitare il Rosario dappertutto. Nell’ora del cimento Giovanni d’Austria colla bandiera di Gesù in passione dal santo Pontefice a lui affidata, stava nel golfo di Lepanto alla presenza della spaventosa flotta turchesca. Tremendo istante! Le due armate si guardano in solenne silenzio: Giovanni ritto in alto sulla capitana si segna di croce, mette un grido al Padre nostro in cielo, e poi: Ave Maria! e le flotte son nell’attacco. Si alza un vento e spinge le navi cristiane contro la flotta dei turchi: l’Europa è salva, perché la salvò Maria nel Rosario invocata. Pio era in Roma le cento e cento miglia lontano circondato dai cardinali; aprendo in quell’istante la finestra esclamava il Pontefice del Rosario: Ringraziamo Dio, che per Maria siamo salvati. La Chiesa consacrò la vittoria della libertà europea con una festa solenne, che Gregorio XIII volle si chiamasse solennità del santo Rosario, la prima domenica di Ottobre. Conchiuderemo con le approvazioni dei sommi Pontefici le quali per noi cattolici valgono più di tutte altre ragioni a raccomandarlo. Nicolò V, Urbano IV, Innocenzo VIII, Leone X, Adriano VI, Clemente VII, Paolo III, Pio V, Urbano VIII lodarono ed approvarono sommamente il Rosario, e concessero tante indulgenze, per cui guadagnare debbono i fedeli farsi ascrivere alla Compagnia del santo Rosario. Madre di Dio e Madre nostra onnipotente, voi scorgete come freme orrenda e universale la guerra contro i fedeli: un altro Pio ricorre a Voi egli che vi proclamò Immacolata, forse perché nella maggior vostra gloria schiaccerete col piede immacolato la testa alla massima delle eresie!… al panteismo truce il quale si traduce praticamente in latrocinio universale, ed in delitto legale!… Noi non ardiremo più in là; ma pure inabissati nel nostro nulla, mentre nello scuro e pauroso orizzonte muggisce tant’orribile burrasca, nello splendore del vostro trionfo noi vogliamo gridare: Oh vedi l’arcobaleno annunziator della pace all’universo cristiano. È Maria proclamata da Pio IX Immacolata: Maria aiuto al tempo opportuno che noi invochiamo col Rosario. Il quale vi mostreremo a recitare nelle seguenti MEDITAZIONI.

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA: OTTOBRE 2022

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA: OTTOBRE 2022

OTTOBRE È IL MESE CHE LA CHIESA CATTOLICA DEDICA ALLA SS. VERGINE DEL ROSARIO, AI SANTI ANGELI CUSTODI E A CRISTO RE.

Allorché l’eresia degli Albigesi s’estendeva empiamente nella provincia di Tolosa mettendovi di giorno in giorno radici sempre più profonde, san Domenico, che aveva fondato allora l’ordine dei Predicatori, si applicò interamente a sradicarla. E per riuscirvi più sicuramente, implorò con assidue preghiere il soccorso della beata Vergine, la cui dignità quegli eretici attaccavano impudentemente, ed a cui è dato di distruggere tutte l’eresie nell’intero universo. Ricevuto da lei l’avviso (secondo che vuole la tradizione) di predicare ai popoli il Rosario come aiuto singolarmente efficace contro l’eresie e i vizi, stupisce vedere con qual fervore e con qual successo egli eseguì l’ufficio affidatogli. Ora il Rosario è una formula particolare di preghiera nella quale si distinguono quindici decadi di salutazioni angeliche, separate dall’orazione Domenicale, e in ciascuna delle quali ricordiamo, meditandoli piamente, altrettanti misteri della nostra redenzione. Da quel tempo, dunque, questa maniera di pregare incominciò, grazie a san Domenico, a farsi conoscere e a spandersi. E, ch’egli ne sia l’istitutore e l’autore, lo si trova affermato non di rado nelle lettere apostoliche dei sommi Pontefici. – Da questa istituzione sì salutare promanarono nel popolo cristiano innumerevoli benefici. Fra i quali si cita con ragione la vittoria, che il santissimo Pontefice Pio V e i principi cristiani infiammati da lui riportarono presso le isole Cursolari sul potentissimo despota dei Turchi. Infatti, essendo stata riportata questa vittoria il giorno medesimo in cui i confratelli del santissimo Rosario indirizzavano a Maria in tutto il mondo le consuete suppliche e le preghiere stabilite secondo l’uso, non senza ragione essa si attribuì a queste preghiere. E ciò l’attestò anche Gregorio XIII, ordinando che a ricordo di beneficio tanto singolare, in tutto il mondo si rendessero perenni azioni di grazie alla beata Vergine sotto il titolo del Rosario, in tutte le chiese che avessero un altare del Rosario, e concedendo in perpetuo in tal giorno un Ufficio di rito doppio maggiore; e altri Pontefici hanno accordato indulgenze pressoché innumerevoli a quelli che recitano il Rosario e alla confraternita di questo nome. – Clemente XI poi, stimando che anche l’insigne vittoria riportata l’anno 1716 nel regno d’Ungheria da Carlo VI, imperatore dei Romani, su l’immenso esercito dei Turchi, accadde lo stesso giorno in cui si celebrava la festa della Dedicazione di santa Maria della Neve, e quasi nel medesimo tempo che a Roma i confratelli del santissimo Rosario facendo preghiere pubbliche e solenni con immenso concorso di popolo e grande pietà indirizzavano a Dio ferventi suppliche per l’abbattimento dei Turchi e imploravano umilmente l’aiuto potente della Vergine Madre di Dio a favore dei Cristiani; perciò credé dover attribuire questa vittoria al patrocinio della stessa Vergine, come pure la liberazione, avvenuta poco dopo, dell’isola di Corcira dall’assedio parimente dei Turchi. Quindi perché restasse sempre perpetuo e grato ricordo di sì insigne beneficio, estese a tutta la Chiesa la festa del santissimo Rosario da celebrarsi collo stesso rito. Benedetto XIII fece inserire tutto ciò nel Breviario Romano. Leone XIII poi, in tempi turbolentissimi per la Chiesa, e nell’orribile tempesta di mali che da lungo tempo ci opprimono, ha sovente e vivamente eccitato con reiterate lettere apostoliche tutti i fedeli del mondo a recitare spesso il Rosario di Maria, soprattutto nel mese d’Ottobre, ne ha innalzato di più la festa a rito superiore, ha aggiunto alle litanie Lauretane l’invocazione, Regina del sacratissimo Rosario, e concesso a tutta la Chiesa un Ufficio proprio per la stessa solennità. Veneriamo dunque sempre la santissima Madre di Dio con questa devozione che le è gratissima; affinché, invocata tante volte dai fedeli di Cristo colla preghiera del Rosario, dopo averci dato d’abbattere e annientare i nemici terreni, ci conceda altresì di trionfare di quelli infernali. (Dal Messale Romano).

Festa degli Angeli custodi

Zach II:1-5

E alzai i miei occhi, e guardai, ed ecco un uomo con in mano una corda da misuratore; e dissi: Dove vai tu? Ed egli mi disse: A misurare Gerusalemme per vedere quanta sia la sua larghezza, e quanta la sua lunghezza. Quand’ecco l’Angelo che parlava con me uscì fuori, e gli andò incontro un altro Angelo. E gli disse: Corri, parla a quel giovane, e digli: Gerusalemme sarà abitata senza mura, per la gran quantità d’uomini e di bestie che saranno dentro di essa. Ed io le sarò, dice il Signore, muraglia di fuoco tutt’intorno, e sarò glorificato in mezzo a lei.

… Ci sembrò poi più d’ogni altra opportuna a questa celebrazione l’ultima domenica del mese di ottobre, nella quale si chiude quasi l’anno liturgico, così infatti avverrà che i misteri della vita di Gesù Cristo, commemorati nel corso dell’anno, terminino e quasi ricevano coronamento da questa solennità di Cristo Re, e prima che si celebri e si esalti la gloria di Colui che trionfa in tutti i Santi e in tutti gli eletti. – Pertanto questo sia il vostro ufficio, o Venerabili Fratelli, questo il vostro compito di far sì che si premetta alla celebrazione di questa festa annuale, in giorni stabiliti, in ogni parrocchia, un corso di predicazione, in guisa che i fedeli ammaestrati intorno alla natura, al significato e all’importanza della festa stessa, intraprendano un tale tenore di vita, che sia veramente degno di coloro che vogliono essere sudditi affezionati e fedeli del Re divino…

(S. S. Pio XI, lett. Enc. Quas primas)

Indulgenze per il mese di OTTOBRE:

398

Fidelibus, qui mense octobri saltem tertiam Rosarii partem sive publice sive privatim pia mente recitaverint, conceditur:

Indulgentia septem annorum quovis die;

Indulgentia plenaria, si die festo B . M. V. de Rosario et per totam octavam idem pietatis obsequium præstiterint, et præterea admissa sua confessi fuerint, ad eucharisticum Convivium accesserint et alicuius ecclesiæ aut publici oratorii visitationem instituerint;

Indulgentia plenaria, additis sacramentali confessione, sacra Communione et alicuius ecclesiæ aut publici oratorii visitatione, si post octavam sacratissimi Rosarii saltem decem diebus eamdem recitationem persolverint (S. C. Indulg., 23 iul. 1898 et 29 aug. 1899; S. Pæn. Ap., 18 mart. 1932). 81028

[Ai fedeli che nel mese di ottobre reciteranno almeno la terza parte del Rosario in pubblico o in privato, si concede:

Indulgenza di sette anni ogni giorno;

Indulgenza plenaria se nel giorno della festa del B.M.V. saranno confessati e comunicati secondo s.c.

Indulgenza plenaria, s. c.  se dopo l’ottava del sacratissimo Rosario, almeno per dieci giorni lo avranno recitato.]

RECITATIO ROSARII

395

a) Fidelibus, si tertiam Rosarii partem devote recitaverint, conceditur: Indulgentia quinque annorum;

Indulgentia plenaria, suetis conditionibus, si quotidie per integrum mensem idem præstiterint (Bulla Ea quæ ex fidelium, Sixti Pp. IV, 12 maii 1479; S. C. Indulg., 29 aug. 1899; S. Pæn. Ap., 18 mart. 1932 et 22 ian. 1952).

ORATIO AD D. N. IESUM CHRISTUM REGEM

Indulg. plenaria suetis condicionibus semel in die (272)

DÒMINE Iesu Christe, te confiteor Regem universàlem. Omnia, quæ facta sunt, prò te sunt creata. Omnia iura tua exérce in me. Rénovo vota Baptismi abrenùntians sàtanæ eiùsque pompis et opéribus et promitto me victùrum ut bonum christiànum. Ac, potissimum me óbligo operàri quantum in me est, ut triùmphent Dei iura tuæque Ecclèsiæ. Divinum Cor Iesu, óffero tibi actiones meas ténues ad obtinéndum, ut corda omnia agnóscant tuam sacram Regalitàtem et ita tuæ pacis regnum stabiliàtur in toto terràrum orbe. Amen.

Queste sono LE FESTE DEL MESE DI OTTOBRE 2021:

1 Ottobre S. Remigii Episcopi et Confessoris    Simplex

                Primo sabato

2 Ottobre Dominica XVII Post Pent. I. Octobris – Semiduplex Dom. minor *I*

                  Ss. Angelorum Custodum   

3 Ottobre S. Theresiæ a Jesu Infante Virginis    Duplex

4 Ottobre S. Francisci Confessoris    Duplex majus

5 Ottobre Ss. Placidi et Sociorum Martyrum    Simplex

6 Ottobre S. Brunonis Confessoris  Duplex

7 Ottobre Sanctissimi Rosarii Beatæ Mariæ Virginis    Duplex II. classis *L1*

                 Commemoratio: S. Marci Papæ

                  Primo venerdì

8 Ottobre  S. Birgittæ Viduæ  Duplex

9 Ottobre Dominica XVIII Post Pentec. II. Octobris  Semiduplex Dom. minor

                  S. Joannis Leonardi Confessoris

10 Ottobre S. Francisci Borgiæ Confessoris Semiduplex m.t.v.

11 Ottobre Maternitatis Beatæ Mariæ Virginis – Duplex II. classis *L1*

13 Ottobre S. Eduardi Regis Confessoris    Semiduplex m.t.v.

14 Ottobre S. Callisti Papæ et Martyris    Duplex

15 Ottobre S. Teresiæ Virginis    Duplex

16 Ottobre Dominica XIX Post Pentec. III. Octobris Semiduplex Domin. Minor

                   S. Hedwigis Viduæ    Semiduplex

17 Ottobre S. Margaritæ Mariæ Alacoque Virginis    Duplex

18 Ottobre S. Lucæ Evangelistæ    Duplex II. classis

19 Ottobre S. Petri de Alcantara Confessoris    Duplex m.t.v.

20 Ottobre S. Joannis Cantii Confessoris    Duplex

21 Ottobre S. Hilarionis Abbatis    Simplex

22 Ottobre Sanctae Mariae Sabbato    Simplex

23 Ottobre Dominica XX Post Pentec. IV. Octobris Semiduplex Domin. minor *I*

24 Ottobre S. Raphaëlis Archangeli    Duplex majus *L1*

25 Ottobre Ss. Chrysanthi et Dariæ Martyrum    Simplex

26 Ottobre S. Evaristi Papæ et Martyris    Simplex

      Elezione al soglio di s. Pietro di S.S. Gregorio XVII

27 Ottobre In Vigilia Ss. Simonis et Judæ Ap.    Simplex *L1*

28 Ottobre Ss. Simonis et Judæ Apostolorum    Duplex II. classis *L1*

29 Ottobre Sanctae Mariae Sabbato    Simplex

30 Ottobre Domini Nostri Jesu Christi Regis    Duplex I. classis *L1*

      Dominica XXI Post Pentecosten I. Novembris Semiduplex Dominica minor *I*

31 Ottobre In Vigilia Omnium Sanctorum    Simplex *L1*

LA GRAZIA E LA GLORIA (30)

LA GRAZIA E LA GLORIA (30)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

I.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

LIBRO VI

TOMOPRIMOLIBRO VI.

LA NOSTRA FILIAZIONE NEL SUO RAPPORTO CON LA TERZA PERSONA DELLA TRINITÀ

CAPITOLO IV

Conseguenze delle proprietà personali dello Spirito Santo. – Come in Lui e attraverso di Lui abbiamo la Grazia increata. La sua missione nelle anime.

Abbiamo parlato di due elementi costitutivi del nostro essere soprannaturale: la Grazia increata e la grazia creata; quest’ultima inerente all’anima e figurante ad immagine del Figlio unigenito; la prima dimora nell’anima attraverso la sua sostanza, per essere allo stesso tempo il principio ed il termine dei doni soprannaturali che la trasformano. Si tratta di studiare ciò che lo Spirito Santo sia in questa doppia grazia. Cominciamo con la Grazia increata.

1. – Quando le Scritture e la Tradizione ricordano la venuta della Trinità nei figli di adozione, non basta attribuire questa misteriosa dimora allo Spirito di Dio; esse ci insegnano anche che è attraverso lo Spirito Santo e nello Spirito Santo che il Padre e il Figlio si uniscono alle anime per farvi la loro dimora permanente. L’Oriente e l’Occidente hanno una sola voce per affermarlo. « Attraverso lo Spirito Santo tutta la Trinità abita in noi », scrive il grande Vescovo di Ippona (S. Augustus, de Trinit., L. XV, c. 18, n. 32). S. Basilio ripete con lui: « L’unione con Dio è fatta per mezzo dello Spirito: Dio infatti ha mandato lo Spirito del suo Figlio nei nostri cuori perché gridassimo: Abba, Padre » (San Basilio, de Spir. S., c. 19. P. Gr 6-2, p. 155). « È nello Spirito che la creatura diventa partecipe del Verbo, e tutti noi entriamo in comunione con Dio solo attraverso di Lui … Poiché, dunque, siamo partecipi di Cristo e di Dio (il Padre), è evidente che l’unzione ed il sigillo che è in noi non appartenga alla natura delle cose create, ma alla natura del Figlio, poiché Egli ci unisce al Padre per mezzo dello Spirito che è in Lui » (Sant’Athan, ep. ad Serap: 4, n. 23; 24, l. cit.). Così parla S. Atanasio; e tale è anche la dottrina che San Cirillo esprime quasi negli stessi termini e contro gli stessi avversari: « Come può lo Spirito essere una cosa creata, Egli mediante il Quale diventiamo partecipi del Padre e del Figlio? Sì, Dio è in noi attraverso lo Spirito Santo » (S. Cirillo. Alex, appendice al Dial, VII de Trinit, P. Gr, L. 75, p. 1124, etc.). Riascoltiamo S. Basilio: « Vedo Dio (il Padre) e lo Spirito abitare inseparabilmente insieme nelle creature. Quanto a te, Eunomio, poiché non puoi negare che nelle testimonianze che ci rivelano questa presenza si tratti dello Spirito increato, affermi che è Dio (il Padre) a portare il nome di Spirito. Ma non sai che Dio non abita da solo nella creatura e che a nessuno è permesso di ascoltare Dio (il Padre), se non dove si parla dello Spirito di Dio? L’Apostolo, appunto, distingue apertamente l’uno dall’altro quando scrive: Dio ce lo ha rivelato per mezzo del suo Spirito. Non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito che è di Dio. » Sembra proprio che le due Persone stiano aspettando l’intervento della terza per scendere in noi, così che, volendo abitare in un cuore, la mandano davanti a loro per aprirne le porte e trasformarlo in un tempio degno della loro suprema maestà. Ora, non pensiamo che si tratti di espressioni arbitrarie, senza conseguenze e senza cause, uno di quei giochi di parole in cui si dilettano oratori e poeti. No: perché non si ripresenterebbero così frequentemente negli scritti i più dogmatici dei Padri; ancor meno li sosterrebbero con tanta insistenza sulla parola stessa dello Spirito Santo registrata nelle nostre Scritture. S. Cirillo di Alessandria commenta questo passo della I Lettera ai Corinzi: « Non sapete che le vostre membra sono il tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete ricevuto da Dio » (1 Cor., VI, 19: col. II Cor. VI, 16-17). Il santo Dottore esclama: « Perciò noi siamo i templi del Dio vivente. E come mai? Perché Cristo abita in noi per mezzo dello Spirito Santo, e ha nella sua stessa natura colui dal quale sostanzialmente emana, Dio suo Padre » (S. Cirillo. Alex. in h. 1. P. Gr., t 74, p. 371). Ma in nessun luogo essi insistono maggiormente su questa idea che nell’interpretazione di questo bellissimo testo di San Giovanni: « Ciò che ci fa conoscere che noi rimaniamo in Dio e che Dio rimane in noi, è che Egli ci ha resi partecipi del suo Spirito » (I Joan., IV, 13). « Pertanto – conclude S. Atanasio – in virtù della grazia dello Spirito Santo che ci è stata data, noi siamo in Dio e Lui in noi. Di conseguenza, poiché Esso è lo Spirito di Dio, quando è in noi, noi che possediamo questo Spirito siamo veramente in Dio, e Dio per lo stesso motivo abita in noi » (S. Atanasio Or. 3, c. Ariano, n. 23; P. Gr. 26, p. 373). – E S. Agostino: « In questo sappiamo che noi rimaniamo in Dio e Dio in noi, perché Egli ci ha dato il suo Spirito. Molto bene; sia benedetto Dio! Noi sappiamo che Dio abita in noi. Ma chi ce lo ha fatto sapere? Perché Egli ci ha donato il suo Spirito? E come si fa a sapere che ci ha dato il suo Spirito? Chiedete al vostro cuore: se è pieno d’amore, avete lo Spirito di Dio in voi. Ma chi ci insegna questo necessario legame tra la dimora dello Spirito Santo e la carità? È Paolo quando dice: L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato » (S. Aug. in ep. Joan ad Parth. tr. VIII, n. 12). Continuiamo ad ascoltare lo stesso Agostino. Egli cerca se vi sia un testo nelle Scritture in cui lo Spirito Santo sia esplicitamente menzionato con il termine di carità. Questo testo, egli ritiene, forse a torto, di averlo trovato in queste parole di San Giovanni: Dio è carità (I Joan. IV, 8). Non esaminerò tutte le prove che egli adduce, anche se contengono insegnamenti utili. Ci accontentiamo di notare la seconda parte della sua argomentazione. « Noi troviamo – egli dice, – che la Scrittura chiama chiaramente l’Unico, la sapienza di Dio (1 Cor. I, 24). Troviamo anche che lo Spirito Santo porti da qualche parte il nome di carità? Sì, se meditiamo diligentemente le parole dell’Evangelista. Miei cari – egli dice – amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio. E aggiunge: Chi ama è nato da Dio; e chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è carità (I Joan, IV, 7-8). La carità è Dio, la carità è da Dio. Quindi la carità è Dio da Dio. Ma se lo Spirito Santo è Dio da Dio, perché procede da Dio Padre e da Dio Figlio, il Figlio stesso è nato da Dio Padre e, di conseguenza, è anch’egli Dio da Dio. Quale dei due sarà la carità? Mettiamo da parte il Padre, perché non è da Dio. È il Figlio, è lo Spirito Santo? Quello che segue ci illuminerà… « In questo – dice l’Evangelista (Id., Ibid. 13), sappiamo che noi dimoriamo in Lui (Dio) e Lui in noi, perché Egli ci ha donato il suo Spirito. Perciò è lo Spirito che Egli ci ha dato che ci fa dimorare in Dio e Lui in noi. Ora, questa mutua immanenza è opera della carità, lo Spirito Santo è quindi il Dio carità… ed è di Lui che parla singolarmente la Scrittura, quando essa dice: Dio è carità. Perciò lo Spirito Santo, Dio che procede da Dio, accende nell’anima a cui è stato dato la carità per Dio e per il prossimo, ed è Lui stesso Carità, perché è solo da Dio che viene nel suo cuore dell’uomo, l’amore che egli ha per Dio…. Perciò la Carità che è da Dio e che è Dio, è propriamente lo Spirito Santo che riversa nei nostri cuori la carità, cioè quell’amore di Dio per il quale tutta la Trinità abita in noi. Dilectio igitur quæ ex Deo est et Deus est, proprio Spiritus sanctus est, per quem diffunditur in cordibus nostris Dei charitas, per quam nos tota inhabitat Trinitas. Per questo lo Spirito Santo, pur essendo Dio, è giustamente chiamato Dono di Dio – Atti VIII, 20 – Questo dono divino va inteso come carità, quella carità che conduce a Dio e senza la quale nessun altro dono può condurci a Dio » (S. Aug., de Trin. XV, c. 17e18; n.31 e 32).

2. – Questo testo del grande Vescovo è prezioso. Infatti, dopo averci insegnato che lo Spirito Santo è personalmente Amore; e che attraverso questo Amore tutta la Trinità abiti in noi, ci spiega ancora, almeno in parte, il vero significato del ruolo attribuito in modo così costante allo Spirito Santo.  Lo Spirito Santo, inviato dal Padre e dal Figlio, dono comune del loro amore per gli uomini, attira Dio verso di noi ed attira noi stessi a Dio: questa è la sua funzione. Come si spiega questo? Questa spiegazione può essere data in diverse forme, tutte riconducibili alle caratteristiche ipostatiche dello Spirito Santo, come conseguenze del loro principio. Cominciamo con quella che ci offre l’Angelo della Scuola. È fondamentalmente la stessa che il grande Agostino ci ha appena suggerito. Il Dottore Angelico suppone due principi che abbiamo ampiamente dimostrato: il primo è che Dio non può essere separato né dai suoi effetti né dai suoi doni; il secondo è che le opere d’amore e soprattutto la carità, devono essere l’attributo dell’Amore personale, cioè dello Spirito Santo. Posto questo, ecco come egli ragiona: È necessario che dove c’è l’effetto di Dio, si trovi anche Dio, la causa efficiente. Pertanto, poiché la carità che ci fa amare Dio è in noi attraverso lo Spirito Santo, lo stesso Spirito Santo deve rimanere in noi finché manteniamo in noi la carità. Per questo l’Apostolo ha detto: Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito Santo abita in voi? (1 Cor. III. 16) Egli è in noi, io dico, per fare di noi, mediante la carità, gli amici (gli amanti, amatores) di Dio. Pertanto, poiché è legge dell’amore che l’oggetto amato sia in colui che lo ama, in quanto lo ama, è necessario che attraverso lo Spirito Santo abitino in noi sia il Figlio che il Padre. Per questo il Signore ha detto nel suo Vangelo: Noi verremo a lui, cioè a colui che ama Dio, e prenderemo dimora in lui (Gv. XIV, 23)… « Inoltre, è evidente che Dio ha un amore speciale per coloro che ha reso suoi amici per mezzo del suo Spirito, perché è solo amando che ha donato loro un bene così prezioso. Così leggiamo di Dio che ha detto: Io amo coloro che mi amano (Prov., VII, 8). Infatti, non siamo stati noi ad amare Dio per primi, ma è Lui che ci ha prevenuto con il suo amore (Gv. IV, 10). Ora, come abbiamo detto, ogni oggetto amato è in colui che lo ama. È quindi necessario che attraverso lo Spirito Santo non solo Dio sia in noi, ma che noi stessi siamo in Dio. Per questo è detto in S. Giovanni (I Giovanni IV, 13 e 16): « Colui che rimane nella carità, dimora in Dio e Dio in lui. » E ancora: « Questo è ciò che ci fa conoscere che noi rimaniamo in Lui e che Lui rimane in noi, è che Egli ci ha dato il suo Spirito » (San Thom., c. Gent., c. 21). Come abbiamo visto, tra tutti gli effetti della generosità divina, San Tommaso ha scelto in modo particolare la carità per farne il fondamento della sua interpretazione. Ma tutte le altre operazioni di Dio che si riferiscono all’ordine della grazia possono servire come punto di partenza per la spiegazione che è lo scopo delle nostre ricerche. È che tutti questi effetti, di qualunque natura e in qualunque forma, sono doni di Dio, che emanano dal suo amore, che tendono a perfezionare l’opera della nostra santificazione, che hanno come fine più o meno prossimo quello di unirci a Dio, che contribuiscono alla perfezione soprannaturale della natura intelligente e, di conseguenza, che sono di quelli che la legge di appropriazione ci obbliga a riferire allo Spirito Santo, poiché è l’Amore personale, la Virtù santificante, il Dono di Dio Altissimo, il Complemento della Trinità, l’unione eterna tra il Padre e il Verbo, il suo unico Figlio. Ora, ancora una volta, Dio non può essere separato né dai doni, né dai suoi effetti. Se, dunque, le operazioni che appartengono all’ordine della grazia sono l’attributo speciale dello Spirito Santo, è Lui che deve apparirci per primo in questa venuta di Dio che si conclude con l’inabitazione permanente. Un Padre del IV secolo, Didimo di Alessandria, che forse è meno conosciuto di quanto meriti, ha messo in grande luce questa verità. Anche lui, come tutti i Padri greci del tempo, si batte per la divinità dello Spirito Santo. « Non è – egli dice – una delle sostanze corporee, questo Spirito che abita nelle anime e nei corpi, l’Autore della sapienza e della conoscenza. Non lo classificheremo nemmeno tra le creature invisibili. Tutti questi esseri sono in grado di ricevere la saggezza, le virtù e la santità; ma Egli ne è la causa efficiente e produttiva. Sì, lo Spirito Santo è il santificatore immutabile: è Lui che dà la scienza divina ed ogni bene; diciamo meglio: Egli sussiste nei doni che la munificenza del nostro Dio ci concede. Perché là dove S. Luca e S. Matteo riferiscono lo stesso fatto evangelico, l’uno scrive: Quanto più il Padre celeste farà del bene a coloro che lo pregano (Mt. VII, 11), mentre l’altro dice: Quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che lo implorano (Lc. XI, 13): da questo è evidente che lo Spirito Santo è la pienezza dei doni di Dio: tanto che i doni non esistono senza di Lui, in quanto tutti i vantaggi che i doni liberalmente elargiti da Dio ci procurano, derivano da questa fonte. È evidente, dunque, che lo Spirito Santo sia distinto dalle creature corporee e anche da quelle spirituali, poiché le altre sostanze lo ricevono come una sostanza che le santifica; mentre Egli non riceve alcuna santità dall’esterno, essendo il dispensatore ed il Creatore di ogni santità » (Didyim., de Spirit. S., n. 4, P. Gr., t. 39, p. 1136). Così lo Spirito Santo è nelle grazie di santificazione e, attraverso di esse, nelle anime in cui Dio le riversa, perché ne è il primo Autore. Ma, poiché l’operazione di santificazione è comune alle tre Persone, così comune deve essere anche la presenza nelle anime santificate, benché l’una e l’altra siano particolarmente appropriate allo Spirito Santo. Comprendiamo ora come il Padre e il Figlio siano in noi per mezzo del loro Spirito divino. È la grazia che le fa ivi dimorare; è per mezzo delle operazioni santificanti che Essi vi giungono. (Suppl. L. III, c. 3 e 4). Ma poiché la grazia e tutto l’ordine di effetti ad essa collegati sono per appropriazione dello Spirito Santo, è anche necessario che affermiamo dallo stesso Spirito ciò che è inseparabilmente collegato a questa grazia. Così le altre due Persone sono in noi attraverso lo Spirito Santo, e questo Spirito divino, comunicandosi a noi, ci fa entrare nella partecipazione del Figlio e del Padre (Ci si può chiedere cosa dobbiamo concepire prima, se lo Spirito Santo presente nell’anima o il dono di grazia che Egli comunica. Ecco la soluzione data da San Tommaso: « L’ordine della natura tra diverse cose può essere considerato da diversi punti di vista. In primo luogo, dal punto di vista della materia o del soggetto che riceve; da questo punto di vista la disposizione precede ciò che si prepara a ricevere e, di conseguenza, noi riceviamo i doni dello Spirito Santo prima dello Spirito Santo stesso, poiché è attraverso la ricezione dei doni che noi gli siamo assimilati (e che Lui si unisce a noi). In secondo luogo, dal lato dell’agente e del fine: sotto questo aspetto la priorità appartiene allo Spirito Santo, perché il Figlio ci ha dato gli altri doni attraverso il suo amore (il primo dono). » – S. Thon, D. 14, q. 2, a ad ult. quæsit). – Un’ultima interpretazione, meno completa delle precedenti e tuttavia sufficiente a spiegare più di un testo dei Padri, emerge dall’ordine delle processioni divine. È noto che diversi Dottori d’Oriente, nella loro contemplazione di questo movimento immobile di vita divina da cui deriva la santa e indivisibile Trinità, amano considerare il Padre come una fonte infinitamente piena, che si riversa interamente nel Figlio, senza impoverirsi, e attraverso il Figlio nello Spirito Santo. Lì termina il flusso divino. Ma se la legge delle processioni richiede che la divinità non venga comunicata nella sua identità sostanziale ad altre persone, in modo da appartenere a loro a pieno titolo; perché ella è amore e bontà, l’amore infinito, la bontà sovrana, conserva per così dire un’inclinazione pressante a riversarsi ancora, non più in Dio, ma al fuori da Dio. Cosa farà il flusso divino per soddisfare questo bisogno di espansione? Si frammenterà, come un fiume la cui massa è fermata dalle dighe, almeno per gettare qualche getto delle sue acque schiumose. Dio non voglia che abbiamo questo pensiero della semplicissima e unica Essenza divina. Ma nella sua beata impotenza a diventare la natura di qualcuno che non sia né il Padre, né il Figlio, né lo Spirito Santo, può comunicare alle creature privilegiate una partecipazione di sé stessa; ed è quel che Essa fa quando ci dona la sua grazia e si unisce accidentalmente a noi con questa stessa grazia. Ora, poiché questa comunicazione divina proviene dall’amore e dalla bontà; essendo ancora una naturale ma libera continuazione del movimento eterno che porta l’Oceano della divinità dal Padre al Figlio e dal Figlio allo Spirito Santo, è giusto appropriarne la gloria a questo Spirito, l’Amore personale e l’ultimo termine delle processioni nel seno di Dio. Ho detto: appropriarne; perché, ancora una volta, si tratta di una comunicazione necessariamente comune a tutta la Trinità. – Parliamo delle cose divine in base alle nostre deboli concezioni e secondo il nostro linguaggio ancora più imperfetto. Al punto di partenza, vedo la prima fonte che riversa la sua pienezza in una seconda Persona, e il Padre solo produce il suo Verbo: e il Verbo è nel Padre e il Padre è nel suo Verbo. Nuovo movimento e nuova comunicazione; la pienezza, essendo passata in qualche modo dal Padre al Figlio senza lasciare il Padre, appartiene ora a due Persone divine. Di conseguenza, lo Spirito Santo, la terza Persona, procede allo stesso tempo dal Padre e dal Figlio come da un unico e medesimo principio; e il Padre e il Figlio sono nello Spirito Santo e lo Spirito è in loro, come essi sono in Lui. Poiché l’inclinazione della bontà sovrana la spinge a diffondersi di nuovo, ma al di fuori di Dio, sulla creatura ragionevole, per divinizzarla, non è forse vero che, poiché la pienezza appartiene per la legge stessa della vita divina alle tre Persone, Padre, Figlio e Spirito Santo, sono ora le tre Persone che, con un cuore comune e con un beneficio comune, fanno partecipare questa creatura alla loro pienezza e a se stesse? Tuttavia, la Persona dello Spirito Santo, essendo non solo per sua natura, ma in virtù della sua stessa proprietà, la bontà amorosa che si riversa sulla creatura divinizzata, è Lui che ci tocca per primo in queste comunicazioni ineffabili: è Lui in cui le altre due Persone sono unite e si donano a noi. « Il Padre è la fonte, il Figlio è il fiume e lo Spirito è ciò che noi beviamo. Ma bevendo lo Spirito beviamo Cristo e, attraverso Cristo, suo Padre » (S. Atanasio, ep. ad Serap. 1, n. 19, P. Gr. 26, p. 573).

3. – Ma se il Padre e il Figlio sono in noi attraverso lo Spirito Santo, Egli stesso viene a noi, perché è mandato da loro. … il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre mio manderà nel mio Nome, vi insegnerà ogni cosa, disse di Lui Nostro Signore ai suoi Apostoli (Joan, XIV, 26). E ancora: « Quando verrà il Paraclito (cioè il Consolatore), lo Spirito di verità che procede dal Padre e che io vi manderò dal Padre mio, testimonierà di me » (Gv. XV, 26). E più avanti ancora: « Ora vado da Colui che mi ha mandato. Ed è bene per voi che io me ne vada; perché se non me ne vado, il Consolatore non verrà a voi; ma se me ne vado, ve lo manderò… e quando lo Spirito di verità sarà venuto, vi insegnerà tutta la verità… » (Joan. XVI, 7, 13). Lo Spirito Santo viene in noi; è mandato dal Padre nel Nome del Figlio, e dal Figlio e dal Padre. Cosa significano queste espressioni e qual è la missione dello Spirito Santo? – La missione dello Spirito Santo è l’eterna processione di questo stesso Spirito che si manifesta con un effetto o un’operazione, in virtù del quale è presente in modo nuovo nella sua creatura ed inabita in essa. Noi sappiamo già perché lo Spirito Santo venga in noi e come vi dimori. Ma questa venuta dello Spirito è una missione: perché nel venire procede, esce, per così dire, dal Padre e dal Figlio, e per questo Essi lo mandano, quando viene. Come si può notare, due cose contribuiscono essenzialmente alla missione propriamente detta: la Persona inviata deve venire ad abitare in modo nuovo nella creatura ragionevole ed inoltre, deve trarre la sua origine da un’altra Persona. Pertanto, poiché il Figlio e lo Spirito Santo abitano in noi per grazia e procedono l’uno dal Padre, l’altro dal Padre e dal Figlio, entrambi hanno la loro missione invisibile. D’altra parte, il Padre, che non procede da nessuno, non può essere inviato, anche se viene con il Figlio e lo Spirito Santo a prendere dimora in noi, come nel suo tempio. – Ora, sebbene queste due missioni santificanti, la missione del Figlio e quella dello Spirito Santo, siano inseparabili, sono tuttavia distinte l’una dall’altra, « non nella radice della grazia, ma negli effetti della grazia », secondo l’osservazione del Dottore Angelico (S. Thom, I p., q. 43, a. 5, præsert., ad 3 e 2). Succede che gli effetti non manifestano allo stesso modo le proprietà ipostatiche dell’una e dell’altra Persona. L’effetto è un fuoco che si accende nel cuore e lo incendia con la carità divina? È lo Spirito Santo che si rivela come presente e come inviato. È uno di quei pensieri che vi coinvolgono, vi elevano, il seme e il principio del santo amore? Riconoscere la venuta del Verbo e la sua missione dal Padre: perché dal Verbo di Dio procede l’Amore eterno. Sebbene lo Spirito Santo non entri mai nelle anime senza che il Figlio vi sia stato inviato così come tale, la natura dell’appropriazione ci impone di vedere, nella produzione della grazia e negli incrementi che essa prende nel profondo dei cuori, una missione dello Spirito Santo, piuttosto che la discesa e l’invio del Figlio di Dio. Questo perché tali effetti, come abbiamo dimostrato attraverso la Sacra Scrittura ed i Padri, sono di attribuzione speciale dello Spirito divino; anche perché la nostra vita di grazia è rivelata incomparabilmente più dalla carità che dalla conoscenza, nella volontà più che nella ragione. È per questo che quando, nei primi tempi della Chiesa, a Dio piaceva mostrare visibilmente ciò che faceva invisibilmente nelle anime, i simboli esterni, strumenti di questa manifestazione che, pur essendo opera di tutta la Trinità, significavano direttamente solo la missione del suo Spirito divino (Atti II, VIII, X, ecc.).

LA DOTTRINA SPIRITUALE TRINITARIA (26)

M. M. PHILIPPON

LA DOTTRINA SPIRITUALE DI SUOR ELISABETTA DELLA TRINITÀ (26)

Prefazione del P. Garrigou-Lagrange

SESTA RISTAMPA

Morcelliana ed. Brescia, 1957.

TESTI SPIRITUALI

Ultimo ritiro di “Laudem Gloria,, (I.) (*)

« Il mio sogno è di essere

la lode della

sua gloria ».

Giovedì, 16 agosto 1906.

(*) Se si vuol conoscere il pensiero più profondo di suor Elisabetta della Trinità, bisogna ricorrere al suo « Ultimo ritiro ». Essa stessa lo intitolò: « L’ultimo ritiro di Laudem gloriæ », ed è, per così dire, la sua piccola somma mistica, la quintessenza della sua dottrina spirituale nel momento più elevato della sua esperienza mistica. È un vero trattato dell’unione trasformante, quale la concepiva nella linea della sua vocazione suprema di « lode di gloria », e quale interiormente la viveva. E, in esso, lascia un programma di vita a tutte le « lodi di gloria » che più tardi vorranno seguirla nella via di una santità interamente dimentica di sé e tutta orientata verso la gloria purissima della Trinità.

Primo Giorno

« Nescivi »

« Nescivi. Non seppi più nulla » (Cntica; VI, 2): ecco ciò che canta la sposa dei sacri cantici dopo essere stata introdotta nella cella interiore; e questo, mi sembra, dovrebbe essere il ritornello del canto di una « lode di gloria » in questo primo giorno di ritiro in cui il Maestro la fa penetrare sino in fondo all’abisso insondabile, per insegnarle a compiere quell’ufficio che sarà suo per l’eternità, e nel quale già deve esercitarsi nel tempo, che è l’eternità incominciata, ma in continuo progresso. « Nescivi »: non so più nulla, non voglio sapere più nulla, fuorché « la cognizione di Lui, la partecipazione ai suoi dolori, la conformità alla sua morte » (Fil. III, 10). « Quelli che Dio ha conosciuti nella sua prescienza, li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del suo divin Figlio » (Rom. VIII, 29), il Crocifisso per amore. Quando sarò perfettamente conforme a questo divino Esemplare, quando sarò tutta in Lui ed Egli in me, allora adempirò la mia vocazione eterna, quella per la quale Dio in Lui mi elesse « in principio », quella che proseguirò « in æternum » quando, inabissata nel seno della Trinità, sarò l’incessante lode della sua gloria: « laudem gloriæ eius » (Efes. I, 12). « Nessuno ha veduto il Padre, ci dice san Giovanni, se non il Figlio e coloro ai quali è piaciuto al Padre di rivelarlo » (San Giov. VI, 46); e mi pare che si possa soggiungere: Nessuno ha saputo capire il mistero di Cristo nella sua profondità, se non la Vergine santa. Giovanni e la Maddalena sono penetrati molto addentro in questo mistero; san Paolo parla spesso dell’« intelligenza » (Efes. III, 4) che gliene è stata data; eppure, come rimangono nell’ombra tutti i Santi, quando si pensa alla chiarezza interiore della Vergine!… Essa è inenarrabile. Il segreto che « Maria custodiva e meditava nel suo cuore » (San Luca, II, 19) nessuna lingua ha potuto mai rivelarlo, nessuna penna esprimerlo. Questa Madre di grazia formerà l’anima mia, farà sì che la sua figliolina sia un’immagine vivente, « eloquente », del suo « Primogenito » (San Matteo, I, 25), il Figlio dell’Eterno, Colui che fu la perfetta lode di gloria del Padre suo.

Secondo Giorno

« Nel silenzio delle potenze »

« L’anima mia è sempre nelle mie mani» (Salmo CXVIII, 109): è l’intimo canto dell’anima del mio Maestro; ed ecco perché in mezzo a tutte le angosce, Egli rimaneva sempre il Calmo, il Forte. « Porto sempre l’anima mia fra le mie Mani »: che cosa significano queste parole, se non il pieno dominio di sé, in presenza del Pacifico? Vi è un altro canto di Cristo che vorrei incessantemente ripetere: « Per te custodirò la mia fortezza » (Salmo LVIII, 10). E la mia Regola mi dice: « La tua fortezza sarà nel silenzio » (Isaia, XXX, 15). Dunque, serbare la propria fortezza per il Signore mi pare che significhi fare l’unità del nostro essere per mezzo del silenzio interiore; raccogliere tutte le proprie potenze per applicarle al solo esercizio dell’amore, avere quell’occhio semplice che permette alla luce di irradiarci. – Un’anima che scende a patti col proprio io, che si occupa delle sue sensibilità, che va dietro a un pensiero inutile, a un desiderio qualsiasi quest’anima disperde le proprie forze; non è concentrata in Dio. La sua lira non vibra all’unisono; e quando il divin Maestro la tocca, non può trarne armonie divine. Vi è ancora troppo di umano, e si produce una dissonanza. L’anima che si riserba ancora qualche cosa nel suo regno interiore, e le cui potenze non sono « tutte raccolte » in Dio, non può essere una perfetta lode di gloria; essa non è in grado di cantare ininterrottamente il « canticum magnum » di cui parla san Paolo, perché in lei non regna l’unità. E, invece di proseguire la sua lode attraverso tutte le cose, in semplicità, bisogna che si affanni continuamente a radunare le corde del suo strumento. Nel silenzio delle potenze  a disperse un po’ da per tutto. – Come è indispensabile questa bella unità interiore all’anima che vuol vivere quaggiù la vita dei beati, cioè degli esseri semplici, degli spiriti! Mi pare che proprio a questa unità mirava il Maestro divino quando parlava alla Maddalena dell’ « unum necessarium » (San Luca, X, 42). E come lo aveva compreso bene la grande santa! L’occhio dell’anima sua illuminato dalla fede aveva riconosciuto il suo Dio sotto il velo dell’umanità e, silenzio, nell’unità delle potenze, ascoltava la ch’Egli le diceva. Poteva veramente cantare: « Porto sempre l’anima mia nelle mie mani »; e soggiungere la breve parola: « Nescivi ». Sì, ella non sapeva più niente altro che Lui. Potevano far rumore, potevano agitarsi intorno a lei: « Nescivi! ». Potevano accusarla: « Nescivi! ». Nemmeno le ferite recate al suo onore erano capaci, più delle cose esteriori, di farla uscire dal suo sacro silenzio. – Così è dell’anima entrata nella fortezza del santo raccoglimento. Con l’occhio aperto alle chiarezze della fede, scopre il suo Dio presente, vivente in lei; ed ella a sua volta, si tiene così fedelmente presente a Lui nella sua bella semplicità, che Egli la custodisce con cura gelosa. Possono sopraggiungere le agitazioni esterne, le interne tempeste; può venire intaccato il suo onore: « Nescivi! ». Dio può celarsi, può sottrarle la Sua grazia sensibile: « Nescivi! ». E, con san Paolo, esclama: « Per suo amore, ho tutto perduto » (Fil. III, 8). Allora il Signore è libero, libero di effondersi, di donarsi, « a suo beneplacito » (Efes.IV, 7); e l’anima, così semplificata e unificata, diviene il trono dell’Immutabile. Perché l’unità è il trono della Trinità santa.

Terzo Giorno

Alla presenza di Dio

« Stiamo stati predestinati, per disposizione di Colui che compie ogni cosa secondo il consiglio della sua volontà, affinché siamo la lode della sua gloria » (Efes, I, 11-12). San Paolo ci partecipa questa divina elezione, egli che tanto profondamente penetrò nel « segreto celato nel cuore di Dio dall’eternità » (Efes. III, 9). Ed ora egli stesso ci illumina su questa vocazione alla quale siamo stati chiamati: « Dio — egli dice — ci ha eletti in Sé prima della creazione, affinché siamo immacolati e santi al suo cospetto, nella carità » (Efes. I, 4). Se accosto fra loro queste due enunciazioni del piano divino, « eternamente immutabile », posso concludere che, per compiere degnamente il mio ufficio di « laudem gloriæ », devo tenermi in mezzo a tutto e nonostante tutto, « alla presenza di Dio »; l’Apostolo ci dice: « in caritate », cioè in Dio; « Deus caritas est » (San Giovanni, IV, 8): e il contatto con l’Essere divino mi renderà « immacolata e santa » ai suoi sguardi. Tutto questo lo riferisco alla bella virtù della semplicità, della quale un pio autore ha scritto che « dà all’anima il riposo dell’abisso », cioè il riposo in Dio, abisso insondabile, preludio ed eco di quel sabato eterno di cui parla san Paolo: « Noi che abbiamo creduto saremo introdotti in questo riposo » (Ebrei, IV-3). I beati godono questo riposo dell’abisso, perché contemplano Dio nella semplicità della sua Essenza. « Essi lo conoscono come sono conosciuti » da Lui, cioè con lo sguardo semplice della visione intuitiva, ed ecco perché, continua il grande Santo, « sono trasformati di luce in luce, dalla potenza del suo Spirito, nella immagine di Lui » (         II Corinti, III, 18), divenendo così incessante lode di gloria dell’Essere divino che contempla in essi il proprio splendore. – Mi pare che daremmo una gioia immensa al cuore di Dio, se ci esercitassimo, nel cielo dell’anima nostra, in questa occupazione dei beati, e a Lui aderissimo mediante quella contemplazione semplice che riavvicina la creatura a quello stato d’innocenza nel quale Dio l’aveva creata. « A sua immagine e somiglianza » (Gen. I, 26); tale fu il sogno del Creatore: potersi contemplare nella sua creatura, vedere irradiate in essa tutte le sue perfezioni, tutta la sua bellezza, come attraverso un cristallo limpido e terso; non è questa una specie di estensione della sua propria gloria? Per la semplicità dello sguardo col quale fissa il suo Oggetto divino, l’anima si trova separata da tutto quanto la circonda, separata anche e soprattutto da se stessa; allora essa risplende della « cognizione della chiarezza di Dio» (II Cor. III, 18), perché permette all’Essere divino di riflettersi in lei, e tutti i Suoi attributi le sono comunicati. Quest’anima è veramente la lode di gloria di tutti i suoi doni; e in ogni occupazione, anche le più ordinarie, canta il canticum magnum, il canticum novum che fa trasalire il cuore di Dio fin nelle sue profondità. Possiamo ripetere con Isaia: « La tua luce si leverà nelle tenebre, e le tenebre diverranno come il pieno giorno; il Signore ti farà godere un perenne riposo, inonderà la tua anima dei suoi splendori, fortificherà le tue ossa, e tu sarai come un giardino sempre irrigato, come una fontana le cui acque non si esauriscono mai… Ti eleverò al sopra di quanto c’è di più elevato in questo mondo » (Isaia, LVIII, 10 – 14).

Quarto Giorno

Ecco la fede

Ieri Paolo, sollevando un poco il velo, mi permetteva di spingere lo sguardo « nell’eternità dei santi, nella luce » (Col. I, 12), perché io vedessi  la loro occupazione e procurassi, quanto è possibile, di conformare la mia vita alla loro, per adempiere il mio ullicio di « laudem gloriæ ». Oggi san Giovanni, il discepolo che amava, mi schiude le « porte dell’eternità » (Salmo XXIII, 7) perché l’animamia possa nella santa « Gerusalemme, dolce visione di pace (Ufficio della Dedicazione). E, prima di tutto, mi dice che « nonha bisogno di luci, la città,perché lo splendore di Dio la illumina e sua luce è l’Agnello » (Apoc. XXI, 23). Ora, se voglio che la mia città interiore abbia qualche tratto di conformità e di somiglianza con quella del Re immortale dei secoli e riceva la grande irradiazione di Dio, bisogna che io estingua ogni altra luce e che l’Agnello ne sia l’unica face. Ed ecco, mi appare la fede, la bella luce della fede; questa sola deve illuminarmi per andare incontro alle Sposo. Il Salmista canta che « Egli si occulta nelle tenebre » (Salmo XVII, 12); poi, in un altro punto, sembra contraddirsi dicendo: « la luce lo avvolge come una veste » (Salmo CIII, 2). L’insegnamento che per me risulta da questa contraddizione apparente è che devo immergermi nella «sacra tenebra », facendo la notte e il vuoto in tutte le mie potenze. Allora incontrerò il mio Signore, e la luce che lo avvolge come una veste avvolgerà me pure, perché Egli vuole che la sposa sia luminosa della Sua luce, della sola Sua Luce, « ed abbia la chiarezza di Dio » (Apoc. XXI, 11). – Si dice di Mosè che « era incrollabile nella sua fede come se avesse veduto l’Invisibile » (Ebr. XI, 27). Mi pare che tale debba essere la disposizione di una lode di gloria che vuol proseguire, malgrado tutto, il suo inno di ringraziamento: « incrollabile nella sua fede, come se avesse visto l’Invisibile », incrollabile nel credere all’« eccessivo amore ». .. « Abbiamo conosciuto la carità di Dio per noi, e vi abbiamo creduto » (I S. Giovanni, IV, 16). « La fede, dice san Paolo, è sostanza delle cose che speriamo e convinzione di quelle che non ci è dato vedere » (Ebr. XI, 27). Raccolta nella luce che accende in lei questa parola, che cosa importa ormai all’anima sentire o non sentire, essere nella notte o nella luce, godere o non godere? Ella si vergogna, quasi, di fare tali distinzioni; e quando sente di non saper rimanere nell’indifferenza, si disprezza profondamente per il suo poco amore, e rivolge subito lo sguardo al suo Maestro divino per farsi liberare da Lui. « Essa lo esalta — secondo l’espressione di un grande mistico — sulla cima più elevata della montagna del suo cuore », al di sopra, cioè, delle dolcezze e delle consolazioni che da Lui emanano, perché è risoluta a tutto superare per unirsi a Colui che ama. Mi sembra che a quest’anima che possiede una sì grande fede nel Dio-Amore, si possano rivolgere le parole del Principe degli Apostoli: «Voî, che credete, sarete ripieni di un gaudio immutabile e sarete glorificati » (I S. Pietro, IV, 16).

Quinto Giorno

Sulla via del Calvario

« Vidi una grande moltitudine che nessuno poteva enumerare ». Chi sono mai? « Sono coloro che vengono dalla grande tribolazione, che hanno lavato e reso candide le loro stole nel Sangue dell’Agnello; per questo, stanno dinanzi al trono di Dio e Lo servono dì e notte nel suo tempio; e Colui che è assiso sul trono abiterà in essi. Non avran più fame né sete, non li colpirà il sole né ardore alcuno, perché l’Agnello sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti dell’acqua viva; e Dio asciugherà ogni lacrima dei loro occhi » (Apoc. VII, 9-17). Tutti questi eletti che hanno in mano la palma e che sono bagnati dalla grande luce di Dio, hanno dovuto passare prima per la grande tribolazione, conoscere il dolore « immenso come il mare » (Lam. II, 13) cantato dal Profeta. Prima di « contemplare svelatamente la gloria del Signore » (II Cor. III, 18), essi hanno partecipato agli annientamenti del suo Cristo; prima « di essere trasformati di chiarezza in chiarezza nell’immagine dell’Essere divino » (Ibid.), sono stati conformi all’immagine del Verbo Incarnato, Crocifisso per amore. L’anima che vuol servir Dio notte e giorno nel suo tempio, cioè in quel santuario interiore del quale parla san Paolo quando dice: « Il tempio di Dio è santo, e questo tempio siete voi » (I Cor. III, 18), quest’anima deve essere risoluta di partecipare realmente alla passione del suo Signore. Essa è una riscattata che deve a sua volta riscattare altre anime; e canterà perciò sulla sua lira: « Io mi glorio della croce di Gesù Cristo (Gal. VI, 14) …Con Cristo, sono confitta alla croce…» (GA. II, 19) ed ancora: «Do compimento, nella mia carne, a ciò che manca alla passione di Cristo, per il corpo di Lui, che è la Chiesa » (Col. I, 24). « Alla tua destra sta la Regina» (Salmo XLIV, 19): tale è l’atteggiamento di quest’anima. Essa procede sulla via del Calvario alla destra del suo Re crocifisso che, annientato, umiliato, eppure così forte, calmo e pieno di maestà, va alla sua passione, per far risplendere « la gloria della sua grazia » (Efes. I, 6), secondo l’espressione così forte di san Paolo. Ed Egli vuole associare la sua sposa all’opera di redenzione; ma la via dolorosa in cui la fa camminare sembra alla sposa la via della beatitudine, non solo perché alla beatitudine conduce, ma ancora perché il Maestro santo le fa comprendere che deve superare quello che vi è di amaro nel dolore, per trovarvi, come Lui, il suo riposo. Allora, può veramente servire Dio « notte e giorno nel Suo tempio »; le prove interne ed esterne non possono farla uscire dalla santa fortezza in cui Egli l’ha rinchiusa; non ha più « né fame né sete » perché, malgrado il suo struggente desiderio che fu quello del suo Maestro divino: la volontà del Padre; non sente più « il sole che su lei dardeggia », cioè non soffre più di soffrire; « e l’Agnello può condurla, ora, alle sorgenti della vita », come Egli vuole, come gli pare, perché lei non guarda per quali sentieri passa, ma tiene fisso lo sguardo semplicemente sul Pastore che la guida. Dio, chinandosi su quest’anima, sua figlia adottiva, così conforme all’immagine del suo « Figlio primogenito fra tutte le creature » (Col. I, 15), la riconosce per una di quelle da Lui « predestinate, chiamate, giustificate »; ed esulta nelle sue viscere di Padre, pensando di consumare la opera sua, cioè di glorificarla, trasferendola nel suo regno, perché vi canti, nei secoli senza fine, la « lode della sua gloria ».

29 SETTEMBRE: DEDICAZIONE DI S. MICHELE ARCANGELO

29 SETTEMBREDEDICAZIONE DI SAN MICHELE, ARCANGELO

Oggetto della festa.

La dedicazione di S. Michele è la festa più solenne che la Chiesa celebra nel corso dell’anno in onore di questo Arcangelo, e tuttavia lo riguarda meno personalmente perché vi si onorano tutti i cori della gerarchia angelica. Nell’inno dei primi Vespri la Chiesa propone alla nostra preghiera l’oggetto della festa di oggi con le parole di Rabano Mauro, abate di Fulda: Celebriamo con le nostre lodi Tutti i guerrieri del cielo, Ma soprattutto il capo supremo Della milizia celeste: Michele che, pieno di valore, Ha abbattuto il demonio (Seguiamo la versione antica del Breviario monastico, non quella del Breviario romano, ritoccata da Urbano VIlI).

Origine della festa.

La festa dell’otto maggio richiama il ricordo dell’apparizione al monte Gargano e nel Medioevo si celebrava soltanto nell’Italia del Sud. La festa del 29 settembre è propria di Roma e segna l’anniversario della Dedicazione di una basilica, oggi scomparsa, che sorgeva sulla via Salaria, a Nord-Est della città. Il fatto della dedicazione spiega il titolo conservato alla festa nel Messale Romano: Dedicatio sancti Michaèlis. Le Chiese di Francia e Germania, che nel Medioevo seguivano la liturgia romana, hanno attenuato spesso nei loro libri liturgici il titolo originario della festa, che venne presentata come festa In Natale o In Veneratione sancti Michaèlis, così che dell’antico titolo non restava altro che il nome dell’Arcangelo.

L’ufficio di san Michele.

Anche l’Ufficio non poteva conservare il ricordo della dedicazione. Infatti gli antichi Uffici relativi alle dedicazioni celebravano il santo in onore del quale la chiesa era consacrata e non l’edificio materiale in cui egli era onorato; non avevano perciò niente di impersonale e rivestivano anzi un carattere molto circostanziato. L’Ufficio di san Michele può essere considerato una delle più belle composizioni della nostra liturgia e ci fa contemplare ora il principe delle milizie celesti e capo degli angeli buoni, ora il ministro di Dio, che assiste al giudizio dell’anima di ogni defunto, ora ancora l’intermediario, che porta sull’altare della liturgia celeste le preghiere dell’umanità fedele.

L’Angelo turiferario. I primi Vespri cominciano con l’Antifona Stetit Angelus, che deriva il testo dall’Offertorio della Messa del giorno: « Un angelo stava presso l’altare del tempio e aveva un incensiere in mano: gli diedero molto incenso e il fumo profumato si elevò fino a Dio ». L’Orazione della benedizione dell’incenso alla Messa solenne designa il nome di questo angelo turiferario: « Il beato Arcangelo Michele ». Il libro dell’Apocalisse dal quale son presi i testi liturgici ci spiega che i profumi, che salgono alla presenza di Dio sono le preghiere dei giusti: « Il fumo degli aromi formato dalle preghiere dei santi salgono dalla mano dell’angelo davanti a Dio » (Apoc. 8, 4).

Il Mediatore della Preghiera eucaristica.

È ancora Michele che presenta al Padre l’offerta del Giusto per eccellenza ed Egli infatti è designato nella misteriosa preghiera del Canone della Messa in cui la santa Chiesa chiede a Dio di portare sull’altare sublime, per mano dell’Angelo Santo, l’oblazione sacra in presenza della divina Maestà. È cosa molto sorprendente notare negli antichi testi liturgici romani che san Michele è sovente chiamato l’Angelo Santo, l’Angelo per eccellenza. Probabilmente sotto il pontificato di Papa Gelasio fu compiuta la revisione del testo del Canone nel quale l’espressione al singolare Angeli tui fu sostituita con quella al plurale Angelorum tuorum. Proprio a quell’epoca, sul finire del v secolo, l’Angelo era apparso al vescovo di Siponto, presso il Monte Gargano.

Vocazione contemplativa degli Angeli.

Come si vede la Chiesa considera san Michele mediatore della sua preghiera liturgica; egli è posto tra l’umanità e la divinità. Dio, che dispose con ordine ammirabile le gerarchie invisibili (Colletta della Messa) impiega, per opulenza, a lodare la sua gloria il ministero degli spiriti celesti, che contemplano continuamente l’adorabile faccia del Padre (Finale del Vangelo della Messa) e, meglio che gli uomini, sanno adorare e contemplare la bellezza delle sue infinite perfezioni. Mi-Ka-El: Chi è come Dio? Il nome esprime da solo, nella sua brevità, la lode più completa, la più perfetta adorazione, la riconoscenza totale per la trascendenza divina e la più umile confessione della nullità delle creature. Anche la Chiesa della terra invita gli spiriti a benedire il Signore, a cantarlo, a lodarlo e esaltarlo senza soste (Introito, Graduale, Communio della Messa; Antifona dei Vespri). La vocazione contemplativa degli Angeli è modello della nostra e ce lo ricorda un bellissimo prefazio del Sacramentario leoniano: « È cosa veramente degna… rendere grazie a Te, che ci insegni, per mezzo del tuo Apostolo, che la nostra vita è trasferita in cielo, che, con benevolenza comandi, di trasportarci in spirito là dove quelli che noi veneriamo servono e di tendere verso le altezze, che nella festa del beato Arcangelo Michele contempliamo nell’amore, per il Cristo nostro Signore ».

Aiuto dell’umanità.

La Chiesa sa pure che a questi spiriti consacrati al servizio di Dio è stato affidato un ministero al fianco di coloro, che devono raccogliere l’eredità della salvezza (Ebr. I, 14). Senza attendere la festa del 2 ottobre, dedicata in modo speciale agli Angeli custodi, la Chiesa già oggi chiede a san Michele e ai suoi Angeli di difenderci nei combattimenti che dobbiamo sostenere (Alleluia della Messa; Preghiera ai piedi dell’altare dopo l’ultimo Vangelo). Chiede ancora a san Michele di ricordarsi di noi e di pregare per noi il Figlio di Dio, perché  nel giorno terribile del giudizio non abbiamo a perire. Nel giorno terribile del giudizio il grande Arcangelo, vessillifero della milizia celeste, difenderà la nostra causa davanti all’Altissimo (Antif. Del Magnificat ai secondi Vespri) e ci farà entrare nella luce santa (Offertorio della Messa dei defunti).

Preghiera.

Da questa terra, nella lotta contro le potenze del male, possiamo rivolgere all’Arcangelo la preghiera di esorcismo che Leone XIII inserì nel rituale della Chiesa Romana: « Principe gloriosissimo della celeste milizia, san Michele Arcangelo, difendici nel combattimento contro le forze, le potenze, i capi del mondo delle tenebre e contro lo spirito di malizia. Vieni in soccorso degli uomini, che Dio ha fatti a sua immagine e somiglianza e riscattati a duro prezzo dalla tirannia del diavolo. » La Santa Chiesa ti venera come custode e patrono; Dio ti ha confidato le anime redente per portarle alla felicità celeste. Prega il Dio della pace, perché schiacci satana sotto i nostri piedi, per strappargli il potere di tenere gli uomini in schiavitù e di nuocere alla Chiesa. Offri le nostre preghiere all’Altissimo perché  sollecitamente scendano su noi le misericordie del Signore e il dragone, l’antico serpente, chiamato diavolo e satana, sia precipitato, stretto in catene, nell’abisso, perché non possa più sedurre i popoli »

[Dom Gueranger: l’anno Liturgico. Ed. Paroline, Alba, 1957]

LA GRAZIA E LA GLORIA (29)

LA GRAZIA E LA GLORIA (29)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

I.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

TOMO PRIMO

LIBRO VI.

LA NOSTRA FILIAZIONE NEL SUO RAPPORTO CON LA TERZA PERSONA DELLA TRINITÀ

CAPITOLO III

Conseguenze dei caratteri personali. – Lo Spirito Santo è la causa della nostra adozione.

I. – All’adozione dei figli di Dio contribuiscono essenzialmente due elementi: la grazia creata e la Grazia increata; in altre parole, la partecipazione finita alla natura divina con i privilegi che ne derivano e la sostanziale dimora di Dio nell’anima santificata. Ora, se c’è una verità evidente, è che il beneficio dell’adozione, considerato sia in se stesso, sia nei suoi principi costitutivi, è singolarmente attribuito allo Spirito Santo dalle Scritture e dagli interpreti della rivelazione. Quando io interrogo i nostri santi Libri per domandare loro chi ci abbia formato ad immagine del Figlio eterno, chi ci abbia costituiti figli per adozione del Padre, essi hanno una sola risposta: lo Spirito Santo! È lo Spirito Santo che grida in noi, cioè che ci dà il potere di dirci in tutta verità, figli e non più schiavi: Abbà, Padre (Gal, IV, 6-7; Rm VIII, 15); Colui che si unisce alla nostra anima ci fa agire come figli di Dio; Colui la cui intima presenza e operatività testimonia al nostro spirito che non portiamo invano questo titolo glorioso (Rm VIII, 14, 16); Colui il cui possesso ci fa conoscere che abitiamo in Dio e che Dio abita in noi (Joan. V, 13). Tutta la Tradizione fa eco ai Libri Sacri su questo punto. I testi si presenterebbero in abbondanza, se fosse necessario portarli a sostegno di una verità così evidente. Chi non sa, ad esempio, quante volte, parlando del Battesimo, si rappresenta lo Spirito di Dio portato sulle acque, come nei primi giorni del mondo, per fecondarle e infondere loro la virtù di produrre i figli di Dio? È per uno scopo simile che ci mostra lo Spirito Santo che scende sotto forma di colomba al battesimo di Gesù Cristo, non ovviamente per santificarlo, ma per rappresentare ciò che farà nelle membra di Cristo nel Sacramento della loro rinascita e adozione. È impossibile non riconoscere in tutti questi testi e in altri simili un meraviglioso parallelo tra la generazione temporale del Figlio per natura e la nascita spirituale dei figli adottivi. « Come potrà avvenire ciò? Come potrò io, la cui verginità non conosce uomo, diventare la madre del mio Dio? » Questa fu la domanda che la divina Maria pose all’Angelo. E Gabriele le rispose: « lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra » (Lc 1, 34-35). Come può rinascere un uomo già vecchio – si chiede Nicodemo, il fariseo a cui Gesù Cristo predica la rigenerazione spirituale dei figli adottivi? E Gesù gli risponde: « In verità, in verità nessuno può entrare nel regno di Dio se non nasce da acqua e da Spirito Santo » (Gv., III. 4-5. Cfr. L. I, c. 2.): dall’acqua, come causa strumentale e secondaria; dallo Spirito Santo, come causa principale e sovrana. – Ho letto in alcuni antichi Dottori, e in particolare in Sant’Ireneo, che lo Spirito di Dio è « il seme vivo e vivificante del Padre » (Sant’Ireneo, de Hæres, L. IV, c. 31, n. 2 P. Gr. t. 7, p. 1069). Una figura audace, di fronte alla quale quasi tutti i Padri che sono venuti dopo di lui sembrano aver indietreggiato, forse per paura dell’abuso che se ne potesse fare. In ogni caso, purché depurato da tutto ciò che potrebbe essere materiale, esso rende felicemente il duplice ruolo dello Spirito di Dio nella concezione del Verbo fatto uomo e nella formazione degli altri figli adottivi, le sue copie e i suoi fratelli (S. Jean Damasc., de F. Orthod., L. III, c. 2: P. Gr. t. 7, p. 985, col. S. Thom. P., q. 32, a. 2, ad 3; S. Thom, 3. p:, q. 32, a. 2, ad 2). In entrambi i casi, è la virtù fecondante dello Spirito di Dio che opera, là nel grembo della Vergine, qui nel grembo delle acque, secondo un paragone più volte usato dalla Chiesa. – Non mi dilungherò oltre su questo parallelo. Quanto ho detto è più che sufficiente, non solo per mostrarci nello Spirito Santo l’autore e la fonte della nostra adozione, ma anche per insegnarci il significato di questa formula. L’analogia, direi quasi l’identità delle espressioni, ci avverte a sufficienza che definire l’analogia, direi quasi l’identità delle espressioni, ci avverte abbastanza che definire il ruolo dello Spirito Santo nel concepimento del Dio-Uomo significa anche dare una comprensione di ciò che Egli sia nella nostra nascita soprannaturale.

2. – Ora, cosa ci insegna la teologia sul significato di questa formula del simbolo o di altre equivalenti: « Concepito di Spirito Santo? » Lo Spirito Santo è il principio che, unendosi all’umanità del Salvatore, costituirebbe formalmente il Dio fatto uomo? – Sarebbe un’eresia crederlo, e non c’è nulla nei testi che permetta una simile interpretazione. Vogliamo dire, almeno, che l’operazione che Nostro Signore formò nel sacro grembo della Vergine, fosse l’operazione propria e personale dello Spirito Santo? No ancora: perché la fede ci insegna che le operazioni esterne di Dio, di qualunque natura, e qualunque effetto producano, sono comuni alle tre Persone divine. « Il Padre mio – rispondeva Gesù ai farisei ipocriti e invidiosi che gli rimproveravano di violare il sabato con le sue opere miracolose – il Padre mio opera sempre e anch’io opero. Tutto ciò che il Padre fa, il Figlio lo fa come lui. » (Joan. V, 17-19). Uno stesso Dio può avere una sola natura, una sola volontà, una sola potenza e, di conseguenza, una sola azione indivisibile. – E allora perché attribuiamo così costantemente allo Spirito Santo ciò che non è affatto suo come principio formale, né di Lui solo come causa efficiente? È qui che dobbiamo fare riferimento alle leggi di appropriazione. Senza dubbio, l’operazione misteriosa che formerà l’umanità del Salvatore e lo unirà sostanzialmente al Verbo eterno, non è di una Persona a sé stante. Ma questa operazione, per quanto comune, presenta una particolare affinità e speciali analogie con le proprietà di questo Spirito divino; ed è questo il fondamento dell’appropriazione. Diamo ancora una volta la parola al dottore Angelico. Dopo aver dichiarato che il concepimento del corpo di Nostro Signore è opera di tutta la Trinità, considera tre ragioni principali che ci obbligano ad attribuirlo singolarmente allo Spirito Santo (S. Thom., 3 p., q. 32, a. 1. Cfr. Leon. XIII, Encycl. Divinum, 1897). È necessario tradurli quasi per intero, poiché, riportandoli, daremo così ciò che rende il mistero dell’adozione appropriato allo stesso Spirito. – « Ciò che richiede questa appropriazione, dice, è innanzitutto la causa dell’Incarnazione, considerata dal lato di Dio. Perché lo Spirito Santo è personalmente l’amore del Padre e del Figlio. Ora, l’incarnazione del Figlio di Dio, nel grembo purissimo della Vergine, è eccellentemente un’opera d’amore, perché il Salvatore stesso ha detto nel suo Vangelo: Dio ha tanto amato il mondo da dargli il suo unico Figlio (Joan. III, 16). Ciò che ancora la richiede è la causa dell’Incarnazione, considerata dal lato della natura che il Verbo ha fatto sua. Infatti, da questo impariamo che, se l’umanità del Salvatore è entrata nell’unità della sua Persona, non è stato per merito suo, come alcuni eretici hanno sognato, ma per semplice liberalità, per pura bontà. Non è forse allo Spirito Santo, il Dono sostanziale di Dio, che la Scrittura attribuisce tutta la grazia, secondo le parole dell’Apostolo: c’è grande diversità di grazie, ma non c’è che uno stesso Spirito. (I Cor., XII, 4). Infine, ciò che la richiede è l’Incarnazione, considerata dal punto di vista del suo fine: perché si stava facendo l’uomo, concepito dalla Vergine Maria, il Santo per eccellenza e il Figlio eterno del Padre. Ora, la terza Persona della Trinità non è forse lo Spirito Santo, lo Spirito di santificazione (Rom. I, 4; Luca, I, 35)? Vediamo che è attraverso i tre caratteri personali che abbiamo studiato nello Spirito Santo, e per la triplice relazione del mistero con questi stessi caratteri, che il Dottore Angelico dà conto dell’appropriazione allo Spirito Santo di un’opera essenzialmente comune alle tre Persone. – Cosa serve perché le stesse considerazioni ci facciano intendere come e perché l’opera di adozione sia singolarmente affermata dallo Spirito Santo? Basta cambiare semplicemente i termini. Anch’essa è opera dell’amore (Bossuet, Meditazione sul Vangelo, Serm. Sulla montagna, 22° giorno); anch’essa previene ogni merito; anch’essa conduce direttamente alla vita soprannaturale dell’adottato, cioè alla santità, Aggiungiamo che è il più alto complemento della natura razionale e che, di conseguenza, anche da questo punto di vista, ha la sua speciale affinità con Colui che ci è apparso come l’ultima perfezione della Trinità, il sigillo delle processioni divine. – Ci sono forse alcuni per i quali questa idea di appropriazione è poco più di una parola, vuota di significato, incapace di fornire una spiegazione dei fatti e dei testi che si vogliono interpretare a suo aiuto. Ma immagino che lo giudicherebbero in modo molto diverso, se avessero meditato a sufficienza su ciò che essa implichi e su ciò che essa contenga. Non è dunque nulla dire dello Spirito Santo che abbia, nella sua proprietà personale, delle ragioni particolari per essere considerato l’autore della nostra adozione; titoli che le altre Persone non possiedono in virtù del loro carattere ipostatico e, di conseguenza, un diritto singolare di rivendicare per sé tutto ciò che contribuisce a renderci figli adottivi di Dio? Ed ecco ciò che è per gli Scolastici e per noi, l’appropriazione. – È quindi facile comprendere perché le Sacre Scritture, e la Chiesa dopo di esse, volendo darci una qualche comprensione delle misteriose proprietà dello Spirito divino affermano specialmente di Esso ciò che di sua natura è opera comune di tutta la Trinità. Possiamo anche intravvedere quale significato dobbiamo dare sia a queste espressioni, sia ad altre dello stesso tipo, che citiamo nel primo libro: « Ogni creatura (santificata) diventa partecipe del Verbo nello Spirito Santo: è attraverso lo Spirito che partecipiamo alla natura divina… è attraverso di Lui  che siamo rinnovati. (S. Atanasio, ad Serap., cp. 1, n. 22-24, P. Gr., t. 26, p. 582, ss.); attraverso di lui il Cristo è formato in noi (S. Cirillo, de Trinit, Dial. VIII, t. cit. Papa S. Leone ha riassunto molto felicemente le idee contenute in questo capitolo: « Cujus spiritalem originem in regeneratione quisquis consequitur; et omni homini renascenti aqua baptismatis instar est uteri virginalis, codem Spiritu replente fontem qui replevit et Virginem ». S. Leo M. sermo in Nativ. Dom. 4. Ibid. p. 211, P. L. t. 54, p. 206. E ancora: « Factus est (Unigenitus) homo nostri generis, ut nos divinæ naturæ possimus esse consortes. Originem quam sumpsit in utero Virginis, posuit in fonte baptismatis; dedit aquæ quod dedit matri: virtus enim Altissimi et obumbratio Spiritus sancti quæ fecit ut Maria pareret Salvatorem, ædem facit ut regeneret unda credentem. Idem Serm. in Nativ. Dom s. Ibid. p. 211. Non sarà inutile, alla fine di questo capitolo, osservare che Leone XIII, nella sua Enciclica Divinum illud munus, ha confermato con la sua autorità la dottrina comune dell’appropriazione. « Non quod perfectiones cunctæ (divinitatis) atque ope a extrinsecus edita Personis Divinis communia non sint :… verum quod ex comparatione quadam et propemodum affinitate quæ inter opera ipsa et personarum proprietates intercedit, ea alteri potius quam alteri addicuntur, sive ut aiunt, appropriantur ». Da ciò consegue che le opere di santificazione sono generalmente attribuiti allo Spirito Santo). Pertanto, tutti questi favori divini non sono altro, nella sostanza, che la grazia dell’adozione.

NOVENA ALLA MADONNA DEL ROSARIO (Inizia il 28 settembre, festa 7 ottobre)

NOVENA ALLA MADONNA DEL ROSARIO (Inizia il 28 settembre, festa 7 ottobre)

I. Per quella pietà veramente divina che Voi mostraste di tutta la Cristianità allorquando, per liberarla dai disordini i più scandalosi e dalle eresie le più fatali, non che dai castighi imminenti per parte della divina Giustizia, disarmaste il braccio già alzato del vostro divin Figliuolo, e comparendo al vostro buon servo il Patriarca Domenico, gli faceste il dono singolarissimo del vostro S. Rosario, perché ne inculcasse la recita a tutto il mondo, predicandolo come il mezzo più efficace ad estirpar l’eresie, a correggere i vizi, a promuovere le virtù, a meritar la divina misericordia, a difendere la Santa Chiesa, intercedete a noi tutti, cara madre Maria, di praticare costantemente con vero spirito di fervore una devozione così santa, così potente. —

Regina sacratissimi Rosarii, ora pro nobis. Cinque Ave in memoria dei cinque Misteri Gaudiosi, poi un Gloria.

II. Per l’eccellenza ineffabile di quelle divine orazioni che compongono il vostro Rosario, per mezzo delle quali indirizziamo al trono della divina Misericordia le preghiere che sono tutt’insieme le più doverose, le più ordinate, le più importanti, le più efficaci; e per quei grandi misteri che, sollevando la nostra mente a contemplare i gaudi, le pene, le glorie di Voi e del vostro Unigenito, ricordandoci come in compendio i principali tratti della grand’opera della comune Redenzione, in cui aveste Voi tanta parte, intercedete per noi tutti, o cara madre Maria, di esser sempre riconoscenti a quei divini favori che da Gesù insieme e da Voi ci furono nella pienezza dei tempi impartiti, e di modellar sempre la nostra condotta sopra gli esempj santissimi di Colui ch’è propriamente la Via, la Verità e la Vita di tutti gli uomini, non altrimenti che di Voi, che siete lo specchio d’ogni giustizia, il vaso più insigne di devozione, e il modello il più perfetto di tutte le cristiane virtù. —

Regina sacratissimi Rosarii, ora pro nobis. Cinque Ave in memoria dei cinque Misteri Dolorosi, poi un Gl.

III. Per quei gloriosi trionfi che riportò in ogni secolo il vostro S. Rosario, sbaragliando eserciti, umiliando ribelli, richiamando eretici, illuminando infedeli, convertendo peccatori, infervorando tiepidi, perfezionando giusti, ridonando così la pace alle famiglie, la tranquillità agli Stati, l’allegrezza alla Chiesa, per quegli infiniti miracoli che si operarono colla recita e coll’uso della corona, arrestando torrenti, dissipando gragnuole, sedando tempeste, estinguendo incendi, liberando ossessi, guarendo infermi e risuscitando defunti; per quell’impegno vivissimo che mostrarono i Principi e i Prelati d’introdurre, di sostenere e di propagare, fino coi vistosi sacrifici delle proprie sostanze, una devozione così eccellente: finalmente con quei divini tesori di privilegi e di indulgenze che i S. Vicari di Cristo versarono a larga mano sopra coloro che si mettono sotto le bandiere di questa celestiale instituzione, intercedete a noi tutti, o cara madre Maria, di praticar sempre in maniera la divozione del S. Rosario, di ritrarne tutti i vantaggi pei quali venne istituito, ed acquistare tutte le indulgenze che vi concessero i sommi Pontefici; quindi ci adoperiamo con ogni sforzo per insinuare in chi la trascura, o ravvivare in chi la pratica con freddezza, una divozione cosi degna della comune venerazione. – Regina sacratissimi Rosarii, ora pro nobis.

Cinque Ave in memoria dei cinque Misteri Gloriosi, poi un Gl.

ORAZIONE.

Deus, cujus Unigenitus, per vitam, mortem, et resurrectionem suam nobis salutis æternæ præmia comparavit concede, quæsumus: ut hæc misteria sanctissimo beatæ Mariæ Virginis Rosario recolentes, et imitemur quod continent, et quod promittunt assequamur. Per eundem Dominum, etc.

[G. Riva: Manuale di Filotea, XXX Ed., Milano, 1888]

SANTI COSMA E DAMIANO (27 SETTEMBRE)

Santi Cosma e Damiano

[B. Baur: I Santi nell’Anno Liturgico; Herden ed. 1958]

27 settembre

Ss. Cosma e Damiano, Martiri

I. Secondo un’antica tradizione largamente diffusa, alla cui base sta certamente un nocciolo storico, anche se con molto di leggendario, i fratelli gemelli Cosma e Damiano discendevano da una pia famiglia cristiana. Entrambi erano medici nella città di Egea in Cilicia. Poiché non volevano compensi per i loro servigi ai malati, furono detti « Anargyroi » ossia guaritori disinteressati. Essi guarivano gl’infermi col segno della croce più che con l’arte medica. Si servivano della medicina soprattutto per guadagnare i pagani a Cristo. Così facendo ebbero tanto successo che i pagani li denunciarono a Lisia, luogotenente di Diocleziano. Questi li fece tormentare crudelmente e gettare prima in mare e poi nel fuoco; ma ogni volta furono salvati per l’intervento miracoloso del Signore. Alla fine furono uccisi di spada. Il loro culto era già largamente diffuso in Oriente al principio del secolo 59. Anche in Roma, dal 500 in poi sorsero numerosi santuari in onore dei due Santi. L’Introito della festa odierna fu redatto per la dedicazione della basilica dei Ss. Cosma e Damiano al Foro Romano, intorno all’anno 530. I nomi di entrambi i Martiri sono citati nel canone della Messa.

2. – « Tutto il popolo cercava di toccarlo; perché  da lui scaturiva una forza che sanava tutti ». Così narra il Vangelo della messa odierna. Il Signore che al tempo della sua vita terrena risanò gli infermi e liberò gli ossessi (Vangelo) partecipa ai due medici Cosma e Damiano qualcosa del suo potere sulle malattie. Essi sono veramente medici cristiani, che adoperano la propria arte con fede nella forza del Signore che agisce in loro e con fiducia nel suo aiuto: medici che ripongono la loro fiducia più sulla virtù del segno di croce e nella potenza del soprannaturale, che non nella loro arte e nelle forze della natura: medici che esercitano le loro pratiche senza esigere nulla dai poveri infermi, ma unicamente per amore di Dio e di Cristo, per nobilissima carità cristiana. « Quello che avete fatto al minimo dei miei fratelli, lo avete fatto a me» (Matt. XXV, 41). Essi vogliono esser poveri coi poveri, confidando nella promessa del Signore: « Beati voi poveri, perché  vostro è il regno di Dio ». Quelli che sono poveri nel senso di Cristo non sono più in balìa delle cose create, dei beni e dei valori terreni. Liberati dalla signoria di questi, sono posti in condizione di aprire le anime loro alla luce dall’alto, alla grazia, al fluir della vita che Dio vuol loto partecipare. « Beati voi che adesso avete fame, perché sarete saziati» (Vangelo). Quanto bene comprendono Cosma e Damiano questa beatitudine! Per soccorrere gl’infermi essi sacrificano il loro tempo, le loro forze, la loro salute. Soffrono la fame per calmare quella degli affamati. Questo è genuino Cristianesimo, questa è vera carità! Nessuna meraviglia che il Signore accompagni con la sua benedizione la loro attività. « Beati sarete quando gli uomini vi odieranno, vi bandiranno e vitupereranno, e ripudieranno come abominevole il vostro nome, per cagione del Figlio dell’uomo », vale a dire perché credete in Cristo e per lui vivete. Proprio perché i due medici si occupano tanto amorevolmente dei poveri infermi ed adoperano la loro arte sanitaria per guadagnare i pagani a Cristo. contribuendo così a distruggere il regno di satana, essi vengono accusati presso il governatore Lisia. Viene loro ingiunto di rinnegare Cristo. Essi si rifiutano. Preferiscono sopportare l’odio degli uomini e lasciarsi torturare e uccidere dagli aguzzini. Sanno che « i giusti vivranno in eterno ». « Grande è la vostra ricompensa nei cieli ». « Riceveranno il regno della magnificenza e il diadema della bellezza dalla mano del Signore» (Epistola). « I giusti alzarono grida (al Signore per aver forza nelle loro pene e tormenti): e Dio li esaudì e li liberò da ogni loro angustia (dal profondo del mare in cui erano stati precipitati e dall’ardore del fuoco in cui erano stati gettati). Il Signore è vicino ai tribolati di cuore, e salva quelli che sono umili di Spirito » (Graduale). Oggi li vediamo meravigliosamente onorati da Dio in cielo. « Beati sarete, quando gli uomini vi odieranno per cagione del Figlio dell’uomo » perché siete fedeli a Cristo e vivete per lui con amore e con fedeltà.

3. – Nei santi Cosma e Damiano riconosciamo noi stessi. A noi vien detto: « Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi che adesso avete fame, perché sarete saziati. Beati voi che adesso piangete, perché riderete. Beati sarete quando gli uomini vi odieranno, vi bandiranno e vitupereranno, e ripudieranno come abominevole il vostro nome per cagione del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli » (Vangelo). Proprio questo vogliamo partecipando alla celebrazione del santo Sacrificio: offrendo Lui vogliamo farci accogliere nella sua dedizione a Dio ed essere con Lui un’oblazione al Padre; vogliamo essere immolati con Cristo e siamo pronti a vivere insieme a Lui la sua vita di povertà, di umiliazione, di volontaria rinuncia. « Ma guai a voi, o ricchi, perché avete già la vostra consolazione. Guai a voi che siete satolli, perché patirete la fame. Guai a voi che

ora ridete, perché piangerete e gemerete. Guai a voi quando tutti gli uomini diranno bene di voi» (Luc. VI, 24-26)

Preghiera

Fa, ti preghiamo, O Dio onnipotente, che celebrando la festa dei tuoi santi martiri Cosma e Damiano, noi siamo liberati per la loro intercessione da tutti i mali che ci minacciano. Amen

AI SS . FRATELLI MM. COSMA E DAMIANO (27 sett.)

martirizzati sotto Diocleziano nel 303.

[G. Riva: Manuale di Filotea, XXX ed. Milano, 1888]

1. Gloriosissimi martiri Cosma e Damiano, che quanto foste naturalmente fra voi congiunti per identità di origine, cospicuità di casato, singolarità di talenti, specialità di tendenze, altrettanto foste sempre umilissimi nell’aderir fedelmente ai primi inviti del Signore, che volendo fare di voi due perfettissimi modelli di fratellanza cristiana, vi inspirò la generosa risoluzione di consacrarvi entrambi perpetuamente ad un apostolato quanto nuovo ed efficace, altrettanto nobile e meritorio, applicandovi sempre gratuitamente alla cura del prossimo travagliato da qualche infermità, impetrate a noi tutti la grazia che dei vincoli anche più naturali di parentela, di amicizia, di impiego, non ci serviam mai peraltro, che per reciprocamente avanzarci nella cognizione e nel I’amore di Gesù Cristo, in cui solo diventano sante e proficue tutte quante le relazioni coi nostri simili. Gl..

II. Gloriosissimi martiri Cosma e Damiano, che dei vostri singolari talenti nella professione nobilissima della medicina non vi serviste mai che per operare il maggior bene dei prossimi, non solo curandoli senza ombra di interesse nelle varie loro malattie, per cui veniste da tutti distinti col soprannome onorifico di Anargiri, che è quanto dire senz’argento, ma procurando ancora colle vostre preghiere un’efficacia sempre sicura a tutte le vostre mediche ordinazioni per poi guarir d’ogni errore e d’ogni vizio quelli stessi che da voi riconoscevano il loro corporale risanamento, impetrate a noi pure la grazia, che, staccati affatto dalle cose di questa terra, non usiamo mai dei nostri talenti e delle nostre sostanze, che per procurare ai nostri prossimi l’unico bene che si merita la nostra stima, qual è la santificazione dell’anima, nell’atto stesso che in ispirito di carità ci facciamo un dovere di assisterli in tutti i bisogni del corpo. Gl.

III. Gloriosissimi martiri Cosma e Damiano, che, in premio della vostra costanza nel rifiutarvi ai sacrileghi sacrificj cui tentò con ogni mezzo di indurvi in nome dell’imperatore Diocleziano il suo crudelissimo emulatore Lisia prefetto della Cilicia, vi vedeste prodigiosamente preservati così dall’affogamento nelle acque del mare, come dall’abbruciamento tra le fiamme delle ardenti cataste, in cui legati nelle mani e nei piedi foste dai carnefici precipitati, ottenete a noi tutti la grazia che, conservandoci sempre fedeli a tutti i nostri doveri, così di religione, come di stato, non riportiamo mai il più piccolo nocumento nė dagli ardori della concupiscienza che interiormente non cessa di molestarci, né dalle torbide acque degli scandali e delle insidie del mondo, che da ogni parte ci ammorbano e da per tutto minacciano di affogarci. Gl.

IV. Gloriosissimi martiri Cosma e Damiano, che consumato appena il vostro sacrificio col troncamento del capo con cui volle il Signore sollecitare il vostro incoronamento su in cielo, vedeste all’invocazione del vostro nome, e pel veneramento delle vostre reliquie, moltiplicarsi per modo i prodigi delle guarigioni le più istantanee dalle infermità le più disperate, che in ogni parte del mondo vi si dedicarono altari e templi, e la Chiesa vi ascrisse nel novero di quei Santi, la cui invocazione è obbligatoria per tutti i sacerdoti nella celebrazione della Messa, impetrate a noi tutti la grazia che, studiandoci sempre di imitar fedelmente le eminenti virtù di cui foste resi modelli, meritiamo di essere da voi efficacemente assistiti in tutti i nostri bisogni così di corpo, come di spirito. Gl.

V. Gloriosissimi martiri Cosma e Damiano, che non paghi di prestarvi sempre solleciti al risanamento di quegli infermi che in voi riposero la propria confidenza, vi degnaste ancora più volte di consolarli preventivamente colla vostra personale apparizione, come faceste specialmente coll’Imperatore Giustiniano nell’atto d’accordargli perfetta guarigione da quei mali che l’avevano ridotto agli estremi, per cui da Giustiniano medesimo in Costantinopoli, e dal sommo Pontefice S. Felice in Roma vi si innalzarono bentosto i più magnifici templi, e nel secondo Niceno Concilio, tenuto contro gli Iconoclasti, si celebrarono i prodigi da voi operati come una prova innegabile della sovrumana efficacia della invocazione dei Santi e della legittimità del culto che prestasi alle loro immagini e alle loro Reliquie; impetrate a noi tutti la grazia di sempre riguardare la santa Chiesa come maestra infallibile di verità, e quindi di zelar sempre con Lei la maggior possibile venerazione a tutto ciò che Ella reputa degno del nostro culto, e di sempre onorare per modo i Beati che godono in Dio la ricompensa della loro santità, da meritarci la partecipazione alla lor gloria nell’altra vita, dopo di aver ben usato della loro amorosa assistenza nella presente. Gl.