DOMENICA X DOPO PENTECOSTE (2020)

X DOMENICA DOPO PENTECOSTE (2020).

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio. – Paramenti verdi.

La liturgia di questa Domenica ci insegna il vero concetto dell’umiltà cristiana che consiste nell’attribuire alla grazia dello Spirito Santo la nostra santità; poiché le nostre azioni non possono essere soprannaturali, cioè sante, se non procedono dallo Spirito Santo, che Gesù mandò agli Apostoli nel giorno della Pentecoste e che dona a tutti quelli che glielo chiedono. Dunque la nostra santificazione è impossibile se vogliamo raggiungerla da soli, perché, abbandonati a noi stessi noi non siamo che impotenti e peccatori. Dobbiamo a Dio se evitiamo il peccato, se ne otteniamo il perdono, se riusciamo a fare il bene, poiché nessuno può pronunciare neppure il santo nome di Gesù con un atto di fede soprannaturale, che affermi la sua regalità e divinità, se non mediante lo Spinto Santo. L’orgoglio è, dunque, il nemico di Dio, perché si appropria dei beni che solo lo Spirito Santo distribuisce a ciascuno nella misura che crede conveniente e impedisce alla potenza divina di manifestarsi nelle nostre anime in modo da farci credere che noi bastiamo a noi stessi. Come Dio potrebbe perdonarci (Oraz.), se noi non vogliamo riconoscerci colpevoli? Come potrebbe aver compassione di noi ed esercitare su noi la sua misericordia (Oraz.), se nel nostro cuore non vi è nessuna miseria riconosciuta cui il suo Cuore divino possa compatire? L’umile, invece, riconosce il proprio nulla perché sa che solo a questa condizione discenderà su lui la virtù di Cristo. Mentre la Chiesa sviluppa in questa Domenica tali pensieri, le letture, che fa durante questa settimana nel Breviario, danno due esempi di orgoglio e di grande umiltà. Dopo la figura del profeta Elia che si oppone così fortemente a quella di Achab e di lezabele, dei quali nell’ufficio è ricordato il terribile castigo, vi è quella del giovane Gioas che contrasta fortemente con quella di Atalia. Figlia di Achab e di lezabele, empia come sua madre, Atalia sposa il re di Giuda loram, che morì poco dopo. Allora la regina si trovò padrona del regno di Giuda e per esserlo per sempre fece massacrare tutta la famiglia di David. Ma losabeth, sposa del gran sacerdote Joiada tolse dalla culla l’ultimo nato della famiglia reale e lo nascose nel Tempio. Questi si chiamava Gioas. Per sei anni Atalia regnò ed innalzò templi in onore del dio Baal perfino nell’atrio del Tempio. Nel settimo anno il gran sacerdote attorniato da uomini risoluti e armati, mostrò Gioàs che allora aveva sette anni e disse: « Voi circonderete il fanciullo regale e se qualcuno cercherà di passare fra le vostre file, lo ucciderete! ». E quando il popolo si riversò nell’atrio, all’ora della preghiera, Joiada fece venire avanti Gioas, l’unse e lo coronò al cospetto di tutta l’assemblea che applaudi e gridò: «Viva il Re!». Quando Atalia intese queste grida, uscì dal palazzo ed entrò nell’atrio e quando vide il giovane re assiso sul palco, circondato dai capi e acclamato dal popolo col suono delle trombe, stracciò le sue vesti e gridò: «Congiura! Tradimento!». Il gran sacerdote ordinò di farla uscire dal sacro recinto e quando essa giunse nel suo palazzo venne uccisa. La folla allora saccheggiò il tempio di Baal e non lasciò pietra su pietra. E il re Gioas si assise sul trono di David, suo avo; regnò quarant’anni a Gerusalemme e si dedicò a riparare e abbellire il Tempio (All., Com.). La Scrittura fa di lui questo bell’elogio: «Gioas fece quello che è giusto agli occhi di Dio» È questa l’Antifona del Magnificat dei Vespri alla quale fa eco quella dei II Vespri che è tratta dal Vangelo di questo giorno: « Questi (il pubblicano) ritornò a casa sua giustificato e non quello (il fariseo), poiché chi si esalta sarà umiliato e chi s’umilia sarà esaltato ». – « Quelli che si innalzano sono visti da Dio da lontano, dice S. Agostino. Egli vede da lontano i superbi, ma non perdona loro. « L’umile invece, come il pubblicano, si riconosce colpevole! ». Egli si batteva il petto, si castigava da sé, e Dio perdonava a quest’uomo perché confessava la sua miseria. Perché meravigliarsi che Dio non veda più in lui un peccatore dal momento che si riconosce da sé peccatore? Il pubblicano si teneva lontano ma Dio l’osservava da vicino » (Mattutino). Così l’umile fanciullo Gioas fu gradito a Dio perché la sua condotta avanti a Lui era quale doveva essere. Egli fece ciò che era giusto agli occhi del Signore. Atalia, invece, orgogliosa ed empia, non fece ciò che era giusto avanti al Signore, e sdegnò e insultò quelli che facevano il loro dovere, poiché l’orgoglio verso Dio si manifesta ogni giorno nel disprezzo verso il prossimo. Dice Pascal che vi sono due categorie di uomini: quelli che si stimano colpevoli di tutte le mancanze: i Santi; e quelli che si credono colpevoli di nulla: i peccatori. I primi sono umili e Dio li innalzerà glorificandoli, i secondi sono orgogliosi e Dio li abbasserà castigandoli. « Il diluvio, dice S. Giovanni Crisostomo, ha sommerso la terra, il fuoco ha bruciato Sodoma, il mare ha inghiottito l’esercito degli Egiziani, poiché non è altri che Dio, il quale abbia inflitto ai colpevoli questi castighi. Ma, dirai tu, Dio è indulgente. Tutto ciò allora non è che parola vana? E il ricco che disprezzava Lazzaro non fu punito? … e le vergini stolte non furono discacciate dallo Sposo? E quegli che si trova nel banchetto con le vesti sordide non verrà legato mani e piedi e non morrà? E colui che richiederà al compagno i cento denari non sarà dato al carnefice? Ma Dio si fermerà solo alle minacce? Sarebbe molto facile provare il contrario e dopo quello che Dio ha detto e fatto nel passato possiamo giudicare quello che farà nell’avvenire. Abbiamo piuttosto sempre in mente il pensiero del terribile tribunale, del fiume di fuoco, delle catene eterne nell’inferno, delle tenebre profonde, dello stridore dei denti e del verme che avvelena e rode » (2° Nott.). Questo sarà il mezzo migliore per rimanere nell’umiltà, che ci fa dire con la Chiesa: « Ogni volta che io ho invocato il Signore, questi ha esaudita la mia voce. Mettendomi al sicuro da quelli che mi perseguitavano, li ha umiliati, Egli che è prima di tutti i tempi » (lntr.). « Custodiscimi, o Signore, come la pupilla dei tuoi occhi, perché i tuoi occhi vedono la giustizia » (Grad.). « Signore, io ho innalzata l’anima mia verso te, i miei nemici non mi derideranno perché quelli che hanno confidenza in te non saranno confusi » (Off.).

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps LIV: 17; 18; 20; 23
Dum clamárem ad Dóminum, exaudívit vocem meam, ab his, qui appropínquant mihi: et humiliávit eos, qui est ante sæcula et manet in ætérnum: jacta cogitátum tuum in Dómino, et ipse te enútriet.

[Quando invocai il Signore, esaudí la mia preghiera, salvandomi da quelli che stavano contro di me: e li umiliò, Egli che è prima di tutti i secoli e sarà in eterno: abbandona al Signore ogni tua cura ed Egli ti nutrirà.]
Ps LIV: 2
Exáudi, Deus, oratiónem meam, et ne despéxeris deprecatiónem meam: inténde mihi et exáudi me.

[O Signore, esaudisci la mia preghiera e non disprezzare la mia supplica: ascoltami ed esaudiscimi.]
Dum clamárem ad Dóminum, exaudívit vocem meam, ab his, qui appropínquant mihi: et humiliávit eos, qui est ante sæcula et manet in ætérnum: jacta cogitátum tuum in Dómino, et ipse te enútriet.

[Quando invocai il Signore, esaudí la mia preghiera, salvandomi da quelli che stavano contro di me: e li umiliò, Egli che è prima di tutti i secoli e sarà in eterno: abbandona al Signore ogni tua cura ed Egli ti nutrirà.]

Oratio

Orémus.
Deus, qui omnipoténtiam tuam parcéndo máxime et miserándo maniféstas: multíplica super nos misericórdiam tuam; ut, ad tua promíssa curréntes, cœléstium bonórum fácias esse consórtes.

[O Dio, che manifesti la tua onnipotenza soprattutto perdonando e compatendo, moltiplica su di noi la tua misericordia, affinché quanti anelano alle tue promesse, Tu li renda partecipi dei beni celesti.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corínthios.
1 Cor XII: 2-11
Fratres: Scitis, quóniam, cum gentes essétis, ad simulácra muta prout ducebámini eúntes. Ideo notum vobisfacio, quod nemo in Spíritu Dei loquens, dicit anáthema Jesu. Et nemo potest dícere, Dóminus Jesus, nisi in Spíritu Sancto. Divisiónes vero gratiárum sunt, idem autem Spíritus. Et divisiónes ministratiónum sunt, idem autem Dóminus. Et divisiónes operatiónum sunt, idem vero Deus, qui operátur ómnia in ómnibus. Unicuíque autem datur manifestátio Spíritus ad utilitátem. Alii quidem per Spíritum datur sermo sapiéntiæ álii autem sermo sciéntiæ secúndum eúndem Spíritum: álteri fides in eódem Spíritu: álii grátia sanitátum in uno Spíritu: álii operátio virtútum, álii prophétia, álii discrétio spirítuum, álii génera linguárum, álii interpretátio sermónum. Hæc autem ómnia operátur unus atque idem Spíritus, dívidens síngulis, prout vult.

[“Fratelli: Voi sapete che quando eravate gentili correvate ai simulacri muti, secondo che vi si conduceva. Perciò vi dichiaro che nessuno, il quale parli nello Spirito di Dio dice: «Anatema a Gesù»; e nessuno può dire: «Gesù Signore», se non nello Spirito Santo. C’è, sì, diversità di doni; ma lo Spirito è il medesimo. Ci sono ministeri diversi, ma il medesimo Signore; ci sono operazioni differenti, ma è il medesimo Dio che opera tutto in tutti. A ciascuno poi è data la manifestazione dello Spirito, perché sia d’utilità. Mediante lo Spirito a uno è data la parola di sapienza, a un altro è data la parola di scienza, secondo il medesimo Spirito. A un altro è data nel medesimo Spirito la fede; nel medesimo Spirito a un altro è dato il dono delle guarigioni: a un altro il potere di far miracoli; a un altro la profezia; a un altro il discernimento degli spiriti; a un altro la varietà delle lingue, a un altro il dono d’interpretarle. Ma tutte queste cose le opera l’unico e medesimo Spirito, il quale distribuisce a ciascuno come gli piace”].

Omelia I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia,1921]

LE DIVERSE CONDIZIONI SOCIALI

Nei primi tempi della Chiesa, quando essa aveva maggior bisogno di prove esterne per affermarsi e dilatarsi, ai fedeli venivano concessi, visibilmente e in abbondanza, doni spirituali. Erano doni che dovevano servire non al vantaggio personale di chi li possedeva, ma per il bene generale della comunità cristiana. Nell’Epistola riportata, S. Paolo ne enumera nove. I Corinti, abbondantemente forniti di questi doni se ne insuperbivano. L’Apostolo per togliere tale abuso, stabilita la regola che, per conoscere se tali doni vengono da Dio o dal demonio, è da attendere se promuovono la fede in Gesù Cristo e il suo amore, insegna che, sebbene questi doni siano vari, distribuiti parte agli uni, parte agli altri; è lo stesso Spirito Santo che li distribuisce. Se sono molteplici e diversi i ministeri che si esercitano nella Chiesa; quelli che li esercitano sono tutti servi dello stesso Signore, Gesù Cristo. Se sono molteplici gli effetti prodotti da questi doni e da questi ministeri, è lo stesso Dio che opera in tutti. Il dono, poi, a chiunque sia stato concesso, è stato concesso per utilità degli altri. – La conseguenza da tirare è facile. I Corinti non avevano nessun motivo di orgoglio o di vanità per ì doni ricevuti. Quelli poi che avevano i doni più umili non dovevano invidiare quelli che avevano doni più eccellenti. Conseguenza pratica per noi: date le disuguaglianze che ci sono nella società:

1 I meno favoriti non devono rammaricarsi,

2 I più favoriti non hanno motivo di insuperbire,

3 Tutti devono cooperare a vivere in armonia.

1.

Quella distinzione di grazie, di attività, di misteri, che fa notare S. Paolo nel mistico corpo della Chiesa, può applicarsi alla società in generale. Anche questa, così varia nelle condizioni degli individui, vive una vita unica, a cui partecipano, come parte di un sol corpo, tutti i suoi membri. Ci sono ministeri diversi, ma il medesimo Signore. Altro è il ministero dell’Apostolo, altro quello del Vescovo, altro quello del sacerdote; ma è uno solo che dispensa questi ministeri: Dio. Nella società altra è la funzione di chi governa e di chi è governato; altra quella del ricco e altra quella del povero; altra quella del pensatore e altra quella del bracciante: ina tutti hanno un compito che va a risolversi nell’armonia sociale voluta da Dio. – Si usa considerare la società come divisa in due campi: quello dei ricchi, dei gaudenti, dei parassiti, e quello dei diseredati, degli infelici, dei lavoratori. Naturalmente quelli d’una classe non hanno sempre sentimenti lodevoli verso quelli dell’altra. Ma non dovrebbe essere così. Cominciamo dalla classe dei meno favoriti. Vediamo i lavoratori. Generalmente il lavoro manuale viene considerato come un lavoro di poca considerazione, che avvilisce i lavoratori, mettendoli al disotto di coloro che non attendono a simili lavori. Se il lavoro manuale avvilisse, se mettesse i lavoratori in condizione di inferiorità di fronte agli altri, non si capirebbe come Gesù Cristo abbia lasciato gli splendori del cielo, la compagnia degli Angeli per sudare in una bottega. Quando in un lavoro si ha per compagno Gesù Cristo, chi può affermare che è un lavoro che disonora? Chi lavora, sia pure manuale il suo lavoro, può portar la testa alta come il grande pensatore. Ciò che disonora non è il genere di lavoro, è l’ozio. Vediamo coloro che nella società sono trascurati, non compresi, dimenticati, accanto a coloro che godono onori, posseggono titoli, gradi ecc. Anche questi non dovrebbero rammaricarsi, darsi alla tristezza. Le cose non continueranno sempre così. È questione di un po’ di pazienza. Sulla scena del teatro, chi rappresenta la parte di re, chi di suddito, chi di mecenate, chi di protetto, chi di padrone, chi di servo. Gli uni indossano abiti preziosi, gli altri portano abiti dimessi. Nessuno però, ha invidia della parte rappresentata da un altro, o degli abiti che indossa. Tanto è una scena di breve durata. Quando cala il sipario, tutte le grandezze scompaiono. Quando cala il sipario che chiude la nostra vita, tutti siamo eguali; nessuno porta di là blasoni, titoli, onorificenze. Ci sono i poveri di fronte ai ricchi. Qui il motivo di rammaricarsi è minore ancora. Sorge dalla falsa persuasione che ricchezza e felicità siano una cosa sola. S. Giuseppe Oriol, era chiamato dai suoi Catalani il «Santo allegro ». Un giorno fu visto in coro in preda a una certa inquietudine. Chiestogli da chi gli stava vicino che cosa gli fosse accaduto, rispose di aver in tasca un certo diavoletto che gli cagionava molto fastidio. E, uscito subito dal suo posto, diede a un povero, che trovò nella chiesa, la moneta che lo tormentava. Così riacquistò la sua tranquillità abituale (M. Carlo Salotti, Vita di S. Giuseppe Oriol; Roma, 1909). Si tratta di un Santo, direte; è vero. Ma persuadiamoci pure che le ricchezze turbano l’animo anche di chi non è santo. Per chi si lascia da esse dominare, le ricchezze sono «splendidi tormenti», come le chiama S. Cipriano» (Ad Donatum, 12). E, naturalmente, sono tormenti tanto più gravi, quanto più sono abbondanti. Ne abbiamo la prova ogni giorno. Chi sono quelli che si tolgono la vita, incapaci di resistere alle prove che l’accompagnano? Sono quasi sempre dei ricchi; e tra questi è preponderante il numero dei ricchissimi.

2.

A ciascuno poi è data la manifestazione dello Spirito, perché sia di utilità. Qui è dichiarato lo scopo di questi doni soprannaturali. Essi sono dati non in vista dell’individuo che è ne è fornito, ma in vista dell’utilità della Chiesa. Questi doni hanno un’unica origine, il Signore, hanno un unico fine, l’utilità della Chiesa. Sbagliano, quindi, quei Corinti che si lamentano per averne ricevuti meno che gli altri; e sbagliano quei Corinti che diventano orgogliosi per averne ricevuti di più. Anche rispetto alla società civile possiamo dire che sbagliano tanto quelli che si rattristano, perché si trovano inferiori agli altri, quanto quelli che vanno gonfi, perché si trovano superiori. Se tu hai beni, gradi, titoli che ti fanno superiore agli altri, non devi credere che dipenda tutto da te. Se il Signore non avesse benedetto le tue fatiche, i tuoi tentativi, se non ti avesse posto in particolari condizioni e in particolari circostanze, saresti povero, dimenticato, sconosciuto come gli altri. Quanti hanno sudato, pensato, osato più di te, e si trovano in condizione ben inferiore alla tua. Dove Dio aiuta ogni cosa riesce. Senza la benedizione di Dio, al contrario, tutte le fatiche e tutti i pensamenti degli uomini non riescono a nulla. «Se il Signore non edifica la casa, inutilmente vi si affannano i costruttori» (Ps. CXXVI, 1).Se ti trovi in condizioni sociali migliori di quelle degli atri, pensa che è anche maggiore la tua responsabilità. « A chi molto fu dato, molto sarà richiesto» (Luc. XII, 48) è scritto nel Vangelo. In certo modo, invece di disprezzare chi ti è inferiore, dovresti onorarlo, perché egli ha meno responsabilità della tua, e a lui sarà chiesto conto con meno rigore che a te. L’uomo si giudica dalle sue opere. Se tu con tutti i tuoi privilegi e i tuoi beni, non fai niente di buono; e un altro, povero, disprezzato compie delle buone opere; chi è più degno di stima di rispetto, di considerazione? Se poi entriamo nel campo spirituale, quello che tu stimi a te inferiore, può essere cento volte superiore a te. Chi più grande: S. Isidoro, agricoltore; S. Giuseppe Benedetto Labre, pellegrino medicante; S. Zita, domestica, o tanti fortunati del mondo, che passarono all’altra vita senza biasimo e senza lode?Per quanto possono essere notevoli le disuguaglianze su questa terra, non dovrebbero essere motivo di tristezza o di orgoglio. «Tutte queste disuguaglianze possono essere uguagliate dalla grazia divina, perché quei che restano fedeli fra le tempeste di questa vita non possono essere infelici» (S. Leone M. Epist. 15, 10).

3.

Lo Spirito Santo distribuisce a ciascuno come gli piace. Nessuno, quindi, può domandargli conto o lamentarsi, se agli uni distribuisce doni più abbondanti che agli altri. Se lo Spirito Santo distribuisce a suo piacimento, non fa, però, una distribuzione capricciosa. Tutti i doni distribuiti debbono cooperare al bene comune della Chiesa; perciò, tra essi bisogna che ci sia quella comunicazione che c’è tra le varie membra di un sol corpo. Lo stesso possiam dire delle varie mansioni nella società. La natura della società, stabilita da Dio, è tale che le varie classi, sono collegate tra di loro in maniera che una non possa far senza dell’altra. Esse sono destinate ad armonizzare fra loro, in guisa da produrre un completo equilibrio.Ci deve essere armonia tra padroni e dipendenti. I padroni, i superiori in genere, devono essere animati dal pensiero di procurare la felicità dei loro dipendenti. Proteggerli se deboli; difenderli, se vessati; procurare il loro benessere se bisognosi. Non devono dimenticarsi che i loro dipendenti hanno un’anima da salvare. Perciò devono facilitar loro il vivere secondo le leggi dell’onestà e secondo i comandamenti di Dio. Sull’animo dell’uomo, sia pure un dipendente, nessuno può aver un dominio maggiore di quello che ha Dio. Nessuno, quindi, può comandare ciò che è contrario ai comandi di Dio. Alla loro volta i dipendenti devono considerare i padroni e i superiori come quelli che sono stati da Dio destinati a curare il loro bene, a esser sostegno nelle difficoltà della vita, a esser guida nelle incertezze. E neppure ci deve essere contrasto tra il lavoro della mente e il lavoro della mano. È necessaria l’uno ed è necessario l’altro. Una macchina che proceda senza chi la guidi non potrà andare avanti bene. La sua forza, invece di produrre benefici, produce danni. Lavora tanto chi studia e dà l’indirizzo, quanto chi eseguisce il lavoro. L’importante è che lavorino tutti, poiché «chi non vuol lavorare non deve neppure mangiare» (2 Tess. III, 10). – Armonia ci dev’essere anche tra ricchi e poveri. La sollecitudine moderata di migliorare la propria condizione e di provvedere all’avvenire non è proibita, ma con tutte le sollecitudini e con tutte le provvidenze, non si chiuderà mai la porta alle miserie: queste si affacceranno sempre. E qui il ricco può colmarsi di meriti e di benedizioni: «Se hai dei beni terreni — scrive S. Agostino — usane in modo da far con essi molti beni e male nessuno» (Epist. 220, 11 ad Bonif.). Ti acquisterai vera gloria, poiché « gloria del buono è l’aver chi possa ricolmare dei suoi benefici » (S. Giovanni Grisostomo. In II Epist. ad Thess. Hom. 3, 12). Ti acquisterai la ricompensa delle preghiere dei beneficati, e farai un sacrificio molto accetto a Dio, come ti assicura l’Apostolo: «Non vogliate dimenticarvi di esercitare la beneficenza e la libertà, perché con tali sacrifici si rende propizio Dio» (Ebr. XIII, 16).

Graduale

Ps XVI: 8; LXVIII: 2
Custódi me, Dómine, ut pupíllam óculi: sub umbra alárum tuárum prótege me.

[Custodiscimi, o Signore, come la pupilla dell’occhio: proteggimi sotto l’ombra delle tue ali.]

V. De vultu tuo judícium meum pródeat: óculi tui vídeant æquitátem.

[Venga da Te proclamato il mio diritto: poiché i tuoi occhi vedono l’equità.]

Alleluja

Allelúja, allelúja

 Ps LXIV: 2
Te decet hymnus, Deus, in Sion: et tibi redde tu votum in Jerúsalem.
Allelúja.

[A Te, o Dio, si addice l’inno in Sion: a Te si sciolga il voto in Gerusalemme. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum S. Lucam.
Luc XVIII: 9-14.
In illo témpore: Dixit Jesus ad quosdam, qui in se confidébant tamquam justi et aspernabántur céteros, parábolam istam: Duo hómines ascendérunt in templum, ut orárent: unus pharisæus, et alter publicánus. Pharisæus stans, hæc apud se orábat: Deus, grátias ago tibi, quia non sum sicut céteri hóminum: raptóres, injústi, adúlteri: velut étiam hic publicánus. Jejúno bis in sábbato: décimas do ómnium, quæ possídeo. Et publicánus a longe stans nolébat nec óculos ad cœlum leváre: sed percutiébat pectus suum, dicens: Deus, propítius esto mihi peccatóri. Dico vobis: descéndit hic justificátus in domum suam ab illo: quia omnis qui se exáltat, humiliábitur: et qui se humíliat, exaltábitur.” 

 [“In quel tempo disse Gesù questa parabola per taluni, i quali confidavano in se stessi come giusti, e deprezzavano gli altri: Due uomini salirono al tempio: uno Fariseo, e l’altro Pubblicano. Il Fariseo si stava, e dentro di sé orava così: Ti ringrazio, o Dio, che io non sono come gli altri uomini, rapaci, ingiusti, adulteri; ed anche come questo Pubblicano. Digiuno due volte la settimana; pago la decima di tutto quello che io posseggo Ma il Pubblicano, stando da lungi, non voleva nemmeno alzar gli occhi al cielo; ma si batteva il petto, dicendo: Dio, abbi pietà di me peccatore. Vi dico, che questo se ne tornò giustificato a casa sua a differenza dell’altro: imperocché chiunque si esalta, sarà umiliato; e chi si umilia, sarà esaltato”].

Omelia II

Sopra la superbia.

Omnis, qui se exaltat humiliabitur; et qui se humiliat exaltabitur. Luc.XVIII

Noi vediamo, fratelli miei, nell’odierno Vangelo un vivo ritratto del vizio della superbia e della virtù dell’umiltà ad esso contraria. Due uomini, dice il Salvatore, salirono al tempo per farvi le loro orazioni. L’uno era fariseo, l’altro pubblicano, il fariseo, tutto pieno di stima per se stesso, stavasene in piedi, ed indirizzavasi a Dio con queste parole: Io vi ringrazio, o Signore, perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, né tale come quel pubblicano; io digiuno due volte alla settimana, do la decima di tutti i miei beni. Il pubblicano dal canto suo stando lontano, non ardiva neppur alzar gli occhi al cielo, ma percuotevasi il petto, dicendo: Mio Dio, siate propizio ad un peccatore come son io. La preghiera di questi due uomini, come vedete, era molto differente l’una dall’ altra; quindi ebbero ancora un effetto molto differente. Quella del fariseo, che partiva da un cuore orgoglioso e gonfio del suo merito, fu riprovata da Dio e non servì che a renderlo più colpevole: laddove quella del pubblicano, che era il linguaggio della umiltà, gli ottenne il perdono dei peccati, e di peccatore che era , ne fece un giusto ricolmo delle grazie del Signore. Così conchiuse Gesù  Cristo: chiunque s’innalza sarà abbassato, e chiunque s’abbassa sarà innalzato; Omnis, qui se exaltat humiliabitur; et qui se humiliat, exaltabitur. Egli è facile, fratelli miei, il comprendere l’istruzione che Gesù Cristo ha voluto darci nel ritratto di questi due uomini. Nel primo ci fa vedere il carattere ed i castighi della superbia; e nell’altro ci rappresenta le ricompense dell’umiltà. Il fariseo, in vece di comparire in umile atteggiamento come conviensi al luogo santo e davanti alla maestà di Dio, vi sta ritto in piedi, stans; il che fa vedere la gonfiezza e l’orgoglio del suo cuore. In vece di render gloria a Dio di tutto il bene che credeva aver fatto, egli si vanta, si fa gloria d’un merito immaginario; la sua preghiera non è che una ostentazione, un racconto delle sue lodi; e perciò egli vien riprovato da Dio. Il pubblicano, al contrario, è sì penetrato di infusione alla vista dei suoi peccati, che non osa neppure alzar gli occhi al cielo; e per quest’umile via, per questi bassi sentimenti, che ha di se stesso, merita gli sguardi favorevoli del Signore. Il fariseo s’innalza, e Dio s’allontana da lui. Il pubblicano si abbassa, e Dio se gli accosta. Il fariseo esce dal tempio più colpevole che non vi era entrato, ed il pubblicano se ne ritorna giustificato alla sua casa. Ecco, fratelli miei, dei motivi molto atti a farci detestar la superbia, amar l’umiltà. Castigo della superbia nel fariseo; ricompensa dell’umiltà nel pubblicano; due soggetti che danno materia a due istruzioni. – Quest’oggi, non ne tratteremo che uno, che sarà la superbia, riserbandoci di parlar un’altra volta sopra l’umiltà. Come il superbo resiste a Dio, primo punto. Come Dio resiste ai superbi, secondo punto. Innalzamento colpevole e giusta umiliazione del superbo: il suo peccato, il suo castigo.

I. Punto. Ella è cosa sohrprendente, fratelli miei, che l’uomo trovando in se medesimo tanti motivi di umiliarsi, sia nulladimeno così pieno di superbia. Questo vizio infetta quasi tutti gli stanti del mondo; il suo dominio si estende sì lungi, che ben pochi vi ha, che non gli siane soggetti. Per guarire dunque coloro che non sono macchiati, e preservarne quelli che nol sono ancora, bisogna quest’oggi farvene conoscere il carattere, la malizia e gli effetti. Che costi è la superbia? È, dice s. Tommaso, un amor disordinato della propria eccellenza, fondato sulla buona opinione di se stesso, il quale fa che uno si stima e ricerca ariosamente la gloria e l’onore: Superbia est amor inordinatus propriæ excellentiæ; e perché il superbo non istima che se stesso, così non ha per gli altri che del dispregio; egli si sforza, per quanto può, di abbassarli per innalzarsi sopra di essi. Stimar se stesso, dispregiar gli altri; ecco il carattere della superbia, quale ci è rappresentato nel fariseo. Quest’uomo, infatuato d’un merito che crede d’avere, si vanta, si applaudisce, racconta le buone azioni che ha fatte. Ma che dice egli degli altri? Li biasima, li carica di delitti, perché crede mettere la sua virtù in maggior luce per lo confronto, che ne fa con gli altrui difetti. – Notate bene la superbia, dice s. Agostino. Io non sono – dice egli – come gli altri uomini. Dicesse almeno come alcuni uomini, come la maggior parte degli uomini; ma si preferisce a tutti, si crede il solo uomo dabbene sopra la terra: qual vanità! Quanti non ne vediamo ancora noi di questo carattere? Ripieni di se stessi, si vantano, si fanno gloria, l’uno della sua nobiltà o delle sue ricchezze, l’altro del suo potere; questi del suo talento, della sua abilità, quegli delle sue virtù, delle sue buone azioni! Quanti che si applaudiscono d’un merito che non hanno! E perché questi superbi credonsi soli degni d’essere stimati e onorati, non hanno per gli altri che del dispregio; li abbassano quanto possono per stabilire la loro riputazione sulla rovina dell’altrui. Or volete voi sapere, fratelli miei, quanto questo peccato è opposto a Dio? Giudicatene dai tratti, che sono per darvene. La superbia rapisce al Creatore la gloria, che gli è dovuta per attribuirla ad altra creatura; distrugge la carità, che si deve avere pel prossimo, ed è la sorgente funesta d’infiniti altri peccati: quale orrore non dobbiamo noi averne? A Dio solo l’onore e la gloria appartengono, dice l’Apostolo: Soli Deo honor, et gloria (1. Tim. 2). L’uomo non ha da se stesso, che il nulla ed il peccato; tutto quel che possiede, lo tiene dalla mano liberale di Dio; vita, sanità, ricchezze, spirito, talenti, beni di natura, di fortuna e di grazia, tutto abbiam ricevuto da Dio. Senza di Lui noi saremmo nel nulla, nell’indigenza d’ogni cosa: non siamo da noi stessi capaci di cosa alcuna, neppure di aver un buon pensiero per la salute. Alla sua grazia noi dobbiamo tutto il bene, che abbiamo fatto, se pure abbiamo fatto qualche cosa per il cielo. Qual ingiuria non fate voi dunque a Dio, uomini vani e superbi? In vece di rendergli gloria dei beni, dei talenti che avete ricevuti, voi vi prevalete dei suoi doni, come se venissero da voi medesimi; invece di riferir a Dio il successo delle vostre intraprese, voi le attribuite alla vostra industria; in vece di riconoscerlo per principio e autore di tutte le vostre buone azioni, ve ne arrogate la gloria, vantandole, pubblicandole, come se fossero unicamente opera vostra, e non già della grazia di Dio. Se tutti i beni, che possedete nell’ordine della natura e della grazia, voi li tenete dalla mano liberale di Dio, perché gloriarvene come se non li aveste ricevuti? dice l’Apostolo. Quid gloriaris, quasi non acceperis (1 Cor. IV)? Non è forse un rapire a Dio la gloria che gliene ritorna? Non è forse imitare l’audacia dell’angelo ribelle, che portò il suo orgoglio sino a disputare a Dio la sua gloria, e la sua indipendenza? Mentre questo fu, come sapete, il suo peccato e la cagione della sua disgrazia. Questo celeste spirito, la più bell’opera che fosse uscita dalla mano di Dio, si accecò coi suoi propri lumi; invaghito della bellezza del suo essere, dell’eccellenza delle sue perfezioni, talmente se ne compiacque, che si credette indipendente da tutti: in vece di sottomettersi a Dio, pretese sollevarsi sino a Lui, rendersi simile all’Autore del suo essere: Similis ero Altissimo. Tale è l’eccesso di temerità, a cui l’orgoglio è capace di portar la creatura. Usurpar gli onori divini, affettar l’indipendenza, che non appartiene che all’Essere supremo; tale è stata l’audacia negli angeli ribelli. che hanno avuto degli imitatori negli uomini, sin dai primi secoli del mondo. Imperciocché, donde pensate voi, fratelli miei, che sia venuta l’idolatria, la quale sparse sì dense tenebre sulla faccia dell’universo, che quasi tutto il genere umano ne fu involto? Fu dalla superbia degli uomini, che ripieni di sé medesimi, infatuati, ebri della loro grandezza, della loro possanza, del loro merito, giunsero a tale accecamento da farsi rispettare come dei da quelli, che erano cotanto ciechi per condiscendere ai loro sentimenti. Gli uni fecero fabbricar tempi in loro nome, gli altri rizzare statue, cui si rendevano onori divini. Tal fu l’orgoglio d’un Nabucco che fece mettere nella fornace tre figliuoli ebrei, che ricusarono di adorarlo. Così la superbia degli uomini è venuta a capo di rapir al Creatore la gloria che gli era dovuta, per attribuirla alla creatura: quale ingiustizia! qual disordine! Se la superbia non porta presentemente gli uomini ad eccessi così mostruosi, non se veggono forse ancora che vorrebbero, per così dire, esser riguardati come divinità sulla terra, sia elevandosi al di sopra degli altri, che pretendono far abbassare avanti ad essi, sia esigendo che si abbiano per essi certi riguardi, perché hanno più di nobiltà, più di beni, più di credito, più d’autorità, più di talento, più di spirito, e perché sono in un grado più elevato? Cenere e polvere, di che v’insuperbite? Quid superbis, terra et cinis (Eccl. III)? Che cosa siete voi avanti a Dio? Nulla e peccato. Ecco di che potete voi vantarvi, o piuttosto di che dovete umiliarvi; tutto il restante non è vostro, la gloria ne appartiene a Dio solo. Voi rassomigliate ad un vaso di terra adornato di vesti preziose, e che non diviene perciò più prezioso in sé stesso: mentre deve tutto il suo splendore a chi l’ha rivestito. Voi dovete tutto a Dio; dunque è un rapirgli la gloria che gli è dovuta il gloriarvi voi medesimi di ciò che avete ricevuto. – Perciocché finalmente, per farvi ancora meglio conoscere l’ingiustizia del vostro orgoglio, e quanto sia egli mal fondato, su di che l’appoggiate voi? Qual è il fondamento della stima che avete di voi medesimi? È forse la nobiltà della vostra origine? Ma questa nobiltà non viene da voi, ella è una cosa straniera; non è già vostro merito l’esser nati da genitori illustri. Sono forse i beni che vi rendono orgogliosi? Ma questi beni non danno il merito, neppur lo suppongono; quelli che han ricchezze sono spesse volte più viziosi. Che avete voi fatto a Dio per avere più beni di tanti altri, che sono nell’indigenza, e forse più dabbene che voi? Donde vi vengono questi beni? Sono le eredità dei vostri antenati che nulla vi han costato; forse sono essi il frutto delle loro ingiustizie, o delle vostre, e per conseguenza non vi appartengono: voi non avete dunque motivo di vantarvene. Ma io voglio che vi appartengano per giusti titoli; forse saranno essi la causa della vostra riprovazione, e lo saranno infatti, se voi ne fate un malvagio uso. Non è forse questo piuttosto un motivo d’umiliarvi? Di che vi gloriate voi ancora? Delle qualità del corpo, dello spirito, della sanità, della bellezza, dei vostri talenti? Ma tutto questo non viene forse da Dio? Non dipendeva che da Lui di ridurvi in uno stato così umiliante come quelli che dispregiate, perché non hanno quell’avvenenza, quelle qualità personali, che sono materia della vostra superbia. La sola cosa che vi fa onore si è la virtù; ma di questa virtù, di queste buone opere, a Dio dovete il merito e per conseguenza la gloria. Se l’attribuite a voi medesimi, voi fate ingiuria a Dio, e la vostra virtù cessa per questo appunto d’essere vera virtù; ella è una virtù farisaica, riprovata da Dio; poiché dal momento che cercate la vostra gloria nella pratica della virtù, che fate buone azioni in vista di piacere agli uomini, di attirarvi la loro stima, non è più la gloria di Dio che si ricerca, come si deve ricercare, ma è un bene che gli appartiene. – Non è forse tuttavia quello che voi fate in mille occasioni, allorché praticate certe azioni virtuose avanti gli uomini, le quali non fareste in segreto e prevedete che vi loderanno, che vi stimeranno? Non è forse anche per un principio di superbia , che voi vi date delle lodi; che raccontate il bene che avete fatto, affinché gli altri ve ne diano; che vi vantate dei vostri talenti, delle vostre belle qualità, delle vostre virtù ? Quante volte per una dannevole ipocrisia vi siete coperti del mantello della virtù, che non avevate, per occultare i difetti cui eravate soggetti, evitando il peccato per il solo timore dal disonore, ma sempre pronti a commetterlo da che l’onor vostro non vi andasse? Forse anche per una detestabile vanità voi vi siete fatta gloria di ciò che doveva coprirvi di confusione, mentre la superbia fa tutto servir ai suoi disegni, così le malvage azioni come le buone. Qual ingiuria non fa dunque a Dio questo peccato? – Ma egli non è già men opposto alla carità, che si deve avere per il prossimo. Il superbo, che non stima che se stesso, tratta gli altri con un sommo disprezzo. Ascoltate il discorso del fariseo. Io non sono – dice egli – soggetto a vizi vergognosi come quel pubblicano: Non sum velut iste publicanus. Egli sparge su la condotta di lui la censura la più inoltrata. Quindi è che il superbo si preferisce a tutti. Io non sono – dice egli – come il tale ed il tale: io avrei fatto meglio in tal occasione. Egli si crede solo aver più di spirito, intendere meglio gli affari. Tutto quel che egli pensa, tutto quel che dice, tutto quel che fa, è sempre meglio che quello che possa pensare, dire o fare gli altri. Unicamente occupato del suo merito, esso non trova negli altri che difetti: sempre a farsi vedere nel bello, non studia che di far scorgere il debole degli altri, sul riflesso che il dispregio che se ne farà, servirà d’ombra al ritratto che egli fa di sé medesimo. Se è forzato di rendere giustizia al merito, egli fa tutto quel che può per oscurarne la gloria  con maligne interpretazioni, che dà alle azioni. Geloso dell’altrui innalzamento non evvi rigiro alcuno, che non metta in opera per soppiantarlo. Egli vuole aver dappertutto il miglior posto nelle assemblee, sino ai piè del santuario. È egli superiore ad altri? Li riguarda come vermi di terra. Quindi quella fierezza, quell’aria d’alterigia, che affetta a loro riguardo: quindi quell’affettazione di non conoscere coloro che gli appartengono per i legami del sangue, perché sono i miseri ridotti in una povera e bassa condizione, mentre d’altra parte egli si vanterà d’appartenere a persone più ricche e più elevate, e che sovente nulla gli sono. Quindi quelle pretensioni ridicole, che tutti accondiscendano al suo parere vero o falso, mentre egli medesimo non ha veruna condiscendenza per l’altrui sentimento. – A questi tratti, fratelli miei, che non fanno che abbozzare il ritratto del superbo, riconoscete, che egli abbia molta carità pel prossimo? Ah! come questa virtù è difficile a trovarsi nei superbi! La carità pensa bene di tutti e non giudica male d’alcuno, dice l’Apostolo. Il superbo fa tutto il contrario; egli la fa da giudice critico dell’altrui condotta e condanna tutti. La carità è paziente per sopportare gli altrui difetti, non si adira punto del male, che le vien fatto; ma un superbo nulla vuol tollerare, si offende del minimo disprezzo, d’una parola talvolta sfuggita a caso, senza disegno di recargli disgusto. Egli è un monte che getta neri vapori, tosto che vien toccato: tange montes, et fumigabunt. Quindi quegli sdegni, quei trasporti cui si abbandona; quelle maledizioni, quelle ingiurie che proferisce; quelle vendette che medita, e che effettivamente eseguisce contro coloro che hanno avuto per lui quei riguardi che si crede meritare. Ed è ciò, che mi ha fatto dire, che la superbia era la sorgente di molti peccati. – Non si attribuiscano – fratelli miei – ad altre cagioni fuorché alla superbia, tanti contrasti e nimicizie, che regnano tra gli uomini. Perché mai quelle persone tra loro nemiche da sì lungo tempo, non sono ancora riconciliate, malgrado gli avvisi d’un confessore? Si è la superbia che le ritiene. Ciascuno crede aver la giustizia dal suo canto, o se conosce il suo torto, non vuol confessarlo. Egli si stima più che un altro, crederebbe abbassarsi, e troppo costerebbe all’amor proprio il fare i primi passi; così rimane esso sempre nel medesimo stato, cioè in uno stato di dannazione. Perché mai s’intentano liti da lui in occasione delle ingiurie reali o pretese? Perché è egli intrattabile su i mezzi d’accomodamento che si propongono? Conviene, dice egli, aver soddisfazione d’un’ingiuria ricevuta, conviene sostenere il proprio onore. Ma che cosa si cerca in questo? Il soddisfare la sua passione, l’umiliare gli altri per innalzarsi. Donde vengono le maldicenze, le calunnie, di cui altri si serve per macchiare la reputazione altrui, se non dalla brama di mettersi al di sopra del prossimo? Così la superbia, il primo dei peccati capitali, ne strascina dopo di sé un’infinità d’altri. Ella fa venire al suo seguito l’invidia, l’ingiustizia, l’ira, la vendetta. Che dirò di più? Initium omnis peccati, superbia (Eccl. X). Ella acceca lo spirito e lo getta in mille errori; ella gonfia il cuore e gli ispira mille sentimenti d’ambizione; ella acceca lo spirito e gl’impedisce di vedere le verità, che deve credere; combatte anche con un’ostinata resistenza quelle che riconosce. Tale è stata l’origine fatale delle eresie, che hanno desolata la Chiesa di Gesù Cristo fin dal suo cominciamento. Uno spirito di superbia, che si è impadronito d’uomini che abbondavano nel loro senso, fece loro preferire i lumi d’un certo ingegno agli oracoli della verità eterna: hanno spregiate le rispettabili decisioni della Chiesa, quantunque abbiano riconosciuto che la sua autorità era la sola regola capace di fissare la loro certezza; ma troppo costava alla loro superbia il ritrattarsi ed essere tenuti per uomini soggetti ad ingannarsi; e perciò ostinati rimasero nel loro errore; hanno fatto naufragio, quando una umile sommissione li avrebbe condotti al porto della salute. Tanto è vero, che, quando la gonfiezza della superbia è giunta sino ad un certo punto, egli è molto difficile il guarirla. Questo veleno s’inoltra anche nel cuore per via delle brame smisurate che vi fa nascere, d’innalzarsi agli onori, di pervenire a certe dignità, ch’esso non è capace di riempiere. La buona opinione ch’egli ha di se stesso, fa tutto intraprendere per venire a capo de’ suoi disegni; e quando una volta si è giunto al punto che erasi proposto, si fanno cadute deplorabili per l’incapacità di adempiere i doveri d’uno stato temerariamente abbracciato. Tali sono le funeste conseguenze della superbia. – Del resto, non crediate, fratelli miei, che questo vizio non s’insinui che nelle case dei grandi; egli regna nelle condizioni più vili e più abbiette. Sovente v’ha più di superbia sotto un abito plebeo, che sotto la porpora ed il diadema: si vede nel semplice popolo la medesima brama di dominar gli uni su gli altri; la medesima ostinazione: il medesimo attaccamento al suo parere; ciascuno vuol comandare; niuno vuol soffrire riprensioni, niuno vuol essere avvertito, corretto de’ suoi mancamenti; li pallia, li scusa, né vuol confessare di aver fatto male. Si giunge anche all’eccesso di giustificare i suoi delitti; si prendono tutte le precauzioni possibili per nascondere quel che è, e farsi vedere quel che non è. Egli è anche rarissimo che tra le persone che fan professione d’una vita regolata, non se ne trovi alcuna che non abbia qualche macchia di superbia. Voi vedrete di quelli che non possono sopportar una parola, un dispregio che offenda la loro delicatezza; che vogliono essere applauditi in tutto e non essere giammai contradetti. Qual cura non hanno essi di mostrare sempre le loro virtù e di occultar i loro difetti? Non ricercano le lodi, ma sono ben contenti di riceverle; amano essi molto meglio gli adulatori che i censori del vizio; non sono disgustati di essere conosciuti per certi tratti che fanno onore, di avere una riputazione nel mondo; ed hanno in orrore tutto ciò che chiamasi umiliazione, abbiezione. – Quante compiacenze e riflessioni non hanno della loro propria virtù, su qualche buon’opera che hanno fatta? Si preferiscono d’ordinario quelle, che fanno onore a quelle, che si fanno nell’oscurità. Qual destrezza a rigettare i loro mancamenti sull’ignoranza, la sorpresa, o qualche altra circostanza che ne sminuisca la confusione? Qual attenzione a far scorgere tutto ciò che può far onore! Ecco ciò che prova che la superbia è un veleno sottile, cui è molto difficile preservarsi. Non è che a forza di combattimenti, che si può sperar di vincere questo formidabile nemico della storia di Dio e della salute dell’uomo. Mentre se la superbia è opposta a Dio, Dio non le è meno opposto; il che si può conoscere dai castighi con cui la punisce.

II Punto. Ella è una regola della giustizia di Dio di proporzionare il castigo alla malizia del peccato, che vuol punire; il che ha Egli osservato ed osserva ancora nei castighi, che esercita sopra il superbo. L’uomo con la sua superbia rapisce a Dio la gloria, che gli è dovuta: Dio vicendevolmente umilia l’uomo superbo e l’opprime di confusione. L’uomo superbo dispregia gli altri; Dio permette che divenga anch’esso l’oggetto dello scherno, e del dispregio degli uomini. La superbia finalmente è una sorgente avvelenata, donde nasce un’infinità di vizi e di peccati; questa sorgente con la sua contagione distrugge il merito delle virtù. Qual colpi fatali non porta ella dunque a coloro che ne sono infetti? Ancor un momento d’attenzione. – In ogni tempo Dio, il quale dà la sua grazia agli umili, ha resistito ai superbi: più i superbi han voluto innalzarsi, più Iddio gli ha abbassati. Noi abbiamo una prova convincente nel castigo degli angeli ribelli, che la superbia sollevò contro Dio, sino all’eccesso di volersi a Lui uguagliare. Appena ebbero essi formato i loro baldanzosi progetti, che furono nell’istante spogli dei doni di natura e di grazia, di cui li aveva Iddio arricchiti. Scacciati dal cielo furono precipitati nel profondo dell’abisso: Quomodo cecedisti de cœlo Lucifer (Isai. XIV). Come mai Lucifero è caduto dal cielo coi suoi partigiani? Come mai quelle sublimi intelligenze di perfette creature che erano, sono divenute orribili demoni? Si è per la superbia. Egli è questo peccato, che ha aperto l’inferno, quella orribil dimora, ove saranno essi per tutta l’eternità, e che sarà il retaggio di tutti coloro, che avranno imitato gli angeli prevaricatori nelle loro ribellioni. – Noi abbiamo ancora nella sacra Scrittura un gran numero di esempi dei castighi della superbia: eccone dei più memorabili. Assalonne, il figliuolo di Davide, è sospeso ad una quercia, e percosso dal colpo della morte, in punizione del progetto ambizioso che aveva formato di salir sul trono di suo padre. Nabucco, spinto da un eccesso di superbia, vuol essere riguardato come il Dio della terra; egli fa erigere una grande statua per essere adorato dagli uomini; ma nel tempo medesimo che s’innalza e si perde nelle sue grandi idee, Dio l’abbassa e l’umilia togliendogli il suo regno, levandolo dalla società degli uomini, e riducendolo alla condizione delle bestie, con cui è obbligato di abitare e di mangiare l’erba nelle foreste. Non è che dopo sette anni d’una sì dura penitenza, che Dio perdona a quel principe cosi umiliato. Tale fu ancora l’umiliazione del superbo Amano, allorché si vide condannato a morire sul patibolo, che aveva fatto alzare per Mardocheo, il quale non voleva piegar il ginocchio avanti a lui. Cosi Dio si compiace di umiliar i superbi: e senza uscir dal nostro Vangelo, consideriamo come Dio vi tratta il superbo fariseo. L’umile pubblicano merita per la sua umiltà il perdono de suoi peccati; ma il fariseo è riprovato da Dio: egli ritorna a casa più colpevole di quel che era prima, che entrasse nel tempio del Signore per farvi comparire la sua superbia. – Questo è ciò, che accade ogni giorno ai superbi; mentre essi cercano d’innalzarsi, di distinguersi, di meritar la gloria e la stima degli uomini, Dio si allontana da essi, ritira da loro le grazie, gli abbandona ai loro sregolati desideri, come dice l’Apostolo, a passioni d’ignominia che li disonorano; così cadono in mancamenti considerabili, che li caricano d’obbrobrio o di Confusione; a misura, che si perdono le idee lusinghiere del loro spirito, la carne li strascina nel fango il più profondo, essendo la superbia ordinariamente seguita dall’impurità. Essere superbo e casto è una specie di chimera: Dio ritira il suo spirito dall’uomo superbo; e tosto che l’uomo non è più condotto dallo spirito di Dio, diventa tutto carne e si abbandona alle sue sregolate passioni; funesto castigo del peccato di superbia, che ricopre l’uomo di obbrobrio avanti a Dio ed agli uomini: Odibilis coram Deo, et hominibus est superbia (Eccl. X). – Così il superbo, che dispregia gli altri, diventa vicendevolmente l’oggetto del loro dispregio, sia per i vizi cui la sua superbia lo strascina, sia per la superbia medesima, che lo rende a tutti insopportabile. No, non si amano punto le persone che presumono tanto, che non fanno che lodarsi, che vantarsi di ciò che han detto o fatto. Se per una condiscendenza che si ha per esse, o per tema di loro dispiacere, altri qualche volta applaudisce, internamente le dispregia, sa benissimo ritrattare in loro assenza le lodi, che in presenza di esse ha loro date; egli si beffa a suo bell’agio della loro maniera di parlare o di agire. Niuno ama d’essere dispregiato, insultato e trattato con alterigia, e siccome il superbo dispregia ed insulta sovente gli altri, e vuole dappertutto signoreggiare, non occorre stupirci se niuno può tollerarlo nel mondo. Tutto dispiace in lui, le sue parole, le sue maniere, il suo contegno, non si vede, che con noia comparire nelle assemblee » perché vi cagiona turbolenze, e si vede sempre uscirne con piacere. Si preferisce anche nel mondo profano la conversazione d’una persona umile e riserbata a quella d’un superbo, che vuol sempre vincerla su tutti: tanto è vero, come diceva il savio, che la gloria fugge il superbo che la ricerca, e segue l’umile, che la fugge: Superbum sequitur humilitas , humilem spiritu suscipiet gloria (Prov. XIX). La sola confusione, che è anche in questa vita il castigo della superbia, dovrebbe bastare per guarir da questa malattia chiunque ne sia attaccato, se vi facesse attenzione. Ma il proprio della passione, principalmente di questa, si è di accecare lo spirito, e di corrompere il cuore. Un superbo non vuol confessare il suo mancamento, e s’inasprisce anche di ciò che dovrebbe guarirlo. I dispregi, le umiliazioni, non fanno che accrescere il suo male. Qual passione più pericolosa per la salute? Ella è la sorgente di tutti i vizi, ella riduce al nulla la virtù. Ella è un vento ardente, dice la Scrittura, che disecca, che consuma ogni cosa. No, fratelli miei, non evvi più merito nelle azioni delle virtù le più eroiche, se l’orgoglio vi ha parte. Recitate lunghe preci, date tutti i vostri beni ai poveri, digiunate, mortificatevi con le più austere penitenze, affaticatevi quanto gli Apostoli alla salute degli uomini, soffrite quanto i martiri; se voi cercate in tutto questo di piacere agli uomini, di meritar la loro stima: se è la vanità che vi anima e non il desiderio di piacere a Dio, di glorificar Dio, voi non ne riceverete giammai ricompensa alcuna nel cielo. Vi si dirà, come ai farisei, che facevano lunghe preghiere, limosine abbondanti, che digiunavano in vista della gloria degli uomini: voi avete ricevuta la vostra ricompensa: receperunt mercedem suam (Matth. VI). La vostra superbia vi farà naufragar con tutte le vostre virtù ed i vostri meriti; e non arriverete al porto della salute. Qual disgrazia! Ma qual follia più tosto! Quale accecamento di tanto travagliarsi inutilmente, di faticare, e di consumarsi per correre dietro ad un fumo d’onore, ove sovente non si può giungere, o che si dissipa tosto che vi si giunge  Mentre che cosa è la stima degli uomini, che voi ricercate nelle vostre azioni? Ella è un’ombra che svanisce. Oggi gli uomini vi lodano, domani vi biasimano. Non si deve dunque fare maggior conto dei loro sentimenti, che dei loro sogni, dice s. Gregorio Nazianzeno; essi s’ingannano sovente nei loro giudizi, stimano ciò che dovrebbero dispregiare, dispregiano ciò che dovrebbero stimare. Non bisogna dunque attaccarsi alla loro stima; ma non ricercare che quella di Dio, il quale sa fare il giusto discernimento della virtù: Quem Deus commendat, Me probatus est (2 Cor. X). Non siamo sicuri di avere la stima degli uomini, quando la ricerchiamo, ma lo siamo sempre di avere quella di Dio. Non ricercate che la sua gloria in tutte le cose, e troverete la vera e soda gloria per voi.

Pratiche. Per preservarsi ancora dal veleno della superbia, osservate la massima seguente. Il proprio della superbia è di stimar se stesso e dispregiar gli altri: fate tutto al contrario; non abbiate che del dispregio per voi medesimi, e della stima per gli altri. Per ciò fare, bisogna cangiar d’oggetto. Esaminate i vostri difetti per considerare le buone qualità del prossimo. La vista dei vostri difetti v’inspirerà del dispregio per voi medesimi, e le perfezioni degli altri ve li faranno stimare. – Ciascuno ha i suoi difetti e le sue buone qualità. Dio ha divisi i suoi doni in diverse maniere, dice s. Paolo: Divisiones gratiarum sunt (1 Cor. XII). Affinché l’uno non avendo ciò, che l’altro possiede, questi non possa innalzarsi su di quello. Non evvi alcuno, che sia perfetto, e che non possa riguardarsi inferiore ad un altro per quel che non ha. Se voi avete qualche talento, qualche virtù che altri non hanno, voi siete soggetti a mancamenti, cui non sono essi soggetti; hanno virtù e qualità, che voi non avete. Sono queste virtù che convien riguardare in essi per stimarle, giacché in questo vi sorpassano; voi troverete nei vostri difetti di che dispregiarvi e nelle loro virtù di che stimarli: se sono caduti in qualche mancamento, che voi non abbiate commesso, non dovete prevalervene, perché non avvi alcuno, dice s. Agostino, che non possa cadere nei medesimi traviamenti che un altro, se Dio l’abbandonasse a sé stesso; quell’ uomo, che voi dispregiate più, sarà forse un più gran santo che voi. Non vi gloriate di cosa alcuna, non vi vantate giammai dei vostri beni, né dei vostri talenti, della vostra origine, della nobiltà dei vostri congiunti, ancor meno delle vostre virtù. – Rimandatene tutta la gloria a Dio, senza il cui aiuto noi non siamo capaci, dice l’Apostolo, di pronunziar solamente il nome di Gesù. Il vostro motto il più frequente sia quello del medesimo Apostolo: Soli Deo honor, et gloria. Siate contenti che le vostre buone opere siano conosciute da Dio solo, giacché egli solo ne deve essere la ricompensa. Così sia.

Credo…

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus
Ps XXIV: 1-3
Ad te, Dómine, levávi ánimam meam: Deus meus, in te confído, non erubéscam: neque irrídeant me inimíci mei: étenim univérsi, qui te exspéctant, non confundéntur.

[A Te, o Signore, ho innalzata l’anima mia: o Dio mio, in Te confido, che io non abbia ad arrossire: che non mi irridano i miei nemici: poiché quanti a Te si affidano non saranno confusi.]

Secreta

Tibi, Dómine, sacrifícia dicáta reddántur: quæ sic ad honórem nóminis tui deferénda tribuísti, ut eadem remédia fíeri nostra præstáres.

[A Te, o Signore, siano consacrate queste oblazioni, che in questo modo volesti offerte ad onore del tuo nome, da giovare pure a nostro rimedio.]

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Ps L: 21.
Acceptábis sacrificium justítiæ, oblatiónes et holocáusta, super altáre tuum, Dómine.

[Gradirai, o Signore, il sacrificio di giustizia, le oblazioni e gli olocausti sopra il tuo altare.]

Postcommunio

Orémus.
Quǽsumus, Dómine, Deus noster: ut, quos divínis reparáre non désinis sacraméntis, tuis non destítuas benígnus auxíliis.

[Ti preghiamo, o Signore Dio nostro: affinché benigno non privi dei tuoi aiuti coloro che non tralasci di rinnovare con divini sacramenti.]

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

http://www.exsurgatdeus.org/2018/09/14/ringraziamento-dopo-la-comunione-2/

http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

LO SCUDO DELLA FEDE (123)

Paolo SEGNERI S. J.:

L’INCREDULO SENZA SCUSA

Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1884

PARTE SECONDA

CAPO II.

La necessità dì una scuola per la vera fede.

I. Vi ha una fede al mondo? Dunque havvi parimente una scuola dov’ella insegnisi dai mortali. Altrimenti non volendo Iddio farsi a tutti, come ad alcuni, immediato maestro di verità soprannaturali, avverrebbe di leggieri nelle cose udite quello che avviene nell’udito medesimo, che tra i sensi è il più difficile a perfezionarsi, ed è il più facile a perdersi (Arist. Probl., sec. 11. n . 11). 0 non si conseguirebbe mai la dottrina celeste, o si perderebbe di breve per lo mescolamento di vari errori su lei trascorsi. E pure chi può dire quanto rilevi serbarla intatta? Senza di essa qualunque scienza è una totale ignoranza: Et si quis erit consummatus inter filios hominum, si ab illo abfuerit sapientia tua, Domine, in nihilum computabitur (Se anche uno fosse il più perfetto tra gli uomini, mancandogli la tua sapienza, sarebbe stimato un nulla.- Sap. VIII. 6). Ora questa scuola, con termine più usuale è detta Chiesa: e quei che apprendono in essa la verità sono intitolati fedeli, tanto più scelti, quanto più disposti ad apprenderla facilmente: Erunt omnes docibiles Dei (Iob. VI. 45). E perché il maestro primario di questa scuola è l’istesso Dio, conviene che ella abbia in sé di legittima conseguenza questi tre pregi: che sia antichissima di tempo: infallibilissima d’insegnamenti: apertissima a chi che sia che desideri quivi luogo.

I.

II. E primieramente, antichissima ella è di tempo. Il paradiso terrestre, avanti ch’egli servisse, con una specie di antiperistasi tormentosa a rincrudelire le nostre piaghe, qual più nobile uso ebbe in terra, che l’essere la prima scuola apertasi dall’Altissimo per addottrinare in Adamo tutti i mortali? Non prima Adamo ebbe l’essere, che comparvegli quivi Dio a manifestargli i suoi disegni segreti, fermando quasi con esso lui questo patto da tramandarsi a’ suoi posteri: Che Dio all’uomo desse l’aiuto della sua grazia bastevole ad operare, e la rimunerazione della sua gloria: l’uomo a Dio rendesse vicendevolmente l’ossequio del culto impostogli, e l’ubbidienza alle leggi che a tempo a tempo ne venisse a ricevere. Tale fu la prima lezione necessarissima. Altrimenti come avrebbe l’uomo potuto mai indovinare quelle verità che sono sopra di lui, e singolarmente la norma di una religione vera e valevole, se Dio stesso non gliele avesse amorevolmente date a sapere? Può forse vedersi il sole, senza il sole medesimo che apparisca, o possono scoprirsi i suoi raggi, senza che la sua luce benefica sia la prima, la quale venga ad incontrar le pupille di lei mancanti?

III. E quindi e l’antichità della fede (L’uomo primo fu creato intelligente e credente ad un tempo, ed il suo Creatore gli apparve insiememente oggetto della sua intelligenza e della sua fede, nel duplice ordine della ragione e della rivelazione, della natura e della grazia) che, coetanea del mondo, nacque con esso ad un parto: in quanto Quegli che fu il creator delle cose, con fabbricar l’universo, intese di fabbricare ancora un liceo, dov’Egli fosse maestro di verità: non potendo avvenir di meno, che se la sua somma bontà lo aveva indotto a formare l’uomo, così la sua somma sapienza non lo inducesse ancora ad ammaestrarlo. Tanto è vaga la sapienza di diffondere se medesima, quanto ne sia la bontà. Onde, siccome a questa par che disdica lo starsene sempre oziosa, senza operare mai nulla in altrui servizio; così a quella par che disdica lo starsene sempre muta senza dir nulla.

IV. È dunque un discorrere da ignorante distinguere tre vere religioni, corrispondenti alle tre leggi di natura, di Mosè, del Vangelo. Un medesimo sole non può mai fare, salvo che un medesimo giorno, quantunque in esso distinguansi rettamente i chiarori dell’alba dagli splendori del sol nascente, e gli splendori del sol nascente dalla luce perfetta del mezzodì.

V. Dopo le tenebre della prima colpa sorsero quei crepuscoli fortunati della promessa di un redentore, ristoratore a suo tempo delle umane rovine, e ristoratore vantaggiosissimo: nella fede di cui si compiacque Dio che Adamo rimanesse giustificato dalla sua colpa, conforme a quello: Eduxit illum a delicto suo (Sap. X. 2). E il credere in questo Redentore il desiderarlo, il domandarlo, il valersi de’ suoi meriti con offerta sì anticipata a salute propria, fu la religione de’ primi secoli.

VI. Seguì Mosè con bell’ordine di profeti, i quali, a guisa degli altissimi monti, scorgendo dalle lor vette i primi raggi del venturo Messia, prima che egli spuntato al nostro emispero si facesse universalmente vedere anche ai piani bassi della gente più comunale, l’additarono con l’ombra delle figure e con l’oscurità delle forme, come si fa nel favellar delle cose che son da lungi.

VII. Finalmente giunta la pienezza de’ tempi comparve il Redentore stesso in persona, compiendo tutti i presagi e tutte le promesse del suo venire, fece di chiaro, e colmò tutto il mondo a un’ora di luce (Così Cristo appare l’alfa e l’omega della vera religione, la pienezza dei tempi, il centro in cui s’appunta ogni “ubi”, ed ogni quando della credente umanità: Ipso res. Quæ nunc religio Christiana nuncupatur, erat et apud antiquos, dice sant’Agostino (L. 1. Retr., c. 12): Nec defiut uti ab initio generis humani, quousque ipse veniret in carne; unde vera religio, quæ itimi erat, cœpit appellavi Christiana. Ecco dunque dal principio de’ secoli sino ad oggi una medesima religione insegnata da un sol maestro. Ecco una medesima verità, ma sempre più dichiarata: ecco una medesima scuola, ma sempre più alta (S. Th. 2. 2. q. 1. art. 7). La distinzione è solo ne’ tempi, nella dottrina è la connessione: Divina eloquia, etiamsi temporibus distincta. sunt tamen sensibus unita. Così anche egli il pontefice s. Gregorio ce lo conferma (In Ezech. hom. 6).

II.

VIII. Che poi questa scuola sia nelle sue dottrine infallibile, non sarà punto malagevole a credere, se si miri, che per maestro ell’ha Dio: Ponam universos filios tuos doctos a Domino (Is. LIV, 13). Pertanto la sapienza di tutte le scuole aperte dai Platoni, dai Socrati, dai Senofonti, dagli Aristoteli e da qualunque altro sia de’ savi terreni, è sottoposta ad errare. L’acque loro sono come l’acque che scorrono sulla terra: tutte però capaci d’intorbidarsi. Ma la sapienza di sì nobile scuola, qual è la chiesa, non erra mai. Le sue acque sono come l’acque riposte sul firmamento, tutte purissime, come son purissimi i cieli dove hanno il letto: Principium verborum tuoruni veritas (Ps. XVIII). La prima Verità, non soggetta né a macchinare inganno né a riportarlo, è il fondamento di ciò che insegna la Chiesa: e però come volete che ella sia soggetta ad errore? Questo è quel padiglione fortunatissimo dove Dio per gran sorte nostra promette di custodirci dalle contraddizioni delle varie lingue che ci assaliscono a guisa di tanti dardi: Protege eos in tabernaculo tuo a contradictione linguarum. I maestri della terra ci pongono tutto in lite, fino se ci moviamo, come Zenone; e fino se vegliamo o se vaneggiamo in guisa di addormentati, come gli scettici. E quel che è più, non fanno altro che dirci cose contrarie, senza convenire neppure in un punto massimo, qual è quel dell’ultimo fine. Chi potrà pertanto sperare d’imparar mai nulla di vero fra le contraddizioni di tante lingue? (Come al di sopra della molteplicità delle dissi leali e fallaci sette filosofiche sta immutabile e sempre vero il lume di ragione, fonte del senso comune, cosi sopra delle molteplici ed erronee religioni umane sta la vera religione, figlia del cielo, e madre della retta umanità). Eccovi chi, ripiglia sant’Agostino. Chiunque se n’entri in questa scuola autorevole della chiesa, dove Dio parla, e ponga mente a ciò che si approvi in essa, o che si ripruovi: Diversæ doctrinæ personant, d.iversæ hæreses oriuntur. Curre ad tabernaculum Dei, id est ccclesiam catholicam, ibi protegeris a contradictione linguarum (S. Aug. conc. 1. in Ps. XXIX).

IX. Ha poscia Iddio, per giunta de’ suoi favori, dato a questa scuola un tal libro, presso cui gli altri libri possano dirsi tante fiaccole spente, se alla fiamma di quello non piglian lume. Tal è la divina scrittura, compresa ne’ due testamenti, vecchio e nuovo, che si riguardano insieme, come i due cherubini su l’istess’arca. concorrendo ambo d’accordo a beneficarci. Mentre noi diveniamo dal vecchio dotti, dal nuovo anche doviziosi. Erudimur prædictis. et ditamur impletis (S. Leo ser. 11): possedendo in virtù del nuovo, ciò che in virtù del vecchio ci fu annunziato. Leggansi ambedue di proposito: e si vedrà, che il testamento vecchio promette il nuovo, il testamento nuovo dichiara il vecchio (S. Greg. hom. 6. in Ez.).

X. So non esser mancati, singolarmente tra’ maomettani, certi uomini di mezza testa, che questo divin volume hanno detto di ripudiare, perché egli falsificato da’ Cristiani, non sia più quello (Chi dice falsificato col tempo il divino volume, suppone di necessità, che esso fosse verace e degno di fede nella sua prima origine; e per di più deve riconoscerne anche di presente l’esistenza, a fine di paragonarne il vero col falsificato): ma sia quel rio che dal lungo correre l’atto sopra la terra abbia a poco a poco perduta la limpidezza donata a lui dalla vena.

XI. Ma io dico in prima, secondo tutte le leggi (Bal. in rub. de fide instrum.), che per togliere fede ad un istrumento ricevuto per vero da lungo tempo, non basta l’asserire animosamente che sia falsato, convien provarlo. Potranno gli avversari provare ne’ libri sacri il falsificamento da loro opposto? Su quali autori lo fondano? su che testi? Su che tradizioni, o di qual maniera possono i meschini affermar che egli succedesse?

XII. Anzi, ripiglio io, che da’ nostri non solamente non è stato adulterato mai questo libro dalla prima sua dettatura, ma che nemmeno era possibile adulterarlo.

XIII. Pruovo che non fu adulterato: altrimenti quella parte in cui fosse avvenuto un tale adulteramento non corrisponderebbe più con l’altre, come era innanzi, ma ne discorderebbe. E pure tutte le corde di un istrumento, il più armonico che si trovi, non concordano mai tra sé tanto giustamente, quanto giustamente concordano tutte le pagine e tutte le proposizioni di questo gran volume, puro affatto da ogni contraddizione, benché lievissima: di modo che questo solo argomento dovria bastare a qualunque sano intelletto. Per fargli credere, che se de’ vari libri, onde vien formata la bibbia sacra, furon diversi i secoli e gli scrittori, l’autore nondimeno ne fu sempre uno, cioè Colui che è sopra tutti i tempi o tutte le teste, né mai si muta.

XIV. Pruovo che non fu né anche possibile adulterarlo: attesoché gli esemplari, tanto del vecchio testamento, quanto del nuovo, furono fin dai principii della Chiesa divulgati per tutto il mondo, per l’Europa, per l’Asia, per l’Africa, e in ogni parte allor conosciuta. Furono trasportati in tutte 1e lingue, nella caldaica, nella greca, nella latina, nell’arabica, nell’armena, nell’etiopica, nella schiavona. nella siriaca. Furono del continuo letti pubblicamente, nelle occasioni che i Cristiani concorrevano insieme alle lor vigilie devote, a stazioni, a salmeggiamenti. Come sarebbe però potuto riuscire, né ad un uomo privato, né ad una setta falsificare tutte le copie di ciò ch’era in man di tanti?Non fiorirono sempre tra’ Cristiani uomini eminentissimi, che non avrebbero mai, come dotti ignorato un tale adulteramento, né mai, come zelanti dissimulatolo? per non ricorrere ora alla provvidenza, la quale, se in tante vicende di questo basso mondo non ha lasciato mai perire una specie di creature, per minima ch’ella fosse, come poteva lasciar perire la verità di quei libri, nei quali ella ci aveva dettata di bocca propria la via che dovevamo tenere nel venerare il nostro padron Sovrano sopra la terra, e nell’incamminarci a goderlo in cielo? Possiamo noi sospettare, ch’ella sia vaga di un culto falsificato, e che s’ella è curante de’ nostri affari minori, trascuri il sommo, sino al permettere che tante migliaia di persone piissime, le quali giorno e notte meditano la legge divina attentissimamente su questo libro, abbiano ad abbracciare una vana larva, invece di una solida verità? Non possono queste cose cadere in capo, se non a chi vi falsifichi il suo cervello, per poter con più libertà tener chi gli piace in conto di falsatore (Che non fosse possibile adulterare il divino volume, io ne scorgo un nuovo argomento in questo che Dio non può fallire al suo scopo provvidenziale: e fallito avrebbe, se, dopo di avere largito all’uomo il libro delle verità religiose, avesse poi permesso, che venisse adulterato a segno da non potersi più riconoscere la sua divina impronta).

XV. Ma ciò che ha più da stimarsi, è che Iddio insieme col libro ha data alla sua Chiesa la mente sì per intenderlo e sì per interpretarlo. Altrimenti a che gioverebbe quello, senonché a rendere gli errori più perniciosi? Come non v’è cicuta la più nocevole di quella che si beve nella malvagia; così non vi sarebbe inganno più pestilente di quello che si bevesse nella parola divina intesa a capriccio. E pure chi può dire per altro quanto sia facile, ora il cavar da esso gli errori, ora il confermarli, all’usanza di tanti eretici abusatori del sacro testo, sol perché ciascuno si arroga una stessa miniera si cava e terra e metallo e medicamenti e veleni. Ora su questo affare è così protetta e così privilegiata da Dio la Chiesa, che un Agostino protestò ad alta voce che non crederebbe neppure al Vangelo stesso, se l’autorità della Chiesa Cattolica non fosse quella che glielo porgesse in mano, con accertarlo, che quella è dettatura di Dio. Ego evangelio non crederem, nisi me catholicæ ecclesiæ eommoveret auctoritas (Cont. ep. fond. c. 5. 6). E perché ciò, se non perché ad essa da Dio fu conferito lo spirito necessario a discerner bene qual sia la parola di Dio, e quale non sia? Per questa prerogativa si mostra ella degna del titolo più sublime di cui l’ornò l’Apostolo, ove chiamolla colonna e fermamento di verità: Ecclesia Dei vivi, columna et firmamentum veritatis (1. Tim. III. 13. s. Th. ib.) Colonna per la saldezza ch’ella ha in se stessa: fermamento per lo sostegno che dà ad altrui. Non è adunque la interpretazione delle scritture quella che rende ferma la Chiesa, ma è la Chiesa quella che rende ferma la interpretazione delle scritture, come non è l’edifizio quello che rende stabile la colonna, ma la colonna quella che rende stabile l’edifizio. Né da ciò ne vien che la Chiesa si arroghi superbamente d’esser da più delle scritture divine (come i suoi calunniatori tentarono fin di apporle), ma d’ essere bensì da più di quegli uomini particolari e privati, i quali espongono le scritture divine.

III.

XVI. E pur tutti questi pregi sarebbero, per dir così, un tesoro nascosto, e conseguentemente di nessun prò, so con essi non andasse congiunto l’essere questa scuola una scuola pubblica che sta sempre aperta a ciascuno. Se ella fosse scuola ignota, o invisibile, ne seguirebbero que’ medesimi sconci i quali avverrebbero, se o non fosse al mondo questa comunanza di uomini da Dio retta con certezza infallibile nel suo culto; o se, essendovi, non fosse discernevole agevolmente dalle altre comunanze che non son tali. Rileverebbe per ventura gran fatto, che non mancasse al mondo il vero sentiero dì andare a Dio, quando questo fosse sì inospito o sì intralciato, che non si potesse discernere dai sentieri al tutto contrari? In tal caso quella provvidenza medesima che si stende a fornire i vermicciuoli più vili di conoscimento bastevole a rintracciare con sicurezza i mezzi proporzionati a trovar i lor cari pascoli, avrebbe poi lasciati gli uomini in una ragionevole dubbietà di ciò che sia d’uopo al conseguimento del loro ultimo fine. Proposizione che da nessuna bocca può vomitarsi senza appestar tutta l’aria. Il che per più forte ragione hanno da concedere ancora lo tanto sette de’ Cristiani, che, o per l’eresie o per lo scisma, si son divise dalla comunione cattolica. Conciossiaché, avendo il Figliuolo di Dio comandato sì espressamente a’ propri seguaci, che ne’ loro dubbi faccian ricorso alla chiesa, die ecclesiæ, sotto pena che sia contato tra gl’infedeli chi contumace ricusi di accertarne le decisioni: Si ecclesiam non audierit. sit tibi sicut ethnicus et publicanus (Matt. XVIII); qual dubbio c’è che evidentemente si debba poter discernere quale sia questa Chiesa ornata da Dio di tanto incontrastabile autorità? da che più d’una (come sopra mostrammo) non può mai essere: onde chi da lei si diparte, non può non perdersi, quasi fuori dell’arca, in un generale diluvio che non ha scampo.

XVII. Oltre a che, se tutti i Cristiani hanno un precetto sì rigoroso di amarsi scambievolmente, con un amore più nobile e più notabile di quello che regni in altri: In hoc cognoscent omnes, quia discipuli mei estis, si dilectionem habueritis ad invicem (Io. XIII, 35): come potrebbero essi adempire sì bel precetto, se non si distinguessero apertamente i fratelli dagli inimici, i fedeli dagli increduli, e i confederati dagli stranieri?

XVIII. Finalmente questa Chiesa, che in riguardo agli uomini è scuola di verità, in riguardo a Cristo è suo regno. E però quale onore, o quale ossequio ritrarrebbe egli mai da questo suo dominio sopra la terra, se fosse, dirò così, una terra incognita, e non avesse altri vassalli, che alcuni uomini, o smarriti o sepolti? Infino la sinagoga da lui distrutta lo potrebbe insultare di miserabile, con dimostrarsi ella più nota nelle sue sconfitte medesime che non sarebbe il reame di Cristo nei suoi trionfi.

XIX. Però la Chiesa non è invisibile ad altri, che a chi (come disse sant’Agostino) vuol chiudere apposta gli occhi per non vederla: Hanc ignorare nulli licet (Tr. 2. in ep. Io). E Chiesa? Dunque è congregazione, mentre tal è la forza del suo vocabolo. E s’ella è congregazione, come almanco non è ella visibile ai congregati? Né poteva da Cristo venire paragonata, or ad aia, or a cena, or a convito, ora greggia, se uno che è quivi non sapesse nulla dell’altro. Che più? Non è ella quella città, non posta al piano, ma posta sulla montagna? Civitas super montem posita (Is. XVI. 18). Adunque non solo è nota a chi dentro v’abita, ma ancora a chi ne sta fuori. Ben ha da stimarsi cieco chi non arriva a scorgerla fin da lungi. Tanto più che Isaia la chiamò la città del sole, civitas solis vocabitur; e però niun potrà dire che non la scorse, perché egli si abbatté a passarvi di notte.

IV.

XX. Tale adunque è la scuola, maestra di fede alle genti, antichissima di tempo, infallibilissima negl’insegnamenti, apertissima a chi brami di entrarvi qual suo scolaro. Solo qui si vuole avvertire, com’ella ha una porta bassa per cui non è permessa l’entrata che a capo chino (Qui ci soccorrono alla mente quei versi manzoniani del Cinque maggio: » Che più superba altezza » Al disonor del Golgota » Giammai non si chinò). Certe menti orgogliose non v’hanno luogo: Non est fides ruperborum, sed humilium (S. Aug. ser. 36. de verb. Dom.). Iddio è un sole, ma non già un sole simile al materiale, il quale illumina di necessità da per tutto: Sol iliuminans per omnia (Eccli. 42. 15): né è mai padrone di ritirare i suoi raggi quando a lui piaccia. E sol volontario, che se diffonde la luce, la diffonde per elezione. Onde, invece d’illustrar maggiormente le cime più rilevate, ritira da esse i suoi splendori ad un tratto e le lascia nelle tenebre folte da loro elette. Deus superbis resistit, humilibus autem dat gratiam (Iac. 1. 21).

L’IDEA RIPARATRICE (6)

P. RODOLFO PLUS S. J.

L’IDEA RIPARATRICE (6)

[Traduzione del P. Giovanni Actis, S. J.  dalla 25° edizione originale]

Torino-Roma Casa Editrice MARIETTI 1926

Imprimi potest.

P . ANTONIOS ARGANO S. I., Præp. Prov. Taur.

Visto: Nulla osta alla stampa.

Torino, 26 Maggio 1925.

Teol. Coll. ATTILIO VAUDAGNOTTI.

Imprimatur.

Can. FRANCESCO DUVINA, Prov. Gen.

(30) PROPRIETÀ ARTISTICA LETTERARIA (2-xi-25-2M).

LIBRO II

Chi deve riparare?

CAPO TERZO

IL SACERDOZIO E LA RIPARAZIONE.

Nell’annunciare un volume di Lettres des Prètres aux armées. G. Goyau definisce la S. Messa « il più grande avvenimento della Storia umana ». poi soggiunse: « Ogni giorno il Sacerdote introduce nei destini della famiglia umana l’azione efficace del Dio Redentore: con un gesto sovrano fa entrare nella trama dei nostri peccati quotidiani il riscatto divino: al disopra del caos delle colpe pubbliche e delle colpe private egli solleva in alto la vittima di espiazione. Per alcuni, e diciamo pure per molti, questo compenetrarsi della storia umana per mezzo del moltiplicato sacrifizio di un Dio — moltiplicato e nello stesso tempo sempre unico — non è che una cerimonia priva di valore. Eppure sotto i loro occhi per opera del sacerdote si ripete l’ora decisiva in cui il genere umano, tutto insieme peccatore e giustamente diseredato, fu d’un tratto rimesso sulla via della pienezza della vita soprannaturale per mezzo di due portenti inauditi: l’Incarnazione e la Redenzione. « Operaio scelto da Dio per continuare attraverso ai secoli questi stessi portenti, il Sacerdote non si lascerà distogliere, avvengano pure le più rovinose catastrofi, da un tale impegno, il quale dal giorno della sua ordinazione si è come identificato colla stessa vita dell’anima sua per l’eternità ». Non si saprebbero condensare in più breve giro di parole la grandezza e la responsabilità del sacerdozio. Che fa il Sacerdote? Egli continua la vita di Gesù Cristo. Orbene Gesù Cristo .è venuto sulla terra per dare al Padre in se stesso un Pontefice, un Sacerdote capace di adorare e di espiare in modo conveniente. Il Sacerdote, destinato a continuare Gesù sulla terra, dovrà imitarlo offrendosi con Lui in testimonianza di adorazione e di espiazione. Come è consecrante con Gesù, il Sacerdote sarà anche « ostia » con Gesù. Egli non comprende che la metà del suo ministero se, mentre accetta la parte attiva di distributore del Corpo SS., della parola e del perdono di Gesù Cristo non accetta pure insieme la parte passiva di vittima del suo Maestro, di Colui di cui fa le veci e perpetua le funzioni. In tutto il tempo di sua vita quaggiù il divin Salvatore fu « ostia ». Non contento, volle, prima di morire, prolungare il suo sacrifizio, e nell’ultima Cena ne diede l’incarico ed il potere all’uomo. Così noi abbiamo la Messa che riproduce con rito incruento l’immolazione cruenta del Calvario. Sul Golgota Gesù Cristo, sospeso tra cielo e terra, faceva da schermo tra la giustizia di Dio e il peccato dell’uomo. E la sua mediazione era accetta al Padre per causa delle sue piaghe aperte e del suo sangue sparso. Nella Messa Gesù Cristo, posto sull’altare tra cielo e terra, ancora una volta fa da schermo tra la giustizia di Dio e il peccato dell’uomo: ciascuna « elevazione » compensa per le molte nostre bassezze, per le nostre cadute nel peccato e questo perché  la medesima virtù del sangue e delle piaghe divine estende la sua efficacia attraverso ai tempi; non vi hanno due sacrifizi, ma quello stesso della Croce che si manifesta in maniera diversa. Su questo punto le parole del Concilio di Trento sono chiare (La stessa vittima e lo stesso offerente ora per ministero dei sacerdoti, Colui che offrì se stesso in Croce, ma il modo di offrirsi è diverso (Conc. Trid., Sess. XXII, c, 2 –  Nel divin sacrifizio della Messa è presente lo stesso Cristo e viene immolato in modo incruento Colui che in Croce si offrì in modo cruento (ibid). – Non è nostro compito lo svolgere questa tesi e tantomeno l’entrare in discussioni teologiche sulla maniera di spiegare l’immolazione mistica. Nessuno meglio di Bossuet – Meditaz. sul Vangelo, la parte, « La Cena » – presenta quanto dobbiamo sapere su questo punto. Altri si potrà servire anche dei Metodi e formole per ben ascoltare la S. Messa, che ha scritto l’autore della Pratica progressiva della Confessione. Potremmo citare dei trattati speciali, ci basti indicare come eccellenti: CONDREN, Le Sacerdoce et le Sacrifice de Jéau-Christ. — GIRAUD, Jesus Prétre et victime é Prètre et Hostie. Non è questa tuttavia una bibliografia completa. ma la citazione di qualche opera di polso che non si può ignorare del tutto senza inconveniente. – opere di prossima pubblicazione tradotte sul blog – ndr. -): Quanti purtroppo assistono alla Messa senza dar segno di pur sospettare un così adorabile mistero! Quanti, se pregano, si valgono di formole adatte a tutt’altra circostanza. Quanti sanno a memoria le parole: « Santo Sacrifizio della Messa » , ma non comprendono a quale realtà precisa e terribile esse corrispondono. Si cita il caso di quel buon contadino che durante la Messa della domenica se ne stava colle spalle volte all’altare pregando ai piedi d’un gran Crocifisso di un’antica Missione collocato ad un pilastro. Un cotale gli fece osservare che il Signore era presente sull’altare, si voltasse per adorarlo: ed egli rispose tranquillamente: « Il vostro Signore sarà come voi dite sull’altare, il mio eccolo qui », e indicò il Crocifisso. Ignoranza più comune di quanto si creda. Ma di quelli stessi che credono fermamente l’identità del sacrifizio dell’altare con quello della Croce, non tutti conoscono il preciso loro dovere di offrire se stessi insieme coll’ostia santa che si offre a Dio. Se vogliono assistere alla Messa secondo lo spirito della Chiesa e l’intenzione di Nostro Signore. – Eppure questa necessità di unire nella S. Messa la propria all’immolazione del divin Salvatore è provata da molti argomenti: dalla nozione stessa di sacrifizio e dall’uso fattone fin dai tempi più antichi; dalla tradizione cattolica fin dalle origini; dalla dottrina comune dei SS. Padri sull’Eucaristia; dalla liturgia della Messa; da certi riti particolari, come dalla composizione delle specie sacramentali… ecc…. Per quanto andiamo indietro nella storia del Sacrifizio, si trova sempre che la vittima sostituisce quelli che assistono alla sua distruzione per esprimere a Dio i loro sentimenti di adorazione e di riparazione. Questa sostituzione diventerebbe un atto farisaico e puramente materiale quando per mezzo del Sacerdote e insieme con lui i fedeli non offrissero a Dio l’omaggio della loro religione e del loro pentimento, omaggio di cui nell’immolazione dell’Ostia abbiamo come un simbolo. Nell’antica Legge ciascuno posava la mano sulla vittima per dimostrare che si univa ad essa. La stessa cosa fa al presente il Sacerdote quando prega colle parole: « Noi vi scongiuriamo, Signore, ricevete quest’oblazione della nostra servitù e di tutta la vostra famiglia » (« Oblationem servitutis nostræ sed et cunctæ familiæ tuæ ». Molte preghiere della Messa esprimonol’unione del Sacerdote e dei fedeli con Nostro Signore — delle piccole ostie colla Grande. — servi tui sed et plebs tua. Noi tuoi servi e tutto il tuo popolo ..). Nei primi tempi del Cristianesimo ciascun fedele presentava la sua offerta, una parte del pane e del vino che doveva esser consacrato simbolo della sua partecipazione spirituale al S. Sacrifizio. Per formare le oblata — notano i Santi Padri — fa d’uopo unire insieme molti chicchi di grano e molti acini d’uva: questo prova che tutti i fedeli riuniti in un solo corpo si debbono offrire a Dio. Sempre la stessa dottrina veramente magnifica e fondamentale: Gesù Cristo non è « completo » se non unito al suo corpo mistico; la sua oblazione non sarà intera che per l’unione della nostra alla sua. Bossuet nella sua Exposition de la doctrine catholique, libro scritto per i protestanti, così spiega il modo con cui i fedeli assistono alla Santa Messa: « Presentando Gesù Cristo a Dio noi impariamo nello stesso tempo ad offrire noi stessi alla Maestà divina, in Lui e per mezzo di Lui quasi altrettante ostie viventi ». E S. Agostino: « Nell’offerta che la Chiesa fa al Signore del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo, essa offre ed immola se stessa… Il vero sacrifizio del Cristiano consiste nel non fare che un corpo solo in Gesù Cristo » (De Civ. Dei, 1. 10, c. 6). Ahimè! Troppo spesso i fedeli son ben lontani da questo ideale che pur dovrebbe esser la regola comune. La regola comune per ogni Cristiano, quanto più per ogni Sacerdote! « Che bello spettacolo presenterebbe la Chiesa se tutti i Cristiani — e noi aggiungiamo: se tutti i Sacerdoti — comprendessero così la legge del proprio Sacrifizio! Tutti intorno a Gesù, che si posa come morto sull’altare, i Cristiani spiritualmente immolati dovrebbero formare una sola Ostia di adorazione riparatrice. Fate, o mio Dio, che così sia di noi tutti; dateci di esser delle ostie immolate con Gesù-Eucaristia » (GRIMAL: Le sacerdoce et le Sacrifice de Jesus-Christ. p. 277. Libro utilissimo ai sacerdoti per comprendere la necessità che hanno di vivere come «Ostie ». Noi l’abbiamo consultato spesso nello scrivere il presente capitolo.). Un Sacerdote che comprenda appieno la Messa che celebra e per così dire la viva integralmente, tutto opera colla sua « Ostia » e nulla senza essere unito ad Essa. Per Ipsum et cum Ipso et in Ipso. Tutto per per mezzo di Gesù « Ostia » , insieme con Gesù « Ostia », in Gesù « Ostia » . Vivere senza esser crocifisso dovrebbe essere per lui una contraddizione. Victima Sacerdotii

sui et sacerdos suæ victimæ, diceva San Paolino: « Vittima del proprio Sacerdozio e sacerdote della propria vittima ». Certo, debole e fiacco, avrà sovente delle manchevolezze, ma il suo ideale sarà questo: Esser l’uomo del Santo Sacrifizio, l’uomo del Sacrifizio. – La sorella di Mgr. d’Hulst, dietro ad una immagine che gli mandava in occasione dei suo suddiaconato, aveva scritto: « Non essere mai Sacerdote senza essere ostia » . — Bel motto che fa per noi tutti. Non soltanto la vera e completa intelligenza della S. Messa dovrebbe condurre naturalmente ogni fedele — e a più forte ragione ogni Sacerdote — ad offrirsi a Dio in immolazione ogni qual volta gli è concesso assistere al divin Sacrifizio o celebrare, ma anche la vera e completa intelligenza della S. Comunione dovrebbe spingere ugualmente ogni fedele — e a più forte ragione ogni Sacerdote — ad una offerta analoga ogni volta che ha la buona sorte di ricevere Gesù « Ostia ». Possiamo considerare la S. Comunione sotto due aspetti, ambedue essenziali, ambedue dogmatici, che possono ad ugual misura influire nella pietà cristiana: la Comunione, incorporazione alla vita di Nostro Signore; la Comunione, incorporazione alla sua morte. Praticamente però, questi due diversi aspetti della Comunione non trovano nelle anime uguale accoglienza. Quanti si accostano alla S. Comunione conoscono e vi cercano l’unione colla vita del Salvatore. Forse pochi conoscono e vi cercano la partecipazione al suo Sacrifizio, alla sua immolazione, alla sua morte, che pure è il tema obbligato della predicazione eucaristica di S. Paolo. « Poiché la morte di Gesù è sempre presente nell’Eucaristia — dice Bossuet (Meditazioni sul Vangelo, ll parte, «La Cena», 46° giorno.) — l’impressione della morte di Gesù Cristo dev’essere sentita in ogni fedele che deve rendersi vittima anch’esso ad imitazione del Figliuolo di Dio. Questa è la virtù della Croce, virtù sempre vivente nell’Eucaristia ». « Non dimenticate — scriveva S. Paolo ai Corinti — che nel comunicarvi voi “annunziate la morte del Signore ” ( I Cor., XI). Voi dovete dunque, tale è la mente di S. Paolo, unirvi alla sua immolazione, comunicare colla sua morte » (Id., ibid., 19° giorno). La stessa dottrina troviamo neWImitazione di Cristo (lib. IV, c. 8): « Nella stessa maniera che io mi sono offerto spontaneamente al Padre pei suoi peccati, le mani stese sulla Croce e il corpo tutto impiagato, nulla risparmiando che mi appartenesse, ma tutto offrendo in sacrifizio per la divina riconciliazione, così anche tu devi spontaneamente offrire te stesso a me in oblazione pura e santa, ogni giorno nella S. Messa, quanto più intimamente puoi con tutte le tue forze e con tutti gli affetti tuoi ». S. Paolo dice ancora: « Quelli che mangiano le carni immolate forse che non partecipano al Sacrifizio? » ( I Cor.. X, 18). Parole che non si possono comprendere che ricordando i riti e il simbolismo dei sacrifizi offerti nel tempio di Gerusalemme. Mangiare delle carni offerte voleva dire collocare se stessi sull’altare e domandare di esser considerati come parte della vittima: e questo sapevano benissimo i Corinti. Sempre il cibarsi dell’oblazione fatta fu considerato come una intima unione con la stessa oblazione. L’Apostolo quindi colle sue parole altro non fa che ricordare come nella nuova legge si continua lo spirito dell’antica, e l’effetto della nostra partecipazione all’« Ostia » è ancor sempre di unirci strettamente al Cristo immolato, di metterci in « comunione » con Lui. Comunione vuol dire appunto unirsi, diventare una cosa sola con l’Ostia — quindi offrirsi in ispirito con essa — dunque « offrire la propria carne ad esser crocifissa coi suoi vizi e colle sue concupiscenze » (Gal., V, 24), abbandonare nelle mani di Nostro Signore la propria vita, le fatiche, le pene, le preghiere affinché Egli le pervada tutte dello spirito di sacrifizio. Al IV secolo era di consuetudine, appena comunicati, di posar il dito sulle labbra ancor umide del Preziosissimo Sangue e segnarsi poi con esso sugli occhi, sulla fronte e sulla bocca. Al contatto dell’Ostia impariamo ancor noi a purificare e santificare le nostre affezioni e i nostri pensieri, il nostro cuore e i neutri occhi, tutte le nostre membra, tutta l’anima nostra e imporci a questo fine i sacrifizi necessari. – « Voler ricavare profitto dal S. Sacrifizio  nella S. Comunione senza fare dei sacrifizi, volerci divinizzare per mezzo dell’Ostia senza immolarci con Essa. è pretendere di vivere come “parassita dell’Altare”. è cercare la salvezza fuori della Croce » (GRIMAL: Ibid., pag. 329). La Comunione ben intesa non è soltanto divinizzante, ma deve esser pure immolante. anzi perché divinizzi conviene che immoli. – L a Comunione ben intesa non è soltanto un tesoro che ci viene dato, non consiste solo nel ricevere un’ostia, ma anche nell’offrire, nel darne un’altra. Non si può ricevere degnamente la Vittima dell’altare se non a condizione che noi pure ci offriamo sull’altare come vittima in ispirito di adorazione e di espiazione (« La doppia funzione dei fedeli alla S. Messa, li costituisce offerenti e offerti nello stesso tempo, è così vera che la liturgia del S. Sacrifizio non si può intendere altrimenti, se non vogliamo avere delle contraddizioni in termini » . DOM VANDEUR O. S. B., La Sainte Messe,  p. 135). Mgr. Batiffol ha lasciato scritto: « Il concetto di S. Paolo della comunione al Sacrifizio è destinato a rimaner sempre oscuro per la pietà cristiana, la quale sarà sempre più attirata dal concetto di S. Giovanni: che cioè la S. Comunione è una partecipazione alla vita divina » . Noi non crediamo questo giudizio definitivo, anzi vogliamo sperare invece che quando ciascun Sacerdote sarà meglio penetrato egli stesso della dottrina di S. Paolo sulla « Comunione che immola » , egli si troverà in grado di insegnare pure ai fedeli la necessità in cui sono di offrirsi con Gesù in Sacrifizio ogni volta che si accostano a riceverlo nell’Ostia santa. È un fatto che le anime riparatrici sono in piccolo numero: esse si moltiplicheranno certamente quando molti siano i Sacerdoti che posseggono a fondo la dottrina della Riparazione. Come possono sapere i semplici fedeli se coloro che li istruiscono non sanno, o se possedendo in teoria la grande idea paolina sulla comunione o partecipazione al Sacrifizio di Gesù Cristo, essi poi in pratica non la vivono e non si danno attorno con tutte le loro forze per farla vivere nel gregge di Cristo? Molto a proposito dice l’autore di Sacerdoce et Sacrifice de Jésus-Christ: « Lo spirito di sacrifizio è la grande lezione che cidà l’Ostia. L’Eucaristia riproduce la Croce…L’effetto immediato e necessario dellaS. Comunione è unirci all’’Ostia come tale,cioè a Gesù che è immolato e che immola.« Riceve la S. Comunione con vero spirito chi vede nell’Ostia Gesù Crocifisso ed entra nelle sue intenzioni di Ostia. Chi non si comunica con questo spirito di sacrifizio, benché sia in istato di grazia e provi certi sentimenti di divozione, si potrebbe dire che non si comunica che per metà (Si noti il « si potrebbe dire ». Non intendiamo affatto negare il valore dell’opus operatum). Egli non comprende che voglia dire Ostia, forse perché nelle spiegazioni, che gliene vennero fatte, troppo si è indugiato sulla virtù eucaristica secondaria o metaforica a danno di quanto v’ha di più importante. Egli non scorge sui nostri altari sempre presente e operante la Croce, forse perché  chi doveva farlo non gliel’ha mostrata coll’insistenza dovuta ». E poi continua: Nella nostra predicazione eucaristica noi avremo di mira sovratutto il far vedere sui nostri altari il Memoriale vivente della Morte di Nostro Signore per istillare nelle anime questo spirito d’immolazione che le renderà Ostie insieme con Gesù nella loro vita quotidiana… (Grimal, ibid. p. 357). Non temiamo d’incorrere nel rimprovero di troppo insistere sul lato doloroso del Cristianesimo, di presentare tanto la Passione di Nostro Signore, quanto la vita e la morte di ogni Cristiano come un’immolazione espiatrice. Potremmo noi fare altrimenti… attenuare o nascondere il dogma fondamentale di nostra fede, di nostra salute? Predichiamo questo dogma sempre e tutto intero: L a Croce che si continua nell’Eucaristia e ci porta al Cielo; — la Croce retaggio del credente che si comunica immolandosi per mezzo di Essa ma per vivere in eterno; — la Croce che sempre attraverso ai secoli, ed oggi più che mai, attira le anime privilegiate, le anime più pure, le più nobili che s’innamorano dei patimenti per continuare e completare la Passione di Gesù. Chi potrà dire la bellezza, la fecondità della Croce quando domini tutto l’orbe cristiano? Chi potrà dire la bellezza, la fecondità di queste anime elette  che attingono nell’Ostia lo spirito di vittima, che immolate con Gesù sono il profumo e la salvezza del nostro povero mondo? « Concedeteci, o Gesù, d’esser nel bel numero di queste anime, concedeteci di moltiplicarlo questo numero col nostro insegnamento e colla nostra direzione » (Grimal, l. cit.). Ai nostri giorni poi, mentre si propaga ognor più la divozione alla S. Eucaristia e Roma favorisce in tutte le maniere e incoraggia la Comunione frequente e quotidiana, sforziamoci ancor noi affinché quanti si accostano di frequente alla S. Mensa lo facciano collo spirito di cui abbiamo ragionato: quali « Ostie ». Praticare la mortificazione è cosa buona ma non basta; bisogna « vivere » mortificati abbracciando con ardore tutte quelle mille occasioni di vincersi che si presentano ad ogni istante lungo il giorno. E si può fare meglio ancora: nei SS. Tabernacoli, sugli altari, Gesù benché vivo vuol stare in sembianza di morto; Egli si abbandona nelle mani del Sacerdote che lo muove e lo distribuisce a sua volontà: « A me pare, scrive un’anima santa, che il rimetterci totalmente al volere di Dio, l’abbandonare nelle sue mani quanto possiamo fare, soffrire e meritare perché Egli ne disponga come gli piace, anche senza che noi ne possiamo saper nulla, quest’atto, dico, di abbandono completo, a me pare che sia il più grande sacrifizio possibile per un’anima, quello che più glorifica Gesù-Ostia perché spoglia l’anima di quello che ha, di quello che è, per farne un omaggio all’Ostia divina e arricchirne la povertà volontaria con tutto quello che una creatura può dare e possedere » Essa aggiunge e a proposito: «Questo dovrebbe essere lo stato ordinario delle anime che si uniscono spesso a Lui nel suo Sacramento di amore perché un tale abbandono si può dire la condizione richiesta per la unione eucaristica come ne è il frutto e la conseguenza necessaria … Quello che rende più amara la tristezza del Cuore di Gesù si è che le sue più care anime sono per lo più dominate dallo spirito egoistico che loro fa dimenticare quello che sono per ufficio e per dovere, cioè un supplemento di espiazione e di intercessione per tutto il genere umano e quindi esse non appartengono più a sé stesse ma a Gesù ». Molte anime, vogliam dire di quelle che frequentano la S. Comunione, certo procederebbero più innanzi nella santità se invece di badare quasi esclusivamente ai propri interessi anche spirituali, cercassero prima di tutto quello di Dio, e invece di comunicarsi a proprio profitto, si comunicassero a « profitto di Gesù ». La divozione eucaristica di un’anima riparatrice deve tendere a questo ideale. Sul cominciare, il sentimento che domina un amore di compassione: il disprezzo, l’indifferenza, gli oltraggi: alcuni non sanno, altri non se ne curano, altri, ancor peggio, perseguitano; delitti degli empii, colpe dei buoni, peccati dei migliori, di quelli cioè che Gesù Cristo chiama « suoi », che si è particolarmente eletti — pur troppo ve n’ha anche di questi! — e si cerca di riparare. Il Maestro è troppo spesso lasciato solo; e si va a visitarlo. Durante la S. Messa le chiese sono purtroppo vuote; e il più spesso possibile si assiste al S. Sacrifizio. Nelle chiese vuote, le Sacre Pissidi restano colme; e ogni giorno si va alla Sacra Mensa. La Riparazione porta così all’Eucaristia. Or ecco a sua volta l’Eucaristia che conduce alla Riparazione; l’Eucaristia non considerata tanto dal suo lato, se si può dire così, esteriore (il poco valore attribuito dagli uomini alla « moneta » troppo comune dei tabernacoli), ma piuttosto nella sua realtà intima; l’Eucaristia che dà al mondo Gesù, la Vita eterna nello stato di vittima espiatrice. Il pane ed il vino sono « apparenze morte »; il Cristiano che si comunica « apparenza vivente » del Salvatore; quanto tutto questo supponga di immolazione l’abbiamo già visto (si rilegga ove furono ricordati i desideri eucaristici del Cuore del Divin Salvatore). L’altare del Sacrifizio sarà sempre la miglior scuola del Sacrifizio. Tocca al Sacerdote di acquistare per sé e trasfondere in altri una intelligenza netta e profonda di quello che è il Sacramento per eccellenza dell’amore reciproco fra Dio e l’uomo. – Del resto, se pur non si è perduta la memoria e non si sono dimenticati anche i desideri della giovinezza e le aspirazioni della propria ordinazione, il Sacerdote deve riconoscere che le aspirazioni al Sacerdozio sentite in cuor suo allora si confondevano con dei sogni ardenti di sacrifizio, che le sue risoluzioni d’esser fedele sempre ai doveri del Sacerdozio nel giorno dei suoi impegni definitivi coincidevano nel suo cuore colla promessa di una donazione completa e di una cosciente immolazione. I desideri di un giovane che si prepara al Sacerdozio! Chi potrà dire le ambizioni che spuntano in un cuor di fanciullo alla lettura della vita d’un S. Francesco Zaverio. d’un S. Damiano apostolo dei lebbrosi, d’un missionario qualunque dell’Alaska o dello Zambese, o del Santo Curato d’Ars? « Si isti et illi curnon et ego? Quello che hanno operato costoro per Gesù Cristo, perché noi potrò anch’io? ». Ancor piccini hanno imparato alla scuola d’una santa donna, la madre loro, a fissar lungamente il Crocifisso. Certe cose facilmente si comprendono quando si ha la fortuna d’aver una santa per madre. Il loro cuore di fanciullo ha intuito nel Crocifisso qualche cosa di misterioso e di straordinario che l’invita ad una impresa che ancora non comprende troppo, pel presente e per l’avvenire. Gesù si è sacrificato per loro, è ben giusto che essi si sacrifichino per Gesù. E in una maniera od in un’altra avranno anch’essi imitato il gesto di quel bambino a cui essendo stata narrata la storia della Passione di Gesù, si stende subito lungo il muro colle braccia in croce domandando alla sua serva che gli pianti dei chiodi nelle mani e nei piedi … Come si può « star bene » quando Gesù « soffre tanto? ». Questi sentimenti naturali e profondi il fanciullo li prova certamente se tra le mura domestiche si ha cura di sviluppare in lui l’educazione del Sacrifizio. Ma si danno dei genitori che su questo punto sono completamente nulli; altri all’opposto fanno di questo « particolare » l’oggetto essenziale delle loro cure e avvezzano i loro figliuoli a punirsi per sé stessi nei loro falli, ad essere austeri nella loro vita, e spiegano loro non solo la Passione che Gesù Cristo dovette soffrire un tempo andato, ma anche la sua presente Passione nella Chiesa di Dio e fanno loro capire, anche senza dirlo in modo esplicito, che il Signore aspetta da loro più tardi qualche prova d’amore in compenso. Così quel padre di famiglia che, in occasione degli Inventari, va alla Chiesa per fare il suo atto di protesta col suo figlio per mano, e al momento in cui si forzano le porte per 1’entrata degli inviati dal governo persecutore egli alza il proprio figlio al disopra del proprio capo perché veda meglio come si difendono le libertà di Dio. Così pure quella donna, madre di Mgr. de Quélen, la quale durante la grande Rivoluzione del 1789 conduce il proprio figlio alle prigioni dei Carmelitani perché sappia come sono trattati i sacerdoti di Gesù Cristo e non si spaventi. Così ancora quest’altra, la madre del P. Varin, che spesso vuole che i suoi piccini si mettano in ginocchio dicendo: « Recitiamo un’Ave Maria per Giuseppe (altro suo figlio) perché egli non è ove la vocazione del Signore lo vuole »: e poi morrà sul patibolo offrendo la propria vita affinché quel suo figlio non resista più a lungo al volere di Dio che lo chiama al sacerdozio. Dopo i desideri della giovinezza ecco le aspirazioni verso il sacerdozio. Il sacerdote non potrà mai dimenticare che dedicandosi al sacerdozio aveva già ben compreso fin d’allora che si dedicava ad una vita di sacrifizio. Il giorno di sua ordinazione — giorno forse già lontano ma sempre dinanzi agli occhi come presente — quando prostrato sul pavimento davanti all’altare, uno degli avventurati della bianca schiera palpitante, egli si offriva a Dio. non comprendeva forse che da quel momento unico suo «mestiere», o meglio unico suo « sogno » sarebbe stato il vivere in Croce col suo Maestro? « Ricevi la potestà di offrire il divin Sacrifizio » ha detto il Vescovo ordinante, e poi ha continuato : « Quello che tu tocchi, la patena, il Calice e gli altri strumenti dell’olocausto, pensa che sono pure gli strumenti del suo sacrificio. Imitamini quod tractatis. Tu avrai tra le tue dita l’Ostia. Pensa che dovrai imitare quello che ogni giorno avrai da trattare ed essere Ostia anche tu nella tua vita. Quatenus mortis dominicæ mysterium celebrantes, mortificare membra vestra a vitiis et concupiscentiis procuretis. Gesù Cristo è morto, converrà vivere mortificandosi, ostia colla tua Ostia, vittima colla tua Vittima. Altrimenti non sarai un vero sacerdote, « procuretis ». Questa dev’esser la tua principale cura, accordare, intonare la tua vita sopra quella di Gesù Cristo per farne due vite sincrone, due oblazioni, due immolazioni anch’esse sincrone ». « Io mi prendevo gusto — così parla il Sig. Olier — di guardar nelle chiese attraverso alle fessure e vedendo le lampade accese: Ah! io dicevo, come voi siete felici nel consumarvi completamente alla gloria di Dio e nell’ardere continuamente per onorarlo! È l’ufficio dei sacerdoti il consumarsi così, poiché essi debbono essere insieme come Nostro Signore e sacrificatori e ostie. Se dei Cristiani tutti è detto: Fate dei vostri corpi un’ostia vivente: con più forte ragione va detta questa parola dei sacerdoti i quali ogni giorno ripetono: Hoc est corpus meum ». I veri sacerdoti ci danno esempio magnifico nella pratica di questo spirito di vittima, in cui sanno bene che consiste la parte essenziale del loro ministero. – L’Abate Perreyve nel giorno della sua ordinazione domanda al Signore queste tre grazie: « Non cadere mai in colpa grave: restar sempre un semplice sacerdote; dare il proprio sangue per Gesù Cristo » . E celebra con paramenti di color rosso, color di sangue, per dar maggior forza alla sua ultima preghiera con un segno simbolico del sacrifizio. Prima di restituire a Dio la sua anima generosa aveva scritto sulla morte del Sacerdote una meditazione ove faceva notare che « il sacerdote deve riguardare la morte come una delle funzioni del suo ministero. Dev’esser per lui come la sua ultima Messa ». Imitando il Maestro divino egli deve servirsi essenzialmente del proprio corpo non per altro che per immolarlo. Egli deve incominciare questa morte nella castità, continuarla nella mortificazione, terminarla finalmente nella vera morte, che è la sua oblazione finale, il suo ultimo sacrifizio. Essi, come avete fatto voi, Signore, debbono incominciare ben da lontano a morire… ». – Un giovane chierico del Seminario Maggiore di Nevers, morto il 6 aprile 1907, non ancora suddiacono, aveva lasciato scritto nel suo testamento spirituale: « Io rimetto la mia anima nelle mani di Dio in unione di Nostro Signore Gesù Cristo che muore, desideroso di morire, vittima come Lui, con Lui ed in Lui. Questo che dovrebbe essere il carattere dell’intera mia vita per vocazione e per dovere, lo sia almeno dei miei ultimi istanti … Volendomi distaccare sempre meglio da me stesso in Dio perché  Egli regni totalmente sul mio cuore, io godo nell’offrir a questo divin Maestro i dolori benefici della mia agonia e il sacrificio della mia vita in riparazione della sollecitudine con cui troppo sovente ho cercato di evitare i patimenti e le mortificazioni. Io vi offro pure la mia vita per la Chiesa, per la patria, per la mia famiglia… » (Grimal, in op. cit. p. 385). Durante l’ultima guerra, molti prevedendo che il Signore poteva loro domandare il sacrifizio della vita si sono offerti di gran cuore all’immolazione totale. – « Oh! quanto è bello, scrive il P. Gilbert de Gironde, morire giovane… morire sacerdote sotto le armi, attaccando il nemico, correndo all’assalto, in pieno esercizio del ministero sacerdotale, forse impartendo un’ultima assoluzione… versare il mio sangue per la Chiesa, per la patria, per i miei amici, per tutti quelli che hanno in cuore la stessa mia fede e per gli altri ancora, affinché possano godere la gioia di credere… Oh! quanto è bello …! ». E l’Ab. Liégeard, del Gran Seminario di Lione, caporale nel 28° battaglione dei cacciatori alpini: « Io offro la mia vita perché siano dissipati i malintesi tra il popolo di Francia e i suoi sacerdoti ». –  E il P. Federico Bouvier, della Compagnia di Gesù, uno dei più eruditi nella Storia delle religioni: « Io do volentieri la mia vita, egli dice, per i miei commilitoni dell’ 86° Reggimento, affinché questi uomini retti e onesti a cui non manca altro che il vivere in Dio e secondo la loro fede, ritornino sinceramente a Lui ». Un seminarista, caporale del 90° di Fanteria, l’Ab. Chevolleau, che abbiamo già citato, scriveva in una sua lettera: « Pregate perché il mio abbandono in Dio sia perfetto. Che vale la vita, l’altare visto in lontananza, le anime da salvare in tempi che non verranno per me, se al presente il Signore mi vuole per sua vittima? ». Come non ricordare qui due valorosi a cui mi legano memorie personali troppo forti perché possa lasciarli da parte: il P. Gabriele Raymond e l’Ab. de Chabrol, l’uno e l’altro cappellani militari? Il primo — che già conoscevo da lungo tempo — venne a prendere il mio posto in fondo alla mia tana di prima linea nell’Artois, di fronte alle famose costruzioni bianche del «Plateau d’Angres » fra Loos e Souchez. Al secondo io a mia volta succedetti a Tracy-le-Val nell’agosto 1916: e tutti e due furono uccisi poco appresso. E soldati e ufficiali erano concordi a magnificare il loro coraggio e una cosa appariva evidente, che essi erano troppo facili ad esporsi, quindi la loro affrettata morte. Nessuno mai potrà sapere quale fu l’eroismo di tali uomini, sempre calmi e dimentichi di sé stessi. Il P. Raymond fu schiacciato sotto un riparo. Dell’Ab. de Chabrol così parla un « ordine del giorno » commemorando un attacco e attestando il suo coraggio: « Le ondate dei nostri uomini che si succedevano, si sono inchinate dinanzi al rappresentante di Dio, il cappellano della Divisione, de Chabrol, che sotto la mitraglia tracciava colla sua mano il segno della redenzione e della vittoria ». In un attacco il cappellano fu colpito dalla mitraglia e cadde, avendo egli da lungo tempo fatto l’offerta della sua vita, come il P. Raymond – e « come mille e mille altri – per la Redenzione del mondo e per la vittoria. – Un ultimo esempio, quello del P. Lenoir, anch’egli cappellano militare, morto sul campo dell’onore il 9 maggio 1917, vittima della sua carità verso i feriti. Dopo la sua morte fu trovato sulla sua persona il seguente scritto che il Luogotenente Colonnello volle comunicare al Reggimento per cui il glorioso caduto dopo trenta mesi di fatiche aveva sacrificato la propria vita: « In caso di mia morte, Io rivolgo la mia parola a tutti i miei figliuoli del caro reggimento 4° Coloniali e dico loro — arrivederci —.  Con tutto l’affetto di sacerdote e di amico io li supplico a volere assicurare la salvezza eterna dell’anima loro restando fedeli a Nostro Signore Gesù Cristo e alla sua legge, facendo penitenza delle loro colpe e unendosi a Lui nella S. Comunione il più spesso che sarà loro possibile. A tutti io do appuntamento in cielo; per loro a quest’intenzione io offro, ben contento, se sarò esaudito, il sacrifizio della mia vita nelle mani del Divin Maestro Gesù Cristo. Viva Gesù! Viva la Francia! Viva il 4° Coloniali! P. LENOIR S. J. » .

L’Ab. Buathier, nel suo libro Le Sacrifice, ha tracciato questa bella pagina:« Un’anima sconosciuta abbandona questo esilio, a cento passi da essa il fatto è ignorato e nessuno si turba. Tutt’al più qualche vicino dirà senza dare nessuna importanza alle sue parole: “il tale è morto”, e tutto finirà lì, tutti gli altri han visto nulla.« Ma nella sua umiltà quest’anima oscura è unita alla Vittima del Calvario, essa conosce intimamente il valore dell’atto che compie: essa comprende che non solo paga il debito dei propri peccati ma che può ancora pagare per altri, moltiplicare i propri meriti e rifonderli nel tesoro di Santa Chiesa, far vivere colla sua morte molte anime e darle a Gesù: essa conosce tutto questo, lo vuole, lo desidera e si offre. La sua offerta sale verso il Cielo e nel breve giro delle sue ultime ore il suo sacrifizio si termina in una gioia raggiante pace e gloria celeste. Per essa come per Gesù sulla Croce la morte non è altro che il supremo slancio dell’amore. Gli uomini nulla possono scorgere di tutto questo, ma gli Angeli ne restano ammirati ed il Signore premia colla gloria del Paradiso » . — Qualche cosa di simile noi troviamo nei poveri morti di cui abbiamo parlato. – Son pochi anni che si andava dicendo: « La Chiesa di Francia ha bisogno di Santi ». E la Chiesa di Francia ebbe i suoi Santi, come ne ha pure al presente. Gli esempi recati fin qui ce l’attestano e noi potremmo moltiplicarli (« Che diremo del nostro Clero? … V’ha chi dice che al presente non abbiamo più dei santi. Oh! Se la Chiesa mel permettesse io direi che ce ne sono ancora e saprei dire pure ove si trovano! ». Lettera inedita di E. Psichari all’abate Tournebize.). Verrà giorno, si può sperare, in cui ci sarà dato conoscerli tutti e ciascuno in particolare. Ma non dimentichiamo che se avvenimenti straordinari, come fu la guerra ultima, ci rivelano tanto la santità come l’eroismo, essi non hanno potuto crearli di sana pianta: già esistevano. La morte di quelli che così generosamente si danno come vittima riparatrice col Maestro Divino, non è cosa impensata, che avviene per caso, ma suppone una lunga preparazione, un proposito chiaramente voluto. Nessuna improvvisazione; al contrario: conclusione necessaria di premesse. Immolarsi ogni giorno nell’oscurità della vita ordinaria colla mortificazione, colla castità, coll’umiltà, collo zelo… questo solo può render capaci a mostrarsi poi nell’ultimo sanguinoso istante, che chiude la vita, così spontanei, così generosi, nel darsi totalmente come « ostia » alla riparazione. Questi valorosi sono morti così come noi abbiamo ricordato, sol perché ben « alla lunga si sono avvezzati a morire ».

SACRO CUORE DI GESÙ (33): CONSACRAZIONE AL CUORE DI GESÙ

Sac. Prof. Albino CARMAGNOLA: La vittima della carità ossia IL SACRO CUORE DI GESÙ; Società Editrice Internazionale, TORINO, 1920

DISCORSO XXXIII.

Consacrazione al S. Cuore di Gesù.

Una sera gelata d’inverno un uomo si aggirava solingo e pensieroso in luogo alquanto remoto della vicina città. Egli era un genio, ma accasciato sotto il peso di gravi sventure. Dopo di avere camminato alquanto, lo ferisce all’orecchio il suono della campana d’un vicino convento. A quel suono, come alla voce d’un amico, che lo chiamasse per consolarlo, quell’uomo volge ad un tratto i suoi passi frettolosi a quel convento e ne batte alla porta. Un frate si avanza, ed aprendo, così saluta: La pace sia con te, o pellegrino; che cerchi tu? — Che cerco io? Cerco appunto la pace che tu mi auguri, ma che finora non ho trovato. Cerco la pace! Miei cari, questo anelito così ardente di Dante Alighieri è l’anelito di tutta l’umanità. Pace, pace si cerca da tutti; pace, pace da tutti si invoca. Ciascuno vuol pace nel suo cuore; ogni famiglia vuol pace nel suo seno; ogni società vuol pace tra i suoi membri; e tutto il mondo vuol pace fra i suoi stati. E per avere, per mantenere, per promuovere la pace si istituiscono dei comitati, si fanno dei congressi, si diramano circolari, si fanno proposte, si suggeriscono mezzi, si danno delle norme; e ciò si fa dagli stessi più grandi sovrani del mondo. Tanto è vero che la pace è uno dei maggiori beni che si possa godere quaggiù dall’umanità. Ma con questa brama irrefrenabile, che da tutti si ha della pace, con questa aspirazione sì infuocata di tutti gl’individui, di tutte le famiglie, di tutti gli stati, di tutto il mondo si cerca davvero la pace là dove essa esiste? La pace, ha detto il più grande dottore, S. Agostino, è la tranquillità dell’ordine. Ma la base, il principio, la radice di ogni ordine serbato e tranquillo è la conoscenza, l’amore, il servizio di Gesù Cristo, la totale consacrazione della nostra vita a Lui. Senza la nostra vita in Cristo è scossa, è tolta anzi la base di ogni ordine, ed allora non più pace, ma agitazione, scompiglio e guerra. Sì, Gesù Cristo è la nostra pace: ipse est pax nostra; (Eph. II, 14) Gesù Cristo è colui che la può far regnare in mezzo al mondo, perché Egli è il principe della pace: princeps pacis; (Is. IX, 6) Gesù Cristo è colui che la dona, perché è il Dio della pace: Deus pacis. (Hebr. XIII, 20) Appena nato sopra questa terra la fece annunziare agli uomini per mezzo degli Angeli: Et in terra pax hominibus; (Luc. II) prima di andare a morire per noi la lasciò come in retaggio a’ suoi apostoli: Pacem relinquo vobis; (Io. XXI) e dopo la sua risurrezione, il primo saluto, il primo augurio, la prima promessa, che fece ai discepoli, fu la pace: Pax vobis. (Luc. XXIV, 36). È da Lui pertanto, da Lui solo, che ci può venire la pace, opperò è in Lui, in Lui solo che dobbiamo ricercarla. E chi fra di noi, riconoscendo dove stia la pace, non vorrà recarsi lì a farne l’acquisto? Miei cari, siamo arrivati al termine del mese consacrato al Cuore di Gesù. In questo mese ci siamo studiati di conoscere questo Cuore più intimamente che ci fu possibile, ed abbiamo cercato di metterci innanzi i motivi più grandi che devono spronarci a crederlo, ad amarlo e servirlo fedelmente. Ora che altro ci rimane se non risolvere di mantenere costantemente il frutto di queste sante cognizioni? A tal fine non dobbiamo far altro quest’oggi che consacraci interamente a Lui. Ma intendiamoci bene, o miei cari. Invitandovi io quest’oggi, a fare la vostra consacrazione al Cuore Santissimo di Gesù, non crediate, che io vi inviti ad una funzione religiosa vaga e indeterminata, ad un’espansione passeggera di una tenerezza sensibile verso di Lui: no affatto. Io vi invito a fare una consacrazione soda, totale e costante di voi medesimi al Cuore di Gesù Cristo, a prendere cioè una risoluzione decisiva di vivere d’ora innanzi unicamente in Lui, con Lui e per Lui, nella fede ferma alla sua dottrina, nella pratica esatta della sua legge, nel servizio fedele della sua Persona; giacché, orMai lo abbiamo ben inteso, dire Cuore di Gesù è dire Gesù Cristo Figliuolo di Dio fatto uomo per nostro amore e per nostra salute è sempre la stessa cosa. E la salute nostra non sta in altri che in Lui: Non est in alio aliquo salus.(Act. IV, 12) Non altro Nome vi è sotto il cielo, che possa essere il segno della nostra elezione divina; Gesù Cristo principio di tutte le cose ne è pure il fine; tutto da Lui procede e tutto mette capo a Lui. Nessuno va al Padre se Egli non lo conduce colla grazia, con quella grazia che ha la sorgente nel suo Sacratissimo Cuore: Gratia Dei per Iesum Christum Dominum nostrum.- (Rom. VII, 25) Se noi pertanto cercassimo la verità fuori di Lui, non la troveremmo che incompleta e mutilata, perché è Egli la verità; se noi camminassimo verso i nostri destini lontani da Lui, noi ci perderemmo, perché Egli è la via unica e sicura: se noi pretendessimo di vivere senza di Lui, noi resteremmo mai sempre in potere della morte, perché Egli è la vita. Ego sum via, veritas et vita. (Io. XIV, 17) Insomma pensieri, affetti, nobili e sante abitudini, buone opere tutto sarebbe inutile, tutto andrebbe irrimediabilmente perduto, se noi non ci unissimo a Lui, se non ci dessimo a Lui del tutto, se a Lui non ci consacrassimo, giacché senza di Lui non possiamo far nulla: Sine me nihil potestis facere. Tutto per Lui, tutto con Lui, tutto in Lui: Per ipsum, cum ipso et in ipso! Oh quanto importa adunque che noi ci consacriamo con una consacrazione vera, soda, decisiva al Cuore SS. di Gesù: Egli ne ha tutti i titoli e noi ne abbiamo tutto l’interesse. Ed ecco appunto ciò che vi dirò in quest’oggi: —O Cuore adorabile di Gesù, dona oggi tale forza alla mia parola che valga ad ottenere davvero che tutti questi cuori si rifuggano per sempre dentro di te.

I. — Il primo titolo che il Cuore SS. di Gesù ha alla nostra consacrazione si è l’essere Egli il Cuore del nostro Maestro divino, sia perché come tale fu veramente mandato da Dio, sia perché è Dio Egli stesso. No, in Gesù Cristo non abbiamo soltanto uno di quei grandi sapienti e profeti, quali furono quelli che Iddio inviò nell’antica legge; in Lui non v’ha soltanto un semplice riflesso della luce eterna, ma è il sole medesimo sorto nel inondo per inondarlo della sua luce, penetrarlo del suo calore, è la Sapienza divina incarnata, è il Verbo, la Parola divina fattasi vivente in un corpo e in un’anima umana, è insomma il Maestro supremo, il Maestro dei maestri. Se adunque Gesù Cristo è il Maestro nostro per eccellenza, non dovremo noi consacrarci del tutto al Cuore divino per accettare e credere tutti gl’insegnamenti e per osservare tutti i precetti che ne ha fatto uscire per la salvezza nostra? Oh! sì, senza dubbio. Che importa adunque che Egli ci apprenda delle verità che noi colla sola nostra ragione non possiamo né presentire, né penetrare? Che importa che egli ci ammaestri intorno a misteri inscrutabili e superiori al nostro intendimento? Le verità non lasciano di essere verità dal momento che partono dalla bocca di un Maestro divino, che le vede e le afferma. Vi sono stati, vi sono tuttora dei maestri dotati di gran genio, che si impongono per tal guisa alle menti dei loro discepoli da ingenerare in essi una sicurezza la più grande della loro dottrina; sicurezza tale per cui questi discepoli a qualsiasi obbiezione, a qualsiasi difficoltà fosse loro fatta contro la dottrina del maestro rispondono decisamente: L’ha detto il nostro maestro : Magister dixit. Ma questa fiducia così imprudente, che non tiene conto della debolezza che trovasi nella mente umana, fosse pure la più elevata, la più nobile, a quanti sbagli, a quanti errori può andare incontro! Or si potrà dire la stessa cosa di noi quando noi prestiamo fede a Gesù Cristo, ancorché Egli ci insegni cose incomprensibili alla mente nostra? No, non mai, perché se noi a qualsiasi obbiezione o difficoltà che alla dottrina di Gesù si affacci alla mente nostra sia per parte della nostra ragione riottosa, sia per parte dei falsi maestri del mondo, se noi, dico, a qualsiasi obbiezione o difficoltà rispondiamo: Magister dixit, è lo stesso che rispondere: Deus dixit: l’ha detto Iddio, quel Dio che è di una scienza infallibile e di una veracità suprema, ragione per cui noi saremmo del tutto colpevoli se gli rifiutassimo la perfetta sommissione del nostro spirito. Dunque fede piena e totale a tutto ciò che Gesù Cristo ci insegna intorno alla natura di Dio, alla vita delle tre Persone divine, alla sua eterna generazione, alla sua propria Persona, al valore delle sue azioni, all’estensione de’ suoi meriti, alla comunicazione della sua vita, a’ suoi santi Sacramenti, alla virtù della sua grazia, alla nostra origine, ai nostri destini. Sì, fede piena e totale, senza riserva alcuna, senza alcuna restrizione. È vero, oggi non è più la sua bocca divina quella che direttamente ci ammaestra intorno a tutto ciò che dobbiamo credere, ma è la sua Chiesa docente, quella Chiesa che Egli ha costituita a tenere le sue veci, che ha fatta depositaria sicura della sua dottrina, che ha resa infallibile nella promulgazione della medesima, ed alla quale perciò dobbiamo quella medesima fede che si deve a Gesù Cristo, avendo Egli detto alla Chiesa: Qui vos audit me audit; chi ascolta voi, ascolta me, (Luc. x, 16) e chi disprezza voi, disprezza me, e chi disprezza me, disprezza Colui che mi ha mandato: Qui vos spernit, me spernit. Qui autem me spernit, spernit eum qui me misit. (Ib.) Ma il nostro divino Maestro Gesù non solamente ci insegna le verità che dobbiamo credere, ma eziandio le opere che dobbiamo compiere, e non solo ce le insegna, ma ce le comanda. Propriamente perché Egli è il Maestro divino, perciò ancora è il precettore, quegli cioè che ci dà dei precetti e ci ordina di eseguirli, e se noi ci sottraessimo alla sua indiscutibile autorità, se noi non lo volessimo obbedire, se noi avessimo la stolta pretesa di obbedire a Lui ed obbedire alle nostre passioni, alle massime del mondo, ai suggerimenti di satana, guai! noi saremmo perduti, perché è solo nell’obbedir a Gesù Cristo e nell’obbedire a Lui unicamente che siamo certi di far sempre il bene, evitar sempre il male, ed operare la nostra salvezza. La legge di Gesù è una legge che non soffre rivalità di sorta, avendo detto Egli stesso apertissimamente, che nessuno può servire a due padroni ad un tempo: nemo potest duobus domini servire. Sarà vero adunque che per osservare i precetti di Gesù Cristo noi dovremo fare violenza a noi stessi,giacché regnum Dei vim patitur et violenti rapiunt illud: il regno di Dio patisce forza e solamente quei che si fanno violenza riescono a guadagnarlo; sarà vero che perciò dovremo rassegnarci a sacrificare il nostro orgoglio, il nostro amor proprio, il nostro io; sarà vero che dovremo mortificare i nostri sensi, contenere le nostre ambizioni, moderare le nostre cupidigia, regolare i nostri affetti, vegliare sui pensieri della nostra mente, comprimere i traviamenti dell’immaginazione, soffocare i desideri malnati del nostro cuore, distaccarci dai beni miserabili e caduchi del mondo per attaccarci unicamente ai beni veri ed imperituri del cielo; sarà vero in una parola che dovremo rinunciare all’amore di noi per crocifiggere la nostra carne con quella di Gesù Cristo: ma questo è tutto ordinato e voluto da Lui. È Egli che ci comanda di essere mansueti ed umili di cuore, come lo è Lui; è Egli che ci ordina di essere casti e mortificati; è Egli che ci impone di essere benefìci, misericordiosi,generosi nel perdonare; è Egli che ci intima di pregare,di onorarlo sempre, ma specialmente nei giorni a Lui consacrati;è Egli che vuole che noi andiamo a gettarci ai piedi del sacerdote suo rappresentante per confessargli e piangere i nostri peccati, Egli che ci chiama ad accostarci a riceverlo nei nostri cuori colla santa Comunione, Egli! E siccome Egli continua ad esercitare il suo impero sopra di noi in modo visibile per mezzo della sua Chiesa, alla quale ha dato la facoltà di prescriverci tutto ciò che ella crede più conveniente, più utile, più necessario per ottenere da noi l’adempimento vero e perfetto dei precetti di Lui, perciò è anche ai precetti della Chiesa, che dobbiamo assolutamente obbedire per poterci dire veri obbedienti di Gesù Cristo in tutto e per tutto. Ecco, o miei cari, il primo titolo che Gesù Cristo ha alla consacrazione nostra al suo Sacratissimo Cuore, e che cosa importa per questo riguardo la nostra consacrazione: il Cuore di Gesù è il cuore del nostro Maestro e noi dobbiamo credere tutti i suoi insegnamenti e praticare tutti i suoi precetti. -Ma a questo primo titolo un altro se ne aggiunge anche più toccante per il nostro cuore. Gesù Cristo non è solo il nostro Maestro, ma è pure il nostro amico. Sì, incredibile a dirsi, ma pur vero. Gesù è il nostro amico. Egli non fa come i maestri e precettori di questo mondo, che tolta qualche rarissima eccezione, pur prendendo a nutrire dell’affetto ai loro discepoli, difficilmente li ammettono a godere della loro intima amicizia, troppo temendo che questo sentimento che conduce alla famigliarità riesca di danno al rispetto che desiderano mai sempre ottenere. No, Gesù Cristo non fa così; Egli si sbriga da questi riguardi e costumanze umane, perché  Egli sa che quanto più noi diventeremo famigliari con Lui, quanto più ci stringeremo a Lui intimamente e teneramente, tanto più diventerà profonda in cuor nostro la riverenza per Lui e tanto più affettuosi e perfetti saranno i servigi che gli renderemo. Epperò fin dal tempo della sua vita mortale Egli ha preso a nutrire verso tutti coloro che lo volevano corrispondere il sentimento della più tenera amicizia. E non si rivelò egli il più affezionato degli amici verso de’ suoi Apostoli, e non li riguardò, essi, come amici suoi? Ah! udite le commoventi parole che loro indirizza: Voi siete gli amici miei. No, non vi chiamerò Io col nome di servi, perché il servo non sa quello che faccia il padrone; ma vi chiamerò con quello di amici, perché Io non tengo con voi segreto alcuno, e tutto quello che Io intesi dal Padre mio, tutto ve lo feci sapere. (Io. XV, 14, 15). E in conformità a questa professione di amicizia Gesù vuole gli Apostoli sempre con sé, e non ostante che siano sì rozzi, sì difettosi, sì meschini, li compatisce nei loro difetti, li avvisa dei loro mancamenti, li assiste nei loro bisogni, li difende nei loro pericoli, li anima nelle difficoltà, li premunisce contro le persecuzioni,nulla, assolutamente nulla risparmia di fare per rendere onore alla sua parola, per dimostrare che Egli è veramente il loro amico e che essi sono gli amici suoi. Ma quella bontà e tenerezza di amicizia che Gesù Cristo ha dimostrato durante la sua mortal vita, ritenetelo bene, non è venuta meno presentemente per nessuno di noi. Basta che noi rispondiamo all’amor suo perché anche a noi Egli faccia il grande e affettuosissimo onore di averci per amici suoi e di far sentire a noi tutti gli effetti dolcissimi della sua amicizia,per largire cioè e comunicare anche a noi nella massima abbondanza quei tesori di grazie che egli ha fatto scaturire dal Cuore suo durante la sua vita e’ soprattutto durante la sua passione e morte. Sì, il Cuore di Gesù sarà sempre anche per noi il cuore del vero amico, dell’amico per eccellenza, dell’amico potente ed amoroso al quale attingeremo a piene mani tutti i beni di cui abbiamo bisogno. Siamo noi nella nostra intelligenza offuscata da dubbi, da incertezze, da esitazioni intorno alla fede? Rechiamoci al Cuore dell’amico Gesù, ed egli spanderà nel cuor nostro la luce. Vogliamo noi essere diretti sapientemente nei nostri studi, ne’ nostri lavori, nelle nostre imprese, nei nostri interessi sì temporali che eterni affine di non giovare soltanto a noi, ma anche ai nostri prossimi? Andiamo al Cuore dell’amico Gesù, ed Egli verserà nel cuor nostro il dono del Consiglio.Ci sentiamo freddi nell’adempimento dei nostri doveri, soprattutto nell’adempimento di quelli che abbiamo con Lui, ci sentiamo freddi nella divozione, nella pietà, nella pratica della Religione? presentiamoci al Cuore dell’amico Gesù ed egli è la fornace dell’amore. Ci sentiamo assaliti dalle tentazioni terribili di satana, dalle lusinghe prepotenti del mondo, dalle punture stimolanti delle nostre passioni? Corriamo al Cuore dell’amico Gesù: Egli è la forza dei deboli. Abbiamo l’anima lacerata pei dispiaceri avuti dagli uomini, pei tradimenti che ne abbiamo patito, per le calunnie di cui ci hanno oppressi, per la guerra che ci hanno fatto, pel disonore che ci hanno causato, per la rovina che ci han procacciata, per la miseria a cui ci hanno ridotti? Oh! non tardiamo un istante ad appressarci al cuore dell’amico Gesù, ed egli verserà nel cuor nostro il balsamo della consolazione. Finalmente siamo noi oppressi dalle colpe della nostra vita passata, gemiamo noi sotto il peso di tanti peccati? Ebbene anche allora rechiamoci al Cuore dell’amico Gesù, perché neppur allora Gesù, se noi lo vogliamo davvero, neppur allora Ei ci rifiuta la sua misericordia;anzi è allora che più particolarmente ce la farà sentire,perché anche allora continua ad essere l’amico nostro.Non di meno, o miei cari, non dimentichiamoci che la vera amicizia non è riposta nello sfruttare l’altrui cuore per sé, no; essa suppone e vuole reciprocanza di affetti, scambio di doni,serie non interrotta di generosità. È vero, noi siamo poveri,pur tuttavia Gesù si accontenta che noi gli diamo quel poco che noi abbiamo; si accontenta del nostro cuore per quanto meschino, si accontenta della nostra buona e risoluta volontà di amarlo, si accontenta del nostro impegno costante per non offenderlo, si accontenta della nostra compassione e della nostra riparazione per gli oltraggi che Egli riceve, massimamente nel Sacramento d’amore; si accontenta delle nostre preghiere, delle nostre pratiche devote, delle nostre comunioni, delle nostre mortificazioni; si accontenta dell’offerta delle opere nostre e noi diamogli volentieri tutto questo. Che anzi diamogli qualche cosa di più. Giacché con satanico furore si fa di tutto per togliere Gesù di mezzo alla società, di mezzo alla scienza, di mezzo alle lettere, di mezzo alle arti, di mezzo alla scuola,di mezzo all’officina, di mezzo alla famiglia, e noi pieni di zelo lavoriamo per quanto possiamo ad impedire sì esecrando e sì fatale delitto; lavoriamo a mantenere Gesù dappertutto, lavoriamo a rimetterlo in onore ed in amore per ogni dove. Lavoriamo colla preghiera, lavoriamo col buon esempio, lavoriamo coll’impiego del denaro alla sua santa causa, lavoriamo col partecipare vivamente e seriamente all’Azione Cattolica, lavoriamo col sacrificare perciò generosamente lo nostre mire personali e le nostre comodità. Oh allora sì, Gesù sarà sempre l’amico nostro e noi saremo sempre gli amici suoi: e sempre ci farà risuonare all’orecchio questa dolce parola: vos amici mei estis.Ma un terzo titolo che ha Gesù Cristo alla nostra consacrazione al suo Santissimo Cuore si è che desso è vita della nostra vita.Ego sum vita, Egli ha detto, e per questo sono venuto al mondo, perché gli uomini abbiano per me la vita e l’abbiano abbondantemente: Ego veni in mundum ut vitam habeant et abundantius habeant. (Io. x, 10) Né crediate che quando Gesù asserisce di essere la nostra vita adoperi un linguaggio poetico e figurativo, no; Egli adopera un linguaggio vero, reale, profondamente vero e reale. Egli è anzitutto vita della nostra stessa vita fisica, giacché questa vita corporea che noi abbiamo è Egli che come Dio ce l’ha data, Egli che come Dio cela conserva, Egli che come Dio è padrone di togliercela quando gli pare e piace. Ma soprattutto Egli è vita della nostra vita spirituale, vita dell’anima nostra elevata all’ordine soprannaturale. Questa vita è vero noi l’avevamo perduta per il peccato del nostro primo padre. Ma Gesù venendo sopra di questa terra a patire e morire per noi ce l’ha sovrabbondantemente riacquistata. Epperò questa ce l’ha ridonata, a ciascuno di noi, quando l’acqua salutare del santo Battesimo discendendo esteriormente sul nostro corpo purificò interiormente l’anima nostra per mezzo della grazia. Questa vita fu rafforzata in noi in quel dì, in cui lo Spirito Santo, che Gesù Cristo ha mandato, è disceso nell’anima nostra per mezzo della santa Cresima, apportandoci insieme con un’altra grazia abbondantissimi tesori. Da ultimo questa vita fu resa più ricca, più feconda, più gloriosa ogni qual volta noi ci siamo accostati alla mensa eucaristica a nutrirci delle carni immacolate di Cristo e a bere il suo preziosissimo Sangue. Ora, dopo tutto ciò, essendo stati noi pienamente vivificati da Gesù Cristo,non è Egli in diritto, nell’assoluto diritto che noi ci consacriamo a Lui, al suo Sacratissimo Cuore, e che prendiamo pur noi a vivere della vita sua? Sì certamente; ognuno di noi dobbiamo vivere in guisa da poter dire ognuno: Mihi vivere Christus est. (Philipp, I, 21) Vivo ego, iam non ego, vivit vero me Christus.Ma poniamo ben mente che vivere della vita di Gesù Cristo, menar davvero vita cristiana non importa soltanto una certa conformità dei pensieri nostri coi pensieri suoi, di affetti co’ suoi affetti, di azioni colle, sue azioni, ma soprattutto una penetrazione permanente della vita di Gesù Cristo in noi, un’abitazione continua sempre più attiva della sua grazia per modo che le nostre opere, le nostre parole, i nostri pensieri, i nostri affetti siano impregnati di questa grazia e di questa vita di Gesù Cristo e in tutto quel che facciamo, in tutto quel che diciamo, in tutto quel che pensiamo, in tutto abbiamo a farci dei meriti innanzi a Dio per Gesù Cristo, con Gesù Cristo e in Gesù Cristo. Ahimè! quanti vi sono che si credono vivi della vita di Gesù Cristo e invece sono morti!quanti vi sono che meritano ciascuno quel rimprovero dell’Apocalisse; Nomen habes quod vivas, et mortuus es! Non parlo no, di coloro, i quali rinnegando il loro battesimo e la loro educazione cristiana ricevuta sulle ginocchia della madre-Chiesa e della Chiesa-madre vorrebbero ora se fosse possibile cancellare dall’anima loro l’indelebile carattere del battesimo. Ah!costoro non ignorano di essere morti alla vita di Gesù Cristo e forse anche son arrivati a tal punto di irreligiosità e demenza da farsene vanto. Io parlo invece di coloro che conservano la fede, che pregano ben anche, che frequentano le Chiese, che si sottomettono volentieri e persino con ostentazione alla legge del magro e del digiuno, che accorrono sollecitamente ad ascoltare la parola di Dio, che si consolano della pietà delle loro mogli, che esigono le pratiche religiose nei loro figli, che mirano con spavento i progressi dell’irreligione, che provano sdegno contro ogni pubblica dimostrazione dell’empietà,che quando si parla di Cristiani Cattolici, servi ed amici di Gesù, si fanno anche arditamente innanzi per dire: noi siamo del loro numero; ma che intanto sono morti alla vita di Gesù Cristo, perché resistono alla sua volontà dichiarata, perché rimangono da anni e da anni schiavi del peccato, perché da anni e da anni non vanno più a gettarsi ai piedi di un confessore per riacquistare la grazia divina, perché da anni e da anni non si accostano più alla sacra mensa. Ah! miei cari, che gran pena al cuore il pensare a costoro! Perciocché sia pure che costoro per non avere totalmente abbandonato Gesù Cristo possono sperare che Gesù Cristo non abbandoni totalmente essi, ma intanto se essi continuano in questo stato di morte non si va sempre più aggravando sopra il loro capo lo sdegno del cielo? e non potrà essere che in quel dì istesso a cui han rimandato la loro risurrezione alla vita cristiana,in quel dì istesso, prima che’ essi la compiano, siano chiamati dallo stesso Gesù Cristo a render conto dell’abuso continuato che fecero delle sue misericordie? Ah! miei cari, se mai vi fosse tra di voi qualcuno di questi sventurati, si decida ormai a risorgere e a riacquistare la vita di Gesù Cristo, non rimandando neppur più a domani quello che potrà fare ancor oggi. Tutti poi dandoci alla vita veramente cristiana, facciamo di essere perseveranti in essa; no, non più infedeltà; non più ricadute, non più ingratitudini. Che ciascuno di noi possa sempre ripetere in fondo dell’anima sua con tutta verità: Ho trovato alfine chi ama l’anima mia, ho trovato il cuore di un Maestro divino, di un amico divino, di una vita divina; ho trovato il Cuore SS. del mio Gesù, al quale mi dono e mi consacro per tutta la vita senza più mai separarmi da lui: Inveniquem diligit anima mea, tenui eum nec dimittam. (Cant. III, 4)

II. — Ed è questo il nostro supremo interesse: l’unico mezzo, col quale potremo godere la pace in vita, in morte e dopo morte. Taluni pensano che la pace consista nel possesso delle ricchezze, epperò si danno a ricercarne l’acquisto con un ardore di passione. Ah! esclama qualcuno, se io arriverò a possedere qualche centinaio di migliaia di lire sarò felice. E perciò va, viene, compra, vende, si agita, si sacrifica… e poi? Il denaro, miei cari, non dà la pace; quanto più se ne ha, tanto più se ne vorrebbe; e per poco che se ne abbia, sempre si sta in agitazione per la paura di perderlo. Gesù Cristo ha chiamato le ricchezze spine, e le spine, tutt’altro che contentare il cuore dell’uomo, lo pungono e lo fanno soffrire. Perché nelle ricchezze l’uomo trovasse la pace, bisognerebbe che queste fossero il suo ultimo fine. Ma è forse così? L’oro e l’argento, secondo il piacevole modo di esprimersi di S. Bernardo non è altro che terra rossa e terra bianca, terra rubra et terra alba; e l’uomo creato da Dio, ad immagine e somiglianza di Dio, avrà per suo ultimò fine la terra che calpesta co’ suoi piedi? Il pretenderlo sarebbe un avvilire la nostra natura e rendere il nostro cuore schiavo miserabile della materia. – Tali altri credono trovare la pace nei godimenti e vi si abbandonano senza tregua. Festini, balli, teatri, gozzoviglie, piaceri del senso, si succedono, si avvicendano, si intrecciano del continuo nella loro vita gaudente. Ma sono essi felici? No, certamente. È questo il caso di dire col poeta:

Se a ciascun l’interno affanno – Si leggesse in fronte scritto, – Quanti mai che invidia fanno – Ci fariano pietà. – Si vedria che i lor nemici – Hanno in seno, e che consiste – Nel parere a noi felici – Ogni lor felicità. Rincasando la sera, o dirò meglio il mattino, dalle ore del piacere, cotesti bruti non possono tuttavia aver perduto ogni avanzo della loro grandezza per non sentire in fondo all’anima un vuoto e più ancora un rimorso, che li strazia o li getta per lo meno nella più cupa malinconia. No, noi non siamo fatti per contender le ghiande dei sensuali diletti agli animali immondi. Se fosse così non capirei più perché Dio mi abbia dato l’intelligenza ed il cuore. Se fosse così, dignità, onore, virtù, dovere, sacrifizio sarebbero parole da stupido.Non pochi altri sperano trovar pace negli onori. – La bramosia della gloria li punge, e lavorano a tutta possa per conseguirla.Ma quando pure siasi conseguita per vie onorate,senza averla vilmente comprata col denaro o col sacrificio della propria libertà, si avrà trovato in essa il pieno appagamento del proprio cuore? No, neanche allora. Ogni gloria dicono le Sacre Scritture, è come un fiore, che in uno stesso giorno si chiude e cade a terra avvizzito: Omnis gloria… sicut flos agri. (Is. XL, 6) E la storia dei più grandi uomini è lì ad attestarlo: oggi il Campidoglio e domani la Rupe Tarpea: oggi viva! e domani morte! E quando la gloria non avesse nemico né il tempo, né lo spazio, avrebbe pur sempre nemica l’invidia, che nasce insieme con lei, con lei vive per tormentarla e solo con lei morirà. – Adunque non denari, non piaceri, non onori danno all’uomo la pace. Tutto ciò, se anche si potesse sommare insieme e riunirlo nella vita di un sol uomo, sarebbe sempre troppo meschino e troppo indegno della sua grandezza; il mondo intero non arriverebbe a soddisfarlo.Dove adunque si trova la pace? Dove? La pace risulta dall’armonia delle parti, che compongono un tutto, dall’equilibrio degli elementi, che si incentrano in un punto, a cui tendono di lor natura. Se nel cielo, ad esempio, è pace, ciò proviene dall’ammirabile armonia degli Astri i quali con quella duplice forza di attrazione e di ripulsione, di cui sono dotati, si equilibrano perfettamente tra di loro,aggirandosi gli uni attorno agli altri e tutti intorno al centro, che Dio ha loro fissato. Così se vi ha pace nel seno di un popolo, ciò accade, perché tutti gli elementi che lo compongono, letterati, filosofi, poeti, artisti, operai, soldati, magistrati, ricchi, poveri, tutti di comune accordo convergono verso uno stesso ideale, che li soddisfa, la prosperità della patria. E se tutte le nazioni, per quanto diverse per clima, per indole, per bisogni, per industrie, per cultura cercano tuttavia ciascuna nella sua sfera ciò che può formare l’ideale completo del genere umano, la ricchezza, la grandezza, la sicurezza dell’intera umanità, allora nell’accordo di queste forze molteplici,nel loro equilibrio allo scopo ad esse proporzionato si ha la pace nel mondo. Ma se invece nel cielo, per ipotesi, un qualche astro volesse, rompendo l’ordine stabilito, deviare dalla sua orbita per non più aggirarsi intorno al suo centro;se presso un popolo taluno degli elementi, che lo compongono, si fa a scindere il comune accordo e diverge dal comune scopo; se nel mondo un qualche stato trasmoda nelle relazioni, che lo congiungono agli altri stati, e volge le sue forze aduna mira, che non è quella dagli altri stati voluti, allora la pace vien meno e vi sottentra il disordine, la lotta e la guerra.Così pure, perché vi sia pace nell’uomo, fa d’uopo che tutti gli elementi, che la compongono, in perfetta armonia tra di loro, tendano tutti a quel punto, cui devono tendere di lor natura; solamente per tal guisa vi può essere nell’uomo la tranquillità dell’ordine, ossia la pace. L’intelligenza umana fu da Dio creata con una capacità infinita di conoscere; epperò per quanto vaste siano le cognizioni che acquista, non dice mai basta. Sempre vuole acquistarne delle altre, sempre vuol andare più innanzi in ciò, che le è ancora incognito,essa tende insomma a conoscere la Verità influita, la Verità assoluta, che è Dio. Epperò è Dio solo che può contentarla e darle pace. Così si dica del cuore. Anch’esso fu da Dio creato con una capacità infinita di ricevere il Bene. E per quanto siano numerosi e grandi i beni di questo mondo non lo sazieranno mai. Egli griderà sempre: Ancora! Ancora! Di più! Di più. Perché esso vorrebbe possedere tutto, godere tutto, possedere e godere insomma il bene infinito ed assoluto, che è ancora Dio. Epperò è anche Dio solo che può contentare il cuore umano e dargli pace. Dirò di più. Siccome l’uomo non è solo spirito, ma è anche carne, così non è soltanto col suo spirito, che tende a Dio, ma vi tende altresì colla sua carne, colle sue ossa, co’ suoi sensi. Senza dubbio la pace materiale.de’ suoi sensi, delle sue ossa, della sua carne esiste, quando gli elementi, che lo compongono, essendo tra di loro giustamente equilibrati, lo tengono in sanità. Ma per rapporto alla vita, che il corpo deve menare in unione collo spirito, solamente allora vi ha pace per la stessa carne, quando può esultare al cospetto di Dio, pura dalla macchia del peccato. Che importerà che materialmente non sia in pace, perché informa o ben anche travagliata da luride piaghe? Vivente per Iddio, off 5therta e sacrificata a Lui, troverà ne’ suoi patimenti una ragione di più per poter dire col santo Re Davide: Cor meum et caro mea exsultaverunt in Deum vivum:(Ps. LXXXIII, 3) Exsultabunt Domino ossa humiliata. (Ps. L, 10) Ecco adunque l’Uno necessario, a cui è di mestieri che l’uomo rivolga e consacri tutto se stesso, la sua mente, il suo cuore, gli stessi suoi sensi per stabilire l’ordine e l’armonia della sua natura e conseguentemente godere la pace. Ma appunto perché non solo colla mente e col cuore, ma eziandio coi sensi noi dobbiamo volgerci e consacrarci a Dio per godere la pace, anche per ciò Iddio si è manifestato agli uomini e si è messo in comunicazione con loro per mezzo di Gesù Cristo, suo Divin Figliuolo Incarnato. Ed è perciò ancora,che secondo il detto dell’Apostolo è Gesù Cristo la nostra pace: ipse est pax nostra. Sì, Gesù Cristo solo, via, verità e vita di quanti uomini vengono al mondo, può dare la pace alla nostra mente, la pace al nostro cuore, la pace ai nostri sensi, la pace a tutto il nostro essere: ipse est pax nostra, purché noi con tutto il nostro essere a Lui solo tendiamo, e Lui crediamo, Lui amiamo, Lui serviamo fedelmente. Colui pertanto che non dà a Gesù Cristo la sua mente, che cioè non s’applica alla sua scienza, non crede alle sue dottrine, non si affida del tutto a’ suoi santi insegnamenti,che non ha la fede in Lui, ancorché ricco di ogni genere di cognizioni umane, sarà sempre agitato, incerto ed infelice. Perciocché quest’uomo scompiglia l’ordine di sua natura. In lui non è più Iddio che pasce e nutre la sua intelligenza della sua divina verità, ma è la creatura che si forma la scienza,scienza terrena e vana, incapace di contentarla.Così è di colui che a Gesù Cristo nega il suo cuore, che non segue la sua legge e i suoi esempi, che non pratica le sue virtù, che in fatto di morale prende per unica sua norma i suoi istinti e le sue passioni, che non pensa che alle creature, che le idolatra e non vive che per esse. Anche costui diverge una delle sue forze dal centro che le è proprio, rompe l’armonia voluta dalla sua natura ed invece del riposo della pace, della vera felicità, non trova sul suo cammino che il dolore e la tortura del cuore istesso: Contritio et infelicità in viis eorum, et viam pacis non cognoverunt. (Ps. XIII, 3) Che anzi, il suo cuore, come ha detto Isaia, sarà simile ad un mare, perpetuamente in preda alle più furiose tempeste: Cor impii, quasi mare fervens, quod quiescere non potest- (LXXVII, 20). E così è infine di chi a Gesù Cristo nega l’omaggio de’ suoi sensi, della sua stessa carne. Giacché essendo essa destinata,conforme alla bella dottrina di S. Paolo, a portare e glorificare Iddio in se stessa, non può fare a meno che trovare il tormento nel rendersi carne di peccato. E qui, bisogna pur dirlo, quando è la carne che si strappa dalla mortificazione di Gesù Cristo per abbandonarsi in preda al disordine, all’ebbrezza, allo stravizio, al piacere infame, non è più la pace morale soltanto che si perde, ma è pur anche la pace materiale del corpo, la sanità e la bellezza. L’estasi dei sensi tramonta ben presto. Il voluttuoso a forza di godere distrugge se stesso e non tarda a sorgere per lui il giorno, in cui sentirà alle spalle il passo del becchino, che viene a coprire di terra i suoi scomposti e ignominiosi avanzi. « Tant’è – esclama S. Agostino – e così hai stabilito, o Signore, che ogni animo disordinato sia pena a se stesso. E gira e rigira, tutto è duro,tutto è aspro, tutto è penoso, e tu solo sei pace. »Or ecco adunque perché Gesù Cristo che tanto ci ama e che altro non desidera che di vederci nella pace, con parole così tenere, con espressioni così calde, con accenti così insistenti ci invita e ci sprona a recarci a Lui, a consacrarci alla sua fede, al suo amore, al suo servizio, a dedicarci massimamente al suo Cuore Sacratissimo, fonte di ogni conforto e di ogni felicità. Auditis ut suavissimis invitet omnes vocibus? « Venite a me, o voi tutti, che siete affaticati e vi curvate sotto il peso della miseria della vita, ed Io vi ristorerò. Prendete sopra di voi il giogo della mia fede, del mio amore, del mio servizio, ed imparate da me che sono mansueto ed umile di cuore, e troverete il riposo alle anime vostre: poiché il mio giogo è soave ed il mio peso è leggiero. Venite ad me omnes qui laboratis et onorati estis, et ego reficiam vos. Tollite iugum meum super vos et discite a me, quia mitis sum et humilis corde, et invenietis requiem animabus vestris. Iugum enim meum suave est, et onus meum leve. » (MATTH. XI, 28, 29). -Ed, oh fortunato colui, che ascoltando questo affettuosissimo invito farà davvero una totale consacrazione di se stesso a Gesù Cristo, al suo Sacratissimo Cuore. Egli avrà eletto davvero optimam partem, la parte migliore, cioè la migliore ricchezza, la migliore felicità, la migliore gloria, la migliore pace, quella pace che al dir di S. Paolo supera tutti i godimento sensibili: Pax Dei exsuperat omnem sensum, (Phil. IV, 7), quella pace che conforme al Salmista, non si perde per alcun inciampo: Pax multa diligentibus legem tuam, et non est illis scandalum; (CXVIII, 165) né per l’ingiustizia degli uomini,né per la perdita dei beni terreni, né per quella della sanità,della libertà, dell’onore, né per qualsiasi altro male del mondo che possa incorrere, quella pace insomma, che qui in terra è pregustazione dolcissima della pace che si godrà in cielo.

III. — Ma se bella è la pace in vita, più bella ancora è la pace a quel punto di morte, da cui dipende la eternità. Ah! miei cari. Dibattiamoci pur fin che vogliamo: facciamoci pure un nome grande nella politica, quella scienza, nell’arte, nell’industria nel commercio; sudiamo pure da mane a sera a conquistar tesori e raccogliamone anche dei mucchi smisurati; incoroniamoci pur di rose e inebriamoci di ogni piacere; con tutto ciò non varremo giammai e rattenere la vita. Essa va, essa corre, essa precipita e in un baleno si trova a quel giorno, in cui è giocoforza si estingua. E allora… quello è il giorno del conoscimento: In die cognitionis (Eccl., XXVIII VII, 9) il morente si trova ad un supremo convegno colla verità: ed alla luce che questa gli sfavillerà alla mente, lo sciagurato che è vissuto lontano dalla fede, dall’amore e dal servizio di Gesù Cristo, dovrà pure suo malgrado riconoscere lo sbaglio spaventoso che egli ha commesso. Egli non credeva a Gesù Cristo, non l’amava, avrebbe fatto per sempre senza di Lui … ed ora sta per presentarsi al suo divin tribunale, sta per essere colpito dall’ira sua. E come mai a questo pensiero non si sentirà schiantare l’anima dal petto! E che cosa gli gioverà ora l’essersi fatto un nome grande, anche come quello di Cesare o di Napoleone? l’essersi ingolfato in ogni sorta di godimenti, anche come un Tiberio nell’isola di Capri? l’aver ammassate tante ricchezze, anche come un Creso o un Saladino? Tutto ciò non gli gioverà ad altro che a rendere più triste e più agitato il suo passaggio dalla vita alla morte. Avrà un bel ricercare la pace, un beli’ invocarla a gran voce, ma indarno, perciocché non potrà sfuggire il tormento della sua mala coscienza. Tant’è: lo Spirito Santo lo ha detto, e la sua parola si va pur troppo ogni giorno avverando: Angustia surperviente, pacem requirente et non erit: conturbati!) super conturbationem veniet. (EZECH. VII, 25) Ben diversamente invece coloro che avranno creduto, amato e servito Gesù Cristo, che si saranno consacrati al suo Cuore Sacratissimo ed in Lui saranno vissuti, moriranno un giorno nella più bella pace: Iustorum animæ in manu Dei sunt; non tanget illos tormentum mortis  autem sunt in pace. (Sap. III, o) Il padre Suarez morì con tanta pace, che morendo giunse a dire: Non mi sarei mai creduto che fosse così dolce il morire. S. Luigi Gonzaga al ricevere l’annunzio della sua prossima morte, proruppe giubilando in quelle .parole del Salmo: Lætatus sum, in his, quæ dieta sunt mihi, in domum Domini ibimus. (CXXXI) S. Francesco di Assisi morendo cantava allegramente ed invitava gli altri al canto, tanta era la consolazione che provava. E l’invitto Cardinal Roffense condannato da Enrico VIII ad essere decollato, perché  non aveva voluto sottoscrivere alle sue ingiustizie ed empietà, uscì dalla prigione squallido, dimagrato e che stentava a dare un passo per la podagra. Ma a vista del ceppo su cui doveva lasciare il capo, riempitosi di brio e di gioia, buttato via il bastone disse: Suvvia, piedi miei, suvvia, fate bene il vostro ufficio, il Paradiso non è lontano. E prima di morire intonò il Te Deum. Ma non crediate da questi esempi che la pace in morte sia privilegio soltanto dei servi famosi di Gesù Cristo, no. Essa è propria di ogni Cristiano timorato, che assecondando la grazia di Dio, in qualsiasi condizione, in qualsiasi stato, in qualsiasi età abbia fatto quanto gli era concesso dalle suo deboli forze “per conoscere, amare e servire Gesù Cristo. È bensì vero, che questo cristiano, gettando lo sguardo sulla vita passata, vedrà egli pure dei giorni, dei mesi e forse degli anni senza Dio, senza fede, senza Cristianesimo, e tale vista dovrebbe riempirlo di amaritudine e di spavento. Ma se egli ricorda i suoi trascorsi, ricorda pure quel giorno sì bello, in cui tocco dalla grazia di Gesù Cristo ha detto con fermezza: Nunc cœpi! Ora comincio davvero ad essere quel che devo essere, buon Cristiano! Ricorda pure quelle lagrime di pentimento, colle quali a somiglianza di Pietro e di Maddalena ha lavato le sue colpe; ricorda pure quel distacco dalle cose terrene, in cui d’allora in poi è vissuto; ricorda quelle preghiere, quelle visite a Gesù in Sacramento, quelle Comunioni, quelle pratiche ad onore del Cuore di Gesù Cristo fatte ogni anno, ogni mese, ogni settimana, ogni giorno… E a questi soavi ricordi gli pare di sentirsi a ripetere in fondo all’anima: Pax tecum: ego sum, noli timere: Pace, pace a te, mio amico fedele: sono io, Gesù Cristo, che te l’auguro, che te la voglio, che te la dono: non avere alcun timore: io ti ho perdonato, io più non ricordo le tue passate colpe, io non vedo più altro in te che gli anni della tua vita cristiana: pax, pax tecum! E pace gli darà Gesù Cristo pel sacerdote che verrà ancor una volta nel Sacramento della Penitenza ad assolverlo dalle sue colpe; pace gli darà nel Sacramento dell’Estrema Unzione, con cui gli toglierà dall’anima ogni avanzo di peccato; pace gli darà nel Sacramento dell’Eucaristia, per cui anche lì, sul letto di morte, Gesù Cristo verrà ad unire il suo Cuore adorabile al cuore del suo amante per accompagnarlo nel gran viaggio dal tempo all’eternità; pace nel Santo Crocifisso che bacerà con tutto il cuore sulle labbra; pace nell’immagine del Sacratissimo Cuore che gli starà appesa innanzi e gli ricorderà la divozione per esso avuta, pace negli stessi parenti Cristiani, che sebbene gravemente afflitti per la sua morte imminente, lo aiuteranno tuttavia coi loro santi suggerimenti a ben morire; pace insomma, giocondissima pace, sicché potrà ben ripetere col Santo re Davide: In pace idipsum dormiam et requiescam: (VI, 9) Io muoio in Dio, nel Cuore di Gesù Cristo, e muoio in pace. Ma non finisce lì la ricompensa della nostra vera e totale consacrazione al Cuore di Gesù Cristo. Se Egli ha promesso di portare in sé scritti i nomi de’ suoi devoti, non è in certa guisa, se non per ricordarli nel giorno della retribuzione, e dopo la pace in vita ed in morte donare agli stessi la pace del cielo. L’infelice, che vive lontano dalla fede, dall’amore e dal servizio di Gesù Cristo, comincia ora a menare giorni di angoscia e di agitazione; al termine della vita farà una morte piena di spavento; e poi… dopo morte cadrà nella disperazione eterna. La disperazione!… E che cosa è la disperazione se non la suprema convulsione di un’anima, che invoca la pace, ed a cui nessuno risponde, nemmeno la propria illusione? La disperazione eterna! E che cosa è questa eterna disperazione se non la eterna negazione della pace? Sventurato peccatore! Eccolo, lì per sempre a soffrire, per sempre in pianto, per sempre in rimorsi, per sempre in imprecazioni, in maledizioni, in lotta con se. stesso, per sempre senza pace. Ah! davvero che egli ha guadagnato assai nel fidarsi di sua ragione, nel vivere a suo capriccio. Ma, oh sorte al tutto contraria e felicissima di chi è vissuto nella fede, nell’amore e nel servizio di Gesù Cristo! Ricordando le tendenze della nostra natura, noi abbiamo conosciuto che l’uomo cerca e attende la felicità, che la vuole piena ed immutabile, quella sola che vale a saziarlo, che le viene dall’unico Vero, dall’unico Bene, dall’unico Necessario, da Dio. E sarà appunto questo il gran premio, che nell’altra vita toccherà a ohi avrà amato davvero Gesù Cristo e sarà vissuto consacrato al suo servizio. Ah! udite questa parola adorabile dello stesso Dio: Ego merces tua magna nimis; (Gen. XV, 1) Io stesso sarò la tua ricompensa: Io, senza immagini, senza velo, senza distanza, ma ricolmando d’ogni bene l’abisso de’ tuoi desideri, e donandoti perciò la pace suprema, che accheterà le voglie tutte della tua mento, del tuo cuore, della tua carne, di tutto il tuo essere: Ego merces tua magna nimis. Sì, lassù in cielo nell’ordine perfetto di tutto ciò che lo forma, nell’armonia ammirabile di tutti gli esseri che vi appartengono, nell’intimità dolcissima di tutti gli eletti e soprattutto nella visione incessante, nell’amore imperituro, nel possesso indefettibile di Dio, di Gesù Cristo, del suo Cuore Sacratissimo, fonte di ogni gaudio, il Cristiano che lo ha creduto, che lo ha amato, che lo ha servito in vita, godrà la pace senza fine. O pace ultima, o pace suprema, o pace inalterabile, o pace che cominci quaggiù nell’intelligenza per la fede alla parola di Gesù Cristo e discendi nel cuore per la pratica de’ suoi divini precetti, e circoli nelle nostre membra per la cristiana mortificazione, e ne consoli al punto di morte per la vita passata nel divin servizio, o pace che ti fai piena e perfetta in tutto il nostro essere e per tutta l’eternità lassù in cielo, tu sarai sempre il nostro ideale, la nostra mira, l’oggetto continuo delle nostre brame. È vero hl, noi dovremo interrompere vane amicizie, dovremo troncare relazioni peccaminose, dovremo vincere cattive abitudini, dovremo frenare impeti malvagi, dovremo scuoterci dalla nostra indifferenza, dovremo credere fermamente, dovremo operare in conformità alla nostra fede, dovremo praticare i doveri religiosi, pregare, confessarci, comunicarci, ascoltar Messa, frequentar la Chiesa, vivere insomma uniti a Gesù Cristo, nascosti nel suo Cuore Divino, ma tutto è poco per noi che siam risoluti di possederti in vita, in morte e in cielo! – Se è adunque così, o miei cari, non tardiamo più un istante a gettarci ai piedi di Gesù Cristo per fare al suo Cuore Sacratissimo la nostra Consacrazione. Vengano gli Angeli e i Santi del Paradiso ad essere testimoni del grande atto, che stiamo per compiere; venga Maria, la Madre Santissima di Gesù e nostra a darci il suo aiuto e la sua assistenza; venga Santa Margherita Alacoque, l’apostola della divozione al Sacro Cuore a suggerirci ella medesima la formula, con cui dobbiamo esprimere i nostri sentimenti ed i nostri propositi. Io intanto andrò innanzi a voi nel recitarla, parola per parola, e ciascuno di voi la ripeterà dopo di me a voce alta e con tutto l’affetto.

Formula di consacrazione al Divin Cuore

COMPOSTA DA SANTA MARGHERITA ALACOQUE

Io consacro e dono al santissimo Cuore del nostro Signore Gesù Cristo la mia persona, la mia vita, le mie pene, i miei patimenti, per dedicarmi in avvenire interamente alla sua gloria ed al suo amore. È mia ferma ed irrevocabile intenzione di darmi perfettamente a Lui, di compiere ogni cosa per amor suo, e con tutta l’anima mia rinunziare a quanto può dispiacere a questo Divin Cuore. – Perciò io Vi eleggo, o Sacratissimo Cuor di Gesù, ad unico oggetto del mio amore, a sostegno della vita mia, a sicurezza della mia salute, ad appoggio della mia debolezza. O Cuore della bontà e della mansuetudine, siate Voi il mio sicuro rifugio anche nell’ora della morte, siate Voi la mia giustificazione innanzi a Dio, e da me allontanate i castighi della giusta sua collera. O Cuore di amore, io ripongo in Voi tutta la mia speranza. Dalla mia malizia io temo tutto, dalla vostra bontà tutto io spero. Togliete da me quanto Vi dispiace, e quanto Vi è contrario. Imprimete così profondamente nel mio cuore l’amor vostro, che non mai Vi dimentichi, non mai da Voi ini separi. O Divin Cuore, io Vi scongiuro per l’infinita vostra bontà, che il mio nome sia scritto dentro di Voi, poiché nel vostro servizio io voglio vivere e morire. Così sia.

DA SAN PIETRO A PIO XII (12)

[G. Sbuttoni: Da Pietro a Pio XII, Edit. A. B. E. S. Bologna, 1953; nihil ob. et imprim. Dic. 1952]

DAL 1000 AI NOSTRI GIORNI

CAPO II

LE CROCIATE

PREAMBOLO

Il papato alla difesa dell’Europa

La santa vitalità dimostrata dalla Chiesa nella lotta per sopprimere le investiture, per correggere nel Papato stesso le infiltrazioni profane e per riformare gli alti gradi della gerarchia, non le permette soltanto di dominare i microbi che si attaccano al suo organismo, ma si manifesta con delle iniziative audaci.

Il Papato di natura sua ha dalla Provvidenza un mandato di civiltà. E allora gl’incombono due doveri:

— difenderla nei suoi credenti,

— diffonderla presso gl’infedeli.

Difatti la sua storia si svolge su questo binario.

Sempre, anche nel Medioevo. Abbiamo già accennato all’opera di evangelizzazione dei popoli barbari svolta con tenace penetrazione in ogni paese d’Europa, sino a creare un’unità di fede come mai si vide l’uguale. Ma la civiltà d’ Europa corse un pericolo grave: i MUSULMANI.

I Musulmani avevano il fanatismo della conquista. Soggiogata la Palestina, la Siria, la Mesopotamia e la Persia dal 632 al 639, conquistata tutta l’Africa settentrionale dal 647 al 698, soggiogarono la Spagna e parte della Francia meridionale nel 711, occuparono la Sicilia nell’ 828. Con ciò ebbero il dominio del Mediterraneo, che divenne teatro delle loro gesta piratesche; ebbero basi sicure per lanciarsi a scorrerie in Sardegna, in Corsica, nella Provenza, su, tutte, le coste italiane, nella Dalmazia. Intanto molestavano anche l’impero d’Oriente: due volte (668 e 713) diedero l’assalto alla stessa Costantinopoli, e dal 1072 al 1091 riuscirono ad occupare tutta l’Asia Minore. Sicché l’Europa cristiana veniva presa in un cerchio formidabile sempre più stretto, con ruberìe e stragi senza numero; la civiltà, cristiana correva un serio pericolo. Come difendersi? — Nella Provenza li tenevano a bada i Franchi, a incominciare da Carlo Martello, che inflisse loro una sconfitta memorabile a Poitiers nel 732. In Italia svolsero azione efficace e assidua i Pontefici.

Ma non sarebbe stato più efficace attaccarli sul loro territorio? Questa idea si fece più strada quando, dopo un periodo di tolleranza con i pellegrini Cristiani, in Palestina, si ebbero distruzioni e massacri. Liberando i fratelli d’Oriente ed il S. Sepolcro, si avrebbe anche fiaccato la tracotanza dei Turchi e assicurata la tranquillità delle coste mediterranee. L’idea, concepita prima da S. Gregorio VII, lanciata poi da Urbano II, fu accolta con entusiasmo universale. Re e, sudditi, feudatari e, vassalli, prìncipi, e popolani, anche donne e fanciulli, al Nord come al Sud dell’Europa, si sentirono presi da un fascino irresistibile verso la Terra Santa: ogni barriera di censo, di nazionalità scomparve dinanzi al comune ideale: alla parola del Papa come ad un oracolo divino, lo spirito cavalleresco del tempo si polarizzò verso la liberazione del S. Sepolcro.

E si ebbe l’epopea delle Crociate.

Benedetta epopea! anche se troppe volte fallì allo scopo per disobbedienza alle direttive, pontificie e per l’affiorare di passioni umane, perché, grazie alla partenza degli uomini d’arme, ebbero più pace i popoli rimasti in patria; sul campo si creò maggior contatto fra le diverse classi sociali; al ritorno dei reduci si sviluppò il senso della libertà, avviando le città verso il regime comunale; si mise l’Occidente a contatto con la cultura orientale; si ritardò di alcuni, secoli la caduta dell’impèro greco; soprattutto si salvò l’Europa e la civiltà dal piccone demolitore dei Musulmani.

***

D . Qual è uno degli avvenimenti più importanti del Medioevo!

— Le Crociate.

D. Che cosa sono le Crociate!

— Le guerre combattute dai popoli europei contro i Musulmani dal sec. XI al XIV con l’intento di liberare i Luoghi Santi. Esse si fondono con l’attività espansionistica delle vive forze euro-mediterranee; ma le domina e le colorisce la passione religiosa, benché i moventi delle Crociate siano vari.

D . Di chi l’iniziativa delle Crociate!

— Ad una spedizione contro la potenza turchesca e in aiuto dell’impero Cristiano d’Oriente aveva già pensato Gregorio VII, come rivela una sua lettera a Enrico IV e un’altra a Matilde di Canossa; ma il Papa che tradusse in realtà il grande disegno è URBANO II.

D. E l’opera di Pier l’Eremita?

— Una leggenda della metà del sec. XII, coniata con la preoccupazione di attribuire tutto ciò che veniva fatto di buono ai frati, fa risalire a lui l’iniziativa delle Crociate. La realtà invece è che egli la predicò e fu capo di una spedizione, ma nient’altro. L’iniziativa spetta solo a Urbano II.

D. Dove ve prese l’idea Urbano II!

— Non si sa. In questa impresa egli fu guidato dal pensiero di metter fine ai dolori che gli oppressi Cristiani d’Oriente soffrivano per mano dei Musulmani e togliere intanto anche i dissapori dell’Occidente, affratellando in una grandiosa idea comune i popoli tutti e togliendo il tempo di contendere tra loro.

D. Che cosa doveva essere dunque la Crociata secondo Urbano?

— Una guerra religiosa, predicata a nome della Chiesa, fatta da un esercito cosmopolita, sostenuta da privilegi ecc… con lo scopo di liberare i Cristiani e i luoghi di Terra Santa.

D. Che cosa occorreva a questo riguardo?

— Occorreva che il popolo Cristiano acquistasse coscienza di costituire un’unità vivente, altrimenti l’impresa sarebbe stata inconcepibile.

D. L’impresa delle Crociate conseguì una durevole conquista della Terra Santa?

— No; tuttavia le Crociate (1075 – 1270) mettono l’Islam in condizioni tali da non poter più nuocere per parecchi secoli e rafforzano anche nei Cristiani la coscienza della loro unità.

D . Quando ne parlò Urbano II!

— Al termine del Concilio di Clermont.

 L’eloquenza con cui parlò della desolazione della Terra Santa, dei templi devastati, dei fratelli dispersi… eccitò ad emulare le glorie dei padri e a vendicar l’onore cristiano. Parlava ancora, quando dalla moltitudine s’alzò il grido: « Dio lo VUOLE!», grido che il Papa ripeté e propose come parola d’ordine e grido di guerra.

D. Ebbe seguito l’appello del Papa?

— Moltissimi si dichiararono pronti a partire. Ripetuto poi l’appello da monaci e pellegrini, l’Europa rispose con uno scoppio di entusiasmo unico nella storia.

D. Che cosa apparve allora il Papa?

— Nel momento in cui i più grandi sovrani, scomunicati, si isolavano nella loro astensione, il Papa appariva il solo vero sovrano e vero organizzatore dei popoli.

D . Quando partì la prima Crociata?

— Il 15 agosto 1096. Quattro eserciti mossero verso Oriente: uno lorenese con a capo Goffredo di Buglione, uno francese capitanato da Ugo di Vermandois, un terzo in cui era il Legato pontificio e un quarto di Normanni guidati da Tancredi. Punto di concentramento era Costantinopoli.

D. Come li accolse l’imperatore d’Oriente?

— Tentò di servirsi dei Crociati per i suoi scopi guerreschi, quali la riconquista, di Nicea, ribellatasi all’imperatore, e la rioccupazione della Siria, non più in sua mano.

D. Che cosa si notò intanto nell’esercito dei Crociati?

— Il serpeggiare di epidemie micidiali, dovute ai nuovi climi, e, peggio ancora, l’affermarsi delle discordie dei capi, che ne decimarono le file; sicché solo in numero di 40.000 (erano partiti in 600.000) giunsero in vista di Gerusalemme, che conquistarono dopo 39 giorni d’assedio, facendo un massacro di Turchi (15 luglio 1099).

D. Come si ordinò il governo di Terra Santa?

— Goffredo di Buglione fu eletto capo; ma non prese il titolo di re, bensì di « Barone del s. Sepolcro ».

D. In quali condizioni si trovò il Regno di Gerusalemme?

— Ben presto tristi. Nell’agosto dello stesso 1099 Goffredo difese la recente conquista da 200.000 Fatimiti; rinacquero le discordie degli stessi Cristiani, che avevano divisa la Palestina in tanti stati vassalli di Gerusalemme. Tali gelosie, sorte tra i principi cristiani, contribuirono ad indebolire la signoria latina di Oriente e ad affrettarne la caduta.

S. BERNARDO

L E ALTRE CROCIATE

D. Chi è S. Bernardo?

— Dice il Todesco: « Uno dei più grandi personaggi del sec. XII, mescolato a tutti gli avvenimenti del suo tempo, pacificatore di principi e di repubbliche, consigliere di Papi, oracolo di Concili ».

D. Dove rifulse specialmente il suo zelo ?

— Contro gli eretici Abelardo e Arnaldo da Brescia.

D. Che cosa vennero essi, a rappresentare?

— Abelardo fu il precursore del razionalismo e Arnaldo precursore dei nemici dell’autorità pontificia e in particolare precursore del Protestantesimo.

D. Che fece S. Bernardo contro di loro?

— Combatté per l’ortodossia contro Abelardo e per la dottrina sociale della Chiesa contro Arnaldo.

D. Qual è il momento culminante della sua vita!

— Quello della predicazione della 2a Crociata (1146 – 1150), in cui sembra veramente incarnare l’unità cristiana dell’Europa medioevale. Con la sua predicazione compì il miracolo di lanciare in Oriente due armate e due re: Luigi VII di Francia e Corrado III di Germania.

D. Quale esito ebbe la Crociata ?

— Un esito fallimentare; fu come un torrente che precipita dalla montagna e tosto scompare al piano nella sabbia. Nel 1187 il Saladino, sultano di Egitto, riconquistava Gerusalemme.

D. E S. Bernardo?

— Benché amareggiato per l’immenso disastro, adorò umilmente i disegni imperscrutabili di Dio.

D . Che cosa determinò la caduta di Gerusalemme?

— La 3a Crociata, bandita da papa Clemente III. Essa vide partire i tre più grandi sovrani della Cristianità: il Barbarossa, Filippo Augusto di Francia e Riccardo Cuor di Leone d’Inghilterra, ma con il solo effetto della riconquista di S. Giovanni d’Acri (1191).

D. Chi ebbe animatore la quarta Crociata?

— Innocenzo III, uomo di attività sorprendente, che affrontò e risolse tutte le questioni religiose, morali, disciplinari, politiche del suo tempo, e con il quale il Pontificato raggiunse l’apogeo del suo splendore, cogliendo il frutto dell’opera eroica di Gregorio VII e di Alessandro III. – La 4a Crociata da lui indetta però nel puntare su Costantinopoli si esaurì nella creazione dell’impero latino di Oriente.

D. Innocenzo III ebbe da sostenere lotte in Europa?-

— Sì, combatté con estrema energia le diverse eresie, particolarmente quella degli Albigesi, contro i quali da prima invitò una missione apostolica, diretta da S. Domenico di Guzman, e infine bandì una Crociata.

D . Chi propugnò la quinta Crociata?

— Innocenzo III e Onorio III; si diresse verso l’Egitto, sostenuta dalla, parola e dalla presenza di S. Francesco d’Assisi, con l’intenzione di passare poi in Palestina, ma non raggiunse la Terra Santa, per il mancato aiuto dell’imperatore d’Oriente, Onorio (1218-1221).

D. E la Crociata di Federico II nel 1228-1229?

— Fu una farsa. Per liberarsi dalle scomuniche, toccate nella sua diuturna lotta contro il Papato, e per riabilitarsi presso la Cristianità, partì senza esercito per l’Oriente e stipulò con il Sultano d’Egitto un patto che concedeva Gerusalemme ai Cristiani, ma a condizioni talmente svantaggiose, che era infamia accettarlo. Ciò nonostante si coronò di propria mano re di Gerusalemme. È questa l a VI Crociata.

S. Chi ebbero animatori la VII (1248) e l’VIII Crociata (1270)?

— Il piissimo re di Francia, S. Luigi IX, il quale non raggiunse neppur egli il nobile sogno propostosi, perché nella prima fu fatto prigioniero e nella seconda morì di peste a Tunisi. Così si chiude il periodo delle Crociate.

GLI ORDINI RELIGIOSI

PREAMBOLO

Provvidenziale risanamento spirituale

Gli abusi ecclesiastici, che scomparvero soltanto con la fine della lotta delle investiture, e le diverse eresie che pullulavano in quel tempo, avevano portato gli uomini a un grande rilassamento religioso. Chi contribuì efficacemente al risanamento spirituale della società fu il rifiorire della vita claustrale.

D . Chi aveva favorito la liberazione del potere spirituale dai tanti nemici durante l’ « epoca di ferro »?

— Specialmente la congregazione claustrale di Clunv. Ispirato da Cluny, il Papato corresse se stesso, intraprendendo la riforma di tutta la gerarchia.

D, Sorsero altre istituzioni?.

— Sì. I cosiddetti ORDINI MENDICANTI, più consoni alle esigenze dell’epoca in quanto, fuori delle pareti dei chiostri, annunziarono pubblicamente al mondo la povertà, sublimata dall’esempio di Cristo e l’abbracciarono eroicamente.

D. Era necessario tale culto della povertà?

— Sì. L’amore disordinato alle ricchezze era la causa principale dell’universale rilassamento. Era necessario che il popolo vedesse, attraverso esempi tangibili, la povertà cristiana veramente praticata e vissuta.

D. Quali furono gli ORDINI RELIGIOSI invocati dalle necessità del momento?

— 1) L’ordine dei Frati Minori fondato da S. Francesco d’Assisi (1209) con la missione di combattere l’amore per la ricchezza mediante la pratica della povertà e dell’umiltà.

2) L’ordine dei Frati Predicatori fondato da San Domenico di Guzman (1206) per estirpare l’eresia.

LETTURA

IL POVERELLO D’ASSISI

Siamo nel 1209. Il Laterano è il simbolo della Chiesa e della Società cristiana: mentre, considerata dall’esterno, sembra essere indistruttibile, vista dall’intimo, cova le insidie dell’esaurimento. Chi la soccorre? Un giovane, Francesco (n. 1182) precoce nell’ingegno e nei sentimenti più nobili, è ben presto soldato della sua Città e si appresta a partire per la Crociata quando una malattia lo richiama in patria. Un viaggio a Roma (1206) gli fa sentire più forte l’appello di Dio e poi, ad Assisi, rinuncia all’eredità paterna e si dà all’apostolato della povertà e della parola. Giovane era il Papa, a trentasette anni; ventenne l’imperatore svevo: giovane Francesco e giovani, in prevalenza, i suoi seguaci; da quel primo, di Assisi, rimasto senza nome, di cui sappiamo solo che era « spirito puro e semplice », a Bernardo, suo compagno d’infanzia e di poco più grande di lui: a Egidio « fedelissimo e devoto ». Giovani ardenti e puri ai quali si associarono fraternamente due preti, più anziani, Pietro e Silvestro. Dante ricorda la giovinezza di Francesco perché dice di lui che fece sentire alla terra il fascino della santità quando « non era ancor molto lontan dall’orto » (dalla nascita). Come dalla giovinezza Francesco traeva le origini della sua milizia di uomini, così dalla giovinezza faceva nascere la milizia delle pie dame; S. Chiara — che doveva essere madre di tanta famiglia spirituale — aveva dodici anni e già, dice lo storico, era « giovane prudente, savia, bella e gentile di viso e di bello e buono aspetto e di bellissima eloquenza nel parlare e ornata di tutti i buoni e bei costumi ».

Il genio di Francesco si rivela, in quanto fondatore, soprattutto, del Terzo Ordine: il principio del monachismo quale legge di vita che dall’eremo e dal chiostro si diffonde in tutta la società, clero e laicato, trova nel Terzo Ordine la applicazione più geniale e feconda. Sul piano della Povertà, attuata come regime di solidarietà, l’azione dei monaci si trasforma nell’azione dei « fratelli» cioè dei frati. Questi vivono di elemosina — cioè di libero scambio di beni — e ricambiano il dono con altrettanti doni di carità. – Come dice Fra Guidino, nei « Promessi Sposi», parlando di ciò che il convento riceveva e di ciò che dava: « … Si faceva tant’olio, che ogni povero veniva a prenderne secondo il suo bisogno; perché noi siamo come il mare, che riceve acqua da tutte le parti, e la torna a distribuire a tutti i fiumi ». Per attuare questo ideale di povertà — cioè di solidarietà nella distribuzione dei beni —, Francesco e i suoi si propongono di vivere nella società e per la società, di praticare l’apostolato in mezzo ai fratelli tutti; egli è il primo ad asserire questo dovere e ad organizzare definitivamente le missioni tra gli infedeli. I frati (Primo Ordine), le suore (Secondo Ordine) formano una sola grande famiglia con i secolari del Terzo Ordine, laici e preti che vivono nel secolo. È un grande appello al laicato, che torna a porre il problema dei mezzi di perfezione cristiana (un problema che di quando in quando sì impone alla coscienza dei credenti). Scriveva nel sec. IV S. Giovanni Crisostomo: « La fonte dei grandi disordini del mondo sta nel credere che i soli monaci siano obbligati alla perfezione e che i secolari possano farne a meno ». La soluzione francescana del Terzo Ordine che aggrega laici di ogni condizione e porta nella famiglia, nel lavoro, nella professione, lo spirito dell’Ordine, tanto rispondeva alla necessità che, presto o tardi, gli altri ordini religiosi ebbero i loro, terziari; non solo i Domenicani (i quali, si può dire, nacquero insieme con i Francescani) ma anche gli Agostiniani, i Servi dì Maria, i Carmelitani, i Minimi, ì Premostratensi, i Benedettini. – II Terzo Ordine faceva appello a tutti e non solo ai giovani, perché  tutti andavano ‘incontro a S. Francesco e volevano seguirlo

CATERINA DA SIENA E GIOVANNA D’ARCO

Sono due giovanette, che Dio chiama « a miracol mostrare »: terziaria domenicana, Caterina — patrona d’Italia — e terziaria francescana, Giovanna — patrona di Francia — l’una e l’altra incarnazioni del genio di due grandi, popoli cristiani. Caterina è la confortatrice, la predicatrice, l’ambasciatrice, la mistica eloquente che restituisce all’Italia e a Roma il Papato; Giovanna, con il suo genio militare, incarnazione femminile della cavalleria cristiana, restituisce alla patria il suo re con l’impeto di strabilianti vittorie e sale impavida il rogo, a 19 anni, martire di carità.

L’IDEA RIPARATRICE (5)

P. RODOLFO PLUS S. J.

L’IDEA RIPARATRICE (5)

[Traduzione del P. Giovanni Actis, S. J.  dalla 25° edizione originale]

Torino-Roma Casa Editrice MARIETTI 1926

Imprimi potest.

P . ANTONIOS ARGANO S. I., Præp. Prov. Taur.

Visto: Nulla osta alla stampa.

Torino, 26 Maggio 1925.

Teol. Coll. ATTILIO VAUDAGNOTTI.

Imprimatur.

Can. FRANCESCO DUVINA, Prov. Gen.

(30) LETTERARIA (2-xi-25-2M).

LIBRO II

Chi deve riparare?

CAPO SECONDO

L’ANIMA RELIGIOSA E LA RIPARAZIONE.

« V’hanno al mondo delle strade il cui nome non può esser dimenticato » . La prima ha nome Regina delle strade. Regina viarum; passando per Capua, Benevento, Brindisi e il mar Jonio metteva in comunicazione Roma colla Grecia ed era come un legame tra i due poli del mondo. Era la via battuta dagli artisti e dai poeti. La seconda viene chiamata Via sacra. Passava a fianco del colle Palatino e attraversando il Foro romano saliva al Campidoglio. Era la via percorsa dai trionfatori. Ve n’ha una terza ancora: la Via dolorosa. Parte dalla torre Antonia, abitazione di Pilato in Gerusalemme, e ci mena, passando per la casa di Anna e quella di Caifa, fino alla sommità del Calvario. Questa fu la via battuta dal divin Salvatore ed è ancora quella per la quale si mettono tutti i giorni i suoi discepoli avidi di seguire le orme del Dio Crocifisso… la via dolorosa o, come si esprime l’Imitazione di Cristo, la via regia, la via regia della Croce. Il fondo stesso di ogni vocazione religiosa forse che non consiste in un invito ad unirsi più strettamente a Gesù? È vero, anche solo per la grazia santificante, Iddio ci permette un’ammirabile intimità con Lui che diventa così nostro Padre e che rimane ad abitare dentro di noi. Ne abbiamo trattato in un opuscolo a parte (v. Dio in noi, pubblicato su questo blog). Ma se lo stesso nome di Sposo conviene a “rigore per un Dio che vive intimamente con ciascun uomo battezzato, qual significato prenderà quando si tratti non più soltanto d’un’anima che batte la via della legge divina, ma di un’anima che Dio si è scelta da tutta l’eternità per il suo servizio particolare, ch’Egli da tutti i tempi si è eletta, separata dalle altre, attirata a sé e consacrata interamente ai suoi divini voleri? L’anello nuziale è offerto e accettato; gli impegni contratti. Un vero matrimonio di spiriti, l’unione tra Dio e il Cristiano, effetto del rito battesimale: che dire dell’unione di Dio colle anime di predilezione, conseguenza del voto di castità e delle altre promesse religiose? Orbene è proprio della sposa il partecipare intimamente collo sposo alle sue gioie, alle sue sofferenze, alle sue inquietudini, ai suoi dolori, alle sue perplessità, alle sue angosce e ai suoi desideri. I loro due cuori si uniscono ora in un solo cuore. Se l’anima è sincera deve dire a Nostro Signore: « Amore per amore, vita per vita, sangue per sangue, ostia per ostia, tutto deve essere comune fra noi. Voi ora non siete più in grado di soffrire, ma la vostra missione Voi l’avete affidata a me e mi consacrerò ad essa senza riserva alcuna. Per consolarvi e per salvare insieme con Voi questi poveri peccatori per cui vi siete sacrificato, io voglio soffrire per quelli che godono, io voglio amarsi per quelli che vi bestemmiano, io voglio umiliarmi per quelli che si esaltano, io voglio piangere per quelli che ridono, io voglio conservarvi ben dentro al mio cuore per quelli che vi scacciano da loro col peccato. « Io ascolto il vostro lamento: “il mio amore perseguitato e disprezzato cerca un luogo di riposo ed è il tuo cuore che io mi sono scelto per dimora”. Ed io pure come la vostra serva carmelitana, Elisabetta della Trinità, voglio “offrirvi una dimora, un rifugio nell’anima mia ove col mio amore cercherò farvi dimenticare tutte le abbominazioni dei malvagi”. Ben lo comprendo, è in me, in questo tempio, che per ragione della grazia santificante voi abitate, è in questo tempio che voi volete vedere rizzato l’altare del sacrifizio sul quale si compiranno i misteri di misericordia e di perdono. Io vi offrirò la materia da sacrificare, voi la trasformerete, la divinizzerete con la vostra presenza, con l’opera vostra. Voi stesso in me farete l’offerta al Padre, e offrirete tutto senza eccezione. Non badate alle mie resistenze e ripugnanze. Strappate tutto quello che vuol opporsi ai vostri desideri. Non è forse necessario che io sia consumato nell’unità per poter lavorare efficacemente affinché tutti sieno una cosa sola? Se voi non siete perfettamente in me, come potrò io fare che vai siate tutto in tutti? « Maestro divino, voi siete già in me per la vostra grazia ch’io ho ricevuta nel santo Battesimo: da questo momento per i miei voti religiosi Voi sarete anche più profondamente in me. Voi distruggerete in questo mio cuore, da Voi scelto per il sacrifizio, tutto quello che non vi è gradito. Io rassegno nelle vostre mani tutte le mie potenze dell’anima, e il mio compito per l’avvenire mi è ben chiaro avanti alla mente: non avrò più altra mira che riparare gli oltraggi che tanti ingrati vi fanno continuamente, e povera infermiera inesperta sì, ma che vuol essere tutta sacrificata, povera Veronica la quale non possiede che un misero pannolino e un misero cuore, io passerò la mia vita a consolare le vostre tristezze, e a curare le vostre ferite. Io stringo tra le mani il Crocifisso dei miei santi voti, delle nostre reciproche promesse, e mi faccio ardita — voi me lo concederete — di posar le mie labbra sopra le vostre piaghe divine. Io bacio la piaga delle mani affine di riparare per quelli che operano il male; io bacio la fronte trapassata dalle spine affine di riparare per quelli che non pensano a Voi, per quelli che ci pensano solo per insultarvi: io bacio la piaga del Costato affine di riparare per quelli che non amano, per quelli che amano disordinatamente. E vorrei procedere ancor più innanzi: Non sono quelli che dicono: Signore, Signore! che si mostrano sinceramente sacrificati. Io vorrei potervi dimostrare col fatto la mia generosità e imprimere nella mia vita, se non posso farlo sul mio corpo, le sacre stimmate della vostra Passione. « Certo l’offerta che io vi prego di gradire sarà ai vostri occhi ben miserabile: ma mi consola il pensare che per formare un‘ostia basta unpo’ di frumento, alcuni grani ben stritolati sotto la macina. E dell’ostia voglio imitare tutte le qualità: la sua piccolezza, e nell’esercizio di una vita umile e povera sarà mio motto: che io diminuisca perché Egli cresca; il suo candore, e il mio ideale sarà la purezza degli Angeli: la sua immobilità, l’ostia si lascia portare per ogni dove senza resistenza, ed io obbedirò senza alcuna difficoltà ». – Molti poi cercano di venire a cose più determinate e al di fuori e al disopra dei voti religiosi, i quali già contendono una completa oblazione di sé in una vita di crocifissione continua, si prendono come intenzione che domini ogni loro azione il sacrifizio senza tregua e a dose massima possibile, l’immolazione costante, radicale, perpetua                                                                                       insieme con Gesù Cristo per il bene delle anime. Noi stessi abbiamo avuto occasione di descrivere altrove la genesi di simili offerte in cui s’insiste presso il Signore per ottenere come un favore di partecipare non più con una approssimazione alquanto mitigata, ma rigorosamente alla lettera e il più intimamente possibile tra le mura d’un chiostro o anche in mezzo al mondo all’immolazione redentrice di Gesù Cristo.(Ames Réparatrices. Articolo del « Messager du Coeur de Jesus », poi pubblicato i n volumetto separato). Ma basti delle vocazioni particolari: ritornando alla vocazione religiosa in genere noi ripetiamo ancor una volta: essa può e deve essere una vocazione riparatrice. Essa lo è per sé stessa e noi possiamo più o meno esplicitamente riconoscerlo praticamente (Lo spirito della vita di sacrificio nello stato religioso  prit et de la vie de sacrifice dans l’état religieux, del P. Giraud, già superiore dei PP. de la Salette).Alla vista delle rovine che si accumulanoe del bisogno di lavoratori che ponganomano a ristorarle, a ripararle, molti vannomormorando entro di sé: ce Certo converrebbeche qualcuno si mettesse all’opera …ma perché dovrò farlo io? ». Altri, in piccolo,anzi troppo piccolo numero, umilmente ma con volontà risoluta, dicono senz’altro: « Certo converrà che qualcuno si ponga all’opera… perché non mi ci metterò io stesso? » . E incominciano subito; ecco la vocazione religiosa mossa dal desiderio della riparazione. Anime energiche, non si arrestano dinanzi agli ostacoli, esse camminano per la loro strada. V’ha chi le voglia trattenere? Esse non ci badano. « Magister adest, vocat te ». Ecco il Maestro che ti chiama ed esse partono. Converrà spezzare i vincoli più cari. Che importa? Coll’aiuto del Signore tutto si sacrifica. — « Quand’anche avessi avuto cento padri e cento madri — diceva Giovanna d’Arco — io sarei partita ». E si ripetono le sue parole: Cento madri! In quelle circostanze è già ben doloroso l’averne anche soltanto una. Con tutto ciò, si parte. La fermezza di proposito non toglie però il dolore. « Che portate con voi entrando in convento? ». — « Nulla, o piuttosto una dozzina di fazzoletti per asciugarmi le lacrime ». In quei momenti anche un nonnulla si fa sentire intimamente: ma si parte lo stesso (La psicologia di questi momenti ci vien descritta con mano maestra nell’Isolée da RENÉ BAZIN, quando la figlia del canuto lionese abbandona il proprio padre e dà l’ultimo addio alla casa e a tutti gli oggetti famigliari.) . -— « Io debbo andare incontro al Re ». Questa è l’ultima parola di tutte le anime a cui si è fatto sentire l’invito: « Vieni, figlia di Dio, vieni, vieni », e fu concesso dallo stesso Dio il coraggio di corrispondervi. Il mondo non comprende queste cose, non comprende nulla. Alla vista di siffatte scene di generosità va mormorando: « Follie, stoltezze! », se pur si degna di fermarsi a considerarle. Follìe? Sì, sieno pur follìe. Un giorno alla Camera francese l’abate Gayraud, allora deputato di Finisterre, prendendo la difesa delle Congregazioni religiose che si volevano cacciare di Francia, segnalava la grandezza d’animo di tutte queste anime generose che si separano dal mondo e fanno da parafulmini al mondo stesso vivendo crocifisse con Gesù Cristo. E l’oratore ricordava i Fratelli di S. Giovanni di Dio che passano la loro vita al servizio dei mentecatti, le piccole Suore dei Poveri che serbano per sé non altro che gli avanzi dei pasti dei loro « poveri vecchi » e non hanno per campare esse e i loro infermi fuorché quanto raccolgono mendicando di porta in porta… — Ma tutti costoro convien dire che sono dei pazzi! — gridò una voce dall’estrema sinistra. — Sì, sono dei pazzi, signor Allentane — riprese l’abate drizzandosi ancora qualche poco, quasi per misurare la grettezza morale dell’interruttore — , essi sono posseduti da una follìa che da secoli è conosciuta in mezzo ai Cristiani e S. Paolo già ai suoi giorni la definiva: « La follìa della Croce ». Nei punti estremi la logica della ragione e quella della Fede, confondendosi colla logica del cuore, ci dà quel che il mondo definisce una follìa! Sì, questa follìa esiste ma non già da quella parte che si vuol immaginare.

La follìa della Croce!

Oh! Ecco Gesù, il povero Gesù Crocifisso! Costoro, tutti quelli dominati da siffatta follìa, l’hanno visto passare un giorno dinanzi a loro per la via; l’hanno visto col sembiante tutto mesto e l’hanno udito mormorare sommesso: « Sequere me, vieni dietro di me! ». In quel momento in cuor loro spuntò un non so qual desiderio, non solo di non darsi ad altri che a Lui, di porgere a Lui in tutta la sua freschezza tutto il proprio cuore, tutto il proprio amore, ma ancora di abbandonarsi completamente a Lui, definitivamente, con tutto il proprio essere, di darsi a Lui per soffrire con Lui, di offrirsi per accompagnarlo sempre e per tutto, fino a Betlemme, al Tabor, al Cenacolo, non solo, ma anche fino al Getsemani, fino al palazzo di Pilato ov’è motrato alla folla: Ecce Homo!, fino alla colonna della flagellazione ove lo si batte e s’insulta, fino alla Croce ov’Egli muore coperto di ferite e dissanguato per espiare i nostri peccati. – La Croce! Fino a quel momento, spesso si era fatta oggetto di contemplazione, ma non l’avevano compresa. L’abitudine di vedere per lo più ci impedisce di scorgere bene quello che ci sta dinanzi agli occhi. Ed ecco che questa volta la Croce si mostrò tutt’altra dal grossolano Crocifisso al crocicchio della strada o dall’elegante Crocifisso della camera da letto. Per la prima volte le parole di Nostro Signore a S. Angela da Foligno penetrarono in fondo al cuore: « Non è per ischerzo che io ti ho amato! » . — Per ischerzo… oh! no, si è detto in cuore suo: « Una Croce un giorno fu adoperata, una vera croce di legno fu adoperata sulla sommità di un monte una volta quale giorno! Accanto a tutte quelle croci da cui non pendono che dei Gesù morti, un giorno vi fu una croce a cui hanno confitto un Gesù vivo ancora, un Gesù inchiodato, un Gesù sanguinante, morto per me, per tutti gli uomini… » E mirando da una parte Gerusalemme che bestemmia e ignora il mistero compiuto, dall’altra il mondo sempre indifferente od ostile: « Se Nostro Signore ritornasse in questo mondo certo Egli sarebbe nuovamente posto in croce e più presto ancora di quella prima volta ». Quando si è rimasti colpiti da questo doppio spettacolo di luce sinistra, qualche cosa noi troviamo di cambiato nella nostra vita e ripetiamo con Pascal: « Gesù Cristo sarà agonizzante fino al terminar dei secoli: in tutto questo tempo noi non dobbiamo dormire ». – Dormire! Come si può dormire mentre il Maestro, Gesù, è là sulla Croce sospeso e soffre, ahimè!, per molti anche invano. « Oh! no — diceva Uria a David — , mentre Gioab, mio generale, è sul campo e dorme

sotto la tenda sul nudo terreno, io non andrò a riposare comodamente nel mio palazzo! no, non accetto questo indegno privilegio! ». Contemplando Gesù sulla Croce si perde il coraggio di vivere senza Croce. Ad una futura Carmelitana si fa la descrizione della vita austera che le toccherà quando veramente si decida di chiudersi nel monastero: « Nella cella troverò almeno un Crocifisso? », risponde essa. — « Oh! sì », le si aggiunge. — ce Ebbene — conchiude essa — non parlate più oltre, lasciatemi andare che nulla più mi sarà difficile vicino a Gesù Crocifisso ». Così e non altrimenti dicevano i Santi. S. Filippo Neri se ne moriva sfinito di forze; per fortificarlo il dottore gli ordina un buon brodo. Gli si porta il brodo ed egli già incominciava a prenderne qualche sorso, quando s’interrompe bruscamente esclamando: « Oh! mio Gesù! Quanta differenza tra me e voi! Voi foste inchiodato sopra il duro legno della Croce ed io mi riposo in un comodo letto! Voi foste abbeverato di aceto e di fiele ed a me si prodigano delizie d’ogni fatta! Intorno a voi nemici che v’insultano, intorno a me tanti amici che si studiano di porgermi consolazione! ». E un tale contrasto gli strappò le lacrime in tanta copia che non poté continuare a bere il brodo di cui aveva tanto bisogno. Ecco il gran segreto delle vocazioni riparatrici!: Gesù fu povero, lo sarò anch’io; Gesù ha sofferto, soffrirò anch’io; Gesù Cristo è stato preso a schiaffi, anch’io accetterò i dispregi, l’oscurità, l’abbandono di tutti, la persecuzione. Gesù Cristo, in una parola, fu posto in Croce, ben venga anche per me la Croce. – Nostro Signore compare un giorno a S. Margherita Maria e le presenta due quadri, l’uno lo rappresenta in Croce, l’altro nella gloria della sua Risurrezione, e le dice: « Scegli a tuo piacere ». La Santa, senza esitare, stende le braccia verso Gesù sofferente (Al cominciar della sua carriera Margherita Maria avrebbe preferito una santità meno dolorosa. Confessa di sé che percorse le vite dei santi per trovarne uno che non avesse sofferto e non lo trovò e dovette rendersi all’evidenza che non v’ha Santo senza Croce). – Qualche cosa di somigliante troviamo nella vita della contessa d’Hoogworst. Emilia d’Oultremont. fondatrice dell’Istituto di Maria Riparatore. (La Société de Marie Riparatrice, par le P. DE LAPORTE S. J.). Era a Roma nel 1843, quando Nostro Signore le rivelò il suo Cuore, « Egli mi si presentò — così essa lasciò scritto — con due corone tra le mani, l’ima di rose, l’altra di spine ». Senza lasciargli proferire parola. Emilia afferrò la corona di spine « con tutto l’affetto del proprio cuore » , e da quel momento, essa lo confessa sinceramente, « la corona di spine mi fu sempre carissima » (Emile d’Oultremont (La Mère Marie de Jesus) — par le P. SUAU, S. J., Casterman, Tournai). – Donde queste inclinazioni e gusti ben singolari, questo attraimento anormale; donde queste preferenze che hanno qualche cosa di strano? (L’Istituto delle Figlie del S. Cuore di Gesù ha fondato nel 1904 per le persone secolari che desiderassero menar vita di riparazione una Associazione detta delle Anime Vittime del Cuor di Gesù, di cui il nome non è a tutti gradito, ma lo spirito è da tutti ben accolto. Pio X nel benedirne l’istituzione si degnò farne parte iscrivendosi come membro. Per altra parte è noto quanto Egli amasselo spirito di riparazione.). La ragione si è che l’anima ha scoperto più o meno esplicitamente che soltanto il dolore può unirla intimamente a Colui che ha voluto esser l’uomo dei dolori — Vir dolorum ». In tutto il resto tra noi e Gesù la distanza è enorme: dall’una parte il nulla, dall’ altra 1’infinito; la povertà estrema, la ricchezza senza limiti. La gara è impossibile; dove trovare un punto di rassomiglianza?… Oh! Eccolo… addolorato Gesù… addolorata l’anima mia. In tutto il resto Egli mi sfugge; Egli è lo stesso Dio. Col dolore io lo raggiungo perché anch’Egli ce soffre ». Su questo terreno posso tentare d’imitarlo. La strada che Egli batte per venire fino a me posso tentar di percorrerla anch’io per arrivare fino a Lui. Così sparisce la distanza fra noi due. Il nostro comune procedere ha qualche cosa di identico e i nostri due esseri, differenti in tutto il resto, in questo diventano simili. Colla sua sofferenza l’anima ce afflitta » diviene per Dio 1′ « adiutorium simile sibi », degna perciò delle carezze divine. Si può ammettere come tesi generale — fa notare l’autore della Vita di S. Liduina — che tutti i servi generosi di Gesù Cristo sono da Lui adoperati per l’espiazione Oltre la loro particolare missione, che non sempre coincide colla riparazione, poiché altri sono più particolarmente destinati o per fare delle conversioni, o per riformare dei monasteri, o per predicare al popolo, o per altro ancora spesso noto a Dio solo; a tutti nondimeno vien rivolto l’invito di arricchire il tesoro comune della Chiesa con le loro sofferenze, tutti si trovano in grado di presentare al loro divin Maestro quella autentica prova del vero amore che è il sacrifizio di sé. Però anche tra questa schiera eletta si trovano delle anime più particolarmente segnate per servire di vittima propiziatrice, quelle che il Signore destina alla nobiltà speciale del « suo proprio blasone ». Non vi mancano gli uomini, « Ancora, ancora sofferenze », mormorerà agonizzando in vista della Cina un S. Francesco Zavério. — « Soffrire ed essere disprezzato », dirà un S. Giovanni della Croce; e noi vedremo nel capitolo seguente degli esempi eloquenti, fra i sacerdoti, di vocazione riparatrice, ai quali possiamo aggiungere quelli del Ven. P. De la Colombière (Ecco il testo della sua oblazione: « O Cuore dei mio Gesù…, acceso dal desiderio di riparare e di espiare tante e si grandi offese che vi si fanno… io vi offro e vi abbandono interamente il mio cuore e tutto il mio essere, ecc ».), del signor Olier (egli si era offerto come « ostia » a Montmartre. « Io godevo, Mio Dio, nel venire alla vostra presenza in qualità di ostia e pregare: O Dio del mio cuore, non mi risparmiate, tagliate, spezzate, riducete a brani questa vostra vittima ». Nella sua Vita.), del P. Surin e del P. Ginhac (vita scritta dal P. CALVET — Un altro maestro di vita spirituale, autore di due stimati scritti sulla « Orazione », il P . de Maumigny, morendo ringraziava il Signore specialmente « per avergli concesso trentacinque anni di dolori ».)Fra i laici, ben innanzi inprima fila, il sig. Dupont. « il santo di Tours » (Vita, di Léon Aubinau, 1878).Però non si può negare, come osservaHuysmans, che il desiderio di ripararespunta ancor più frequente nel cuore delladonna, e ne porta la ragione:« Il Signore si direbbe aver riservato piùparticolarmente alla donna il compito diumile e nascosta pagatrice. I Santi invecehanno un mandato che si estende tra lemasse e si impone ai popoli: essi percorronola terra predicando, fondano o riformanoOrdini religiosi, convertono gli idolatri, insegnano la verità coll’eloquenza delpulpito, mentre più passiva la donna, cheper altro non può esser insignita del caratteresacerdotale, si contorce in silenzio sopraun letto di dolori. È un fatto che l’animadella donna e il suo temperamentosono più affettuosi, più sacrificati, menoegoisti che quelli dell’uomo. Così pure ladonna è più impressionabile e più facilealla commozione. Quindi Gesù presso ladonna trova accoglienza più premurosa; ladonna per istinto ha delle attenzioni, delledelicatezze, delle cure minute verso di Lui,quali non sa trovare un uomo quando nonsia un altro Francesco d’Assisi. Inoltre leverginelle, per aver rinunziato alle caste gioie dell’amor materno verso le creature,hanno tutto un tesoro di affetti che viene arinforzare l’amore per lo Sposo celeste, ilquale, quando esse lo desiderano, diventaper loro il Santo Bambino; le sante allegrezzedi Betlemme saranno sempre più accessibilialla donna che all’uomo, e allorafacilmente si capisce come la donna nonpossa più nulla negare al suo diletto Gesù…Nonostante il loro carattere incostante e facileall’illusione, sarà sempre tra le donneche lo Sposo divino troverà le sue vittimepiù generose ». – « O patire o morire! » , esclama S. Teresa.— « No », corregge Maria Maddalena de’ Pazzi, « non morire, ma sempre continuarea patire ».Marcellina Pauper, Suora di Carità chesi era offerta al Signore come vittima perriparare soprattutto le profanazioni del SantissimoSacramento e i furti di sacre Ostie,confessava di sé: « La mia vita è un delizioso Purgatorio: il corpo soffre, ma l’anima gode ».Veronica Giuliani diceva: « viva, vivala Croce tutta sola e tutta nuda, viva la sofferenza! ». E la M. Maria De Bourg: « Se le sofferenze fossero in vendita al mercato, mi farei ben premura d’andare a provvedermene ».

S. Liduina anch’essa, in mezzo ai suoi più atroci dolori, esclamava: « Non compatitemi, io sono felice, e se con una sola Ave Maria potessi ottenere la mia guarigione, io non la reciterei mai ». E non si dica: « Queste scene sono di altri tempi, ora di anime simili non ne esistono più ». Ascoltatene una proprio dei nostri giorni: « Io ho bisogno di soffrire, io voglio soffrire perché Gesù ha sofferto per me, perché il Signore lo desidera per l’espiazione dei delitti del mondo. Io voglio soffrire perché il dolore è la più potente delle preghiere… perché il dolore purifica, perché il dolore c’innalza … Io voglio soffrire perché nel dolore si trova la felicità e l’anima è assetata della vera felicità. Non mori, sed pati. Patire, patire per cent’anni se è necessario, per salvare le anime e glorificare il Signore. Ho bisogno di preghiera continua, robustezza dell’anima, chiave dei tesori celesti. La preghiera unisce a Gesù, aiuta a sopportare tutto per la sua gloria. La preghiera è sorella del patimento, l’uno e l’altra si uniscono per offrirsi a Dio e salvare il mondo. Gesù non li ha mai separati nella sua vita nascosta, nella sua Passione, sulla Croce ». Così scrive Hervé Bazin (Une Religieuse réparatrice. Perrin, 1903. (Préface de R. Bazin). Notiamo però che se gli esempi recati fin ora mettono in mostra specialmente il « dolore », rimane sempre vero che il criterio della Riparazione dev’esser l’ « Amore» di cui il dolore non è che la prova più sicura), il quale ebbe una sorella, Simona Denniel, anch’essa religiosa di Maria Riparatrice. Eccone i sentimenti: « Le rose per Lui, per me le spine. Ostia coll’Ostia… ossia per l’Ostia, questa mi pare la sostanza di tutta la mia vita » (Une àme réparatrice. Simone Denniel. Vittel,  Lyon, 1916).Si possono consultare a questo propositomolte altre biografie di contemporanei oltrea quelle da noi ricordate: Zaveria DeMaistre, Teodolinda Dubouché,Maddalena Ulrich, Teresa Durnerin,la M. Maria del Divin Cuore, CatterinaClement e molte altre ancora.E non convien dimenticare che oltre aquesti pochi nomi che la storia può registraree il Signore manifesta a tutti per confortoinsieme e confusione degli uomini,molto più numerose sono certamente quelleanime che si offrono alla riparazione nelsilenzio e nell’oscurità, si consacrano congrande slancio all’opera riparatrice e nonsono conosciute fuorché dal Signore.Oh! sieno benedette queste anime, equelle che rimangono ignorate, sia per lagloria che esse procurano al Sovrano Signoredi tutte le cose, sia per la protezione di cui, anche a nostra insaputa, ci vannoricoprendo. Certi saputi di quaggiù, scrisseRoberto Vallery-Radot, ce si credono invincibili perché ben forniti di cannoni e di munizioni da guerra; essi non si accorgono che sotto la trama degli avvenimenti mostruosi e riboccanti di sangue si svolge tutto un dramma spirituale ineluttabile, il sacrifizio dei più puri … È l’Agnello e non il lupo che scancella i peccati del mondo… Quando i retori dell’antica Roma vedevano nel circo, fra due rappresentazioni degli istrioni, i Cristiani dati in pascolo alle fiere, non vi scorgevano altro che un numero di un trattenimento secondo il gusto di quei giorni. Si sarebbero ben meravigliati quando loro si fosse predetto che quell’oscuro sangue assorbito dalla terra avrebbe germinato un nuovo mondo; e non sarebbe stato preso come un pazzo quel magistrato che dichiarasse le catacombe ben più forti del Foro romano? ». – Anche al presente, come sempre, quelli che soffrono e che espiano « nelle catacombe » sono i principali e più operosi autori della ristorazione soprannaturale. [Tra questi il Santo Padre Gregorio XVIII – ndr.]

http://www.exsurgatdeus.org/2020/08/07/lidea-riparatrice-6/

DA SAN PIETRO A PIO XII (11)

[G. Sbuttoni: Da Pietro a Pio XII, Edit. A. B. E. S. Bologna, 1953; nihil ob. et imprim. Dic. 1952]

PARTE SECONDA

DAL 1000 AI NOSTRI GIORNI

CAPO I .

LA LOTTA DELLE INVESTITURE

PREAMBOLO

1 – L’ETÀ FERREA DEL PAPATO

All’epoca delle invasioni normanne, i re sono incapaci di difendere i loro stati. Ogni proprietario influente deve organizzare per proprio conto la resistenza: s’inizia così il FEUDALISMO. Sotto questo regime i signori potenti ed anche i re che hanno conservato qualche potere, affidano volentieri importanti principati a vescovi o ad abati (Liegi, Stavelot, Malmédy); questi uomini di chiesa, essi credono, saranno più sottomessi dei vassalli laici. Inoltre, sul letto di morte, alcuni feudatari legano una parte dei loro beni alla Chiesa. Non è forse giusto? Essa è incaricata del culto, dell’istruzione pubblica, della beneficenza. In questi due modi, affluiscono alla Chiesa ricchezze e potenza. Tale situazione, apparentemente vantaggiosa, è tuttavia origine di tre mali che metteranno in pericolo la sua vita:

la dipendenza dal potere temporale,

la simonìa (= da Simon Mago, che volle comprare da Pietro la grazia dei Sacramenti),

il rilassamento dei costumi del clero.

1) I signori potenti che lasciano per testamento una delle loro terre ad un Vescovo o a un’abazia, intendono stabilire sulla sede episcopale o abaziale il candidato di loro scelta. Pretendono conferirgli  l’autorità episcopale mediante il conferimento del Pastorale, e dell’Anello (investitura « per mezzo del pastorale e dell’anello »). Il signore loca locale agisce nello stesso modo riguardo ai parroci. I laici giungono anche ad asservire il Papato. La deposizione, di Carlo il Grosso (887) e la vacanza della sede imperiale lo privano del suo protettore. Si trova allora dominato dalle famiglie italiane (867-962). La restaurazione dell’Impero (= Sacro Romano Impero Germanico, 962) gli rende un protettore, ma non gli restituisce la libertà, poiché questi si arroga il potere di eleggere il Sommo Pontefice. Parroci, vescovi, abati, Papi, tutti sono sottomessi al potere temporale. La Chiesa non è forse ridotta alla condizione di una gerarchia feudale privilegiata?.

2) In tali condizioni le cariche ecclesiastiche sono brigate e comprate come feudi temporali. Il Vescovo paga la propria carica al re o al principe; in compenso vende delle parrocchie e dei canonicati. I parroci si rifanno delle spese facendo commercio dei Sacramenti, talmente che la simonia si stabilisce ovunque.

3) Si desidera trasmettere a proprio talento una carica pagata a sì caro prezzo. Questi ecclesiastici interessati e, ordinariamente, sprovvisti di vera vocazione, giudicano ormai caduto in disuso l’obbligo del celibato: prendono moglie: hanno figli che sono i loro eredi. L’immoralitàdel clero scandalizza il popolo cristiano. Ignorante e poco premuroso nel compimento dei suoi doveri, questo clero non istruisce i fedeli. Lascia che l’eresia si propaghi tanto più facilmente in quanto il popolo è disamorato della religione. « Gli scandali del clero hanno aperto la porta dalla quale le moltitudini si precipitano fuor della Chiesa » (G. Kurth).

L’ora è grave: il feudalesimo gaudente e la barbarie finiranno con il dominare la società spirituale e pacifica che è la Chiesa? Ma la Provvidenza di Dio veglia e interviene con il suo aiuto straordinario. Sorgono anche allora uomini insigni per santità e scienza, che, quali fari luminosi, diradano le dense tenebre e purificano l’atmosfera della società cristiana; appaiono allora difensori intrepidi dei diritti della Chiesa, che coraggiosamente affrontano dure battaglie per ridarle la sua indipendenza e dignità.

La più notevole di queste battaglie fu la lotta contro le investiture.

D. Che cosa significa «Investitura » ‘?

— Significa immissione in possesso di territori e di uffici da parte di sovrani

D. Quando cominciò l’istituto dell’ investitura ?

— Nel Medioevo, allorché anche gli ecclesiastici divennero feudatari per la concessione di territori e uffici da parte di sovrani. Si chiamò investitura l’immissione in possesso feudale di cotesti ecclesiastici da parte del signore laico.

D. Come venne preparata l’investitura?

— Dall’uso invalso, all’epoca di Carlo Magno e della dinastia sassone, di investire i Vescovi e gli abati di funzioni politiche, per limitare la potenza dei signorotti locali.

D. Fu vantaggiosa alla Chiesa l’investitura?

— No, portò anzi un grave danno alla libertà della Chiesa. Clero e popolo, infatti, cui spettava l’elezione dei Vescovi, furono messi presto in disparte, e spesso bastava una semplice raccomandazione del re, perché il Metropolita consacrasse la persona raccomandata, senza tener conto se era o no degna.

D. Quali conseguenze sì verificarono?

— Si finì con il non tenere quasi più conto dei meriti del consacrando e membri di nobili famiglie, senza nessuna preparazione, talvolta in giovanissima età, ascesero le cattedre episcopali. Non solo; nell’atto dell’investitura, i principi non consegnarono più ai nuovi vescovi lo scettro e lo stendardo — simboli dell’autorità politica —, ma addirittura il pastorale e l’anello — simboli del potere spirituale. La consegna poi avveniva con le parole: « Ricevi questa Chiesa ».

D. Quale fisionomia perciò assunse la dignità episcopale?

— Una fisionomia sempre più spiccatamente politica e terrena, a scapito della sua natura religiosa.

D. A chi andavano le sedi episcopali e abbaziali?

— Ai membri dell’alta aristocrazia. Tali sedi, dotate di ricche prebende, ne stuzzicavano l’avidità, cosicché essi davan loro la caccia esclusivamente con la mira di goderne le laute rendite.

D. Che cosa portò questo stato di fatto?

— Un deplorevole deterioramento nei costumi dell’alta gerarchia ecclesiastica e un accentuarsi della simonia, poiché uffici e benefici sacri si distribuivano dietro il versamento di forti somme, al punto che le dignità ecclesiastiche furono messe all’asta e cedute al miglior offerente, il quale a sua volta, per rifarsi delle spese, faceva mercimonio delle dignità minori fra i suoi subalterni.

D. Come si giustificava questa condotta?

— Con l’asserire che il potere religioso, come il civile, proveniva direttamente dalla volontà del principe.

D. Intanto che cosa si notò fra il clero?

— L’infierire dei vizi più vergognosi, particolarmente il concubinato.

D. Che cosa apparve assolutamente inderogabile?

— Il risorgere da uno stato sì miserando; e, poiché alla radice di tutti questi mali stava l’intromissione del potere laico nell’organismo ecclesiastico, era evidente che il segreto della vittoria consisteva soprattutto nell’eliminare tale abusiva intromissione.

D. Da dove partì lo stimolo della riforma?

— Dai chiostri, nei quali in quel tempo si notò un rifiorire di vita monastica, come a Cluny, a Camaldoli, a Vallombrosa. Non va taciuto tuttavia il nome di S. Pier Damiani, il focoso ravennate, che con gli scritti e la parola rivendicò ad oltranza la libertà ecclesiastica contro gli abusi del potere laico.

2 – GREGORIO VII

PREAMBOLO

Il liberatore

« Secoli di ferro» furori detti quelli (X-XI) nei quali il clero e il monachismo erano in gran parte decaduti dalla loro dignità e indipendenza spirituale sotto la pressione delle armi e dei poteri del laicato politico, organizzato nei feudi e nell’impero. Sicché non pochi abati e Vescovi e finanche Papi diventarono funzionari dell’imperatore e strumenti di ambizioni e di interessi di potenti famiglie.

La Chiesa era schiava.

Chi l’avrebbe liberata? – Gregorio VII.

D. Chi fu il campione vittorioso di quella lotta gigantesca?

— Il monaco ILDEBRANDO, che cinse la tiara con il nome di GREGORIO VII.

D. Chi fu Gregorio VII?

— Uno dei massimi successori di Pietro.

Un gigante.

Un lottatore formidabile.

Il Carducci lo paragonò ad uno scoglio che, in mezzo all’infuriar dell’onde oceaniche, non crolla. Napoleone ebbe a dirne : « Se non fossi chi sono, vorrei essere Gregorio VII ». Ed era, Gregorio, un omino di piccola statura e di gamba corta: uno scricciolo. Ma c’era in lui la fortezza suprema. La fortezza di Dio.

D. Dove nacque Ildebrando?

— A Soana (Grosseto) nel 1013. Per l’ingegno e pietà .che in lui rilucevano, i genitori lo affidarono ai Benedettini dell’Avventino. Essi educarono in lui il necessario liberatore della Chiesa.

D. Come gli nacque l’idea della riforma?

— Recatosi in Germania, al seguito di Gregorio VI, là poté constatare — inorridito — il mercimonio che si compiva dei benefìci ecclesiastici. Fu allora che concepì il pensiero di riformare la gerarchia ecclesiastica sottraendola alla nefasta influenza del potere imperiale, e di trasformare il clero, fiacco e rammollito, staccandolo dall’avida sete delle ricchezze terrene.

D. Dove perfezionò il suo programma di riforma!

— Nella sacra solitudine di Cluny, da dove uscì nel 1048, per accingersi con zelo all’ingrata fatica, a fianco dei Papi, di cui godé piena fiducia.

D. Come iniziò l’opera sua?

— Nel 1049 Leone IX venne eletto Papa dall’imperatore Enrico III; Ildebrando lo indusse a non assumere le insegne pontificali, finché non avesse avuto la conferma dell’elezione da Roma. Era un primo passo nel processo di rivendicazione della libertà d’elezione del Papa.

D. Che fece dopo questo primo passo?

— Gli riuscì di far eleggere un intrepido assertore della riforma, Nicolò II, il quale nel 1059 emanò alcuni decreti di capitale importanza per la libertà e la riforma della Chiesa, in quanto colpivano con pene gravissime il concubinato, rivendicavano la nomina dei Vescovi al Papa e al clero, deputavano l’elezione del Papa a un collegio permanente, composto di soli Cardinali. Con il successore, Alessandro II, batté la stessa strada.

D . Che si venne a notare intanto?

— I primi sintomi di lotta, con la reazione dei vescovi simoniaci colpiti dai decreti della riforma, i quali tentarono di appoggiare l’antipapa Onorio II, ma, alla morte di Alessandro II, lo scisma era cessato, e Ildebrando, eletto Papa nel 1073 per acclamazione, trovò sgombro il campo da competitori.

D. Che fece eletto Papa?

— Proseguì con energia decuplicata l’opera di riforma. Scrisse ad abati e Vescovi e re, deplorando le misere condizioni in cui versava la Chiesa.

D. Dov’è che la posizione morale del clero era peggiore?

— In Germania e per gran colpa di Enrico IV imperatore, per la sua condotta riprovevole e per la nomina di Vescovi simoniaci e libertini.

D. Che fa Gregorio VII nel Concilio Lateranense del 1074?

— Rinnova i decreti antecedenti contro la simonia e il concubinato e la promessa di servigio (specie di vassallaggio) all’autorità secolare.

D. Che cosa suscita questo rinnovo?

— Un’enorme opposizione da parte di Vescovi e di preti, ma il Papa resta irremovibile.

— Se noi, scrive egli, consentissimo di tacere davanti, alle iniquità dei prìncipi della terra, potremmo certamente avere la loro amicizia regale, sudditanza e grandi onorificenze… ma preferiamo piuttosto morire che tradire il nostro dovere. Non siamo liberi di trascurare, per riguardo a qualsiasi persona, la legge di Dio e deviare dal retto sentiero in grazia del favore degli uomini, poiché l’Apostolo dice: « Se io piacessi agli uomini, non sarei servo di Cristo ».

D. Che fa ancora per recidere il tumore alla radice?

— Nella quaresima del 1075 vieta a Vescovi, abati e preti di ricevere qualsiasi investitura di uffici sacri dai laici; a conti, duchi, re e imperatori di concedere per l’avvenire simili investiture; pena, in ambedue i casi, la scomunica.

D. Chi ora si ribella?

— Enrico IV, che, raccolta a Worms una dieta, nel gennaio 1076, dichiara deposto Gregorio VII e invia un messo a recare il decreto di deposizione al Pontefice, che si trova a Roma a presiedere un concilio in Laterano.

D. Come risponde Gregorio?

— Con la scomunica contro Enrico, che dichiara deposto dal trono, e scioglie inoltre i sudditi dal giuramento di fedeltà.

D. Che provocò la scomunica?

— La ribellione dei re vassalli contro Enrico e l’abbandono di tutti. Anzi le cose giungono al punto che nell’ottobre del 1076 la dieta di Tribur sta per eleggere un nuovo sovrano. La grave decisione viene a stento rimandata all’altra dieta da convocarsi ad Augusta nel febbraio successivo, da presiedersi dallo stesso Pontefice.

D. Che fa Enrico?

— Decide di prevenirla, non volendo comparire davanti ai suoi nemici in veste di accusato. Valica, benché d’inverno, le Alpi e scende nel piano lombardo.

D. E Gregorio?

— Sorpreso a Mantova da questa notizia, temendo in Enrico propositi di vendetta, si rifugia a CANOSSA, piccolo feudo della contessa Matilde, fra le montagne del Reggiano. Enrico sale lassù e chiede un colloquio con il Papa.

D. Viene accolta la richiesta?

— Sì, dopo che, per tre giorni, l’imperatore ha atteso in abito da penitente (25 – 27 gennaio 1077) davanti alle mura del castello. Viene assolto dalla scomunica solo dopo aver giurato che avrebbe aderito alle decisioni della dieta di Augusta.

D. È sincera la conversione dell’imperatore?

— No, infatti manda a monte la dieta di Augusta e ostacola quella di Forscheim.

D. Che fanno intanto i princìpi tedeschi?

— Per rappresaglia eleggono re Rodolfo di Svevia. Si scatena la guerra civile, che produce tante rovine, mentre Enrico compone il suo stato maggiore di vescovi e abati simoniaci e concubini.

D. E il Papa?

— Tenta invano di interporre la sua opera per giungere ad una pacificazione; e allora colpisce Enrico con una seconda scomunica, sciogliendo di nuovo i sudditi dal giuramento di fedeltà (7 marzo 1080).

D. Come reagisce Enrico?

— Deponendo Gregorio ed eleggendo antipapa Guiberto di Ravenna. Nel tentativo, ch’egli fece, di insediare l’antipapa in Roma, fu impedito dai Normanni di Roberto il Guiscardo. Vi riesce nel marzo del 1084, ma alla notizia che il Guiscardo s’avvicina a Roma con 30.000 soldati, fugge precipitosamente, lasciando la città preda delle soldatesche normanne.

D. Che fa Gregorio?

— Non potendo tollerare di vedere lo scempio che vi è compiuto, si ritira a Salerno, dove, stremato dalle fatiche e dai dolori, spira la sua grande anima il 24 maggio 1085.

D. Quali furono le sue ultime parole?

— « Amai la giustizia, odiai l’iniquità; per questo muoio in esilio ». Queste parole, grido ultimo della sua coscienza rettissima, ne sono il più fedele ritratto.

D. Simile fine non lo fa apparire uno sconfitto?

— Parve uno sconfitto…

Ma i Papi, si sa, non sono mai così vittoriosi come quando sembrano vinti. Gli avvenimenti susseguitisi infatti lo dimostrano vittorioso. Giacché si trovano compiute le imprese da lui incominciate, da lui ispirate, cioè:

stabilito il celibato ecclesiastico,

tolte di mezzo la simonia e le investiture feudali delle chiese,

tralasciata la conferma imperiale del Sommo Pontefice,

due dei designati da lui fatti Papi,

la potenza temporale accresciuta dalle donazioni della contessa Matilde,

già fatte sin dai giorni di Canossa,

le Crociate, da lui escogitate, effettuate,

la potenza imperiale abbattuta così, che non si rialzò mai più ad assoluta in Italia,

e quindi (ciò che importa qui particolarmente) i Comuni costituiti, e il nome di lui, bestemmiato dai contemporanei, santificato dalla Chiesa… (così Cesare Balbo).

D. Quale l’interpretazione migliore della supremazIa esercitata da Gregorio su popoli e sovrani?

— Quella che ammette nella Chiesa una « potestas indirecta » sullo Stato, in ordine agl’interessi spirituali.

D. Secondo tale dottrina, che può fare un Papa?

— Può deporre un capo di Stato (naturalmente cattolico), quando il suo contegno gravemente lede i diritti della Chiesa e delle anime.

Del resto, come dice Pio IX, il diritto di deporre i re, riconosciuto ai Papi, era una conseguenza del diritto pubblico d’allora e del consenso delle nazioni cristiane.

PREAMBOLO

Vindice di giustizia e libertà

Il parlamentarismo, che sembra il massimo portato della moderna democrazia, come impallidisce di fronte alle Wittenagemote di Bretagna, ai Campi di Maggio dei Franchi, alle Diete di Roncaglia in Italia, alle Cortes di Spagna, alle Assemblee Portoghesi nella pianura di Bakot, in cui rappresentanti di ogni ordine di persone si raccoglievano per discutere leggi, di cui neppur un articolo aveva valore senza. l’approvazione della maggioranza!

Il giuramento dì Pontìda e ì notturni convegni svizzeri sotto la quercia di Truns o nella prateria del Rutli, nulla hanno da invidiare alle rivoluzioni moderne per l’indipendenza dei popoli.

La « Magna Charta», imposta al tiranno Giovanni Senza Terra, dalla armata « di Dio e della S. Chiesa » raccolta dai baroni con a capo il rappresentante d’Innocenzo III, Stefano Longton, arcivescovo di Cantebury, e gli Statuti dei Comuni, sono modelli di legislazione, in cui autorità e libertà, giustizia e carità si fondono e armonizzano stupendamente. – Ma nonostante tutto spesso avveniva che i popoli erano alla mercé dei prìncipi, ritenuti da questi come gente da sfruttare, anziché accolte di uomini liberi da governare; e allora ecco levarsi, grondanti di sangue, figure di tiranni come Giovanni Senza Terra ed Ezzelino da Romano; di strozzatori di libertà come Enrico IV, Barbarossa, Federico II.

Chi sorse a rivendicare i diritti dei popoli?

Chi si levò vindice di giustizia e di libertà?

— Il Papa!

Tale egli appariva in quei tempi di gran fede, venerato dai popoli e temuto dai prìncipi; perciò a lui appellavano gli oppressi, dinnanzi a lui dovevano giustificarsi o fare ammenda gli oppressori. Canossa, che vide Enrico IV umiliato ai piedi di Gregorio VII, e Venezia, che vide il Barbarossa curvarsi vinto dinanzi ad Alessandro III, più che trionfi del Papato furono trionfi della libertà, furono pietre miliari sul cammino dei popoli verso l’emancipazione da servaggi assurdi. Quando l’autocratismo cesareo si riaffermerà con il Rinascimento, e, causa un rilassamento nella fede, verrà a mancare in questo campo il prestigio dei Papi, i popoli finiranno con il farsi giustizia da sé e con il rivendicare nel sangue i diritti alla libertà, che sarà momentaneamente libertinaggio, alla giustizia, la quale temporaneamente trascenderà nella violenza. La Rivoluzione Francese ed il bolscevismo russo insegnano qualche cosa.

D. Fu ripreso dai successori il programma gregoriano!

— Sì, specialmente da Urbano II, l’animatore infaticabile delle Crociate, che nel concilio di Melfi del 1089 rinnovò il divieto contro l’investitura laica e contro la simonia e il concubinato.

D . Che fece Urbano II contro Enrico IV?

— Rinnovò contro di lui e contro l’antipapa Giliberto (Clemente III) la scomunica.

D. Come si liberò dall’antipapa?

— Caldeggiò le nozze di Matilde di Canossa con Guelfo di Baviera, unione che unì per un momento la Germania meridionale con l’Italia settentrionale e provocò la cacciata dell’antipapa da Roma (1089).

D. Con quale rappresaglia rispose Enrico IV!

— Ripassa le Alpi e prende a devastare gli Stati dì Matilde; ma costei non piega e resiste virilmente allo scomunicato, la cui stella sta tramontando dopo l’abbandono del figlio Corrado e della moglie, e il rafforzarsi del partito cattolico.

D. Come si diportò il successore di Enrico IV?

— Enrico V, costretto il padre ad abdicare, continuò nella linea di condotta paterna in tema di investiture. Infatti, rivalicate le Alpi, piegò al suo volere il papa Pasquale II, che gli accordò il privilegio di conferire l’investitura mediante il pastorale e l’anello a quei vescovi ed abati che non fossero stati eletti simoniacamente.

D . Quanto durò cotesto privilegio?

— Dal 1111 al 1112, poiché la protesta di numerosi Cardinali e Vescovi fece pentire il Papa del suo gesto e lo spinse a revocare il privilegio estorto con la frode e la violenza (Conc. Laterano – 1112).

D. Come reagì Enrico V?

— Ritornò in Italia per trattare con il Papa, ma questi nel 1116 lancia la scomunica sul privilegio ingiustamente carpito; succedono poi gravi torbidi, che si ripercossero sul successore di Pasquale II, Gelasio II, che andò a morire, poverissimo, a Cluny.

D. Come terminò la cosa?

— Papa Callisto II nel 1122, convocata la dieta di Worms, fece accettare a Enrico VI il cosiddetto PATTO di CALLISTO, con cui l’imperatore rinunciava all’investitura dei Vescovi mediante il pastorale e l’anello, riservata esclusivamente alla Chiesa, garantiva la libertà delle elezioni e restituiva al Papa i possessi usurpati.

D. Che cosa dava il Papa come contropartita?

— Consentiva che in Germania, dove tutti i Vescovi ed abati erano anche principi, le elezioni venissero fatte alla presenza del legato imperiale — esclusa ogni simonia — e l’eletto ricevesse l’investitura del feudo, ma soltanto con la consegna dello scettro, fatta prima della consacrazione e dell’investitura ecclesiastica.

D. In Italia come avveniva ogni elezione?

— Senza la presenza di alcun legato regio; l’eletto veniva subito consacrato e riceveva l’investitura dei feudi dopo la consacrazione e mediante lo scettro.

D. Gli altri paesi furono funestati dalla lotta delle investiture ?

— Sì, ma in Inghilterra fu definita con concordato del 1105 e in Francia terminò l’anno prima.

D. Che cosa si ebbe con il patto di Worms?

— Si ebbe salva la libertà della Chiesa e si accettò il principio

dell’assoluta distinzione fra il potere temporale e spirituale, concretato nella doppia investitura: dello scettro per i feudi vescovili concessa dall’autorità statale, e del pastorale e dell’anello per la missione religiosa, concessa dall’Autorità Ecclesiastica.

D. Che cosa rappresentava tutto questo?

— L’attuazione dell’opera di Gregorio VII.

D. Quanto durò la pace tra Impero e Papato?

— Circa 30 anni, finché sorse Federico Barbarossa, infatuato dell’ambizione di ricondurre l’impero al fastigio di Carlo Magno o anzi dell’età romana.

D. Chi si oppose a tali progetti?

— Il Papato e i Comuni. I Comuni erano sorti come reazione contro gli arbitri dei feudatari, che rendevano i sudditi servi della gleba.

D. Chi appoggiò i Comuni nelle rivendicazioni delle libertà democratiche

— L’episcopato e la S. Sede. Il primo a gettare le basi del glorioso

Comune di Milano f u il Vescovo ARIBERTO da INTIMIANO, che nel 1036 raccolse attorno al Carroccio le truppe del popolo per resistere ai soprusi dell’imperatore Corrado e dei suoi feudatari.

D. Quale fu il partito del rinnovamento democratico della .società?

— Il GUELFO, che faceva capo idealmente al Papa, in contrapposto al GHIBELLINO, sostenitore del feudalesimo aristocratico e imperiale.

D. Tu che cosa si risolse la storia civile italiana nel medioevo?

— Soprattutto nelle lotte cruente di queste due opposte correnti politiche.

D . Che fece il Barbarossa!

— Riprese aspra la lotta contro la Chiesa sul tema delle investiture e provocò guerre su guerre contro i Comuni italiani, i quali nell’affermarsi delle loro fortune in una salda concezione e pratica cristiana della vita privata e pubblica, spronati dall’esempio e dall’accordo con il Papato (Alessandro III), ressero all’urto e ne ebbero ragione con la vittoria di Legnano (1176). cui seguì la pace di Venezia (1177) tra Federico e il Papato, e la pace di Costanza (1183) tra Federico e i Comuni.

D. Che cosa rappresentò la vittoria di Legnano!

— Una tappa decisiva nella storia d’Italia.

LA CHIESA E LA CULTURA

Chi, nella storia della scuola e perciò della cultura lasciò un’impronta luminosa quanto mai, fu Carlo Magno. Divenuto imperatore, egli fece della scuola una passione e la diffuse ovunque poté. Per agevolarla impose ai monaci di Francia la regola di S. Benedetto, perché più favorevole allo studio, subordinò alla cultura sia la concessione dei benefici ai sacerdoti che l’accesso alle cariche dello Stato ai nobili e, mentre si adoperò attivamente per organizzare nell’Impero una scuola di Stato, alla sua corte fondò una scuola superiore per i nobili, la SCUOLA PALATINA, ed una specie di accademia, prevenendo quelle del Rinascimento italiano, in cui i soci assumevano un nome antico: per es. Carlo Magno, Alenino ed Angilberto si chiamavano rispettivamente David, Fiacco ed Omero.La Chiesa in più modi esercitò influenza in questa rinascita della cultura. – Influì sulla formazione di Carlo Magno, istruito da un diacono: Pietro da Pisa. Cooperò all’attuazione del programma di lui, attraverso il monaco Alcuino, fondatore della Scuola Palatina, in cui i primi maestri furono uomini di Chiesa. E quando i successori di Carlo Magno parvero incuranti della scuola, furono i Vescovi, come Teofilo di Orleans, a ordinare ai sacerdoti di tener scuola nei borghi e nelle campagne e a sollecitare l’imperatore a fondare scuole pubbliche. Quando le scuole di Stato cominciarono a declinare (intorno all’825) e si chiese la separazione delle scuole di Stato da quelle ecclesiastiche, le prime decaddero, le seconde si rinvigorirono e fiorirono, ancora distinte in tre specie: parrocchiali, vescovili e monastiche. Dalle scuole vescovili, secondo l’opinione più accreditata, derivarono le UNIVERSITÀ’.

L’IDEA RIPARATRICE (4)

P. RODOLFO PLUS S. J.

L’IDEA RIPARATRICE (4)

[Traduzione del P. Giovanni Actis, S. J.  dalla 25° edizione originale]

Torino-Roma Casa Editrice MARIETTI 1926

Imprimi potest.

P . ANTONIOS ARGANO S. I., Præp. Prov. Taur.

Visto: Nulla osta alla stampa.

Torino, 26 Maggio 1925.

Teol. Coll. ATTILIO VAUDAGNOTTI.

Imprimatur.

Can. FRANCESCO DUVINA, Prov. Gen.

(30) PROPRIETÀ ARTISTICA LETTERARIA (2-xi-25-2M).

LIBRO II

Chi deve riparare?

CAPO PRIMO

L’ANIMA CRISTIANA E LA RIPARAZIONE.

L’incarico di condurre a termine la missione — quindi anche la Passione — di Gesù Cristo, spetta in modo eminente e particolare a quelli che vi furono eletti e consacrati.

Non ne viene però che e la Missione e la Passione di Gesù Cristo non interessino punto l’anima cristiana. Ciascuno dei Cristiani può e deve occupare un posto, secondo

la misura della propria generosità, tra le file di quelli che vogliono riparare. A questo li spinga anzitutto un motivo che dovrebbe stimolare anche le anime tiepide: il loro proprio interesse. – Le leggi della giustizia divina sono note a tutti. Noi tutti sappiamo che, se il Signore non vuol far contro sé stesso, ad ogni peccato conviene che infligga, ora o più tardi ma necessariamente, un proporzionato castigo: così pure conviene che il delitto non rimanga fino al termine trionfante. Per gli individui la giustizia di Dio incomincia quaggiù ma sovente vi rimane incompiuta; nella sua misericordia il Signore temporeggia; che se l’uomo si ostina Egli ha nelle sue mani tutta l’eternità. Ma i popoli, le nazioni, che come tali non altra esistenza possono avere che quaggiù, debbono in una maniera o in un’altra espiare i loro falli assolutamente sopra la terra. – Nell’Antico Patto la dimostrazione d’un tale principio è evidente nella storia del popolo di Dio. Ascoltiamo le parole di Jehova riportate dal profeta Geremia al popolo ebreo prevaricatore: « Io chiamerò i popoli dal regno dell’aquilone ed essi verranno a rizzare i loro troni all’ingresso delle porte di Gerusalemme, tutt”attorno alle sue mura, ed in tutte le città di Giuda. E per causa di tutta la loro malizia pronunzierò una severa condanna contro Giuda, perché essi mi hanno abbandonato, ed hanno adorato le fatture delle loro mani » (I. 13). E altra volta: … « Io farò venire dai paesi più lontani un popolo, un popolo potente, un popolo la cui lingua vi sarà talmente nuova che voi non comprenderete nulla di quanto vi dirà. Il suo turcasso ingoierà gli uomini come un sepolcro spalancato; i suoi soldati saranno valorosi. Egli mangerà il vostro grano e il vostro pane e divorerà i vostri figliuoli, saccheggerà i vostri armenti e i vostri buoi, spoglierà le vostre vigne e verrà colla spada in pugno a distruggere le vostre più forti città in cui voi mettete la vostra sicurezza » (v. 15-18). – Nella storia contemporanea non abbiamo bisogno di andar tanto lontano per trovare dei casi consimili a quelli succitati… somiglianze singolari! (Non sarà fuor di proposito far notare che il Signore può benissimo — tutto l’Antico Testamento ce lo prova — servirsi di popoli anche corrotti per dare ad un altro popolo, anche eletto per una missione gloriosa, qualche lezione salutare. Quante volte noi leggiamo nella S. Scrittura: « Io mi servirò del flagello per sceverare il buon grano dalla paglia… e poi lo spezzerò »). Altri prende scandalo perché il Signore segue siffatta legge compensatrice; questo però non prova che tal legge sia ingiusta. Nei casi particolari non sarà sempre lecito a noi il giudizio categorico: questo doloroso caso è l’espiazione di questa piuttosto che di quella colpa; S. Elena, a cagion di esempio, espiazione di Savona e di Fontainebleau. Non così per la legge generale, la quale non è altra: ogni delitto ha la sua pena e Dio, non può esser altrimenti, avrà sempre per sé l’ultima parola. Noi abbiamo altrove affermato che gli avvenimenti così tragici degli anni testé passati possono sotto un certo aspetto, senza timore di paradosso, esser considerati come un’opera di misericordia dalla parte di Dio. Ma nessuno può negare che se vogliamo spiegarci ogni cosa dobbiamo deciderci a scorger in essi un’opera di giustizia divina Soltanto un cieco orgoglio può ostinarsi a negarlo. – « Qua e là giacciono a terra rugginosi e crivellati dalle palle gli strumenti del lavoro. In mezzo al cortile, nel frutteto sotto gli alberi, presso le siepi, un po’ per tutto si aprono le tombe, sorgono le croci. Oh! ditemi, quanto è terribile questa rivincita delle croci! Fino a quando ci ostineremo a non voler comprendere? ». Così ha parlato un soldato (Notice sur l’Abbé Chevolleau, séminariste, caporal au 90° d’inf., mort à Verdun, par EMILE BAUMANN). Quanti hanno visto questo numero senza numero di cimiteri della fronte, questi reggimenti di tombe, si sentirono prepotente spuntare in cuore: « Oh! l’hanno bandita la Croce dai monumenti pubblici, dai tribunali, dalle scuole, dalle pubbliche vie… ed eccola la piccola Croce che compare un po’ per tutto in mezzo ai boschi, lungo le vie e nei giardini ». – Che si andava cercando finora -— e ancora al presente forse troppo spesso — fuorché il piacere, la soddisfazione propria? Anche in seno alle famiglie cristiane quante libertà, quale noncuranza delle leggi anche più rigorose, doveri del matrimonio, osservanza del riposo festivo, santificazione delle feste, rispetto alla roba altrui! Tutta la vita è organizzata contro la sofferenza, non eccettuata quella che è semplice conseguenza di fedeltà ai comandamenti più imperiosi di Dio e della Chiesa… – E il « dolore » aspettava la sua ora, preparava la sua rivincita. La chiamata sotto le armi del 2 agosto 1914 fu ben l’opera sua. E allora s’imposero la separazione, l’ultimo addio, le ansie senza fine… e poi le notizie dolorose… : il caro lontano è ferito, prigioniero, scomparso, … forse più e peggio di tutto questo… è morto! Poveri afflitti! Quanto grande comparve la capacità di soffrire del cuore umano! E fra quanti furono spettatori degli orrori della guerra nessuno potrà mai descrivere la quantità prodigiosa di sacrifizio che in certi momenti, in certi giorni — e furono anche dei mesi interi — hanno saputo dare i nostri soldati alla fronte. Ora tutto questo è finito… e per l’avvenire? Che resterà delle famiglie, delle fortune, del benessere materiale accumulato con tante pene? Come resteremo insensibili alla vista delle angosce e dei dolori che si preparano? Forse che noi potremo far nulla? Noi possiamo molto. Durante la guerra noiabbiamo fatto assegnamento su tre sorta di combattenti. Quelli che in campo lottavano col nemico, quelli che curavano i feriti e quelli che pregavano. I soldati che si sono battuti hanno pagato più che largamente il loro tributo di sangue alla patria. Quanti si sono dedicati alla cura dei feriti l’hanno fatto con uno spirito di sacrifizio senza limiti. Ma la parte che meglio contribuì per la vittoria fu certamente quella sostenuta da quanti perseverarono nella preghiera e nel1’abnegazione propria — e nel numero di costoro dobbiam contare molti che appartennero pure alle due prime schiere di combattenti. Anche questa volta si avverarono le parole di Giovanna d”Arco: « Le mani levate al Cielo ci danno !a vittoria meglio di quelle che impugnano le armi ». – « La misteriosa vittoria della Marna, ha scritto un autore di vedute spesso profonde, forse fu opera della preghiera ben umile di una qualche bambina ». – Di più: « Ecco una povera giovane che prega in una oscura chiesetta devastata. Essa tutto ignora fuorché la forza della preghiera, poiché il Signore ha promesso di concedere quello che noi con semplice confidenza gli domandiamo. …Tendete l’orecchio, sentite nella notte quel rumore assordante di soldati, di cavalli, di carri in marcia …? Questo rumore è il movimento delle labbra di quella semplicetta a cui il Signore non saprà nulla negare ». È un fatto certissimo; l’influsso del soprannaturale ebbe una parte grandissima nella storia degli ultimi anni dal 1914 al 1919. Da noi dipende il far sì che nella storia degli eventi che seguono quegli anni dolorosi questo stesso influsso del soprannaturale vi abbia parte copiosa e sovrabbondante. Noi vediamo pur troppo che la calma stenta a ristabilirsi nelle nazioni e che i popoli hanno bisogno di parafulmini forse più ancora che pel passato. Un po’ per tutto l’agitazione, il malessere: rumori che si fanno sentire, convulsioni che si preparano. Così noi sapessimo capire quanto di azione divina noi possiamo introdurre nella storia degli uomini! Non è che si debba rinunziare all’uso dei mezzi naturali, ma vorremmo poter persuadere a molti — fra i quali non mancano anche dei Cristiani che non credono abbastanza all’efficacia dei mezzi soprannaturali — che appunto servendoci di essi noi potremmo recare molti miglioramenti nei fatti che si svolgono dinanzi a noi. Colui che può influire sopra la Causa prima di ogni cosa può ben dirsi onnipotente: ora la Causa prima d’ogni cosa ha una parte non indifferente nella storia del mondo. Durante una tempesta che infuriava contro le navi di S. Luigi in rotta per la Crociata, si vide il re, dopo aver recitata una breve preghiera, alzarsi pieno di confidenza assicurando che alla flotta non sarebbe accaduto nulla di sinistro. « Donde ricavate questa vostra fiducia? » gli domandarono i suoi, « Laggiù – rispose egli – nel mio monastero di Chiaravalle «i offrono a Dio per noi preghiere e penitenza. Tutto andrà a seconda ». – Pochi anni or sono un Vescovo di Cina fu interrogato quale credesse egli il mezzo più efficace per condurre a Cristo tutto quell’immenso Impero: « Avremmo bisogno, egli rispose, di qualche Carmelitana di più e di qualche Trappista ». Questo vi potrà sembrare mezzo ben sproporzionato per il fine che si vuol ottenere. Ma nulla può contrastare all’evidenza della verità. E la verità è questa: Chi rovina le nazioni? il peccato. Quod evertit nationes, peccatum. Verrà dunque la salvezza dei popoli dalla santità — la santità per mezzo dei due elementi che la costituiscono: la penitenza e la preghiera. – Ne derivano necessariamente due conseguenze. La prima: Interroghiamo noi stessi per conoscere se mai colla nostra vita abbiamo potuto esser causa anche solo in piccola parte dei fatti che deploriamo. V’hanno regioni dell’Oriente in cui, quando si trova il cadavere di un qualche assassinato per via, lo si porta sulla piazza pubblica e tutti gli abitanti del paese debbono giurare di non aver avuto parte alcuna nell’uccisione di quel disgraziato. Dinanzi alla rovina della propria patria ci resta da fare qualche cosa di meglio che il gesto di Pilato e una fredda dichiarazione: « Io sono del tutto innocente di quanto è avvenuto ». Come potremmo sapere fino a qual punto vi hanno contribuito ciascuna delle nostre colpe? Non è forse vero che se il Signore trovava nelle città di Sodoma e di Gomorra qualche giusto di più non le avrebbe incenerite sotto una pioggia di fuoco? Stiamo lontani dal peccato. Quod evertit nationes, peccatum (Prov.. XIV. 31). È il peccato dei singoli uomini che attira, più spesso che noi crediamo, il castigo sulle nazioni. – Anche un solo peccato mortale, per sé stesso, è sufficiente per attirare sulla terra calamità immense. E vero che pochi possono comprender ciò, ma convien pur dire chiara la verità. Difatti il peccato mortale consiste in ciò che. potendo scegliere fra una creatura qualunque e Dio. si preferisce la creatura e si ripudia Dio come se si tentasse di sopprimere il Creatore quando ciò potesse farsi. Di qui ne viene che l’ingiuria fatta all’essere Infinito che è Dio non potrà mai esser compensata quand’anche si annientassero tutte le creature dell’Universo, che son cosa limitata e finita. Questi sono i termini netti del problema e il ricorrere ai brevetti decretati a dotti e scienziati, e il moltiplicare le accuse di barbarie lanciate contro Dio non mutano affatto la sostanza del fatto. – Quanti esempi noi troviamo ancora nella storia del popoli di Dio — se le nostre generazioni potessero ancora interessarsi qualche poco della vita del popolo di Dio — esempi che meditati ci farebbero del bene. Tra i soldati che marciano contro Gerico uno ven’ha che commette un grave fallo. Il Signore aveva comandato che dal bottino nulla fosse passato nelle mani dei soldati, ma tutto fosse riservato pel tempio di Gerusalemme. Quel soldato s’era impadronito d’una verga d’oro e d’un mantello di porpora e li aveva nascosti nella sua tenda, il che era evidentemente contro il volere di Dio. Il popolo di Israele si batte contro i suoi nemici e ne è sconfitto… Un soldato ha disobbedito a Dio e Dio abbandona il popolo d’Israele. Si cerchi il colpevole e paghi il fio della sua colpa. Ciò fatto, Dio dice ad Israele: « Fin da questo momento hai la vittoria in pugno: va pure, combatti nuovamente, io sono con te ». Israele ritorna sul campo, si batte contro il nemico e lo sbaraglia completamente (Jos, 7 e 8). Non vogliamo dire con questo che il Signore abbia l’abitudine di punire sempre con castighi generali le colpe private dei singoli; ciò non avviene specialmente — per nostra buona sorte — nella legge di grazia. Ma non si può negare che il Signore ha il diritto di farlo e che quando lo faccia noi non possiamo tacciarlo d’ingiustizia: e tutti i castighi temporali riuniti insieme non valgono per sé a compensare un solo peccato, perché tra l’infinito e il finito non vi ha proporzione alcuna. Sottentra allora la misericordia di Dio e coll’offerta di una nostra sofferenza domandata e accettata da Dio si possono espiare anche molti peccati, e diremo colle parole stesse di Gesù Cristo a S. Margherita Maria: « un’anima giusta può ottenere il perdono per mille peccatori ». Cosi soltanto, senza rinunziare per nulla ai diritti della sua giustizia, il Signore trova modo di esercitare le sue grandi misericordie. Ma vuole che nella misura più larga che ci è possibile noi gli porgiamo il nostro concorso e che noi concediamo a questa misericordia infinita l’occasione — vorrei dire: il permesso — di mostrarsi per quella che è. Quindi non dobbiamo mostrarci scandalizzati e tanto meno uscire in bestemmie esecrande, come fanno i nostri moderni pagani, per gli avvenimenti che ci sconvolgono o ci fanno soffrire; non dobbiamo prenderci la libertà di criticare tutte le interpretazioni della Storia, ove la sciagura si presenta come l’espiazione delle colpe sociali, come fanno i nostri odierni farisei dalla vita, dicono essi, senza macchia alcuna. Noi dobbiamo invece apprezzare il peccato secondo verità e cercare di evitarlo come il più gran male che possa darsi e per i singoli individui e per le nazioni. Non diremo già che di due nazioni sia la più santa o la meno colpevole quella a cui il Signore concede o permette maggior prosperità; ma è fuor di dubbio che se non di fatto, certo di diritt o un grave delitto può attirare sulla terra le più terribili rovine, e che, se abbiam a cuore il bene degli uomini, il nostro primo pensiero dev’essere di vivere bene, cioè fare ogni sforzo per evitare tutte quelle colpe che l’Altissimo nella sua giustizia non può non punire o nel tempo o nell’eternità. Meditiamo qualche volta le parole seguenti del Newman, parole le quali dopo quanto abbiamo detto fin qui non v’ha pericolo che restino incomprese: « Non immaginiamoci che il Signore usi con noi al presente, perché siamo spettatori delle opere sue, altro modo di punire che pel passato. La principale differenza fra il contegno tenuto da Dio verso i Giudei e quello che ora tiene verso i Cristiani certamente non è altro che questa: pei Giudei il modo era esteriore e visibile, pei Cristiani è intimo e invisibile. Noi non vediamo oggi come in quei tempi gli effetti della collera di Dio. Perché  Egli non si dà la pena di venircelo a dichiarare in persona come faceva coi Giudei o per sé stesso o per mezzo dei Profeti, ma questi effetti non sono perciò meno palpabili, sono anzi più terribili perché proporzionati alle maggiori grazie a noi concesse, e di cui noi purtroppo abusiamo ». Ma la parte che vi deve prendere il Cristiano non deve restare puramente negativa. A ciascuno di noi, se abbiamo desiderio di guarire e prevenire il male, spetta la missione di collocare sulla bilancia divina come contrappeso delle colpe, di cui pur troppo siamo spettatori, una buona misura di fedeltà alla preghiera, di accettazione della sofferenza e di pratica d ogni virtù. E così un motivo d’interesse proprio deve spingere ogni Cristiano alla riparazione. Se egli manca alla parte sua, i suoi fratelli, l’intera comunità, la Società, la Nazione vanno a rischio di espiare la sua noncuranza o il suo colpevole oblio. – Ma ci resta un secondo motivo più nobile, non più di interesse ma di amore. E che? Si può forse veder il Signore trattato così come lo si tratta e non sentire il bisogno di recargli qualche sollievo? Gesù Cristo, il nostro re, il nostro duce è oltraggiato, posto fuori della legge e noi non proviamo un sussulto, uno slancio, un dispiacere, un desiderio? È vero che dopo il giardino degli Olivi, dopo la Croce oramai è avvezzo a vedersi quasi abbandonato da tutti. Ma vorremo abbandonarlo anche noi e non esser invece di quei pochi che gli rimangono fedeli? Dov’è la nostra fede, dove i nobili sentimenti d’un cuore Cristiano? Nessuno vorrà accostarsi per consolar le pene del Maestro? Nessuno vorrà offrirsi per lenire il duolo della Chiesa? Sono forse i soli Sacerdoti e i religiosi che possono comprendere la croce e la miseria delle anime? « Guardatevi tutti intorno, scriveva Manning, e poi ditemi se il mondo è retto dallo Spirito di Dio che ne è il creatore o dallo spirito di satana che ne è l’idolo e la ruina! Noi dovremmo riparare per tutti quelli che furono rigenerati nel Battesimo coll’acqua e collo Spirito Santo e che pure hanno peccato contro di Lui » . E aggiungeva con tristezza: « Ma noi invece restiamo tutto il giorno inoperosi! ». Lo Spirito Santo è tradito ad ogni istante, e non si troverà alcuno per riparare? La Chiesa è presa di mira continuamente dall’una parte senza vergogna alcuna, dall’altra con armi subdole. E noi rimarremo sempre inerti? Alla battaglia di Eylau vedendosi incalzato troppo da vicino dal nemico, Napoleone gridò, se non erro, a Murat: « Non li vedi che ci stanno addosso? Ci lascerai dunque mangiare da quella gente? ». Dunque non abbiamo in cuore qualche po’ di amore? La Madre nostra, la Chiesa, sono parole vuote, senza valore? V’ha chi insulta la Madre nostra e noi lo lasciamo andare impunito? Un tempo se altri avesse recato dispiacere a colei che ci diede la vita, non ci saremmo affrettati intorno ad essa per compensarla tosto colla nostra tenerezza? – « Nel mondo sono necessarie, scriveva Mgr. d’Hulst, delle anime che amando e soffrendo riparino senza far mostra di sé per non spaventare o recar disturbo ad alcuno ». La Dio mercé di tali anime se ne trovano ancora, e certamente anche più di quello che si crede. Una madre, una contadina, è al letto del figlio che muore. Ad un tratto il ragazzo apre gli occhi a stento e: « Madre, geme, un po’ d’acqua, io muoio di sete! » Al pendolo della camera suonano in quell’istante le tre del pomeriggio; la madre prende il Crocefisso e nel metterlo tra le mani scarne del moribondo gli dice con voce interrotta dai singhiozzi: « Mio caro, è l’ora in cui Gesù è morto per te; per conformarti sempre meglio al tuo modello non vorrai trattenerti per qualche istante dal bere? » — « Oh sì. mamma » , risponde il giovane; e accostando alle labbra il divin Crocefisso vi stampa sopra un lungo bacio. Senza pensarci questa donna e il figliuolo suo facevano proprie le parole del Serafino d’Assisi: « Come mai! Voi mio Salvatore, voi siete sulla Croce ed io non mi ci trovo anch’io? ». Col loro eroismo e madre e figlio si collocavano tra le file di quei « buoni Cristiani » di cui parlava il Santo Curato d’Ars quando diceva: « Le persone del mondo si affliggono quando hanno delle croci e i buoni Cristiani invece piangono quando non ne possono avere »  — tra le file dei veri credenti, di quelli che hanno compreso ciò che Fénelon ha definito « il gran mistero del Cristianesimo » . cioè « la crocifissione dell’uomo » in unione colla Crocifissione di Dio. Il vero amore non ha altro modo di mostrarsi che non lasci dubbio della sua sincerità: spinge all’imitazione della persona amata. – Eugenio Courtois. socio della Gioventù Cattolica di Francia, il quale cadde valorosamente durante l’offensiva del 25 settembre 1915, era un bravo operaio convertitosi alla morte del fratello suo. Gli erano familiari le più rigorose penitenze: levarsi di buon mattino per potersi comunicare ogni giorno, assistenza di malati ributtanti, dormire steso sopra una gran croce di legno che egli ponevasi nel letto, e tutto questo mentre aveva al piede una piaga infettiva che per lungo tempo non volle curare per aumentare le sue mortificazioni. Egli si sentiva infelice quando non aveva da soffrire: « Io sono troppo ben trattato a tavola, le privazioni mi mancano… ». Lucilla X … legge, giovanetta ancora, la vita di Maria Celina della Presentazione, morta a diciannove anni nel Convento dell’ave Maria di Talenza, e si decide di consacrarsi anch’essa alla vita di riparazione. Segue gli Esercizi di una Missione predicata a Maubeuge e si conferma sempre più nel suo proposito. Ha fatto la sua prima Comunione nel 1902, e nel 1906, il giorno 2 dicembre, scrive nelle sue note intime: a Gesù, io vi offro il sacrificio della mia vita per la salvezza della mia cara patria. Prendetemi, se vi piace, come vittima per essa ». E il 13 dello stesso mese: « Fatemi soffrire per i delitti commessi dalla Francia ». E il suo ardore porta tutti i segni d’una soda pietà: « Rinnegare me stessa vuol dir compiere il mio dovere a qualunque costo senza badare alla mia soddisfazione. Quando possa scegliere liberamente fra due cose, preferirò quella che meno mi piace. Sacrificherò le mie inclinazioni per seguire piuttosto il gusto altrui … Non darò segno di preferir l’una cosa all’altra, non dirò mai: ” Questo a me piace di più … ». Quanta sapienza in questa fanciulla e che retta intelligenza dello spirito di sacrifizio! Essa non si sbaglia quando rivolgendosi a Dio prega: « Mandatemi da soffrire… E quando avrete incominciato non badate a quello che io vi posso dire allora, o Gesù, ma continuate sempre. Io mi rimetto interamente a voi! » E Gesù non si arrestò più finche il giorno 29 maggio 1907 venne a prendersela per condurla in cielo con Lui. – « Il Cristiano, diceva ancora il Santo Curato d’Ars, vive in mezzo alle croci come il pesce nell’acqua » . S’intende, il Cristiano che ha preso sul serio la dottrina e l’esempio del divin Maestro. È nota la preghiera veramente bella che

Madama Elisabetta compose nelle prigioni del Tempio (Io voglio tutto, tutto accetto e di tutto faccio un sacrificio a voi, mio Dio, e unisco questo mio sacrifizio a quello che vi fece di sé Gesù Cristo, ecc. …. ) e quella del Generale De Sonis: « … O mio Dio, che io sia crocifisso ma per mano vostra! ». Tra le rovine del « Bazar de la Charité », dopo il famoso incendio, sul cadavere d’una giovane di vent’anni furono trovate queste parole tracciate sopra un taccuino, mezzo distrutto dalle fiamme: « O Gesù! io offro la mia vita come vittima in espiazione per amor vostro ». La piccola Bernardetta Dupont nel giorno della sua prima Comunione domanda al Signore di potersi fare poi « religiosa e poi di morire ce martire ». Da Gesù non le fu concessa la prima grazia perché la chiamò a sé nei suoi quindici anni: essa fu esaudita invece nella seconda perché la sua morte fu preceduta da trentadue mesi di penose sofferenze. – Vediamo ora un ufficiale dell’esercito, il Comandante De Robien. Gentiluomo bretone, egli è di buona stirpe: già prima d’ora per ragione della sua fede aveva preferito spezzare la sua spada: sopravviene la guerra, egli vuol partire contro il nemico. Non gli basta un battaglione di territoriali, vuole il servizio di guerra. Di passaggio a Domremy, si getta ai piedi di Giovanna d’Arco e nella sua preghiera ragiona tra sé: « E se mi offrissi per salvare tanti di questi giovani, innocenti dei falli dei padri loro? … », e una voce interna mifa comprendere che il Signore accetta la sua offerta. Ecco arriva l’ordine di partire col 3° degli Zuavi. « Io mi reputo a grande onore di poter soffrire per la mia patria, egli esclama accomiatandosi dai suoi vecchi amici. Poche settimane dopo, in un contrattacco, il Signore accettava di fatto il sacrificio della sua vita. La domenica dopo la sua morte, il sacerdote della parrocchia, suo confidente, poteva dar pubblica lettura ai fedeli di questo ammirabile tratto di lettera: « … Per soddisfare pienamente la giustizia divina, per riscattare la nostra cara patria non è forse necessario che si offrano spontanee in olocausto molte vittime? « Ah! se il Signore mi volesse accettare et me vittima di espiazione per la liberazione della nostra cara patria, con quanta gioia io darei la mia vita per la santa causa della riparazione! « Dopo aver pregato a lungo e sofferto crudelmente al pensiero della mia indegnità, ho creduto bene formulare timidamente questo voto… « Non so se il Signore mi riputerà degno, nonostante i miei gravi difetti, d’un simile onore… Ma se fosse nella mente di Dio di esaudirmi, come potrei trattenermi dal ringraziarlo fin d’ora per la sua indulgenza e per la sua bontà a mio riguardo? ». Ammiriamo quanto Dio solo sa ricavare da quel pugno di fango che è il cuor umano. Mirabilis Deus in sanctis suis. Ammiriamo e procuriamo di comprendere. Molti ignorano siffatti eroismi: gli stessi eroi non sanno di esserlo, per lo più. Chi li conosce ben può dire che ben più numerosa di quanto s’immagina è la schiera di questi eroi: a cominciar da quelli le cui gesta riscuotono il nostro plauso, fino ai più nascosti agli occhi degli uomini, è tutta una gamma e i più umili non sono sempre quelli che meritano meno al cospetto della storia. Sarà però sempre vero che la parte scelta non formerà grande schiera: tuttavia abbiamo potuto vedere che anche nel mondo e in mezzo a quelli che nel mondo vivono, il Signore trova i suoi eletti. – Il R. P. Matteo Crawley, il noto missionario peruviano che ha visitato minutamente varie nazioni, parlando della Francia, ha potuto dire — senza intendere di escludere per ciò le altre nazioni — : « A ciascun delitto sociale ho trovato corrispondere non soltanto un’opera di riparazione, ma tutta una serie di opere riforatrici. « E non si creda spenta questa generosità (di anime cristiane fino al sacrifizio, e talvolta al sacrifizio completo oh! no. Io stesso ho scoperto, e nelle grandi citta e nei piccoli villaggi, qualche milite di questa schiera eletta e di una bellezza morale sfolgorante. – Ma non è troppo facile lo scoprirlo, perché essi sono come quei corsi d’acqua nascosti, causa silenziosa e segreta del bel verde fiorito che si espande tutto attorno ad essi… Anime elette che si trovano un po’ d’ogni parte tra gli alti personaggi e gli uomini influenti tanto quanto tra le persone modeste, umili e piccine. Donde vengono queste anime preziose? « Esse sono le gocce del sangue di una stirpe, la voce delle tradizioni che vivono di un antico succo cristiano, la ricchezza morale d’un organismo tutto impregnato del più puro e più forte Cristianesimo… Ed è con questo frumento che il Cielo ha preparato le ostie redentrici della Francia » (Riprodotto da Les nouvelles religieuses, 1° febbraio 1918, p. 81). – Tocca a noi il custodire con ogni cura i grani scelti di questo puro frumento e, se Dio ci ha posto in cuore il germe di affetti generosi, il ripararci dal gelo dell’indifferenza che domina intorno a noi. Per soffrir volentieri è necessario amare: forse che è cosa difficile l’amare? Il giorno 25 Ventoso 1794, in Parigi, il giudice inquisitore del tribunale rivoluzionario domanda ad una santa fanciulla, Margherita De Pons: « Quali sono le tue opinioni religiose? » . La fanciulla con tutta semplicità risponde: « Io amo con tutto il cuore il mio Dio ». Chi non può ripetere con essa le stesse parole? E questo basta come condizione preliminare per incominciare l’opera riparatrice, e anche nel continuare il lavoro non c’è bisogno di più per condurlo a buon termine: – Amare Iddio con tuttoil proprio cuore.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO IX – “UBI NOS”

Non dovete pensare mai che diminuisca la dignità della vostra grandezza se amate e difendete la libertà della Chiesa, Sposa di Dio e Madre vostra; non crediate di umiliarvi se la esaltate; non temete di indebolirvi se la rafforzate. Guardatevi attorno, gli esempi sono evidenti. Abbiate presenti i Prìncipi che la combattono e la opprimono: che giovamento ne traggono? A qual esito pervengono? È abbastanza chiaro, non c’è bisogno di dirlo. Sicuramente, coloro che la glorificano, con essa ed in essa saranno glorificati …”: con queste parole di S. Anselmo, il Sommo Pontefice Pio IX, indicava ai governanti la rettitudine nel governo dei loro popoli, e la necessità della loro adesione agli interessi della Chiesa di Cristo onde assicurarsi prosperità e pace nei loro regni. E questo in seguito alle empie e vergognose leggi delle quarentigie, promulgate dal Governo Cisalpino a giustificazione delle indegne usurpazioni e turpi latrocini operati a danno della Santa Sede, alla quale veniva sottratto il potere temporale che Dio le aveva assicurato nei millenni a garanzia di libertà da poteri politici con mire materiali e di dominio territoriale. Vibranti furono le proteste del Santo Padre che ovviamente non ottennero alcun risultato pratico apparente, anche perché il governo del Re-burattino piemontese era diretto dalle solite sette di perdizione sovranazionali, il cui unico scopo era, e rimane tuttora, se fosse possibile, la distruzione del Cristianesimo, della Chiesa di Cristo, della società tutta e del genere umano affinché sprofondi nello stagno eterno preparato per i demoni ed i suoi adepti. Lo Stato Cisalpino, poi divenuto Regno di Piemonte e poi d’Italia, è stato dissolto ed umiliato da quelle stesse sette empie che lo manovravano a sua perdizione, la dinastia sabauda vergognosamente confinata in esilio e nei meandri della infamia eterna, dai quali non risorgerà mai più. Né il popolo italiano tutto ha tratto beneficio da queste manovre illecite ed ipocrite, trascinato com’è stato in guerre disastrose con perdita di intere generazioni di giovani soldati mandati al macello, in una feroce dittatura prima fascista e poi – ancor peggiore perché occulta – di sinistra, in una sudditanza ed una colonizzazione americana e poi finto-europeista, per finire ai giorni nostri, sotto il totale asservimento ai poteri massonici mondialisti degli Illuminati [… da satana], infiltrati in tutte le posizioni chiave dello Stato e perfino in Vaticano ove tengono custodito il loro Capo mondiale, che finge di essere, con la sua scimmia-marionetta, il successore di Pietro a dirigere la sinagoga di satana apparentemente trionfante. I danni spirituali poi sono stati e sono a tutt’oggi più che mai immensi ed irreparabili se non ribaltati da un intervento diretto di Cristo: paganizzazione sfrenata, scristianizzazione pressoché totale, caduta in massa nella peccaminosità più vergognosa e bestiale, corsa precipitosa verso lo stagno di fuoco eterno… un disastro completo! … il fuoco di Sodoma e Gomorra incombe imminente.

S. S. Pio IX

Ubi nos

Quando, per arcano volere divino, fummo ridotti sotto un potere ostile, e vedemmo la triste e amara sorte di questa Nostra Urbe e il civile Principato della Sede Apostolica oppresso dall’invasione armata, proprio allora, con una lettera a Voi inviata il primo novembre dell’anno scorso, dichiarammo a Voi e, per mezzo Vostro, a tutto il mondo cattolico, quale fosse la situazione Nostra e di questa Urbe e a quali eccessi di sfrenata licenza fossimo esposti. Per dovere del Nostro Supremo Ufficio, al cospetto di Dio e degli uomini, abbiamo dichiarato di voler salvi ed integri i diritti della Sede Apostolica, e abbiamo incitato Voi e tutti i diletti Figli affidati alle vostre cure a placare con fervide preci la divina Maestà. Da quel momento i mali e le sventure che già erano preannunciate a Noi e a questa Urbe da quei primi nefasti tentativi d’usurpazione si rovesciarono sulla dignità e Autorità Apostolica, sulla santità della Religione e dei costumi, e perciò anche sui dilettissimi Nostri sudditi. Anzi, Venerabili Fratelli, aggravandosi ogni giorno la situazione, siamo costretti a dire, con le parole di San Bernardo: “Gli inizi delle sventure sono questi, e ne temiamo di ancor più gravi” . L’iniquità infatti persevera nel seguire la sua strada e sviluppa i suoi piani, né si affanna d’altro che di stendere un velo sulle sue nefaste imprese che non possono restare nascoste, e si sforza di sottrarre le ultime spoglie alla giustizia oppressa, alla onestà e alla Religione. – Tra queste angustie che colmano i nostri giorni di amarezza, soprattutto quando pensiamo a quali pericoli e a quali insidie sono sottoposti, giorno per giorno, i fedeli e la virtù del nostro popolo, non possiamo onorare o ricordare senza un profondo senso di gratitudine gli eccelsi meriti vostri, Venerabili Fratelli, e dei diletti fedeli avvinti dal vostro amore. Infatti, in ogni plaga della terra i fedeli di Cristo, rispondendo con ammirevole premura alle Nostre esortazioni, hanno seguito Voi come maestri e modelli, e da quel giorno infausto in cui fu espugnata questa Urbe, indissero assidue e ferventi preghiere e sia con pubbliche e ripetute suppliche, sia con sacri pellegrinaggi, sia con ininterrotta affluenza nelle Chiese e con la partecipazione ai Sacramenti, sia con altre opere di ispirazione cristiana, ritennero proprio dovere accostarsi assiduamente al trono della divina clemenza. Né invero queste appassionate invocazioni possono mancare di copiosissimi frutti presso Dio. Anzi, i molti beni già ottenuti da esse ne promettono altri, da Noi attesi con fiducia e speranza. Vediamo infatti la fermezza della fede e l’ardore della carità che si diffondono ogni giorno più ampiamente; scorgiamo negli animi dei fedeli, in favore di questa Sede e del supremo Pastore quella sollecitudine (risvegliata dall’offesa dell’attacco subito) che Dio solo poté ispirare, e avvertiamo tanta solidarietà di menti e di volontà che mai più, e più veracemente che in questi giorni, dai primordi della Chiesa fino a questi tempi, si potrà affermare che il cuore e l’anima di una moltitudine di credenti sono una sola realtà (At IV, 32). Di fronte a una tale prova di virtù, non possiamo tacere che nei Nostri affettuosissimi figli, cittadini di ogni ordine e grado di questa Urbe, venne in piena luce un devoto, rispettoso amore verso di Noi, e insieme la fermezza pari all’impresa, e la grandezza d’animo non solo degna ma emula dei loro antenati. – Pertanto rendiamo grazie e gloria immortale a Dio misericordioso in nome di Voi tutti, Venerabili Fratelli, e dei Nostri diletti figli, fedeli di quel Cristo che tanto ha operato e opera in Voi e nella Sua Chiesa, e ha fatto sì che, mentre sovrabbonda l’iniquità, sovrabbondi anche la grazia della fede, dell’amore e della confessione. “Quale è dunque la Nostra speranza, il Nostro gaudio e la corona di gloria? Non è forse la vostra presenza davanti a Dio? Il figlio sapiente è gloria del Padre. Vi benefichi dunque Dio, e si ricorderà del fedele servizio, della pia compassione, della consolazione e dell’onore che alla Sposa di suo Figlio in tempo avverso e nei giorni del suo dolore avete mostrato e mostrate” .

Frattanto il Governo Subalpino, mentre per un verso si affretta a raccontare al mondo fandonie sull’Urbe, per l’altro, allo scopo di gettar polvere negli occhi dei Cattolici e di sopire le loro ansie, ha studiato e sviluppato alcune inconsistenti immunità e alcuni privilegi volgarmente detti guarentigie, che intende concedere a Noi in sostituzione di quel potere temporale di cui Ci ha spogliato con una lunga serie d’inganni e con armi parricide. Su queste immunità e garanzie, Venerabili Fratelli, abbiamo già espresso il Nostro giudizio, rilevando la loro oltraggiosa doppiezza nella lettera del 2 marzo scorso, inviata al Nostro Venerabile Fratello Costantino Patrizi, Cardinale della Santa Romana Chiesa, decano del Sacro Collegio e Nostro Vicario nell’Urbe: lettera che subito fu pubblicata a stampa. – Ma poiché è tipico del Governo Subalpino coniugare l’ostinata e turpe ipocrisia con l’impudente disprezzo verso la Nostra dignità e autorità Pontificia, nei fatti dimostra di non tenere in alcun conto le Nostre proteste, richieste, censure; perciò, senza dare alcun peso al giudizio da Noi espresso circa le predette garanzie, non desiste dal sollecitare e promuovere il dibattito e l’esame di esse presso i supremi Ordini del Regno, come se si trattasse di cosa seria. In quel dibattito emerse in piena luce sia la verità del Nostro giudizio circa la natura e l’indole di quelle garanzie, sia il vano tentativo dei nemici di occultarne la malizia e la frode. Certo, Venerabili Fratelli, è incredibile che tanti errori, apertamente incompatibili con la Fede Cattolica e perfino con gli stessi fondamenti del diritto naturale, e tante bestemmie che in quella occasione furono pronunciate, abbiano potuto pronunciarsi in questa Italia che si è sempre gloriata e si gloria del culto della Religione Cattolica e della Sede Apostolica del Romano Pontefice. E in realtà, proteggendo Iddio la Sua Chiesa, del tutto diversi sono i sentimenti che nutre la maggior parte degli Italiani: essi con Noi lamentano e deplorano questa inaudita forma di sacrilegio e Ci hanno dimostrato, con le loro meritevoli prove e con impegni di devozione ogni giorno più evidenti, di essere solidali, in unione di spirito e di sentimenti, con gli altri Fedeli della terra. – Perciò oggi di nuovo Noi Vi rivolgiamo le Nostre parole, Venerabili Fratelli, e sebbene i Fedeli a Voi affidati o con le loro lettere o con severe proteste abbiano chiaramente significato con quanta amarezza subiscano la situazione che Ci affligge, e quanto siano lontani dal farsi ingannare da quei raggiri che si nascondono sotto il nome di garanzie; tuttavia riteniamo sia dovere del Nostro Ufficio Apostolico dichiarare solennemente a tutto il mondo, per mezzo Vostro, che non solo le cosiddette garanzie malamente fabbricate dal Governo Subalpino, ma anche titoli, onori, immunità, privilegi e qualunque altra offerta fatta sotto il nome di garanzie o di guarentigie non hanno alcuna validità quando dichiarano sicuro e libero l’uso del potere a Noi affidato da Dio e di voler proteggere la necessaria libertà della Chiesa. – Stando così le cose, come più volte dichiarammo e denunciammo, Noi, per non violare la fede, non possiamo aderire con giuramento ad alcuna conciliazione forzata che in qualche modo annulli o limiti i Nostri diritti, che sono diritti di Dio e della Sede Apostolica; così ora, per dovere del Nostro Ufficio, Noi dichiariamo che mai potremo in alcun modo ammettere o accettare quelle garanzie, ossia guarantigie, escogitate dal Governo Subalpino, qualunque sia il loro dispositivo, né altri patti, qualunque sia il loro contenuto e comunque siano stati ratificati, in quanto essi ci furono proposti con il pretesto di rafforzare la Nostra sacra e libera potestà in luogo e in sostituzione del Principato civile di cui la divina Provvidenza volle dotata e rafforzata la Santa Sede Apostolica, come Ci è confermato sia da titoli legittimi e indiscussi, sia dal possesso di undici secoli ed oltre. Infatti ad ognuno deve risultare chiaro che necessariamente, qualora il Romano Pontefice fosse soggetto al potere di un altro Principe, né fosse dotato di più ampio e supremo potere nell’ordine politico, non potrebbe per ciò che riguarda la sua persona e gli atti del ministero Apostolico, sottrarsi all’arbitrio del Principe dominante, il quale potrebbe anche diventare eretico o persecutore della Chiesa, o trovarsi in guerra o in stato di guerra contro altri Principi. Certamente questa stessa concessione di garanzie di cui parliamo non è forse, di per sé, evidentissima prova che a Noi fu data una divina autorità di promulgare leggi concernenti l’ordine morale e religioso; che a Noi, designati in tutto il mondo come interpreti del diritto naturale e divino, verrebbero imposte delle leggi, e per di più leggi che si riferiscono al governo della Chiesa Universale, il cui diritto di conservazione e di esecuzione non sarebbe altro che la volontà prescritta e stabilita dal potere laico? Per ciò che riguarda il rapporto tra Chiesa e Società civile, ben sapete, Venerabili Fratelli, che Noi ricevemmo direttamente da Dio, in persona del Beatissimo Pietro, tutte le prerogative e tutta la legittima autorità necessaria al governo della Chiesa Universale, e che anzi quelle prerogative e quei diritti, e quindi anche la stessa libertà della Chiesa, derivano dal sangue di Gesù Cristo e devono essere stimati secondo l’infinito valore del Suo Sangue divino. – Pertanto Noi saremmo immeritevoli (e ciò non accada) del divino Sangue del Nostro Redentore se questi Nostri diritti, che ora soprattutto si vorrebbero così sviliti e deturpati, dipendessero dai Principi della terra. I Principi Cristiani infatti, sono figli, non padroni della Chiesa. Ad essi propriamente si rivolgeva Anselmo, quel lume di santità e di dottrina, Arcivescovo di Canterbury: “Non dovete credere che la Chiesa di Dio vi sia stata data per servire a un padrone, ma piuttosto per servire come avvocato e difensore; in questo mondo nulla Dio ama di più che la libertà della sua Chiesa” . E aggiungendo altre esortazioni per essi, in altro momento scriveva: “Non dovete pensare mai che diminuisca la dignità della vostra grandezza se amate e difendete la libertà della Chiesa, Sposa di Dio e Madre vostra; non crediate di umiliarvi se la esaltate; non temete di indebolirvi se la rafforzate. Guardatevi attorno, gli esempi sono evidenti. Abbiate presenti i Principi che la combattono e la opprimono: che giovamento ne traggono? A qual esito pervengono? È abbastanza chiaro, non c’è bisogno di dirlo. Sicuramente, coloro che la glorificano, con essa ed in essa saranno glorificati” .

Dunque, Venerabili Fratelli, dopo tutto ciò che vi abbiamo detto, a nessuno per certo può sfuggire che l’offesa recata a questa Santa Sede, in questi tempi crudeli, ricade su tutta la Comunità Cristiana. Ad ogni Cristiano dunque, come diceva San Bernardo, è rivolta l’offesa che colpisce gli Apostoli, appunto i gloriosi Principi della terra; e siccome la Chiesa Romana si dà pensiero di tutte le Chiese, come diceva il predetto Sant’Anselmo, chiunque ad essa sottrae ciò che è suo, deve essere giudicato colpevole di sacrilegio non solo verso di essa ma verso tutte le Chiese . Né certo alcuno può dubitare che la tutela dei diritti di questa Sede Apostolica non sia strettamente congiunta e collegata con le supreme ragioni e i vantaggi della Chiesa universale e con la libertà del vostro ministero Episcopale.

Nel riflettere e considerare tali questioni, come è Nostro dovere, Noi siamo costretti a confermare nuovamente e a dichiarare con insistenza ciò che più di una volta esponemmo a Voi, del tutto consenzienti con Noi, ossia che il potere temporale della Santa Sede è stato concesso al Romano Pontefice per singolare volontà della Divina Provvidenza e che esso è necessario affinché lo stesso Pontefice Romano, mai soggetto a nessun Principe o a un Potere civile, possa esercitare la suprema potestà di pascere e governare in piena libertà tutto il gregge del Signore con l’autorità conferitagli dallo stesso Cristo Signore su tutta la Chiesa e perché possa provvedere al maggior bene della stessa Chiesa ed agli indigenti. Voi certamente comprendete tutto ciò, Venerabili Fratelli, e con Voi i Fedeli a Voi affidati, e giustamente Voi tutti siete in ansia per la causa della Religione, della giustizia e della pace che sono i fondamenti di tutti i beni, e date lustro alla Chiesa di Dio con un degno spettacolo di fede, di amore, di costanza, di virtù e, fedelmente intenti alla sua difesa, tramandate un nuovo e ammirevole esempio, degno dei suoi annali e della memoria delle future generazioni. Poiché il Dio della misericordia è autore di questi beni, a Lui sollevando gli occhi, i cuori e la speranza Nostra, Lo supplichiamo con insistenza perché confermi, rafforzi, accresca i sentimenti Vostri e dei Fedeli, la pietà comune, l’amore e lo zelo. Con ogni premura esortiamo Voi e i popoli affidati alla Vostra vigilanza affinché ogni giorno, con tanta più fermezza e rigoglio quanto più minacciosamente si agitano i nemici, invochiate con Noi il Signore perché si degni di maturare i giorni della sua benevolenza. Provveda Iddio perché i Principi della terra che hanno particolare interesse ad evitare che il caso di usurpazione di cui siamo vittime diventi regola a danno di ogni ordine e potere, si uniscano in un perfetto accordo di animi e di volontà e, placate le discordie, sedate le turbolenze delle ribellioni, disperse le esiziali opinioni delle sette, svolgano un’opera comune affinché siano restituiti a questa Santa Sede i suoi diritti, e con essi la piena libertà al Capo visibile della Chiesa e la desiderata pace al consorzio civile. E con altrettanto ardore, Venerabili Fratelli, con le suppliche Vostre e dei Fedeli, chiedete alla divina clemenza che converta alla penitenza i cuori degli empi, rimuovendo la cecità delle menti prima che sopraggiunga il grande e terribile giorno del Signore o, col reprimere i loro infami propositi, dimostri quanto ottusi e stolti sono coloro che tentano di rovesciare la pietra posata da Cristo e di violare i divini privilegi. In queste preghiere si fondino più saldamente le Nostre speranze in Dio. “Davvero pensate che Dio potrebbe distogliere l’orecchio dalla sua carissima Sposa quando invoca aiuto contro coloro che la fanno soffrire? Come non riconoscerebbe un osso delle sue ossa, la carne della sua carne, anzi in certo modo, in verità, lo spirito del suo spirito? È certamente giunta l’ora della malizia, il potere delle tenebre. D’altronde è l’ultima ora, e il potere presto scompare. Cristo, potenza e sapienza di Dio, è con Noi, partecipa con Noi. Abbiate fiducia, Egli vince il mondo” . Frattanto ascoltiamo con animo aperto e con salda fede la voce dell’eterna verità che dice: “Combatti per la giustizia, per la tua anima, e fino alla morte lotta per la giustizia: Dio sconfiggerà per te i tuoi nemici” (Sir IV, 28). – Infine, con tutto il cuore invocando doni fecondi di celesti grazie per Voi, Venerabili Fratelli, per tutti gli Ecclesiastici e per i fedeli Laici affidati alla cura di ciascuno di Voi, come pegno del Nostro grande e intimo affetto verso Voi e i Fedeli, amorosamente impartiamo a Voi e agli stessi diletti Figli l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 15 maggio 1871, nel venticinquesimo anno del Nostro Pontificato.

DOMENICA IX DOPO PENTECOSTE (2020)

DOMENICA IX DOPO PENTECOSTE (2020)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B.; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio. • Paramenti verdi.

La liturgia di questo giorno insiste sui castighi terribili che la giustizia di Dio infliggerà a quelli che avranno rinnegato Cristo. Morranno tutti e nessuno entrerà nel regno dei cieli. Coloro invece che in mezzo a tutte le avversità di questa vita saranno rimasti fedeli a Gesù, saranno un giorno strappati alle mani dei loro nemici ed entreranno al suo seguito nel cielo, ove Egli entrò nel giorno della sua Ascensione, che la Chiesa ha celebrato nel Tempo Pasquale. Questi pensieri sulla giustizia divina sono conformi, in questa IX Domenica dopo Pentecoste, colla lettura che la liturgia fa della storia del profeta Elia nel Breviario. – Dopo la morte di Salomone, le dodici tribù di Israele si divisero in due grandi regni: quello di Giuda e quello d’Israele. Il primo formatosi con le due tribù di Giuda e di Beniamino, ebbe per capitale Gerusalemme: il secondo si compose di dieci tribù con capitale Sichem, poi Samaria. A questo secondo regno appartenne il profeta Elia, che abitava il deserto di Galaad in Samaria. Uomo virtuoso e austero, vestiva una tunica di peli di cammello con ai fianchi una cintura di cuoio: « pieno di zelo per il Dio degli eserciti », uscì tre volte dal deserto per minacciare Achab, VII re di Israele, e la regina Iezabele, che avevano trascinato il popolo all’idolatria; per mandare a morte i 450 profeti di Baal che confuse sul Monte Carmelo; e per annunciare al re, impossessatosi della vigna di Naboth, che sarebbe stato ucciso, e alla regina, che era stata il cattivo genio di Achab, che il suo sangue sarebbe scorso ove era scorso il sangue di Naboth e i cani avrebbero divorate le sue carni. Per tutti questi motivi, Elia fu perseguitato dagli Israeliti, da Achab e da lezabele e dovette fuggire sul monte Horeb per scampare alla morte. Quando più tardi Ochozia, figlio di Achab, divenne re, Elia gli fece dire di non consultare Belzebù, il dio di Accaron, come aveva intenzione, ma il Dio d’Israele. Ochozia allora gli mandò un capitano con cinquanta soldati per indurlo a scendere dalla montagna e rendergli conto delle sue parole. Elia rispose al capitano: « Se io sono un uomo di Dio, scenda dal cielo un fuoco che divori te e i tuoi cinquanta », E scese il fuoco e divorò lui e i suoi cinquanta uomini » (Breviario). Più tardi, Elia andò verso il Giordano con Eliseo e allorché ebbero attraversato il fiume, un carro di fuoco con cavalli di fuoco separò l’uno dall’altro ed Elia sali al cielo in un turbine. Eliseo allora si rivestì del mantello che Elia aveva lasciato cadere e ricevette doppiamente il suo spirito. E tutti i discepoli di Elia dissero: «lo spirito di Elia si è posato su Eliseo ». E mentre Eliseo andava verso Bethel, alcuni ragazzi lo schernirono dicendo: « Sali, sali, calvo! ». Ed Eliseo li maledisse nel nome di Dio che essi offendevano: due orsi uscirono dalla foresta e sbranarono 42 di quei fanciulli. — Per tutta la sua vita Elia, con la sua parola di  fuoco, difese i diritti di Dio. Più tardi Giovanni Battista, « pieno dello Spirito e della virtù di Elia », si presentò vestito come lui ed abitante come lui nel deserto, e difese allo stesso modo gli stessi diritti di Dio, annunziando la separazione che farà Cristo venturo della paglia dal buon grano »: raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia in un fuoco che non si estinguerà. –   « Elia, dice S. Agostino, rappresenta il Salvatore e Signore nostro. Come infatti Elia soffrì persecuzioni da parte dei Giudei; nostro Signore, il vero Elia, fu rigettato e disprezzato dal medesimo popolo. Elia lasciò il paese suo; Cristo abbandonò la sinagoga e accolse i Gentili (2° Nott.). « Dio liberò Elia dai suoi nemici elevandolo al cielo, Dio innalzò Cristo in mezzo ai suoi nemici e lo fece salire il giorno dell’Ascensione in cielo ». « Liberami, o Signore dai miei nemici, dice l’Alleluia, e allontanami da quelli che insorgono contro di me ». Elia, trasportato in un carro di fuoco è, secondo i Padri, la figura di Cristo, che sale al Cielo. Il Graduale è il versetto del Salmo VIII, che la liturgia usa nel giorno dell’Ascensione: «Signore, Dio nostro, come è ammirevole il tuo nome su tutta la terra: poiché la tua magnificenza si solleva al di sopra dei cieli. » E l’Introito aggiunge :« Ecco che Dio viene in mio aiuto e che il Signore accoglie la mia anima. Oh, Dio! salvami nel tuo nome e liberami nella tua potenza ». Questo trionfo di Gesù su quelli che lo odiano, figurato da quello di Elia su coloro che lo disprezzano, sarà anche il nostro se «non tenteremo Cristo», cioè se eviteremo l’idolatria, l’impurità, la mormorazione» (Ep.) rimanendo fedeli alla grazia Poiché « se Gesù continua a immolarsi sui nostri altari per applicarci i frutti della sua redenzione » (Secr.), e se « mangiando la sua carne e bevendo il suo sangue,  noi dimoriamo in Lui e Lui in noi » (Com.), si è perché, « uniti a Lui », (Postcom.), osserviamo fedelmente i suoi comandamenti, che sono più dolci del miele » (Off.). S. Paolo ci dice infatti che « Dio, il quale è fedele, non permetterà che noi siamo tentati al di sopra delle nostre forze, ma con la tentazione ci darà anche il mezzo di uscirne affinché possiamo perseverare » (Ep.). Supplichiamo dunque il Signore d’accogliere benignamente le preghiere che noi gli indirizziamo e di fare in modo che gli chiediamo solo quanto gli sia gradito, affinché ci possa sempre esaudire (Oraz.). – Ma la Giustizia divina non si accontenta di proteggere il gìusto contro i suoi nemici e di ricompensarlo per la sua fedeltà; essa punisce anche quelli che fanno il male. Elia minacciò il regno di Israele infedele e fece cadere il fuoco dal cielo sui suoi nemici (Brev.); « Gli Israeliti, che tentarono Iddio con le loro mormorazioni, perirono per mezzo dei serpenti di fuoco » (Ep.), e Gerusalemme sulla quale Gesù pianse, minacciandole castighi perché lo respingeva, fu distrutta dalla guerra e dall’incendio (Vang.). « Ventitremila Ebrei perirono in un sol giorno per la loro idolatria, e molti furono colpiti a morte dall’Angelo sterminatore per le loro mormorazioni ». Ma tutti questi avvenimenti, spiega S. Paolo, furono permessi da Dio, e narrati per servire di nostro ammaestramento » (Ep.). Più di un milione di Giudei perirono nella distruzione di Gerusalemme, perché avevano rifiutato il Messia e il Vangelo (Vedi I Domenica dell’Avvento e XXIV dopo Pentecoste). Gesù ha sempre paragonata questa fine tragica alle catastrofi che segneranno la fine del mondo, quando Dio verrà a giudicare il mondo col fuoco. Allora il Giudice divino opererà la separazioni dei buoni dai cattivi e mentre ricompenserà i primi, allontanerà dal regno di Dio tutti quelli che lo avranno rinnegato per la loro incredulità e i loro peccati, come cacciò dal Tempio, che è la figura della Chiesa terrestre e celeste, tutti i venditori che avevano trasformato la casa di Dio in una spelonca di ladri (Vang.). « Il male ricada sui miei avversari, chiede il Salmista e, fedele alle tue promesse, distruggili, o Dio, mio protettore! » (Intr.). Allora, infatti il tempo della misericordia sarà passato e non vi sarà più che quello della giustizia ». « Frattanto colui che crede di essere in alto guardi di non cadere!», dice l’Apostolo (Ep.).

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps LIII: 6-7.
Ecce, Deus adjuvat me, et Dóminus suscéptor est ánimæ meæ: avérte mala inimícis meis, et in veritáte tua dispérde illos, protéctor meus, Dómine.

[Ecco, Iddio mi aiuta, e il Signore è il sostegno dell’ànima mia: ritorci il male contro i miei nemici, e disperdili nella tua verità, o Signore, mio protettore.]


Ps LIII: 3
Deus, in nómine tuo salvum me fac: et in virtúte tua libera me.

[O Dio, salvami nel tuo nome: e líberami per la tua potenza.]


Ecce, Deus adjuvat me, et Dóminus suscéptor est ánimæ meæ: avérte mala inimícis meis, et in veritáte tua dispérde illos, protéctor meus, Dómine.

[Ecco, Iddio mi aiuta, e il Signore è il sostegno dell’ànima mia: ritorci il male contro i miei nemici, e disperdili nella tua verità, o Signore, mio protettore.]

Oratio

Orémus.
Páteant aures misericórdiæ tuæ, Dómine, précibus supplicántium: et, ut peténtibus desideráta concédas; fac eos quæ tibi sunt plácita, postuláre.

[Porgi pietoso orecchio, o Signore, alle preghiere di chi Ti supplica, e, al fine di poter concedere loro quanto desiderano, fa che Ti chiedano quanto Ti piace.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corinthios.
1 Cor X: 6-13
Fatres: Non simus concupiscéntes malórum, sicut et illi concupiérunt. Neque idolólatræ efficiámini, sicut quidam ex ipsis: quemádmodum scriptum est: Sedit pópulus manducáre et bíbere, et surrexérunt lúdere. Neque fornicémur, sicut quidam ex ipsis fornicáti sunt, et cecidérunt una die vigínti tria mília.
Neque tentémus Christum, sicut quidam eórum tentavérunt, et a serpéntibus periérunt. Neque murmuravéritis, sicut quidam eórum murmuravérunt, et periérunt ab exterminatóre. Hæc autem ómnia in figúra contingébant illis: scripta sunt autem ad correptiónem nostram, in quos fines sæculórum devenérunt. Itaque qui se exístimat stare, vídeat ne cadat. Tentátio vos non apprehéndat, nisi humána: fidélis autem Deus est, qui non patiétur vos tentári supra id, quod potéstis, sed fáciet étiam cum tentatióne provéntum, ut póssitis sustinére.

[“Fratelli: Non desideriamo cose cattive, come le desiderarono quelli. Non diventate idolatri, come furono alcuni di loro, secondo sta scritto: «Il popolo si sedette a mangiare e bere; poi si alzarono a tripudiare. Né fornichiamo, come fornicarono alcuni di loro, e caddero in un giorno 23 mila. Né tentiamo Cristo come lo tentarono alcuni di loro, e furono uccisi dai serpenti. Né mormorate come mormorarono alcuni di loro, ed ebbero morte dallo sterminatore. Or tutte queste cose accadevano loro in figura, e sono state scritte per ammaestramento di noi, che viviamo alla fine dei tempi. Colui, pertanto che si crede di stare in piedi, badi di non cadere. Nessuna tentazione vi ha sorpreso se non umana. Dio, poi, che è fedele, non permetterà che siate tentati sopra le vostre forze: ma con la tentazione preparerà anche lo scampo, dandovi il potere di sostenerla”. (I Cor. X, 6-13).]

Omelia I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1921]

IL TIMOR DI DIO

Essere Cristiani non vuol dire essere esenti dalla vigilanza, e da una attenta vigilanza. Nell’Epistola della Domenica di Settuagesima abbiam visto come l’Apostolo per incoraggiare i Corinti alla perseveranza, oltre il proprio esempio, portò l’esempio dei Giudei, i quali, quantunque usciti in gran numero dall’Egitto, dopo aver ricevuto grandi benefici dal Signore, solamente in numero di due poterono entrare nella terra promessa. L’Epistola di quest’oggi continua quel brano. Vi sono enumerate alcune prevaricazioni degli Ebrei e i castighi, che ne seguirono, e si esortano i Corinti a non imitarne l’esempio; poiché quanto avvenne agli Israeliti sarà figura di quanto avverrà a noi Cristiani, se abuseremo delle grazie del Signore. – E noi non abuseremo certamente delle grazie del Signore, se avremo il timor di Dio, il quale:

1 Ci fa evitare il peccato,

2 Ci rende diffidenti di noi,

3 Ci lascia calmi e fiduciosi in Dio, durante le prove.

1.

Le prevaricazioni degli Ebrei, dopo la loro uscita dall’Egitto, ebbero da parte di Dio la meritata punizione. La storia di questa punizione e dei conseguenti castighi, deve servire di esperienza, perché tutte queste cose accadevano loro in figura, e sono state scritte per ammaestramento di noi. Dunque, le punizioni di Dio, prefigurate in ciò che accadde agli Ebrei, devono attendere anche i Cristiani che, invece di mostrarsi grati a Dio per i benefici ricevuti e che ricevono quotidianamente, lo offendono con i peccati. – E lo offendono, perché non temono il Signore. «Il timor di Dio fa odiare il male» (Prov. VIII, 13). L’uomo che ha tanto paura di commettere cosa che possa offendere il suo simile, mortale come lui, ludibrio degli eventi; oggi forte, domani debole; oggi stimato, domani disprezzato, abbandonato; come potrebbe indursi a commettere il male sotto gli occhi di Dio, se pensasse che quel Dio che lo vede, lo giudicherà? Non si pensa a Dio, e si opera come se Dio non esistesse. E da questo errore ne consegue un altro: si fa il male senza badare alle sue conseguenze. Si pecca, ma non si tien conto che «Agli empi e ai peccatori Dio renderà il loro castigo» (Eccli. XII, 4). I servi non osano commettere mancanze alla presenza del loro padrone. Se avvengono degli alterchi, avvengono quando e dove il padrone non li sente: «Noi invece — dice il Crisostomo — tutto osiamo in faccia a Dio, che vede e che sente. Essi hanno sempre davanti agli occhi il timor del padrone; noi, il timor di Dio non l’abbiamo mai» (In 1. Epist. ad Thim. Hom. 16, 2).« Chi teme Dio rientra in se stesso» (Eccli XXI, 7). Può egli continuare a vivere in peccato, se da un momento all’altro può capitare nelle mani del suo Giudice? Il peccatore può mettersi a letto pieno di sanità e di vita, e prima dello spuntar del giorno trovarsi davanti al tribunale di Dio. Può alzarsi la mattina, e prima di sera esser già giudicato. Ma il pericolo di ricevere una condanna egli può evitarlo. Se teme il castigo ne tolga la causa. Faccia penitenza dei suoi peccati, e cominci una vita nuova. Chi teme Dio non dice: Dio è buono, dunque non mi punirà. Se Dio è buono devi amarlo, invece di offenderlo. Tu offendi Dio perché è buono. «Questa è dunque la retribuzione che rendi al Signore?… Non è Egli il tuo Padre, che ti ha posseduto, che ti ha fatto, che ti ha creato?» (Deut. XXXII, 6). – Egli è buono, immensamente buono, ma è anche giusto; la sua bontà non può andar scompagnata dalla sua giustizia. «Presso Dio non vi è pietà senza giustizia, né giustizia senza pietà» (S. Pier Crisos. Serm. 145). – Se tutti gli uomini avessero il timore di Dio e non solo il timore delle leggi umane, nessuno commetterebbe il male, neppur per breve tempo.

2.

Nessuno può tenersi sicuro di poter perseverare sino alla fine nello stato di grazia e di tenersi conseguentemente certo della propria salvezza. Nessuno può esser sicuro di questo, senza una speciale rivelazione. Pertanto, chi si crede di stare in piedi, badi di non cadere. Caddero gli Angeli che si trovavano in cielo; caddero i nostri progenitori che si trovavano nel paradiso terrestre; noi soli vogliam presumere di andar esenti da cadute? La Sacra Scrittura ci pone davanti agli occhi abbondante materia di seria riflessione su questo punto. Essa ci fa passare innanzi re, giudici, sapienti, sacerdoti, profeti, Apostoli, che precipitarono dalla loro altezza nell’abisso del peccato. Dopo simili esempi, nessuno troverà esagerata l’ammonizione dell’Apostolo: Pertanto chi si crede di stare in piedi, badi di non cadere. Quando la nebbia è fitta, il viandante cammina con la più grande precauzione. Le nostre passioni sono come una nebbia fitta, che non ci lascia ben distinguere ove mette fine il nostro cammino. Abbiamo bisogno di essere illuminati, guidati. Il santo timor di Dio è il lume che ci guida. «Non voler essere saggio ai tuoi propri occhi; — dice Salomone — temi Dio e allontanati dal male» (Prov. III, 7). – Il timor di Dio ci insegna ad allontanarci dal male. Ci dice ove è il pericolo; ove bisogna far sacrificio d’una nostra tendenza; ove c’è una passione incipiente da estirpare, ove c’è un’occasione da evitare. Chi disprezza la voce del timor di Dio, un momento o l’altro si trova trascinato là ove non avrebbe né creduto né voluto. Chi non teme, non si guarda; chi non si guarda, si perde. – Non contano le battaglie spirituali vinte altre volte. Il cavaliere che ha vinto cento corse, che ha saltato migliaia di ostacoli, sempre saldo in sella, in un momento di distrazione o di troppo fiducia è sbalzato a terra. Il navigante che ha passato e ripassato i mari, superando furiose tempeste, affonda con la nave per un imprevisto incidente qualsiasi. L’aviatore che ha valicato catene di monti e attraversato mari tra le bufere, e sempre felicemente, precipita col velivolo quando, sicuro di sé, non vede davanti agli occhi che gli onori che coroneranno le sue imprese. A questo mondo non si è mai al sicuro dalle sorprese; e il Cristiano non è mai al sicuro dalle sorprese delle passioni, del demonio, del mondo. Nulla trascuri per mettersi al riparo contro di esse: «Chi teme Dio non trascura cosa veruna» (Eccle. VII, 19).

3.

Dio, poi, che è fedele non permetterà che siate tentati sopra le vostre forze; ma con la tentazione preparerà anche lo scampo, dandovi il potere di sostenerla. Diffidare di noi stessi, temere la nostra debolezza, non vuol dire avvilirsi e perdersi di coraggio nelle umiliazioni, nelle tentazioni, nelle prove della vita. Noi siamo fragili, ma Dio è potente. Lasciarsi abbattere, mormorare nelle difficoltà, è un dubitare della bontà, sapienza e potenza di Dio. Egli non comanda mai cose impossibili, e non nega mai la sua grazia a quelli che a Lui ricorrono fiduciosi. Con la sua grazia potremo resistere a tutte le tentazioni e superar tutte le prove, uscendone vittoriosi, ornati di meriti, rassodati nel bene. Chi teme Dio accetta, calmo e fiducioso nell’aiuto di Lui, tutte le prove che Egli gli manda.Il timor di Dio non consiste nel prostrarsi innanzi a Lui tremanti, nell’esser presi dallo sgomento. « Il timor del Signore — dice lo Spirito Santo — ha corona di sapienza e di piena pace e di frutti di salute» (Eccli. I, 22). Il timor di Dio consiste nel non far nulla di quanto a Dio dispiace, nel chiedergli la grazia di fare ciò che Egli comanda, nel non ribellarci quando la sua mano ci sottopone alle prove. Il timor di Dio non turba la pace, anzi ne è la salvaguardia. Chi teme Dio è da Lui protetto e difeso. Egli può ripetere con tutta verità le parole del Salmista: «Ecco, Dio è colui che mi aiuta, e il Signore è il sostegno dell’anima mia» (Salm. LIII; 6. – Introito). – « I suoi precetti sono più dolci del miele e di ciò che stilla dai favi» (Salm. XVIII, 11 – Offertorio). Perciò li osserva, e nell’osservarli ha grande ricompensa; arricchisce la sua corona di frutti di salute. Il timore e l’amore sono gli sproni della vita: non solamente della vita materiale, ma anche, e più, della vita spirituale. Il timore e l’amore spingono l’uomo a risorgere dal peccato, e a ritornare al più amante dei padri. Se il peccatore dovesse guardare solamente ai propri demeriti, come potrebbe innalzare la fronte a Dio, e dirgli: «Perdona?» Ma egli sa con chi ha da fare; egli può rivolgersi a Lui e ricordargli con tutta fiducia: «So che tu sei un Dio clemente, e misericordioso e paziente, e molto compassionevole e che perdoni il mal fare» (Gion. IV, 2). – Chi ben si guarda, scudo si rende. Questa norma fu dimenticata da Sansone, il forte d’Israele, che, fidando troppo in sé stesso, si prese gioco del pericolo, e finì con perdere la libertà, la vista, la forza prodigiosa; finì col perdere Dio, che si allontanò da lui. Ma nel misero stato in cui è ridotto non si dimentica che Dio è clemente, misericordioso, paziente, molto compassionevole, e si rivolge a Lui con umiltà, fede e fiducia : «Signore Iddio, ricordati di me» (Giud. XVI, 28). E Dio ascolta l’umile e fiduciosa preghiera del pentito Giudice d’Israele. Chissà quante volte abbiamo imitato Sansone nello scherzare con le occasioni, con la conseguenza di rimanerne vittima! Imitiamolo anche nel ricorrere con fiducia a Dio per rialzarci dalle nostre cadute. Il timor di Dio, senza la fiducia nella sua misericordia non è un timore buono. «Tu lo placherai, se speri nella sua misericordia» (En. In Ps. CXLVI), dice S. Agostino. Sperando nella sua misericordia, risorgiamo, dunque, e subito. «Risorgiamo, o cari, sebben tardi, e stiamo saldamente in piedi» (S. Giov. Cris. In Epist. I ad Cor. Hom. 23, 4).

Graduale 

Ps VIII: 2
Dómine, Dóminus noster, quam admirábile est nomen tuum in universa terra!

[Signore, Signore nostro, quanto ammirabile è il tuo nome su tutta la terra!]


V. Quóniam eleváta est magnificéntia tua super cœlos. Allelúja, allelúja

[Poiché la tua magnificenza sorpassa i cieli. Allelúia, allelúia]

Alleluja

Ps LVIII: 2
Alleluja, Alleluja

Eripe me de inimícis meis, Deus meus: et ab insurgéntibus in me líbera me. Allelúja.

 [Allontànami dai miei nemici, o mio Dio: e líberami da coloro che insorgono contro di me. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntiasancti Evangélii secúndum Lucam.
Luc XIX: 41-47
“In illo témpore: Cum appropinquáret Jesus Jerúsalem, videns civitátem, flevit super illam, dicens: Quia si cognovísses et tu, et quidem in hac die tua, quæ ad pacem tibi, nunc autem abscóndita sunt ab óculis tuis. Quia vénient dies in te: et circúmdabunt te inimíci tui vallo, et circúmdabunt te: et coangustábunt te úndique: et ad terram prostérnent te, et fílios tuos, qui in te sunt, et non relínquent in te lápidem super lápidem: eo quod non cognóveris tempus visitatiónis tuæ.
Et ingréssus in templum, coepit ejícere vendéntes in illo et eméntes, dicens illis: Scriptum est: Quia domus mea domus oratiónis est. Vos autem fecístis illam speluncam latrónum. Et erat docens cotídie in templo”.

[“In quel tempo avvicinandosi Gesù a Gerusalemme, rimirandola, pianse sopra di lei, e disse: Oh? se conoscessi anche tu, e in questo tuo giorno, quello che importa al tuo bene! ma ora questo è a’ tuoi occhi celato. Conciossiachè verrà per te il tempo, quando i tuoi nemici ti circonderanno di trincea, e ti serreranno all’intorno, e ti stringeranno per ogni parte. E ti cacceranno per terra te e i tuoi figliuoli con te, e non lasceranno in te pietra sopra pietra; perché non hai conosciuto il tempo della visita a te fatta. Ed entrato nel tempio, cominciò a scacciare coloro che in esso vendevano e comperavano, dicendo loro: Sta scritto: La casa mia è casa di orazione; e voi l’avete cangiata in spelonca di ladri. E insegnava ogni giorno nel tempio”.

Omelia II

– Sopra il santo Sacrifizio della Messa.-

Domus mea, domus orationis est; vos autem fecistis illam speluncam latronum.

Luc. XIX

Bisognava, fratelli miei, che il tempio di Gerosolima fosse di grande rispetto, poiché il Salvatore del mondo, che era la stessa mansuetudine, usò tanta severità contro coloro che lo profanavano con commerci indegni della santità di quel luogo: severità, che lo portò a riprendere, non solamente come lo fa nell’odierno Vangelo, quei sacrileghi profanatori, ma ancora a scacciarli a colpi di sferza, a rovesciare le tavole su cui erano le loro mercanzie, come narrasi altrove nel Vangelo. Che avrebbe dunque fatto Gesù Cristo, e che farebbe Egli al giorno d’oggi contro i profanatori delle nostre chiese, infinitamente più rispettabili, che il tempio di Gerusalemme? Delle nostre chiese, dico, che contengono la realtà di ciò che non era che in figura nel tempio di Salomone. In questo che cosa eravi mai? Le tavole della legge, un po’ di manna data miracolosamente agl’Israeliti nel deserto; ma nei nostri tempi noi possediamo l’Autore medesimo della legge, il vero pane sceso dal cielo, Gesù Cristo, il Figliuolo di Dio che risiede in Persona nei nostri sacri tabernacoli. Ciò che rendeva ancora il tempio di Gerusalemme degno di venerazione, erano i sacrifici che si offrivano a Dio, era questo il solo luogo destinato ad offrirglieli. Ma che cosa erano mai questi sacrifici? Erano sacrifici di animali che si scannavano, il sangue di tori, di capretti che vi si spargeva; laddove nelle nostre chiese si presenta a Dio il Sacrificio dell’Agnello immacolato. Si è nelle nostre sole chiese che si può offrire l’adorabile Sacrificio dei nostri altari, ove Gesù Cristo si offre a Dio suo Padre per le mani dei Sacerdoti, ed ecco, dice s. Agostino, ciò che rende le nostre chiese sì rispettabili, ciò che deve farcele riguardare come case consacrate a Dio, come case di orazione; perché si è nel Sacrificio della Messa, che si rende a Dio più gloria, e che possiamo pregarlo con una maniera più efficace che in qualunque altro luogo. Di questo divin Sacrificio, fratelli miei, che è l’azione più santa della nostra Religione, voglio io in quest’oggi intertenervi per ispirarvi i sentimenti di pietà, che vi dovete recare, e per rianimare altresì il vostro rispetto pel luogo santo, ove egli è offerto. Per riempiere il mio disegno, noi riguarderemo il Sacrificio della Messa per i rapporti che ha con Dio e per quelli che ha con noi medesimi. La gloria che esso procura a Dio, ed i vantaggi che attira agli uomini, sono le due proprietà del Sacrifizio, che io trovo indicate nelle parole del reale profeta, ove dice ch’egli offrirà a Dio un sacrificio di lode, e che invocherà il suo santo Nome: Ubi sacrìficabo hostiam laudis, et nomen Domini invocabo (Ps. CXV). Di tutti i sacrifici quello della Messa è il più glorioso a Dio: Ubi sacrificabo hostiam laudis; primo punto. Di tutti i sacrifici quello della Messa è il più salutevole agli uomini, e dove possono essi più efficacemente invocare il Nome del Signore: et nomen Domini invocabo; secondo punto.

Da questo io tiro due conseguenze pratiche: se il Sacrificio della Messa è glorioso a Dio, convien dunque assistervi per glorificar Dio con i nostri omaggi e rispetti. Se egli è sì utile agli uomini, convien dunque assistervi con confidenza per domandare le grazie di cui abbiamo bisogno; il che richiede tutta la vostra attenzione.

I . Punto. Il sacrifizio, secondo la definizione che ne danno i teologi dopo s. Tommaso, è un atto di religione con cui si offre a Dio una cosa che, nell’oblazione che se ne fa, è distrutta o cangiata, per riconoscere il supremo dominio di Dio sopra le creature. Il sacrifizio è si necessario alla religione, che non si può senza di esso rendere a Dio un culto perfetto, come lo merita. Imperciocché per rendere a Dio questo culto perfetto, bisogna che la creatura ragionevole gli faccia una protesta della sua dipendenza, che lo riconosca per l’Autore del suo essere e della sua vita; ed è ciò che fassi nel sacrificio, ove la vittima è distrutta o cangiata, per dimostrar con questo, che Dio è il padrone della vita e della morte di ciascheduno di noi. Ed è per questo che si offrivano a Dio nell’antica legge sacrifici, che si chiamavano olocausti, ove la vittima era interamente distrutta. Questi erano animali che si scannavano e si facevano in appresso consumare col fuoco, in segno del potere assoluto che Dio ha sopra la vita degli uomini. Si offrivano ancora vittime pacifiche, sia in riconoscenza dei beni che gli uomini ricevevano dalla bontà di Dio, sia per ottener nuove grazie. Finalmente si offrivano sacrifici di propiziazione, per calmare l’ira di Dio irritata dai peccati degli uomini. Ma tutti questi sacrifici erano incapaci di render a Dio il culto che merita; non avevano essi virtù se non se in quanto erano uniti per la fede di coloro che gli offrivano, al Sacrificio del Redentore, di cui erano essi la figura. Che però questi sacrifici son passati per dar luogo al più grande, al più eccellente di tutti, che è quello dei nostri altari. Sacrifizio che rinchiude non solo, ma che supera tutto il valore ed il merito degli altri; perché ci somministra il mezzo più eccellente di adempiere tutte le nostre obbligazioni verso Dio. Che cosa dobbiamo noi a Dio, fratelli miei? Noi dobbiamo glorificare la grandezza del suo essere, riconoscerlo per il supremo Signore da cui noi dipendiamo in tutte le cose, ringraziarlo come l’Autore di tutti i nostri beni. Dio merita gli omaggi per se stesso, ed a cagione delle sue infinite perfezioni; Egli merita la nostra riconoscenza a cagione dei benefizi che ci ha fatti. Ora il santo Sacrificio della Messa è il più glorioso omaggio che noi possiamo rendere alla grandezza di Dio, perché è il più perfetto olocausto, che gli sia stato offerto giammai. Il Sacrifizio della Messa è il più giusto compenso, che noi possiamo dare a Dio per tutti i beni che ne abbiamo ricevuti. E perciò chiamasi eucaristico, cioè di ringraziamento: due proprietà del Sacrificio che provano quanto sia glorioso a Dio. Seguitemi ed ascoltate quanto sono per dirvi sulla eccellenza di tal Sacrificio. – Noi possiamo, è vero, glorificar Dio con tutti gli atti delle virtù che praticar possiamo, come sono l’orazione, la limosina, il digiuno e gli altri esercizi di religione. Ma qualunque gloria l’uomo possa rendere a Dio con le sue virtù, questa gloria sarà sempre infinitamente inferiore a quel che Dio merita. Non evvi che Dio che possa glorificarsi in una maniera degna di Lui. Ora nel Sacrificio della Messa noi troviamo il mezzo eccellente di rendere a Dio tutti gli onori che merita. Come mai ciò, fratelli miei? Nel Sacrificio della Messa noi gli offriamo un Dio, e per conseguenza una vittima d’un prezzo infinito, o per meglio dire, si è il Figliuolo di Dio medesimo, che si offre a suo Padre, che è nell’istesso tempo e sacerdote e vittima, e che si offre in olocausto per rendere al Padre suo a nome di tutte le creature gli omaggi che sono alla sua grandezza dovuti. – Procuriamo di sviluppare questo mistero della nostra santa Religione, che rinchiude sì grandi meraviglie. Di già, fratelli miei, il Figliuolo di Dio erasi offerto a suo Padre come un’ostia di soavità, dice l’Apostolo, col sacrificio che gli fece della sua vita rivestendosi della nostra natura, e che consumò sulla croce colla morte, che vi patì; sacrificio che riparò abbondantemente l’ingiuria, che il peccato aveva fatta a Dio, e gli rendette infinitamente più di gloria che tutte le creature non gliene potrebbero procurare. Ma siccome questo Sacrificio non si è offerto che una sola volta, ed in un sol luogo del mondo, e nulla di meno era necessaria a Dio una vittima pura e senza macchia, la quale, secondo la predizione d’un profeta, rendesse gloria alla grandezza del suo Nome in lutti i luoghi del mondo, perciò il Figliuolo adorabile, per una meravigliosa disposizione della sua sapienza, ha trovato il mezzo di perpetuare sino al fine dei secoli il Sacrificio, ch’Egli offrì sopra la croce alla gloria di suo Padre. Qual è questo mezzo, fratelli miei? L’adorabile Sacrificio dei nostri altari, che è non solamente un memoriale, ma ancora un rinnovamento del Sacrificio del Calvario. Per convincercene, richiamiamoci per un momento la sua intenzione, e consideriamo il modo con cui Gesù Cristo si offra in questo divin Sacrifizio, per rinnovare la memoria della morte e la morte medesima ch’Egli soffrì sopra la croce. Fu, come sapete, il giorno avanti la sua passione che il Salvatore del mondo, per fare la funzione di Sacerdote secondo l’ordine di Melchisedeck, preso del pane e del vino, li benedì e li cangiò nel suo vero corpo e sangue; con questo Egli fece due cose: istituì la santa Eucaristia come Sacramento, in quanto ci diede il suo corpo ed il suo sangue per essere l’alimento delle nostre anime; come Sacrificio, in quanto volle che questa consacrazione del pane e del vino nel suo corpo e nel suo sangue fosse una rappresentazione del sacrificio che Egli era per offrire sopra la croce. Per la qual cosa raccomandò a’ suoi Apostoli che ogni qualvolta farebbero lo stesso, essi annunzierebbero la sua morte agli uomini. Fu altresì per perpetuare questo Sacrificio, che questo Dio salvatore diede agli Apostoli ed ai Sacerdoti loro successori il potere di fare quel ch’Egli aveva fatto; perché dovendo ritornare al cielo, non poteva Egli fare sopra la terra in una maniera visibile le funzioni di sacerdote eterno: Hoc quotiescumque feceritis, in mei memoriam facietis. Si è dunque questo potere ammirabile, che i Sacerdoti esercitano nella Messa, che noi chiamiamo e dobbiamo riconoscere come un memoriale della morte di Gesù Cristo; si è per questo potere, che essi continuano sopra la terra in una maniera visibile il sacerdozio di Gesù Cristo secondo l’ordine di Melchisedeck; potere che non consiste in benedir del pane e del vino, come il sommo sacerdote dell’antica legge; mentre, se ciò fosse, qual privilegio avremmo noi di più nella legge di grazia, che nell’antica? ma potere che consiste in cangiare, come fece Gesù Cristo, il pane ed il vino nel suo vero corpo e nel suo vero sangue. – Or in questo cangiamento, in questa consacrazione consiste il Sacrificio sì glorioso a Dio. E come questo? Io l’ho detto; ed è, che questo Sacrificio non solo è una memoria, ma anco una rinnovazione di quello della croce. Si è la medesima Vittima, che vien offerta a Dio; questo è il mio corpo, che sarà dato per voi, dicono a nome di G. C. i sacerdoti che celebrano; questo è il mio sangue, che sarà sparso per voi. Or questo corpo e questo sangue sono uniti alla divinità; Egli è dunque un Dio, che offriamo nel Sacrificio della Messa alla maestà di Dio, Egli è altresì un Dio che è sacrificatore. G. C., l’uomo-Dio, lo stesso che si è offerto sopra la croce, si offre ancora sopra l’altare; i Sacerdoti ne sono i ministri; essi operano a Nome suo, rappresentano la sua Persona; che però non dicono già: Questo è il corpo di G. C., questo è il sangue di G. C, ma; Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue. Si è dunque Gesù Cristo che si offre in olocausto per le mani dei Sacerdoti, in quanto che si sacrifica e muore tra le loro mani con una morte mistica, come morì sulla croce con una morte sanguinosa. – Gesù Cristo morì sulla croce con una morte reale per la separazione del suo sangue dal suo corpo; il che si rinnova io un senso nel Sacrificio della Messa, perché, in virtù delle parole della consacrazione, non vi è precisamente che il corpo di Gesù Cristo sotto le apparenze del pane, ed il sangue sotto le apparenze del vino: non già che effettivamente il corpo ed il sangue siano separati l’uno dall’altro, perché sono per sempre riuniti per la risurrezione del Salvatore; ma se potessero essere separati, le parole sacramentali, come una spada misteriosa, li dividerebbero l’uno dall’altro, li produrrebbero l’uno senza l’altro: ed in questo senso si dice con tutta verità che il Sacrificio della Messa rappresentata il Sacrificio della croce; perché la morte mistica di G. C., nel Sacrificio rappresenta la sua morte reale e sanguinosa sopra la croce. Si dice dunque con verità che Gesù Cristo si offre in olocausto a Dio suo Padre, poiché si mette in uno stato di morte per rendergli la gloria che è dovuta alla sua grandezza. Quel che devesi ancora osservare si è, che Gesù Cristo nel Sacrificio della Messa perde nella comunione del Sacerdote l’essere sacramentale, che aveva ricevuto nella consacrazione; in quanto che, distrutte le specie, Gesù Cristo cessa di esservi, e perde un modo di esistere che prima aveva. Egli è non solo sepolto nel petto del Sacerdote, come nella tomba, ma il suo corpo non vi è più, tosto che le specie sono consumate; il che si può dire, morir di una mistica maniera. Così, o fratelli miei, questo adorabile Salvatore ha saputo perpetuare, per onorar suo Padre, il sacrificio che gli ha offerto sopra la croce. Siccome non poteva più fare del suo corpo una vittima sanguinosa, a cagion dello stato glorioso ed impassibile di cui gode, Egli ha trovato il segreto di offrirsi in una maniera affatto misteriosa alla gloria di suo Padre, per supplire alla impotenza in cui sono gli uomini di rendergli quella che merita. Qual eccesso di bontà del nostro Dio salvatore! E quali felici conseguenze possiamo noi trarre da questo mistero ineffabile. – Non sono più dunque vittime materiali ed imperfette, come si offrivano nell’antica legge, non è più il sangue degli animali, che noi offriamo a Dio; ma è una vittima di un prezzo infinito, è il sangue medesimo di G. C, l’Agnello immacolato, che si sparge sui nostri altari, e che manda al cielo un più grato odore, che il fumo visibile che s’innalzava dagli antichi sacrifici. Egli è per conseguenza il più glorioso olocausto, che noi possiamo offrire a Dio per riconoscere la sua grandezza ed il dominio supremo che Egli ha sopra la sua creatura. Se Dio merita una gloria infinita a cagione della sovranità del suo essere, non è forse rendergli questa gloria, l’offrirgli il suo caro Figliuolo in cui Egli ha poste le sue compiacenze„ che è uguale in tutto a suo Padre, e che si mette in uno stato di morte e di annientamento per glorificare questo Padre celeste in una maniera degna di Lui? – Mi sembra, fratelli miei, udire questo Figliuolo adorabile, nell’augusto Sacrificio della Messa, tener a suo Padre il medesimo linguaggio che il profeta gli fa tenere nel suo ingresso nel mondo: Padre santo, che siete infinitamente adorabile, ma che non ricevevate gli omaggi, che vi erano dovuti per le vittime che vi si sacrificavano, voi avete rigettate queste vittime, come incapaci di rendervi un culto degno della vostra grandezza, sia per difetto di ragione e di libertà negli animali, sia per difetto di santità negli uomini: holocaustum prò peccato non postulasti (Ps. IL). Ma eccomi, invece di quelle vittime imperfette, che vi glorifico per le vostre creature, che mi sacrifico per esse alla gloria del vostro nome, che voglio rendervi per esse tutti gli omaggi che meritate: dixi: Ecce venio (Ibid.). Tale è, fratelli miei, il motivo che fa scendere invisibilmente G. C. sopra i nostri altari e che lo fa nascere una seconda volta, e che lo fa morire con una morte mistica tra le mani dei Sacerdoti; si è a fine di glorificar suo Padre: ecce honorifico Patrem. Si è per adempiere pienamente tutti gli obblighi di rispetto, di onore, di adorazione che dobbiamo alla sua suprema Maestà.Quindi torno a dire, qual felice conseguenza per noi! Mentre da tutto ciò che abbiam detto che ne segue? Ne segue, che Dio è tanto glorificato con una sola Messa quanto merita di esserlo, che una sola Messa rende più gloria a Dio che tutti gli uomini e gli Angeli ancora riuniti insieme non potrebbero procurargliene con le azioni più sante e più eroiche; che questa Messa è di maggiore prezzo avanti a Dio e gli è più gradita che tutti i patimenti dei martiri, tutte le penitenze degli anacoreti, tutte le virtù dei santi; che una sola Messa è più che bastante a riparare tutti gli oltraggi che Dio riceve dai peccatori, perché la dignità della vittima che vi è offerta, sorpassa tutta la malizia degli uomini che offendono il Signore. Qual forte motivo per voi d’intervenire assidui a questo santo Sacrificio, poiché vi trovate un mezzo si eccellente di glorificar Dio come vostro supremo Signore e di ringraziarlo dei beni che ne avete ricevuti!Noi abbiamo tutto ricevuto, fratelli miei, dalla bontà del nostro Dio, noi siamo attorniati da’ suoi benefizi e dai suoi favori; benefizi di cui Egli ci ha ricolmi in sì gran copia nell’ordine della natura ed in quello della grazia,che ci ritroviamo nell’impossibilità di rendergliene il contraccambio. Ma grazie vi siano per sempre rese, o mio adorabile Salvatore, che ci avete somministrato nell’augusto Sacrificio dei nostri altari, onde soddisfare pienamente per le nostre obbligazioni verso il vostro divin Padre. Noi non saremo più in pena sul tributo della nostra riconoscenza, che gli dobbiamo. Se cerchiamo il mezzo, come il reale profeta: quid retribuam Domino? noi lo ritroveremo, come lui nel calice della salute; calìcem salutaris accipiam ( P$. CXV). Questo calice ci è presentato nel sacrificio della Messa, egli è a nostra disposizione, per offrirlo a Dio in riconoscenza dei suoi benefizi; ed offrendoglielo noi siamo certi, che facciamo a Dio un dono degno di Lui; dono che uguaglia non solamente tutti i beni che Dio ci ha dati, ma li supera ancora, alla riserva di quello, per cui ci ha dato il suo Figliuolo, poiché questo dono non è altro che quel Figliuolo adorabile, che si è dato a noi per liberarci pienamente da tutti i nostri obblighi verso Dio. Quando io vi offro dunque, o mio Dio, questa preziosa Vittima, posso dire che io ho verso di voi tutta la riconoscenza, che mi domandate, che la mia riconoscenza uguaglia i vostri benefizi, per numerosi che possano essere, e che li sopravanza ancora, poiché io vi offro una Vittima d’un prezzo infinito, che vale più di tutti i beni, di tutti gli imperi del mondo. – Possiate voi, fratelli miei, servirvi sempre d’un mezzo così eccellente per rendere a Dio quanto gli dovete, per glorificarlo come vostro supremo Signore, per ringraziarlo come vostro benefattore; ma bisogna per questo unirvi a quel divin sacrificio col rispetto che dovete recarvi, con la riconoscenza da cui dovete essere penetrati. Qual cosa più capace d’inspirarvi questi sentimenti di rispetto, che la grandezza e la maestà d’un Dio, cui viene offerto un Sacrificio e gli abbassamenti d’un Dio, che sacrifica sé stesso? Ah! se fossimo ben penetrati da questo pensiero che ad un Dio, un Dio medesimo si sacrifica; che questo Sacrificio è l’azione più santa, più augusta della nostra Religione; che i cieli e la terra tremano alla vista di ciò che accade tra le mani del Sacerdote, con qual rispetto non assisteremmo a questo terribile mistero? Or in che consiste questo rispetto con cui dobbiamo presentarci a questo santo Sacrificio? Questo rispetto consiste a non comparirvi giammai che con un esteriore decente e coi sentimenti dell’umiltà più profonda. Essendo l’uomo composto di corpo e d’anima, Dio vuole essere onorato con queste due parti di noi medesimi; con un esteriore decente noi gli facciamo il sacrificio dei nostri corpi, e con l’umiltà gli offriamo il sacrificio dei nostri spiriti. Questa modestia del corpo deve ritenere i nostri sensi in ischiavitù, affinché non si perdano sopra oggetti capaci di cagionarci distrazioni. Questo esteriore del corpo deve essere accompagnato dall’umiltà dello spirito, che ci faccia scendere nel nostro nulla, c’ispiri del dispregio per noi medesimi per rendere omaggio all’umiltà d’un Dio, che si abbassa per noi. Senza questa, benché perfetto sia il Sacrificio dalla parte della vittima che è offerta, egli sarà imperfetto dal canto nostro e di nessun vantaggio per noi. – Umiliamoci dunque con Dio che si umilia, prostriamoci avanti alla sua infinita maestà: Venite, procidamus. Ringraziamo il Signore per tutti i beni ricevuti, come la Chiesa ci invita con la voce del sacerdote: Gratias agamus Domino Deo nostro. Ma si comparisce forse al giorno d’oggi al santo Sacrificio con quel rispetto, quell’umiltà, quella riconoscenza, che si deve recarvi? Non vi si tengono forse discorsi profani, che interrompono il silenzio dei sacri misteri? Non si dà forse ogni sorta di libertà ai sensi, che si lasciano errare d’oggetto in oggetto, invece di cattivarli sotto il giogo della modestia e dell’umiltà? Quanti trasportare si lasciano a distrazioni volontarie, incompatibili con l’attenzione, che si deve al santo Sacrificio? Non ve ne ha ancora di quelli che, trovando il tempo troppo lungo, portano l’empietà sino al segno di uscir dalla chiesa nel tempo medesimo, che un Dio si sacrifica per essi? Ed è questo, fratelli miei, ditemi di grazia, entrare nei disegni di Gesù Cristo che, facendosi vittima per noi, ha voluto che noi fossimo vittima con Lui? Non è forse al contrario disonorar Dio nell’azione medesima che deve più onorarlo? Del che si duole Gesù Cristo medesimo, come faceva altre volte contro i Giudei: mentre Io rendo gloria a mio Padre con le mie umiliazioni, voi m’insultate nel modo più oltraggiatile: Et vos inhonorastis me (Jo. VIII). Mentre le celesti intelligenze per cui il Sacrificio non è offerto, lodano ed adorano il Signore, mentre gli Angeli, i Troni e le Dominazioni stanno in un santo tremore alla vista delle umiliazioni d’un Dio, perfidi peccatori per cui si sacrifica si innalzano sfacciatamente contro di Lui, lo dispregiano e l’oltraggiano. Non è questo forse fare andar del pari la più nera ingratitudine col beneficio più segnalato? Ah! non sia così di voi, fratelli miei, assistete sempre ai santi misteri con un santo tremore, con un profondo rispetto, con una viva riconoscenza, che vi renderanno salutevole questo sacrificio, come sono per insegnarvi nel secondo punto.

II. Punto. Non solamente per rendere gloria a Dio suo Padre ha istituito Gesù Cristo l’augusto sacrificio dei nostri altari, ma ancora per lo vantaggio e la salute degli uomini. Questo sacrifizio è nell’istesso tempo propiziatorio ed impetratorio, ma in una maniera molto più eccellente che quelli dell’ antica legge. Esso è propiziatorio per calmare l’ira di Dio irritato per i peccati degli uomini; è impetratorio per ottener loro tutte le grazie di cui essi hanno bisogno. Due qualità assai atte ad inspirare una fermi confidenza a tutti coloro che hanno il vantaggio di assistervi, sia per domandar il perdono dei loro peccati, sia per ottenere le grazie che loro sono necessarie. – Qual mezzo infatti più proprio e più efficace per piegare l’ira di Dio, e per ottenere il perdono de’ suoi peccati, che un sacrificio in cui si offre a Dio la vittima, che ha cancellati tutti i peccati del mondo? Se il sangue dei tori e degli altri animali, che si sacrificavano nell’antica legge era capace di purificare, come dice l’Apostolo, coloro che avevano contratto qualche macchia legale, con quanto più forte ragione, soggiunge il santo Apostolo, il sangue di Gesù Cristo potrà purificare le nostre coscienze, lavandole da tutte le iniquità? Sangue prezioso, che essendo d’un valore infinito, e più che bastante per espiare i peccati di mille mondi ancora più colpevoli di questo. Or si è il valore di questo sangue prezioso, che ci è applicato nel sacrificio dalla Messa: esso è versato sull’altare per lavarci dalle nostra colpe; esso è offerto per nostre riconciliazione da Gesù Cristo medesimo, che si mette invece degli uomini peccatori e dice a suo Padre su l’altare, come gli disse sulla croce: Perdonate, o Signore, a quegli uomini scellerati, che hanno meritato il peso delle vostro vendette, Io vi dimando grazia per essi, Io mi santifico per essi: Ego prò eìs sanctifico me ipsum (Jo. XVII). Sono degni, è vero, di subire tutto il rigore delle sentenze che avete fulminato contro di essi; ma ecco qui il medesimo sangue, ecco la medesima vittima, che ha già disarmato il vostro braccio vendicatore, che ha tolto il fulmine dalle vostre mani; non ascoltate più dunque la voce delle iniquità, che s’innalza sino a voi, ma più tosto la voce del vostro Figliuolo, che implora la vostra misericordia per i peccatori: Ego prò eis sanctifico me ipsum. Iddio, fratelli miei, può Egli forse esser insensibile alla voce sì amabile d’un Figliuolo, che è l’oggetto delle sue compiacenze? Potrebbe egli vibrare i suoi fulmini sopra gli infelici bagnati del sangue di questo Figliuolo adorabile? Se la morte, che questo Figliuolo ha sofferta sopra la croce ha fatto cancellare, come dice l’Apostolo, il decreto di morte eterna pronunciato contro gli uomini, il sacrificio della Messa, che è un memoriale ed una rappresentazione di quella morte, non avrà Egli la virtù medesima? Si, fratelli miei, la virtù di questo sacrificio è così grande, che senza di Lui il mondo sarebbe già perito per l’eccesso delle scelleratezze ond’è inondato; sarebbe esso diventato secondo la predizione d’un profetacome Sodoma e Gomorra, che furono consumate dal fuoco del cielo. Egli è sì efficace questo divin sacrificio, che del peccatore più acciecato ed ostinato può fare un gran santo, se esso vi assiste con pietà e profitta delle grazie che vi sono annesse. Non è già che il sacrificio della Messa rimetta immediatamente da sé medesimo il peccato, come i Sacramenti, che sono instituiti per questo effetto; ma esso ottiene, come dice il santo concilio di Trento, ai peccatori grazie di conversione sì grandi ed in sì gran numero, che, per un po’ di sforzo che vogliono essi fare dal canto loro, è loro facile di entrare in grazia con Dio. – Finalmente questo Sacrificio è propiziatorio in quanto che cancella e rimette la pena temporale dovuta ai peccati, ed è questo, secondo la dottrina del medesimo Concilio, uno de’ suoi effetti particolari. Pena temporale che è rimessa sin da questa vita a quelli per cui egli è offerto e che si rimette anche nel purgatorio alle sante anime, che espiano i loro peccati con tormenti incredibili. Ed è perciò che queste anime pazienti desiderano e domandano con tanto ardore ai fedeli che sono sopra la terra, di far scendere sulle fiamme che le divorano il sangue di Gesù Cristo con l’applicazione del sacrificio della Messa, a fine di estinguere quelle fiamme e abbreviare i loro tormenti. – O voi dunque, che siete carichi del grave peso dei vostri peccati, che gemete sotto il grave peso delle vostre catene, accostatevi al liberatore che può spezzarle. Venite, infermi, venite ad immergervi in questa piscina, salutevole ove il sangue di Gesù Cristo scorre in abbondanza per lavarvi. Voi non potete già dire come quel paralitico del Vangelo, che non avete alcun uomo per introdurvi in essa, poiché voi trovate in tutti i luoghi del mondo, in tutte le chiese dei sacrificatori che offrono la preziosa vittima della salute per l’espiazione dei vostri peccati. Accostatevi, torno a dirvi, al santo monte ove l’agnello senza macchia è immolato: una sola gocciola del sangue che Egli sparge, è capace di purificarvi da tutte le colpe che avete commesse per numerose, enormi che possano essere. Ma per ottenere il perdono, bisogna che al sacrificio dell’uomo-Dio, voi uniate quello d’ un cuor contrito ed umiliato; questo è il sacrificio  che domanda da voi e che vi farà trovar grazia presso di lui: Sacrificium  Deo spiritus contribulatus; cor contritum et humiliatum Deus, non despicies (Ps. L). In vano Gesù Cristo si offrirà per voi a Dio suo Padre per calmarne lo sdegno; se voi non mescolate le vostre lagrime col sangue che Egli sparge, se non prendete in mano la spada della penitenza per immolare le vostre passioni, i vostri abiti, per sacrificare quell’oggetto, che occupa il vostro cuore, voi non otterrete giammai il perdono. L’evangelista ci riferisce, che alla morte di Gesù Cristo le rupi si spaccarono, il velo del tempio si squarciò, e che molti di coloro che furono testimoni di questi prodigi se ne ritornavano percuotendosi il petto: revertebantur percutientes pectora sua. (Luc. XXV). – Tali debbono essere, fratelli miei, le vostre disposizioni quando assistete ai santi misteri, ove fassi memoria della morte di Gesù Cristo; convien comparirvi coi sentimenti del povero pubblicano, che non osava alzar gli occhi verso il cielo, percuotevasi il petto supplicando il Signore di essergli propizio: Deus, propitius esto mihi peccatori (Luc. XVIII). Signore, dovete voi dire com’esso, siate propizio ad un povera peccatore qual sono io. Non riguardate le iniquità che ho commesso, ma rimirate la faccia del vostro Figliuolo, che vi chiede grazia per me: respice in faciem Christi tui (Ps.LXXXIII). Il dolore che sento di avervi offeso mi farà, come la Maddalena ai piedi della croce, mescolar le mie lagrime col sangue di questo vostro dilettissimo Figliuolo per attirarne su di me alcune gocce, che mi lavino dalle mie iniquità» Questo dolore mi farà prendere la sincera risoluzione di non più separarmi da voi col peccato » di attaccarmi inviolabilmente al vostro servizio. Tali sono, fratelli miei, i sentimenti da cui dovete essere penetrati assistendo alla santa Messa. Quale sarebbe stato il vostro dolore, la vostra pietà, se foste stati presenti al sacrificio del Calvario, se aveste veduto Gesù Cristo spirante sulla croce per vostro amore? Egli è questo il medesimo sacrificio; bisogna dunque assistervi con le medesime disposizioni con cui sareste allora stati presenti. Da quale sdegno non sareste allora stati presi contro i crudeli Carnefici, che confissero Gesù Cristo sulla croce, e contro i Giudei che lo insultavano in quello stato, dicendogli: Se tu sei il Figliuolo di Dio, discendi dalla croce: Si filius Dèi es, descende de cruce (Matth.XXVII). Questi sono, peccatori, gli oltraggi che voi rinnovate contro Gesù Cristo allorché, in vece di comparire al santo sacrificio della Messa, con sentimenti e attitudine di penitenti, col cuore spezzato dal dolore, vi comparite in positure indecenti, allorché appena piegate un ginocchio nel tempo, che un Dio si sacrifica per noi. Voi rinnovate con questo l’empio saluto, che gli facevano i Giudei allorché, mettendo un ginocchio in terra, gli dicevano per derisione: Ave rex Judàeorum. Questi sono, torno a dirvi, quegli oltraggi che voi rinnovate, allorché venite al sacrificio per cercarvi l’oggetto della vostra passione, allorché il vostro cuore non è tutto occupato, in vece di spezzarlo col dolore dei vostri peccati, in vece di sacrificarlo con un intero distacco dalle creature. Questo confronto della vostra condotta con quella dei Giudei vi fa senza dubbio orrore; ma ella deve servire a farvi rientrare in voi medesimi, per armarvi, come dice l’Apostolo s. Pietro, dello stesso pensiero, dei medesimi sentimenti, ch’ebbe Gesù Cristo quando soffrì per voi; Christo passo in carne, et vos eadem cogitatione armamini (1 Petr. 4). Sarebbe egli giusto che avendo fatto il Figliuolo innocente dal canto suo ciò che non era obbligato di fare per calmar l’ira di suo Padre, il colpevole nulla facesse per soddisfar alla giustizia di Dio e per applicarsi i meriti che hanno espiati i suoi mancamenti? Si è nel sacrificio della Messa che questi meriti vi sono particolarmente applicati; ma a condizione che il dolore e la penitenza faccia su di voi quest’applicazione. Con questo, fratelli miei, il sacrificio vi sarà propiziatorio per ottenervi il perdono, sarà ancora impetratorio per procurarvi tutti gli aiuti e tutte le grazie di cui avete bisogno. Nulla infatti evvi, fratelli miei, che non possiate domandare ed ottenere per i meriti della vittima che si offre per voi nella santa Messa. Se giudicar possiamo dall’esito delle nostre domande dal credito delle persone che le appoggiano presso di coloro cui le indirizziamo, che non dobbiamo noi sperare dalla mediazione di Gesù Cristo, il Figliuolo di Dio, che è stato esaudito, come dice l’Apostolo, in quel che ha domandato a suo Padre, a cagion della riverenza, che gli è dovuta? Exauditus est prò sua reverentia (Heb. V)? Si è il medesimo mediatore, che intercede per noi su l’altare e nel cielo, ove Egli presenta incessantemente a Dio i suoi meriti per far scendere su di noi i tesori celesti: sempér vivens ad interpellandum prò nobis (Heb.VII). Può forse Iddio ricusar cosa alcuna ad un mediatore cosi potente? E se è cosi, quali non saranno le nostre speranze? Perciò la Chiesa; ben persuasa del gran potere « e dell’efficacia del credito di Gesù Cristo presso del Padre suo, in tutte le orazioni che essa indirizza a Dio nel santo sacrificio della Messa, impiega continuamente il nome di Gesù Cristo: per Dominum nostrum Jesum Christum, come se dicesse a Dio: Signore, in tutto ciò ch’io vi domando, vi offro, per averlo, il sangue, la vita, i meriti del vostro caro Figliuolo; si è una moneta, mi si permetta questa espressione, d’un prezzo infinito di cui io mi servo per comprar tutto quello, che posso desiderare. Qualunque cosa io possa chiedere è di molto inferiore a quel, ch’io presento per ottenerla: qual sicurezza non ho io dunque di essere esaudito nelle mie domande? Non è forse questo, fratelli miei, un motivo molto capace di animar la vostra confidenza per chiedere a Dio nella santa Messa tutte le grazie di cui avete bisogno? Quel Dio di bontà, che ci ha dato il suo caro Figliuolo, che l’ha, per così dire, abbandonato alla nostra disposizione, ci ricuserà egli qualche altra cosa? Al contrario non ci darà Egli tutti gli altri beni con Lui, dice l’Apostolo: Quomodo non etiam cum illo omnia nobis donavit (Rom.VIII). Ah! se noi siamo nella miseria e nell’indigenza, lo meritiamo, poiché abbiamo nel santo sacrificio un tesoro inesausto, una sorgente perenne di tatti i beni, donde possiamo cavare ogni ricchezza pel tempo e per l’eternità. Volete voi dunque, fratelli miei, uscir dallo stato di povertà, a cui siete ridotti, per arricchirvi dei tesori celesti della grazia? Venite alle fontane del vostro Salvatore che scorrono sull’altare, ad attinger quell’acqua salutevole che zampilla per la vita eterna. Gli Israeliti che bevettero dell’acqua, che Mosè aveva fatto uscir dalla rupe, non lasciarono di perire. Ma chi berrà dell’acqua di questa rupe misteriosa non avrà mai sete, e sarà preservato dalla morte eterna. O voi dunque, che siete arsi dalla sete mortale, che eccita in voi il fuoco delle passioni, venite a bere di quest’acqua, che vi guarirà dalla vostra sete e vi darà la vita! Peccatori che gemete sotto la schiavitù del peccato, e sotto il peso degli abiti cattivi; che vi tiranneggiano, domandate la vostra conversione. Giusti che temete di perdere il dono della grazia, che vi assicura dell’amicizia del vostro Dio, domandate quello della perseveranza, domandate la vittoria delle tentazioni per la virtù di questo sacrificio, che vi otterrà aiuti abbondanti per superarle; domandate una fede viva, una carità ardente, un’umiltà profonda, una purezza inviolabile, una pazienza alla prova di tutte le afflizioni da cui siete circondati; domandate principalmente la grazia d’una santa morte, in questo divin sacrificio che ci richiama alla memoria la morte di Gesù Cristo. Il tempo più acconcio per chiedere una buona morte si è l’intervallo tra le due elevazioni. – Mentre allora è che Gesù Cristo muore con una morte mistica tra le mani del sacerdote, pregatelo allora di farvi morire tra le braccia della sua croce. Voi potete ancora, fratelli miei, alzare le vostre speranze nel sacrificio della Messa sino a domandare i beni temporali che vi sono necessari, come il ristabilimento della vostra sanità l’esito di un affare che v’interessa, la conservazione dei vostri beni; ma questo sia sempre secondo la volontà di Dio, ed in vista della salute della vostr’anima, e non già per contentar passioni malvage, per cui non si deve impiegar un mezzo così prezioso come l’adorabile sacrificio. Voi potete finalmente, fratelli miei, pregare nel santo sacrificio, non solamente per i vostri bisogni, ma ancora per i bisogni di coloro che vi appartengono. – Padri e madri, pregate per i vostri figliuoli; consorti, pei vostri mariti; padroni e padrone, per i vostri servi. Ma per rendere le vostre preghiere gradite a Dio ed efficaci per voi medesimi, bisogna assistere a quel divin sacrificio con le disposizioni, che Dio da voi richiede e che vi prego di tener a memoria.

Pratiche. Due cose sono assolutamente necessarie per ben udire la santa Messa: la modestia del corpo e l’attenzione dello spirito. La modestia del corpo, come ho già detto, consiste non solo nell’esser presente di corpo e di spirito al sacrificio dal principio sino al fine, ma ancora nel tenersi in una positura decente; la più convenevole è di star in ginocchio, non guardare qua e là, né tener discorsi profani, ed osservare, per quanto si può, quel che si fa sull’altare. Ma poco sarebbe l’esser presenti col corpo al sacrificio, se non vi fossimo presenti con lo spirito. Perciocché, siccome sarebbe grave peccato mancare una parte notabile della Messa, sarebbe pure peccato grave l’esservi volontariamente distratto durante un tempo considerabile. Or uno dei migliori mezzi per avere quest’attenzione, si è di pensare durante la Messa alla passione, e alla morte di Gesù Cristo, di cui ella ci richiama la memoria. Questa è una pratica, che non ecceda la capacità di alcuno, avendocela facilitata la Chiesa per via della cura, che ha avuta di rappresentare con le differenti cerimonie della Messa le circostanze della passione e della morte del Salvatore. Perciò quando voi vedete il Sacerdote a pie dell’altare prostrato, e che fa la confessione dei suoi peccati, rappresentatevi Gesù Cristo, che prega nel giardino degli ulivi, carico dei peccati degli uomini; domandate allora perdono dei vostri peccati, con un atto di contrizione e con l’umile confessione che ne farete. Quando il sacerdote va ai differenti lati dell’altare, rappresentatevi Gesù Cristo condotto nei differenti tribunali; domandategli perdono di tutti i passi che avete fatti nelle vie dell’iniquità, recitato il Credo col sacerdote. – L’elevazione dell’ostia e del calice è un memoriale di Gesù Cristo elevato sulla croce, ove sparse il suo sangue per la vostra salute; fate allora un atto di fede sopra la presenza reale di Lui nel santissimo Sacramento; ringraziatelo d’aver data la sua vita per voi. La Comunione del Sacerdote vi rammemora la sepoltura di Gesù Cristo; se non vi comunicate alla Messa, egli è bene di fare allora la comunione spirituale con un desiderio ardente di ricevere Gesù Cristo. Negli altri tempi della Messa potete far altre preghiere: coloro che sanno leggere, hanno il vantaggio di trovarne sopra i libri di pietà; gli altri possono recitar la corona, che si può interrompere per far attenzione alle azioni principali della Messa nel modo che vi ho spiegato. Conviene usar attenzione, specialmente fin dal principio, d’offrire il santo sacrificio per i fini che Gesù Cristo l’ha istituito; cioè per glorificar Dio, per ringraziarlo dei beni che ci ha fatti, per chiedergli perdono delle nostre colpe, e per le altre grazie che ci sono necessarie. – Rinnovate di tempo in tempo questa offerta con un atto di contrizione, quand’anche non si facesse questo che durante la Messa, egli è un modo eccellente d’ascoltarla ed una pratica, che gl’ignoranti medesimi sono capaci d’adempiere. Servitevene, fratelli miei, per soddisfare ad un obbligo, il cui adempimento procura tanta gloria a Dio e sì grandi vantaggi a voi medesimi. Assistete, il più sovente che vi sarà possibile, al sacrificio della Messa, anco nei giorni che non sono di precetto: quando noi potete, udendo suonare la campana, unitevi all’intenzione del Sacerdote e degli assistenti. Venite al sacrificio della Messa con uno spirito di sacrificio, che faccia morir in voi il peccato, le vostre passioni, le vostre inclinazioni sregolate, che vi consacri interamente a Gesù Cristo, per vivere e per regnare con Lui nei secoli dei secoli. Così sia.

Credo …

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus
Ps XVIII: 9-12
Justítiæ Dómini rectæ, lætificántes corda, et judícia ejus dulcióra super mel et favum: nam et servus tuus custódit ea.

[La legge del Signore è retta e rallegra i cuori, i suoi giudizii sono piú dolci del miele e del favo: e il servo li custodisce.]

Secreta

Concéde nobis, quǽsumus, Dómine, hæc digne frequentáre mystéria: quia, quóties hujus hóstiæ commemorátio celebrátur, opus nostræ redemptiónis exercétur.

[Concedici, o Signore, Te ne preghiamo, di frequentare degnamente questi misteri, perché quante volte si celebra la commemorazione di questo sacrificio, altrettante si compie l’opera della nostra redenzione.]

http://www.exsurgatdeus.org/2019/04/02/la-comunione-spirituale-2/

Communio

Joann VI: 57
Qui mandúcat meam carnem et bibit meum sánguinem, in me manet et ego in eo, dicit Dóminus.

[Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me, ed io in lui, dice il Signore.]

Postcommunio

Orémus.
Tui nobis, quǽsumus, Dómine, commúnio sacraménti, et purificatiónem cónferat, et tríbuat unitátem.

[O Signore, Te ne preghiamo, la partecipazione del tuo sacramento serva a purificarci e a creare in noi un’unione perfetta.]

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

http://www.exsurgatdeus.org/2018/09/14/ringraziamento-dopo-la-comunione-2/

http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/