NOVENA ALLA MADONNA DI LOURDES

NOVENA ALLA MADONNA DI LOURDES

(inizia il 2 febbraio, festa l’11 Febbraio ).

I. Immacolata Regina, che personalmente apparendo qual maestosa Matrona, nella grotta di Massabielle sopra Lourdes, onoraste dei vostri benigni sguardi e della comunicazione dei vostri segreti la povera e infermiccia Bernardina Soubirous, quanto poco stimabile presso gli uomini per la sua deficienza d’ogni coltura, altrettanto accettissima a Voi pel candore della sua innocenza e il fervore della sua divozione, ottenete a noi tutti la grazia che, mettendo sempre ogni nostra gloria nel renderci cari al Signore con una vita tutta conforme alla specialità dei nostri doveri, ci rendiamo al tempo stesso sempre meritevoli dei vostri più speciali favori. Ave.

II. Immacolata Regina, che, esternando alla povera Bernardina il vostro desiderio di venire onorata con nuovo tempio nel luogo stesso della vostra  apparizione sopra le alture di Lourdes, le ingiungeste ancora di partecipare il vostro ordine ai  preti siccome quelli che ne dovevano promuovere la esecuzione, ottenete a noi tutti la grazia che, in quanto può riferirsi alle celeste comunicazioni, ci rimettiamo sempre al giudizio dei sacerdoti, essendo dessi le guide che Dio medesimo ci ha assegnate per non mai mettere il piede in fallo in tutto ciò che riguarda così il vero culto di Dio, come il vero bene delle anime. Ave.

III. Immacolata Regina, che, ad assicurar tutto il mondo così della realtà nella vostra apparizione sopra le alture di Lourdes, come del desiderio da Voi espresso di essere ivi onorata con nuovo tempio, faceste sgorgare sotto gli occhi di Bernardina una sorgente affatto nuova di perenne abbondantissima acqua, quanto gustevole al labbro, altrettanto efficace al risanamento d’ogni più incurabile morbo, ottenete a noi tutti la grazia che, risanandosi per vostra intercessione ciò che è infermo, rinvigorendosi ciò che è sterile nel nostro spirito, apriamo nei nostri cuori quella mistica fonte di virtù e di opere buone, le cui acque salgono alla vita eterna per assicurarcene il felice possedimento. Ave.

IV. Immacolata Regina, che faceste svanir come nebbia in faccia al sole tutte le armi impugnate dalle più maligne potenze del mondo e dell’inferno per infirmare e sventare le vostre divine rivelazioni fatte nella grotta della vostra comparsa alla buona Bernardina, ottenete a noi tutti la grazia che, lungi dallo sgomentarci per qualsivoglia contraddizione, tanto più spieghiamo di coraggio nel camminare sulle orme da Voi insegnateci, quanto più spiegheranno di forza i nostri spirituali nemici per farci declinare dal cammino retto che solo guida a salute. Ave.

V. Immacolata Regina, che vi degnaste assicurare la buona Bernardina della eterna beatitudine nell’altra vita, quando ella vi promettesse di cuore di tornare per quindici volte al luogo della vostra apparizione sulle alture di Lourdes, come fece realmente col vostro ajuto, malgrado tutte le arti adoperate contro di lei per distornarla, ottenete a noi tutti la grazia che perseveriamo sempre fedeli nei buoni propositi da Voi suggeritici colle vostre santissime inspirazioni; e cosi ci assicuriamo quel premio che solo ai perseveranti nel bene è da Dio preparato. Ave.

VI. Immacolata Regina, che, a sempre meglio inculcare a tutto il mondo la divozione del santo Rosario, mostraste Voi stessa di tenere carissima nelle vostre mani la misteriosa corona e accompagnarne la recita che ne faceva la devota Bernardina, ottenete a noi tutti la grazia che, facendoci sempre un dovere di praticare colle nostre famiglie una divozion così bella, ci conformiamo ancora costantemente ai divini insegnamenti che ci derivano così dalle santissime preghiere che vi si devon ripetere, come dai salutari misteri che vi si devon meditare. Ave.

VII. Immacolata Regina, che, a glorificare in modo degno di Voi la vostra devotissima Bernardina, la preservaste da ogni sgomento e da ogni anche minima perturbazione della propria inalterabile tranquillità fra i più insidiosi interrogatorj, le più severe minacce e le più inique persecuzioni, la trasformaste in creatura affatto celeste nel tempo delle vostre apparizioni, e la rendeste, alla vista d’immenso popolo, affatto insensibile anche agli ardori di una fiamma su cui nell’estasi della propria preghiera teneva immote le mani, ottenete a noi tutti la grazia che in tutti i nostri pericoli e in tutte le nostre tribolazioni ci affidiam fiduciosi al materno vostro patrocinio, siccome quello da cui solo possono prometterci la liberazione di ogni male e il conseguimento d’ogni bene. Ave.

VIII. Immacolata Regina, che, a soddisfare le pie domande ripetutamente indirizzatevi dalla vostra affezionatissima Bernardina, ora le spiegaste il motivo del vostro insolito rattristamento, ripetendo nella parola Penitenza ciò che resta sempre da fare a chiunque coi proprj peccati ha meritato i divini castighi, ora colle grandi parole da Voi proferite nel giorno stesso della vostra annunciazione: Io sono la Immacolata Concezione, le faceste conoscere con precisione l’inarrivabilità della vostra eccellenza e la divinità del gran dogma poco prima proclamato dal Sommo Pontefice Pio IX vostro fedelissimo servo, quando vi dichiarò affatto esente dall’originale peccato, ottenete a noi tutti la grazia che ci facciam sempre un dovere di placare colla debita penitenza la divina collera provocata dai nostri falli, e di sempre propiziarci la divina bontà colla più cordiale venerazione del vostro immacolato Concepimento, che è il più onorifico fra i vostri pregi, il più istruttivo fra i vostri misteri, e l’ossequio il quale è il più proprio a meritarci la vostra potentissima protezione. Ave.

IX . Immacolata Regina, che a perpetuar la memoria della vostra personale apparizione, per ben diciotto volte ripetuta alla buona Bernardina sulle alture di Lourdes, e dei tanti miracoli operati in tutto il mondo dall’acqua prodigiosamente sgorgata ai vostri piedi, moveste i cuori più duri a concorrere insieme coi più pii alla costruzione di un nuovo tempio rappresentante nella propria magnificenza la nazione primogenita della Chiesa, che si fece poi una gloria di ivi invocare il vostro aiuto coi più devoti pellegrinaggi e colle più splendide testimonianze della propria fede, ottenete a noi tutti la grazia che spieghiamo sempre la più viva riconoscenza a tutti i vostri favori, e congiungendo allo zelo pel vostro culto la imitazione sempre fedele delle vostre celesti virtù, ci assicuriamo la tenerezza del vostro patrocinio in questa vita, e la partecipazione alla vostra gloria tra i Santi e gli Angeli nella eternità. Ave, Gloria.

ORAZIONE.

Deus qui, per Immaculatam Virginis Conceptionem, dignum Filio tuo habitaculum præparasti, quæsumus, ut qui ex morte ejusdem Filii tui prævisa, eam ab omni labe præservasti, nos quoque mundos, ejus intercessione, ad te pervenire concedas. Per eumdem Dominum nostrum Jesum Christum, etc. Amen.

FESTA DELLA PURIFICAZIONE DELLA VERGINE (2023)

FESTA DELLA PURIFICAZIONE DELLA VERGINE (2023)

MESSA

Benedictio Candelarum

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
Orémus. Domine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus, qui ómnia ex níhilo creásti, et jussu tuo per ópera apum hunc liquorem ad perfectionem cérei veníre fecísti: et qui hodiérna die petitiónem justi Simeónis implésti: te humíliter deprecámur; ut has candélas ad usus hóminum et sanitátem córporum et animárum, sive in terra sive in aquis, per invocatiónem tui sanctíssimi nóminis et per intercessiónem beátæ Maríæ semper Vírginis, cujus hódie festa devóte celebrántur, et per preces ómnium Sanctórum tuórum, bene ✠ dícere et sancti ✠ ficáre dignéris: et hujus plebis tuæ, quæ illas honorífice in mánibus desíderat portare teque cantando laudare, exáudias voces de cœlo sancto tuo et de sede majestátis tuæ: et propítius sis ómnibus clamántibus ad te, quos redemísti pretióso Sánguine Fílii tui:
Qui tecum vivit et regnat in unitáte Spíritus Sancti Deus per ómnia sǽcula sæculórum.

Orémus. Omnípotens sempitérne Deus, qui hodiérna die Unigénitum tuum ulnis sancti Simeónis in templo sancto tuo suscipiéndum præsentásti: tuam súpplices deprecámur cleméntiam; ut has candélas, quas nos fámuli tui, in tui nóminis magnificéntiam suscipiéntes, gestáre cúpimus luce accénsas, benedícere et sanctificáre atque lúmine supérnæ benedictiónis accéndere dignéris: quaténus eas tibi Dómino, Deo nostro, offeréndo digni, et sancto igne dulcíssimæ caritátis tuæ succénsi, in templo sancto glóriæ tuæ repræsentári mereámur.

Per eúndem Dóminum nostrum Jesum Christum Fílium tuum, qui tecum vivit et regnat in unitáte Spíritus Sancti, Deus, per ómnia sǽcula sæculórum.

R. Amen.

Orémus. Dómine Jesu Christe, lux vera, quæ illúminas omnem hóminem veniéntem in hunc mundum: effúnde benedictiónem tuam super hos céreos, et sancti ✠ fica eos lúmine grátiæ tuæ, et concéde propítius; ut, sicut hæc luminária igne visíbili accénsa noctúrnas depéllunt ténebras; ita corda nostra invisíbili igne, id est, Sancti Spíritus splendóre illustráta, ómnium vitiórum cæcitáte cáreant: ut, purgáto mentis óculo, ea cérnere possímus, quæ tibi sunt plácita et nostræ salúti utília; quaténus post hujus sǽculi caliginósa discrímina ad lucem indeficiéntem perveníre mereámur. Per te, Christe Jesu, Salvátor mundi, qui in Trinitáte perfécta vivis et regnas Deus, per ómnia sǽcula sæculórum.

R. Amen.

Orémus. Omnípotens sempitérne Deus, qui per Móysen fámulum tuum puríssimum ólei liquórem ad luminária ante conspéctum tuum júgiter concinnánda præparári jussísti: bene ✠ dictiónis tuæ grátiam super hos céreos benígnus infúnde; quaténus sic adminístrent lumen extérius, ut, te donánte, lumen Spíritus tui nostris non desit méntibus intérius.

Per Dóminum nostrum Jesum Christum, Fílium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitáte ejúsdem Spíritus Sancti Deus, per ómnia sǽcula sæculórum.
R. Amen.

Orémus. Dómine Jesu Christe, qui hodiérna die, in nostræ carnis substántia inter hómines appárens, a paréntibus in templo es præsentátus: quem Símeon venerábilis senex, lúmine Spíritus tui irradiátus, agnóvit, suscépit et benedíxit: præsta propítius; ut, ejúsdem Spíritus Sancti grátia illumináti atque edócti, te veráciter agnoscámus et fidéliter diligámus: Qui cum Deo Patre in unitáte ejúsdem Spíritus Sancti vivis et regnas Deus, per ómnia sǽcula sæculórum.

R. Amen.

Ant. Lumen ad revelatiónem géntium et glóriam plebis tuæ Israël.
Nunc dimíttis servum tuum, Dómine, secúndum verbum tuum in pace
Ant. Lumen ad revelatiónem géntium et glóriam plebis tuæ Israël.
Quia vidérunt óculi mei salutáre tuum.

Ant. Lumen ad revelatiónem géntium et glóriam plebis tuæ Israël.
Quod parásti ante fáciem ómnium populorum.

Ant. Lumen ad revelatiónem géntium et glóriam plebis tuæ Israël.
Glória Patri, et Fílio, et Spirítui Sancto.
Ant. Lumen ad revelatiónem géntium et glóriam plebis tuæ Israël.
Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, et in sǽcula sæculórum. Amen.
Ant. Lumen ad revelatiónem géntium et glóriam plebis tuæ Israël.

Ant. Exsúrge, Dómine, ádjuva nos: et líbera nos propter nomen tuum.
Deus, áuribus nostris audívimus: patres nostri annuntiavérunt nobis.
V. Glória Patri, et Fílio, et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, et in sǽcula sæculórum. Amen.
Ant. Exsúrge, Dómine, ádjuva nos: et líbera nos propter nomen tuum.
Orémus.
V. Flectámus génua.
R. Leváte.
Exáudi, quǽsumus, Dómine, plebem tuam: et, quæ extrinsécus ánnua tríbuis devotióne venerári, intérius asséqui grátiæ tuæ luce concéde. Per Christum, Dóminum nostrum.
R. Amen.
V. Procedámus in pace.
R. In nómine Christi. Amen.
Ant. Adórna thálamum tuum, Sion, et súscipe Regem Christum: ampléctere Maríam, quæ est cœléstis porta: ipsa enim portat Regem glóriæ novi lúminis: subsístit Virgo, addúcens mánibus Fílium ante lucíferum génitum: quem accípiens Símeon in ulnas suas, prædicávit pópulis, Dóminum eum esse vitæ et mortis et Salvatórem mundi.
Ant. Respónsum accépit Símeon a Spíritu Sancto, non visúrum se mortem, nisi vidéret Christum Dómini: et cum indúcerent Púerum in templum, accépit eum in ulnas suas, et benedíxit Deum, et dixit: Nunc dimíttis servum tuum, Dómine, in pace.
V. Cum indúcerent púerum Jesum parentes ejus, ut fácerent secúndum consuetúdinem legis pro eo, ipse accépit eum in ulnas suas.
V. Obtulérunt pro eo Dómino par túrturum, aut duos pullos columbárum: * Sicut scriptum est in lege Dómini.
V. Postquam impléti sunt dies purgatiónis Maríæ, secúndum legem Moysi, tulérunt Jesum in Jerúsalem, ut sísterent eum Sicut scriptum est in lege Dómini.
V. Glória Patri, et Fílio, et Spirítui Sancto.
R. Sicut scriptum est in lege Dómini.

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

V. Adjutórium nostrum ✠ in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
M. Misereátur tui omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis tuis, perdúcat te ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
Orémus,

Introitus

Ps XLVII: 10-11.
Suscépimus, Deus, misericórdiam tuam in médio templi tui: secúndum nomen tuum, Deus, ita et laus tua in fines terræ: justítia plena est déxtera tua.
Ps 47:2.
Magnus Dóminus, et laudábilis nimis: in civitáte Dei nostri, in monte sancto ejus.
Suscépimus, Deus, misericórdiam tuam in médio templi tui: secúndum nomen tuum, Deus, ita et laus tua in fines terræ: justítia plena est déxtera tua.

[Abbiamo conseguito, o Dio, la tua misericordia nel tuo tempio: secondo il tuo nome, o Dio, la tua lode andrà fino ai confini della terra: le tue opere sono piene di giustizia.
Ps 47:2.
Grande è il Signore e sommamente lodevole: nella sua città e nel suo santo monte.
V. Gloria al Padre, e al Figlio, e allo Spirito Santo.
R. Come era nel principio e ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen.
Abbiamo conseguito, o Dio, la tua misericordia nel tuo tempio: secondo il tuo nome, o Dio, la tua lode andrà fino ai confini della terra: le tue opere sono piene di giustizia.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, majestátem tuam súpplices exorámus: ut, sicut unigénitus Fílius tuus hodiérna die cum nostræ carnis substántia in templo est præsentátus; ita nos fácias purificátis tibi méntibus præsentári.
Per eúndem Dóminum nostrum Jesum Christum Fílium tuum, qui tecum vivit et regnat in unitáte Spíritus Sancti, Deus, per ómnia sǽcula sæculórum.
R. Amen.

[Preghiamo.
Onnipotente e sempiterno Iddio, supplichiamo la tua maestà onde, a quel modo che il tuo Figlio Unigenito fu oggi presentato al tempio nella sostanza della nostra carne, cosí possiamo noi esserti presentati con ànimo puro.
Per il medesimo nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, in unità con lo Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
R. Amen.]

Lectio

Léctio Malachíæ Prophétæ.
Malach 3:1-4.
Hæc dicit Dóminus Deus: Ecce, ego mitto Angelum meum, et præparábit viam ante fáciem meam. Et statim véniet ad templum suum Dominátor, quem vos quæritis, et Angelus testaménti, quem vos vultis. Ecce, venit, dicit Dóminus exercítuum: et quis póterit cogitáre diem advéntus ejus, et quis stabit ad vidéndum eum? Ipse enim quasi ignis conflans et quasi herba fullónum: et sedébit conflans et emúndans argéntum, et purgábit fílios Levi et colábit eos quasi aurum et quasi argéntum: et erunt Dómino offeréntes sacrifícia in justítia. Et placébit Dómino sacrifícium Juda et Jerúsalem, sicut dies sǽculi et sicut anni antíqui: dicit Dóminus omnípotens.
R. Deo grátias.

Epistola

Lettura del Profeta Malachia.
Malach 3:1-4.
Questo dice il Signore Iddio: Ecco, io mando il mio Angelo, ed egli preparerà la strada davanti a me. E súbito verrà al suo tempio il Dominatore che voi cercate, e l’Angelo del testamento che voi desiderate. Ecco, viene: dice il Signore degli eserciti: e chi potrà pensare al giorno della sua venuta, e chi potrà sostenerne la vista? Perché egli sarà come il fuoco del fonditore, come la lisciva del gualchieraio: si porrà a fondere e purgare l’argento, purificherà i figli di Levi e li affinerà come l’oro e l’argento, ed essi offriranno al Signore sacrificii di giustizia. E piacerà al Signore il sacrificio di Giuda e di Gerusalemme, come nei secoli passati e gli anni antichi: cosí dice Iddio onnipotente.
R. Grazie a Dio.]

Graduale

Ps 47:10-11; 47:9.
Suscépimus, Deus, misericórdiam tuam in médio templi tui: secúndum nomen tuum, Deus, ita et laus tua in fines terræ.
V. Sicut audívimus, ita et vídimus in civitáte Dei nostri, in monte sancto ejus. Allelúja, allelúja.
V. Senex Púerum portábat: Puer autem senem regébat. Allelúja.

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Lucam.
Luc 2:22-32.
In illo témpore: Postquam impleti sunt dies purgatiónis Maríæ, secúndum legem Moysi, tulérunt Jesum in Jerúsalem, ut sísterent eum Dómino, sicut scriptum est in lege Dómini: Quia omne masculínum adapériens vulvam sanctum Dómino vocábitur. Et ut darent hóstiam, secúndum quod dictum est in lege Dómini, par túrturum aut duos pullos columbárum. Et ecce, homo erat in Jerúsalem, cui nomen Símeon, et homo iste justus et timorátus, exspéctans consolatiónem Israël, et Spíritus Sanctus erat in eo. Et respónsum accéperat a Spíritu Sancto, non visúrum se mortem, nisi prius vidéret Christum Dómini. Et venit in spíritu in templum. Et cum indúcerent púerum Jesum parentes ejus, ut fácerent secúndum consuetúdinem legis pro eo: et ipse accépit eum in ulnas suas, et benedíxit Deum, et dixit: Nunc dimíttis servum tuum, Dómine, secúndum verbum tuum in pace: Quia vidérunt óculi mei salutáre tuum: Quod parásti ante fáciem ómnium populórum: Lumen ad revelatiónem géntium et glóriam plebis tuæ Israël.

[Luc 2:22-32.
In quel tempo: Compiutisi i giorni della purificazione di Maria, secondo la legge di Mosè, portarono Gesú a Gerusalemme per presentarlo al Signore, come è scritto nella legge di Dio: Ogni maschio primogénito sarà consacrato al Signore; e per fare l’offerta, come è scritto nella legge di Dio: un paio di tortore o due piccoli colombi. Vi era allora in Gerusalemme un uomo chiamato Simone, e quest’uomo giusto e timorato aspettava la consolazione di Israele, e lo Spirito Santo era in lui. E lo Spirito Santo gli aveva rivelato che non sarebbe morto prima di vedere l’Unto del Signore. Condotto dallo Spirito andò al tempio. E quando i parenti vi recarono il bambino Gesú per adempiere per lui alla consuetudine della legge: questi lo prese in braccio e benedisse Dio, dicendo: Adesso lascia, o Signore, che il tuo servo se ne vada in pace, secondo la tua parola: Perché gli occhi miei hanno veduta la salvezza che hai preparato per tutti i popoli: Luce per illuminare le nazioni e gloria del popolo tuo Israele.
R. Lode a Te, o Cristo.]

Omelia

 (Otto Hophan: MARIA – Marietti ed. Torino, 1955 – Imprim. Treviso, 25 marzo 1953, G. Carraro Vesc. aus. Vic. Gen.)

« ORA LASCIA, O SIGNORE, CHE IL TUO SERVO SE NE VADA IN PACE »

Era uno dei primi giorni di primavera. tiepido e azzurro. Sui colli di Betlemme era diffusa un’aria di presagio, e di lontano giungevan voci. I tralci venivan tagliati e mondati, e dal suolo olezzante della madre terra germinavano gli steli dell’orzo e del grano. « Se il chicco di frumento gettato in terra… muore, porta frutto abbondante… »

Preparazione.

Lassù a Betlemme Maria preparava allegra il suo Bambino per la sua solenne consacrazione a Dio. è un’ora grande per ogni madre quella nella quale si presenta al Signore il figlio suo. Una mamma è la sorgente, dalla quale zampilla il bimbo, ma oa sorgente va debitrice al mare. E così Maria e Giuseppe portarono il Bambino da Bethlemme al Tempio in Gerusalemme – un tratto di strada di due ore scarse —. passando di mezzo alla primavera in fiore, mentre essi stessi eran in piena primavera, « per offrirLo al Signore », come dice il Vangelo, assegnando il primo scopo di quel viaggio. Gesù era “il primogenito” di Maria; e la legge mosaica aveva delle esigenze ben determinate per i primogeniti: essi dovevano essere consacrati al Signore in modo tutto speciale e particolare in confronto degli altri figli: « Tutto quello che per primo esce dal seno materno, devi consacrarlo al Signore ». Il legislatore stesso fornisce il motivo di questa speciale appartenenza dei primogeniti a Dio quando scrive: «Quando nell’avvenire il tuo figliuolo ti domanderà: “ Che cos’è questo? ”, gli risponderai: “ Con la sua forte mano il Signore ci trasse dall’Egitto… E poichè il Faraone si ostinò a non lasciarci andare, il Signore uccise tutti i primogeniti del paese d’Egitto… Perciò io sacrifico al Signore ogni primo parto maschio e ogni primogenito dei figliuoli miei lo riscatto ». A perpetuo ricordo di questa miracolosa liberazione d’Israele dalla schiavitù d’Egitto, tutti i primogeniti israeliti dovevano essere consacrati al servizio del Signore. Più tardi fu incaricata del culto divino ufficiale, nel tabernacolo e nel Tempio, una particolare tribù, la tribù di Levi; ma per i primogeniti rimase il dovere di farli espressamente “riscattare” da quel servizio: «Farai che si riscattino i primogeniti degli uomini… Tu ne riceverai il riscatto dall’età di un mese alla tassa di cinque sicli d’argento, al siclo del santuario ». Questo “riscatto” non voleva significare che il primogenito andava esente dalla sua speciale consacrazione a Dio, lo liberava solamente dal servizio del Tempio, cui ora provvedevano in vece sua i Leviti. – Anche Giuseppe dovette sborsare per Gesù, il primogenito di Maria, quei cinque sicli d’argento, che per un uomo di modesta condizione costituivano un gruzzolo prezioso, quasi tremila lire, il salario, per quei tempi, di tre dure settimane. Quali sentimenti avrà provati Maria, quando udì il tintinnio di quel singolare “denaro del riscatto” su un tavolo del Tempio! È ora il suo Piccolo, di fatto, tutto di Lei, sciolto e libero da speciali obblighi dinanzi al Signore? Maria sorride al vedere quelle monete d’argento; Ella sa che il Figlio suo non può essere “riscattato” dal servizio di Dio neppure con tutto il denaro della terra, poiché già dall’Angelo Gabriele fu chiamato “il Santo”, il segregato dal terreno, il dedicato a Dio; il suo Bambino starà sempre al servizio di Dio e dinanzial suo volto. Ella però non sa ancora quale prezzo spaventoso verrà a costarLe questa “soluzione” totale presentata a Dio; sarà infinitamente maggiore di quel legale “riscatto” per cinque sicli d’argento; verrà a conoscerne il peso in questo bel giorno di primavera. – La Legge prescriveva solo il riscatto e non anche la presentazione al Tempio del primogenito in persona; però in Israele era divenuto sempre più comune, specialmente dai tempi di Neemia, del restauratore del culto israelitico nel secolo quinto, il pio uso di portare al Tempio non soltanto il denaro per il primogenito, ma il primogenito stesso, quasi per un immediato e sensibile incontro e legame col Signore. L’ingresso di Gesù nel Tempio era stato già previsto con occhio raggiante e predetto con splendide parole dal profeta Malachia: « Ecco, io mando il mio Angelo e preparerà la strada dinanzi a me; e tosto verrà al suo Tempio il Dominatore che voi cercate, e l’Angelo dell’alleanza che voi volete… Ma chi potrà sostenere il giorno della sua venuta? chi reggerà al suo apparire? Perché egli sarà come un fuoco di fusione, come ranno bollente del lavandaio. E siederà e purificherà l’argento, purificherà i figli di Levi». – Quando Maria e Giuseppe portarono al Tempio il loro Bambino assopito, niente accennava all’adempimento di questa grande profezia: non v’era là nessun Messaggero, non suonò alcuna tromba, non echeggiò nessun osanna; nessuno s’interessò dell’insignificante gruppetto di quella santa Trinità. Nulla v’era di più quotidiano: due giovani coniugi, che come mille altri portavan al Tempio il primogenito; d’intorno, uno strepitare e un contrattare così stridente, che un giorno quel Bambino darà mano ai flagelli per creare nel Tempio un’atmosfera di silenzio e di riverenza. Maria attese umilmente fra le molte donne d’Israele, finché venne la volta sua; il sacerdote compì il rito svelto e distratto; e il Bambinello giaceva pacifico sulle braccia di sua Madre, come gli altri piccoli suoi compagni, quasi nulla sapesse di tutto quello che avveniva. E nondimeno dal suo piccolo cuore ascese al Cielo, in quell’ora, una preghiera così possente, che quel Tempio non aveva ancora mai sentita l’uguale: «Ecco, Io vengo, o Dio, a fare la tua volontà, come sta scritto di Me in principio del libro ». In quel giorno all’aprirsi della primavera Maria pellegrinò al Tempio anche per un motivo personale. Ogni donna israelita infatti nel quarantesimo giorno dalla nascita d’un bambino, nell’ottantesimo da quella d’una bambina, doveva presentarsi al Tempio per la purificazione legale. (La Legge prescriveva espressamente a una donna che s’era sgravata d’un bambino: « Una donna, come sia fecondata e partorisca un maschio, sarà immonda per sette giorni… L’ottavo giorno si circoncide il bambino, ed essa per altri ventitré giorni stia ritirata a purificarsi del sangue. Non tocchi alcun oggetto sacro, e non vada al santuario, finché si compiano i giorni della sua purificazione… Compiuti i giorni della sua purificazione, sia per un figlio che per una figlia, recherà un agnello nato quell’anno per olocausto, ed un colombo o una tortora per vittima espiatoria, all’ingresso del padiglione di convegno, al sacerdote… Che se ella non ha tanto da procacciarsi un agnello, prenda due tortore o due colombi, uno per olocausto, l’altro per vittima espiatoria; e il sacerdote espierà per lei, ed ella così sarà monda » (La Liturgia osserva esattamente questo termine di tempo prescritto dalla legge mosaica poiché festeggia la Purificazione di Maria — Candelora — il 2 febbraio, quaranta giorni dopo la festa della nascita del Signore, il 25 dicembre). – Non si tratta qui d’una impurità interiore, ma solamente di quella legale che escludeva dal santuario, paragonabile sotto qualche aspetto al precetto ecclesiastico del digiuno prima di ricevere l’Eucarestia: chi non osserva il precetto del digiuno eucaristico, non si grava per questo di nessun peccato, però in quel giorno la legge della Chiesa lo esclude dalla recezione del Santissimo Sacramento. Nondimeno fa particolare impressione che Maria, la Purissima, sia stata un dì così immonda dinanzi alla Legge, da vedersi vietato l’ingresso al Tempio, e proprio a causa di Gesù, perché Ella Lo aveva generato. L’evangelista Luca fa notare espressamente che Maria e Giuseppe offrirono il sacrificio dei poveri, non un agnello e un colombo, ma due colombini di poco prezzo. I due Sposi, che per Gesù, il primogenito, avevan già pagato cinque sicli d’argento, attesa la loro modesta condizione non potevano per la purificazione della Madre offrire pure un agnello, e tanto meno in quanto si trovavano ancora a Betlemme. lontani dalla casa e dal guadagno. E tuttavia in quell’occasione Maria offrì anche un agnello, l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo… Ella non avrebbe avuto bisogno affatto di purificazione, come neppure Gesù di riscatto; era pura non soltanto spiritualmente, dinanzi a Dio, ma anche legalmente, di fronte alla lettera della Legge, perché aveva concepito e partorito restando vergine. Il grande Tommaso d’Aquino fa notare con profondo intuito che, a tenore della Legge, lo stesso Mosè volle in anticipo esimere Maria dalla presente prescrizione: « Una donna, che ha concepito per opera del marito, sia immonda dopo il parto per sette giorni »; ora precisamente questo modo di concepire non s’era verificato per Maria, che aveva concepito per opera dello Spirito Santo. Tuttavia, Ella si sottomise alla Legge con la naturalezza propria dell’umiltà. – Il breve tratto evangelico della Messa della Purificazione insiste non meno di cinque volte ripetendo legge, legge, legge, legge, legge! Son cinque colpi di martello, che aprono cinque piaghe; e Maria proprio oggi verrà a conoscenza d’un primo accenno alle cinque piaghe del Signore. Ma appunto nell’obbedienza del Signore troviamo il motivo e il segreto anche dell’obbedienza di Maria: se Cristo Signore si addossò la circoncisione, il riscatto e tutto il peso della Legge sin dall’infanzia, nonostante la delicatezza di quell’età e sebbene ne fosse esente, conveniva che anche la Madre imitasse questo esempio di umiltà e di obbedienza del Figlio nell’adempimento della Legge, alla quale Lei come Gesù non sarebbe stata soggetta. – L’evangelista Luca, con fine accorgimento, allude alla stretta unione fra Gesù e Maria nell’osservanza delle prescrizioni legali nel periodo che introduce al Vangelo della Candelora — il pensiero nel testo greco è espresso più chiaramente che non nelle traduzioni —: «Quando furon compiuti i giorni della loro — “autòn ”, che vuol dire “ di loro due?” — purificazione »: tutti e due, Gesù e Maria, son qui un’unità, la medesima legge li vincola; nel medesimo giorno, anzi col medesimo atto Gesù fa l’offerta prescritta dalla Legge e Maria la purificazione dalla Legge richiesta. – Ma qui v’è già un cenno a cose più profonde; l’adempimento delle prescrizioni legali non è che la prima parte del racconto evangelico della presentazione di Gesù e della purificazione di Maria nel Tempio; Luca stesso se la sbriga con rapidi tocchi per passare alla sostanza, al fatto nuovo e inaudito, che oggi capiterà a tutti e due, a Gesù e a Maria; la loro stretta unione nell’osservanza dei riti dell’Antico Testamento non è che il simbolo della nuova e più profonda unità, che fra Figlio e Madre s’inizia oggi, dell’unità nel sacrificio. Incontro. « Ed ecco, a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone ». Ancor oggi s’indovina da questa notizia il muto stupore di Maria, perché questo vecchio venerando stette accanto a Lei e al Figlio d’improvviso, quasi sorto dal suolo. Come a Betlemme, in occasione della nascita, non s’era trovato nessuno che rendesse omaggio al Bambino, così anche a Gerusalemme in occasione della Presentazione. A Betlemme gli Angeli musicanti convocarono per la prima adorazione i pastori; a Gerusalemme lo stimolo interno della grazia condusse al riconoscimento del Bimbo un uomo attempato. A Betlemme dunque e a Gerusalemme e in tutto il mondo vi son sempre degli uomini, che seguono la luce e, circondati dalla cecità dei molti, riconoscono anche nei suoi velami la verità divina.. Vi son uomini che, avanzando in età, divengono presbiti anche in senso spirituale; essi non badano al vicino, al noioso, al quotidiano, e scorgono invece quello ch’è lontano, l’essenziale. Questo Simeone, chiamato da Dio a rappresentare la parte migliore di Gerusalemme presso il bambino Gesù, vide più lontano, penetrò più a fondo degli stessi pastori nell’essenza di quel misterioso Bambino. Si sono avanzate molte ipotesi intorno alla personalità di Simeone. Gli uni vorrebbero vedere in lui un sacerdote, anzi, appoggiandosi all’informazione leggendaria dell’apocrifo vangelo di Nicodemo, il sommo Sacerdote stesso; gli altri lo riterrebbero per il padre del celebre maestro giudeo Gamaliele: Luca da parte sua introduce Simeone nel Vangelo con le parole semplici e insieme lusinghiere: « Egli era giusto », il che vuol dire che osservava coscienziosamente i precetti del Vecchio Testamento, « e pio » anche internamente e non si contentava di una parvenza di giustizia, « e lo Spirito Santo era con lui», avvolgendolo come di santa nube, donde guizzavano i lampi della divina illuminazione. Quello però che più sorprende in Simeone è che « Egli aspettava la consolazione d’Israele »: quanto, quanto a lungo aveva atteso! Il Vangelo però non fornisce nessuna esplicita indicazione circa la sua età, come, ad esempio, per la profetessa Anna; tuttavia il suo profondo sospiro: « Nunc dimittis — ora lascia, o Signore, che il tuo servo se ne vada in pace » fa concludere per una età molto avanzata. Aleggia qualche cosa di grande attorno a un vecchio, che ha conservata la fiduciosa speranza; del resto nel destino d’invecchiare potrebbe interiormente sostenerlo forse qualche cosa di diverso dalla speranza delle eterne cose? Paolo stesso nella sua vecchiaia si ascrive a gloria speciale d’avere perseverato nella: fede, nella speranza e nell’amore: « Io ho conservata la fede ». La vita è aspra, prepara duri disinganni a tutti e a tutti spezza fiorenti aspettative; a mano a mano che gli anni passano si fa grande la tentazione di disimparare la speranza e di inaridire, di amareggiarsi o anche semplicemente di stancarsi, a tal punto da non riuscire a trovar più la forza di sperare. Anche il vecchio Simeone avrebbe avuto motivi di seppellire la sua speranza come una bella illusione e di attendere rassegnato la sua fine; in Israele infatti le cose andavan male. Il paese era stato umiliato e asservito da una potenza pagana; la religione ridotta a una apparenza esteriore e alla lettera della legge dalle proprie guide; « il popolo travagliato e abbattuto come pecore senza pastore ». Né si scorgeva Via d’uscita da nessuna parte, da nessuna parte splendeva uno sprazzo di luce: niente faceva intravvedere che si sarebbero adempiute le divine promesse fatte ai Patriarchi e ai Profeti; tutto era notte sconsolata. Eppure Simeone rimase nell’attesa e, come dice bene il testo evangelico, « aspettava la consolazione d’Israele ». Come una guardia notturna, spiava e, aguzzando lo sguardo, tornava a spiare nella densità delle tenebre, che l’avvolgevano, per vedere quando e dove fosse possibile scorgere un raggio di luce. Già « dallo Spirito Santo gli era stato rivelato che non avrebbe veduto la morte prima che avesse visto il Cristo del Signore ». Questa risposta divina presuppone la ricerca e la supplica umana di Simeone; essa fu il primo punto luminoso nel folto delle tenebre dilaganti; però quanto ci volle prima che quel punto crescesse sino a radioso splendore! Ma Simeone restò fedele e lieto nella sua speranza. Pensiamo qui a un altro vecchio uomo, che pure attendeva la salvezza d’Israele al tempo di Simeone, a Zaccaria, padre di Giovanni Battista; la speranza di quel sacerdote del Vecchio Testamento era vacillante nei confronti dell’attesa immobile di Simeone, che, nonostante l’apparente mancanza di ogni visione, ritenne con sicurezza e con gioia che sarebbe sorto su di lui il mattino di Dio. La liturgia ‘greca chiama la festa della Candelora “ Hypapante ”. incontro. E quale incontro! « Quando i genitori vi portarono il bambino Gesù » e Simeone « mosso dallo Spirito Santo se ne venne al Tempio », l’ardente attesa incontrò il compi mento consolante; il fiume del Vecchio Testamento, il mare scaturiente della Nuova Alleanza; l’uomo stanco, il giovane Iddio. Anche la liturgia latina non può saziarsi di guardare il caro miracolo di quest’incontro, e durante la processione con le candele il giorno della Purificazione ripete continuamente le parole, che Simeone dovette balbettare le cento volte, quando tenne fra le sue mani tremanti per la gioia il Giubilo divino: « Ora lascia, o Signore, che il tuo servo se ne vada in pace! Lascia che se ne vada in pace! ». « Senex puerum portabat — il vecchio portava il Bimbo; il Bimbo però troneggiava sul vecchio »; e ci si meraviglia quasi che quelle vecchie braccia, sotto il peso divino del Bambino, non abbiano ceduto, come le spalle robuste del gigante leggendario Cristoforo. Simeone ebbe in quel gran giorno della sua vita anche un secondo incontro, l’incontro con Maria. Simeone e Maria! il vecchio, che stava con un piede sulla tomba, e la Madre che come ogni madre e più d’ogni madre è la promessa che la vita, a dispetto della morte, continua. Una misteriosa parentela legava Simeone e Maria: in Maria Vera lo Spirito Santo, per opera di Lui aveva concepito; lo Spirito Santo era pure su Simeone; nei pochi versetti della Messa della Purificazione lo Spirito Santo e Simeone son ricordati insieme tre volte. Molto Maria aveva da dare a Simeone in quell’incontro, e molto anche Simeone a Maria. La Madre diede al Vecchio il suo Bambino, come L’aveva già porto a Elisabetta e ai pastori, perché Lei, quell’eterna mediatrice di Cristo, apre la via agli incontri col Figlio suo. Senza esitazione posa il suo Tesoro su quelle braccia supplici e cadenti; sapeva che il suo Piccino presso Simeone era sostenuto da un amore più forte della morte. Anche Simeone aveva qualche cosa da offrire a quella giovane Madre, qualche cosa di così pesante, che solamente quella Donna magnanima poteva reggervi. Il Vecchio venerando era stato prescelto dalla Provvidenza per posare sulla Madre felice il fardello della sua vita. Egli dovette tremare, nella piena del suo gaudio, quando dovette annunciare a quella Madre felicissima, ancor nella sua primavera, anche la parte tanto dolorosa che L’attendeva. Verrà un giorno nel quale un Simeone toglierà, per breve tratto, la croce al Signore; strano che un altro Simeone sia stato chiamato a caricare della croce per tutta la durata della sua vita la Madre di quel Figlio!

Significato.

Nella presentazione di Gesù qual primogenito al Tempio e nella purificazione di Maria sono dunque in gioco realtà molto più profonde che non l’ossequente compimento d’una prescrizione legale del Patto Antico. Quell’antica legge con la sua applicazione a Gesù e a Maria fu talmente densa di realtà, che cessò di essere cerimonia: la parabola si cambiò allora in fatto: « Cristo, il vero Agnello del sacrificio, volle che fossero offerti sacrifici per Lui stesso, affinché il significato simbolico avesse a conoscere la sua realizzazione e la realizzazione avesse a ratificare il significato simbolico. » – Tutti i primogeniti, processione mai interrotta e sempre fiorente, che moveva da tutte le direzioni del paese d’Israele verso il santuario sul Sion, potevano essere riscattati dal servizio di Dio con poche monete d’argento; tutti furono dichiarati liberi e rinviati a casa per menare la vita civile; uno solo fra tutti non fu in realtà riscattato; nonostante i cinque sicli d’argento, che i suoi poveri genitori sborsarono per. Lui, Egli rimase legato a Dio e al suo servizio sino alle ultime gocce di sangue: è Gesù, il primogenito di Maria. La divina Maestà aveva posata la sua mano pesante proprio su di Lui; Egli solo fra tutte le centinaia di migliaia di primogeniti non se n’andò libero. Egli è il Primogenito, « il Primogenito di tutta la creazione, il Primogenito fra molti fratelli, il Primogenito fra i morti »? Se tutti gli altri divengono liberi, questo lo si deve alla fine non a quei sicli dei Giudei, ma al sangue, che questo Primogenito ha versato per essi tutti, per noi. E solamente in virtù di questo prezzo Egli sarà “salvezza”, “luce”, “risurrezione ” per i popoli. Proprio in questo Tempio, che oggi, a dir il vero, Lo rinvia libero, Egli tornerà, e quante volte vi tornerà con zelo divorante per la gloria del Padre! E precisamente qui, dove Simeone Lo aveva annunziato quale « segno di contraddizione », incapperà nella contraddizione così inscrutabile e inconciliabile, da non ritenersi paga neppure del sangue. In questo Tempio Gesù comincerà ad essere « in risurrezione e in rovina » di molti. – In questo penoso Mistero è coinvolta anche Maria. Vedendo la giovane Madre che porta felice il suo Piccolo al Tempio, si potrebbe pensare che il suo compito essenziale sia ormai assolto; Ella ricevette la grazia di intessere col suo proprio sangue una veste umana al Verbo, e questo ormai l’ha fatto con fede e con amore. Ma Gesù non è solamente il “Verbo” che s’è fatto uomo, bensì anche l’“Agnello”, che dev’esser vittima; e l’offerta in vittima del Figlio richiede anche il sacrificio della Madre. Maria oggi deve decidersi per Gesù una seconda volta. Ella ha il suo posto non solo nell’Incarnazione, ma anche nella Redenzione; è insieme la Madre del Creatore e del Redentore. Nel discorso di Simeone la parola diretta a Maria — « e Tu stessa ne avrai l’anima trafitta da una spada » — è inserita nella profezia riguardante il Bambino. In realtà poi il dolore di Maria crebbe così strettamente unito col dolore del Figlio, che ne divenne una parte; senza la passione del Figlio non si avrebbe la passione della Madre. e — quest’è ancor più misterioso! — senza la passione della Madre mancherebbe anche alla passione del Figlio l’ultima amarezza; era proprio del suo dolore che anche la Madre avesse a soffrire. Quale paurosa “integrazione” ottenne il suo dolore, quando Egli vide la Mamma, la cara Mamma col cuore trafitto! Dal giorno della Purificazione Gesù e Maria sono congiunti in ordine ad una nuova unione; è appena completa l’opera dell’Incarnazione, il Bambino s’è appena staccato dalla Madre, e Maria diventa di nuovo una cosa sola con Gesù, una cosa sola anche per la redenzione. Oggi Ella era venuta al Tempio per una purificazione, di cui non abbisognava, la quale però significava qualche cosa di profondo. Maria è pura, la Purissima dinanzi a Dio, pura persino dinanzi alla Legge; ma Ella è madre legata al Figlio con tutti i filamenti del sangue, dell’amore e della grazia. E precisamente questa intrinseca e intimissima unione, questo intreccio col Figlio suo ha di mira la parola di Simeone. Ella dovrà lasciare il suo Bambino, dovrà lasciare che incappi in contraddizione alta come le montagne, in ostilità profonda come gli abissi; dovrà staccarsi da Lui a tal segno — e tuttavia resta indissolubilmente ed eternamente a Lui vincolata —, che Lo offrirà sul Calvario alla morte sacrificale. – Come sarà abbandonata allora la Madre! Lo sarà tanto, che solamente Uno lo sarà ancor più di Lei, Gesù, il Figlio suo. Questo distacco e separazione della Madre, questo straziante svuotamento dell’anima, questa mistica “purificazione” sino agli estremi confini: questo sarà il grande dolore nella vita di Maria, la spada che trafiggerà sino in fondo l’anima di Lei. Come però Gesù diventa “salvezza” e “luce” solo a condizione che prenda su di sé la sanguinosa contraddizione dell’umanità, così « anche saranno svelati i pensieri di molti cuori », se Maria non sfuggirà a questa spada terrorizzante. E la Madre, con la spada infissa nel cuore, i pensieri di molti, che a causa di Cristo stesso sarebbero incappati “nella rovina”, dirigerà in ‘risurrezione ”. Perché, chi può resistere a una Madre con la spada confitta nel cuore? Là, nel Tempio, si restituì di nuovo il Piccolo a Maria, ma Ella sa dalle parole di Simeone che il suo Bambino Le sarà richiesto; Lo riceve di ritorno esclusivamente per crescerLo al sacrificio; ché adesso l’Agnellino è ancor troppo giovane; una volta fatto Agnello, sarà macellato e Lei dovrà esser presente. Questo Primogenito si fa mallevadore per noi tutti; l’umanità attende questo Agnello, che toglie i peccati del mondo.

Accettazione.

A incoraggiamento del Figlio suo nell’angoscia del Monte degli Olivi Iddio inviò un Angelo; Egli inviò un Angelo anche alla Madre del Figlio suo, quando venne su di Lei, qual sinistra luce lunare, la prima ora del Monte degli Olivi: Le inviò la profetessa Anna. Simeone, uomo, aveva annunziato a Maria la parte terribile; Anna, donna, aveva atteso; adesso « sopravvenne anche lei nella medesima ora ». Solamente delle donne possono capire altre donne nelle loro ore difficili. L’evangelista Luca presenta Anna con la stessa schietta benevolenza, con la quale aveva presentato il nobile vecchio Simeone; e tutte e due le figure gli furono abbozzate certamente da Maria stessa, giacché quando si soffre molto s’imprime in noi con chiarezza cristallina ciascun particolare anche delle persone, che allora incontriamo. Anna era “profetessa”, che nel linguaggio biblico può significare non solo una veggente del futuro, ma anche una consigliera, una consolatrice inviata da Dio. Aveva ella stessa molto sofferto nella sua vita, e per questo era anche compassionevole ed esperta per coloro, che dovevano incamminarsi nella notte della sofferenza. Di nobile origine, « della tribù di Aser, una figliuola di Fanuele », « era vissuta col marito sette anni da quando era vergine, e rimasta poi vedova fino a ottantaquattro anni » — di cento e più anni secondo una interpretazione — La vita della vedova è dura. La sposa è legata allo sposo da intenso amore, sì da formare con lui una sola carne e un solo spirito, ma ecco, la morte spezza violenta questa naturale o, meglio ancora, divina unità. La casa è vuota, il cuore è vuoto, la vita è vuota, e la nostalgia soffoca; i figli sono i dolorosi pegni del caro sepolto, ciascuno è una nuova rivelazione del diletto defunto, un ricordo di lui tanto dolce, epperò anche tanto triste. E dove troverà in avvenire aiuto e sostegno nella sua solitudine la donna derelitta? Una vedova è secondo il proverbio « un muro basso, che tutti sormontano »; una vedova, deve soccombere anche lei. Anna sa che cosa vuol dire “vivere”, una spada aveva trafitto anche la sua anima, ma in Dio aveva trovato quello, che gli uomini non le potevano dare; ella aveva praticato già prima di Paolo quello che Egli insegna alle vedove: « La vera vedova ha riposto le sue speranze in Dio, e persevera nelle preghiere e nelle suppliche notte e giorno ». Di Anna, Luca riferisce sorridendo una voce popolare, che ancor oggi si ripete di molte buone e attempate vecchierelle: « Non si allontanava mai dal Tempio, e serviva Iddio con digiuni e preghiere notte e giorno ». – Può essere che Maria avesse incontrato spesso nel Tempio, sin da bambina, quella donna conosciuta da tutte le pie donne di Gerusalemme; come può essere che anche Anna qualche volta avesse posato pensosa lo sguardo su quella singolare bambina. Ora stanno di fronte l’una all’altra, a quattr’occhi, la giovane Madre atterrita dinanzi alla sua delicata felicità, e la pia vecchia, che ha alle spalle la sua via. Anna non può togliere a Maria l’ora difficile; ma nelle ore difficili è già un aiuto, se altri ci dicono che anch’essi hanno patito e hanno vinto; Anna non ritira nessuna delle parole di Simeone, lascia a ognuna il suo valore, lei stessa anzi parla della “redenzione”, e ne loda Iddio come Simeone, poiché la redenzione è una sublime opera di Dio. Maria, che oggi è stata convocata per questo, è piuttosto da felicitare che da compiangere. Dopo questo contegno però che si direbbe liturgico, Anna dovette fare le parti della vera donna: le sue mani stecchite presero la destra tremante di Maria, i suoi occhi semispenti s’immersero lagrimanti negli occhi della giovane Madre, e poi la Profetessa disse a Maria una parola di conforto, ma così sommessa, che neppur l’evangelista Luca giunse a sentirla. Adesso Maria è contornata da Simeone e Anna, Lei, la giovane Madre, che oggi s’è vista spalancata d’improvviso la dura via, dai due Vecchi, che della loro via son giunti al termine. E nel silenzio dell’anima ringrazia il Signore, perché Egli Le ha posto a fianco due Angeli consolatori sin dalla prima stazione della Via Crucis. – Luca non riferisce nessuna parola detta da Maria nel Tempio a Simeone e ad Anna; nell’Annunciazione aveva offerto all’Angelo Gabriele il “Fiat — sia fatto!”; oggi quel “Fiat” si esprime senza parole, e fa intuire gli abissi toccati. Nel Tempio Ella mantenne la parola già data, e per questo non parlò, ma accettò. Questa accettazione e donazione silenziosa, coraggiosa, è l’atto sublime nella Presentazione di Maria, un atto veramente eroico. Quando il Signore, non sin dall’inizio ma solo a metà delle sue lezioni apostoliche, parlò per la prima volta della passione agli Apostoli, Pietro, atterrito e violento, la respinse dicendo: « Non sia mai!». Persino poche settimane prima della morte del Signore, in occasione del terzo annuncio della passione, l’Evangelista è costretto a riferire confuso: « Ed essi non ne capirono nulla; era per loro un enigma e non sapevano che volesse dire ». E gli Apostoli erano uomini, adusati alle tempeste del lago e della vita, istruiti dal Signore con molti discorsi della sua sapienza e con i miracoli della sua onnipotenza; e però non entrarono nel mistero della passione! Quanto diversa la cosa per Maria, la Madre tenera e amante! Ella sin da principio, ancor prima che il suo Bambino abbia proferita una paroletta, ancor prima che abbia rivelata la sua mirabile natura, si piega alla croce senza piangere, senza contraddire, benché la croce sia per colpirLa ben più paurosamente che gli Apostoli, nel cuore del suo essere di madre. L’accettazione! Dalla profezia di Simeone Ella non venne ancora a conoscenza dei particolari del giorno tanto duro e minaccioso; non seppe ancora del legno della croce, né del sangue, né del colpo di lancia, che avrebbe trafitto il cuore del Figlio suo; Ella seppe soltanto della trafittura del proprio cuore a motivo del Figlio; e questo per l’inizio era abbastanza. Ma appunto questa angosciosa incertezza circa il quando, il dove, il come delle terribili vicende dovette accrescere la sua pena. Ma per questo fu la sua vita oscurata da continua malinconia, di modo che dal giorno della Purificazione non godette più un’ora di letizia? Vi son libri, che dal giorno della Presentazione al Tempio in poi non La vedono aggirarsi che nei luttuosi veli d’una santa mestizia. A torto! La vita di Maria conobbe anche in seguito molte ore belle, liete, sublimi: gli anni dell’intimità a Nazaret, le profonde intuizioni dovute alla grazia, i successi messianici del Figlio suo; di modo che esultò felice e cantò di nuovo il suo Magnificat. Non abbiamo anche noi conoscenza della croce che ci attende, specialmente dell’ultima grande tribolazione al momento della morte? Eppure ci rallegriamo nella nostra vita delle cose belle: del sorger del sole e delle notti rischiarate dalla luna, della magnificenza dei fiori e della maestosità dei monti, del fascino della musica, dell’elevatezza della poesia e della profondità degli umani pensieri, soprattutto di tante care e buone persone che percorrono con noi il cammino della vita; e più ancora ci rallegriamo dei disegni della grazia di Dio tutti volti a nostra salvezza. Oh, quante bellezze cela in se stessa anche la nostra dura vita! Ancora più di noi, e a nostro esempio, Maria accolse con riconoscenza e gaudio la divina bontà, che fluì lungo la sua vita in tanta copia da non potersi misurare; Ella aveva certamente anche un motivo più profondo per non sommergersi nella tristezza al sopraggiungere della tribolazione; sapeva infatti che la sua tribolazione avrebbe diretto i pensieri di molti « a risurrezione » e che, come il Figlio suo, doveva Lei stessa soffrire per entrare così nella gloria. Oggi Ella era venuta al Tempio qual Madre gaudiosa e se ne tornerà a casa pensosa e dolorosa; ma anche nella sua regale serietà non perde la sua gioia, perché per Lei gioia e dolore sono irradiati dal diadema della gloria futura. –  Luca fa che la Sacra Famiglia si rechi a Nazaret, ove dimorava precedentemente, subito dopo la Presentazione al Tempio; frattanto però sappiamo dalle informazioni di Matteo che al viaggio al Tempio tennero dietro ancora i drammatici episodi dell’adorazione dei Magi e della fuga in Egitto. Agostino è dell’opinione che il testo presso Luca: « Quando ebbero compiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, ritornarono in Galilea, nella loro città di Nazaret », si debba intendere soltanto del tempo del ritorno dall’Egitto. Potrebbe essere però che i santi Coniugi, come il testo di Luca suggerisce, ritornassero realmente subito a Nazaret dopo la Presentazione al Tempio, ma solamente per disporre il trasferimento a Betlemme, che era nella ferma intenzione di Giuseppe ancor dopo il ritorno dall’Egitto. Maria s’allontanò da Gerusalemme e s’incamminò per la lunga via del ritorno in Galilea, pensosa. In quelle poche settimane s’erano compiute molte grandi cose; quel giorno stesso nel Tempio era stata messa nuovamente a parte di importanti notizie: il suo Bambino è il salvatore dei popoli, ma solo al prezzo d’una terribile opposizione contro di Lui e la trafittura del suo proprio cuore. « Nunc dimittis! », aveva detto Simeone nel Tempio nella sua esultanza per la felice liberazione: « Ora lascia, o Signore, che il tuo servo se ne vada in pace! ». Anche Maria è lasciata alla sua via; è una via di dolore, che mette però a una meta luminosa; mena alla salvezza e alla luce e alla gloria di molti. Allora emise un profondo respiro e camminò per la via, sulla quale L’aveva messa la Provvidenza. O augusta e coraggiosa Signora, prendi noi con Te, affinché anche noi, camminando sopra “contraddizioni”, “rovine” e “trafitture”, giungiamo alla “purificazione” e di qui alla generosa “presentazione” e offerta di noi stessi a Dio e così alla “risurrezione”.

IL CREDO

Offertorium

Orémus.
Ps 44:3.
Diffúsa est grátia in lábiis tuis: proptérea benedíxit te Deus in ætérnum, et in sǽculum sǽculi.

[Ps 44:3.
La grazia è diffusa sulle tue labbra: perciò Iddio ti benedisse in eterno e nei sécoli dei sécoli.]

Secreta

Exáudi, Dómine, preces nostras: et, ut digna sint múnera, quæ óculis tuæ majestátis offérimus, subsídium nobis tuæ pietátis impénde.
Per Dóminum nostrum Jesum Christum, Fílium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitáte Spíritus Sancti Deus, per ómnia sǽcula sæculórum
.
R. Amen.

[Esaudisci, o Signore, le nostre preghiere: e, affinché siano degni i doni che offriamo alla tua maestà, accordaci l’aiuto della tua misericordia.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de Nativitate Domini
Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Quia per incarnáti Verbi mystérium nova mentis nostræ óculis lux tuæ claritátis infúlsit: ut, dum visibíliter Deum cognóscimus, per hunc in invisibílium amorem rapiámur. Et ídeo cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et Dominatiónibus cumque omni milítia cæléstis exércitus hymnum glóriæ tuæ cánimus, sine fine dicéntes.

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: Poiché mediante il mistero del Verbo incarnato rifulse alla nostra mente un nuovo raggio del tuo splendore, cosí che mentre visibilmente conosciamo Dio, per esso veniamo rapiti all’amore delle cose invisibili. E perciò con gli Angeli e gli Arcangeli, con i Troni e le Dominazioni, e con tutta la milizia dell’esercito celeste, cantiamo l’inno della tua gloria, dicendo senza fine:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tuaHosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster, qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Luc 2:26.
Respónsum accépit Símeon a Spíritu Sancto, non visúrum se mortem, nisi vidéret Christum Dómini.

[Lo Spirito Santo aveva rivelato a Simone che non sarebbe morto prima di vedere l’Unto del Signore.]

Postcommunio

Quǽsumus, Dómine, Deus noster: ut sacrosáncta mystéria, quæ pro reparatiónis nostræ munímine contulísti, intercedénte beáta María semper Vírgine, et præsens nobis remédium esse fácias et futúrum.
Per Dóminum nostrum Jesum Christum, Fílium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitáte Spíritus Sancti Deus, per ómnia sǽcula sæculórum.
R. Amen.

[Ti preghiamo, o Signore Dio nostro: affinché questi sacrosanti misteri, che ci procurasti a presidio della nostra redenzione, intercedente la beata sempre Vergine Maria, ci siano rimedio per la vita presente e futura.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA: FEBBRAIO 2023

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA: FEBBRAIO 2023

FEBBRAIO è il mese che la CHIESA DEDICA alla SANTISSIMA TRINITA’ – Inizio della Quaresima.

All’inizio di questo mese è bene rinnovare l’atto di fede Cattolico – autentico e solo – recitando il Credo Atanasiano, le cui affermazioni, tenute e tenacemente professate contro tutte le insidie della falsa chiesa dell’uomo, parto distocico del conciliabolo Vaticano II, delle sette pseudotradizionaliste, della gnosi panteista-modernista, protestante, socino-massonica, pagana, atea, comunisto-liberista, noachide-mondialista, permettono la salvezza dell’anima per giungere all’eterna felicità. 

 IL CREDO Atanasiano

 (Canticum Quicumque * Symbolum Athanasium)

“Quicúmque vult salvus esse, * ante ómnia opus est, ut téneat cathólicam fidem: Quam nisi quisque íntegram inviolatámque serváverit, * absque dúbio in ætérnum períbit. Fides autem cathólica hæc est: * ut unum Deum in Trinitáte, et Trinitátem in unitáte venerémur. Neque confundéntes persónas, * neque substántiam separántes. Alia est enim persóna Patris, ália Fílii, * ália Spíritus Sancti: Sed Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti una est divínitas, * æquális glória, coætérna majéstas. Qualis Pater, talis Fílius, * talis Spíritus Sanctus. Increátus Pater, increátus Fílius, * increátus Spíritus Sanctus. Imménsus Pater, imménsus Fílius, * imménsus Spíritus Sanctus. Ætérnus Pater, ætérnus Fílius, * ætérnus Spíritus Sanctus. Et tamen non tres ætérni, * sed unus ætérnus. Sicut non tres increáti, nec tres imménsi, * sed unus increátus, et unus imménsus. Simíliter omnípotens Pater, omnípotens Fílius, * omnípotens Spíritus Sanctus. Et tamen non tres omnipoténtes, * sed unus omnípotens. Ita Deus Pater, Deus Fílius, * Deus Spíritus Sanctus. Ut tamen non tres Dii, * sed unus est Deus. Ita Dóminus Pater, Dóminus Fílius, * Dóminus Spíritus Sanctus. Et tamen non tres Dómini, * sed unus est Dóminus. Quia, sicut singillátim unamquámque persónam Deum ac Dóminum confitéri christiána veritáte compéllimur: * ita tres Deos aut Dóminos dícere cathólica religióne prohibémur. Pater a nullo est factus: * nec creátus, nec génitus. Fílius a Patre solo est: * non factus, nec creátus, sed génitus. Spíritus Sanctus a Patre et Fílio: * non factus, nec creátus, nec génitus, sed procédens. Unus ergo Pater, non tres Patres: unus Fílius, non tres Fílii: * unus Spíritus Sanctus, non tres Spíritus Sancti. Et in hac Trinitáte nihil prius aut postérius, nihil majus aut minus: * sed totæ tres persónæ coætérnæ sibi sunt et coæquáles. Ita ut per ómnia, sicut jam supra dictum est, * et únitas in Trinitáte, et Trínitas in unitáte veneránda sit. Qui vult ergo salvus esse, * ita de Trinitáte séntiat. Sed necessárium est ad ætérnam salútem, * ut Incarnatiónem quoque Dómini nostri Jesu Christi fidéliter credat. Est ergo fides recta ut credámus et confiteámur, * quia Dóminus noster Jesus Christus, Dei Fílius, Deus et homo est. Deus est ex substántia Patris ante sǽcula génitus: * et homo est ex substántia matris in sǽculo natus. Perféctus Deus, perféctus homo: * ex ánima rationáli et humána carne subsístens. Æquális Patri secúndum divinitátem: * minor Patre secúndum humanitátem. Qui licet Deus sit et homo, * non duo tamen, sed unus est Christus. Unus autem non conversióne divinitátis in carnem, * sed assumptióne humanitátis in Deum. Unus omníno, non confusióne substántiæ, * sed unitáte persónæ. Nam sicut ánima rationális et caro unus est homo: * ita Deus et homo unus est Christus. Qui passus est pro salúte nostra: descéndit ad ínferos: * tértia die resurréxit a mórtuis. Ascéndit ad cælos, sedet ad déxteram Dei Patris omnipoténtis: * inde ventúrus est judicáre vivos et mórtuos. Ad cujus advéntum omnes hómines resúrgere habent cum corpóribus suis; * et redditúri sunt de factis própriis ratiónem. Et qui bona egérunt, ibunt in vitam ætérnam: * qui vero mala, in ignem ætérnum. Hæc est fides cathólica, * quam nisi quisque fidéliter firmitérque credíderit, salvus esse non póterit.”

L’adorazione della Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, con il mistero dell’Incarnazione e la Redenzione di Gesù-Cristo, costituiscono il fondamento della vera fede insegnata dalla Maestra dei popoli, la Chiesa di Cristo, Sposa verità unica ed infallibile, via di salvezza, fuori dalla quale c’è dannazione eterna.  … O uomini, intendetelo quanto questo dogma vi nobiliti. Creati a similitudine dell’augusta Trinità, voi dovete formarvi sul di lei modello, ed è questo un dover sacro per voi. Voi adorate una Trinità il cui carattere essenziale è la santità, e non vi ha santità sì eminente, alla quale voi non possiate giungere per la grazia dello Spirito santificatore, amore sostanziale del Padre e del Figlio. Per adorare degnamente l’augusta Trinità voi dovete dunque, per quanto è possibile a deboli creature umane, esser santi al pari di lei. Dio è santo in se stesso, vale a dire che non è in lui né peccato, né ombra di peccato; siate santi in voi stessi. Dio è santo nelle sue creature: vale a dire che a tutto imprime il suggello della propria santità, né tollera in veruna il male o il peccato, che perseguita con zelo immanchevole, a vicenda severo e dolce, sempre però in modo paterno. Noi dunque dobbiamo essere santi nelle opere nostre e santi nelle persone altrui evitando cioè di scandalizzare i nostri fratelli, sforzandoci pel contrario a preservarli o liberarli dal peccato. Siate santi, Egli dice, perché Io sono santo. E altrove: Siate perfetti come il Padre celeste è perfetto; fate del bene a tutti, come ne fa a tutti Egli stesso, facendo che il sole splenda sopra i buoni e i malvagi, e facendo che la pioggia cada sul campo del giusto, come su quello del peccatore. Modello di santità, cioè dei nostri doveri – verso Dio, L’augusta Trinità è anche il modello della nostra carità, cioè dei nostri doveri verso i nostri fratelli. Noi dobbiamo amarci gli uni gli altri come si amano le tre Persone divine. Gesù Cristo medesimo ce lo comanda, e questa mirabile unione fu lo scopo degli ultimi voti che ei rivolse al Padre suo, dopo l’istituzione della santa Eucarestia. Egli chiede che siamo uno tra noi, come Egli stesso è uno col Padre suo. A questa santa unione, frutto della grazia, ei vuole che sia riconosciuto suo Padre che lo ha inviato sopra la terra, e che si distinguono quelli che gli appartengono. Siano essi uno, Egli prega, affinché il mondo sappia che Tu mi hai inviato. Si conoscerà che voi siete miei discepoli, se vi amate gli uni gli altri. « Che cosa domandate da noi, o divino Maestro, esclama sant’Agostino, se non che siamo perfettamente uniti di cuore e di volontà? Voi volete che diveniamo per grazia e per imitazione ciò che le tre Persone divine sono per la necessità dell’esser loro, e che come tutto è comune tra esse, così la carità del Cristianesimo ci spogli di ogni interesse personale ». – Come esprimere l’efficacia onnipotente di questo mistero? In virtù di esso, in mezzo alla società pagana, società di odio e di egoismo, si videro i primi Cristiani con gli occhi fissi sopra questo divino esemplare non formare che un cuore ed un’anima, e si udirono i pagani stupefatti esclamare: « Vedete come i Cristiani si amano, come son pronti a morire gli uni per gli altri! » Se scorre tuttavia qualche goccia di sangue cristiano per le nostre vene, imitiamo gli avi nostri, siamo uniti per mezzo della carità, abbiamo una medesima fede, uno stesso Battesimo, un medesimo Padre. I nostri cuori, le nostre sostanze siano comuni per la carità: e in tal guisa la santa società, che abbiamo con Dio e in Dio con i nostri fratelli, si perfezionerà su la terra fino a che venga a consumarsi in cielo. – Noi troviamo nella santa Trinità anche il modello dei nostri doveri verso noi stessi. Tutti questi doveri hanno per scopo di ristabilire fra noi l’ordine distrutto dal peccato con sottomettere la carne allo spirito e lo spirito a Dio; in altri termini, di far rivivere in noi l’armonia e la santità che caratterizzano le tre auguste persone, e ciascuno di noi deve dire a sé  stesso: Io sono l’immagine di un Dio tre volte santo! Chi dunque sarà più nobile di me! Qual rispetto debbo io aver per me stesso! Qual timore di sfigurare in me o in altri questa immagine augusta! Qual premura a ripararla, a perfezionarla ognor più! Sì, questa sola parola, io sono l’immagine di Dio, ha inspirato maggiori virtù, impedito maggiori delitti, che non tutte le pompose massime dei filosofi.

3

Te Deum Patrem ingenitum, te Filium unigenitum, te Spiritum Sanctum Paraclitum, sanctam et individuam Trinitatem, toto corde et ore confitemur, laudamus atque benedicimus. (ex Missali Rom.).

Indulgentia quingentorum dierum.

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotìdie per integrum mensem precatiuncula devote reperita fuerit

(S. C. Ind., 2 iul. 1816; S. Pæn. Ap., 28 sept. 1936).

12

a) O sanctissima Trinitas, adoro te habitantem per gratiam tuam in anima mea.

b) O sanctissima Trinitas, habitans per gratiam tuam in anima mea, facut magis ac magis amem te.

c) O sanctissima Trinitas, habitans per gratiam tuam in anima mea, magis magisque sanctifica me.

d) Mane mecum, Domine, sis verum meum gaudium.

Indulgentia trecentorum dierum prò singulis iaculatoriis precibus etiam separatim (S. Pæn. Ap., 26 apr. 1921 et 23 oct. 1928).

16

a) Sanctus Deus, Sanctus fortis, Sanctus immortalis, miserere nobis.

b) Tibi laus, tibi gloria, tibi gratiarum actio in sæcula sempiterna, o beata Trinitas (ex Missali Rom.).

Indulgentia quingentorum dierum prò singulis invocationibus etiam separatim.

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotìdie per integrum mensem alterutra prex iaculatoria devote recitata fuerit (Breve Ap., 13 febr. 1924; S. Pæn. Ap., 9 dec. 1932).

40

In te credo, in te spero, te amo, te adoro,

beata Trinitas unus Deus, miserere mei nunc et

in hora mortis meæ et salva me.

Indulgentia trecentorum dierum (S. Pæn. Ap., 2 iun.)

43

CREDO IN DEUM,

Patrem omnipotentem, Creatorem cœli et terræ. Et in Iesum Christum, Filium eius unicum, Dominum nostrum: qui conceptus est de Spiritu Sancto, natus ex Maria Virgine, passus sub Pontio Pilato, crucifixus, mortuus et sepultus; descendit ad inferos; tertia die resurrexit a mortuis ; ascendit ad cœlos; sedet ad dexteram Dei Patris omnipotentis; inde venturus est iudicare vivos et mortuos. Credo in Spiritum Sanctum, sanctam Ecclesiam catholicam, Sanctorum communionem, remissionem peccatorum, carnis resurrectionem, vitam æternam, Amen.

Indulgentia quinque annorum.

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo quotìdie per integrum mensem praefatum Apostolorum Symbolum pia mente recitatum fuerit (S. Pæn. Ap., 12 apr. 1940).

ACTUS ADORATIONIS ET GRATIARUM ACTIO PROPTER BENEFICIA, QUÆ HUMANO GENERI EX DIVINI VERBI INCARNATIONE ORIUNTUR.

45

Santissima Trinità, Padre, Figliuolo e Spirito Santo, eccoci prostrati alla vostra divina presenza. Noi ci umiliamo profondamente e vi domandiamo perdono delle nostre colpe.

I. Vi adoriamo, o Padre onnipotente, e con tutta l’effusione del cuore vi ringraziamo di averci dato il vostro divin Figliuolo Gesù per nostro Redentore, che si è lasciato con noi nell’augustissima Eucaristia sino alla consumazione dei secoli, rivelandoci le meraviglie della carità del suo Cuore in questo mistero di fede e di amore.

Gloria Patri.

II. O divin Verbo, amabile Gesù Redentore nostro, noi vi adoriamo, e con tutta l’effusione del cuore vi ringraziamo di aver preso umana carne e di esservi fatto, per la nostra redenzione, sacerdote e vittima del sacrificio della Croce: sacrificio che, per eccesso di carità del vostro Cuore adorabile, Voi rinnovate sui nostri altari ad ogni istante. 0 sommo Sacerdote, o divina Vittima, concedeteci di onorare il vostro santo sacrificio nell’augustissima Eucaristia con gli omaggi di Maria santissima e di tutta la vostra Chiesa trionfante, purgante e militante. Noi ci offriamo tutti a voi; e nella vostra infinita bontà e misericordia accettate la nostra offerta, unitela alla vostra e benediteci.

Gloria Patri.

III. O divino Spirito Paraclito, noi vi adoriamo, e con tutta l’effusione del cuore vi ringraziamo di avere con tanto amore per noi operato l’ineffabile beneficio dell’Incarnazione del divin Verbo, beneficio che nell’augustissima Eucaristia si estende e amplifica continuamente. Deh! per questo adorabile mistero della carità del sacro Cuore di Gesù, concedete a noi ed a tutti i peccatori la vostra santa grazia. Diffondete i vostri santi doni sopra di noi e sopra tutte le anime redente, ma in modo speciale sopra il Capo visibile della Chiesa, il Sommo Pontefice Romano [Gregorio XVIII], sopra tutti i Cardinali, i Vescovi e Pastori delle anime, sopra i sacerdoti e tutti gli altri ministri del santuario. Così sia.

Gloria Patri.

Indulgentia trium annorum (S. C. Indulg. 22 mart. 1905; S. Pæn. Ap., 9 dec. 1932).

Queste sono le feste del mese di FEBBRAIO 2023:

1 Febbraio S. Ignatii Episcopi et Martyris  –  Duplex

2 Febbraio In Purificatione Beatæ Mariæ Virginis  – Duplex II. classis *L1*

3 Febbraio S. Blasii Episcopi et Martyris – Simplex

                  PRIMO VENERDI’

4 Febbraio S. Andreæ Corsini Episcopi et Confessoris – Duplex m.t.v.

                  PRIMO SABATO

5 Febbraio Dominica in Septuagesima – Semiduplex II. classis *I*

                    S. Agathæ Virginis et Martyris – Duplex

6 Febbraio S. Titi Episcopi et Confessoris – Duplex m.t.v.

7 Febbraio S. Romualdi Abbatis  – Duplex m.t.v.

8 Febbraio S. Joannis de Matha Confessoris – Duplex m.t.v.

9 Febbraio S. Cyrilli Episc. Alexandrini Confessoris et Ecclesiæ Doctoris  Duplex.

                    Commemoratio: S. Apolloniæ Virginis et Martyris

10 Febbraio S. Scholasticæ Virginis – Duplex

11 Febbraio In Apparitione Beatæ Mariæ Virginis Immaculatæ Duplex majus.

12 Febbraio Dominica in Sexagesima – Semiduplex II. classis

                     Ss. Septem Fundatorum Ordinis Servorum B. M. V.    Duplex

14 Febbraio S. Valentini Presbyteri et Martyris – Simplex

15 Febbraio SS. Faustini et Jovitæ Martyrum  – Simplex

18 Febbraio S. Simeonis Episcopi et Martyris    Simplex

19 Febbraio Dominica in Quinquagesima – Semiduplex II. classis

22 Febbraio Feria IV Cinerum  – Feria privilegiata

                     In Cathedra S. Petri Apostoli Antiochiæ – Duplex majus

23 Febbraio S. Petri Damiani Episcopi Confessoris et Ecclesiæ Doctoris – Duplex

24 Febbraio S. Matthiæ Apostoli – Duplex II. classis *L1*

26 Febbraio Dominica I in Quadrag.- Semiduplex I. classis

27 Febbraio S. Gabrielis a Virgine Perdolente Confessoris – Duplex

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (7)

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (7)

LA GRAN BESTIA SVELATA AI GIOVANI

dal Padre F. MARTINENGO (Prete delle Missioni

SESTA EDIZIONE – TORINO I88O

Tip. E Libr. SALESIANA

XIV.

CONTINUA A MOSTRARSI LA FEROCIA DELL’ ORSO.

Voi conoscete senza dubbio la storia del Battista: uomo di tale innocenza e santità di vita, che gli stessi Giudei lo pigliavano in iscambio dell’aspettato Messia, di tal zelo e coraggio, che in faccia Erode ripetea franco il suo non licet, come in faccia all’ultimo dei soldati: tanto che esso Erode (per quanto malvagio) ne fa grande stima, e lo temeva e molte cose facea secondo i suoi consigli. Vedete, giovani miei, l’uomo franco e sicuro come sa farsi rispettare anche dai tristi! Ma Erode era uno dei molti, un debole, vo’ dire, che lasciavasi dominare all’umano rispetto. Fra le danze e l’ebbrezza d’un convito giura a sua figlia di farle qual grazia fosse per dimandargli, e la figlia, istigata dalla madre, chiede il capo del Battista. Il re all’audace dimanda si turba, si contrista. Giovanni è un santo (pensa); come mai permetterò io che si versi il suo sangue? — Ma la figlia insiste, i convitati secondano, applaudono … Il re ha giurato (dicono), è obbligato a mantenere: battono le mani alle ripetute istanze d’Erodiade. Ed ecco Erode soffocare i rimorsi, e per un vile rispetto dei suoi convitati, ce l’ attesta chiaro il Vangelo, propter simul discumbentes, consentire alla scellerata dimanda. Di lì a poco il capo insanguinato del Battista era a in giro in un vassoio fra i canti e le danze… Quel sacro labbro è chiuso finalmente; ma Erode il guarda (dice s. Ambrogio) e ancor ne ha paura. Oh se egli avesse avuto un po’ di quel coraggio, che tanto ammirava nel Battista! – Né solo il Precursore di Cristo, ma Cristo stesso, può dirsi, fu ucciso dall’umano rispetto. L’avarizia è vero, il tradì, la rabbia, la gelosia, l’odio, l’invidia lo trascinarono ai tribunali, lo coprirono di piaghe, lo colmarono d’obbrobrii e di scherni, ma l’umano rispetto fece ancora di più, l’umano rispetto lo condannò alla morte, fu cagione del più grande delitto che mai siasi commesso, che mai si possa commettere sulla terra: uccidere un Dio! un Dio venuto per salvarci!.. Ponete mente a ciò che ne racconta s. Giovanni nel suo Vangelo. Gesù vien tratto al tribunale di Pilato: i sacerdoti, e i principi della sinagoga col popolazzo da loro sedotto, fan ressa intorno al Pretorio, vogliono Cristo condannato alla morte. Ma Pilato sa ch’Egli è innocente, sa che per invidia l’han tradito nelle sue mani, ed è risoluto di liberarlo. Vediamo come si destreggia. — Di che accusate quest’uomo? — dimanda ai Giudei; ed essi: — se non fosse un malfattore non te l’avremmo dato nelle mani. — Che bella ragione! (dovea risponder loro Pilato) e pretendete che sulla vostra parola condanni un uomo alla morte? Suvvia! quale è il suo delitto? Fuori le prove, fuori i testimoni Nulla di ciò; ma come s’accorge che a ogni modo vogliono morto Gesù, cerca sbrigarsene, abbandonando Gesù alla lor discrezione. — Se è un malfattore, pigliatevelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge. — Ma i Giudei che di tal morte volevano gettar tutta l’odiosità sopra il Preside Romano: — a noi non è lecito sentenziare alcuno di morte; — rispondono. – Il Preside allora entra nel pretorio chiama davanti a sé il reo, e come avea sentito certe voci che l’accusavano di farsi re, l’interroga: Sei tu proprio il re de’ Giudei? E Cristo non nega, anzi il conferma, dichiarandogli la natura del suo regno, che non ha nulla di simile co’ regni di questo mondo, come quello, che essendo spirituale, non mira ad altro che alla salute dell’anime e al trionfo della verità sulla terra. Pilato ch’era uno scettico bell’e buono: Quid est veritas? gli dimanda crollando le spalle; e senz’aspettare altra risposta, pianta li Gesù, esce sul loggiato del pretorio e dice a’ Giudei: ——. Io non trovo in lui alcun delitto. — Ma siccome i Giudei insistono e vogliono ad ogni modo la sua condanna. Pilato immagina un suo espediente, una di quelle che si chiamano mezze misure, che tanto piacciono ai devoti dell’umano rispetto. I Giudei per la Pasqua avevano il privilegio di liberare un lor prigioniero qual volessero. Ora, trovandosi appunto in prigione un tal Barabba macchiato di sedizioni, di furti e d’omicidi: — E uomo così sozzo e scellerato costui (pensò Pilato), che Gesù vi guadagnerà immensamente al paragone; e volto ai Giudei: — Chi volete che io vi rilasci? Barabba o Gesù? — Ma il ripiego gli andò fallito; ché i sacerdoti, i principi, e con essi tutto il popolo (udite plebiscito!) gridarono a’ una voce: — Non hunc, sed Barabbam! Ma e che farò di Gesù? – Alla croce! alla croce! viva Barabba, morte a Gesù! — A Pilato cadde il cuore. Ei conosceva (già l’abbiam detto) l’innocenza di Gesù, e non avrebbe voluto condannarlo per tutto l’oro del mondo. Era  un onest’uomo Pilato, un buon impiegato; chi ne dubita?… Ma impiegato (avverte Tommaseo) è parola che ti dice implicamenti ed impicci. E quali impicci ? Da una parte ti bisogna contentare il padron che ti paga, pensar come lui, parlar come lui…. insomma baciar basso. Dall’altra, palpare, adulare il popolo che sta sotto, guardarsi dall’irritarlo, dal contradirlo… Cosicché, tra chi sta sopra e chi sta sotto, il povero impiegato si trova come tra due morse di una tanaglia… Giovani miei, non vi fa gola la sua sorte? Pensateci un poco per quando dovrete scegliervi una carriera; io torno al mio Governatore della Giudea. Il quale, sentendo ingrossar la burrasca, e fallito il primo ripiego, ne trovò subito un altro, non solo inutile questa volta, ma crudele. — Si flagelli Gesù; così  data una satisfazione all’odio e alla rabbia popolare, potrò metterlo in libertà. — Gesù dunque è orribilmente flagellato, poi abbandonato alle mani d’una vile e barbara soldataglia, che l’incoronano di spine, lo mascherano da re, lo caricano di percosse, il satollano di scherni… E Pilato? Pilato, quando il vede sì malconcio… da una parte credo in cuore ne fremesse, ma dall’altra si consola un poco e dice: – Ora i suoi nemici saranno contenti! — E pigliato per un braccio Gesù, lo trae alla loggia, e lo presenta al popolo affollato. Povero Gesù! era così malconcio e sfigurato che quasi più non si conosceva. Di che Pilato nel presentarlo: — ecco l’uomo che m’avete condotto (disse loro) Ecce homo! Quasi dir volesse: guardate se vi par più quello! E se alcuna colpa è in lui, non l’ho castigato d’avanzo? Or bene, sappiate ch’io ve l’ho condotto qui per ripetervi, ch’io non trovo in lui di che condannarlo alla morte. — Ma a queste parole i pontefici, i ministri, tutto il popolo di nuovo con più alte grida: — Alla croce! alla croce! — E Pilato: — Ma io non me la sento di condannare un innocente. Se assolutamente morto il volete, io non entro, pigliatevelo, condannatelo voi. — E il popolo più forte ancora: — alla croce! alla croce! tu devi condannarlo alla croce, perché ei s’è fatto figlio di Dio. — A queste grida ripetute Pilato, (dice il Vangelo) magis timuit. Gli venne la tremarella, la solita tremarella di chi si fa schiavo dell’umano rispetto. Pure la giustizia, la dignità, la coscienza… Ah la coscienza gridava ancor più alto del popolo e gridava a favor di Gesù. Pilato non ha pace, chiama di nuovo Gesù così piagato, insanguinato, col volto pallido, gli occhi spenti… Avrebbe dovuto gettarsi a’ suoi piedi, chiedergli perdono d’averlo così trattato dopo averlo più volte e riconosciuto e dichiarato innocente … Invece si mette sul fiscaleggiare. Pare che sul punto di darsi vinto all’umano rispetto sperasse con ulteriori interrogatori trovar tanta colpa in Gesù da poter dire a se stesso: – Ora posso condannarlo in buona coscienza. – Perciò l’interroga: – Unde es tu? – Donde ci sei venuto?.. Pilato più non meritava risposta, e Gesù tacque.. Questo silenzio punse la vanità e la boria dell’alto impiegato: — Ah sì neh? non ti degni rispondermi? Non sai tu forse che sta in man mia il crocifiggerti o il metterti in libertà? — Qui Gesù buono volle fargli ancora una grazia, dargli un’ultima lezione : — Non avresti potere alcuno sopra di me se non ti fosse dato dal cielo. — Vedete! Lo richiama a serii pensieri, come volesse dirgli: — Bada, o Pilato: tu stai per cedere a coloro che mi gridano la morte. Ma sappi: che lassù c’è Uno da cui tieni il comando, Uno che, se tu condanni me nel tempo, condannerà te nella eternità: perocché, grande peccato sarebbe il tuo, benché maggiore sia quello di chi mi ti ha dato nelle mani. — Divina minaccia, che rispondeva agli intimi pensieri di Pilato, il quale in procinto di condannare Gesù, già cercava farsi una falsa coscienza, rovesciando ogni colpa, come fece più tardi colla sciocca mostra di lavarsi le mani, sui nemici di Gesù. Pilato ancora una volta ne è scosso; l’accento di quest’uomo misterioso, che in mezzo agli strazi del suo corpo par non soffra, par non tema che per lui, e gli parla con tanta pace e maestà, gli è un lampo di luce… ei nicchia, ei dubita ancora. Ma i sacerdoti scaltri, che ben conoscevano il lato debole del Presidente: — Gesù vuol farsi re: (gli gridano); se tu il salvi, ti fai nemico di Cesare; e allora?… addio la sua grazia, addio l’impiego. — Pilato più non regge, Pilato s’arrende; siede pro tribunali, fa per scrivere… ma la mano gli trema, è pallido come un cadave, ha gli occhi stravolti … Di nuovo si alza, di nuovo presenta Gesù ai Giudei: — Ecco, dicendo loro, il vostro re. — Ma essi urlano da capo: — Tolle, tolle, crucifige eum. — E Pilato: —Crocifiggerò io il vostro re? — Chere? (rispondono gli invasati) non abbiamoaltro re che Cesare, noi. —A tal parole Pilato si dà vinto. Coidue spauracchi davanti alla mente,del popolo da una parte e di Cesaredall’altra, e pur maledicendoin cuor suo e Cesare e il popolo adun tempo, preme dentro un istantel’angoscia e i rimorsi, di nuovosiede e scrive con rapidità febbrilel’iniqua sentenza: — Gesù sia crocifisso!. Orrore! Un Dio condannatoa morte, per paura dell’uomo!

VIVA CRISTO RE (10)

Viva cristo re (10)

TOTH TIHAMER:

Gregor. Ed. in Padova, 1954

Imprim. Jannes Jeremich, Ep. Beris

CAPITOLO XI

CRISTO, RE DELLA GIOVENTÙ

Cristo è anche Re dei giovani. Ma come possiamo stabilire e consolidare nell’anima dei nostri giovani il regno di Cristo? Non c’è dubbio che le lezioni di religione a scuola possano essere un modo eccellente per educare i giovani in questo senso. Ma, non dimentichiamolo, la responsabilità principale è dei genitori. I genitori che si preoccupano dello sviluppo spirituale dei loro figli non possono dare un consiglio migliore di questo: educare con Cristo! Non solo con promesse e minacce; non solo con ricompense e punizioni, ma soprattutto con Cristo, con l’amore di Cristo. Al  bambino che, all’età di tre o quattro anni, ha imparato ad amare ferventemente Cristo; al bambino che all’età di sette anni ha ricevuto il Corpo sacramentale del Signore e che continua a ricevere frequentemente la comunione: questo bambino non dovrà essere rimproverato molte volte, né picchiato, né gli dovranno essere promessi piccoli regali; sarà sufficiente che sua madre gli dica: Figlio mio, Gesù vuole questo da te, Gesù non vuole che tu faccia questo altro… – Felice il bambino a cui la madre parla, come parlava Bianca a suo figlio San Luigi, re di Francia: “Figlio mio, preferirei vederti morto piuttosto che commettere un peccato mortale”! Queste parole gli fecero una tale impressione che le avrebbe ricordate per tutta la vita, con grande beneficio per la sua anima. – Felice il giovane a cui il padre dice ciò che il vecchio TOBIA diceva al figlio: “Ascolta, figlio mio, le parole della mia bocca e ponile nel tuo cuore come fondamento…. per tutti i giorni della sua vita… ; e guardati bene dall’abbandonarti al peccato o dall’infrangere i comandamenti del Signore nostro Dio. Fa’ l’elemosina di quello che hai…; sii caritatevole secondo i tuoi mezzi. Se hai molto, dai con liberalità; se hai poco, cerca di dare in buona misura anche di quel poco che hai…. Guardati da ogni fornicazione….. Non permettete mai che l’orgoglio regni nel tuo cuore o nelle tue parole…. Loda il Signore in ogni momento, e chiedigli che diriga i tuoi passi e che tutte le tue decisioni siano fondate su di Lui…” (Tobia IV).   – Sì, Nostro Signore Gesù Cristo è il miglior educatore, perché è Colui che conosce meglio il cuore umano, perché ci predica per mezzo del suo esempio e ci dà la forza di fare il bene! Da questo dipende il risultato dell’istruzione. Perché si possono scrivere libri eccellenti sulla morale e sui suoi valori, mostrando quanto siano belli e necessari; ma per viverli… occorre qualcosa di più di un bel trattato, occorre la forza soprannaturale della grazia. – Da circa vent’anni mi dedico alla gioventù. Quante volte ho visto gli inciampi dei giovani cresciuti senza religione! Quanti dei loro sforzi sono stati infruttuosi! Ma quando finalmente hanno incontrato Cristo, si sono aggrappati a Lui: è questo che li ha salvati! Sì, devo dirlo in modo inequivocabile: chi educa senza usare la preghiera, chi educa senza fare uso della Confessione, chi educa senza fare uso della Comunione, chi educa senza Cristo, alla fine non sarà altro che un inutile pasticcione. Padri, non mettetevi tra Cristo e la giovane anima! Non siate spaventati se vostro figlio o vostra figlia si confessi e faccia la Comunione frequentemente; non dite che sono troppo buoni, che sono esagerati… – Se Cristo è così prezioso per le giovani anime, se è lo splendore dei loro occhi, la loro forza, la loro bellezza, la loro resistenza nei momenti di tentazione, allora dobbiamo fare appello a tutti, genitori ed educatori, insegnanti e giudici, intellettuali e politici, a tutti coloro che hanno voce e voto nell’influenzare l’opinione pubblica, di non permettere che Cristo venga rimosso dalle scuole, di non lasciare che Cristo sia estromesso lontano dalle famiglie. – Chi può cacciarlo via, chi è in grado di defraudarlo? Egli viene eliminato dai genitori che non pregano, dai genitori che, davanti ai giovani parlano senza misurare il peso delle loro parole, delle bestemmie o delle conversazioni licenziose; i genitori che affidano l’educazione dei loro figli a chiunque, senza preoccuparsi se siano veramente cattolici… – “I bambini di oggi non obbediscono ai genitori”, si sente dire. spesso. Ma i genitori obbediscono a Dio? Che cos’è l’autorità dei genitori? Che cos’è l’autorità parentale? È un riflesso dell’autorità di Dio. Può il bambino osservare il quarto comandamento se i genitori non ne osservano i dieci? I giovani non sono sciocchi, guardano più all’esempio che alle parole. Essi osservano costantemente i loro genitori! Essi Sono ben consapevoli che i loro genitori non vanno in Chiesa o che loro non siano mai andati in Chiesa, che non si confessano da anni. L’indifferenza religiosa dei genitori si trasmette facilmente ai figli. Genitori! Non permettete che i vostri figli si allontanino da Cristo a causa vostra. Essi vengono defraudati dagli amici, dalle letture, dai film, dalla pubblicità… È terribile vedere come i vostri figli vengano derubati di Cristo. È terribile vedere come le immagini oscene e pornografiche invadano tutto e rovinino la pulizia dell’anima dei giovani…. La legge difende gli alberi in strada, la legge difende le panchine pubbliche, i lampioni stradali, i marciapiedi, i resti archeologici; ma non ci sono leggi che difendano la purezza della giovane anima. Le più grandi immoralità possono essere mostrate nei cinema; e le autorità si astengono dal vietarlo. Eppure, se chiediamo la prigione per il traditore che consegna al nemico una fortezza, dobbiamo chiederla anche per coloro che corrompono astutamente le anime dei giovani. – Che peccato vedere come gli sforzi educativi di anni vengano rovinati da una lettura oscena o da un film immorale! Finché permetteremo, senza dire una parola, che la nostra gioventù venga moralmente degradata, tutte le riforme educative saranno vane. Finché permettiamo ai mercanti di immoralità senza cuore che trafficano con la purezza dei giovani, noi dei giovani, possiamo fare poco. Ricordiamo che Dio mise un Angelo alla porta del Paradiso e gli mise in mano una spada fiammeggiante. “Che nessuno entri qui” – gli disse. L’anima di un figlio è questo Paradiso. Dio ha posto il padre alla porta della sua anima. “Prendi in mano una spada fiammeggiante – gli ha detto – e non far entrare ciò che non deve entrare”. Padri! Educate i vostri figli alla virtù. Sviluppate in loro ogni desiderio per il bello ed il nobile. Educateli ad essere amanti della verità, fedeli alle loro promesse; in una parola… che siano uomini. – Abbiamo bisogno di una gioventù che non cerchi la propria soddisfazione negli istinti, ma in nobili e grandi imprese, in alti ideali. – Una gioventù volitiva e laboriosa. Una gioventù pronta a difendere la propria integrità morale, ad evitare ogni sozzura. Una gioventù piena di speranza, con una visione chiara e gioiosa, piena di vita … una gioventù che abbia Cristo come Re!

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. LEONE XIII – “IN AMPLISSIMO”

Questa breve lettera Enciclica, venne scritta da S. S. Leone XIII all’Arcivescovo Cardinal Gibbons e a tutti i Vescovi statunitensi nel venticinquesimo anniversario del suo Pontificato con un tono elogiativo e celebrativo dell’azione proficua svolta dai prelati americani in favore della Religione cattolica, azione particolarmente delicata in un contesto inflazionato da sette umane pseudocristiane e da ideologie ateo-massoniche e moderniste che contrastavano l’espandersi della verità evangelica come diffusa dall’unica vera Chiesa fondata da Cristo e capeggiata dal suo Vicario in terra, il Sommo Pontefice romano. « … Dovete quindi, e con voi la schiera cattolica alle spalle, sfruttare strenuamente il tempo favorevole per l’azione che è ora a vostra disposizione, diffondendo il più possibile la luce della verità contro gli errori e le assurde immaginazioni delle sette che stanno sorgendo. » Volesse il cielo che quegli elogi e sollecitazioni a far meglio fosse ancora oggi possibile rivolgere ai prelati statunitensi, in larga parte apostati della fede e colonna portante del modernismo anticattolico promulgato dalla falsa religione del conciliabolo c. d. Vaticano II, inganno satanico destinato a perdere l’anima di fedeli superficiali, ignari e tenuti all’oscuro della vera dottrina cattolica, della retta teologia e del Magistero bimillenario prodotto dai Pontefici romani e dai Concili ecumenici presieduti da un vero Pontefice, come faro di luce proiettato a tutte le genti onde illuminare il loro cammino di salvezza.

IN AMPLISSIMO

ENCICLICA DI PAPA LEONE XIII

SULLA CHIESA NEGLI STATI UNITI

A James Cardinal Gibbons e agli Arcivescovi, e i Vescovi degli Stati Uniti.

Certamente abbiamo motivo di rallegrarci, e il mondo cattolico, in virtù della sua venerazione per la Sede Apostolica, ha motivo di rallegrarsi per il fatto straordinario che siamo da annoverare come il terzo della lunga serie di Romani Pontefici ai quali è stato felicemente concesso di entrare nel venticinquesimo anno del Sommo Sacerdozio. Ma in questa cerchia di congratulazioni, mentre le voci di tutti ci sono gradite, quella dei Vescovi e dei fedeli degli Stati Uniti del Nord America ci rallegra in modo particolare, sia per le condizioni che danno al vostro Paese un posto di rilievo rispetto a molti altri, sia per l’amore speciale che nutriamo per voi.

2. Nella vostra lettera congiunta a noi, amato Figlio e Venerabili Fratelli, vi siete compiaciuti di menzionare in dettaglio ciò che, spinti dall’amore per voi, abbiamo fatto per le vostre chiese nel corso del nostro Pontificato. D’altra parte, siamo lieti di ricordare i molti modi diversi in cui avete servito alla Nostra consolazione durante questo periodo. Se abbiamo trovato piacere nello stato di cose che prevaleva tra voi quando siamo entrati per la prima volta nella carica del Supremo Apostolato, ora che abbiamo superato i ventiquattro anni nella stessa carica, siamo costretti a confessare che il nostro primo piacere non è mai diminuito, ma, al contrario, è aumentato di giorno in giorno a causa dell’aumento della cattolicità tra voi. La causa di questo aumento, sebbene sia innanzitutto da attribuire alla provvidenza di Dio, deve anche essere attribuita alla vostra energia e attività. Nella vostra prudente politica, avete promosso ogni tipo di organizzazione cattolica con tale saggezza da provvedere a tutte le necessità e a tutti gli imprevisti, in armonia con il notevole carattere del popolo del vostro Paese.

3. Il vostro principale elogio è quello di aver promosso e di continuare a promuovere con cura l’unione delle vostre Chiese con questo capo delle Chiese e con il Vicario di Cristo in terra. Qui, come giustamente confessate, si trova l’apice ed il centro del governo, dell’insegnamento e del sacerdozio; la fonte di quell’unità che Cristo ha destinato alla sua Chiesa e che è una delle note più evidenti che la distinguono da tutte le sette umane. Come non abbiamo mai mancato di esercitare con vantaggio questo salutarissimo ufficio di insegnamento e di governo in ogni nazione, così non abbiamo mai permesso che voi o il vostro popolo ne soffriste la mancanza. Abbiamo infatti sfruttato volentieri ogni occasione per testimoniare la costanza della nostra sollecitudine per voi e per gli interessi della Religione tra voi. E la nostra esperienza quotidiana ci obbliga a confessare che abbiamo trovato il vostro popolo, grazie alla vostra influenza, dotato di perfetta docilità ed alacrità d’animo. Pertanto, mentre i cambiamenti e le tendenze di quasi tutte le Nazioni che sono state cattoliche per molti secoli sono motivo di dolore, lo stato delle vostre chiese, nella loro fiorente giovinezza, rallegra il Nostro cuore e lo riempie di gioia. È vero che la legge del Paese non vi concede alcun favore particolare, ma d’altra parte i vostri legislatori hanno certamente il diritto di essere lodati per il fatto che non fanno nulla per limitarvi nella vostra giusta libertà.

4. Non ignoriamo, Venerabili Fratelli, tutto ciò che è stato fatto da ognuno di voi per la creazione e il successo di scuole e accademie per la corretta educazione dei giovani. Con il vostro zelo in questo senso avete chiaramente agito in conformità alle esortazioni della Sede Apostolica e alle prescrizioni del Concilio di Baltimora. Il vostro magnifico lavoro a favore dei seminari ecclesiastici è stato sicuramente calcolato per aumentare le prospettive di bene del Clero e per accrescerne la dignità. E non è tutto. Avete saggiamente preso misure per illuminare i dissidenti e per attirarli alla verità, nominando membri del clero dotti e degni di nota che vadano di distretto in distretto per parlare loro in pubblico, in stile familiare, nelle chiese ed in altri edifici, e per risolvere le difficoltà che possono essere avanzate. Un piano eccellente che, come sappiamo, ha già dato abbondanti frutti. La vostra carità non è stata indifferente alla triste sorte dei negri e degli indiani: avete inviato loro insegnanti, li avete aiutati generosamente e state provvedendo con grande zelo alla loro salvezza eterna. Siamo lieti di aggiungere uno stimolo, se necessario, per consentirvi di continuare questi impegni con la piena fiducia che il vostro lavoro sia degno di lode.

5. Infine, per non omettere l’espressione della Nostra gratitudine, vorremmo che sapeste quale soddisfazione ci avete procurato con la liberalità con cui il vostro popolo si sforza di contribuire con le sue offerte ad alleviare la penuria della Santa Sede. Molte e grandi sono le necessità alle quali il Vicario di Cristo, in quanto supremo Pastore e Padre della Chiesa, è tenuto a provvedere per scongiurare il male e promuovere la fede. Per questo la vostra generosità diventa un esercizio e una testimonianza della vostra fede.

6. Per tutti questi motivi desideriamo dichiararvi ancora e ancora il nostro affetto per voi. La benedizione apostolica, che impartiamo con grande amore nel Signore su tutti voi e sulle greggi affidate a ciascuno di voi, sia presa come segno di questo affetto e come auspicio di doni divini.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 15 aprile 1902, nel venticinquesimo anno del Nostro Pontificato.

LEO XIII

DOMENICA IV DOPO EPIFANIA (2023)

Domenica IV dopo l’EPIFANIA (2023)

Semidoppio. – Paramenti verdi.

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Il Vangelo è tratto dallo stesso capo del Santo Vangelo della terza Domenica dopo l’Epifania. È il racconto di un nuovo miracolo. Gesù manifesta la sua divinità comandando ad elementi potenti ed indocili come le acque sconvolte ed i venti scatenati. E « l’Evangelista fa risaltare l’importanza del prodigio, opponendo alla grande agitazione delle onde », « la grande calma che ne segue » (Vang.). Ma è nella Chiesa che si esercita la regalità divina di Gesù; così i Padri hanno visto nei venti che soffiano in tempesta un simbolo dei demoni di cui l’orgoglio suscita le persecuzioni contro i Santi, e nel mare tumultuoso le passioni e la malvagità degli uomini; cause delle trasgressioni ai comandamenti e delle lotte fraterne. Nella Chiesa, al contrario, regna la gran legge della carità perché, se i tre primi precetti del Decalogo ci impongono l’amore di Dio, altri sette ci impongono, come conseguenza logica, l’amore del prossimo (Ep.). Dio infatti è nel prossimo perché, mediante la grazia siamo in certo modo il complemento del corpo di Cristo. È questo il mistero dell’Epifania. Gesù si rivela Figlio di Dio e tutti quelli che riconoscendolo tale, lo riconoscono loro Capo, divengono membri del suo Corpo mistico. Formando tutti un solo corpo nel Cristo, i Cristiani devono anche amarsi reciprocamente. Questa barca, dice S. Agostino, rappresenta la Chiesa la quale manifesta nei secoli la divinità di Cristo. È infatti alla protezione del Salvatore che Essa deve « malgrado la sua fragilità » (Or. Sec), se non è inghiottita in mezzo a tanti pericoli che la minacciano (Or.). Gesù, dice S. Giov. Crisostomo, sembra che dorma per costringerci a ricorrere a Lui, e salva sempre quelli che lo invocano.

Incipit

In nómine Patris,  et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum  in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, 
 absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Ps XCVI:7-8 Adoráte Deum, omnes Angeli ejus: audívit, et lætáta est Sion: et exsultavérunt fíliæ Judae.

[Adorate Dio, voi tutti Angeli suoi: Sion ha udito e se ne è rallegrata: ed hanno esultato le figlie di Giuda.]

Ps XCVI:1 Dóminus regnávit, exsúltet terra: læténtur ínsulæ multæ.

[Il Signore regna, esulti la terra: si rallegrino le molte genti.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu in glória Dei Patris. Amen.

Orémus

 Deus, qui nos, in tantis perículis constitútos, pro humána scis fragilitáte non posse subsístere: da nobis salútem mentis et córporis; ut ea, quæ pro peccátis nostris pátimur, te adjuvánte vincámus.

[O Dio, che sai come noi, per l’umana fragilità, non possiamo sussistere fra tanti pericoli, concédici la salute dell’anima e del corpo, affinché, col tuo aiuto, superiamo quanto ci tocca patire per i nostri peccati.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános.

Rom XIII: 8-10

Fratres: Némini quidquam debeátis, nisi ut ínvicem diligátis: qui enim díligit próximum, legem implévit. Nam: Non adulterábis, Non occídes, Non furáberis, Non falsum testimónium dices, Non concupísces: et si quod est áliud mandátum, in hoc verbo instaurátur: Díliges próximum tuum sicut teípsum. Diléctio próximi malum non operátur. Plenitúdo ergo legis est diléctio.

[Lettura della Lettera del B. Paolo Ap. ai Romani. Rom XIII:8-10 – Fratelli: Non abbiate con alcuno altro debito che quello dell’amore reciproco: poiché chi ama il prossimo ha adempiuta la legge. Infatti: non commettere adulterio, non ammazzare, non rubare, non dire falsa testimonianza, non desiderare, e qualunque altro comandamento, si riassumono in questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. L’amore del prossimo non fa alcun male. Dunque l’amore è il compimento della legge.]

L’Apostolo aveva esortato i Fedeli di Roma ad obbedire ai principi della terra, a pagar loro il tributo, e rendere a ciascuno tutto quanto gli si deve: perciò conclude così: non vi resti altro debito con nessuno, se non quello dell’amore che ci dobbiamo sempre gli uni agli altri: La carità è un debito perpetuo, che il vero Cristiano paga sempre, né se ne affranca mai. Non vi è nessuno dei nostri fratelli che noi non dobbiamo amare; nessuno che non dobbiamo amar sempre. Può alcuno rendersi indegno della mia affezione per i suoi portamenti sregolati, viziosi, da ingrato, anche scandalosi, ma non potrebbe liberarmi dall’obbligo di amarlo: posso io disapprovare i fatti suoi, condannarne i mali costumi, ma non sono meno obbligato d’amare la sua persona. È un dovere di religione, da cui nulla può dispensarmi; è un comandamento eguale a quello di amare Dio, così positivo, così determinato, così permanente e così fermo.

AspirazioneO divino Gesù, versate in cuore a noi lo spirito dì carità, sicché, la vostra grazia facendoci camminare sulle vostre orme, noi adempiamo fedelmente il precetto dell’amore del prossimo.

(L. Goffiné, Manuale per la santificazione delle Domeniche e delle Feste; trad. A. Ettori P. S. P.  e rev. confr. M. Ricci, P. S. P., Firenze, 1869).

Graduale

Ps CI:16-17 Timébunt gentes nomen tuum, Dómine, et omnes reges terræ glóriam tuam.

[Le genti temeranno il tuo nome, o Signore: tutti i re della terra la tua gloria.]

Quóniam ædificávit Dóminus Sion, et vidébitur in majestáte sua. Allelúja, allelúja.

[Poiché il Signore ha edificato Sion: e si è mostrato nella sua potenza. Allelúia, allelúia]

Alleluja

Ps XCVI:1 Dóminus regnávit, exsúltet terra: læténtur ínsulæ multæ. Allelúja.

[Il Signore regna, esulti la terra: si rallegrino le molte genti. Allelúia.

Evangelium

Sequéntia  sancti Evangélii secúndum Matthaeum.

Matt VIII:23-27

“In illo témpore: Ascendénte Jesu in navículam, secúti sunt eum discípuli ejus: et ecce, motus magnus factus est in mari, ita ut navícula operirétur flúctibus, ipse vero dormiébat. Et accessérunt ad eum discípuli ejus, et suscitavérunt eum, dicéntes: Dómine, salva nos, perímus. Et dicit eis Jesus: Quid tímidi estis, módicæ fídei? Tunc surgens, imperávit ventis et mari, et facta est tranquíllitas magna. Porro hómines miráti sunt, dicéntes: Qualis est hic, quia venti et mare oboediunt ei?”

[In quel tempo: Gesù montò in barca, seguito dai suoi discepoli: ed ecco che una grande tempesta si levò sul mare, tanto che la barca era quasi sommersa dai flutti. Gesù intanto dormiva. Gli si accostarono i suoi discepoli e lo svegliarono, dicendogli: Signore, salvaci, siamo perduti. E Gesù rispose: Perché temete, o uomini di poca fede? Allora, alzatosi, comandò ai venti e al mare, e si fece gran bonaccia. Onde gli uomini ne furono ammirati e dicevano: Chi è costui al quale obbediscono i venti e il mare?]

OMELIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956)

GESÙ E LE TEMPESTE DELLA CHIESA.

La barca del lago di Genezareth, montata da Gesù e dai suoi primi discepoli, guidata da Pietro, rappresenta bene la Chiesa che ha ricevuto la missione divina di raccogliere nel suo grembo le anime, di condurle dalla riva della terra alla beata riva del cielo, senza lasciarle naufragare nei flutti ringhiosi e minacciosi provocati dalle passioni, « venti contrari alla vita serena ». Appena la navicella della Chiesa fu allestita e i primi passeggeri furono a bordo, già una furiosa tempesta l’assaliva. Era la collera dei Giudei che, illusi d’aver soffocato il Cristianesimo, avendo crocifisso il Cristo, non potevano sopportare di vederlo crescere ed espandersi sotto i loro occhi. S. Giovanni e S. Pietro furono imprigionati, S. Giacomo ucciso, Santo Stefano lapidato. A pochi passi dalla riva, la nave della Chiesa già pareva dovesse venir travolta. Ma Gesù si svegliò e fece un segno: Giovanni e Pietro evasero dalla prigione, dal sangue di Giacomo e Stefano germogliarono innumerevoli Cristiani. Paolo si convertì. Intanto da Roma giungevano le legioni imperiali a distruggere nel fuoco e nel sangue la nazione giudaica. E la barca della Chiesa prendeva il largo e continuava il suo cammino. Ed ecco una seconda tempesta, assai più violenta e lunga. Quella Roma che aveva rovesciato tutti i troni e i regni del mondo, aveva giurato di sommergere anche la barca di Pietro. Per tre secoli la Chiesa fu combattuta come la peggior nemica dell’Impero Romano; per tre secoli fu sparso il sangue dei Cristiani. Ma Gesù si risvegliò e fece un segno; allora l’imperatore Giuliano vinto e moribondo sul deserto orientale si strappa le bende e lancia in alto una manata di sangue, confessando la propria sconfitta. « Galileo, hai vinto tu! »; allora l’imperatore Costantino a Roma vede nel cielo sfolgorante la croce col motto: « Con questo segno vincerai », e proclama la libertà della Religione Cristiana. Intanto dalle nebbie e dalle selve nordiche discendono le orde barbariche a punire l’orgoglio romano. E la Chiesa? prende il largo sempre più, e procede per il suo cammino provvidenziale. L’islamismo sollevò un’altra paurosa procella contro la Chiesa, e s’avanzava per terra e per mare, minacciando di travolgere tutta la civiltà cristiana. Ma Gesù sì risvegliò e fece un segno: a quel segno l’Europa tutta si raduna e si precipita contro il colosso maomettano, l’arresta, l’infrange. Sulle acque di Lepanto la barca di Pietro passava vittoriosa, verso nuove conquiste. E già c’era sull’orizzonte una nuova bufera. Lutero, Calvino, Zuinglio avevano strappato dall’unità della fede popoli interi, bruciando chiese, devastando monasteri, insultando e massacrando preti e religiosi. La Germania; l’Inghilterra, la Svezia, la Danimarca, si levano contro la Chiesa. Ma Gesù si sveglia e fa un segno: ecco numerosi Santi rinnovarono lo spirito della carità e della verità; ecco un Concilio, il più grande di quanti ve ne furono, si raduna a Trento, condanna l’errore, definisce nettamente la verità e la morale religiosa. Intanto da Roma partono drappelli di missionari per l’Asia e l’America a conquistare nuove provincie all’impero dell’Amore, e la barca di Pietro si riempie di nuovi passeggeri, più numerosi dei disertori, prosegue la traversata dei secoli, sicura e possente. Ed ecco, poco più di duecento anni or sono, una filosofia incredula e una sanguinosa rivoluzione assaltare di nuovo la Chiesa con scaltrezza, disprezzo, calunnie, lenze inimmaginabili. E poi ecco un Cesare, Napoleone, novello arbitro del mondo, che sogna d’incatenare Pietro e la Chiesa e di avvinghiarli al carro del suo trionfo. Gesù si sveglia: Napoleone muore sull’isolotto di S. Elena e pensa al Dio invincibile davanti al quale aveva osato misurarsi, folle d’orgoglio; e il Papa a Roma guida di nuovo la barca della salvezza ai porti predestinati. Oggi ancora la Chiesa di Dio è assalita da ogni parte, in ogni maniera. Il Santo Padre, vecchio e dolente, leva il suo fievole gemito che fa tremare i cuori di tutti gli uomini. « Dagli estremi confini dell’Oriente sino all’ultimo Occidente — dice il Papa — giunge a noi il grido dei popoli, in cui re e Governi veramente hanno congiurato insieme contro il Signore e contro la sua Chiesa. Vedemmo calpestati i diritti divini ed umani, i templi distrutti dalle fondamenta, religiosi e le sacre vergini scacciate dalle loro case, imprigionati, affamati, afflitti da obbrobriose sevizie; le schiere dei fanciulli e delle fanciulle strappate al grembo della Madre Chiesa, spinte a negare e a bestemmiare Cristo, e condotte ai peggiori delitti della lussuria; tutto il popolo cristiano minacciato, oppresso, in continuo pericolo di apostasia della Fede e di morte anche la più atroce ». (Da un discorso di Pio XI). – Quando si sveglierà Gesù? Noi non sappiamo né quando, né come Gesù si sveglierà. Forse tra poco e forse ancora fra molto. Questo è certo: che si sveglierà e le porte dell’inferno non prevarranno. In questa fermissima certezza noi gemiamo nella speranza, attendiamo, nella rassegnazione il giorno della vittoria e dell’amore.

– GESÙ E LE TEMPESTE DELL’ANIMA. La vita dell’uomo è ben simile alla traversata, più o meno lunga, d’un lago: ogni momento ci stacchiamo remando da questa riva del tempo e ci avviciniamo alla sponda dell’eternità. Questa navigazione da principio è calma e felice come fu per gli Apostoli sul lago di Genezareth. In realtà gli anni della fanciullezza sono pieni di dolci sogni popolati da immagini soavi e gioconde. La terra è un paradiso terrestre per l’ingenuo fanciullo, a cui ogni cosa par nuova e bella, ed ogni giorno porta una promessa. I venti delle passioni e i marosi delle preoccupazioni dormono ancora, e le acque della vita scintillano tranquille e serene. Ma vien poi la giovinezza con i tumulti interiori, con i desideri violenti; viene la virilità con gli sconforti e crucci. Dal lago del cuore, che nella fanciullezza innocente pareva un limpido specchio, sono balzati rapidi venti, le onde grosse e minacciose: l’anima sbigottita si è trovata impotente di fronte a tanta forza avversa, si è sentita rapita verso l’abisso. Chi nella sua giovinezza non ha tremato per queste tempeste? Chi non fa tuttora la dura esperienza delle tentazioni e delle tribolazioni? E forse un giorno, l’anima s’è dimenticata di svegliare Gesù, e s’è lasciata trasportare da un furiosa ventata fuori della barca. Può darsi che siano anni e anni e molte anime naufragano in balìa delle passioni, senza più nessuna forza di resistenza, senza più nessuna speranza. Nel loro cuore il Gesù dell’infanzia felice, il che sulle ginocchia della madre hanno pregato, che hanno visto nei puri sogni a fanciullezza, che hanno atteso nella notte santa del Natale trattenendo il respiro nella speranza che si lasciasse scorgere nel deporre i doni, quel Gesù è sepolto in un sonno profondo che pare di morte. Sarà possibile risvegliarlo ancora dopo tant’anni? E se non sì risvegliasse più, che sarebbe ormai la vita? un naufragio. Non so dove l’abbia letto, ma in mente mi sta un racconto assai significativo. Quando i briganti Cinesi invasero il villaggio di Fiordaprile, il missionario dovette fuggire, ed ogni segno di religione fu cancellato. Anche la chiesetta fu ridotta ad abitazione del capo dei briganti. Dopo decine d’anni quel villaggio era ritornato pagano e più nessuno aveva memoria della santa Religione cristiana. Solo era rimasta una strana costumanza, che i padri insegnavano ai figli, e si tramandava di generazione in generazione. Passando davanti a un fianco di quella che era stata una chiesa, tutti si fermavano un istante, inchinavano rispettosamente la testa, e poi proseguivano; ma nessuno sapeva dare spiegazione. Un giorno passò nel villaggio di Fiordaprile un nuovo missionario e intuì in un fabbricato, nonostante le deformazioni, le linee d’una chiesa cristiana; e fece scrostare cautamente la calce da quel punto del muro verso il quale tutti solevano inchinarsi. Apparve la figura di Gesù sorridente, con le braccia aperte all’amplesso. – Cristiani, se le passioni come briganti selvaggi hanno invaso il villaggio dell’anima vostra, se il peccato ha detronizzato Iddio, ha cancellato ogni santo segno, non di meno voi non avete cessato dal rendere omaggio, tratto tratto almeno, alla Religione della vostra fanciullezza. Era un desiderio in certi momenti più forte di ogni cupidigia, era un’aspirazione insoffocata del cuore che a volte tornava a galla. Come il missionario della terra cinese, io scopro oggi in tante anime naufragate nella loro coscienza le linee del tempio di Dio, i segni sommersi del loro Battesimo. Raccoglietevi, Cristiani, scrostate con un buon esame di coscienza, con una santa confessione la calce del peccato e delle abitudini cattive. Riapparirà Gesù sorridente con le braccia aperte all’amplesso. Da troppo tempo Egli dorme, sommerso nelle profonde dimenticanze del vostro cuore; risvegliatelo coi gridi di una preghiera veemente e fiduciosa. Se Egli si sveglia, sarete salvi dalla tempesta. Nel Vangelo, si legge di alcune barche che seguivano sul lago quella di Gesù: Et aliæ naves erant cum illo (Mc., IV, 36). Di esse che è avvenuto? Non si sa. Fin che il lago restò in bonaccia esse, probabilmente, seguirono Gesù; ma al primo discatenarsi dei venti l’abbandonarono. C’è da temere che siano state travolte. Con Gesù si teme e si soffre per la tempesta, ma alla fine c’è salvezza e felicità. Quelli che per timore dei sacrifici al momento della tentazione o della tribolazione scappano indietro verso la riva del piacere trovano la morte e l’infelicità eterna. – Si dice che durante i temporali, S. Tommaso si rifugiasse in chiesa e si tenesse abbracciato al tabernacolo. Fuori il vento selvaggio ululava, la grandine crepitava sui tetti e contro i vetri, tra lampo e lampo rombavano paurosamente i tuoni. Ma egli stava sereno e sicuro: era con Gesù. Non altrimenti dobbiamo fare noi, o Cristiani, quando nel cielo della vita passano le burrasche: bisogna stringersi a Gesù. Egli non può perire, perciò tutti quelli che a Lui s’attaccano saranno salvi. Questo è il principale insegnamento che dobbiamo ricavare dal Vangelo che oggi leggiamo.  La navicella fragile è il simbolo dell’anima nostra che naviga sull’acque della vita; talvolta le tentazioni con una rabbia violenta sollevano la burrasca intorno ad essa, minacciandola di sprofondarla nel peccato. Guai se in quegli istanti non s’aggrappa a Gesù! Navicella fragile è anche la nostra famiglia che naviga sui flutti degli anni e delle vicende umane: ma talvolta le tribolazioni con soffocante assiduità sollevano la burrasca e cercano di sprofondarla nella disperazione. Guai se in certe ore di dolore e di lacrime amare non si avesse la fede in Gesù. Navicella fragile che porta Pietro e gli Apostoli è specialmente la Chiesa Cattolica; ma talvolta le persecuzioni, con diabolica perfidia, sollevano la burrasca per travolgerla, e sconquassarla se fosse possibile. Una volta fu la burrasca di sangue, poi quella delle eresie, oggi è quella dell’immoralità e del materialismo ateo. Guai se tutti i giorni Gesù non fosse con Essa! Ecco, dunque, tre pensieri da meditare: tre tempeste. Tempesta nell’anima: la tentazione. Tempesta nella famiglia: la tribolazione. Tempesta nella Chiesa: la persecuzione. – Ma noi accontentiamoci di indugiare sulle prime due. LA TENTAZIONE. Questa procella minacciosa per la nostra salvezza può essere agitata dal demonio, dalla carne, dal mondo. – Il demonio. Molti non ci credono più e lo dicono una fandonia dei nostri vecchi, ma non sanno quegl’infelici che l’ultima astuzia del demonio è quella di farsi credere morto. Raccontano che nell’Africa ci sono degli orsi che vanno alla caccia delle scimmie; ma queste, assai più snelle, come vedono le irsute fiere avanzarsi, si rifugiano sulla cima degli alberi. L’orso impotente, che fa allora? Distende la sua massa carnosa sotto la pianta e fa il morto. Ma appena le improvvide scimmie discendono al basso, di scatto si rizza, le azzanna, le sbrana. Io non so se gli orsi fan proprio così, ma son certo che proprio così fa il demonio a divorare le anime. E quelle che di lui non hanno più paura, e non temono di annegare nella burrasca delle sue tentazioni, credetelo, sono già sua preda sicura. Il demonio odia Iddio che per lui ha creato l’inferno, ma contro Dio nulla può fare. Odia gli uomini che, inferiori a lui per natura, potranno un giorno entrare in quel Paradiso da cui fu scacciato: ma contro di essi egli può molto, e se l’ascoltano, quando mette in mente laide fantasie e dubbi e bestemmie, può rovinarli per sempre. Non temiamo: alle tempeste del demonio ci salveremo sempre se con giaculatorie e preghiere desteremo Gesù che dorme sulla fragile navicella dell’anima nostra. Guardate il figliuolo di Tobia: in cammino verso un paese lontano, era entrato nel Tigri a lavarsi i piedi. Quando ecco un mostro discendere lungo la corrente per avventarsi contro lui e divorarlo. « Signore! — invocò il giovane — salvami, che mi viene addosso ». Bastò questo grido a salvarlo. Basta anche una giaculatoria, se detta con fede e amore, a salvarci dal nemico che come mostro discende contro di noi per divorarci: Resistite fortes in fide! – La carne. Dopo il peccato originale la nostra carne cerca di ribellarsi al nostro spirito. E come un’acqua in tempesta, così essa si solleva a ondate contro di noi; e vuol soddisfare ai piaceri della gola fino a sentirsi male; e vuol soddisfare alla quiete floscia della pigrizia fino a trascurare il dovere; e vuol soddisfare alla bassa sensualità fino ai peccati più nefandi. Per salvarci dalla tempesta della nostra carne bisogna risvegliare Gesù con la mortificazione. Mortificare la gola con qualche rinuncia volontaria, col fuggire l’intemperanza, l’ubriachezza. Mortificare la pigrizia con alzarsi presto alla mattina per venire ogni giorno, se è possibile, alla Messa, con vincere il sonno alla sera per recitare devotamente il rosario e le preghiere. Mortificare soprattutto la passione impura. – Il mondo. Il demonio è un gran nemico, ma il mondo è più terribile ancora. Il mondo è tutto in malignità (I Giov., V, 19). Il mondo è un mare d’impudicizia ove annegano e l’anime e i corpi. È un mare più spaventoso di quello in cui una volta perì Faraone, sepolto nei flutti con tutta l’armata. Gesù per tutti ha pregato, per gli amici e per i nemici, perfino per i suoi crocifissori; solo per uno ha negato la sua preghiera: per il mondo. Non pro mundo rogo (Giov., XVII, 9). Ed il mondo ha mille mezzi per sommergere nella sua onda limacciosa la navicella dell’anima nostra. Ha le compagnie cattive, più maligne del demonio, perché non si possono mettere in fuga con le giaculatorie; ha i libri e le illustrazioni immorali che non arrossiscono nel dipingere le scene più corrotte; ha i divertimenti, i balli, i ritrovi… Chi vuole scampare dal naufragio, deve fuggire il mondo per accorrere a Gesù. E Gesù dorme nel silenzio della Chiesa, nella pace della nostra casa. Fortunati quelli che conoscono soltanto la strada della casa e della Chiesa! – LA TRIBOLAZIONE. Ecco un’altra specie di tempesta che frequentemente solleva i suoi marosi in giro alla nostra famiglia, e ci fa tremare e ci fa piangere. Ora è la malattia, ora è la morte che si porta via le persone più care; or sono gli affari imbrogliati, ora è la miseria; talvolta sono le calunnie, il disonore, l’odio. Ricordiamo innanzi tutto che la tribolazione viene da Dio. Un servo si lamentava col suo padrone di essere dimenticato, di essere mal ricompensato, di essere mal trattato. Il padrone ascoltò tutto in silenzio, e poi gli rispose: « Senti, cosa vuoi di più? Ti ho sempre trattato come il mio figliuolo, anzi meglio in certe occasioni, e ti lamenti? con qual coraggio? ». Davvero che a tante donne, a tanti Cristiani che imprecano la Provvidenza, Iddio potrebbe rispondere con le parole di quel padrone: « Senti, cosa vuoi di più? Ti ho sempre trattato come il mio Figliuolo Gesù Cristo, anzi meglio: a te non ho dato la corona di spine, non ho dato la flagellazione, la morte di croce. Tu sei più ricco di Lui che non aveva un sasso per dormire, tu sei più onorato di Lui ché non ti hanno ancora chiamato rivoluzionario e non ti hanno ancora sputato negli occhi. Che cosa vuoi di più? ». Ricordiamo anche che la tribolazione è per nostro bene. S. Ambrogio, sorpreso dalla notte cadente sul suo cammino; bussò ad una porta, chiedendo ospitalità. Fu accolto; discorrendo col capo di famiglia, venne a sapere che là non capitava mai la più piccola tribolazione. Il Santo ne fu spaventato e non volle più fermarsi nemmeno a dormire. « Fuggiamo di qua, — disse, — perché la collera di Dio è sopra questa casa ». E aveva ragione. Quando non ci sono dolori, l’anima s’attacca ai beni del mondo come se fosse stata creata solo per essi. Quando non ci sono dolori, l’anima prega poco e niente e quasi si persuade di non aver più bisogno di Dio. Quando non ci sono tribolazioni, l’uomo monta in superbia e s’illude di essere privilegiato sopra ogni altro, e disprezza chi soffre e non soccorre chi ha bisogno. Quando non c’è nulla da pensare, le nostre passioni diventano più furiose e facilmente ci travolgono nei peccati di impurità. Dopo tre giorni di deserto gli Israeliti assetati, giunsero alla fontana di Mara. Ma appena si intinsero le labbra, dovettero risputarla fino all’ultima stilla, perché era amarissima. Tutto il popolo gemette lungamente. « Dovremo dunque morire di sete? » Mosè allora si raccomandò a Dio, che gli indicò un legno: appena questo fu gettato nell’acqua tutti poterono dissetarsi in dolcezza (Ex., XV, 25). Ecco come noi possiamo vincere la tempesta della tribolazione. Non lamentandoci continuamente, non invidiando quelli che in apparenza stanno meglio di noi, non imprecando alla giustizia di Dio, ma ricorrendo a questo legno miracoloso: Il legno della pazienza, è il legno della rassegnazione, è il legno dell’accettazione. È il legno della croce su cui sta inchiodato Gesù. – Mentre sopra, nella luce del sole sfolgorante, la Roma pagana cercava di adescare i primi convertiti della Religione di Cristo, mentre nel circo e negli orti imperiali i Cristiani versavano il sangue e la vita in testimonio della loro fede, giù nelle catacombe, nella penombra mistica degli ambulatori, fra le arche dei martiri, un pittore con mano tremula di speranza e di salute, dipingeva: Ecco le onde di un lago in tempesta, sotto a un cielo rannuvolato; una barchetta con la vela squarciata rema alacremente; qualcuno affoga… Ma il pilota s’è levato sulla prora e tende le braccia in alto. Ad un tratto le nubi si aprono, e attraverso il varco s’allunga la mano di Dio onnipotente. che li terrà galleggianti sui flutti (WILPERT, Le Catacombe, II, 445). – A noi, che dopo tanti secoli ridiscendiamo nelle Catacombe, quale tremito di commozione ridesta quella pittura ingenua e incerta. Chissà con che fiducia serena la guardavano, passando i neofiti che al giorno dopo dovevano essere uccisi! Chissà con quale proposito fermo a lei si volgevano quelli che erano costretti a vivere e lavorare tra i pericoli di quella Roma in corruzione! Anche per noi quella pittura dice ancora una profonda parola di fede: «Va, Cristiano! Per quante burrasche urtino contro la nave della tua anima e della tua famiglia, non temere! Leva le tue braccia al Cielo, «soffri, combatti e prega » che la mano di Dio non mancherà di salvarti.

– La vita è come un mare che dobbiamo attraversare su d’una fragile barchetta per raggiungere, all’altra sponda, il nostro eterno destino. Ma più spesso che sul mare, intorno a noi si scatena la tempesta delle tribolazioni e cerca di sommergerci. Ci sono delle ore in cui viene spontaneo il grido disperato dell’Idumeo: « Maledetto il giorno in cui si disse: è nato un uomo ». Ci sono delle ore così fosche che la fede nella Provvidenza vacilla e s’odono Cristiani, e perfino delle buone mamme di famiglia, bestemmiare contro la giustizia di Dio, negarne l’esistenza, buttarsi in preda alla disperazione. « Che cosa ho fatto di male? Dio è ingiusto. — Meglio fare il Barabba che si è più fortunati. — Se Dio è buono perché non m’aiuta? — Oh, se ci fosse davvero questo Dio… ». Non le avrete forse pronunciate anche voi, nella vostra vita, queste bestemmie? Modicæ fidei! gente di poca fede. – Per trovare la forza di sopportare le tribolazioni bisogna aver tanta e viva fede, poiché la fede ci persuade di due cose: la tribolazione viene da Dio, la tribolazione riconduce a Dio. LA TRIBOLAZIONE VIENE DA DIO. Non si parla mai di tribolazione senza ricorrere all’antico esempio di Giobbe. Come mai questo patriarca, che pur era un uomo come noi, seppe portare santissima pazienza e rassegnazione fra tutte le sciagure che l’opprimevano? Un giorno gli arriva in casa, trafelatissimo, un servo e gli dice: «I Sabei hanno rapito i buoi che aravano e gli asini che pasturavano; hanno passato a fil di spada i tuoi servi: io solo sfuggii per miracolo ». Parlava ancora costui che ne arrivò un altro: « Un fulmine ha incendiato il tuo ovile con tutte le pecore e con tutti i servi: io solo sono qui per miracolo ». Non aveva ancora finito che ne sopraggiunge un terzo: « Mentre i tuoi figli e le tue figlie banchettavano in casa del loro fratello maggiore, il vento ha rovesciato la casa seppellendoli sotto: io solo fui salvo, per miracolo ». Allora Giobbe stracciò il suo mantello, si prostrò a terra, adorò il Signore e disse: « Nudo son nato e nudo morrò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto: sia benedetto il Signore » (Iob., 1,21); il Signore! dunque non i Sabei, non il fulmine, non il vento, ma Dio gli mandava i dolori. E quando perderà la salute, che perfin la moglie lo deriderà per la sua fiducia nella Provvidenza, egli saprà risponderle: « Tu parli come una donna stolta. Come dalle mani di Dio riceviamo volentieri le consolazioni, così dalle mani di Dio dobbiamo ricevere volentieri anche le tribolazioni ». Ecco il segreto che diede forza a Giobbe, che può dar forza anche a noi: ogni tribolazione vien da Dio, e dalle mani di Dio tutto si deve prendere volentieri perché è nostro padrone ed è nostro padre. Dio è Padrone: di noi, dei nostri cari, dei nostri beni; ed il padrone delle sue cose può far ciò che vuole, darne a noi o togliercele; donarci la salute e privarcene; metterci a fianco una persona amata e riprenderla quando a lui piace. Noi, sue povere creature, dobbiamo dire sempre: sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. – Dio è Padre: che ci ama, che vuole il nostro bene anche quando ci tormenta e ci fa piangere. Ho assistito una volta ad una vaccinazione di bambini. Le mamme stesse li portavano: ma i piccoli strillavano, sferravano i piedini come per fuggire dalle braccia materne, graffiavano, piangevano: « Mamma, cattiva cattiva ». Ma le mamme non si lasciavano commuovere e denudavano le braccine rosee e le sottoponevano alla lancetta pungente del dottore, perché le scalfisse fino al sangue. Così Dio fa con noi: ci sottopone alla vaccinazione del dolore, perché sa che è necessaria per scampare dalla malattia del peccato. Sotto l’angoscia noi, come un bambino che non capisce ancora, ci rivoltiamo contro Lui quasi a graffiarlo, ma il Signore che, come una mamma, vede più in là di quel che possiamo veder noi, non si lascia commuovere. Noi, quando entreremo in Paradiso e conosceremo ogni cosa, esclameremo: « Benedetta la severità di Dio! ». – Gesù Cristo, fratello nostro maggiore, ha sopportato tribolazioni infinite: la fatica, il disprezzo, la calunnia, il tradimento, la flagellazione, gli sputi negli occhi, la croce. Chi l’ha sostenuto nell’atroce martirio? Chi gli ha dato animo a bere l’amarissimo calice fino alla feccia? Il pensiero che quel calice glielo dava da bere suo Padre Iddio. Calicem quem dat mihi pater non bibam? – LA TRIBOLAZIONE CI RITORNA A DIO. Manasse, salito al trono di Giuda a dodici anni, corteggiato ed onorato da un popolo, nell’abbondanza dei favori divini, fece il male in cospetto al Signore. Alzò altari a Baal, piantò boschetti per gli idoli, riedificò le statue del demonio distrutte già da Ezechia, suo padre. Giunse perfino a mettere sulle braccia infocate di Moloch un suo figlio, e a lasciarlo bruciare in sacrificio al mostro. Il Signore allora suscitò gli Assiri che invasero il regno dell’empio re. Manasse, colto d’improvviso, fu vinto, preso, legato, trascinato a Babilonia. Nell’esilio obbrobrioso, il re prigioniero, solo e disprezzato, s’accorse che la mano di Dio gravava sopra il suo capo. Allora soltanto si ricordò del Signore, e si rivolse a Lui e lo scongiurò ad usargli misericordia. Postquam coangustatus est, oravit ad Dominum Deum suum. (II Par., XXXIII, 12). Così è di noi pure: quando siamo fortunati, quando la salute è buona e gli affari vanno bene, ci dimentichiamo di Dio come di una cosa inutile; e spesso calpestiamo la sua legge e viviamo lontani da Lui che ci ha creati. Ci vogliono le tribolazioni per aprirci gli occhi, per ricondurci a Dio. Non fu così, e sempre, anche del popolo di Israele? Quando Dio lo colmava di favori, il popolo cadeva nell’idolatria: incrassatus, impinguatus dereliquit Deum Factorem suum (Deut. XXXI, 15). Ma poiché il Signore riempì di tribolazione e di morte il suo cammino, ritornò a rifugiarsi nel suo Dio. – Talvolta Iddio manda la tribolazione ad innocenti bambini, a uomini vissuti sempre nella giustizia; allora essa è una prova che Dio manda per accrescere i meriti dei suoi amici. Dio è come un padrone che fa lavorare molto quelli che vuol compensare molto. – La tribolazione può essere anche un purgatorio terreno, col quale Iddio purifica le anime elette da ogni ombra di colpa, per riserbare ad essi nient’altro che gioia e premio; mentre la prosperità degli empi è un piccolo premio del poco bene che han fatto quaggiù, e dopo morte non avranno che dolore e castigo. – Dopo il martirio di S. Stefano, scoppiò in Palestina una persecuzione contro i Cristiani. Lazzaro, il resuscitato, le sorelle Maria Maddalena e Marta, avevano venduto la loro casa e i loro beni per beneficare i poveri e giravano di paese in paese predicando il Vangelo del Signore. Ben presto furono presi e imprigionati e poiché essi non volevano desistere dal predicare, e d’altra parte i Giudei non sapevano come farli tacere, li misero, legati, sopra una barcaccia vecchia e sconnessa e con loro posero anche Cedonio, il cieco nato guarito da Gesù; e poi li tirarono in alto mare. E là, smarriti sulle acque, legati nella barca che cigolava per ogni connessura, senza remi e senza vela, li abbandonarono alla mercé delle onde. Vennero le tenebre, soffiarono i venti, muggirono le procelle, ma sulla barca vi erano dei sinceri Cristiani che avevano in cuore una fede, e non perirono. Un mattino nel golfo di Marsiglia entrava una vecchia barcaccia, senza vela e senza remo. I curiosi che accorsero, videro legate in essa alcune persone preganti, con la serenità negli occhi e sulla fronte. Tirarono a secco la barca ed estrassero i prigionieri, Lazzaro, il risuscitato, le sorelle Maria e Marta, Cedonio, il cieco nato che riebbe la vista. Appena toccarono terra elevarono al cielo le mani e gridarono: « Gesù! ». Cristiani, quand’anche noi in qualche giorno della vita ci trovassimo come in un alto mare di tribolazioni, senza vela e senza remo, non perdiamoci di fede. Quella fede che ci fa conoscere come il dolore viene da Dio per ricondurci a Dio sarà la nostra forza, la nostra rassegnazione, la pazienza nostra fin che non entreremo nel porto del regno del cielo. Allora, toccando quella gioia senza confine, proromperemo in un grido di riconoscenza e d’amore: « Gesù! ».

 IL CREDO

Offertorium

Ps CXVII:16; CXVII:17

Déxtera Dómini fecit virtutem, déxtera Dómini exaltávit me: non móriar, sed vivam, et narrábo ópera Dómini.

[La destra del Signore ha fatto prodigi, la destra del Signore mi ha esaltato: non morirò, ma vivrò e narrerò le opere del Signore.]

Secreta

Concéde, quaesumus, omnípotens Deus: ut hujus sacrifícii munus oblátum fragilitátem nostram ab omni malo purget semper et múniat.

[O Dio onnipotente, concedici, Te ne preghiamo, che questa offerta a Te presentata, difenda e purifichi sempre da ogni male la nostra fragilità.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de sanctissima Trinitate

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in uníus singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre quotídie, una voce dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: che col Figlio tuo unigenito e con lo Spirito Santo, sei un Dio solo ed un solo Signore, non nella singolarità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Cosí che quanto per tua rivelazione crediamo della tua gloria, il medesimo sentiamo, senza distinzione, e di tuo Figlio e dello Spirito Santo. Affinché nella professione della vera e sempiterna Divinità, si adori: e la proprietà nelle persone e l’unità nell’essenza e l’uguaglianza nella maestà. La quale lodano gli Angeli e gli Arcangeli, i Cherubini e i Serafini, che non cessano ogni giorno di acclamare, dicendo ad una voce:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis


Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Luc IV:22 Mirabántur omnes de his, quæ procedébant de ore Dei.

[Si meravigliavano tutti delle parole che uscivano dalla bocca di Dio.]

Postcommunio

Orémus. Múnera tua nos, Deus, a delectatiónibus terrenis expédiant: et coeléstibus semper instáurent aliméntis.

[I tuoi doni, o Dio, ci distolgano dai diletti terreni e ci ristorino sempre coi celesti alimenti.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (237)

LO SCUDO DELLA FEDE (237)

LA SANTA MADRE CHIESA NELLA SANTA MESSA (6)

SPIEGAZIONE STORICA, CRITICA, MORALE DELLA SANTA MESSA

Mons., BELASIO ANTONIO MARIA

Ed. QUINTA

TORINO, LIBRERIA SALESIANA EDITRICE, 1908

LA MESSA

PARTE SECONDA

L’OFFERTA

La parola di Gesù Cristo mette in relazione il mondo presente col paradiso; e la fede in Lui è come la scala veduta dal patriarca Giacobbe, che dalla terra toccava il cielo, sopra la quale andavano gli angeli a deporre le offerte sull’altare, innanzi al trono di Dio, e discendevano a recar le grazie. Per questa scala i fedeli, montando di grado in grado nella pratica delle evangeliche virtù, perverranno ad essere beati in Dio. Così ora, letto il Vangelo e professata la fede cattolica, i fedeli si vedono aperta la via del cielo: ed il sacerdote ancora li benedice col Dominus Vobiscum, affinché sian degni di venirvi a fare le loro offerte, dicendo: il Signore vi accompagni a fare l’offerta; ed il popolo gli risponde: il Signore accompagni l’anima tua nella tremenda azione.

CAPO I

ART. I.

L’OFFERTA DEI FEDELI, E L’USO CHE NE FA LA CHIESA.

Oremus.

Il sacerdote si rivolta all’altare per offrire, e manda anche di là avviso al popolo d’accompagnarlo colle sue preghiere innanzi a Dio (Ben. XIV, lib. 2, cap. 8, m. L. De sac. Miss.) col dire loro: « Oremus, preghiamo. » Ben convenendo, dice s. Bonaventura, salutare il popolo ed invitarlo a pregare, affinché al santo Evangelio tenga dietro la lode del cuore in bocca e il frutto della fede nelle opere (S. Bonav. in expos. Miss.). Confidando poi, che il popolo gli tenga appresso, egli con una viva giaculatoria nell’orazione detta « offertorio » getta il suo cuore in seno alla divina bontà. Allora i fedeli, quasi in risposta all’invito loro fatto, venivano a offrire a Dio ciò che per essi si poteva di meglio. Dovendosi sempre più avvicinare a Dio, pare che il popolo temesse venirgli innanzi colle mani vuote, povero cioè di opere buone, e senza meriti di carità, che lo raccomandassero. Perciò a questo punto consegnava le sue offerte nelle mani dei ministri minori, come il povero colono si affretta, nel presentarsi al signore che gli dà pane, ad offrire il frutto delle sue fatiche. Il diacono le riceveva da questi, e le deponeva sull’altare per essere presentate a Dio insieme col pane e col vino (Card. Bona, Rerum litur. lib. 1, cap. 7 n. 1.), che devono trasmutarsi nel Corpo e nel Sangue del suo divin Figliuolo. – A che s’adoperavano coteste offerte? Queste offerte s’impiegavano alla gloria di Dio, nel sostentamento delle vedove, dei pupilli, e massime dei poveri infermi. Sovente venivano spedite a soccorrere le chiese oppresse dalle persecuzioni, ed a sostenere nelle carceri quei generosi, carichi di catene, che erano fatti degni di patire pel nome di Gesù Cristo. Noi non possiamo a meno di confortarci anche coi buoni fedeli del tempo presente, vedendo come lo spirito di Gesù Cristo vivifica ancora le membra della Chiesa sparse in ogni parte della terra; sicché tutti si risentano della disgrazia di ciascuna chiesa in particolare, come ne hanno dato prova nella fame d’Irlanda l’anno 1846. Sanno, i nostri lettori, che l’Irlanda è nazione cattolica, cui il partito protestante in Inghilterra opprime colla più calcolata crudeltà, succhiandone il sangue e soffocandola in lenta persecuzione, che continua da 390 e più anni. Questa nazione di eroi, che sugli occhi di un mondo senza generosità sì lascia uccidere per durarla nella fede cattolica, vedeva i suoi figli morire a mille a mille alla giornata, perché falliva il raccolto delle patate: e la protestante d’Inghilterra, avara sua padrona, usurpatrice di tutte le ricchezze che possedeva la Chiesa cattolica pe’ suoi figliuoli, e signora dei mari con centomila navigli, che vanno a spandere per tutte le parti del mondo merci di lusso, e riportano tesori d’ogni maniera, stava tranquilla a vederli cadere, forse segretamente contenta, che quel popolo forte, cui non poté vincere colla prepotenza, fosse dalla fame abbattuto. Ebbene da Roma il sommo Pontefice sentì il grido de’ suoi poveri figli, e fece ricorso a tutti i fedeli (Il Pontefice romano nelle grandi disgrazie si mostrò sempre il Padre comune dei Popoli d’ogni nazione, ed in seno a lui trovarono ospizio e carità, massime i perseguitati per la giustizia. Non è luogo qui di mostrarlo colla storia dei sommi Pontefici. Ma non possiamo cessare di richiamar alla mente degli Italiani, che nell’invasione dei barbari, quando i popoli scappavano di sotto le loro mazze, che davvero ammazzavano, ebbero dal Padre dei fedeli rifugio e protezione, patria e libertà. Qui non possiamo a meno di citare un fatto tanto analogo a quello della fame d’Irlanda. Quando la peste colpiva Marsiglia l’anno 1719, ed a quella terribil peste si aggiungeva la fame, il Sommo Pontefice inviò tre mila cariche di grano (Cantù, Storia Univ. vol.18). Parlare poi dell’Angelo della bontà di Dio Pio IX, che corre a confortar di carità tutti i colpiti da grandi sciagure, è come voler dire che il sole risplende.): ed i fedeli consegnarono nelle mani del Padre comune milioni e rilioni da campare la vita di quei fedeli, figliuoli della stessa Madre. Quanto fu commovente sentire il Pontefice a pregare carità in tutte le chiese del mondo, ricordando, che i misericordiosi si troveranno beati col conseguire alla loro volta misericordia (Matth. V, 7)! Alle parole del Padre rispondevano i figli colle loro limosine; e per render grazie ai figliuoli misericordiosi, il Padre per la misericordia operata prometteva nel giubileo in quell’anno promulgato indulgenza plenaria a chi si ravvedeva, e confessava pentito le sue colpe nel fare quell’opera di carità. No, non possono essere più stretti, né più vivi, né più teneri i vincoli, che legano il cielo colla terra, gli uomini a Dio, cioè i cari vincoli della carità, che fanno di duecento e più milioni di uomini una famiglia di figliuoli intorno a quel Padre, che sulla terra rappresenta il Padre nostro che è ne’ cieli, e di là rimunera le carità fatte ai figli in terra. – Le offerte fatte nel tempo del Sacrificio servirono anche al mantenimento dei ministri dell’altare; e di qui venne il costume di dare ai sacerdoti le elemosine per la celebrazione della Messa (Mabil. pres. del secolo III degli annali. Benedet. e Bened. XIX, lib. 2, cap. d, N. 1, De Sacr. Miss.). Così si provvide al sostentamento delle persone segregate dal mondo, per dedicarsi al servizio di Dio e delle anime. – Fin dal principio della Chiesa s. Paolo apostolo faceva diritto ai ministri dell’altare di vivere dei doni sull’altare consacrati (1 Cor. IX, 14.). Perché si vide ben subito come, a rigor di giustizia, si dovesse provvedere ai bisogni materiali di quegli uomini, che dimenticano di provvedere a se stessi, per solamente consacrarsi ai bisogni spirituali del popolo. Né il popolo mancò mai di portare sull’altare il pane da mantenere coloro che dall’altare si affannano di avviarlo al paradiso. –  Quando un giovane si ascrive al clero, col dimettere le vesti del secolo, e col lasciarsi tagliar la chioma, dà segno di voler interrompere ogni interesse, che gli lega il cuore al mondo, e lo protesta col dire: La mia porzione è il Signore, e troppo grande è la eredità, che mi tocca nella sua Chiesa (S. Hier. ep. 2, ad Nepot.): e il buon senso dei fedeli comprende, come un Uomo destinato a trattare continuamente il Corpo di Gesù Cristo non deve, se non a malincuore, mischiarsi a maneggiare le cose della terra; e come per lui, a cui il Verbo Eterno si comunica personalmente, troppo mal sarebbe, che venissero ad intorbidargli la mente, per le sollecitudini per le cose del tempo. Per lui che possiede Iddio, (S. Hier. ep. 2, ad Nepot. Pontific. Romani concilii Mediolanì) e deve ardere continuamente l’incenso della preghiera innanzi a Dio nel Sacramento, sarebbe quasi un sacrilegio, se di un tempo sacro al divino servizio facesse tempo di schiave fatiche, a far guadagno per le necessità della vita. Ecco il perché con tanto fervore subito i primi Cristiani, fino nelle loro strettezze, credevano, che pensare si dovesse a mantenere coi doni dell’altare chi all’altare serviva (I Cor. XI, 14.). – Poi anche troppo importa ai fedeli, che quegli uomini, cui sono affidati i loro più cari interessi, e non che altro, le proprie coscienze, sieno liberi ed indipendenti; sicché loro non sì possa con un tozzo di pane, di che mai avessero fame, serrare in gola la parola di Dio. Quindi si stabilirono le mense, le prebende, i benefizi, donde ì ministri di Dio avessero di che vivere onestamente, e provvedere ai bisogni di carità, in cui si trovano sovente impegni nell’esercizio del loro ministero. Eppure uomini, che si vendono alla semplicità del buon popolo per liberarli, invidiano, e cercano rubare ogni legittimo possedimento alla Chiesa: e, calunniando i sacerdoti di abusare di quei beni, suscitano le passioni del popolo, affinché tolleri il vile latrocinio, che essi vorrebbero fare. Ma i politici dovrebbero intenderla, che i beni della Chiesa, tesoro conglutinato di lagrime di penitenti, e santificato dal Sangue di Gesù (Massillon Conf.), come tirano l’anatema sulle ingorde famiglie, in che mai si travasano, così accrescono in pauroso modo i debiti, e le miserie degli stati, che credono rifarsi colle sacre spoglie. I popoli poi devono ben ricordare quale abbiano fatto guadagno, lasciando spogliare le chiese, il clero ed i conventi nello scorso secolo. I popoli sanno per prova, che non hanno protettori, amici, e padri più sinceri dei sacerdoti, in seno ai quali soli, ancora a’ dì nostri, vanno confidare i loro segreti bisogni. Perché anche con tanta filantropia alla moda, è ancora adesso il Sacerdote quel solo, che penetra nei più abbietti tuguri, ove è nascosta la poveraglia, dalla miseria avvilita, e la salva l’innocenza, cui il tiranno bisogno già tradiva in mano al delitto. Ah! il povero infermo in sullo strame, e l’affamata famiglia nello squallor dello abbandonato tugurio, se si rallegrano un istante, è allora quando il sacerdote li visita, recando loro colla benedizione di Dio il pane di carità condito di grazie celesti: e la vedovella, disperata dal dolore pei figliolini che gridan pane, senza un bricciol da dare loro in bocca, non ha se non il Sacerdote, che la conforti colla carità sincera. Dove son lagrime da tergere, miserie da alleggerire, comparisce ancora un apostolo, come l’angiolo, portando i doni di Dio; e lascia i confortati a benedire una religione, che, intesa al paradiso, diffonde le consolazioni della carità sulla terra. Potrebbero forse tanti poverelli morir derelitti, anzi disperati, se aspettassero che li vadano consolare gli amici del popolo alla moderna. Del resto, ospedali, orfanotrofi, case di carità, asili per î figli dei poveri, scuole dei contadini, opere pie per vestire i poveri, per nutricarli, per soccorrerli a domicilio, per provvederli di medicine in tante città e borghi, per provveder nutrici ai bambini, cui manca il seno della madre, in tutti i principali villaggi, portano quasi sempre il nome di un fondatore o benefattore ecclesiastico, o almeno di pii, che fecero offerte a Gesù Cristo. Così mentre dobbiamo dire, che le opere di beneficenza sono generalmente mantenute coi doni offerti sull’altare della carità di Gesù Cristo, possiamo anche asserire, che nessuna classe d’uomini, in tutti i tempi dell’esistenza del mondo, è più benemerita della società, né ha fatto maggiori sacrifizi che i Pontefici, i Vescovi, i Sacerdoti, nelle cui mani sono affidati i doni dell’altare. Quando pensiamo alle meraviglie di loro carità, siam tentati a credere, che il pane si moltiplicasse nelle loro mani, come in quelle del Redentore. Per lo contrario le infuocate declamazioni d’uomini senza viscere di carità contro le ingordigie dei frati e del clero secolare sono soffocate dai gemiti e dagli urli della poveraglia crescente, che spaventevole trabocca minacciosa; cui, più che consolare, si cerca di confinare in filantropiche prigioni, certi ricoveri di mendicità alla moderna! Osserviamo ancora come con queste offerte si provvede eziandio al decoro del luogo santo. A quelli, che menano sempre per bocca l’elogio della povertà della Chiesa primitiva, quasi amor di semplicità evangelica, al culto del gran Monarca del tutto non convenissero altre cose che i cenci e lo squallore di un’abbietta miseria, regaliamo un curioso monumento d’antichità: un atto autentico scritto, quando si mise mano a spogliare, ed abbrucciare le chiese nella persecuzione di Diocleziano. Questo è l’inventario degli arredi della chiesa di Cirra, piccola città di Numidia, che non è a pezza da paragonarsi colle illustri chiese di Roma e di altre moltissime e nobilissime città, tutte già ripiene di Cristiani, i quali già inondavano fino la corte imperiale. In esso sono inscritti due calici d’oro, sei d’argento: e di quale capacità! (Servivano per la comunione di tutto il popolo, e la patena regalata da Teodorico a Cesario Vescovo d’Arles pesava sessanta libbre d’argento. Vedi ricchezza!); sei lucerne, una caldaia, sette lampade tutte d’argento; oltre gli utensili di rame e le vesti ecc. E vorremmo mandarli a visitare i tesori di tutte le cattedrali più antiche, per vedere quella ricchezza, e specialmente di calici fatti di pietre d’incalcolabil valore, che accennano l’amor degli antichi al decoro del servizio divino. Agli amatori poi del progresso, così tanto perché non abbia ad isfuggire loro di mente, ricordiamo che la pittura, la scultura, l’architettura devono tutti i loro capi d’opera alla carità dei fedeli. Basta visitare le più celebri gallerie; e trovi che le più grandi meraviglie del genio furono inspirate dalla carità di uomini religiosi, che volevano in un quadro Gesù e Maria, ed i Santi lor protettori. E doveva essere così; ché la carità, che vien dal cielo, fa riflettere sulla terra un raggio di quel bello divino, di cui risplendono le arti, solo quando sono inspirate dalla fede cristiana. – Se tu giri per tutte le città d’Italia, trovi tal magnificenza di tempii, che fanno i più magnifici inviti al Signore della gloria a discendere in terra. Roma è poi là con tutte le glorie antiche de’ Pontefici; cui tutti i re d’ogni dinastia della terra, (eppure molti se ne vanta: di mecenati degli uomini di genio, e protettori degli artisti!), posti anche tutti insieme, non hanno potuto eguagliare. Se non fosse, che i Sommi Pontefici hanno troppo maggiori titoli per meritarsi il nome di Padri comuni, questo solo di avere sempre protetto le arti belle, in un colle scienze d’ogni maniera, deve farli tenere in conto di protettori i più benemeriti, anzi di padri della civiltà dell’universo. – E finalmente, diceva S. Ambrogio (De off. lib, 2, cap. 28.), la Chiesa non ha dell’oro per farne suo tesoro; ma per Serbarlo alla necessità dei popoli, al sostentamento dei poveri e dei peregrini ( (2) Conc. gen. VII, relat. cap. 13, q. 2.). Perciò allorquando vennero le necessità, spezzò fino i calici per farne moneta da comperar pane o da redimere schiavi. Gli annali della Chiesa ricordano la carità del Vescovo Deograzia; che, da Roma invasa da Genserico essendo spinti a Cartagine dal vento (anno 485) fuggiaschi confusamente principi, patrizi e popolani, egli vendette gli ori della sua chiesa per redimere gli schiavi, mutò due chiese in ospedali, e dì e notte vegliava a dar loro conforti d’ogni maniera di carità. E in Roma il Pontefice s. Leone il grande, dopo di averla salvata due volte col proteggerla colla sua santità, fece fondere un dì sei vasi d’argento di cento libbre donati da Costantino. E quell’uomo sommo, s. Gregorio, il grande Papa, s’impegnò a liberare gli schiavi d’Irlanda, e a trasmutare l’Inghilterra barbara in una terra di santi. E Paolino, stato console, buon poeta, Vescovo di Nola e santo, convertì ad egual uso tutte le sue e le ricchezze del tempio, e finì col dare schiavo se stesso per redimere i figli di una vedova. Così quei poveri emigrati romani, cerchi a morte dai barbari, esuli in così straniere terre, e d’ogni ben sprovveduti, trovavano nelle chiese quei conforti, che sa preparare la carità, e nei Sacerdoti incontravano i padri dei popoli, che si facevano tutto per tutti in quelle necessità estreme, buoni pagatori in tal modo, ai figli delle persecuzioni fatte alla Chiesa dai pagani loro avi. La chiesa d’Alessandria va gloriosa del gran patriarca della carità, chiamato Giovanni l’elemosiniere, come le Gallie di s. Cesareo Vescovo d’Arles, che vendette calici e patene per riscattare schiavi, e Parigi di s. Germano, che dava fino la tonica in elemosina, e tutto che poteva avere, spendeva allegramente in redimere schiavi, solo melanconico, quando non aveva più che dare. Nelle incursioni dei saraceni il sommo Pontefice Zaccaria (nell’anno 750) mandava comperar ragazzi, che si vendevano pel più indegno dei lucri ai saraceni per farne eunuchi. S. Barsciario e s. Eligio poi correano per le vie dei borghi, e delle città di Francia per ricomperare gli infelici, dai be bari rapiti alle loro famiglie e tratti in ischiavitù; l’uno ne liberò sedici in una giornata, l’altro cento tra romani, galli, bretoni, sassoni, e mori (Cantù, Storia Univ. v. 7 e 9. Vogliamo ricordare per particolare divozione il beato Matteo Carriero mantovano dell’Ordine dei Predicatori, il cui corpo è venerato in Vigevano, dove diede l’esempio delle sue virtù e della sua beata morte. Egli non avendo niente a dare ad una madre, che lo richiedeva per la redenzione di una sua figlia dalla schiavitù, diede se s’esso al padrone turco: il quale meravigliato della carità, lo lasciò andare libero colla fanciulla.)! Sarebbe pure da ricordare all’Italia, madre di tanti grandi uomini e santi, che si dimentica di tante sue glorie veraci, il suo s. Epifanio, vescovo di Pavia in quel povero tempo, in cui restava deserta fino di abitanti. Mandato costui messaggero di pace tra Teodorico, re degli Ostrogoti in Italia e Godebaldo, re dei burgondi in Lione, da questi, come da Godegisilo re in Ginevra, ottenne la liberazione degli schiavi italiani. Consta essere stati da lui liberati sei mila senza riscatto, solo in merito della sua pietà: (quegli erano barbari; ma riconoscevano il merito più che certi liberali in vanto di civiltà); oltre tanti altri riscattati col danaro di Teodorico e di Singria, devota donna, chiamata da s. Eunodio tesoro della Chiesa, (vorremmo sapere il numero degli schiavi liberati da questi strombazzatori di filantropia). Le memorie storiche li fanno ascendere a tante migliaia, che si temette non restasse spopolata la Francia pel ritorno in Italia di quei poveri schiavi. Oh! l’Italia d’allora ben salutò colle lagrime il santo liberatore dei perduti suoi figliuoli (Rohrbacher, Storia Ecel. anno 495.). L’Italia poi si onorò del suo Carlo Borromeo, come la Francia del suo sacerdote della carità universale S. Vincenzo de’ Paoli, uomini che basterebbero soli a formare la gloria di una nazione. Finalmente la storia della schiavitù umana, a consolazione dell’umanità, ricorderà cogli altri eroi, che Spesso tutti si rallegravano di vendere se stessi per riscattare poveri schiavi. Quel benedetto s. Pietro Pascal, vescovo di Ioan, che, dato tutto per redimere ì Cristiani suoi figliuoli, fatti prigionieri dai turchi, alla fine vendette se stesso, e fu quindi condotto schiavo in catene. Saputolo il clero ed il popolo, offrirono sull’altare una grossa summa che gli fu subito spedita, perché comperasse in se stesso un così caro padre per la sua famiglia, più che diocesi, inconsolabile d’averlo perduto. Egli, nel ricevere quel danaro, bagnato dalle lagrime dei suoi figli, sì guarda d’intorno tante povere donne, e tanti giovani in pericolo di perdere la santità del costume e la fede in quella schiavitù; e scrive piangendo, che gli volessero perdonare, se egli lo spendeva tutto a liberare quei meschinelli! E restò là in mano ai barbari, che gli tagliarono la testa l’anno 1300. Ora dica chi ha un po’ di cuore, se vi furono mai tesori meglio impiegati, che i doni offerti sopra l’altare di Dio?

Art. II.

Le Benedizioni.

Il Sacerdote benedice all’offerta dei fedeli, come il Padre nostro, che è nei cieli, benedice alle anime, che coi voti e colle preghiere si gettano confidenti nelle braccia della sua bontà. Ad essere così benedetti i fedeli offrivano, fin dai primi secoli, oltre pane e vino, come si offeriscono ancora, agmelli, biade, cere, danaro e cibi. Offrivano anche le primizie di tutti i frutti. Un canone (Doelinger, Storia Eccl. Ben. XIV, ecc.) apostolico permette di deporre sull’altare, oltre le fresche spighe, e grappoli d’uva, olio ed incenso. Di queste offerte pigliava, e metteva da parte il Sacerdote quel tanto di pane preparato a tal uopo e di vino, che bastasse pel sacrificio; e poi tutte benediceva le offerte (Doelinger, Storza Eccl.). – Anche le benedizioni sono riti, che la Chiesa imparò dagli Apostoli stessi. Ed è bene, che i fedeli sappiano che significa questo benedire che fa a tante cose diverse. Sposa del Creatore, e madre degli uomini a lei fedeli, essa ha ricevuto la potestà al tutto divina di rinnovare ogni cosa in Gesù Cristo; e appunto di questa facoltà fa uso nelle benedizioni. La benedizione è come una purificazione e destinazione della cosa benedetta; quasi una consacrazione per servirsene a gloria di Dio, per l’uso dei Sacramenti, ed anche per gli usi della vita. Cioè col benedire libera le cose create dalla maledizione, che dopo il peccato originale pesa su tutte le creature. Poiché gli uomini ribellaronsi a Dio col peccato, entrò nel mondo il disordine; e fino le creature insensibili non si trovarono più regolarmente disposte al servizio dell’uomo, siccome le aveva ordinate Dio. Anzi di esse si può il nemico servire per stimolarci a peccare, e farne in mano di noi strumento di perdizione. Ora colla benedizione la Chiesa prega Dio di riordinare tutte le cose al servizio dei fedeli, anzi ad infondere nelle materiali cose una cotal sua forza divina, da farle divenir capaci di servire d’istrumento per la gloria sua e per la santificazione delle anime. Quindi l’acqua battesimale, l’olio ed il balsamo per la Confermazione e per la Estrema Unzione, e per altri usi santi, si benedicono e consacrano col segno di croce e con orazioni, al santo fine di servire nei Sacramenti come di materia in tal modo purificata e fatta degna di adoperarsi nel trattare con Dio. Si benedicono anche l’acqua, il sale, i rami d’ulivo, le ceneri e le candele. Di questi oggetti, consacrati al servizio di Dio, il demonio non ardisce servirsi più, né più invasarli colla sua maligna potenza. Anzi a queste cose santificate si attribuisce con ragione la virtù di cacciare i mali spiriti in certe occasioni (Vedi i riti delle varie benedizioni approvate dalla Chiesa su tutto quello che noi diciamo.); e i fatti provano, che ciò avviene sì veramente. Ecco adunque ciò che significa benedire. Essendo Gesù Cristo il Verbo di Dio, per cui furono fatte tutte le cose, divenuto col farsi Uomo, il ristoratore della creazione dal peccato disordinata (Coloss. 1, 20 — Eoh. 1 40. — Heb. 9, 23.) ; la Chiesa, incorporata in Gesù Cristo pel Sacerdote, che la rappresenta, e che, assunto al ministero con Gesù, fa quasi una sola cosa, e partecipa in Lui della virtù ristoratrice divina di rinnovellare e rimettere nell’ordine, in cui furono create, le cose: la Chiesa, dico, col benedire sottrae per questa sua virtù gli oggetti ad una potenza straniera e malefica, che ne potesse abusare a mal fine. Anzi ella infrena, allontana, e mette in fuga questa nemica potenza colla virtù di Dio, divenuta sua per i meriti di Gesù Cristo. – Perciò le benedizioni si danno in forma quasi sempre di esorcismi, (che sono i riti usati per cacciare i demoni), e le cose si segnano col segno di croce, che fu sempre dai demoni tanto temuto. Di qui i Cristiani si affrettarono di prendere il santo costume di segnarsi di croce la fronte e la persona. – S. Giovanni Grisostomo attesta, che ai suoi tempi erano così avvezzi a questo segno, che molti lo facevano spesso anche senza pensiero nell’entrare, per esempio, in un bagno, nell’accendere un lume, ed in tutte altre occasioni. Con questo segno, in nome di Gesù Figliuolo di Dio vivo, continuamente benedicevano a sé e a tutte le cose, che li circondavano. Il che si pratica tuttora dai buoni.

VIVA CRISTO-RE (9)

CRISTO-RE (9)

TOTH TIHAMER:

Gregor. Ed. in Padova, 1954

Imprim. Jannes Jeremich, Ep. Beris

CAPITOLO X

CRISTO, RE DEI BAMBINI

Mai come in questi giorni si è parlato tanto di diritti dei bambini, di protezione dei bambini, di massima attenzione alla loro salute… Tutto questo è molto prezioso. Tuttavia, spesso sembriamo dimenticare ciò che è più importante.  Ci concentriamo soprattutto sulla salute fisica del bambino, sulla sua cura materiale: alimentazione, stimolazione, igiene, istruzione… Ma questo da solo non basta, perché il bambino, oltre al corpo, ha anche un’anima, uno spirito, ed è chiamato ad essere figlio di Dio. E quanto poco si parla della cura dell’anima dei bambini! Ed è soprattutto ai genitori che Dio ha affidato questo compito, di cui un giorno dovranno rendere conto. Nostro Signore Gesù Cristo ama molto i bambini: « Lasciate che i bambini piccoli vengano a me » (Mt XIX,14; Mc X,14). Egli li ama in modo speciale: « Chi accoglie un solo bambino nel mio nome, accoglie me » (Mt XVIII,5; Mc IX,14). (Mt XVIII, 5; Mc IX, 36; Lc IX, 48). È Lui che promulga la prima legge in difesa del bambino: « Chi scandalizza un bambino, sarebbe meglio per lui se gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse gettato in mare »(Mt XVIII,6; Mc IX, 41). Anzi, li prende a modello e chiede ai suoi Apostoli di fare come loro (Mt XVIII, 3; Lc IX, 48). Voleva stare con i bambini (Mt XIX,13) e li ha benedetti. Quando entrò a Gerusalemme, i bambini lo precedettero cantando Osanna. Anche durante la Passione, quando portava la croce, si preoccupava dei bambini: « Piangete per voi stesse e per i vostri figli » (Lc XXII,28). – I genitori devono considerare i loro figli non come un bene, come qualcosa che appartenga a loro, come un mero mezzo per soddisfare il loro istinto di maternità o paternità, ma prima di tutto come creature di Dio, come figli di Dio, chiamati alla vita eterna. Perciò formare la loro anima, coltivare il loro spirito, far conoscere loro Dio è l’obbligo più perentorio, il dovere più onorevole dei genitori.

I.

Se il bambino appartiene più a Dio che ai genitori – e non c’è genitore cristiano che non senta la verità di queste parole – se è vero che Cristo è il Re dei bambini, allora ne deriva una conseguenza importantissima: il santo dovere di educare il bambino non solo per questa vita terrena, ma anche e principalmente per la vita eterna. Eppure, quanti genitori dimenticano questa verità importantissima! Quanti fanno i sacrifici più grandi e non risparmiano sforzi e fatiche per rendere il proprio figlio più sano e in salute, più intelligente e più istruito! Scuola, pianoforte, lingue, corsi di danza, sport…; tutto questo va benissimo, ma il padre dimentica che il suo bambino ha anche un’anima…. Vi siete presi cura anche della sua anima? Non dimenticate che il bambino appartiene a Dio, che un giorno vi chiederà conto del tesoro che vi ha affidato. « A mio figlio viene già insegnata la religione a scuola », si giustifica il padre. Ma non basta: a cosa servono una o due lezioni settimanali di Religione se a casa e per strada, sui social media, il bambino non vede mettere in pratica le belle verità della lezione di Religione, o piuttosto vede esempi completamente opposti a ciò che impara in classe?  « Allora cosa dovrei fare, predicare sempre a lui, farlo pregare sempre? » Certo, dovrete parlargli spesso di Dio, di Nostro Signore Gesù Cristo, della Madonna, dei Santi e cercare di far pregare vostro figlio, ma dovete fare anche qualcos’altro. Cosa? Tre cose: 1° Educare la sua volontà. 2º Non siate ingenui, osservate il loro comportamento e 3º Educateli con l’esempio.

Educare la volontà del bambino. Vale a dire, abituarlo ad obbedire ed a fare il suo dovere. L’Antico Testamento, nella storia di Heli, dà un avvertimento molto serio ai genitori che perdonano tutto, che scusano tutto. « Punirò per sempre la sua casa per la sua iniquità, perché sapeva quanto si comportassero indegnamente i suoi figli e non li correggeva come doveva » (1 Re III: 13). Eppure Heli rimproverò i suoi figli, ma non lo fece con sufficiente severità. Ebbene, cosa direbbe oggi il Signore dell’amore sciocco, dell'”amore pignolo” dei genitori di oggi? Di genitori che adorano un nuovo tipo di idolatria: sul trono siede un piccolo tiranno di quattro o cinque anni, che si arrabbia, che grida, che batte rabbiosamente il terreno con i piedi, e due vassalli maturi, un uomo e una donna, si inchinano impauriti e corrono a soddisfare tutti gli sciocchi capricci dell’amato tiranno, dell’amato idolo.  Educare significa non assecondare troppo il bambino ed abituarlo ad un’obbedienza pronta e indiscussa. Perché all’inizio il bambino non sa che cosa sia l’obbedienza e bisogna insegnargliela.  « Ma se il bambino piange, se ci chiede certe cose? » Beh, lasciatelo piangere, non gli farà male alla salute. I genitori dovrebbero saperlo bene: è meglio che il bambino pianga quando è piccolo, in modo che un giorno, quando sarà più grande, i genitori non dovranno piangere per lui.

Tenere d’occhio il suo comportamento.

Non è necessario stare sempre dietro di lui. È sufficiente che sappiate in ogni momento dove si trova vostro figlio, cosa stia facendo e con chi sia. Non giustificatevi dicendo: « Mio figlio è ancora così ingenuo, così bambino, così innocente ». Vostro figlio ha, come tutti, il peccato originale ed è esposto come tutti ad essere tentato ed a subire cadute. Cosa direbbe San Paolo, l’Apostolo delle genti, a questi genitori? « Se qualcuno non si prende cura dei suoi, soprattutto dei suoi parenti, ha rinunciato alla fede ed è peggiore di un infedele » (1 Tim V, 8). È un peccato vedere che molti genitori hanno tempo per molte cose, tranne che per l’educazione dei figli. Non li interessa e, per questo motivo, non li sorvegliano e non li prevengono da molte occasioni di pericolo per le loro anime.

3° E infine, educare il bambino con l’esempio.

Perché l’esempio trascina. Purtroppo le belle usanze cristiane in casa, che hanno fatto tanto bene, stanno scomparendo. Preghiera mattutina e serale in comune, letture religiose, immagini di santi appese alle pareti, conversazioni su argomenti religiosi… « Se la radice è santa, lo sono anche i rami – dice l’Apostolo » (Rm XI, 15). E se non è santa? Se le anime del padre e della madre sono fredde, congelate, che ne sarà del bambino?

II

Dove può essere la radice del problema dell’educazione dei bambini?  Non è forse che gli standard mondani hanno infettato il santuario stesso delle famiglie cristiane? Non è forse che i figli non sono più visti come una “benedizione”, ma piuttosto come una “maledizione” della famiglia? Se guardiamo indietro nella storia, vediamo che ovunque siano vissuti uomini giusti, il bambino è stato considerato il più grande tesoro della famiglia. Un esempio è il popolo ebraico dell’Antico Testamento. Le donne si consideravano infelici se Dio non dava loro dei figli. La Sacra Scrittura riporta in modo commovente la preghiera di Hannah, madre di Samuele: « O Signore degli eserciti, se vuoi volgere i tuoi occhi a vedere l’afflizione della tua serva… e vuoi dare alla tua serva un figlio maschio, lo consacrerò al Signore per tutti i giorni della sua vita » (I Samuele 1:2). Ricordate Santa Elisabetta, che era profondamente addolorata per la sua mancanza di figli. Ma quale fu la sua gioia alla nascita di San Giovanni Battista: « i suoi vicini e parenti sentirono parlare della grande misericordia che Dio le aveva mostrato e si rallegrarono per lei » (Lc 1, 58). Ripercorrete la storia di Roma e notate i pagani dai sentimenti retti e nobili. Un amico proveniente da Capua fa visita a Cornelia, una delle più nobili dame romane, e lei non smette di disprezzare i propri gioielli. « Ma, cara amica, mostrami anche i tuoi gioielli più belli », le dice infine. Poi Cornelia fa entrare i suoi figli: « Guardate, questi sono i miei gioielli più belli ».  – Il bambino era una parte essenziale della famiglia, tanto che la famiglia non era considerata perfetta senza la benedizione dei figli. Se oggi chiediamo ad un contadino cristiano, non ancora contaminato dalle tendenze moderne: « Hai una famiglia? », risponderà: « Sì, ne ho cinque », riferendosi ai suoi cinque figli, perché, secondo il suo modo di pensare, dove non ci sono figli non c’è famiglia. – E poi, che cos’è il matrimonio senza figli? Uno splendido albero che non dà frutti. Qual è la casa più ricca senza figli? Un sole invernale che non irradia calore. Ma oggi è stato inculcato un pensiero terribile: la paura delle famiglie di avere figli. È davvero pietoso vedere coppie sposate in buona salute, alle quali Dio concederebbe la benedizione di avere figli, eppure non vogliono accettare questo dono, perché per loro il bambino non è altro che un peso. È davvero orribile non accettare la volontà di Dio, non voler accogliere il bambino che il Signore manda loro. Fa rabbrividire pensare che ci siano coppie di fidanzati che si sposano con l’idea di non avere figli, che vogliono essere solo marito e moglie, ma non padre e madre. Ci stupiamo nel vedere che il santuario della famiglia si sia trasformato in un covo di peccato; che la casa rimbombi di puro vuoto; che siano gli stessi genitori ad uccidere i propri figli od a porre ostacoli al loro concepimento; che ci siano madri che non vogliono cullare il loro bambino, ma scavargli la fossa; che il giardino di famiglia non abbia fiori né profumi… Non voglio più parlare di questo peccato, di questo terribile male. Non voglio dilungarmi oltre su questo peccato, su questo male terribile; se solo gli sposi considerassero attentamente che dovranno rendere conto a Dio di questo peccato, di aver abbassato il sacramento del matrimonio a limiti davvero incredibili! Non c’è bisogno di essere molto intelligenti per capire a cosa andrà incontro una nazione quando le famiglie avranno deliberatamente e sistematicamente un solo figlio. Anche se sono due, questo non aumenta la popolazione, perché in questo caso muoiono due anziani e rimangono due giovani. E il numero di coloro che muoiono non sposati per vari motivi non viene compensato. C’è bisogno di nuclei familiari con almeno tre figli, e quante famiglie oggi hanno non più di due figli, o uno solo. O solo uno, e forse nemmeno uno! Questo terrificante modo di pensare è presente ovunque, non solo nelle città, ma anche nelle campagne. Perché se nessuno osa parlare, almeno la Chiesa Cattolica lo fa, per difendere quelle vite innocenti che sono escluse da questo mondo. Se la Chiesa non avesse sempre promosso la vita, non avremmo San Francesco Saverio, il settimo figlio dei suoi genitori. Non avremmo avuto Santa Teresa di Lisieux, la nona figlia della famiglia. Non avremmo avuto Sant’Ignazio di Loyola, che era il tredicesimo figlio. E non avremmo Santa Caterina, la venticinquesima. E si potrebbero citare molti altri casi. I genitori egoisti ci sono sempre stati, ma mai in proporzioni così sconcertanti come oggi. Mai questo peccato è stato diffuso con una propaganda così cinica. Mai con una tale noncuranza e una così raffinata malvagità. Alcuni mi obietteranno: « Tu non conosci la vita reale. Non ci sono posti di lavoro. Le case sono così care, tutto è così caro! Noi due riusciamo a malapena a vivere; cosa faremmo se fossimo in cinque o sei a casa? ». Devo confessare che su alcune cose avete ragione. So quanto costa vivere al giorno d’oggi. E conosco i piccoli appartamenti in cui la gente vive ammassata. So anche quanto costa il cibo e i vestiti. E se fossi un legislatore, ordinerei che il padre di una famiglia numerosa paghi meno tasse e riceva più sussidi, e che nelle offerte di lavoro sia in qualche modo favorito in primo luogo, e vieterei ufficialmente gli annunci in cui « si cerca una coppia senza figli ». Sì, tutto questo lo farei… Ma devo anche aggiungere: nonostante tutto, il mandato è chiaro e categorico. La Chiesa insiste e deve insistere. Il Signore, infatti, non ha promulgato il quinto comandamento in questa forma: « Non ucciderai, se non hai una casa ». Né ha dato il sesto in questo modo: « Non fornicare, se non sei povero ». Nel Decalogo non ci sono condizioni. La forma della legge è assoluta: « Non uccidere! », « Non fornicare! ». « Ma se siamo molto poveri? «E se la donna è malata? ».  E non pensate che il Signore Dio, che manda il bambino, gli darà anche il pane quotidiano? « Che la donna è malata? » E non è meglio che soffrire la morte dell’anima che deriva dal peccato di ribellarsi alla volontà di Dio? E se proprio non è più possibile generare figli, allora c’è questa soluzione: la continenza matrimoniale, almeno nei giorni fertili del ciclo mestruale della donna. È molto difficile? Sì, è così. Ma la Chiesa non può arrendersi. E anche se fosse lasciata sola con la sua opinione nel mondo di oggi, che cammina a testa in giù, continuerebbe a difendere a gran voce la purezza del matrimonio: continuerebbe a proteggere i bambini innocenti non nati, perché Cristo è Re anche dei piccoli. Anche se dovesse perdere molte anime tiepide e inquinate in questo modo, continuerebbe a perorare la buona causa, sapendo di difendere non solo le leggi di Dio, ma anche gli interessi dell’umanità. E siamo onesti: nella maggior parte dei casi, non è nelle famiglie più povere che i bambini fuggono di più. Quali famiglie tendono ad avere più bambini? Proprio le famiglie più modeste, le più povere. Ma dove c’è un solo bambino, o non ce n’è nemmeno uno? Tra i ricchi e i benestanti. Se avessero molti figli, non sarebbero in grado di nutrirli? Oh, e con grande abbondanza! Pane e latte non mancherebbero. Ma molti bambini sarebbero un ostacolo alle loro vacanze, ai loro divertimenti, al loro benessere. Madri, madri, avete pensato al “giorno dell’ira” quando i bambini che non potevano nascere alzeranno le mani per accusarvi? Accusarvi davanti al trono di Dio! Che cosa accadrà se Dio vi porterà via il vostro unico figlio? Che cosa accadrà quando, con gli occhi pieni di lacrime, con l’anima spezzata, tornerete dal cimitero e vi lamenterete contro Dio, perché ha permesso una disgrazia così crudele?

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (6)

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (6)

LA GRAN BESTIA SVELATA AI GIOVANI

dal Padre F. MARTINENGO (Prete delle Missioni

SESTA EDIZIONE – TORINO I88O

Tip. E Libr. SALESIANA

XI.

SANTA AMBIZIONE.

Abbiam veduto a che riducesi il mondo: il mondo che ride e schernisce: a una serqua d’arfasatti senza testa né cuore, dei quali l’uom savio non cerca, ma teme anzi l’applauso; e ha ragione. Io amo d’esser tenuto galantuomo; ma non vorrei, per tutto l’oro del mondo, che mel dicesse un ladro. Dunque si può cercare la stima? si può aver dell’ambizione?…. Sì, cari giovani, consolatevi; quest’innato, questo inquieto desiderio che dentro vi fruga, di farvi conoscere, stimare, voler bene, non è altrimenti peccato; anzi vi servirà d’un potentissimo stimolo al bene, d’un mezzo efficacissimo a farvi uomini veri, ove voi sappiate dirizzarlo a buon fine. Curam habe de bono nomine; ci dice lo Spirito Santo. Ora il buon nome (ponete mente) lo danno i buoni, e se lo danno i buoni non può essere che bene, e a loro, non ai tristi, dovete domandarlo. Io lo domando a voi, miei cari giovani, che siete buoni, o almeno avete un gran desiderio di diventarlo; e lo dimando, perché so, che se per mia disgrazia non avessi presso voi nome e stima di galantuomo, d’un uomo che vuole e cerca sinceramente il vostro bene, ben poco potrei farvene. Disistimato, disamato da voi… romperei la penna, straccerei questa carta, e invece di scrivere per voi, come faccio, come ho fatto le volte che, ho potuto in mia vita, come farò finch’io campi; andrei a nascondermi in un bosco, o a seppellirmi in una caverna. Tant’è, l’uomo che non gode buona stima, dicesse anche le cose più belle, e più, sante di questo mondo, non farà buon frutto giammai, anzi il darà talvolta cattivo. Mettetemi in bocca ad uno, che sia in voce di gran bevitore, il panegirico della sobrietà. Che vi diventa egli mai? Uno scherno. – Fissiamoci dunque qui. Voi potete, anzi dovete cercar di piacere; d’essere stimati ed amati: ma da chi? L’abbiam detto: dai buoni. E come dai buoni non si può ottenere stima ed affetto che per la virtù, dovete adoperarvi con ogni sforzo sinceramente virtuosi. –  Ma e chi sono codesti buoni, ai quali devo piacere? Prima di tutto, m’immagino, i vostri cari parenti. Oh sicuramente vostro padre; vostra madre son buoni, è buoni vi desiderano al par di loro; di più, a’ vostri parenti, dopo Dio, dovete l’esistenza: – Ricordati, o giovinetto, dice lo Spirito Santo, che gli è per essi che tu ci sei nato al mondo; e trattali con l’amore ch’eglino hanno trattato te. — Inoltre vostro padre lavora e stenta, chi sa quanto! Per voi ogni fatica gli par leggera pur di mettervi all’onore del mondo. Vostra madre poi, ah! la vostra cara madre che cuore ha per voi! Che pene ha sostenute ed è tuttor pronta a sostenere per amor vostro!.. Eravate bambini, deboli, miserabili, bisognosi di tutto..  senza di lei, del suo amore, delle sue cure, sareste morti mille volte. Le notti d’inverno vi sentiva piangere nel sonno, balzava dal letto, vi levava soavemente dalla cuna, vi racchetava al suo seno. Infermicci, vegliava accanto al letticello le lunghe ore, dimentica di sé, del suo cibo, del suo riposo. Quante volte pianse un amarissimo pianto, e quando, ancor pargoletto, la vostra fragile vita versava in qualche pericolo, e quando, fatto grandicello, incominciavate ad amareggiarle il cuore… Ah maledetto quel figliuolo (dice Iddio) che contrista cd esaspera il cuor di sua madre. E vi esorta ad ogni tratto nei libri della Sapienza: — Figlio, non dimenticare i gemiti di tua madre, — Figlio, ascolta tuo padre che ti ha generato, e tua madre guardati, dal disprezzarla, quando sarà curva per la vecchiaia. — Figlio, compatisci alla vecchiezza dei tuoi genitori, e non contristarli, finché il Signore te li conserva in vita: e se anche s’indebolisce loro il lume dell’intelletto, abbine pietà, e guardati, tu forte e giovane, dall’averli in dispregio. — Figlio, ricordati in fatti e in parole, con ogni pazienza, d’onorare i tuoi parenti, acciocché scenda sul. tuo capo la benedizione del cielo. –  Amarli dunque i genitori e servirli con rispetto e con la santa ambizione, ch’ei possano dir sempre di voi: — che anima buona! che bel cuore! che caro figliuolo!— E l’istessa testimonianza rendano di voi gli altri parenti vostri, fratelli, sorelle, cugini, conoscenti, amici di voi e della vostra famiglia. – Ricordo; da ragazzo, ero un frugolo bell’e buono… Ma che dissi, bell’e buono? Anzi brutto e cattivo, per mia disgrazia: brutto e cattivo dell’anima, che sovente disobbedivo a’ miei ottimi genitori, astiavo i fratelli, e persino quell’anima bella della mia unica sorellina….. quante volte ebbe a piangere della mia cattiveria! Basta, che a quattordici anni Dio buono mi toccò il cuore; Dio e la Madonna santissima, della quale, benché così cattivaccio, ero sempre stato devoto. Cambiai come da notte a giorno, divenni pio, docile, mansueto come un agnello: fu un miracolo, un gran miracolo, ch’io non capisco ancora adesso come accadesse in me; ma un miracolo, che mi rese felice. Prima in uggia a tutti, sempre triste, sempre pieno d’un umor nero… Ora invece, amato, carezzato; ben voluto dalla famiglia; dagli amici, da tutte le buone persone di nostra conoscenza. Insomma, la mia divenne in breve una vita d’angelo; così dolce e tranquilla, che anche ora, quasi vecchio, m’intenerisco a ricordarla, e il cuore mi si empie di dolcissime lagrime. — Felici voi, o giovinetti, e nell’istesso modo cercherete piacere a’ vostri cari parenti… E non solo a’ vostri parenti, non solo a quanti buoni vi conoscono, ma piacerete anche a voi stessi. E anche questo piacere a sé può desiderarsi, o miei giovanetti, può cercarsi; che anche questa, se ben s’intenda, è una santa ambizione, l’ambizione, dico, della buona coscienza. – Racconta Orazio d’un ricco avarone Ateniese, che beffato ed esecrato da tutta la città per la sua maledetta avarizia, se ne consolava così: — Il popolo mi fa le fischiate… Che mi fa a me? Io mi batto le mani e m’ applaudo da me stesso, appena entrato in casa, ed aperto lo scrigno, vi contemplo il mio oro. — Giovani miei, facciamo nel bene quello, che questo miserabile, e con lui quanti si lasciano dominare alle passioni, fanno pel male. Quanti disgraziati, per isfogare una turpe passione e piacere a se stessi nel male, sprezzano e sacrificano l’onore, la stima dei buoni! E noi, per seguire la virtù e farci uomini veri, non sacrificheremo volentieri l’onore, la stima dei malvagi? Diciamo dunque anche noi: mi scherniscano pure i malvagi; mi applaudiranno i buoni, mi applaudirò io da me stesso tutte le volte che, entrando nel segreto stanziolino della mia coscienza, sentirò di poter dire: ho fatto il dovere, ho operato da uomo, e da Cristiano: Ma l’ambizione più nobile e più santa, la soddisfazione più intera non istà ancor qui, miei cari giovanetti. Al di sopra dell’occhio umano, al di sopra immensamente di noi, sta aperto un altro occhio, un occhio che tutto vede, tutto scopre, fin l’intimo dei cuori; dico, l’occhio di Dio. Piacere a Dio! essere approvati, lodati da Dio! Può elevarsi più alto la nostra ambizione? Dio mio! mia vita, mia gioia, mio tutto!… Ah! s’io riesco a piacervi! … le parole, i giudizi degli uomini più non saranno per me che il ronzio di un insetto, che lievemente volando, s’ appressa un istante all’orecchio e sì dilegua. — Tant’è, miei cari giovani; l’uomo vero, l’uomo provato, l’uomo perfetto è l’uomo cui Dio approva e commenda: vel – dice s. Paolo – ille probatus est, quem Deus commendat. Chi non sente questa santa ambizione della lode di Dio, chi ad essa sostituisce la misera, la gretta ambizione delle lodi degli uomini, non sarà uomo, no, non sarà uomo mai.

XII.

IL SERRAGLIO DELLE BESTIE FEROCI.

— Babbo; non andiamo a vedere il serraglio delle bestie feroci? — Oggi no: andremo dimani, se mi starete buonini. E noi cheti, mansi, obbedienti come agnelletti; tanta era la voglia di veder quelle bestie! Al dimani s’andò. Pagati trenta centesimi per testa, ed entrati nello steccato, eccoci davanti una lunga fila di gabbioni ferrati pieni di fiere orribili e diverse, e noi muti col batticuore a guardare, a guardare….. Nel gabbione di mezzo, il più grande di tutti, c’era una fiera dal pel biondo, dalla lunga giubba, che stava accovacciata guatandoci con du’ occhi lustri che parevano ardenti carboni — Quello è il leone— ci disse il babbo. E di li a poco ecco entrar per di dietro in quella gabbia una donna vestita di nero, mandargli un grido acuto, e il leone levarsi, girare irrequieto per la gabbia, menar la coda sui fianchi… e la donna a palparlo, carezzargli la giubba, finché ammansatolo alquanto, l’accosciò allora ponendogli il sinistro braccio sul collo, come per abbracciarlo, e abbandonando sui lunghi velli quella sua faccia pallida e delicata, quasi in atto di pigliar sonno sur un soffice guanciale, la vidi levar la destra armata d’una pistola, e spararla all’orecchio della fiera, che rispose con un sordo ruggito. Io tremava a verga, parendomi ad ogni istante veder 1° belva voltar la testa e piantare i denti nel collo della sua importuna provocatrice; ché quand’ella uscì sana e salva dalla gabbia, mandai un gran respiro. Il leone s’ebbe in premio della sua pazienza, un pezzo di carne, e s’accosciò nell’angolo più riposto e cominciò a mangiarsela a suo agio. –  Dopo il leone la tigre. La tigre non istava mai ferma, sempre su e giù per la sua gabbia; ma quando il custode le gettò anche a lei un brano di carne, lo pigliò in aria cogli artigli e in un attimo la divorò; indi s’accovacciò come il gatto quando fa la digestione. Dalla tigre si passò alla pantera, dalla pantera all’Orso dall’orso allo sciacallo, al lupo e a non so quanti altri animali; finché terminato il bestiale spettacolo s’uscì. La sera, come tutto quel di e gli altri appresso, non si faceva che parlar delle bestie; il babbo c’interruppe i discorsi con questa dimanda: — Orsù! Chi sa dirmi di voi, tra tante bestie qual è la peggiore? — Qui una gran disputa. Peppuccio teneva pel leone; la mole del corpo ed i ruggiti lo avevano atterrito; ma la Rosina: — Se fosse peggiore il leone (diceva), quella signorina non gli sarebbe entrata nella gabbia e fargli tanti scherzi. Io per me, più cattiva stimo la tigre. – Giulietto stava per la pantera, perché sempre inquieta, sempre in moto, faceva persin dei salti per la gabbia, e addentava le sbarre. Quanto a me, pensavo colla sorella. Ma il babbo, lasciatici dire un buon tratto: — Nessuno ci ha indovinato. Leone, tigre, pantera, tutte bestie più o meno feroci, non ci ha dubbio; ma pure terribilmente belle a vedersi. Togliete invece l’orso: l’orso è feroce insieme e schifoso. — Oh! (fece la Rosina) quel bestione nero dal pelo lungo che stavasi raggomitolato in un angolo cogli socchiusi come se dormisse? — Appunto quello. L’orso, vedete, è feroce più dell’istesso leone; ché se trova l’uomo in un bosco, lo strozza anche senza aver fame, ne lascia il cadavere insanguinato per terra, e via. Ha poi un aspetto così ributtante!… – È vero, è vero (si rispose tutti una voce). Il babbo ha ragione; l’orso è tra tutte quelle bestie la peggiore. – Veniamo era a noi. Quel che il mio buon babbo, giudicava dell’orso, possiam noi dirlo, mi pare, dell’umano rispetto. Molti animali, notate, ci son dati a simboli assai espressivi dei vizi e delle passioni degli uomini. Vel dice Esopo colle sue immortali favolette, vel conferma Dante colla nota allegoria delle tre fiere, ch’ei pose come dire sul limitare del gran poema a simbolo della lussuria, della superbia e dell’avarizia. – Or dico, che come, tra le fiere l’orso fu giudicato più cattivo; perché  feroce e schifoso ad un tempo, così tra le passioni più trista può, dirsi quella dell’umano rispetto, perché al danno dell’altre congiunge una schifezza tutta sua propria. Che è infatti il lasciarsi dominare dall’umano rispetto, se non un renderci vilissimi schiavi degli uomini? E di che uomini, l’abbiam veduto!.. Pensar coll’altrui testa, parlare coll’altrui lingua, muoversi al cenno d’altri, volgersi a destra, a sinistra, secondo il vento che spira a guisa di banderuole… Oh le banderuole! Si può dire ormai, come delle stelle la scrittura: numera si potes! Le conti chi può. Chi ce lo avesse detto tanti anni fa! s’era cominciato colle bandiere per finire colle banderuole; e così la libertà che ci gridavano a squarciagola, doveva far capo alla più triste servitù. – Cari giovani, non vi meravigliate; tutto il mondo ormai, dall’alto al basso va così; e se dovesse aprirvi ancora una volta la mia lanterna magica! … Ma l’è un ordigno alquanto pericoloso la mia lanterna; lasciamola lì.  Basta quel poco che ci avete veduto, bastano i fatti e le ragioni onde è pieno questo scritto, per farvi chiaro che l’umano rispetto è il vizio dei vigliacchi, e se si avesse a dargli, come sel meritan tutti, il nome d’una bestia, non leone, non tigre, non leopardo vorrebbe chiamarsi ma orso, orso schifoso ad un tempo e feroce… –  E dello schifoso penso che vi siete ormai capacitati abbastanza: ché più volte, nel parlarvi, ho veduto corrugarsi la vostra fronte, ed infiammarsi gli occhi d’un generoso, d’un santo disdegno.. Bravi miei giovani! Lasciate che v’abbracci e dica a ciascuno con Dante: Benedetta colei che in te s’incinse! Ma quant’è alla ferocia, temo sia accaduto a voi come a me, come ai miei fratellini, che veduto l’orso, se fummo, pronti a ravvisarne a bella prima la schifezza, non così la fercia, che non avremmo a pezza avvertita, se il babbo non ce ne avesse persuasi. E invero, parrebbe in sulle prime che da ben altre fiere debbano venire al mondo i danni peggiori: la superbia, l’ira, l’ambizione non fecero tristi i popoli? non allagarono di sangue la terra?… Vero, miei giovani: ma ancor di peggio fece e fa tuttavia l’umano rispetto. Un respiro e vel provo.

XIII.

LA FEROCIA DELL’ORSO.

Già vi ho detto dell’empietà di Arrigo VIII d’Inghilterra, e vi ho pur detto che quando gli saltò il ticchio di farsi papa, il Parlamento preso d’un vilissimo umano rispetto, non ebbe fiato a contradirgli: vocem præclusit metus, come dice Fedro delle rane. La paura chiuse la bocca a tutti, s’alzarono dai lor seggi, si inchinarono al potente scellerato, e sancirono l’empia legge che doveva empire il nobile ed infelice loro paese di lutto, di proscrizioni, di sangue, e strapparlo alle braccia materne della cattolica Chiesa, con rovine dell’anime immensa! … Oh se quei signori non si lasciavano dominare dall’umano rispetto! Oh se invece d’un Tommaso Moro eran cento!… Infinito sarei se tutte volessi narrarvi le stragi e i danni incalcolabili prodotti al mondo dall’umano rispetto. Sarebbe un vero saccheggio della storia. Per non entrare nell’un via uno, mi starò contento a pochi altri fatti, e questi tolti dalla storia che meglio conoscete, dico la storia sacra. Cari giovani, è una grande storia questa, la storia delle storie, la più vera, la più santa, la più istruttiva e vantaggiosa di tutte. Affrettatevi a leggerla e a studiarla per bene, prima che i nostri padroni ve la strappino di mano. – Tutti i guai di questo mondo ci vennero, chi nol sa? dal peccato originale. Or ponete mente, o giovinetti: a quel gran peccato non tanto concorse la gola, la vanità, la maledetta superbia, quanto umano rispetto. Vi parrà nuova questa proposizione, ma ponete mente al mio discorso, e ve ne capaciterete d’ avanzo. – Il peccato d’Eva, da per se solo non ci avrebbe perduti; per trarre in rovina il genere umano, ci voleva l’uomo, ci voleva il re del creato, il capo dell’umana famiglia. Or perché credete voi che Adamo peccasse? Forse pel gusto d’un pomo? O forse per superbia di diventar simile a Dio? La superbia ci sarà entrata per qualche cosa, non sì nega: ma a me sa strano, che l’uomo, d’intelligenza più elevata, di senno più maturo, abbia potuto darsi ad intendere con un morsello di pomo diventar Dio. — Ma perché adunque peccò? — E nol capite? Fu l’amore, fu il rispetto della sua donna, fu il timor di disgustarla, di perderla, che gli fe’ velo di giudizio. Eva porgevagli il pomo, dicevagli: to, mangia; e lo guardava con due occhi supplichevoli .. Forse Adamo da principio inorridì, resistette; Eva travide l’abisso in che s’era gettata, e cominciò a piangere … era la prima volta che Adamo vedeva piangere la cara compagna; il suo cuore ne fu turbato, commosso, e per non crescerle afflizione, per non dividere i propri destini da quelli di lei, preferì l’essere compagno nella colpa, al dolore d’ una separazione. Ributtarla, lasciarla sola nel suo peccato, sola nell’immensa sciagura … Ah l’amò troppo quella sua Eva, la amò, la rispettò più di Dio: ecco il suo peccato. – E qui badate, cari giovani; se alcuno venisse a dirvi ch’io stiracchio la Scrittura, ch’io fabbrico castelli in aria, rispondetegli a mio nome, che io ho buon fondamento a fabbricare; ho s. Paolo che laddove parla della soggezione che avere all’uomo la donna (I, Timot. II, 13-14) dice così: — Adamo non fu dotto; ma la donna sedotta prevaricò.  — Intorno alle quali parole s. Agostino (Gen. XI) paragonando la prevaricazione di Salomone con quella di Adamo, dice così: — È egli forse da credere, che un uomo di tanta sapienza, qual fu Salomone, credesse che a qualche cosa potesse esser utile il culto degli idoli? No certamente: ma non seppe resistere all’amor delle donne, che a tal disordine il trascinavano … Nella tal guisa (attenti! viene il buono) nella stessa guisa Adamo, dopo che la donna ingannata mangiò del frutto vietato e a lui ne diede, perché ne mangiasse, non volle affliggerla. Fece adunque quel che fece, non già vinto dalla concupiscenza; ma da quell’amichevole benevolenza, per cui accade sovente che Dio s’offenda, perché chi eravi amico non vi diventi nemico. — E il Martini nelle note a quel passo della Genesi: — dice d’Adamo, che sebbene egli non credesse al serpente, non ebbe coraggio (ecco la viltà dell’umano rispetto!) di resistere all’esempio e alle lusinghe della compagna, da cui si lasciò pervertire; egli, che essendo più saggio e perfetto di lei, doveva essere sua scorta e suo consiglio. – E così ecco provato che l’umano rispetto ebbe sua parte, e non piccola, nel peccato d’Adamo: che quindi l’umano rispetto aprì al mondo la fonte di tutti i mali. Che ne dite, giovani miei? Questo è ben altro ch’esser leone, orso, tigre e pantera! Che se dai principii dell’ antico Testamento facciamo un salto al nuovo, vedrete ancor di peggio, vedrete.