UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO IX – UBI URBANIANO

Con questa lettera enciclica, S. S. Pio IX, denuncia i soprusi e la violenze perpetrate nella nobile e cattolica Polonia dalle autorità russe che opprimevano con ogni mezzo e pretesto la popolazione locale, ed in particolare i cittadini ed i prelati cattolici. Ancora una volta la Chiesa è oppressa, perseguitata, violata nelle sue prerogative, la fede irrisa ed orientata a seguire gli errori dello scisma di Fozio, il culto proibito o impedito, le Autorità episcopali cacciate, tormentate ed impedite nelle loro sacre funzioni, ostacolate nelle comunicazioni con la Santa Sede, i fedeli impossibilitati a rendere culto a Dio e a procacciarsi i beni spirituali loro necessari per la salvezza. Il Santo Padre, addolorato ed affranto per tanto ingiustificato accanimento, per tutti ha una parola di conforto e di esortazione a resistere citando, tra le altre, le parole dell’Apostolo Paolo ai Romani …”le sofferenze attuali non sono equiparabili alla futura gloria che si rivelerà in noi“. Un duro ammonimento viene rivolto ai governanti ed alle autorità civili che servono, attraverso le conventicole occulte, le potenze del male, citando le espressioni bibliche del libro della Sapienza « … Poiché vi fu dato dal Signore il potere, e vi fu data la virtù dall’Altissimo, che esaminerà la vostra opera e scruterà i vostri pensieri; poiché, essendo ministri di quel regno, non avete giudicato con rettitudine né custodito la legge di giustizia né avete camminato secondo la volontà di Dio, presto avrete una visione orrenda, poiché durissimo sarà il giudizio su coloro che comandano: all’umile si concede misericordia, i potenti invece subiranno crudeli tormenti” (Sap. VI, 4-7). Ma le espressioni più incisive, ammonimento adatto tuttora per i nostri giorni, sono le seguenti: « … i popoli, quando siano stati distolti dalla santissima nostra Religione e dalla sua benefica dottrina, dall’obbedienza dovuta a Dio, alla sua Chiesa e alle sue leggi, dalla libertà di comunicare con questa Santa Sede, si lasciano corrompere dai vizi e dagli errori più perniciosi e perciò, perduta la pietà e il timor di Dio, deposto il soave giogo della Religione e del tutto reietta l’obbedienza che si deve a Dio e alle leggi della sua Chiesa, si degradano miseramente in una vita e in un comportamento licenziosi: procedendo nell’empietà secondo i loro desideri, disprezzano il potere, bestemmiano la sovranità, insorgono contro i Principi e ad essi negano obbedienza. » Sono parole che non sono state seguite né allora né tanto meno ai giorni nostri, e le conseguenze funeste, profeticamente annunziate con largo anticipo dal Santo Padre, sono sotto gli occhi di tutti: vizi ed errori perniciosi di ogni genere, degradazione morale e nei costumi fino a giungere al livello delle bestie feroci ed immonde, libertinaggio sfrenato, licenziosità ed empietà in ogni ambito della vita sociale, disobbedienza alle leggi naturali, morali, civili con disprezzo di ogni autorità … in questo caso non ha funzionato il proverbio antico: “uomo avvisato, mezzo salvato!” E noi oltretutto rischiamo la perdita dell’anima e la dannazione eterna, guidati come siamo, non solo da governanti inetti e corrotti, burattini del potere satanico mondialista, ma soprattutto da lupi rapaci mascherati da agnelli, da finti pastori che aprono e spalancano l’ovile ad ogni bestia onnivora, da marrani indomiti strumenti del demonio che tutto vuol rovinare, distruggere e condurre con sé negli inferi. Ma per noi Cattolici che confidano in Dio, nel Cristo Redentore, nella felicità eterna, nulla ci può essere più dolce che la persecuzione per il nome di Dio e del suo Cristo, evento che spiana la via al cielo ed alla felicità eterna …  le sofferenze attuali non sono equiparabili alla futura gloria che si rivelerà in noi …

S. S. Pio IX

Ubi Urbaniano

Venerabili Fratelli, allorché nel Collegio Urbaniano per la propaganda della fede, in questa Nostra alma città, il 24 aprile scorso, sacro a San Fedele da Sigmaringa, invitto martire di Cristo, Ci siamo energicamente lamentati della infelice e non mai abbastanza deplorata condizione del Regno di Polonia e della inconsulta sommossa ivi sorta contro il potentissimo Principe, abbiamo anche reso noto che avevamo letto nei giornali che dal Governo Russo erano stati presi i più severi provvedimenti non solo per soffocare quella insurrezione, ma anche per estirpare gradatamente da quel Regno la Religione Cattolica. E ad un tempo abbiamo dichiarato che queste tristi notizie attendevano di essere confermate senza alcun margine di dubbio e con maggiore autorità, dato che non sempre si può dare credito ai giornali ufficiali. Ora però Ci sono state recate molte testimonianze degne di fede per cui, con inenarrabile dolore dell’animo Nostro, Venerabili Fratelli, abbiamo avuto conferma che sono proprio vere le vessazioni a cui il Governo Russo sottopone ogni giorno di più la Chiesa Cattolica, i suoi ministri e i suoi seguaci. – Ci è stato dato per certo, infatti, che quel Governo, già da molto tempo ostile alla Chiesa Cattolica, cercando di trascinare tutti nel più esiziale scisma, prende a pretesto la sollevazione per perseguitare crudelmente in tutti i modi la santissima nostra Religione e tutti i Cattolici. Perciò non è mai stata pienamente attuata la Convenzione stipulata con Noi e con questa Santa Sede; sono stati disattesi i pubblici accordi per la tutela della Religione Cattolica nel Regno di Polonia; sono stati emanati molti decreti e leggi assolutamente contrari agli interessi cattolici; lo stesso Governo inoltre non ha mai rinunciato a proibire gli scritti cattolici e a diffondere libri e giornali quanto mai contrari alla dottrina Cattolica, rivolti ad offendere il Vicario di Cristo in terra e questa Apostolica Sede, e soprattutto a corrompere il popolo polacco; non ha desistito dall’intralciare ogni comunicazione con Noi e con questa Sede Apostolica; dall’imporre un giuramento contrario alle leggi divine; dal sobillare il popolo contro i Sacerdoti cattolici; dal proibire che si predichi e si insegni la differenza che corre tra la verità cattolica e lo scisma; dall’impedire, minacciando gravissime pene, che qualcuno si sottragga allo sciagurato scisma e ritorni in seno alla Chiesa Cattolica. – Ne deriva che i Religiosi sono cacciati dai loro conventi; che i loro monasteri sono trasformati in alloggi militari; che i Vescovi Cattolici sono strappati alle loro Diocesi e mandati in esilio; si impedisce agli innumerevoli Cattolici di rito greco, già da tempo con subdole macchinazioni tratti a forza nello scisma, di ritornare in grembo alla Chiesa Cattolica, come vorrebbero. Anche molti Cattolici di rito latino sono strappati alla Chiesa Cattolica soprattutto mediante matrimoni misti, e i bambini orfani di genitori cattolici sono relegati in lontane regioni con il pretesto di proteggerli; sono sottratti al culto cattolico ed esposti al pericolo dello scisma; innumerevoli Cattolici di ogni ceto, età, sesso e condizione sono crudelmente oppressi e deportati in lontanissime terre; i templi dei Cattolici sono demoliti, profanati e adibiti al culto acattolico o a presidi militari; i Sacerdoti cattolici sono vessati in modo miserando, spogliati dei loro beni, ridotti a squallida povertà, cacciati in esilio o in carcere e perfino uccisi perché non hanno rinunciato a portare il soccorso e il conforto del sacro Ministero ai feriti in battaglia e ai moribondi. Inoltre, tanto i Preti che i laici esiliati sono privati di ogni conforto e aiuto della santissima nostra Religione, e ai Cattolici di Lituania non è consentita altra scelta che di andare esuli nelle più lontane regioni o di staccarsi dalla Religione Cattolica. Questi ed altri deplorevoli soprusi vengono continuamente perpetrati dal Governo Russo contro la Chiesa Cattolica. Perciò Noi, afflitti da immensa angoscia, non possiamo trattenere le lacrime vedendo Voi, Venerabili Fratelli, e i diletti figli Cattolici esposti a tutte le crudeli persecuzioni con le quali quel Governo cerca di trascinare in una crisi estrema la fede e la Religione Cattolica, sia nel Regno di Polonia, sia nelle altre regioni di quell’impero. – Inoltre, in questa ferocissima guerra condotta dal Governo Russo contro la Chiesa Cattolica, i suoi sacri diritti, i suoi ministri e i suoi interessi, siamo costretti a deplorare un altro atto temerario, prima d’ora inaudito negli annali della Chiesa: quel Governo non solo ha mandato in esilio in lontane regioni il Venerabile Fratello Sigismondo, insigne e lodato Arcivescovo di Varsavia, strappandolo al suo gregge, ma anche non ha esitato a privare quel Venerabile Fratello dell’autorità e della Giurisdizione Episcopale sulla Diocesi di Varsavia e a impedire che alcuno da quella Diocesi potesse comunicare con lui; e neppure si è fatto scrupolo di sostituirlo, come amministratore della Diocesi, con il diletto Figlio Paolo Rzewuski, suo Vicario generale, già da Noi eletto Vescovo di Prusa nel paese degli infedeli, e designato come suffraganeo del Vescovo di Varsavia. Non ci sono parole, Venerabili Fratelli, per riprovare e detestare simile azione. E chi non si meraviglierà sapendo che il Governo Russo è giunto al punto di affermare il falso, e di privare i Vescovi (che lo Spirito Santo pose a reggere la Chiesa di Dio) della sacra autorità che fu loro concessa da Dio e che in nessun modo dipende dal potere laico, e di allontanarli dal governo e dalla amministrazione delle loro Diocesi? Mentre riproviamo e condanniamo questi fatti, affermiamo apertamente e chiaramente che nessuno può obbedire a tale disposizione, e che tutti i fedeli della Diocesi di Varsavia devono totale obbedienza al Venerabile Fratello Sigismondo, vero e legittimo Presule di Varsavia. – Non dubitiamo che il diletto figlio Nostro Paolo Rzewuski, memore del proprio dovere, niente affatto ossequente agli ordini del Governo Russo, continuerà a esercitare la funzione di Vicario generale che gli è stata affidata dal Venerabile Fratello Sigismondo, Arcivescovo di Varsavia, suo superiore legittimo, e gli obbedirà puntualmente in tutto. Ma invero, Venerabili Fratelli, mentre chiamiamo a testimoni il cielo e la terra, chiediamo ragione di tutto ciò che si è compiuto e si compie nel Regno di Polonia e negli altri territori dell’impero russo contro la Chiesa Cattolica, i suoi Vescovi, ministri, patrimoni, diritti e contro i diletti figli della stessa Chiesa; con insistenza protestiamo contro la persecuzione che il Governo Russo non rinuncia a infliggere alla Chiesa, tuttavia non vogliamo in alcun modo approvare le inconsulte agitazioni purtroppo sorte in Polonia. Tutti sanno con quanto zelo la Chiesa Cattolica abbia sempre inculcato il principio secondo cui ogni anima è suddita delle più alte potestà e tutti sono sottomessi all’autorità civile, e si deve in tutto prestare la debita obbedienza a quelle disposizioni che non contrastano con le leggi di Dio e della sua Chiesa. Perciò è assai deplorevole che quelle rivolte abbiano offerto al Governo Russo l’appiglio di tormentare e opprimere ogni giorno la Chiesa, sempre di più. – Mentre poi disapproviamo e condanniamo tali funesti sconvolgimenti dello stato cristiano e civile, altro non possiamo fare che convincere tutti i più alti Principi di fare in modo che, per quanto possono, non cadano su di loro quelle severe parole rivolte dalla divina Sapienza ai Re: “Poiché vi fu dato dal Signore il potere, e vi fu data la virtù dall’Altissimo, che esaminerà la vostra opera e scruterà i vostri pensieri; poiché, essendo ministri di quel regno, non avete giudicato con rettitudine né custodito la legge di giustizia né avete camminato secondo la volontà di Dio, presto avrete una visione orrenda, poiché durissimo sarà il giudizio su coloro che comandano: all’umile si concede misericordia, i potenti invece subiranno crudeli tormenti” (Sap. VI, 4-7). – Inoltre, con il più grande trasporto dell’animo Nostro, esortiamo e preghiamo tutti i sommi Principi perché comprendano e si rendano conto che i popoli, quando siano stati distolti dalla santissima nostra Religione e dalla sua benefica dottrina, dall’obbedienza dovuta a Dio, alla sua Chiesa e alle sue leggi, dalla libertà di comunicare con questa Santa Sede, si lasciano corrompere dai vizi e dagli errori più perniciosi e perciò, perduta la pietà e il timor di Dio, deposto il soave giogo della Religione e del tutto reietta l’obbedienza che si deve a Dio e alle leggi della sua Chiesa, si degradano miseramente in una vita e in un comportamento licenziosi: procedendo nell’empietà secondo i loro desideri, disprezzano il potere, bestemmiano la sovranità, insorgono contro i Principi e ad essi negano obbedienza. Per la verità, nell’immensa tristezza del Nostro animo per l’enorme congerie di mali che affigge Voi, Venerabili Fratelli, e i fedeli a Voi affidati, non poco ci conforta e consola la vostra nobile, costante virtù nel tutelare la Chiesa e nel sopportare per la Fede Cattolica tanti affanni e tribolazioni. Sapete bene che sono beati coloro che sono perseguitati per la giustizia; che è molto bello e glorioso sopportare offese in nome di Gesù e che si salva colui che saprà perseverare fino alla fine; perciò non dubitiamo che Voi, Venerabili Fratelli, confortati dal Signore e dalla potenza della sua virtù, continuerete con animo invitto a combattere animosamente per la difesa di Dio e della sua santa Chiesa, per la salvezza delle anime, ricordando che “le sofferenze attuali non sono equiparabili alla futura gloria che si rivelerà in noi” (Rm VIII, 18). Perciò Vi scriviamo questa lettera, e vieppiù nel nome del Signore sollecitiamo la vostra forza di Pastori nel sopportare tante angustie, e la vostra vigilanza sul gregge a Voi affidato, affinché non vogliate risparmiare mai nessuna cura, nessuna decisione, nessuna fatica, in modo che i fedeli a Voi affidati si guardino da ogni male, non si lascino intimorire da alcun pericolo e rimangano ogni giorno più saldi e immoti nella professione della Religione e nella Fede Cattolica, e non si lascino mai ingannare e trarre in errore dai nemici della fede e della Religione. Ammoniamo, esortiamo e preghiamo anche i fedeli a Voi affidati e a Noi carissimi, con tutto l’affetto paterno del Nostro cuore, affinché professino con grande fermezza la Fede, la Religione e la Dottrina Cattolica che hanno ricevuto per singolare benevolenza di Dio; perché stimino inferiore ogni altro bene; perché camminino con sollecitudine lungo i sentieri indicati da Dio, e si dedichino a tutte quelle opere che rivelano la carità verso Dio e verso il prossimo, e che si addicono perfettamente ai figli della Chiesa Cattolica. – Siate poi del tutto persuasi che Noi, in piena umiltà di cuore, giorno e notte, senza sosta, innalziamo fervide preghiere al clementissimo Padre di misericordia e al Dio di ogni consolazione perché Vi infonda dall’alto la virtù, Vi protegga con la divina sua destra, Vi custodisca e Vi difenda, sorga a giudicare la sua causa e sottragga la sua Chiesa da tutte le calamità che l’affliggono, confonda la superbia dei suoi nemici, abbatta con la sua onnipotenza la loro caparbietà, e sempre propizio effonda i fecondi doni della sua bontà sopra di Voi e i fedeli a Voi affidati. – E come auspicio di questi doni e come pegno sicuro della particolare benevolenza con cui Vi abbracciamo nel Signore, dal più profondo del cuore impartiamo amorevolmente a Voi, Venerabili Fratelli e a tutti i fedeli, ecclesiastici e laici, affidati alla vostra vigilanza, l’Apostolica Benedizione.

Da Castel Gandolfo, il 30 luglio 1864, anno decimonono del Nostro Pontificato.

DOMENICA V DOPO PASQUA (2019)

DOMENICA V DOPO PASQUA (2019)

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Isa. XLVIII: 20

Vocem jucunditátis annuntiáte, et audiátur, allelúja: annuntiate usque ad extrémum terræ: liberávit Dóminus pópulum suum, allelúja, allelúja [Annunciate la gioiosa notizia, che sia ascoltata, allelúia: annunciatela fino all’estremo della terra: il Signore ha liberato il suo pòpolo, allelúia, allelúia]

Ps LXV: 1-2 Jubiláte Deo, omnis terra, psalmum dícite nómini ejus: date glóriam laudi ejus. [Acclama a Dio, o terra tutta, canta un inno al suo nome: dà a Lui lode di gloria].

Vocem jucunditátis annuntiáte, et audiátur, allelúja: annuntiáte usque ad extrémum terræ: liberávit Dóminus pópulum suum, allelúja, allelúja [Annunciate la gioiosa notizia, che sia ascoltata, allelúia: annunciatela fino all’estremo della terra: il Signore ha liberato il suo pòpolo, allelúia, allelúia]

 Orémus.

Deus, a quo bona cuncta procédunt, largíre supplícibus tuis: ut cogitémus, te inspiránte, quæ recta sunt; et, te gubernánte, éadem faciámus. [O Dio, da cui procede ogni bene, concedi a noi súpplici di pensare, per tua ispirazione, le cose che son giuste; e, sotto la tua direzione, di compierle.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Jacóbi Apóstoli.

Jac. I: 22-27

Caríssimi: Estóte factóres verbi, et non auditóres tantum: falléntes vosmetípsos. Quia si quis audítor est verbi et non factor: hic comparábitur viro consideránti vultum nativitátis suæ in spéculo: considerávit enim se et ábiit, et statim oblítus est, qualis fúerit. Qui autem perspéxerit in legem perfectam libertátis et permánserit in ea, non audítor obliviósus factus, sed factor óperis: hic beátus in facto suo erit. Si quis autem putat se religiósum esse, non refrénans linguam suam, sed sedúcens cor suum, hujus vana est relígio. Relígio munda et immaculáta apud Deum et Patrem hæc est: Visitáre pupíllos et viduas in tribulatióne eórum, et immaculátum se custodíre ab hoc sæculo

Omelia I

[A. Castellazzi: Alla Scuola degli Apostoli; Sc. Tip. Artigianelli, Pavia, 1929]

LE BUONE OPERE

“Carissimi: Siate osservanti della parola, e non uditori soltanto, che ingannereste voi stessi. Perché se uno ascolta la parola e non l’osserva, egli rassomiglia a un uomo che contempla nello specchio il suo volto naturale. Contemplato, se ne va, e subito dimentica come era. Ma chi guarda attentamente nella legge perfetta della libertà, e persevera in essa, diventando non un uditore smemorato, ma un operatore di fatti, questi sarà felice nel suo operare. – Se alcuno crede d’essere religioso, e non frena la propria lingua, costui seduce il proprio cuore, e la sua religione è vana. Religione pura e senza macchia dinanzi a Dio e al Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle loro tribolazioni, e conservarsi incontaminati da questo mondo”. (Giac. 1, 22-27).

L’Epistola di quest’oggi è una continuazione di quella della domenica scorsa. S. Giacomo aveva insegnato che si deve accogliere con mansuetudine la parola di Dio. Ora insegna che questa parola bisogna metterla in pratica. Con il paragone di chi si presenta allo specchio, e se ne ritorna come prima, dice che chi conosce la dottrina cristiana e non la fa seguire dalle buone opere, fa cosa inutile: egli rimane come era prima che udisse la predicazione del Vangelo. Al contrario, sarà beato colui che, oltre considerare attentamente la dottrina del Vangelo, la fa seguire dalle buone opere. Indica, poi, alcune di queste buone opere, come: l’astenersi dalla mormorazione e l’esercizio della carità. Tutti dobbiamo essere persuasi della necessità delle buone opere, poiché, senza le buone opere:

1. Inganniamo noi stessi,

2. Ci burliamo della parola di Dio,

3. Non pratichiamo la vera religione.

1.

Siate osservanti della parola, e non uditori soltanto, che ingannereste voi stessi. Con queste parole San Giacomo vuol dire che s’inganna fortemente chi crede che ei possa andar salvi con la sola fede, senza darsi cura di conformare agli insegnamenti della fede la propria condotta. La fede è la base e il principio della nostra salvezza. Senza la fede non perverremo alla vita eterna; ma la Sacra Scrittura ci dice ripetutamente che non deve essere una fede morta; cioè, disgiunta dalle buone opere.S. Giovanni ci insegna che per arrivare alla vita eterna dobbiamo avere la cognizione del vero Dio e dell’unico Salvatore e Mediatore Gesù. « La vita eterna è questa, che conoscono te, solo vero Dio, e Gesù Cristo,mandato da te » (Giov. XVII, 13) ; ma ci insegna anche che « da questo sappiamo se lo abbiamo conosciuto, se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice che lo conosce e non osserva i suoi comandamenti è bugiardo » (1 Giov. II, 3-4). Chi non pratica le opere prescritte non ha, dunque, una conoscenza conveniente di Dio, e la sua fede, essendo una fede morta, non gli giova per la salute eterna. Gesù Cristo ci parla ancor più chiaramente: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli; ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Matt. VII, 21). E continua: « Adunque, chi ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà paragonato a un uomo avveduto che si è fabbricata la casa sulla pietra … E chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica sarà paragonato allo stolto che si è fabbricata la casa sulla rena » (Matt. VII, 24 …26)). Come è destinata alla rovina una casa senza fondamento, così, non sfuggiranno alla rovina irreparabile coloro che, sul saldo fondamento che è la fede in Gesù Cristo, non costruiscono l’edificio delle loro opere; cioè, non adattano la loro vita agli insegnamenti che derivano dalla fede in Gesù Cristo. « Perché— dice Egli di costoro — mi chiamate, Signore, Signore, e poi non fate quello che vi dico? » (Luc. VI, 46). Del resto, basta un po’ di buon senso per capire come s’ingannino coloro che credono di arrivare alla vita eterna senza le buone opere, se si considera che l’eterna felicità è data da Dio in premio a quelli che qui sulla terra lo hanno servito. Nella parabola della vigna, venuta la sera, il padrone dice al suo procuratore: « Chiama i lavoratori e paga ad essi la mercede» (Matt. XX, 8). La mercede è data alla fine del giorno, come prescriveva la legge: ma è data a quei che hanno lavorato. Nessun di quei che hanno ricevuto la mercede si era rifiutato di seguire l’invito del padrone che lo chiamava al lavoro. Chi avesse preferito rimanere sulla piazza ozioso, non avrebbe ricevuto la mercede. Alla fine della nostra vita verrà data l’eterna ricompensa a coloro, che, assecondando la grazia di Dio, avranno lavorato a servirlo; ma dall’eterna ricompensa resteranno necessariamente esclusi quelli che si rifiutano di lavorare per il Signore. Il Paradiso non è per i poltroni.

2.

S. Giacomo con una bella similitudine dice che chi ascolta la parola del Signore e non la mette in pratica rassomiglia a un uomo che contempla nello specchio il suo volto naturale. Contemplatosi, se ne va, e subito dimentica come era». Colui che si porta davanti allo specchio per osservare com’è il suo volto, e poi non si cura di far scomparire le macchie che vi ha notato, fa opera per lo meno vana. Lo stesso fa colui che si accontenta di udire la parola del Vangelo, ma non si cura per nulla di metterla in pratica.« La misericordia del Signore — dice San Leone M.— nei suoi comandamenti ci ha dato un magnifico specchio nel quale l’uomo possa riflettere l’interno della sua mente» (Serm. 49, 4). Che serve aver davanti alla mente, come in uno specchio, i doveri cui il Cristiano deve attendere, e poi, di questi doveri non curarsi per nulla? E non puòneppur scusarsi il Cristiano che assicura di non compiere opere cattive nella sua vita. « Poiché non operare il bene è già un far male. Dimmi, infatti, se tu avessi un servo che non rubi, non offenda, non contraddica, si astenga dell’ubriachezza e da tutto il resto, e stia continuamente seduto in ozio, e non compia nulla di quello che un servo deve fare per il suo padrone, non lo puniresti? » (S. Giov. Cris. In Epist. ad Eph. Hom. 16, 1). Il meno che si possa dire di lui è che è un servo inutile, che si burla della volontà del padrone. Parimenti è inutile la vita del Cristiano, che non prende sul serio la parola di Dio, cercando di conformarvi la propria condotta. Ogni Cristiano è un albero piantato da Gesù Cristo nella sua vigna, la Chiesa. La grazia dei Sacramenti, la parola di Dio, le ispirazioni, tendono a rendere fruttifero questo albero. Ma, sgraziatamente, tante volte i frutti non si vedono. Troverai foglie, fronde; indarno, però, cercheresti qualche cosa di più sodo. Un po’ di apparenza, un po’ di religiosità superficiale; ma virtù soda, provata, non la trovi. Che giudizio dare di quest’albero? Quello che ha dato Gesù del fico infruttifero: albero che ingombra il terreno (Luc. XIII,7). La parola di Dio deve produrre qualche cosa di più che una apparenza esteriore e ingombrante. Qualche atto religioso, l’assistenza alla Messa festiva, l’intervento a qualche solennità fanno credere a certuni d’essere religiosi nel pieno senso della parola. Ma se chi si esercita in queste opere, trascura gli altri obblighi imposti dal Vangelo non sfugge alla condanna che dà San Giacomo: La sua religione è vana. Qualche atto religioso non vuol dir tutta la Religione. L’ascoltar la parola di Dio in qualche caso, e nel resto non curarla, è un disprezzarla tutta.

3.

Religione pura e senza macchia dinanzi a Dio e al Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle loro tribolazioni, è conservarsi incontaminati da questo mondo. San Giacomo nomina in particolare il soccorso che si deve dare ai pupilli e alle vedove, perché sono le due classi di persone, generalmente, più bisognose. Ma è chiaro che le sue parole vanno oltre queste due classi di persone, e si estendono a tutti i nostri fratelli, chiunque essi siano, che hanno bisogno dell’opera nostra. Come è chiaro che l’opera nostra non deve limitarsi alle visite, ma esplicarsi per mezzo di tutti gli aiuti spirituali e materiali di cui il prossimo ha bisogno. E qui abbiamo davanti un campo vastissimo in cui tutti possiam operare, ciascuno secondo le proprie condizioni. Se ci rifiutiamo, non facciamo certamente onore alla nostra religione. Se la religione importa doveri verso il prossimo, importa principalmente doveri verso Dio. Il Cristiano che non volesse compiere questi doveri non può piacere a Dio, e la sua religione non è senza macchia all’occhio di Lui. Al compimento dei propri doveri verso Dio si oppone il mondo; e i Cristiani che vogliono servire a Dio in una religione pura e senza macchia devono conservarsi incontaminati da questo mondo. Chi non segue il mondo segue necessariamente Dio. Chi odia il mondo ama il Signore, lo prega, celebra le sue lodi, venera il suo nome, santifica i suoi giorni, fa ammenda delle offese che gli ha recato, e si adopera, per quanto sta in lui, di farlo amare anche dagli altri. Chi non segue la volontà del mondo, segue la volontà di Dio. La segue quando prescrive il distacco da quanto ci è caro, la segue quando ci prescrive azioni a cui la nostra indolenza vorrebbe sottrarci. La segue, anche se il mondo disapprova e ostacola. Chi non si accontenta di sapere a mente gli insegnamenti della Religione, ma cerca di fare quanto ha imparato, accumulerà di giorno in giorno un tesoro di buone opere che lo faranno accetto a Dio, e gli renderanno calmo e sereno il passaggio da questa all’altra vita. La mattina del 27 Agosto 1942 il Beato Cafasso venne chiamato al letto d’una giovane signora, gravemente inferma. Vi si era già recato altre volte, ma n’era stato corrisposto in malo modo dall’ammalata. Questa, fuggita giovanissima dalla casa paterna, aveva corse tutte le vie del vizio, rimanendone vittima. E ora, a 33 anni, perduti onore, roba e sanità, stava per perdere la vita del corpo e quella dell’anima. Questa volta l’inferma, per la cui conversione si era celebrata la Messa all’altare del Sacro Cuore di Maria, riceve il Beato, e, con la più grande spontaneità, fa la sua confessione tra le lagrime. Nell’amaro rimpianto di aver speso così male i suoi begli anni, fu udita più volte esclamare con tono accorato e pietoso: « Oh, aver da morir così giovane! Povera figliuola sacrificata dal mondo! E morire, senza poter contare un giorno, anche solo, in tutti i miei anni di gioventù ! » (Il Beato Cafasso – Istituto della Consolata – Torino, 1925, p. 30 segg.). Se non ci scorderemo che è una vera pazzia affannarsi col mondo nel godimento di beni esterni, e rimaner digiuni dei beni interni; se terremo ben fisso nella mente che « non coloro che sentono parlare della legge sono giusti davanti a Dio, ma saranno riconosciuti giusti quelli che praticano la legge » (Rom. II, 13), quando sarà giunta l’ultima ora potremo contare tanti bei giorni; potremo contare al nostro attivo tutti quei giorni in cui avremo fatto del bene dinanzi a Dio. Chi si mette in viaggio per una lontana meta, porta con sé il suo bagaglio, o, meglio, lo manda innanzi. Noi siamo in viaggio per la beata eternità. Non vi potremo, però, entrare senza il bagaglio delle buone opere. « Nessuno — dice Agostino — si vanti di potervi abitare, se, mentre dice di essere servo di Dio, è privo di buone opere… Nessuno quivi abita se non mediante le sue opere… Le tue opere, dunque, ti precedano » (En. 2 in Ps. CI, 15).

Alleluja

Allelúja, allelúja.

Surréxit Christus, et illúxit nobis, quos rédemit sánguine suo. Allelúja, [Il Cristo è risuscitato e ha fatto sorgere la sua luce su di noi, che siamo redenti dal suo sangue. Allelúia.]

Joannes XVI: 28 Exívi a Patre, et veni in mundum: íterum relínquo mundum, et vado ad Patrem. Allelúja. [Uscii dal Padre e venni nel mondo: ora lascio il mondo e ritorno al Padre. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Joánnem. 

Joann XVI:23-30

In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Amen, amen, dico vobis: si quid petiéritis Patrem in nómine meo, dabit vobis. Usque modo non petístis quidquam in nómine meo: Pétite, et accipiétis, ut gáudium vestrum sit plenum. Hæc in provérbiis locútus sum vobis. Venit hora, cum jam non in provérbiis loquar vobis, sed palam de Patre annuntiábo vobis. In illo die in nómine meo petétis: et non dico vobis, quia ego rogábo Patrem de vobis: ipse enim Pater amat vos, quia vos me amástis, et credidístis quia ego a Deo exívi. Exívi a Patre et veni in mundum: íterum relínquo mundum et vado ad Patrem. Dicunt ei discípuli ejus: Ecce, nunc palam loquéris et provérbium nullum dicis. Nunc scimus, quia scis ómnia et non opus est tibi, ut quis te intérroget: in hoc crédimus, quia a Deo exísti.

Omelia II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE XXVI.

“In quel tempo disse Gesù ai suoi discepoli. In verità in verità vi dico, che qualunque cosa domandiate al Padre nel nome mio, ve lo concederà. Fino adesso non avete chiesto cosa nel nome mio: chiedete, e otterrete, affinché il vostro gaudio sia compito. Ho detto a voi queste cose per via di proverbi. Ma viene il tempo che non vi parlerò più per via di proverbi, ma apertamente vi favellerò intorno al Padre. In quel giorno chiederete nel nome mio: e non vi dico che pregherò io il Padre per voi; imperocché lo stesso Padre vi ama, perché avete amato me, e avete creduto che sono uscito dal Padre. Uscii dal Padre, e venni al mondo: abbandono di nuovo il mondo, e vo al Padre. Gli dissero i suoi discepoli: Ecco che ora parli chiaramente, e non fai uso d’alcun proverbio. Adesso conosciamo che tu sai tutto, e non hai bisogno che alcuno t’interroghi: per questo noi crediamo che tu sei venuto da Dio” (Jo. XVI, 22-30).

In quell’ammirabile discorso, che nostro Signor Gesù Cristo rivolse ai suoi Apostoli dopo l’ultima cena, discorso che fu come il suo testamento, non poteva essere che lasciasse di raccomandare a loro ed a noi la più importante e indispensabile pratica di pietà, cioè la preghiera. Ed in vero in quel tratto di quel discorso, che la Chiesa ha scelto oggi per Vangelo della santa Messa, Gesù disse a’ suoi discepoli: In verità in verità vi dico, che qualunque cosa domandiate ai Padre nel nome mio, ve lo concederà. Fino adesso non avete chiesto nulla in mio nome: domandate e riceverete, affinché il vostro gaudio sia perfetto. Or ecco, o carissimi, in queste ultime espressioni compendiata tutta la dottrina, che riguarda la preghiera. Domandate: ecco il precetto e la necessità della preghiera. E riceverete: ecco l’efficacia e la virtù della stessa. Affinché il vostro gaudio sia perfetto: eccone il soavissimo frutto. E queste tre cose a riguardo della preghiera saranno appunto quelle, che vi dirò questa mattina, come spiegazione del santo Vangelo di oggi.

1. Iddio, essendo il nostro Creatore è anche il nostro padrone assoluto e come assoluto nostro padrone ha tutti i diritti di comandarci quel che gli piace, e noi abbiamo tutto il dovere di obbedirlo senza ricercare menomamente il perché de’ suoi comandi. Or bene, tra i vari comandi che il Signore ci ha fatto tiene pure un posto principalissimo quello della preghiera. Domandate, ci ha detto Gesù Cristo: questa è la legge, che Io vi impongo, se da me volete ricevere i miei benefici. E notate bene, o carissimi, che il divin Redentore non ci disse: Vi invito a pregare, vi consiglio di pregare, vi esorto a pregare; ma disse senz’altro: pregate, domandate: appunto perché intendessimo che questo era un comando formale ed assoluto, che noi avremmo avuto il dovere di praticare. Tuttavia per assicurarsi meglio dell’adempimento di questo dovere da parte nostra non si contentò di farcene il comando, ma volle ancora metterci in condizione tale che ne sentissimo il bisogno, affinché questo ci spingesse più facilmente a compire quello. Ed in vero che cosa siamo noi nell’ordine della salute? Siamo altrettanti poveri, soggetti ai più imperiosi bisogni, e ridotti ad una incredibile impotenza. Senza l’aiuto della grazia di Dio noi non possiamo neppure far nascere nel cuor nostro un buon movimento. Ora trovandoci in tale indigenza come non sentiremo la necessità di ricorrere a chi può e vuole aiutarci? E chi mai può e vuole aiutarci in tutti i nostri bisogni se non Iddio, il quale è infinitamente ricco ed infinitamente buono? Difatti, chi può dire i tesori infiniti di grazia, che Iddio tiene presso di sé, per dispensarli a coloro che glieli domandano? Contiamo pure, se ci è possibile, le stelle del cielo, le arene del mare, le gocce d’acqua dell’oceano, i fiori e le foglie delle piante… Tuttavia i tesori di grazia, che Iddio possiede superano di gran lunga tutte le cifre, che possiamo mettere insieme, perché tali tesori sono infiniti. Ma Iddio non è già come tanti ricchi del mondo, che pur possedendo ingenti ricchezze, le posseggono unicamente per sé, senza farne parte alcuna a quei poverelli, che pur ne avrebbero il diritto. Iddio invece, oltre all’essere infinitamente ricco, è pure infinitamente buono e vuole nella sua infinita bontà distribuirci i suoi tesori: Mirate come Egli li distribuisce a tutto il creato. È desso che invia incessantemente la sua benedizione ai fiori ed alle piante della terra, agli uccelli dell’aria, ai pesci dell’acqua, ed agli animali del bosco, persino ai più piccoli insetti, che non contano che l’esistenza di una qualche ora. Lo dice il re Davide: Aperis tu manum tuam et imples omne animal benedictione (Salm. CXLIV). Che se tanta è la bontà, che adopera verso le stesse creature irragionevoli, chi può dire la bontà con cui è pronto a trattar noi creature ragionevoli? Ma Egli vuole perciò assolutamente che noi lo preghiamo. Senza della preghiera, ordinariamente, Egli non ci dà le sue grazie, che ci sono così necessarie all’eterna salute. Epperciò disse il sacro Concilio di Trento, che Iddio non impone precetti impossibili ad osservarsi, poiché o ci dona la grazia prossima ed attuale per osservarli, oppure ci dà la grazia di chiedergli questa grazia attuale. E S. Agostino già aveva insegnato che, eccettuate le prime grazie, come sono la chiamata alla fede ed alla penitenza, tutte le altre e specialmente la perseveranza, Iddio non le concede se non a chi lo prega. Da ciò conchiudono i teologi con S. Basilio, S. Agostino, S. Giovanni Crisostomo, S. Clemente Alessandrino ed altri, che la preghiera agli adulti non è solo necessaria di necessità di precetto, cioè perché Dio ce l’ha comandata, ma ancora di necessità di mezzo, vale a dire perché senza pregare agli adulti è impossibile di salvarsi. Or bene, o carissimi, qual conto abbiamo fatto sinora di questo dovere e di questa necessità, in cui ci troviamo di pregare ? Ah! se mai ne avessimo fatto poco caso per il passato, facciamone quanto importa per l’avvenire. Preghiamo, sì preghiamo volentieri. Incominciamo e terminiamo ogni giornata con la preghiera; anche durante le nostre occupazioni solleviamo a Dio qualche sospiro: invochiamo soprattutto il suo aiuto nelle tentazioni e nei pericoli, e Dio ci esaudirà, perché Egli ce lo ha detto: Domandate e riceverete.

2. Ed eccomi a dirvi della virtù e dell’efficacia della preghiera. Le stesse preghiere che facciamo agli uomini riescono assai facilmente ad ottenere quel che loro domandiamo, massime quando son fatte coi debiti modi; quanto più riusciranno ad ottenere da Dio le grazie di cui abbisogniamo. Iddio è infinitamente giusto, ed inoltre Egli è Padre: due motivi che gli fanno porger orecchio alla voce di noi, suoi figli. Senza dubbio Egli ci deve niente, ma dacché ci ha promesso di esaudire la preghiera, questa divina promessa lo obbliga, e la giustizia esige che mantenga la sua parola; e questa parola è formale: Riceverete. E poi Dio è Padre. Ora qual padre vi è mai, il cui cuore rimanga chiuso ai bisogni ed alle preghiere dei suoi figliuoli? Del resto interrogate l’esperienza e facilmente vi convincerete della generosità, con la quale Iddio esaudisce la preghiera. Aprite i sacri Libri e risalite, se vi piace, ai primi tempi dell’umanità. Vedete Abramo, che perora la causa di Sodoma e delle altre città che hanno partecipato alle sue infamie. Contate le quante volte il santo Patriarca ritorna all’assalto: e Dio sempre gli accorda la sua domanda, e se le colpevoli città racchiudono il numero de’ giusti fissato da Abramo, saranno salve. Mirate Mosè che implora le mille volte il perdono del suo popolo, e che da Dio ottiene che non sia sterminato nel deserto, ad onta delle sue prevaricazioni. Più oltre vi è Davide, il quale si è abbandonato alle passioni del suo cuore. È divenuto grandemente reo; ma egli prega, ed il Signore perdona a questo re penitente. E nel santo Vangelo, quando percorriate la vita del Salvatore, trovate voi, o miei cari, una sola preghiera rigettata da Nostro Signor Gesù Cristo! Vedete voi un solo infelice che se ne vada con tristezza? No, non mai. Il buon Maestro accoglieva tutte le domande, esaudiva tutte le preghiere, sto per dire tutti i desideri. E sì, perciocché non era neppur necessario che la preghiera fosse formulata dagli accenti del labbro: l’emorroissa del Vangelo non osa alzar la voce, procura soltanto di toccar il lembo della veste del Salvatore, mute rimangon le sue labbra, ma parla il cuore: e Gesù l’intende, e la povera donna è salva. Il Vangelo tutto quanto è una prova incontrastabile della bontà, con cui Iddio ode ed esaudisce la preghiera. Quindi disse Teodoreto, che l’orazione è una, ma può ottenere tutte le cose. E S. Bernardo che, quando noi preghiamo, il Signore o ci darà la grazia richiesta, o un’altra per noi più utile. E S. Giacomo ci fa animo a pregare, dicendo, che quando il Signore è pregato, allarga le mani, dona più di ciò che gli si domanda, non rimproverandoci neppure i disgusti che gli abbiamo dati. Quando è pregato par che si dimentichi di tutte le offese che gli abbiamo fatte. S. Giovanni Climaco diceva che la preghiera in certo modo fa violenza a Dio a concederci quanto gli cerchiamo. Violenza sì, ma violenza che gli è cara, e che da noi desidera, come scrisse Tertulliano. Sì, perché, al dire di San Agostino, ha più desiderio Dio di far bene a noi che noi di riceverlo. E la ragione di ciò si è, perché Dio di sua natura è bontà infinita, e perciò ha un sommo desiderio di far parte a noi de’ suoi beni. Quindi diceva S. Maria Maddalena de’ Pazzi, che Dio resta quasi obbligato a quell’anima che lo prega, mentre così gli apre la via a contentare il suo desiderio di dispensare a noi le sue grazie. Conchiude perciò S. Teresa dicendo che, se non si ottengono grazie da Dio, non è per altra ragione se non perché non gli si domandano bene. – Ma alcuni di voi diranno forse, che non sempre hanno provata questa efficacia dell’orazione; bene spesso hanno domandato a Dio delle cose che non hanno ottenuto. Ciò sarà verissimo, ma sapete il perché? Per due principali ragioni: la prima perché non avrete pregato come si deve, la seconda perché non avrete chiesto cose utili alla vostra eterna salute. Anzitutto molti pregano e non ottengono, perché non pregano come si deve. Per ben pregare è necessaria primieramente una grande umiltà. Dio resiste ai superbi, e dà la sua grazia agli umili. Dio non esaudisce le preghiere dei superbi, ma all’incontro non lascia partire da sé le preghiere degli umili senza esaudirle. E ciò, benché per lo passato siano stati peccatori, essendo scritto: Signore, voi non disprezzerete un cuor contrito ed umiliato. Per secondo vi bisogna confidenza. Nessuno sperò nel Signore e restò confuso. A tal fine c’insegnò Gesù Cristo, che chiedendo le grazie a Dio, non lo chiamiamo con altro nome, che di Padre, « Pater noster » acciocché lo preghiamo con quella confidenza, con cui ricorre un figlio al proprio padre. Chi chiede dunque con confidenza, ottiene tutto: Qualunque cosa domanderete nell’orazione, abbiate fede di conseguirla, e l’otterrete. E chi può temere, dice S. Agostino, ch’abbia a mancargli ciò che gli viene promesso dalla stessa verità, ch’è Dio? Non è Dio come gli uomini, dice la Scrittura, che promettono, e poi mancano, o perché mentiscono allorché promettono, o pure perché poi mutano la volontà. E perché mai, soggiunge lo stesso S. Agostino, tanto ci esorterebbe il Signore a chieder le grazie se non ce le volesse concedere? Col promettere Egli si è obbligato a concederci le grazie che gli domandiamo. Ma soprattutto è necessaria la perseveranza. Dice Cornelio a Lapide, che il Signore vuole che siam perseveranti nell’orazione fino ad importunarlo. E ciò significano quelle Scritture: Bisogna sempre pregare — Vegliate in ogni tempo pregando — Pregate senza intermissione. Ciò significano ancora quelle parole replicate: Domandate e riceverete; cercate e troverete; picchiate e vi sarà aperto. — Bastava l’aver detto: Chiedete; ma no, volle il Signore farci intendere, che dobbiamo fare come i mendici, che non lasciano di chiedere, d’insistere e di bussare la porta, sin tanto che non han la limosina. Anzi ci mostrò questa verità col fatto della Cananea. Venuto Gesù nel paese di Sidone e di Tiro, gli corse dietro una povera madre pregando ad alta voce che volesse guarire la sua figliuola, che era malamente tormentata dal demonio. Ma Gesù benedetto fece le viste di non sentire e non lo rispose parola: sì che i discepoli, accostatisi a Lui, lo pregarono ad esaudirla, dicendo che si rendeva troppo molesta col suo gridare e piangere continuo. Ma Gesù anche agli Apostoli die’ ad intendere di non voler fare quella grazia. Or bene si ristette forse la Cananea dal più pregare? Anzi, fattasi coraggio, andò la Cananea innanzi al Divin Redentore, gli si gettò ai piedi, e gli andava ripetendo: Signore, aiutami, Signore, aiutami. E Gesù le rinnovò la sua ripulsa. Ma la donna ritornò da capo a supplicarlo. Allora il Divin Salvatore più non resse alla virtù che animava quella preghiera così perseverante, e rispose alla Cananea: O donna, grande è la tua fede; ti sia fatto come desideri. E da quel punto fu sanata, la sua figliuola. Ecco adunque, come per lo più Iddio richiede di essere da noi pregato per esaudirci: vuole soprattutto che lo preghiamo con umiltà, con confidenza e con perseveranza. Ma vuole inoltre che gli domandiamo cose utili. Qualcuno dirà: Spesso mi parve d’aver pregato con tutte le disposizioni ond’io era capace; grande era il mio fervore, commosso era il mio cuore, i miei occhi erano molli di lagrime, ardenti erano i miei desideri, io parlava a Dio, come parla un figliuolo al suo padre, provava anche una certa felicità; ma avendo chiesto alcune grazie speciali, alcuni particolari favori, aspetto tuttora, e non ho ottenuto nulla. Anche questo è possibile, o miei cari, ma non pigliate da ciò occasione d’accusare la bontà di Dio della non efficacia della preghiera. Mirate quel fanciullo, che si trastulla sotto gli occhi di sua madre; vede una lama brillante che gli piace, il cui splendore lo sorprende; la desidera, la chiede alla madre. Questa naturalmente ricusa. Il fanciullo raddoppia le sue istanze, la scongiura a corrispondere ai suoi voti, versa copiose lagrime. Ma la madre è inesorabile. Direte ch’ella non ama il suo figlio? Oh! egli è appunto perché lo ama con una vera tenerezza, che ricusa ai suoi voti quella lama, che infallantemente lo ferirebbe. Così, o miei cari, alle volte noi domandiamo a Dio certi favori che ci sembrano buoni, eccellenti anche. Ma Iddio, la cui intelligenza è infinita, sa meglio di noi il risultato che potrebbero produrre, il danno che potrebbe derivarne all’anima nostra, i seri pericoli che avremmo a correre. Epperò Egli si rifiuta di esaudirci, ma in questo rifiuto vi ha un atto di misericordiosa paternità: e la nostra preghiera non è stata sterile, poiché Iddio mosso a pietà dell’anima nostra ce la conserva nei sentimenti della sua giustizia e del suo amore. Quindi siamo ben convinti, che ogni preghiera ben fatta è sempre esaudita; non sempre secondo il gusto che avremmo noi, ma sempre pel nostro maggior bene e per la gloria di Dio. Perciò il Salvatore dopo aver detto: Domandate e riceverete. aggiunse: Affinché il vostro gaudio sia perfetto. Ed ecco il frutto della preghiera.

3. E qui, o miei cari, chi può dire la dolcezza, la soavità, la santa allegrezza che emana dalla preghiera? Quando si è pregato bene, allora ci sembra di aver dilatato il nostro cuore nell’atmosfera celeste, di aver riempita di luce divina la nostra mente, di aver corroborata di una forza arcana la nostra volontà. Nella preghiera abbiamo affidato nelle mani di Dio i nostri più cari interessi, e dopo di essa noi andiamo innanzi tranquilli e lievi, contando sul divino aiuto, che certamente non ci mancherà. Se prima eravamo abbattuti, come ci sentiamo rinati alle speranze più vive dopo aver pregato! Se prima il dolore ci aveva oppressi, come ci sentiamo sollevati dopo aver pregato! Se prima eravamo titubanti, incerti nell’appigliarci al bene, da qual sicurezza e da qual coraggio ci sentiamo animati dopo aver pregato. Oh quand’anche fossero per sopravvenire le più dure tentazioni, le più sanguinose persecuzioni, dopo la preghiera non se ne ha più sgomento. – Il cuore che prega non teme le procelle;  nelle espansioni della preghiera ha inteso il suo Gesù rispondergli: Sono qui, non temere. E per quel cuore fervente la gioia rimane anche in mezzo ai più orribili patimenti. Ne fanno fede i martiri. Sugli eculei, dove erano slogate le loro membra, sui roghi, dove li divoravano le fiamme, sui patiboli dove erano crocifissi, mostravano sempre sulle labbra il sorriso della gioia, e come un saggio anticipato della beatitudine: Gaudium vestrum plenum. Ah! essi pregavano, e tutti i supplizi di quaggiù non potevano rapire loro la gioia del cuore. Quanto invece si soffre, quando più non si prega o pregando malamente è come non si pregasse! Come pel mancamento dell’aria non si può più respirare e in mezzo ai più atroci dolori si muore, così si può dire, che qualche cosa di simile per l’anima accade in chi non prega. Il coraggio, l’energia, gli slanci generosi, le forti risoluzioni di fare il bene, tutto scompare da un cuore che non prega. Ed in quella vece vi sottentrano dei languori, delle debolezze, anzi delle tristezze, delle irritabilità, dei disgusti della vita al tutto singolari. Sono sdegni inesplicabili contro Dio, contro le creature, contro se stessi. Ma no, che non sono inesplicabili. Queste angosce così cocenti, queste disperazioni così gravi si spiegano benissimo con l’assenza della preghiera. Massime in certi giorni, in cui la vita si fa sentire pesante, se non si curva il ginocchio davanti a Dio, se non si prega, allora con pazzo furore lo si bestemmia e lo si impreca. E come una macchina a vapore scoppierebbe, quando avendone condensato troppo, non avesse la valvola di sicurezza, così finisce per iscoppiare in qualche grave delitto, colui che, condensando nel suo cuore le tante miserie della vita, non dà loro l’uscita per mezzo della preghiera. Preghiamo adunque, o carissimi, preghiamo sovente e preghiamo bene. E Iddio che l’ha promesso ci esaudirà, e nell’esaudimento delle nostre preghiere troveremo la vera e perfetta allegrezza. Domandate e riceverete, affinché sia pieno il vostro gaudio.

Credo …

Offertorium

Orémus Ps LXV: 8-9; LXV: 20

Benedícite, gentes, Dóminum, Deum nostrum, et obœdíte vocem laudis ejus: qui pósuit ánimam meam ad vitam, et non dedit commovéri pedes meos: benedíctus Dóminus, qui non amóvit deprecatiónem meam et misericórdiam suam a me, allelúja. [Popoli, benedite il Signore Dio nostro, e fate risuonare le sue lodi: Egli che pose in salvo la mia vita e non ha permesso che il mio piede vacillasse. Benedetto sia il Signore che non ha respinto la mia preghiera, né ritirato da me la sua misericordia, allelúia].

Secreta

Súscipe, Dómine, fidélium preces cum oblatiónibus hostiárum: ut, per hæc piæ devotiónis offícia, ad coeléstem glóriam transeámus. [Accogli, o Signore, le preghiere dei fedeli, in uno con l’offerta delle ostie, affinché, mediante la pratica della nostra pia devozione, perveniamo alla gloria celeste].

Communio

Ps XCV: 2

Cantáte Dómino, allelúja: cantáte Dómino et benedícite nomen ejus: bene nuntiáte de die in diem salutáre ejus, allelúja, allelúja. [Cantate al Signore, allelúia: cantate al Signore e benedite il suo nome: di giorno in giorno proclamate la salvezza da Lui operata, allelúia, allelúia].

Postcommunio

Orémus.

Tríbue nobis, Dómine, cæléstis mensæ virtúte satiátis: et desideráre, quæ recta sunt, et desideráta percípere. [Concedici, o Signore, che, saziati dalla forza di questa mensa celeste, desideriamo le cose giuste e conseguiamo le desiderate.]

LO SCUDO DELLO FEDE (62)

LO SCUDO DELLA FEDE (62)

[S. Franco: ERRORI DEL PROTESTANTISMO, Tip. Delle Murate, FIRENZE, 1858]

SI CONVINCE FALSO IL PROTESTANTISMO PERCHÉ NON HA IL BENE DELLA S. COMUNIONE.

Dopo, la confessione, che ci purifica dai nostri peccati, il maggior bene dei Cristiani è la S. Eucaristia. Questo è il Sacramento che arreca il maggior conforto ai Cristiani e che è il loro più grande onore, poiché per esso sono fatti partecipi non solo delle grazie di Gesù, ma dello stesso Gesù. La S. Fede insegna adunque di questo mistero che per mezzo delle parole della Consacrazione pronunziate dal Sacerdote sul pane e sul vino, per virtù dell’Onnipotente cessa di esistere il pane ed il vino, passando per una vera transustanziazione quel pane e quel vino ad essere il corpo ed il sangue del nostro divino Redentore: tantoché sotto le specie del pane vi sta veramente Gesù Cristo e non in figura; vi sta realmente e non con una presenza immaginaria; vi sta sostanzialmente e non solo con la sua Divina virtù: e così chi riceve la S. Eucaristia riceve veramente il Corpo Divino di Gesù Cristo, il suo Sangue prezioso, la sua anima sacrosanta, la sua ineffabile divinità. Questa è una grazia tanto grande che non si potrebbe credere, se non fosse Gesù Cristo medesimo il quale ce ne fa certi. Ma viva Dio, che la verità eterna, Gesù Cristo, ce ne ha assicurati per modo, che non se ne potrà mai dubitare in eterno. Ecco quello che Egli si compiacque d’insegnarci in proposito la prima volta che entrò in discorso di questo argomento, che fu quando predicava nella Sinagoga di Cafarnao. In verità io vi dico, sono sue parole, che se non mangerete la carne del figliuolo dell’uomo, e non beverete il suo sangue, non avrete la vita in voi. Chi mangia la mio carne e beve il mio sangue ha la vita eterna, ed io lo risusciterò nell’ultimo giorno. La mia carne è veramente cibo, il mio sangue è veramente bevanda (Ioan. VI. 54. 55). Fermiamoci qui. Potrebbe Gesù Cristo parlare più chiaramente per significarci che veramente ci voleva dare in cibo il suo corpo ed il suo sangue divino? Non dice chiaro … chi mangia la mia carne, chi beve il mio sangue? Non ripete che il suo corpo è cibo, il suosangue bevanda? Non aggiunge un significantissimo veramente, perché nessuno prenda in senso metaforico quelle espressioni? Si scandalizzano alcuni dei suoi discepoli di questa promessa, stimandola impossibile a mantenersi, e Gesù forse la ritratta? Tuttoal contrario la conferma con fortissimr espressioni, ripetendola, inculcandola in tuttele guise, ed in tutti i modi. Converrà dire che Gesù non sapeva farsi intendere, oppure che voleva ingannarci. Ma sarebbe una bestemmia il solo pensarlo.Eppure quasi ciò non bastasse, quandopoi giunse la grand’ora di fare questo preziosoregalo agli uomini, parla nello stesso modo. Egli prende il pane e lo benedice, e poi dopo di averlo benedetto, lo presentaai Santi Apostoli dicendo: Questo è il mio Corpo: benedice poi il calice e dandolo abevere ai medesimi dice: Questo è il mio sangue. Ma di qual corpo e di qual sangue parla Egli? Proprio del suo: di quel Corpoche sarà consegnato alla morte, di quel Sangue che sarà sparso per i peccatori (Luc. XXII, 17 –  1 Cor. XI. 25) aggiunge Egli. Se si possa parlare più chiaro di così, io non lo so. Epperò è che sopra queste parole divine fondati tutti gli Apostoli e tutta la Chiesa, sempre praticarono questo santo Mistero: però è che i primi Fedeli eranosoliti ad accostarsi a riceverlo spesso spesso,come ricordano gli Atti degli Apostoli: eperò è che perfino i Gentili, i quali non conoscevano bene questo Mistero, spargevano la voce che noi mangiavamo la carne dei bambinisacrificati: però è che tutta la S. Chiesaimpiega quasi tutto il suo culto in onoredel suo buon Dio Sacramentato. Aggiungete che ad autenticare questogrande Mistero Gesù adoperò tante altreprove di miracoli strepitosi, che avvennero nell’occasione delle ostie consacrate, e miracoli innegabili a tutta la perfidia degli eretici: facendo vedere ora quella S. Ostia contornata di splendori celesti, ora in essa un bambino di meravigliosa bellezza: altre volte col colpire di morte subitanea i profanatori del Sacramento, altre volte col fare grazie tutte speciali a quelli che lo adoravano riverentemente, e finalmente col dar molte volte prove chiarissime della sua presenza ai Fedeli, secondo che riferiscono tutte le vite dei Santi e tutte le ecclesiastiche storie. Il perché per lo spazio di dieci secoli mai nessuno osò neppure tra gli Eretici, per quanto fossero baldanzosi, mettere in dubbio questo divin Sacramento. E l’eresiarca Berengario che fu il primo si ebbe poi a ritrattare, e morì pentito del suo errore. Volete più? Lo stesso Martin Lutero, il padre di tutti i Protestanti, mai non osò negare la presenza reale di Gesù nel SS. Sacramento. Tanto essa è espressa chiaramente in tutte le Sante Scritture, in tutti i monumenti dell’antichità! Ora però, chi credesse a questi nuovi maestri, non è più così. Molti dei Protestanti moderni sono giunti a tanto di sacrilegio, che osano negare che vi sia Gesù nella S. Ostia, che giungono fino a chiamarla un pezzo di pane. Sì questi sciagurati arrivano fino a questo punto! Con che danno una mentita prima allo stesso Gesù Cristo, il quale afferma invece che è il suo vero Corpo, il suo vero Sangue, poi a tutta la S. Chiesa, la quale dopo d’avere impiegato tutto il suo Culto per adorare il suo buon Dio Sacramentato, sarebbe disposta a dare tutto il suo sangue per mantenerne la verità: danno una mentita anche allo stesso loro capo Lutero, il quale per quanto lo volesse mai non osò impugnare la reale presenza: insegnano un errore che è condannato uniformemente da tutta la S. Chiesa, da tutti i Santi Padri, anzi perfino da tutti gli eretici antichi, dalla maggior parte degli eretici anche moderni, e con una più che diabolica superbia pretendono di essere essi soli i veggenti, gl’illuminati a conoscere la verità! Oh presunzione! Oh temerità che non ha fine! Voi però nell’intendere bestemmie sì esecrande dette contro questo buon Dio d’amore, che si trattiene per noi giorno e notte sui nostri altari, fate così. Concepite prima un sommo orrore al Protestantismo il quale è senza la presenza del suo Gesù: inferiore in ciò agli stessi Giudei, i quali avevano almeno la figura del divin Sacramento nella Manna che conservavano nell’Arca; poi rinnovate sempre più la vostra Fede verso di esso e mostratela alla riverenza con cui gli state dinanzi.S. Luigi Re di Francia aveva una Fede così viva, che invitato una volta a recarsi in una Chiesa dove per gran miracolo Gesù si faceva vedere nell’ostia in forma di bambino, rispose che andasse pure chi volesse, che egli non si sarebbe mosso. Meravigliati di questa risposta: o perché, l’interrogarono, non voleva vedere Gesù? Ma il Santo replicò allora: Io per me ne sono tanto sicuro per Fede che non ho bisogno per crederlo, di vederlo con gli occhi. Inoltre andate a riceverlo più spesso che potete persuasi che in nessun altro modo sapreste contentare più e meglio l’amore che Egli ci porta, che con l’unirvi tutti a Lui in questo Mistero. Finalmente con ossequii specialissimidiretti al suo Cuor Sacrosanto compensate l’atrocità degl’insulti che riceve dagli Eretici che o non lo conoscono, o peggio ancora lo bestemmiano.

PERFEZIONE CRISTIANA (2)

PERFEZIONE CRISTIANA (2)

[G. B. Scaramelli S. J.: DIRETTORIO ASCETICO, vol. Primo, Tipogr. e libr. Speirani e Tortone – Torino, 1855

CAPO IV.

Acciocché i desiderii di perfezione conducano effettivamente il Cristiano alla bramata perfezione, è necessario ch’egli non si rallenti mai in essi, ma gli vada sempre distendendo all’acquisto di maggior perfezione.

60. Abbiamo già veduto che la pietra fondamentale, da cui ha da sorgere lo spirituale edificio della cristiana perfezione, sono i desideri di acquistarla, e abbiamo anche dato ai direttori il modo di muovere questa prima pietra e di gettarla nell’anima dei loro discepoli; voglio dire che gli abbiamo somministrato alcuni motivi atti a destare questi santi desideri! negli altrui cuori. Ora ci resta a vedere che questa pietra non forma buon fondamento abile a reggere la fabbrica della perfezione, se non sia sempre stabile, sempre ferma e sempre fissa nel cuor dell’uomo. E per parlare con tutta chiarezza dirò che ci rimane a dimostrare, che i detti desideri, acciocché ottengano il fine della perfezione a cui tendono coi loro ardori, bisogna che mai non cessino, mai non si rattiepidiscano, né si rallentino: ma acquistato un grado di perfezione, si distendano ad un altro grado di ulteriore perfezione; non facendosi questo, mina presto tutto il lavoro già fatto per l’acquisto della perfezione, e presto si ritorna a cadere nelle antiche freddezze.

61. Prima però di mostrare ciò con l’autorità voglio provarlo con la ragione, acciocché i detti dei santi padri e delle sacre scritture non sembrino al lettore esagerati. La perfezione del Cristiano non ha un certo termine che non si possa passare, né proceder più oltre; sicché solo quello possa dirsi perfetto che arrivi al detto termine, né possa dirsi tale chi non vi giunga. Hanno bensì questi limiti e questi confini le arti meccaniche e liberali: poiché il fabbro, l’architetto, il pittore, se arrivano a formare esattamente le loro manifatture secondo le regole che sono prescritte dalla loro facoltà, possono dirsi perfetti nella loro arte, e appena rimane loro altra perfezione ulteriore da conseguire. Ma non ha già questi confini la perfezione cristiana; mentre consistendo essa, come abbiamo di sopra mostrato, nella carità, può crescer tanto, quanto è il merito di quel gran Dio ch’ella ha per oggetto. E perché il merito, così dice l’Angelico, che ha Iddio di essere da noi amato, è infinito, così può sempre più in infinito dilatarsi la carità con le sue fiamme e coi suoi santi ardori (2, 2, quæst. 24, art. 7, in corp.). Ond’egli ne deduce ciò che noi andiamo dicendo, che in questa vita non può ella avere alcun termine. E conseguentemente né pure può aver termine la perfezione di nostra vita. Lo stesso dico della nostra perfezione istrumentale; perché o questa si consideri in quanto rimuove gl’impedimenti della carità, con le mortificazioni delle passioni e dei sensi; già né pur essa può aver termine, perché siccome non possono mai le nostre passioni pienamente estinguersi, così non deve cessarsi mai dal mortificarle e dal reprimerle; o si consideri in quanto una tal perfezione è positiva disposizione all’aumento della carità col perfetto esercizio delle virtù; e già non può aver fine, potendosi le virtù sempre più raffinare. Dunque se la nostra perfezione non può aver alcun limite, né può consumarsi in alcun termine, è necessario ch’ella stia in un continuo progresso di virtù morali e in un incessante accrescimento di carità. Onde non dovrà quello riputarsi perfetto, che giunto ad un certo grado di carità, ivi si fermi; ma quello bensì, che dopo aver superati bastevolmente gli ostacoli che fan guerra alla carità, sempre più si raffini in virtù e sempre più s’infiammi nel divino amore. Dunque, inferisco io, acciocché desideri di perfezione effettivamente ci portino alla perfezione, non devono mai illanguidirsi, ma dilatarsi sempre ed innalzarsi a maggior perfezione; poiché siccome non ha termine alcuno la perfezione a cui aneliamo, così non devono avere alcun limite le brame di conseguirla.

62. E a questo appunto volle alludere Salomone con quelle parole: la strada della perfezione, che è appunto la via per cui camminano i giusti, cresce sempre in splendore ed in lustro di maggiori virtù, finché giunga a quel giorno di perfetta chiarezza che solo in paradiso si gode (Prov. cap. IV, 18). Lo stesso dice il profeta reale: quello è beato che già ha risoluto nel suo cuore di andare sempre salendo in perfezione, finché dimora in questa valle di lagrime; giacché con la benedizione ed aiuto del divino legislatore andrà sollevandosi da una virtù in un’altra maggiore, finché giunga a vedere svelatamente la faccia di Dio nella beata Sionne del paradiso. (Ps. LXXXIII, 9). S’osservi in questo testo che il chiamarsi beato quello che con le brame del cuore aspira sempre a maggior perfezione, è lo stesso che dirlo perfetto; perché nella perfezione consiste la felicità terrena, e ne dipende l’eterna beatitudine. Chi è giusto, dice Iddio nell’Apocalisse, si faccia più giusto; e chi è santo, divenga santo ogni giorno più (Apoc. cap. XXII, 11). Tanto è vero che non ha termini la perfezione cristiana, e che quello è più perfettoche aspira a maggior perfezione.

63. Vediamo quanto ciò sia vero nel grande apostolo delle genti san Paolo. Non si può certamente rivocare in dubbio, ch’egli sia stato uno dei più gran santi e quasi una stella di prima grandezza nel cielo di s. Chiesa. Quante persecuzioni, quante pene, quanti travagli sofferti per Gesù Cristo! che carità accesa, che vampe d’amore, che zelo ardente del di lui onore! quante rivelazioni, quante visioni, quante estasi e rapimenti fino al terzo cielo! Eppure il santo apostolo, ricco di si grandi virtù e di eccelsi doni, non si reputa ancor perfetto, e se ne protesta (ad Philip, cap. III, 12). Confessa il santo d’essere stato lapidato, più volte flagellato, d’essere stato più volte naufrago in mezzo al mare, balzato notte e giorno dalle onde in questa parte e in quella (ad Corint. epist. 2, cap. 41). Confessa le sue molte vigilie, i suoi molti digiuni, la fame, la sete, la nudità ed i rigori del freddo tollerati per amor di Gesù. Palesa d’essere stato rapito in paradiso vivendo ancora in carne mortale. Arriva fino a dire, ch’egli non vive più in se stesso, ma vive solo in Gesù, trasformato in lui per amore. Ciò non ostante poi si dichiara che non gli pare d’essere ancora perfetto. Ma se tutte queste cose, o dottor delle genti, non vi bastano per essere perfetto, in qual cosa riponete voi l’acquisto della vostra perfezione? in qual cosa stabilite voi il colmo della vostra santità? Eccolo: Sequor autem, si comprehendam. L’andare avanti, quanto mi è più possibile nella via dell’istessa perfezione: distendermi sempre coi desideri e con le opere ad ulterior perfezione. Ed in fatti la glossa su queste parole così riflette al nostro proposito: nessun fedele ad esempio di questo gran santo, ancorché gli paia di aver fatto gran profitto nello spirito, dica mai: basta fin qui: perché parlando in questo modo esce dalla strada della perfezione, prima di giungere al fine della sua eterna beatitudine.

64. Né diversamente parla su questo punto s. Agostino: non è quello ottimo, cioè perfetto, che giunto a qualche grado di perfezione ivi si ferma, ma quello bensì è perfetto che sempre tende a Dio, nostra vita inalterabile, con le più fervide brame del suo cuore, e sempre più strettamente si unisce a lui (in lib. de doct. Christ.)  E più chiaramente s. Bernardo: una applicazione indefessa al proprio profitto e un conato continuo per conseguire la perfezione, si reputa essere l’istessa perfezione. Or se con lutte le forze del suo spirito l’attendere alla perfezione è lo stesso che essere perfetto, certamente il non volervisi seriamente applicare, sarà un mancare dalla perfezione. Dove sono ora quelli che dicono: ci basti il profitto ch’abbiamo finora fatto: non vogliamo già essere migliori dei nostri predecessori (epist. 253 ad Abat. Garivum)

65. il lettore forse mi taccerà d’incoerenza; perché avendo detto nel precedente articolo, che la perfezione cristiana consiste nella carità, par che ora mi ritratti riponendo con s. Paolo e coi precitati santi dottori tutti la sua sostanza in un progresso ed avanzamento continuo nelle virtù e in un desiderio indefesso del proprio profitto. Ma s’inganna egli certamente se ciò pensa; perché quello che ho detto prima, punto non discorda da ciò che vado presentemente dicendo. È vero che l’essenza della nostra perfezione è la carità, e gli instrumenti per conseguirla sono le virtù morali ed i consigli. Ma richiede ella, come condizione necessaria, senza cui non può lungamente sussistere, che la carità e tutte le altre virtù vadano sempre crescendo e si vadano ogni giorno più aumentando; perché non prendendo questo stato di consistenza, già tutta la perfezione va a terra, si distrugge e muore. E qui voglio alla ragione di sopra addotta aggiungerne un’altra che metta in chiaro la presente dottrina. Mostrai di sopra che per essere perfetto bisogna sempre distendere i desideri a maggior perfezione, perché la perfezione cristiana non ha termine; ora voglio persuadere con un’altra ragione lo stesso, ed è, che non solo la perfezione non ha limite che la ristringa, ma non può né pure avere stato di permanenza che la ritardi; acciocché perisca affatto, basta che si fermi e non vada più avanti.

66. Chi non sa, chi non prova la guerra atroce che abbiamo tutti entro noi stessi? Tanti sono i nemici interni che ci si ribellano contro, quante sono le passioni che si sollevano ne’ nostri animi, e coi loro moti sregolati ci spingono al peccato e ci portano all’eterna ruina. Né sapete decidere quali siano più veementi, quali siano più pericolose, se la limosina o l’avarizia; se l’amore o l’odio; se la presunzione o la disperazione; se l’ambizione o l’invidia. Questo solo è certo, che una sola tra tante passioni che ci predomini basta per trarci fuori dalla strada della perfezione e portarci per la via della perdizione al precipizio. Né men forti sono i nemici che abbiamo al di fuori in tanti demoni che per ogni parie ci circondano, in ogni luogo c’investono con le loro tentazioni e ad ogni passo ci tendono lacci al piede per farci cadere. Sicché siamo in una somma necessità di star sempre combattendo con le armi delle mortificazioni, delle virtù, e specialmente d’una fervente carità per reprimere gli assalti dei nemici che abbiamo dentro, e per rigettare gli attacchi dei nemici che abbiamo attorno. Or se mai accada che alcuno, parendogli d’aver fatto già gran profitto, voglia fermarsi in quel grado di perfezione in cui si trova, e però si rallenti nell’esercizio delle sante virtù e nel fervore della carità: chi non vede che rimarrà da tanti avversari in molte parti ferito e spinto fuori del sentiero della perfezione? Un esercito che vada generoso all’assedio d’una piazza risoluto d’impadronirsene, se incontri li nemici per istrada, può egli forse fermarsi senza andare avanti o senza tornare indietro? No certamente; perché ha a fronte chi lo respinge, chi l’urta; o bisogna che faccia forza al nemico, e con grande animo vada avanti all’impresa: o bisogna che si rivolga indietro e sidia bruttamente alla fuga. Così chi ha incominciato a salire il monte della perfezione non può fermarsi in mezzo alla strada, perché ha troppi nemici attorno che l’assaltano ed urlano in mille guise. E necessario che si vada sempre avanti, reso animoso dalla forza dei suoi desideri, o che illanguidito nelle sue brame, ceda ai nemici e torni indietro.

67. E però dice bene s. Bernardo: che il non procedere avanti nella perfezione è senza fallo un rivolgersi indietro; perciò niuno vi sia che dica: mi bastano i progressi che ho fatto, voglio rimanermene qui: sono contento di esser oggi qual fui ieri e nei giorni scorsi. (Ep. 342) E apporta in conferma di tal verità la scala di Giacobbe, vero simbolo della cristiana perfezione, mentre niuno v’era in quella che stesse fermo e fisso sullo stesso gradino; ma chiunque non saliva in alto, discendeva al basso. Quindi inferisce che volendo alcuno fermarsi in qualche grado di perfezione, tenta ciò che non è possibile ad ottenersi in questa mistica scala, onde gli converrà necessariamente cadere al basso. Ma più forzoso ed efficace è il discorso con cui il predetto mellifluo in un’altra sua lettera investe un monaco rattiepidito nei desideri di maggior perfezione; poiché venendo con esso lui a tu per tu, come suol dirsi, così gli parla: dunque, o monaco, tu non vuoi andare avanti, né brami maggior perfezione? dunque tu vuoi tornare indietro e perder ciò che hai acquistato. Oh questo no, non sia mai! Dunque che pretendi tu? Pretendo vivere così e restarmene in quello stato di perfezione a cui sono già arrivato; non voglio essere peggiore, né bramo divenir migliore. Dunque vuoi ciò che non può essere e non è stato giammai. E qual cosa v’è in questo mondo che stia sempre in uno stesso essere? E dell’uomo istesso non dice lo Spirito Santo che è fugace ed instabile come l’ombra, e che non rimane mai in un medesimo stalo? (Epist. 253 ad Abat. Garivum). E altrove assale il santo dottore queste persone tiepide e rimesse nei desideri della loro perfezione con la parità degli uomini mondani che mai non si saziano dei beni caduchi, a fine di farle in questo modo confondere e risvegliarle col loro esempio: quale ambizioso, dice loro, rinveniste mai che ottenuta una dignità non aspirasse ad un’altra maggiore (Ep. 341)? Che dirò degli avari che sempre sono avidi di maggiori ricchezze? che dei voluttuosi che non sono mai sazi dei loro piaceri? che dei vanagloriosi che vanno sempre in cerca di maggiori onori? Or se i desideri di questi verso i beni frali della terra sono insaziabili, che vergogna è la nostra, che siamo meno bramosi dei beni spirituali e meno avidi della nostra perfezione? Di queste forti ragioni e di questi giusti rimproveri si serva il direttore per risvegliare in sé e negli altri desideri di maggior perfezione, e per mantenerli sempre vivi; giacché raffreddandosi questi, la persona cessa dall’operare virtuosamente, non va avanti, si ferma nel cammino della perfezione, e fermandosi dà indietro, fino a cadere talvolta in precipizi, come abbiamo già chiaramente mostrato.

68. Confesso il vero, che mi hanno fatto sempre nell’animo grande impressione le industrie ammirabili che praticò Iddio per mantenere sempre accese nel cuore del celebre Pafnuzio le brame di maggiore e maggior perfezione, per cui aveva già stabilito di condurlo alle più alle cime della santità (Vitae PP., vita 16 s. Paphnutii). Viveva egli nei deserti della Tebaide, a niuno di quei santi solitari inferiore, e forse a tutti superiore nell’austerità della vita, nell’assiduità dell’ orare, nella illibatezza della coscienza e nello esercizio di tutte le virtù. Però vedendo Iddio che non v’era tra quei deserti chi potesse dargli con il suo esempio stimoli efficaci a maggior perfezione, si servì d’altri modi inusitati e strani per infiammarlo nei desideri di maggior profitto. Gli pose nel cuore una certa brama di sapere chi vi fosse nel mondo che lo pareggiasse in perfezione; quando poi stava già in atto di chiedere al Signore questa notizia, gli spedì un Angelo dal cielo con questa ambasciata: che andasse nella città vicina, ove avrebbe trovato un suonatore a lui eguale in meriti ed in santità. Rimase il santo attonito e stupefatto a queste parole, prese il suo bastone, corse veloce verso la città in cerca del suonatore, e ritrovatolo in una pubblica piazza in mezzo ad un circolo di gente sfaccendata, lo trasse in disparte e l’interrogò del tenore della sua vita. Io, gli rispose quello, sono un gran peccatore; già fui ladro di professione, ed ora col suono e col canto vado trattenendo il popolo, e in questo modo mi procaccio il vitto necessario per sostenere onestamente la vita. Con tutto ciò, esaminatolo il santo esattamente, trovò che nel progresso della sua vita aveva fatti vari atti di eroica virtù; posciachè, presa una volta dai ladroni suoi compagni una vergine consacrata a Dio, già stavano i scellerati per toglierle con la roba che seco aveva anche il prezioso tesoro della verginità; egli però, postosi di mezzo, la tolse a viva forza dalle loro mani e la ricondusse illibata ed intatta alla sua abitazione. Un’altra volta imbattutosi tra luoghi deserti in una donna di vago aspetto che riempiva di gemiti e di pianti tutta quella solitudine, interrogolla della cagione del suo dolore; quella rispose che si trovava disperata, perché eranle stati posti in prigione per debiti i figliuoli ed il marito, né aveva modo di ricuperare a quelli la libertà e di mantenere a se stessa la vita; egli in sentir questo non solo non fece alcun oltraggio alla di lei onestà, ma condottala nella sua grotta, ristorolla col cibo e poi donolle trecento scudi acciocché con essi liberasse i suoi congiunti dal carcere e se stessa da tante sciagure. Non è facile a dirsi quali desideri di perfezione accendesse nel cuore di Pafnuzio questo fatto; si vergognò di se stesso vedendo che in tanti anni di vita solitaria non era giunto ad eguagliare in santità un pubblico suonatore; si prefisse un esercizio più alto e più arduo di virtù; moltiplicò i digiuni, prolungò le vigilie, si diede ad uno studio più indefesso di orazioni, ad una mortificazione più esatta, ad una illibatezza di coscienza più fina, ed a procurare con maggior ardore di prima i suoi spirituali avanzamenti. Dopo alcuni anni d’una tal vita, tornò Iddio a risvegliargli nel cuore l’antica brama di sapere chi gli fosse simile in virtù, ed egli tornò a porgerne a Dio replicate preghiere. E questa volta parlandogli il Signore da se solo nell’intimo del cuore, gli disse che nella città vicina avrebbe trovato un ammogliato ne’ meriti simile a sé. Andò egli per chiarirsi del vero, e trovò un uomo secolare che da trent’anni indietro manteneva castità coniugale con la sua consorte, che era tutto dedito ad opere di carità verso i poveri e verso i pellegrini, e che praticava altre molte belle virtù. Questo esempio di rara bontà, come dice l’istoria, l’infiammò di maggiori desideri, e fece che tutto si consacrasse ad esercizi di perfezione maggiori di quelli che fin allora aveva praticati, nulla stimando le sue passate opere; mentre potevano stare al paragone delle virtù di chi viveva imbarazzato negli affari del secolo. Finalmente tornò dopo alcuni anni a fare a Dio la stessa domanda, e n’ebbe simile risposta, cioè che l’eguagliava nei meriti un certo mercatante, che già veniva verso la sua cella per visitarlo; e quindi seguirono desideri più accesi ed opere più eccellenti di perfezione. Finché consumato in tutte le virtù, tornò di nuovo a comparirgli l’Angelo del Signore in compagnia dei profeti ed altri spiriti beati, da cui accolto il di lui spirito fu portato alla celeste patria e collocato in alto posto, proporzionato alla sua gran santità. Insomma volendo Iddio innalzare Pafnuzio ad un sublimissimo grado di perfezione, altro non fece che risvegliare in lui con modi tanto più efficaci, quanto più insoliti, nuove brame e maggiori desideri di quella perfezione di cui volevalo arricchire. Dia dunque sempre il direttore ai suoi penitenti che vede disposti quel ricordo che s. Antonio andava sempre ripetendo alle orecchie dei suoi discepoli, come riferisce s. Atanasio: riputarsi sempre principiante e senza mai rattiepidirsi, andar sempre aspirando a maggiori progressi nello spirito (In vita s. Antonii) . Ma perché i mezzi praticati da Dio con s. Pafnuzio per accrescere in lui la brama di perfezione sono straordinari, né devono da noi praticarsi (non essendo lecito senza specialissima ispirazione fare a Dio quelle domande ch’egli replicate volte gli fece); perciò darò io ora mezzi ordinari, propri e connaturali per mantener sempre vivi e dilatare sempre più questi santi desiderii.

Capo V

Si propongono i mezzi per mantenere svegliati e per ampliarei desiderii della propria perfezione.

69. Primo mezzo sia l’uso frequente delle sante meditazioni. Nelle mie meditazioni, diceva il salmista, mi si accende nel cuore un santo ardore, che alla virtù mi stimola ed alla perfezione mi accende. E nella meditazione si ha da accendere anche ne’ nostri animi quel santo fuoco di desideri che ci svegli e ci sproni ad avvantaggiarci nel nostro spirituale profitto, perché nella meditazione si conosce il gran merito che ha Iddio di essere da noi amato; la grandezza dei suoi benefizi e del suo amore che ha tanta forza di provocare il nostro cuore alla corrispondenza d’un reciproco amore; l’obbligo d’imitar Gesù Cristo e renderci ogni giorno più perfetti con la di lui somiglianza. Nella meditazione si scorge il bello della virtù, e l’anima se ne invaghisce; si scopre l’orrido dei peccati, la deformità dei difetti, e l’anima ne concepisce orrore. Nella meditazione s’intende la grandezza dei beni che ci sono apparecchiati nella patria beata, e la grandezza dei mali che ci stanno preparati colaggiù negli abissi; onde l’anima per l’orrore di questi e per l’amore di quelli si accende in desiderio delle sante virtù. Insomma la meditazione è la fucina in cui il cuore umano depone ogni sua durezza s si ammollisce, si riscalda, s’infiamma di sante brame. Io non voglio trattenermi in questo punto, perché avrò in breve a parlare lungamente della meditazione in un intero articolo. Voglio solo raccontare un fatto in prova di tal verità, e sarà uno tra mille che a questo proposito potrei riferire (P. Greg. Rosig. not. memor. degli eserc. cap. 5, § 1). Si trovava ristretto nelle carceri di Castiglia un sacerdote, apostata da due religioni, profanatore dei sacramenti, oltraggiatore di cose sacre, reo di mille scelleratezze e degno di mille morti. Non isdegnò la divina misericordia di picchiare con le sue ispirazioni alle porte d’un cuore sì empio, e con battute sì forti, che quello venne a riscuotersi dal suo profondo letargo e vedere la sua perdizione. Chiamò subitamente un padre della mia compagnia, e palesandogli lo stato infelicissimo della sua anima, lo pregò di consiglio, di rimedio e di soccorso. Il padre vedendo le grandi e molte enormità in cui era colui precipitato, stimò che per ridurlo sulla strada della salute ed anche della perfezione, da cui aveva a poco a poco deviato, altro rimedio non vi fosse che porlo nella meditazione delle massime principali di nostra fede. E acciocché avessero queste forza maggiore di far breccia nel di lui cuore, volle proporgliene a meditare con quel bell’ordine con cui 1’espone s. Ignazio nei suoi esercizi. Né andò fallito il suo disegno, perché alle prime meditazioni che quello fece, diede subito in uno spirito di altissima penitenza; cominciò a digiunare frequentemente e tre volte la settimana in pane ed acqua; vestì sulle nude carni un orrido cilizio, e si cinse attorno al collo una ruvida fune; ogni notte per lo spazio d’una mezz’ora faceva con aspra disciplina un sanguinoso macello delle sue carni; nella confessione generale, che poi fece con gran profluvio di lagrime, si protestò che qualunque morte acerba e infame fossegli stata assegnata dalla giustizia umana, era inferiore alle sue scelleratezze, e che però non avrebbe adoperato alcun mezzo per ischivarla. Ma perché il fervore con lo studio del meditare si accendeva sempre più nel suo cuore, non contento del suo ravvedimento, si diede a predicare ai prigionieri; e sebbene ebbe sul principio a patire molti scherni ed irrisioni, contuttociò con la forza delle sue parole e con le elemosine che loro distribuiva di tutto ciò che gli era trasmesso per suo sostentamento e per suo uso, ottenne di convertirne molli, altri di migliorarli, e in altri d’introdurre con l’uso delle meditazioni, dei sacramenti e delle penitenze una qualche forma di perfezione. Sicché le carceri che prima sembravano un serraglio di fiere indomite, si videro cangiate in un oratorio di penitenti, in cui, invece di bestemmie, spergiuri e parole oscene, altro non si udiva risuonare che cantici spirituali, rosari, litanie e orazioni devote. Sparsa intanto la voce d’una conversione così ammirabile, e giunta alle orecchie dei giudici, pensarono questi di perdonargli la morte pur troppo da lui meritata. Ma egli porse tanti memoriali per esser trascinato al patibolo e condannato alla morte, quanti ne avrebbe dati ogni altro per isfuggirla. Quelli però contemperando la misericordia, non la giustizia, lo condannarono alla galera, acciocché forse risvegliasse in quelle navi la pietà che aveva sì felicemente introdotta nelle prigioni. La sentenza però non ebbe effetto, perché sorpreso da una cocentissima febbre, in breve si ridusse all’estremo; e tra’ sentimenti tenerissimi d’una gran contrizione e d’una viva confidenza in Dio spirò dolcemente l’anima, Or io su questo fatto la discorro così: se la meditazione delle verità cristiane ebbe forza di mutare un cuore il più perfido forse che allora fosse nel mondo, e da uno stato di vera dannazione ridurlo a perfezione di vita, non avranno poi simili meditazioni la virtù di tenere desto, svegliato, acceso un cuore ben disposto che già brama la sua perfezione, che già si esercita in quella, purché voglia però incessantemente praticarla? Non mi pare certamente che se ne possa dubitare. Questo dunque reputi il direttore il mezzo principale per mantener sempre vivi e per accrescere i desideri di perfezione nei suoi discepoli, l’esercizio stabile e frequente del meditare.

70. Secondo mezzo. Rinnovare sempre il proposito di tendere alla perfezione come se allora s’incominciasse. Queste risoluzioni e rinnovazioni di volontà tengono svegliata l’anima, acciocché non s’addormenti e non si stanchi di correre l’arringo della perfezione. Questo era il consiglio che dava l’Apostolo a quei novelli Cristiani della primitiva chiesa, che dal culto sacrilego de’ simulacri erano passati al vero culto di Gesù Cristo per mezzo del santo Battesimo: rinnovatevi con lo spirito della vostra mente (Renovamini spiritu mentis vestræ (ad Ephes. cap. IV, 45). E come si fa, direte voi, con la mente la rinnovazione dello spirito? Eccolo: replicare sempre con la sua mente e con la sua volontà la risoluzione di tendere alla perfezione, come se la persona non avesse mai incominciato, né mai posto mano ad un sì bel lavoro; e specialmente di scendere a quelle virtù e mortificazioni particolari di cui ciascuno si conosca bisognoso per il suo profitto, risolvendo frequentemente di volersi esercitare virilmente in quelle. Così faceva il santo David, come egli confessa di se stesso (Ps. LXXVI, 11). Quantunque il santo profeta camminasse già per le alle cime della perfezione, contuttociò, come se fosse un principiante imperfetto, diceva spesso seco stesso: oggi voglio incominciare a servire Iddio: oggi voglio dedicarmi interamente al divino servizio. Questo fu l’ultimo ricordo che s. Antonio diede ai suoi monaci, mentre gli facevano corona intorno al letto, stando egli vicino a morire, come racconta s. Atanasio: figliuoli miei, io già m’avvio per la strada che hanno battuta i miei predecessori: già Iddio mi chiama a sé, ed io stesso bramo già di trovarmi tra i celesti cori; ma ecco, viscere mie (così chiamava egli i suoi figliuoli spirituali), non vogliate perdere in un subito le fatiche che avete in tanti anni sofferte; e però figuratevi sempre, che ogni giorno della vostra vita religiosa sia il primo in cui intraprendiate la carriera della perfezione, acciocché con queste nuove risoluzioni cresca la fortezza delle vostre volontà in andare avanti e in profittare nelle sante virtù Questi ricordi applichi a sé e dia ai suoi discepoli il direttore, se vuol vederli avvantaggiati in perfezione, e soprattutto se non vuol vedere, come diceva quel gran santo ai suoi monaci, perdute prestamente le loro passate fatiche.

71. Terzo mezzo. Non pensar mai al bene che si è fatto, ma bensì al bene che resta da farsi ed alle virtù che rimangono da conseguirsi. Questo mezzo ce l’insegna s. Paolo e ci provoca a praticarlo col suo esempio: fratelli miei, io non istimo già di essere giunto al termine della mia perfezione e di essermene di già impossessato; dimenticandomi però di tutto il bene che ho fatto per il passato, mi distendo con tutte le forze del mio spirito al conseguimento di quel bene che mi resta da fare, e sieguo a correre con alacrità l’arringo della perfezione, per arrivare all’acquisto di quel pallio che Iddio chiamandomi a sé già mi ha destinato. E poi aggiunge queste parole: chiunque è perfetto, abbia questi stessi miei sentimenti (Phil. III, 13-14). S. Gio. Crisostomo spiega questo testo divinamente ed opportunamente al nostro proposito. Dic’egli che il ripensare al ben fatto partorisce due mali: primo, ingenera compiacenza vana e ci rende a poco a poco superbi ed arroganti; secondo, ci fa essere pigri al bene, perché rimirando con occhi di compiacenza il bene operato ne’ tempi scorsi, rimaniamo di noi stessi contenti e paghi, né aspiriamo più ad altro bene maggiore (hom. 11, in epist. ad Philippenses). Quindi deduce, che se l’Apostolo, dopo mille pericoli di perder la vita, a cui soggiacque; dopo tanti travagli e patimenti capaci di recargli mille volte la morte, si gettò il tutto dietro le spalle senza pensarci più; quanto più dobbiamo ciò fare anche noi che non siamo sì ricchi di meriti e di virtù.

72. Dopo esserci dimenticati del passato, seguita a dire il santo dottore, dobbiamo, ad esempio di s. Paolo, metter l’occhio nel futuro, come fanno quelli che corrono, che non guardano al viaggio che hanno fatto, ma a quello che loro resta da fare; e in questo modo prendono maggior lena. Tanto più che il pensare al ben fatto nulla giova, se questo non si rende compito e perfetto con l’aggiunta di ciò che resta a farsi

73. Né contento il Crisostomo di aver data una spiegazione tanto propria alle sopraccitate parole di s. Paolo, toma a farvi sopra nuove e più accurate riflessioni, acciocché ci s’imprima altamente nell’animo questo aforismo di spirito, che tanto giova ai progressi della nostra perfezione. Riflette dunque, che l’Apostolo non disse già: io non reputo degne di stima, io non faccio alcun conto, io non rammemoro le opere buone della mia vita passata; ma disse: io me ne sono affatto dimenticato, perché questa totale scordanza è appunto quella che ci rende diligenti e solleciti al bene, e aggiunge ai nostri animi una certa alacrità e prontezza all’esecuzione di quanto ci resta ad operare per l’acquisto della perfezione s . Inoltre riflette su quelle parole, extendens me ipsum, e dice che in quelle si esprime uno sforzo molto speciale che si faceva s. Paolo per giungere a gradi di più alta e più eminente perfezione. Perchè siccome un uomo che corre, per il desiderio che ha di arrivar presto al termine, si distende dalla parte anteriore con tutta la vita, e getta avanti i piedi, la fronte e le braccia per accelerare il suo corso; così il santo con uno sforzo continuo di desideri dilatava il suo spirito e lo distendeva ad opere di maggior perfezione; e in questo modo correva con grande alacrità e con gran fervore nella via del Signore. E cosi abbiamo a correre ancora noi, se davvero alla perfezione aspiriamo. Finalmente si rifletta, che questo dimenticarsi del bene operato, questo distendersi con tutto il vigore dello spirito al bene che ci resta da operare, non solo, secondo l’Apostolo, è mezzo per conseguire la perfezione, ma è la perfezione istessa (come notammo anche noi nel precedente capitolo), perché conclude dicendo: chiunque è perfetto procede in questo modo. E in questo senso appunto spiega tali parole s. Bernardo: chiunque brama dunque d’essere perfetto   cristiano, metta in totale dimenticanza quanto ha fatto di bene per lo passato; tenga sempre l’occhio della mente e tutto l’affetto del cuore fisso nel bene che gli rimane a fare nel tempo avvenire.

74. Quarto mezzo. Pensare spesso ai difetti presenti ed ai peccati passati. Ho detto nel numero precedente, che per mantener vivi i desideri di perfezione non bisogna andar considerando il bene fatto. Qui dico che è necessario pensare al male fatto e che giornalmente si va facendo, e insieme alle virtù di cui siam privi; perché tali pensieri ci riempiono di un santo interno rossore, ci destano nel cuore desideri della virtù di cui ci vediam privi, brame di mortificazione in tutto ciò in che ci conosciamo difettosi; e  però ci sono d’incitamento e di stimolo alla perfezione. Sentiamo ciò che dice s. Agostino su questo particolare: fratelli miei, se volete far gran profitto, esaminatevi spesso senza inganno, senza adulazione; giacché non v’è dentro di voi alcuno di cui abbiate a vergognarvi; in realtà vi è Dio, ma a lui piace l’umiltà e la bassa cognizione di te stesso; fa che sempre ti dispiaccia di essere quel che tu sei, se vuoi arrivare ad essere quel che non sei (de verbis Apost. Ser. 15); cioè, se tu vuoi conseguire la perfezione che non hai, è necessario che non sii mai di te contento, ma conosca i tuoi difetti, i tuoi peccati, i tuoi errori, la mancanza delle virtù, la ribellione delle tue passioni, e che te ne sti in una certa scontentezza di te stesso; ma però umile, quieta, pacifica e piena di confidenza in Dio: perché questa è quella che ti dà stimoli al cuore, che ti accende in desideri di migliorarti e di essere quel che ancora non sei E subito aggiunge: in alcuna cosa per mancanza di cognizione rimani soddisfatto di te stesso, è certo che ivi te ne rimarrai fermo, senza curarti di ascendere a maggior perfezione. Se poi mai t’inducessi a dire: mi basta la perfezione che ho acquistata, già sei perduto. E perché? perché non potrai rimanere (come ho di sopra provato) in quel grado di perfezione: ti converrà, voglia o non voglia, tornare indietro, e andare passo passo e senza avvedertene in perdizione. Dunque, conclude il santo, cammina sempre avanti, aggiungi sempre qualche cosa di più, fa sempre maggior profitto; non ti fermar mai nella via della perfezione, non voler deviare, né tornare indietro. E per ottener questo, altro modo non v’è che mantener sempre vivi, e distendere sempre i desiderii a maggior perfezione, per i mezzi che ho dati nel presente capo.

PERFEZIONE CRISTIANA (1)

PERFEZIONE CRISTIANA (1)

[G. B. Scaramelli S. J.: DIRETTORIO ASCETICO, vol. Primo, Tipogr. e libr. Speirani e Tortone – Torino, 1855

ARTICOLO II

Il primo mezzo per l’acquisto della perfezione cristiana deve essere il desiderarla, né mai rallentarsi in tali desideri, ma distenderli sempre a maggior perfezione. Si propongono i motivi con cui risvegliare ed accrescere tali desideri.

CAPO PRIMO.

Si mostra che il desiderio della perfezione cristiana è mezzo necessarissimo per acquistarla.

43. Dice s. Agostino, che la vita d’un buon Cristiano è un continuo desiderio della sua perfezione (Tract. 14 in 1 epis. Ioan.): perché s’egli non nutrisse sempre nel cuore queste sante brame, sarebbe bensì Cristiano, ma non già buon Cristiano. Conciossiachè i desiderii, come insegna l’Angelico, sono quelli che dispongono i nostri animi e gli rendono abili e apparecchiati a ricevere quel bene che è loro proporzionato (p. 4, qu. 42, art. 6 in corp.). E però siccome non vi fu mai uomo nel mondo che conseguisse la perfezione di alcun’arte, o sia meccanica, o liberale, se prima non bramò efficacemente di conseguirla, così non vi fu né vi sarà mai nella chiesa di Dio alcun fedele che arrivi a possedere la perfezione cristiana, se non brami con grande ardore di acquistarla.

44. Ma per penetrare al vivo una verità sì importante, ci fa d’uopo indagarne la ragione che ce la persuada. I desideri verso i beni spirituali, dice il dianzi citato dottore, in due luoghi hanno la loro sede e quasi vi fanno la loro residenza: nella parte razionale e superiore dell’ uomo in cui nascono, e nella parte brutale ed inferiore dell’istesso in cui talvolta per una certa ridondanza traboccano e l’accendono verso quei santi oggetti, acciocché anche il corpo si colleghi con lo spirito in promuovere i suoi spirituali avanzamenti (1, 2, qu. 30, art. 1 ad 1). I desideri santi quando si svegliano nella parte superiore e ragionevole, altro non sono che un moto affettuoso della volontà verso quei beni spirituali che ancora non si posseggono, ma si conoscono possibili a possedersi. Osservi bene il lettore queste parole, se vuole fare una esatta anatomia di tali desideri. Dissi che il desiderio riguarda sempre quei beni che non si possiedono; perché i beni già acquistati non cagionano brama nella nostra volontà, ma bensì allegrezza, contento e gaudio. Così un ambizioso quando giunga ad impossessarsi della dignità e degli onori non li desidera più, ma in essi giubila e gode. Dissi che il desiderio ha sempre per oggetto i beni possibili a possedersi; perché il bene impossibile ad aversi non muove al desiderio, ma alla disperazione. Così un viandante che è premuroso di arrivare prestamente alla sua patria, desidera di avere agilità ai piedi, ma non già ali alle spalle; perché quella è possibile, ma queste sono impossibili ad acquistarsi.

45. Fermiamoci ora un momento su questa dottrina, giacché è efficacissima a dimostrare la verità del nostro assunto. Abbiamo detto che il desiderio è un moto della volontà verso un bene possibile e convenevole per raggiungerlo ed impossessarsene. Se dunque il Cristiano non desidera la perfezione, è certo che la di lui volontà non si muove con alcun atto affettuoso verso di essa per abbracciarla e farla sua; ma sta ferma, sta pigra, sta lenta, sta immobile: come dunque è possibile che possa conseguirla? Può giungere alla meta un corridore che non si muove dalle mosse? Come dunque potrà giungere alla perfezione una volontà che verso lei non si muove con i suoi atti per arrivarvi? Tanto più che la perfezione cristiana è un bene arduo, e non si ottiene senonché per mezzi difficili, tutti liberi ed elettivi e dipendenti dall’arbitrio della volontà. Sicché non movendosi punto una volontà spogliata di desideri, né punto piegandosi verso l’acquisto della perfezione, come potrà superare quell’arduo? come potrà eleggere con fortezza e perseveranza quei mezzi tanto malagevoli?

46. Questi desideri poi quando dalla parte superiore traboccano nella parte inferiore, sono certi effetti sensibili, sono certe passioni sante, che tendono al possedimento di quegl’istessi beni spirituali, a cui già la volontà con i suoi atti aspira. Ed è incredibile quanto conferiscano ai progressi nella perfezione questi desideri sensibili: perché dilatano l’appetito sensitivo, animano la volontà, la confortano, la corroborano e quasi distendono i sensi dell’anima e la rendono capace di grandi beni. Spiega questo s. Agostino con una ben acconcia similitudine: che siccome dovendo alcuno ricevere gran quantità di roba, dilata i seni del sacco, o dell’otre, per renderli più capaci al ricevimento di tali cose; così i desideri dilatano ed amplificano i seni dello spirito e lo rendono abile ad accogliere in se stesso grandi beni spirituali. Ed arreca l’esempio di s. Paolo, il quale dice, che dimenticandosi del passato, distendeva se stesso con le sue brame, per rendersi capace a ricevere quella perfezione ulteriore che gli restava da acquistare (Tract. 4 in 4 epist. Ioan.). Quindi deduce il s. dottore che tutta la vita del Cristiano ha da essere un continuo esercizio di virtù per mezzo dei santi desideri Ma se tutto questo è vero, che progressi potranno sperarsi nella perfezione da chi non la desidera: mentre con la parte superiore dell’anima punto non si muove in verso essa e con la parte inferiore punto non si accende: nella volontà è lento e rimesso: nell’appetito sensitivo sta stretto e chiuso : in somma non la cura, non l’apprezza e ne vive affatto dimentico? Certamente è tanto impossibile ch’egli dia un passo nella via della perfezione, quanto è impossibile che cammini verso il termine chi non si muove. Veda dunque il direttore che questi desideri hanno da essere la prima pietra ch’egli ha da gettare nell’anima dei penitenti, in cui vuol ergere il bell’edifizio della cristiana perfezione. Questa ha da essere la semenza di quell’albero che ha da produrre frutti d’ogni virtù, e soprattutto il pomo d’oro della divina carità. Senza questa pietra fondamentale, senza questo seme fecondo, è stoltezza il pensare ch’egli possa conseguire il suo intento.

47. Mi sia testimonio di ciò quel giovane seguace del mondo e delle sue vanità, che ferito altamente da Dio nel cuore col dardo d’una veemente ispirazione, si accese tanto in desiderio della sua eterna salute e della sua perfezione, che tosto risolse di consacrarsi tutto a Dio in uno di quei monasteri, che allora tra luoghi ermi e solitari fiorivano in santità. L’impedimento maggiore che si attraversasse all’esecuzione dei suoi santi desideri, non furono le ricchezze, gli onori, i piaceri e le vanità mondane; giacché reso robusto dalla forza delle sue fervide brame, subito calpestò tutte queste cose con gran coraggio. L’ostacolo maggiore fu la madre con le sue lusinghe e con le sue preghiere. I primi assalti che questa gli diede furon le lagrime, e dopo le lagrime furono alcune parole interrotte dal pianto. Dunque, dicevagli, tu mi vuoi abbandonare in questa età cadente? vuoi che io muoia scontenta? No, ripigliava il giovane, io non voglio le vostre scontentezze, né la vostra morte; solamente volo salvare animam meam: voglio salvare quest’anima. E che? soggiungeva la madre: non puoi forse salvarla nel secolo? non puoi forse salvarla vivendo cristianamente nella tua casa? Si, rispondeva il figliuolo, ma io voglio salvarla con sicurezza, e però me ne voglio ire tra i deserti e tra le solitudini a menare vita perfetta e santa. Dunque, ripigliava l’afflitta genitrice, saranno per me perduti tanti stenti con cui ti ho condotto a questa età e a questo stato: perdute le sollecitudini, i patimenti, le cure, e me ne rimarrò qui sola a piangere la mia sventura? Non occorre altro, rispondeva il figliuolo: volo salvare animam meam. Datevi pace, mia madre, mi è entrato nel cuore un desiderio sì vivo della mia salute e della mia perfezione a cui non posso resistere: devo eseguirlo. Con questa massima sostenuta costantemente espugnò il cuore della madre, e pieno di grandi brame di perfezione se ne volò al monastero. Quivi giunto, si diede con gran fervore di spirito alle penitenze, alla mortificazione, all’orazione ed all’esercizio di tutte le virtù religiose. Ma che? non so come questi suoi gran desideri cominciarono a poco a poco a rallentarsi, poi a rattiepidirsi, e poi a cangiarsi in un vero raffreddamento. Sicché quello che prima spiccava su le ali dei suoi desideri voli sublimi fin su le porte del paradiso, oppresso poi ed abbattuto dalla sua gran freddezza, era già caduto fin su la porta dell’inferno, dentro cui sarebbe sicuramente precipitato, se la madre non veniva dal cielo a riaccendergli nel cuore le antiche brame. Posciachè trovandosi l’infelice monaco oppresso da grave infermità, fu portato in ispirito al tribunale di Dio, dove insieme con altri che vi dovevano essere giudicati, trovò anche la sua genitrice, hi vederlo, questa gli disse: e cosa è questa che io rimiro, o figliuolo? anche tu sei venuto in questo luogo reo di eterna condannazione? e dove sono quei santi desideri di salvar l’anima e di salvarla con sicurezza tra i rigori dei chiostri (in lib. doct. PP. lib. de comp., n. 5)? Questa riprensione della madre gli fece una sì grande impressione, che ritornato in sé e riavutosi della sua infermità, si chiuse in una piccolacella, e senza mai più partirne, altro non fece in tutto il residuo della sua vita che piangere li suoi passati errori; Si avverta in questo avvenimento la gran forza che hanno i desideri santi di distaccarci da tutto ciò che digradevole può darci il mondo, e di portarci alla cima della più alta perfezione; ed all’opposto quanto poco possiamo trovandoci privi di tali brame. La madre istessa di quel monaco traviato altro modo non trovò per ridurlo su la strada della perfezione, anzi della salute, che ravvivargli nel cuore i suoi antichi desideri, con rimetterglieli nuovamente alla mente. Dunque di qui incominci il direttore il suo lavoro spirituale nelle anime che vuol perfezionare, ricordandosi sempre delle parole di s. Agostino: che la vita d’un perfetto Cristiano altro non è, che con la spinta dei desiderii andare avanti nell’esercizio delle virtù.

CAPO II.

Primo motivo per risvegliare i detti desideri di perfezionesia l’obbligo che tutti hanno di procurarla.

48. Il motivo più potente di cui deve valersi il direttore per scuotere la tiepidezza di alcuni fedeli, che contenti di non commettere colpe gravi, nulla si curano di migliorare la propria vita, è certamente il rappresentare loro l’obbligo che Iddio impone a ciascuno di attendere alla perfezione del proprio stato. Gesù Cristo parla chiaro in questo particolare, e parla a tutti. C’impone il Redentore d’esser perfetti, e ci propone per idea della perfezione, a cui dobbiamo agognare, I’istessa perfezione del  suo eterno genitore (Estote ergo perfecti, sicut et Pater vester cœlestis perfectus est (Matth. cap. V, 48). S. Giacomo apostolo vuole che siamo interamente perfetti e in niuna cosa difettosi (Patientia opus perfectum habet, ut sitis perfecti, et inlegri, in nullo deficientes (Epist. c. I, 4). S. Paolo ci ordina a star sempre armati contro gli assalti dei nostri nemici e di essere in tutte le cose perfetti “Accipite armaturam Dei, ut possitis resistere in die malo, et in omnibus perfecti stare” (ad Ephes. cap. VI, 5 ). Lo stesso Apostolo non contento che siamo perfetti nella nostra volontà, vuole che tali siamo anche nell’intelletto, conformandolo agli altrui sentimenti con isfuggire la diversità dei pareri “Obsecro autem vos, per nomen Domini nostri Iesu Christi, ut idipsum dicatis omnes, et non sint in vobis schismata: sitis autem perfecti in eodem sensu, et in eadem sententia (I ad Cor. cap. I, 10). Sicché non si può dubitare che siamo tutti tenuti a procurare quella perfezione che è più confacevole alla nostra condizione.

49. Ma perché secondo il diverso stato delle persone, diversa è la perfezione che deve  da loro praticarsi, il direttore per procedere discretamente e con la debita rettitudine, bisogna che distingua tra i penitenti che sono religiosi, consacrati a Dio coi santi voti, e tra i penitenti che sono secolari, liberi e padroni di se stessi; onde non aggravi alcuno più del dovere, né esima alcuno dalle obbligazioni che sono loro proprie. Se sia religioso il suo penitente, deve spesso rammentargli quella dottrina dell’Angelico, ricevuta dal comune de’ teologi, che sebbene non è egli obbligato ad essere perfetto, è però tenuto con obbligo di peccato grave, di tendere e di aspirare alla perfezione. Deve significargli, che essendosi egli dedicato alla religione con la solenne professione, e a guisa di un garzoncello entrato nella bottega d’un legnaiolo o di un fabbro per apprendervi l’arte, perché siccome questo benché non sia tenuto ad operare perfettamente le manifatture o del legno o del ferro, è però obbligato a perfezionarsi nella sua arte, e quantunque non sia degno di riprensione per qualche sbaglio che commetta nei suoi lavori, sarebbe però di riprensione e di castigo se non andasse emendando e non gli andasse ogni giorno più migliorando; così esso non sarà avanti a Dio degno di riprensione. se non sarà perfetto; poiché la religione, in cui è entrato, non è un’adunanza di persone perfette, ma è scuola di perfezione; ma sarà gravemente reo e meritevole di castigo se non attenderà alla perfezione a cui con la professione religiosa si è obbligato, e non andrà correggendo e perfezionando la sua vita per quei mezzi che gli sono dalla sua religione prescritti (2, 2, quæst. 168, art. 2, in corp.). Qui vanno a ferire quelle pesantissime parole scrive ad Eliodoro, il quale, abbandonata la milizia, erasi fatto monaco e dedicato a Dio coi santi voti: Eliodoro, ricordati che hai promesso a Dio di esser perfetto. Quando tu, abbandonata la milizia terrena, giurasti nelmonastero perpetua castità, mosso dal desiderio della celeste patria, che altro facesti, che professare avanti Dio una vita perfetta? Ma avverti che un servo perfetto di Gesù Cristo altro non ha nel cuore che Cristo; o se altro vi ha, non è servo perfetto di Gesù Cristo. E se non è perfetto, avendo promesso d’esserlo, è egli appresso Iddio un mentitore, ed è già morto presso gli occhi suoi(in Epist. ad Eliod.). Si avverta però che Girolamo (come nota il Suarez su questa parola) non pretende di dire che Eliodoro dovesse esser già in pieno possesso di quella fina perfezione che egli gli esprime nella sua lettera, ma solo che fosse tenuto ad aspirarvi coi desideri ed a sforzarsi di conseguirla con le opere. Contuttociò sono parole molto significanti da mettere in grande apprensione qualunque religioso lento, tiepido e trascurato nel divino servizio.

50. Quindi si deduce in primo luogo, che ogni religioso è obbligato con grave obbligazione alla osservanza dei tre voti: povertà, castità ed obbedienza, che sono appunto quei consigli, che ci ha dati Gesù Cristo nel santo Vangelo, e che egli ha già abbracciati con solenne voto per giungere alla perfezione “Si vis perfectus esse, vade, et vende omnia quae habes et da pauperibus et sequere me“. In secondo luogo, che egli è gravemente tenuto all’osservanza delle sue regole, che sono i mezzi con cui nella professione, che ha fatto nella sua Religione, si è obbligato di tendere alla perfezione. Così insegna s. Tommaso: il religioso non è tenuto a tutte quelle pratiche ed esercizi spirituali, per cui si può andare alla perfezione, ma solo a quelli che gli sono tassati dalla regola in cui ha professato (2, 2, quæst. 186, art. 2 in corp.)..

51. E qui sentirà il direttore darsi subito quella risposta, da cui tanti religiosi pigliano ansa di vivere rilassatamene, cioè che la sua regola non obbliga ad alcun peccato. A questo replichi egli con s. Tommaso, che sebbene nella trasgressione di questa o quella regola, che non è di precetto, ma di mero consiglio, non si contenga colpa mortale, se ciò si faccia per condescendere a qualche sua passioncella, o per dar qualche pascolo all’amor proprio avido di libertà ed alieno da ogni strettezza e mortificazione (sebbene in tali casi il religioso inosservante non va esente da peccato veniale a cagione pone dei motivi non retti e irragionevoli da cui si muove a contravvenire alle sue regole); contuttociò se tali trasgressioni si facciano con disprezzo delle regole, si commette peccato grave: perché, come dice s. Gaetano, nel dispregio delle regole v’è un dispregio interpretativo di Dio, che in modo speciale le ispirò ai santi legislatori, da cui furono promulgate alle loro religiose famiglie. Questo disprezzo poi, dice il sopraccitato santo dottore, consiste in questo, che il religioso non voglia soggettarsi a qualche regola, e quindi passi avanti a trasgredirla con isfrenatezza e con baldanza (in resp. ad 3). Lo stesso dice s. Bonaventura (In Pharet. lib. 2, cap. 44). Lo stesso afferma S. Bernardo  (In lib. de praecept. et disp. et in costitut.), specialmente nelle sue costituzioni. E qui si osservi che l’Angelico, dopo aver detto che le particolari trasgressioni di certe regole non obbliganti, fatte senza formale dispregio, non racchiudono in se stesse peccato grave, soggiunse subito, che tali inosservanze se siano fatte frequentemente, portano a poco a poco il religioso ad un vero disprezzo delle sue regole ed alla colpa mortale, e per conseguenza anche alla eterna ruina. Si osservi ancora, che sebbene violando la persona religiosa or questa, or quella regola, per condiscendere alle sue imperfette inclinazioni, sia scusato da peccato mortale, qualunque volta l’inosservanza non passi in positivo dispregio; contuttociò è egli tenuto gravemente di avere, in generale almeno, animo e volontà risoluta di osservar le sue regole, perché essendosi nella sua professione obbligalo a procurare quella perfezione, che è propria del suo istituto, si è obbligato ancora a praticare quei mezzi che sono necessari per ottenerla; quali per lui altri certamente non sono che le sue regole. Quest’obbligo dunque di tendere alla perfezione, con l’osservanza dei voti e delle regole, intuoni spesso il direttore alle orecchie del suo penitente o della sua penitente religiosa; perché questo solo (se pure in essi è rimasto alcun vestigio di santo timore) basterà per destare loro nel cuore desideri di perfezione e premure di conseguirla; il che allora faccia più volentieri, quando gli veda tiepidi, rimessi e languidi nel divino servizio.

52. Ma se poi il penitente sarà secolare, qual obbligazione gli si avrà da imporre? Si assicuri il direttore che con questi avrà molto più da penare che con le persone religiose per rimuoverli dalla loro freddezza; poiché i secolari hanno una stolta persuasione, che la perfezione sia cosa propria di religiosi e di monache, e che ad essi punto non si appartenga; che ad essi basti osservare i precetti di Dio e di santa Chiesa alla grossa, in quanto alla loro sostanza, e con questo solo credono di aver adempiti i loro doveri. Anzi si avanzano taluni fino a dileggiare quei secolari devoti che frequentano Sacramenti, orazioni e chiese, che si esercitano in opere di carità verso il prossimo, che procedono con la debita ritiratezza e modestia, chiamandoli col titolo di collitorti, di bacchettoni, di beate, di sante, di pinzochere, e con altre simili parole di scherno indegne a proferirsi da una lingua cristiana che professa e venera la dottrina di Cristo. Or questi hanno bisogno d’essere istruiti e tolti da un inganno si pernicioso. A questo fine domandi loro cosa intendono per questa parola perfezione cristiana. – Se essi rispondono, che intendono significarsi quella perfezione più alta e più ardua che si racchiude nei tre consigli evangelici, povertà, castità ed obbedienza, essi hanno ragione di esimersi da una tal perfezione; perché non essendo da Dio chiamati alla Religione, non sono obbligati a spogliarsi delle loro facoltà, a rinunziare al matrimonio, a menar vita celibe e continente, ed a soggettarsi spontaneamente all’obbedienza d’alcun superiore che li regoli in tutte le loro azioni. Ma se poi per questo vocabolo di perfezione cristiana intendono altri consigli, e specialmente alcuni precetti circa materie leggiere che sono stati da Dio imposti a tutta l’universalità dei fedeli, per es., vivere distaccati dalla roba e da denari ancorché si possedano, e farne buon uso: impiegandone parte in elemosine o in coseche riguardano il divin culto; fuggire non solo i diletti illeciti, ma ancor le occasioni e gl’incentivi non solo prossimi, ma ancor remoti che lusingano e allettano gl’incauti a tali piaceri, con la debita ritiratezza, modestia e circospezione in conversare; soggettarsi ad un padre spirituale circa l’interno regolamento della scienza: dispregiare le vanità, le pompe, il fasto e la superbia mondana, e se il proprio stato esiga un decoroso trattamento, mantenere tra lo splendore del portamento esteriore la depressione interna del cuore e l’umiltà sì propria d’un seguace di Cristo; soffrire pazientemente le ingiurie, le avversità ed i travagli; amar gl’inimici, astenendosi non solo da ogni atto interno di risentimento, ma anche da ogni segno esterno di ostilità; mortificare le proprie passioni e non dar loro sfoghi irragionevoli; astenersi da peccati veniali, massime se siano deliberati; frequentare i Santissimi Sacramenti: orare spesso; andar riflettendo su le massime di nostra fede, che hanno tanta forza di raffrenarli, e di far si che procedano con cautela tra i tanti pericoli in cui vivono; e fare mille altre cose  che sono da Dio comandate, benché la loro trasgressione, a cagione della materia leggiera, non partorisca nelle anime colpa grave, o sono da Dio consigliate: perché sono cose, senza cui è moralmente impossibile vivere morigeratamente: se essi, dico, per questa voce perfezione cristiana, intendano tali cose, e poi dicano di non essere tenuti ad eseguirle, perché sono secolari che vivono in mezzo al mondo, s’ingannano grandemente; perché ad una tal perfezione sono obbligati tutti quelli che si vantano del nome cristiano. Sentano come parla su questo punto s. Tommaso, dopo averlo esaminalo con tutto il rigore della scuola: tutti, tanto i religiosi quanto i secolari, sono obbligati a fare in qualche modo, secondo le leggi della discrezione, tutto il bene che possono, perché a tutti ciò è imposto dall’Ecclesiastico; v’è però il modo di adempiere questo precetto e di sfuggire il peccato, cioè facendo ciascuno discretamente quel bene che può secondo la condizione del suo stato, e guardandosi di non dispregiare il ben maggiore che potrebbe farsi, acciocché l’anima non ponga ostacolo agli avanzamenti dello spirito (2, 2, quæst. 186, art. 2, ad 2). Notino i secolari in questo testo quei termini che usa il santo dottore, parlando della loro perfezione, obbligo, precetto, peccato; e poi dicano, se loro dà l’animo, che la perfezione è pei soli religiosi.

53. Sebbene, a dire il vero, neppure qui è necessaria l’autorità di sì gran dottore, mentre parlano chiaramente su questo proposito le sacre scritture. Domando quando s. Giacomo e l’Apostolo delle genti inculcavano tanto nelle loro epistole la perfezione, a chi parlavano? ai soli religiosi? oppure a tutto il mondo cristiano? Quando Gesù Cristo esclamava con tanta energia: siate perfetti, come è perfetto il mio eterno Padre; quando comandava il rinnegare se stesso, il portar volentieri la propria croce, l’essere umile, l’essere mansueto di cuore com’era Esso; a chi ragionava allora il Redentore? coi soli monaci? coi soli religiosi? con le sole vergini chiuse ne’ chiostri? oppure a tutta l’adunanza de’ fedeli che volevano essere suoi veri seguaci? A tutti, risponde s. Agostino: a tutti parlava Cristo allora. Questi insegnamenti di Cristo, dice il santo, non li hanno già da ascoltare le sole vergini e non le maritate; le sole vedove e non le spose; i soli monaci e non i coniugati; i soli chierici e non i laici: ma tutta la Chiesa universale, tutto il corpo dei fedeli distinto nei suoi gradi ha da seguitare il Redentore con la croce in ispalla, e tutto ha da eseguire i suoi santissimi documenti. (Serm. 47, de div., cap. 7). – S. Giovanni Crisostomo dopo aver riferite molte di quelle ammirabili dottrine con cui il Redentore ci esorta a vivere perfettamente, riflette opportunamente, che Cristo non fece già distinzione tra religiosi e laici, dicendo: questo insegnamento sia per i monaci, e questo per i secolari; ma parlò indistintamente a tutti (Nec monachi, nec sæcularis nomen adiecit). – E questo appunto, seguita a dire il santo, è la ruina del mondo tutto, il credere che i religiosi siano tenuti a mettere ogni diligenza per vivere perfettamente, e che i secolari possano vivere trascuratamente. Ma non è cosi, soggiunge subito; lo stesso tenor di vita si richiede da tutti. Io dico con tutta asseveranza: sebbene non sono io che lo dico, ma è Cristo giudice che lo dice di propria bocca. Finalmente dopo aver lungamente mostrata questa importantissima verità, termina il suo discorso così: credo che non vi sarà uomo sì litigioso e sfrontato, il quale voglia negarmi che in molte cose tanto il secolare quanto il monaco sia obbligato di tendere alla più alta cima della perfezione (adver. vitup. vitam monast., lib. 3). Un gran parlare è questo, a cui non si può certamente contraddire senza incorrere la taccia di una gran temerità. Quindi prenda il direttore stimoli acuti per risvegliare desideri di perfezione nei cuori dei secolari addormentati, mostrando loro l’obbligo preciso che ne hanno, conforme la dottrina dei santi padri e delle sacre scritture. Cancelli loro dalla mente quell’errore tanto dannoso, che la perfezione sia prescritta ai soli claustrali, che ad essi soli si appartenga menar vita devota, vita esatta e vita esemplare; e che ai secolari sia lecito, purché si guardino dal peccato mortale, condurre una vita molle, una vita libera, una vita rilassata. Falso, falso, ripeta spesso alle loro orecchie. Alla perfezione tutti i Cristiani sono obbligati, perché a tutti è stata imposta ed inculcata nelle sacre carte. Certo è che a persone che non siano di perduta coscienza, ma abbiano qualche timor di Dio, qualche premura della loro eterna salute, sarà questo un gran motivo per invogliarsene e per intraprendere un tenore di vita più regolata ed esatta.

54. Ma io già mi avveggo, che il direttore, presupposto l’obbligo di perfezione che hanno tutti i Cristiani, bramerebbe sapere in quale specie di peccato incorra un secolare, che contento di non cadere in colpa grave, non faccio pio conto dei peccati leggieri, non abbia alcuna volontà di far opere di carità e di supererogazione, insomma ponga in non cale ogni pensiero della sua perfezione. Rispondo, che se ciò egli faccia con disprezzo della perfezione, già cade nel peccato in cui non vorrebbe cadere: se poi succeda senza un tale dispregio, dico, essere il Gaetano di parere che un Cristiano sì trascurato commetta un peccato veniale (in textu soprac. d. Th.).  Dico inoltre, essere sentimento del padre della Reguera nella sua mistica teologia, non andare esente da grave peccato un Cristiano che non voglia attendere alla perfezione sua propria; sebbene limita egli poi in vari modi il suo detto e in varie guise lo ristringe. Con tutto ciò perché altri gravi autori non parlano con tanto rigore, io dirò (e lo mostrerò nel seguente capitolo) che quando ancora un secolare, che non vuole procurare la perfezione del suo stato, non pecchi per questa prava volontà e pessima disposizione in cui vive, incorrerà però in altri molti peccati mortali di altre specie, vivrà rilassatamente e starà in gran pericolo della sua eterna salute.

CAPO III.

Secondo motivo per risvegliare i desideri di perfezione sia la necessità che v’è di procurarla, non solo per esser perfetto, ma anche per esser salvo.

55. La ragione perché alcuni fedeli (o questi siano religiosi o secolari) non hanno alcuna premura di acquistare quella perfezione che si conviene alla loro condizione, è senza fallo il persuadersi, che guardandosi dal peccato mortale, vivranno in grazia di Dio; e così senza tante molestie e mortificazioni conseguiranno la loro eterna salute. Ma sono pur eglino mal avveduti in questa lor persuasione; perché quando ancora l’obbligo che, secondo la dottrina delle sacre scritture e dei santi padri, abbiamo tutti di attendere all’acquisto della perfezione confacevole al nostro stato, non fosse grave e non rendesse i trasgressori rei di colpa mortale; pur non volendovisi essi seriamente applicare, è certo che cadranno in molte altre colpe gravi, che vivranno con la coscienza macchiata e che saranno in gran pericolo di perdersi eternamente. Ognun sa che l’arciere bisogna che prenda la mira più alta se vuol cogliere nel segno con il suo strale. Così deve ognuno persuadersi che non si può cogliere nell’osservanza dei divini precetti, in quanto alla sostanza di non trasgredirli gravemente, se non si prende la mira più alta alla perfetta osservanza degl’istessi precetti, guardandosi dalle trasgressioni leggiere e colpe veniali per quanto comporta la debolezza delle nostre forze; anzi se non si alza la mira anche più in alto alle opere buone di supererogazione, che sebbene non son da Dio comandate, pur son da Lui volute per consiglio, e sono a noi sì vantaggiose a Lui sì grate. Vediamo quanto ciò sia vero incominciando da consigli, ma però brevemente.

56. Gersone francamente afferma, che è caso molto raro che un fedele osservi i precetti del decalogo e non faccia opere sante di supererogazione e non eseguisca i divini consigli, ora facendo orazioni, ora frequentando Sacramenti, ora mortificando il proprio corpo con digiuni o altre simili asprezze, ora compartendo elemosine, ora praticando atti di carità spirituali o  corporale verso il suo prossimo, ora esercitando atti di devozione e di ossequio verso i Santi e la loro Regina, oppure facendo altre simili cose che non ci sono imposte con rigoroso precetto, ma ci sono però raccomandate con soave consiglio. (Alphab. 68, part. 2, litt. 2). E il padre Suarez esaminando scolasticamente questa verità, decide che è impossibile, moralmente parlando, che un Cristiano, benché sia secolare, abbia volontà ferma, stabile e permanente di non peccar mortalmente, e che insieme non faccia molte opere virtuose di supererogazione e non abbia stabile proposito di perseverare in esse  (de Relig. tom. 4, lib. 1, c. 4, num. 12). – E lo dimostra con parità delle sostanze naturali, che senza l’accompagnamento e quasi il corteggio degli accidenti loro propri, non possono conservarsi nel loro essere, ma devono necessariamente perire. Così il fuoco senza calore si estingue; la neve senza la sua freddezza si strugge; l’aria senza il moto si guasta; l’acqua senza l’agitazione s’imputridisce; l’erbe, i pomi e tutte le altre cose senza le qualità loro connaturali si corrompono ed alla fine marciscono. Così, dic’egli, la grazia di Dio e la carità, senza le opere buone, che sono quelle qualità soprannaturali che la confortano, che la nutriscono, che la corroborano, che la difendono e che l’aumentano, alla fine perisce e muore. Sicché l’anima infelice, perduta la divina grazia per la sua infingardaggine in non volere operare il bene, si trova in grande pericolo della sua eterna perdizione.

57. Questa verità insegnò Iddio istesso di propria bocca al beato Errigo Susone in quella celebre visione delle nove rupi, che rappresentogli alla mente acciocché la pubblicasse al mondo tutto. Rapito in estasi il servo di Dio vide un monte sublime che arrivava con la sua cima a ferire le stelle. Pendevano per il dorso del monte nove rupi, una appoggiata alla sommità dell’altra, ed in ciascuna di dette rupi v’erano abitatori, dove in maggiore e dove in minor quantità. Significavano queste nove rupi i nove gradi di perfezione, a cui può ascendere un uomo in tutto il corso della sua vita mortale. Or mentre stava il santo mirando attonito la sublimità del monte e la disposizione di quelle rupi aspre e rovinose, all’improvviso si vede posto sulla cima della prima rupe, d’onde vide con una semplice occhiata la terra tutta, e tutta la vide ricoperta da una larghissima rete. Stupefatto il santo a quella vista, vollossi al Signore pregandolo a volergli palesare che significasse quella gran rete che involgeva tutta la terra, ma però non arrivava a ricoprire le rupi del monte. Gli rispose Gesù Cristo, che quella era la rete del diavolo, che significava i tanti lacci dei vizi e de’ peccati con cui il maligno teneva avvinto quasi tutto il mondo, e che la rete non arrivava a ricoprire le rupi del mistico monte, perché in quelle salivano solamente i Cristiani ch’erano liberi e sciolti dai legami della colpa mortale. Tornò l’uomo estatico a domandargli chi erano quelle persone che vedeva attorno a sé nella prima rupe. Gli rispose Gesù Cristo queste parole: questi sono uomini tiepidi, lenti, freddi, infingardi, che non sono inclinati, né dediti ad esercizi grandi; ma basta loro di vivere con proposito di non consentir mai a peccato enorme e mortale, e così stanno contenti fino alla morte (B. Enrico Susone, libro delle nove rupi, cap. 12.). Si osservi che questi appunto sono quei Cristiani, di cui presentemente io parlo. Di nuovo interrogò il Signore il servo di Dio, se quelle persone si sarebbero salvate o dannate, mentre vedeale poco lungi dalla rete e dai lacci. A questo rispose Cristo le seguenti parole: se moriranno senza coscienza di peccato mortale, si salveranno; ma stanno in maggior pericolo che non credono, perché si danno di poter egualmente servire a Dio ed alla natura, il che è difficile, e appena possibile, e il perseverare così in grazia di Dio è molto malagevole. Intanto vide il beato che molti precipitavano da quella prima rupe e andavano a nascondersi sotto la rete. Chiese subito al Signore che gi dichiarasse il significato di questo avvenimento. Gesù Cristo gli rispose così: questa rupe non può contenere quelli che consentono al peccato mortale; ma perché sono uomini tiepidi, facilmente cadono e ritornano ai lacci ed ai vizi. Tutta questa visione non ha bisogno di esposizione, perché in essa troppo chiaramente si protestò il Redentore: che i Cristiani tiepidi e freddi, che contenti di non commettere peccato mortale, non vogliono esercitarsi in opere sante di supererogazione, cadono di fatto in quelle gravi colpe gravi in cui non vorrebbero cadere, e vivono in gran pericolo della loro dannazione. Resta che il direttore sappia ciò rappresentare al vivo ai penitenti lenti e trascurati che a sorte gli capitassero ai piedi, perché questo solo basterà per riscuoterli dal loro gelo ed accenderli in desiderio di qualche perfezione.

58. Per un’altra ragione ancora non è loro possibile, moralmente parlando, osservare i precetti di Dio in quanto alla sostanza, e non curarsi della loro perfezione: perché operando essi in questo modo commetterebbero infiniti peccati veniali, i quali apriranno sicuramente la porta ai mortali ed alla trasgressione sostanziale degli stessi precetti, che pur essi non vorrebbero ammettere. Conciossiachè afferma l’Ecclesiastico: chi non fa conto delle cose piccole, cadrà nelle grandi (XIX, 1). D’onde s. Tommaso deduce: che chiunque pecca venialmente non fa conto delle cose minime (1, 2, quæst. 88, art. 5). Dunque si dispone a voltare affatto le spalle a Dio con la colpa grave, perché non soggettandosi l’anima incauta in cose piccole ai comandamenti di Dio, la volontà si va assuefacendo alle trasgressioni, va pigliandosi una dannosa libertà, finché giunge alla fine a scuotere affatto il giogo della divina legge. Ciò si può esemplificare in mille casi che tutto giorno accadono; ma di mille scegliamone alcuno. Comincia una fanciulla ad adornarsi soverchiamente, o per non parer deforme, o per comparir troppo vaga; dalla vanità nel vestire passa alla libertà di guardare qualunque oggetto; la licenza degli sguardi le desta nel cuore qualche affetto, nel principio forse non vizioso, ma troppo tenero e pericoloso; degenera a poco a poco l’affetto; s’attacca una tresca d’inferno; e finalmente si arriva a calpestare il fiore della verginità. Ecco come dai peccati leggieri quasi per tanti gradini si discende ai peccati più gravi, fino a cadere nel precipizio. A questo par che voglia alludere s. Ambrogio, parlando delle donne. Comincia alcuno a parlar liberamente degli altrui difetti; passa ad interpretare sinistramente le altrui azioni, a biasimarle apertamente. Alla fine trasportato da quel prurito di confutare, palesa qualche gran peccato del prossimo, che prima era occulto, e con grande mormorazione macchia l’altrui riputazione. Ecco come per la via de’ peccati veniali si va a poco a poco a cadere in colpe gravi.

59. Una tal verità ci viene espressa nell’Esodo con un memorabile avvenimento. Sale Mosè sulla cima del Sinai; entra dentro quelle sacre caligini che involgono la sommità del monte, e quivi si trattiene in lunghi e soavi colloqui con il suo Dio e riceve gli oracoli dalla sua bocca divina. E intanto il popolo che fa alle radici del monte? Dice il sacro testo: eccoli a sedere tutti oziosi; eccoli distesi sopra il terreno starsene neghittosi aspettando il ritorno del gran profeta (Es. XXXII, 6). Fin qui altro male non v’è che un poco d’oziosità, un poco di perdimento di tempo. Intanto trovandosi disoccupati, cominciano ad invitarsi a pranzo l’un l’altro. Parenti con parenti, amici con amici celebrano lieti e giocondi banchetti in mezzo al prato; non si mantiene la conveniente moderazione nel mangiare, né la conveniente misura nel bere; alquanto si eccede. E qui che male c’è? un po’ di crapula, un poco d’intemperanza. Trasportati intanto da una soverchia allegrezza, si danno al giuoco. Domini e donne, giovani e fanciulle, tutti ballano ad un circolo, tutti cantano ad un coro. Chi giuoca, chi ride, chi scherza; ma però senza verun pravo affetto. Ed in questo  che male c’è? un poco di scompostezza, un poco d’immodestia, un peccato veniale un poco più grosso. Avanti dunque, avanti, giacché non v’è male grave. Accecati dunque gli ebrei dalla crapula, resi ardimentosi dalla licenza di quei giuochi, cominciarono a parlamentare tra loro: Dio sa quando Mose farà ritorno a noi dalla sommità del monte! Dio sa quanto tempo ci converrà dimorare nel fondo di questa valle! Che serve più appettare? che serve indugiar più? Facciamoci anche noi un Dio visibile come si costuma in Egitto; Aronne, eccoli tutti i nostri orecchini, eccoti tutte le nostra anella d’oro: formane tu qualche nobile simulacro degno di collocarsi sopra gli altari. Condiscende Aronne. Si fonde un vitello d’oro; si espone alla pubblica venerazione del popolo; gli si porgono incensi sacrileghi e sacrifici nefandi. Avete veduto che mal v’è in un poco di oziosità, in un poco di crapula, in un poco di libertà in conversare? Questi furono i passi per cui a poco a poco arrivarono i miseri ad idolatrare un vitello. La riflessione non è mia, ma tutta di san Gregorio: il mangiare, il bere spinse il popolo a giuochi vani; i giuochi all’idolatria; perché se la persona non si raffrena nelle colpe subito va a cadere in grandi iniquità, attestandolo Salomone in quelle parole, che chi disprezza il poco cadrà nel molto. E però trascurandoci nelle cose piccole, sedotti insensibilmente dall’abito e dalla passione, commetteremo infallibilmente cose maggiori. Si lusinghi dunque chi vuole salvarsi senza la perfetta osservanza dei divini precetti, che ala fine conoscerà a prova nelle sue gravi cadute, quanto sia falsa questa sua idea: e Dio voglia che non l’abbia alla fine a conoscere nella sua dannazione.

I SERMONI DEL CURATO D’ARS: LE VERITA’ ETERNE

LE VERITÁ ETERNE (*)

Memorare novissima tua, et in æternum non peccabis

“Ricordati della tua fine e non peccherai in eterno”

(Sir. VII, 40)

(*) Il testo originale è nel I volume di: SERMONS du Vénérable Serviteur de Dieu J.-B.-M. VIANNEY CURÉ D’ARS PARIS LIBRAIRIE VICTOR LECOFFRE, 90 RUE BONAPARTE. ——- LYON LIBRAIRIE CHRÉTIENNE(Ancienne Maison BAUCHU) ED. RUBAN, PLACE BELLECOUR, 6 –

APPROBATION.

Archevêche De LYON  –  Lyon, 20 août 1882.

f L. M. Card. CAVEROT, Archevêque de Lyon.

L’opera è pubblicata in rete da: Bibliothèque Sain Libère – htpp: www. liberius.net –

© Bibliothèque Saint Libèr 2011 (Toute reproduction à but non lucrative est autorisée- si autorizza ogni riproduzione senza fini di lucro).

La traduzione italiana è redazionale, ma confrontata con la versione italiana di Giuseppe D’Isengard F. d. M. in “I SERMONI DEL B° GIOVANNI B. M. VIANNEY, Curato d’Ars”. Libreria del Sacro Cuore – Rimpetto ai Ss. Martiri -, Torino, 1907 (Tip. Salesiana, via Cottolengo, 32)

Nihil obstat,

Torino, 5 aprile 1908 Teol. Coll. Giacomo Sacchieri, prete della Missione, Revisore delegato.

Imprimatur

Torino, 8 Aprile 1908, Can. Ezio Gastaldi-Santi Provic. Gen.

[N.B.: Si diffidano i fedeli “veri” Cattolici dal consultare altre versioni di a-cattolici modernisti, in particolare gli scismatici eretici aderenti alla setta del Novus ordo, in comunione con gli antipapi usurpanti attuali, non dotate né di Nihil obstat né dell’Imprimatur canonico imposto dalla Costituzione Apostolica “Officiorum ac Munerum” di S. S. Leone XIII, e dall’Enciclica “Pascendi” di S. S. San Pio X, passibili quindi di SCOMUNICA “ipso facto” latæ sententiæ riservata in modo speciale alla Sede Apostolica. … intelligenti pauca!

Fratelli miei bisogna che queste verità siano molto potenti e molto salutari, poiché lo Spirito Santo ci assicura che se le meditiamo seriamente non peccheremo mai. Ciò non è difficile da comprendere. In effetti, fratelli miei, chi è colui che potrebbe attaccarsi ai beni di questo mondo pensando che fra poco tempo non ci sarà più? Da Adamo fino al presente, nessuno si è portato via qualcosa da quaggiù, e anche per noi sarà lo stesso. Chi è colui che si occuperebbe  tanto degli affari di questo mondo, se fosse veramente persuaso che il tempo che trascorre sulla terra non gli sia donato se non per impegnarsi a guadagnare il cielo? Chi è colui che, ben impresso nella mente, o meglio nel cuore, che la vita del Cristiano debba essere vissuta nelle lacrime e nella penitenza, potrebbe ancora dedicarsi ai piaceri e alle gioie folli del mondo? Chi è colui che, essendo ben convinto che potrebbe morire in ogni momento, non si terrebbe sempre pronto? Ma voi mi direte: perché queste verità che hanno convertito tanti peccatori ci impressionano così poco? Ahimè, fratelli miei, questo accade perché noi non le meditiamo seriamente; il nostro cuore è troppo occupato dagli oggetti sensibili, che possono soddisfare le sue cattive inclinazioni; inoltre essendo il nostro spirito ingombro di affari temporali, perdiamo di vista queste grandi verità che dovrebbero costituire la nostra unica occupazione in questo mondo. Se mi domandaste perché lo Spirito Santo ci raccomanda con tanta insistenza di non perdere mai di vista queste verità, eccovene la ragione: il motivo è che non c’è nulla che sia più capace di distaccarci dai beni di questo mondo, niente di più potente per farci sopportare le miserie della vita in spirito di penitenza, o per meglio dire, nulla, più di queste verità ci faccia distaccare da tutte le cose create per non legarci che a DIO solo. – Ah! Fratelli miei, non dimentichiamo mai queste grandi verità, e cioè: che la nostra vita non è che un sogno; che la morte ci segue molto da vicino, e che ben presto essa ci raggiungerà; che un giorno saremo giudicati molto severamente, e che dopo questo giudizio la nostra sorte sarà fissata per sempre. Vedete, fratelli miei, quanto Gesù Cristo desideri salvarci: a volte ci si presenta come un povero Bambino nella sua mangiatoia, adagiato su una manciata di paglia che egli bagna con le sue lacrime; altre volte come un criminale, legato, incatenato, coronato di spine, flagellato, cadente sotto il peso della sua croce, e, infine, morente tra i supplizi, per amore nostro. Anche se ciò non fosse capace di  commuoverci, di attirarci a lui, ci induce però ad annunciare che un giorno ritornerà, rivestito con tutto lo splendore della sua gloria e della maestà del Padre suo, per giudicarci senza più grazia né misericordia. Allora Egli svelerà, davanti al mondo intero, sia il bene che il male che noi abbiamo fatto in ogni istante della nostra vita. Ditemi, fratelli miei, se noi pensassimo bene a tutto ciò, ci sarebbe bisogno d’altro, per farci vivere e morire da santi? Ma Gesù Cristo, per farci comprendere bene cosa dobbiamo fare per andare in cielo, ci dice nel Vangelo, che la persone del mondo conducono una vita completamente opposta a quella di coloro che gli sono graditi. appartiene interamente a lui. I buoni Cristiani, Egli ci dice, fanno consistere la loro felicità nelle lacrime, nella penitenza e nel disprezzo; mentre la persone del mondo fanno consistere la loro felicità nei piaceri, nella gioia e negli onori della terra, rifuggendo da tutto il resto. Sicché, ci dice Gesù Cristo, la vita degli uni è del tutto opposta a quella degli altri, ed essi non andranno mai d’accordo, né nel modo di vivere né di pensare. E questo è molto facile da comprendere. Io dico che ci sono quattro cose che fanno la felicità di un buon Cristiano: la brevità della vita, il pensiero della morte, il giudizio e l’eternità. E noi vediamo che proprio queste quattro cose, costituiscono, invece, la disperazione di un cattivo Cristiano, cioè di una persona che dimentica il suo fine ultimo, per occuparsi solo delle cose presenti.

1°. Dico che la brevità della vita è di conforto a un buon Cristiano, poiché egli vede che le sue pene, le sue disgrazie, le sue persecuzioni, le sue tentazioni, la sua separazione da DIO, non saranno lunghe. Quale gioia per noi, fratelli miei, quando pensiamo che tra poco tempo lasceremo questo mondo, dove siamo sempre in pericolo di offendere il buon DIO, che è un Salvatore così caritatevole, che ha tanto sofferto per noi. Ahimè! fratelli miei, con questo pensiero, potremmo forse noi mai attaccarci alla vita che è piena di tante miserie? “Che buona nuova! Esclamò san Girolamo. Quando si venne per annunziargli che stava per morire, felice nuova, che sta per unirmi al mio DIO, per sempre!”. Ed in effetti, fratelli miei, così è, dato che la morte è lo strumento di cui il buon DIO si serve per liberarci.

2° Io dico che il giudizio, ben lungi dal gettare il Cristiano nella disperazione, non fa invece che consolarlo, perché egli sta per trovarsi davanti non un giudice severo, ma suo Padre e il suo Salvatore. Sì, suo Padre, che lo attende per aprirgli le viscere della sua misericordia, al fine di riceverlo nel suo seno paterno; che sta, io dico, per manifestare al mondo intero tutte le sue lacrime, le sue penitenze, e tutte le buone opere che egli ha fatto durante tutti i giorni della sua vita.

3° Il pensiero dell’eternità, poi, porta al colmo la sua gioia. Se la sua beatitudine è infinita nelle sue dolcezze e nelle sue grandezze, l’eternità gli assicura che essa non finirà mai. Questo solo pensiero, fratelli miei, deve incoraggiarci a ben servire il buon DIO e per sopportare con pazienza tutte le miserie della vita, perché, una volta che saremo in cielo, non ne usciremo mai più! Ahimè! fratelli miei, tutte le miserie di questo mondo passano, tutto questo non dura che un momento, mentre la ricompensa durerà per sempre. Coraggio! ci dice san Paolo, siamo ormai vicini alla meta della nostra strada. Ma per un Cristiano, fratelli miei, che ha perso di vista il pensiero dei suoi fini ultimi, non è la stessa cosa; la brevità della vita è una sciagura e un’amarezza che lo turba e lo rode anche nel bel mezzo dei suoi piaceri; egli fa tutto ciò che può per allontanare questo pensiero della morte. Tutto ciò che gliene offre un ricordo, lo atterrisce; rimedi e medicine, tutto è invocato in suo soccorso, al minimo sentore che la morte si approssimi. Egli crede sempre di poter trovare la felicità quaggiù. Ma, purtroppo, egli si inganna. Questo povero derelitto, abbandonando il buon DIO, abbandona proprio ciò che poteva procurargliela; al momento della morte, sarà costretto a confessare, di aver trascorso tutta la vita nel cercare un bene che non è mai riuscito a trovare. Ahimè! fuori di Dio, solo molte pene, molte sofferenze, nessuna consolazione, e nessuna ricompensa! Prima di partire da questo mondo, avrà il suo bel gridare, come quel re di cui ci parla la Scrittura, nell’Antico Testamento, il quale, vedendosi sul punto di dover lasciare la vita e tutti i suoi beni, diceva: “Ah!, devo dunque morire! Devo lasciare le mie aiuole e i miei bei giardini, per andare in un paese dove non conosco nessuno!”. Ahimè! la morte che è la consolazione del giusto, diviene la sua disperazione; bisogna morire, e non ci si è mai pensato! Ah! triste pensiero, bisogna andare a rendere conto a DIO di una vita che non è che una catena di peccati, e… senza buone opere che possano rassicurarlo. Al momento di partire da questa vita, egli vede chiaramente che il buon DIO lo aveva posto sulla terra soltanto per servirlo e per salvare la sua povera anima, mentre non ha fatto altro che oltraggiarlo e perdere così la sua bella anima. Egli vede, capisce benissimo, in questo momento, che il buon Dio non voleva affatto che si perdesse, ma voleva assolutamente salvarlo, e che sono i suoi peccati che Lo costringono a condannarlo. Quanto poi all’eternità, egli vede che fra qualche minuto sarà gettato nell’inferno. DIO mio, che disperazione! Se il pensiero dell’eternità consola tanto un Cristiano, nella certezza che la sua felicità non avrà mai fine, questo medesimo pensiero, completa la disperazione di questo povero infelice. Ah! povero disperato, deve iniziare il suo inferno per non finirlo mai più! Entrando nell’inferno, vede l’infelice Caino che brucia fin dall’inizio del mondo ed egli  che ci sta entrando adesso, non ha meno tempo di lui da trascorrervi. Allora, i demoni stessi che lo hanno spinto a peccare, per rendere il suo supplizio ancora più violento, gli metteranno davanti tutte le grazie che il buon Dio aveva meritato per lui, con la sua morte e con la sua santa Passione. Egli vede come preoccupandosi della sua salvezza, sarebbe stato più felice. Egli vede quanto Gesù Cristo sia buono, per coloro che vogliono amarlo. – Ma, malgrado tutte queste riflessioni, che per lui saranno come altrettanti inferni, bisognerà rassegnarsi a bere, per tutta l’eternità, a piena bocca, il fiele del furore di Colui che doveva essere tutta la sua felicità, se egli si fosse deciso ad amarlo. Ah! triste meditazione che questo Cristiano farà per tutta l’eternità, dicendo a se stesso: ho perso il mio tempo, ho rovinato la mia anima, ho perduto DIO, ho rifiutato il cielo, ed ora mi aspetta una eternità di sofferenze! Ah! Cielo! che disgrazia! Ecco, fratelli miei, cosa succede a chi perde di vista i suoi fini ultimi. Ma! forse voi direte, voi dite bene che ci sia un’eternità infelice per i peccatori; ma occorre che lo dimostriate. Sarebbe molto facile, fratelli miei; ma questo significherebbe fare un affronto a dei Cristiani. Sarebbe molto meglio per voi, se potessi convincervi della necessità che avete di fare tutto il possibile per evitare quei tormenti. Se volete, ve ne dirò qualche parola, di passaggio, visto che siete così ignoranti e così ciechi, da nutrire qualche dubbio sull’argomento. Ascoltatemi bene. – Ecco cosa ci dice lo Spirito Santo per bocca del profeta Daniele: ci sono due sorta di uomini, ci sono coloro che sono giusti, vi sono quelli che sono peccatori; gli uni muoiono nella grazia di Dio, gli altri in odio a Lui. Tutti compariranno un giorno davanti al buon Dio, tutti si risveglieranno dal sonno della morte; tutti saranno giudicati e riceveranno una sentenza senza appello, dopo la quale, gli uni non avranno più nulla da temere, gli altri più nulla da sperare. Ma la differenza che sarà trovata tra gli uni e gli altri sarà molto grande, poiché gli uni si sveglieranno per andare a godere una gioia eterna, gli altri, per essere coperti di obbrobri, inabissati in ogni genere di pena, e questo, per tutta l’eternità. Lo Spirito Santo ci indica dappertutto, quale sarà la sorte dei peccatori nell’altra vita; Egli ci dice: « Il Signore spargerà il fuoco sulla loro carne, affinché ardano e siano eternamente divorati ». Il santo re Davide dice che « il peccatore che durante la vita ha disprezzato il suo Dio, sarà gettato nell’inferno ». Se desiderate procedere oltre, san Giovanni Battista, predicando ai Giudei il battesimo di penitenza, per prepararli alla venuta del Messia, insegna loro, ancora, quale sarà la sorte del peccatore nell’altro mondo, dicendo loro che Gesù Cristo verrà un giorno e separerà il buon grano dal grano cattivo e dalla paglia: il buon grano, che sono i giusti, il Padre eterno li porrà nel suo granaio, che è il cielo; il grano cattivo e la paglia, che sono i peccatori, saranno legati in fasci e saranno gettati nel fuoco, che è l’inferno; là vi sarà pianto e stridore di denti. Gesù Cristo, ci dice nel Vangelo, che il ricco epulone muore e che l’inferno è il suo sepolcro, dove soffre infiniti mali. Lazzaro, invece, è trasportato dagli Angeli nel seno di Abramo, cioè nel cielo. In un altro passo, parlando del peccatore ci dice: « Va’, maledetto, nel fuoco che è stato preparato per il demonio e per coloro che lo hanno imitato ». San Agostino ci dice parlando del peccatore: « Va’ maledetto, tu hai disprezzato il tuo DIO e le sue grazie durante la vita; va’ maledetto,  tu sarai precipitato in uno stagno di fuoco e di zolfo per tutta l’eternità. » Ma, fratelli miei, ciò che sto dicendo è inutile. Non c’è bisogno che vada a trovare così grandi prove, per mostrarvi che c’è una vita felice o infelice, a seconda che avremo vissuto bene o male. E’ sufficiente solo che apriate il vostro Catechismo, e lì troverete tutto quello che dovete credere, sapere e fare. Infatti, fratelli miei, quale è stata la prima domanda che vi è stata fatta, quando siete venuti in Chiesa per farvi istruire? Non è stata forse questa: chi vi ha creato e conservato fino al presente? E voi non avete forse risposto, molto semplicemente, che è stato DIO? Poi vi è stato chiesto: perché DIO vi ha creato? E voi avete risposto: per conoscerlo, amarlo, servirlo, e con questo mezzo guadagnare la vita eterna. Ecco, dunque, quale deve essere tutta l’occupazione di un buon Cristiano, e tutta la sua felicità. Deve imparare a conoscere DIO, cioè, a conoscere quali siano i mezzi più sicuri che debba usare, per piacere al buon DIO, evitando il male, e facendo il bene. Sto dicendo, fratelli miei, che noi dobbiamo amare il buon DIO. Ahimè! fratelli miei, non inganniamoci; se non ameremo il buon Dio in questo mondo, non avremo mai e poi mai la felicità di amarlo nell’altro. Non vi è stato detto forse, quando siete venuti al catechismo, che non se salvate la vostra anima, per voi tutto è perduto? Che avrete un bel piangere per tutta l’eternità, che non ne caverete un bel nulla! Non vi è stato forse assicurato, facendovi distinguere il bene dal male, che un solo peccato mortale, possa portarvi alla dannazione eterna? E non vi è stato detto che il peccato sia l’unico male che dovete temere, perché non c’è che esso che abbia il potere di separarci da Dio per tutta l’eternità, gettandoci nell’inferno? Non vi è stato forse detto, che tutti noi un giorno moriremo, e che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo per ognuno di noi? Non vi è stato forse ricordato che nell’istante in cui moriremo, saremo giudicati rigorosamente, e che tutto ciò che abbiamo fatto durante la nostra vita, sia in bene che in male, ci accompagnerà davanti al tribunale di Dio? Non avevo, dunque, ragione nel dirvi che se conoscessimo tutto quello che è scritto nel nostro Catechismo, avremmo tutta la scienza necessaria per salvarci? Allorché siete venuti qui, nella vostra infanzia, non vi è stato forse detto che, dopo questo tempo che finirà ben presto, ne verrà un altro che non finirà mai più, e che racchiuderà ogni sorta di bene o di male, a seconda che ci avremo fatto bene o male? Ditemi, fratelli miei, se tutte queste verità fossero incise nei nostri cuori, potremmo vivere senza amare il buon Dio, e senza fare tutto ciò che dipende da noi, per evitare tutti questi malanni? – Ahimè! fratelli miei, queste verità hanno fatto tremare i Santi, hanno fatto convertire grandi peccatori, e hanno spinto i penitenti a usare grande rigore nelle loro penitenze e nelle loro macerazioni! – Leggiamo nella storia che sant’Ambrogio, scrivendo all’imperatore Teodosio che aveva commesso un certo peccato, più per essere stato colto di sorpresa che per malizia, gli diceva: « Ho visto – dice Sant’Ambrogio – in una visione nella quale il buon DIO mi ha mostrato che, se ti avessi visto venire in chiesa, mi ha comandato di chiudervi la porta, poiché il vostro peccato vi aveva reso indegno di entrarvi ». Dopo la lettura di questa lettera, l’imperatore cominciò a spandere lacrime in abbondanza; tuttavia, come era suo costume, andò a presentarsi alla porta della chiesa, nella speranza che il Vescovo si sarebbe lasciato commuovere dalle sue lacrime e dal suo pentimento. Ma il Vescovo, ben lontano dal lasciarsi piegare, come i suoi ministri vili e compiacenti, vedendolo avvicinarsi alla chiesa, gli intimò di fermarsi, secondo l’ordine ricevuto da DIO, poiché non era degno di entrare nella casa di Colui che aveva osato oltraggiare, e gli ordinò di cominciare a espiare il suo peccato ». L’imperatore rispose: « E’ vero – gli dice l’imperatore –  che sono un peccatore e indegno di entrare nel tempio del Signore, ma il buon DIO vede il mio pentimento. Anche Davide ha peccato, ed il Signore gli ha perdonato ». – « Ebbene! – gli rispose sant’Ambrogio – se avete imitato Davide nel suo peccato, imitatelo nella sua penitenza ». L’imperatore, senza nulla replicare a queste parole, si ritira; le lacrime colano dai suoi occhi; il suo cuore si lacera per il dolore; si strappa i suoi abiti regali e ne indossa di poveri e laceri, si getta con la faccia a terra, abbandonandosi a tutta l’amarezza del dolore e facendo risuonare per il palazzo le grida più laceranti. I suoi sudditi, vedendolo in una così grande desolazione, non hanno il coraggio né di guardarlo, né di rivolgergli la minima parola per consolarlo; si contentano di mescolare le loro lacrime a quelle del loro padrone; il suo palazzo si trasforma in un luogo di dolore, di lacrime e di penitenza. Egli non si contenta di confessare il suo peccato nel tribunale della penitenza, ma lo confessò pubblicamente, affinché una tale umiliazione attirasse su di lui la misericordia di DIO. Era inconsolabile nel vedere che i suoi sudditi potessero entrare in chiesa, mentre egli ne era escluso. Se gli si permetteva di partecipare ad una preghiera pubblica, vi prendeva parte nella maniera più umiliante: non stava né in piedi, né in ginocchio, come gli altri, ma prostrato con la faccia a terra, inondandola di lacrime. Si strappava i capelli per mostrare la grandezza del suo dolore, raccoglieva delle pietre con le quali si martoriava il petto e gridava: Misericordia! Per tutta la vita conservò il ricordo del suo peccato: i suoi occhi versavano continuamente lacrime. Ma se voi mi domandate: quale è stata la causa di tante lacrime, di un così grande dolore e di una penitenza così straordinaria? Ahimè! fratelli miei, vi risponderei: che fu il solo pensiero che un giorno Dio lo avrebbe citato in giudizio per il suo peccato, davanti a quel tribunale dove sarebbe stato giudicato senza più misericordia. Ahimè! fratelli miei, se queste grandi verità fossero ben impresse nei nostri cuori, potremmo noi vivere senza lavorare continuamente per placare la giustizia di Dio, che i nostri peccati hanno tanto esasperato? In effetti, fratelli miei, chi è colui che, pensando che non si trovi in questo mondo se non per salvarsi l’anima, potrebbe ancora cercare di ingannare o fare torto al proprio prossimo? Chi è colui che ben convinto che tutti questi beni che accumula a discapito della salvezza della sua anima, fra poco tempo li lascerà a degli eredi che forse sono ingrati che li dissiperanno in dissolutezze, senza, forse, fare la minima preghiera in suffragio della sua anima? Ma, quand’anche essi li usassero per compiere opere buone, queste non potranno strapparvi all’inferno, se voi, avete lasciato la vostra anima nel peccato. Chi potrebbe ancora abbandonarsi ai divertimenti del mondo, che sono tanto fugaci e sì funesti per la nostra salvezza, perdendo di vista l’affare più grande della nostra salvezza. Chi è colui che, essendo ben persuaso che un solo peccato mortale possa dannarlo, avrebbe il coraggio di commetterlo? Oppure, chi, avendo avuto la disgrazia di averlo commesso, potrebbe restare ancora in uno stato sì deplorevole, in cui la mano di DIO può colpirlo da un momento all’altro, e non si affretterebbe invece a far ricorso al Sacramento della Penitenza, unico rimedio che il buon DIO ci offre, nella sua misericordia? – Chi è colui, fratelli miei, che pensando che potrebbe morire in qualunque momento, non vivrebbe ogni giorno, tremante, sull’orlo dell’abisso? Chi è colui che si attaccherebbe tanto fortemente alla vita, al pensiero che forse domani non esisterà più? Chi, fratelli miei, pur essendo certo che nell’istante in cui andrà a comparire davanti a DIO, sarà giudicato con ogni rigore, non temerebbe continuamente di dover subire un giudizio, così temibile perfino per i più giusti? Chi è colui fratelli miei che, essendo certo che dopo questa vita mortale ne avremo un’altra felice o infelice, a seconda che avremo vissuto bene o male, non metterebbe ogni cura nel meritare i beni che il buon DIO ha preparato per coloro che lo hanno amato? Ah! fratelli miei, diciamo ancora meglio, chi è colui che, meditando a fondo queste grandi verità, non vivrebbe e non morirebbe da santo? Anima mia – gridava un santo penitente – ricordati dei tuoi peccati e di queste grandi verità; non dimenticare mai da dove vieni, dove vai, da chi hai ricevuto l’essere, a chi devi donare il tuo cuore, che cosa hai portato in questo mondo e che cosa porterai via, uscendo dal tuo esilio. Ahimè! fratelli miei, noi, fino ad ora, non abbiamo mai considerato tutto questo fino al presente; ahimè! noi aspettiamo, per pensarci, il momento in cui le nostre lacrime e le nostre penitenze resteranno senza frutto. Come saremmo felici, fratelli miei, se queste grandi verità potessero dissipare le tenebre che ci accecano, riguardo al grande affare della nostra salvezza; se noi avessimo la fortuna di essere fortemente convinti che noi non siamo stati che un puro nulla e un miserabile verme di terra: che siamo solo peccatori e pieni di colpe, che un giorno saremo eternamente felici, se evitiamo il peccato, ed eternamente infelici, se seguiamo le nostre cattive inclinazioni! Ahimè! fratelli miei, forse non abbiamo a nostra disposizione che pochi istanti ancora, per prepararci al terribile passaggio. Rientriamo nei nostri cuori, fratelli miei, per non occuparci che delle grandi verità, le sole degne della nostra attenzione, le sole capaci di convertirci. Fratelli miei, lasciamo passare ciò che passa e perisce insieme a noi; attacchiamoci a ciò che è eterno e permanente. Diciamo a tutte le cose di quaggiù, come facevano tutti i santi: No! No! Voi per me non contate più nulla, dal momento che, forse domani, o voi o io, non esisteremo più; lasciatemi profittare del poco tempo che mi resta, per fare in modo che il buon Dio si degni di perdonarmi. Ah! no, no, io non voglio vivere che per Dio, disprezzando i beni che periscono. Ah! questi Santi hanno ben compreso queste grandi verità! E potremmo dire che ne hanno fatto l’unica loro occupazione! Leggiamo nella storia della Chiesa che un gran numero di Santi, tutti penetrati dal nulla di questo mondo e dalla grandezza delle verità, lo hanno disprezzato e abbandonato, per andare a chiudersi nei monasteri o ritirarsi nel fondo delle foreste, per poter meditare queste verità con maggiore agio. E là, nelle grotte spaventose e oscure, lontani dai rumori e dai tumulti del mondo, non si occupavano d’altro se non di queste verità immutabili. Penetrati da questi grandi sentimenti, esercitavano sui loro corpi tutti i rigori della penitenza, che il loro amore per DIO gli ispirava. La preghiera, il digiuno e la disciplina, riducevano i loro corpi in uno stato degno della più grande compassione. Una gran parte di loro non mangiava che qualche radice che trovava smuovendo la terra. Se mangiavano qualche pezzetto di pane, lo ammollivano con le loro lacrime, vedendosi costretti a dare un po’ di sollievo a quel corpo che era più morto che vivente. Così trascorrevano la loro vita, che non era altro che un continuo martirio. E allorché, dopo venti, trenta, quaranta o ottant’anni di penitenza, arrivavano alla fine della loro corsa, ancora tutti spaventati, si dicevano, gridando, gli uni gli altri: Pensate, amici miei, che Dio avrà finalmente pietà delle nostre anime e che si lascerà piegare? Che vorrà ancora accordarci il perdono dei nostri peccati? Pensate che potremo ancora trovare grazia davanti a questo giudice che allora sarà senza misericordia? Ah! chi pregherà per noi, per addolcire la severità del nostro giudice? Ah! potremo ancora sperare di aver parte un giorno alla felicità dei figli di DIO? – Sì, fratelli miei, noi vediamo che i Santi penitenti, dopo aver avuto la fortuna di conoscere che cosa sia veramente il peccato, e come il buon Dio lo punisca severamente nell’altra vita, non mettevano limiti alla loro penitenza. – San Girolamo ci racconta che una dama romana, avendo abbandonato il marito, a causa dei vizi a cui era dedito, credette che, essendosi separata secondo la legge, poteva, senza peccare, rimaritarsi legittimamente con un altro uomo. San Girolamo ci dice che un giorno la rese consapevole del suo peccato; ella allora fu colta da un tale dolore, coperta da una tale confusione, che abbandonò all’istante gli abiti mondani e si vestì di un sacco; … i capelli scompigliati, il volto coperto di fango, le mani tutte sporche, la testa coperta di cenere e di polvere, i vestiti tutti strappati, la bocca serrata. In questo misero stato, si va a gettare ai piedi del Santo Padre (san Girolamo). Il Santo Padre e tutti coloro che furono testimoni di questo spettacolo, non riuscivano a resistere vedendo il triste stato in cui questa signora romana era caduta, a causa della sua ignoranza. Roma, continua questo Padre, faceva echeggiare le sue mura delle grida più laceranti, e sembrava voler condividere il dolore di questa grande penitente. Ella confessava pubblicamente il suo peccato, sempre versando un torrente di lacrime. Portò per tutta la vita i vestiti della penitenza; il suo dolore e il suo pentimento la seguirono fino alla tomba. Non contenta di tutto ciò, vendette tutti i suoi beni, che erano immensi, per vivere e morire nella più grande povertà. A questo punto vi sarete chiesti: … ma quale è stata la causa di tutto questo? Ahimè! Il solo pensiero che un giorno le sarebbe stato intimato di andare a presentarsi davanti al tribunale di Gesù Cristo. Ella chiedeva a Dio la grazia di prolungarle di qualche giorno la vita, affinché avesse il tempo di fare penitenza. Ahimè! Gridava ad ogni istante, bisogna che io vada a comparire davanti al buon Dio; che ne sarà di me, se il mio peccato non sarà cancellato dalle lacrime e dalla penitenza? O felice penitenza! O lacrime salutari! Venite in mio aiuto: soltanto voi voglio come compagne per tutti i giorni della mia vita. Ahimè! Fratelli miei, ci dice il grande Santo Giovanni Climaco, se il pensiero dell’eternità ha portato tanti Santi a fare penitenze così straordinarie, quale sarà la nostra sorte, noi che non facciamo nessuna penitenza? DIO mio! Quanto sarà terribile la vostra giustizia per questi poveri peccatori che non avranno nulla su cui appoggiarsi! « Ah! Amici miei, egli ci dice, ho visto dei penitenti in un luogo che non si può nemmeno immaginare, senza versare lacrime; in un luogo, dico, sprovvisto di ogni aiuto umano, di ogni consolazione umana. Non c’era che oscurità, puzza e sporcizia; tutto era così spaventoso, che non lo si poteva vedere senza piangere di compassione. Questi nobili e santi penitenti non avevano in questo luogo né fuoco né vino, solo qualche radice e qualche pezzo di pane duro e nero che essi inzuppavano con le loro lacrime. Quando arrivai – ci dice san Giovanni Climaco, in quel luogo di penitenza, che molto giustamente è nominato « soggiorno del pianto e delle lacrime », vidi veramente, oserei dire, ciò che colui il quale trascura la sua salvezza, non ha mai visto, e ciò che colui che è pigro nei suoi doveri, non ha mai ascoltato, e ciò che il cuore di colui che cammina lentamente nella via della virtù, non ha mai potuto comprendere; poiché vi assicuro che ho visto delle azioni ed ho ascoltato delle parole, capaci di esprimerlo. Alcuni passavano le notti intere in piedi nel rigore dell’inverno e, quando il loro povero corpo cadeva per la debolezza e il rilassamento: Ah! maledetto, dicevano a se stessi, poiché hai avuto l’ardire di oltraggiare il buon DIO, bisogna che tu soffra in questo mondo o nell’altro. Scegli la parte che vuoi prendere; le sofferenze di questo mondo non sono che un di momento, invece quelle dell’altra vita sono eterne. Ne vidi altri che con gli occhi sempre levati al cielo, rivolgevano le grida più laceranti chiedendo misericordia. Altri che si facevano legare le mani, finanche le dita, durante la loro preghiera, come criminali, ritenendosi indegni di fissare il cielo. Essi erano talmente penetrati dalla loro miseria e del loro niente che non sapevano da dove cominciare la loro preghiera. Essi si offrivano a DIO come vittime pronte ad essere immolate. Si vedevano altri, vestiti da un sacco, coperti di cenere, distesi sul pavimento e battersi la fronte contro le pietre; altri che piangevano con tante lacrime, da formarne dei ruscelli. Ne vidi alcuni talmente pieni di ulcere, che ne usciva un’infezione capace di far morire coloro che erano loro vicini. Essi avevano sì poca cura di sé, che i loro corpi sembravano un ammasso di ossa coperto da una pelle. Ovunque ci si volgeva, non si ascoltavano che grida e singhiozzi che laceravano le viscere facendo versare lacrime. Le loro grida più frequenti erano: Ah! guai a noi che abbiam peccato! Gli uni portavano il loro rigore tanto lontano che non bevevano acqua se non per impedirsi di morire; altri, quando mettevano qualche boccone di pane in bocca, lo rigettavano subito dicendo che essi erano indegni di mangiare il pane dei figli di DIO dopo averlo oltraggiato. Essi avevano sempre presente al loro spirito e davanti ai loro occhi l’immagine della morte; essi si dicevano l’un l’altro: ahimè! Amici miei, cosa diventeremo? Pensate che avanziamo un poco nella strada della penitenza? Oh! Siano profonde le nostre lacrime! I nostri debiti sono troppo grandi! Come faremo per ripagarli? Facciamo, si dicevano, come i niniviti. Ahimè! Chissà se il buon DIO non avrà ancora pietà di noi? Facciamo tutto ciò che potremo per sperare che il Signore voglia ancora lasciarsi muovere; corriamo nella corsia della penitenza senza risparmiare questo corpo di peccato che non è che abisso di corruzione: uccidiamo questo corpo maledetto come esso ha voluto uccidere le nostre povere anime. Era questo il loro linguaggio ordinario, esso era sufficiente – ci dice San Giovanni Climaco, a condurli a piangere amaramente: essi avevano gli occhi abbattuti, infossati nella testa, non avevano più ciglia alle palpebre: le loro gote erano talmente infossate che sembrava che il fuoco le avesse rose, tanto era per loro ordinario il piangere con lacrime calde; il loro viso era così sfigurato e pallido che sembravano dei morti che avevano dimorato due giorni nella tomba; ve n’erano di taluni che si martoriavano talmente il petto a colpi di pietre, che alla maggior parte di essi si vedeva il sangue uscire dalla bocca; diversi chiedevano al loro superiore di mettere loro dei ferri al collo ed alle mani e ceppi ai piedi: una parte li tenevano fino alla tomba. Essi erano così umili, amavano talmente il buon DIO, avevano tanto dolore dei propri peccati, e si vedevano sul punto di comparire davanti al loro giudice, che essi pregavano in grazia del loro superiore, di non seppellirli; ma di gettarli in qualche fiume o in qualche foresta per servire da pasto ai lupi e alle bestie selvagge. Ecco – ci dice San Giovanni – la maniera in cui vivevano queste anime sante ed innocenti. Quando fui i ritorno – continua il Santo medesimo –  ed il superiore vide che ero così distrutto e che appena poteva riconoscermi e sembravo di non poter più vivere: ebbene! Padre mio – mi dice – avete visto i travagli ed i combattimenti del nostro genere di soldati? Io non potei rispondergli se non con lacrime e singhiozzi, tanto questi genere di vita mi aveva colpito in dei corpi umani. » Ahimè! Fratelli miei, dove siamo? Qual sarà la nostra sorte e la nostra eternità se DIO domandasse a noi altrettanto? Ah! No, no, fratelli miei, mai per noi il cielo se ci volesse tanto! Ah! almeno senza fare così grandi e spaventose penitenze e cominciassimo ad amare il buon DIO, potremmo  ancora sperare la stessa felicità DIO mio, quanto siamo ciechi circa la nostra eterna felicità! Ahimè!, fratelli miei, questo grandi Santi che ammiriamo senza avere il coraggio di imitarli, ditemi, avevano forse un altro Vangelo da seguire? Avevano un’altra Religione da praticare? Avevano un altro DIO da servire? Un’altra eternità da temere o da sperare? No, senza dubbio, fratelli miei, ma essi avevano la fede che noi non abbiamo, che noi abbiamo quasi spenta per la moltitudine dei nostri peccati: è che essi pensano seriamente alla salvezza della loro povera anima, mentre noi lasciamo da parte, questa povera anima che è sì povera e che tanto è costata a Gesù-Cristo, e che torna indifferente salvare o dannare. È che essi meditavano incessantemente queste grandi e terribili verità dell’altra vita, la perdita di un DIO, la grandezza del peccato, una eternità felice o infelice, l’incertezza della morte, gli abissi spaventosi dei giudizi di DIO e le sequele di un avvenire felice o infelice, secondo che avremo vissuto bene o male, mentre noi non ci pensiamo mai. Non essendo occupati che da cose di questo ondo, lasciamo la nostra anima ed il cielo da parte. In una parola, c’è che essi vivono da penitenti e da Santi, mentre noi viviamo da mondani, nel peccato e nei piaceri del mondo, e non di penitenza. O cecità dell’uomo, quanto grande tu sei! Chi potrà mai comprenderlo? Non essere in questo mondo che per amare il buon DIO e salvare la nostra anima, e non vivere per offenderlo e rendere la nostra anima infelice per l’eternità! In effetti, fratelli miei, qual è la nostra vita al presente? A cosa abbiamo pensato da quando siamo sulla terra? A chi abbiamo dato il nostro cuore? Cosa abbiamo fatto per Dio, nostro primo ed ultimo fine? Qual zelo, quale ardore abbiamo avuto per la gloria di Dio e la salvezza della nostra povera anima che è costata tante sofferenze a Gesù-Cristo? Quanti rimproveri, al contrario, non abbiamo da farci? Ahimè! Ben lungi dall’avere impiegato tutta la nostra vita a procurare la gloria di DIO ed assicurarci la felicità eterna, forse noi non vi abbiamo mai pensato un solo giorno, come un Cristiano dovrebbe fare tutta la vita. ah! ingrati! È forse per questo che il buon DIO  ci ha creati e messo sulla terra? Non è al contrario che per occuparci di Lui e consacrargli tutto i movimenti del nostro cuore? Noi non dovremmo vivere che per LUI, e forse non abbiamo ancora vissuto un solo giorno del quale potremmo dire di essere tutto per Lui e solo per Lui. Ahimè! Fratelli miei, ben presto ci toccherà render conto di tutte le nostre azioni. Cosa abbiamo da presentargli? Cosa avremo da rispondere a tutte le sua interrogazioni quando ci mostrerà da un lato tutte le grazie che ci ha accordato durante tutta la nostra vita, e dall’altra il poco profitto o piuttosto il disprezzo che e abbiamo fatto? È possibile mai che, avendo tra le mani, delle grazia così preziose, siamo ancora sì tiepidi, sì lassi e languidi nel servizio a DIO? Ah! fratelli miei, se i pagani e gli idolatri avessero ricevuto tante grazie come noi, non sarebbero divenuti gran Santi? Quanti, fratelli miei, grandi peccatori, se fossero stati ricolmi di tanti benefici come noi, non avrebbero fatto penitenza, come i niniviti, coperti da cenere e cilicio? Ricordiamoci, fratelli miei, tutto ciò che il buon DIO ha fatto per noi da quando siamo al mondo. Quanti tra voi sono morti senza avere avuto il beneficio di ricevere il santo Battesimo? Quanti altri che, dopo un peccato mortale sono stati colpiti subito e sono caduti nell’inferno! Oh! Quanti pericoli anche corporali da cui DIO, nella sua misericordia, ci ha preservato, preferendoci a tanti altri che sono periti in una maniera straordinaria. Ma a quanti di noi, dopo avere avuto la disgrazia di peccare, il buon DIO non ci ha perseguiti con rimorsi di coscienza, di buoni pensieri? Quante istruzioni, quanti buoni esempi che sembravano rimproverarci la nostra indifferenza per la nostra salvezza! Ditemi, fratelli miei, dopo tanti tratti di misericordia del buon DIO, cosa avremo da rispondergli quando ci domanderà conto del profitto che ne abbiamo fatto? O pensiero triste, fratelli miei,  per un peccatore che ha disprezzato tutto, e che non ha saputo profittare di nulla. Eh ben ingrato, ci dirà Gesù-Cristo, le virtù che vi ho comandato erano troppo difficili? Non potevate praticarle come tanti altri? In quale stato comparirete davanti a me! Non sapevate che sarebbe arrivato un giorno in cui Io avrei domandato a voi conto di tutto ciò che la mia misericordia ha fatto per voi? Ebbene, miserabile, rendetemi conto di tutto ciò che la mia misericordia ha fatto per voi! Ahimè! Fratelli miei, cosa andremo a rispondere, o piuttosto qual confusione per noi! Preveniamo, fratelli miei, questo momento orribile per il peccatore, profittando finalmente delle grazie che la bontà di DIO vuole ancora ben accordarci oggi. Io dico oggi, perché forse domani, in cui il buon DIO ci avrà abbandonato, non saremo più in questo mondo. Sapete, fratelli miei, il linguaggio che dobbiamo tenere in questo momento? Eccolo: Ah! diremo. Io sapevo molto bene che non ero sulla terra che per poco tempo, e tuttavia non ho vissuto che per il mondo. E perdendo la vita eterna, io sapevo he in qualche anno avrei finito la mia corsa, e che mille anni non sarebbero stati tanto lunghi per prepararmi a questo triste passaggio da questo mondo all’eternità in cui potevo entrare in ogni istante; e questo poco tempo io non l’h impiegato che per gli affari del tempo, per i divertimenti e per dei niente. Ecco questo tempo prezioso che DIO non mi aveva dato che per assicurarmi una eterna felicità che va a sparire ai miei occhi, e l’eternità che sta per cominciare per on finire mai. Sarà essa felice o infelice? Ahimè! Cosa ho fatto per meritarla felice? O tempo perduto! Eternità obliata! Qual disprezzo! Tu che getti anime nell’inferno! O cecità dell’uomo che potrà comprendere, quattro giorni da passare in questo mondo ed una eternità intera nell’altra: e questi quattro giorni hanno fatto tutta la mia occupazione, ed io ho fatto tutto ciò che ho potuto per cancellarvi dalla mia memoria. DIO mio, dov’è dunque la nostra fede? Dove la nostra ragione? Per vivere come viviamo. – Cosa dobbiamo concludere da tutto questo, fratelli miei? È che, malgrado noi abbiamo tanto disprezzato delle grazie, se vogliamo profittare di quelle che il buon DIO vuole accordarci nella sua misericordia, non soltanto potremo riscattare il tempo passato, ma procurarci una felicità infinita nell’altra vita. se il buon DIO ci ha conservato la vita, malgrado tanti peccati, non è che perché voleva effondere su di noi la grandezza delle sue misericordie; più siamo peccatori, più Egli desidera la nostra salvezza, affinché possiamo essere come tanti strumenti per manifestare per tutta l’eternità la grandezza delle sue misericordie per i peccatori. Sì, fratelli miei, Egli ci attende con le braccia aperte; Egli ci apre la piaga del suo Cuore divino per nasconderci alla severità della giustizia di suo Padre; Egli ci presenta tutti i meriti della sua morte e passione al fin di pagare per i nostri peccati. Se il nostro ritorno è sincero, Egli si incarica di rispondere per noi al tribunale di suo Padre, quando saremo interrogati per rendere conto della nostra vita. felice colui che obbedisce alla voce del suo DIO che lo chiama! Felice, fratelli miei, colui che non avrà mai perso di vista che la sua vita è breve, che può morire in ogni istante, e non ha mai perso il pensiero che dopo questa vita sarà giudicato, per una eternità di felicità e di dannazione, per il cielo o per l’inferno. O DIO mio! Se noi pensassimo incessantemente ai nostri fini ultimi, potremo vivere nel peccato, potremmo dimenticare questo tempo avvenire che, una volta cominciato, non finirà mai? Ditemi, fratelli miei, credete a questa eternità, vi che dopo forse dieci o venti anni siete nell’odio di DIO? Credete all’eternità, fratelli miei, voi che avete i beni di altri? Ah! no, no, se voi vi credeste, voi non potreste vivere come vivete. Ditemi, miserabile, che dopo tanti anni di peccati celati nelle vostre Confessioni, colpevole di tanti sacrilegi fatti con le Comunioni; ahimè! Se voi lo credeste appena un pico, non morireste di orrore di voi stesso, pensando ad ogni momento in cui siete esposto ad andare a rendere conto di tutte queste turpitudini davanti ad un giudice che sarà senza misericordia. Sì, fratelli miei, se avessimo la felicità di ben meditare su ciò che ci attende dopo questo mondo che è cos’ breve, sarebbe impossibile non lavorare per tutta la vita tremando nel timore di non riuscire a salvare la nostra povera anima. Felice, fratelli miei, colui che si terrà sempre pronto! Ciò che io vi auguro. 

LA COSCIENZA CRISTIANA

Coscienza buona e cattiva.

[Ab. BARBIER: I Tesori di Cornelio Alapide; vol. I, S. E. I. Torino, 1930]

1. Qual è la buona coscienza? — 2. Potenza e forza di una buona coscienza. — 3 Eccellenza e pregio della buona coscienza. — 4. Felicità che procura la buona coscienza. — 5. Disgrazie che attira la cattiva coscienza e disordini che produce. — 6. Cagioni della cattiva coscienza. — 7. Che cosa si deve fare per acquistare una buona coscienza.

1. QUAL È LA BUONA COSCIENZA? — Buona coscienza, dice Ugo da San Vittore, è quella che si mostra dolce con tutto il mondo, che non ferisce persona, che usa castamente dell’amicizia, che, paziente con i nemici, benevola verso tutti, fa il bene per quanto le è possibile. Buona coscienza si dice quella a cui Dio non imputa peccati, perché li schiva, né incolpa dei peccati altrui, perché essa non li approva, né accagiona di negligenza, perché ha parlato ed operato quando era necessario, né taccia d’orgoglio, perché si tenne sempre nell’umiltà e nell’unità (De Anima lib. III, c. IX). La buona coscienza è quella che è retta, che obbedisce alle leggi di Dio e della Chiesa e che si serve dei lumi della ragione per illuminarsi … La buona coscienza è quella che sta attenta per non cadere e che caduta, prontamente si rialza … La buona coscienza è l’uomo tutto intero; poiché l’uomo è nulla, o meglio è un mostro, un flagello, quando non ha la buona coscienza… La buona coscienza è l’immagine di Dio su la terra …

2. POTENZA E FORZA DI UNA BUONA COSCIENZA. — Il non aver nulla da rimproverarsi, il non aver da arrossire di colpa alcuna, dà tale forza che ci rende muri di bronzo, cantava Orazio (lib. I, Epist.); e il martire Tiburzio affermava che ogni patimento è lieve, anzi è un nulla, quando si ha la coscienza retta e pura. La buona coscienza niente teme; essa può ripetere col poeta: « Io temo Dio, caro Abner, e fuori di questo non conosco altro timore. — Ci travagli pure il corpo con le sue voglie e col pungolo della concupiscenza; ci solletichi o ci minacci il mondo; ci tenti o ci spaventi il demonio; la buona coscienza sta tranquilla, ferma, irremovibile. Al punto di morte la buona coscienza è piena di speranza e compare senza inquietudine al tribunale di Dio. Il mondo va e viene; piange e ride; passa e scompare senza che la buona coscienza ne resti scossa o macchiata. Si può battere, torturare, sbranare, crocifiggere, bruciare il corpo, ma la buona coscienza trionfa di tutte queste prove.

3. ECCELLENZA E PREGIO DELLA BUONA COSCIENZA. — « Che cosa vi è quaggiù di più prezioso, scriveva S. Bernardo a papa Eugenio, di più tranquillo e sicuro che una buona coscienza? Non teme perdita di beni, né ingiurie, né patimenti; la morte, non che intimidirla, le dà fierezza (De Consid. lib. I ) ». – « Non l’ampiezza del principato, non la copia delle ricchezze, non il fasto della potenza, non la gagliardia del corpo, né altra simile cosa dà tranquillità e gioia all’anima, ma solo la buona coscienza e infelicissimo sarebbe chi possedesse ogni sorta di beni, ma intanto avesse coscienza d’aver fatto male», dice il Crisostomo (Homil. I, in Epi. ad Rom.). Non si dà più sicuro pegno di future benedizioni che la consolante testimonianza di una buona coscienza; perciò i Proverbi la dicono, « un continuo festino » — Secura mens quasi iuge convivium (XV, 15). Quindi Ugo da S. Vittore la chiama un campo di benedizione, un giardino di delizie, un tabernacolo d’oro, la letizia degli angeli, l’arca dell’alleanza, un tesoro regio, il trono di Dio, la dimora dello Spirito Santo, il libro chiuso e sigillato che verrà aperto il dì del giudizio (De Anim. lib. III).

4. FELICITÀ CHE PROCURA LA BUONA COSCIENZA. — « La stessa notorietà delle buone opere che si sono fatte, infonde speranza a una buona coscienza, dice S. Agostino: poiché questa è naturalmente portata a sperare ed è piena di confidenza, mentre la cattiva coscienza è rosa dalla disperazione (Homil. in Ioann.)) ». – « Dove trovare cibo più gustoso, dice S. Ambrogio, fuori della testimonianza d’una buona coscienza, e d’un cuore innocente? (In Psalm. XLV) »; e tutti i giorni che una buona coscienza vede splendere, sono giorni di festa … La  pace dell’anima rende la vita felice (Officiò, lib. II, c. 1). Quando l’anima non è tormentata da rimorsi, predicava il Crisostomo, prova tanta felicità, che non si può dire. Che dirò? tutto ciò che vi è di più confortante e dilettevole in terra, è amarezza e melanconia se si confronta col piacere che proviene da una buona coscienza (Hom. ad pop.). Che può mai temere un giusto? egli sa che la sua purezza di coscienza gli guadagna la protezione e l’amore di Dio. La sua anima è calma, serena, tranquilla, piena di fiducia, di contentezza e di coraggio, perché egli è appoggiato a Dio. « Niente si può immaginare di più felice che la tranquillità di coscienza (De Givit. Dei, lib. XXI); e nessuno può contristare colui la cui gioia è Cristo (Sentent. XC) », dice S. Agostino. Nessuno è infelice, soggiunge Salviano, perché altri lo giudica tale, ma l’infelicità proviene solamente da noi medesimi. Ecco perché chi ha la fortuna di avere una coscienza monda e buona è felice, ancorché altrimenti ne giudicassero tutti gli uomini (De Prov. Dei). Anzi non solamente felicità, ma gloria nostra è, al dire di S. Paolo, la buona testimonianza della coscienza: — Gloria nostra hæc est, testimonium conscientiæ nostræ (II Cor. I, 12). Perciò non è a stupire se in questo convengono anche i pagani. « Qual è il sommo bene? domanda Ausonio, e risponde: Una coscienza che nulla ha da rimproverarsi. La coscienza di aver voluto il bene, è il massimo dei conforti nei travagli della vita »; la testimonianza di una buona vita, unita al ricordo del bene che si è continuamente fatto, forma la felicità dell’uomo, sentenziava Cicerone (Caio mal.). La buona coscienza ci libera da tutte le inquietudini della vita, leggiamo in Plutarco. Chi sono quelli che vivono felici? – fu domandato a Socrate: Sono coloro, rispose, che mantengono la loro coscienza netta di ogni sozzura (Anton, in Meliss.). Interrogato Biante qual fosse la cosa che nulla temeva, e Periandro qual fosse la più grande e perfetta contenuta nella più piccola e vile; risposero ambedue: essere la buona coscienza, e quest’ultimo aggiunse, nel corpo di un uomo.

5. DISGRAZIE CHE ATTIRA LA CATTIVA COSCIENZA E DISORDINI CHE PRODUCE . — « Conserva, scriveva S. Paolo a Timoteo, la buona coscienza, la quale perché alcuni rinnegarono, fecero naufragio nella fede » — Habens… bonam conscientiam, quam quidam repellentes circa fìdem naufragaverunt (I Tim. I, 29). La cattiva coscienza è la sorgente di tutte le eresie, della corruzione dello spirito e del cuore e di tutti i delitti. ..Il medesimo Apostolo accenna alcuni che avevano la coscienza cauterizzata:— Cauteriatam habentium suam conscientiam (I Tim. IV, 2). La coscienza cauterizzata, la quale è una coscienza profondamente corrotta e indurita, ha smarrito il senso del bene e del male. Altre volte regnava la coscienza, poi la scienza ne prese il luogo; finalmente l’una e l’altra disparvero e noi siamo divenuti esseri stupidi e perversi… L’errore, qualunque sia, è sempre pericoloso, ma quello che influisce sulla coscienza, su questa regola dei costumi, è il più dannoso. « Badate, diceva Gesù Cristo, che la luce la quale è in voi non si volga in tenebre » — Vide ne lumen quod in te est, tenebræ sint (Luc. XI, 35). L’occhio della nostr’anima è la coscienza; ora quando l’occhio è affetto da malore, tutti gli atti della vita ne patiscono; così quando la coscienza è inferma, tutto nell’anima è disordine: perché 1° non vi è eccesso a cui una cotale anima non si abbandoni…; 2° si commette il male arditamente e senza rimorsi …; 3° questo stato non ha più rimedio…

6. CAGIONI DELLA CATTIVA COSCIENZA. — Se si seguisse la legge di Dio, se sopra di lei si modellasse la condotta, la coscienza sarebbe retta e illuminata, perché la legge di Dio non soffre che si faccia il male: — Lex Domini immaculata (Psalm. XVIII, 7). Ma si interpreta secondo i propri disegni…; si traveste a capriccio delle passioni…; si elude, o piuttosto si disprezza e si calpesta… ognuno si foggia una coscienza a proprio modo… una coscienza compiacente… tutto ciò che si brama è buono, dice S. Agostino, tutto ciò che piace è santo (Serm.).

7. CHE COSA SI DEVE FARE PER ACQUISTARE UNA BUONA COSCIENZA. —

Per procurarsi una buona coscienza, bisogna, 1 ° consultare la legge di Dio e seguirla; 2° detestare il peccato, secondo il consiglio medesimo di Seneca: « Ancorché io sapessi, diceva questo filosofo pagano, che agli uomini starà nascosto e che Dio mi perdonerà il peccato, tuttavia non vorrei peccare, trattenuto dalla intrinseca bruttezza del medesimo » . – Un 3° mezzo ci è dato da S. Agostino, in quelle parole: « Si acquista una buona coscienza per mezzo di una buona vita ». Una vita cristiana, pura e santa, è prova di una buona coscienza; una vita sregolata, colpevole e scandalosa, genera una coscienza cattiva; e quando la coscienza è corrotta, i costumi si vanno man mano depravando e la coscienza s’indura. Allora tutto è perduto nel tempo e per l’eternità. – Il 4° mezzo è suggerito dai seguenti versi di Pitagora: « Non fare mai nulla di turpe né in presenza di amici, né di testimoni, né di te stesso ancorché solo, e trattate medesimo con somma modestia ». – Un 5° eccellentissimo mezzo sta nel considerare i tormenti e i castighi che infligge una cattiva coscienza. Essa infatti è una spada che trapassa il cuore…; è un abisso sopra di cui romba la tempesta… Il peccatore si trova del continuo tra l’affanno, il timore ed i rimorsi; passa la sua vita nell’amarezza e nel disgusto, anche quando pare che nuoti nell’abbondanza, nelle delizie, nella gioia… La vita dell’uomo senza coscienza è un sogno; all’aprire degli occhi il suo riposo è scomparso, i suoi piaceri sono svaniti. Voi non vedete di lui altro che i festini e le gioie di cui gode; considerate piuttosto la sua coscienza e le torture che gli cagiona… La coscienza è un testimonio…, un giudice…, un carnefice… Il verme roditore della coscienza non muore, disse Gesù Cristo: — Vermis eorum non moritur (Marc. IX, 47). No, dice S. Agostino, non vi è afflizione uguale a quella che è prodotta da una cattiva coscienza. Chi pecca, sta male con se stesso; è angustiato, perseguitato da’ suoi rimorsi; diviene carnefice e castigo a se stesso. Un nemico si può scansare, m a come fuggire se stesso? Non si danno patimenti simili a quelli che fa provare una cattiva coscienza, perché essendo il peccatore in urto con Dio, non trova consolazione in nessuna parte (Sentent.).

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DELLA COSCIENZA.

[G. Frassinetti: Compendio di teologia Morale di s. Alfonso M. De’ Liguori, Genova, Tipogr. Arcivescovile; 1882]

1. Prima regola delle nostre azioni è la legge divina; ma regola rimota. Regola prossima poi ne è la coscienza, che noi praticamente siamo obbligati a seguire. La coscienza quindi si definisce: il dettame della ragione, mediante il quale giudichiamo che una cosa sia da farsi o non farsi siccome lecita od illecita presentemente: hic et nunc. — La coscienza è la regola prossima delle nostre azioni, perché ogni atto umano si giudica virtuoso, o vizioso, non secondo il suo obbietto materiale, ma secondo l’idea che abbiamo della sua bontà o della sua malizia. — La Sinderesi è la cognizione dei principii universali: per esempio, il bene è da desiderare, il male è da fuggire, ecc.

CAPITOLO I.

DELLA COSCIENZA RETTA,  ERRONEA, PERPLESSA E SCRUPOLOSA.

2. La coscienza retta è quella che detta una cosa vera. —

La coscienza erronea è quella che detta una cosa falsa. Questa poi si divide in vincibile, ed in invincibile. È vincibile, quando ci si presenta alla mente il dubbio, ossia il pericolo di errare, e di più si avverte all’obbligo di appurare la verità della cosa. E invincibile, quando non occorre alla mente né quel dubbio, né questa avvertenza. Quando sia invincibile e precettiva, siamo obbligati a seguirla nelle nostre operazioni; che se poi è vincibile, allora, seguendola, noi peccheremmo.

3. Non si dà ignoranza invincibile riguardo ai primi principii, quale sarebbe questo: Non fare agli altri ciò che non vorresti che fosse fatto a te. — Riguardo alle conclusioni, che da tali principii vengono immediatamente, come sarebbero i precetti del Decalogo, non può darsi ignoranza invincibile,non siavi nell’azione cattiva alcuna circostanza che, almeno apparentemente, la giustifichi. — Si dà poi ignoranza invincibile in tutte le conchiusioni non immediate, cioè nelle conchiusioni che si deducono dai precetti del Decalogo. —Pertanto è da stabilire che si dà ignoranza invincibile, cioè incolpabile, anche nella legge naturale. — Chi poi conosce alcuna opera essere cattiva, non può ignorare invincibilmente che sia cattivo e peccaminoso anche il desiderio di essa.

4. La coscienza è perplessa, quando di due azioni dovendosi necessariamente farne una, si giudica che sia peccato l’una e l’altra, di modo che ad ogni modo si abbia da violare la legge di Dio. — Colui che si trovasse in questa perplessità, potendo, dovrebbe consigliarsi con persone dotte per sentire a quale parte dovesse appigliarsi. Non potendo poi prender consiglio, dovrebbe scegliere di fare il minor male, evitando la trasgressione del precetto più importante, come sarebbe la trasgressione di un precetto della legge naturale, a preferenza della trasgressione di un precetto positivo; mancando piuttosto, per esempio, al precetto della Messa che a quello della carità verso il prossimo. Se poi l’uomo non sa distinguere il maggior male dal minore, allora in qualunque modo egli operi, non pecca.

5. La coscienza scrupolosa è quella, che per ragioni vane, incapaci a persuadere un uomo prudente, dubita della onestà delle azioni. — E necessario che gli scrupolosi camminino per la strada della cieca ubbidienza, attenendosi alle regole assegnate loro dal Confessore. Questo poi darà sempre agli scrupolosi regole generali e senza restrizioni. Inoltre procurerà che bene si persuadano di due cose: primieramente, che il Cristiano procede con sicurezza sotto l’ubbidienza del Confessore, qualunque cosa gli comandi, purché non fosse un evidente peccato: in secondo luogo, che il maggiore scrupolo, ossia il timore di far male, dev’essere quello di mancare all’ubbidienza, per tutti i danni che questa mancanza apporta alla salute dell’anima, e in tanti casi anche a quella del corpo.

6. Gli scrupolosi non sono obbligati a confessar peccati, se pure non sieno talmente certi da poterne prendere giuramento, che quelli sieno veri, formali peccati mortali, e che inoltre non gli abbiano mai confessati. Frattanto il Confessore proibisca loro di fare esami sulla materia dei loro scrupoli, di ascoltare prediche di terrore, come quelle del Giudizio, dell’Inferno ecc., e di leggere i libri pii che ne trattano, se tali prediche e letture servono a disturbar la pace del loro spirito. Gli scrupolosi, che facilmente temono d’avere acconsentito a cattivi pensieri, si devono avvisare, non essere possibile che cadano in peccato senza che chiaramente se ne avvedano, per questo appunto che abborriscono il peccato. Quindi non si deve mai loro permettere che si accusino di alcun peccato se non sappiano d’averlo certamente commesso con piena avvertenza e deliberazione. Gli scrupolosi poi, che sono angustiali per le confessioni passate anche dopo d’aver fatto la confessione generale, e forse dopo che hanno già ripetute più volte le loro confessioni, sono da obbligarsi a non pensar mai ne all’integrità, ne alla validità delle loro confessioni.

7. Gli scrupolosi finalmente che temono di peccare quasi in tutte le operazioni che fanno, sono da esortare ad agire liberamente, se pure non riconoscano nelle loro operazioni una evidente malizia. Sono poi da ammonire ch’essi non devono temere di commettere peccato per ragione dello scrupolo od ansietà che li accompagna nell’operare; imperocché questa ansietà è una semplice trepidazione di animo, e non già quella coscienza formata, che ricercasi al peccato formale.

CAPITOLO II

DELLA COSCIENZA DUBBIA.

8, La coscienza dubbia è quella che rimane irresoluta, e sospende l’assenso per l’una e per l’altra parte. È dubbia negativamente, quando non ha motivo notevole per determinarsi più ad una parte che all’ altra. È dubbia positivamente quando tanto per l’una come per l’altra parte si hanno ragioni gravi. Il dubbio altro è speculativo, quando cioè si dubita della cosa in astratto: per esempio, se sia lecito guerreggiare. Altro è pratico, quando cioè si dubita d’ una cosa da fare: per esempio, se sia lecito prendere parte a quella tale guerra. Il dubbio speculativo riguarda il vero; il dubbio pratico riguarda il lecito.

9. E lecito alle volte agire col dubbio speculativo, quando è si abbiano buone ragioni da persuaderci che una data azione ci sia lecita di presente. Per es. dubito se il ricamare sia lecito nei dì festivi; tuttavia conoscendo di aver grave bisogno del guadagno che ricavo dal ricamo, giudico che attualmente il ricamare mi sia lecito. Invece col dubbio pratico non è mai lecito agire; esso deve prima deporsi. Per es. dubito se ciò che mi si presenta da mangiare in venerdì sia cibo grasso o magro; prima di mangiare devo verificare la cosa. Chi opera col dubbio pratico di peccare, pecca di quella specie di peccato, di cui dubita. Per esempio: chi dubita di rubare, pecca di furto. Chi opera dubitando di far peccato mortale o veniale, più probabilmente pecca di peccato veniale, purché allora non avverta al pericolo di peccare mortalmente, né all’obbligazione di verificare la cosa; e purché l’azione non sia da per sé manifesto peccato mortale, e la malizia dell’azione non si conosca almeno in confuso.

10. Nei dubbi è da vedere se posseda il precetto o la libertà. Se possedè il precetto, si deve certo adempiere; non v’è poi tal obbligo, se possiede la libertà. Or per conoscere se possegga il precetto o la libertà, è da osservare per chi stia la presunzione. La presunzione sta pel precetto quando n’è già cominciata l’obbligazione; ed obbliga fintantoché l’obbligazione di esso precetto non sia certamente cessata. Per lo contrario la presunzione sta per la libertà, quando non si può dir con certezza che l’obbligazione del precetto sia già cominciata; poiché noi non siam tenuti al precetto insino a tanto che non cominci in modo certo ad obbligarci. Sia per esempio: è la sera del sabbato, e dubito se sia passata la mezza notte, ed incominciata perciò la domenica; non potendo verificare la cosa, la presunzione è pel sabato, e non posso mangiare di grasso. Se invece fosse la sera del giovedì, nel dubbio se sia cominciato il venerdì, la presunzione sta pel giovedì, e posso ancora mangiare di grasso.

11. Quando si dubita se la legge sia stata accettata, la legge obbliga; perché la presunzione sta per essa. Infatti è da supporre ordinariamente che sia stato fatto ciò che era da fare. — Se per lo contrario si dubitasse della promulgazione della legge, non potrebbe essa obbligare, stando in possesso la libertà fin che non si provi la esistenza della legge. — Nel dubbio, l’atto si suppone valido, ove non si provi il contrario. Per esempio: nel dubbio deve tenersi per valida la confessione, né v’ha obbligo di rifarla. Chi dubita della validità del matrimonio, fatte le debite parti per conoscere la verità, potest recidere, et etiam petere.

12. Chi dubita d’aver fatto un voto, non è obbligato ad adempierlo: e chi dubita d’aver compreso nel voto una qualche particolarità, non è obbligato alla medesima. Il contrario si deve dire qualora sia certo d’aver fatto il voto, e si dubiti di averlo adempito; come se alcun dubiti d’aver recitato le Ore canoniche, d’aver fatta la penitenza sacramentale; s’intende sempre quando questi dubbi non siano mal fondati, quali sono quelli degli scrupolosi. – (A costoro in pratica non è mai da permettere che nel dubbio ripetano le preghiere né anche le comandate, come sarebbero appunto le Ore canoniche, o la penitenza data dal Confessore. E tuttavia sentenza sodamente probabile, e il Gury l’appella comunissima, che quando alcuno ha vera e soda probabilità di avere adempito a qualche sua obbligazione, non sia più tenuto a soddisfarvi nuovamente, ancorché non sia certo dell’adempimento. Vedi il Gury T. I . n. 80 colle note del Ballerini. Dice ivi il De Lugo che se il peccatore giudica probabilmente di avere già confessato un peccato, non è più obbligalo a confessarsene; e chiama questa sentenza comune). – È da osservare, che dopo passato molto tempo, di molte cose non si può avere più una certezza, ma soltanto una probabilità; ed allora specialmente la probabilità ci deve bastare. Per esempio: alcuno ricorda che vent’anni sono aveva un’obbligazione, cui probabilmente ha soddisfatto; che ha commesso un peccato, di cui probabilmente si è confessato. Costui non è più tenuto né a quella obbligazione, né a confessare quel peccato. Stante quella probabilità, ragionevolmente si suppone che siasi fatto ciò che si doveva tare.

13. Nel dubbio se un’azione comandata sia lecita, deve eseguirsi, perché possedè l’autorità del Superiore, fin che non si provi ch’esso ne abusa, comandando veramente ciò che non gli è lecito di comandare. — Chi dubita d’essere arrivato ai 60 anni, è obbligato al digiuno; e chi dubita di avere l’età. che si ricerca per gli Ordini e pei Benefìzii, non può ordinarsi, né accettare il Benefizio; perché in questi casi possede il precetto. Se invece al giovedì alcuno dubita se sia già mezza notte, può mangiare carne, come dicemmo, perché possede la libertà. Parimente chi dubita d’avere mangiato qualche cosa dopo la mezzanotte, probabilmente può comunicarsi; e si dice probabilmente, perché alcuni pensano che il precetto del digiuno sia positivo; tuttavia più comunemente si pensa che sia proibitivo, e che perciò nel dubbio sia lecita la Comunione. — Chi è certo del debito, e dubita di averlo pagato, è tenuto al pagamento; dicasi poi il contrario, se il debito è dubbio. Si vedano gli atri casi, dove si parla della restituzione.

CAPITOLO III.

DELLA COSCIENZA PROBABILE.

14. La coscienza probabile è quella che, appoggiata a qualche opinione probabile, ci detta che sia lecita un’azione. L’opinione poi probabile è quella che ha in appoggio una grave ragione capace a trarsi l’assenso d’un uomo prudente. — Generalmente è lecito operare con coscienza formata sopra d’una opinione veramente probabile. Tuttavia non sarebbe ciò lecito col pericolo del danno altrui, posto che abbia diritto, che non gli si apporti quel danno; e neppure sarebbe lecito col pericolo del danno proprio, a cui non ci sia lecito di sottometterci; poiché quella probabilità non potrebbe impedire il male, che forse ne verrebbe. — Per la qual cosa il cacciatore non può sparare lo schioppo contro un oggetto che vede muoversi dietro dei frondi, quando dubita se sia uomo o fiera. Parimente niuno in materia di fede, e in cosa necessaria all’eterna salvezza può seguire un’opinione anche probabilissima, se non è sicura. Lo stesso è da dirsi quanto alla materia dei Sacramenti, come vedrassi al proprio luogo, ove porremo le osservazioni fatte a proposito dal nostro Santo. — Che il giudice possa giudicare seguendo le opinioni meno probabili, è proposizione condannata da Innocenzo XI, n. 2. Che sia lecito seguirle in materia di fede e in cose necessarie alla vita eterna, e nella materia dei Sacramenti, abbandonata la sentenza più sicura, sono proposizioni| condannate dal medesimo Pontefice al n. I , ed al n. 4.

15. Tra le opinioni, altre sono più probabili, perché sii appoggiano sopra argomenti di maggiore peso che non le contrarie. Altre sono probabilissime, che si appoggiano sopra ragioni talmente gravi da non rimanere più bastantemente probabili le contrarie, le quali perciò si appellano tenuamente probabili. Altre sono moralmente certe; e son quelle che escludono ogni ragionevole timore di falsità: le contrarie a queste si appellano semplicemente improbabili. — Non è lecito operare seguendo opinioni tenuamente probabili, che non possono trarsi l’assenso di persona prudente. È lecito poi assolutamente seguire le opinioni probabilissime. Le opinioni che dicevano il contrarie furono condannate dalla Chiesa. (Vedi la proposizione 3 delle condannate da Innocenzo XI; e la proposizioni 3 tra le condannate da Alessandro VII). — Quando l’opinione in favore della legge ha una probabilità notevolmente maggiore di quella che presenta l’opinione che favorisce la libertà, deve affatto seguirsi. — Se l’opinione in favore della legge è ugualmente probabile che quella che favorisce la libertà, la legge non può obbligare; essendo chiaro che una legge certamente dubbia non può imporre una obbligazione certa. Per la qual cosa, perché ci sia lecito operare, non fa bisogno che l’opinione in favore della libertà sia più probabile di quella che sta per la legge.

16. Che la legge dubbia non obblighi, è principio fondamentale del Sistema Morale di S. Alfonso. Questo principio che è certo in se stesso, noi lo usiamo come principio riflesso a formarci nei casi dubbi una coscienza certa. Per esempio: nasce il dubbio che oggi sia giorno di digiuno; siamo in luogo da non poterlo verificare: in questo caso per noi la legge del digiuno è dubbia; quindi giudichiamo che a noi certamente sia lecito di non osservare il digiuno. — Parimente la legge non obbliga quando dubitiamo se l’opinione la quale è in favore della legge, sia o non sia più probabile di quella che è in favore della libertà; poiché eziandio in questo dubbio la legge rimane incerta. È da dire il contrario quando la maggiore probabilità è notevole, certa ed evidente; imperocchè allora l’opinione in favore della legge addiviene molto più probabile della sua contraria, e la legge si può dire sufficientemente manifestata. È da notare che, giusta la dottrina del Santo, ogni volta che qualche opinione è certamente ed evidentemente più probabile, è anche più probabile notabilmente. Dice al num. 31: « Quando all’intelletto certamente apparisce che la verità meglio si trovi nell’opinione in favore della legge che in quella che favorisce la libertà, allora la volontà non può prudentemente e senza colpa seguire la parte meno sicura ».

ORDINARIO DELLA MESSA

L’ORDINARIO DELLA MESSA

LA SPIEGAZIONE DELLE CERIMONIE

[L. GOFFINÉ: Manuale per la santificazione delle Domeniche e delle feste. Ed. Besançon, trad. p. Mauro Ricci delle Scuole Pie; Firenze, 1869]

Andando in chiesa meditiamo questi pensieri:

Noi entreremo nel tempio del Signore, l’adoreremo nel luogo che Egli ha scelto per sua dimora; santo e terribile è questo luogo: è la casa di Dio e la porta del cielo.

Nel prendere l’acqua benedetta si dica:

Voi mi laverete da’ miei peccati, o Signore, ed io sarò purificato; mi bagnerete del vostro sangue e diverrò più candido della neve. Create in me un cuor puro, o mio Dio! e rinnovate nell’intimo dell’anima mia lo spirito di rettitudine e di giustizia. – O potenze dell’anima mia! o affetti del mio cuore! Venite, adoriamo Gesù Cristo nell’augusto Sacramento; prostriamoci dinanzi a Lui, perché Egli è il Signore Dio nostro.

All’aspersione dell’acqua benedetta.

Nell’anno.

La Chiesa, con la cerimonia dell’aspersione vuol dirci che dobbiamo sempre assistere al sacrificio della nuova legge con somma purezza di cuore.

Asperges me, Domine,

hyssopo, et mundabor;

lavais me, et super nivem

dealbabor

Miserere mei, Domine,

secundum magnam

misericordiam tuam;

Gloria Patri, etc.

V.: Ostende nobis, Domine, misericordiam tuam;

R. : Et salutare tuum da nobis.

V.: Domine exaudi Orationem meam.

R.: Et clamor meus ad te veniat.

V.: Dominus vobiscum,

R.: Et cum spiritu tuo.

Oremus.

Exaudi nos. Domine Sancte, Pater omnipotens, aeterne Deus, et mittere digneris sanctum Angelus tuum de cœlis, qui custodiat, foveat, protegat, visitet et defendat omnes habitantes in hoc habitaculo; per Christum Dominum nostrum. Amen.

[Voi mi aspergerete con l’issopo, o Signore, ed io sarò purificato; Voi mi laverete, ed io vincerò la neve in candore.

Pietà di me, o Signore, secondo la grande vostra misericordia.

Gloria al Padre etc.

V.: Mostrateci, Signore, la vostra misericordia;

R.: E concedete a noi la grazia di salvarci.

V.: Signore, esaudite la mia preghiera.

R.: E la mia voce salga sino a Voi.

V.: Il Signore, sia con voi.

R.: E con lo spirito vostro.

Orazione. Esauditeci, o santo Iddio, Padre onnipotente, e degnatevi d’inviar dal cielo il santo Angelo vostro perché custodisca, difenda tutti coloro che sono qui radunati: vi domandiamo questa grazia per Gesù Cristo Signor Nostro. Così sia.]

Nel tempo pasquale.

Vidi aquam egredieutemde tempio a latere dextero, alleluia; et omnes ad  quos pervenit aqua ista,salvi  facti sunt, et dicent: Alleluia, alleluia.

Confitemini Domino, quoniam bonus; quoniam in sæculum misericordia ejus;

[Vidi un’acqua che usciva dal santuario al destro lato, alleluia; e tutti quelli che furono abbeverati di quest’acqua saranno salvi e canteranno: alleluia, alleluia.

Lodate il Signore, perché è buono, e la sua misericordia si estende a tutti i secoli dei secoli. Così sia.]

Gloria Patri, et Filio,  et Spiritui Sancto: sicut erat in principio, et nunc  et semper, et in sæcula sæculorum. Amen

[Gloria al Padre, al Figliuolo e allo Spirito Santo, oggi e sempre, come fia dal principio ed in tutti i secoli dei secoli. Così sia.]

Dicasi il V. Ostende etc. Allelúia e l’orazione che sopra.

Prima della Messa.

Mi presento innanzi all’altare, o mio Signore, per assistere al vostro divin Sacrifizio. Preparate voi stesso il mio cuore ai dolci effetti della vostra grazia; fermate i miei sensi, reggete il mio spirito; cancellate col prezioso vostro sangue tutti i peccati dei quali mi vedete colpevole: io li detesto per vostro amore, ed umilmente ve ne domando perdono. Fate, o dolce Gesù, che unendo le mie intenzioni alle vostre, io mi consacri interamente alla vostra gloria, come Voi vi sacrificate per la mia salvezza. Così sia.

Il Sacerdote a pie’ dell’altare.

L’umile posizione del Sacerdote denota l’abbassamento del Verbo eterno nel mistero della Redenzione. Rechiamoci alla mente l’orto degli ulivi, dove Gesù Cristo si portò accompagnato dai suoi Discepoli: e dopo essersi un poco allontanato da loro, pregò col viso prostrato a terra ed accettò il doloroso calice della passione. Con questa ricordanza dobbiamo recitare le seguenti preghiere (Ps. XLII):

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

[Nel nome del Padre ✠ e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.]

V.: Introíbo ad altáre Dei.
R.: Ad Deum, qui lætíficat iuventútem meam.
V.: Iúdica me, Deus, et discérne causam meam de gente non sancta: ab hómine iníquo et dolóso érue me.
R.: Quia tu es, Deus, fortitudo mea: quare me reppulísti, et quare tristis incédo, dum afflígit me inimícus?
V.: Emítte lucem tuam et veritátem tuam: ipsa me deduxérunt, et adduxérunt in montem sanctum tuum et in tabernácula tua.
R.:  Et introíbo ad altáre Dei: ad Deum, qui lætíficat iuventútem meam.
V.: Confitébor tibi in cíthara, Deus, Deus meus: quare tristis es, ánima mea, et quare contúrbas me?
R.: Spera in Deo, quóniam adhuc confitébor illi: salutáre vultus mei, et Deus meus.
V.: Glória Patri, et Fílio, et Spirítui Sancto.
R.: Sicut erat in princípio, et nunc, et semper: et in saecula sæculórum. Amen.
V.: Introíbo ad altáre Dei.
R.: Ad Deum, qui lætíficat iuventútem meam.

[V. Mi appresserò all’altare di Dio.
R. A Dio che dà letizia alla mia giovinezza.
V. Siate mio giudice, o mio Dio, e prendete la mia difesa contro gli empi e liberatemi dall’uomo iniquo e ingannatore.
R. Voi siete, o Dio il mio sostegno; perché dunque mi avete respinto? e perché mi lasciate nel duolo e nella tristezza sotto l’oppressione dei miei nemici?
V. Fate risplendere su me la vostra luce e verità: esse mi guideranno al vostro santo monte e mi introdurranno al vostro santuario.

R. Mi appresserò all’altare di Dio; e mi presenterò davanti a Dio, che riempie l’anima mia d’una gioia sempre nuova.
V. Canterò sull’arpa le vostre lodi, mio Signore e mio Dio:  anima mia, perché dunque stai sì afflitta? Perché sei tu inquieta?

R. Spera in Dio, perché io celebrerò ancora le sue misericordie: Egli sarà di nuovo il mio Salvatore ed il mio Dio.
V. Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo.
R. Come era in principio, e ora, e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen.
V. Mi appresserò all’altare di Dio;

R. Io mi presenterò davanti a Dio, che riempie l’anima mia d’una gioia sempre nuova].

Dalla Domenica di Passione fino al Giovedì Santo, e alle Messe dei Morti, si dice così:

V. V. Introíbo ad altáre Dei.
R.. Ad Deum, qui lætíficat iuventútem meam.
[V. Mi appresserò all’altare di Dio.
R. A Dio che dà letizia alla mia giovinezza.]


V. Adjutorium nostrum in nomine Domini

R. Qui fecit cælum et terram.

[V. Il nostro soccorso è nel nome del Signore:

R.. Il quale ha fatto il cielo e la terra.]

Dopo il Confiteor del Sacerdote il servente risponde:

V. Misereátur tui omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis tuis, perdúcat te ad vitam ætérnam.

R. Amen.

[M. Dio onnipotente, abbia pietà di te, e, perdonati i tuoi peccati, ti conduca alla vita eterna.
S. Amen.]

 Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Ioánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et tibi, pater: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et opere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Ioánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et te, pater, orare pro me ad Dóminum, Deum nostrum.

[Confesso a Dio onnipotente, alla beata sempre Vergine Maria, al beato Michele Arcangelo, al beato Giovanni Battista, ai Santi Apostoli Pietro e Paolo, a tutti i Santi e a te, o padre, di aver molto peccato, in pensieri, parole ed opere: per mia colpa, per mia colpa, per mia grandissima colpa. E perciò supplico la beata sempre Vergine Maria, il beato Michele Arcangelo, il beato Giovanni Battista, i Santi Apostoli Pietro e Paolo, tutti i Santi, e te, o padre, di pregare per me il Signore Dio nostro.]

Il Sacerdote prega per gli astanti e per sé medesimo,

S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutionem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

[S. Dio onnipotente abbia pietà di noi e, rimessi i nostri peccati, ci conduca alla vita eterna.
R. Amen.

S. Il Signore onnipotente e misericordioso ✠ ci accordi l’indulgenza,  l’assoluzione e la remissione dei nostri peccati.  R. Amen.]

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

[V. Volgendovi a noi, o Dio, ci darete una vita nuova.
R. E il vostro popolo si rallegrerà in Voi.
V. Mostrateci, o Signore, la vostra misericordia.
R. E concedeteci la vostra salvezza.
V. O Signore, esaudite la mia preghiera.
R. E il mio grido si innalzi fino a fino a Voi.
V. Il Signore sia con voi.
R. E con lo spirito tuo.]

Il Sacerdote sale all’altare; ma è compreso da spavento a misura che egli s’inoltra: sente che quella terra e santa, e trema sotto i passi di un peccatore.

Orémus,
Aufer a nobis, quœsumus, Dómine, iniquitátes nostras: ut ad Sancta sanctorum puris mereámur méntibus introíre. Per Christum, Dóminum nostrum. Amen.
[Preghiamo:

Togli da noi, o Signore, le nostre iniquità: affinché con ànimo puro possiamo entrare nel Santo dei Santi. Per Cristo nostro Signore. Amen.]

Orámus te, Dómine, per mérita Sanctórum tuórum, quorum relíquiæ hic sunt, et ómnium Sanctórum: ut indulgére dignéris ómnia peccáta mea. Amen.

[Preghiamo: Ti preghiamo, o Signore, per i mériti dei tuoi Santi dei quali son qui le relíquie, e di tutti i tuoi Santi: affinché ti degni di perdonare tutti i miei peccati. Amen.]

All’Introito.

Introito significa entrata: si canta mentre il Sacerdote si dispone a venire all’altare; e le parole di cui è composto esprimono il desiderio che ci siano applicati i meriti della Redenzione. Onoriamo l’arrivo di Gesù Cristo al Calvario per consumare il suo sacrificio; apriamogli i nostri cuori e consacriamoli a servirlo.

Preparati, anima mia, ad andare dinanzi al tuo Dio; la sua giustizia e la sua misericordia si uniscono insieme a tuo favore nel tempo del sacrificio; attestagli la riconoscenza dovuta; offri a lui quell’impero che Egli merita sul tuo cuore, da lui stesso creato, e riscattato e ricolmo ogni giorno di benefizi.

Oramus te, Domine, per merita sanctorum tuorum,quorum reliquiae hic sunt, et omnium Sanctorum ut indulgere digneris omnia peccata mea. Amen.

 « Ho gridato verso di voi, Signore, dall’abisso della mia miseria. Ah! se voi esaminaste con rigore le mie iniquità, non potrei sostenere la vostra presenza. Venite a togliermi dal peccato, ed a mostrarmi la via che conduce a voi. Gloria al Padre etc. »

Al Kyrie.

Il Kyrie è un’espressione di dolore misto a confidenza nella misericordia di Dio; le prime tre invocazioni sono dirette al Padre, le seconde al Figlio, le ultime tre allo Spirito Santo: si ripete questa medesima preghiera per onorare l’unità di natura in Dio. Son distinte le invocazioni per riconoscere la distinzione delle Persone; e si fanno in ugual numero per manifestare come ciascuna Persona ha tutte le perfezioni divine. Adoriamo l’augusta Trinità, supplicandola a perdonare tutti i nostri peccati.

V.  Kyrie, eleison.

R. Kyrie, eleison.

V.. Kyrie, eleison.

R. Kriste, eleison.

V. Kriste, eleison.

R. Christe, eleison.

V. Christe, eleison.

R. Christe, eleison.

V. Kyrie, eleison.

R. Kyrie, eleison.

V. Kyrie, eleison.

[V. Signore, pietà di noi.

R. Signore, pietà di noi.

V. Signore, pietà di noi.

R. Gesù, pietà di noi.

V. Gesù, pietà di noi.

R. Gesù, pietà di noi.

V. Signore, pietà di noi.

 R. Signore, pietà di noi.

V. Signore, pietà di noi.]

Inno degli Angeli.

Le prime parole del Gloria vennero dal cielo alla nascita del Signore; le rimanenti sono come lo sviluppo di questo solenne esordio: rendiamo a Dio la gloria che a Lui è dovuta, domandiamogli la pace che il mondo non può dare e che gli Angeli annunziarono alla terra.

Gloria
Gloria in excelsis Deo, et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex coeléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Iesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Iesu Christe. Cum Sancto Spíritu in glória Dei Patris. Amen.

 [Gloria a Dio nell’alto dei cieli. E pace in terra agli uomini di buona volontà. Noi Ti lodiamo. Ti benediciamo. Ti adoriamo. Ti glorifichiamo. Ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa. Signore Iddio, Re del cielo, Dio Padre onnipotente. Signore, Figlio unigenito, Gesù Cristo. Signore Iddio, Agnello di Dio, Figlio del Padre. Tu che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi. Tu che togli i peccati del mondo, accogli la nostra supplica. Tu che siedi alla destra del Padre, abbi pietà di noi. Poiché Tu solo il Santo. Tu solo il Signore. Tu solo l’Altissimo, Gesù Cristo. Con lo Spirito Santo ✠ nella gloria di Dio Padre. Amen.]

Alla Collètta.

Si dice Collètta, perché è una preghiera fatta in nome dei Fedeli riuniti, ed è il compendio di tutte le loro domande; si chiude nel nome di Gesù Cristo, per mostrare che non abbiamo accesso a Dio, se non per Colui che si è aggravato del peso delle nostre iniquità. Raccomandiamo alla s. Vergine ed ai Santi la particolare intenzione, onde venimmo all’altare, dicendo: Concedetemi, Signore, per l’intercessione della s. Vergine e degli altri Santi, che la Chiesa onora in questo giorno, tutte le grazie che il vostro ministro a voi domanda: riempite il cuor mio di amore per voi, di riconoscenza per i vostri benefizi, di avversione ai miei mancamenti, e di carità per il mio prossimo: la stessa preghiera io vi fo per le persone per le quali sono obbligato di pregare. Non merito d’essere esaudito, o mio Dio; ma vi domando queste grazie per i meriti di Gesù Cristo, vostro Figlio. Così sia.

V. Dominus vobiscum;

R. Et cum spiritu tuo.

All’Epistola

La prima lezione della Messa è chiamata Epistola, perché il più delle volte è tratta dalle lettere canoniche degli Apostoli; sebbene ritenga questo nome anche nelle Messe ove è tratta dagli altri libri della s. Scrittura. Ascoltiamola come se fosse stata diretta a noi stessi da uno dei Profeti, o da uno degli Apostoli.

Parlate, o Signore, il vostro servo vi ascolta; dite al suo cuore qualche parola di quelle che diceste ai Profeti ed agli Apostoli vostri. Ecco, anima mia, quanto il Signore ci dice per le loro labbra: « Lasciate il male, appigliatevi al bene; il regno di Dio non lo possederanno i cattivi. Abbiate per regola della vita la fede, la pietà, la giustizia, la carità; faticate a riportar la corona celeste; amatevi gli uni gli altri: non v’intiepidite nel servizio di Dio; abbiate il fervore dello spirito; siate pazienti nelle afflizioni; pregate di continuo; onorate coloro che fanno le veci del Signore: amate i vostri fratelli, beneficate i persecutori. »

Il Graduale. Il salmo che segue alla lettura dell’ Epistola si chiama Graduale, perché  si cantava sui gradini del luogo donde si leggevano le sante Scritture.

Alleluja è un’espressione di felicità che si ode continuamente nel cielo, dice l’Apostolo s. Giovanni; perciò la Chiesa lo pone in principio dei sentimenti di gioia, che essa fa udire alla vista del santo Vangelo.

La Prosa è un’esposizione della festa, che la Chiesa celebra.

Il Tratto, nei giorni dedicati alla tristezza e al pentimento, tien luogo dell’Alleluja e della Prosa, ed è un’espressione di dolore e di penitenza.

Chi pone la sua fiducia nell’Altissimo riposa in pace sotto la protezione del reggitor dell’universo; egli dirà al Signore: « Voi siete il mio protettore e il mio rifugio, Voi il mio Dio, in cui ripongo tutta la mia speranza; voi mi librerete dalle insidie del nemico e dai mali a me sovrastanti. Sì, il Signore mi coprirà della sua ombra, ed io riposerò sotto le sue ali: la sua tenerezza mi coprirà come di un elmo; né io avrò a temere il terror della notte, né i dardi che percuotono nel giorno. Il Signore mi ha affidato alla custodia dei suoi Angeli, perché mi custodiscano in tutti i miei passi. Egli ha sperato in me, dice il Signore, ed io lo libererò, sarò il suo difensore, perché ha conosciuto il mio nome: esclamerà verso di me, ed io l’esaudirò; sarò con lui nelle tribolazioni, lo libererò, e lo incoronerò di gloria. »

Il Sacerdote si curva in mezzo all’altare con le mani giunte, e dice:

Munda cor meum, ac labia mea, omnípotens Deus, qui labia Isaíæ Prophétæ cálculo mundásti igníto: ita me tua grata miseratióne dignáre mundáre, ut sanctum Evangélium tuum digne váleam nuntiáre. Per Christum, Dóminum nostrum. Amen.
 [Purificate il mio cuore e le mie labbra, o Dio onnipotente, come purificaste le labbra del vostro profeta Isaia con un carbone acceso; purificatemi in guisa che io possa annunziare degnamente il vostro santo Vangelo. Per il Cristo nostro Signore. Amen.]

Jube, Dómine, benedícere. Dóminus sit in corde meo et in lábiis meis: ut digne et competénter annúntiem Evangélium suum. Amen.
[Signore, datemi la vostra benedizione. Il Signore mi sia nel mio cuore e sulle mie labbra: affinché io degnamente io annunzi la sua santa parola. Così sia.]

Al Vangelo

Qui non più i Profeti e gli Apostoli c’istruiscono, ma parla il Signore medesimo: sorgiamo in piedi sicché la nostra compostezza esprima rispetto e docilità; e faccia conoscere che siamo pronti a seguire Gesù Cristo, a servirlo e a combattere per Lui: segniamoci la fronte, le labbra e il cuore col sacro segno della Croce; questo segno armi la nostra fronte contro il rispetto umano; santifichi le nostre labbra, ponendo sovr’esse la saggezza e la verità; purifichi il nostro cuore, e lo avvalori contro le seduzioni del mondo e dell’inferno.

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
[
V. Il Signore sia con voi.
R. E con il tuo spirito.]

Initium vel sequéntia +︎ sancti Evangélii, etc.

R. Gloria tibi, Domine!


[Il principio o seguito del Santo Vangelo, etc.

R. Sia Gloria a voi, o Signore!]

Gesù disse ai suoi discepoli; « Se alcuno vuol venire dietro di me, rinunzi a sé medesimo, si carichi della sua croce, e mi segua. Amate Dio con tutto il vostro cuore, con tutta l’anima vostra, con tutte le vostre forze: amate il prossimo vostro come voi medesimi. Sforzatevi di entrare per la porta stretta che conduce alla vita; pochi sono che ne trovano l’entrata. Cercate sopra tutto il regno di Dio e la sua giustizia. Non giudicate, e non sarete giudicati; perdonate, e vi sarà perdonato. Vegliate e pregate, e non soccomberete nella tentazione. Chi persevererà sino alla fine, costui sarà salvo. »

Felici, o mio Salvatore, quelli che pongono in pratica la vostra legge! Concedetemi la grazia di meditare spesso la vostra santa parola, e di farla fruttare con la rinunzia a me stesso, con l’esercizio della carità, e la perseveranza nel vostro amore.

Simbolo di Nicea.

Il Credo si compone di tre distinte parti: la prima riguarda il Padre e le opere della creazione; la seconda il Figlio e le opere della Redenzione, la terza lo Spirito Santo e le opere della santificazione. La Chiesa, facendolo recitare alla fine del santo Vangelo, vuol che facciamo professione di credere tutto quanto esso racchiude, e che ci prepariamo all’immolazione della vittima senza macchia, aderendo di spirito e di cuore alle verità da Dio rivelate.

Credo

Credo in unum Deum, Patrem omnipoténtem, factórem cœli et terræ, visibílium ómnium et in visibílium. Et in unum Dóminum Jesum Christum, Fílium Dei unigénitum. Et ex Patre natum ante ómnia sæcula. Deum de Deo, lumen de lúmine, Deum verum de Deo vero. Génitum, non factum, consubstantiálem Patri: per quem ómnia facta sunt. Qui propter nos hómines et propter nostram salútem descéndit de coelis. Et incarnátus est de Spíritu Sancto ex María Vírgine: Et homo factus est. Crucifíxus étiam pro nobis: sub Póntio Piláto passus, et sepúltus est. Et resurréxit tértia die, secúndum Scriptúras. Et ascéndit in coelum: sedet ad déxteram Patris. Et íterum ventúrus est cum glória judicáre vivos et mórtuos: cujus regni non erit finis. Et in Spíritum Sanctum, Dóminum et vivificántem: qui ex Patre Filióque procédit. Qui cum Patre et Fílio simul adorátur et conglorificátur: qui locútus est per Prophétas. Et unam sanctam cathólicam et apostólicam Ecclésiam. Confíteor unum baptísma in remissiónem peccatórum. Et exspécto resurrectiónem mortuórum. Et vitam ventúri sæculi. Amen.

[Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili ed invisibili; e nel solo Signore, Gesù Cristo, unigenito Figliuolo di Dio; nato dal Padre prima di tutti i secoli. Dio da Dio, lume da lume, Dio vero da Dio vero. Generato, non creato, della stessa consustanziale al Padre: per cui sono state fatte tutte le cose. Il quale per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo. E s’incarnò per opera dello Spirito Santo nel seno di Maria Vergine: e si fece uomo. Fu ancora per noi crocifisso sotto Ponzio Pilato, patì e fu sepolto. E risorse il terzo giorno, secondo le Scritture; ed ascese al cielo ove siede alla destra del Padre. E di nuovo ha da  venire con gloria a giudicare i vivi e i morti: e il regno di Lui non avrà fine. E nello Spirito Santo, Signore e vivificante, che procede dal Padre e dal Figliuolo, che con il Padre e il Figliuolo si adora, insieme si glorifica e ha parlato per mezzo dei Profeti. Credo la Chiesa: Una, Santa, Cattolica e Apostolica. Confesso un solo battesimo in remissione dei peccati; ed aspetto la risurrezione dei morti. E la vita ✠ del secolo avvenire. Amen.]

All’ Offertorio.

L’antifona dell’Offertorio talvolta è una preghiera, tal altra una parola di lode. Sovente è un’istruzione che rammenta l’antica usanza dei Cristiani che portavano la loro offerta all’altare. Il pane benedetto che si offre la Domenica alla Messa parrocchiale è un segno di carità tra i fedeli che assistono alla Santa Messa; e fa le veci delle agape celebrate nei primi tempi del Cristianesimo, in memoria della cena che Gesù Cristo fece coi suoi Discepoli prima dell’istituzione dell’Eucarìstia.

Mi consacro tutto a voi, o mio Dio, nella semplicità dell’anima mia; conservatemi sino alla fine questo spirito di sacrifizio. Unisco il mio cuore contrito ed umiliato alla vittima santa che il sacerdote vi offre: lasciatevi placare o Signore, dai nostri voti e dalla nostra offerta.

Offerta dell’Ostia a Dio Padre.

L’offerta più gradevole che possiamo presentare al Signore è quella dei nostri cuori contriti od umiliati. Offriamoli coll’ Ostia che è per divenire il Corpo ed il Sangue di Gesù Cristo; e possano le nostre affezioni terrene essere consumate dal Fuoco dell’olocausto, e le colpe esserci cancellate per i meriti della vittima senza macchia.

Suscipe, sancte Pater, omnipotens ætérne Deus, hanc immaculátam hóstiam, quam ego indígnus fámulus tuus óffero tibi Deo meo vivo et vero, pro innumerabílibus peccátis, et offensiónibus, et neglegéntiis meis, et pro ómnibus circumstántibus, sed et pro ómnibus fidélibus christiánis vivis atque defúnctis: ut mihi, et illis profíciat ad salútem in vitam ætérnam. Amen.

[Ricevete, o Padre santo, onnipotente ed eterno Iddio, questa ostia immacolata, che io, indegno servo vostro, offro a Voi, mio vero Dio vivente, per i miei peccati, offese e negligenze senza numero, per tutti i presenti, e per tutti i fedeli Cristiani vivi e defunti, affinché essa giovi ad essi, ed a me per la salute della vita eterna. Amen.]

Il Sacerdote pone il vino e l’acqua nel calice.

Deus, qui humánæ substántiæ dignitátem mirabíliter condidísti, et mirabílius reformásti: da nobis per hujus aquæ et vini mystérium, ejus divinitátis esse consórtes, qui humanitátis nostræ fíeri dignátus est párticeps, Jesus Christus, Fílius tuus, Dóminus noster: Qui tecum vivit et regnat in unitáte Spíritus Sancti Deus: per ómnia saecula sæculórum. Amen.

[O Dio, che avete ammirabilmente formato l’uomo di una natura sì nobile, e più ammirabilmente lo avete ristabilito, fate che per il mistero di quest’acqua e di questo vino, siamo fatti partecipi della divinità del vostro Figliuolo, Gesù-Cristo, Signor nostro, che ha voluto partecipare della nostra umanità, Egli che con Dio vive e regna con Voi, nell’unione dello Spirito Santo in tutti i secoli dei secoli. Amen.]

All’Offerta del calice.

All’offerta del pane il Sacerdote non ha parlato che in suo nome: Io vi offro; ma all’offrire del calice, parla ancora a nome del popolo, raffigurato dall’acqua mischiata col vino: domandiamo che il prezzo del nostro riscatto presso a venire nel calice, sia applicato a noi ed a quelli per i quali dobbiamo pregare.

Offérimus tibi, Dómine, cálicem salutáris, tuam deprecántes cleméntiam: ut in conspéctu divínæ majestátis tuæ, pro nostra et totíus mundi salute, cum odóre suavitátis ascéndat. Amen.
[Ti offriamo, o Signore, questo calice di salvezza, e scongiuriamo la tua clemenza, affinché esso salga come odore soave al cospetto della tua divina maestà, per la salvezza nostra e del mondo intero. Amen.]

Veni, sanctificátor omnípotens ætérne Deus: et bene dic hoc sacrifícium, tuo sancto nómini præparátum.

[Ti offriamo, o Signore, questo calice di salvezza, e scongiuriamo la tua clemenza, affinché esso salga come odore soave al cospetto della tua divina maestà, per la salvezza nostra e del mondo intero. Amen.
Vieni, Dio eterno, onnipotente, santificatore, e ✠ benedici questo sacrificio preparato nel tuo santo nome.]

Offerta dei Fedeli.

Il Sacerdote ha operato fin qui come sacrificatore; segue ora unendosi coi peccatori; inchina la persona che prima teneva dritta per offrire come pontefice, congiunge le mani, innanzi elevate da lui al cielo come mediatore; ed in questa supplichevole posizione fa l’offerta del suo spirito, e del suo cuore, dello spirito e del cuore dei Fedeli, dicendo:

In spíritu humilitátis et in ánimo contríto suscipiámur a te, Dómine: et sic fiat sacrifícium nostrum in conspéctu tuo hódie, ut pláceat tibi, Dómine Deus.

[Con spirito di umiltà e con animo contrito, possiamo noi, o Signore, esserti accetti, e il nostro sacrificio si compia oggi alla tua presenza in modo da piacere a Te, o Signore Dio].

Invocazione allo Spirito Santo,

Tutto è pronto per il sacrifizio; ma la trasformazione non può eseguirsi se non per l’opera dello Spirito santificatore; che siccome formò il corpo di Lui nel seno di Maria, così deve produr Gesù Cristo sull’altare, e consumar la sostanza del pane e del vino con la sua onnipotenza. Noi preghiamolo a distrugger col fuoco del suo amore quanto vi ha di terreno e di colpevole nei nostri cuori.

Veni, sanctificátor omnípotens ætérne Deus: et bene dic hoc sacrifícium, tuo sancto nómini præparátum.

[Vieni, Dio eterno, onnipotente, santificatore, e ✠ benedici questo sacrificio preparato nel tuo santo nome.]

Al lavabo

Tal misteriosa cerimonia dimostra che la vita e le nostre opere debbono esser purissime, se vogliamo avvicinarci degnamente al Signore. Perché meglio la comprendiamo, il Sacerdote l’accompagna con la recita dei versetti seguenti del Salmo XXV.

Lavábo inter innocéntes manus meas: et circúmdabo altáre tuum. Dómine: Ut áudiam vocem laudis, et enárrem univérsa mirabília tua. Dómine, diléxi decórem domus tuæ et locum habitatiónis glóriæ tuæ. Ne perdas cum ímpiis, Deus, ánimam meam, et cum viris sánguinum vitam meam: In quorum mánibus iniquitátes sunt: déxtera eórum repléta est munéribus. Ego autem in innocéntia mea ingréssus sum: rédime me et miserére mei. Pes meus stetit in dirécto: in ecclésiis benedícam te, Dómine.
V.: Glória Patri, et Fílio, et Spirítui Sancto.

R.: Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, et in saecula saeculórum. Amen

[Laverò fra gli innocenti le mie mani: ed andrò attorno al tuo altare, o Signore: Per udire voci di lode, e per narrare tutte quante le tue meraviglie. O Signore, ho amato lo splendore della tua casa, e il luogo ove abita la tua gloria. Non perdere insieme con gli empi, o Dio, l’anima mia, né la mia vita con gli uomini sanguinari: Nelle cui mani stanno le iniquità: e la cui destra è piena di regali. Io invece ho camminato nella mia innocenza: riscàttami e abbi pietà di me. Il mio piede è rimasto sul retto sentiero: ti benedirò nelle adunanze, o Signore.
V.: Gloria al Padre, e al Figlio, e allo Spirito Santo.
R.: Come era nel principio è ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen.]

Al Suscipe, Sancta Trinitas,

Il Sacerdote ha offerto separatamente il pane, il vino e il cuore dei Fedeli; offre ora il tutto in generale; giunge lo mani sull’altare in segno di unione con Gesù Cristo; fa l’offerta in particolare a Dio Padre ed allo Spirito Santo, invocando ora l’augusta Trinità.

Súscipe, sancta Trinitas, hanc oblatiónem, quam tibi offérimus ob memóriam passiónis, resurrectiónis, et ascensiónis Jesu Christi, Dómini nostri: et in honórem beátæ Maríæ semper Vírginis, et beáti Joannis Baptistæ, et sanctórum Apostolórum Petri et Pauli, et istórum et ómnium Sanctórum: ut illis profíciat ad honórem, nobis autem ad salútem: et illi pro nobis intercédere dignéntur in coelis, quorum memóriam ágimus in terris. Per eúndem Christum, Dóminum nostrum. Amen.

[Santissima Trinità, ricevete questa offerta che vi facciamo in memoria della Passione, Risurrezione e dell’Ascensione di Gesù Cristo Signore nostro, e in onor della Beata sempre Vergine Maria, di san Giovanni Battista, dei santi Apostoli Pietro e Paolo, di questi [martiri le cui reliquie sono nell’Altare], e di tutti i Santi, affinché ella torni a loro onore ed a nostra salvezza; e quelli la cui memoria celebriamo in terra, si degnino d’intercedere per noi in Cielo, per i meriti di Gesù Cristo nostro Signore. Amen.]

All’Orate, Fratres.

Il Sacerdote bacia l’altare, figura di Gesù Cristo, per attingervi le sante disposizioni, delle quali sente più e più la necessità. Per comunicarle ai Fedeli, si volta a loro, stende le mani e le ricongiunge; insiste col gesto e con la parola raccomandando di raddoppiare il fervore, come se dicesse: io vi lascio, e mi ritiro all’ombra della virtù dell’Altissimo; voi dal vostro canto pregate, e domandate di nuovo al Signore di gradire il sacrifizio che offriamo insieme.

V. Oráte, fratres: ut meum ac vestrum sacrifícium acceptábile fiat apud Deum Patrem omnipoténtem.

R. Suscípiat Dóminus sacrifícium de mánibus tuis ad laudem et glóriam nominis sui, ad utilitátem quoque nostram, totiúsque Ecclésiæ suæ sanctæ.
S. Amen.

[V.: Pregate, fratelli, affinché il mio sacrifizio, il quale è ancor vostro, sia benignamente accettato da Dio Padre onnipotente.
R.: Il Signore riceva dalle tue mani questo sacrificio, a lode e gloria del suo nome, per il bene nostro e di tutta la sua Santa Chiesa.
S. Amen.]

Secreta

Deus, qui nos, per hujus sacrifícii veneránda commércia, uníus summæ divinitátis partícipes effecísti: præsta, quǽsumus; ut, sicut tuam cognóscimus veritátem, sic eam dignis móribus assequámur.
Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia saecula saeculorum.
R. Amen.

All’Orazione segreta.

L’orazione segreta è la preghiera che il Sacerdote dice a voce sommessa, esponendo al Signore le necessità proprie e degli astanti: gli domanda di accettare benignamente i doni posti sull’altare e di riceverci tutti insieme come un’ostia degna di essergli offerta.

Deh! Signore, la virtù di questo sacrifizio faccia discendere sopra di noi la pienezza delle vostre benedizioni, affinché noi riceviamo le grazie che vi domandiamo contriti ed umiliati. Esaudite i gemiti e le preghiere della vostra Chiesa, acciocché dopo aver pianto la morte spirituale d’un gran numero di suoi figli, abbia la consolazione di vederli resuscitati alla grazia; per Gesù Cristo vostro Figliuolo e Signor nostro, che vive e regna con Voi nell’unità dello Spirito Santo.

Al Prefazio.

Gli apparecchi del sacrifizio son finiti; il mistero della Fede è per compiersi; il Sacerdote alza la voce per avvertire i Fedeli di sollevare a Dio i loro cuori, poiché il momento in cui il Signore è per comparire in mezzo di loro è vicino. Allontaniamo ogni creata cosa dallo spirito e dal cuor nostro, innalziamoli al cielo, per meglio penetrare nei sentimenti degli Angeli, e poter cantare con essi il Cantico eterno.

…per omnia sæcula sæculorum.
R. Amen.

[… per tutti i secoli dei secoli.
R. Amen.]

Præfatio


V.: Dóminus vobíscum.
R.: Et cum spíritu tuo.
V.: Sursum corda.
R.: Habémus ad Dóminum.
V.: Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R.: Dignum et justum est.

[V. Il Signore sia con voi.
R. E con il spirito vostro.
V. Innalzate i vostri cuori.
R. Noi li teniamo innalzati al Signore.
V. Rendiamo grazie al Signore Dio nostro.
R. Ben è giusto e ragionevole.]

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: per Christum Dominum nostrum; per quem Majestatem tuam laudant Angeli, adorant Dominationem, tremunt Potestates; Cœli cœlorum Virtutes ac Beata Seraphim socia exultatione concelebrant. Cum quibus et nostras voces, utadmitti jubeas deprecamur, supplici confessione dicentes:

[Si, è giusto e ragionevole, è cosa retta e salutare, o Padre onnipotente, Dio eterno, il rendervi grazie in tutti i tempi e luoghi, per Gesù Cristo Signor nostro, per cui gli Angeli lodano, le Dominazioni adorano, le Potestà riveriscono la vostra Maestà; le Virtù dei Cieli e i beati Serafini celebrano la vostra gloria nel fervore d’una santa esultanza; ai cori loro gloriosi permetteteci di unire le nostre deboli voci; prostrati davanti a Voi ripetendo con essi l’inno che risonerà eternamente nella santa Sionne:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt coeli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

[Santo, Santo, Santo il Signore Dio degli esérciti; la vostra gloria riempie i cieli e la terra: gloria nel più alto dei cieli; sia benedetto Colui che viene nel nome del Signore. Gloria a Lui nel più alto dei cieli.]

Per mostrare un più profondo rispetto recitando il Sanctus, il Sacerdote congiunge le mani e sta inclinato. Si suona un campanello ad avvertire i presenti che il Sacerdote è per cominciare la gran preghiera del Canone, che deve operar la consacrazione del Corpo di Gesù Cristo. Il Sacerdote si drizza, e fa sull’ostia il segno della croce, perché in virtù della croce noi partecipiamo alle benedizioni che Gesù Cristo è venuto a spargere sulla terra: alza gli occhi c le mani al cielo per imitare il Salvatore, che prima di operare i suoi miracoli si indirizzava al Padre che regna nei cieli. Ma tosto abbassa gli occhi, congiunge le mani e s’inchina per prendere l’atteggiamento d’un supplichevole. Quindi bacia l’altare che rappresenta Gesù Cristo, per esprimergli suo amore e il suo rispetto, e gli domanda che alla sua preghiera dia potenza sul cuore di Dio.

Il Canone.

Il Canone è la regola invariabile delle preghiere e delle cerimonie che precedono e seguono la Consacrazione. Ciò che Gesù Cristo ha fatto una volta sul Calvario, esso lo continua lutti i giorni sul nostro altare, ove si fa presente a noi. Ciò che questo divin Redentore ha fatto, prendendo del pane, benedicendolo e rendendo grazie, lo fa come Egli, per Lui e con Lui il Sacerdote. Destiamo dunque l’attenzione, seguiamo il Sacerdote che parla per noi: domandiamo le grazie di cui abbiamo bisogno. Dio che ci dà il suo Figlio, può egli ricusarci niente, se le nostre preghiere son fervorose?

Canon
Te igitur, clementíssime Pater, per Jesum Christum, Fílium tuum, Dóminum nostrum, súpplices rogámus, ac pétimus, uti accepta habeas et benedícas, hæc dona, hæc múnera, hæc sancta sacrifícia illibáta, in primis, quæ tibi offérimus pro Ecclésia tua sancta cathólica: quam pacificáre, custodíre, adunáre et régere dignéris toto orbe terrárum: una cum fámulo tuo Papa nostro [Gregorio], et Antístite nostro et ómnibus orthodóxis, atque cathólicæ et apostólicae fídei cultóribus

[Te dunque, o clementissimo Padre, vi scongiuriamo per Gesù Cristo vostro Figlio e nostro Signore, ad accettare e benedire questi ✠ doni, queste ✠ offerte, questo ✠ sacrifizio santo e senza macchia, che noi offriamo in prima per la vostra Chiesa Cattolica, affinché vi degnate darle la pace, conservarla, mantenerla nell’unione e reggerla su tutta la terra, e con essa il vostro servo e nostro Pontefice Gr. XVIII, e il nostro Vescovo N., ed il nostro re N., e tutti gli ortodossi, che professano la cattolica ed apostolica fede.]

Al Memento dei vivi

Venite presso a quest’altare, figli della Chiesa, venite ad essere inondati dal Sangue divino che è per ispargersi. Il Sacerdote alla vista delle vostre necessità, pieno di sollecitudine le enumera particolarmente: e voi riceverete secondo le disposizioni che vi animeranno.

Meménto, Dómine, famulórum famularúmque tuarum N. et N. et ómnium circumstántium, quorum tibi fides cógnita est et nota devótio, pro quibus tibi offérimus: vel qui tibi ófferunt hoc sacrifícium laudis, pro se suísque ómnibus: pro redemptióne animárum suárum, pro spe salútis et incolumitátis suæ: tibíque reddunt vota sua ætérno Deo, vivo et vero.

[Ricordatevi, o Signore, dei servi e delle vostre serve N. e N. (qui il sacerdote si ferma per designarle) e di tutti i presenti, la cui fede e devozione voi conoscete, per i quali noi vi offriamo o che vi offrono meco questo sacrificio di lode, a vantaggio proprio e di tutti gli attinenti, per la redenzione delle loro anime, per la speranza della salute e della loro conservazione; e rendono i loro voti a voi, Dio eterno vivo e vero.]

In mezzo all’azione o al Communicantes

Communicántes, et memóriam venerántes, in primis gloriósæ semper Vírginis Maríæ, Genetrícis Dei et Dómini nostri Jesu Christi: sed et beatórum Apostolórum ac Mártyrum tuórum, Petri et Pauli, Andréæ, Jacóbi, Joánnis, Thomæ, Jacóbi, Philíppi, Bartholomaei, Matthaei, Simónis et Thaddaei: Lini, Cleti, Cleméntis, Xysti, Cornélii, Cypriáni, Lauréntii, Chrysógoni, Joánnis et Pauli, Cosmæ et Damiáni: et ómnium Sanctórum tuórum; quorum méritis precibúsque concédas, ut in ómnibus protectiónis tuæ muniámur auxílio. Per eúndem Christum, Dóminum nostrum. Amen.

[Uniti in una stessa comunione veneriamo anzitutto la memoria della gloriosa sempre Vergine Maria, Madre del nostro Dio e Signore Gesù Cristo: e di quella dei tuoi beati Apostoli e Martiri: Pietro e Paolo, Andrea, Giacomo, Giovanni, Tommaso, Giacomo, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Simone e Taddeo, Lino, Cleto, Clemente, Sisto, Cornelio, Cipriano, Lorenzo, Crisógono, Giovanni e Paolo, Cosma e Damiano, e di tutti i tuoi Santi; per i meriti e per le preghiere dei quali concedi che in ogni cosa siamo assistiti dall’aiuto della tua protezione. Per il medesimo Cristo nostro Signore. Amen.]

Il Sacerdote stende le mani sull’Ostia e sul Calice.

Questa cerimonia ci rammenta che abbiamo meritata la morte, e solo per la misericordia divina sostituiamo in nostra vece la Persona del Salvatore. Domandiamo con confidenza la remissione dei nostri peccati e la vita eterna; diamoci tutti al servizio del Signore, come Egli si dà tutto per la nostra salvezza.

Hanc igitur oblatiónem servitutis nostræ, sed et cunctae famíliæ tuæ, quaesumus, Dómine, ut placátus accípias: diésque nostros in tua pace dispónas, atque ab ætérna damnatióne nos éripi, et in electórum tuórum júbeas grege numerári. Per Christum, Dóminum nostrum. Amen.

[Ti preghiamo, dunque, o Signore, a ricevere benignamente questa offerta della nostra servitù e di tutta la nostra famiglia; a stabilire i nostri giorni nella vostra pace, a preservarci dall’eterna dannazione, ed a metterci nel numero dei vostri eletti; per il nostro Signore Gesù Cristo. Amen.]

Si avvicina il momento in cui sta per aprirsi il cielo, gli Angeli si dispongono intorno all’altare; il Sacerdote benedice le offerte e rende grazie sul pane e sul vino, che stanno per cangiarsi nel Corpo e nel Sangue di Gesù Cristo. Rendiamone grazie umiliandoci profondamente.

La Consacrazione e l’Elevazione.

Quam oblatiónem tu, Deus, in ómnibus, quaesumus, bene díctam, adscríp tam, ra tam, rationábilem, acceptabilémque fácere dignéris: ut nobis Cor pus, et San guis fiat dilectíssimi Fílii tui, Dómini nostri Jesu Christi.

[Deh! Ve ne preghiamo, o Dio, degnatevi di fare che questa offerta sia in tutto benedetta, ratificata, convenevole e gradita, perché ci diventi il Cor ✠ po e il San ✠ gue del vostro dilettissimo Figliuolo e Signor nostro Gesù Cristo.]

Qui prídie quam paterétur, accépit panem in sanctas ac venerábiles manus suas, elevátis óculis in cœlum ad te Deum, Patrem suum omnipoténtem, tibi grátias agens, bene dixit, fregit, dedítque discípulis suis, dicens: Accípite, et manducáte ex hoc omnes.

[Egli la vigilia della sua passione, prese del pane nelle sue sante e venerabili mani e, avendo levati gli occhi al cielo, a voi Dio, Padre suo onnipotente, rendendoti grazie, lo bene ✠ disse, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli, dicendo: Prendete, mangiatene tutti: ché questo è il mio Corpo.]

HOC EST ENIM CORPUS MEUM.

[QUESTO È IL MIO CORPO]

Símili modo postquam coenátum est, accípiens et hunc præclárum Cálicem in sanctas ac venerábiles manus suas: item tibi grátias agens, bene dixit, dedítque discípulis suis, dicens: Accípite, et bíbite ex eo omnes.

HIC EST ENIM CALIX SANGUINIS MEI, NOVI ET ÆTERNI TESTAMENTI: MYSTERIUM FIDEI: QUI PRO VOBIS ET PRO MULTIS EFFUNDETUR IN REMISSIONEM PECCATORUM.

Hæc quotiescúmque fecéritis, in mei memóriam faciétis.

 [In simil guisa, dopo aver cenato, prendendo ancora questo prezioso calice nelle sue sante e venerabili mani, e parimente rendendovi grazie, lo bene ✠  disse e lo dette ai suoi discepoli dicendo: Prendete e bevetele tutti: poiché questo è il Calice del mio Sangue, il Sangue del nuovo ed eterno Testamento (Mistero di fede), che sarà sparso per voi e per molti in remissione dei peccati. Ogni qual volta questo, lo farete in memoria di me.]

Dopo l’Elevazione

Sopra l’altare, come sulla croce, tutto è consumato: le altezze dei cieli si sono abbassate, il Giusto è disceso dalle nubi, la terra ha germogliato il suo Salvatore, il Signore è con noi, è per colmarci di grazie; contempliamolo affettuosamente sull’altare, e meditiamo i misteri che Egli vi opera.

Unde et mémores, Dómine, nos servi tui, sed et plebs tua sancta, ejusdem Christi Fílii tui, Dómini nostri, tam beátæ passiónis, nec non et ab ínferis resurrectiónis, sed et in coelos gloriósæ ascensiónis: offérimus præcláræ majestáti tuæ de tuis donis ac datis, hóstiam puram, hóstiam sanctam, hóstiam immaculátam, Panem sanctum vitæ ætérnæ, et Calicem salútis perpétuæ.

[Per questo, o Signore, noi che siamo vostri servi, e con noi il vostro popolo santo, in memoria della beatissima Passione di Gesù Cristo nostro Signore, e della sua Risurrezione dagli inferi e la sua gloriosa Ascensione in cielo: offriamo alla vostra incomparabile Maestà, dei dono e della vostra beneficenza, l’Ostia ✠ pura, l’Ostia ✠ santa, l’Ostia ✠ immacolata, il Pane ✠ santo della vita eterna e il Calice ✠ della perpetua salvezza.]

Così noi facciamo parte nel sacrifizio con con Gesù Cristo, che morendo ha distrutto l’impero della morte su noi: facciamo parte con Gesù Cristo risuscitato, la cui Resurrezione è il principio ed il modello della nostra: facciamo parte con Gesù Cristo salito in cielo, e per ciò in un certo modo vi ascendiamo con Lui; onde fin d’ora ci possiamo riguardare come cittadini del cielo. È possibile il ricordare i vari frutti di tali misteri, e conservar sì ostinatamente l’amore alle cose mondane?

Supra quæ propítio ac seréno vultu respícere dignéris: et accépta habére, sicúti accépta habére dignátus es múnera púeri tui justi Abel, et sacrifícium Patriárchæ nostri Abrahæ: et quod tibi óbtulit summus sacérdos tuus Melchísedech, sanctum sacrifícium, immaculátam hóstiam.

[v. Degnatevi di riguardare con benigno e prpizio occhio l’offerta che vi facciamo di questo santo sacrifizio, di questa immacolata Ostia, come vi piacque di gradire i doni del giusto Abele, vostro servo, il sacrificio di Abramo, vostro patriarca, e l’offerta del sommo vostro sacerdote Melchisedeck]

Súpplices te rogámus, omnípotens Deus: jube hæc perférri per manus sancti Angeli tui in sublíme altáre tuum, in conspéctu divínæ majestátis tuæ: ut, quotquot ex hac altáris participatióne sacrosánctum Fílii tui Cor pus, et Sán guinem sumpsérimus, omni benedictióne coelésti et grátia repleámur. Per eúndem Christum, Dóminum nostrum. Amen.

[Ti supplichiamo, o Dio onnipotente, a comandar che questi doni, siano portati dalle mani degli Angeli santi, sul vostro sublime altare, dinanzi alla divina Maestà vostra, affinché tutti noi che, partecipando di questa mensa, avremo ricevuto il Cor ✠ po e il San ✠ gue sacrosanto del vostro Figlio, siamo ricolmi di tutte le benedizioni e le  grazie celesti; Per lo stesso Gesù Cristo nostro Signore. Amen.]

Al Memento dei Morti.

È giustissimo che i Fedeli della terra, unitisi nel sacrifizio ai Santi del cielo, si uniscano ancora alle anime del Purgatorio, perché tutta quanta la famiglia dei figli di Dio, che trionfano, combattono, e soffrono, conviene all’altare, e raccoglie i meriti del sangue dell’Agnello riscattatore del mondo.

Meménto étiam, Dómine, famulórum famularúmque tuárum N. et N., qui nos præcessérunt cum signo fídei, et dórmiunt in somno pacis. Ipsis, Dómine, et ómnibus in Christo quiescéntibus locum refrigérii, lucis pacis ut indúlgeas, deprecámur. Per eúndem Christum, Dóminum nostrum. Amen.

[Ricordatevi ancora, o Signore, dei servi e delle vostre serve N. e N. che ci hanno preceduto col segno della fede e dormono ora nel sonno di pace. Deh! o Signore, concedete per la vostra misericordia a loro e a tutti ed a tutti quelli che riposano in Gesù Cristo, il luogo del refrigerio, della luce e della pace. Per il medesimo Cristo nostro Signore. Amen.]

Al Nobis quoque peccatoribus.

Il Sacerdote alza un poco la voce sul principio, ad avvertire gli astanti di unirsi in modo del tutto speciale alla preghiera che loro si spetta. Tosto si ripone nel misterioso silenzio del Canone, e si percuote il petto, indicando così, come il Pubblicano che egli confessa le miserie e l’indegnità nostra. Eccitiamo il fervore per ottenere un maggior frutto del santo sacrifizio.

Nobis quoque peccatóribus fámulis tuis, de multitúdine miseratiónum tuárum sperántibus, partem áliquam et societátem donáre dignéris, cum tuis sanctis Apóstolis et Martýribus: cum Joánne, Stéphano, Matthía, Bárnaba, Ignátio, Alexándro, Marcellíno, Petro, Felicitáte, Perpétua, Agatha, Lúcia, Agnéte, Cæcília, Anastásia, et ómnibus Sanctis tuis: intra quorum nos consórtium, non æstimátor mériti, sed véniæ, quaesumus, largítor admítte. Per Christum, Dóminum nostrum.

[E anche a noi peccatori servi vostri, che speriamo nella vostra immensa misericordia, dégnatevi far partedella celeste eredità, e di ammettervci con i vostri santi Apostoli e Martiri, con Giovanni, Stefano, Mattia, Bárnaba, Ignazio, Alessandro, Marcellino, Pietro, Felícita, Perpetua, Ágata, Lucia, Agnese, Cecilia, Anastasia, e con tutti i vostri Santi; nella cui società vi preghiamo di riceverci, non in considerazione dei nostri meriti, ma usandoci grazia; per Gesù Cristo nostro Signore …]

Per quem hæc ómnia, Dómine, semper bona creas, sancti ficas, viví ficas, bene dícis et præstas nobis.

[… create sempre tutti questi beni, li santi ✠  ficate, e bene  ✠  ficate, gli bene ✠ dite ed a noi li porgete.]

Per ip sum, et cum ip so, et in ip so, est tibi Deo Patri omnipotenti, in unitáte Spíritus Sancti, omnis honor, et glória.
Per omnia saecula saecolorum.
R. Amen.

[Per mezzo di ✠ Lui e con ✠ Lui e in ✠ Lui, a Voi si perviene, Dio Padre ✠ onnipotente, nell’unità dello Spirito ✠ Santo
ogni onore e gloria.
Per tutti i secoli dei secoli.
R. Amen.]

Al Pater noster.

Nulla è più adatto a disporre le anime nostre alla partecipazione dei santi misteri che la preghiera del Signore ben meditata e detta con fervore. Poniamoci ai piedi del Signore con la più tenera compassione ai patimenti di Lui, come la Maddalena; con un fedele amore, come s. Giovanni, piangendo i nostri peccati, come s. Pietro.

Orémus:

Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutione formati audemus dicere:

Pater noster, qui es in caelis, Sanctificetur nomen tuum. Adveniat regnum tuum. Fiat voluntas tua, sicut in coelo et in terra. Panem nostrum quotidianum da nobis hodie. Et dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris. Et ne nos inducas in tentationem:
R. Sed libera nos a malo.
S. Amen

[Orazione:  Ammoniti dal salutare comando di Gesù Cristo, e secondo la divina istruzione data da Lui,  osiamo dire:
Padre nostro, che siete nei cieli, sia santificato il vostro nome Venga a noi il vostro regno, Sia fatta la vostra volontà, siccome in cielo così in terra. Dateci oggi il nostro pane quotidiano; perdonateci le nostre offese come noi le perdoniamo ai nostri offensori; né permettete che soccombiamo alla tentazione;

R. Ma liberaci dal male.
S. Amen.]

Al libera nos, quœsumus.

Il Sacerdote insiste con fervore sull’ultima domanda dell’orazione domenicale, continuando a domandare a Dio di farci liberi da tutti i mali, e la pace, che è la conseguenza di questa libertà.

La patena, destinata a ricevere il Corpo di Gesù Cristo è il segno della pace; il Sacerdote la tiene con una mano, l’appoggia sull’altare, ed in questa attitudine di confidenza dice:

Líbera nos, quœsumus, Dómine, ab ómnibus malis, prætéritis, præséntibus et futúris: et intercedénte beáta et gloriósa semper Vírgine Dei Genetríce María, cum beátis Apóstolis tuis Petro et Paulo, atque Andréa, et ómnibus Sanctis, da propítius pacem in diébus nostris: ut, ope misericórdiæ tuæ adjúti, et a peccáto simus semper líberi et ab omni perturbatióne secúri.
Per eúndem Dóminum nostrum Jesum Christum, Fílium tuum.
Qui tecum vivit et regnat in unitáte Spíritus Sancti Deus.
V. Per omnia sæcula sæculorum.
R. Amen.
Pax Domini sit semper vobiscum.
R. Et cum spiritu tuo.

[Liberaci, te ne preghiamo, o Signore, da tutti i mali passati, presenti e futuri: e per intercessione della beata e gloriosa sempre Vergine Maria, Madre di Dio, e dei tuoi beati Apostoli Pietro e Paolo, e Andrea, e di tutti i Santi concedi benigno la pace nei nostri giorni : affinché, sostenuti dalla tua misericordia, noi siamo sempre liberi dal peccato e sicuri da ogni turbamento.
Per il medesimo Gesù Cristo nostro Signore, tuo Figlio che è Dio e vive e regna con Te, nell’unità dello Spirito Santo
V. Per tutti i secoli dei secoli.
R. Amen.
La pace ✠ del Signore sia ✠ sempre con ✠ voi.
R. E con il tuo spirito.]

Il Sacerdote frange l’Ostia,

Il Sacerdote imita Gesù Cristo, che spezzò il pane consacrato prima di distribuirlo ai Discepoli nell’ ultima cena, e ricorda ancora la separazione del Corpo e del Sangue di Lui. Ecco il nostro Dio sta per discendere dall’altare per esser deposto nel cuore e sepolto nelle anime dei suoi figli. Ci rammenta con ciò, che Egli è morto sulla croce, ed ha versato il suo Sangue per liberarci dalla servitù del peccato e per segnare la nostra riconciliazione col cielo.

Haec commíxtio, et consecrátio Córporis et Sánguinis Dómini nostri Jesu Christi, fiat accipiéntibus nobis in vitam ætérnam. Amen.

[Questa mescolanza e consacrazione del Corpo e del Sangue di Gesú Cristo giovi che stiamo per ricevere, ci acquisti la vita eterna. Amen.]

All’Agnus Dei.

Dio, sì glorioso in cielo, sì potente sulla terra, così terribile nello inferno, non è qui che un agnello tutto dolcezza e bontà; e viene per cancellare i peccati del mondo, e singolarmente i nostri. Oh quale argomento di consolazione per noi!

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

[Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbiate pietà di noi.
Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbiate pietà di noi.
Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, donate noi la pace.]

Per domandare la Pace.

Quando tutti i Fedeli erano un corpo ed un’anima sola, prima di partecipare ai santi Misteri, gli uomini tra loro e parimente le femmine si davano a vicenda il bacio di pace. « Le vostre labbra, diceva s. Agostino, si accostino a quelle del vostro fratello, per rammentarvi che il cuor vostro deve tenersi unito al cuore di lui. »

Dómine Jesu Christe, qui dixísti Apóstolis tuis: Pacem relínquo vobis, pacem meam do vobis: ne respícias peccáta mea, sed fidem Ecclésiæ tuæ; eámque secúndum voluntátem tuam pacificáre et coadunáre dignéris: Qui vivis et regnas Deus per ómnia sæcula sæculórum. Amen.

[Signore Gesù Cristo, che dicesti ai tuoi Apostoli: Io vi lascio la pace, vi do la mia pace, non vogliate guardare ai miei peccati, ma alla fede della vostra Chiesa, e degnatevi di pacificarla e di riunirla secondo la vostra volontà, o Dio e vivete e regnate per tutti i secoli dei secoli. Amen.]

Avanti la Comunione.

I Fedeli che si dispongono a comunicarsi, nulla di meglio potranno fare che entrar nello spirito delle seguenti orazioni, e ben penetrarsi dei sentimenti ivi espressi: come il Sacerdote, troveranno anch’essi in quell’espressioni tanto pure e commoventi, ciò che debbono dire al Signore, già pronto a farsi padrone dei loro cuori.

Dómine Jesu Christe, Fili Dei vivi, qui ex voluntáte Patris, cooperánte Spíritu Sancto, per mortem tuam mundum vivificásti: líbera me per hoc sacrosánctum Corpus et Sánguinem tuum ab ómnibus iniquitátibus meis, et univérsis malis: et fac me tuis semper inhærére mandátis, et a te numquam separári permíttas: Qui cum eódem Deo Patre et Spíritu Sancto vivis et regnas Deus in saecula sæculórum. Amen.

[Signore Gesù  Cristo, Figlio del Dio vivente, che per la volontà del Padre, con la cooperazione dello Spirito Santo, avete dato con la vostra morte la vita al mondo, liberatemi, per il vostro sacro Corpo e Sangue prezioso qui presente, da tutti i miei peccati, e da tutti gli altri mali: e fate sì che sempre io aderisca  alla vostra legge né permettete che io mai mi separi da Voi, che vivete e regnate con lo stesso Dio Padre e con lo Spirito Santo in tutti i secoli dei secoli. Amen.]

Percéptio Córporis tui, Dómine Jesu Christe, quod ego indígnus súmere præsúmo, non mihi provéniat in judícium et condemnatiónem: sed pro tua pietáte prosit mihi ad tutaméntum mentis et córporis, et ad medélam percipiéndam: Qui vivis et regnas cum Deo Patre in unitáte Spíritus Sancti Deus, per ómnia saecula sæculórum. Amen.

[Signore Gesù Cristo, la partecipazione del vostro Corpo, ch’io indegno ardisco ricevere, non si converta in mio giudizio e condanna; ma per la vostra bontà mi giovi a difesa e salutare medicina dell’anima e del corpo: degnati di concedermi queste grazie, o Dio, che vivete e regnate col Padre e con lo Spirito Santo, in tutti i secoli dei secoli. Amen.]

Panem cœlestem accipiam, et nomen Domini invocabo.

[Prenderò il pane celeste, ed invocherò il nome del Signore]

Al Domine, non sum dignus.

Misero il Cristiano che sentisse disgusto alla vista di sì preziosa mensa e d’un pane che contiene ogni soavità! Ma poiché noi non possiamo meditare il bisogno di unirci a Dio, senza misurar subito la distanza infinita che separa il Creatore dalla creatura; al desiderio nostro deve succedere l’umiltà; dobbiamo inchinarci percotendoci il petto, ed esclamare tre volte:

Domine, non sum dignus ut intres sub tectum meum, sed tantum dic verbo, et sanabitur anima mea.

[Signore, non son degno che voi entriate nella mia casa, ma dite una sola parola, e l’anima mia sarà sanata.]

Se non ci comunichiamo, invece della preghiera che fa il Sacerdote, possiamo far questa:

Comunione spirituale.

Qual felicità, mio buon Gesù, e qual bene sarà per me l’unirmi a Voi, e nutrirmi realmente del vostro Corpo e del vostro Sangue prezioso! L’amore che voi mi portate vi fa bramare di abitar continuamente nel mio cuore, e di comunicarmi intimamente i meriti del vostro sacrifizio. Perché non posso io, o Pane di vita, ricevervi in questo momento con pura coscienza, profonda umiltà, viva fede, ferma speranza, acceso amore, e partecipare della santa gioia dei vostri figli, di cui siete sì sovente la delizia! Venite, almeno, Signore Gesù, venite spiritualmente a un’anima che vi sospira e sente il peso della sua miseria: soccorretela, fortificatela, traetela a voi con quelle potenti attrattive che trionfano dei più insensibili cuori. Sia io tutto di Voi, e nulla mi separi qui in terra da Dio, che non mi ha creato se non per sé, e vuol fare l’eterna mia felicità.

Il Sacerdote dice prendendo il Corpo del Signore:

Corpus Dómini nostri Jesu Christi custódiat ánimam meam in vitam ætérnam. Amen.

[Il Corpo di nostro Signore Gesú Cristo custodisca l’anima mia per la vita eterna. Amen.]

Dopo aver ricevuto il Corpo del nostro Signore:

Quid retríbuam Dómino pro ómnibus, quæ retríbuit mihi? Cálicem salutáris accípiam, et nomen Dómini invocábo. Laudans invocábo Dóminum, et ab inimícis meis salvus ero.
[Che renderò io al Signore per tutte le cose che ha dato a me? Prenderò il Calice della salute e invocherò il nome del Signore. Lodandolo invocherò il Signore e sarò salvo dai miei nemici.]

Nel prendere il prezioso Sangue dice:

Sanguis Dómini nostri Jesu Christi custódiat ánimam meam in vitam ætérnam. Amen.

Nel far le abluzioni.

Quod ore súmpsimus, Dómine, pura mente capiámus: et de munere temporáli fiat nobis remédium sempitérnum.

[Ciò Fate o Signore, che noi conserviamo in un cuor puro il sacramento che la nostra bocca ha ricevuto, e questo dono temporale sia ristoro per noi sempiterno.]

Corpus tuum, Dómine, quod sumpsi, et Sanguis, quem potávi, adhaereat viscéribus meis: et præsta; ut in me non remáneat scélerum mácula, quem pura et sancta refecérunt sacraménta: Qui vivis et regnas in saecula sæculórum. Amen

[O Signore, il vostro Corpo che ho ricevuto e il vostro Sangue che ho bevuto, aderiscano al mio seno; sicché in me nutrito da sacramenti sì puri e sì santi, non resti macchia di peccato, o Dio, che vivete e regnate in tutti i secoli dei secoli.]

Il Sacerdote legge la Communione.

La preghiera detta Communione è riguardata come un inno di ringraziamento, una maniera di nutrire i sentimenti che la presenza di Gesù Cristo deve eccitare nelle anime nostre: le parole di questa preghiera sono vive e penetranti; e soavissimo è il meditarle ad un cuore innamorato di Dio.

« Che posso desiderare di più in cielo e sulla terra?… Ho trovato Colui che il mio cuore ama; io non me ne separerò giammai. »

« Mi amate voi più degli altri, voi ai quali ho concessi tutti i miei favori ? »

« Signore, voi conoscete ogni cosa, voi sapete che io vi amo. »

V.: Dóminus vobíscum.
R.: Et cum spíritu tuo.

V. Il Signore sia con voi.

R. E con lo spirito vostro.

Al Post-Communio.

Offriamo al Signore sacrifizio per sacrifizio; poiché Egli si è immolato per noi, noi diventiamo la vittima del suo amore immolando a lui tutte le ricercatezze dell’amor proprio, tutte le inclinazioni e le repugnanze che si oppongono all’adempimento dei nostri doveri. Dateci, o Signore, in virtù del sacrifizio a voi offerto, la remissione dei nostri peccati, il desiderio di espiarli, e la grazia di non cadervi mai più. Concedeteci un fervente amore a Voi, un gran timor di spiacervi e l’applicazione ai nostri doveri; fate che conduciamo una vita tutta fervore, e che troviamo in voi misericordia nell’ultimo giorno di nostra vita; per il nostro Signore Gesù Cristo, vostro Figlio, che vive e regna con voi nell’ unione dello Spirito Santo in tutti i secoli dei secoli. Così sia.

V.: Dominus vobiscum.

R.: Et cum spiritu tuo.

[V. Il Signore sia con voi.

R. E con lo spirito vostro.]

V.: Ite Missa est.

[V.. Andate, la Messa è compiuta.]

R. Deo gratias.

R. :Sieno grazie a Dio.

Quando il Sacerdote non ha detto il Gloria in excelsis, dice:

V.: Benedicamus Domino,

[V.: Benediciamo il Signore.]

R.: Deo gratias

[R.: Sieno grazie a Dio].

Alle Messe da morto dice:

V.: Requiescant in pace.

V.: Riposino in pace,

R.: Amen.

[R.: Amen]

La preghiera Placeat è quasi un riepilogo di tutto l’avvenuto, ed una nuova istanza per domandare a Dio la conservazione dei frutti di un sì gran mistero

Pláceat tibi, sancta Trínitas, obséquium servitútis meæ: et præsta; ut sacrifícium, quod óculis tuæ majestátis indígnus óbtuli, tibi sit acceptábile, mihíque et ómnibus, pro quibus illud óbtuli, sit, te miseránte, propitiábile. Per Christum, Dóminum nostrum. Amen.

[Ricevete benignamente, o santa Trinità, l’omaggio della mia perfetta soggezione, e degnatevi accettare il sacrifizio da me offerto, sebbene indegnamente, alla vostra divina Maestà: fate per vostra misericordia, che riesca propiziatorio a me ed a tutti quelli a pro dei quali l’ho offerto; per il nostro Signore Gesù Cristo. Amen.]

Il Sacerdote benedice gli astanti, fuorché alle Messe da morto.

 Il Sacerdote bacia l’altare come per raccogliere il tesoro delle grazie che è per augurare ai Fedeli; leva gli occhi e le mani al cielo per chiamare le benedizioni dal sublime altare, ove l’Agnello sacrificale è riasceso; congiunge le mani a mostrare che egli tiene le grazie celesti, saluta la la croce, sorgente di tanti beni che è per ispandere, e rivoltosi ai Fedeli, fa sovr’essi il segno della Redenzione, dicendo:

V.: Benedicat vos omnipotens Deus, Pater et Filius, Et Spiritus Sanctus.

R.: Amen

[V.: L’ Onnipotente Dio, Padre, Figliuolo e Spirito Santo vi benedica.

R.: Così sia.]

All’ultimo Vangelo,

Una volta i Cristiani portavan sul cuore il principio del Vangelo di San Giovanni; volevano che si deponesse col loro corpo nella tomba: lo recitavano nei pericoli, ne chiedevano la lettura nelle malattie. Poiché tal devozione gli mosse a farlo recitare tutti i giorni dopo la Messa, un sì lodevol costume presto divenne legge; e la Chiesa ordinò che si recitasse prima di lasciar l’altare. Meditiamo attentamente gli ineffabili misteri in esso racchiusi.

V.: Dominus vobiscum.

R.: Et cum spiritu tuo.

V. Initium sancti Evangeli secundum Joannem.

R. Gloria tibi, Domine.

In princípio erat Verbum, et Verbum erat apud Deum, et Deus erat Verbum. Hoc erat in princípio apud Deum. Omnia per ipsum facta sunt: et sine ipso factum est nihil, quod factum est: in ipso vita erat, et vita erat lux hóminum: et lux in ténebris lucet, et ténebræ eam non comprehendérunt.
Fuit homo missus a Deo, cui nomen erat Joánnes. Hic venit in testimónium, ut testimónium perhibéret de lúmine, ut omnes créderent per illum. Non erat ille lux, sed ut testimónium perhibéret de lúmine.
Erat lux vera, quæ illúminat omnem hóminem veniéntem in hunc mundum.
In mundo erat, et mundus per ipsum factus est, et mundus eum non cognóvit. In própria venit, et sui eum non recepérunt. Quotquot autem recepérunt eum, dedit eis potestátem fílios Dei fíeri, his, qui credunt in nómine ejus: qui non ex sanguínibus, neque ex voluntáte carnis, neque ex voluntáte viri, sed ex Deo nati sunt. (Genuflectit dicens): Et Verbum caro factum est, (Et surgens prosequitur): et habitávit in nobis: et vídimus glóriam ejus, glóriam quasi Unigéniti a Patre, plenum grátiæ et veritatis.

R.: Deo gratias.

[In principio era il Verbo, e il Verbo era appresso Dio, e il Verbo era Dio. Egli era in principio appresso Dio. Per mezzo di Lui furono fatte tutte le cose, e senza di Lui nulla fu fatto di ciò che è stato fatto; in Lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini. e la luce splende tra le tenebre, e le tenebre non l’hanno ammessa. Vi fu un uomo mandato da Dio, il cui nome era Giovanni. Questi venne qual testimonio, affine di rendere testimonianza alla luce, perché per mezzo di Lui tutti credessero; ei non era egli la luce, ma era per rendere testimonianza alla luce. Quegli era la luce vera, che illumina ogni uomo che viene in questo mondo. Egli era nel mondo, e il mondo per Lui fu fatto, ma il mondo non lo conobbe. Venne in sua propria casa e i suoi non lo ricevettero. Diede potere di diventare figliuoli di Dio a quelli che credono nel suo nome: i quali non per via di sangue, né per volontà di carne, né per volontà d’uomo, ma da Dio sono nati. ci inginocchiamo E il Verbo si fece carne ci alziamo e abitò fra noi; e abbiamo veduto la sua gloria: gloria come dell’Unigenito del dal Padre, pieno di grazia e di verità.
R. Grazie a Dio.]

Oratio Leonis XIII

S. Ave Maria, gratia plena, Dominus tecum, benedicta tu in mulieribus et benedictus fructus ventris tui, Jesus.
O. Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostræ. Amen.
S. Ave Maria, gratia plena, Dominus tecum, benedicta tu in mulieribus et benedictus fructus ventris tui, Jesus.
O. Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostræ. Amen.
S. Ave Maria, gratia plena, Dominus tecum, benedicta tu in mulieribus et benedictus fructus ventris tui, Jesus.
O. Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostræ. Amen.

O. Salve Regina, Mater misericordiæ, vita, dulcedo, et spes nostra, salve. Ad te clamamus, exsules filii Evae. Ad te suspiramus gementes et flentes in hac lacrymarum valle. Eia ergo, Advocata nostra, illos tuos misericordes oculos ad nos converte. Et Jesum, benedictum fructum ventris tui, nobis, post hoc exilium, ostende. O clemens, o pia, o dulcis Virgo Maria.
S. Ora pro nobis, sancta Dei Genitrix.
O. Ut digni efficiamur promissionibus Christi.

S. Orémus. Deus, refúgium nostrum et virtus, populum ad te clamantem propitius respice; et intercedente gloriosa, et immaculata Virgine Dei Genitrice Maria, cum beato Joseph, ejus Sponso, ac beatis Apostolis tuis Petro et Paulo, et omnibus Sanctis, quas pro conversione peccatorum, pro libertate et exaltatione sanctae Matris Ecclesiae, preces effundimus, misericors et benignus exaudi. Per eundem Christum Dominum nostrum. Amen.

O. Sancte Michaël Archangele, defende nos in prœlio; contra nequitiam et insidias diaboli esto præsidium. Imperet illi Deus, supplices deprecamur: tuque, Princeps militiæ Cælestis, satanam aliosque spiritus malignos, qui ad perditionem animarum pervagantur in mundo, divina virtute in infernum detrude. Amen.

S. Cor Jesu sacratissimum.
O. Miserere nobis.
S. Cor Jesu sacratissimum.
O. Miserere nobis.
S. Cor Jesu sacratissimum.
O. Miserere nobis.

Dopo la Messa.

lo sono per lasciare, o mio Salvatore, questo luogo di benedizione che voi avete scelto per vostra dimora; ma se io non sono qui col corpo, sarò con i miei affetti, e ci ritornerò con gioia, poiché la mia delizia è di stare davanti ai vostri tabernacoli. Non permettete che io vi dimentichi nelle mie occupazioni: tutte le mie opere io voglio samntificare. Possano esse riuscirvi aggradevoli! Venite in mio soccorso, o Gesù; vi prometto di compierle tutte con lo scopo di piacervi e in unione con Voi: concedetemi la grazia di esser fedele a questa risoluzione.

Maria, mia tenera Madre, spiriti celestiali, e voi tutti, o elettidi Dio, intercedete per me, e ottenetemi la grazia di essere un giorno ammesso alla vostra felicità.

Non usciamo di chiesa senza aver dimostralo a Dio la nostra riconoscenzaper tutte le grazie a noi largite nel tempo del sacrifizio; conserviamone preziosamente i frutti, e facciamo in modo che ognuno vedendoci si convinca, che siamo stati tocchi dall’amore infinito che Gesù Cristo ha avuto per noi.

Questa è l’unica, vera Messa Cattolica, apice del culto che Dio vuole e gradisce.

S. S. PIO V: QUO PRIMUM: … Nulli ergo omnino hominum liceat han paginam nostrae permissionibus, statuti, ordinationis, mandati, praecepti, concessionis, indulti, declarationis, voluntatis, decreti, et inhibitionis infrangere, vel ei ausu temerario contraire.

SI QUIS AUTEM HOC ATTENTARE PRAESUMPSCRIT, INDIGNATIONEM OMNIPOTENS DEI, AC BEATORUM PETRI ET PAULI APOSTOLORUM EJUS, SE NOVERIT INCURSUM. (Roma 15 luglio 1570)

ATTENZIONE!!!

Chi offre un culto diverso da questo, cadrà nella indignazione di DIO e dei Beati Apostoli Pietro e Paolo. Non ci sono discussioni che tengano … la bolla citata è parte del Magistero infallibile ed irreformabile – in perpetuo – (chi disubbidisce si pone fuori dalla Chiesa Cattolica peccando di Carità contro DIO, e senza la carità, ci assicura San Paolo (I Cor. XIII), non si è nessuno, e non si può ottenere la vita eterna in alcun modo!

… e ai sapientoni che dicono essere possibile modificare le disposizioni e decreti della Sede Apostolica, ricordiamo: ” …È evidente che il giudizio della Sede Apostolica, che detiene la più alta autorità, non può essere rimesso in questione da alcuno né sottoposto ad esame da parte di chicchessia [Ep. Nicolai I ad Michaelem Imperatorem] …

… Se qualcuno quindi avrà la presunzione di opporsi a questa Nostra definizione, Dio non voglia!: sia anatema. [Cost. Ap. Pastor Aeternus, Conc. Vatic. 18, luglio, 1870].

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO IX – QUOD NUNQUAM

In questa breve lettera, il Santo Padre, denuncia abusi e violenze che furono perpetrati nei confronti del clero prussiano, vessato da leggI ingiuste e crudeli che impedivano l’esercizio delle loro funzioni e dei compiti sacri, oltre che impedire ai fedeli l’esercizio del culto cattolico. È uno dei tanti episodi che hanno coinvolto l’Europa ed il mondo Cristiano nella lotta senza quartiere che il demonio scatenato cominciava  a portare con veemenza contro la Chiesa di Cristo, servendosi delle logge e conventicole massoniche e di loschi e facinorosi individui legati ai culti satanici. È la medesima lotta che ha raggiunto oggi apici inauditi, lotta condotta frontalmente, ed ancor più dall’interno dei sacri palazzi, in mano ad apostati e spesso fasulli chierici corrotti, che hanno in pratica usurpato tutti i luoghi sacri della cristianità mondiale, lasciando alla Chiesa Cattolica caverne, anfratti, sotterranei, catacombe moderne, ove esercitare “eclissati” i santi Misteri cristiani. I poteri civili, forti o deboli che siano, finanziari, politici, economici, pseudoreligiosi, sono tutti ben coesi in questa lotta portata contro il Cristo e la sua Chiesa, esattamente come il salmo II la descriveva con largo anticipo già millenni orsono … Astiterunt reges terrae, et principes convenerunt in unum adversus Dominum, et adversus Christum ejus. Dirumpamus vincula eorum, et projiciamus a nobis jugum ipsorum. – Ma se il Signore lo permette, come pure scrive il Santo Padre qui, darà anche la possibilità ai pochi suoi residui seguaci, il pusillus grex, di resistere, perseverare ed infine trionfare con Dio stesso che avrà un giorno non lontano pieno potere su questi ribaldi e temerari falsi adoratori e fedeli paganizzati autoproclamantesi cattolici modernizzati (leggi: satanizzati). Ancora lo stesso salmo ci incoraggia a non temere perchè Iddio si riderà di questi nemici accaniti, indomiti, corrotti e dominati da passioni sozze che già furono bruciate in un attimo a Sodoma e a Gomorra … Qui habitat in cælis irridebit eos, et Dominus subsannabit eos, Tunc loquetur ad eos in ira sua, et in furore suo conturbabit eos. Con animo di fedeli pronti al martirio, pur di difendere la causa del Signore nostro Gesù Cristo, leggiamo questo breve documento ed ampliandolo negli effetti nefasti che già coinvolgono il Corpo mistico e visibile (se pur oggi sotterraneo) di Cristo; facciamolo nostro nella preghiera perché il Signore voglia abbreviare il tempo che ci separerà dalla sua seconda venuta, per distruggere, con il soffio della sua bocca, l’anticristo con l’esercito  dei suoi adepti. E come allora il Santo Padre ci ammoniva, temano i pseudochierici – di destra (fallibilisti lefebvriani e cani sciolti della galassia sedevacantista) e di sinistra (i settari del novus ordo e della chiesa dell’uomo) – ed i loro colpevoli fedeli, le parole di Pio IX: “… Anzi dichiariamo che codesti uomini insani e quanti altri in avvenire si inserissero con tale atto criminoso nel governo della Chiesa, sono incorsi e incorrono nella scomunica maggiore di diritto e di fatto, a norma dei sacri canoni; esortiamo i devoti fedeli a non partecipare ai loro riti, a non ricevere da loro i Sacramenti e ad astenersi saggiamente dall’entrare in rapporto con essi, affinché il malvagio fermento non corrompa le masse incontaminate”. Et IPSA conteret caput tuum … ed alla fine il mio Cuore Immacolato trionferà!

Pio IX
Quod nunquam

Quello che ritenevano non sarebbe mai successo, considerando ciò che nel 1821 era stato stabilito con decisione comune tra questa Sede Apostolica e il supremo potere di Prussia a favore dell’incolumità e del bene della cattolicità, purtroppo abbiamo visto accadere in questi tempi in codeste vostre regioni, o Venerabili Fratelli, dove alla tranquillità di cui godeva la Chiesa è subentrata una crudele e inattesa tempesta. Infatti, alle leggi che non molto tempo fa furono promulgate contro i diritti della Chiesa e che colpirono molti ecclesiastici e molti fedeli rigorosi nell’adempiere al loro dovere, ne sono state aggiunte altre che sovvertono radicalmente la divina costituzione della Chiesa e violano i sacri diritti dei Vescovi. – Invero con queste leggi si concede ai giudici laici il potere di privare della loro dignità e della loro funzione i Vescovi e l’altro clero preposto alla cura delle anime; vengono frapposti molti e gravi intralci a coloro che dovrebbero esercitare la legittima giurisdizione in sostituzione dei Pastori assenti; si ordina ai Capitoli Cattedrali di designare i Vicari quando la sede vescovile, secondo i canoni, non è ancora vacante; infine, per dirla in breve, è concessa facoltà ai prefetti delle province di nominare individui, anche acattolici che sostituiscano i Vescovi e che in loro vece e con pari diritto presiedano, nelle Diocesi, all’amministrazione dei beni temporali, siano questi destinati a persone sacre o ad uso ecclesiastico. Voi ben sapete, Venerabili Fratelli, quali danni e vessazioni siano derivati da tutte queste leggi e dalla loro severa applicazione. Di proposito tralasciamo tutto ciò per non accrescere il comune dolore con luttuosi ricordi; ma non possiamo tacere la tragedia delle Diocesi di Gnesna, di Posnania e di Paderborn: tradotti in carcere i Venerabili Fratelli Miecislao, Arcivescovo di Gnesna e Posnania, e Corrado, Vescovo di Paderborn; emessa contro di loro una sentenza che con somma ingiuria li dichiara decaduti dalla loro sede vescovile e dalla loro autorità; le suddette Diocesi, private del sostegno dei loro eminenti pastori, sono state miseramente travolte da un cumulo di gravi difficoltà e di sventure. – I predetti Venerabili Fratelli non Ci sembrano da compiangere, ma da ammirare e da colmare di gratitudine perché memori della divina parola: “Sarete beati quando gli uomini vi odieranno, vi segregheranno e vi ripudieranno e rifiuteranno il vostro nome come un abominio, a causa del Figlio dell’Uomo” (Lc. VI,22), non solo non si sono lasciati atterrire dall’incombente pericolo, e dalle sanzioni legali, nel custodire i diritti e le disposizioni della Chiesa in ossequio alla importanza del loro ministero; ma anzi ritennero motivo di onore e di gloria (come pure altri degnissimi Vescovi di codesta regione) l’aver subito per la giustizia una immeritata condanna e le pene riservate ai malfattori, dimostrando una eccelsa virtù che ricade a edificazione di tutta la Chiesa. Ma sebbene ad essi sia dovuto l’onore di una lode piuttosto che le lacrime della commiserazione, tuttavia il disprezzo della dignità vescovile, la violazione della libertà e dei diritti della Chiesa, le vessazioni che affliggono non solo le diocesi suddette ma anche le altre del Regno di Prussia, esigono che Noi, in virtù dell’ufficio apostolico che Dio Ci ha affidato sebbene immeritevoli, eleviamo le Nostre proteste contro quelle leggi da cui derivano tanti mali (e ne paventiamo altri ancora) e rivendichiamo la libertà della Chiesa, calpestata con iniqua violenza, ricorrendo a tutta la forza della ragione e alla santa autorità del diritto divino. Quindi con questa lettera intendiamo adempiere al Nostro dovere rendendo aperta testimonianza a tutti coloro che sono coinvolti in tale vicenda e a tutto il mondo cattolico che quelle leggi sono nulle in quanto si oppongono radicalmente alla divina costituzione della Chiesa. Infatti il Signore non ha messo a capo dei sacerdoti i potenti di questo secolo, per quanto riguarda il Sacro Ministero, ma il beato Pietro, al quale diede l’incarico di pascolare non solo i suoi agnelli ma anche le pecore (Gv XVI, 16-17); ; perciò nessun potere mondano, per quanto eccelso, può privare della potestà episcopale coloro “che lo Spirito Santo ha posto come Vescovi al governo della Chiesa di Dio” (At XX, 29). – A ciò si aggiunga un fatto del tutto indegno di gente civile, e che come tale crediamo sarà riconosciuto anche dagli acattolici che non siano faziosi; il fatto cioè che quelle leggi, irte di severe sanzioni che comminano aspre condanne a coloro che non le rispettano, e che dispongono di una forza militare per farle eseguire, pongono pacifici e inermi cittadini (giustamente contrari ad esse per un imperativo della loro coscienza: circostanza che gli stessi legislatori non potevano né ignorare né disprezzare) nella condizione di uomini miseri e afflitti, premuti e oppressi da una forza maggiore contro la quale non c’è difesa. Perciò quelle leggi non sembrano rivolte ad ottenere un ragionevole ossequio da liberi cittadini, ma quasi imposte a schiavi, per estorcere con la forza del terrore una obbedienza coatta. Tuttavia non vogliamo che la Nostra parola sia interpretata come giustificazione di coloro che per paura preferirono ubbidire agli uomini piuttosto che a Dio: e ancor meno che possano impunemente sottrarsi al giudizio divino quei malvagi, se ve ne sono, che, sorretti dal consenso della sola autorità civile, sfrontatamente occuparono le Chiese parrocchiali e in esse osarono esercitare le sacre funzioni. Anzi dichiariamo che codesti uomini insani e quanti altri in avvenire si inserissero con tale atto criminoso nel governo della Chiesa, sono incorsi e incorrono nella scomunica maggiore di diritto e di fatto, a norma dei sacri canoni; esortiamo i devoti fedeli a non partecipare ai loro riti, a non ricevere da loro i Sacramenti e ad astenersi saggiamente dall’entrare in rapporto con essi, affinché il malvagio fermento non corrompa le masse incontaminate. – In mezzo a queste calamità, valsero a lenire il nostro dolore il coraggio e la tenacia vostra che senza dubbio, Venerabili Fratelli, nel sostenere l’aspra battaglia trascorsa, furono emulati a gara dal resto del Clero e dai fedeli, i quali dimostrarono tanta forza d’animo nell’adempiere i doveri cattolici, tanto lodevolmente si comportarono da attirare su di sé gli sguardi e l’ammirazione di tutti, anche dei più lontani. Né poteva accadere diversamente; infatti “quanto è dannosa la caduta di chi precede nel provocare la caduta di chi segue, altrettanto invece è utile e salutare che il Vescovo si offra ai fratelli come esempio da imitare per fermezza di fede” (At V, 29). – Volesse il cielo che fossimo in grado di recarvi qualche conforto fra tante angustie! Ferma restando nel frattempo questa Nostra protesta finché tutto ciò si opporrà alla divina costituzione della Chiesa e alle sue leggi e finché durerà la violenza che ingiustamente vi è inflitta, non vi faremo mancare certamente i nostri consigli e gli opportuni ammonimenti, secondo le circostanze. – Sappiano poi, coloro che Vi sono ostili, che se Voi rifiutate di dare a Cesare ciò che appartiene a Dio, non recherete nessuna offesa all’autorità regia e nulla toglierete ad essa, poiché sta scritto: “È doveroso ubbidire a Dio piuttosto che agli uomini” (Ap II,3). E sappiano anche che ognuno di Voi è pronto a dare a Cesare il tributo e l’ossequio che sono dovuti al potere e all’autorità civile (non in seguito a minacce, ma per legge di coscienza). – Pertanto, compiendo con zelo l’uno e l’altro dovere, e obbedendo ai decreti di Dio, siate alacri d’animo e proseguite come avete cominciato. Infatti avete fatto un guadagno non piccolo se avete pazienza e se avete sopportato ogni prova in nome di Gesù e non avete disertato . Alzate lo sguardo a Colui che Vi ha preceduto soffrendo tormenti più gravi: “andò incontro a pena di morte ignominiosa, affinché le sue membra imparassero a fuggire le ambizioni mondane, a non temere affatto i terrori, ad amare le avversità in nome della verità, a rifiutare con spavento la prosperità” . Colui che Vi ha sospinti in questa battaglia, Vi darà forze adeguate ad essa. “In Lui è la speranza, a Lui sottomettiamoci e chiediamo misericordia” . Già vedete che è accaduto ciò che Egli aveva profetizzato: dunque abbiate fiducia che senza dubbio Egli manterrà la sua promessa. Egli disse: “Nel mondo sarete oppressi, ma abbiate fiducia: Io ho vinto il mondo” (Gv XVI, 33). – Pertanto, fiduciosi in questa vittoria, imploriamo supplichevoli la pace e la grazia dallo Spirito Santo e come testimonianza del Nostro particolare affetto, a Voi, a tutto il Clero e ai Fedeli affidati alla Vostra vigilanza impartiamo con amore l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 5 febbraio 1875, anno ventinovesimo del Nostro Pontificato.

DOMENICA IV DOPO PASQUA (2019)

DOMENICA QUARTA dopo PASQUA [2019]

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus Ps CXVII: 1-2

Cantáte Dómino cánticum novum, allelúja: quia mirabília fecit Dóminus, allelúja: ante conspéctum géntium revelávit justítiam suam, allelúja, allelúja, allelúja. [Cantate al Signore un cantico nuovo, allelúia: perché il Signore ha fatto meraviglie, allelúia: ha rivelato la sua giustizia agli occhi delle genti, allelúia, allelúia, allelúia.]

Salvávit sibi déxtera ejus: et bráchium sanctum ejus. [Gli diedero la vittoria la sua destra e il suo santo braccio.]

Cantáte Dómino cánticum novum, allelúja: quia mirabília fecit Dóminus, allelúja: ante conspéctum géntium revelávit justítiam suam, allelúja, allelúja, allelúja. [Cantate al Signore un cantico nuovo, allelúia: perché il Signore ha fatto meraviglie, allelúia: ha rivelato la sua giustizia agli occhi delle genti, allelúia, allelúia, allelúia.]

Oratio

Orémus.

Deus, qui fidélium mentes uníus éfficis voluntátis: da pópulis tuis id amáre quod praecipis, id desideráre quod promíttis; ut inter mundánas varietátes ibi nostra fixa sint corda, ubi vera sunt gáudia. [O Dio, che rendi di un sol volere gli animi dei fedeli: concedi ai tuoi popoli di amare ciò che comandi e desiderare ciò che prometti; affinché, in mezzo al fluttuare delle umane vicende, i nostri cuori siano fissi laddove sono le vere gioie.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Jacóbi Apóstoli. Jac. I: 17-21.

“Caríssimi: Omne datum óptimum, et omne donum perféctum desúrsum est, descéndens a Patre lúminum, apud quem non est transmutátio nec vicissitúdinis obumbrátio. Voluntárie enim génuit nos verbo veritátis, ut simus inítium áliquod creatúræ ejus. Scitis, fratres mei dilectíssimi. Sit autem omnis homo velox ad audiéndum: tardus autem ad loquéndum et tardus ad iram. Ira enim viri justítiam Dei non operátur. Propter quod abjiciéntes omnem immundítiam et abundántiam malítiæ, in mansuetúdine suscípite ínsitum verbum, quod potest salváre ánimas vestras.

OMELIA I

[A. Castellazzi: Alla Scuola degli Apostoli; Sc. Tip. Artigianelli, Pavia, 1929]

LA MANSUETUDINE

“Carissimi: Ogni grazia eccellente e ogni dono perfetto vien dall’alto dal Padre dei lumi, nel quale non è variazione, né ombra di mutamento. Egli ci ha generati per mezzo della parola di verità, ché siamo quali primizie delle sue creature. Voi lo sapete, fratelli miei dilettissimi. Che ogni uomo sia pronto ad ascoltare, lento a parlare, lento all’ira: poiché l’ira dell’uomo non opera ciò che è giusto davanti a Dio. Perciò rigettando ogni sozzura e sovrabbondanza di malizia, accogliete docilmente la parola inserita in voi, la quale può salvare le anime vostre”. (Giac. 1, 17-21).

L’Apostolo S. Giacomo, detto il Minore, era venuto a conoscere che tra i Cristiani convertiti dal Giudaismo e disseminati fuori della Palestina serpeggiavano gravi errori, nell’interpretazione della dottrina loro insegnata, specialmente rispetto alla necessità delle buone opere. Inoltre, in mezzo alle tribolazioni cui andavano soggetti, c’era pericolo che riuscissero a farsi strada le vecchie abitudini. Per premunire contro l’errore questi suoi connazionali dispersi, e per richiamarli a una vita più austera, S. Giacomo scrive loro una lettera. In essa si insiste sulla necessità che alla fede vadano congiunte le buone opere. Si danno, poi, varie norme, perché  tanto nella vita privata, quanto nelle relazioni sociali siano guidati da uno spirito veramente cristiano; e vengono confortati nelle loro tribolazioni. L’Epistola è tolta dal cap. 1 di questa lettera. Da Dio deriva ogni bene. Da Lui abbiamo avuto il dono inestimabile della vita della grazia, per mezzo della predicazione del Vangelo, parola di verità. Questa parola di verità ciascuno deve accogliere con prontezza, con semplicità, con spirito di mansuetudine. Parliamo appunto quest’oggi della mansuetudine, la quale

1. È l’opposto del falso zelo,

2. Non ha a che fare con l’ignavia.

3. È un apostolato efficace.

1.

Che ogni uomo sia pronto ad ascoltare, lento al parlare, lento all’ira. Nelle dispute e nelle discussioni è molto facile l’accalorarsi, il risentirsi e, infine, l’ira. Coloro, ai quali si rivolge S. Giacomo, potevano dire che, trattandosi di discussioni sulla parola di Dio ad essi predicata, la loro ira era frutto di zelo. Non è difficile osservare che la loro ira, invece di edificare, distruggeva, perché contrariava le eventuali buone disposizioni dell’altra parte. Nessuna cosa è più raccomandabile dello zelo. Basterebbe ricordare la consolantissima promessa che leggiamo, un po’ più avanti, nella lettera di S. Giacomo: « Fratelli miei, se alcuno di voi abbia deviato dalla verità, e un altrove lo riconduce, sappia che egli ha ricondotto un peccatore dall’errore della sua via salverà l’anima sua dalla morte, e coprirà la moltitudine dei suoi peccati » (Giac. V, 20.). Ma non è encomiabile uno zelo incomposto, a base di sentimenti e di invettive fuori di luogo. Noi ammiriamo la grandezza dello zelo di S. Paolo. Restiamo come sbalorditi, considerando quanto egli ha operato per la gloria di Dio e per la salvezza delle anime. Sentiamo, però, da lui stesso di che sorta era il suo zelo: «Mi son fatto debole coi deboli: mi faccio tutto a tutti, per fare a ogni costo alcuni salvi» (1 Cor. IX, 22). Non vuol imporsi senza necessità; non fa valere, senza bisogno, la sua superiorità, ma si adatta a tutti, pur di poter trarre anime a Dio. Anche il medico, quando può ottenere la guarigione con mezzi blandi, non ricorre ai mezzi forti. Questi li riserva per il caso di inutilità degli altri mezzi. Gesù ci ha detto tutta la grandezza del suo zelo in quelle parole: «Sono venuto a portar fuoco sulla terra, e che cosa desidero, se non che si accenda?» (Luc. XII, 49). Ma il suo zelo si esercita nella più perfetta mansuetudine. Il Profeta, parlando di Lui, aveva detto: «Egli non griderà e non sarà accettator di persone, né si udrà di fuori la sua voce. Egli non spezzerà la canna fessa, e non spegnerà il lucignolo che fuma…» (Is. XLII, 2-3). Ed infatti, egli mostra sempre e in tutto una mansuetudine inarrivabile. Con grande pazienza e carità avvicina i deboli, i vacillanti, e ravviva in loro la vita dello spirito, che sta per spegnersi. La sua mansuetudine risalta nelle contraddizioni, nelle derisioni, nelle contumelie, nelle insolenze, nelle minacce, nell’abbandono, nella negazione, nel tradimento. « Egli maledetto, non rispondeva con maledizioni, e, maltrattato, non minacciava ». Per non sbagliare quando esercitiamo lo zelo facciamoci questa domanda: Come farebbe Gesù Cristo, se fosse al mio posto?

2.

S. Giacomo dà la ragione del perché l’uomo deve lasciarsi dominare non dall’ira, ma dallo spirito di mansuetudine: poiché l’ira dell’uomo non opera ciò che è giusto davanti a Dio. Chi si lascia prendere dall’ira non può operare virtuosamente; anzi si metterebbe nella circostanza di trasgredire su molti punti la legge di Dio. Con l’animo tranquillo e sereno, invece, si è nella miglior disposizione per accogliere la parola di Dio, farla fruttificare e progredire così, di virtù in virtù. Stiamo attenti, però, a non scambiare la mansuetudine con l’ignavia, pericolo molto facile e assai comune, «Bisogna far attenzione — osserva in proposito il Crisostomo — che uno, avendo un vizio, non creda di possedere una virtù… che cosa è dunque la mansuetudine, che cosa è l’ignavia? Quando tacciamo, invece di prender le difese, se altri sono maltrattati, è ignavia; quando, al contrario, essendo maltrattati noi, sopportiamo, è mansuetudine » ( In Act. Ap. Hom. 48, 3). Quando p. e. si commette il male alla nostra presenza, e noi, intervenendo, potremmo impedirlo, il tacere non è mansuetudine, ma ignavia. Un bel tacer non fu mai scritto, diciamo per scusarci. Verissimo; ma a suo tempo e a suo luogo, non qui. Quando i genitori, i superiori, i padroni chiudono gli occhi sulle mancanze dei figli e dei dipendenti; non cercano di porre un freno al loro malfare, non sono dei mansueti, ma dei cani muti. E spesso, la loro creduta mansuetudine è una vera cooperazione al male degli altri. La scusa non manca mai. Io ho un cuore troppo buono, ho un carattere mite. Ci sono di quelli che hanno un carattere austero e pensano di dover trattare con austerità: io, invece, preferisco vivere e lasciar vivere. Scuse che, ridotte al loro vero valore, vogliono dire: Non voglio noie; ho paura a fare il mio dovere; ci tengo ai privilegi del mio stato, ma non ne voglio i pesi. Costoro scambiano un atto di debolezza con una virtù che richiede dell’eroismo. «La mansuetudine — dice ancora il Crisostomo — è indizio di grande fortezza; essa richiede un animo generoso e virile». Di fatti, si tratta di vincere noi stessi, cosa assai più difficile che vincere gli altri. I genitori non devono provocare i figli all’ira, trattandoli con durezza o con soverchio rigore; sarebbe uno sbaglio. Ma sarebbe uno sbaglio ancor peggiore non ammonirli, e, quando è il caso, non castigarli. I superiori devono trattare con benevolenza i loro dipendenti e soggetti; ma quando si tratta di preservare i buoni dal contagio e dallo scandalo, è santo e lodevole il rigore, è giusta la punizione. Nessuno oserebbe condannare il pastore che percuote il lupo per salvare le pecore. Quando si tratta di por fine all’ingiustizia degli uni, e di mettere al riparo dai soprusi gli altri, nessun superiore sarà criticato, se prende delle misure severe; e, nessuno potrebbe, ragionevolmente, fargli appunto di mancanza di mansuetudine. L’Apostolo che era tanto mansueto da poter dire: « Maledetti, noi benediciamo; perseguitati, sopportiamo: ingiuriati, supplichiamo» (1 Cor. IV, 12-13); quando a Corinto un Cristiano dà un gravissimo scandalo pubblico, non solo, per mezzo della scomunica, separa il peccatore dalla Chiesa; ma lo sottopone al dominio di satana, perché lo tormenti nel corpo con malattie e dolori, che servano ad indurlo al pentimento. Gesù Cristo, che si presenta a noi come modello di mansuetudine; non ha mancato di usare parole roventi contro gli scandalosi, contro i Farisei, contro i profanatori del tempio. In certi casi è nostro dovere usare del rigore, e allora, «beato chi sa unire insieme la severità e la mansuetudine» (S. Ambrogio. Epist. 74, 10).

3.

Accogliete docilmente la parola inserita in voi, la quale può salvare le anime vostre. Come la superbia è di ostacolo a ricevere con frutto la parola di Dio, similmente, come abbiamo già osservato, la mansuetudine è condizione favorevole ad accoglierla e a farla fruttificare. Ora vogliamo far notare che non solo la mansuetudine cristiana è ottima disposizione ad accogliere e a far fruttificare per la vita eterna la parola di Dio in noi; ma è un’ottima condizione a farla ricevere con frutto dagli altri. Generalmente, l’uomo che non si inquieta per un affronto, che non si scoraggia per una ripulsa, che non si turba per un’ingiuria, esercita molta forza sopra i suoi oppositori. Se è costante, riesce a vincerli e a dominarli. E questo avviene nel mondo, dove il comportamento mansueto è effetto di temperamento, più spesso di calcolo, non raramente di propositi malvagi. Più efficace deve, necessariamente, riuscire un contegno mansueto, quando è ispirato dalla fede. Chi è assuefatto a dominare il proprio cuore con la vittoria sulle passioni, trova la via a dominare il cuore degli altri. Gli Apostoli, cresciuti alla scuola di Gesù Cristo, compivano la missione loro affidata tra numerosi contrasti e difficoltà; ma senza che si potesse scorgere in essi un’ombra di amarezza, di risentimento, di collera. I loro successori, che vanno a portar la luce del Vangelo tra le nazioni che vivono nell’ignoranza e nell’errore, cominciano a guadagnar gli animi, magari dopo anni e anni, quando hanno dato una prova costante del loro animo mite e mansueto. Accolti male, osservati con diffidenza, importunati, angariati in mille modi, si mostrano sempre uguali a se stessi. Non parole aspre, non inquietudini, non ripicchi. A questo modo si comincia a vincere la diffidenza degli abitanti e le loro prevenzioni, e si finisce con edificarli mediante l’esercizio delle altre virtù. Allora la via delle conversioni è aperta. Gesù Cristo ha detto: «Beati i mansueti, perché essi possederanno la terra (Matt. V, 4). I banditori del Vangelo son riusciti a farlo trionfare in tutte le parti della terra, con l’arma della mansuetudine. Anche nella nostra vita quotidiana, nel piccolo cerchio dei parenti, degli amici, dei compagni, in circostanze diverse, possiamo esercitare un apostolato salutare con un contegno mansueto. Un giovanotto si reca un giorno, a Milano, dalla Venerabile Maddalena di Canossa a chiederle, con minacce, ove si trovava una giovane, che, per sfuggire alle sue insidie, si era rifugiata presso la santa fondatrice. Maddalena risponde che dal suo labbro non l’avrebbe saputo mai. Allora il giovanotto, estratta una pistola, l’accosta alle tempia di Maddalena. Ma essa, con tranquillo sorriso, gli disse: «Oh, povero giovane! Quanto mi fate pietà!… Orsù, date a me quell’arma, ed io ne farò assai miglior uso». Il giovane, commosso e meravigliato della calma imperturbabile della Madre, piega il capo e le consegna l’arma, e s’avvia confuso alla porta. Maddalena lo accompagna, e gli dà una medaglietta d’argento come pegno di gratitudine per la visita che le aveva fatto. Qualche tempo dopo, un rispettabile Sacerdote viene dalla Madre a raccontarle il pentimento del giovane. La fondatrice le consegna l’arma pregandolo di appenderla a un Santuario dell’Addolorata (L’angelo di Canossa. Pavia 1922, p. 60-62). Proprio vero che « nulla è più forte della mansuetudine » (S. Giov. Crisostomo. In Gen. Hom. 58, 5). Quante volte abbiamo lasciato passare la circostanza di far del bene a qualche anima con la nostra dolcezza, e forse di ricondurla a Dio! Quel che non abbiam fatto per il passato, lo faremo per l’avvenire. Vogliamo usare del rigore? Usiamolo con noi. «Poiché, che cosa v’ha di più giusto, che ciascuno si adiri dei propri peccati, anziché dei peccati degli altri?» (S. Agostino. En. in Ps. IV, 7).

Alleluja

Allelúja, allelúja

Ps CXVII: 16. Déxtera Dómini fecit virtútem: déxtera Dómini exaltávit me. Allelúja [La destra del Signore operò grandi cose: la destra del Signore mi ha esaltato. Allelúia.]

Rom VI:9 Christus resúrgens ex mórtuis jam non móritur: mors illi ultra non dominábitur. Allelúja. [Cristo, risorto da morte, non muore più: la morte non ha più potere su di Lui. Allelúia]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Joánnem.

Joannes XVI: 5-14

In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Vado ad eum, qui misit me: et nemo ex vobis intérrogat me: Quo vadis? Sed quia hæc locútus sum vobis, tristítia implévit cor vestrum. Sed ego veritátem dico vobis: expédit vobis, ut ego vadam: si enim non abíero, Paráclitus non véniet ad vos: si autem abíero, mittam eum ad vos. Et cum vénerit ille, árguet mundum de peccáto et de justítia et de judício. De peccáto quidem, quia non credidérunt in me: de justítia vero, quia ad Patrem vado, et jam non vidébitis me: de judício autem, quia princeps hujus mundi jam judicátus est. Adhuc multa hábeo vobis dícere: sed non potéstis portáre modo. Cum autem vénerit ille Spíritus veritátis, docébit vos omnem veritátem. Non enim loquétur a semetípso: sed quæcúmque áudiet, loquétur, et quæ ventúra sunt, annuntiábit vobis. Ille me clarificábit: quia de meo accípiet et annuntiábit vobis.

Omelia II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE XXV.

“In quel tempo disse Gesù ai suoi discepoli: Ora vo a Colui che mi ha mandato; e nissun di voi mi domanda: Dove vai tu? Ma perché vi ho dette queste cose, la tristezza ha ripieno il vostro cuore. Ma io vi dico il vero: È spediente per voi che io men vada : perché, se io non me ne vo, non verrà a voi il Paracleto; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò. E venuto ch’egli sia, sarà convinto il mondo riguardo al peccato, riguardo alla giustizia, perché io vo al Padre, e già non mi vedrete: riguardo al giudizio poi, perché il principe di questo mondo è già stato giudicato. Molte cose ho ancora da dirvi: ma non ne siete capaci adesso. Ma venuto che sia quello Spirito di verità, v’insegnerà tutte le verità: imperocché non vi parlerà da se stesso, ma dirà tutto quello che avrà udito, e vi annunzierà quello che ha da essere. Egli mi glorificherà, perché riceverà del mio, e ve lo annunzierà. Tutto quello che ha il Padre, è mio. Per questo ho detto che egli riceverà del mio, e ve lo annunzierà” (Jo. XVI, 5-15).

Un padre affettuoso, che si accorga di essere ormai al termine della sua vita, non può far a meno di raccogliere d’intorno a sé i suoi amati figliuoli per discorrere con essi un’ultima volta, per dar loro gli ultimi ammonimenti, per fare ai medesimi le ultime manifestazioni del suo amore. Così appunto fece il divin Redentore co’ suoi cari discepoli. Essendo Egli vicino alla sua passione e ascensione al Cielo, raccolse i suoi discepoli nel cenacolo d’intorno a sé e compiuta con essi la cena legale, lavati loro i piedi, data ai medesimi la estrema prova di amore con l’istituzione ammirabile della SS. Eucaristia, si pose ad intrattenersi ancora con essi con un discorso ripieno dei più sublimi ed importanti ammaestramenti. Ed è appunto un tratto di questo discorso, che la Chiesa nel Vangelo di questa domenica richiama alla nostra considerazione.

1. In quel tempo disse Gesù ai suoi discepoli: Ora vado a chi mi ha mandato; e nessuno di voi mi domanda: Dove vai tu? Ma perché vi ho dette queste cose, la tristezza ha ripieno il vostro cuore.

Gesù istesso adunque attesta con la sua parola quanto i suoi discepoli si trovassero afflitti nel sapere che era giunto il tempo, in cui si sarebbe separato da loro. E non avevano ragione i discepoli di affliggersi? Gesù li aveva amato tanto, Gesù si era mostrato con essi così indulgente ed affezionato, Gesù era stato il loro amico, il loro maestro, il loro benefattore, il loro padre; ed ora da questo caro Gesù avrebbero dovuto separarsi? Certamente tutte le separazioni sono dolorose, ma chi sa dire quanto fosse dolorosa quella separazione, a cui venivano assoggettati gli Apostoli con la dipartita di Gesù da questa terra! Eppure quella separazione non sarebbe stata che corporale e sensibile. Perciocché quando il Salvatore asceso al cielo avrebbe collocata l’adorabile sua umanità sul trono della gloria, avrebbe dimenticati i suoi discepoli, che aveva scelti per la conquista del mondo? No, certamente. Dall’alto del suo splendore li avrebbe seguiti nella laboriosa loro missione, li avrebbe assistiti nelle fatiche del loro apostolato; sarebbe stato con essi col suo spirito e con la divina sua forza per sempre. Eppure tanto si affliggevano di quella separazione. Or bene, o carissimi, non vedete qui lo strano contrasto tra la condotta degli Apostoli e quella di certi giovani e Cristiani infelici, i quali, avendo commesso il peccato, ed essendosi con esso separati da Dio non ne provano pena alcuna? Quando il figliuol prodigo ebbe ricevuta dal suo buon padre la parte di eredità, che gli aveva chiesta, dice il Vangelo che, messa insieme ogni cosa, se ne andò in lontano paese: profectus est in regionem longinquam (Luc. XV, 15). Ma quando un disgraziato commette una colpa grave, con assai maggior precipizio si separa da Dio, ed assai più lontano è il luogo, dove si trafuga. Mentre son necessari molti giorni, molte settimane, molti mesi e persino molti anni per fare acquisto di un po’ di virtù, al contrario in un istante solo si varca la spaventevole distanza che separa Iddio buonissimo e santissimo dal peccato. Una sola colpa mortale, che non consiste che in un godimento di un minuto, basta anche in un minuto, anzi in un attimo per separare un’anima da Dio, ne è soltanto separarla ma portarla lontano in modo spaventevole. Certamente questa distanza non è materiale, né si può con una misura materiale misurare, con tutto ciò non lascia di essere verissima. E sebbene Iddio, che riempie con la sua immensità gli spazi tutti di tutti i mondi creati, non cessi di essere presente a chi ha commesso il peccato, non è tuttavia men vero, che i peccatori si sono allontanati da Dio, come dice appunto il Signore stesso per bocca di Geremia: Elongaverunt se a me (Ier. XI, 5): e non è men vero, che Iddio resta allontanato dai peccatori: Longe est Dominus ab impiis (Prov. XV. 29). Di fatti che cosa è il peccato? Così appunto lo definisce S. Tommaso: Una separazione da Dio fatta con disprezzo per unirsi invece alle creature: Aversio a Deo et conversio ad creaturas. Chi commette il peccato volta villanamente le spalle e si separa violentemente dal suo Dio, dal suo Padre, dal suo Creatore, dal suo Redentore, dal suo sommo bene per darsi invece alle misere creature di questa terra, ai nefandi piaceri dei sensi. Separarsi da Dio! E si può immaginare una più grande sventura? Ma almeno almeno, quando questa sventura è capitata, si pensasse tosto a ripararla con la pronta risoluzione di ritornare a Dio e di riacquistare la sua unione col domandargli perdono! Ma invece molte volte vi ha chi rimane in questo stato per tanti giorni, per tanti mesi e persino per tanti anni. E quel che è peggio, si è che rinnovando costui le sue colpe sempre più si stordisce, si dissipa, s’ingolfa nell’abisso; ed allora soffoca i rimorsi, impone silenzio alla voce importuna della coscienza, cerca d’ingannarsi e di farsi a credere che è tranquillo e a forza di ripetersi che possiede la pace, giunge financo a persuadersi di realmente possederla. Di fatti è cessato il suo spavento: nell’ora del sonno più non vede i fantasmi, che dapprima lo atterrivano; la calma sembra rientrata del tutto nel suo cuore. Ma ahimè! Quando il malato non sente più il dolore, la è finita, il male è senza rimedio; altro più non resta, che fare gli apparecchi dei funerali. Così quando il peccatore, separato da Dio dall’abisso del peccato mortale, più non sente il dolore di tale separazione, è finita anche per lui; a meno di un miracolo, non ritornerà più a Dio; camminerà a grandi passi verso la separazione, che sarà eterna. Ah miei cari! Noi teniamoci stretti al nostro caro Gesù. Evitiamo diligentemente tutto ciò che potrebbe separarci da lui. Ripetiamo ancor noi Con l’Apostolo Paolo: « Chi ci separerà dalla carità di Cristo? non già la tribolazione, non l’angustia, non la fame, non la nudità, non il pericolo non la persecuzione, non la spada; no, nessuna cosa varrà a staccarci dal nostro Dio » (Rom. VIII, 35). Ma se per isventura ci fossimo da Lui separati, non ritardiamo un istante a ritornare pentiti ai suoi piedi. Ed Egli, che non disprezza un cuor pentito ed umiliato, ci accoglierà con misericordia, anzi con gioia e ci riunirà al suo Cuore divino.

2. Proseguiva il divin Redentore, dicendo: Ma io vi dico il vero: È spediente per voi che io men vada: perché se io non me ne vo, non verrà a voi il Paracleto; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò. Or bene, o carissimi, perché mai, secondo quel che dice ai suoi Apostoli il divin Redentore, perché mai quella visita dello Spirito Santo è ella incompatibile con la presenza di nostro Signore! Eccolo: Gli Apostoli amavano il loro divin Maestro, ma in un modo troppo sensibile e troppo umano. Tale attaccamento di ordine troppo naturale era un ostacolo a ricevere lo Spirito Santo nella sua pienezza. Quando il profeta Eliseo volle moltiplicare l’olio della vedova di Sarepta, chiese dei vasi totalmente vuoti: così quando lo Spirito divino vuol recare ad un cuore gli adorabili suoi Doni, figurati dall’olio miracoloso, esige che quel cuore sia vuoto da ogni affetto, non dirò peccaminoso, ciò s’intende, ma eziandio dagli affetti permessi, quando hanno alcun che di troppo terreno e troppo umano. Gli Apostoli pertanto faranno il loro sacrificio; sarà duro, ma sarà pure molto meritorio; e quando verrà il giorno della Pentecoste, il Salvatore manderà loro il divino suo Spirito, ed essi lo riceveranno con l’abbondanza delle sue grazie; e saranno interamente rivestiti di quella forza divina, che assicurerà il buon esito del loro ministero evangelico e del loro Apostolato. Or dunque, o miei cari, se a ricevere in noi con abbondanza le grazie del Signore, è necessario avere il cuore mondo eziandio da certi attacchi che non sono cattivi, quanta maggior attenzione non si dovrà mettere alfine di preservarlo dalle affezioni e dalle amicizie, che sono realmente cattive, od anche solo pericolose! E qui, o miei cari, dacché mi si presenta l’occasione, lasciate che vi dica qualche parola, secondo gli insegnamenti di S. Francesco di Sales, intorno alle amicizie ed alle affezioni, affinché riconosciate bene quali sono le buone, che potete coltivare e quali sono invece le cattive o pericolose, che dovete assolutamente fuggire. Dice adunque questo Santo che diversa è l’amicizia secondo la diversità del fine a cui tende. Non merita nome di amicizia, quella che brutalmente ha per fine il peccato. Ed in vero come mai dovrei io riguardare come amico colui, che insegnandomi, od eccitandomi a fare del male, tendesse per tal guisa a rovinare l’anima mia? Per certo colui, il quale osasse dirmi certe parole, farmi certe proposte, darmi certi consigli…, sarebbe un perfido traditore, dal quale dovrei guardarmi come da un serpente. E se io sgraziatamente facessi relazione con lui, tutt’altro che avere un’amicizia avrei una relazione diabolica. L’amicizia, poi che ha per mira di compiacere i sensi, che si fonda cioè sulla bellezza esteriore del volto, sulla singolarità della voce, sull’eleganza del vestire, sull’abilità del giuocare e simili, è tutta materiale e indegna pur essa del nome di amicizia. E ciò anzitutto perché quest’amicizia è basata su cose vane e frivole, ma poi eziandio perché un’amicizia siffatta non apporta alcun profitto, né onore, né contentezza. Generalmente queste amicizie sensibili fanno perder il tempo e arrischiar l’onore, senza dar altro gusto, fuorché quello d’un’ansietà di pretendere e di sperare, senza saper ciò che si voglia o pretendasi. Imperciocché gli animi meschini e deboli, che sono presi, credono sempre che negli attestati di reciproco amore, coi quali si corrispondono, rimanga sempre qualche cosa ad aggiungere e questo desiderio insaziabile di affezione va sempre straziando il cuor loro con diffidenze, gelosie ed inquietudini incessanti. Epperò quale danno arrecano all’anima tali amicizie! Esse l’occupano in tal modo, e attraggono con tal forza i suoi movimenti, che ella poi non può più esser valevole per alcuna opera buona; i pensieri dell’amicizia sono frequenti a segno, che dissipano tutto il tempo; e in fine chiamano tante tentazioni, distrazioni, sospetti ed altre conseguenze, che tutto il cuore ne rimane conturbato e guasto; senza dire che talvolta vanno poi a terminare in gravi peccati. Insomma queste amicizie sbandiscono non solo l’amor celeste, ma ancor il timor di Dio, in una parola sono la peste de’ cuori. Se invece voi avete amicizia con taluno e trattate amichevolmente con lui per ragione dì virtù, allora sarà buona e virtuosa l’amicizia vostra. Anzi quanto più squisite saranno le virtù, sulle quali verserà il trattar vostro, tanto più sarà perfetta la vostra amicizia. Quindi se la vostra scambievole e reciproca corrispondenza avrà per oggetto la carità, la divozione, la perfezione cristiana, oh allora sarà assai preziosa la vostra amicizia! Sarà eccellente perché verrà da Dio; eccellente perché tenderà a Dio; eccellente perché il suo vincolo sarà Dio; eccellente perché durerà eternamente in Dio. Che bell’amare in terra, come si ama nel cielo, e apprendere ad aver in questo mondo quella vicendevole tenerezza, che avremo eternamente nell’altro! E non si parla qui del solo amore di carità, dovendosi questo avere per ogni persona; ma si parla dell’amicizia spirituale, pel cui mezzo due o tre, o più anime si comunicano la lor divozione, i loro affetti spirituali, e divengono un solo spirito. Quanto giustamente possono cantare queste felici anime: Oh è pur buona e piacevole cosa, che i fratelli soggiornino insieme! Così è propriamente, perché il soave balsamo della divozione stilla da un cuore nell’altro, mediante una partecipazione continua; talché si può dire, che Dio ha versato su questa amicizia la sua santa benedizione. Ed oh come piacciono al Signore queste sante amicizie. Niuno potrebbe certamente negare, che nostro Signore amasse con una più dolce e più speciale amicizia S. Giovanni, Lazzaro, Marta e Maddalena: perché la Scrittura ce ne fa fede. Sappiamo che S. Pietro aveva un tenero amore per S. Marco e per S. Petronilla, come S. Paolo pel suo Timoteo e per S. Tecla. S. Gregorio Nazianzeno si gloria in più luoghi dell’impareggiabile amicizia che passò tra lui e il grande S. Basilio, e la descrive in tal modo: Sembrava non esser in ambedue noi, se non un’anima sola, che movesse due corpi. Una sola mira avevamo entrambi, di coltivar la virtù e di conformare i disegni della nostra vita alle speranze future, uscendo così dalla terra mortale, prima di lasciarvi la vita. S. Agostino attesta, che S. Ambrogio amava singolarmente Santa Monica per le rare virtù, che scorgeva in lei, e che ella reciprocamente l’aveva caro come un angelo di Dio. S. Girolamo, S. Agostino, S. Gregorio, S. Bernardo e tutti i maggiori servi di Dio ebbero amicizie particolarissime, senza discapito della lor perfezione. S. Paolo, biasimando la depravazione dei gentili, li taccia d’essere stati gente senza affezione; vale a dire, che non aveva alcuna amicizia. E S. Tommaso, come tutti i buoni filosofi, confessa che l’amicizia è una virtù. Non consiste dunque la perfezione in non aver alcuna amicizia; ma in non averne veruna, che non sia buona, non sia santa, che non sia sacra. Ecco, o miei cari, come insegna S. Francesco di Sales intorno alle amicizie. Questi suoi insegnamenti sono molto chiari; tuttavia io vi esorto a procedere sempre assai guardinghi nel contrarre delle amicizie, anzi a non stringerne alcuna senza esservi prima consigliati da chi per ragione della sua esperienza e del suo ufficio può intorno a questo consigliarvi bene. Così facendo non correrete mai rischio di accogliere e nutrire in cuor vostro delle affezioni, che vi impediscano di ricevere e conservare nello stesso i Doni dello Spirito Santo.

3. Da ultimo il divin Maestro parlando agli Apostoli di quel che sarebbe venuto a fare lo Spirito Santo, da lui inviato, tra le altre cose disse loro: Io avrei da dirvi ancora molte cose; ma adesso non ne siete capaci. Tuttavia quando sarà venuto lo Spirito Santo, che è Spirito di verità v’insegnerà tutte le verità, ed Egli che ha la stessa mia scienza, vi annunzierà tutto quello che ha da essere.Con le quali parole, voi lo vedete, Gesù Cristo intese a suscitare negli Apostoli una viva brama di apprendere meglio con l’aiuto dello Spirito Santo le verità della fede, in cui essi dovevano credere e che avrebbero pur dovuto predicare agli altri. E così il divin Redentore fece pure intendere a noi, che se vi è cosa, di cui dobbiamo essere sommamente solleciti è la conoscenza, epperò lo studio della nostra santissima Religione. Che se questo studio e questa conoscenza fu utile e necessaria in ogni tempo, chi può dire quanto necessaria ed utile sia ai tempi nostri, in cui tanti e così gravi errori son diffusi nel mondo contro le verità della Fede Cattolica? Eppure è doloroso a dirsi, ma pur vero, non vi ha studio, che sia più di questo negletto! Una certa classe di giovani e di Cristiani non sa nemmeno più che cosa sia lo studio della Religione, e ciò non ostante essi divorano con avidità tutto quello che si scrive contro la verità delle loro credenze. Si leggono e si ascoltano le obbiezioni e gli errori, e non si ascoltano e non si leggono le risposte. Ma allora, dov’è l’amore della verità, dov’è la buona fede e la sincerità dalla parte di cotesti Cristiani? Eppure tralasciano forse i sacerdoti ai dì nostri di farsi a spiegare nelle istruzioni, nei catechismi e nelle prediche le verità della fede? Anzi, forse non si è mai così abbondantemente dispensata la parola di Dio e in modo così adatto a tutte le intelligenze. Si potrà dire che non vi siano ai dì nostri buoni libri, che trattino della Religione in modo acconcio a tutte le menti? No, senza dubbio. Anche qui, si può dire che tali libri abbondano assai più che pel passato. Eppure molti giovani e molti Cristiani rifuggono volontariamente dalle prediche, dai catechismi e dalle istruzioni religiose e gettano via ben presto, se pur loro capita alle mani, un libro che tratti in buon senso di Religione e dei doveri che essa impone. Se il libro solletica il loro amor proprio, se lusinga le loro passioni, se è cosparso di fiori e di tinte romantiche, e talvolta ben anche se contiene cose lubriche, allora lo leggono sino alla fine ad onta dei rimorsi di coscienza, che si studiano di far tacere. Ma se invece è un libro che miri a far loro del bene, ad illuminare la loro mente, ad accendere di amore per Iddio il loro cuore, oh allora lo respingono come un libro noioso, scritto senza garbo e intorno a cose, che già conoscono abbastanza. Non sia così di alcuno di voi. Riconoscendo che la prima scienza è quella della nostra eterna salute, studiatevi di applicarvi con impegno alla stessa con intervenire mai sempre volentieri ad ascoltare umilmente qui in chiesa la parola di Dio. Non paghi di ciò, rifuggendo dalle letture vane e frivole, amate invece le letture buone e di soda dottrina, soprattutto quelle religiose. Procuratevi di tali libri, leggetene volentieri almeno qualcuno, e leggetelo con una seria attenzione e un desiderio sincero di conoscere la verità, e vedrete che, dopo cotali letture, non tornerà più a voi possibile nutrir de’ dubbi sulla verità e sulla santità delle nostre credenze, ed al caso sarete anche in grado di rispondere a chi osasse parlar male di esse. E per tal modo corrisponderete al desiderio di Gesù Cristo, ben conoscerete la verità della fede, ben conoscendole le amerete e le praticherete, ed amandole e praticandole meriterete il premio eterno del cielo.

Credo …

Offertorium

Orémus Ps LXV: 1-2; LXXXV: 16

Jubiláte Deo, univérsa terra, psalmum dícite nómini ejus: veníte et audíte, et narrábo vobis, omnes qui timétis Deum, quanta fecit Dóminus ánimæ meæ, allelúja. [Acclama a Dio, o terra tutta, canta un inno al suo nome: venite e ascoltate, tutti voi che temete Iddio, e vi narrerò quanto il Signore ha fatto all’anima mia, allelúia.]

Secreta

Deus, qui nos, per hujus sacrificii veneránda commércia, uníus summæ divinitátis partícipes effecísti: præsta, quaesumus; ut, sicut tuam cognóscimus veritátem, sic eam dignis móribus assequámur. [O Dio, che per mezzo degli scambi venerandi di questo sacrificio ci rendesti partecipi dell’unica somma divinità: concedici, Te ne preghiamo, che come conosciamo la tua verità, così la conseguiamo mediante una buona condotta.]

Communio

Joann XVI:8

Cum vénerit Paráclitus Spíritus veritátis, ille árguet mundum de peccáto et de justítia et de judício, allelúja, allelúja. [Quando verrà il Paràclito, Spirito di verità, convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio, allelúia, allelúia.]

Postcommunio

Orémus.

Adésto nobis, Dómine, Deus noster: ut per hæc, quæ fidéliter súmpsimus, et purgémur a vítiis et a perículis ómnibus eruámur. [Concédici, o Signore Dio nostro, che mediante questi misteri fedelmente ricevuti, siamo purificati dai nostri peccati e liberati da ogni pericolo.]