GREGORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO-2° Corso di Esercizi Spirituali (6)

IL MAGISTERO IMPEDITO

2° corso di ESERCIZI SPIRITUALI (6)

Nostra conversatio in cœlis est

6. Il metodo

Le considerazioni sulla morte, che abbiamo fatto da un particolare punto di vista, ci portano logicamente in questa meditazione a trattare del metodo. Debbo dire anzitutto il perché. La considerazione della morte, fatta da quel punto di vista, ha rivelato che la vita è incredibilmente preziosa. Ogni attimo di questa esistenza può segnare un punto che rimane eterno; ogni attimo può dare un merito. Il merito, acquistato quando si è in grazia di Dio, ha un valore che rimane nell’eternità. Un attimo di vita, trasformato in merito con la grazia del Signore, significa un aumento per tutta l’eternità della capacità di godere Iddio, di amarlo, di entrare nel mare infinito della sua essenza; significa un grado di più nella pace e nella perfezione, per sempre. Ecco perché la considerazione della morte fatta a quel modo fa apprezzare la vita. E la vita più lunga è meglio è, proprio per questo. Non c’è nulla che nella vita sia inutile. Tutte le strade possono essere perfettamente punteggiate di meriti, tutte le situazioni possono portare al perfetto amore di Dio. Naturalmente talune strade sono più convenienti, talune lo sono meno. Talune si prestano di più al tipo particolare, alla missione particolare, alla vocazione particolare di un uomo o di una donna, altre si prestano meno. Ma a questo mondo non c’è nulla che rispetto al cielo possa essere gettato via, nemmeno quello che per il mondo non va, come il dolore, la disgrazia, la minorazione, la mancanza di luce, la mancanza di libertà, la mancanza di tutto. Per l’eternità tutto questo è un aggeggio magnifico, tutto diventa strumento. Tutto quello che non serve per gli uomini, si può dire che serve per Iddio. Perché quando non sappiamo fare niente, almeno possiamo rinunciare a una cosa dopo l’altra. Quando anche non sapessimo fare niente, ci rimarrebbe da fare questo, e siccome le cose del mondo sono innumerevoli, la rinuncia potrebbe avere una sequenza senza fine. E allora si sente veramente l’afflato di vivere, perché veramente si vive quando nulla si perde. Noi dobbiamo diventare economi del tempo, delle possibilità, della vita e di tutto; dobbiamo diventare tirchi nello spendere noi stessi. Allora si impongono subitodelle istanze. – Prima istanza: ciascuno deve capire e deve avere in mano se stesso perché, se non capisce se stesso, crederà di infilare una manica e invece infilerà un camino. Bisogna avere in mano se stessi, perché non si può credere di fare un impiego economico della propria vita, se non si conosce e non si ha in mano se stessi. – Seconda istanza: deriva dalla suprema esigenza d’impiego perfetto della vita: bisogna trovare la disposizione più economica che esista del nostro tempo e delle nostre doti. – Terza istanza: bisogna spingere al massimo la capacità e la potenzialità dell’intenzione, perché l’intenzione è il primo elemento del valore delle nostre azioni. – Quarta e ultima istanza: bisogna che la vita sia animata dalla brama della perfezione, perché la vita è messa su una gran scalinata: si può scendere e si può salire, in piano non si rimane. Sommate tutte queste istanze, cosa ci dicono? Nella vita ci vuole un metodo, ecco la risposta. Il metodo è semplicemente il principio dell’economia applicato alla vita. Ma prima di parlare del metodo, illustrerò brevemente le istanze che derivano da quella suprema esigenza che abbiamo vista nelle considerazioni sulla morte, quella d’impiegare pienamente la vita. Innanzi tutto bisogna conoscere sé stessi e aversi in mano: aversi in mano intellettualmente e volitivamente. E per conoscere sé stessi bisogna pensare, bisogna esaminarsi, bisogna stare a sentire tutto quello che dicono gli altri di noi; soprattutto, e questo con infinita benevolenza, quando dicono male di noi. Quando dicono bene, vi raccomando di non stare a sentire, perché nella maggior parte dei casi saranno complimenti, in una parte notevole saranno bugie, in una parte non disprezzabile saranno inganni, e in tutto, non in parte, sarà per voi un pericolo di gravi illusioni. Al più, se proprio vi sentite venir meno, a titolo di conforto e d’incoraggiamento, prendetele come una zolletta di zucchero energetico. Ma non più in là. Vi raccomando, vogliate bene a tutti quelli che dicono male di voi e a tutti coloro dei quali venite a sapere che hanno detto male di voi. Come poi questa gente si aggiusterà con il Padre eterno, sono cose che riguardano loro solamente. Perché se sbagliano, se si lasciano guidare dalla malignità, dalla cattiveria, dall’ingiustizia, dall’invidia, non va bene; comunque si aggiusterà tutto, non temete! Noi guardiamo soltanto il lato che c’interessa in tutta la faccenda. – Volete conoscere voi stessi? Confrontatevi coi vari tipi di temperamento, di carattere. Ora non posso farne una trattazione. Ma c’è uno strumento indispensabile per conoscere sé stessi e questo è uno strumento che si chiama esame di coscienza. Deve essere usato potentemente da noi. È il punto di partenza per poter organizzare economicamente la nostra vita. Voi sapete benissimo che l’esame di coscienza non può essere mai completamente lo stesso, se no diventa sclerotico e non rivela più che in parte. L’esame di coscienza, cioè, non può essere solamente sui peccati commessi, sia in pensieri, sia in parole, sia in atti esterni, ma deve essere sulle debolezze provate, anche se non acconsentite, sulle tentazioni subite, sulle impressioni incise, sul pencolare che fa l’anima verso una parte o verso l’altra, sui fenomeni complessi e ingarbugliati, su quelle sensazioni delle quali non si capisce bene quale sia la logica, specialmente nei confronti dei nostri fratelli. L’esame di coscienza deve fare la rilevazione delle distanze, cioè non essere fatto solo di giorno in giorno, ma quando è fatto seriamente, deve essere fatto di settimana in settimana, di mese in mese, di anno in anno, di Esercizi in Esercizi. Perché vi sono dei fatti, dei carreggiamenti sotterranei i quali non possono essere rilevati ordinariamente da un giorno all’altro, ma si rilevano soltanto facendo misurazioni che richiedono un certo periodo di tempo, talvolta un lungo periodo di tempo, talvolta un intero periodo della vita. L’esame di coscienza razionale va fatto così, perché soltanto così permette a noi di beneficiare della prospettiva necessaria a vedere le cose nell’insieme e da lontano. Solo da una certa distanza si vede l’insieme, e dall’insieme si ricava l’architettura, la legatura, le strutture portanti, quello che è sostanziale e quello che è accessorio. Guardate che noi non conosciamo noi stessi finché di noi non conosciamo gli aspetti carenti, gli aspetti passivi, cioè il modo di reagire di fronte a una quantità di agenti che stanno al di fuori di noi. Quindi la prima istanza che deriva dall’appello d’impiegare bene la vita diventa conoscenza di sé stessi e padronanza di sé stessi. Sul fatto della padronanza, può darsi che debba ritornare; ma unicamente per poter rendere completo l’argomento e presentarvene una sinossi, elencherò alcune cose che serviranno per le vostre personali riflessioni. Avere in mano sé stessi vuol dire avere in mano la propria testa e voler avere in mano la propria volontà. Non è facile avere in mano la propria testa quanto è facile dirlo. È una cosa molto difficile, perché la nostra testa è sbalestrata continuamente dalle passioni, soprattutto dall’orgoglio; è annebbiata poi da qualche altra passione, come la sensualità, l’accidia, l’avarizia. La nostra testa è preoccupata, cioè occupata prima da altri: da questo mondo. Il mondo entra dentro di noi, e se non stiamo bene attenti, troviamo in noi delle reliquie del suo passaggio. Il mondo ci infarcisce dalla mattina alla sera; gli uomini ormai sono talmente diventati accumulatori di queste balordaggini che, ad avvicinarne uno, si prende la scossa elettrica. Se riflettete, noi ci troviamo tanti pallini nella testa: ce li ha messi il mondo. Pallini sulla personalità, sulla indipendenza, sulla libertà, sulla democrazia: sono i pallini di oggi. Queste parole che ho detto per elencare i pallini hanno in sé un significato buono, ma nell’uso comune e normale della gente sono pallini. Pallini di modernità, di indipendenza dalle cose materiali, delle quali non dobbiamo aver bisogno perché siamo spiriti superiori; pallini di cerebralità, di socialità, di scienza, di squisitezza, di originalità; perché oggi si pensa che se non si è originali non si vale un bel niente. Se uno oggi dice quello che ha già detto ieri un altro, è perduto perché non è originale. Pertanto dalla paura che ha di essere perduto, cercherà di dire tutte le stupidaggini possibili e immaginabili, purché siano diverse da quelle di un altro. Pallini!. Se cominciamo a fare una lista dei pallini, ne vien fuori una lunga lista! Stiamo in guardia! Perché a causa di questo infarcimento, assistiamo a dei fenomeni che fanno paura. Difendiamo la nostra testa, perché se non si difende la propria testa, non si difende nemmeno la propria fede. Per difendere la fede bisogna difendere la testa, la propria capacità critica, il proprio retto giudizio, la propria indipendenza dai complessi d’inferiorità imbibiti dagli altri. Questa è dunque un’esigenza imposta dalla visione della morte, che fa apprezzare la vita. Quindi riassumendo: prima esigenza per impiegare economicamente la vita, cioè con il massimo di resa, è quella di avere il dominio di sé stessi, cioè della propria testa e della propria volontà. – Ancora una parola sulla volontà. Per essere i padroni della propria volontà, dopo la grazia di Dio, l’uso dei sacramenti e della preghiera, abbiamo un mezzo solo, serio ed efficace: è il sacrificio, cioè la penitenza, che significa fare il rovescio di quel che piace a noi. Non c’è assolutamente altra strada. O si abbraccia la via della croce o la volontà diventa un’armonica. Non resisterà, servirà per suonare, ma non sarà operativa e conclusiva. È questa la conclusione della prima istanza che discende dalla considerazione della morte come apprezzamento della vita. – La seconda istanza: bisogna fare della vita una disposizione economica, che renda il massimo impiegando il minimo. Bando ai pleonasmi. E in ciò consiste il discorso proprio sul metodo che riprenderò. La terza esigenza: per impiegare bene la vita, sfruttare pienamente la forza dell’intenzione. Fare in modo che l’intenzione sia presente il più possibile e sia pura il più possibile. Presente il più possibile significa che non bisogna agire dormendo, per abitudine, ma restringere quanto è possibile l’influenza della pura abitudine; significa invocare l’intervento della intenzione positiva, attuale, esplicita. E con la luminosità della coscienza, che sempre si scruta e pertanto è in grado di illuminare gli altri, salvaguardare sempre la purezza assoluta di questa intenzione. Finalmente ho detto che l’esigenza dell’impiego economico della vita è la brama della perfezione. Salire sempre: oggi meglio di ieri; domani meglio di oggi. Ma per fare tutto questo, per fare l’armatura in cemento armato che regga tutto questo, anche nelle sue forme apparentemente bizzarre, ci vuole il metodo. – E adesso parliamo brevemente del Metodo. Parlo del metodo con la iniziale maiuscola, non di uno dei metodi qualunque. Libertà di spirito! Tra i metodi, ognuno può scegliere quello che più gli piace, quello che si confà alla propria vocazione, attività ecc. Io vi parlo del metodo come ragione fondamentale di organizzare la propria vita. In che cosa consiste questo metodo? Consiste nell’arte — l’arte che nel senso scolastico e non estetico è un complesso di regole — di disporre razionalmente le cose in ordine al proprio fine. Perché la dottrina del metodo entri costruttivamente nella nostra vita, bisogna parlarne con una certa finitezza. Del metodo si può parlare dal punto di vista materiale e formale. Parliamo prima del metodo dal punto di vista puramente materiale. Il metodo consiste in questo: anzitutto prendere visione e conoscenza delle cose, poi soppesarle, poi distinguerle, poi distribuirle nel tempo, nello spazio, nelle persone e nelle cose. È sempre dalla visione, dalla ponderazione, dall’esame delle cose che è possibile arrivare alla distinzione, divisione, discriminazione e distribuzione delle cose. Distribuzione nel tempo, nello spazio, nella caratura, nell’importanza e perfino nelle persone, nei rapporti sociali, nella vita di relazione. Quando si è giunti alla distribuzione, bisogna fare il collegamento delle cose, perché essa sia razionale, quindi la sintesi. Questo è, a grandi linee, il metodo. E queste parole applicatele alla preghiera, al lavoro, al periodico che stampate, alla missione, alla vostra anima, alla vostra vita interiore, alla vostra vocazione, e capite subito che cosa vogliano dire. Avete capito che cosa vuol dire metodo? Vuol dire tenere l’intelligenza in mano e farla funzionare! Applicate questo principio a tutto e vedrete come cambieranno le cose! Oh! mica detto che la vita debba diventare un osso o un chiodo da succhiare. No, no! Perché posso anche decidere di divertirmi, bene naturalmente! Ma mi diverto sul serio. Posso decidere di darmi all’amena conversazione, senza dir male di nessuno, beninteso, senza scandalizzare nessuno. Ma l’ho deciso io, non è che sia accaduto così, per caso. La vita di molta gente può essere paragonata a quella di un individuo che esce di casa e non sa bene che cosa debba fare. Avrebbe tante cose da sbrigare, sì, ma non ha bene in testa quale, non ha pensato a quale debba sbrigare per prima. Intanto mi metto per strada. Si mette per strada, bighellona un po’ a destra e a sinistra e dimentica ogni cosa; trova uno e si mette a parlare e prende una strada laterale, perché quello prende una strada laterale. Poi si congeda. Bighellona ancora un po’, poi, prima di riprendere nuovamente il filo delle cose, ne trova un altro. E così passa la mattinata. A mezzogiorno: Ma guarda un po’ come sono stanco, sono stato in giro e non ho concluso niente! Ho tanto da fare! Oh che vitaccia! Pare impossibile: la gente che non combina niente è sempre a dire che muore dal lavoro. Ed è poi la gente che non studia, che non si tiene aggiornata, che non approfondisce le questioni, insomma che non combina niente. – Vengo ora alla considerazione che ho chiamato formale, e cioè sostanziale. Bisogna che il metodo abbia i suoi strumenti. Ed è qui dove s’arriva alla parte più delicata del metodo. Alcuni strumenti sono importantissimi, sono massimi, ma sono talmente noti a tutti per cui non occorre che io ne parli. Sono la direzione spirituale, il consiglio, l’uso del sacramento della penitenza, la lettura di libri buoni, l’osservanza degli statuti quando si vive in una vita che è regolata da statuti e da regolamenti. Sono tutti strumenti sostanziali del metodo. Però questi li conoscete. Io voglio parlare di quelli dei quali si parla un po’ meno o, meglio, di quelli ai quali si pone meno attenzione. Bisogna avere delle idee in testa. Ecco, gli strumenti del metodo: sono le idee in testa, cioè talune grandi convinzioni generali della fede che, ora l’una ora l’altra, diventano idee forza e idee vita. Qualcuno potrà trovare più adatta a sé stesso la spiritualità ignaziana, che è tutta impostata essenzialmente sulla obbedienza; un altro potrà avere una maggiore tendenza verso la spiritualità berulliana, perché è rimasto affascinato dal mistero dell’Incarnazione e, con quest’idea sempre in testa, ha il motore che lo manda avanti, un motore che provvede anche all’illuminazione, alla forza, al ricupero nei momenti di tedio, nei momenti di stanchezza, di opacità spirituale, di oscurità, magari di notte oscura. Un altro potrà piuttosto avere la tendenza verso una spiritualità benedettina, domenicana, francescana e via via. Faccia come crede! Ma bisogna avere in mente delle idee forza. E qui, siccome Iddio ci ha lasciati liberi., mentre si accetta tutto quello che è il deposito della fede, a uno potrà venir bene come motore un punto piuttosto di un altro. Purché lo applichi bene naturalmente. – Vedete, esiste un certo tipo, un certo angolo, una certa area in questo mondo, dove si ha molta simpatia per una certa spiritualità tutta quanta volta a considerazioni di cose alte, altissime, tre volte altissime! e poi si dimentica di mettere i piedi per terra. Nell’area alla quale io adesso mi riferisco concretamente, a percorrere tutta la letteratura spirituale, quasi mai si sente parlare di umiltà, quasi mai! Quindi, nello scegliere le cosiddette idee forza, andiamoci adagio. Stiamo attenti a tenere in mano la nostra testa, a non lasciarcela impallinare con cose astruse, cerebrali, fuori della naturalezza, della verità e della realtà. Per avere un metodo, bisogna pensare a crearsi quella serie di principi, di norme, che vengono bene per il proprio temperamento! Qui c’ è molta libertà; però attenti! Faccio un esempio, e questo fa parte del metodo sostanziale. Supponiamo che ci sia una persona che ha la dote incredibile di offendersi sempre. Uno cammina un po’ più svelto, e questa si offende. Perché? Quello ha camminato in fretta per sfuggirmi. Un altro incontra una persona che gli dà il buongiorno, ma non glielo dà col tono, con la modulazione giusta. Ci sta male, ha il mal di fegato tutto il giorno. Accade un po’ come diceva la Perpetua a don Abbondio : « Lei si offende anche se le si fa coraggio ! ». Penso che non vi siano tra voi campioni di tal genere, ma non si sa mai, potrebbe anche darsi che qualcuno abbia tendenza a offendersi di tutto. E allora bisogna che arrivi a capire che non fa bene. Ma poi a questo mondo bisogna arrivare al punto di non offendersi di niente, perché è molto più economico, si vive più a lungo e soprattutto si ama più Iddio, si ha maggiore disponibilità di noi, si evita un sacco di querele e di musi. Suppongo di avere da fare con un tipo del genere e gli ragiono. Lui mi interrompe: Ma la gente è cattiva… il tale ha detto questo e quello: non ho ragione di offendermi? Io gli rispondo: Mettiti in testa un principio, e ne illustro uno per esemplificare, ma possono esservene molti altri. Ecco il principio: gli uomini in media hanno cinque logiche al giorno. C’è chi ne ha due, pochi ne hanno una, e quelli sono tutti di un pezzo, sono diamanti, e diamanti che sul mercato si trovano raramente; c’è chi ne ha tre, quattro, fino a quelli che hanno ventiquattro, venticinque logiche al giorno. Allora, facendo una media e cercando di essere caritatevole verso il prossimo, sono arrivato alla conclusione che la media deve aggirarsi sulle cinque logiche al giorno. Quando mi dicono : « Sa, il tale ha detto la tale cosa », applico il principio: A che ora l’ha detta? Ah, ma l’ha detta prima di mangiare. È la logica di quando si ha fame, che è diversa, molto diversa da quella dopo il pranzo; la logica di quando si ha sonno, e quella è ben diversa di quando si è ben svegli; e così dopo una buona notizia o dopo una cattiva notizia. Sono tutte diverse. E allora non prendertela troppo sul serio. Col principio delle cinque logiche si arriva a capire che alla maggior parte di ciò che dicono gli uomini non è il caso di dare troppo peso. E così, aiutandosi con un po’ di logica, non ci si offende. Poi, con un po’ d’esercizio, non c’è neppur bisogno di questa logica: si tira dritto e tutto è finito. Se c’è qualche cosa da aggiustare, ci penserà il Signore. – Ma concludiamo. Il metodo sostanziale non soltanto esige le idee forza, ma richiede pure che ci si faccia quell’armamentario di idee, di principi, di formule che, considerato il nostro temperamento, i nostri difetti, le nostre carenze, ci permettono di campare alla meno peggio, di mantenere la pace della coscienza, i buoni rapporti con gli altri, senza crearci continuamente, a causa delle nostre debolezze, un sacco di imbrogli e di bastoni fra le ruote e perdere così il nostro tempo e sottrarre qualche cosa alla carità verso Dio e verso il prossimo. – Vita economica! È la considerazione della morte che fa apprezzare la vita, e l’apprezzamento della vita dice che bisogna vivere economicamente. Non si può disperdere niente. I ceri sull’altare è bene che brucino interamente e non colino, perché quel che cola si perde; che si trasformino tutti in fiamma, che la materia serva soltanto ad alimentare la fiamma. Niente di sprecato. È la grande cura che dobbiamo avere della nostra vita. Bisogna avere questo armamentario nella mente. Perché se non c’è, noi non facciamo frutto.

(6 – Continua ...)

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO – Leone XIII: “CONSTANTI HUNGARORUM”

Il Santo Padre, S. S. Leone XIII, nella sua costante vigilanza sulle vicende dei popoli Cattolici e della Chiesa di Cristo, rivolge la sua attenzione al popolo ungherese, popolo benemerito, dalle solide radici cristiane e patria di Santi grandi e valorosi. Le vicende minacciose del secolo già coinvolgevano questo popolo coraggioso e fermo nel difendere i valori cattolici e fedele alla Sede Apostolica pur nelle sue turbinose vicende storiche. Il Sommo Pontefice scorge approssimarsi però pericoli per la fede, la Religione, il Clero, i Regnanti ed il popolo tutto. A tutti rivolge la sua esortazione e gli ammonimenti onde rimettere in sesto una situazione che andava facendosi sempre più problematica. Tra gli ammonimenti, S. S. sottolinea la linea Cattolica per quanto riguarda i matrimoni di mista Religione, unioni piene di pericoli per le fede e per la salvezza eterna, laddove cioè viene mescolata la divina verità con la falsa dottrina a-cattolica o con abominevoli culti non cristiani, con evidenti negativi risvolti in particolare per i fondamenti dottrinali dei giovani, dei figli nati da tale unioni, che hanno indubbiamente un piede trattenuto da una palla di ferro della miscredenza e dall’infedeltà a Cristo Nostro-Signore. – Fondamentale poi, con ogni evidenza, per il Santo Padre, è la proclamazione e le diffusione della vera Dottrina Cristiana, sia direttamente, che attraverso pubblicazioni a stampa, nei riguardi particolari della gioventù scolastica e ancor più dei Seminari diocesani per la formazione di Sacerdoti esemplari per pietà, dottrina e continenza. Poi ci sono naturalmente le direttive impartite ai Vescovi ed al Clero tutto. A giudicare dai fatti storici succedutosi in quella terra di grande fede cattolica, tali moniti non furono ascoltati e sufficientemente messi in pratica; sappiamo infatti, come profeticamente ipotizzato pure in questa lettera, che pochi anni dopo, sarebbe ivi penetrata la peste e la melma social-comunista che avrebbe apportato nocumento alla Chiesa con persecuzioni di ogni genere, con oppressione del popolo tutto invaso infine da orde militari e carri armati dei “fratelli-comunisti” sovietici, sedicenti portatori di libertà e benessere, in realtà forieri di morte dei corpi e soprattutto delle anime. Se al popolo ungherese, avvertito dai Pontefici Romani e sordo ad essi, ha dovuto “pagare” con il sangue anche innocente la disobbedienza, cosa accadrà a noi altri, cittadini di popoli ancor più beneficati spiritualmente e apostati ribelli e pertinaci della Religione Cattolica? La risposta ognuno la può facilmente immaginare, e non ingannino i tempi storici dilazionati che il Signore Iddio impiega per punire, nell’attesa sempre di un pentimento e di un ritorno a Lui. Più tardi arriveranno peggio saranno. Rifugiamoci allora, noi soprattutto del “pusillus grex”, nell’Arca di salvezza che è la “VERA” Chiesa Cattolica, mettiamoci sotto la protezione della nostra Madre, la Vergine Santissima, stringiamoci intorno al Santo Padre con la preghiera e l’offerta dei nostri sacrifici di lode e, nell’attesa di una non più dilazionabile conversione, leggiamo la lettera Enciclica rivolta agli ungheresi dell’epoca e a tutti noi, Cristiani di oggi.      

Leone XIII
Constanti Hungarorum

Lettera Enciclica

La chiesa cattolica nel regno di Ungheria.-

2 settembre 1893

Alla costante pietà e al rispetto degli ungheresi verso questa Sede Apostolica, sempre mutuamente e abbondantemente corrispose la paterna benevolenza dei Romani Pontefici; e Noi stessi non abbiamo mai patito che da voi, dal vostro popolo, mancassero testimonianze di particolare carità e accortezza. – Invero manifestammo il Nostro animo con una certa singolare attenzione di tal fatta sette anni fa allorché l’Ungheria celebrò la memoria di un grandissimo e faustissimo evento. Approfittando infatti di questa occasione, scrivemmo a voi, venerabili fratelli, una lettera e in essa sia richiamammo alla memoria l’avita fede, le virtù e i fatti gloriosi degli ungheresi, sia pure comunicammo a voi suggerimenti circa quanto sembrava riguardare la salute e la prosperità di codesto popolo in questi tempi tanto avversi al Nome Cattolico. In verità il medesimo motivo e la stessa intenzione Ci spingono ora a scrivervi di nuovo.Certo in quel genere di cose che agitarono costì in questo ultimo tempo gli animi di tutti, la natura del Nostro Ufficio Apostolico richiede che esortiamo con più vigore voi e il vostro clero alla costanza degli animi, alla concordia, alla prontezza nell’istruire e ammonire opportunamente i popoli affidati alla vostra cura. – Ma ci sono presso di voi, oltre a ciò, altre cose che Ci procurano nuovo motivo di sollecitudine: intendiamo i pericoli che ogni giorno più gravi minacciano la Religione. – Di fatto queste cose, come rivolgono a sé le Nostre particolari preoccupazioni e pensieri, così sollecitano in massimo grado e con più ardore la vostra opera, venerabili fratelli, e confidiamo grandemente che essa sarà del tutto pari ai Nostri suggerimenti e alla Nostra aspettativa. – Ciò che concerne in generale i doveri dei Cattolici, in vista di così particolarmente aspro e insidioso attacco degli Istituti Cristiani, è ancor più necessario che tutti seriamente e zelantemente esaminino quanto importante sia che in ogni mutamento di tempi e di circostanze resti salva e incolume nello Stato la Religione, e parimenti quanto grandemente interessi che in ciò venga mantenuto perfetto e stabile consenso degli animi. Indubbiamente è in gioco la causa circa il sommo e il massimo di tutti i beni che è la salvezza eterna degli uomini, né di meno [è in gioco la causa] circa la conservazione e la difesa nella società Civile di ciò stesso che è intensamente richiesto sia per la pace sia per la felicità di vero nome. – Così chiaramente sentirono quegli uomini eccelsi e degni dell’oltremodo grata memoria di ogni posterità che mirabilmente risplendettero quale esimio esempio di fortezza d’animo in tutti i popoli in qualsiasi tempo e offrirono se stessi come muro per la casa di Dio; essi per la causa della Religione e della Chiesa prodigarono con decisione non solo le loro cose, ma anche la loro stessa vita. – In ciò la vostra Ungheria ha pure esempi domestici, ed essi, nel lungo decorso dei tempi, [sono] molti e insigni. Anzi, il fatto che ciò stesso [che] dal re Stefano e dal suo apostolo [fu] accolto nella Fede Cattolica sia mantenuto fedelmente e con costanza, in questo veramente, oltre al singolare beneficio di Dio, si deve riconoscere un frutto della fermissima e costante intenzione di codesto popolo; che, cioè, abbia con maturità compreso che essendo in gioco la Religione, è in gioco la causa circa la gloria del [proprio] nome, circa la stessa incolumità della propria stirpe. È sorprendente, poi, quante virtù generose e insigni abbia alimentato l’affetto di tal genere degli animi: in forza di esse gli Ungheresi opposero anche in tempi sommamente difficili all’ingerenza dei pericoli una non dissimile grandezza di fortezza e di costanza. Con il sostegno infatti di quelle virtù respinsero invitti non solo le iterate incursioni dei tartari, ma anche i lunghi e immani assalti dei maomettani: degni, certo, che in questa lotta così pericolosa venissero aiutati con ogni mezzo anche da popoli esteri, da sommi principi, massimamente dai Romani Pontefici; infatti si combatteva non solo per la fede e il dominio degli ungheresi, ma per la stessa Religione Cattolica, per la salvezza dell’Occidente. – In modo simile le bufere dei secoli recenti che produssero tanto gravi rovine presso i popoli vicini, sebbene la stessa Ungheria ne abbia sentito la violenza e abbia avuto perdite non affatto lievi, essa, tuttavia, ne sfuggì illesa, e ne sfuggirà in futuro, se solo rimanga alla Religione l’onore dovuto e tutti riconoscano quali siano i doveri quotidiani di ognuno e li osservino diligentissimamente. – E per venire a quanto riguarda più da vicino la Nostra intenzione, osservammo con dolore d’animo non affatto insignificante, che, oltre quanto nelle leggi d’Ungheria, come abbiamo altra volta deplorato, “è in discrepanza con i diritti della Chiesa e diminuisce la sua facoltà d’agire e mette impedimento alla professione del Nome Cattolico”, anche altro in questi ultimi anni è stato o decretato o operato dalla pubblica autorità non per nulla meno dannoso alla Chiesa stessa e alla realtà cattolica: per il corso, poi, che ora hanno le vostre cose comuni, è fortemente da temere che non risultino molto più gravi danni alla Religione, – Ora, poi, per ciò che concerne espressamente i punti capitali di quanto presso di voi è stato dibattuto con maggiore passione in questo tempo molto vicino, è vostro compito, venerabili fratelli, adoperarvi con zelo e concordia che tutti, sia Sacerdoti sia laici, sappiano prima di tutto che cosa a loro sia lecito e da che cosa debbano mettersi in guardia per non incorrere contro le prescrizioni della legge naturale e divina. E giacché tra di voi numerosi curatori d’anime ordinarono circa ciò stesso il giudizio della Sede Apostolica, richiesto da voi stessi, sarà vostro compito, venerabili fratelli, attendere ad esortare assiduamente i medesimi sacri Ministri che per la Religione non debbono minimamente discostarsi da quanto la Sede Apostolica avrà o stabilito o comandato: ciò che poi non è lecito ai Sacerdoti, è chiaro che non è lecito neppure ai laici. – Del resto, per impedire la forza di numerosi mali, è di grandissima importanza che i curatori d’anime non desistano mai dall’esortare la moltitudine, per quanto può essere fatto, che ci si astenga dal contrarre matrimoni con persone aliene dal nome cattolico. I fedeli comprendano giustamente e abbiano fisso negli animi, che a matrimoni di tal fatta, che la Chiesa sempre ha detestato, si deve essere contrari soprattutto, come Noi stessi in altro scritto esprimemmo, per il motivo “che essi offrono occasione ad associazione e comunicazione proibite delle realtà sacre, creano un pericolo per la Religione del coniuge Cattolico, sono d’impedimento alla buona educazione dei figli e molto spesso inducono gli animi ad assuefarsi ad avere pari considerazione delle Religioni congiunte, sottratta la discrepanza del vero e del falso”. – Ma all’avita Religione degli ungheresi, come avvisammo, sovrastano danni maggiori. Quanti costì sono nemici del Nome Cattolico non dissimulano affatto ciò che vogliono: senz’altro raggiungere con tutte le armi più adatte a nuocere che la Chiesa e la realtà cattolica vengano ogni giorno ridotte in una condizione peggiore. Perciò, venerabili fratelli, vi esortiamo con più veemenza di altre volte mai, che non risparmiate nessuna fatica per allontanare così grande pericolo dal gregge a voi affidato, dalla vostra patria. Innanzitutto prendete a cuore ed effettuate che tutti, confermati dal vostro esempio ed autorità, accolgano forti e coraggiosi la causa della Religione, fermamente la difendano. Certamente non di rado avviene – né infatti taceremo ciò che è – che alcuni tra i Cattolici, nel momento in cui dovrebbero massimamente sforzarsi con virtù e somma costanza di difendere e rivendicare i diritti della Chiesa, guidati da una certa specie di prudenza umana, o si sviano nella parte opposta o si presentano nell’agire troppo timidi e remissivi. E facilmente si vede che un tal modo d’agire apre l’adito a pericoli chiaramente gravissimi, in particolare se sono in gioco coloro che o hanno credito di autorità o che possono molto nell’opinione della moltitudine. Oltre, infatti, a venir tralasciato un compito giusto e dovuto, viene offerta causa per lo più di non lieve offesa e preclusa la strada per ottenerla e per conseguire la concordia, che fa che tutti sentano la medesima cosa, la medesima cosa approvino col loro agire. Di questa cosa, poi, cioè o dell’inoperosità o della discordia dei Cattolici, nulla ai nemici del Nome Cattolico può giungere di più desiderato: queste cose, infatti, il più delle volte finiscono là verso dove tendono a precipitare: lasciare ai nemici stessi il campo libero e aperto per osare le cose peggiori. È proprio necessario che in tutto si abbia compagne la prudenza del consiglio e la temperanza; la chiesa stessa vuole far uso nella difesa della verità di un modo riflettuto di agire: nulla è tuttavia tanto alieno dalle leggi della sicura prudenza quanto permettere che la Religione venga impunemente vessata, che la salvezza del popolo venga messa in pericolo. Avendo poi al fine della conferma della concordia dei Cattolici ed egualmente per incitarli all’attiva solerzia, forza efficace e salutare, come si mostra dall’esperienza, gli annuali convegni dei medesimi, in cui con la guida e l’autorità dei Vescovi vengono raccolti comuni suggerimenti circa la realtà cattolica, l’incremento delle opere pie di ogni genere, per questo motivo desideriamo ardentemente che venga con diligenza realizzato ciò che voi stessi non molto tempo fa sappiamo che avete opportunamente provveduto a proposito. Non dubitiamo, infatti, che convegni del genere, dei quali Noi con forza fummo promotori che si tenessero anche in altri luoghi, gioveranno grandemente alle vostre cause, – Conviene anche che voi attentamente stiate in vedetta circa il fatto che nelle assemblee dei legislatori vengano eletti uomini di provata religiosità e di dimostrata virtù che abbiano un temperamento tenace in quanto si propongono, cioè sempre disposto e vivace nel rivendicare i diritti della Chiesa e della realtà cattolica. – Voi vedete, inoltre, venerabili fratelli, come con l’aiuto sia di giornali sia di libri coloro che discordano dalla Chiesa si adoperino con vigore a spargere in lungo e in largo nel volgo i veleni degli errori e delle opinioni perverse, a corrompere i buoni costumi e ad allontanare la moltitudine dalle opere della vita cristiana. Comprendano, perciò, i vostri uomini che è già tempo di tentare qualcosa di più grande in questo campo e far sì con ogni metodo che agli scritti vengano opposti scritti che siano pari all’ingenza della battaglia e forniscano idonei rimedi ai mali. – In massima misura, poi, venerabili fratelli, vogliamo che le vostre propensioni siano fisse e poste nell’educazione dei fanciulli e degli adolescenti. Non è Nostra intenzione ripetere quanto già esponemmo nella medesima lettera a voi ricordata all’inizio: non possiamo tuttavia fare a meno di accennare brevemente ad alcune cose che sono di maggiore importanza. – Circa le scuole elementari si deve insistere e sollecitare, venerabili fratelli, che i parroci e gli altri curatori d’anime vigilino continuamente con somma applicazione su di esse e pongano l’interesse massimo del loro ufficio nell’insegnare agli alunni la Sacra Dottrina. Tale compito, poi, nobile e grave, non lo cedano alla gestione di altri, ma l’assumano essi stessi e l’abbiano carissimo, essendo certo che dalla sana e pia educazione dell’età puerile dipende per gran parte l’incolumità non solo delle famiglie, ma dello stesso stato. Ne’ crediate che alcuna operosità o solerzia sarà così grande che non ce ne sia da impiegare di più grande al fine che scuole di tal genere abbiano ogni giorno incrementi fruttuosi. Sarà assai opportuno il fatto che in ciascuna diocesi siano istituiti “ispettori” delle scuole, sia un “diocesano” sia dei “decanali”, con i quali ogni anno i Vescovi tengano consiglio circa lo stato e la condizione delle scuole e anche circa le rimanenti cose riguardanti la fede, i costumi e la cura delle anime. Che se sia necessario che o vengano, secondo il bisogno dei luoghi, istituite nuove scuole o ampliate quelle già fondate, non dubitiamo affatto che la liberalità vostra, venerabili fratelli, già messa alla prova da molti soggetti, e parimenti quella dei Cattolici di ogni ordine sia pronta e si mostrerà generosa. – Circa le scuole medie – come si dice – e quelle delle scienze maggiori, si deve con molta assiduità star in guardia che quanto di bene è stato infuso come seme negli animi dei fanciulli, non vada miseramente perduto negli adolescenti. Per quanto, perciò, potete o con le opere o con le parole, tanto adoperatevi, venerabili fratelli, che pericoli di tal fatta o vengano rimossi o vengano ridotti: e innanzitutto la vostra solerzia pastorale ottenga che alle lezioni d’insegnamento della religione vengano delegati uomini probi e dotti e che vengano rimosse quelle cause che troppo spesso impediscono il frutto salutare e copioso delle medesime. – Del resto, sebbene Ci siano ben conosciute e apprezzate le cure rivolte da voi stessi che codeste sedi di ottimi studi, che secondo l’intenzione dei promotori debbono essere in potere della Chiesa e dei Vescovi, rimangano tali quali [furono] dagli stessi istituite, vi esortiamo, tuttavia, ancor più che, tolta ogni opportunità, proseguiate ad adoperarvi in ciò stesso con comune consultazione, come è vostro diritto e dovere. Ciò che infatti è concesso a quanti sono dissenzienti dal Nome Cattolico, ripugna sia all’equità sia alla giustizia negarlo ai Cattolici: pubblicamente poi importa che quanto è stato così piamente e sapientemente istituito dagli antenati, venga impiegato perpetuamente non a detrimento della Chiesa e della Fede Cattolica, ma a difesa e a sostegno dell’una e dell’altra e in tal modo per il bene dello Stato stesso. – Infine la natura del Nostro compito richiede che vi affidiamo con grande vigore quanto in quella medesima lettera vi abbiamo affidato circa i chierici adolescenti, i presbiteri. – Certamente se è vostro compito, venerabili fratelli, di porre l’attenzione e l’opera maggiore nell’educare rettamente ogni gioventù, è necessario che vi diate molto di più da fare per coloro che crescono per la speranza della Chiesa, affinché appunto essi e siano degni dell’onore del Sacerdozio e mostrino una virtù adatta secondo i tempi ad adempierne giustamente i compiti. In questo rivendicando i sacri seminari di diritto la precipua funzione della vostra vigilanza, sforzatevi ogni giorno con più alacre applicazione, che essi fioriscano di ottimi indirizzi e abbondino di tutti quegli aiuti che sono necessari; chiaramente così che mediante l’ammaestramento di scelti superiori, gli alunni delle sacre realtà vengano con maturità e pienezza guadagnati ai costumi, alle virtù proprie del loro ordine e a tutto il decoro della dottrina sia divina sia umana. – Per ciò poi che concerne un operare fruttuoso del vostro Clero, è richiesto in grado massimo da questo tempo che la vostra fermezza di fedeltà al dovere, venerabili fratelli, risplenda singolare sia nella concordia nel dirigerlo, sia nella solerzia e carità nell’esortare e ammonire, sia nel difendere la disciplina ecclesiastica. – D’altra parte quanti appartengono all’ordine del Clero è necessario che rimangano aggrappati ai loro Vescovi con somma fede, accolgano i loro moniti, ne favoriscano i suggerimenti e le iniziative; nell’esercizio, poi, dei compiti sacri, nell’accogliere le fatiche per la salvezza eterna degli uomini si offrano sempre pronti e zelanti con la carità quale guida. – Giacché poi in tutti gli ambiti gli esempi dei Sacerdoti possono molto, essi si adoperino innanzitutto per costantemente mostrare se stessi forma viva di virtù e continenza agli occhi del popolo cristiano. Prudentemente, poi, si guardino dal darsi troppo agli interessi per le realtà civili o politiche; e ricordino spesso il detto dell’apostolo Paolo: “Nessuno, militando per Dio, intralcia se stesso con faccende secolari: per piacere a colui da cui ricevette l’approvazione” (2Tm II, 4), Certo, come ammonisce San Gregorio Magno, è giusto non abbandonare di provvedere per le cose esterne per via della sollecitudine di quelle interne: e specificatamente, trattandosi di difendere la Religione o di favorire il bene comune, non si devono, certo, trascurare quei sostegni e aiuti che il tempo o il luogo apporti.
È’ necessaria, tuttavia, somma prudenza e vigilanza affinché, appunto, gli uomini sacri dell’ordine non ne oltrepassino l’importanza e la giusta misura ed essi sembrino curare meno le cose celesti che le umane. In modo molto appropriato [dice] il medesimo Gregorio Magno: “Le faccende secolari quindi devono talora per solidarietà essere sopportate, giammai però essere ricercate per amore; affinché esse con il loro peso, aggravando la mente dell’amante, non sommergano questa, avendola vinta, dalle cose celesti in quelle terrene”. – Vogliamo anche che coloro che presiedono le curie vengano da voi sollecitati a custodire il “peculio” delle loro chiese religiosamente e lo amministrino con somma diligenza: se poi anche in questo ambito si fossero insediate cose meno rette, voi parimenti mettete in moto l’adatta gestione secondo il compito. – Inoltre riteniamo molto opportuno che dal Clero venga prestata premurosa cura che i sodalizi o le confraternite laiche che sono costì, rifioriscano nel primitivo decoro. Di fatto è in gioco una realtà che riguarda non meno il bene dei medesimi sodalizi che quello pubblico della Religione. Infatti, per omettere le altre cose, tali sodalizi possono, certo, essere di grande aiuto a voi e al vostro clero sia nel guadagnare il popolo alla pietà, alla vita cristiana, sia anche nel confermare quella salutare concordia degli animi e delle volontà che quanto mai vivamente desideriamo. Infine circa tutto quanto riguarda la difesa della Religione e dell’avita fede o l’incremento delle istituzioni di Nome Cattolico o anche la disciplina di ambo il Clero, pensiamo che sarà chiaramente ottimo e saluberrimo, venerabili fratelli, se vi abituerete a consultarvi ripetutamente tra di voi per decretare di comune giudizio quelle cose che riconoscerete o necessario o più opportune. – Confidiamo che tutti i Cattolici d’Ungheria, vista la china così pericolosa delle loro cose, e riconoscendo in tutto ciò che abbiamo detto una testimonianza della Nostra paterna sollecitudine e della Nostra amantissima volontà verso di loro, prenderanno coraggio e forza e con ogni religiosità, come si conviene, obbediranno ai nostri suggerimenti e moniti. A voi poi, venerabili fratelli, e parimenti al Clero e al popolo cattolico, che strenuamente vi affaticate con una sola mente e con un solo animo per la Religione, sarà d’aiuto propizio Dio ed Egli soprattutto donerà felice risolutezza alle vostre iniziative. Né mancherà senz’altro in causa santissima e giustissima l’amore benevolo e generoso del sommo Principe, diciamo dell’apostolico vostro Re, del quale anche dagli inizi del suo principato sono state largamente scorte le benemerenze verso il vostro popolo. – Affinché tutto vada secondo i desideri e in modo prospero, anche voi con Noi, venerabili fratelli, presentate forti preci a Dio: in modo tutto particolare interponete il patrocinio dell’augusta Genitrice di Dio; implorate poi anche la fede di santo Stefano vostro apostolo, affinché dal cielo guardi benigno la sua Ungheria e conservi in essa santamente e inviolatamente i benefici della divina Religione. – Come augurio, poi, dei doni celesti e come testimonianza della Nostra paterna benevolenza impartiamo, venerabili fratelli, a voi, al Clero e a tutto il vostro popolo amantissimamente la Benedizione Apostolica.

Roma, presso San Pietro, 2 settembre 1893, anno XVI del Nostro pontificato.

DOMENICA II DOPO L’EPIFANIA

DOMENICA II dopo l’EPIFANIA (2019)

Incipit


In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus


Ps LXV:4
Omnis terra adóret te, Deus, et psallat tibi: psalmum dicat nómini tuo, Altíssime. [Tutta la terra Ti adori, o Dio, e inneggi a Te: canti salmi al tuo nome, o Altissimo.]

Ps LXV: 1-2
Jubiláte Deo, omnis terra, psalmum dícite nómini ejus: date glóriam laudi ejus.
[Alza a Dio voci di giubilo, o terra tutta: canta salmi al suo nome e gloria alla sua lode.]


Omnis terra adóret te, Deus, et psallat tibi: psalmum dicat nómini tuo, Altíssime.
[Tutta la terra Ti adori, o Dio, e inneggi a Te: canti salmi al tuo nome, o Altissimo.]

Oratio

Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, qui coeléstia simul et terréna moderáris: supplicatiónes pópuli tui cleménter exáudi; et pacem tuam nostris concéde tempóribus.
[O Dio onnipotente ed eterno, che governi cielo e terra, esaudisci clemente le preghiere del tuo popolo e concedi ai nostri giorni la tua pace.]

Lectio


Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános.
Rom XII: 6-16
“Fratres: Habéntes donatiónes secúndum grátiam, quæ data est nobis, differéntes: sive prophétiam secúndum ratiónem fídei, sive ministérium in ministrándo, sive qui docet in doctrína, qui exhortátur in exhortándo, qui tríbuit in simplicitáte, qui præest in sollicitúdine, qui miserétur in hilaritáte. Diléctio sine simulatióne. Odiéntes malum, adhæréntes bono: Caritáte fraternitátis ínvicem diligéntes: Honóre ínvicem præveniéntes: Sollicitúdine non pigri: Spíritu fervéntes: Dómino serviéntes: Spe gaudéntes: In tribulatióne patiéntes: Oratióni instántes: Necessitátibus sanctórum communicántes: Hospitalitátem sectántes. Benedícite persequéntibus vos: benedícite, et nolíte maledícere. Gaudére cum gaudéntibus, flere cum fléntibus: Idípsum ínvicem sentiéntes: Non alta sapiéntes, sed humílibus consentiéntes
.”.

OMELIA I

[Mons. Bonomelli, Omelie, vol. I, Torino – 1899, Omelia XIII]

“Avendo noi doni differenti, secondo la grazia, che ci è stata data, se abbiamo la profezia, adoperiamoci a proporzione della fede; se abbiamo il ministero, attendiamo al ministero; se il magistero, attendiamo ad insegnare. Colui che esorta, attenda ad esortare; chi distribuisce, lo faccia con semplicità; colui che presiede, lo faccia con diligenza; chi fa opere pietose, si presti con ilarità. La carità sia senza simulazione: abborrite il male, attenetevi al bene. Amatevi fraternamente: prevenitevi gli uni gli altri nel rendervi onore. Non siate pigri: siate ferventi nello spirito, dedicati al servizio di Dio, allegri nella speranza, costanti nelle afflizioni, perseveranti nell’orazione, partecipi ai bisogni dei santi, facili alla ospitalità. Benedite quelli che vi perseguitano: benediteli e non vogliate maledirli. “Rallegrate vi con chi è allegro, piangete con chi piange. Abbiate tra voi uno stesso sentimento, non rivolgete l’animo a cose alte, ma acconciatevi alle basse „ (Rom. cap. XII, vers. 6-16).

Questo tratto della epistola ai Romani segue immediatamente a quello che vi spiegai nell’omelia XI e non è che una serie di sentenze morali d’una bellezza veramente stupenda. Esse erompono dall’anima ardente dell’Apostolo con una foga, con una facilità ed efficacia incomparabile. Se queste massime sì sublimi e sì semplici, che rispondono a meraviglia a ciò che vi ha di più intimo e più nobile nella nostra natura, fossero cadute sotto gli occhi di Platone, di Aristotele, di Cicerone e di tanti filosofi pagani, quale stupore ne avrebbero avuto? Con quale entusiasmo le avrebbero abbracciate? Noi le abbiamo sotto gli occhi e negli orecchi ogni giorno e per poco non vi poniamo mente! Nati in mezzo alla luce, non ne comprendiamo il pregio: educati con queste santissime verità, non ne apprezziamo debitamente) l’altezza. Oggi veniamole considerando partitamente e con amore e ne rileveremo la bellezza. – S. Paolo dopo aver fatto osservare, che la Chiesa è somigliante al corpo umano, il quale è uno solo, ma ha molte membra differenti, con differenti uffici, tra loro armonicamente! coordinati, prosegue, e dice: “Avendo noi doni differenti, secondo la grazia, che ci è stata data, se abbiamo la profezia, adoperiamoci a proporzione della fede. „ Il sole è uno solo, eppure crea una varietà sterminata di  colori secondo la natura degli oggetti che illumina: così Dio, che è uno e semplicissimo, produce nelle anime una varietà prodigiosa di doni, che mostrano la grandezza e fecondità inesauribile del donatore. Ciascuno di noi ha i suoi doni particolari? Usiamone. Hai tu il dono della profezia? Qui il dono della profezia non significa propriamente annunziare le cose future, ma la facoltà di parlare delle cose spettanti alla religione. Ebbene: l’adopera nella misura che l’hai ricevuto, secondo le tue forze. “Se abbiamo il ministero, segue l’Apostolo, attendiamo al ministero.„ Abbiamo cioè 1’ufficio di presiedere, di governare? Adempiamolo come si deve. — Se abbiamo il magistero, ossia l’ufficio di ammaestrare, e questo facciamo meglio che per noi si possa. — Colui che esorta, ossia che eccita i fratelli a fuggire il vizio ed a praticare la virtù, vi metta tutto lo zelo. — Chi distribuisce, chi largheggia in elemosine, lo faccia con semplicità, allontanando ogni fine men retto e men nobile, intendendo solo di soccorrere il fratello e far cosa grata a Dio. — Chi presiede e regge altri, faccia il suo dovere con diligenza. — Nella Chiesa vi sono molti ed alti uffici: quelli che li tengono, devono ricordarsi che gli uffici non hanno per scopo di accumulare ricchezze, ricevere omaggi, ritrarne comodi ed onori, ma sì hanno per fine proprio ed immediato il bene delle anime e la salute loro eterna e perciò si vogliono adempire con ogni diligenza. — Chi fa opere pietose, scrive S. Paolo, si presti con ilarità. — Che bella e cara espressione! Soccorri tu il povero? Conforti tu l’afflitto? Ammaestri l’ignorante? Consigli il timido e vacillante? Visiti l’infermo ed eserciti qualunque opera di carità? E a tutto questo col volto ilare e contento, perché così vuole Iddio: Hilarem datorem dilìgit Deus, e perché così l’opera tua sarà più efficace e gradita. Vedi queste Suore di carità che giorno e notte si aggirano per gli ospedali, che vanno da un letto all’altro: che hanno sempre sotto gli occhi lo spettacolo delle miserie umane: esse hanno sempre serena la fronte, il sorriso sulle labbra, la parola soave, l’occhio pieno d’amore: eccovi, o cari, ciò che vuole S. Paolo allorché comanda: “Chi fa opere pietose si presti con ilarità. „ Prosegue l’Apostolo: “La carità sia senza simulazione. Via la finzione, via l’ipocrisia sì nelle parole come negli atti e la nostra carità sia schietta, piena di candore. E qui l’Apostolo, quasi volesse condensare tutto ciò che ha detto e gli resta a dire, esclama: “Abborrite il male, attenetevi al bene. „ Pareva che qui l’Apostolo dovesse por fine alle sue esortazioni ed ai suoi documenti; no. Egli è simile ad un padre amoroso, che non vuole che il bene dei suoi figli ed aggiunge alle esortazioni le preghiere, ai ricordi i comandi e allorché sembra abbia finito, ripiglia da capo: il suo cuore non dice mai: Basta! – E invero qui S. Paolo comincia un’altra esortazione, come se nulla avesse detto. Uditelo: “Amatevi fraternamente. „ È il precetto nuovo, che Gesù Cristo portò sulla terra, Egli, che disse agli apostoli e in loro a tutti gli uomini quella sublime sentenza: ” Vos autem fratres estis — Voi siete fratelli. „ Dunque “come fratelli amatevi. „ Vi furono uomini, che scrissero sulla loro bandiera, come se fosse stata una loro scoperta, questa parola: “Fratellanza,„ imbrattandola tosto di sangue. Ignoravano essi che Gesù Cristo diciotto secoli innanzi l’aveva proclamata: Vos autem fratres, estis, e qui S. Paolo la ripete: Charitate fraternitatis invicem diligentes? Non era possibile. Lo sapevano; ma volevano arrogarsi il vanto d’aver trovata quella sublime dottrina. O cari! più che delle parole e delle vane proteste di fratellanza, siamo solleciti di mostrare le opere della fratellanza, “rispettandoci, amandoci, compatendoci e soccorrendoci a vicenda. „ La carità fraterna è una radice feconda: da essa derivano non solo le opere, ma le parole e perfino quelle convenienze del vivere quieto ed onesto, che alimentano il rispetto reciproco e la mutua benevolenza. Ecco ciò che voleva dire S. Paolo nelle parole sì belle, che seguono: “Prevenitevi gli uni gli altri nel rendervi onore. „ Sì; se la carità regnerà nei nostri cuori ed informerà tutti i nostri atti, ci guarderemo da far cosa che spiaccia ai fratelli e faremo ciò che loro torna gradito e sarà una nobile e santa gara in prevenirci, rendendoci onore gli uni gli altri. E ciò che altrove inculca lo stesso Apostolo scrivendo: “Per umiltà, ciascuno di voi pregiando gli altri più che se stesso — Humilìtate… invicem superiores arbitrantes. „ Dite, o carissimi, il codice di Gesù Cristo, che si compendia nella carità, non è desso anche un perfetto codice di educazione e civiltà sociale? “Non siate pigri, „ soggiunge l’Apostolo; s’intende nei vostri doveri, ma ferventi nello spirito, „ pronti, alacri per il fuoco della carità, acceso in voi dallo Spirito Santo, intesi ad una cosa sola, a servire cioè al Signore, fine ultimo di tutte le opere vostre. – Né qui si ferma S. Paolo, ma, trasportato dall’impeto della sua carità, con una rapidità mirabile accumula verità pratiche sopra verità pratiche, con una concisione ben più grande e sostanziosa di quella di Tacito. “Allegri nella speranza, costanti nelle afflizioni, perseveranti nella preghiera. „ La speranza della mercede rallegra il contadino, che suda sul campo, l’operaio che lavora nell’officina, il mercante che viaggia; e la speranza del premio del cielo fa brillare la gioia sulla fronte del cristiano, che soffre nella lotta della vita, lo tiene saldo in mezzo ai dolori. E quando egli sente venir meno le forze (e ciò non è raro), dia di piglio all’arme sì valida e sì sicura della preghiera e in essa perduri, e la vittoria sarà certa. L’Apostolo non dimentica mai che l’uomo non vive, né può vivere quaggiù isolato: che egli ha dei rapporti e continui ed intimi coi suoi fratelli, ed eccolo di nuovo a ricordarli sotto un’altra forma: “Siate partecipi ai bisogni dei santi, facili alla ospitalità. „ Fate che i bisogni, le necessità di tutti siano comuni a voi, siano come se fossero vostre, e particolarmente quelle dei santi, dei vostri fratelli nella fede, chiamati ad essere santi e, se sono pellegrini, offrite loro l’ospitalità. – La facondia santa dell’Apostolo continua: “Benedite quelli che vi perseguitano, e non vogliate maledirli. „ Quale sentenza! Qual precetto! È qui che la carità di Gesù Cristo tocca il sommo della perfezione. Amare operosamente tutti gli uomini; amare gli stranieri, come fratelli, è già gran cosa, ignota a tutto il mondo pagano; ma amare anche i nemici, benedire perfino quelli che ci perseguitano, beneficarli, se è possibile, è cosa che trascende al tutto l’umano comprendimento, e questo solo precetto (giacche l’amore dei nemici non è consiglio, ma precetto) basta a provare l’origine sovraumana del Vangelo. Qualunque uomo, sia pur buono e virtuoso, deve avere più o meno dei malevoli, degli invidiosi, dei nemici. Li ebbero i santi e gli Apostoli: li ebbe il Santo dei santi, Gesù Cristo; qual meraviglia, che li abbiamo noi, pieni di difetti, sì facili ad offendere il prossimo, talvolta senza volerlo? Ameremo dunque tutti i nostri nemici, o fratelli. Che fare? Ciò che qui comanda l’Apostolo: “Benedite quelli che vi perseguitano: benediteli e non vogliate maledirli. „ Gesù Cristo, dall’alto della croce, rivolto al Padre pregava per i suoi carnefici e li scusava, dicendo: “Padre, perdona loro, perché non sanno quel che si fanno. „ S. Pietro, parlando di Gesù e proponendolo qual modello, scriveva: ” Oltraggiato non oltraggiava, soffrendo non minacciava „ (I. c. II, vers. 23). Perdoniamo le offese, amiamo i nemici, rendiamo bene per male, preghiamo per essi e il buon Dio userà misericordia a tutti. Si sta sì bene, o cari, quando si perdona e si beneficano i nemici! Si gusta tal pace, si sente tal gioia, che la lingua non sa esprimere. È questa tal mercede che anche sola ci compensa ad usura del sacrificio compiuto in far tacere l’amor proprio ferito. – Voi potete scorrere tutti i libri dei sommi filosofi morali del paganesimo, Epitteto, M. Aurelio, Cicerone, Platone, Aristotele: voi potete investigare tutti i codici sacri delle nazioni antiche e moderne fuori del Cristianesimo. Troverete qua e là sentenze belle, ammirabili sull’amore del prossimo, sulla ospitalità, sulla elemosina, sul perdono delle offese: ma non troverete mai queste verità insieme unite, con tanta chiarezza, brevità, sicurezza e perfezione come nel Vangelo e in queste poche sentenze di S. Paolo. E perché? Ah! Perché esse non vengono dagli uomini, ma da Dio. “Rallegratevi con chi è allegro e piangete con chi piange. „ E’ la conseguenza naturale della carità e delle cose sopra inculcate dall’Apostolo. La carità unisce i cuori per guisa che il bene ed il male è comune, e perciò si gode e si soffre insieme. Se il padre vostro, la vostra madre, i vostri fratelli salgono in onore e abbondano d’ogni cosa, voi che fate? Ne siete lietissimi. Se soffrono infermi, se sono tribolati, perseguitati, che fate voi? Soffrite con essi. Perché? Perché l’amore, che a loro vi lega, fa di voi tutti quasi una sola persona e sentite tutti lo stesso dolore o lo stesso piacere. Se questo amore abbracciasse tutti gli uomini, avremmo lo stesso effetto: ci rallegreremmo con chi è allegro e piangeremmo con chi piange. – “Abbiate, conchiude l’Apostolo, lo stesso sentimento. „ Ripete in altra forma ciò che ha detto nel versetto antecedente. “E non siate con l’animo alle cose alte, ma acconciatevi alle basse. „ Non aspirate a grandezze, ad onori, a ricchezze, a quelle cose, delle quali il mondo è sì ghiotto, e che non possono far pago il nostro cuore: ricevete ciò che Iddio vi dà, e collocati in basso stato, di questo accontentatevi e sarete, per quanto lo possiamo essere quaggiù, tranquilli e felici. – Se noi studiamo la causa vera d’una gran parte dei nostri dolori e delle nostre inquietudini, che troviamo? Troviamo che fonte massima di questi dolori e di queste inquietudini è il desiderio d’aver sempre più di ciò che abbiamo: è questo il pungolo, che ci spinge innanzi e ci tormenta, è questo il nostro implacabile carnefice. I desideri non soddisfatti sono il tormento dei nostri poveri cuori; soffochiamo quei desideri, ed avremo la pace, quella pace che il mondo non conosce.

Graduale

Ps CVI: 20-21
Misit Dóminus verbum suum, et sanávit eos: et erípuit eos de intéritu eórum. [Il Signore mandò la sua parola e li risanò: li salvò dalla distruzione.]
V. Confiteántur Dómino misericórdiæ ejus: et mirabília ejus fíliis hóminum. 
[V. Diano lode al Signore le sue misericordie e le sue meraviglie in favore degli uomini. ]

Alleluja


Allelúja, allelúja

Ps CXLVIII: 2
Laudáte Dóminum, omnes Angeli ejus: laudáte eum, omnes virtútes ejus. Allelúja.
[Lodate il Signore, voi tutti suoi Angeli: lodatelo, voi tutte milizie sue. Allelúia.]

Evangelium


Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Joánnem. [Joann II: 1-11]


In illo témpore: Núptiæ factæ sunt in Cana Galilaeæ: et erat Mater Jesu ibi.
Vocátus est autem et Jesus, et discípuli ejus ad núptias. Et deficiénte vino, dicit Mater Jesu ad eum: Vinum non habent. Et dicit ei Jesus: Quid mihi et tibi est, mulier? nondum venit hora mea. Dicit Mater ejus minístris: Quodcúmque díxerit vobis, fácite. Erant autem ibi lapídeæ hýdriæ sex pósitæ secúndum purificatiónem Judæórum, capiéntes síngulæ metrétas binas vel ternas. Dicit eis Jesus: Implete hýdrias aqua. Et implevérunt eas usque ad summum. Et dicit eis Jesus: Hauríte nunc, et ferte architriclíno. Et tulérunt. Ut autem gustávit architriclínus aquam vinum fáctam, et non sciébat unde esset, minístri autem sciébant, qui háuserant aquam: vocat sponsum architriclínus, et dicit ei: Omnis homo primum bonum vinum ponit: et cum inebriáti fúerint, tunc id, quod detérius est. Tu autem servásti bonum vinum usque adhuc. Hoc fecit inítium signórum Jesus in Cana Galilaeæ: et manifestávit glóriam suam, et credidérunt in eum discípuli ejus.

OMELIA II

[Mons. Bonomelli, Omelie, ut supra, Omelia XIV]

“Si fecero delle nozze in Cana di Galilea, e la madre di Gesù era quivi. Ed anche Gesù fu invitato alle nozze coi suoi discepoli. E venuto meno il vino, la madre di Gesù gli disse: Non hanno più vino. E Gesù le disse: Che vi è tra me e te, donna? L’ora mia non è ancora venuta. Ma la madre di lui disse ai servi: Fate quanto e gli vi dirà. Erano ivi sei pile di pietra, poste secondo l’usanza della purificazione de’ Giudei, capaci ciascuna di due o tre misure. E Gesù disse a quelli: Empite le pile di acqua: ed essi le empirono fino all’orlo. E poi Gesù disse loro: Attingete ora e portate allo scalco. Ed essi ne portarono. E come lo scalco ebbe assaggiata l’acqua diventata vino (egli non sapeva donde fosse, ma lo sapevano i servi, che avevano attinta l’acqua), chiamò lo sposo, e gli disse: Ogni uomo mette in tavola prima il buon vino e dopo che hanno bevuto largamente, serve il men buono: ma tu hai serbato il buon vino insino ad ora. Questo principio diede Gesù ai miracoli in Cana di Galilea e manifestò la gloria sua e i suoi discepoli credettero in lui.„

Gesù Cristo uscito dal deserto, dove aveva digiunato per quaranta giorni e superata la triplice tentazione, era venuto sulle rive del Giordano, dove predicava Giovanni, e di là erasi ritirato nella sua Galilea, dove cominciò la sua vita pubblica, operando il primo miracolo, narratoci da Giovanni e che or ora vi ho recitato. Il miracolo descrittoci da Giovanni non abbisogna di spiegazione; ma esso ha un’importanza specialissima, perché è operato da Gesù Cristo per secondare il desiderio della Madre e perché è uno di quei tratti evangelici rarissimi, dove si parla di Maria e si riferiscono le sue parole. “Si fecero delle nozze in Cana di Galilea, e la madre di Gesù era quivi. „ Cana era un villaggio ad un’ora da Nazaret, sulla via, se via si può dire, che conduce a Tiberiade: al presente è un gruppo di miserabili capanne di contadini, forse duecento. Vi sono due piccole chiese, l’una nella sala dove si dice essere avvenuto il miracolo, l’altra dove si dice sorgesse la casa di Natanaele o S. Bartolomeo. – In una valletta, che si trova ad oriente di Cana, si vede una misera fonte, l’unica di Cana, dove vuolsi attinta l’acqua trasmutata in vino. Chi fossero gli sposi che celebravano quelle nozze, col relativo convito d’uso antico ed universale, l’Evangelista non lo dice, né importa gran fatto il saperlo. È cosa affatto naturale supporre, che fossero congiunti o almeno amici di Maria e di Gesù, che sembra fosse invitato per riguardo della Madre, e per riguardo di Gesù furono invitati eziandio quei quattro o cinque discepoli, che l’avevano seguito, cioè Pietro, Andrea, Natanaele o Bartolomeo, che era di Cana, e Filippo. L’Evangelista ha cura di indicare il villaggio, dove si celebrarono le nozze, Cana di Galilea, per distinguerlo da un altro Cana, sui confini della Fenicia. Vedete amabile condiscendenza di Gesù Cristo! Accetta l’invito di questi sposi, che dovevano essere assai poveri, come apparisce dal fatto istesso del mancare il vino: siede a quell’umile desco con la Madre e coi discepoli, onora i poverelli e con la sua presenza, santifica quelle nozze e mostra come alla vera virtù e alla massima santità non disdica punto partecipare alle feste di famiglia, alle gioie domestiche, che siano oneste e pure. Ciascuno di noi può facilmente immaginare quale potesse essere il convito nuziale di Cana, dove sedevano Gesù e Maria ed alcuni discepoli. Quanta dignità e modestia! Quanta amabilità e soavità di modi! La letizia del convito serbava in tutti la giusta misura in ogni cosa. Dilettissimi! quanta differenza coi nostri banchetti, dove troppe volte la lingua trascorre al frizzo, alla maldicenza, al lazzo e la moderazione nel bere e nel mangiare è sbandita! – “E venuto meno il vino, la Madre di Gesù disse a lui: Non hanno più vino. „ Il banchetto doveva essere verso la fine, come si ricava dalle parole dello scalco, allorché, passando di bocca in bocca, quasi furtivamente, si sparse la notizia, che non c’era più vino. Maria raccolse tacitamente quella voce, o forse lesse la cosa sul volto dei due poveri sposi, rossi per la vergogna, e mossa a compassione dell’imbarazzo, che sentiva vivissimo in cuore, con fidanza tutta materna e con uno sguardo pieno d’amore si volse al Figlio, che le doveva essere presso, e gli disse: “Non hanno più vino. „ Ella non domanda nulla, non prega: espone al Figlio il bisogno dei due sposi: si rimette alla bontà, al cuore di Gesù, sicura che provvederà. Giovi osservare, che Maria si fa interceditrice presso il Figlio a favore dei due sposi, senza esserne richiesta da loro o da altri, unicamente mossa dalla pietà e dalla tenerezza del suo cuore. Questo solo fatto vi mostra qual era il cuore di Maria. Che se tanta pietà sentì per quei due sposi e per un bisogno materiale tantoché si fece loro mediatrice, ancorché non richiesta, che farà Ella alla vista di tante nostre miserie spirituali e da noi pregata? – Che rispose Gesù alle parole della Madre? “Che vi è tra te e me, donna? L’ora mia non è ancora venuta. „ Se voi considerate superficialmente questa risposta, sareste tentati di vedervi una cotale irriverenza; ma tolga il cielo che noi pur sospettiamo, Cristo essere venuto meno alla riverenza dovuta alla Madre, o la Madre aver meritato un rimprovero. Più volte troviamo questa maniera di esprimersi nei Libri santi ( II dei Re , capo XVI, 10; XIX, 22; II Paral., XXXV, 21), e significa semplicemente: Questa cosa non appartiene a te, non ci hai che fare, ecc. Se noi pronunciamo queste parole seccamente, con ira o dispetto, certo suonano offensive e irriverenti; ma se le pronunciamo con accento di confidenza e con volto sorridente, non hanno nulla di duro o di sprezzante, e così le dovette pronunciare Gesù Cristo, massimamente se consideriamo che senz’altro fece pago il desiderio della Madre. In sostanza Gesù Cristo volle dire: Tu, o Madre, mi chiedi un miracolo; questo è opera della divina natura, che ricevo dal Padre, non dell’umana, che ho da te: perciò in questo tu non hai diritto alcuno; in ciò devo stare al volere del Padre mio, e l’ora di fare il miracolo non è ancor venuta. Né vi rechi meraviglia, che Gesù chiami Maria, non col dolce nome di madre, ma sì di “Donna”. In quel caso Egli volle far comprendere che i diritti suoi di Madre cessavano per dar luogo al solo volere del Padre. Del resto, e presso gli antichi ed anche presso alcuni moderni, i figli talvolta chiamano la madre col nome di signora per mostrare il rispetto. Bisogna dire che Gesù Cristo aggiungesse altre parole, con le quali indicava d’essere disposto a fare il desiderio della Madre, perché questa voltasi ai servì, disse loro: Fate ciò ch’Egli vi dirà. “Erano ivi sei pile di pietra, poste secondo l’usanza della purificazione dei Giudei, capaci ciascuna di due otre misure. „ – Usavano gli Ebrei lavarsi spesso le mani e i piedi, massime prima di mangiare, e perciò in tutte le case vi erano queste pile di pietra piene di acqua. L’Evangelista ce ne dà la capacità approssimativa, dicendo che potevano contenere ciascuna due o tre misure, che è quanto dire, ragguagliata ogni cosa, circa 500 litri di acqua. Ora “Gesù disse ai servi: Riempite le pile di acqua: quelli le empirono fino all’orlo. „ Ponete mente che Gesù vuole che i servi riempiano di acqua quelle pile, affinché il miracolo sia manifesto e i servi stessi ne siano testimoni. Poiché ebbero riempite quelle pile di acqua sotto gli occhi di tutti i convitati, disse ai servi: ” Ora attingete e portate allo scalco, „ ossia a colui che presiedeva al convito, che chiamavasi architriclino, che in nostra lingua vuol dire capo dei letti, perché gli antichi, sì Romani come Ebrei, usavano pranzare e cenare mettendosi a giacere sopra piccoli letti. Il miracolo del mutamento dell’acqua in vino dovette farsi nell’atto che Gesù comandò di attingere. “Come lo scalco ebbe assaggiata l’acqua diventata vino (egli non sapeva donde fosse, ma lo sapevano i servi che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo e gli disse: Ogni uomo prima mette in tavola il buon vino e poi che hanno bevuto largamente, serve il men buono; ma tu hai serbato il buon vino fino ad ora. „ Questi particolari sono riferiti dall’Evangelista all’intento di accertare il fatto del miracolo, come ciascuno facilmente comprende. E qui, o dilettissimi, fermiamoci per considerare due cose degne di tutta la vostra attenzione. Questo è il primo miracolo operato da Gesù Cristo, e con esso apre la sua vita pubblica. E da chi fu mosso ad operarlo? Da Maria, sua Madre, e mosso da Lei, allorché protestava che l’ora sua non era ancora venuta, quasi volesse dire: Per me, ora non farei il miracolo; ma poiché tu, o Madre mia, lo desideri, lo farò. Così Gesù volle lasciare a Maria, sua Madre, la gloria del primo miracolo, onde, come Ella lo introdusse nel mondo, generandolo nell’umana natura, così Ella lo introduce nella vita pubblica e lo fa conoscere, inducendolo ad operare il suo primo miracolo. E qui notate un altro fatto, che non vuolsi lasciar passare inosservato. – I miracoli di Gesù Cristo appartengono a due classi distinte: altri sono miracoli nell’ordine visibile e materiale, come la guarigione degli infermi, la risurrezione dei morti e quello di cui oggi ci occupiamo; ed altri spettano all’ordine spirituale ed invisibile, come la conversione della Maddalena, della Samaritana e via dicendo. I miracoli di questa seconda classe sono più eccellenti di quelli della prima, perché questi sono mezzi a quelli. Ora qual è il primo miracolo operato da Gesù Cristo nell’ordine spirituale? Senza dubbio, la santificazione del Precursore, narrata da S. Luca. E come, per qual mezzo Gesù Cristo, appena concepito, santificò il Battista? Per mezzo della Madre sua. Ella lo porta nella casa di Elisabetta; Ella è lo strumento, onde Gesù si vale per riempire di grazia il Precursore ed infondere lo spirito profetico nella madre di lui, come è chiaro dalle parole di lei: “Appena la voce del tuo saluto, dice a Maria, mi è pervenuta agli orecchi, il fanciullino balzò di allegrezza nel mio seno; „ ed ella, la madre, fu ripiena di Spirito santo. – Il miracolo odierno appartiene all’ordine visibile e materiale e n’è il primo, come espressamente avverte S. Giovanni. Il primo miracolo pertanto operato da Gesù Cristo nel doppio ordine visibile ed invisibile, materiale e spirituale, si deve a Maria, come interceditrice e come strumento. Quale onore, qual gloria per Maria! Quale insegnamento per noi e quale argomento della nostra fiducia in Lei, fatta dispensatrice di tutte le grazie. Gesù per Lei è fatto uomo ed entra nel mondo; per Lei accende la sua prima e più luminosa lucerna, Giovanni Battista: Ille lucerna erat lucens et ardens; per lei fa brillare illampo della sua divinità e lega a sè i primi discepoli, i quali ” credettero in Lui, „ come dice S. Giovanni. La loro fede allora non era certamente una fede perfetta e distinta nella divina Persona di Gesù Cristo, ma un po’ vaga e confusa e diremo quasi iniziale, come si fa manifesto da tutta la storia evangelica che segue. Era per altro tal fede, che fu bastevole a determinarli fin d’allora a seguirlo come Maestro. Credo anche che questo primo miracolo fosse ordinato a preparare la fede de’ suoi discepoli nel mistero dei misteri, nella S. Eucaristia, che avrebbe istituita in sul chiudersi a della sua vita pubblica, e così il principio legava al termine, all’ultima prova della infinita sua carità.

Credo…

Offertorium


Orémus

Ps LXV: 1-2; 16
Jubiláte Deo, univérsa terra: psalmum dícite nómini ejus: veníte et audíte, et narrábo vobis, omnes qui timétis Deum, quanta fecit Dóminus ánimæ meæ, allelúja
. [Alza a Dio voci di giubilo, o terra tutta: cantate un salmo al suo nome: venite, e ascoltate, voi tutti che temete Iddio, e vi racconterò quanto Egli ha fatto per l’anima mia. Allelúia.]

Secreta


Oblata, Dómine, múnera sanctífica: nosque a peccatórum nostrórum máculis emúnda.  [Santifica, o Signore, i doni offerti, e mondaci dalle macchie dei nostri peccati.]

Communio


Joann II: 7; 8; 9; 10-11
Dicit Dóminus: Implete hýdrias aqua et ferte architriclíno. Cum gustásset architriclínus aquam vinum factam, dicit sponso: Servásti bonum vinum usque adhuc. Hoc signum fecit Jesus primum coram discípulis suis. [Dice il Signore: Empite d’acqua le pile e portate al maestro di tavola. E il maestro di tavola, non appena ebbe assaggiato l’acqua mutata in vino disse allo sposo: Hai conservato il vino migliore fino ad ora. Questo fu il primo miracolo che Gesù fece davanti ai suoi discepoli.]

Postcommunio


Oremus.
Augeátur in nobis, quǽsumus, Dómine, tuæ virtútis operatio: ut divínis vegetáti sacraméntis, ad eórum promíssa capiénda, tuo múnere præparémur.
[Cresca in noi, o Signore, Te ne preghiamo, l’opera della tua potenza: affinché, nutriti dai divini sacramenti, possiamo divenire degni, per tua grazia, di raccoglierne i frutti promessi.]

LO SCUDO DELLA FEDE (XLVI)

[A. Carmignola: “Lo Scudo della Fede”. S.E.I. Ed. Torino, 1927]

XLVI

IL PURGATORIO.

Il dogma del purgatorio. — desso un luogo determinato e fisso? — Quali ne sono le pene e qual è la loro durata? — Il purgatorio non è forse invenzione dei preti? — Non si fanno per esso dei traffici indegni sulla celebrazione della Messa?

— E passando ora a quella parte della Chiesa chiamata purgante, mi dica un po’ qual è propriamente il dogma del purgatorio, che la Chiesa ci propone e che noi dobbiamo credere per essere veri Cristiani?

Eccolo: esso si può esprimere in queste semplici parole: « Esiste un purgatorio, in cui le anime dei fedeli morti in istato di grazia, ma con peccati veniali o senza aver compiuta la penitenza dovuta sia ai peccati veniali, sia ai peccati mortali perdonati quanto alla colpe e alla pena eterna, sono purificate e scontano del tutto la pena temporale; e a queste anime noi possiamo recar sollievo per mezzo dei nostri suffragi, e specialmente col sacrificio della santa Messa ».

— Il Purgatorio è desso veramente un luogo determinato e fisso, oppure è uno stato particolare delle anime dei defunti, le quali soffrono in qualsiasi luogo di questo mondo piaccia a Dio?

La sentenza più comune è più probabile è che il purgatorio sia veramente un luogo determinato e fisso. Così la pensano S. Bernardo, S. Tommaso d’Aquino, S. Bonaventura, il Suarez e molti altri. La liturgia Cattolica chiama il purgatorio col nome di inferno, di lago profondo, di tartaro, di luogo oscuro, di bocca del leone; ma tali parole non vogliono significare altro che luogo incognito e pieno di tormenti e di privazione. Epperò quando la Chiesa invoca Iddio a favore di quelle anime, dicendo: Libera eas de pœnis inferni, de profundo lacu, le ore leonis, ne absorbeat eas tartarus, ne cadant in obscurum, non intende far altro che supplicare la divina misericordia, che si degni di liberare dalle pene del purgatorio quelle anime giuste e riceverle fra gli splendori immortali della gloria celeste. Tuttavia benché sia più probabile che si trovi pel purgatorio un luogo fisso e determinato, dove vadano e siano rilegate le buone anime dei defunti, non creerebbe nessuna difficoltà il dire, come fanno S. Gregorio Magno, S. Pier Damiani ed altri Santi, in alcuni loro racconti, che qualcuna di quelle anime per disposizione particolare di Dio, debba scontare altrove la sua penitenza. Non accade forse lo stesso presso i governi di questo mondo? Anch’essi hanno i loro carceri, ove di legge ordinaria si rinchiudono tutti i condannati -, ma questo non impedisce, che taluno di essi sia talvolta per qualche ragione speciale mandato altrove ad espiare la sua pena, in una cittadella, o su di una nave, o in un ospedale, o in altro luogo particolare. – Adunque può essere benissimo che per ragioni da Dio conosciute le anime del purgatorio errino qua e là nel nostro mondo, si trovino in qualche luogo particolare di esso, entrino persino nelle nostre abitazioni, ma ciò deve essere una eccezione, e probabilmente eccezione molto rara. Ed ecco, mio caro, tutto ciò che secondo l’insegnamento dei sacri dottori si può dire intorno al luogo del purgatorio. Il fare noi altri ricerche ed ipotesi sono cose al tutto inutili e pericolose. Poiché adunque Iddio non volle rivelare dove sia il purgatorio, ci basti sapere e credere quello che Egli ci ha rivelato, che cioè il purgatorio esiste.

Bisogna credere che le anime vi soffrono la privazione temporaria di Dio. È poi dottrina universale della Chiesa, benché non definita, che vi soffrano pure la pena del fuoco.

— Come mai le anime purganti essendo separate dai loro corpi possono soffrire la pena del fuoco?

Ciò anzitutto non si può dimostrare che sia impossibile. Ma quando pure alla ragione umana sembrasse tale, è certo che Iddio con la sua onnipotenza può anche far questo, che le anime benché prive del corpo soffrano, come accade certamente per i demoni nell’inferno, ancorché siano spiriti privi di corpo e per le anime dannate prima dell’universale giudizio. Senza alcun dubbio le anime purganti per essere anime separate dal corpo soffrono in un modo affatto diverso da quello, con cui soffriamo noi nel mondo, ma precisamente perché noi non abbiamo alcuna esperienza, né alcuna idea di un tal modo di soffrire, non possiamo dire nulla del medesimo.

— È vero che le pene del purgatorio siano eguali a quelle dell’inferno?

Potranno essere somiglianti per l’intensità, ma per la loro durata solo temporaria, e per lo scopo a cui servono, e per l’effetto che producono di purificare le anime sono così diverse da quelle dell’inferno, da costituire tra se stesse e quelle un vero oceano di separazione e di distanza.

— È giusto quello che pensano taluni, che le anime del. purgatorio, come i dannati dell’inferno si abbandonino a lamenti, a gridi, ad urli e simili?

Ciò è falsissimo. Le anime del purgatorio amano Iddio di un amore ardentissimo, epperò conformano pienamente la loro volontà alla sua, ed altro non vogliono che purificarsi in quel modo che piace a Dio, e a ciò si adattano con ineffabile piacere. Epperò ha ben ragione il nostro sommo poeta, Dante, quando dipingendo con profonda verità teologica lo stato delle anime del purgatorio, parla dei dolci assenzi, dei dolci martirii, del patire che dovrebbesi chiamare gioire e pone in bocca a quelle anime non grida di dolore, ma soltanto preghiere, sospiri e teneri lamenti.

— E per quanto tempo le anime del purgatorio dovranno soffrirne le pene?

Anche a questa domanda non si può dare una risposta precisa. Tuttavia la stessa ragione insegna che la durata delle pene del purgatorio non è eguale per tutti, ma bensì più o meno lunga a seconda dei diversi demeriti delle anime. Così è certo, come ci insegna la Chiesa, che le pene del purgatorio non si estenderanno al di là del giorno del giudizio, perché in quel giorno Gesù Cristo condurrà seco in paradiso tutti i giusti, epperò a quelli che moriranno negli ultimi tempi e dovrebbero fare un lungo purgatorio, Iddio regolerà per la necessaria riparazione. Ma all’infuori di ciò nulla possiamo precisare.

— Ma io ho inteso più volte a dire che il purgatorio è un’invenzione dei preti, anzi la loro bottega.

Così dicono gl’increduli e i protestanti. Ma chi si compiaccia per poco studiare questo punto di dottrina non verrà forse a conoscere che sempre, da per tutto, presso tutti i popoli vi è stata questa credenza? Gli uomini dei diversi tempi e dei diversi luoghi del mondo, come insegna il Bellarmino, hanno potuto con le favole di loro invenzione intendere e spiegare in modo diverso l’esistenza del Purgatorio, come hanno fatto per ciò che riguarda l’esistenza di Dio e l’esistenza del Paradiso e dell’Inferno: tuttavia tutti si sono accordati nella verità sostanziale di questo dogma, tutti cioè hanno riconosciuto esservi un luogo dove le anime dei trapassati, non ancora del tutto pure, si vanno purgando delle loro colpe, e che i viventi della terra possono venir loro in aiuto.

— Ad ogni modo però del purgatorio non si parla affatto nelle Sacre Scritture.

Sì, i protestanti dicono anche questo, ma per dar valore alla loro asserzione sai che cosa hanno fatto? Oltre all’avere contestata la forza dimostrativa di vari passi della Scrittura relativi a questo dogma, hanno tolto persino dalla medesima il Libro dei Maccabei, che ne parla nel modo più esplicito. Di fatti ivi si narra che Giuda Maccabeo dopo una battaglia campale ordinò una colletta fra i superstiti, che fruttò 12000 dramme di argento, 6000 lire all’incirca della nostra moneta, colletta che mandò al tempio di Gerusalemme, perché là si facessero sacrifici pei defunti, ritenendo esser cosa santa e salutare il pregare per i morti, affinché siano sciolti dai loro peccati.

— Ma perché Gesù Cristo non ne ha parlato Egli espressamente nel suo Vangelo?

Essendo questa una dottrina già universalmente creduta, non occorreva che egli ne parlasse in modo esplicito. Tuttavia ne parlò in modo implicito. Al capo XIII del Vangelo di S. Matteo indicando certa bestemmia ingiuriosa allo Spirito Santo, dice che è tale peccato, che non solo non verrà perdonato. nella vita presente, ma neanche nella futura. Vi sono adunque secondo l’insegnamento di Gesù Cristo dei peccati, che per non essere gravi, sono rimessi nella vita futura, epperciò secondo questo stesso insegnamento vi deve essere un luogo, dove con la espiazione del peccato questa remissione vien fatta. Non ti pare?

— Ciò è chiarissimo.

D’altronde la stessa ragione dimostra la esistenza del purgatorio.

— E come?

Se le anime che passano di questa vita con soli peccati veniali o senza aver fatta una adeguata penitenza delle colpe gravi, di cui furono perdonate, non possono assolutamente entrare in paradiso, dove non entra alcunché di macchiato, e non debbono essere dannate all’inferno, non apparisce chiaro dovervi essere un luogo di mezzo, ove passino a purificarsi e a scontare la loro pena temporale?

— Certamente. E dopo tutto non si capisce come il protestantesimo neghi questo dogma, che alla fin fine torna pure di grande consolazione e di vivo conforto al nostro cuore. Ma ho pur inteso a dire che la Chiesa Cattolica ha inventato il purgatorio per far celebrare delle Messe e così arricchire i suoi preti.

Senza dubbio, di redola ordinaria quando il Cristiano vuole che un sacerdote celebri delle sante Messe secondo la sua intenzione, o per ottenere delle grazie per sé, o per la sua famiglia, o per i suoi amici e conoscenti, o per suffragare le anime del purgatorio, allora dà al sacerdote una conveniente elemosina (e dico elemosina e non paga, perché la paga si dà per ciò che si vende, ma non si potrà vendere giammai la santa Messa); ma il Cristiano dando al Sacerdote la elemosina in compenso della celebrazione della Messa secondo la sua intenzione fa né più né meno di quello che è conforme alla giustizia. Poiché essendo ammessa e dovendosi ammettere la Religione, e non essendovi la Religione senza il Sacerdote, perché il Sacerdote rimanga nel suo stato e possa compiere gli uffici sacerdotali, deve egli pure avere i mezzi per campar la vita. Ciò è chiaro come il sole, e costituisce pel Sacerdote un indiscutibile diritto. E però l’apostolo S. Paolo, al quale sì spesso a proposito ed a sproposito ricorrono i protestanti, appoggiandosi al diritto delle genti, alla ragione naturale ed alle consuetudini dell’antica Sinagoga degli Ebrei, dice esplicitamente, che il Sacerdote deve pur vivere del suo ministero (V. Lettera la ai Corinti, capo IX, versetti 4, 14). E forsechè i ministri protestanti, i pastori evangelici, non si valgano di questo diritto? Forsechè rifiutino essi le belle sterline, con cui sono pagati per la semplice lettura e interpretazione della Bibbia? La elemosina pertanto, che si dà al sacerdote per la celebrazione della santa Messa, è un giusto e necessario compenso che gli si deve, affinché egli abbia anche per questo il mezzo, onde campare onestamente la vita. Questa elemosina, a seconda della condizione del Cristiano, che la dà, può essere talvolta senza dubbio maggiore di quella minima, che i Vescovi per giuste convenienze prescrivono, e servire per tal guisa insieme con altri mezzi inerenti alla condizione, all’ufficio, all’ingegno del sacerdote, a costituire per lui un certo qual cespite di agiatezza. – Ma pur ammesso tutto ciò, che è senza dubbio pienamente ragionevole, io domando: È propriamente per questo fine, che la Chiesa tanto raccomanda ai fedeli di far celebrare delle Messe per le anime del purgatorio? No, assolutamente. La vera e principalissima ragione, per cui la Chiesa Cattolica fa ai fedeli tale raccomandazione, si è il sapere come fra tutti i mezzi, che Dio ci ha fornito per suffragare le anime del purgatorio, questo della santa Messa sia il più efficace.

— Ma si dice ancora che questo sistema è tutto a prò dei ricchi, che così facilmente possono liberare se stessi e i loro cari dal purgatorio, e tutto in danno dei poveri, che non potendo pagare le Messe liberatrici, debbono soffrir lo strazio di sapere che essi e i loro parenti rimarranno molto tempo a patire in purgatorio.

Anche questo è spudorata menzogna; perciocché Iddio, che è sommamente giusto e buono non esige di certo da alcuno l’impossibile, e se vi sono di coloro che non possono far celebrare delle messe per sé e a prò delle anime purganti, potranno tuttavia soccorrere se stessi e le anime del purgatorio coll’ascoltare anche solo delle Messe devotamente, e col valersi dei tanti altri mezzi, che Iddio, oltre a quello della Messa, ha posto a nostra disposizione per nostro vantaggio e per recar sollievo a quelle anime; anzi può benissimo, che il Signore, non ostante il valore intrinseco della santa Messa, faccia poi di un’altra buona opera qualsiasi di un Cristiano il quale non ha i mezzi per far celebrar Messe, che non di moltissime Messe fatte celebrare da chi alla fin fine per ragione ricchezze e de’ suoi obblighi era in dovere di farle celebrare.

— Ed ora, anche per questo dogma non ho più alcuna difficoltà nella mente.

CLARIFICATIONS ABAUT UNAUTHORIZED AND UNCENSORED RELIGIOUS PUBLICATIONS – CONSIDERAZIONI SULLE PUBBLICAZIONI DI CARATTERE RELIGIOSO NON AUTORIZZATE E CENSITE

ALCUNE CONSIDERAZIONI SULLE PUBBLICAZIONI DI CARATTERE RELIGIOSO NON AUTORIZZATE E CENSITE CANONICAMENTE

(per i lettori di lingua inglese)

Pubblichiamo alcuni punti fondamentali della dottrina della Chiesa, ricordati opportunamente da un Sacerdote cattolico “vero” di lingua inglese ai lettori anglofoni. Il nostro blog ha più volte insistito su questi punti, studiando nei dettagli il contenuto della Costituzione Apostolica Officiorum ac munerum, di S. S. Papa Leone XII (v.), ribadito nella notissima enciclica “Pascendi” di S. S. San Pio X, anche questa approfondita in diversi post dello stesso blog. Ci sembra assolutamente necessario riportarne i contenuti in lingua inglese, con la relativa traduzione italiana, per ricordare a noi stessi ed a tutti i Cattolici del “piccolo gregge”, che non è consigliabile in ogni caso leggere articoli, libri, post ed editoriali giornalistici anche su internet, nonché pretese rivelazioni private senza l’autorizzazione dell’Ordinario del luogo, o di un suo Vicario incaricato. Si incorre nelle terribili scomuniche “ipso facto” contenute nella Costituzione Apostolica di Leone XIII [non a caso l’antipapa pederasta Montini, abrogò questa norma che avrebbe colpito lui stesso per primo …], scomuniche Latae sententiae riservate in modo speciale alla Sede Apostolica. Tutti coloro che scrivono, pubblicano o leggono scritti non autorizzati con nihil obstat ed imprimatur, sappiano che sono automaticamente scomunicati e fuori dalla Chiesa Cattolica, quindi fuori dall’Arca di salvezza. Siate quindi molto attenti e scrupolosi in merito: “… ciò che Pietro ha legato in terra, è legato pure in cielo”, e ricordate che nessun Papa o Concilio [… figuriamoci poi un antipapa o un conciliabolo massonico!!] può abrogare le decisioni di un Papa precedente o le disposizioni di un Concilio presieduto validamente da un Sommo Pontefice, come da diritto canonico e divino.

Some quotes:

The books of apostates, heretics, schismatics, and all writers whatsoever, defending heresy or schism, or in any way attacking the foundations of religion, are altogether prohibited.

It is forbidden to publish, read, or keep books in which sorcery, divination, magic, the evocation of spirits, and other superstitions of this kind are taught or commended.

Books or other writings which narrate new apparitions, revelations, visions, prophecies, miracles, or which introduce new devotions, even under the pretext of being private ones, if published without the legitimate permission of ecclesiastical superiors, are prohibited.

It is forbidden to all to give publicity in any way to apocryphal indulgences, and such as have been proscribed or revoked by the Apostolic See. Those which have already been published must be withdrawn from the hands of the faithful.

No books of indulgences, or compendiums, pamphlets, leaflets, etc., containing grants of indulgences, maybe published without permission of competent authority.

No litanies – except the ancient and common litanies contained in the breviaries, missals, pontificals, and rituals, as well as the Litany of Loreto, and the Litany of the Most Holy Name of Jesus already approved by the Holy See – may be published without the examination and approbation of the ordinary.

No one, without license of legitimate authority, may publish books or pamphlets of prayers, devotions, or of religious, moral, ascetic, or mystic doctrine and instruction, or others of like nature, even though apparently conducive to the fostering of piety among Christian people; otherwise they are to be considered as prohibited.

Newspapers and periodicals which designedly attack religion or morality are to be held as prohibited not only by the natural but also by the ecclesiastical law. Ordinaries shall take care, whenever it be necessary, that the faithful shall be warned against the danger and injury of reading of this kind.

Those only shall be allowed to read and keep books prohibited, either by special decrees or by these General Decrees, who shall have obtained the necessary permission, either from the Apostolic See or from its delegates.

Those who have obtained apostolic faculties to read and keep prohibited books may not on this account read and keep any books whatsoever or periodicals condemned by the local ordinaries, unless in the apostolic indult express permission be given to read and keep books by whomsoever prohibited. And those who have obtained permission to read prohibited books must remember that they are bound by grave precept to keep books of this kind in such a manner that they may not fall into the hands of others.

It is expedient, in denouncing bad books, that not only the title of the book be expressed, but also, as far as possible, the reasons be explained why the book is considered worthy of censure. Those to whom the denunciation is made will remember that it is their duty to keep secret the names of the denouncers.

All the faithful are bound to submit to preliminary ecclesiastical censorship at least those books which treat of Holy Scripture, sacred theology, ecclesiastical history, canon law, natural theology, ethics, and other religious or moral subjects of this character; and in general all writings specially concerned with religion and morality.

The censors should be taken from both the secular and religious clergy, and should be men of mature age, of tried learning and prudence, who will take the golden mean in approving or rejecting doctrines.

The censor must give his opinion in writing; if it is favorable the Ordinary may allow the manuscript to be published; the imprimatur of the bishop is preceded by the opinion of the censor over his signature. Only in extraordinary cases and rare circumstances may, according to the bishop’s judgment, the name of the censor be omitted.

The author shall never be informed of the name of the censor who is to revise his book before he has given his judgment. (Canon 1393.)

The permission of the Ordinary by which he grants faculty to publish a manuscript shall be given in writing, and shall be printed either at the beginning or the end of a book, magazine, or on pictures, with his name and the date and place of the concession.

fr. UK.

TITLE XXIII.

Censorship and Prohibition of Books.

1227. The Church has the right to rule that Catholics shall not publish any books unless they have first been subjected to the approval of the Church and to forbid for a good reason the faithful to read certain books, no matter by whom they are published.

The rules of this title concerning books are to be applied also to daily papers, periodicals, and any other publication, unless the contrary is clear from the Canons. (Canon 1384.)

CHAPTER I.

Censorship of Books.

1228. Without previous ecclesiastical approval even laymen are not allowed to publish:

1. the books of Holy Scripture, or annotations and commentaries of the same;

2. books treating of Sacred Scripture, theology, Church history, Canon Law, natural theology, ethics, and other sciences concerning religion and morals. Furthermore, prayer books, pamphlets and books of devotion, of religious teaching, either moral, ascetic, or mystic, and any writing in general in which there is anything that has a special bearing on religion or morality;

3. sacred images reproduced in any manner, either with or without prayers.

The permission to publish books and images spoken of in this Canon may be given either by the proper Ordinary of the author, or by the Ordinary of the place where they are published, or by the Ordinary of the place where they are printed; if, however, any one of the Ordinaries who has a right to give approval refuses it, the author cannot ask it of another unless he informs him of the refusal of the Ordinary first requested.

The religious must, moreover, first obtain permission from their major superior. (Canon 1385.)

1229. The secular clergy are forbidden without the consent of their bishop, the religious without the permission of the major superior and the bishop, to publish any book on secular topics, or to be a contributor to, or editor, of daily papers, periodicals, booklets, etc.

In papers, pamphlets and magazines which, as a rule, attack the Catholic religion or good morals, not even laymen should write anything except for a good and reasonable cause, to be approved by the Ordinary. (Canon 1386.)

1230. Matters pertaining in any manner to the causes of beatification and canonization of the servants of God, may not be published without permission from the Sacred Congregation of Rites. (Canon 1387.)

1231. All books, summaries, booklets and papers, etc., in which the concession of indulgences is mentioned, shall not be published without permission of the Ordinary of the diocese. Special permission of the Holy See is required for printing in any language authentic collections of prayers and good works to which the Holy See has attached indulgences, as also a list of the papal indulgences and summaries of indulgences previously collected, but never approved, and summaries to be now made up from the various concessions. (Canon 1388.)

1232. The collections of decrees of the Roman Congregations cannot be published anew without first obtaining permission from the respective Congregation, and observing the conditions which the prefect of the Congregation may lay down in giving permission. (Canon 1389.)

1233. In the publication of liturgical books, or parts thereof, and in reprints of litanies approved by the Holy See, the Ordinary of the place where the printing is done, or where they are published, must attest that the copy agrees with the original official edition. (Canon 1390.)

1234. Translations of the Holy Scriptures in the vernacular languages may not be published .unless they are either approved by the Holy See, or they are published, under the supervision of the bishop, with annotations chiefly taken from the holy Fathers of the Church and learned Catholic writers. (Canon 1391. )

1235. When a work is approved in its original text, the approval does not extend to translations into other languages nor to other editions; wherefore both the translation and the new edition of a work already approved needs a new approval.

If various chapters that have appeared in approved magazines, or other periodicals, are collected and published in book form, they are not considered a new edition and do therefore not need a new approval. (Canon 1392.)

1236. In every episcopal Curia there should be official censors, who shall examine the works to be published.

The examiners should be free from all human respect in the exercise of their office, and shall have before their eyes only the dogmas of the Church and the universal Catholic teaching contained in the decrees of the General Councils, in the constitutions and orders of the Holy See, and in the consent of approved doctors.

The censors should be taken from both the secular and religious clergy, and should be men of mature age, of tried learning and prudence, who will take the golden mean in approving or rejecting doctrines.

The censor must give his opinion in writing; if it is favorable the Ordinary may allow the manuscript to be published; the imprimatur of the bishop is preceded by the opinion of the censor over his signature. Only in extraordinary cases and rare circumstances may, according to the bishop’s judgment, the name of the censor be omitted.

The author shall never be informed of the name of the censor who is to revise his book before he has given his judgment. (Canon 1393.)

1237. The permission of the Ordinary by which he grants faculty to publish a manuscript shall be given in writing, and shall be printed either at the beginning or the end of a book, magazine, or on pictures, with his name and the date and place of the concession.

If permission for publication is to be denied, the reasons should be given to the author unless there are grave reasons why this should not be done. (Canon 1394.)

CHAPTER II.

Prohibition of Books.

1238. The right and duty to prohibit books for a good reason rests with the Supreme Pontiff for the whole Church, with the particular councils for their territory, with the individual Ordinary for his diocese.

From the prohibition of inferior authorities recourse may be had to the Holy See, not however, in suspensive, which means that the prohibition must be obeyed until Rome has rescinded the orders of the inferior authority.

Also the abbot of an independent monastery, and the supreme superior of a clerical exempt religious body, may with their respective council or Chapter prohibit books to their subjects for good reasons; the same authority possess other major superiors in union with their council in cases where immediate action is necessary, with the duty, however, to refer the matter as soon as possible to the supreme superior. (Canon 1395.)

1239. Books forbidden by the Holy See are to be considered forbidden everywhere, and in any translation into other languages. (Canon 1396.)

1240. It is the duty of all the faithful, and especially of the clergy, of ecclesiastical dignitaries, and of men of extraordinary learning, to refer books which they think pernicious to the Ordinary or to the Holy See. This duty pertains by special title to the legates of the Holy See, to the local Ordinaries, and to rectors of Catholic Universities.

It is expedient in the denunciation of a book to not only indicate the title of the book, but also, as far as possible, the reasons why a book is thought to deserve condemnation.

Those to whom the book is denounced are by sacred duty bound to keep secret the names of those who denounce it.

The local Ordinaries must, either in person or, if necessary, through other capable priests, watch over the books which are published or sold in their territory.

The Ordinaries should refer to the Holy See those books which require a more searching examination, also works which for their effective prohibition demand the weight of the supreme authority. (Canon 1397.)

1241. The prohibition of books has this effect that the forbidden books may not without permission be published, read, retained, sold, nor translated into another language, nor made known to others in any way.

The book which has in any way been forbidden may not again be published except after the demanded corrections have been made and the authority which forbade the book, or his superior, or successor, has given permission. (Canon 1398.)

1242. By the very law are forbidden:

1. editions of the original text, or of ancient Catholic versions, of the Sacred Scriptures, also of the Oriental Church, published by non-Catholics ; likewise any translations in any language made or published by them ;

2. books of any writers defending heresy or schism, or tending in any way to undermine the foundations of religion;

3. books which purposely fight against religion and good morals ;

4. books of any non-Catholic treating professedly of religion unless it is certain that nothing is contained therein against the Catholic faith;

5. books on the holy Scriptures or on religious subjects which have been published without the permission required by Canons 1385, 1, nn. 1, and 1391; books and leaflets which bring an account of new apparitions, revelations, visions, prophecies, miracles, or introduce new devotions even though under the pretext that they are private; if these books, etc., are published against the rules of the Canons;

6. books which attack or ridicule any of the Catholic dogmas, books which defend errors condemned by the Holy See, or which disparage Divine worship, or tend to undermine ecclesiastical discipline, or which purposely insult the ecclesiastical hierarchy, or the clerical and religious states;

7. books which teach or approve of any kind of superstition, fortune-telling, sorcery, magic, communication with spirits and such like affairs ;

8. books which declare duels, suicide, divorce as licit ; books which treat of masonic and other sects of the same kind, and contend that they are not pernicious, but rather useful to the Church and civil society;

9. books which professedly treat of impure and obscene subjects, narrate or teach them;

10. editions of liturgical books approved by the Holy See, but which have been unlawfully changed in some things so that they no longer agree with the editions authorized by the Holy See ;

11. books which publish apocryphal indulgences, or those condemned or recalled by the Holy See ;

12. images of our Lord, of the blessed Virgin, angels, saints, and other servants of God, which are not in accord with the mind and the decrees of the Church. (Canon 1399.)

1243. Books mentioned in n. 1 of the preceding Canon, and books published against the law of Canon 1391, are allowed to those who in any way engage in theological or biblical studies, provided these books are faithful and complete copies of the original, and do not in their introduction, or in their notes, attack Catholic dogmas. (Canon 1400.)

1244. Cardinals and bishops, both residential and titular, are not bound by the ecclesiastical prohibition of books, provided they use the necessary precautions. (Canon 1401.)

1245. Ordinaries can give permission to their subjects for the reading of books forbidden by the general law of the Code, as well as by decree of the Holy See, for individual books and in individual and urgent cases only.

If the Ordinaries have obtained from the Holy See general faculty to allow their subjects the keeping and reading of forbidden books, they should give this permission with discretion. (Canon 1402.)

1246. Persons who have obtained from the Holy See the faculty of reading and keeping forbidden books cannot for that reason read and keep books forbidden by their Ordinaries, unless the Apostolic indult explicitly gives them the faculty to read and keep books forbidden by any authority.

Moreover, they are held by grave precept to guard the forbidden books in order that they may not fall into the hands of others. (Canon 1403.)

1247. Bookdealers shall not sell, loan, or keep books which professedly treat of obscene matters; other forbidden books they should not have for sale unless they have obtained permission from the Holy See, nor should they sell them to any one except they can reasonably judge that the buyer has the right to ask for these books. (Canon 1404.)

1248. By the permission to read forbidden books no one is exempted from the prohibition of the natural law not to read books which are to the reader a proximate occasion of sin.

Local Ordinaries, and others having the care of souls, shall at proper times and occasions warn the faithful of the danger and harm of bad books, especially of those that are forbidden. (Canon 1405.)

THE NEW CANON LAW

A Commentary and Summary of the

New Code of Canon Law

By Rev. STANISLAUS WOYWOD, O.F.M.

With a Preface by Right Rev. Mgr. PHILIP BERNARDINI, J.U.D.

Professor of Canon Law at the Catholic University, Washington

New Edition, Augmented by Recent Decrees and Declarations

NEW YORK JOSEPH F. WAGNER (Inc.)

LONDON: B. HERDER

Nihil Obstat: FR. BENEDICT BOEING, O.F.M., FR. BENEVENUTUS RYAN, O.F.M.

Imprimi Potest: FR. EDWARD BLECKE, O.F.M., Minister Provincialis, JULY 1, 1918

Nihil Obstat: ARTHUR J. SCANLAN, S.T.D., Censor Librotum

Impimatur: + JOHN CARDINAL FARLEY, Archbishop of New York

NEW YORK, JULY 3, 1918

Copyright, 1918, by JOSEPH F. WAGNER, New York

pp. 285-290.

The violation of the Censorship of Books.

399. – III. The violation of these laws is usually a grave sin.

In less important matters there is only a venial sin, more so in case permission alone is required than when the work must also be submitted to ecclesiastical censorship.

The violation of the Prohibition of Books.

403. – IV. The violation of the laws on the prohibition of books is in itself a grave sin; but in matters of lesser moment there is only a venial sin.

Reading forbidden literature is gravely sinful if the amount read would constitute a great danger for many people, even though it be harmless to the one reading. Therefore, according to the contents, one may read a greater or lesser portion of such literature without commiting a grievous sin. If the book is very obscene even half a page may be sufficient to constitute a mortal sin, whereas, if the book is not very dangerous, even the reading of thirty pages may not be gravely sinful. If a book is in itself harmless and is forbidden merely because it relates new revelations, etc., but is published without ecclesiastical permission, a person might commit only a venial sin by reading the entire volume. It is gravely sinful to read habitually forbidden newspapers and magazines, and even to read such literature a single time if one reads a considerable amount thereof (either in contenet or in quantity) directed against faith or morals.

To retain forbidden books is a mortal sin if one keeps them for more than a month. – It is not sinful to keep a book for a short time either because one intends to surrender it to the authorities of because he is awaiting permission to read it. For the penalties confer 433, 440.

423. – Penalties are either latae sententiae (l.s.) or ferrendae sententiae (f.s.), according as they are insurred ipso facto by the commission of an offense, or must be inflicted bt the judge (C. 2217).

A censure l.s. may be said to be imposed by anticipatory sentence; a censure f.s., by condemnatory sentence.

CENSURES LATAE SENTENTIAE (insurred ipso facto)

433. – Those who publish, defend, or who knowlingly read or retain without the requisite permission books of apostates, heretics or schismatics, or books nominally proscribed by Apostolic Letters, provided such books have actually been published (C. 2318).

By “books” in this connection we understand publications of (approximately) 160 pages in octavo. Small pamplets and tracts are indeed forbidden (Cf. 401) but not under excommunication. – The concept of apostasy, etc., implies that one is a Christian; pagans and Jews are, therefore, not included. – A book is not written in defence of error if it merely contains some erroneous statements; more than that is required, namely, there must be an attempt to convince the reader by some manner of proof. It is sufficient, however, if one individual proposition is defended, even though the subject matter of the book is otherwise not of a religious character. – An Apostolic Letter is some writing of the Holy Father himself; thus books forbidden only by some decree of a Congregation are not thereby proscribed under excommunication. – The publisher incurs the penalty only after the book is rendered accessible to the public. – The printer is not excommunicated, neither is the linotypist. – A book is “defnded” by him who praises its contents and undertakes to uphold it, declares it to be opportune or who preserves the book from destruction; but not one who merely praises the style of the author. – He is excommunicated by “reading” who reads a sufficient amount to constitute a mortal sin (Cf. 403). The same obtains for “retaining” a book. A book is said to appear when it becomes accessible to the public. Proof readers are not excommunicated. – Since the reading and retaining must be done “knowlingly”, minors are exempt from the excommunication in case it is not certain whether they are in full possession of their mental faculties (Cf. 425).

Moral Theology
by Rev. Heribert Jone, O.F.M. CAP., J.C.D., by Rev. Urban Adelman, O.F.M. CAP., J.C.D.
The Mercier Press Limited, Cork, Ireland
Nihil Obstat: PIUS KAELIN, O.F.M. CAP, Censor Deputatus
Imprimi Potest: VICTOR GREEN, O.F.V. CAP., Provincial, July 2, 1955
Nihil Obstat: RICHARD GINDER, S.T.I., Censor Librorum
Imprimatur: JOHN FRANCIS DEARDEN, D.D., Bishop of Pittsburg, August 15, 1955
Ecclesiastical Legislation on Books, p. 271, 274, 291, 298
Copyright 1929 and 1951
Printed in the United states of America

THE PROHIBITION AND CENSORSHIP OF BOOKS

Apostolic Constitution Officiorum ac Munerum, January 25, 1897

By Pope Leo XIII

Of all the official duties which We are bound most carefully and most diligently to fulfil in this supreme position of the apostolate, the chief and principal duty is to watch assiduously and earnestly to strive that the integrity of Christian faith and morals may suffer no diminution. And this, more than at any other time, is especially necessary in these days, when men’s minds and characters are so unrestrained that almost every doctrine which Jesus Christ, the Saviour of mankind, has committed to the custody of His Church, for the welfare of the human race, is daily called into question and doubt. In this warfare, many and varied are the stratagems and hurtful devices of the enemy; but most perilous of all is the uncurbed freedom of writing and publishing noxious literature. Nothing can be conceived more pernicious, more apt to defile souls, through its contempt of religion, and its manifold allurements to sin. Wherefore the Church, who is the custodian and vindicator of the integrity of faith and morals, fearful of so great an evil, has from an early date realized that remedies must be applied against this plague; and for this reason she has ever striven, as far as lay in her power, to restrain men from the reading of bad books, as fram a deadly poison. The early days of the Church were witnesses to the earnest zeal of St. Paul in this respect; and every subsequent age has witnessed the vigilance of the Fathers, the commands of the bishops, and the decrees of Councils in a similar direction.

Historical documents bear special witness to the care and diligence with which the Roman Pontiffs have vigilantly endeavored to prevent the unchecked spread of heretical writings detrimental to the pubUc. History is full of examples. Anastasius I solemnly condemned the more dangerous writings of Origen, Innocent I those of Pelagius, Leo the Great all the works of the Manicheans. The decretal letters, opportunely issued by Gelasius, concerning books to be received and rejected, are well known. And so, in the course of centuries, the Holy See condemned the pestilent writings of the Monothelites, of Abelard, Marsilius Patavinus, Wycliff, and Huss.

In the fifteenth century, after the invention of the art of printing, not only were bad publications which had already appeared condemned, but precautions began to be taken against the pubhcation of similar works in the future. These prudent measures were called for by no slight cause, but rather by the need of protecting the public morals and welfare at the time; for too many had rapidly perverted into a mighty engine of destruction an art excellent in itself, productive of immense advantages, and naturally destined for the advancement of Christian culture. Owing to the rapid process of publication, the great evil of bad books had been multiplied and accelerated. Wherefore Our predecessors, Alexander VI. and Leo X., most wisely promulgated certain definite laws, well suited to the character of the times, in order to restrain printers and pubUshers within the limits of their duty.

The tempest soon became more violent, and it was necessary to check the contagion of heresy with still more vigilance and severity. Hence Leo X, and afterwards Clement VII, severely prohibited the reading or retaining of the books of Luther. But as, owing to the unhappy circumstances of that epoch, the foul flood of pernicious books had increased beyond measure and spread in all directions, there appeared to be need of a more complete and efficacious remedy. This remedy Our predecessor, Paul IV, was the first to employ, by opportunely publishing a list of books and other writings against which the faithful should be warned. A little later the Council of Trent took steps to restrain the ever-growing license of writing and reading by a new measure. At its command and desire, certain chosen prelates and theologians not only applied themselves to increasing and perfecting the Index which Paul IV had published, but also drew up certain rules to be observed in the publishing, reading, and use of books; to which rules Pius IV, added the sanction of his apostolic authority.

The interests of the pubhc welfare, which had given rise to the Tridentine Rules, necessitated in the course of time certain alterations. For which reason the Roman Pontiffs, especially Clement VIII, Alexander VII, and Benedict XIV, mindful of the circumstances of the period and the dictates of prudence, issued several decrees calculated to elucidate these rules and to accommodate them to the times.

The above facts clearly prove that the chief care of the Roman Pontiffs has always been to protect civil society from erroneous behefs and corrupt morals, the twin causes of the decline and ruin of States, which commonly owes its origin and its progress to bad books. Their labors were not unfruitful, so long as the divine law regulated the commands and prohibitions of civil government, and the rulers of States acted in unison with, the ecclesiastical authority.

Every one is aware of the subsequent course of events. As circumstances and men’s minds gradually altered, the Church, with her wonted prudence, observing the character of the period, took those steps which appeared most expedient and best calculated to promote the salvation of men. Several prescriptions of the rules of the Index, which appeared to have lost their original opportuneness, she either abolished by decree, or, with equal gentleness and wisdom, permitted them to grow obsolete. In recent times, Pius IX, in a letter to the archbishops and bishops of the States of the Church, considerably mitigated Rule X Moreover, on the eve of the Vatican Council, he instructed the learned men of the preparatory commission to examine and revise all the rules of the Index, and to advise how they should be dealt with. They unanimously decided that the rules required alteration; and several of the Fathers of the Council openly professed their agreement with this opinion and desire. A letter of the French bishops exists urging the necessity of immediate action in “repubhshing the rules and the whole scheme of the Index in an entirely new form, better suited to our times and easier to observe.” A similar opinion was expressed at the same time by the bishops of Germany, who definitely petitioned that “the rules of the Index might be submitted to a fresh revision and a rearrangement.” With these bishops many bishops of Italy and other countries have agreed.

Taking into account the circumstances of our times, the conditions of society, and popular customs, all these requests are certainly justified and in accordance with the maternal affection of Holy Church. In the rapid race of intellect, there is no field of knowledge in which literature has not run riot, hence the daily inundation of most pernicious books. Worst of all, the civil laws not only connive at this serious evil but allow it the widest license. Thus, on the one hand, many minds are in a state of anxiety; whilst, on the other, there is unlimited opportunity for every kind of reading.

Believing that some remedy ought to be applied to these evils, We have thought well to take two steps which will supply a certain and clear rule of action in this matter. First, to diligently revise the Index of books forbidden to be read; and We have ordered this revised edition to be published when complete. Secondly, We have turned Our attention to the rules themselves, and have determined, without altering their nature, to make them somewhat milder, so that it cannot be difficult or irksome for any person of good-will to obey them. In this we have not only followed the example of Our predecessors, but imitated the maternal affection of the Church, who desires nothing more earnestly than to show herself indulgent, and, in the present, as in the past, ever cares for her children in such a manner as gently and lovingly to have regard to their weakness.

Wherefore, after mature deliberation, and having consulted the Cardinals of the Sacred Congregation of the Index, We have decided to issue the following General Decrees appended to this Constitution, and the aforesaid Sacred Congregation shall, in the future, follow these exclusively, and all Catholics throughout the world shall strictly obey them. We will that they alone shall have the force of law, abrogating the rules published by order of the Sacred Council of Trent, and the Observations, Instructions, Decrees, Monita, and all other statutes and commands whatsoever of Our predecessors, with the sole exception of the Constitution Sollicita et provida of Benedict XIV., which We will to retain in the future the full force which it has hitherto had.

GENERAL DECREES CONCERNING THE PROHIBITION
AND CENSORSHIP OF BOOKS.

ARTICLE I.

Of the Prohibition of Books.

CHAPTER I

Of the Prohibited Books of Apostates, Heretics, Schismatics,
and Other Writers.

1. All books condemned before the year 1600 by the Sovereign Pontiffs, or by Ecumenical Councils, and which are not recorded in the new Index, must be considered as condemned in the same manner as formerly, with the exception of such as are permitted by the present General Decrees.

2. The books of apostates, heretics, schismatics, and all writers whatsoever, defending heresy or schism, or in any way attacking the foundations of religion, are altogether prohibited.

3. Moreover, the books of non-Catholics, ex professo treating of religion, are prohibited, unless they clearly contain nothing contrary to Cathohc faith,

4. The books of the above-mentioned writers, not treating ex professo of religion, but only touching incidentally upon the truths of faith, are not to be considered as prohibited by ecclesiastical law, unless proscribed by special decree.

CHAPTER II.

Of Editions of the Original Text of Holy Scripture and of Versions
not in the Vernacular.

5. Editions of the original text and of the ancient Catholic versions of Holy Scripture, as well as those of the Eastern Church, if published by non-Catholics, even though apparently edited in a faithful and complete manner, are allowed only to those engaged in theological and biblical studies, provided also that the dogmas of Catholic faith are not impugned in the prolegomena or annotations.

6. In the same manner, and under the same conditions, other versions of the Holy Bible, whether in Latin or in any other dead language, published by non-Catholics, are permitted.

CHAPTER III.

Of Vernacular Versions of Holy Scripture.

7. As it has been clearly shown by experience that, if the Holy Bible in the vernacular is generally permitted without any distinction, more harm than utility is thereby caused, owing to human temerity: all versions in the vernacular, even by Catholics, are altogether prohibited, unless approved by the Holy See, or published, under the vigilant care of the bishops, with annotations taken from the Fathers of the Church and learned Catholic writers.

8. All versions of the Holy Bible, in any vernacular language, made by non-Catholics are prohibited; and especially those published by the Bible societies, which have been more than once condemned by the Roman Pontiffs, because in them the wise laws of the Church concerning the publication of the sacred books are entirely disregarded.

Nevertheless, these versions are permitted to students of theological or biblical science, under the conditions laid down above (No. 5).

CHAPTER IV.

Of Obscene Books.

9. Books which professedly treat of, narrate, or teach lewd or obscene subjects are entirely prohibited, since care must be taken not only of faith but also of morals, which are easily corrupted by the reading of such books.

10. The books of classical authors, whether ancient or modem, if disfigured with the same stain of indecency, are, on account of the elegance and beauty of their diction, permitted only to those who are justified on account of their duty or the function of teaching; but on no account may they be placed in the hands of, or taught to, boys or youths, unless carefully expurgated.

CHAPTER V.

Of Certain Special Kinds of Books.

11. Those books are condemned which are derogatory to Almighty God, or to the Blessed Virgin Mary, or the Saints, or to the Catholic Church and her worship, or to the sacraments, or to the Holy See. To the same condemnation are subject those works in which the idea of the inspiration of Holy Scripture is perverted, or its extension too narrowly limited. Those books, moreover, are prohibited which professedly revile the ecclesiastical hierarchy, or the clerical or religious state.

12. It is forbidden to publish, read, or keep books in which sorcery, divination, magic, the evocation of spirits, and other superstitions of this kind are taught or commended.

13. Books or other writings which narrate new apparitions, revelations, visions, prophecies, miracles, or which introduce new devotions, even under the pretext of being private ones, if published without the legitimate permission of ecclesiastical superiors, are prohibited.

14. Those books, moreover, are prohibited which defend as lawful, duelling, suicide, or divorce; which treat of Freemasonry, or other societies of the kind, teaching them to be useful, and not injurious to the Church and to Society; and those which defend errors proscribed by the Apostolic See.

CHAPTER VI.

Of Sacred Pictures and Indulgences.

15. Pictures, in any style of printing, of Our Lord Jesus Christ, the Blessed Virgin Mary, the angels and saints, or other servants of God, which are not conformable to the sense and decrees of the Church, are entirely forbidden. New pictures, whether produced with or without prayers annexed, may not be published without permission of ecclesiastical authority.

16. It is forbidden to all to give publicity in any way to apocryphal indulgences, and such as have been proscribed or revoked by the Apostolic See. Those which have already been published must be withdrawn from the hands of the faithful.

17. No books of indulgences, or compendiums, pamphlets, leaflets, etc., containing grants of indulgences, maybe published without permission of competent authority.

CHAPTER VII.

Of Liturgical Books and Prayer Books.

18. In authentic editions of the Missal, Breviary, Ritual, Ceremonial of Bishops, Roman Pontifical, and other liturgical books approved by the holy Apostolic See, no one shall presume to make any change whatsoever; otherwise such new editions are prohibited.

19. No litanies – except the ancient and common litanies contained in the breviaries, missals, pontificals, and rituals, as well as the Litany of Loretto, and the Litany of the Most Holy Name of Jesus already approved by the Holy See – may be published without the examination and approbation of the ordinary.

20. No one, without license of legitimate authority, may publish books or pamphlets of prayers, devotions, or of religious, moral, ascetic, or mystic doctrine and instruction, or others of like nature, even though apparently conducive to the fostering of piety among Christian people; otherwise they are to be considered as prohibited.

CHAPTER VIII.

Of Newspapers and Periodicals.

21. Newspapers and periodicals which designedly attack religion or morality are to be held as prohibited not only by the natural but also by the ecclesiastical law. Ordinaries shall take care, whenever it be necessary, that the faithful shall be warned against the danger and injury of reading of this kind.

22. No Catholics, particularly ecclesiastics, shall publish anything in newspapers or periodicals of this character, unless for some just and reasonable cause.

CHAPTER IX.

Of Permission to Read and Keep Prohibited Books.

23. Those only shall be allowed to read and keep books prohibited, either by special decrees or by these General Decrees, who shall have obtained the necessary permission, either from the Apostolic See or from its delegates.

24. The Roman Pontiffs have placed the power of granting licenses for the reading and keeping of prohibited books in the hands of the Sacred Congregation of the Index. Nevertheless the same power is enjoyed both by the Supreme Congregation of the Holy Office, and by the Sacred Congregation of Propaganda for the regions subject to its administration. For the city of Rome this power belongs also to the Master of the Sacred Apostolic Palace.

25. Bishops and other prelates with quasi-episcopal jurisdiction may grant such license for individual books, and in urgent cases only. But if they have obtained from the Apostolic See a general faculty to grant permission to the faithful to read and keep prohibited books, they must grant this only with discretion and for a just and reasonable cause.

26. Those who have obtained apostolic faculties to read and keep prohibited books may not on this account read and keep any books whatsoever or periodicals condemned by the local ordinaries, unless in the apostolic indult express permission be given to read and keep books by whomsoever prohibited. And those who have obtained permission to read prohibited books must remember that they are bound by grave precept to keep books of this kind in such a manner that they may not fall into the hands of others.

CHAPTER X

Of the Denunciation of Bad Books.

27. Although all Cathohcs, especially the more learned, ought to denounce pernicious books either to the bishops or to the Holy See, this duty belongs more especially to apostolic nuncios and delegates, local ordinaries, and rectors of universities.

28. It is expedient, in denouncing bad books, that not only the title of the book be expressed, but also, as far as possible, the reasons be explained why the book is considered worthy of censure. Those to whom the denunciation is made will remember that it is their duty to keep secret the names of the denouncers.

29. Ordinaries, even as delegates of the Apostolic See, must be careful to prohibit evil books or other writings published or circulated in their dioceses, and to withdraw them from the hands of the faithful. Such works and writings should be referred by them to the judgment of the Apostolic See as appear to require a more careful examination, or concerning which a decision of the supreme authority may seem desirable in order to procure a more salutary effect.

ARTICLE  II.

Of the Censorship op Books.

CHAPTER I.

Of the Prelates entrusted with the Censorship of Books.

30. From what has been laid down above (No. 7), it is sufficiently clear what persons have authority to approve or permit editions and translations of the Holy Bible.

31. No one shall venture to republish books condemned by the Apostolic See. If, for a grave and reasonable cause, any particular exception appears desirable in the respect, this can only be allowed on obtaining beforehand a license from the Sacred Congregation of the Index and observing the conditions prescribed by it.

32. Whatsoever pertains in any way to causes of beatification and canonization of the servants of God may not be published without the approval of the Congregation of Sacred Rites.

33. The same must be said of collections of decrees of the various Roman congregations: such collections may not be published without first obtaining the license of the authorities of each congregation, and observing the conditions by them prescribed.

34. Vicars apostolic and missionaries apostolic shall faithfully observe the decrees of the Sacred Congregation of Propaganda concerning the publication of books.

35. The approbation of books of which the censorship is not reserved by the present decrees either to the Holy See or to the Roman congregations belongs to the ordinary of the place where they are published.

36. Regulars must remember that, in addition to the license of the bishop, they are bound by a decree of the Sacred Council of Trent to obtain leave for publishing any work from their own superior. Both permissions must be printed either at the beginning or at the end of the book.

37. If an author, living in Rome, desires to print a book, not in the city of Rome but elsewhere, no other approbation is required beyond that of the Cardinal Vicar and the Master of the Apostolic Palace.

CHAPTER II.

Of the Duty of Censors in the Preliminary Examination of Books.

38. Bishops whose duty it is to grant permission for the printing of books shall take care to employ in the examination of them men of acknowledged piety and learning, concerning whose faith and honesty they may feel sure that they will show neither favor nor ill-will, but, putting aside all human affections, will look only to the glory of God and the welfare of the people.

39. Censors must understand that, in the matter of various opinions and systems, they are bound to judge with a mind free from all prejudice, according to the precept of Benedict XIV. Therefore they should put away all attachment to their particular country, family, school, or institute, and lay aside all partisan spirit. They must keep before their eyes nothing but the dogmas of Holy Church, and the common Catholic doctrine as contained in the decrees of General Councils, the Constitutions of the Roman Pontiffs, and the unanimous teaching of the Doctors of the Church.

40. If, after this examination, no objection appears to the publication of the book, the ordinary shall grant to the author, in writing and without any fee whatsoever, a license to publish, which shall be printed either at the beginning or at the end of the work.

CHAPTER III.

Of the Books to be Submitted to Censorship.

41. All the faithful are bound to submit to preliminary ecclesiastical censorship at least those books which treat of Holy Scripture, sacred theology, ecclesiastical history, canon law, natural theology, ethics, and other religious or moral subjects of this character; and in general all writings specially concerned with religion and morality.

42. The secular clergy, in order to give an example of respect towards their ordinaries, ought not to publish books, even when treating of merely natural arts and sciences, without their knowledge. They are also prohibited from undertaking the management of newspapers or periodicals without the previous permission of their ordinaries.

CHAPTER IV.

Of Printers and Publishers of Books.

43. No book liable to ecclesiastical censorship may be printed unless it bear at the beginning the name and surname of both the author and the publisher, together with the place and year of printing and publishing. If in any particular case, owing to a just reason, it appears desirable to suppress the name of the author, this may be permitted by the ordinary.

44. Printers and publishers should remember that new editions of an approved work require a new approbation; and that an approbation granted to the original text does not suffice for a translation into another language.

45. Books condemned by the Apostolic See are to be considered as prohibited all over the world, and into whatever language they may be translated.

46. Booksellers, especially Catholics, should neither sell, lend, nor keep books professedly treating of obscene subjects. They should not keep for sale other prohibited books, unless they have obtained leave through the ordinary from the Sacred Congregation of the Index; nor sell such books to any person whom they do not prudently judge to have the right to buy them.

CHAPTER V.

Of Penalties Against Transgressors of the General Decreet.

47. All and every one knowingly reading, without authority of the Holy See, the books of apostates and heretics defending heresy; or books of any author which are by name prohibited by Apostolic Letters; also those keeping, printing, and in any way defending such works; incur ipso facto excommunication reserved in a special manner to the Roman Pontiff.

48. Those who, without the approbation of the ordinary, print, or cause to be printed, books of Holy Scripture, or notes or commentaries on the same, incur ipso facto excommunication, but not reserved.

49. Those who transgress the other prescriptions of these General Decrees shall, according to the gravity of their offence, be seriously warned by the bishop, and, if it seem expedient, may also be punished by canonical penalties.

We decree that these presents and whatsoever they contain shall at no time be questioned or impugned for any fault of subreption, or obreption, or of Our intention, or for any other defect whatsoever; but are and shall be ever valid and efficacious, and to be inviolably observed, both judicially and extra-judicially, by all of whatsoever rank and pre-eminence. And We declare to be invalid and of no avail, whatsoever may be attempted knowingly or unknowingly contrary to these, by any one, under any authority or pretext whatsoever; all to the contrary notwithstanding.

And We will that the same authority be attributed to copies of these Letters, even if printed, provided they be signed by the hand of a notary, and confirmed by the seal of some one in ecclesiastical dignity, as to the indication of Our will by the exhibition of these presents.

No man, therefore, may infringe or temerariously venture to contravene this document of Our constitution, ordination, limitation, derogation, and will. If any one shall so presume, let him know that he will incur the wrath of Almighty God, and of the blessed apostles Peter and Paul.

THE GREAT ENCYCLICAL LETTERS OF POPE LEO XIII.
TRANSLATIONS FROM APPROVED SOURSES.
WITH PREFACE BY Rev. JOHN J. WYNNE, S.J.
New York, Cincinnati, Chicago:
Benziger Brothers, Printed in the United States of America.
Nihil Obstat. REMIGIUS LAFORT, S.T.L., Censor Librorum.
Imprimatur. JNO. M. FARLEY, Archbishop of New York
New York, August 4, 1908.
Copyright, 1903, by Benziger Brothers. Printers to the Holy Apostolic See
pp. 407-421

Alcune citazioni:

I libri di apostati, eretici, scismatici e degli scrittori di qualunque genere, che difendono l’eresia o lo scisma, o che in qualche modo attaccano le fondamenta della Religione, sono del tutto proibiti.

È proibito pubblicare, leggere o conservare libri in cui siano insegnate o raccomandate la stregoneria, la divinazione, la magia, l’evocazione di spiriti e altre superstizioni di questo tipo.

Libri o altri scritti che narrano nuove apparizioni, rivelazioni, visioni, profezie, miracoli o che introducono nuove devozioni, anche con il pretesto di essere privati, se pubblicati senza il permesso legittimo dei superiori ecclesiastici, sono proibiti.

È vietato a tutti dare pubblicità in qualsiasi modo alle indulgenze apocrife, proscritte o revocate dalla Sede Apostolica. Quelle già pubblicate devono essere ritirate dalle mani dei fedeli.

Nessun libro di indulgenze, o compendi, opuscoli, volantini, ecc., contenenti indulgenze, possono essere pubblicate senza il permesso dell’autorità competente.

Nessuna litania – tranne le antiche e comuni litanie contenute nei breviari, messali, pontificali e rituali, come le Litanie di Loreto e le Litanie del Santissimo Nome di Gesù già approvate dalla Santa Sede – possono essere pubblicate senza l’esame e l’approvazione dell’ordinario.

Nessuno, senza licenza di autorità legittima, può pubblicare libri o opuscoli di preghiere, devozioni o di dottrina e istruzione religiosa, di morale, ascetica o mistica, o altri di natura simile, anche se apparentemente favorevoli alla promozione della pietà tra i Cristiani; nel caso contrario devono essere considerati come proibiti.

Giornali e periodici che attaccano intenzionalmente la Religione o la moralità devono essere considerati proibiti non solo dal diritto naturale, ma anche dalla legge ecclesiastica. Gli Ordinari si prenderanno cura, ogni volta che sarà necessario, che i fedeli siano messi in guardia dal pericolo e dal danno della lettura di questo tipo.

Solo sarà consentito leggere e tenere i libri vietati, sia con decreti speciali sia con questi decreti generali, a coloro che avranno ottenuto il permesso necessario, sia dalla Sede Apostolica che dai suoi delegati.Coloro che hanno ottenuto facoltà apostoliche di leggere e tenere libri proibiti non possono leggere e conservare libri di qualsiasi genere o periodici condannati dagli ordinari locali, a meno che nell’indulto apostolico non venga concesso il permesso di leggere e conservare i libri proibiti da chiunque. E coloro che abbiano ottenuto il permesso di leggere libri proibiti devono ricordare che sono tenuti da un grave precetto a conservare libri di questo tipo in modo tale da non cadere nelle mani altrui.

È opportuno, nel denunciare i libri cattivi, che non sia espresso solo il titolo del libro, ma anche, per quanto possibile, spiegate le ragioni per le quali il libro sia considerato degno di censura. Coloro ai quali viene fatta la denuncia ricorderanno che è loro dovere mantenere segreti i nomi dei denunzianti.

Tutti i fedeli sono tenuti a sottoporre alla censura ecclesiastica preliminare almeno quei libri che trattano la Sacra Scrittura, la teologia sacra, la storia ecclesiastica, il diritto canonico, la teologia naturale, l’etica ed altri soggetti religiosi o morali di questo carattere; e in generale tutti gli scritti che riguardano specialmente la religione e la moralità.

I censori dovrebbero essere presi sia dal clero secolare che da quello religioso; essi dovrebbero essere uomini di età matura, di comprovata cultura e prudenza, assumendosi il compito prezioso dell’approvazione o del rigetto delle dottrine.

Il censore deve dare la sua opinione per iscritto; se è favorevole, l’Ordinario può consentire la pubblicazione del manoscritto; l’imprimatur del Vescovo è preceduto dall’opinione del censore sulla sua firma. Solo in casi straordinari e in rare circostanze può, secondo il giudizio del Vescovo, essere omesso il nome del censore.

L’autore non deve mai essere informato del nome del censore che deve rivedere il suo libro prima di dare il suo giudizio. (Can. 1393.)

Il permesso dell’Ordinario con cui si concede la facoltà di pubblicare un manoscritto, deve essere dato per iscritto e deve essere stampato al principio o alla fine di un libro, di una rivista o di immagini, con il suo nome, la data ed il luogo della concessione.

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: 2° Corso di Esercizi Spirituali (5)

IL MAGISTERO IMPEDITO

2° corso di ESERCIZI SPIRITUALI

Nostra conversatio in cœlis est

[G. SIRI: Esercizi spirituali, Ed. Pro Civitate Christiana, Assisi, 1962]

5. La morte

Facciamo la meditazione sulla morte. Anche questo è un tema fondamentale per un corso di Esercizi Spirituali. È un punto che obbliga a essere concreti, che impedisce le evasioni e non permette che si sostituisca la solida pietà e devozione con qualche facile e non costosa poesia. È una meditazione che non si può omettere. Voi sapete che la morte è ineluttabile, perché tutti a uno a uno ce ne andremo. Voi sapete che il punto essenziale della morte sta nel fatto che con essa termina la prova, cioè con essa termina la capacità di acquistare meriti. Nella vita eterna non si cambia più il nostro stato. Il merito cessa, rimane la fruizione di esso, il frutto nella pace, nel gaudio, nell’amore, nella vita eterna; ma si ferma per sempre la capacità di meritare, e pertanto cessa la capacità di aggiungere valore al nostro valore. È proprio questo « basta », che vien detto con la morte, ciò che dà l’incredibile serietà al passaggio dal tempo all’eternità. Ma per esercitarci quanto è possibile nella conversatio in cœlis, dobbiamo guardare l’argomento dall’alto. Che cosa si vede portandoci idealmente in cielo? Che cosa vediamo noi con lo sforzo di stare a quel livello, di ragionare con un criterio che non è di questo mondo, di dare alla nostra interiore veduta l’apertura che è propria del livello in cui c’è la libertà da questo mondo? Si vede anzitutto che si rovescia ogni cosa. L’importanza dell’argomento sta in questo: nel capire che ciò che a noi sembra abituale quaggiù è invece straordinario; capire che quel che ci sembra ordinario è invece l’eccezione; capire che ciò che a noi pare la vita non lo è. Rovesciare tutto. Che cosa accade al momento della morte? Noi lo possiamo descrivere a forza di negazioni: non abbiamo altra strada. Sì, sappiamo qualche cosa dalla divina Rivelazione, ma sappiamo poco. E allora dobbiamo procedere deduttivamente per altra strada. Sappiamo con certezza che al momento della morte l’anima si distacca dal corpo. Anzi fisicamente la morte consiste in questo: il corpo rimane abbandonato dall’anima che gli era stata sostanzialmente unita e, accaduto questo, il corpo comincia a dare la prova vera di sé stesso, di che cosa sia e di che cosa valga da solo. Gli uomini se ne liberano al più presto possibile andandolo a cacciare sotto terra; cercano di dimenticare, livellano tutto, è come quando il mare si apre per accogliere un oggetto e subito si richiude, e la sua superficie ridiventa liscia come se nulla fosse accaduto. L’anima rimane separata dal corpo. Procedendo per deduzione, si possono capire alcune cose. Che cosa succede della nostra intelligenza? L’intelligenza, fino al momento della morte, come dote e potenza dell’anima semplice e spirituale, era legata al corpo nel suo operare. Infatti la nostra intelligenza non può agire se non in quanto ad essa si presta, docile e normale strumento, il corpo coi suoi organi. Quaggiù noi non possiamo intendere e neppure ragionare, sia pure nella forma più astratta, se non per « conversionem ad sensibilia ». Dove questo manca, non è possibile nulla. Quando l’organo cerebrale è alterato, queste alterazioni hanno le loro ripercussioni anche sull’anima, la quale sragiona. Dunque l’anima, fino a quel momento, nella sua operazione, non nel suo essere, è legata al corpo. Ma al momento della morte l’angolo visuale della intelligenza dell’uomo si trova non più in cantina, esposta alla poca luce che viene dalla feritoia e che dà su un’intercapedine; rimane in campo aperto, e non splende il nostro sole, ma Dio. Non splende al modo materiale, ma con lo splendore della intelligenza e delle cose spirituali, delle quali noi abbiamo una conoscenza solo relativa e non ancora il contatto e l’esperienza diretta, monda da ogni necessità di collegamento con il fantasma. Da un angolo di apertura di un infinitesimo di grado noi arriviamo all’apertura di 360 gradi, e mentre normalmente 360 gradi stanno in un piano solo, in quel momento lo saranno in tutte le dimensioni. Ecco che cosa accade al momento della morte, quando l’anima si distacca dal corpo. Ora tutto il mondo presente è presente a me in quanto la sua immagine viene portata a me dalle potenze materiali attraverso fantasmi. L’unico legame che io ho con questo mondo, il vero legame è l’accidens quantitatis, che consiste nel fatto di essere esteso, il che permette il combaciamento fra me, che materialmente sono esteso, e la superfìcie del corpo ambiente. Se potessi sottrarre a me stesso l’accidens quantitatis, perderei ogni contatto col mondo che mi ospita. Pare strano, ma è così. Allora, al momento della morte, cessando di disporre dell’ accidens quantitatis, poiché abbandono la materia a cui sono legato, io perdo ogni e qualsiasi ragione di contatto con questo mondo e perdo anche lo strumento col quale questo contatto avviene. E il mondo cessa per me. E’ la solitudine infinita! Allora c’è uno solo che riemerge nell’infinita ed eterna maestà dell’Essere, Iddio. La solitudine infinita nostra davanti al Creatore! Cessa tutto, tutto si dissolve come nebbia al sole. Io vi prego di osservare che il nostro sentimento, cioè quella vibrazione che segue la cognizione tanto materiale che fisica e spirituale e che riempie tutto, rimpolpa tutto, imbottisce tutto, rende vivido e caldo tutto, è tre quarti della nostra vita, perché agisce spontaneamente e agisce sempre e rimane vigile anche quando l’intelligenza si assopisce o si fa inerte. Vi sono infiniti stati nei quali l’uomo sente e non pensa. Tutto questo sentimento, che ha riempito l’esistenza, di colpo viene a cessare, venendo a cessare per l’uomo lo strumento e la ragione per cui il sentimento esisteva ed era possibile perché determinato dalle cose sensibili. L’uomo perde l’esperienza della sua vita e si trova davanti a Dio. Il tempo, quel tempo che non può essere espresso con nessuna delle tante formule matematiche, non è affatto di pertinenza dell’accidens quantitatis: la misurazione e la concezione del tempo appartiene esclusivamente all’ontologia. Il tempo cioè non è altro che la creatura mutante e non la mutazione, perché la mutazione è già un’astrazione. Dove non ci sono più cose che mutano, il tempo non esiste: dove ci sono cose la cui mutazione è di natura assolutamente differente dalla mutazione delle cose materiali e fisiche alle quali siamo legati nel nostro cosmo, il tempo esisterà perché di eterno c’è soltanto Iddio. Ma sarà un’altra cosa.Applicando questi concetti alla nostra conversatio in cœlis, contemplando la morte di lassù, si vede il rovesciamento di tutto. Si vede che noi qui siamo fuori intelletto, siamo fuori della vera vita. Si capisce che questa vita è l’anormale, mentre l’altra è la normale, che questa è lo straordinario e quella l’ordinario. Si rovescia tutto. A questo punto si prende la forza di guardare con cipiglio fiero a questo mondo, perché dobbiamo convincerci che questo mondo vale poco. Andatelo a chiedere a chi è in punto di morte e ve lo dirà. Di lassù si vede che se questo mondo può valere qualche cosa, vale perché noi, prendendo il mondo solo strumentalmente, e cioè mai per sé stesso, ci facciamo dei meriti che rimarranno in eterno. Ecco l’unica ragione per cui il mondo vale. Non crediate però che io voglia dire male di quanto ha creato Dio. Ho voluto semplicemente dire che noi ora siamo nella posizione delle mosche che credono di essere, loro, a posto, aggrappate al soffitto, e si meravigliano di noi che invece siamo nella posizione giusta a terra. Ho voluto dire questo e non esprimo il minimo disprezzo. Le vedete le mura di questa chiesa? Quando ce ne andremo, noi non le vedremo più come le vediamo ora, ma in un altro modo: per tutta l’eternità, per voi specialmente che in questa chiesa passate la parte più nobile della vostra vita, queste mura formano un ambiente legato alla ragione della vostra vita e al calore che porterete nelle vostre azioni e nel vostro apostolato, diventano una concausa del merito eterno che voi state accumulando. In Dio queste mura le vedrete sempre, le rivedrete per tutta l’eternità con una visione rispetto alla quale la materia sarà translucida e non costituirà più impedimento. Le vedrete perché rimarranno sempre legate al vostro merito eterno, nel quale e per il quale vivrete per tutti i secoli dei secoli. Ecco per che cosa vale il mondo: per una cosa sola, perché è concausa della nostra prova, è strumento della nostra prova. Ecco come la morte ci rivela che questo mondo, oltre un certo limite, non va preso troppo sul serio. Basta che noi ci sforziamo con questa nostra povera intelligenza, aiutati dalla rivelazione divina e deduttivamente, a spostarci oltre il limite nel quale sta materialmente la nostra vita presente, perché noi riusciamo a comprendere molte cose di quello che sarà, e pertanto la valutazione meno inesatta di quello che è. Sia questo il frutto della meditazione sulla morte.La morte fa giustizia al nostro corpo, il quale si disferà, e questa sarà la giustizia per la nostra superbia. Abbiamo fatto molto conto del nostro corpo, forse qualche volta ne abbiamo fatto troppo. E questo corpo si dissolverà, ritornerà in braccio alla natura che ce lo aveva dato e alimentato. E un giorno Iddio sarà obbligato ad andarlo a mettere insieme, raccogliendo dalle quattro parti del mondo quello che era stato il nostro corpo, attraverso tutte le possibili e immaginabili trasformazioni dei secoli. E questa sarà la giustizia per tutte le nostre sensualità. Tutto si comporrà nella pace, se noi guarderemo alla morte di lassù. Tutto ritroveremo in Dio; tutto quaggiù ha un valore solo, il valore di strumento della vita eterna. Il resto è tutto vuoto, illusione, inganno. Guardate fino a che punto prevalgono le ragioni spirituali e soprannaturali in questo mondo. E poi dicono che la Chiesa si può ritirare da parte!

GREGORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO – 2° corso di Esercizi Spirituali (4)

IL MAGISTERO IMPEDITO

2° corso di ESERCIZI SPIRITUALI

Nostra conversatio in cœlis est

[G. SIRI: Esercizi spirituali, Ed. Pro Civitate Christiana, Assisi, 1962] –

4. Il peccato

Vi invito a fare la meditazione sul peccato. È tradizionale, ed è uno di quei punti dai quali non si può mai prescindere, qualunque sia il tema generale che si scelga per gli Esercizi Spirituali. Però noi questo argomento lo dobbiamo trattare, per una ragione di logica e di coerenza, dal punto di vista nostro, cioè mettendoci al livello di lassù, perché nostra conversatio est in cœlis. Bisognerebbe che in questi santi Esercizi noi imparassimo un punto di vista particolare da cui guardare quaggiù, che poi divenisse un modo abituale di guardare tutte le cose della nostra vita. Dobbiamo abituarci a vedere tutte le cose dall’alto, da un livello superiore. In altri termini, vi invito a vedere quello che si può presumere si veda non dal cielo, perché siamo ancora quaggiù, ma da quella conversatio in cœlis che può essere data a noi, cioè dal livello più alto, che non pretende di avere la saggezza di chi è in cielo, ma si sforza di adeguarsi il più possibile a quella saggezza. Voi sapete che il peccato è la trasgressione libera della legge di Dio; sapete che presuppone una legge, una legge obbligante. Sapete che la trasgressione non è libera se manca un atto di intelligenza sufficientemente chiaro e se manca l’atto di volontà. Se vengono a mancare questi due elementi, non abbiamo più la trasgressione libera; avremo il peccato materiale, ma non il peccato formale. Qualora uno di questi due elementi si attutisca, non potremmo avere la colpa grave, ma la colpa che dovrebbe essere obiettivamente grave diventa perciò leggera. Voi sapete che di peccati ve ne sono di due sorta: il peccato grave e quello leggero o veniale. Il peccato grave ha la conseguenza di togliere la grazia santificante dall’anima, e pertanto si chiama mortale. Vi è pure noto che il peccato è grave perché viola sostanzialmente l’ordine divino. Vi è poi il peccato leggero, che non toglie la grazia santificante; diminuisce però l’ardore della carità e può disporre a cadere gravemente. È leggero perché non consuma una sostanziale violazione dell’ordinamento posto da Dio. – Queste nozioni era necessario premetterle, ma ora bisogna meditarle. A meditare sul peccato guardando di lassù, perché si vede meglio, di lassù che cosa si vede? La santità di Dio. Di quaggiù si vedranno in primo piano altre cose, ma di lassù si vede la santità di Dio. Quando il profeta Isaia, come egli narra nella sua visione di investitura, vide Iddio sedere sul trono, lo contemplò col manto di tale latitudine che copriva il pavimento del tempio e i Serafini dalle sei ali, il cui cantico era : « Santo, Santo, Santo è il Signore, Iddio degli eserciti ». Se rileggerete la pagina dell’Apocalisse in cui si vedono raccolte nello stesso cantico tutte le creature, vi trovate questo: i seniori che stanno intorno, il mare di cristallo che sta davanti al trono di Dio e che simboleggia le intelligenze le quali, come il cristallo, accolgono la luce e possono fil trare la luce e riflettere la luce; e poi tutti gli altri. È il cantico che riassume l’eternità. Bisogna vedere la santità di Dio, questa santità che, quando viene adombrata nelle S. Scritture, ha accenti solenni e grandiosi. Quando Giobbe fa una certa contestazione a Dio, nel colmo del suo dolore, la risposta che riceve è questa (era una risposta “ad hominem”): « Guarda bene la magnificenza dei cieli e della terra…; osserva e senti le forze che si agitano in esse, l’impeto dei venti, la meraviglia delle cose che sono state disposte nell’orbe, e poi vedi se tu, dinanzi a questo spettacolo che ti dice chi sia Io, puoi trovare il coraggio di parlare ». E Giobbe, che era logico, appunto perché logico ha chinato la testa e non ha più contestato a Dio il dolore che l’infinita e amorosa provvidenza divina, a gloria di Giobbe in terra, e possiamo pensare a ben più alta gloria in cielo, aveva permesso. Quando si tratta della santità di Dio, pare che si debba trattenere il respiro. Tutta l’armonia di quaggiù, la precisione delle leggi, la loro inderogabilità, la loro costruzione in un unico disegno, e quindi l’armonia grande come il nostro cosmo, profonda come possono essere profonde le anime, le ragioni delle cose, le cause seconde che si dispongono fin dove noi non sappiamo e dove incontreremo la Causa prima; tutto questo fa pensare alla santità di Dio. Noi siamo impressionati dalla luce del sole e non lo possiamo guardare. Eppure è una cosa materiale che brucia, che effonde calore e luce e dà effetti meravigliosi e nutrienti. Ma il sole non è altro che una piccola creatura, e lo splendore del sole è un lontanissimo paragone di quella eterna santità e maestà di Dio. « In sole posuit tabernaculum suum »; e il tabernacolo era un simbolo. Anche il sole, astro del giorno, nutrizione della terra, è là anzitutto e soprattutto per parlare di Dio, che è ben altra luce e ben altro nutrimento. L’ultima scoperta della scienza riguarda la funzione clorofilliana che, fino a poco tempo fa, credevamo servisse soltanto per ciò che tutti conoscono. Da pochi anni è stato scoperto che la funzione clorofilliana è forse la più meravigliosa che si conosca, al di sotto dell’uomo. Essa trasforma il raggio solare in materia che entra ad animare le cose terrestri. Fino a poco tempo fa questo non si sapeva, e questa scoperta spiega perché anche dove le piante si abbarbichino sulla roccia, riescano a vivere. E tutto questo ordine è già nel sole. « In sole posuit tabernaculum suum ». Il tabernacolo non è che un significato, un simbolo, perché si pensi a quello che è Iddio, la santità, la maestà di Dio. Quando noi consideriamo questo Essere supremo, questo Atto Puro, e quando attraverso l’indagine metafisica noi pensiamo a quello che di potenziale viene escluso dal concetto che lo rappresenta sicché sia semplicemente Atto Puro; e per avere un dipanarsi migliore di questo Atto Puro nella nostra piccola intelligenza dobbiamo procedere contro luce e per forza di contrasti e vedere come mai quello che è opposto all’Atto Puro, cioè l’atto potenziale, misto di perfezione e di imperfezione, si vada dipanando nel tempo, nel moto, nel carattere effimero di tutte le cose, allora sentiamo di diventare immensamente piccoli, e i termini della luce di Dio diventano immensamente grandi. Allora si sente una irradiazione di potenza, d’amore e di eterna saggezza, e la nostra mente si perde.Quando vogliamo pensare al peccato, ricordiamoci della santità di Dio e dell’infinita incompossibilità del disordine con questo infinito ordine; dell’incompossibilità delle tenebre con questa infinita luce; dell’assoluta incompossibilità della negazione con questa infinita affermazione, la quale, causando, fece sì che altre potenziali e limitate cose fossero, esistessero, affermative e positive. È necessario guardare a questa santità di Dio e sentirsi davvero in questa luce per scoprire, attraverso il raggio che di là a noi si protende e ci investe e colora variamente, secondo il merito, le macchie che portiamo nell’anima nostra. È necessario sentire questa santità di Dio la quale, riflessa in un così mirabile ordine nel creato, mette in causa la negazione e la contraddizione di qualsiasi nostro atto irregolare, imperfetto, negatore del dominio di Dio, se è peccato grave; mette in mostra quelle macchie che la crepuscolarità della luce di questo mondo facilmente copre e allontana dal nostro sguardo, forse anche illudendoci di esservi una sorta di perfezione, d’onestà là dove invece c’è soltanto la tessitura, anche attraverso piccole imperfezioni, di una mostruosa ingratitudine a Dio. Lasciate che ripeta queste parole: anche attraverso il disegno di piccole venialità e imperfezioni quotidiane, si traccia il profilo di una mostruosa ingratitudine a Dio. Il peccato bisogna guardarlo di lassù, di dove si vede il bene e il male, la vita e la morte, il tempo e l’eternità, la luce e le tenebre, l’affermazione e la negazione, l’Atto Puro (che è unicamente Iddio) e l’essere potenziale. Le creature partecipano a qualche cosa di derivato, di creato dalla eterna realtà di Dio, la loro piccola realtà non può non essere presuntuosa quando si leva al di sopra della anche più piccola legge del Signore. Bisogna arrivare a quel punto per vedere l’armonia e la disarmonia, l’ordine e il disordine, il dramma spaventevole di questo ergersi del desiderio, ridicolo nella sua realtà, mostruoso nel suo effetto. Di lassù il peccato lo si vede così. Se conversatio nostra in caelis est, non si può ricavare dal rottame di naufragio che è il peccato contorni di sorriso, lineamenti di piacere, vibrazioni e palpiti di vita. Sarà, se mai, illusione nostra e dei nostri fratelli, se pensiamo che nel peccato si nasconda qualcosa che possa rassomigliare al limpido sorriso e al vigoroso palpito di vita, definendolo esperienza umana che completa il nostro pellegrinaggio e lo rende avventuroso, valido e virile. Non è vero, non è vero! È la realtà rovesciata! Ma di lassù si vede dell’altro, molte cose! Si abbraccia un panorama grande come la storia e più grande del mondo, del nostro piccolo pianeta che non è poi di quella grandezza che forse si credevano gli antichi! Di lassù si vede il dramma del peccato. Si vede qualcosa da cui si ricava con logica impreteribile e tremenda una conclusione: c’è voluto il Figlio di Dio Incarnato, vissuto, morto e sepolto per aggiustare tutta questa faccenda. E sarebbe stato necessario tutto ciò anche se il peccato nel mondo fosse stato uno solo e i figli di Adamo nulla avessero aggiunto al fardello del loro disgraziato genitore. Non ci sarebbe stata sostanziale diversità. Sarebbe occorso ugualmente per salvare il principio fondamentale della giustizia, posto che Dio avesse voluto salvare il criterio di giustizia, che nell’ordine spirituale e morale risponde al criterio di ordine, che è il fondamento di tutte le leggi determinate e determinanti di natura. Questo si vede, ed è tremendo! Alla Croce noi pensiamo poco, forse perché ci siamo abituati a vederla; ma essa dice che cosa ci sia di profondo e di terribile in un solo peccato: i dolori del Figlio di Dio, la sua agonia, spinta al punto non solo di sudare sangue ma di fargli mormorare con le sue labbra di uomo: « Se è possibile, passi da me questo calice! ». E il giorno appresso gli ha fatto intonare, quasi a ricordare ai presenti il dramma che allora si concludeva: « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? ». È tragico, è tremendo. I lineamenti della profondità della colpa, della sua ingratitudine, della sua negatività mostruosa, noi non li dobbiamo vedere negli atti dell’uomo ma nelle piaghe di Gesù crocifisso, nella sua agonia, quella spirituale nell’orto, quella spirituale e materiale sulla croce. Noi l’avvertiamo quando sentiamo quel grido fermissimo che lanciò prima di deporre l’anima sua, quasi a indicare quale fosse la veemenza di quanto allora sopportava, e nello stesso tempo la maestosa libertà con cui lui, sempre Figlio di Dio anche se moriva in quanto uomo, liberamente deponeva la sua anima umana e moriva. Per vedere il peccato dobbiamo meditare la passione di N. S. Gesù Cristo e ricordare che tutti i termini di quella passione hanno la profondità dell’unione ipostatica, ossia dell’Incarnazione, ossia del fatto che la natura umana non è sostentata da una personalità creata, come avviene per tutti gli altri uomini, ma è sostentata direttamente dall’Io divino, ricevendo una causalità di sussistenza nel modo proprio col quale Dio causa. Se ci proviamo a rileggere la Passione secondo S. Giovanni, che è la più immediata, toccante, divina delle narrazioni, diventiamo piccoli, ci perdiamo. Se a ogni parola noi presentiamo la profondità che viene dal mistero dell’Incarnazione, ossia dell’unione ipostatica, è difficile che arriviamo in fondo. Io comprendo perché diversi santi, quando avevano il presentimento che si avvicinava per loro il momento di tirare i remi in barca e andarsene, hanno chiesto di essere accompagnati verso la morte ascoltando la lettura della Passione di N. S. Gesù Cristo secondo S. Giovanni. Quando voi guarderete il Crocifisso, ricordatevi che non è solo una rappresentazione drammatica di Gesù che ha sofferto, ha temuto, è stato anche triste, una rappresentazione tale da evocare vibrazioni riposte del cuore cristiano. No, la Croce riassume, documenta che cosa sia la colpa. Perché la vera meditazione sulla colpa non la si fa guardando a noi, analizzando i termini teologici della violazione della legge che ci portano solo a una comprensione in termini umani di cosa sia il peccato. Per sentire con maggiore profondità quella verità che dà veramente il nodo del pianto, bisogna considerare Gesù Cristo crocifisso. Allora si capisce che cosa voglia dire il peccato. E poiché Gesù non ha patito soltanto per i peccati mortali degli uomini, ma anche per i loro peccati veniali e per tutte le più piccole deformazioni, sfumature, nelle quali entrasse, anche solo per riflesso o per ombra, la colpa, ritorna un’altra volta il pensiero a quella tessitura di scialbe vite che non hanno la preoccupazione della perfezione, che non impegnano le proprie forze per togliere la colpa veniale, per superare anche quella, riuscendo a comporre il profilo di una mostruosa ingratitudine a Dio Padre, che ci ha creati e che ha posto per noi un ordine di Redenzione e di Grazia nel Figlio suo unigenito, il Verbo Eterno che si è fatto uomo per noi, e nell’Eterno Spirito, al quale tutta la Sacra Scrittura del Nuovo Testamento, per ragioni misteriose e profonde che in gran parte sfuggono a noi e ci trascendono, è attribuita tutta la santificazione degli uomini. – Bisogna guardare di lassù; ma di lassù si vede anche dell’altro. Si vede che la Redenzione, tutta quanta, è stata fatta attraverso un dolore umano, cioè è stata fatta attraverso un piano sul quale si trovano anche gli uomini. Ed è stata fatta su quel piano, oltre che per tutte le altre ragioni, anche per questa: perché gli uomini sapessero che anche essi dovevano collaborare a questa Redenzione con la loro sofferenza, con la loro rinuncia, con l’accettare l’aridità della croce, senza fronde, senza fiori e senza foglie; con l’accettare la trasudazione del sangue nell’orto; con l’accettare l’abbandono, le tenebre, la notte oscura; con l’accettare tutto per trovarsi su quel terreno accanto a Colui che ci ha eternamente amati. – Di lassù si vede ancora che non si deve considerare solamente il peccato nostro, ma il peccato degli uomini, e che a tutti gli uomini incombe l’onere di pagare per il peccato di tutti. Perché per tutti bisogna pagare. Volesse Iddio che ognuno capisse che deve pagare almeno per sé! Ma quando hanno pagato per sé, non hanno ancora risposto all’appello che chiaramente si intende quando ci si mette a considerare la cosa di lassù, e cioè che si deve pagare anche per gli altri uomini. Ancora una volta la conversatio in cælis mette l’uomo davanti a un dovere, quello della penitenza, che non si può scindere dalla considerazione del peccato. È letterario fermarsi al dramma del peccato; potrà essere artistico indugiare sul suo supremo contrasto; potrà essere allettante dal punto di vista della espressione fantastica, della sua contraddizione con l’armonia della vita. Ma tutto questo non è sufficiente. Bisogna pagare. Bisogna salire sulla croce, accettare la croce e desiderare la croce. Quando si pensa a queste cose — ricordatevene il giorno in cui doveste soffrire —; quando ci si pensa sul serio, se non si riflettesse che siamo deboli, verrebbe fatto di chiedere a Dio la croce, e quella più grande. È difficile chiederla, perché siamo talmente deboli che sarebbe un atto di presunzione; ma se, non chiesta, vi capitasse, in quel momento ricordatevene, e avrete la liberazione perché la troverete infinitamente bella. Potrete dire: Non la chiedo io, non faccio un atto di presunzione o un atto di vanteria: ma, dato che c’è, l’accetto, sia benedetto Iddio, e a questo modo vado in croce e con lui.- A questo modo, proprio perché conversatio nostra in cœlis est, cose che possono sembrare terribili diventeranno portabili; cose che potranno sembrarvi mostruose, terrorizzanti, potranno diventare amene. Certamente! Perché i passi difficili dovremo percorrerli tutti, più o meno; rinunce anche estreme potrà essere che ne dobbiamo fare; oneri terribili potranno cadere sulle nostre spalle. Ma quando questo accadesse, ricordatevi che vi verrà bene pensare quello che in altri momenti non so se si possa chiedere sempre con ciglio asciutto o evitando la presunzione. Ma allora troverete bello andare con Gesù Cristo in croce. È qui dove voi sentite che cosa voglia dire questa croce. Ricordatevene, se un giorno vi capitasse. Tutti noi un giorno dovremo fare il sacrificio ultimo. Quando verrà l’ora, chiediamo a Dio di potere almeno fare il sacrificio liberamente, come Gesù Cristo l’ha fatto. Leggendo la vita di un grande vescovo morto qualche decennio fa, mi impressionò molto l’apprendere che quando venne destinato a una sede molto importante, la prima cosa che fece fu quella di chiedere quanti monasteri di clausura ci fossero. « Perché? » gli fu chiesto. « Per avere della gente che patisca con me quando ci saranno dei peccati » fu la sua risposta. Miei cari, il peccato bisogna vederlo così. Non è una questione personale soltanto, da liquidarsi nella piccola contabilità, per cui ci si va a confessare, poi si fa una piccola penitenza e poi, e poi si tira avanti. Qualche volta ci si aggiunge, per superiore generosità, qualche piccola mortificazione, qualche piccola rinuncia. No, se nostra conversatio in cœlis est, guardate che le cose stanno diversamente e bisogna avere il fegato di guardare le cose in faccia. Questo è il peccato. Di lassù si vedono tante cose. Si vede come in realtà tutti i guai della terra siano legati alla superbia degli uomini, alla loro sensualità, ai peccati capitali. La colleganza con quelli, in tutte le guerre, in tutti i deragliamenti, in tutto lo scivolare che gli uomini fanno verso i peggiori loro destini è chiara. Non ne circolano ancora, almeno meritevoli di stima, di libri sulla teologia della storia, e Dio voglia che i teologi se ne occupino un po’ di più. Se di queste cose fosse meglio illuminata la nostra intelligenza, noi capiremmo come ciò che decide veramente degli avvenimenti della terra è la situazione degli uomini rispetto alla legge di Dio. E di lassù si vede questo. Ecco perché i politici puri sbagliano tutto, a un certo momento. Se indovinano nel momento prima, 50 anni dopo ci si accorge che hanno sbagliato tutto. Perché i politici puri non sanno la ragione teologica che domina la storia, non possono capire da che parte stia il meglio e da che parte stia il peggio. Di lassù si vede il grande uragano che va dilagando qua e là per la terra e che prende ora questi, ora quegli uomini e li incoglie a solo, e inonda le loro anime e crea i grandi drammi interiori. Questo grande uragano di lassù, come dall’alto di un aereo, lo si vede vagare per la terra, si vede la ragione per cui gli uomini inutilmente soffrono. E questo è quello che più stringe il cuore: che non vedono l’utilità del dolore. In fondo non si è mai nella più nera desolazione quando muore un amico che è vissuto bene e che è morto bene, perché si sa che è andato a star meglio. Si soffre quando non si sa e bisogna chiudere la partita con una girata alla misericordia di Dio che, per fortuna, è infinitamente maggiore della nostra. La prospettiva giusta del peccato la si ha quando ci si mette lassù, guardando da quel livello, quando cioè nostra conversatio in cœlis est. Ma non dimenticate, se dovessero incogliervi grandi dolori, che essi sono il trionfo dell’anima che ritrova il miglior momento della sua generosità e può dire: pago per me e, se Dio lo permette, anche per gli altri.

GREGORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO – 2° Corso di esercizi spirituali (3)

IL MAGISTERO IMPEDITO

2° corso di ESERCIZI SPIRITUALI

Nostra conversatio in cœlis est

[G. SIRI: Esercizi spirituali, Ed. Pro Civitate Christiana, Assisi, 1962] –

 3. Le cariche

Abbiamo portato la meditazione sul fine della vita a questo punto: noi dobbiamo finalizzare la nostra vita in tutti i suoi momenti e in tutti i suoi aspetti. Arrivati qui, si presentano alcune questioni pratiche che dobbiamo guardare e possibilmente risolvere. Perché se dobbiamo finalizzare la nostra vita, se tutto deve essere riportato a Dio col reddito, è chiaro che deve essere affermato in tutti i pensieri e in tutte le azioni il dominio del fine. E ciò comporta delle conseguenze pratiche. Ecco la prima questione pratica: come si fa a essere sempre presenti a sé stessi in modo da ordinare positivamente, con una intenzione soprannaturale, precisa e concludente, tutte le nostre azioni? – Già vi ho detto che da piccolo, penso di avere avuto tre anni, mi aveva colpito molto un’immagine di S. Margherita M. Alacoque in cui si vedeva questa santa abbastanza inginocchiata (dico abbastanza inginocchiata perché i pittori di una volta i santi li mettevano inginocchiati in modo che non si sa come facessero a regolarsi con la statica) con le braccia alzate in alto, e il Sacro Cuore lassù, per aria. E per parecchi anni sono stato profondamente convinto che la santità consistesse nello stare così, inginocchiati a quel modo, con le braccia alzate. E mi domandavo: Come si fa? È la stessa domanda che ci si pone quando si enuncia questa verità: bisogna che tutta la nostra vita sia assolutamente finalizzata, altrimenti perdiamo il nostro tempo e rischiamo di ritornare a Dio con un mozzicone di vita, con tutto quel che ne consegue. Allora bisogna fare un discorsetto sulle « cariche ». – Vedete, talune parole sembrano strane, ma hanno la capacità di poter fissare delle idee in modo concreto, come talvolta non hanno i vecchi termini scolastici: sapete bene che quando si parla di dare la carica, vuol dire che si fa un accumulo di energia che poi potrà essere impiegato, speso, anche lentamente, successivamente, senza dover continuamente ripetere l’operazione di accumulare. Si fa il carico di benzina, si caricano gli accumulatori e poi per un po’ si sta tranquilli e si cammina. Le cariche del mondo sono le sigarette. Molti fumano e si ricaricano così. Immaginate che razza di carica può dare una sigaretta! La noia, il fastidio della vita, il tedio, l’angoscia degli anni passati, della vecchiaia che viene…. E fumano, e fumano. Che carica data… al Ministero del Tesoro! In America bevono whisky, dopo aver fatto la campagna contro l’alcool. O vanno al cinema per ricaricarsi. È pietoso, vero? Povera gente! Non dico che una sigaretta o un whisky siano un peccato mortale, no; ma che proprio siano un rimedio spirituale ai guai della vita, non lo credo. Ma se noi vogliamo finalizzare tutta la nostra esistenza, dobbiamo avere come primo strumento la carica, le cariche. E quali sono queste cariche? Io ora ve ne presento di diversi tipi e di diversa valenza. Ve ne sono di quelle che stanno un po’ nell’ordine materiale e tuttavia, per il collegamento che c’è tra le cose materiali e le cose spirituali, hanno influenza sull’ordine spirituale. Ce ne sono di quelle che stanno nell’ordine spirituale e altre nell’ordine divino. E noi dobbiamo saperle combinare tutte. In antico, per esempio, troverete l’uso del teschio. Gli antichi frati avevano un piccolo teschio da tutte le parti, e accadeva molte volte che ne avessero uno vero. Dove lo trovassero non lo so, ma ricordo di averne visti, girando il mondo, di quelli veri, non soltanto nei gabinetti di anatomia ma anche nella cella di qualche buon frate. Forse saranno andati ad annaspare nei sotterranei delle chiese dove una volta si seppellivano i morti. Io non so se la cosa sia di buon gusto per voi, per quanto io non la troverei affatto tanto strana. Ma cosa rappresentava quel teschio per i frati di una volta? Eh, cari! Quando uno dalla mattina alla sera se lo trovava lì, capite, quella era una carica! E se per caso gli pigliavano i grilli, a guardarlo gli passavano, senza bisogno di fare un particolare esercizio, di andare a fare particolari rifornimenti! – E se per disgrazia si andava dipanando qualche movimento un po’ rivoluzionario nell’anima, a guardarlo, tutto riprendeva il suo giusto andamento. Questo è un esempio di cariche materiali, e la esemplificazione potrebbe andare all’infinito. Noi dobbiamo ricordarci che siamo talmente fatti di anima e di corpo che dobbiamo per forza avere l’umiltà di chiedere aiuto anche alle cose materiali. Io conosco dei cerebrali che ridono quando in un convento vedono scritto su qualche porta un passo della Sacra Scrittura. Dicono: Come sono sciocchi! Ma sciocchi sono loro. Se vedono qua e là sacre raffigurazioni, semplici, ingenue, ma che richiamano visivamente qualcosa, che hanno influenza sull’anima, si meravigliano e dicono che non bisogna ricorrere a quelle cose lì. Poi loro fanno dei patatrac che non stanno né in cielo né in terra. Tra i fattori che danno una carica vi sono, certo, le persone. Ma bisogna stare attenti, perché le persone a volte stanno su un piedistallo, a volte su un perno girevole. Quando stanno sul piedistallo, andiamo bene; ma quando stanno sul perno girevole, non si va bene! Poi ci sono cariche di ordine un po’ più intellettuale. Ce l’avete tutti, voi, qualche libro che ha la capacità di farvi sollevare e magari esplodere? Quella può essere una carica, un datore di carica. Quando io sono un po’ stanco, ho un libro che mi vado a tirar fuori, l’ho portato anche qui ad Assisi, sono i Dialoghi di S. Gregorio Magno, un meraviglioso libro scritto con un’ingenuità che non è degli sciocchi ma delle anime grandi. Io me lo porto sempre con me. E tutti hanno qualche libro, forse più di uno. Anche io ne ho più di uno, ma ho voluto parlarvi di questo con la segreta speranza che anche voi lo leggiate. Bisogna saper individuare nella nostra esistenza quei libri che hanno sopra di noi una capacità di carica e bisogna saperli tirare fuori al momento giusto. Ci sono poi tutte le cariche di ordine spirituale e di ordine soprannaturale e divino. La visita al SS. Sacramento, per esempio. Quando si esce di chiesa, la visita è terminata, sì. Ma non pensate a ciò che la carica fa ancora? Può essere che per tre ore, quattro ore, una giornata, noi siamo, senza accorgercene, sotto l’influsso rettificante, corroborante, elevante di una visita fatta al SS. Sacramento. Ma del resto qualunque preghiera, la più piccola preghiera, la orazione giaculatoria (della quale taluni spiriti inariditi credono di poter fare a meno) non sono altro che pillole energetiche. Quando uno ha la pressione bassa, che se ne va al di sotto dei cento; quando qualcuno ha dei fatti che sono rivelatori della mancanza di qualche elemento nutriente, che cosa fa? Getta giù una zolletta di zucchero, che è una carica energetica, e con quella riprende un po’ di fiato e tira avanti. Vedete il Cantico di frate Sole: che cosa ci rivela della vita intima di San Francesco? Ci rivela che tutti quegli uccelli davano a lui una carica spirituale, che la fonte d’acqua dava a lui una carica spirituale. Perché frate Francesco aveva l’umiltà di chiedere aiuto anche a « sora aqua pretiosa et casta ». Il Cantico di frate Sole è rivelatore della vita interiore di S. Francesco forse più di tutto il libro dei Fioretti e di tutto quello che ne ha scritto Tommaso da Celano. Vuol dire, quel cantico, che frate Francesco domandava la carica spirituale a frate sole, a sorella luna, a tutto. I santi Sacramenti, lo sapete bene, sono le cariche maggiori. Il Sacrificio della Messa, carica massima! Poi tutta l’orazione, specialmente l’orazione liturgica. Lasciate, quando dite il Vespro, che il salmo vada addolcendo l’anima col canto della Chiesa, canto sacro, senza effervescenze mondane, senza incantamenti sensuali; eppure così bello, così profondo, scaturito da intimità d’anime che hanno pervaso per secoli le stesse cose esterne e hanno creato l’arte dell’anima, l’architettura dell’anima. – Veniamo adesso a qualche cosa di più pratico, perché ci sono i problemi particolari. Li conoscete i nervi? Io mi chiedo perché negli Esercizi Spirituali non si faccia la predica sui nervi. Li abbiamo tutti, questi poveri nervi, e molte volte sono scoperti, sono a filo di terra, perché siamo esauriti, mangiati da questo mondo marcio e malato, che rompe tutti gli equilibri, ci circonda di rumore, romba continuamente, sibila continuamente. Queste povere orecchie non ne possono più. La testa poi! Forse siamo tutti ammalati. E molti fenomeni che si credono spirituali sono invece lo scotto che dobbiamo pagare a questo mondo. Fortuna che Iddio è buono e tiene conto di tutto, e ha inventato la nevrastenia per poter ridurre l’imputazione di colpa a tanta gente. Ha inventato anche gli esaurimenti nervosi (l’età giovanile ne conosce un sacco di esaurimenti di tutti i tipi, di tutte le forme); e a volte si crede che siano fenomeni spirituali, ma non è vero, è un fenomeno fondamentalmente fisico, bisogna curarlo. Ma a tanti mali che stanno, direi, a metà fra l’anima e il corpo, ma che ingombrano la vita e la rendono pesante a tante anime, i rimedi spirituali sono valevoli come e più dei rimedi materiali. E bisogna anche aggiungere che, generalmente, in tali faccende tengono un ruolo risolutivo le cariche dell’anima. E ciascuno ha le proprie. Io vi consiglio oggi di fare un esame di coscienza approfondito per poter vedere quali sono tutte le cose materiali capaci di darvi una carica spirituale. Cercate un po’ di individuarle e scrivetevele. Chissà che cosa troverete! Chissà che sorta di scoperte potrete fare! Componetevi un vostro cantico di frate sole. Il Cantico di frate Sole è il cantico delle cariche di S. Francesco: fatevene uno anche voi. Una carica spirituale è la penitenza! Cominciamo subito a metterlo ben chiaro! Oggi molta gente dice che vive nel Corpo Mistico di Gesù Cristo. E ha talmente in comune tutto con Gesù Cristo, che la conclusione, non detta ma pensata, è questa: Ha già patito tanto Lui, che… basta. Questa è una bella dottrina davvero sul Corpo Mistico di Gesù! Ha già patito tanto Lui in croce; tutto in comune

con Gesù Cristo; si sta con Lui, facciamo tutto a mezzadria. Così Lui si piglia la croce, e noi ci pigliamo il fresco della mattina della Risurrezione. – Mettetevi bene in testa che per finalizzare la vita e per arrivare ad avere la vera conversatio in cœlis quaggiù, bisogna fare della penitenza. È un’antifona che comincio a cantare adesso e continuerò a cantare fino in fondo. Anche penitenza di ordine fisico. Talvolta certi problemi di tentazione non si vincono assolutamente se non c’è la penitenza fisica. Ed è inutile che uno mi venga a dire che non può. Non può perché non vuole. Quando hai fame, se non ti basta un piatto di minestra, ne mangi un secondo, e se non ti basta ancora, ne mangi un terzo, no? E allora si fa così: quando non basta una piccola penitenza, se ne fa una più grossa. Lo so che nessuna carica vale più del Sacrificio della Messa e dei santi sacramenti. Però le cariche portano al massimo la collaborazione nostra al Sacrificio della Messa e ai sacramenti. Non vi voglio parlare di conversatio in cœlis dipingendovi un bel teatro con delle belle scene, Angeli di qui e Angeli di là, giradischi che suonano, qualche cosa che estasia. No, nostra conversatio in cœlis, va bene, ma siamo ancora in terra; in paradiso ci arriviamo dopo. La conversatio nostra in cœlis è un’altra cosa. È portarsi in alto per vedere e dominare dall’alto e amare pienamente Iddio distaccandoci da terra. È avere la mente abitualmente nelle cose divine. È la ricerca delle cose divine basata anzitutto e soprattutto sul sacrificio. Perché la grande carica, quella che è in noi essenziale, attraverso il S. Sacrificio e i sacramenti, è la penitenza. – Basta così. Ma non dimentichiamo che tutto è una questione di umiltà. Bisogna avere l’umiltà di capire che siamo imbecilli, tante volte; che siamo rincretiniti; che siamo dei sordi, dei ciechi, che siamo peccatori, e che abbiamo bisogno di andarci a raccomandare a tutto, a tutto! E anche ai Santi del cielo naturalmente, perché la carica ultima ce la danno loro. Prima di tutto raccomandiamoci alla Vergine SS.ma. Ma abbiamo l’umiltà di capire che se non ci raccomandiamo a tutti, dalle pietre della terra alle cose che stanno lassù, noi manchiamo. E allora la nostra vita diventa un tratto discontinuo, perché a un certo punto manca l’energia, manca l’attenzione, l’intenzione; si riesce a vivere ugualmente con gli occhi aperti, ma non sempre si sa quel che si fa. Molte volte si vive, si vegeta per delle ore intere che si perdono, che non sono diverse da quelle delle bestie perché manca un afflato spirituale. E allora perché qualche cosa si agiti, perché qualche cosa emerga in quegli istanti, così che al momento giusto la coscienza l’afferri e lo concreti nell’intenzione dovuta, affinché tutto e sempre sia valevole, meritorio, indirizzato al cielo, occorrono le cariche. Che tutto appartenga a lassù. Conversatio nostra in cœlis. Che non abbiamo a lasciare niente inutilizzato quaggiù, niente! Solo le ossa per un po’ di tempo, ma con la ricevuta per andarle a riprendere il giorno della risurrezione. Abbiate l’umiltà di capire questo: che senza l’umiltà non si sale. Il principio per cui i palloni aerostatici salgono è che abbiano dentro un gas più leggero dell’aria, altrimenti non salgono. E così è anche per noi: dobbiamo avere l’umiltà di tendere le mani a tutte le cose. Oltretutto diventeremo anche più simpatici agli altri.

GREORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO – 2° Corso di esercizi spirituali (2)

IL MAGISTERO IMPEDITO

2° corso di ESERCIZI SPIRITUALI (2)

Nostra conversatio in cœlis est

[G. SIRI: Esercizi spirituali, Ed. Pro Civitate Christiana, Assisi, 1962] –

2. Il fine della vita

Facciamo la meditazione sul fine perché è la meditazione fondamentale degli Esercizi Spirituali. Vi accorgerete che il primo passo per far sì che conversatio nostra in cœlis sit è quello di portare l’idea del fine della nostra vita ad agitare tutte le nostre azioni. È il primo passo, e bisogna farlo bene. Ecco quindi la trama della meditazione e il raccordo di essa al tema generale degli Esercizi Spirituali. Il fine della nostra vita è Dio. Noi dobbiamo ritornare a Lui e portare con noi tutto quanto Egli ci ha dato; ma dobbiamo riportare tutto con il reddito che Egli giustamente ci richiede. Dobbiamo ritornare a Dio. Che il tempo scorra, ve ne siete accorti. È vero che fino ai 20 anni scorre come l’acqua di certi fiumi che non si sa se vadano avanti o indietro. Scorre a un altro modo dopo i 20 anni; allora il fiume, sì, è ancora in pianura, ma a guardare l’acqua, ci si accorge che cammina. Scorre a un altro modo dopo i 30, e allora si ha l’impressione dell’acqua allorché incontra i piloni dei ponti. L’avete mai notato? Fa i baffi l’acqua, allora. E così anche lo scorrere del tempo nella vita degli uomini: a un certo momento entra in cateratta, salta. Che noi dobbiamo ritornare a Dio, lo sappiamo tutti, e l’argomento non ha bisogno di essere troppo rimenato; ma dobbiamo tornare a Dio con tutto quello che Egli ci ha dato. Ci ha dato la vita e, nella vita, ci ha dato il tempo, che è l’articolazione della vita. Il che vuol dire che il tempo bisogna riportarglielo tutto. Non c’è una frazione di tempo che noi possiamo legittimamente abbandonare giù per le scarpate delle strade, siano esse poco o molto rilevate. Ci ha dato l’intelligenza che dobbiamo far funzionare a un certo modo. Ci ha dato la volontà, facoltà motiva. Insomma, dobbiamo tornare a Dio con tutto; non possiamo ritornare a Dio disarticolati, monchi, con una gamba sola, con un occhio solo. Materialmente potrebbe anche essere così, ma spiritualmente non possiamo ritornare a Dio diversi da come Lui ci ha fatti. Ma non basta riportargli quello che Lui ci ha dato. Dobbiamo riportarlo a Lui col reddito, ossia coi frutti. Voi sapete che frutto è qualunque atto buono, qualunque atto che non sia cattivo, perché per gli uomini svegli non si danno atti praticamente indifferenti. Ecco che cosa vuol dire fine. È questo il primo punto della nostra meditazione. Bisognava richiamare questi elementi senza dei quali non si poteva costruire un discorso. Ora avviciniamoci bene a quello che c’è di profondo nel raccordo con il tema generale. Il fine agisce tanto quanto è presente. – Ecco il secondo punto della meditazione. Il fine è l’ultima cosa che si raggiunge, d’accordo, ma la contemplazione di esso è quella dalla quale si deve partire. Se non si parte da quella, allora si vagola, manca la costruzione, manca il legamento delle pietre nell’edificio, manca l’architettura, manca la bellezza. E manca la gioia. Dio ci ha forniti di un dispositivo che ci avverte automaticamente di quando noi siamo veramente a posto. E il dispositivo è il funzionare in noi della gioia, pacata e costante anche nel dolore. La gioia pacata e costante che non è il divertimento, che non è la varietà, che non è il sussulto clamoroso che copre altri disturbi. No, quando essa c’è, è segno che siamo per la strada giusta. La gioia serena, pacata, costante, imperturbabile è un cielo che si stende sopra di noi. Ebbene tutto questo può esserci a un patto: che il fine sia presente. Quando il fine della nostra vita — Dio, il nostro ritorno a Lui, la pace eterna, la vera vita — è reso presente, allora c’è uno stimolo per tutte le azioni, c’è un talismano con il quale si cambia volto a tutto ciò che in questo mondo è brutto, col quale si riduce a espressione splendida tutto quanto in questo mondo è deforme. E allora tutto diventa piacevole, non perché si debbano cercare le cose piacevoli, siamo sulla via della croce, ma di fatto è così e ringraziamone Iddio. – Ma credete voi, ed eccoci al secondo punto, che la presenza del fine consista semplicemente e puramente nel fatto di averlo in testa? Credete che basti dire: Io dovrò ritornare a Dio, devo riportare a Dio tutto quello che mi ha dato, per di più debbo riportargli il reddito, come Lui stesso ha detto nella parabola dei talenti? Vi credete che sia solo questo? Eh, no! Qui arriviamo a qualcosa di un po’ più difficile. Perché la presenza del fine sia quella che deve essere nell’anima nostra, bisogna avere un’idea della sua trascendenza. Quando si parla di Dio e delle cose divine, le nostre idee sono puramente e semplicemente analogiche. L’analogia è il concetto più grande che sia a nostra disposizione per intendere e, dove si può, capire la teologia. Le nostre idee sono analogiche. Cosa vuol dire questo? Vuol dire che le nostre rappresentazioni delle cose di Dio in parte sono aderenti a quello che rappresentano e in parte no. Per la parte in cui non sono aderenti, le nostre idee, che sono tutte analogiche, non è che siano false, le possiamo rendere vere, ma sono inadeguate. Le capacità nostre, finite, limitate come sono, non riescono a estendersi tanto quanto le cose eterne. Rimangono lì, senza vita e senza fiato, non possono andare oltre! Notate che tutte le rappresentazioni che noi ci facciamo delle cose divine sono soggette alla legge dell’analogia. Come facciamo allora a far sì che le nostre idee analogiche rimangano vere, cioè che per quella parte in cui non si adeguano all’oggetto che rappresentano evitino di essere false? Ricordando che tutto quello che è bello e buono è in Dio, e che tutto quello che è difetto non è in Dio, e sapendo che tutto quello che noi rappresentiamo di Dio va riportato all’infinito; sapendolo, anche se questa operazione non può essere eseguita, perché la operazione dell’infinito noi non possiamo eseguirla. Ma sappiamo che esiste, e la affermiamo, e allora le nostre idee intorno a Dio diventano vere. Rimangono analogiche, ma sono vere! E allora si può soffiare dentro ai nostri desideri e ingigantirli e prendere tutte quelle cose che sono velleità e dare loro la caratteristica delle volontà. Si può prendere tutto quello che fu desiderio di tutti i tempi e di ogni luogo e di ogni anima che visse sulla terra, e dire che tutto va al di là, perché le rappresentazioni nostre sono soltanto analogiche. E quello che io avrò, e quello che troverò in Dio va al di là della mia stessa capacità di pensare. E questa capacità di pensare non la esaurirò mai, perché tutti gli elementi che mi verranno in mente saranno semplicemente simbolici, cioè pedane di lancio per gettarmi verso l’infinito. Il fine deve essere presente così: come se accanto alla tua affermazione sì levasse un’ombra che dicesse: ma tu non vedi, tu non sai. Ecco che cosa significa la presenza del fine nella nostra vita. – E veniamo al terzo punto della meditazione. Dobbiamo finalizzare la nostra vita. Vi accorgerete più tardi che cosa significhi finalizzare; quale impegno costituisca, quale luce ci dia questa parola quando venga bene analizzata, come ci presenti straordinariamente chiaro il prospetto della nostra vita, di quello che la nostra vita deve essere. Cosa vuol dire finalizzare la vita? Vuol dire usare tutti quegli espedienti tattici, quell’arte che è un complesso di regole, perché il fine della nostra vita sia sempre presente e porti come un tocco d’arte a tutte le cose banali che noi facciamo ogni giorno. Come si fa a sensibilizzare la nostra vita nel fine? Voi direte: anzitutto pensare molto al fine della nostra vita. Voi certamente non penserete che ciò consista nel dire dalla mattina alla sera a noi stessi: Ehi, attento al fine! Di questo passo non si vivrebbe più. È chiaro che la finalizzazione deve avvenire in altra forma, più umana, più fattibile, che non porti con sé il problema di salire a ogni istante un gradino più alto della nostra statura. E allora da che cosa è data la finalizzazione della nostra vita? È data da questo: tappezzare i muri nostri di quel che riguarda Iddio. Vedete, entrando, io guardavo la facciata della vostra chiesa e leggevo alcune lapidi: « Et Verbum caro factum est…. et habitavit in nobis » ; « I Magi trovarono Gesù con Maria sua Madre e l’adorarono ». Che dappertutto, come avete fatto qui, ci siano immagini sacre, ci siano parole sacre: accettatele, abbracciatele; sono strumenti di finalizzazione della vita. La preghiera dell’offerta, che certamente voi fate al mattino e alla sera, è strumento di finalizzazione della vita. La preghiera, tutta la preghiera è strumento di finalizzazione. Ma c’è un punto: la ricerca dell’intenzione attuale. Voi sapete che cos’è l’intenzione: l’intenzione è la ragione per cui si fa una cosa, è il motivo della cosa. Allora lo sforzo per finalizzare la nostra esistenza è quello di vivere a occhi aperti, cioè di acquistare l’abitudine di sapere perché si fa questo, perché si fa quest’altro, anche nelle cose più banali. Bisogna che noi tendiamo a eliminare le azioni incolori, cioè quelle delle quali non si vede perché si fanno. Perché ora sto scambiando quattro parole con questa persona? Perché debbo essere cortese. Perché continuo a parlare? Perché ne ho bisogno; mi accorgo che se non parlo un po’, si rabbuia qualche cosa nella mia vita. Questo vuol dire concretare la intenzione. Si comprende allora l’opera di purificazione, di rettitudine dell’intenzione. Si arriva a finalizzare veramente la vita. La rettitudine dell’intenzione si verifica quando si vuole il fine naturale di ciò che si compie e non se ne vuole uno che sia innaturale, disonesto o contorto. Allora si finalizza veramente la nostra esistenza. Lo vedete allora il quadro della vita? Entrarvi sempre con la testa, con la intelligenza, non con la testa fra le nuvole. Ricordate, ho premesso che conversatio in cœlis non significa vagare per aria e finire nella luna, ma è invece l’unico modo per tenere i piedi sulla terra. Ve ne state accorgendo, no, che cosa vuol dire finalizzare la nostra vita, e cioè rendere presente ad essa l’ultimo fine sicché spiritualmente sempre ci si trasferisca là, a quel livello, e si raggiunga quell’altezza? Vuol dire vivere ogni momento impiegando tutto il tempo con la coscienza di quello che si fa, con la visione della strada che si deve percorrere, piccola o grande che sia — non parlo soltanto delle grandi strade maestre, parlo anche dei viottoli — con la visione del valore che hanno le più piccole azioni accanto alle più grandi. Ora io celebrerò la S. Messa e voi vi assisterete; dopo andremo a fare colazione. Anche quella bisogna finalizzare e, finalizzandola, diventa una divina liturgia. Ho notato che vi siete messi a cantare prima di mangiare. Bene, anche gli antichi monaci facevano così e cantavano, come cantano ancora, una lunga preghiera in modo che anche il prendere cibo sia una cosa bella, e mentre è una comunione con le creature che si prestano a noi per diventare qualcosa di noi, sia anche una comunione con le ragioni più alte che presiedono alle creature. Una sorta di comunione nell’ordine, perché anche la cosa più materiale che noi possiamo fare, come è quella di mangiare, sia una cosa bella e sia pure questa nella rettitudine e nell’ordine. – Perché, quando avviciniamo persone che sono sante, abbiamo l’impressione che tutto sia nell’ordine, che tutto sia bello, che tutto sia come il velluto, pur sentendo sotto il velluto un’anima di ferro? Noi abbiamo quell’impressione perché queste anime hanno finalizzato tutta la loro vita, non hanno lasciato che qualche cosa scioperasse, che divagasse, che prendesse direzioni senza criterio, senza ordine e legamento alcuno. È la bellezza della vita, questa! Finalizzarla! Anche perché, finalizzandola, si sa dove si va. E tutto diviene grande, così, tutto. Perché dove arriva la luce, arriva Iddio che l’ha creata; dove giungono le creature, giunge Iddio che le ha create; dove arriva l’energia, il movimento, arriva Iddio che l’ha creato. Non ci sono cose piccole, cose che siano in sé stesse, ontologicamente parlando, brutte. Ora finalizziamo bene quello che stiamo per fare, la S. Messa. Tornerà Gesù Cristo, e tornerà nella forma più vicina, più accessibile a noi, più grande e più amorevole, che è quella del SS. Sacramento, presente sull’altare. Ma ricordiamoci che in altra forma, certo minore, Cristo ritorna dovunque e sempre se la nostra conversazione è nei cieli.

S. S. GREGORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO – 2° corso di esercizi spirituali (1).

Anche quest’anno iniziamo con il meditare un corso di esercizi che S. S. Gregorio XVII [già Cardinal G. Siri] proponeva a suo tempo a giovani operatori pastorali. Abbiamo tutti da apprendere dalle parole di S. S., il cui Magistero fu impedito dalle forze del male insediate fin sul soglio di Pietro con una serie di impostori, veri Simon Mago, al posto di Simon Pietro. Che le sue parole siano per noi “piccolo gregge”, in questo nuovo anno, uno stimolo di crescita spirituale fattivo, di desiderio ardente del Regno dei Cieli, in attesa della venuta del Nostro Signore Gesù Cristo.

S. S. GREGORIO XVII:

IL MAGISTERO IMPEDITO

2° corso di ESERCIZI SPIRITUALI

Nostra conversatio in cœlis est

[G. SIRI: Esercizi spirituali, Ed. Pro Civitate Christiana, Assisi, 1962] –

– 1. Nostra conversatio in cœlis est

Il tema dei nostri Esercizi Spirituali è questo: « Nostra conversatio in cœlis est » (FILIPP. III, 20).

E cioè il nostro trattenimento, il nostro ambiente, la nostra vita, la nostra mentalità sta nel cielo. Ma non basta fare una traduzione alquanto libera come è quella che ho fatto io: bisogna dare una certa giustificazione dell’argomento. In sostanza, quando si dice « Nostra conversatio in cœlis est » che cosa s’intende? Che mentre coi piedi si sta in terra, con la mente e col cuore si sta già in cielo. È tutto qui. – Ora con questi Esercizi io voglio dire a me stesso e a voi: Prendiamo il coraggio a due mani, non stiamo alle mezze misure, in cielo andiamoci ora. E la vita pensiamola, misuriamola, conduciamola, coloriamola come tutte queste cose possono essere fatte di là. Portiamo e spostiamo questa nostra esistenza coraggiosamente e risolutamente là. Non crediate che vivere con l’anima in cielo sia cosa impossibile. Naturalmente andrà fatta “humano modo”, ma non è impossibile. Anzi, è l’unica cosa che veramente risponde all’appello del Signore: « Dove sono io, voglio che siate anche voi ». Dove sono io. Si tratta forse di una delle parole più impegnative e più forti che Nostro Signore abbia mai dette. Non si tratta di una cosa impossibile, si tratta semplicemente di una cosa decisa. Tenere il piede in due staffe non si può. Stare tutto dalla parte di Dio, stare tutto e soltanto dalla parte delle cose soprannaturali, stare tutto e soltanto dalla parte della fede, dello spirito di fede, significa avere la testa in cielo. Sarete voi in grado di misurare il livello di possibilità di tutto ciò? Ma di una cosa siate e certi e sicuri: che si tratta nient’altro che di un atto decisivo, da Cristiani. Non sono venuto a parlarvi di doni carismatici, non sono venuto a dirvi che dovete divenire delle Sante Terese o dei San Giovanni della Croce. Sono venuto a dirvi quello che tutti i Cristiani possono fare e debbono fare. Perché noi che siamo del clero o apparteniamo a pie associazioni, potremmo avere l’impressione di essere diversi dai buoni Cristiani. Ma badate che quando avremo fatto tutto quello che possiamo immaginare o pensare, noi saremo soltanto dei buoni Cristiani e niente di più. – Perché ho scelto questa linea? Non penserete che sia per non ripetere le cose che ho già detto altre volte. No, non mi guida la preoccupazione dell’originalità. Ma chiedendo a me stesso di che cosa avessi bisogno, ho dovuto rispondermi questo: che arrivato ormai alquanto al di là del “mezzo del cammin di nostra vita”, in cielo è bene che ci vada già mentre sono qui, tanto per assicurare le cose, senza aspettare che venga sirocchia morte a prendermi. Perché, se mai, dirò come il Giusti: « Quando arriverà lei, me ne andrò io ». E ho pensato che era meglio che la mia vita la portassi lassù, anche perché sono profondamente convinto che quello sia l’unico modo per essere veramente concreti, pratici e concludenti nella vita terrena. – Conversatio nostra in cœlis est. Questo il motivo adeguato a me. Ora espongo i motivi per cui tale linea può adeguarsi a voi. Non che il motivo che va bene per me non possa andar bene per voi. Ditemi: lo sapete se siete giunti o no a “mezzo del cammin di vostra vita”, anche voi più giovani? Non sapete un bel nulla. Potreste essere a un quinto, potreste essere alla vostra ventitreesima ora. E tutti possiamo essere alla ventitreesima ora. Quindi la ragione che va bene per me va bene anche per voi. Ma vi sono ragioni universali che forse non è male ricordare qui. – La prima: in questo mondo tutto va male. Non nel senso che non vi sia del bene; ce n’è moltissimo, ma nel senso che le grandi linee di questo mondo indicano uno scivolare. Non so se abbiate presente il messaggio natalizio del 1956 di Pio XII. – Il succo di quel messaggio che il mondo non ha capito del tutto, e se ne pentirà, è questo: Badate, o uomini, voi vi siete costruiti la macchina, avete studiato non per diventare migliori voi, ma per farvi delle macchine; ci siete riusciti e la macchina è già la vostra padrona. Ci sono delle frasi in quel messaggio che alludono a qualche cosa di più, che credo di poter tradurre così, sperando di non alterare il pensiero del grande Pontefice: Della macchina voi vi siete fatti il criterio e il modello della vostra vita; ormai la vostra vita la conducete, la dosate, la sistemate, la metodicizzate, la coartate, la irrigidite come si dispongono, si irrigidiscono, si coartano le macchine. Le costituzioni degli Stati hanno un’unica tentazione: di diventare il disegno di una macchina. Il marxismo è nient’altro che il grande disegno di una macchina, i cui pezzi di montaggio sono gli uomini. Gli uomini non godono più della natura, ed è inutile che si facciano venire le lacrimette a sentire il Cantico delle Creature. Il sole non lo vedono neppure. Le stelle. Oh, hanno persino rubato il nome alle stelle! È su linee sbagliate il mondo. Certamente sotto ci sono tante cose buone, perché il disegno di Dio non si tradisce mai, perché la potenzialità che Dio ha messo nei cuori degli uomini non si inaridisce mai. E poi c’è la grazia di Dio, c’è la vita sotterranea della Chiesa, ma quello che è il « mondo-mondo », quello del quale N. S. Gesù Cristo ha detto: « totus in maligno positus est », quello scivola male. La seconda: tutto quello che il « mondo-mondo » fa, prende la modulazione del canto di una sirena, e c’inghiotte. Io dovrei invitarvi a riconoscere probabilmente nella vostra, nella nostra vita, delle tristezze, delle incertezze, dei dubbi, che sono nient’altro che l’aver accolto la stimolazione, la suggestione, lo spavento che incute questo mondo-mondo stolto. Notate che dico mondo-mondo quasi a riecheggiare la frase scolastica « reduplicative », e quando dico mondo-mondo, sia inteso una volta per sempre, mi riferisco a quello del quale parla N. S. Gesù Cristo, cioè l’insieme dei peccati e tutto ciò che precede, stimola e consegue al peccato. Questo è il mondo, e noi siamo tutti nel pericolo di ricevere per osmosi tutto quello che di venefico ha il mondo. Allora è come se si dicesse: Non ci accorgiamo noi che stiamo in una cantina? Sì, un po’ di luce viene perché ci sono delle feritoie, però avvertiamo che vi sono delle esalazioni venefiche, c’ è una conduttura di metano che perde, qui non ci si sta bene, a lungo andare ci si intossica. Se uno accende un fiammifero, si salta all’aria tutti. – E con questo discorso che si conclude? E volete continuare a stare in cantina? Prendiamo la scala e andiamo al piano di sopra: nostra conversatio in cœlis est. Ecco perché propongo a voi di ragionare in quest’ordine. Dobbiamo arrivare a piazzarci lassù. Come si fa? Che cosa guadagneremo? Attenti, questo, tradotto in linguaggio povero, è: Prendiamo la scala, facciamo presto, andiamocene al piano di sopra. Qui sotto non ci si sta bene. Saliamo: nostra conversatio in cœlis. Nei momenti in cui nella storia della Chiesa, ci è stata questa intuizione profonda, come di un’alluvione che sommergesse le cose, moralmente parlando, a che cosa abbiamo assistito? A questo movimento: prendere la scala e andare al piano di sopra. Sempre! – Secolo III – Quando la infiltrazione dei culti orfici e misteriosofici dell’Asia aveva portato all’ultima decantazione oscena il culto degli dei nell’area greca e soprattutto in Egitto, davanti a questa alluvione di miseria infernale, uomini a torme immense sono fuggiti e sono andati a contemplare il cielo nel deserto. E così sono nate le laure: il deserto della Tebaide accolse fino a 3000 monaci. – Quando caduto l’Impero parve oscurarsi il mondo, e tutto stemperare i propri colori nell’acquosità ormai oscura del crepuscolo, allora esplose il fatto del monachismo nella Chiesa. E il mondo fu per secoli, di fatto, retto da monaci. Era la Chiesa, certo, ma il più grande strumento che ebbe la Chiesa, allora, furono i monaci. La vera prima capitale d’Europa, dal punto di vista politico, si chiama Cluny. Gli uomini un’altra volta presero la scala e andarono al piano di sopra. Questa è una interpretazione di tutta la grande epoca, anzi epopea monastica. E noi ora, che cosa stiamo a fare? – Ho veduto oggi una cosa che mi ha divertito immensamente. Passavo in treno accanto alla stazione di Arezzo e ho indovinato che al di là della stazione doveva esserci un campo da gioco, piuttosto miseretto. Non lo vedevo: indovinavo le ultime scalee. E questo era spettacolo comune. Ma l’altro spettacolo era questo: accanto c’era un viale, con alberi mezzo stecchiti dal fumo della stazione, miseri, spogli di foglie, ed erano tutti addobbati di uomini saliti lassù per guardare la partita. Da quanto tempo quegli uomini erano lassù? Quanto vi sarebbero rimasti? Io li guardavo, e poi pensavo che poco più in alto c’era un pinnacolo ardito, quello della cattedrale di Arezzo, e mi chiedevo se mai a quell’ora ci fosse una folla a cantare il Vespro. Probabilmente no. – Che cosa stiamo a fare? Tutte le cose così, ridotte a un circo, all’imitazione dei clown. Tutte le cose così, appese a degli alberi spogli, nel freddo già invernale, nel pizzicore del vento gelido che scendeva dalle vette nevose di Pratomagno, del Casentino, del Monte Falterona laggiù in fondo. Bisogna prendere la scala e andare al piano di sopra: nostra conversatio in cœlis est. Allora la vita è un’ altra cosa, e può essere anche una cosa piacevole, meravigliosa, non dimenticando mai che può essere bella e meravigliosa anche quando è al colmo della sofferenza. Gesù Cristo in croce fu, come uomo, al colmo della sofferenza e al colmo del gaudio, perché aveva la visione beatifica: uno dei grandi misteri dell’Incarnazione. Ma la stessa cosa, fatte le dovute proporzioni, può accadere anche a noi. È una bella cosa vivere in terra, ma di lassù si ha una prospettiva diversa. – Che cosa è la tristezza? È quella cosa che documenta agli uomini che la loro conversatio non è in cœlis. La noia: è la stessa cosa. I dubbi, le incertezze, il fastidio, la stanchezza morale sono gli elementi che nel pellegrinare terreno documentano agli uomini, perché lo capiscano, che la loro conversatio non è in cœlis. – I santi Angeli, quelli che la vostra mente trova allorché pensa lassù, in cielo, accompagnino il vostro primo sonno di questi SS. Esercizi e vi facciano intendere qualche cosa delle celesti melodie, perché possiate sapere che è dato a noi, vivendo quaggiù, di stare già lassù, con vantaggio infinito del merito nostro e dei nostri fratelli. Lo immaginate come sono gli occhi di un uomo la cui conversazione è in cielo? Qual è la serenità, la letizia, anche nella prova e nei giorni bui, di una creatura la cui conversazione è in cielo? Forse e senza forse ne conoscerete. Che cosa irradiano intorno a sé queste creature? Dove passano, avvengono cose di cui non si accorgono, ma avvengono. Che cosa sarà il vostro apostolato domani, se conversatio vestra in cœlis erit? È bello pensarlo, ma abbiamo cinque giorni per volerlo.