STORIA DEL BUON LADRONE di mons. J.- J. GAUME (2)

 

CAPITOLO PRIMO

I LADRI NELLA GIUDEA.

Etimologia della parola ladro. — Ladri o briganti molto numerosi nella Giudea ai tempi di Nostro Signore Gesù Cristo. — Testimonianza dello storico Giuseppe. — Caccia data ai ladri da Erode, e dai governatori Romani Pilalo, Felice, e Festo.

Perché questo gran numero di briganti nella Giudea.

« Insieme con Gesù eran condotti anche due altri, che erano malfattori, per esser fatti morire, E giunti che furono al luogo detto Calvario, quivi crocifissero lui, e i ladroni uno a destra, l’altro a sinistra. E Gesù diceva: Padre perdona loro: conciossiachè non sanno quel che si fanno. E spartendo le vesti di lui, le tirarono a sorte …E uno dei ladroni pendenti lo bestemmiava dicendo: se tu sei il Cristo salva te stesso e noi. – E l’altro rispondeva sgridandolo, e dicendo: nemmeno tu temi Iddio, trovandoti nello stesso supplizio? E quanto a noi certo che con giustizia, perché riceviamo quel che era dovuto alle nostre azioni; ma questi nulla ha fatto di male. E diceva a Gesù: Signore, ricordati di me, giunto che Tu sia nel tuo regno. E Gesù gli disse: oggi sarai meco nel paradiso1.» – I due malfattori, che salivano il Calvario col fìgliuol di Dio erano ladri, latrones. Questa parola latina esprime non già un truffatore o un mariuolo, ma un vero ladro di strada, un brigante. « Gli antichi, dice Festo, chiamavano ladri, latrones i soldati mercenarii. Oggidì si dà questo nome ai ladri di strada, sia perché essi attaccano i viandanti di fianco, qaod a latere adoriantur, sia perché si nascondono per tendere loro insidie, vel quod latenter insidiantur 2. » – La legislazione di tutti i popoli li puniva di morte. Presso i Romani il più crudele ed il più ignominioso dei supplizi, la crocifissione, era loro riserbata. « La ragione di ciò è, dice s. Gregorio Nisseno, perché il brigante, per ottenere il suo intento, non rifugge dal ricorrere anche all’omicidio. Egli è armato, si associa altri compagni, sceglie i luoghi più favorevoli al delitto, e perciò le leggi lo condannano alla pena degli assassini » Così i malandrini, facevano allora quello che fanno ancora ovunque i loro successori. Armali insino ai denti, errando per le montagne, nascosti nelle caverne, appostati in imboscate sulle pubbliche vie, in luoghi appartati, essi attaccavano i passeggeri, e li percuotevano; e se non li uccidevano, li lasciavano semivivi e coperti di ferite. Senza dipartirci dal Vangelo, ne abbiamo la prova nella storia o parabola del viaggiatore da Gerusalemme a Gerico. Ne è questa la sola volta che il testo sacro parla dei ladri di strada. Nel giorno della passione, noi troviamo Barabba ladro insigne, sedizioso ed assassino. Finalmente due ladri sono i compagni di supplizio del Figliuol di Dio. – Si può domandare, perchè l’Evangelio, cosi parco nell’accennare le particolarità, constata a più riprese l’esistenza dei briganti nella Giudea. Soprattutto si può domandare, perché nostro Signore prende a soggetto di una delle sue più belle parabole il fatto di un viandante assalito dai ladri. La storia sacra e la storia profana insieme ce ne danno la risposta. La prima ci dice: che per essere compreso dalle moltitudini l’ammirabile Divin Maestro traeva le sue istruzioni dalle cose che erano da tutti conosciute. La seconda aggiunge, che all’epoca in che Egli viveva, e sino allo sterminio della nazione, la Giudea era infestata dai briganti. D’onde proveniva questa strana situazione? Da una parte i Giudei nella loro qualità di popolo di Dio, si credevano affrancati da ogni dominazione straniera. Dall’altra essi avevano dovuto soffrir crudelmente dai re di Siria ed anche dai Romani. L’odio per lo straniero, che bolliva nel cuore della nazione, si manifestava con ribellioni e sommosse incessantemente rinascenti. Dispersi dalla forza pubblica, i ribelli si ritiravano nelle montagne, e non tardavano, come abbiamo visto anche ai giorni nostri, a divenire terribili briganti. Vuolsi sapere la causa che produsse la riputazione di Erode, e gli spianò la via al trono? Ascoltiamo lo storico Giuseppe Ebreo: « Antipatro, egli dice, avendo acquistato un gran potere, confidò il governo della Galilea al suo figliuolo Erode ancora giovanissimo, mentre non aveva che quindici anni: ma la giovinezza non toglieva nulla alla di lui capacità. D’un carattere ardente e risoluto, non tardò a trovare l’occasione di mostrare il suo coraggio. Avendo incontrato Ezechia, capo di briganti, il quale alla testa di una numerosa banda infestava le frontiere della Siria, si precipitò su di lui e l’uccise insieme a gran numero di ladri suoi compagni. Quest’impresa gli meritò al più alto grado l’affezione dei Siri, poiché ne aveva appagati i voti liberando il paese dal brigantaggio. Per la qual cosa essi pubblicavano da per tutto nelle città e nei villaggi che egli era il loro liberatore, e che a lui erano debitori del tranquillo godimento dei loro beni. Questi elogi lo fecero conoscere a Sesto Cesare, parente del gran Cesare, e governatore allora della Siria. Una delle grandi occupazioni di Pilato durante i dieci anni del suo governo, e dei suoi successori Felice, Sesto ed altri, nel tempo della loro presidenza, fu di dare la caccia ai briganti. – Il paese ne era pieno, quando l’ anno 51 di Gesù Cristo, nono anno del regno di Claudio, Felice prese possesso del suo governo. – Il temuto capo dei briganti era Eleazaro figlio di Dineo. Già da venti anni questo vecchio malandrino era il terrore della provincia. Spesso le truppe romane lo avevano perseguitato nelle montagne, che gli servivano di ricovero. Molti della sua compagnia erano stati presi, ed all’istante giustiziati per ordine di Felice; ma Eleazaro era sempre sfuggito. Or essendo inutile la forza, Felice ricorse all’astuzia. Fece domandare ad Eleazaro un abboccamento, con giuramento che non gli sarebbe fatto nessun male. Avendo Eleazaro a ciò condisceso, appena entrò nella tenda di Felice, fu caricato di catene, ed inviato a Roma per subire nel carcere Mametino il supplizio riserbato ai più grandi malfattori. – La morte di Eleazaro non pose fine al brigantaggio; anzi tutto al contrario, si manifestò questo con nuova recrudescenza, e fini coill’infestare tutta la Giudea. Non udivasi parlare che di villaggi saccheggiati ed incendiati, di viandanti arrestati, di abitatori sgozzati. In questa trista condizione Festo successore di Felice trovò la Giudea, allorché ne venne a prendere 1’amministrazione. L’anno 58 di Gesù Cristo decimo di Nerone. Una delle cause di questa recrudescenza fu il malcontento dei Giudei di Cesarea. Questa città era abitata da Giudei e da Siri, che godevano dei medesimi privilegi, e vivevano sul piede di un’intera eguaglianza. I Siri, gelosi dei Giudei, vollero togliere a questi il diritto di cittadinanza, ed a questo intento, i principali fra essi scrissero a Berillo antico professore di Nerone, corrompendolo per via di doni, affinché ottenesse dall’imperatore il consenso alla loro domanda. Presto se ne vide il successo. Appena fu conosciuto il rescritto imperiale che i Giudei entrarono in piena ribellione; [Joseph., Antiq., Jud., lib. XX, c. VII.]; si formarono in tutto il paese delle bande di briganti, alla cui testa si pose un Mago impostore che attirava la folla nel deserto, la lusingava con vane speranze, e prometteva di renderla invulnerabile. Al fine di mettere un termine a questo stato di cose reso intollerabile, Festo spedì un corpo d’armata, cavalleria e fanteria che diede la caccia ai briganti, e massacrò l’impostore con tutta la sua truppa. – Per una ben meritata disposizione della divina giustizia, quegli orgogliosi Giudei i quali ricusavano di riconoscere un Messia pacifico, e che crocifiggevano la Verità in persona, accettavano tutte le chimere; e sempre in guerra, per sostenerle arrischiavano anche la loro vita. E sarà sempre così fino alla fine dei secoli. Datemi una nazione, una società, un’epoca che scuota il giogo del Principe della pace, che insorga contro la Verità vivente, e la vedrete infallibilmente cadere sotto la tirannia del principe della guerra e del padre della menzogna; e se Dio non interviene con un’azione diretta e sovrana, questo mondo affascinato camminerà d’errori in errori, di rivoluzioni in rivoluzioni, fino a che si sbrani di propria mano, o qualche capo di barbari venga a metter fine alla sua colpevole esistenza. – Non era difficile adunque trovare dei ladri nella Giudea, e possiamo credere che i due ladri del Calvario abbiano fatto parte delle tante numerose bande sparse nel paese. Queste particolarità storiche non solo servono a spiegare la menzione, che più volte si fa nel Vangelo, dei ladri nella Palestina, ma autorizzano altresì la tradizione di cui ora parleremo.

CAPITOLO II,

IL BUON LADRONE.

Fuga della sacra famiglia in Egitto. — Incontro dei ladri nel deserto. — Questo fatto molto verosimile in se stesso è attestato dalla tradizione. — Autorità di questa tradizione: essa è notata in vari monumenti del secondo e terzo secolo. — Che si deve pensare dei vangeli apocrifi. — Testimonianze dei secoli posteriori; Eusebio Alessandrino, Gregorio di Tours, S. Anseimo, Vincenzio di Beauvais. — Il grande istoriografo di Gesù Cristo, Laudolfo di Sassonia, il sapiente P. Orilia, e molti altri.— Quello che accadde in questo incontro. — Previdenza dell’infinita misericordia del Signore.

La strage degli innocenti era imminente, e fra tante vittime Erode ne cercava una sola. Iddio che si ride dei proponimenti degli uomini, salvò questa sola vittima, ed il regale assassino non altro vantaggio riportò dalla sua barbarie, che l’orrore della posterità. Giuseppe avvertito da un Angelo, prende il Bambino e la di lui Madre, lascia la sua dimora nel silenzio della notte, ed in tutta fretta si dirige verso l’Egitto. [Matt. II, 13-14] – Due vie potevano condurvici; la via di mare, e quella di terra. Prendendo la prima bisognava venire fino a Ioppe (Giaffa) o ai dintorni di essa, ed attraversare venti leghe di un paese popolatissimo; il che per i fuggitivi sarebbe stato lo stesso che correre quasi certissimo pericolo di essere riconosciuti; ed arrestati. – Di più arrivati al luogo d’imbarco potevano vedersi costretti ad attender anche più giorni 1’occasione della partenza, ed in tal caso ogni ora di dilazione sarebbe stata un ora di nuovo pericolo. Finalmente era necessario aver mezzi di pagare il viaggio, e la sacra famiglia era povera; ed è anzi molto probabile che lo fosse più ancora in questa circostanza, in cui l’ordine di partenza essendo venuto inaspettatamente e nel mezzo della notte, non si era potuto fare alcun preparativo. Quest’ordine pressante come un grido di allarmi, rispettato come un ordine del cielo, non permetteva né titubanza, né dilazione. Queste ragioni ed altre ancora sono sì gravi da non poter supporre che la sacra famiglia abbia scelta la via di mare. – Restava la via di terra; la quale aveva anch’essa i suoi pericoli. Da una parte, tra le frontiere meridionali della Giudea, e la terra di Egitto, stendevasi un deserto di quaranta leghe, che bisognava necessariamente attraversare. D’altra parte abbiamo veduto che la Palestina e i dintorni erano da molto tempo infestati da briganti, i quali, naturalmente, e diremmo anche quasi infallibilmente, dovevano incontrarsi, più che altrove, in questi luoghi appartati, lontani dalle abitazioni, e sopratutto nel mezzo di una vasta solitudine, che era la via obbligata delle carovane; in questi luoghi, essi potevano, senza timore di esser visti o conosciuti, esercitare la loro colpevole e troppo spesso sanguinaria professione. – Questa fu la strada che scelsero gli illustri fuggitivi: e l’arte, interprete della tradizione, rappresenta costantemente la sacra famiglia fuggitiva verso l’Egitto per la via di terra; e dipinge S. Giuseppe, che con una mano appoggiata ad un bastone, conduce con l’altra la modesta cavalcatura, sulla quale è assisa la SS. Vergine col bambino Gesù in braccio. Un’altra tradizione, della quale il terzo secolo offre già alcuni monumenti scritti nelle lingue orientali, ci fa conoscere che la sacra famiglia non iscampò al pericolo comune, e fu incontrata dai briganti del deserto. Prima di riportare i particolari di questo incontro, ci sembra utile di addurre qualche prova in appoggio di un avvenimento, che secondo la medesima tradizione occupa un vasto campo nella vita di S. Disma. – Nel fatto che la sacra famiglia come tanti altri viaggiatori, sia stata sorpresa dai ladri nella sua fuga in Egitto, non v’ha nulla d’impossibile; e si può anzi aggiungere che le nozioni storiche rammentate precedentemente lo rendono verisimile. È vero che non trovasi di un tal fatto parola nel Vangelo: ma il silenzio dei sacri scrittori non ne distrugge l’autenticità; poiché non tutto è stato scritto nel nuovo Testamento, e lo stesso Apostolo S. Giovanni dice, che il Libro divino contiene appena la minima parte dei fatti relativi a N. S. Gesù Cristo. [« Sunt autem et alia multa quæ fecit Jesus; quæ si scribantur per singula, nec ipsum arbitror mundum capere posse eos, qui scribendi sunt, libros. » XXI, 25]. – Vi sono anzi dei punti essenziali, di cui non vi si trova alcun vestigio, come sono fra gli altri, la sostituzione della Domenica al Sabato, e la validità del Battesimo per infusione. Qui come altrove la tradizione supplisce al silenzio dell’Evangelo; poiché questa tradizione di buon ora si fissò nei monumenti scritti. S. Luca ci dichiara, che sin dai primi giorni del Cristianesimo apparve un gran numero di opere sulla vita di Gesù Cristo. Ciò si comprende facilmente; poiché, al dir di Eusebio, folle innumerevoli di persone, attirate dal rumore dei miracoli dell’Uomo-Dio, accorrevano in Palestina dalle estremità più lontane della terra per vederlo e domandargli grazie e favori. [Hist, lib. I c. XIII.]. – Or l’uomo è così fatto che sempre e dapertutto, anche nei secoli d’incredulità e di materialismo, si mostra avido del meraviglioso. Questi pellegrini, Giudei o stranieri, che avevano avuto la sorte di vedere Gesù di Nazaret, o che avevano conversato con coloro che lo avevano veduto, facevano a gara in pubblicare le minime particolarità della sua vita e de’suoi miracoli. – Fu questa l’origine moralmente certa dei numerosi scritti, ai quali fa allusione l’Evangelista. – Quali erano queste prime opere delle quali dobbiamo deplorare la perdita? Nessuno lo sa. Possiamo affermare almeno che esse servirono di base ad un gran numero di raccolte di tradizioni evangeliche sparse più tardi in Oriente ed in Occidente. Le une furono redatte con più pietà che critica; l’altre composte o falsificate dagli eretici, racchiudevano il veleno dei loro errori: alcuna di esse non apparteneva con certezza all’autore, di cui portava il nome; e la Chiesa nella sua infallibile saggezza le rigettò tutte dal canone delle S. Scritture. – Ma col dichiararle apocrife essa non ebbe intenzione di denunziarle per false e menzognere affatto: alla zizzania dell’errore si trova in esse mescolato il buon grano della verità. La verità si riconosce facilmente, allorché il racconto di questi apocrifi è conforme a quello degli autori canonici, o all’insegnamento tradizionale della Chiesa; ed i casi ne sono assai frequenti. Se a cagion d’esempio, riportano essi alcune particolarità relative a Gesù Cristo, alla S. Vergine, o agli Apostoli; qualora simili particolarità non abbiano nulla di puerile o di inverisimile, ed a più forte ragione nulla di contrario alla fede; se anzi appariscano conformi agli usi ed ai costumi dell’antichità; esse costituiscono come una tradizione di second’ordine, che non è affatto riprovata né riprovevole; tradizione che gode anche di un’autorità relativa, sulla quale riposano un certo numero di fatti entrati senza opposizione per parte della Chiesa nel dominio del pubblico. La Chiesa medesima si è servita contro gli iconoclasti della lettera di Abgaro, comunque fosse stata messa tra gli apocrifi da S. Gelasio Papa. [Ved. Baron. an. 31. n. 50]. –  Nell’ottavo secolo, Papa Gregorio II, che doveva conoscere il decreto del suo predecessore, non teme di scrivere all’Imperatore iconoclasta Leone Isaurico in questi termini: « Trovandosi nostro Signore nei dintorni di Gerusalemme, Abgaro re d’Edessa, che aveva inteso parlare dei miracoli di Lui, gli scrisse una lettera, alla quale degnossi nostro Signore rispondere, e mandargli il suo adorabile ritratto. A vedere questa santa Immagine, non fatta per mano di uomo, accorri tu pure, o manda altri. Là accorrono e pregano molti dall’Oriente. » [Epist. I ad Leon. Isaur.]. –  Alcuni anni dopo un altro sommo Pontefice, Adriano I informa Carlo Magno di quanto si era fatto nel Concilio tenuto a Roma sotto Stefano IV e gli dice: « Il nostro predecessore di santa memoria, il Signore Stefano, presedendo al sopradetto Concilio, riporta un gran numero di testimonianze degne di fede, che egli stesso conferma; indi soggiunge: ma non è da omettersi quello che per relazione dei fedeli, i quali vengono dalle parti di Oriente, abbiamo appreso noi stessi. Per verità il vangelo non parla di quanto essi riferiscono; pure non è cosa incredibile, affermando lo stesso evangelista, come molti altri prodigi operò Gesù, che non sono stati scritti in questo libro. Asseriscono essi dunque che il Redentore del genere umano, avvicinandosi il tempo di sua passione rispondesse a una lettera del re di Edessa, il quale desiderava di vederlo, ed offrirgli un asilo contro le persecuzioni dei Giudei. »  [Apud Bar., an. 769, n. 8. Vedi ibid, an. 809, n. 17; an. 114, n. 17, etc.]. Segue poi la lettera di nostro Signore. Osservisi che S. Gregorio e Adriano scrivono lettere officiali ad imperatori, uno dei quali era nemico giurato delle sante immagini. Se le lettere di nostro Signore e di Abgaro, benché non ammesse nel canone delle scritture, non avessero avuto un’autorità molto rispettabile, come mai i sommi Pontefici avrebbero osato produrle con tale asseveranza in favore del culto tradizionale delle sante immagini? – I protestanti poi si mostrano talvolta meno disdegnosi di certi cattolici relativamente agli apocrifi. Quanto alle lettere di Abgaro conservateci da Eusebio, il dotto Pearson mostra una tal confidenza nelle primitive nostre tradizioni, che fa onore e alla sua imparzialità e alla sua erudizione.1 [Not. Ad Euseb. lib. I, c. XIII]. – Il dotto e saggio annalista della Chiesa Baronio non trova difficoltà alcuna di appoggiarsi agli apocrifi per stabilire, contro S. Girolamo, che quel Zaccaria ucciso dai Giudei fra il tempio e l’ altare è Zaccaria padre di S. Giovanni Battista. La regola da seguirsi, citando 1’autorità degli apocrifi, è quella indicataci dal gran cardinale: ammetterla cioè con prudenza, caute admittenda, e non sostenerla pertinacemente, mordicus defendi non deberi. [Ann. 48, n. 14. ann. 55. n. 5. et Iudex, t. I, p. 265, et 304]. – È inutile aggiungere essere nostra intenzione conformarvici in tutto il corso di questa storia. – « Le circostanze particolari contenute negli apocrifi, aggiunge Brunet, lungi dall’essere rimaste sterili, hanno avuto per una lunga serie di secoli razione la più potente e la più feconda sullo sviluppo della poesia e delle arti. L’epopea, il dramma, la pittura, la scultura del medio evo non hanno mancato di avervi ricorso. Trascurare lo studio dei vangeli apocrifi è lo stesso che rinunziare a scoprir le origini dell’arte cristiana. Essi sono stati la sorgente, alla quale gli artisti dopo l’estinzione del paganesimo hanno attinto tutto il loro vasto simbolismo: diverse circostanze rapportate da queste leggende, e consacrate dal pennello dei grandi maestri della scuola italiana, hanno dato luogo a tipi ed attributi che sono giornalmente riprodotti dalle arti del disegno.11. [Evang. apocryph. p. V. et VI; v. anche Bergier, Diz. artic. apocrifi, e vangeli.]. – Fra tutte queste opere noi ne citeremo due soltanto. L’una riferisce con qualche particolarità l’incontro della sacra famiglia coi ladri del deserto: l’altra dà il nome divenuto tradizionale dei due ladroni del Calvario. Il primo è l‘Evangelo della Infanzia, [Brunet, Evang. apocr., p. 54]. il quale risale almeno alla fine del secondo secolo. Scritto prima in siriaco, o in greco, fu tradotto poi nelle diverse lingue dell’Oriente e dell’ Occidente. Se ne trovaron copie in Egitto presso i Copti, nelle Indie presso i cristiani stanziati sulle coste del Malabar, presso gli Armeni ed anche presso i Musulmani; senza parlare dei popoli dell’Europa, ove le edizioni moltiplicate lo avevano reso popolare. [Brunet, Ibid., p. 53 et seg.]. – Questo scritto, chiunque siane l’autore, contiene fatti perfettamente avverati: tali sono le circostanze dell’adorazione dei Magi, e la causa della partenza della sacra famiglia per la terra di Egitto. « Ecco, dice il capo VII, ecco quello che avvenne. Mentre il Signore Gesù era nato a Betlelemme, città della Giudea, ai tempi del re Erode alcuni Magi vennero dal paese dell’Oriente a Gerusalemme, come l’aveva predetto Zorodascht (Zoroastro). Ed essi portarono seco alcuni doni, oro, incenso e mirra, ed adorarono il Bambino, e gli fecero omaggio dei loro doni. » Ed il capo IX: « Erode vedendo che i Magi non ritornavano da lui… cominciò a meditare nel suo spirito l’uccisione del Signore Gesù. Allora un angelo apparve a Giuseppe in sogno, e gli disse: Levati, prendi il bambino e la sua Madre, e rifugiati in Egitto. Ed al canto del gallo, Giuseppe si levò e partì. » Vi si trovano altri fatti che appartengono alla tra dizione di second’ordine, di cui abbiamo parlato, come l’incontro dei ladri e della sacra famiglia, che il capo XXIII descrive in questi termini. « Essi arrivarono quindi all’entrata del deserto, e saputo che questo era infestato dai ladri, si preparavano ad attraversarlo durante la notte. Ed ecco che nel medesimo istante vedono due ladri che erano addormentati, e vicino ad essi videro un gran numero di altri ladri, i quali erano i compagni di questa gente, e che erano pure immersi nel sonno. Questi due ladri si chiamavano Tito e Dumaco. [La tradizione meglio accertala dà differenti nomi a costoro, e nulla impedisce di ammettere che eglino avessero più e diversi nomi. Che forse la storia profana, e pur essa la storia evangelica, non fanno menzione di personaggi conosciuti sotto svariati nomi? Oggi stesso è forse rara cosa il vedere in ogni paese le relazioni giudiziarie, dar notizia al pubblico dei nomi che, oltre il lor proprio, moltissimi malfattori si ebbero per falsi delle loro audaci imprese?]. – II primo disse al secondo: ti prego dì lasciare andare in pace questi viaggiatori, per timore che i nostri compagni non li vedano. Ricusandosi Dumaco di ciò fare, Tito gli disse: Ricevi da me quaranta dramme, e prendi per pegno la mia cintura; e gliela presentava, pregandolo di non chiamare gli altri e di non gridare allarme.« Maria scorgendo la buona disposizione di quel ladro ad usarle riguardo, gli disse: Iddio ti sorregga con la sua destra, e ti accordi la remissione dei tuoi peccati. Ed il Signore Gesù disse alla Madre: Madre mia, passeranno trent’anni, e i Giudei mi crocifìggeranno, e questi due ladroni saranno crocifissi con me, Tito alla mia destra e Dumaco alla sinistra; ed in quel giorno Tito sarà con me in paradiso. E poiché ebbe così parlato, la Madre gli replicò: che Iddio tenga lontano da te, figlio mio, avveramento di siffatto presagio: e proseguirono il viaggio verso una città idolatra. ». – II secondo e il più celebre di tutti è l’Evangelo di Nicodemo. Esso non ha quasi una frase che, quanto al sentimento, non si trovi in parecchi scrittori dei primi secoli, come s. Cirillo di Gerusalemme, Finnico Materno, s. Crisostomo, s. Ippolito. Quindi la sostanza del racconto non è da porsi in dubbio. Redatto nella sua forma attuale verso il quarto o quinto secolo, questo e vangelo fu ben presto diffuso e letto in tutto l’Occidente. Gregorio di Tours, Vincenzio di Beauvais, ed un gran numero di scrittori del Medio Evo ebbero spesso ricorso a quest’opera, la cui autorità non fu punto sospetta ai loro occhi. In Egitto Eusebio di Alessandria la commenta ed analizza con energica confidenza. In epoche non molto remote, l’Evangelo di Nicodemo leggevasi nelle Chiese Greche, non come parte della s. Scrittura, ma come opera edificante e di rispettabile autore. Quindi è che innumerevoli ne sono le edizioni fatte in tutte le lingue. [Brunet, Evang. apocr,, p. 215. 220.].- Al pari di quello dell’Infanzia, il Vangelo di Nicodemo riferisce, oltre i fatti divinamente certi, le particolarità tralasciate dal racconto, tanto rapido e conciso, del sacro testo. Eccone, fra gli altri, un esempio : « Gesù, dice il capitolo X, uscì dal Pretorio; e quando ebbe raggiunto il luogo chiamato Golgota, i soldati lo spogliarono delle sue vesti e il recinsero di un saio, e coronatone il capo di spine, e messagli nelle mani una canna, lo crocifissero insieme coi due ladroni ai suoi fianchi, Dima a destra e Gesta a manca. » Fondati su questi evangeli, o su monumenti ora perduti, numerosi testimoni, sulla scienza e buona fede dei quali non cade sospetto, tramandarono alla posterità così la memoria di questo memorabile incidente, come i nomi dei due ladroni. Fra le opere dì s. Agostino, una ve n’è una che porta il titolo De vita eremìtica; la quale per lunga serie di anni fu attribuita al gran Vescovo d’Ippona, ma che col dottissimo P. Raynaud crediamo piuttosto di s. Anseimo, Arcivescovo di Cantorbery. [Metamorpìios. latr. inter Op. t. IX, p. 457, ediz. in fol. Lugd. 1665]. Chiunque ne sia per altro l’autore, molto antico è un tale scritto, e sul punto che trattiamo, esso conferma la tradizione dell’Oriente e dell’Occidente. – Or ecco in quali termini la riassume. « Abbiate per vero quanto si dice della sacra famiglia, che arrestata dai masnadieri, dovette la sua salvezza al buon volere di un giovane di quella banda. La tradizione vuole che ei fosse figlio del capo di quei ladri. Arrestati gli augusti viaggiatori, esso vide il bambino in grembo della madre. La maestà, che splendeva sul volto ammirabile di quel figliuolo, lo colpì talmente, che punto non dubitò esser desso più che un uomo, e col cuore intenerito abbracciatolo: « O benedetto fanciullo, esclamò, se mai l’occasione ti si offra di aver pietà di me, sovvengati di me, né dimenticare l’incontro di questo giorno. » – « La tradizione ritiene che questo giovane fosse poi il ladrone crocifisso alla destra di Gesù Cristo. Rivoltosi dalla sua Croce al Signore, miracolosamente riconobbe in esso il maestoso fanciullo che aveva veduto nella sua gioventù, e tornandogli a mente il suo patto: Sovvengati di me, gli disse, quando sarai nel tuo regno. – Come incentivo di amore, non credo inutile servirsi di questa tradizione, senza alcuna temeraria affermazione del fatto » – Il dottissimo Cardinale s. Pier Damiano, morto nel 1072: attribuisce la conversione del Buon Ladrone alle preghiere della beatissima Vergine lieta di riconoscere in esso lui il masnadiere, che nel deserto aveva protetta e salvata la sacra famiglia. — Il giovane ladrone volle compiere la sua buona azione. Non solamente esso impedì lo spoglio degli augusti viaggiatori, ma offrì loro la sua capanna per riposare e passarvi la notte, somministrò ad essi quanto era necessario, e l’indomani diede loro una scorta sicura per accompagnarli. – Lunga in vero sarebbe la lista degli autori, commendevoli per scienza e per pietà, che si fecero campioni di questa medesima tradizione, e l’accettarono senza riserva. Tali sono particolarmente il Beato Giacomo de Voragine Arcivescovo di Genova, il dotto Vescovo d’Equilio, Pietro de Natalibus, il P. Orilia dei Pii Operai, ed il grande storiografo di nostro Signor Gesù Cristo, Landolfo di Sassonia. II primo di essi, in un suo discorso, si esprime così: « La sacra famiglia allorché fuggiva in Egitto cadde nelle mani dei ladri. Uno di essi preso dalla bellezza del bambino: Io dico in verità, così parlò rivolto ai suoi compagni, che se Iddio potesse rivestirsi della nostra carne, giurerei che questo bambino è Dio. » Queste parole commossero quei banditi, e la Madre ed il pargoletto furono lasciati proseguire il viaggio senza far loro alcun danno ». – Al fatto principale il secondo aggiunge le seguenti circostanze: Il giovane ladrone, sorpreso dalla bellezza del Bambino, e dalla dolcezza di sua Madre, non solo si astenne dallo svaligiarli, ma li condusse nella sua caverna per passarvi la notte, somministrò loro quello che era ad essi necessario, e li fornì di una scorta per accompagnarli [Catatog. SS. lib. IlI, c.ccxxviii.]. – Landolfo di Sassonia non si allontana per nulla dalla tradizione, di cui sembra aver copiato la testimonianza in S. Anselmo [Oltre a ciò si deve notare che Maria fa presa insieme col fanciullo dai ladroni ec. Come in s. Anselmo, De vita eremitica, citato più sopra. Vita di Gesti Cristo, c. XIII, fol. 37, edizione di Venezia, 1531. in fol.]. –  A siffatte autorità il P. Orilia aggiunge il peso della sua erudizione e della sua pietà, al pari degli accennati scrittori, egli non dubita punto dell’incontro della Sacra Famiglia coi masnadieri del deserto, e della influenza che esso ebbe sulla conversione del buon Ladrone. « Io potrei, egli dice, fare un non breve elenco degli autori che narrano il medesimo fatto, ma sarebbe cosa noiosa citarli tutti. [P. Orilia, Riflessioni, ec. c. II, pag. 10]. – Egli avrebbe potuto aggiungere che in Oriente è volgarissima questa tradizione, la quale egli tiene con quella fermezza, e diremo anche con la immobilità che lo caratterizza. Quanto poi alle varianti che si notano nei racconti dei nostri autori, sono esse forse tali da toglier fede al fatto principale? No certamente, secondo il nostro giudizio. La critica stessa la più severa non si ricusa di ammettere come veri nella sostanza un gran numero di fatti in vario modo narrati dagli storici. Tali sono, per citarne alcuni dei più celebri e dei meno revocati in dubbio, l’assassinio di Cesare, le conquiste del re Clodoveo, e puranco talune delle battaglie di Napoleone. – Una prova d’ordine morale può confermare le testimonianze della tradizione. La Provvidenza non opera mai a caso. La sua infinita sapienza abbraccia il presente, il passato ed il futuro, e la bontà ne uguaglia la sapienza. Chi sa che per far risaltar l’una e l’altra, non fosse disposta l’avventura dell’incontro nel deserto? Quante altre non meno misteriose combinazioni non troviamo noi nel Vangelo! Fu egli forse per caso che il lebbroso della montagna, la Samaritana, Zaccheo, Matteo si trovassero sul passaggio di Nostro Signore? Cieco chi in questi fatti non scorge la misericordia correre in cerca della miseria, ed il medico andare incontro al malato! – Così pure chiamando sul suo passaggio il giovane ladro, ed ispirandogli un vivo senso di umanità, Colui che disse: « Io era viaggiatore e mi deste l’ospitalità: » Colui che non lascia senza premio un semplice bicchier d’acqua fresca dato in suo nome all’assetato, avrà voluto deporre nell’anima di quel malfattore il germe prezioso che un giorno doveva così magnificamente manifestarsi sulla croce. Se così è, e nulla prova che sia altrimenti, abbiamo sin dal principio, di che ammirare la divina misericordia, della quale la conversione del buon ladrone è senza dubbio uno dei più consolanti miracoli.

MESSA DELL’ASSUNTA

Introitus
Ap XII:1
Signum magnum appáruit in cœlo: múlier amicta sole, et luna sub pédibus ejus, et in cápite ejus coróna stellárum duódecim [Un gran segno apparve nel cielo: una Donna rivestita di sole, con la luna sotto i piedi, ed in capo una corona di dodici stelle].
Ps XCVII:1
Cantáte Dómino cánticum novum: quóniam mirabília fecit. Cantate al Signore un càntico nuovo: perché ha fatto meraviglie.
Signum magnum appáruit in coelo: múlier amicta sole, et luna sub pédibus ejus, et in cápite ejus coróna stellárum duódecim [Un gran segno apparve nel cielo: una donna rivestita di sole, con la luna sotto i piedi, ed in capo una corona di dodici stelle].

Oratio
Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, qui Immaculátam Vírginem Maríam, Fílii tui genitrícem, córpore et ánima ad coeléstem glóriam assumpsísti: concéde, quǽsumus; ut, ad superna semper inténti, ipsíus glóriæ mereámur esse consórtes.
Onnipotente sempiterno Iddio, che hai assunto in corpo ed ànima alla gloria celeste l’Immacolata Vergine Maria, Madre del tuo Figlio: concédici, Te ne preghiamo, che sempre intenti alle cose soprannaturali, possiamo divenire partecipi della sua gloria.

Lectio
Léctio libri Judith.
Judith XIII, 22-25; XV:10
Benedíxit te Dóminus in virtúte sua, quia per te ad níhilum redégit inimícos nostros. Benedícta es tu, fília, a Dómino Deo excelso, præ ómnibus muliéribus super terram. Benedíctus Dóminus, qui creávit coelum et terram, qui te direxit in vúlnera cápitis príncipis inimicórum nostrórum; quia hódie nomen tuum ita magnificávit, ut non recédat laus tua de ore hóminum, qui mémores fúerint virtútis Dómini in ætérnum, pro quibus non pepercísti ánimæ tuæ propter angústias et tribulatiónem géneris tui, sed subvenísti ruínæ ante conspéctum Dei nostri. Tu glória Jerúsalem, tu lætítia Israël, tu honorificéntia pópuli nostri.
[Il Signore ti ha benedetta nella sua potenza, perché per mezzo tuo annientò i nostri nemici. Tu, o figlia, sei benedetta dall’Altissimo piú che tutte le donne della terra. Sia benedetto Iddio, creatore del cielo e della terra, che ha guidato la tua mano per troncare il capo al nostro maggior nemico. Oggi ha reso cosí glorioso il tuo nome, che la tua lode non si partirà mai dalla bocca degli uomini che in ogni tempo ricordino la potenza del Signore; a pro di loro, infatti, tu non ti sei risparmiata, vedendo le angustie e le tribolazioni del tuo popolo, che hai salvato dalla rovina procedendo rettamente alla presenza del nostro Dio. Tu sei la gloria di Gerusalemme, tu la gloria di Israele, tu l’onore del nostro popolo!]

Graduale
Ps XLIV:11-12; XLIV:14
Audi, fília, et vide, et inclína aurem tuam, et concupíscit rex decórem tuum. [Ascolta, o figlia; guarda e inclina il tuo orecchio, e s’appassionerà il re della tua bellezza.]

V. Omnis glória ejus fíliæ Regis ab intus, in fímbriis áureis circumamícta varietátibus. Allelúja, allelúja. V. Tutta bella entra la figlia del Re; tessute d’oro sono le sue vesti. Allelúia, allelúia.
V. Assumpta est María in coelum: gaudet exércitus Angelórum. Allelúja.  [Maria è assunta in cielo: ne giúbila l’esercito degli Angeli. Allelúia.]

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Lucam.
Luc 1:41-50
“In illo témpore: Repléta est Spíritu Sancto Elisabeth et exclamávit voce magna, et dixit: Benedícta tu inter mulíeres, et benedíctus fructus ventris tui. Et unde hoc mihi ut véniat mater Dómini mei ad me? Ecce enim ut facta est vox salutatiónis tuæ in áuribus meis, exsultávit in gáudio infans in útero meo. Et beáta, quæ credidísti, quóniam perficiéntur ea, quæ dicta sunt tibi a Dómino. Et ait María: Magníficat ánima mea Dóminum; et exsultávit spíritus meus in Deo salutári meo; quia respéxit humilitátem ancíllæ suæ, ecce enim ex hoc beátam me dicent omnes generatiónes. Quia fecit mihi magna qui potens est, et sanctum nomen ejus, et misericórdia ejus a progénie in progénies timéntibus eum.”

[In quel tempo: Elisabetta fu ripiena di Spirito Santo, e ad alta voce esclamò: Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo seno! Donde a me questo onore che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, infatti, che appena il tuo saluto è giunto alle mie orecchie, il bimbo ha trasalito nel mio seno. Beata te, che hai creduto che si compirebbero le cose che ti furono dette dal Signore! E Maria rispose: L’ànima mia magnifica il Signore, e il mio spirito esulta in Dio mio salvatore, perché ha guardato all’umiltà della sua serva; ed ecco che da ora tutte le generazioni mi diranno beata. Perché grandi cose mi ha fatto colui che è potente, e santo è il suo nome, e la sua misericordia si estende di generazione in generazione su chi lo teme.]

OMELIA DELL’ASSUNTA

DISCORSO PER L’ASSUNZIONE

DELLA SS. VERGINE.

[da: Discorsi parrocchiali del sig Billot – II ediz. Napoli- 1840]

“Quæ ista quæ progreditur quasi aurora consurgens,

pulchra ut luna, electa ut sol?”

[Cant. VI]

Voi mi prevenite senza dubbio, fratelli miei, nell’applicazione che debbo fare di queste parole del mio testo, e facilmente comprendete che quella magnifica descrizione, che fa qui lo Spirito Santo conviene perfettamente all’incomparabile Vergine, di cui celebriamo in questo giorno la trionfante Assunzione. Ma qual gloria, fratelli miei! E chi può esprimerne l’eccellenza? Il sepolcro medesimo, ove la gloria degli altri mortali sparisce, è glorioso per Maria: Erit sepulcrum eius gloriosum. Siccome Ella era stata preservata dalla corruzione del peccato, ed aveva servito di santuario alla divinità, così conveniva che il suo corpo non fosse soggetto alla corruzione del sepolcro. E perciò non sì tosto si addormenta Maria nel seno della morte che il suo corpo riprende una nuova vita, e riunito, alla sua anima, è innalzato con essa al trono di gloria che gli è apparecchiato nel cielo. Non cerchiamo dunque più Maria in questa bassa regione di morte, che non meritava più di possederla; ma seguitiamola in ispirito lassù nel cielo, ove Ella sale accompagnata da una moltitudine di Angeli, che premurosi sono di renderle gli onori che merita. Di già quest’arca misteriosa è introdotta nei tabernacoli eterni, e va a riposarsi nel posto che le è destinato. Di già io vedo questa Vergine incomparabile innalzata sopra i cori degli Angeli, assisa su di un trono accanto del suo caro Figliuolo, dove non riconoscendo alcun superiore fuorché Dio, Ella è riconosciuta per Regina degli Angeli e degli uomini. Tale è, fratelli miei, il gran soggetto di allegrezza che occupa il cielo e la terra in questa solennità: motivo di allegrezza per Maria, che vede in questo giorno le sue virtù ricompensate dalla gloria che ha meritata: motivo d’allegrezza per gli uomini, cui questa divina Madre è per servire di avvocata e di protettrice presso Dio per ottener loro tutte le grazie onde hanno bisogno. Ma quali saranno coloro che proveranno gli effetti della sua protezione, che avranno parte ai suoi favori? Tutti quelli che avranno una vera devozione verso di Ella. Per rinnovarla nei vostri cuori questa devozione verso la Madre di Dio, voglio proporvene i motivi, insegnarvene la pratica. Quali sono i motivi che indurre ci debbono alla devozione verso la Santissima Vergine, primo punto. In che consiste questa devozione, secondo punto.

Ave Maria.

I Punto. Benché Dio solo meriti il culto supremo a cagione dell’eccellenza e dell’indipendenza del suo Essere, ciò non impedisce che noi onoriamo i Santi che sono i suoi servi ed amici. Lungi di qui dunque quegli eretici che condannano questa pratica della nostra santa Religione come se disonorassimo il Figliuolo di Dio con gli onori che rendiamo ai suoi eletti. Il culto che loro rendiamo è sempre un culto subordinato; non è che un culto di venerazione, la cui gloria tutta si riferisce ancora a Dio, perché onorando i Santi, noi non onoriamo in essi che l’eccellenza dei doni che hanno dal cielo ricevuti: Dio medesimo, il quale, come ci attesta il Vangelo, onora i suoi servi, Honorìficabit eum Pater meus, ci fa un comando di onorarli a suo esempio. Or se è un obbligo di onorare e di invocare i Santi, non dobbiamo noi a più forte ragione decretare lo stesso onore a Quella, che tra tutti i Santi occupa il primo grado? L’innalzamento di Maria corrisponde e alla sua qualità di Madre di Dio e alla pienezza dei suoi meriti; e ancora su questa divina Maternità e sulle virtù sublimi che l’accompagnarono è fondato tutto il culto religioso che noi le dobbiamo. Che Maria sia Madre di Dio ella è una qualità che non si può disputarle senz’attaccare la fede, contraddir la Scrittura e dispregiare l’autorità della Chiesa nelle sue decisioni. Infatti quando il Vangelo ci dice che da Maria è nato Gesù: De qua natus est Jesus, non dice forse che essa è Madre di Dio? Poiché questo Gesù nato da Ella è il Figliuolo del Dio vivente, Dio da tutta l’eternità com’Egli, uguale a Lui in tutte le sue perfezioni. Invano per rapire a Maria l’augusta qualità di Madre di Dio, l’empio Nestorio ebbe la temerità di asserire che eranvi due persone in Gesù Cristo, e che Maria non era che madre di un uomo: questa bestemmia fu anatematizzata dalla Chiesa, radunata per questo motivo in Efeso; e vi fu deciso che sebbene vi fossero due Nature in Gesù Cristo, non eravi però che una sola Persona; e che Maria essendo la Madre di un uomo che era Dio, era per conseguenza Madre di Dio. E la Chiesa perciò radunata in questoCconcilio mise in bocca dei suoi figliuoli quella bell’orazione che noi indirizziamo tutti i giorni alla Santissima Vergine: Sancta Maria mater Dei, ora prò nobis peccatoribus. Or se Maria è Madre di Dio, qual rispetto, qual venerazione dal canto nostro non le merita una sì augusta qualità? Poiché se Maria è Madre di Dio, egli è fuor d’ogni dubbio che Ella ha data la vita all’Autore del suo essere e di tutte le creature che ha generato nel tempio Colui che il Padre Eterno ha generato sin dall’eternità; che ha portato nel suo seno Colui che la terra e i cieli non possono contenere; che entra a parte in qualche modo dei diritti del Padre celeste sopra il suo Figliuolo adorabile; Colui che comanda a tutta la natura le è sottomesso; il che c’insegna il Vangelo con quelle parole; Erat subditus illis. Gesù era sottomesso a Maria ed a Giuseppe! Qual cosa più gloriosa per una pura creatura? – Se Maria è madre, Ella è, per servirmi delle parole di s. Bernardo, la  riparatrice di tutti i secoli, la salute di  tutto l’universo, non certamente nel senso che lo è stato Gesù Cristo; Egli solo è il nostro Salvatore, Egli è il nostro unico Redentore, perché Egli solo ha potuto con i suoi patimenti e con la sua morte soddisfare pienamente alla giustizia di Dio suo Padre, ed ha versato il suo sangue per riscattarci. Ma non possiamo forse dire che la ss. Vergine ha cooperato a questa redenzione in quanto che Ella ha somministrato il suo più puro sangue per formare quel corpo adorabile offerto per nostro riscatto? Ella ha nutrito del suo proprio latte la Vittima che doveva essere sacrificata per i peccati degli uomini. Ella ha offerto nel tempo ed al piede della croce il suo Figliuolo adorabile per la redenzione del genere umano. – Ella ha dunque avuta la gloria di cooperare alla nostra salute, ed a questa gloria l’ha innalzata la divina maternità. Qual motivo, dico, di renderle i nostri omaggi ed i nostri rispetti. – Se Maria è Madre di Dio, Ella contrasse un’alleanza più particolare che alcuna creatura colle tre auguste Persone della Santissima Trinità. Ella è divenuta figliuola dell’Eterno Padre, Ella è il capolavoro della sua onnipotenza; come Madre del Figliuolo, Ella è stata la dimora e come la sede della sua sapienza; Sedes sapientìæ; come sposa dello Spirito Santo, Ella possiede i tesori del suo amore. In una parola, Ella è, secondo l’espressione di s. Agostino, l’opera per eccellenza dei disegni eterni: Æterni consiliì opus; e per parlare con s. Bonaventura, Ella è un raggio della Divinità: Radius Divinitatis. Sì, fratelli miei, Maria è il capolavoro dell’onnipotenza dell’Eterno Padre, della sapienza del Figliuolo, dell’amore dello Spirito Santo, poiché non vi è creatura alcuna in cui questi divini attributi si siano maggiormente manifestati che in Ella. L’onnipotenza di Dio si è manifestata in Maria in quanto che Ella non solamente è la più perfetta di tutte le creature, ma perché Dio non ha potuto, come dice s. Tommaso, fare una Madre più grande di Maria: Maiorem matrem Virgine Maria facere non poterat. La ragione che ne apporta questo santo dottore si è che, per fare una Madre più grande di Maria, converrebbe aver potuto darle un Figliuolo più grande di Gesù Cristo, che è Dio; e siccome nulla v’è di più grande che Dio, cosi nulla dopo Lui di più grande che Maria. Ella è altresì stata il capolavoro della sapienza di Dio, non solo per i lumi abbondanti che le sono stati comunicati, ma ancora perché Ella è stata scelta per essere la dimora ed il santuario di quella divina sapienza che risiedeva in Dio “ab eterno”. Anche lo Spirito Santo ne fece il capo d’opera del suo amore colla pienezza di grazie di cui la favoreggiò; pienezza di grazie sì grande che non solamente Maria fu preservata sin dal primo istante del suo concepimento dalla macchia del peccato originale, ma non ha neppure provato durante sua vita il minimo assalto del peccato, e che i ricchi doni di cui la sua anima è ricolma uguagliano la dignità a cui l’innalza la Maternità divina; di modo che, per giudicare dell’abbondanza dei doni che Ella riceve, converrebbe comprendere ciò che può fare di grande Colui che è il solo potente: Fecit mihi magna qui potens est. Bisogna forse stupirsi dopo questo, fratelli miei, all’udire i padri della Chiesa confessare ingenuamente l’impossibilità in cui sono di lodare degnamente le grandezze di Maria? Quali lodi, dice la comun dei dottori con s. Agostino, quali lodi, Vergine Santissima, possono accostarsi alla grandezza dei vostri meriti? Quìbus te laudibus effèram, nescio. L’impossibilità in cui siamo di parlare degnamente di Voi è precisamente ciò che ci dà una vera idea della vostra grandezza, e ciò che vi rende ai nostri occhi più degna dei nostri omaggi e del nostro rispetto. Ma un motivo molto forte ancora di esservi tutti dedicati si è quel complesso di virtù sublimi che accompagnò le vostre gloriose prerogative. – Qui, fratelli miei, io entro in un altro abisso di cui non posso penetrare la profondità. Se la santa Vergine ricevette dal suo Dio una pienezza di grazie si può dire che la sua vita fu un prodigio di virtù e di santità, perché, sempre fedele alla grazia, la lasciò operare sopra di sé in tutta la sua forza ed estensione, di modo che tutti i movimenti della sua vita furono segnati con azioni di virtù; e perché aveva essa ricevute maggiori grazie che tutte le creature insieme, né alcuna di queste grazie fu in Ella sterile, bisogna necessariamente confessare, dice il Crisostomo, che questa Vergine incomparabile ha sorpassato in virtù tutti i Santi, che essa ha avuta maggior fede che i Patriarchi ed i Profeti, maggior carità che gli Apostoli, maggior pazienza e costanza che i Martiri. Ma a qual segno principalmente non portò Ella l’umiltà, la purità? Lungi dal prevalersi nel mondo della sua dignità di Madre d’un Dio per esigere gli ossequi che le erano dovuti, Ella chiude gli occhi su tutto ciò che ha di grande, dimentica la nobiltà della sua nascita e non si ricorda che dell’umiliazione di sua natura. Ella mettesi sempre nel numero delle più semplici ancelle, e per meglio involare al mondo i favori che riceve dal cielo, Ella si confonde nella folla delle donne ordinarie, si sottomette, benché innocente, ad una legge stabilita per purificarsi dal peccato. Essa nasconde la santità della sua vita nell’oscurità del ritiro, e si studia di rimanere sconosciuta agli occhi degli uomini per non piacere che a Dio. O la più umile delle vergini! Quanto questo abbassamento volontario in cui vivete confonde il nostro orgoglio! Deh possiamo noi a vostro esempio amar il dispregio e l’oscurità, e meritare come Voi i favori del nostro Dio coll’umiltà dei sentimenti e con la purezza del cuore! Voi lo sapete, fratelli miei, la purità fu la virtù favorita di Maria: sin dall’età di tre anni essa si consacra al Signore con lo stato di verginità che abbraccia, virtù che era allora in obbrobrio tra le figliuole d’Israele. Quindi quale attenzione a fuggire tutto ciò che può lusingare i sensi? La vista di un Angelo la fa tremare, essa ama meglio rinunciare di esser Madre di Dio che rompere la fatta promessa di una verginale purità; e se consente finalmente al suo innalzamento, ciò non è che dopo essersi assicurata di non avere per isposo che lo Spirito Santo. Or sono queste sublimi virtù e tante altre da Maria praticate in un grado eminente che l’hanno innalzata a quel trono di gloria che occupa, e che sono i sodi fondamenti del culto religioso che le si rende in tutto il mondo cristiano. Invano i nemici della sua gloria si sono sforzati e si sforzerebbero di distruggere nello spirito dei fedeli i sentimenti di venerazione che sono stati sempre riserbati alle sue auguste qualità. – Invano le potenze dell’inferno han fatto ogni loro possa per togliere agli uomini il dolce rifugio che essi trovano nella sua protezione: questa potente Regina trionferà sempre dei nemici del culto; e la Chiesa, sempre condotta dallo Spirito Santo, si farà in tutti i tempi un dovere di sostenere gli interessi della Madre di Dio. Quindi le feste che esse ha istituite in suo onore, le chiese che consacra a Dio sotto il suo nome, le orazioni pubbliche che le indirizza, le confraternite erette a sua gloria, quelle società religiose che combattono sotto i suoi stendardi. La Chiesa s’ingannerebbe ella dunque inspirando e sostenendo una devozione falsa e temeraria? No, fratelli miei, ma sono i nemici della Chiesa che s’ingannano! Dio medesimo fa conoscere i loro errori: i miracoli che opera, le grazie singolari che accorda ai devoti servi di Maria provano abbastanza che Egli si compiace di vederla onorata sotto questi riguardi; ma per ricevere queste grazie bisogna metterne in pratica la devozione.

II Punto. In che consiste, fratelli miei, la vera devozione verso la Santissima Vergine? Nell’invocarla con confidenza, nell’imitarla con fedeltà. Queste due pratiche seguono naturalmente dai motivi che vi ho proposti per inspirarvi questa devozione. Infatti, se Maria è Madre di Dio, qual credito non ha Ella presso del suo Figliuolo, e qual confidenza non dobbiamo noi avere nella sua protezione? Se Maria è un modello perfetto di tutte le virtù, qual mezzo più efficace di meritare la sua protezione che imitare gli esempi che Ella ci ha dati? Quel che c’induce a mettere la nostra confidenza nelle persone capaci di farci del bene si è il potere e la volontà che esse hanno di farcene. Se non avessero che il potere senza la volontà o la volontà senza il potere, la nostra confidenza sarebbe vana; ma quando il potere è accompagnato da una buona volontà, questo è che fa nascere e sostiene la nostra speranza e ci autorizza a domandare delle grazie. Or l’uno e l’altra si trovano nella Santissima Vergine, dice s. Bernardo; Ella è Madre di Dio, per una necessaria conseguenza Madre degli uomini: la sua qualità di Madre di Dio, ci assicura del suo potere, e la sua qualità di Madre degli uomini ci assicura della sua buona volontà verso di noi. Ella è la più potente e la migliore di tutte le madri; con qual confidenza dobbiamo noi dunque indirizzarci ad Ella nei nostri bisogni! – Che la ss. Vergine in qualità di Madre di Dio abbia tutto il potere presso del suo caro Figliuolo, ella è una verità sulla quale non è possibile di formare il minimo dubbio. Ed in vero che non può la più perfetta di tutte le madri presso di un figliuolo che teneramente l’ama? Or un figliuolo amò mai egli giammai più teneramente la propria madre di quel che Gesù Cristo ami la sua? Potremmo noi credere che Colui il quale ha comandato ai figliuoli di amare e rispettare i loro genitori, mancasse di rispetto verso sua Madre? -Ah! fratelli miei, non impieghiamo qui altro linguaggio che quello della natura. Che non fareste voi per una madre che teneramente amate? Potreste voi ricusarle qualche grazia che Ella vi domandasse, senza esser tenuto per un ingrato, per un mostro di natura? E potreste voi avere sentimenti sì ingiuriosi verso Gesù Cristo di creder che Egli rassomigliasse a quei figliuoli disumani i quali non hanno che della durezza verso i loro genitori? Ah! Pensate meglio della bontà di un figliuolo che tiene a sua madre nel cielo il medesimo linguaggio che Salomone teneva un tempo alla sua. Domandate, o madre, tutto quello che vorrete, mettete alla prova la tenerezza d’un figliuolo, mentre non conviene ch’io vi ricusi alcuna cosa: Pete, mater mea, neque enim fas est, ut avertam faciem tuam.Tutte le mie grazie sono nelle vostre mani, spargetele sopra i vostri servi; qualunque cosa voi dimandiate, vi sarà accordata: Neque enim fas est etc. – Noi ammiriamo, fratelli miei, il potere di quei servi di Dio, di cui fa menzione la Scrittura, i quali avevano tanto accesso presso sua divina Maestà che Dio sembrava farsi ubbidiente alla loro parola, come è detto di Giosuè: Obediente Deo voci hominis. Or se i servi hanno avuto tanto di credito presso del padrone, quanto grande non deve essere quello della madre presso del figliuolo? Ella ne ha ricevuto tutto il potere nel cielo e sulla terra, dice s. Bonaventura, applicando ad Ella le parole di Gesù Cristo medesimo: Data est mihi omnis potestas in cœlo et in terra. S. Antonino aggiunge che è impossibile che Maria non sia esaudita: Impossibile est Mariam non exaudiri. Di modo che, continua egli, la prontezza con cui le vien accordato tutto quel che domanda le dà un credito che ha del comando e dell’impero. Rationem habet imperii.- Qual felice conseguenza, fratelli miei, a dedurre a favore di coloro che mettono la loro confidenza in questa divina Madre! Poiché alla grandezza del suo potere Ella unisce eziandio la volontà più sincera di soccorrerci. Noi siamo i suoi figliuoli, ed Ella ci ama con tenerezza; Ella vede in noi i fratelli di Gesù Cristo, e a ciascuno di noi in particolare questo divin Salvatore la diede per Madre prima di spirare sulla croce: Ecce mater tua. Noi possiamo ben dunque dire con ragione di avere una Madre onnipotente nel cielo. Or qual cosa più consolante? Potrebbe Ella dimenticare i nostri bisogni o vederli con occhio indifferente? No, fratelli miei, questa divina Madre dall’alto grado di gloria a cui è innalzata, non è talmente occupata della sua felicità che non pensi più a noi. Ella ci serve di avvocata presso di Dio; e siccome Gesù Cristo è il principale mediatore che difende la nostra causa presso suo Padre, come dice s. Paolo: Semper vivens ad interpellandum prò nobis, Maria impiega altresì la propria mediazione presso del suo Figliuolo, in favore di coloro che ricorrono alla sua protezione. Per mezzo di questa potente mediazione, arresta Ella il braccio della divina giustizia pronta a vibrare i suoi fulmini sopra gli uomini colpevoli. Oimè! quanti peccatori tra coloro che mi ascoltano sarebbero di già precipitati nell’inferno, se la Santissima Vergine non avesse domandata grazia per essi, se non avesse loro ottenuto il tempo di far penitenza. Quanti peccatori le sono debitori della loro conversione, quanti giusti della loro perseveranza, quanti Santi della loro ricompensa nel cielo! In una parola, la Santissima Vergine è come il canale per cui tutte le grazie, tutti i tesori del cielo ci sono comunicati: chiunque è favorevolmente ascoltato da Maria lo è altresì da Gesù Cristo; e chiunque con fiducia la invoca è sicuro di essere esaudito e di provare gli effetti della sua protezione. Ricorrete dunque a Maria, conchiude a questo proposito s, Bernardo, o voi tutti che vi riguardate in questo mondo come sopra un mare procelloso, agitati dalle tempeste, trasportati dai flutti, esposti ad ogni momento al pericolo di far naufragio. Se voi volete non restare sommersi, tenete fissi gli occhi a quest’astro che calma le tempeste: « Respice stellam, voca Mariam ». Se voi siete assaliti dalle tentazioni, come da venti fuoriosi, che si sollevano contro di voi, se le vostre passioni vi spingono contro gli scogli, se l’ira vi strascina al precipizio: ricorrete a Colei che può far cessare la tempesta e che vi farà trionfare dei vostri nemici con le grazie che vi otterrà per superarli: Voca Mariam. Se, molestati dai rimorsi di vostra coscienza e dalla gravezza dei vostri peccati, siete tentati di precipitarvi nell’abisso della disperazione alla vista dei terribili giudizi di Dio, pensate solamente: Maria, invocatela nei vostri pericoli, nelle vostre tribolazioni, in tutti i vostri bisogni, e proverete consolazione nelle vostre pene, sentirete rianimarsi la speranza, perché è impossibile, dice s. Bernardo, che un vero servo di Maria possa perire. Datemi qualcheduno, dice egli, che l’abbia invocata invano, ed io consento che non l’invochi più. Ma ricordatevi, aggiunge il citato santo Dottore, che il mezzo più efficace di rendervela propizia è d’imitare gli esempi delle virtù che Ella vi ha dati: Ut impetres eius oratiònis suffragium , non deseras contersationis èxemplum. In questa pratica, fratelli miei, consiste principalmente la vera devozione verso lo Santissima Vergine. Bisogna onorarla, ella è cosa buona ed utile, invocarla con confidenza. Ma contentarsi di darle qualche segno di venerazione, d’indirizzarle alcune preci, d’essere aggregato a qualcheduna delle sue confraternite ed attenersi precisamente a questo, senza fare alcuno sforzo per imitare le sue virtù, ella è una devozione superficiale ed inutile. Per essere vero servo di Maria Vergine, bisogna esser servo di Gesù Cristo, ubbidire come Ella alla sua legge, camminare come Ella sulla tracce di questo divin modello. La Santa Vergine, è vero, è il rifugio dei peccatori: Refugium peccatorum; essa ottiene loro le grazie di conversione e di salute. Ma otterrà Ella forse queste grazie di conversione ai peccatori che non vogliono convertirsi, che persistono ostinatamente nei loro disordini? Salverà Ella forse quei peccatori che non vogliono profittare delle grazie di salute? No, fratelli miei, Dio medesimo che ci ha creati senza noi, non ci salverà senza di noi, dice s. Agostino. Non bisogna dunque, o peccatori, immaginarvi che con alcune preci indirizzate alla Madre di Dio, con alcune pratiche di devozione in onor d’Ella adempite, voi nulla abbiate a temere, perché siete, dite voi, sotto la protezione di Maria, la quale non vi abbandonerà. Voi avete ragione di mettere in Lei la vostra confidenza, e di tutto aspettare dal suo potere e dalla sua bontà; ma non è confidenza, ella è presunzione il credere che la Santa Vergine farà tutto dal canto suo mentre voi nulla volete fare dal vostro. Essa protegge i peccatori ma ha in orrore il peccato. Le stanno troppo a cuore gl’interessi del suo caro Figliuolo per autorizzare gli oltraggi che Gli si fanno; chiunque dichiara la guerra al suo Figliuolo incorre il suo sdegno; l’ubbidienza ai voleri del Figliuolo è il solo mezzo con cui sperare si possono i favori della Madre. –  Eh! come mai questa Vergine, che è stata la più grande e la più umile nello stesso tempo tra tutte le creature, accorderebbe Ella i suoi favori a quegli uomini orgogliosi che pieni di se stessi non hanno che del dispregio per gli altri; che cercano solo d’innalzarsi e comparire quel che non sono, mentre hanno tanti motivi di umiliarsi, di abbassarsi? Con qual occhio questa Vergine tutta pura potrebbe vedere nel numero dei suoi figliuoli quelle anime carnali e voluttuose, che nutriscono la loro immaginazione di pensieri disonesti, si abbandonano ai desideri sensuali, s’immergono nel fango e nella sozzura del peccato, cui Ella ha tanto in orrore? Quali grazie possono sperare da questa Madre del divino Amore quei vendicativi che non vogliono perdonare, quei maldicenti che vibrano i loro colpi avvelenati contro la riputazione dei prossimo, quegli usurpatori ingiusti dei beni altrui? No, no, peccatori, chiunque voi siate, non vi lusingate dalla protezione e del credito della Santissima Vergine; se voi non lascerete le vie dell’iniquità, non crediate che all’ombra delle sue ali possiate mettervi a coperto delle ree passioni che non volete domare; non sperate che, dopo aver passata la vostra vita nel peccato, Ella vi ottenga la grazia d’una santa morte. Egli è impossibile, lo so, che un vero servo di Maria perisca, ma se volete essere di questo numero ed aver parte alla sua amicizia, cessate di essere i nemici del suo Figliuolo: cominciate a lasciare i vostri disordini, a cambiare vita, ed Ella vi otterrà gli aiuti di cui avete bisogno per rientrare in grazia con Dio. Nel che la sua potente protezione molto serve ai peccatori; mentre i peccatori, per uscire dall’abisso del peccato, hanno bisogno di una grazia particolare, che essi non meritano; ma se hanno un vero desiderio di ritornar a Dio, e per riuscire in quel buon disegno ricorrono alla Santa Vergine, ah! allora sì che Ella fa loro sentire il suo credito, ottenendo loro quelle grazie forti e potenti che fanno loro ricuperare la libertà dei figliuoli di Dio. – Quanto a voi, anime giuste, che possedete l’amicizia del vostro Dio, e che in questa qualità avete maggior parte ai favori della Santa Vergine, voi potete tutto sperare dalla sua protezione, se siete fedeli a camminare sulle sue tracce. Indirizzatele ferventi orazioni, Ella vi otterrà la perseveranza nel bene e la grazia di morire della morte dei giusti. – Per ottenere tanti favori, a Voi ricorriamo, o Vergine Santissima, Madre di misericordia, nostra speranza presso Dio: Mater misericordiæ, vita, dulcedo, spes nostra. Noi v’indirizziamo i nostri voti, i nostri sospiri in questa valle di lacrime, ove la nostra occupazione è di gemere, di piangere sulle nostre miserie: Ad te suspiramus. Degnatevi di gettare su di noi i vostri sguardi propizi, affine di procurarci dopo il nostro esilio, un accesso favorevole presso del vostro caro Figliuolo: Et Jesum benedictum etc. – Noi non vi domandiamo, Vergine Santissima, i beni transitori di questo mondo: noi non vi domandiamo neppure di ottenerci la liberazione dai mali di questa vita, essi possono essere per noi un motivo di predestinazione, se ne facciamo un santo uso; ma noi vi preghiamo di ottenerci la pazienza di soffrirli in vista della nostra salute. Otteneteci un grande orrore del peccato, che è il solo male che dobbiamo temere. Domandate per noi la purità, l’umiltà e le altre virtù che vi hanno resa sì gradita a Dio. Fate vedere in questo che voi siete nostra Madre; fatecelo conoscere principalmente al momento della morte, che deve decidere della nostra sorte eterna. Si è soprattutto per quell’ultimo momento che noi imploriamo il vostro potentissimo patrocinio affinché il nemico della salute non prevalga su di noi, e la morte non sia che un passaggio alla vita beata. Cosi sia. [Oltre le pratiche generali di devozione verso la Santa Vergine, che si sono proposte in questa istruzione, si raccomandano le seguenti: Recitare ogni giorno qualche preghiera in suo onore, come la corona, le sette allegrezze: ascriversi nelle sue confraternite come del Rosario, del Carmine ecc. Si può facilmente recitare la terza parte del Rosario ogni giorno, cominciando sempre con un atto di contrizione; digiunare, o far qualche mortificazione il sabato in suo onore, averne un’immagine nella sua camera, salutarla quando si passa avanti qualche cappella o immagine, dicendo: O mater Dei, memento mei: o madre di Dio, ricordatevi di me, adesso e nell’ora della mia morte. Proporsela per modello nelle sue azioni, principalmente le persone del sesso, domandando spesso a sé medesimo come la Santa Vergine pregava, come conversava essa col modo; qual era il suo orrore per le compagnie profane, il suo amore per la solitudine, pel silenzio ecc.]

 

Offertorium
Orémus
Gen III:15
Inimicítias ponam inter te et mulíerem, et semen tuum et semen illíus.[Porrò inimicizia tra te e la Donna: fra il tuo seme e il Seme suo.]

Secreta
Ascéndat ad te, Dómine, nostræ devotiónis oblátio, et, beatíssima Vírgine María in coelum assumpta intercedénte, corda nostra, caritátis igne succénsa, ad te júgiter ádspirent.
[Salga fino a Te, o Signore, l’omaggio della nostra devozione, e, per intercessione della beatissima Vergine Maria assunta in cielo, i nostri cuori, accesi di carità, aspirino sempre verso di Te.]

Communio
Luc 1:48-49
Beátam me dicent omnes generatiónes, quia fecit mihi magna qui potens est. [Tutte le generazioni mi diranno beata, perché grandi cose mi ha fatto colui che è potente.]

Postcommunio
Orémus.
Sumptis, Dómine, salutáribus sacraméntis: da, quǽsumus; ut, méritis et intercessióne beátæ Vírginis Maríæ in coelum assúmptæ, ad resurrectiónis glóriam perducámur.
[Ricevuto, o Signore, il salutare sacramento, fa, Te ne preghiamo, che, per i meriti e l’intercessione della beata Vergine Maria Assunta in cielo, siamo elevati alla gloriosa resurrezione.]

STORIA DEL BUON LADRONE di mons. J. J. GAUME (1)

STORIA

DEL BUON LADRONE

DEDICATA AL SECOLO XIX.

DI MONSIGNOR GAUME

[Prato, Tip. Guasti. 1879]

PREFAZIONE

Dedica di questa Istoria al secolo decimonono. — Ragioni di questa  dedica. — Il secolo decimonono trova nel buon Ladrone il suo  modello. — Colpevole al pari di lui, come lui può e deve pen­tirs i.— La sua conversione è la soluzione unica di tutti i  problemi sociali. — Risposta alle difficolta. — Utilità di questa  Istoria: essa rivela molti fatti curiosi, dimenticati o poco noti: — Dessa unisce la Storia evangelica con la Storia profana: —  apre l’anima ai più nobili sentimenti, l’ammirazione e l’ amore; — ed è un preservativo o un rimedio possente contro lo  scoraggiamento e la disperazione.

I.

Io amo i Santi che non furono sempre santi. Se  parrà strana una tal propensione; è ella forse degna  di biasimo ? Un illustre dottore della Chiesa la spiega  e la giustifica con queste parole: « Noi comprendiamo,  dice s. Ambrogio,  l’utilità dei peccati de’ santi, ed il  perché la Provvidenza li permise. Destinati a servirci  di modello, è bene per noi che abbiano alcuna volta  errato. Se non ostante le insidie di che sovrabbonda il  cammin della vita, non avessero eglino mai messo il  piè in fallo percorrendolo, noi ci perderemmo d’animo,  e deboli come ne siamo, ci sentiremmo tentati a crederli di una natura superiore alla nostra e quasi divina,  soggetta a fallire peccando. Persuadendoci di essere di altra inferiore natura,  un tal concetto ci distoglierebbe da una imitazione  riguardata come impossibile. Quindi è che la grazia di Dio ha lasciato anche a loro sentire un po’ la propria debolezza, affinché la loro vita fosse per noi un modello  di accessibile imitazione, ed i loro atti fossero una doppia  lezione di fedeltà e di penitenza. Il perché, quando io  leggo le loro cadute, vedo che parteciparono della mia  debolezza, e ravvisandoli non esenti da infermità,  prendo fiducia di poter correre dietro ai loro passi » [S. Ambrogio, In prior. Davidis apolog., cap. II.]

II.

Or ecco la storia di un gran peccatore, divenuto un  gran santo. Essa  è  dedicata ad un gran peccatore, che ha il più urgente bisogno di divenire un gran santo. Il secolo decimonono è il nome di questo gran peccatore. Nel colpevole illustre richiamato alla sua memoria, gran peccatore, gran ladro e gran santo, il secolo deci­monono riconoscerà esattamente quello che egli è, e  quel che deve essere. – Il dire di questo secolo che è un gran peccatore  ed un gran ladro, al pari di quello del Calvario, non  è un calunniarlo. Il dire che dee pentirsi, e pentirsi senza ulteriore  indugio, egli è un mostrargli la sola via di salute, che  gli resta. – Il dire che può pentirsi, egli è un ridestare in esso la fiducia ed incoraggiare i suoi sforzi. Uopo è stabilire queste tre proposizioni per giustificare la dedica di questa storia, e dimostrarne la convenienza  e l’utilità.

III.

1.° Dire del secolo decimonono che è un gran peccatore, e come quello del Calvario, un gran Ladro,  non è un calunniarlo. — Un secolo si caratterizza non già per i fatti ch’esso presenta, ma sì per lo spirito generale che lo  distingue. Questo spirito si rivela nelle idee dominanti  in fatto di politica e di religione. Alla loro volta codeste idee hanno la loro espressione nella condotta dei governi,  nelle istituzioni, nelle leggi, nei pubblici costumi e nelle  occupazioni e passatempi preferiti, nei libri e nei gior­nali che godono del favor popolare. In una parola, un  secolo si caratterizza per l’insieme delle sue aspira­zioni e tendenze intellettuali, religiose e sociali. – Che in questo secolo vi abbiano delle individualità  più o meno numerose, non partecipanti al general mo­vimento, e che queste diano segno della loro indipen­denza, con atti isolati o collettivi in opposizione allo spirito dominante, non perciò il secolo conserva meno il carattere che lo distingue, e per il quale si è in diritto  di definirlo. Ciò sia detto per mostrare che noi siamo ben lontani dal voler sminuire e molto meno negare il  bene che oggigiorno si fa, pur sostenendo il nostro giu­dizio sul secolo decimonono considerato nel suo insieme. Veniamo alle prove. Qual è mai lo spirito del secolo decimonono? È desso cattolico, o no ? Per farne retto ed imparziale  giudizio, non è da prendersi in esame presso una sola  nazione. Ragion vuole che, nelle loro generali manifestazioni, siano considerate tutte le nazioni almeno dell’Occidente. – È forse lo spirito cattolico che regna nella Russia,  nella Prussia, nella Svezia, nella Danimarca, nell’Inghilterra, in tutti i paesi protestanti e scismatici, vale  a dire per lo meno, nella metà dell’Europa? E qual è lo spirito che domina nelle nazioni, che diconsi ancora  cattoliche, Francia, Spagna, Austria, Portogallo, Italia?  Come nazioni tendono esse al Cattolicesimo, o alla parte  opposta? Cosa puerile sarebbe il discutere una siffatta  questione: il solo proporla è lo stesso che risolverla.

IV.

Or il secolo decimonono faccia il suo esame di co­scienza. V’ha una legge, la più santa di tutte le leggi,  e madre di tutte le leggi degne di questo nome; una  legge discesa dal cielo e data da Colui, innanzi al quale deve curvarsi ogni fronte, star muto ogni labbro, pie­garsi ogni ginocchio; una legge che ha la sanzione di  ricompense e pene temporali ed eterne; una legge,  della quale il battesimo rende l’osservanza ben più  rigorosa pei popoli cristiani, che per le nazioni infedeli. Questa legge, che si compone di dieci articoli, si chia­ma il  Decalogo. – Or di questi dieci articoli, qual è quello che il  secolo decimonono osservi sul serio, e secondo lo spirito  del divino legislatore, in Russia, in Francia, in Italia e presso le altre nazioni d’Europa? O piuttosto qual è quella nazione che, da nord a mezzogiorno non li violi tutti apertamente ed ostinatamente? Egli è doloroso a dirsi; ma al veder la condotta del secolo decimonono, non si può mettere in dubbio che per esso Iddio è non un so qual vecchio re quasi detronizzato, i cui consigli, le cui prescrizioni, i cui divieti, le cui promesse e minacce, oggetto d’indifferenza per gli uni, e di scherno per gli altri, non pesano più sulla vita delle nazioni, come nazioni, di quello che sul piatto di una bilancia una leggerissima piuma. – Dove trovate voi la parte di Dio nella, politica dei e, nei discorsi e negli atti officiali dei governi? Si potrà nominare un solo uomo di stato veramente cristiano in tutta la moderna Europa? Il secolo decimonono non fa ora dei codici nei quali non si rincontra una sola volta il nome di Dio? Qual secolo anche pagano, ha mai proferito e lasciato proferire tante bestemmie contro quel nome adorabile, e contro tutto ciò, che Egli adombra della sua divina maestà? Tranne quella della spada, qual potenza è sacra per esso? E son tuttavia sacri per esso i giorni riserbati al riposo? E qual’è l’andazzo dei pubblici costumi? Depositaria della divina autorità e ministra delle sue leggi, la Chiesa è ella pel secolo decimonono l’oggetto di un’esemplare venerazione? Promotrice e guardiana della vera civiltà, riceve forse la Chiesa il ben meritato omaggio di una positiva riconoscenza, e di un filiale attaccamento?

V.

Se non ché, la violazione audacissima della più  santa delle leggi non è già la più grande iniquità del secolo decimonono. V’ha una differenza enorme tra la  reità d’un figlio, che disobbedisce al padre, riconoscen­do pur sempre la paterna autorità, e quella di un figlio,  che non solo trasgredisce i paterni comandi, ma nega  ancora la paterna autorità. E di questa reità è imputabile il secolo decimonono. Non contento di ribellarsi a Dio ed alla sua Chiesa  disconosce la loro autorità: « Io sono norma e regola a me medesimo, così nel pensare, nel discorrere e  nell’operare. Che bisogno ho io di Gesù Cristo e della  sua Chiesa? Qual’uopo ho del Papa? Combattere la  loro tirannica autorità è mio buon diritto; scuoterne il giogo è mia gloria, e liberarne la umanità egli è aprire ad essa un’èra di libertà, di progresso e di felicità. » Ed  ecco per chi vuole intenderlo il perpetuo ritornello del secolo decimonono in tutta la sua estensione, e l’ultima  parola del suo modo di pensare più o meno officiale. – Quindi ciò che per  l’addietro non era mai avvenuto,  i titoli dei suoi pubblici fogli sono:  Il Libero Pensiero, La Morale Indipendente, e pur anche l’Àteo.

VI.

Di là proviene ancora il tutto nuovo carattere del  male all’epoca nostra. In tutti i tempi v ’ebbero degli errori; ma la legale riconoscenza dei dritti dell’errore  nelle nazioni cattoliche, ch’è quanto dire la patente  concessa ai falsi monetarii della verità di batter falsa  moneta pubblicamente; ma società formate in piena  luce col fine palese di tener lontano come un malefico  il Cristianesimo dalla culla del bambino, dal capezzale  del moribondo, e se sia possibile, di  soffocarlo nel fango; ecco ciò che nel secolo decimonono solamente si è ve­duto avverarsi. – Del pari in tutti i tempi v’ebbero delitti e misfatti  contro la proprietà ed i buoni costumi; ma l’apologia  del furto e della disonestà, e con essa la glorificazione  del suicidio, ecco altresì quel che non si ritrova, col  lascia-passare delle opinioni, se non nel secolo decimonono. Finalmente in tutti i tempi vi furono tumulti e  ribellioni contro le legittime potestà; ma la teoria della rivoluzione e del regicidio, anzi la consacrazione del principio dell’uno e dell’altra, con la proclamazione  legale della sovranità dell’uomo, ecco ciò che invano si cercherebbe fuorché nel secolo decimonono. Nega­zione dell’autorità divina e della coscienza umana, si  è questo il distintivo carattere della sua perversità. A giudizio di ogni spirito imparziale, essa è ben al  di sopra di quella dei secoli precedenti. « Chi può senza fremere risovvenirsi (diceva il conte de Maistre) del  frenetico fanatismo del sedicesimo secolo, e delle spa­ventevoli scene di che fece spettacolo al mondo! Qual furore sopratutto contro la Santa Sede! Noi tuttora  arrossiamo per la natura umana, leggendo nelle storie del tempo le sacrileghe ingiurie vomitale da quei novatori villani contro la romana gerarchia. « Nessuno dei nemici della fede si è mai ingannato. Tutti, battendosi contro Dio, si battono invano; ma tutti sanno ove bisogna battere. Ciò che v’ha di più  notevole si è, che a misura che i secoli passano, gli  attacchi contro l’edificio cattolico si fan sempre più  poderosi, di maniera che, sempre dicendo:  Non si può andar più, oltre, si rimane sempre ingannati. » [Du Pape, t. II, p. 271.] E di  tal verità è prova evidentissima il nostro secolo.

VII.

Il decimonono secolo è dunque un gran peccatore;,  ma soprattutto un gran Ladro.  La borsa o la vita era  stata fin qui la parola del ladro di pubblica strada. — La borsa e la vita è la parola del secolo decimonono. Di  due specie sono i beni dell’uomo, i beni del corpo, e  i beni dell’anima. Beni del corpo, la borsa; beni dell’anima, la vita. Il ladro di pubblica strada prende la  borsa e lascia la vita; il secolo decimonono prende la  borsa e la vita. – Esso prende la borsa. Non è ancora compito un  secolo che la Chiesa Cattolica era la più ricca proprie­taria del mondo. La Francia, la Spagna, il Portogallo, l’Italia ed una parte notabile dell’Alemagna erano  coperte di proprietà della Chiesa. Essa oggigiorno non ha più nulla di proprio, e se alcuna cosa le rimane, è per la precaria tolleranza degli spogliatori quali  son sempre disposti, come pur confessano,  a stendervi l’avida mano. – In questo stesso momento l’Italia finisce di vendere  i beni della Chiesa; e gran mercé di Dio se al Capo  augusto di quella ricchissima Chiesa rimane un angolo di terra indipendente su cui riposare il capo. E questo piccolo possesso, oppugnato da mille sofisti, e sempre  minacciato dalle armi degli invasori, uopo è difenderlo a costo del più puro sangue, senza potersi ripromettere che lo sarà sempre con fortunato successo. Certo giam­mai il furto sacrilego fu praticato in simile proporzione  e con sì sfacciata impudenza!

VIII.

Uno è il diritto di proprietà, ed è ugualmente sacro nella persona del prete come in quella di qualsiasi uomo del secolo. Violatore di questo diritto nell’ ordine reli­gioso, il secolo decimonono non poteva a lungo rispet­tarlo nell’ordine sociale. E con quale impassibilità non ha esso spogliato Re e Principi di sangue reale! La storia conta già più di  sessanta troni rovesciati da esso. E ben superiore è il numero dei re e delle regine, dei principi e delle prin­cipesche famiglie spogliate dei loro diritti ereditari, e della loro personale fortuna, espulsi, esiliati; di sovrani  divenuti vassalli, ed erranti per le diverse contrade dell’Europa, cercando un’ospitalità che non sempre  vien loro accordata. – Non parliamo delle provincie ingiustamente invase,  né delle nazionalità soppresse, né delle mostruose tasse  imposte ai vinti a profitto dei loro depredatori. Notiamo  soltanto che a tutte queste ingiustizie, a tutti questi  furti a mano armata, il secolo decimonono impresse il proprio suggello della sua perversità. Col suo più mellifluo tuono di voce, esso li chiama annessioni, risultati inevitabili delle aspirazioni dei popoli, conseguenza le­gittima del nuovo diritto.

IX.

Come il torrente che scende dalla montagna e si  precipita nella valle che copre di arena e di fango e  che devasta; così il furto esercitato nelle alte regioni  è disceso negli ordini inferiori della società. Tra tutti gli altri, il secolo decimonono è il secolo delle subite  scandalose fortune; scandalose per la loro rapidità,  scandalose per la loro enormità, scandalose per i mezzi adoperati a farne acquisto. Per quanto poco iniziato uno sia di ciò che avviene, e non potrebbonsi nelle diverse carriere amministrative,  industriali, commerciali, finanziarie indicar persone,  che quindici o venti anni addietro potevano dirsi poveri,  e che ora posseggono un patrimonio di milioni? Come  persuadersi che questi rapidi acquisti di ricchezze siano  esclusivo frutto di onesto lavoro, il prodotto legittimo  di un’ industria, o di mezzi non condannevoli né avanti  a Dio né avanti agli uomini? Fin qui l’opinion pubblica  si ricusa di crederlo.

X.

E che pensare poi della giustizia del secolo decimonono nelle transazioni commerciali ed anche nelle  ordinarie relazioni di compra e vendita? È stato detto  già: di tutte le scienze moderne, quella che ha progre­dito più è la scienza del rubare. Pare che la chimica  non sia stata inventata per altro, che per falsificare  più abilmente i prodotti dell’industria, e fino le sostanze  alimentari. Se dobbiamo credere alle rimostranze, ai lamenti  che sentiamo farsi per ogni dove, ed ai processi che  del continuo si tengono nei tribunali, vi han pochi, i  quali possano dire: « Son certo che il vino che io bevo non è punto adulterato, e che sostanze nocive non v’hanno nel pane ch’io mangio, nell’olio che mi fa lume. – « Io sono egualmente sicuro che non v’ha cotone  in quella stoffa ch’io compro, perché la credo di refe,  di seta, o di lana, e che non v’è frode nella fabbri­cazione degli oggetti che acquisto per mio uso, e che  ognuno rifugge dall’ingannarmi sulla misura e sul peso,  e dal vendermi per buone delle merci danneggiate, o d’infima qualità. – « In fine io ho la certezza che nella mia casa non  v’ha frode alcuna, e che né i miei domestici, né i miei  operai, né tampoco i sarti o le sarte mi rubino in modo  alcuno, e che se talvolta vi ha furto, la è cosa ben rara  e seguita sempre da un sincero pentimento, e da una  giusta riparazione. »

XI.

Ma ciò non è tutto. Posseduto da uno sfrenato amore della ricchezza, il secolo decimonono ha posto in voga due cose, che ad ogni istante compromettono la giu­stizia, cioè, il ciarlatanismo e la concorrenza illimitata. Di che mai dal principio alla fine dell’anno, son ripiene  le ultime pagine dei giornali ? Di annunzii. E le canto­nate delle città di che sono tappezzate? Di avvisi  stampati di ogni colore e di ogni dimensione. E questi annunzii ed avvisi che dicono mai? Essi  dicono che, in virtù di novelli processi e di condizioni eccezionalmente fortunate, si vende a buon mercato,  e tale da non credersi, tutto ciò che v’ha di meglio, e di più bella apparenza in fatto di tessuti o di derrate d’ogni genere. Voi correte a comprare, e siete rubato. Essi dicono che sì scoprirono talune preparazioni medicinali di tanta efficacia da guarire le malattie più ribelli ad ogni rimedio. Voi comprate e siete rubato. Essi dicono che si è formata una società con un capitale di più milioni per dar vita ad una industria, il cui successo è talmente sicuro, che oltre l’interesse della loro moneta gli azionisti riceveranno ricchi divi­dendi. Sedotti dall’esca del guadagno, rassicurati dai nomi che figurano nel manifesto, i gonzi accorrono, e ne dividono la sorte. – Il ricco, l’artigiano, il domestico recano, chi le sue  rendite, chi i suoi risparmi, e chi il suo salario; e per accrescere il numero dei creduli, nei primi anni gli interessi sono regolarmente pagati. Vi si aggiunge pur anco un dividendo, che peraltro resta ad aumento del capitale sociale; e ben tosto non vi han più né inte­ressi, né dividendi, né capitale; tutto è perduto. In questa specie di furti, il secolo decimonono può vantarsi  di portare la palma su tutti.

XII.

E non meno a tutti gli altri secoli va esso innanzi  per la novella invenzione che dicesi concorrenza illi­mitata. Come applicazione della libertà rivoluzionaria, la concorrenza illimitata ha per iscopo di produrre più che uno può al miglior mercato possibile; e chi non vede in essa una permanente tentazione di frode e di furto? Il mio vicino vende a tal prezzo gli stessi pro­dotti ch’ io vendo ; acquista credito, e la sua concor­renza cagiona la mia rovina, e m’impedisce di far fortuna. È dunque necessario ch’io venda a più basso prezzo di lui. Ma se impiego le stesse materie, se fo uso dello stesso metodo di fabbricazione usato finora, il prezzo di fattura rimarrà sempre Io stesso così per me, come per lui, e gli avventori continueranno a preferirlo. Come dunque eludere la difficoltà ? Alterando le ma­terie prime con la mescolanza di altre affini e di minor costo, e ponendo minor cura nella fabbricazione: in una  parola rubando.

XIII.

Il seguente fatto riassume tutte queste specie di falsificazioni nate dalla concorrenza illimitata. Regnava il Buon Luigi Filippo, e i Deputati della Gironda domandavano  la riduzione della imposta sui vini. Con una patetica esposizione rappresentavano la misera condizione dell’industria vinicola, e particolarmente le gravezze insop­portabili, che pesavano sulla loro provincia. Un deputato di non so qual’altro dipartimento dirigendosi all’ora­tore, gridò dicendo: « Io domando, come voi, non sola­mente la riduzione, ma la soppressione del diritto fiscale sul vino, se voi potrete provarmi che in commercio vi ha un solo ettolitro di vino di Bordò che sia pretto e vero Bordò, » Si tacque allora il deputato della Gironda, la camera rise, e la domanda fu rigettata. più furto, ma è abilità, saper fare. A forza di raggiri indefinibili, sappiate procurarvi cento mila lire di rendita, e voi certamente avrete la riputazione di uomo abile. Abbiatene due cento mila, e sarete un grand’uomo, al quale saranno accessibili tutte le sale di ricevimento aristocratiche. – Senza che gli sia pur passato pel capo di farlo im­prigionare come un nemico dell’umana società, o di separarlo da essa come un pazzo della più pericolosa natura, il decimonono secolo ha inteso un sofista proclamare questa massima: La proprietà è il furto.

XV.

È tale l’aberrazione del senso morale, che a pre­venire i tremendi effetti di un siffatto principio, uomini di stato stimaronsi obbligati a pubblicare dei volumi per confutarlo. I loro sforzi furon essi coronati di buon successo? Mi è lecito dubitarne. Dopo come per l’in­nanzi, grandi furti ebbero luogo, poche o nessune restituzioni. Al tempo istesso, il socialismo minaccia la società. E che sono mai il socialismo, il comunismo, il dritto al lavoro, la democrazia universale, la grande repub­blica mazziniana, la rivoluzione in una parola, se non il furto eretto a principio? Incoraggiata dagli uni, glorificata dagli altri, più o meno ben accolta da quanti non son cattolici di vecchia data, la rivoluzione può, per le future sue rapine, come per le sue passate ingiustizie, contare su quel decreto d’indennità, al quale il secolo decimonono ha dato corsoe valore: È un fatto compiuto.Ed ecco nell’ordine materiale accennate alcune delle attinenze del secolo decimonono col principio della giu­stizia. Ora vediamo quali sono esse nell’ordine morale.

XVI.

Per colpevole che e’ sia, il furto della borsa può passare per un peccato da nulla in confronto col furto della vita. La verità è la vita dell’uomo, è il suo pane,  il suo vino, l’aria sua respirabile; è il suo padre e la sua madre, come già fu detto nelle lingue orientali. La verità è la sua fede, la sua speranza, la sua consola­zione; è la bussola che dirige l’esistenza, e la forza  che dà lena a portarne il peso. La verità è lo scudo  che protegge l’onore, la innocenza, la forza nelle in­certezze dello spirito, contro gli smoderati desideri del  cuore, e contro le insidie e le lusinghe del mondo. – Il più reo pertanto di tutti i furti sì è quello della  verità. Spogliandone quell’essere, da un canto sì misero, che si chiama uomo, egli è un renderlo cieco, e con­dannarlo a brancolare nel vuoto; egli è un farlo zim­bello d’ogni fantasma, e sospingerlo barbaramente di  precipizio in precipizio; egli è un cangiarlo in bestia immonda alternativamente e crudele, in fino a che, torturato da dubbi, perda ogni lume di ragione; o che  stanco di una vita senza norma e senza scopo, invochi il nulla e ponga fine ai suoi giorni.

XVII.

Il decimonono secolo è egli reo di un simile furto?  E n’è egli veramente reo più che ogni altro secolo? Non si ha che aprir gli occhi per rispondere a simili  interrogazioni. Che sono mai quei milioni di scritti cat­tivi, opuscoli, libri, giornali, canzoni, farse, opere tea­trali, romanzi, incisioni, stampe di ogni formato ed anche del più basso prezzo, che ogni sera, dal principio alla fine dell’anno, partono da tutte le capitali d’Europa, se non bande di ladroni, che in tutti i luoghi abitati, e fin nei più umili villaggi, vanno a pervertire le menti, a profanare i cuori, ad assassinare le anime? Al giovine han tolto il rispetto alla paterna autorità, alla donzella il pudore, al ricco la pietà, al povero la rassegnazione, a tutti il sentimento cristiano, la vita soprannaturale, e con essa ogni conforto nel presente,  ogni speranza nell’avvenire; inestimabili tesori com­perati al prezzo del sangue di un Dio, e deposti col Battesimo nel cuore del cristiano.

XVIII.

E che sia cosi, il fatto non può revocarsi in dubbio.  Agli ottimisti più dichiarati esso rivelasi per lo stra­ripamento della vita materiale. Come ai tempi che pre­cedendo il diluvio, l’uomo del nostro secolo, perduta la vita dello spirito è fatto carne, ed i movimenti del suo cuore invece di sollevarsi in alto, vanno abbas­sandosi. Soggiogare la materia, sorprendere i segreti della materia, manipolare e trasfigurar la materia, glorifi­carsi nella materia; consumar tutta la vita nei godi­menti della materia; nulla vedere, nulla desiderare e nulla ammettere fuori della materia; sprezzare, deri­dere, calunniare, perseguitare coloro che gli propongono  altra cosa che la materia: ecco 1’uomo qual è fatto dai  ladroni della verità. – A tutti questi ladroni mille volte più rei di quelli  che forzano gli scrigni, il secolo decimonono lascia  libero il campo. Essi sono i suoi veri figli, e s’ispirano  del suo spirito e realizzano il suo pensiero. Al punto di vista morale egualmente che al punto di vista ma­teriale, dire che il secolo decimonono è un ladro, ed un gran ladre, non è dunque un calunniarlo.

XIX.

2.°  Il dir poi che esso deve pentirsi, e pentirsi al più presto,  è un indicargli la sola via di salute che gli ri­manga. — Ripetere che la situazione dell’Europa è grave, estremamente grave; che la presente società è  malata e seriamente malata; che nell’antico mondo,  come nel nuovo, fermentano elementi di dissoluzione universale: egli è questo un esprimere delle verità triviali; tanto son esse ora conosciute. Indarno i piaggiatori non cessano di cullare colle loro lodi il secolo decimonono. « La tua educazione è perfetta, gli dicono, e tu hai bene di che vantarti al  paragone dei secoli precedenti. Tu sei abbastanza forte per avanzarti nella via del progresso. Giammai non fu  il mondo più illuminato, più libero e prosperoso. Giam­mai le grandi nazioni dell’Europa non furono gover­nate con maggior sapienza, e maggior gloria. Le agitazioni che provi, non sono che superficiali: nè mai  l’edifìcio sociale riposò sopra più solide basi. » – Ma il secolo decimonono non è perciò completamente  rassicurato. Un segreto istinto lo avverte, non essere egli nell’ordine, e tutto ciò che è fuor dell’ordine non può  durare. L’ordine porta seco la pace, e la pace non si trova in alcun luogo. Vero è che in questo momento tutte le parole dei re suonano pace; ma tutte le loro  braccia fanno apparecchi di guerra. Per ogni dove da  un giorno all’ altro la guerra minaccia di venire ai fatti. Di qui ha origine quel sentimento sconosciuto  nelle epoche regolarmente costituite, la paura. – Il secolo decimonono prende di assalto città stimate  inespugnabili; ed ha paura. Con un pugno di soldati riporta lontane e strepitose vittorie su potenti nemici; ed ha paura. Sei milioni di baionette vegliano a ras­sicurarlo; ed ha paura. Esso domina gli elementi, sop­prime le distanze, moltiplica le meraviglie della sua industria; ed ha paura. L’oro cola in gran copia dalle sue mani; nei suoi vestimenti la seta ha preso luogo  della rustica stoffa di lana; la natura tutta quanta è fatta tributaria del suo lusso; la sua vita è somigliante al festino di Baldassarre; ed ha paura. Le nazioni te­mono delle nazioni: i re dei popoli: i popoli dei re. La società ha paura del presente ed ancora più dell’avvenire: e troppo generale è questo sentimento per non dover essere ben fondato.

XX.

Perché mai il secolo decimonono ha tanta paura? Noi lo abbiamo già detto: egli è perché sente bene di non essere nell’ordine. E perché non è esso nell’or­dine? Perché è reo di peccato, e di gravissimo pec­cato. Il suo capitale delitto è quello di essere in piena insurrezione contro Dio, re e legislatore supremo, e contro la Chiesa depositaria dei diritti di Dio, ed organo delle sue volontà. – « Dappoiché non vogliono conciliarsi collo spirito che mi anima, né accettare un ordine sociale che mi è a grado, né approvare la libertà, la civiltà, il pro­gresso, com’io l’intendo, Iddio e la Chiesa facciano i fatti loro; io più non voglio che su di me abbiano  influenza ed impero. Io saprò ben vivere e prosperare senza di essi, lungi da essi e, loro malgrado: Nolumus hunc regnare super nos. » Tal’è senza che si possa negare, il grido d’insensata ribellione, che tutte riassume le generali aspira­zioni del secolo decimonono. Noi la diciamo insensata e ben a ragione. Questo secolo pretende di vivere e  prosperare volgendo le spalle al Cristianesimo ed alla Chiesa. Ma tra associati, la separazione esige la liquidazione.  Che dunque il Cristianesimo e la Chiesa riprendano, e  ne hanno bene di diritto, tutto quello che han dato al secolo decimonono, e che gli danno tutto giorno e a tutte le ore, di lumi, di credenze, di costumi, di principii sociali, di libertà, di utili istituzioni, di rispetto al principio di autorità e di proprietà; e vedremo  quello che rimarrà al secolo decimonono. La insurrezione dell’uomo intanto non vale a de­tronizzare Iddio. L’orgoglio di un vermicciolo non  istrappa la folgore dalla mano dell’Onnipotente. Come  la calamita attira il ferro, così il peccato attira il castigo. Checché si faccia per divagarsi e vivere spen­sierato, il secolo decimonono comprende una tale ine­sorabile attrazione; e quindi è che ha paura. Come mai sottrarsi al castigo e sostituire la fiducia alla paura? Per trovare la soluzione del definitivo  problema, mille pensatori si affaticano e studiano. Ogni giorno gli uomini di differenti partiti recano il loro progetto di scampo e di salvezza. Gli uni si fan cam­pioni dell’assolutismo, e combattono la democrazia ed il sistema costituzionale. Gli altri esaltano la pura de­mocrazia, e mostrano i pericoli dell’ assolutismo, e l’inefficacia del regime costituzionale. Molti levano alle stelle il regime costituzionale, ed hanno in orrore la democrazia al pari dell’assolutismo. E quei che sono  indifferenti sulla forma dei governi, si confidano di ri­generare l’Europa, per virtù dell’industria, della pub­blica istruzione e della materiale prosperità. – Quindi a mille a mille le teorie economiche, po­litiche e sociali; ed assolute affermazioni, e negazioni  assolute. Quindi molte e nobili intelligenze che consu­mano le loro forze in una sterile agitazione. Quindi insomma, quella gran guerra dell’ignoranza, – Magnum inscientiæ bellum, di cui dice la Scrittura, che non lascia  nelle anime se non dubbi, stanchezza e sconforto, e nelle società vani conati, e prove, e riprove eterne. Babele certamente non fu teatro di una maggiore con­fusione d’idee e di linguaggio. Il secolo decimonono ha dato ragione a tutte le  opinioni. L’una dopo l’altra ha fatto saggio di tutte le svariate forme di governo. L’industria è divenuta la sua vita, l’istruzione la sua più sollecita cura, il benessere materiale il suo Nome; ma non perciò è  guarito.

XXI

Dopo tante inutili esperienze, tante contraddittorie  soluzioni, il cattolico osa pur esso proporre la sua, e perché non usare anch’egli di un diritto che ognuno  si arroga? Per lui non è questo solamente un diritto, ma un dovere, poiché nel comune pericolo ogni uomo è soldato. A differenza di tutte le altre, la soluzione del cat­tolico non è un palliativo, nè un’utopia. Non è il parto  di una mente umana, ma è proposta da Quello stesso,  che fece sanabili tutte le nazioni. Essa è unica, e Iddio non ne conosce altra. Essa è quella, che da sei mila anni invariabilmente propone  alle genti, trascinate all’orlo del precipizio dalle loro iniquità. Tutte le volte che essa fu abbracciata, i problemi sociali più complicati e difficili furono risoluti all’istante; svanirono i pericoli, restaurato fu l’ordine, e la pace tornò a discendere sulla terra. Essa è forzata, perché radicale: ed è radicale perché sola ripone ogni cosa al suo posto: Dìo in alto e l’ uomo a basso. Né è soltanto radicale. Legislatore e padre, Iddio volle che fosse pur facile, e la espresse in una sola parola: PENTIMENTO.

XXII.

Se dunque il secolo decimonono riconoscendo di aver forviato, risolve di rientrare nel buon sentiero e pentirsi, ei sarà salvo; altrimenti no; mille volte no. E si prenda ben sul serio la cosa; non si tratta qui, come diranno sicuramente certuni, di una soluzione mistica, totalmente estranea alla scienza politica e sociale, e conseguentemente di una soluzione di poca importanza rispetto alle cose di questo mondo. In vero così la discorrono coloro che han nome di sapienti, ma che non hanno la scienza, la quale procede dalla verità e conduce alla verità èVani enim sani omnes homines, in quibus non subest scientia Dei. Sap. XIII 1]: uomini presuntuosi che non dubitano di nulla perché non si accorgono di nulla, buoni soltanto a traviare i popoli colle loro utopie; e la cui vista, disse già s. Agostino, non va al di là del loro naso. Il vero si è che questa soluzione è talmente politica, talmente sociale, talmente decisiva nelle cose di questo mondo, che senza di essa tutte le soluzioni, tutti gli espedienti non han dato, né potranno dare mai alcun durevole risultato. Senza di essa, certamente potrete reprimere una sommossa come a Parigi nelle giornate di giugno 1848; ma ciò è reprimere una manifestazione della rivoluzione, ma non un vincere la rivoluzione. Potrete battere Garibaldi sulla via che conduce a  Roma, come avvenne a Mentana nel 1867, ma questo è arrestare nella sua marcia un figlio della rivoluzione, non già vincere la rivoluzione. Come or ora fece il Corpo Legislativo Francese, potrete con un voto solenne confermare la conserva­zione di quel che rimane al santo Padre dell’antico  suo stato; ma ciò è sospendere l’adempimento dei voti  della rivoluzione, non un vincere la rivoluzione. Tutti questi atti ed altri della medesima specie son  tanto meno vittorie, in quanto che i sedicenti nemici della rivoluzione cadono nella più manifesta contraddi­zione. Se eglino con una mano si oppongono alla rivo­luzione, coll’altra le somministrano giornalmente no­vello vigore. E che altro mai si fa pubblicando e lasciando del continuo pubblicare, in tutte le lingue, le dottrine della rivoluzione in fatto di religione, di politica e di filosofia, non che di storia e di letteratura? Pretendete di tener saldo e conservare l’edificio, e lo lasciate minare! Volete raffrenare l’impeto del torrente, e ne accrescete le forze! Un fatto si distrugge con un altro; ma la rivolu­zione non è un fatto. La rivoluzione è un principio, una potenza morale, un’idea: e le idee non si uccidono a colpi di fucile. Queste non possono esser vinte che da idee contrarie. L’idea rivoluzionaria è l’uomo in  alto, e Dio in basso. Quindi la rivoluzione non sarà mai vinta, che quando si tornerà a riporre Dio in alto, e l’uomo in basso. E Dio non può essere posto in alto e l’uomo in basso che dal pentimento.

XXIII.

Giudichi imparzialmente di ciò lo stesso secolo de­cimonono. Alla presente situazione, sì piena di pericoli e d’incertezze, non v’hanno che due soluzioni, e due  solamente, la rivoluzionaria e la cattolica. Nella sua ultima formula, la soluzione rivoluzionaria  è il rovesciamento completo dell’ordine religioso e  sociale stabilito dal Cristianesimo; rovesciamento se­guito dalla barbarie assoluta, e quel che è peggio, dalla barbarie letterata, e forse dall’una e dall’altra:  perocché sarà l’uomo posto in alto, e  Dio in basso in  tutte le cose. – Nella sua ultima formula, la soluzione cattolica è  la restaurazione universale dell’ordine religioso e so­ciale; restaurazione seguita da un’ èra di pace e di prosperità, perocché sarà Dio ricollocato in alto e 1’uomo in basso. Ora il primo, indispensabile elemento della soluzione cattolica è il  pentimento. Così, e solamente così possono essere risoluti, nell’interesse dei governanti e dei governati i minacciosi problemi che ci incalzano: tra questi ricorderemo so­lamente la gran questione del momento: la Questione  Romana. Al punto in cui si trova attualmente la questione  romana sfida la sagacia di tutti i diplomatici e di tutti  i congressi. Ond’è che solo il pentimento delle nazioni  può risolverla. Sol esso può far rientrare nelle anime dei re e dei popoli il sentimento protettore della de­bolezza oppressa, ed il religioso rispetto dell’altrui  proprietà. Solo per conseguenza può esso emendare la commessa ingiustizia. Solo esso può, intorno agli stati della Chiesa resi al legittimo possessore, rialzare la barriera di venerazione e di amore, che sì lungo tempo conservò intero e tranquillo il dominio temporale della Santa Sede, e con la sovranità temporale assicurò la  indipendenza necessaria all’oracolo del supremo capo  della vera Chiesa di Dio. – Non bisogna farsi illusione; il voto pronunziato dalla nostra Camera Legislativa il 5 dicembre 1867 non  risolve punto la questione romana. Esso non è che un  primo passo nella buona via, e speriamo che non sia l’ultimo: altrimenti lo  statu quo quale ci si promette,  sarebbe sotto ogni aspetto, una cosa ben deplorabile. Dal punto di vista politico, sarebbe esso per la Fran­cia una incancellabile vergogna. Con qual diritto gli  Italiani si sono impadroniti delle più importanti provincie della Santa Sede? Calpestando la firma posta  dalla Francia alle stipulazioni di Villafranca ed al trat­tato di Zurigo; stipulazioni e trattato che nel modo più solenne garantivano la inviolabile integrità degli Stati della Chiesa, e ciò che accresce la gravità dell’insulto la si è che nelle provincie usurpate si ritrova la dote, che la figlia primogenita della Chiesa, la Francia,  ebbe già costituita alla sua Madre. – E la Francia, la quale non avrebbe che a parlare  per essere obbedita, soffrirà senza far motto simili  oltraggi? Ma allora che diventa il nostro onor nazio­nale? Chi mai vorrà fidarsi più della nostra parola?  Rovinare una nazione nei suoi materiali interessi, è  un danno che può ripararsi: rovinarla moralmente,  egli è un fallo irreparabile. Dal punto di vista religioso, per una parte sarebbe lo stesso che consacrare l’ingiustizia, e sullo spoglio sacrilego dei due terzi del patrimonio Pontificio far valere l’iniqua teorica del fatto compiuto. E dall’altra  parte ridurre il Sommo Pontefice al possesso del lembo di terra che gli rimane, sarebbe un condannarlo alla mendicità. Si vedrebbe, diciamolo pur francamente,  l’applicazione del programma di quel libercolo di trista memoria:  Il Papa ed il Congresso. Lo che sarebbe  lasciare al Papa il Vaticano, il suo cameriere, il suo cuoco,  ed il suo giardino con qualche jugero di terra  di più. E che altro mai sarebbe questo se non proprio il trionfo della rivoluzione? Si passino pure in rivista tutte le questioni di un ordine più o meno elevato, che or tengono l’Europa in una irrimediabile agitazione, e si arriverà sempre alla  medesima necessaria, inevitabile soluzione; il  pentimento. Del rimanente tal’è, in diversi termini, l’assioma di geometria sociale, contenuto nel famoso detto:  La ri­voluzione incominciala con la proclamazione dei diritti dell’uomo, non finirà che con la restaurazione dei diritti di Dio. Deh! possa finalmente il secolo decimonono prender  sul serio il suo partito; e chiudendo l’orecchio a chi  vuole addormentarlo adulandolo, ed agli utopisti che lo fan traviare, provvedere alla propria salvezza, rien­trando nelle condizioni di vitalità divinamente prescritte  alle nazioni!

XXIV.

3.°Il dire che può esso pentirsi, egli è un ridestare in lui la fiducia ed un incoraggiarne gli sforzi. – Qui si affaccia l’obbiezione prevista fin dal prin­cipio, e della quale, quanto altri, sentiamo tutta la forza. « Domandare che il secolo decimonono si penta, è un tentar l’impossibile; lo sperarlo sarebbe follia.  La proposta soluzione altro dunque non è che un’utopia. » Una parola in risposta. Più volte nel corso della sua esistenza, il popolo Ebreo si pentì: si pentirono pur essi i Niniviti, e una gran parte del mondo pagano si pentì all’annunzio  della verità evangelica: più tardi tutte le nazioni, venute successivamente alla fede, si pentirono. Perché dunque il secolo decimonono non potrebbe far ciò che  tante altre generazioni han potuto? Gli mancano forse motivi e mezzi per compiere un atto sì salutare? Noi Io sappiamo purtroppo: ciò che ad esso manca è la volontà. Questa manca ai governanti ed ai gover­nati: manca ai doviziosi e ai negozianti: manca alla  maggior parte di coloro che formano lo spirito pubblico, scienziati, giornalisti, uomini di lettere; e manca alle  masse, grossolanamente ignoranti, e stupidamente in­credule. Pure mancherà essa lor sempre? Ben doloroso sa­rebbe il pensarlo. Fin qui senza dubbio, il decimonono  secolo si è mostrato ribelle alla voce di Dio ed alla  voce della Chiesa, che non si rimasero di chiamarlo al  pentimento. A più riprese, la Chiesa gli ha parlato per  bocca del più mansueto dei Pontefici; e Iddio gli ha pur  esso parlato col doppio linguaggio dei benefici, e dei castighi. – Dopo l’eccezionale benefìcio di una pace di quarant’anni, di che esso non volle profittare, vennero eccita­menti di una specie diversa. Per non farne una lunga enumerazione, l’anno scorso (ciò che non era mai av­venuto) tutti i flagelli di Dio ad una volta piombarono sul mondo. La peste negli uomini e negli animali; la misteriosa malattia delle uve, dei pomi di terra, della  canna di zucchero e dei vegetali; la fame, la guerra, i terremoti; lo straripamento dei fiumi, e la invasione degli insetti voraci. Fuvvi giammai avvertimento più chiaro e più solenne?

XXV.

Malgrado l’immenso danno, il pubblico benessere non fu seriamente alterato, ed il secolo decimonono, rimasto sordo alla voce della Provvidenza, nulla ha cangiato nelle sue sciagurate abitudini; ma non è esausto il calice dell’ira divina. Fino a che non fu colpito dalla giustizia umana, istrumento della giustizia divina, il Ladrone del Cal­vario proseguì la sua vita di delitti e di brigantaggio; egli non pensava a pentirsi. Ma inchiodato che fu sulla croce, fu tu tt’altro. Nelle strette del dolore, ed in faccia  alla morte, torno in sé; ascoltò la sua coscienza, si  pentì, e fu salvo. Lasciate che l’angelo della giustizia versi fino alla  feccia sul mondo ribelle il calice dell’ira divina. Senza un pronto pentimento, come quello di Ninive, quel calice sarà senza fallo versato. Tal si raccoglie qual si semina: e sì nell’ordine morale, come nel fìsico, questa legge è del pari inflessibile. Allorché dunque pel secolo decimonono sarà venuto  il momento di raccogliere quel che ha seminato di dot­trine sovversive intorno alla religione, alla società, alla proprietà, alla famiglia; e seminato a piene mani ogni giorno su tutta la faccia dell’Europa, non ostante i gridi di allarme di tutti gli uomini sensati, verranno allora i mietitori, e saranno quali si fecero. Sciami di  selvaggi civilizzati, che arruolati in mille tenebrose sètte, si mostreranno in pieno giorno, e faran sentire al mondo spaventato ciò che siano le moltitudini am­maestrate a non creder nulla, fuorché alle disordinate passioni. – Infiammati di un odio senza freno e lungamente contenuto, i novelli barbari faranno quel che già fecero i barbari di altra età. Strumenti della divina giustizia,  come già Nabucco a Gerusalemme, Attila nelle Gallie, Genserico a Roma, quando avranno compita la loro  trista missione, incendiato, saccheggiato, massacrato e dispersa questa civiltà corrotta e corruttrice, che il mondo cristiano affascina e desola, come desolò già il mondo pagano; quando finalmente oppresso dal socia­lismo e dalla barbarie, il secolo decimonono sarà stremato di forze e di coraggio, allora, ci giova sperarlo, griderà: Misericordia! Esso imiterà il modello che la divina provvidenza pare aver fatto per lui, e del quale quest’opera gli ri­chiama la consolante memoria. A solo fine di rialzar l’animo depresso dei più disperati peccatori e dei più cor­rotti secoli (dicono i padri della Chiesa), il Redentore del mondo volle coronare la sua vita con questo splen­dido esempio di misericordia.

XXVI.

E perché il secolo decimonono non vorrà farne suo pro? La scuola della sventura è per eccellenza la scuola della virtù e del ravvedimento. Non con altro mezzo che con la croce il Figlio di Dio ha salvato il mondo, e sulla croce soltanto si salvano le anime e i popoli. Senza dubbio il nostro secolo è un gran peccatore, e quel che è peggio un peccatore indurito. Ma se la voce delle sue iniquità grida vendetta, vi ha un’altra voce che grida misericordia: e come Iddio vuol perdonare, sempre avviene così. E qual’è mai la voce che domanda grazia pel secolo decimonono? La è la voce delle opere cattoliche per ogni dove moltiplicate, per ogni dove animate di novella attività; pie associazioni di carità, pellegrinaggi pubblici, ordini religiosi, apostolato della donna, propagazione della fede e missioni alle più remote parti del mondo. Ella è la voce di tutta quanta la Chiesa, che proclamando il domma dell’Immacolata Concezione di Maria, obbliga in certo modo la Regina degli Angeli a far prova della sua gran potenza; la Madre delle misericordie a disarmare lo sdegno di Dio; l’Èva novella a schiacciare anche una volta la testa del serpente. Ella è la voce degli eroici sacrifici, lo spettacolo dei quali impone l’ammirazione, e rivela tesori dj fede, riposti in cuori di venti anni. La è la voce del sangue il più puro generosamente versato per la causa di Dio e della Chiesa. La è la voce della lunga agonia dell’immortale Pio IX calunniato, tradito, spogliato e perseguitato come il suo divino maestro, e mansueto come Lui. – E chi può dire quanto pesino sulle divine bilance tante lacrime, tante preghiere, tante elemosine, tanti sacrifici, tante opere sante generosamente effettuale, e tante sofferenze accettate con la coraggiosa rassegnazione dei martiri? Quel che noi sappiamo si è che in questo solamente è fondata la speranza del secolo decimonono.

XXVII.

Gli verrà obbiettato. « L’opera vostra non conseguirà il suo intento. Il secolo decimonono è un essere collet­tivo. P arlare ad esso è parlare a tutti in generale: e parlare a tutti in generale, egli è lo stesso che non parlare ad alcuno. Predicazione nel deserto, vano rumore di cembalo risonante, tal sarà la vostra parola. Che val dunque cotesto libro? Quale importanza può avere?  In un secolo come il nostro, dove mai troverà lettori? »

XXVIII.

A che val questo libro? Senza dubbio il secolo decimonono è un essere collettivo; ma l’essere collettivo  si compone d’individualità. E queste hanno orecchie  per sentire, una coscienza per giudicare, e mente e cuore per volere. Arrivando ad esse la parola, indiriz­zata a tutti, si individua e può diventare efficace. Del  rimanente, tal è la condizione di ogni parola pubblica,  scritta o parlata; e potrà dirsi che sia del tutto inutile? Oggi pure, come sempre, la parola è quella che governa  il mondo.

XXIX

Riflettiamo poi che per esercitare una potente in­fluenza, non è necessario che la parola s’impadronisca  di tutti, e neppur di un gran numero al tempo stesso. – Nel bene, come nel male, le rivoluzioni furono sempre il fatto delle minorità. Dodici apostoli rivoluzionarono il mondo. In ciascuno dei diciotto secoli trascorsi si son veduti poveri Missionari levare in rivoluzione cristia­namente intere popolazioni. Il medesimo avviene delle rivoluzioni in senso opposto. Anche oggidì, qualunque sia la grandezza del male, datemi dodici Re, sinceramente convertiti come uomini e come Re; meno ancora; quanti giusti si richiedevano per salvar Sodoma; e non dubitate, avverranno cose maravigliose. Oltre la naturale tendenza ad imitare i  grandi, i popoli del secolo decimonono, bisogna render  loro questa giustizia, son malvagi meno dei loro governi.

XXX.

« Ma i Re non si convertiranno. In luogo di farsi e chiamarsi, come Costantino,  Vescovi al di fuori o come Carlo Magno, i Servitori di Gesù Cristo e i  Sergenti della Chiesa, dimenticheranno sempre più a quali con­dizioni venne lor confidato il potere. Perdendo affatto l’istinto della propria conservazione, eglino e i popoli andranno incontro a inevitabili catastrofi. A che dunque gioverà questo libro? » – Nel pubblicar questa storia, noi prendemmo di mira il bene generale ed il bene particolare. Inutile, a vostro giudizio, pel primo fine, lo sarà pure del tutto pel  secondo? Indicare il solo rimedio ai mali che tanto ci gravano, e alle calamità che ne minacciano; eccitare lo zelo di alcune sante vittime le cui lacrime ed espiazioni possono  far piegare dal lato della misericordia la divina bilancia:  sarà dunque nulla? Far conoscere in tutte le sue parti una meraviglia incomparabilmente più bella che tutti i capo-lavori  dell’Esposizione universale: sarà dunque nulla? – « Se è egli ben fatto, dice la Scrittura, di tener  nascosti i segreti dei Re, è cosa lodevole di rivelare e  annunziare le opere di Dio. » [Tob., XII, 7]. – Or tra tutti i prodigi  della sua destra, havvene uno che sia tanto degno di esser tramandato di generazione in generazione, e cono­sciuto fino all’estremità della terra, quanto quello della conversione del Buon Ladrone? Trarre il mondo dal nulla con una parola, egli è un miracolo dell’Onnipotenza. Con altra parola far di una pietra un figlio di Abramo, egli è un miracolo più grande ancora. Ma di un veterano del delitto, di un  masnadiero già sospeso al patibolo, sul quale espia tutta una vita di furti e di opere di sangue, farne in men ch’io noi dico, un Apostolo, un evangelista, un santo canonizzato ancor vivo, è tale un prodigio che tuttii  secoli non videro il simile, e che nel suo genere supera  tutti gli altri.

XXXI.

« Qual’ importanza può egli aver questo libro? » Non tutti quelli che san leggere sono associati ai perniciosi giornali, grandi o piccoli, né fan loro pasto dei romanzi. Se un troppo gran numero si contenta di mangiar paglia e fieno, ven’ha, grazie al cielo, pur molti di quelli, che conservano gusti più puri, e che vogliono un nutrimento più sano. Sarà forse senza importanza offrire ad essi un ali­mento, che risponda ai loro nobili istinti? Sarà senza importanza forse soddisfare una legittima  curiosità, rilevando delle circostanze, il cui interesse è proporzionato alla grandezza eccezionale del fatto a cui  si attengono? Sarà egli senza importanza, specialmente oggigiorno,  mantenere o risvegliare nelle anime i sentimenti che  le nobilitano e le santificano: l’ammirazione, la confi­denza, l’amore? E non solamente risvegliarli, ma con lo spettacolo di un sublime modello, elevarli al più alto grado di potenza? Sarà senza interesse per tante vittime dello scorag­giamento e della disperazione, trovare nel buon Ladrone la risposta perentoria ai loro dubbi, la calma delle loro  agitazioni di spirito, la guarigione dei loro sinistri pen­sieri, ed una protezione potente presso il Padre delle misericordie?

XXXII.

« In un secolo come il nostro, dove troverà esso lettori? » Egli è pur troppo vero, che il secolo decimonono,  più che ogni altro, è affascinato dalla vanità delle cose mondane e periture. Ciò nondimeno si con­tano ancora nobili intelligenze e dei nobili cuori, i quali vivono altra vita che quella dei sensi. A motivo appunto  dell’atmosfera di piombo, che col suo peso li soffoca, queste anime sentono più costante e più vivo il bisogno di respirare un aer puro, di conoscere ed ammirare  tutt’altra cosa che la materia e le sue manipolazioni,  di sperare ed amare ben altra cosa che pane e sensuali soddisfazioni. E tali saranno i lettori di questo libro.

XXXIII.

Il fatto cui n arra ha luogo nelle regioni superiori  del mondo morale, del quale fa rilevare le sorprendenti  realtà. Due elementi prodigiosamente combinati l’hanno  prodotto: la grazia di Dio nella pienezza della sua effi­cacia e nella rapidità della sua azione; e la cooperazione  dell’uomo in tutta l’energia della sua fede. Contemplandolo, abbiamo sotto gli occhi uno spettacolo che  rende l’anima estatica e ne esalta l’ammirazione. Sommariamente ricordato nell’Evangelio, questo fatto unico e più bello a considerarsi che la stessa  creazione del mondo, fu accompagnato da circostanze generalmente poco conosciute e nondimeno, per più  rapporti, di un serio interesse. Queste da un canto aprono dei nuovi orizzonti allo studio dell’antichità;  dall’altro canto, rannodando la storia sacra alla profana, rischiarano il sacro testo, raffermano la fede del cri­stiano, e danno una smentita di più a chi non presta  piena fede al racconto evangelico. Il metterle in rilievo è, fra gli altri, intento di quest’opera.

XXXIV.

Ingolfarsi nelle cose materiali, e per naturale con­seguenza, la ignoranza del mondo morale, delle sue leggi e delle sue magnificenze, non è la sola piaga del1’epoca nostra. Altre ve ne hanno vive non meno, e che di giorno in giorno tendono a dilatarsi: e da que­ste non son esenti gli stessi cristiani. Per gli uni par­liamo dell’indebolimento della fede; per gli altri del  manco di fiducia nella misericordia di Dio. – Questa fede, la quale se raggiungesse la grandezza  di un granello di senapa varrebbe a traslocar le mon­tagne; questa fede che nella persona dei primi cristiani  vinse l’intero mondo, e nei loro discendenti potrebbe  rigenerarlo; questa fede che dà ali alla preghiera, la conduce fino al trono di Dio, e ve la mantiene fino a  che l’Altissimo l’abbia esaudita; fede che in ogni tempo ha operato un sì gran numero di strepitose conversioni,  ed ottenuto contro ogni speranza, tanti insigni favori,  questa fede, nelle grandi masse, va pur troppo visi­bilmente mancando.

XXXV.

Ora come ravvivarla? Col mezzo di grandi e luminosi esempi, « Come il fuoco, dice un antico autore, non è mai così necessario quanto nel rigore dei più ge­lidi inverni; così gli esempi di grandi e luminose virtù non son mai più utili ed opportuni, che quando il mondo è pieno di grandi vizi. Ed ancorché questi esempi non siano di persone viventi, ma di già morte da tanti se­coli; ciò nondimeno, come le reliquie dei loro corpi, benché ridotti in polvere, hanno ancora una virtù di­vina da far miracoli, e le loro stesse immagini valgono talvolta, per la divina grazia, ad operare la conver­sione dei peccatori; così la storia della loro vita è una delle più preziose reliquie che di loro ci rimangono, e l’immagine della bellezza della loro anima, la quale è immortale, può ben tirare le benedizioni del Signore  nello spirito e nel cuore dei lettori, per la virtù che  lo Spirito Santo ha impressa in quelle antiche e mira­bili fatture della sua grazia, e per la potenza dell’intercessione di quei gran santi a pro di coloro che li invocano leggendo la loro vita. E queste parole non bastano a dimostrare l’utilità della storia del buon Ladrone? Se havvi un più grande  esempio di fede e di tutti gli effetti della sincera fede;  l’amor di Dio, il disprezzo del rispetto umano, il co­raggio a tutta prova, certo i Padri della Chiesa nol  conobbero. E farlo rivivere, non è forse apprestare un rimedio di grande efficacia ad una delle più gravi in­fermità del secolo nostro?

XXXVI.

Veniamo alla diffidenza della misericordia di Dio. Questa infelice disposizione, che in molte anime altronde fedeli costituisce come il fondo della lor vita, ne forma  anche il tormento e il pericolo. Vedendo in Dio più un  giudice severo che un padre misericordioso, essa fa trovar duro e pesante un giogo dall’istesso Nostro Si­gnore dichiarato soave e leggero; offusca la pietà, frange l’energia del bene, e ingenera il tedio e lo sco­raggiamento. – Ben fortunate le sue vittime se non le conduce alla finale disperazione dopo aver abbandonato il freno a tutte le loro passioni. O non è dessa sanabile, o la guarigione di questa terribile malattia è nella storia che noi prendiamo a narrare. Dopo aver veduto spa­lancarsi la porta del cielo ad un ladro insigne, chi po­trebbe più disperare? Quis hic desperet, sperante ladrone!

XXXVII

A coloro poi che sotto qualsiasi forma di condotta  avessero avuto la disgrazia d’imitarne la vita, il Buon Ladrone insegna imitarlo nella sua morte. – Sia pur  gravata di delitti e d’iniquità la vostra coscienza (egli lor dice) e presso al termine la vostra vita, un istante di sincero pentimento basta per chiudervi le porte dell’inferno ed aprirvi quelle del cielo. Ricordatevi soltanto che Quegli che ha promesso il perdono, non ha già pro­messo il domani. Profittate adunque dei giorno che ancor vi rimane. Bentosto verrà la notte e non avrete più tempo a pentirvi. » – L’istoria del Buon Ladrone non è solamente un in­coraggiamento per i più gran peccatori, ma è pur anche un punto di appoggio pel sacerdote, il quale è chiamato ad assistere al peccatore moribondo negli Ergastoli, nelle Prigioni, negli Ospedali, nel tugurio del povero, e troppo spesso ancora nel palazzo del ricco. Quanto mai gli bisogna contare sui tesori dell’infinita miseri­cordia di Dio! Potrà egli vederla brillare di una luce più  rassicurante, che nella conversione di Disma crocifisso? Render popolare questa mirabile conversione, egli è un secondare i disegni pietosi del Padre delle misericordie, del Dio d’ogni consolazione. Egli è un prevenire  la disperazione, non già un incoraggiare al male; pe­rocché sul Calvario, presso la Croce a destra v’è pur la croce a sinistra. Egli è uno stimolo non già al di­sprezzo, ma all’amore di un Dio, la cui paterna bontà, come la giustizia, confonde la ragione umana. Possa quest’opera contribuire a formare in coloro  che la leggeranno, disposizioni conformi alle intenzioni mille volte adorabili di Colui che venne a cercare e salvare, senz’alcuna eccezione, quei che si erano per­duti. « Venit enim Filius hominis quærere et salvum facere quod perierat [Luc. XIX, 10] ».

 

 

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI APOSTATI DI TORNO: AD CÆLI REGINAM

Benché questa lettera enciclica di S. S. Pio XII sia stata scritta per istituire la festa di Maria Regina, pure vogliamo proporla in vista della grandiosa festività dell’Assunta in cielo, dogma di fede promulgato dallo stesso Sommo Pontefice. In realtà le due feste sono intimamente collegate e compongono una inscindibile unità devozionale, così evidente tra l’altro nei Misteri Gloriosi del Santo Rosario. È alla Vergine Maria che devono rivolgersi i pochi residui Cattolici attuali, il “piccolo gregge” unito al Santo Padre in esilio, per affrontare questi infausti tempi di apostasia in cui la sinagoga di satana si è rivestita come “angelo di luce” e, tragica parodia della Chiesa di Cristo, Una, Santa, Cattolica ed Apostolica, sta sprofondando una infinità di anime la dove “ci sarà pianto e stridor di denti”. Affidiamoci dunque con gioia, riconoscenza e gratitudine alla Madre nostra e Regina dell’universo, la Quale ci ricorda che proprio in tali circostanze, profetizzate evangelicamente da millenni, il Figlio suo rivolge a noi, come all’epoca ai suoi Apostoli, l’incoraggiamento: “… confidite, ego vici mundum!”, e ci sostiene con la certezza della biblica parola divina: “ … et IPSA conteret caput tuum”. Prepariamoci alla straordinaria Festa della nostra Madre e Regina meditando questa enciclica breve, ma densissima dello spirito mariano del Papa di Fatima!

PIO XII

LETTERA ENCICLICA

AD CÆLI REGINAM

“DIGNITÀ REGALE DELLA SANTA VERGINE MARIA”

Fin dai primi secoli della Chiesa Cattolica il popolo cristiano ha elevato supplici preghiere e inni di lode e di devozione alla Regina del cielo, sia nelle circostanze liete, sia, e molto più, nei periodi di gravi angustie e pericoli; né vennero meno le speranze riposte nella Madre del Re divino, Gesù Cristo, mai s’illanguidì la fede, dalla quale abbiamo imparato che la Vergine Maria, Madre di Dio, presiede all’universo con cuore materno, come è coronata di gloria nella beatitudine celeste. – Ora, dopo le grandi rovine che, anche sotto i Nostri occhi, hanno distrutto fiorenti città, paesi e villaggi; davanti al doloroso spettacolo di tali e tanti mali morali, che si avanzano paurosamente in limacciose ondate, mentre vediamo scalzare le basi stesse della giustizia e trionfare la corruzione, in questo incerto e spaventoso stato di cose, Noi siamo presi da sommo dispiacere e perciò ricorriamo fiduciosi alla Nostra Regina Maria, mettendo ai piedi di Lei, insieme col Nostro, i sentimenti di devozione di tutti i fedeli, che si gloriano del nome di cristiani. – È gradito e utile ricordare che Noi stessi, il 1° novembre dell’anno santo 1950, abbiamo decretato, dinanzi a una grande moltitudine di em.mi cardinali, di venerandi vescovi, di sacerdoti e di cristiani, venuti da ogni parte del mondo, il dogma dell’assunzione della beatissima vergine Maria in cielo, dove, presente in anima e corpo, regna tra i cori degli angeli e dei santi, insieme al suo unigenito Figlio. Inoltre, ricorrendo il centenario della definizione dogmatica fatta dal Nostro predecessore, Pio IX, di imm. mem., sulla Madre di Dio concepita senza alcuna macchia di peccato originale, abbiamo indetto l’anno mariano, nel quale con gran gioia vediamo che non solo in questa alma città – specialmente nella Basilica Liberiana, dove innumerevoli folle continuano a professare apertamente la loro fede e il loro ardente amore alla Madre celeste – ma anche in tutte le parti del mondo la devozione verso la Vergine, Madre di Dio, rifiorisce sempre più; mentre i principali santuari di Maria hanno accolto e accolgono ancora pellegrinaggi imponenti di fedeli devoti. – Tutti poi sanno che Noi, ogni qualvolta Ce n’è stata offerta la possibilità, cioè quando abbiamo potuto rivolgere la parola ai Nostri figli, venuti a trovarci, e quando abbiamo indirizzato messaggi anche ai popoli lontani per mezzo delle onde radiofoniche, non abbiamo cessato di esortare tutti coloro, ai quali abbiamo potuto rivolgerCi, ad amare la nostra benignissima e potentissima Madre di un amore tenero e vivo, come conviene a figli. In proposito, ricordiamo particolarmente il radiomessaggio, che abbiamo indirizzato al popolo portoghese, nell’incoronazione della taumaturga Madonna di Fatima, da Noi stessi chiamato radiomessaggio della «regalità» di Maria. – Pertanto, quasi a coronamento di tutte queste testimonianze della Nostra pietà mariana, cui il popolo cristiano ha risposto con tanta passione, per concludere utilmente e felicemente l’anno mariano che volge al termine e per venire incontro alle insistenti richieste, che Ci sono pervenute da ogni parte, abbiamo stabilito di istituire la festa liturgica della «beata Maria vergine regina». – Non si tratta certo di una nuova verità proposta al popolo cristiano, perché il fondamento e le ragioni della dignità regale di Maria, abbondantemente espresse in ogni età, si trovano nei documenti antichi della chiesa e nei libri della sacra liturgia. – Ora vogliamo richiamarle nella presente enciclica per rinnovare le lodi della nostra Madre celeste e per renderne più viva la devozione nelle anime, con vantaggio spirituale.

I

Il popolo cristiano ha sempre creduto a ragione, anche nei secoli passati, che colei, dalla quale nacque il Figlio dell’Altissimo, che «regnerà eternamente nella casa di Giacobbe» (Lc 1, 32), (sarà) «Principe della pace» (Is 9, 6), «Re dei re e Signore dei signori» (Ap XIX, 16), al di sopra di tutte le altre creature di Dio ricevette singolarissimi privilegi di grazia. Considerando poi gli intimi legami che uniscono la madre al figlio, attribuì facilmente alla Madre di Dio una regale preminenza su tutte le cose. – Si comprende quindi facilmente come già gli antichi scrittori della chiesa, avvalendosi delle parole dell’arcangelo san Gabriele, che predisse il regno eterno del Figlio di Maria (cf. Lc 1, 32-33), e di quelle di Elisabetta, che s’inchinò davanti a lei, chiamandola «madre del mio Signore» (Lc 1, 43), abbiano, denominando Maria «madre del Re» e «madre del Signore», voluto significare che dalla regalità del Figlio dovesse derivare alla Madre una certa elevatezza e preminenza. – Pertanto sant’Efrem, con fervida ispirazione poetica, così fa parlare Maria: «Il cielo mi sorregga con il suo braccio, perché io sono più onorata di esso. Il cielo, infatti, fu soltanto tuo trono, non tua madre. Ora quanto è più da onorarsi e da venerarsi la madre del Re del suo trono!». E altrove così egli prega Maria: «… Vergine augusta e Padrona, Regina, Signora, proteggimi sotto le tue ali, custodiscimi, affinché non esulti contro di me satana, che semina rovine, né trionfi contro di me l’iniquo avversario». – San Gregorio di Nazianzo chiama Maria Madre del Re di tutto l’universo», «Madre vergine, [che] ha partorito il Re di tutto il mondo», mentre Prudenzio ci parla della Madre, che si meraviglia «di aver generato Dio come uomo sì, ma anche come sommo re». – La dignità regale di Maria è poi chiaramente asserita da coloro che la chiamano «Signora», «Dominatrice», «Regina». Secondo un’omelia attribuita a Origene, Elisabetta apostrofa Maria «Madre del mio Signore», e anche: «Tu sei la mia signora». – Lo stesso concetto si può dedurre da un testo di san Girolamo, nel quale espone il suo pensiero circa le varie interpretazioni del nome di Maria: «Si deve sapere che Maria, nella lingua siriaca, significa Signora». – Ugualmente si esprime, dopo di lui, san Pietro Crisologo: «Il nome ebraico Maria si traduce “Domina” in latino: l’angelo dunque la saluta “Signora” perché sia esente da timore servile la Madre del Dominatore; che per volontà del Figlio nasce e si chiama Signora». – Sant’Epifanio, vescovo di Costantinopoli, scrive al sommo pontefice Ormisda, che si deve implorare l’unità della Chiesa «per la grazia della santa e consostanziale Trinità e per l’intercessione della nostra santa Signora, gloriosa Vergine e Madre di Dio, Maria». – Un autore di questo stesso tempo si rivolge con solennità alla beata Vergine seduta alla destra di Dio, invocandone il patrocinio, con queste parole: «Signora dei mortali, santissima Madre di Dio». – Sant’Andrea di Creta attribuisce spesso la dignità regale alla Vergine; ne sono prova i seguenti passi: «(Gesù Cristo) portò in questo giorno come regina del genere umano dalla dimora terrena (ai cieli) la sua Madre sempre Vergine, nel cui seno, pur rimanendo Dio, prese l’umana carne». E altrove: «Regina di tutti gli uomini, perché fedele di fatto al significato del suo nome, eccettuato soltanto Dio, si trova al di sopra di tutte le cose». – San Germano poi così si rivolge all’umile Vergine: «Siedi, o signora: essendo tu regina e più eminente di tutti i re ti spetta sedere nel posto più alto»; e la chiama. «Signora di tutti coloro che abitano la terra». – San Giovanni Damasceno la proclama «Regina, Padrona, Signora» e anche «Signora di tutte le creature»; e un antico scrittore della Chiesa occidentale la chiama «Regina felice», «Regina eterna, presso il Figlio Re», della quale «il bianco capo è ornato di aurea corona». – Sant’Ildefonso di Toledo riassume tutti i titoli di onore in questo saluto: «O mia Signora, o mia Dominatrice: tu sei mia Signora, o Madre del mio Signore… Signora tra le ancelle, Regina tra le sorelle». – I teologi della Chiesa, raccogliendo l’insegnamento di queste e di molte altre testimonianze antiche, hanno chiamato la beatissima Vergine Regina di tutte le cose create, Regina del mondo; signora dell’universo. – I sommi Pastori della Chiesa non mancarono di approvare e incoraggiare la devozione del popolo cristiano verso la celeste Madre e Regina con esortazioni e lodi. Lasciando da parte i documenti dei Papi recenti, ricorderemo che già nel secolo settimo il Nostro predecessore san Martino I, chiamò Maria «Nostra Signora gloriosa, sempre Vergine»; sant’Agatone, nella lettera sinodale, inviata ai Padri del sesto Concilio ecumenico, la chiamò «Nostra Signora, veramente e propriamente Madre di Dio»; e nel secolo VIII, Gregorio II, in una lettera inviata al patriarca san Germano, letta tra le acclamazioni dei Padri del settimo Concilio ecumenico, proclamava Maria «Signora di tutti e vera Madre di Dio» e «Signora di tutti i cristiani». – Ricorderemo parimenti che il Nostro predecessore di immortale memoria Sisto IV, nella lettera apostolica Cum præexcelsa, in cui accenna con favore alla dottrina dell’Immacolata Concezione della beata Vergine, comincia proprio con le parole che dicono Maria «Regina, che sempre vigile intercede presso il Re, che ha generato». Parimenti Benedetto XIV, nella lettera apostolica Gloriosæ Dominæ, chiama Maria «Regina del cielo e della terra», affermando che il sommo Re ha, in qualche modo, affidato a lei il suo proprio impero. – Onde sant’Alfonso, tenendo presente tutta la tradizione dei secoli che lo hanno preceduto, poté scrivere con somma devozione: «Poiché la Vergine Maria fu esaltata ad essere la Madre del Re dei re, con giusta ragione la Chiesa l’onora col titolo di Regina».

II

La sacra liturgia, che è lo specchio fedele dell’insegnamento tramandato dai Padri e affidato al popolo cristiano, ha cantato nel corso dei secoli e canta continuamente sia in Oriente che in Occidente le glorie della celeste Regina. – Fervidi accenti risuonano dall’Oriente: «O Madre di Dio, oggi sei trasferita al cielo sui carri dei Cherubini, i Serafini si onorano di essere ai tuoi ordini, mentre le schiere dei celesti Eserciti si prostrano dinanzi a te». – E ancora: «O giusto, beatissimo (Giuseppe), per la tua origine regale sei stato fra tutti prescelto a essere lo sposo della Regina Immacolata, la quale darà alla luce in modo ineffabile il re Gesù». E inoltre: «Scioglierò un inno alla Madre Regina, alla quale mi rivolgo con gioia, per cantare lietamente le sue glorie. … O Signora, la nostra lingua non ti può celebrare degnamente, perché tu, che hai dato alla luce Cristo, nostro Re, sei stata esaltata al di sopra dei Serafini. … Salve, o Regina del mondo, salve, o Maria, Signora di tutti noi». – Nel «Messale» etiopico si legge: « O Maria, centro di tutto il mondo … tu sei più grande dei Cherubini pluriveggenti e dei Serafini dalle molte ali. … Il cielo e la terra sono ricolmi della santità della tua gloria». – Fa eco la liturgia della Chiesa latina con l’antica e dolcissima preghiera «Salve, Regina», le gioconde antifone «Ave, o Regina dei cieli», «Regina del cielo, rallégrati, alleluia» e altri testi, che si recitano in varie feste della Beata Vergine Maria: «Come Regina stette alla tua destra con un abito dorato, rivestita di vari ornamenti»; «La terra e il popolo cantano la tua potenza, o Regina»; «Oggi la Vergine Maria sale al cielo: godete, perché regna con Cristo in eterno». – A tali canti si devono aggiungere le Litanie lauretane, che richiamano i devoti a invocare ripetutamente Maria Regina; e nel quinto mistero glorioso del santo rosario, la mistica corona della celeste regina, i fedeli contemplano in pia meditazione già da molti secoli, il regno di Maria, che abbraccia il cielo e la terra. – Infine l’arte ispirata ai principi della fede cristiana e perciò fedele interprete della spontanea e schietta devozione popolare, fin dal Concilio di Efeso, è solita rappresentare Maria come Regina e Imperatrice, seduta in trono e ornata delle insegne regali, cinta il capo di corona e circondata dalle schiere degli Angeli e dei Santi, come Colei che domina non soltanto sulle forze della natura, ma anche sui malvagi assalti di satana. L’iconografia, anche per quel che riguarda la dignità regale della Beata Vergine Maria, si è arricchita in ogni secolo di opere di grandissimo valore artistico, arrivando fino a raffigurare il divin Redentore nell’atto di cingere il capo della Madre sua con fulgida corona. – I Pontefici Romani non hanno mancato di favorire questa devozione del popolo, decorando spesso di diadema, con le proprie mani o per mezzo di legati pontifici, le immagini della Vergine Madre di Dio, già distinte per singolare venerazione.

III

Come abbiamo sopra accennato, venerabili fratelli, l’argomento principale, su cui si fonda la dignità regale di Maria, già evidente nei testi della tradizione antica e nella sacra liturgia, è senza alcun dubbio la sua divina maternità. Nelle sacre Scritture infatti, del Figlio, che sarà partorito dalla Vergine, si afferma: «Sarà chiamato Figlio dell’Altissimo e il Signore Dio gli darà il trono di Davide, suo padre; e regnerà nella casa di Giacobbe eternamente e il suo regno non avrà fine» (Lc 1, 32-33); e inoltre Maria è proclamata «Madre del Signore» (Lc 1, 43). Ne segue logicamente che ella stessa è Regina, avendo dato la vita a un Figlio; che nel medesimo istante del concepimento, anche come uomo, era Re e Signore di tutte le cose, per l’unione ipostatica della natura umana col Verbo. San Giovanni Damasceno scrive dunque a buon diritto: «È veramente diventata la Signora di tutta la creazione, nel momento in cui divenne Madre del Creatore» e lo stesso arcangelo Gabriele può dirsi il primo araldo della dignità regale di Maria. – Tuttavia la beatissima Vergine si deve proclamare regina non soltanto per la maternità divina, ma anche per la parte singolare che, per volontà di Dio, ebbe nell’opera della nostra salvezza eterna. «Quale pensiero – scrive il Nostro predecessore di felice memoria Pio XI – potremmo avere più dolce e soave di questo, che Cristo è nostro Re non solo per diritto nativo, ma anche per diritto acquisito e cioè per la redenzione? Ripensino tutti gli uomini dimentichi quanto costammo al nostro Salvatore: “Non siete stati redenti con oro o argento, beni corruttibili, … ma col sangue prezioso di Cristo, agnello immacolato e incontaminato” (1 Pt 1;18-19). Non apparteniamo dunque a noi stessi, perché “Cristo a caro prezzo” (1 Cor VI, 20) ci ha comprati». – Ora nel compimento dell’opera di redenzione Maria santissima fu certo strettamente associata a Cristo, onde giustamente si canta nella sacra liturgia: «Santa Maria, regina del cielo e signora del mondo, affranta dal dolore, se ne stava in piedi presso la croce del Signore nostro Gesù Cristo». E un piissimo discepolo di sant’Anselmo poteva scrivere nel medioevo: «Come … Dio, creando tutte le cose nella sua potenza, è padre e signore di tutto, così Maria, riparando tutte le cose con i suoi meriti, è la Madre e la Signora di tutto: Dio è signore di tutte le cose, perché le ha costituite nella loro propria natura con il suo comando, e Maria è signora di tutte le cose, riportandole alla loro originale dignità con la grazia che ella meritò». Infatti: «Come Cristo per il titolo particolare della redenzione è nostro signore e nostro re, così anche la Vergine beata (è nostra Signora) per il singolare concorso prestato alla nostra redenzione, somministrando la sua sostanza e offrendola volontariamente per noi, desiderando, chiedendo e procurando in modo singolare la nostra salvezza». – Da queste premesse si può così argomentare: se Maria, nell’opera della salute spirituale, per volontà di Dio, fu associata a Cristo Gesù, principio di salvezza, e in maniera simile a quella con cui Eva fu associata ad Adamo, principio di morte, sicché si può affermare che la nostra redenzione si compì se­condo una certa «ricapitolazione», per cui il genere umano, assoggettato alla morte, per causa di una vergine, si salva anche per mezzo di una Vergine; se inoltre si può dire che questa gloriosissima Signora venne scelta a Madre di Cristo proprio «per essere a lui associata nella redenzione del genere umano» e se realmente «fu lei, che esente da ogni colpa personale o ereditaria, strettissimamente sempre unita al suo Figlio, lo ha offerto sul Golgota all’eterno Padre sacrificando insieme l’amore e i diritti materni, quale nuova Eva, per tutta la posterità di Adamo, macchiata dalla sua caduta miseranda»; se ne potrà legittimamente concludere che, come Cristo, il nuovo Adamo, è nostro Re non solo perché Figlio di Dio, ma anche perché nostro redentore, così, secondo una certa analogia, si può affermare parimenti che la beatissima Vergine è Regina, non solo perché Madre di Dio, ma anche perché quale nuova Eva è stata associata al nuovo Adamo. – È certo che in senso pieno, proprio e assoluto, soltanto Gesù Cristo, Dio e uomo, è Re; tuttavia, anche Maria, sia come Madre di Cristo Dio, sia come socia nell’opera del divin Redentore, e nella lotta con i nemici e nel trionfo ottenuto su tutti, ne partecipa la dignità regale, sia pure in maniera limitata e analogica. Infatti da questa unione con Cristo Re deriva a lei tale splendida sublimità, da superare l’eccellenza di tutte le cose create: da questa stessa unione con Cristo nasce quella regale potenza, per cui Ella può dispensare i tesori del regno del divin Redentore; infine dalla stessa unione con Cristo ha origine l’inesauribile efficacia della sua materna intercessione presso il Figlio e presso il Padre. – Nessun dubbio pertanto che Maria santissima sopravanzi in dignità tutta la creazione e abbia su tutti il primato, dopo il suo Figliuolo. «Tu infine – canta san Sofronio – hai di gran lunga sopravanzato ogni creatura. … Che cosa può esistere di più sublime di tale gioia, o Vergine Madre? Che cosa può esistere di più elevato di tale grazia, che per volontà divina tu sola hai avuto in sorte?». E va ancora più oltre nella lode san Germano: «La tua onorifica dignità ti pone al di sopra di tutta la creazione: la tua sublimità ti fa superiore agli angeli». San Giovanni Damasceno poi giunge a scrivere la seguente espressione: «È infinita la differenza tra i servi di Dio e la sua Madre». – Per aiutarci a comprendere la sublime dignità che la Madre di Dio ha raggiunto al di sopra di tutte le creature, possiamo ripensare che la santissima Vergine, fin dal primo istante del suo concepimento, fu ricolma di tale abbondanza di grazie da superare la grazia di tutti i santi. Onde – come scrisse il Nostro predecessore Pio XI di fel. mem. nella lettera apostolica Ineffabilis Deus – «ha con tanta munificenza arricchito Maria con l’abbondanza di doni celesti, tratti dal tesoro della divinità, di gran lunga al di sopra degli Angeli e di tutti i Santi, che Ella, del tutto immune da ogni macchia di peccato, in tutta la sua bellezza e perfezione, avesse tale pienezza d’innocenza e di santità che non se ne può pensare una più grande al di sotto di Dio e che all’infuori di Dio nessuno riuscirà mai a comprendere». – Inoltre la beata Vergine non ha avuto soltanto il supremo grado, dopo Cristo, dell’eccellenza e della perfezione, ma anche una partecipazione di quell’influsso, con cui il suo Figlio e Redentore nostro giustamente si dice che regna sulla mente e sulla volontà degli uomini. Se infatti il Verbo opera i miracoli e infonde la grazia per mezzo dell’umanità che ha assunto, se si serve dei Sacramenti dei suoi Santi come di strumenti per la salvezza delle anime, perché non può servirsi dell’ufficio e dell’opera della Madre sua Santissima per distribuire a noi i frutti della redenzione? «Con animo veramente materno – così dice lo stesso predecessore Nostro Pio IX di imm. mem. – trattando l’affare della nostra salute Ella è sollecita di tutto il genere umano, essendo costituita dal Signore Regina del cielo e della terra ed esaltata sopra tutti i cori degli Angeli e sopra tutti i gradi dei Santi in cielo, stando alla destra del suo unigenito Figlio; Gesù Cristo, Signore nostro, con le sue materne suppliche impetra efficacissimamente, ottiene quanto chiede, né può rimanere inesaudita». A questo proposito l’altro predecessore Nostro di fel. mem., Leone XIII, dichiarò che alla beata vergine Maria è stato concesso un potere «quasi immenso» nell’elargizione delle grazie; e san Pio X aggiunge che Maria compie questo suo ufficio «come per diritto materno». – Godano dunque tutti i fedeli cristiani di sottomettersi all’impero della Vergine Madre di Dio, la quale, mentre dispone di un potere regale, arde di materno amore. – Però in queste e altre questioni, che riguardano la Beata Vergine, i teologi e i predicatori della divina parola abbiano cura di evitare certe deviazioni per non cadere in un doppio errore; si guardino cioè da opinioni prive di fondamento e che con espressioni esagerate oltrepassano i limiti del vero; e dall’altra parte si guardino pure da un’eccessiva ristrettezza di mente nel considerare quella singolare, sublime, anzi quasi divina dignità della Madre di Dio, che il dottore angelico ci insegna ad attribuirle «per ragione del bene infinito, che è Dio». – Del resto, in questo, come in altri campi della dottrina cristiana, «la norma prossima e universale» è per tutti il magistero vivo della chiesa, che Cristo ha costituito «anche per illustrare e spiegare quelle cose, che nel deposito della fede sono contenute solo oscuramente e quasi implicitamente».

IV

Dai monumenti dell’antichità cristiana, dalle preghiere della liturgia, dall’innata devozione del popolo cristiano, dalle opere d’arte, da ogni parte abbiamo raccolto espressioni e accenti; secondo i quali la Vergine Madre di Dio primeggia per la sua dignità regale; e abbiamo anche mostrato che le ragioni, che la sacra teologia ha dedotto dal tesoro della fede divina, confermano pienamente questa verità. Di tante testimonianze riportate si forma un concerto, la cui eco risuona larghissimamente, per celebrare il sommo fastigio della dignità regale della Madre di Dio e degli uomini, la quale è stata «esaltata ai regni celesti, al di sopra dei cori angelici ». – EssendoCi poi fatta la convinzione dopo mature ponderate riflessioni, che ne verranno grandi vantaggi alla Chiesa se questa verità solidamente dimostrata risplenda più evidente davanti a tutti, quasi lucerna più luminosa sul suo candelabro, con la Nostra Autorità Apostolica, decretiamo e istituiamo la Festa di Maria Regina, da celebrarsi ogni anno in tutto il mondo il giorno 31 maggio. Ordiniamo ugualmente che indetto giorno sia rinnovata la Consacrazione del genere umano al Cuore Immacolato della Beata Vergine Maria. In questo gesto infatti è riposta grande speranza che possa sorgere una nuova era, allietata dalla pace cristiana e dal trionfo della Religione. – Procurino dunque tutti di avvicinarsi ora con maggior fiducia di prima, quanti ricorrono al trono di grazia e di misericordia della Regina e Madre nostra, per chiedere soccorso nelle avversità, luce nelle tenebre, conforto nel dolore e nel pianto, e, ciò che conta più di tutto, si sforzino di liberarsi dalla schiavitù del peccato, per poter presentare un ossequio immutabile, penetrato dalla fragrante devozione di figli, allo scettro regale di sì grande Madre. I suoi templi siano frequentati dalle folle dei fedeli, per celebrarne le feste; la pia corona del Rosario sia nelle mani di tutti per riunire insieme, nelle chiese, nelle case, negli ospedali, nelle carceri, sia i piccoli gruppi, sia le grandi adunanze di fedeli, a cantare le sue glorie. Sia in sommo onore il nome di Maria, più dolce del nettare, più prezioso di qualunque gemma; e nessuno osi pronunciare empie bestemmie, indice di animo corrotto, contro questo nome ornato di tanta maestà e venerando per la grazia materna; e neppure si osi mancare in qualche modo di rispetto ad esso. – Tutti si sforzino di imitare, con vigile e diligente cura, nei propri costumi e nella propria anima, le grandi virtù della Regina celeste e nostra Madre amantissima. Ne deriverà di conseguenza che i cristiani, venerando e imitando sì grande Regina e Madre, si sentano infine veramente fratelli, e, sprezzanti dell’invidia e degli smodati desideri delle ricchezze, promuovano l’amore sociale, rispettino i diritti dei poveri e amino la pace, Nessuno dunque si reputi figlio di Maria, degno di essere accolto sotto la sua potentissima tutela, se sull’esempio di Lei non si dimostrerà mite, giusto e casto, contribuendo con amore alla vera fraternità, non ledendo e nuocendo, ma aiutando e confortando. – In molti paesi della terra vi sono persone ingiustamente perseguitate per la loro professione cristiana e private dei diritti umani e divini della libertà: per allontanare questi mali nulla valgono finora le giustificate richieste e le ripetute proteste. A questi figli innocenti e tormentati rivolga i suoi occhi di misericordia, che con la loro luce portano il sereno allontanando i nembi e le tempeste, la potente Signora delle cose e dei tempi, che sa placare le violenze con il suo piede verginale; e conceda anche a loro di poter presto godere della dovuta libertà per la pratica aperta dei doveri religiosi, sicché servendo la causa dell’evangelo, con opera concorde e con egregie virtù, che nelle asprezze rifulgono ad esempio, giovino anche alla solidità e al progresso della città terrena. – Pensiamo anche che la festa istituita con questa lettera enciclica, affinché tutti più chiaramente riconoscano e con più cura onorino il clemente e materno impero della Madre di Dio, possa contribuire assai a che si conservi, si consolidi e si renda perenne la pace dei popoli, minacciata quasi ogni giorno da avvenimenti pieni di ansietà. Non è ella l’arcobaleno posto sulle nubi verso Dio, come segno di pacifica alleanza? (cf. Gn 9, 13). «Mira l’arcobaleno e benedici colui che l’ha fatto; esso è molto bello nel suo splendore, abbraccia il cielo nel suo cerchio radioso e le mani dell’Altissimo lo hanno teso» (Eccli XLIII, 12-13). Chiunque pertanto onora la Signora dei celesti e dei mortali – e nessuno si creda esente da questo tributo di riconoscenza e di amore – la invochi come Regina potentissima, Mediatrice di pace; rispetti e difenda la pace, che non è ingiustizia impunita né sfrenata licenza, ma è invece concordia bene ordinata sotto il segno e il comando della volontà di Dio: a fomentare e accrescere tale concordia spingono le materne esortazioni e gli ordini di Maria Vergine. – Desiderando moltissimo che la Regina e Madre del popolo cristiano accolga questi Nostri voti e rallegri della sua pace le terre scosse dall’odio, e a noi tutti mostri, dopo questo esilio, Gesù, che sarà la nostra pace e la nostra gioia in eterno, a voi, venerabili fratelli, e ai vostri fedeli, impartiamo di cuore l’Apostolica Benedizione, come auspicio dell’aiuto di Dio onnipotente e in testimonianza del Nostro amore.

Roma, presso San Pietro, nella festività della maternità di Maria Vergine, l’11 ottobre 1954, XVI del Nostro pontificato.

 

DOMENICA X dopo PENTECOSTE

Introitus
Ps LIV:17; 18; 20; 23
Dum clamárem ad Dóminum, exaudívit vocem meam, ab his, qui appropínquant mihi: et humiliávit eos, qui est ante saecula et manet in ætérnum: jacta cogitátum tuum in Dómino, et ipse te enútriet. [Quando invocai il Signore, esaudí la mia preghiera, salvandomi da quelli che stavano contro di me: e li umiliò, Egli che è prima di tutti i secoli e sarà in eterno: abbandona al Signore ogni tua cura ed Egli ti nutrirà.]
Ps LIV:2
Exáudi, Deus, oratiónem meam, et ne despéxeris deprecatiónem meam: inténde mihi et exáudi me.
[O Signore, esaudisci la mia preghiera e non disprezzare la mia supplica: ascoltami ed esaudiscimi.]
Dum clamárem ad Dóminum, exaudívit vocem meam, ab his, qui appropínquant mihi: et humiliávit eos, qui est ante sæcula et manet in ætérnum: jacta cogitátum tuum in Dómino, et ipse te enútriet. [Quando invocai il Signore, esaudí la mia preghiera, salvandomi da quelli che stavano contro di me: e li umiliò, Egli che è prima di tutti i secoli e sarà in eterno: abbandona al Signore ogni tua cura ed Egli ti nutrirà.]

Oratio

Orémus.
Deus, qui omnipoténtiam tuam parcéndo máxime et miserándo maniféstas: multíplica super nos misericórdiam tuam; ut, ad tua promíssa curréntes, cœléstium bonórum fácias esse consórtes.
[O Dio, che manifesti la tua onnipotenza soprattutto perdonando e compatendo, moltiplica su di noi la tua misericordia, affinché quanti anelano alle tue promesse, Tu li renda partecipi dei beni celesti.]

Lectio
Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corínthios.
1 Cor XII:2-11
Fratres: Scitis, quóniam, cum gentes essétis, ad simulácra muta prout ducebámini eúntes. Ideo notum vobisfacio, quod nemo in Spíritu Dei loquens, dicit anáthema Jesu. Et nemo potest dícere, Dóminus Jesus, nisi in Spíritu Sancto. Divisiónes vero gratiárum sunt, idem autem Spíritus. Et divisiónes ministratiónum sunt, idem autem Dóminus. Et divisiónes operatiónum sunt, idem vero Deus, qui operátur ómnia in ómnibus. Unicuíque autem datur manifestátio Spíritus ad utilitátem. Alii quidem per Spíritum datur sermo sapiéntiæ álii autem sermo sciéntiæ secúndum eúndem Spíritum: álteri fides in eódem Spíritu: álii grátia sanitátum in uno Spíritu: álii operátio virtútum, álii prophétia, álii discrétio spirítuum, álii génera linguárum, álii interpretátio sermónum. Hæc autem ómnia operátur unus atque idem Spíritus, dívidens síngulis, prout vult.

Omelia I

[Mons. G. Bonomelli, Omelie, vol III – Torino, 1899. Omelia XXI]

« Voi sapete, che, essendo Gentili, andavate agli idoli muti, come vi menavano. Perciò vi dico, che nessuno, parlando nello Spirito di Dio, può dire anatema a Gesù; e che nessuno può dire Signore Gesù, se non per lo Spirito Santo. Vi sono poi diversi doni, ma lo Spirito è medesimo: e sono diversi ministeri, ma è lo stesso Signore; e sono diverse operazioni, ma è lo stesso Dio, che opera tutto in tutti. A ciascuno poi è data la manifestazione dello Spirito ad utilità. Perciocché ad uno è data per lo Spirito parola di sapienza, ad altro di scienza, secondo lo Spirito stesso. Ad altro la fede per il medesimo Spirito, ad altri doni di guarigioni nello stesso Spirito. Ad altro l’operare portenti, ad altro profezia, ad altro il discernere gli spiriti, ad altro generi di lingue, ad altro interpretazioni di lingue. Ora tutte queste cose le opera quell’uno e medesimo Spirito, dividendole a ciascuno come vuole „ (I. Cor. XII, 2-11).

Lo scopo della prima lettera di S. Paolo ai Corinti (le sentenze che or ora avete udite spettano a quella lettera) è vario, come apparisce a chi la legge anche solo superficialmente. Si studia di togliere i dissidi, che turbavano la pace di quella Chiesa e vuole, che smesse le pretensioni a sapienza, riconosca nei sacri ministri Colui che li manda. Usando della sua autorità, separa dalla Chiesa l’incestuoso: stabilisce come devono regolarsi, quanto al mangiar le carni offerte agli idoli e dichiara la dottrina di Cristo intorno al matrimonio ed alla verginità, e dà le norme intorno al modo di celebrare la cena e di ricevere la S. Eucaristia. Nella primitiva Chiesa erano assai frequenti i doni straordinari, secondo la promessa di Cristo. L’Apostolo per cessare i pericoli e la confusione, che ne potevano derivare nella Chiesa, ricorda ai fedeli la dottrina cattolica intorno a questi doni e poi traccia le regole pratiche, alle quali si devono attenere nell’uso dei medesimi. Nella lezione, che debbo spiegare, si espone la dottrina cattolica rispetto a tutti i doni celesti, ed essa è ben meritevole di tutta la vostra attenzione. Dio è il Padre dei lumi, dice S. Giacomo, – è la fonte inesauribile di tutti i doni, siano naturali, siano sovrannaturali. I doni di Dio, che appartengono all’ordine sovrannaturale si sogliono partire in due grandi classi: alla prima classe spettano i doni più eccellenti, quelli che per se stessi ci fanno grati a Dio, ci costituiscono suoi amici, anzi suoi figliuoli e partecipi della sua stessa natura; tal è la grazia di Dio santificante. Alla seconda classe di doni sovrannaturali appartengono quelli, che propriamente non ci fanno amici di Dio, ma che ci possono condurre a lui e che si possono trovare e si trovano di fatti anche in uomini peccatori. Così taluno può avere il dono della profezia, di far miracoli e andate dicendo, e vivere in peccato ed anche perdersi. Questi doni sovrannaturali nessuno può meritarli; Iddio li concede a chi vuole secondo i consigli della sua sapienza, e direttamente hanno per fine, non il bene di chi li riceve, ma sì il bene altrui. Così il potere sacerdotale è volto principalmente alla salvezza delle anime e può trovarsi e validamente si esercita anche da chi ne è indegno e vive nel peccato e nello scandalo. S. Paolo nel luogo, che siamo per ispiegare, ragiona dei doni sovrannaturali della seconda classe, a quei tempi molto comuni, perché erano ordinati a diffondere e stabilire la fede e la religione, ch’era in sul suo nascere. – L’Apostolo scrive a ai Corinti, molti dei quali erano stati Gentili, e dopo aver detto loro: – Quanto ai doni spirituali non voglio che ne siate ignari, ,, prosegue e scrive: ” Voi sapete, che, essendo Gentili, andavate agli idoli mutoli, come vi menavano. „ Con destrezza affatto naturale S. Paolo contrappone lo stato presente a quello, in cui poco prima si trovavano quei suoi neofiti allo scopo manifesto di far loro conoscere l’immenso beneficio ricevuto. Non potete dimenticarlo, par che dica l’Apostolo: pochi anni or sono voi eravate idolatri e adoravate statue mute e come pecore vi lasciavate condurre a’ loro piedi. Voi, esseri dotati di ragione e di libera volontà, prestavate il vostro culto ad idoli muti, sordi, senza vita. Quale vergogna per voi caduti sì basso! Ora avete conosciuto Dio, il vero Dio, puro spirito e lui solo adorate, lui, sorgente d’ogni bene e perciò siete capaci di conoscere il pregio eccelso de’ suoi doni e il modo di usarne a vostra santificazione. “Il perché vi significo, continua S. Paolo, che nessuno, parlando nello Spirito di Dio può dire anatema a Gesù. „ Dire anatema significa maledire, bestemmiare, esecrare, ed è forma di parlare ebraica. Volete conoscere chi ha lo Spirito di Dio e possiede la verità – Volete conoscere i veri dottori e distinguerli dai falsi, dagli impostori? Tenete questa regola: Chi sente bene di Gesù Cristo, lo riconosce, lo confessa qual è, nostro Salvatore: chi l’onora e l’ama, costui ha lo Spirito di Dio, è nella verità, e potete sicuramente ascoltarlo e seguirlo. In quei primi principi, erano già sorti non pochi maestri, che insegnavano perverse dottrine: chi diceva ch’era uomo soltanto e non Dio: chi affermava che non aveva corpo vero, ma solo apparente, e perciò solo apparentemente aveva patito ed era morto, e chi altri errori spacciava intorno a Gesù Cristo. Ebbene: chiunque erra intorno a Gesù Cristo e lo bestemmia, sappiatelo bene. non parla nel suo spirito, e fuggitelo. Questo stesso criterio è ripetutamente stabilito quarant’anni dopo da S. Ignazio M. nelle sue magnifiche lettere, che sembrano l’eco di quelle di san Paolo, del quale dovette essere discepolo. Per contrario, “Nessuno può pronunziare Signore Gesù, se non per lo Spirito santo. „ In altri termini: Chi riconosce Gesù per Signore, lo confessa, lo benedice, questi ha lo spirito di lui, e in lui dovete riconoscere un suo sincero discepolo. Una grande verità è qui affermata dall’Apostolo, ed è questa: Nessuno, sia quanto si voglia pieno d’ingegno e di dottrina, senza la grazia divina, senza l’aiuto dello Spirito Santo, può credere e sperare, come si deve,, in Gesù Cristo, e nemmeno invocarlo a salute. Senza gli occhi potreste voi vedere le cose? Senza gli orecchi potreste voi udire? Senza la ragione potreste voi ragionare e senza volontà potreste voi volere? Certo che no, e non occorre dimostrarlo. Similmente senza la grazia di Dio, che illumina la nostra mente ed eccita ed avvalora la nostra volontà, noi non solo non possiamo credere, né sperare, né amare Iddio, ma nemmeno fare il minimo atto od avere il minimo pensiero, che a lui ci guidi e ci renda accettevoli. In una parola: senza l’aiuto della grazia divina non possiamo fare né poco, né molto, in ordine alla nostra salvezza, ma nulla, perfettamente nulla: non possiamo nemmeno pronunciare o invocare, come si deve, il nome di Gesù! “Nemo potest dicere Dominus Jesus nìsì in Spiritu sancto”. Quale argomento di umiliarci dinanzi a Dio e di riconoscere la necessità assoluta della sua grazia e di chiederla con ogni istanza! Tutti i beni, tutte le grazie vengono da Dio, e senza di lui non abbiamo, né possiamo fare cosa alcuna: è verità di fede. “Sono poi diversi i doni, ma lo Spirito è il medesimo. „ I doni, dei quali qui si discorre, sono quelli, che si chiamano gratis dati, per es. i miracoli, le profezie, i doni del sacro ministero e via via: essi sono vari e più innanzi li nomina distintamente, ma la causa o il principio, che li produce è un solo, lo Spirito santo. Quantunque tutti questi doni vengano tutti egualmente dalle tre divine Persone, nondimeno si attribuiscono specialmente allo Spirito santo, perché esso è l’Amore sostanziale del Padre e del Figlio, e questi doni sono un frutto od una conseguenza dell’amore di Dio verso di noi. – “E diversi sono i ministeri, ma è lo stesso Signore. „ La parola ministeri, qui usata, significa i diversi uffici o servigi che sono nella Chiesa, per es. l’ufficio di diacono, di prete, di vescovo; sono diversi, è vero, ma è un solo e medesimo chi li ha istituiti, che è Gesù Cristo, fondatore della Chiesa. – “E diverse sono le operazioni, ma è lo stesso Dio che opera tutto in tutti. „ Colla parola operazioni S. Paolo indica la potenza, la forza od efficacia, per cui le grazie e i ministeri sacri producono i loro effetti variamente; ma il  principio, da cui derivano, è sempre Dio e più propriamente il Padre, che è il principio senza principio del Figlio e dello Spirito Santo. E Dio opera tutto in tutte le cose: “Operatur omnia in omnibus”. Questa espressione o sentenza, perché non sia torta a cattivo senso, richiede un po’ di spiegazione. – Senza fallo tutte le cose che esistono, tanto nell’ordine naturale, che nel sovrannaturale, tutte muovono da Dio, sono effetto dell’azione divina: Qui operatur omnia. Ma Dio opera o produce anche gli effetti, che derivano dalle cause seconde? Il fuoco brucia, la luce illumina, l’acqua bagna, l’albero germoglia il suo frutto: questi effetti sono essi prodotti da Dio stesso? Certamente il fuoco brucia per sé, e la luce lumina per sé, e l’acqua per sé bagna, e l’albero per sé fruttifica; ma perché poi tutte teste cose producono questi effetti? D’onde traggono le forze per produrli? Essi fanno ciò che fanno, perché tale è la loro natura, né potrebbero fare diversamente da quello che fanno; ma la forza per cui producono gli effetti, che noi vediamo, fondamentalmente la ricevono da Dio solo, che le ha create, tantoché possiamo dire, che è Dio che opera per loro e tutto opera in ciascuna di loro. Onde è verità certissima il dire, che Dio brucia col fuoco, ci illumina colla luce, ci disseta coll’acqua, ci nutre coi frutti degli alberi e ci veste colle lane delle pecore: Deus operatur omnia in omnibus. Tutti i servigi, che noi riceviamo ad ogni istante dalle creature, che ne circondano, li riceviamo veramente da Dio, poiché esse non fanno che ciò che Dio creatore vuole facciano: sono esecutrici fedeli e infallibili delle sue leggi e de’ suoi voleri. – È dunque un linguaggio pieno di verità quello che si ode sì spesso sulle labbra del popolo credente: Dio ci ha dato la pioggia! Dio ci dà il calore del sole! Dio ne ha concesso un raccolto abbondante! Dio ci ha mandata questa siccità! e via dicendo. È dunque un linguaggio pieno di verità e a torto gli uomini della scienza lo biasimano quasi erroneo e contrario alla scienza. Il popolo in tutti i fenomeni naturali vede e riconosce la Causa prima senza negare le cause seconde, e quella li ascrive: gli uomini della scienza non badano alla causa prima e si fermano alle cause seconde. Questi ragionano bene, e ragionerebbero meglio se quando è necessario e conveniente dalle cause seconde risalissero, alla Causa prima, e quelli riconoscendo la prima debbono riconoscere anche le cause seconde o immediate: ma questi meritano compatimento se non le ricordano, perché spesso le ignorano: ma il loro linguaggio è sempre vero e sapiente. Ma vi sono creature, fornite di ragione e libertà, come gli angeli e gli uomini; anch’esse operano secondo la loro natura. Ma come? Sicuramente in modo ben diverso da quello che tengono le creature irragionevoli. Le creature ragionevoli operano liberamente, possono fare e non fare, a questo e a quel modo, e Iddio non le sforza, ma rispetta egli stesso quella libertà, che loro ha data. Ma la forza di fare ciò che fanno, sia bene, sia male, da chi la ricevono? Anch’esse tutte e sempre la ricevono da Dio solo e perciò è giusto il dire, che anche in esse Dio opera tutto in ciascuna: Operatur omnia in omnibus. Non opera, né può operare il male, ch’egli non vuole, né può volere, ma la forza, con cui l’uomo fa il male, anche questa viene da Dio. È vero pertanto che tutto è dono di Dio, in qualunque ordine di cose, e ch’egli opera tutto in ogni cosa. Dio è un solo e nella semplicissima sua unità produce la più sterminata varietà di effetti: diversissimi sono i doni, eppure un solo è lo Spirito, da cui scaturiscono. – S. Cirillo di Gerusalemme spiega la cosa con una similitudine, che non è senza grazia. Uditelo: “Vedete, così il santo in una delle sue mirabili catechesi, vedete l’acqua; essa è una sola e da per tutto la stessa, senza colore proprio; fate che si spanda sopra un prato e lo irrighi; dovunque spuntano fiori per colore e fragranza differentissimi tra loro. Similmente la grazia dello Spirito Santo: essa è una sola in se stessa, eppure variamente partecipata produce vari effetti, ond’è verissima la sentenza dell’Apostolo: Diverse sono le operazioni, ma è lo stesso Iddio, che opera tutto in tutti. „ S. Paolo ora discende ai doni particolari, che Dio concede a vantaggio della Chiesa: “A ciascuno è data la manifestazione dello Spirito a fine di utilità; „ il che vuol dire, che il dono dello Spirito santo, nel quale lo stesso Spirito Santo si fa conoscere, come il sole si manifesta nei suoi raggi, ha per fine proprio il bene della Chiesa. E in vero; ad uno è data la parola di sapienza per lo Spirito Santo: “Alii quidem datur sermo sapientìæ”. Che è quanto dire, lo Spirito Santo ad uno largisce il dono di spiegare i misteri più alti della dottrina evangelica, di gustare e far gustare colla parola le verità più sublimi e farne sentire tutta l’altezza e la profondità, la lunghezza e la larghezza, come altrove scrive lo stesso Apostolo:  “Ad un altro è data la parola della scienza, secondo lo stesso Spirito. „ Noi possiamo conoscere semplicemente le verità, averne la nozione precisa, e possiamo conoscerle, assaporarne la bellezza e la dolcezza e praticarle: questo secondo dicesi dono della sapienza, quel primo, dono della scienza. Non occorre il dire che la sapienza sovrasta alla scienza e ne è, a così dire, il fine. Un teologo o filosofo può conoscere nettamente le verità della fede, spiegarvele e mostrarvele ad evidenza senza praticarle: S. Francesco d’Assisi, che passa le notti intere, meditando quelle parole; ” Mio Dio, voi siete tutto per me, „ si delizia nella contemplazione della verità: egli possiede il dono della sapienza. La scienza è luce, sì, ma luce fredda: la sapienza è luce che spande per tutte le fibre dell’anima il tepore ed il calore della vita, che ci fa amare e praticare la verità. – Seguitiamo l’Apostolo nella sua lunga enumerazione dei doni celesti: ” Ad un altro è data la fede nello stesso Spirito: „ “Alteri fides in eodem Spiritu”. Gesù Cristo un giorno disse agli Apostoli: ” Se voi avete fede, direte a questo monte: Tirati in là e gettati in mare, e il monte ubbidirà. „ E di questa fede, operatrice di miracoli, non della fede ordinaria e comune, teologica che Gesù Cristo ragiona. Questa è un dono singolare, punto necessaria per salvarsi, ma solo per operare miracoli. – “Ad altri sono dati doni di guarigioni nello stesso Spirito. „ Gesù Cristo e gli Apostoli assai volte con una parola, con un cenno, con una preghiera, coll’ombra della loro persona scacciavano le infermità più ostinate e restituivano ai miseri, che n’erano travagliati, la perfetta guarigione. Questo dono speciale di guarire gli infermi era assai comune nella Chiesa dei primi secoli, e qui è ricordato da S. Paolo: ” Ad altro è dato operare prodigi: „ Alii operatio virtutum. Nella sentenza precedente S. Paolo accenna in particolare il dono di risanare gli infermi, qui designa più largamente il dono di far miracoli: Alii operatio virtutum, che è molto più ampio del far guarigioni, giacche comprende qualunque miracolo. ” Ad altri è data la profezia. „ Ve lo dissi altra volta: la parola profezia ha parécchi significati distinti nei Libri santi, e due sono i principali: talora la parola profezia importa conoscimento e annunzio di cose future affatto superiori alle forze umane, e questo è il significato più comune e più proprio: tal altra si usa per significare semplicemente l’annunzio di verità divine, onde profeta e predicatore o apostolo equivalgono. In questo luogo la parola profezia suona precisamente il dono di dichiarare in pubblico le verità della fede, e i sensi della Scrittura santa, in modo piano ed intelligibile. – “Ad altro, continua S. Paolo, è dato il discernere gli spiriti: „ Alii discretio spirituum. Che dono è questo, dilettissimi? Ciò che avviene in fondo al nostro spirito, i pensieri, che si affacciano alla nostra mente, gli affetti e desideri, che spuntano nel nostro cuore, non sono manifesti che a Dio solo: i demoni, anzi gli stessi Angeli, senza una illustrazione particolare di Dio, non possono spingere lo sguardo nei penetrali del nostro spirito e leggervi ciò che vi passa. Possono, come noi uomini e più di noi uomini, perché dotati di acume assai maggiore, possono argomentare i pensieri e gli affetti interni dagli atti esterni ed averne una cognizione congetturale, ma non certa ed assoluta. Conoscere pertanto con sicurezza gli occulti pensieri e leggere nel libro delle coscienze a Dio solo è riservato e a quegli uomini, che Iddio rischiara della sua luce: esso è un dono affatto sovraumano, ed era frequente in quei primordi della Chiesa. “Ad altro, prosegue ancora S. Paolo, è dato di avere generi di lingue: „ Alii genera linguarum. Nessun uomo può parlare una lingua ignota: la è cosa evidente: il perché se una persona favella in una lingua ad essa ignota, è forza arguire che lo fa per virtù divina, che è un dono dall’alto. Ebbene: il dì della Pentecoste avvenne questo miracolo e avvenne pubblicamente per le vie di Gerusalemme, come si narra nel libro degli Atti apostolici. Gli Apostoli annunziavano il Vangelo nella loro lingua nativa e le turbe, che li ascoltavano, benché ignare di quella, li intendevano, onde attonite esclamavano: Come avviene, che noi li intendiamo ciascuno nel nostro linguaggio? Quel fatto ebbe a ripetersi più volte e se n’ebbero prove indubitate nelle predicazioni di S. Francesco Xaverio. Ai tempi apostolici questo miracolo del favellare in una lingua ignota non doveva essere infrequente, perché S. Paolo ne parla qui e in altro luogo più innanzi. Ma se alcuni  parlavano linguaggi stranieri e mostravano in sé la virtù divina, vi erano altri, che li spiegavano, illustrati sempre dallo stesso Spirito, onde S. Paolo soggiunge: “Ad un altro è data l’interpretazione delle lingue: „ Alii interpretatio sermonum. Il parlare improvvisamente una lingua affatto ignota in mezzo all’adunanza dei fedeli mostrava l’azione divina ed era una prova della verità della fede, ma non illuminava le menti, che udivano accenti strani senza afferrarne il senso: stupivano gli uditori, ma nulla apprendevano, e ciò che più importa è che  le menti siano illustrate dalla luce del vero. Ed  ecco che Iddio, aggiungendo miracolo a miracolo, in mezzo all’assemblea dei fedeli, ad un tratto dava a qualcuno il dono di interpretare quelle lingue straniere e ne spiegava i sensi, tantoché i presenti ne ritraevano edificazione. – “Tutte queste cose, conchiude il nostro Apostolo, opera un solo e medesimo Spirito, spartendole a ciascuno come vuole. „ Sono dodici doni diversi, che in questo luogo sono partitamente numerati da S. Paolo: doni che avevano per iscopo diretto di mostrare la divinità della fede, di rassodarla negli animi e propagarla rapidamente, e che per se stessi non erano tali da santificare né quelli che li possedevano, né quelli che n’erano testimoni. Questi doni se nella Chiesa non vennero, né  verranno meno giammai, sono senza fallo assai più rari, perché minore è il bisogno, e a quella prova della divina origine della cristiana religione altre splendidissime sono sottentrate [Quando gli Apostoli cominciarono la predicazione evangelica, i miracoli erano una necessità, e perciò erano frequentissimi: più tardi la stessa propagazione e conservazione della Chiesa divennero un miracolo permanente, e l’adempimento delle profezie a tutti manifesto, può tenere il luogo di tutti i miracoli.]. – Tutti quei doni sì magnifici e sì vari sgorgavano dalla stessa fonte, da Dio, causa suprema d’ogni cosa, da Dio, che li dà a chi vuole, come vuole, quanto vuole e quando vuole perché nessuno può dirgli: Io ho il diritto di averli. L’unica ragione della partecipazione di questi doni è la volontà sovrana del donatore. – Carissimi figliuoli! Iddio dispone ogni cosa in numero, peso e misura, e come non abbonda nelle cose superflue, così non manca nelle necessarie. Gli Apostoli, annunziando il Vangelo, dovevano provarne la verità e la divina origine ai Giudei ed ai Gentili: come potevano ciò fare senza miracoli, che scuotessero quei popoli rozzi, ignoranti, schiavi di superstizioni antichissime? Si trattava di insegnare e far abbracciare una dottrina, che aveva per autore un uomo vissuto poverissimo, morto sulla croce; una dottrina, che imponeva misteri inscrutabili, che muoveva guerra asprissima a tutte le passioni: una dottrina, che veniva proposta da pescatori, da uomini sprezzati, senza cultura, senza autorità. Come far credere e tenere fermissimamente questa dottrina senza l’intervento immediato di Dio, senza la prova irrecusabile dei miracoli? E i miracoli furono fatti, si moltiplicarono sui passi degli Apostoli e dei loro discepoli, miracoli solenni, indubitati, quasi continui, come ne fanno fede gli Atti apostolici e S. Paolo in questa lettera, e la Chiesa fu stabilita. Poiché la Chiesa fu stabilita, la necessità dei miracoli se non cessò al tutto, certamente scemò di molto, ed ecco perché i miracoli nel corso dei secoli furono meno frequenti. A noi per credere la divinità della nostra religione non occorrono nuovi miracoli; basta la cognizione certa di quelli, che accompagnarono la sua comparsa sulla terra: basta il compimento delle profezie, che si avverano sotto i nostri occhi, e la forza delle quali cresce di giorno in giorno; a noi basta la sola vista di questa Chiesa, che inerme e sempre combattuta attraverso i secoli, e sulla via da lei percorsa spande tanta luce di verità, tal serie e tal cumulo di benefici d’ogni maniera da mostrare ad evidenza, essere ella opera, non degli uomini, ma di Dio. – Un’altra osservazione ed ho finito. I miracoli sono fatti visibili, certi, che ci attestano la presenza di Dio: sono la sua voce, che risuona sulla terra, l’opera immediata della sua mano, e perciò grandissimo è in tutti il desiderio di vederli, di toccarli. Per vedere un miracolo che non farebbero i popoli? Basta la sola fama, la sola voce d’un miracolo per agitarli, per far loro intraprendere lunghi viaggi,  per riempirli di gioia o di timore, per imporre loro i maggiori sacrifici. Sì, i miracoli son cose grandi e per esserne testimoni è  bene spesa qualunque fatica; ma io, grida S. Paolo, vi addito cose ancor più grandi, doni senza confronto più eccelsi, che voi potete acquistare: “Æmulaminì charismata melìora et adhuc excellentìorern viam vobis demonstro”. Io suppongo che ciascuno di voi parli per divina virtù tutte le lingue della terra e le intenda: che conosca tutti i segreti dei cuori, che con una parola risani tutte le infermità, che comandi a tutta la natura, che sappia tutti gli avvenimenti dell’avvenire, che richiami a vita novella i morti. Qual potenza! Qual gloria! Qual felicità! Ebbene: io vi dico, che chiunque di voi ha viva la fede in cuore, chiunque possiede la carità, pratica l’umiltà, la mortificazione, l’obbedienza; chiunque in breve è adorno delle virtù proprie del cristiano, è di gran lunga superiore a chi avesse il potere di operare tutti i miracoli più strepitosi. Perché? Perché con questo potere sì glorioso potrebbe miseramente perdere l’anima sua, doveché col possesso della virtù egli è caro a Dio e assicura l’eterna sua salvezza. Una vecchierella pia e virtuosa dinanzi a Dio è più grande del massimo operatore di miracoli, a talché di Giovanni Battista sta scritto, che non fece alcun miracolo, eppure tra i figli di donna non sorse chi fosse maggiore di lui [Questa sentenza evangelica non vuol dire, come taluno parve credere, che il Precursore fosse veramente il più gran santo che sia stato sulla terra: essa significa soltanto che Giovanni Battista fu il maggiore dei profeti per ragione del suo ufficio.]

Graduale
Ps XVI:8; LXVIII:2
Custódi me, Dómine, ut pupíllam óculi: sub umbra alárum tuárum prótege me.
[Custodiscimi, o Signore, come la pupilla dell’occhio: proteggimi sotto l’ombra delle tue ali.]
V. De vultu tuo judícium meum pródeat: óculi tui vídeant æquitátem. [Venga da Te proclamato il mio diritto: poiché i tuoi occhi vedono l’equità.]

Alleluja
Allelúja, allelúja

 Ps LXIV:2
Te decet hymnus, Deus, in Sion: et tibi redde tu votum in Jerúsalem.
Allelúja. [A Te, o Dio, si addice l’inno in Sion: a Te si sciolga il voto in Gerusalemme. Allelúia.]

Evangelium
Sequéntia sancti Evangélii secúndum Lucam.
R. Gloria tibi, Domine!
Luc XVIII:9-14.
In illo témpore: Dixit Jesus ad quosdam, qui in se confidébant tamquam justi et aspernabántur céteros, parábolam istam: Duo hómines ascendérunt in templum, ut orárent: unus pharisæus, et alter publicánus. Pharisaeus stans, hæc apud se orábat: Deus, grátias ago tibi, quia non sum sicut céteri hóminum: raptóres, injústi, adúlteri: velut étiam hic publicánus. Jejúno bis in sábbato: décimas do ómnium, quæ possídeo. Et publicánus a longe stans nolébat nec óculos ad cœlum leváre: sed percutiébat pectus suum, dicens: Deus, propítius esto mihi peccatóri.Dico vobis: descéndit hic justificátus in domum suam ab illo: quia omnis qui se exáltat, humiliábitur: et qui se humíliat, exaltábitur.”  [In quel tempo: Ad alcuni che si ritenevano giusti e disprezzavano gli altri, Gesú disse questa parabola: Due uomini salirono al tempio per pregare: uno era fariseo, l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava cosí entro di sé: Signore, Ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, o come anche questo pubblicano. Io digiuno due volte il sabato e dò le decime di tutto quello che posseggo. E il pubblicano, stando lontano, non osava neppure levare lo sguardo in alto, ma si percuoteva il petto, dicendo: O Dio, sii clemente con me peccatore. Orbene, io vi dico che questi ritornò a casa sua giustificato a preferenza dell’altro, poiché chi si esalta verrà umiliato e chi si umilia verrà esalato.]

Omelia II

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. II -1851-]

-Opere buone-

Il Fariseo descritto da Gesù Cristo nell’odierno Vangelo si può rassomigliare a quella canna là nel deserto agitata dal vento, di cui lo stesso divin Salvatore ad altro proposito fa menzione. Osservate: una canna è ritta, vuota, infeconda; eppur se la muove un leggero vento, par che applauda a sé stessa col rumorio delle foglie. Mirate se non è questa l’immagine più espressiva del Fariseo superbo. Ritto in piedi innanzi all’altare, vuoto di meriti, sterile di opere buone, fa plauso a sé stesso, e si vanta per uomo singolare e virtuoso; e, Signore, dice, io non sono già come il restante degli uomini, ingiusti, adulteri, rapaci. In ogni settimana io fo due digiuni, pago puntualmente le decime di tutto ciò che possiedo. Un pubblicano per l’opposto in fondo del Tempio, come un albero carico di frutti, che piega i rami, e curva la cima fin sul terreno, sta cogli occhi e col capo chini al suolo, e battendosi il petto, chiede pietà e perdono, e si confessa peccatore. Diversa è la disposizione d’entrambi, diversa la sorte. Il primo accresce la sua malizia e la sua colpa, il secondo se n’esce giustificato dal Tempio. Oh quanti cristiani sono imitatori del Fariseo! E perché stanno lontani da alcuni vivi più enormi, si lusingano d’ottener salute, ancorché tralascino l’opere buone. Quanti cristiani contenti delle foglie d’un apparente virtù sperano conseguir l’eterna mercede! A disingannare costoro passo senza più a dimostrare come una vita senza opere buone equivale ad una vita rea, e come una virtù di esterna apparenza non si distingue dal vizio. Incominciamo.

I. – Molti, che alieni dalle opere della cristiana pietà menano una vita sterile, oziosa, indifferente in tutto ciò che riguarda il bene dell’anima, ed il servizio di Dio, a sedare i rimorsi della propria coscienza, o sedotti da una non sempre scusabile ignoranza, sogliono uscire in queste espressioni: Io non faccio alcun male, non rubo, non bestemmio, non fo torto a persona, e in così dire credono aver fatto il tutto per andar salvi. – Voi dunque dite: “Non faccio alcun male”. E che male, io rispondo, fece quel servo nell’Evangelio? a cui il suo padrone diede un talento da mettere a traffico? Non consumò già quel danaro in crapule, in giuochi, in gozzoviglie, anzi lo custodì gelosamente; ma perché lo tenne ozioso fu condannato e punito. “Io non faccio alcun male”: e che male fecero quelle cinque vergini dall’Evangelo chiamate stolte? Non macchiarono già né in fatti, né in pensieri la loro purezza, eppure perché negligenti a provvedersi di olio per andar incontro al divino sposo, furono escluse per sempre dalle nozze celesti. “Io non faccio alcun male”: e che male fece quella ficaia da Gesù Cristo maledetta? Non aveva già prodotti frutti velenosi o nocivi; eppure perché infruttuosa la maledisse. Fu quella ficaia un immagine della riprovata Sinagoga, ed è altresì una figura d’un anima pigra, trascurata, sterile di buone operazioni, e come tale non può aspettarsi che la divina maledizione. – In effetti Cristo giudice alla fine del mondo non dirà rivolto ai reprobi: lungi da me, bestemmiatori, ladri, sacrileghi, adulteri, fornicatori; perché tutti questi portando scritti in fronte i loro delitti, e il carattere della loro riprovazione, non vi à bisogno di somiglianti invettive. Dirà ad essi bensì, andate, maledetti, al fuoco eterno, perché avete omesse le opere della cristiana carità. Io era affamato nella persona dei miei poverelli, e non mi avete soccorso, era ignudo, e non mi avete coperto, era infermo e non mi siete comparsi davanti. Dunque, quand’anche non si fosse fatto altro male, l’omissione delle opere buone è un motivo più che sufficiente, e giustissimo per meritare condanna di morte eterna. – Due cose, dice il re Profeta, si richiedono per operare la nostra salute, declinar dal male, e praticare il bene: “Diverte a malo, et fac bonum” (Psal. XXXIII, 14). Son questi i due piedi, coi quali si cammina per la strada del paradiso, sono queste le due ali, con le quali si vola al cielo. – Chi si allontana dal male va con un piè solo, e pretende volare con una sol’ala; ma con un sol piede non può far lunga strada, ma con un’ala sola il volo si converte in caduta. Voi vi astenete dal male, questo è tenersi sul negativo; ma per salvarsi non basta una bontà negativa, è necessaria una positiva bontà. Anche una statua à una bontà negativa, perché non fa né può far male alcuno; ma non ha alcun merito, né può aver alcun premio. – Tutti quei cristiani dunque che nulla fanno di positivo bene, si possono rassomigliare, col citato re Profeta, agl’idoli del paganesimo, così da esso descritti; hanno questi falsi Dei, fatti per man degli uomini, hanno occhi e non vedono, hanno orecchie e non sentono, hanno lingua e non parlano, hanno mani e non palpano, hanno piedi e non camminano. Tali sono quelli trascurati e neghittosi nel ben operare. Hanno occhi, e non vedono il pericolo a cui gli espone una vita così discorde dalle verità della fede: hanno orecchie, e non ascoltano la parola di Dio, né le voci e i reclami della rea coscienza: hanno lingua, e non pregano, né si confessano interamente: hanno mani, ossia facoltà di travagliare per la loro salvezza, e stanno “tota die otiosi”: hanno piedi finalmente, ma non battono quella strada che conduce al cielo. Or che sarà di quest’idoli, di questi simulacri? Che ne sarà? Incorreranno la divina maledizione al par degl’idoli pagani, come sta scritto nel libro della Sapienza : “Idolum maledictum. . . et qui fecit illud” (Sap. XIV, 18).

II. “Ma noi, parmi d’essere qui interrotto da chi va dicendo, noi ben persuasi, che senza buone opere non si può sperar salute, frequentiamo i Sacramenti e le ecclesiastiche funzioni, facciamo limosine, visitiamo infermi, e tanti altri atti pratichiamo di religione e di cristiane virtù”. Assai mi consola quanto voi asserite. Ma siccome può nascer dubbio se l’opere vostre siano in realtà, o in apparenza virtuose, contentatevi che per puro zelo ed amor delle vostre anime io le chiami ad esame. Voi frequentemente vi confessate e comunicate. Fin qui questi sono verbi, vi dirò col beato Alberto Magno precettore di S. Tommaso l’angelico, “verba, sunt ista”; ma i verbi non bastano per il merito e per la salute; è necessario che ai verbi si aggiungano gli avverbi. Mi spiego: confessarsi, comunicarsi, questi son verbi, confessarsi bene, comunicarsi fruttuosamente, questi sono avverbi. Voi frequentate i Sacramenti, ma frequentate altresì le conversazioni pericolose, ove si parla, si burla, si ride a spese della santa onestà; frequentate i Sacramenti, e frequentate del pari le bettole, i giuochi, i ridotti: accusate le vostre colpe nel tribunale di penitenza, ma ricadete con la stessa facilità nelle medesime colpe: ricevete sulla vostra lingua Gesù sacramentato, ma la vostra lingua è sempre mordace, impura, mormoratrice: accogliete in seno il mansueto Agnello di Dio, ma siete sempre impazienti, iracondi, collerici, se è così, le vostre confessioni, le vostre comunioni sono foglie e non frutti, sono veleno e non medicina. E voi che vantate opere di pietà e di virtù, venite qua. In prima, un atto, per essere virtuoso e meritevole, fa d’uopo indirizzarlo a un buon fine. Se fate limosina per esser veduti e stimati dagli uomini, l’azione per sé ottima e santa, diventa rea, peccaminosa pel fine obliquo di vana ostentazione. Dite altrettanto di qualunque altro atto di virtù. Il fine buono o malvagio, dicono i Teologi con S. Agostino, fa buona o malvagia la vostra azione: “Noveris ex fine a vitiis discernendas esse virtutes”. – In secondo luogo: sia buono, sia retto il vostro fine, se voi non siete in grazia di Dio, le opere vostre tuttoché naturalmente buone, potranno bensì esservi giovevoli a piegar il cuore di Dio, a concedervi grazia di ravvedimento e dì conversione, ma in ordine alla vita eterna sono di nessun valore, sono cadaveri di virtù, sono opere morte. Avete mai veduto nelle grandi città qualche superbo mausoleo innalzato per tomba e per memoria d’illustre personaggio? In mezzo sta locata un’urna marmorea, che racchiude il corpo del rinomato defunto; stanno intorno in atto dolente diverse statue esprimenti le virtù reali o supposte del morto soggetto. Evvi la giustizia che piange, la clemenza che si scopre il volto, la pietà che si asciuga le lacrime, la prudenza che ad una mano appoggia la fronte. Tutte queste sono virtù di marmo, virtù simboliche che fanno onore ad uno scheletro. Per non dissimil guisa, se per alcun grave peccato siete morti alla grazia, le virtù da voi praticate sono, in ordine al merito di vita eterna, simulacri di virtù, vane immagini di un’anima incadaverita. Dunque, fratelli amatissimi, non ci pasciamo di vento, come l’odierno Fariseo, non ci vantiamo di foglie. – È vero che il divin maestro c’inculca a dare, coll’opere buone, esteriore esempio edificante, onde ne sia glorificato il Padre celeste: “Videant opera vestra bona, et glorificent patrem vestrum qui in cœlis est” (Matth. V, 16); ma se agli atti esterni di pietà e di religione ci obbliga il buon esempio, l’intenzione, dice S. Gregorio Magno (Ad Philip. II, 12), l’intenzione occulta del nostro spirito, veduta da Dio solo, dev’essere pura, a Dio diretta, a Dio piacente, e custodita nel segreto del cuore. Purifichiamo pertanto la nostra intenzione nell’operare il bene: non siamo così facili ad approvare noi stessi e la morale nostra condotta. Temendo, tremando, ci esorta S. Paolo, operate la vostra salute: “Cum metu et tremore, vestram salutem operamini”. Semplice, temente Iddio e santo era Giobbe, eppur temeva di tutte l’opere sue “Verebar omnia opera mea” (Job. IX, 21). Non crediamo così agevolmente d’essere giusti o giustificati. Son ripresi nel Vangelo odierno quei che in sé confidando si reputavano giusti: “Qui in se confidebant tamquam justi”. Temiamo, miei cari, sull’incertezza di salvarci, e temiamo sul pericolo di perderci. Ancora uno sguardo al penitente pubblicano: compreso da salutare spavento non ardisce inoltrarsi nel Tempio; ma dietro al Fariseo si tiene in fondo, umiliato, confuso, non osa alzar gli occhi dal pavimento, si confessa peccatore, e come tale implora la divina clemenza, e a colpi sonori si batte il petto: Percutiebat pectus suum”. Tre cose sono da osservarsi a nostra istruzione su questo battersi il petto, sulla scorta di Teofilatto, Eutimio, e S. Agostino. Il moto della mano, il petto percosso, e il suono del colpo. Nel moto della mano son figurate l’opere buone necessarie a praticarsi per chi vuole andar salvo: nel petto percosso il pentimento del cuore per le colpe commesse, e la riparazione delle stesse colla penitenza: finalmente nel suono del colpo il buon esempio che nasce dall’emendazione della vita. – Ecco la norma che dobbiamo seguire per evitare la condanna del Fariseo, per ottenere, come il Pubblicano, il perdono, la grazia giustificante, e la vita eterna, che Dio ci conceda. 

Credo…

Offertorium
Orémus
Ps XXIV:1-3
Ad te, Dómine, levávi ánimam meam: Deus meus, in te confído, non erubéscam: neque irrídeant me inimíci mei: étenim univérsi, qui te exspéctant, non confundéntur.
[A Te, o Signore, ho innalzata l’ànima mia: o Dio mio, in Te confido, che io non abbia ad arrossire: che non mi irridano i miei nemici: poiché quanti a Te si affidano non saranno confusi.]

Secreta
Tibi, Dómine, sacrifícia dicáta reddántur: quæ sic ad honórem nóminis tui deferénda tribuísti, ut eadem remédia fíeri nostra præstáres. [A Te, o Signore, siano consacrate queste oblazioni, che in questo modo volesti offerte ad onore del tuo nome, da giovare pure a nostro rimedio.]

Communio
Ps L:21.
Acceptábis sacrificium justítiæ, oblatiónes et holocáusta, super altáre tuum, Dómine. [Gradirai, o Signore, il sacrificio di giustizia, le oblazioni e gli olocausti sopra il tuo altare.]

Postcommunio
Orémus.
Quǽsumus, Dómine, Deus noster: ut, quos divínis reparáre non désinis sacraméntis, tuis non destítuas benígnus auxíliis.
[Ti preghiamo, o Signore Dio nostro: affinché benigno non privi dei tuoi aiuti coloro che non tralasci di rinnovare con divini sacramenti.]

 

 

Nostra Signora di Fatima e la Russia

 

[Attualità di Fatima, Città della Pieve – 1953, impr. ]

Il nostro mondo si è così abituato a giudicare gli eventi temporali in termini di altri eventi, che sta perdendo di vista un altro e più grande sistema di giudizio, cioè l’Eterno, che irrompe nella storia per annullare i valori meschini e triviali dello spazio e del tempo. Poiché da coloro che vivono in un universo bidimensionale, costituito soltanto dalla destra e dalla sinistra, non si può pretendere che conoscano queste manifestazioni celesti, sarà bene ricordare che le due più importanti si verificarono quando il mondo ne aveva più bisogno e quando ne era meno consapevole. Una di queste rivelazioni ebbe luogo nell’anno in cui nacquero le idee che crearono il nostro mondo decristianizzato, l’altra ebbe luogo nell’anno in cui tali idee furono tradotte in pratica. Se c’è un anno cui possiamo fare risalire la nascita del mondo moderno — e dicendo « mondo moderno » intendiamo contrapporlo al mondo cristiano — dovrebbe essere all’incirca l’anno 1858. Proprio in quell’anno John Stuart Mill scrisse l’Essay on Liberty ( « Saggio sulla Libertà » ) in cui la libertà veniva identificata nella licenza e nell’assenza di responsabilità sociale; in quello stesso anno Darwin aveva terminato la sua Origin of the Species ( « Origine della Specie» ) con la quale distoglieva l’uomo dalla visione del fine eterno e lo induceva a guardare indietro, al passato animale. Nell’anno 1858 Karl Marx, fondatore del comunismo, scrisse l’introduzione alla Critica dell’Economia Politica, nella quale glorificava l’economia come base della vita e della cultura. Da questi uomini sono venute le idee che hanno dominato il mondo per quasi un secolo — ossia, che l’uomo ha origine non già divina, bensì animale; che la sua libertà è licenza ed evasione dall’autorità e dalla legge; che, svuotato dello spirito, l’uomo è una parte integrale della materia del cosmo e perciò non ha bisogno della religione. – In quello stesso 1858, anno indubbiamente importante, l’11 febbraio, ai piedi dei Pirenei in Francia, nel piccolo villaggio di Lourdes, la Vergine Benedetta cominciò la prima di 18 apparizioni a una contadinella la cui famiglia si chiamava Soubirous. Costei è ora conosciuta come Santa Bernadette. Quattro anni dopo che la Chiesa aveva definito la dottrina dell’Immacolata Concezione, il cielo si aprì e la Signora, così bella, disse Bernadette, che certamente non poteva essere di questa terra, parlò a Bernadette in questi termini: « Io sono l’Immacolata Concezione ». Nello stesso momento in cui il mondo negava il peccato originale e, senza saperlo, diceva che ogni creatura era concepita immacolatamente, la Nostra Madre Benedetta affermava che tale prerogativa era unicamente Sua : « Io sono l’Immacolata Concezione». Ella non disse: « Io sono stata concepita immacolatamente ». C’era come un’identificazione analoga tra Lei e l’Immacolata Concezione che Dio aveva fatta sul Monte Sinai quando aveva detto: « Io sono Colui che è » . Come l’esistere è proprio di Dio, così l’Immacolata Concezione è propria della Vergine Benedetta. Se solo e unicamente Lei fu concepita immacolatamente, ne segue che chiunque altro è nato in stato di peccato originale; se non c’è peccato originale, allora tutti sono stati concepiti immacolatamente. L’attribuire alla Vergine l’unicità del privilegio contraddiceva a tutte le idee che il mondo decristianizzato cominciava allora a generare. A coloro che credono che l’uomo appartenga esclusivamente alla terra, il cielo oppone che la Madre invita gli uomini a recarsi in pellegrinaggio al suo santuario in testimonianza dello spirito; per rispondere a coloro che riducono l’uomo ad animale, e l’animale a natura, la Bella Signora esorta gli uomini ad elevarsi al di sopra dell’animale alla loro suprema vocazione nel Suo Figlio Divino; a coloro che degenerano la libertà in licenza, l’Eterno riafferma che solo la Divina Verità può donarci la gloriosa libertà dei figli di Dio; quelli che dicono che la religione è l’oppio del popolo, Ella desta dell’oppio della menzogna alla realtà della gloriosa possibilità dell’uomo di diventare un erede del cielo.

COINCIDENZA DI EVENTI

Ma il mondo non ascoltò il richiamo celeste ai valori dello spirito. Le idee pagane del 1858, che l’uomo è un animale, che la libertà è isolamento dalla legge, che la religione è antiumana, varcarono ben presto l a copertina di un libro e le quattro mura di un’aula scolastica per concretarsi infine nella violenza della Prima Guerra Mondiale 1914-1918. Questa guerra fu l’attuazione delle false idee del 1858. Il mondo laico diventò carne da cannone. A considerare un solo anno di quella Guerra Mondiale, l’anno 1917 appare come il più significativo per gli eventi che si verificarono in tre parti del mondo. Il 13 maggio di quell’anno Benedetto XV impose le mani su Monsignor Pacelli, facendone un successore degli Apostoli. Mentre le campane di Roma suonavano l’Angelus di mezzogiorno, la Chiesa riceveva un nuovo vescovo che un giorno, per i remoti disegni della provvidenza, sarebbe asceso al trono di Pietro e avrebbe governato la Chiesa Universale come nostro Santo Padre, col nome di Pio XII. In Russia il 13 maggio 1917, Maria Alexandrowna stava insegnando catechismo in una delle chiese di Mosca. Sui banchi della chiesa stavano davanti a lei 200 fanciulli. Improvvisamente si udì un terribile rumore in direzione della porta principale: entrarono alcuni uomini a cavallo, caricarono fino in fondo alla navata della grande chiesa, rovesciarono la balaustrata della Comunione, distrussero l’altare, ritornarono quindi indietro distruggendo le statue e infine caricarono i fanciulli uccidendone alcuni. Maria Alexandrowna si precipitò urlando fuori dalla chiesa. Fu quella la prima di quelle violenze sporadiche che presagivano l’imminente rivoluzione comunista. Maria Alexandrowna corse da un rivoluzionario che doveva poi diventare famoso, e quando gli gridò: « E’ avvenuta una cosa terribile! Stavo insegnando il catechismo in chiesa quando sono entrati alcuni uomini a cavallo, hanno distrutto la chiesa, hanno travolto i ragazzi e ne hanno ucciso alcuni ». Lenin, il rivoluzionario, rispose : « Lo so li ho mandati io » . – In Portogallo, il 13 maggio 1917, tre fanciulli della Parrocchia di Fatima, Giacinta. Francesco e Lucia erano intenti a sorvegliare il gregge quando la campana della chiesa parrocchiale suonò l’Angelus. I tre pastorelli s’inginocchiarono e, com’era loro costume quotidiano, recitarono insieme il rosario. Quando ebbero terminato, decisero di costruire una « casetta » dove rifugiarsi nei giorni di tempesta. Ma i piccoli architetti furono improvvisamente interrotti da un lampo accecante e guardarono ansiosamente il cielo. – Nessuna nuvola velava la radiosità del sole di mezzogiorno. Impauriti, i fanciulli cominciarono a correre quando, proprio due passi innanzi, in mezzo al fogliame di un alce verdissimo, videro una « bella signora » più splendente del sole. Con un gesto di gentilezza materna la signora disse: « Non abbiate paura, non vi farò del male ». La signora era bellissima: dimostrava dai 15 ai 18 anni di età. La sua veste, bianca come la neve e trattenuta al collo da un cordone d’oro scendeva giù fino ai piedi che erano appena visibili, sfiorando i rami dell’albero. Un velo bianco ricamato d’orò le copriva la testa e le spalle, e ricadeva anche esso fino ai piedi come un manto. Le sue mani erano unite all’altezza del petto in atteggiamento di preghiera; un rosario di lucide perle con una croce d’argento le pendeva dalla mano destra. Il suo volto d’incomparabile bellezza scintillava in un alone brillante come il sole, ma appariva come velato da uno sguardo di leggera tristezza. Lucia fu la prima a parlare: « Donde vieni ? ». – « Vengo dal Cielo », rispose la signora. « Dal Cielo! E perché sei venuta sin qui? » domandò Lucia. – « Son venuta a chiedervi di trovarvi qui il tredicesimo giorno di ogni mese a quest’ora per sei mesi di seguito. Nel mese di ottobre vi dirò chi sono e che cosa voglio ». In quello stesso momento, mentre nell’estremità orientale dell’Europa l’Anticristo si scatenava contro l’idea stessa di Dio e contro la società in uno dei più terribili spargimenti di sangue della storia, nell’estremità occidentale dell’Europa appariva radioso quel grande ed eterno nemico del serpente infernale.

IL SEGRETO DI FATIMA E LA RUSSIA

Delle sei apparizioni della Madre Benedetta a quei fanciulli, la più importante fu l’apparizione del 13 luglio 1917. Bisogna ricordare che quello che era il terzo anno della prima guerra mondiale, a proposito de’la quale Ella disse: « Questa guerra sta per finire. Se la gente farà quello che io ho detto, molte anime si salveranno e troveranno pace ». « Ma » aggiunse, « se l a gente non cessa di offendere Dio, non passerà molto tempo, e precisamente durante il prossimo Pontificato, che un’altra e più terribile guerra avrà inizio » . Infatti fu durante il Pontificato di Pio XI che cominciò la terribile guerra spagnola, preludio alla Seconda Guerra Mondiale. Durante quel periodo i Rossi, nel loro odio per la religione, massacrarono 13 prelati, 14.000 preti e religiosi, e distrussero 22.000 tra chiese e cappelle. La Madre Benedetta diede poi un segno indicatore dell’inizio effettivo della seconda guerra mondiale. « Quando vedrete una notte illuminata da una luce ignota, saprete che quello è il segno che Dio vi dà per avvertirvi che è vicino il castigo del mondo per le sue tante trasgressioni, mediante la guerra, la carestia e la persecuzione della Chiesa e del Santo Padre » . Più tardi, a Lucia venne domandato quando era realmente apparso il segno, ed ella rispose che era stato quella straordinarissima aurora boreale che aveva illuminato una gran parte dell’Europa nella notte sul 26 gennaio 1938. Parlando della guerra a venire, Lucia disse: «Sarà orribile, orribile » . Tutti i castighi di Dio sono condizionali e possono essère evitati con la penitenza. La Madre Benedetta, va rilevato, aveva detto che la seconda guerra mondiale poteva essere evitata, poiché aveva aggiunto : « Per evitarla, chiederò la Consacrazione del mondo al mio Cuore Immacolato, e la Comunione in riparazione il primo sabato di ogni mese. Se le mie richieste saranno esaudite, la Russia si convertirà: ci sarà la pace. Altrimenti la Russia spargerà il terrore in tutto il mondo causando guerre e persecuzioni contro la Chiesa. I buoni soffriranno il martirio, e il Santo Padre avrà molto da soffrire. Molte nazioni saranno distrutte » . Il Vescovo di Fatima non ha creduto opportuno informarci di una parte di quel messaggio. Che conteneva quella parte del messaggio, non lo sappiamo. Evidentemente non doveva contenere buone notizie, e sembra pure che si riferisse ai nostri tempi. In ogni modo, ci è stata detta la conclusione del messaggio, piena di speranza e di letizia: « Ma alla fine il mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre consacrerà la Russia al Cuore Immacolato, e la Russia sarà convertita e una nuova èra di pace sarà concessa al mondo ». La rivelazione finale ebbe luogo il 13 ottobre, giorno i n cui la Madre Benedetta promise di operare un miracolo in modo che tutti i presenti potessero credere nelle Sue apparizioni. La sera del 12 ottobre tutte le strade di Fatima erano ingombre di veicoli e pellegrini che si recavano al luogo dell’apparizione. Testimone fu una folla di 60.000 persone le quali erano convenute a mezzogiorno del 13 e di cui molte erano miscredenti e irridevano alla religione.

LA DONNA VESTITA DI SOLE E L’ORA DELLE TENEBRE

Qui non ci curiamo di provare l’autenticità dei fenomeni di Fatima, poiché coloro che credono nel regno dello Spirito e nella Madre di Dio sono disposti ad accettarli, e coloro che respingono lo Spirito non li accetteranno mai, a nessuna condizione. Quale significato dobbiamo dare all’apparente caduta del sole attestata dal popolo che si trovava a Fatima in quel giorni di ottobre del 1917? Non abbiamo alcun modo di conoscenza diretta, ma poiché il suo effetto generale fu così sconcertante, possiamo argomentare. Quel fenomeno poteva costituire il presagio del giorno in cui gli uomini avrebbero sottratto al sole una parte dell’energia atomica e l’avrebbero usata non per illuminare il mondo, ma come una bomba da lanciare dal cielo sulle popolazioni inermi. In passato, quando 1a carestia guastava la terra, quando la guerra devastava l’eredità accumulata nel corso dei secoli, quando gli uomini si sbranavano tra loro e grandi campi di concentramento simili a Moloch inghiottivano milioni di esseri, gli uomini potevano pur sempre rivolgere al cielo il loro sguardo di speranza. Se questa terra era crudele, almeno il cielo sarebbe stato benigno. Questo l’apparizione presagiva che adesso per un certi tempo persino il cielo si sarebbe rivolto contro l’uomo e che i suoi fuochi si sarebbero scatenati sugli inermi figli di Dio. Se sia stato o non un preavviso della bomba atomica, non sappiamo: una cosa è certa, e cioè che non era la fine della speranza, poiché i n mezzo a tutte le nuvole c’è pur sempre nei cieli la visione della Signora, come la Luna sotto i Piedi, una corona de stelle intorno alla Testa, ed il Sole sopra. Il Cielo non è contro di noi e non ci distruggerà finché Ella regnerà Signora dei Cieli. – Potrebbe essere tuttavia interessante domandarsi perché Dio Onnipotente nei Suoi provvidenziali rapporti con l’Universo abbia ritenuti opportuno di darci in quel giorno una rivelazione della Sua Madre Benedetta allo scopo di riportarci alla preghiera e alla penitenza. Una ragione che si presenta subito alla mente è questa: poiché il mondo ha perduto Cristo, può darsi che lo riconquisti per mezzo di Maria. Quando, a 12 anni, Nostro Signore Benedetto si perdette, fu la Madre Benedetta a rirovarLo. Ora che Egli è stato nuovamente perduto, può darsi che per mezzo di Maria il mondo riconquisti Cristo suo Salvatore. Un’altra ragione è che la Divina Provvidenza ha affidato a una donna il potere di domare il male. In quell’abominevole giorno in cui il male s’introdusse nel mondo, Dio parlò al serpente nel Giardino dell’Eden e gli disse: « I o metterò inimicizia tra te e la donna, tra il tuo seme e il suo seme: questo ti schiaccerà la testa e tu gli ferirai il tallone » (Gen. III, 15). In altre parole, il male avrà una progenie ed un seme. Anche la bontà avrà una progenie ed un seme. Sarà mediante il potere della donna che il male verrà schiacciato. Noi viviamo adesso in un’ora di male, perché, sebbene la bontà abbia il suo giorno, il male ha la sua ora. Ciò disse chiaramente Nostro Signore Benedetto la notte che Giuda penetrò nell’Orto di Getsemani: « Ma questa è l’ora vostra, e la podestà delle tenebre » (Luca XXII, 53). Tutto ciò che il male può fare in quell’ora è di spengere le luci del mondo; ma può farlo. Se allora noi viviamo in un’ora di male, come possiamo debellare lo spirito di Satana se non con il potere di quella Donna alla quale Dio Onnipotente ha dato il mandato di schiacciare la testa del serpente? Non si ode più la menzogna secondo la quale la Chiesa Cattolica adorerebbe Maria o La porrebbe sullo stesso piano di Dio, o Maria prenderebbe il posto di Dio. Gli uomini stanno invece cominciando a riconoscere la verità della tradizione cristiana, ossia che, come per colpa di Eva il peccato s’introdusse nel mondo, così per opera di una nuova Eva, Maria, la Redenzione dal peccato penetrerà nel mondo. Il Vescovo metodista G. Bromley Oxnam, nel suo Behold thy Mother (« Guarda la Madre Tua »), commentario delle parole di Nostro Signore a Giovanni che stava ai piedi della Croce, scrive: «Lo scopo morale è scritto nella natura delle cose? L’universo fu concepito per i pazzi? Aspettano la condanna i dittatori che si pavoneggiano sul palcoscenico per una breve ora, rifiutandosi di ripetere le rime del Dramma Eterno, negligendo le istruzioni del Divino Direttore? Ci sarà un sipario finale, e udranno essi : « Tu hai pesato nelle bilance ed hai trovato mancanze? ». In una parola, c’è qualcosa in ciò che Gesù volle rivelare, questo qualcosa che è rivelato nella vita di una vera madre? E’ questo qualcosa che abbiamo definito la realizzazione dell’essere nel dono assoluto di sé per gli altri, è questo qualcosa la legge che deve governare?… L a pace attende una revisione fondamentale dei concetti contemporanei di sovranità? Il diritto di proprietà è da connettersi con l’uso che il proprietario fa della proprietà? Ecco dei problemi che rendono perplessi, ma che dobbiamo affrontare se vogliamo avere la pace permanente e che d’altra parte non possiamo affrontare se non nel giusto spirito. « E stava là con Lui ai piedi della Croce la Madre Sua… » . L’uomo necessita di una nuova impresa unificatrice, tanto grande da unire tutti gli uomini. La classe sociale, la razza e la nazione sono concetti troppo piccoli. Questa impresa va ricercata nella dottrina cristiana della solidarietà della famiglia umana, nell’ideale di fratellanza? E qual è lo spirito, onde è maggiormente permeata? « E stava là con Lui ai piedi della Croce la Madre Sua… » . Lo spirito che Ella ha rivelato nel servire il Figlio Suo non era altro che lo spirito che Egli capì che bisognava rivelare se Egli voleva essere il Salvatore universale. Ed Ella andò con Lui. Portò un cuore infranto al Calvario, ma in quel cuore infranto rive1a ciò che Egli aveva rivelato nel Suo corpo infranto, ossia lo spirito che deve pur sempre governare il genere umano. Occorre un grande atto di fede per credere, come si è creduto da tanto tempo, che Gesù Cristo diventerà il Sovrano dei re della terra. Prima che Egli regni, gli uomini devono mirare lo spirito incarnato in Lui, ampiamente rivelato nei cuori delle madri di ogni dove. E’ lo spirito che deve governare il genere umano. Quando gli uomini lo sapranno e lo metteranno in pratica, quando intenderanno il vero significato di una madre che sta ai piedi di una croce, allora Egli diventerà il Sovrano dei re della terra. L’essere si realizza nel dono assoluto di sé agli altri, e tutti gli uomini diventano liberi nello spirito e nel1a pratica di questa legge. « E stava là con Lui ai piedi della Croce I Madre Sua » .

LA PREMESSA DELLA PACE INDICATA DA FATIMA

L a rivelazione di Fatima ci fa ricordare che viviamo in un universo morale, che il male ci distrugge, che il bene ci conserva; che i mali principali del mondo non stanno nella politica, nell’economia, ma nei nostri cuori e nelle nostre anime, e che la rigenerazione spirituale è la sola condizione per il miglioramento sociale. La Russia Sovietica non è il solo pericolo per il mondo occidentale; il pericolo è piuttosto la de spiritualizzazione del mondo occidentale cui la Russia ha dato forma e sostanza sociale. La seconda guerra mondiale è avvenuta perché, secondo quanto aveva detto Nostra Signora di Fatima, non c’era emendamento nei cuori e nelle anime degli uomini. Il pericolo di una terza guerra mondiale sta precisamente in questo, e non propriamente nell’Internazionale Comunista. Il mondo occidentale è scandalizzato del sistema sovietico, ma soprattutto perché vede che il proprio ateismo individuale è socializzato e attuato su una scala quasi cosmica. Il grande problema da affrontare non è né l’individualismo né il collettivismo, perché né questo né quello sono di primaria importanza; non è, sul piano economico, tra la libera iniziativa e il socialismo, perché nessuno di questi due sistemi è della massima importanza; la lotta ha invece per oggetto l’anima umana. Questo è un altro modo per dire che la crisi investe la libertà nel senso spirituale della parola. La guerra non acquisterà l’atmosfera del mondo, ma risulterà solo nell’atomizzazione dell’uomo, una realtà di cui la bomba atomica non è che un simbolo. Visto che il male non è interamente esterno, una guerra non potrà eliminarlo. Qualsiasi guerra mondiale non è che la oggettivazione del male che sta nelle singole vite degli uomini. Una guerra macrocosmica è il riflesso della guerra microcosmica che si combatte entro i cuori degli individui. E siccome il Cristiano lo sa meglio di chiunque altro, sua al massimo grado è la responsabilità dell’attuale situazione mondiale. Il mondo è quel che è perché ognuno di noi è quel che è. Il compito proprio del Cristiano è di discernere nelle due guerre mondiali avvenute nello spazio di 21 anni il giudizio di Dio sul nostro modo di vivere. Finché il Cristiano riterrà di non poter prendere che due direzioni, « Destra » o « Sinistra », non solo non porterà alcun contributo al mondo, ma renderà il mondo ancora peggiore, in quanto non intenderà che oltre al piano orizzontale della vita c’è anche quello vertica1e che porta a Dio e dove si trovano le due direzioni più importanti: quella « verso l’interno » e quella « verso l’alto » . Non trovando capri espiatori, siano essi i partiti politici o il comunismo, potremo sfuggire alla responsabilità di portare, come Cristo nell’Orto di Getsemani, il fardello della colpa del mondo. La rivelazione di Fatima ammonì i Cristiani che il cosiddetto problema della Russia è il problema dei Cristiani: che mediante la preghiera, la penitenza e la riparazione, e non mediante la guerra, l’abuso e la aggressione, la Russia potrà riunirsi alla società del’e nazioni amanti della libertà. – Non c’è « cortina di ferro » per questa visione del mondo, perché le preghiere non passano attraverso una cortina di ferro ma al di sopra di essa, come le particelle radioattive lasciate libere nell’atmosfera vengono trasportate su monti e continenti. La conversione della Russia è l a condizione essenziale per la pace del mondo, ma la conversione della Russia è condizionata dalla nostra stessa riconversione. Può darsi benissimo che proprio l’odio che la Russia mostra oggi verso il Cristianesimo provi che essa vi è più vicina che non l’uomo « spregiudicato » del mondo occidentale il quale non dice mai le sue preghiere. La Russia deve pensare a Cristo per poterLo odiare, ma l’uomo indifferente non vi pensa affatto.

OTTIMISMO CRISTIANO DI FRONTE AL PERICOLO RUSSO

Gli atteggiamenti che possiamo assumere verso la vita e la storia non sono che tre: 1°) L’ottimismo fatuo, che crede che la vita si muova necessariamente verso una meta prospera, grazie all’educazione, alla scienza e alle leggi dell’evoluzione.

2°) Il pessimismo del totalitarismo, che crede che la natura umana sia intrisecamente bacata e che occorra il potere dittatoriale dello Stato per controllare gli impulsi anarchici degli individui, i quali non sono degni di fiducia. In questo schema di cose la libertà deve essere tolta ai singoli e immessa ne1la collettività. Anche questa visione della vita si è dimostrata insoddisfacente in quanto ripone l a speranza in un futuro remoto senza pertanto garantire che possa mai realizzarsi.

3°) Il Cristianesimo, che giunge all’ottimismo attraverso il pessimismo; a una resurrezione attraverso una passione e a una corona di gloria attraverso una corona di spine; alla gloria della Domenica di Pasqua attraverso l’ignominia del Venerdì Santo. Il Cristianesimo, proclama che il seme caduto sulla terra, se non muore, rimane infecondo; se invece muore, germoglierà in una nuova vita. Questo ottimismo del Cristianesimo si verifica non già mediante un potere proveniente da noi stessi o dalla natura, bensì mediante e attraverso il potere di Dio; non attraverso l’addomesticamento di impulsi erranti da parte di uno Stato, né mediante lo spargimento del sangue altrui, bensì mediante la legge di sacrificio in cui si rivela l’amore. – A coloro che sono momentaneamente scoraggiati per la persecuzione di cui è oggetto la Chiesa, bisogna ricordare che la Chiesa è meno una cosa continua che una vita che muore e risorge. Il Signore Risorto disse alla Maddalena: « Non mi toccare » (Giov. XX, 17). « Non mi tenere entro il sepolcro, né pensare che Io debba sempre essere come ero prima della mia Resurrezione ». La Maddalena aveva dimenticato che ora Egli era nel giardino e non nel sepolcro, che Egli era una Sorgente vivente di Vita e non un corpo morto da essere ricoperto d’unguenti. Anche noi siamo pronti a credere che la Chiesa debba essere sempre la stessa in ogni età, dimenticando che il Suo Dio è Uno che sapeva come uscire dal sepolcro. Un’accusa che è stata spesso rivolta alla Chiesa è che essa non si adegua al mondo moderno. Il che è assolutamente vero. L a Chiesa non si è mai adeguata ai tempi in cui è esistita, poiché se si fosse adeguata ai tempi sarebbe perita con essi e non sarebbe sopravissuta. Nella Chiesa c’è qualche cosa che è sempre la stessa, e tuttavia qualche cosa che è molto diversa. – Quello che è lo stesso è che « Gesù Cristo è lo stesso di ieri, di oggi e di sempre ». Quello che è diverso è il fatto che la Chiesa riesce sempre a convertire ogni nuova èra, non come una vecchia religione, ma come una nuova religione. Gli alberi che germogliano in primavera sono gli stessi alberi che l’anno prima affondavano saldamente nel suolo, e c’è in loro qualcosa di nuovo, in quantoché se non fossero morti non potrebbero rivivere. La Chiesa non è una sopravvissuta. E’ più volte ritornata in questo mondo occidentale cosi rapidamente mutevole, allo scopo di riconvertire il mondo. Di volta in volta la vecchia pietra veniva scartata dai muratori, ma entro un secolo è stata ripresa dal mucchio dei detriti ed è diventata la pietra angolare del tempio della pace. Qui sta la grande differenza tra la Chiesa e le civiltà laiche: la Chiesa ha il potere di rinnovarsi, le civiltà no. Le civiltà si esauriscono e periscono, ma senza mai rinnovarsi. Quando una civiltà come Babilonia, Sparta e Atene adempie alla sua missione e si esaurisce, scompare per sempre dalla faccia della terra. Non si sa di alcuna civiltà che sia perita e sia risorta. La Chiesa è diversa: ha il potere di sorgere dal sepolcro, di essere apparentemente sconfitta da un’epoca, e di riuscire poi improvvisamente vittoriosa, « poiché le porte dell’Inferno non prevarranno su di essa ». – La Chiesa è stata spesso « uccisa », una volta dall’eresia di Ario, un’altra volta dall’eresia degli Albigesi, poi da Voltaire, indi da Darwin, e ora dalle tre forme di totalitarismo, rossa, bruna e nera, ma per una ragione o per l’altra, mentre ogni epoca successiva suonava la campana per annunciarne la condanna, era la Chiesa che finiva per sotterrare l’epoca. In questo momento specifico c’è di quelli che pensano che perché viviamo in giorni di persecuzione e perché in Europa la Chiesa è scesa un’altra volta nelle catacombe, essi debbano versare pie e reverenti lacrime sul suo sepolcro, e non capiscono che se volessero attraversare le loro lacrime, come avvenne alla Maddalena, vedrebbero il Figlio di Dio camminare ancora una volta vittorioso sulle colline del mattino. Si è creduto che dopo 1900 anni di esperienza il mondo rinunciasse a portare unguenti per la sepoltura della Chiesa. Si è supposto che la Chiesa fosse stata uccisa durante le prime dieci persecuzioni; si è supposto che fosse avvizzita sotto la luce dell’età della ragione; si è supposto che fosse stata ingoiata dalla terra nell’età della rivoluzione; si è supposto che fosse stata superata dal progresso della scienza e dell’evoluzione; e ora si suppone che sia stata sepolta nei giorni delle rivoluzioni antireligiose dei nostri tempi. Ma la realtà è che la Chiesa viene sepolta proprio nelle viscere della terra, là dove si scavano le catacombe e donde un giorno essa riemergerà per riconquistare la terra. Se in questo momento noi scendiamo nelle catacombe, è solo perché Cristo scese nel sepolcro. Il mondo ha un bell’aspettarsi di vedervelo giacere per sempre nella tomba, come ha un bell’aspettarsi l’assideramento di una stella, poiché « il cielo e la terra passeranno, ma la Mia Parola non passerà ». – All’inizio di questo secolo Francis Thompson rappresentò l’imminente persecuzione della Chiesa come Lilium Regis, e ne cantò quindi la vittoria finale:

“O Giglio del Re! bassa giace la tua ala d’argento.

E lunga è stata l’ora della tua detronizzazione;

E il tuo profumo di Paradiso sparge nel vento notturno i suoi sospiri,

Né alcuno carpirà i segreti del suo significato.

O Giglio del Re! Io penso ad una cosa grave.

O pazienza, dolentissima tra le figlie!

Attenta, l’ora è vicina del tremor della terra,

E rossa sarà la rottura delle acque.

Mantieniti forte sopra il tuo stelo, quando la tempesta parlerà con te,

Sotto la tenda delle misericordie del Re;

Ed il giusto saprà che vicina è la tua ora.

Vicina la tua ora possente nell’alba.

Quando le nazioni giaceranno nel sangue, e i loro re saranno una razza decaduta,

Guarda su, o dolentissima tra le figlie!

Alza la testa e ascolta quali suoni stanno nelle tenebre,

Che i Suoi piedi stanno arrivando a te sulle acque!

O Giglio del Re! Io non ti vedrò cantare,

Io non vedrò l’ora della tua incoronazione!

Ma il mio Canto vedrà, e si sveglierà come un fiore smosso dai venti dell’alba,

e aspirerà con gioia i profumi del suo significato.

O Giglio del Re, ricorda allora la cosa.

Che questa bocca morta cantò; e le tue figlie,

Mentre danzano innanzi al Suo cammino, cantano là nel Giorno

Ciò che io cantai quando la Notte copriva le acque”

[The Poema of Francis Thompson – London, Oxford University Press, 1937,

p. 122.].  –

La catastrofe è la condizione della grandezza. La Chiesa è come un agnello tosato ad ogni primavera, ma che seguita a vivere. La speciale stagione in cui viviamo sarà allora il tempo per la tosatura dell’agnello di Cristo, quando forse persino i pastori non avranno che bastoni di ferro. Sta alla Chiesa utilizzare la sconfitta. – Toynbee ci dice che ci sono state tre filosofie circa il rapporto tra Cristianesimo e civiltà. – La prima è che il Cristianesimo è nemico della civiltà. Questo punto di vista fu sviluppato nei giorni dell’Impero Romano da Marco Aurelio, poi da Giuliano l’Apostata, nel secolo scorso da Gibbon e poi da Marx e dai suoi seguaci. – Il secondo punto di vista è quello del liberalismo storico, che ritiene il Cristianesimo la maniglia della civiltà, una specie di ponte di transizione sulla lacuna che passa tra una civiltà e un’altra. La religione ha la capacità utile e subordinata di portare alla luce una nuova civiltà laica dopo la morte di quella precedente. La Chiesa è, perciò, una specie di costruzione morale, un’ambulanza, un’introduzione a un ordine nuovo, una levatrice per una civiltà più progressiva. – Il terzo punto di vista, quello giusto, è che le civiltà prosperano e decadono per facilitare lo sviluppo del regno di Dio in questo mondo. E’ il crollo delle civiltà laiche che costituisce l’introduzione a qualcosa di più alto. Quanto aveva affermato Eschilo, ossia che il sapore viene attraverso la sofferenza, fu riaffermato a Emmaus in questi termini: che la gloria viene attraverso le tribolazioni e la catastrofe. Può darsi che, come disse Toynbee, « tutte le sofferenze delle civiltà sono le stazioni della Croce lungo la strada della Crocifissione e che la religione è un carro. Sembra che le ruote sulle quali ascende al cielo siano le cadute periodiche delle civiltà terrene » (Arnold Toynbee, Burg Memorial Lectur, p. 22). Le civiltà sono cicliche, sono ricorrenti. Passano attraverso i medesimi fenomeni della nascita e della morte e non ritornano mai in vita. La  religione, invece, è un continuo movimento lineare verso l’alto, ascendente a nuove altezze dopo il decadere di ogni singola civiltà. Come la civiltà cristiana nacque dalla decadenza del mondo greco-romano, così un nuovo ordine cristiano sorgerà dalla decadenza del liberalismo storico e del comunismo. Ciò cui stiamo assistendo attualmente non è il declino della Chiesa, sebbene la morte di una civiltà che è stata egocentrica e che ha tentato di far trionfare l’egoismo e di bilanciare le forze opposte mediante la tolleranza intesa come indifferenza per il vero, o ricorrendo a organizzazioni esteriori per compensare la perdita della vitalità e della virtù personali. Da questa tirannia in cui gli uomini marciano in processione pensando di essere originali, e dalla morte di cui soffre la Chiesa, sorgerà una rinascita di fede per cui una nuova generazione apprenderà che l a Chiesa non è al mondo per migliorare la natura umana, ma per redimerla: non per migliorare gli uomini, ma per salvarli. Ciò cui noi attualmente assistiamo è quindi l a morte di una era di civiltà, ma non la morte di Colui che è il Signore dell’Universo. – Ogni civiltà che muore perseguita, e nel mezzo di tale persecuzione il Cristo ci dice ciò che disse ai discepoli di Emmaus: « Non deve il Figlio dell’Uomo soffrire per poter entrare nella Sua Gloria? ». E’ proprio nel colmo di un apparente indebolimento che Dio si rivela nel modo più chiaro. Allorché più disperata è la condizione del mondo, un nuovo fattore irrompe dall’esterno e muta completamente la situazione. Quando il caos e la paura e la potenza delle tenebre sembrano invincibili, lo scopo di Dio avanza poiché Egli fa la Sua apparizione in quei momenti della storia in cui le cose sono quanto mai oscure. Come ci fu un’invasione divina a Betlemme, così ora c’è un’invasione divina dopo il Calvario. Come nell’antichità gli Ebrei furono salvati dalla schiavitù per volere del Signore che sparti per essi le acque del mar Rosso e dalle stesse acque fece inghiottire i loro inseguitori, così anche ora, quando gli uomini si accalcano nella paura, il potere di Dio si manifesta. Il regno di Dio non si sviluppa fuori della storia, ma si manifesta attraverso la storia. La resurrezione fu la scoperta del significato della storia, poiché se la Crocifissione fosse stata la fine, il potere che si nascondeva dietro Nostro Signore non sarebbe stato commesso a difendere l’innocenza. – Oggi, al colmo della nostra paura, oggi che per difenderci dal nemico abbiamo barricato ogni porta, Cristo appare in mezzo a noi e ci ricorda di stare in pace. Ciò che di peggio può succedere alla Chiesa è di essere tollerata. In quanto oggi vive nella paura e viene perseguitata, la Chiesa si trova in una condizione psicologica quanto mai favorevole per conservare la sua vera natura. Se Cristo fosse stato un successo terreno, allora sarebbe potuto essere imitato soltanto nelle cose di questa terra. Se Egli fosse stato un fallimento e non fosse mai risorto, allora saremmo vendicativi, e noi che siamo i Suoi seguaci odieremmo gli Ebrei, i Romani e i Greci. Se Egli avesse scritto un libro, noi saremmo tutti professori, ma se Egli venne in questo mondo per portarci alla vittoria attraverso la sconfitta, allora chi sarà mai senza speranza? Quantunque noi di questa generazione abbiamo visto due guerre mondiali in 21 anni, quantunque la prima guerra sia stata combattuta per assicurare al mondo una democrazia senza Dio, e la seconda per realizzare un imperialismo senza Dio, e la minaccia della terza sia che la democrazia senza Dio possa lottare con l’imperialismo senza Dio, noi dobbiamo ancora credere, sebbene le porte siano chiuse alla Divinità e i brividi della paura ci percorrano, nella possibilità di un’altra Invasione Divina di quel potere extrastorico in quest’ora buia. Noi che abbiamo fede nella gloria e nella certezza della Sua resurrezione, sappiamo che abbiamo già vinto, solo la notizia non è ancora trapelata!

AMERICA E RUSSIA NELLA LUCE DI MARIA

Gli Americani in quanto tali non possono dimenticare la relazione tra l’America e la Donna alla quale Dio diede il potere di schiacciare la testa del serpente. Il Concilio di Baltimora dell’8 dicembre 1846 consacrò gli Stati Uniti all’Immacolata Concezione della Nostra Madre Benedetta. Solo dopo 8 anni la Chiesa definiva il dogma dell’Immacolata Concezione. L’8 dicembre 1941,festa dell’Immacolata Concezione, gli Stati Uniti dichiararono guerra al Giappone. Il 13 maggio 1945, Giorno della Madre, quando tutta la Chiesa celebrò il Giorno Sodalizio di Nostra Signora, il Governo degli Stati Uniti proclamò un Risorgimento Nazionale per il Giorno della Vittoria in Europa. Il 15 agosto 1945, Festa dell’Assunzione della nostra Madre Benedetta, gli Stati Uniti conseguirono la vittoria nella guerra contro il Giappone. Il 19 agosto 1945 fu dal Governo degli Stati Uniti dichiarato Giorno ufficiale della Vittoria sul Giappone e si diede il caso che fosse l’anniversario di una della apparizioni di Nostra Signora di Fatima. Il 1° settembre 1945, primo sabato del mese che Nostra Signora di Fatima volle fosse a Lei consacrato, il generale Mac Arthur accettò la resa del Giappone a bordo della Missouri. L’8 settembre 1945, Natalità di Nostra Signora, la prima bandiera americana sventolò a Tokio, e mentre veniva spiegata al vento il generale Mac Arthur disse : « Fatela sventolare in tutta la sua gloria come un simbolo di vittoria per la giustizia ». – Sotto l’ispirazione e suggerimenti della Signora di Fatima, possa un giorno l’America vedere la grande solidarietà spirituale che esiste tra il 97 per cento del popolo russo che non fa parte del partito comunista, e l’idealismo, l’amore di pace, la generosità e l’amicizia del popolo americano. Sopra la tomba di Dostojevskij, Pushkin pronunciò un elogio che esprimeva l’alto destino del popolo russo : « Il nostro destino è un’universalità conquistata non dalla spada, ma dalla forza di fratellanza e dal nostro desiderio di vedere la restaurazione della concordia tra gli uomini » – Questo è stato sempre l’ideale dell’America. Ora che una minoranza vuole guastare le pacifiche ablazioni tra il popolo russo e il popolo americano, non solo l’America, ma la coscienza dell’occidente deve addossarsi il dolce fardello di restaurare le relazioni tra l’America e Dio, tra 1’America e la Madre di Cristo « sul cui corpo, come su una torre di avorio, Egli si arrampicò per baciare sulle labbra di lei una mistica rosa ».

Tu sei più tenera con i nostri sogni, Madre Nostra,

Del savio che c i tesse i sogni per ombra.

Dio è più buono con gli dèi che Lo derisero

Che non gli uomini con gli dèi che hanno creato…

Cos’è la casa del cuore prosciolto,

E dov’è il nido della libertà,

E dove dal mondo il mondo si rifugerà.

E l’uomo sarà padrone, se non con Te?

L a saggezza è assisa sul suo trono di tuono.

Lo Specchio della Giustizia acceca il giorno —

Dove sono le torri che non son quelle della Città,

E i trofei e le fanfare, dove sono?

Là dove oltre il labirinto del mondo che si gira

Le vie remote che volgono alla strada del Re.

[G. K . Chesterton, Queen or Seven Sicords – London: Sheed and Ward, 1926), p. 23.]

Mons. Fulton J. Sheen. Vescovo ausiliare di New York.

Mons. Fulton [quando era ancora cattolico] con S. S. Pio XII

 

LE TRE VERITA’

LE TRE VERITA’ CHE DISTRUGGONO 

I FALLACI INGANNI DEL “nemico” INFERNALE [e cioè:

1° L’ECUMENISMO MASSONICO,

2° L’INDIFFERENTISMO RELIGIOSO MONDIALISTA,

3° IL NOACHISMO TALMUDICO!]

[da: “IL CRISTIANO RAGIONEVOLE” – Discorso preliminare sopra la verità della Religione Cristiana, il quale servir deve di fondamento a tutte le istruzioni. – Mons. Billot: “Discorsi parrocchiali per le Domeniche”; S. Cioffi ed. Napoli, 1840]

Dopo lo stabilimento della religione cristiana i ministri del Vangelo credevano soddisfare al loro dovere, applicandosi solamente a ben stabilire la verità della sua morale, e ad ispirare ai popoli la pratica delle virtù, che ella insegna. Ma da che nel seno medesimo del Cristianesimo si è formata una fazione di spiriti increduli che, per abbattere sin dai fondamenti la morale della religione, si sollevano sfacciatamente contro i dogmi, e, non contenti di scuoter essi il giogo della fede, si sforzano di distruggerla negli altri, è dovere di un ministro del Vangelo 1’affaticarsi, quanto mai può e sa, a stabilire la verità della religione, sia per confondere l’empietà di quelli che non vogliono credere, sia per assodare ed animar la credenza dei fedeli, che è esposta al naufragio tra le tempeste da cui è agitala, e che non è sterile in un gran numero di cristiani se non perché non si fa da essi attenzione sufficiente ai motivi di credibilità che muover debbono ogni spirito ragionevole a sottomettersi alle verità della fede. Prima di entrare nella materia, si richiede una ragione esente da ogni pregiudizio e libera dalla schiavitù delle passioni, le quali sono gli ostacoli ordinari alle buone impressioni che questi motivi far possono sopra lo spirito: una ragione ben purificata deve arruolarsi sotto lo stendardo di una religione che se la presenta in tutta la sua maestà e con tutto lo splendore delle verità che l’accompagnano. – Vi è tanta armonia tra la religione e la ragione che basta esser ragionevole per diventar ben presto cristiano. Questo soggetto per altro è tanto più importante quanto che si tratta di combattere i nemici domestici della religione, più a temersi da essa che i nemici stranieri, i quali l’hanno attaccata a forza aperta, e le cui guerre non hanno servito che a darle un nuovo lustro; laddove a combattere, le porta colpi tanto più pericolosi quanto che assale l’uomo per il suo debole, servendosi delle sue passioni per sottrarlo all’impero della fede. Potessimo noi dissipare le nebbie che lo spirito delle tenebre ha di già sparso in qualche spirito tra noi! Potessimo noi svellere la zizzania che l’uomo nemico ha sopra seminato nel campo del padre di famiglia! Per riuscire in questo disegno facciamo vedere:

1.° che vi è una Religione rivelata da Dio;

2.°che questa è la Religione Cristiana;

3.° che la vera religione non si trova che nella CHIESA Cattolica, Apostolica Romana.

PRIMA VERITÀ

Necessità di una Religione rivelata

da Dio.

Vi è un Dio Creatore di tutte le cose, il quale si manifesta in una maniera si sensibile nelle sue opere che bisogna chiudere gli occhi alla luce per dubitare della sua esistenza. Questo bel mondo che noi vediamo non si è fatto da sé stesso; incapace di agire, non ha potuto darsi l’esistenza; egli è dunque 1’effetto di una cagione superiore, che era prima di lui. Il bell’ordine che noi ammiriamo nell’universo, che vi regna da tanti secoli con una maniera si costante, non può essere altresì che l’effetto di un’intelligenza infinita, la quale il tutto col suo potere sostiene, e colla sua sapienza governa. Queste idee di un primo principio di tutte le cose son nate con noi; non vi ha alcun uomo ragionevole che possa cancellarle dalla sua mente e che non senta la sua dipendenza da un Essere supremo. Sarebbe essere tanto cieco quanto il caso l’attribuirgli un’opera così perfetta come l’universo. Ora la più perfetta, la più eccellente delle opere di Dio è fuori di dubbio l’uomo » che racchiude in sé le perfezioni delle altre e ne è, per così dire, il compendio. Ma per qual fine ha Dio formato questa creatura così perfetta? Ciò non poteva essere che per venire da essa servito e glorificato: e per questo appunto le ha dato un’anima capace di conoscerlo e di amarlo. Infatti un essere intelligente e buono nulla fa invano, neppur agisce se non per fini buoni: or siccome Dio è un agente infinitamente perfetto, Egli si propone sempre nelle sue operazioni il fine più perfetto, che è Egli stesso. Per essere dunque conosciuto, amato e glorificato dall’uomo, Dio gli ha dato l’essere: altrimenti converrebbe dire che Dio non ha fatto l’uomo che per l’uomo stesso; il che non si può supporre in un artefice così eccellente, in un’intelligenza così perfetta, come Dio. Giacché Dio nulla fa invano, avrebbe Egli dato all’uomo delle facoltà che lo portano a Lui per via di conoscenza, affinché l’uomo non ne facesse alcun uso? E se 1’uomo deve far uso delle facoltà che Dio gli ha date, se egli deve conoscere, amare e glorificare l’Autor del suo essere, deve sperarne delle ricompense, perché Dio è un padrone infinitamente buono, il quale non può lasciar senza ricompensa i servigi che l’uomo può e deve rendergli; se l’uomo ricusa a Dio il culto che gli è dovuto, deve temere i suoi castighi, perché Dio è un padrone infinitamente giusto, il quale non può lasciare impunita l’ingiustizia che 1’uomo farebbe alla sua gloria, ricusandogli il culto che è obbligato di rendergli. – Supposti questi principi, conviene dunque accordare che v’è una religione rivelata da Dio, che deve insegnare all’uomo la maniera di glorificare il suo Creatore, i mezzi di cui deve servirsi per meritare le sue ricompense e per evitare i suoi castighi. Imperciocché, se la gloria di Dio esigeva che l’uomo riconoscesse con alcuni omaggi la sovranità del suo essere, esigeva la sua sapienza ch’egli insegnasse all’uomo il genere di culto che praticar doveva per dimostrare a Dio la sua dipendenza. Ora si è la religione che all’uomo tutto questo insegna; poiché la religione altro non è che un commercio tra Dio e l’uomo pel quale Iddio manifesta i suoi voleri all’uomo, insegnandogli gli omaggi che da lui esige, e l’uomo adempie verso Dio quanto gli deve. Ed esigeva pure la grandezza ed autorità di Dio che intimasse egli stesso i voleri all’uomo, e l’uomo non poteva apprendere che da Dio medesimo quel che far doveva per glorificarlo. – Ed in vero, non è forse cosa giusta che il servo sia sottomesso al suo padrone, il suddito al suo re, la creatura a Dio? Non è forse convenevole che questa creatura riconosca con qualche omaggio la sua dipendenza dal Creatore? Ma da chi il servo ed il suddito apprender devono i servigi al loro padrone dovuti, se non dal padrone medesimo? Qual sarebbe l’autorità di un padrone che avessi servi i quali far non volessero se non se ciò che loro piacesse e disponessero di sé medesimi e delle loro azioni senza consultare il loro padrone e senza aver altra regola che la propria fantasia ed il proprio capriccio? Non tocca forse al padrone piuttosto che al servo il regolare e prescrivere i servigi che gli sono dovuti? Vi sarebbe forse subordinazione o piuttosto non sarebbe un disordine nella società se un suddito non rendesse al suo padrone, al suo re, che un servizio arbitrario? E che? L’autorità di Dio sopra le sue creature è forse minore, o piuttosto non è ella superiore a quella di tutti i padroni sopra i loro servi, di tutti i re sopra i loro sudditi? Non è cosa giusta per lo meno di accordare a Dio il medesimo privilegio che i padroni e i re della terra hanno, in virtù della loro autorità, di far delle leggi? Tocca dunque a Dio, che ha ogni autorità sopra l’uomo, a prescrivergli, e non già all’uomo a prescrivere a sé stesso il culto e i servigi che dovuti sono all’Essere supremo: in conseguenza Dio ha dovuto comunicarsi all’ uomo per mezzo d’una religione rivelata, nella quale l’uomo imparasse il genere di servigio ch’egli deve rendere all’Autore del suo essere. Voleva la gloria dì Dio ch’egli si servisse di questa via per far sentire all’uomo la sua autorità; voleva altresì la sua sapienza ch’ ei gli desse questa regola di condotta per guidarlo. Imperciochè il dire, come gl’increduli, che Dio ha dato all’uomo la ragione per condurlo o che tocca ad essi insegnargli il culto ch’egli deve al suo sovrano egli è un cadere nei più grandi assurdi. La ragione stessa ci fornisce 1’armi per combattere questo sistema: poiché in primo luogo sarebbe sempre vero in questa supposizione che Iddio avrebbe abbandonato la sua autorità alla volontà dell’uomo, il quale diverrebbe il solo arbitro del culto e dell’omaggio che vorrebbe rendere al suo Creatore: il che è contrario ai principi che abbiamo pur ora stabiliti. Ma l’ammettere questo mostruoso sistema egli è esporre l’uomo ai più grandi eccessi ed aprir la porta alla sfrenatezza di tutte le passioni. Non deve forse la sapienza di Dio ovviare a tutti questi inconvenienti, dando all’uomo tutt’altra guida che la sua ragione? Infatti di che non è capace l’uomo abbandonato a se stesso? In quali errori non può egli cadere con la sola sua ragione? Chiaramente ce lo insegna l’esperienza di tanti secoli. Non si sono forse veduti uomini, che si vantano di averne assai, offrire incensi ai loro simili, ad uomini soggetti alle loro passioni medesime, prostrarsi ancora avanti statue di legno o di pietra, e per fino render gli onori divini ai più vili animali, alle piante più comuni?Ah! se non fossimo rischiarati dal lume della fede, noi stessi forse caduti saremmo in simili mancamenti. Ma voglio che, facendo noi un miglior uso di nostra ragione, riconosciamo un Essere supremo Creatore di tutte le cose, cui noi dobbiamo servire e glorificare; sin là giunger può la ragione: tra qual genere di culto c’insegnerà ella a rendergli questa ragione? Sa ella il trae a cui Iddio creandoci ci ha destinati? Può ella da sé stessa scoprire le ricompense che dobbiamo sperarne, i castighi che dobbiamo temerne, i mezzi di cui dobbiamo servirci per meritare le une ed evitare gli altri? questo è ciò ch’ella non potrà decidere giammai. Essa riconoscerà sempre l’insufficienza delle sue cognizioni ed il bisogno che ha di un lume superiore per guidarla nella strada che tener deve. Perciocché finalmente non si può negare che questa è limitata nelle sue cognizioni, variabile nelle sue idee, incerta nei giudizi che forma sopra le cose che non le sono evidenti, incapace per conseguenza a fissarci a qualche cosa di certo. Sono forse necessarie altre prove che i diversi pareri, i quali diviso hanno i più grandi ingegni del mondo intorno alla religione? Tra tutte le sette opposte che regnano nel mondo non vediamo noi forse che ciascuno pretende di aver la ragione della sua parte, che ciascuno abbonda nei suoi sentimenti? Donde procede dunque tanta diversità di opinioni tra coloro che pretendono di seguire la ragione? Prova certissima che ella non è una regola infallibile e che ha bisogno di una regola superiore per determinarsi. Ah! se noi avessimo altra guida che questa guida cieca in materia di credere, cadremmo ben presto nel precipizio dell’errore; il nostro spirito, dice l’Apostolo, sarebbe qua e là fluttuante, come un fanciullo, trasportato da ogni vento di dottrina, senza sapere a che attenersi. Ora è egli credibile che la previdenza di Dio, che il tutto governa con tanta sapienza; che ha stabilito un sì bell’ordine dell’universo tra le creature anche inanimate, che ha provveduto con tanta bontà a tutti i bisogni dell’uomo, 1’abbia abbandonato in un punto cosi essenziale e lasciato nelle sue incertezze in continua perplessità sopra ciò che far deve per glorificare il suo Creatore, meritar te sue ricompense, evitare i suoi castighi? Il dire che Dio ha lasciato all’uomo la libertà di condursi con i suoi lumi e di seguire la religione che gli piacerebbe val quanto dire che Dio approva il capriccio e la menzogna; poiché è impossibile che la verità, la quale è una sola, si trovi in diversi sentimenti contrari gli uni agli altri; val quanto dire che Dio, indifferente sulla condotta degli uomini, soffrirebbe tranquillamente negli uni l’idolatria, la superstizione; negli altri il vizio, 1’empietà. Queste idee sono elleno compatibili con quella di una provvidenza in finitamente saggia? Richiedeva dunque la sapienza di Dio ch’Egli non abbandonasse 1’uomo a sé stesso, ma che gli fissasse in una religione rivelata troverebbe la maniera d’adempier agli omaggi ch’ egli deve al suo Creatore. Questa religione era necessaria all’uomo non solo per preservare il suo spirito dagli errori in cui poteva cadere, ma ancora per servire di freno alle sue passioni e rattenerlo dai disordini ai quali abbandonar si poteva. – Ed invero, se non vi fosse religione alcuna che servisse di riparo alle passioni dell’uomo, non vi sarebbe alcun vizio che non innalzasse lo stendardo: si vedrebbe l’ingiustizia, la vendetta, l’impurità regnar baldanzoso; il mondo non sarebbe più che un teatro spaventevole di disordine, di libertinaggio, di ogni sorta di dissolutezza. Imperciocché, se non vi è religione alcuna, chi terrà in freno le passioni ? Forse i castighi di un Dio? Ma, rigettata la religione, più non si temono i castighi che Dio minaccia ai peccatori. E che temer non si deve da un uomo che nulla teme, che nulla spera? Forse la giustizia degli uomini? Ma la giustizia umana non punisce che i delitti pubblici: tutto ciò dunque che si facesse in segreto resterebbe impunito. La ragione potrebbe ella servir di ritegno alle passioni? Ma questa ragione non è forse spesse fiate talmente accecata dalla passione che confuse restano l’una con l’altra? Quanti pretesti oppone questa ragione per giustificar i propri sregolamenti? Non riguardasi forse come giusto e ragionevole, dice S. Agostino, tutto ciò ch’è conforme alle inclinazioni? Perciò se la religione non viene in aiuto della ragione sedotta dalla passione, 1’uomo si crederà lecito di accordar alle sue passioni tutto quello ch’esse gli domanderanno: non vi sarà alcuno eccesso cui 1’uomo non si abbandoni per soddisfare ai suoi desideri; i piaceri del senso saranno riguardati come inclinazioni e diritti della natura; i beni dei privati non saranno più sicuri dalle invasioni di un ingiusto usurpatore, né la vita stessa contro le persecuzioni di un vendicativo. Non vi sarà più subordinazione tra gli uomini, perché ogni uomo, riguardandosi uguale ad un altro, si crederà libero da ogni dipendenza. Non vi saranno più amici in cui altri confidare si possa, non promessa su cui riposare, non fedeltà nei matrimoni, non integrità nel commercio; la società umana non sarà più che un orribile composto di traditori, di perfidi, contro cui converrà sempre star in guardia; i più astuti e i più forti daranno sempre la legge ai più semplici e ai più deboli. Imperciocché, torno a dirvi, se non vi è religione alcuna che proponga all’uomo delle ricompense per la virtù e che riserbi dei castighi ai vizi; se non vi è alcun’eternità avvenire, qual ce l’insegna la religione, che incoraggiamento vi sarà per la virtù, e qual argine si potrebbe opporre al vizio? Se tutto perir deve col corpo, 1’uomo si riguarderà in questa vita come suo ultimo fine, riferirà ogni cosa ai suoi piaceri, ai suoi interessi; pretenderà aver diritto di tutto loro sacrificare « nulla risparmierà per rendersi felice quanto potrà in questo mondo; e su questo principio, ch’egli crederà fondato sulla ragione, non vi sarà disordine alcuno cui non si abbandoni, allorché vi troverà un qualche piacere; sacrificherà insomma alla sua passione la giustizia, la buona fede, le promesse eziandio più sacre. Tali sono le conseguenze a cui conduce l’irreligione: tale è altresì la condotta ordinaria dei nemici della religione, i quali non la rigettano, se non perché essa contraria le loro passioni e li molesta nel godimento dei loro piaceri: essi crederebbero volentieri quanto ella insegna, se viver li lasciasse a loro genio. Ma in vano pretendono di sottrarsi al suo impero: all’ora della morte saranno anch’essi giudicati secondo la verità e le massime del santo Vangelo. – Inoltre, se questi increduli di cui il mondo è inondato seguitassero i lumi di una retta ragione, accorderebbero senza difficoltà che la religione era necessaria per contener le passioni dentro i limiti del dovere, per assicurare la pace e la tranquillità tra gli uomini: se non s’accecano a sostenere che la provvidenza di Dio abbia loro anche in questo punto mancato e che la sua divina sapienza, la quale regola con tanta armonia l’universo, abbia abbandonato il genere umano alla con incredibile, né si può senza bestemmia asserire. Ah! riconosciamo piuttosto nella religione uno dei più amabili effetti della provvidenza sopra gli uomini, giacché questa religione serve di freno alle loro passioni, le allontana dal vizio e le anima alla virtù; essa è che mantiene il buon ordine nella società, che produce ed assicura 1’unione nelle famiglie; essa è che fa render giustizia a chi e dovuta e ispira l’ubbidienza ai superiori, essa è il fondamento di tutte le virtù, il carattere dell’uomo dabbene, il principio e la cagione dei buoni uffici che gli uomini ricevono gli uni dagli altri. La sola differenza tra un uomo che ha religione, e colui che non ne ha, basta per far decidere in suo favore e farne riconoscere la necessità. Ma qual è la vera religione? questo è ciò che conviene dimostrare.

SECONDA VERITÀ

La Religione Cristiana è la sola vera.

Siccome non havvi che un Dio solo così non può esservi che una sola religione, perciocché la religione è la strada per andare a Dio. Non si può andare a Dio che per la strada della verità: or la verità, la quale non è che una sola, non può trovarsi in differenti religioni opposte le une alle altre. Ma qual è questa sola religione vera che si dee seguire a preferenza di tutte le altre? Ella è senza dubbio la religione cristiana, perché essa sola è munita dei caratteri di divinità, i quali non si trovano in alcun’altra, e che devono farla riguardare come una religione rivelata da Dio. Questi caratteri noi li troveremo nell’ adempimento delle profezie che hanno annunziato i misteri di lei, nei miracoli che Dio ha fatto per confermarla, e nella santità della dottrina e della morale ch’ella insegna. Questi sono i segni da cui dobbiamo riconoscerla per una religione divina, con quest’arme deve essa convincere ogni spirito ragionevole.

Le profezie. A Dio solo spetta il predire l’avvenire, le cui circostanze non dipendono dalla concatenazione delle cause naturali, ma dalla pura determinazione delle cause libere. L’umano intendimento è troppo limitato per poter penetrare in questa sorta di avvenimenti. – Or la religione cristiana è stata annunciata prima del suo stabilimento da profezie di cui ricusare non si può l’autenticità, poiché ci sono state trasmesse dai Giudei medesimi, nemici della nostra religione: profezie sì chiare e sì circostanziate che, a confrontarle con tutti i misteri della religione da esse predetti, si direbbe che sono piuttosto storie di cose passate che predizioni di fatti futuri. Vi si vede chiaramente il luogo della nascita del Messia, la sua missione, i suoi prodigi, le circostanze della sua vita e della sua morte, la sua risurrezione, la sua sepoltura, la sua ascensione al cielo, lo stabilimento della Chiesa su le rovine della sinagoga, la desolazione, la dispersione del popolo ebreo, che non ha voluto riconoscere il Messia. Tutti questi avvenimenti predetti sono accaduti in una maniera si conforme alle predizioni fatte che i pagani medesimi col solo lume della ragione ne hanno riconosciuto il compimento; e questa conformità di fatti colle profezie faceva tanta impressione sul loro spirito che si determinavano ad abbracciare la religione cristiana. Su di che S. Agostino fa questo ragionamento, capacissimo a convincere qualunque spirito in favore della religione cristiana: una religione che è stata predetta da tanti oracoli verificati in tutte le loro circostanze, deve senza dubbio essere riguardata come una religione divina. Or tale è la religione cristiana: basta confrontare i fatti colle profezie. Ma donde sapete voi, dicono i pagani, che gli oracoli sopra la religione hanno un carattere di divinità? Non alla nostra testimonianza dovete voi rapportarvene, rispondiamo loro; ella vi potrebbe essere sospetta: ma sono i Giudei nostri nemici che ci hanno trasmessi questi oracoli nei libri che li contengono e che essi ci assicurano esser divini. Voi dovete tanto più loro prestar fede quanto che han conservato questi libri di generazione in generazione come il loro più prezioso tesoro, come la storia della loro nazione, che i padri avevano cura di far leggere ai propri figliuoli, che i re e i sudditi avevano tra le mani e che conteneva la religione di un popolo intero. Lo stesso s. Agostino, indirizzandosi ai Giudei per convincerli della verità della nostra religione, “voi ci avete trasmessi, lor dice, i libri contenenti le profezie che annunziano i nostri misteri; voi ciò non ostante non volete riconoscere l’adempimento di questi misteri, che noi vi riconosciamo. Ma se non volete creder a noi, ascoltate su questo soggetto la testimonianza dei pagani, i quali, guidati dal solo lume della ragione, trovano tanto di conformità tra le profezie e i fatti da esse annunziati, che se questi libri sono divini, non può alcuno non riconoscerla per una religione rivelata da Dio. Voi ci dite che questi libri sono divini: i pagani riconoscono la connessione tra le profezie ch’essi contengono e gli avvenimenti che sono venuti dopo. E perché dunque ricusare di abbracciar una religione la cui verità è appoggiata sopra i vostri oracoli e sopra la ragion medesima dei pagani?”. – Cosi è, conchiude S. Agostino, i nostri nemici ci somministrano l’armi contro sé medesimi a favore della nostra religione, ed il loro proprio consenso ridonda in nostro vantaggio: “Salutem ex inimicis”. Sarebbe questo il luogo di riferire alcune di queste profezie, il cui adempimento prova la verità della religione cristiana: ma tra il gran numero che potrebbe citarsene fermiamoci a quella il cui avvenimento si fa sentire nel modo più palpabile, nella situazione in cui si trova oggi giorno il popolo ebreo. Questo popolo, che di sua propria confessione, e per testimonianza delle altre nazioni, era un popolo assai florido, che possedeva una delle più ricche porzioni della terra, che aveva i suoi re, il suo tempio, i suoi sacrifici, si trova al giorno d’oggi in un’intera desolazione, senza forma di governo, senza sacerdoti, senza tempio, senza sacrifici, errante, vagabondo nelle diverse parti del mondo, odiato, aborrito da tutte le nazioni della terra, senza speranza di mai più ricuperare il suo primiero splendore. Sì può qui non riconoscere la famosa profezia di Daniele, il quale lungo tempo aranti aveva predetto che, venuto il Messia e messo a morte dal suo popolo, questo popolo sarebbe disperso, desolato, che sarebbe distrutto il suo tempio, aboliti i suoi sacrifici, e che la sua desolazione durerebbe sino alla consumazione dei secoli? Dallo stesso popolo ebreo abbiamo noi ricevuta questa profezia, dunque non è supposta: essa si è verificata in tutte le sue circostanze; noi ne vediamo sotto i nostri occhi l’adempimento; questo popolo sarà un monumento eterno della verità della nostra religione. Si sono veduti sparire i più grandi imperi del mondo; quello degli Assiri, dei Babilonesi, dei Medi, dei Persiani, dei Greci, quello anche dei Romani, che ha distrutti gli altri imperi e quello dei Giudei non sussistono più: nulla di meno questa nazione sussiste sempre senza capo, senz’appoggio, carica dell’odio delle altre nazioni. Iddio ciò permette per far vedere in essa la verità della nostra religione, di cui ne sono, per cosi dire, i predicatori muti e forzati; perciocché la loro situazione fa vedere in una maniera sensibile la missione del Legislatore divino, che essi non han voluto riconoscere, che è venuto a compire ciò che la loro religione aveva predetto, e che, sostituendo la realtà del Nuovo Testamento alle figure del Vecchio, ci ha dato una religione egualmente antica che il mondo; perché la sostanza di questa religione era rinchiusa nella religione giudaica, e questa non era vera avanti del Messia che per la unione e la relazione che aveva colla religione cristiana. – Veniamo ora alle prove dei miracoli.

I miracoli. Si può dire dei miracoli riguardo alla religione ciò che il reale Profeta diceva dell’opere di Dio, le quali annunziano la sua gloria, che è un linguaggio chiaro ed intelligibile che si fa intendere a tutto il mondo, essendo adattato alla capacità sì del savio che dell’ignorante: “Non sunt loquelæ neque sermones quorum non audiamur voces eorum”. È una luce viva e penetrante che rischiara le menti più grossolane. Non avvi intelletto sì ottuso che non debba arrendersi ad una evidenza così convincente. Infatti non si ricerca gran raziocinio per convenire che Dio, fare un miracolo per confermare una menzogna: se dunque ha fatto miracoli per autorizzare la religione cristiana, conviene conchiudere ch’essa è vera. Or, che Dio abbia manifestate con prodigi le verità della nostra religione, non si può negare senza contraddire i principi della certezza e i lumi del buon senso. Leggansi le storie dell’antico e del nuovo Testamento, gli annali della Chiesa, gli scritti di tanti eruditi: si osservi nei monumenti di quei miracoli, che ancora sussistono, e si vedranno miracoli d’ogni genere operati in favore della religione: malattie d’ogni sorta in un subito risanate, ciechi illuminati, ossessi liberati, morti risuscitati, tempeste calmate, elementi che hanno sospeso la loro attività, leggi della natura interamente cangiate in mille occasioni in cui si trattava della gloria e della verità della religione: miracoli operati non in un sol luogo né avanti a qualche testimonio, ma in un’infinità di luoghi, innanzi a migliaia di testimoni, che li hanno esaminati con l’ultima esattezza, che gli hanno attestati per tutto ciò che eravi di più sacro, che li han sostenuti col sacrificio di quanto avevano di più caro, coll’effusione medesima del loro sangue; il che non avrebbero fatto, se non ne fossero stati ben convinti e ben persuasi: miracoli che han convertito alla religione i suoi più crudeli nemici, non solo il basso popolo, ma eziandio i grandi e i dotti, i quali non l’avrebbero certamente abbracciata, se non avessero conosciuta 1’evidenza dei miracoli: miracoli di cui si vedono ancora in molti luoghi monumenti autentici, che non avrebbero innalzati, se i fatti non fossero stati ben provati: miracoli per altro che riguardar non si potevano come effetti del caso, poiché si sono operati in circostanze di elezione, alle preghiere di quelli che domandavano qualche favore dal cielo o che volevano confermare qualche dogma della fede: miracoli per conseguenza che non potevano riguardarsi come l’effetto di qualche causa naturale ed incognita; ma che potevano sicuramente attribuirsi all’onnipotenza di Dio, che operava contro le leggi fisiche della natura in favore della religione. Imperciocché egli è certo che Dio ha dato all’uomo lumi per giudicar delle cose secondo 1’esperienza che ne ha; conseguentemente, quando in materia di credere vede un fatto che sorpassa le forze della natura, può giudicare che Dio n’è l’autore: poiché, se fosse l’effetto d’una causa naturale, né gli desse Iddio alcun mezzo per scoprirne l’illusione, sopra Dio medesimo ricadrebbe il suo errore: conseguenza che non si può ammettere senza far ingiuria alla somma veracità e alla provvidenza di Dio. Perciocché bisogna o negar la provvidenza o dire che non ha potuto permettere fatti straordinari che ci avrebbero indotti in errore in materia di religione; molto meno ancora dar all’uomo cognizioni che lo porterebbero a credere cose che non sono. Vedano gl’increduli il partito che prender vogliono. Negheranno che questi miracoli siano accaduti? Ma conviene per questo accusare di falsità tutta la rispettabile antichità, le storie di più secoli e di molti paesi del mondo, gli scritti di tanti uomini sapienti, di tanti santi personaggi, da cui sono stati raccontati appunto come li avevano appresi da testimoni oculari, e a cui avrebbero data certamente la mentita, se le cose non erano in tal modo accadute come le han pubblicate. Come mai questi santi e dotti personaggi avrebbero spacciato come tante verità fatti i quali non sarebbero stati che favole e chimere, essi che nessun interesse avevano a spacciarli, e all’opposto sarebbe stato di loro vantaggio il rigettarli? Come questi fatti avrebbero ottenuta la credenza non solo del semplice popolo, ma eziandio dei più grandi ingegni del mondo? É forse credibile che tante nazioni, di diversi paesi e di secoli differenti, abbiano tutte insieme dato nel delirio e nell’illusione sopra cose che contrariavano le loro passioni e che conseguentemente loro importava di non credere? Le persone illuminate avrebbero prese tante favole come verità per sì lungo tempo e sì costantemente come han fatto? Forse non dobbiamo almeno prestar tanta fede alle storie dei miracoli della religione, quanta alle storie profane degli imperatori, dei re, dei popoli della terra? Non abbiamo maggior fondamento di ricusarla alle une che alle altre. Se si vuol mettere in dubbio tutto quello che si è fatto nei secoli scorsi. nulla più vi è di certo nel mondo; i secoli avvenire saranno in diritto di non credere ciò che ai giorni nostri succede: tali sono gli assurdi a cui l’irreligione conduce. Quando gli increduli volessero contrastare qualche fatto miracoloso che si cita in favore della religione, possono essi ragionevolmente dubitare di quelli, che Gesù Cristo e gli Apostoli hanno operato? L’universo che li ha veduti, non ha potuto resistervi; strascinato dalla forza di questi miracoli l’universo ha cangiato di credenza ed è divenuto cristiano. Possono dubitare di quelli che sono approvati dalla Chiesa dopo un esame il più esatto e che reggono alla prova della critica più severa? E se a tutti questi fatti se ne aggiunge un’infinità d’altri riferiti da autori degni di fede, può negarsi che non ne sia almen accaduto qualcheduno? E non sarebbe una follia il metterli tutti in dubbio? Come poter resistere ad un’infinità di testimoni, ad un cumulo di prove cavate da tante storie, dalla morte di tanti migliaia di martiri, da tanti monumenti che ancora sussistono? E ciò tutto insieme non fa un peso di ragioni, sotto cui ogni mente deve piegare? Se noi non abbiamo qui un’evidenza appoggiata sopra la testimonianza dei sensi, abbiamo almeno una morale evidenza, ch’equivale alla più grande certezza e che non si può prudentemente rigettare. E quante cose non credono gl’increduli di cui non hanno tanta certezza, quanta loro se ne fa vedere nei fatti della religione? Appunto perché questa religione non si accomoda alle loro perverse inclinazioni, perciò loro piace di contrastare la verità dei suoi miracoli. Ma almeno contrastare non possono un prodigio, che hanno a vanti gli occhi, il quale suppone e sorpassa anche tutti gli altri, ed è la religione medesima. SI, la religione cristiana deve comparire a qualunque pensi dirittamente il più grande dei prodigi, ossia che la consideri nel suo stabilimento, ossia che la esamini nel suo progresso e nella sua durata. Ch’era la religione cristiana nel suo cominciamento, e come si è ella stabilita? Noi tutti lo sappiamo, e i suoi nemici negare non possono. Simile al piccolo grano della senapa, per servirmi delle parole del Vangelo e nello stesso tempo giustificarlo, questa religione non fu da principio conosciuta che in un piccolo angolo del mondo dove fu annunziata da un uomo povero ed abbietto nel suo esteriore, che non aveva alcun soccorso umano per attirar gli uomini al suo partito, che fu scacciato, disprezzato da quei medesimi tra i quali era nato. Quali uomini si associò Egli per lo stabilimento di questa religione? Non furono né conquistatori che con lo strepito delle loro armi abbiano portato il terrore tra le nazioni della terra, né sapienti che colla loro eloquenza abbiano trionfato degl’intelletti: se questo fosse stato, la religione si sarebbe riguardata come opera degli uomini. Si valse al contrario di ciò che vi era di più debole e di più abbietto per confondere e ridurre quanto vi era di più forte e di più grande. Furono dodici poveri, ignoranti, rozzi, deboli ed imperfetti, che non avevano né talenti né eloquenza né ricchezze. E che cosa insegnare dovevan agli altri questi uomini sì poco capaci d’istruirli? Una religione ripiena di oscurità, che propone misteri impenetrabili allo spirito umano, massime del tutto opposte alle inclinazioni più naturali, l’odio di sé  medesimo, l’amore dei nemici, la mortificazione dei sensi, il crocifiggimento della carne. E a chi questi uomini insegnar dovevano questi misteri impenetrabili, queste massime ripugnanti? Non al semplice popolo soltanto, ma ai più grandi ingegni del mondo, ai re, ai potentati della terra, che avevano in orrore e la dottrina che loro si predicava e gli uomini che l’annunziavano; che il minacciavano dei supplizi più orribili, della morte più crudele. Ciò non pertanto, oh prodigio dell’ onnipotenza e della sapienza di Dio! Questa religione, benché impenetrabile alla mente umana, benché tutta spiacevole alle inclinazioni del cuore, è stata non solo annunziata ma persuasa al popolo e, quel che è più, ai sapienti, ai più dotti filosofi, che non erano capaci di lasciarsi sorprendere e che non l’avrebbero certamente abbracciata, se non avessero avute ragioni bastanti che li convincessero. Essa è stata annunziata, persuasa ai re, ai potentati più formidabili: essa ha fatto piegare sotto il suo giogo le teste coronate: essa è stata seguita, abbracciata da un’infinità di nazioni, le quali tutte varie di costumi, di carattere, di lingua, riunite si sono sotto i suoi stendardi, e questo non ostanti tutti gli ostacoli che formati si sono contro il suo stabilimento, malgrado tutte le persecuzioni che suscitate le hanno contro, alla vista dei supplizi orribili di cui si minacciavano i seguaci di lei, e a cui molti sono stati condannati. Il sangue stesso dei discepoli era come una semente che ne produceva un’infinità d’altri. E non bisogna dunque convenire ch’eravi in ciò del miracoloso, e che un tale cambiamento nell’universo non poteva essere che opera dell’onnipotenza di Dio? “A Domino factum est istud”. Imperciocché, per ragionare quivi con S. Agostino, o la conversione del mondo alla religione cristiana è stata la conseguenza e l’effetto dei miracoli, o si è fatta senza miracoli. Se questa conversione fu l’effetto dei miracoli, dunque Dio ne fu l’autore: se si è fatta senza miracoli, egli è il più grande dei miracoli che il mondo siasi convertito senza miracoli; e chi non vuol credere deve esser riguardato come un prodigio di incredulità. Ora è certo 1.° che la Religione non si è stabilita senza miracoli, perché la conversione dell’universo è un miracolo il quale suppone tutti gli altri. Infatti, come mai schiere innumerevoli di persone d’ogni stato, d’ogni sesso, d’ogni paese avrebbero abbracciato una religione sì impenetrabile nei suoi misteri, sì ripugnante nelle sue massime, non avessero avuto prove convincenti della sua verità? Negar non si può che gli Apostoli non abbiano convertito un gran numero di Giudei loro contemporanei. Ad essi primieramente fu annunziato il Vangelo; ne furono essi le prime conquiste, principalmente allorché alla festa della Pentecoste i giudei radunati da diversi paesi del mondo udirono predicar gli Apostoli e se ne convertirono più migliaia. Ora una conversione sì pronta e sì generale si sarebbe ella operata, se Gesù Cristo e gli Apostoli non avessero fatto alcun miracolo per persuadere la religione che predicavano? Poiché, se gli Apostoli avessero annunziato miracoli che Gesù Cristo non avesse operati, non avrebbero data loro la mentita quelli che, avendolo veduto, potevano rendere testimonianza del contrario? o se gli Apostoli stessi non avessero operati miracoli, li avrebbero creduti? li avrebbero seguiti? Giudichiamone da quanto sono per supporre: se qualche uomo della feccia del popolo dicendosi inviato da Dio, intraprendesse al giorno d’oggi a promulgare una nuova religione; che si associasse a quest’effetto dodici persone della sua medesima condizione, senza talenti, senza ricchezze, senza credito, che quest’uomo in odio della sua religione fosse messo a morte con un supplizio infame, e che né egli né i suoi seguaci avessero data altra prova della Religione che predicherebbero se non la loro semplice testimonianza, chi è che seguir vorrebbe questa religione, quand’anche fosse meno severa di quella che noi professiamo? Come dunque Gesù Cristo e gli apostoli avrebbero stabilita una religione sì austera sopra le rovine dell’idolatria, la quale favoriva tutte le passioni, se non avessero date altre prove che la loro semplice testimonianza, e se la forza della loro parola non fosse stata sostenuta, come dice s. Paolo, da quella dei prodigi? Non sono gli uomini sì facili a rinunziare ai loro primi pregiudizi; non si abbandona così facilmente e senza motivi tutto ciò che lusinga le naturali inclinazioni per abbracciare tutto ciò che vi è di più austero e di più malagevole. Giudichiamone da noi medesimi, i quali, benché istruiti e convinti delle verità di nostra religione, proviamo tanta fatica a seguirne le massime. I predicatori del Vangelo avrebbero avuto bel dire che predicavano la pura verità e che dovevasi loro prestar fede: ciascuno si sarebbe beffato di essi, nè li avrebbe alcuno seguiti giammai, se non avessero dati segni evidenti di una missione divina. Inoltre, come mai questi predicatori del Vangelo, come gli Apostoli intrapreso avrebbero di stabilire la loro dottrina a costo di quanto avevano di più caro della loro vita medesima? Come si sarebbero essi offerti a soffrire tutto il furor dei tiranni, il rigor dei supplizi più orrendi per sostenere una religione di cui avrebbero conosciuta la falsità? – Se Gesù Cristo che aveva dato per prova della sua missione il miracolo del suo risorgimento non fosse, siccome disse loro, risuscitato, come continuato avrebbero a seguir il partito di un uomo, il quale ingannati li avesse, non avendo essi alcun interesse di seguirlo, essendo all’opposto di loro grande vantaggio l’abbandonarlo, giacché si trattava della loro fortuna, della loro vita? Non sarebbe stato in essi un eccesso di follia e di stravaganza il sostenere, a sì gran costo un’insigne falsità? È egli credibile che gli Apostoli e tanti altri abbiano preso piacere a lasciarsi imprigionare, tormentare, crocifiggere per render testimonianza alla risurrezione di Gesù Cristo e alla verità della religione, se non ne avessero avute prove certe ed evidenti? Una testimonianza che tanto ha costato non deve essere per noi una prova invincibile che la religione cristiana si è stabilita per via di miracoli? – Se questa religione si è stabilita senza miracoli, ho detto in secondo luogo, ch’era il più grande dei miracoli, che ciò si sia fatto senza miracolo. E una più grande meraviglia, dice S. Giovanni Grisostomo, che dodici poveri pescatori, come erano gli Apostoli, abbiano convertito il mondo intero, che non se dodici uomini della feccia del popolo senza forze, senza danaro, senz’armi, senza equipaggi militari avessero intrapreso di far la conquista dell’impero romano, che dava la legge a tutta la terra, e ne fossero venuti a capo. Questa meraviglia è accaduta, noi la vediamo coi nostri occhi; non cerchiamo più altri miracoli. Infatti al vedere che, malgrado le guerre più sanguinose e crudeli che suscitate si sono contro la religione, ella si è stabilita con tanta rapidità e sostenuta con tanto successo, come se ciò accaduto fosse a forza d’eloquenza e d’armi; ch’ella ha estese le sue conquiste con la povertà della croce più lungi che i Cesari non hanno estesi i confini del loro impero con armate formidabili e milioni di soldati, si può egli non riconoscervi l’opera dell’onnipotenza di Dio? Al vedere che questa religione è stata abbracciata cosi universalmente, che ha durato sì lungo tempo, malgrado la severità delle sue massime cotanto ripugnanti alla natura, dobbiamo conchiudere che Dio solo poteva assoggettare in tal modo lo spirito ed il cuore dell’ uomo. – Se questa religione era opera d’uomini, sarebbe ben presto caduta da sé stessa; ben presto il mondo se ne sarebbe annoiato. Questo è il ragionamento che faceva un famoso dottor della legge tra i Giudei radunati per condannare a morte gli Apostoli. “Se questa impresa, diceva loro, è opera d’uomini; essa cadrà da sé stessa, siccome abbiamo veduto cadere altre sette; ma se è opera di Dio, invano tentate distruggerla; essa sussisterà vostro mal grado. Ora se, per testimonianza di un nemico dichiarato della religione cristiana, potevasi riguardare come opera di Dio ove si fosse sostenuta anche senza contraddizione, tanto più deve ella esser riguardata per tale dopo di aver sostenuto tutto il fuoco delle persecuzioni e sofferta tutta la violenza delle tempeste. Io domando ad ogni men ragionevole se questo non è portare un carattere di divinità e se tutt’altra autorità, fuorché quella di Dio, poteva in tal modo sottoporre i cuori degli uomini alle più severe leggi, alle massime più ripugnanti: “A Domino factum est istud”. – No, non possiamo ricusare di seguire una religione che mostrasi con tanto splendore sia dell’adempimento delle sue profezie, sia nell’evidenza dei suoi miracoli, sia nel suo prodigioso stabilimento. Se noi restiamo ingannati seguitandola, sopra Dio ricadrebbe il nostro errore, poiché la sua verità è stabilita sopra tante prove capaci ad appagar la ragione, che Dio ci ha dato per condurci. O non vi è in Dio provvidenza alcuna, e ci ha dato lumi fallaci per giudicar delle cose; o se vi è una provvidenza ed una retta ragione nell’uomo, bisogna necessariamente convenire della verità della religione cristiana.

Santità della religione. Aggiungiamo ancora un tratto di verità, che il carattere di santità di cui è munita la religione nostra, che riguardar si deve come un carattere di divinità. Vi fu mai infatti religione sì santa nel suo Autore, nella sua dottrina, nei suoi seguaci? Vediamolo partitamente, e ne resteremo ben presto convinti. L’autore della religione cristiana è Gesù Cristo, l’uomo più santo che sia stato giammai. Uno sguardo sulla storia della sua vita ci fa vedere l’innocenza più pura, lo staccamento più universale, 1’umiltà più profonda, la mansuetudine più inalterabile, la purità più esatta, la mortificazione più austera, la condotta più irreprensibile, in una parola, le virtù più eroiche. Si diportò durante tutta sua vita mortale in un modo sì santo e sì edificante che non temeva di sfidare i suoi nemici a fargli il minimo rimprovero: Quis ex vobis arguet me de peccato? non sono solamente i suoi storici, i suoi discepoli, ma ancora i suoi nemici hanno reso testimonianza alla sua santità. Quantunque 1’abbiano accusato avanti ai giudici per farlo condannare, l’esame più critico non trovò giammai motivo di condanna sopra le sue azioni ; Pilato stesso non poté tenersi dal riconoscere la innocenza dì Lui; “Nullam Invenio in eo causam”. La fama ed il grido della santità di Lui aveva fatta tanta impressione sopra lo spirito dei pagani medesimi, i quali lo conoscevano, che un imperatore romano propose in senato di metterlo nel numero degli Dei, Giuseppe ebreo, storico non sospetto, lo riguarda carne uomo divino. Maometto stesso gli dà la qualità di gran profeta. Ma lasciamo questi elogi stranieri per venire a quello che merita la santità della dottrina di Lui. Qual dottrina ci ha Egli insagnata nel suo Vangelo! Che purità nella sua morale! Che perfezione nelle massime che la compongono! Questa dottrina non solo condanna tutti i vizi, ma abbraccia ancora la pratica di tutte le virtù. Non solo condanna i vizi più gravi e che da sè stessi fanno orrore alla natura, come l’omicidio, il furto, l’adulterio; ma ancora i mancamenti più leggieri, così i vizi che si formano nel cuore come quelli che si manifestano al di fuori. Essa proibisce sino i cattivi desideri, sino lo stesso pensar male. – Vuole questa santa religione che il cuore dell’uomo sia talmente regolato che soffochi sino i primi principi, sino i primi sentimenti del male, Non vuole che si conservi il minimo risentimento e neppure l’indifferenza contro del suo prossimo; che alcuno si fermi anche ad un solo pensiero contrario alla modestia. Si può portar più lungi l’odio e l’orrore del peccato? Essa abbraccia la pratica di tutte le virtù e di tutti i doveri riguardo a Dio, al prossimo è a sé stesso. Riguardo a Dio, ella prescrive il culto più perfetto, i sacrifici più grandi, le cerimonie più maestose nel divino servizio. Riguardo al prossimo, l’amore più sincero e più efficace; amore che deve portarsi sino ad amare i suoi più crudeli nemici, sino a fare del bene a quelli che ci fan del male, sino a pregare pei propri persecutori. Vi è forse un’altra religione, fuorché quella rivelata da Dia, che possa portare l’uomo ad atti sì eroici? Riguardo a noi medesimi, quali sono mai i doveri che questa santa religione ci prescrive? Un intero staccamento dai beni del mondo; una rinunzia perfetta ai piaceri del senso, un generoso dispregio degli onori, e della gloria del secolo, la pazienza nelle afflizioni, l’amore delle umiliazioni e dei patimenti, 1’abnegazione di sé stesso, una mortificazione continua dei sensi e delle passioni. Un altra religione, ripeto, fuorché quella rivelata da Dio poteva portar l’uomo ad una perfezione sì alta? Possiamo, leggendo il Vangelo, non convenire che la dottrina in essa contenuta è venuta dal cielo ed è stata dettata da una sovrana sapienza? Sente ciascuno, anche suo malgrado, che la morale di essa viene da Dio ed a Dio conduce, che non possiamo temere d’ingannarci seguitandola e che dobbiamo tutto sperare osservando i suoi precetti. – Lo splendore della sua santità fu quello ancora che le attirò un si gran numero di discepoli, e la santità dei suoi discepoli non ebbe minor forza per propagarla di quel che abbia avuto l’autenticità dei suoi miracoli. E nel vero qual sono stati i discepoli della religione? Qual vita santa non hanno essi menata? Leggiamo le vite dei santi che hanno edificato il mondo coi loro esempi. Voi vi vedrete uomini sì staccati dai beni del mondo che rinunziavano a tutto e vendevano tutto quel che avevano per darlo ai poveri, che amavano il loro prossimo sino a perdonare le ingiurie più atroci ed abbracciare i carnefici che li facevano morire; che si davano interamente a tutti i rigori della penitenza; che ancor vivi si seppellivano nelle solitudini per non occuparsi che di Dio e della speranza di un’eterna felicità. E quante ancora ne vediamo di queste anime generose che fanno simili sacrifici! Quante anime sante che rinunziano a tutte le speranze del secolo per prendere il partito del ritiro, dove menano una vita più angelica che umana! Quanti in mezzo al mondo medesimo si vedono ancora fedeli cristiani che seguitando i sentimenti della loro religione, adempiono con edificazione tutti i doveri che loro impone; che sono poveri nell’abbondanza, umili negli onori, pazienti nelle afflizioni, sobri, casti, temperanti, e che perdonano le ingiurie e gli affronti più atroci. Se tutti i discepoli della religione non sono tali non bisogna ad essa imputarlo, ma bensì alle malvagie disposizioni di coloro che non vogliono seguirne le massime. Se tutti seguissero queste massime sante e salutevoli, la società dei cristiani sarebbe la più perfetta e la più felice: sarebbe una società di santi i quali non avrebbero che un cuore ed un’anima sola; dove non vi sarebbero né dispute né contese sopra i beni e gli onori del mondo, dove i ricchi non si solleverebbero con orgoglio sopra i poveri; dove i poveri riceverebbero dai ricchi tutti gli aiuti necessari alle loro miserie; dove ciascuno, in una parola, sarebbe a gara premuroso di prevenirsi, di rendersi servigio gli uni agli altri. Tali furono i primi discepoli che la religione formò, e fu il loro esempio che attirò al seno di lei un sì gran numero d’idolatri, i quali non potevano persuadersi che una religione che regolava sì bene la società e portava gli uomini a sì gran virtù non fosse una religione inspirata od emanata dal cielo. I nemici che l’attaccano le renderebbero al giorno d’oggi la medesima testimonianza, se non fossero accecati dalle loro sregolate passioni, che molestate si trovano dalla severità del Vangelo, del quale non per altro motivo si sforzano di scuotere il giogo che per vivere a loro capriccio. Ma in ciò ancora rendono essi, senza volerlo, testimonianza alle verità della fede; poiché non rigettano la religione se non perché si oppone alle loro inclinazioni perverse, prova certissima ch’ella è santa e che viene da Dio, il quale è il principio di ogni santità. Siamo santi, siamo ragionevoli, e persuasi saremo facilmente della verità della religione. Questo è il migliore ed il più sicuro partito che l’uomo possa prendere per esser tranquillo, felice e contento anche in questa vita, lo non chiedo all’incredulo che una seria riflessione su questo punto per determinarlo a sottoporsi al giogo della religione. Vedrà egli senza fatica che il cristiano è più prudente e più ragionevole di lui, e che gli torna più conto il seguir il partito della religione che il combatterla e rigettarla. – Infatti ragioni l’incredulo, l’empio, il libertino quanto gli piacerà sopra la religione; metta in dubbio, neghi pure le verità più sodamente stabilite, inventi sistemi a suo grado per combattere i misteri delle fede: oltreché egli cade in assurdi più incomprensibili che i misteri medesimi ch’ei vuole combattere, qualunque sistema possa egli immaginare per mettere al coperto le sue passioni, non potrà giammai assicurarsi contro i terrori che una religione conforme al buon senso deve ispirargli. Derida pure la credenza del fedele; cerchi pure qualche apparenza di ragione per accecarsi e far illusione a se stesso sopra le terribili verità che non vuol credere; ardisco sfidarlo che, con tutte le sue sottigliezze, i suoi raggiri, le sue critiche maligne sopra la religione arrivi a persuadersi ch’ella non è vera. Tutto quel che può fare si è di negare, di dubitare, di combattere con qualche sofisma le verità sante che noi crediamo; ma potrà egli mai avanzare qualche cosa di positivo e di certo che le distrugge? Imperciocché, per persuadersi che la religione è falsa, converrebbe far vedere ad evidenza che tutto ciò che si dice della sua propagazione miracolosa, dei prodigi operati da Gesù Cristo, dagli Apostoli e dai suoi seguaci non è vero. E come mai il proverebbe l’incredulo? È egli forse stato in tutti i luoghi ed in tutti i tempi in cui le cose sono accadute, per scoprire l’inganno, se stato vi fosse, e per rigettare come falsi tutti quei fatti? Non vi è per lo meno altrettanto fondamento di credere tutto ciò che ne vien riferito che di non crederlo? Quanto dunque potrebbe guadagnare di più l’incredulo sarebbe di dubitare e di un dubbio assai malfondato. Non andrà mai più lungi, qualunque sforzo possa fare la sua mente e qualunque sistema possa egli immaginare. Già in questo dubbio, io domando, chi dei due è il più tranquillo? il cristiano, che ha la fede, o l’incredulo, che non l’ha? Egli è facile il provare che il cristiano; perciocché o la nostra religione è vera, o tale non è. Se essa non è vera, se quanto ci si dice delle ricompense e dei castighi di un’altra vita è falso, se non v’è né paradiso né inferno, il cristiano nulla arrischia nel crederlo poiché, se non ve n’è alcuno, non arrischia punto di essere eternamente infelice. Ma se la religione cristiana è vera, come è dimostrato da tutte le prove che si sono date e che sono capaci di appagare qualunque spirito ragionevole, voi, o empi, voi, o increduli, aspettar vi dovete di essere un giorno rinchiusi in quel luogo d’orrore e di disperazione che sarà il soggiorno dei peccatori, voi attender dovete di provare a vostro danno ciò che la religione mi obbliga di credere su questo soggetto. Qualunque ragione allegar possiate per giustificare la vostra condotta, dubitare per lo meno dovete di correr ogni rischio di una eterna disgrazia col non prendere il partito migliore per evitarla. Ora, in un dubbio ed in un rischio si grande come questo, può alcuno essere felice e tranquillo? E il cristiano che crede ed opera conformemente alla sua credenza non è egli più saggio e più tranquillo che colui che non crede? Si priva, è vero, il cristiano di qualche piacere che trova il libertino nell’appagar le sue passioni, ma non è forse meglio privarsi di qualche piacere passeggero per assicurarsi una felicità eterna, che mettersi al pericolo di uno stato eternamente infelice, per goder d’un piacere che a guisa d’un baleno svanisce ? Per poco che voglia l’incredulo rientrar in se stesso lo sfido a poter calmare i rimorsi della sua coscienza ed esser tranquillo sopra il timore d’una eternità infelice. Imperciocché, cosi deve dir tra sé stesso, se la religione cristiana è vera, ed io non la seguito, l’inferno sarà dopo questa vita la mia sorte; almeno corro rischio di precipitarmivi. Or questo pensiero, quest’agitazione, questo timore, che è sì ben fondato, non è egli capace d’intorbidare tutti i piaceri? Non ha forse qualche cosa di più amaro che i piaceri non hanno di dolce? Qualunque cosa l’empio possa fare, dire o pensare, l’infelicità avvenire non dipende dalle sue idee: sebbene non la creda, non è perciò men vera, e deve per lo meno temere di cadervi. Invano vorrebbe assicurarsi contro se stesso, la fede metterà sempre il terrore nel suo cuore. Or vi è piacere al mondo che possa uguagliare questo timore, o si può godere di qualche tranquillità in questo stato? Laddove il cristiano privo dei piaceri vietati, oppresso, se il volete, dai mali della vita, se ne sta tranquillo sopra la sua eterna sorte e può dire a se stesso: i mali di questa vita passeranno; ma se la religione che professo è vera, come ho tutto il fondamento di credere, io sarò ben ricompensato con un bene eterno, che mi è serbato nel cielo. Il cristiano dunque non arrischia che di soffrire per qualche tempo e non per un’eternità, egli sacrifica poco per aver molto, ed anche non sacrifica che piaceri che Dio gli proibisce; anzi gode egli, mentre vive di qualche soddisfazione permessa: laddove l’incredulo, 1’empio sacrifica tutto per aver poco, si espone ad una miseria eterna per alcuni piaceri d’un momento, di cui non gli resta altro che una trista rimembranza. Or io domando: chi dei due è il più saggio ed il più contento? Ah! per poco che l’incredulo abbia a cuore i suoi veri interessi, sarà ben tosto il discepolo di una religione che tutti rende beati i suoi seguaci, All’ora della morte soprattutto noi l’aspettiamo per sapere che cosa penserà. Potrà egli allora esser tranquillo sopra i sistemi che ha avuto durante sua vita? Potrà persuadersi che la sua anima morrà insieme col corpo e che non debba essa comparire avanti ad un Giudice supremo che deciderà della sua eterna sorte? Persisterà egli a credere che la religione non è che un pregiudizio della nascita e della educazione? O piuttosto non riconoscerà egli forse che questo preteso pregiudizio era appoggiato con giudizio sopra un sodo fondamento? Oh allora si che le passioni ammorzate daranno luogo alla religione, che si risveglierà e si mostrerà in tutta la sua forza ed in tutto lo splendore della sua verità! Oh allora si che questi pretesi spiriti forti diverranno deboli in faccia allo spavento di un giudizio terribile che li minaccia e li aspetta! Vorrebbe allora l’incredulo aver creduto e vissuto da buon cristiano. Ve ne ha ben pochi che non chiamino allora la religione in loro soccorso e non cerchino nei rimedi ch’ella offre al peccatore di che assicurarsi contro un avvenire infelice. – Ma è troppo tardi aprir gli occhi quando le tenebre son venute, e farsi a viaggiare quando il sole è tramontato, lo non domando ai nemici della religione che di essere ragionevoli e di aver a cuore i loro veri interessi per seguir il partito.

TERZA VERITÀ’.

La vera religione non si trova che nella

Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana.

Dimostrata la necessità d’una religione rivelata e la verità della religione cristiana, è cosa facile provare che nella sola Chiesa Romana si trova la vera religione. E che sia la verità, gl’increduli medesimi, che irresoluti sono sul partito della religione, convengono non esser d’ uopo di seguirne alcuna; ma che, se devesi seguirne una, alla sola religione romana bisogna attaccarsi, perché nelle altre tante falsità e varietà s’incontrano che riguardar non si possono come religioni da Dio rivelate. – Non tratteremo noi questo punto in tutta l’estensione con che trattar si potrebbe: ne daremo soltanto alcune prove principali, capaci di convincere ogni spirito ragionevole. La Religione è la strada che dee condurci a Dio ed il mezzo di cui Iddio vuol servirsi per salvare gli uomini. In conseguenza questa religione non ha potuto esser nascosta, ma ha dovuto e deve ancora essere conosciuta e manifestata da segni che visibile la rendano a coloro che vogliono e debbono abbracciarla per esser salvi. Imperciocché come mai si potrebbe seguire, se non si conoscesse? É dunque necessario che vi sia una società d’uomini che ne facciano professione pubblica e che insegnar la possano a quelli che l’ignorano. In questa società esser vi debbono capi rivestiti dell’autorità di Dio, i quali possano condurla, ossia per istruire gl’ignoranti e i semplici che fanno il maggior numero e che capaci non sono di giudicare né di determinarsi da sé stessi sopra i punti della loro credenza, ossia per finire le dispute tra le persone dotte che pensano differentemente sopra la Religione, che spesse volte si ostinano nelle opinioni le più contrario alla fede e al buon senso e che hanno bisogno, come il semplice popolo, di un’autorità suprema ed infallibile la quale corregga i loro pregiudizi, fissi la loro incertezza e la riduca all’unità della fede. Se Dio non avesse stabilito nella Religione un tribunale infallibile per decider le differenze tutte che ad ogni momento insorgono tra gli uomini, la sua provvidenza avrebbe loro mancato in un punto essenziale; vi sarebbero state altrettante religioni, quanti spiriti privati, che a loro talento ne avrebbero spiegato i dogmi: assurdità che non si può ammettere in modo alcuno. – Or questa società d’uomini condotti da capi rivestiti dell’ autorità di Dio o, per meglio dire, questi capi medesimi che conducono la società dei fedeli son ciò che noi chiamiamo la Chiesa. Essa è che conserva il deposito della Religione, colonna della verità e regola di nostra fede; essa è, secondo l’oracolo di Gesù Cristo, quella città posta sul monte alla vista di tutto il mondo, in cui le nazioni tutte della terra possono radunarsi. Essa è la fiaccola collocata sul candeliere per illuminar tutti i popoli; e coll’aiuto di questa fiaccola possiamo noi camminare con sicurezza negli oscuri sentieri della fede. Ma tra tutte le società che si vantano al giorno d’oggi di seguitare la religione cristiana, dove troveremo noi questa vera Chiesa depositaria degli oracoli di Gesù Cristo ed appoggio della verità? Non ne cerchiamo altra fuorché la Chiesa Romana, di cui noi siamo i figliuoli. Essa sola, ad esclusione di tutte le altre sette, può gloriarsi di essere la vera Chiesa di Gesù Cristo. Ed invero qual è la Chiesa di Gesù Cristo? È quella ch’Egli stesso ha fondata, di cui ha dato il governo ai suoi Apostoli e stabilito per capo s. Pietro principe degli Apostoli, allorché gli disse: Tu sei Pietro, e sopra questa pietra io edificherò la mia chiesa, e le porte dell’inferno non prevarranno giammai contro di essa: “Tu es Petrus, et super hanc petram ædificabo ecclesiam meam; et portæ inferi non prævalebunt adversus eam. Questa Chiesa non è stabilita per un qualche tempo; essa deve durare sino alla consumazione dei tempi, professando sempre la medesima fede. Dunque bisogna che, non essendo sulla terra s. Pietro e gli Apostoli per governare la Chiesa, i loro successori abbiano la stessa autorità per conservare il sacro deposito della fede; altrimenti Gesù Cristo avrebbe abbandonata la sua Chiesa all’errore e alla menzogna. Ma chi sono i successori di s. Pietro e degli Apostoli? Sono i Sommi Pontefici e i Vescovi. Dunque hanno ricevuto nella loro persona la giurisdizione e l’autorità infallibile per governare la chiesa di Roma. Qual altra società, fuorché la chiesa di Roma, può vantarsi di avere la successione degli Apostoli e dei primi pastori? La tradizione e la Storia di tutti i secoli ne sono una prova convincente. Sappiamo l’origine di tutte le sette, il tempo in cui hanno incominciato senz’avere alcuna missione; nel loro stabilimento mostrano esse un carattere di divisione e di falsità. Avanti la nascita di queste sette dunque sussisteva la Chiesa Romana; essa era la vera Chiesa: altrimenti converrebbe dire che pel corso di più secoli non v’è stata alcuna Chiesa visibile; il che è contro l’oracolo di Gesù Cristo, che ha stabilita la sua durata sino alla consumazione dei secoli. – Non è forse la Chiesa di Roma quella che fu sempre vittoriosa di tutte le eresie che insorte sono nel mondo dopo lo stabilimento della Religione Cristiana? Quanti di questi mostri non ha Ella atterrati, di cui più non si vede vestigio alcuno? Per confessione dei suoi nemici medesimi, Ella è stata nei primi secoli riconosciuta per vera. Ora, se essa è stata tale nel suo cominciamento, deve sempre esserlo; perché, secondo l’oracolo di Gesù Cristo, le porte dell’inferno prevaler non possono contro la vera Chiesa: il che sarebbe nulladimeno avvenuto; se la Chiesa di Roma fosse caduta nell’errore. Ma no: 1’oracolo di Gesù Cristo sussisterà sempre, sarà egli sempre colla sua Chiesa come ha promesso, sino alla consumazione dei secoli. Dobbiamo noi dunque ascoltare la voce dei pastori i quali governano questa Chiesa come la voce di Gesù Cristo medesimo; disprezzar questa voce si è disprezzare quella di Gesù Cristo, come Egli stesso ce ne assicura: “Qui vos spernit, me spernit”. Se i Pastori della Chiesa ci ingannassero, sopra Gesù Cristo medesimo ricadrebbe questo errore, poiché sono stati da Lui stesso destinati a condurci: “Posuit episcopos regere ecclexiam Dei”. Ora Gesù Cristo non può ingannarci, né per conseguenza la Chiesa, che è suo oracolo. Tale si è la regola che i grandi uomini han sempre seguita, come un S. Agostino, un S. Girolamo. Il primo aveva tanto rispetto per l’autorità della Chiesa che protestavasi che senza di essa non presterebbe fede alcuna allo stesso Vangelo: “Ego Evangelio non crederem, nisi me moveret Ecclcsiæ auctoritas”; poiché, a dir vero, si è per l’autorità della Chiesa che noi siamo assicurati essere il Vangelo la parola di Dio. Più cose, diceva questo santo dottore, mi ritengono nel seno della Chiesa: la successione dei pastori non interrotta, l’autorità confermata dai miracoli, la conformità di dottrina dei secoli presenti con quella dei secoli primitivi, lo mi unisco, diceva S. Girolamo, colla cattedra di S.Pietro: chiunque non è nella sua nave, è sicuro di naufragare. Tralascio per brevità molte e molte altre autorità di egual peso. – Finalmente, per ristringere in poche parole quanto sin qui abbiamo detto, la santa Chiesa Romana possiede sola i caratteri della vera Chiesa, i quali non si trovano in verun’altra società, e sono l’antichità, l’infallibilità, la santità. Carattere di antichità: ella sussiste da Gesù Cristo in poi per una successione di pastori che ha durato sino a noi. Carattere d’infallibilità, che Gesù Cristo le ha dato e che le conserverà sino al fine dei secoli: dal suo tribunale tutti gli errori che sono comparsi nel Cristianesimo hanno ricevuta la loro condanna. Carattere di santità: egli è in questa Chiesa che s’insegna la morale più perfetta e che si trovano i mezzi più sicuri per giungere alla più alta santità. Dal suo seno sono uscite quelle schiere innumerabili di martiri che han sigillato col loro sangue le verità della fede; quel gran numero di dottori che hanno illuminato il mondo col loro sapere ed i cui scritti vengono dai nemici medesimi della Chiesa ammirati ed adottati. E non appartiene finalmente a questa Chiesa quella prodigiosa moltitudine di santi d’ogni stato, i quali dai primi secoli sino a noi hanno edificato il mondo colla loro virtù, e la cui memoria è in venerazione in tutto il mondo cristiano? Questi santi sono stati della comunione della Chiesa Romana, sono stati suoi allievi, suoi figliuoli. Si può a questi tratti non riconoscerla per la vera Chiesa? E se è la vera Chiesa, dunque essa sola è depositaria della vera Religione e la regola di nostra fede, regola infallibile che deve terminar tutte le differenze sopra gli articoli della Religione. E però non prima la Chiesa ci propone qualche verità a credere ovvero condanna alcun errore, noi dobbiamo sottometterci, credere senza esitare ed interdirci ogni, disputa: l’umiltà cristiana c’insegnerà questa sommissione di spirito e di cuore; il solo orgoglio negli uni e il diletto di carità negli altri rendono perpetue tra di noi queste dispute. Convinti che obbedire alla Chiesa è lo stesso che obbedire a Dio, temiamo di porre limiti alla nostra obbedienza per voler troppo accordare al nostro proprio sapere. – Quando la Chiesa ha parlato, tutto è finito; altro partito a prendere non ci resta che una intera sommissione: ora noi dobbiamo questa sommissione alla Chiesa, ossia che Ella c’istruisca con la voce dei pastori radunati in Concilio, oppure dispersi nelle loro sedi, perciocché fanno sempre un corpo medesimo con Gesù Cristo, che è il Capo invisibile della Chiesa, ed essi sono si nell’uno che nell’altro caso la voce di Dio. Di più Gesù Cristo ha promesso di esser sempre colla sua Chiesa sino alla consumazione dei secoli: ora i pastori non sono sempre radunati insieme; dunque hanno la medesima autorità essendo dispersi. Un’altra prova: la Chiesa radunata non ha autorità se non in quanto che rappresenta la Chiesa dispersa: ma chi rappresenta un altro non può avere maggiore autorità di lui: dunque la Chiesa dispersa è un giudice infallibile, come la Chiesa radunata. – Eccovi prove bastanti per soddisfare qualunque spirito ragionevole, il quale altro non cerca che la verità. Quantunque la fede ci presenti misteri impenetrabili allo spirito umano, Iddio li ha resi credibili questi misteri con l’evidenza della rivelazione e con l’autorità, ch’Egli ha dato alla sua Chiesa per assicurarci della sua divina parola. – L’oscurità dei misteri la il merito della fede, l’evidenza della rivelazione rende ragionevole il nostro ossequio. Non si lamenti dunque l’incredulo che Dio esiga da lui una sommissione cieca e tirannica, poiché egli nulla chiede di contrario alla ragione e ci permette di valerci della nostra ragione per sottometterci al giogo della fede. Conveniva forse, per credere i misteri, che Dio li mettesse in tale evidenza che tolto ci avesse il merito della fede? Perciocché qual merito vi è a credere ciò che comparisce evidente e facilmente si comprende? Bastava dunque che la rivelazione di questi misteri fosse posta in tale evidenza da non potere essere rigettati senza colpa. Ecco quanto poteva l’uomo domandare da Dio. Ha egli forse diritto di non credere misteri impenetrabili alla mente umana, perché non li comprende? Ma quanti segreti nella natura in cui siamo astretti a confessare la nostra ignoranza! Sarebbe alcuno ben fondato a non crederli perché non li comprende? Teniamoci dunque entro i limiti del nostro corto intendimento, camminiamo con la semplicità della fede per le strade in cui ella ci conduce; poiché non possiamo trovare felicità se non nella sommissione ad una Religione che è si conforme al buon senso: “Beati qui non viderunt et crediderunt”. Invano l’incredulo cercar vorrebbe questa soda felicità negli oggetti creati, nei piaceri dei sensi; non vi troverà mai onde soddisfare pienamente i suoi desideri, e mancherà sempre qualche cosa nel suo cuore che gli impedirà di essere interamente felice. Questo cuore, che è infinito nei suoi desideri, sospirerà sempre per tutt’altra felicità che quella di quaggiù, ne troverà giammai una stabile assicuranza che nella sommissione alle verità della fede e nella pratica delle sue massime, il che fa la vera pace dell’anima; egli è impossibile trovarne una più pura e più vera. Invitiamo gl’increduli a farne l’esperienza; non potranno tenersi dal rendere giustizia ala verità, si risparmieranno il timore di un’eterna miseria, e troveranno nella fede la consolazione più soda contro le amarezze della vita presente ed un pegno sicuro della felicità della vita avvenire. Cosi sia.

… et IPSA conteret caput tuum!

 

San Lorenzo Martire

Omelia del S. S. GREGORIO XVII nel giorno di S. LORENZO – S. Messa (1981)

Le parole di Gesù: “Se il chicco di grano non cade in terra e non muore, non reca frutto” (cfr. Gv XII, 24), sono state dette per spiegare agli Apostoli il mistero della Sua Passione e Morte, del Suo sacrificio completo. Erano duri a comprendere: avrebbero fatto presto capire se si parlava di gloria, ma si parlava di Croce. Ecco lo scopo per cui queste parole sono state dette. Ora vediamo di dipanare queste parole e apprenderle in tutto il loro significato, quello che segue non è altro che un commento, una continuazione del concetto, fino all’invito: “Chi vuol venire dietro a me, faccia come ho fatto io: mi segua nella via della croce”(cfr. Gv XII, 26). Ripeto: cerchiamo di dipanare. Che cosa vuol dire Nostro Signore? Vuol dire questo: “ per salvare il mondo peccatore ci vogliono dei sacrifici”. Questa è l’affermazione generale. ” E per questo il sacrificio ultimo, determinativo lo prendo io stesso”. Ma dice a noi: “La vostra parte ve la dovete prendere”. C’è un altro elemento compreso in queste parole, l’elemento più propizio per un mondo che è soltanto di prova per la vita eterna: è la sofferenza, il sacrificio. In realtà queste parole per noi suonano dure, però, quando guardiamo ai nostri genitori, capiamo che hanno fatto la loro parte a prezzo di sacrifici; quando guardiamo a degli amici, se ne abbiamo,  guardiamo se per noi sanno fare sacrifici. Tutto diventa siglato da un’eterna Provvidenza, quando porta con sé il sacrificio. – Ma andiamo avanti. Il sacrificio è necessario per gioire. Guardate: il mondo oggi muore di noia; per togliersi questa noia, fa cose incredibili, che noi non oseremmo dare per penitenza anche a chi avesse commesso cento omicidi; le fa tutti i sabati e tutte le domeniche: fugge! E che cosa trova? Guardate le facce al lunedì mattina, e vi diranno che cosa hanno trovato. Non è forse vero che per mangiare bene bisogno avere appetito, cioè bisogna che prima preceda quella tal cosa che in se stessa è desiderabile, ma che non è gaudiosa, perché aver fame non è proprio una gioia? Per poter dormire bene di sera bisogna essere stanchi morti. Chi apre la porta della gioia – attenti – è sempre il sacrificio; non è quello, il sacrificio, che apre la porta soltanto della gioia, ma è anche la premessa di tutti i gaudi possibili, onesti e duraturi in questo mondo. Ecco il significato del Vangelo. – Siccome i veri commentatori del Vangelo sono i Santi. Il commento a questo Vangelo oggi lo fa S. Lorenzo, del quale in questa chiesa a lui dedicata da almeno dodici o tredici secoli celebriamo il ricordo della sua nascita al cielo, perché per i martiri, ma anche per gli altri, il giorno della morte è il giorno della nascita al cielo. Noi ricordiamo questo santo. Badate bene che questo poteva fuggire, perché, quando hanno preso e ucciso immediatamente il Papa Sisto II, del quale lui era diacono, nelle catacombe di Callisto, l’hanno lasciato. Lorenzo poteva fuggire; non è fuggito. Era il cancelliere della Chiesa romana; nello stesso posto aveva l’ufficio, dove oggi sorge il palazzo della Cancelleria apostolica. Sapeva che Valeriano aveva indetto la persecuzione dei cristiani per poter ricapitalizzare lo Stato che era estenuato – cosa facile a succedere in tutti i tempi – e sperava di metter mano sopra il tesoro della Chiesa, che al secolo III per il mantenimento della Chiesa stessa e dei poveri romani era già costituito. Lui ha distribuito tutto ai poveri, e, nonostante la boria imperiale, di poveri a Roma ce ne erano molti. Ha distribuito tutto. Dopo tre giorni dall’uccisione di Sisto, vanno a prendere lui e gli chiedono i denari, l’oro, e lui dice, mostrando una turba di poveri: “Ecco i tesori: sono questi”. Si sono sentiti burlati (perché anche in questa burla, l’aspetto di burla, si vede la grandezza dell’uomo) e per questo motivo, nonostante il fatto che era cittadino romano sebbene nato in Spagna e aveva diritto di morire semmai con l’unico colpo di scure, non hanno osservato la legge e lo hanno condannato a morire di fuoco lento. Sopra la sua tomba, nella basilica di S. Lorenzo in Campo Verano a Roma, c’è ancora la tavola di marmo bucherellata; ha un grande spessore, ha i buchi radi per potere prolungare al massimo il martirio. Se lo avessero messo su una semplice graticola, come quella che il Tavarone ha dipinto nell’affresco dell’abside, dopo cinque minuti era fritto; no, è stato un martirio lentissimo, atroce, superato con la dignità di un uomo, che sapeva di servire Iddio e sapeva che il dolore era l’anticamera della gioia. – Perché l’insegnamento che lascia S. Lorenzo è questo: quello che a noi sembra sacrificio, di fatto è sempre, anche nelle piccole cose umane, l’anticamera della gioia. Questo non per voler rovesciare il mondo, no; perché il mondo quando è rovesciato – e lo è – per metterlo a posto bisogna rovesciarlo un’altra volta!

LO SPIRITISMO (2)

CAPITOLO XXXIV.

(seguito del precedente.)

Frutti dello spiritismo — Negazione sempre più generale del Cristianesimo — Libertà data a tutte le passioni — Pazzia — Suicidio — Statistiche — Ultimo ostacolo all’invadimento satanico: il Papato — Grido della presente guerra : Roma o morte — Timore, generale sentimento d’Europa — Unico mezzo di calmarlo rimettersi sotto il governo dello Spirito Santo — maniera di farlo.

La novella religione dà i suoi frutti. È dote essenziale d’ogni dottrina concretarsi in fatti, che ne sono i frutti naturali. Sinora, fra i più palesi effetti dello spiritismo s’annovera, nell’ordine religioso, la negazione che si fa sempre più generale del Cristianesimo, come opera divina e come religione positiva; il diminuirsi del timore de’ divini giudizi, la fede della metempsicosi, la quale portando in pieno secolo decimonono gli errori dello gnosticismo teorico, mena allo gnosticismo pratico, vale a dire allo sbrigliamento degli scorretti appetiti. – E potrebbe forse accadere altrimenti? Venir fuori a proclamare in mezzo ad un mondo come il nostro, che le pratiche del cattolicismo punto non sono obbligatorie; e che qualunque vita s’abbia menata, se ne potrà saldare i conti con pene transitorie; che queste pene medesime andranno sempre scemando, finché si giunga a perfetta ed eterna felicità; non è egli un gettar legna sul fuoco e stimolar le passioni in modo terribilmente efficace? « Le strade derivate, dicono con ragione gli spiritisti, hanno fatto cadere le barriere materiali. La parola d’ordine dello spiritismo: senza carità non vi è salute, farà cadere tutte le barriere morali. Farà in special maniera cessare l’antagonismo religioso, cagione di tanti odi e sanguinosi conflitti; attesoché allora ebrei, cattolici, protestanti, turchi, si stenderanno la mano, adorando, ciascuno alla sua maniera, l’unico Iddio di misericordia e di pace ch’é lo stesso per tutti. [Rivista spiritisti a , ivi, p. 23.]- [Questi concetti di spiritismo pratico, o satanismo operante, sono oggi addirittura spacciati dal “novus ordo” degli adoratori del baphomet-luciferino, nei sacri palazzi un tempo cattolici, come modello per i fedeli-ignoranti che si pretendono cattolici –ndr.-] » E in altro luogo: «Il principio della pluralità delle esistenze, ha soprattutto una singolare tendenza a entrar nell’opinione delle moltitudini, e nella filosofìa moderna. » [Ivi,, p. 5.]. E noi lo crediamo facilmente. Di tutti questi errori più o meno seducenti, qual’ è il finale resultato? quello che il demonio ha sempre ambito e che unicamente ambisce: la perdita delle anime, cioè la separazione eterna del Verbo redentore: « Satana, dice san Cipriano, non ha altro desiderio che di allontanare gli uomini da Dio e attirarli al suo culto, togliendo loro l’intelligenza della vera religione. Punto». egli cerca di farsi dei compagni del suo supplizio, di coloro che rende con i suoi inganni, partecipi del suo delitto.» – E sant’Agostino: «I demoni fìngono d’essere costretti dai maghi a cui obbediscono volentieri, a fine di allacciarli essi e gli altri, più fortemente nelle loro reti e di ritenerveli. » « Il demonio, aggiunge Alfonso di Castro, finge d’esser preso per prenderti meglio; vinto, a fine di vincerti, sottomesso alla tua volontà, per sottometterti alla sua; prigioniero per metterti nei suoi ferri; finge d’essere attaccato, per le tue invocazioni ad una statua, ad una pietra (a una tavola) all’oggetto di attaccarti con le catene del peccato e di trascinarti nell’inferno. » E in mezzo a nazioni battezzate, si lascia tranquillamente propagarsi una simile religione? – Nell’ordine sociale, i suoi effetti non sono punto meno funesti. Per ciò stesso che egli tende a distruggere il Cristianesimo, lo spiritismo prepara la rovina della società. Bisogna aggiungere che i principali agenti della Rivoluzione europea sono spiritisti, e che gli oracoli degli Spiriti, circa i futuri avvenimenti sono mandati da Garibaldi. Fra esso e i capi dello spiritismo vi è una attivissima corrispondenza. Nell’ordine civile o domestico, la nuova Religione si rivela con la pazzia e col suicidio. Cosi doveva essere. satana é l’implacabile nemico dell’uomo: chiunque scherza con esso, scherza col fuoco. Vittima della sua temerità, egli si trova colla pazzia quando credeva abbracciar la ragione: in seno alla morte, credendo andare alla vita: imperocché, uccidere l’uomo nell’anima e nel corpo, è il supremo intento del grande omicida. – Son questi adunque i due grandi contrassegni del regno di satana, che si manifestano sul mondo presente, segni che lo Spiritismo ha resi più che mai chiari e spiccati. Ahimè! guardate che terribile forza ha la muta eloquenza delle seguenti cifre. Il numero dei pazzi in cura ne’manicomi in Francia, era nel 1835, quando s’ebbe a farne per la prima volta il novero, di 10,539. Nel 1851, di pazzi o scemi, ricoverati ne’pubblici ospizi, o dimoranti nelle loro case, se ne contarono 44,960. Nel 1856 il numero dei pazzi propriamente detti crebbe a 35,031; dei quali 11,714 nelle loro case, e 23,515 negli spedali. Nel 1861, negli 86 dipartimenti dell’antica Francia, si contarono 14,853 pazzi propriamente detti a domicilio, e quindi quasi 20 per cento più che nel 1856. Il l° gennaio del 1860, il numero de’pazzi negli spedali era di 28,706. « Siccome questo numero cresce incessantemente; noi non esitiamo punto a metterlo, pel giugno 1861, di 29;500: onde risulterebbe un totale di 44,353 pazzi, nei manicomi o a domicilio. Sommando insieme pazzi, scemi e cretini, si ha per l’antica Francia, nel 1861, un totale di 80,839 di cotesti infermi. » [Giornale della Società di statistica di Parigi. Del movimento dell’alienazione mentale, ecc., del signor Legoyfc capo di divisione e di statistica generale in Francia, marzo 1863. — L’Inghilterra segue lo stessa progresso. Al 1° gennaio 1864 vi si contavano 44,695 pazzi per l’ Inghilterra e il paese di Galles, e questo numero non rappresenta tutto che imperfettamente le reali proporzioni della pazzia in tutto il regno.]. – Dal che si vede che nei ventisei ultimi passati anni il numero dei pazzi noverati in Francia si è quasi triplicato. [Statistica della Francia . 2a serie, t. III, 2a parte — e Censimento del ministero dell’Interno, 1861.] – Non è altrimenti un calunniare lo spiritismo, l’attribuirgli gran parte del merito di cotesto bel progresso. Or sono dieci anni, negli Stati Uniti, si calcolava che nei casi di pazzia e di suicidio esso ci entrava per un decimo. In un suo ragguaglio sullo Spiritismo, considerato come causa di pazzia, e letto recentemente alla società degli studi medici di Lione, il Dott. Burlet cosi riepilogava le sue conclusioni: « L’influenza della pretesa dottrina spiritica è oggidì ben dimostrata dalla scienza. Le osservazioni che la mostrano vera e reale si contano a migliaia. Ci sembra cosa posta fuori di dubbio che lo spiritismo può venir collocato fra le più feconde cagioni dell’alienazione mentale » [Nampon, Disc. sullo spirit., p. 41 e 43]. E una lettera da Lione, posteriore a codesto ragguaglio dice: « È un fatto, che, dopo l’invasione dello Spiritismo nelle nostre mura, il numero di coloro che s’ebbero a chiudere nell’ospedale per cagione di pazzia, si è più che duplicato. » Somigliante progresso appalesasi dovunque pianta le sue tende lo spiritismo. L’arcivescovo di Bordeaux, in una sua pastorale per la Quaresima del 1863, diceva al suo clero: « Difendete la cattolica verità contro le pratiche misteriose, le evocazioni, le malie, cose che rammentano tristi epoche nella storia del mondo, e che, troppo sovente, hanno, fra gli altri loro lacrimevoli effetti, quello altresì di produrre la pazzia. » E, notato che il numero dei pazzi si è in questi ultimi tempi triplicato, il cardinale soggiunge: « Sì è giunti, fra le congreghe, che noi crediamo dover nostro segnalare alla sollecitudine deinostri padri di famiglia, al segno di formulare dottrine contrarie a quelle della Chiesa. State costantemente sulla breccia; allontanate i fedeli da’luoghi in cui si esercitano queste dannevoli superstizioni.» Segno manifesto dell’influenza del demonio si è, anco  più della pazzia, il suicidio. Suprema violazione della legge divina, negazione assoluta della fede del genere umano, questo disperato delitto non è in natura. Ogni essere ripugna alla sua propria distruzione: mortem horret, dice sant’Agostino, non opinio sed natura, di guisa che le bestie medesime non si uccidono volontariamente. Il pensiero del suicidio, che rende l’uomo inferiore alle bestie, non può dunque venirgli che da suggestione fuori della sua natura. Ora, gli ispiratori del pensiero sono due soltanto: Lo Spirito Santo, e Satana. Non viene dallo Spirito Santo: che anzi lo vieta e condanna: Non occides. Viene dunque da satana, il grande omicida, che, fin dal principio del mondo, non ha mai cessato, e non cesserà mai, di odiare l’uomo di mortalissimo odio. E se vien dal demonio il pensiero, che dire del delitto stesso del suicidio ? Per spingere l’uomo a distruggere sé stesso, oh Dio! che dominio non bisogna mai che abbia sopra di lui! E l’uomo suicida, quanto più consuma l’orrendo delitto a sangue freddo, dà segno che è tanto meno libero di sé  stesso: proprio com’è il moderno suicidio. Pertanto, tutte le volte che sentirete dire che un uomo s’é dato a sangue freddo la morte, dite pure francamente, ch’egli era in balìa del demonio. Parimente se troverete nella storia tempo, in cui il suicidio si mostri più frequente, dite pure anche allora: il demonio in questo tempo volle avere una gran signoria. E se voi v’abbattete a trovar tempo in cui il suicidio sia più frequente che in altri mai; che lo si commetta a sangue freddo, per qualsiasi motivo, in ogni età e condizione dell’uomo; in modo insomma che cessi d’incutere orrore e spavento, ahimè! quello sarà tempo di dover tremare. E si ha un bel negarlo, ma pur troppo si può dirlo ad alta voce, e senza paura di errare, che il demonio sul tempo nostro regna con signoria, quasi diremmo, sovrana: la storia é li pronta a confermarlo. Quando, nell’antico mondo, il suicidio desolava in miseranda guisa l’umana società, il regno di satana era al suo apogèo: codesto delitto n’è il segno e la misura. Divenuto simile alla Bestia che adorava, l’uomo s’era abbrutito. E non credeva più a nulla, nemmeno a sé stesso: a sanare il mondo, a purgarlo della profonda sua corruzione, ci voleva il ferro dei barbari, e il diluvio di sangue. Scacciato dal Cristianesimo, il suicidio ricomparve in Europa in un col Risorgimento; in modo che di mano in mano che questo andava recando i suoi frutti, il suicidio cresceva ancor esso; imperocché egli è uno di quei frutti. Presentemente s’è fatto tale che, in questa parte, i tempi nostri passano gli antichi. Lo si commette per i più leggieri motivi, da uomini e donne, da fanciulli e da vecchi, da ricchi e da poveri, nelle campagne, del pari che nelle città. Non fa più orrore né spavento: se ne leggono i casi come una novella della giornata. La, legge civile più non lo punisce: e sa male che la Chiesa il condanni: per la coscienza di molti non è più manco peccato. – Volete vedere, nel suo laido splendore, codesto segno, del regno di Satana sul mondo presente ? Nel 1783, Mercier scriveva nel suo Quadro di Parigi: « Da alcuni anni in qua, si contano circa venticinque suicidi per anno, in Parigi. » E nelle provincie, allora, era delitto quasiché ignoto, e sempre orribile; cosicché un solo caso che ne avvenisse, bastava a gettar lo spavento in tutto un paese. Mezzo secolo dopo il Mercier, Parigi fu spettatrice di cinquantasei suicidi in un mese. Del resto, ecco qui, per la Francia, la statistica ufficiale del suicidio nel 1861. « Il numero de’ suicidi in Francia è, tratta una media, da 10 a 11 al di, cioè 3899 all’ anno. « Figurano in cotesto numero 842 donne, e 3057 uomini: 16 fanciulli furono suicidi: 9 di 15 anni ; 3 di 14: 2 di 13: 2 di 11, « 49 nonagenari, di cui 38 uomini, e 11 donne. » [Statistic a pubblicata dal Ministero della giustizia. Nel 1866 il numero dei suicidi in Francia è stato di 5,119, cioè 173 di più che nel 1865. S tatistica id. 1868.]. – Da quanto reca l’esattissimo e molto ben fatto libro intitolato: Del suicidio in Francia, pubblicato nel 1862, dal sig. Ippolito Blanc, capo d’uffizio nel ministero dell’istruzione pubblica, il numero dei suicidi in Francia, dal 1827 al 1858, vale a dire in 32 anni, crebbe sino all’ enorme somma totale di 99,662. Gran Dio, in trentadue anni, nel regno cristianissimo, novantanove mila uomini volontariamente uccisi di propria mano! Sarà egli lo Spirito Santo che ha ispirato sì orrenda strage ? E poi si nega l’operar di satana sul mondo! E si celia su d’esso! E si parla di miglioramento morale sempre crescente! – E non è da pretermettere che la Frància, in cotesto satanico macello, punto non fa eccezione: anzi in tal progresso di nuovo genere non primeggia nè anco. Da’ quanto ricavasi dai più recenti documenti ufficiali, i vari stati d’Eùropa danno; sovra un milione di abitanti, i seguenti numeri di suicidi:

.- Belgio ……. 57  – Prussia…………………. 108

.- Svezia…………………. 67 – Sassonia…………… 202

.- Inghilterra……………. 84 – Ginevra…………………..267

.- Francia ………. 100   .- Danimarca ………………….. 288 –

.- Norvegia……………….108 [Annali d’igiene pubblica, gennaio 1862, p. 85. Quanto alla Russia, ecco quel.che ne dice il sig. D. K. Schedo-Ferroti nei suoi Studi sull’avvenire della Russia, pubblicati in Berlino, 1863. « Si conta gran numero di sètte in Russia; eccone qui alcune, che più vannp segnalate per la stravaganza delle loro dottrine. « I Kapitoni, cosi detti dal loro capo, il monaco Kapiton, formano la più antica delle sètte, senza clero: essi considerano il suicidarsi per la fede come la più meritoria delle azioni. « I bespopowzì, della Siberia, credono che 1’Anticristo è venuto e regna sulla chiesa russa, onde fa d’uopo evitare ogni contatto coi suoi servi o aderenti. Come buon mezzo d’involarsi al pericolo di cader vittima delle astuzie del demonio, raccomandano specialmente il suicidio col fuoco; e tali raccomandazioni non sono punto vane ; attesoché, in un dì, 1700 persone perirono volontariamente per via dell’immacolato battesimo del fuoco, implorato dal loro capo. – « I pomoreni e i fllipponi professano la stessa credenza sull’efficacia del suicidio per la fede. « Ve ne sono dei mostruosi, come per es. gli uccisori di bambini, i quali stimano atto meritorio mandare al cielo l’anima di un tenero bambino: i soffocatori, i quali credono che il cielo non sarà aperto se non a coloro che muoiono di morte violenta, e si fanno un dovere di soffocare o accoppare quei dei loro congiunti, nei quali una qualche grave malattia faccia temer la sventura d’una morte naturale. Anzi i più fanatici spacciano fin anche i loro amici vegeti e sani. – Oggi le “società sedicenti civili, lo fanno con l’eutanasia” – ndr. –]. – E in questo conto non entrano che i suicidi ufficialmente denunziati. Quanti ve n’ha che, per un motivo o per un altro, sfuggono alla pubblicità ufficiale! Tale si è la sanguinosa via in cui, da quattro secoli, cammina l’Europa, l’antica Città del bene. Al vedere il suicidio, abolito già dal Cristianesimo, tornato, col Risorgimento, endemico in Europa, che altro conchiuderne se non che il Risorgimento fu il ritorno del Satanismo in Europa: che il grande omicida ha ricuperato parte del suo impero e regna sui nuovi suoi soggetti con signoria pari all’antica? che dico? con signoria ancora più estesa; attesoché la si vede, a certi segni, maggiore d’ assai dell’antica. – E lo spiritismo la va facendo crescere sempre più [Ecco alcune confessioni che abbiamo raccolte dalla bocca stessa di spiritisti avanzatissimi nelle pratiche dello spiritismo, e testimoni dei fatti che ci confidavano. « Lo spiritismo è pieno di pericoli per la salute a ed anche per la vita. Dappertutto ove si sviluppa con una certa intensità, sorgono malattie anomali, un immenso numero di casi di pazzia e la deplorevole propagazione del suicidio, che vanno a colpire coloro che vi si danno con ardore. » Ravvedutisi non senza fatica dei loro errori, gli stessi spiritisti ci riferivano moltissimi casi di suicidio e di follia, avvenuti tra i loro fratelli in spiritismo. La loro testimonianza non faceva che confermare la nostra personale esperienza» A questo proposito la Vera buona novella racconta che a Firenze dove il magnetismo ed il sonnambulismo contano numerosi osservanti, un empio si è dato al mestiere dello spiritismo. Egli ha trovato per medium una povera giovane, e si è messo ad evocare gli spiriti infernali. A forza di essere chiamati, gli spiriti, che non sono sordi, sono venuti: son venuti così spesso che hanno stimato per la più corta di stabilirsi a dimora presso la giovane, la quale a quest’ora, è diventata ossessa e sul punto di morire.]; imperocché lo spiritismo toglie il timor dell’inferno, anzi gli spiriti bene, spesso invitano a venir con essi i viventi e ad entrare, per via della morte, in una nuova incarnazione più perfetta, od anche a godersi lo stato di puri spiriti. Da quanto confessano gli spiritisti medesimi, confermato dai molti fatti riferiti dai giornali, dalle osservazioni dei medici, dai ragguagli datine dalle famiglie, risulta pur troppo chiarissima l’influenza omicida della novella religione. – Si giudichi adesso se la Chiesa ha avuto ragione di condannare gli spiriti, i sonnambuli, i magnetizzatori, i loro libri e le loro pratiche. Sino dall’anno 1856, il Sommo Pontefice segnalava le pratiche diaboliche che avevano per fine di evocare le anime dei morti, e raccomandava a tutti i vescovi del mondo cattolico di adoperare tutte le forze, per estirpare queste pratiche abusive. [Enciclica del 4 agosto 1856].  – Quantunque il decreto non nomini lo spiritismo col suo proprio nome, attesoché a quest’ epoca non si era ancor bene smascherato, nulladimeno egli è chiaramente condannato con queste parole: evocare le anime del morti e ottenere risposte, è una cosa illecita ed eretica. Più tardi, avvenne più direttamente, allorquando lo stesso Pio IX, mediante il decreto della S. Congregazione del Santo Uffizio data del 20 aprile, e della Congregazione del Concilio del 25 dello stesso mese 1864 condannò tutte le opere di Allan Kardec, che trattano dello spiritismo, e tutte le altre opere concernenti le stesse materie: omnes libri similia tractantes. – Infine il Padre Perrone, gesuita romano, stabilì teologicamente la proposizione seguente che è la condanna delle moderne pratiche diaboliche: « Il magnetismo animale, il sonnambulismo e lo spiritismo nel loro insieme non sono altra cosa che la restaurazione della superstizione pagana e dell’impero del demonio. [De Virt. Relig. Etc., p. 351] – Una sola cosa impedisce tuttavia allo spiritismo di recare tutti i suoi frutti: il Cattolicesimo. Or il Cattolicesimo si personifica nel Papato; e satana lo sa molto meglio ancora di Garibaldi e Mazzini. Quindi i fatti,di cui siamo spettatori: l’accanita sua guerra contro di Roma. Dal suo babelico concilio fino alla venuta del Messia, i perseveranti sforzi del principe delle tenebre mirarono ad un solo scopo: formare la sua gigantesca città, e stabilirne Roma capitale. Ci riuscì, imperocché con l’essere padrone di Roma, era padrone del mondo. Ed invero, non sì tosto comparvero gli Apostoli armati di Spirito Santo, Roma diventò l’oggetto del combattimento. Roma o Morte., era il grido della Città del bene e della Città del male, che per tre secoli echeggio da Oriente ad Occidente; ed undici milioni di martiri attestano quanto grande fosse e tremendo il conflitto. – Per il Verbo incarnato, Roma vuol dir l’impero: per satana, morte vuol dire perdita di Roma e dell’impero., Chi non resterà stupito al vedere, dopo diciotto secoli, Roma diventare un’altra volta oggetto della pugna; ed il grido di guerra Roma o morte servire di parola d’intesa ai due campi opposti? Fra tutti i segni dei tempi, questo, per nostro avviso, non è punto il meno degno di attenzione. Che Roma sia il grido del mondo attuale, il grido che passa ogni altro, è fatto che non ha bisogno di prova. Re e popoli, diplomatici e filosofi, scrittori e soldati, cattolici e rivoluzionari, tutti agognano Roma per diversi motivi. Oggidì più che mai l’odio e l’amore si contendono Roma; e tutto ciò che parla di Roma scuote gli animi, ed eccita la duplice passione del bene e del male.- Questo dramma supremo, di che il mondo fu spettatore solo una volta, di che cosa è prova? Di quel medesimo che diciotto secoli fa. Prova che Roma è la regina del mondo; prova che satana, cacciato di regno, e stretto in catene dal Redentore, tenta spezzare quelle catene e rifare la sua città; città formidabile, in quanto che va composta di gran parte d’Europa, tolta al Cristianesimo. Prova che, per ricostituirla qual era una volta, non gli resta più che renderle Roma, sua antica capitale; ch’ei la vuole ad ogni costo, e per conquistarla cammina alla testa d’immenso esercito di rinnegati, non facendo, come già altre volte, distinzione tra mezzo e mezzo, e ripromettendosi una non lontana vittoria, la quale, giusta il detto di Pio IX, rìcomincierà l’era dei Cesari e dei secoli pagani, vale a dire farà ricadere il mondo nella morale e materiale schiavitù, da cui lo aveva liberato il cristianesimo.[Encic. 8 ic. 1849]. – Detto verissimo. Ora s’egli è chiaro che il mondo va sempre peggio sottraendosi all’influenza dello Spirito Santo, è chiaro non meno che esso cade, in pari misura, sotto l’impero dello Spirito maligno, e si sottopone per sua grande sventura a tutte le conseguenze della sua colpevole infedeltà. Il passato è storia dell’avvenire. Non ostante le lusinghiere predizioni dei loro falsi profeti, i popoli dei tempi nostri hanno un cotal presentimento di quel che li aspetta: essi hanno paura. È questo indefinibile sentimento, ignoto in tempi regolari, un contrassegno dei nostri. – L’Europa soggioga città reputate inespugnabili, e pure ha paura. Con pochi soldati ottiene, in lontani paesi, splendide vittorie su potenti nemici, e pure ha paura. Vegliano alla sua difesa quattro milioni di baionette, e pure ha paura. Doma gli elementi, annulla le distanze da popoli a popoli, vanta i prodigi della sua industria; l’oro scorre abbondante nelle sue mani; alle rustiche divise ha sostituita la seta; la natura tutta s’è fatta tributaria del suo lusso; la sua vita somiglia al convito di Baldassarre; e pure ha paura. Dappertutto regna la paura. Le nazioni hanno paura delle nazioni: i re hanno paura dei popoli, e i popoli hanno paura dei re. L’uomo ha paura dell’uomo. La società ha paura del presente, e più ancora dell’avvenire ; chi ha paura di qualcheduno, o di qualche cosa, il cui nome è un mistero. Perché ha ella paura ? Perché l’istinto della sua propria conservazione 1’avverte che non è più retta dallo spirito di verità, di giustizia, di carità, senza del quale non v’ha ordine possibile, né società durevole, né sicurezza per alcuno. E questo temere non è altrimenti vano. Per le nazioni si come per gl’individui, tra la Città del bene e la Città del male, tra Cristo e Belial, non si dà punto di mezzo. – Or, ritornando nel mondo, satana, checché ne dicono i suoi apologisti, ci ritorna qual è, fu, e sarà sempre: l’odio. Lasciate che cotesto forzato dell’inferno, esca della sua galera, sciolto e libero della camicia di forza che si chiama Cattolicesimo, e vedrete quel che farà. Padre della superbia e della crudeltà, della menzogna e della voluttà fallace, farà domani quello che ha fatto in tutti i tempi che fu dio e re, quel che seguita a far tuttavia in tutti i popoli ancor sottoposti al suo impero. La guerra sarà generale; la terra diventerà un campo di rovine; lacrime e sangue scorreranno a torrenti: il genere umano avvilito, sarà fatto segno ad Oltraggi non rammentati ancor dalla storia, giusto castigo di una ribellione allo Spirito Santo, simile al’quale la storia parimente non conta. Salvo un miracolo, tale si è, non accade dissimularlo, lo spalancato abisso, a cui camminiamo. Come arrestarci sul fatale pendio? Via tutti i mezzi di salvamento, che viene a proporre 1’umana sapienza. No, cento volte no; l’Europa infedele allo Spirito Santo non sarà salvata né dalla filosofia, né dalla diplomazia, né dall’assolutismo, né dalla democrazia, né dall’ oro, né dall’industria, né dalle arti, né dalle banche, né dal vapore, né dall’elettrico, né dal lusso, né dalle belle parole, né dalle baionette, né dai cannoni rigati, né dalle navi corazzate. Come dunque vorrà ella esser salvata, se lo dev’essere? La risposta è facile: perdutosi per essersi dato in braccio allo spirito del male, il mondo moderno sì come 1’antico, non andrà salvo che col darsi allo spirito del bene. Il flgliuol prodigo non risorge a vita se non ritornando nelle braccia di suo padre. Attesi gl’incalcolabili pericoli onde, nell’ora che corre, è minacciata la vecchia Europa, questo ritorno allo Spirito Santo, pronto, sincero, universale, è la prima necessità urgentissima. A fine di farla vedere finanche ai ciechi, noi ci siamo indotti a rinfrescar la memoria dell’esistenza, dimenticata troppo, dei due spiriti opposti, che si contendono l’impero del mondo e con sovrana autorità lo governano: e abbiamo posta in chiaro l’ineluttabile alternativa, in cui si trova il genere umano, di vivere sotto l’impero dell’uno ò dell’altro. Finalmente la storia universale, riepilogata in breve nella descrizione parallela delle due Città, ci ha detto quel che ridonda all’uomo dall’essere cittadino della Città del bene, o cittadino della Città del male. – Ma il solo sapere quel che bisogna fare, punto non basta, e resta a indicare i mezzi corrispondenti. I quali tutti consistono e riduconsi nel conoscere lo Spirito Santo, all’oggetto di amarlo, invocarlo, rimetterci sotto il suo impero, e restarvi. Finora abbiamo mostrata l’opera più dell’artefice: l’opera esteriore e generale, più che l’opera intima e particolare; il corpo piuttosto che l’anima. Or’è d’uopo far conoscere in se stessa quest’Anima divina dell’uomo e del mondo: questo Spirito Creatore, a cui il cielo e la terra vanno debitori del loro splendido ammanto: questo Spirito vivificatore, che ci nutre come l’aria, che ci circonda come la luce: questo Spirito santificatore, Autore del mondo della grazia e delle sue magnifiche realtà. E’ si vogliono spiegare le multiformi sue operazioni nell’ordine della natura e nell’ordine della grazia, si nell’Antico come nel Nuovo Testamento. Teologica, acciocché sia esatta; semplice e in certo modo catechetica, acciocché la verità sia nelle mani del Sacerdote un pane più facile a rompere alle menti meno forti e capaci, tale dev’essere la seconda parte del nostro lavoro. La quale, diciamolo schiettamente, è, più ancor della prima, superiore alle nostre forze. Vi ci accingiamo tuttavia, confortati nella nostra debolezza da due cose: cioè dalla benevola indulgenza delle persone illuminate, le quali intendono la difficoltà di tale lavoro; e dalla infinita bontà di Colui per cui lavoriamo : “Da mihi sedium tuarum assistricem saptentiamut im eum sit et mecum làboret” [Sap., IX, 4.].

LO SPIRITISMO (1)

 

[J.- J. Gaume – “Il Trattato dello Spirito Santo” – Firenze, 1887: Vol. I, Capp. XXXIII e XXXIV]

Capit. XXXIII

Lo Spiritismo.

Farsi adorare, supremo scopo di Satana — Lo spiritismo — Sua apparizione — Sua pratica — Sua dottrina — Sue mire — Forma una nuova religione — Suo simbolo — Suoi regolamenti — Sue finanze — Suoi mezzi di propagazione — Numero crescente dei suoi adepti.

Farsi adorare, il Verbo incarnato è re, è Dio: per tale duplice titolo a Lui spettano gli omaggi e le adorazioni del genere umano. Satana, implacabile nemico del Verbo, vuole ad ogni costo pigliarne il posto, e come re e come Dio. Tale si è lo scopo supremo cui sempre mirò, cui ottenne nel mondo antico, e ancora ottiene in tutti i popoli non cristiani. La storia entra come testimone di questo fatto, antico quanto l’umana progenie. A tale uopo, nel mondo antico, egli aveva diffuso tre grandi errori, che arretravano tutta quanta la terra: il panteismo, il materialismo ed il razionalismo. Piantati negli animi, questi tre errori soppiantavano radicalmente il Verbo Redentore, la cui Incarnazione pareva quindi impossibile, oppure incredibile. Preparato in questa guisa il terreno, satana montava a piè pari sui troni e sugli altari. E la ragione n’è semplice assai: l’uomo non può stare senza un Signore né un Dio. Creato per ubbidire e adorare, bisogna, checché egli faccia, che ubbidisca e adori: Gesù Cristo Dio e re, ovvero satana dio e re, non c’é via di mezzo. Or, esaminando gli errori dominanti nell’Europa moderna, agevolmente, si trova che si riducono ai tre antichi sistemi; il panteismo, il materialismo ed il razionalismo. Adesso come in antico, il supremo loro termine è la distruzione del domma dell’incarnazione. Se tutto è Dio, non accade incarnazione veruna: se tutto è materia, incarnazione non si dà: se non v’ha verità che passi i limiti della ragione, non occorre parlar di misteri, e perciò nemmeno d’Incarnazione. Fa egli mestieri di dire che la negazione diretta di questo domma fondamentale torna a saltar fuori fra noi con tale sfoggio di audace ignoranza, qual non s’era mai visto dal Vangelo in poi? E s’ha egli ad aggiungere che la si vede accolta con tale calore da doverne chinare la fronte per la vergogna e tremare? È un segno dei tempi. Senza l’elemento cattolico, che lotta tuttavia per mantenere sul divino suo seggio la persona del Verbo incarnato, il mondo presente tornerebbe come l’antico. E quanto più quell’elemento viene scemando, tanto più s’appiana la via al demonio per risalire sovra i suoi antichi altari. La ragione lo dice, e la storia lo conferma: l’uomo presente siccome l’antico ha bisogno d’un Dio: detronizzando il Verbo, si cade in satana. – Al mirare l’Europa volgente le spalle al Cristianesimo, tale caduta potevasi preveder facilmente: e v’ebbe chi la previde, annunziò, dimostrò da più di venti anni. Ma i veggenti furono trattati da sognatori. Nel secolo decimonono, il mondo tornare al paganesimo! Insensato chi il dice, sciocco chi il crede. Intanto, il paganesimo, ne’ suoi elementi costitutivi, seguitava ad invadere la società; già era il paganesimo stesso. Per paganizzare gli animi, non fa altrimenti mestieri trarre fuori idoli materiali: il mondo era pagano prima che la mano dell’uomo presentasse alle sue adorazioni dèi di marmo o di bronzo. Il paganesimo è la negazione del Verbo incarnato e del sovrannaturale divino; e, qual conseguenza inevitabile, l’adorazione di ciò che non è il vero Dio, di ciò che non è il vero sovrannaturale. Or, adorare ciò che non è il vero Dio, è adorare un dio falso, è adorare satana, è essere pagano. « Abbia o non abbia l’oggetto dell’idolatria una forma plastica, è nondimeno sempre idolatria, » così Tertulliano. – Siccome l’anima chiama il corpo, così il culto interiore chiama il culto esteriore. In antico, satana godevasi l’uno e l’altro; e ancor se li gode nei popoli idolatri. Or bene, satana punto non muta né invecchia. E’ vuol essere quel che già fu: avere quello che già ebbe. E lo vuole tanto più, in quanto che gli oracoli, le evocazioni, le apparizioni, le guarigioni, i prestigi erano il precipuo mezzo del suo regno, e parte integrante della sua religione. Era dunque più che certo che tosto o tardi, sarebbe ritornato con tutto quell’accompagnamento di pratiche vittoriose, destramente modificate secondo i tempi e le persone. Cosi parlava la logica, la quale aspettava con fede, anzi, con terrore, la conferma dei suoi ragionamenti. Stavano le cose in questi termini, quand’ecco, nel popolo più razionalista del mondo, apparire mille strani fenomeni, attribuiti ad agenti sovrannaturali, e al cui aggregato, fu dato il nome di Spiritismo, ossia Religione degli spiriti. Uno de’ suoi pontefici ve ne fa la storia cosi: « Verso il 1850, la pubblica attenzione venne, negli Stati Uniti d’America, chiamata su diversi fenomeni strani, consistenti in rumori, colpi e movimenti d’oggetti, senza causa conosciuta. Tali fenomeni accadevano spesso spontaneamente, con intensità e persistenza singolari; ma si notò ancora che in più speciale maniera manifestavansi sotto l’influenza di certe persone, alle quali si diede il nome di Mediums, è che in certa qual maniera potevano eccitarli a lor senno: onde s’ebbe modo di replicare gli esperimenti. « S’adoperarono a tale uopo specialmente tavole; non perché tale oggetto vada meglio d’un altro; ma solo perché é mobile, più comodo, s’ebbero giri della tavola, poi movimenti in tutti i versi, scosse, arrovesciamenti, alzamenti, forti colpi, ecc. È il fenomeno che in principio chiamavasi delle Tavole giranti ». «Non si tardò a riconoscere, in quei fenomeni, effetti intelligenti: infatti il muoversi della tavola ubbidiva alla volontà: la tavola volgevasi a destra od a sinistra, verso una persona designata, drizzavasi, al comando: su uno o due piedi picchiava il richiesto numero di colpi, batteva il tempo, ecc. Restò fin d’allora evidente che la cagione di tali fenomeni punto non era meramente fisica; e, secondo 1’assioma: Se ogni effetto ha una causa, ogni effetto intelligente deve avere una causa intelligente, si conchiuse che la causa di tale fenomeno doveva essere un’intelligenza. » Non c’è che dire; il ragionamento è giusto, sì come il fatto medesimo è incontestabile; ma quale si era la natura di questa intelligenza? Qui stava il punto: « Cosi sul primo si pensò che potesse essere un riflesso dell’intelligenza del medium, o degli astanti: ma l’esperienza mostrò che questo era impossibile; attesoché, si ottennero cose interamente estranee al pensiero ed alle cognizioni delle persone presenti, ed anzi contrarie alle loro idee, volontà, desideri: non poteva dunque appartenere che ad un essere invisibile. E semplicissimo era il mezzo di rendersene certi. Non sognava altro che mettersi in conversazione con quell’essere: il che si faceva mediante un numero di colpi fissati, significanti si, ovvero no, sulle lettere dell’alfabeto: e in questa guisa s’avevano le risposte alle fatte domande. » È il fenomeno detto delle Tavole parlanti. Tutti gli esseri, che cosi si comunicarono, interrogati sulla loro natura, dichiararono di essere Spiriti ed appartenere al mondo invisibile. Or, quei medesimi effetti essendosi manifestati in molti luoghi, per mezzo di persone diverse, ed essendo d’altra parte stati osservati da uomini gravissimi ed illuminatissimi, non era possibile che fossero giuoco d’una illusione. Dall’America passò quel fenomeno in Francia, e nell’altre parti d’Europa: dove, per alcuni anni, le tavole giranti e parlanti furono cosa di moda, e divertimento delle brigate; poi quando se n’ebbe abbastanza, si lasciarono da parte per altre distrazioni. Le comunicazioni a colpi battuti erano lente ed imperfette. Si trovò che mettendo per acconcio modo una matita in qualche oggetto mobile, per es. in un paniere, in un tavolino, su cui si ponessero le dita, quell’oggetto prendeva a muoversi, e segnare caratteri. Vennesi poi a conoscere che tali oggetti erano meramente accessori, e se ne poteva far senza. L’esperienza mostrò che lo Spirito, operante su corpo inerte per volgerlo a suo senno, poteva altresì operare sul braccio o la mano, per guidar la matita. S’ebbero allora i Mediums Scriventi, vale a dire persone scriventi in maniera involontaria sotto l’impulso degli Spiriti, de’ quali venivano quindi ad essere strumenti e interpreti. Allora le comunicazioni non ebbero più limite….» – Ai Mediums scriventi, s’aggiungono oggidì i Mediums evocatori, ed i Mediums risanatori. I primi, numerosissimi da due anni in qua, ottengono dagli spiriti i più strani fenomeni; apparizioni di spettri, o di fiamme fosforescenti, suoni articolati, scritture spontanee, rigidità e insensibilità di tutte le membra del corpo, immobilità istantanea di tutti gli orologi d’un appartamento, ecc. [Tutti sanno che i fenomeni dello Spiritismo sono andati crescendo col crescer dei suoi addetti. Non più soltanto con tavole giranti, o scriventi, ma con assunzione temporanea di umane sembianze, Satana scimmia perpetua dell’Uomo Dio, comunica coi suoi adoratori. Questi fenomeni dei quali i periodici spiritistici parlano con frequenza, sono avvenuti in presenza a persone di troppa, serietà da poterli mettere in dubbio. La ossessione poi, quantunque non completa, delle persone ci è rivelata da quei fenomeni che oggi chiamano ipnotici, mediante i quali a volontà dell‘ipnotizzante, anche con distanza di luogo e di tempo la persona ipnotizzata compie per necessità azioni che mai vorrebbe compiere fuori dell’ipnosi. — Chi volesse le sicure riprove dei più strani fenomeni spiritistici, non ha che a leggere The spiritualist, e The Medium, and Daybreak oppure The spiritual Sdentist. (N, d. Ed.). Gli altri, tendono a moltiplicarsi, secondoché gli spiriti hanno annunziato, affine di propagare lo Spiritismo, per l’impressione che questo nuovo genere di fenomeni non può mancar di produrre sulle moltitudini; perché non v’ha alcuno, anche de’ più increduli a cui non piaccia la sua salute…. Tra il magnetizzatore ed il medium risanatore, passa questa capital differenza, che il primo magnetizza col suo proprio fluido, e l’altro col fluido epurato degli spiriti. I medium risanatori sono un de’ mille mezzi provvidenziali, per accelerare il trionfo dello Spiritismo.[Rivista spiritica, del gennaio 1804 p. 10 e 11. — Che i demoni possano operare delle guarigioni più o meno reali la cosa non sembra dubbia. Tertulliano ne dà il segreto: ed i numerosi ex voto appesi alle mura dei templi pagani antichi, attestano la credenza dei popoli; checché se ne dica gli spiriti non arrivano ora fin qui. Il loro gran medium che guarisce, lo zuavo Jacob, la cui fama occupava tutta Parigi, l’anno passato 1867 ha finito col fare un fiasco completo. » – Tali sono, finora, i principali fenomeni spiritistici e i modi ordinari di comunicazione cogli spiriti. Ma, in fin dei conti, che s’ha egli a pensare di codesti fenomeni, e che spiriti sono quelli? Dire, come certuni fanno: « Io nego tutti questi fenomeni, perché finora non ne ho veduto alcuno, torna allo stesso che dire: Io nego l’esistenza della città di Pechino, perché non vi sono mai stato. È un dire a coloro che vi parlano di quei fenomeni: voi siete ingannati, o ingannatori. Or bene, si noti che chi fa tal complimento, lo fa non a poche persone, facili ad essere tratte in inganno, o complici interessati di grossa menzogna: ma a migliaia dì persone, gravi e rispettabili, di ogni paese, le quali fra loro punto non conoscendosi, né pur mai essendosi vedute, si troverebbero allucinate lo stesso dì, nella stessa ora: o s’accorderebbero per affermare come vero un fatto materialmente falso. E insomma un dire: Io nego perché nego: cioè perché voglio dire una sciocchezza; attesoché sciocchezza vera è negare senza provare. Se la tenga chi vuole, e noi andiamo innanzi. – Dire con altri: « Questi fenomeni esistono, ma non hanno niente di sovrannaturale. Giuochi di fisica, ciurmerie, o al più al più effetti di certe influenze dei fluidi; altro non c’è. » Giuochi di fisica! E la prova? « Ah la prova si è che il nostro famoso prestidigitatore, Robert Houdinì ne fa dei somiglianti. » Voi dunque avete veduto da Robert-Houdin quello che migliaia di testimoni affermano di aver veduto dagli Spiriti, tavole che giravano, si alzavano, battevano il tempo, al contatto del dito mignolo d’un fanciullo? Dunque avete veduto tavole intelligenti, che rispondevano alle vostre interrogazioni, e scrivevano esse medesime le risposte? Dunque avete, veduto Robert-Houdin dirvi quel che accadeva cento miglia lontano; scoprirvi cose note a voi soli? L’avete sentito, al semplice contatto dei vostri capelli, esattamente descrivervi una qualche interna malattia, di cui finora nessun medico valse a guarirvi, e spiegarvene la natura, e nominarvi, pur non essendo medico ne chimico, con precisione e con i loro nomi scientifici, i rimedi necessari a guarirne? Oh! No. Robert-Houdini non v’ha fatto vedere nulla di simile. Ciurmerie, e la prova? Ahi la prova, si è che ai tempi nostri i ciarlatani sono tanti e sì destri, che non c’è più da fidarsene. » Vero, verissimo che i ciarlatani, ai tempi che corrono, sono molti e d’una destrezza da non si dire: e voi farete ottimamente a guardarvene. Ma la questione non è questa. Si tratta di sapere le ragioni che voi avete di credere che gli Spiriti son ciarlatani, e i testimoni dei loro fenomeni, gente prezzolata o illusa. Fuori dunque le ragioni, se volete che discutiamo: imperocché ben sapete che su quel che non si conosce, non si da’ discussione. « Le ragioni, voi rispondete, io le ho già dette: io non posso ammettere l’intervento .degli spiriti in questo genere di fenomeni. » Dire che voi non potete, è dire che non potete: non é un recare prove, ma niente altro che affermare la vostra, impotenza, né più né meno. Ma che volete? a questa vostra impotenza, trionfalmente risponde la potenza del testimoniare, mille volte ripetuto, di migliaia di testimoni oculari, sani di mente e di corpo, e come voi, dotati di ragione e forniti di scienza, di esperienza, di sangue freddo e di diffidenza: più che voi per avventura non pensate. Risponde, anzi più, la testimonianza di .tutto il mondo, da migliaia d’ anni; imperocché migliaia d’anni sono che il mondo vede Spiritisti. Or bene, da queste due testimonianze esce una voce che domina tutte le altre e dice: No, i fenomeni dello Spiritismo non sono ciurmerie.L’influenze dei fluidi! E la prova? « Ah! la prova, si è che i fluidi sono agenti misteriosi, atti a produrre effetti da stordire, e che a noi paiono sovrannaturali, comecché siano naturalissimi. » Ammettiamo i fluidi; ma prima ditemi di grazia quello che in sostanza è un fluido. L’avete voi veduto? toccato? analizzato? Che colore ha? di che elementi è composto? È cosa spirituale o materiale? Se è cosa materiale, spiegatemi come possa un agente materiale produrre effetti non materiali: farmi leggere cogli occhi chiusi, vedere a distanza, sapere quello che si fa in lontani paesi, da. me non mai veduti, e dove non conosco persona. Se poi il fluido è qualche cosa di natura spirituale, allora siamo d’accordo; quello a cui voi date nome di fluido, noi lo chiamiamo Spirito. Ma voi a dare un’esatta definizione del fluido vi trovate impacciato: perché voi stesso lo dite un agente. Se è un agente misterioso, dunque non lo conoscete, o lo conoscete troppo poco da potergli, con certezza, attribuire questi o quelli effetti. Questa maniera di ragionare non è però nuova, né recente: imperocché già tutta la materialistica-setta di Epicuro l’adoperava contro gli oracoli ed i prestigi, vale a dire contro l’antico Spiritismo. A detta loro, tutti quei fenomeni procedevano da sotterranee esalazioni d’ignota natura: e i poveretti non s’accorgevano che la paura del sovrannaturale li faceva dare in contraddizioni ed assurdi: badiamo di non caderci anche noi. E sarebbe in verità un cadervi, se ci contentassimo di mal definite parole per sostituirle a fatti veri e reali. Insomma, salvo dare nel pirronismo universale, è giuocoforza ammettere nel loro complesso, la realtà dei fenomeni spiritistici, e la spiritualità degli agenti che li producono. Ma che spiriti son questi? Non possono essere altro che angeli buoni o cattivi, anime sante ovvero anime dannate. Or, angeli buoni né  anime sante non sono: imperocché, prima di tutto, gli angeli buoni e. le anime sante non stanno altrimenti ai cenni dell’uomo, nel senso che vengano, in maniera sensibile, alla chiamata del primo venuto, per soddisfare la sua curiosità e servirgli di spasso: non si è mai veduto, né detto, né creduto nulla di simile. E poi, Iddio vieta, sotto severissime pene, l’interrogare i morti. I pretesi morti che rispondono, disobbediscono a Dio; e perciò non sono santi. Che sono essi dunque? anime dannate, o demoni. Ma anche i dannati non stanno altrimenti, più che i santi, ai cenni di chiunque li evochi. Quali saranno dunque codesti spiriti, che rispondono? I demoni; che stanno attorno a noi, pronti sempre ad ingannarci; al quale intento hanno mille arti e mezzi. Cosi, in perentoria maniera, la ragiona Monsignor vescovo di Poitiers: « Se non è lecito, dice il dotto prelato, interrogare i morti, e se, per conseguenza, Iddio loro non dà facoltà di rispondere alle interrogazioni, che i vivi non possono loro fare lecitamente, onde credete voi che vengano codeste risposte, che altri si vanta di ottenere, e talvolta ottiene? Evidentemente, che possa rispondere a queste colpevoli interrogazioni, altri non v’ha se non lo Spirito delle tenebre. È dunque la comunicazione cogli spiriti, né più né meno che il commercio con i demoni. È quindi un ritornare ai mostruosi disordini e dannose superstizioni, che misero per tanti secoli, e mettono ancora, i popoli pagani sotto la vituperosa servitù delle potenze infernali. [Istr. past. tom. Ili, p. 48, 45.] » – All’autorità dell’ illustre vescovo – aggiungiamo quella di un teologo romano, la cui recente opera é onorata di una lettera del Sovrano Pontefice, Pio IX. « Il Magnetismo animale, dice il P. Perrone, il sonnambulismo e lo spiritismo nel loro complesso, non sono altro che la restaurazione della superstizione pagana, e dell’impero del demonio.» Gli Spiritisti, negando la personalità dei demoni fan loro proteste contro tal ragionare; ma poi sostengono, contro i loro princìpi, e in modo da doverne andare confusi, come fra poco vedremo, che le comunicazioni cogli Spiriti sono un fatto, noto fin dagli antichissimi tempi. « La realtà dei fenomeni spiritistici, così essi, trovò molti contradditori. Gli uni non ci seppero vedere altro che una ciurmeria…. I materialisti misero l’esistenza degli Spiriti nel novero delle favole assurde…. Altri, non potendo negare i fatti, sotto l’impero d’un certo ordine di idee  (Intendi il clero e i cattolici, fedeli alle dottrine rivelate), attribuirono tali fenomeni a mera influenza del Diavolo, e con questo intesero, di spaventar ì timidi.. Ma oggidì la paura del Diavolo ha molto e poi molto perduto del suo prestigio. Se ne è parlato tanto, lo si è presentato in tante maniere, che la gente si è addimesticata con tale idea; e molti hanno detto; bene! e si vuol cogliere l’occasione di vedere una volta che cosa infine è il diavolo. Onde venne che, salvo poche donne di timorata coscienza, l’annunzio dell’arrivo del vero diavolo aveva alcun che di solleticante, per coloro che non l’avevano mai veduto, se non in pittura, o al teatro: di guisa che per molte persone fu un efficace stimolo. » (Àllan Kardec. Lo spiritualismo nella sua più semplice espressione). – In altro luogo, questo medesimo oracolista dello Spiritismo, dopo aver fatta, senza pensarvi, una giusta pittura delle generali disposizioni del mondo moderno rispetto al demonio, dice: « Sebbene i fenomeni Spiritistici si siano in questi ultimi tempi manifestati in maniera più generale, nondimeno v’han mille prove ch’ebbero luogo fin da’più remoti tempi. Questa, di cui noi siamo al presente testimoni, non è dunque una moderna scoperta: è il- ridestarsi dell’antichità; ma dell’antichità sciolta e libera da quella mistica farraggine, che ha prodotto le superstizioni dell’antichità illuminata dalla civiltà e dal progresso nelle cose positive…. (Vuol dire, dell’antichità qual era prima del Cristianesimo, e quale ritorna secondo che il cristianesimo va perdendo terreno. Queste parole del Sig. Allan Kardec valgono, tant’oro. Se noi l’avessimo pagato per sostenere la nostra gran tesi del paganesimo moderno, non avrebbe potuto dir’meglio). – « Il fatto delle comunicazioni col mondo invisibile si trova in termini non equivoci nelle narrazioni bibliche, in s, Agostino, s. Girolamo, s. Giovanni Grisostomo, s. Gregorio Nazianzeno. I più sapienti filosofi dell’antichità l’hanno ammesso; Platone, Zoroastro, Confucio, Pitagora… Lo troviamo nei misteri e negli oracoli … negli indovini e fattucchieri del Medio Evo…. In tutto lo stuolo delle ninfei dei geni buoni e cattivi, delle siili, de’gnomi, delle fate, dei folletti, ecc. » (Rivista spiritistica, 8 gennaio 1858.). Tale dunque si è la bella genealogia dello Spiritismo. Da quanto confessa il loro più solenne maestro, gli spiritisti moderni hanno per antenati e colleghi tutte le pitonesse, tutte, le maliarde, tutti gli Spiriti dei tempi antichi. Quest’antichità loro piace, e se ne vantano. Cosi vediamo compiacersi i Protestanti d’aver per loro antenati gli Ussiti, i Valdesi, gli Albigesi, e per mezzo di essi farsi su, fino ai primi tempi della Chiesa. Nel programma d’una magnetizzatrice, dimorante in uno dei bei quartieri di Parigi, leggiamo (marzo 1864): « La scienza, di cui ci accingiamo a parlare ai nostri lettori, è certamente una delle più antiche ed importanti per l’umana specie. Prima del secolo decimosesto, era questa scienza conosciuta sotto il nome di Spirito, di sortilegio e di magia. Due secoli dopo, il dottore Mesmer ravvisò, in questa scienza non definita, un potente agente che s’insinua per influenza- celeste, presso i nervi, de’quali sviluppa l’attività, ecc. » – Il summenzionato messere, che dello Spiritismo ha tessuto la genealogia che abbiamo veduto, dice giusto, giustissimo: i fenomeni spiritistici dei tempi nostri sono i medesimi dell’antichità pagana, e dei popoli che ancora giacciono nelle tenebre dell’idolatria. Qual differenza infatti trovate voi, se non forse nella forma, tra le evocazioni  gli oracoli, le consultazioni, i prestigi che vediamo, dopo diciotto secoli di Cristianesimo, ricomparire in Europa, e quanto avveniva, due mila anni fa, a Claros, a Dodona, a Preneste, in tutte le città dei Greci e dei barbari, come dice Plutarco, e quanto tuttavia avviene in Africa, nelle Indie, nel Tibet, nella Cina, insomma dovunque non fu predicato il Vangelo? Se l’autore non fosse stato accecato dal suo premeditato intento, avrebbe conchiuso dicendo: l’identità degli effetti mostra l’identità della causa. Or, l’antichità tutta attribuisce a’demoni, e non alle anime dei morti, i fenomeni dello spiritismo: dunque se non si può far contestazione sul fatto, nemmeno sulla causa. (I cattolici si rammenteranno che sarebbe altrettanto pericoloso che assurdo, il negare nel loro complesso l’autenticità delle manifestazioni diaboliche attuali, La negazione del soprannaturale satanico, conduce alla negazione del soprannaturale divino. Quello satanico non è tale che per rapporto a noi; rapporto ai demoni è naturale. Questo è il significato che noi diamo a questa parola nel corso dell’opera nostra). – Che tutta l”antichità attribuisca ai demoni cotali fenomeni, è fatto che nessuno può negare senza dar nello scetticismo. E avendolo noi già provato, basti qui recar Tertulliano; il quale strappando, già ben diciasette secoli fa, la maschera ai pretesi morti di Allan Kàrdec e degli spiritisti moderni, diceva: « La magìa promette di evocare i morti. Che dunque diremo essere la magìa? quello che la dicono quasi tutti, un inganno. Ma è inganno che è noto soltanto a noi cristiani, che sappiamo i fatti degli spiriti maligni. I demoni sono autori della magia, per mezzo della quale si danno per morti. Ben s’invocano dunque i morti giovani, e di morte violenta; ma sono i demoni che operano, sotto la maschera dell’anime. » [Magia…. quæ animas…. evocaturam te ab inferum incolatum  pollicetur. Quid ergo dicemus magiam? quod omnes pene, fallaciam. Sed ratio fallaciæ solos non fugit cbristianos, qui spiritualia nequìziæ novimus…. In qua se dæmones perinde mortuos fingunt…. Itaque invocantur quidem Ahoxi et Biothanati, sed dæmones operantur sub obtentu earum (animarum). De Anim c. LVII]. Sant’Agostino aggiunge: « Questi «piriti, ingannatori non per natura ma per malizia, si dantio per iddii o per tante anime dèi morti, e non per demoni come sono realmente. » – Al chiaro parlare della tradizione, i Padri aggiungevano l’autorità detratti. Colle prove alla mano, essi disvelavano la natura di quei pretesi morti, facendo notare gli errori .e l’immoralità della loro dottrina; e nulla è mutato. Non ostante tutti i suoi artifizi, in nessuna altra cosa il demonio si mostra più evidentemente che nell’insegnamento che dà ai moderni spiritisti, coll’incarico di farsi suoi organi. E il suo insegnamento, strano miscuglio di vero e di falso, adesso come già in altri tempi, finisce con errori radicali. In fatti, il Cattolicesimo è la verità, tutta la verità, niente altro che tutta la verità; ed ogni affermazione contraria è errore, e viene senz’altro dal Padre della menzogna. – Or bene, gli Spiriti insegnano sei errori, vale a dire sei negazioni, che menano alla totale distruzione del Cattolicesimo. Essi negano: 1° resistenza dei demoni; – 2° Teternità delle pene ; – 3° la risurrezione dei corpi; – 4° il peccato originale; – 5° la rivelazione cristiana; – 6° e per conseguenza la divinità stessa di nostro Signore. – Mano alle prove. Per l’organo di tutti i loro medium e specialmente per bocca del loro gran sacerdote, Allan-Kardec, gli Spiritisti dicono: « Lo spiritismo, così essi, impugna l’eternità delle pene, il fuoco materiale dell’inferno, la personalità del diavolo. Secondo la dottrina degli spiriti intorno a’demoni, il diavolo è la personificazione del male; è un essere allegorico, che ha in sé tutte le male passioni degli spiriti imperfetti. Gli spiriti altro non sono che le anime. « Gli Spiriti prendono temporaneamente un corpo materiale. Quelli che seguono la via del bene camminano avanti più presto, sono meno lenti a giungere alla mèta e vi giungono senza penar tanto…. Il perfezionamento dello Spirito è frutto del suo proprio lavoro. Non potendo, in una sola esistenza corporale, acquistare tutte le qualità morali e intellettuali, che lo devono condurre alla mèta, e vi giunge per mezzo di varie esistenze successive, in ciascuna delle quali fa alcuni passi innanzi nella via del progresso…. Quando un’ esistenza fu male spesa, resta senza profitto per lo spirito, il quale deve ricominciarla da capo, in condizioni più o meno penose, secondo la sua negligenza e mal volere…. « Gli Spiriti, incarnandosi, recano seco quello che hanno acquistato nelle esistenze precedenti. Le cattive inclinazioni naturali formano quei rimasugli d’imperfezioni dello Spirito, di cui non s’è interamente purgato: sono i segni delle colpe che ha commesse ed il vero peccato originale…. Dicendo che l’anima, rinascendo, porta seco il germe della sua imperfezione, delle sue esistenze antecedenti, viene a darsi del peccato originale una spiegazione logica, che ognun può intendere ed ammettere…. « Nelle sue incarnazioni susseguenti: essendosi lo spirito a poco a poco spogliato delle sue impurità e perfezionato col lavoro, giunge al termine delle sue esistenze corporali, appartiene allora all’ordine degli spiriti puri, ossia degli angeli, e gode ad un tempo la piena vista di Dio ed una perfetta felicità in eterno. (Intorno alla pretesa rincarnazione delle anime, gli spiritisti non sono d’accordo. Allan Kardec e la sua scuola lo sostengono; Pierart e la sua scuola lo negano radicalmente. Ma spiritisti e spiritualisti, Kardec e Pierart sono d’accordo per attaccare il Cristianesimo e sostituirvi la religione degli Spiriti). – « Lo Spiritismo è indipendente da ogni culto particolare…. E’ non ne prescrive alcuno, né bada a dommi particolari..,. Si può dunque essere cattolico, greco o romano, protestante, ebreo o turco…. ed essere spiritista; e se n’ha la prova in ciò che lo Spiritismo ha seguaci in tutte le sètte…. Uomini di qualsiasi classe, sètta, colore, voi siete tutti fratelli: perché Dio tutti vi chiama a sé. Stendetevi dunque la mano, qualunque sia la vostra maniera di adorarlo, e non mandatevi a vicenda l’anatema; imperocché l’anatema è la violazione della legge di carità proclamata da Cristo. » [Lo spiritismo nella sua più semplice espressione, p. 15, 16, 18, 19, 21, 22, 28, 5a ediz. 1868 — e Istruzioni pratiche sulle manifestazioni spiritiche, passim, Parigi, 1858. — Voi non sapete ciò che vi dite: il Cristo del quale voi invocate l’autorità non ha Egli lanciato l’anatema contro quegli che non crede? « Colui che non crederà sarà condannato; è già giudicato, Colui che non ascolta la Chiesa deve essere tenuto per un pagano e un pubblicano. » La vostra carità senza la fede è una chimera. L’unione dei cuori suppone l’unione degli intelletti. — Gli stessi errori sono insegnati in tutti i libri e giornali spiritisti]. [Oggi si sente lo stesso ritornello, “siamo tutti fratelli” nelle logge massoniche e nella “sinagoga di satana” del “novus ordo”, la cui radice culturale è con tutta evidenza la stessa: lo spiritismo infernale ed il culto del baphomet! – ndr.-]. – Il credereste? per render loro agevole la via, lo Spiritismo ha l’audacia di mettere i suoi errori in bocca a persone le più santamente cattoliche; san Giovanni Evangelista, san Paolo, sant’Agostino, san Luigi, san Vincenzo dei Paoli, i nostri celebri predicatori e perfino il ven. curato d’Ars tornano dall’altro mondo, a dire ai vivi che i nostri dommi sacrosanti sono favole; ed essi, per conseguenza, ingannati od impostori! Non è questa in verità la più radicale e perfida negazione del Cattolicismo, che mai si sia veduta tra i popoli cristiani? [Il povero mons. Gaume si sbagliava, ma non poteva certo immaginare che la negazione più perfida sarebbe avvenuta dal 1958 in poi, nella falsa chiesa-sinagoga dell’uomo, con il diabolico ecumenismo del “novus ordo”– ndr. -]  Ne volete di più per far conoscere la natura degli Spiriti che rispondono alla chiamata degli Spiriti? Nondimeno, il distruggere la religione del Verbo incarnato non è altro che la parte, direm cosi, negativa dell’opera: ha la sua parte positiva nel sostituire alla religione del Verbo la religion degli Spiriti, vale a dire dei demoni. « Gli Spiriti annunziano, vel dice Allan Kardec, che i tempi, segnati dalla Provvidenza per una manifestazione universale, sono giunti [basta dare un’occhiata alle 4 logge massoniche in Vaticano! –ndr.- ]: e che, essendo essi ministri di Dio e strumenti della sua volontà, la loro missione è d’istruire ed illuminare gli uomini, aprendo un’era nuova per la rigenerazione del genere umano…. – « Parecchi scrittori di buona fede, che hanno impugnato a spada tratta lo spiritismo, rinunziano ad una lotta ravvisata inutile. Di vero, la necessità d’una trasformazione morale va facendosi ogni dì meglio sentire. Lo sfacelo del vecchio mondo è imminente; attesoché le idee da lui predicate non corrispondono più all’altezza, cui è giunta l’umanità intelligente. Si sente che ci vuole qualche cosa di meglio di quel che esiste, e nel mondo attuale lo si cerca invano. Gira per aria qualche cosa come una elettrica corrente preannunziatrice, e ognuno sta in aspettazione; ma ciascuno intende altresì che non è all’umanità che tocca indietreggiare. » [Rivista spiritista, gennaio 1864, p. 4 e 5.]. – Ma dove anderà ella? Gli spiriti dichiarano a voce unanime ch’essa va allo spiritismo. « Lo Spiritismo,, dicono, è la Religione dell’avvenire. [Ne abbiamo un esempio nel cosiddetto “rinnovamento nello spirito … non Santo, movimento trainante del “novus ordo” – ndr. –]”.  Lo spiritismo è la religione legata agli uomini da Cristo, purificata da tutti gli errori, che il loro orgoglio o la loro ignoranza vi hanno introdotto…. -Lo Spiritismo è lontano dall’essere una nuova religione, ma la stessa essenza dei principii sublimi che il Cristo ha legati agli uomini, presentiti da Socrate e da Platone; imperocché niente è venuto a distruggere, bensì ad appurare la legge mosaica, come oggi lo spiritismo quella del cristianesimo. » [La Verità giornale spiritista di Lione, L’Avvenire, Monitore dello spiritismo, 24 novembre 1864. Quest’ultimo giornale aveva per redattore in capo, Alis d’Ambel, luogotenente di Allan Kardec, il quale secondo l’uso troppo comune tra gli spiritisti, sì è suicidato.]. – Altrove: « Lo spiritismo chiarisce tutto; egli é la sintesi di tutte le scienze, di tutte le rivelazioni, di tutte le religioni. Come il Cristianesimo di cui è il complemento e la consacrazione, così lo spiritismo avrà i suoi Giuda: e come questa dottrina sacra, così gli bisognerà rovesciare, migliaia di ostacoli che il vecchio mondo e le vecchie credenze coalizzate dirigono e dirigeranno da tutte le parti contro di lei. » [Avvenire id.,8 settembre 1864]. Uno dei loro medium, parlando sotto l’influenza dello Spirito, è ancor più esplicito : « Si, lo spiritismo è una religione, poiché essa procede dalla onnipotenza dell’Altissimo, ma non come nel vostro mondo s’intende questa parola, vale a dire contornata da culto esteriore, di simulacri, di canti,, corteggio obbligato di tutte le istituzioni, le quali sino a questo giorno hanno preso questo titolo. Lo Spiritismo è la religione del cuore, lo spirito dei pensieri emessi da Cristo…. Oggi la religione cristiana non vive più, atterrita alla sua volta da un cattolicismo pagano…. cioè da quella religione falsata dalle tradizioni, dalle dispute teologiche, dai concili che l’attuale spiritismo ha per missione di rigenerare. » [Come sopra, 17 novembre 1864]. [Sembra di riascoltare il “benemerito” patriarca universale degli “Illuminati di Baviera”, quando si faceva adorare come Principe degli Apostoli! – ndr. -]]. Medesime dottrine o piuttosto medesime bestemmie sulle labbra di un altro Spirito parlante a Parigi per l’organo del medium P. S. Leymarie: « Le tendenze dell’uomo hanno cambiato ; l’epoca attuale,* come la crisalide, sembra trasformarsi per prendere ali: la scienza degli Spiriti, impossibile cinquant’anni fa, adesso s’identifica col generale buon senso. Voi ascoltate queste voci amiche che vengono a distruggere le vostre incertezze. Il loro programma è un lavoro di propaganda spirituale. Quel che vogliono è la rinnovazione delle idee religiose come base e condizione della società europea, riorganizzata su nuovi principi…. È un lavoro religioso tale che sarà l’opera capitale di questo secolo; e uno dei più grandi movimenti dell’intelligenza umana dopo Gesù Cristo. » [Avvenire, Monitore dello Spiritismo, 17 novembre 1864]. E altrove : « Si, lo spiritismo è altresì una leva potente che deve rendere alla morale cristiana il suo movimento normale ed effettivo attraversato da tanti secoli. Si, l’unico suo scopo e il suo effetto immediato è per l’appunto la rigenerazione dell’umanità.  » [Avvenire, monitore dello spiritismo, 17 nov. 1864]. – Più sotto : « Se qualcuno vi domanda ciò che lo spiritismo ha insegnato, dite, che egli ha da principio insegnato ciò che la maggior parte degli uomini avevano bisogno di sapere, cioè che cosa é l’anima; ciò che essa diventa dopo la morte; se vi sono delle purgazioni o stati intermedi; qual progresso vi si compie…. che Dio in questo momento prepara la razza umana ad una universale restaurazione; che nessun cristianesimo vale una festuca, salvo il cristianesimo primitivo, e che il vecchio cadavere delle Chiese oggidì esistenti, deve da prima ricevere un nuovo alito di vita se esse vogliono rivivere. » [Spiritual Magazine, apr. 1863] – [sembra un discorso dopo l’Angelus attuale! –ndr.- ] Potremmo citare cento altri passi simili, in cui gli Spiriti dichiarano che il Cattolicismo è una istituzione decrepita; il Nostro Signore Gesù Cristo un semplice mortale, la Chiesa una maestra d’errori, tutte le religioni tante sette non intelligenti, e lo spiritismo la sola vera religione, là religione dell’avvenire. Non contenti di predicare nei loro libri, nei loro giornali, nelle loro assemblee, nelle loro conversazioni particolari, la religione degli Spiriti, gli addetti la predicano anche pubblicamente e la propagano con successo. Essi la praticano, e qual nome dare a quel che noi vediamo? – L’ evocazione degli spiriti, la consultazione orale, l’idromanzia, la negromanzia, l’ornitomanzia, la divinazione, il magnetismo, il sonnambulismo artificiale ed altre pratiche spiritiste, esercitate senza scrupolo e senza spavento, da una moltitudine di persone, nell’antico e nel nuovo mondo, non sono essi forse nient’altro che un avviamento verso il culto dei demoni, o piuttosto non sono questo culto medesimo? Così lo comprendono gli spiriti. Ci hanno detto: per essi lo spiritismo non è una semplice scuola di filosofia, ma una religione, e lo provano con la loro condotta. Ogni religione mira a mettere l’uomo in diretta relazione col mondo sovrannaturale, con mezzi sovrannaturali, allo scopo di ottenere effetti sovrannaturali. Lo scopo palese degli spiritisti è di mettersi in immediata comunicazione cogli Spiriti. Il mezzo che usano, è la preghiera. La preghiera è l’atto fondamentale di ogni religione, il cui carattere n’é quindi determinato. Il Cattolicismo è la vera religione, perché la sua preghiera è indirizzata al vero Dio. Il paganesimo è religione falsa, perché la sua preghiera è indirizzata al demonio. Lo spiritismo, che indirizza la sua preghiera ai demoni celati sotto la maschera dei morti, è dunque una religione, ed una religione falsa. [Perfìn nel linguaggio affettano i religiosi loro intendimenti, parlandosi o scrivendosi; si chiamano: cari fratelli nello spiritismo.]. –  Il che appare tanto più vero, in quanto hanno costoro per scopo, d’ottenere il dono di guarire i malati, e la potestà di scacciare i demoni. « I nostri medium risanatori, così eglino stessi, cominciano con innalzare la loro anima a Dio…. Iddio, sollecito, manda loro potenti aiuti…. Sono gli spiriti buoni che vengono a comunicare il benefico loro fluido al medium, il qual lo trasmette al malato. Quindi é che il magnetismo adoperato dai medium risanatori, è cosi efficace, e produce quelle guarigioni che son dette miracolose e che son dovute semplicemente alla natura del fluido effuso sul medium. Attesoché questi benefici fluidi sono proprietà degli spiriti superiori, è quindi necessario ottenere il concorso di questi; e perciò ci vuole la preghiera e l’invocazione. 1 » [Bivista spiritica, gennaio 1864, p. 8-10]. Aggiungono che la preghiera è necessaria specialmente nel caso di ossessione; perché bisogna avere il diritto d’imporre la sua autorità allo spirito.  [Id., p. 12]. Essi annunziano che fra breve le ossessioni diventeranno frequentissime, e saranno il trionfo dello spiritismo. « Codesti casi di possessione, secondo che è annunziato, si hanno a moltiplicare con grande energia, di qui a qualche tempo, acciocché sia fatta ben bene palese l’inefficacia dei mezzi adoperati finora. Anzi una circostanza di cui noi non possiamo ancora parlare, ma che .ha una cotale analogia con quanto avvenne ai tempi di Cristo, contribuirà a sviluppare questa specie di epidemia diabolica. Non v’ha dubbio pertanto che si vedranno medium speciali, forniti della potestà di cacciare gli spiriti cattivi, come gli apostoli avevano quella di cacciare i demoni…. per dare agli increduli una novella prova dell’esistenza degli spiriti. » [Ibid., p. 12. — Non ammettendo gli spiritisti, angeli cattivi, quel che da loro vien chiamato demonio, altro non vuol essere che un’anima impurificata. Tutto è nuovo: idee e parole]. – Intanto che si aspetta codesta epidemia diabolica, gli Spiritisti già si trovano aver alle mani alcune speciali ossessioni, e malattie credute incurabili. Ecco in che modo gli addetti risanatori scrivono ai loro capi: «Stiamo in questo punto curando un secondo epilettico. La malattia questa volta sarà per avventura più malagevole a guarire, perché é ereditaria. Il padre ha lasciato ai suoi quattro figliuoli il germe di codesta affezione. Ma con l’aiuto di Dio e degli spiriti buoni, noi speriamo di riuscirne a bene in tutti e quattro. Caro maestro, noi chiediamo l’aiuto delle vostre preghiere e quelle dei nostri fratelli di Parigi. Sarà per noi quest’aiuto incoraggiamento e stimolo ai nostri sforzi. E poi, i vostri buoni spiriti-possono venire ad aiutarci. « M. G-…. di L…. ci deve condurre suo cognato, cui un spirito malefico soggioga da due anni in qua. La nostra guida spirituale Lamennais c’incarica della cura di questa ostinata ossessione. Iddio ci darà egli altresì la podestà di scacciare i demoni? Se così fosse, altro non avremmo a fare che umiliarci per si alto favore. » Lettera d’un ufficiale de’Cacciatori, che dice: «Noi passiamo le lunghe ore d’inverno attendendo con ardore allo svolgimento delle nostre facoltà medianimiche. La triade dei 4° Cacciatori, sempre unita, sempre vivente, si ispira ai suoi doveri. » Ibid., p. 6, e 7]. – Per ottenerlo, i maestri, giusta gli oracoli loro venuti dall’altro mondo, rispondono: «Ad agire sullo Spirito ossessore, vuolsi l’azione non meno energica d’uno spirito buono disincarnato… Questo vi mostra quel che dovrete fare d’or innanzi, in caso di possessione manifesta. Bisogna chiamar in vostro aiuto la persona d’uno spirito elevato, fornito ad un tempo di potenza morale e fluidica; come, per es., l’eccellente curato d’Ars, e voi sapete che sull’assistenza di questo degno e santo Vanney potete contare…. Quando si magnetizzerà Giulio bisognerà innanzi tutto cominciare colla’ fervente evocazione del curato d’Ars e degli altri Spiriti buoni, che ordinariamente si comunicano fra voi, pregandoli di agire contro i cattivi Spiriti che molestano codesta fanciulla, e che fuggiranno dinanzi alle limane loro falangi » [Rivista spiritistica, p. 16-17]. – Tranne lo scherno vituperoso e inaudito, con cui satana pretende d’avere per complici dei suoi prestigi gli Apostoli e i santi del cielo, non è egli cotesto precisamente quello che in altri tempi già facevano i pagani, e ancora fanno i moderni idolatri? Non invocano essi forse continuamente i genii buoni contro i cattivi? Finora gli Spiriti buoni degli Spiritisti si sono, per lo manco pubblicamente, contentati di chieder preghiere: ma se chiedessero poi, per prezzo dei loro favori, una genuflessione, un granello d’incenso, un voto, un’offerta qualunque, è egli ben certo che tale omaggio lor sarà diniegato? È egli ben certo che non esigeranno tale omaggio, che non ne esigeranno anzi di maggiori? In questa materia non accade asseverare per certo, né questo né quello. Quando si fa ciò che il demonio volle ed ottenne dagli antichi pagani, ciò che vuole e ancora ottiene da’moderni idolatri; quando si pensa che sotto l’influenza1 dello spirito del 93 che punto non era lo Spirito Santo, la Francia ufficiale ha adorata una cortigiana, e che Parigi edificò un tempio a Cibele, s’intende che nulla v’ha d’impossibile. Quanto a noi, restiamo con la triste convinzione che se lo Spiritismo giungesse a dominare la società, e venisse  vaghezza agli Spiriti di chiedere, come già altre volte, combattimenti di gladiatori, ne sarebbero contentati, e la gente trarrebbe in folla allo spettacolo. – Essi la praticano pubblicamente. Lo spiritismo ha preso corpo; egli si è autenticamente costituito sotto il nome di Società parigina degli studi spiritisti, alla quale vanno a congiungersi i gruppi spiritisti della Francia e dell’estero. Dietro il parere del Ministro dell’Interno e della Sicurezza generale, il governo francese, che ha dichiarato la franco-massoneria società d’ utilità pubblica, ha riconosciuto ed autorizzato lo spiritismo per decreto del prefetto di polizia, in data del 13 aprile 1858. [Regolamento della Società Parigina degli studi spiritisti, p. 1]. In perfetta armonia con lo spirito moderno e col principio ateo dell’eguaglianza dei culti, questa società forma, come essa medesima lo dice, il nucleo di una nuova religione, la quale ammette nel suo seno uomini di ogni casta, di ogni setta, di ogni colore, alla sola condizione di credere agli Spiriti e di accettare le loro dottrine. – À fine di provvedere alle spese del culto, la religione spiritista ha le sue finanze. L’articolo 15 del regolamento reca: « Per provvedere alle spese della Società, si paga una tassa annuale di 24 lire pei titolari, e di lire 20 per gli associati liberi. I membri titolari, nella loro accettazione, pagano inoltre un diritto d’entrata di 10 lire una volta tanto. » Codeste tasse, formando considerevoli somme à disposizione dei capi della società, riescono nelle loro mani, potenti mezzi di propagazione. – Ha le sue adunanze periodiche. Art. 17 : « Le sedute della società hanno luogo tutti i venerdì alle 8 della sera. Niuno può prendere la parola senza averla prima ottenuta dal presidente. Tutte le domande indirizzate agli Spiriti devono farsi per mezzo del presidente. » – Art. 21. « Le sedute particolari sono riservate Smembri della società. Si tengono il primo, il terzo e, se v’ è, il quinto venerdì d’ogni mese. » – Art. 22. « Le sedute generali han luogo il secondo e quarto venerdì d’ogni mese. » Secondo ché abbiamo visto, in codeste congreghe tutte le domande si devono dal presidente indirizzare agli Spiriti, e ognuno deve ascoltarle in religioso silenzio. In alcune, l’evocazion degli Spiriti si fa con questa formula: « Io prego Iddio onnipotente di porgere orecchio alla mia supplica, di permettere ad uno Spirito buono (oppure allo spirito di tal persona) di venir qui fino a me, di farmi scrivere sotto la sua influenza. » L’evocatore prende una penna, oppure una matita, la cui punta mette lievemente sulla calia, aspettando che lo Spirito venga egli stesso a guidargli la mano. « Questa mano, dicono gli Spiritisti, è una macchina che lo Spirito disincarnato signoreggia a talento. » Il fatto sta che i medium possono discorrere di cose affatto diverse da quelle che scrivono, con le persone astanti, e pur mentre il loro braccio va con una prestezza bene spesso meravigliosa. La è, sotto altra forma, una continuazione delle antiche pitonesse. Essi la propagano con successo. Lo Spiritismo ha i suoi predicatori ed Apostoli. In America, paese suo natio, ventidue grandi giornali sono diventati suoi organi. In Francia ne conta dieci, a Parigi la Rivista Spiritista (mensile) redatta da Allan Kardec, la Rivista Spiritualista (mensile) redatta da Pierart; [La Rivista spiritista esce ogni mese, e se ne tirano 1800 copie: della Rivista spiritualistica, 600: le quali cifre, paragonate alle migliori Riviste cattoliche, similmente periodiche, sono in verità enormi. L’Avvenire Monitore dello Spiritismo (settimanale); a Lione, la Verità, giornale della spiritismo (settimanale) ; a Bordeaux, l’Alveare Bordelese (bimestrale); il Salvatore dei popoli (settimanale); La luce per tutti (settimanale); La voce dell’altro mondo (settimanale) ; a Tolosa, il Medium evangelico, (idem); a Marsiglia, L’eco del mondo di là (idem); Il Belgio ne ha due: Il mondo musicale (idem), a Bruxelles ; la Rivista Spiritista a Anversa (mensile). Torino, gli Annali dello Spiritismo (mensile); Bologna la Luce; Napoli ha il suo; Palermo pure; Londra i suoi; Spiritual Magazine; Spiritual Times; la Germania i suoi. Possiamo aggiungere l’Almanacco Spiritista che si stampa a Bordeaux. Appena abbiamo noi in Francia ed in Italia altrettanti organi assolutamente cattolici. Oltre a queste pubblicazioni periodiche, libri d’ogni prezzo e formato, altri dotti ed altri popolari, avidamente letti, attivamente spacciati, propalano le risposte degli Spiriti, e le loro dottrine, per irrecusabile prova delle quali sono fatti valere i prestigi. E niuno creda che noi diciamo queste cose a caso, alla leggiera. Abbiamo sottecchi più di sessanta opere spiritistiche, di recente pubblicazione, delle quali altre sono alla terza, altre alla quinta, altre alla sesta, altre alla duodecima edizione. Ed una delle più pericolose di codeste opere, per il suo prezzo e formato, è, per l’Europa, tradotta in tedesco, in portoghese, in polacco, in italiano, in spagnolo; e, per l’oriente, in greco moderno. Nel 1863 quest’opera contava già cinque edizioni. Lo stesso avviene in Inghilterra; l’Allemagna è di tali opere inondata. Aggiungasi che da qualche tempo esiste a Parigi una scuola di spiritismo tenuta da due donne; una locanda spiritista, e nel dipartimento dell’Oise uno stabilimento di educazione spiritista. Londra ha un liceo spiritista, diretto da un sig. Powell.Per conseguenza, La religione degli Spìriti ha i suoi discepoli in tutte le età ed in tutte le classi della società. Le officine, la borghesia, i tribunali, la nobiltà, la, medicina, l’esercito soprattutto gli forniscono il loro contingente. D’anno in anno questo contingente aumenta in un modo spaventoso. «Quest’anno 1863, scrive Allan Kardec, è segnato dall’accrescimento del numero dei gruppi di società che si sono formati in una moltitudine di località dove ancora non ve n’erano, tanto in Francia che all’estero; segno evidente dell’aumento del numero degli addetti e della diffusione della dottrina. Parigi che era rimasta addietro, cede talmente all’impulso generale e comincerà a muoversi. Ogni giorno vede formarsi delle particolari riunioni per uno scopo eminentemente serio e in eccellenti condizioni; la società che noi presiediamo vede con gioia moltiplicarsi intorno a sé dei vivaci rampolli, atti a spargere la buona sementa. Se per un istante si è potuto concepire qualche timore sull’effetto di certe dissensioni nel modo di considerare lo spiritismo, un fatto é di natura da dissiparli completamente; si è il numero sempre crescente delle società, le quali, da tutti i paesi si pongono spontaneamente sotto il patrocinio di quella di Parigi e inalberano la sua bandiera. » [Stato dello Spiritismo al 1863. Rivista spiritica, gennaio, 1864]. – I ragguagli che abbiamo potuto aver fra le mani, danno, che Parigi ha non meno di cinquanta mila Spiritisti, o persone di ogni condizione, dedite abitualmente, come attori o spettatori alle pratiche dello Spiritismo. Calcolare il numero degli Spiritisti a Parigi, sul numero dei centri di riunioni ufficialmente noti, e su quelli dei membri che li frequentano, sarebbe un errore. Oltre i crocchi pubblici, vi sono le riunioni private, chiamate dagli Spiritisti riunioni di famiglia. Possiamo affermare che queste riunioni sono più che moltiplicate, quasi che permanenti, frequentatissime e che si trovano in tutti i quartieri di Parigi. In queste riunioni, prolungate sino a notte avanzata, migliaia di Cristiani fanno ciò che facevano i pagani a Delfo, a Claros, in tutti i tempi d’oracoli, evocazioni, e consultazioni, precedute o seguite da preghiere agli Spiriti. – Possiamo altresì affermare che a Parigi molti medici hanno al loro servizio, per consultar sulle malattie; sonnambule, fanciulle o donne; dì guisa che il magnetismo artificiale diventa una professione come un’altra; e i sonnambuli punto non temono, al pari delle altre professioni, di spargere i loro programmi e procacciarsi clienti. – Ne sia, fra gli altri una prova, questo che fu fatto girar per Parigi (marzo 1864); « Belle maraviglie del onagnetismo e del sonnambulismo e delle loro applicazioni rigeneratrici. — La signora F., dopo aver fatti con buon esito parecchi corsi e subiti gli esami dei professori medico-magnetizzatori, esercita da dieci anni questa meravigliosa scienza, con soddisfazione delle persone da lei pienamente guarite. Può trovarsi, ad ogni ora, in sua casa, via S.-H. dove si é sicuri di avere una sonnambula di primo grado di lucidità, colla quale s’entra in relazione; e soddisfa ad ogni domanda. « Si può alla sonnambula fare ogni possibile domanda, senza tuttavia offendere la buona creanza; si può chiedere ogni parere o consulto sulla probabile riuscita d’un matrimonio, d’un processo, d’una speranza di futura o presente eredità; su ogni smarrimento d’oggetti, o denaro, anche sotterrato o nascosto. La sonnambula risponderà ad rem con lucidità e presenza di spirito sui risultati di cose lontane, anche, milleduecento leghe. Se la persona che consulta ha una malattia qualunque, la consultata sentirà da sé stessa la parte malata, e potrà dare consigli, senza aver mai imparata la maniera di guarire. » Leggesi ancora il seguente annunzio: Sibilla moderna, sonnambula eminentemente lucida, via della Senna, 16, primo piano, a Parigi. Avvenire politico e privato. Malattie inveterate e incurabili. Spiegazione dei sogni, previsioni, ricerche e informazioni diverse. Riceve tutti i giorni dalle ore 10 alle ore 5. Si può avere la consultazione mediante lettere indirizzate franche alla Sibilla. Se queste promesse non avessero altra malleveria che la parola della sonnambula, sarebbe permesso di dubitarne; ma c’è ben altro. Le riferite domande sono né più né meno che le stesse che si proponevano agli antichi oracoli; a tal segno che, leggendole, quasi ti crederesti leggere una pagina di Porfirio. Ispirate dal medesimo spirito, sciolte con analogo procedimento, e quelle e queste hanno dunque lo stesso valore. Or bene, l’autorità degli oracoli era stabilita, stabilitissima; vale a dire, in altri termini, falsissimo crederebbe, chi pensasse tutto essere stato falsità nelle loro risposte. – A guisa di Parigi procedono le provincie. Tra tutte, la città della SS. Vergine, Lione, si distingue pel suo fervore al nuovo culto e pel numero degli aderenti che essa gli dà. È a tal punto, ci scrive da questa città una persona bene informata, che il capo dello spiritismo, Allan Kardec, il quale passando da Lione nel 1861, vi contava appena quattro o cinque mila spiritisti, nel 1862 punto non teme di portar quel numero a venticinquemila. Credo però di non essere lontano dal vero, riducendo tal numero a quindici o ventimila. » – Bordeaux conta circa diecimila spiritisti. Metz, Nancy, Lisieux, Oléron, Marennes, Le Havre, Saumur, Marsilia, Arbois, Strasburgo, Brest, Montreuil-sur-Mer, Carcagsonne, Chauny, Lavai, Angers, Moulins, Gallóne vicino a Tullìns, Passy, Saint-Ètienne, Tolosa, Limoges, Pontfouchard, Marmande, Macon, Valence, Niort, Douai, Pau, Villenave-de-Rions, Cadenet, Grenoble, Besangon, posseggono tanti gruppi di spiritisti più o meno numerosi. Fuori di Francia, Bruxelles, Anversa, Pietroburgo, Algeri, Constantina, Smirne, Palermo, Napoli, Torino, Firenze, gareggiano di zelo per lo spiritismo e altre pratiche diaboliche. [Nel numero del 21 marzo 1861, il giornale italiano il Movimento contiene quest’annunzio: Trovasi da qualche giorno in Genova il signor Francesco Guidi, professore di magnetologia. E gli percorre l’Europa da undici anni dando delle pubbliche sedute di magnetismo. Ne darà una sabato sera al Teatro Nazionale di Sant’Agostino. »Gli stessi cattolici che vogliono occuparsi dello spiritismo ne costatano i progressi. « Al tempo nostro non si vive più, poiché non c’è tempo; ma si consuma la vita, di maniera che gli avvenimenti invecchiano rapidamente, e cessano presto d’attrarre l’attenzione, anche quando le loro conseguenze continuano a svolgersi. Ecco perché il pubblico ha cessato da qualche tempo di occuparsi dello spiritismo, quantunque il mostro non cessi di crescere. Sì, non bisogna dissimularselo, lo spiritismo non cessa di guadagnare nuovi sèttari, favorito com’é dalla generale tolleranza…. Abbiamo raccolto numerosi fatti e degni di un serio esame. »Fondati su fatti a noi molto ben noti, e su altri, non così noti a noi, ma che ci paiono autentici, gli spiritisti proclamano baldanzosamente i loro progressi sempre crescenti. « Dacché egli apparve, lo Spiritismo non ha mai cessato di crescere, non ostante la guerra fattagli; e al presente ha piantata la sua bandiera su tutti i punti del globo. I suoi aderenti si contano a milioni; e se si pone mente alla via che ha fatta da dieci anni in qua, tra gl’innumerevoli ostacoli opposti, si può giudicare quel che sarà di qui a dieci anni, tanto più che gli ostacoli scemano di mano in mano che va innanzi. » [Discorso del presidente della Società spiritica di Marennes, Rivista ecc., gennaio 1864]. In Oriente lo stesso progresso. Il Presidente della Società Spiritista di Costantinopoli cosi si esprime: Voi conoscete da lungo tempo la mia devozione alla causa spiritista. Secondato dai Signori Valauri e Montani, io non trascuro nessuna occasione per farla penetrare nello spirito della popolazione di Costantinopoli. Perciò, confesso con legittima soddisfazione che i nostri sforzi non sono stati infruttuosi…. Laonde noi che rappresentiamo gli spiritisti di Costantinopoli gridiamo : coraggio!… L’idea spiritista non é più una grande incognita. Come una rugiada penetrante essa ha fatto rinvigorire il vecchio globo. Essa ha già fatto il giro del mondo, e dovunque essa penetra, ha fatto sorgere dei ferventi adepti. Non è questa una prova evidente del suo intrinseco valore? Cosi lo spiritismo deve da qui innanzi camminare a testa alta…. Il passato è finito, l’èra dell’inferno è chiusa. L’èra della pace, della libertà e dell’amore sorge all’orizzonte. Gloria a Dio nel più alto dei cieli. » [Costantinopoli, 8 novembre 1864 ; il vostro fratello in spiritismo. B. Bepos. Avvenire Monitore dello Spiritismo, 20 aprile 1865]. – Finalmente, da calcoli fatti altrove, colla maggiore esattezza possibile, si ha che il numero degli spiritisti è di cinque milioni. [Vedi l’ottima rivista napoletana La Scienza e la fede, giugno 1863, p. 374.]. – Misuriamo adesso il cammino che lo spiritismo ha fatto dopo sedici anni. Nella sua origine non era che un divertimento, una moda, un giuoco, tutt’al più un oggetto di curiosità più o meno vana. Propagato da principio come una traccia di polvere nell’antico e nel nuovo mondo, sembrava ora scomparso. Lo si credeva morto e non era che addormentato. Con la guerra d’Italia si è risvegliato più vivace che mai. Gettando la maschera, di semplice passatempo è diventato Società dotta; e, cosa seria, uomini di tutte le condizioni se ne occupano. « Nei saloni come nelle fabbriche, si fanno oggi adunanze per lo studio dei nostri fenomeni. Non è più come al principio delle tavole giranti, quando ci si contentava del fenomeno innocente di alcuni responsi insignificanti col si o col no. Oggi, è cosa grave e seria. L’evocazione si fa religiosamente. Punto ciarlatanismo, e niente di scenico. Tutto si fa semplicemente; e le comunicazioni hanno un non so che di carattere elevato e profondo che incute rispetto e attenzione, ». – Però lo spiritismo ha fatto un passo di più. Oggi ei si traduce in culto, e si proclama la religione dell’avvenire, la religione che deve sottentrare a tutte le altre. Il suo simbolo, come dettato dagli Spiriti medesimi, e redatto dal loro gran sacerdote Allan Kardec, è la negazione radicale del cristianesimo, e l’affermazione dommatica degli errori fondamentali dell’antico paganesimo. Concentrare tutta la nostra attenzione sopra altri punti, per quanto possano sembrare importanti, e lasciare inosservato questo fatto minaccioso, sotto pretesto che il tempo farà pronta giustizia degli spiritisti, come l’ha fatta dei suoi predecessori, sarebbe agli occhi nostri una illusione deplorevole. Al contrario noi diciamo che lo spiritismo è una potenza con cui bisogna seriamente contare. Da una parte è l’incarnazione religiosa della Rivoluzione, vale a dire del paganesimo, come il socialismo ne sarà l’incarnazione sociale. Dall’altra, notabili differenze lo distinguono dal Mesmerismo, dal Sonnambulismo, dal Magnetismo, e altre pratiche diaboliche dei secoli passati. Queste differenze sono tra le altre; l’estensione del fenomeno ; la sua rapida propagazione; la sua negazione confessata del cristianesimo; lo stabilimento della religione degli Spiriti. Fermiamoci per un istante a quest’ultima differenza. Il pericolo grande dello spiritismo è, ch’esso viene a tempo per lui opportuno. Credere che l’indebolimento attuale della fede conduca il mondo al protestantismo, al giudaismo, al maomettismo, all’ateismo sarebbe un errore. – L’Europa incredula non pensa punto a farsi protestante, ebrea, o maomettana. Quanto all’ateismo non sarà, come alcuno ha detto, l’ultima religione della umanità. L’ateismo è una negazione: il mondo non può vivere di negazione; non è mai vissuto così. In qualunque modo gli è necessaria una affermazione religiosa. Ora non cessiamo di ripeterlo: tra la religione di Gesù Cristo, e la religione di Belial, tra il cristianesimo e il satanismo, non vi è via di mezzo. Il inondo moderno che volge il dorso al Cristianesimo, dove va egli ? Va al satanismo: e lo spiritismo non è altra cosa che il satanismo, imperii dœmonis instauratio. – Se dunque il clero non oppone allo spiritismo una potente lega, e se Dio non interviene da sovrano in questa lotta decisiva, chi impedirà al nuovo culto di prendere, avanti la fine di questo secolo, proporzioni sconosciute? La prima condizione di questa lega, è di istruire solidamente i fedeli non solo nei catechismi, ma altresì nei sermoni e nei libri, sulla potenza degli angeli buoni e malvagi. In questo punto la nostra educazione è da fare o da rifarsi. Si aggiunga che lo Spiritismo è aiutato da potenti ausiliari. Per preparargli la via, liberandogli il terreno, lavorano notte e giorno due armate innumerevoli: le società segrete, e i Solidari. Come dubitare della gravità della situazione ? Come non vedere che oggidì la Chiesa si trova avviluppata nella Città del male, e che all’ordine sociale, in Europa, minato nelle fondamenta, sovrasta qualche inaudita catastrofe? Tale condizione di cose fa venire in mente il detto di sant’Agostino : « In quella guisa che lo Spirito di verità spinge gli uomini a farsi compagni degli angeli santi, così lo spirito dell’empietà li spinge alla società dei demoni. – “Sicut veritas hortatur homines fieri socios sanctorum angelorum, ita seducit impietas ad societatem dæmoniorum”. –Epist. CII; n. 19.- » E non par egli proprio anche il caso di rammentare la predizione dell’Apostolo: « Ma lo spirito dice apertamente che, negli ultimi tempi, alcuni apostateranno dalla fede, dando retta agli spiriti ingannatori; e alle dottrine de’demoni? »  “Spiritus autem manifeste dicit, quia in novissim is temporibus discedent quidam a fide, attendentes spiritibus erroris et doctrinis dæmoniorum”. I Tim . IV, 1]. [Continua …]