UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI APOSTATI DI TORNO: UBI PRIMUM DI S. S. PIO IX

In questa Lettera il Santo Padre, da poco eletto al Soglio della Cattedra di S. Pietro, e già esiliato a Gaeta, inizia la sua opera di definizione dogmatica della Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, Madre del Cristo, Dio incarnato, opera che si concluderà con la definizione infallibile ed irriformabile della “Ineffabilis Deus”, del 1954. Questa verità di fede attendeva la sua proclamazione ufficiale dalla Santa Sede da tempo immemorabile, ma solo in quel tempo la imperscrutabile Volontà di Dio permetteva la conclusione di quell’iter dogmatico, confermato oltremodo dalle Apparizioni della Santissima Vergine di Lourdes a Bernadette Soubirous. Si può qui constatare le prudenza estrema del Pontefice, la sua volontà di coinvolgere tutto il mondo ecclesiastico, tutta la Chiesa militante, finanche i laici, chiamati alla preghiera perché le sue decisioni fossero illuminate dallo Spirito Santo. Un tripudio quindi di gioia e timore, di venerazione e di saggezza prudente, quella saggezza poi mortificata e calpestata dalle “porte degli inferi”, i cui rappresentanti hanno eclissato la Chiesa Cattolica con l’infame conciliabolo c. d. Vaticano II, abominio dottrinale e ruggito satanico, volto a stravolgere le deboli volontà di sedicenti e falsi Cattolici solo di nome, “canne al vento” flesse ad ogni vento di dottrina ed incapaci di radicarsi nella vera fede della Chiesa di Cristo. Il Santo Padre Pio IX, opera qui con la delicatezza di un padre che ama i figli affidati dal Pastore celeste a Simon-Pietro, il Principe degli Apostoli ed ai suoi successori perpetui, senza interruzione, quei figli stessi che Cristo Redentore, dall’alto del suo trono regale, il Crocifisso, ha affidato alla Madre sua, la Vergine Maria, affinché fosse Corredentrice e pegno di Salvezza certa per chi a Lei si affida imitandola ed ubbidendola. Che questa lettera susciti quindi in noi sentimenti di amore incondizionato alla Vergine Santissima, Immacolata dal primo istante della sua Concezione, in vista dei meriti di Cristo, il Figlio di Dio e di Maria, e ci sproni a sostare fino all’ultimo istante della nostra vita mortale, nell’Arca di salvezza, l’unica vera Arca di salvezza, la Chiesa Cattolica guidata dall’unico “Nocchiero”, il Vicario di Cristo, l’unica guida certa al porto di salvezza che attende tutti coloro che lo hanno riconosciuto credendo alla parola di Gesù Cristo:  “… su questa pietra fonderò la mia Chiesa”, e quindi solo essa sarà garanzia di salvezza, per coloro solo che sono soggetti all’Autorità dell’unico “vero” Santo Padre, Gregorio XVIII, pur se prigioniero, come lo era all’epoca Pio IX, impedito, eclissato da bestie immonde, immagini del loro padre infernale che li attende beffardo e gongolante nel regno della eterna dannazione. Meditiamo con gioia questa lettera Enciclica passando poi alla straordinaria Ineffabilis Deus, dove potremmo esplodere in un inno di gioia alla Vergine e a Dio Padre, Artefice di questa misericordia immensa; e a nostro conforto nell’ora presente, ora di grande tribolazione per la Chiesa ed i veri Cristiani, ricordiamo che “ … portæ inferi non prævalebunt”, e soprattutto:

“… IPSA conteret caput tuum!”.

ENCICLICA
UBI PRIMUM
DEL SOMMO PONTEFICE

PIO IX

A tutti i Venerabili Fratelli

Patriarchi, Primati, Arcivescovi e Vescovi dell’orbe cattolico.

Il Papa Pio IX.

Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

Non appena fummo elevati, non per nostro merito, ma per arcano disegno della divina Provvidenza, alla sublime Cattedra del Principe degli Apostoli e prendemmo in mano il timone di tutta la Chiesa, fummo presi da grandissima consolazione, Venerabili Fratelli, nel rilevare come già sotto il Pontificato del Nostro Predecessore Gregorio XVI, di felice memoria, fosse divenuto ardente nel mondo cattolico il desiderio che finalmente venisse definito dalla Sede Apostolica, con solenne provvedimento, che la Santissima Madre di Dio e Madre nostra amabilissima, l’Immacolata Vergine Maria, era stata concepita senza peccato originale. Questo piissimo desiderio è chiaramente e indubbiamente testimoniato dalle suppliche inviate al Nostro Predecessore e a Noi: suppliche con le quali celebri Vescovi, insigni Capitoli di Canonici e Famiglie Religiose, tra le quali l’inclito Ordine dei Predicatori, gareggiarono nell’implorare con insistenza che si permettesse di annunciare pubblicamente e di aggiungere nella sacra Liturgia, particolarmente nel Prefazio della Messa della Concezione della beatissima Vergine, l’aggettivo “Immacolata”. Sia il Nostro Predecessore, sia Noi esaudimmo molto volentieri queste aspirazioni. A ciò si aggiunge che moltissimi di voi, Venerabili Fratelli, non cessarono di inviare lettere al Nostro Predecessore e a Noi stessi, per implorare con rinnovate istanze e raddoppiato entusiasmo che definissimo come dottrina della Chiesa Cattolica che il concepimento della beatissima Vergine Maria fu del tutto immacolato ed assolutamente immune dal peccato originale. Né sono mancati, anche ai giorni nostri, uomini insigni per ingegno, virtù, pietà e dottrina, i quali con i loro dotti e poderosi scritti hanno illustrato questo argomento e questa piissima opinione; tanto che molti si stupiscono che la Chiesa e la Sede Apostolica non abbiano ancora decretato alla santissima Vergine quell’onore che la comune pietà dei fedeli così ardentemente desidera sia tributato alla Vergine dal solenne giudizio e dall’autorità della Chiesa e della medesima Sede Apostolica. – Senza dubbio questi voti sono tornati di sommo gradimento e gioia a Noi che, fin dalla Nostra più tenera età, nulla abbiamo avuto più a cuore che venerare con speciale pietà, devozione e intimo affetto la beatissima Vergine Maria, e mettere in pratica tutto ciò che era diretto a procurare la maggiore lode e gloria della stessa Vergine, e a promuoverne il culto. Perciò, fin dall’inizio del Nostro supremo Pontificato, con il maggior ardore possibile, abbiamo rivolto le Nostre sollecitudini e il Nostri pensieri ad una così importante questione, e non abbiamo trascurato di innalzare umili e devote preghiere a Dio, affinché voglia illuminare la Nostra mente con la luce della sua grazia celeste, onde possiamo conoscere ciò che in tale materia dobbiamo fare. Grande infatti è la Nostra fiducia in Maria, la beatissima Vergine che fece salire i suoi meriti sopra i cori angelici fino al trono di Dio; che schiacciò con la potenza del suo piede il capo dell’antico serpente; che, collocata fra Cristo e la Chiesa, tutta amorevole e piena di grazia, liberò il popolo cristiano dalle più gravi calamità, dalle insidie e dagli assalti di tutti i nemici, sottraendolo sempre alla morte. Voglia Ella anche ai nostri giorni, con lo splendido tratto del misericordioso affetto materno, con il suo patrocinio sempre efficace e potentissimo presso Dio, allontanare le presenti tristissime vicende piene di lutti, le gravissime tribolazioni, le angustie, le difficoltà e i flagelli della collera divina, che ci affliggono per i nostri peccati; voglia sedare e disperdere le agitatissime tempeste di mali, da cui, con profondo Nostro dolore, è dappertutto sbattuta la Chiesa, e cambiare così in gioia la Nostra amarezza. Voi infatti ben sapete, Venerabili Fratelli, che ogni fondamento della Nostra fiducia riposa nella santissima Vergine; dal momento che Dio ha posto in Maria la pienezza di ogni bene, sappiamo che ogni speranza, ogni grazia, ogni salvezza derivano da Lei, perché questa è la volontà di Colui che stabilì che tutto ricevessimo per mezzo di Maria. – Pertanto abbiamo scelto alcuni ecclesiastici di specchiata pietà ed affermati negli studi teologici, ed alcuni Nostri Venerabili Fratelli Cardinali di Santa Romana Chiesa, illustri per virtù, religione, santità, senno e conoscenza delle cose divine, e abbiamo affidato loro l’incarico di fare, conforme alla loro prudenza e dottrina, un diligente, profondo e completo esame dell’argomento, comunicandoci successivamente con pari scrupolosità il loro parere. Così facendo, riteniamo di seguire le orme dei Nostri Predecessori e di imitare i loro esempi. – Abbiamo perciò pensato, Venerabili Fratelli, di scrivervi la presente Lettera per spronare la vostra esimia pietà e il vostro zelo pastorale, e per inculcarvi con ogni premura di volere, secondo il vostro prudente giudizio, indire e tenere pubbliche preghiere nelle vostre diocesi, onde il clementissimo Padre di ogni lume si degni di illuminarci con la luce del suo divino Spirito, perché in una cosa di tanta importanza possiamo prendere quella deliberazione che più risponda alla maggior gloria del suo Nome, alla lode della beatissima Vergine ed all’utilità della Chiesa militante. Desideriamo inoltre ardentemente che, con la maggiore sollecitudine possibile, vogliate farci conoscere quale sia la devozione che anima il vostro clero e il vostro popolo cristiano verso la Concezione della Vergine Immacolata, e con quale intensità mostri di volere che la questione sia definita dalla Sede Apostolica; ma soprattutto, Venerabili Fratelli, amiamo sapere quale sia in questa materia il vostro pensiero ed il vostro desiderio. – E poiché abbiamo già permesso al clero romano che, invece di quelle contenute nel comune Breviario, possa recitare le speciali ore canoniche in onore della Concezione della beatissima Vergine, recentemente composte e pubblicate, con la presente Lettera concediamo anche a voi, Venerabili Fratelli, se ciò sarà di vostro gradimento, che tutto il clero delle vostre diocesi possa recitare lecitamente e validamente le stesse ore canoniche della Concezione della santissima Vergine in uso presso il clero romano, senza che dobbiate perciò domandare il permesso a Noi o alla sacra Congregazione dei Riti. – Non dubitiamo affatto, Venerabili Fratelli, che per la vostra particolare pietà verso la santissima Vergine Maria sarete lieti di corrispondere con ogni premura ed ogni zelo a questi Nostri desideri, e che vi affretterete ad inviarci le opportune risposte, che vi abbiamo richiesto. Frattanto, come auspicio di ogni celeste favore e come particolare attestato della Nostra benevolenza verso di voi, ricevete l’Apostolica Benedizione, che con vivissimo affetto impartiamo a voi, Venerabili Fratelli, a tutti i sacerdoti e ai fedeli affidati alle vostre cure.

Dato a Gaeta, il 2 febbraio 1849, anno terzo del Nostro Pontificato.

DOMENICA III DI AVVENTO (2018)

DOMENICA III DI AVVENTO

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus
Phil IV:4-6
Gaudéte in Dómino semper: íterum dico, gaudéte. Modéstia vestra nota sit ómnibus homínibus: Dóminus enim prope est. Nihil sollíciti sitis: sed in omni oratióne petitiónes vestræ innotéscant apud Deum. [Godete sempre nel Signore: ve lo ripeto: godete. La vostra modestia sia manifesta a tutti gli uomini: il Signore è vicino. Non siate ansiosi per alcuna cosa, ma in ogni circostanza fate conoscere a Dio i vostri bisogni]

Ps LXXXIV: 2
Benedixísti, Dómine, terram tuam: avertísti captivitátem Jacob. [Hai benedetto, o Signore, la tua terra: hai liberato Giacobbe dalla schiavitù]. Gaudéte in Dómino semper: íterum dico, gaudéte. Modéstia vestra nota sit ómnibus homínibus: Dóminus enim prope est. Nihil sollíciti sitis: sed in omni oratióne petitiónes vestræ innotéscant apud Deum. [Godete sempre nel Signore: ve lo ripeto: godete. La vostra modestia sia manifesta a tutti gli uomini: il Signore è vicino. Non siate ansiosi per alcuna cosa, ma in ogni circostanza fate conoscere a Dio i vostri bisogni.]

Oratio

Orémus.
Aurem tuam, quǽsumus, Dómine, précibus nostris accómmoda: et mentis nostræ ténebras, grátia tuæ visitatiónis illústra: [O Signore, Te ne preghiamo, porgi benigno ascolto alle nostre preghiere e illumina le tenebre della nostra mente con la grazia della tua venuta.]

Lectio
Lectio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Philippénses
Philipp IV: 4-7
Fratres: Gaudéte in Dómino semper: íterum dico, gaudéte. Modéstia vestra nota sit ómnibus homínibus: Dóminus prope est. Nihil sollíciti sitis: sed in omni oratióne et obsecratióne, cum gratiárum actióne, petitiónes vestræ innotéscant apud Deum. Et pax Dei, quæ exsúperat omnem sensum, custódiat corda vestra et intellegéntias vestras, in Christo Jesu, Dómino nostro.
R. Deo gratias.

OMELIA I

[Mons. Bonomelli: Omelie, Vol. I; Torino 1899 – Omelia V.]

“Rallegratevi sempre nel Signore: da capo ve lo dico, rallegratevi. La vostra benignità sia nota a tutti gli uomini: il Signore è vicino. Non siate ansiosi di nulla: ma in ogni cosa le vostre domande siano manifestate a Dio nell’orazione, nella preghiera e nel rendimento di grazie. E la pace di Dio, che supera ogni mente, custodisca i vostri cuori e le vostre menti in Gesù Cristo „ (Ai Pilipp. IV, 4-7).

Con questi quattro versetti l’apostolo Paolo chiude la sua breve ma bella ed affettuosissima lettera ai fedeli della Chiesa di Filippi, città principale della Macedonia. Nessuna difficoltà nella spiegazione di queste sentenze dell’Apostolo: ma i documenti che vi si contengono, sono d’una importanza pratica grandissima e meritano tutta la vostra attenzione. – “Rallegratevi sempre nel Signore: da capo vel dico, rallegratevi. „ S. Paolo scrisse questa lettera da Roma, come si fa manifesto dai saluti che in fine della lettera manda a quei di Filippi. La scrisse certamente dalla carcere, in cui fu gettato la prima volta, circa l’anno sessantesimo dell’era nostra. Uomo veramente ammirabile questo Apostolo per eccellenza! Egli è oppresso da ogni maniera di tribolazioni e in molti luoghi delle sue lettere, e in questa stessa, ne fa una viva descrizione. Da Gerusalemme è condotto a Roma incatenato: è là in carcere, imperando Nerone; si vede innanzitutto il patibolo: molti lo hanno abbandonato ed alcuni dei suoi lo amareggiano perfino in carcere: eppure, ripieno d’un sacro entusiasmo, l’entusiasmo della fede e della carità, grida ai suoi cari: rallegratevi. „ Ciò non gli basta, ed aggiunge: “Rallegratevi sempre; „ non gli basta ancora: lo ripete di nuovo: “Da capo vel dico, rallegratevi. „ Ma come rallegrarsi in mezzo ai timori e ai terrori della persecuzione, con le catene alle mani, lì, a pochi passi di quel mostro di crudeltà, che si chiama Nerone? — L’Apostolo leva in alto gli occhi, li fissa con fede viva in Dio ed è in Lui, in Lui solo, che egli attinge ogni conforto e perfino l’allegrezza, che vorrebbe trasfondere nei suoi cari figliuoli. – Vi è una doppia allegrezza, l’una celeste, l’altra terrena: l’una che viene dagli uomini, l’altra che viene da Dio; l’una che si fa sentire nel corpo, l’altra che riempie l’anima, la fa trasalire e si riflette eziandio nel corpo. Vi è la gioia dell’avaro, che guarda estatico lo scrigno riboccante d’oro; vi è la gioia del superbo, del vanitoso, che si delizia degli applausi e si inebria dell’incenso che le turbe gli profondono: vi è la gioia dell’epulone, che si bea tra vini e vivande; vi è la gioia del voluttuoso che lussureggia per ogni fibra: son gioie basse, turpi, indegne dell’uomo, inette a farlo felice, perché non sono durevoli, passano rapidamente e se pur saziano per alcuni istanti la parte inferiore del corpo, che se ne va tutto con la morte, lasciano vuota, desolata, riarsa la povera anima, come se vi passasse sopra un soffio infuocato. Domandate a questi beati del mondo, che corsero tutte le vie del piacere, che colsero tutti i fiori trovati lungo la via; che ammassarono i milioni; che salirono alto e videro le turbe prostrate ai loro piedi; che alla loro bocca non negavano mai né un cibo, né una bevanda, fossero pure a peso d’oro; che ebbero tutto ciò che poterono desiderare; domandate loro: “Siete felici?,, Ad una voce vi risponderanno: “Siamo sazi della vita; la noia ci opprime; il nostro cuore è vuoto. „ – Ecco la gioia del mondo! Vi è poi la gioia dell’umile, che conosce se stesso, del poverello rassegnato e contento dei suo pane quotidiano, dell’uomo che comanda alle passioni e le vede obbedienti; vi è la gioia del casto, del giusto, del caritatevole; gioia tranquilla, sempre eguale, che inonda l’anima, che ne ricerca tutte le fibre più riposte, che dura in mezzo alle pene ed alle amarezze della vita, che è come un effluvio del cielo, che ci fa sentire Dio presente e quasi ce lo fa toccare: ecco la gioia del Signore, di cui scrive S. Paolo. Non cercate, non amate mai la gioia del mondo, ma la gioia di Dio: Gaudete semper in Domino: iterum dico, gaudete. Questa gioia della virtù, gioia pura e santa, raddolcisce i dolori, che sulla terra sono nostri compagni inseparabili; infonde una forza meravigliosa nell’anima e ci fa correre speditamente le vie del cielo. S. Francesco d’Assisi sul miserabile giaciglio delle sue agonie, cantava. S. Luigi Gonzaga esclamava: Lætantes imus: ce ne andiamo pieni di gioia. S. Francesco di Sales, S. Vincenzo dei Paoli, S. Filippo erano sempre sorridenti e in mezzo alle fatiche, alle cure, alle pene della vita erano lieti e felici. E la gioia dei figli di Dio, quella di S. Paolo, che scrive: Rallegratevi sempre nel Signore. – “La vostra benignità sia nota a tutti gli uomini. „ La parola greca usata da S. Paolo e che io ho voltato nella parola benignità, ha un significato amplissimo e vuol dire modestia, temperanza di modi, affabilità, dolcezza. Qui l’Apostolo in sostanza vuole che nel nostro esterno, parole, opere e contegno ci mostriamo con tutti, tali da non recar loro molestia alcuna e da essere loro graditi. Tutto questo non è che il frutto e la manifestazione della carità, la quale vuole, che per quanto è possibile, non facciamo mai cosa che spiaccia ai nostri prossimi e facciamo loro ciò che onestamente piace. Il Cristiano, secondo S. Paolo, deve essere l’uomo più caro, più amabile, più accettevole a tutti nella stessa società civile, perché in ogni cosa è informato alla carità di Gesù Cristo. E perché questa benignità con tutti? Perché, risponde S. Paolo, “Il Signore è vicino Dominus prope est. „ Il Signore è vicino: forseché è vicino il giorno del finale giudizio, come alcuni sognarono? No: perché Gesù Cristo non volle dire quando verrà, e lo stesso Apostolo, nella sua lettera seconda a quei di Tessalonica, vuole che nessuno si turbi, quasi che quel giorno sia vicino (Capo II, 2 ) . — Il Signore è vicino; — vicino, perché il giorno della nostra morte e per conseguenza del giudizio per ciascuno, sia quanto si voglia lontano, è sempre vicino, dacché la nostra vita passa come un’ombra. — Il Signore è vicino; — vicino, perché viviamo in Lui, in Lui ci muoviamo, in Lui siamo; perché in qualunque luogo e in qualunque istante Egli ci vede, scruta i nostri pensieri e i nostri affetti. Siamo in ogni cosa composti, grida S. Paolo, perché siamo sempre al suo cospetto. Qual motivo più efficace di questo per vivere santamente? Segue un altro versetto, nel quale S. Paolo» ci dà un ammaestramento pratico per regolare cristianamente la nostra condotta. Eccovelo: “Non siate ansiosi di nulla. „ In mezzo alle nostre occupazioni, tribolazioni, privazioni ed anche in mezzo alla abbondanza d’ogni bene,, noi siamo facilmente inquieti e inquietiamo quelli coi quali abbiamo comune la vita. Temiamo, speriamo, affannosamente desideriamo, ci agitiamo senza tregua e così la pace fugge dai nostri cuori. Quando S. Paolo ci dice: “Non siate ansiosi di nulla,„ non intende già che trascuriamo le cose nostre, che viviamo spensierati, dimentichi del domani, con la stolta pretensione che ogni nostra cura si abbandoni alla Provvidenza divina: se così fosse, S. Paolo avrebbe predicata la negligenza, inculcato l’ozio, avrebbe condannata l’intera sua vita e ci avrebbe imposto di tentare la Provvidenza. Egli vuole che adempiamo ogni nostro dovere e poi ci rimettiamo alla provvidenza di Dio, perfettamente rassegnati a tutto ciò ch’essa disporrà, senza turbarci, sapendo ch’essa tutto va ordinando al nostro vero bene. E ciò che si fa? Sventuratamente nella nostra condotta cadiamo troppo spesso nei due estremi. Ora noi domandiamo tutto alle nostre forze, al nostro ingegno, alla nostra abilità, dimenticando che se Dio non è con noi, tutto fallisce: ed ora tutto pretendiamo da Dio, come se nulla si esigesse da noi e Dio dovesse premiare i pigri, gli oziosi. La verità è, carissimi, che si domanda sempre in ogni cosa l’aiuto di Dio ed il nostro concorso, e se l’uno o l’altro fa difetto, follia sperare il compimento dell’opera. Può esso il sole illuminare i vostri occhi, se voi non li aprite? Può essa il campo coprirsi di messi, se voi non lo seminate e coltivate? Possono i vostri polmoni respirare se l’aria vien meno? Non dimenticate mai, che se Dio ci ha creati senza di noi, senza di noi non ci salva. Lavoriamo, facciamo il nostro dovere, ma senza ansietà, sicuri che se noi dal canto nostro faremo ciò che è in poter nostro, Dio non mancherà mai dal lato suo, e le due forze unite, l’umana e la divina, ci daranno l’opera compiuta. – E per cessare questa ansietà, che sì spesso turba i nostri cuori, che faremo? Ce lo insegna l’Apostolo: “In ogni cosa le vostre domande siano manifestate a Dio nella orazione, nella preghiera e nel rendimento di grazie. „ Allorché ci assale il timore che le cose nostre volgano male e l’anima nostra è sopraffatta da sollecitudini moleste ed è in preda al turbamento, solleviamo gli occhi a Lui che tutto vede e può; a Lui, che ci è sempre vicino e ci ama teneramente, e come figli a padre amoroso, apriamogli l’anima nostra con l’orazione; e se la tempesta dell’anima non cessa, instiamo più fortemente nella orazione, che allora diventa preghiera. Qui è notata la differenza tra orazione e preghiera; la preghiera è l’orazione con insistenza, con ardore, e quando incalza il bisogno, deve pur crescere la nostra orazione e diventare preghiera. – Se Dio ci esaudisce, noi gli porgeremo rendimento di grazie per l’ottenuto beneficio: se per gli occulti consigli della sua sapienza, Egli ritarda l’esaudimento della nostra preghiera e ci lascia ancora in balia della tempesta, noi lo ringrazieremo egualmente, perché ci conforta col suo aiuto, perché ciò vuole a nostro maggior bene e perché la sua volontà benedetta è pur sempre la nostra legge inviolabile. Non dimentichiamo mai, o carissimi, questo sì prezioso insegnamento dell’Apostolo: in ogni cosa ricorriamo a Dio; la preghiera è il farmaco dell’anima afflitta, è l’àncora della nostra salvezza. – L’Apostolo chiude il tratto della epistola per noi citato con questo augurio, che non potrebb’essere più bello: “E la pace di Dio, che supera ogni mente, custodisca i vostri cuori e le vostre menti in Gesù Cristo. „ La pace! Non vi è cosa che suoni più dolce ai nostri orecchi, che maggiormente si desideri e che più studiosamente si conservi quanto la pace. Tutti cerchiamo, tutti vogliamo la pace: tutti la salutiamo come il sommo bene che si possa avere quaggiù. Che è dessa la pace? Fu definita da sant’Agostino: “Tranquillitas ordinis — Tranquillità dell’ordine! „ Quando serbiamo l’ordine, che è quanto dire, osserviamo la giustizia con tutti, allora abbiamo la pace. Noi tutti abbiamo dei doveri verso noi stessi, verso i nostri simili, verso Dio. Abbiamo doveri verso noi stessi, che ci impongono di vegliare sui pensieri e sugli affetti nostri, di reprimere le passioni scomposte che ci travagliano, la superbia, l’amore sregolato dei beni della terra, la sensualità, l’intemperanza, l’invidia, l’ira e via dicendo. Vogliamo noi la pace con noi? Ebbene: ristabiliamo l’ordine nell’anima nostra, le passioni ribelli siano ridotte alla ubbidienza, vi regnino le virtù e legge nostra sia la fede, che regoli ogni nostro atto. — Abbiamo doveri coi nostri simili e quanti son padri, sono madri, sono figli, padroni, servi, ricchi, poveri; adempia ciascuno i suoi doveri, sempre e fedelmente: esercitando i nostri doveri, vediamo di non offendere quelli degli altri; pieni di compatimento e di amore vero ed operoso verso di tutti, cerchiamo il bene altrui come il nostro, ed avremo l’ordine, cioè la pace coi fratelli nostri. — Abbiamo doveri con Dio, e sono i primi e il fondamento degli altri; osserviamo la sua legge, temiamo il suo giudizio, amiamolo, come il Padre nostro, non facendo mai cosa che lo possa offendere, ed avremo l’ordine e la pace con Dio. Oh la pace! come la può avere colui che vive in peccato, che sa d’avere per nemico Dio stesso? Un uomo che sa d’avere commesso un delitto e di meritare l’estremo supplizio; che sa d’avere sulle sue orme gli esecutori della giustizia, che lo cercano, non ha un’ora di pace. Ogni rumore, ogni stormire di foglie, la vista d’un uomo che muove alla sua volta, tutto lo turba, lo agita, lo riempie di sospetto e di terrore. É l’uomo che sa d’aver offeso Dio onnipotente, a cui non può sfuggire; Dio, che lo attende e lo coglierà all’estremo passo; questo uomo potrà mai aver pace? É impossibile. Quegli solo ha la pace, la pace di Dio, la pace cioè che viene da Dio, il quale signoreggia le sue passioni, ama i fratelli come se stesso, che fugge il peccato, che vive nella grazia di Dio. Uomo avventurato! Questa pace, tesoro di tutti preziosissimo, custodirà la sua mente ed il suo cuore, gli farà gustare anche sulla terra quanto dolce e soave è il Signore con quelli che lo amano!

Graduale
Ps LXXIX:2; 3; 79:2

Qui sedes, Dómine, super Chérubim, éxcita poténtiam tuam, et veni. [O Signore, Tu che hai per trono i Cherubini, súscita la tua potenza e vieni.]

Qui regis Israël, inténde: qui dedúcis, velut ovem, Joseph. [Ascolta, Tu che reggi Israele: che guidi Giuseppe come un gregge. Allelúia, allelúia.]

Alleluja

Allelúja, allelúja,

Excita, Dómine, potentiam tuam, et veni, ut salvos fácias nos. Allelúja. [Suscita, o Signore, la tua potenza e vieni, affinché ci salvi. Allelúia.]

Evangelium
Sequéntia sancti Evangélii secúndum Joánnem

Gloria tibi, Domine!

Joann l: XIX-28

“In illo tempore: Misérunt Judæi ab Jerosólymis sacerdótes et levítas ad Joánnem, ut interrogárent eum: Tu quis es? Et conféssus est, et non negávit: et conféssus est: Quia non sum ego Christus. Et interrogavérunt eum: Quid ergo? Elías es tu? Et dixit: Non sum. Prophéta es tu? Et respondit: Non. Dixérunt ergo ei: Quis es, ut respónsum demus his, qui misérunt nos? Quid dicis de te ipso? Ait: Ego vox clamántis in desérto: Dirígite viam Dómini, sicut dixit Isaías Prophéta. Et qui missi fúerant, erant ex pharisæis. Et interrogavérunt eum, et dixérunt ei: Quid ergo baptízas, si tu non es Christus, neque Elías, neque Prophéta? Respóndit eis Joánnes, dicens: Ego baptízo in aqua: médius autem vestrum stetit, quem vos nescítis. Ipse est, qui post me ventúrus est, qui ante me factus est: cujus ego non sum dignus ut solvam ejus corrígiam calceaménti. Hæc in Bethánia facta sunt trans Jordánem, ubi erat Joánnes baptízans.”

Laus tibi, Christe!

Omelia II

(Mons. G. Bonomelli, Omelie ut supra, Omelia VI)

“I Giudei di Gerusalemme mandarono dei sacerdoti e dei leviti per domandare a Giovanni: Tu chi sei? Ed egli confessò e non negò, e confessò: Non sono io il Cristo. Ed essi gli domandarono: Chi sei dunque? Sei tu Elia? E disse: Non lo sono. Sei tu il profeta? E rispose: No. Essi dunque gli dissero: Chi sei? affinché diamo risposta a coloro che ci hanno mandati: che dici tu di te stesso? Egli rispose: Io sono la voce di colui, che grida nel deserto: Raddrizzate la via del Signore, come disse Isaia profeta. – E i messi erano farisei. E lo interrogarono e gli dissero: Perché dunque tu battezzi, se non sei Cristo, né Elia, né il profeta? Giovanni rispose loro, e disse: Io battezzo con  acqua, ma in mezzo a voi è presente chi voi non conoscete: egli è colui che viene dopo di me, ma che è stato innanzi a me, del quale io non sono degno di sciogliere i lacci dei calzari. Queste cose avvenivano in Betania, di là del Giordano, dove Giovanni battezzava. „ (Giov. I, 19-28).

Voi ora, o carissimi, avete udito nella nostra lingua il Vangelo che la Chiesa ci fa leggere nella Messa di questa Domenica terza d’Avvento. Prima di cominciare la spiegazione del testo evangelico, che è piana e facilissima, giova conoscere il perché di questa solenne ambasceria, che il gran Consiglio di Gerusalemme mandò a Giovanni. A quei giorni era generale l’aspettazione del Messia nel popolo ebreo, e per riflesso, ancorché in proporzioni molto minori, anche presso i gentili. Le tradizioni antiche, sempre vive in Israele, e più ancora gli oracoli dei profeti sì chiari, indicavano essere ormai giunto il tempo in cui il Salvatore del mondo doveva comparire in mezzo agli uomini. Di questa aspettazione comune d’Israele, vi sono prove indubitate negli Evangeli, che qui non occorre riportare: della aspettazione d’un grande personaggio presso i gentili, precisamente al tempo di Cristo, sono testimoni due celebri storici, Tacito e Svetonio, per tacere d’altri documenti. Nessuna meraviglia pertanto, che allorquando Giovanni Battista uscì dal deserto e venne sulle rive del Giordano, predicando la penitenza, non pure il popolo, ma i capi stessi del popolo, entrassero seriamente in dubbio, Giovanni stesso dover essere l’aspettato Messia. Il nascimento miracoloso di Giovanni, la sua dimora nel deserto, l’austerità della sua vita, il suo linguaggio sì franco con tutti, anche coi potenti, che ricordava quello di Elia, il tutto insieme che circondava quell’uomo, dovevano naturalmente scuotere le fantasie popolari e per rimbalzo richiamare sopra di lui l’attenzione dei principali uomini della sinagoga. – Molti e massimamente quelli che erano stati al Giordano e l’avevano veduto e udite le sue parole di fuoco, si domandavano: Giovanni non sarebbe egli stesso il Messia, che attendiamo? La fama di Giovanni in poco tempo crebbe a dismisura, e la credenza, che lui stesso fosse il Messia si propagò per guisa che i capi della sinagoga, sia per secondare l’opinione popolare, sia perché essi ancora ne dubitassero e volessero chiarire il dubbio e raddrizzare il giudizio della moltitudine, deliberarono di mandare a Giovanni una solenne ambasciata, provocandolo a dire pubblicamente chi egli fosse. E qui comincia la narrazione dell’evangelista S. Giovanni e la spiegazione che vi debbo dare. Non vi sia grave udirla attentamente. – “I Giudei di Gerusalemme mandarono dei sacerdoti e dei leviti per domandare a Giovanni: Tu chi sei? „ Questa ambasciata, composta, come dirà più innanzi il Vangelo, di sacerdoti e di leviti, doveva essere numerosa e grandemente autorevole. È troppo naturale supporre, che gran folla accompagnasse quella missione, perché il nome di Giovanni era già celebre, e perché vivissimo doveva essere il desiderio in tutti di udire una risposta esplicita, che avrebbe dissipato ogni dubbio. Per il popolo giudaico il Messia era tutto, perché in lui si incentravano i vaticini dei profeti, si compivano i riti, i sacrifici, la legge di Mosè e i voti tutti dei padri suoi. Pensate dunque aspettazione grandissima del popolo di udire la risposta di Giovanni. Sempre così, o dilettissimi. Qualunque fatto tocca fortemente il sentimento religioso, in qualunque tempo e luogo, i popoli si scuotono e sembra che sopra di loro passi il soffio di Dio. E ciò che accade anche ai nostri tempi, che pur si dicono (ed in parte è vero) tempi di indifferenza religiosa. Fate che si sparga la voce, in un luogo qualunque essersi manifestato alcun che di straordinario, una immagine, una statua aver mosso gli occhi, aver versato lacrime, e andate dicendo, e voi vedrete tosto commuoversi i popoli, accorrere d’ogni parte per vedere, per udire, per accertarsi del fatto, e in mezzo alla folla dei devoti troverete non pochi, che non sono religiosi e nemmeno credenti; anch’essi vogliono vedere ed udire e subiscono l’influenza del movimento popolare. E perché tutto questo? Perché la indifferenza religiosa vera e totale non esiste, e perché in fondo alla natura umana rimane sempre indistruttibile il sentimento religioso, come indistruttibile è la ragione. Vi riflettano i liberi pensatori e si persuadano, che è opera vana e stolta quella di distruggere il sentimento religioso: lo svieranno, lo tramuteranno in superstizione, ma non lo annienteranno mai, ed essi stessi, se si esamineranno bene, troveranno di credere sempre qualche cosa e più che per avventura non vorrebbero. Ritorniamo al racconto evangelico. – “I messi dissero a Giovanni: Tu chi sei? „ Credo che quei messi avranno indirizzato a Giovanni un discorso e forse anche abbastanza lungo, richiedendolo per bel modo, che volesse dire chi egli era. L’Evangelista, come è suo costume, restringe la domanda dei messi al puro necessario e fa loro dire seccamente: Tu chi sei? “E Giovanni confessò e non negò, „ dice il Vangelo. Confessò cioè che non era egli il Cristo, com’essi credevano. Vedete schiettezza e franchezza singolare di linguaggio. Confessò, cioè disse ciò che doveva dire, non negò nulla della verità. Giovanni conosceva l’opinione del popolo e forse degli stessi messi, che inclinavano a credere lui essere il Messia, e perciò di tratto tolse loro ogni dubbio, protestando: “Sappiatelo bene, non sono io il Cristo. „ Uomo ammirabile questo Precursore! Egli poteva tacere, dissimulare, rispondere in modo indiretto e lasciar credere che fosse il Messia ed accettare, in parte almeno, l’onore sommo che gliene sarebbe venuto. Un uomo debole, che vagheggia l’onore e la gloria (e pochi sono quelli che siano immuni da questa febbre) avrebbe ceduto alla terribile tentazione; ma il Battista non esita un istante, e prima che gli si domandasse in termini s’egli era il Messia, innanzi a tutti protesta: “No, non sono io il Messia, il Cristo. „ Ammiriamo tanta altezza di virtù, guardiamoci dall’aura sì carezzevole della vanità, imitiamo il Precursore, respingendo generosamente qualunque lode non dovuta, amando la verità, la sola verità. I messi, attoniti a risposta sì recisa, ripigliano e interrogano il Precursore, dicendogli: “Sei tu Elia? „ Gli Ebrei sapevano che Elia doveva venire sulla terra e precedere il Signore e, confondendo la prima con la seconda venuta di Gesù Cristo, gli fecero quella domanda: “Sei tu Elia? „ E Giovanni con la stessa franchezza, in modo da togliere ogni dubbio, rispose ” Non lo sono. „ È vero: Gesù Cristo, parlando di Giovanni, presso S. Matteo, dice ch’egli è Elia: Ipse est Elias. Ma con quella espressione volle soltanto significare, che Giovanni allora andava innanzi a Lui come più tardi Elia gli sarebbe andato innanzi nella seconda venuta, e che Giovanni aveva la stessa virtù e lo stesso spirito di Elia. Instavano ancora i messi per avere una risposta esplicita intorno alla sua persona, giacché fin qui Giovanni non aveva fatto che negare di essere Cristo od Elia. — Gli dissero: “Sei tu il profeta? „ Notate che i messi non gli domandarono se era profeta od un profeta, ma sì “il profeta”, indicando con questo articolo “il” un profeta determinato, conosciuto ed aspettato dal popolo. Chi era o poteva essere questo profeta? Riferisce S. Giustino M. (Dial. contro Trifone), che era credenza del popolo ebraico, il Messia a principio dover restare nascosto per qualche tempo e che un profeta l’avrebbe fatto conoscere. Perciò i messi chiesero a Giovanni se era egli stesso questo profeta. Era questa una creazione della fantasia popolare o forse una alterazione dell’idea del Precursore. Giovanni rispose nettamente, come era da aspettarsi: “No. „ Nostro Signore nel Vangelo c’insegnò che il linguaggio dei suoi seguaci deve essere semplicemente : “È, è; no, no. „ Le tergiversazioni, le reticenze, le mezze bugie, che sono sì comuni, sono affatto contrarie a quella sincerità e schiettezza, che deve essere il carattere del Cristiano. Giovanni Battista con le sue risposte sì chiare e franche previene l’insegnamento di Gesù Cristo. – Amate sempre, o carissimi, la sincerità e la vostra lingua ignori la doppiezza e la menzogna, ricordevoli della sentenza dello Spirito santo: “La lingua che mentisce uccide l’anima sua. „ Allora i messi strinsero più da vicino Giovanni, e dissero: “Chi sei tu dunque? Affinché possiamo dare risposta a coloro che ci hanno mandato? Che dici di te stesso? „ Allora, stretto a dire chi era, rispose: “Io sono la voce di colui che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri. „ Voleva dire: Io sono colui che fu annunziato da Isaia, che vo innanzi al Signore che viene; io devo preparare il popolo a riceverlo e formargli i primi discepoli. Giovanni ha l’ufficio di preparare il popolo alla venuta di Gesù Cristo e condurre a lui i discepoli. È questo pure l’ufficio del parroco, del sacerdote. Come Giovanni, egli deve ammaestrare il popolo, intimargli la penitenza, richiamarlo dalla mala via, condurlo a Gesù! Se suo ufficio è quello di ammaestrarvi, correggervi, guidarvi a Gesù Cristo, dover vostro è certo quello di ascoltarlo, di lasciarvi correggere e guidare a Gesù Cristo. Il nostro dovere è legato al vostro inseparabilmente. ” Ed i messi, soggiunge Giovanni, appartenevano ai farisei, „ cioè erano sacerdoti e leviti della setta dei farisei; e chi fossero i farisei lo dirò in luogo più opportuno. I messi non si accontentarono delle risposte di Giovanni, ma col fatto mostrandosi veramente farisei, cioè uomini cavillosi e superbi, arrogandosi una certa autorità sopra il Battista, gli dissero: “Perché dunque battezzi se tu non sei il Cristo, ne Elia, né il profeta? „ Era un dire a Giovanni: Tu non avresti diritto di battezzare, cioè di usare quella cerimonia nuova, che hai istituita. Voi sapete che Giovanni battezzava nel Giordano quelli che lo domandavano. Era una cerimonia nuova, io credo, istituita da Giovanni stesso: gli uomini discendevano nel fiume e Giovanni spargeva acqua sopra di loro: era una cotal confessione dei loro peccati, era un dire che avevano bisogno d’essere mondati, era un chiedere perdono delle proprie colpe, ed alcuni, come apparisce dal Vangelo, le confessavano pubblicamente. E manifesto che il battesimo di Giovanni era ben altra cosa del Battesimo di Gesù Cristo, ma lo adombrava. – Giovanni a quella domanda insolente rispose con umiltà: “Io battezzo con acqua: ma in mezzo a voi è presente chi voi non conoscete. „ Il mio battesimo, così in sostanza il Precursore, è cosa da poco: non è che un po’ d’acqua versata sul capo di chi lo vuole: non ha virtù di cancellare i peccati, perché non ha la virtù dello Spirito Santo, che solo può cancellarli: il mio è battesimo di sola acqua, è un semplice rito, è una implicita confessione di essere peccatore, è un atto di umiltà, come sarebbe per es. coprirsi il capo di cenere: ma vi è in mezzo a voi un altro, che battezza nell’acqua e nello Spirito Santo: il mio non è che la figura di quello. — Chi lo darà? Colui, del quale io annunzio la venuta, l’Agnello, che toglie i peccati del mondo. — E qui Giovanni coglie occasione di far conoscere il Messia e di muovere un rimprovero a quelli che ancora non lo conoscevano. Colui che battezzerà, cancellando i peccati, è già venuto, sta in mezzo a voi e voi non lo conoscete. Se l’aveste cercato, di certo l’avreste trovato, poiché Dio fa sempre conoscere la verità a chi la cerca con amore e semplicità. E proseguendo a parlare del Messia per adempire l’ufficio suo di precursore e per invogliare i messi a cercare di lui, Giovanni dice: Volete sapere chi è il Messia, il Cristo, che aspettate e che è in mezzo a voi? “Egli viene dopo di me, „ cioè è nato dopo di me, e noi sappiamo dal Vangelo che Gesù Cristo nacque sei mesi dopo Giovanni. Viene sei mesi dopo di me per ragione della origine umana, ma sappiate, che “è stato prima di me, „ ossia è da più di me, sta sopra di me. In questa sentenza Giovanni abbastanza chiaramente afferma che Gesù era anche prima di essere uomo, che era Dio. Egli è sì grande, continua il Precursore, ch’io rispetto a lui “non sono degno di sciogliere i legacci dei suoi calzari. „ Era ufficio degli schiavi sciogliere al padrone i legacci dei calzari. Quale amore della verità e quale sentimento di umiltà in questo uomo straordinario! A noi sembra che quei messi venuti apposta da Gerusalemme per accertarsi se Giovanni era o non era il Messia, udendo da lui stesso che non lo era, ma che il Messia era venuto ed era in mezzo a loro, non conosciuto, a noi sembra, dico, che dovessero tosto dire a Giovanni: Deh! tu che lo conosci, ci insegna dov’Egli è, che di presente andremo a lui e gli renderemo il dovuto onore —. Era cosa sì naturale e voluta, non che altro, dalla più volgare curiosità. Eppure non ne fu nulla: non si curarono tampoco di chiedergli un solo indizio per riconoscere il Messia, che era il sospiro dell’intera nazione. Mistero inesplicabile di cecità, che si ripete continuamente sotto i nostri occhi. Quanti, in mezzo a noi vivono dimentichi di Dio, di Gesù Cristo, dell’anima loro! Non si curano nemmeno di sapere se Dio esiste, se Gesù Cristo è veramente il Figliuolo di Dio e il Salvatore del mondo! La Chiesa, come già il Precursore, grida incessantemente: “Fate penitenza: Gesù Cristo è in mezzo a voi: vi aspetta, vi invita al perdono: correte a lui, che è la verità e la vita; a lui, che toglie i peccati tutti del mondo. „ E tanti anche tra i Cristiani che fanno? Non se ne danno per intesi; continuano nella loro indifferenza, nelle loro tresche, nei loro stravizzi, nei loro scandali! Cecità questa anche più inesplicabile di quella dei Giudei, perché allora Gesù Cristo non si era ancora manifestato, né aveva operate le meraviglie che operò dopo e continua ad operare nella Chiesa. Dio ci guardi sempre dal cadere in tanta e sì inscusabile cecità! “Queste cose, conchiude l’Evangelista, avvennero in Betania, dove Giovanni battezzava. „ Questa non è la Betania, castello di Lazzaro, Marta e Maddalena, ma è un’altra Betania, posta sulla riva sinistra del Giordano, dove stava il Precursore, anche pel comodo dell’acqua, per battezzare le turbe, che traevano a lui. Carissimi! ci stia sempre dinanzi alla mente l’esempio di sincerità, di umiltà, di franchezza e di zelo ardente di Giovanni e studiamoci di imitarlo.

CREDO

Offertorium
Orémus
Ps LXXXIV:2
Benedixísti, Dómine, terram tuam: avertísti captivitátem Iacob: remisísti iniquitatem plebis tuæ. [Hai benedetto, o Signore, la tua terra: liberasti Giacobbe dalla schiavitù: perdonasti l’iniquità del tuo popolo.]

Secreta
Devotiónis nostræ tibi, quǽsumus, Dómine, hóstia iúgiter immolétur: quæ et sacri péragat institúta mystérii, et salutáre tuum in nobis mirabíliter operétur. [Ti sia sempre immolata, o Signore, quest’ostia offerta dalla nostra devozione, e serva sia al compimento del sacro mistero, sia ad operare in noi mirabilmente la tua salvezza.]

Communio
Is XXXV:4.
Dícite: pusillánimes, confortámini et nolíte timére: ecce, Deus noster véniet et salvábit nos. [Dite: Pusillànimi, confortatevi e non temete: ecco che viene il nostro Dio e ci salverà.]

Postcommunio

Orémus.
Implorámus, Dómine, cleméntiam tuam: ut hæc divína subsídia, a vítiis expiátos, ad festa ventúra nos præparent. [Imploriamo, o Signore, la tua clemenza, affinché questi divini soccorsi, liberandoci dai nostri vizii, ci preparino alla prossima festa.]

Ite, Missa est.
R. Deo gratias.

NELL’OTTAVA DELLA FESTA DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE

DEFINIZIONE DOGMATICA

DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE

“INEFFABILIS DEUS

S. S. PIO IX (8 Dic. 1954)

” … declaramus, pronuntiámus et definímus: Doctrinam quæ tenet beatíssimam Vírginem Mariam in primo instanti suæ Conceptiónis fuisse singulari omnipoténtis Dei grátia et privilegio, intuitu meritórum Christi Jesu Salvatoris humani generis, ab omni originalis culpæ labe præservatam immunem, esse a Deo revelátum, atque idcirco ab ómnibus fidelibus firmiter constanterque credéndam. Quapropter si qui secus ac a nobis definítum est, quod Deus avértat, præsumpserint corde sentire, ii nóverint ac porro sciant se proprio judício condemnatos, naufragium circa fidem passos esse, et ab unitate Ecclésiæ defecisse.”

… ET IPSA CONTERET CAPUT TUUM

LO SCUDO DELLA FEDE (XLI)

[A. Carmignola: “Lo Scudo della Fede”. S.E.I. Ed. Torino, 1927]

LO SCUDO (41)

XLI.

IL LIBERALISMO.

Perché la Chiesa entra in politica? — Perché in politica si dovrà pensarla come il Papa? — Non si può essere cattolici e liberali? — Non sarebbe meglio la libera Chiesa in libero Stato? — Si dovrà esser clericali intransigenti e ribelli alla civile società? — Quale transigenza o tolleranza si può avere?

— Ho apprese molte cose intorno all’autorità della Chiesa, ed ho potuto così correggere molti miei falsi pensamenti. Vi sono però ancora nella mia mente a questo riguardo varie difficoltà, che amerei pure di avere sciolte. Per esempio non so capire come la Chiesa voglia anche entrare in politica. Vedo su pei giornali che ora il Papa si lamenta di questo governo, ora di quello; ora deplora queste leggi, ora riprova quelle; ora condanna questo fatto, ora biasima quell’altro. Non le pare che in tal guisa esorbiti nella sua autorità? Alla fin fine riguardo alla politica non siamo liberi di pensarla ciascuno come ci pare e piace?

Adagio, caro mio. Prima di tutto si può ammettere che un Cristiano, restando vero Cristiano, possa in politica pensarla come gli pare e piace? Niente affatto; perché sé vi ha la politica buona e giusta, vi ha pure la politica rea e falsa, e se al vero Cristiano è lecito di pensarla a seconda di tutte le forme e di tutte le esplicazioni di una politica buona e giusta, non gli sarà lecito giammai di pensarla a seconda dei principii e degli andamenti di una politica rea e falsa. Ti pare?

— Sì, questo è chiaro.

In secondo luogo è egli vero che quando la Chiesa entra apparentemente in politica, si tratti di politica soltanto e non pure di religione? Sta tranquillo che se fosse solo per entrare in politica, non ci entrerebbe affatto nei casi, cui tu accenni. E se c’entra, è precisamente perché in questi casi la politica ha un intimo rapporto con la Religione e con la morale cristiana. E poiché la Chiesa ha il diritto e il dovere di provvedere in tutto ciò e per tutto ciò, che ha rapporto con la religione e con la morale cristiana al bene dei Cristiani, ha per conseguenza il diritto ed il dovere di ordinare altresì ai Cristiani, che in certi fatti ed andamenti politici e per riguardo a certe leggi la pensino e mostrino di pensarla in un modo piuttosto che in un altro, secondo che quei fatti, quegli andamenti e quelle leggi in rapporto con la Religione e colla morale cristiana sono conformi o disformi, e che qualora siano in quest’ultimo modo, cioè malvagi ed iniqui, da ogni Cristiano, che voglia essere vero Cristiano, né si approvino, né si accettino, che anzi altamente si riprovino.

— Ma se io nella mia testa riguardo alle cose politiche la vedo diversamente da ciò che pensa il Papa, come posso io conformare le mie viste con le sue? Sarebbe andare contro coscienza.

Ascolta. Chi per poco ha esperienza del mondo attuale, deve riconoscere che, non ostante che taluni siano istruiti assai in molte cose, non di meno difettano moltissimo d’istruzione riguardo alle cose di Dio, della Chiesa, del Papa, dell’autorità che egli ha, e del conseguente dovere di sudditanza pratica che gli si deve, anche per riguardo a certe norme religiose- politiche. Né solo è da riconoscere ciò, ma bisogna pur ammettere che taluni sono venuti su e vivono tuttora in tale ambiente di idee guaste e false da potersi ben anche ritenere in un certo grado di buona fede per riguardo alla falsa coscienza, che in loro si è formata e vi ha. Costoro se per le condizioni di loro vita non possono avvicinarsi alla verità o riconoscerla come tale, devono essere compatiti; ed io penso che il Signore, il quale vede i cuori e solo giudica secondo verità, userà loro una grande misericordia non ostante che per le loro idee liberalesche non seguano le norme del Papa ed anzi le disapprovino e le avversino. Ma oltre a costoro, che certamente non devono essere molti, vi sono poi in gran numero di quelli, che si trovano ad avere per questo riguardo delle idee sbagliate e dei sentimenti ingiusti e cattivi proprio per loro colpa, perché amano di restar nell’errore, perché superbamente rifiutano di prendere convenevole cognizione delle cose. Epperò se tu parlando, come hai parlato, ti trovi nel numero di costoro, io debbo risponderti: Se la tua coscienza è falsa proprio per tua colpa, perché non ti applichi un po’ seriamente ed umilmente come dovresti a ben conoscere la verità? Può succedere senza dubbio ad ogni uomo di sbagliare e senza la minima colpa. Così avviene che sbaglino anche i medici. Ma supponiamo un medico che poco o nulla abbia studiato prima e meno ancora dopo la laurea, e che malgrado ciò si accinga a curare i malati; negli svarioni, che prenderà mandando i malati all’altro mondo, si potrà dire che non è colpevole? – Dunque se la tua coscienza è falsa, rendila retta come si conviene, ed allora, stanne certo, nelle tue vedute religiose-politiche non dovrai fare alcuna violenza alla tua coscienza, perché saranno perfettamente d’accordo con quelle della Chiesa, del Papa. Del resto sai tu che cosa fai in sostanza quando tu ti opponi ai pensamenti, alle dichiarazioni del Papa per riguardo a certi fatti politici? Non offenderti se ti dico la verità. Come misero pigmeo ti poni col fatto di fronte al Papa e gli dici: Santo Padre, Ella deve pensarla come la penso io a questo riguardo, e non come vuol pensarla Lei, Vicario di Gesù Cristo: perché, modestia a parte, in quanto ad interessi religiosi io la so più lunga e la vedo più giusta di Lei!

— Già, veramente ha ragione. Lei però non mi potrà negare che si può benissimo essere buoni Cattolici e ad un tempo stesso avere sentimenti liberali.

Sì e no, a seconda del liberalismo più o meno buono de’ tuoi sentimenti. Tu sai che la parola liberale, da cui deriva liberalismo, ha un ottimo significato e vale generoso, largo, splendido nel donare, eccetera. Ma accade di questa parola, come di molte altre, che dal suo buon significato è torta ad un altro tutt’altro che buono, specialmente per ciò che riguarda i doveri politici-religiosi. Dunque se per liberalismo tu intendi soltanto il sistema di coloro che amano le forme larghe di governo, le costituzioni, le repubbliche, in una parola le più ampie e giuste libertà civili, politiche e sociali, ali ora non ti nego che si possano aver sentimenti a seconda di questo sistema ed essere ad un tempo stesso buoni Cattolici; giacché tutte le forme di governo per sé sono buone. Ma se per liberalismo tu intendi il sistema di quelli, che vogliono fare nel campo morale e religioso quello che han fatto nel campo civile, politico e sociale, allargando sconfinatamente la libertà individuale, il potere municipale, politico e sociale, a danno dell’autorità della Chiesa e dello stesso Dio, allora non solo posso, ma debbo negarti che si possa essere buoni Cattolici ed avere sentimenti a seconda di questo liberalismo. Di fatti in esso che si pretende! Si pretende nientemeno che l’indipendenza dell’individuo, del municipio, dello Stato da Dio e dalla sua Chiesa. Si pretende di regolare il proprio pensiero, la propria coscienza col proprio talento, senza alcun riguardo ai principii della verità; si pretende poter dire e poter stampare tutto ciò che si vuole, anche cose erronee ed immorali, sol perché a taluno piace di più l’errore e l’immoralità, che la verità e il buon costume; si pretende separare del tutto lo Stato dalla Chiesa e la Chiesa dallo Stato, si pretende anzi di asservire la Chiesa allo Stato, epperò di secolarizzare ogni istituzione di beneficenza ed ogni atto della vita pubblica, di rimuovere l’insegnamento religioso dalle scuole, di sopprimere gli ordini religiosi, di obbligare i chierici e persino i preti al servizio militare, di regolare il matrimonio come una semplice istituzione civile, e specialmente di negare al Papa il diritto di un temporale dominio. In somma in questo sistema si vuole tutta la libertà per lo Stato e tutta la schiavitù per la Chiesa, si vuole l’esistenza sola dello Stato e lo sbandeggiamento della Chiesa. Senza dubbio nel liberalismo, così inteso, vi sono molte varietà, gradazioni e sfumature, perché v’ha chi spinge le sue viste e le sue brame fino all’ultimo eccesso, chi le modera a questo o a quell’altro riguardo, ma in sostanza le idee e i sentimenti liberali si riducono ai principi, che t’ho indicati. Or pare a te che si possa essere buoni cattolici e nutrire in cuore e manifestare tali sentimenti!

— Convengo con lei che ciò non è possibile. Ma stando così le cose non sarebbe meglio addirittura veder attuate quelle belle formole: Libera Chiesa in libero Stato — Separazione della Chiesa dallo Stato?

Come? chiami belle queste formole del liberalismo, che sono assurde, empie e rovinose?

— Possibile?

A persuadertene ti leggerò una pagina magistrale di Monsignor Bonomelli, Vescovo di Cremona.

« Le due formole — Libera Chiesa in libero Stato — Separazione della Chiesa dallo Stato — in buon linguaggio suonano così — lo Stato, nelle mie leggi, nei miei atti, in tutto il mio governo, mi regolo come credo meglio; non riconosco fuori di me, né sopra di me altra autorità qualsiasi. Io non bado a religione alcuna, ad alcuna Chiesa: non ne riconosco alno cuna, mi curo di ciò che insegna o fa: io non ho, né voglio avere religione di sorta. Questo è affare del tutto privato, affare di coscienza individuale: ciascuno pensi come vuole, tenga quel simbolo che gli piace, pratichi quel culto che più gli talenta, o non ne pratichi alcuno; per me non me ne interesso; non impongo nulla in materia di religione, nulla vieto: piena libertà di coscienza per tutti: non persecuzioni, né protezioni, ma a tutti garantita la massima libertà nell’ambito delle leggi e del pubblico interesse. Io sono lo Stato, Stato laico: come si potrebbe esigere che mi occupassi di religione, o di Chiesa? Se il facessi lascerei il mio campo per invadere quello della Chiesa, che non mi appartiene. Ci pensi la Chiesa: essa faccia da sé ed io faccio da me.

— Qui torna il senso ovvio e naturale delle due formole — Libera Chiesa in libero Stato — Separazione della Chiesa dallo Stato — Stato ateo — Stato laico. Non c’è bisogno di mostrarlo. Questo sistema suppone necessariamente la indifferenza assoluta dallo Stato in religione e l’ateismo suo pratico. Posta l’esistenza di Dio, ne deriva la necessità della Religione, come, posta la paternità, ne conseguirà quel complesso di doveri, che obbligano i figli verso del padre. Dunque come è assurda la indifferenza in religione, come è assurdo l’ateismo, così è assurdo questo sistema, che prescinde da ciò, da cui non può prescindere. Non può lo Stato dire: — Non mi occupo di religione alcuna; per me tutte le religioni sono come se non fossero. — Ma queste religioni, gli piaccia o non gli piaccia, esistono. Non è in poter suo far sì che non esistano. Esistono prima di lui e penetrano tutte le viscere della società e della famiglia: come potrebbe disinteressarsene? Può lo Stato dire: — Io, Stato, non guardo se questi è padre e marito: se quella è sposa e madre: se questi è avvocato o medico, ingegnere o artista, servo o padrone: io considero in essi il cittadino, il solo cittadino? — Sicuramente no. Esso deve considerare in essi il cittadino, qualità a tutti comune, e poi deve anche considerare le qualità sue particolari, i particolari diritti e doveri, che ne derivano, difenderli e regolarli. È suo ufficio, suo dovere rigoroso. Perché dunque vorrà prescindere dalla religione, che ciascuno professa, quasiché anch’essa non avesse diritti e doveri, che lo Stato deve riconoscere e difendere? Se lo Stato ha il dovere di tutelare il mio diritto di proprietà, perché non avrà anche quello di tutelare il mio diritto di Religione nelle sue manifestazioni esterne e ragionevoli? Forseché questo è inferiore a quello? Lo Stato adunque non può restare indifferente in materia di religione e perciò non può separarsi dalla Chiesa, che in sé assomma e rappresenta la religione di tutti, o di parte dei cittadini. Se lo facesse fallirebbe al suo dovere e suo malgrado sarebbe costretto ad occuparsene ».

— Questo Vescovo ragiona stupendamente.

E la conseguenza che bisogna trarre da sì bel ragionamento si è che non potendo lo Stato separarsi dalla Chiesa a meno di fallire al suo dovere, deve con essa accordarsi. « Sì tra i due poteri, ecclesiastico e civile, è necessaria assolutamente una perfetta armonia, essendo ambedue per volere di Dio chiamati a sostenersi l’un l’altro ». (V. Enciclica di S. S. Pio X su S. Gregorio Magno). Resti pure lo Stato pienamente libero nelle cose puramente temporali; ma sia al tutto indipendente la Chiesa nelle cose religiose; e nelle cose miste si accordino insieme. Ma sorgendo qualche difficoltà o conflitto fra i diritti della Chiesa e dello Stato, devono prevalere senza dubbio quelli della Chiesa, di quella guisa che il bene spirituale ed eterno, a cui ella in tutto mira, deve prevalere sopra il bene terreno e temporale.

— Dunque si dovrà essere propriamente di quei clericali intransigenti, che ad ogni istante la danno addosso al governo e protestano contro gli atti suoi, contro le sue leggi!

Senti, amico mio, se tu vuoi compiere il tuo dovere di buon Cristiano, devi essere vero Cattolico, obbediente in tutto e per tutto al Papa, ai Vescovi, agli insegnamenti e agli ordini della Chiesa, perché la Chiesa non ti insegnerà e non ti comanderà mai nulla che non sia pienamente conforme a verità ed a giustizia. Epperò, tienilo ben a mente, colui che si discosta, sia pure di una linea, dagli insegnamenti e dagli ordini della Chiesa, cessa perciò di essere vero Cristiano Cattolico.

— Ma chi si regola con tale criterio, mentre obbedisce alla Chiesa non si rende ribelle alla civile autorità?

Tutt’altro! La nostra santissima Religione insegna chiaramente che non vi ha alcun potere se non da Dio, e che tutti i poteri sono da Dio ordinati, che chiunque resiste al potere resiste all’ordinazione stessa di Dio, che il potere è ministro di Dio, e che perciò è necessaria la soggezione e l’obbedienza non tanto pel timore del castigo, quanto per coscienza; epperò il vero Cristiano deve nella sua condotta pienamente conformarsi a tale dottrina, e conseguentemente rispettare il governo e i suoi atti e praticarne le leggi. – Ma se in uno Stato si compiono degli atti o si fanno delle leggi contrarie o dannose all’autorità divina ed ecclesiastica, epperò cattive, allora bisogna rammentarsi che al di sopra degli uomini vi è Dio e la Chiesa, sua rappresentante sulla terra, e che perciò prima che agli uomini bisogna obbedire a Dio ed alla Chiesa. E se in tal caso, rifiutandoti tu di approvare certi fatti e di obbedire a certe leggi, vi ha chi ti appioppi il nomignolo di clericale, magari coll’aggiunta di intrasigente (nomignolo e aggiunta inventati dal liberalismo per indicare il Cristiano Cattolico vero, tutto di un pezzo) tutt’altro che avertela a male, devi gloriartene, perché in sostanza ti si fa la più bella lode, che noi seguaci di Gesù Cristo si possa ambire.

— Secondo lei, adunque, transigenza o tolleranza nel Cattolico non mai!

Adagio, caro mio, a farmi dire quello che non ho detto, e non debbo, né voglio dire. Il Cattolico nella sua condotta politico-sociale deve seguire l’esempio della Chiesa, del Papa, dei Vescovi, dello stesso Dio. La Chiesa in tutti i tempi, come Dio, ha voluto, e vuole il bene, anzi l’ottimo. Ma dove e quando questo non è possibile, si è limitata e si limita al meno male; epperò, senza approvare mai e poi mai certi disordini, in certa qual maniera per evitarne dai maggiori, transige su di essi, e li tollera, appunto come fa Iddio che veramente assai e ben a lungo tollera il male, che pure potrebbe impedire. Per esempio: « Se la Chiesa, ha detto il grande Leone XIII in una sua stupenda Enciclica, se la Chiesa proclama non esser lecito mettere i differenti culti ad egual condizione giuridica, non condanna però i governi che, per qualche grave ragione, o di bene da ottenere, o di male da evitare, tollerano per via di fatto i differenti culti nel loro Stato ». In conclusione il Cattolico, come la Chiesa, deve star saldo ai principii, alle verità ed alle leggi divine, e su di ciò non può, né deve mutare un ette. Ma nella pratica, sempre per riguardo al maggior bene ed al minor male, senza mostrare la menoma connivenza col male e con l’errore, gli conviene usare una giusta prudenza ed una vera carità, qual è appunto quella che hanno usato ed usano tuttora uomini eminentissimi per fermezza di fede, per solidità di attaccamento alla Chiesa ed al Papa e per santità di vita.

— Ella dice benissimo, e a dir vero mi ha chiarito delle idee, che avevo molte scure.

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (XII)

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO 

Mons. J. J. Gaume:  

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I, Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

CAPITOLO XI

(fine del. precedente).

I sette Angeli assistenti al trono di Dio — Essi sono i supremi governatori del mondo — Prove: Culto che la Chiesa rende loro — Storia della chiesa di S. Maria degli Angeli in Roma dedicata a loro onore — Funzioni delle Dominazioni — Dei Principati — Delle Potenze — Funzioni delle Virtù — Degli Arcangeli — Degli Angeli — Angeli custodi — Prove e particolarità.

Innanzi di lasciare la prima gerarchia angelica ci sembra necessario dire una parola dei Sette Angeli assistenti al Trono di Dio, dei quali è parlato nell’uno e nell’altro Testamento. « Io sono Raffaello uno dei sette Angeli che stiamo in piedi dinanzi a Dio, diceva Raffaele a Tobia. » « Giovanni, alle sette Chiese che sono in Asia. Grazie a Voi e pace, da parte di Colui che è e che era e che deve venire, e da parte dei sette Spiriti che stanno alla presenza del suo Trono, scriveva il discepolo diletto.1 » [Tob., XII; 15- Apoc., I, 4]. La tradizione cattolica, interprete fedele degli insegnamenti divini, venera difatti, sette Angeli più belli, più grandi, più potenti di tutti gli altri, che circondano il Trono di Dio, sempre pronti ad eseguire, sia per se medesimi, ossia per altri, le sue volontà supreme [Septem sunt quorum maxima est potentia. Primogeniti angelorum principes. Clem. Alex., Strom lib. VI]. All’oggetto di confermarla, il Re degli Angeli si è piaciuto sovente di mostrarsi ai Santi ed ai martiri, circondato da questi sette Principi sfolgoreggianti di splendore. Così Egli apparve al comandante della coorte pretoriana, san Sebastiano, per animarlo al combattimento del martirio; e come pegno di vittoria, lo fece rivestire da questi sette angeli di un manto di luce. [Corn. a Lap., in Apoc., I, 4]. – Un’altra tradizione comune ai giudei, ai filosofi ed ai teologi, attribuisce a questi sette Angeli il supremo governo del mondo fisico e del mondo morale. Essi sono simili ai ministri dei re, la cui vita pare inoperosa perché essa si esercita intorno al Trono; ma che, in realtà, è l’anima di tutti i movimenti dell’impero. Essendo essi paragonati, secondo san Girolamo, al candelabro dalle sette braccia del tabernacolo mosaico, presiedono ai sette grandi pianeti, le rivoluzioni dei quali determinano il movimento di tutte le ruote secondarie nella meravigliosa macchina che chiamasi universo materiale. – Sotto la stessa figura noi vediamo questi sette Spiriti che presiedono al mondo morale. « Di qui viene, secondo l’osservazione di un dotto commentatore, la distribuzione settennaria, cosi frequente nelle opere divine. Come vi sono nel mondo sette pianeti e sette giorni nella settimana, cosi vi sono nella Chiesa sette doni dello Spirito Santo, e sette virtù principali, alle quali presiedono questi sette Angeli superiori al fine di condurre per mezzo di essi gli uomini alla vita eterna. » [Corn. a Lap., ivi.]. – Ascoltiamo ancora un altro teologo: « Il numero sette che indica i sette grandi Principi della corte celeste, è un numero preciso; imperocché quando trovasi nella Scrittura lo stesso numero, usato parecchie volte in differenti luoghi, soprattutto in materia di Storia, la regola è di prenderla nel suo significato matematico. Vi sono dunque sette angeli superiori a tutti gli altri. Loro uffici speciali sono di vegliare ai sette doni dello Spirito Santo, a fine di ottenerli, di comunicarceli e di farli fruttificare; di domare in virtù ed in forza speciale i sette demoni che presiedono ai sette peccati capitali, di presiedere ai sette corpi più splendidi del firmamento, e di farci praticare le sette virtù necessarie alla salute, le tre teologali e le quattro cardinali. « Poiché sotto la direzione di satana sette demoni presiedono ai sette peccati capitali, e nel loro odio implacabile dell’uomo, nulla trascurano per farci commettere questi peccati e strascinarci alla dannazione: perché non crediamo noi che sotto il gran Re della Citta del bene, sette Angeli, scelti tra i più nobili, sono incaricati di sorvegliare questi sette nemici principali, di metterci, al riparo contro i loro assalti, e di farci praticare le virtù che debbono assicurare la nostra eterna salvezza? L’assalto può essere egli superiore alla difesa? E se tra gli angeli cattivi vi ha un accordo per perdere gli uomini, perché non ve ne sarebbe uno tra gli Angeli buoni per salvarli? » [Seravius in Bibliam, c. XI. Tob. quæstiuncul. 3, edit. In-folio; 1610]. – La Chiesa erede fedele di questi alti insegnamenti, ha avuto cura di riprodurli nella sua gerarchia. Diciamo meglio: il divino fondatore della Chiesa militante ha voluto ch’essa offrisse nella sua gerarchia, l’immagine di quella della sua sorella, la Chiesa trionfante. Perché vediamo noi gli Apostoli, diretti dallo Spirito Santo, stabilire sette diaconi e non sei o otto? Perché i primi successori di san Pietro creano essi sette Cardinali diaconi? Perché ordinano che sette diaconi assisteranno il sovrano Pontefice ed anche il Vescovo, quando pontifica? Per ricordare i sette Angeli che assistono al Trono di Dio. « Questi sette diaconi, continua Serario, erano chiamati gli occhi del Vescovo pei quali egli vedeva tutto ciò che avveniva nella sua diocesi. Ora, Iddio è il primo e il maggiore dei Vescovi. La sua diocesi, è il mondo. Ei vede tutto ciò che vi accade per mezzo dei sette diaconi angelici. Non certamente che Egli abbia bisogno delle creature, come il Vescovo ha bisogno de suoi diaconi per conoscere tutte le cose; ma se ne serve per la stessa ragione che gli fa adoperare le cause seconde pel governo dell’universo. Questa ragione è di onorare le sue creature. » [Corn. a Lap. Ubi supra. — Vedi anche il dotto trattato del sig. di Mirville, Pneumatologia degli Spiriti. T. II, 852]. – I sette grandi Principi angelici occupano un troppo gran posto nella creazione e nel governo del mondo; essi ci ottengono troppi favori, ci rendono troppi servigi; essi sono troppo onorati da Dio medesimo, perché la Chiesa abbia dimenticato di render loro un culto speciale di riconoscenza e di venerazione. La loro memoria è celebre nelle diverse parti del mondo cattolico; ma in nessuna parte è tanto viva come in Sicilia, a Napoli, a Venezia, a Roma ed in parecchie città d’Italia. Questi luoghi, dove sembrano conservarsi più religiosamente che altrove le antiche tradizioni, ce li mostrano rappresentati in pittura, in scultura ed anche in mosaico. Palermo capitale della Sicilia possiede una bella chiesa dedicata ai sette Angeli principi della milizia celeste. Nel 1516 le loro immagini di una grandissima antichità, furono scoperte dall’arciprete di quella chiesa, il venerabile Antonio Duca. Stimolato spesso dall’ispirazione divina, questo sant’uomo venne a Roma nel 1527, per propagare il culto di questi Angeli, e trovar loro e fabbricarli un santuario. Dopo molti digiuni e preghiere ei meritò di conoscere per rivelazione che le Terme di Diocleziano dovevano essere il tempio dei sette Angeli assistenti al trono di Dio. Le ragioni della scelta divina erano, che queste Terme famose erano state costruite da migliaia di angeli terrestri, vale a dire da quaranta mila Cristiani condannati a questa dura fatica; che la loro costruzione gigantesca aveva durato sette anni; che tra tutti quei martiri, sette rifulsero di un più vivo splendore: Ciriaco, Largo, Smaragdo, Sinsinio, Saturnino, Marcello e Trasone, i quali incoraggiavano i Cristiani e provvedevano alle loro necessità. – Questa rivelazione essendo stata accertata, i sovrani Pontefici Giulio III e Pio IV ordinarono di purificare le Terme e di consacrarle in onore dei sette Angeli assistenti al Trono di Dio, o della Regina del cielo circondata da questi sette Angeli. Michelangelo fu incaricato del lavoro. Con i ricchi materiali delle voluttuose Terme del più gran nemico dei Cristiani, il celebre architetto fabbricò la splendida chiesa che si ammira tuttora. Il 5 agosto 1561 Pio IV, in presenza del sacro collegio e di tutta la corte romana, la consacrò solennemente a S. Maria degli Angeli e l’onorò del titolo cardinalizio.1[ . Andrea Victorelli. De ministeriis angel.; et Coni, a Lap., Apoc. I, 4]Si vede che la Chiesa Cattolica nella sua materna sollecitudine nulla trascura per farci conoscere gli Angeli, per onorarli, per avvicinarci ad essi ed assicurarci la loro potente protezione. Nulla di più intelligente di una simile condotta. Noi siamo della famiglia degli Angeli e dobbiamo vivere con essi per tutta l’eternità.

. – Passiamo alla seconda gerarchia. L’abbiamo già notato, non avvi nessun salto nella natura. Tutte le creazioni si toccano e si concatenano con legami misteriosi talmentechè le ultime produzioni di un regno superiore si confondono con le produzioni le più elevate del regno inferiore. [S. Th. I p., q. CVIII, art. 5, corp.] La stessa legge regge il mondo delle intelligenze, prototipo del mondo dei corpi. Così, i Troni, ultimo ordine della prima gerarchia angelica, riguardano immediatamente l’ordine il più elevato della seconda, le Dominazioni. Se i Troni finiscono la gerarchia degli Angeli assistenti, le Dominazioni cominciano le gerarchie degli Angeli ministranti. Queste ultime in numero di tre sono nel governo del mondo e della città del bene, ciò che sono nelle società umane i capi dei grandi corpi dello stato, i generali d’ armata, i magistrati. La più eminente si compone delle Dominazioni, dei Principati e delle Potestà. Indicare e comandare quel che bisogna fare è la parte delle Dominazioni. Esse sono così chiamate e con ragione, perché dominano tutti gli ordini angelici, incaricati di eseguire le volontà del gran Re: come il generalissimo di un esercito domina tutti i capi dei corpi posti sotto i suoi ordini, e gli fa manovrare secondo le intenzioni del principe di cui è il rappresentante. [Viguier, p. 85]. Per continuare il confronto, i Principati, il cui nome significa conduttori secondo rondine sacro, rappresentano i generali e gli ufficiali superiori che .comandano ai loro subordinati i movimenti e le manovre, conforme alle prescrizioni del generalissimo. Principi delle nazioni e dei regni, questi potenti spiriti le conducono, ognuna in ciò che le riguarda, alla esecuzione del piano divino. In questo ministero, di tutti il più importante, sono secondati dagli Angeli immediatamente sottomessi ai loro ordini. Da ciò resulta la magnifica armonia della quale parla sant’Agostino. « I corpi inferiori, dice il gran Vescovo, sono regolati dai corpi superiori, e tanto gli uni che gli altri dagli Angeli, e i cattivi angeli dai buoni. » [S. Th. I p. q. CVIII, art. 6, corp.]. Vengono finalmente le Potestà. Rivestiti, come lo indica il loro nome, di una autorità speciale, questi Angeli sono incaricati di togliere gli ostacoli alla esecuzione degli ordini divini, allontanando gli angeli cattivi che assediano le nazioni per distoglierli dal loro scopo. Nell’ordine umano, i loro consimili sono le pubbliche potestà, incaricate di allontanare i malfattori e togliere cosi gli ostacoli al regno della giustizia e della pace. [S. Th., ibid.] La terza gerarchia angelica è formata delle Virtù, degli Arcangeli e degli Angeli. Nei soldati che compongono i differenti corpi di un esercito, di cui ciascun reggimento ha la sua destinazione particolare, negli amministratori subalterni alla giurisdizione ristretta, noi troviamo l’immagine dei tre ultimi ordini angelici e l’idea delle loro funzioni. Le Virtù, il cui nome vuol dir forza, esercitano il loro impero sopra la creazione materiale, presiedono immediatamente al mantenimento delle leggi che la reggono, e vi conservano l’ordine che ammiriamo. Quando la gloria di Dio l’esige, le Virtù sospendono le leggi della natura e operano dei miracoli. Cosi gli agenti invisibili, dai quali noi siamo circondati, rivelano la loro presenza, e mostrano che il mondo materiale è soggetto al mondo spirituale, come il corpo è soggetto all’anima.  – Tutti i ministeri degli ordini angelici si riferiscono alla gloria di Dio ed alla deificazione dell’uomo; in altri termini, al governo della Città del bene. Gli uomini, sudditi di questa gloriosa Città, sono l’oggetto particolare della sollecitudine degli Angeli. Fra essi e noi esiste un commercio continuo, figurato dalla scala di Giacobbe. Scendere gli scalini di questa scala misteriosa e venire, in occasioni solenni, a compiere presso l’uomo importanti missioni, soprintendere al governo delle province, delle diocesi, delle comunità; tale è la duplice funzione degli Arcangeli, il cui nome significa Angelo superiore, o Principe degli Angeli propriamente detti. [Viguier, 86.]. – Sotto quest’ordine vi è quello degli Angeli. Angelo significa inviato. Tutti gli spiriti celesti essendo i notificatori dei pensieri divini, il nome di Angelo è ad essi comune. A questa funzione gli Angeli superiori aggiungono certe prerogative, dalle quali traggono il proprio loro nome. Gli Angeli dell’ultimo ordine dell’ultima gerarchia, non aggiungendo niente alla funzione comune d’inviati e di notificatori, ritengono semplicemente il nome di Angeli. In relazione più immediata e più abituale con l’uomo, essi vegliano alla custodia della sua duplice vita e gli recano ad ogni ora, ad ogni istante, lumi, forze, grazie di cui abbisogna, dalla culla fino alia tomba. [Ibid.]. Se noi riepiloghiamo questo rapido schizzo, quale immenso orizzonte non si apre dinanzi a noi! Quale imponente spettacolo non si spiega a’nostri occhi! È vero dunque che invece di non essere niente, il mondo superiore è tutto; che il reale è l’invisibile; che il mondo materiale vive sotto l’azione permanente del mondo spirituale; che Dio governa l’universo mediante i suoi Angeli, liberamente, senza necessità, senz’obbligo, come un re governa il suo regno mediante i suoi ministri, e un padre, la sua famiglia, per mezzo dei suoi servi. È vero altresì che razione di questi spiriti amministratori raggiunge ciascuna parte dell’insieme, di modo che né l’uomo né alcuna creatura non è abbandonata all’evento, lasciata alle proprie sue forze, o lasciata in balìa degli assalti delle potenze nemiche. [S. Th., I p. q. VII. art. 2, corp.]. Come principi e governatori della grande Città del bene, a cui si riferisce tutto il sistema della creazione, gli Angeli, nell’ordine materiale presiedono al moto degli astri, alla conservazione degli elementi, ed al compimento di tutti i fenomeni naturali che ci rallegrano o che ci spaventano. Tra essi è divisa l’amministrazione di questo vasto impero. Gli uni hanno cura dei corpi celesti, gli altri della terra e dei suoi elementi; altri delle sue produzioni, come gli alberi, le piante, i fiori ed i frutti. Ad altri è affidato il governo dei venti, dei mari, dei fiumi, delle fonti; ad altri la conservazione degli animali. Neppure una visibile creatura grande o piccola ch’ella sia, che non abbia una potenza angelica incaricata di sorvegliarla. 2 [S. Aug., lib. LXXXIII, Quæst LIX]. L’uomo animale, lo sappiamo, animalis homo, nega questa azione angelica; ma la sua negazione non prova che una cosa, cioè ch’egli è animale. Per l’uomo che ha l’intelligenza, questa azione è evidente. Dappertutto dove la natura materiale lascia scorgere dell’ordine, dell’armonia, del moto, un fine; ivi si riconosce tosto un pensiero, una intelligenza, una causa motrice e direttrice. – Ora, niente nella natura materiale si fa senza ordine, senza armonia, senza movimento, senza scopo. Qual’è il principio di tutte queste cose? Non è, né può essere nella materia inerte, cieca di sua natura. Senza dubbio, il vento non sa né dove, né quando dee soffiare; né con qual violenza; né quali tempeste deve suscitare; né quali nubi deve accumulare. La pioggia, la neve, la folgore stessa non sanno dove debbono formarsi, né dove debbono cadere; la direzione che devano tenere, il fine che debbono raggiungere; il giorno e 1’ora dove debbono compiere la loro missione. Cosi è lo stesso delle altre creature materiali, così impropriamente decorate del nome di agenti. Dov’é dunque il principio dell’ordine, dell’armonia e del moto? A meno che non si ammettano degli effetti senza causa, bisogna per necessità cercarlo fuori della creazione materiale, in una natura intelligente, essenzialmente attiva, superiore ed estranea alla materia. È infatti solamente là dove lo pone la vera filosofia. Il profeta parlando del Creatore, principio di ogni moto e di ogni armonia, ci dice; Le creature fanno la sua parola, vale a dire eseguiscono le sue volontà, facìunt Verbum ejus. Ma come è ella la parola creatrice posta in contatto universale e permanente col mondo inferiore, fino all’ultimo degli esseri dei quali si compone? Nel modo stesso che la parola di un monarca con le parti più lontane e più oscure del suo impero, per mezzo di mediatori. I mediatori di Dio sono gli spiriti celesti: qui facit angelos suos spiritus. Questa verità è di fede universale. Sotto tutti i climi, in tutte le epoche, il paganesimo medesimo la proclama, e la teologia cattolica la manifesta in tutta la sua splendidezza. Il sapere che tutte le parti dell’universo vivono sotto la direzione degli Angeli; qual sorgente inesauribile di luce e di ammirazione per lo spirito, di rispetto e di adorazione per il cuore!. – Nell’ordine morale, non meno certo e più nobile altresì è il ministero degli angeli. Essi sono, giusta la bella espressione di Lattanzio, preposti alla guardia ed alla cultura del genere umano. [De Instit, dipin., lib. II, c. XVI. Ancor qui le loro funzioni non sono meno variate dei bisogni del loro pupillo. Gli uni custodiscono le nazioni, ciascuno la sua, altri, la Chiesa universale. Come un esercito formidabile difende una città assediata, così essi proteggono la città del loro Re, la santa Chiesa Cattolica, nella sua guerra eterna contro le potenze delle tenebre. [Euseb. In Ps. XLVII]. Ve ne sono di quelli incaricati della cura di ciascuna Chiesa, cioè di ciascheduna diocesi in particolare. « Due custodi e due guide, insegnano con sant’Ambrogio gli antichi Padri, sono preposti a ciascuna Chiesa: l’uno visibile, che è il Vescovo; l’altro invisibile, che è l’Angelo tutelare. »  [Dan., X, 13; S. Th., I p. q. 118, art. 8, corp.]. Se per conservarla e per impedire che il demonio la deturpi o la distragga, la più piccola creatura nell’ordine fisico, come l’insetto o un filo d’erba, vive sotto la protezione di un Angelo, a più forte ragione l’essere umano, per quanto debole lo si supponga, è oggetto di una eguale sollecitudine. Ogni uomo ha il suo custode. Come tutore potente, il principe della Città del bene veglia su di noi, anche nel seno materno, a fine di proteggere la nostra fragile esistenza contro i mille accidenti che possono comprometterla e privarci del Battesimo. Lasciamo parlare la scienza: « Grande dignità delle anime, poiché fino dalla nascita, ognuna ha un Angelo per custodirla! Avanti di nascere, l’infante attaccato al seno materno fa in qualche modo parte della madre; come il frutto pendente all’albero fa tuttavia parte dell’ albero. È dunque probabile che 1’Angelo custode della madre guardi l ‘infante rinchiuso nel suo seno; come quegli che custodisce l’albero custodisce il frutto. Ma appena l’infante è separato dalla madre che subito un Angelo particolare è mandato alla sua custodia.1 » [S. Hier. inMatfh., c. XVIII ; Viguier, p. 86]. – L’Angelo custode, compagno inseparabile della nostra vita, ci segue in tutte le nostre vie, ci illumina, ci difende, ci rialza, ci consola. Mediatore tra Dio e noi, intercede in nostro favore, offre all’Antico dei giorni i nostri bisogni, le nostre lacrime, le nostre preghiere, le nostre buone opere, come incenso di grato odore, bruciato in un turibolo d’oro. La sua missione non cessa con la vita terrena, ma dura finché l’uomo non è giunto al suo fine. Così gli Angeli presentano le anime al tribunale di Dio e le introducono in cielo. Se la porta è ad esse momentaneamente chiusa, essi le accompagnano nel purgatorio, dove le consolano fino al dì della loro liberazione. Quanto a quelle che un orgoglio ostinato rende sino alla morte indocili ai loro consigli, i principi della Città del bene le abbandonano solamente sul limitare dell’inferno, ardente dimora preparata da satana, agli angeli e schiavi suoi. Come hanno essi presieduto al governo del mondo, cosi gli Angeli assisteranno al suo giudizio, risveglieranno i morti e faranno la eterna separazione degli eletti dai reprobi. – Nel lasciare la Città del bene, cerchiamo di riportare con noi una memoria che riassuma e il fine della sua esistenza e le innumerevoli funzioni dei Principi che la governano. La Città del bene ed i ministeri degli Angeli si riducono ad un solo oggetto: il Verbo incarnato: ad un solo scopo: la salute dell’uomo, mediante la sua unione col Verbo incarnato. Monarca assoluto di tutti gli esseri, creatore di tutti i secoli, Erede di tutte le cose del cielo e della terra, il Verbo incarnato è l’ultima parola di tutte le opere divine, come la salute dell’uomo è l’ultima parola del suo pensiero. Che cosa avvi di più logico, di più semplice, di più sublime e di più luminoso, per conseguenza di più vero, di questa filosofia del mondo angelico, di questa storia della Città del bene! [S. Th., I, p. q. LVII, art. 6 ad i]. — Il credere che tutte le spiegazioni che precedono siano il risultato di semplici congetture, piuttostochè cognizioni positive, sarebbe un errore. La scienza del mondo angelico è una scienza certa: certa perché essa è vera; vera perché essa è universale. La rivelazione, la tradizione, la ragione medesima di tutti i popoli, la conoscono, la insegnano, la praticano. Come tutte le altre, essa è stata richiamata alla sua purezza primitiva e svolta dal Signor Nostro, i cui insegnamenti non scritti sono, a testimonianza di san Giovanni, infinitamente più, numerosi che quelli di cui il Vangelo ci ha tramandata la cognizione. Il più ricco depositario di questi preziosi insegnamenti fu Maria; e sappiamo che, Madre della Chiesa e istitutrice degli Apostoli, la Augusta Vergine ha parlato sapientemente degli Angeli, che essa conosceva meglio di chiunque. Parimente Paolo, che può chiamarsi l’Apostolo degli Angeli, dei quali annovera tutti gli ordini, Paolo, rapito sino al terzo cielo, ha arrecato sulla terra una conoscenza profonda di ciò che aveva visto, non per se ma per la Chiesa. – Il suo illustre discepolo san Dionigi, infatti è il primo tra i Padri, che abbia dato una particolareggiata descrizione, dotta, sublime, del mondo angelico. Questa descrizione, fondata sulle Scritture e sulla testimonianza degli altri Padri, è divenuta il punto di partenza degli scrittori posteriori, e particolarmente, la scorta dell’impareggiabile san Tommaso nel suo grandioso studio del mondo angelico. Tali sono i canali pei quali è giunta sino a noi la conoscenza degli Angeli, delle loro gerarchie, dei loro ordini e dei loro ministeri. Quale scienza può essere più certa?

IL PRECURSORE (2)

IL PRECURSORE (2)

[G. Colombo: Pensieri sui Vangeli, vol. I; Soc. Ed. “Vita e Pensiero” – Milano, 1939]

4.

UOMINI DI CARATTERE

Perché  le sue parole non venissero sospettate d’opportunismo o di adulazione, Gesù aspettò che i due discepoli mandati da Giovanni Battista se ne fossero tornati al loro maestro che languiva nelle carceri di Erode. Poi cominciò a parlare di Giovanni alla moltitudine. « Che cosa vi attirava nel deserto, quando lasciavate le case e vi accorrevate in folla? Forse una canna che si piega ad ogni fiato di vento? Forse un uomo effeminato vestito con eleganza e mollezza? ». No: Giovanni non era una canna flessuosa, ma un uomo più fermo Di una rupe, che nessun riguardo né di ricco né di potente, che nessun timore né di danaro né di vita, poteva piegare. Erode potrà metterlo in prigione e ammazzarlo, ma non spaventare, né far tacere. No: Giovanni non era un effeminato cortigiano, egli che fin da fanciullo crebbe e si fortificò nelle solitudini di luoghi selvaggi: portava una veste di peli di cammello stretta ai fianchi con una cintola di cuoio; si nutriva con locuste e miele e non beveva mai vino. Cristiani, Gesù loda Giovanni Battista perché era uomo di carattere. Chi non ha carattere, non è un uomo, ma una cosa; Dante direbbe che è una pecora matta perché si muove non secondo ragione, ma secondo istinto: l’istinto delia paura, l’istinto dei piacere. Due cose fanno l’uomo di carattere: convinzione profonda; volontà energica.

1. CONVINZIONE PROFONDA

Quando Mosè salì sul monte a ricevere gli ordini da Dio, una nube avvolse la vetta del Sinai e nascose i colloqui dell’Eterno con l’uomo. Ma il popolo rimasto alle falde della sacra montagna, col passar dei giorni, cominciò ad annoiarsi dell’attesa, a disinteressarsi di quello che avveniva oltre quella nube che non lasciava trasparir nulla, se non forse qualche lampeggiamento seguito dal brontolare del tuono. Alla fine perse la pazienza di restar fedele, si costruì un vitello d’oro, intorno al quale tutti se la godevano, mangiando e bevendo e ballando. E non pensavano che da un momento all’altro sarebbe potuto tornare Mose? Ci pensavano, ma dicevano anche: « Di quel Mosè che ci ha liberati dalla schiavitù dell’Egitto e del suo Dio che sta sopra le nuvole, non sappiamo che cosa sia accaduto » (Es., XXXII, 1 ss.). – Noi sentiamo un fremito d’indignazione verso quel popolo sleale e ondeggiante tra il vero Dio e gli idoli, che cento volte prometteva fedeltà e altrettante la trasgrediva. Eppure non è questo il male di moltissimi Cristiani, il male che forse rode anche la nostra vita? Diciamo di essere creature poste sulla terra per il cielo, ma intanto lo dimentichiamo. Diciamo d’aver un cuore destinato ad amare la sola cosa veramente amabile, e intanto sciupiamo il nostro amore in vergognose passioni. Il vero motivo di questo nostro ondeggiare sta nella mancanza di convinzioni profonde. Ne avessimo almeno una, saremmo uomini; e invece siamo canne. La nostra fede ha radici superficiali come quella del popolo ebraico nel deserto, e con la pratica, diciamo anche noi: « Di quel Gesù che ci ha redenti col sangue ed è salito oltre le nuvole a parlare col suo padre Celeste, non sappiamo che cosa sia accaduto ». Con siffatta perplessità d’idee, è impossibile pretendere d’assomigliare a Giovanni Battista. Un pomeriggio domenicale, una persona di mondo entrò nella canonica del parroco d’Ars, attratta da quello che si diceva intorno all’austerità di quell’umile prete, alla generosità con cui donava tutto per vivere poi egli stesso in una povertà estrema, allo zelo con cui si prodigava di giorno e di notte per la salvezza delle anime. « Signor Curato, — disse quella persona — crede proprio a tutto quanto dice il Vangelo? ». « Sì, a tutto ». « Ma è proprio sicuro che dopo la morte ci sarà il Paradiso? ». « Sicurissimo ». « Proprio sicuro, come dopo quest’oggi che è domenica verrà il lunedì? ». « No. Molto più sicuro ». « Proprio sicuro come il sole che è tramontato adesso, sorgerà domani mattina ? ». « No. Molto più sicuro ». « Proprio sicuro come dopo l’inverno ritorna la primavera? ». « Molto, molto più sicuro. Poiché, può darsi anche che venga una domenica dopo la quale non ci sia più lunedì., un tramonto dopo il quale non ci sia più aurora, un inverno dopo il quale non ci sia più primavera, ma non può darsi assolutamente che le parole di Cristo non s’avverino ». « Quali parole? ». « Queste: Io sono la Risurrezione e la Vita, chi crede in me, anche se fosse morto, vivrà… Io lo risusciterò nell’ultimo giorno ». – Quella persona partì commossa e persuasa d’aver capito il segreto di quella grande santità. Soltanto una convinzione così profonda, poteva dargli la forza di vivere come viveva. Tale profondità di convinzione era quella che condusse Giovanni Battista nel deserto, che gli diede il coraggio di rinfacciare al re il suo nefando peccato, che lo fece intrepido quando si lasciò troncare la testa. Tale profondità di convinzione era quella che sostenne i martiri: Agnese, bella e ricca ereditiera d’una cospicua famiglia romana, che a 13 anni, mentre le fiamme del rogo già la lambivano, esclamava : « Ecco che finalmente io vengo a Voi, Signore, che io amavo, cercavo, desideravo, senza intermissione » ; Pancrazio di 14 anni che lasciò sbranare dalle belve la sua giovane vita, ma non sacrificò agli idoli; Policarpo di 85 anni, Simeone di 120, entrambi col corpo tremante di vecchiezza, ma con l’anima immobile nella certezza della fede. Né si creda che questa convinzione capace di sfidare perfino la morte sia un ricordo archeologico di tempi antichi che non ritornano più. È del nostro tempo il fatto di una fanciulla americana, (Grazia Minford), convertita dal protestantesimo e divenuta suora domenicana. Suo padre morendo le lasciò la somma favolosa di 12 milioni e mezzo di dollari, a patto che abbandonasse il convento. Che cos’ha risposto quella fanciulla? « Il mio Padre del cielo è assai più ricco del mio padre della terra, e mi darà una ricompensa più grande ancora ». Questa è convinzione e forza veramente cristiana! (« Schönere Zukunft », 1 maggio 1927). – Convinzione cristiana spinge ancora tante figliuole a rinunciare a un sogno di felicità, piuttosto che sposare una persona che non rispetterebbe la loro coscienza, a rinunciare a un impiego lucroso piuttosto che sgualcire il candore della loro innocenza in certi uffici. Convinzione cristiana sostiene il padre di famiglia in gravi e lunghi sacrifici piuttosto che violare la legge del Signore.

2. VOLONTÀ ENERGICA

La volontà energica è una conseguenza naturale della convinzione profonda. L’uomo di carattere sa dimostrare la sua volontà decisa davanti al mondo, a sé, a Dio.

Davanti al mondo. Il mondo ha due armi terribili per trascinare al male: la lusinga e lo scherno.

– Le lusinghe del mondo sono le amicizie, certe amicizie specialmente; sono i divertimenti, come gli spettacoli licenziosi, i balli, passeggiate sbrigliate e promiscue.

– Gli scherni del mondo son fatti di sorrisi maliziosi, di mormorazioni, di ironia, di disprezzo, e perfino di persecuzione poiché spesso i buoni si vedono preclusa la via alle loro legittime aspirazioni, e alle ricompense meritate. La volontà energica dell’uomo di carattere non cede alle lusinghe, non teme gli scherni: ma va diritta e sicura, ascoltando solo e sempre la voce della coscienza.

Davanti a sé. Un nemico potente è entrato in noi stessi per il peccato originale, ed ha esteso il suo nefasto impero un poco su tutte le facoltà dell’animo. Bisogna riconquistare e difendere la nostra libertà interiore. I cattivi pensieri la minacciano nella nostra mente, i cattivi desideri nel nostro cuore, i cattivi istinti nella nostra carne: quale campo di battaglia aspra e incessante per la volontà! Chi cede è un rammollito.

Davanti a Dio. Dio ogni giorno per purificarci o per provarci ci manda la nostra parte di fatica e di sofferenza. È necessario la volontà energica, che tronchi ogni querela e ogni impazienza, e ci faccia accettare con santa e lieta rassegnazione la sua paterna e misteriosa volontà. La volontà energica sa placare la natura ferita, e la induce a ripetere quella preghiera che, quando è sincera, vuole coraggio e amore: « La tua volontà sia fatta! ».

CONCLUSIONE

Santa Giovanna è all’assedio d’Orléans. Sette ore ha combattuto, sempre calma e intrepida, in mezzo alle sue truppe. Ora è il momento in cui deve strappare al nemico la famosa bastiglia di Tourelles. Repentinamente si slancia, afferra la scala, l’appoggia alla torre, e sale impetuosa. Una freccia la colpisce in mezzo al petto: sgorga sangue. Ella impallidisce, trema: sospesa a metà della scala, piange di dolore e di paura. Ridiscende e si nasconde a curarsi. Ecco la debolezza umana. Gli Inglesi imbaldanziscono, ed i Francesi spauriti cedono il campo, e suonano la tromba della ritirata. Ma al primo squillo, Giovanna scatta in piedi: ricorda le visioni che ebbe, le voci che udì, e fa una breve preghiera. Poi di colpo si strappa la freccia, e col petto chiazzato di sangue, grida: « Avanti, siamo vincitori! ». E vince. – Cristiani, la vita è una battaglia per la conquista del regno di Dio. Se ci capitasse qualche momento di paura e di debolezza, richiamiamo i motivi della nostra fede, ravviviamo le nostre convinzioni, e chiediamo forza con la preghiera. Poi come Santa Giovanna andiamo avanti, sicuri che la vittoria è nostra.

5.

PREPARIAMOCI AL S. NATALE CON LA FEDE

Due parti ha il brano di Vangelo da commentare: il messaggio di S. Giovanni Battista a Gesù, l’elogio di Gesù per San Giovanni Battista. Da parecchi mesi il Precursore languiva nella fortezza di Macheronte, erma e selvaggia sul mar Morto, dove lo teneva, rinchiuso Erode. Venivano i suoi discepoli a trovarlo e non senza amarezza gli raccontavano i primi successi di Gesù. « Maestro, gli dicevano, sai quell’uomo che era con te al di là del Giordano, a cui tu hai reso testimonianza? Ecco battezza anch’Egli, e tutti vanno da Lui » (Giov., III, 26). Per quei discepoli affezionati riusciva molto duro vedere il loro maestro prigioniero in una fosca e solitaria torre mentre pensavano che laggiù nella ridente Galilea, un altro Maestro predicava alla luce del sole, e la folla lo ascoltava ammirata. E se qualche volta s’imbattevano a passare di là, sapendo che Gesù con i suoi amici era entrato in qualche casa a mangiare, mossi da invidia e sdegno, si mettevano sulla porta a protestare (Mc. II, 18). San Giovanni aveva cercato già di dissipare questi sentimenti non generosi, ma tanto naturali e facili a germinare nel cuore dell’uomo; ed aveva detto: « Sentite: se una persona si sposa e tutti gli fan festa, il suo amico deve rattristarsi? No; ma l’amico dello sposo, che sta presso di lui, e lo ascolta, si rallegra grandemente nell’udire la voce dello SPOSO. Questa è la mia gioia: ed è perfetta. Bisogna che egli cresca, e io diminuisca » (Giov., III, 29-30). Quella volta però in prigione, il Precursore sentendosi incapace a disarmare e a illuminare i suoi amici, ne scelse due e li mandò a interrogare Gesù: « Sei Tu colui che ha da venire, o ne aspetteremo un altro? ». Lo scopo recondito dell’ambasciata fu subito intuito da Gesù che in presenza dei due inviati moltiplicò i miracoli. Al momento di congedarli, disse: « Andate ora, e riferite a Giovanni ciò che avete udito, ciò che avete visto ». Poi, volendo mostrare come leggesse nei loro cuori, aggiunse: « E beati quelli che non si lasciano sconcertare dalla mia maniera di fare! ». Partiti che furono, evitata quindi anche l’apparenza d’adulazione, Gesù rese una magnifica testimonianza al suo Precursore davanti a una gente che l’aveva conosciuto nel deserto. « Chi siete andati a vedere nel deserto? Forse una canna sbattuta dal vento? ». No. Di canne erano folte le rive del Giordano, senza andarle a cercare lontane nel deserto. Giovanni poi non era certo una canna, lui il predicatore terribile che non infinse, che non tacque, ma andò fin dal Re a rimproverargli l’adulterio. « Chi dunque siete andati a vedere nel deserto? — incalzava Gesù con una seconda domanda. — Forse un uomo di lusso vestito alla moda? ». I cortigiani dalle ricche vesti, gli uditori di Gesù sapevano bene che non abitavano il deserto, ma la reggia. Nel deserto, dove da vestire non ci sono che pelli ispide, da mangiare che erbe e locuste, da bere che acqua e scarsa ancor quella, non vivono che i ladroni e i profeti. E Giovanni era un profeta, anzi più che un profeta. « Non è sorto un altro tra i figli di donna più grande di lui, — disse Gesù conchiudendone l’elogio. — Egli è l’araldo preannunziato per prepararmi la strada ». – Ora che abbiamo raccontato con qualche commento il Vangelo, fermiamo l’attenzione sulla risposta che il Signore diede ai due inviati. Questa risposta ha per noi una grande importanza. Oggi, come allora, in molti cuori manca la fede, oppure s’è illanguidita, oppure s’è fatta inerte. Anche per questi cuori, perché si ridestino a una fede operosa e amorosa, perché con tale fede si preparino al santo Natale, Gesù incaricò i due discepoli del Battista di riferire quello che udirono e quello che videro.

2. QUELLO CHE UDIRONO

Certamente udirono quello che Cristo ha detto di sé medesimo. Lo udirono cioè proclamarsi figlio di Dio, Dio uguale al Padre. Il Vangelo non ci riferisce le parole precise pronunciate da Lui in quell’occasione: ma non ci rincresce perché ne abbiamo molte altre equivalenti pronunciate in diverse circostanze. Basterà ricordarne alcune:

a) Un giorno l’Apostolo Filippo lo prega di fargli vedere Dio Padre, di cui parlava con tanta affettuosa insistenza. E Gesù: « Filippo, chi vede me, vede anche il Padre. Non credi tu che Io sono nel Padre, e che il Padre è in me? » (Giov., XIV, 9-10). La terra nostra non aveva mai inteso prima d’allora un simile parlare. Non c’è che un Dio solo, e niente è simile a Lui in tutto il mondo. Ed ecco che quest’uomo Gesù afferma d’essere un unico Dio col Padre: di possedere la stessa eternità, la stessa potenza, la stessa scienza, la stessa natura e vita divina. E lo confidò anche a Nicodemo in quella notte in cui l’ammise a un colloquio segreto (Giov., III, 13-18); lo ripeté al cieco nato dopo avergli donata la vista (Giov., IX, 35 – 37); lo proclamò solennemente alla folla che l’attorniava nel tempio (Giov., X, 3 0); lo disse in faccia a Caifa, l’ipocrita che cercava un pretesto per scandalizzarsi di lui (Matth., XXVI. 63-64).

b) Non solo Gesù affermò d’essere Dio, ma anche d’avere quei diritti che competono soltanto a Dio. Ad esempio, l’onnipotenza in cielo e in terra. Salutando i suoi discepoli, prima di salire al cielo, disse loro: « Io ho ogni potere, lassù in cielo e quaggiù in terra » (Matth., XXVIII, 18). Un’altra volta domanda per sé un amore sopra ogni cosa. « Chi non mi ama più di suo padre e di sua madre, di suo figlio e di sua figlia, non è degno di me » (Matth., X, 37). Soltanto Dio può pretendere un simile amore. Gesù voleva appunto dire d’essere Dio.

c) E se l’ha detto, lo è. Era troppo equilibrato, semplice, schietto, buono per illudersi o per illudere. Ma non solo lo disse, io comprovò coi fatti, e i due inviati del Battista videro cose che non può fare se non Colui che ha fatto il mondo e che è il Padrone della vita e della morte.

2. QUELLO CHE VIDERO

Videro Gesù avvicinarsi affettuoso alle pupille spente d’alcuni ciechi, e chieder loro: « Che cosa desiderate? ». «Vedere! Vedere! ». « Ebbene, guardate ». Sotto l’impero di quella parola, davanti alle loro facce stupefatte si rivelava per la prima volta la luce del sole e in essa, tutte le altre cose belle. Erano scoppi di gioia, parole di riconoscenza interrotte da incomprimibile meraviglia infantile: « Oh gli uomini,, sono come alberi che camminano! » ( Mc., VIII, 24). Videro dei sordomuti gonfiare la gola nello sforzo d’esprimere la parola che non potevano dire e agitare le dita intorno alle orecchie. Gesù appoggiato un dito tra le sue labbra, l’intinse di saliva, poi toccò la loro bocca e il loro orecchio. « Apriti! » esclamò. D’improvviso come se finalmente un ingorgo maligno fosse travolto, la parola libera e chiara usciva dal loro petto, entrava nel loro timpano. Videro storpi gettar via le grucce e saltare sulle loro gambe. Videro alcuni in un momento guarir dalla lebbra che è inguaribile. Forse videro anche il centurione supplicare il Maestro per un suo carissimo servo che giaceva a letto in condizioni disperate, e Gesù guarirglielo in distanza ( Lc. VII, 2-9). Forse videro anche i funerali dell’unigenito della vedova di Naim. Gesù fermò la barella e comandò alla morte di cedergli la tenera preda. « Fanciullo, ti dico di alzarti! » E il morto risuscitò (Lc, VII, 11-17). Questi sono fatti sicuri che non hanno che una sola spiegazione: Gesù è Dio fatto uomo, e rivestito d’un corpo come il nostro. – Eppure molti non si lasciano persuadere. Non c’è da stupirsi, quando si pensa che perfino due città di quelle che videro coi loro occhi i miracoli si ostinarono nella incredulità. Gesù abbandonandole, rivolse su loro la maledizione: « Guai a te, Corozain! Guai a te, Bethsaida! Se i miracoli che sono stati fatti tra le vostre contrade fossero avvenuti a Tiro e a Sidone, già si sarebbero convertite » (Matth., XI, 21). – Che vuol dire ciò? Vuol dire che alla buona fede che lo cerca Gesù si presenta con prove certe della sua divinità, ma non s’impone per forza all’ostinazione che lo respinge.

CONCLUSIONE

S’avvicina il giorno in cui la Chiesa ricorderà a tutto il mondo il mistero della nascita di Gesù. E la Grazia che da. questo mistero sgorgò allora, verrà diffusa ancora a tutti i cuori, nella misura che se ne renderanno capaci. Dio Eterno che nasce bambino per noi! C’è qui un abisso di amore e di degnazione di cui non ci sarà mai possibile vedere il fondo. Santa Maddalena de’ Pazzi con incessante amorosa adorazione ripeteva centinaia di volte al giorno: « Il Verbo si è fatto carne ed abitò tra noi ». S. Alfonso de’ Liguori non sapeva studiare se sul suo tavolo di lavorò non vedeva la cara immagine di Gesù Bambino. Ed infinite volte la baciava, adorando Colui che vi era rappresentato. Cristiani: in questa settimana d’Avvento più volte al giorno, sull’esempio dei Santi, diremo col cuore: « Bambino Gesù, io ti ringrazio d’essere nato per me! ». Ma forse qualcuno penserà: « Come farò a ricordarmelo ? ». Ebbene: perché non l’abbiate a dimenticare tre volte al giorno, al mattino, al mezzodì, alla sera, la Chiesa fa suonare le campane dell’Angelo che annunzia l’incarnazione del Verbo. Nessuno dunque si scordi, almeno in questa settimana, che udendo quel suono deve pensare al Figlio di Dio che si fece uomo per la nostra salvezza.

6.

I FRUTTI DELL’AVVENTO DEL SIGNORE

Sulle montagne brulle che strapiombano in giro al Mar Morto, l’Erode adultero, figlio dell’Erode infanticida, teneva una cupa prigione. Ivi Giovanni Battista aspettava d’essere ucciso. L’amico dello sposo ha molto da affannarsi a preparare le nozze, mai poi deve lasciare il posto allo Sposo, appena giunge. Ed egli s’era affannato tutta la vita a preparare le vie: ora comprendeva che la sua giornata di fuoco volgeva alla fine, che il suo compito stava per terminare. Già lo Sposo veniva: fino alla cupa fortezza di Macheronte giungeva l’eco delle prediche e dei miracoli di Gesù. Davanti alla morte non aveva nulla da rimproverarsi. Se un rincrescimento lo pungeva ancora, non era per sé, ma per i suoi discepoli: quelli che avevano raccolto la sua parola gridata dalle soglie del deserto, che avevano ricevuto il suo battesimo di penitenza sulle rive del Giordano: i suoi discepoli che non volevano rassegnarsi a separarsi da lui, che ancora venivano a trovarlo in prigione, che per stare con lui trascuravano di seguire il Messia. Ah no! questo era troppo, questo non poteva più permetterlo. Solo Gesù è il Salvatore, solo Gesù bisogna seguire! Per ciò, sentendo imminente la sua tragica morte, mandò due discepoli a Cristo per dirgli: « Sei tu il Messia, o è un altro che dobbiamo aspettare? ». Giovanni, si capisce, non dubitava nemmeno: egli fino dal seno materno, sobbalzando misteriosamente, l’aveva riconosciuto; egli l’aveva additato alle folle ignoranti; egli l’aveva battezzato mentre la voce dell’Eterno Padre discendeva dal cielo aperto. Ma nella squisitezza della sua fede e del suo cuore voleva che i discepoli suoi lo vedessero coi loro occhi, lo udissero con le loro orecchie: così affascinati dal Cristo, si sarebbero staccati da lui senza rimpianti. E Gesù comprese lo scopo di quella ambasciata. Li accolse con affetto e se li tenne con sé amorevolmente facendo molti miracoli in presenza di loro. Poi li congedò con queste parole: « Tornate da Giovanni e ditegli quel che avete udito, quel che avete veduto ». Orbene, Cristiani: la santa Chiesa in principio dell’Avvento, imitando il gesto del precursore, manda anche noi a considerare i frutti della venuta del Salvatore perché abbiamo a credere più fermamente in Lui, e a seguirlo più coraggiosamente. Questi frutti sono molti, ma i principali sono tre: la pace, la luce, l’amore.

1. LA PACE

Prima ancora che nascesse, da un profeta fu chiamato « principe della pace »; quando nacque, i cori d’angeli cantarono che « la pace in terra agli uomini » era discesa. Alla vigilia della morte diceva ai suoi amici: « Me ne vado, ma vi lascio la pace »; risuscitando disse: « Pace a voi ». Gesù Cristo dunque è la nostra pace. Ipse enim est pax nostra (Eph., II. 14). Perciò non fa meraviglia se, con la sua venuta, mise pace tra Dio e l’uomo, tra l’Angelo e l’uomo, tra uomo e uomo.

a) Tra Dio e l’uomo. Dal momento che il primo uomo peccò, Dio voltò via la sua faccia sdegnata e abbandonò la nostra natura al giogo del demonio. Passarono migliaia e migliaia di anni in cui nessun uomo poté, benché santo, entrare in Paradiso: né Adamo, né Mosè, né Isaia, né Davide, alla loro morte, lo trovarono aperto. Finalmente nel seno verginale di Maria la natura divina e la natura umana s’abbracciarono nell’unica Persona del Verbo incarnato. Come Iddio poteva continuare la sua inimicizia con gli uomini, se uomo era anche il suo Figlio Unigenito?

b) Tra l’Angelo e l’uomo. Fino alla venuta di nostro Signore Gesù, gli Angeli trattavano gli uomini come stranieri, con superiorità ed asprezza. Per ciò quando apparvero ad Abramo, a Loth, a Giacobbe, a Mosè, ad Ezechiele, a Davide, gli uomini tremanti si gettavano a terra, per adorarli come padroni. Ma dal giorno della venuta del Signore, tutta la schiera angelica ci è diventata benevola ed amica: ai loro occhi cessammo di apparire la razza degradata e maledetta, poiché vedono che il Figlio di Dio ha voluto rivestire umana natura, farsi uomo in carne ed ossa come noi. Se Dio ebbe di noi tanta misericordia da diventare uno dei nostri, gli Angeli come ci potrebbero ancora trattare duramente? Quando a S. Giovanni Evangelista apparì un Angelo, egli, secondo l’uso dell’Antico Testamento, fece per gettarsi sulla nuda terra ad adorarlo. Ma la celeste creatura glielo impedì, dicendo: « Che fai? Io sono come te un servo dell’Altissimo ».

c) Tra uomo e uomo. Prima che il Salvatore discendesse su questa terra, il sentimento più diffuso tra gli uomini era l’odio. I pagani odiavano gli Ebrei, gli Ebrei odiavano gli immondi pagani. I Greci chiamavano barbaro chiunque non fosse della loro nazione; i Romani non riconoscevano i diritti se non dei cittadini di Roma. La guerra e l’odio implacabile per i nemici era un vanto. – Venne Gesù: e davanti a Lui non ci furono più né Giudei né gentili, né Greci né barbari, né rivali né nemici, ma tutti gli uomini divennero fratelli suoi, compartecipi della sua natura divina giacché Egli si era fatto compartecipe della nostra natura umana: e perciò figli tutti d’un Padre unico, Iddio. L’uomo dunque da Dio, dagli Angeli, dagli uomini stessi era odiato e disprezzato come un lebbroso. Gesù Redentore, portandoci la pace con Dio, con gli Angeli, con gli uomini, ci ha mondati da quella lebbra. Leprosi mundantur. Ma guai a quelli che ritornano negli odi antichi! Per loro il frutto dell’avvento divino è maturato invano.

2. LA LUCE

Tutti i popoli camminavano nelle tenebre e nell’ombra della morte. In Egitto si adoravano le cipolle e il bue; in Grecia si erano costruite divinità viziose e libidinose; in Roma si incensavano i tiranni crudeli. Le madri uccidevano i loro figliuoli per placare le ire di Baal o di Astharte. idoli sanguinari. Anche gli uomini più intelligenti d’allora non riuscivano a sapere del loro eterno destino quanto ora ne sa anche l’ultimo dei nostri bambini. – Gesù venne; e fu come se si squarciasse la maligna nuvolaglia che ottenebrava il mondo e risplendesse improvvisamente il sole. Sole di giustizia è Gesù! Luce del mondo è Gesù! Quante meravigliose verità ci ha Egli disvelate riguardo a Dio, all’anima nostra, alla vita eterna!… Tutte le cose più utili al nostro vero bene il Vangelo ce le insegna. – I nostri occhi erano ciechi, ed ora vedono. Cæci vident. Eppure ci sono di quelli che la dottrina cristiana hanno dimenticata, che non vogliono più impararla. Eppure ci sono di quelli che vivono solo per mangiare e guadagnare, veri adoratori delle cipolle e del bue; di quelli che vivono per accontentare ogni istinto bestiale, veri adoratori delle passioni immonde; di quelli che i propri figli non educano cristianamente e sacrificano la loro innocenza al demonio. Guai a questi che ritornano nell’antica tenebrosa ignoranza! per loro il frutto dell’avvento divino è maturato invano.

3. L’AMORE

« Signore, perché sei venuto sulla terra? ». « Sono venuto a portare il fuoco dell’amore sulla terra ghiacciata, e non bramo altro che di incendiarla tutta in questa mistica fiamma ». – Anche senza l’Incarnazione, nella sua infinita misericordia, Dio avrebbe saputo trovare il modo di perdonarci e salvarci. Ma era l’amore della sua creatura, che il Creatore dell’universo voleva: e si fece uomo per amore. – Nell’antico testamento avevano imparato a temerlo e a rispettarlo: lo sentivano presente nel fragore del tuono, nell’urlo della bufera, nell’ardore del fuoco; ma gli uomini non riuscivano ad amare un Dio invisibile. Ma ora Egli si è fatto visibile, e tutto il mondo vede la sua dolce Umanità. « Fratelli, — scriveva S. Paolo — dopo la sua venuta più nessuno può vivere per sé, ma solo per Lui, che visse e morì per noi ». E sorsero allora moltitudini di uomini, di donne, di fanciulli, che con desiderio, offrirono la loro vita nel martirio. Sorsero allora infinite schiere di Monaci e di Vergini che si ritirarono nei deserti a vivere solo del suo amore, già fatti Angeli prima di morire. Sorsero in ogni tempo i Santi che non temettero penitenze e umiliazioni, fatiche e malattie, tribolazioni e persecuzioni, accesi com’erano nell’amore di Cristo, il Dio fatto Uomo. – Senza questo eterno amore, che sarebbero stati gli uomini se non dei cadaveri? Gesù venne e li risuscitò. Mortui resurgunt. Eppure sono troppi quelli che non amano il Signore: passano lunghe settimane senza un pensiero e un palpito per Lui! Troverete di quelli che neppure una Messa alla festa sanno ascoltare per suo amore; per suo amore non sanno nemmeno astenersi dalle carni, il venerdì. E se si volesse entrare nel segreto delle famiglie, quanti ne trovereste che non sanno più rispettare la castità coniugale e vivono nell’egoismo brutale, dissacrando ogni legge di Dio e di natura! Guai a questi che ritornano nell’antica morte dell’indifferenza e del peccato! per loro la primavera della redenzione è venuta senza fiori e senza frutti.

CONCLUSIONE

Dopo due millenni, eccoci qui a prepararci ancora al Santo Natale, per partecipare maggiormente ai frutti della divina venuta. – S. Gaetano da Thiene si struggeva in affettuose preghiere; S. Filippo Neri si ritirava nelle catacombe a meditare: San Francesco d’Assisi s’avviava verso Greccio gridando: « Amiamo il Bambino celeste! ». Noi che faremo? Facciamo pace con Dio e con gli Angeli togliendo via i peccati dal cuore, facciamo pace con gli uomini perdonando e chiedendo perdono. Ritorniamo a frequentare la Chiesa, a studiare la dottrina cristiana, ad ascoltare la parola di Dio. Infine, per amore di Gesù che tanto ci amò, facciamo un po’ di penitenza, di elemosina, di mortificazione. Così la pace, la luce, la carità del nostro Signore ritorneranno in noi.

(Fine …)

 

IL PRECURSORE (1)

SECONDA DOMENICA D’AVVENTO

(MT. , XI, 2-10)

I.

IL PRECURSORE (1)

[G. Colombo: Pensieri sui Vangeli, vol. I; Soc. Ed. “Vita e Pensiero” – Milano, 1939]

I.

Siamo vicini al Santo Natale. E la Chiesa, per tre domeniche consecutive, — oggi, la ventura e l’altra ancora — nel Vangelo, ci manda S. Giovanni a dirci: « Preparate i cuori, che il Signore sta per venire ». Ma chi è questo San Giovanni Battista che viene a rimbrottarci per i nostri peccati, e a persuaderci di fare più bene? Sarebbe utile conoscerlo un po’. Ascoltate il brano evangelico di questa seconda Domenica d’Avvento, e conoscerete dalla bocca stessa di Cristo, chi è il Precursore. Siamo nelle prigioni di Macheronte e Giovanni vi è rinchiuso. Tutti sanno perché. E fin là dentro, in quel luogo di martirio e d’ingiustizia, arriva la fama dei miracoli compiti da Gesù. Il Precursore, la cui anima impetuosa bruciava dal desiderio di far conoscere a tutto il mondo il vero Messia, gli mandò due discepoli con questo messaggio: « Sei tu il Salvatore, o ne dobbiamo aspettare un altro? » Giovanni sapeva bene ch’era lui; ma a quella domanda, Gesù sarebbe stato costretto a manifestarsi, e allora anche tutta la gente lo avrebbe riconosciuto, e lo avrebbe acclamato. Il Maestro divino accolse con benevolenza quel messaggio perché intravide l’amore di chi lo mandava, e appena i due discepoli del Battista ritornarono, si rivolse alla folla e disse: « Chi siete andati a veder nel deserto? Forse una canna dondolata dal vento? – « Chi, dunque, siete andati a vedere? Forse un uomo vestito alla moda? no; questa gente non si trova nel deserto, ma nel palazzo dei re. – « Chi allora, siete andati a vedere? Forse un profeta? sì, vi dico: un profeta e più che un profeta. Egli è l’Angelo, predetto da Malachia, che camminerà innanzi al Signore ». Poche parole, ma scultoree; balza d’un tratto la grande figura di Giovanni Battista, tutta. Dentro, senza debolezze: non è una canna. “Fuori, senza mollezze: non vestiva con lusso. Dentro e fuori, senza macchia di peccato: un Angelo.

1. NON FU UNA CANNA

« Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Forse una canna dondolata dal vento? ».

Quella folla ch’era accorsa ad ascoltare Giovanni, doveva conoscere molto bene questa pianta, simbolo di debolezza e di volubilità. Doveva averla vista sulle sponde paludose del Giordano tremare nell’aria, e piegarsi fino a terra, nel vento: re il vento tirava dal Mar Morto, la canna Piegava verso il mar di Genezareth; ma tosto che il vento, cambiata direzione, tirava dal mar di Genezareth, la canna piegava verso il Mar Morto. Giovanni, dunque, era forse una canna dondolata dal vento? No: era una Quercia che non si piega a nessun vento. Non come noi che alla mattina facciamo un proposito e alla sera lo troviamo trasgredito, non come noi che se anche ci confessassimo cento volte, cento vòlte siam quelli di prima; non come noi che siamo canne pieganti ad ogni vento di tentazione. Un giovane monaco era molto tentato. Una volta, che non ne poteva più, corse da S. Isidoro, si buttò sulla terra davanti a lui, e singhiozzava: Padre, perché non mi aiutate? » Il santo sollevò quell’anima sconvolta dalla bufera, e prendendola con sé, disse: « Vuoi che t’insegni a resistere? ». – Il giovane, alzò gli occhi pieni di lacrime: « È  per questo che son venuto ». « Allora, ecco il rimedio: « preghiera e mortificazione ». Ubbidì il monaco, e tutti i giorni pregava e si mortificava: ma le tentazioni non cessavano. Ritornò da S. Isidoro e gli chiese nuovamente rimedio. « Come! sei caduto in peccato ? ». « No; grazie a Dio ». – « Che vorresti, allora? ». « Vorrei essere senza tentazioni ». – Sorrise il vecchio santo, esperto della vita, e gli rispose: «Vedi: io ho settant’anni e neppure un giorno potei requiare; ma non mi sono mai piegato al demonio, come una canna, perché ho pregato e mi son mortificato. Va, e fa lo stesso ». Questo episodio ci spiega bene due cose: ci spiega perché S. Giovanni Battista non ha mai ceduto a nessuna tentazione, ci spiega perché  noi invece cediamo tanto spesso. Vicino ad ogni uomo c’è un demonio, nemico di Dio e di noi, e tutto il giorno suscita pensieri di odio, desideri di roba altrui, immaginazioni impure. Ci sono poi nella vita dei momenti in cui la tentazione è così forte da farci quasi disperare. Son quei brutti momenti che ha provato anche S. Francesco, quando si gettò, d’inverno, nella neve; son quei brutti momenti che ha provato anche S. Benedetto quando si slanciò a capo fitto nelle spine; son quei brutti momenti che ha provato anche S. Caterina, quando esclamava: — O Signore, ma dove sei? —; son quei brutti momenti in cui il vento della tentazione cerca di squassarci come una canna. Ebbene, ricordiamolo: senza preghiera e senza mortificazione, è impossibile resistere.

2. NON FU UN EFFEMINATO

« Che cosa siete andati a vedere nel deserto? forse un uomo vestito sfarzosamente? ».

Il Precursore viveva nella solitudine da molti anni, solo, senza casa, senza tenda, senza servi, senza nulla fuor di quello che aveva indosso. E indosso aveva una pelle di cammello, stretta al fianco da una cintola di cuoio. Appariva alto, ossuto, adusto dal sole. La figura austera del Battezzatore, e la lode che Gesù ha fatto del suo vestire, è un forte rimprovero per non pochi Cristiani e Cristiane che hanno la vanità del vestito: lo vogliono di lusso, moderno, scandaloso. In tali acconciature osano anche varcare la soglia della Chiesa, portarsi davanti ai purissimi marmi dell’altare, davanti al Crocifisso nudo e sanguinante sulla croce, davanti a Gesù che vive nella miseria dei nostri tabernacoli. Quello che più addolora è di vedere come perfino i bambini, innocenti e ignari del male, già dai genitori sono vestiti poco cristianamente. Quei piccoli che Gesù amava, che voleva stretti al suo cuore, crescono così, troppo presto, alla scuola del mal esempio. Mamme, che vi compiacete di profanare l’innocenza dei vostri bambini, sappiate che il Signore non li può abbracciare in duella guisa; e senza l’abbraccio di Gesù che cosa diventeranno i vostri figliuoli? So bene le scuse con cui taluni cercano di giustificarsi, ma non si possono accogliere per buone.

a) Ma è la moda, si dice, è la moda che porta così: noi viviamo nel mondo e bisogna che ci adattiamo. Mostrerò la sciocchezza di questa scusa con un esempio: Dionigi di Siracusa era corto di vista e camminava barcollando e spesso gli accadeva di urtare in qualche cosa, di rovesciare tavolini e di frantumare vasi. – Sembrerebbe incredibile eppure, in quella corte, per compiacere al tiranno, tutti i cortigiani stringevano le palpebre facendola da ciecuzienti e andavano tentoni, investendo sedie e tavolini e talvolta ruzzolando dalle scale. (Il fatto è raccontato da Plutarco). – Il mondo non solo è un tiranno corto di vista, ma è cieco di tutti e due gli occhi; e quelli che seguono la sua moda sono più ciechi e più stupidi di lui, e una volta o l’altra finiscono col ruzzolare per le scale giù nell’inferno.

b) Ma io non ho mai avuta intenzione cattiva, seguendo le mode. Scusa troppo ingenua per essere valevole. Non la voglio discutere: ricordate però che se le idee cattive non le avete voi, le fate venire agli altri. C’è nella storia sacra una frase espressiva. Un re terribile, con centoventimila fanti e ventiduemila cavalli, assediò la città di Betulia: fece deviare anche l’unico fiume che le dava acqua, e la tormentò con la sete. Gli assediati, piangendo lacrime disperate, si prostravano sulla nuda terra, invocando soccorso dal Cielo. Allora una vedova sorse; vestì gli abiti preziosi di quand’era sposa felice, si ornò con monili d’oro e con gemme, poi, sola, varcò la porta e uscì dalla città assediata verso il nemico in arme. I soldati la videro e la condussero dal re Oloferne. Oloferne pure la vide, ma non l’uccise perchè sandalia eius rapuerunt eum. Bastarono due sandali a far, perdere la testa a quel terribile guerriero; e la perse veramente perché, in quella notte, Giuditta gliela tagliò via. (Giuditta, X). Ma di quante altre persone, cadute in basso, si potrebbe ripetere: sandalia eius rapuerunt eum.

c) — Allora, — diranno alcuni, — dobbiamo proprio vestirci con pelle di cammello, alla S. Giovanni? Non è questo che io dico. V i dico soltanto la parola dell’Apostolo: « Nolite conformari huic sæculo ». Non vogliate seguire la moda scandalosa di questo mondo.

3. FU UN ANGELO

« Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Forse un profeta? Sì, vi dico, un profeta e più che un profeta. Un angelo che annunzia il Signore ».

Si può lodare di più un uomo? Mai nessuno fu esaltato così dal labbro di Cristo. Nel Vangelo però (Giov., X, 40) c’è un riferimento a S. Giovanni, forse poco meditato. Gesù, passato il Giordano, arrivò dove il Battista soleva battezzare. Le canne tremanti sulla sponda, il deserto che appariva in una lontananza giallastra e uniforme, l’acqua pura del fiume precipitoso rievocarono al Messia quella persona a lui tanto cara, che un re adultero aveva trucidato. Gesù commosso, quasi per riposare in quella melanconica ricordanza, si fermò là. Et mansit illic. Tutti compresero che il Maestro pensava a Giovanni Battista, ma non capivano come mai amasse tanto un uomo che non aveva fatto neppure un miracolo. Anzi molti osarono dirgli: « Del resto Giovanni non fece miracoli. Joannes quidem nullum signum fecit ». – E Gesù non rispose. Ma è tanto facile capire perché Giovanni non ha fatto miracoli! Perché noi lo potessimo imitare nella sua santità. Perciò la Chiesa in queste domeniche di Avvento ce lo propone quale modello.

Vengano dunque gli avari a specchiare la propria cupidigia in chi ha rifiutato ogni bene terreno. Vengano i superbi a specchiare la propria arroganza in chi predicava: « È necessario ch’io sia disprezzato e che lui, Cristo, onorino gli uomini ».

Vengano i disonesti a specchiare la propria anima infangata in chi visse vergine tutta la vita.

Vengano i golosi a specchiare la propria in chi non si cibava che d’erbe e di miele selvatico. Da questo confronto deducano un proposito di vita nuova.

CONCLUSIONE

Quando gli Ebrei, strappati dalla loro terra, furono confinati in Persia, alcuni timorati di Dio, presero il fuoco sacro dell’altare e lo nascosero in una valle ov’era un pozzo fondo, senz’acqua. E dentro là, lo riposero al sicuro, talché a tutti fu ignoto quel luogo. Ma quando, finiti gli anni della schiavitù, tornarono in patria, subito si cercò il fuoco sacrificale. Andarono nella valle, scoprirono il pozzo fondo : ma ivi il fuoco s’era spento e non trovarono che acqua marcia. Neemia allora ordinò che cavassero di quell’acqua e la ponessero sull’altare sopra la legna e si aspettasse la nascita del sole. Appena dietro le grasse nubi sfolgorò il primo raggio, un gran foco s’accese sull’altare e tutti ne restarono meravigliati ( II Macc. I, 19-22). Noi pure oggi, confrontando la nostra anima con quella di S. Giovanni Battista, abbiam trovato che in fondo al nostro cuore non c’è più il fuoco dell’amore di Dio, ma c’è l’acqua stagnante della nostra tiepidezza, o peggio c’è l’acqua marcia dei peccati e delle passioni. Cristiani! prendiamo, piangendo, questo nostro cuore pieno di miserie e poniamolo sull’altare. Appena Gesù Bambino, sole delle anime, nel prossimo Natale spunterà sul mondo, lo vedrà, ne avrà compassione, e riaccenderà quel fuoco che noi, coi nostri peccati, abbiamo spento.

2.

FORTEZZA

Gesù, nel Vangelo di questa domenica fa le lodi più belle della fortezza di S. Giovanni Battista: « Che cosa siete andati a vedere nel deserto? che avete contemplato lungo le rive del Giordano? Non era, una canna agitata dal vento! Non era un uomo mollemente vestito ». Quando Gesù parlava doveva avere in mente i folti canneti che si formano lungo le acque e che percossi dal soffio dei venti piegano ora da una parte ed ora dall’altra. Oggi il Battista, che non si lasciò piegare né dalla prepotenza d’un tiranno incoronato, né dalle sensualità della carne, ci deve insegnare ad essere forti contro il rispetto umano, forti contro le passioni.

1. FORTI CONTRO IL RISPETTO UMANO

Federico II, imperatore di Prussia, soleva tenere nel suo palazzo ed alla sua stessa mensa tanti uomini insigni per la scienza o per le arti. Strano e bizzarro come era, volle in giorno di venerdì invitare a pranzo un principe romano cattolico per tentarne la fede e mettere a prova il suo coraggio religioso. L’imperatore non era cattolico. Ma le vivande erano fatte con carne ed il principe romano, tranquillo e disinvolto, lasciava passare, accontentandosi di ingannare la fame soltanto con qualche pezzetto di pane. L’imperatore osservava senza parlare: ma poi, tra lo scherzoso ed il serio: « Perché, disse, non mangiate? Forse la cucina di Germania non vi piace? ». « No, Maestà, la vostra cucina è eccellente per gli altri giorni della settimana, ma oggi per un cattolico è cattiva. La chiesa proibisce di mangiar carne al Venerdì». – Alla nobile e franca risposta. Federico soggiunse: «Vi ammiro: avete reso un grande omaggio alla vostra religione ! Ora passate nella sala vicina, ove sono preparati cibi di magro. Verrò anch’io per farvi l’onore che meritate ». Quel principe di Roma, non era una canna agitata dal vento. Era un uomo di carattere. E sì che si trovava alla mensa dell’Imperatore, fra tante illustri personalità che non la pensavano come lui. I Cristiani dovrebbero tutti essere così. Se siamo persuasi che la nostra Religione sia la sola vera, che Dio esiste, che Gesù Cristo è la sola salvezza e fuori di Lui e della sua Chiesa non c’è che rovina eterna, dobbiamo sentirci capaci di manifestare queste idee anche all’esterno. Invece, purtroppo, ci sono ancora moltissimi Cristiani dalle mezze misure che non vogliono rinunciare alla fede e nello stesso tempo non hanno il coraggio delle proprie convinzioni. Sono schiavi di un sentimento vile che li piega come canne sotto il vento Tale sentimento si chiama rispetto umano: un bel nome, ma applicato malissimo. Prima bisogna rispettare Dio, prima bisogna rispettare la propria fede, poi, si abbia pure riguardo ai nostri fratelli. Questo tenete a mente quando fra persone che parlano male, che vestono male, che offendono apertamente le leggi di Dio, voi sentiste paura a fare diversamente da loro. Del resto capita spesso quanto occorse al principe cattolico alla mensa di Federico II Quelli stessi che scherzano o fanno le meraviglie sono i primi ad ammirare e stimare i buoni che hanno il coraggio delle loro idee. Alle volte, una fede sincera e aperta vale la conquista di anime per le quali i fatti contano assai più delle parole. Ricordiamo inoltre quello che Gesù affermava ai discepoli e a tutti quelli che lo seguivano: « Davanti al Padre mio che è nei cieli, anch’Io avrò vergogna di chi ha avuto vergogna di me davanti agli uomini » ( Matth., X, 32).

2. FORTI CONTRO LE PASSIONI

Prima che S. Vincenzo de’ Paoli cominciasse a fondare le grandi opere di carità, era Parroco di un piccolo paese della Francia. La fama della sua santità si era diffusa nelle terre vicine e a udire le sue prediche, a confessarsi da lui accorrevano anche alcuni che da tempo non erano a posto col Signore. C’era un conte rinomato per i tanti duelli che aveva sostenuto. Tutte le volte che veniva offeso anche leggermente, sfidava il suo avversario a combattere colla spada ed era sempre così fortunato che non si contavano più le sue vittime. Una volta però, udendo una predica di S. Vincenzo, fu tocco dalla grazia di Dio e si converti. Vendette le sue terre e col prezzo ricavato fondò monasteri e consolò i poveri. Bisognava che S. Vincenzo lo moderasse tanta era la generosità con cui si era dato al Signore. Ma gli rimaneva ancora la spada che gli era servita così spesso per offendere il Signore e non sapeva decidersi a separarsene. Quella spada teneva sempre acceso in lui un po’ di affetto alla sua vita passata; e siccome ai primi fervori erano successi dei momenti di freddezza, se avesse continuato a tenere quell’arma sarebbe forse ritornato alla vita di prima. Ma un giorno, preso dalla vergogna di tale debolezza, arresta il suo cavallo, scende, trae la spada e la spezza in mille scintille contro una roccia e, rimontando a cavallo, esclama: « Finalmente ora sono libero ». – Io paragono alla spada di quel conte alle passioni che ciascuno di noi porta con sé dalla nascita. Alcuni sono inclinati alla superbia, alla vanagloria, all’arroganza. Altri invece amano le cose terrene, hanno il cuore troppo attaccato ai denari, agli affari. Altri ancora sentono la smania del godere e vorrebbero sempre e solo soddisfare i cattivi istinti. D’aver le passioni non è un mate: è solo il segno di essere uomini. Ma possono diventare spade taglienti, strumenti di peccato quando non sono soggette alla legge di Dio. Se colla fermezza e una volontà risoluta noi non teniamo le redini ai nostri pensieri, ai nostri istinti, alle nostre inclinazioni, diventiamo canne agitate dal vento, e dopo un periodo breve di fervore e di bontà, pieghiamo subito ad una vita scorretta. Non le fragili canne, ma gli alberi robusti sanno resistere al soffio rovinoso del vento: le canne uniscono nella corruzione del fango. – Per evitare questa pessima fine, bisogna voler seriamente spezzare quelle spade. Un colpo solo non basta. La vittoria sulle nostre passioni non e così facile e neppur così pronta come poté essere l’infrangere la spada del duello. Bisogna resistere sempre ed ogni giorno, ogni ora che passa si devono dar colpi decisi, persuasi che soltanto la morte le spezzerà per sempre. – Però quanto più avanziamo in questa lotta spirituale noi diventiamo forti e la grazia di Dio, che si congiunge alla nostra volontà, dà all’anima cristiana una dolce sicurezza di vivere nell’amore dei Signore.

CONCLUSIONE

« Beato l’uomo che non va secondo il consiglio degli empi, e mette la sua compiacenza nella legge dei Signore. Egli è come un albero che è piantato lungo correnti  d’acque, che darà il frutto a suo tempo e tutto quello che fa riesce bene » (Salmo I). – I cattivi invece sono come canne che il vento passa ed abbassa; anzi sono come un nuvolo di polvere che il vento solleva e disperde. Impii tamquam pulvìs quem projicit ventus.

3.

FATTI E NON PAROLE

Non avete osservato il bel tempo che si godettero gli uccelli dell’aria per tutto l’estate? Provveduti da natura di buone ali, entravano in ogni giardino, sorvolavano ogni siepe. Le primizie d’ogni stagione eran per loro: la prima uva che indorava sul filare, la prima biada che imbiondiva nel campo. Svolazzavano dal piano al colle, dall’arsura della strada maestra, alla frescura del bosco. Altro non facevano che cantare: di giorno, sotto l’ombra d’una frasca e, di notte, nel raggio umido della luna. Così non han fatto le api: dimoravano lungo tempo nella clausura dell’arnia, ed uscivano solo per far giornata: e appena s’erano caricate col nettare dei fiori, subitamente facevan ritorno per lavorare senza riposo, fabbricando cera e impastando miele. Esse non garrivano, non cinguettavano, non cantavano mai; solo le circondava il brusio lieve della loro faccenda operosa. Ma ora che l’inverno è tornato, e ogni solco si raggruma dal freddo, e tutta la terra s’incrosta di ghiaccioli, oh beate le api! oh infelici gli uccelli! Questi, gemendo, vanno di fienile in fienile a buscarsi il granello dimenticato nella spiga trebbiata; ma non basta al loro digiuno, ed ogni mattina qualcuno ne cade sotto la gronda, sfinito per freddo e per fame. Le api invece sotto il tetto del loro alveare, hanno il tiepido della loro cella per riparo, hanno il miele per pascolo, hanno la gioia del riposo. – Così sarà anche di ciascun uomo, quando finita l’estate di questa vita, verrà l’inverno della morte. Che giovarono agli uccelli i loro spassi e le molte cinguettate? Che giovano agli uomini le chiacchiere? nulla; solo le opere buone giovano alla fine, come han giovato alle api la cella e il miele sudato. Ci vogliono fatti e non parole. È questo il pensiero dello Spirito Santo quando loda l’ape così: « Piccola tra i volatili, ma il suo frutto ha il primato della dolcezza » (Eccl., XI, 3). – Ma non è necessario ricorrere alle api per convincersi che il Signore vuole opere e non parole: basta leggere il Vangelo di questa domenica. – Giovanni, dal carcere ove Erode lo teneva rinchiuso, manda due suoi discepoli a Gesù per, domandargli : « Sei tu il Messia che deve venire, o un altro ne dobbiamo aspettare? » Il Maestro non risponde: e sì ch’Egli, sapienza infinita, avrebbe, potuto intessere un magnifico discorso per dimostrare la sua messianicità. Soltanto si avvicina agli ammalati d’ogni malattia che la fede della turba aveva condotti a Lui e li risana. Poi si volge ai due messi del Battista: « Tornate, disse, e riferite a Giovanni quel che udiste e quel che vedeste. I ciechi vedono, gli storpi si raddrizzano, i lebbrosi son mondati, i sordi odono, i morti risorgono, i poveri sono evangelizzati ». – Le risposte di semplici parole, osserva S. Ambrogio, sono poco persuasive, né tutti vi prestano fede, perché sotto alle chiacchiere, tante volte si nasconde l’inganno; ma una risposta di opere non inganna, e tutti la credono. – Se alcuno ci domandasse : « Sei tu un Cristiano? » subito gli metteremmo sotto lo sguardo la fede di Battesimo; ma a Dio non basta, egli esige la fede delle buone opere. Sono dunque necessarie le buone opere: ecco il primo pensiero. Quali opere buone richiede da noi il Signore: ecco il secondo pensiero.

1. NECESSITÀ DELLE BUONE OPERE

Il centurione della coorte Italica in Cesarea si chiamava Cornelio. Costui era un pagano, ma tuttavia aveva religione: vir religiosus, passava lunghe ore in preghiera: déprecans Deum semper, aveva cura e premura d’istillare il santo timor di Dio a tutta la sua famiglia: timens Deum cum omni domo sua, faceva molte carità in denaro e in roba ai bisognosi del popolo: faciens eleemosynas multas plebi. Una volta, che era quasi mezzo giorno, vide un fiume di luce entrare nella sua casa; pareva che il sole fosse entrato per la sua porta. Ed ecco una voce uscir di mezzo allo splendore, una voce che lo chiamava: « Cornelio! ». Egli tremò di sacro spavento. « Non temere, Cornelio, — diceva l’Angelo, — le tue preghiere, le tue elemosine, tutte l’opere tue buone sono salite fino al Trono dell’Altissimo, che non ha potuto dimenticarle: Egli ha eletto Pietro, capo e primo pastore della Chiesa, perché venga ad annunziarti il Vangelo ed a battezzarti » (Atti, X ). – Se il centurione non avesse pregato, se nelle pubbliche necessità non avesse aperto il suo cuore e la sua borsa a soccorrere, egli sarebbe rimasto nelle tenebre del gentilesimo e sarebbe morto senza Battesimo. Ma Dio non poteva dimenticare un uomo di cui dicevan bene non solo quei di casa, non solo la centuria che comandava, ma anche i nemici, i Giudei. Testimonium habens ab universa gente Iudeorum. – Chi è di noi che possa citare a sua favore la testimonianza dei vicini, dei poveri, dei parenti, della sua famiglia? – Ai poveri io domando: — Che ne dite di quel Cristiano? — Ed ecco rispondermi che ha il cuore duro, che ha la mano sempre chiusa, che è un nuovo Epulone che preferirebbe veder Lazzaro morire sulla sua soglia piuttosto che distribuire le briciole della sua mensa. Ai vicini di casa io domando: — Che ne dite di quel Cristiano? — Ed ecco rispondermi che la sua lingua è velenosa, che mormora, che calunnia, che sobilla, che mette discordia nelle famiglie. Ai servi, ai dipendenti, a quanti lo conoscono, io domando: — Che ne dite di quel Cristiano? — E d ecco lamentarsi di lui come di un uomo collerico che non sa perdonare nulla, che tratta male gli inferiori; ed ecco accusarlo di frode negli affari, di oscenità nei discorsi, di scandalo nelle azioni. – Forse di lui diranno bene quei di sua famiglia; ma forse anche la moglie piange per non essere amata né aiutata, ma anche i figliuoli crescono in qualche modo. È un cristiano costui? Ha ancora il carattere del Battesimo, perché non si può cancellare, ma le sue opere non sono più quelle di un Cristiano: il carattere del Battesimo pero non basta senza le opere a salvarci. – Ed il centurione della coorte italica, poi che Pietro l’ebbe battezzato, esclamo: « O Dio! oggi veramente ho compreso come Tu non guardi in taccia a nessuno, e di tutti gli uomini ti piacciono soltanto coloro che nel tuo santo timore fanno opere di giustizia ».

2. QUALI OPERE CIASCUNO DEVE FARE

La perfezione cristiana non consiste nelle azioni grandiose. Gli Apostoli lasciarono e la casa e il loro mestiere, e senza danaro e senza bisaccia e senza un’arma, camminarono tutta la vita per regioni deserte e selvagge, predicando il Vangelo. Ma non a tutti conviene la missione degli Apostoli; pero tutti possono e devono far qualche cosa per difendere e propagale la nostra santa religione, E prima di tutto coi buon esempio, con l’assiduità alle funzioni di Chiesa, con rifuggire da ogni discorso, da ogni lettura che sia contro la fede, con l’aiutare i sacerdoti nell’Azione Cattolica, perché essi sono i successori degli Apostoli. I martiri nei tormenti e nella morte confessarono Cristo: e chi veniva sbranato da belve, e chi immerso in caldaie bollenti e in fuoco, e chi straziato con uncini e ricoperto di calce viva, e chi colpito con la spada. Ma non è questo che Dio  vuole ora aa noi: pero tutti siamo obbligati alla mortificazione. Mortificazione degli istinti cattivi che si ridestano in noi, mortificazione dei nostri sensi. Che cosa vieta che anche un padre di famiglia sia temperante nei bere, nei giocare, nei fumare, per amor di Cristo? Che cosa vieta che una donna mortifichi il lusso delle vesti, la vanità della acconciatura, la frivolezza dei discorsi? Queste sono le opere buone che Dio vuole da noi specialmente in questo tempo di Avvento. Gli anacoreti fuggirono dalle città e dall’abitato, e s’inoltrarono nelle solitudini dei deserta e là trascorsero la vita in grotte e in capanne sconnesse, senza vivanda fuor che i frutti selvatici, senza bevanda fuor che l’acqua dei torrente. Dio, non questo esige da noi, non è nel deserto che Egli ci aspetta, ma nostra famiglia dove ognuno ha la sua croce da portare, ove i genitori devono essere di esempio ai figliuoli, ove ì figliuoli devono crescere nell’amore di Dio, nell’obbedienza, nella bontà. – I santi davano tutto ai poveri e poi si ritiravano a pregare, e Dio li favoriva con le estasi e le visioni. Ma non tutti sono cosi pieni di beni di fortuna per fare abbondanti elemosine; non tutti si ritrovano cosi indipendenti nella vita da poter rimanere nelle chiese per ore e ore, ogni giorno, conversando col Signore. Però, chi è quella persona cosi misera da non poter largire qualche soldo ai poveri, alle opere buone della parrocchia? Perfino la vedova del Vangelo trovò due danari da offrire al tempio di Gerusalemme, e fu tanto lodata da Gesù. E se non si ha tempo di fermarsi lungamente in chiesa, chi vieta all’operaio mentre lavora di ripetere, anche solo col cuore, delle fervorose giaculatorie? Chi vieta alla mamma di famiglia di pregare mentre culla, mentre nutre i suoi bambini? Per quante occupazioni si abbia, si può trovare il tempo anche d’ascoltare qualche Messa nei giorni feriali e di ricevere i santi Sacramenti con opportuna frequenza. – Son queste, o Cristiani, le opere buone che Dio domanda: sono le piccole azioni del proprio stato. Se in esse saremo fedeli, avremo il Paradiso. Quia super pauca fuisti fidelis, intra in gaudium Domini tui (Matth., XXV, 23).

CONCLUSIONE

Un’enorme fico aduggiava la terra con la sua ombra. Sotto, un giorno, vi passa il Signore: scruta tra i rami fronzuti e non trova un frutto. « Sii maledetta tu, pianta sterile! » Subito la ficaia inaridì. Una notte, quando più nessuno l’aspettava ed il sonno aveva vinto anche i più vigili, arriva lo sposo. Un grido e tutti si risvegliano e accendono le lampade: ma cinque vergini improvvide, si trovarono senz’olio. Corsero per acquistarne, ma al ritorno trovarono la porta del convito chiusa, e udirono una voce dal di dentro che disse: « Non vi conosco ». Un padrone ritorna da un viaggio lungo e chiama il servo al rendiconto. « Padrone », balbetta il poverino « io sapevo la vostra esosità, e che domandate fin quello che non avete dato, e che mietete fin dove non avete seminato: per ciò nascosi il vostro talento sotterra ed oggi ve lo rendo intatto ». « Prendete il servo inutile! — comandò il Padrone, — e gettatelo fuori nell’oscurità e nel dolore». Il Natale non è lontano e Gesù ritorna. Egli è il viandante che desidera dissetare le sue labbra con qualche frutto dell’anima nostra. Egli è lo sposo a cui bisogna muovere incontro con lampade provviste d’olio di buone opere. Egli è il nostro Padrone e viene a domandarci il rendiconto. Affrettiamoci a radunare un ricco tesoro di opere virtuose da presentargli davanti alla cuna insieme ai doni degli antichi pastori.

(1. – Continua …)

SAN DAMASO, PAPA E CONFESSORE

11 DICEMBRE

SAN DAMASO, PAPA E CONFESSORE

[Dom Guéranger: L’Anno liturgico, vol. I, Ediz. Paoline, Alba, 1958 – imprim.]

Questo grande Pontefice appare nel Ciclo, non più per annunciare la Pace come san Melchiade, ma come uno dei più illustri difensori del grande Mistero dell’Incarnazione. Egli rivendica la fede delle Chiese nella divinità del Verbo, condannando, come il suo predecessore Liberio, gli atti e i fautori del troppo famoso concilio di Rimini, e attesta con la sua suprema autorità l’Umanità completa del Figlio di Dio incarnato proscrivendo l’eresia di Apollinare. Infine, possiamo considerare come una nuova e luminosa testimonianza della sua fede e del suo amore verso l’Uomo-Dio l’incarico che diede a san Girolamo di attendere a una nuova versione del Nuovo Testamento sull’originale greco, per uso della Chiesa Romana. Onoriamo questo grande Pontefice che il Concilio di Calcedonia chiama l’ornamento e la forza di Roma per la sua pietà, e che il suo illustre amico e protetto san Girolamo qualifica come uomo eccellente, incomparabile, dotto nelle Scritture, Dottore vergine d’una Chiesa vergine.

Vita. – San Damaso, romano di origine, successe sulla sede di Roma al Papa Liberio, nel 366. Non solo vegliò alla purezza della dottrina, ma conservò gli antichi monumenti cristiani, restaurò le Catacombe, ornò le tombe dei martiri di eleganti iscrizioni, fece prevalere il primato della sede di Roma e lo fece riconoscere da tutto l’Oriente e l’Occidente. Regolò l’ordinanza della preghiera pubblica con il canto dei Salmi, a due cori; incaricò san Girolamo di tradurre il Salterio e mori nel 384. Le sue reliquie sono state trasportate nella Chiesa di San Lorenzo che porta il suo nome: “in Damaso”.

Santo Pontefice Damaso, tu sei stato per tutta la vita la fiaccola dei figli della Chiesa, poiché hai fatto loro conoscere il Verbo incarnato, li hai premuniti contro le dottrine perverse mediante le quali l’Inferno cercherà sempre di distruggere quel glorioso Simbolo nel quale sono scritte la suprema misericordia d’un Dio per l’opera delle sue mani e la sublime dignità dell’uomo riscattato. Dall’alto della Cattedra di Pietro, hai confermato i tuoi fratelli, e la tua fede non è venuta meno poiché Cristo aveva pregato per te. Noi ci rallegriamo della ricompensa infinita che il Principe dei Pastori ha concesso alla tua integrità, o Dottore vergine della Chiesa vergine! Dall’alto del cielo, fa’ discendere fino a noi un raggio di quella luce nella quale il Signore Gesù si mostra a te nella sua gloria, affinché possiamo anche noi vederlo, riconoscerlo e gustarlo nell’umiltà sotto la quale si mostrerà presto a noi. Ottienici l’intelligenza delle sacre Scritture, nella cui scienza tu fosti così eccelso Dottore, e la docilità agli insegnamenti del Romano Pontefice, cui è stato detto, nella persona del Principe degli Apostoli: Duc in altum: Prendi il largo. Fa’ o potente successore del pescatore di uomini, che tutti i Cristiani siano animati dagli stessi sentimenti di Girolamo, quando mirando il tuo Apostolato, in una celebre Epistola, diceva: «È la Cattedra di Pietro che voglio consultare; voglio che da essa mi venga la fede, e il nutrimento dell’anima. La vasta estensione dei mari, la distanza delle terre non mi fermeranno nella ricerca di questa perla preziosa: dove si trova il corpo è giusto che si radunino le aquile. È all’Occidente che si leva ora il Sole di Giustizia: per questo io chiedo al Pontefice la Vittima della salvezza e dal Pastore io che sono la pecorella imploro l’aiuto. Sulla Cattedra di Pietro é fondata la Chiesa: chiunque mangia l’Agnello fuori di questa Casa é un profano; chiunque non sarà nell’Arca di Noè, perirà nelle acque del diluvio. Io non conosco Vitale, non ho nulla in comune con Melezio e mi è ignoto Paolino: chiunque non raccoglie con te, o Damaso (*), disperde ciò che ha ammassato, poiché chi non é di Cristo é dell’Anticristo ».

(*) [A Damaso oggi sostituiamo il nome del Santo Padre attuale: GREGORIO XVIII. – ndr. ]

CONOSCERE SAN PAOLO (33)

LIBRO III.

La persona del Redentore (2)

[F. Pratt: La teologia di San Paolo – Parte SECONDA,  S.E.I. Ed. – Torino, 1927 – impr.]

III. GESÙ CRISTO DIO.

1. LA DIVINITÀ DEL CRISTO E LE APOTEOSI PAGANE. — 2. QUATTRO TESTI RIVELATORI. — 3. RIASSUNTO SINTETICO.

1. Tutte le civiltà antiche — in Caldea, in Egitto, in Cina, in Persia, nell’India — divinizzarono i loro re. Alessandro Magno, impadronendosi dei territori di quelle antiche monarchie, si appropriò dei titoli onorifici dei loro sovrani, e naturalmente i generali che si divisero i suoi stati, ne ereditarono anche i titoli. Dopo di loro i Cesari, pure evitando da principio di offuscare le idee romane, ben presto non tardarono a prestarsi ad un’apoteosi che serviva alla loro politica senza urtare i costumi orientali. Si cominciarono a divinizzare gl’imperatori morti, poi si resero gli onori divini anche agl’imperatori viventi. Se non sembra che essi abbiano fatto gran caso del titolo di « signore », caro ai Tolomei e agli Erodi, si lasciarono chiamare senza scrupolo « dio salvatore, salvatore e dio, dio » semplicemente, ed anche, quando il loro padre già godeva dell’apoteosi, « Dio figlio di dio ». Pare tutta via che Domiziano sia stato il primo, dopo quel pazzo di Caligola, a farsi chiamare dominus et deus noster persino nella sua capitale. I Cristiani respinsero sempre sdegnosamente queste empie pretese: la profanazione dei nomi e degli attributi divini ispirava loro un invincibile orrore. Quando l’autore dell’Apocalisse dice all’Angelo di Pergamo, che egli « abita presso il trono di Satana (Apoc. II, 13) », non si può fare a meno di pensare al primo tempio eretto al dio Augusto e alla dea Roma, tempio di marmo rilucente che sorgeva nella vetta dell’Acropoli di Pergamo, dominante la pianura del Caico e visibile da lontano in tutte le direzioni. Non meno energica è la protesta di san Paolo contro la deificazione degli uomini. “Nessuno è Dio se non (Dio) solo. Vi sono bensì in cielo e sopra la terra degli esseri che sono chiamati dèi (per abuso di linguaggio); di modo che si parla di parecchi dèi e di parecchi signori, ma per noi unico è Dio il Padre, dal quale tutto (viene) ed al quale noi (andiamo), e unico è il Signore Gesù per mezzo del quale tutto (esiste) e per mezzo del quale noi (siamo cristiani” (I Cor. VIII, 5-6) . Così quando sentiamo l’Apostolo dare al Cristo il nome e gli attributi di Dio, noi non pensiamo affatto alle apoteosi pagane da lui riprovate con tanta forza, e lasciamo a quelle espressioni il solo significato che è permesso dal monoteismo ebraico congiunto con le distinzioni personali stabilite dalla rivelazione cristiana, nel seno della vita divina.

2. Quattro testi scelti appositamente in tutti i gruppi di Epistole, potranno farci vedere qual è l’idea che Paolo si fa. sempre del Cristo preesistente. Gesù Cristo è « innalzato sopra tutte le cose, Dio benedetto per sempre »; egli è « il nostro gran Dio e Salvatore »; in Lui « abita la pienezza della divinità »; finalmente Egli è « sussistente nella forma di Dio ». Esaminiamo brevemente la portata di queste testimonianze. Dal seno d’Israele è uscito « secondo la carne, il Cristo che è sopra tutte le cose, Dio benedetto nei secoli (Rom. IX, 5) ». Questa espressione si riferisce così chiaramente al Cristo, del quale spiega la natura tra scendente e divina, che non fu mai intesa diversamente dalla tradizione cristiana. In Oriente san Dionigi Alessandrino ed i vescovi firmatari della lettera sinodale contro Paolo di Samosata, sant’Atanasio, san Basilio, san Gregorio Nisseno, sant’Epifanio, san Cirillo Alessandrino; in Occidente sant’Ireneo, sant’Ippolito, Tertulliano, Novaziano, san Cipriano sant’Ilario, sant’Ambrogio, san Gerolamo; i commentatori greci e latini, Origene, l’Ambrosiastro, Pelagio, il Crisostomo, Teodoro di Mopsuesta, Teodoreto e gli altri, non suppongono neppure che le si possa dare un altro significato. Bisogna arrivare fino a Fozio per trovare una voce dissidente; poiché tutto ciò che è lecito conchiudere dal silenzio di Ario, di Diodoro di Tarso e degli scrittori infetti di arianesimo del quarto secolo, è che il nostro testo li metteva nell’imbarazzo, e che evitavano di citarlo come un’obiezione fatale per la loro tesi. Certi esegeti moderni hanno meno scrupoli: essi mettono arbitrariamente un punto o dopo « il Cristo secondo la carne », o prima di « Dio benedetto per sempre »; e così ottengono un periodo monco che traducono così:

A) Colui che è sopra tutte le cose (è) Dio benedetto per sempre.

B) Il Dio che è sopra tutte le cose (è o sia) benedetto per sempre.

C) Dio (è o sia) benedetto per sempre.

Tutti converranno che questo spezzamento dà al testo un aspetto goffo e un’andatura strana. Certamente non sarebbe venuto in mente a nessuno di farlo, che non fosse stato prima fermamente persuaso che Paolo non può chiamare Dio il Cristo e che a Lui non applica mai una dossologia. Ancorché questa doppia ipotesi fosse giusta, la conclusione che se ne trae sarebbe pur sempre un paralogismo, e per la stessa ragione bisognerebbe radiare dall’insegnamento di san Paolo tutte le asserzioni che nei suoi scritti si trovano soltanto una volta; ma la doppia ipotesi è falsa e gratuita: l’Apostolo dà qualche volta al Cristo il nome di Dio e gli applica dossologie. E poi il nostro testo non è propriamente una dossologia, ma è piuttosto un’affermazione pura e semplice della dignità sovreminente del Cristo, terminata con un amen di benedizione e di lode. Il solo amen, se assolutamente si vuole, formerebbe tutta la dossologia. E facile dimostrare che la costruzione immaginata dai razionalisti è contraria alla logica e alla grammatica. Non è l’eccellenza del Padre, ma quella del Figlio che il passo deve far risaltare. Ora le parole « secondo la carne » ci preparano a un’antitesi; noi ci aspettiamo un secondo aspetto del ritratto del Cristo; e l’inciso « che è sopra tutte le cose, Dio benedetto per sempre », è proprio quello che risponde alla nostra attesa; esso finisce l’immagine del Salvatore e completa mirabilmente il quadro delle prerogative degli Ebrei: discendenza da Israele, filiazione adottiva, presenza sensibile di Dio, legislazione trasmessa per mezzo degli Angeli, culto legittimo, promesse messianiche, sangue dei patriarchi parentela umana con Gesù Cristo la cui natura superiore ridonda in loro gloria. Perché la frase staccata fosse una dossologia riferita al Padre, bisognerebbe che o la parola « benedetto » fosse messa bene in vista, invece di essere affogata nella proposizione, oppure che la frase cominciasse con un verbo di modo ottativo: una dossologia come quella che ci si propone, per correggere il senso naturale, di san Paolo, sarebbe senza esempi in lingua greca. Questa costruzione inusitata nella quale viene a urtare la terza spiegazione, nelle altre due viene a complicarsi con un solecismo. Non farà dunque meraviglia, se i Padri greci i quali dovevano conoscere la loro lingua un po’ meglio che i moderni esegeti, non ne fanno menzione, neppure per confutarla. Gesù Cristo non è Dio in una maniera impropria, partecipata, analogica; Egli è sopra tutte le cose che non sono Dio. Siccome questa qualità di Dio supremo non può convenire che ad un essere unico, il Figlio deve necessariamente essere consostanziale al Padre e identico con Lui in natura. Paolo al termine della sua carriera non troverà nulla di più eccellente da dire del Cristo: « Noi aspettiamo, scrive egli a Tito, la manifestazione gloriosa del nostro gran Dio e Salvatore Gesù Cristo (τοῦ μεγάλου Ξεοῦ καί σωτῆρος  ἡμῶν Κριστοῦ  Ιησοῦ (= Tou megàlou Teou kai sotéros emòn Cristou Iesou) – (Tit. II, 13-14) ». – È cosa consolante il vedere gli esegeti dei nostri giorni ritornare sempre più all’interpretazione tradizionale. Se si trattasse del Padre, l’Apostolo non aggiungerebbe a Dio l’epiteto di « grande » che è già compreso nel principio della divinità; e poi la parousia è sempre la manifestazione gloriosa del Figlio il quale viene a giudicare il mondo, non mai quella del Padre. Finalmente — e questo argomento è decisivo — i due titoli titoli « gran Dio » e « Salvatore », trovandosi in greco compresi sotto il medesimo articolo determinativo, si devono riferire alla medesima Persona: perché fosse possibile isolarli, e attribuire soltanto il secondo a Gesù Cristo, bisognerebbe che questo nome si trovasse tra i due titoli. Il rifiutare anche questa testimonianza col pretesto che Gesù Cristo non è Dio, e che san Paolo non dovette chiamarlo Dio, è rinunziare a fare il lavoro dell’esegeta per trincerarsi dietro un partito preso di negazione testarda. – Ma per quanto già siano rivelatori, questi testi non sono che rapidi bagliori e sprazzi di luce: nelle lettere della prigionia si trova meravigliosamente descritta l’immagine del Cristo preesistente. Non vi è nulla che somigli di più al Prologo di san Giovanni, che i passi cristologici dell’Epistola ai Colossesi. Il parallelismo oltrepassa l’ordine delle idee e arriva fino all’espressione: da una parte e dall’altra, il Cristo si presenta come un serbatoio di grazie la cui pienezza si riversa sopra tutto il genere umano, e l’unione, nella persona di Lui, della divinità con l’umanità, è affermata con una formula egualmente ardita. Ma mentre san Giovanni si compiace di considerare il Logos in seno alla luce divina di cui è l’irradiazione eterna, san Paolo preferisce contemplare il Cristo come capo dell’umanità che riscatta, e della creazione cui restituisce la sua primiera armonia. Infatti il suo scopo principale, determinato dalla controversia con i falsi dottori di Colossi, è di far vedere che il Cristo primeggia in tutte le cose, come uomo e come Dio, nel tempo e nell’eternità; egli perciò accumula nella persona di Lui, senza troppo preoccuparsi dell’ordine logico o cronologico, i titoli onorifici, le qualifiche eccezionali, le dignità e le prerogative che lo mettono assolutamente fuori di ogni confronto e gli conferiscono un primato sovreminente. Così il Cristo è « il Figlio prediletto », necessariamente unico, il quale, in tale qualità, dispone del regno di suo Padre come del suo regno. — Egli è « l’immagine del Dio invisibile », ritratto vivente del Padre celeste, il solo perfettamente simile al suo archetipo e il solo capace di rivelarlo agli uomini, perché Egli solo lo conosce come ne è conosciuto. — Egli « è il Primogenito di ogni creatura » perché « esiste prima di ogni creatura ». — Egli è il creatore e il conservatore di tutte le cose; e nessun essere creato, per quanto elevato nelle sfere celesti, sfugge alla sua attività creatrice né alla sua provvidenza. — Egli è « il capo supremo della Chiesa », autore della redenzione e della remissione dei peccati, primogenito tra i morti e primizia della risurrezione, perché, dovendo primeggiare in tutto, non gli può mancare nessuna preminenza. — Egli possiede la pienezza delle grazie richieste per compiere la sua parte di riconciliatore e di pacificatore universale (Col. I, 17). — Finalmente, come per compiere il quadro, « tutta la pienezza della divinità abita in Lui corporalmente (Col. II, 9) ». Non bisogna confondere questa formula con la precedente, poiché esse sono totalmente diverse: nella prima si tratta della pienezza delle grazie, nella seconda della pienezza della divinità; là si tratta di una pienezza che sta sopra la persona del Cristo, qui di una pienezza che risiede nel corpo del Cristo. La parola adoperata da san Paolo non è punto equivoca: « tutta la pienezza della divinità » non può essere che la stessa natura divina. – Tuttavia l’espressione più completa del pensiero di san Paolo, è il celebre testo cristologico dell’Epistola ai Filippesi. L’Apostolo volendo proporre ai suoi discepoli un esempio di abnegazione e far loro vedere che l’abbassamento volontario è un seme di gloria, presenta loro le tre tappe di vita divina, di vita di prova e di vita glorificata, percorse da Gesù Cristo « il quale essendo nella forma di Dio non considerò come una preda l’essere (trattato) alla pari di Dio; — ma si spogliò prendendo la forma di schiavo, diventando simile agli uomini; e, riconosciuto uomo al suo esteriore, si abbassò facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce; — perciò Dio lo ha esaltato e gli ha dato un nome che è sopra tutti i nomi, affinché al nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi in cielo, in terra e negli inferni ed ogni lingua confessi che il Signore Gesù Cristo è (entrato) nella gloria del Padre (Fil. II, 6-11) ». I n ciascuna di queste tre tappe, di maestà, di umiliazione e di gloria, vi sono come due fasi distinte. Prima di tutti i secoli il Cristo era nella forma di Dio e per questo appunto era Dio, perché la forma di Dio appartiene alla sua essenza; e come Dio egli aveva diritto agli onori divini quanto suo Padre. Questa maestà non gl’impedisce di abbassarsi fino a noi: egli si spogliò, non deponendo la forma divina che era inseparabile dal suo essere, ma nascondendo la sua forma divina sotto la sua forma umana e rinunziando così per un certo tempo agli onori divini che gli erano dovuti; Egli si abbassò più ancora di quanto lo esigesse la sua condizione di uomo, sottomettendosi alla morte, e alla più ignominiosa delle morti. Per dare alla sua rinunzia volontaria una ricompensa proporzionata, Dio costringe ora ogni essere creato a rendergli omaggio ed a confessare il suo trionfo.

3. A costo di fare qualche anticipazione sul capitolo seguente, cerchiamo di abbozzare le linee principali di questa immagine. Il Cristo è di un ordine superiore ad ogni essere creato (Ephes. I, 21), è Egli stesso creatore (Col. I, 16) e conservatore del mondo (Col. I, 17); tutto è per mezzo di Lui, in Lui e per Lui (Col. I, 16-17). Come causa efficiente, esemplare e finale di tutto ciò che esiste, Egli è dunque Dio. Il Cristo è l’immagine del Padre invisibile (II Cor. IV, 4; Col. I, 15); Egli è il Figlio di Dio, ma non come gli altri figli; egli è Figlio in una maniera incommensurabile; Egli è il Figlio, il proprio Figlio, il Prediletto, e tale è sempre stato (II Cor. I, 19). Egli dunque procede dall’essenza divina, Egli è consostanziale al Padre.Il Cristo è oggetto delle dossologie riservate a Dio (Rom. IX, 5); a Lui si rivolgono preghiere come al Padre (II Cor. XII, 8-9); da Lui si attendono beni che Dio solo ha il potere di conferire, come la grazia, la misericordia, la salvezza (Rom. I, 7, etc.); davanti a Lui deve piegarsi ogni ginocchio in cielo, in terra e negli inferni (Fil. II, 10), come si piega ogni ginocchio per adorare la maestà dell’Altissimo.Il Cristo possiede tutti gli attributi divini: Egli è eterno perché è il primogenito di ogni creatura ed esiste prima dei secoli (Col. I, 15-17); è immutabile, perché è nella forma di Dio (Fil. II, 6); è onnipotente perché ha il potere di fecondare anche il nulla (Col. I, 16); è immenso perché tutto riempie con la sua pienezza (Ephes. IV, 10); è infinito perché il pleroma della divinità abita in Lui, o meglio, perché Egli stesso è il pleroma della divinità (Col. II, 9); tutto quello che è proprietà speciale di Dio, appartiene a Lui come sua proprietà: il tribunale di Dio è il tribunale del Cristo (Rom. XIV, 10), il Vangelo di Dio è il Vangelo del Cristo (Rom. I, 1), la Chiesa di Dio è la Chiesa del Cristo (I Cor. I, 2), il regno di Dio è il regno del Cristo (Ephes. V, 5), lo Spirito di Dio è lo Spirito del Cristo (Rom. VIII, 9).Il Cristo è il Signore unico (I Cor. VIII, 6); Egli si identifica col Jehovah dell’antica alleanza (I Cor. X, 4-9); Egli è il Dio che ha conquistato la Chiesa a prezzo del suo sangue (Act. XX, 28); Egli è il « nostro gran Dio e Salvatore Gesù Cristo (Tit. II, 12)»; Egli è anzi « il Dio innalzato sopra tutte le cose (Rom. IX, 5) », che con la sua trascendenza infinita domina il complesso delle cose create. Se Egli non è chiamato Dio senza epiteti, è perché Dio, nel linguaggio di san Paolo, designa la Persona del Padre, e un’identità personale tra il Padre e il Figlio è contradittoria.

CONOSCERE SAN PAOLO (32)

LIBRO III.

La persona del Redentore (1)

[F. Pratt: La teologia di San Paolo – Parte SECONDA,  S.E.I. Ed. – Torino, 1927 – impr.]

CAPO I.

Il Cristo preesistente.

1. – IL CRISTO PRIMA DEI SECOLI. – 2. PAOLO E IL CRISTO. — 3. PREESISTENZA ETERNA DEL CRISTO.

1. Gli storici moderni del dogma si mostrano talora sorpresi nell’intendere san Paolo, dopo la cristologia più semplice degli altri Apostoli, attribuire al Salvatore una preesistenza celeste prima della sua nascita terrena e persino una partecipazione alla creazione del mondo ». Il loro stupore può dipendere da una conoscenza imperfetta o da un apprezzamento inesatto della teologia dei primi Apostoli, ma il fatto stesso non resta meno sconcertante per chi vuole ridurre la grandezza del Cristo alle dimensioni umane. Ed è più sconcertante ancora, se si tiene conto di queste due cose: che san Paolo è stato il primo a fissare negli scritti la credenza cristiana, e che la sua cristologia non fu mai oggetto di una controversia. Questo fatto è innegabile ed è riconosciuto lealmente dai critici meno propensi a difendere le posizioni tradizionali: è questo appunto che rende tanto importante l’insegnamento di san Paolo intorno alla persona del Cristo. – La maniera con cui il fariseo convertito parla di Gesù di Nazaret, di quel novatore religioso morto poc’anzi sopra un patibolo, del quale ancora ieri egli si faceva un vanto e un dovere di distruggere l’opera e di scancellarne il nome, è un fenomeno strano che sembra contradire tutte le leggi della psicologia e tutte le analogie della storia. Paolo, carattere fiero, così cosciente della sua dignità, così sdegnoso degli idoli della carne e del sangue, è in estasi e in adorazione davanti al suo Maestro. Egli vuol essere il suo servo, il suo schiavo, anzi lo schiavo dei suoi fratelli, per amore di lui (Rom. I, 1). Egli non tollera che il Cristo sia messo alla pari con nessun essere creato: più alto che i cieli, più Tasto che l’universo, più potente che la morte, unico vincitore del peccato, unico mediatore della grazia, unico Redentore del genere umano, il Cristo ecclissa tutto col suo splendore, riempie tutto con la sua pienezza, è anteriore ai secoli (Col. I, 18-20; Ephes. I, 21-23). Perciò ogni ginocchio si deve piegare, davanti a Lui, in cielo, in terra e nell’inferno, perché i più perfetti spiriti celesti riconoscono in Lui il loro Capo, il loro Creatore, il loro Dio (Fil. II, 9-11; Col. I, 16-17; Rom. IX, 5Tit. II, 13). Questo è il quadro che l’Apostolo, al domani della passione, fa di Gesù ai testimoni della sua vita e della sua morte, ai suoi persecutori e ai suoi carnefici. – Che proporzioni gigantesche prende improvvisamente nella mente di Saulo l’immagine del Crocifisso! La trascendenza di questa immagine è tale, che non può più crescere: all’infinito non si può più aggiungere nulla. Tutti i nostri sforzi per seguirne lo sviluppo graduale sono vani: dal primo istante della sua conversione, per lui il Cristo è l’incomparabile, l’unico: nulla è superiore a Lui, nulla è uguale a Lui. E tutto questo non è a scapito della natura umana: Gesù Cristo non è un personaggio immaginario, ma è un essere reale, sempre vivo nella memoria dei suoi discepoli che ripetono le sue parole e si modellano sopra le sue azioni. Quando Saulo divenne Cristiano, erano trascorsi sei anni, o al massimo sette, dalla passione; quando inaugurò la sua predicazione pubblica, era trascorsa appena una decina d’anni; egli scrisse le sue prime lettere ventidue anni appena dopo quella data memoranda. Gesù Cristo, più vecchio di lui di qualche anno appena, era per lui, in tutta la forza del termine, un contemporaneo che avrebbe potuto incontrare nelle viuzze di Gerusalemme o sotto i portici del Tempio; era anche un suo compatriota, se è vero, come sostiene san Gerolamo, che la famiglia di Saulo era di origine galilea. E come mai egli è diventato il suo Dio? Né il tempo trascorso, né l’ambiente della Palestina, né le circostanze della morte di Gesù non favorivano un’apoteosi; e la serietà del monoteismo ebraico non si prestava affatto a quelle ridicole deificazioni che mettevano un Claudio o un Tiberio nel numero degli immortali, dedicando a loro templi, sacerdoti e sacrifici, uguagliandoli alle divinità dell’Olimpo che non erano in realtà né migliori né peggiori. Quando l’adulazione dei Romani degenerati, emula dell’adulazione orientale, decretò gli onori divini agl’Imperatori, i quali li accettarono prima con qualche ritegno e poi senza nessun pudore, gli Ebrei furono irreducibilmente refrattari a quell’empio culto. – L’adorazione di un uomo, fosse pure re o imperatore, era per loro l’abbominazione della desolazione; e bisognò pure cedere alla loro invincibile ripugnanza e dispensarli ufficialmente da un atto che ai loro occhi era più orribile che la morte. I Cristiani non si mostrarono meno intransigenti e molte volte sigillarono col loro sangue il rifiuto di dare ad un uomo i titoli e gli onori riservati a Dio. I pagani non capivano un bel nulla dei loro scrupoli, ma non riuscivano a trionfarne. Per i Cristiani più ancora che per gli Ebrei, il culto di Cesare fu sempre l’adorazione della Bestia, e il tempio degli Augusti il trono di satana. Quando san Paolo protesta che per noi vi è « un solo Dio, il Padre, e un solo Signore, Gesù Cristo », questa professione di fede risuona come il grido sdegnoso della coscienza cristiana contro la suprema aberrazione del politeismo morente. In quel tempo tutti i titoli divini, « Dio, Figlio di Dio, Dio da Dio, Signore o Signore Dio, Salvatore o Dio Salvatore », erano stati profanati dall’adulazione dei popoli e dall’incoscienza del paganesimo; ma Paolo, applicando questi titoli al Cristo preesistente, conserva a loro il valore che hanno nella Bibbia dove indicano Jehovah.

2 . La preesistenza del Figlio di Dio risulta evidentemente da quanto dovremo dire intorno alla sua natura divina, alle sue relazioni eterne in seno a Dio, al suo compito attivo nella creazione del mondo; ma essa si dimostra anche direttamente con tre serie di testimonianze. Ad un certo punto della durata del tempo, il Cristo « venne in questo mondo (I Tom. I, 15); apparve nella carne (I Tim. III, 16); si fece povero mentre era ricco, per arricchire noi con l)a sua povertà (II Cor. VIII, 9) ». Ora è chiaro che lo scambio delle ricchezze del cielo con la povertà della terra, suppone necessariamente un modo di esistenza anteriore all’incarnazione. I testi poi come questi: « Dio, avendo mandato il suo proprio Figlio nella somiglianza della carne del peccato e per il peccato, condannò il peccato nella carne (Rom. VIII, 3) », oppure anche: « Dio mandò suo Figlio, nato da una donna, messo sotto la Legge, per procurare a noi la filiazione adottiva (Gal. IV. 4) », non hanno nulla di comune con la frase biblica « Dio mandò a loro un giudice o un salvatore »; poiché se la missione del Figlio coincide con la sua origine terrestre, la sua esistenza deve assolutamente precedere, perché è la somiglianza della carne del peccato, ossia la natura umana, il termine della sua missione. – Il Cristo è il « primogenito di ogni creatura (Col. I, 15) ». È assolutamente impossibile che questa espressione voglia dire « primogenito tra le creature »; essa dunque significa « nato prima di ogni creatura »: e questo implica anzitutto che il Cristo non si deve mettere nella categoria degli esseri creati, e in secondo luogo, che possiede un modo di esistenza superiore e anteriore ad ogni essere creato. Affinché non rimanga nessun equivoco, Paolo si commenta da se stesso dicendo che il Cristo « è prima di tutte le cose »; e ne dà questa ragione, che « tutto fu creato per mezzo di Lui e per Lui (Col. I, 16) ». Siccome prima di operare bisogna essere, la conseguenza è evidente. Il Cristo non solamente esisteva, ma « sussisteva sotto forma di Dio (Fil. II, 6) ». La forma di Dio non si può né acquistare né perdere; essa non può essere soppiantata dalla forma di schiavo che aggiunse a se stessa nel tempo: dove si trova, si trova da tutta l’eternità. Perciò « Gesù Cristo era ieri, è oggi e sarà nei secoli (Ebr. XIII, 8) dei secoli. Come l’autore dell’Epistola agli Ebrei, san Paolo suole distinguere, nella vita del Cristo, tre stati o tre fasi: la preesistenza eterna del Figlio presso il Padre e quella che si potrebbe chiamare la sua preistoria, l’apparizione storica sopra la terra nella pienezza dei tempi, l’esaltazione gloriosa del Cristo risuscitato. È evidente che questi tre stati i quali si succedono senza cambiamento di soggetto, appartengono realmente alla stessa persona. L’ipotesi recente che attribuisce la preesistenza all’anima del Cristo, non ha bisogno di essere confutata: la preesistenza delle anime fu sempre antipatica al pensiero ebraico; non se ne trova nessuna traccia nel Nuovo Testamento; e perché mai san Paolo, in opposizione a tutti gli altri, farebbe al Cristo l’onore di una preesistenza la quale, in questo sistema, sarebbe comune a tutti gli uomini? Alcuni vogliono che l’Apostolo si sia ispirato da Filone, e che il suo Cristo non sia altro, in sostanza, che l’uomo tipo del filosofo alessandrino (Hingelfeld): ma dal momento che Paolo ignora il Platone ellenista, e in ogni caso non prende nulla da lui, dal momento che la sua teologia realista è agli antipodi dell’idealismo teosofico di Filone, questa nuova opinione manca totalmente di base e non regge alla critica. Altri critici ammettono che san Paolo abbia veramente insegnato la preesistenza reale del Cristo, e che è impossibile negarla senza partito preso e senza prevenzioni dommatiche; ma del suo Cristo preesistente si fanno la più strana idea. Il Cristo sarebbe preesistito non come Dio, ma come uomo: uomo vero che già possedeva un corpo luminoso, etereo, immateriale; uomo tipo, immagine divina ed esemplare divino, sul modello del quale saranno formati tutti gli altri; uomo celeste, venuto dal cielo e destinato a ritornare in cielo dopo una fase di esistenza terrestre; uomo spirituale, animato dallo spirito di Dio e che è spirito egli medesimo (Holtzman). Si assicura che san Paolo prende la sua teoria del Cristo preesistente dai sogni del giudaismo palestinese intorno all’esistenza del Messia; ma questa concezione rabbinica è troppo tardiva e poi non si può intendere se non di una preesistenza ideale. Ora i principali seguaci del sistema che stiamo esponendo, sono obbligati a riconoscere che il Cristo preesistente di san Paolo è davvero una realtà. Come mai non sarebbe un essere reale colui che crea e conserva il mondo, che è mandato da Dio, che cambia gli splendori del cielo con le umiliazioni della terra? Ma se Gesù Cristo era uomo prima di nascere, bisogna certamente metterlo nella categoria delle creature, poiché Dio solo è increato; e allora come può san Paolo affermare che ogni essere creato, senza alcuna eccezione, in cielo e in terra, è stato creato per mezzo di Lui e per Lui! Se Gesù Cristo era uomo prima di nascere, come si spiega che diventi uomo col nascere! E se Gesù nel risuscitare ritorna al suo stato di prima, a quello cioè che aveva prima di incarnarsi che cosa significa l a risurrezione! Ecco quanto gli autori di questa strana invenzione non hanno mai provato di spiegarci, ed è appunto quello che imprime al loro sistema, per quanto vogliano avvolgerlo nelle tenebre, il carattere dell’assurdo.

II. – GESÙ CRISTO SIGNORE.

1. NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO. — 2. SIGNORE, NOME PROPRIO DI DIO. — 3. PREGHIERE E DOSSOLOGIE IN ONORE DEL SIGNORE GESÙ.

1. Il compendio più breve della cristologia sta in questa formula: « Nostro Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio (I Cor. I, 9)». Benché tutti gli elementi ne siano anteriori e risalgano alla predicazione apostolica, essa si trova così stereotipata soltanto in san Paolo il quale le dà un valore e una pienezza di significato della più alta importanza per la storia della teologia. – Nei Sinottici, la questione sta nel conoscere se Gesù è o non è il Cristo, cioè il Messia, il discendente e l’antitipo di Davide, l’attesa e la speranza d’Israele. Erode s’informa del luogo in cui deve nascere, Giovanni Battista lo mostra a dito, i demoniaci lo proclamano, Pietro lo confessa, Gesù stesso si rivendica altamente questo titolo che riassume la sua missione, i settari giudei glielo danno ironicamente (Matt. II, 4). Ma mentre i Sinottici ci fanno assistere, per così dire, a questo lavoro di riconoscimento graduale e conservano sempre il sentimento assai preciso del vincolo che unisce la qualità di Messia al compimento delle promesse, per san Paolo l’identificazione di Gesù col Cristo è un fatto acquisito e indiscutibile. Il Cristo ha visibilmente sconfitti tutti gli attacchi giudaici il cui ricordo è quasi scancellato: è il nome proprio del Salvatore e può, come nome proprio, fare a meno dell’articolo. Il Cristo muore per farci trionfare della morte, risuscita per incorporarci alla sua vita, regna glorioso per associarci alla sua gloria. La sua opera è sopramondana, e la scena in cui si consuma, è sopraterrena. Dall’unione dei cristiani col Cristo risulta un essere nuovo, il Cristo mistico, nel quale non vi è più distinzione tra Ebreo e Gentile, tra Greco e barbaro, tra schiavo e libero, perché tutti sono uno nel Cristo Gesù (Gal. III, 28) ». Quando si pensa che Paolo riflette certamente il pensiero cristiano del suo tempo, e che le sue Epistole precedettero la redazione dei Vangeli, non si può fare a meno di ammirare lo sforzo di ricostruzione storica al quale si dovettero sottoporre gli evangelisti per non proiettare sopra la vita e le parole di Gesù le idee e i sentimenti del loro ambiente.

2. È cosa nota che questa parola « Signore » è, nei Settanta, la traduzione abituale del nome ineffabile, del tetragramma sacro. Esso si poteva dare al Messia, perché era Re teocratico rappresentante di Jehovah, e anche perché era designato dalla profezia del Salmista: « E Signore ha detto al mio Signore (Ps. CIX, 1) ». Tuttavia gli evangelisti lo applicano a Gesù assai di rado. In san Marco e in san Matteo, il Signore è ordinariamente Dio stesso, come nell’Antico Testamento, e il titolo di « Signore » per lo più è soltanto una formola di cortesia, l’equivalente di « Maestro » o di « Rabbi ». All’avvicinarsi della passione, essi si allontanano alquanto dal loro riserbo (Marc. XI, 3). San Luca e san Giovanni incominciano più presto (Giov. IV, 1); tuttavia l’uno e l’altro sono assai in ritardo, in confronto con san Paolo, e tale ritardo, a nostro parere, si può spiegare con uno scrupolo di verità storica. Per san Paolo, fatta astrazione dalle citazioni dell’Antico Testamento, Gesù Cristo è regolarmente chiamato « il Signore ». È probabile che il linguaggio dell’Apostolo non presenti neppure un’eccezione (Cremer); in ogni caso, « Signore » è diventato il nome proprio del Cristo e può come tale, sopprimere l’articolo (Rom. XIV, 6I Cor. VII, 22). Ma vi è di più: nell’appropriarsi il nome di Jehovah, il Cristo ne riceve anche tutti gli attributi: Paolo si dice servitore del Cristo, come i profeti solevano chiamarsi servitori di Jehovah; nelle frasi che esprimono azioni divine, come la creazione, il conferimento della grazia, la santificazione, il giudizio, la retribuzione finale, il nome di Dio e del Signore si scambiano a caso, come porta il discorso, alla maniera con cui si scambiano i sinonimi; finalmente quello che la Scrittura racconta di Jehovah, Paolo lo intende, senza nessuna esitazione, come detto del suo Maestro (Am. III, 7; Ger. VII, 35; Dan. IX, 6, etc.). Jehovah era la « Pietra d’Israele » o semplicemente « la Pietra »; gli autori dell’Antico Testamento ci hanno abituati a questo linguaggio. Paolo lo conosce meglio di ogni altro, ma questo non gl’impedisce di affermare che la « Pietra era il Cristo » preesistente: Petra autem erat Christus (I Cor. X, 4). E poco dopo soggiunge: « Non tentiamo il Signore (o il Cristo), come alcuni lo tentarono e morirono del morso dei serpenti (I Cor. X, 9) ». O si legga «il Signore», o si legga «il Cristo», la variante ha poca importanza, perché i due termini, per san Paolo, sono sinonimi. – Gioele aveva detto, parlando di Jehovah: « Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvo (Gioe. III, 5) ». Ma il Signore è il Cristo, e l’Apostolo può commentare il testo così: « Non vi è differenza tra il Giudeo e il Greco, poiché tutti hanno il medesimo Signore, liberale verso coloro che lo invocano; poiché (sta scritto): Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvo (Rom. X, 13) ». La salvezza una volta annessa all’invocazione di Jehovah, è ora annessa all’invocazione del Cristo e, per provarlo, Paolo si fa forte della parola del profeta: logicamente ne segue che ai suoi occhi il Cristo è uno solo con Jehovah. Altrimenti non si può spiegare il discorso che egli rivolge agli anziani di Efeso: « Vigilate sopra voi stessi e sopra tutto il gregge di cui lo Spirito Santo vi ha costituiti custodi, per governare la Chiesa di Dio che Egli si acquistò col proprio sangue (Act. XX, 28) ». Questa espressione cominciò assai per tempo a scandalizzare certi teologi pusillanimi che le fecero subire diverse correzioni, una delle quali, che consiste nel sostituire il nome di « Signore » al nome di « Dio », finì con invadere la maggior parte dei manoscritti greci. I critici moderni per parte loro ricorrono alle più stravaganti ipotesi per non lasciar dire a Paolo, che « Dio si acquistò la Chiesa col suo proprio sangue ». Ma l’Apostolo non ha nessun bisogno della loro assistenza: il suo linguaggio, in questo passo, non è più straordinario che in cento altri passi; egli si limita, secondo il suo solito, a identificare Gesù Cristo con Dio, e gli applica un attributo che gli conviene soltanto secondo la natura umana. Ma la comunicazione degli idiomi, di cui egli fa l’uso più esteso lo autorizza a farlo. Bisognerà ancora stupire del valore che san Paolo dà alla formula: « il Cristo è Signore? ». Egli ne fa il pernio dell’ortodossia e il criterio dei carismi: « Nessuno che parli sotto (l’impulso del) lo Spirito di Dio dice: Gesù (sia) anatema! e nessuno può dire: Gesù (è) Signore, se non nello Spirito Santo (I Cor. XVI, 3) ». Egli la considera come il compendio più conciso del suo Vangelo: « Noi non predichiamo noi medesimi, ma il Cristo Gesù Signore (II Cor, IV, 5) ». Più ancora, egli la presenta come una professione di fede cristiana che racchiude in sostanza le condizioni della salvezza: « Se confessi con la tua bocca che Gesù è Signore e se credi nel tuo cuore che Dio lo ha risuscitato da morte, tu sarai salvo; poiché, dice la Scrittura, chiunque crederà in Lui non sarà confuso (Rom. X, 9) ». Isaia aveva infatti detto questo di Dio, e non del Cristo, ma per Paolo è la stessa cosa, non dobbiamo stancarci di ripeterlo, poiché il suo Cristo è Signore e Dio.

3. Se è così, dobbiamo aspettarci di vedere l’Apostolo mettere il Cristo sopra tutto ciò che non è Dio, in una sfera inaccessibile agli esseri creati, rivolgergli inni e preghiere come allo stesso Dio e applicare a lui le dossologie che la Scrittura riserva a Dio: e le nostre previsioni non sono punto deluse. L’Epistola ai Galati comincia con queste parole: « Paolo apostolo, non per autorità degli uomini né per mezzo di un uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre (Gal. I, 1) ». Paolo nega assolutamente agli uomini ogni causalità, o remota o prossima del suo apostolato; egli non è il delegato né il mandatario degli uomini. – Quando dunque egli si dice apostolo esclusivamente per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre, considera evidentemente il Cristo come un essere superiore all’uomo, o meglio come una persona la quale è più che uomo. Senza dubbio tra Dio e l’uomo vi sono gradi infiniti; ma se si riflette che Paolo non farebbe derivare la grazia — e una grazia come quella dell’apostolato — da un essere inferiore a Dio, e che comprende Gesù Cristo e Dio sotto una stessa particella causale, senza che si possa dire che egli stabilisce tra i due una subordinazione di autorità o di grado, poiché Gesù Cristo è anzi qui nominato per il primo, non si potrà opporre nulla agli interpreti i quali vedono in queste parole una prova della divinità del Figlio. – Per invalidare il loro ragionamento, bisogna essere sicuri in precedenza che Gesù Cristo non sia Dio, e che Paolo non lo abbia creduto tale; ma un simile pregiudizio rende impossibile qualunque sana esegesi. – La coscienza cristiana non separa il Cristo da Dio. Fin dalle origini, il Cristo è pregato, invocato, cantato e glorificato come Dio. Santo Stefano morente dice: « Signore Gesù, accogli lo spirito mio… Signore, non imputare a loro questo peccato (Act. VII, 59) ». L’ardente supplica che Gesù in croce rivolgeva a suo Padre, la rivolgono allo stesso Gesù i primi martiri: perché oramai « chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvo (Rom. X, 13) »; e il Signore non è altri che il Cristo. I fedeli sono « coloro che invocano il nome del Signore »; questo è il loro titolo distintivo e caratteristico. Paolo scrive « alla chiesa che è in Corinto, ai (fedeli) santificati nel Cristo Gesù, santi per vocazione, come a quelli che invocano il nome di Nostro Signore Gesù Cristo, in qualunque luogo (I Cor. I, 2) ». Dopo la teoria, viene la pratica: l’Apostolo sentendo « nella sua carne uno stimolo, un angelo di satana », che lo schiaffeggia e che pare dover paralizzare il suo ministero, prega tre volte il Signore per esserne liberato; e il Signore gli dice: « Ti basta la mia grazia (II Cr. XII, 8-9) ». Egli prega, non Dio Padre, ma il Signore, perché sa benissimo che pregare il Signore è pregare lo stesso Dio; e il Signore, autore e distributore della grazia, gli promette il suo aiuto onnipotente. Nell’anno 112 della nostra èra, certi antichi Cristiani raccontavano a Plinio, che prima della loro apostasia solevano radunarsi per cantare inni al Cristo come a un Dio: Christo quasi Deo (Epist. ad Traian., 96). Non era affatto una novità: uno dei testimoni citati da Eusebio, afferma che l’usanza di comporre salmi e odi in cui il Verbo era celebrato come Dio, risale alle origini (Hist. Eccl.); e questa asserzione può essere verificata con l’espressa testimonianza di san Paolo: « Trattenetevi con salmi, inni e cantici spirituali, cantando e celebrando nel vostro cuore il Signore (Ephes. V, 19) » Gesù Cristo. Nel passo parallelo, « il Signore » è sostituito con « Dio (Col. III, 16) », e questo prova che i fedeli innalzavano le stesse lodi a Dio e al Cristo. Brevi frammenti di queste composizioni primitive, più notevoli per lo spirito religioso che per l’ispirazione poetica, sono assai probabilmente arrivati fino a noi. Tale sarebbe questa descrizione ritmica del « mistero della pietà »:

Egli si manifestò nella carne,

fu giustificato nello spirito,

apparve agli Angeli;

sarà predicato tra le nazioni,

fu creduto nel mondo,

fu rapito in gloria.

(I Tim. III, 16).

La dossologia è una specie di inno compendiato. Gli Ebrei la facevano seguire al solo nome di Dio, e anche l’Apostolo generalmente osserva tale pratica: « A Dio solo onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen. ». Ma già san Paolo, san Giovanni, san Pietro, e anche l’Epistola agli Ebrei, quasi che si fossero data la parola d’ordine, vanno insensibilmente sostituendo il nome del Figlio a quello dei Padre: « Il Signore mi libererà da ogni male e mi salverà (facendomi entrare) nel suo regno celeste. A Lui sia la gloria nei secoli dei secoli. Amen (II Tim. IV, 18) ». Infatti, siccome da Lui s i aspetta la grazia, è giusto che a Lui se ne dia l’onore e il ringraziamento: « Rendo grazie al Cristo Gesù Nostro Signore il quale mi ha fortificato, di avermi giudicato fedele con lo stabilirmi nel ministero ».Però l’attribuzione delle dossologie al Cristo è eccezionale. Allorché il pensiero dell’Apostolo si fissa esclusivamente nella Persona di Gesù Cristo, egli può benissimo pregarlo, invocarlo, ringraziarlo, esaltarlo, come se fosse l‘unico autore dei beni soprannaturali; ma quando lo nomina unitamente a suo Padre, egli stabilisce tra loro due un ordine che non inverte mai. Allora egli ringrazia, implora e glorifica Dio per mezzo di Gesù Cristo o in Gesù Cristo; ed è più che naturale: « Il capo di ogni uomo è il Cristo, (come) il capo della donna è l’uomo; (ma) il capo del Cristo è Dio (I Cor. XI, 3) ». Qui vi è una gerarchia ben definita: Dio, il Cristo, l’uomo, la donna. Se si legge attentamente il contesto, si noterà anzitutto che si tratta del Cristo come capo della Chiesa, nell’economia della redenzione; in secondo luogo, che si tratta dei rapporti dell’uomo e della donna sotto l’aspetto cristiano e sotto l’aspetto sociale. Infatti la questione di cui si tratta, concerne il contegno delle donne nella Chiesa, contegno determinato dalla situazione delle donne nella Chiesa. Sotto l’aspetto individuale, la donna cristiana è immediatamente unita al Cristo redentore, precisamente come l’uomo, ma non è così sotto l’aspetto sociale. Qui vi è una gerarchia da osservare in teoria e da mantenere nella pratica. Come capo della Chiesa, il Cristo dipende immediatamente da Dio del quale è l’inviato e il mandatario; l’uomo dipende immediatamente dal Cristo e lo rappresenta nelle funzioni sacre della gerarchia ecclesiastica; la donna poi — o maritata o no — dipende immediatamente dall’uomo il quale solo ha parte nel governo della Chiesa. E questa subordinazione si deve tradurre esteriormente in atto, nelle assemblee religiose, col velo, simbolo di dipendenza, col quale la donna si coprirà la testa, come pure con l’interdizione che le è fatta, di profetizzare, di insegnare e di parlare in pubblico, davanti ai fedeli e ai loro pastori. – Dio è dunque il capo del Cristo mediatore, e appunto in tale rapporto Dio e il Cristo sono ordinariamente considerati quando sono nominati insieme nelle dossologie e nelle preghiere solenni. Paolo attende la grazia, la misericordia e gli altri beni spirituali simultaneamente dal Figlio e dal Padre e può indifferentemente domandarli al Padre o al Figlio; ma sembra che egli stesso abbia stabilita la regola abituale delle nostre preghiere, quando scriveva ai Colossesi: « Tutto quello che dite o fate, fatelo nel nome del Signore Gesù, ringraziando per mezzo di lui Dio Padre (Col. III, 17) »… Poiché « tutte le promesse di Dio sono diventate in lui », è ben giusto che noi rivolgiamo « per mezzo di lui l’Amen » delle nostre benedizioni (II Cor. I, 20). – Forse la cura di non intaccare menomamente, neppure in apparenza, il monoteismo ebraico, non è estranea a questa usanza introdotta dagli Apostoli e adottata in seguito dalla Chiesa, usanza che del resto, come si è veduto, non impedisce di pregare separatamente il Figlio, quando occorre, e di rivolgergli qualche volta le dossologie riservate a Dio solo.