DIVORZIO CRISTIANO – IL MAGISTERO IMPEDITO DI GREGORIO XVII

GREGORIO XVII –

IL MAGISTERO IMPEDITO:

DIVORZIO CRISTIANO?

[«Renovatio», V (1970), fasc. 2, pp. 165-166.]

Si è udita qualche voce che parla di un «secondo» matrimonio cristiano. Che sarebbe mai un secondo matrimonio cristiano? Niente altro che la dissoluzione del primo. Affermare un secondo matrimonio cristiano è affermare la legittimità del divorzio, cioè lo scioglimento non solo del matrimonio basato sul semplice diritto di natura, ma anche di quello che è Sacramento. – Ma il matrimonio cristiano non è dissolubile per sé: lo scioglimento dei matrimoni rati non consumati e quello operato dal privilegio paolino non costituiscono, come è noto, eccezione a questo principio. Non c’è posto per un «divorzio cristiano». – Naturalmente i fautori del divorzio cristiano si appellano, almeno per il caso di adulterio, al testo di Matteo XIX, 9. Ma a torto, perché esiste l’interpretazione autentica di questo testo, la quale esclude il divorzio. Infatti il Concilio di Trento ha sancito: «Se qualcuno dicesse che la Chiesa erra quando ha insegnato e insegna, secondo la evangelica ed apostolica dottrina, che il vincolo non può essere sciolto a causa dell’adulterio di uno dei due coniugi… sia anatema». Il punto della discussione trova la sua ragione nella celebre clausola di Matteo «excepta fornicationis causa». Secondo il significato letterale questo testo può non essere interpretato in senso divorzista e pertanto deve, dal punto di vista teologico, essere interpretato nel senso non divorzista: esiste una interpretazione autentica data, sia pure in maniera indiretta, sotto forma di «anatema» dal Concilio di Trento. Dunque non si dà né secondo matrimonio cristiano, né divorzio. Non che non siano mancate nei secoli talune rare voci discordi o dubitanti; ma quello che interessa è la prassi comune della Chiesa, che attesta una comune convinzione ed una comune dottrina. Quello che impressiona è il fatto che dei cattolici possano gettare il piccone demolitore su verità saldamente e universalmente acquisite. Tale fatto rivela qualcosa di grave. Anzitutto va in crisi in talune intelligenze la concezione della verità assoluta. La verità non va in crisi più di quanto non ci vada l’essere: sono troppo intimamente legati. La verità relativa, verso la quale vanno dubbie compiacenze, ha il suo incentivo nello spasmo divorzista che stiamo vivendo, quasi che, tra tante realtà umane ormai in decomposizione, non possa sopravvivere neppure un matrimonio per sempre sigillato da Dio. Probabilmente il grande principio al quale ci si deve attenere è il seguente, secondo taluni: dobbiamo enunciare verità deformandole sino a che non compiacciano il mondo moderno. Quasi che questo non sia meno morituro del mondo antico. In secondo luogo va in crisi tutta la logica della teologia. Infatti la teologia ha i suoi metodi di prova, che non possono sostituirsi ad arbitrio. Magistero e quanto è riflesso dal Magistero, anche solo ordinario, sui Padri, sui Dottori e sui teologi pare sia svanito dalle non ammirevoli considerazioni qua e là affioranti. – In terzo luogo va in crisi la dignità dell’uomo, al quale si vorrebbe manifestare indulgenza, prima negando a torto un diritto naturale che postula «fin dall’inizio» (Mt. XIX,8) l’indissolubilità del matrimonio, poi ritenendo l’uomo incapace di mantener un impegno. Il divorzio infatti vorrebbe dissuadere tutti e per sempre dal credere che tra gli uomini possa esistere un impegno durevole. Il che è indegno e triste. – Ma non si deforma la verità per compiacere chi intende togliere agli uomini la nobiltà di fare ancora fede alla propria parola.

[Cosa bisogna spettare per capire che il “divorzio breve cattolico”, oltre che un’idiozia teologica, è “anatema” – Conc. Trento, Sess. XXIV, Can. VII-, cioè scomunica irreformabile, esclusione dalla Chiesa Cattolica, dalla comunione dei santi, morte certa dell’anima, … farina velenosa e mortifera di satana, sparsa a piene mani dal suo “vicario” e dai suoi lacchè? Bisogna forse aspettarne di riparlarne nell’inferno, anch’esso cancellato con un colpo di mano dagli gnostici della setta vaticana del “novus ordo”, che osa contraddire tutte le leggi naturali, divine, i dettami evangelici, oltre che ripudiare il Magistero di sempre … certo che ci vuole un bel coraggio! … il coraggio di Giuda, l’Iscariota! E allora non possiamo che augurare agli adepti del loro maestro, se non si pentono: buona impiccagione! … Scegliete almeno un albero buono, magari non OGM! – ndr.-]

IGNORANZA

IGNORANZA

[G. Bertetti: “I Tesori di San Tommaso d’Aquino”; S.E.I. Ed. – Torino, 1918]

– 1. Ignoranza causa di peccato. — 2. Se l’ignoranza scusi o diminuisca il peccato. — 3. Ignoranza colpevole (De Malo, q. 3, art. 6, 7, 8).

1. Ignoranza causa di peccato. — La scienza pratica che dirige le azioni umane, non solo ci conduce al bene, ma ci allontana dal male: l’ignoranza dunque, togliendoci l’ostacolo che la scienza pratica ci opporrebbe a commettere il male, è causa di peccato, com’è causa d’errori di lingua l’ignoranza delle regole grammaticali. Ma doppia è la scienza direttiva negli atti morali, la scienza che ci può impedire il peccato. C’è una scienza universale, per cui noi giudichiamo che un atto è retto o deforme: e in tale scienza l’uomo trova talvolta ostacolo al peccato, come quando al considerar che la fornicazione è peccato se ne astiene: che se invece di tale scienza ci fosse l’ignoranza, questa sarebbe allora causa d’un peccato di fornicazione. — C’è poi una scienza particolare, ossia la scienza delle circostanze dell’atto stesso. Per questa scienza può accadere che l’uomo s’allontani senz’altro dal peccato oppure da una determinata specie di peccato. Così se un sagittario sapesse che ci passa un uomo, per niun conto scoccherebbe il dardo; ma non sapendo che quello è un uomo e credendolo un cervo, lancia la saetta e uccide l’uomo: in tal caso l’ignorar la circostanza della persona è stato causa d’un omicidio. Se invece un sagittario volesse uccidere un uomo, ma non suo padre, non lancerebbe certamente il dardo, se sapesse che chi passa è suo padre: ma poiché non lo sa, tira e uccide suo padre; l’ignorar questa circostanza è stato causa manifesta di peccato d’omicidio: perché in ogni caso questo sagittario è reo d’omicidio, quantunque in ogni caso non sia reo di parricidio. In diversi modi adunque l’ignoranza è causa di peccato.

2. Se l’ignoranza scusi o diminuisca il peccato. — Essendo il peccato una cosa essenzialmente volontaria, l’ignoranza scuserà in tutto o in parte il peccato, secondo che in tutto o in parte toglie il volontario: il volontario, s’intende, che venne dopo l’ignoranza, non quello che l’avesse preceduta. Tolta la cognizione dell’intelletto, è tolto l’atto della volontà: e così è tolto il volontario quanto a quello che s’ignora. Laonde, se nel medesimo atto c’è qualcosa d’ignorato e qualcosa di conosciuto, può esserci il volontario quanto a ciò che si sa, ma sempre c’è l’involontario quanto a ciò che non si sa: sia che non si sappia l’immoralità dell’atto, sia che se n’ignori qualche circostanza. – Benché l’ignoranza sia sempre causa d’un atto non volontario, non sempre tuttavia è causa d’un atto involontario. Non volontario si dice, solo perché manca l’atto della volontà; si dice invece involontario, perché la volontà è contraria a ciò che si fa: perciò all’involontario tien dietro la tristezza, che non sempre segue il non volontario, come quando, conosciuto uno sbaglio, non ci si rattristasse, anzi ci si provasse piacere. Ma anche l’atto della volontà può precedere l’atto dell’intelletto, come quando noi vogliamo comprendere noi stessi: e per la medesima ragione l’ignoranza cade sotto la volontà, e diviene volontaria. Questo può accadere in tre modi: — 1° quando uno direttamente vuol ignorare la scienza della salute, per non allontanarsi dall’amore del peccato (JOB, 21, 14); — 2° quando si trascura di conoscere ciò che si dovrebbe sapere: e quest’è ignoranza indirettamente volontaria o ignoranza di negligenza; — 3° quando direttamente o indirettamente si vuole ciò ch’è cagione d’ignoranza: direttamente, come appare in chi volesse ubriacarsi per privarsi dell’uso di ragione; indirettamente, come chi trascurasse di reprimere i moti che insorgono nella passione e che crescendo legano l’uso della ragione nel caso pratico di scegliere fra il bene e il male. Considerandosi negli atti morali come volontario ciò ch’è causato dal volontario, l’ignoranza volontaria, appunto perché volontaria, non può causare un atto non volontario, e perciò non iscusa dal peccato. – Quando dunque direttamente si vuol ignorare per non essere dalla scienza distolti dal peccato, l’ignoranza non iscusa il peccato né in tutto né in parte, anzi l’aumenta: poiché è segno di grande amore verso il peccato il voler soffrire un danno nella scienza per poter peccare liberamente. – Quando poi indirettamente si vuol ignorare, trascurando d’imparare, o anche quando per caso si vuole l’ignoranza, volendo direttamente o indirettamente quello che porta con sé l’ignoranza, questa non iscusa interamente l’involontario nell’atto che ne deriva: perché l’atto, procedendo da ignoranza volontaria, è, in certo qual modo, volontario. Tuttavia ne diminuisce il volontario: poiché l’atto derivato da tale ignoranza è meno volontario di quello che si commetterebbe, se scientemente e senza alcuna ignoranza si eleggesse un tal atto; perciò siffatta ignoranza scusa l’atto seguente, non in tutto, ma in parte. È però da avvertire che talvolta e lo stesso atto seguente e l’ignoranza precedente sono un solo peccato, come sono un solo peccato il piacere e l’atto esterno del peccato: onde può accadere che il peccato sia reso più grave dal volontario dell’ignoranza, non meno di quanto sia scusato dall’atto diminuito del peccato. Se infine l’ignoranza non è volontaria secondo alcuno dei modi predetti e non è accompagnata da alcun disordine della volontà, allora fa involontario del tutto l’atto che ne deriva.

3. Ignoranza colpevole. – Non sempre l’ignoranza è colpevole. Non è colpevole ignorare ciò che non siamo obbligati a sapere: ma è colpevole l’ignorare ciò che dobbiamo sapere. — Ognuno deve sapere le cose che lo dirigano nei suoi atti: quindi ognuno deve sapere le cose di fede, perché la fede dirige l’intenzione; ognuno deve sapere i precetti del decalogo, per mezzo dei quali noi possiamo evitare il male e fare il bene: perciò furono promulgati da Dio alla presenza di tutto il popolo (Exod., 20). — Le cose più recondite della legge Mose soltanto e Aronne le udirono dal Signore: e intorno a queste ognuno è tenuto a sapere ciò che s’appartiene al suo ufficio; così il Vescovo deve sapere ciò che s’appartiene all’officio episcopale, e così degli altri; né senza colpa sarebbe per essi l’ignoranza di siffatte cose. Può dunque l’ignoranza considerarsi sotto un triplice aspetto: -— 1° in se stessa, e così considerata non ha ragione di colpa, ma di pena; — 2° in confronto alla sua causa: come causa di scienza è l’applicazione dell’animo al sapere, così è causa d’ignoranza il non applicar l’animo alla scienza, e il fatto stesso di non applicar l’animo a sapere ciò che si deve sapere è peccato d’omissione; — 3° in confronto a quel che ne segue: e così talvolta è causa di peccato, come sopra si disse. – Può ancora considerarsi l’ignoranza come conseguenza del peccato originale. — Nel peccato d’origine c’è la parte formale, appartenente alla volontà, cioè la mancanza della giustizia originale. Siccome poi dalla giustizia originale, per cui la volontà s’univa con Dio, derivava nelle altre forze una certa ridondanza di perfezione, di modo che, illustrata la ragione dalla conoscenza della verità, l’irascibile e il concupiscibile conservavano la lor rettitudine: così, tolta la giustizia originale della volontà, viene a mancare la conoscenza della verità nell’intelletto, la rettitudine nell’irascibile e nel concupiscibile. E così l’ignoranza e il fomite son la parte materiale nel peccato d’origine; come nel peccato attuale è parte materiale il rivolgersi a un bene commutabile.

Mons. J.- J. GAUME: STORIA DEL BUON LADRONE (19), cap. XXXII e Conclusione

CAPITOLO XXXII.

DEVOZIONE PARTICOLARE AL BUON LADRONE .

Motivi di questa devozione nei tempi presenti. — Pratica di questa devozione.— Introduzione.— Primo privilegio del Buon Ladrone: meditazione e preghiera. — Secondo, terzo, quarto, e quinto privilegio. — Meditazione, e preghiera. — Orazione a S. Disma, gran protettore dei peccatori moribondi.— Epitaffio del Buon Ladrone.— Conclusione della storia del Buon Ladrone. — Avviso ai peccatori ed al secolo XIX. — Motivi di confidenza.— Necessità del pentimento. — Felicità del secolo XIX pentito.

Dalla vita del Buon Ladrone nascono naturalmente, come il profumo dal fiore, l’ammirazione, la confidenza, e l’amore. A fin di renderli efficaci, un antico e pio Autore ha tradotto questi nobili sentimenti in tanti esercizi di devozione ad uso di tutti i cristiani, e particolarmente dei grandi peccatori, che avessero la disgrazia di trovarsi non convertiti in punto di morte. Non ve ne è alcun altro, a parer nostro, il quale dovrebbe essere tanto popolare quanto questo, specialmente al giorno d’oggi. Non siamo noi forse, qualunque sia la nostro condizione, di fronte a quel gran peccatore che si chiama il secolo XIX, che a gran passi cammina verso l’abisso coperto di iniquità e colla bestemmia sul labbro? [… non parliamo poi del secolo XX e XXI – ndr. -] Oltre la carità, il timore di essere trascinati con lui, e la necessità di preservarci dallo spirito da cui è animato, non ci impongono forse il dovere di sollecitarne instantemente la conversione? E chi potrebbe ormai contar le anime che pel suo contatto si sono perdute? Quante pie persone nel mondo, quante religiose nelle case particolari o negli ospedali, quanti ecclesiastici nell’esercizio del loro ministero pastorale, quanti figli, spose, madri, o sorelle non si trovano nel caso di implorare la salvezza di qualche disperato? Or potremo noi trovare, dopo Maria Santissima rifugio dei peccatori, un avvocato più potente del Buon Ladrone, gran peccatore e gran Santo, convertito e canonizzato tre ore sole prima della sua morte? A queste osservazioni risponde il seguente esercizio fondato sui gloriosi privilegi del beato Disma.

INTRODUZIONE

Noi dobbiamo tutti morire. È decretato, dice s. Paolo, che tutti gli uomini debbano morire; e dopo la morte subire il giudizio. [Hebr., IX, 27.] Il male non sta nel morire, ma nel morire male. Quindi quel detto del Real Profeta: La morte del peccatore è ciò che vi ha di maggior male. [Psalm . XXXIII, 22.]. Per aiutarci a fare non solo una buona morte, ma una morte eccellente, dopo lunghe ricerche io ho trovato il grande s. Disma. Negli ultimi momenti di sua vita mortale egli divenne, grazie all’infinita misericordia, da ladro orribilmente famoso uno dei più gran santi del paradiso. Così lo insegna il santo Cardinale Pietro Damiani: «Paglia da bruciarsi, egli è divenuto un cedro del paradiso; tizzone d’inferno, egli è ora un astro brillante del firmamento.3 » [« Stipula inferni cedrus est Paradisi; turris inferni factas est splendidum sidus cœli. » [Senn. de S. Bonif.]. – Che ciascuno adunque ricorra a questo potentissimo avvocato degli agonizzanti, affinché gli ottenga in quel terribile momento un vero dolore dei suoi peccati. A questo fine, faccia spesso in di lui onore l’esercizio seguente.

Primo privilegio.

Il primo privilegio di s. Disma è la sua rassomiglianza con Gesù Cristo crocifisso. Essa consiste in ciò, che per la grazia onnipotente di Gesù, egli si convertì all’istante, divenne il prediletto del Salvatore, e fra tutti gli eletti desso è il solo che abbia sofferto il supplizio della croce insieme con Lui. Ascoltiamo il serafico s. Bernardino da Siena: « Poco importa che egli sia stato crocifisso per i suoi delitti. Dopo la sua conversione egli fu un vero membro di Gesù Cristo, e da quel momento le sue sofferenze furono simili alle mortali sofferenze del Figliuol di Dio. » Serm. in fer. v. post Dom. oliv.]

PREGHIERA .

O gran Santo! noi vi preghiamo dì ottenerci dal vostro amato Redentore la grazia di portar con allegrezza la sua croce, affinché siamo in tutto conformi a Colui che ha voluto essere crocifisso per amor nostro. « Imperciocché, dice l’Apostolo, i predestinati alla gloria devono esser sulla terra l’immagine del Figliuol di Dio. » [Rom. VII, 29]. Pater, Ave, e Gloria etc.

Secondo privilegio.

Il secondo privilegio di s. Disma è di essere stato l’avvocato del Figliuol di Dio. Questo privilegio è incomparabile. Per comprenderne la sublime grandezza, convien considerare chi era questo Gesù, che abbandonato da tutti ed inchiodato su di una croce, spargeva il suo sangue e dava la sua vita per la salvezza dell’uomo. Qual nobile cliente! Qual insigne privilegio l’essere scelto per suo difensore! Qual coraggio non ci voleva per dire innanzi a tutta la Sinagoga: Gesù è innocente! « Hic vero nihil mali gessit. » Luc., XXIII, 41.

PREGHIERA .

Gran Santo! degnatevi di ottenerci la forza di difendere in ogni occasione l’onore di Dio, la causa della Chiesa, e di confessare Gesù Cristo Uomo-Dio Redentore del mondo, fuggendo il peccato, e non trascurando cosa alcuna per farlo evitare e detestare dagli altri, affinché nel giorno del giudizio Gesù Cristo ci confessi innanzi all’eterno suo Padre ed innanzi a tutte le nazioni insieme radunate, secondo la sua promessa: « Colui che mi confesserà innanzi agli uomini, anch’Io lo confesserò innanzi al Padre mio. » [Matt. X, 32]. Pater, Ave, e Gloria etc.

Terzo privilegio.

Il terzo privilegio di s. Disma è di essere stato l’unico predicatore della divinità di Gesù Crocifisso. Se richiedevasi un coraggio eroico per proclamare 1’innocenza di Gesù in faccia ai suoi accusatori e dei suoi carnefici, si richiedeva altresì una fede d’una forza e di una vivacità incomprensibile per proclamarne la divinità. Questa fede è il privilegio esclusivo del nostro Santo. In quel Gesù moribondo in mezzo agli obbrobri, egli riconosce il Dio dell’universo, il Re immortale dei secoli, e lo proclama dicendo: « Ricordati di me quando sarai nel tuo regno. » [« Memento mei, cum veneris in regnum tuum . » Luc., XXIII, 42.]

PREGHIERA.

Gran Santo! noi vi preghiamo di ottenerci dal vostro tanto amato Gesù la grazia di ricercare avidamente non i beni perituri di questa miserabile vita, non le gioie di questo secolo corrotto, ma unicamente il regno di Dio e la sua giustizia come Egli stesso ce lo ha detto; [« Quærite primum regnum Dei et justitiam ejus. » Matth,, V, 33]; affinché « fra le vicissitudini di questo mondo i nostri cuori siano rivolti colà, ove sono i veri gaudi. » [«Ut inter mundanas varietates ibi nostra fixa sint corda, ubi vera sunt gaudia. » Orat. in Dom. iv, post. Pasch.]. – Pater, Ave, e Gloria etc.

Quarto privilegio.

Il quarto privilegio di s. Disma è di essere stato il compagno dei dolori della Santissima Vergine. Fra tutte le creature della terra al solo Buon Ladrone fu riserbata l’insigne prerogativa di essere il compagno delle sofferenze di Maria. Solo insieme con Ella, nel momento della morte del Redentore, egli conservò intatta la sua fede in Gesù. Solo con Maria egli compatì alla sua morte come alla morte del Figlio di Dio, veramente Dio e veramente uomo. È questa la dottrina del serafico s. Bernardino: « I gemiti del solo Buon Ladrone con quelli di Maria furono pienamente graditi a Dio, perché, grazie alla fede infusa nella sua anima, solo egli riguardò come veramente Dio quell’uomo, che vedeva morire sotto gli occhi suoi in mezzo ad incredibili dolori. »

PREGHIERA.

Gran santo! degnatevi di ottenerci dal nostro Signore Gesù Cristo la grazia di accompagnare la ss. Vergine nel doloroso martirio che essa soffrì a piè della croce. Questo è il desiderio di questa santa Madre, come essa stessa lo rivelò a s. Brigida: « Figlia mia, non mi dimenticare; vedi il mio dolore, e cerca di risentirlo per quanto puoi. Considera le mie sofferenze e le mie lagrime, ed affliggiti insieme con me » [ « Filia mea, non obliviscaris mei; vide dulurem meum, el imitare quantum potes. Considera dolures meos et lacrymas, et dole. » Revel. lib. II, c. XXIV]. Pater, Ave, e Gloria etc.

Quinto privilegio.

Il quinto privilegio del Buon Ladrone è di essere stato la figura di tutti gli eletti. In lui si vedono come riunite tutte le anime beate destinate a godere l’eterna gloria in paradiso; imperocché egli solo udì dalla bocca medesima di Gesù queste parole: « Oggi sarai meco in paradiso » [« Hodie mecum eris in Paradiso. » Luc., XXIII, 42.]. Egli le udì il primo, le udì per sé e per tutta l’umanità rigenerata di cui era la figura. « Il quinto privilegio del Beato Ladrone fu di essere la figura e come il rappresentante di tutti gli eletti; il che a nessun altro fu concesso. »

PREGHIERA.

Gran santo! figura di tutti gli eletti, noi vi domandiamo umilmente di ottenerci da Gesù Crocifisso con voi, la grazia di portare pazientemente il peso della vita, le tribolazioni, la fatica, la povertà, le malattie, in una parola la croce, che in questa valle di lacrime pesa sugl’infelici figli di Adamo, affinché meritiamo di essere annoverati fra gli eletti, e di partecipare alla gloria eterna; essendo questa la condizione della salvezza secondo l’oracolo divino : « Entreranno nella casa del Padre celeste coloro i quali avranno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello Crocifìsso. » [Ap. VII, 41].  Pater, Ave, e Gloria etc.

Ad sanctum DISMAM,

agonizantium Patronum.

Antiphona.

Beati mortui qui in Domino moriuntur.

Amodo jam dicit Spirìtus

ut requiescant a laboribus –

 [Beati i morti che muoiono nel Signore.

D’ora in poi già dice lo Spirito

che riposano dalle loro fatiche.] [Ap. VII, 41]

 

Sancte Disma, qui mira Dei

Providentia ex nefario latrone

in eximium pœnitentiæ speculum

evasisti, et paucas intra

horas æterna tibi gaudia comparasti:

aspice sublimi gloriæ

tuæ throno in hanc vallem miseriæ.

Recordare o Sanctæ mirabilis,

mentis humanæ fragilitatis,

ad malum semper, magis

quam od bonum proclivis. Recordare,

et prò nobis ad Deum

appella, ut sicut per gratium

suam efficacem ad pœnitentiam

et Paradisi cœlestis gloriam te

perduxit: ita nos famulos suos

et famulas, eadem efficaci gratia,

ad dignus pœnitentiæ fructus

impellat, ut peccata tecum

abolentes pie tibi commoriamur,

ac una tandem in Dei

salutari nostro perenniter exultemus.

Amen.

[O santo Disma, che per ammirabile provvidenza di Dio da insigne Ladrone diveniste un perfetto modello di penitenza, e in poche ore acquistaste l’eterna felicità, dal trono di gloria ove siete assiso, abbassate i vostri sguardi su questa valle di lacrime. Ricordatevi, o ammirabile santo, della fragilità della natura umana sempre più inclinata al male che al bene. Ricordatevene, e domandate per noi a Dio, il quale con la sua grazia efficace vi condusse alla penitenza ed alla gloria del paradiso, di far produrre con la medesima grazia a noi suoi servi e sue serve degni frutti di penitenza, affinché cancellando i nostri peccati come li cancellaste voi, possiamo morire parimente insieme con voi, per rallegrarcene eternamente insieme in Dio nostro Salvatore. Cosi sia.]

 

Preghiera di S. Brigida.

 

Benedictio æterna sit tibi,

Domine mi Jesu Christe, qui

existens in mortis, agonia, omnibus

peccatoribus spem de venia

tribuisti, quando Latroni ad

te converso, Paradisi gloriam

misericorditer promisisti. Amen

[Benedizione eterna a Voi, o mio Signore Gesù Cristo, che essendo in agonia deste a tutti i peccatori la speranza del perdono, allorché misericordiosamente prometteste al Buon Ladrone la gloria del paradiso. Così sia].

 .- Per non tralasciare nulla di ciò che può contribuire alla gloria del Buon Ladrone, trascriviamo qui l’epitaffio che una mano pia gli compose. Nel leggerlo vi si troveranno nuovi motivi di fiducia nel gran santo, il di cui culto sarebbe desiderevole che divenisse più popolare che mai ai giorni nostri.

Boni Latronis tumulus.

Incidisti in Latrunem, viator, sistendus es.

Vitam ejus non aliunde, quam ex morte cognoscas.

Ubique vagus, ubique profugus.

Ut inveniri semel a Deo posset, fìgendus fuit.

Ne tum quidem immemor artis suæ, cum propter illam periret,

Mutavit forti materiam, furacitate retenta.

Viatori Deo non prufuit dissimulasse mutilate thesaurus.

Exeuntem de mundu in aerem usque secutus adhæsit lateri.

Et festiata noctis opportunitate usus,

Quando non poterat manu, furatus est halitu.

Clavis David cui primum esset usui quam latroni?

Agnita illa est a seminare.

Nec eam aut nox aut rubigo celavit,

oculis intentis semper ad

claves.

Turbatum cœlum est, cum jam violenti raperent illud:

Gazis suis timuit trepidum,

Cum eas cerneret furibus patuisse.

Fractis mox cruribus iter salutis ingressus,

Eo se sedibus suis se non venisse convicit,

Hausto, de Christi vicinia, amore crucis, ita eidem adhæsit,

Ut ab ea fuerit fuste pellendus.

Bonum Latronem, viator, malo conjunge ne noceat.

lnter utrumque inveniendus est Christus.

Hæc gemina pharos portum salutis quærentibus attendenda.

 

 

Epitaffio del Buon Ladrone.

[« Ecco un ladro: viandante, arrestati.

« La sua vita non è conosciuta che per la sua morte.

« Dappertutto vagabondo, dappertutto fuggitivo;

« Affinché Dio potesse finalmente trovarlo, bisognò

inchiodarlo su di una croce.

« Nemmeno allora dimenticò il suo mestiere, condannato

a morte per cagione di quello.

« Egli cangiò la materia del furto, ma fu sempre

ladro.

« Al Dio viaggiatore non servì a nulla nascondere

i suoi tesori sotto la nudità.

« Com’egli parte dal mondo, il ladro lo segue sin

nell’aria e si attiene al suo fianco:

« Profitta delle tenebre di una notte improvvisamente

sopraggiunta,

« E non potendo rubar colla mano, ruba colla parola.

« Della chiave di David chi il primo doveva far uso,

se non un ladro?

« Semivivo, egli la riconosce:

« Né la notte, né la ruggine possono nasconderla,

   essendo i suoi occhi sempre intenti alle chiavi.

« Il cielo si turba mentre i violenti lo rapiscono;

« Esso teme pei suoi tesori

« Vedendoli aperti ai ladri.

« Ma questi, rotte le gambe, entrato nella via della salute,

« Prova che non vi viene come un ladro ordinario.

« Nella vicinanza di Cristo egli attinse un tale amore per la Croce,

« Che per distaccarnelo bisognò colpirlo con un grande bastone.

« Al Buon Ladrone, o viandante, unisci il cattivo perché non ti noccia.

« Fra loro due tu troverai il Cristo.

« Guarda questo doppio faro, se vuoi tenere la via del cielo »]

Apud Raynald., c. XIII, p. 554.

CONCLUSIONE

O pentirsi, o perire: è questa l’alternativa che rimane al colpevole, qualunque sia il suo nome. La storia del Buon Ladrone, assai meglio di qualunque ragionamento, la mette in piena evidenza. Se passavano alcune ore di più senza pentirsi, Disma si sarebbe perduto. Pei popoli, non meno che per gl’individui, quest’alternativa è inevitabile; e la ragione è chiara. Non pentirsi quando si sa di esser colpevole, è un pretendere di esser colpevole impunemente. – Pretendere di esser colpevole impunemente è un negare a Dio la giustizia, e all’uomo la responsabilità delle proprie azioni; è un voler vivere violando la legge fondamentale della vita, poiché la vita sta nell’ordine. – L’ordine esiste allorché ogni cosa sta al suo posto; in alto cioè quello che secondo le leggi eterne deve stare in alto; e in basso ciò che deve stare in basso. Mettere in alto quello che secondo le leggi eterne deve stare in basso, e in basso ciò che deve stare in alto; Dio al posto dell’uomo, e l’uomo al posto di Dio, costituisce il disordine. Pretendere di vivervi, e di vivervi impunemente, è lo stesso che voler mantenere in alto ciò che dev’essere in basso, e in basso ciò che deve stare in alto, cioè Dio al posto dell’uomo, e 1’uomo al posto di Dio. Di tutte le impossibilità questa è la più grande. Per l’individuo, perire è perdere la pace di questo mondo, e la vita eterna dell’altro. – Per le nazioni, che non vanno in corpo nell’altro mondo, perire è andare di rivoluzioni in rivoluzioni, sino a che lacerandosi con le proprie mani, o cadendo sotto i colpi di qualche potente vicino, esse subiscano l’inesorabile decreto di morte pronunziato contro la ribellione ostinata. – Così finirono tutte le nazioni del mondo antico. Al contrario, pentirsi è vivere, poiché è un rientrare nell’ordine, vale a dire è un rimettere ogni cosa al suo posto, Dio in alto e l’uomo in basso. Di questo nobile pentimento, guarentigia necessaria di vita e di felicità, il Ladro del Calvario è il modello compiuto e perfetto. Ultimo capolavoro del Redentore moribondo, egli fu lasciato al mondo come un tipo immortale. Il Dio Salvatore, la cui misericordia è immutabile, può e vuole effettuarlo in tutti i peccatori per quanto disperati. Egli stesso ce ne dà la sua infallibile parola: Il Figliuol dell’uomo è venuto per salvare tutto quello che era perito. Sì, tutto senza eccezione, popoli ed individui; tutto quello che vorrà esser salvato, anche i ladri e gli assassini. – Che rimane dunque a dire ai peccatori, e soprattutto al gran Ladrone cbe si appella secolo XIX? Una sola parola: pentimento! – Rivolgendosi ai primi, la fede loro dice: ‘Eccetto l’innocenza che più non avete, in tutto il resto voi siete tanti grandi bambini che vi lasciate affascinare dal vostro implacabile nemico. Vedete quei figli di un re; nelle loro mani si trova qualche volta una pietra preziosa. Presentasi loro un mariuolo, il quale in scambio di quel tesoro offre ad essi talune ghiottonerie di cui la loro età è avida, e la perla sfugge dalle loro mani. – Così fa il demonio con voi. « L’astuto nemico delle anime, dice s. Agostino, vi presenta un frutto ingannatore, e vi ruba il paradiso: Porrigit pomum et surripit paradisum. » Figli di re, eredi d’un trono, da molto tempo avete fatto il mestiere del balordo; è tempo ormai di metter senno. Imitate il Buon Ladrone: colpevoli come lui, sappiate pentirvi com’egli sì penti. Al vedere che un veterano del delitto, già sul patibolo, ottiene in pochi istanti e la grazia di Gesù Cristo e l’eterna felicità, chi è che possa disperar di sua salvezza: Quis hic desperet Latrone sperante? – In quanto al secolo XIX, a cui abbiamo dedicato questa storia, sembrano scritte espressamente per esso le parole seguenti, venuteci da un’età molto lontana. – « Rientra finalmente in te stesso, o vecchio Adamo. Considerando il Ladro del Calvario, vedi ove ti ha cercato il novello Adamo, ed in quale stato ti ha trovato. Nelle piaghe del suo corpo egli ti ha mostrato le ignominie dell’ anima tua. Tu lo fuggivi, ed a Lui non è stato sufficiente il correrti appresso, chiamandoti e piangendo in mezzo agli schiaffi, alla flagellazione, e ad ogni sorta di strazi più atroci. Egli ti ha inseguito sin sulla croce, ove i tuoi delitti ti avevan condotto, ed ivi Egli ti ha trovato già semivivo, e ti ha salvato. Chi fu infatti questo ladro, se non Adamo? Dal giorno, in cui il padre del genere umano nel paradiso terrestre divenne omicida di se stesso e della sua discendenza, sen fuggì carico del suo delitto lontano da Dio, e si nascose, fino a che inchiodato ad una croce non gli fu più possibile di fuggire e di nascondersi. Colà afferrato da voi, o buon Gesù, e convertito, egli confessò il suo fallo, e ne accettò volentieri il castigo. Affin di incoraggiarlo a soffrire, voi vi degnaste di collocar voi stesso ai suoi fianchi per soffrire con lui. » – Ecco precisamente il secolo XIX [ma pure il XX ed ancor peggio il XXI –ndr.-]. In piena insurrezione contro il Cristianesimo e contro la Chiesa, egli pretende di vivere senza di essi, lontano da essi, e loro malgrado. Vani sforzi! Simile al cavallo che gira la mola, a cui si sono bendati gli occhi, esso consuma le sue forze nel girare perpetuamente in un cerchio, di cui non si possono oltrepassare i limiti. A tutti i pontefici del’umana sapienza esso domanda l’ordine e la pace; ma non ne riporta che errori ed inganni. Frattanto la fermentazione rivoluzionaria si estende dappertutto; i sintomi di rovesciamento dell’ordine si vanno facendo più pronunziati; gli errori si moltiplicano, la colpabilità si aggrava; la potenza delle tenebre va crescendo visibilmente; ed il secolo XIX non ancora si converte [ed il XX ha pure cacciato dal suo trono il Vicario di Cristo, costringendolo ad un doloroso esilio! –ndr.-]. Che se ne deve conchiudere? Siccome è riservato a Dio il dir l’ultima parola, così bisogna conchiuderne che l’ora della crocifissione si avvicina. Già, se il secolo XIX vuol prestare orecchio, può ascoltare il rumore della scure e del martello dei numerosi operai, che nei loro antri sotterranei gli fabbricano la croce. Su di questa, sul patibolo cioè del socialismo e della barbarie, [ed oggi, XXI secolo: della massoneria e del modernismo gnostico –ndr.- ], resi più forti come lo dicono i loro apostoli, dall’ateismo e dal materialismo, esso sta per trovarsi faccia a faccia con Dio. – Ora nelle sue mortali angoscio si ricordi egli del Calvario. Colà vi ebbero due ladroni in croce; e se non vuol perire come il cattivo ladro, dica come il Buon Ladrone: Io soffro giustamente; ma il Cristianesimo che ho tanto bestemmiato; ma la Chiesa che ho tanto perseguitata, non hanno fatto alcun male. Gesù, Redentore del mondo, divino Fondatore del Cristianesimo e della Chiesa, ricordati di me quando avrai ristabilito il tuo regno sulle rovine di tutto quello che deve perire: io mi pento. – Da alcuni anni in qua soprattutto, la Provvidenza sempre lenta nel punire, sembra raddoppiare i suoi sforzi, col moltiplicar l’uno dopo l’altro i motivi di timore e di speranza, affin di indurre il secolo XIX a pronunziar questa parola di salvezza. Appena pronunziata, questa miracolosa parola fa rientrar tutto nell’ordine, chiude l’èra delle rivoluzioni e prepara al mondo un più lieto avvenire. Le nazioni di Occidente, tornando ad essere le docili figlie della Chiesa loro madre, e mettendo al di lei servigio gli immensi tesori di genio, di forza, e di attività di cui esse dispongono, senza sforzo alcuno rovesceranno le barriere secolari che arrestano la civiltà cristiana alle frontiere dell’Oriente. Allora riprendendo il principe della pace il suo impero, si verificherà quel trionfo universale della Chiesa presentito dagli uni, annunziato dagli altri, desiderato da tutti, e a quanto sembra visibilmente preparato mediante lo svolgimento senza esempio e senza ragione apparente di tutte le opere cattoliche nel mondo intero. – Giorno benedetto in cui il Dio Redentore diverrà secondo i suoi voti, l’unico Pastore di un solo ovile, e lasciando che i farisei odierni come quelli di una volta lo accusino di esser amico dei peccatori, si mostrerà per il Secolo XIX quello che fu per Disma, per la giovane penitente di Magdalo, per il figliuol prodigo, per la pecorella smarrita e ritrovata, cioè l’incomprensibile misericordia e l’incomprensibile tenerezza. Giorno benedetto! in cui il secolo XIX gran peccatore e gran ladro [e peggio il XXI –ndr.-], ma come il Ladrone del Calvario

gran penitente e grande apostolo, ascolterà la parola che dissiperà tutti i suoi timori, placherà tutti i suoi odii, guarirà tutte le sue piaghe: Oggi tu sarai meco in paradiso: Hodie mecum eris in paradiso. Così realmente avverrà. Il pentimento è la pace; la pace è la tranquillità dell’ordine; l’ordine è il paradiso in terra.

FINE

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLI IL MODERNISTA APOSTATA DI TORNO: “SACRORUM ANTISTITUM”

In questo nuovo documento, “Sacrorum Antistitum“, il Santo Padre S. Pio X, constatato che, nonostante le disposizioni con gli obblighi ed i divieti imposti nell’Enciclica Pascendi e nel decreto Lamentabili, per molti le sue raccomandazioni sono rimaste lettera morta, continuando la loro “semina” blasfema di sapore gnostico-luciferino, ribadisce con la maggior fermezza possibile, quanto già in essi riportato, aggiungendo la formula di un giuramento, reso obbligatorio per tutti gli operatori ecclesiastici, in primo luogo per coloro che, nei seminari, si accingono a diventare ministri della Chiesa, e per coloro che devono ammaestrarli ed educarli nelle “cose sacre”. Tale formula del “Giuramento antimodernista” è una vera professione di fede cattolica che, rimossa ovviamente dai supermodernisti, manducatori del frutto bacato e marcio del conciliabolo roncalli-montiniano, appare oggi quanto mai opportuno recitare quotidianamente, insieme allo studio del Santo Catechismo Cattolico dello stesso S. Pio X, per recuperare un minimo di senso e credo cattolico da parte di coloro che sono impregnati, loro malgrado, e senza averne consapevolezza, di modernismo ed indifferentismo religioso, sparso a larghe mani dagli apostati fautori ed operatori sacrileghi del “novus ordo”. Facciamo allora entrare tra le nostre meditazioni e preghiere quotidiane, questo santo “giuramento”, così da poter immediatamente comprendere, decodificare, smascherare e fuggire gli inganni del “nemico” che utilizza oggi apertamente, otre agli gnostici delle conventicole massoniche di ogni risma, i suoi “schiavi”, i falsi prelati in talare nera, rossa o bianca, per poterci alfine portare con sé nel fuoco eterno, ma … Ipsa conteret caput suum! Leggiamo il documento ed impariamo a memoria o mettiamo sul comodino, a portata di mano e di occhi, la formula del Giuramento Antimodernista:

Sacrorum antistitum

Motu proprio che stabilisce alcune leggi per respingere il pericolo del modernismo

Acta Apostolicæ Sedis, AAS 02 [1910], pp. 655-669.

Riteniamo che non sia sfuggito a nessuno dei santi Vescovi, che i modernisti, la maliziosissima categoria d’uomini che avevamo smascherato per loro nella Lettera enciclica Pascendi Dominici Gregis, non si sono astenuti dai propositi di turbare la pace della Chiesa. – Infatti hanno continuato ad adescare nuovi seguaci e a farli associare mediante un’alleanza segreta, e con essi ad inoculare nelle vene del Cristianesimo il virus delle loro opinioni, pubblicando, anonimamente o sotto pseudonimi, libri ed articoli. – Se, riletta la summenzionata Nostra Lettera, si considera con più attenzione lo sviluppo di quest’audacia, per mezzo della quale Ci è arrecato tanto dolore, apparirà chiaramente che uomini di tale condotta non sono altro che quelli che abbiamo già descritto là, nemici tanto più temibili quanto più sono vicini; i quali abusano del loro ministero per porre sull’amo un’esca avvelenata con cui corrompere gli sprovveduti, divulgando un’apparenza di dottrina, in cui è contenuta la somma di tutti gli errori. – Dato che questa peste si sparge attraverso quella parte del campo del Signore da cui ci si aspetterebbero i frutti più lieti, se da un lato è proprio di tutti i Vescovi spendersi in difesa della fede cattolica, e vigilare con somma diligenza affinché l’integrità del deposito divino non riceva alcun danno, dall’altro lato a Noi è di massima pertinenza fare ciò che ha comandato Cristo Salvatore, il quale a Pietro (il cui principato, seppur indegnamente, Noi abbiamo ricevuto,) disse: Conferma i tuoi fratelli. Appunto per questa causa, cioè, affinché gli animi dei buoni siano confermati nell’affrontare la presente battaglia, abbiamo ritenuto opportuno riportare delle frasi e delle prescrizioni del Nostro suddetto documento, espresse con queste parole: «Perciò vi preghiamo e scongiuriamo che, in una questione di tanto rilievo, non Ci lasciate minimamente desiderare la vostra vigilanza e diligenza e fortezza. E quel che chiediamo ed aspettiamo da voi, lo chiediamo e lo aspettiamo anche dagli altri pastori d’anime, dagli educatori e maestri del giovane clero, e specialmente dai Superiori generali degli Ordini religiosi.

I. Per ciò che riguarda gli studi, vogliamo e decisamente ordiniamo che a fondamento degli studi sacri si ponga la filosofia scolastica. Bene inteso che, “se dai Dottori scolastici qualcosa fu ricercato troppo sottilmente o trattato con poca avvedutezza; se fu detta cosa poco coerente con dottrine accertate dei secoli seguenti, o in qualsiasi modo non ammissibile; non è nostra intenzione che tutto ciò sia proposto come esempio da imitare anche ai nostri giorni” (Leone XIII, Enc. “Æterni Patris”). – Ciò che conta anzitutto è che come filosofia scolastica, che Noi ordiniamo di seguire, si deve precipuamente intendere quella di San Tommaso d’Aquino: intorno alla quale tutto ciò che il Nostro Predecessore stabilì, intendiamo che rimanga in pieno vigore e, se necessario, lo rinnoviamo e confermiamo, e ordiniamo severamente che sia da tutti osservato. Se nei Seminari ciò si è trascurato, toccherà ai Vescovi insistere ed esigere che in futuro si osservi. Lo stesso comandiamo ai Superiori degli Ordini religiosi. Ammoniamo poi quelli che insegnano, di ben persuadersi che il discostarsi dall’Aquinate, specialmente in cose metafisiche, non avviene senza grave danno. Un errore piccolo in principio, così si possono utilizzare proprio le parole dell’Aquinate stesso, è grande alla fine. (De Ente et Essentia, proem.) – Posto così il fondamento della filosofia, si innalzi con somma diligenza l’edificio teologico. Venerabili Fratelli, promuovete con ogni sforzo possibile lo studio della teologia, affinché i chierici, uscendo dai Seminari, ne portino con sé un’alta stima ed un grande amore e l’abbiano sempre carissimo. Infatti “nella grande e molteplice abbondanza di discipline che si porgono alla mente assetata di verità, a tutti è noto che alla sacra Teologia appartiene il primo posto, tanto che fu antico detto dei sapienti, che è dovere delle altre scienze ed arti di servirla ed aiutarla come ancelle” (Leone XIII, Lett. Ap. “In magna”, 10 dicembre 1889). Aggiungiamo qui, che Ci sembrano degni di lode anche coloro che, mantenendo intatto il rispetto alla Tradizione, ai Padri e al Magistero ecclesiastico, con saggio criterio e utilizzando le norme cattoliche (cosa che non è da tutti) cercano di illustrare la teologia positiva, attingendo lume dalla storia. Alla teologia positiva deve ora darsi più larga parte che in passato: ciò nondimeno deve farsi in modo tale che la teologia scolastica non ne venga a perdere nulla, e si disapprovino quali fautori del modernismo coloro che innalzano tanto la teologia positiva da sembrar quasi spregiare la Scolastica. – In quanto alle discipline profane basti richiamare quel che il Nostro Predecessore disse con molta sapienza (Allocuz. “Pergratus Nobis” 7 marzo 1880): “Adoperatevi strenuamente nello studio delle scienze naturali, nel cui campo gli ingegnosi ritrovati e gli utili ardimenti dei nostri tempi sono, a ragione, ammirati dai contemporanei, cosi come avranno perpetua lode ed encomio dai posteri”. Questo però senza danno degli studi sacri: cosa di cui ammoniva lo stesso Nostro Predecessore con queste altre gravissime parole (Loc. cit.): “Ad una ricerca più attenta, si comprenderà come la causa di simili errori stia principalmente nel fatto che in questi nostri tempi, quanto più fervono gli studi delle scienze naturali, tanto più vengono meno le discipline più severe e più alte: alcune di queste, infatti, sono quasi cadute in dimenticanza; alcune sono trattate stancamente e con leggerezza, e, ciò che è indegno, perduto lo splendore della primitiva dignità, sono inficiate da opinioni sbagliate e da enormi errori”. Con questa legge ordiniamo che si regolino nei Seminari gli studi delle scienze naturali.

II. A questi ordinamenti tanto Nostri che del Nostro Predecessore occorre volgere l’attenzione ogni qual volta si tratti di scegliere i rettori e gli insegnanti dei Seminari e delle Università cattoliche. Chiunque in alcun modo sia contaminato da modernismo, sia tenuto lontano senza riguardi di sorta sia dall’incarico di reggere sia da quello d’insegnare: se già si trova con tale incarico, ne sia rimosso: si faccia lo stesso con coloro che in segreto o apertamente favoriscono il modernismo, o lodando modernisti e giustificando la loro colpa, o criticando la Scolastica, i Padri e il Magistero ecclesiastico, o ricusando obbedienza alla potestà ecclesiastica, da chiunque essa sia rappresentata; lo stesso con chi in materia storica, archeologica e biblica si mostri amante di novità; e infine, con quelli che non si curano degli studi sacri o paiono anteporre a questi i profani. In questa parte, o Venerabili Fratelli, e specialmente nella scelta dei maestri, non sarà mai eccessiva la vostra attenzione e fermezza; dato che sull’esempio dei maestri si formano per lo più i discepoli. Poggiati dunque sul dovere di coscienza, procedete in questa materia con prudenza sì, ma con fortezza. – Con pari vigilanza e severità dovrete esaminare e scegliere chi debba essere ammesso al sacerdozio. Lungi, lungi dal clero l’amore di novità: Dio non vede di buon occhio gli animi superbi e arroganti! A nessuno in futuro si conceda la laurea in teologia o in diritto canonico, se non ha prima completato per intero il corso stabilito di filosofia scolastica. Se tale laurea ciò nonostante venisse concessa, sia nulla. Le disposizioni che la Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari emanò, nell’anno 1896, per i chierici d’Italia secolari e regolari, circa il frequentare le Università, stabiliamo che d’ora innanzi siano estese a tutte le nazioni. I chierici e sacerdoti iscritti ad un Istituto o ad una Università cattolica non potranno seguire nelle Università civili quei corsi, di cui vi siano cattedre negli Istituti cattolici ai quali essi appartengono. Se in alcun luogo ciò si è permesso per il passato, ordiniamo che non si conceda più nell’avvenire. I Vescovi che formano il Consiglio direttivo di tali cattolici Istituti o Università veglino con ogni cura perché questi Nostri comandi vi si osservino costantemente.

III. È parimenti compito dei Vescovi impedire che vengano letti gli scritti modernisti, o che sanno di modernismo, se già pubblicati, o, se non lo sono ancora, proibire che si pubblichino. Non si dovrà mai permettere alcun libro o giornale o periodico di tal genere né agli alunni dei Seminari né agli uditori delle Università cattoliche: il danno che ne proverrebbe non sarebbe minore di quello delle letture immorali; sarebbe anzi peggiore, perché ne verrebbe viziata la radice stessa del vivere cristiano. Lo stesso si dovrà giudicare degli scritti di taluni cattolici, uomini del resto di non malvagie intenzioni, ma che, digiuni di studi teologici e imbevuti di filosofia moderna, cercano di accordare questa con la fede e di farla servire, come essi dicono, ai vantaggi della fede stessa. Il nome e la buona fama degli autori fanno sì che tali libri siano letti senza alcun timore e risultino quindi più pericolosi, attraendo al modernismo a poco a poco. – Per dar poi, o Venerabili Fratelli, disposizioni più generali in materia tanto grave, se nelle vostre diocesi sono in vendita libri dannosi, adoperatevi con forza a bandirli, facendo anche uso di solenni condanne. Benché questa Sede Apostolica si adoperi in ogni modo per togliere di mezzo simili scritti, ormai ne è tanto cresciuto il numero, che a condannarli tutti non bastano le forze. Quindi accade che la medicina giunga talora troppo tardi, quando cioè, per il troppo attendere, il male ha già preso piede. Vogliamo dunque che i Vescovi, deposto ogni timore, messa da parte la prudenza della carne, trascurando lo strepito dei malvagi, soavemente, sì, ma con costanza, facciano ciascuno la sua parte; memori di quanto prescriveva Leone XIII nella Costituzione Apostolica “Officiorum”: “Gli Ordinari, anche come Delegati della Sede Apostolica, si adoperino di proscrivere e di togliere dalle mani dei fedeli i libri o altri scritti nocivi stampati o diffusi nelle proprie diocesi”. Con queste parole si concede, è vero, un diritto: ma s’impone al contempo un dovere. E nessuno reputi di aver adempiuto a tale dovere se ha deferito a Noi l’uno o l’altro libro, mentre moltissimi altri si lasciano divulgare e diffondere. Né in ciò vi deve trattenere, Venerabili Fratelli, il sapere che l’autore di qualche libro abbia ottenuto altrove la facoltà comunemente detta Imprimatur; sia perché tale concessione può essere simulata, sia perché può essere stata fatta per trascuratezza o per troppa benignità e troppa fiducia nell’autore, caso questo che può talora avverarsi negli Ordini religiosi. Si aggiunga che, come non ogni cibo si confà a tutti egualmente, così un libro che in un luogo sarà indifferente, in un altro, per le circostanze, può risultare nocivo. Se pertanto il Vescovo, udito il parere di persone prudenti, stimerà di dover condannare nella sua diocesi anche qualcuno di tali libri, gliene diamo ampia facoltà, anzi gliene facciamo un dovere. La cosa sia fatta convenientemente, restringendo la proibizione soltanto al clero, se questo basta; ma in tal caso sarà obbligo dei librai cattolici non porre in vendita i libri condannati dal Vescovo. E dal momento che Siamo in argomento, i Vescovi vigilino che i librai, per bramosia di lucro, non spaccino merce malsana: è certo che nei cataloghi di alcuni di essi vengono proposti di frequente, e con non poca lode, i libri dei modernisti. Se essi rifiutano di obbedire, i Vescovi non esitino a privarli del titolo di librai cattolici; tanto più, se avranno quello di vescovili; e se avessero titolo di pontifici, siano deferiti alla Sede Apostolica. A tutti infine ricordiamo l’articolo XXVI della menzionata Costituzione Apostolica “Officiorum”: “Tutti coloro che abbiano ottenuto facoltà apostolica di leggere e ritenere libri proibiti, non sono per questo autorizzati a leggere libri o giornali proscritti dagli Ordinari locali, se nell’indulto apostolico non sia data espressa facoltà di leggere e ritenere libri condannati da chiunque”.

IV. Ma non basta impedire la lettura o la vendita dei libri cattivi; occorre anche impedirne la stampa. Quindi i Vescovi non concedano la facoltà di stampa se non con la massima severità. E poiché è grande il numero delle pubblicazioni, che, secondo la Costituzione “Officiorum“, esigono l’autorizzazione dell’Ordinario, e il Vescovo non le può revisionare tutte da solo, in talune diocesi si sogliono determinare in numero adeguato censori d’ufficio per l’esame degli scritti. Somma lode noi diamo a tale istituzione di censura; e non solo esortiamo, ma ordiniamo che si estenda a tutte le diocesi. Dunque in tutte le Curie episcopali si stabiliscano Censori per la revisione degli scritti da pubblicarsi; si scelgano questi dall’uno e dall’altro clero, uomini di età, di scienza e di prudenza e che nel giudicare sappiano tenere il giusto mezzo. Spetterà ad essi l’esame di tutto quello che, secondo gli articoli XLI e XLII della detta Costituzione, ha bisogno di permesso per essere pubblicato. Il Censore darà per iscritto la sua sentenza. Se sarà favorevole, il Vescovo concederà la facoltà di stampa con la parola Imprimatur, la quale però sarà preceduta dalla formula Nihil obstat e dal nome del Censore. Anche nella Curia romana non diversamente che nelle altre, si stabiliranno censori di ufficio. L’elezione dei medesimi, una volta interpellato il Cardinale Vicario e coll’assenso ed approvazione dello stesso Sommo Pontefice, spetterà al Maestro del sacro Palazzo Apostolico. A questo pure toccherà determinare per ogni singolo scritto il Censore che lo esamini. La facoltà di stampa sarà concessa dallo stesso Maestro ed insieme dal Cardinale Vicario o dal suo Vicegerente, premesso però, come sopra si disse, il Nulla osta col nome del Censore. Solo in circostanze straordinarie e molto di rado si potrà, a prudente arbitrio del Vescovo, omettere la menzione del Censore. Agli autori non si farà mai conoscere il nome del Censore, prima che questi abbia dato giudizio favorevole: affinché il Censore stesso non abbia a patir molestia mentre esamina lo scritto o in caso che ne disapprovi la stampa. Non si sceglieranno mai Censori dagli Ordini religiosi, senza prima aver sentito segretamente il parere del Superiore provinciale: questo dovrà secondo coscienza attestare dei costumi, della scienza e della integrità della dottrina del candidato. Ammoniamo i Superiori religiosi del gravissimo dovere che essi hanno di non permettere mai che alcunché sia pubblicato dai loro sottoposti senza la previa facoltà loro e dell’Ordinario diocesano. Per ultimo affermiamo e dichiariamo che il titolo di Censore, di cui taluno sia insignito, non ha alcun valore né mai si potrà arrecare come argomento per dar credito alle private opinioni del medesimo. – Detto ciò in generale, ordiniamo espressamente un’osservanza più diligente di quanto si prescrive nell’articolo XLII della citata Costituzione “Officiorum”, cioè: “È vietato ai sacerdoti secolari, senza previo permesso dell’Ordinario, assumere la direzione di giornali o di periodici”. Del quale permesso, dopo ammonizione, sarà privato chiunque ne facesse cattivo uso. Circa quei sacerdoti, che hanno titoli di corrispondenti o collaboratori, poiché avviene non raramente che pubblichino, nei giornali o periodici, scritti infetti da modernismo, vedano i Vescovi che ciò non avvenga; e se avvenisse, ammoniscano e diano proibizione di scrivere. Lo stesso ammoniamo con ogni autorità che facciano i Superiori degli Ordini religiosi: e se questi si mostrassero in ciò trascurati, provvedano i Vescovi, con autorità delegata dal Sommo Pontefice. I giornali e periodici pubblicati dai cattolici abbiano, per quanto sia possibile, un Censore determinato. Sarà obbligo di questo leggere integralmente e con attenzione i singoli fogli o fascicoli, dopo che sono stati pubblicati: se troverà qualcosa di pericoloso, ordinerà che sia corretto nel foglio o fascicolo successivo. Lo stesso diritto avrà il Vescovo, anche nel caso in cui il Censore non abbia reclamato.

V. Ricordammo già sopra i congressi e i pubblici convegni, in cui i modernisti si adoprano di propalare e propagare le loro opinioni. I Vescovi non permetteranno più in avvenire, se non in casi rarissimi, i congressi di sacerdoti. Se avverrà che li permettano, lo faranno solo a questa condizione: che non vi si trattino cose di pertinenza dei Vescovi o della Sede Apostolica, non vi si facciano proposte o postulati che implichino usurpazione della sacra potestà, non vi si faccia affatto menzione di quanto sa di modernismo, di presbiterianismo, di laicismo. A tali convegni, che dovranno permettersi solo di volta in volta e per iscritto e al momento adatto, non potrà intervenire alcun sacerdote di altra diocesi, se non porta una lettera di raccomandazione del proprio Vescovo. A tutti i sacerdoti poi non passi mai di mente ciò che Leone XIII raccomandava con parole gravissime (Lett. Enc. “Nobilissima Gallorum”, 10 febbraio 1884): “Sia intangibile presso i sacerdoti l’autorità dei propri Vescovi; si persuadano che il ministero sacerdotale, se non si esercita sotto la direzione del Vescovo, non sarà né santo, né molto utile, né rispettabile”.

VI. Ma che gioveranno, o Venerabili Fratelli, i Nostri comandi e le Nostre prescrizioni, se non si osserveranno a dovere e con fermezza? Perché questo si ottenga, Ci è parso espediente estendere a tutte le diocesi ciò che i Vescovi dell’Umbria (Atti del Congr. dei Vescovi dell’Umbria, nov. 1849, tit. II, art. 6), molti anni or sono, con savissimo consiglio stabilirono per le loro: “Per estirpare – così essi dicono – gli errori già diffusi e per impedire che si diffondano ulteriormente, o che rimangano ancora maestri di empietà, attraverso i quali si perpetuano i perniciosi effetti originati da quella diffusione, il sacro Congresso, seguendo gli esempi di San Carlo Borromeo, stabilisce che in ogni diocesi si istituisca un Consiglio di uomini commendevoli dei due cleri, a cui spetti controllare se e con quali arti i nuovi errori si dilatino o si propaghino, e informarne il Vescovo, così che questi, raccolti i suggerimenti, possa prendere rimedi estinguendo il male già sul nascere, senza lasciare che si diffonda sempre più a rovina delle anime, e, ciò che è peggio, si rafforzi e cresca col passar del tempo”. Stabiliamo dunque che un siffatto Consiglio, che si chiamerà di vigilanza, si istituisca quanto prima in tutte le diocesi. I membri di esso si sceglieranno con le stesse norme già prescritte per i Censori dei libri. Ogni due mesi, in un giorno determinato, si radunerà in presenza del Vescovo: le cose trattate o stabilite saranno sottoposte a legge di segreto. I doveri degli appartenenti al Consiglio saranno i seguenti: Scrutino con attenzione gli indizi di modernismo tanto nei libri che nell’insegnamento; con prudenza, prontezza ed efficacia stabiliscano quanto è necessario per l’incolumità del clero e della gioventù. Combattano le novità di parole, e rammentino gli ammonimenti di Leone XIII (S. C. AA. EE. SS., 27 gennaio 1901): “Non si potrebbe approvare nelle pubblicazioni cattoliche un linguaggio che, ispirandosi a malsana novità, sembrasse deridere la pietà dei fedeli ed accennasse a un nuovo ordinamento della vita cristiana, a nuove prescrizioni della Chiesa, a nuove necessità dell’anima moderna, a nuova vocazione sociale del clero, a nuova civiltà cristiana, e molte altre cose di questo genere”. Non sopportino tutto questo, né nei libri né dalle cattedre. Non trascurino i libri nei quali si tratti o delle pie tradizioni di ciascun luogo o delle sacre Reliquie. Non permettano che tali questioni si agitino nei giornali o in periodici destinati a fomentare la pietà, né con espressioni che sappiano di ludibrio o di disprezzo né con affermazioni definitive specialmente, come il più delle volte accade, quando ciò che si afferma o non passa i termini della probabilità o si basa su pregiudicate opinioni. Circa le sacre Reliquie si abbiano queste norme. Se i Vescovi, i quali sono i soli giudici in questa materia, sanno con certezza che una reliquia è falsa, la toglieranno senz’altro dal culto dei fedeli. Se le autentiche di una Reliquia qualsiasi sono andate smarrite o per i disordini civili o in altro modo, essa non si esponga alla pubblica venerazione, se prima il Vescovo non ne abbia fatta ricognizione. L’argomento di prescrizione o di fondata presunzione avrà valore solo quando il culto sia commendevole per antichità: il che risponde al decreto emanato nel 1896 dalla Congregazione delle Indulgenze e sacre Reliquie, in questi termini: “Le Reliquie antiche sono da conservarsi nella venerazione che finora ebbero, salvo nel caso particolare in cui si abbiano argomenti certi che sono false o supposte”. Nel portar poi giudizio delle pie tradizioni si tenga sempre presente, che la Chiesa in questa materia fa uso di tanta prudenza, da non permettere che tali tradizioni si raccontino nei libri, se non con grandi cautele e premessa la dichiarazione prescritta da Urbano VIII: il che pure adempiuto, non per questo ammette la verità del fatto, ma solo non proibisce che si creda, ove a farlo non manchino argomenti umani. Così appunto la sacra Congregazione dei Riti dichiarava fin da trent’anni addietro (Decreto 2 maggio 1877): “Siffatte apparizioni o rivelazioni non furono né approvate né condannate dalla Sede Apostolica, ma solo passate come da piamente credersi con sola fede umana, conforme alla tradizione di cui godono, confermata pure da idonei testimoni e documenti”. Nessun timore può ammettere chi a questa regola si tenga. Infatti il culto di qualsiasi apparizione, quando riguarda il fatto stesso ed è detto relativo, ha sempre implicita la condizione della verità del fatto: quando invece è assoluto, si fonda sempre nella verità, giacché si dirige alle persone stesse dei santi che si onorano. Lo stesso vale delle Reliquie. Diamo mandato infine al Consiglio di vigilanza, di tener d’occhio assiduamente e diligentemente gl’istituti sociali come pure gli scritti di questioni sociali affinché non vi si celi nulla di modernista, ma ottemperino alle prescrizioni dei Romani Pontefici.

VII. Affinché le cose fin qui stabilite non vadano in dimenticanza, vogliamo ed ordiniamo che i Vescovi di ciascuna diocesi, trascorso un anno dalla pubblicazione delle presenti Lettere, e poi ogni triennio, con diligente e giurata esposizione riferiscano alla Sede Apostolica intorno a quanto si prescrive in esse, e sulle dottrine che corrono in mezzo al clero e soprattutto nei Seminari ed altri istituti cattolici, non eccettuati quelli che pur sono esenti dall’autorità dell’Ordinario. Lo stesso imponiamo ai Superiori generali degli Ordini religiosi a riguardo dei loro sottoposti».

A queste cose, che chiaramente confermiamo tutte, pena un peso sulla coscienza per coloro che avranno rifiutato di ascoltare quanto detto, ne aggiungiamo altre, che sono specificamente riferite agli aspiranti sacerdoti che vivono nei Seminari e ai novizi degli istituti religiosi.

– Nei Seminari certamente occorre che tutte le parti dell’istituzione tendano al medesimo fine di formare un sacerdote degno di tale nome. Ed infatti non si può ritenere che simili tirocini si estendano solamente o agli studi o alla pietà. L’ammaestramento fonde in un tutto unico entrambi gli aspetti, ed essi sono simili a palestre finalizzate a formare la sacra milizia di Cristo con una preparazione duratura. Dunque affinché da essi esca un esercito ottimamente istruito, sono assolutamente necessarie due cose, la cultura per l’istruzione della mente, la virtù per la perfezione dell’anima. L’una richiede che la gioventù che si prepara al sacerdozio sia massimamente istruita in quelle scienze che hanno un legame più stretto con gli studi delle cose divine; l’altra esige una straordinaria eccellenza di virtù e di costanza. Vedano dunque i rettori quale aspettativa di disciplina e di pietà si possa nutrire riguardo agli allievi, e scrutino quale sia l’indole dei singoli; se seguono il loro istinto più giusto o se sembrano abbracciare delle disposizioni di spirito profane; se sono docili nell’obbedire, inclini alla pietà, umili, osservanti della disciplina; se aspirano alla dignità di sacerdote perché si sono prefissati il giusto obiettivo, o perché spinti da ragioni umane; se, infine, sono adeguatamente ricchi di santità di vita e di cultura; o se, mancando loro qualcosa di queste, si sforzano almeno di acquisirla con animo sincero e pronto. Né l’indagine presenta troppa difficoltà; giacché i doveri religiosi compiuti lamentandosi, e la disciplina osservata a causa del timore e non della voce della coscienza, rivelano immediatamente la mancanza delle virtù che ho elencato. Colui che tiene come principio il timore servile, o si infiacchisce per debolezza di carattere o disprezzo, è quanto mai lontano dalla speranza di poter esercitare santamente il sacerdozio. Infatti difficilmente si può credere che uno che disprezza le discipline domestiche non verrà poi meno alle leggi pubbliche della Chiesa. Se il rettore della scuola avrà individuato qualcuno con questa disposizione d’animo, e se, dopo averlo ammonito più volte, fatta una prova di un anno, avrà capito che quello non desiste dalla sua consuetudine, lo espella, in modo tale che in futuro non possa più essere accettato né da lui né da alcun Vescovo. – Dunque per promuovere i chierici si richiedano assolutamente queste due: l’onestà di vita unita alla sana dottrina. E non sfugga che quei precetti e moniti coi quali i Vescovi si rivolgono a coloro che stanno per ricevere gli ordini sacri, sono rivolti a questi non meno che a coloro che vi aspirano, allorché viene detto: “Si deve fare in modo che quelli scelti per tale compito siano illustri per saggezza spirituale, onestà di costumi e costante rispetto della giustizia … Siano onesti e assennati tanto nella scienza quanto nelle opere … splenda in essi la bellezza della santità nella sua interezza“. – E certamente dell’onestà di vita si sarebbe detto abbastanza, se questa potesse con poco sforzo essere separata dalla cultura e dalle opinioni, che ciascuno si sarà riservato di sostenere. Ma, come è nel Libro dei Proverbi: L’uomo è stimato secondo la sua cultura (Prov. XII, 8) e come insegna l’Apostolo: Chi… non rimane nella dottrina di Cristo, non possiede Dio (II Giov., 9). Quanto impegno sia da dedicare alle molte e varie cose da imparare bene, lo insegna persino la stessa pretesa dell’epoca attuale, la quale proclama che niente è più glorioso della luce dell’umanità che progredisce. Dunque quanti sono nelle file del clero, se vogliono dedicarsi al loro compito conformemente ai tempi; con frutto esortare gli altri nella sana dottrina e convincere quelli che la contraddicono (Tito, I,9); applicare le risorse dell’ingegno a vantaggio della Chiesa, devono necessariamente raggiungere una conoscenza delle cose tutt’altro che di basso livello, e avvicinarsi all’eccellenza nella cultura. Infatti c’è da lottare con nemici tutt’altro che inesperti, i quali aggiungono ai buoni studi un sapere spesso intessuto di trabocchetti, e le cui sentenze belle e vibranti sono proposte con grande abbondanza e rimbombo di parole, affinché in esse sembri risuonare quasi un qualcosa di esotico. Perciò bisogna predisporre opportunamente le armi, cioè, preparare abbondante foraggio di cultura per tutti coloro che, nella vita ritirata della scuola, si stanno accingendo ad assumere incarichi santissimi e difficilissimi. – E’ vero che, poiché la vita dell’uomo è circoscritta da limiti tali per cui da un fonte ricchissimo di conoscenze a stento è dato di assaggiare qualcosa a fior di labbra, bisogna anche temperare la sete di apprendimento e rammentare l’affermazione di Paolo: non è pio sapere tutto quanto necessita sapere, ma sapere in giusta misura (Rom. XII,3). Per cui, dato che ai chierici già sono imposti molti e pesanti studi, sia per quanto riguarda le sacre scritture, i fondamenti della Fede, le consuetudini, la conoscenza delle devozioni e delle celebrazioni, che vanno sotto il nome di ascetica, sia per quanto riguarda la storia della Chiesa, il diritto canonico, la sacra eloquenza; affinché i giovani non perdano tempo nel seguire altre questioni e non vengano distratti dallo studio principale, vietiamo del tutto a costoro la lettura di qualsiasi quotidiano e periodico, anche se ottimo, pena un onere sulla coscienza di quei rettori che non avranno vigilato scrupolosamente per impedirlo.

Inoltre per allontanare il sospetto che qualsiasi modernismo si introduca di nascosto, non solo vogliamo che siano assolutamente rispettate le cose prescritte sopra al n° II, ma comandiamo inoltre che ogni singolo insegnante, prima di cominciare le lezioni all’inizio dell’anno, mostri al suo Vescovo il testo che si propone di insegnare, o le questioni che tratterà, oppure le tesi; quindi che per quell’anno stesso sia tenuto sotto osservazione il metodo d’insegnamento di ciascuno; e se questo sembrerà allontanarsi dalla sana dottrina, sarà causa sufficiente per rimuovere quell’insegnante. Ed infine, che, oltre alla professione di fede, presti giuramento al suo Vescovo, secondo la formula sotto riportata, e firmi.

Questo giuramento, preceduto da una professione di fede nella formula prescritta dal Nostro Predecessore Pio IV, con allegate le definizioni del Concilio Vaticano, lo presteranno dunque davanti al loro Vescovo:

I. –  I chierici che stanno per ricevere gli ordini maggiori; ad essi singolarmente sia previamente consegnato un esemplare sia della professione di fede, sia della formula del giuramento da emettere, in modo che le conoscano in anticipo accuratamente, essendovi una sanzione, come si vedrà sotto, in caso di violazione del giuramento.

II.– I sacerdoti destinati a raccogliere le confessioni, e i sacri predicatori, prima che sia loro concessa facoltà di svolgere tali compiti.

III. I Parroci, i Canonici, i Beneficiari prima di entrare in possesso del beneficio.

Gli ufficiali nelle curie episcopali e nei tribunali ecclesiastici, inclusi il Vicario generale e i giudici.

Gli addetti ai sermoni che si tengono nei tempi quaresimali.

Tutti gli ufficiali nelle Congregazioni Romane o nei tribunali, in presenza del Cardinale Prefetto o del Segretario di quella Congregazione o di quel tribunale.

VII. I Superiori e i Docenti delle Famiglie e Congregazioni religiose, prima di assumere l’incarico. – I documenti della professione di fede, di cui abbiamo detto, e dell’avvenuto giuramento siano conservati in appositi registri presso le Curie episcopali, e parimenti presso gli uffici di ciascuna Congregazione Romana. Se poi qualcuno osasse, Dio non voglia, violare qualche giuramento, costui sia deferito al tribunale del Sant’Uffizio.

FORMULA DEL GIURAMENTO

Io … fermamente accetto e credo in tutte e in ciascuna delle verità definite, affermate e dichiarate dal Magistero infallibile della Chiesa, soprattutto quei principi dottrinali che contraddicono direttamente gli errori del tempo presente.

 Primo: credo che Dio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con certezza e può anche essere dimostrato con i lumi della ragione naturale nelle opere da lui compiute (cf Rm 1,20), cioè nelle creature visibili, come causa dai suoi effetti.

 Secondo: ammetto e riconosco le prove esteriori della rivelazione, cioè gli interventi divini, e soprattutto i miracoli e le profezie, come segni certissimi dell’origine soprannaturale della religione cristiana, e li ritengo perfettamente adatti a tutti gli uomini di tutti i tempi, compreso quello in cui viviamo.

 Terzo: con la stessa fede incrollabile credo che la Chiesa, custode e maestra del verbo rivelato, è stata istituita immediatamente e direttamente da Cristo stesso vero e storico mentre viveva fra noi, e che è stata edificata su Pietro, capo della gerarchia ecclesiastica, e sui suoi successori attraverso i secoli.

 Quarto: accolgo sinceramente la dottrina della fede trasmessa a noi dagli apostoli tramite i padri ortodossi, sempre con lo stesso senso e uguale contenuto, e respingo del tutto la fantasiosa eresia dell’evoluzione dei dogmi da un significato all’altro, diverso da quello che prima la Chiesa professava; condanno similmente ogni errore che pretende sostituire il deposito divino, affidato da Cristo alla Chiesa perché lo custodisse fedelmente, con una ipotesi filosofica o una creazione della coscienza che si è andata lentamente formando mediante sforzi umani e continua a perfezionarsi con un progresso indefinito.

 Quinto: sono assolutamente convinto e sinceramente dichiaro che la fede non è un cieco sentimento religioso che emerge dall’oscurità del subcosciente per impulso del cuore e inclinazione della volontà moralmente educata, ma un vero assenso dell’intelletto a una verità ricevuta dal di fuori con la predicazione, per il quale, fiduciosi nella sua autorità supremamente verace, noi crediamo tutto quello che il Dio personale, creatore e signore nostro, ha detto, attestato e rivelato.

 Mi sottometto anche con il dovuto rispetto e di tutto cuore aderisco a tutte le condanne, dichiarazioni e prescrizioni dell’enciclica Pascendi e del decreto Lamentabili, particolarmente circa la cosiddetta storia dei dogmi.

 Riprovo altresì l’errore di chi sostiene che la fede proposta dalla Chiesa può essere contraria alla storia, e che i dogmi cattolici, nel senso che oggi viene loro attribuito, sono inconciliabili con le reali origini della religione cristiana.

 Disapprovo pure e respingo l’opinione di chi pensa che l’uomo cristiano più istruito si riveste della doppia personalità del credente e dello storico, come se allo storico fosse lecito difendere tesi che contraddicono alla fede del credente o fissare delle premesse dalle quali si conclude che i dogmi sono falsi o dubbi, purché non siano positivamente negati.

 Condanno parimenti quel sistema di giudicare e di interpretare la sacra Scrittura che, disdegnando la tradizione della Chiesa, l’analogia della fede e le norme della Sede apostolica, ricorre al metodo dei razionalisti e con non minore disinvoltura che audacia applica la critica testuale come regola unica e suprema.

 Rifiuto inoltre la sentenza di chi ritiene che l’insegnamento di discipline storico-teologiche o chi ne tratta per iscritto deve inizialmente prescindere da ogni idea preconcetta sia sull’origine soprannaturale della tradizione cattolica sia dell’aiuto promesso da Dio per la perenne salvaguardia delle singole verità rivelate, e poi interpretare i testi patristici solo su basi scientifiche, estromettendo ogni autorità religiosa e con la stessa autonomia critica ammessa per l’esame di qualsiasi altro documento profano.

 Mi dichiaro infine del tutto estraneo ad ogni errore dei modernisti, secondo cui nella sacra tradizione non c’è niente di divino o peggio ancora lo ammettono ma in senso panteistico, riducendolo ad un evento puro e semplice analogo a quelli ricorrenti nella storia, per cui gli uomini con il proprio impegno, l’abilità e l’ingegno prolungano nelle età posteriori la scuola inaugurata da Cristo e dagli apostoli.

 Mantengo pertanto e fino all’ultimo respiro manterrò la fede dei padri nel carisma certo della verità, che è stato, è e sempre sarà nella successione dell’episcopato agli Apostoli (S. Ireneo, Adversus hæreses, 4, 26, 2: PG 7, 1053), non perché si assuma quel che sembra migliore e più consono alla cultura propria e particolare di ogni epoca, ma perché la verità assoluta e immutabile predicata in principio dagli apostoli non sia mai creduta in modo diverso né in altro modo intesa (Tertulliano, De præscriptione hæreticorum, 28: PL 2, 40).

 Mi impegno ad osservare tutto questo fedelmente, integralmente e sinceramente e di custodirlo inviolabilmente senza mai discostarmene né nell’insegnamento né in nessun genere di discorsi o di scritti. Così prometto, così giuro, così mi aiutino Dio e questi santi Vangeli di Dio.

DOMENICA II di AVVENTO

DOMENICA II di AVVENTO

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

 Introitus
Is XXX:30.
Pópulus Sion, ecce, Dóminus véniet ad salvándas gentes: et audítam fáciet Dóminus glóriam vocis suæ in lætítia cordis vestri. [Popolo di Sion, ecco il Signore verrà a salvare tutte le genti: il Signore farà udire la gloria della sua voce inondando di letizia i vostri cuori.]
Ps LXXIX:2
Qui regis Israël, inténde: qui dedúcis, velut ovem, Joseph.
[Ascolta, tu che reggi Israele, tu che guidi Giuseppe come un gregge.]

Pópulus Sion, ecce, Dóminus véniet ad salvándas gentes: et audítam fáciet Dóminus glóriam vocis suæ in lætítia cordis vestri. [Popolo di Sion, ecco il Signore verrà a salvare tutte le genti: il Signore farà udire la gloria della sua voce inondando di letizia i vostri cuori.]

 Oratio
Orémus.
Excita, Dómine, corda nostra ad præparándas Unigéniti tui vias: ut, per ejus advéntum, purificátis tibi méntibus servíre mereámur:
[Eccita, o Signore, i nostri cuori a preparare le vie del tuo Unigenito, affinché, mediante la sua venuta, possiamo servirti con anime purificate:]

Lectio
Lectio Epístolæ beáti Pauli Apostoli ad Romános.
Rom XV:4-13.
Fatres: Quæcúmque scripta sunt, ad nostram doctrínam scripta sunt: ut per patiéntiam et consolatiónem Scripturárum spem habeámus. Deus autem patiéntiæ et solácii det vobis idípsum sápere in altérutrum secúndum Jesum Christum: ut unánimes, uno ore honorificétis Deum et Patrem Dómini nostri Jesu Christi. Propter quod suscípite ínvicem, sicut et Christus suscépit vos in honórem Dei. Dico enim Christum Jesum minístrum fuísse circumcisiónis propter veritátem Dei, ad confirmándas promissiónes patrum: gentes autem super misericórdia honoráre Deum, sicut scriptum est: Proptérea confitébor tibi in géntibus, Dómine, et nómini tuo cantábo. Et íterum dicit: Lætámini, gentes, cum plebe ejus. Et iterum: Laudáte, omnes gentes, Dóminum: et magnificáte eum, omnes pópuli. Et rursus Isaías ait: Erit radix Jesse, et qui exsúrget régere gentes, in eum gentes sperábunt. Deus autem spei répleat vos omni gáudio et pace in credéndo: ut abundétis in spe et virtúte Spíritus Sancti.

Omelia I

[Mons. Bonomelli: Omelie – Vol. I, Omelia III – Torino 1899]

“Tutte le cose che furono già scritte, furono scritte per nostro ammaestramento, affinché per la pazienza e per la consolazione delle Scritture noi manteniamo la  speranza. Il Dio poi della pazienza e della consolazione vi conceda di avere un medesimo sentimento fra voi, secondo Gesù Cristo. Affinché di pari consentimento, con un sol labbro, diate gloria a Dio, Padre del Signor nostro Gesù Cristo. Il perché accoglietevi gli uni gli altri come Gesù Cristo ha accolto voi a gloria di Dio. E veramente io affermo, Gesù Cristo essere stato ministro della circoncisione per la veracità di Dio, per mantenere le promesse fatte ai patriarchi: i gentili poi glorificare Iddio per la misericordia, siccome sta scritto: Per questo io ti celebrerò fra le nazioni e inneggerò a] tuo nome. E altrove: Rallegratevi, o genti, col suo popolo. E ancora: “Quante siete nazioni, lodate il Signore, e voi, o popoli tutti, celebratelo. E Isaia dice ancora: Vi sarà il rampollo di Jesse e colui che sorgerà a reggere le nazioni, e le nazioni spereranno in lui. Intanto il Dio della speranza vi ricolmi di ogni allegrezza e pace nel credere, affinché abbondiate nella speranza per la forza dello Spirito santo. ,, (Ai Rom, XV, 4-13). –

Queste parole l’apostolo Paolo scriveva ai fedeli a Chiesa di Roma verso la fine della sua lettera, e queste parole la Chiesa oggi ci fa leggere nella santa Messa, e su queste parole io richiamerò per pochi minuti la vostra attenzione, che vi prego di accordarmi intera. – ” Tutte le cose che furono già scritte, furono scritte per nostro ammaestramento, affinché per la pazienza e per la consolazione delle Scritture noi manteniamo la speranza. „ Per comprendere il significato di questa sentenza fa d’uopo rilevare il nesso con le parole che la precedono. Nel versetto antecedente l’Apostolo parla di Gesù Cristo, che non secondò le sue inclinazioni naturali per salvare gli uomini, ma tutto sostenne; onde tutte le offese fatte a Dio ricaddero sopra di Lui, che n’era mallevadore, e a conferma cita un luogo del Salmo LXVIII: ” I vituperi dei tuoi vituperatori caddero sopra di me: „ parole queste messe in bocca a Gesù Cristo stesso. Messo innanzi ai fedeli questo oracolo delle Scritture, adempiutosi in Cristo, l’Apostolo prosegue, affermando in genere, che tutto ciò che i Libri divini insegnano, lo insegnano a nostro vantaggio spirituale. Che cosa sono i Libri santi? Sono il Codice divino, al quale dobbiamo conformare tutta la nostra vita: sono la lettera, scrive S. Atanasio, che Dio manda agli uomini; lettera che contiene la sua santa volontà, legge sovrana per noi tutti. “La Scrittura tutta, dice san Paolo in un altro luogo, è divinamente inspirata, ed è utile ad insegnare, ad arguire, a correggere, ad ammaestrare nella giustizia, affinché l’uomo di Dio sia perfetto ed adorno d’ogni opera buona „ (II Timot. III, 16 e 17). Senza il conoscimento di ciò che dobbiamo credere e fare è impossibile salvarci. E questo conoscimento donde deriva? Da Dio solo, fonte d’ogni verità. E per quali modi, per quali vie Dio ci comunica il conoscimento di queste verità? Per mezzo della parola; e questa può essere annunziata a noi a voce per mezzo degli Apostoli e della Chiesa e può giungere a noi scritta, per mezzo dei Libri divinamente ispirati. La prima via è la più facile e spedita e basta per tutti indistintamente gli uomini: la seconda via è meno facile e meno spedita, né a tutti possibile: ma è pur sempre buona e santa. Qual cosa più buona e santa dell’apprendere le verità della fede su quei libri, che Dio volle si scrivessero a nostra istruzione e conforto? Quelle verità, che un dì risuonarono sulle labbra di Cristo e degli Apostoli, sono lì scritte sui Libri santi: tra noi e gli ascoltatori di Cristo e degli Apostoli non vi è differenza alcuna; quelli ricevevano la verità per gli orecchi, noi per gli occhi, ma è sempre la stessa verità. – Un tempo, o carissimi, la Scrittura santa si leggeva e si meditava anche dai semplici fedeli; era un libro in mano di tutti che sapevano leggere: oggi dov’è il laico, anche istruito, che legga e mediti alcuna volta questo Libro divino? Si leggeranno libri d’ogni  maniera; ma il libro per eccellenza, il libro in cui tutto è verità e che ci ammaestra nelle cose del cielo, che ci insegna la via della virtù, pur troppo è dimenticato. Se non lo si legge, né si medita, se ne ascolti almeno la spiegazione, che la Chiesa comanda sia fatta al popolo ogni domenica! E che cosa ci insegnano i Libri santi e nominatamente le parole del Profeta sopra riportate dall’Apostolo? Esse ci insegnano (scolpitevelo bene nell’animo), ci insegnano la pazienza nei mali e il conforto nelle tribolazioni. Chi di noi, o dilettissimi, non ha da soffrire nell’esercizio della virtù, e nel durarvi saldamente? Bisogna patire, bisogna portare ogni giorno la nostra croce, e sovente assai pesante. Ebbene! Nei Libri sacri, nell’esempio dei santi e sopratutto nell’esempio di Gesù Cristo troveremo lume, forza e conforto e perfino consolazione in mezzo alle amarezze della vita, ponendoci innanzi agli occhi la mercede che ci è promessa e che teniamo sicura per la speranza: Spem habeamus. Un’anima, che si inginocchia dinanzi a Gesù Cristo crocifisso e, scorrendo il Vangelo, ne medita la vita piena di dolori, di umiliazioni senza nome e pensa ch’Egli è Dio, il Santo per eccellenza: un’anima, che creda oltre la tomba cominciare un’altra vita interminabile, in cui si riparano le ingiustizie della presente e i dolori passeggeri di questa sono ripagati con gioie ineffabili ed eterne: come volete che quest’anima non si conforti e non si rallegri? Ah! essa deve esclamare con l’Apostolo: “Sovrabbondo di gioia in mezzo alle mie tribolazioni e la morte stessa per me è un guadagno. „ – Pregustando nella speranza le gioie promesse a chi soffre per Gesù Cristo, S. Paolo, in uno di quegli impeti di carità sì frequenti nelle sue lettere, esclama: “Il Dio della pazienza e della consolazione vi conceda di avere un medesimo sentimento fra voi, secondo Gesù Cristo. „ Le parole “il Dio della pazienza e della consolazione „ sono un modo di dire ebraico, che significa, Dio autore e Largitore della pazienza e della consolazione: Dio, che è pazientissimo, o la stessa pazienza e consolazione, vi conceda ciò che è frutto prezioso della pazienza e causa di consolazione purissima, cioè la pace, la concordia fra voi, secondo Gesù Cristo, cioè quale è da Lui voluta. Carissimi! l’Apostolo desiderava ai suoi cari figliuoli, come il massimo dei beni, la concordia e la pace tra loro. L’abbiamo noi nella nostra parrocchia, nelle nostre famiglie questa pace benedetta, questo sentimento stesso tra noi, come si esprime l’Apostolo? Oimè! Quanti mali umori! quanti rancori! quante maldicenze, che seminano la discordia e mettono sossopra le famiglie! Se la carità fraterna non regna nei nostri cuori, come potremo, di pari sentimento e d’un sol labbro glorificare Iddio e Padre del Signor nostro Gesù Cristo, secondo che comanda l’Apostolo? Può egli un padre amoroso gradire l’ossequio e le testimonianze di riverenza e di affetto dei figli, quando sa che essi si guardano di mal occhio tra loro e forse anche si odiano? Oh! no certamente; così Iddio, il padre nostro, non può gradire i nostri omaggi e le nostre preghiere, se i nostri cuori non sono avvivati dall’alito divino della carità fraterna. Dobbiamo aver tutti un solo cuore e un’anima sola, come i cristiani della primitiva Chiesa, e allora la preghiera e la lode uscirà dalle nostre labbra come un soave profumo, che rallegra il cuore di Dio. Gesù Cristo è il sovrano ed eterno modello, sul quale dobbiamo tener fissi gli occhi, e l’Apostolo in modo specialissimo ad ogni pagina, quasi ad ogni linea delle inarrivabili sue lettere, ce lo rammenta. Se il vincolo della carità di Gesù Cristo congiunge tutti i cuori e ne caccia le contese ed i sospetti, quale ne sarà la naturale conseguenza? “Allora voi – dice S. Paolo – vi accoglierete gli uni gli altri, come anche Gesù Cristo accolse voi a gloria di Dio. „ E come Gesù Cristo accolse voi? sembra domandare l’Apostolo. Fra voi non pochi sono figli di Abramo e portano il segno dell’alleanza e della promessa divina, fatta ai patriarchi, e molti sono gentili, nati e cresciuti in mezzo alle tenebre del paganesimo; ma Gesù Cristo, continua l’Apostolo, non ha fatto differenza alcuna, e ha chiamati egualmente alla fede voi, Ebrei, e voi, gentili, e tutti egualmente vi ha stretti al suo seno paterno. Se Gesù Cristo pertanto vi ha accolti tutti nella sua Chiesa, vi ama tutti come figli e tutti vi ricolma dei suoi doni, come non dovete voi pure accogliervi gli uni gli altri quasi fratelli? L’argomento non poteva essere più chiaro ed efficace. E qui vedete differenza che corre tra le società umane e la società divina, che è la Chiesa. Fate che in una società umana entrino ricchi e poveri, sapienti ed ignoranti; fate che vi siano Francesi ed Inglesi, Tedeschi ed Italiani e andate dicendo: essi sono tutti uomini e lo riconoscono: ma qual differenza di accoglienze tra loro! Quali diffidenze! quali sospetti! Si dicono fratelli, ma troppo spesso si trattano come stranieri, anzi come nemici. Non così nella grande famiglia di Gesù Cristo, che è la Chiesa! Sono tutti figli dello stesso Padre celeste, tutti fratelli e se si usa qualche differenza, questa è per i poverelli, per gli ignoranti, perché Gesù Cristo disse: “Son venuto per annunziare il Vangelo ai poveri e per consolare gli afflitti. „ Nella Chiesa di Gesù Cristo non vi è né greco, né scita, né barbaro: son tutti egualmente redenti da Lui e tutti fratelli. S. Paolo per provare la chiamata dei gentili alla fede non altrimenti degli Ebrei cita quattro oracoli profetici, che a principio avete udito e che non occorre ripetere. Piuttosto è da notare una differenza, che l’Apostolo mette in rilievo tra la chiamata degli Ebrei e quella dei gentili, ed è questa, che Gesù Cristo chiama gli Ebrei per la veracità, doveché chiama i gentili per la misericordia. Che differenza è questa, o dilettissimi? Forse che anche la chiamata degli Ebrei non è opera di misericordia come quella dei gentili? Sì, e chi ne potrebbe dubitare? Come dunque S. Paolo attribuisce la prima alla veracità di Dio e la seconda alla sua misericordia? La risposta è facilissima. La conversione degli Ebrei, come quella  dei gentili, è tutta e sola opera della bontà e misericordia di Dio, come insegna la fede. Che merito o diritto potevamo noi avere a tanta grazia, noi che abbiamo ricevuto tutto da Lui; noi che non avevamo di nostro che il peccato; noi che siamo miserabili creature? Indegni d’essere suoi servi, come potevamo aspirare all’altissimo onore di diventare suoi figli per adozione? Iddio, unicamente per sua bontà, ripetutamente per i profeti e pei patriarchi promise ai figli d’Israele la salute per mezzo di Gesù Cristo, mentre che ai gentili non fece direttamente promessa alcuna: ai gentili non diede la legge di Mose, non i profeti, non i patriarchi: a loro diede la sola ragione e con essa la legge naturale. Coll’offrire la fede agli Ebrei Dio mantenne le sue promesse fatte loro nei Libri santi, ed ecco perché S. Paolo l’attribuisce alla veracità di Dio: coll’offrire la fede ai gentili Dio non mostrò di mantenere promesse di sorta, perché ai gentili non ne aveva fatte, e perciò S. Paolo ripete la loro conversione dalla sola misericordia. In una parola: Dio accolse gli Ebrei per la sua misericordia e per mantenere le promesse loro fatte, e accolse i gentili per la sola sua misericordia, perché con essi non aveva promesse da osservare. Noi, o dilettissimi, siamo figli di questi gentili, che Dio accolse insieme coi figli d’Israele; noi siamo gli eredi della loro fede e in noi si continua la divina misericordia. Permettete che ve lo domandi: La vostra fede è viva ed operosa come quella dei Romani, ai quali scriveva l’Apostolo e che era rinomata in tutto il mondo? In mezzo ai tanti pericoli che ne circondano, alle tante insidie che ci son tese, la conserviamo noi pura ed intatta, come il più prezioso beneficio della misericordia divina? La onoriamo noi questa fede con le opere, che la mostrano viva ed efficace? Ascoltiamo la risposta che a ciascuno darà la coscienza. – Siamo all’ultimo versetto della epistola citata: “Intanto il Dio della speranza vi riempia d’ogni allegrezza e pace nel credere, con l’arricchirvi di speranza nella potenza dello Spirito santo. „ E un caro e santo augurio,, che con la tenerezza di padre l’Apostolo indirizza ai suoi figliuoli in spirito. Il Dio della speranza, che è quanto dire, Dio autore, fonte e termine della speranza, allontani da voi qualunque contesa e discordia, vi riempia di quella pace, che è figlia della fede e vi avvalori nella forza dello Spirito santo; e in termini più chiari ancora: Dio vi conceda di star saldi nella fede, che avete ricevuta e nella speranza, che deriva dalla fede, e frutti di questa fede e di questa speranza saranno l’allegrezza e la pace, e tutti questi beni conservi ed accresca in noi la grazia e la forza dello Spirito santo. S. Paolo in questa sentenza ci presenta l’allegrezza e la pace, che augura ai fedeli, come frutti della fede e della speranza, e bene a ragione. – La fede, o cari, ci dice chiaramente la nostra origine, ci segna la strada che dobbiamo tenere, ci addita il fine, a cui dobbiamo tendere; essa ci insegna con sicurezza donde veniamo e dove andiamo. La speranza, che si fonda nella fede, ci insegna i mezzi, con lo aiuto dei quali possiamo e dobbiamo raggiungere il fine, pel quale siamo creati. Ponete che un uomo ignori chi l’abbia creato e messo su questa terra: che ignori al tutto ciò che sarà di lui di là della tomba, in quella regione, dove tutti entrano e d’onde nessuno torna mai: ponete per conseguenza che quest’uomo non abbia, né possa mai avere un solo filo di speranza per la vita avvenire: ditemi, quest’uomo non sarebbe egli come un essere perduto sulla terra? Immaginate che voi, ad un tratto, bendati gli occhi, foste trasportati li da una forza prepotente lungi molte migliaia di miglia e deposti in mezzo ad un deserto: aprite gli occhi, vi rivolgete da ogni lato, non vedete traccia di via, non un colle, non un albero, non il sole, velato da fitte nubi, non una stella: non vedete che arida sabbia, e deserto in tutta la maestà opprimente del suo silenzio. Potreste voi dire, donde siete venuto! dove vi convenga volgere il passo per uscire da quel deserto, in cui vi sentite morire? Impossibile. Ecco l’immagine d’un uomo senza fede e senza speranza. Egli si trova balzato qui sulla terra, come in mezzo ad uno sconfinato deserto. Chi mi ha dato la vita? domanda affannosamente a se stesso. Chi mi h a collocato quaggiù? Dove mi debbo incamminare? Che debbo fare? Là è la tomba: presto vi sarò calato: oltre la tomba, che c’è? Finirò tutto nel cimitero? Vi sarà un’altra vita, e quale? Domande inevitabili e paurose, alle quali nessuno risponde: il grido del misero si perde nel deserto: non v’è un’eco lontana, che risponda: tutto è silenzio e morte. Ecco l’uomo senza fede e senza speranza: è ciò che si può immaginare di più desolato, di più sconsolato: è il nulla, il nulla nella sua forma più spaventevole. — Ma brilli in alto un raggio di luce, un raggio della fede e della speranza, e l’orrido deserto si copre di erbe verdeggianti; di vaghi fiori: da lungi si scorge la patria, sospirata e si vede la via sicura che ad essa conduce. Ah! la pace, la gioia della fede e della speranza cristiana. Vedete questi poveri operai, che sudano nella loro officina : quei poveri contadini, che indurano sotto la sferza del sole di luglio e sotto i geli del gennaio: vedete quelle povere madri, quelle vedove, che a stento possono sfamare e coprire di abiti sdrusciti i loro figli: essi soffrono, e Dio solo conosce appieno i loro dolori: ma essi sanno che Dio li ha creati; che Gesù Cristo li ha redenti, che ha patito come loro e più di loro: sanno che l’occhio di Dio veglia sempre sopra di loro, che conta le loro lacrime, che li sostiene con la sua grazia, che alla morte comincia una seconda vita interminabile, e che allora sarà fatta a tutti piena giustizia: essi sanno in fine che Gesù Cristo disse: Beati i poveri: beati quelli che piangono: beati quelli che soffrono per la giustizia: beati quelli che sono perseguitati perché grande è la loro mercede: questo pensiero del premio eterno, che li attende è quello che li conforta, che muta in gioia il dolore e sulla terra dell’esilio fa gustare le dolcezze della patria. — “Che il buon Dio pertanto, chiuderò ancora con san Paolo, vi riempia. Di ogni allegrezza e pace nella fede e vi arricchisca di speranza nella potenza dello Spirito Santo!. ,,

Graduale
Ps XLIX:2-3; 5
Ex Sion species decóris ejus: Deus maniféste véniet,
V. Congregáta illi sanctos ejus, qui ordinavérunt testaméntum ejus super sacrifícia. [Da Sion, ideale bellezza: appare Iddio raggiante.
V. Radunategli i suoi santi, che sanciscono il suo patto col sacrificio. Alleluia, alleluia.]

Alleluja

Allelúja, allelúja,
Ps CXXI:1
V. Lætátus sum in his, quæ dicta sunt mihi: in domum Dómini íbimus. Allelúja. [V. Mi sono rallegrato in ciò che mi è stato detto: andremo nella casa del Signore. Allelúia.]

Evangelium
Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthaeum.
R. Gloria tibi, Domine!
Matt. XI:2-10
In illo tempore: Cum audísset Joánnes in vínculis ópera Christi, mittens duos de discípulis suis, ait illi: Tu es, qui ventúrus es, an alium exspectámus ? Et respóndens Jesus, ait illis: Eúntes renuntiáte Joánni, quæ audístis et vidístis. Cæci vident, claudi ámbulant, leprósi mundántur, surdi áudiunt, mórtui resúrgunt, páuperes evangelizántur: et beátus est, qui non fúerit scandalizátus in me. Illis autem abeúntibus, coepit Jesus dícere ad turbas de Joánne: Quid exístis in desértum vidére ? arúndinem vento agitátam ? Sed quid exístis videre ? hóminem móllibus vestitum ? Ecce, qui móllibus vestiúntur, in dómibus regum sunt. Sed quid exístis vidére ? Prophétam ? Etiam dico vobis, et plus quam Prophétam. Hic est enim, de quo scriptum est: Ecce, ego mitto Angelum meum ante fáciem tuam, qui præparábit viam tuam ante te. [In quel tempo: Non appena Giovanni, nel carcere, sentí delle opere del Cristo, mandò due suoi discepoli a chiedergli: Sei tu quello che deve venire o attenderemo un altro? E Gesú rispose loro: Andate e riferite a Giovanni ciò che avete udito e visto. I ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi odono, i morti resuscitano, i poveri sono evangelizzati: ed è beato chi non si scandalizzerà di me. Andati via quelli, Gesú incominciò a parlare di Giovanni alla folla: Cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna agitata dal vento? Ma cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito mollemente? Ecco, quelli che vestono mollemente abitano nelle case dei re. Ma cosa siete andati a vedere? Un profeta? Vi dico anzi: piú che un profeta. Questi in vero è colui del quale è scritto: Ecco mando il mio angelo avanti a te, affinché ti prepari la via.]

Omelia II

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. I -1851-]

(Vangelo sec. S. Matteo XI, 2-8)

Miracoli di Gesù Cristo.

E perché il Battista stretto in catene nel castello di Macheronte manda due dei suoi discepoli à interrogar Gesù Cristo, s’Egli era o no il Messia aspettato da tutte le genti? Ben Lo conobbe con lume profético fin dal ventre materno, e in riva al Giordano, e nella carcere stessa ove gli arrivò la fama dei suoi prodigi. Or perché spedisce ambasciata a chiedere quel che non ignorava? Ecco il perché: voleva che i suoi discepoli conoscessero Gesù per il promesso Salvatore del mondo, come egli il conosceva. E per qual mezzo? Per mezzo de’ miracoli che avrebbe operato in loro presenza. Infatti giunti al suo cospetto i due inviati, “andate, disse loro, e riferite a Giovanni ciò che udiste e vedeste con gii occhi vostri: ai ciechi s’è data la vista, ai zoppi libero e retto il passo, ai lebbrosi la mondezza, ai sordi l’udito”. Ammirate, uditori, l’eccellente maniera di rispondere più coll’opere, che colle parole. I miracoli adunque da Cristo operati son quelli che danno a conoscere la sua Persona, la sua divinità; e ciechi son quelli, e ciechi di pura malizia, che di tali prodigi o negano l’evidenza, o non ne ravvisano l’autore. Contro di questi ciechi è diretta la presente spiegazione, per illuminarli, se sia possibile, o piuttosto per aggiungere lume a voi, miei fedeli carissimi, che siete figli della luce per ferma cristiana credenza. Di grazia non perdete una parola di quanto son per dirvi colla solita discreta brevità. – V’è sempre stata nel mondo, e volesse Iddio che non vi fosse tutt’ora, una certa razza di gente perversa, che non vuol vedere, che non vuol intendere, per non esser astretta a lasciar il male ed ad operare il bene. Lo disse sin dai suoi tempi il reale Profeta, “noluit intellìgere, ut bene ageret” (Ps. XXXV, 3). Tali erano né più né meno i Farisei, questi uomini superbi, che il divin Redentore chiamava ciechi, e guide di ciechi, “cæci et duces cæcorum” (Matth. XV, 14), vedevano i miracoli di Gesù Cristo, e pur non volevano vederli;  li vedevano operati alla vista del pubblico, alla loro presenza, sotto degli occhi propri in modo da non poterli per alcun verso negare, (e qui è da notarsi, uditori, tratto mirabile d’altissima provvidenza, che nessun dei nemici di Cristo abbia mai negato infatti, l’opere sue prodigiose, non gli Ebrei, non i Gentili, non i profani scrittori), li vedevano, dissi, i caparbi Farisei, e non volendo vederli, a tutt’altra cagione ne attribuivano la virtù, che alla sua Persona, molto meno alla sua Divinità. Dicevano pertanto: “Come può costui per divina virtù far miracoli, se non osserva la legge di Mosè, se non santifica il sabato, se opera contro il precetto di Dio?” –  “E voi, Gesù rispondeva, che vi vantate osservatori della legge Mosaica, non portate nel giorno festivo del sabato ad abbeverare i vostri giumenti? e se il vostro somaro cade per via, non vi affaticate a sollevarlo da terra? S’io poi senz’uso di braccia, senz’altra fatica raddrizzo gli storpi, illumino i ciechi, do l’udito ai sordi, la favella ai muti, la sanità agl’infermi, sono da voi incolpato violatore del giorno santo, e del precetto di Dio e di Mosè?” – Queste divine risposte chiudevano la bocca agli accusatori maligni per poi aprirla a nuove imposture. Tu, dicevano, fra l’altre opere meravigliose discacci i demoni dai corpi ossessi, è vero, ma li discacci in nome di Beelzebù principe dei demoni. Ma come? rispondeva il mansueto Signore, se i maligni spiriti, da me sforzati ad uscire dai corpi invasati, si lagnano ch’io son venuto a tormentarli, che su di loro esercito un troppo rigoroso potere, e confessano ch’ Io son il Cristo promesso? E poi, un regno diviso in contrari partiti sarà desolato e distrutto. Come dunque potrà sussistere il regno di satana principe dei demoni, se egli e i suoi satelliti sono tra loro in di visione ed in contrasto? Quest’ opere mie sono finalmente a vantaggio dell’uomo, tanto pel corpo quanto per lo spirito, e glorificano il mio Padre celeste, ripugna dunque ch’Io mi valga d’un nome nemico dell’uomo, e nemico di Dio. – Seguite ad ascoltarmi, soggiungeva il Divino Maestro, o abitatori di Gerusalemme, o popoli della Palestina. L’opere che in nome del Padre mio io vo facendo a benefizio di tutti voi vi danno di me la più autentica testimonianza, e provano la verità delle mie parole, ch’io sono il Figliuolo di Dio, ch’Io e il mio Padre siamo due quanto alle Persone, ed un solo Dio riguardo all’essenza, “Ego et Pater unum sumus” (Io. X, 30). Non credete alle mie parole? credete ai fatti, credete all’opere, e se opere non fo degne di Dio mio Padre, non mi prestate fede: “Si non facio opera Patris mei, nolite credere” (ib. 37). Se poi da me son fatte, “si autem facio”, e non potete ignorarle, credetemi, “operibus credite”. Son pur opere mie i ciechi illuminati, i zoppi raddrizzati: e per me i muti hanno acquistato la favella e i sordi l’udito: dalla forza di mie parole son mondati i lebbrosi, sono prosciolti gli energumeni, son risanati d’ogni genere infermi: al mio volere obbediscono il mare e i venti: le febbri, i malori, i demoni e la morte, che ha restituiti i cadaveri d’una stesa sul letto, d’un altro condotto alla tomba, d’altro già fracido e fetente, da quattro giorni sepolto. Di questi miracoli son testimoni i vostri occhi, sugli occhi vostri son tuttavia i risanati, i prosciolti, i risuscitati. Voi non osate, né potete negarli. Sentite or dunque; i miracoli sono i caratteri, sono i sigilli della divina onnipotenza. Iddio non lascia, né può lasciare in mano a veruno i suoi sigilli per testificare la menzogna, per autorizzare l’impostura; dunque quanto insegna, quanto di sé asserisce l’Operatore di tali miracoli, è una incontrastabile verità, verità da Dio confermata, da Dio suggellata, verità che quel che vi parla sotto l’umana forma è il Figlio di Dio, il Verbo eterno, un Dio fatto uomo, un Uomo-Dio. – A queste prove convincentissime che risolvono i Farisei, gli Scribi, i capi del Sinedrio? Credono i prodigi, non credono alle parole; credono i miracoli, non ne ammettono le conseguenze. – “Che facciamo noi, s’interrogano intanto a vicenda, radunati a concilio presso il Pontefice Caifa, che facciamo noi? Quest’uomo, questo Nazareno fa molti e grandi prodigi,” … “Quid facimus, quia hic homo multa sìgna facit” (Io. XI, 47)?  Ecco chiara e manifesta la confessione della verità de’ miracoli di Gesù Cristo. “Homo hic multa signa fæcit”, e di questa confessione quale si fu il risultato? Eccolo: “cogitaverunt ut interficerent eum”. Decisero a voti concordi di toglierlo dal mondo. Possibile tanta nequizia, e tanto accecamento? Così fu. La loro malizia li rese ciechi, e indurì i loro cuori, “excæcavit oculos eorum, et indurexit cor eorum” (Io. XI, 40). – E forse che a’ giorni nostri non succede altrettanto? Noi abbiamo innanzi agli occhi molti e stupendi miracoli, e pure … i miracoli, voi m’interrompete, dopo quei di Gesù Cristo eran frequenti nella Chiesa nascente, perché necessari, dice il Magno Gregorio (Hom. 29 in Ev.), come ad una tenera pianta è necessario un frequente inaffiamento; ora però che la Chiesa è come un albero alto, cresciuto, che stende i suoi rami dall’uno all’altro confine dell’universo, non v’è più necessità di miracoli, sono al presente assai rari, e non mai ne abbiamo veduto. E pure, io ripeto, molti e stupendi miracoli vi stanno dinanzi, se volete distinguerli. Mirate quel santo Crocifisso, quell’altare, queste sacre immagini, questa Chiesa, son questi autentici monumenti, testimoni parlanti dei miracoli operati da Gesù Cristo, dagli Apostoli e da’ loro successori nella propagazione della cattolica fede. I nostri maggiori, i nostri antichi padri erano ciechi adoratori d’idoli falsi e insensati: regnava in queste nostre contrade la pagana superstizione. Chi alle statue di Giove, di Saturno, di Venere, di Mercurio, e di tanti altri creduti, adorati qual Dei, ha sostituita la Croce, il Crocefisso, le immagini di Maria e dei Santi? Non la forza dell’armi, non l’allettamento dei sensi, non qualunque altra passione o violenza, ma l’intima persuasione della verità: e questa verità con qual mezzi è penetrata nella mente e nel cuore di gente idolatra? Coi miracoli, miei cari, coi miracoli; imperciocché al dilemma del grand’Agostino conviene ridursi: o il mondo dalla cieca superstiziosa idolatria si è convertito alla fede di Cristo per via di miracoli, o senza miracoli. Se per via di miracoli, dunque è fuor di questione la loro realtà. Se senza miracoli ha il mondo abbandonato il paganesimo, una setta, un culto tutto a seconda dell’umane passioni, ed ha infranto i simulacri di quei numi protettori dei vizi, e dei viziosi, Giove degli adulteri, Venere degl’impudichi, Mercurio dei ladri, Bacco degli ubriachi, ed ha invece abbracciato una legge, legge evangelica, che umilia lo spirito, che impone al cuore, che proibisce non solo ogni opera malvagia, ma d’esse il desiderio, l’affetto e la volontaria compiacenza; egli è questo il maggiore di tutti i miracoli. Miracolo che tutt’ora sussiste, e questa Chiesa, e quel fonte battesimale, e questi altari, e quella croce ne sono gli effetti e le prove, anzi il miracolo stesso, ed altrettanti miracoli.Ed in vero, quando il divino Redentore risuscitò Lazzaro quatriduano fu un miracolo stupendissimo, e ne restarono sorprese e tocche sensibilmente le molte astanti qualificate persone, venute da Gerusalemme a far visita di condoglianza alle sue sorelle Marta e Maddalena; e se tale fu nel primo istante, nel primo giorno che questo avvenne, fu sempre tale il secondo, il terzo giorno, e tutti quegli anni che durò là vita di Lazzaro; laonde si poteva dir Lazzaro un miracolo vivente, un continuo miracolo. Per simile modo quel santo Crocifisso, che adoriamo, è un miracolo permanente che ci rammemora il massimo de’ prodigi, un mondo convertito, un mondo fatto adoratore d’un Uomo-Dio confitto in Croce; ed una Croce, conchiude sant’Agostino, pria patibolo infame di empì malfattori, passata dal luogo de’ supplizi all’onor degli altari e degli incensi, e collocata in fronte ai re, agl’imperatori, “a locis suppliciorum ad frontes ìmperatorum” (Enar. in ps. XXXVIII, 2). – Prodigi son questi che durano pur tuttavia, e dureranno sino alla consumazione dei secoli; e i secoli che sono decorsi dalla loro origine non scemano punto la loro realtà, la provano anzi e più la confermano. Chi dunque non vorrà riconoscerli? I simili ai Farisei, i ciechi di malizia, che gli hanno per abitudine sotto lo sguardo materiale, ma applicar non vogliono l’intelletto a comprenderne l’evidenza e la forza; e nella volontaria loro cecità si fanno un vanto di sparger dubbi, ed affettar talento e bello spirito, con tacciarli di pregiudizi superstiziosi. Non vi sorprenda, o fedeli, la loro arditezza. Hanno i meschini in ciò il loro interesse. Gli Ebrei avevano risoluto d’uccidere Gesù Cristo operatore di miracoli, per timore di perdere il grado e l’autorità che avevano sul popolo, “tollent nostrum locum et gentem” (Jo. XI, 48). I miscredenti temono perdere la quiete dell’animo, la pace del cuore, che si lusingano trovare ne’ piaceri del senso. E siccome fede e peccato non si comportano, ed altronde non vogliono desistere dal peccare, perciò la fede diventa loro nemica; nemica che turba le loro coscienze, che amareggia i loro piaceri colle terribili verità che presenta dopo una morte certa. Oh Dio! un giudizio a rigor di pura giustizia, un giudice inesorabile, un Dio punitore degli empì, un supplizio eterno sono oggetti fastidiosi e funesti, sono nubi oscure minaccianti fulmini e tempeste, che gli empì pensano dissipare con una negativa, la quale sebbene non li assicuri, almeno li palpa, e li anima a lusingarsi che non esista quel che ricusano vedere, ed hanno interesse a non credere. Poveri ciechi! preghiamo per essi, e se per nostra sventura fossimo colpiti ancor noi da una eguale cecità, deh portiamoci ai piedi di Gesù luce del mondo, e col cieco di Gerico, e col penitente Profeta preghiamolo di cuore, che dissipi le nostre tenebre, e ci conceda la vista dell’anima, “Domine ut videam. Deus meus, illumine tenebras meas” (Luc. XVIII, 41; Ps. XVII, 29), Signore, le nostre passioni ci han tolto ogni lume di ragione e di fede, confessiamo la nostra cecità, ed il conoscerla e il contestarla è già un principio di luce che viene da Voi. Deh! dunque compite le vostre misericordie, comandate che in noi sia fatta la luce, “fiat lux”, luce che ci faccia conoscere l’eterne verità, che indirizzi i nostri passi nella via dei vostri precetti, nella strada della salute. Sarà questo forse il maggiore dei vostri miracoli, quanto più di quella della corporale cecità, è eccellente e preziosa la guarigione della cecità dello spirito.

CREDO …

Offertorium
Orémus
Ps LXXXIV:7-8
Deus, tu convérsus vivificábis nos, et plebs tua lætábitur in te: osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam, et salutáre tuum da nobis.
[O Dio, rivongendoti a noi ci darai la vita, e il tuo popolo si rallegrerà in Te: mostraci, o Signore, la tua misericordia, e concedici la tua salvezza.]

Secreta
Placáre, quǽsumus, Dómine, humilitátis nostræ précibus et hóstiis: et, ubi nulla suppétunt suffrágia meritórum, tuis nobis succúrre præsídiis. [O Signore, Te ne preghiamo, sii placato dalle preghiere e dalle offerte della nostra umiltà: e dove non soccorre merito alcuno, soccorra la tua grazia.]

Communio
Bar V:5; IV:36
Jerúsalem, surge et sta in excélso, ei vide jucunditátem, quæ véniet tibi a Deo tuo.
[Sorgi, o Gerusalemme, e sta in alto: osserva la felicità che ti viene dal tuo Dio.]

Postcommunio
Orémus.
Repléti cibo spirituális alimóniæ, súpplices te, Dómine, deprecámur: ut, hujus participatióne mystérii, dóceas nos terréna despícere et amáre cœléstia.
[Saziàti dal cibo che ci nutre spiritualmente, súpplici Ti preghiamo, o Signore, affinché, mediante la partecipazione a questo mistero, ci insegni a disprezzare le cose terrene e ad amare le cose celesti.]

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: IL CATECHISMO

IL CATECHISMO

[Renovatio, IV (1969), fasc. 3 pp. 365-366]

Si stanno preparando catechismi, alcuni sono già comparsi. Quelli comparsi non hanno vita pacifica, ciò che fa pensare il loro sorgere non esser stato eccessivamente sereno. E per questo fatto e per questo motivo che pare opportuno richiamare dei punti fondamentali in merito. – Il catechismo è quello che forma il popolo di Dio. Questo nella sua grande maggioranza vive del suo catechismo. Spesso lo dimentica, anche per lungo tempo, ma, a tutte le età, il vecchio catechismo ha delle meravigliose risorgive, che rendono più recettivi alle divine grazie illuminanti. La più gran parte di quelli che ritrovano il loro Signore dinanzi alla morte lo ritrovano perché il primo catechismo in loro non è morto. La massa dei fedeli non entra nelle discussioni teologiche (e questo è provvidenziale), ma vive la sua fede come un nutrimento che è, in sostanza, semplice catechesi. La conclusione è che la redazione di qualunque nuovo catechismo costituisce la più grande impresa della vera pastorale nel popolo di Dio. – Alle deformazioni della verità, e cioè alle eresie, la più grande resistenza la fa il popolo, fedele in forza del suo catechismo. Il modernismo — che non è poi l’ultima esperienza in merito – non fu conosciuto dal popolo e quando qualche predicatore impudente cercava di ammannirglielo, neppure lo capiva. Fu così che il modernismo rimase una eresia da intellettuali e riuscì ad un solo santo Pontefice di vincerlo in tempo non lungo. La catechesi non consentirebbe più al popolo di difendere la sua fede e la Chiesa, qualora si servisse di un testo popolare, che avesse lacune imperdonabili, che aprisse verso interpretazioni eterodosse, che accettasse – con pericolo del contenuto – un linguaggio vago, impreciso e dettato dalla moda corrente. Non dimentichiamo che le prime grandi scuole cristiane, celebri (citiamo solo Alessandria ed Antiochia) e non celebri, furono quelle che prepararono un popolo cristiano capace di resistere per tre secoli alla pressione persecutoria ed ereticale. Nel quarto secolo la vera barriera di resistenza compatta all’arianesimo, protetto da qualche imperatore in Oriente e in Occidente, fu il popolo istruito nell’umile ed ordinaria catechesi. Questo senza nulla detrarre all’enorme merito di taluni santi dottori. Atanasio fu formidabile vincitore perché dietro aveva l’umile popolo. Fu la catechesi che liberò in sostanza – finché potè – l’Oriente dal pesante controllo dello Stato bizantino e tutto il mondo cristiano dalle querimonie di certi addottrinati. Un catechismo, che non rispondesse in tutto alla sua apostolica e secolare tradizione, preparerebbe crisi di debolezza troppo lunghe e troppo difficilmente sanabili. – Un catechismo, se deve parlare nel senso più largo della verità immutabile di Dio con il linguaggio meglio acconcio alla comprensione del suo tempo, non può accoglierne le mode effimere, le esitazioni ingiustificate, le paure vergognose della verità, le metodologie di compromesso, le manie creative fantastiche, i complessi deformanti, tanto meno le questioni a buon diritto disputate. Non c’è dubbio che oggi i clamori di chi non è autorizzato ad essere maestro nella Chiesa (lo sono soltanto il Papa [il “vero” Papa, naturalmente, non le patetiche controfigure anticattoliche succedutesi dal 1958 ad oggi!] e nel loro ordine i Vescovi), sono altissimi e conturbanti. Un catechismo non può essere lasciato alla insufflazione e alla manipolazione di chi non ha autorità da Cristo. [l’attuale contro-catechismo della Chiesa Cattolica, fu infatti redatto a bella posta dall’antipapa senza autorità di Cristo, per confondere ed ingannare il popolo reso “ignorante” ed affabulato dAlle eresie del “falso” conciliabolo roncallo-montiniano – ndr. -]. – L’umile didaskalos del primo tempo resta sempre con la stessa responsabilità una figura fondamentale nella santa Chiesa di Dio. Le questioni che lo riguardano sono più importanti delle questioni delle grandi scuole. Il buon catechismo è capace di frenare e distruggere gli errori di chiunque. [Ad es. il Catechismo di Trento, o quello di San Pio X, nella loro forma originaria non manipolata, si possono ritrovare ancora nelle librerie antiquarie … diffondiamolo con ogni mezzo! –ndr. -].

IMMACOLATA CONCEZIONE

IMMACOLATA

[A. Carmagnola: “Stelle fulgide” – Discorso XXXI, detto nella Basilica dell’Immacolata a Genova – SEI Torino; 1904]

Deus præcinxit me virtute, et

suit immaculatam viam meam.

(Ps. XVII, 32).

I

« Terra tutta quanta, alza a Dio voci di giubilo, canta salmi al nome di Lui, rendi a Lui gloriosa laude: Iubilate Deo omnis terra, psalmum dicite nomini eius: date gloriavi laudi eius (Ps. LXV). Anch’io tutta inondata di vivissimo gaudio mi rallegro nel Signore, e l’anima mia esulta nel mio Dio: gaudens gaudebo in Domino et exultabit anima mea in Deo meo (Is. LXI, 10) ». E chi è mai che parla oggi con un linguaggio così entusiastico? Chi è mai che ripiena di gioia celeste invita tutta la terra a gioire con sé? Essa è Maria. E per quale ragione? « Ah! venite e udite – Ella medesima risponde – ed Io vi narrerò, o voi che temete Iddio, quanto grandi cose Egli abbia fatto per l’anima mia: Venite, audite, et narrabo, qui timetis Deum, quanta fecit animæ meæ (Ps. LXV). Io lo esalto, e lo esalterò in eterno, perché Egli mi ha preso sotto la sua difesa e non ha permesso che il nemico infernale potesse con gioia vantarsi di avermi recato danno: Exaltabo te, Domine, quotiamo suscepisti me, nec delectasti inimicos meos super me. Che più? Egli mi ha rivestita della veste di salute, e del manto di giustizia mi ha addobbata, come sposa abbellita delle sue gioie: induit me vestimentis salutis, et indumento iustitiæ circumdedit me, quasi sponsam ornatam monilibus suis (Is. LXI, 10). – E ciò Egli fece fin dal primo istante della mia concezione: fin d’allora Dio, che è onnipotente, mi ha precinta di virtù ed ha stabilita immacolata la mia via: Deus omnipotens præcinxit me virtute et posuit immaculatam viam meam ». E se è così, o Signori, non ha ragione Maria in questo dì, che ricorda l’eccelso privilegio del suo Immacolato Concepimento, di esultare Ella e di invitare all’esultanza ancor noi? Rallegriamoci, rallegriamoci adunque nel Signore e celebriamo l’opera, che per eccellenza è monumento della sua santità: Lætamini in Domino et confitemini memori sanctificationis eius (Ps. XCVI). – Così il Signore ha rivelato al mondo il capolavoro della sua redenzione, così ha manifestato al cospetto delle genti la gloria della Madre sua: Notum fecit Dominus opus sum, in conspectu gentium revelavit gloriam genitricis suæ (Ps. XCVII). Rallegriamoci e plaudiamo a Maria che oggi comparve sulla terra più splendida del Sole, più pura della luce, più vaga dell’aurora, più bella della luna, più terribile d’un esercito schierato a battaglia. Rallegriamoci e benediciamo alla memoria dell’angelico Pio IX, che cinquant’anni or sono con la definizione dogmatica dell’Immacolata Concezione di Maria taceva rifulgere di vivissima luce questa gemma più eletta del diadema di Lei, questa perla la più preziosa del suo monile, questo segno più singolare dell’amore che Iddio le porta: sì, lætamini omnes in Domino et confitemini memoriæ sanctificationis eius. – Ma questo gaudio, o Signori, diventerà senza dubbio più vivo e perfetto, quando voi seguendomi con intelletto d’amore nel ragionamento che m’accingo a tenervi, abbiate con me penetrato, per quanto è possibile alla debolezza dell’umana intelligenza, nelle profondità di tale mistero e ne abbiate compresa la sublime importanza: ragionamento che tutto si compendia e si basa in questa semplicissima proposizione: « Maria doveva essere Immacolata nella sua Concezione e lo fu realmente». Ma chi son io, o Gran Vergine, che ardisca oggi celebrare la più grande delle tue glorie? Deh! O Immacolata Maria, avvalora il mio spirito, purifica il mio cuore, rinfranca la mia lingua, perché meno indegnamente io possa far conoscere a questo popolo con quanta ragione vai Tu oggi cantando che Dio ti ha precinta di virtù ed ha posta immacolata la tua via: Deus præcinxit me virtute et posuit immaculatam viam meam.

II

Miseri figliuoli di Adamo! Vi è forse alcuno fra di essi che venendo al mondo possa dire: Io sono immacolato e puro? Nessuno. Discendenti tutti di un padre prevaricatore, tutti vengono al mondo privi di quella grazia primitiva, che al nostro padre era stata conferita, epperò disadorni di quanto solo varrebbe a renderli cari a Dio e meritevoli del paradiso, e in quella vece peccatori nel loro padre Adamo, figliuoli di ira e schiavi di satana, tali rimanendo fino a che le acque salutari del Santo Battesimo li abbiano con la divina grazia rigenerati. Ora, o Signori, a questa legge di morte, che pesa sulla nostra scaduta natura, dovrà pure andare soggetta Maria? Ah! io tremo per Lei. Alla fin fine ancor Ella è figliuola di Adamo, di quella schiatta medesima, alla quale apparteniamo noi, avente la vita da quella stessa potenza attiva, da cui ogni carne è ingenerata. È bensì vero che nella sua genealogia figurano dei grandi santi: vi sono i santi Patriarchi, quali un fedele Abramo, un obbediente Isacco, un forte Giacobbe, un casto Giuseppe; vi sono i santi re, quali un penitente Davide e un religioso Giosia; vi sono santi sacerdoti, santi profeti, santi condottieri di popolo; ma anche i santi sottostanno alla legge comune non diversamente dai colpevoli, e tutti da Adamo a Gioacchino venendo alla luce mormorano lo stesso lamento: Ecce enim in iniquitatibus conceptus sum, et in peccatis concepit me mater mea (Salm. L): “Ecco che io sono concepito nell’iniquità, e nel peccato mi concepì la madre mia”. Come dunque Maria sfuggirà all’invasione universale? Ma se vi ha da tremare per Maria riguardando alla sua natura interamente identica alla nostra, vi ha di che confortarsi considerando il culto eterno e perpetuo, di cui Dio stesso la volle onorata, e ripensando i sublimi destini, che si posano sul capo di Lei.  – Ed in vero di chi sono queste voci che risuonarono testé al nostro orecchio: « Il Signore mi ha posseduto fin dal principio delle sue vie, prima ancora di metter mano ad opera alcuna di creazione. “Dominus possedit me in initio viarum suarum, antequam quidquam faceret a principio”;dall’eternità io fui ordinata, dall’antichità più remota, prima ancora che fosse fatta la terra: Ab æterno ordinata sum et ex antiquis, antequam terra fieret.” Non erano ancora gli abissi ed io era già concepita, non scaturivano ancora i fonti delle acque, non posavano ancora i monti sulla gravitante lor mole, non erano ancor le colline, non scorrevano ancora i fiumi, e già io era nella mente divina. Quando dava ordine ai cieli Io gli era presente; e quando con certa legge chiudeva nei loro contini gli abissi, quando Egli lassù stabiliva l’aere e sospendeva le sorgenti delle acque; quando rissava i suoi confini al mare e gli ordinava che non ardisse di trapassarli, quando gettava le fondamenta della terra Io era con Lui, disponendo tutte le cose, e qual lusinghiera immagine gli scherzava continuamente dinnanzi: Cum eo eram cuncta componens et delectabar per singulos dies, ludem coram eo omni tempore (Prov. VIII)? Queste voci, o signori, son di Maria e ci mostra con esse quanto fosse cara a Dio prima ancora di nascere e qual posto occupasse nella sua niente e più ancora nel suo cuore da tutta l’eternità.

III

Ma ciò è poco, o Signori, perché se Iddio stesso fin dalle profondità degli anni eterni ha voluto prestare a Maria il culto della sua compiacenza e del suo amore, lungo il corso dei secoli ha poi voluto che Ella ricevesse il culto delle figure e dei vaticinii non meno del suo divin Figliuolo. Ed in vero l’albero della vita posto nel mezzo del Paradiso terrestre, da cui germogliavano frutti di benedizione e di salute; l’arca di Noè, in cui fu salvata la seconda generazione del mondo, la scala mistica di Giacobbe, che avendo i piedi sulla terra e nascondendo il capo tra le nubi valeva a congiungere la terra al cielo, non erano, tacite sì, ma pur magnifiche figure di Maria? E non erano figure di Maria il vello di Gedeone, il roveto di Mosè, la verga di Aronne, l’arca dell’alleanza, la torre di Davide, la fortezza di Gerusalemme? E figure di Maria non erano l’iride variopinta che, stesa in cielo, annunzia pace alla terra, l’aurora mattutina che sorge foriera di bel sole, e il cedro del Libano, e il cipresso del Sion, e la palma di Oades, e la rosa di Gerico, e il platano ombroso, e il cinnamomo, e il balsamo aromatizzante, e la mirra eletta spargente soavissima fragranza? E questa ardimentosa Debora, questa nobile Giuditta, che compiono la salvezza del loro popolo, questa vaga ed amabile Ester, che calma lo sdegno del potente Assuero e prepara ai suoi connazionali il ritorno alla patria non è forse la grande e potente Signora, che il genere umano redento invocherà un giorno con questo grido: “Salve, Regina, madre di misericordia, vita, dolcezza e speranza nostra?” – Indicata agli uomini con le figure, al pari del Redentore, Maria è agli uomini preannunziata per mezzo delle profezie. Da principio è Iddio stesso che l’annunzia: perciocché non appena i nostri progenitori hanno commesso il peccato per suggestione dell’infernale serpente, Iddio giustamente sdegnato, prima ancora di profferire la terribile sentenza di morte contro dell’uomo e della donna, si volge al serpente e lo maledice, dicendogli: “Porrò inimicizia tra te e la donna, tra il seme tuo e il seme di Lei, ed Ella ti schiaccerà il capo: Inimicitias ponam inter te et mulierem, inter semen tuum et semen illius: et ipsa, conteret caput tuum” (Gen. III). – In seguito è Davide, il suo antenato glorioso, il quale con un entusiasmo ineffabile canta la bellezza di Lei, che ha invaghito il Re dei re, la gloria che riceverà da tutti gli uomini del mondo e la maestà e potenza, a cui sarà elevata: «Ascolta, o figlia, e vedi, e piega il tuo orecchio, e dimentica il tuo popolo e la casa del padre tuo: Audi filia et vide, et inclina aurem tuam et obliviscere populum tuum et domum patris sui”;perchè il Re ha preso ad amare il tuo fulgore: quia concupiva rex speciem tuam.” E questo re è quel Dio, cui serviranno tutte le genti: omnes gentes servient ei; opperò tu vedrai le figlie di Tiro recarti i doni, e i maggiorenti della plebe ammirare estasiati il tuo volto: Et filiæ Tiri in muneribus: vultum tuum deprecabuntur omnes divites plebis. Infine come Regina te ne starai assisa alla destra del tuo divin Figlio, ammantata di oro e circondata di varietà: Astistit regina a dextris tuis investitu deaurato circumdata varietate » (Psalm, XLIV). – Di poi è Salomone che nel sublime Cantico dei cantici, mentre canta le glorie, le bellezze e i santi amori di Gesù Cristo, della Chiesa che Egli fonderà, e dell’anime di Lui innamorate, canta altresì le glorie, le bellezze e i santi amori di Maria, amica, colomba e diletta dello Sposo celeste. In seguito ancora, più da vicino alla redenzione del mondo, sono Isaia e Geremia, che dichiarano il segno per eccellenza che il Signore darà al mondo della sua bontà e del suo amore, una Vergine che concepirà e darà alla luce un Figlio, il cui nome sarà Emanuele, e la meraviglia al tutto nuova della Donna che, da sola e senz’altro concorso che quello della Virtù dell’Altissimo, diventerà Madre del sospirato Redentore. E infine dappertutto non solo tra il popolo di Dio, ma pure tra i popoli gentili e barbari, Maria è predetta ed aspettata come la gran Signora dell’universo, e da tutti anticipatamente riceve l’omaggio della più profonda venerazione, non solo dai cantici melodiosi dei poeti del Lazio, che invitano il Divino Infante, speranza del mondo, a riconoscere con un sorriso la Madre: Incipe, parve puer, risu cognoscer Matrem (Egl. IV), ma eziandio dalla fiera religione degli antichi Druidi, che nel fondo delle foreste della Gallia innalzano un altare Virgini parituræ: alla Vergine, da cui si aspettano un Figlio. Così, o Signori, Maria per volere di Dio, riceve prima ancora di esistere un culto eterno e perpetuo, culto che si perfezionerà dopo la sua esistenza, e durerà per tutti i secoli, giacche si avvererà letteralmente la parola profetica della Vergine stessa: « Ecco che mi chiameranno beata tutte quante le generazioni: Ex hoc beatam me dicent omnes generationes ». Ora io domando: se Maria fu oggetto della divina predilezione da tutta l’eternità, se Ella lungo il corso dei secoli è con tanta chiarezza figurata e vaticinata, sarà egli possibile che venga assoggettata ancor alla legge comune che gravita sulla nostra natura scaduta? Se così fosse, io mi arresterei sgomentato innanzi alla economia divina. No, io non saprei conciliare questa economia con quella santità e sapienza, che in Dio si trova. Perciocché sia pure che Iddio, immediatamente dopo la Concezione, santifichi Maria, vi rimarrebbe tuttavia un istante in cui Maria, priva della grazia, dovrebbe essere oggetto d’ira al suo Fattore, e nel quale perciò non dovrebbe ricevere il minimo ossequio. E allora Dio col suo culto eterno e perpetuo ordinato a Maria avrebbe cessato sia pur per un istante di essere quel Dio santo e sapiente, che Egli è, per amare il peccato e farlo oggetto della venerazione degli uomini? Ah, miei Signori, il solo pensiero di ciò non sarebbe un’onta somma al Dio sapientissimo e tre volte Santo? Il culto, adunque eterno e perpetuo, che Iddio volle per Maria, non mi lascia tremare per Lei: ma mi conforta e mi anima a sperare e credere ch’Ella vada esente alla legge dell’universale corruzione.

IV

Ma a ciò non mi anima e conforta meno il complesso dei sublimi destini, a cui è riservata Maria. Verrà giorno, o Signori, nel quale Maria, nella povera capanna di Betlemme dato alla luce il Divin Verbo incarnato, contemplandolo coi propri occhi, toccandolo con le proprie mani, serrandolo al proprio seno gli potrà dire con gioia immensa: « Egli è Dio ed Io sono la sua Madre. Il Padre celeste, che lo genera da tutta l’eternità nello splendore dei santi, non è maggiormente suo Padre di quello che Io, la quale lo generai in questa stalla, sia la sua Madre. Questo figlio riceve dal divin Padre la divina sostanza e la divina vita, riceve da me la sostanza e la vita umana, ed è un solo medesimo Figlio. L’unico Figlio di Dio è l’unigenito Figlio mio, il Figlio mio è Figlio di Dio. O Gesù Bambino, nato di Dio prima del tempo, nato da me da pochi momenti, Io sono la tua Madre, come l’Essere increato ed infinito è il tuo Padre ». Così, o Signori, potrà un giorno con la massima precisione parlare Maria. E per tal guisa Maria venendo ad aver comune col Padre celeste l’autorità e l’amore verso Gesù Cristo, sarebbe possibile che anche per un istante solo restasse sotto il dominio della colpa? Ah! per certo, dacché ancor essa è figliuola di Eva, non potrà mai pareggiare le grandezze di Dio, ma per non apparire indegna d’essere Madre di un Figlio divino non dovrà per lo meno assomigliare alla purità di Colui, che del Figlio divino è Padre? Tanto più, o Signori, perché se Maria diventando la Madre del Verbo incarnato potrà aver comuni col Padre celeste l’autorità e l’amore su di Lui, non accadrà già secondo la legge comune, ma bensì unicamente per opera dello Spirito Santo. Gabriele annunziando a Maria il gran mistero la ammaestrerà e la renderà sicura di ciò col dirle: « Lo Spirito Santo sopravverrà in te, e la virtù dell’Altissimo ti adombrerà: Spiritus sanctus superveniet in te, et virtus Altissimi obumbrabit tibi. » Se adunque Maria per tal guisa deve pur essere la mistica Sposa dello Spirito Santo, potrà essere che questi sopravvenendo in Lei abbia a dire: Costei un giorno fu mia nemica, e da Costei fui costretto un giorno volgere altrove lo sguardo, perché oggetto per me di ira e di abominazione? – Ma ciò non è tutto, che Maria doveva essere ancora la Madre del Divin Figlio. Non appena Ella nella cameretta di Nazaret avrebbe detta all’Angelo la gran parola aspettata da tanti secoli: « Ecco l’ancella del Signore, si faccia di me secondo quello che tu hai detto »: la seconda Persona della SS. Trinità avrebbe preso un corpo ed un’anima nel seno di Lei, e poiché a questo corpo e a quest’anima fin dal primo istante di loro esistenza avrebbe unito personalmente la sua divinità, perciò Maria fin da quell’istante sarebbe stata la sede dell’increata Sapienza, il Tabernacolo di Dio, il Santuario della Divinità. E così Maria, non esente dalla legge dell’universale corruzione, avrebbe somministrato al suo Divin Figlio, per la formazione del suo corpo, un sangue infetto? Così il Figlio di Dio si sarebbe fatto Figlio di Maria discendendo in un soggiorno già posseduto e deformato dal suo più crudele avversario? Ah che tutto ciò, o Signori, sarebbe indegno dell’onore di Dio, sia pure che questo Dio abbia voluto abbassarsi fino al punto da farsi uomo per amore degli uomini. Le sublimi relazioni pertanto, che Maria è destinata ad avere col divin Padre, col Divin Figlio, col divino Spirito fanno ancor esse sperare e credere che Ella non sottostia alla legge, che gravita su tutta quanta l’umanità.

V

Ma vi è altro ancora. Maria Madre di Gesù Cristo Redentore del mondo, deve per Lui e con Lui essere la Corredentrice del genere umano. Costituita l’aiuto del secondo Adamo, Ella, seconda Eva, deve sulla vetta del Calvario immolando il suo divin Figlio e se stessa all’Eterno Padre, cooperare con Gesù Cristo ad abbattere il regno di satana schiacciandogli il capo superbo. E sarà possibile che questa Nemica capitale ed officiale di satana sia anche per un solo istante sua amica? che anche per un istante solo porti sopra di sé il suo carattere ed il suo giogo e sia sua miserabile schiava? E compiuto che Ella avrà il grande ufficio di Corredentrice vi sarà un giorno, in cui il suo divin Figlio dall’alto dei cieli, dove sarà salito, piegando a Lei lo sguardo le dirà: « Il tempo della vita mortale è compiuto: son cessate le pene, deve cominciare il gaudio; sorgi adunque o mia amata; vieni e sarai coronata: Jam hiems transiti, imber abiti etrecessit: surge, amica mea, et veni: coronaberis » (Cant. II e IV). E a questo dolcissimo invito Maria si leverà dalla tomba senza che il dente della morte abbia potuto ingenerare nella sua candida spoglia la corruzione. Gesù Cristo le si farà incontro, e ponendole la mano sinistra sotto il capo e circondandola con la destra in casto amplesso, la condurrà nel regno celeste. E superate appena le porte eternali volgendosi agli Spiriti angelici: “Ossequiatela, griderà, Ella è la vostra Regina. Non è soltanto la Regina dei patriarchi e dei profeti: non è soltanto la Regina degli apostoli e dei martiri; non è soltanto la Regina dei confessori e dei vergini, non è soltanto la Regina della terra, ma è altresì la Regina del Cielo. Benché inferiore a voi per natura, è a voi mille volte superiore per la gloria, a cui io l’ho destinata. Inchinatevi adunque e veneratela”. – E se Maria non andasse esente dalla macchia del peccato di origine, dovrebbero perciò gli Angeli del cielo inchinarsi davanti a chi è stata un giorno in potere di satana, che essi hanno vinto e cacciato nel profondo inferno? Non potrebbero essi allora levare contro di Cristo questo lamento: « Signore, voi ad operare la redenzione del mondo avete preferito la natura umana alla natura angelica e per di più ci avete comandato di adorarla in Voi: e noi le rendemmo questo ossequio allorché il Padre vostro squarciando il velo del futuro ce l’ha mostrata tutta coperta di obbrobrii, lacera ed insanguinata. Ma sebbene ridotta a tale per cagion del peccato che le pesava sopra, Ella era tuttavia Immacolata, perche Voi fattovi uomo non conosceste mai che fosse il peccato. Ed ora volete che noi c’inchiniamo dinnanzi ad una donna, che sebbene madre vostra, è stata tuttavia imbrattata dalla colpa, noi che siamo usciti purissimi dalla bocca dell’Altissimo e purissimi siamo sempre rimasti? Perché dunque volete da noi questa strana umiliazione? Ch’Ella sia Regina dei patriarchi, dei profeti, degli apostoli, dei martiri, dei confessori, dei vergini, dei santi tutti, il comprendiamo: alla fin fine tutti questi santi furono uomini come Lei soggetti alla legge del peccato. Ma ch’Ella sia Regina nostra, o Signore, noi possiamo conciliare con la vostra sapienza e con la vostra giustizia? » Così certamente in quel dì potrebbero lamentarsi gli Angeli, se Maria non fosse Immacolata fin dal primo istante di sua esistenza. – Finalmente, o Signori, Maria è destinata ad essere in cielo il trofeo più grande della Redenzione di Cristo. Poiché Ella è Madre del Redentore, Gesù Cristo deve dimostrare in Lei per tutti i secoli eterni fin dove poteva giungere l’efficacia della sua Incarnazione riparatrice. Certamente tutte le anime da Gesù Cristo salvate mostreranno per sempre la sua potenza. È Egli, che con la sua passione e morte ha vinto satana nelle anime non appena venute alla luce del mondo, sono state presentate a ricevere il Sacramento di rigenerazione. Ma ciò non è ancor tutto, perciocché satana è rimasto ancora padrone di esse fin oltre al loro nascimento. Più in là adunque deve spingersi senza dubbio la potenza redentrice di Cristo. Davide, suo antenato secondo la carne, a ciò lo invita dicendogli: ” Cingi ai tuoi fianchi la spada: con la tua speciosità e bellezza va innanzi e fa vedere che sei Re, e non arrestarti fino a che i tuoi nemici siano divenuti lo sgabello dei tuoi piedi  “. E Gesù aderirà al profetico invito. Armato della sua grazia e della sua croce vincerà il demonio anche nel punto del nascere umano. E Geremia il gran profeta della Passione, verisimilmente S. Giuseppe suo custode, incontestabilmente S. Giovanni Battista, mondati e santificati nel seno della madre prima di venire alla luce del mondo, canteranno in eterno un inno di gloria al grande vincitore di Lucifero. – Tuttavia il trionfo di Cristo non è ancora compiuto, perché satana resta ancor padrone di un momento della vita umana, del momento cioè della concezione. Bisogna dunque che di Cristo si possa cantare: « Domini est terra et plenitudo eius. Del Signore è la terra, la terra e la sua pienezza. » E Gesù Cristo nella sua marcia trionfale non farà ancora questo passo, e non andrà a guadagnare e strappare dal dominio di satana anche il punto del concepimento umano? E potendo Egli ottenere questa completa vittoria e giudicando bene di ottenerla per una persona sola non sarà Maria, la Madre sua, che Creatura privilegiata ne avrà il vantaggio onde Ella, Regina del Cielo e della terra, possa celebrare in eterno la possanza del Figliuol suo?

VI

Signori, voi lo vedete, le destinazioni altissime cui è riservata Maria, non ci lasciano tremare sulla sua sorte, ma ci fanno ben credere e sperare che Ella esente dalla legge dell’universal corruzione, comparisca sulla terra fin dal primo istante della sua Concezione al tutto Immacolata. E se le nostre speranze e le nostre credenze sono conformi alla realtà, allora non avremo che ad esclamare anche qui: ” Il Signore bene omnia fecit! ” Allora il culto eterno e perpetuo, di cui Iddio ha voluto onorata Maria, farà splendere la divina Santità e la divina Sapienza; allora l’Eterno Padre nell’atto generatore del suo Divin Figlio avrà una compagna non indegna di sé; lo Spirito Santo celebrerà con Lei delle nozze lietissime, perché scevre di ogni rimembranza amara, e il divin Verbo discendendo quaggiù per la salute degli uomini, troverà in Lei un degno abitacolo alla sua Divinità; allora satana non potrà avere su di Lei il minimo vanto; gli Angeli del Cielo, tutt’altro che umiliarsi nel riverirla come loro Regina, saranno altamente onorati, ed al trionfo finale della Redenzione di Cristo non mancherà più nulla. Tutto sarà ammirabile, tutto sarà perfetto: e Maria fin dal primo istante di sua esistenza potrà sciogliere il suo labbro al suo Magnificat, perché così il Signore l’ha precinta di virtù ed ha posta immacolata la sua via: « Deus precinxit me virtute et posuit immaculatan viam meam. » – Se non che, Signori, che cosa è delle nostre credenze e dello nostre speranze, appoggiate alle nostre considerazioni? Ah viva Dio! esse sono una stupenda realtà! La Chiesa, Maestra infallibile delle genti, ha fatto intendere la sua voce e per mezzo del suo augustissimo Capo ha pronunziato questo magnifico decreto dogmatico : « A gloria della SS. Trinità, Padre, Figliuolo e Spirito Santo, coll’autorità di Gesù Cristo, dei Santi Apostoli Pietro e Paolo e Nostra, dichiariamo, decretiamo e definiamo che la dottrina affermante che la beatissima Vergine Maria, per singolar grazia e privilegio di Dio onnipotente ed in vista dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, fu preservata immune da Ogni macchia dell’originale peccato, è dottrina da Dio rivelata, e per conseguenza da essere creduta con fermezza e costanza da tutti i fedeli ». Dunque non più alcun dubbio. La Chiesa insegna e proclama al mondo intero, che Maria nell’istante stesso in cui per l’infusione di un’anima ragionevole divenne una persona, ricevette l’efficacia della redenzione, e perciò. a differenza di tutti gli altri figliuoli di Adamo, possedette una natura innocente e piena di grazia. È bensì vero che la definizione che impone questa dottrina alla nostra fede, è una definizione nuova, ma la verità di tale dottrina fu creduta sempre e dappertutto: se così non fosse stato, la Chiesa avrebbe in eterno fatto silenzio sopra un tale mistero; perciocché il Magistero della Chiesa non si esercita nell’introdurre nuove verità da credere, ma nel conservare accuratamente e nello svolgere con prudenza le verità, che a lei sono pervenute dalla divina Rivelazione, la quale con Cristo ha avuto il suo compimento perfetto. Che se la Chiesa ha aspettato insino alla metà del secolo passato a porre un definitivo suggello a tale credenza, non fu altrimenti se non per accrescere maggiormente la gloria della Madre di Dio. – Durante il volgere dei secoli doveva pure svilupparsi gradatamente la pietà dei fedeli verso di Lei fino a professare non solo di moto proprio una verità per la Vergine sì onorifica, ma a far voti e preghiere insistenti all’Apostolica Sede, perché più non tardasse a proclamarla dogma di fede. Durante il volgere dei secoli, trattandosi di una verità non ancor defluita, doveva pur sorgere taluno dei cattolici a contrastarla, perché così nelle discussioni della scuola mille ingegni si levassero con instancabile studio a ricavarne le prove nei santi libri, a illustrarle con le testimonianze dei Santi Padri, a confermarle coi lumi stessi della ragion teologica, e per tal guisa apparissero alla luce del mondo migliaia di scritti, di dissertazioni, di elogi ad onore della Vergine, e dappertutto si prendesse a parlare di Lei sulle cattedre, e sui pergami, e nelle accademie. Durante il volgere dei secoli dovevasi alle prove della dottrina aggiungere la prova dei fatti, ed alla Vergine creduta del tutto Immacolata nella sua Concezione innalzarsi per ogni dove chiese, cappelle ed altari; di Lei con bella gara tra gli artefici dipingersi quadri, scolpirsi statue, coniarsi medaglie: dal suo nome fondarsi confraternite, congregazioni ed oratorii; nelle celebri università di Parigi, di Lovanio, di Salamanca e di Vienna obbligarsi tutti, sotto pena di non conseguire la laurea del dottorato, a professare il suo gran privilegio, e i prodi cavalieri di S. Giacomo, di Calatrava e di Alcantara, in mezzo al tempio di Dio, al suon delle belliche trombe, sguainare le spade e con solenne giuramento dirsi pronti a difenderlo insino al sangue. – Durante il volgere dei secoli infine doveva prepararsi quella solenne petizione, per cui le corti più splendide e più potenti, e quella di Spagna la Cattolica sotto Filippo IV, e quella di Francia la Cristianissima sotto Luigi il grande, e quella d’Austria l’Apostolica sotto Leopoldo I, e quelle di Portogallo, di Polonia, di Baviera, di Lorena e di pressocché tutti gli altri regni di Europa, facendo salire la loro voce insino a questi ultimi tempi e congiungendola a quella dei Vescovi e dei popoli cristiani di tutte le parti del mondo, si elevasse alla Cattedra di S. Pietro quel grido unanime, che valeva ad ottenere la solenne definizione della grande verità da tutti creduta. – Quando pertanto i tempi furono maturi e Dio ebbe tratto dal seno della sua provvidenza quel gran Pontefice secondo il suo cuore, che da tutta l’eternità aveva destinato ad essere il Pontefice dell’Immacolata, la Chiesa per mezzo di Lui pronunziò finalmente la gran parola, che acquetando le sante brame dei credenti suscitò dappertutto un giubilo così entusiastico da non aver altro a pari, se non quello che suscitavasi nella Chiesa di Efeso, allorché si definiva la Divina Maternità di Maria, con questo divario però, che allora il popolo cristiano si allietava per essere stato così rimosso un pericolo alla sua fede con la condanna dell’empio Nestorio, mentre invece nella definizione dell’Immacolato Concepimento allietavasi per un fatto ingenerato dall’esuberanza della fede.

VII

Maria adunque, o Signori, è Immacolata. Ecco l’eccelso privilegio, che qual singolare guadagno del preziosissimo sangue di Gesù Cristo a Lui permette di dire rivolto a Maria: « Tu sei tutta bella e non v i ha macchia in te: Tota pulchra es, et macula non est in te. » La mia morte te ne ha preservata, il mio sangue ti ha circondato come un mare insuperabile; il nemico tenuto a distanza non ha neppure potuto gettare sopra di te il suo soffio. Maria è Immacolata, ed ecco l’eccelso privilegio, che come totale vittoria della passione dolorosissima di Gesù Cristo lo andava sollevando dalle sue atrocissime pene e lo riempiva eziandio di ineffabile gioia in mezzo allo stesso patire. Maria è Immacolata, ecco l’eccelso privilegio, che pone Maria al di sopra di tutti gli uomini anche i più santi e di tutti gli Angeli del Paradiso anche i più puri, essendo che, la grazia, che Maria ha ricevuto nella sua concezione, è di gran lunga superiore a quella concessa a tutti i Santi e a tutti gli Angeli. Maria è Immacolata! Ecco l’eccelso privilegio che costituisce la perla più preziosa del suo monile di sposa, la gemma più splendida della sua corona di Regina, il segno più luminoso dell’amore che Iddio le porta. Maria è Immacolata! Ecco l’eccelso privilegio, che la Vergine stessa quattro anni dopo, dacché le era stato solennemente definito, si faceva a proclamare alla contadinella di Lourdes, apparendole sulla roccia di Massabielle e dicendole: « Io sono l’Immacolata Concezione. » – Maria è Immacolata! Ecco infine l’eccelso privilegio che Genova, città di Maria SS. e il mondo tutto, secondando la provvidenziale proposta del piissimo sacerdote Rivara (Di dar una lira per il tempio e conseguire il benefizio di dodici messe quotidiane in perpetuo), ha voluto celebrare con l’arte, innalzando ed abbellendo tuttora questo tempio, in cui l’architettura, la scultura, la pittura e la musica, disposte mirabilmente insieme sotto lo sguardo intelligente ed amoroso del suo primo zelantissimo Pastore (il non mai abbastanza lodato e compianto Mons. Giovan Battista Lanata), gareggiano nel cantare le lodi di Colei che, come Immacolata, è delle arti la ispiratrice più feconda e più pura. O Maria, o Maria, come si allieta il cuor nostro nel salutarvi tutta bella e Immacolata: « Tota pulchra es Maria et macula originalis non est in te ». Per l’eccelso privilegio del vostro immacolato concepimento voi siete la gloria di Sion, l’allegrezza d’Israele, l’onore del popolo nostro: “Tu gloria Jerusalem, tu lætitia Jsrael, tu honorificentia populi nostri.” Per questo privilegio voi siete la grande avvocata, che riconciliate Iddio con le anime peccatrici: ” Tu advocata peccatorum. ” O Maria, o Maria: per questo privilegio voi siete la Vergine più prudente e la più pietosa fra le madri: Virgo prudentissima, mater clementissima.” – Per questo privilegio voi potete con singolar efficacia presentare al vostro divin Figlio le vostre preghiere per noi. Fatelo adunque, specialmente in questo dì a voi sacro : ora prò nobis, intercede prò nobis ad Dominum Jesum Christum.

 

GREGORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO COME ORIENTARSI? -3-

GREGORIO XVII:

IL MAGISTERO IMPEDITO

COME ORIENTARSI? -3-

— Ortodossia

[lettera pastorale scritta l’11 febbraio 1968; «Rivista Diocesana Genovese», 1968, pag. 175-212.]

La sirena della socialità male intesa

La sirena sta nel far credere che, prima di redimere le anime per la vita eterna, noi dobbiamo redimerle dalle ristrettezze materiali e che pertanto possiamo e dobbiamo accettare per il momento delle dottrine materialistiche per compiere la più immediata parte del nostro dovere. Redento il mondo dalla miseria vedremo di redimerlo per la eternità. Così da qualche tempo ragionano non pochi. – La nostra espressione è cruda e pertanto il suo contenuto è repellente. Il guaio è che molte conclusioni, prassi, entusiasmi, non dicono chiaro che derivano da concetti materialistici legati con una apostasia dalla fede; si attardano in sfumature, in insistenze, in ammennicoli che in verità derivano solo da principi materialistici, pur tacendoli. È così che il paradiso in terra diventa molto più importante di quello del Cielo. E così che si proteggono i sistemi e i miraggi assurdi. Ci fermiamo qui. – E certo che taluni scrittori hanno assolto il ruolo qualificato sopra e che talune iniziative ne sono logiche conseguenze. Ripetiamo: dei principi netti molti avrebbero paura, ma scivolano sulle conseguenze e sulle loro sfumature. E probabile non se ne rendano conto. Ma molte volte accade a noi di sentire qualificare come autentici materialisti dei sacerdoti e dei laici, che non lo sono affatto; essi, senza accorgersene, scivolano sulle sfumature e sulle questioni di margine o su certe affermazioni, ritenute sociali ed invece solo «politiche», di un determinato indirizzo. Le «sfumature» hanno invaso molta stampa che si professa cattolica o che per ragione della etichetta vorrebbe essere cattolica. In conclusione, molti sono disorientati. – Ecco quello che qui riassumiamo per un giusto e cristiano orientamento.

1) Noi sacerdoti dobbiamo starcene lealmente e intimamente fuori della politica. E essa che può in noi fuorviare tutto, senza tener conto che essa non ci riguarda. Qualche volta, allorché le competenti autorità lo stabiliscono, potremmo dover ricordare al popolo talune obbligazioni che riguardano la sua coscienza cristiana. Ma in quel caso si obbedisce e si eseguisce. Il Concilio Vaticano II [Le citazioni a cui è costretto il Sommo Pontefice, sono con tutta evidenza forzose e di mera propaganda indotta: anche qui non c’era alcun motivo di citare il falso concilio, visto che si parla di dottrina cattolica antica e ribadita da sempre –ndr.] insegnato con chiarezza che, nelle questioni meramente terrene, dobbiamo lasciare ai laici tutta la responsabilità di quello che fanno. E un fatto che le idee sociali si allontanano dalla linea evangelica in quei ministri dell’altare, che hanno in verità il cuore nella politica.

2) Qualunque concezione materialistica deve essere rifiutata. Infatti è una questione di fede. Accettare anche solo nelle applicazioni o nei dettagli delle dottrine materialistiche è o rinnegare la fede o mettersi in pericolo di rinnegarla! [Il riferimento è implicito a tutti i marrani e traditori di Cristo in combutta con politici comunisti e massoni –ndr. -].

3) Noi non siamo mandati da Cristo per mettere a posto il mondo nelle sue questioni, nei suoi metodi, nei suoi problemi. Potremo, come ci ha insegnato il concilio, occuparci di questo per l’esercizio della carità verso il mondo, siccome la Chiesa ha fatto sempre. Ma non è là l’essenza del nostro ministero [altra stoccata alla falsa chiesa dell’uomo Montini-conciliare – ndr. -]. Dobbiamo stare con la giustizia, con la equità, con la solidarietà, ma con la dignità e misura proprie di quelli che sono sempre sulla pedana dell’altare di Dio.

4) È erroneo e greve di conseguenze nefaste il credere che noi non possiamo pensare al bene eterno se prima non abbiamo sistemato il benessere terreno. Ripetiamo: il benessere terreno non è l’oggetto proprio e necessario del nostro mandato apostolico. Cristo non ci ha mandati ad insegnare agli uomini di mirare al cielo solo quando trovano la vita sgombra di croci, ma ad insegnare che si deve prendere coraggiosamente la via della Croce.

5) La vera socialità sta nel ricordarsi che ci sono anche gli altri oltre noi e che dobbiamo agli altri l’onesto spazio di vita, anche se questo può rappresentare qualche limite per noi. È qui dove si vede che la socialità autentica si riduce alla carità e non sussiste, se non come ipocrisia, al di fuori della carità.

6) Fa parte del nostro ministero favorire la concordia, l’incontro tra le categorie, la comprensione tra gli uomini, tutelare quell’ordine, nel quale soltanto si custodiscono pace e libertà. Ma sarebbe vera degenerazione del nostro ufficio il fomentare odi, demagogie, contrapposizioni od anche assorbire la mentalità di parte contro un’altra parte. Dove la «parte» prende il carattere della immoralità o della eresia o addirittura della apostasia, noi combatteremo gli errori e le depravazioni, mai i singoli uomini e i singoli peccatori. Si favorisce il Regno di Dio solo quando si sa stare veramente e lealmente fuori del regno di questo mondo. E solo allora si mantiene intatta la dignità e l’autorità per parlargli.

7) La socialità non è fatta di tecnica, bensì di virtù. Con questo il campo è nettamente delimitato, per quanto ci concerne. Soprattutto, in questa prospettiva, eviteremo di parlare troppo di socialità, smentendola con egoismi, con maneggi, con faziosità, con spirito mormoratore, quali farebbero vergogna anche ai laici.

8) Ai fedeli dobbiamo dare una istruzione catechistica ed ascetica tale che, senza alcun bisogno di diventare noi dei direttori politici, crei in essi un indirizzo di perfetta coerenza nel campo umano, tra la foro fede vissuta e la loro azione civile. Noi mettiamo una causa; l’effetto verrà naturalmente da sé. E ovvio che in tanta confusione di idee e di indirizzi, l’imperativo di una fede e morale comune porti naturalmente ad una unità dei fedeli anche nel campo civile. Diciamo è ovvio di per sé e pertanto non deve meravigliare nessuno che recentemente la Conferenza episcopale d’Italia abbia richiamato, con accenti tanto delicati e prudenti, quanto indubbi, questa unità dei fedeli nel campo civile. Il nostro mandato spirituale sposta tutto anzitutto nel campo catechistico ed ascetico.

La riforma liturgica

Ci troviamo dinnanzi ad un fatto che va trattato colla venerazione Con la quale si tratta la legge legittima. Ma ci troviamo anche dinnanzi a fermenti di confusione, importati soprattutto d’oltralpe, rispetto ai quali dobbiamo difendere lo spazio della legge da quello della anarchia. Ecco pertanto alcuni principi sicuri:

1) Quello che è stato fatto per legge – e per legge qui intendiamo ogni atto valevole emanato da una autorità competente [cioè dal Magistero autentico di Papi canonicamente e validamente eletti, o da Vescovi in unione con il Santo Padre – ndr. -] – non può essere discusso in alcun modo, deve essere puntualmente e sinceramente attuato. Chi discute la riforma liturgica, là ove essa è decisa dalla legge, evidentemente non ha il senso della Chiesa. Quando essa comanda, si ubbidisce.

2) La legge (e ci rifacciamo alla accezione data sopra) può lasciare qualche scelta direttamente al celebrante della azione liturgica, senza che gli occorra la conferma di qualcuno. In tal caso il celebrante è libero.

3) Vi sono dei casi nei quali la legge generale lascia delle scelte, che evidentemente non sono rimesse semplicemente al celebrante o al rettore di una chiesa. È, ad esempio, il caso delle diverse possibilità per l’altare e il tabernacolo. In tal caso – se non è debitamente facoltizzato un organo superiore ai singoli Vescovi – sono arbitri delle scelte i singoli Vescovi. E d anche i vescovi faranno le loro scelte, avendo dinnanzi la particolare sensibilità del loro popolo e la necessità di essere uniformi nell’ambito di una stessa diocesi.

4) Vi sono finalmente i pareri privati. I pareri di chiunque, non espressi con forza normativa, restano privati e nessuno è obbligato a seguirli. – Aggiungiamo chiaramente per il nostro clero: è bene che non vengano seguiti. E ciò per varie ragioni. Anzitutto: tanto meno si osservano le leggi, quanto più si attendono i pareri privati. In secondo luogo, poiché i pareri possono essere diversi, confusionari e contradditori, in uno stesso territorio si andrebbe certamente incontro ad una anarchia della quale il popolo soffrirebbe. Si tenga presente che il più piccolo particolare nell’ambito delle chiese tiene, rallenta e disorienta la fede del popolo. Se qualcuno ha sentito o letto qualche parere, che gli molce il cuore, si rivolga alle autorità competenti, dalle quali ordinariamente dipende, chieda il da farsi e stia alle conclusioni ottenute. Dove ci si è allontanati da questo semplice criterio sono accadute, con grande scandalo dei fedeli, cose addirittura pazzesche.

5) Nell’ambito delle cose certe si eseguisca tutto con vera e fervida precisione, aiutando colla propria evidente convinzione il popolo ad essere ossequiente alla Chiesa, che ha voluto una riforma liturgica. Dio non ci chiederà di essere stati più intelligenti degli altri, ma di avere umilmente e intimamente obbedito.

L’influenza del laicismo

Il laicismo imperante può avere una presa sui sacerdoti e in diversi sensi. Bisogna anche qui dire una parola di orientamento. Il laicismo è pienamente rientrato sulla scena. Vediamone i caratteri. Esso consiste – come abbiamo lungamente spiegato a suo tempo in una apposita pastorale – nel negare un posto alla religione e soprattutto alla Chiesa, nella vita pubblica umana. Ha un infinità di sfumature. Spesso nasce dall’illuminismo, che vorrebbe confinare Dio in chissà quali cieli appartati, ma nasce anche da motivi sentimentali, da sedimentazioni e rancori e, spesso, dalla negazione o dalla poca cognizione della soprannaturalità della Chiesa. – Questi motivi ricorrenti sono vecchi, ma oggi se ne hanno dei nuovi. Nel concilio e dopo il concilio si sono avute discussioni e anche disparità di pareri. Non è detto che manchino coloro i quali si arrestano, probabilmente in buona fede, ad arricchire tale spettacolo disorientante. Dello spettacolo si approfittano così: parlano di cose di Chiesa senza fine, esaltano tutti quelli che cambiano qualcosa e solo quelli, non perché possono avere o non avere ragioni di cambiare, ma solo perché cambiano, spostando in partenza e per sistema le cose dal piano sostanziale a quello accidentale. Godono di dire che la Chiesa cambia, per trovar modo di negare la sua permanenza divina; confondendo naturalmente quello in cui può cambiare, con quello che non può cambiare. Tutte le colpe in tutta la storia furono dei preti e della Chiesa. Noi stiamo assistendo alla completa alterazione di fatti, tanto che coloro che ne furono spettatori e onesti testimoni hanno raccapriccio di come si possa alterare la verità. Ci sono figure che senza alcun rispetto alla verità corica vengono rivestite da fantocci di comodo per sostenere tesi infondate. Lo sfruttamento della confusione regnante in un certo numero di Cattolici è continuo, magistrale ed evidentemente collegato in un solo disegno dalle molte fila. Una volta l’anticlericalismo lo si faceva dal di fuori, oggi lo si fa sfruttando quanto bene o male serve alla bisogna dal di dentro.

2) L’anticlericalismo è perfettamente aiutato da un certo numero di sedicenti cattolici e di pubblicazioni che vorrebbero avere veste cattolica. – È così che la «demitizzazione», fino al limite in cui può lasciare l’apparenza di evitare la eresia formale, viene accolta con entusiasmo. E così che si vanno moltiplicando le autocritiche inconsistenti. E così che, in fatto di Storia, di colpo non esiste più alcuna benemerenza ecclesiastica e tutto è sempre stato mal fatto. Nessuno può negare che spesso la storia sia stata fatta con puro intento agiografico, con criteri unilaterali, con semplici scopi apologetici. Ma questo è accaduto su qualunque sponda: si veda ad esempio la letteratura risorgimentale. Gli sciocchi laudatori non possono prendere mai il posto dei fatti obbiettivi ed è a questi che si deve guardare. L’anticlericalesimo di taluni cattolici, che appaiono zittire, quando si parla contro il divorzio, non conosce o dimentica tutta un’impostazione teologica della quale parleremo subito. La stessa opportunissima riforma liturgica viene presentata come una rivoluzione ed una negazione, come se la Chiesa avesse solo oggi incominciato ad esistere. Il punto nel quale in questo momento appare più decisa la fobia anticlericale è quella della presenza nella politica, nella vita civile, in qualsivoglia rapporto umano.

3) La questione deve avere una inquadratura teologica. Eccola. La Chiesa consta di un elemento divino e di un elemento umano. Il primo sta nella fondazione, finalità, dottrina, struttura, poteri, garanzie; in questo non può venir meno. Il secondo sta negli uomini e nel loro contegno o nei loro rapporti. Entrambi questi elementi hanno tutte le loro conseguenze: nessuna forza maligna può inaridire il primo, nessun miracolo interviene ordinariamente a fermare il secondo. Questa natura umana e divina, con tutte le sue conseguenze, spiega tutto nella Chiesa e perché resista e risorga sempre e perché abbia nel suo seno uomini peccatori, ottusi, dannosi [oggi sappiamo bene a chi si riferisse il Santo Padre, ne abbiamo visto e ne vediamo i frutti –ndr. –]. Non c’è dunque posto per delle meraviglie a proposito del contegno umano di uomini ed istituzioni nella Chiesa. Neppure è cavalleresco esagerare nei valutarli, dal momento che la umanità a qualunque livello non ecclesiastico manifesta i suoi difetti, anzi li manifesta di più. – La cosa grande è che l’elemento divino non inibisce quello umano e l’elemento umano non scalfisce l’elemento divino. In questa coesistenza la Chiesa porta con sé il segno di Dio ed una sua singolarissima documentazione. La conseguenza è che non si possono menomare gli elementi divini a causa dei difetti umani e che il rispetto verso le cose divine deve impedire molti giudizi negativi, a proposito delle manifestazioni umane. Nella stessa persona l’ufficio può avere la forza di essere, non mallevadore, ma esigenza di rispetto per la persona stessa. La ragione del bene comune sopravvanza quella della situazione individuale.

4) L’anticlericalismo di taluni sedicenti cattolici si enuclea nel rifiuto della autorità della Chiesa e nella parità assoluta tra gerarchia e fedeli. Giunge talvolta a fare della autorità della Chiesa una semplice mandataria dei fedeli. Tutte queste affermazioni dal punto di vista teologico costituiscono errori veri e propri e mettono fuori della ortodossia. Manifestano però, ed è quello che qui interessa, l’accanimento dell’astio, grave e profondo contro ciò che è sacro, religioso, ecclesiastico. Ci si appella al concilio Vaticano II. Questo venerando concilio non ha detto nulla di tutto questo. Le costituzioni Lumen Gentium, Apostolicam Actuositatem, Gaudium et Spes, se mai, dicono il contrario. Sarebbe ora di finirla con l’indegno e menzognero sfruttamento di un sacrosanto atto del magistero ecclesiastico. Non occorre dire che con certi bei principi in poco tempo si arriverebbe allo sfaldamento di ogni associazione e bisognerebbe ricominciare da capo la evangelizzazione dei fedeli. Non è meno ovvio che su questo baluardo della autorità della Chiesa deve essere condotta la difesa più tempestiva e più ferma.

5) Dir male di casa propria sta diventando una moda; appare persino una generosità, mentre è solo cosa inumana e per lo più menzognera. Tutto questo può accadere anche in Chiesa per poca intelligenza, per lo zelo malinteso, per invidia, astio e persino odio, l’odio autentico ha più porte di quanto non si creda, specialmente se si paraventa dietro una ipocrita carità. È il momento in cui il clero deve dimenticare tutto per essere unito nella difesa, nella carità fraterna, nel rispetto alla sacra autorità della Chiesa. Non lasciamoci ingannare in casa nostra!

Dobbiamo riformare qualcosa dei nostri metodi pastorali?

Questa domanda un uomo se la deve porre di tanto in tanto in vita e canto più frequentemente quando avanza negli anni. La stessa domanda se la deve porre ogni tanto qualsiasi comunità ecclesiastica, la Chiesa stessa. Non si tratta delle verità e dei principi, che non cambiano; ma dei metodi che possono cambiare e di fatto cambiano incessantemente, con fretta maggiore e allucinante nel momento presente. È dunque logico che anche voi, cari confratelli, vi poniate, come vi siete posti, questa domanda. – Non pretendiamo qui rispondere a tutte le questioni possibili, sia perché le risposte non si danno mai tutte in una volta, sia perché non possiamo presumere e dobbiamo (come tutti) chiedere pazientemente, prendendo tempo, dei responsi allo studio, alla esperienza, alla altrui saggezza; sia perché qui è sufficiente trattare di qualche indirizzo fondamentale.

1) Traiamo la indicazione da quello che è sotto i nostri occhi. E pertanto facciamo alcune constatazioni orientative.

— Il problema più difficile è posto o dal declinare del senso cristiano cattolico o dal pericolo di questo declino. Noi sappiamo che la Chiesa è indefettibile, ma nessuno l’ha esentata dalle tempeste. Anzi! Pertanto il problema va posto con estrema chiarezza e profondo realismo. Il perdersi troppo a cantare peana alla civiltà ed alla cultura moderna, non è troppo utile a tale realismo. Che cos’è il senso cristiano? E una somma di fede vera, di dirittura morale assolutamente basata sulle massime evangeliche, di presenza continua del soprannaturale nella vita. Non si possono assolutamente dissociare fede e morale, fede, morale e soprannaturale. La associazione di queste cose crea la civiltà cristiana, dà un mondo umano e pronto ai più elevati imperativi; costruisce, simbolo di tutto, le meravigliose cattedrali. Non illudiamoci: tutto questo è insidiato ed il tentativo materialista è di capovolgerlo. Probabilmente esiste un piano mondiale per arrivare a questo. L’importante è vedere, non illudersi, non credere di tener buona con delle carezze la bestia della Apocalisse.

– Lo squilibrio, che interessa e la Chiesa e il mondo civile, è dato dal peso eccessivo che il mondo della tecnica prende su tutto. Essa applica la scienza a quello che può essere il benessere materiale dell’uomo. Indirettamente può servire anche al bene spirituale. Questo predominio meccanicizza tutto, rende l’uomo schiavo impotente di quello che ha creato con le sue mani, ne diminuisce e persino ne paralizza talune capacità spirituali. Persino il diritto, lo stesso diritto costituzionale degli Stati, è in pericolo di venire modellato sui disegni di una macchina. La ipnosi di quello che è comodo od agio materiale nella vita impedisce di accorgersi degli errori strategici nel campo della cultura ed in genere delle attività spirituali. – Tutto questo, in quanto spegne energie superiori e favorisce la materializzazione con l’edonismo, pone semplicemente alla Chiesa il problema di riconvertire continuamente il mondo. Battezzare, dare l’educazione, offrire ai superstiti fedeli una meravigliosa liturgia, non bastano più. La lotta si è spostata con tutta la sua linea di guerra al punto in cui materia e spirito si contrappongono. E la forma pratica, non capita dai più, di riproporre la sterile esperienza manichea [Anche qui il Sommo Pomtefice allude alla gnosi, il vero cancro che da sempre affligge la Chiesa ed il Cristianesimo tutto – ndr.]. – Sarebbe irriverente per Cristo, divino Fondatore della Chiesa,  proporre revisioni di strutture nella costituzione della Chiesa. Essa, [per quel che riguarda gli uomini, il piano della storia, il metodo della Provvidenza, ha un capo in Pietro ed ha le sue cellule vitali in organismi particolari che sono le diocesi sotto la guida dei singoli Vescovi. La gerarchia di ordine si espande enormemente al basso, come è logico, perché in molti occorre essere a servire, in pochi a comandare. Non parliamo dunque di questo che è stabilito immutabilmente da una preveggenza divina. Ma di molte altre forme organizzative il discorso resta aperto, anche se noi non lo affrontiamo affatto, perché eccede l’ambito di nostra competenza. – Di una sola cosa vogliamo fermamente parlare. Storicamente, a poco a poco, le diocesi si sono organizzate in parrocchie. Chiediamoci: è oggi sufficiente la organizzazione parrocchiale? Rispondiamo francamente: no. È organizzazione sempre necessaria, ma non più sufficiente. La ragione è chiara: la parrocchia suppone una base territoriale e resta legata alla topografia. La attuale vita urbana (i monti si spopolano) è legata in genere alla «categoria» e ad un complesso di rapporti sociali, nuovo, che non ha più per base la ristretta topografia. La parrocchia forse potrebbe fare tutto, se i suoi fedeli continuassero come un tempo a nascere, vivere, lavorare e morire in essa. Questo non è più. I fedeli, che avranno sempre un punto netto di riferimento alla loro parrocchia e che tanto più rinforzeranno quanto più sarà in atto la vita associativa, hanno bisogno di essere assistiti con qualcosa che è oltre la parrocchia. Quando si è provveduto alle parrocchie, probabilmente, anche nella più ottimistica ipotesi, non si tocca neppure il cinquanta per cento del fabbisogno. E tempo di dire, anzi di ripetere questo ben chiaro. L’abbiamo fatto molti anni innanzi, ma ora dobbiamo rifarlo, perché spinti dalla impellente travolgenza dei fatti.

3) Il fenomeno, che per entrare nella sfera delle attività spirituali e persino religiose è sconcertante, sta nella educazione collettivistica e nel sistema di comunicazioni sociali che fanno educazione di massa e, quanto la fanno, altrettanto distruggono dell’uomo e molto del suo divenire. Gli uomini sono insufficienti da mane a sera. Pochi sono coloro che hanno in mano gli strumenti di questa insufflazione. Questi pochi è molto facile non abbiano idee giuste e intenzioni sante, perché generalmente servono le mire del potere e l’interesse finanziario. Però la massa vive e vivrà di quello che i «pochi» vogliono. – La Chiesa ha davanti questo fenomeno e ne deve sopportare le condizioni, che sono spesso condizioni di guerra e di contraddizione. Ci fermiamo qui: ce n’è abbastanza.

4) Quali gli orientamenti?

— Di fronte al primo fenomeno, la decadenza del senso cristiano, non c’è che una soluzione: quella di puntare sulla realizzazione massima della vita cristiana, senza badare a compromissioni, senza timori di quello che si dice o succede, senza concessioni a riprovevoli costumi mondani, senza riduzioni circa la fede e la morale. Un mondo in decadenza lo si prende di petto. Non c’è altro da fare. Del resto questo è il metodo del Vangelo ed è quello che balza fuori da tutte le lettere apostoliche. Ricordiamo che si può amplissimamente comprendere tutto, senza cedere nulla di quello che non si può cedere. Non dimentichiamo che le leggi della Storia e quelle della Provvidenza prevalgono sempre e ci dispensano dall’essere troppo timorosi o scioccamente rispettosi di quanto succede in questo mondo. La orazione, la penitenza, l’osservanza dei tempi sacri, il pudore, la modestia, la prudenza, il morigerato contegno, la carità, il perdono, la pratica eucaristica, la devozione alla santa Vergine, il Sacramento della Penitenza, piaccia o non piaccia, si scandalizzi o non si scandalizzi qualcuno, vanno riportati inflessibilmente al loro posto. – Nulla ci obbliga a fasciare questa fermezza cristiana con modi impropri, con musi duri e anatemi, ma non possiamo scambiare il nostro Cristianesimo con uno scherzo. — Lo squilibrio portato dall’esagerato ed indebito prevalere della tecnica deve spingerci a dilatare in maniera al tutto indipendente le migliori esercitazioni dello spirito, la ginnastica della volontà nella mortificazione. Il giudizio sullo stato del mondo per forza di questo squilibrio deve essere ben fermo nella nostra mente. Se il giudizio non sarà fermo, ben agguerrito contro ogni seduzione pseudoscientifìca, le esagerazioni della tecnica inghiottiranno anche noi. La prima e maggiormente taglieggiata dalla indebita prevalenza della tecnica è la umanità. Il nostro giudizio non è negativo sulla tecnica, ma sull’indebito prevalere di essa. Resti strumento e sarà benedetta; lasci il debito spazio allo spirito e troverà il suo stesso splendore. Non accodiamoci a coloro che con indebite lodi e insulse approvazioni facilitano il momento in cui la tecnica scaricherà le sue atomiche [di minacce atomiche il Santo Padre aveva esperienza diretta! –ndr]. – La incapacità della parrocchia a espletare tutto il suo compito nella attuale situazione urbana o urbanizzata è, come s’è detto, il punto sul quale va concentrata la massima attenzione all’interno della Chiesa. L’orientamento è verso i «complementi» della parrocchia. Non esiste altra via. Da molti anni abbiamo invitato il nostro clero ad adattarsi per tempo a questo modo di concepire l’avvenire; ma ora dobbiamo presentare la questione come di impellenza immediata. Al nostro Presbiterio abbiamo chiesto di studiare fino in fondo la questione, per darci i migliori consigli. Presto la stessa domanda rivolgeremo al nostro Consiglio pastorale. Si tratta di studiare i possibili complementi interparrocchiali, superparrocchiali e centrali. Ci si dovrà muovere in un terreno che non è più il nostro piccolo e spesso chiuso recinto; ora dobbiamo crearne la convinzione, approntando i disegni per le opere ed i metodi. La Azione Cattolica dei «rami» è stata fin qui essenzialmente parrocchiale: oggi ha dinnanzi un più lontano traguardo. Bisogna pensare a raccogliere intorno alla azione apostolica della Chiesa, nelle debite e sufficienti forme, gente che ha buona volontà, ma insofferenza delle forme associative ad impegno fisso. Ci dovremo abituare a modi di incontro e di collaborazione al tutto diversi da quelli nei quali è stata colata la esperienza della nostra vita. Ci si deve muovere. Tutto questo non può essere anarchico. Gli anarchici, riottosi al controllo, alla disciplina, ai piani generali, alle legittime programmazioni, possono solo appartenere al passato, non certo all’avvenire che, per combattere la battaglia di Dio, chiede a noi maggiore senso di dovere, di ordine, di gerarchia, di disciplina. È impensabile, senza un ordinamento strettamente diocesano, un «completamento» della vita parrocchiale, fattasi anemica sotto il peso del materialismo e dell’edonismo moderno. A tutti i nostri sacerdoti domandiamo di dare parte delle loro considerazioni a questo problema. Il quale si collega strettamente con quello delle vocazioni ecclesiastiche, perché l’avvenire domanderà sempre più sacerdoti impegnati al di là della figura giuridica del parroco e del vicario cooperatore, coi quali si è creduto troppo di risolvere ogni problema.

– La educazione di massa mette in questione tutta la civiltà e tutti i suoi strumenti. Questo non ci è certamente indifferente, dato che viviamo pur noi in questo mondo e non ce ne possiamo disinteressare. Tuttavia per noi la questione si pone specificamente nel sincero e pieno ritorno all’impiego di quei mezzi sacramentali ed extrasacramentali, per i quali le anime si formano, quanto possibile, ad una ad una. Esse, le anime, non avranno affatto da respingere sempre quello che viene da una educazione collettivistica, non sempre necessariamente cattiva; ma dovranno essere guidati dai sacri ministri con una cura, esemplata sulla cura con cui Dio ha creato, crea e creerà sempre le anime, una per una. – Noi ci guardiamo dal pronunciare un giudizio negativo ed indiscriminato sulla educazione di massa. Sappiamo che essa gode di una maggiore dilatazione diffusiva e può ridurre i margini negativi  della civiltà. Affermiamo solo che la educazione di massa è pericolosa nei confronti della personalità umana e che pertanto richiede attenzioni ben maggiori di quelle che di fatto ottiene; che lo sforzo deve essere svolto a corroborare tutte le energie operative nel campo della educazione individuale. La prima educazione può essere completiva della seconda, come la seconda è completiva della prima. È l’unilateralità che va condannata, non la cooperazione tra le forze che si dirigono al gran pubblico e quelle che, all’interno della famiglia, della Chiesa e della scuola possono curvarsi debitamente sulle singole vite, aperte alla esperienza, al dolore e al disinganno. Bisogna riprendere in mano tutto il patrimonio della Chiesa che ha sempre unito una sana e santa educazione di massa, con la sua liturgia e la sua predicazione, ad una educazione delicatissima dei singoli coll’epicentro in un impegno sacramentale od extrasacramentale di foro interno. Recentemente Noi abbiamo scritto una pastorale apposita sul sacramento della penitenza ed a quella rimandiamo, perché è tutta ispirata da questo netto concetto.

A chi credere?

A questo punto la domanda potrebbe sembrare superflua, ma non lo è, in quanto offre il destro di dare alcuni consigli semplici, pratici e conclusivi. In realtà la domanda è giustificata dai fatti seguenti:

1) Su argomenti che hanno avuto fino a pochi anni innanzi il consenso sereno dei teologi (e tale consenso è criterio certissimo di verità) scrittori e personaggi hanno espresso pareri diversi tra di loro (fuori pertanto di ogni consenso) e discrepati da quello che la teologia aveva fino ai nostri tempi tranquillamente insegnato. E parliamo di verità dottrinali quanto di norme morali, per nulla legate a disposizioni meramente positive. Infatti nessuno può negare che in materia puramente positiva la Chiesa ha indotto delle mutazioni. A Noi interessano solo gli oggetti che non sono disponibili per un intervento positivo della legge.

2) Le pubblicazioni sia periodiche che non periodiche danno una impressione notevolmente indipendente e divergente. Non sempre la richiesta «approvazione» costituisce criterio di tutto riposo.

3) Persone qualificate si esprimono in modi diversi e tali da lasciare perplessi. – Che fare adunque? I consigli pratici sono i seguenti:

a) Starsene a quello che si dice nei testi teologici accettati da tutti, comprese le scuole sulla cui attendibilità non ci può essere dubbio. Purtroppo il dubbio oggi pende anche su pubblicazioni un tempo ineccepibili.

b) Starsene con assoluta fedeltà a tutti i documenti sia personali del Sommo Pontefice, sia emanati da organi della Sede Apostolica sui quali si stende la garanzia dello stesso Sommo Pontefice.

c) Starsene alle direttive del proprio Vescovo, che, fino a prova contraria, si suppone essere in piena comunione colla Chiesa e col romano Pontefice. – Tali criteri applicati con assoluta severità, nel solo intento di salvaguardare, al di là di ogni personale simpatia od antipatia, il deposito affidatoci da Cristo, possono dare norme, tranquillità, certezza. – Cari confratelli, dobbiamo avere la forza di restare attaccati, senza rispetto umano, agli immutabili principi che la nostra fede ha incisi nel nostro animo; ma dobbiamo aprire l’animo stesso alla continua, diligente, impegnata adattazione dei nostri metodi. Vi guidi sempre la distinzione invalicabile tra principi e metodi: i primi sono intoccabili, i secondi vanno sempre opportunamente e tempestivamente rettificati. Abbiamo la impressione che molti vogliano mettere lo scompiglio nei principi, per essere esentati dall’impegnarsi al cambiamento dei metodi. E pigrizia! Su tutto questo non splenda una luce umana, ma solo la luce pura e genuina del santo Evangelo.

[Fine]

 

 

 

 

GREGORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO COME ORIENTARSI? -2-

GREGORIO XVII:

IL MAGISTERO IMPEDITO

COME ORIENTARSI? -2-

  1. — Ortodossia

[lettera pastorale scritta l’11 febbraio 1968; «Rivista Diocesana Genovese», 1968, pag. 175-212.]

Altro orientamento conturbante: la demitizzazione. (∗)

(∗) [Il termine di demitizzazione venne lanciato dal BULTMANN nel suo manifesto del 1941. Tuttavia essa si manifesta a partire dal razionalismo. Le afférmazioni teologiche, relative a Dio, vengono risolte in affermazioni antropologiche, relative all’uomo. L’interpretazione antropologica dei dogmi si trova già in E . KANT, Le religione nei limiti della ragione. Le stesse tesi si trovano in uno dei primi scritti del giovane HEGEL, LO spirito del Cristianesimo ed il suo destino e poi nell’opera matura le Lezioni sulla filosofia della religione tenute all’università di Berlino. Dalla linea Kant-Hegel nasce la critica biblica razionalistica con Strauss. Per un esame dell’opera del Bultmann, della sua forma di «demitizzazione» e la sua teologia del Nuovo Testamento, ci si può riferire allo scritto del MARLE, R. Bultmann et l’interpretation du N. T., Lyon 1956.]

Intendiamoci anzitutto sui termini e sui fatti. Il «mito» è un fatto al quale la fantasia e il tempo hanno aggiunto qualcosa, forse il più, forse la stessa sostanza. E ovvio che il «mito» non può coincidere colla verità. «Demitizzare» significherebbe togliere al fatto quello che la compiacente fantasia vi ha aggiunto. In tal modo la «demitizzazione» appare come una restituzione alla verità e di tale nobiltà tenta drammaticamente ammantarsi. Pere questo sia chiaro: si può «demitizzare» solo quando qualcosa è stato fantasticamente aggiunto e pertanto solo quando si è alterata la verità. – Se nel Cattolicesimo qualcuno vuole «demitizzare», ammette che è stata alterata la verità, che pertanto non esiste una garanzia divina in quel senso, che pertanto la Chiesa stessa è un mito e che il più, forse tutto, quello che avrebbe fatto Gesù Cristo è risucchiato dal mito. – Quelli che parlano di «demitizzazione» parlino chiaro e dicano che vogliono distruggere tutto, la nostra fede anzitutto. Se non lo fanno, o non capiscono quello che dicono, o mentono a sé e agli altri, volendo ancora conservare un simulacro di fede. Ora, in dettaglio, che cosa si vuole demitizzare? Il mistero trinitario, la incarnazione del Verbo, la umanità vera del Cristo, tutto il soprannaturale dentro e fuori gli Evangeli, l’Eucarestia, la Madonna, i santi, la grazia, l’oltretomba, tutto. Certi modi di concepire i templi e gli altari portano, se pure inconsci nei relativi operatori, l’impronta di questa demitizzazione voluta. State attenti a quel che fate! [In tal modo il Santo Padre condanna la tesi di Bultmann e le elucubrazioni di coloro che ancor oggi lo sostengono – ndr. ]. Per alcuni la demitizzazione è soltanto in qualche ritocco storico, oppure in una maggiore comprensione delle culture moderne. Ma è illogica perché la demitizzazione o scolorisce tutto o non riuscirà mai a fissare i termini sui quali arrestarsi. La logica interna della «demitizzazione», di natura sua, tende a cancellare, prima o poi, tutto. – Taluni credono che la demitizzazione riguarda solo delle accentuazioni esterne, rituali, di prassi, di vestiti, di ornati. Questa «demitizzazione» non è così apocalittica, e forse, magari per ignoranza, non mira a ledere la verità in se stessa. Ma viviamo in un’epoca in cui le parole trascinano gli uomini, come delle cieche inevitabili leggi, e crediamo che il parlare in queste materie di demitizzazione sia al tutto fuori posto, fuori della stessa proprietà lessicale e comunque pericoloso, per il fascino di una parola usata a ben altro impegno. Nessuno nega che i tempi possano far ridurre qualcosa di pleonastico; ma sarebbe un errore far questo col piglio ridicolo di una crociata demitizzante. I pleonasmi, se pur ci sono, si curano con orientamenti chiari, con istruzione, con pastorale soda ed evangelica, non col piglio degli iconoclasti o, e sarebbe peggio, col piglio dei paurosi, in fretta di capitolare. La demitizzazione vera parte dalla radice razionalistica che misconosce tutto il soprannaturale. Se è sincera e coerente nega la Rivelazione, il miracolo, l’opera della grazia e confina Dio nei lontani recessi abissali, tanto cari all’illuminismo. Ma se il razionalismo è la radice della demitizzazione, il relativismo ne è il compiacente padrino. Si tratta di scegliere: soprannaturale o no. Il fatto «Cristo», scientificamente controllabile, il fatto «Chiesa» della età apostolica la Chiesa» che è nella più chiara evidenza, il «miracolo» che è nella quotidiana esperienza della Chiesa (tanto da averne essa fatto un oggetto di legislazione) costituiscono un chiaro monito a non giocare con le parole, siano pure esse quelle del mondo dei miti. Sappiano i sacerdoti che la finale della strada, alla cui imboccatura si parla di mito, è l’apostasia. Questi sono i veri termini della questione. – Vogliamo chiarire un altro punto. Molti tendono a cassare dalla faccia del mondo la Apologetica e cioè quella scienza che dimostra la verità del Cristianesimo nella Chiesa cattolica. La vera ragione è che la Apologetica distrugge i miti e, se si accetta la Apologetica, si debbono respingere i miti. Nella vicenda demitizzante i santi sono presi di mira: essi con le loro imbarazzanti virtù, coi loro miracoli e con la devozione che riscuotono si direbbe diano veramente noia. Nei suoi ridotti secondari, la demitizzazione trova così persone in buona o in mala fede, che fanno quanto possono per cacciare via i Santi dai templi. – Gli ignari discepoli della demitizzazione sono un numero maggiore di quanto non sembra. Il soprannaturale è necessario quanto Dio, perché, se nulla ci fosse che non superasse i limiti della natura, neppur Dio esisterebbe. Per questo la demitizzazione è la più illogica delle stramberie. Se il soprannaturale non ci fosse, con tutti i suoi contorni, non potremmo far altro che piangere per l’angustia deprimente dei limiti umani nei quali viviamo. Il soprannaturale poggia, come abbiamo detto, sui fatti ed ha il loro rigore; ma se non ci poggiasse bisognerebbe inventarlo per avere meno grama la vita. I popoli, del resto, lasciando da parte i solitari negatori, hanno sempre più o meno pensato così. – Ma sappiano i nostri sacerdoti: la demitizzazione è un male sottile e possono trovarselo addosso, senza saperlo. La loro fede li difenda

Orientamento conturbante: certi aggiornamenti

L’«aggiornamento» è un fatto accettato da tutti. Niente di più chiaro: quando si cambia nazione si cambia lingua, quando si passa da un’epoca all’altra si abbandonano taluni strumenti e se ne prendono altri. Anche Noi abbiamo scritto durante il concilio un piccolo libro sul «Ringiovanimento» nella Chiesa.  – La questione nasce quando si tratta di dare in campo ecclesiastico e soprattutto in campo teologico un significato preciso e definito al termine. I più preferiscono non assecondare questa preoccupazione di definire, così, nella flessibilità dell’equivoco, possono dire quello che vogliono. Il che non va. – Vediamo partitamente i vari significati: è il miglior sistema per non cadere nell’equivoco.

1) Parliamo anzitutto dell’aggiornamento teologico, il più importante. Se per aggiornamento si intende mutare il dogma, darne una interpretazione aliena dalla tradizione e dal consenso avutosi fino al 1960 [fin quando cioè c’è stata la “vera” Chiesa Cattolica, non ancora infiltrata e ribaltata dalla sinagoga di satana –ndr. -], evidentemente il termine ci metterebbe dentro il margine del relativismo, di cui abbiamo già parlato nel margine della eresia. – Se l’aggiornamento consiste nel tacere o mettere in sordina quello che piace meno perché questo tacere può renderci più graditi a fratelli separati, alla cosiddetta cultura, alle mode in corso, ai miscredenti, bisogna distinguere. Se si tratta solo di tattica temporanea e di gradualità nel manifestare una proposizione, possono esistere giuste ragioni per farlo, purché si eviti sicuramente il pericolo di venire fraintesi, di creare turbamenti e di farci applicare l’adagio «chi tace acconsente». Se si tratta invece di autentico cedimento, che sacrifica la verità al successo, ogni aggiornamento diventa menzognero, compromettente e forse traditore. Nostro Signore ci ha dato un avvertimento preciso e inderogabile: «Quelle cose che vi dico nelle orecchie, voi proclamatele sopra i tetti» (Mt. X, 27). – Talvolta l’aggiornamento consiste nel forzare le porte per far entrare teorie pseudo-scientifiche, che possono gettare dubbi sulla interpretazione della sacra Scrittura. Non abbiamo nulla da temere di quello che è veramente scientifico, perché tutte le verità partono da Dio e non avremo mai contraddizione nella verità obbiettiva. Ma abbiamo da temere tutto ciò che non è scientifico. Le teorie che spingerebbero a interpretazioni demitizzanti di taluni punti della sacra Scrittura non sono affatto scientifiche. Facciamo un esempio: i reperti animali antichi in base alle misurazioni sul radiocarbonio è dubbio si possano portare oltre i tre o quattro mila anni. Ora tutti sanno che talune difficoltà derivano, per chi assolutamente le vuole, dal fatto che si fanno misurazioni prolungate a centinaia di migliaia di anni e che con questa sicumera su cose lontane e frammentarie si tenta di gettare nel mito punti importantissimi della sacra Scrittura, relativi alla unità del genere umano, alla creazione dell’uomo di parte di Dio etc. Fortunatamente contro il vergognoso e imperante conformismo cominciano a levarsi voci competenti e franche. – Qualche volta l’aggiornamento consiste nel gettare verso il mito punti della scrittura neotestamentaria relativi alla storicità di fatti certamente soprannaturali e ciò in ossequio al puro principio razionalistico, contrario a qualsiasi manifestazione soprannaturale. Questo razionalismo è il contrario della ragione, perché non è della ragione mettere limiti alla realtà di fatto, ma se mai spiegarla e; accettare limiti della propria capacità di comprendere. Il concilio Vaticano secondo è stato esplicito per esempio a proposito del Vangelo della infanzia in Luca I-II 15 [forzato dai censori “carcerieri”, quando poteva, il Santo Padre inseriva cose che avessero ancora un senso Cattolico nei documenti del supposto concilio, cioè il conciliabolo minante le dottrina Cattolica di sempre.- ndr. ]. Qualunque accettazione del principio razionalistico è al tutto incompossibile con la nostra fede, non solo, ma con la semplice religione naturale, perché Dio stesso sta al di sopra dei limiti naturali. I tentativi più radicali di aggiornamento si fanno nel campo morale. Lo scopo è chiaro: bisogna portare agli uomini deboli su un piatto d’argento il dono della libertà dai punti più oberanti della legge di Dio: castità, rispetto alla natura, senso del matrimonio, obbligo di generare, obbedienza, sacrificio. Qui l’aggiornamento è un assalto smaccato. Si invoca il concilio, ma noi invitiamo tutti a leggersi bene i documenti conciliari nel testo autentico, per vedere se qualcosa di simile è stato detto o lasciato supporre dal sacrosante concilio. Né vale, per addurne l’autorità e l’avallo, il parlare di un oscuro «spirito del concilio», al tutto arbitrario e generalmente in contrasto col concilio stesso. Qui noi troviamo di tutto: dottrine dei Patari e dei Catarini, marxismo, anarchia, nihilismo, reazione in tutte le direzioni… Il concilio non ha la paternità di questa roba e sarebbe meglio che certi scrittori avessero la lealtà di dire che trattano di elucubrazioni proprie, lasciando stare un sacrosanto concilio [il Santo Padre non poteva ovviamente dire che il conciliabolo era del tutto illegittimo, non fosse altro poiché presieduto da un antipapa fasullo, agente degli Illuminati, e che il vero Papa, canonicamente e legittimamente eletto, era Gregorio XVII, eletto ed accettante, il 26 ottobre del 1968 –ndr. – ] L’aggiornamento liturgico consiste solo nell’obbedire agli aggiornamenti fatti dalla legittima autorità in materia [cioè il Sommo Pontefice Gregorio XVII –ndr.]. Al di là di queste limite chiaro, preciso ed onesto ci stanno solo dei pareri personali che non obbligano nessuno, che possono essere contestati da tutti e che è sempre meglio contenere saggiamente perché, non contenuti, cambierebbero un periodo di opportune riforme in una esperienza di distruzione e di confusione. Ne riparleremo più avanti. Non sappiamo affatto se il ritorno ad usi barbarici, a costruzioni col puro criterio della officina, la distruzione della Biblia pauperum, all’ecatombe della musica sacra e del suo patrimonio si possano chiamare aggiornamenti. Saranno qualcosa, ma non certamente un aggiornamento.

2) Parliamo in secondo luogo dell’aggiornamento metodologico. Il metodo è l’insieme sistematico di regole pratiche e concrete per attingere un determinato fine. Il fine regola pertanto il metodo. Quando uno non ha alcun fine preciso in testa, buono o cattivo che sia, non si capisce come possa parlare di metodo. Una rivoluzione metodologica dovrebbe essere appoggiata da una rivoluzione dei tini. Forse questa prima osservazione comincia a rendere più chiaro l’argomento, generalmente tanto enfatico quanto astruso. I metodi possono cambiare per tre ragioni: cambiamento dei fini, acquisizione di nuovi strumenti, profilarsi di nuove circostanze. Basta questo enunciato per assicurare che il flusso della metodologia nella sua parte concreta e pratica è ed è sempre esistito, talvolta allentato, talvolta affrettato per improvvisi risvegli. Nessuno si meraviglia se qualche volta occorre, dopo una sosta meridiana troppo prolungata, un qualche scossone. Ma, e questo è importante, per modificare i metodi occorrono delle ragioni valevoli e adeguate. C’è un limite: i metodi sono subordinati al fine; tutti i fini secondari debbono subordinarsi al fine ultimo, ossia con la legge di Dio. Quando, in nome di una metodica nuova, si arriva a toccare la legge di Dio, bisogna dire: alt! Esaminiamo alcune metodologie, nelle quali i principi certi ora enunciati possono scavalcarsi in modo disonesto e dannoso.

Metodologia didattica

Siano benedetti gli studi moderni che riescono a trovare, se ci riescono, degli angoletti non ancora illuminati e sfruttati, nell’anima umana, per renderne più corto, proficuo ed attivo lo sforzo di collaborazione all’insegnamento. Queste nuove risorse possono essere dosate nella applicazione, in modo da permettere ad una oculata esperienza di dare il vero valore, non la illusione della novità di metodo. Una cosa è certa: ogni insegnamento segue la linea naturale dalle cose sensibili a quelle che stanno oltre la sensazione, da quelle più semplici a quelle più complesse, dal dato semplicemente percettivo e mnemonico, che resta fondamentale e lo diciamo per 1 catechismo, a quello di comprensione nello approfondimento, da quello nozionale a quello di sistematizzazione e sintesi, dal pure approfondimento alla ricerca ed alla conquista individuale. Chi volesse gettare all’aria tutto questo si troverebbe, più presto di quanto non pensi, fuori di strada. Chi volesse tenere per certo che non esistono più principi, idee universali, fondamenti comuni, limiti di verosimiglianza, non farebbe un metodo, ma solo una anarchia. – Ed è probabile che a molti la anarchia appaia come il più sorridente dei metodi. Ma la esperienza storica assicura che l’anarchia edifica nulla e distrugge tutto. Ossia è negativa. Non abbiamo per il momento particolari interessi a trattenerci sull’argomento della metodologia didattica. Ci limitiamo a raccomandare al nostro clero di evitare una pura cultura nozionale, dalla quale escono solo altoparlanti pretenziosi e di tenere nel giusto conto la parte istituzionale, dalla quale attingono collegamenti, razionalità, sintesi, capacità di giudizio, maturazione di esperienza. Il discorso lo riprenderemo quando ci sarà da parlare di catechismo. Non tutti quelli che ne parlano ci convincono. Ma sarà a suo tempo.

Metodologia pedagogica

L’argomento qui si fa assai più grave, perché, se non sempre dobbiamo fare scuola, noi sacerdoti dobbiamo sempre educare. Dentro e fuori i sacramenti. E ovvio che noi si parla di educazione o pedagogia specificamente cristiana. Per definizione, dobbiamo ritenere minore qualsivoglia altra pedagogia. Dire diverso sarebbe negare che Cristo è, come si è detto Lui, «il Maestro». Esaminiamo anzitutto, per chiarezza di argomento, alcuni punti fondamentali della pedagogia cattolica. – L’aiuto e il contenimento della naturale debolezza aggravata dal peccato originale. Nessuno nasce eroe, tutti nascono deboli. Ovunque occorre il calcolo della debolezza intellettuale, volitiva, sentimentale, istintiva, aggravata dal fomite della concupiscenza. La pedagogia non prescinde mai dalle misure di sicurezza di prevenzione di adattamento a questa debolezza. La prima misura è la chiarezza della Parola di Dio nell’insegnamento catechistico e nel fastigio sublime dell’atto di fede. La posizione dirimente che acquista nella educazione la «abitudine»: quella cattiva diventa vizio, quella buona diventa virtù; l’una e  l’altra facilitano gli atti del loro ordine. L’abitudine risolve il più dei problemi della vita umana, ma, se mala, li guasta tutti. Una educazione che prescinde dal fare acquistare, con la ripetizione degli atti, abitudini «buone» è negativa, ossia nella migliore delle ipotesi è inesistente. – La necessità della guida. L’educando deve essere recettivo di quello che non ha e lui ha quasi niente da sé. Tale impostazione fa capire perché l’ordinamento divino ha stabilito nel quarto comandamento: «Onora il padre e la madre», con tutte le naturali estensioni e coll’obbligo della obbedienza. L’esercizio della autorità è necessario alla educazione, anche se l’autorità deve vestirsi ragionevolmente a seconda delle circostanze. La educazione è un atto essenzialmente paterno e ne deve mantenere con sacrificio tutti i caratteri. La educazione deve creare l’abitudine dei necessari mezzi soprannaturali di conoscenza di sé e di sostegno della propria debolezza. Ora possiamo, con chiaro riferimento, discorrere degli aggiornamenti giusti o discutibili di metodologia educativa. La metodologia aggiornata di taluni consiste nella pratica negazione del dogma del peccato originale, con la attribuzione al fanciullo di una indipendenza, della quale non diventa capace se non gradualmente. Altra applicazione di questo punto di vista caro ad una corrente di pensiero, prima svizzero e poi americano, è la riduzione della pedagogia alla didattica: basta insegnare, non occorre educare. Finalmente si giunge alla negazione della guida nell’educatore e dell’obbedienza nell’educando. Hanno tirato fuori che è nello spirito conciliare sostituire il colloquio all’obbedienza. Il concilio Vaticano nella Optatam Totius ha affermato esattamente e fortemente il contrario. Non è difficile scorgere che sotto certe metodologie, ad esser logici, si dovrebbero nascondere delle autentiche eresie. Taluni aggiornamenti di metodologia consisterebbero nella abolizione della disciplina. A parte che il citato decreto conciliare esige la disciplina, non si capisce come potrebbero funzionare senza disciplina la guida, l’insegnamento, la reciproca educazione, la stessa ordinata convivenza. Infatti la educazione, almeno nelle ore di scuola, chiede la convivenza e tutti sanno che in una convivenza l’agio del singolo è frutto del sacrificio di tutti, in parte della propria  autonomia. I limiti delle discipline restano ovviamente discutibili, a seconda delle circostanze, degli ambienti, dei costumi e del grado di vivacità degli educandi. Ma una disciplina ci vuole. Per altri, il punto più grave, più dibattuto, più malmenato della materia educativa è quello della iniziazione, della educazione, della tolleranza sessuale. Qui in genere si va fuori del seminato ed il discorso deve diventare severo e accurato. La legge di Dio in proposito non cambia. Pertanto i limiti imposti dalla castità in tutti gli stati non subiscono alcuna contrazione. Le condizioni poste alla informazione sessuale dei bimbi, secondo un celebre atto del Santo Uffizio, non sono soggette a sostanziali mutazioni. Le cautele domandate dalla modestia per equilibrare la resistenza alle probabili tentazioni rimangono perfettamente valide. Tutti i testi approvati di morale sono consenzienti su questo punto fino al 1963. Dopo questa data alcuni teologi o sedicenti teologi hanno creduto di poter allargare brecce in questa materia: ma essi non fanno alcun consenso, né lo possono fare perché il consenso c’era già stato e la verità non nasce due volte in due maniere diverse. – Quando l’aggiornamento consiste nel dichiarare non peccato quello che sempre nella Chiesa si è dichiarato essere peccato, non si tratta di aggiornamento, ma di perversione. Quando l’aggiornamento consiste nel gettare le anime tenere imprudentemente verso cognizioni, familiarità, esperienze, che o sono pericolose o sono peccaminose, oltre la perversione si ha il morale assassinio, in quanto la psicologia infantile trae da tutto questo traumi dolorosi, complessi tali da alterare spesso una intera esistenza. Per taluni l’aggiornamento consiste nel parlare sboccatamente senza veli, senza reticenze, senza pudore, con chiunque, di materia sessuale; siamo alla degenerazione. Anche perché tutto ciò lede il più elementare rispetto per quello che è più proprio, più personale, e riservato in un uomo e in una donna. Se questo viene aizzato dalla stampa pornografica e dalla cinematografia alla macchia e non alla macchia, si potrà capire l’aumento della tentazione, ma non si evita alcuna deformità morale. In nome di questi aggiornamenti si fa appello alla opportunità psicologica di prevenire nei bimbi e negli adolescenti stati ansiosi e di morale debolezza. Naturalmente non si possono approvare nella necessaria informazione sessuale dei retrivi ritardi senza ragione. Ma, in tutto questo, come lo sviluppo di ogni essere avviene per gradi, deve restare fondamentale la legge della gradualità nel tempo e nelle cose in una prudenza oculata e vigile, in una metodologia volta ai singoli e solo dopo precisi accertamenti ai complessi. – Finalmente, per toccare solo i punti più importanti di quelli che vengono dibattuti, l’aggiornamento metodologico educativo non può scompigliare la giusta valutazione della «abitudine». Infatti l’«abitudine», fornendo progressiva facilità al compimento dell’atto suo proprio, permette di acquistare una latitudine operativa enorme, che diviene fondamento della fecondità di tutta la esistenza. Senza questa facilità acquisita, che dispensa dall’impiego di molte energie e spesso all’impiego di qualunque energia od attenzione, in tutta la esistenza potremmo fare ben poco e dovremmo sempre ricominciare daccapo. E il lato positivo della «abitudine» per la quale si sente il dovere di ringraziare la Provvidenza. Ma l’«abitudine» si può prendere nel bene e nel male: è ambivalente. Di qui alcune gravi conseguenze.

– La educazione deve fare acquistare colla ripetizione degli atti una grande quantità di abitudini «buone». Esse sono la ricchezza della vita. Una educazione che non fa acquistare tali abitudini buone è una educazione incosciente.

– La educazione deve essere vigile per stroncare le abitudini male. Diciamo che deve essere «vigile». Infatti nella maggior parte dei casi il ragazzo scopre la abitudine «mala» quando l’ha già contratta. Per questo deve venire aiutato dall’esterno. Quelli che aboliscono la «guida», come se tale abolizione fosse un rispetto alla personalità, non fanno altro che lasciare il ragazzo in balia delle sue debolezze, solidificate nelle abitudini.

– La educazione deve essere continuamente attiva e stimolante, perché non accada che il gettarsi per pigrizia alla sola forza delle abitudini crei persone senza Volontà e senza carattere. Il discorso sulla «abitudine», in campo educativo, obbliga a ragionare seriamente, ad essere cauti e a non lasciarsi prendere nei gorghi di una confusione mentale qualche volta orpellata di « aggiornamento».

 Metodologia di governo

Anche qui si parla di aggiornamento. Secondo taluni l’aggiornamento sarebbe, qui, l’accantonamento iella «autorità». Si parla di sostituti e i sostituti più vantati sarebbero: l’amicizia, la carità, l’autocoscienza di ogni personalità, il colloquio. Si tratta di vaneggiamenti. La cosa più stupefacente è che tali vaneggiamenti si colgono sulle labbra di persone e negli scritti di altre le quali, per definizione, dovrebbero essere serie. – Vediamo. Intanto l’argomento è esaurito immediatamente, perché l’«autorità» l’ha voluta Iddio. L’ha voluta nel campo naturale (autorità della polis, della famiglia e derivati), l’ha voluta nel campo positivo, con l’istituzione della Chiesa. L’argomento è chiuso, perché queste sciocchezze offendono semplicemente Iddio, il quale ha voluto altrimenti. Ma, ciò precisato, si possono esaminare i pretesi surrogati della autorità.

1) L’amicizia. Quando è vera, stabilisce un influsso morale, non La norma. La vita individuale ha bisogno della «norma», come la mano ha bisogno della penna per scrivere. Quando non è vera, perché non poggia sull’amore di benevolenza ed è interessata, l’amicizia è una società di mutuo sfruttamento, che non può non portare se non al dissidio. Qui, in genere non c’è neppure l’influsso morale. Ci può essere la paura. Quando l’amicizia è feticcio – suprema ragione, suprema norma, supremo motivo di ogni cosa con prevalenza rispetto a qualsiasi altra ragione – fa solo delle fazioni e le fazioni portano alla guerra delle anime. Senza dire che questa non è più amicizia, è solo una forma patologica di aggregazione umana. Il sostituto della autorità deve creare l’interna obbligazione di coscienza. Qui questo non accade. Dunque: niente sostituto.

2) La carità, quando è tale (diciamo così perché quando la si pone come successore della autorità riteniamo fondamentale che non sia mai tale), è indubbiamente una cosa degna e incantevole; è la più alta delle virtù. Muove tutte le virtù, ma non sostituisce gli strumenti posti da Dio per l’ordinamento del mondo. Può fare in taluni casi delle sostituzioni strabilianti, ma non in via ordinaria. Per sostituire la autorità dovrebbe creare la norma per i singoli casi e per di più la norma obbligante. Il che non è. Proviamoci a immaginare una convivenza governata dalla «superiora» carità. Fu già tentato e il Santo Uffizio dovette far chiudere tutto, ovviamente, sia perché si trattava di una cosa pazzesca e irrazionale, sia perché i frutti furono quelli che ci si poteva aspettare. Solo la norma obbligante tiene a freno i sotterfugi, la astuzia, la ipocrisia ed altre piacevolezze del genere e peggiori, ma sempre presenti.

3) L’autocoscienza di ogni personalità. Anche qui: la autocoscienza non genera la norma. E il ragionamento che ritorna sempre. In secondo luogo l’autocoscienza non costituisce obbligazione per una «diversa» persona: quindi viene a decadere del tutto l’ordinamento tra persone associate. In terzo luogo è problematico che ci sia ed è probabile che l’autocoscienza nella maggior parte dei casi degeneri facilmente in superbia, con tutte le conseguenze, le confusioni e i contrasti, generati dal primo dei sette peccati capitali.

4) Il colloquio. – Il colloquio può certo illuminare ed è augurabile che in qualunque governo esso sia usato ragionevolmente, prudentemente, notevolmente. Ma il colloquio, che potrà anche nella migliore delle ipotesi favorire le intese amichevoli e la comprensione, la prevenzione, non sostituisce affatto di sua natura quella indicazione normativa obbligante mostrata alla intelligenza ed accettata dalla volontà. Colloquio e autorità sono due cose al tutto eterogenee; pertanto l’una non sostituisce le vere e indispensabili funzioni dell’altra. In verità questi sostituti arbitrari della autorità hanno un solo frutto genuino: l’anarchia! L’aggiornamento che frulla nella testa di taluni è il seguente: «che l’autorità cessi di esistere e che non ci siano limiti da nessuna parte, salvo quelli, anche buoni, che ciascheduno crederà di porsi secondo la sua coscienza». E difficile pensare come potrebbe funzionare una coscienza, dopo tale distruzione. Ad ogni modo quelli che hanno tali idee sono, nella migliore delle ipotesi, fuori del mondo. Basterebbe che una parte di quelli che hanno a che fare con loro avessero le stesse idee, le applicassero nei loro confronti e non potrebbero più nemmeno vivere. Uno può fare l’anarchico solo quando è certo che gli altri non lo sono, perché se gli altri pensano come lui è immediatamente sommerso. Nessuno deve cedere il passo a questi pericolosi sognatori. Senza autorità è distrutto l’ordine, non esistono più organizzazioni, le quali si fondano su un principio di rapporti fissi; prevarrebbe la forza e, a parte l’oltraggio fatto all’ordinamento divino, si avrebbe la distruzione di ogni civiltà. Che molti uomini abbiano spesso abusato, anche ignobilmente, della autorità, non significa che l’autorità in se stessa debba considerarsi abolita. Si cerchino i rimedi morali, legali e sociali, ma si rispetti quello che Dio ha stabilito. Per gli esseri irrazionali esiste la legge determinante ed è impensabile l’anarchia; per gli esseri razionali esiste la libertà guidata dalla legge e questa personificata nella competente autorità. Questa moda passerà, perché le mode passano, ma lascerà anche in Chiesa incredibili rovine! – Per quanto riguarda la Chiesa il cardine resta il Romano Pontefice, e, sotto di lui, i Vescovi. Nel senso anarchico si tentano interpretazioni della dottrina dei laici, che non sono ammissibili coi testi conciliari della Apostolicam actuositatem e Gaudium et spes. [Qui il Santo Padre allude alle pochissime parti, dei falsi documenti conciliari, che abbiano parvenza cattolica! –ndr ]. Nessuna parola del concilio diminuisce l’autorità dei vescovi che è invece aumentata in quanto la suprema sede ha creduto accedere all’idea di un certo decentramento di facoltà, prima riservate. Nessuna parola del concilio dà ai laici facoltà che non abbiano sempre avute, se mai, per la prima volta ne ha fatto oggetto di documenti così solenni. La precisazione più attesa ed utile è quella di lasciare ai laici ogni responsabilità ed indipendenza quando si impegnano in affari di ordine terrestre. Anche in questi però debbono tener conto del sacro magistero (cfr. Apostolicam actuositatem,14). – Tutte le iniziative con nome e contenuto e finalità cattolici, restano sotto la guida e la vigilanza della gerarchia. Ecco come si esprime ben chiaramente il sacrosanto concilio: «L’apostolato nei laici, sia esso esercitato dai singoli, che dai cristiani consociati, deve essere inserito con il debito ordine nell’apostolato di tutta la Chiesa; anzi la unione con coloro che lo Spirito Santo ha posto a reggere la Chiesa di Dio (At. 20,28) è un elemento essenziale dell’apostolato cristiano. Non è meno necessaria la cooperazione tra le varie iniziative di apostolato, che deve essere convenientemente ordinata dalla gerarchia» (Apostolicarr. actuositatem, 23) [la citazione di questi documenti è qui chiaramente imposta, oltre che inopportuna e pleonastica, perché nulla aggiunge al vero Magisteri di sempre –ndr. -]. E poiché nessuno possa cavillare lo stesso venerando documento aggiunge (n. 24): «Spetta alla gerarchia promuovere l’apostolato dei laici, fornire i principi e gli aiuti spirituali, ordinare l’esercizio dell’apostolato medesimo al bene comune della Chiesa, vigilare affinché la dottrina e l’ordine siano rispettati». «Nessuna iniziativa rivendichi a se stessa la denominazione di cattolica, se non interviene il consenso della autorità ecclesiastica» (ivi, 24). E evidente che il documento citato esorta a lasciare, quando è giusto, una ragionevole libertà, ma i termini giuridici del rapporto tra laici e gerarchia sono e restano quelli sopra esposti. Del resto non è pensabile alcun ordine ed alcuna pace nella Chiesa, se non in questo modo. – La tendenza di alcuni ad accantonare la autorità ecclesiastica. peggio a controllarla, a giudicarla ed eventualmente condannarla, non ha alcuna giustificazione nei testi conciliari e non merita che disapprovazione e condanna. La Chiesa è madre e va riguardata come tale. La induzione di un concetto fiscale nella Chiesa e nella sua autorità, quasi che si riducesse ad una pesante eppur necessaria burocrazia, è falsa, oltraggiosa ed è sicuro indizio di un negativo spirito cattolico.

Altro istinto malignamente suasivo: compiacere il mondo

La letteratura giornalistica laicista si occupa come non mai di cose di Chiesa. Per questa letteratura, la Chiesa ha ragione quando «cambia» qualcosa, non importa che, quando si crede abbandoni vesti, costumanze, tradizioni, cautele, filtri depurativi, austerità, limiti; quando si crede (a torto) che legalizzi il libero amore, la gioventù scapigliata e senza freno, la critica astiosa, la ribellione ad ogni autorità, la sostituzione della obbedienza col colloquio, la parità giuridica di funzione tra superiore ed inferiore, il disprezzo verso ogni segno che serve ad incidere nei dotti e negli indotti la realtà ontologica (altrimenti inafferrabile per i più) della funzione giurisdizionale, dell’autorità etc. Queste lodi, se mai per qualcuno di noi fossero vere, ci coprirebbero di onta. Tuttavia fanno mentalità e costituiscono la sottile manovra per insinuare a poco a poco un errato modo di pensare, di giudicare e di impostare il proprio costume, la propria vita. In taluni di voi tutto questo provoca uno stato di incertezza che può porre il dubbio su tutte le sacre tradizioni ecclesiastiche, da noi apprese e che, messe in discussione, mettono in gioco tutto, siccome la esperienza manifesta: serietà dei seminari, presa dell’insegnamento, carità fraterna. Di questo passo tra qualche anno ci sarà chi si riterrà eroe per essere arrivato a sputare sulla autorità, sulle sacre immagini, sulle sante reliquie. Ci sono già — non da noi – quelli che si vantano di aver disprezzato le sacre Specie fuori del Sacrificio della Messa, di aver esiliato dai templi tutte le immagini, all’infuori del Crocifisso… il quale pare salvato più per coprire l’altrui esilio, che non per se stesso. Molti sono gli espositori di questa triste fiera. Tutto questo perché? Per piacere al mondo. Quale mondo? Non ci riesce di vederlo. Il nostro popolo fedele queste cose non le vuole. Molti dei fedeli si rivolgono a Noi ovunque perché su queste cose piangono e temono. Chi sono allora? Pochi, facilmente individuabili. Se ci fosse qualche confratello che, pur di essere «qualcosa», di diventare «qualcosa», monta la testa di qualche fedele che ha fiducia in lui per imbottirla con errori di tale portata, Noi lo supplichiamo [si noti il Noi, proprio di tutti i documenti pontifici, come quello che appunto stiamo leggendo, del Sommo Pontefice Gregorio XVII –ndr. -], in nome della salvezza e della condanna divina egualmente pencolanti sopra di lui, anche se ha intorno una schiera di osannanti e di fanatici, pensi bene a quello che fa, non scherzi col fuoco, non si renda oggetto di possibile maledizione. I pochi hanno certamente un «miraggio» che essi stimano il «mondo». Cerchiamo di capire in che stia questo fatale e ingannevole miraggio. La grande stampa, lo spettacolo per la grandissima parte, sono ormai caduti in mani poco benevole. La televisione ha una strada che solo qualche volta coincide colla Parola di Dio. Questo accade in molti paesi. Pare che siano il «mondo» e non è affatto vero. Il benessere materiale, proprio perché si mostra come la posta della vita, mentre non risolve pressoché alcun problema delle anime, coi suoi molti rappresentanti, i suoi aggeggi, le sue teatrali pubblicità, pare essere il «mondo». A questo tipo di mondo non si può più parlare di Croce, di sacrificio, di distacco. Ma è tutto falso, perché il benessere è soltanto una facciata. Dietro ad essa l’umanità resta la stessa. – L’ambiente, che si preoccupa soprattutto di addurre il benessere materiale, che ha messo il paradiso solo in terra, che per valutare questo paradiso deve appoggiarsi a dottrine materialistiche e lanciare crociate di odio, appare a taluni il «mondo». Quello cui bisogna compiacere. Ma è tutto miraggio, perché da mezzo secolo la parte più qualificata di questo tipo di «mondo» ha dimostrato una sola fecondità: la tirannia. Chi ha occhi, guardi; non gli occorre altro. La cultura è una cosa degna e necessaria alla civiltà. Ma c’è qualcosa che si spaccia per cultura e non lo è, almeno del tutto. Vi primeggiano le capitali della immoralità, il motivo dell’affare, l’istinto del successo. Si direbbe fatta assai più di imprese editoriali, di parchi per divertimenti, di alleanze qualche volta oscene. Ma si mostra «mondo». Non ha importanza se si è spostata piuttosto alle enciclopedie, agli schedari, alle gazzette, ai gesti sensazionali. Neppure ha importanza se obbliga a taglieggiare la filosofia naturale, l’etica naturale, la teologia naturale, ad accettare come tesi sentenze delle quali ben si sa che sono solamente ipotesi. Neppure ha importanza se diventa paravento per affermare ed accettare solo quello che piace. È «mondo». Mentre non è vero, non fosse altro, perché questa cultura aumenta il dolore degli uomini e diminuisce la loro gioia. – Esiste una «dinamica» fatta di odio alla autorità, di attentato al valore, di livellamento d’ogni cosa, di insulto alla distinzione, alla educazione… Per afflato, esaltazione, ispirazione, fanatismo e con questi begli istrumenti riesce a farsi credere «mondo». Bisogna accontentarlo. E per accontentarlo, non manca chi spoglia tutto. Ecco il «miraggio». E difficile evitarlo, come è difficile in un deserto evitare la canicola sul mezzogiorno. Bisogna difendersene, altrimenti non si resta uomini e si diventa «ombre»! Questo tipo di mondo, con i suoi miraggi e coi suoi fenomeni di fata morgana, cari confratelli, ve lo trovate intorno dappertutto. Anche qui ci chiedete un orientamento. Eccovelo.

1) Conoscere che le cose stanno così. Non ci si difende, se non si sa. Per conoscere meglio, fare il continuo paragone tra «mondo» e «Vangelo». E del Vangelo considerare soprattutto quello che il Salvatore ci ha detto in termini estremamente concreti sul distacco del cuore dai beni terreni, sulla strada stretta e la porta angusta, sulla carità, sul perdono, sul modo di giudicare, sulla umiltà, sulla mitezza, sulla giustizia, sulla rinuncia… Tutte queste cose si cerca di soffocarle col chiasso indecente, col ridicolo astioso, con la persecuzione. Accade così perché quelle cose sono le uniche veramente valevoli in una umana convivenza.

2) Avere la coscienza chiara che la gran parte delle cose stampate, allorché riguardano sommi principi, orientamenti mentali, costume, senso della vita, senso cristiano, ingannano. E saper emergere da questa quotidiana insidiosa marea. Ciò significa che rendere le cose facili, rende noi deboli e finisce col distruggere il meglio!

3) Saper tuttavia vedere il bene dove è, sceverare il lodevole dal depravato, accettare la illuminazione che viene dalle cose serie. Molte cose di questo mondo vanno conosciute e studiate per farle proprie e seguirle. Sappiamo bene che spesso conoscere e fare proprio sono la stessa cosa. Pertanto occorre saggezza, ponderazione, prudenza. Ma si debbono conoscere molte cose, perché altrimenti noi cureremo spiritualmente degli uomini appartenenti ad un altro secolo e che sono da un pezzo tramontati. Si tratta di sapere per capire e poter servire; non si tratta di assorbire il veleno del «mondo».

4) Custodire intatta la propria austera disciplina e non imitare nulla dell’andazzo mondano. Siamo in gravissimo pericolo non solo di «compiacere» il cosiddetto «mondo», ma siamo in pericolo di imitarlo. Il pericolo è sottile, perché fino ad un certo punto il «mondo» presenta cose utili, organizzazione più redditizia, modi di costruire in edilizia, pubblicità pur fruttuosa… E questione di sapersi fermare a tempo, prima di varcare la soglia dell’improprio e delle sconveniente. Solo chi ama austerità ed orazione ci riesce. Gli altri, e lo si vede, non ci riescono.

5) Accettare il moderno, rifiutare il cattivo e il malo. Nel 1950 abbiamo scritto al nostro clero una lunga pastorale su La modernità. Ce la siamo riletta, per vedere se era necessario modificare qualcosa. Abbiamo onestamente concluso che nulla era da modificare. Il moderno lo si accetta perché è più buono, più conveniente, più utile e fecondo, più proprio, più adatto, non solo perché è «nuovo». Chi accredita il «nuovo» è il «buono». – Vi preghiamo di non dimenticare che il vero «moderno» non tiene solo l’occhio al «presente». Il «presente» tramonta ogni giorno; tiene l’occhio all’avvenire. L’avvenire è una cosa seria e lo scrutarlo è un dovere. Ma poiché la sua conoscenza dettagliata, salva la impreteribilità delle leggi fisiche immutabili, è oggetto di profezia e non di scienza, da parte nostra lo scrutiamo solo tenendo conto dei principi assicurati dai secoli e dalla esperienza storica. Gli uni e l’altra possono suggerire conclusioni, che non sempre sono simpatiche al contingentismo del presente, proprio perché, facendo come lo struzzo quando mette la testa sotto l’ala, non vuol guardare nell’avvenire e nella sua imponente logica.

6) Noi cerchiamo troppo di piacere. Dobbiamo renderci cari a tutti per le nostre virtù, ma questo non è «piacere». Chi vuol piacere non terrà mai la via retta e sentirà, in tutte le contraddittorie direzioni, delle attrattive magnetiche conturbanti e devianti. Se piaceremo per le giuste doti e le migliori virtù, tanto meglio; ma guai a cercare l’effetto del «piacere». La Croce, per essere tale, dovette diventare anche scandalo e creduta insipienza. Il sale conserva. È una costruzione interiore che ci salva dalla sirena mondana e questa costruzione è evangelica, forte, metodica, soprannaturale, generosa. – Al mondo non aprite facili porte, usando i suoi stessi aggeggi. Non credete ai facili e comodi profeti. Nulla è più ingannevole di quanto è comodo!

GREGORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO: COME ORIENTARSI? -1-

GREGORIO XVII:

– IL MAGISTERO IMPEDITO –

COME ORIENTARSI? -1-

  1. — Ortodossia

[lettera pastorale scritta l’11 febbraio 1968; «Rivista Diocesana Genovese», 1968, pag. 175-212.]

 Qualche sacerdote nostro ci ha confidato di non sapere orientarsi tra tante opinioni, novità e perfino contraddizioni. Ci ha detto: qui si pensa in un modo, là si pensa in un altro. Qui si fanno affermazioni e là si dice tutto il contrario. Su pubblicazioni, che porterebbero suggelli autorevoli, si leggono affermazioni sconcertanti. Persone di chiara fama non sembrano concordi tra loro su problemi di fondo. Noi abbiamo studiato teologia e tutte le materie che vi si collegano; siamo usciti dal seminario con idee chiare e definite: dobbiamo ora metterle in discussione? La nostra fede è intatta e piena; noi sappiamo che la Chiesa ci guida e dispone del carisma della infallibilità. E l’ancora alla quale restiamo attaccati. Ma è possibile darci un indirizzo, che ci tolga da questa situazione sconcertante? Noi sappiamo che tale domanda se la pongono altri, che non l’hanno presentata direttamente a Noi. Sappiamo, non fosse altro che per le molte lettere a noi indirizzate, che a porsi tale domanda sono legione1. [E’ quanto ancora oggi pochi prelati, si chiedono, quei pochi cioè che credono di essere ancora nella Chiesa Cattolica, non avendo ancora compreso di far parte di una “sinagoga gnostica” che si è infiltrata, eclissando la vera Chiesa di Cristo – ndr. -]. Fa parte del nostro più stretto dovere rasserenare in questioni poste con tanta ragionevolezza l’animo dei nostri sacerdoti. Pertanto, cari confratelli, abbiamo sentito l’obbligo di indirizzarvi questa lettera. Ci auguriamo che essa possa servire anche ai laici, ai quali insicuri indirizzi, mancanza di fondamenti istituzionali, deplorevoli influssi subiti, hanno suggerito le stesse sconcertanti domande [senza aver mai avuto risposte chiare! –ndr. – ] I fatti non si possono negare: bisogna lealmente ammetterli. Da alcuni anni proposizioni, che fino a dieci anni or sono avrebbero fatto rabbrividire tutti, circolano, assumono stile togato e asseverante, vengono bandite anche da centri editoriali importanti, da cattedre rispettate, da uomini di rilievo. Basta leggersi il volume di Maltha (che è impresso da qualche anno e pertanto non porta molte delle più recenti elucubrazioni) per rendersi conto del quanto la verità rivelata e la verità strettamente connessa con quella rivelata subiscano oltraggi anche sostanziali e come ormai l’infezione si sia estesa al campo morale. Ci dispensiamo dal fare riferimenti più precisi perché è sempre nostro principio astenerci assolutamente dalla polemica [anche verrebbero censurate subito – ndr, – ]. – Ci si può chiedere il perché del fatto. È giusto dare una risposta, anche perché il fatto in se stesso costituisce, per molte anime giuste, motivo di dolore, di perplessità, di ansia. La risposta sostanziale ci pare la seguente. Il concilio ebbe opportunissimamente dal romano pontefice piena libertà di parole, quella libertà era riservata ai soli padri del concilio. Accadde che, senza alcun diritto, se la presero altri

e se la presero in materie circa le quali gli stessi Padri non avrebbero potuto prendersela, senza smentire la professione di fede da essi fatta. Il concilio finì e per molti quella libertà indebita continuò. Fu essa a creare la confusione. [Il Santo Padre non poteva ovviamente dire, nella sua condizione di “recluso” e “sorvegliato speciale” e sotto costante pericolo di morte, che il Concilio era falso, che il “pontefice romano” era un infiltrato marrano agente degli “illuminati”, anzi egli stesso il patriarca della massoneria mondiale, come il suo amico don Villa gli aveva confidato, etc. etc. –ndr.-].  Accadde un altro fatto: molti che nella Chiesa non hanno facoltà di Magistero autentico, perché non sono vescovi, lasciando da parte i Vescovi (che col Romano Pontefice e sotto di esso sono maestri nella fede – il Romano Pontefice era appunto Gregorio XVII, G. Siri – ndr. – aventi autorità da Cristo) hanno ampiamente parlato, discusso, messo in dubbio ed in sostanza usurpato un potere che non avevano, dato che altra cosa è la ricerca aperta a tutti, altra cosa è l’errore proibito a chiunque. Ci fu insomma troppa e spigliata abbondanza di maestri per nulla autentici, qualche volta burbanzosi, asseveranti e critici degli stessi vescovi. Le lettere in materia dottrinale, che da due anni vengono collegialmente edite da importanti conferenze episcopali nazionali, rappresentano una reazione autorevole e veneranda a questo indebito trasferimento (per non dire usurpazione) di poteri. L’episcopato, dopo la debita paziente attesa che si addice a tutti i ministeri paterni, ha ormai preso la iniziativa che arriverà senza dubbio a eliminare il fatto dal quale trae origine questa nostra lettera [finora purtroppo non ci è dato confermare l’asserzione del Santo Padre – ndr. – ]. Che poi ci sia stata una libertà in concilio, nessuno vorrà ritenerlo elemento deteriore: gli basti pensare che per muovere anche un solo necessario passo in avanti bisogna pure slacciare qualcosa. – La libertà, qualche volta non legittima, ha recitato la sua parte e i suoi danni si vedono e non pochi li piangono; la autorità costituita da Cristo per ammaestrare gli uomini sulle vie della salvezza recita pure la sua onesta e legittima parte e certamente prevarrà. Noi, che come successori degli apostoli facciamo parte del collegio episcopale con e sotto Pietro, compiamo il nostro semplice dovere scrivendo la presente lettera. Le perplessità che abbiamo sentito da sacerdoti e da laici sono le seguenti, attenendoci a quelle che hanno un valore di fondo e non fono semplicemente facili lamentele di dettagli.

1) Ma la Chiesa cambia?

2) La religione cambia?

3) Abbiamo sbagliato tutto fin qui?

4) Se cade la colleganza e la coerenza tra un punto e l’altro del dogma, cade tutta la fede?

5) La morale è dunque diventata relativa, se oggi taluni affermano lecite azioni che fino a ieri abbiamo ritenuto peccaminose?

6) Noi sacerdoti in quanto mandatari della sacra gerarchia, abbiamo incora il potere di essere guida dei fedeli?

I sacerdoti, che ci hanno parlato o scritto sull’argomento, non hanno chiesto tanto delle elecubrazioni, ma, sicuri come sono di potersi fidare della Chiesa, ci hanno chiesto solo di dare loro orientamenti certi sui vari argomenti che li assillano. Scriviamo per dare questi orientamenti; ma sarà impossibile darli senza delinearne anche brevemente una ragione. [Qui il Santo Padre cerca di recuperare come può, e come gli è stato concesso dai censori, quanto può della dottrina cattolica. Lo fa come vedremo in modo esemplare, lasciando confusi i suoi “correttori”, sgomenti, ma ammirati dalla sana dottrina e pertanto annichiliti nella loro azione di “cancellazione” delle verità cattoliche! – ndr. -] – II fascicolo del gennaio c. a. dell’Acta Apostolicæ Sedis reca la nuova formula della «Professione di Fede». Tutti coloro che assumeranno qualche ufficio di personale responsabilità nella Chiesa dovranno prima dar prova di essere nella vera fede accettando, pronunciando e giurando questa formula. Non c’è alcun dubbio che essa, per il suo stesso uso esprime il pensiero magistrale al quale è legata la nostra salvezza. Orbene ecco l’ultima parte di tale professione di fede. Omettiamo la parte precedente, che è costituita dal Simbolo niceno-costantinopolitano, e trascriviamo integralmente la parte che segue: «Firmiter quoque amplector et retineo omnia et singula quae circa doctrinam de fide et moribus ab Ecclesia, sive sollemni judicio definita, sive ordinario magisterio adserta ac declarata sunt, prout ab ipsa proponuntur praesertim ea quae respiciunt mysterium sanctæ Ecclesiæ Christi, eiusque sacramenta et Missæ Sacrificium, atque Primatum Romani Pontificis» (A.A.S. n. 16 – 20 decembris 1967). – Dunque tutti gli atti valevoli del Magistero sono imposti: è imposta la condanna del «modernismo», anche se non la si legge più in occasioni del genere, è imposto il Catechismo del concilio di Trento, quello di Pio X etc. Non è possibile fare una selezione di comodo: o si accetta tutto quello cui accenna la professione di fede, o si è certamente fuori della retta via. Abbiamo voluto ricordare questo documento, perché esso farà testo per tutta la nostra età e renderà legittimo e valevole qualunque impegno responsabile assunto nella Chiesa. – Altro punto di partenza è il testo completo dei documenti del sacrosanto concilio Vaticano secondo, che si richiama e fa suoi molti documenti passati della Chiesa [solo quelli sono validi, fa capire il Santo Padre tra le righe – ndr. – ]. Anche e soprattutto il concilio Vaticano II è un punto fermo e indiscutibile nell’ambito della Chiesa [Non si dice però se in senso positivo, o più verosimilmente NEGATIVO – ndr. -]]. Qualcuno ha osato dire che il concilio Vaticano II è sorpassato. Pensiamo che l’affermazione sia falsa e condannabile in qualunque senso venga presa; ma ove la si usasse nel significato che qualcosa del detto concilio è decaduto, è travolto, ha cessato di essere guida di tutti i fedeli presenti e futuri, si sarebbe certamente fuori della dottrina cattolica e probabilmente fuori della Chiesa [Il testo qui è stato “appesantito” dalla mano del censore e lo si capisce subito dopo, al punto terzo, quando il Santo Padre in realtà dice esattamente il contrario – ndr. -] Un terzo punto fondamentale è che quanto fu veramente certo nella Chiesa fino al concilio Vaticano II – ed intendiamo in tutta la Chiesa sotto il Romano Pontefice – è certo tuttavia e sarà sempre certo perché fruisce di un criterio certissimo di verità. La Chiesa che autenticamente custodisce la Tradizione ed il cui consenso ha i noti caratteri fruisce anche nel magistero ordinario del carisma della infallibilità, quando è veramente universale. Tutti i nostri cari sacerdoti vogliano sempre volgere lo sguardo a questi dati fondamentali ed avranno di che superare tutte le questioni che si pongono, tutte le discussioni che si accendono, tutte le opinioni leggermente e pericolosamente formulate. Essi vedranno sempre chiaro innanzi a sé e potranno continuare a servire Dio in perfetta tranquillità di spirito. Tuttavia non li lasciamo ai soli fondamenti: intendiamo accompagnare la ricerca del loro spirito su tutti i punti, nei quali la incauta editoria moderna, cattolica e non cattolica, li spinge a penose e dannose perplessità.

Un primo motivo di turbamento: il relativismo

Si tratta di un orientamento generale, che ha manifestazioni diverse e che magari in dosi omeopatiche viene assorbito in atteggiamenti più leni e meno negativi. Si dice «dobbiamo accettare la Parola di Dio. ma la interpretazione di questa può cambiare secondo le età, prima per adattarsi alle contingenze storiche, poi per interpretare meglio il sentimento religioso corrente». – Analizziamo bene questo discorso, che sentite in attenuate e felpate forme e che tanto più vi conturba quanto più è felpato e sottinteso, dato che la vostra cultura è forte tanto da difendervi benissimo dagli errori netti ed aperti, mentre può lasciarvi incerti davanti a proposizioni contorte, velate e sfuggenti. La proposizione presentata e le sue felpate derivazioni non intendono affatto alludere ad una interpretazione che cambi soltanto «approfondendo» e rivelando più intime ricchezze. Se fosse per dir questo, tacerebbero. La proposizione intende certamente dire che, con le età e ad esse adeguandosi, cambia la «sostanza del dogma». Che lo si dica forte, che lo si dica piano, questo è quello che si intende dire. E questo è il relativismo. Perché si parla di «reinterpretazione del dogma?». Evidentemente per negare la cattolica interpretazione data fin qui, ossia per «concretarla» in una «sostanza diversa». Non ha importanza per noi che questa «sostanza diversa» sia quella acquiescente alle tesi di Barth, di Brunner, di Tillich e dei loro colportori; ha importanza solo che è «diversa». – Vediamo che significherebbe questo, se fosse vero: l’assurdo! Significherebbe che «la Parola di Dio non ha alcun contenuto»: infatti il contenuto ce lo metteremmo noi a seconda dei casi. – Significherebbe che Dio non esiste. Infatti un Dio che affidasse formule vuote, lasciando agli uomini di riempirle a piacimento ed accettando che ciononostante la parola fosse «sua», non sarebbe né immutabile, né serio, cioè non sarebbe Dio! Significherebbe che Gesù Cristo e gli Apostoli hanno avuto torto. Infatti hanno creduto alla immutabilità della sostanza nella dottrina rivelata. Eccovene la prova. Gesù disse: «I Cieli e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» (Mt. XXIV, 35). E che delle sue parole non sarebbe passato neppure il significato, lo dimostrava subito appresso (cfr. Mt. XXV,31 sgg.) dando già il testo della contestazione profetizzata per il giudizio finale, in cui la sentenza sarebbe venuta sulla massima delle leggi, intesa a quel punto esattamente come la proponeva allora. Nello stesso testo il Salvatore dimostra che al momento del giudizio sarebbe stato egualmente costante e inalterato il senso della vita eterna e dello eterno supplizio. Del resto la fede nella Trinità e tutte le cose che Egli, Gesù, ha insegnato ad osservare sono valevoli fino alla fine del mondo per tutti i popoli (cfr. Mt. XXVIII, 19-20), il che esige la inalterabilità nel tempo. Questa inalterabilità del significato domina tutti gli Evangeli. – La grande preoccupazione di Paolo è la inalterabilità della dottrina e del suo significato. Ci si provi a leggere tutta la lettera ai Galati (ad esempio) e si osservi come egli si comporta verso quelli che avrebbero voluto alterare qualcosa. «Quand’anche noi stessi o un Angelo disceso dal cielo vi annunciasse un Vangelo diverso da quello che noi vi abbiamo predicato, sia scomunicato» (Gal. 1,8). – Nella prima lettera a Timoteo, subito dopo l’indirizzo, l’Apostolo dà avvertimenti contro i falsi dottori (I, 3-11); poco dopo esorta a mantenere intatta la «vera» dottrina della fede (I, 18-20). Riprende una seconda volta l’argomento al capitolo IV (1-11); una terza al capitolo VI (3-10) e nella finale, quasi a raccogliere la preoccupazione più grande della stessa lettera, finisce così: «O Timoteo, custodisci il deposito (delle verità rivelate). Evita i discorsi inutili e profani e le dispute di una falsa scienza. Poiché alcuni che di quella han voluto fare professione, hanno poi prevaricato dalla fede» (VI, 20-21). Il tutto ritorna, per l’interiore peso dell’argomento, nella seconda lettera a Timoteo, vero testamento del dottore delle genti. Si preoccupa degli eretici dell’avvenire (III, 1-9) [… e quelli del Vaticano II il Santo Padre non poteva nominarli espressamente – ndr. -], incita il discepolo diletto a perseverare nella «difesa» della fede (ivi 10-13), avvertendolo di restare «fedele» a quello che ha imparato (Tradizione) apprendendolo da altri o leggendo le sacre Scritture. Nella lettera a Tito, Paolo ritorna sul dovere di «evitare gli eretici» (III, 8-11). E forse compossibile questa richiesta fedeltà con un relativismo teologico? San Pietro dedica tutto il II capitolo della sua prima lettera agli eresiarchi, dai quali ci si deve guardare e dei quali descrive i costumi. San Giovanni nella sua prima lettera riprende lungamente l’argomento ora constatato in Pietro e in Paolo (II, 18-23), vi ritorna nella seconda lettera con accenti fermissimi (7-11); diventa in proposito addirittura terribile in taluna delle lettere indirizzate colla Apocalisse ai vescovi dell’Asia. Se Gesù loda l’angelo della Chiesa di Efeso «perché odia le opere dei Nicolaiti, che lui pure detesta» (II, 6), se loda quello della Chiesa di Pergamo «perché non ha rinnegata la sua fede» (II, 12), tuttavia rimprovera quest’ultimo aspramente «perché tollera colà persone, che seguono la dottrina Balaam (II, 14) e perché ha persone che sono attaccate alla dottrina dei Nicolaiti» (II, 15). Le minacce contro coloro che seguono le dottrine e le opere di Gezabele (lettera alla Chiesa di Tiatira II, 18 segg.) sono tremende. All’angelo della Chiesa di Sardi il Signore fa scrivere: «Ricordati dunque di ciò che hai ricevuto ed udito; osservalo e pentiti. Se tu non veglierai io verrò come un ladro e tu non saprai a che ora verrò sopra di te» (III, 3). – Insomma la principale preoccupazione degli apostoli è la fedeltà alla sacra dottrina, che va interpretata secondo ciò «che hanno udito» e non arbitrariamente. – Per gli Apostoli, chi interpreta relativisticamente si pone fuori della grazia di Dio. – La interpretazione relativistica della Rivelazione si può constatare in talune forme generali, le quali riducono a piacimento il «nucleo» della parola di Dio, lasciando alla mercé di chiunque il resto o addirittura presentandolo come discutibile e più mitico che storico. Accade così che taluni difendono il nucleo della «salvezza» e abbandonano il resto alla deriva. Altri danno una interpretazione sofisticata della Eucarestia, convinti che la dottrina sempre presentata non sia più secondo i gusti moderni e pertanto ne vada cambiata la sostanza. Quelli che non capiscono molto tutto questo hanno incominciato a dimostrare il più grande disinteresse verso il mistero della fede e verso i tabernacoli. Sono forme recettive del relativismo. Altri ancora si sforzano di snervare completamente il dogma del peccato originale, l’essenza stessa del peccato, decapitando la legge e dando di taluni atti peccaminosi giudizi così poco condemnatori da far credere che li lodino. Forse non sanno o non pensano al relativismo, ma obbediscono al sottile richiamo di dire e fare quello che «piace» agli altri. Questo sottile richiamo è semplicemente la forma meno scontrosa e meno paludata per recepire il relativismo. Altri per la stessa logica cominciano a gettare il piccone demolitore sul sacramento della Penitenza. In realtà il nostro mondo morde male le verità relative e al peccato e alla penitenza, perché è così debole da non aspirare ad altro che al proprio comodo. Forma concreta del relativismo. Se il relativismo dovesse presentarsi colla sua definita linea intellettuale non avrebbe tanta tracotanza. Avrebbe paura, perché è obbligato a distruggere troppe cose, siccome si è detto sopra: Dio, la Rivelazione, la sostanza e la certezza di ogni cosa, la piattaforma dell’intelletto. Il guaio è che presentandosi in forme concrete, le apparenze delle quali non sono affatto quelle di proposizioni ereticali, riesce ad insinuarsi ben oltre i limiti della cauta vigilanza teologica. – E proprio su questo punto che attiriamo la attenzione dei nostri cari sacerdoti. Abbiamo or ora enumerato alcune prassi, le quali non sono altro che manifestazioni in superficie di realtà ben più profonde, sfuggenti e celate come i fondamenti enormi dei pericolosissimi icebergs. Qui vogliamo presentarvi la più facilona, più insinuante e più pericolosa forma concreta del relativismo teologico. Essa è nella formula, cara a più d’uno almeno in pratica, «cambiare per cambiare». Infatti cambiare è un atto che per essere ragionevole al pari degli altri atti ragionevoli deve avere un motivo ragionevole. Se il motivo è solo se stesso, «cambiare, cambiare per cambiare», non solo non è ragionevole, ma è una petitio principii. Le petizioni di principio dimostrano nulla e a nulla danno un fondamento consistente. La smania di gettarsi su qualunque cosa, purché sia o nuova o diversa, senza alcuna preoccupazione di documentazioni fondate e ponderate è la forma più concreta, per quanto in genere sconosciuta e non avvertita, del «relativismo teologico». Ci chiedete gli orientamenti in proposito? eccoli, non saranno difficili dopo quello  che vi abbiamo detto:

1) Evitate ogni relativismo. Esso equivale almeno ad una certa apostasia.

2) Siate diffidenti e cauti quando chi parla non è il Romano Pontefice [che in questo caso è Egli stesso!] o i Vescovi, successori degli Apostoli in comunione con lui [cioè con Gregorio XVII –ndr.- ]. Vi ricordiamo che troppi si sono seduti su cattedre che loro non competono [tra i quali gli antipapi del conciliabolo Vaticano II, Roncalli e Montini – ndr. -], perché competono solo alla successione Apostolica [quella guidata dal Papa vero e canonicamente eletto –ndr.-]. – Non vi illuda il fatto che trovano denari per pubblicare ed editori che pubblicano. Da quella parte ci stanno gli affari e gli affari non sono criterio per la vostra fede.

3) Non fatevi prendere dalla patologia del «cambiare per cambiare». Accettate di cambiare tutto quello che la legge cambia od ha una ragione, non una petizione di principio, tutto quello che ha il suggello di una autorità valevole o di un consenso veramente ecclesiale.

4) La Chiesa e tutta la sacra dottrina non sono cambiate e non cambieranno.

Il relativismo ha alcune scuse o pretesti. Vediamone alcuni.

La pluralità delle culture

Nessuno la può negare. Ma questa pluralità né prova, né afferma che i principi universali cambiano col cambiar delle latitudini e dei fatti. In realtà nella maggior parte dei casi – ed alludiamo alle culture dei paesi arretrati – non hanno neppur avuto principi universali, metafisica, qualche volta neppure speculazione. Ed allora la cultura qualunque potrà avere simpatie, ma non affronta la questione dei principi, né contrappone a principi altri principi validi. La maggior parte delle espressioni, che noi chiamiamo «cultura», sta in quel margine più superficiale dove né si trattano, né si contestano i principi. La esperienza dice che i principi sommi sono recepiti da uomini di tutte le culture, quando c’è chi insegna bene e quando c’è ad esse una congrua e metodica propedeutica. Soprattutto qui si pone male una questione: la cultura è una cosa, la verità obbiettiva è un’altra cosa. La verità obbiettiva la si coglie da dati universalmente validi, purché studiati con metodo; gli elementi culturali, dominati come sono da istinti e da sentimenti, possono prendere molte vie anche contradditorie, senza né sfiorare, né scalfire la solidità della verità obbiettiva. Il problema sulla verità non è il problema di una cultura, è semplicemente il problema della cultura» e si pone su un piano talmente alto e intoccabile dalle variazioni sentimentali da restare identico, qualunque sia la esperienza e qualunque sia il punto dal quale parte la variazione emotiva od ambientale. – Le culture sono state addotte come testimoni di comodo per tentare di avvalorare il discorso sul relativismo della dottrina. E sempre lo stesso punto!

L’adattamento alle culture

L’argomento, diciamolo subito, non è conturbante perché insolubile, ma perché ammannito in una confusione quasi perenne. Qui occorrono molte distinzioni, semplici e acute.

  1. Cominciamo col determinare il punto di incontro tra il Cattolicesimo e le culture. Il Cristianesimo è un fatto, una interpretazione del mondo e della storia, una legge coerente e al fatto e alla interpretazione proposta. Come fatto è immutabile e di conseguenza restano nella sostanza immutabili e interpretazione e legge. Il principio fondamentale è proprio che il Cristianesimo è un «fatto». Il Vecchio e il Nuovo Testamento presentano un fatto. L’ammettere che un «fatto» non sia più «fatto» o diventi un altro fatto è cadere nel più crasso relativismo, che non può, se è logico, tollerare neppure un Dio esistente. Bisogna essere estremamente chiari e consequenziari a proposito di questo palmare rilievo. Per trovare il terreno di incontro veniamo alle culture. Anche le culture sono fatti, talvolta con una certa continuità e logica, ma sempre ed assolutamente mutevoli; si guardi alla storia della cultura greca, la più raffinata di tutte e non certo superata nell’epoca moderna, salvo che sul terreno scientifico. Anche le culture, non sempre, perché talvolta sono e muoiono bambine, portano ad interpretazioni della vita, del mondo e della storia. In qualche misura! Cerchiamo di non esagerare. Ma le interpretazioni avranno lo stesso grado di mutevolezza che hanno i fatti dai quali traggono origine. Quali sono le cause che più ordinariamente influiscono nel fluire e nel mutare delle culture? Parrebbe che la prima causa sia la mancanza della verità e la mancanza di profondità nelle verità prime ed universali. La ragione è che le civiltà di lunga durata e più completo sviluppo hanno in quelle storicamente le loro radici. Quando le variazioni letterarie, fantasiose e reattive predominano sulle concezioni profonde, le cose si fanno snervate e possono anche durare secoli in stato di tranquilla sonnolenza. – In verità tutti gli elementi che noi siamo soliti chiamare «di cultura» o coincidono con la verità obbiettiva, o sono prodotti da semplici stati d’animo dalle modulazioni anche ricche e affascinanti, fissati negli strumenti delle lettere e delle arti. La scienza, per una parte almeno notevole, dovrebbe coincidere con la verità obbiettiva, salvo il caso delle grandi ed audaci ipotesi rimaste sempre e solo ipotesi; tuttavia il campo scientifico ha un limite nella quantità dimensiva e se non è integrato da visioni universali d’insieme diventa paurosamente unilaterale. Per questo certi angoli della cultura meglio si assegnerebbero al folklore. – Ma tutti gli elementi della cultura umana sorgono da un’esperienza e in tutte le esperienze gli uomini sono soggetti a molti errori. La conclusione è che la cultura e le culture costituiscono un valore rispettabile, ma mai un valore assoluto, infallibile, inderogabile ed immutabile. Sono esperienze di uomini. Il punto discriminante tra il Cristianesimo e le culture è esattamente qui: esso è un fatto che ha origine ed una garanzia divina ed è nella sua sostanza e nelle sue affermazioni immutabile; queste sono umane, limitate dalla miopia e dall’errore, estremamente mutevoli e, soprattutto, relative. – La conclusione pare semplice. Le cose mutevoli si lasciano fluire, si comprendono nel loro fluire, si colgono i fiori che hanno strappato alle rive e portano sul filone della corrente; ma si rimane a riva, non ci si annega. I fiumi si ammirano, ce se ne serve, sono veicoli di comunicazione, sono anche sorgenti irrigatorie; ma la vita ordinaria si svolge sulla terraferma. Il Cristianesimo, fatto divino, è la terraferma. – Per capire bene questo forse occorre instare qualche poco su taluni punti. – Bisogna scegliere tra il relativismo ed il fatto che i principi veramente universali valgono per tutte le culture. Scartiamo dunque, per quanto detto sopra, la scelta del relativismo. Non rimane che ammettere principi universali, obbiettivamente veri, identici per tutte le culture. Difatti fino a che non venne una certa confusione tutti gli studenti delle università romane, provenienti da tutte le aree culturali, assorbivano benissimo gli stessi principi universali. C’era qualcuno che li spiegava loro, li spiegava bene e con pazienza, c’erano ripetitori esperti e nessuno ha mai creduto che l’effato: ens et verum convertuntur potesse valere per un latino, ma non per un cinese o uno dei mari del sud. In secondo luogo bisogna fare il calcolo delle culture che non hanno mai avuto metafisica. Sarebbe un discorso lungo e grave. È ovvio che per chi è impregnato di tali culture debbono riuscire difficili i principi universali (si hanno linguaggi che neppure esprimono una serie di concetti astratti), ma ciò non significa che col tempo e la buona volontà non possano arrivare a possederli, che non avendoli familiari si debbano cambiare obbiettivamente e neppure che non sia loro utile impararli. La diversità delle culture crea la difficoltà, ma chi oserebbe dire che cambia la natura universale delle cose? Se così fosse una cultura potrebbe ricreare il mondo, spostarne tutte le leggi, cambiarne tutto il corso. Il che non è. – Si rende dunque necessario stabilire per tutte le culture un confine. Al di là di questo dove giocano fantasia, sentimento, affinità, reminiscenze… esiste tutta la pluralità possibile. Al di qua di questo confine i principi e le idee fondamentali non mutano e sono identici per tutte le culture. Al di qua dello stesso confine la pluralità non può essere altro che nell’errore. Solo con queste distinzioni serie documentate è possibile avviare un discorso sulla pluralità delle culture, che non sia una cessione vergognosa al peggiore relativismo. Dopo di che si può ammettere che tutte le culture possono, teoricamente parlando, avere elementi accettabili da un umanesimo serio ed universale e che tutte le culture non abbiano da entrare nel discorso al quale ci avviamo. – Prima però bisogna concludere. La verità rivelata, la verità naturale certa, la verità di fatto acquisita rimane invariata sotto tutte le culture. Se queste le fossero ostiche sarebbero esse in difetto. – A proposito di Cristianesimo e pluralità delle culture il discorso è pienamente centrato quando si parla di «traduzione» della verità. La traduzione non è una alterazione, un accomodamento contingente e fluente; è soltanto la riespressione in termini equivalenti di altra lingua e di altra cultura. Ora la verità cristiana va tradotta non solo nei termini imposti dalle varie lingue, ma presentata in quelle forme e con quegli accorgimenti che la rendono accessibile a lingue diverse, a momenti storici diversi, a culture diverse. Su questo si deve essere pienamente d’accordo. Ma la traduzione non è la alterazione. Di una buona parte dì scritti dubbi si deve dire che fanno delle alterazioni e nessuna traduzione. Le traduzioni sono in genere difficili, quando specialmente devono trasportare qualcosa da una mentalità ad un’altra mentalità, da un genere letterario ad un altro genere letterario. Affermare necessità di traduzione equivale ad affermare immutabilità del testo tradotto e dovere di fedeltà al testo originale.

Le esigenze della «ricerca»

Nessuno le nega. Ma c’è qualcosa di terribilmente semplice: si cerca quello che non si ha ancora. La ricerca è ragionevole quando mira ad arricchire, a dipanare, a completare, a documentare là dove non si hanno ancora documenti sufficienti, a illuminare parti lasciate in ombra, a rilevare aspetti nuovi per quanto obbiettivi. La ricerca concepita semplicemente come una assoluta libertà di negare e mutare quello che già è posseduto, per il gusto di cambiare o di affermare una attività personale o una posizione di parte, è cosa irragionevole ed invalida; è soprattutto adagiata in un vieto quanto negativo relativismo. – La vera ricerca consolida il dato assoluto; quando è contro il dato assoluto non è ricerca, ma pregiudizio. Ed è bene non confondere le cose. In pratica noi rileviamo che moltissime «ricerche» non sono affatto tali, perché sono soltanto delle affermazioni gratuite, destinare a mutare col mutare delle asserite mode. Chi cerca quello che ha davanti dimostra di avere solo una confusione mentale, perché è illogico cercare quanto è già reperito. – Ricordiamo benissimo alcune discussioni da noi udite al concilio Vaticano secondo e relative alla diversità tra teologia orientale e quella occidentale. La verità era solo questa, che la teologia orientale aveva avuto, per le enormi pressioni sociali e politiche, ben poco spazio di respirare e la teologia occidentale non aveva mai cessato di ricercare, dando per esempio non meno di cinque secoli ad una seria ricerca di filosofia scolastica. E quando diciamo «cinque secoli», è evidente che ci fermiamo a san Tommaso d’Aquino! – Quando i cicli naturali usano gli stessi mezzi arrivano sempre risultati in via di massima omogenei. E pertanto errato, e lo abbiano chiaramente in mente i nostri sacerdoti, credere che la dottrina della grazia debba essere una cosa; diversa per un italiano ed un giapponese, che la incarnazione debba variare dal modo con cui è creduta in Ispagna al modo con cui è creduta in India. L’incidenza delle culture è sulle forme e sulle tradizioni, è sulla scelta degli strumenti pedagogici e psicologici, non è sulla sostanza delle «cose sperate, argomento di quelle che non si vedono» (Eb. XI,1).

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