I SERMONI DEL CURATO D’ARS: SULLA SPERANZA

[DISCORSI DI SAN G. B. M. VIANNEY CURATO D’ARS

Vol. III, Marietti Ed. Torino-Roma, 1933

Visto nulla osta alla stampa. Torino, 25 Novembre 1931.

Teol. TOMMASO CASTAGNO, Rev. Deleg.

Imprimatur. C . FRANCISCUS PALEARI, Prov. Gen.]

Sulla Speranza.

Diliges Dominum Deum tuum.

(MATTH. XXII, 37).

È vero, F. M., che S. Agostino ci dice che, quand’anche non ci fosse né il cielo da sperare, né l’inferno da temere, non per questo bisognerebbe lasciare d’amare il buon Dio; perché Egli è infinitamente amabile e merita d’essere amato; tuttavia Dio, per incoraggiarci ad attaccarci a Lui ed amarlo sopra tutte le cose, ci promette una ricompensa eterna. Se noi compiamo degnamente sì bella opera, che costituisce tutta la felicità dell’uomo sulla terra, ci prepariamo la nostra felicità e la nostra gloria nel cielo. Se la fede c’insegna che Dio vede tutto, ch’Egli è testimonio di tutto ciò che facciamo e soffriamo, la virtù della speranza ci fa sopportare le nostro pene con un’intera sommissione alla sua santa volontà, col pensiero che ne saremo ricompensati per tutta l’eternità. Noi vediamo che fu appunto questa bella virtù che sostenne i martiri in mezzo ai loro tormenti, i solitari nei rigori delle loro penitenze, i santi, infermi o ammalati, nelle loro malattie. Sì, F. M., se la fede ci scopre dovunque Dio presente, la speranza ci fa fare tutte le nostre azioni con l’unico scopo di piacere a Dio, col felice pensiero d’una ricompensa eterna. Ora, poiché questa virtù addolcisce tanto i nostri mali, vediamo insieme in che cosa consiste questa bella e preziosa virtù della speranza.

1° Se noi abbiamo, F. M., la felicità di conoscere per mezzo della fede che c’è un Dio, il quale è nostro Creatore, nostro Salvatore e nostro sommo Bene, e non ci ha creati che per conoscerlo, amarlo, servirlo e possederlo; la speranza c’insegna che, sebbene indegni di questa felicità, noi possiamo aspirarvi per i meriti di Gesù Cristo. Per rendere, F. M., le nostre azioni degne d’essere ricompensate occorrono tre cose: la fede, che ci fa in esse veder Dio presente; la speranza, che ce le fa compiere con l’unico scopo di piacere a Lui; e l’amore, che ci attacca a Lui come al nostro sommo Bene. Sì, M. F., noi non conosceremo mai il grado di gloria che ogni azione ci procura nel cielo, se la facciamo puramente per amor di Dio; i santi stessi che sono in cielo non riescono a comprenderlo. Eccone un esempio meraviglioso. Leggiamo nella vita di S. Agostino che, scrivendo egli a S. Girolamo per domandargli di quale espressione bisognasse servirsi per far meglio sentire la grandezza della felicità che godono i santi in cielo; nel momento in cui scriveva, secondo il solito al principio di tutte le sue lettere, “Salute in Gesù Cristo Signor nostro, „ la sua camera fu illuminata da una luce affatto straordinaria, più bella che il sole in pieno meriggio e pregna di mille profumi; egli ne fu si rapito che per poco non ne morì di piacere. Nello stesso istante, sentì uscir da questa luce una voce e dirgli: “Ah! mio caro amico Agostino, tu mi credi ancor sulla terra: grazie a Dio, io sono in cielo. Tu vuoi domandarmi di qual termine si potrebbe servirsi per far meglio sentire la felicità che godono i santi: sappi, amico mio, che questa felicità è sì grande e tanto al di sopra di tutto ciò che una creatura possa pensare, che ti sarebbe più facile contare tutte le stelle del firmamento, metter l’acqua di tutti i mari in un’ampolla, stringer tutta la terra nella tua mano, che comprendere la felicità di chi è minimo fra i beati nel cielo. E avvenuto a me ciò che avvenne alla regina di Saba: ella aveva concepito una grande idea del re Salomone per la voce corsa della sua riputazione: ma dopo aver visto ella stessa il bell’ordine che regnava nel suo palazzo, la magnificenza senza pari, la scienza e la sapienza di questo re. ne fu sì meravigliata, si rapita che se ne ritornò a casa dicendo che tutto ciò che le si era detto non era nulla in confronto di quello che aveva visto ella medesima. Io ho fatto altrettanto per la bellezza del cielo e la felicità di cui godono i beati; credeva d’aver compreso qualche cosa di queste bellezze che sono rinchiuse nel cielo e della felicità di cui godono i santi; ma, malgrado tutti i pensieri più sublimi ch’io ho potuto concepire, tutto ciò non è nulla in confronto di quella felicità che forma il retaggio dei beati. „ – Leggiamo nella vita di S. Caterina da Siena che Dio le fece vedere qualcosa della bellezza del cielo e della sua felicità. Ella ne fu sì rapita che cadde in estasi. Ritornata in sé, il confessore le domandò che cosa il buon Dio le avesse fatto vedere. Rispose che Dio le aveva tatto vedere qualcosa della bellezza del cielo e della felicità dei santi, ma che era impossibile dirne la minima parte tanto sorpassava tutto ciò che noi possiamo pensare. Ebbene, P. M, ecco dove conducono le nostre buone azioni se noi le facciamo con lo scopo di piacere a Dio: ecco i beni che la virtù della speranza ci fa attendere e desiderare.

2° La virtù della speranza ci consola e ci sostiene nelle prove che il buon Dio ci manda. Ne abbiamo un bell’esempio nella persona del santo Giobbe, là sul letamaio, coperto d’ulceri da capo a piedi. Aveva perduti tutti i suoi figli, rimasti schiacciati sotto le rovine della sua casa. Egli stesso si vide trascinato giù dal suo letto e buttato su di un letamaio all’angolo della via, e abbandonato da tutti: il suo povero corpo era tutto coperto di putredine; i vermi lo rodevano vivo, tanto ch’era costretto di toglierli con cocci di vasi infranti; era insultato persino da sua moglie, che, invece di consolarlo, lo copriva d’ingiurie, dicendogli: “Lo vedi, il tuo Dio, che tu servi con tanta fedeltà? Vedi come ti ricompensa? Domandagli la morte, che almeno ti libererà da’ tuoi mali!„ I suoi migliori amici pareva venissero a trovarlo unicamente per accrescere i suoi dolori. Tuttavia malgrado questo miserrimo stato in cui era ridotto, egli non cessava di sperar sempre in Dio. “No, mio Dio, diceva egli, io non cesserò mai di sperare in voi; mi toglieste anche la vita, io non lascerei di sperare in voi e d’avere una gran confidenza nella vostra bontà. — Perché, mio Dio. dovrei io scoraggiarmi o abbandonarmi alla disperazione? Io farò a Voi l’accusa dei miei peccati che sono la causa de’ miei mali; ma spero che voi, Voi stesso sarete il mio Salvatore. La mia speranza è che Voi mi ricompenserete un giorno dei mali ch’io soffro per vostro amore. Ecco, F. M., ciò che noi possiamo chiamare una speranza vera; poiché, non ostante gli sembrasse che tutta la collera di Dio fosse piombata su di lui, egli non cessava perciò di sperare in Dio. Senza esaminare il perché di tanti mali, si contenta di dire che sono effetto de’ suoi peccati. – Vedete voi, F. M., i grandi beni che la speranza gli procura? Tutti lo trovano infelice; e lui solo, sul suo letamaio, abbandonato da’ suoi e disprezzato dagli altri; lui solo si trova felice, perché mette la sua confidenza in Dio. Ah! se nelle nostre pene, nei nostri affanni, nelle nostre malattie, avessimo questa grande confidenza in Dio, quanti beni non accumuleremmoper il cielo! Ahimè! quanto siamo ciechi, F. M.!Se invece di disperarci nelle nostre miserie, avessimo la ferma speranza che il buon Dio tutto questo c’invia come altrettanti mezzi per farci meritare il cielo, con quanta gioia non le soffriremmo! Ma, mi direte voi, che vuol dire questa parola: sperare? — Eccolo, F . M. Vuol dire sospirare a qualche cosa che deve renderci felici nell’altra vita; vuol dire desiderare ardentemente la liberazione dei mali di questa vita e desiderare il possesso d’ogni sorta di beni capaci di soddisfarci pienamente. Quando Adamo ebbe peccato e si vide oppresso da tante miserie, tutta la sua consolazione era nel pensiero che, non solo questi dolori gli meritavano il perdono del suo peccato, ma anche gli procuravano beni per il cielo. Quanto è grande la bontà di Dio, F. M., nel ricompensare con tanti beni la minima delle nostre azioni, e per tutta l’eternità! — Ma, per farci meritare questa felicità, il buon Dio vuole che noi abbiamo una grande confidenza in Lui, quasi fanciulli verso un buon padre. E per questo che noi lo vediamo in molti passi della sacra Scrittura, prendere il nome di Padre, affine d’inspirarci una maggior confidenza. Egli vuole che noi ricorriamo a Lui in tutte le nostre pene sia dell’anima, sia del corpo. Ci promette di soccorrerci tutte le volte che faremo ricorso a Lui. S’Egli prende il nome di Padre, è per inspirarci una maggior confidenza nella sua bontà. Vedete come ci ama! Per bocca del suo profeta Isaia, Egli ci ammaestra che ci porta nel proprio seno. “Una madre, dice, che porta il proprio figlio in seno non può dimenticarlo; e, quand’anche fosse tanto barbara da giungere anche a questo, Io non dimenticherò mai colui che mette la sua confidenza in me„ Egli si lamenta persino che non abbiamo abbastanza fiducia in Lui, e ci avverte di “non metter più la nostra confidenza nei re e nei principi, perché la nostra speranza sarà ingannata (Ps CXLV, 2). „ E va più innanzi ancora, poiché giunge fino a minacciar la sua maledizione se non avremo grande confidenza in Lui, e per bocca del suo profeta Isaia ci dice: “Maledetto colui che non mette la sua fiducia nel suo Dio!„ e più innanzi ” Benedetto colui che ha fiducia nel Signore ! „ (Ger. XVII, 5, 7). Vedete la parabola del Figliuol prodigo, ch’Egli propone con tanto piacere, affine d’inspirarci una grande confidenza in Lui. ” Un padre, ci dice, aveva un figlio che domandò ciò che poteva spettargli della eredità. Questo buon padre gli diede la sua parte di beni. E il figlio lo abbandona, parte per un paese straniero, e si lascia andare ad ogni sorta di disordini. Ma poco dopo, le sue dissolutezze l’avevano ridotto alla più grande miseria. Senza danaro e senza alcuna risorsa. Egli avrebbe voluto nutrirsi degli avanzi del cibo dei porci, da lui custoditi. Vedendosi oppresso da tanti mali, si ricordò d’aver abbandonato un buon padre, che lo aveva sempre colmato d’ogni sorta di benefizi in tutto il tempo ch’era rimasto presso di lui, e disse tra sé: “Mi alzerò e, colle lagrime agli occhi, andrò a gettarmi ai piedi di mio padre: egli è tanto buono che spero avrà ancor pietà di me. Gli dirò: “Mio tenero padre, io ho peccato contro di voi e contro il cielo: non merito più d’esser posto nel numero dei vostri figli; mettetemi tra i vostri servi e sarò ancor troppo felice. „ Ma che fa questo buon Padre? Gesù Cristo — e questo tenero padre è Lui stesso — ci dice che ben lungi dall’attendere che il figlio venga a gettarsi ai suoi piedi, appena lo scorge da lontano, egli stesso accorre per abbracciarlo. Il figlio vuol confessare i suoi peccati, ma il padre non permette più che gliene parli. “No, no, figlio mio, non è più questione di peccati; non pensiamo che a gioire.„ Questo buon padre invita tutti a ringraziare il buon Dio perché suo figlio morto è risuscitato, perché, dopo averlo perduto l’ha ritrovato. E per testimoniargli quanto lo ami, gli rende tutti i suoi diritti e la sua amicizia. (Luc. XV.). – Ebbene! ecco, F . M., come Gesù Cristo accoglie il peccatore ogni volta che ritorna a Lui: gli perdona non solo, ma gli rende tutti i beni che il peccato gli aveva rapiti. Dopo ciò, M. F., chi non avrà una grande fiducia nella carità del buon Dio? Egli va più innanzi e ci dice che quando noi abbiamo la fortuna d’abbandonare il peccato per amar Lui, tutto il cielo s’allieta. E se leggete più innanzi ancora, non vedete con qual premura Egli corre in cerca della pecorella smarrita? Una volta trovatala, ne prova tanta gioia che se la mette persino sulle spalle per evitarle la fatica del ritorno (Luc. XV). Vedete con qual bontà accoglie la Maddalena a’ suoi piedi, (Luc. VII),  con qual tenerezza la consola; e non solo la consola, ma la difende altresì contro gl’insulti dei farisei. Vedete con quanta carità e con quanto piacere perdona all’adultera; essa l’offende ed è proprio Lui che vuol farsi suo protettore e suo salvatore (Giov. VIII). Vedete la sua premura nel seguire la Samaritana; per salvare l’anima sua va Lui stesso ad aspettarla presso al pozzo di Giacobbe: le indirizza Lui per primo la parola per mostrarle anticipatamente la sua bontà; e mostra di chiederle acqua, per darle la sua grazia e il cielo (Ibid. IV). – Ditemi F. M., quali pretesti avremo noi per scusarci quando Egli ci mostrerà quanto era buono a nostro riguardo e come ci avrebbe ricevuti se avessimo voluto far ritorno? Con quanta gioia ci avrebbe perdonato e reso la sua grazia? Non potrà Egli dirci: Ah! infelice, se tu sei vissuto e morto nel peccato è perché non hai voluto uscirne; mentre Io desideravo tanto perdonarti! Vedete, M. F., quanto il buon Dio vuole che andiamo a Lui con confidenza nei nostri mali spirituali! Egli ci dice, per bocca del suo profeta Michea, che quand’anche i nostri peccati fossero così numerosi come le stelle del firmamento, come le gocce d’acqua del mare, come le foglie delle foreste e come i granelli d’arena chiusi nell’oceano, se noi ci convertiamo sinceramente, Egli ci promette che li dimenticherà tutti; e ci dice ancora che quand’anche i nostri peccati avessero reso l’anima nostra nera come il carbone o rossa come lo scarlatto, Egli ce la renderà candida come la neve. „ (Isai. I, 18). E soggiunge che Egli getta i nostri peccati nel caos del mare perché non appariscano mai più. Quanta carità, F. M., da parte di Dio! Con quanta confidenza non dobbiamo rivolgerci a Lui! Ma qual disperazione per un Cristiano dannato sapere quanto il buon Dio avrebbe desiderato perdonargli s’egli avesse voluto chiedergli perdono. F. M., se noi andremo dannati, bisognerà pur confessare che l’avremo voluto noi, poiché il buon Dio ci ha detto tante volte che voleva perdonarci. Ahimè, quanti rimorsi di coscienza, quanti buoni pensieri, quanti desiderii la voce di Dio ha suscitato in noi! O mio Dio! quanto è stolto l’uomo che si danna, mentre può così facilmente salvarsi! Ah! F. M., per convincerci di tutto questo, non abbiamo che da esaminare ciò ch’Egli ha fatto per noi durante i trentatré anni che visse sopra la terra. – Inoltre dobbiamo avere grande confidenza in Dio anche per i nostri bisogni temporali. Per eccitarci a rivolgerci a Lui con gran confidenza per ciò che riguarda il corpo, Egli ci assicura che avrà cura di noi; e noi stessi vediamo quanti miracoli ha fatto piuttosto che lasciarci mancare il necessario. Nella santa Scrittura vediamo ch’Egli ha nutrito il suo popolo per quarant’anni nel deserto, con la manna che cadeva ogni giorno dal cielo prima del levar del sole. Durante i quarant’anni che rimasero nel deserto i loro abiti non si logorarono punto. Nel Vangelo ci dice di non metterci in pena per ciò che riguarda il nutrimento e il vestito: “Guardate, ci dice, gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono nulla nei granai; eppure con quanta cura il Padre vostro celeste li nutre: non siete voi da più di loro? voi siete figliuoli di Dio. Uomini di poca fede, non mettetevi adunque in pena per ciò che mangerete o per ciò di cui vi vestirete. Guardate i gigli dei campi, come crescono: eppure non lavorano, non filano; vedete come sono vestiti: vi garantisco io che Salomone, in tutta la sua magnificenza, non fu mai vestito come uno di loro. So adunque, conclude questo divin Salvatore, se il Signore si prende tanta cura per vestire un’erba, che oggi è, e domani vien gettata a bruciare, con quanta maggior ragione non si prenderà cura di voi, che siete i suoi figli? Cercate adunque anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia, e tutto il resto vi sarà dato con abbondanza.„ (Matt. VI). Vedete ancora quanto Egli vuole che abbiamo fiducia: “Quando mi pregherete, ci ammaestra, non dite: Mio Dio, ma Padre nostro, perché sappiamo che il figlio ha una fiducia illimitata in suo padre.„ Quando fu risorto, apparve a Maddalena e le disse: “Va da’ miei fratelli, e di’ loro ch’io ascendo al Padre mio, che è anche Padre vostro.„ (Giov. XX, 17). M. F., dunque non converrete voi meco che, se siamo tanto infelici sulla terra, ciò non può essere se non perché non abbiamo abbastanza fiducia in Dio?

3° In terzo luogo, F. M., dobbiamo avere grande fiducia in Dio nelle nostre pene, nei nostri affanni, nelle nostre malattie. Bisogna, che questa grande speranza del cielo ci sostenga e ci consoli; ecco ciò che hanno fatto tutti i santi. Leggiamo nella vita di S. Sinforiano che, mentre veniva condotto al martirio, sua madre, che l’amava davvero in Dio, salì sopra un muro per vederlo passare, e, levando la voce quanto poté, “Figlio mio, figlio mio, gli gridava, guarda il cielo; coraggio, figlio mio! ti sostenga la speranza del cielo! figlio, coraggio! se il cammino del cielo è difficile, è per altro molto breve.„ E questo fanciullo, animato dalle parole di sua madre, sostenne con grande intrepidezza i tormenti e la morte. S. Francesco di Sales aveva una sì grande fiducia in Dio, che pareva insensibile alle persecuzioni che gli si movevano. Egli diceva a se stesso: Poiché nulla avviene senza che Dio lo permetta, le persecuzioni non sono che pel nostro bene. „ Leggiamo nella sua vita che una volta fu orribilmente calunniato; eppure egli non perdé nulla della sua tranquillità ordinaria. Scrisse ad un amico che qualcuno l’aveva avvertito che si straziava la sua fama in un bel modo; ma ch’egli sperava che il buon Dio aveva ordinato tutto questo per la sua gloria e per la salute dell’anima sua. E si accontentò di pregare per quelli che lo calunniavano. Ecco, F. M., la fiducia che dobbiamo avere in Dio. Quando siamo perseguitati e disprezzati è segno che noi siamo davvero Cristiani, figli, cioè, di un Dio disprezzato e perseguitato.

4° In quarto luogo, M. F., se dobbiamo avere una confidenza cieca in Gesù Cristo, perché  siamo sicuri che non mancherà mai di venire in nostro soccorso in tutte le nostre pene, purché andiamo a Lui come figli al padre; dobbiamo avere altresì una grande fiducia nella sua santa Madre, che è tanto buona, e desidera tanto di aiutarci in tutti i nostri bisogni temporali, ma specialmente quando vogliamo tornare a Dio. Se abbiamo qualche peccato che ci fa vergogna a confessarlo, gettiamoci a’ suoi piedi e siamo sicuri ch’ella ci otterrà la grazia di confessarci bene, e, nello stesso tempo, non mancherà di domandare il nostro perdono. Per darvene una prova, eccone un esempio mirabile. Si racconta nella storia che un uomo, per lungo tempo, condusse una vita molto cristiana, tanto da sperarne il cielo. Ma il demonio, che tutto fa a nostra rovina, lo tentò sì spesso e sì a lungo, che lo fece cadere in peccato grave. In seguito, rientrato in sé, comprese tutta l’enormità del suo peccato, e il primo pensiero fu di ricorrere al rimedio salutare della confessione. Ma ne concepì tanta vergogna che non poté mai determinarsi a confessarlo. Straziato dai rimorsi che non gli lasciavano un istante di riposo, prese l’insensata risoluzione d’annegarsi, sperando con ciò di metter fine a’ suoi tormenti. Ma giunto alla riva del fiume, fremette al pensiero dell’infelicità eterna in cui stava per precipitarsi, e se ne tornò piangendo a calde lacrime, e pregò il Signore di perdonargli senza ch’egli fosse obbligato a confessarsi. Credette ritrovare la pace dell’anima visitando molte chiese, facendo preghiere e penitenze; ma, non ostante le preghiere e le penitenze, i rimorsi lo perseguitavano sempre. Il buon Dio non voleva concedergli il perdono che per la protezione della sua santa Madre. Una notte ch’egli era immerso in una grande tristezza, si sentì fortemente inspirato d’andar a confessarsi. S’alzò di buon mattino e si portò alla chiesa; ma, quando fu là per confessarsi, si senti più che mai tormentato dalla vergogna del suo delitto, e non ebbe la forza di fare ciò che la grazia del buon Dio gli aveva inspirato. Qualche tempo dopo si ripeté la stessa cosa: si portò di nuovo alla chiesa, ma fu di nuovo trattenuto dalla vergogna e, in quel momento di disperazione, risolvé di morire piuttosto che dichiarare il suo peccato al confessore. Però gli venne in mente di: raccomandarsi alla santa Vergine. Prima di andare a prostrarsi ai piedi dell’altare della Madre di Dio, le mostrò il bisogno che aveva del suo soccorso, e la scongiurò con le lacrime agli occhi di non abbandonarlo. Quale bontà da parte della Madre di Dio, quanta premura a soccorrerlo! Non s’era ancora inginocchiato che tutte le sue pene scomparvero e si cambiò il suo cuore. Egli s’alzò pieno di coraggio e di fiducia, andò a trovare il suo confessore e gli confessò tutti i suoi peccati versando torrenti di lacrime. A mano a mano che confessava i suoi peccati gli pareva di togliersi un peso enorme dalla coscienza. In seguito confessò che, quando ricevette l’assoluzione, provò maggior contento che se gli avessero donato tutto l’oro del mondo. Ahimè, F. M., quale sventura per quest’uomo, se non fosse ricorso alla santa Vergine. Ora brucerebbe nell’inferno. Sì, M. F., in tutte le nostre pene sia dell’anima sia del corpo, dopo che in Dio, ci occorre una grande fiducia nella santa Vergine. Ecco un altro esempio che varrà a inspirarci una tenera fiducia in Lei, specialmente quando vogliamo concepire un grande orrore del peccato. S. Alfonso de’ Liguori racconta che una gran peccatrice di nome Elena, essendo entrata in chiesa, il caso, o piuttosto la Provvidenza, che dispone di tutto per il bene dei suoi eletti, volle ch’ella sentisse un discorso sulla divozione al santo Rosario. Ebbe sì forte impressione da ciò che disse il predicatore sull’eccellenza e sui mirabili effetti di questa santa pratica che le venne il desiderio d’avere una corona. E subito dopo la predica l’acquistò; ma, per qualche tempo, aveva cura di nasconderla per timore che fosse vista e messa in ridicolo. In seguito cominciò a recitarla, ma con poco gusto e divozione. Ma qualche tempo dopo la santa Vergine le fece sentire tanta divozione e tanto piacere, ch’ella non sapeva più stancarsi di recitarla; e per mezzo di questa pratica di pietà, tanto accetta alla santa Vergine, meritò da Lei uno sguardo di compassione, che le fece concepire orrore della sua vita passata. La sua coscienza le divenne un inferno e non le lasciava più riposo né giorno né notte. Straziata continuamente da rimorsi implacabili, non poteva più resistere alla voce interiore, che le diceva che il sacramento della Penitenza era il solo rimedio per aver la pace ch’ella bramava tanto, e cercava ovunque senza trovarla mai: che il sacramento della Penitenza era il solo rimedio per tutti i mali dell’anima sua. Invitata da questa voce, condotta e incalzata dalla grazia, andò a gettarsi ai piedi del ministro del Signore e a lui confessa tutte le miserie dell’anima sua, tutti i suoi peccati; e lo fa con tanta contrizione, con tanta abbondanza di lacrime che il confessore, sommamente meravigliato, non sa a che attribuire questo miracolo della grazia. Finita la confessione, Elena va a presentarsi ai piedi dell’altare della santa Vergine, e là, penetrata dei sentimenti della più viva riconoscenza, “Ah! santissima Vergine, esclama, è vero, fin qui sono stata un mostro; ma voi, che siete tanto potente presso Dio, aiutatemi, di grazia, a correggermi: io voglio occupare il resto dei miei giorni a far penitenza.„ Da quel momento rientrò in sé, spezzò per sempre i vincoli delle funeste compagnie che l’avevano tenuta nei disordini, donò tutti i suoi beni ai poveri e si abbandonò a tutti i rigori della penitenza che il suo amore per Dio e il ribrezzo de’ suoi peccati poterono inspirarle. Iddio, per mostrare quanto le era grato per la fiducia che ella aveva avuto nella Madre sua, nell’ultima sua malattia le apparve insieme alla Ss. Vergine per confortarla. Ella rese così nelle loro mani la sua bell’anima che aveva sì bene purificata con le lacrime e la penitenza, di modo che, dopo il buon Dio, è alla protezione della santissima Vergine che questa gran penitente dovette la sua salvezza. – Ecco ancora un altro esempio, non meno ammirabile, di fiducia nella santa Vergine, il quale mostra quanto sia utile la divozione alla Madre di Dio per aiutarci a uscir dal peccato. Narra la storia che un giovine, ben educato da’ suoi genitori, ebbe la sventura di contrarre un’abitudine sciagurata che gli fu causa di un’infinità di peccati. Siccome aveva ancora il timor di Dio e desiderava rinunciare a’ suoi disordini, di quando in quando faceva qualche sforzo per uscirne; ma il peso delle sue malvagie abitudini lo trascinava sempre. Detestava il suo peccato, ma pure vi ricadeva ed ogni istante. Vedendo che non riusciva a correggersi, s’abbandonò allo scoraggiamento e prese la risoluzione di non confessarsi più. Il suo confessore, che non lo vedeva più venire al tempo fisso, volle fare un nuovo sforzo per ricondurre questa povera anima a Dio. Va a trovarlo in un momento in cui era solo a lavorare. Questo povero giovine, vedendo venire il sacerdote, cominciò a sospirare e ad emettere grida di lamento. “Che avete, amico mio, gli domanda il sacerdote? — Ah! io non mi correggerò mai e ho risoluto di tralasciar tutto. Che dite mai, mio caro? Io so invece che se voi farete ciò ch’io vi dirò, riuscirete a correggervi e otterrete il perdono. Andate subito a gettarvi ai piedi della santa Vergine e poi venite a trovarmi.„ Il giovine andò all’istante a gettarsi ai piedi di un altare della Madonna e, bagnando di lacrime il pavimento, la supplicò d’aver pietà di un’anima che aveva costato il Sangue di Gesù Cristo, suo divin Figlio, e che il demonio voleva trascinare nell’inferno. In quel momento senti nascere in sé una sì gran fiducia che si alzò e andò a confessarsi. La sua conversione fu sincera: tutte le sue malvage abitudini furono assolutamente distrutte, ed egli servì il buon Dio per tutta la sua vita. — Riconosciamolo tutti, F. M.. che, se noi restiamo nel peccato, è proprio perché non vogliamo usare dei mezzi che la religione ci offre, né far ricorso con fiducia a questa buona Madre, che avrebbe tanta pietà anche di noi, come l’ebbe di tutti quelli che l’hanno pregata prima di noi.

5° In quinto luogo, o F. M., osservo che la speranza ci fa fare tutte le nostre azioni con l’unico scopo di piacere a Dio e non al mondo. Noi dobbiamo cominciare a praticare questa virtù quando ci svegliamo, offrendo il nostro cuore a Dio con amore, con fervore, pensando quanto grande sarà la ricompensa della nostra giornata se faremo bene tutto ciò che dovremo fare, col solo scopo di piacere a Dio. Dite, M. F., se in tutto ciò che facciamo avessimo la fortuna di pensare alla grande ricompensa che il buon Dio lega a ciascuna delle nostre azioni, di quali sentimenti di rispetto e d’amore non saremmo noi penetrati! Vedete come sarebbero pure le nostre intenzioni facendo l’elemosina. — Ma, mi direte voi, quando io faccio qualche elemosina, è appunto per il buon Dio che la faccio, non per il mondo. — Però, M. F., noi siamo ben contenti quando ci si vede, quando ci si loda, e ci piace anche dirlo noi altri di nostra bocca. Nel nostro cuore amiamo pensarvi e ci compiacciamo nel nostro interno; — ma, se avessimo questa bella virtù nell’anima, non cercheremmo che Dio: il mondo non ci sarebbe per nulla, né cureremmo noi stessi. Non meravigliamoci adunque, F. M., se facciamo sì male le nostre azioni. È perché non pensiamo davvero alla ricompensa che il buon Dio vi annette, se le facciamo unicamente per piacere a Lui. Quando facciamo un favore a qualcuno che, ben lontano d’esserci riconoscente, ci paga d’ingratitudine, se avessimo questa bella virtù della speranza, noi ne saremmo ben contenti, pensando che la nostra ricompensa sarà ben più grande presso Dio. Francesco di Sales ci dice che, se si presentassero a lui due persone per ricevere qualche beneficio, egli sceglierebbe quella che crederebbe meno riconoscente, perché il merito sarebbe e più grande presso Dio. E il santo re Davide diceva che, quando faceva qualche cosa,la faceva sempre alla presenza di Dio, come se dovesse essere giudicato subito dopo per riceverne la ricompensa; ciò che lo portava a far bene tutto ciò che faceva per piacere a Dio solo. Infatti, quelli che non hanno questa virtù della speranza fanno tutto per il mondo o per farsi amare o stimare, e perdono ogni ricompensa. – Dicevo che dobbiamo avere grande fiducia inDio nelle nostre malattie e nei nostri affanni: è precisamente qui dove il buon Dio ci attende per vedere se gli mostreremo una grande fiducia. Leggiamo nella vita di S. Elzeario che la gente del mondo lo scherzava pubblicamente per la sua divozione ; e i libertini se ne facevano giuoco. Santa Delfina gli disse un giorno che il disprezzo che si faceva della sua persona ricadeva sulla sua virtù. – Ahimè! rispose egli piangendo, quando penso a tutto ciò che Gesù Cristo ha sofferto per tue. io ne sono sì commosso che, quand’anche mi cavassero gli occhi, non avrei parole per lamentarmi pensando alla gran ricompensa di quelli che soffrono per amor di Dio: qui è tutta la mia speranza, e ciò che mi sostiene in tutte le mie pene. „ E si capisce. Che cosa mai può consolare un povero ammalato nelle sue pene se non la grandezza della ricompensa che il buon Dio gli promette nell’altra vita? – Leggiamo nella storia che un predicatore, essendo andato a predicare in un ospedale, tenne un discorso sulle sofferenze. Egli dimostrò come le sofferenze ci acquistino grandi meriti per il cielo, e quanto un’anima che soffre con pazienza è accetta al buon Dio. Nello stesso ospedale v’era un povero ammalato che da molti anni soffriva assai, ma, sventuratamente sempre lamentandosi. Il discorso gli fece comprendere quanti beni egli aveva perduto pel cielo, sicché dopo la predica, cominciò a piangere e a singhiozzare in modo fuori del solito. Un sacerdote che lo vide gli domandò perché si abbandonasse a così grande affanno e se qualcuno l’avesse offeso, aggiungendo che, nella sua qualità d’amministratore egli poteva fargli render giustizia. “Oh! no, signore, rispose il povero uomo, nessuno mi ha offeso, ma io stesso mi son fatto troppo gran torto. — Come? gli domandò il sacerdote. — Ah! reverendo, quanti beni ho perduto in tanti anni ch’io soffro, e nei quali avrei tanto meritato per il cielo se avessi avuto la fortuna di sopportare i miei mali con pazienza! Ahimè! quanto grande è la mia sventura! Io che mi credevo così degno di compassione, se avessi ben compreso il mio stato, sarei il più felice nomo del mondo.„ Ah! F. M., quanti dovranno tener lo stesso linguaggio  n punto di morte, mentre se avessero avuto la fortuna di sopportarle in pace per il buon Dio, le loro pene, le quali non hanno servito che a perderli per il cattivo uso che ne hanno fatto, li avrebbero condotti al cielo. Si domandò un giorno a una povera donna che da lungo tempo soffriva in letto mali terribili, e che tuttavia si mostrava sempre contenta, le si domandò, dico, che cosa potesse sostenerla in uno stato sì lacrimevole.” Quando penso, rispose ella, che il buon Dio vede tutte le mie sofferenze e me ne compenserà per tutta l’eternità, io ne provo tanta gioia, soffro con tanto piacere, che non cambierei il mio stato con tutti gl’imperi del mondo. ,, Convenite meco, F . M., che quelli che hanno questa bella virtù nel cuore, cambiano ben presto il dolore in dolcezza. – Ah! F. M. se noi vediamo tanti infelici nel mondo maledire la loro esistenza e passar la loro povera vita in una specie d’inferno per gli affanni e la disperazione che li perseguitano ovunque, sappiate che tutte queste sventure non provengono che dal non voler essi metter la loro confidenza in Dio, né pensare alla grande ricompensa che li attende in cielo. – Leggiamo nella vita di S. Felicita che, temendo ella che il più piccolo de’ suoi figliuoli non avesse il coraggio di sostenere il martirio, “Figlio mio, gli gridava, guarda il cielo che sarà la tua ricompensa: ancora un istante e tutti i tuoi dolori saranno finiti. „ Tali parole, uscite dalla bocca d’una madre, diedero tanta forza a quel piccolo fanciullo, che abbandonò con una gioia incredibile il suo povero corpicino a tutti i tormenti che i carnefici vollero infliggergli. E S. Francesco Saverio ci dice che, essendo tra i barbari, ebbe a soffrire senz’alcun conforto, tutto ciò che gli idolatri potevano inventare; ma ch’egli aveva posto la sua fiducia in Dio per modo da dover riconoscere che il buon Dio l’aveva sempre soccorso in maniera visibile. Gesù Cristo, per mostrarci quanto dobbiamo aver confidenza in Lui e non temer mai di domandargli ciò che ci è necessario per l’anima o por il corpo, ci dice nell’Evangelo che un uomo essendo andato di notte a domandar tre pani a un suo amico per offrirli a uno ch’era venuto a trovarlo, l’amico gli rispose ch’era già in letto co’ suoi figliuoli e che non bisognava incomodarlo. Ma il primo continuò a pregarlo, dicendo che non aveva neppur un pane da offrire al suo ospite. E l’altro fini per dargli ciò che domandava, non perché  fosse suo amico, ma per liberarsi da un importuno. Di qui, conclude Gesù Cristo: “Domandate e vi sarà dato; cercate e troverete; picchiate e vi sarà aperto; e siate sicuri che ogni volta che domanderete qualcosa al mio Padre in Nome mio, voi l’otterrete. „ – Da ultimo soggiungo che la nostra speranza dev’essere universale, che dobbiamo cioè ricorrere a Dio in tutto ciò che ci possa accadere. Se siamo ammalati abbiamo grande fiducia in Lui, giacché è Lui stesso quegli che ha guarito tanti infermi durante la sua vita mortale: e se la mostra salute può contribuire alla sua gloria ed alla salvezza dell’anima nostra, siamo sicuri di ottenerla, se invece ne sarà più utile la malattia, Egli ci darà la forza di sopportarla con pazienza per ricompensarcene poi nell’eternità. — Se ci troviamo in qualche pericolo, imitiamo i tre fanciulli che il re aveva fatto gettare nella fornace di Babilonia. Essi posero talmente la loro fiducia in Dio. che il fuoco non fece che abbruciare le corde che li legavano; così che essi passarono tranquilli nella fornace ardente come in un giardino di delizie. — Siamo noi tentati? Mettiamo la nostra fiducia in Gesù Cristo e saremo sicuri di non soccombere. Questo tenero Salvatore ci ha meritato la vittoria nelle tentazioni lasciandosi tentare Egli stesso. — Siamo noi impigliati in una cattiva abitudine? temiamo di non poterne uscire? abbiamo fiducia in Dio, poiché Egli ci ha meritato ogni sorta di grazie per vincere il demonio. — Ecco, F. M., di che consolarci nelle miserie che sono inseparabili dalla vita. Ma udite ciò che dice S. Giovanni Crisostomo: « Per meritare tanta fortuna, non bisogna essere presuntuosi, esponendoci al pericolo di peccare. Il buon Dio ci ha promesso la sua grazia solo a patto che, da parte nostra, facciamo tutto il possibile per evitare le occasioni del peccato. Bisogna altresì guardarci dall’abusare della pazienza del buon Dio restando nel peccato, col pretesto che Dio ci perdonerà anche se tardiamo a confessarci. Guardiamocene bene, finché duriamo nel peccato, noi siamo in gran pericolo di cader nell’inferno; e tutto il pentirci che faremo alla morte, se saremo restati volontariamente nel peccato, non ci assicurerà affatto della nostra salvezza; perché avendo potuto uscirne, non l’avremo fatto. » Ah, noi insensati! Come mai osiamo restare nel peccato mentre non siamo certi neppur d’un minuto di vita? Nostro Signore ci ha detto che la morte verrà proprio quando meno ci penseremo. Aggiungo, che se non dobbiamo sperar troppo, non bisogna neppur disperare della misericordia di Dio, che è infinita. La disperazione è un peccato più grande di tutti quelli che possiamo aver commessi, perché siamo sicuri che Dio non ci rifiuterà mai il suo perdono se ritorneremo a Lui sinceramente. La grandezza dei nostri peccati non deve farci temere di non poter più ottenerne il perdono, perché tutti i nostri peccati in confronto della misericordia di Dio sono ancor meno d’un granello di sabbia in confronto di una montagna. Se Caino, dopo aver ucciso il fratello, avesse voluto chieder perdono a Dio, egli ne sarebbe stato sicuro. Se Giuda si fosse gettato ai piedi di Gesù Cristo per pregarlo di perdonargli, Gesù Cristo avrebbe rimesso anche a lui, come già a S. Pietro, il suo peccato. – Concludiamo. Volete voi ch’io vi dica perché si sta così a lungo nel peccato e perché ci angustiamo tanto per il momento in cui bisogna accusarsene? E perché noi siamo orgogliosi, e non per altro. Se avessimo l’umiltà non resteremmo mai nel peccato, né temeremmo affatto d’accusarlo. Domandiamo a Dio, F. M., il disprezzo di noi stessi e noi temeremo il peccato e lo confesseremo, subito appena commesso. Concludo dicendovi che dobbiamo domandar sovente a Dio questa bella virtù della speranza, che ci farà compiere tutte le nostre azioni con l’intenzione di piacere a Dio solo. Guardiamoci bene dal disperare giammai nelle malattie e nei nostri affanni. Pensiamo che tutte queste cose non sono che altrettanti beni che Dio ci manda perché formino il pegno di quella ricompensa eterna ch’io vi auguro di cuore…

LO SCUDO DELLA FEDE (161)

P. F. GHERUBINO DA SERRAVEZZA Cappuccino Missionario Apostolico

IL PROTESTANTISMO GIUDICATO E CONDANNATO DALLA BIBBIA E DAI PROTESTANTI (29)

FIRENZE – DALLA TIPOGRAFIA CALASANZIANA – 1861

SECONDA PARTE.

Genuino prospetto del Cattolicismo, e del Pretestantismo, delineato dai Protestanti.

PRATTENIMENTO IV

Accusa della Riforma contro la Chiesa Cattolica. – Quanto abbiano di verità, e a chi debbano propriamente applicarsi.

PUNTO I.

Presso chi sia la vera Bibbia, la vera parola di Dio: chi sieno i veri corruttori della Bibbia.

50. Apost. Resto grandemente sorpreso, stupito, sbalordito dell’orrida descrizione, che fatta mi avete della vostra Riforma (ossia di voi stesso) dal giorno della sua nascita sino a’ suoi funerali inclusive. Nulla posso rispondere a quello che ne avete detto; poiché la confessione di un reo della sua propria reità è tale una prova della medesima; che non ammette risposta, sempre che è libera totalmente e spontanea come è la vostra. Nulla tampoco risponder posso contro gli elogi da voi fatti alla Cattolica Chiesa, essendo fuor d’ogni dubbio non esservi prova più autentica, incontrastabile di ciò che ha di buono, di lodevole un individuo, quanto la libera testimonianza dei suoi nemici; e molto più quando essi testificano a loro proprio danno e confusione. Ciò nonostante mi siete venuto in sospetto di poca lealtà, perché taciute mi avete tante brutte magagne che i vostri Emissarii, voleva dire i vostri Missionarj, mi hanno scoperte nella Cattolica Chiesa, e persino me le han fatte vedere stampate in certi libercoli che mi han regalati, dalle quali la Riforma va esente e onde almeno per questa ragione meritava essa i vostri elogj. Ditemi dunque: non è egli vero che la Chiesa Cattolica non ha la vera Bibbia, che ha corrotto in mille guise la parola di Dio, perché  non ammette altra Bibbia come autentica, che quella detta la Volgata dopo averla ripiena di corruzioni, di errori? Non è egli vero che la Riforma non si è macchiata di tale iniquità, e possiede la genuina parola di Dio, perché la sua Bibbia è stata esattamente tradotta dai veri Originali Greco ed Ebraico?… Rispondete.

Prot. « Giudicano i dotti (protestanti) che la Volgata debba preferirsi alle altre odierne (edizioni) latine, perché più antica di tutte, e nella Chiesa Occidentale è stata pubblicamente ricevuta per molti anni; onde meritamente deve molto stimarsi, né deve temerariamente rigettarsi, come di poi più diffusamente dimostreremo. » (Walton, Prelegom. X, N. 3, p. 72.).

« Giovanni Brosio, nostro compatriota, scrisse un trattato dottissimo, nel quale fa le difese dell’antica Versione (la Volgata), moltissimi luoghi della quale confrontati coll’edizione di Bezza e di altri, dimostra che sono onninamente retti » (Il celebre Millio, Prolegom. In N. Test. Oxon, 1707, p. 138.)

« Annotai poi quelle cose che credei bene doversi annotare alla Versione Latina (la Volgata) da gran tempo ricevuta, la quale sempre moltissimo stimai, non solo perché non contiene dogma alcuno insalubre, ma anche perché ha in sé molto di erudizione, quantunque usi un genere di dire assai ruvido. Per quelli che non hanno imparato né l’ebraico, né il greco è sicurissima la Versione Volgata, la quale non ha dogma: alcuno cattivo, siccome il consenso di tanti secoli e di tante genti ha giudicato. » (Ugone Grozio, Præf. ad Comment. in Libros V. Vet. Test. — et in Vot. pro pace.)

« Preceduto avea la Volgata, negletta di poi malamente, essendo essa la prestantissima di tutte le Versioni… Imperocchè i miei stessi discepoli tanto protestanti come pontifici facilmente si rammenteranno quanto grandemente io commendi l’uso sì critico, sì ascetico della Volgata, e vituperi il disprezzo di essa. » (Dav, Michaels, Supplem. ad Lèxio hebraic. part. 3, p. 992. = e nella Biblioteca Orientale, T. I, N. 311).

« Oh quanto immeritamente Erasmo riprende in molti luoghi l’antico Interprete (l’autore della Volgata) come dissenziente dai Codici greci! Dissente, lo confesso, da quegli esemplari (del Nuovo Testamento) i quali esso Erasmo aveva trovato, Ma non abbiamo trovato, che appoggiata sia neppure in un luogo coll’autorità degli altri Codici anche antichissimi quella interpretazione che egli riprende; che anzi in alquanti luoghi osservato abbiamo, che sebbene la lezione dell’antico Interprete non convenga alle volte co’ nostri greci esemplari, con tutto ciò quadra assai meglio; sembra, cioè che abbia séguito un più emendato esemplare. » (Bezza, presso Rich, Simon, Hist. critique du Nuov. Test. chap. 28).

« Nelle sue Note ai Vangeli e agli Atti (Isacco Casabuoni) spesso preferisce la lezione della Volgata a quella dell’odierno testo greco, e dimostra che la Volgata combina con gli antichi Manoscritti Greci. » Ora veniamo a noi.

51. « Riguardo alle Versioni di Beza e del Pescatore, dei quali molto stimo l’erudizione, ed a quelle degli altri ,, l’erudizione de’ quali non istimo tanto, molti hanno ammonito che spesso sono stravolte a sensi privati….. Della: Versione Ginevrina, la quale ne’ luoghi non controversi non è da disprezzarsi, il Re Giacomo, etc.? » (Grozio, Vot. Pro pace, pag. 674)

« Anche in Inghilterra « ad oggetto che il popolo si acconciasse alle innovazioni, i depredatori (riformatori) si avvisarono di dar fuori una Bibbia ordinata a tale scopo, la quale Bibbia non era che una continuata alterazione del testo originale in tutti quei luoghi in cui si credé necessaria! Questo per avventura si fu l’atto il più sfacciato…. In esso noi ravvisiamo la vera indole degli Eroi della Protestante Riforma. » (Cobbet, Op. cit. Lett 7, § 208.).

Apost. Non potrete al certo negare che almeno la Bibbia tradotta in italiano da Giovanni Diodati, e che i vostri Missionarii ci presentano come una gemma preziosissima, non sia perfettamente genuina e sicura.

Prot. « Siccome questo Interprete non aveva altro fine che d’istruire i seguaci del suo partito, egli ha adattato (accomodée) la sua interpretazione e le sue note alla loro dottrina. Necessitava assolutamente, che a tenore de’ principii di Ginevra, essi trovas- sero la loro Confessione di fede nella Scrittura, e per tal motivo convenne che egli restringesse in alcuni luoghi, a tenore di questa idea, ciò che nell’originale esisteva in termini troppo generali. » (Così Riccardo Simone, non solo protestante, ma panegirista dei protestanti, citato dal Martini, ediz. Venez. Del 1832, vol. 64°, p. 6).

PUNTO II.

Non è vero che la Chiesa Cattolica proibisca in modo assoluto la lettura della Bibbia in lingua volgare, ne sottragga il frutto ai fedeli, o ne proibisca l’uso alla protestante, perché la creda contraria alla sua fede. — Società Protestante promotrice della Dottrina Cristiana altre di simil fatta: loro qualità, brutti maneggi e tenebrosi intenti.- Fede Cattolica: – sua verità – Culto de’ Santi, perché abolito dai pretesi Riformatori.

52. Apost. Da quanto mi avete detto chiaramente risulta, che la sola Chiesa Cattolica possiede la vera Bibbia, la genuina parola di Dio: che la sua Volgata, la più esatta di tutte le versioni, la più conforme agli Originali, è preferibile a tutti li odierni greci Esemplari; che i protestanti son quelli che hanno una Bibbia erronea; che l’hanno di più interamente corrotta, stravolgendola a sensi privati, eccetto i soli luoghi non controversi. Tale è la vostra sentenza, né io ho ché ripetervi. Ma ditemi, perché la Chiesa Cattolica ne proibisce la lettura in lingua volgare, e così priva i fedeli del gran frutto della parola di Dio?… Come! Proibire la parola di Dio! Ciò fa senz’altro perché la ravvisa contraria a’ suoi dogmi, ai suoi insegnamenti.

Prot. Non mi aspettava questa tua conseguenza; poiché vuol poco a conoscere che la Bibbia dev’esser contraria non già a chi la mantiene illibata, segno manifesto che nulla ha che temere dalle sue divine sentenze; ma bensì a coloro che la travisano, la corrompono, non essendovi altra ragione che questa di tal sacrilego attentato. Ma rispondiamo per ordine.

« Il pretendere di asserire che la Chiesa Cattolica rifiuti accordare ai suoi aderenti la lettura della Bibbia, è ciò un calunniarla. Là, per lo meno, dov’ella trova la semplicità e fedeltà cristiana, non lo fa giammai, ma si sforza di prevenire le ricerche di pura curiosità, i dubbi di pura critica, la lettura non approfondita. Non vi è dubbio che questa sua cura potrebbe quà e là essere spinta troppo oltre…. Ma in presenza degli emissarj inmglese che, simili agli uccelli di rapina, ai bracchi, vanno a seminare la discordia dappertutto, senza considerare l’uomo tal quale egli è, né  rispettando nel loro orgoglio anglicano convenienza di sorta, questa severità e queste ansiose cure de’ preti cattolici per le loro pecorelle sembrar dovrebbero pienamente giustificate anche allora quando non ne fossimo persuasi! » (Il celebre Dottor Leo di Berlino, Risposta al giornale di Halla. Vedi Annales catholiques de Genève; 4 Livr. 1855, P. 273.)

« Quando pure vi fossero (nella Bibbia) dottrine al tutto lontane dalla ragione, già se ne avrebbe anco di troppo per porre dall’uno dei lati ogni uso di ragione nel dichiarare le Sante Scritture; perocchè quello (N. B.) non varrebbe che a dimostrare esser vero il sistema Cattolico solamente?» (Zimmermann, nella Gazzetta Letteraria di Lipsia 1829, N.27) Hai capito?

53. Apost. Se così è, perché quella vostra Società inglese detta “Società promotrice della Dottrina Cristiana” – in un suo libercoletto intitolato Roma e la Bibbia (Londra 1855) va declamando che Roma proibisce ai fedeli la lettura della Bibbia, perché la conosce contraria al suo religioso sistema?

Prot. « Ti prego riflettere che questa Società, per promuover la Dottrina Cristiana, va di continuo pubblicando delle Opere, l’oggetto delle quali si è di dare a credere al popolo d’Inghilterra che la Cattolica Religione è idolatra e condannabile, e che per conseguenza una terza parte della totalità de’ nostri consudditi sono idolatri, e destinati all’eterna perdizione, e che non dovrebbero essi conseguentemente dei medesimi diritti, dì che noi protestanti godiamo. Questi calunniatori conoscono bene, che que- sta stessa Cattolica Religione fu per novecento: anni l’unica religione cristiana conosciuta dai nostri antenati. Egli è questo un fatto, che essi non possono mascherare alle persone intelligenti. E perciò tanto essi, quanto il clero protestante stanno costantemente applaudendo al cangiamento, che ebbe luogo circa a dugent’anni fa, il qual cangiamento passa sotto il nome di Riforma » (Coblet, Opera citata, Lett. 1, § 2)  – « Chiunque sia nell’animo non dico del tutto, ma almeno così fattamente preoccupato, che il cuore guisa scevro ed immacolato, certo che altamente si corruccia, e con ferma e salda voce si fa innanzi a reclamare contro quelle diverse lingue e quelle orribili favelle veramente infernali; con che i nemici del Cattolicismo non dubitano di menargli addosso l’ultimo colpo mortale. Cotal linguaggio non è certamente quello. della verità, ma sì quello della passione che trabocca, quello che si pare chiaramente dell’interesse, e per conseguenza che nulla determina e stabilisce! » (Alberti Teofilo, ossia, Meditazioni religiose 1828, p. 75.).

« Cotesti corifei e servili seguaci dello spirito non di verità, ma di setta e di partito, bene avventuratamente sono eglino vinti, e le loro dottrine messe a terra da nient’altro che da un Catechismo qualunque che a caso capitasse nelle mani di un Cattolico. » (Fessler: Le mie vedute intorno alla religione, ed alla Chiesa, Lipsia 1807, part. 2 pag. 58).

« Costoro vanno sempre d’attorno levando novelli rumori, suscitando nuove differenze, e ingerendo discordie. Essi soli alimentano l’odio dei partiti religiosi, essi e non altri, siccome avversi al Cristianesimo, tutto ciò che è cattolico censurano. » (Lessing, Opuscoli teologici di vario argomento, part. 2, p. 21).

« L’odio, di che andiamo discorrendo, odio vile, di cui prendono baldanza i nostri teologi contro il Cattolicismo e la Gerarchia Romana, è prodotto dalla moda; e i banditori protestanti le vanno dietro e se ne fanno belli. » (Fogli di conversazione letteraria, del 1835, N. 124).

« La fede del cattolico, a cui il talento dell’uomo va sottomesso, non è già, come altri vorrebbero persuadere, contro la ragione; che anzi questa la giustifica pienamente. La fede cattolica non è altro che. la ragione credente sottoposta all’autorità divina. » (Marhemecke. La Simbolica).

« L’opera eziandio dei venerandi Padri radunati in Concilio nella città di Trento, non fu e non è che una deduzione la più conseguente, e in pari tempo un confermare il dogma cattolico secondo i dettami della Santa Scrittura e della Tradizione Apostolica. » (Fessler, Storia degli Ungheresi; T. 8, p. 184.).

« Chiamar la fede della Chiesa Romana priva di luce e di verità, egli è un’ingiustizia che regge al paragone colle più inique. Non l’han difesa questa fede tanti uomini sommi e generosi, onore dell’umanità? Non han cercato altri con i propri scritti di renderle il suo, senza cavilli ed inganni, ma sì colle leggi dell’intelligenza?» (F. Bonteweeke. Manuale delle scienze filosofiche, Gottinga 1820) Con tutto ciò accusano e condannano questa Chiesa come superstiziosa e idolatra! Che te ne pare?

54. Apost. L’accusano in tal modo e la condannano pel suo culto dei Santi, e altresì pel superstizioso immenso dispendio che spreca pel culto religioso in generale: le quali cose, come ben sapete, i Riformatori spinti furono ad abolire per assoluto dovere di cristiana delicata coscienza. Non è egli vero?

Prot. Per ristringermi alla sola Inghilterra su questo grave rapporto, e non dilungarmi di troppo:

« Bisognerebbe che fossimo precisamente contrarii a ciò che sempremai si è pensato esser gli Inglesi, se tuttora affettassimo di credere che la distruzione dei Sacrarii de’ nostri antenati derivò da motivi di coscienza…. I signori Riformatori depredaron le Chiese cattedrali così come i Conventi e le loro Chiese E però non deve fare in modo alcuno meraviglia che assai per tempo, in sul bel principio della pia loro ed onorata intrapresa, volgessero eglino i loro frettolosi passi verso Cantorbery, che a preferenza d’ogni altro luogo erasi contaminato del manifesto peccato di possedere ricchi altari, tombe, immagini d’oro e d’argento insieme con dei manifestamente peccaminosi diamanti ed altre pietre preziose… »

« Ma erano a Cantorbery due oggetti, per cui i nibbj della Riforma vi furono particolarmente tratti, cioè il monastero di S. Agostino, e la tomba di Tommaso A. Becket. Il Santuario del primo, siccome era opera di gran magnificenza, offerse un copioso bottino ai saccheggiatori, i quali se avessero potuto avere accesso al Sepolcro di Gesù Cristo, e trovato lo avessero ricco del pari, eglino fuor di dubbio lacerato lo avrebbero a brani. »

«Ma come che ricca  si fosse questa preda, ve ne aveva pur una più grande nel Santuario di Tommaso A. Becket nella Chiesa cattedrale…. Questa tomba di Becket era di legno lavorato colla massima squisitezza, intarsiato abbondevolmente di ricchi metalli, e densamente tempestato di pietre preziose di ogni sorta. Qui stava un oggetto per la riformatrice pietà da fissarvi sopra è suoi sguardi divini. Che se in una delle nostre Chiese ora trovar si potesse per avventura un Santuario cosiffatto, oh! come griderebbero i Swaddlers per un’altra. Riforma!… »

Ogni altare di chiesa aveva, come già osservai, più o meno di oro o di argento. Parte di questo consisteva in sacre immagini, parte in turiboli, candelieri ed altri oggetti…. La parte fanatica de’ Riformatori prendevasi diletto in questionare, etc…. Ma ben altri erano i pensieri che occupavano l’animo dei derubatori! Eglino erano assorti in meditare sul valore delle Immagini, dei turiboli e degli altri sacri arredì.! » (Cobbet, Oper. cit. Lett. 6, §° 117, e seg. – e – 207).

Apost. Ora comincio a comprendere perché anche nella mia Italia certi miei padroni gridano allo spreco delle spese del culto, all’agiatezza degli Ecclesiastici, alla dabbenaggine di chi prega i Santi, etc.; e ardentemente desiderano una Protestante Riforma. – Ma ritornando al nostro primo subietto, dico che se la Bibbia fosse contraria alla vostra Riforma e favorevole al Cattolicismo, come voi supponete, i vostri Riformatori non l’avrebbero data nelle mani di tutti come l’unico giudice in materia di fede, come l’unica regola del cristiano, secondo il senso in cui da ciascuno è intesa. Questo avvenimento è una vera disfida fatta al Cattolicismo, che sola dimostra quanto fosser sicuri di aver dalla loro la parola di Dio.

I TRE PRINCIPII DELLA VITA SPIRITUALE (III)

I TRE PRINCIPII DELLA VITA SPIRITUALE (III)

LA VITA SPIRITUALE RIDOTTA A  TRE PRINCIPII FONDAMENTALI

dal Padre MAURIZIO MESCHLER S., J.

TRADUZIONE ITALIANA PEL SACERDOTE GUGLIELMO DEL TURCO SALESIANO DEL VEN; DON GIOVANNI BOSCO

VICENZA – Società Anonima Tipografica – 1922

Nihil obstat quominus imprimatur.

Vicetiæ, 24 Martii 1922.

Franciscus Snichelotto

IMPRIMATUR

Vicetiæ, 25 Martii 1922.

    M, Viviani, Vic. Gen

PRIMO PRINCIPIO FONDAMENTALE LA PREGHIERA (2)

La preghiera è il principio d’ogni bene nell’uomo. Cosicchè imparar a pregare, stimare, amare e praticare fervorosamente e come si deve la preghiera, è un tesoro inapprezzabile pel tempo e per l’eternità.

CAPITOLO V.

Efficacia illimitata della preghiera.

È Innumerevoli e magnifici sono i beni che si conseguono mediante la preghiera.

1. Ciò che la Preghiera ha di comune con tutte le altre opere soprannaturali, è di essere meritoria e soddisfattoria: ma l’efficacia ber conseguire quello che si domanda, è sua esclusiva proprietà. L’uomo prega e domanda, e Dio ascolta e concede, non perché l’uomo lo meriti, ma perché lo domanda. L’efficacia, dunque, dipende dalla forza e dal potere della preghiera come tale, non dal merito di colui che prega. Il che appartiene esclusivamente alla preghiera, e non v’è cosa che tanto indichi la sua superiorità, come questo suo potere dinanzi a Dio.

2. E fin dove arriva questa sua efficacia? Fin dove si estende la necessità dell’uomo e la potenza e misericordia di Dio, nulla eccettuato. Dio disse. Qualunque cosa domanderete nell’orazione, credendo, la otterrete. (Matt. XXI, XXII:7, 7). Qualunque cosa domanderete al Padre nel nome mio, la farò: affinché sia glorificato il Padre nel Figliuolo. (Giov. XIV, 13), L’uomo non deve fare eccezioni di sorta, dove Dio non ne fa. Dunque, possiamo chiedere a Dio quanto ragionevolmente e conforme alla sua volontà desideriamo. È cosa evidente che dobbiamo chiedere anzitutto ciò che riguarda l’anima, e possiamo essere tanto più sicuri di conseguirlo, quanto più necessario ed utile ci sia. Riguardo alle cose temporali dobbiamo por attenzione nel chiedere, perché, attesa la loro natura, potrebbero tornarci di castigo anzi che di bene se Iddio ce le concedesse. – La Sacra Scrittura ci descrive con mano maestra il potere della preghiera. Il popolo d’Israele e la sua marcia attraverso il deserto; Mosè, Giosuè, le imprese dei Giudici e dei Maccabei, i miracoli di Gesù Cristo e degli Apostoli; in una parola, tutta la storia del popolo eletto e della Chiesa Cattolica, formano la storia della preghiera e della sua efficacia. I bisogni dell’uomo e la sua preghiera sono allacciati, come una lunga e mirabile catena, alla bontà e all’aiuto di Dio. Non vi sono leggi naturali che resistano al potere della preghiera, tanto che per essa alle volte possono sospendersi, e di fatto furono anche sospese. Al comando della preghiera il sole si fermò (Gios. X,, 13), o indietreggiò (IV dei Re, XX, 14). Come il cielo circonda la terra, così la preghiera abbraccia colla sua efficacia tutta l’umanità lungo i secoli.

3. Ma v’è un mondo invisibile in gran parte agli occhi nostri, e noto soltanto al cielo, nel quale si manifesta con più potere e magnificenza l’efficacia della preghiera: è il mondo delle anime con tutto quello che si riferisce alla loro purificazione, trasformazione, santificazione. Nessuna cosa può a lungo resistere alla soave e potente influenza della preghiera; non le passioni, non la forza delle tentazioni e dei pericoli; trionfa di tutto: trasforma insensibilmente i sentimenti, le idee, la volontà ed i pensieri dell’uomo. Colla preghiera, senza accorgersi, l’uomo diventa un altro. Com’è difficile lavorare il ferro quand’è freddo! Ma messo nella fucina si può modellare facilmente. Prega e prega incessantemente ed arriverai a dominar tutte le tue passioni. Ecco, egli fa orazione (Att. IX, 4, 11) dice, di Paolo poco prima convertito, il Signore ad Anania. Gesù colla sua potenza atterrava Saulo, acerrimo suo nemico, e la preghiera ne faceva un Apostolo. Di un uomo e per un uomo che prega, non v’è nulla da temere. – Quella luce e pace dello spirito, quella moderazione negli affetti, e fortezza d’animo nel soffrire che gli antichi cercavano nella filosofia, ai primi Cristiani comunicavasi nella preghiera. La preghiera era per essi la scuola più santa e la più sublime metafisica, la leva con cui rovesciarono e sfasciarono il mondo pagano; la preghiera è pur oggi il braccio forte della Chiesa, e la sua scienza di governo. All’apparire di qualche persecutore, essa fa ricorso a Dio, prega e vince, o atterrando il nemico, o, come quasi sempre avviene, convertendolo…

4. Ma, in che consiste l’efficace segreto della preghiera? Nell’unione dell’uomo con Dio. È mirabile già per sé il dominio che ha l’uomo sulla natura. E qual potere e quale scienza non acquista egli quando opera in unione a Dio, quando confida in Lui, nella sua provvidenza, potenza e sapienza! Quali saranno allora i limiti del suo potere? Può uno meravigliarsi che vi siano dei miracoli? Per la preghiera l’uomo è uno strumento nelle mani di Dio e partecipa alle mirabili sue opere. In quest’alleanza che si stabilisce tra Dio e l’uomo mediante la preghiera, questi non porta altro che il riconoscimento della propria debolezza, contro la quale chiede aiuto; Dio in cambio gli va incontro colla sua bontà, onnipotenza e fedeltà: verità consolantissima e degna d’aversi sempre presente. Nella preghiera non si tratta del merito nostro, ma della bontà e misericordia di Dio. Sono queste le cause che Lo muovono ad esaudirci. La debolezza può sempre molto di fronte a chi è veramente grande. Se una povera bestiolina ci pregasse di risparmiarle la vita, certamente non ci rifiuteremmo di esaudirla. Il bambino non può nulla in famiglia, eppure nulla gli manca, vive della sua debolezza; domanda e tutto ottiene. Se paragoniamo l’uomo agli animali, risulta inferiore in molte cose: l’animale entra nel mondo vestito, armato e ben provvisto per la vita; l’uomo al contrario, quanto tempo deve rimanere senza poter fare da sè! Ma in compenso Dio lo ha dotato di un braccio forte e industrioso, con cui si provvede poi di tutto. Invero la preghiera è per l’uomo un braccio spirituale con cui si nutre, si veste, si adorna, si difende; con essa può tutto e fa tutto. La preghiera è la leva del fedele; oh! se sapessimo valercene! Grazie alla preghiera l’uomo ha la parola ed il voto nei consigli della Santissima Trinità. dove si decidono tutti gl’interessi del mondo: la sua voce arriva dovunque. Cosicchè l’uomo, l’umile e semplice fedele, può mutare colla sua preghiera la faccia della terra. La sorte del Cristianesimo non si decise unicamente sul campo di battaglia al ponte Milvio né sugli eculei o negli anfiteatri dove si tormentavano i confessori della fede, ma anche nel silenzio delle catacombe dove pregava il popolo cristiano, sotto il palmeto di San Paolo primo eremita, e nella caverna di San Antonio abbate. Immensa è la efficacia della preghiera e non ci è dato di calcolare quanto possiamo con essa. Mediante la preghiera noi comandiamo a Dio medesimo, poiché solo di fronte ad essa Dio si mostra debole. Infatti, pare che la preghiera s’imponga, perché Egli stesso così vuole: ma non è una debolezza questa che Lo abbassi, che Lo glorifica anzi: ciò deve infondere in noi vigore e fiducia nella preghiera, se tanto può, o, a dir meglio, se tutto può.

CAPITOLO VI.

Come deve farsi la preghiera.

Se talvolta la nostra preghiera non ha il suo buon esito, dobbiamo cercare la causa non in Dio ma in noi. Possono per ciò darsi tre ragioni: o la nostra propria indegnità, o il pregare non come si deve, o il chiedere che non conviene. Mali, male, mala. In generale la nostra preghiera deve riunire le seguenti doti. – Prima di tutto, dobbiamo sapere noi stessi quello che andiamo ad esporre a Dio, e per questo è necessario pregare con fervore, con attenzione e senza distrazioni. Qui sta la forza che non vogliamo essere distratti e che non ci lasciamo andare in distrazioni volontarie, Come può prestarci attenzione Dio, se non prestiamo attenzione a noi Stessi e non sappiamo quel che diciamo? Tornerebbe anche di poco onore e gradimento al nostro Angelo custode il dover presentare a Dio una preghiera piena di distrazioni; sia dunque fermo il nostro proposito di non dar occasione a ciò, poiché ogni distrazione volontaria nella preghiera è peccato e ci attrarrà non grazie ma castighi. Al contrario, le distrazioni involontarie che ci sopravvengono nostro malgrado, nulla ci tolgono, né del merito, né del profitto, né della forza che ha la preghiera dinanzi a Dio, ma ci privano soltanto della dolcezza che porta con sé la preghiera ben fatta. Non s’annoiano il padre e la madre perché il loro bambino, non avente ancora l’uso di ragione, ciarla senza senso. Iddio conosce la nostra debolezza ed ha pazienza. In secondo luogo, seriamente convinti che importa molto di essere esauditi, dobbiamo pregare con fervore ed impegno. Il fervore non consiste in lunghe preghiere, ma nell’affetto della volontà. L’incenso non sale al cielo convertito in aroma se le braci non consumano. Il fervore è l’anima della preghiera. Dio attende al cuore, non alle labbra. Siccome il trattare con Dio è già di per sé cosa molto importante e ciò che domandiamo è sempre alcunché di grande, viene di conseguenza che la nostra preghiera dev’essere accompagnata dal fervore e dal desiderio. Se dubitiamo che le nostre preghiere siano accette a Dio, chiediamo l’aiuto altrui, pregando in comune, invocando i Santi; ed in particolare il Nome di Gesù al quale è assicurata la forza d’impetrazione e concessione delle grazie (Giov. XVI, 23). – La terza condizione che si richiede nella nostra preghiera è l’umiltà. Ci presentiamo a Dio come mendici, non come creditori: come peccatori, non come giusti. Aiuta molto altresì l’umiltà esterna. in quanto che piace e fa violenza a Dio ed eccita in noi il fervore. – La quarta condizione importante della nostra preghiera è la fiducia. Tutto ci richiama ad essa: Dio medesimo vuole che preghiamo, e per conseguenza desidera esaudirci: siamo creature e figli suoi, ed Egli sa molto meglio di noi valutare questo titolo che Lo muove a darci ascolto. Non dobbiamo finalmente dimenticare, che nella preghiera anzitutto e principalmente trattiamo colla bontà e misericordia di Dio, dalla quale ha da martire la finale decisione. Quanto più spirituale è ciò che domandiamo, più sicuri siamo di essere esauditi. Trattandosi di cose temporali, fa d’uopo guardarci da due difetti: primo, di chiedere incondizionatamente qualunque cosa temporale, ché alle volte potrebbe pregiudicarci; secondo di credere che non dobbiamo pregare per i beni terreni, mentre anche questi ordinariamente devono chiedersi; perché Iddio vuole che lo riconosciamo altresì come fonte e principio di tutti i beni di quaggiù, e appunto perciò ci ha ha comandato nel « Pater noster  che Glieli domandiamo.» – La quinta dote della Preghiera è la perseveranza che occupa un posto assai distinto tra le condizioni che per precetto divino deve avere Dobbiamo pregare, “Sempre pregare, né mai stancarci” (Luc. XVIII, 1). Non stancarci mai di pregare, equivale a non tralasciare mai la preghiera per negligenza, né per accidia, né per pusillanimità, né per svogliatezza. E pregheremo sempre, se non trascuriamo di farlo nei tempi determinati. Come suol dirsi che mangiamo sempre, perché mai omettiamo di mangiare a suo tempo, Se Dio ritarda nell’esaudirci, pensiamo di non essere sufficientemente disposti o che vuol provare la nostra buona volontà, e ricordiamoci che noi altresì abbiamo fatto attendere Lui molte volte. Non perderemo nulla frattanto: al contrario anzi Iddio ci premierà con nuovi meriti ogni qualvolta noi rinnoveremo la preghiera. Nemmeno dobbiamo dimenticare che Iddio non è nostro servitore da essere obbligato a soddisfare tutti i nostri desiderî: Egli è nostro Padre e concede quando e come trova conveniente pel bene nostro. A noi tocca il pregare, a Dio appartiene l’esaudire: il meglio per noi è di lasciare tutto nelle sue mani. – Appartiene altresì alla perseveranza il pregare molto, pregare tanto quanto possiamo. Dobbiamo pregare molto, perché siamo molti ed è molto da domandare. Colui che Prega solo per sé e per le proprie particolari necessità, non occupa bene il suo posto in questo mondo, né dà motivo che risplenda tutto il potere e la forza della preghiera. La nostra preghiera è la preghiera del Figlio di Dio. che si estende a tutte le necessità della Chiesa e dell’umanità. E quante e quanto grandi necessità, dalle quali dipende in gran parte la salute delle anime e la gloria di Dio, si presentano ogni istante dinanzi alla Maestà di Dio, attendendo la sua decisione! Se unissimo nella nostra preghiera a tutte le necessità del mondo per presentarle e raccomandarle a Dio, allora sì che pregheremo come apostoli, come Cattolici e come l’uomo-Dio. Così fece il Redentore, e così insegnò a noi a farlo nel « Pater noster », Se ci accadesse di non avere un fine onde pregare, facciamo in spirito un giro intorno al mondo, e presentiamo a Dio tutte le necessità che vi sono. Esse attendono l’aiuto della nostra preghiera. – Dobbiamo finalmente pregare molto, per imparare a pregar bene. Il migliore modo ed il più rapido per imparare a pregare, è il pregare; così come imparammo a camminare, a leggere, ed a scrivere, camminando, leggendo e scrivendo. Se ci riesce dura la preghiera, gli è perché preghiamo troppo poco. E pensare la grande ed importante cosa che è il conseguire gusto e facilità nella preghiera! Se trovassimo diletto nel pregare, troveremmo il tempo poiché per ciò che si vuole davvero il tempo non manca mai.  

CAPITOLO VII.

La preghiera vocale.

La necessità della preghiera è indispensabile; il suo potere è immenso; consolante è la sua facilità. A rendere facile la preghiera contribuiscono non poco i molti e vari modi che si hanno nel farla. Parlando generalmente, vi sono due classi di preghiera: vocale e mentale.

1. Preghiamo vocalmente quando ci serviamo d’una formola determinata di preghiera, pronunciandone a voce alta o no le parole.

2. L’orazione mentale è senza dubbio molto migliore; quantunque non sia da disprezzarsi affatto la vocale, che anzi conviene tenere in gran pregio. Infatti, anzitutto essa è una conversazione con Dio, e basta già questa ragione per preferirla a tutte le altre cose. Inoltre, è una preghiera che corrisponde molto alla natura nostra, composta di Spirito e di materia. Noi dobbiamo lodare Dio con tutto l’essere ch’Egli ci ha dato, e quindi col corpo e coll’anima. Nella preghiera vocale è tutto l’uomo che prega, giubilando in Dio col corpo e coll’anima (Sal. LXXXIII, 3). La preghiera nella Scrittura chiamasi: Il frutto delle labbra, che confessano il nome di Dio (Ebr. XIII, 15). Vi sono molte labbra, che lungi dal dare questi frutti di lode a Dio, ne vituperano piuttosto l’adorabile Nome. È ben giusto quindi che le nostre labbra compensino questa mancanza, il che si fa nella preghiera vocale. La memoria trova un sicuro appoggio nella formula della preghiera, il sentimento viene eccitato colla pronuncia delle parole e l’intelligenza trova una ricca miniera di pensieri e di verità nelle parole stesse. Essendo le parole segni ed immagini sante, toccate colla verga magica della memoria discoprono mondi meravigliosi di verità. e fanno scaturire acque di celesti consolazioni. Lo Spirito Santo medesimo, nei salmi. ha ispirato le più belle preghiere vocali, ed il Salvatore non credette di venir meno alla sua dignità prescrivendoci una formula di preghiera, il Pater poster. La Chiesa, generalmente, nella celebrazione de’ suoi divini ufficiî, adopera solo preghiere vocali, molto brevi. La maggior parte degli uomini conosce soltanto la preghiera vocale, per la quale trova eterna sua felicità. È  questa preghiera la via reale del cielo, la scala d’oro per la quale gli Angeli discendono ed ascendono, dal cielo alla terra e dalla terra al cielo, portandovi suppliche e riportandone grazie. La preghiera vocale, finalmente, è quella che dà unità, in tutto il mondo, al modo di pregare del Cattolicesimo: è la voce potente della professione di fede. che muove, eccita e rinvigorisce i buoni. sconfigge gl’increduli e dà gioia a tutto il cielo: quando, principalmente, riuniti i fedeli in processioni, rogazioni e pellegrinaggi, escono sulle vie pubbliche, per le campagne ed attraverso le città, percorrendole con solenne gravità, alternando la recita del Rosario, le Litanie dei santi pii cantici. Questi popoli sono le schiere dell’esercito di Dio sulla terra, il cui passo la cui voce risuona tremenda agli spiriti increduli: essì rendono testimonianza meglio d’ogni altra dimostrazione che il mondo non appartiene del tutto agli empî, e che costoro hanno da fare con un popolo che prega. La preghiera vocale è una grazia molto grande, tale da non poter mai ringraziare Iddio abbastanza d’avercela concessa e che di essa dobbiamo far uso incessantemente.

3. Come tutte le cose di questo mondo, anche la preghiera vocale ha le sue difficoltà. che sono l’abitudine e le distrazioni. Procedono queste dall’uso frequente e quotidiano e dalla continua ripetizione d’una stessa formula. Per superarle, disponiamo dei mezzi seguenti: anzitutto, teniamo come norma fissa e costante, di non cominciare mai una preghiera vocale, per quanto sia breve, senza raccoglierci un momento per chiederci che cosa andiamo a fare, e per domandare a Dio aiuto di farla bene. Chi vuol oltrepassare un fossato, conviene che indietreggi un po. e prenda la corsa per dare il salto. Non premettendo questo breve raccoglimento di spirito, incominceremo distratti e distratti proseguiremo. Può dirsi che quanto è più breve la preghiera, tanto è più necessario questo raccoglimento. Se la preghiera poi è lunga, fa d’uono ripeterlo di frequente, sia pure brevissimamente, poiché non vi è altro modo che aiuti a pregar bene e con attenzione. – In secondo luogo è necessario frenare la vista, o tenendo gli occhi chiusi, o fissandoli in un punto. – In terzo luogo, è bene qui notare che mentre recitiamo vocalmente, l’attenzione nostra ed i pensieri possono concentrarsi o nel senso e significato delle parole con cui preghiamo, o nella persona a cui va diretta la preghiera, o in noi e nelle nostre necessità, o nei rapporti che passano tra noi e la Persona a cui si parla; il che è sufficiente per l’attenzione che si richiede, e nel far uso d’una o d’altra di queste industrie, giova moltissimo a rendere facile e soave la preghiera vocale.

L’APOCALISSE INTERPRETATA DAL BEATO B. HOLZHAUSER (I)

L’APOCALISSE INTERPRETATA DAL BEATO B. HOLZHAUSER (I)

INTERPRETAZIONE DELL’APOCALISSE, che comprende LA STORIA DELLE SETTE ETÁ DELLA CHIESA CATTOLICA.

DEL VENERABILE SERVO DI DIO

BARTHÉLEMY HOLZHAUSER

RESTAURATORE DELLA DISCIPLINA ECCLESIASTICA IN GERMANIA,

OPERA TRADOTTA DAL LATINO E CONTINUATA DAL CANONICO DE WUILLERET,

PARIS, LIBRAIRIE DE LOUIS VIVÈS, ÉDITEUR RUE CASSETTE, 23 – 1856

PREFAZIONE DALL’AUTORE FRANCESE.

Il lavoro che pubblichiamo oggi, comprende il testo dell’Apocalisse, cioè la rivelazione dei grandi misteri che Gesù Cristo ha fatto a San Giovanni Evangelista, uno dei quattro Arcicancellieri del suo regno. Questa rivelazione contiene tutti i principali eventi che si sono già realizzati in gran parte, e che continueranno a realizzarsi nella Chiesa di Gesù Cristo, fino alla consumazione dei tempi. Molte persone hanno creduto e credono ancora che questo libro sacro non sarà mai spiegato, a causa dello stile enigmatico e figurato in cui è scritto. Ma questo è un errore assurdo come è assurdo credere che Dio abbia voluto parlare agli uomini, per non essere mai compreso. La parola Apocalisse, derivata dal greco, significa rivelazione; ora, se questo libro non si doveva mai interpretare, avrebbe portato un titolo che lo avrebbe escluso immediatamente dal codice sacro. – Un venerabile servo di Dio, Barthélemi Holzhauser, restauratore della disciplina ecclesiastica in Germania, dopo i primi disastri causati alla Chiesa dall’eresia di Lutero, ha intrapreso, con il l’aiuto delle luci celesti che lo hanno illuminato, l’interpretazione di questo libro. Già famoso per le sue profezie, Holzhauser si è distinto ulteriormente per una scienza approfondita della storia del mondo, che è stato in grado di applicare in un modo veramente ammirevole alle vaste conoscenze che possedeva delle Sacre Scritture. Questo illustre ecclesiastico, tanto dotto quanto pio, fondò in Germania vari istituti che erano un baluardo inespugnabile contro il protestantesimo che allora minacciava la completa rovina dell’Europa. Oltre a diverse opere che uscirono dalla sua penna, redasse in latino la sua famosa Interpretazione dell’Apocalisse tra le montagne del Tirolo, nel mezzo delle più grandi prove, e immerso nella meditazione, nel digiuno e nella preghiera. Il suo lavoro ha già ottenuto gli onori dell’immortalità. Infatti, se ne trovano antichi esemplari non solo nelle biblioteche della Germania, ma anche in quelle di varie parti d’Europa. La società colta dei Mechitaristi ha pubblicato una nuova edizione di quest’opera nel 1850. Seguendo il parere del dotto professore dell’università di Monaco, il Dr. Haneberg, osiamo affermare che il lavoro di Holzhauser offre la migliore interpretazione che sia mai apparsa dell’Apocalisse. Questo illustre scrittore non fa che ripetere con altre parole quello che abbiamo letto in una vecchia copia della vita di Holzhauser, ove si dice che tutti gli altri commentatori che hanno scritto su questo libro sacro (per quanto dotti fossero), sembrano dei bambini rispetto a questo genio. Potremmo raccogliere molte testimonianze di profonda stima in favore del nostro autore, se entrassimo nei dettagli e dicessimo tutto quello che abbiamo sentito dire di lui da illustri uomini di varie nazioni. La sua interpretazione offre un quadro completo del piano della saggezza divina nella grande opera di redenzione. Il lettore vi troverà un intero corso di teologia; vi vedrà in più, un riassunto prezioso della storia del mondo applicata e comparata alla storia della Chiesa. Noi crediamo di poter affermare che mai opera sia riuscita a riunire così vaste materie per presentarle in una luce così interessante. Se l’uomo non ha tanto a cuore che regolare la sua vita presente per raggiungere il suo destino futuro, non avrà mai trovato un mezzo così perfetto di soddisfare i suoi ardenti desideri che il leggere attentamente quest’opera. Infatti, essa racchiude un gran numero di quadri che offrono, sotto diversi punti di vista, tutto ciò che è più capace di interessarci nel passato, presente ed avvenire. – L’autore ha diviso la sua materia, in sette principali epoche nelle quali riassume tutta la storia del mondo con quella della Chiesa, che egli compara continuamente l’una all’altra, facendoci penetrare i segreti più reconditi di questa guerra accanita che lucifero intraprese contro il genere umano nel paradiso terrestre, e che terminerà sulla soglia dell’eternità con la caduta dell’Anticristo e con il cataclisma del mondo. È allora che il buon grano sarà separato dalla paglia per sempre, e che ciascuno di essi andrà ad occupare il posto che il Vangelo gli assegna. Tutto ciò che l’autore propone è tratto dall’Apocalisse stesso, ed ha come base la verità eterna di Dio. È così per la sua divisione delle epoche o degli Angeli della sua storia di cui dà dapprima uno scorcio generale e particolare per ognuno dei suoi Angeli; la sua divisione, diciamo noi, è fondata sulle sette Chiese, i sette candelabri, i sette angeli, i sette sigilli, i sette spiriti, le sette trombe e le sette piaghe dell’Apocalisse. Ed è nello sviluppo delle grandi verità contenute sotto questi diversi enigmi, che l’autore ci dimostra, in una maniera ammirevole e stupefacente, la concatenazione di tutti i grandi fatti che collegano la storia antica alla storia moderna e futura. È così ancora che egli ci fa vedere i legami stretti che uniscono l’umanità alla divinità, il tempo all’eternità. Poi egli termina la sua descrizione con dei particolari estremamente interessanti che furono rivelati a San Giovanni sul regno di Maometto e dell’anticristo, sull’antipapa che lacererà la Chiesa d’Occidente, sul trionfo della Chiesa, sulla prossima estirpazione delle eresie, etc., etc. – Questa è l’idea generale che noi diamo, come di passaggio, sul contenuto di quest’opera per non uscire dai limiti di una prefazione. Il lettore che avrà letto e riletto attentamente quest’opera resterà convinto che, lungi dall’avere esagerato, siamo stati piuttosto parsimoniosi negli elogi che merita. Tra i nostri lettori se ne troverà qualcuno forse la cui fede non è ferma. Noi lo preghiamo di considerare attentamente l’applicazione che l’autore fa dell’Apocalisse alla storia in generale ed in particolare; e noi gli chiediamo di voler spiegare come sia potuto accadere che San Giovanni, che redasse la sua rivelazione diciotto secoli fa, abbia potuto riuscire a comporre la sua opera se non fosse stato che un uomo ordinario, di maniera che tutti questi enigmi non trovino il loro chiarimento ed il loro posto che in ciascuna dei grandi tratti della storia del genere umano; e questo agli occhi della più grande e durevole società del mondo, agli occhi cioè della società cristiana? Non si riconosce forse essere questa la chiave del tesoro infinitamente prezioso della verità eterna di Dio? Sì, che coloro che non credono, o che si rifiutano ostinatamente di vedere la luce eterna che brilla nella Chiesa Cattolica, cerchino di risolvere questo problema, rendendosi conto delle ragioni che possono avere per non credere come gli altri uomini; che si sforzino, se appena prendono la briga di applicare l’intero testo dell’Apocalisse a qualche setta, a qualche monarchia o a qualunque storia sia, in modo che ogni frase, e persino ogni parola nella sua interezza, possa essere chiarita dall’applicazione che ne avranno fatto, e noi li pregheremo di sottomettere come noi la loro produzione al giudizio degli uomini, per avere preferenza sulla nostra, se possibile. – Non nascondiamo la difficoltà che abbiamo incontrato nel nostro lavoro; ma questa stessa difficoltà ne è la pietra angolare, e se la verità della più lunga e varia storia del mondo non avesse coinciso in tutti i suoi punti con la verità della profezia, sarebbe stato impossibile per noi farci leggere e farci comprendere. – Dobbiamo avvertire il lettore che le età della Chiesa non si presentano tutte in unica volta come un colpo teatrale all’occhio dei contemporanei, è così che la sesta età, ad esempio, che l’autore latino annuncia cominciare con il santo Pontefice ed il grande Monarca che dominerà in Oriente e in Occidente, e di cui il potere si estenderà sulla terra e sul mare; questa sesta età, noi diciamo, si concatena a tutte le altre in modo così certo e reale, che apparirà lenta agli occhi degli uomini. – In secondo luogo, dobbiamo fare osservare che molti fatti che caratterizzano un’età non devono essere compresi in maniera talmente assoluta da escludere l’esistenza di altri fatti che sono loro opposti. È così, ad esempio, che l’impenitenza, che dovrebbe essere uno dei pronostici della quinta età, non escludeva la conversione di un grande numero di uomini di quest’epoca, non più di quanto la conversione dei peccatori, che è uno dei caratteri della sesta, non escluderà l’ostinazione di molti empi. È con l’analisi universale e la comparazione di diversi pronostici tra loro, che si può conoscere la differenza delle età. Ma lo storico non può fare uscire il carattere di un’età se non verso la fine, o almeno dopo il suo pieno sviluppo. La precipitazione che noteremo negli avvenimenti che segnalano la nostra epoca conferma in maniera stupefacente i passaggi di questo libro nei quali il venerabile Holzhauser ci informa che le due ultime età saranno molto brevi. – Noi faremo osservare infine che, benché la Chiesa debba godere di una grande prosperità nella sesta età, il mondo non cesserà di avere il suo regno; ed è sempre su questo mare più o meno agitato che il vascello della Chiesa continuerà a vogare fino alla fine. Tali sono le considerazioni che dobbiamo fare e che concludiamo con ciò che segue: si sa che il venerabile Holzhauser non completò la sua opera e che si fermò al quarto versetto del quindicesimo capitolo; restavano quindi ancora quasi otto capitoli da spiegare. Quando i suoi discepoli ne chiesero la ragione egli rispose loro ingenuamente che … non si sentiva animato dallo stesso spirito e non poteva continuare. Poi aggiunse che avrebbe desiderato che qualcuno dei suoi, dopo di lui, completasse la sua opera e la coronasse. Noi ignoravamo questo passaggio della sua vita quando abbiamo iniziato questo lavoro; altrimenti non avremo mai osato realizzare questo progetto di pubblicazione che abbiamo concepito otto anni orsono. Dal momento che siamo stati informati del contenuto di questo passaggio, abbiamo preso consiglio da un dottore in teologia, che ha voluto prendersi carico di ricevere la nostra redazione, e ci ha incoraggiato a continuare. Noi non pretendiamo con questo essere la persona prevista dal venerabile Holzhauser; ma siccome siamo stati presi di ammirazione per la sua opera, ci siamo sentiti irresistibilmente spinti a farla conoscere al pubblico come un mezzo efficace per edificare i fedeli e procurare la salvezza delle anime. Ecco perché, dal momento che abbiamo ritrovato un momento di calma, dopo gli avvenimenti di cui fummo vittima nei disastri che provarono sì crudelmente la Svizzera cattolica nel 1847, ci siamo messi presto ad eseguire il nostro piano. Ed è per raggiungere con maggior sicurezza al nostro scopo, che ci siamo serviti della lingua più generalmente conosciuta in Europa. Abbiamo ripartita la nostra materia in nove libri, in onore dei nove cori degli Angeli. La traduzione dei primi quindici capitoli, che riproduciamo testualmente, ci è servita come modello e soccorso indispensabile nella continuazione di quest’opera della quale il nostro maestro ha tutto il merito e tutta la gloria. Non dissimuliamo tuttavia le grandi difficoltà che abbiamo incontrato sia nella traduzione sia, soprattutto, nella continuazione di questa “Interpretazione”; ma ci siamo continuamente sentiti soccorsi ed animati da una gioia spirituale inesprimibile che compensava le nostre fatiche. Oltretutto il frutto che ci promettiamo dai nostri sforzi nell’opera di santificazione delle anime, ci è servito sempre di appoggio per non soccombere nei nostri deboli mezzi umani. Se malauguratamente ci è sfuggito qualcosa che possa in qualunque modo essere di contrasto alla retta dottrina, noi lo ritrattiamo da subito. Protestando la nostra perfetta ed umile sottomissione alla nostra santa Madre, la Chiesa romana. È con questi sentimenti e con la coscienza della purezza e della rettitudine della nostra intenzione, che ci raccomandiamo all’indulgenza ed alle preghiere dei nostri lettori. Augurando a tutti la salvezza eterna in Gesù Cristo e per Gesù-Cristo. Così sia.

NOTIZIE SULLA VITA DELL’AUTORE LATINO

Crediamo che il lettore ci sarà grato dell’idea avuta di porre in capo a questa nuova edizione un compendio della vita di Holzhauser che uno scrittore anonimo ci ha lasciato in un libro pubblicato a Bamberg, nell’anno 1799, Crediamo che il lettore ci sarà grato dell’idea avuta di porre in capo a questa nuova edizione un compendio della vita di Holzhauser che uno scrittore anonimo ci ha lasciato in un libro pubblicato a Bamberg, nell’anno 1799. – Questo vero servo di Dio, di origine sveva, nacque in un umile villaggio chiamato Longnau, situato a qualche lega da Augsbourg, nell’anno di grazia 1613, nel mese di agosto. Suo padre era calzolaio. Nella sua infanzia si fece notare per l’innocenza dei costumi. Non essendoci scuole nel suo villaggio, frequentò assiduamente quella della piccola città di Verding situata a qualche lega circa dalla casa paterna dove si dedicò in particolare allo studio della lingua tedesca. Era solito abbreviare la lunghezza del cammino con la preghiera ed i santi cantici di cui faceva la sua delizia, nell’anno 1624, all’età di undici anni, iniziò lo studio della lingua latina ad Augsburg, ove la sua povertà lo costringeva a cercare sussistenza da porta a porta. In seguito, continuò i suoi studi a Neubourg, sul Danubio, dove trovò miglior sorte nella protezione dei padri della Società di Gesù. Infine, terminò la sua carriera letteraria a Ingolstadt. – Fin dai primi anni fu favorito da celesti visioni. Confessò pubblicamente di essere stato liberato dalla peste per intercessione della Madre di Dio, per la quale era animata dalla più grande devozione. Egli invocò soprattutto questa Madre di buon consiglio nella scelta di un confessore e dello stato di vita; ed è per sua ispirazione che si confermò sempre più nella risoluzione che prese di entrare nella carriera ecclesiastica. Animato da un grande zelo per la preghiera, forte nella fede, e pieno di fiducia in Dio, superò in modo ammirevole le numerose difficoltà che incontrò il suo progetto. Benché povero egli stesso, non si mostrò meno ardente nella sua carità verso gli indigenti e misericordioso e benevolo nei riguardi del prossimo. Non calcolando alcun danno, distribuiva le sue cure ed i suoi soccorsi a tutti gli sventurati di guerra e degli altri flagelli che l’accompagnano. Nel fervore del suo zelo insegnava la dottrina cristiana agli ignoranti, consolava gli afflitti, fortificava i deboli, sollevava coloro che si erano lasciati abbattere, correggeva gli abusi; e nelle frequenti ingiurie che riceveva dai malvagi si mostrava pieno di gioia per essere stato trovato degno di soffrire per il nome di Gesù Cristo. – a queste prime virtù, Barthélemi aggiunse la pratica della mortificazione, dell’abnegazione, della castità, dell’umiltà, della dolcezza e della pazienza, e si mostrò per questo il vero tipo dello studente cristiano, non perdendo mai di vista quest’oraciolo dello Spirito Santo: Adolescens juxta viam suam ambulans, etiam cum senuerit, non revedet ab ea. Prov. XXII, 6. Dai primi anni fu favorito da celesti visioni. Confessò pubblicamente di essere stato liberato dalla peste per intercessione della Madre di Dio, per la quale era animata dalla più grande devozione. Egli invocò soprattutto questa Madre di buon consiglio nella scelta di un confessore e dello stato di vita; ed è per sua ispirazione che si confermò sempre più nella risoluzione che prese di entrare nella carriera ecclesiastica. Animato da un grande zelo per la preghiera, forte nella fede e pieno di fiducia in Dio, superò in modo ammirevole le numerose difficoltà che incontrò il suo progetto. Benché povero egli stesso, non si mostrò meno ardente nella sua carità verso gli indigenti e misericordioso e benevolo nei riguardi del prossimo. Non calcolando alcun danno, distribuiva le sue cure ed i suoi soccorsi a tutti gli sventurati di guerra e degli altri flagelli che l’accompagnano. Nel fervore del suo zelo insegnava la dottrina cristiana agli ignoranti, consolava gli afflitti, fortificava i deboli, sollevava coloro che si erano lasciati abbattere, correggeva gli abusi; e nelle frequenti ingiurie che riceveva dai malvagi si mostrava pieno di gioia per essere stato trovato degno di soffrire per il nome di Gesù Cristo. – a queste prime virtù, Barthélemi aggiunse la pratica della mortificazione, dell’abnegazione, della castità, dell’umiltà, della dolcezza e della pazienza, e si mostrò per questo il vero tipo dello studente cristiano, non perdendo mai di vista quest’oracolo dello Spirito Santo: Adolescens juxta viam suam ambulans, etiam cum senuerit, non revedet ab ea. (Prov. XXII, 6). – Appena ebbe terminato il suo corso di studi, ispirato dai segni manifesti della volontà divina di lavorare per la gloria di Dio e la salvezza delle anime, deliberò di entrare in un nuovo stato di vita, e si fece iscrivere nei ruoli della milizia ecclesiastica. Nel corso del suo terzo anno di studi teologici, si preparò al sacerdozio; e nell’anno1639 fu ordinato sacerdote nella città episcopale di Eichstadt sul Danubio, e celebrò la sua prima messa ad Ingolstadt nel giorno della Pentecoste, nella stessa cappella di Notre-Dame de la Victoria ove aveva spesso offerto il suo cuore a Dio, consacrandogli tutti i suoi beni con ferventi preghiere. Non tardò nell’ascoltar confessioni ed esercitare le altre funzioni del santo ministero, e ciò con tal successo che un gran numero di penitenti affluivano al suo confessionale. Temendo di esaurire le sue forze nella cura della vigna del Signore, cercò di associarsi dei collaboratori zelanti, capaci di continuare e propagare la sua opera. –  A questo scopo nell’anno 1640 ingaggiò tre curati più anziani di lui per seguire certe regole che s’imposero tra loro. Questi continuarono tuttavia a restare nel loro presbiterio finché non avessero ottenuto dai loro superiori il permesso di aderire pienamente all’invito di Barthélemi. – terminati gli studi teologici e guarito da un’angina con l’aiuto manifesto di Dio, partì con uno dei suoi associati per Salzbourg ove, guidato da un’ispirazione divina, fondò il suo primo istituto nel 1636. Si mise lungo la strada a piedi e senza sacco, con poco denaro; cammin facendo incontrò un quarto associato, con l’aiuto della divina provvidenza arrivò al termine del suo viaggio.  L’autorità ecclesiastica gli fece una buona accoglienza; poco tempo dopo ottenne un canonicato a Tittmoning, città dell’Arcivescovato di Salzbourh, vicino alla Baviere sulla Salza. Questa città ha una cittadella molto antica con una collegiata dedicata a san Lorenzo. Essa è la più insigne delle città circostanti. Da quando fu stabilito come canonico in cura di anime, ottenne per lui ed i suoi una vasta casa, la stessa che aveva visto in sogno quando si trovava ad Ingolstadt. Il numero dei suoi compagni cresceva di giorno in giorno, e senza incontrare ostacoli da parte dei confratelli, guadagnò un numero infinito di anime a Gesù Cristo con la parola di Dio e con la sua carità verso i poveri ed i malati. – più tardi lasciò un certo numero dei suoi a Tittmoning per andare a mettersi alla testa di una parrocchia e di un decanato a San Giovanni, in Leogenia, vallata del Tirolo, sulla strada da Innsbruck e Salzbourg, il giorno della Purificazione della Santa Vergine, nell’anno 1642. Come sempre fece ogni sforzo per mettere tutto nel migliore ordine possibile, insegnando la dottrina cristiana ai bambini ed anche agli adulti, visitando le scuole, e non ometteva nulla per ristabilire la disciplina ecclesiastica. Per questo non tardò a riconciliarsi la stima di tutti gli abitanti del luogo. – Avendo osservato quanto importante fosse che i giovani destinati allo stato ecclesiastico venissero imbevuti di solidi principi e virtù cristiane, fece in modo da stabilire dei seminari ove potessero formarsi sacerdoti esemplari. Il primo dei suoi seminari fu fondato nell’anno 1643 a Salzbourg; più tardi per gravi motivi fu trasportato ad Ingolstadt nell’anno 1649. Nel contempo stabilì il suo istituto a Augsbourg, a Gerlande, poi a Ratisbona, dopo avere ottenuto un’approvazione a Roma con l’appoggio del duca Massimiliano di Baviera, del quale ricevette la seguente lettera nell’anno 1646: « È della divina bontà il suscitare sacerdoti il cui unico scopo è quello di procurare alla Chiesa degli uomini che, vivendo secondo le regole dei santi Canoni e della disciplina ecclesiastica, si dedichino interamente e con cuore puro, alle funzioni sacerdotali; e che vegliando su se stessi, cercando di perfezionarsi, lavorino sinceramente alla gloria di Dio ed alla salvezza delle anime. » E per giungere a questo scopo Barthélemi prescrisse tre cose: la coabitazione e la conversazione fraterna, l’allontanamento delle donne e la comunità dei beni. Tuttavia, non fu che nel gennaio 1670 che ricevette dalla sacra congregazione dei Vescovi e regolari, l’approvazione desiderata, nei termini seguenti: « Questa pia e santa istituzione non ha bisogno di approvazione, poiché non prescrive null’altro di ciò che si praticava nel clero della Chiesa primitiva. » – Nella carestia che afflisse il Tirolo verso l’anno 1649, lavorò con grande successo nell’alleviare i bisognosi. Dopo avere esercitato il santo ministero per dieci anni nella vallata di Leogenia, si trovò in una gran penuria per la sua casa per la soppressione delle decime ed a causa dell’aggravio delle imposte straordinarie. Lungi dal lasciarsi abbattere, questo venerabile servo di Dio non trovò che uno stimolante in queste probe, e si rimisero, egli ed i suoi, tra le mani della divina provvidenza. – Come ricompensa della sua fedeltà e pazienza, Dio dispose gli avvenimenti in tal sorta che Barthélemi potette lasciare queste montagne ove il suo nome è ancora benedetto, per traferirsi nella Franconia e nei dintorni di Maienza. L’anno 1654, fece fondare dai suoi, un seminario a Wurzbourg; e su invito dell’elettore di Maienza, che lo ammise più tardi nella sua intimità, divenne curato e decano a Bingen sul Reno. – Quando Carlo, re d’Inghilterra, che si trovava allora esiliato in Germania, si disponeva a tornare in patria, colpito dalla reputazione di Barthélemi che aveva predetto cose strabilianti in Inghilterra, mostrò un gran desiderio di vederlo, discendendo il Reno. Avendolo dunque fatto chiamare, si intrattenne con lui per un’ora per ascoltare dalla sua bocca ciò che prediceva del suo reame e del proprio regno. Questo servo di Dio aveva predetto che questo reame si sarebbe ridotto nelle più grandi miserie; che il re non sarebbe stato risparmiato; ma che dopo il ritorno della pace gli Inglesi, convertiti alla fede cattolica, avrebbero fatto per la Chiesa più di quanto non avessero fatto dopo la loro prima conversione. Ora non deve passare sotto silenzio che dall’anno 1658, l’esercizio della Religione Cattolica fosse proibito in questa isola sotto pena di morte; e che questo decreto fu in seguito abolito nel 1778. È quello che Barthélemi aveva annunziato in maniera ammirabile nell’anno 1635, nei seguenti termini: et intellexi juge sacrificium centum et viginti annis ablatum esse. « Ho inteso che il Sacrificio eterno sarebbe stato soppresso per centoventi anni. » È impossibile il dire quanto desiderasse questa conversione. Nulla aveva più a cuore che andare egli stesso, disprezzando ogni pericolo per la sua vita, a cominciare questa opera. Tuttavia, ne fu impedito, malgrado lui, dalle cure che dovette dare alla sua parrocchia ed alle scuole latine che egli stava per aprire a Bingen, per il maggior vantaggio degli abitanti di questa città e dei luoghi circostanti. – Nel mentre era occupato ad adempiere ai suoi doveri del buon pastore, prodigando ai suoi collaboratori ed ai suoi istituti tutte le sollecitudini di un padre, fu colpito da una febbre mortale, e levando gli occhi verso il cielo, girato verso i suoi che piangevano e pregavano, spirò il 20 maggio 1658 nel 45mo anno di vita, diciannovesimo del suo sacerdozio e 18 anni dopo la fondazione del suo istituto. Il suo corpo riposa nella chiesa parrocchiale di Bingen davanti all’altare della santa croce, in una tomba chiusa che porta questo apitaffio: « Venerabilis vir Dei servus Bartholomæus Holzhauser, SS. Theologiæ Licentiatus, Ecclesiæ Bigensis pastor et decanus, Vitæ Clericorum sæcularium in communi viventium in superiore Germania restitutor, obiit anno 1658, die Maji 20. »  – Oltre alle virtù ammirabili della sua giovinezza che portò in seguito ai gradi più alti di perfezione nella sua carriera ecclesiastica, Holzhauser era dotato di una scienza profonda e favorita dal dono della profezia; ecco ciò che nessuno negherà. Ce ne possiamo convincere dalle sue opere delle quali molte ci sono rimaste, e più particolarmente la sua interpretazione dell’Apocalisse, di cui diamo qui la traduzione francese. Si noterà in quest’opera una singolare ed ammirabile connessione dei tempi e degli avvenimenti, stabilenti o manifestanti il più bel sistema generale di tutta la Chiesa, estesa dalle sue origini fino alla consumazione dei secoli. Egli scriveva questa interpretazione nel Tirolo, mentre era afflitto dalle prove più grandi, passando così le sue giornate interamente nel digiuno e nella preghiera, separato da ogni commercio con gli uomini. Siccome egli non terminò la sua opera e non interpretò l’Apocalisse che fino al quindicesimo capitolo, i suoi sacerdoti ne chiesero la ragione: egli rispose loro che non sentiva più l’ispirazione, che non poteva continuare (Parve a Dio, per ragioni particolari, che volesse riservare il resto dei suoi segreti ad un’altra epoca). Poi aggiunse che qualcuno si sarebbe occupato più tardi della sua opera e l’avrebbe completata. – Questo è il compendio che diamo della vita di Holzhauser, affinché non sembrasse che volessimo nascondere al lettore quanto piacque alla divina bontà di assistere gli uomini di buona volontà nei tempi più difficili. Egli visse in mezzo agli orrori della guerra dei 30 anni che durò dal 1614 al 1648. – Noi non pretendiamo di elevarci sopra il giudizio degli uomini; e ci sottomettiamo con reverenza filiale alla santa Chiesa Romana in tutto ciò che potrebbe essere giudicato da Essa circa quest’opera. Quanto al secolo presente, cosa dobbiamo attenderci da esso? Ahimè! Siccome ogni carne ha corrotto le sue vie, e lo spirito ha orrore di tutto ciò che non colpisce gradevolmente i sensi, possiamo prevenire in anticipo il giudizio del mondo. Tuttavia, tutti gli uomini non pensino come il secolo, e si sappia che è piaciuto alla divina provvidenza il suscitare degli uomini eminenti per il loro talento e la loro pietà per eccitare gli altri alla penitenza ed alla pazienza con l’esempio e la parola. Noi non ignoriamo quanti uomini, toccati dalla storia e dall’esempio dei Maccabei hanno trovato nella Scrittura coraggio e consolazioni. Chi oserà dunque farci un rimprovero per esserci sforzati nel soccorrere i nostri fratelli in questi tempi pieni di prove rudi e calamità. Non sempre ci è stato permesso, né sempre lo sarà, il dare il pane a coloro che hanno fame, e acqua agli assetati, quando il medico lo permette o lo ordina? – Noi dunque ti preghiamo, caro lettore di accogliere con benevolenza il nostro umile lavoro, e ti auguriamo ogni specie di prosperità per il corpo e per l’anima. Addio, dunque, e tutto ti sia propizio!

I TRE PRINCIPII DELLA VITA SPIRITUALE (II)

I TRE PRINCIPII DELLA VITA SPIRITUALE (II)

LA VITA SPIRITUALE RIDOTTA A  TRE PRINCIPII FONDAMENTALI

dal Padre MAURIZIO MESCHLER S., J.

TRADUZIONE ITALIANA PEL SACERDOTE GUGLIELMO DEL TURCO SALESIANO DEL VEN; DON GIOVANNI BOSCO

VICENZA – Società Anonima Tipografica – 1922

Nihil obstat quominus imprimatur.

Vicetiæ, 24 Martii 1922.

Franciscus Snichelotto

IMPRIMATUR

Vicetiæ, 25 Martii 1922.

    M, Viviani, Vic. Gen

PRIMO PRINCIPIO FONDAMENTALE: LA PREGHIERA

La preghiera è il principio d’ogni bene nell’uomo. Cosicchè imparar a pregare, stimare, amare e praticare fervorosamente e come si deve la preghiera, è un tesoro inapprezzabile pel tempo e per l’eternità.

CAPITOLO I.

Che cosa è pregare.

1. Pregare è la cosa più semplice che si dia sulla terra e nella vita umana. Basterebbe a provarlo la necessità così grande che abbiamo della preghiera.

2. Per pregare non è necessario essere scienziato, eloquente, stimato, né ricco; e non è nemmeno necessaria una divozione sensibile. Questa ordinariamente non è che una compagna ed accessoria della preghiera. Dipende forse da noi la dolcezza? No, è Dio che la concede, e dobbiamo riceverla con riconoscenza, Essa rende soave il pregare; ma non è indispensabile, e ad ogni modo, vi sia o non vi sia dolcezza, si può e si deve sempre pregare.

3. Per pregare basta unicamente conoscere Dio e conoscere sé medesimi: sapere chi è Dio e chi siamo noi, quanto infinita è la bontà di Dio e quanto profonda la nostra miseria. Per pregare ci vuole la fede ed il catechismo; la necessità nostra dev’essere quella che incammina le nostre parole. L’unica cosa che si richiede è d’aver alcuni pensieri, il minor numero possibile, alcuni desiderî e finalmente alcune parole, che partano dal cuore, altrimenti non si ha preghiera. Potrà trovarsi un uomo che non sia capace di pensare e desiderare qualche cosa? Orbene, qui abbiamo quanto si richiede per questo nobile esercizio della preghiera: riguardo alla grazia, Iddio la concede profusamente a tutti ed a ciascuno in particolare.

4. Pregare non è altro che parlare con Dio, adorarlo, lodarlo, ringraziarlo. e chiedergli mercè e perdono delle proprie colpe. Vorrebbero alcuni maestri di perfezione che la preghiera fosse un discorso rivolto a Dio o una udienza che si ottiene da Lui. Ciò sembra una cosa troppo elevata. Non sanno molti preparare un discorso ordinato, e l’idea d’udienza apparisce come una specie d’etichetta. Nella preghiera dobbiamo comportarci come in una conversazione famigliare con un buon amico che amiamo sinceramente. ed a cui confidiamo con semplicità e candore quanto ci passa nell’interno: le nostre tribolazioni e dolcezze, i nostri timori e le nostre speranze, e dal medesimo riceviamo, per quanto gli è possibile, consigli ed incoraggiamenti, conforti ed aiuti. E quando non potremo far questo? Fra noi anche gli affari di maggiore importanza li trattiamo con semplicità, fossimo pur aridi e senza una scintilla di sentimento e d’emozione. e sempre riescono se lo facciamo con serietà e riflessione. Così dobbiamo comportarci con Dio nella preghiera: quanto più saremo semplici tanto meglio, a condizione che tutto esca dall’intimo dell’anima.

5. Spesso noi guastiamo la preghiera e la rendiamo difficile e scipita, perché non sappiamo farla come conviene, né formarci un retto concetto di essa. Diciamo a Dio quello che passa nel nostro cuore e tal com’è, e la preghiera sarà buona. Tutte le vie conducono a Roma, dice il proverbio; ora, allo stesso modo, mediante qualunque pensiero, si può arrivare a Dio. È buona quella preghiera che si fa con semplicità. Possiamo noi forse presentarci a Dio con concetti elevati e pieni di squisitezza? Se dunque non possiamo fare altrimenti, diciamogli che non sappiamo nulla e che nulla ci si presenta alla mente; poiché anche questa è una maniera di pregare e di onorar Dio: e conseguire le sue grazie.

CAPITOLO II.

Quanto grande ed eccellente è la preghiera.

1. I nostri pensieri sono il ritratto dell’anima nostra; quanto quelli sono più elevati e nobili, altrettanto e più nobile ed elevata è questa. Fintantoché lo spirito nostro s’occupa soltanto di ciò che è terreno, di ciò che entra per gli occhi, di ciò che è creato, l’anima nostra trovasi come relegata dentro i limiti del finito e perituro; avviene il contrario se pensa a Dio, in quanto che partecipa della grandezza della divinità. Solo l’Angelo e l’uomo possono pensare a Dio, e certamente che il pensar bene a Lui è ciò che di più eccellente possa fare lo spirito creato. Un essere superiore a Dio non può concepirsi. Orbene; è appunto nella preghiera che l’uomo co’ suoi pensieri si eleva sino a Dio e si occupa di Lui. A nessuna cosa l’uomo è tanto intimamente unito quanto all’immagine de’ suoi pensieri, e questa allora è precisamente Dio, massima grandezza, massima bellezza e massima nobiltà che siavi in cielo e sulla terra. Non v’è nulla. Eccettuata la S. Comunione, che sì strettamente ci unisca a Dio come la preghiera. Poter pensare a Dio è per l’uomo un onore singolarissimo: imperocché trattare con uomini che possono vedersi e udire, non è nessuna meraviglia; ma mettersi in rapporto con l’Essere purissimo e invisibile è qualche cosa di più; e mantenere questo rapporto convenientemente ed in modo opportuno, è, senza dubbio, una nobile ed elevata perfezione dell’anima, e quasi una specie di vita divina. L’umile servo di Dio che mediante la preghiera sa tenersi in comunicazione con la divina Maestà, ha diritto di presentarsi alla porte di tutti i regnanti ed imperatori del mondo. Il motivo per cui agli uomini generalmente suol riuscire pesante e dura la preghiera, è la noia; questa non deriva dalla preghiera, ma dall’uomo, che è terreno e non ha idee veramente elevate. L’annoiarsi, quindi, nella preghiera, non è per noi un buon segno; al contrario piuttosto, nella facilità e nel fervore trovasi la vera vittoria dello spirito sopra ciò che v’è di sensibile e terreno nel nostro essere. Per questo dobbiamo tenere fermamente fisso nella mente, ed essere pienamente convinti, che non possiamo fare qui sulla terra nulla di più elevato e sublime della preghiera.

2. È un onore per l’uomo poter elevare la sua mente a Dio mediante la preghiera; ma è ancor più onorifico per lui che Dio si abbassi graziosamente all’uomo. Noi siamo molto giù qui sulla terra; Iddio è molto più su in cielo; il ponte d’oro pel quale Ei discende sino a noi è la preghiera. Non si può dubitar che non sia un’ammirabile e commovente manifestazione della liberalità e dell’amore di Dio all’uomo, della sua bontà e degnazione il dirgli: « Domanda quanto desideri, vieni a me quando vuoi; appressati, annunziato o no, ché sarai sempre il ben venuto; tutto quello che ho ed Io stesso sono a tua disposizione ». – Questa confidenza senza limiti che ci offre Dio nella; preghiera, non è forse una vera prova che noi stiamo vicini a Lui, che siamo stati creati per metterci in comunicazione con Lui, che siamo famigliari e figli suoi? Quale degnazione! Che gran Signore è Dio, e tuttavia nessuna avarizia in Lui del suo tempo! E per rendersi vieppiù ammirabile, lo lascia tutto a nostra disposizione; nessuno ci offre un’accoglienza più pronta e più affettuosa e cordiale che Dio; Egli è veramente la prima e perpetua nostra patria; in nessun luogo ci troviamo nel nostro centro come in Lui.

3. Che prerogative eccelse quelle dell’uomo, e con tutto questo tenute in sì poco pregio! Se Iddio distribuisse pane e ricchezze, tutti correrebbero a Lui come gli Ebrei, dopo la moltiplicazione dei pani fatta loro dal Salvatore; ma poiché Egli ci facilita l’onore di avvicinarlo e parlare con Lui, molti non ne fan caso. E, peggio ancora, non pochi si vergognano di pregare. E non è questo per l’uomo un vergognarsi di Dio e rinunciare alle più alte sue prerogative? Oh! se sapesse colui che disprezza e trascura la preghiera, il danno e l’ignominia che si trae dietro!

CAPITOLO III.

Il precetto della preghiera.

1. Iddio ci ha concesso la preghiera, e il farne uso è in nostro diritto; ma ce la prescrisse inoltre, ed abbiamo l’obbligo di farla.

2. Questo precetto della preghiera trovasi inserito tra le leggi delle due tavole, che, per verità, sono così antiche quant’è antico l’uomo, nel cui cuore fu scolpito dalla legge naturale. La prima tavola contiene le leggi che riguardano la religione ed il culto di Dio. È un dovere questo che l’uomo porta con sé entrando nel mondo, dovere fondato nella subordinazione da lui dovuta a Dio qual suo Creatore, a Cui, come tale, deve riconoscenza e adorazione, e per questo il mondo non fu mai senza religione, fatto questo che ne dimostra realmente la soggezione e dipendenza.

3. Neppure ci fu mai religione senza preghiera. La preghiera è stata sempre essenzialmente un atto religioso, ed il suo fine è di tributare a Dio il culto dovutogli. Ma è più ancora: è l’esercizio principale della religione, è, quasi diremmo, l’anima sua; su di essa si basa tutta la religione. e per essa, sia pubblica, sia privata, vigoreggia e si conserva.

4. Regolare, quindi, la preghiera, vale quanto regolare la religione. Vi pensò anche il Redentore, e non contento di confermare l’antico precetto della preghiera, la insegnò, coll’esempio e colle parole, e ci lasciò un modello di essa. Dobbiamo essere riconoscenti alla sua Chiesa se ci è dato di sapere con esattezza come compiere questo grande precetto naturale, che c’impone un così stretto obbligo. Il nostro Dio è un Dio vivente, il quale, sostenendoci e conservandoci, rinnova continuamente in noi la sua potenza creatrice, ed esige che mediante la preghiera Gliene siamo riconoscenti. Per questo l’umanità ha sempre pregato, e ciò vale a scorgere quanto in essa vi sia di divino. Ed a misura che Iddio va estendendo la sua potenza creatrice, va dilatandosi altresì il circolo della preghiera.

5. Le ragioni che costituiscono la base di questo precetto divino della preghiera le troveremo sia da parte di Dio sia da parte nostra. Non è necessità da parte di Dio che Lo faccia esigere da noi il tributo della preghiera, poiché Egli non ha bisogno di nulla, ma lo richiedono la sua giustizia e santità. Egli è nostro Padrone, nostro Padre e Sorgente del nostro bene, e non può assolutamente rinunziare a questi titoli cedendo ad altri l’onor suo. – Ma nella creatura la trascuranza della preghiera corrisponde a una diserzione da Dio. Di modo che per quanto Lo riguarda, dovette Dio imporci la preghiera. – Per quello che Spetta a noi, la prescrisse, non tanto per ricevere da noi qualche cosa, quanto per darcene e potercene dare. Siccome non sempre siamo degni dei doni di Dio, né ci troviamo convenientemente preparati a riceverli dobbiamo disporci e metterci in istato di conseguirli, e questo appunto è quello che fa la preghiera, che, come s’è già detto, costituisce essenzialmente un atto proprio della virtù della religione. Consapevolmente o inconsapevolmente nella preghiera, noi ci proponiamo di riconoscere ed onorare Dio, come un dovere fondato nell’intima natura della preghiera che non possiamo cambiare. Orbene: questo riconoscimento che mediante la preghiera tributiamo a Dio è grande e nobile: pregando riconosciamo nello stesso tempo la nostra miseria, necessità e impotenza, il potere di Dio, la sua bontà e fedeltà alle sue promesse e ci mettiamo senza restrizioni nelle sue mani. Colla preghiera noi serviamo Dio in cuor nostro, ci santifichiamo, attiriamo su di noi il compiacimento del Signore e ci disponiamo a ricevere le sue grazie. Ciò che con esso propriamente conseguiamo non è il muovere Iddio a darci i suoi doni, quanto di disporre noi medesimi a riceverli. La differenza che esiste tra le suppliche che indirizziamo agli uomini e quelle che eleviamo a Dio è questa: che con quelle disponiamo gli uomini dai quali desideriamo qualche cosa; con le seconde disponiamo noi medesimi. È anche sommamente giusto ed a noi utilissimo esporre e manifestare con umiltà dinanzi a Dio le nostre miserie e necessità ed avere un’altissima stima de’ suoi doni. Ora, tutto questo ha luogo nella preghiera.

6. La preghiera come esercizio del culto e della religione è per noi non solo un mezzo onde ottenere da Dio ciò che domandiamo, ma anche un fine, ed il fine prossimo della nostra vita. Siamo stati creati da Dio per lodarlo, adorarlo e servirlo. Sotto questo aspetto, quindi, noi non potremo mai pregare abbastanza. Il fine nostro ed oggetto principale, per quanto è possibile raggiungere quaggiù, è riposto nella preghiera. Questa idea è quella che ha dato vita agli Ordini contemplativi, ed anche il Paradiso sarà una perpetua preghiera. Ciò che tien vivo il dominio di Dio nel mondo è la preghiera, e dove questa sparisce sparisce parimente il regno di Dio dal cuore degli uomini. Che danno enorme ha cagionato il distacco dalla Chiesa di certe Nazioni! Vi sono intere regioni nelle quali sparirono il divin Sacrificio e la Salmodia, che si offrivano e si elevavano a Dio nei chiostri. Un modo di più per noi cattolici di mantener viva la preghiera, alfine di compensare tale perdita nel regno di Dio.

7. Stando così le cose, chi si meraviglierà che tutti gli uomini di coscienza e quanti fra i Cattolici sanno apprezzare come si deve la Religione preghino, preghino con costante perseveranza? Per essi nessuna cosa è al di sopra della Religione, e per conseguenza nulla di più importante della preghiera. Noi Cattolici, come il popolo eletto, siamo un popolo di preghiera. L’antico patto possedette la vera preghiera, e con essa la vera cognizione e culto di Dio. La religione  nostra Cattolica ha avuto il suo principio colla preghiera nel cenacolo di Gerusalemme. I pagani facevano le meraviglie sul frequente pregare del popolo cristiano, le cui chiese, come lo sono ancora, erano i veri centri di preghiera, mentre essi non giunsero nemmeno a comprendere che cosa fosse pregare. – Questo è il primo e più elevato senso della preghiera. Si tratta della religione, bene il più nobile e degno di stima che vi sia nel mondo, Così fù riconosciuto sempre dal fiore dell’umanità; e contro questa  testimonianza nulla vale quella dei panteisti, i quali non pregano perché divinizzano se stessi, credendosi  porzione della divinità: né quella dei materialisti, le cui idee non vanno più su del fango della terra; né quella dei Kantiani, che si credono dispensati dalla preghiera perché non comprendono o non vogliono comprendere le prove dell’esistenza di Dio; né, finalmente, quella dei seguaci di Schleiermacher, i quali aspettano sempre per pregare non so quale sentimento solenne dell’anima. Ma che vale tutto questo, di fronte all’unanime testimonianza di tutti i tempi, della ragione e della fede che proclamano il dovere della preghiera?

CAPITOLO IV.

Il gran mezzo per conseguire la grazia.

Luce, calore, alimento. ecco le tre cose senza le quali è impossibile vivere. Lo stesso si deve dire della preghiera in relazione alla vita spirituale; poiché questa senza quella non esiste. La preghiera è l’indispensabile e gran mezzo per conseguire la grazia: se vogliamo salvarci bisogna che preghiamo.

1. È d’uopo ricordare qui alcuni principî indiscutibili e riconosciuti veri. Senza la grazia non c’è salvezza, e senza la preghiera, trattandosi dell’adulto, non c’è grazia. Dio ha istituito i Sacramenti quali mezzi per conseguire la grazia; ma sotto molti aspetti la preghiera è assai più importante dei Sacramenti. Questi comunicano certe e determinate grazie; la preghiera può, in date circostanze, ottenerle tutte; i Sacramenti non sempre sono alla mano, la preghiera sì. Per questo suol dirsi con molta verità: « sa ben vivere, chi sa ben pregare ». Mediante la preghiera l’uomo ottiene tutto quello che gli è necessario a ben vivere. Posto ciò, si possono stabilire le seguenti verità, che ne inchiudono molte altre: Nessuna cosa si deve sperare, se non è per la preghiera; tutta la fiducia che non è basata sulla preghiera è vana: Dio nulla ci deve, se non è mediante la preghiera, poiché è a questa; ch’Egli ha promesso tutto; ordinariamente, Dio non concede nessuna grazia se non Gli si domanda, e quando la concede è grazia della preghiera.

2. Queste sono verità generali; nella vita cristiana ci sono inoltre parecchie cose particolari, per le quali è indispensabile la preghiera. La prima di tutte, sono i Comandamenti, che fa d’uopo osservare, se vogliamo salvarci. Orbene, noi soli non li possiamo osservare tutti senza la grazia: più ancora, possiamo affermare che non Sempre abbiamo grazia sufficiente per poterli osservare con. sicurezza. « Dunque, mi dirai, non posso osservarli, né lasciare di osservarli ». No, perché può avvenire in realtà che tu non abbia ancora la grazia per osservare i Comandamenti, ma ben l’hai per chiederla; Per cui vedrai che Dio non comanda nulla d’impossibile poiché o ti concede direttamente la grazia, o per lo meno la preghiera con cui tu possa conseguirla. – Vengono in secondo luogo le tentazioni. che nemmeno possiamo sempre vincere naturalmente. Ma la tentazione non è mai così forte, che c’impedisca di pregare. Se siamo deboli, è perché non preghiamo; i santi riuscivano vittoriosi perché pregavano, altrimenti anch’essi avrebbero dovuto soccombere al pari di noi. Ciò che si è detto. Vale soprattutto contro le tentazioni impure, poiché sono quelle che più accecano tanto da non lasciar vedere le fatali conseguenze del peccato; ci fanno dimenticare i buoni propositi, e ci tolgono perfino il timore del castigo. Senza la preghiera non c’è altra via che soccombere. – Per ultimo, non possiamo salvarci senza la grazia della perseveranza finale: ed è un benefizio particolarissimo che Iddio ci mandi la morte quando ci troviamo in istato di grazia. E che la morte per tal modo ci sia un Messaggio dell’eterna beatitudine. In questo consiste la perseveranza finale, dono così grande e straordinario, che – al dire di S. Agostino – non possiamo noi meritare, ma ricevere mediante l’umile preghiera. Ma il non chiederla mai. manifesta che ne siamo indegni. Con ciò resta dimostrata l’assoluta necessità della preghiera. Risulta che dobbiamo pregare anche per le cose d’ordine temporale; quanto più dobbiamo farle per le eterne! Scegliamo: o pregare, o perire inesorabilmente.

3. Questa è la legge della vita. Ma, perchè volle Dio estendere a tutto la necessità della preghiera? Non potrebbe Egli versare su di noi i suoi doni senza obbligarci a pregare? Questa domanda è superflua. Non si tratta di sapere ciò che Dio avrebbe potuto fare, ma ciò che ha fatto; e ciò che ha fatto è di porre la preghiera come mezzo per conseguire la grazia. E con tutto diritto, poiché Egli è libero e padrone di essa e come tale può a sua volontà determinare la via ed i mezzi per conseguirla. Stabilì come mezzo la preghiera: dunque a noi non resta che di conformarvici. Tuttavia anche l’uomo è libero e deve provare la sua libertà con fatti, e cooperare alla propria salvezza. E la preghiera dimostra tutt’e due le cose: la libera cooperazione dell’uomo, e la libertà di Dio nel determinare i mezzi e le vie da tenersi per ciò. La libertà di Dio e quella dell’uomo entrano nel gran disegno della provvidenza; così Dio e l’uomo, ciascuno per par sua, al modo d’una potente causa, contribuiscono allo sviluppo e al buon esito di questo disegno generale: la felicità dell’uomo e la glorificazione di Dio. Solo per questa cooperazione l’uomo è degno e meritevole dell’eterna sua felicità, E la preghiera è il minimo che Dio poteva da lui esigere: colui che si rifiuta di farlo si chiude volontariamente le porte della grazia e del cielo.

4. Le sentenze della Sacra Scrittura e dei Santi Padri sulla necessità della preghiera sono così chiare e perentorie, che da esse si potrebbe dedurre esse questa l’unico mezzo per conseguire la grazia, non solo perché Dio ha voluto così, ma perché deriva necessariamente da una legge naturale. È certo che Gesù-Cristo non diede alcun precetto positivo all’infuori di quelli che hanno relazione colla fede, speranza, carità ed uso dei Sacramenti. Se prescrive, quindi, la preghiera apertamente e con tanta insistenza, non v’ha dubbio che bisogna dare a questo precetto un posto tra quelli che per legge naturale si richiedono all’eterna salute. Infatti, supposto che Dio voglia operare per quanto sia possibile col concorso delle cause seconde, e che l’uomo debba, giusta le sue forze, cooperare alla propria salvezza, certamente Dio non poté trovare un mezzo più naturale della preghiera per salvare gli uomini. È il caso, infatti, e non senza ragione, di domandare se vi sia qualche altro mezzo all’infuori della preghiera, ora che da un’estremo all’altro della terra non regna che lo spirito mondano, il dissipamento esteriore, la dimenticanza di Dio, un infievolimento e indifferentismo religioso senza precedenti, L’epoca nostra patisce un’infermità grave e mortale, ed è il raffreddamento del Cuore per ciò che riguarda Dio ed il Soprannaturale. Che inganno crudele quello dell’uomo mondano che va qua e là errando, finché colto dalla morte cade vittima del sonno eterno, come l’infelice viandante delle Alpi coperte di neve e di gelo! Chi scuoterà questo infelice dal suo mortale letargo? La preghiera; questa è il buon Angelo che lo fa ritornare in sé, gli restituisce la conoscenza, lo induce a riflettere ed esaminare le sue azioni, risveglia nel suo cuore la primitiva aspirazione ora assopita, la nostalgia di altra patria molto più felice di questa terra, la nostalgia di Dio, del Padre che abbandonava e dimenticava. La preghiera! Questa è l’Angelo che indica al figliuol prodigo la via alla Casa paterna. Così la preghiera cancella e distrugge il peccato e la dimenticanza che v’è di Dio nel suo regno. Vi sono inoltre in questo mondo tante avversità, inganni e disgrazie, che per non cadere in disperazione, l’uomo deve manifestare candidamente proprie pene ed i propri turbamenti. E qual miglior confidente per l’anima nostra che Dio? E dove lo troveremo se non nella preghiera, che è un intrattenimento e conversare con Lui? La preghiera è come un espirare le nostre necessità, le miserie nostre, e i nostri travagli, ed aspirare la grazia, la consolazione, e la luce. Benedetto sia Iddio, che non ha rigettato la mia preghiera, né allontanato da me la sua misericordia. (Sal. LXV, 20).

I TRE PRINCIPII DELLA VITA SPIRITUALE (III)

NORME ATTUALI PER UN MATRIMONIO CATTOLICO “VERO”, VALIDO E LECITO, NON SACRILEGO.

NOLITE TIMERE PUSILLUS GREX…

La Santa Madre Chiesa nella sua immensa sapienza e preveggenza, ha definito dottrine che sono adatte ai tempi di prosperità e libertà di culto cattolico, e canoni e definizioni dottrinali per i tempi di persecuzione e per la Chiesa “eclissata” o delle catacombe. Al giorno attuale così, il Matrimonio Cattolico tra i pochi, ostinati fedeli Cattolici, è possibile pure nella difficoltà pratica, per i più, di reperire un sacerdote o prelato cattolico in comunione con il Santo Padre Gregorio XVIII, capace quindi di fornire dei Sacramenti validi e leciti, e nello specifico di rendere possibile l’acquisizione della grazia santificante e particolare relativa ai fini del Sacramento stesso, in questo caso, del Matrimonio. In effetti i fedeli Cattolici che vogliono ad ogni costo evitare – giustamente – le sette acattoliche, e soprattutto la setta del falso profeta della sinagoga di satana [la cosiddetta setta del “Novus ordo” di istituzione massonico-kazara!] oggi usurpante il Vaticano e tutti gli edifici di culto un tempo appartenenti alla Chiesa Cattolica, con le relative false funzioni che, lungi dall’apportare grazia, assicurano la “disgrazia” personale, familiare e sociale, hanno perplessità ed indecisioni nell’approcciarsi correttamente al matrimonio senza commettere una serie di gravi sacrilegi e peccati che comprometterebbero il cammino di salvezza per sé, il coniuge, i parenti ed i partecipanti a funzioni invalide ed illecite e – soprattutto – alla futura prole che verrebbe generata in regime di peccato mortale e fuori dalla Chiesa Cattolica, complicando in tal modo tutta la loro vita di grazia, di redenzione e di salvezza.

Ma … nessun problema, la Santa Madre Chiesa, la parte militante del Corpo mistico di Cristo, guidata infallibilmente dallo Spirito Santo e che opera da “Maestra delle genti” attraverso il Magistero apostolico Ordinario e Universale esercitato dal Sommo Pontefice Romano e della sua Gerarchia, ha pensato proprio a voi in difficoltà, in questri tempi di apostasia e di impostura dottrinale e canonica, spianandovi la strada al Matrimonio cattolico, se ci è lecito così definire … delle catacombe. – Sovvenendoci, quindi, delle esortazioni del profeta Isaia: … « Confortate le braccia infiacchite e le ginocchia vacillanti rinfrancate. Dite ai pusillanimi: Coraggio, non temete; ecco il vostro Dio… verrà… », possiamo ricorrere in tutta certezza e sicurezza al Motu Proprio: « De disciplina Sacramenti Matrimonii pro Ecclesia orientali di S. S. Pio XII » del 22 febbraio 1949 (festa della Cattedra di S. Pietro). – Ferme restando tutte le altre disposizioni (ivi dettagliatamente riportate) in materia di impedimenti, dispense e preparazione al Matrimonio cattolico (per noi la retta vera dottrina, una pratica di vita cristiana, la frequentazione di “veri” Sacramenti materiali e formali – se possibile – o almeno spirituali: severo e sincero esame di coscienza, contrizione perfetta con implicito desiderio di Confessione sacramentale appena possibile, Comunione spirituale …), un canone in particolare concerne le situazioni estreme che riguardavano allora i fedeli orientali, ma che oggi sono ubiquitarie e riguardano praticamente l’intero pianeta, in riferimento alla disponibilità di un sacerdote o prelato cattolico della “vera” Chiesa “una cum Papa nostro Gregorio”.

Il Canone rinuncia esplicitamente alla presenza di un sacerdote alla celebrazione del matrimonio in determinate circostanze straordinarie, ma non rinuncia, anche in questo caso, alla richiesta che il matrimonio sia celebrato davanti ad almeno due testimoni. Il matrimonio è validamente celebrato davanti ai soli testimoni comuni (naturalmente Cattolici), quando è impossibile per le parti avere o avvicinare un Sacerdote autorizzato, purché si verifichi una di queste condizioni:

1) una delle parti parte è in pericolo di morte,

2) si prevede che non sarà disponibile alcun sacerdote autorizzato per almeno un mese.

In situazioni estreme per il matrimonio non è richiesto il sacerdote!!!

Nota: «Sebbene i Canoni non concedano esplicitamente nessun’altra rinuncia alla celebrazione, c’è la dispensa all’obbligo della legge che richiede l’assistenza attiva di un sacerdote autorizzato e l’assistenza di testimoni, almeno nel caso di estrema difficoltà che colpisce l’intera comunità. Il Sant’Uffizio ha dichiarato che i Cattolici della Cina non sono tenuti ad osservare la legge sulla forma del matrimonio finché continuano le circostanze create dal regime rosso ». (H. BOUSCAREN, CANON LAW DIGEST, III Ed. p. 408).

(Due importanti notitiche del “Noli Timere” sono contenute in questo Canone,

– primo, che in pericolo di morte il matrimonio può essere contratto senza un sacerdote ma davanti a due testimoni, e …

– secondo, che nei luoghi dove non si può avere un sacerdote o le parti non possono recarvisi, non hanno bisogno di aspettare un mese intero, se c’è una buona ragione per giudicare che le stesse condizioni continueranno per un mese).

Riportiamo il canone succitato:

ACTA APOSTOLICAE SEDIS

COMMENTARIUM OFFICIALE

ANNUS XXXXI – SERIES II ~ VOL. XVI

TYPIS POLYGLOTTIS VATICANIS

MDCCCCXLIX

MOTU PROPRIO

DE DISCIPLINA SACRAMENTI MATRIMONII PRO ECCLESIA ORIENTALI

PIUS PP. XII

DE SACRAMENTO MATRIMONII

CAPUT VI

De forma celebrationis matrimonii

Can. 89

Si haberi vel adiri nequeat sine gravi incommodo parochus vel Hierarcha

vel sacerdos cui facultas assistendi matrimonio facta sit ad normam

canonum 86, 87:

1° In mortis periculo validum et licitum est matrimonium contractum coram solis testibus ; et etiam extra mortis periculum, dummodo prudenter prævideatur eum rerum statum esse per mensem duraturum;

In utroque casu, si præsto sit quivis alius catholicus sacerdos qui adesse possit, vocari et, una cum testibus, matrimonio assistere debet, salva coniugii validitate coram solis testibus.

Se vi sia un grave incomodo per il parroco, o gerarca o sacerdoti con facoltà nell’assistere al matrimonio fatto a norma dei canoni 86, 87:

.1° in pericolo di morte è valido e lecito il matrimonio contratto davanti ai soli testimoni; ed anche fuori dal pericolo di morte, quando stando le cose per cui si preveda prudentemente che si protraggano per un mese;

2 ° In entrambi i casi in cui non si possa al più presto chiamare un altro sacerdote cattolico che possa venire ed assistere al matrimonio con i testimoni, salvo la validità dei coniugi, [il matrimonio è valido e lecito… validum et licitum est matrimonium contractum …] davanti ai soli testimoni.

Allora, giovani Cattolici, rincuoratevi, il vostro matrimonio celebrato in tempi in cui entro un mese non sia possibile ottenere la presenza di un vero sacerdote cattolico “una cum” il vero Papa legittimamente e canonicamente eletto Gregorio XVIII (successore di S. S. Gregorio XVII – Giuseppe Siri), celebrato nei modi e con le intenzioni cattoliche, è VALIDO E LECITO (soprattutto!!!), e quindi foriero di grazia matrimoniale santificante per coi, i vostri cari partecipanti al rito da voi officiato con i testimoni, e per i vostri figli cattolici. Cosa aspettate? Il mondo ha bisogno di nuovi Cristiani, ed il cielo ha ancora disponibili posti per tantissimi Santi.

Poi naturalmente occorrerà ratificare il legame matrimoniale al cospetto di un’autorità civile.

IL RITO NUNZIALE

(ex Rituale Romano)

Il Parroco, o chi per lui … si porta davanti agli sposi e domanda il consenso, dicendo:

N. Vis accipere N, hic præsentem in tuam legitimam uxorem iuxta ritum sanctæ matris Ecclesiæ?

[N. Sei contento di prendere N. qui presente, come tua legittima sposa, secondo il rito di Santa Madre Chiesa?]

Lo sposo risponde:

Volo. [lo voglio]

Quindi si interroga la sposa:

N. Vis accipere N. hic præsentem in tuum legitimum maritum iuxta ritum sanctæ matris Ecclesiæ?

[N. Sei contenta di prendere N. qui presente, come tua legittimo marito, secondo il rito di Santa Madre Chiesa?]

La sposa risponde:

Volo.

(lo voglio)

Il Sacerdote (o chi per esso) comanda agli sposi di darsi la destra e dice:

Ego coniugo vos in matrimonium in nomine Patris et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.

Si aspergono gli sposi e gli anelli nunziali con acqua benedetta (se è possibile averla benedetta da un “vero” Sacerdote o Prelato Cattolico).  

I TRE PRINCIPII DELLA VITA SPIRITUALE (I)

I TRE PRINCIPII DELLA VITA SPIRITUALE (I)

LA VITA SPIRITUALE RIDOTTA A TRE PRINCIPII FONDAMENTALI

dal Padre MAURIZIO MESCHLER S., J.

TRADUZIONE ITALIANA PEL SACERDOTE GUGLIELMO DEL TURCO SALESIANO DEL VEN. DON GIOVANNI BOSCO

VICENZA

Società Anonima Tipografica

1922

Nihil obstat quominus imprimatur.

Vicetiæ, 24 Martii 1922.

Franciscus Snichelotto

IMPRIMATUR

Vicetiæ, 25 Martii 1922.

I. M, Viviani, Vic. Gen

A DON FILIPPO RINALDI

TERZO SUCCESSORE DEGNISSIMO DEL VEN. GIOVANNI BOSCO DI CUI È IL MOTTO

«DA MIHI ANIMAS CÆTERA TOLLE»

L’UMILE TRADUTTORE OFFRE QUESTO LIBRO TRIPLICE FUNICELLA CHE AVVINCE LE ANIME A DIO

INDICE

PRIMO PRINCIPIO FONDAMENTALE

 La Preghiera

I. Che cosa è pregare

II. Quanto grande ed eccellente è la preghiera

III. Il precetto della preghiera

IV. Il gran mezzo per conseguire la grazia

V. Efficacia illimitata della preghiera

VI. Come deve farsi la preghiera

VII. La preghiera vocale

VIII, Modelli di preghiera

TX. L’orazione mentale

X. Le divozioni della Chiesa

XI. Lo spirito di preghiera

SECONDO PRINCIPIO FONDAMENTALE

La vittoria di se stesso

I. Retta idea dell’uomo

II. Che cosa sia il rinnegare se stessi

III. Perché dobbiamo mortificarci

IV. Proprietà dell’abnegazione propria

V. Alcune obiezioni

VI. Mortificazione esterna

VII. Mortificazione interna

VIII. La mortificazione dell’intelletto

IX. La: mortificazione della volontà

X. Delle passioni

XI. La pigrizia

XII. La paura

XIII. L’ira e l’impazienza

XIV. La superbia

XV. Antipatia e simpatia

XVI. La passione dominante »

XVII. Ricapitolazione e fine »

TERZO PRINCIPIO FONDAMENTALE

L’amore a nostro Signor Gesù Cristo

I. L’amore.

II. Cristo-Dio.

III. Dio-Uomo.

IV. Dio-Bambino.

V. Il migliore Maestro e Direttore delle anime

VI. Il Figliuolo dell’Uomo.

VII. L’Operatore di meraviglie.

VIII. Il libro della vita.

IX. Era buono.

X. Passione e morte.

XI. Vita gloriosa.

XII. Il Santissimo Sacramento.

XIII. L’ultimo mandato.

PREFAZIONE

Un libro del P. Meschler non ha certamente bisogno di raccomandazione, mentre a tutti è nota la competenza di questo illustre Padre, in tutto ciò che risguarda l’ascetica cristiana, che per lui è stata arricchita di molti pregevolissimi libri. Ma poiché il valente traduttore dell’operetta presente ci ha gentilmente pregato di scrivere una parola in proposito, non possiamo fare a meno di encomiare altamente questo libro, ché si può ben definire un sugoso compendio di tutta l’ascetica cristiana. (Meschler: «Drei Grundlehren» – Herder, Freiburg.). Come dice molto sapientemente l’A. nel Prologo quanto più l’anima si accosta a Dio, suo Fine Supremo, tanto più sente il bisogno di ridurre tutto ad unità e semplicità, cioè a quella beata unità e semplicità che trovasi in Dio stesso e che, pregustata quaggiù dischiude, al dire del Kempis, il segreto della pace tranquillità perfetta. Perciò l’A. si è prefisso, in quest’Opera. di ridurre tutta l’ascetica cristiana a pochi e semplici principi che sono le basi fondamentali di ogni vera santità e perfezione. E la sapienza dell’A. illustre vegliardo ormai consumato nello studio e nella pratica della vera ascetica cristiana, si rivela appunto nella elezione, che Egli ha saputo fare, di questi principi fondamentali. Essi sono: La Preghiera, La vittoria di se stesso e L’Amore di N. S. Gesù Cristo. Che a questi principî veramente si riduca tutta l’ascetica cristiana, appare manifestamente dal S. Vangelo stesso, dagli insegnamenti dei Padri e dei Dottori della Chiesa, e finalmente dalla dottrina e dalla pratica di tutti i Santi. Chiunque, nella via della perfezione, si scostò anche solo menomamente da questi principi, incorse fatalmente nei più gravi errori e nelle depravazioni più funeste. Chi al contrario si attenne fedelmente a questi tre principi, raggiunse in breve la più alta santità, La Preghiera senza la vittoria di se stesso dà luogo alle fatue aberrazioni del sentimentalismo; la Vittoria di se stesso senza la preghiera è per sé stessa impossibile e può degenerare in quelle ipocrite e false austerità, che satana ha saputo e sa suggerire agli stessi pagani per meglio avvincerti nelle sue ignominiose catene. Finalmente tanto la Preghiera come la Mortificazione non è possibile senza un amore vero, sodo, generoso, costante a N. S. Gesù Cristo, il quale dalla Croce ha compendiato tutte le sublimi sue lezioni che risguardano il culto che l’uomo deve al suo Dio. – Mirabile è poi lo svolgimento delle singole parti. Là dove parla della Preghiera, l’A. ne mostra in brevissimi tratti l’eccellenza, l’efficacia, la pratica; con tocchi rapidi e magistrali insegna il modo di pregare così vocalmente come mentalmente. Nessuno che legga queste pagine potrà giustificare la propria ripugnanza alla preghiera, mentre l’A. ne mostra tutta la facilità e la soave bellezza. Là dove parla della mortificazione, ossia della vittoria di se stesso, l’A., senza perdersi nel campo delle astrazioni e della teoria, dopo di averne dimostrata la necessità, scende a mostrare praticamente il modo col quale si devono mortificare le varie potenze dell’anima e del corpo e le principali passioni che sono la ragione di ogni disordine nell’uomo. – Finalmente la parte più bella del libro, a nostro modesto giudizio, è quella in cui l’A. parla dell’amore di N.S. Gesù Cristo. La pittura che egli fa del nostro adorato Maestro, nei Misteri principali della sua vita, nei punti culminanti dei suoi insegnamenti e dei suoi atti è così bella nella sua semplicità, che non può non attrarre ogni anima ben fatta, ogni cuore che sente sete ardente di un ideale di purezza, di bellezza, di santità e di grazia infinita. Leggendo queste semplici pagine, non sì può fare a meno di conchiudere con quelle sublimi parole dell’Apostolo: « Chi non ama N. S. Gesù Cristo sia maledetto! » – Tale il disegno e l’orditura del libro. È un’ascetica da borsellino, come modestamente dice l’A. Ma felici le anime le quali sapranno fare acquisti di questa ascetica e sapranno tradurla nella vita pratica! Essi avranno trovato il segreto delle gioie più pure in questa vita, il pegno più bello della felicità e gioia eterna. Nel desiderio, dunque, della gloria di Dio e della salvezza di un gran numero di anime, noi auguriamo questo libro la più larga diffusione, mentre non possiamo trattenerci dal ringraziare il valente Traduttore, il quale con tanta maestria ha saputo renderlo nella nostra lingua, sì che non sembra traduzione, ma piuttosto un libro dettato da esperta penna italiana.

GIUSEPPE M. PETAZZI, S. J.

PROLOGO

Visse in Persia un Principe amantissimo delle scienze, il quale raccoglieva per la sua biblioteca ogni genere di scritti, e se li portava dietro ovunque andasse. Non andò guari che questo prese a riuscirgli grave incomodo; per cui diede l’incarico ad alcuni sapienti di compendiargli la scienza di tutti quei libri in un dato numero di volumi, da poterli comodamente trasportare ne’ suoi viaggi sopra un cammello. Ma, vedendo col tempo che nemmeno ciò era possibile, li fece riassumere in uno solo, e finì più innanzi di ridurre anche quest’unico in una massima fondamentale e pratica per la vita, conseguendo così di aver seco tutta la sua scienza senza nessuna fatica e disturbo, anzi con molta facilità e vantaggio. Ora, questa è altresì l’idea su cui si basa quest’operetta. Libri che trattano della vita spirituale ce n’è a josa e voluminosi. Chi potrebbe numerarli e trascriverne solo il titolo? Ma benedetto sia Dio per quest’abbondanza, poiché mai si potrà scrivere e leggere bastantemente intorno alla vita spirituale, essendo essa come lo è in realtà, ciò che v’ha di meglio e di più eccellente per l’uomo su questa terra. Però chi è che si metta a leggere tanti libri e tenerli a mente? Non v’è dubbio; è un guadagno e vantaggio grande conoscere e possedere la scienza dello spirito e dei santi in modo ristretto e breve, e ciò senza pregiudicare al tempo stesso la materia. – D’altra parte, questo è altresì lo spirito dell’epoca nostra: riunire e disporre in maniera semplice, ristretta e pratica tutto ciò che è necessario alla vita. È ciò si verifica pure in noi stessi, poiché coll’andar del tempo tendiamo ad unificare tutto straordinariamente, tanto che il nostro sapere si riduce ad un principio unico che domina nell’anima nostra e dirige tutte le nostre azioni. Quanto più andiamo avvicinandoci a Dio, nostro ultimo fine e mèta, vieppiù partecipiamo della sua divina semplicità, finché Egli sarà per noi l’unico e solo bene. Ora, lo stesso avviene della verità divina che è unica ed abbraccia tutto; e questa sola, compresa seriamente e messa in pratica, basta a farci santi. È così che si presenta in questa operetta la vita spirituale, semplificata e ridotta a tre punti principali, senza i quali non gioverebbe a nulla la più elevata e vasta ascetica, poiché le mancherebbe ciò che è più necessario e sostanziale, e non potrebbe conseguire il suo fine. Regolandoci invece secondo questi principî, e conformandovi la nostra condotta, coll’aiuto di Dio, arriveremo alla vera perfezione. E se nel corso della nostra vita spirituale dovessimo constatare che le cose non camminano bene, esaminiamoci alla luce di questi tre principî e vediamo se praticamente ci siamo attenuti alle loro conseguenze, certi che con questo mezzo troveremo dove siamo deficienti e non ci resterà, per giungere alla perfezione, che di rimetterci con costanza a subordinarvi la nostra condotta. – Scienza di borsellino chiamò i suoi insegnamenti circa la vita comune uno scrittore di spirito. Ascetica di borsellino potremmo chiamare noi questo libro, poiché in esso si contiene la quintessenza della vita spirituale ed è, come dire, l’ascetica in miniatura, compendiata in tre soli principî. Una cordicella a tre fila difficilmente si rompe, dice la Scrittura (Eccle. IV, 12): per questo si dànno qui tre massime fondamentali che, intrecciandosi, unificandosi e sostenendosi a vicenda. formano l’anello della sapienza, nel quale è incastonata la perla della perfezione cristiana, pel cui possesso il saggio mercatante, avido d’una merce così preziosa qual è la perla, reputa bene impiegati tutti i travagli e fatiche, e giunge persino a vendere quanto ha. (Matt. XIII, 46).

Lussemburgo, 8 Agosto 1919.

L’AUTORE

I TRE PRINCIPII DELLA VITA SPIRITUALE (II)

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: SS. PIO IX – “MAXIMÆ QUIDEM”

Questa breve Lettera Enciclica, con la quale il Santo Padre Pio IX, elogia l’operato dei Vescovi bavaresi nel difendere la sana dottrina cattolica, nel rivendicare i sacrosanti diritti della Santa Sede, e nel difendere il pensiero cristiano nelle scuole superiori dalle ignobili e false ideologie che fin da allora infestavano le menti di giovani destinati a diventare guide del popolo intero, merita particolare attenzione per il contenuto encomiabile sotto il profilo sociale e dottrinale che costituisce ancor oggi in modello da cui apprendere la sapienza necessaria nella conduzione retta e apportatrice di benessere per il popolo, il clero, la Chiesa tutta. Certamente oggi i modelli sociali sono quelli imposti dalla élite formata nelle scuole ideologicamente gnostico-massoniche (in Italia ad esempio ce ne sono numerose di livello universitario, tutte oggetto di propaganda opportunamente manipolata e guidate da notissimi esponenti di sette di perdizione d’oltreoceano e nostrane), ove il Cristianesimo, addirittura ridicolizzato da menti bacate e prive di ogni retta sapienza, è sostituito da filosofie prive di ogni fondamento razionale e di pura fantasia, o meglio delirio, che con linguaggio brillante ma falso ed ingannevole hanno modellato (o meglio deformato), e tuttora modellano (leggi: deformano) giovani poi destinanti, con la compiacenza di pseudo-autorità statali, a guidare ministeri, governi, l’intera Nazione. Ideologie blasfeme, astratte, fantasiose, (“ciò che penso è” … diceva il panteista Cartesio, fondando il falso metodo scientifico moderno) ma che hanno tutte in comune un feroce attacco al Cristianesimo. Eccone qualche tratto emblematico … « perché i fedeli, affidati particolarmente alla Vostra vigilanza, seguano con somma e dovuta riverenza e obbedienza Noi e la stessa Cattedra di Pietro, che è il centro della unità cattolica e non solo il Capo di tutte le Chiese, ma altresì la Madre e la Maestra, colei che allontana da ogni dove le tenebre dell’errore ed è porto sicuro per chi è agitato dai flutti (….) difendano la libertà della Chiesa Cattolica, che fu generata dal sangue del Figlio Unigenito di Dio, sposo della stessa Chiesa, e che si battano virilmente per tutti i venerandi diritti della Chiesa stessa, ad essa divinamente elargiti … ben sapete che una volta rimosse da queste scuole la dottrina, l’autorità e la vigilanza che provengono dalla Chiesa, più gravi danni e mali deriveranno, dal momento che saranno contagiati da errori e da false dottrine gli uomini del ceto più qualificato, che sono destinati a ricoprire pubblici incarichi di governo e che di solito contribuiscono a formare lo spirito della società civile. » Chi parla più così, in questa nostra società paganizzata, o meglio luciferina, con i pastori apostati e usurpanti che danno in pasto ai lupi gli agnelli loro affidati, e di cui spolpano i rimasugli eduli? … i mercenari fuggono alla vista del lupo, questi invece li attraggono e gli preparano lauti banchetti. Ma … state sereni, pagherete tutto fino all’ultimo spicciolo … dice il divin Maestro nel Vangelo … un poco di tempo e ci sarete (apparentemente vivi ma già morti dentro), un altro poco e ci sarete viventi ma nello stagno di fuoco ed … in eterno.

ENCICLICA
MAXIMÆ QUIDEM
DEL SOMMO PONTEFICE
PIO IX

Ai Venerabili Fratelli Gregorio, Arcivescovo di Monaco e di Frisinga, Michele, Arcivescovo di Bamberga, e ai loro Vescovi suffraganei in Baviera.
Il Papa Pio IX. Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

Assai consolante fu per Noi, afflitti da gravissime preoccupazioni ed angustie, la Vostra graditissima Lettera che Ci inviaste il 20 luglio, Venerabili Fratelli, durante il congresso da Voi tenuto a Bamberga per confrontare le Vostre opinioni e per stabilire quei provvedimenti che, soprattutto in questi tempi calamitosi, possono concorrere a tutelare la causa, la dottrina, i diritti della Chiesa Cattolica e a preservare ogni giorno di più la salute dei Vostri fedeli. Infatti nella stessa Lettera rifulgono in ogni passo la Vostra eccelsa e riconosciuta fede verso di Noi e verso questa Cattedra di Pietro, l’amore, l’obbedienza e il mirabile zelo che Vi pervade nel far di tutto perché i fedeli, affidati particolarmente alla Vostra vigilanza, seguano con somma e dovuta riverenza e obbedienza Noi e la stessa Cattedra di Pietro, che è il centro della unità cattolica e non solo il capo di tutte le Chiese, ma altresì la madre e la maestra, colei che allontana da ogni dove le tenebre dell’errore ed è porto sicuro per chi è agitato dai flutti. Pertanto proviamo una grande gioia per questa Vostra eminente virtù episcopale e Ci congratuliamo di vero cuore con Voi, Venerabili Fratelli, poiché con la Vostra azione e con le lettere pastorali indirizzate ai fedeli affidati alla Vostra cura, avete fatto conoscere, con le dovute e meritate lodi, quella strettissima e ammirevole unità di tutte le Sacre Gerarchie dell’intiero mondo cattolico che sopravvive, in questi tempi luttuosi, col Vicario di Cristo in terra e con questa Apostolica Sede per singolare grazia di Dio e che rifulge ogni giorno di più per tante splendide azioni. E ancor più Ci rallegriamo del convegno che avete tenuto a Bamberga nel quale Voi tutti, Venerabili Fratelli, con intenti pienamente concordi, in ragione del severo impegno richiesto dal Vostro ministero episcopale, avete adottato quelle decisioni che, soprattutto in questi tempi, avete ritenute più idonee a tutelare la causa della Chiesa, a far valere le sue ragioni e a reprimere gli empi tentativi dei nemici che bisogna sconfiggere con l’unanime, costante e vigilante impegno dei Vescovi. E certamente, fra l’altro, spetta ai Vescovi (come già avete compreso) combattere fieramente contro i nemici della nostra santissima Religione, particolarmente in questa nostra funesta epoca. – Pertanto i Vescovi, forti del divino ausilio, devono con assidua sollecitudine alzare la loro voce episcopale e predicare il Vangelo a tutti, annunciare, trasmettere, spiegare e inculcare le eterne verità della nostra fede, la dottrina, i precetti e i dogmi dell’augusta religione ai sapienti e agl’ignoranti. Con altrettanto zelo gli stessi preposti ai sacri riti hanno l’obbligo di esporre e mostrare sia ai Sommi Principi, sia ai Governi, i mali e i danni (assai funesti e mai abbastanza deplorati) che ricadono sui popoli e sugli stessi Principi quando, come oggi, si disprezza la Religione: e prevale l’incredulità che, suggerita dalle tenebre sotto l’ingannevole apparenza di progresso sociale, si rafforza e domina ogni giorno di più a gravissimo detrimento della comunità cristiana e civile e perverte e corrompe in modo miserando le menti e gli animi degli uomini. Perciò fu motivo di sommo gaudio per Noi apprendere che Voi, Venerabili Fratelli, avete inviato una Lettera a codesto carissimo in Cristo Figlio Nostro, l’illustre Re di Baviera, perché siano difesi la nostra santissima Religione e i suoi diritti, e Ci sostiene la speranza che lo stesso Serenissimo Principe, per la pietà, la giustizia e l’equilibrio del suo animo, si adoperi di assecondare volentieri i vostri giustissimi desideri e le vostre richieste. – Certamente non ignorate, Venerabili Fratelli, che vi è un altro dovere che i Sacri Pastori devono compiere con ogni più tenace sforzo. È necessario che essi, con costante coraggio, difendano la libertà della Chiesa Cattolica, che fu generata dal sangue del Figlio Unigenito di Dio, sposo della stessa Chiesa, e che si battano virilmente per tutti i venerandi diritti della Chiesa stessa, ad essa divinamente elargiti. Inoltre è necessario che i Vescovi, con la parola e con gli scritti, non desistano mai dal richiamare alla memoria di tutti che la Chiesa è sempre esistita ed esiste perché è salvifica la forza della sua dottrina e sapientissime sono le sue leggi e le sue istituzioni; perché non solo è madre e maestra di tutte le virtù e persecutrice di tutti i vizi, ma è anche colei che fonda e modera, tra tutte le genti, la vera umanità, l’onestà, la civiltà, la libertà, il progresso, la prosperità, la tranquillità; essa sola può saldamente consolidare e salvare l’ordine pubblico dell’umano consorzio che dovunque in questi giorni è tanto violentemente sconvolto dall’empietà e dalla ribellione. Vi rivolgiamo dovute e meritate lodi, Venerabili Fratelli, perché con la Vostra Lettera inviata a codesto Governo – oltre che solleciti del bene e della guida delle scuole popolari – avete difeso in proposito la dottrina, l’autorità e i diritti della Chiesa Cattolica con ogni argomento, con forza e con intelligenza, fedeli allo spirito con cui Noi nella Nostra Epistola inviata al Venerabile Fratello Ermanno, Arcivescovo di Friburgo in Brisgovia, il giorno 14 luglio di quest’anno, fummo costretti a tutelare e rivendicare i diritti della Chiesa, al riparo dai tentativi e dalle macchinazioni dei nemici che nel Granducato di Baden giunsero al punto di proporre leggi atte a distruggere del tutto l’indirizzo cristiano delle scuole. Sebbene Noi teniamo in gran conto le ragioni per cui, Venerabili Fratelli, vi siete preoccupati tanto di difendere i diritti della Chiesa per quanto riguarda le scuole popolari, tuttavia non possiamo, in questa occasione, trattenerci dal sollecitare con insistenza l’insigne Vostro zelo episcopale affinché operiate in modo attivo e combattivo, così che siano riconosciuti e preservati gli stessi diritti della Chiesa circa le scuole superiori di lettere e delle più severe discipline. Infatti, in virtù della Vostra saggezza, ben sapete che una volta rimosse da queste scuole la dottrina, l’autorità e la vigilanza che provengono dalla Chiesa, più gravi danni e mali deriveranno, dal momento che saranno contagiati da errori e da false dottrine gli uomini del ceto più qualificato, che sono destinati a ricoprire pubblici incarichi di governo e che di solito contribuiscono a formare lo spirito della società civile. – A questo punto, Venerabili Fratelli, Vi supplichiamo di tenere presente quanto Noi esponemmo al Venerabile Fratello Gregorio, Arcivescovo di Monaco, con la Nostra Epistola del 21 dicembre dello scorso anno, circa la diffusione delle discipline filosofiche e teologiche, e Vi esortiamo vivamente a dedicare senza tregua tutte le Vostre cure e i Vostri pensieri a promuovere ogni giorno di più l’accurata formazione e l’educazione del Clero, e a non lasciare nulla di intentato, in modo che il Vostro Clero riceva quella piena e solida formazione che, attinta da pure e incontaminate fonti e sorretta dal comune insegnamento della Chiesa Cattolica, allontani tutti quei pericoli di cui sono evidentemente colpevoli gli odierni nuovi metodi d’insegnamento, fondati sulla libertà (o piuttosto sulla licenza) del sapere, e tanto ostentati. Perciò, Venerabili Fratelli, desideriamo ardentemente che vogliate richiamare alla memoria ed applicare tutte quelle disposizioni che già altre volte comunicammo e caldamente raccomandammo a tutti e ai singoli del Vostro Ordine episcopale circa la costruzione e la direzione dei Seminari per i Chierici in conformità delle sagge prescrizioni del Concilio Tridentino. – Siamo poi fermamente persuasi che Voi, Venerabili Fratelli, in virtù della Vostra esemplare religiosità e del Vostro zelo episcopale, difenderete energicamente gli altri diritti della Chiesa che non sono ancora pienamente riconosciuti in Baviera, e per i quali i Vescovi della Baviera non omisero di elevare le loro proteste soprattutto nel convegno di Frisinga. Perciò di tutto cuore approviamo la Vostra decisione di convocare ogni anno il Vostro congresso. Ciò, tuttavia non deve impedire in alcun modo che Voi, Venerabili Fratelli, facciate ogni tentativo perché possiate quanto prima concelebrare i Sinodi provinciali (come è nei Nostri voti) secondo la prescrizione dei Sacri Canoni, come hanno fatto in Germania altri Vescovi nelle loro province ecclesiastiche, con sommo gaudio dell’animo Nostro e a beneficio dei loro fedeli. Sicuramente nulla a Noi sarà più gradito che recare a Voi, in questa circostanza, ogni aiuto e soccorso. – Vogliamo infine che abbiate per certa la benevolenza particolare con cui Vi seguiamo. Di tale benevolenza ricevete, come sicuro pegno, l’Apostolica Benedizione che dal profondo del cuore impartiamo a Voi stessi, Venerabili Fratelli, a tutti i Sacerdoti e ai fedeli Laici affidati alla cura di ciascuno di Voi.

Dato a Castel Gandolfo, il 18 agosto 1864, nell’anno decimonono del Nostro Pontificato.

DOMENICA III DOPO PENTECOSTE

DOMENICA NELL’OTTAVA DELLA FESTA DEL SACRO CUORE e III DOPO LA PENTECOSTE. (2021)

Semidoppio. – Paramenti bianchi.

La liturgia di questo giorno esalta la misericordia di Dio verso gli uomini: come Gesù « che era venuto a chiamare non i giusti, ma i peccatori », cosi lo Spirito Santo continua l’azione di Cristo nei cuori e stabilisce il regno di Dio nelle anime dei peccatori. Questo ricorda la Chiesa nel Breviario e nel Messale. — Le lezioni del Breviario sono consacrate quest’oggi alla storia di Saul. Dopo la morte di Eli gli Israeliti si erano sottomessi a Samuele come a un nuovo Mosè; ma quando Samuele divenne vecchio il popolo gli chiese un re. Nella tribù di Beniamino viveva un uomo chiamato Cis, che aveva un figlio di nome Saul. Nessun figlio di Israele lo eguagliava, nella bellezza, ed egli sorpassava tutti con la testa. Le asine del padre si erano disperse ed egli andò a cercarle e arrivò al paese di Rama ove dimorava Samuele. Ed egli disse: « L’uomo di Dio mi dirà, ove io le potrò ritrovare ». Come fu alla presenza di Samuele, Dio disse a questi: « Ecco l’uomo che io ho scelto perché regni sul mio popolo ». Samuele disse a Saul: « Le asine che tu hai perdute da tre giorni sono state ritrovate ». Il giorno dopo Samuele prese il suo corno con l’olio e lo versò sulla testa di Saul, l’abbracciò e gli disse: « Il Signore ti ha unto come capo della sua eredità, e tu libererai il popolo dalle mani dei nemici, che gli sono d’attorno ». « Saul non fu unto che con un piccolo vaso d’olio, – dice S. Gregorio – perché in ultimo sarebbe stato disapprovato. Questo vaso conteneva poco olio e Saul ha ricevuto poco, perché  la grazia spirituale l’avrebbe rigettata » (Matt.). « In tutto – aggiunge altrove – Saul rappresenta i superbi e gli ostinati » (P. L. 79, c. 434). S. Gregorio dice che Saul mandato « a cercare le asine perdute è una figura di Gesù mandato da suo Padre per cercare le anime che si erano perdute » (P. L. 73, c. 249). « I nemici sono tutt’intorno in circuitu », continua egli; lo stesso dice il beato Pietro: « Il nostro avversario, il diavolo, gira (circuit) attorno a voi ». E come Saul fu unto re per liberare il popolo dai nemici che l’assalivano, cosi Cristo, l’Unto per eccellenza, viene a liberarci dai demoni che cercano di perderci. – Nella Messa di oggi il Vangelo ci mostra la pecorella smarrita e il Buon Pastore che la ricerca, la mette sulle spalle e la riporta all’ovile. Questa è una delle più antiche rappresentazioni di Nostro Signore nell’iconografia cristiana, tanto che si trova già nelle catacombe. L’Epistola ci mostra i danni ai quali sono esposti gli uomini raffigurati dalla pecorella smarrita. « Vegliate, perché il demonio come un leone ruggente cerca una preda da divorare. Resistete a lui forti nella vostra fede. Riponete in Dio tutte le vostre preoccupazioni, poiché Egli si prende cura di voi (Ep.), Egli vi metterà al sicuro dagli assalti dei vostri nemici (Grad.), poiché è il difensore di quelli che sperano in lui (Oraz.) e non abbandona chi lo ricerca (Off.). Pensando alla sorte di Saul, che dapprima umile, s’inorgoglisce poi della sua dignità reale, disobbedisce a Dio e non vuole riconoscere i suoi torti, « umiliamoci avanti a Dio » (Ep.) e diciamogli: « O mio Dio, guarda la mia miseria e abbi pietà di me: io ho confidenza in te, fa che non sia confuso (Int.); e poiché senza di te niente è saldo, niente è santo, fa che noi usiamo dei beni temporali in modo da non perdere i beni eterni (Oraz.); concedi quindi a noi, in mezzo alle tentazioni « una stabilità incrollabile » (Ep.).

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXIV: 16; 18 Réspice in me et miserére mei, Dómine: quóniam únicus et pauper sum ego: vide humilitátem meam et labórem meum: et dimítte ómnia peccáta mea, Deus meus.

[Guarda a me, e abbi pietà di me, o Signore: perché solo e povero io sono: guarda alla mia umiliazione e al mio travaglio, e rimetti tutti i miei peccati, o Dio mio.]

Ps XXIV: 1-2 Ad te, Dómine, levávi ánimam meam: Deus meus, in te confído, non erubéscam.

[A te, o Signore, elevo l’ànima mia: Dio mio, confido in te, ch’io non resti confuso.]

Réspice in me et miserére mei, Dómine: quóniam únicus et pauper sum ego: vide humilitátem meam et labórem meum: et dimítte ómnia peccáta mea, Deus meus.

[Guarda a me, e abbi pietà di me, o Signore: perché solo e povero io sono: guarda alla mia umiliazione e al mio travaglio, e rimetti tutti i miei peccati, o Dio mio.]

Oratio

Orémus.

Protéctor in te sperántium, Deus, sine quo nihil est válidum, nihil sanctum: multíplica super nos misericórdiam tuam; ut, te rectóre, te duce, sic transeámus per bona temporália, ut non amittámus ætérna.

[Protettore di quanti sperano in te, o Dio, senza cui nulla è stabile, nulla è santo: moltiplica su di noi la tua misericordia, affinché, sotto il tuo governo e la tua guida, passiamo tra i beni temporali cosí da non perdere gli eterni.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Petri Apóstoli. 1 Pet V: 6-11 “Caríssimi: Humiliámini sub poténti manu Dei, ut vos exáltet in témpore visitatiónis: omnem sollicitúdinem vestram projiciéntes in eum, quóniam ipsi cura est de vobis. Sóbrii estote et vigiláte: quia adversárius vester diábolus tamquam leo rúgiens circuit, quærens, quem dévoret: cui resístite fortes in fide: sciéntes eándem passiónem ei, quæ in mundo est, vestræ fraternitáti fíeri. Deus autem omnis grátiæ, qui vocávit nos in ætérnam suam glóriam in Christo Jesu, módicum passos ipse perfíciet, confirmábit solidabítque. Ipsi glória et impérium in sæcula sæculórum. Amen”.

(“Carissimi: Umiliatevi sotto la potente mano di Dio, affinché vi esalti nel tempo della visita. Gettate ogni vostra sollecitudine su di lui, poiché egli ha cura di voi. Siate temperanti e vegliate; perché il demonio, vostro avversario, gira attorno, come leone che rugge, cercando chi divorare. Resistetegli, stando forti nella fede; considerando come le stesse vostre tabulazioni sono comuni ai vostri fratelli sparsi pel mondo. E il Dio di ogni grazia che ci ha chiamati all’eterna sua gloria, in Cristo Gesù, dopo che avete sofferto un poco, compirà l’opera Egli stesso, rendendoci forti e stabili. A lui la gloria e l’impero nei secoli dei secoli”).

LE PERSECUZIONI.

Non più l’Apostolo della carità Giovanni, oggi parla l’Apostolo dell’autorità, il Duce, San Pietro. Odor di battaglia intorno al capo e ai gregari, quell’odor di battaglia che è così frequente nella storia della Chiesa… « Tu, che da tanti secoli soffri, combatti e preghi…» Il Duce rincuora la sua truppa, la rincuora a modo suo, ma la rincuora in modo e forma che sarà utile sempre. Sotto la raffica resistono meglio talvolta gli alberi che invece di irrigidirsi superbi, piegano e flettono. Sotto la raffica del vento, sotto la tempesta della persecuzione il Cristiano deve umiliarsi con un gesto che non è umiliazione, è prudenza, è dignità, perché deve umiliarsi non agli uomini, ma a Dio: « sub potenti manu Dei » dice il testo, di quel Dio che se non vuole, permette le tribolazioni della sua Chiesa, dei suoi figliuoli più cari; potente anche quando agli occhi superficiali Egli sembra debole; di quel Dio che vigila anche quando pare agli increduli, ai cattivi, che Egli dorma. – Lo pensavano forse che Dio dormisse alcuni di quei neofiti, di quei poveri Cristiani della prima ora che entrati appena nella barca di San Pietro in cerca di tranquillità, di sicurezza, la vedevano così terribilmente sbattuta dalle onde. Dorme Dio, dicevano, ci ha abbandonati. Ai quali l’Apostolo della autorità, il Duce ricorda che Egli è sollecito, da buon Padre amoroso, dei suoi figli, «ipsì est cura de vobis». Veglia non visto. Il che però, se deve sgombrar la viltà dell’animo dei fedeli perseguitati, non vi deve accendere il fuoco fatuo della presunzione. – Visti, vigilati, aiutati da Dio, appunto perciò, i fedeli devono combattere con tutte le loro forze, come se Dio li avesse lasciati soli a se stessi. Sobrii e attenti; ecco il programma che il Duce traccia ai suoi militi nella aspra guerra spirituale in cui sono impegnati. Sobrii perché la carne non frenata con la sobrietà, vince essa lo spirito e vigili, per non essere sorpresi, per non cader vittime di una imboscata qualsiasi. Il gran nemico, da buon condottiero, qual è anche lui, colla sua genialità malefica, questo tenta e vorrebbe: sorprendere coloro che vuol abbattere. Veglino e tengano desta con maggior diligenza la fede. « Fortes in fide». La fede è per essi, pei Cristiani, l’«ubi consistam» della loro vittoriosa resistenza. Credenti, sono forti; scettici, dubbiosi sono vinti. Che importa se alla loro fede si fa guerra? guerra nella loro piccola comunità? guerra al loro piccolo gruppo? No, la guerra non è così ristretta: è mondiale, dappertutto dove la fede cristiana si afferma, la lotta pagana si impegna, vincolo nuovo di tutta la grande fraternità, confraternità. – Il Duce lo rammenta con una specie di santo orgoglio, perché la Chiesa non cerca la lotta, ma neanche la teme, non la teme neanche quando essa prende estensioni inaudite: il mondo intero. Tutto questo fa pensare ad una persecuzione imperiale da parte di Roma pagana. Il Duce è forte, coraggioso, audace, senza ombra di spavalderia, perché sa di poter contare sull’appoggio indefettibile di un altro Duce. Egli, Pietro, è un Vicario, un sostituto, un facente funzione di… il Capo reale, invisibile è Gesù Cristo. Ed Egli ha il suo stile. Lascia soffiar la tempesta sui suoi per un po’ di tempo: «modicum ». Le tribolazioni della vita sono tutte brevi: le persecuzioni dei malvagi passano, anche quelle che paiono ai pazienti più lunghe, anche quelle che i carnefici, i persecutori, credono eterne: passano, sono temporanee, La Chiesa ha per sé l’eternità. La “vera” Chiesa non muore… E quando il vento impetuoso che pareva eterno è passato, inesorabilmente passato, si trova che invece di scalfire il gran monumento che è la Chiesa, l’ha spolverato, invece che fracassare i cieli, li ha purificati. Lezione magnifica, buona sempre, opportuna per chi temesse le persecuzioni, opportuno per chi desiderasse scatenarle…

[P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939. (Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)]

Graduale

Ps LIV: 23; 17; 19 Jacta cogitátum tuum in Dómino: et ipse te enútriet.

[Affida ogni tua preoccupazione al Signore: ed Egli ti nutrirà.]

V. Dum clamárem ad Dóminum, exaudívit vocem meam ab his, qui appropínquant mihi. Allelúja, allelúja.

[Mentre invocavo il Signore, ha esaudito la mia preghiera, liberandomi da coloro che mi circondavano. Allelúia, allelúia]

Ps VII: 12 Deus judex justus, fortis et pátiens, numquid iráscitur per síngulos dies? Allelúja.

[Iddio, giudice giusto, forte e paziente, si adira forse tutti i giorni? Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Lucam.

S. Luc. XV: 1-10

“In illo témpore: Erant appropinquántes ad Jesum publicáni et peccatóres, ut audírent illum. Et murmurábant pharisæi et scribæ, dicéntes: Quia hic peccatóres recipit et mandúcat cum illis. Et ait ad illos parábolam istam, dicens: Quis ex vobis homo, qui habet centum oves: et si perdíderit unam ex illis, nonne dimíttit nonagínta novem in desérto, et vadit ad illam, quæ períerat, donec invéniat eam? Et cum invénerit eam, impónit in húmeros suos gaudens: et véniens domum, cónvocat amícos et vicínos, dicens illis: Congratulámini mihi, quia invéni ovem meam, quæ períerat? Dico vobis, quod ita gáudium erit in cœlo super uno peccatóre pœniténtiam agénte, quam super nonagínta novem justis, qui non índigent pœniténtia. Aut quæ múlier habens drachmas decem, si perdíderit drachmam unam, nonne accéndit lucérnam, et evérrit domum, et quærit diligénter, donec invéniat? Et cum invénerit, cónvocat amícas et vicínas, dicens: Congratulámini mihi, quia invéni drachmam, quam perdíderam? Ita dico vobis: gáudium erit coram Angelis Dei super uno peccatóre pœniténtiam agénte”.

(“In quel tempo andavano accostandosi a Gesù de’ pubblicani e de’ peccatori per udirlo. E i Farisei e gli Scribi ne mormoravano, dicendo: Costui si addomestica coi peccatori, e mangia con essi. Ed Egli propose loro questa parabola, e disse: Chi è tra voi che avendo cento pecore, e avendone perduta una, non lasci nel deserto le altre novantanove, e non vada a cercar di quella che si è smarrita, sino a tanto che la ritrovi? e trovatala se la pone sulle spalle allegramente; e tornato a casa, chiama gli amici e i vicini, dicendo loro: Rallegratevi meco, perché ho trovato la mia pecorella, che si era smarrita? Vi dico, che nello stesso modo si farà più festa per un peccatore che fa penitenza, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di penitenza. Ovvero qual è quella donna, la quale avendo dieci dramme, perdutane una, non accenda la lucerna, e non iscopi la casa, e non cerchi diligentemente, fino che l’abbia trovata? E trovatala, chiama le amiche e le vicine, dicendo: Rallegratevi meco, perché ho ritrovata la dramma perduta. Così vi dico, faranno festa gli Angeli di Dio, per un peccatore che faccia penitenza”).

Omelia

[DISCORSI DI SAN G. B. M. VIANNEY CURATO D’ARS Vol. III, Marietti Ed. Torino-Roma, 1933]

Visto nulla osta alla stampa. Torino, 25 Novembre 1931.

Teol. TOMMASO CASTAGNO, Rev. Deleg.

Imprimatur: C. FRANCISCUS PALEARI, Prov. Gen.]

Sulla misericordia di Dio.

Erant autem appropinquantes ei publicani et peocatores, ut audirent illum.

(Luc. XV, 1).

La condotta di Gesù Cristo, durante la sua vita mortale, ci mostra la grandezza della sua misericordia verso i peccatori. Vediamo infatti che tutti vengono presso di Lui: ed Egli, anziché rigettarli o allontanarsi da essi, cerca invece tutti i modi possibili di trovarsi con loro, per attirarli al Padre suo. Li va cercando coi rimorsi della coscienza, li riconduce colle attrattive della sua grazia e li guadagna coi suoi modi amorevoli. Li tratta con tanta bontà, che li difende perfino contro gli scribi ed i farisei che volevano biasimarli e non potevano soffrirli vicino a Gesù Cristo. Giunge anche più oltre; vuol giustificarsi della sua condotta a loro riguardo con una parabola, che dipinge, come meglio non si potrebbe, la grandezza del suo amore pei peccatori, in questo modo: “Un buon pastore, che aveva cento pecore, avendone perduta una, lascia tutte le altre per correr dietro a quella che s’è smarrita: ed avendola trovata, se la mette sulle spalle per evitarle la fatica della strada: riportatala all’ovile, invita i suoi amici a rallegrarsi con lui d’aver trovato la pecora che credeva perduta. „ Aggiunge anche la parabola della donna, che possedendo dieci dramme., ed avendone perduta una, accende la lampada per cercarla in tutti gli angoli di casa sua, e trovatala invita le amiche a rallegrarsene. “Così, disse loro, il cielo tutto gioisce pel ritorno d’un peccatore che si converte e fa penitenza. Non son venuto pei giusti, ma per i peccatori: i sani non hanno bisogno del medico, bensì gli ammalati. „ E Gesù Cristo applica a se stesso queste vive immagini della grandezza della sua misericordia verso i peccatori. Ah! Fratelli miei, qual felicità per noi il sapere che la misericordia di Dio è infinita! Qual forte desiderio non dobbiam sentire nascere in cuore di gettarci ai piedi d’un Dio che ci riceverà con tanta gioia! F. M., se ci danneremo non avremo scuse, quando Gesù Cristo stesso ci mostrerà che la sua misericordia fu sempre grande abbastanza per perdonarci, per quanto fossimo colpevoli. E per darvene un’idea, oggi vi mostrerò: 1° la grandezza della misericordia di Dio verso i peccatori; 2° ciò che dobbiamo fare da parte nostra, per meritarci la fortuna di ottenerla.

I. — F. M., tutto è consolante, tutto è incoraggiante nella condotta di Dio verso di noi. Quantunque colpevoli, la sua pazienza ci attende, il suo amore ci invita ad uscir dal peccato per ritornare a Lui, la sua misericordia ci riceve fra le sue braccia. Colla pazienza, dice il profeta Isaia, Dio ci attende per usarci misericordia. Appena commesso il peccato, meritiamo d’essere puniti. Niente è più dovuto al peccato quanto la punizione. Dacché l’uomo s’è ribellato al suo Dio, le creature tutte domandano vendetta, dicendo: Signore, volete facciam perire quel peccatore che v’ha oltraggiato? Volete, gli dice il mare, ch’io l’inghiottisca nei miei abissi? E la terra: Signore, debbo aprire le mie viscere per farlo discendere vivo nell’inferno? E l’aria: Signore, mi permettete di soffocarlo? Ed il fuoco: Ah! di grazia lasciatemelo abbruciare. E così tutte le altre creature domandano vendetta ad alte grida. I lampi ed i fulmini vanno avanti al trono di Gesù Cristo domandandogli licenza di annientarlo e divorarlo. — Ma no, risponde il buon Gesù, lasciatelo sulla terra sino al momento stabilito dal Padre mio; forse avrò la fortuna di convertirlo. Se il peccatore si svia ognor più, questo tenero Padre piange su di lui, e non lascia di perseguitarlo colla sua grazia, facendo in lui nascere violenti i rimorsi della coscienza. ” O Dio delle misericordie, esclama S. Agostino, quand’era peccatore m’allontanavo da voi sempre più; i miei passi e le mie azioni tutte erano altrettante nuove cadute nel male; le passioni s’infiammavano ognor più vivamente; eppure avevate pazienza, e m’aspettavate. O pazienza del mio Dio! son tanti anni che vi offendo, e non mi avete ancora punito: donde può venire questa lunga attesa? Davvero, o Signore, è perché volete ch’io mi converta, e ritorni a voi colla penitenza. „ È possibile, F. M., che nonostante il desiderio del buon Dio di salvarci, noi ci perdiamo così deliberatamente? Sì, F. M., se vogliamo percorrere le differenti età del mondo, vediamo la terra ricoperta dappertutto delle misericordie del Signore, e gli uomini avvolti nei suoi benefizi. Non è il peccatore che ritorna a Dio per domandargli perdono; ma è Dio stesso che corre dietro al peccatore, e lo fa ritornare a sé. Ne volete un bell’esempio? Vedete come fece con Adamo dopo il suo peccato. Invece di punirlo, come si meritava, per quella ribellione contro il suo Creatore, che avevagli concesso tanti privilegi, che l’aveva ornato di tante grazie e destinato per un fine così beato: quello d’esser suo amico e di non morir mai; Adamo, dopo il peccato, fugge la presenza di Dio: ma il Signore, come un padre desolato che ha perduto il figliuol suo, corre a cercarlo, e lo chiama quasi piangendo: “Adamo, Adamo, dove sei? Perché fuggi la presenza del tuo Creatore? „ (Gen. III, 9). Desidera tanto di perdonargli, che neppure gli dà tempo di domandar perdono: subito gli annuncia che vuol perdonargli, che manderà il Figliuol suo, il quale nascerà da una Vergine e riparerà il danno che il peccato ha cagionato a lui ed ai suoi discendenti, e che questa riparazione si farà in un modo ammirabile. Infatti, F. M., senza il peccato di Adamo, mai avremmo avuto la fortuna d’aver Gesù Cristo per Salvatore, né di riceverlo nella santa Comunione, e neppure di possederlo nelle nostre chiese. Nei lunghi secoli durante i quali l’eterno Padre attese di mandare sulla terra il Figliuol suo, Egli non cessò di rinnovare queste consolanti promesse per bocca dei patriarchi e dei profeti. O carità di Dio, quanto sei grande pei peccatori! Vedete, F. M., la bontà di Dio pel peccatore? Potremo ancora disperare del nostro perdono? Giacché il Signore mostra tanto il desiderio di perdonarci, se restiamo nel peccato è tutta colpa nostra. Vedete che cosa fece con Caino, dopoché questi uccise il fratello. Va a trovarlo per farlo rientrare in se stesso, e potergli perdonare: perché bisogna necessariamente domandargli perdono, se vogliam che ce lo dia. Ah! mio Dio, è troppo! “Caino, Caino, che hai fatto? Domandami perdono, perché io possa perdonarti. „ Caino non vuole, dispera della sua salvezza, si ostina nel peccato. Eppure vediamo il buon Dio che lo lascia a lungo sulla terra per dargli tempo, se avesse voluto, di convertirsi. Vedete ancora la sua misericordia verso il mondo, quando i delitti degli uomini avevano ricoperto la terra infangandola nelle più infami passioni: il Signore era costretto a punirli: ma prima di decidersi, quante precauzioni, quanti avvertimenti, quanti indugi! Li minaccia molto tempo prima di punirli, per iscuoterli e farli rientrare in se stessi. Vedendo che i delitti andavano sempre aumentando, mandò loro Noè, al quale comandò di costruire un’arca, impiegandovi cento anni, e di dire a tutti quanti glielo domandassero, il perché di quella costruzione; che, cioè il Signore voleva far perire il mondo intero, con un diluvio universale, ma che se volevano convertirsi e fare penitenza, cambierebbe il suo decreto. Infine però, vedendo che a nulla servivano tutti questi avvertimenti e che gli uomini si ridevano delle sue minacce, fu obbligato di punirli. E tuttavia sappiamo che il Signore disse che si pentiva d’averli creati: il che ci mostra la grandezza di sua misericordia. E come se avesse detto: Preferirei non avervi creati piuttosto che vedermi costretto a punirvi (Gen. VI). Ditemi, F. M., poteva Egli, quantunque Dio, spingere più lungi la sua misericordia? F. M., cosi Egli aspetta i peccatori a penitenza e ve li invita coi movimenti interiori della sua grazia, e la voce dei suoi ministri. Vedete ancora come si diporta verso Ninive, questa grande città peccatrice. Prima di punirne gli abitanti, comanda al suo profeta Giona, d’andare da parte sua ad annunciar loro che fra quaranta giorni li avrebbe puniti. Giona, invece d’andare a Ninive, fugge in altro luogo. Vuol attraversare il mare: ma Dio, invece di lasciare i Niniviti senza avviso prima di punirli, fa un miracolo per conservare il suo profeta durante tre giorni e tre notti nel seno d’un cetaceo, che al terzo dì miracolosamente lo rigetta sul lido. Allora il Signore dice a Giona: “Va ad annunciare alla grande città di Ninive che fra quaranta giorni sarà distrutta. „ Non mette condizioni. Il profeta, andatovi, annuncia a Ninive che fra quaranta giorni sarebbe perita. A questa notizia, tutti si danno alla penitenza ed alle lagrime, dal contadino fino al re. “Chi sa, dice loro il re, che il Signore non abbia ancora pietà di noi?„ Il Signore, vedendoli ricorrere alla penitenza, sembrò gustare la gioia di perdonarli. Giona, vedendo passato il tempo del castigo, si ritirò fuori della città, per aspettare che il fuoco del cielo cadesse su di essa. Vedendo che non cadeva: “Ah! Signore, esclama, mi fate forse passare per un falso profeta? fatemi piuttosto morire. Ah! io so bene che siete troppo buono; non cercate che di perdonare!” — Ecchè, Giona! gli disse il Signore; vorresti ch’Io facessi perire tante persone, che si umiliarono davanti a me? Oh! no, no, Giona, non ne avrei il coraggio: invece li amerò e li conserverò (Jon. I-IV) .„ Ecco precisamente, F. M., quanto fa Gesù Cristo a nostro riguardo: alcune volte sembra voglia punirci senza misericordia: ma al più piccolo pentimento ci perdona e ci rende la sua amicizia. Vedete, quando volle far discendere il fuoco dal cielo sopra Sodoma, Gomorra e le città vicine. Sembrava non potervisi risolvere senza consultare il suo servo Abramo; quasi per sentire che cosa dovesse fare. “ Abramo, dissegli il Signore, i delitti di Sodoma e Gomorra giunsero sino al mio trono; non posso più soffrirli quegli uomini; li farò perire col fuoco del cielo. — Ma, Signore, risponde Abramo, punirete i giusti insieme ai peccatori? — Oh! no, no, gli dice il Signore. — Ebbene! soggiunge Abramo: se vi fossero trenta giusti in Sodoma, la punireste, o Signore ? — No, disse, se ne trovo trenta, perdono a tutta la città per amore dei giusti. „ (Gen. XVIII). Arrivò sino a dieci. Ahimè! in una città sì grande non si trovavano dieci giusti! Vedete che il Signore sembrava gioisse di consultare il suo servo su quanto voleva fare. Vedendosi costretto a punirli, mandò subito un Angelo a Lot per dirgli di uscire lui e tutta la sua famiglia, per non andar puniti coi colpevoli (idem XIX). Ah! mio Dio, quale pazienza! quanti indugi prima dell’esecuzione! Volete sapere qual peccato obbligò il Signore a far piombar sulla terra tanti castighi? Ahimè! è il maledetto peccato dell’impurità, di cui la terra era tutta coperta. Volete vedere come Dio tarda a punire? Vedete che cosa fece per castigar Gerico (Gios. VI) . Ordinò a Giosuè di far portare in processione l’arca dell’alleanza, oggetto sacro che mostrava la grandezza della misericordia di Dio. Volle che fosse portata dai sacerdoti, depositari di sua misericordia. Comandò di fare per sette giorni il giro delle mura della città, facendo suonare le medesime trombe che servivano ad annunciare l’anno del giubileo, che era un anno di riconciliazione e di perdono. Eppure vediamo che le stesse trombe destinate ad annunciare loro il perdono, fecero cadere le mura della città, per mostrarci che se non vogliamo approfittare delle grazie che Dio vuol accordarci, diventiamo perciò più colpevoli: ma che se abbiamo la fortuna di convertirci, Egli ne prova una gioia sì grande da dirci che ci dà il perdono con maggior prontezza di quella con cui una madre estrae il suo bambino dal fuoco. Vedemmo, F. M., che dal principio del mondo, sino alla venuta del Messia, tutto è misericordia, grazia, benefizi. Eppure possiamo dire che sotto la legge di amore i benefizi, di cui Dio ha colmato il mondo, sono ancor più abbondanti e preziosi. Quale misericordia nell’eterno Padre il quale non ha che un Figlio, ed acconsente che perda la vita per salvarci tutti! Ah! F. M., se percorressimo tutta la storia delle sofferenze di Gesù Cristo con cuore riconoscente, quante lagrime non verseremmo! Vedendo il tenero Gesù nella culla, ecc.. Vedete che la misericordia del Padre non può andar oltre, poiché avendo un sol Figlio, che è la cosa sua più cara, lo sacrifica per salvarci. Ma se consideriamo l’amore del Figlio, che cosa ne diremo noi? Egli acconsente volontariamente di soffrire tanti tormenti, ed anche la morte per procurarci la felicità del cielo! Ah! F. M., che cosa non ha Egli fatto durante i giorni di sua vita mortale? Non contento di chiamarci a Lui colla sua grazia, e di fornirci tutti i mezzi per santificarci, vedete come corre dietro le pecorelle smarrite: vedete come attraversa le città e le campagne per cercarle e ricondurle nel luogo della sua misericordia: vedete come lascia gli apostoli per aspettare la Samaritana presso il pozzo di Giacobbe, dove sapeva sarebbe venuta: la previene Lui stesso; comincia a parlarle, perché la sua parola piena di dolcezza, unita alla sua grazia, la tocchi e la commuova: le domanda acqua da bere, perché ella stessa gli chieda qualche cosa di più prezioso, la sua grazia. Fu così contento d’aver guadagnato quell’anima che quando gli apostoli lo pregarono di cibarsi: “Oh! no, disse loro.„ Sembrava dicesse: “Ah! no, no, io non penso al cibo del corpo, tanto gioisco d’aver guadagnata un’anima al Padre mio! „ (Giov. IV) Vedetelo nella casa di Simone il lebbroso: non vi si reca per mangiare, ma perché sapeva che vi verrebbe una Maddalena peccatrice: ecco, F. M., che cosa lo conduce a quel banchetto. Osservate la gioia che mostra in volto, vedendo Maddalena a’ suoi piedi, bagnarli di lagrime ed asciugarli co’ suoi capelli. Ma il Salvatore, dal canto suo, la ricompensa: versa a piene mani la grazia nel cuore di lei. Vedete come prende le sue difese contro chi se ne scandalizza (Luc. VI) . Giunge tant’oltre che non contento di perdonarle tutti i peccati e cacciare i sette demoni che aveva in cuore, vuol anche sceglierla per una delle sue spose: vuole che l’accompagni in tutto il corso di sua passione, e che “ … dove sarà predicato il Vangelo, si racconti quanto ella fece per Lui (Matt. XXVI, 13):„ non vuole che si parli de’ suoi peccati, perché son già tutti perdonati coll’applicazione anticipata dei meriti del suo sangue adorabile, che Egli deve spargere. Vedetelo prender la via di Cafarnao per andar a trovare un altro peccatore al suo banco; era S. Matteo, di lui voleva fare uno zelante apostolo (Matt. IX). Domandategli perché prende la via di Gerico; soggiungerà che v’è un uomo chiamato Zaccheo, il quale è in voce di pubblico peccatore; vuol andarlo a trovare per salvarlo, per farne un perfetto penitente. Fa come un buon padre, che ha perduto il suo figliuolo, lo chiama: “Zaccheo, gli dice, discendi, perché oggi voglio venire in casa tua, e vengo per concederti la mia grazia. „ È come se Egli dicesse: “Zaccheo, lascia questo orgoglio e quest’attaccamento ai beni del mondo: discendi, cioè scegli l’umiltà e la povertà.„ Per ben farlo comprendere a quanti erano con Lui, aggiunge: “Questa casa oggi riceve la salute. ,,

1. — O mio Dio! quant’è grande la vostra misericordia pei peccatori! Domandategli ancora perché passò per quella piazza pubblica. “Ah! vi dirà, perché aspetto una donna adultera, che vien condotta alla lapidazione: ed io prenderò la sua difesa contro i suoi nemici, la commuoverò e convertirò.„ Vedete il tenero Salvatore vicino a quella donna, come si comporta, come prende le sue difese? Vedendola circondata dal popolaccio che aspettava solo il segnale per lapidarla, il Salvatore sembra dir loro: “Un momento, lasciatemi fare, poi toccherà a voi. „ Si piega verso terra, scrive, non la sentenza di morte, ma la sua assoluzione. Rialzatosi li guarda. Non sembra dir loro: “Ora che questa donna è perdonata, non è più peccatrice, ma una santa penitente: chi di voi è uguale ad essa? Se siete senza peccato, gettatele la prima pietra.„ Tutti quegli ipocriti, vedendo che Gesù il Cristo leggeva nella loro coscienza, si ritirarono; primi i più vecchi che certamente erano i più colpevoli, poi gli altri. Gesù Cristo, vedendola rimasta sola, le disse con bontà: “Donna, chi ti ha condannato?„ come per dirle: dopo che Io ti ho perdonato, chi avrebbe osato condannarti? ,, Ah! Signore, risposegli la peccatrice, nessuno. — Ebbene! va, e bada di non più peccare (Giov. VIII).„ Vedete ancora che bontà Egli rivela per quella donna che da dodici anni soffriva perdita di sangue. Essa si getta umilmente a’ suoi piedi: “perché, pensava, se posso toccar soltanto il lembo del suo manto, son certa di guarire.„ Gesù Cristo, voltandosi con aria di dolcezza, dice: “Chi mi tocca? Andate, figlia mia, abbiate fiducia, siete guarita nell’anima e nel corpo. „ (Matt. IX). Vedetelo come ha compassione di quel padre, che gli presenta il figlio posseduto dal demonio sin dall’infanzia (Marc. IX)… Vedetelo piangere avvicinandosi a Gerusalemme, che era la figura dei peccatori, che non voglion lasciarsi toccare il cuore. Vedete come piange sulla sua rovina eterna. “Oh! quante volte, ingrata Gerusalemme, volli io ricondurti al seno di mia misericordia, come una chioccia raccoglie i pulcini sotto le ali: ma tu non volesti. O ingrata Gerusalemme che hai ucciso i profeti, e fatto morire i servi di Dio! oh! se almeno volessi ricever la grazia che ti porto! „ (Matt. XIII). Vedete, F. M., come il buon Dio piange la perdita delle anime nostre, quando vede che non vogliamo convertirci? Ora che vediamo quanto Gesù Cristo ha fatto per salvarci, come potremmo disperare della sua misericordia, giacché il suo più grande piacere è di perdonarci: e, per quanto numerosi siano i nostri peccati, se vogliamo lasciarli e pentircene siamo sicuri del perdono? Quand’anche le colpe nostre uguagliassero il numero delle foglie della foresta, saremo perdonati, se il nostro cuore è veramente pentito. Per convincervene, eccone un bell’esempio. Leggiamo nella storia che un giovane, chiamato Teofilo, sacerdote, fu accusato presso il suo Vescovo, e deposto dalla sua dignità. Questa pena lo infuriò talmente, che chiamò il demonio in suo soccorso. Lo spirito maligno gli apparve, promettendogli di fargli ricuperare la sua dignità, a patto che rinnegasse Gesù e Maria. Accecato dal furore, lo fece; e diede al demonio una rinuncia scritta di sua mano. Il giorno dopo il Vescovo, riconosciuto il suo errore, lo chiamò in chiesa, gli domandò perdono d’aver troppo facilmente creduto a quanto gli era stato detto, e lo ristabilì nella sua dignità. Il sacerdote. allora si trovò in grave imbarazzo: per lungo tempo si sentì straziato dai rimorsi della coscienza. Gli venne il pensiero di ricorrere alla Vergine Ss., sentendosi troppo indegno di domandar perdono a Dio. E andò a prostrarsi dinanzi ad un’immagine della Ss. Vergine, pregandola di ottenergli perdono dal suo divin Figliuolo, e a tal fine, digiunò quaranta giorni, e pregò continuamente. Dopo i quaranta giorni, la Vergine gli apparve, dicendogli che gli aveva ottenuto il perdono. Fu consolato da questa grazia: ma gli restava ancora una spina ben profonda da togliersi: era lo scritto dato al demonio. Pensò che Dio non rifiuterebbe questa grazia alla sua Madre: continuò per tre giorni a pregarla, e, finalmente, svegliatosi trovò la carta sul suo petto. Pieno di riconoscenza va in chiesa, e, davanti a tutti, pubblica la grazia che il buon Dio gli aveva concessa per intercessione della sua santa Madre. Facciamo altrettanto: se ci troviamo troppo colpevoli per domandar perdono a Dio, indirizziamoci alla Ss. Vergine, e stiam sicuri del perdono. Ma per incoraggiarvi ad aver gran confidenza nella misericordia di Dio che è infinita, eccone un esempio che il Vangelo ci mette innanzi, il quale ci fa intendere che la misericordia di Dio è senza confini: è quello del Figliuol prodigo, che dopo aver domandato al padre suo quanto gli poteva spettare, andò in paese straniero. Ivi dissipò tutta la sua sostanza, vivendo da libertino e scostumato. La sua cattiva condotta lo ridusse in tal miseria che diventato guardiano di porci, stimavasi troppo fortunato di potersi sfamare colle loro ghiande, sebbene non ne avesse quante la sua fame esigeva. Riflettendo un giorno sulla grandezza della sua miseria, diceva al padrone presso il quale era custode degli immondi animali. “Datemi almeno quanto mangiano le vostre bestie.„ Quale miseria, F. M,, è paragonabile a questa? Eppure nessuno lo soccorreva. Vedendosi ridotto a morir di fame, e vivamente commosso del suo infelice stato, apre gli occhi, e si ricorda di avere un padre tanto buono e che tanto l’amava. Risolve di ritornare alla casa paterna, dove i più umili servi avevano pane più del bisogno. Diceva a se stesso: “Ho errato assai abbandonando il padre mio che tanto mi amava: ho dissipato tutto il mio, menando una vita cattiva: sono tutto lacero e sucido; come potrà il padre mio riconoscermi per suo figlio? Ma mi getterò ai suoi piedi, glieli bagnerò di lagrime: gli domanderò di mettermi solo nel numero dei suoi servi. „ Eccolo che si alza e parte, tutto preoccupato dello stato infelice a cui l’aveva ridotto il suo libertinaggio. Il padre, che ne piangeva da lungo tempo la perdita, vedendolo da lungi venire, dimenticò la tarda età sua, e la cattiva condotta del figlio, si gettò al suo collo per abbracciarlo. Il povero giovane, commosso dell’amore del padre suo: “Ah! padre mio, esclama, ho peccato contro di te e contro il cielo! non merito più d’essere chiamato tuo figliuolo, mettimi solo nel numero dei tuoi servi. — No, no, figlio mio, grida il padre pieno di gioia per la felicità di aver ritrovato il figliuolo che credeva perduto: no, figlio mio, tutto è dimenticato, non pensiamo che a rallegrarci. Gli si porti l’antica veste per ricoprirlo, gli si metta un anello al dito, ed i calzari ai piedi: si uccida un vitello ben pingue, e si faccia festa: perché mio figlio era morto ed è risuscitato, era perduto ed è stato ritrovato.„ (Luc. XV). Bella immagine, F. M., della grandezza della misericordia di Dio per i più sventurati peccatori! Infatti, allorché abbiam la sventura di peccare ci allontaniamo da Dio, e ci riduciamo, seguendo le nostre passioni, ad uno stato più miserabile dei porci, gli animali più immondi. O mio Dio! quanto il peccato è spaventoso! come si può commetterlo? Ma, per quanto siamo colpevoli, da quando risolviamo di convertirci, al primo segno di conversione le viscere di sua misericordia sono mosse a compassione. Questo tenero Salvatore colla sua grazia va innanzi ai peccatori, li previene favorendoli di consolazioni le più deliziose. Infatti, mai un peccatore prova maggior piacere di quando lascia il peccato per darsi a Dio: gli sembra che niente potrà arrestarlo: né preghiera, né penitenza: niente gli appar troppo duro. O momento delizioso! O quanto saremmo felici, se avessimo la fortuna di comprenderlo! Ma ahimè! non corrispondiamo alla grazia, e quindi questi felici momenti si dileguano. Gesù Cristo dice al peccatore per bocca dei suoi ministri: – Si indossi a questo Cristiano convertito il primo suo abito, che è la grazia perduta del battesimo: lo si rivesta di Gesù Cristo, della sua giustizia, delle sue virtù e meriti tutti.„ Ecco, F. M., il modo con cui ci tratta Gesù Cristo quando abbiam la fortuna di abbandonare il peccato per darci a Lui. Ah! F. M., qual motivo di confidenza per un peccatore, anche se assai colpevole, il sapere che la misericordia di Dio è infinita!

II. — No, F. M., non è la gravità dei nostri peccati, né il loro numero che ci devono spaventare; ma solo le disposizioni che dobbiamo avere. Eccovi, F. M., un altro esempio che ci mostra, che, per quanto colpevoli, siamo sicuri del perdono se vogliamo domandarlo a Dio. Leggiamo nella storia che un gran principe nella sua ultima malattia fu attaccato da una tentazione orribile di diffidenza nella bontà e misericordia di Dio. Il sacerdote che l’assisteva, vedendo che perdeva la confidenza, faceva il possibile per ispirargliela, dicendogli che mai il buon Dio negò il perdono a chi glielo domandò. “No, no, disse l’ammalato, non v’ha più perdono per me, ho fatto troppo male.„ Il sacerdote non trovando altra risorsa, si mise a pregare. In quel mentre Dio gli pose sulle labbra quelle parole che il santo Re profeta pronunciò prima di morire: “Principe, dissegli, ascoltate il profeta penitente; siete peccatore come lui, dite sinceramente con lui: Signore, avrete pietà di me, perché i miei peccati sono grandi, ed è appunto la gravità dei miei peccati il motivo che vi impegnerà a perdonarmi. „ A queste parole il principe svegliandosi come da un profondo sonno, stette un momento come in un trasporto di gioia, e mandando un sospiro profondo: “Ah! Signore, proprio per me furono pronunziate queste parole! Sì, mio Dio, appunto perché ho fatto molto male avrete pietà di me! „ Si confessa, e riceve tutti i Sacramenti versando torrenti di lagrime: fa con gioia il sacrificio di sua vita, e muore con in mano il crocifisso che inonda di lagrime. Infatti, F. M., che cosa sono i nostri peccati, se li paragoniamo alla misericordia di Dio? un granellino in confronto ad una montagna. O mio Dio! come si può acconsentire di andar dannati, mentre costa sì poco il salvarsi, e Gesù Cristo desidera tanto la salvezza nostra? – Però, F. M., se Dio è sì buono da attenderci e riceverci, non bisogna stancare la sua pazienza: se ci chiama, ci invita di venire a Lui, dobbiamo andargli incontro: se ci riceve, dobbiamo essergli fedeli. Invece, F. M., sono forse più di cinque o sei anni che il buon Dio ci chiama: perché restiamo nei nostri peccati? Egli è sempre pronto ad offrirci la grazia, perché non lasciamo il peccato? Infatti, M. F., S. Ambrogio ci dice: “Dio, per quanto buono e misericordioso, non ci perdona se non gli domandiamo perdono, se non uniamo la nostra volontà a quella di Gesù Cristo. „ Ma quale volontà, F. M., domanda Dio da noi? Ecco: è una volontà che corrisponda alle sante sollecitazioni della sua misericordia, che ci faccia dire con S. Paolo: “Voi avete sentito raccontare quali furono la mia condotta e le mie azioni prima che Dio mi facesse la grazia di convertirmi. Perseguitavo la Chiesa di Gesù Cristo con tanta crudeltà, che ne ho orrore io stesso ogni volta che vi penso. Chi avrebbe creduto che appunto questo momento aveva scelto Gesù Cristo per chiamarmi a Lui? In quell’istante fui circondato da una luce: udii una voce che mi disse: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? „ (Gal. I, 13-15). Ah! F. M.! quante volte il buon Dio non ci ha fatto la medesima grazia? Quante volte in peccato, o vicini a cadervi, udimmo una voce interna che ci gridava: Ah! figlio mio, perché vuoi farmi soffrire, e perdere l’anima tua? „ Eccone un bell’esempio. Leggiamo nella storia che un figlio incollerito, uccise il padre suo. Ne concepì un rimorso tale, che sembravagli udir continuamente una voce che gli gridasse: “Ah! figlio mio, perché mi hai ucciso? „ Ne soffriva tanto che egli stesso andò a denunziarsi al giudice. Non solo, F. M., dobbiamo abbandonare il peccato, perché Dio è tanto buono di perdonarci: ma dobbiamo anche piangere di riconoscenza. Ne abbiamo un bell’esempio nel giovane Tobia, guidato e ricondotto dall’Angelo (Tob. XII): il che ci mostra quanto piaccia a Dio essere ringraziato. Leggiamo che quella donna, che da dodici anni soffriva di perdita di sangue, guarita da Gesù Cristo, per riconoscenza e per mostrare a tutti la bontà di Dio con lei, fece erigere vicino alla casa sua una bella statua rappresentante una donna davanti a Gesù Cristo che l’aveva guarita. Parecchi autori ci dicono che attorno vi nasceva un’erba sconosciuta, che quando arrivava alla frangia del vestito della statua guariva ogni sorta di malattie. Vedete S. Matteo, per ringraziar Gesù Cristo della grazia che gli aveva fatto l’invitò a casa sua. e resegli tutti gli onori possibili. Vedete il lebbroso samaritano: vedendosi guarito ritorna su’ suoi passi, si getta ai piedi di Gesù Cristo per ringraziarlo della grazia che gli aveva fatta (Luc. XVII, 16). S. Agostino ci dice che il miglior rendimento di grazie è che l’anima vostra sia sinceramente riconoscente verso la bontà di Dio, dandosi tutta a Lui con tutti i suoi affetti. Vedete il Salvatore quando ebbe guarito i dieci lebbrosi, vedendo che uno solo ritornava a ringraziarlo: “E gli altri nove, dissegli Gesù, non furono parimente guariti? „ (Luc. XVII, 17). Come se avesse detto: Perché gli altri non vengono a ringraziarmi? S. Bernardo ci dice che bisogna essere assai riconoscenti verso il buon Dio, perché ciò lo impegna ad accordarci molte altre grazie. Davvero, F. M.! quante grazie non dobbiam rendere a Dio, di averci creati, di averci redenti colla sua passione e morte, di averci fatto nascere nel seno della sua Chiesa, mentre tanti altri vivono e muoiono fuori del suo seno. Si, F. M., poiché la bontà e la misericordia di Dio sono infinite, procuriamo di ben approfittarne, e così avremo la ventura di piacergli e di conservar le anime nostre nella sua grazia: il che ci procurerà la felicità d’andar un giorno a godere la sua santa presenza con tatti i beati in cielo. Ecco quanto vi auguro.

IL CREDO

 Offertorium

Orémus: Ps IX: 11-12 IX: 13 Sperent in te omnes, qui novérunt nomen tuum, Dómine: quóniam non derelínquis quæréntes te: psállite Dómino, qui hábitat in Sion: quóniam non est oblítus oratiónem páuperum.

[Sperino in te tutti coloro che hanno conosciuto il tuo nome, o Signore: poiché non abbandoni chi ti cerca: cantate lodi al Signore, che àbita in Sion: poiché non ha trascurata la preghiera dei poveri.]

 Secreta

Réspice, Dómine, múnera supplicántis Ecclésiæ: et salúti credéntium perpétua sanctificatióne suménda concéde.

[Guarda, o Signore, ai doni della Chiesa che ti supplica, e con la tua grazia incessante, fa che siano ricevuti per la salvezza dei fedeli.]

COMUNIONE SPIRITUALE

 Communio

Luc XV: 10. Dico vobis: gáudium est Angelis Dei super uno peccatóre poeniténtiam agénte.

[Vi dico: che grande gaudio vi è tra gli Angeli per un peccatore che fa penitenza.]

 Postcommunio

Orémus.

Sancta tua nos, Dómine, sumpta vivíficent: et misericórdiæ sempitérnæ praeparent expiátos. [I tuoi santi misteri che abbiamo ricevuto, o Signore, ci vivifichino, e, purgandoci dai nostri falli, ci preparino all’eterna misericordia.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

I SERMONI DEL CURATO D’ARS: SULLA MISERICORDIA DI DIO

DISCORSI DI SAN G. B. M. VIANNEY

CURATO D’ARS

[Vol. III, Marietti Ed. Torino-Roma, 1933

Visto nulla osta alla stampa. Torino, 25 Novembre 1931.

Teol. TOMMASO CASTAGNO, Rev. Deleg.

Imprimatur.

C . FRANCISCUS PALEARI, Prov. Gen.]

Sulla misericordia di Dio.

Erant autem appropinquantes ei publicani et peocatores, ut audirent illum.

(Luc. XV, 1).

La condotta di Gesù Cristo, durante la sua vita mortale, ci mostra la grandezza della sua misericordia verso i peccatori. Vediamo infatti che tutti vengono presso di Lui: ed Egli, anziché rigettarli o allontanarsi da essi, cerca invece tutti i modi possibili di trovarsi con loro, per attirarli al Padre suo. Li va cercando coi rimorsi della coscienza, li riconduce colle attrattive della sua grazia e li guadagna coi suoi modi amorevoli. Li tratta con tanta bontà, che li difende perfino contro gli scribi ed i farisei che volevano biasimarli e non potevano soffrirli vicino a Gesù Cristo. Giunge anche più oltre; vuol giustificarsi della sua condotta a loro riguardo con una parabola, che dipinge, come meglio non si potrebbe, la grandezza del suo amore pei peccatori, in questo modo: “Un buon pastore, che aveva cento pecore, avendone perduta una, lascia tutte le altre per correr dietro a quella che s’è smarrita: ed avendola trovata, se la mette sulle spalle per evitarle la fatica della strada: riportatala all’ovile, invita i suoi amici a rallegrarsi con lui d’aver trovato la pecora che credeva perduta. „ Aggiunge anche la parabola della donna, che possedendo dieci dramme., ed avendone perduta una, accende la lampada per cercarla in tutti gli angoli di casa sua, e trovatala invita le amiche a rallegrarsene. “Così, disse loro, il cielo tutto gioisce pel ritorno d’un peccatore che si converte e fa penitenza. Non son venuto pei giusti, ma per i peccatori: i sani non hanno bisogno del medico, bensì gli ammalati. „ E Gesù Cristo applica a se stesso queste vive immagini della grandezza della sua misericordia verso i peccatori. Ah! Fratelli miei, qual felicità per noi il sapere che la misericordia di Dio è infinita! Qual forte desiderio non dobbiam sentire nascere in cuore di gettarci ai piedi d’un Dio che ci riceverà con tanta gioia! F. M., se ci danneremo non avremo scuse, quando Gesù Cristo stesso ci mostrerà che la sua misericordia fu sempre grande abbastanza per perdonarci, per quanto fossimo colpevoli. E per darvene un’idea, oggi vi mostrerò: 1° la grandezza della misericordia di Dio verso i peccatori; 2° ciò che dobbiamo fare da parte nostra, per meritarci la fortuna di ottenerla.

I. — F. M., tutto è consolante, tutto è incoraggiante nella condotta di Dio verso di noi. Quantunque colpevoli, la sua pazienza ci attende, il suo amore ci invita ad uscir dal peccato per ritornare a Lui, la sua misericordia ci riceve fra le sue braccia. Colla pazienza, dice il profeta Isaia, Dio ci attende per usarci misericordia. Appena commesso il peccato, meritiamo d’essere puniti. Niente è più dovuto al peccato quanto la punizione. Dacché l’uomo s’è ribellato al suo Dio, le creature tutte domandano vendetta, dicendo: Signore, volete facciam perire quel peccatore che v’ha oltraggiato? Volete, gli dice il mare, ch’io l’inghiottisca nei miei abissi? E la terra: Signore, debbo aprire le mie viscere per farlo discendere vivo nell’inferno? E l’aria: Signore, mi permettete di soffocarlo? Ed il fuoco: Ah! di grazia lasciatemelo abbruciare. E così tutte le altre creature domandano vendetta ad alte grida. I lampi ed i fulmini vanno avanti al trono di Gesù Cristo domandandogli licenza di annientarlo e divorarlo. — Ma no, risponde il buon Gesù, lasciatelo sulla terra sino al momento stabilito dal Padre mio; forse avrò la fortuna di convertirlo. Se il peccatore si svia ognor più, questo tenero Padre piange su di lui, e non lascia di perseguitarlo colla sua grazia, facendo in lui nascere violenti i rimorsi della coscienza. ” O Dio delle misericordie, esclama S. Agostino, quand’era peccatore m’allontanavo da voi sempre più; i miei passi e le mie azioni tutte erano altrettante nuove cadute nel male; le passioni s’infiammavano ognor più vivamente; eppure avevate pazienza, e m’aspettavate. O pazienza del mio Dio! son tanti anni che vi offendo, e non mi avete ancora punito: donde può venire questa lunga attesa? Davvero, o Signore, è perché volete ch’io mi converta, e ritorni a voi colla penitenza. „ È possibile, F. M., che nonostante il desiderio del buon Dio di salvarci, noi ci perdiamo così deliberatamente? Sì, F. M., se vogliamo percorrere le differenti età del mondo, vediamo la terra ricoperta dappertutto delle misericordie del Signore, e gli uomini avvolti nei suoi benefizi. Non è il peccatore che ritorna a Dio per domandargli perdono; ma è Dio stesso che corre dietro al peccatore, e lo fa ritornare a sé. Ne volete un bell’esempio? Vedete come fece oon Adamo dopo il suo peccato. Invece di punirlo, come si meritava, per quella ribellione contro il suo Creatore, che avevagli concesso tanti privilegi, che l’aveva ornato di tante grazie e destinato per un fine così beato: quello d’esser suo amico e di non morir mai; Adamo, dopo il peccato, fugge la presenza di Dio: ma il Signore, come un padre desolato che ha perduto il figliuol suo, corre a cercarlo, e lo chiama quasi piangendo: “Adamo, Adamo, dove sei? Perché fuggi la presenza del tuo Creatore? „ (Gen. III, 9). Desidera tanto di perdonargli, che neppure gli dà tempo di domandar perdono: subito gli annuncia che vuol perdonargli, che manderà il Figliuol suo, il quale nascerà da una Vergine e riparerà il danno che il peccato ha cagionato a lui ed ai suoi discendenti, e che questa riparazione si farà in un modo ammirabile. Infatti, F. M. , senza il peccato di Adamo, mai avremmo avuto la fortuna d’aver Gesù Cristo per Salvatore, né di riceverlo nella santa Comunione, e neppure di possederlo nelle nostre chiese. Nei lunghi secoli durante i quali l’eterno Padre attese di mandare sulla terra il Figliuol suo, Egli non cessò di rinnovare queste consolanti promesse per bocca dei patriarchi e dei profeti. O carità di Dio, quanto sci grande pei peccatori! Vedete, F. M., la bontà di Dio pel peccatore? Potremo ancora disperare del nostro perdono? Giacché il Signore mostra tanto il desiderio di perdonarci, se restiamo nel peccato è tutta colpa nostra. Vedete che cosa fece con Caino, dopoché questi uccise il fratello. Va a trovarlo per farlo rientrare in se stesso, e potergli perdonare: perché bisogna necessariamente domandargli perdono, se vogliam che ce lo dia. Ah! mio Dio, è troppo! “Caino, Caino, che hai fatto? Domandami perdono, perché io possa perdonarti. „ Caino non vuole, dispera della sua salvezza, si ostina nel peccato. Eppure vediamo il buon Dio che lo lascia a lungo sulla terra per dargli tempo, se avesse voluto, di convertirsi. Vedete ancora la sua misericordia verso il mondo, quando i delitti degli uomini avevano ricoperto la terra infangandola nelle più infami passioni: il Signore era costretto a punirli: ma prima di decidersi, quante precauzioni, quanti avvertimenti, quanti indugi! Li minaccia molto tempo prima di punirli, per iscuoterli e farli rientrare in se stessi. Vedendo che i delitti andavano sempre aumentando, mandò loro Noè, al quale comandò di costruire un’arca, impiegandovi cento anni, e di dire a tutti quanti glielo domandassero, il perché di quella costruzione; che, cioè il Signore voleva far perire il mondo intero, con un diluvio universale, ma che se volevano convertirsi e fare penitenza, cambierebbe il suo decreto. Infine però, vedendo che a nulla servivano tutti questi avvertimenti e che gli uomini si ridevano delle sue minacce, fu obbligato di punirli. E tuttavia sappiamo che il Signore disse che si pentiva d’averli creati: il che ci mostra la grandezza di sua misericordia. E come se avesse detto: Preferirei non avervi creati piuttosto che vedermi costretto a punirvi (Gen. VI). Ditemi, F. M., poteva Egli, quantunque Dio, spingere più lungi la sua misericordia? F. M., cosi Egli aspetta i peccatori a penitenza e ve li invita coi movimenti interiori della sua grazia, e la voce dei suoi ministri. Vedete ancora come si diporta verso Ninive, questa grande città peccatrice. Prima di punirne gli abitanti, comanda al suo profeta Giona, d’andare da parte sua ad annunciar loro che fra quaranta giorni li avrebbe puniti. Giona, invece d’andare a Ninive, fugge in altro luogo. Vuol attraversare il mare: ma Dio, invece di lasciare i Niniviti senza avviso prima di punirli, fa un miracolo per conservare il suo profeta durante tre giorni e tre notti nel seno d’un cetaceo, che al terzo dì miracolosamente lo rigetta sul lido. Allora il Signore dice a Giona: “Va ad annunciare alia grande città di Ninive che fra quaranta giorni sarà distrutta. „ Non mette condizioni. Il profeta, andatovi, annuncia a Ninive che fra quaranta giorni sarebbe perita. A questa notizia, tutti si danno alla penitenza ed alle lagrime, dal contadino fino al re. “Chi sa, dice loro il re, che il Signore non abbia ancora pietà di noi?„ Il Signore, vedendoli ricorrere alla penitenza, sembrò gustare la gioia di perdonarli. Giona, vedendo passato il tempo del castigo, si ritirò fuori della città, per aspettare che il fuoco del cielo cadesse su di essa. Vedendo che non cadeva: “Ah! Signore, esclama, mi fate forse passare per un falso profeta? fatemi piuttosto morire. Ah! io so bene che siete troppo buono; non cercate che di perdonare! — Ecchè, Giona! gli disse il Signore; vorresti ch’Io facessi perire tante persone, che si umiliarono davanti a me? Oh! no, no, Giona, non ne avrei il coraggio: invece li amerò e li conserverò (Jon. I-IV) .„ Ecco precisamente, F. M., quanto fa Gesù Cristo a nostro riguardo: alcune volte sembra voglia punirci senza misericordia: ma al più piccolo pentimento ci perdona e ci rende la sua amicizia. Vedete, quando volle far discendere il fuoco dal cielo sopra Sodoma, Gomorra e le città vicine. Sembrava non potervisi risolvere senza consultare il suo servo Abramo; quasi per sentire che cosa dovesse fare. “ Abramo, dissegli il Signore, i delitti di Sodoma e Gomorra giunsero sino al mio trono; non posso più soffrirli quegli uomini; li farò perire col fuoco del cielo. — Ma, Signore, risponde Abramo, punirete i giusti insieme ai peccatori? — Oh! no, no, gli dice il Signore. — Ebbene! soggiunge Abramo: se vi fossero trenta giusti in Sodoma, la punireste, o Signore? — No, disse, se ne trovo trenta, perdono a tutta la città per amore dei giusti. „ (Gen. XVIII). Arrivò sino a dieci. Ahimè! in una città sì grande non si trovavano dieci giusti! Vedete che il Signore sembrava gioisse di consultare il suo servo su quanto voleva fare. Vedendosi costretto a punirli, mandò subito un Angelo a Lot per dirgli di uscire lui e tutta la sua famiglia, per non andar puniti coi colpevoli (idem XIX). Ah! mio Dio, quale pazienza! quanti indugi prima dell’esecuzione! Volete sapere qual peccato obbligò il Signore a far piombar sulla terra tanti castighi? Ahimè! è il maledetto peccato dell’impurità, di cui la terra era tutta coperta. Volete vedere come Dio tarda a punire? Vedete che cosa fece per castigar Gerico (Gios. VI) . Ordinò a Giosuè di far portare in processione l’arca dell’alleanza, oggetto sacro che mostrava la grandezza della misericordia di Dio. Volle che fosse portata dai sacerdoti, depositari di sua misericordia. Comandò di fare per sette giorni il giro delle mura della città, facendo suonare le medesime trombe che servivano ad annunciare l’anno del giubileo, che era un anno di riconciliazione e di perdono. Eppure vediamo che le stesse trombe destinate ad annunciare loro il perdono, fecero cadere le mura della città, per mostrarci che se non vogliamo approfittare delle grazie che Dio vuol accordarci, diventiamo perciò più colpevoli: ma che se abbiamo la fortuna di convertirci, Egli ne prova una gioia sì grande da dirci che ci dà il perdono con maggior prontezza di quella con cui una madre estrae il suo bambino dal fuoco. Vedemmo, F. M., che dal principio del mondo, sino alla venuta del Messia, tutto è misericordia, grazia, benefizi. Eppure possiamo dire che sotto la legge di amore i benefizi, di cui Dio ha colmato il mondo, sono ancor più abbondanti e preziosi. Quale misericordia nell’eterno Padre il quale non ha che un Figlio, ed acconsente che perda la vita per salvarci tutti! Ah! F. M., se percorressimo tutta la storia delle sofferenze di Gesù Cristo con cuore riconoscente, quante lagrime non verseremmo! Vedendo il tenero Gesù nella culla, ecc.. Vedete che la misericordia del Padre non può andar oltre, poiché avendo un sol Figlio, che è la cosa sua più cara, lo sacrifica per salvarci. Ma se consideriamo l’amore del Figlio, che cosa ne diremo noi? Egli acconsente volontariamente di soffrire tanti tormenti, ed anche la morte per procurarci la felicità del cielo! Ah! F. M., che cosa non ha Egli fatto durante i giorni di sua vita mortale? Non contento di chiamarci a Lui colla sua grazia, e di fornirci tutti i mezzi per santificarci, vedete come corre dietro le pecorelle smarrite: vedete come attraversa le città e le campagne per cercarle e ricondurle nel luogo della sua misericordia: vedete come lascia gli apostoli per aspettare la Samaritana presso il pozzo di Giacobbe, dove sapeva sarebbe venuta: la previene Lui stesso; comincia a parlarle, perché la sua parola piena di dolcezza, unita alla sua grazia, la tocchi e la commuova: le domanda acqua da bere, perché ella stessa gli chieda qualche cosa di più prezioso, la sua grazia. Fu così contento d’aver guadagnato quell’anima che quando gli apostoli lo pregarono di cibarsi: “Oh! no, disse loro.„ Sembrava dicesse: “Ah! no, no, io non penso al cibo del corpo, tanto gioisco d’aver guadagnata un’anima al Padre mio! „ (Giov. IV) Vedetelo nella casa di Simone il lebbroso: non vi si reca per mangiare, ma perché sapeva che vi verrebbe una Maddalena peccatrice: ecco, F. M., che cosa lo conduce a quel banchetto. Osservate la gioia che mostra in volto, vedendo Maddalena a’ suoi piedi, bagnarli di lagrime ed asciugarli co’ suoi capelli. Ma il Salvatore, dal canto suo, la ricompensa: versa a piene mani la grazia nel cuore di lei. Vedete come prende le sue difese contro chi se ne scandalizza (Luc. VI) . Giunge tant’oltre che non contento di perdonarle tutti i peccati e cacciare i sette demoni che aveva in cuore, vuol anche sceglierla per una delle sue spose: vuole che l’accompagni in tutto il corso di sua passione, e che “ … dove sarà predicato il Vangelo, si racconti quanto ella fece per Lui (Matt. XXVI, 13):„ non vuole che si parli de’ suoi peccati, perché son già tutti perdonati coll’applicazione anticipata dei meriti del suo sangue adorabile, che Egli deve spargere. Vedetelo prender la via di Cafarnao per andar a trovare un altro peccatore al suo banco; era S. Matteo, di lui voleva fare uno zelante apostolo (Matt. IX). Domandategli perché prende la via di Gerico; soggiungerà che v’è un uomo chiamato Zaccheo, il quale è in voce di pubblico peccatore; vuol andarlo a trovare per salvarlo, per farne un perfetto penitente. Fa come un buon padre, che ha perduto il suo figliuolo, lo chiama: “Zaccheo, gli dice, discendi, perché oggi voglio venire in casa tua, e vengo per concederti la mia grazia. „ È come se Egli dicesse: “Zaccheo, lascia questo orgoglio e quest’attaccamento ai beni del mondo: discendi, cioè scegli l’umiltà e la povertà.„ Per ben farlo comprendere a quanti erano con Lui, aggiunge: “Questa casa oggi riceve la salute. ,,

1. — O mio Dio! quant’è grande la vostra misericordia pei peccatori! Domandategli ancora perché passò per quella piazza pubblica. “Ah! vi dirà, perché aspetto una donna adultera, che vien condotta alla lapidazione: ed io prenderò la sua difesa contro i suoi nemici, la commuoverò e convertirò.„ Vedete il tenero Salvatore vicino a quella donna, come si comporta, come prende le sue difese? Vedendola circondata dal popolaccio che aspettava solo il segnale per lapidarla, il Salvatore sembra dir loro: “Un momento, lasciatemi fare, poi toccherà a voi. „ Si piega verso terra, scrive, non la sentenza di morte, ma la sua assoluzione. Rialzatosi li guarda. Non sembra dir loro: “Ora che questa donna è perdonata, non è più peccatrice, ma una santa penitente: chi di voi è uguale ad essa? Se siete senza peccato, gettatele la prima pietra.„ Tutti quegli ipocriti, vedendo che Gesù il Cristo leggeva nella loro coscienza, si ritirarono; primi i più vecchi che certamente erano i più colpevoli, poi gli altri. Gesù Cristo, vedendola rimasta sola, le disse con bontà: “Donna, chi ti ha condannato?„ come per dirle: dopo che io ti ho perdonato, chi avrebbe osato condannarti? ,, Ah! Signore, risposegli la peccatrice, nessuno. — Ebbene! va, e bada di non più peccare (Giov. VIII).„ Vedete ancora che bontà Egli rivela per quella donna che da dodici anni soffriva perdita di sangue. Essa si getta umilmente a’ suoi piedi: “perché, pensava, se posso toccar soltanto il lembo del suo manto, son certa di guarire.„ Gesù Cristo, voltandosi con aria di dolcezza, dice: “Chi mi tocca? Andate, figlia mia, abbiate fiducia, siete guarita nell’anima e nel corpo. „ (Matt. IX). Vedetelo come ha compassione di quel padre, che gli presenta il figlio posseduto dal demonio sin dall’infanzia (Marc. IX)… Vedetelo piangere avvicinandosi a Gerusalemme, che era la figura dei peccatori, che non voglion lasciarsi toccare il cuore. Vedete come piange sulla sua rovina eterna. “Oh! quante volte, ingrata Gerusalemme, volli io ricondurti al seno di mia misericordia, come una chioccia raccoglie i pulcini sotto le ali: ma tu non volesti. O ingrata Gerusalemme che hai ucciso i profeti, e fatto morire i servi di Dio! oh! se almeno volessi ricever la grazia che ti porto! „ (Matt. XIII). Vedete, P. M., come il buon Dio piange la perdita delle anime nostre, quando vede che non vogliamo convertirci? Ora che vediamo quanto Gesù Cristo ha fatto per salvarci, come potremmo disperare della sua misericordia, giacché il suo più grande piacere è di perdonarci: e, per quanto numerosi siano i nostri peccati, se vogliamo lasciarli e pentircene siamo sicuri del perdono? Quand’anche le colpe nostre uguagliassero il numero delle foglie della foresta, saremo perdonati, se il nostro cuore è veramente pentito. Per convincervene, eccone un bell’esempio. Leggiamo nella storia che un giovane, chiamato Teofilo, sacerdote, fu accusato presso il suo Vescovo, e deposto dalla sua dignità. Questa pena lo infuriò talmente, che chiamò il demonio in suo soccorso. Lo spirito maligno gli apparve, promettendogli di fargli ricuperare la sua dignità, a patto che rinnegasse Gesù e Maria. Accecato dal furore, lo fece; e diede al demonio una rinuncia scritta di sua mano. Il giorno dopo il Vescovo, riconosciuto il suo errore, lo chiamò in chiesa, gli domandò perdono d’aver troppo facilmente creduto a quanto gli era stato detto, e lo ristabilì nella sua dignità. Il sacerdote. allora si trovò in grave imbarazzo: per lungo tempo si sentì straziato dai rimorsi della coscienza. Gli venne il pensiero di ricorrere alla Vergine Ss., sentendosi troppo indegno di domandar perdono a Dio. E andò a prostrarsi dinanzi ad un’immagine della Ss. Vergine, pregandola di ottenergli perdono dal suo divin Figliuolo, e a tal fine, digiunò quaranta giorni, e pregò continuamente. Dopo i quaranta giorni, la Vergine gli apparve, dicendogli che gli aveva ottenuto il perdono. Fu consolato da questa grazia: ma gli restava ancora una spina ben profonda da togliersi: era lo scritto dato al demonio. Pensò che Dio non rifiuterebbe questa grazia alla sua Madre: continuò per tre giorni a pregarla, e, finalmente, svegliatosi trovò la carta sul suo petto. Pieno di riconoscenza va in chiesa, e, davanti a tutti, pubblica la grazia che il buon Dio gli aveva concessa per intercessione della sua santa Madre. Facciamo altrettanto: se ci troviamo troppo colpevoli per domandar perdono a Dio, indirizziamoci alla Ss. Vergine, e stiam sicuri del perdono. Ma per incoraggiarvi ad aver gran confidenza nella misericordia di Dio che è infinita, eccone un esempio che il Vangelo ci mette innanzi, il quale ci fa intendere che la misericordia di Dio è senza confini: è quello del Figliuol prodigo, che dopo aver domandato al padre suo quanto gli poteva spettare, andò in paese straniero. Ivi dissipò tutta la sua sostanza, vivendo da libertino e scostumato. La sua cattiva condotta lo ridusse in tal miseria che diventato guardiano di porci, stimavasi troppo fortunato di potersi sfamare colle loro ghiande, sebbene non ne avesse quante la sua fame esigeva. Riflettendo un giorno sulla grandezza della sua miseria, diceva al padrone presso, il quale era custode degli immondi animali. “Datemi almeno quanto mangiano le vostre bestie.„ Quale miseria, F. M,, è paragonabile a questa? Eppure nessuno lo soccorreva. Vedendosi ridotto a morir di fame, e vivamente commosso del suo infelice stato, apre gli occhi, e si ricorda di avere un padre tanto buono e che tanto l’amava. Risolve di ritornare alla casa paterna, dove i più umili servi avevano pane più del bisogno. Diceva a se stesso: “Ho errato assai abbandonando il padre mio che tanto mi amava: ho dissipato tutto il mio, menando una vita cattiva: sono tutto lacero e sucido; come potrà il padre mio riconoscermi per suo figlio? Ma mi getterò ai suoi piedi, glieli bagnerò di lagrime: gli domanderò di mettermi solo nel numero dei suoi servi. „ Eccolo che si alza e parte, tutto preoccupato dello stato infelice a cui l’aveva ridotto il suo libertinaggio. Il padre, che ne piangeva da lungo tempo la perdita, vedendolo da lungi venire, dimenticò la tarda età sua, e la cattiva condotta del figlio, si gettò al suo collo per abbracciarlo. Il povero giovane, commosso dell’amore del padre suo: “Ah! padre mio, esclama, ho peccato contro di te e contro il cielo! non merito più d’essere chiamato tuo figliuolo, mettimi solo nel numero dei tuoi servi. — No, no, figlio mio, grida il padre pieno di gioia per la felicità di aver ritrovato il figliuolo che credeva perduto: no, figlio mio, tutto è dimenticato, non pensiamo che a rallegrarci. Gli si porti l’antica veste per ricoprirlo, gli si metta un anello al dito, ed i calzari ai piedi: si uccida un vitello ben pingue, e si faccia festa: perché mio figlio era morto ed è risuscitato, era perduto ed è stato ritrovato.„ (Luc. XV). Bella immagine, F. M., della grandezza della misericordia di Dio per i più sventurati peccatori! Infatti, allorché abbiam la sventura di peccare ci allontaniamo da Dio, e ci riduciamo, seguendo le nostre passioni, ad uno stato più miserabile dei porci, gli animali più immondi. O mio Dio! quanto il peccato è spaventoso! come si può commetterlo? Ma, per quanto siamo colpevoli, da quando risolviamo di convertirci, al primo segno di conversione lo viscere di sua misericordia sono mosse a compassione. Questo tenero Salvatore colla sua grazia va innanzi ai peccatori, li previene favorendoli di consolazioni le più deliziose. Infatti, mai un peccatore prova maggior piacere di quando lascia il peccato per darsi a Dio: gli sembra che niente potrà arrestarlo: né preghiera, né penitenza: niente gli appar troppo duro. O momento delizioso! O quanto saremmo felici, se avessimo la fortuna di comprenderlo! Ma ahimè! non corrispondiamo alla grazia, e quindi questi felici momenti si dileguano. Gesù Cristo dice al peccatore per bocca dei suoi ministri: – Si indossi a questo Cristiano convertito il primo suo abito, che è la grazia perduta del battesimo: lo si rivesta di Gesù Cristo, della sua giustizia, delle sue virtù e meriti tutti.„ Ecco, F. M., il modo con cui ci tratta Gesù Cristo quando abbiam la fortuna di abbandonare il peccato per darci a Lui. Ah! F. M., qual motivo di confidenza per un peccatore, anche se assai colpevole, il sapere che la misericordia di Dio è infinita!

II. — No, F. M., non è la gravità dei nostri peccati, né il loro numero che ci devono spaventare; ma solo le disposizioni che dobbiamo avere. Eccovi, F. M., un altro esempio che ci mostra, che, per quanto colpevoli, siamo sicuri del perdono se vogliamo domandarlo a Dio. Leggiamo nella storia che un gran principe nella sua ultima malattia fu attaccato da una tentazione orribile di diffidenza nella bontà e misericordia di Dio. Il sacerdote che l’assisteva, vedendo che perdeva la confidenza, faceva il possibile per ispirargliela, dicendogli che mai il buon Dio negò il perdono a chi glielo domandò. “No, no, disse l’ammalato, non v’ha più perdono per me, ho fatto troppo male.„ Il sacerdote non trovando altra risorsa, si mise a pregare. In quel mentre Dio gli pose sulle labbra quelle parole che il santo Re profeta pronunciò prima di morire: “Principe, dissegli, ascoltate il profeta penitente; siete peccatore come lui, dite sinceramente con lui: Signore, avrete pietà di me, perché i miei peccati sono grandi, ed è appunto la gravità dei miei peccati il motivo che vi impegnerà a perdonarmi. „ A queste parole il principe svegliandosi come da un profondo sonno, stette un momento come in un trasporto di gioia, e mandando un sospiro profondo: “Ah! Signore, proprio per me furono pronunziate queste parole! Sì, mio Dio, appunto perché ho fatto molto male avrete pietà di me! „ Si confessa, e riceve tutti i Sacramenti versando torrenti di lagrime: fa con gioia il sacrificio di sua vita, e muore con in mano il crocifisso che inonda di lagrime. Infatti, F. M., che cosa sono i nostri peccati, se li paragoniamo alla misericordia di Dio? un granellino in confronto ad una montagna. O mio Dio! come si può acconsentire di andar dannati, mentre costa sì poco il salvarsi, e Gesù Cristo desidera tanto la salvezza nostra? – Però, F. M., se Dio è sì buono da attenderci e riceverci, non bisogna stancare la sua pazienza: se ci chiama, ci invita di venire a Lui, dobbiamo andargli incontro: se ci riceve, dobbiamo essergli fedeli. Invece, F. M., sono forse più di cinque o sei anni che il buon Dio ci chiama: perché restiamo nei nostri peccati? Egli è sempre pronto ad offrirci la grazia, perché non lasciamo il peccato? Infatti, M. F., S. Ambrogio ci dice: “Dio, per quanto buono e misericordioso, non ci perdona se non gli domandiamo perdono, se non uniamo la nostra volontà a quella di Gesù Cristo. „ Ma quale volontà, F. M., domanda Dio da noi? Ecco: è una volontà che corrisponda alle sante sollecitazioni della sua misericordia, che ci faccia dire con S. Paolo: “Voi avete sentito raccontare quali furono la mia condotta e le mie azioni prima che Dio mi facesse la grazia di convertirmi. Perseguitavo la Chiesa di Gesù Cristo con tanta crudeltà, che ne ho orrore io stesso ogni volta che vi penso. Chi avrebbe creduto che appunto questo momento avevascelto Gesù Cristo per chiamarmi a Lui? In quell’istante fui circondato da una luce: udii una voce che mi disse: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? „ (Gal. I, 13-15) Ah! F. M.! quante volte il buon Dio non ci ha fatto la medesima grazia? Quante volte in peccato, o vicini a cadervi, udimmo una voce interna che ci gridava: Ah! figlio mio, perché vuoi farmi soffrire, e perdere l’anima tua? „ Eccone un bell’esempio. Leggiamo nella storia che un figlio incollerito, uccise il padre suo. Ne concepì un rimorso tale, che sembravagli udir continuamente una voce che gli gridasse: “Ah! figlio mio, perché mi hai ucciso? „ Ne soffriva tanto che egli stesso andò a denunziarsi al giudice. Non solo, F. M., dobbiamo abbandonare il peccato, perché Dio è tanto buono di perdonarci: ma dobbiamo anche piangere di riconoscenza. Ne abbiamo un bell’esempio nel giovane Tobia, guidato e ricondotto dall’Angelo (Tob. XII): il che ci mostra quanto piaccia a Dio essere ringraziato. Leggiamo che quella donna, che da dodici anni soffriva di perdita di sangue, guarita da Gesù Cristo, per riconoscenza e per mostrare a tutti la bontà di Dio con lei, fece erigere vicino alla casa sua una bella statua rappresentante una donna davanti a Gesù Cristo che l’aveva guarita. Parecchi autori ci dicono che attorno vi nasceva un’erba sconosciuta, che quando arrivava alla frangia del vestito della statua guariva ogni sorta di malattie. Vedete S. Matteo, per ringraziar Gesù Cristo della grazia che gli aveva fatto l’invitò a casa sua. e resegli tutti gli onori possibili Vedete il lebbroso samaritano: vedendosi guarito ritorna su’ suoi passi, si getta ai piedi di Gesù Cristo per ringraziarlo della grazia che gli aveva fatta (Luc. XVII, 16). S. Agostino ci dice che il miglior rendimento di grazie è che l’anima vostra sia sinceramente riconoscente verso la bontà di Dio, dandosi tutta a Lui con tutti i suoi affetti. Vedete il Salvatore quando ebbe guarito i dieci lebbrosi, vedendo che uno solo ritornava a ringraziarlo: “E gli altri nove, dissegli Gesù, non furono parimente guariti? „ (Luc. XVII, 17). Come se avesse detto: Perché gli altri non vengono a ringraziarmi? S. Bernardo ci dice che bisogna essere assai riconoscenti verso il buon Dio, perché ciò lo impegna ad accordarci molte altre grazie. Davvero, F. M.! quante grazie non dobbiam rendere a Dio, di averci creati, di averci redenti colla sua passione e morte, di averci fatto nascere nel seno della sua Chiesa, mentre tanti altri vivono e muoiono fuori del suo seno. Si, F . M., poiché la bontà e la misericordia di Dio sono infinite, procuriamo di ben approfittarne, e così avremo la ventura di piacergli e di conservar le anime nostre nella sua grazia: il che ci procurerà la felicità d’andar un giorno a godere la sua santa presenza con tatti i beati in cielo. Ecco quanto vi auguro.