LO SCUDO DELLA FEDE (VII). CERTEZZA DEI MIRACOLI

VII.

CERTEZZA DEI MIRACOLI.

. — Gli antichi miracoli e l’asina di Balaam. — Certezza dei miracoli antichi e di quelli di Gesù Cristo. — Certezza dei miracoli degli apostoli. — Esistenza e certezza dei miracoli odierni.

— È poi egli vero che Dio ha operati dei miracoli per comprovare la sua divina rivelazione?

Non hai mai letto la Storia Sacra? Non hai inteso dire dei grandi miracoli operati da Mosè? delle piaghe di Egitto, del passaggio degli Ebrei attraverso il mar Rosso, della morte degli Egiziani in quello stesso mare, della colonna nebulosa e lucente, che guidava il popolo ebreo nel deserto, della manna che ogni dì scendeva dal cielo, delle acque scaturite dalla pietra al tocco della verga prodigiosa? Non conosci qualche poco i miracoli di Elia, di Eliseo, d’Isaia, di Daniele, e di altri profeti?

— Ho inteso dire per altro che tra quegli antichi miracoli ve ne sono altresì di quelli veramente strani e futili? per esempio l’asina di Balaam…

Certamente qualche miracolo può parere strano e futile a noi, che siamo di corto intendimento, ma non è certamente tale. E poi i veri miracoli in prova della verità di nostra fede non sono da considerarsi isolati, uno ad uno, ma nel loro complesso, e fare come quando si vede una pianta carica di bei frutti, che si dice essere magnifica, ancorché ne abbia qualcuno non tanto bello. Del resto nessun vero miracolo per quanto strano, può essere futile, come appare dall’esempio stesso che tu hai accennato, dell’asina di Balaam. « Mi sembra, dice un illustre oratore, che questa povera bestia abbia dato al padrone la più dura lezione che un uomo abbia mai ricevuto. Essa, tra l’altre cose gl’insegnò, che chi resiste alla voce della coscienza, alla volontà divina, e si dà in braccio alle passioni, quali che siano, giunge a tal grado di avvilimento, che le bestie istesse sono più degne che lui di vedere le cose di Dio. Essa insegna a me, che se ora le bestie parlassero, molti filosofi, che credono veder chiaro, e che sono accecati dalla passione, sarebbero svergognati, cosa non futile » (Monsabrè).

— Questa risposta è piccante e mi piace assai. Ma di quei miracoli così antichi, così lontani da noi, possiamo essere sicuri?

E come no? Per negare la verità di questi miracoli bisognerebbe bruciare tutti i libri profani degli antichi autori, che parlano di Mosè dei profeti e del popolo ebreo, e poi bisognerebbe ancora distruggere tutti gli ebrei che vi sono sulla faccia della terra.

— E perché?

La cosa è chiara: perché tutti quei libri contengono i miracoli, che t’ho accennato, e tutti gli ebrei anche presentemente credono alla verità di tale racconto.

— Ma quei miracoli furono operati a pro della religione ebraica.

Allora era dessa la vera religione. Epperò Gesù Cristo non venne a distruggere quanto Dio aveva insegnato in quella, ma a confermare e perfezionare quegli stessi insegnamenti. Ed a tal fine anch’Egli operò un numero stragrande di miracoli, che in complesso conoscerai, e che non occorre adesso che io ti ricordi. La stessa cosa fecero in seguito gli Apostoli e quasi tutti i santi lungo il corso dei secoli.

— E i miracoli operati da Gesù Cristo sono veramente certi?

Se sono certi? È tanta la loro certezza che come bene osserva uno scettico, Bayle, sognerebbe avere la fronte ben incallita per osare di negarli. Di fatti si tratta non solo di un miracolo, ma di un numero stragrande di miracoli, ed operati in pubblico alla presenza di centinaia e migliaia di persone, non solo a pro di gente del popolo ma eziandio a vantaggio di gente istruita; si tratta di miracoli fatti al cospetto degli stessi nemici, i quali avendo pure l’interesse di negarli, sopraffatti dalla loro realtà non osarono di farlo; di miracoli infine che passarono in possesso della storia anche per mezzo dei libri talmudici degli ebrei e degli scritti dei più acerrimi nemici del nome cristiano, quali furono un Celso, un Porfirio, un Gerocle, un Giuliano l’Apostata, che costretti ad ammetterli e pur volendone distruggere la forza si appigliarono allo stolto mezzo di ascriverli all’arte magica. E d’altronde come mai Gesù Cristo sarebbe riuscito dagli Apostoli, dai discepoli suoi a farsi credere figlio di Dio e a farsi amare e adorare come tale, se non avesse dato loro la prova dei miracoli? E nota bene, che la fede, l’amore, l’adorazione ei l’ottenne pur promettendo agli Apostoli e seguaci suoi le tribolazioni, le persecuzioni e la morte violenta! Come si spiegherebbe ciò senza i miracoli?

— Capisco questa certezza per i miracoli di Gesù Cristo, ma per quelli degli Apostoli… non so nemmanco se i loro miracoli si trovino scritti nei libri sacri.

Sì, mio caro, moltissimi sono narrati negli Atti degli Apostoli, che furono scritti da San Luca e che fanno parte delle Sacre Scritture del nuovo testamento. Ma quando pure non si trovassero nelle Sacre Scritture, come è certamente di molti di essi, dimmi un po’ come mai si spiegherebbe senza miracoli la rapidissima diffusione del Cristianesimo, che essi riuscirono a fare per tutte le parti del mondo? Questa è cosa degna di gran considerazione. Ascolta. Il giorno stesso della Pentecoste S. Pietro converte più di cinquemila persone. Passati alcuni lustri, nelle città più famose dell’impero romano, nell’Asia, nell’Italia, nella Persia, nell’Etiopia, nella Scizia, nell’India, ad Atene, a Corinto, ad Efeso, a Filippi, a Colossi, a Tessalonica, nella stessa Roma vi sono moltitudini sì grandi di Cristiani, che gli stessi scrittori pagani Tacito, Seneca, Plinio non ne possono tacere. Eppure chi erano gli Apostoli? Se eccettui S. Paolo, gli altri erano poveri e rozzi pescatori, privi di scienza filosofica, senza forza, senza autorità, senza appoggi, anzi contrariati continuamente nel loro disegno da principi, da sacerdoti e filosofi. Quale la dottrina che predicavano? Una dottrina, che in quanto al dogma contiene incomprensibili misteri, e in quanto alla morale intima la guerra alle più prepotenti passioni, che proclama beati i poveri, gli umili, i casti, coloro che sono perseguitati ed hanno da piangere. – Quale ancora la società, a cui si rivolgevano? La più superstiziosa e corrotta che mai si possa immaginare. Basti il dire che gli stessi vizi più abietti e più turpi vi si consideravano come divinità affine di onorare gli dei dandosi in preda ai medesimi. E con tutto ciò gli Apostoli convertirono il mondo! E possibile che a ciò siano riusciti senza imporsi coi miracoli? In tal caso sarebbe avvenuto un miracolo anche maggiore. Lo dicono chiaro S. Giovanni Grisostomo e Santo Agostino; e il nostro Dante espresse bene il loro sentimento in questi versi: Se il mondo si rivolse al Cristianesmo, Diss’io, senza miracoli, quest’uno è tal che gli altri non sono il centesimo. (Paradiso, Canto xxiv).

— Le ragioni da lei addotte sono inoppugnabili. Ma intanto perché adesso non vi sono più miracoli?

Ciò è falso. A Lourdes, in molti altri santuari della Madonna, dei Santi, ne accadono tuttodì e pienamente constatati come tali, per quanto la scienza si studi di spiegarli umanamente. Inoltre la Chiesa ha continuamente alle mani dei processi per la canonizzazione di qualche beato. E in questi processi bisogna che consti assolutamente di qualche miracolo.

— Ma la Chiesa nell’interesse di far molti santi dichiarerà facilmente che vi sia miracolo anche allora che si tratterà di un semplice fatto naturale!

Senti. Sotto il Pontificato di Benedetto XIV trovavasi a Roma un inglese e ragionava un giorno con un Cardinale sulla religione cattolica, criticandola assai vivamente, e rigettando sopra tutto come falsi i miracoli operati per l’intercessione dei santi. – Poco tempo dopo il Cardinale fu incaricato di studiare le carte relative alla beatificazione di un servo di Dio. E dopo averle esaminate, volle rimetterle al protestante, perché volesse esaminarle lui pure, e dirgli il suo parere sulla fede che meritavano le testimonianze ivi addotte in prova dei miracoli operati dal servo di Dio. – Dopo qualche giorno l’inglese riporta le carte, dicendo: » Per certo, Eminenza, che se tutti i miracoli dei santi canonizzati dalla vostra Chiesa, fossero certi al pari di questi, non penerei ad ammetterli ». – « Davvero? rispose il Cardinale: ebbene sappiate che noi qui a Roma siamo più rigorosi di voi, perché le testimonianze qui addotte non ci sembrano abbastanza convincenti, tanto che abbiamo rigettato la causa! » Vedi adunque, amico mio, se la Chiesa nell’interesse di far dei santi sia facile ad ammettere il miracolo, quando non c’è! E siccome nonostante il rigore che adopera ne’ suoi processi, riconosce sempre tuttavia dei veri miracoli, devesi conchiudere che anche ai dì nostri dei miracoli ve ne sono. Che se vi hanno di coloro, che dicono senz’altro che adesso di miracoli non ve ne sono più, si è generalmente perché non ne vogliono più sapere. « Se sotto la mia finestra, diceva un celebre incredulo a Parigi, si dicesse risorto un morto, io non mi alzerei per vederlo, perché sono persuasissimo che non vi sono miracoli, né sono possibili ». Ecco di qual maniera si pensa e si parla da certa gente. Con costoro a che serve il discutere? – D’altronde se presentemente vi sono meno miracoli che nei primordi del Cristianesimo eccone indicata la ragione da San Gregorio Magno: « I miracoli nel principio della Chiesa furono necessarissimi. Imperocché per far crescere alla fede la moltitudine dei fedeli era d’uopo nutrirla con i prodigi, di quella stessa guisa che allorquando si piantano dei giovani alberi bisogna irrigarli, finché le loro radici vigorose siansi allargate e bene abbarbicate. Quando la fede fu solidamente radicata nella Chiesa, i miracoli incominciarono ad essere meno frequenti (V. Omelia XX sul Vangelo). Ecco adunque: lo scopo dei prodigi ornai raggiunto non ne esigerebbe più, benché come dissi, sempre ve ne siamo.

— Di ciò ora sono persuaso.

SALMI ED INDULGENZE

SALMI ED INDULGENZE

Tra i danni del Modernismo a-cattolico della setta del novus ordo, c’è il pressoché totale silenzio circa la pratica delle indulgenze, dono incommensurabile della Chiesa Cattolica per fortificare l’anima incline al peccato, e mezzo sublime per evitare pene del purgatorio ai vivi ed ai defunti. Sull’argomento, cruciale per la salvezza e la purificazione dell’anima, abbiamo già più volte riportato scritti e documenti della Chiesa Cattolica, ed ancora ci ripromettiamo di riportarne un seguito. Praticamente impossibile è trovare un manuale di raccolta di indulgenze, ed anche sui mezzi informatici, non è semplice reperire materiale utile. La raccolta delle indulgenze, l’Enchiridion Indulgentiarum” del 1952, l’ultima raccolta cattolica prima dell’invasione devastante dei barbari modernisti dell’antichiesa, è praticamente introvabile, e bisognerà forse spulciare librerie antiquarie e “bancarelle” nei mercatini italiani e stranieri, per trovarne qualche copia che possa diventare libro principale delle preghiere dell’anima che vuole fortificarsi e salvarsi senza passare per un dolorosissimo Purgatorio. A Dio piacendo ci ripromettiamo, nell’immediato futuro, di dare ancor più ampio spazio all’argomento, la cui importanza straordinaria e cruciale, è evidente per chiunque mastichi un po’ di dottrina cattolica. In questo primo “assaggio” focalizziamo la nostra attenzione sui “Salmi biblici e le indulgenze”, indulgenze di cui sono corredati gruppi di salmi, interi salmi o singoli versetti di essi. Scopriremo tante possibilità di lucrare indulgenze, parziali o plenarie, recitando salmi o versetti noti e conosciuti già dai fedeli Cattolici.

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Sit Nomen Domini benedictum! [Ps.CXII]

 Indulgentia quingentorum dierum [500 giorni], quotìes, blasphemias contra Deum audiendo, iaculatoria prex devote recitata fuerit. [Indulgenza di 500 giorni, ogni qualvolta che, udendo blasfemie contro Dio, si reciti subito, devotamente, la giaculatoria]

(S. C. Indulg., 28 nov. 1903; S. Pæn. Ap., 9 dec. 1932).

-11-

Doce me, Domine, facere voluntatem tuam, quia Deus meus es Tu (Ps. CXLII, 10).

Indulgentia quingentorum dierum. [Indulgenza di 500 giorni]

-18-

Custodi me, Domine, ut pupillam oculi; sub umbra alarum tuarum protege me (Ps. XVI, 8).

Indulgentia quingentorum dierum; indulgentia plenaria suetis conditionibus, dammodo quotidie per integrum mensem invocatìo piamente reiterata fuerit (S. Pæn. Ap., 22 nov. 1931).

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In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum (Ps. XXX, 6).

Indulgentia quingentorum dierum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si per integrum mensem quotidie invocatio devote recitata fuerit (S. Pæn. Ap., 20 Jan. 1932).

-20-

Deus, in adiutorium meum intende: Domine, ad adiuvandum me festina

(Ps. LXIX, 2).

Indulgentia quingentorum [500 gg.] dierum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo pia invocationis recitatio, quotidie peracta, in integrum mensem producta fuerit (S. Pæn. Ap., 28 apr. 1933).

-22-

Eripe Domine, de inimicis meis (Ps. LVIII, 2).

Indulgentia quingentorum dierum (S. Pæn. Ap., 22 nov. 1934).

-23-

Domine, non secundum peccata nostra, quæ fecimos nos, neque secundum iniquitates nostras retrìbuas nobis (Ps, CII, 10).

Indulgentia quingentorum dierum. Indulgentia plenaria suetis condirionibus, dummodo quotidie per integrum mensem ìnvocatio pia mente recitata fuerit (S. Pæn. Ap., 10 febr. 1935).

-24-

Domine, ne memineris iniquitatum nostrarum antiquarum et propitius esto peccatis nostris propter nomen tuum (Ps. LXXVIII, 8-9).

Indulgentia quingentorum dierum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si per Integrum mensem quotidie invocatìo devote reperita fuerit (S. Pæn. Ap., 4 oct. 1936).

-25-

Laudate Dominum, omnes gentes; laudate eum, omnes popoli: qnoniam confirmata est super nos misericordia eius et verìtas Domini manet in æternum (Ps. CXVI).

Indulgentia quingentorum dierum. Indulgentia trium annorum, si publice precatìuncula recitata fuerit. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, prece iaculatoria quotidie per integrum mensem devote repetita (S. Pæn, Ap., 22 dec., 1936).

 

-139-

Benedictus qui venit in nomine Domini: Hosanna in excelsis (ex Miss. Rom. – Ps. CXVII).

Fidelibus, qui post consecrationem in Missa e sacrificio relatam precatiunculam devote recitaverint, conceditur: Indulgentia quingentorum dierum; indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotidie per integrum mensem eamdem recitationem pie persolverint (S. Pæn. Ap., 22 nov. 1934).

-652-

V. Oremus pro Pontifice nostro [.. Gregorio]:

R. Dominus conservet eum, et vivificet eum, et beatum faciat eum in terra, et non tradat eum in animam inimicorum eius (ex Brev. Rom. – Ps. XL)

Pater, Ave.

Indulgentia trium annorum Indulgentia plenaria suetis conditionibus, precibus quotidie per integrum mensem devote recitatis (S. C. Indulg., 26 nov. 1876; S. Pæn. Ap. 12 oct. 1931)

Salmi sul nome di Gesù

( Ps, XCIX, – XIX, – XI, – XII, -CXXVIII con Inni e orazioni)

Ind. 7 anni e 7 quarantene o. v., Ind. Plen. s.c. si quotidie …; Ind. Plen. s.c. se recitati frequentemente nel corso dell’anno, nella Festa del Santo Nome di Gesù (Domenica seconda dopo l’Epifania)

(Pio VII, rescr. 13 giug. 1915 S. C. Ind.; Pio VII con Decr. S. C. Ind. 13 nov. 1821 ind. Pl. Appl. ai defunti, ed estesa alla Festa della Circoncisione  (1 genn.), ed in quella di Gesù Nazareno (23 ott.) s. c.    

Salmi in onore del Nome di MARIA

(Magnificat, – Ps. CXIX, – CXVIII: b., – CXXV, – CXXII)  

( 1684 Innocenzo XI, Pio VII Decr. S. Congr. delle Indul. 13 giu. 1915: indul. 7 anni e 7 quarantene o. v., ed Indulg. Plen. s.c. si quotidie … e se recitati frequentemente nel corso dell’anno,  Ind. Plen nella Domenica tra l’ottava della Nascita di Maria SS. [festa del nome di Lei]

5 salmi in onore del nome di S. Giuseppe (Ps. XCIX, – XLVI, – CXXVIII, – LXXX, – LXXXVI)

(7 anni e 7 quarantene ed ind. Plen., s.c. si quotidie … + Inno et orazione)

(Pio VII, rescri. E decr. 26 giug. 1809)

ORATIONES ANTE COMMUNIONEM

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Quemadmodum desiderat cervus ad fontes aquarum, ita desiderat anima mea ad te, Deus (Ps. XLI, 1).

Indulgentia quingentorum dierum. Indulgentia plenaria, si quotidiana invocationis recitatio in integrum mensem producta fuerit, accedente sacramentali confessione, alicuius ecclesiæ vel publici oratorii visitatione et oratione ad mentem Summi Pontificis [s. c., e visita di una chiesa o oratorio pubblico, e preghiera sec.  le intenzioni del Papa]

(S. Pæn. Ap., 23 apr. 1932).

441

Invocatìo

Benedicite Dominum omnes Angeli eius;

potentes virtute, qui facitis verbum eius.

Benedicite Domino omnes virtutes eius;

ministri eius qui facitis voluntatem eius

(ex Missali Rom.- Ps. CII, 20-21).

Indulgentia trecentorum dierum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotidie per integrum mensem invocationes pie repetitæ fuerint (S. Pæn. Ap., 8 iul. 1935).

-585-

De profundis vel semel Pater, Ave cum versiculo Requiem æternam,  in suffragium fidelium defunctorum pie recitaverint, conceditur:

Indulgentia trium annorum; Indulgentia quinque annorum singulis mensem novembris diebus; Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo quotidiana precum recitatio in integrum mensem producta fuerit (Breve Ap., 11 aug. 1736; S. Pæn. Ap., 29 maii 1933 et 20 nov. 1940).

 

-586-

Fidelibus, qui Ps. L: Miserere mei, Deus prò animabus in purgatorio detentis devote recitaverint, conceditur: Indulgentia trium annorum; Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si per Integrum mensem quotidie eamdem recitationem persolverint (S. Pæn. Ap., 9 mart. 1934).

-613-

Laudate Dominum, omnes gentes: laudate eum, omnes, popoli;  qnoniam confirmata est super nos  misericordia eius et veritàs Domini  manet in æternum (Ps. CXVI).

V. Confiteantur tibi populi, Deus,

R. Confiteantur tibi populi omnes.

Oremus

Protector noster, aspice, Deus, et respice in faciem Christi tui: qui dedit redemptionem semetipsurn prò omnibus, et fac ut ab ortu solis usqæ ad occasum magnificetur nomen tuum in gentibus, ao in omni loco sacrificetur et offeratur nomini tuo oblatio munda. Per eumdem Christum Dominum nostrum. Amen.

Indulgentia trium annorum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, precibus quotidie per integrum mensem iteratis (S. Pæn. Ap., 9 nov. 1920 et 5 lug. 1936).

PSALMI GRADUALES ET PÆNITENTIALES

-686-

Fidelibus, qui Psalmos Graduales vel Septem Psalmos Paenitentiales pie recitaverint, conceditur: Indulgentia septem annorum (S. Pius V, Bulla Quod a Nobis, 9 ìul. 1568 et Superni Omnipotentis Dei, 15 apr. 1571; S. Pæn. Ap., 18 mart. 1932).

PRECES A DOCENTIBUS RECITANDÆ

789

Invocatio:

Bonìtatem et disciplinam et scientiam doce me, Domine; quia mandata tuia credidi  (Ps. CXVIII. 66).

Indulgentia trecentorum dierum  (Pius X, Rescr. Manu Propr.. 14 maii 1908; S. C. Indulg., 12 sept. 1908).

G. FRASSINETTI: CATECHISMO DOGMATICO (III)

[Giuseppe Frassinetti, priore di S. Sabina di Genova:

Catechismo dogmatico Ed. Quinta, P. Piccadori, Parma, 1860]

CAPITOLO II. 

DI DIO UNO E TRINO.

Chi è Dio?

È un Signore infinitamente perfetto creatore e conservatore del Cielo e della terra, di tutte le cose visibili ed invisibili.

Che cosa significa quella parola infinitamente perfetto?

Vuol dire che in Dio è tutto il bene, che è una infinita bontà.

Che cosa significa la parola infinito?

Significa una cosa che non ha fine; per esempio, se vi fosse un mare nel quale andando a basso non si potesse mai più arrivare al suo fondo, e andando in alto non si potesse mai più arrivare alla sua superficie, e andando da una parte o dall’altra non si potesse mai più arrivare alle sue sponde: o meglio, se vi fosse un mare, che non avesse né fondo, né cima, né sponde, e si estendesse per ogni verso senza aver fine, questo sarebbe un mare infinito. Si noti però che è impossibile che vi sia alcuna cosa materiale infinita, come appunto sarebbe un mare.

Dunque la bontà di Dio sarà come questo gran mare?

Appunto è tanto grande spiritualmente, quanto sarebbe grande materialmente questo gran mare se fosse possibile che esistesse; perciò la bontà di Dio non ha alcun limite, o termine, nessuno la può misurare, nessuno né meno gli Angeli la possono comprendere, solo Dio con la sua sapienza infinita comprende la sua infinita bontà.

Non si potrebbe trovare, né in terra, né in Cielo una creatura la quale avesse una bontà da potersi paragonare con quella di Dio?

Come non vi può essere paragone tra il tempo e 1’eternità, così non vi può essere paragone fra la bontà di qualunque creatura, bontà di Dio. Anche l’ineffabile bontà di Maria Ss. non solo è poca; ma si potrebbe dire un niente paragonata con l’infinita bontà di Dio. Ed è perciò che nemmeno in Paradiso, gli Angeli, i Santi e Maria Ss. con tutto il loro grandissimo amore che portano a Dio non arrivano ad amarlo quanto si merita di essere amato in se stesso. Solo Dio ama se stesso quanto merita d’essere amato.

Che cosa s’intende per questa infinita bontà?

L’aggregato, l’unione delle, sue infinite perfezioni, ossia attributi. La sua Onnipotenza per cui può fare, e disfare tutte le cose con un atto della sua volontà. La sua Sapienza con cui vede chiaramente il passato, il presente, l’avvenire, e tutte le cose possibili. La sua giustizia con cui premia i buoni e castiga i cattivi. La sua Misericordia con cui perdona i peccati a quelli, che di vero cuore si pentono. La sua Eternità per cui non ha mai avuto principio, e non avrà mai più fine. La sua Immensità per cui è in Cielo, in terra e in ogni luogo. La sua Impassibilità per cui esso che è un purissimo e perfettissimo spirito non può patire, o soffrire male veruno, e tutte le altre sue infinite perfezioni per cui è un bene veramente infinito.

Che cosa sì vuole significare con dire che Dio è un purissimo spirito?

Vuol dire che Dio non ha corpo come abbiamo noi; perciò non ce lo possiamo figurare né alto, né basso, né largo, né stretto; non si può toccare con le mani, non si può vedere con gli occhi materiali del corpo.

Ma dunque è niente?

Anzi si deve dire che è il tutto, perché infinitamente ricco di ogni perfezione, e di tutto il bene. Non è una cosa materiale come quelle che vediamo, e tocchiamo, e perciò non ha le proprietà delle cose materiali; le quali sono o alte o piccole, o larghe o strette, e si toccano, e si vedono; ma ha tutte le perfezioni spirituali per le quali è uno spirito infinitamente buono. L’anima nostra anche ella è uno spirito che non si può né vedere, né toccare, e pure pensa, giudica, e ragiona, dà moto a tutto il corpo, ed è una parte dell’uomo molto più nobile del suo corpo.

Come si dice che Dio non ha corpo mentre nella Divina Scrittura si nominano gli occhi di Dio, le orecchie di Dio, le mani di Dio, ed altre delle sue membra?

Quando nella Divina Scrittura si attribuiscono a Dio le membra del corpo umano, quello è un parlare figurato; come se io dicessi che un cavallo vola rapidamente per una pianura, non intenderei già di dire che quel cavallo abbia le ali, e che voli come gli uccelli; ma con la parola volare significherei la sua velocità con la quale percorre quel campo. Quando nella Scrittura si nominano gli occhi, le orecchie di Dio, si vuole significare la sua Sapienza con la quale vede e conosce tutte le cose; quando si nominano le mani, la sua Onnipotenza con la quale fa ogni sua opera, e così si dica del rimanente. Così sciolgono tale difficoltà tutti i teologi, e tutti gli interpreti; infatti quando la Scrittura parla letteralmente, dice: Dio è spirito (Jo. IV, 24 ), e questo è un articolo di Fede (Perrone p. 2, c. 1, propos.2).

Perché si dice che Dio è uno spirito semplicissimo?

Perché in Dio non vi è alcuna composizione di diverse sostanze, né reale distinzione di perfezioni, ossia di attributi. L’Onnipotenza di Dio è lo stesso Dio, la Sapienza di Dio è lo stesso Dio, e così si dica della sua Giustizia, della sua Misericordia, e di tutte le altre sue perfezioni. In un uomo di potere, il sapere, la pietà, sono cose distinte dall’uomo, e perciò vi può essere un uomo senza potere, senza sapere, senza pietà. Ma in Dio ogni attributo è lo stesso Dio né più né meno. Così tutti i teologi con S. Bernardo contro gli eretici che avevano sognato in Dio una distinzione reale tra i suoi attributi (Perr. ut sup. prop. 4).

Perché dunque si dice che Dio ha tanti attributi, e tante perfezioni diverse?

Questo lo diciamo secondo il nostro modo d’intendere, perché la Natura, ossia Sostanza Divina, è onnipotente, sapiente, giusta, misericordiosa ecc., quantunque questa Onnipotenza, Sapienza, Giustizia ecc. altro non siano in realtà che la stessa semplicissima Divina Sostanza.

Essendo Iddio infinitamente buono, e lo Autore di tutte le cose che esistono, chi produsse nel mondo il male?

Il male venne nel mondo dall’ abuso della libertà delle creature dotate di libero arbitrio. Dio ha dato la libertà agli Angeli, e agli uomini; l’abuso che molti Angeli fecero della loro libertà quando peccarono di superbia, è l’origine di tutti i mali che soffrono i demoni, e che essi producono con la loro malizia: l’abuso che ne fecero gli uomini è l’origine di tutti i mali da loro sofferti. Si noti che i Santi Angeli i quali restarono fedeli a Dio, adesso non possono più peccare, cioè abusarsi della loro libertà.

Vi sono però tanti mali nel mondo che non furono prodotti dall’ abuso della libertà delle creature, p. es. l’inferno è un gran male, similmente tante bestie nocive, le pesti, e terremoti ecc.; l’autore di tutti questi mali è Dio?

Tutte queste cose ed altre simili non sono mali in se stesse, ma sono mali per quelli che le soffrono in quanto sono loro tormentose, ma in se stesse sono beni necessari per punire il peccato, e per impedirlo, manifestano la Divina Giustizia, danno occasione all’esercizio delle virtù ecc. sono beni perciò ordinati da Dio contro 1’unico vero male che è il peccato, cioè 1’abuso della libertà. Se non vi fossero nel mondo i peccati non vi sarebbe alcuna cosa tormentosa, cioè nessuna pena contro i medesimi, come se in un regno non vi fossero delinquenti non bisognerebbero né carceri, né altri castighi.

— Ma Iddio infinitamente buono perché ha permesso che le creature potessero abusare della loro libertà, a commettere peccati cagioni di tanti guai?

Dio ha dato alle creature la libertà affinché potessero meritare servendosene bene, dà alle medesime l’aiuto necessario perché se ne possano servire come Egli richiede, e di più non si può pretendere dalla sua infinita bontà; Egli di più ricava dai mali che si commettono i beni più grandi, p. es. avendo permesso la crudeltà dei tiranni si esercitò la fede e la carità d’innumerevoli martiri.

— Alcuni pensarono che si dovessero riconoscere due principii, uno del bene, il quale fosse perciò il Dio buono, l’altro del male, e che perciò fosse il Dio cattivo; dal primo ogni bene, dal secondo riconoscevano ogni male del mondo: non è plausibile quest’opinione?

Non è un’opinione, ma un’eresia molto stupida, perché il male non è mai una cosa reale, il male è una imperfezione, una mancanza di bene, come 1’ombra non è mai una cosa in sé stessa, ma è sola mancanza di luce; perciò un Dio cattivo sarebbe un’infinita mancanza di bene, perciò un infinito niente, che è cosa contraddittoria, e ridicola l’immaginare (Perrone, de, Beo p. 1, c. 2, p. 3).

  • II.

Dell’immensità e provvidenza di Dio.

— Come s’intende che Dio é immenso?

Dio è immenso perché non é contenuto da nessun luogo, ma invece contiene tutti i luoghi, e lo stesso Universo. Frattanto é dappertutto con la sua presenza vedendo chiaramente ogni cosa, con la sua potenza conservando 1’esistenza di tutte le creature, e concorrendo ad ogni loro operazione, con la sua essenza, perché come abbiamo detto la sapienza e la potenza di Dio non sono altro che la stessa sostanza di Dio (Perrone, p. 2, C 3, prop. 2).

Se Dio concorre a tutte le operazioni delle creature, vuol dire che dà il suo concorso anche al peccato, e che perciò lo approva e vi coopera?

In tutte le azioni libere vi é il materiale e il formale dell’opera. In un omicidio l’azione materiale é di conficcare un pugnale in un corpo che per sé é cosa indifferente; l’azione formale é la cattiva volontà, cioè la malizia di privare ingiustamente un uomo di vita, Dio concorre al materiale in quanto é azione indifferente, ma non concorre al formale, cioè alla malizia che disapprova, condanna e castiga.

Cosa é la provvidenza di Dio?

È la disposizione di tutte le cose create al conseguimento del loro fine.

Dio é provvido verso di tutte le sue creature nessuna eccettuata?

Questo è di fede: « egualmente Egli ha cura di tutte le cose » così nel libro della Sapienza, cap. VI.

Molte cose nel mondo avvengono a caso, il che non avverrebbe se la divina provvidenza regolasse ogni cosa.

Con una parità di S. Tomaso intenderete il vostro errore. Un padrone manda alla piazza un dei suoi servitori; senza che questi nulla ne sappia, ve ne manda appresso un altro non avvisandolo d’aver mandato il primo, perché vuole che s’incontrino colà ambedue all’impensata: i due servi al primo vedersi credono d’incontrarsi a caso; frattanto il loro incontro è a bell’arte. Intendete perciò che al mondo niente succede a caso, la nostra ignoranza per cui non conosciamo le cause di tante cose ci ha fatto immaginare il caso; ma invece Dio regola tutto colla sua provvidenza, niente succede senza una ragione da Lui determinata. Cade, p. es., una foglia da un albero, qual ragione che si posi in terra più per dritto che per rovescio? È impossibile che noi conosciamo questa ragione; ma pure la ragione vi è nella divina Provvidenza. Il caso, la fortuna, sono nomi senza sostanza, né altro possono significare che la nostra ignoranza delle cagioni delle cose.

La provvidenza di Dio si estende pure a tutte le azioni libere degli uomini buone e cattive?

Senza dubbio, dirigendo le seconde a qualche bene. I figli di Giacobbe vendettero Giuseppe per l’invidia che nutrivano contro di lui, Dio diresse e regolò questa barbara vendita al vantaggio degli Egiziani, alla salutare confusione dell’invidia fraterna, alla conservazione e alla gloria della famiglia di Giacobbe ecc.

Vuol dire che Iddio è la causa prima di tutte le cose, ma non vi sono pure le cause seconde dalle quali dipendono tutte le cose nei loro eventi?

Vi sono in realtà le cause seconde perché, p. e., ciò che bagna è 1’acqua, ciò che brucia è il fuoco; ma per altro bisogna notare che tutte le cause seconde agiscono in dipendenza dalla causa prima; sicché tutto ciò che succede, tolta la malizia del peccato, dobbiamo riconoscere da Dio. Bisogna pure notare che Dio non si serve sempre delle cause secondarie potendo agire senza di esse. Se vorrà mandare una pestilenza, un terremoto, potrà servirsi delle cause secondarie; ma potrà pure agire immediatamente da sé senza servirsi di loro; cioè senza premettere quella generazione di insetti velenosi che producono naturalmente la pestilenza, e senza premettere quella rarefazione e condensamento di vapori sotterranei, o pure quello squilibrio di elettricità che provoca per via ordinaria i terremoti; ma si noti bene che questa è cosa indifferente, come sarebbe cosa indifferente che il re assoluto punisse il reo con sentenza scritta di propria mano, o con sentenza fatta emanare dal suo tribunale. Questa verità si noti attentamente, giacché appunto nelle circostanze di pubblici flagelli, o di privati, al giorno d’oggi si cerca di estinguere e dissipare quel salutare timor di Dio, il quale correggerebbe i peccatori, con decantare che tutto accade naturalmente, che cioè tutto è effetto delle cause secondarie. Tutto avvenga pure per effetto dello cause secondarie; ciò non ostante è Dio che regola queste cause secondarie con la sua provvidenza; Egli è un re, il quale non iscrive di propria mano la sentenza, ma la fa emanare dal suo tribunale, non la esegue con le sue mani ma la fa eseguire dai suoi ministri; frattanto la condanna, e la pena viene sempre dal re. Si noti perciò, prima di tutto, che Dio per premiare o per punire, o fare qualunque altra cosa non ha bisogno di cause secondarie, e che poi quando le adopera Egli è sempre che premia, che castiga, che agisce con la sua provvidenza.

  • III.

Della volontà di Dio, predestinazione e riprovazione.

Che cosa è la volontà di Dio?

La volontà di Dio, che è uno dei suoi attributi i quali si concepiscono in Dio per modo di facoltà, come l’intelletto e l’onnipotenza, è quella perfezione per cui ama il bene ed odia il male, quella perfezione da cui è diretto in tutte le sue operazioni. Si noti che non essendovi distinzione reale fra le perfezioni di Dio e Dio medesimo, la volontà di Dio non è altro che la stessa divina sostanza ed essenza.

La volontà di Dio è libera nelle sue operazioni?

È libera non per volere il male; perché Dio non sarebbe più un’infinita bontà se potesse volere il minimo male, ma è libera nel volere il bene senza che cosa alcuna la possa sforzare: p. es., Dio è stato libero nel creare il mondo, e poteva non crearlo; così si dica di tutte le altre sue operazioni chiamate ad extra.

Quali sono queste sue operazioni chiamate ad extra.

Sono la creazione, la conservazione, e il governo delle cose; si chiamano ad extra distinguendole da quelle che succedono in Dio medesimo, le quali si dicono ad intra, e circa le quali la divina volontà non è libera, perché operazioni necessarie essenziali alla divina natura. Perciò poteva Iddio, come si disse, non creare il mondo, ma non potrebbe il Padre lasciare di generare il Figliuolo, ossia il Verbo Eterno, né lo Spirito Santo di proceder dal Padre e dal Figliuolo, perché quella generazione, e questa così detta processione sono cose necessarie assolutamente nella divina sostanza, secondo 1’idea che la Fede ci dà di Dio.

In Dio si deve riconoscere amore?

Dio ama infinitamente se stesso, ama anche le sue creature, e particolarmente le intelligenti e ragionevoli, come gli Angeli, e gli uomini.

In Dio si deve riconoscere odio?

Dio odia il peccato e i peccatori; i peccatori però non gli odia in quanto sono sue creature, ma in quanto sono peccatori: tolto da essi il peccato non gli odierebbe più.

Vorrei sapere se Dio vuole la salvezza eterna di tutti gli uomini?

Dio vuole sinceramente la salvezza eterna di tutti gli uomini, e questa fu sempre la fede di tutti i cattolici in tutti i secoli secondo il senso delle divine Scritture, e la tradizione di tutti i Padri. L’errore contrario che Dio voglia salvi alcuni soltanto fu condannato solennemente in Calvino e poi in Giansenio.

Che voglia la salvezza di tutti i fedeli facilmente s’intende perché loro somministra i mezzi necessari onde ottenerla, ma come si potrà dire che voglia la salvezza degli infedeli, i quali non hanno mezzo alcuno?

È falso che gli infedeli non abbiano mezzo alcuno per ottenere l’eterna salvezza. Dio dà agli infedeli molte grazie, delle quali se non abusassero, li farebbe venire in cognizione della vera fede, e si potrebbero salvare, e ciò farebbe ancorché si richiedessero dei miracoli, come insegna S. Tommaso.

Almeno si dovrà dire che Dio, non voglia la salvezza dei fanciulli i quali muoiono senza Battesimo, particolarmente di quelli i quali muoiono prima di venire alla luce?

Le Scritture sante, i Padri, e il sentimento di tutta la Chiesa bastantemente ci assicurano che Dio vuole la salvezza di tutte le anime, e perciò anche di quelle di tali fanciulli; se noi troviamo difficoltà nell’intendere il modo come la voglia, non per questo possiamo dire il contrario. Nelle cose della nostra santa Religione non solo è vero ciò che intendiamo, ma molte cose bisogna crederle senza capirle, e questa è una di quelle.

Che mi dice della Predestinazione, e Riprovazione degli uomini?

È articolo di Fede che vi sia vera Predestinazione: che cioè Dio abbia da tutta l’eternità stabilito di dare ad alcuni il Paradiso, e che vi sia vera Riprovazione, che cioè Dio abbia da tutta 1’eternità decretato di condannare altri all’Inferno; pertanto il numero di questi e il numero di quelli è determinato. I predestinati sono tutti quelli i quali muoiono in grazia di Dio, i reprobi tutti quelli che muoiono in peccato mortale.

Queste mi sembrano risposte troppo materiali, non potrebbe parlare di tali materie con maggiore profondità?

A me basta esporvi ciò che è più necessario a sapersi, tante cose che si potrebbero dire di più, non sono per tutti necessarie, né per tutti adattate. In punto di predestinazione e di riprovazione vi basti sapere, che Dio vuole sinceramente la salute eterna di tutti; volendola sinceramente concede a tutti i mezzi bastanti per ottenerla (quando dico mezzi bastanti o sufficienti, che è lo stesso, intendo dire mezzi che veramente bastino, giacché se poi infatti non bastassero non sarebbero mezzi bastanti). Questi mezzi sono le sue grazie senza le quali non si può ottenere salute; quelli i quali corrispondono a queste grazie sicuramente si salvano, e perciò sono predestinati. Notate bene che è S. Pietro ( 2 Petri, cap. 1, v. 10) il quale vi avvisa di assicurarvi mediante le vostre buone opere l’elezione alla vita eterna, e sarà bene, che vi basti la semplicità della divina parola senza cercare più in là. I riprovati poi non si devono considerare come persone con le quali abbia mancato Iddio da parte sua, ma come persone le quali per la loro malizia meritarono di essere escluse dal Regno di Dio.

Che si dovrà dire dei fanciulli i quali muoiono prima dell’ uso della ragione, altri battezzati, ed altri no, perciò altri predestinati, ed altri reprobi?

I fanciulli predestinati sono tali per i meriti di Gesù Cristo, loro applicati col mezzo del santo Battesimo, e che abbiano una simile sorte è un tratto della Divina Misericordia. I reprobi sono tali per il peccato originale, per cui muoiono privi della grazia santificante, e che abbiano una simile disgrazia « un tratto della Divina Giustizia. Ma voi che leggete, non vi dovete internare troppo in questi misteri, giacché le difficoltà che presentano essendo state insolubili ai ss. Padri, tanto più lo saranno a voi. Credereste voi di poter arrivare a conoscere i segreti di un Sovrano della terra a forza di raziocinio, qualora egli non ve li volesse manifestare? Certo che no; tanto meno dunque potrete arrivare a conoscere i segreti del Sovrano del Cielo, se egli non ve li palesa. Troviamo dei misteri insolubili nella condotta degli uomini, che sono così limitati e ci meraviglieremo di trovarne nelle disposizione dell’infinita Divina Sapienza? — In qualunque modo Dio predestini i buoni, o riprovi i cattivi, è impossibile che non tenga un tenore giustissimo degno della sua infinita Bontà. Vi basti sapere che Dio vi ama più di quello che voi amate voi stesso, che Dio vuole la vostra salute, più di quello che voi la vogliate, che Dio non vi escluderà dal suo Regno, purché voi liberamente non lo ricusiate. Il più lo ha fatto, che era il redimerci a tanto costo, e il chiamarci poi nel seno della sua Chiesa; adesso resta il meno, che è il darci gli aiuti opportuni, affinché ci approfittiamo delle sue infinite misericordie, e lo farà: abbiate queste speranza, essa è quella che non confonde.

Mi resta ancora una difficoltà che non so passare sotto silenzio. È impossibile che non avvenga ciò che Dio ha stabilito; perciò, se Dio ha predestinato Tizio alla gloria, é impossibile che Tizio si danni; se ha riprovato Caio è impossibile che si salvi?

Per non confonderci, noi dobbiamo primieramente riflettere, che Dio non opera mai se non con le regole di una sapienza infinita; perciò, quantunque a noi non sia nota, vi è sempre una ragione giustissima per cui predestini Tizio, e non Caio (1). Inoltre egli predestina Tizio, il quale liberamente farà del bene, mediante il quale si meriterà la Gloria, e riprova Caio, il quale liberamente farà del male, mediante il quale si meriterà la dannazione; perciò non si può dire che Tizio necessariamente sarà salvo, e Caio necessariamente dannato.

Ma Dio prevedendo che Tizio farà del bene, e che Caio farà del male, e non potendo fallire la divina previsione, questo bene e questo male non si farà necessariamente? Se Dio dunque vede che io sono nel numero dei predestinati è impossibile che mi danni, se in vece vede che sono nel numero dei riprovati è impossibile che mi salvi?

Bisogna riflettere, che la previsione di Dio, che non è altro se non la sua Scienza infinita, cui il passato e il futuro sempre è presente, è una semplice vista delle cose, la quale non toglie la libertà alle cause libere. Io vedo p. es. uno che ruba, e un altro che fa limosina: mentre vedo quello rubare, non dirò che ruba necessariamente, perché lo vedo, ma che ruba veramente; mentre vedo l’altro far limosipa, non dirò che la fa necessariamente perché lo vedo, ma che la fa veramente; perciò Iddio vedendo le nostre azioni future, non le necessita. Così tutti i veri filosofi con tutti i teologi. Per tanto vede Iddio il buono o cattivo uso che voi fate della vostra libertà, mentre vi vede nel numero dei predestinati, o nel numero dei riprovati. Dal che potete conoscere che questa difficoltà, la quale vi pare sì forte, non vuole dir altro, che se voi morendo bene vi meriterete il Paradiso, è impossibile che vi danniate: che se invece morendo male vi meriterete l’Inferno, è impossibile che vi salviate. – In tal modo non ostante il dogma della Predestinazione e Riprovazione, si avvera sempre ciò che dice lo Spirito Santo, che la vita la morte è in mano dell’ uomo (Eccl. 15); che cioè dipende da lui o il salvarsi, o il dannarsi.

Non si potrebbe dire che Dio, come patrone assoluto delle sue creature, senza avere alcun riguardo, o a meriti, o a demeriti futuri altri elegga per il Paradiso, ed altri destini all’Inferno?

— Così bestemmiava Calvino. È vero che Dio può predestinare gli uomini al Paradiso, e dar loro tutti gli aiuti opportuni ed efficaci perché lo conseguano, quantunque non abbiano alcun diritto a tale predestinazione; ma senza prevedere demeriti nelle sue creature le può destinare ad una eterna miseria. La ragione è che la liberalità la quale fa dei doni a chi non ha diritto a pretenderli, è una perfezione, e perciò è in Dio; la crudeltà invece, e l’ingiustizia che destina la pena senza presupporre nelle persone il delitto, sono vizi ributtanti, che distruggono l’idea non solo di un’infinita, ma di qualunque anche mediocre bontà (Ved. Antoine c. 7, art. 7 de reprob,).

(1) [Eorum non miseretur quibus gratiam non esse præbendam æquitate occultissima, et ab humanis sensibus remotissima iudicat, quam non adperit sed admiratur Apostolus dicens:  “O Altitudo divitiarum!” (S. Aug. lib. 1 ad simpl. q. 2). Lo stesso S. Padre afferma (in Enchir. q. 95) che in Paradiso vedremo tali ragioni e tali cause adesso a noi occultissime, e similmente conosceremo il motivo per cui Iddio abbia conferito molte delle sue grazie a quelli che prevedeva non volersene approfittare, e non le abbia conferite a quelli che ne avrebbero tratto profitto. Lo stesso insegna S. Bonaventura (in sentent. dis. 41, q. 2). Si noti pure che tali cause, ragioni e motivi non possono essere che degni di Dio, cioè di un’infinita bontà; la nostra ignoranza dunque ci umili, ma non ci sgomenti.]

  • IV.

Della Visione Beatifica.

I Santi in cielo vedono Dio?

Lo vedono intuitivamente, cioè lo vedono in se stesso realmente come è.

Non dice la Scrittura che Dio é invisibile e che niuno mai lo vide?

Dice che Dio è invisibile, e che niuno mai lo vide in questa vita; per questo la più probabile sentenza fra gli interpreti della Scrittura sostiene che nemmeno Mosè lo abbia veduto  intuitivamente; ma che invece gli sia comparso un Angiolo il quale gli dava ordini e comandi in nome di Dio; asseriscono perciò che quando disse d’aver veduto Dio, abbia inteso dire d’ aver veduto un Angiolo che gli parlava come in persona di Dio. Ma nell’altra vita è verità di Fede che vedremo Dio, e “il vedremo come è” secondo 1’espressione della Scrittura (Jo. 1, c. 3, v . 2).

Dopo la Risurrezione vedremo Dio con gli occhi del nostro corpo?

Con gli occhi del corpo non lo vedremo mai più, perché Dio è semplicissimo, e gli occhi del corpo sono materiali, e saranno materiali anche dopo la nostra Risurrezione: ora certo che gli occhi materiali non possono vedere cose spirituali. Ma vedremo Dio col nostro intelletto illuminato dal lume della gloria.

Che cosa è questo lume della gloria?

È un abito soprannaturale col quale la mente o dell’ uomo, o dell’Angelo viene disposta compitamente a veder Dio.

Senza questo lume della gloria non si vedrebbe Dio nemmeno in Cielo?

Certamente non si vedrebbe, come noi con gli occhi corporali anche sanissimi, senza lo aiuto della luce non potremmo vedere nemmeno una montagna per quanto fosso alla nostra presenza, e a noi vicina.

Che cosa vedremo in Dio?

Vedremo la sua divina sostanza con le sue Divine perfezioni; le quali però non sono in realtà che la medesima semplicissima sostanza Divina (come si è detto al § I, II. alla D. 10), il Mistero della Ss. Trinità, e anche le creature come effetti nella loro causa (ex Charmes, Tract, de Deo, dissert. 4, a. 2, qu. 1, art. A).

Vorrei sapere se in Cielo vedendo Dio chiaramente lo comprenderemo?

Per comprendere Iddio non basta vedere Iddio chiaramente: per comprenderlo bisognerebbe arrivare a conoscerlo con quella perfezione con cui Dio conosce se stesso con la sua scienza infinita, la qual cosa è impossibile ad ogni creatura; e perciò nemmeno 1’anima Ss. di Gesù Cristo, che è unita ipostaticamente alla Divinità, nemmeno essa arriva a comprendere Dio; cioè a conoscerlo con quella perfezione con cui Dio conosce se stesso (ex Charmes ibid. c. 1, qu. 4, Conclusio).

Intenderemo in Cielo tutti i misteri della Fede che adesso dobbiamo credere ciecamente?

Nessuno ha mai dubitato che in Cielo si veda chiaramente tutto ciò che crediamo in terra; è perciò che i Santi non hanno in cielo la virtù della Fede, la quale serve a farci credere ciò che non vediamo.

I Santi in Cielo vedranno Dio tutti ugualmente?

È articolo di Fede che la visione beatifica non sarà in Cielo uguale per tutti, ma proporzionata ai loro meriti, o maggiori o minori (Conc. Fior. sess. XIII, Trid. sess. VI, cap. 32,). Questa diversità nasce dal maggiore o minore lume di gloria che avranno i Santi, misurato dalla maggiore o minore carità di che arderanno in Cielo (S. Tom. 1 p., q. 11, art. 6 in o).

Questa diversità non sarà disgustosa ai santi?

Non sono più capaci d’invidia; godono del bene altrui come del proprio, e la felicità di chi è in Cielo fra i minori è tanto grande e commensurata alla capacità che hanno di godere, che nulla resta loro a desiderare. Questa parità vi dilucidi il vero. Un uomo e un fanciullo arrivano assetati alla sponda di un gran fiume: l’uomo beve, e beve il fanciullo; credete voi che il fanciullo potendo bever meno per la minore capacità del suo stomaco invidii la maggiore quantità che ne beve l’uomo? Il fanciullo è contento di poter bere quanto vuole, e quanto può.

Si deve credere che Dio conceda alle anime sante la sua visione in Paradiso prima della risurrezione dei corpi, e del giudizio universale?

È un articolo di Fede, come apparisce dalla definizione di Fede del Concilio Fiorentino, sess. XXV, che le anime pienamente purgate da ogni colpa, e da ogni pena alla colpa dovuta, sotto ammesse tostamente alla chiara visione di Dio in Paradiso.

Che si deve dire di quell’opinione la quale Insegna che dopo la risurrezione i Santi avranno un regno di mille anni qui in terra insieme con Cristo?

Questa é un’eresia condannata negli Apolinaristi dal Concilio Costantinopolitano I. Il regno dei Beati e di Cristo sarà in Cielo e non in terra, e sarà eterno.

  • V.

Del Mistero della Ss. Trinità.

Vorrei che di questo Mistero, tanto sublime e difficile, me ne parlasse a tutto il rigore dei termini delle Scuole per più sicura ed esatta intelligenza.

Avendo io intenzione di parlarvene in modo, sicché ve ne possiate valere parola per parola nell’insegnare il Catechismo ai fanciulli, non è mia intenzione di usare a tutto rigore i termini delle scuole, che non sarebbero intesi, o richiederebbero dilucidazioni troppo prolisse. Vi contenterete dunque che coi termini più chiari, e intelligibili, e con la maggiore brevità vi spieghi le cose più necessarie a sapersi.

Come si definisce il Mistero della Ss. Trinità?

Un Dio sussistente in tre Persone (Halert).

Come è possibile che Iddio essendo Uno e semplicissimo sussista in tre Persone?

Sono due verità ugualmente di Fede, che Dio è Uno, e semplicissimo nella sua Divina sostanza, e Trino nelle Persone, le quali si chiamano Padre, Figliuolo e Spirito Santo. Questo però è un Mistero che dobbiamo adorare in questa terra, e che non intenderemo prima di poterlo contemplare in Paradiso.

Mi pare però una contraddizione che chi è tre debba essere uno, e chi è uno debba esser tre.

Non vi è alcuna contraddizione, perché queste tre divine Persone hanno una medesima natura e sostanza divina. Vi sarebbe contraddizione se avessero tre sostanze diverse, perché tre sostanze sarebbero tre Dei, e non potrebbero essere un Dio solo.

Dunque si potrà dire che il Padre è Dio. che il figliuolo è Dio, che lo Spirito Santo è Dio?

Si deve dire; e questo è articolo di fede; perché il Padre ha la sostanza divina, il Figliuolo ha la sostanza divina, lo Spirito Santo ha la sostanza divina: la quale però è una sola e perciò un solo Dio.

Il Padre è Eterno, il Figliuolo è Eterno, lo Spirito Santo è Eterno?

Si, certamente; ma non sono tre Eterni; bensì un solo Eterno perché un solo Dio.

Il Padre è onnipotente, il Figliuolo è onnipotente, lo Spirito Santo è onnipotente.

Sì senza dubbio; però non sono tre onnipotenti, ma un solo Onnipotente; e così si dica a riguardo degli altri attributi di Dio, che sono la stessa una, e indivisibile sostanza di Dio come abbiamo detto (c. 2, § I, D. 10) (Simb. Athan.).

Le Persone della Ss. Trinità hanno le stesse perfezioni, lo stesso intendimento e la stessa volontà?

Hanno la stessa Sapienza, la stessa Bontà vivono con la stessa vita, conoscono con lo stesso intelletto, vogliono con la stessa volontà, e operano con la stessa onnipotenza, e la ragione è sempre quella che hanno la stessa natura e sostanza divina.

Dunque si potrà dire che la Persona del Padre sia la stessa Persona del Figliuolo, e la stessa Persona dello Spirito Santo?

Questo non si può dire, perché è di Fede che sono tre Persone realmente distinte (Symb. Athan.), e perciò la Persona del Padre non è la Persona del Figliuolo e dello Spirito Santo. La Persona del Figliuolo non è la Persona del Padre e dello Spirito Santo. La Persona dello Spirito Santo non è la Persona del Padre e del Figliuolo. Sono tre Persone veramente tra di loro distinte, sebbene abbiano la stessa sostanza.

Si potrebbe dire che Dio è distinto in tre Persone?

L’espressione che Dio sia distinto in tre Persone è condannata dalla Bolla dogmatica Auctorem Fidei; perciò bisogna dire che in Dio vi sono tre Persone distinte, e non si può dire che Dio è distinto in tre Persone.

In nessun senso si potrebbe mai dire che sono tre Dei?

No, in nessun senso, e chi lo dicesse sarebbe un eretico (Antoine, Tract. de Trin. c. I, art. VII).

Si potrebbe dire che Dio é Padre, è Figliuolo, é Spirito Santo?

Si deve dire, come si conosce dalla definizione del Concilio IV Lateranense (Credimus, et confitemur, quod una quædam summa res est incomprehensibilis quidem, et ineffabilis, quæ veraciter est Pater, et Filius, et Spitus Sanctus, tres simul personæ, et singulatim quælibet earumdem, ( apud Antoine, tract. de Trin. c. 1, art. VI).

Mi porti una parità che non mi lasci tanto all’oscuro.

Figuratevi che vi fossero tre persone che si chiamassero Pietro, Paolo e Giovanni, che avessero però una medesima anima, e un medesimo corpo; si direbbero tre persone, perché 1’una sarebbe Pietro, l’altra Paolo, e la terza Giovanni; nondimeno sarebbero un uomo solo, e non tre uomini, non avendo tre corpi, né tre anime, ma un solo corpo, e un’anima sola. Questa è cosa impossibile tra gli uomini perché la sostanza dell’uomo é piccola e limitata e perciò non può essere la stessa ed unica in più d’una persona; ma la sostanza di Dio, cioè la Divinità, è infinita, e perciò si può trovare, e si trova infatti in più Persone: perciò la sostanza, la Divinità del Padre si trova pure nel Figliuolo e nello Spirito Santo (Bellarm.).

Perché il Padre si chiama la prima Persona della SS. Trinità?

Perché il Padre è senza principio; cioè non ha origine, e non è prodotto da alcuno; ma è il principio, dal quale procedono e sono prodotte le altre Persone.

Perché si chiama Padre?

Perché da tutta  l’eternità produce, ossia genera una Persona simile ed uguale a sé, dalla stessa sua sostanza e natura, cioè il Figliuolo.

Dunque il primo ad esservi fu il Padre, se da Lui è proceduto il Figliuolo?

Vi ho detto che il Padre genera il Figliuolo da tutta 1’eternità: per la qual cosa il Padre, che è sempre stato, ha sempre generato il Figliuolo, e lo genera tuttavia Eterno come Lui.

Perché la seconda Persona si chiama Figliuolo, e come succede la generazione?

Perché è generato dal Padre, e questa generazione succede per via d’intelletto e di cognizione. Il Padre da tutta l’eternità contempla in se stesso le sue infinite perfezioni, e produce come un lucidissimo specchio una immagine viva, e perfettissima di se stesso, che ha la sua medesima Divina Sostanza, e si chiama il Figliuolo, e anche il Verbo Eterno di Dio.

Perché la terza Persona si chiama Spirito Santo?

Perché procede dal Padre e dal Figliuolo per via di volontà e di amore, ed è come un fiato spirituale, e perché è l’amore di Dio Santo essenzialmente.

Come s’intende che procede dal padre e dal Figliuolo per via di volontà e d’amore?

Il Padre ed il Figliuolo amandosi da tutta l’eternità perfettamente l’un l’altro producono lo Spirito Santo, il quale è l’amore reciproco del Padre e del Figliuolo, ed ha la stessa Divina Sostanza. Qui notate bene essere articolo di Fede, che il Padre non procede da nessuno, il Figliuolo dal Padre, e lo Spirito Santo dal Padre e dal Figliuolo.

Dunque il Padre è la maggiore delle Persone della Ss. Trinità, minore di Lui è il Figliuolo, e lo Spirito Santo minore del Padre e del Figliuolo?

Fissate bene ciò che tante volte abbiamo detto, che cioè le Persone della Ss. Trinità hanno la stessa natura e Sostanza Divina, e perciò sono tutte tre uguali, ugualmente perfette. Nelle Persone della Ss. Trinità non vi è né maggiore, né minore, ma una perfetta uguaglianza di bontà, e perfezione.

 

 

PREGHIERA

PREGHIERA

[G. Bertetti: “Il Sacerdote predicatore”, S.E.I. Ed. Torino, 1919]

I. Dobbiamo pregare.

– 1. La preghiera è un bisogno del cuore. — 2. È un comando di Dio. — 3. Dobbiamo pregare sempre. — 4. Per chi dobbiamo pregare.

1. LA PREGHIERA È UN BISOGNO DEL CUORE. — Il nostro cuore ha un desiderio immenso di felicità; … non trovandola in noi stessi, il nostro cuore cerca la felicità fuori di noi … E quando gli pare di avere scoperto godere così la felicità bramata … Ma la creatura non ci può dare la felicità ch’essa non ha al par di noi; … la creatura, egoista al par di noi, non ci vuol dare quel po’ di felicità apparente e caduca ch’ella possedesse per avventura … – Dio invece, perfezione infinita, sommo bene e sommo vero, Dio solo può darci la felicità: … Dio vuol darci la felicità … Egli non ci respinge, quando ci solleviamo a Lui con la nostra mente per domandargli quella felicità che unicamente si può avere nel suo santo amore … Dio non ci respinge: … è Lui che ci ha messo in cuore un desiderio immenso di felicità, appunto perché a Lui ricorriamo con la preghiera… I poveri son respinti dai palazzi dei ricchi, ma non li respinge Dio, allorché gli domandano di starsene nella sua casa e di assidersi alla sua mensa per sempre. « Con Dio t’è permesso di conversare e di trattenerti a tuo piacimento e d’ottenere con la preghiera ciò che brami; e benché tu non possa udire la sua voce, tuttavia, quando ti vedi da Lui esaudito, t’accorgi che Egli si degna di parlarti, se non con le parole, coi benefizi» (S. Giov. CRIS. , in Eccli., 18) La preghiera adunque è un bisogno del cuore, com’è un bisogno del cuore la felicità; … l’uomo non può star senza pregare: … o prega sollevandosi all’altezza di Dio, o prega abbassandosi alla miseria e al fango della creatura, … o trova la felicità pregando Dio, o pregando la creatura trova il nulla, e talvolta peggio del nulla, il peccato. La preghiera è un bisogno del cuore: … e posto per impossibile che Dio ci avesse proibito di pregarlo, noi non potremmo comprimere la voce del cuore che ci mette sul labbro la preghiera… Ma Dio, ben lungi dal proibirci di pregarlo e d’affollarci intorno a lui come altrettanti poverelli, ce ne fa un espresso e severo comando …

2. LA PREGHIERA È UN COMANDO DI DIO . — È vero che Dio nella sua liberalità ci concede molte cose senza che noi lo preghiamo, ma molte altre cose ha disposto di concedercele soltanto a patto che noi lo preghiamo … Ed ha così disposto, non già perché Egli abbia bisogno delle nostre preghiere o per conoscere le necessità in cui ci troviamo, ma « perché acquistiamo una certa qual famigliarità nel ricorrere a Lui e perché lo riconosciamo autore d’ogni nostro bene » (S. TH., 2a 2ae, q. 83, a. 2)… Dio vuole che lo preghiamo e che la nostra preghiera « salga come incenso nel suo cospetto » (Ps. CXL, 2), subordinando a questo tributo di religioso affetto la concessione delle sue grazie … «Chiedete, e otterrete; cercate, e troverete; picchiate, e vi sarà aperto; poiché chiunque chiede, riceve; chi cerca, trova; e sarà aperto a quello che picchia» (MATTH., VII, 7, 8)… La conseguenza è chiara: … chi non chiede non riceve, chi non cerca non trova, chi non picchia non si vedrà la porta aperta. Non pago d’avercene dato il comando in termini così rigorosi, il Salvatore ce ne volle dare l’esempio, passando spesso le notti in continua preghiera e non compiendo mai opera di rilievo senza farvi precedere una fervente orazione … Benché la sua volontà, interamente conforme a quella dell’eterno Padre, avesse forza di preghiera, pregò anche con la voce:… « avrebbe potuto il Signore in forma di servo pregare in silenzio, ma volle dimostrarsi orante in tal modo presso il Padre, ricordandosi d’essere nostro maestro » (S. AGOSTINO, tract. 104 in Joan.)… Benché il suo intelletto fosse sempre unito a Dio, secondo l’essere personale e secondo la beata contemplazione, prima di pregare, come se avesse bisogno di raccogliersi, solleva gli occhi al cielo; … a pregare si ritirava nella solitudine, … si prostrava a terra pregando, ….

3. BISOGNA PREGAR SEMPRE. — E quante volte, o Divin Maestro, noi dobbiamo pregare?… «Pregar sempre e non lasciar mai di pregare » ( Luc, XVIII,1) … – Noi pregheremo sempre e non lasceremo mai di pregare, se conserveremo sempre vivo in noi lo spirito di preghiera, ossia l’intenzione di fare tutto a onore e gloria di Dio ( la Cor., X, 31);… « il giusto prega sempre, sempre, perché anche quando la mente non prega, pregano le opere; anzi, perfino quando dorme, le sue opere risplendono al cospetto del Signore e intercedono per lui presso Dio» (S. AMBROGIO, serm. 6);…. «prega sempre chi opera sempre secondo Dio » (S. BEDA Ven. in sentent.); … « prega sempre chi fa sempre bene » (S. BASILIO, hom. in Judith mart.)… – Certo il Divin Maestro non ci obbliga a tralasciare ogni altra occupazione che non sia la preghiera: … Egli stesso, oltre che alla preghiera attese al lavoro manuale nella bottega di Nazaret, a predicare, a risanar infermi; … Egli stesso, oltre che alle necessità dell’anima, provvedeva e per sé e per altri alle necessità del corpo … – Così Nostro Signore non ci obbliga a far orazioni lunghissime;… anzi « è conveniente che la preghiera duri solo nella misura ch’è utile a eccitare il fervore del desiderio interno: sorpassata tal misura, e arrivati al punto di non poter più proseguire senza noia, non è bene prolungar oltre l’orazione » (S. TH., 2a 2æ, q. 83, a. 14);… la buona intenzione di pregare « non dev’esser sforzata, se non può più durare; come non dev’essere presto interrotta, se la dura» (S. AGOSTINO, ep. ad Prob.). – Neppure ha voluto il Signore assegnarci un orario preciso e particolareggiato per la preghiera; … vuole però che sia frequente secondo le necessità d’ognuno: « in tutte le cose la quantità dev’essere proporzionata al fine, come la quantità della medicina alla salute » (S. TH., 2a 2æ, q. 83, a. 14)… Anche qui però la Chiesa interviene com’è suo dovere, a dichiararci per tranquillità della nostra coscienza quali tempi siano più propizi alla preghiera, esortandoci a pregare dopo che ci siam levati al mattino,… al mezzogiorno, … alla sera prima del riposo, … prima e dopo il lavoro; … prima e dopo il cibo, … nel momento delle tentazioni … Non è più un’esortazione, ma un comando a nome di Dio, quel che la Chiesa ci fa di pregare nelle domeniche e nelle feste di precetto, nei quali giorni si deve pregare non più in privato soltanto, ma in pubblico; non più in casa nostra, ma nella casa di Dio… Vuole la Chiesa che almeno una volta la settimana facciamo violenza al cuor di Dio, pregando insieme riuniti in un medesimo luogo e e in un medesimo spirito, secondo la dolce promessa del Redentore: « Vi dico pure che se due di voi s’accorderanno sulla terra a domandare qualsiasi cosa, sarà loro concesso dal Padre mio ch’è nei cieli» (MATTH., XVIII, 19) – Due altri modi per pregar sempre, oltre lo spirito di preghiera e oltre il pregar in determinati tempi, ci suggerisce l’Angelico:… 1) conservare in noi la divozione provata durante la preghiera;… 2) far del gran bene agli altri, sicché i beneficati per riconoscenza preghino in nostro favore

4. PER CHI DOBBIAMO PREGARE . — Anzitutto dobbiamo pregare per noi stessi: … così vuole la carità ben ordinata, … così c’insegnò Gesù Cristo col suo esempio … Nella sua ultima orazione pubblica, Egli cominciò a pregare per la sua glorificazione, poi per tutt’i credenti (JOAN., 17) … « Gesù Cristo volle ricorrere con la preghiera al Padre per darci l’esempio di pregare e per dimostrare che dal Padre è eternalmente proceduto secondo la natura divina, e ha da Lui tutt’i beni che ha secondo la natura umana. – Alcuni beni aveva già ricevuti dal Padre nella natura umana, ma altri ne aspettava che non aveva ancor ricevuti: e come per i beni già ricevuti nella natura umana ringraziava il Padre, riconoscendolo come autore, così anche per riconoscere come autore il Padre, gli domandava pregando i beni che ancora gli mancavano secondo la natura umana, come la gloria del corpo e altre cose siffatte. E anche in questo ci diede l’esempio, a ringraziare il Signore dei doni avuti e a domandargli con la preghiera quel che non abbiamo ancora » (S. TH., 3a, q. 21, a. 3). Gesù, dopo aver pregato per sé, pregò per tutti noi: « Padre santo, custodisci nel nome tuo tutti quelli che m’hai affidato, affinché siano una cosa sola come noi » (JOAN., 17, 11) … La carità c’impone di volere il bene non soltanto per noi, ma anche per gli altri: … « pregate gli uni per gli altri, affinché siate salvi» ( JAC, 5, 16) … Preghiamo per i giusti, affinché perseverino; … per i peccatori, affinché si convertano;… preghiamo per il trionfo della Chiesa militante; … preghiamo per la sollecita liberazione delle anime tra le fiamme della Chiesa purgante… Nessuno sia escluso dalla carità delle nostre preghiere: … la Chiesa prega non solamente per i suoi membri, ma per tutti gli uomini, per i pagani, per gli eretici, per gli scismatici, per i suoi nemici, per i suoi persecutori, per i suoi carnefici … Preghiamo anche noi per i nostri nemici:… «pregate per quei che vi perseguitano e vi calunniano» (MATTH., V, 44) … È vero che, per l’adempimento dì questo precetto, basta che « non escludiamo i nemici nelle preghiere che facciamo in generale per tutti, il pregare poi per essi in modo speciale è cosa di perfezione, ma non di necessità, se non in qualche caso speciale » (S. TH., 2a 2æ, q. 83, a. 8) … Ma quanto maggior bene otterremo per noi e per tutti, se fossimo capaci di quest’atto di perfezione!… « Se Stefano non avesse pregato per Saulo, forse la Chiesa non avrebbe un San Paolo » ( S . AGOSTINO, ep. 97) … E se Gesù in sulla croce non avesse pregato per i suoi crocifissori, forse il mondo pagano non si sarebbe convertito con tanta rapidità e con tanto entusiasmo… Che se Dio non accenna ancora ad esaudire le nostre iterate suppliche, esaminiamoci se per avventura escludiamo più o meno dalla nostra preghiera qualcuno dei nostri fratelli: … Dio, in tal caso, tratterebbe noi, con la stessa misura onde avremo trattato gli altri …

II. Come bisogna pregare.

– 1. I tre effetti della preghiera. — 2 . Come bisogna pregare: a) perché la preghiera sia meritoria; b.) perché sia impetrativa; c) perché ci sia di spirituale refezione.

1. I TRE EFFETTI DELLA PREGHIERA . Tre sono gli effetti della preghiera: … il primo effetto è comune a tutti gli atti informati dall’amor di Dio; ed è l’effetto di meritar la grazia e la gloria; … il secondo effetto è proprio della preghiera, ed è quello d’impetrar da Dio qualche bene;… il terzo effetto è quello di riuscire come una spirituale refezione alla mente… Dipende dalla nostra buona volontà il conseguire i due primi effetti, arrecandovi le dovute disposizioni;… non sempre riusciremo, con tutta la nostra buona volontà, a ottenere nell’atto della preghiera il terzo effetto, ma con la buona volontà potremo ottenerne compenso sovrabbondante in un maggior merito e in una maggior impetrazione.

1. COME BISOGNA PREGARE a) PERCHÈ LA PREGHIERA SIA MERITORIA .

Ci vuole anzitutto l’intenzione di pregare:… la preghiera non è un meccanico movimento di labbra, ma un atto dell’intelletto e della volontà;.., pregare significa parlare con Dio: ora, è impossibile metterci a parlare con una persona, senza aver l’intenzione di parlarle… La preghiera sarà tanto più meritoria quanto più sarà ricca di buona e santa intenzione: … e il meglio che possiamo fare sarà di pregare « in unione di quella divina intenzione con cui Gesù Cristo sciolse lodi a Dio sulla terra »… Così c’insegna la Chiesa a pregare (orai, ante Div. Off.) – Ci vuole la fede nell’onnipotenza e nella bontà di Dio:… «il fondamento della preghiera è la fede; dunque crediamo per poter pregare, e preghiamo perché non ci abbia mai a mancare questa fede con cui preghiamo; la fede c’inspira la preghiera, la preghiera fatta ci ottiene il rassodamento della fede » (S. AGOSTINO, traci. 36 de Verb. Doni, secundum. Luc.) … Che merito potrà avere la preghiera fatta da chi non conosce più Dio e il Salvator nostro Gesù Cristo? … da chi ha perduto la fede, trascurando la parola di Dio? … « Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvo; ma come invocheranno uno, in cui non hanno creduto? e come crederanno in uno, di cui non hanno sentito parlare? come poi ne sentiranno parlare senza chi predichi? » (Rom., X, 13, 14) Ci vuole la carità verso Dio… cioè bisogna essere in grazia di Dio: … è la grazia di Dio che dà la forma sovrannaturale alle nostre opere buone e comunica loro un merito eterno … Solo «le preghiere dei santi» esalano come profumi dalle coppe d’oro tenute in mano dagli angeli del cielo (Apoc, V, 8):… « la preghiera senza la grazia santificante non è meritoria, come non sarebbe meritorio qualsiasi altro atto virtuoso » (S. TH., 2a 2æ, q. 83, a. 15). – Ci vuole umiltà, riconoscendo la nostra miseria e l’immenso bisogno che abbiamo del divino aiuto … Dio è gelosissimo della sua gloria: … dà a noi tutt’i beni, dà a noi se stesso, ma vuole riserbata unicamente a se la gloria:… «Non ad altri darò la gloria mia » (ISA., XLII, 8; XLVIII, 10) … Che merito potrà avere la preghiera del superbo che ruba a Dio la gloria? …Preghiera abbominevole sarebbe, perché « ogni uomo arrogante e superbo è in abbominio presso Dio » (Prov., XVI, 5), e di sette cose che Dio detesta, mette per prima la superbia (Prov., VI, 17; Eccli., X, 7; XI, 32) …

b) PERCHÈ LA PREGHIERA SIA IMPETRATIVA. — Perché la preghiera ci ottenga di diritto, secondo l’indefettibile promessa del Redentore, ciò che domandiamo, occorre anzitutto che abbia tutte le condizioni volute per essere meritoria … A rigore di giustizia meriterebbero dunque soltanto d’essere esaudite le preghiere fatte in grazia di Dio: … nondimeno Dio per pura sua misericordia esaudisce anche le preghiere del peccatore, purché siano fatte con fede e umiltà e purché adempiano alle altre condizioni che si richiedono per ottenere d’essere esauditi da Dio. Se vogliamo essere esauditi da Dio, oltre alle condizioni richieste perché la preghiera nostra sia meritoria, demanderemo cose necessarie per la vita eterna… la gloria di Dio,… la .sua santa grazia,.., la perseveranza finale; … domanderemo le cose temporali, solo in quanto ci siano utili alla vita eterna,… ma di questa utilità lasceremo giudice Dio:… «La misericordia di Dio talora esaudisce e talora non esaudisce le suppliche fattegli per le necessità di questa vita; ciò che all’infermo sia utile, lo conosce meglio il medico che l’ammalato » (S. AGOSTINO, sent. 212);… ma anche quando Dio nella sua misericordia non ci concede quel che a noi pareva un bene e sarebbe stato un male, ci accorda in sua vece un benefizio maggiore che apprezzeremo a suo tempo … Può accadere che Dio non ci esaudisca quando gli domandiamo una cosa evidentemente utile alla nostra salute eterna, p. es. la vittoria d’una tentazione, il compimento d’un’opera buona;., in tali casi, Dio differisce semplicemente di esaudirci per farci procurare dei meriti maggiori e per concederci poi la grazia con maggior abbondanza, … o non ci esaudisce per colpa nostra, che spesso pretendiamo tutto da Dio senza mettere tutto l’impegno e tutto l’ardore nel fare il bene … Se vogliamo che il Signore benedica i nostri passi nella via della perfezione, dobbiamo pregare come se tutto dipendesse da Lui, dobbiamo lavorare come se tutto dipendesse da noi … Molte grazie il Signore suole concedere soltanto dopo molte istanze: … le avremo, se persevereremo nella preghiera; e non le avremo, se non persevereremo … perseveriamo nel pregare:… e saremo certo esauditi … «Dio vuol essere pregato, vuol essere costretto, vuol essere vinto con una certa qual importunità, e perciò ti dice che il regno dei cieli si toglie a viva forza e si rapisce con la violenza. Sii dunque assiduo nella preghiera, sii importuno: guardati dallo scoraggiamento. Se Dio da te pregato finge di non udirti, ricorri alla rapina per impossessarti del regno dei cieli, ricorri alla violenza per sforzar la stessa porta del cielo. Buona violenza è questa, per cui Dio non s’offende, ma si placa; non si danneggia il prossimo, ma s’aiuta; non si fa peccato, ma si cancella » (S. GREGORIO, in Ps. 6). – S’avverta finalmente che, se abbiam l’obbligo di pregar per tutti, e se la preghiera fatta per altri procura meriti a chi la fa, specialmente quand’è fatta per i nemici, il Signore ha promesso soltanto d’esaudire le preghiere fatte per nostro vantaggio (JOAN., 16, 23); … Egli vuole che si preghi da tutti, e che nessuno se ne dispensi con la scusa che altri prega per lui … L’uomo non può acquistar per altri il merito della vita eterna, quindi neppur quello che s’appartiene alla vita eterna: « accade perciò talvolta che la preghiera fatta per altri, anche fatta piamente e perseverantemente e di cose appartenenti alla salvezza, non riesca ad impetrare, a cagione dell’impedimento frapposto da colui per il quale si prega » (S. TH., 2a 2æ, q. 83, a. 7)

c) PERCHÈ LA PREGHIERA SIA PER NOI UNA REFEZIONE SPIRITUALE, non basta che sia fatta con intenzione santa e che abbia tutte le altre condizioni accennate fin qui: occorre inoltre l’attenzione della mente … «Di tre sorta è l’attenzione che si può adoperare nella preghiera: la prima, superficiale, per cui si bada a non errare nelle parole, la seconda, letterale, per cui si bada al senso delle parole; la terza, spirituale, per cui si bada al fine dell’orazione, cioè a Dio e alla cosa per cui si prega: e quest’attenzione è la più necessaria, e la possono avere anche gli analfabeti… Ma la mente umana per l’infermità della natura non può starsene lungo tempo in alto, poiché l’anima è tratta in basso dal peso dell’umana infermità; e perciò accade che quando la mente di chi prega sale a Dio con la contemplazione, ben presto rimane divagata per qualche debolezza… Anche i santi, quando pregano, soffrono distrazioni» (S. TH., 2a 2æ, q. 93, a. 13)… Ed è un gran santo, un angelico santo, quello che così parla! Dunque, con tutta la nostra buona volontà, delle distrazioni ne avremo anche noi: … il merito della preghiera ci sarà sempre, se le distrazioni non sono volontarie, ma il terzo frutto della preghiera, il cibo dell’anima, non possiamo gustarlo… Ebbene, sta a noi aumentare in compenso il merito della povera nostra preghiera, accompagnandola con molti sentimenti d’umiltà inspirati dalla miseria in cui ci troviamo di non riuscire neppur a recitare un Pater senza distrazioni… « Ciò che ti manca di fervore, suppliscilo con l’umile riconoscimento della tua miseria » (S. BERNARDO, de inter. domo, 37); … piace di più al Signore una preghiera fatta in mezzo alle distrazioni, ma poi sanata con un atto, anzi con frequenti atti d’umiltà, che non una preghiera fatta in mezzo all’estasi, ma poi guastata e rovinata da un atto di superbia … E poiché a noi non è dato il dono della contemplazione, cerchiamo altrove il pascolo dell’anima: … cerchiamolo nella parola di Dio, … nella meditazione, … nelle buone letture, … soprattutto nel sacramento dell’Eucaristia … – Nello stesso tempo continueremo con ogni fedeltà, anche fra le distrazioni e le aridità di spirito, nella recita delle nostre preghiere, le quali saranno tanto più accette a Dio, quanto più ci sentiremo tristi e abbattuti nel farle…

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI SCISMATICI ERETICI DI TORNO: “QUARTUS SUPRA”

S. S. PIO IX

Quartus supra

Questa lettera enciclica, scritta per gli eventi che coinvolsero alcune chiese armene scismatiche in Costantinopoli, in particolare per ciò che riguarda la elezione dei Vescovi e dei Patriarchi, assume oggi un significato particolarmente pregnante e pieno di luce nel valutare una serie di gruppuscoli e “chiesuole” scismatiche, compresa quella del satanico “novus ordo” del c. d. Vaticano II, tutte entità spurie che rivendicano il titolo di cattoliche, ma che in realtà sono innanzitutto scismatiche, senza contare poi gli errori dottrinali ed eresie varie a sostegno dei loro deliranti motivi di divergenza dalla Sede Apostolica, approfittandosi, tra l’altro, dell’esilio al quale è costretta, e del favore di tutto l’apparato mediatico dell’indotto gnostico-massonico. S. S. Pio IX ci offre subito una prima stoccata agli scismatici di ogni tempo e luogo con il dire essere impossibile: “… che qualcuno possa affermare la propria fede e asserire di essere veramente Cattolico, se non partecipa di questa Sede Apostolica”. Subito dopo ci ricorda dei principi dottrinali elementari, che oggi tutti fingono di disconoscere, dagli apostati “novus-ordisti”, ai  bifronti “lefebvriani” eredi e mentori dei loro atavici: “cavaliere kadosh” e “figlioccio spirituale”, dai tesisti del falso vescovo domenicano a-scolastico e anti-aquinate, agli eretici fineeyisti, ai sedevacantisti liberi pensatori e liberi dottrinalisti a-dottrinali, canonisti “Cicero pro domo sua”, etc.  etc. :  “ … a questa Sede Apostolica, per il suo particolarissimo primato, tutta la Chiesa, ossia i fedeli, ovunque si trovino, devono aderire, e chiunque abbandona la Cattedra di Pietro sulla quale è fondata la Chiesa, soltanto falsamente può affermare di appartenere alla Chiesa. Pertanto è già scismatico e peccatore colui che colloca un’altra cattedra in contrapposizione all’unica Cattedra del Beato Pietro, dalla quale promanano, verso tutti, i diritti di una veneranda comunione”. Maggior chiarezza non è possibile in un giudizio così diretto ed esplicito. E leggiamo poi: “… e veramente vogliono sovvertire il Vangelo di Cristo coloro che si sforzano di rimuovere il fondamento che lo stesso Cristo Dio ha posto alla sua Chiesa; negano o vanificano la cura universale di pascere le pecore e gli agnelli che nel Vangelo fu affidata a Pietro”. Nella lettera, oltre ai fatti storici riportati, ci sono numerosi riferimenti scritturali e patristici che ci illuminano compiutamente sulle argomentazioni dottrinali addotte. Si tratta di una miniera di pietre preziose e gemme spirituali da cui attingere avidamente per comprendere quale sia la  unica vera via da seguire nel conseguimento della eterna salute: approfittiamone tutti! L’Enciclica è lunga e richiede molta attenzione, ma val la pena approfondirla, magari con calma e con riletture ripetute.

Quartus supra vigesimus elapsus iam annus est …

1. È già trascorso il ventiquattresimo anno da quando, ricorrendo i sacri giorni in cui il nuovo astro sorse in Oriente per illuminare le genti, inviammo una Nostra lettera Apostolica agli Orientali per confermare nella fede i Cattolici e per richiamare all’unico ovile di Cristo coloro che miseramente si trovano fuori della Chiesa Cattolica. Ci sorrideva la lieta speranza che, con l’aiuto di Dio e del Salvatore nostro Gesù Cristo, la purezza della fede cristiana si sarebbe diffusa sempre più largamente e sarebbe rifiorito in Oriente l’impegno per la disciplina ecclesiastica, alla ricomposizione ed al ristabilimento della quale a norma dei sacri canoni avevamo promesso di non fare mancare la Nostra autorità. Dio sa quanta sollecitudine abbiamo sempre avuto da quel tempo verso gli Orientali e con quanto affetto e carità li abbiamo seguiti: quello che in verità abbiamo compiuto a questo fine tutti lo sanno, e Dio volesse che tutti lo comprendessero. In realtà, per l’imperscrutabile disegno di Dio avvenne che per nulla gli avvenimenti rispondessero all’aspettativa e alle Nostre sollecitudini; e non solo non dobbiamo rallegrarci, ma invece gemere e dolerci per una nuova calamità che affligge alcune Chiese degli Orientali.

2. Quello che l’Autore e perfezionatore della nostra fede, Gesù Cristo, già aveva predetto (Mt 24,5), cioè che molti sarebbero venuti in suo nome ad affermare “Io sono il Cristo“, seducendo molti, voi al presente siete costretti a patirlo e a sperimentarlo. Infatti il comune nemico del genere umano, eccitando da tre anni un nuovo scisma fra gli Armeni nella città di Costantinopoli, impiega ogni sforzo per sovvertire la fede, travisare la verità, spezzare l’unità utilizzando la sapienza mondana, argomenti ereticali, le sottigliezze dell’astuzia e della frode, e perfino la violenza. San Cipriano, deplorando tale simulazione e tale dolo e nello stesso tempo denunciandoli, diceva : “Rapisce gli uomini dalla stessa Chiesa e mentre sembra loro di essersi avvicinati alla luce e di essere sfuggiti alla notte del mondo, infonde in loro, ignari, nuove tenebre, in modo che non stando con il vangelo, con la sua legge e la sua osservanza, si chiamano cristiani, credono di possedere la luce e invece camminano nelle tenebre, sotto le blandizie e l’inganno dell’avversario, il quale, secondo l’espressione dell’Apostolo, si trasfigura in angelo di luce (2Cor XI, 14), e veste i suoi collaboratori come ministri di giustizia, confondendo la notte con il giorno, la perdizione con la salvezza, la disperazione sotto la maschera della speranza, la perfidia camuffata come fede, l’anticristo sotto il nome di Cristo: così, mentre mentiscono presentando con sottigliezze cose verosimili, tradiscono la verità“.

3. Sebbene l’inizio di questo nuovo scisma fosse avvolto, come si suole, in molte ambiguità, Noi tuttavia presentando la sua malvagità e i suoi pericoli, subito, secondo il Nostro dovere, Ci siamo opposti con Lettere Apostoliche: una del 24 febbraio 1870, che comincia con le parole Non sine gravissimo, l’altra del 20 maggio dello stesso anno che inizia Quo impensiore. In verità la cosa andò così avanti che gli autori e i seguaci dello stesso scisma, disprezzando le esortazioni, i moniti e le censure di questa Sede Apostolica, non esitarono ad eleggersi uno pseudo Patriarca. Noi dichiarammo con la Nostra lettera “Ubi prima” dell’11 marzo 1871 che quella elezione era del tutto invalida e scismatica, e che l’eletto e i suoi elettori erano incorsi nelle censure canoniche. In seguito, usurpate violentemente le Chiese dei cattolici, costretto ad uscire dai confini dell’Impero Ottomano il legittimo Patriarca (il Venerabile Fratello Antonio Pietro IX), dopo aver occupato militarmente la stessa sede patriarcale della Cilicia che si trova in Libano, dopo essersi impadroniti anche della prefettura civile, premettero sulla popolazione della cattolica Armenia, sforzandosi di staccarla completamente dalla comunione e dalla obbedienza alla Sede Apostolica. E perché questo avvenga, molto si dà da fare fra i sacerdoti Neoscismatici quel Giovanni Kupelian che già in precedenza eccitava le popolazioni per favorire lo scisma nella città di Diyarbekir, o Amida, e che il Venerabile Fratello Nicola, Arcivescovo di Marcianopoli, Delegato Apostolico in Mesopotamia e in altre regioni, con la Nostra autorità, pubblicamente e nominativamente aveva scomunicato e dichiarato separato dalla Chiesa Cattolica. Egli, infatti, dopo avere ricevuto la sacrilega consacrazione episcopale dallo pseudo Patriarca, ed essersi impadronito del potere, ebbe la presunzione e si sforzò di sottomettere al proprio potere i cattolici di rito armeno, sia con la persuasione, sia con minacce fatte pubblicamente. Se questo avvenisse, i cattolici ritornerebbero completamente a quella miserrima condizione che 42 anni prima avevano subito, allorché erano stati soggetti al potere del vecchio rito scismatico.

4. Noi non abbiamo lasciato nulla di intentato affinché, secondo la prassi dei Nostri Predecessori – dei quali gli illustri Vescovi e Padri delle Chiese Orientali in simili circostanze di tempo e di eventi implorarono sempre l’autorità, il patrocinio e l’aiuto – potessimo allontanare da voi tanti mali. Alla fine abbiamo mandato costà un Nostro legato straordinario e – per non apparire di avere tralasciato qualche cosa – Ci siamo rivolti recentemente allo stesso eccelso Imperatore Ottomano con una particolare Nostra lettera, pregandolo che, attraverso la giustizia, venissero risarciti i danni inferti ai cattolici Armeni, e venisse restituito al suo gregge l’esule Pastore. Ma affinché non venisse data risposta alle Nostre suppliche si opposero con le loro arti astute taluni che, mentre si dichiarano cattolici, in realtà sono nemici della croce di Cristo.

5. Evidentemente la cosa è giunta a tal punto da temere considerevolmente che gli autori e i seguaci del nuovo scisma avanzino verso il peggio e possano condurre sulla via della perdizione, seducendoli per mezzo di ciò che è stato loro preposto, i più deboli nella fede o gli incauti, sia fra gli Armeni, sia fra i Cattolici di altri riti. Pertanto siamo costretti dal Nostro stesso carisma di ministero a rivolgerci ancora a Voi e, dissipando le tenebre e la molta caligine con la quale sappiamo venire manipolata la verità, ammonirvi tutti affinché si confermino coloro che sono saldi, siano sostenuti i vacillanti e con l’aiuto di Dio siano richiamati sulla buona strada anche quelli che miseramente si sono allontanati dalla verità e dall’unità cattolica, se vorranno ascoltare ciò che con tanta insistenza chiediamo a Dio.

6. La frode più usata per ottenere il nuovo scisma è il nome di cattolico, che gli autori e i loro seguaci assumono ed usurpano malgrado siano stati ripresi dalla Nostra autorità e condannati con Nostra sentenza. Fu sempre cosa importante per eretici e scismatici dichiararsi cattolici e dirlo pubblicamente, gloriandosene, per indurre in errore popoli e Principi. E questo lo attestò tra gli altri il Presbitero San Girolamo : “Sono soliti gli eretici dire al loro Re o al loro Faraone: siamo figli di quei sapienti che fin dall’inizio ci tramandarono la dottrina degli Apostoli; siamo figli di quegli antichi re che si chiamano i re dei Filosofi e abbiamo unito la scienza delle Scritture con la sapienza del mondo“.

7. Per dimostrarsi cattolici, i Neoscismatici si richiamano a quella che essi definiscono dichiarazione di fede da loro pubblicata il 6 febbraio 1870: vanno predicando che essa non dissente per nulla dalla fede cattolica. Ma in verità a nessuno è mai stato lecito proclamarsi cattolico dopo avere a proprio arbitrio proclamate le formule della fede nelle quali si è reticenti su quegli articoli che non si vogliono professare. Essi invece dovrebbero sottoscrivere tutte quelle verità che vengono proposte dalla Chiesa, come attesta la storia ecclesiastica di tutti i tempi.

8. Che fosse subdola e capziosa la formula di fede da essi pubblicata è confermato anche dal fatto che avevano respinto la dichiarazione o professione di fede proposta ritualmente dalla Nostra autorità, e che il Venerabile Fratello Antonio Giuseppe, Arcivescovo di Tiane, Delegato Apostolico a Costantinopoli, aveva ordinato loro di sottoscrivere con lettera monitoria, ad essi inviata il 29 settembre dello stesso anno. È alieno sia dal divino ordinamento della Chiesa, sia dalla sua perpetua e costante tradizione, che qualcuno possa affermare la propria fede e asserire di essere veramente cattolico, se non partecipa di questa Sede Apostolica. A questa Sede Apostolica, per il suo particolarissimo primato, tutta la Chiesa, ossia i fedeli, ovunque si trovino, devono aderire, e chiunque abbandona la Cattedra di Pietro sulla quale è fondata la Chiesa, soltanto falsamente può affermare di appartenere alla Chiesa. Pertanto è già scismatico e peccatore colui che colloca un’altra cattedra in contrapposizione all’unica Cattedra del Beato Pietro, dalla quale promanano, verso tutti, i diritti di una veneranda comunione.

9. Certamente, tutto questo non era sconosciuto ai preclarissimi Vescovi delle Chiese Orientali. Infatti, nel Concilio di Costantinopoli celebrato nell’anno 536, Menna, Vescovo di quella città apertamente dichiarava ai Padri, che approvavano: “Noi, come la vostra carità già conosce, seguiamo la Sede Apostolica e le obbediamo; riconosciamo in comunione con essa i suoi membri che l’approvano, mentre condanniamo coloro che essa condanna“. Ancora più apertamente ed espressamente San Massimo, Abate di Crisopoli e confessore della fede, parlando di Pirro Monotelita dichiarava: “Se non vuole essere eretico e non vuole sentirselo dire, non si metta dalla parte di questo o di quello: ciò è inutile e irragionevole perché se c’è uno che si scandalizza di lui, tutti sono scandalizzati, e se uno è appagato, tutti senza dubbio sono appagati. Quindi si affretti ad accordarsi su tutto con la Sede Romana. Una volta accordatosi con essa, tutti insieme e ovunque lo riterranno pio e ortodosso. Infatti parla inutilmente chi crede che una persona siffatta debba essere persuasa e sottratta al castigo da me; egli non dà garanzie e implora il beatissimo Papa della santissima Chiesa dei Romani, cioè la Sede Apostolica, la quale dallo stesso Verbo di Dio incarnato, ma anche da tutti i santi Sinodi, secondo i sacri canoni ricevette e detiene il governo, l’autorità e il potere di legare e di sciogliere in tutto e su tutto, quanto si riferisce alle sante Chiese di Dio che esistono su tutta la terra“. Perciò Giovanni, Vescovo di Costantinopoli, dichiarava ciò che poi avvenne nell’ottavo Concilio Ecumenico, cioè “che i separati dalla comunione della Chiesa Cattolica, cioè coloro che non sono in accordo con la Sede Apostolica, non dovevano essere nominati nella celebrazione dei Sacri Misteri“; con ciò si significava palesemente che essi non venivano riconosciuti come veri Cattolici. – Tutto questo è di tale importanza che chiunque sia stato indicato come scismatico dal Pontefice Romano, finché non ammetta espressamente e rispetti la sua potestà, debba cessare di usurpare in qualsiasi modo il nome di cattolico.

10.  Tutto questo non può minimamente giovare ai Neoscismatici che, seguendo le vestigia degli eretici più recenti, giunsero al punto di protestare che era ingiusta e quindi di nessun conto e valore quella sentenza di scisma e di scomunica comminata contro di essi in Nostro nome dal Venerabile Fratello l’Arcivescovo di Tiane, Delegato Apostolico nella città di Costantinopoli; dissero che non potevano accettarla per evitare che i fedeli, rimasti privi del loro ministero, passassero agli eretici. Queste ragioni sono del tutto nuove e sconosciute agli antichi Padri della Chiesa, e inaudite. Infatti, “tutta la Chiesa diffusa per il mondo – in quanto legata alle decisioni di qualsiasi Pontefice – sa che la Sede del Beato Apostolo Pietro ha il diritto di sciogliere, così come ha il diritto di giudicare su qualsiasi chiesa, mentre a nessuno è lecito intervenire su una sua decisione” . Per questo avendo gli eretici giansenisti osato insegnare simili affermazioni, cioè che non si deve tenere conto di una scomunica inflitta da un legittimo Prelato con il pretesto che è ingiusta, certi di adempiere, nonostante quella il proprio dovere – come dicevano –, il Nostro Predecessore Clemente XI di felice memoria, nella Costituzione Unigenitus pubblicata contro gli errori di Quesnel, proscrisse e condannò tali proposizioni, per niente diverse da alcuni articoli di Giovanni Wicleff, già condannati in precedenza dal Concilio di Costanza e da Martino V. Infatti, sebbene possa avvenire che per l’umana incapacità qualcuno possa essere colpito ingiustamente di censure dal proprio Prelato, è tuttavia necessario – come ha ammonito il Nostro Predecessore San Gregorio Magno – “che colui che è sotto la guida del proprio Pastore abbia il salutare timore di essere sempre vincolato, anche se ingiustamente colpito, e non riprenda temerariamente il giudizio del proprio Superiore, affinché la colpa che non esisteva non diventi arroganza a causa dello scottante richiamo“. Se poi ci si deve preoccupare di uno condannato ingiustamente dal suo Pastore, che cosa non dovremo dire, però, di coloro che, ribelli al loro Pastore e a questa Sede Apostolica, lacerarono e fanno a pezzi con il nuovo scisma l’inconsutile veste di Cristo, cioè la Chiesa?

11. La carità, che specialmente i sacerdoti devono avere verso i fedeli, deve provenire “da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sicura“, come ammonisce l’Apostolo (1Tm 1,5) che, richiamando le qualità per le quali dobbiamo mostrarci come ministri di Dio, aggiungeva: “in carità sincera, nella parola della verità” (2Cor VI, 6). Anzi, lo stesso Cristo, il Dio che è amore (1Gv IV, 8), dichiarò apertamente di considerare come un pagano o un pubblicano chi non avrà ascoltato la Chiesa (Mt XVIII, 17). D’altronde il Nostro Predecessore San Gelasio così rispondeva ad Eufemio, Vescovo di Costantinopoli, che proponeva tesi analoghe: “Il gregge deve seguire il Pastore, quando lo richiama a pascoli salutari, e non il Pastore il gregge, quando questo va errando fuori strada“. Infatti “il popolo deve essere istruito non seguito: e noi, se quelli non sono informati, dobbiamo istruirli su ciò che è lecito o non lecito, e non dare loro il nostro consenso” .

12. Ma, affermano i Neoscismatici, non si è trattato di dogmi, ma di disciplina a questa infatti si riferisce la Nostra Costituzione Reversurus pubblicata il 12 luglio 1867; quindi a coloro che la contestano non possono non essere negati il nome e le prerogative di Cattolici: e Noi non dubitiamo che a voi non sfuggirà quanto sia futile e vano questo sotterfugio. Infatti, tutti coloro che ostinatamente resistono ai legittimi Prelati della Chiesa, specialmente al sommo Pastore di tutti, e si rifiutano di eseguire i loro ordini, non riconoscendo la loro dignità, dalla Chiesa Cattolica sono sempre stati ritenuti scismatici. Per quanto hanno fatto i sostenitori della fazione Armena di Costantinopoli, nessuno potrà ritenerli immuni dal reato di scisma, anche se non sono stati condannati come tali dall’autorità apostolica. La Chiesa, come hanno insegnato di Padri è un popolo riunito con un sacerdote; è un gregge che aderisce al suo Pastore: perciò il Vescovo è nella Chiesa, e la Chiesa nel Vescovo, e chi non è con il Vescovo, non è nella Chiesa. Del resto, come ammoniva il Nostro Predecessore Pio VI nella lettera Apostolica con cui condannò in Francia la costituzione civile del Clero, spesso la disciplina aderisce talmente al dogma e influisce a tal punto sulla conservazione della sua purezza che i sacri Concilii in moltissimi casi non hanno dubitato di separare con anatemi dalla comunione della Chiesa i violatori della disciplina.

13. Questi Neoscismatici sono andati veramente oltre dal momento che vanno dicendo che “nessuno scisma è per se stesso un’eresia, tale da essere visto rettamente come allontanamento dalla Chiesa” . Infatti non si sono fatti scrupolo di accusare la Sede Apostolica come se, oltrepassando i limiti della Nostra potestà, avessimo avuto la presunzione di porre mano alla falce in campo altrui, pubblicando alcune norme di disciplina da osservarsi nel patriarcato Armeno; come se le Chiese degli Orientali dovessero osservare con Noi la sola comunione e unità di fede, e non fossero sottomesse alla potestà apostolica del Beato Pietro in tutte le materie che riguardano la disciplina. Inoltre, siffatta dottrina non solo è eretica dopo che sono state deliberate dal Concilio Ecumenico Vaticano la definizione e la proclamazione del potere e della natura del primato pontificio, ma anche perché come tale l’ha sempre ritenuta e condannata la Chiesa Cattolica. Fin d’allora i Vescovi del Concilio Ecumenico di Calcedonia professarono chiaramente nei loro Atti la suprema autorità della Sede Apostolica, e richiedevano umilmente dal Nostro Predecessore San Leone la conferma e la validità dei loro decreti, anche di quelli che riguardavano la disciplina.

14. E in realtà il successore del Beato Pietro , per il fatto stesso che per successione tiene il posto di Pietro, vede assegnato a sé per diritto divino tutto il gregge di Cristo, avendo ricevuto assieme all’Episcopato il potere del governo universale, mentre agli altri Vescovi viene assegnata una particolare porzione del gregge, non per diritto divino, ma per diritto ecclesiastico, non per bocca di Cristo, ma per l’ordinamento gerarchico onde poter esercitare in esso una ordinaria potestà di governo. Se la suprema autorità dell’assegnazione venisse tolta a San Pietro e ai suoi successori, prima di tutto vacillerebbero le stesse fondamenta delle principali Chiese e le loro prerogative. “Se Cristo volle che ci fosse qualcosa in comune fra Pietro e gli altri pastori, non concesse mai alcunché se non per mezzo di lui“. “Infatti fu lui che onorò la sede di Alessandria, inviandovi [Marco] l’Evangelista, suo discepolo; fu lui che affermò la sede di Antiochia, dove rimase per sette anni prima di partire per Roma“. E per tutto ciò che fu decretato nel Concilio di Calcedonia a proposito della sede di Costantinopoli, fu assolutamente necessaria l’approvazione della Sede Apostolica. Lo dichiararono apertamente lo stesso Anatolio, Vescovo di Costantinopoli , e anche l’Imperatore Marciano.

[Gli Atti di Pio IX omettono il paragrafo 15 che, secondo la successione aritmetica, dovrebbe trovarsi a questo punto della presente Enciclica].

16. Senza dubbio, dunque, i Neoscismatici, anche se a parole proclamano di essere cattolici – a meno che non si receda del tutto dalla costante e ininterrotta tradizione della Chiesa, confermata largamente dalla testimonianza dei Padri – non potranno mai persuadersi di esserlo realmente. E se non fosse abbastanza nota e provata la sottigliezza astuta delle falsità ereticali, non si potrebbe comprendere come il Governo Ottomano li possa ancora considerare cattolici, pur sapendo che essi sono già separati dalla Chiesa Cattolica per Nostro giudizio e con la Nostra autorità. E come la Religione Cattolica gode di sicurezza e libertà nell’Impero Ottomano, come è stato garantito dai decreti dell’eccelso Imperatore, così è necessario che le siano accordati tutti quei riconoscimenti che spettano all’essenza della religione stessa, quale il primato di giurisdizione del Romano Pontefice, e che sia lasciato al suo giudizio di universale e supremo Capo e Pastore lo stabilire chi siano i cattolici e chi no; il che è accettato dovunque e da tutte le genti, presso qualsiasi umana e privata società.

17. Questi Neoscismatici asseriscono di non opporsi per nulla alle istituzioni della Chiesa, ma soltanto che essi combattono per difendere i diritti delle loro Chiese e della loro nazione, anzi del loro stesso Sovrano, che fantasiosamente dichiarano essere stati da Noi violati. E su questo punto non esitano a rigettare su di Noi e sulla Sede Apostolica ogni causa dell’odierno turbamento, come già accadde da parte degli Scismatici Acaciani contro San Gelasio, Nostro Predecessore , e prima ancora da parte degli Ariani che calunniavano il Papa Liberio, pure Nostro Predecessore, presso l’Imperatore Costantino, perché egli si rifiutava di condannare Sant’Atanasio, Vescovo di Alessandria, e di mettersi in comunione con quegli eretici . E di questo ognuno può dolersi, ma non meravigliarsi! Così infatti scriveva in proposito il santissimo Pontefice Gelasio all’Imperatore Anastasio: “Spesso questa categoria di malati ha la pretesa di accusare i medici che li vogliono riportare alla salute con giuste prescrizioni, piuttosto che consentire di abbandonare e riprovare i propri nocivi appetiti“. – Pertanto, essendo queste le principali argomentazioni con le quali i Neoscismatici si attirano il favore e si procurano il patrocinio dei potenti, anche se al servizio di una così pessima causa, è necessario da parte Nostra agire più energicamente della semplice ripulsa di codeste calunnie, affinché i fedeli non vengano indotti in errore.

18. Non vogliamo certamente ricordare qui a quale situazione erano giunte le condizioni delle Chiese Cattoliche che si erano formate in tutto l’Oriente dopo che era prevalso lo scisma e per castigo di Dio fu spezzata l’unità della sua Chiesa e fu abbattuto l’impero dei Greci. Neppure osiamo ricordare quanto faticassero i Nostri Predecessori, appena fu loro permesso, per riportare le pecore disperse all’unico e vero gregge di Cristo Signore. E sebbene i frutti nel loro complesso non abbian corrisposto alla fatica compiuta, tuttavia, per misericordia di Dio, numerose Chiese di diversi riti sono ritornate alla verità e all’unità cattolica; e la Sede Apostolica accogliendole fra le braccia come bambini appena nati, provvide sollecitamente a riconfermarle nella vera fede cattolica e a conservarle immuni da ogni macchia ereticale.

19. Pertanto, quando fu riferito che in Oriente venivano sparsi falsi dogmi di qualche setta già condannata dalla Sede Apostolica, specialmente quelli che tendevano a deprimere il primato pontificio di giurisdizione, allora il Papa Pio VII, di felice memoria, molto turbato dalla gravità del pericolo, subito stabilì che si doveva provvedere affinché per sterili tortuosità e ambiguità di discussioni non venisse meno negli animi dei fedeli cristiani l’autentico significato delle parole trasmesso dagli antichi. Per questa ragione ordinò di inviare ai Patriarchi e ai Vescovi Orientali l’antica formula del Nostro Predecessore Sant’Ormisda, e contemporaneamente ordinò che i singoli Vescovi, su tutto il territorio della loro giurisdizione, come pure il clero, sia secolare, sia regolare in cura d’anime, sottoscrivessero la professione di fede prescritta da Urbano VIII per gli Orientali qualora non vi avessero provveduto prima, e che la stessa professione di fede fosse sottoscritta da coloro che venivano iniziati agli ordini ecclesiastici, oppure che venivano promossi a qualunque sacro ministero.

20. Inoltre, non molto tempo dopo, cioè nell’anno 1806, presso il monastero di Carcafe, nella diocesi di Beirut, fu convocato un Sinodo denominato Antiocheno, il quale sosteneva molte affermazioni che erano state tratte tacitamente e con l’inganno dal già condannato Sinodo di Pistoia, e inoltre alcune proposizioni dello stesso Sinodo di Pistoia condannate dalla Santa Sede Romana in parte ad litteram e altre come insinuate ambiguamente, e ancora altre, in odore di Baianismo e Giansenismo, contrarie al potere ecclesiastico, che turbavano l’ordinamento della Chiesa, e contrarie alla sana e consolidata dottrina della Chiesa. Tale Sinodo di Carcafe, pubblicato in caratteri arabici nell’anno 1810 senza avere consultato la Sede Apostolica, e contestato con molte critiche dai Vescovi, fu infine disapprovato e condannato con una particolare lettera apostolica dal Nostro Predecessore Gregorio XVI di felice memoria, che ordinò ai Vescovi di attingere la norma di governo e della sana dottrina dagli antichi Sinodi approvati dalla Sede Apostolica. E fossero cessati gli errori dei quali brulicava quel Sinodo già condannato! Tali malvagie dottrine non cessarono di serpeggiare di nascosto per l’Oriente, aspettando l’occasione di manifestarsi apertamente: e quello che prima fu tentato inutilmente per circa 20 anni, i Neoscismatici Armeni ora hanno osato attuare.

21. Veramente, essendo la disciplina il legame della fede, incombeva alla Sede Apostolica l’obbligo d’intervenire per restaurarla. A questo suo gravissimo dovere non venne mai meno, sebbene per le avverse circostanze di tempi e di luoghi poté provvedere soltanto per le necessità contingenti, attendendo frattanto tempi migliori che, con l’aiuto di Dio, talvolta giunsero. Infatti sotto la pressione dei Nostri Predecessori Leone XII e Pio VIII, e con l’aiuto dei sommi Principi di Austria e di Francia, l’eccelso Imperatore Ottomano, venuto a conoscenza della diversa condizione esistente fra Cattolici e scismatici, sottrasse i primi dalla civile potestà di questi ultimi e decretò che i cattolici, a guisa di regione – come si suol dire – avessero un loro Capo o Prefetto civile. Fu permesso prima di tutto che i Vescovi di rito Armeno che godevano di potestà ordinaria, potessero risiedere tranquillamente a Costantinopoli; fu permesso erigere Chiese cattoliche dello stesso rito armeno e professare ed esercitare pubblicamente il culto cattolico. Pertanto il Nostro Predecessore Pio VIII di felice memoria eresse a Costantinopoli la Sede primaziale e arcivescovile degli Armeni , particolarmente sollecito che in essa rifiorisse in modo consono e opportuno la disciplina cattolica.

22. Dopo alcuni anni, appena parve possibile, furono erette da Noi delle Sedi episcopali soggette alla Sede primaziale di Costantinopoli, e allora fu stabilito il metodo da osservare nella elezione dei Vescovi. Poi, affinché la potestà civile cosiddetta del Prefetto non interferisse nelle cose sacre – il che è sempre stato contrario alle leggi della Chiesa Cattolica – fu provveduto dall’autorità dello stesso Imperatore Ottomano con un diploma imperiale del 7 aprile 1857 indirizzato al Venerabile Fratello Antonio Hassun, che allora era Primate della stessa sede. Allorché poi, su richiesta degli stessi Armeni, abbiamo riunito, con la lettera apostolica Reversurus, la Chiesa primaziale di Costantinopoli (abrogando questo titolo) alla Sede patriarcale della Cilicia, abbiamo ritenuto opportuno, anzi necessario, che alcuni dei più importanti capitoli sulla disciplina venissero sanciti con l’autorità della stessa Costituzione. E con la lettera apostolica che inizia con la parola Commissum, pubblicata il 12 luglio 1867 , abbiamo demandato al Sinodo patriarcale, che abbiamo comandato si celebrasse al più presto, il compito di operare con cura e sollecitudine affinché in tutto il Patriarcato Armeno venisse istituito un accurato ordinamento di disciplina.

23. Per la verità il “nemico” ha ripreso a seminare zizzania a più non posso nella Chiesa Armena di Costantinopoli, essendo stata sollevata da parte di alcuni la questione sulla prefettura civile della comunità Armena, che ritenevano fosse stata eliminata di nascosto dal nuovo Patriarca. Un grave scompiglio fece seguito a questa controversia, e lo stesso Patriarca fu accusato di avere tradito i diritti nazionali per il fatto che aveva accettato la predetta Nostra Costituzione, come si addice ad un Vescovo cattolico; e così appunto contro questa Costituzione cospirarono tutti i progetti, le macchinazioni e le maldicenze dei dissidenti.

24. In questa questione furono incriminati, prima di tutto, i decreti sulla elezione dei sacri Pastori e sull’amministrazione dei beni ecclesiastici; e fu asserito che questi decreti erano contrari ai diritti della loro nazione, anzi, calunniosamente, anche a quelli dello stesso Sovrano. Le cose che Noi abbiamo definito su questi due capitoli, sebbene dovrebbero essere arcinote, tuttavia è bene siano ripetute: infatti è sempre avvenuto ed avviene che molti parlano (Ef IV,17-18) nella frivolezza della loro mente a causa dell’ignoranza che è in loro; altri poi (Pr XXIII, 7) simili a maghi e indovini, apprezzano ciò che non conoscono.

25. Abbiamo stabilito che il Patriarca debba essere eletto dal Sinodo dei Vescovi, escludendo dalla sua elezione i laici e anche tutti i chierici che non sono insigniti del carattere episcopale; abbiamo comandato anche che l’eletto entri nell’esercizio della sua potestà – come si dice, venga intronizzato – soltanto dopo avere ricevuto la lettera della sua conferma dalla Sede Apostolica. In verità, abbiamo stabilito che i Vescovi vengano eletti come segue: tutti i Vescovi della provincia, riuniti in Sinodo, propongono tre idonei ecclesiastici alla Sede Apostolica. Se risultasse impossibile che tutti i Vescovi potessero accedere al Sinodo, la proposta venga fatta da almeno tre Vescovi diocesani riuniti in Sinodo con il Patriarca, con l’obbligo di comunicare per iscritto agli altri Vescovi la terna proposta. Dopo ciò, il Pontefice Romano sceglierà uno dei tre proposti con il compito di presiedere alla Chiesa vacante. Abbiamo anche notificato che non dubitavamo che i Vescovi Ci avrebbero proposto uomini veramente degni e idonei, per non essere costretti Noi o i Nostri Successori, per dovere del Nostro Apostolico ministero, a scegliere una persona non proposta da mettere a capo della Chiesa resasi vacante.

26. Queste disposizioni, in verità, se vengono considerate con animo alieno dagli interessi di parte, vengono travate conformi a quello che è sancito dai Canoni della fede cattolica. Per quanto riguarda l’esclusione dei laici dalla elezione dei sacri Presuli, si deve accuratamente distinguere il diritto di eleggere i Vescovi (affinché non venga portato avanti alcunché contrario alla fede cattolica) dalla facoltà di portare testimonianza riguardo alla vita e ai costumi dei candidati. La prima affermazione si potrebbe riferire alle false opinioni di Lutero e di Calvino che asserivano essere di diritto divino che i Vescovi siano eletti dal popolo. Tutti sanno che questa falsa dottrina è sempre stata condannata dalla Chiesa Cattolica e lo è tuttora; il popolo non ha mai avuto il potere di eleggere i Vescovi o altri sacri ministri, né per diritto divino, né per diritto ecclesiastico.

27. Per la testimonianza del popolo su quello che riguarda la vita e i costumi di coloro che devono essere promossi all’episcopato, “dopo che per la violenza degli Ariani, favoriti dall’Imperatore Costantino, furono cacciati dalle loro sedi i Presuli cattolici e nelle loro sedi furono immessi i seguaci di quelli, come deplora Sant’Atanasio il complesso delle circostanze rese necessaria la presenza del popolo nelle elezioni dei Vescovi per poter difendere nella sua sede quel Vescovo che era stato eletto davanti al suo popolo“. Pertanto codesto costume per un po’ di tempo fu conservato nella Chiesa: però, sorgendo continue discordie, tumulti e altri abusi, fu necessario escludere il popolo dalle elezioni e tralasciare la sua testimonianza e il suo desiderio circa la persona da eleggere. Come infatti avverte San Girolamo : “spesso il giudizio del popolo e del volgo è in errore, e nell’approvare i sacerdoti ciascuno favorisce i propri costumi, in modo che egli ricerca un presbitero che, più che buono, sia simile a lui“.

28. Ciò nonostante, Noi, nello stabilire il metodo della elezione, abbiamo lasciato libera facoltà al Sinodo dei Vescovi di indagare in tutte le più ampie maniere, e come essi volevano, sulle doti dei candidati, chiedendo anche – se lo stimavano opportuno – la testimonianza del popolo. In verità, gli Atti inviati a questa Santa Sede attestano che, anche dopo l’emanazione della Nostra Costituzione, ci fu un’indagine da parte dei Presuli Armeni, quando si trattò di eleggere, tre anni or sono, il Vescovo per le regioni di Sebaste e Tokat. Però questo non lo abbiamo ritenuto opportuno, e neppure ora lo riteniamo conveniente per quanto riguarda l’elezione del Patriarca, sia per l’eminenza della sua dignità, sia perché è preposto a tutti i Vescovi della sua regione, sia perché dagli Atti trasmessi a questa Sede Apostolica risulta che le elezioni dei Patriarchi di qualsiasi rito orientale è stata compiuta dai soli Vescovi, se non quando particolari e straordinarie circostanze richiesero di agire altrimenti, come quando i Cattolici, per difendersi dalla potestà e dalla violenza degli scismatici, ai quali erano soggetti, avendo ricercato un altro Patriarca che proprio per questo si era ritirato dagli scismatici, lo confermarono a testimonianza di una conversione vera e sincera alla fede cattolica, come avvenne anche nella elezione di Abramo Pietro I.

29. Abbiamo rivendicato a questa Sede Apostolica il diritto e il potere di eleggere il Vescovo fra una terna che Ci viene proposta, o anche prescindendo da essa; abbiamo proibito che sia intronizzato il Patriarca eletto, se prima non è stato confermato dal Romano Pontefice: questo è ciò che alcuni sopportano malvolentieri e contestano. Essi Ci pongono davanti le consuetudini e i canoni delle loro Chiese, come se Noi avessimo voluto recedere dalla custodia dei sacri canoni. A queste affermazioni si potrebbe rispondere con quanto scrisse San Gelasio, Nostro Predecessore, che dovette subire una simile calunnia dagli scismatici Acaciani: “Ci oppongono dei canoni, mentre non sanno quello che dicono; si scagliano contro gli stessi canoni, quando si rifiutano di obbedire alla prima Sede, che li richiama a cose rette e sane“. Sono infatti gli stessi Canoni che riconoscono in ogni maniera la divina autorità del Beato Pietro su tutta la Chiesa, e che asseriscono – come è stato detto nel Concilio di Efeso – che Egli fino ad ora e sempre vive nei suoi Successori ed esercita il diritto di giudicare. Giustamente pertanto Stefano, Vescovo di Larissa, poté rispondere risolutamente a coloro che ritenevano che per l’intervento del Romano Pontefice si diminuissero i privilegi delle Chiese della regale città di Costantinopoli: “L’autorità della Sede Apostolica, che da Dio e Salvatore nostro è stata data al capo degli Apostoli, sovrasta a tutti i privilegi delle Sante Chiese: nella sua confessione tutte le Chiese del mondo trovano la pace” .

30. Certamente, se recuperate la storia delle vostre regioni, vi vengono incontro esempi di Pontefici Romani che usarono di questo potere, allorché lo stimarono necessario per la salvezza delle Chiese Orientali. Infatti il Pontefice Romano Agapito con la sua autorità depose Antimo dalla sua Sede di Costantinopoli, e a lui sostituì Menna senza ricorrere ad alcun Sinodo. E Martino I, Nostro Predecessore, affidò il suo potere vicariale per le Regioni Orientali a Giovanni Vescovo di Filadelfia, e “per quella Apostolica Autorità – come disse – che ci è stata data dal Signore attraverso il Santissimo Pietro, Principe degli Apostoli“, comandò al predetto Vescovo di costituire Vescovi, Presbiteri e Diaconi in tutte quelle città che sottostanno alle Sedi sia Gerosolimitana che Antiochena. E se si vuole ricorrere ai tempi più recenti, voi sapete che Mardense, Vescovo degli Armeni, fu eletto e consacrato per disposizione di questa Sede Apostolica, e, infine, che i Nostri Predecessori concedettero ai Patriarchi la cura pastorale della Cilicia, attribuendo ad essi l’amministrazione delle regioni della Mesopotamia, sempre a beneplacito della Santa Sede. Tutto questo è in piena conformità col potere della suprema Sede Romana, che fu sempre riconosciuta, riverita e professata dalla Chiesa degli Armeni, eccettuati i luttuosi tempi dello scisma. Non stupisce che presso i vostri concittadini ancora separati dalla fede cattolica, resti sempre viva l’antica tradizione che quel gran Vescovo e martire (di cui la vostra gente si gloria, meritatamente lo considera l’Illuminatore e San Giovanni Crisostomo lo definì “il sole nascente nelle regioni orientali, il cui splendore giunge con i suoi raggi fino alle Popolazioni della Grecia“), abbia ricevuto la sua potestà dalla Sede Apostolica per raggiungere la quale non esitò ad affrontare – da nulla atterrito – un lungo e difficile viaggio.

31. Quelle vicende – e Dio ne è testimone – sono state a lungo meditate da Noi, tenendo presenti i vecchi e i più recenti avvenimenti. Esse Ci hanno indotto ad adottare questa disposizione, non per suggerimento di qualcuno, ma motu proprio e con sicura conoscenza. Infatti, chiunque comprende facilmente che dalla buona scelta dei Vescovi dipende l’eterna felicità del popolo cristiano e talvolta anche quella temporale. Per questa ragione, in certe particolari circostanze di tempi e di luoghi, si dovette provvedere che ogni potere per la scelta dei sacri Vescovi venisse riservato alla Sede Apostolica. Tuttavia Ci sembrò giusto moderare l’esercizio di tale potere, in modo che rimanesse al Sinodo dei Vescovi la potestà di eleggere il Patriarca, e fosse in loro potere di proporre a Noi, per ogni sede vacante, una terna di nomi di uomini idonei, come fu poi sancito nella succitata Costituzione.

32. Anche in questa vicenda, per stimolare i pigri e per accrescere lo zelo di coloro che già camminano bene, dichiarammo che speravamo sarebbero stati proposti uomini veramente adatti a quell’ufficio, per non essere costretti a porre a capo di una sede vacante un altro non proposto; che si procedesse con cautela era stato stabilito nell’Istruzione da Noi emanata nell’anno 1853. Abbiamo saputo che da queste pur mitissime parole alcuni presero occasione di sospettare che la proposta sinodale dei Vescovi sarebbe stata in futuro illusoria e di nessuna importanza per Noi. Altri, andando oltre, hanno immaginato che in queste parole fosse nascosto il proposito di affidare a Vescovi Latini la cura spirituale degli Armeni. Anche se queste critiche non meriterebbero alcuna risposta poiché le fanno coloro che si smarrirono dietro i loro pensieri e presero timore dove non c’è di che temere, tuttavia abbiamo ritenuto che non si dovesse tacere sul Nostro diritto di fare qualche elezione anche fuori della terna proposta, affinché in futuro nessuno possa costringere la Sede Apostolica ad agire secondo il suo vantaggio. È ben vero che anche col Nostro silenzio il diritto e il dovere della Cattedra del Beatissimo Pietro sarebbero rimasti integri, poiché i diritti e i privilegi che le sono stati conferiti dallo stesso Cristo Dio possono essere sì contestati, ma non possono essere aboliti; e non è in potere di alcun uomo rinunciare ad un diritto divino, quando talvolta, per volontà di Dio, fosse costretto ad esercitarlo.

33. Certamente, nonostante queste leggi siano state rese note agli Armeni da oltre diciannove anni e più volte si siano eletti Vescovi, non è mai capitato fino ad ora che Noi abbiamo usato questo potere, neppure nei tempi più recenti quando, dopo avere emanato la Costituzione Reversurus, avevamo ricevuto la proposta di una terna di nomi, dalla quale non abbiamo potuto scegliere un Vescovo. Allora Noi abbiamo ordinato che da parte del Sinodo dei Vescovi si rinnovasse la terna secondo le leggi già prescritte, per non essere costretti ad eleggere un altro non proposto. Ma questo fu impedito da un nuovo scisma che lacerò la Chiesa degli Armeni. Confidiamo pertanto che nel futuro non vengano tempi così calamitosi per le Chiese Cattoliche Armene, da costringere i Romani Pontefici a collocare al governo di codeste Chiese uomini non proposti dal Sinodo dei Vescovi.

34. Non c’è molto da aggiungere sulla vietata intronizzazione dei Patriarchi prima della conferma di questa Santa Sede. Gli antichi documenti attestano che mai fu ritenuta definitiva e valida l’elezione dei Patriarchi senza l’assenso e la conferma del Romano Pontefice. Anzi è risaputo che fu sempre chiesta questa conferma dagli eletti alle sedi Patriarcali, anche contro l’assenso degli stessi Imperatori. E pur tralasciando altri nomi in questa cosa arcinota, ricorderemo che il Vescovo di Costantinopoli, Anatolio, uomo non certamente molto benevolo verso la Santa Sede, e lo stesso Fozio, principale autore dello scisma greco, chiesero con insistenza che le loro elezioni venissero confermate dall’assenso del Romano Pontefice, utilizzando anche la mediazione degli Imperatori Teodosio, Michele e Basilio. I Padri del Concilio di Calcedonia vollero che restasse nella sua sede il Vescovo di Antiochia, Massimo, nonostante avessero dichiarato invalidi tutti gli Atti del brigantesco Sinodo Efesino nel quale egli era stato sostituito a Domno, per il fatto che “il santo e beatissimo Papa, che aveva confermato l’episcopato del santo e venerabile Massimo, come Vescovo di Antiochia, con questo dimostrava chiaramente e giustamente di approvare i suoi meriti“.

35. Se poi si tratta dei Patriarchi delle altre Chiese che, rigettato lo scisma, in questi tempi recenti sono tornati all’unità cattolica, non troverete nessuno di loro che non abbia chiesto la conferma della sua elezione al Romano Pontefice: e tutti furono confermati con lettere particolari, con le quali erano posti a capo delle loro Chiese. Accadde anche che i Patriarchi eletti usarono del loro potere anche prima della conferma del Sommo Pontefice, ma ciò avvenne per tolleranza della Sede Apostolica, data la lontananza delle loro regioni e in considerazione dei pericoli che si potevano incontrare nei viaggi, nonché, molto spesso, per la prepotenza che minacciava guai da parte degli scismatici dello stesso rito. Ciò fu concesso anche in Occidente a coloro che erano molto distanti, e sempre per le necessità e l’utilità delle loro Chiese. Ma è giusto osservare che ora queste cause sono cessate, e sono state eliminate le difficoltà dei viaggi, dopo che i Cattolici furono sottratti, per concessione del Sovrano Ottomano, alla potestà degli scismatici. Tutti possono convincersi che così si provvede con maggiore sicurezza alla conservazione della fede cattolica, che non può essere arbitrariamente turbata per il fatto che salga su una sede patriarcale uno indegno di quell’ufficio, prima che abbia ricevuto la conferma Apostolica. Certamente si può impedire che sorgano occasioni di perturbazioni, qualora il Patriarca eletto, respinto dalla Santa Sede Apostolica, si ritiri dal suo posto.

36. Senza dubbio, se si considerano le cose attentamente, apparirà che tutte le disposizioni sancite dalla Nostra Costituzione tendono alla conservazione e all’incremento della fede cattolica, nonché alla vera libertà della Chiesa e a rivendicare l’autorità dei Vescovi, i cui diritti e privilegi, nella fermezza della Sede Apostolica, si rafforzano, si consolidano e trovano sicurezza. I Romani Pontefici, su richiesta dei Vescovi di qualsiasi dignità, nazione o rito, hanno sempre strenuamente difeso tali diritti contro eretici e ambiziosi.

37. Sui diritti nazionali – come si suol dire – non è necessario rispondere con molte parole. Se si tratta soltanto dei diritti civili, questi sono in potere del supremo Principe, al quale spetta giudicare legalmente di essi e decretare, come stima più opportuno e necessario per il bene dei sudditi. Se poi si tratta di diritti ecclesiastici, sia chiaro, e nessuno può ignorare, che i Cattolici mai hanno riconosciuto diritti nazionali o di popoli sulla Chiesa, la sua gerarchia e i suoi ordinamenti. Se poi da tutto il mondo confluiscono genti e nazioni nella Chiesa, tutti Dio li ha riuniti nell’unità del Suo Nome, sotto colui che Egli stesso ha messo a capo di tutti, cioè sotto il Sommo Pastore San Pietro, Principe degli Apostoli, affinché – come ammoniva l’Apostolo – “non ci sia più Pagano e Giudeo, Barbaro e Scita, schiavo e libero, ma Cristo sia tutto e in tutti (Col III, 11): quel Cristo dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso mediante la collaborazione di ogni componente secondo l’energia propria di ciascun membro, riceve forza per crescere ed edificare se stesso nella carità” (Ef IV, 16). Il Signore non ha mai concesso alcun diritto sulla Chiesa ad alcun popolo o nazione, ma ordinò agli Apostoli di istruire tutte le genti (Mt XXVIII,19), imponendo loro il dovere di credere; per cui il Beatissimo Pietro (At XV, 7), agli Apostoli e agli Anziani convenuti insieme, dichiarò apertamente che Dio aveva fatto una scelta: cioè che i pagani ascoltassero per bocca sua la parola del Vangelo e venissero alla fede.

38. Ma dicono anche che da Noi sarebbero stati violati i diritti del Sovrano imperante. È una volgare calunnia, ormai logorata per il lungo uso fattone dagli eretici; questa calunnia, escogitata per la prima volta dagli Ebrei contro Cristo, in seguito fu usata dai pagani contro gli Imperatori romani e fino ad oggi l’hanno usata molto spesso gli eretici nei confronti dei Principi, anche cattolici, e volesse il Cielo che non venisse più usata. In proposito, San Girolamo scrisse : “Gli eretici adulano la dignità regale e sono soliti imputare la propria superbia ai re, e ciò che essi stessi fanno, lo fanno apparire come fatto dal re; accusano le persone sante e i banditori della fede presso il re, e ordinano ai profeti di non predicare in Israele, per non fare qualcosa contro la volontà del re, perché Bethel, cioè la casa di Dio e la falsa chiesa, siano la santificazione del re e la casa del suo regno“. Sarebbe più opportuno coprire col disprezzo e col silenzio queste impudenti calunnie, tanto esse sono lontane dalla dottrina cattolica, dai Nostri costumi, dalle Nostre istituzioni. Ma è giusto e doveroso che i semplici e gli indotti non ne ricevano danno, formandosi una sinistra opinione di Noi e della Sede Apostolica, per le dicerie dei maligni “i quali scagliandosi contro gli altri, cercano di favorire i propri vizi” .

39. La dottrina della Chiesa Cattolica insegnata dallo stesso Cristo Dio e trasmessa dai Santi Apostoli afferma che si deve dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio; pertanto anche i Nostri Predecessori non omisero mai, quando fu necessario, di imporre la dovuta fedeltà ed obbedienza ai Principi. Da questo deriva che è proprio del Sovrano l’amministrazione degli affari civili, mentre le realtà ecclesiastiche appartengono unicamente ai sacerdoti. A queste realtà sono da attribuire tutti quei mezzi che sono necessari – come dicono – per costituire e decretare la disciplina esteriore della Chiesa. E come fu già definito dal Nostro Predecessore Pio VI di felice memoria, sarebbe ereticale asserire che l’uso di questo potere ricevuto da Dio sarebbe un abuso d’autorità della Chiesa. La Sede Apostolica si è sempre adoperata molto perché si conservasse integra la distinzione dei due poteri, e i santissimi Presuli apertamente condannarono l’intrusione del potere secolare nel governo della Chiesa; il che fu chiamato da Sant’Atanasio “spettacolo nuovo e inventato dalla eresia ariana” . Fra questi Presuli è sufficiente nominare Basilio di Cesarea, Gregorio il Teologo, Giovanni Crisostomo e Giovanni Damasceno. Quest’ultimo affermava apertamente: “Nessuno pensi che la Chiesa possa essere amministrata con gli editti dell’Imperatore; essa è retta dalle regole dei Padri, siano esse scritte o no“. Per questo i Padri del Concilio di Calcedonia nella causa intentata da Fozio, Vescovo di Tiro, apertamente dichiararono con l’assenso dei legati dell’Imperatore: “Contro la regola non vale nessuna pratica contingente (cioè un decreto imperiale); si osservino i Canoni dei Padri“. E poiché i predetti legati chiedevano con insistenza “se il sacro Concilio intendesse giudicare così tutti i decreti imperiali, che risultano pregiudizievoli per i Canoni, tutti i Vescovi risposero: Tutti i decreti contingenti dovranno cessare: ci si attenga ai Canoni, e questo sia fatto anche da voi“.

40. Sono due i punti nei quali si afferma che i diritti imperiali furono da Noi violati e cioè: primo, perché abbiamo stabilito il modo di eleggere e insediare i Vescovi, e l’altro perché abbiamo vietato ai Patriarchi di alienare i beni ecclesiastici senza aver prima consultato la Sede Apostolica.

41. Ma che cosa può essere più pertinente all’ordinamento ecclesiastico della elezione dei Vescovi? In nessun luogo della Sacra Scrittura abbiamo mai trovato che essa sia stata lasciata all’arbitrio dei re o del popolo. Sia i Padri della Chiesa, sia i Concilii Ecumenici, sia le Costituzioni Apostoliche sempre riconobbero e sancirono che tale elezione appartiene al potere ecclesiastico. Se dunque nel costituire un Pastore della Chiesa, la Sede Apostolica definisce le modalità da osservare nel fare la scelta, con quale ragione si potrà dire che sono stati violati i diritti imperiali, quando la Chiesa stessa esercita non i diritti di altri, ma quelli del suo proprio potere? È infatti esimia e venerabile l’autorità esercitata dal Vescovo sul popolo che gli è stato affidato; il potere civile non ha pertanto nulla da temere poiché nel Vescovo troverà non un nemico, ma un assertore dei diritti del Principe. Per contro, se si verificasse un’umana leggerezza, la stessa Sede Apostolica non trascurerebbe minimamente di riprendere quel Vescovo che mancasse della dovuta fedeltà e del dovuto sostegno al Principe legittimo. E neppure è da temere che giunga alla dignità episcopale chi avesse l’animo avverso al legittimo Principe, poiché si è soliti investigare adeguatamente secondo le leggi della Chiesa su coloro che possono essere promossi, affinché siano dotati di quelle virtù che l’Apostolo richiede in essi. Non risplenderebbe certamente di queste virtù chi fosse noto per non osservare il precetto del Beato Pletro, il Principe degli Apostoli (1Pt II,13): “Siate sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore: sia al re come sovrano; sia ai governanti come suoi inviati per punire i malfattori e premiare i buoni. Perché questa è la volontà di Dio: cioè che, operando il bene, voi chiudiate la bocca all’ignoranza degli stolti; comportatevi come uomini liberi, non servendovi della libertà come di un velo per coprire la malizia, ma come servitori di Dio“.

42. Se poi il supremo Sovrano Ottomano di Costantinopoli e i suoi successori ritennero utile affidare ai Vescovi e ad altri ecclesiastici anche l’amministrazione e un compito civile, non per questo può essere diminuito il pieno e completo potere della Chiesa a seguito della loro elezione. Sarebbe assolutamente sconveniente che i valori celesti venissero posposti a quelli terreni, e i valori spirituali dovessero servire quelli civili. D’altronde resterebbe sempre integro il diritto del Sovrano di attribuire ad altri il grado e il potere civile, qualora lo giudicasse opportuno, restando sempre pieno e libero per i Vescovi cattolici l’esercizio del potere ecclesiastico. E, come è noto, ciò è avvenuto con un particolare decreto del Sovrano Ottomano nell’anno 1857.

43. Tutte queste Nostre disposizioni, a Nostro nome e per Nostro mandato, furono trasmesse alla sublime Porta Ottomana dal Venerabile Nostro Fratello l’Arcivescovo di Tessalonica allorché era Nostro legato straordinario a Costantinopoli. Si dovrebbe quindi cessare di ridestare queste calunniose ed obsolete dicerie, a meno che gli invidiosi avversari non vogliano essere reputati più amanti della faziosità che della verità.

44. Noi siamo rimasti molto meravigliati, allorché Ci è stato riferito che siamo stati contestati per la rinnovata e da Noi confermata legge circa l’alienazione dei beni ecclesiastici, come se volessimo non tanto invadere i diritti imperiali, quanto rivendicare per Noi gli stessi beni delle Chiese Armene. I beni ecclesiastici appartengono alle rispettive Chiese, come i beni dei cittadini appartengono ai cittadini, e sono di loro proprietà: ciò è sancito non solo dai canoni, ma dettato – come ognuno sa – dalla stessa legge naturale. Per la verità, l’amministrazione di questi beni fu affidata all’arbitrio e alla coscienza dei Vescovi fin dai primi secoli della Chiesa; i decreti dei Concilii che seguirono non tralasciarono di regolare la materia, emanando delle leggi per definire con quali criteri e con quali finalità doveva essere condotta la loro amministrazione e permessa la loro alienazione. In proposito, l’antico potere dei Vescovi fu limitato, e concesso secondo la prudente decisione dei Sinodi o dei Presuli Maggiori. Ma siccome non pareva che si provvedesse abbastanza alla sicurezza dei beni ecclesiastici, sia per la rara celebrazione dei Sinodi, sia per altre cause, dovette intervenire l’autorità della Sede Apostolica, con la quale si provvide che non venissero alienati i beni delle Chiese, senza consultare il Pontefice Romano.

45. Per la salvaguardia delle Chiese, fu ritenuta cosa tanto importante e necessaria stabilire, già da molto tempo, che gli eletti alle Chiese cattedrali, metropolitane o anche patriarcali dovessero obbligarsi, con religioso giuramento, all’osservanza di questa legge. Anche gli Atti che sono nei Nostri archivi apostolici attestano che questo giuramento fu prestato anche dai Patriarchi di rito Orientale, relativamente ai beni della loro mensa, fin da quando le loro Chiese sono ritornate alla verità e unità cattolica: e non c’è stato nessuno che non abbia promesso con giuramento di osservare la legge predetta. Lo stesso procedimento fu seguito e si segue ogni giorno da parte dei Vescovi di rito Latino di tutte le nazioni, regni o repubbliche, senza che mai le autorità civili abbiano protestato per la violazione di qualche loro diritto. E giustamente. Infatti, con queste leggi il Pontefice Romano non pretende nulla; nulla si arroga: l’essenziale è che sì definisca con appropriate decisioni cosa sia necessario fare nei singoli casi da parte del Vescovo, o quali poteri si concedano al Vescovo, sempre tenendo conto dell’interesse delle singole Chiese: con l’intento non dissimile da quello di un padre di famiglia che tratta con i figli su ciò che si deve compiere. Quanto al fatto che ai Patriarchi soggetti a Roma è vietato alienare i beni della loro mensa senza aver consultato la Sede Apostolica, ciò abbiamo ritenuto dovesse essere inserito nella Nostra Costituzione relativa agli altri beni ecclesiastici, non senza gravissimi motivi, dei quali ben sappiamo che dovremo rendere doveroso conto a Dio: nessuno che voglia giudicare con retta coscienza può sospettare altrimenti. Ogni saggia persona comprenderà che con la citata Nostra Costituzione fu provveduto alla salvaguardia e alla conservazione dei beni ecclesiastici in modo più sicuro ed efficace, senza che sia stato recato alcun pregiudizio ai diritti di chicchessia.

.46. Noi quindi confessiamo francamente di non comprendere in che modo con questi Nostri decreti siano stati lesi – come dicono – i diritti del Sovrano, tanto siamo lontani dall’averlo voluto o dal pensare che ciò potesse avvenire. Se non si può affermare che è contrario al diritto quel potere con il quale i Patriarchi e i Vescovi dell’Impero Ottomano operano nell’amministrazione dei beni ecclesiastici, non si può affermare che sia contrario al diritto quel potere che la Sede Apostolica esercita doverosamente e legalmente quando stabilisce le modalità con le quali i Vescovi debbono operare, in modo che siano di utilità e non di danno. È evidente che con questo documento Noi abbiamo provveduto alla salvaguardia dei beni ecclesiastici; in futuro ciò sarà di grandissima utilità alle Chiese cattoliche dell’Oriente; e quando si saranno quietate le contestazioni, tutti lo riconosceranno; i posteri poi, se si osserveranno religiosamente queste leggi, lo sperimenteranno. Poiché l’Imperatore Ottomano ha stabilito con i suoi decreti la libertà di quelle Chiese e ha comunicato a Noi che avrebbe gestito con molta umanità il loro patrocinio, Noi non dubitiamo che, considerata la cosa come veramente è, e rigettate le pretestuose calunni degli avversari, ci si dovrà rallegrare più che dolere di questi provvedimenti, che risulteranno evidentemente di grande utilità per esse.

.47. Non è meno calunnioso il commento escogitato più recentemente da taluni e subito accettato avidamente dai dissidenti Orientali, secondo il quale il Romano Pontefice, per il fatto che è il Vicario di Cristo, deve essere considerato come un’autorità esterna che si inserisce nel governo interno dei regni e delle nazioni: pertanto – affermano – questo si deve assolutamente proibire, affinché al Sovrano restino intatti tutti i suoi diritti e si chiuda ogni via a che altri Principi non siano indotti ad osare simili iniziative.

48. È facile comprendere quanto siano false queste contestazioni e quanto siano aberranti dalla retta ragione e dal divino ordinamento della Chiesa Cattolica. È falso, prima di tutto, che i Romani Pontefici siano usciti dai limiti del loro potere o che si siano intromessi nella civile amministrazione degli Stati usurpando i diritti dei Principi. Se con questa calunnia si biasimano i Pontefici Romani perché vogliono deliberare sulle elezioni dei Vescovi e dei sacri ministri della Chiesa, o su legittimi motivi e su altre faccende che sono di pertinenza della disciplina ecclesiastica, e che chiamano esteriore, si devono allora ammettere due ipotesi: o si ignora, o si vuole respingere il divino e immutabile ordinamento della Chiesa Cattolica. Questa rimase e rimarrà sempre stabile; né si può esigere che sia soggetta a qualsiasi patto o mutamento, specialmente in quelle regioni dove la libertà e la tranquillità della Religione Cattolica sono assicurate persino dai decreti imperiali del Sovrano. Essendo poi un dogma della fede cattolica che la Chiesa è una e che il suo capo supremo è il Romano Pontefice (il quale è padre e maestro universale di tutti i cristiani), il Pontefice non potrà mai essere dichiarato estraneo a nessuna Chiesa particolare e ai Cristiani, a meno che qualcuno voglia affermare che il capo è estraneo alle membra del corpo, il padre è estraneo ai figli, il maestro ai discepoli, il pastore al suo gregge.

49. Coloro che persistono nel chiamare la Sede Apostolica autorità estranea, con questa espressione lacerano l’unità della Chiesa o danno occasione di lacerarla, per il fatto che negano al successore del Beato Pietro il titolo e i diritti di Pastore universale, defezionando dalla dovuta fede cattolica, se si considerano suoi figli, o combattendo la sua dovuta libertà, se ne sono fuori. Cristo Signore apertamente insegnò (Gv X, 5) che le pecore conoscono e ascoltano la voce del Pastore e lo seguono; ma fuggono “da un estraneo, perché non conoscono la voce degli estranei“. Se dunque il Sommo Pontefice è dichiarato estraneo a qualche Chiesa particolare, sarà quella Chiesa estranea alla Sede Apostolica, cioè alla Chiesa Cattolica che è una sola, fondata su Pietro dalla parola stessa del Signore. Coloro che la vogliono separare da quel fondamento non rispettano più la Chiesa divina e Cattolica, ma tentano di crearne una umana, la quale – come affermano – legata soltanto dai vincoli umani della nazionalità, non sarebbe più cementata dal glutine dei sacerdoti che aderiscono con fermezza alla Cattedra del Beato Pietro, non resterebbe salda con essa e non sarebbe connessa e congiunta nell’unità della Chiesa cattolica.

50. Abbiamo deciso, Venerabili Fratelli e diletti Figli, di scrivervi tutte queste cose nel presente frangente: a Voi, che avete ricevuto la Nostra identica fede nella giustizia di Dio e del Salvatore nostro Gesù Cristo, onde risvegliare la vostra mente sincera in questa vicenda. Voi vedete che si adempie anche presso di Voi quello che avevano predetto i santi Apostoli di Dio, cioè che sarebbero sorti negli ultimi tempi dei dileggiatori per ingannarvi: gente che cammina secondo le proprie concupiscenze. Sforzatevi dunque di non passare da Colui che vi ha chiamato alla grazia di Cristo, ad un altro vangelo. In realtà non ce n’è un altro; soltanto, ci sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il Vangelo di Cristo. E veramente vogliono sovvertire il Vangelo di Cristo coloro che si sforzano di rimuovere il fondamento che lo stesso Cristo Dio ha posto alla sua Chiesa; negano o vanificano la cura universale di pascere le pecore e gli agnelli che nel Vangelo fu affidata a Pietro. “Il Signore permette e sopporta che queste cose avvengano, rispettando il libero arbitrio di ciascuno, affinché, mentre la prova della verità valuta i vostri cuori e le vostre menti, rifulga di chiara luce la fede integra di coloro che sono stati messi alla prova“. È necessario che, secondo il precetto dell’Apostolo, Voi evitiate costoro che avanzano ogni giorno verso il peggio, e che non accogliate in vostra compagnia nessuno di loro, con nessun ripensamento, come fino ad ora avete fatto saggiamente e con costanza, onde conservare intemerata la fede nei vostri cuori.

51. “Ma nessuno cerchi di ingannarvi, come è avvenuto per opera degli antichi scismatici per il fatto che dichiarino che non esiste dissenso sulla fede, ma sui costumi, o che la Sede Apostolica non si occupa tanto della causa della comunione nella fede cattolica, quanto si duole perché sospetta di essere stata disprezzata da loro. Coloro che sono irretiti nell’errore non cessano di spargere queste e simili dicerie per ingannare le persone semplici“. È invece evidente, sia dalle loro dichiarazioni, sia dai loro scritti divulgati fra il popolo, che viene impugnato apertamente quel primato di giurisdizione assegnato da Cristo Signore a questa Sede Apostolica nella persona del Beato Pietro, allorché viene impedito questo suo diritto sulle Chiese di rito Orientale: la Nostra succitata Costituzione non poté essere la causa, ma soltanto l’occasione e il pretesto per spargere questi errori fra menti turbolente o impreparate. “La Sede Apostolica non si duole tanto dell’offesa, quanto si preoccupa di salvaguardare la fede e la sincera comunione, così che anche oggi, se tutti coloro che sembrò prorompessero nel disprezzo di lei ritornassero veramente pentiti nell’animo all’integrità della fede e della comunione cattolica, essa li accoglierebbe con tutto l’affetto del cuore e con totale amore, secondo il costume delle regole paterne“. Chiediamo che il misericordiosissimo Dio si degni di perdonare, e Noi, che nell’umiltà del Nostro cuore da tempo chiediamo ciò premurosamente, desideriamo e vogliamo che anche Voi facciate lo stesso.

52. Per il resto, Venerabili Fratelli e diletti Figli, confortatevi nel Signore e nella potenza della sua Grazia; indossate l’armatura di Dio, affinché possiate resistere nel giorno cattivo, imbracciando in ogni occasione lo scudo della fede; e non sacrificate la vostra anima che è più preziosa di Voi stessi. Ricordatevi dei vostri Maggiori, che non temettero di soffrire l’esilio, il carcere e la morte stessa, per conservare a sé e a Voi il dono della vera fede cattolica. Essi ben sapevano che non si devono temere quelli che uccidono il corpo, ma colui che può perdere l’anima e il corpo nella Geenna. Affidate a Dio ogni vostra preoccupazione, perché Egli ha cura di Voi, e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma dalla tentazione vi farà ricavare vantaggio, affinché possiate resistere. In Lui esulterete, anche se ora dovrete affliggervi in vari tentativi, affinché la prova della vostra fede, molto più preziosa dell’oro che si prova col fuoco, ritorni a lode, gloria e onore nella rivelazione di Gesù Cristo. Infine vi scongiuriamo, nel nome del medesimo Dio e Salvatore nostro, che siate tutti concordi nel dire e nel fare, e siate perfetti in ogni cosa, nella medesima dottrina, impegnati a conservare l’unità della fede nel vincolo della pace. E la pace di Dio, che supera ogni Nostro sentimento, custodisca i vostri cuori e le vostre intelligenze in Cristo Gesù, nostro Signore, nel cui nome e per la cui autorità impartiamo con grande affetto a Voi, Venerabili Fratelli e diletti Figli, che perseverate nella comunione e nella obbedienza a questa Santa Sede, l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 6 gennaio 1873, nell’anno ventisettesimo del Nostro Pontificato.

DOMENICA SECONDA DOPO PASQUA

 DOMENICA SECONDA DOPO PASQUA

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXXII:5-6. Misericórdia Dómini plena est terra, allelúja: verbo Dómini cœli firmáti sunt, allelúja, allelúja.

[Della misericordia del Signore è piena la terra, allelúia: la parola del Signore creò i cieli, allelúia, allelúia.]

Ps XXXII: 1. Exsultáte, justi, in Dómino: rectos decet collaudátio. [Esultate, o giusti, nel Signore: ai buoni si addice il lodarlo.]

Misericórdia Dómini plena est terra, allelúja: verbo Dómini cœli firmáti sunt, allelúja, allelúja [Della misericordia del Signore è piena la terra, allelúia: la parola del Signore creò i cieli, allelúia, allelúia.]

Oratio

Orémus.

Deus, qui in Filii tui humilitate jacéntem mundum erexísti: fidelibus tuis perpétuam concéde lætítiam; ut, quos perpétuæ mortis eripuísti casibus, gaudiis fácias perfrui sempitérnis.

[O Dio, che per mezzo dell’umiltà del tuo Figlio rialzasti il mondo caduto, concedi ai tuoi fedeli perpetua letizia, e coloro che strappasti al pericolo di una morte eterna fa che fruiscano dei gàudii sempiterni].

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Petri Apóstoli. [1 Petri II: 21-25]

Caríssimi: Christus passus est pro nobis, vobis relínquens exémplum, ut sequámini vestígia ejus. Qui peccátum non fecit, nec invéntus est dolus in ore ejus: qui cum male dicerétur, non maledicébat: cum paterétur, non comminabátur: tradébat autem judicánti se injúste: qui peccáta nostra ipse pértulit in córpore suo super lignum: ut, peccátis mórtui, justítiæ vivámus: cujus livóre sanáti estis. Erátis enim sicut oves errántes, sed convérsi estis nunc ad pastórem et epíscopum animárum vestrárum. [Caríssimi: Cristo ha sofferto per noi, lasciandovi un esempio, affinché camminiate sulle sue tracce. Infatti Egli mai commise peccato e sulla sua bocca non fu trovata giammai frode: maledetto non malediceva, maltrattato non minacciava, ma si abbandonava nelle mani di chi ingiustamente lo giudicava; egli nel suo corpo ha portato sulla croce i nostri peccati, affinché, morti al peccato, viviamo per la giustizia. Mediante le sue piaghe voi siete stati sanati. Poiché eravate come pecore disperse, ma adesso siete ritornati al Pastore, custode delle ànime vostre].

Omelia I

[Bonomelli, “Nuovo saggio di Omelie”; Vol II, Om. XVII]

Queste poche sentenze si leggono nella prima lettera di S. Pietro. Voi dovete sapere che del Principe degli Apostoli ci rimangono soltanto due lettere, la seconda brevissima, che sono, come potete bene immaginare, un vero tesoro di dottrina sacra. La prima lettera fu scritta da S. Pietro in Roma, allorché si trovava colà con Marco, suo interprete e scrittore del Vangelo che porta il suo nome, dopo la fuga dal carcere di Gerusalemme, narrata nel capo XII degli Atti apostolici. La lettera fu scritta circa dodici anni dopo l’Ascensione di nostro Signore, e indirizzata alle varie Chiese già stabilite nell’Asia Minore, nelle provincie del Ponto, della Galazia, della Cappadocia e della Bitinia. – L’argomento di questa lettera, somigliantissima in ogni cosa a quella di S. Paolo ai Romani ed agli Efesini, è pratico e semplicissimo. Egli esorta i nuovi credenti, la maggior parte dei quali doveva essere di Ebrei convertiti poc’anzi, ad informare la loro vita secondo i principii del Vangelo, incoraggiandoli a tollerare l’odio, le vessazioni e le persecuzioni colla speranza del premio e a ricambiare i tristi, i nemici colla carità affine di guadagnarli. Premesse queste comuni, ma non inutili osservazioni, è da venire alla interpretazione dei cinque versetti, che sopra vi ho riportati; S. Pietro nei versetti, che precedono, con l’affetto d’un padre amorosissimo esorta quei novelli cristiani, usciti dal mosaismo e dal paganesimo, a nutrirsi, come bambini, del latte della divina parola, a star fermi sulla pietra fondamentale, che è Cristo, a raffrenare le cupidigie, e con una santa vita a guadagnare i pagani; poi ricorda loro il dovere di vivere sottomessi alle podestà della terra: eccita i servi ad ubbidire ai padroni anche cattivi e, se è necessario, a gloriarsi di soffrire ingiustamente. A questo punto pervenuto colle sue esortazioni, S. Pietro, come S. Paolo, mette innanzi ai suoi cari, il grande, l’eterno, l’incomparabile modello di tutte queste virtù, che è Gesù Cristo, e così continua: “Gesù Cristo ha patito per noi, lasciandovi esempio, affinché seguitiate le sue orme”. È egli possibile, o cari, vivere sulla terra ed esercitare la virtù senza patire nel corpo e nello spirito, dal mondo, dai nemici e da noi stessi? No: vivere ed esercitare la virtù vuol dire lottare, e per conseguenza soffrire: chi pensa altrimenti si inganna ad occhi aperti. Ora Iddio, per nostro conforto ed ammaestramento, volle che il Figliuol suo Gesù Cristo ci camminasse innanzi per l’aspra via; Egli ha patito, e più di tutti gli uomini, ed ha patito, non per sé, ma sì per noi, soddisfacendo per noi alla divina giustizia. È questo il primo scopo della Passione e morte di Gesù Cristo, pagare il prezzo dovuto pel nostro riscatto. Noi eravamo colpevoli: ai colpevoli è dovuta la pena, perché la giustizia lo vuole: al nostro luogo si mette l’amabile Gesù, e quella pena, che doveva cadere sopra di noi, cade sopra di Lui, come disse sì bene Isaia: “Disciplina pacis nostra, super eum,” onde il suo patire affranca noi. – Ma la Passione e la morte di Gesù Cristo ha un altro scopo strettamente congiunto al primo, ed è quello di darci esempio nel cammino della Croce. Esortare, incoraggiare altri colla parola a correre animosamente la gran via della croce, è bella e santa cosa, ma facile: mettersi per essa e percorrerla è opera assai più difficile, ma più efficace, e Gesù Cristo la volle compire. Vedetelo: Egli soffre nel corpo, cominciando dalla culla alla tomba: soffre il freddo, il caldo, la fame, la fatica nell’officina, nei viaggi della sua vita pubblica: soffre la povertà e tutto ciò che necessariamente va congiunto colla povertà: soffre le percosse, i flagelli, in una parola, la morte di croce. Ma i dolori del corpo sono ben poca cosa in confronto di quelli che soffre nello spirito. Egli è Dio e l’anima di Gesù, rischiarata perennemente dai fulgori della divinità, vede ogni cosa con perfetta certezza e chiarezza: occhio umano non vide, né vedrà mai più addentro le cose divine ed umane dell’occhio di Gesù. Egli vede l’ignoranza degli uomini, le loro colpe, la malignità dei suoi nemici, le iniquità tutte, che allagano la terra: vede il passato, il presente, il futuro: vede la rovina di tante anime, opera delle sue mani, e per le quali immola se stesso: vede la gloria del Padre suo conculcata: vede la propria dignità e maestà di Figlio di Dio disconosciuta, calpestata. Qual dolore! quale strazio pel suo cuore! Dolore e strazio tanto più crudele ed atroce in quanto che nessuno lo comprende e pochissimi lo raddolciscono, ed Egli è costretto a divorarlo in silenzio: Gesù è veramente l’uomo dei dolori! l’uomo dei dolori continui, intimi, ineffabili nel corpo e nello spirito, e come tale Egli raccoglie sopra di sé gli occhi di tutta questa immensa progenie di Adamo, che va incessantemente dolorando in questa via di esilio e, Lui rimirando, si conforta e apprende come ha da patire. Ah fratelli miei! Se allorché il dolore si aggrava sopra di noi e quasi ci schiaccia non avessimo dinanzi agli occhi questo Gesù l’uomo dei dolori, il re dei martiri, che sarebbe di noi? Rimirar Lui santo, innocentissimo, eppure saziato di obbrobri, agonizzante sulla croce, è sentirci confortati a correre la via dei patimenti, ch’Egli ha segnato col suo sangue! Sappiamo per fede che “Gesù non fece peccato alcuno, né sulle sue labbra fu mai trovata frode.” Con questa osservazione san Pietro rincalza la verità. Noi tutti soffriamo più o meno, ma nessuno di noi soffrirà mai come Gesù Cristo; è già un argomento efficacissimo ad imitarLo: ma vi è di più. Noi soffriamo e alcune volte soffriamo assai. Ma chi siamo noi? Povere creature, e Gesù è il Figlio di Dio! Quale confronto! Non basta: noi soffriamo e sia pure moltissimo. Chi siamo noi? Non solo povere creature, ma peccatori, e se poniamo sulla bilancia da una parte i nostri dolori, e dall’altra i nostri peccati, troviamo che questi di gran lunga superano quelli, e che se Iddio volesse proporzionare i dolori ai peccati nostri, noi ne saremmo certamente schiacciati. Eppure, Gesù che sofferse quel cumulo di dolori atrocissimi, che dicemmo, era santo, innocente, immacolato: ombra di colpa non fu mai, né poteva essere in Lui, perché l’Uomo-Dio non può peccare. Quale incoraggiamento per noi a patire, avendo innanzi agli occhi tanto modello, per noi rei di tante colpe e meritevoli d’ogni supplizio! – Né qui si ferma il Principe degli Apostoli. Dopo d’aver confortati noi peccatori a patire coll’esempio di Gesù innocentissimo, tocca del modo con cui Gesù patì, e in questo pure vuole che ci modelliamo sopra di Lui. “Gesù oltraggiato, non oltraggiava; soffrendo, non minacciava.” Con queste parole il sacro Scrittore credo abbia voluto abbracciare tutta la vita di Gesù, senza alludere a qualche fatto particolare: Gesù fu crudelmente oltraggiato allorché i Giudei più volte e pubblicamente lo dissero amico dei pubblicani e dei peccatori, bevitore, samaritano, posseduto dal demonio, eccitatore di tumulti, nemico di Cesare, malfattore, seduttore, bestemmiatore, peggiore d’un ladrone e d’un omicida; eppure Gesù a tanti insulti, a sì sanguinose ingiurie non oppose che il silenzio e risposte piene di dignità e di mansuetudine: a chi Lo straziava non fece minacce, ma come agnello si lasciò condurre alla morte. Ecco come pativa Gesù, l’innocentissimo Gesù, ed ecco come dobbiamo patire noi pure. Ma che avviene, o cari? che vediamo noi? che facciamo? Troppo spesso alla più lieve offesa, e forse non sempre immeritata, ci risentiamo, leviamo alti lamenti, mettiamo a rumore il vicinato, gridiamo, strepitiamo, vogliamo giustizia, sbuffiamo d’ira, rompiamo in insulti e, non piaccia a Dio, in bestemmie, in imprecazioni! Oh come abbiamo bisogno di meditare il divino modello, Gesù Cristo, che oltraggiato, non oltraggiava, soffrendo, non minacciava! Come è bella, nobile e degna di ammirazione la calma tranquilla e dignitosa del cristiano in faccia a chi lo offende ed insulta! La pazienza e la carità non vietano che domandiamo giustizia e riparazione delle offese ricevute, e in certi casi può essere un dovere l’esigerla, ma è sempre indegno del cristiano rispondere coll’ingiuria all’ingiuria, colle invettive alle invettive. S. Pietro, proseguendo a parlare del supremo nostro modello, Gesù Cristo, dice: “Gesù si rimetteva in mano di colui che Lo giudicava ingiustamente.” Ponete mente, o dilettissimi, a queste parole: “Gesù si rimetteva in mano di colui che Lo giudicava ingiustamente.” Esse vi dicono, che Gesù Cristo patì e morì, non forzatamente, ma liberamente: Egli stesso si diede in mano de’ suoi nemici, incatenò, se posso dirlo, la sua onnipotenza, e lasciò che facessero ogni lor volere della propria Persona. L’aveva detto in termini Gesù Cristo: “Io metto l’anima mia per ripigliarla: niuno me la toglie, ma la do da me stesso, ed ho potere di darla e di ripigliarla” (Giov. x, 15 seg.). Non poteva più chiaramente affermare la sua libertà di patire e non patire, di morire e non morire. E invero: se Gesù Cristo non fosse stato perfettamente libero e di patire e di morire, non sarebbe stato perfetto uomo, la sua Passione non avrebbe avuto merito alcuno e sarebbe stato ridicolo il proporlo a noi come esempio da seguire. Chi è colui, in balia del quale Gesù si diede e che Lo giudicò ingiustamente? Accennandosi qui un giudice ingiusto, in singolare, che pronunciò sentenza contro Gesù Cristo, sembra fuor di dubbio che questi sia Pilato. E’ vero, Lo giudicarono Anna, Caifa, i capi del popolo, Erode, e Lo giudicarono ingiustissimamente; ma di quelli, ancorché più colpevoli, S. Pietro non si cura, perché la loro sentenza non poteva essere eseguita, se quella di Pilato non si aggiungeva: onde fu la sua che trasse a morte Gesù Cristo, e perciò di lui particolarmente si parla. — Gesù si commise alla mercé di Pilato, giudice straniero e pagano: in lui riconobbe un potere, che veniva dall’alto (S. Giov. XIX, 11), ancorché ingiustamente ne usasse. – Apprendiamo, o cari, da queste parole di S. Pietro non solo a rispettare l’autorità, in chiunque essa risieda, ma eziandio a soffrire ingiustizie, se questa ce le fa soffrire. Chi mai sulla terra soffrì ingiustizia più scellerata di quella, che Gesù Cristo sofferse da Pilato? Riconosciuto innocente, flagellato, coronato di spine e condannato alla croce: eppure Egli si diede nelle sue mani, limitandosi a dirgli: “Chi mi ha dato nelle tue mani è reo di maggior peccato, perché lo faceva per odio. – Soffrire l’ingiustizia non è approvarla, e noi possiamo bene rispettare l’autorità e condannare i suoi abusi. Lo so, ciò è difficile, perché l’ingiustizia, che si soffre dalla autorità, è congiunta con essa per forma che ai nostri occhi sembra formare con essa una sola cosa: ma pure è necessario non confondere queste due cose se non vogliamo renderci colpevoli. Voi avete o aveste i vostri genitori: l’autorità paterna e materna, che dopo la divina è la prima, era ed è in essi e voi la rispettaste e la rispettate. Se, per sventura vi fosse stato o vi fosse abuso in loro, qual era e quale sarebbe il vostro dovere? Avreste voi il diritto di disconoscerla? Giammai. Voi potreste e dovreste riprovare in cuor vostro l’abuso della loro autorità, ma rispettarla sempre, perché essa è cosa divina. Ragguagliata ogni cosa, è ciò che dobbiamo fare con qualunque autorità, allorché vien meno a se stessa. Nell’antica legge il sommo sacerdote, una volta all’anno, compiva il rito solenne del capro emissario: egli poneva le mani sul suo capo, confessava i peccati suoi e del popolo, e li poneva sul capro, e questo era abbandonato nel deserto (Levit. XVI, 21). Qui S. Pietro accenna a quel rito misterioso, che adombrava Gesù Cristo, il quale tolse sopra di sé, volontariamente i peccati di tutti gli uomini, li portò sulla croce e nel suo corpo, ossia nei patimenti del suo corpo, e nel sangue che sparse li espiò e li cancellò. Egli è il vero Giacobbe, che si copre della pelle del capretto, anzi è il vero capro emissario, che carico dei delitti del mondo [Non è necessario avvertire che più volte nelle Scritture la parola peccato è presa non a significare il reato, il disordine morale, ma l ‘effetto del peccato, che è la pena. Qui si dice che Gesù Cristo portò i peccati nostri sulla croce, nel suo corpo, cioè portò sulla croce ed espiò la pena dovuta al peccato.], esce dal mondo, è sollevato sull’alto della croce, muore come reietto, anzi come maledetto, e in sé riconcilia il cielo e la terra, secondo la frase di san Paolo. Allorché Gesù morì per noi sull’albero della croce e nel suo sangue spense il peccato, noi fummo sciolti dal giogo del peccato stesso, fummo come morti ad esso, e cominciammo a vivere alla giustizia risanati dalle sue lividure. Spieghiamoci meglio. Un uomo è condannato alla morte: un altro uomo innocente, mosso a pietà di lui, si offre a morire in suo luogo: la morte dell’uno è la vita dell’altro: il colpevole, compiuta la giustizia, cessa d’essere colpevole, è riabilitato, è giusto: egli è come morto ai suoi delitti, rivive alla virtù, all’onestà, alla giustizia. Il colpevole è ciascuno di noi; Gesù Cristo si offre a pagare per noi, paga col suo sangue, ed eccoci riabilitati, giustificati, risanati colle sue lividure. – S. Pietro dopo aver messo innanzi agli occhi dei suoi figliuoli il sommo modello dell’amore e del perdono, Gesù Cristo, chiude la sua esortazione, rivolgendo loro queste bellissime parole: ” Voi eravate come pecorelle smarrite: ma ora vi siete rivolte al pastore e al vescovo delle anime vostre.” Voi, pochi anni or sono, eravate ancora Giudei e Gentili; correvate le vie dell’errore: eravate simili a quelle povere agnelle, che si allontanano dall’ovile, ai smarriscono nei fitto d’un bosco o nella immensità del deserto, e che ad ogni istante possono essere sbranate dalle belve feroci: Dio ebbe pietà di voi: vi chiamò, colla sua grazia vi trasse dolcemente a sé, e voi ubbidiste, vi rivolgeste a Lui, al pastore, al Vescovo delle anime vostre. — Gesù Cristo è il Pastore delle anime in quanto le guida ai pascoli della vita, le difende dai lupi che le insidiano: è vescovo [Vescovo “Episcopus”, significa propriamente chi sovraintende ad altri in qualunque ufficio: ora si usa esclusivamente per indicare il Vescovo, il maggiore dei gradi gerarchici], cioè veglia sopra di loro, le regge, le custodisce. Egli fu Pastore e Vescovo degli Apostoli e dei discepoli, dei credenti, finché visse mortale sulla terra, ed è Pastore e Vescovo sempre nella persona di quelli che continuano l’opera sua attraverso ai secoli. Queste parole di agnelle, di pastore e di vescovo richiamano alla nostra memoria i doveri che tutti abbiamo, io vostro pastore, voi agnelle dell’ovile di Cristo. A me i doveri di ammaestrarvi e di camminare innanzi a voi coll’esempio d’una vita irreprensibile: a voi di ascoltarmi e seguirmi: adempiamoli fedelmente e tutti dal Principe dei pastori, dal Vescovo dei vescovi, avremo la nostra mercede.

Alleluja

Allelúja, allelúja Luc XXIV:35.

Cognovérunt discípuli Dóminum Jesum in fractióne panis. Allelúja [I discepoli riconobbero il Signore Gesú alla frazione del pane. Allelúia].

Joannes X:14. Ego sum pastor bonus: et cognósco oves meas, et cognóscunt me meæ. Allelúja. [Io sono il buon Pastore e conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum S. Joánnem.

Joann X:11-16.

“In illo témpore: Dixit Jesus pharisæis: Ego sum pastor bonus. Bonus pastor ánimam suam dat pro óvibus suis. Mercennárius autem et qui non est pastor, cujus non sunt oves própriæ, videt lupum veniéntem, et dimíttit oves et fugit: et lupus rapit et dispérgit oves: mercennárius autem fugit, quia mercennárius est et non pértinet ad eum de óvibus. Ego sum pastor bonus: et cognósco meas et cognóscunt me meæ. Sicut novit me Pater, et ego agnósco Patrem, et ánimam meam pono pro óvibus meis. Et alias oves hábeo, quæ non sunt ex hoc ovili: et illas opórtet me addúcere, et vocem meam áudient, et fiet unum ovíle et unus pastor”.

Omelia II

[Mons. Bonomelli: ut supra, Omelia XVIII]

“Io sono il buon Pastore: il buon pastore mette la sua vita per le sue pecorelle; ma il mercenario e chi non è pastore e al quale non appartengono le pecorelle, se vede venire il lupo, abbandonale pecorelle e fugge; e il lupo le rapisce e le disperde. Ora il mercenario fugge, perché è mercenario e non si cura delle pecore. Io sono il buon Pastore e conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me. Il Padre conosce me ed Io conosco il Padre, e pongo la mia vita per le mie pecorelle. Ed altre pecorelle Io ho, e quelle ancora mi conviene addurre, ed esse udranno la mia voce, e vi sarà un solo ovile e un solo Pastore „ (S. Giov. capo X, vers. 11-16).

Chiunque percorre le catacombe romane, qua e là su quelle pareti, all’incerto lume della sua lampana, vede molte figure rozzamente tracciate: qua è la colomba che esce dall’arca noetica, là Mosè che batte con la verga la pietra e ne fa scaturire l’acqua; altrove è una donna atteggiata di dolore, che prega: poi il mistico pesce posto sopra una mensa: ma fra quelle povere figure, eppure sì belle e sì espressive, delineate dai martiri e dai figli dei martiri, più frequente apparisce l’immagine d’un pastorello scalzo, che or porta sulle spalle una pecorella, ed ora appoggiato sul suo vincastro, circondato da parecchi uomini che lo mirano, contempla con occhio pieno d’amore le pecorelle che brucano l’erba. Quel pastorello raffigura Gesù Cristo e, non vi è dubbio, quelle mani inesperte, eppure sì pie, che scolpirono quelle care immagini, erano mosse e guidate dalla fede, seguivano fedelmente il sublime ideale che Gesù aveva lasciato di sé nella parabola dell’agnella smarrita (S. Luca, xv), e nel mirabile discorso del pastore, che sopra ho riportato e che è il soggetto della presente omelia. Gesù, il buon Pastore, dipinge se stesso con sì vivi ed amabili colori, ci fa sentire la sua bontà, la sua tenerezza con tali accenti, che nulla di più eloquente e di soave. — Ascoltiamolo. S. Giovanni, nei versetti che stanno innanzi a quelli per me riferiti, riporta il discorso di Cristo, nel quale Egli dice d’essere la porta dell’ovile, e che il ladro e il mercenario non entrano per essa. Poi Gesù rappresenta se stesso come pastore, e dice: “Io sono il buon Pastore.” Avvertite, che secondo il testo originale greco dovremmo leggere: “Io sono quel buon pastore. „ Quale? Non dubito che alluda al luogo del profeta Ezechiele, che sette secoli innanzi l’aveva annunziato, dicendo: “Io susciterò un pastore che pasca le mie agnelle „ (C. XXXIV, 23). Io sono quel pastore, che fu predetto, quel Pastore buono! Ma perché disse buono? Perché non disse: Io sono quel Pastore sapiente, potente, coraggioso, giusto? Certo tutto questo Gesù Cristo avrebbe potuto dire; ma a tutte queste qualità volle preferire quella di “buono”, perché è quella che più d’ogni altra si addice al pastore e dalla quale derivano tutte le altre. La bontà è la suprema bellezza morale, e la corona di tutte le più preziose qualità. Dio creò il cuore dell’uomo, dice Bossuet, e vi pose là bontà come quella dote che meglio d’ogni altra rappresenta Lui stesso. Noi stimiamo la scienza, la forza, la prudenza, la giustizia, tutte le virtù; ma è la sola bontà che noi amiamo. Non è egli così? Vi sia un uomo colmo di ricchezze, tenga lo scettro di re, sia un prodigio di sapienza; tutto quello che volete di grande, di ammirabile, ma sia senza cuore, cioè privo di bontà: lo stimeremo, lo ammireremo, ci chineremo dinanzi a lui, ma non ci sentiremo mossi ad amarlo. Sia privo di quelle doti, ma tutto cuore, tutta bontà, noi lo ameremo: è sempre la bontà che si ama. – Gesù è il Pastore buono! Quali sono i doveri del buon pastore? Molti; eccovi i principali, toccati in questo tratto evangelico; il pastore deve conoscere le sue pecorelle: deve guidarle al pascolo; camminare loro innanzi, se occorre, difenderle dai lupi e dai ladri, nutrirle, se inferme, curarle: così il parroco, più ancora il Vescovo e sopra tutto il Pontefice, Pastore dei pastori, devono conoscere come meglio possono le anime loro commesse; devono guidarle ai pascoli della vita, nutrendole con la parola e con i sacramenti; devono camminare loro innanzi coll’esempio, difenderle contro i seminatori di errori e di scandali, curarle, guarirle dalle infermità del peccato, salvarle. – Ecco, o cari, ciò che dobbiamo fare noi, pastori di anime, ciascuno nel suo ufficio. Noi dovremmo sempre tenere fissi gli occhi in quelle sapientissime parole del Principe dei pastori, S. Pietro. Uditele: “Pascete il gregge di Dio, che vi è dato, avendone cura, non sforzatamente, ma volontariamente: non per brutta cupidigia del guadagno, ma con animo franco: e non a guisa di chi signoreggia nella eredità del Signore, ma facendoci modelli del gregge. „ O benedette e sante parole! Oh felici quei pastori, che le mettono in pratica! – Felici quelle parrocchie, che hanno tali pastori! E come ottenere che i pastori abbiano in sé tutte queste qualità? Con la carità. S’essi ameranno Iddio e per Iddio le anime, saranno veri pastori, modellati su Lui, che è il Pastor buono [“Amor in eo qui pascit oves in terra magnum debet spiritualem crescere ardorem, ut vincat etiam mortis naturalem timorem” -S. August., Tract. 123]. Ma se i pastori debbono adempire i loro uffici (e li avete uditi), voi pure avete i vostri da osservare. Se il pastore deve conoscere le agnelle, guidarle al pascolo, andare loro innanzi coll’esempio, difenderle, curarle e inferme guarirle, voi pure dovete, come docili agnelle, conoscere il vostro pastore, lasciarvi guidare, seguirne gli esempi, stringervi a lui, mostrargli le vostre infermità e ricevere ed usare i rimedi che vi suggerisce. Se i genitori devono nutrire i figli, istruirli o farli istruire, difenderli, guidarli, anche i figli hanno il dovere imposto da Dio stesso di rispettarli, ubbidirli, amarli e fare con essi tutto ciò che l’amore figliale comanda: è cosa più che manifesta. Quel Gesù che impone a noi pastori di istruirvi, guidarvi e curarvi, impone anche a voi di lasciarvi istruire, guidare e curare. E mentre domando alla mia coscienza, dinanzi a Dio, se ho adempiuto i miei sì grandi e sì terribili doveri, ancor voi domandate alla vostra se avete osservati sempre e fedelmente i vostri. – Se il pastore è buono, che farà? Qual sarà il segno infallibile dal quale noi lo riconosceremo? Gesù Cristo ce lo insegna con la parola e con l’esempio: “Il buon pastore mette la sua vita per le sue pecorelle. “Gesù Cristo per salvare le anime non esitò di correre alla obbrobriosa morte della croce, Egli, Dio! Che non dobbiamo fare noi per salvare le anime alle nostre cure affidate? Non dobbiamo risparmiare fatiche, patimenti, umiliazioni, sacrifici e, se fosse necessario, dobbiamo sfidare la stessa morte, come in ogni tempo fecero i pastori, che si formavano sull’esempio di Gesù Cristo, da S. Pietro e S. Paolo a S. Carlo Borromeo, a S. Francesco di Sales. – Era l’anno 1849, e il cannone tuonava spaventosamente per le vie di Parigi: di qui l’esercito, difensore dell’ordine; di là gli uomini della rivolta, col grido di libertà sulle labbra: il sangue scorreva a rivi da una parte e dall’altra, il sangue dei fratelli, e la vista di quel sangue infiammava le ire, raddoppiava il furore. Un uomo, venerando all’aspetto, curvo sotto il peso degli anni, atteggiato ad ineffabile dolore, con gli occhi gonfi di lacrime, comparisce nella via, dove più feroce ferveva la mischia: a stento monta sopra una barricata, in mezzo ai feriti ed ai cadaveri, e stendendo le mani ai combattenti, con accento di inesprimibile carità, esclama: “Figli miei, cessate, pace, pace!” — A quelle parole, a quella vista, cessa il fuoco, cessano le grida di rabbia e di vendetta, gli occhi di quei furibondi sono fìssi su quella figura, che sembra una apparizione eterea; con le mani annerite dalla polvere asciugano i sudori della fronte e stupefatti si domandano: “Chi è quell’uomo?” In quell’istante si ode una fucilata: la palla colpisce quell’uomo in mezzo al petto: esso cade, dicendo: “Che il mio sangue sia l’ultimo che si versi, „ e fu veramente l’ultimo: la lotta fratricida cessava. Quell’uomo era l’arcivescovo di Parigi, Mons. Affre; era il pastore che dava eroicamente la sua vita per le sue pecorelle. Ecco un pastore formato alla scuola del sommo Pastore, Gesù Cristo. Vedete il pastore che passa i mesi d’estate nelle gole delle nostre alpi, presso alle nevi eterne, vegliando sulle sue pecorelle. Allorché la notte copre col suo bruno velo ogni cosa e le stelle scintillano nel firmamento e tutto tace intorno, più volte accade che il lupo chetamente s’avvicini all’ovile: il fido cane, odorando la belva, si leva, arruffa il pelo e latra fieramente: il pastore si sveglia, si alza e tosto dà di piglio al robusto vincastro, chiama i compagni, con la voce incoraggia il cane, che animoso muove contro il lupo e raddoppia i suoi latrati, mentre le agnelle, avvertite del pericolo, tremanti si stringono, addossandosi le une alle altre. Il pastore non teme il pericolo, si lancia fuori del chiuso, affronta il lupo, e con la voce e col vincastro lo mette in fuga e salva le sue agnelle. Ecco ciò che deve fare il buon pastore, il parroco, il vescovo, allorché il lupo, l’uomo dello scandalo, il corruttore della fede, insidia le anime. Egli non deve temere le ingiurie, gli insulti, le calunnie, le minacce, i pericoli; deve levare la voce, mettere in guardia i fedeli e sventare le arti e le insidie dei nemici della fede e dei costumi. Così fa il buon pastore! – Gesù-Cristo, dopo avere descritto sì bene il buon pastore descrive il mercenario. Chi è il mercenario? E colui che non è padrone delle pecore, che aiuta il padrone per la mercede che ne riceve, che non ha alcun amore per le pecore. Che fa egli all’avvicinarsi del lupo? Teme, non vuol mettere a pericolo la sua vita, si chiude in luogo sicuro, o fugge e abbandona le pecorelle, delle quali il lupo fa scempio: il mercenario fugge, dice Cristo, perché è mercenario, perché non ha amore per le agnelle, non pensa che alla sua mercede. In questo mercenario Gesù Cristo ci rappresenta al vivo quei pastori di anime che per interesse, per timore, per prudenza mondana tradiscono il loro dovere. S. Gregorio M., quel modello di pastore supremo, nei suoi scritti ce ne lasciò una pittura vivissima. Il mercenario, grida il santo Pontefice, è colui che non pasce le anime per amore, ma tiene l’occhio ai vantaggi materiali, che è ghiotto degli agi e delle ricchezze, che ambisce onori, che esige omaggi, che pensa ad accumulare per sé o per i parenti, che opprime i deboli, che adula i ricchi, che vive oziando, che tace quando deve parlare, che non ha scintilla di zelo, che lascia correre gli scandali che potrebbe impedire, che non resiste all’ingiustizia, che non istruisce i pargoli, che non si adopera a guadagnare i peccatori, in una parola, che cerca le cose sue, non quelle di Gesù Cristo (Homil. 14, e in molti altri luoghi presso A Lapide). O grande e misericordioso Iddio! non permettete mai, ch’io, chiamato ad essere pastore di questo popolo, possa diventare un mercenario, e lasciar perire queste pecorelle, che mi avete affidate. Guai a me! Voi mi riprovereste e mi chiedereste conto delle agnelle per colpa mia perdute! – Seguitiamo il Vangelo. “Io sono il buon Pastore. „ Si direbbe che questa espressione esercita sul cuore di Gesù un tale fascino, ond’Egli ama ripeterla: essa rivela il suo cuore, mostra l’amor suo per le anime e il carattere della sua missione, del suo potere. Non dice mai: Io sono il padrone, il signore, il re, il dominatore delle anime, e lo poteva dire, perché veramente Egli lo è: ama invece ripetere questa parola sì dolce, sì amabile: Io sono il Pastore; non basta: Io sono il buon Pastore. Eppure, duole il dirlo, assai volte certi pastori sogliono ripetere queste parole sì aliene dallo spirito di Gesù Cristo: Io sono padrone! In chiesa comando io! Voglio così e non permetto che altri mi consigli! — Buon Dio! Quanta differenza tra il linguaggio di Gesù Cristo e il linguaggio di costoro! Egli Dio ed essi poveri peccatori! — Questa immagine del buon Pastore sì soave ci dice che Gesù ha potere sopra di noi, ma potere ch’Egli esercita con l’amore, con la tenerezza: essa allontana ogni idea di durezza, di pompa, di fasto, di violenza e insinua l’idea di semplicità, di vita comune, di confidenza, di mansuetudine, di scambievole affetto. Questa espressione sì bella “Io sono il buon Pastore”, uscita ripetutamente dalla bocca di Gesù scolpisce a meraviglia l’indole e il carattere del ministero sacerdotale, che è vero potere, ma paterno, temperato dalla carità. Quale esempio per noi Pastori! – “Io conosco le mie (pecorelle) e le mie (pecorelle) conoscono me, „ soggiunge Cristo. Voleva dire: Io conosco ed amo le anime che mi ascoltano, Io le seguo dovunque colla mia provvidenza, le accompagno con la mia grazia, “come un pastore non perde mai di vista le sue agnelle, ed esse con la fede, con la speranza, con la carità stanno unite a me: tra me e loro esiste una corrente misteriosa di affetto, che ci rende inseparabili, ond’Io vivo per esse ed esse vivono per me: “Cognosco meas et cognoscunt me meæ!” Quale linguaggio, o cari! Sembra un padre, che non pensa che ai figli e che sa d’essere dai figli riamato, che riposa nei figli come i figli riposano nel padre! “Il Padre conosce me ed io conosco il Padre.„ Queste parole, secondo ché spiega san Cirillo d’Alessandria, si devono collegare con le antecedenti, e vogliono dire: Come il Padre eterno conosce ed ama me da tutta la eternità e mi conosce ed ama come suo Figlio vero e proprio, ed Io conosco ed amo Lui come vero e proprio Padre mio, così Io conosco ed amo le mie pecorelle, ed esse a loro volta conoscono ed amano me, come loro pastore. È un confronto che Gesù fa tra i suoi rapporti eterni ed essenziali col Padre divino e i suoi rapporti temporali e contingenti colle anime, confronto che sotto altra forma comparisce più e più volte in quell’inarrivabile preghiera che fece nell’ultima Cena, e che ci fu conservata da S. Giovanni, e che leggiamo più innanzi nel capo XVII. Il vincolo d’amore che stringe Gesù alle sue pecorelle è una copia di quello che lo stringe al Padre suo. Si può concepire vincolo d’amore di questo più alto, più nobile, più sublime, più santo? – È una sola catena quella che lega Gesù al Padre e quella che lo lega a noi, sue povere creature; catena sì forte, che lo porta al massimo dei sacrifici, il sacrificio della sua vita per noi, e questa prova suprema dell’amor suo per noi, che ben presto avrebbe data, la ripete qui per la terza volta, dicendo: “Io pongo la mia vita per le mie pecorelle. „ Il suo cuore sente il bisogno quasi irresistibile e prova una divina compiacenza, una santa voluttà, pensando che un dì darà la sua vita per le sue pecorelle, che conosce ed ama con amore tenerissimo. – Ma qui ad un tratto lo sguardo di Gesù si spinge nel futuro; il libro del futuro sta aperto ai suoi occhi come il presente, e vi legge. E che cosa vi legge? Che cosa contempla nei secoli, che gli stanno innanzi riverenti? Egli ha intorno a sè un piccolo ovile, gli Apostoli, i discepoli, alcuni pochi credenti sparsi qua e là nelle tribù d’Israele; ma vede da lungi, in oriente e in occidente, a tramontana e mezzogiorno innumerevoli schiere di pecorelle, che entreranno nel suo ovile, e nell’impeto della gioia esclama: “Altre pecorelle io ho, che non sono di questo ovile, e quelle pure devo addurre, ed esse udiranno la mia voce. „ Gesù distingue chiaramente le pecorelle, che aveva intorno a sé, il piccolo gregge, che aveva raccolto, e le altre pecorelle, il gran gregge. che sarebbesi aggiunto, e, non occorre il dirlo, queste altre pecorelle, il gran gregge, che sarebbesi aggiunto, adombravano la gentilità, che in sì gran numero e con sì gran cuore sarebbe entrata nell’ovile, di due popoli, l’ebreo ed il gentile, formandone un solo all’ombra della croce. “Anche i Gentili udranno la mia voce!„ dice Cristo. L’udranno, non da me, sebbene per bocca de’ miei Apostoli, ma la verità è sempre la stessa. Osservate ancor qui, come Gesù Cristo di sé e degli Apostoli, cioè della Chiesa, della propria dottrina e della dottrina della sua Chiesa faccia una cosa sola, tantoché udire la voce della Chiesa egli è udire la voce di Gesù Cristo. “Et vocem meam audient”. Queste parole racchiudono una profezia, e quale profezia! Allorché Gesù annunziava la conversione dei Gentili e la futura loro fusione con quella parte d’Israele, che erasi convertita e lo seguiva, non v’era pur l’ombra d’indizio di quel gran fatto; anzi, umanamente parlando, era più che evidente la improbabilità, anzi l’impossibilità, che il gentilesimo, sì glorioso per ricchezza, per cultura di lettere, di scienze e di arti, per potenza e ampiezza sformata d’impero, seguisse Cristo, un povero Galileo, senza nome, senza splendore di potenza e di scienza, predicante l’umiltà, la pazienza, la croce, la mortificazione: eppure ciò che Cristo sì chiaramente disse: “Anch’essi, i Gentili, udranno la mia voce”, è un fatto e ci sta sotto gli occhi, e noi stessi ne siamo una prova. Noi abbiamo già un solo ovile e un solo pastore, una sola Chiesa e un solo Capo supremo della Chiesa, il Vicario di Cristo e successore di S. Pietro. Ben è vero, che fuori di questo ovile vanno qua e là errando ancora milioni e milioni di pecorelle smarrite, Ebrei, Mussulmani, Buddisti, Pagani: ma è pur vero che ogni anno, ogni giorno molte di queste pecorelle sbrancate entrano nel nostro ovile: è pur vero che la nostra Chiesa ogni giorno allarga le sue tende e stringe al suo seno materno nuovi figli: è pur vero, che i suoi apostoli, oggi sparsi su tutti i punti del globo, proseguono la grande conquista cominciata da Cristo e dilatano i confini del suo regno, e il progresso stesso delle arti e delle scienze e le vie di terra e di mare agevolate ci lasciano vedere non lontano quel giorno felice, in cui il mondo vedrà compiuto il vaticinio di Cristo: “Vi sarà un solo ovile e un solo pastore”. Che questo voto di Cristo e di tutti i suoi figli, voto che risponde ai bisogni di tutta l’umanità, la quale, spinta da forza irresistibile, tende inconsciamente a formare una sola famiglia, che questo voto presto si compia!

Credo

Offertorium

Orémus

Ps LXII:2; LXII:5  Deus, Deus meus, ad te de luce vígilo: et in nómine tuo levábo manus meas, allelúja.

Secreta

Benedictiónem nobis, Dómine, cónferat salutárem sacra semper oblátio: ut, quod agit mystério, virtúte perfíciat. [O Signore, questa sacra offerta ci ottenga sempre una salutare benedizione, affinché quanto essa misticamente compie, effettivamente lo produca]. Communio

Joannes X:14. Ego sum pastor bonus, allelúja: et cognósco oves meas, et cognóscunt me meæ, allelúja, allelúja [Io sono il buon pastore, allelúia: conosco le mie pecore ed esse conoscono me, allelúia, allelúia.]

Postcommunio

Orémus.

Præsta nobis, quaesumus, omnípotens Deus: ut, vivificatiónis tuæ grátiam consequéntes, in tuo semper múnere gloriémur. [Concédici, o Dio onnipotente, che avendo noi conseguito la grazia del tuo alimento vivificante, ci gloriamo sempre del tuo dono.]

GREGORIO XVII: DEGNO SUCCESSORE DI PIO XII

Il Degno Successore di Pio XII: Gregorio XVII “Siri”

(Immagine del ragazzo-prodigio Giuseppe Siri con la sua famiglia)

Giuseppe Siri è nato a Genova il 20 maggio 1906. Sua madre era originaria di un villaggio vicino a Forlì, suo padre era ligure. A quattro anni, i suoi genitori decisero di iscriverlo alla scuola elementare, un segno del suo precoce sviluppo intellettuale. Giuseppe crebbe rapidamente ed i suoi eccellenti risultati accademici suscitarono l’attenzione di un amico di suo padre, un agente di cambio, che promise di insegnargli il suo lavoro nonostante la sua giovane età. Dopo pochi giorni Giuseppe Siri mostrò però un forte disinteresse per questa attività, in questo condiviso  da sua madre.

Trascorreva una grande quantità di tempo in fervente preghiera all’oratorio della chiesa in cui era stato battezzato, Santa Maria Immacolata a Genova. All’età di nove anni, espresse la sua intenzione di entrare nel seminario per diventare sacerdote. Nel 1916, all’età di 10 anni, i suoi genitori permisero il suo ingresso nel seminario minore di Genova, noto per la sua rigida disciplina. Giuseppe si distinse subito per la sua rapidità di pensiero e per gli ottimi risultati raggiunti. Sulla base dei suoi successi, il cardinale Minoretti, arcivescovo di Genova, informò Giuseppe e i suoi genitori della sua intenzione di mandare a Roma il bambino prodigio, per farlo studiare alla Pontificia Università Gregoriana.

Il cardinale Minoretti, arcivescovo di Genova, fu molto colpito dal giovane Giuseppe Siri e lo mandò a Roma per studiare alla Pontificia Università Gregoriana.

All’età di 22 anni ricevette l’ordinazione sacerdotale dalle mani del cardinal Minoretti. Il 23 settembre 1928, il giorno successivo all’accoglienza del sacerdozio, celebrò la sua prima Santa Messa. L’anno successivo si laureò in Teologia all’Università Gregoriana. Dal 1929 al 1946 ha insegnato a Genova. Nel marzo del 1944, in seguito ad un dettagliato rapporto del cardinale Boetto, Pio XII lo elevò a un vescovo titolare di Liviade e ausiliare di Genova. All’età di 47 anni fu nominato cardinale da Pio XII il 12 gennaio 1953.

Durante il pontificato di Pio XII, Giuseppe Siri rimase molto vicino al Papa, tanto che sua santità lo considerava un consulente di fiducia. Pio XII stimò a tal punto l’intelletto e la condotta di Siri, che decise di  designarlo come successore della sua morte. (*)

(*) Nota: un Papa,  Supremo Legislatore della Chiesa, può indicare il nome del suo successore prima di morire. Questo è già accaduto nella storia della Chiesa (v. nota 2). È stato riferito che il Cardinale Siri, con grande umiltà e rispetto, declinò l’offerta di Pio XII, affermando che preferiva che un Conclave eleggesse il prossimo Papa, per manifestare il desiderio di Pio XII.

Nel 1958 Pio XII morì. Molti cardinali liberali criticarono la gestione centralizzata di Pio XII e temevano che Siri accentuasse questo comportamento. Il cardinale Siri dichiarò che nei giorni precedenti il ​​conclave aveva avvertito una sensazione di fastidio da parte di alcuni cardinali. Passarono i giorni tra le trattative febbrili alla ricerca del successore di Pio XII. Secondo diversi cardinali, Giuseppe Siri era la persona più adatta. Altri “cardinali” [massoni infiltrati … Tisserant … Bea … Lienart Roncalli … l’elemco è lungo] disprezzavano il cardinale ultramontano di Genova e ordirono un complotto per rubare il trono papale al legittimo successore di San Pietro, a qualsiasi costo.

Nota 2 : un Papa, Supremo Legislatore della Chiesa, può fare il nome del suo successore. prima che muoia. Questo è già accaduto nella storia della Chiesa in passato... sul suo letto di morte, nel 530 d . C., Papa San Felice IV, avvalendosi del diritto stabilito da Papa Simmaco designò come suo successore  un consigliere fidato suo amico,  (poi Bonifacio II). È stato riferito che il Cardinale Siri, con grande umiltà e rispetto, declinò l’offerta di Pio XII, affermando che preferiva che un Conclave eleggesse il prossimo Papa, onde manifestare il desiderio di Pio XII.

“La persona così eletta [Papa] acquisisce piena giurisdizione sulla  Chiesa universale immediatamente al suo consenso, e diventa il Vicario di Cristo sulla terra”. ( C. J. C. : “Elezioni canoniche ” a pagina 107, 1917, Imp.).

L’elezione di Bonifacio II fu contrastata da un certo Dioscoro antipapa, che solo 14 gioni dopo … morì …, non sapeva infatti che:

“Qui mange le Pape, meurt !”

Profezia papale di St. Giovanni di Roccia spaccata  (XIV secolo): “Verso la fine del mondo, i tiranni e le folle ostili deruberanno la Chiesa e il clero di tutti i loro beni e li affliggeranno e li martirizzeranno, e l’abuso su di loro sarà tenuto in grande considerazione.  In quel tempo, il Papa con i suoi cardinali dovrà fuggire Roma in circostanze tragiche, in un luogo dove saranno sconosciuti. Il Papa morirà con una morte crudele nel suo esilio. Le sofferenze della Chiesa saranno molto più grandi di qualsiasi altra nella sua storia, ma Dio risolleverà un santo Papa e gli Angeli si rallegreranno. Illuminato da Dio, quest’uomo ricostruirà quasi tutto il mondo mediante la sua santità, la vera fede: dappertutto prevarrà il timore di Dio, della virtù e della buona morale, che ricondurrà tutte le pecore erranti all’ovile, e ci sarà un’unica fede, una sola legge, una sola regola di vita e un solo Battesimo: sulla terra tutti gli uomini si ameranno e faranno il bene, e tutti i litigi e le guerre cesseranno”.

Dogma della Chiesa: secondo le parole di Cristo, Pietro deve avere
successori nel suo primato su tutta la Chiesa ed in tutti i tempi. (de fide.-dogma ribadito con vigore al Concilio Vaticano – Cost. Ap. “Pastor Aeternus” 1871)

 

 

LA MODESTIA

MODESTIA

1928: Lettera alla Congregazione per i religiosi

Agli Ordinari d’Italia: per quanto riguarda la crociata contro le mode immodeste, specialmente nelle scuole dirette da religiose.

 

Circolare.  Illustrissimi e e reverendi Signori, sono a voi ben note le gravi parole di condanna che il Santo Padre ha pronunciato, in più occasioni, con la sua Autorità apostolica, contro la moda immodesta dell’abito femminile che prevale oggi a discapito del buon portamento. – Basti ricordare le parole molto gravi, colme di dolore e di ammonimento, con le quali nel discorso del 15 agosto scorso, nella camera concistoriale, promulgando il decreto sulle virtù eroiche della venerabile Paola Frassinetti, Sua Santità ha denunciato ancora una volta il pericolo che, con il proprio fascino seduttore, si minacciano così tante anime incaute che si professano appartenere al gregge di Gesù Cristo e alla Sua Santa Chiesa.

È doloroso sottolineare a questo proposito che l’abitudine deplorevole tende ad insinuarsi tra le giovani ragazze che frequentano, come allieve, alcune delle scuole dirette da suore e delle classi della scuola domenicale che si tengono presso istituzioni religiose femminili.

Per affrontare il pericolo che, diffondendosi, diventa sempre più grave, questa Sacra Congregazione, per ordine del Santo Padre, richiama gli Ordinari d’Italia affinché possano comunicare ai superiori delle case di religiose, nelle loro rispettivi diocesi, le seguenti ingiunzioni di questa Sacra Congregazione, confermate da Sua Santità nell’udienza odierna:

a) In tutte le scuole, accademie, centri ricreativi, scuole domenicali e laboratori diretti da religiose, non siano da ammettere d’ora in poi quelle ragazze che non osservino nel loro abbigliamento le regole della modestia e della decenza cristiana.

b) A tal fine, le superiori stesse saranno obbligate ad esercitare una stretta supervisione e ad escludere perentoriamente dalle scuole e dai progetti delle loro istituzioni, quelle alunne che non si conformino a queste prescrizioni.

c) Non devono essere influenzate in questo da alcun rispetto umano, né da considerazioni materiali o da ragioni di prestigio sociale e familiare dei loro alunni, anche se il corpo studentesco dovesse diminuire di numero.

d) Inoltre, le sorelle, nel compimento delle loro attività educative, devono sforzarsi di inculcare dolcemente e fortemente, nelle loro allieve, l’amore ed il gusto per la santa modestia, segno e custodia della purezza e del delicato ornamento della donna.

La vostra supervisione sarà vigile affinché queste ingiunzioni siano osservate esattamente e ci sia una perfetta conformità di condotta tra tutti gli istituti di religiose della diocesi. – Richiamerete severamente all’ordine chiunque sia disobbediente in questo, e qualora venga perpetrato qualsiasi abuso, si notifichi a questa Sacra Congregazione. ”

Con la più profonda stima, …

Cardinale Laurenti,

Prefetto della Sacra Congregazione per i religiosi

Vincent La Puma, segretario

Roma, 23 agosto 1928

Nota: Inoltre, il 12 gennaio 1930, Papa Pio XI ordinò alla Sacra Congregazione del Concilio di produrre una lettera fortemente incentrata sulla modestia cristiana in tutto il mondo, che richiedeva l’adesione delle monache alla Lettera dalla Sacra Congregazione dei Religiosi datata 23 agosto 1928, “. [vedi n. 6 sotto]. Questa lettera del 1930 fu ancora più enfatica; dava infatti direttive più dettagliate; e imponeva l’obbligo di combattere le mode immodeste e di promuovere la modestia da parte di tutte le persone con autorità: Vescovi e altri ordinari, parroci, genitori, Superiori e insegnanti nelle scuole. Questa lettera recita come segue:

1930 Lettera della Congregazione del Concilio

In virtù dell’apostolato supremo che esercita sulla Chiesa universale per volontà divina, il nostro Santissimo Padre Papa Pio XI non ha mai cessato di inculcare, sia verbalmente che con i suoi scritti, le parole di San Paolo (1 Tim. II, 9 -10), vale a dire, “Le donne … si adornino con modestia e sobrietà … e professino la pietà con buone opere”.

Molto spesso, quando se ne presentò l’occasione, lo stesso Sommo Pontefice condannò enfaticamente la moda immodesta nell’abbigliamento adottata dalle donne e dalle ragazze cattoliche, moda che non solo offende la dignità delle donne contro il suo ornamento, ma conduce alla rovina temporale delle donne e delle ragazze e, cosa ancora peggiore, alla loro rovina eterna, trascinando miserabilmente gli altri nella loro caduta. Non sorprende, quindi, che tutti i Vescovi e gli altri ordinari nelle loro diocesi, come è dovere dei ministri di Cristo, si siano opposti all’unanimità alla loro depravata licenziosità e promiscuità dei costumi, spesso sostenendo con forza la derisione e la beffa che si sono levati contro di loro per questa causa.

Perciò questo Sacro Concilio, che vigila sulla disciplina del clero e del popolo, mentre raccomanda caldamente l’azione dei Venerabili Vescovi, li esorta enfaticamente a perseverare nel loro atteggiamento e ad aumentare le loro attività nella misura consentita dalle loro possibilità, affinché questa malattia insulsa sia definitivamente sradicata dalla società umana.

Per facilitare l’effetto desiderato, questa Sacra Congregazione, con il mandato del Santissimo Padre, ha decretato quanto segue:

Esortazione a coloro che hanno autorità

1. Il parroco, e in particolare il predicatore, quando sorge l’occasione, dovrebbe, secondo le parole dell’apostolo Paolo (2 Tim. I, 2), insistere, argomentare esortare e comandare che l’abbigliamento femminile sia basato sulla modestia e l’ornamento femminile sia una difesa della virtù. Lasciamo anche loro il compito di ammonire i genitori affinché le loro figlie cessino di indossare abiti indecorosi.

2. I genitori, consapevoli dei loro gravi obblighi verso l’educazione, specialmente religiosa e morale, della loro prole, dovrebbero fare in modo che le loro figlie siano istruite solidamente, fin dalla più tenera infanzia, nella dottrina cristiana; e loro stessi dovrebbero inculcare assiduamente nelle loro anime, con la parola e con l’esempio, l’amore per le virtù della modestia e della castità; e poiché la loro famiglia dovrebbe seguire l’esempio della Sacra Famiglia, la devono governare in modo tale che tutti i suoi membri, cresciuti all’interno delle mura della casa, debbano trovare ragione e incentivo ad amare e preservare nella modestia.

3. Provvedete a che i genitori tengano le proprie figlie lontane dai giochi e dai concorsi di ginnastica pubblica; ma se esse sono costrette a parteciparvi, provvedano a che siano completamente e modestamente vestite; e non permettano mai alle loro figlie di indossare abiti immodesti.

4. Le superiori e gli insegnanti nelle scuole per ragazze devono fare del loro meglio per instillare l’amore per la modestia nel cuore delle fanciulle affidate alle loro cure e spronarle a vestirsi con modestia.

5. Le superiori e gli insegnanti non devono ricevere nei loro collegi e scuole ragazze vestite in modo immodesto e non dovrebbero neppure fare eccezione nel caso di madri di alunni. Se, dopo essere state ammesse, le ragazze persistono nel vestirsi in modo immodesto, tali allieve dovrebbero essere espulse.

6. Le monache, in conformità con la Lettera del 23 agosto 1928 della Sacra Congregazione dei Religiosi, non devono ricevere nei loro collegi, scuole, oratori o campi di ricreazione, o, se ammesse, tollerare ragazze che non siano vestite con cristiana modestia; Le monache, inoltre, dovrebbero fare del loro meglio affinché l’amore per la santa castità e la modestia cristiana possano radicarsi profondamente nel cuore delle loro allieve.

7. È auspicabile che siano fondate organizzazioni di pie donne, che con il loro consiglio, esempio e propaganda, combattano l’uso di indumenti inadatti alla modestia cristiana e promuovere la purezza delle costumi e la modestia nel vestito.

8. Nelle pie associazioni di donne coloro che vestono immodestamente non dovrebbero esservi ammesse all’appartenenza; ma se, per fortuna, sono ricevute, e dopo essere state ammesse, ricadono nel loro errore, dovrebbero essere immediatamente respinte.

9. Le fanciulle e le donne vestite in modo immodesto devono essere escluse dalla Santa Comunione e dall’essere garanti dei Sacramenti del Battesimo e della Cresima; inoltre, se il reato è estremo potrebbe persino essere proibito entrare in chiesa.

Donato Cardinal Sbaretti,

Prefetto della Congregazione del Concilio, Rome,

12 Gennaio, 1930

LO SCUDO DELLA FEDE (VI): I MIRACOLI

VI.

I MIRACOLI.

La forza dimostrativa «lei miracoli. — Che cosa siano e loro possibilità. Loro natura. — Loro conoscimento. —

 

Dunque altra prova della Divina rivelazioni sono i miracoli.

Precisamente.

— E di qual maniera lo sono?

Il miracolo è cosa, che solo Iddio la può fare, ed è cosa altresì che colpisce gli uomini e li conduce a riconoscere l’intervento di Dio. Se perciò Iddio compie dei miracoli a prò di una dottrina, d’una legge, d’una religione, bisogna riconoscere che quella dottrina, quella legge, quella religione è vera, è santa, è divina, giacché è impossibile che Iddio voglia operare dei miracoli a prò di una dottrina, d’una legge, d’una religione falsa, malvagia, perversa, che così si farebbe ad ingannare gli uomini. Ma siccome Iddio ha realmente operato un’infinità di miracoli a prò della religione, della legge, della fede cristiana, di quelle verità, che la Chiesa Cattolica ci insegna, perciò dobbiamo riconoscere che la dottrina cristiana è vera, ci viene propriamente da Lui, da Lui stesso ci fu rivelata.

Che cosa è adunque propriamente il miracolo

Il miracolo è un fatto sensibile, certo, che sorpassa evidentemente le forze della natura e che non può essere prodotto che da Dio.

Per esempio?

Quando Mosè coN la verga toccò le acque del Mar rosso e queste si divisero in un attimo e si alzarono come due muri a destra ed a sinistra; quando Elia invocato il nome del Signore richiamò in vita il figliuolo della vedova di Sarepta, che era morto; quando S. Pietro ordinò ad uno zoppo dalla nascita di levarsi su e camminare, ed egli si sentì subito guarito e prese a camminar davvero, furono compiuti dei miracoli, perché in tutti questi casi avvennero dei fatti sensibilissimi e più che certi, i quali evidentissimamente erano fuori dell’ordine stabilito e comunemente osservato nelle cose, evidentissimamente sorpassavano le forze della natura.

Dunque dagli esempi, che m’ha addotti, anche gli uomini possono fare dei miracoli?

No, gli uomini per sé, con la loro virtù e forza, non possono assolutamente fare dei miracoli; ma Dio può servirsi benissimo di loro come di mezzo per operarli: quindi quando si dice di un santo che fu un taumaturgo, ossia un operatore di miracoli, s’intende sempre di dire, che lo fu in quanto che Dio si servi di lui per compierli.

Ma a dir il vero io credo poco ai miracoli.

E che vorresti dire con ciò?

Voglio dire che io penso che i miracoli siano impossibili.

Potrei risponderti come rispose un cotale ad un sofista antico, che negava la possibilità del moto e che difendeva questa sua balordaggine con infiniti arzigogoli. Lo prese sotto il braccio, gli fece fare un giro per tutta la sala, ove disputava, e poi l’interrogò: « È egli possibile il moto? » Così io potrei dirti: I miracoli ci sono, e provati a tutto rigore, dunque sono possibili. Ma ti risponda per me il famoso filosofo ginevrino Giangiacomo Rousseau: « Chi sostenesse seriamente che i miracoli non siano possibili, resterebbe troppo onorato se lo si punisse: bisognerebbe senz’altro mandarlo al manicomio ». – Come? impossibile il miracolo? Ma Iddio non è egli forse il padrone dell’universo? Epperò sempre che gli piaccia non potrà egli mutare l’ordine naturale, che egli ha stabilito? Non è Egli, che ha creato il mondo, che cioè l’ha cavato dal nulla? E se Egli ha potuto fare il più, vuoi che non possa fare il meno com’è il miracolo, che non è altro che un movimento di ciò che già esiste?

Eppure tante volte si grida: Miracolo; miracolo! e poi si tratta della cosa più naturale del mondo, oppure di ciarlataneria, di giuochi di magnetismo.

Certamente può accadere talvolta, e realmente qualche volta accade che taluni sbaglino nel credere miracolo ciò che non lo è; ma non per questo si potrà negare la possibilità e la esistenza dei veri miracoli. Coloro che negano la possibilità del miracolo, credilo, non è senza una cattiva ragione. Pascal diceva: « Se la matematica offendesse le nostre passioni, ci sforzeremmo di negare anche la matematica ». Ma fortunatamente la matematica non prova nulla fuori della sua cerchia, e perciò i suoi assiomi son lasciati in pace. Non è così del miracolo. Esso ha il gran fine di mostrare la verità della fede, la Divinità del Vangelo e di soggiogare perciò la mente dinanzi ai misteri e imporre alla volontà di lottare contro i nostri sensuali appetiti, le nostre cattive inclinazioni, le nostre perverse passioni, ed è perciò che da taluni non lo si vuole o si nega la sua possibilità. Del resto tutti gli uomini in generale non hanno essi creduto ai miracoli? Leggi la storia religiosa dei Romani, dei Greci dei Galli, dei Persiani, degli Assiri, degli Egiziani e troverai da per tutto l’idea del miracolo. – È vero che moltissime volte, sopra tutto presso questi popoli pagani, l’immaginazione falsata fece loro credere per miracolo ciò che non era tale, oppure ai veri miracoli, di cui ebbero conoscimento, fece loro congiungere e frammischiare delle stranezze chimeriche e ridicole, ma con tutto ciò resta sempre provato, che la natura umana in generale non rigetta il miracolo, e ne proclama la possibilità e l’esistenza.

Comprendo: la cosa non può essere diversa. Ma intanto nell’operare dei miracoli Iddio muta le leggi di natura, che da principio ha stabilito, e così muterà anche la sua volontà. Il che non sarebbe una stoltezza?

Obbiezione vecchia, caro mio, ma che vale un bel nulla. Certamente se Dio operando dei miracoli mutasse la sua volontà, apparirebbe uno stolto che ora vuole una cosa, ora ne vuole un’altra, uno stolto che non ha saputo disporre le cose con sapienza fin dall’eternità, le quali perciò han da essere mutate. Ma è così? Tutto il contrario. Come Iddio da tutta l’eternità ha voluto le leggi di natura, così da tutta l’eternità ha voluto i miracoli, che sorpassano tali leggi: come ha voluto la regola così ha voluto le eccezioni. « In Dio, dice bellamente S. Agostino, tutto è disposto e fisso, né fa mai alcuna cosa, che Egli non abbia dall’eternità preveduto di fare, ancorché a noi sembri ordinata con una sua nuova disposizione » (Spiegazione dei Salmi, capo V, numero 35).

Insomma, se non erro, sarebbe lo stesso che dire che Iddio, al quale tutto è presente, anche il futuro, vede e vuole sempre al presente e le leggi di natura e i miracoli, loro eccezioni.

Precisamente. E siccome vede e vuole sempre al presente, cioè di volontà eterna, le leggi di natura e i miracoli, loro eccezioni, perciò mai non muta.

Questo l’ho inteso. Tuttavia non si potrà negare che nel miracolo vi sia una violenza alla natura.

No, caro mio, nel miracolo non c’è nessuna violenza alla natura. Quello che c’è, è questo: che Iddio ad ottenere certi effetti non si serve della natura, ma li vuole ed ottiene direttamente Egli stesso.

Questo non lo capisco bene.

Qualche esempio ti gioverà a capirlo benissimo. Iddio ha stabilito come legge di natura che le acque rattenute entro un riparo più non si espandano; ha stabilito come legge di natura che le piante mercé la vita vegetativa che c’è in loro, fioriscano e facciano frutti, ha stabilito come legge di natura che le medicine e le cure mediche guariscano a poco a poco da infermità ed impediscano la morte. Per tal guisa Dio ha voluto ottenere gli effetti di trattenere le acque in un determinato confine, di far fiorire e fruttificare le piante, di guarire da molte infermità ed impedire la morte con le cause seconde del riparo, della vita vegetativa, dei medici e delle medicine. Or non ti pare che Egli, il quale ha comunicato tale efficacia alle cause seconde, non possa produrla Egli direttamente senza servirsi di esse?

Senza dubbio, essendo Egli onnipotente e padrone di fare quel che gli piace.

Dunque Egli può con la sua onnipotenza tener su le acque, e senza alcun riparo non lasciarle espandersi; può in un bastone secco, in cui non ci sia più la vita vegetativa, far venir fuori fiori e frutti; può, senza medici e medicine, guarire repentinamente da una gravissima infermità, e può anche far ritornare la vita in un freddo cadavere. E se Egli fa questo, Lui direttamente, ti pare che faccia qualche violenza alla natura? Niente affatto. Ecco pertanto che cosa fa Iddio, allora che opera il miracolo.

Ora ho inteso benissimo, e la spiegazione datami mi piace assai. Ma come si fa ad essere certi di un miracolo? Son tante le cose meravigliose che anche naturalmente accadono, che mi sembra essere assai facile ingannarsi e prendere per miracolo ciò che non è.

Ascolta. Il  miracolo, come ti dissi, è un fatto esterno, sensibile, che perciò si può prendere ad esame e verificare. Ecco un uomo che da tre o quattro giorni è morto. Esso è già stato chiuso nel sepolcro, ed in preda alla corruzione com’è, dev’essere già fetente. Difatti si apre il suo sepolcro e lo si vede spento, immobile, e se ne sente il fetore. Si tratta, sì o no, di uno che è morto davvero? Questo fatto lo posso constatare con i miei occhi, con le mie mani, co’ miei sensi?

Altro che!

Ma ecco che presso a quest’uomo, che io vedo morto, viene un Personaggio e intima a quel cadavere di risorgere. Ed ecco che quel cadavere ripiglia la vita, si alza, cammina, si avvicina a me, mi piglia per mano, mi parla, insomma egli rivive davvero. E questo altro fatto, che quest’uomo, ch’era morto, adesso vive di bel nuovo, non lo posso parimenti constatare? non lo vado constatando con i miei sensi? E quello che faccio io, non lo possono fare tanti altri, che sono al par di me testimoni dell’accaduto?

Certamente.

Dunque dinanzi a questi due fatti da me constatati, il fatto che quell’uomo era morto, e quest’altro che adesso è risuscitato, non devo forse io riconoscere un miracolo? Non devo dire a me stesso: Un uomo quando è morto, è morto, né per alcuna forza umana può ripigliare la vita. Ma quest’uomo alla voce di quel personaggio l’ha ripigliata. Dunque o quel personaggio era Iddio stesso, oppure un mezzo di cui Dio con la sua onnipotenza si servì per fare ciò che Egli solo può fare, e ad ogni modo la risurrezione di quest’uomo non viene da altri se non da Dio, non è altro che un miracolo?

Sì, ed anche questo è chiaro, più chiaro assai di ciò che mi credeva. Ma ho inteso a dire che vi sono delle forze naturali occulte, dalle quali può succedere benissimo il fatto, che appare come miracolo. Dunque per distinguere il vero miracolo da un fatto naturale non bisognerebbe conoscere altresì queste forze naturali occulte?

Anzi tutto l’esistenza di queste forze naturali occulte precedenti il miracolo, chi mai l’ha dimostrata? In secondo luogo, supponiamo pure per un istante che queste forze naturali occulte esistano. Che bisogno hai tu di conoscerle, quando vedessi un miracolo per accertarti che sia tale? È sufficiente più che mai che tu conosca, come nel compiersi quel miracolo non fu applicata nessuna forza naturale occulta, e che però da nessuna di queste cose è provenuto, ma è provenuto invece da una causa superiore, che non può essere che Iddio.

E come farei io a conoscere ciò?

Vedi: senza punto concederti che vi siano delle forze naturali occulte atte a produrre ciò che noi chiamiamo miracoli, ti concedo tuttavia essere verissimo che noi ignoriamo molte leggi di natura e l’applicazione che se ne può fare. Se si svegliassero dalla tomba i nostri avi di cent’anni fa soltanto, e vedessero i telegrafi, i telefoni, i fonografi, la illuminazione e la trazione elettrica, resterebbero fuori di sé per lo stupore. Eppure quelle leggi, quelle forze, la cui applicazione dà oggi tutti questi ammirabili risultati, forse che allora non esistevano in natura? Esistevano benissimo, ma non si conoscevano; ora invece si conoscono e se ne fa l’applicazione. Ma per farne l’applicazione, come tu sai, ci vogliono degli strumenti, dei fili, delle rotaie e tu puoi vedere tutto ciò, e vedendo tutto ciò capisci ancora che gli effetti che si ottengono per quanto meravigliosi, non sono miracoli, ma effetti naturali, che si ottengono con cause naturali. Invece nel miracolo vedi tu qualche cosa di simile? Vedi tu dei preparati, degli strumenti atti a sviluppare delle forze naturali, magari a te ignote? Niente affatto. Nel miracolo non vedi, non riconosci con gli stessi tuoi sensi che la volontà, il comandò di Chi lo opera; e se talvolta vedi che Chi opera il miracolo si serve di mezzi, devi riconoscere ancora che questi di per sé non sono punto atti ad ottenere ciò che si ottiene, come si può riconoscere in quel miracolo, che Gesù Cristo operò guarendo il cieco nato con della terra bagnata di saliva.

E non potrebb’essere che chi fa il miracolo conosca gli effetti meravigliosi, che certe forze naturali, agli altri ignote, possono produrre e che ordini di compiersi il fatto, che noi chiamiamo miracolo, in quel momento istesso, in cui tali forze si sviluppano?

Caro mio, in questo caso vi sarebbe nel taumaturgo una scienza più miracolosa dei miracolo. Ed allora come spiegheresti il gran miracolo di questa scienza? I miracoli operati sono senza numero e furono compiuti da moltissimi personaggi, e vorresti che tutti quanti questi personaggi sempre abbiano colto il momento preciso in cui si sviluppano le forze naturali da loro soltanto conosciute? E se fosse così non si dovrebbe richiedere in ciò una scienza naturalmente impossibile, una scienza soprannaturale, una scienza divina? non si dovrebbe richiedere insomma un’altra volta l’intervento di Dio?

Sì, è verissimo, comprendo proprio che il miracolo non è altro che l’opera di Dio.

E devi perciò riconoscere che se Iddio compie dei miracoli a prò di una dottrina, ne dimostra in tal guisa infallibilmente la verità.

Lo riconosco.

G. FRASSINETTI: CATECHISMO DOGMATICO (II)

[Giuseppe Frassinetti, priore di S. Sabina di Genova:

Catechismo dogmatico Ed. Quinta, P. Piccadori, Parma, 1860]

CAPITOLO I.

DEI LUOGHI TEOLOGICI.

 I luoghi teologici sono quei fonti dai quali si prendono gli argomenti opportuni tanto

per provare e dilucidare le verità della fede e i principii e le regole dei costumi, quanto per difendere questa verità, e queste regole dai sofismi degli eretici, o dei cattivi cattolici.

Questi luoghi ossia fonti sono dieci: 1. La divina Scrittura. 2. le Tradizioni. 3. Il consenso della Chiesa cattolica, 4. i Concili, 5. Il Giudizio del romano Pontefice, 6. 1’autorità dei ss. Padri, 7. 1’autorità dei Dottori e degli Scolastici, 8. 1’autorità della Storia, 9. quella dell’umana Ragione, 10. quella della Filosofia. Così i teologi comunemente.

  • I.

Della Sacra Scrittura.

— Che cosa s’intende sotto il nome di Sacra Scrittura?

S’intende la Sacra Bibbia, che contiene tutti quei libri divini, i quali dal sacrosanto Concilio di Trento (sess. IV) in numero di 72 sono riconosciuti per ispirati da Dio ai loro autori, e scritti con tale assistenza dello Spirito Santo, sicché non vi si potesse inserire dai medesimi il minimo errore né per malizia né per umana debolezza.

— Come si divide la Sacra Scrittura?

Si divide in Vecchio e in Nuovo Testamento. Il Vecchio contiene tutti i santi libri scritti prima dell’Incarnazione del Figlio di Dio cominciando dalla Genesi, e terminando al 2. dei Maccabei, il Nuovo Testamento contiene quelli, che furono scritti dopo, cominciando dal Vangelo di S. Matteo, e terminando all’Apocalisse di S. Giovanni.

In questi libri scritti dagli autori inspirati da Dio non vi potevano essere errori, ma per altro vi potranno essere degli errori nella Bibbia latina di cui ci serviamo, perché questa non ha nulla, o quasi nulla di originale, ma è in tutto, o quasi in tutto traduzione dei testi Ebraici e Greci.

La Chiesa da più di dodici secoli si serve di questa Bibbia, se fosse guasta, ed alterata in cose d’ importanza, Gesù Cristo non avrebbe potuto permettere ch’essa se ne servisse, senza mancarle di quella assistenza che le ha promesso perché sia infallibile. Sarebbe anzi scomunicato dal sacro Concilio di Trento (sess. IV) chi non volesse prestar fede a qualcuno dei santi libri, e a qualche parte dei medesimi quali si contengono nella nostra Bibbia latina, la quale si chiama pure la volgata di S. Gerolamo, perché questo dottissimo santo Padre é l’autore della massima parte di questa versione. — Non sarà per altro cosa di maggiore sicurezza fidarsi più degli antichi testi originali che della nostra volgata? Qualunque possa essere lo stato odierno dei testi originali, è però certo che non furono fin ora rivisti ed emendati dalla Chiesa come fu la nostra volgata; e perciò nelle cose riguardanti la fede ed i costumi, attualmente si deve preferire la nostra volgata ai testi originali (Can. de loc. theol., 2, c. 13).

— Le parole della S. Scrittura hanno un solo o più sensi?

Moltissime parole, e sentenze della Sacra Scrittura hanno due sensi letterale e mistico. Il letterale è quello che presentano le parole per se stesse; il mistico quello che presentano le cose significate dalle parole. Per esempio, si narra nella divina Scrittura che Abramo ebbe due figli, uno da Agar schiava di condizione, e 1′ altro da Sara di condizione libera: il senso letterale è che Abramo ebbe Ismaele da Agar sua serva da lui presa in moglie, e che poi ebbe Isacco da Sara similmente sua moglie, e nata dalla medesima distinta famiglia da cui era nato egli stesso: il senso mistico è che Dio raffigurato in Abramo ebbe due popoli suoi cultori, uno servo sotto la legge Mosaica, che è il popolo Ebreo, l’altro libero nella legge evangelica che siamo noi, cioè il popolo cristiano. Così i ss. Padri dietro S. Paolo (epist. ad Gal. IV).

— Vi é anche un altro senso che si chiama accomodatizio, quale sarebbe?

Si chiama senso accomodatizio 1’uso che si fa di una sentenza della divina Scrittura la quale esprime una qualche determinata verità, per esprimerne un’altra a cui si può applicare; così la Chiesa usa in lode di Maria Ss. vari encomi che fa la Scrittura alla divina Sapienza; siano per esempio quelle parole « io sono la madre del bell’amore, del timor di Dio, della scienza e della santa speranza (Ecclesiast. XXIV, v. 34).

— Nell’intelligenza e nell’ interpretazione delle divine Scritture ci potremo fidare del solo nostro intendimento?

La depositaria delle divine Scritture è la Chiesa Cattolica Apostolica Romana; essa solo può giudicare definitivamente dei veri sensi dei santi libri, vuole poi che nella loro intelligenza ed interpretazione seguiamo il senso unanime dei SS. Padri (Conc. Trid. Sess. IV) come quelli che sono i depositari della tradizione e che furono specialmente assistiti da Dio nella loro interpretazione ed intelligenza. Si noti che tutte le eresie nacquero dal volere interpretare la divina Scrittura secondo il proprio privato sentimento: «Non enim natæ sunt hæreses nisì dum scripturæ bonæ intelliguntur non bene ( S. Agost. cap. 18 in Joannem).

— Non sarebbe bene che si facessero traduzioni volgari della Bibbia da potersi mettere nelle mani di tutti, anche dei secolari?

La Chiesa vieta che la Bibbia tradotta in volgare letteralmente si dia a leggere in differentemente a qualunque persona (vide 4 regulam Indicis lib. prohib.); anzi vieta che si dia 1’assoluzione dei peccati a coloro che la volessero leggere, o ritenere appresso di sé senza averne il permesso. Che non possa esser buona cosa il metterla nelle mani di tutti si prova da questo, che essendo piena di misteri, potrebbe riuscire agli idioti più di danno che di profitto, e si conosce pure dallo zelo che hanno i protestanti di spargere ovunque, anche con tanto loro dispendio, un’infinita quantità di Bibbie volgari. Di più la Sacra Congregazione dell’ Indice con decreto del 13 giugno 1757 proibì « versiones omnes Bibliorum quamvis vulgari lingua, nisi fuerint ab Apostolica Sede approbatæ, aut editæ cum adnotationibus desumptis ex S. Ecclesiæ Patribus, vel ex doctis catholicisque viris. » Vedi l’indice dei libri proibiti stampato in Roma nel 1819 alla lettera “i”, al titolo Istoria succinta delle operazioni etc. facc. 159.  Vedi pure facc. XIV Observ. Ad Reg. IV Additio. Di più questo decreto fu rinnovato nel Monitum del decreto della Congregazione dell’Indice fer. V die 7 ianuarii 1836. Ciò s’intende delle traduzioni volgari della Bibbia anche fatte da autori cattolici, e fedelmente eseguite sulla Vulgata quale sarebbe quella di monsignor Martini stampata senza note: quindi facilmente si comprende quanto debbano considerarsi più rigorosamente proibite le traduzioni fatte dai protestanti alterate, mutilate, mancanti d’interi libri quale é quella del Diodati che si diffonde tra noi per cura delle società Bibliche, che aspirano, speriamo inutilmente, a protestantizzare l’Italia. Specialmente queste da nessuno si possono comprare, né ricevere in regalo, né leggere, né ritenere presso di sé.

  • II.

Delle Tradizioni.

— Che cosa sono le Tradizioni propriamente prese in quanto formano un luogo teologico?

Secondo il senso dei ss. Padri, e del Santo Concilio di Trento ( sess. IV) sono quelle dottrine che non furono scritte da principio dagli autori inspirati, siano, o non siano poi state scritte in appresso.

— Come si distinguono le Tradizioni?

Le Tradizioni della Legge Evangelica, delle quali noi parliamo altre si chiamano

Divino-Apostoliche, altre Apostoliche soltanto.

Le Divino-Apostoliche si dividono in:

Tradizioni spettanti al Dogma, e in

Tradizioni spettanti al costume.

.- Le prime contengono le verità insegnate da Gesù Cristo agli Apostoli, o pure rivelate ai medesimi dopo la di Lui Ascensione al Cielo: si può mettere tra questo numero il dogma che i Sacramenti della nuova legge sono sette, né più, né meno.

.- Le spettanti al costume, ossia alla pratica, contengono i precetti e i comandi fatti da Cristo agli Apostoli; e tra queste si possono annoverare i riti essenziali all’amministrazione dei Sacramenti, cangiati i quali nella loro sostanza, i Sacramenti resterebbero invalidi; per esempio, se uno dicesse nella forma del Sacramento della Penitenza: io ti lavo dai tuoi peccati, invece di dire: io ti assolvo.

Queste tradizioni Divino-Apostoliche, tanto riguardanti il dogma, come riguardanti la pratica, sono immutabili, e costituiscono un’irrefragabile luogo teologico. Le tradizioni apostoliche soltanto contengono le costituzioni formate dagli Apostoli come pastori della Chiesa per il suo buon regime disciplinare; si mette tra queste il digiuno quaresimale, e queste sono immutabili; sicché il Sommo Pontefice come Pastore universale può farvi quelle mutazioni che giudica espedienti.

— Le Tradizioni nella Chiesa si devono ammettere necessariamente?

È un dogma definito nel S. Concilio di Trento che esistono le Tradizioni ei (sess. IV et alibi). Si devono poi ammettere necessariamente, perché non si trova nei libri della Bibbia tutto ciò che si deve credere e praticare. Non si trova nella Bibbia che i Sacramenti della nuova legge sono sette; perciò senza le tradizioni non si potrebbe credere questo dogma. – Similmente le forme di vari Sacramenti non si trovano nei libri divini; e perciò senza Tradizioni non si potrebbero amministrare; per questo diceva S. Paolo: « Conserservate le tradizioni » (II ad Tessal. 2). Gli eretici inoltre, come dimostra il Cano (de Tradit. Apost. 1. 3, c. 3), rigettano le tradizioni perché riconoscono esser questa un’arma atta a sconfiggerli più ancora delle Divine Scritture; giacché le scritture interpretandole a loro modo le tirano al loro sentimento, ma le tradizioni non vanno soggette ad interpretazioni.

  • III.

Della Chiesa.

— Come si definisce la Chiesa di Cristo?

La vera Chiesa di Cristo in questa terra, non parlando qui della trionfante, che è l’unione dei Beati in Cielo, nemmeno della purgante (che è 1’Unione delle anime giuste detenute nel Purgatorio). La vera Chiesa di Cristo in questa terra; cioè la Chiesa militante, è:

l’Unione di tutti i fedeli i quali communicano insieme per la professione della stessa fede, per la partecipazione degli stessi Sacramenti, stanno soggetti ai propri Vescovi, e particolarmente al Romano Pontefice centro di tutta la Cattolica Unione. Così i teologi comunemente (Antoine, de fide Div. c. 3. art. 2).

— Quali persone non appartengono alla Chiesa di Cristo?

Non vi appartengono quelli, che non hanno ancora ricevuto il Battesimo, e perciò non solo gl’infedeli, ma nemmeno i catecumeni, quantunque credano già le verità rivelate dalla S. Fede. Non vi appartengono gli eretici, quelli cioè che appartengono a qualche setta, la quale non creda tutti i dogmi della Fede (tutti i protestanti sono eretici). Non vi appartengono gli scismatici, quelli cioè che ricusano di sottomettersi ai propri legittimi pastori, e tanti più all’autorità del Romano Pontefice. Non vi appartengono gli scomunicati, quelli però che sono notoriamente e pubblicamente dichiarati (Antoine, de fide div. e. 3, art. 1, § 1 et seq.).

— Vi sono dunque degli scomunicati che appartengono alla Chiesa?

Di diritto nessuno scomunicato appartiene alla Chiesa; ma per indulgenza, ossia permissione della stessa Chiesa, vi appartengono gli scomunicati detti tollerati, quelli cioè che non sono dichiarati tali notoriamente. Similmente vi appartengono gli eretici occulti, cioè quelli che senza dichiararsi per qualche setta particolare, contraddicono occultamente a qualche dogma cattolico, affettando frattanto dì essere uniti alla Chiesa, e sottomessi ai legittimi Pastori (Antoine, de fide Div. c. 3 de Eccl.). Questi però appartengono non all’anima ma al corpo della Chiesa, come un membro arido resta talvolta unito al suo corpo da cui non riceve né vigore, né vita.

— Alcuni dubitarono che non appartenessero alla Chiesa i cristiani imperfetti?

Vi furono alcuni eretici i quali pretesero che i soli cristiani perfetti formassero la Chiesa; ma questo era un distrurre la Chiesa, e annichilarla, giacché in questa terra non vi furono mai perfetti propriamente tali, tolta la Beatissima Vergine, che preservata dal peccato originale andò immune da ogni difetto; gli altri Santi si chiamano perfetti, non perché siano veramente tali, ma perché aspirano continuamente alla perfezione, e con tutto l’impegno procurano di spogliarsi dai loro difetti (Canuti, de Eccles. Cath. auct. lib. 4, C. 3).

— Si devono considerare come appartenenti alla Chiesa quelli che si trovano in istato di peccato mortale?

Senza dubbio, anche questo è un articolo di Fede, e 1’errore contrario fu condannato

in varie proposizioni di Quesnel dalla Bolla Unigenitus [Clemente XI – 1713] (Antoine, de fide Div. c. 3, art. 2, § 3).

— I reprobi cattolici, quelli cioè che Iddio prevede che per le loro iniquità si danneranno, appartengono alla Chiesa?

È articolo di Fede che vi appartengono; e 1’errore contrario fu pure condannato dalla Stessa Bolla Unigenitus (Antoine, ut supra § 1).

— Quali sono i caratteri della vera Chiesa di Cristo?

Sono quattro annoverati dal Simbolo Niceno-Costantinopolitano: è Una, è Santa, è Cattolica ed Apostolica.

– Mi spieghi il primo.

La vera Chiesa è Una particolarmente per l’unità del suo capo che è Cristo, per per l’unità degli stessi mezzi che la conducono al suo fine dell’eterna salvezza, per l’unità di uno stesso suo cibo spirituale che è il corpo ed il sangue di Gesù Cristo, per 1’unità di una stessa fede, di una stessa speranza, di uno stesso Spirito che la dirige e la governa.

— Chi è l’origine e il centro di questa unità che la Chiesa ha in terra?

Dietro l’autorità di tutti i ss. Padri convengono tutti i cattolici, che 1’origine e il centro di tale unità è il Romano Pontefice, il quale ha il primato di onore, di giurisdizione e di autorità sopra tutte le varie chiese della terra, le quali tutte unite sotto questo capo costituito da Gesù Cristo formano una sola Chiesa. Tolto questo centro di unità sarebbero tante chiese disciolte, e non più una.

— Mi spieghi il secondo.

La vera Chiesa è Santa, particolarmente  per la santità del suo capo che è Cristo, per la santità dei suoi Sacramenti, della sua Fede, della sua morale, per la santità delle sue più nobili membra che sono i giusti, e per la santità dei suoi riti.

— Mi spieghi il terzo.

L a vera Chiesa è Cattolica, cioè universale perché si estende a tutti i tempi, dovendo durare fino alla fine del mondo; perché si estende a tutti i luoghi, essendo diffusa in tutta la terra, e perché accoglie ogni sorta di genti.

— Mi spieghi il quarto.

La vera Chiesa è Apostolica, perché fu fondata dagli Apostoli, perché conserva la loro dottrina, e perché ha per Pastori legittimi i loro successori.

— Quali sono poi le proprietà di questa Chiesa?

Sono queste tre: che sia visibile, indefettibile e infallibile.

— Le sono necessarie queste proprietà?

La loro necessità è manifesta. La Chiesa di Cristo è l’unica vera Religione del mondo,

e soltanto quelli che a lei appartengono possono ottenere la vita eterna; perciò è necessario che sia visibile, affinché quelli che non sono in questa Chiesa la possano conoscere, e possano procurare d’entrarvi. È necessario che sia indefettibile, perché se la Chiesa potesse mancare anche solo per qualche tempo, per quel tratto resterebbero gli uomini impossibilitati a salvarsi. È necessario che sia infallibile, perché se essa potesse errare non potrebbe condurre sicuramente i propri figli al conseguimento del fine dell’eterna salvezza (Antoine, de fide Div. c. 3, art. 4 et seq.).

— In quali cose è infallibile la Chiesa?

È infallibile in materia di Fede, e di costumi. Cosicché quando dichiara che una verità appartiene alla Fede e quando approva o disapprova una pratica appartenente al costume, è impossibile ch’Ella erri.

— Chi la, rende infalibile?

L’assistenza della Spirito Santo, che con specialissima provvidenza la governa, anzi parla agli uomini per mezzo di lei.

  • A quale Chiesa appartengono i sopradetti caratteri e proprietà?

Alla Chiesa Romana, non in quanto puramente Romana, cioè ristretta nei limiti del territorio della diocesi di Roma, ma in quanto è la Chiesa universale che ha per suo Capo e Pastore supremo il Romano Pontefice; per questo non solo adesso, ma anche nei secoli del Cristianesimo, dire cristiani, romani, e dire cattolici era 1’istessa cosa

(Baron. ad ann. 45).

. — Che diremo dunque delle Chiese dei protestanti che vogliono essere chiamate Sante, Cattoliche, Apostoliche?

Si chiamerebbero tali con quel diritto col quale noi italiani ci potremmo chiamare francesi. Quando erano unite alla Chiesa Romana facevano realmente parte della Chiesa Santa Cattolica Apostolica, ma adesso non sono né Sante, né Cattoliche, né Apostoliche. Non Sono Sante perché non hanno più per capo la fonte d’ogni santità Gesù Cristo, e i dogmi e la morale che alle volte autorizzano non è santa. Non sono Cattoliche perché non estese a tutti i tempi, e ristrette a qualche provincia, a qualche regno. Non sono Apostoliche perché i loro fondatori non furono i successori degli Apostoli, ma i desertori della Chiesa fondata dagli Apostoli, i nemici della loro dottrina; e in quel modo che noi italiani se volessimo chiamarci francesi non troveremmo nessuno né amico, né nemico che ci volesse dare tal nome; egualmente i protestanti non trovarono mai chi volesse dare alle loro chiese i nomi di Sante, Cattoliche, Apostoliche; ma bisognò che si contentassero dei loro propri nomi, cioè di chiese Luterane, Calvinistiche, Zuingliane, Anglicane ecc.

— Che dovremo dire delle Chiese Greche scismatiche?

Per questo che sono scismatiche, cioè separate e divise dalla Santa Chiesa Cattolica

Apostolica, a Lei non appartengono; sono per altro anche eretiche, perché negano vari dogmi della Fede, fra gli altri che lo Spirito Santo proceda non solo dal Padre, ma anche dal Figliuolo. Si osservi che quantunque tali chiese separate dall’unione cattolica, da alcuni si chiamino soltanto col nome di Chiese Greche, od orientali, si devono chiamare esse pure Protestanti, perché contraddicendo ai dogmi definiti dalla Chiesa protestano contro la Chiesa, come dimostra evidentemente il conte De Maistre (Del Papa, lib. 4, c. 4).

– Ho veduto che la, Chiesa è infallibile nelle sue decisioni riguardanti la. Fede, e costumi,  or nascendo qualche controversia a chi ne spetterà la definizione?

Bisogna riflettere che nella Chiesa si devono distinguere due parti. La Chiesa insegnante, e la Chiesa ascoltante. Il Sommo Pontefice con gli altri Vescovi forma la Chiesa insegnante, tutto il rimanente del popolo cristiano, compreso i Sacerdoti, forma l a Chiesa ascoltante. Perciò al Sommo Pontefice ed ai Vescovi spetta definire le questioni che potessero insorgere circa la Fede o la morale (Canus, de Eccl. Cath., lib. 4, c. 4).

— Può definire le questioni suddette ogni vescovo anche in particolare?

Non già; ma il corpo dei Vescovi uniti al Romano Pontefice può definitamente giudicare di tali questioni, e questa unione si fa mediante un Concilio generale, o mediante una Bolla Pontificia accettata dalla universalità dei Vescovi. Non sarebbe perciò necessario che 1’accettassero tutti i Vescovi; basta che sia accolta, o non contrariata dalla maggior parte, e in tale caso i Vescovi che fossero dissenzienti non sottomettendosi diverrebbero scismatici ed eretici. Si noti bene, che tutto questo è di Fede, come convengono tutti i teologi Cattolici.

— Come si risponderebbe agli Eretici, i quali sostengono che il giudice di tutte le controversie circa la Fede e ì costumi è la S. Scrittura?

Si risponderebbe che la divina Scrittura serve di regola per condannare gli errori, e definire le verità; ma che essa non condanna, né definisce. Tutti gli stati hanno un corpo di leggi, non sarebbe cosa ridicola il sopprimere i Tribunali, e aspettare che le leggi condannassero i rei, ed assolvessero gli innocenti? La divina Scrittura è il codice della Chiesa; ma la Chiesa è il tribunale cui spetta definire del senso del suo codice. Piace agli eretici lo stabilire che la S. Scrittura sia il giudice di ogni controversia, perché essi spiegandola a loro capriccio dicono che il giudice è in loro favore, e non temono che la divina Scrittura faccia mai più un Concilio, o una Bolla che li condanni.

— Dicono però che ciascuno può giudicare di tutte le controversie col proprio spirito privato, illuminato nell’intelligenza delle divine Scritture dallo Spirito Santo?

Se fosse vero che lo Spirito Santo illuminasse tutti gli spiriti dei cristiani, sicché nessuno potesse errare nell’intelligenza delle divine Scritture, non vi sarebbero mai state controversie in tale materia: perciò si deve dire che tutti non li illumina, e tutti non li rende infallibili; frattanto quali saranno quegli spiriti privati illuminati dallo Spirito Santo? Come li discerneremo da quelli che non sono illuminati? E poi se gli eretici sono illuminati dallo Spirito Santo per decidere col loro spirito privato le controversie, bisognerà che autore dello Spirito Santo di quelle innumerabili contraddizioni che li dividono in mille sette, e della loro Religione e Fede formano un caos.

— Che diremo di quelli i quali danno 1’autorità definire le controversie suddette alla moltitudine del popolo cristiano?

Questo è un delirio in Fede. Lo ammetteremo quando le pecore dovranno condurre i loro pastori: Gesù Cristo disse agli Apostoli: Insegnate a tutte le genti, non lo disse a tutte le turbe ( Canus, de auctor. conc. lib. 5, c. 2).

— Non si potrebbe assegnare per giudice di controversie di. Religione il Sovrano temporale?

Per questo che 1’autorità dei Sovrani è temporale, non si estende alle controversie di Religione che sono spirituali. Gesù Cristo diede le chiavi a S. Pietro, e non al Re, o all’Imperatore. In fine si noti bene che il dare l’autorità di definire le controversie di Religione al altri fuorché alla Chiesa, e a chi la rappresenta, è un errore contro la Fede di cui nessun cattolico si fece mai patrocinatore.

 

 

  • . IV.

Dei Concilii.

— Come si definisce il Concilio Ecclesiastico?

Una congregazione dei Prelati della Chiesa convocata da un legittimo Capo per definire le questioni, che possono nascere circa le verità della Religione, per riformare i costumi del popolo cristiano, e la disciplina Ecclesiastica. Non sempre si raduna il Concilio per tutti questi motivi insieme, potendosi radunare, o per 1’uno o per 1’altro dei medesimi.

— Quante sorta di Concili si hanno?

Quattro sorte, cioè Concilio Generale, a cui si chiamano dal Sommo Pontefice tutti i Vescovi del mondo Cattolico; non è però necessario che tutti v’intervengano. Concilio Nazionale, a cui dal Primate si chiamano tutti i Vescovi della nazione, o del regno. Concilio Provinciale, a cui dal metropolitano si chiamano tutti i Vescovi della provincia suoi suffraganei, ed anche gli esenti a termini del Trid. Conc. sess. XXIV, c. 2. Concilio Diocesano, a cui dal Vescovo si chiamano i Preti della diocesi che hanno cura d’anime, od altro benefizio ecclesiastico.

— Appartiene soltanto al Romano Pontefice il diritto di convocare il Concilio Generale?

Tutti i cattolici convengono che questo diritto appartiene soltanto al Romano Pontefice. – Gli eretici pretendono che questo diritto spetti all’Imperatore; stoltamente però, poiché bisognerebbe che l’Imperatore avesse sotto di sé tutti i regni del mondo, onde esercitarvi l’atto di giurisdizione della convocazione dei Véscovi, e bisognerebbe pure che avesse il Primato nella Chiesa perché i Vescovi fossero obbligati a radunarsi dietro il suo ordine. Il Romano Pontefice soltanto la suprema podestà e giurisdizione sopra tutti i cristiani del mondo, e perciò sopra tutti i Vescovi. Si noti se qualche Imperatore romano ha già convocato qualche Concilio, questo avvenne dietro il consenso, e 1’ordine del Romano Pontefice. Cosi tutti i teologi e storici sani.

— A chi spetta di presiedere al Concilio Generale?

Spetta al Romano Pontefice, come spetta al capo di presiedere ai membri. Vi può presiedere però o per se stesso, o per mezzo dei suoi legati. Così tutti i teologi cattolici.

— Quali Prelati possono intervenire al Concilio generale?

Come giudici delle controversie religiose di diritto ordinario vi possono intervenire i

soli Vescovi, e dare suffragio decisivo. I Cardinali non Vescovi v’intervengono come consultori del Sommo Pontefice, e danno suffragio eglino pure, come anche per privilegio gli Abati, e Generali degli Ordini Religiosi. Come protettori poi v’intervengono anche i Sovrani temporali, o i loro legati (Antoine, tract. De fide div. sect. 4, C. 4, art. 2. — Devoti, ìnsitit. can. Prolegom. c. III, XL).

— Il Concilio generale è di autorità infallibile?

Nessuno tra i Cattolici ha mai dubitato che esso sia d’infallibile autorità; però egli non ha una tale autorità se non dopo l’approvazione, o confermazione del Romano Pontefice.

— Gli altri Concili non generali sono infallibili?

Sono soltanto autorevoli per sé stessi, ma non infallibili, perché 1’infallibilità è solo promessa alla Chiesa universale, e a chi la rappresenta. Si dice per se stessi, perché qualora le loro decisioni fossero approvate dalla Chiesa Romana sarebbero infallibili. Di più si osservi che nelle cose riguardanti la disciplina obbligano solo per i luoghi nei quali sono fatti; se sono Nazionali per la nazione, se Provinciali per la provincia, se Diocesani per la diocesi.

  • V .

Del Romano Pontefice.

— Chi è il Romano Pontefice?

Il Romano Pontefice è il Vescovo successore di S. Pietro nella Sede Romana.

— Il Romano Pontefice ha tutti i privilegi di S. Pietro, e tutta l’autorità che egli ebbe sopra la Chiesa?

Ha tutti i privilegi, e tutta l’autorità che ebbe S. Pietro da Cristo in quanto lo costituì Capo del Collegio Apostolico, e della sua Chiesa, cioè ha la stessa giurisdizione, e autorità sopra tutti i Vescovi, e sopra tutti i fedeli, e questo è di fede (Antoine, tract. ut supra de Rom. pontif.).

— È dunque un articolo di Fede che il Romano Pontefice abbia il primato sopra tutte le Chiese?

È articolo di Fede principalmente definito nel Concilio Fiorentino con pieno consenso dei Greci e dei Latini (in Defin. fidei).

— È necessario questo primato del Romano Pontefice nella Chiesa?

Una società che ha molti capi indipendenti, quali sarebbero i Vescovi senza il Romano Pontefice non può essere che un’anarchia, ed una confusione. Questa verità la confessano gli stessi eretici quando danno giurisdizione all’Imperatore, o ai Re sopra i Vescovi.

— Qualora pel suo sregolato, o reo procedere si dovesse chiamare in giudizio il Romano Pontefice, a chi spetterebbe il diritto di giudicare la sua causa?

Questo diritto se lo ha riserbato Iddio, nessuno in terra può giudicare il Romano Pontefice. Oltre le autorità che si potrebbero addurre, questa ragione è palpabile. Non si è mai potuto chiamare in giudizio il capo di un Governo se non da una rivolta; ma la Chiesa non ammette rivolta nel suo seno. Se succede una rivolta nella Chiesa, per questo solo che è rivolta, chi la promuove e chi ne fa parte, resta separato e diviso dalla Chiesa, almeno come scismatico; e perciò come diviso da lei non ha più in lei alcuna autorità. Potrà dunque essere fraternamente ammonito ma non

giudicato.

— Il Romano Pontefice quando definisce una controversia in materia di Fede e di costumi, come capo e maestro di tutta la Chiesa, cioè per parlare con termine teologico, quando la definisce ex cathedra è infallibile nel suo giudizio?

È infallibile, come si potrebbe provare con ogni sorta di autorità, e di ragioni, e il fatto sta che i Romani Pontefici quando definirono qualche questione in qualità di capi e maestri della Chiesa non hanno mai errato. Si trovarono sempre dei contumaci che reclamarono contro la verità delle pontificie decisioni; ma sempre finì il negozio con 1’accettazione di tutta la Chiesa della decisione pontificia, e con la dichiarazione di eresia a carico dei reclamanti [I Nestoriani, gli Eutichiani si opposero alle decisioni di S. Leone Magno. I Monoteliti a quelle di S. Martino I. I Luterani a quelle di Leone X. I Giansenisti a quelle d’Innocenzo X, di Alessandro VII, ecc. Ma questi, e tutti gli altri antichi e moderni che l’imitarono nell’opposizione alle decisioni dei Romani Pontefici appresso i Cattolici, son tutti eretici. Le condanne dei Romani Pontefici si appellano, e sono fulmini che partono dal trono di Dio, e non v’ha scudo che non spezzino; non v’ha scampo per chi li provoca, se pure non si sottomette, e umilmente da lui stesso non si condanna. È impossibile che si respingano indietro; sono come la freccia di Gionata, di cui dice la Scrittura: — Sagitta Jonathæ nunquam rediit retrorsum. 2 Reg. c. 1, v. 22]. –

— L’autorità del Romano Pontefice è inferiore all’autorità del Concilio Generale?

Il Romano Pontefice con la sua autorità dà forza al Concilio Generale, e perciò è superiore allo stesso, e non inferiore. Il sommo Pontefice non cessa di essere capo della Chiesa quando è radunata in Concilio. Si rifletta che nessun Concilio generale è mai stato riconosciuto per infallibile nella Chiesa senza la conferma, o approvazione del Papa. Si rifletta di più che non si può concepire l’idea di Concilio generale senza Papa. Bisogna che il Papa lo raduni, che vi assista o per se stesso, o per mezzo dei suoi legati, che infine lo confermi come finiamo di dire. Ora per concepire un Concilio generale senza Papa, bisognerebbe concepire un Concilio generale in contraddizione col Papa, e in tal caso sarebbe una illegittima materiale radunanza di Vescovi tutti realmente disciolti, perché senza un centro di unione.

— Questo sarebbe nel caso che si trovasse in questione il Papa vivente con un Concilio generale che si andasse facendo, tuttavia il Papa sarà soggetto ai Concili generali già fatti debitamente, e confermati dall’autorità dei Papi suoi predecessori?

Nelle decisioni dogmatiche non ve ne ha dubbio, perché ciò che era vero, e infallibilmente vero una volta, sarà sempre vero per tutta 1’eternità: per altro il dire che il Papa deve essere soggetto in tal modo ai Concili, è lo stesso che dire, che il Papa deve essere cattolico: nelle determinazioni poi che riguardano la disciplina, la quale nella Chiesa è mutabile, il Papa è superiore ai Concili potendo derogare alle loro leggi quando ne conosce il bisogno, e questa autorità gli è necessaria perché altrimenti sarebbe mal provveduto al ben essere della Chiesa.

— Per qual ragione sarebbe mal provveduto al ben essere della Chiesa?

Per la ragione che il Papa non potrebbe dispensare, o derogare in nessun caso ai canoni dei concili, come l’inferiore in nessun caso può derogare alla legge del superiore; e perciò per ogni deroga, per ogni dispensa cui il Concilio non avesse già autorizzato a farla il Sommo Pontefice od altri, sarebbe necessario convocare Concilio generale, e da tutti si conosce quanto sia cosa difficile il radunarlo, molte volte sarebbe anzi impossibile, e perciò in più occasioni mancherebbe alla Chiesa il mezzo di provvedere ai propri bisogni.

— Per altro non è verità definita di Fede che il Papa sia infallibile nelle sue decisioni dogmatiche, e che abbia autorità sopra i Concili generali?

È vero, che questa non è tra il numero di quelle verità che si devono credere fermamente sotto colpa di eresia non credendole. Per altro è una verità tra le più certe che si abbiano in teologia dopo i dogmi di Fede. Si noti che fu condannata da Alessandro VIII nel 1690, il 7 dicembre questa proposizione: « Futilis et toties convulsa est assertio de Pontificis Romani super Concilium Oecumenicum auctoritate, atque in Fidei quæstionibus decernendis infallibilitate »; ed incorrerebbe scomunica riservata al Papa chi volesse difendere tale proposizione.

— Il Papa ha 1’autorità di dichiarare eretici o scandalosi i libri, e di proibirli quando siano tali?

Senza dubbio, perché come Pastore universale deve discernere i cattivi pascoli, e impedire che vi si accosti il suo gregge.

— Dichiarando il Papa che un libro contiene qualche eresia, bisogna sottomettere ciecamente il proprio giudizio alla sua dichiarazione?

Non vi ha luogo a dubitarne, perché nelle cose di fede non basta l’omaggio della lingua che si sottometta a stare in silenzio; ma si richiede l’omaggio del cuore, cioè della volontà prodotto dalla sottomissione dell’intelletto. – Questa verità sempre riconosciuta nella Chiesa fu maggiormente illustrata negli ultimi tempi dal fatto della condanna dell’eretiche proposizioni di Giansenio (Antoine: de fide divina c. 3 de Eccl., art. 8.)

  • VI.

Dei ss. Padri, dei Dottori e degli Scolastici.

— Quali sono i Santi Padri?

I Santi Padri sono quei grandi uomini, i quali per gran dottrina, gran santità e antichità furono dichiarati tali dalla Chiesa, o espressamente, o tacitamente. L’ultimo dei Santi Padri è S. Bernardo.

— Quali sono i Dottori?

Gli uomini insigni per dottrina e santità dichiarati tali dalla Chiesa, come S. Tommaso, S. Bonaventura ecc.

— Quando i Santi Padri, e i Dottori della Chiesa sono concordi in asserire qualche cosa spettante alla Fede o ai costumi si può dubitare della verità della stessa?

Non se ne può dubitare, perché essi sono i depositari della tradizione della Chiesa, e quando sono concordi nell’asserire qualche verità in tali materie, vuol dire che ella viene direttamente dagli Apostoli.

— Bisognerà che tutti siano concordi niuno eccettuato?

Questo poi no; perché nessuno tra i Santi Padri da sé solo è infallibile; perciò qualcuno poteva sbagliare, e non trovarsi concorde a tutti gli altri: in tal caso l’errore di uno non dovrebbe togliere la forza alla verità insegnata da tutti, o quasi da tutti.

— Dunque il sentimento di un Santo Padre si deve calcolare come di nessun peso?

Non già, si deve anzi calcolare moltissimo quando non sia contrario alla comune sentenza degli altri Padri; quando però vi fosse contrario, non si dovrebbe calcolare certamente.

— Quali sono gli Scolastici?

Quelli che scrissero dopo i Dottori della Chiesa in difesa delle verità contrariate dagli eretici: questi crebbero in gran numero dopo gli eretici del secolo XVI, che dovettero combattere; perciò gli Scolastici sono molto odiati e malmenati dai protestanti anche di questi tempi, e anche dalle persone di fede o dubbia o poco sincera, quantunque affettino cattolicesimo ed unione con la S. Chiesa.

— Quale autorità hanno gli Scolastici?

Se comunemente tutti concordano in asserire una cosa spettante alla fede, o ai costumi, hanno un’autorità irrefragabile, anche prima che sia definita espressamente dalla Chiesa, perché non si può supporre che tutti sbaglino, gli uomini dotti che nella Chiesa fioriscono, almeno la Chiesa dovrebbe condannare il loro errore non potendo permettere che fosse così autorizzato, e insegnato da tutti. Se poi comunemente non concordano, ma sono divisi nel loro parere, ciascuno non ha altra autorità, che il peso della ragione che apporta; questo s’intende però in generale parlando; poiché gli Scolastici ì quali più si segnalarono per retto giudizio, e profonda cognizione dei Santi Padri hanno un’autorità personale di peso ben calcolabile. Chi direbbe per esempio che il sentimento del Bellarmino non sia considerabile anche soltanto per essere di uomo così giudizioso, ed erudito nelle scienze ecclesiastiche?

(S. S. Clemente VIII eleggendolo a Cardinale diceva di lui al sacro Collegio: Hunc elegimus quia non habet parem Ecclesia Dei quoad doctrinam). La loro autorità però non si può mai mettere al pari di quella dei Santi Padri, o dei Dottori.

  • VII.

Della storia dell’ umana ragione e della Filosofia.

— Quale autorità ha la Storia?

La Storia ha molta autorità nelle controversie di Religione, perché ella somministra molti lumi e molti fatti in rischiaramento, e prova della verità, e in confutazione dell’errore. Per altro chi vuole adoprare sicuramente 1’autorità della Storia in materia di Religione, non basta che ne abbia una qualche tintura soltanto; che sappia dei fatti sconnessi e isolati, tutte le scienze è meglio ignorarle, che saperle male, ma forse particolarmente la Storia; parlo dell’Ecclesiastica più necessaria alle teologiche controversie; la profana generalmente non può essere che utile.

—Quale autorità ha l’Umana Ragione, e la Filosofia?

Hanno molta autorità, qualora si tengano sottomesse alla Fede, e si adoprino in quelle controversie teologiche che ammettano gli argomenti che esse somministrano. È facile intendere che se la Fede si sottomette alla Ragione e alla Filosofia, la Fede è distrutta, e che non possono decidere in quelle materie che in nessun modo appartengono alla loro sfera; per esempio come si proverebbe in Filosofia l’esistenza del mistero della Ss. Trinità?