SALMI BIBLICI: “EXAUDI DEUS, DEPRECATIONEM MEAM” (LX)

SALMO 60: EXAUDI DEUS, Deprecationem meam

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME DEUXIÈME.

PARIS LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 60

In finem. In hymnis David.

[1] Exaudi, Deus, deprecationem meam,

intende orationi meæ.

[2] A finibus terræ ad te clamavi, dum anxiaretur cor meum; in petra exaltasti me. Deduxisti me,

[3] quia factus es spes mea, turris fortitudinis a facie inimici.

[4] Inhabitabo in tabernaculo tuo in sæcula; protegar in velamento alarum tuarum.

[5] Quoniam tu, Deus meus, exaudisti orationem meam; dedisti hæreditatem timentibus nomen tuum.

[6] Dies super dies regis adjicies; annos ejus usque in diem generationis et generationis:

[7] Permanet in æternum in conspectu Dei: misericordiam et veritatem ejus quis requiret?

[8] Sic psalmum dicam nomini tuo in sæculum sæculi, ut reddam vota mea de die in diem.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO LX

Orazione dell’uomo giusto e della Chiesa, peregrinante in mezzo alle tribolazioni dell’esilio, ed aspirante alla quiete della patria celeste.

Per la fine: su’ cantici di David.

1. Esaudisci, o Dio, le mie suppliche; porgi orecchio alla mia orazione.

2. Dalle estremità della terra a te alzai le mie grida; mentre il mio cuore era in affanno, sopra un’alta pietra mi collocasti.

3. Tu fosti mia guida, perché tu se’ mia speranza, torre fortissima contro il nemico.

4. Abiterò per sempre nel tuo tabernacolo; sarò protetto sotto il velo delle tue ali.

5. Perché tu, o Dio, hai esaudita la mia orazione; hai data l’eredità a quelli che temono il nome tuo.

6. Giorni tu aggiungerai a’ giorni del re; gli anni di lui fino al di d’una e d’altra generazione.

7. Egli dura in eterno al cospetto di Dio; chi potrà penetrare la misericordia di lui e la verità?

8. Così io per tutti i secoli canterò inno di laude al nome tuo; per rendere ogni giorno i miei voti.

Sommario analitico

Davide, esiliato lontano dal tabernacolo, nella città di Malianaïm, sul monte Galaad, durante la ribellione di suo figlio Assalonne, rappresenta qui la Chiesa ed il fedele che, nell’esilio di questa vita, sospira al cielo.

I. – Egli fa professione di quattro virtù nei riguardi di Dio:

1° La preghiera, di cui determina: – a) il luogo, « delle estremità della terra »; – b) il modo « io ho invocato »; – c) il tempo « quando il mio cuore era nella tristezza »; (2);

2° la fede, per mezzo della quale Dio lo eleva sulla pietra ferma che è Gesù-Cristo;

3° la speranza, che gli merita di avere Dio come conduttore e guida (3);

4° la carità, per la quale deve essere conservato e difeso da Dio stesso (3).

II. – Egli loda la bontà di Dio nei suoi confronti.

1° Dio allontana da lui i mali che lo minacciano: a) traendolo nel suo tabernacolo come in un asilo sicuro (4); b) mettendolo al coperto sotto le sue ali (4).

2° Egli lo ricolma di beni: – a) dei beni di fortuna, esaudendo la sua preghiera e ristabilendolo sul suo trono (5); – b) dei beni del corpo, aggiungendo alla sua vita nuovi giorni, ed estendendo la sua protezione sui suoi discendenti (6); – c) dei beni dell’anima, dandogli la gloria eterna e come riconoscimento di questi magnifici doni, Davide promette di cantare nel corso dei secoli, le lodi di Dio (7,8).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-3.

ff. 1. – L’ardore del Profeta in preghiera, condanna quasi tutte le nostre preghiere, perché noi le facciamo con cuore lasso, insensibile, vuoto di un desiderio vero. « Se voi pregate – dice S. Agostino – abbiate dunque il cuore elevato a Dio. Io dico il cuore elevato verso Dio, non contro Dio. Se voi avete il cuore pieno di orgoglio, esso è levato contro Dio, e non verso Dio. Colui che leva sinceramente il suo cuore verso Dio, lo depone tra le mani di Dio. Dio ricede il suo cuore, lo tiene nella sua potenza e gli impedisce di tornare verso terra ». (S. Agost.).

ff. 2. – È sempre dai confini della terra che noi gridiamo verso il Signore. Egli è infinitamente elevato al di sopra di noi, e noi siamo infinitamente lontani da Lui (Berthier).

ff. 3. – « Voi mi avete condotto, perché siete diventato mia speranza ». Se il Signore non fosse diventato la nostra speranza, Egli non ci condurrebbe. Egli ci conduce come nostro capo; Egli ci conduce in Lui come nostra via; Egli ci conduce come nostra ricompensa nella patria. Egli dunque ci conduce. Perché? Perché Egli è divenuto la nostra speranza. Come è divenuto nostra speranza?  Per la ragione che noi sappiamo che Egli è stato tentato, ha patito ed è stato resuscitato: è divenuto così la nostra speranza. In Lui voi vedete la vostra sofferenza e la vostra ricompensa: la vostra sofferenza, nella sua passione; la vostra ricompensa nella sua Resurrezione. È così dunque che Egli è diventato la nostra speranza; perché noi abbiamo due vie, una nella quale siamo oggi, l’altra nella quale noi speriamo. Quella nella quale noi siamo, ci è sconosciuta. Sopportate pazientemente quel che avete, ed otterrete ciò che non avete ancora (S. Agost.). – Gesù-Cristo è questa torre forte contro il nemico, il fondamento indistruttibile, fuori dal quale non vi sono altri, questa pietra angolare e ferma sulla quale la Chiesa e tutti i membri della Chiesa sono elevati e raffermati contro tutte le tentazioni del demonio. Voi temete di essere colpiti dal demonio? Rifugiatevi allora nella fortezza. Giammai – in questa fortezza – i dardi del demonio potranno colpirvi: voi dimorerete in un rifugio sicuro. Ma come rifugiarsi in questa fortezza? Essa è davanti a voi, chiamate il Cristo ed entrate nella fortezza. Ma come richiamare il Cristo? Se qualche sofferenza vi opprime, pensate che Egli ha sofferto prima di voi, e pensate poi per quale scopo: per morire e resuscitare (S. Agost.). 

II. — 4 – 8.

ff. 4, 5. – Il tabernacolo di Dio è la patria dei giusti. Essi si considerano in questo mondo come degli stranieri; tutto ciò che li circonda quaggiù, sembra loro un’ombra fuggitiva; essi hanno dei desideri, ma solo per il cielo. « Io cerco – diceva S. Agostino – un essere semplice, veritiero, durevole, e non si trova che nella santa Gerusalemme, sposa del mio Dio. Nel suo soggiorno non c’è né morte, né imperfezione, né giorno che passa; ma c’è un giorno permanente, perché esso non è preceduto né dal giorno di ieri, né cancellato dal giorno di domani » (S. Agost.). –  « Io sarò al coperto sotto le vostre ali ». Ecco perché noi siamo in sicurezza in mezzo a sì gravi tentazioni, fin quando arriverà la fine dei secoli, ed i secoli eterni ci riceveranno: eccoci al riparo coperti dalle ali di Dio. Il calore in questo mondo è terribile, ma c’è un’ombra di frescura sotto le ali di Dio (S. Agost.). 

ff. 6. – Questo Re, è il Cristo, nostro capo e nostro Re. Voi gli avete dato giorni su giorni, non solo i giorni di questo tempo che avrà fine, ma dei giorni senza fine oltre questi primi giorni. Io abiterò – Egli dice – nella casa del Signore, per tutta la durata dei giorni, (Ps. XXII, 6). E perché dire: per la durata dei giorni, se non perché i giorni presenti non conoscono che brevità? In effetti ogni cosa che deve aver fine, è breve; ma questo Re possiede giorni su giorni, di modo che non solo regnerà sulla sua Chiesa in questi giorni passeggeri, ma ancora i Santi regneranno con Lui per tutti i giorni senza fine. In cielo non c’è che un solo giorno, e questo giorno racchiude giorni interminabili. È perché questi giorni sono numerosi che il Profeta ha detto, come sta per ricordare: « durante il corso dei giorni »; perché questo giorno è unico, egli dice in questo senso: « Voi siete mio Figlio, io oggi Vi ho generato » (Ps. II, 7).  Oggi non designa che un giorno, ma questo giorno non è posto tra una veglia e un indomani. La fine di una veglia non è il suo inizio, e l’inizio dell’indomani non è una fine; perché è detto degli anni di Dio: « Ma Voi, Voi siete sempre lo stesso, ed i vostri anni non finiranno mai » (Ps, CI, 28).  Anni, giorni, un giorno solo, è la stessa cosa: Dite quel che volete per esprimere l’eternità. Voi potrete dire quel che volete per esprimere l’eternità. Voi potrete dire ciò che vi pare dell’eternità, perché, qualunque cosa diciate, non direte mai troppo poco. Ma occorre che diciate qualche cosa per almeno pensare ciò che non potete esprimere (S. Agost.). – I giorni dell’eternità siano aggiunti ai giorni caduchi di questa vita: è la sola legittima speranza dei Cristiani.

ff. 7. – Gesù-Cristo dimora eternamente alla presenza di Dio, sempre vivente, al fine di intercedere per noi (Heb. VII, 25). Chi può approfondire questa misericordia con la quale ha riscattato gli uomini, e queste verità per la quale si è impegnato, e si impegna tuttora fedelmente nelle sue promesse? – « Chi cercherà presso il Signore la sua misericordia e la sua verità? » Che vuol dire « presso il Signore »? Non è sufficiente dire: « Chi cercherà »? perché il Profeta ha aggiunto « presso di Lui », se non perché molti sono coloro che cercano di conoscere la misericordia e la verità di Dio nei libri di Dio e che, dopo averla conosciuta, vivono per se stessi e non per Lui (II Cor. V, 15); cercando i propri interessi e non quelli di Cristo (Filip. II, 12); predicano la misericordia e la verità e non praticano né la misericordia né la verità? Ma predicandole essi le conoscono; perché non le predicheranno senza che le conoscano. Ma colui che ama Dio ed il Cristo, predicando la sua misericordia e la sua verità, le cercheranno per il Cristo e non per se stessi, cioè allo scopo non di trarre da questa predicazione dei vantaggi temporali, ma di essere utili ai membri del Cristo, distribuendo loro, in spirito di verità, ciò che hanno appreso. (S. Agost.).

ff. 8. – Se cantate dei salmi in onore del nome di Dio, non vi limitate a cantare per un certo tempo. Volete cantare nei secoli dei secoli? Volete cantare per l’eternità? Offritegli le vostre voci di giorno in giorno. Che vuol dire offrite le vostre voci di giorno in giorno? Dal giorno attuale al giorno dell’eternità. Perseverate nell’offrire a Lui voci in questo giorno finché non arriviate al giorno che non finisce mai; ciò equivale a dire che « … colui che avrà perseverato fino alla fine, sarà salvato » (Matt. XXIV, 13) – (S. Agost.). – Vi sono tre punti di vista importanti in questo versetto: il Nome di Dio, l’obbligo di rendergli omaggio tutti i giorni, il ricordo degli impegni che noi abbiamo assunto con Lui al Battesimo. Rendere omaggio al Nome di Dio, santo, ammirevole, al di sopra di ogni nome, è cominciare fin da questa vita ciò che farà la nostra gloria e la nostra felicità nell’eternità; le promesse fatte al Battesimo con Dio, sono come il giogo di Gesù-Cristo: piene di dolcezze. (Berthier).

CATECHISMO CRISTIANO PER LA VITA INTERIORE DI J. J. OLIER (4)

J. J. OLIER

CATECHISMO CRISTIANO PER LA VITA INTERIORE (4)

A cura del Sacerdote Maurilio Andreolotti

III edizione

EDITRICE ÀNCORA –MILANO

Visto: nulla osta per la ristampa

Genova, 21 maggio 1945. On. MARIO CARPANETO, Revis. Eccles.

IMPRIMATUR

Genuæ, die 25 V 1945. STEPHANUS FULLE, P. V

Proprietà Riservata – Editrice Ancora – Milano E. A. (Ge) R. n. 29 – 1 – 1944J

CATECHISMO CRISTIANO PER LA VITA INTERIORE (4)

LEZIONE XIX.

Dovere per noi in seguito al peccato, di sopportare la povertà, la quale è il terzo ramo della Croce.

D. – Le umiliazioni e le sofferenze, sono dunque le due prime parti della Croce che dobbiamo portare. Ma qual è la terza parte?

R. – È la povertà, terzo ramo del crocifisso e della croce dei Cristiani; e questa non è meno dolorosa delle umiliazioni e dei patimenti. È cosa facile comprendere che, in seguito al peccato, siamo obbligati a subire la povertà nel modo più stretto che si possa concepire. Lo impariamo anche dalle leggi della giustizia umana contro i delinquenti; perché essa non fa niente di giusto se non per partecipazione della giustizia di Dio medesimo, che contiene in sé ogni giustizia.

D. – Che cosa fa dunque la giustizia umana?

R. – Quando un uomo è stato convinto del delitto di lesa maestà, viene privato di tutti i suoi beni; le sue case sono rase; egli è spogliato di tutti i suoi diritti nello Stato, anzi ne viene spogliata anche tutta la sua famiglia, tutta la sua discendenza. Così Dio trattò il nostro primo padre e, dopo lui, tutta la di lui discendenza. In primo luogo, scacciò Adamo da quella dimora, da quel luogo di delizie che era il paradiso terrestre, il quale venne come spianato, distrutto per lui e per tutti i suoi figliuoli. In secondo luogo Dio spodestò Adamo dell’impero del mondo, lo spogliò di ogni diritto e lo ridusse a una schiavitù oltremodo infelice.

D. – E perché Dio toglie i suoi beni al peccatore?

R. – Perché non è giusto che un servo ribelle, goda dei beni del suo padrone; è giusto invece che il padrone gli tolga questi suoi beni, che lo scacci dalla sua casa, che non gli permetta più di sedere a mensa in sua compagnia; così è giustissimo che Dio tolga ai suoi nemici i beni che sono suoi e di cui ordinariamente essi non si servono se non per offenderlo.

D. – Ma allora, perché si vedono i peccatori usare ogni giorno dei beni di Dio? Perché Dio li lascia vivere con tutti i loro modi e magari nell’abbondanza di ogni cosa?

R. – Perché Iddio in questo mondo non esercita sopra di loro la sua giustizia, ma si riserva di castigarli nell’altro. Il più ricco degli uomini di quaggiù, nell’altra vita non avrà neppure una goccia d’acqua per rinfrescarsi la lingua, come disse Nostro Signore; [Luc. XIV, 24] allora i peccatori saranno così miserabili e indigenti che saranno spogli di tutto, saranno persino privi dell’uso delle loro facoltà naturali per l’eccesso dei tormenti e per la sottrazione dell’aiuto di Dio, il quale non li assisterà più nell’esercizio delle loro facoltà se non perché sentano più vivamente i loro supplizi.

D. – Sono dunque ben miserabili i demoni e i reprobi?

R. – Dio solo può conoscere la loro miria, non la comprendono essi medesimi, perché la loro pena eccede ogni pensiero, né lascia loro neppur un momento di tregua, per potervi pensare seriamente. Non fanno altro che urlare senza posa per la rabbia e la disperazione. Orbene, i peccatori, secondo l’ordine della giustizia di Dio, dovrebbero fin da questa vita avere la medesima sorte e pertanto essere poveri e spogli di tutto come i demoni i quali si ritengono troppo felici di poter impossessarsi di un capello o di un fuscellino, come si vede nelle ossessioni e nei malefizi. – I peccatori dovrebbero fin d’ora essere privi di tutte le facoltà corporali e spirituali, e spogli di ogni dono di Dio.

D. – Perché non subiscono tali privazioni?

R. – Perché Gesù Cristo ha fatto acquisto a loro favore dei diritti che avevano perduto; gli uomini non hanno nessun godimento se non per i meriti di Gesù Cristo; non godono nessun bene corporale o spirituale se non per pura misericordia di Dio e di Gesù Cristo. [Da Gesù Cristo tutto abbiamo, anche i beni naturali, perché, in virtù dei suoi meriti, potessimo diventare suoi membri, Dio ci ha conservato tali beni dopo il peccato di Adamo]. – Nostro Signore, infatti, mosso a compassione per gli uomini, venne su la terra a rivestirsi Egli medesimo della loro miseria e così, con la sua povertà, soddisfece a quella che tutti gli uomini avrebbero dovuto subire. Unicamente per i meriti e l’opera di Gesù Cristo, noi abbiamo l’uso delle nostre facoltà: luce nella nostra mente, attività nella nostra volontà, mentre per il nostro peccato in Adamo, avremmo dovuto perdere tutto. Ma in Gesù Cristo abbiamo ricuperato ciò che avevamo perduto, anzi abbiamo ricevuto grazie e beni più abbondanti assai di quelli che il peccato ci aveva tolto. Così per il merito di Gesù Cristo, ove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia. (Ubi autem abundavit delictum, superabundavit gratiam. – Rom., V, 20).  Perciò la Chiesa canta: Felice quella colpa che ci ha procurato tale e sì grande Redentore! « felix culpa, quæ talem ac tantum meruit habere redemptorem! » (Bened. del Cereo pasquale).

LEZIONE XX.

Della grazia che viene operata nell’anima dai misteri di Gesù Cristo, ai quali dobbiamo partecipare – Del santo mistero dell’Incarnazione.

D. – Per essere perfetto Cristiano, basta avere le disposizioni che mi avete spiegate finora?

R. – No, i Cristiani, per essere veramente tali, devono inoltre partecipare a tutti i misteri di Gesù Cristo [Tutto lo scopo di questo Catechismo consiste nel indurre l’anima cristiana, per gradi, alla più alta perfezione cui si possa giungere su questa terra. Perciò, il Servo di Dio, dopo aver, per cosi dire, sgombrato il terreno con la pratica dell’abnegazione secondo l’insegnamento di Nostro Signore e di san Paolo, con la rinuncia all’amor proprio e alla sensualità, in questi ultimi capitoli della prima parte, introduce l’anima nella partecipazione dei misteri di Gesù Cristo dall’Incarnazione sino all’Ascensione, per elevarla sino alla via unitiva] i quali si compirono in Lui espressamente perché fossero sorgenti, nella Chiesa, di grazie abbondanti e particolarissime. Ogni mistero, infatti, acquistò a favore della Chiesa la grazia santificante e una grande varietà di stati e di grazie particolari che Dio diffonde nelle anime purificate, quando a Lui piace, ma più ordinariamente nel tempo in cui la Chiesa solennizza tali misteri. [Il Servo di Dio insegna, seguendo San Paolo, che i Cristiani sono destinati non solo ad essere membri di Gesù Cristo e a partecipare alla sua vita, ma inoltre ad essere copie viventi dei suoi vari misteri; e siccome gli aspetti di questi misteri sono innumerabili, ogni Cristiano è destinato a vivere della grazia speciale di qualcuno di quelli. Ognuno pertanto deve cercare di scoprire i disegni di Dio su l’anima propria, riconoscere qual è il mistero al quale è consacrato e adorarlo, incominciando a fare quaggiù ciò che dovrà poi fare nell’eternità; dovrà inoltre esprimere questo mistero nella sua vita, praticando la virtù che vi è contenuta, imitando Gesù e aver sempre su le labbra quel mistero e quella virtù. Cfr.: Olier, Fiori di dottrina, Editrice Àncora, 1935].

D. – Quanti sono i misteri principali ai quali può l’anima partecipare?

R. – L’anima cristiana può e deve generalmente partecipare a tutti i misteri della vita di Gesù Cristo, ma i principali sono sei: l’Incarnazione, la Crocifissione, la Morte, la Sepoltura, la Risurrezione e l’Ascensione.

D. – Quale grazia opera in noi il mistero dell’Incarnazione?

R. – Questo mistero opera in noi una grazia di annientamento di ogni proprio interesse e di ogni amor proprio.

D. – Che significano queste parole: annientamento di ogni amor proprio?

R. – Ve lo spiego. Per il mistero dell’Incarnazione la santa Umanità di Nostro Signore venne annientata nella propria Persona, [Vale a dire privata della personalità umana], dimodoché non cercava più se medesima, non aveva più interesse particolare, non agiva più per sé, poiché aveva in sé un’altra persona sostituita alla persona umana, cioè, la Persona del Figlio di Dio, la quale non cercava se non l’interesse del Padre suo, ch’Egli unicamente considerava sempre e in ogni cosa. Parimenti, noi pure dobbiamo essere annientati rispetto a tutti i nostri disegni e interessi, per considerare unicamente i disegni e gli interessi di Gesù Cristo, il quale dimora in noi, affinché viva in noi per il Padre suo. Sicut misit me vivens Pater, ego vivo propter Patrem; et qui manducat me et ipse vivet propter me. [Come mandò me quel Padre che vive, e Io vivo per il Padre: cosi chi mangerà me, vivrà anch’egli per me – Joann., VI, 58]. Come se dicesse « Come il Padre mio, quando mi inviò su la terra, tagliò in me ogni radice di ricerca di me stesso, togliendomi la personalità umana e sostituendovi la personalità divina col suo Spirito, affinché io vivessi per Lui; così, quando vi ciberete di me, vivrete voi pure unicamente per me e non più per voi, perché Io sarò vivente in voi e riempirò l’anima vostra dei miei desideri e della mia vita, la quale consumerà e annienterà in voi tutto quanto è proprio di voi; talmente che Io vivrò e desidererò tutto in voi in luogo vostro. Così, annientati in voi medesimi, sarete perfettamente rivestiti di me ». È questa appunto una seconda grazia del mistero dell’Incarnazione. Questo mistero, infatti, opera in noi uno spogliamento intero di tutto l’essere nostro e una completa rinuncia a noi stessi: Abneget semetipsum; ma insieme ci riveste di Nostro Signore per mezzo di una completa consacrazione a Dio, in quella guisa che nostro Signore nel giorno della sua Incarnazione si offrì e si consacrò tutto al Padre suo, in se stesso e in tutte le sue membra, usando fino d’allora nel suo Spirito di tutte le occasioni ch’Egli e le sue membra avrebbero avuto per servire e glorificare Iddio.

D. – Qual mistero ammirabile è mai questo!

R. – Sì; nel santissimo giorno della sua Incarnazione, Nostro Signore Gesù Cristo offrì a Dio suo Padre non solo la propria vita ma anche quella di tutti i membri del suo futuro Corpo mistico [Gesù abbracciò in una sola offerta tutti i particolari della propria vita e tutte le azioni soprannaturali delle membra del suo Corpo mistico]. – Egli continua sempre questa offerta, perché vive sempre nelle medesime disposizioni che ebbe durante tutta la sua vita mortale, né mai la interrompe. Egli si offre dunque sempre a Dio in se medesimo e in tutti i suoi membri, in tutte le occasioni ch’essi abbiano di servirlo, onorarlo e glorificarlo. Nostro Signore, nella sua divina Persona, è un altare sul quale tutti gli uomini di tutti i tempi vengono offerti a Dio con tutte le loro azioni e sofferenze. È questo l’altare d’oro sul quale si consuma ogni sacrificio perfetto: la natura umana di Gesù Cristo e quella di tutti i fedeli ne sono l’ostia; lo Spirito Santo ne è il fuoco; Dio Padre è Colui al quale viene offerto questo sacrificio e che in quello viene adorato in spirito e in verità.

LEZIONE XXI.

Del mistero della Crocifissione e della sua grazia.

D. – E il mistero della Crocifissione quale grazia opera in noi?

R. – Ci dà la grazia e la forza di crocifiggere tutte le nostre membra [Vale a dire tutti i nostri vizi; questa parola del Servo di Dio, come nel testo di san Paolo citato più sotto, è una metafora molto espressiva. I vizi sono rappresentati come membra del corpo carnale ossia della carne di cui si deve distruggere l’impero], per la virtù dello Spirito di Dio, il quale è come il nostro carnefice e l’esecutore della sentenza di condanna pronunciata contro la carne. I Chiodi ch’Egli adopera sono le virtù che affiggono alla croce il nostro amor proprio e i nostri desideri carnali. Questo stato di crocifissione suppone che l’anima sia vivente in se stessa e combatta tuttora, e che il divino Spirito usi la violenza e la forza per mortificare il corpo e crocifiggerlo. Mortificate le vostre membra che sono su la terra, dice S. Paolo. [Mortificate ergo membra vestra quæ sunt super terram. – Coloss., III, 5]. In un tale stato pertanto, la carne resiste allo spirito; spesso anzi da queste lotte risultano agonie nelle quali si suda e si soffre con pene gravissime.

D. – Che cosa bisogna fare quando in noi sorgono desideri così molesti?

R. – Bisogna rivolgerci allo Spirito, pregandolo di voler usare della sua potenza per domare la nostra carne e fare in noi da padrone; cheda parte nostra rinunciamo a tutti i nostri desideri e ci uniamo a Lui per lottare contro noi stessi nella sua virtù, per annientarci e confonderci per distruggere in noi, per quanto possiamo tutte queste ribellioni, trattando noi medesimi come un’ostia che Dio si compiace di vedere immolata alla sua giustizia.

LEZIONE XXII.

Del mistero della Morte e dello stato di morte ch’esso opera in noi.

D. – In che modo possiamo noi partecipare al mistero della Morte di Nostro Signore?

R. – Con la partecipazione alla grazia e allo stato di morte, che Gesù ci ha meritata con questo mistero.

D. – Ma che cosa è questo stato di morte?

R. – E’ uno stato nel quale il cuore è come morto e, nel suo intimo fondo, insensibile ai beni esterni; il mondo gli presenti pure le sue bellezze, gli onori e le ricchezze sarà come presentarle a un morto, il quale, non avendo più né moto, né desideri, non si commuove per nulla. Il Cristiano nello stato di morte interiore è interiormente irremovibile e insensibile a qualsiasi lusinga dei sensi e a qualunque assalto della malignità del mondo; finché si troverà in questa vita potrà essere agitato all’esterno, al di fuori, ma nell’interno sarà sempre in pace, insensibile a tutto, non farà più caso di nulla, considerando tutto come niente, perché è morto in Gesù Cristo Nostro Signore. [Mortui enim estis – Coloss., III, 3]. – Un cadavere può essere agitato esternamente e ricevere qualche movimento nel corpo; ma è agitazione tutta esterna; non proviene dall’interno, dove non c’è vita, né forza, né vigore. Parimenti l’anima che è morta interiormente, potrà certo subire assalti dalle cose esterne ed essere commossa superficialmente, ma dentro di sé rimarrà indifferente e come morta per tutto quanto potrà presentarsi. Non avendo più essa nel suo intimo fondo, nessuna vita per il mondo, il suo interiore è tutto insensibile e morto alla vanità del secolo, perché la vita divina, come dice l’Apostolo, assorbe ciò che è mortale in lei. [Ut absorbeatur quod mortale est a vita – II Cor, V, 4]

LEZIONE XXIII.

Del mistero della sepoltura e in qual modo la sua grazia è differente da quella della Morte.

D. – Qual è la grazia meritataci dal mistero della Sepoltura?

R. – La sepoltura di Nostro Signore ci porge una grazia differente da quella della sua Morte. Un morto, infatti, presenta ancora la figura del mondo e della carne; l’uomo compare ancora come una parte di Adamo, perciò talvolta si può muoverlo e il mondo ne ritrae ancora qualche soddisfazione. Ma seppellito che sia, nessuno ne fa più parola come di una cosa che non appartiene più agli uomini; non ha più nulla che possa piacere, è puzzolente invece e mette schifo, perciò lo vedete in un cimitero sotto i piedi di tutti, senza che nessuno se ne meravigli: tanto il mondo è convinto che un uomo sepolto ormai è niente e non conta più niente tra i suoi fratelli della terra. La sepoltura di cui parla san Paolo, quando dice che siamo sepolti in Cristo nel Battesimo [Consepulti enim sumus cum illo per baptismum in mortem. – Rom., VI, 4; — Consepulti ei in baptismo – Col., II, 12], è la stessa cosa che la putredine di cui parla Nostro Signore quando dice: « Se il granello di frumento caduto in terra non muore, cioè se non sì corrompe, resterà infecondo. [Nisi granum frumenti cadens in terram mortuum fuerit, ipsum solum manet: si autem mortuum fuerit, multum fructum affert. – Joann., XII, 24, 25]. – La differenza pertanto tra la sepoltura e la morte consiste in questo che lo stato di morte dice soltanto uno stato di immobilità, di inconsistenza, di insensibilità e di indifferenza; mentre lo stato di sepoltura o di putredine dice distruzione completa dell’essere e produzione del germe di una nuova vita. Il grano putrefatto è una tomba donde risorge una nuova vita; [Morire ad Adamo e vivere in Gesù Cristo sono cose inseparabili]; così dalla sepoltura o putredine di Adamo rinasce la vita dello spirito; il corpo del Cristiano, già condannato in Adamo a diventar putredine, vede da questa corruzione rinascere il germe di una vita divina, che lo Spirito Santo vi produce con tutti gli effetti e movimenti di santità che a questa nuova vita sono uniti. Questo mistero ha per fondamento la Sepoltura di Nostro Signore. Questa infatti, comprese la Morte e la Risurrezione li Lui, poiché, il divin Salvatore vide la sua vita rinascere dalla tomba, dove la morte aveva posto questo ammirabile granello di frumento degli eletti.

LEZIONE XXIV.

Del mistero della Risurrezione e della sua grazia in noi.

D. – E il mistero della Risurrezione, quale grazia opera in noi?

R. – Il santo mistero della Risurrezione ci dà la grazia di un grande distacco dalle cose terrene e dalla vita presente, grazia che ci fa sospirare verso la vita futura e aspirare continuamente al Cielo. Così Nostro Signore, dopo la sua risurrezione non poteva neppur vivere più con i suoi discepoli, né sopportare la loro incredulità e la durezza del loro cuore, tanto bramava e desiderava di essere col Padre suo, come già affermava Egli medesimo, durante la sua vita, con queste parole: Padre, glorificate il vostro Figlio.[Pater, venit hora: clarifica Filium tuum. – Joann., XVII, 1].

D. – Ma per vivere in tale stato, bisognerebbe essere già fuori di questo mondo?

R. – Scusatemi tanto. Nostro Signore dopo la sua Risurrezione era ancora in questo mondo, e si manifestava ai suoi discepoli; conversava con loro, ma più raramente; anzi prendeva ancora il cibo con loro, ma con ripugnanza e senza gusto. Questo stato non soffre alcun affetto alle creature; e lo vediamo nel contegno di Gesù rispetto a santa Maddalena; Egli ne rifiuta ogni testimonianza di affetto, non vuole neppure che gli baci i piedi; ma la respinge, perché lo stato di santità, a cui si eleva l’anima risuscitata, importa separazione da ogni creatura di quaggiù. Come se Gesù dicesse: « Siate santa, o Maddalena, perché Io sono santo; scioglietevi da ogni affetto alle cose terrene, perché, santo come sono, non potrei avvicinarle, come pure dovrò star lontano anche da voi, se conserverete qualche affetto per questa terra ».

LEZIONE XXV.

Il mistero dell’Ascensione e la sua grazia; il suo stato è quello dei perfetti.

Lo stato di Risurrezione importa separazione dalle creature e quindi unione e aderenza a Dio, ma non in modo così perfetto come il mistero dell’Ascensione.

D. – Che cosa è dunque lo stato e la grazia del mistero dell’Ascensione?

R. – L a grazia del santo mistero dell’Ascensione è uno stato di perfetta consumazione in Dio; uno stato di trionfo e di gloria compiuta; uno stato in cui non appare più nessuna infermità. – Nostro Signore dopo la sua Risurrezione conservava ancora qualche traccia di infermità; sembrava talvolta spogliarsi della gloria perfetta della sua consumazione in Dio e della sua totale somiglianza col Padre suo; si rendeva ancora palpabile e visibile per gli Apostoli nella sua natura umana e mangiava talvolta con loro. [Palpate et videte, quia spiritus carnem et ossa non habet, sicut me videtis habere… Et cum manducasset, etc. – Luc., XXIV, 39, 43]. – Dal giorno della sua Ascensione, invece, la sua gloria non ha più né interruzione, né sospensione; il suo splendore non può più sopportarsi dagli occhi mortali. – Gesù Cristo essendo per la sua Ascensione come rientrato nello splendore di Dio suo Padre, rimane nascosto nel di Lui seno, né più cade sotto i nostri sensi. Sebbene Egli conservi nel seno del Padre le qualità della natura umana, non le adatta più alla nostra infermità: nel seno del Padre è spirito vivificante, [Ossia che comunica alle anime la vita della grazia], essendo in perfetta partecipazione della vita e della natura del Padre suo glorioso, spirituale, e onnipotente. – Ne consegue che essendo entrato negli stati più intimi e più interiori del Padre, invia insieme con Lui lo Spirito Santo; entra nella fecondità e nell’unità del Padre, per dare al di fuori lo Spirito di Lui. Siccome il Verbo Eterno infinitamente uno col Padre suo con Lui e in Lui, per un principio interno e identico, dà origine allo Spirito Santo; così Gesù Cristo Nostro Signore, che, in certo qual modo, è fuori di Dio per la sua natura umana, riunendosi a Lui e rientrando nell’unità perfetta con Lui, dà origine allo Spirito Santo e col Padre lo manda agli Apostoli; ed ecco l’ammirabile meraviglia della divina Ascensione. [Mandare lo Spirito Santo significa distribuirne le grazie; ora le grazie vengono date per i meriti di Gesù Redentore]. Donde avviene che l’anima, la quale entra in questo stato della divina Ascensione, riceve, come dice la Chiesa, la partecipazione della Divinità [Est elevatus in cœlum, ut nos divinitatis suæ tribueret esse participes. – Præf. Missæ Ascen.], secondo il desiderio che Dio ne esprime nella Sacra Scrittura. [Divinæ consortes naturæ. – II Petr., I, 4]. O stato ammirabile, in cui l’anima è resa interiormente conforme e perfettamente simile a Dio, come dicono i Santi, perfettamente deiforme, vale a dire tutta ardente di amore e tutta luminosa della gloria medesima di Dio!In tale stato l’anima non decade più dall’unione o unità con Dio, per abbassarsi nella umana infermità; non la si vede più effondersi nelle passioni o nell’amor proprio; più non ammette in se stessa la trasformazione nella creatura; non lascia più che prenda radice in se stessa l’amore delle cose periture, per il quale, infatti, noi ci trasformiamo nella creatura, la vediamo in noi stessi e ci vediamo in quella, e in tal modo decadiamo dalla perfetta somiglianza con Dio e con Gesù Cristo salito al Cielo.Gesù Cristo, dopo la sua Ascensione, essendo tutto trasformato e consumato nel Padre suo, attira noi pure con Lui alla trasformazione e consumazione in Dio; perciò diceva a santa Maddalena: Non toccarmi, perché non sono ancora salito al Padre mio (Joann. XX, 17): aspetta ch’Io sia nello stato in cui ti attirerò al Padre mio perché tu sii trasformata e consumata in Lui. Ciò appunto Egli fa nel santissimo Sacramento, dove avendo perfettamente raggiunto la consumazione della sua potenza, consuma e trasforma in se stesso le anime. [Non tu me in te mutaberis, sed tu mutaberis in me. – Aug., Conf., I. VII, cap. X]. L’anima, nello stato di Ascensione, deve temere l’affetto, e perfino il solo avvicinarsi alle creature per paura di cadere col lasciarsi trasformare in quelle e diventar partecipe della loro essenza profana.

D. – Lo stato della santa Ascensione è dunque lo stato delle anime perfette?

R. – Sì; è lo stato delle anime perfette e interiormente consumate in Dio, nell’essere e nella vita del quale sono entrate per la virtù di una unione perfetta e intimissima.

D. – O stato ammirabile!

R. – La Chiesa chiama appunto ammirabile l’Ascensione di Nostro Signore, [Per admirabilem Ascensionem tuam. – Litanie dei Santi], perchè questo mistero conferisce alle anime inconcepibili stati di santità! In questo stato l’anima è impenetrabile alle frecce del mondo, non è più suscettibile dell’imperfezione delle creature; in se stessa è perfettamente separata da ogni cosa e da ogni impressione terrena; gode di una pace e tranquillità divina; nel suo interiore è sempre immutabile e inconcussa in faccia a qualsiasi cosa. Quando sia giunta in questo stato, si possono arditamente rivolgerle queste parole del Profeta: Non ti accadrà nessun male, e nessun flagello si avvicinerà alla tua dimora. [Non accedet ad te malum, et flagellum non appropinquabit tabernacolo tuo. – Ps. XC, 10]. – Si direbbe ch’essa, per una felice anticipazione, sia già entrata nello stato dell’eternità. È questo uno stato di ammirabile purezza, nel quale l’anima non ha più nessuna aderenza alle cose profane, né effusione sopra di queste. Ella vedrà intorno a sé, cambiarsi e alterarsi il suo uomo vecchio ela sua carne; ma sempre interiore e intima a se medesima, non decadrà dal suo felice stato e resterà ferma nella sua stabilità; anzi farà sempre nuovi progressi e la sua carne soltanto soffrirà mutazione. Benché il nostro uomo, che è al di fuori – dice l’Apostolo – si corrompa, l’uomo però che è al di dentro di giorno in giorno si rinnovella. [Licet is qui foris est, noster homo corrumpatur; tamen is qui intus est, renovatur de die in diem. – II Cor., IV,16]. L’uomo esteriore è il corpo con i suoi sensi e la sua carne mortale; l’uomo interiore è l’anima con le sue facoltà. – Il primo a poco a poco si usa e si consuma nelle fatiche dell’apostolato e San Paolo lo sentiva bene, ma ogni giorno sentiva pure l’anima sua riprendere una vita nuova sotto la benefica influenza della contemplazione della felicità del paradiso che si avvicinava per lui].

SALMI BIBLICI: “DEUS REPULISTI NOS ET destruxisti nos” (LIX)

SALMO 59: DEUS REPULISTI NOS et destruxisti nos.

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME PREMIER.

PARIS LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 59

In finem. Pro his qui immutabuntur, in tituli inscriptionem ipsi David, in doctrinam, cum succendit Mesopotamiam Syriæ, et Sobal, et convertit Joab, et percussitIdumaeam in valle Salinarum duodecim millia.

[1] Deus, repulisti nos, et destruxisti nos;

iratus es, et misertus es nobis.

[2] Commovisti terram, et conturbasti eam; sana contritiones ejus, quia commota est.

[3] Ostendisti populo tuo dura; potasti nos vino compunctionis.

[4] Dedisti metuentibus te significationem, ut fugiant a facie arcus; ut liberentur dilecti tui,

[5] salvum fac dextera tua, et exaudi me.

[6] Deus locutus est in sancto suo: lætabor, et partibor Sichimam; et convallem tabernaculorum metibor.

[7] Meus est Galaad, et meus est Manasses; et Ephraim fortitudo capitis mei. Juda rex meus;

[8] Moab olla spei meae. In Idumæam extendam calceamentum meum: mihi alienigenæ subditi sunt.

[9] Quis deducet me in civitatem munitam? quis deducet me usque in Idumaeam?

[10] Nonne tu, Deus, qui repulisti nos? et non egredieris, Deus, in virtutibus nostris?

[11] Da nobis auxilium de tribulatione, quia vana salus hominis.

[12] In Deo faciemus virtutem; et ipse ad nihilum deducet tribulantes nos.

[Vecchio Testamento Secondo la VolgataTradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO LIX

L’occasione di questo Salmo è accennata nel titolo che segue. Facilmente si applica alla Chiesa, nella quale il sangue dei martiri fu semenza di Cristiani e cagione di aumento e di gloria.

Per la fine: per quelli che saranno cangiati. Iscrizione da mettersi sopra una colonna; allo stesso David per istruzione, quando egli messe a fuoco e fiamma la Mesopotamia della Siria e Sobal, e tornato Gioab vinse l’Idumea con istrage di dodici mila uomini nella valle delle Saline.

1. Tu ci rigettasti, o Dio, e ci distruggesti; ti sdegnasti e avesti misericordia di noi.

2. Scuotesti la terra, e la spaccasti; sana le piaghe di lei, perocché ella è scommossa.

3. Dure cose facesti provare al tuo popolo; ci abbeverasti con vino d’amarezza.

4. Tu che desti a coloro che ti temevano un segno, perché dalla faccia dell’arco fuggissero,

5. Affinché fosser liberati i tuoi diletti; salvami con la tua destra, ed esaudiscimi.

6. Ha parlato Dio pel suo santo; mi consolerò, e spartirò la Samaria, e misurerò la valle dei tabernacoli.

7. Mio è Galaad, e mio è Manasse, ed Ephraim fortezza della mia testa.

8. Giuda mio re; Moab vaso di mia speranza. Col mio piede calcherò l’Idumea; gli stranieri a me saran soggetti.

9. Chi mi condurrà nella città munita? Chi mi condurrà fino nell’Idumea?

10. Chi, se non tu, o Dio, il quale ci rigettasti? e non verrai tu, o Dio, co’ nostri eserciti?

11. Aiutaci tu nella tribolazione; perocché invano si aspetta salute dall’uomo.

12. Con Dio farem cose grandi; ed egli annichilerà coloro che ci affliggono.

Sommario analitico

Davide, dopo una prima vittoria sugli Idumei, che avevano fatto irruzione in Palestina, mentre egli combatteva al nord i re di Aram, apprende che i soldati che aveva lasciato nelle diverse città dell’Idumea per contenere i loro abitanti ed esigerne il tributo, erano stati messi a morte.

I – Egli deplora la grandezza di questa calamità, nella quale:

– 1° Dio pareva aver rigettato e distrutto il suo popolo, nella sua collera e nella sua misericordia (1); – 2° che ha sconvolto, ha sbigottito ed afflitto tutta la Giudea (2, 3); – 3° Egli ha dato un segnale a coloro che lo temono per fuggire l’invasione dei loro nemici (4,5).

II – Egli enumera le sue vittorie

1° sugli abitanti della Giudea, che tiene sotto la sua dominazione (6, 7); 2° sulle nazioni straniere limitrofe (8).

III – Chiede a Dio di sottomettergli ugualmente l’Idumea.

– 1° la capitale fortificata di questa contrada e l’Idumea intera (9), – 2° ciò che Dio solo può fare e farà, malgrado l’afflizione che il suo popolo ha provato (10), – 3° è nella tribolazione, e dal seno stesso della tribolazione Egli ha l’usanza di trarre il soccorso che dà ai suoi servitori (11); – 4° è dunque solo in Dio, che lo rende forte e riduce a nulla i suoi nemici, che egli ripone la sua speranza (12).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-5.

ff. 1. – È la caratteristica della grande misericordia di Dio verso i peccatori, il non lasciarli vivere per lungo tempo secondo i loro desideri, ma il punirli subito (II Macc. VI, 13). È un tenero abbandono, un richiamo paterno, che rigetta l’uomo per richiamarlo, che lo consegna alla morte per rendergli la vita, che lo umilia per esaltarlo, che lo distrugge per riedificarlo … o collera piena di misericordia, o indignazione salutare, che rendono vita feconda e fruttuosa la vita più sterile; o collera misericordiosa che si irrita contro di noi per venire in nostro aiuto, che ci minaccia per risparmiarci, che ci consegna ai nostri nemici per liberarcene (Berengos). « Mio Dio, voi ci avete respinti e ci avete distrutto; vi siete irritato, ed avete avuto pietà di noi ». Voi ci avete distrutto per riedificarci, Voi ci avete distrutto perché eravamo fondati sopra cattive fondamenta; voi avete distrutto in noi ciò che non era che vanità e vetustà per elevare in noi l’uomo nuovo, affinché questa costruzione sussistesse per l’eternità. È con ragione che « Voi siate irritato, e che abbiate avuto pietà di noi ». – « Voi non avreste avuto modo di esercitare la vostra misericordia, se non vi foste irritato ». Voi ci avete distrutto nella vostra collera; ma la vostra collera cade sull’uomo vecchio, per distruggere in lui la vetustà. Ma Voi avete avuto pietà di noi, in vista della nostra vita nuova, perché se l’uomo esteriore si corrompe in noi, almeno l’uomo interiore si rinnova di giorno in giorno. (II Cor. IV, 6) (S. Agost.).

ff. 2. – Come è stata turbata la terra? Nella coscienza dei peccatori. Ove andremo? Ove fuggiremo, essi dicono, se un braccio vendicatore brandisce questa spada?: « Fate penitenza, perché il regno dei cieli è vicino ». (Matt. III, 2). Voi avete scosso la terra e Voi l’avete turbata. Guaritene le ferite, perché essa è tutta tremante. Essa non è degna di essere guarita se non è tremante; voi parlate, voi pregate, minacciate in nome di Dio, voi non cessate di perseguire il peccatore, ricordate il giudizio che arriva, fate intendere i comandamenti di Dio: se il colpevole che vi sfugge non è preso dal timore di Dio, egli non è tremante, non è degno di essere guarito. Un altro vi sfugge: egli è scosso è pungolato interiormente, si batte il petto, si scioglie in lacrime … « … guarite le ferite di questa terra, perché essa è tutta lacerata.» (S. Agost.).

ff. 3. – Dopo tutte queste grandi cose, dopo tutto ciò che era di terrestre è stato colpito, la vetustà ridotta in cenere, l’uomo rinnovato nel bene, e la luce prodotta in coloro che non erano che tenebre, viene ciò che è stato scritto in un altro punto: « figlio mio, entrando al servizio di Dio, resta fermo nella giustizia e nel timore, e prepara la tua anima alla tentazione » (Eccli. II, 1). Il vostro primo lavoro, deve essere quello di essere contriti, di denunciare i vostri peccati e di cambiare migliorandovi; il secondo lavoro, in vista del quale voi siete stato cambiato, è sopportare le afflizioni e le tentazioni di questo mondo, perseverare attraversandolo fino alla fine. Ma parlando di questo secondo lavoro e predicendolo, come si esprime il profeta? « … voi avete fatto vedere al vostro popolo delle dure prove », questo popolo che già è vostro e che David, con le sue vittorie, si è reso tributario. « Voi avete fatto vedere al vostro popolo delle dure prove ». In cosa? Nelle persecuzione che la Chiesa di Cristo ha sofferto, quando il sangue dei martiri è stato così abbondantemente sparso (S. Agost.). – Uomini colpiti da tante frecce, affannati da tante miserie, esposti a tante persecuzioni, che Dio sembra aver rigettati e distrutti, e la sua collera sembra non aver limiti a loro riguardo. Tutti i loro appoggi sono stati distrutti, essi hanno perso in qualche modo i princîpi della vita, il loro stato, la loro patria, la loro fortuna, la loro considerazione, la loro tranquillità, la loro salute, si direbbe che sono destinati a bere il calice dell’afflizione fino alla feccia. Questi uomini sono maledetti? Sì, se essi dimenticano che tutte queste disgrazie vengono loro dalla mano di Dio, perché essi devono allora abbandonarsi ai mormorii, alle lamentazioni, alla disperazione. Il profeta non mette senza ragione tutte le calamità di cui parla, sul conto della Provvidenza; egli indica il rimedio parlando dei mali: è sufficiente per essere risollevati ed anche guariti da tutto ciò che si soffre, pensare che Dio sia l’Autore di queste sofferenze (Berthier).

ff. 4. – « Voi avete suggerito a coloro che vi temono di fuggire davanti all’arco che minaccia ». Per le afflizioni temporali, dice il Profeta, voi avete detto ai vostri di fuggire il furore del fuoco eterno. In effetti l’Apostolo San Pietro, ha detto. « Ecco venire il tempo in cui Dio comincerà il suo giudizio dalla casa sua propria »; perché, per esortare i martiri a sopportare le sofferenze, mentre il mondo si scatenava contro di essi, e i loro persecutori li votavano allo sterminio, in tutti i luoghi e in tutti i paesi il loro sangue veniva versato, e nelle catene, in prigioni, con torture, i fedeli soffrivano i più duri supplizi, lo stesso Apostolo dice loro: « … ecco venire il tempo in cui Dio comincerà il proprio giudizio dalla sua casa; e se comincia da noi, quale sarà la fine per quelli che non credono nel Vangelo di Dio? È se il giusto appena si salva, cosa diventeranno il peccatore e l’empio? » (I Piet. IV, 18). Che avverrà in questo giudizio? L’arco è teso, esso è teso per minacciare, ma non ancora per colpire. E vedete cosa succede quando si tira l’arco; non si tratta di lanciare la freccia in avanti? Anche se la corda è tesa all’indietro, nel senso contrario a quello in cui la freccia sarà lanciata, e più la corda sarà tesa lontano all’indietro, più violenta sarà la velocità con la quale la freccia sarà lanciata in avanti. Cosa significa ciò che sto dicendo? Che più il giudizio sarà differito, più terribile sarà l’impetuosità con la quale arriverà. Noi dobbiamo quindi rendere a Dio delle azioni di grazie per le nostre tribolazioni temporali, perché Dio se ne serva per significare al suo popolo di fuggire davanti all’arco minacciante; Egli vuole che i fedeli, esercitati dalle tribolazioni temporali, siano degni di sfuggire al supplizio del fuoco eterno che attenderà tutti coloro che non credono in queste verità. (S. Agost.). – « O Signore, Voi avete dato un segno a coloro che vi temono, affinché essi possano evitare l’arco teso contro di loro ». O Signore, voi avete aguzzato le vostre frecce, esse spirano sangue, il vostro arco è pronto al tiro ed i nostri cuori saranno trapassati dai colpi; ma prima di lasciare la mano, minacciate, avvertite, affinché si fugga la vostra collera minacciante: è il segno della salvezza che Voi ci date. Ma Voi non lo date se non a coloro che vi temono, gli altri, addormentati nei loro peccati, vogliono solo non intendere, non ascoltare altra voce se non quella che porti al piacere; ma coloro ai quali resta ancora qualche timore dei vostri giudizi, o Dio, tremino alle vostre minacce, affinché evitino i vostri colpi. (BOSSUET. Méd. sur l’Ev. der. Sem. LXXI, j.) – Il segnale che Dio dà ai giusti per premunirsi contro i tentativi dei nemici della salvezza, è la vigilanza su se stessi, e l’esercizio della sua santa Presenza. Essi sanno che il loro fine ultimo può giungere in qualunque momento, e che Dio chiederà loro conto di tutto ciò che essi pensano, di tutto ciò che dicono, di tutto ciò che fanno. Questo occhio eterno sempre aperto e questo ultimo giorno sempre minacciante, li tengono incessantemente attenti, e cosa potrebbe allora il nemico della salvezza con tutti i suoi artifici? (Berthier).

ff. 5. – Che la vostra destra mi salvi, salvatemi in modo che io sia posto alla vostra destra. Che la vostra destra mi salvi: io non domando la salute temporale; su questo punto, che sia fatta la vostra volontà, io la riporto alla vostra volontà. Per il tempo presente, noi ignoriamo interamente quel che c’è utile; perché noi non sappiamo chiedere come si conviene, (ROM. VIII. 33.). « Ma che la vostra destra mi salvi », affinché se debba soffrire in questo tempo una qualche tribolazione, almeno, finché non sia passata la notte di queste afflizioni, io mi trovi alla vostra destra, tra le pecore, e non alla sinistra, tra i capri (Matth. XXV, 33) (S. Agost.).

II. 6-8.

ff. 6-8. – Dio ha parlato nei tempi passati ai nostri  padri per mezzo dei profeti, ma negli ultimi tempi ci ha parlato, ed ancora ci parla, per mezzo del suo Santo, cioè per mezzo di Gesù-Cristo suo Figlio. – Questa enumerazione dei popoli fedeli a Davide, o sottomessi con la forza alle sue leggi, è una immagine dello stato di un’anima maestra delle sue facoltà e delle sue passioni. La carità vi regna sovrana, come Giuda aveva la preminenza su tutte le altre tribù; il corpo faceva le funzioni di Moab, destinato ai ministeri inferiori e propri degli schiavi; gli oggetti esterni, simili ai Filistei, sono tenuti nella dipendenza, e non turbano affatto l’impero dell’amore divino. Ogni giorno quest’anima fa delle conquiste sui nemici della salvezza, figurati dagli Idumei. Infine le virtù che contribuiscono a mantenere la vita soprannaturale, come la fede, la speranza, la pazienza, l’umiltà, la pietà, la mortificazione, dimorano nel pieno esercizio delle loro funzioni, come gli abitanti di Galaad e Manasse, rappresentate come inviolabilmente legate a Davide (Bethier).

ff. 12. – Nelle grandi imprese, o nei pericoli pressanti, i figli del secolo non pensano che ai mezzi umani. Quali saranno le mie forze? … essi dicono, chi sarà il mio protettore? Dove troverò risorse? Da dove verrò fuori? Come sfuggirò a questo pericolo? Non viene loro in mente di ricorrere al Signore, di implorare il suo soccorso e contare sulla sua protezione. Se riusciranno, è al loro industriarsi ed alla loro prudenza che attribuiranno il successo; se decadono dalle loro speranze, essi lo imputano alla malvagità degli uomini, o anche mormorano contro la Provvidenza. Si rendono colpevoli in ogni maniera: dapprima per i loro progetti, che sono spesso ingiusti; in seguito, per i mezzi che impiegano e che sono ancora il più delle volte criminali; infine con i loro rivolgimenti di vanità o di impazienza, di falso entusiasmo di se stessi, o di frivole recriminazioni sulla fatalità degli avvenimenti. Siccome nel mondo vi sono più mali che beni, il linguaggio ordinario è che i tempi sono cattivi. Si diceva questo fin dai tempi di S. Agostino, come lo si dice oggi, e come lo si dirà ancora fra mille anni. Eh! Riprendeva su questo il santo Dottore, viviamo bene, ed I tempi saranno buoni. Noi siamo i tempi; come siamo noi, così sono i tempi! Due cose rendono cattivi i tempi, la miseria dell’uomo e la malvagità dell’uomo; la miseria è comune, è il male di tutti; perché rendiamo comune anche la malvagità? Come potranno essere buoni i tempi, se noi siamo tutti cattivi? (Berthier).

CATECHISMO CRISTIANO PER LA VITA INTERIORE DI J. J. OLIER (3)

J. J. OLIER

CATECHISMO CRISTIANO PER LA VITA INTERIORE (3)

A cura del Sacerdote Maurilio Andreolotti

III edizione

EDITRICE ÀNCORA

MILANO

Visto: nulla osta per la ristampa Genova, 21 maggio 1945. On. MARIO CARPANETO, Revis. Eccles.

IMPRIMATUR Genuæ, die 25 V 1945. STEPHANUS FULLE, P. V

Proprietà Riservata – Editrice Ancora – Milano

E. A. (Ge) R. n. 29 – 1 – 1944

Approvazione del Vescovo di Pamiers.

(per la prima edizione).

LEZIONE XII.

A Dio solo è dovuto ogni onore. Come dobbiamo comportarci se ci avvenga di essere disprezzati e umiliati?

D. – Chi dunque merita di essere onorato?

R. – Dio solo. A Lui solo, dice S. Paolo, ogni lode e ogni onore;Soli Deo honor et gloria. (I Tim., I, 17). a noi la confusione, aggiunge il profeta Daniele. (Nobis autem confusio faciei. (Dan., IX, 7). Dio solo è degno di onore e di gloria, perché Dio solo è perfetto in se stesso, perciò Nostro Signore diceva: Nessuno è buono fuorché Dio. Nemo bonus nisi solus Deus. – Luc., XVIII, 19). Tutto ciò che non è Dio, da sé è niente e non ha nessun bene fuorché ciò che riceve da Dio; epperò Gesù Cristo diceva ancora: La mia dottrina non è mia, ma di Colui che mi ha mandato. (Mea doctrina non est mea, sed ejus qui misit me. – Joan., VII, 18).

D. – Ma non si onorano forse i Santi che sono nel Cielo? Anzi Dio medesimo vuole che siano onorati.

R. – L’onore che si rende ai Santi si rende a Dio, il quale abita nei Santi; e se si onorano i giusti su la terra, lo Spirito Santo è quello che si onora in essi, perché Egli abita in loro, li santifica e dà loro la grazia e la virtù di essere fedeli a Dio. – Perciò si dice nella Scrittura che Dio è ammirabile nei suoi Santi, [Ps. LXVII, 38], perché con la sua potenza innalza la loro debolezza a cose sublimi, e la loro ignoranza a grandi lumi, e nella loro bassezza fa risplendere la sua grandezza. Dio pertanto è quello che si onora nei Santi. Nostro Signore medesimo voleva che in Lui non fosse onorato se non il Padre suo; non voleva ricevere per sé nessuna lode, ma tutto rinviava al Padre suo. A quel giovane che lo chiamava Maestro buono, disse: «Perchè mi chiami tu buono? Nessuno è buono, se non Dio solo » – Luc., XVIII, 19-20), come se dicesse: « Vedete voi questa bontà che riluce in me? Essa viene dal Padre mio, da Lui ha origine; e se Egli non la diffondesse in me, Io non l’avrei. Prima che il Padre mio me l’avesse comunicata, Io ero niente e non avevo niente, non ero che niente come gli altri uomini; e la mia umanità venne tratta dal nulla, come le altre creature. Dio si effuse in me e in me versò tutta la pienezza dei suoi tesori, talmente che a Lui solo, appartengono, e tutto quanto di buono, di bello e di perfetto vi è in me, tutto è da Lui; tutto questo non è bene mio, ma bene di Dio, il quale è l’Autore di tutte le perfezioni e di tutte le bellezze che vedete in me. Egli deve essere onorato per le sue opere e soprattutto per questo capolavoro che è la mia Umanità ». Gesù Cristo, inoltre, dichiarava di essere obbrobrio degli uomini e rifiuto della plebe  [Ps. XXI, 7], perché in se stesso» come uomo, era niente, e di più perché era caricato dei peccati del mondo intero.

D. – Come dobbiamo dunque comportarci quando siamo umiliati, disprezzati e dimenticati?

R. – Quando non siamo considerati o siamo tenuti in nessun conto, dobbiamo rallegrarci dicendo nel nostro cuore: « Mio Dio, son ben contento di non essere osservato, né considerato dalla gente, e godo che nessuno pensi a me: così almeno, o mio Dio, non usurperò il vostro posto nei pensieri e nella mente degli uomini: se non occupo nessun posto nel loro cuore e non sono oggetto dei loro sguardi, — questo è per me un gran piacere ». – Tali erano i pensieri del gran martire di Antiochia, sant’Ignazio, quando prevedeva che sarebbe stato divorato dalle bestie e seppellito nel corpo di quelle: Le bestie saranno il mio sepolcro, diceva; così almeno, dopo la mia morte non occuperò il pensiero di nessuno. Allora sarò veramente discepolo di Gesù Cristo, quando il mondo non vedrà neppure il mio corpo. (Blanditiis demulcete ferus, ut mihi sepulcrum fiant, et nihil de corpore meo relinquant; ne, cum obdormiero, molestus cuiquam sim. Tunc ero vere Jesu Christi discipulus; quando mundus nec corpus meum videbit. – S. Ignat. Mart., Epist, ad Rom., n. 4).

LEZIONE XIII.

 Il funesto desiderio di essere onorato è desiderio comune e universale; modo di combatterlo e di rimediarvi.

D. – Spiegatemi meglio ancora questo punto, poiché si tratta di un desiderio troppo naturale.

R. –  È necessario infatti, insistere su questo punto, perché il desiderio di essere stimato, onorato e amato è talmente universale e comune, che non vi è quasi nessuno che, a meno di star bene attento, non parli e non operi sempre con questo spirito. Tutti abbiamo in noi questo desiderio funesto e idolatrico di riempire di noi tutto il mondo, di godere la stima di tutti i cuori, e così essere come idoli da tutti considerati, ammirati e amati. [Desiderio veramente idolatrico, perché tenta di mettersi al posto di Dio]. Tutti, nella nostra carne, siamo pieni di desideri che lo spirito maligno ci ha inoculati col peccato di Adamo; dimodochè la nostra carne ci spinge a tentare, come il demonio, di metterci al posto di Dio nel mondo; e mentre prima l’uomo voleva essere onorato come l’immagine di Dio e raccogliere in sé tutti gli omaggi delle creature per offrirli a Dio, dopo il peccato invece, ha voluto riceverli per sé e in tal modo essere idolatrato e adorato al posto di Dio. Gli uomini, per la maggior parte, non agiscono, né parlano se non col desiderio di essere stimati e di imprimere l’amore di se medesimi nel cuore delle persone che li ascoltano.

D. – Ma come si può fare per non cader in siffatto disordine?

R. – Bisogna, quando ci mettiamo a far qualche cosa o a parlare, rinunciare a noi stessi, ciò che si può fare nel modo seguente: « Mio Dio, in questa azione o in questa conversazione, rinuncio a ogni desiderio di comparire; rinuncio a ogni desiderio di essere stimato; rinuncio a tutti i tristi desideri della mia carne, la quale in ogni cosa non cerca che se stessa; rinuncio al mio amor proprio e a tutto l’orgoglio di cui sono impastato ». – Sarà necessario, inoltre fortificarci con l’abbandonarci allo Spirito di Nostro Signore, il quale dopo il Battesimo è in noi per fare con noi le nostre azioni, affinchè per facciamo opere di Gesù Cristo e non dell’uomo vecchio, opere dello spirito e non della carne; affinché in noi Dio in ogni cosa sia glorificato dal Figlio suo Gesù Cristo.

D. – Ecco una bella dottrina; ma la troviamo noi nella Scrittura?

R. – Certo, potrei citare molti testi che stabiliscono tali verità; mi contenterò di dirvi ciò che dice quel nostro maestro in Gesù Cristo che è san Pietro: Chi parla,  parli il linguaggio di Dio, come parola di Dio; chi ha un ministero, lo eserciti come per una virtù comunicata da Dio, affinché in tutto sia onorato Dio per Gesù Cristo. (1 Piet. IV, II)

D. – Bisogna dunque far tutto nello Spirito di Gesù Cristo operante in noi?

R. – Appunto; bisogna uscire di noi medesimi [Ossia rinunciare a noi stessi e alle inclinazioni disordinate della nostra natura] per così dire, ed entrare nella virtù di Gesù Cristo, ossia unirci allo Spirito di Gesù e operare nella sua virtù (sotto la sua influenza) per onorare Iddio suo Padre; altrimenti siamo pieni di impurità e di intenzioni cattive le quali infettano tutte le nostre azioni.

D. – Quanto siamo infelici e miserabili, poiché rimanendo in noi stessi (ossia seguendo le nostre inclinazioni) non possiamo far nulla che possa piacere a Dio!

R. – La nostra carne è così corrotta che guasta e rovina tutto ciò in cui s’ingerisce. Perciò non meritiamo soltanto di essere dimenticati e disprezzati come il niente, ma ancora di essere perseguitati e calpestati. Insomma, da noi medesimi non possiamo meritare che l’inferno. (Tanquerey: De gratia, n. 30)

D. – Che dite mai? Come mi umiliate! Come annientate la confidenza ch’io avevo in me stesso!

R. – Eppure non ho detto nulla che non sia confermato dalla S. Scrittura.

LEZIONE XIV.

Del dovere di amare la sofferenza, che è il secondo braccio della Croce; perché da noi medesimi siamo peccato.

D. – Per amore di Dio spiegatemi meglio la verità che mi avete esposta, affinché sia talmente impressa nella mia mente che non ne esca mai più, e io possa amare il dolore, la sofferenza, la persecuzione, le calunnie, in una parola amare la penitenza che devo fare su la terra, la quale ne è il soggiorno.

R. – Il primo ramo della Croce sono le umiliazioni e dobbiamo sopportarle, tanto per giustizia come per spirito di Religione. Il secondo ramo della Croce è la sofferenza, e dobbiamo amare i patimenti e sopportare in pace la persecuzione, la calunnia ecc. non solo perché lo Spirito Santo che abbiamo ricevuto nel Battesimo, ci infonde tale inclinazione, ma anche per giustizia, a motivo del nostro demerito. Per essere persuasi di questa verità basta ricordarci che da noi stessi siamo peccato.

D. – Scusate; ho bensì sentito dire che siamo peccatori; ma che siamo anche peccato, non lo intendo.

R. – Eppure, non siamo soltanto peccatori, ma nella nostra carne siamo peccato (Rom. VII). [L’uomo caduto è carne (Gen., VI, 3), ma la carne è contraria alla legge di Dio, come dice San Paolo, per cui può chiamarsi peccato. L’uomo, inoltre, nasce colpevole del peccato originale, e soggetto alla concupiscenza che lo porta ad ogni sorta di peccati].

D. – Se così è, non v’è obbrobrio, né calunnia, né persecuzione che non ci sia dovuta, ma spiegatemi dunque in qual modo siamo peccato.

R. – Per questo, è necessario ricordarvi qualche punto di dottrina. L’uomo cristiano, come sempre insegna san Paolo, è composto di due cose; una si chiama carne, l’altra spirito. Così è diviso l’uomo nella Scrittura. Se non che queste espressioni non significano il corpo e l’anima. Infatti, con la parola spirito non s’intende l’anima, ma lo Spirito Santo con tutti i doni che sono nati dallo spirito, come la fede, la speranza, la carità, l’umiltà, la pazienza e altri doni, altre grazie e virtù simili: san Paolo chiama tutte queste virtù Frutti dello Spirito, (Galat., V, 22, 23), e Nostro Signore Gesù Cristo aveva già detto: Ciò che è nato dalla carne è carne, e ciò che è nato dallo Spirito è spirito. (Joann., III, 6).

D. – E per la parola carne cosa intendete?

R. – Lo vedete bene dalle citate parole di Nostro Signore; la carne è ciò che non è lo Spirito Santo, o che non è nato dallo Spirito, ma dalla carne. Perciò, nella Scrittura il corpo e l’amina sono chiamati carne. L’anima soprattutto quando segue la carne e le inclinazioni della carne; e anche il nostro spirito (la nostra mente, il complesso delle nostre facoltà spirituali) sono chiamati carne quando agiscono per giungere ai fini della carne; infine, tutti i loro pensieri sono chiamati carne perché nascono dalla carne; perciò la Scrittura li condanna come degni di morte (mortiferi): La prudenza della carne, dice san Paolo, è morta; (Rom VIII, 6) e in altro luogo: Ebbimo dei pensieri di carne. Facientes voluntatem carnis et cogitationum.(Ephes. II, 2). – Ma ciò che è nato dallo Spirito Santo e che si chiama spirito, non ci appartiene, non è nostro, non è noi, perché è Dio stesso, ed effetto della sua presenza, ossia la sua luce, la sua sapienza, il suo ardore, il suo amore ecc. Non abbiamo dunque motivo di gloriarcene, né di comprendere questi doni nel numero delle cose nostre; perché in noi sono doni della pura liberalità di Dio e della sua grande misericordia, mossa a compassione dalla nostra miseria e dalla carità del Figlio suo morto per noi su la Croce.

LEZIONE XV.

Spiegazione del medesimo argomento.

D. – Ma, insomma, che abbiamo noi di noi medesimi?

R. – Da noi non abbiamo che il niente e il peccato; siamo dunque ben poca cosa, e meritevoli di ogni pena e di ogni persecuzione. Che siamo niente, l’abbiamo già detto; da tutta l’eternità, infatti, cosa avevamo? Niente. L’essere che abbiamo è forse nostro? Mai più, Dio ce ne ha coperti, ma è suo e, quantunque ce ne abbia fatto dono, è suo ancora ed Egli vuole che glielo offriamo in omaggio, usandone per orarlo.

D. – Ma come mai siamo anche peccato?

R. – Vi spiegherò anche questo con la grazia di Dio. Il nostro primo padre Adamo, era stato creato nell’innocenza, ma peccò e in lui peccarono tutti gli uomini.

D. – In che modo intendete che tutti siamo peccatori in Adamo?

R. – Se un padre avesse fatto un contratto per sé e per tutta la sua famiglia, non è forse vero che tutti i suoi figli e successori sarebbero obbligati a osservare le condizioni ch’egli avrebbe pattuite?

D. – E’ vero.

R. – Orbene, il nostro primo padre fece con Dio il primitivo accordo a nome di tutti i suoi figli e di tutta la sua famiglia. Ma col suo peccato violò il patto concluso: perciò i suoi successori, ossia i suoi discendenti, furono tutti coinvolti con lui nel suo delitto, e ne hanno giustamente subito tutto il castigo. Ne consegue che siamo peccato anche noi. – Il peccato del primo padre ha fatto in noi un tale guasto, ha instillato in noi una irruzione tale che l’uomo, dopo la colpa originale, non è che carne e peccato. Perciò Dio disse: Il mio Spirito non rimarrà nell’uomo, perché è carne, (Gen. VI, 3) ossia perché il suo essere, spirituale e corporale, è infetto dal peccato; il suo spirito è divenuto carne, materiale come la carne, cieco come la carne; non cerca che gli appetiti della carne; è animale e terreno come la carne, è depravato e ha perduto la sua rettitudine; alieno dalle sue prime intenzioni, non ha più che desideri impuri, bassi e corrotti; in una parola non ha più niente della somiglianza con Dio. – L’uomo è talmente depravato nel suo fondo, che è tutto inclinato al male e al peccato; e per la miseria e il veleno del peccato originale, è così fortemente inclinato al male che è un abisso, un baratro di peccato, portando in sé il principio non solo di qualche peccato, ma di tutti i peccati.

D. – Ahimè! cos’è questo? Perché mai ci gloriamo della nostra carne? Se il Savio proibisce all’uomo di esser superbo perché è polvere e cenere, (Eccli. X, 9) quanto più sarà da condannare la superbia nella carne, poiché questa è tutta impastata di peccato!

LEZIONE XVI.

La nostra carne non è che peccato.

D. – Non potreste spiegarmi meglio questa miseria?

R. – Vi dirò ciò che penso. La carne è talmente peccato, che è tutta inclinazione e movimento al peccato, anzi a ogni sorta di peccato: dimodoché l’anima nostra, se lo Spirito Santo non la trattenesse con la sua assistenza e con l’aiuto della sua grazia, sarebbe trascinata dalle inclinazioni della carne, le quali tendono tutte al peccato e sono tutte seminate nell’anima, attesa la sua intima e stretta unione con la carne. [Notiamo come il Servo di Dio affermi la distinzione fra l’anima e la carne. L’anima, con l’aiuto della grazia, può resistere e non lasciarsi trascinare dalla carne.

D. – Dio mio! Ma cosa è dunque la carne?

R. – La carne è l’effetto del peccato e il principio del peccato; in una parola, si può dire della carne ciò che i Giudei dicevano del cieco nato, che è tutta nata nel peccato. [Joan. IX, 24]

D. – Ma, se è così perché non cadiamo ad ogni istante nel peccato?

R. – Effetto della misericordia di Dio, che ci trattiene, e dell’assistenza del suo divino Spirito che risiede in noi per sorreggerci.

D. – Siamo dunque obbligati a ringraziare il Signore con viva riconoscenza, anche per i peccati che non commettiamo?

R. – Certo, sant’Agostino lo riconosce per se medesimo nelle sue Confessioni ed è questo il sentimento ordinario dei Santi, perché la carne è inclinata al male con tale forza che Dio soltanto può trattenere l’uomo affinché non cada nel peccato. [Conf. L. II, c. VII]

D. – Ma come! A ciò non basterebbero la sapienza umana e la filosofia?

R. – No; anticamente, infatti, i più grandi filosofi e gli uomini più sapienti che mai siano vissuti, sebbene conoscessero la virtù e avessero grande orrore per il vizio, non mancarono tuttavia di cadere in gravissimi disordini, anzi precipitarono nei vizi più sozzi e più vergognosi alla natura. [Cfr. Rom., I , 18, 32]. Dobbiamo pertanto essere oltremodo riconoscenti a Gesù Cristo, perché ci ha dato il suo Spirito onde rialzar l’anima nostra e ritirarla dal fango del peccato e dalle inclinazioni della carne nelle quali è tutta immersa. Non potremo mai esprimere né intendere di quanta riconoscenza dobbiamo essere animati verso Gesù Cristo. È bene ripeterlo, non v’è sorta di peccato, non v’è imperfezione o disordine, non v’è errore o sregolatezza, di cui la carne non sia piena; non v’è pazzia di cui non sarebbe capace a ogni ora.

D. – Ma dunque, senza il soccorso di Dio, io sarei pazzo, anche in pubblico?

R. – Ciò sarebbe poco, perché sarebbe soltanto contro la civile società; ma sappiate che senza la grazia di Dio, senza la virtù dello Spirito di Dio, non v’è impurità, sozzura, infamia, ubriachezza, bestemmia; ecc., in una parola, non v’è peccato di cui l’uomo non si renderebbe colpevole. Per poco che vogliamo entrare in noi stessi, dovremo riconoscere che portiamo in noi una strapotente inclinazione al male, e ad ogni sorta di male e di peccato. Se non fossimo sostenuti dalla grazia di Dio, cadremmo nell’abisso di ogni peccato.

LEZIONE XVII.

La nostra carne è tutta contraria e ribelle a Dio e al suo Divino Spirito.

D. – Desidererei che mi spiegaste meglio questa verità, affinché possa concepire maggiormente orrore per la carne.

R. – La carne è peccato in quanto è tutta contraria a Dio, in quanto combatte contro lo Spirito, come dice san Paolo, e lo Spirito combatte pure contro di essa [Galat. VI, 17]. Perciò la carne è simile al demonio, il quale combatte contro Dio; la carne è della natura stessa del demonio. Non dobbiamo dunque stupirci se diciamo che dobbiamo odiare la nostra carne e aver orrore di noi medesimi; non dobbiamo stupirci se diciamo che l’uomo, nello stato in cui si trova, deve essere maledetto e perseguitato; in verità non v’è male che non debba giustamente cadere sopra di lui, per causa della sua carne. L’odio, la maledizione, le persecuzioni che colpiscono il demonio devono pure colpire la carne e tutte le sue tendenze.

D. – Ma, se il demonio è maledetto, ciò proviene dal fatto che non si convertirà mai a Dio, né mai potrà essergli sottomesso.

R. – Così anche la carne; per tutto il tempo della nostra vita quaggiù, sarà sempre talmente corrotta, immonda e perversa che non potrà mai convertirsi a Dio, [Finché sussisterà il peccato originale, l’uomo porterà in sé le inclinazioni perverse che lo portano al peccato.] né  sottomettersi alla legge di Dio: Legi Dei non est subjecta, nec enim potest. [Rom. VIII, 7]

D. – Ma in tal caso come è possibile che i Santi, i quali hanno una carne simile allanostra, servano Dio nella presente vita?

R. – Lo Spirito di Dio, cui aderisce l’anima dei Santi, e dal quale viene illuminata, mossa e fortificata, padroneggia la carne, e l’assoggetta a Dio malgrado la sua resistenza. La carne, infatti, sempre resiste a Dio in questa vita: che sebbene la grazia e l’effusione dello Spirito sopra di essa talvolta facciano sì che esulti in Dio, come dice la Scrittura, [Cor meum et caro mea exsultaverunt in Deum vivum Ps. LXXXIII],  tuttavia è sempre pronta a resistere e non si lascia quasi mai vincere, se non per forza.

D. – Ma i demoni cantano forse anche essi le lodi di Dio? Esultano forse anch’essi in Dio?

R. – Mai più, nella condizione in cui si trovano; Dio tuttavia, se volesse, con la sua potenza potrebbe fare che lo lodassero, malgrado la loro depravazione.

D. – Ma perché la nostra carne talvolta esulta in Dio e lo loda, mentre i demoni non lo lodano mai?

R. – La nostra carne, per l’azione dello Spirito Santo, può lodare Dio, a differenza dei demoni, perché questi non sono più in grado di sperare, né di meritare la gloria, mentre la carne viene data come compagna all’anima, la quale ogni giorno spera la gloria e la merita; dimodoché nell’uomo l’anima serve a Dio e gli aderisce nello Spirito, e la carne, suo malgrado, rimane assoggettata allo Spirito, benché non gli sia sottomessa. E qui ancora vi è una somiglianza tra la carne e il demonio. La carne, infatti, è come il demonio, il quale, malgrado la sua rabbia rimane soggetto per forza alla potenza del divino Spirito, tuttavia non vi è sottomesso; orbene la carne pure è disposta in tal modo. Mentre io prego Dio e mi sottometto a Lui, mentre mi elevo a Dio per la virtù dello Spirito Santo, in pari tempo la carne si distoglie da Dio volgendosi verso la creatura, si abbassa verso la terra e così spesso rimuove l’anima da Dio; [Deprimit sensum multa cogitantem. Il corpo corruttibile grava su l’anima, e la terrestre dimora deprime la mente che ha molti pensieri – Sap., IX, 15], mentre l’anima si mantiene nella purezza la carne si porta all’impurità e alla disonestà; mentre l’anima si investe della santità di Dio, la carne aderisce alla creatura, perciò si macchia e si guasta; insomma la carne, come il demonio, non cambia mai, né mai cessa di essere ciò che è.

LEZIONE XVIII.

La perversità della nostra carne merita ogni sorta di umiliazioni da parte di Dio e da parte di ogni creatura.

D. – Non verrà dunque mai quel tempo in cui l’uomo e la carne non saranno piùpeccato?

R. – Sì, questo avverrà nel Paradiso, nel giorno della risurrezione, quando Dio riformerà questo corpo vile, abietto e umiliato. [Reformabit corpus humilitatis nostræ. -Philip. III. 21]. Il corpo di nostra umiliazione, corpo umiliato, questa espressione di san Paolo è giustissima. L’uomo, infatti, merita ogni umiliazione; non v’è confusione che non gli sia dovuta. Se per esempio si dicesse di me, di voi e di chiunque altro : « Questo uomo è avaro », bisognerebbe sopportarlo, perché  tutti abbiamo in noi un principio di avarizia insaziabile, sebbene la grazia ne abbia forse soffocato il sentimento nell’anima nostra. Se si dicesse che siamo disonesti, lo dovremmo sopportare, perché il seme di ogni vizio e di ogni impurità si trova nella nostra carne, la quale trascinerebbe l’anima al peccato, se lo Spirito non la sorreggesse. Se si dicesse che siamo superbi, lo dovremmo sopportare, pensando che ciò è sempre vero ad onta degli effetti che la grazia di Gesù Cristo e del suo Spirito abbiano operato in noi; né ci si fa torto alcuno o ingiuria col chiamarci orgogliosi, perché la nostra carne rimane sempre la stessa, vale a dire sempre impastata di orgoglio e sempre pronta a produrre atti di superbia; talmente che non cessiamo mai di essere orgogliosi, benché non lo sentiamo, e che pratichiamo talvolta atti di umiltà. Così di tutti gli altri difetti che si possono concepire nell’uomo, perché la carne è la sorgente, la cloaca e come la fogna dove si raccoglie ogni impurità, ogni disordine e ogni peccato.

D. – Allora, non v’è sorta di ingiuria che non dobbiamo sopportare, persuasi che ci sono ben dovute. Le umiliazioni, le ingiurie, le calunnie non debbono punto turbarci.

R. – Dite vero; bisogna fare come quel Santo, il quale essendo condotto al patibolo per un delitto che non aveva commesso, non volle giustificarsi, dicendo nel suo cuore che, senza l’aiuto di Dio, avrebbe commesso quello e altri peggiori ancora. Coi medesimi sentimenti, dobbiamo sopportare ogni persecuzione. Se, come è nostro dovere, fossimo ben persuasi della malizia della nostra carne, la persecuzione ci sembrerebbe cosa ben giusta, anzi dovremmo desiderarla, per reprimere, con tali castighi, la continua ribellione di questa nostra carne contro Dio.

D. – Gli uomini, gli Angeli e Dio medesimo dovrebbero dunque incessantemente perseguitarci?

R. – Sì, così dovrebbe essere e così avverrà nel giorno del giudizio ai peccatori sopra i quali Dio eserciterà la sua vendetta per mezzo di tutte le creature nelle quali Egli abita, e delle quali ognuna sarà come uno strumento esecutore della sua giustizia. [Pugnabit cum illo orbis terrarum contra insensatos. – Sap., V , 21]. Pertanto, nelle malattie, nelle persecuzioni, nelle umiliazioni e in ogni afflizione, dobbiamo metterci dalla parte di Dio contro noi medesimi, e pensare che le meritiamo tutte e di più ancora, che Egli ha diritto di servirsi di tutte le creature per castigarci, e che adoriamo la grande misericordia ch’Egli in tal modo esercita adesso sopra di noi, sapendo che, quando verrà il tempo della sua giustizia, ci tratterà ben più rigorosamente.

D. – E quale sarà il tempo della sua giustizia?

R. – L’altra vita, sarà il tempo della sua giustizia, perché allora Dio non userà più misericordia; allora la sua giustizia non sarà più temperata dalla compassione per la nostra miseria; allora Dio ci tratterà secondo tutta la severità del suo santo giudizio. È cosa orribile, dice la Scrittura, cadere nelle mani del Dio vivente [Hebr. X, 31]. Allora non vi sarà più né croce, né afflizione, di cui l’anima e il corpo del peccatore non saranno cruciati.

D. – Ma allora non è forse più dolce portare adesso quella croce che la giustizia di Dio ci impone, in questo tempo di misericordia, in cui siamo sorretti dalla grazia e dalla virtù che la bontà di Dio ci largisce; piuttosto che aspettare quel tempo in cui il peccatore, mentre sarà oppresso da ogni sorta di tormenti, sarà privo di qualsiasi aiuto e di qualsiasi consolazione?

R. – Avete ben ragione. Nell’inferno, infatti, non vi è più nessun aiuto che sorregga, nessuna grazia che fortifichi, nessuna unzione che consoli e raddolcisca il giogo del rigore di Dio; non vi sarà più nessuno di questi beni, i quali sono, quaggiù il miglior sollievo delle nostre croci e i  nostri patimenti.

http://www.exsurgatdeus.org/2019/11/14/catechismo-cristiano-per-la-vita-interiore-di-j-j-olier-4/

SALMI BIBLICI: “ERIPE ME DE INIMICIS MEI, DEUS MEUS” (XLVIII)

SALMO 58: “ERIPE ME DE INIMICIS MEI, Deus meus”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME PREMIER.

PARIS LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 58

In finem, ne disperdas. David in tituli inscriptionem, quando misit Saul, et custodivit domum ejus, ut eum interficeret.

[1] Eripe me de inimicis mei, Deus meus,

et ab insurgentibus in me libera me.

[2] Eripe me de operantibus iniquitatem, et de viris sanguinum salva me.

[3] Quia ecce ceperunt animam meam; irruerunt in me fortes.

[4] Neque iniquitas mea, neque peccatum meum, Domine; sine iniquitate cucurri, et direxi.

[5] Exsurge in occursum meum, et vide: et tu, Domine Deus virtutum, Deus Israel, intende ad visitandas omnes gentes; non miserearis omnibus qui operantur iniquitatem.

[6] Convertentur ad vesperam, et famem patientur ut canes; et circuibunt civitatem.

[7] Ecce loquentur in ore suo, et gladius in labiis eorum: quoniam quis audivit?

[8] Et tu, Domine, deridebis eos; ad nihilum deduces omnes gentes.

[9] Fortitudinem meam ad te custodiam, quia, Deus, susceptor meus es.

[10] Deus meus, misericordia ejus præveniet me.

[11] Deus ostendet mihi super inimicos meos; ne occidas eos, nequando obliviscantur populi mei. Disperge illos in virtute tua, et depone eos, protector meus, Domine;

[12] delictum oris eorum, sermonem labiorum ipsorum; et comprehendantur in superbia sua. Et de execratione et mendacio annuntiabuntur,

[13] in consummatione, in ira consummationis; et non erunt. Et scient quia Deus dominabitur Jacob, et finium terræ.

[14] Convertentur ad vesperam, et famem patientur ut canes; et circuibunt civitatem.

[15] Ipsi dispergentur ad manducandum; si vero non fuerint saturati, et murmurabunt.

[16] Ego autem cantabo fortitudinem tuam, et exsultabo mane misericordiam tuam; quia factus es susceptor meus, et refugium meum in die tribulationis meæ.

[17] Adjutor meus, tibi psallam, quia Deus susceptor meus es; Deus meus, misericordia mea.

[Vecchio Testamento Secondo la VolgataTradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO LVIII.

Perchè Davide di notte non fuggisse e potesse ucciderlo la mattina, Saulle assediò la casa (1 dei Re, c. 19). Ma Michol lo salvò, calandolo dalla finestra. Il Salmo è scritto, imminente questo pericolo; egli prega e predice al solito la perdita de’ suoi nemici. S’applica a Cristo, trattenuto nel sepolcro. E alla Chiesa, impedita nella sua predicazione; si può anche raffigurarvi la sorte de’ giusti e degli empii.

Per la fine: non mandare in perdizione; a David, iscrizione da mettersi sopra una colonna: quando Saul mandò ad assediar la sua casa per ammazzarlo.

1. Salvami da miei nemici, o mio Dio, e liberami da coloro che insorgono contro di me.

2. Toglimi dalle mani di quei che lavorano iniquità, e salvami dagli uomini sanguinarii.

3. Perocché ecco che avran presa l’anima mia: uomini di gran possa son venuti ad assalirmi.

4. Nò ciò, o Signore, per la mia iniquità, né per mia colpa: senza iniquità io corsi e regolai i miei passi.

5. Sorgi, e vienmi incontro, e considera. E tu, o Signore Dio degli eserciti, Dio d’Israele, Svegliati per visitare tutte le nazioni; non far misericordia a verun di coloro che operano l’iniquità.

6. Verranno alla sera, e patiranno fame canina, e gireranno intorno alla città. (1)

7. Ecco che apriranno la loro bocca, avendo un coltello nelle loro labbra (dicendo): Chi ci ha ascoltati?

8. Ma tu, o Signore, ti burlerai di loro; stimerai come un nulla tutte le genti.

9. La mia fortezza riporrò in te, perché tu se’, o Dio, il mio difensore:

10. La misericordia del mio Dio mi preverrà.

11. Dio mi ha fatto vedere la vendetta de’ miei nemici; non gli uccidere; affinché non se ne scordi il popol mio. Dispergili colla tua possanza, e degradagli, o Signore, protettor mio,

12. A motivo del delitto della loro bocca e per le parole delle loro labbra; e siano presi dalla propria lor superbia. (2)

13. E per lo spergiuro e per la menzogna saran chiamati alla perdizione dall’ira che li consuma; ed e’ più non saranno. E conosceranno come il Signore regnerà sopra Giacobbe e sino alla estremità della terra.

14 . Si convertiranno alla sera, e saranno affamati come cani, e gireranno attorno alla città.

15. Eglino andran vagabondi, cercando cibo; e se non saran satollati, ancora mormoreranno.

16. Ma io canterò la tua fortezza, e inni di letizia offrirò al mattino alla tua misericordia. Perché tu se’ stato mia difesa e mio rifugio nel di della mia tribolazione.

17. Aiuto mio, te io canterò, perché tu, o Dio, tu sei mia difesa; Dio mio, mia misericordia.

(1) Davide esprime la delusione dei suoi nemici che, essendo venuti per prenderlo, non lo trovano, poiché egli era scappato dalla finestra, e tornando nel cuore della notte, latrando come dei cani ai quali hanno strappato la preda, cercano Davide per tutta la città.

(2) C’è chi ha tradotto: ed a causa della maledizione (delle loro bestemmie), e della menzogna, si annuncerà loro lo sterminio, lo sterminio per la collera ed essi non saranno più.

Sommario analitico

Davide, circondato nella sua casa dai compagni di Saul che cercano di impadronirsi di lui per metterlo a morte, è figura di Nostro-Signore preso e catturato dai suoi nemici nell’orto degli ulivi.

I.  – Egli implora il soccorso di Dio:

1° Esponendo il pericolo imminente che gli fanno correre i suoi nemici: – a) essi sono pieni di meraviglia a suo riguardo; – b) si dichiarano contro di lui nei consigli di Saul; (1) – c) aggiungo atti alle parole; – d) cercano anche di versare il suo sangue e di togliergli la vita (2,3);

2° Per la sua innocenza (4).

II. – Egli predice la sua liberazione:

1° mostra quali siano i disegni dei suoi nemici, frustrati dai loro attentati e cospiranti di nuovo contro di lui, e prega Dio che lo liberi e li punisca (6,7);

2° Dio riderà dei loro sforzi e li annienterà (8); 3° egli dichiara tutta la sua fiducia che ripone in Dio, la sua forza, la sua difesa, la sua misericordia (9, 10);

3° descrive la punizione dei suoi nemici che sarà: a) manifesta; b) gloriosa per lui; c) perdurante, d) ignominiosa per la loro dispersione ed il loro abbassamento (11), e) giusta, a causa dei loro discorsi e dei loro atti (12); f) piena di dolore: 1) perché essi sapranno che Dio ne è l’autore (13), 2) perché soffriranno una fame crudele (14), 3) perché mormoreranno nella loro estrema miseria (15).

III. – Egli promette di rendere azioni di grazie a Dio:

.a) Forte contro i suoi nemici, b) misericordioso al suo riguardo (16), c) suo protettore e suo rifugio nel giorno dell’afflizione, d) suo difensore nei combattimenti (17).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1 – 4

ff. 1, 3. – È la voce di Davide assediato nella propria casa dai soldati di Saul; – è la voce di Gesù-Cristo nella sua passione e nel suo sepolcro circondato dalle guardie; – è la voce di un’anima giusta oppressa dai nemici della sua salvezza: il demonio, la propria concupiscenza, la presunzione delle proprie forze, l’orgoglio e tutte le altre passioni che si accaniscono su di essa per catturarla (Dug.). – Ciò che dice qui il salmista si compie nella carne di Cristo e si compie anche in noi. In effetti i nostri nemici, cioè il demonio ed i suoi angeli, non cessano di scagliarsi ogni giorno contro di noi; essi tentano senza tregua di trionfare della nostra debolezza e della nostra fragilità, e ci ingannano, ci suggeriscono il male, ci assalgono con tentazioni; essi voglio farci cadere in ogni tipo di insidia mentre viviamo sulla terra. Ma la nostra voce vegli davanti a Dio e gridi nelle membra di Cristo, sotto la sorveglianza del nostro capo, stabilita nel cielo (S. Agost.). – Questi sono dei nemici potenti di per se stessi, ma deboli quando si ha Dio per protettore, perché, cosa può l’uomo contro Dio?

ff. 4. – Si sente, in queste nobili parole, tutta la superiorità della verità sulla figura. Né Davide, né alcun altro uomo ha potuto dire, in mezzo ai mali che i suoi nemici gli facevano soffrire, che egli soffrisse perfettamente innocente. Solo l’Uomo-Dio ha potuto, con tutta verità, concepire questo pensiero ed usare questo linguaggio, ed è così che nel Vangelo Gesù-Cristo dice ai Giudei: « Chi di voi mi accuserà di peccato? » Così, quale dignità, quale prezzo infinito, questa intera innocenza, questa incomparabile santità, dà in sacrificio una vita così pura, all’immolazione della vittima senza macchia! Così ne risulta, secondo ogni giustizia, il diritto di ottenere la salvezza del mondo e di far revocare le sentenze pronunciate contro la razza umana, almeno per tutti coloro che crederanno ed ameranno, e che proveranno con le loro opere, la loro fede ed il loro amore! (Rendu). – Gesù-Cristo propriamente parlando, ha il diritto di dire che né la sua iniquità, né il suo peccato sono stati la causa dei trattamenti che soffriva da parte degli uomini; Egli che ha potuto dire ai suoi nemici: Chi tra voi potrà accusarmi di peccato? (Jov. VIII, 46). I giusti nondimeno lo possono dire in un senso vero, vale a dire, con pur riconoscendo davanti a Dio, in mezzo alle persecuzioni che li hanno fatto soffrire, che essi sono peccatori, essi però non soffrono propriamente come peccatori, ma solo perché si porta loro invidia, perché è necessario che tutti coloro che vogliono vivere nella pietà, siano perseguitati (II Tim. II, 12), e che tutta le gloria di un Cristiano è di soffrire non da colpevole, ma da giusto e da innocente (1 Piet. IV 15).

II. – 6-15.

ff. 5. – Sembra inutile domandare a Dio che si alzi per venire incontro a noi, poiché, riempiendo tutto con la sua presenza, Egli è sempre vicino ai suoi servi, e considera il pericolo in cui siamo, poiché nulla è nascosto alla sua luce divina. Ma Egli vuole, per noi che meritiamo di essere esauditi, che veniamo convinti, in vista del nostro stato, del gran bisogno che abbiamo del suo soccorso. (Dug.). – « Non abbiate pietà di tutti quelli che commettono l’iniquità ». Queste sono parole da terrore. Chi non ne sarebbe colpito? E quale anima, rifacendo un esame sulla propria coscienza non ne tremerebbe? Quand’anche potesse rendere testimonianza di qualche atto di pietà, sarebbe sorprendente se non possa anche rendersi testimone di qualche iniquità. In effetti chiunque commetta peccato, commette l’iniquità. (Giov. III, 4). « Ora, se esaminate le iniquità dell’uomo, Signore, Signore, chi potrà sostenere questo esame? » (Ps. CXXIX, 3). E benché queste parole siano vere, esse non sono state dette invano, non possono e non potrebbero mai se non compiersi (S. Agost.). – Ogni iniquità, piccola o grande, deve necessariamente essere punita, o con la penitenza dell’uomo colpevole, o con il castigo del Dio vendicatore; perché colui che si pente si punisce da solo. Puniamo dunque i nostri peccati, se cerchiamo di ottenere la misericordia di Dio. Dio non può aver pietà di coloro che commettono l’iniquità. Da voi stessi o da Dio, occorre assolutamente che vi sia una punizione. Volete che Egli non punisca? Punitevi da soli, voi stessi; perché avete commesso un’azione che non può restare impunita; ma è maglio che la punizione venga da voi e che facciate quel che il Profeta ha scritto in un altro Salmo: « Preveniamo la severità del suo volto, confessando i nostri peccati » (S. Agost.).

ff. 6. – Immagine suggestiva è questa, dei riprovati nel giorno del giudizio finale, allorché, divorati dalla fame di questa sapienza che avranno disdegnato quando ancora erano in vita, essi percorreranno, come cani affamati, la città, l’assemblea dei santi, per vedere se alcuno voglia soccorrerli, e nessuno li soccorrerà in questo giorno di sventura (Bellar.). – Penitenza tardiva ed ordinariamente inutile, che non si fa che sulla sera della vita; penitenza spesso cominciata all’agonia, che non è stata mai provata, di cui mai si è visto il frutto; penitenza imperfetta; penitenza nulla, senza forza, senza riflessione, senza tempo per ripararne i difetti (Bossuet). – Si soffre allora una fame spaventosa, perché, mancando in questo momento il mondo che si ama e che sfugge, si sente in fondo al cuore un vuoto impossibile da riempire, e che riduce, come le vergini stolte, a fare inutilmente il giro della città, cioè ad indirizzarsi a tutti i giusti, per domandar loro qualche goccia di olio (Dug.).

ff. 7, 8. – Non c’è nulla di più pericoloso che una tentazione violenta giunta con l’occasione di peccare in segreto e con impunità. È ciò che rese la moglie di Putifar sì audace: cosa che rende infinitamente rilevante il merito di Giuseppe. Chi ti vedrà, chi ti ascolterà? … dice la passione! Questa parola è più formidabile della spada; essa ha perso più anime che il mondo con tutte le sue illusioni, che il demonio con tutti i suoi artifici. Per rifiutare questa parola bisogna ricordarsi di quella che S. Agostino indirizza a tutti gli uomini passionali, soprattutto agli impudichi: dove vai a sprofondarti? Guarda Gesù-Cristo in te; risparmia questo affronto a Gesù-Cristo. E che! Disprezzerai Gesù-Cristo di cui sei membro? Disprezzerai lo Spirito-Santo di cui sei tempio? In qualunque parte tu vada, sei visto da Gesù-Cristo che ti ha creato, che ti ha riscattato, che è morto per te. Questa potente apostrofe del santo Dottore ci insegna che la voce della coscienza ed il ricordo della presenza di Dio sono le sole cose degne che noi possiamo opporre al torrente di una passione violenta che ci sollecita, e che autorizza al segreto, al silenzio ed all’impunità (Berthier). – Castigo di ogni ingiustizia e che la santa Scrittura ci richiama frequentemente è quello per cui i peccatori hanno riso di Dio durante la loro vita, Dio riderà di loro alla loro morte! – Mantenere, conservare la propria forza in Dio, e mettersi interamente al suo servizio; questo non è attribuirsi tale forza, ma attribuirla a Dio solo, senza il Quale non possiamo niente; occorre confidare in Lui affinché la riguardi come un deposito, la conservi e l’aumenti.

ff. 9, 10. – « È in voi che conserverò la mia forza ». In effetti tutti questi forti sono caduti perché essi non hanno riposto la loro forza sotto la vostra custodia; vale a dire, coloro che si sono levati contro di me, hanno posto la loro fiducia in se stessi. « Quanto a me è in Voi che manterrò la mia forza »; perché se mi allontano da Voi, io cado; quando mi avvicino a Voi, io divento più forte. Vedete in effetti qual è la condizione dell’anima umana: essa non ha luce da se stessa; ora tutto ciò che è bene nell’anima, è la forza e la saggezza; ma per se stessa essa non ha la saggezza; per se stessa essa non ha la forza; essa non è né la propria luce né la propria forza. Ma per essa c’è un principio ed una fonte di forza; c’è per essa una radice di saggezza; c’è per essa, se così è permesso parlare, una regione di immutabile verità: se l’anima se ne allontana, cade nelle tenebre; se vi si avvicina, vi trova luce. « Avvicinatevi a Dio e sarete illuminati »; (Ps. XXXIII, 5); se invece vi allontanate da Lui, sarete nelle tenebre. « Io dunque serberò in Voi la mia forza »; io non mi allontanerò da Voi e non metterò più la mia fiducia in me stesso. « Io serberò la mia forza in Voi, perché Voi siete il mio protettore ed il mio Dio ». Dove siete Voi in effetti, e dove son io? Da dove mi avete tratto? Quali iniquità mi avete rimesso? Dove ero disteso, dove sono stato innalzato? (S. Agost.). – Il mondo cieco ed appassionato vorrebbe far passare la testardaggine nell’errore e l’incredulità come una certa forza di spirito. Ah! Signore, non permettete mai che me ne formi mai una simile, e non soffra mai che il mio spirito si fortifichi a spese della mia fede. No, mio Dio, non sarà così: tra le debolezze estreme alle quali sento che il mio cuore è soggetto, se mi resta ancora qualche forza, questa è per Voi, e non contro di Voi io pretendo conservarla, perché io voglio potervi dire come Davide: « … è per voi che io serberò la mia forza », e vedo che queste parole dimorano ben impresse nel mio cuore, per poter essere la prima regola della mia condotta. I libertini impiegano la forza del loro spirito contro la vostra Religione, gli eresiarchi contro la vostra Chiesa, tutti unanimemente contro di Voi, ma io, Signore, che faccio professione di fedeltà, io la conserverò e la userò per Voi. In luogo di coloro che mettono la loro forza nel non credere o nel credere a ciò che piace loro, io metterò la mia nel sottomettermi e nell’essere prigioniero; la mia forza sarà la mia sottomissione, e quando vi farò, o mio Dio, il sacrificio di questa sottomissione, che è il più grande sforzo dello spirito umano, io mi consolerò nel pensiero che io lo faccio per Voi e non per altri. Che mi si tratti da spirito debole, che il mondo giudichi secondo le proprie vedute, poco mi importerà, dal momento che io mi lego a Voi con una fede viva e che niente sia capace di portarmi alla risoluzione di non avere né spirito né forza se non per Voi, ed in rapporto a Voi. Ecco – dice S. Agostino – come un uomo cristiano deve parlare a Dio, ed ecco ciò che fa la sua gloria; perché cosa c’è di più glorioso che essere vinto, o piuttosto di voler essere vinto dalla verità: « Quid enim gloriosius quam vincta veritate. » (BOURD. Panég. de S. Thomas). – « La misericordia mi preverrà ». Io non presumerò in alcun modo di me stesso. Cosa ho portato di buono perché Voi abbiate pietà di me e mi abbiate giustificato? Cosa avete trovato in me, se non solo i miei peccati? Voi non avete trovato in me se non la natura che avete creato; tutto il resto erano i miei peccati, che Voi avete cancellato. Io non mi sono levato per primo per venire a Voi; ma Voi siete venuto a me per eccitarmi; perché « la sua misericordia mi preverrà ». Prima che abbia fatto qualcosa di buono, « la sua misericordia mi verrà in aiuto » (S. Agost., VII, 12).

ff. 11, 12. – Questo grande crimine del deicidio doveva essere la salvezza del genere umano. I Giudei, cioè i nemici accaniti, i carnefici di Gesù-Cristo, dovevano essere gli immortali testimoni e rinascendo incessantemente, avrebbero deposto in tutto il corso dei secoli, in favore della loro vittima. Era il loro destino e Gesù-Cristo stesso, per bocca di Davide, lo ha loro annunciato dall’alto della sua croce. Essi saranno dati come spettacolo al mondo, sempre puniti e sempre viventi; sempre ribelli e sempre cacciati; sempre attestanti la verità delle Scritture sacre, e sempre ricusando di credere ciò che essi proclamano per persuadere tutte le nazioni; dispersi tra tutti i popoli, non si confondono con alcuno; odiati, disprezzati, perseguitati e sempre pieni di vita, sempre attivi. Sempre moltiplicati sulla faccia della terra. – Finché sia invincibilmente provato che Dio che li tiene sotto il suo impero, li fa servire per i suoi disegni, e come ultima prova della sua onnipotente misericordia, li conduce umiliati e pentiti ai piedi di quella croce sulla quale hanno inchiodato Gesù di Nazareth, il Re dei Giudei (Rendu). – L’esecrazione di cui parla qui Davide fu evidentemente quella orribile parola: « Che il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli », parola per la quale essi chiesero per essi la pena più infame degli attentati; la menzogna, queste parole: « … noi non abbiamo altro re che Cesare », perché è costante che essi non vollero pagare il loro tributo a Cesare, perché si vantavano di essere liberi, e di non aver mai servito nessuno, cosa che era una terribile menzogna, smentita da tutta la loro storia (Bellarm.). – I giusti prevedono spesso i castighi che Dio vuol far soffrire ai loro nemici; ma, ben lontani dal sentirne una maligna gioia, essi ne hanno, al contrario, solo dolore perché li amano. Essi pregano Dio di non farli morire, o se vuol far morire qualcosa in essi, questa sia la loro volontà colpevole e non la loro persona (Dug.).

ff. 13. – La collera consumata di cui parla il profeta è terribile: colui che ne è l’oggetto cessa di esistere ai nostri occhi, ma non lascia il far comprendere che Dio è il padrone supremo che domina su tutto. Come colui che non è più, può avere quella conoscenza? È che la sua esistenza, peggio del niente, non riceve che i flagelli di un gioco inesorabile e di un vendicatore spietato. I riprovati sono in questo pietoso stato; essi non sono più, perché la vita di Dio non è più in essi, e provano la vendetta del Dio vivente, che essi hanno negletto ed abbandonato. I malvagi si burlano di questa grande verità, dal momento che potrebbero profittarne, e non resta loro che disperarsi, quando potevano invece applicarsi con frutto. Albero infruttuoso, diceva S. Agostino, non ridere, perché ti si dà del tempo per portare frutto. L’ascia è pronta, essa ti minaccia; profitta del lasso di tempo, non credere che Colui che l’ha in mano non venga ben presto a colpirti. (Berthier).

ff. 14, 15. – È questo un quadro energico della triste e deplorevole sorte dei Giudei. Essi non riconosceranno giammai che Cristo è il padrone dei Giudei e quello dei Gentili, se non nell’ultimo giorno, ma oramai sarà troppo tardi. Essi si rivolgeranno ai loro profeti urlando verso di essi come dei cani affamati, e poiché non ne riceveranno consolazione, cominceranno a mormorare e a dolersi del loro dolore (Bellar.). – Il peccatore morente è all’ultimo atto della sua scandalosa storia; in questo momento, egli cerca ancora di nutrirsi degli alimenti del mondo, chiama in suo aiuto tutto ciò che può immaginare per conservare il soffio di vita che sta per rendere. Forma dei progetti per soddisfare le sue passioni, soprattutto quelle che ha avuto al primo posto nella sua anima, … l’orgoglio, l’avarizia, la voluttà: sforzi inutili, tutto manca in lui; egli prova una carenza generale. Dio lo rigetta ed il mondo lo abbandona; non gli resta – dice San Gregorio Magno – che il ricordo del male che ha fatto, del bene che ha omesso, dei rimproveri che merita, delle virtù che gli mancano, dei castighi che gli sono riservati (Berthier).

ff. 16. – Mentre i peccatori, in qualunque abbondanza vivano, sono sempre affamati come cani, perché tutti i beni della terra non sono capaci di saziarli, il giusto, al contrario, trova in Dio di che saziarsi pienamente, per quanto si possa fare in questa vita. Dio tiene conto di tutto: se ha fame o sete, Egli è suo nutrimento, è sua bevanda, se ha freddo è suo abito, se è malato è la sua medicina, se è triste Egli è la sua gioia. Egli canta con una gioia per cui solo lui è capace di gustare la potenza e la misericordia di Dio. (Duguet).

ff. 17. – « Mio Dio, voi siete la mia misericordia ». Considerando tutti i beni – qualunque essi siano – che noi possiamo possedere, in ragione della nostra natura, sia in ragione delle leggi che ci reggono, o della direzione data alla nostra vita nella fede, nella speranza, nella carità, nei buoni costumi, nella giustizia o nel timore di Dio; vedendo anche che noi non possediamo questi vantaggi che grazie ai doni del Signore, il Profeta termina così: « … Mio Dio, Voi siete la mia misericordia ». Colmato di benefici da Dio, egli non ha trovato altro nome da dare che quello della sua misericordia. O nome pieno di dolcezza, sotto il quale non si deve disperare! « Mio Dio – egli dice – Voi siete la mia misericordia. » Cosa vuol dire: « la mia misericordia »? Se voi dite, mia salvezza, io comprendo che Dio dà la salvezza, se dite: mia forza, io comprendo che Egli vi dà la forza; ma che vuol dire: « mia misericordia »? Tutto ciò che io sono, viene dalla vostra misericordia! Ma ho forse meritato invocandovi? Che ho fatto per esistere? Cosa ho fatto per esistere in modo da potervi invocare? Si, in effetti io ho fatto qualcosa per esistere, io esistevo già prima di essere; ma se io non ero assolutamente niente prima di esistere, io non ho potuto dapprima meritare verso di Voi, né rendermi degno dell’esistenza. Voi mi avete dato di esistere e non mi avreste dato di essere buono? Se Voi mi aveste dato di esistere e qualcun altro mi avesse concesso di essere buono, colui che mi ha dato di essere buono sarebbe migliore di colui che mi ha dato di esistere. Ma poiché nessuno è migliore di Voi, nessuno è più potente di Voi, nessuno è più prodigo della sua misericordia di Colui dal quale ho ricevuto di essere buono, « … mio Dio, Voi siete la mia misericordia. » (S. Agost.). – Davide, alla vista dei travagli, delle afflizioni di questa vita, chiama Dio suo aiuto, suo ausilio, e siccome Dio ci fa passare dalle tribolazioni della vita presente al riposo della vita eterna, gli dice: siete Voi che mi prendete, Voi che mi ricevete. Ma considerando che Egli si carica dei nostri mali, che sopporta le nostre colpe, con la penitenza, Egli ci permette di aspirare alle ricompense eterne, e non grida solo il nome di Dio misericordioso, ma Gli dice. « Mio Dio, mia misericordia ». Rimettiamo davanti ai nostri occhi tutto il male che abbiamo fatto, meditiamo su questa longanimità di Dio che ci sopporta per lungo tempo, consideriamo questa tenerezza eterna e veramente eccessiva che, non contento di perdonarci le nostre colpe, si degna ancora di promettere il suo regno ai peccatori pentiti, e diciamo tutti dal fondo del nostro cuore: « … Mio Dio, mia misericordia ». (S. Greg.).

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE USURPANTI ED APOSTATI DI TORNO: S. S. GREGORIO XVI – “SUMMO JUGITER STUDIO”

Questo breve Apostolico di S. S. Gregorio XVI, prendeva in esame le irregolarità che venivano realizzate da uomini e donne di diversa religione, Cattolica e a-cattolica, complici chierici compiacenti che non osservavano le disposizioni apostoliche in materia. Il Santo Padre loda il comportamento dei prelati e dei principi bavaresi che si sono dimostrati fedeli osservanti delle disposizioni canoniche in merito. Il Santo Padre ribadisce i pericoli del rilassamento della fede o addirittura di apostasia per i coniugi cattolici, e di corruzione della prole sviata dagli eretici e non adeguatamente istruita nella Religione Cattolica, l’unica che assicuri la salvezza. … « Se le circostanze lo richiederanno, sarà anche utile ricordare loro il notissimo precetto della legge naturale e divina, che ci comanda non solo di evitare il peccato, ma anche i rischi che trascinano assai vicino al peccato, e anche quell’altro precetto della stessa legge con cui si ordina ai genitori di educare i figli nella dottrina e di correggerli nel Signore (Ef VI, 4), e quindi di ammaestrarli nel vero culto di Dio, di cui è depositaria la sola Religione Cattolica ». Altro problema era quello degli eretici empi che già avevano contratto precedente matrimonio poi sciolto con divorzio …« Pertanto, un simile matrimonio misto risulterebbe in questi casi non solo illecito, ma anche nullo e affetto da adulterio, a meno che le precedenti nozze, che la parte eretica afferma essere state sciolte dal divorzio, non risultassero sicuramente nulle, per qualche impedimento dirimente, canonicamente definito … » Quanta materia di meditazione per gli attuali giovani Cattolici, che non hanno più precise indicazioni sui matrimoni, anche perché attualmente questo problema non si presenta che raramente, poiché tutti sono a-cattolici, tra i novus ordisti della setta dominante vaticana, i gallicani fallibilisti, tralci foraggiati dalla “linfa”della vite d’inganno del Novus ordo, e tra gli scismatici sedevacantisti delle varie sette. Si tratta quindi, nella gran parte dei casi, di matrimoni tra eretici, a-cattolici, scismatici, atei ed increduli e non rientrano quindi nelle disposizioni canoniche della Chiesa Cattolica. Ma a costoro pure il “breve” è di grandissimo avvertimento, quando leggiamo ad esempio … «Non lasciatevi trarre in inganno, fratelli: se qualcuno segue chi attua uno scisma, non potrà ottenere l’eredità del Regno di Dio» – « … Chiunque si sarà separato da questa Chiesa Cattolica, pur ritenendo di vivere in modo irreprensibile, per questa sola colpa di essere separato dalla comunione con Cristo non avrà la vita, ma lo sdegno di Dio incombe su di lui», « … la santa Chiesa universale proclama che Dio non può essere debitamente adorato se non all’interno di essa. Pertanto chi se ne trova fuori non potrà assolutamente salvarsi » – « …Una sola, in verità, è l’universale Chiesa dei fedeli; fuori di essa nessuno può in alcun modo salvarsi». Qui veramente ce n’è per tutti, che meditino bene coloro che pensano di essere moderni o (peggio) modernisti e se ne vantano, perché non appartenere alla vera Chiesa Cattolica, significa certificare la propria eterna riprovazione e la condanna al fuoco dell’inferno.

BREVE
DEL SOMMO PONTEFICE
GREGORIO XVI

SUMMO IUGITER STUDIO

Il Papa Gregorio XVI. 
Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

La Sede Apostolica ha sempre vigilato con somma diligenza perché le disposizioni della Chiesa, che vietano con severità le nozze dei Cattolici con gli eretici, fossero scrupolosamente osservate. Quantunque, per evitare più gravi scandali, si sia rivelato necessario, in qualche luogo, tollerare a volte illeciti matrimoni di tal fatta, tuttavia i Romani Pontefici non tralasciarono mai di procurare, con ogni mezzo possibile, che pure allora, e in quegli stessi luoghi, il popolo cristiano fosse reso edotto di quanto disdoro e di quanto pericolo spirituale fossero foriere simili nozze, e di quale delitto, quindi, si rendessero colpevoli l’uomo e la donna che, al riguardo, avessero osato infrangere le prescrizioni canoniche. – Se talvolta gli stessi Romani Pontefici allentarono le maglie di questo santissimo, inviolabile divieto in casi particolari, lo fecero per gravi motivi e assai a malincuore. Erano però soliti aggiungere alla loro dispensa una precisa clausola sulle doverose precauzioni da premettere al matrimonio, nel senso che non solo il coniuge Cattolico non potesse essere fuorviato da quello eretico, e anzi a questi risultasse chiaro il proposito di distoglierlo con tutte le forze dall’errore, ma anche che la prole di entrambi i sessi fosse sicuramente educata nella santità della Religione cattolica. – Noi dunque che, seppure indegnamente, per disposizione di Dio occupiamo l’eccelsa cattedra di Pietro, tenendo fisso lo sguardo sulle direttive opportunamente emanate dai Nostri Predecessori, non abbiamo potuto, Venerabili Fratelli, non rattristarci fortemente per le molteplici e sicure notizie portate dalle vostre Diocesi (e pure da diverse altre località), secondo le quali abbiamo appreso che molti membri del popolo affidato alle vostre cure si industriano di favorire con ogni mezzo un’indiscriminata libertà di nozze miste. Per riuscire meglio nel loro intento, vanno disseminando teorie contrarie alla verità cattolica: infatti osano affermare, come Ci è stato riferito, che i Cattolici possono, liberamente e lecitamente, contrarre matrimonio con seguaci di altra religione, non solo senza aver ottenuto la dispensa della Chiesa (che deve essere richiesta a questa Sede Apostolica seguendo le direttive previste nei casi specifici), ma pure senza premettere le doverose precauzioni sopra menzionate e, soprattutto, quella che riguarda l’educazione cattolica di tutta la prole.

Le cose sono giunte a tal punto da pretendere che simili matrimoni misti debbano essere approvati anche quando la parte eretica abbia tuttora vivente il precedente coniuge dal quale si è separata con il divorzio. Per raggiungere lo scopo, mettono in atto gravi minacce di pene, per indurre i pastori di anime a dar corso alle pubblicazioni delle nozze miste in Chiesa davanti al popolo cattolico e ad assistere in seguito alla loro celebrazione, o almeno a concedere le cosiddette lettere dimissorie, di rinvio ad altra Chiesa. – Vi sono infine alcuni fra loro che si sforzano di persuadere se stessi e gli altri che l’uomo può salvarsi non solo nella Religione cattolica, ma anche chi muore nell’eresia professata può raggiungere la vita eterna. – Esistono tuttavia motivi, Venerabili Fratelli, che sollevano il Nostro cuore dall’afflizione, quali: la fermezza della maggior parte del popolo Bavarese nel conservare integra la Fede cattolica e nel mantenere un convinto ossequio verso l’autorità ecclesiastica; la decisa volontà di quasi tutto il clero di farsi carico, a norma dei sacri Canoni, degli impegni propri del ministero; ma soprattutto quella rimarchevole solerzia di compiere il vostro impegno pastorale dalla quale, Venerabili Fratelli, siete animati – come Ci è noto –, anche se a proposito dei matrimoni misti o in qualche punto di tale materia non si riscontra da parte vostra un parere univoco; tutti, però, avete concordemente deciso, di prestar fede a questa Sede Apostolica e, sotto la sua guida, di custodire i greggi a voi affidati e di non paventare gli eventuali pericoli da affrontare per la salvezza delle pecore. – Eccoci dunque a voi, Venerabili Fratelli, con questa lettera a confermare, in forza del Nostro ufficio apostolico, le vostre Fraternità, perché possiate annunciare, relativamente al caso in questione, con ancora maggiore ardore, i principi immodificabili della Fede e salvaguardare le canoniche disposizioni; inoltre, in presenza del Nostro preciso parere, possa prendere vita, tra voi e con questa Santa Sede, un più completo accordo. – Ma prima non possiamo esimerci dal comunicarvi la Nostra riposta speranza che il Nostro carissimo figlio in Cristo Ludovico, illustre re di Baviera, comprendendo dalla voce Nostra e di voi tutti unanimi le Nostre vere intenzioni nelle attuali circostanze, per l’avito amore verso la Religione Cattolica, che costò il versamento di sangue, voglia soccorrerci con la sua potente protezione, perché siano allontanati quei mali che, per la natura stessa della situazione, minacciano la causa cattolica. – Ne conseguirà che la Nostra santissima Religione potrà essere pienamente protetta in tutto il regno di Baviera, e i Vescovi cattolici, come tutti i sacri Ministri, godranno di piena libertà nell’esercizio dei loro incarichi, come è stato pure sancito nel Concordato stipulato con questa Sede Apostolica nel 1817. Arrivando ora al nocciolo della questione, prendiamo il via, come è giusto, da ciò che riguarda la Fede, senza la quale è impossibile piacere a Dio. Molti, come abbiamo sopra ricordato, si industriano di metterla in pericolo, allargando gli spazi alla libertà di contrarre matrimoni misti. – Voi non ignorate, Venerabili Fratelli, con quanta viva e indefettibile diligenza i Nostri antenati abbiano cercato di inculcare proprio ciò che questi osano negare: quell’articolo di Fede che tratta della necessità della Fede cattolica e dell’unità per conseguire la salvezza. Si riferiscono a questo principio quelle parole dell’insigne discepolo degli Apostoli, Sant’Ignazio martire, nella lettera agli abitanti di Filadelfia: «Non lasciatevi trarre in inganno, fratelli: se qualcuno segue chi attua uno scisma, non potrà ottenere l’eredità del Regno di Dio». Anche Sant’Agostino e gli altri Vescovi dell’Africa, riuniti nel Concilio di Cirta (Costantina) nel 412, davano al riguardo ampie spiegazioni: «Chiunque si sarà separato da questa Chiesa cattolica, pur ritenendo di vivere in modo irreprensibile, per questa sola colpa di essere separato dalla comunione con Cristo non avrà la vita, ma lo sdegno di Dio incombe su di lui». – Pur tralasciando altri passi, in numero pressoché infinito, degli antichi Padri, tesseremo le lodi di quell’insigne Nostro Predecessore, San Gregorio Magno, che afferma a chiare lettere come proprio quella fosse la dottrina della Chiesa Cattolica. Dice infatti: «La santa Chiesa universale proclama che Dio non può essere debitamente adorato se non all’interno di essa. Pertanto chi se ne trova fuori non potrà assolutamente salvarsi». – Si trovano inoltre solenni documenti della Chiesa, con cui si annuncia lo stesso dogma. Nel decreto della Fede, promulgato dal Nostro Predecessore Innocenzo III, con l’assenso del Concilio Ecumenico Lateranense IV, si leggono queste parole: «Una sola, in verità, è l’universale Chiesa dei fedeli; fuori di essa nessuno può in alcun modo salvarsi». – Lo stesso dogma infine si riscontra espressamente nelle professioni di Fede proposte dalla Sede Apostolica, sia in quella in uso in tutte le Chiese latine, sia nelle rimanenti due: quella usata dai Greci e l’altra da tutti i rimanenti cattolici orientali. – Non abbiamo scelto, fra i tanti, i menzionati documenti con l’intento, Venerabili Fratelli, di istruirvi, come se ignoraste questo punto della Fede. Lontano da Noi una simile congettura assurda e oltraggiosa nei riguardi delle vostre Fraternità. Ma Ci pervade una così grande preoccupazione per un dogma tanto importante e, per di più, così sicuro, impugnato da alcuni temerari, che non possiamo trattenere la penna dal rivendicare una tale verità con molte argomentazioni. – Orsù dunque, Venerabili Fratelli, impugnate la spada dello spirito, cioè la parola di Dio, e sforzatevi con tutte le risorse dell’animo di estirpare questo errore che viene sviluppandosi. Operate pertanto, e parimenti agiscano, sotto la vostra guida, i vostri collaboratori che hanno cura delle anime, in modo che il fedele popolo di Baviera sia spinto a custodire la Fede e la Comunione Cattolica con sempre maggiore zelo, come unica via di salvezza, sottraendosi così anche ad ogni pericolo di abbandonarla. – Se la necessità di conservare la comunione cattolica sarà stata impressa e profondamente radicata in tutti gli animi dei fedeli bavaresi, difficilmente poi cadranno nel vuoto i moniti e le esortazioni con cui cercherete di distoglierli dal contrarre matrimoni con gli eretici. – Nel caso tuttavia si affacci un grave motivo, tale da dover prendere in considerazione un matrimonio misto, vigilate attentamente che non si proceda alla celebrazione se non dopo avere ottenuto la dispensa della Chiesa e con le condizioni, come abbiamo sopra ricordato, che essa è solita prescrivere. – È dunque vostro compito che i fedeli desiderosi di contrarre matrimoni misti (come pure i loro genitori e chi esercita la funzione di tutore) siano informati con chiarezza sulle disposizioni canoniche al riguardo, e siano severamente ammoniti a non violarle, con danno delle loro anime. – Se le circostanze lo richiederanno, sarà anche utile ricordare loro il notissimo precetto della legge naturale e divina, che ci comanda non solo di evitare il peccato, ma anche i rischi che trascinano assai vicino al peccato, e anche quell’altro precetto della stessa legge con cui si ordina ai genitori di educare i figli nella dottrina e di correggerli nel Signore (Ef VI, 4), e quindi di ammaestrarli nel vero culto di Dio, di cui è depositaria la sola Religione Cattolica. – Esortate quindi codesti fedeli a considerare attentamente quale offesa commettano contro l’eccelso Iddio, e quanto malvagiamente opereranno verso se stessi e verso i futuri figli se, nel contrarre in modo sconsiderato un matrimonio misto, esporranno se stessi e i figli al pericolo della perversione. Per rendere ancora più evidente la gravità del pericolo, ricorderete loro quelle salutari espressioni degli Apostoli, quegli avvertimenti dei Padri e delle disposizioni canoniche, che vertono tutti sull’obbligo di evitare i dannosi rapporti familiari con gli eretici. – Ma se per caso accadrà, Dio non voglia, che tali moniti ed esortazioni cadano nel vuoto e un Cattolico, o una Cattolica, non intenda recedere dal perverso proposito di contrarre nozze miste, senza aver richiesto o, per meglio dire, ottenuto la dispensa della Chiesa, senza la garanzia delle debite precauzioni o di qualcuna di esse, sarà preciso obbligo del sacro pastore non solo di evitare di legittimare il matrimonio con la sua presenza, ma anche di premettere le pubblicazioni e di concedere le lettere di rinvio ad altra Chiesa. È vostro dovere Venerabili Fratelli, rammentare ai parroci e pretendere a buon diritto da loro che si astengano dal compiere simili azioni. Di sicuro, se chi è incaricato della cura delle anime si comportasse diversamente, specie in Baviera nelle attuali circostanze, potrebbe far credere, con il suo comportamento, di approvare in qualche modo quelle nozze illecite e, con il suo agire, incoraggerebbe una permissività pericolosa per la salvezza delle anime e per la causa della Fede. – Dopo tutte queste considerazioni, vale la pena di aggiungere qualcosa sui casi di matrimonio, di gran lunga più inammissibili, fra cattolici ed eretici, in cui la parte acattolica abbia ancora vivente il primo coniuge, da cui sia stata separata con il divorzio. Voi conoscete bene, Venerabili Fratelli, quanto sia stabile, per diritto divino, il vincolo matrimoniale, da non poter essere sciolto da alcuna autorità umana. Pertanto, un simile matrimonio misto risulterebbe in questi casi non solo illecito, ma anche nullo e affetto da adulterio, a meno che le precedenti nozze, che la parte eretica afferma essere state sciolte dal divorzio, non risultassero sicuramente nulle, per qualche impedimento dirimente, canonicamente definito. In questo specifico caso, sicuramente, non solo dovrebbe essere osservato quanto sopra è stato precisato, ma ci si dovrebbe anche guardare dal permettere questo nuovo matrimonio, se non dopo che la causa del primo connubio, antecedentemente contratto dalla parte eretica, sia stata esaminata con un processo ecclesiastico, istruito a norma di diritto canonico, e il matrimonio sia stato dichiarato nullo. – Sono queste, Venerabili Fratelli, le cose che abbiamo ritenuto opportuno comunicarvi in ordine al caso in questione. Nel frattempo non cessiamo di implorare con fervide preghiere Dio Ottimo Massimo perché rivesta voi e tutto l’inclito clero della Baviera di celesti virtù, vi protegga con la sua destra e vi difenda con il suo santo braccio, insieme con codesto popolo fedele. – Pegno poi del grandissimo affetto con cui seguiamo nel Signore le Fraternità vostre, sia la Benedizione Apostolica che vi impartiamo di tutto cuore e che ricorderete di estendere anche al clero e ai fedeli delle vostre Diocesi.

Dato a Roma, presso San Pietro, sotto l’anello del Pescatore, il 27 maggio 1832, anno secondo del Nostro Pontificato.

DOMENICA XXII DOPO PENTECOSTE (2019)

DOMENICA XXII DOPO PENTECOSTE (2019)

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps. CXXIX: 3-4
Si iniquitátes observáveris, Dómine: Dómine, quis sustinébit? quia apud te propitiátio est, Deus Israël.
[Se tieni conto delle colpe, o Signore, o Signore chi potrà sostenersi? Ma presso di Te si trova misericordia, o Dio di Israele.]


Ps CXXIX: 1-2
De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi vocem meam.
[Dal profondo Ti invoco, o Signore: O Signore, esaudisci la mia supplica.]
Si iniquitátes observáveris, Dómine: Dómine, quis sustinébit? quia apud te propitiátio est, Deus Israël.
[Se tieni conto delle colpe, o Signore, o Signore chi potrà sostenersi? Ma presso di Te si trova misericordia, o Dio di Israele.]

Oratio

Orémus.
Deus, refúgium nostrum et virtus: adésto piis Ecclésiæ tuæ précibus, auctor ipse pietátis, et præsta; ut, quod fidéliter pétimus, efficáciter consequámur.[Dio, nostro rifugio e nostra forza, ascolta favorevolmente le umili preghiere della tua Chiesa, Tu che sei l’autore stesso di ogni pietà, e fa che quanto con fede domandiamo, lo conseguiamo nella realtà.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Philippénses
Phil I: 6-11
“Fratres: Confídimus in Dómino Jesu, quia, qui cœpit in vobis opus bonum, perfíciet usque in diem Christi Jesu. Sicut est mihi justum hoc sentíre pro ómnibus vobis: eo quod hábeam vos in corde, et in vínculis meis, etin defensióne, et confirmatióne Evangélii, sócios gáudii mei omnes vos esse. Testis enim mihi est Deus, quómodo cúpiam omnes vos in viscéribus Jesu Christi. Et hoc oro, ut cáritas vestra magis ac magis abúndet in sciéntia et in omni sensu: ut probétis potióra, ut sitis sincéri et sine offénsa in diem Christi, repléti fructu justítiæ per Jesum Christum, in glóriam et laudem Dei”.

OMELIA I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1920]

LA PROPAGAZIONE DELLA FEDE

“Fratelli: Abbiam fiducia nel Signore Gesù, che colui il quale ha cominciato in voi l’opera buona la condurrà a termine fino al giorno di Cristo Gesù. Ed è ben giusto ch’io nutra questi sentimenti per voi tutti; poiché io vi porto in cuore, partecipi come siete del mio gaudio, e nelle mie catene, e nella difesa e nel consolidamento del Vangelo. Mi è, infatti, testimonio Dio come ami voi tutti nelle viscere di Gesù Cristo. E questa è la mia preghiera: che il vostro amore vada crescendo di più in più in cognizione e in ogni discernimento, si da distinguere il meglio, affinché siate puri e incensurati per il giorno di Cristo, ripieni di frutti di giustizia, mediante Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio”. (Fil. I, 6-11).

I Filippesi, fin dai primi giorni della loro conversione coadiuvarono S. Paolo a propagare il Vangelo, mettendolo in grado, con i loro aiuti, di poter diffonderlo con maggiore facilità. Ora l’Apostolo mostra la sua riconoscenza, ringraziando Dio, e pregandolo di concedere il dono della perseveranza in questa cooperazione, e soprattutto il dono della propria santificazione ai cari Filippesi, sempre fedelmente a lui uniti nelle sofferenze, e nei lavori dell’apostolato. Egli prega che la loro carità progredisca continuamente, e che pervengano tutti alla piena conoscenza della verità e al pieno discernimento di ciò che devono fare; così che al giorno del giudizio vengano trovati irreprensibili, ricolmi di buone opere che ridondino a gloria di Dio. Noi posiamo imitare lo zelo dimostrato dai Filippesi nella propagazione del Vangelo, favorendo l’Opera della Propagazione delle fede.

1. E’ un’opera buona,

2. Voluta, dal nostro dovere e dal nostro interesse.

3. Si favorisce con opere e con preghiere.

1.

S. Paolo chiama opera buona lo zelo dimostrato dai Filippesi nella causa della propagazione del Vangelo. Nessuno vorrà mettere in dubbio questa affermazione. È un’opera buona che deve stare a cuore anche ai fedeli dei nostri giorni. – Gesù Cristo ha comandato ai discepoli, che andassero a portare il suo Vangelo in tutte le parti della terra, facendolo pervenire a ogni creatura, nessuna esclusa. I discepoli si misero all’opera; ma non poterono compierla, e non la compirono neppure i loro successori. Ancora due terzi degli uomini sono ignari del Vangelo. L’opera della Chiesa prosegue ancora, e proseguirà sempre, finché il Vangelo non sia pervenuto a ogni creatura. È un’opera voluta da Dio; è l’opera di Dio; è la missione ufficiale da lui affidata alla sua Chiesa. Gesù Cristo è il Buon Pastore. Il suo gregge dev’essere formato di tutte le nazioni della terra. Ma non tutti sono entrati nel suo ovile, non tutti provano la dolcezza di chi si trova sotto la sua guida e ascolta la sua voce. «Ho altre pecore che non sono di questo ovile; anche quelle bisogna che io conduca; e daranno ascolto alla mia voce, e si farà un solo ovile e un solo pastore » (Giov. X, 16). L’opera della Propagazione della Fede procura appunto l’adempimento di questo voto di Gesù Cristo. Va dovunque in cerca di pecorelle da condurre all’ovile dell’unico pastore, ove saranno guidati dalla sua voce, e saziati dall’abbondanza delle sue grazie. – Gesù Cristo è la luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo; ma gli infedeli questa luce non l’hanno ancora ricevuta. Essi vanno brancolando tutt’ora nelle tenebre dell’errore. Per le anime degli infedeli, come per le anime nostre, Gesù Cristo ha versato il suo sangue. Quelle anime sono proprietà sua, ma intanto sono escluse dal suo regno. Esse sono create per la felicità eterna, ma sono fuori della via che ve li conduce. Dio, nella sua sapienza e potenza, potrebbe certamente estendere in un lampo il suo regno a tutti gli uomini; ma Egli nei suoi imperscrutabili disegni ha stabilito, che il suo regno venga propagato gradatamente, tra contrasti, per mezzo degli uomini. – Per mezzo della predicazione degli uomini si accoglie la fede. Per mezzo degli uomini si amministra il Battesimo che introduce nella Chiesa. Per mezzo degli uomini, nel sacramento della Penitenza, si vien dichiarati sciolti dalla colpa. In una parola, la salvezza delle anime si procura per mezzo del ministero degli uomini. Si può dare opera più commendevole, di quella che aiuta gli operai del Signore a salvare le anime? No! «Nulla è paragonabile all’anima, neppure il mondo intero. Perciò, se tu distribuissi ai poveri ricchezze immense, non faresti tanto, quanto colui che converte un’anima sola» (S. Giov. Cris. In Ep. 1 ad Cor. Hom. 3, 5).

2.

S. Paolo assicura ai Filippesi: io vi porto nel cuore, partecipi come siete del mio gaudio. Quasi invidiamo la sorte dei Filippesi, che avevano parte al gaudio e ai meriti dell’Apostolo nella propagazione del Vangelo. Partecipare al gaudio e ai meriti di quanti lavorano per la propagazione e il consolidamento della Fede dev’essere premura di tutti quelli che conoscono il proprio dovere e il proprio vantaggio.Noi ci rivolgiamo frequentemente a Dio con la invocazione «Venga il tuo regno». Questa invocazione importa certamente, da parte nostra, l’impegno di far quanto ci è possibile, perché la domanda sia esaudita. Se noi, potendo fare qualche cosa per l’avvento e la dilatazione di questo regno, rimaniamo inerti, siamo dei burloni. Per noi varrebbe l’osservazione che, a proposito della fede senza le opere, fa San Giacomo: «Se un fratello e una sorella sono ignudi e mancanti del pane quotidiano, e uno di voi dica loro : — Andate in pace, riscaldatevi, e satollatevi —, senza dar loro il necessario alla vita a che giova cotesto?» (II, 15-16). – A ogni passo del Vangelo ci è inculcata la carità del prossimo. Nessun dubbio che l’obbligo della carità non devi limitarsi al corpo. Si deve, anzi, dare la preferenza a ciò, che, perduto, non si può più riacquistare, a ciò che, acquistato, porta con sè beni incalcolabili. Nessun bene è certamente paragonabile all’anima. Ce l’assicura Gesù Cristo stesso: «Che darà l’uomo in cambio dell’anima sua?» (Matt, XVI, 26). Aiutando i missionari avremo ottima occasione di compiere il nostro dovere della carità verso il prossimo in ciò che maggiormente gli è necessario, nel salvar l’anima. Il Salvatore, dando istruzioni ai discepoli sulla loro missione di predicatori del Vangelo, aggiunge: «Chiunque avrà dato da bere un bicchiere d’acqua fresca a uno di questi più piccoli, solo a titolo di discepolo: in verità vi dico non perderà la sua ricompensa» (Matt. X, 42). Chi non dovrebbe essere invogliato dalla grandezza di un premio tale? Ricevere il premio dell’apostolo che si porta a propagare il Vangelo tra gli infedeli? «Invero, quando egli predica, e tu cerchi di coadiuvarlo e favorirlo, le sue corone sono anche le tue (S. Giov. Crisost. In Epist. ad Philipp. Hom. 1, 2). I Santi, pregavano essi, e chiedevano le preghiere anche degli altri. Noi non abbiam sicuramente minor bisogno di preghiera che. i santi. Favorendo lo sviluppo delle missioni, impegniamo la preghiera di animi riconoscenti. I novelli convertiti, pregheranno per i loro benefattori, per quanti hanno cooperato alla loro conversione, quando gusteranno la felicità d’essere entrati nel grembo della Chiesa cattolica: pregheranno per i loro benefattori, quando andranno a godere la vita eterna. Le preghiere ardenti dei neofiti devono avere molto efficacia, se S. Paolo domanda continuamente preghiere a quelli che ha convertito alla fede.

3.

I Filippesi coadiuvarono l’Apostolo nella difesa e nel consolidamento del Vangelo, condividendo con lui travagli e sofferenze. Perciò dice loro ehe sono partecipi, e nelle… catene, e nella difesa e nel consolidamento del Vangelo. Per interessarsi praticamente delle missioni occorrono sacrificio e preghiera. Gesù Cristo, ai discepoli che devono predicar la fede, dice senza ambagi: «Ecco io vi mando come pecore in mezzo ai lupi… E sarete odiati da tutti a causa del mio nome» (Matth. X, 16 … 22). E i discepoli partirono indifesi come pecore, furono perseguitati, messi a morte. E il sacrificio conquistava le anime. L’Apostolo fa notare ai Filippesi che la sua prigionia a Roma, con tutte le relative conseguenze, contribuiva a far conoscere maggiormente il Vangelo (Fil. I, 12-13). I successori degli Apostoli e dei primi discepoli che continuano a conquistare il mondo a Gesù Cristo, non camminano per altra via che quella dei sacrifici. Abbandonano patria, ricchezze, parenti, amici, forse uno splendido avvenire; si portano indifesi, tra popoli barbari con la previsione di ogni privazione e di grandi difficoltà, non osservati dal gran mondo, anzi, considerati come disillusi, spiriti poveri. Essi non si scoraggiano: il crocifisso, che fu loro consegnato alla partenza, ricorda in che modo fu compiuta la redenzione del genere umano. – Anche noi dobbiamo sottoporci a qualche sacrificio, a qualche privazione. Quando Mons. Comboni, già vescovo, riparte da Verona per l’Africa con missionari e catechisti, è accompagnato alla stazione dal vecchio padre. Il figlio chiede la benedizione al padre, e il padre al figlio, Vescovo. E nell’abbracciarlo esclama: « Mio Dio, non ho che un figlio, e a Voi lo dono di cuore; ma se ne avessi anche molti, tutti li consacrerei a Voi per la vostra gloria e per la salvezza delle anime da Voi redente ». E il Vescovo a sua volta: «Mio Dio, lascio mio padre, forse per non vederlo più… ma ne lascerei cento, se potessi averne tanti, per servir voi mio Padre Celeste, e fare la vostra volontà». E salì in treno e pianse (M. Grancelli — Mons. Daniele Comboni – Verona 1823). Davanti a queste eroiche rinunce che cosa sono le piccole rinunce che noi dovremmo fare per soccorrere i missionari? Essi si privano di tutto, sarà troppo per noi privarci di qualche divertimento, di qualche spesa superflua per concorrere alla salvezza delle anime? Quanti danari in lusso, in divertimenti, in baldorie, che potrebbero essere spesi in aiuto degli Apostoli! Dopo tanti secoli par fatto per i nostri giorni il lamento di S. Leone Magno : «Mi vergogno a dirlo, ma non si può tacere: si spende più per i demoni che per gli Apostoli» (Serm. 84, 1). I vecchi missionari sono concordi nell’insegnare ai novelli operai del campo evangelico, che i pagani vengono alla fede più per la preghiera che per la predicazione. La cosa, del resto, è molto spiegabile. Chi piega i cuori è Dio. Egli si serve dell’opera del missionario, che dissoda, pianta, irriga, ma i frutti non si hanno senza il concorso della sua grazia. All’elemosina, alle piccole privazioni, alle rinunce che ci rendono possibile l’aiuto materiale, aggiungiamo la preghiera. Non potrai sopportare il digiuno, non potrai dormire per terra, non potrai ritirarti nella solitudine; potrai, però, sempre pregare. Se non si potesse pregar da tutti, il Signore non avrebbe imposto a tutti l’obbligo di pregare. E quel Signore che ha fatto obbligo di pregare ha anche detto: «pregate il padrone della messe che mandi operai nella sua vigna» (Matt. IX, 38). Preghiera necessaria, perché comandata da Dio, preghiera urgente perché « molta è la messe di Cristo e gli operai sono pochi e con difficoltà si trova chi aiuti » (S. Ambr. Epist. 4, 7, ad Fel.). Che un giorno non ci assalga il rimorso di aver lasciate perire delle anime, che potevano essere salvate con il nostro concorso! Ci conforti, invece, all’avvicinarsi dell’ultima ora, la voce dei pagani convertiti che ci ricorderanno: La tua elemosina e la tua preghiera ci hanno sottratti al regno di satana, ci hanno introdotti nella casa del Signore; ci hanno procurato un bene immenso. Il Signore ti sarà benigno: chi fa bene, bene aspetti.

Graduale

  Ps CXXXII: 1-2
Ecce, quam bonum et quam jucúndum, habitáre fratres in unum!
[Oh, come è bello, com’è giocondo il convivere di tanti fratelli insieme!]
V. Sicut unguéntum in cápite, quod descéndit in barbam, barbam Aaron. [È come l’unguento versato sul capo, che scende alla barba, la barba di Aronne. ]

Alleluja

Allelúja, allelúja
Ps CXIII: 11
Qui timent Dóminum sperent in eo: adjútor et protéctor eórum est. Allelúja.
[Quelli che temono il Signore sperino in Lui: Egli è loro protettore e loro rifugio. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Matthæum.
Matt XXII:15-21
In illo témpore: Abeúntes pharisæi consílium iniérunt, ut cáperent Jesum in sermóne. Et mittunt ei discípulos suos cum Herodiánis, dicéntes: Magíster, scimus, quia verax es et viam Dei in veritáte doces, et non est tibi cura de áliquo: non enim réspicis persónam hóminum: dic ergo nobis, quid tibi vidétur, licet censum dare Caesari, an non? Cógnita autem Jesus nequítia eórum, ait: Quid me tentátis, hypócritæ? Osténdite mihi numísma census. At illi obtulérunt ei denárium. Et ait illis Jesus: Cujus est imágo hæc et superscríptio? Dicunt ei: Caesaris. Tunc ait illis: Réddite ergo, quæ sunt Caesaris, Caesari; et, quæ sunt Dei, Deo.

OMELIA II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE L.

“In quel tempo, i Farisei ritiratisi, tennero consiglio per coglierlo in parole. E mandano da lui i loro discepoli con degli Erodiani, i quali dissero: Maestro, noi sappiamo che tu sei verace, e insegni la via di Dio secondo la verità, senza badare a chicchessia; imperocché non guardi in faccia gli uomini. Spiegaci adunque il tuo parere: È egli lecito, o no, di pagare il tributo a Cesare? Ma Gesù conoscendo la loro malizia, disse: Ipocriti, perché mi tentate? Mostratemi la moneta del tributo. Ed essi gli presentarono un danaro. E Gesù disse loro: Di chi è questa immagine e questa iscrizione? Gli risposero: Di Cesare. Allora egli disse loro: Rendete dunque a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio” (Matt., XXIII 21).

Gesù era ornai vicino al termine della sua vita quando da Betania recatosi a Gerusalemme andò difilato al tempio, e secondo che era solito, si pose a predicare. E mentre Egli predicava gli si accostarono i principi dei sacerdoti ed i Farisei a domandargli con quale autorità Egli facesse tal cosa. Ma Gesù a questa domanda, non pago di aver risposto in un modo da ben confondere l’alterigia di quei dottori invidiosi, si mise ancora per mezzo di parabole a far conoscere qual doveva essere la punizione della loro ostinazione nel non voler credere in lui. Così che i principi dei Sacerdoti ed i Farisei avendo compreso che parlava di loro, cercarono di mettergli le mani addosso. Ma poiché il popolo teneva Gesù per profeta, per paura del popolo istesso non ardirono di farlo. Tuttavia i Farisei, frementi di sdegno, come entra a narrarci il Vangelo di oggi ritiratisi, tennero consiglio per coglierlo in parole, per trarre cioè da Lui qualche risposta, con la quale potessero screditarlo in faccia al popolo, metterlo in odio presso il medesimo, e così riuscire più facilmente nell’intento di disfarsi di Lui. E che cosa fecero adunque? Ascoltate.

1. Quando un celebre capitano romano per nome Pompeo ebbe vinta e sottomessa al giogo dei Romani la Giudea, impose ai Giudei l’obbligo di pagare certi tributi secondo i bisogni della Repubblica. Ma quando per la seconda volta l’imperatore Augusto ebbe fatto l’enumerazione dei sudditi soggetti al suo impero, impose un tributo annuo, che si pagava con una moneta portante l’impronta o l’effigie dell’imperatore. Ora questa imposta per gli ebrei era dura. Quel popolo che per lunghi secoli ora stato libero, con dispiacere vedevasi obbligato a pagare il tributo ad un principe idolatra. Quindi scoppiarono più volte delle rivoluzioni nella Giudea. Un certo Teoda e indi un certo Giuda di Galilea trovati dei partigiani si levarono con forza contro questa imposta. È vero che perirono l’uno e l’altro e i partigiani si dispersero, ma l’opinione del popolo non si cangiò punto su questo proposito. Quindi è che i Farisei nel consiglio, che tennero contro Gesù, stabilirono di mandare qualcuno di loro con degli Erodiani, per chiedere malignamente a Gesù se era lecito o no di pagare il tributo a Cesare. Gli Erodiani secondo gli interpreti, erano semplicemente in questo caso degli uffiziali della corte di Erode incaricati di esigere le imposte. Secondo altri erano invece settari, peggiori degli stessi Farisei, i quali prendevano il nome da quell’Erode, soprannominato il grande, che aveva cercato a morte Gesù subito dopo la sua nascita. Costoro tuttavia, a differenza dei Farisei, pagavano il tributo a Cesare, ed il pagarlo lo ritenevano come un dovere indispensabile. Ad ogni modo, come si vede, l’insidia era ben concertata, poiché i Farisei pensavano: Se Gesù Cristo dice che è lecito pagare il tributo a Cesare, allora noi avremo argomento per metterlo in odio presso la moltitudine, che così di mala voglia lo paga; e se dice di no, noi avremo il pretesto di accusarlo dinanzi ai Romani, ai quali si paga il tributo, e colla testimonianza medesima di coloro, i quali ritengono come dovere importantissimo il pagarlo. Con questo animo pertanto, mandarono da Gesù i loro discepoli con degli Erodiani i quali (indettati come erano) presero a dire: Maestro, noi sappiamo che tu sei verace, e insegni la via di Dio secondo la verità, senza badare a chicchessia: imperocché non guardi in faccia gli uomini. Notate, o miei cari, che adulazione e al tempo stesso che perfidia da parte di costoro! Lo chiamano Maestro. Ma se Gesù è per essi Maestro, perché non raccolgono i suoi divini consigli? Perché  non corrono su quella strada del cielo, che ha loro additata, e dove pel primo egli muove i suoi passi? Noi sappiamo che tu sei verace. Come? Voi l’avete accusato di sedurre il popolo, lo avete chiamato indemoniato, cercate di farlo morire, otterrete ben presto il suo supplizio, e in questo momento proclamate che dalle sue labbra esce la verità! Sappiamo che tu insegni la via di Dio con verità, senza avere riguardo a veruno. Mirate, o miei cari, quale esperta cautela per ottenere una risposta del Salvatore. Sono là gli Erodiani, si teme che il buon Maestro non osi parlare alla loro presenza; vien adulato, benché con un omaggio, che ben si merita. Perfidi nemici! Sono costretti di riconoscere in omaggio all’autorità del Salvatore la santa libertà, con la quale Egli predica il dovere innanzi a tutti senza temere chicchessia. Ma intanto che finezza d’ipocrisia in questo loro linguaggio! Tuttavia il divino Maestro non resta ingannato alle apparenze: Egli conosce il fondo dei cuori, ed all’uopo lo manifesta. Ed è ciò appunto che fece poi in seguito con costoro,dicendo a’ medesimi senza alcun giro di parole ma apertissimamente che erano ipocriti.O miei cari, quanto è mai brutto il vizio dell’ipocrisia e quanto è detestabile, se Gesù Cristo medesimo l’ha così gravemente redarguito in cotesti Farisei. Di fatti vi ha cosa che sia tanto contraria allo spirito di Gesù Cristo quanto l’ipocrisia? Gesù, come attestarono gli stessi suoi nemici nel Vangelo di oggi, è la verità in persona, la semplicità e la sincerità per essenza, come dunque potrà accoppiarsi con la falsità, con l’infingimento, con la doppiezza? Ecco adunque perché il Salvatore scaglia i suoi anatemi contro l’ipocrita. Ecco perché Egli ha riservato un giorno per svergognarlo al cospetto di tutto il mondo! Sarà il giorno dell’universale giudizio, in cui saranno rivelati tutti i segreti del suo cuore e tutte le imposture del suo operare, e l’universo intero vedrà le sue turpezze più segrete, ipocritamente celate. Qual vergogna proverà allora l’ipocrita! Sarà tale, che invocherà i monti a riversarsi sopra di lui e la terra a spalancarsi per inghiottirlo, affine di sottrarsi all’altrui sguardo, ma indarno perché sarà svergognato sino alla fine. Pertanto guardatevi bene, o cari giovani e cari Cristiani, da questo bruttissimo vizio. Non cerchiamo mai di parer migliori di quel che siamo: non facciamo pompa delle virtù, che non esistessero nel nostro cuore. Se è vero che bisogna celare con l’umiltà il bene che in noi esiste, havvi un obbligo più rigoroso di non affettare un bene che non esiste. Siamo candidi e sinceri in tutte le nostre azioni ed in tutte le parole. Non sia mai che frequentiamo i Sacramenti, ci mostriamo docili ed obbedienti, compiamo i nostri doveri solo per apparir buoni in faccia agli uomini ed ai nostri superiori e compagni. Il bene facciamolo perché è tale, e come tale è voluto da Dio, e quando sgraziatamente ci è accaduto di commettere qualche mancamento, se ciò è richiesto dal nostro dovere confessiamolo sinceramente, e promettiamo di non più commetterlo: questo riconoscerci colpevoli anche in faccia agli uomini, col desiderio di emendarci, anziché detrarre alla nostra stima, servirà efficacemente ad accrescerla.

2. Ma, ritornando ora al Vangelo, quei messi dei Farisei, dopoché ebbero ipocritamente adulato Gesù Cristo con le parole, che abbiamo considerate, così proseguirono: Spiegaci dunque il tuo parere: È egli lecito, o no, pagare il tributo a Cesare? Ma il divin Redentore, conosciuta la malizia del loro cuore disse: Ipocriti, perchè mi tentate? Mostratemi una moneta del tributo; di chi è l’immagine e l’iscrizione che vi è sopra ? Di Cesare, risposero allora quei discepoli dei Farisei. Dunque, soggiunse il Redentore, rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio. Stupenda risposta, con la quale Gesù Cristo, non solo fece ammutolire i suoi nemici, ma per mezzo della quale diede pure ad essi due gravissimi ammaestramenti. Difatti una tale risposta ai Farisei voleva dire: Voi che pretendete di obbedire solo a Dio, sappiate che le potestà della terra sono pure costituite da Dio, ed è anche a loro che dovete obbedire, dando ad esse ciò che ad esse è dovuto. Ed agli Erodiani voleva dire: Voi altri poi, che non pensate che a servire le potestà della terra, pagando con tanto scrupolo il tributo di Cesare, sappiate che al disopra di tutti i Cesari del mondo vi è Dio, al quale anche con maggior sollecitudine conviene dare quel che gli spetta. I quali insegnamenti quadrano assai bene anche per noi. Iddio è desso il nostro supremo reggitore, Egli ci comanda e noi lo dobbiamo ubbidire in tutto e sempre. Ma Iddio ha pure costituiti i poteri umani, perché fossero i ministri della sua azione provvidenziale sulle società, affine di provvedere durante il corso del tempo all’ordine ed al bene pubblico. Epperò è dovere altamente cristiano obbedire anche ai poteri umani. Ma se i poteri umani, sorpassando l’autorità, di cui furono investiti, richiedessero perciò quello che si deve a Dio oppure domandassero cose contrarie a quelle che Iddio domanda, allora è pur dovere altamente cristiano lasciare l’obbedienza agli uomini per fare anzitutto l’obbedienza a Dio. Questi sono i principii cristiani sopra dei quali devesi per questo riguardo moderare ai dì nostri la condotta dei veri Cattolici, benché dai loro nemici si ridica che essi sono la gente più ribelle alla civile autorità. Ed in vero, i Cattolici riconoscendo che non vi ha alcun potere se non da Dio, e che tutti i poteri sono da Dio ordinati, che chiunque resiste al potere resiste all’ordinazione stessa di Dio, che il potere è ministro di Dio, e che perciò è necessaria la soggezione e l’obbedienza non tanto pel timor del castigo, quanto per la coscienza (Rom. XIII, 1 e segg.), riconoscendo, dico, tutto ciò, che è loro insegnato nelle sacre scritture istesse, negano forse la loro obbedienza ai legittimi sovrani, alle istituzioni, alle leggi della patria? Nossignori. Sì, ammetto, riconosco che in uno stato vi possono essere delle leggi, che ve ne sono anzi, alle quali i Cattolici non possono, non devono obbedire, perché se i Cattolici riconoscono che l’autorità viene da Dio, riconoscono altresì che al disopra del principe e dello Stato vi è Iddio, Re dei re e Signore dei dominanti, e che al di sopra di tutte le leggi degli uomini vi ha la legge di Dio istesso e di quella Chiesa che è la prima rappresentante di Dio in sulla terra. Epperò se essi non possono, non debbono obbedire, e non obbediscono di fatto a certe leggi di uno Stato, è forse per spirito di ribellione? Niente affatto: è proprio per spirito di obbedienza a quella legge, che Dio ha stampato nel cuor degli uomini: che Obedire oportet Deo, magis quam hominibus (Att. V, 29), che prima bisogna obbedire a Dio e poi agli uomini, e che per obbedire a Dio bisogna obbedire agli uomini in quelle cose soltanto che essi comandano per nulla contrarie alla legge di Dio. Ora io domando, sei Cattolici non vogliono e non possono obbedire a certe leggi di uno Stato, perché contrarie alla legge di Dio, di chi è la colpa? Dei Cattolici o di coloro che fanno le leggi? La risposta viene di per sé. Ma ditemi in verità, anche nel rifiutare l’obbedienza a certe leggi, nel protestare anzi contro le medesime, forseché i Cattolici si siano mai appresi ad ammutinamenti, a pubbliche e rumorose dimostrazioni, a ribellioni, a rivoluzioni? Nossignori. I Cattolici di adesso possono rispondere quello che i Cattolici del tempo delle persecuzioni rispondevano ai loro accusatori, somiglianti agli accusatori moderni: Noi dobbiamo ubbidire a Dio ed a voi, ma prima a Dio, e più a Dio, che a voi: noi morremo pertanto, ma non falliremo ai nostri doveri. Soffriremo la perdita dei beni, ci lasceremo tradurre innanzi ai tribunali, andremo in esilio, ci lasceremo chiudere in prigionia perpetua, ma non ci ribelleremo contro di voi. E se è così, perché mai essendo veri Cattolici dovremo essere considerati come ribelli? Ah! la verità sta qui appunto che noi siamo riguardati come ribelli alla civile autorità propriamente perché siamo veri Cattolici, perché come tali non seguiamo le opinioni e le norme degli Erodiani moderni, perché come Cattolici ci opponiamo allo scristianizzamento delle famiglia e della società, perché come Cattolici obbediamo al Papa, ai Vescovi, che Iddio ci ha dato per nostra guida; siamo ribelli perché amando di fare il bene, detestiamo e combattiamo il male? Or bene, se è così, come è veramente, non è una gloria per noi essere stimati ribelli? Ma no; questo nome che non meritiamo affatto, noi non lo possiamo patire, e se pur v’ha chi ce lo carica addosso, noi protestiamo altamente innanzi a Dio ed agli uomini, che no, non siamo ribelli alla civile autorità, perché pronti sempre a rispettarla, ad obbedirla, a difenderla, finché ritenendosi essa nei giusti limiti non ci imponga alcuna cosa contraria alla nostra coscienza di Cristiani Cattolici, finché insomma ci comanderà soltanto quello che le è dovuto, e non ci impedirà di dare a Dio, quel che a Dio si deve.

3. Finalmente, o miei cari, nel Vangelo di oggi Gesù Cristo ha voluto insegnarci un altro importantissimo dovere. Noi, per grazia di Dio siamo Cristiani. E ciò che ci rese Cristiani è il Santo Battesimo, il quale ha impresso nell’anima nostra il carattere, l’immagine di Gesù Cristo, dal quale appunto prendiamo il nome. Or bene, se noi abbiamo il nome da Gesù Cristo, e di Gesù Cristo portiamo scolpita sull’anima la immagine, di chi siamo noi? a chi dobbiamo appartenere adesso e per sempre? Gesù ce lo ha fatto abbastanza chiaramente intendere con quel suo: « Date a Cesare quel che è di Cesare, e date a Dio quel che è di Dio. » Noi siamo dello stesso Gesù Cristo del quale portiamo il nome e l’immagine e dobbiamo appartenere perciò a Lui, a Lui solo, adesso, e per sempre. – Ma, affinché noi siamo di Gesù Cristo e gli apparteniamo ora e sempre, basterà che noi portiamo il nome di Cristiani e di Cristiani abbiamo il carattere? No, miei cari. Non ostante il nome ed il carattere di Cristiano, potrebbe accadere pur troppo, che al termine della vita, presentandoci al tribunale di Gesù Cristo, ci sentissimo a dire da Lui: Nescio vos; non vi riconosco! Per poter appartenere a Gesù Cristo adesso e per sempre, è necessario che noi al nome di Cristiano facciamo rispondere i fatti; bisogna che noi medesimi attendiamo a formar in noi un’altra immagine che rappresenti Gesù Cristo nei nostri pensieri, nei nostri affetti, nei nostri desideri, nelle nostre parole, nelle nostre opere, in tutta la nostra vita: Vita Jesus manifistetur in corporibus vestris (1 Cor. IX, 10) : bisogna insomma, che ci sforziamo di renderci pienamente conformi a Gesù Cristo, seguendo le sue vestigia, imitando i suoi esempi. È solamente per tal modo, che noi potremo con sicurezza essere di Gesù Cristo in eterno; la sua imitazione è indispensabile a salute, perciocché, come insegna S. Paolo: Coloro, che Iddio ha preveduti con la sua prescienza eterna dover essere nel novero degli eletti, li ha pure predestinati ad essere conformi all’immagine del suo divin figliuolo: Quos præscivit, et prædestinavit conformes fieri imaginis filli sui (Rom. XIII, 29). E i Santi non altrimenti si sono fatti santi, che ricopiando in sé medesimi Gesù Cristo. Epperò Gesù Cristo è venuto su questa terra non solo per operare la nostra redenzione, morendo per noi sulla croce, ma ancora per darci l’esempio di ogni virtù, sicché noi prendendo o seguendo un tal esempio potessimo riuscire a rendere in noi fruttifera la sua redenzione. E ben a ragione Gesù Cristo si volge a noi e dice: Exemplum dedi vobis ut quemadmodum ego feci vobis ita et vos faciatis (Gio. XIII, 15): Io vi ho dato l’esempio, affinché voi facciate come ho fatto Io; come pure a ragione il Divin Padre rivolgendosi a ciascun degli uomini e mettendogli innanzi questo suo divin Figliuolo, incarnato e fatto uomo, gli dice: Inspice et fac secundum exemplar, quod tibi monstratum est (Exod. XXV, 40): guarda e fa secondo l’esemplare che Io ti metto davanti. Ma che dovremo noi fare per ricopiare fedelmente in noi l’immagine di Gesù Cristo? Dobbiamo anzitutto studiarci di conoscerlo a fondo. È quello che ci raccomanda S. Paolo quando ci dice: Considerate Jesum (Ebr. III, 1), e S. Pietro quando ci esorta di crescere nella cognizione di nostro Signor Gesù Cristo: Crescite in cognitione Domini nostri Salvatoris Jesu Christi (2, III, 18). Ed invero come potremo noi seguire gli esempi di Gesù Cristo, se non li conosciamo bene? Studiamoli adunque, studiamoli bene o negli insegnamenti della Dottrina Cristiana e nelle prediche, nelle istruzioni, nelle spiegazioni del Vangelo, studiamoli nella lettura dei buoni libri, nelle vite dei Santi e in quella della vita medesima di Nostro Signor Gesù Cristo. Oh quanti sono coloro che in seguito a tale studio si animarono nel desiderio di farsi santi! E per tacere di ogni altro, non accadde così a S. Ignazio di Loyola? Orbene questi salutari effetti della conoscenza di Gesù Cristo si produrranno certamente anche nell’anima nostra. Che non siamo dunque di coloro, ai quali il Signore debba dire un giorno: Non cognovistis me! non mi avete conosciuto (Gio. XIV, 9). In secondo luogo amiamo molto Gesù, amiamolo a fatti e non a parole. Epperò teniamoci sempre lontani dal peccato mortale che gravemente l’offende, e non solo dal peccato mortale, ma eziandio dal peccato veniale, il quale sebbene non tolga dall’anima nostra la carità, ne diminuisce tuttavia il fervore e ci dispone a poco a poco al mortale. Inoltre evitando il male, moltiplichiamo le opere buone: assecondiamo i desideri di Gesù, e specialmente quello, che Egli ha vivissimo in cuor suo, che noi lo riceviamo spesso nella santa Comunione. Oh allora sì che possiamo sperare di renderci anche noi imitatori di Gesù. L’imitazione nasce dall’amore, come il fiore dallo stelo e il frutto dalla pianta; epperò sarà come impossibile amando Gesù non imitarlo, essendoché da natura siamo portati ad imitare chi amiamo. Per tal guisa noi possiamo essere sicuri di venire formando nell’anima nostra quella viva immagine di nostro Signor Gesù Cristo, per la quale noi avremo dato a Dio tutto quello che è di Dio, e Gesù Cristo istesso al suo divin tribunale, riconoscendoci per suoi, dirà: Venite, o benedetti dal mio Padre celeste, voi siete veramente miei: voi mi appartenete e mi apparterrete sempre.

Credo…http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus
Esth XIV: 12; 13
Recordáre mei, Dómine, omni potentátui dóminans: et da sermónem rectum in os meum, ut pláceant verba mea in conspéctu príncipis.
[Ricòrdati di me, o Signore, Tu che dòmini ogni potestà: e metti sulle mie labbra un linguaggio retto, affinché le mie parole siano gradite al cospetto del príncipe.]

Secreta

Da, miséricors Deus: ut hæc salutáris oblátio et a própriis nos reátibus indesinénter expédiat, et ab ómnibus tueátur advérsis.

Comunione spirituale http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Ps XVI: 6
Ego clamávi, quóniam exaudísti me, Deus: inclína aurem tuam et exáudi verba mea.
[Ho gridato verso di Te, a ché Tu mi esaudisca, o Dio: porgi il tuo orecchio ed esaudisci le mie parole. ]

Postcommunio

Orémus.
Súmpsimus, Dómine, sacri dona mystérii, humíliter deprecántes: ut, quæ in tui commemoratiónem nos fácere præcepísti, in nostræ profíciant infirmitátis auxílium:
[Ricevuti, o Signore, i doni di questo sacro mistero, umilmente Ti supplichiamo: affinché ciò che comandasti di compiere in memoria di Te, torni di aiuto alla nostra debolezza.]

Preghiere leonine http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

Ordinario della messa. http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

LO SCUDO DELLA FEDE (85)

LO SCUDO DELLA FEDE (85)

[S. Franco: ERRORI DEL PROTESTANTISMO, Tip. Delle Murate, FIRENZE, 1858]

PARTE TERZA.

CAPITOLO VIII.

COME SI DEBBANO IMPORTARE QUELLI CHE SVENTURATAMENTE SI SONO LASCIATI SEDURRE

Potrebbe per ultimo darsi il caso funesto che alcuno accostatosi troppo al fuoco, si fosse miseramente abbruciato. Voglio dire che o conversando con eretici o leggendo i loro libri si fosse lasciato sedurre, ed avesse poi o tacitamente rinunziato alle sue credenze od anche più manifestamente alla presenza di altri consumata la sua apostasia, sia con l’allontanarsi dalla S. Chiesa, sia con l’accostarsi ai templi dei Protestanti e con l’aver dato il nome a qualche setta. – Ora se un caso sì lagrimevole fosse avvenuto, quale sarebbe il rimedio opportuno? Prima d’ ogni altra cosa è necessario rientrare in se stesso, misurare con un guardo l’altezza dello stato da cui uno è caduto e l’abisso in cui si è precipitato. – Chi ha perduta la Santa Fede insieme a questo tesoro d’immenso valore ha perduta non solo la grazia santificante e la potestà di meritare, ma perfino la radice ed il principio con cui invocare il Signore a salute. Non può aspettarsi più altro che una vita di rimorsi e di colpe, una morte d’affanni e di strazi, un giudizio di collera e di rigore, un’eternità di pianti e di disperazione. E ciò per essersi cambiato in nemico quel Dio, che col dargli la S. Fede gli aveva preparato innumerabili altre grazie fino a portarlo nel più alto dei cieli. Ora il confronto di quello che ha perduto con quello che ha incontrato deve stimolare quest’anima infelice a rientrare profondamente in sè stessa ed a volere a qualunque costo ristorare la sua rovina e rimettersi nel pristino stato. Fatta questa risoluzione generosa convien mettere mano prontamente al lavoro. – S. Teresa osserva ingegnosamente, che tra gli altri peccatori e quei che han perduta la Fede corre la differenza che passa tra un cristallo intero ma appannato ed un cristallo spezzato. Il cristallo appannato, ma intero, cioè il peccatore ordinario, può con la penitenza mondarsi, tergersi, purificarsi; il cristallo rotto, cioè l’apostata , deve prima rimettersi nella fucina; che è quanto dire che deve ristorare prima in sé la Santa Fede per poter fare poi un’utile penitenza. Perciò si richiede da chi si è lasciato sedurre, che si ritragga dalla compagnia degli empi, che rompa con loro ogni tratto, ogni comunicazione: poi che messosi alla presenza di Dio con atti interni, rigetti con orrore tutte le passate infedeltà, prorompa in atti di viva fede protestando dinanzi a Dio con ogni sincerità, che egli crede tutto quello che crede la S. Chiesa, che rigetta tutto quello che la Chiesa rigetta e che in questa credenza con l’aiuto divino vuol vivere e morire. Ha poi da domandare mille e mille volte perdono di tutte le sue infedeltà. – Con queste disposizioni si presenti ad un Confessore savio e prudente, e gli manifesti con ogni sincerità tutto quello che ha commesso per essere dalla sua carità assistito, per conoscere tutto quello che gli resti da fare per la sua riconciliazione con la Chiesa e con Dio, per riparare allo scandalo dato, per premunirsi contro i pericoli avvenire. Ma questo costa non poco all’amor proprio, dirà taluno. Costi quello che vuole, che costa anche più un’eternità di fiamme penaci nell’inferno. Ma mi disprezzeranno poi quelli che furono compagni dei miei errori. Sì, ma vi loderanno e vi abbracceranno i vostri fratelli Cattolici in loro vece. Ma forse mi perseguiteranno e mi faranno del male quelli che io abbandono: sia pure, ma né tutti gli uomini, né tutti i demoni uniti insieme vi potrebbero fare un male più grave di quello che vi fate da voi medesimo stando lontano dalla Fede Cattolica. Posso almeno confidare che, se io fo tutto ciò, Iddio mi accoglierà e mi perdonerà questo grave fallo? Ma e potreste pur dubitar di quel buon Gesù che accolse con tanto amore S. Pietro che l’aveva negato, e tanti altri che nelle persecuzioni erano caduti e che fino ai dì nostri ne accoglie tanti con amore sì sviscerato? Vi dirò di più: non solo vi accoglierà, ma se voi prendete occasione da questa vostra caduta ad umiliarvi più, a fare più penitenza, ad amarlo con più fervore, potrete giungere anche ad uno stato di gran virtù, di perfezione, di santità. – Per dare animo a chiunque fosse caduto in questo fondo di mali a confidare nella misericordia, io vi ricorderò un avvenimento dei nostri giorni, raccontato da due autori anche viventi e maggiori di ogni eccezione i Padri Stoeger e Perrone. In un paese. dicono essi, che fa confine all’Alemagna settentrionale, vivevasi or sono otto o dieci lustri un prete immemore del santo suo stato e delle sue obbligazioni. Precipitando di peccato in peccato giunse tanto oltre, che fuggì dalla sua patria, apostatò dalla fede e si fece Protestante, accettò alla fine un posto di pastore Protestante e così da banditore della verità, divenne un maestro dell’errore. In questo stato d’inimicizia con Dio se la passò lo sventurato per parecchi anni. Un giorno fu egli invitato a pranzo da un predicatore di una gran città ove intervennero pure molti altri pastori di quelle contrade pure Protestanti. Mentre qui\ stavansi insieme in galloria e gaiezza venne a riferirsi al pastore padrone della casa, che era pretto a morire un pover’uomo, il quale pareva aver molto bisogno di soccorso spirituale. Un non so quale impedimento fece sì che quegli non accorresse dall’infermo, ed offrissi perciò il nostro nominato apostata a volerlo esso andare a visitare in vece sua. L’offerta fu accettata. Ei fu tosto menato in una gretta miserabile cameruccia, ove in una grande indigenza sdraiato sur un letto di paglia giaceva un vecchio, che in uno stato di disperazione era vicino a morire. Recitogli il pastore un paio di passi della Sacra Bibbia: e il moribondo non diede altra risposta che: io son perduto, guai a me, io son dannato! Confortavalo quel pastore ed animavalo ad aver fiducia. No no, soggiunse colui, non può nessuno prestarmi aiuto, io non posso andare in cielo, son troppo enormi i miei peccati, io deggio essere dannato. Ma per amor di Dio perché mai? di che vi sentite così aggravato il cuore? E il moribondo ripete sempre solo parole di disperazione. Per ultimo però si arrese alle calde istanze del pastore e soggiunse: vo’ dire perché non vi ha per me né salvazione né beatitudine: io sono un Sacerdote cattolico apostata: e tutti i peccati che con ciò vanno collegati, e tutta la resistenza alle chiamate della grazia, e tutte le misericordie che io respinsi … Ahimè! Questa mia colpa è troppo grande per potere rinvenire il perdono: io son perduto, nessuno mi può aiutare, sì non posso essere aiutato da nessuno. Un simile racconto contristò il cuore del pastore, il quale vedeasi qui dipingere lo stato della sua propria anima; gli si destò l’antica credenza e nella coscienza della potenza divina che nella Religione di Gesù è concessa all’uomo debole che è nominato Sacerdote, esclamò con gioia al moribondo: Amico, fratello! io, io posso aiutarti come è vero Iddio, io posso soccorrerti! Ebbene, io sono un prete cattolico, sì certo pur troppo! Sono un rinnegato, uno scomunicato pur io: ma col mio potere Sacerdotale posso schiudere però ad un moribondo il cielo. Allora fu pel vecchio infermo. come se dall’alto un angelo venisse a fermarglisi dappresso e gli recasse il salvamento. Vinto dalla grande misericordia di Dio che fino all’ultima ora di sua vita ancora gli offre il perdono, remissione e riconciliazione, e gli promette il cielo e la vita eterna, confessa in un sentimento del più intimo dolore e pentimento i suoi peccati, ne ottiene l’assoluzione e … muore nel bacio del Signore. Questo trionfo dell’amore di Dio che vuole beati gli uomini tutti, che anche dei più depravati va in cerca fino all’ultimo respiro della vita con la tenerezza di una madre, aveva talmente dato di piglio allo spirito di quel pastore e il suo cuore fu di repente tanto cangiato dalla onnipotenza della grazia, che in quello stesso momento risolvette la sua conversione. Ritorna dai commensali tutt’ora radunati e così parla loro. Addio, signori miei, io fo ritorno al grembo della mia Chiesa Cattolica, che io con tanta perfidia abbandonai. La misericordia di Dio mi chiama a penitenza, alla riconciliazione e . .. tanto è clemente con me Iddio, al cielo. Oltre a quelli che sono caduti, ve ne ha degli altri che vacillano e che sarebbero tentati di questo gran delitto. Or che cosa dirò a costoro? S’immaginino di stare intorno ad un pozzo anzi ad un abisso spaventosissimo e che il demonio venga a dir loro all’orecchio che vi si gettino a precipizio. Che cosa risponderebbero allora? Or lo stesso dicano qui al nemico infernale, richiamino tutta la loro virtù al cuore come si fa negli estremi cimenti, considerino un istante i Novissimi che ci aspettano, i beni che perderebbero, e con altissima indignazione rigettino tutti i dubbi che il demonio affaccia loro alla mente, protestando mille volte che non si dipartiranno dalla cattolica verità. Si ricordino che la nostra S. Fede è fondata sopra i Patriarchi ed i Profeti, sugli Apostoli ed i Martiri, sul consenso di tutte le genti, sopra miracoli senza numero, sopra la scienza di tutti i Dottori, sull’aperta protezione del cielo e sulla confermazione che loro malgrado ne han data spesse volte fino i demoni. Con queste generali considerazioni senza entrare in discussioni né con sé stessi né con le suggestioni diaboliche hanno da respingere ogni argomento che o le passioni o il demonio loro rappresenti. – Siccome però a rimuovere tutti questi dubbi intorno alla Fede vuolsi rimuoverne la cagione, le radici, il principio di essi; così ne discorreremo nei Capi seguenti.

SALMI BIBLICI: “SI VERE UTIQUE JUSTITIAM LOQUIMINI (LVII)

SALMO 57: Si vere utique justitiam loquimini

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME PREMIER.

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 57

In finem, ne disperdas. David in tituli inscriptionem.

[1] Si vere utique justitiam loquimini,

recta judicate, filii hominum.

[2] Etenim in corde iniquitates operamini; in terra injustitias manus vestræ concinnant.

[3] Alienati sunt peccatores a vulva; erraverunt ab utero, locuti sunt falsa.

[4] Furor illis secundum similitudinem serpentis, sicut aspidis surdae et obturantis aures suas,

[5] quae non exaudiet vocem incantantium, et venefici incantantis sapiente. (1)

[6] Deus conteret dentes eorum in ore ipsorum; molas leonum confringet Dominus.

[7] Ad nihilum devenient tamquam aqua decurrens; intendit arcum suum donec infirmentur.

[8] Sicut cera quae fluit auferentur; supercecidit ignis, et non viderunt solem.

[9] Priusquam intelligerent spinæ vestræ rhamnum, sicut viventes sic in ira absorbet eos.(2)

[10] Laetabitur justus cum viderit vindictam; manus suas lavabit in sanguine peccatoris.

[11] Et dicet homo: Si utique est fructus justo, utique est Deus judicans eos in terra.

[Vecchio Testamento Secondo la VolgataTradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO LVII

Quello che accadrà a Saulle, accadrà a tutti gli empii; periranno, e la giustizia di Dio trionferà, terror de’ malvagi e consolazione de’ giusti.

Per la fine: non mandare in perdizione; a

David, iscrizione da mettersi sopra una colonna.

1. Se veramente voi parlate per la giustizia, siano retti i vostri giudizi, o figliuoli degli uomini.

2. Ma voi nel cuore operate l’iniquità; le vostre mani lavorano ingiustizie sopra la terra

3. Si sono alienati da Dio i peccatori fino dal loro nascere, fin dal seno della madre han deviato: han parlato con falsità.

4. Il loro furore è simile a quello di un serpente, simile a quello di un’aspide sorda, che si chiude le orecchie;

5. La quale non udirà la voce dell’incantatore, e del mago perito degli incantesimi. (1)

6. Dio stritolerà i loro denti nella lor bocca; il Signore spezzerà le mascelle de’ lioni.

7. Si ridurran nel niente come acqua che scorre; egli tien teso il suo arco, per fino a tanto che siano abbattuti.

8. Saranno strutti come cera che si fonde; cadde il fuoco sopra di essi, e non vider più il sole.

9. Prima che queste vostre spine si sentano fatte un roveto, così ei li divorerà nel suo sdegno, quasi ancor vivi. (2)

10. Si allegrerà il giusto nel veder la vendetta; laverà le mani sue nel sangue del peccatore.

11. E l’uomo dirà: Certamente, se v’ha frutto pel giusto, v’ha certamente un Dio, che giudica costoro sopra la terra.

(1). Due sentimenti su questi maghi: l’opinione comune, seguita da S. Agostino, è che si tratti di coloro che esercitano la magia nera, che fanno cioè delle cose sorprendenti per opera del demonio. La seconda è che il Profeta parli di coloro che esercitano la magia bianca, vale a dire che fanno delle cose straordinarie col soccorso della fisica e delle scienze naturali, senza alcuna relazione con il demonio. È certo che la musica opera effetti singolari su diverse specie di serpenti, ma ce n’è qualcuna che non si lasci vincere dal fascino dell’armonia, ed è a questo che il Salmista fa allusione. I serpenti sono sensibili alla musica, ma una volta messi in furore, non ascoltano più il suono degli strumenti, ed è in questo senso che si può dire che essi chiudono le orecchie, o che sono sordi.

(2). Tutti questi paragoni indicano la rapidità della punizione che piomberà sui malvagi; quella del versetto 9 è presa dagli usi del deserto, ove si tagliano dei rovi per preparare degli alimenti. Nel breve tempo che ci vuole perché le spine giungano alla forza di un arbusto, Egli farà sparire tutti questi uomini ingiusti. Il rhamnum o nerprun, è un arboscello spinoso che cresce nel deserto; le spine verdi, come quelle infiammabili, saranno portate via dalle tempeste, paragone riferito a ciò che spesso accade ai viaggiatori nel deserto (Rosen-Muller).

Sommario analitico

Davide, condannato dai consiglieri di Saul come colpevole di lesa maestà, predice loro i castighi riservati ai giudici iniqui ed ai calunniatori.

I – Egli rimprovera loro:

1° L’ingiustizia dei loro giudizi e dei loro atti (1,2); 2° la perversità congenita del loro spirito e del loro cuore accentuato dalla ipocrisia (3); 3° l’indurimento del loro cuore nel fare il male e nell’allontanarsi dal bene. (4, 5).

II – Ne predice il castigo che meritano con diversi paragoni:

– 1° il castigo distruggerà ed annienterà i più forti, come se Dio frantumasse la mascella dei leoni (6); – 2° la loro potenza sarà di breve durata, e non lascerà alcuna traccia (7); – 3° Dio annienterà la loro potenza con la stessa facilità con cui il fuoco fonde la cera (8); – 4° la loro rovina arriverà prima che essi possano compiere il male che meditano (9).

III – Oppone al castigo dei suoi nemici la gioia dei giusti:

1° Gioia interiore alla vista della giustizia vindice di Dio e della loro vittoria sui nemici (10); 2° gioia esteriore nel ricevere la ricompensa delle loro buone opere e nel vedere la gloria del giusto e sovrano Giudice (11).

Spiegazioni e Considerazioni

I — 1-5.

ff. 1. – Non abbiate solo una giustizia fatta di parole, ma abbiate una giustizia di azioni. Si, in effetti, voi agite diversamente da come parlate: parlate bene e giudicate male. Agite come giudicate? (S. Agost.). – Colui che non ha la vera giustizia fortemente radicata nel cuore, che si lascia corrompere dal denaro, che si lascia influenzare dall’amicizia, che cerca di vendicare una ingiuria o di piacere al potere, non potrà mai rendere un giusto giudizio. È a lui che qui viene detto: se voi parlate con verità e secondo giustizia, giudicate secondo equità; perché un indice certo che le idee di diritto ed equità regnano in un cuore, è l’equità e la giustizia nei giudizi (S. Basilio). – O uomini, voi avete sempre in bocca l’equità e la giustizia; nei vostri affari, nelle vostre assemblee, nei vostri ritrovi, si intende dappertutto risuonare questo nome sacro, e quando appena si toccano i vostri interessi, non cessate di chiamare la giustizia a vostro soccorso. Ma se è sinceramente e con buona fede che voi parlate della sorte, se guardate alla giustizia come l’unico asilo della vita umana, che voi credete di aver ragione nel ricorrere, quando vi si fa torto, a questo rifugio comune di buon diritto e di innocenza, giudicate dunque voi stessi equamente, contenetevi nei limiti che vi sono dati, e non fate agli altri ciò che non volete sia fatto a voi. Perché in effetti cosa c’è di più violento ed iniquo che il gridare all’ingiustizia e ricorrere a tutte le leggi in nostro aiuto appena veniamo toccati, mentre non temiamo di attentare altamente ai diritti degli altri; come se queste leggi che noi imploriamo non servissero che a proteggerci, e non ad istruirci sui nostro obblighi verso gli altri, e che la giustizia non ci sia stata data che come un bastione per coprirci, e non come una barriera posta per fermarci nei nostri rapporti reciproci? – Fuggiamo un eccesso così grande, guardiamoci dall’introdurre in questo commercio di cose umane questo abuso così riprovato dalle sante lettere: due misure, due bilance, due pesi ineguali; una grande misura per esigere ciò che ci è dovuto, una piccola misura per rendere ciò che noi dobbiamo (BOSSUET, Sur la Justice, 1° P.)

ff. 2. – « Nel vostro cuore, voi commettete delle iniquità sulla terra ». Queste iniquità saranno solo nel cuore? Ascoltate quanto segue: le mani seguono il cuore, le mani obbediscono al cuore; è un pensiero ed una azione, non è che non vogliamo, ma noi non lo possiamo. Tutto ciò che volete ma non potete fare, Dio lo considera come effettuato. « Nel vostro cuore, voi commettete iniquità sulla terra ». Cosa dice dopo il Profeta: « … le vostre mani formano una catena di iniquità ». Che vuol dire: « formano una catena » ? Dal peccato viene il peccato, ed il peccato si aggiunge al peccato a causa del peccato. Egli ha visto, e si cerca di uccidere colui che ha visto; al peccato si è incatenato un altro peccato. Dio, con un giudizio nascosto, ha permesso che si commettesse questo omicidio, ma questi comprende che questo secondo crimine sia stato notato: vuole allora uccidere un nuovo testimone; ai suoi due crimini ne viene incatenato un terzo. (S. Agost.).

ff. 3. – È dolore degno di lacrime, l’essere soggetto al peccato dalla propria nascita, ed ancor prima della nascita. – Dire cose false, mentire, è ordinariamente il primo peccato che commettono i bambini; essi cominciano col mentire, peccato quasi sempre senza eccezione. Questo peccato sembra all’inizio leggero, ma diviene ben più grave e criminoso in seguito. Il pastore o il predicatore ne è colpevole quando agisce diversamente dal non parlarne; quando non appare esternamente ciò che ha dentro; quando cade nelle stesse sregolatezze che riprende, e non cammina per la via che mostra agli altri. Egli dice allora delle cose false, delle menzogne, se non con le parole, almeno con le sue azioni che smentiscono quel che egli dice (Duguet).

ff. 4, 5 – Al quadro della depravazione naturale, il Profeta aggiunge la malvagità libera e volontaria. I peccatori di cui parla, sono divenuti artificiosi, furiosi, supponenti, incapaci di correzione; questi sono dei serpenti malfattori, delle aspidi insidiose, che si rendono volontariamente sordi alla verità che loro si annunzia (Berthier). C’è qualcosa di spaventoso in questo peccato di accecamento spirituale e di resistenza volontaria alla verità, e sovente si è ben lontani dall’aver questa volontà sincera di essere illuminati da Dio, anzi ne abbiamo una tutta contraria, ed in luogo di dire a Dio: Signore, come io voglio, noi diciamo segretamente a noi stessi con un attaccamento pertinace ai nostri disordini: io non voglio mai ciò che mi imbarazza e che non servirebbe che a turbarmi. Peccato che oso definire un furore pari a quello dell’aspide che, secondo il paragone dello Spirito Santo, chiude le orecchie per non sentire la voce dell’incantatore, con questa differenza – dice San Bernardo – che quando l’aspide tura le sue orecchie, è per conservare la sua vita; al contrario, quando noi chiudiamo gli occhi alla verità, ciò avviene per nostra rovina e nostra morte. (BOURD. Aveugl. spirit.).

II — 6 – 11.

ff. 6. –  « Il Signore ha rotto le mascelle dei leoni! ». Egli non solo ha rotto i denti delle aspidi. Che fanno la aspidi? Le aspidi cercano di mordere con astuzia, per lanciare il loro veleno e diffonderlo nella ferita, in mezzo ai loro sibili. Ma le nazioni hanno apertamente scatenato il loro furore, ed hanno ruggito come dei leoni. « Perché le nazioni hanno fremuto, ed i popoli hanno formato vani complotti »? Coloro che tendevano insidie al Signore domandando: « è permesso o no pagare il tributo a Cesare »? (Matt. XXII, 17), erano delle aspidi e dei serpenti; i loro denti sono stati frantumati nella loro bocca. Più tardi essi grideranno: “Crocifiggilo, crocifiggilo!” (Matt. XXVII, 23, e Giov. XIX, 6). Questa non è più la lingua delle aspidi, è il ruggito dei leoni « Ma il Signore ha spezzato le mascelle dei leoni » (S. Agost.). – I castighi che il profeta descrive qui arrivano talvolta in questa vita. Dio spezza le cattive lingue, abbatte gli orgogliosi, dissipa i progetti degli ambiziosi, lancia i suoi strali sugli empi. Ma quando Egli non dà questi esempi di terrore in questo mondo, la sua giustizia vendicatrice non perde i suoi diritti: « … l’inferno si aprirà – dice S. Agostino – l’empio vi discenderà, senza più ritorno per lui. Questo abisso si richiuderà sulla sua testa, si estenderà sotto i suoi piedi. Sarà sprofondato, dopo aver perduto tutti i beni della terra; … sarà morto per la vita, e vivrà eternamente per la morte ». (Berthier).

ff. 7. – Questa è un’altra immagine di un peccatore che, come l’acqua del torrente che le piogge hanno gonfiato tutto d’un colpo, scorre e sparisce ben resto. Il torrente scende con impeto dall’alto dei monti, ed il suo corso inonda le valli; ma, come già abbiamo detto, ingrossato dalle piogge dell’inverno, si dissecca con gli ardori dell’estate; è immagine dell’empio che, scendendo dalle altezze divine, abbandona la speranza della patria celeste per le cose di quaggiù. Nel corso di questa vita presente, comparabile al freddo dell’inverno, la sua fortuna si accresce e si dilata, ma quando, nel giorno del giudizio supremo, il sole della divina giustizia farà sentire i suoi raggi, tutte le sue gioie si muteranno in tristezza, e tutta la sua gloria si disseccherà. Anche Davide scrive dei peccatori che: saranno ridotti a niente, come l’acqua che corre (S. GRÉG. Mor. VII, 25.).

ff. 8. –  « Il fuoco è caduto su di essi, non hanno più visto il sole ». Il fuoco è caduto su di essi; il fuoco dell’orgoglio, fuoco pieno di fumo, il fuoco della concupiscenza, il fuoco della collera. Qual è la forza di questo fuoco? Colui sul quale esso cadrà, non vedrà il sole. Ecco perché è detto: « … che il sole non tramonti sulla vostra collera » (Efes. IV, 26). Temete dunque il fuoco dei cattivi desideri, se non volete colare come la cera fusa e sparire davanti alla faccia di Dio; perché questo fuoco cadrà su di voi e non vedrete più il sole. Quale sole? Non si tratta di questo sole che vedono come voi le mandrie o le mosche, i buoni ed i malvagi, facendo Dio sorgere il sole sui buoni e sui cattivi (Matt. V, 45); ma vi è un altro sole del quale i malvagi saranno obbligati a dire: « e il sole non si è levato per noi, e la luce della giustizia non è per noi ». (Sap. V, 6). Perché? Se non perché « … il fuoco è caduto su coloro che non hanno visto il sole ». Il piacere della carne li ha vinti (S. Agost.). – Ancora un terzo paragone della debolezza dei grandi e dei potenti della terra, che Dio annienta con la stessa facilità con cui il sole fonde la cera: il fuoco delle loro passioni li acceca invece di rischiararli; essi non vedono più questo sole divino, che solo spande la vera luce nelle anime; perché vedere il sole senza amarlo, è vederlo solo per accecarsi di più, e questo non è un vedere (Dug.).

ff. 9. – Quarto paragone, nuova minaccia dei castighi che Dio riserva ai malvagi, è che Dio lascia raramente in questa vita il tempo di eseguire tutti i loro progetti di malvagità. – Perché il profeta non ha detto: tutti i viventi, ma « come tutti i viventi », se non perché la vita degli empi è una falsa vita? In effetti, essi non vivono, ma credono di vivere. E perché non ha detto: nella collera, « ma come nella collera », se non perché Dio fa tutte questa cose con tranquillità? Perché egli scrive: « Ma Voi, Signore degli eserciti, Voi giudicherete con calma » (Sap. XII, 18). Quando dunque Egli minaccia, non è in collera, perché non prova alcun turbamento; ma è “come” in collera, perché punisce e vendica la giustizia; allo stesso modo coloro che rifiutano di correggersi sono “come” viventi, ma in realtà essi non vivono (S. Agost.).

ff. 10. – La gioia del giusto non è per principio la sua soddisfazione, ma lo è la giustizia e la gloria di Dio. Egli si rallegrerà non in se stesso, ma in Colui che prende la difesa contro gli empi. Egli non augura a lui rovine, ma gioisce della salvezza del giusto; egli si rallegra ancora quando Dio colpisce i peccatori con flagello salutare che li farà rientrare in se stessi. È allora la carità ad essere il principio della sua gioia.

ff. 11. – Due grandi verità sono contenute in questo versetto: la prima, che i giusti hanno speranza nella ricompensa del loro lavoro e delle loro virtù; la seconda, che Dio governa le cose umane, e giudica tutte le azioni degli uomini. – E si dirà: « Sì, è una ricompensa per il giusto ». Prima che le promesse di Dio si compiano, prima che non dia al giusto la vita eterna, prima che gli empi siano precipitati nel fuoco eterno, Egli è anche quaggiù, anche in questa vita, una ricompensa per il giusto. Quale ricompensa? « Noi gioiamo nella nostra speranza e siamo pazienti nell’afflizione » (Rom. XII, 12). Quale ricompensa? « … Noi ci glorifichiamo nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce la pazienza, la pazienza la virtù provata, la virtù provata la speranza, e che la speranza non conduce alla confusione, perché la carità di Dio è stata effusa nei nostri cuori dallo Spirito-Santo che ci è stato dato » (ROM. V, 3 e segg.). Colui che è ubriaco gioisce, e non gioisce il giusto? È nella carità la ricompensa del giusto. L’intemperante è infelice anche nella sua ebbrezza; il giusto è felice anche quando ha fame o sete. L’uno è ingozzato dall’ubriachezza, l’altro è saziato dalla speranza. Che il giusto consideri dunque il castigo del peccatore e la gioia propria e si chieda che sarà il possesso di Dio. Se Dio, già al presente dà al giusto una tal gioia con le dolcezze della fede, della speranza, della carità, della verità delle sue Scritture, quale gioia gli prepara alla fine? Se lo nutre così per strada, quale festino gli servirà in patria? (S. Agost.).

CATECHISMO CRISTIANO PER LA VITA INTERIORE DI J. J. OLIER (2)

J. J. OLIER

CATECHISMO CRISTIANO PER LA VITA INTERIORE (2)

LEZIONE IV.

Dello spirito e delle inclinazioni di Adamo, dalle quali è ben lontana la condizione dei Cristiani.

D. – Adamo aveva dunque altre inclinazioni che i Cristiani? Aveva forse uno spirito diverso da quello di Gesù Cristo? Lo Spirito Santo operava dunque in lui altri sentimenti differenti che in Gesù Cristo?

R. – Sì, Adamo era stato creato perché fosse simile a Dio nelle perfezioni, nell’onore e nella beatitudine, perciò venne creato nel Paradiso terrestre e costituito Re dell’Universo.

D. – Non è forse questo il destino anche dei Cristiani?

R. – No.

D. – Ma dunque, non sono forse creati a immagine di Dio?

R. – Sì, sono creati simili a Dio, nella sua giustizia e nella sua vera santità. (Secundum Deum creatus est, in justitia et sanctitate veritatis. – Ephes., IV, 24).

D. – Che significa: sono creati nella giustizia e nella vera santità?

R. – Significa che sono creati in Gesù Cristo (Creati in Christo Jesu – Ibid., I , 10), rinnovati e rigenerati dal Battesimo, per vivere poi nel distacco da ogni creatura.

R. – La condizione dei Cristiani è dunque molto differente da quella di Adamo, prima del peccato?

R. – Sì: Adamo nello stato d’innocenza, cercava Dio, lo serviva e lo adorava nelle creature; e i Cristiani, al contrario, devono cercare Dio per la fede, servirlo e adorarlo in quanto è ritirato in se stesso e nella sua santità, separato da ogni creatura ed elevato al di sopra di ogni cosa.

D. – I Cristiani devono dunque essere distaccati da tutto? Debbono dunque essere santi?

R. – Sì, certamente; devono essere, almeno nel loro cuore, separati da tutto: devono cercare Dio in Lui medesimo; perciò san Paolo li chiama Santi (Vocatis sanctis.- Rom. I, 7. La santità è uno stato in cui l’anima è tutta distaccata dalle creature, e unita a Dio con tutti i suoi affetti).

LEZIONE V

Come i Cristiani sono obbligati a mortificare in se stessi le inclinazioni di Adamo e della carne, e di crocifiggere l’uomo vecchio.

D. – Che debbono dunque fare i Cristiani i quali sentono in se stessi l’inclinazione a legarsi con l’affetto alle creature?

R. – Sono obbligati a reprimere queste inclinazioni e a rinunciarvi, poiché sono inclinazioni che vengono dalla carne, e poiché non siamo più debitori alla carne, come dice san Paolo, non dobbiamo vivere secondo la carne (Debitores sumus non carni, ut secundum carnem vivamus. – Rom., VIII, 12).

D. – Dopo il Battesimo, il quale è una seconda generazione, i Cristiani non devono dunque conformarsi al loro padre Adamo per vivere come lui?

R. – No, perché Iddio, essendosi fatto nostro Padre nel Battesimo, ci impone di vivere secondo Lui e secondo le sue inclinazioni, che il suo Spirito infonde in noi.

D. – E se viviamo secondo la carne, saremo noi salvati?

R. – No; san Paolo, infatti, ci dice espressamente che morremo, se non mortificheremo la nostra carne con tutti i suoi disordinati desideri, che sentiamo in noi (Si secundum camem vixeritis, moriemini. – Rom., VIII, 13).

D. – I Cristiani sono dunque obbligati a mortificare se stessi?

R. – Certamente, poiché secondo l’Apostolo, quelli che sono di Gesù Cristo, hanno crocifisso la loro carne coi suoi vizi e le sue cupidigie; hanno crocifisso l’uomo vecchio con tutte le sue opere e se ne sono spogliati (Qui sunt Christi, carnem suam crucifixerunt cum vitiis et concupiscentiis. – Galat., V, 24; Expoliantes vos veterem hominem cum ætibus suis. – Colos., III, 9).

D. – Cos’è quest’uomo vecchio?

R . – È ancora la carne; ossia siamo noi medesimi l’uomo vecchio, con le inclinazioni che abbiamo ricevute da Adamo, per mezzo dei nostri genitori.

D. – Quali sono queste inclinazioni?

R. – Tutte le inclinazioni che ci portano al male e di cui siamo pieni; si possono ridurre a tre: l’inclinazione al piacere, l’inclinazione alle ricchezze e l’inclinazione all’onore.

D. – E dobbiamo noi reprimere tutti questi appetiti?

R. – Sicuramente; dobbiamo crocifiggere in noi l’uomo vecchio come i cattivi crocifiggono Gesù Cristo.

D. – Ma, insomma, cosa vuol dire propriamente crocifiggere l’uomo vecchio?

R. – Significa comprimere, anzi, soffocare nel nostro cuore tutti i desideri impuri e disordinati che sentiamo nella nostra carne.

D. – Ma cos’è questa carne?

R. – La nostra carne è tutta la vecchia creatura che noi siamo; tutto l’uomo in quanto non è rigenerato, ed è opposto allo spirito del Battesimo.

D. – Ma dunque, prima che siamo battezzati l’anima nostra in noi e il nostro spirito sono forse carne?

R. – Sì, e chiamo carne l’anima nostra perché essendo immersa nella carne, rimane partecipe di tutte le maligne inclinazioni di quella, dimodoché, se la grazia non la libera dalla carne, diventa una cosa sola con questa e perciò giustamente viene chiamata carne.

D. – Sarà forse per questo che Nostro Signore dice che dobbiamo odiare l’anima nostra? (Qui amat animam suam perdet eam; et qui odit animam suam in vitam æternam custodit eam. – Joann., XII, 25).

R. – Appunto; perché l’anima nostra, in quanto è una stessa cosa con la carne, e ne anima e vivifica l’impurità e la corruzione, è nemica di Dio e non merita altro che odio.

D. – E da sola la carne potrebbe peccare?

R. – No, poiché non può vivere senza l’anima, e l’anima, mentre dà vita alla carne, con questa cerca il male e si rende partecipe di tutta la corruzione di essa.

D. – E la nostra mente, può anch’essa essere chiamata carne?

R. – Sì, quando abbia pensieri conformi ai sentimenti e ai movimenti della carne; donde avviene che san Paolo dice che la prudenza della carne è una morte…  Prudentia carnis mors est. (Rom.. VIII, 6).

D. – Che cosa è la prudenza della carne?

R. – La prudenza della carne consiste nei pensieri e nei propositi che noi formiamo nella nostra mente, ossia nel nostro spirito, per giungere ai fini della carne, che sono le voluttà, gli onori e le ricchezze.

D. – Ma, anche la volontà sarà dunque chiamata carne?

R. – Sì, quando aderisce ai movimenti della carne (In desideriis carnis nostræ facientes voluntatem carnis. – Ephes., II, 3); san Paolo chiama appunto questi movimenti: desideri e volontà della carne.

D. – La carne è dunque di grande pregiudizio per l’uomo?

R. – Sì, perciò bisogna odiarla, crocifiggerla e farla morire. Gesù Cristo si lasciò crocifiggere, mettere a morte e seppellire per insegnarci che dobbiamo crocifiggere noi stessi nella nostra carne; che se Egli non volle risparmiare la sua carne innocente, la quale aveva soltanto l’apparenza del peccato, quanto più dobbiamo noi crocifiggere la nostra la quale è veramente peccatrice e tutta costituita nella malignità!

LEZIONE VI.

Della sorgente della grande malignità della carne, alla quale dobbiamo rinunciare.

D. – Donde viene la malizia della carne?

R. – Dal demonio, il quale istillò il suo veleno nell’anima dei nostri progenitori, che lo accolsero con piacere e in tal modo infettarono talmente la loro natura che tutta la discendenza loro nasce corrotta. I figli di Adamo sono come i figli di un lebbroso, la cui corruzione è così grande e la sostanza corrotta, che tutto quanto nasce da lui è corrotto, e tutti i suoi figli sono lebbrosi come lui. – Oppure immaginiamo una sorgente di acqua stagnante corrotta; i rivi che ne derivano sono pure tutti corrotti e partecipi della sua infezione.

D. – I nostri progenitori furono dunque viziati dalla malignità del demonio?

R. – Sì, e la nostra carne che viene da quella di Adamo come dalla sua sorgente è rimasta infetta di questa malignità.

D. – La corruzione e la malizia della nostra carne sono dunque della medesima natura di quella del demonio?

R. – Sicuramente, e Dio nutre appunto un grande odio contro la nostra carne perché essa è piena della malizia del demonio.

D. – Ma come mai? La malizia del demonio si consuma nell’inferno: la nostra carne si risente forse di una tale piena malizia?

R. – Sì, la nostra carne è capace di fare altrettanti mali come il demonio e, se fosse abbandonata da Dio e dal suo Santo Spirito, si porterebbe a tutti i mali che il demonio potrebbe fare.

D. – Dobbiamo dunque nutrire una estrema avversione e un grande orrore per la nostra carne?

R. – Dobbiamo odiarla come odiamo il demonio; anzi dobbiamo fuggirla più che non fuggiamo il demonio. Per questo motivo i Santi facevano strazio del proprio corpo, e, per l’odio che portavano alla loro carne, praticavano straordinarie macerazioni fino a scorticarsi a sangue. Così sfogavano la loro ira su la propria carne come sul nemico giurato di Dio. Oh, quanto dobbiamo fuggire la carne e rinunciare a tutto ciò che essa domanda e desidera da noi! Perciò Nostro Signore diceva che chiunque vuol essere suo discepolo deve rinunciare a se stesso. [Si quis vult post me venire, abnget semetipsum. Matth., XVI, 24).

D. – E che significa rinunciare a se stesso?

R. – Vuol dire rinunciare a tutte le cattive inclinazioni della carne, ossia al desiderio degli onori, dei piaceri e delle ricchezze, al desiderio di essere amato, ai desideri di vendetta, in una parola a tutti i desideri di peccato che sentiamo in noi e che sono contrari alla Croce di Gesù Cristo.

LEZIONE VII.

Dell’amore della croce, vale a dire, delle umiliazioni, delle sofferenze e della povertà, il quale ci viene dato dallo Spirito Santo nel Battesimo.

D. – Dobbiamo dunque portare la Croce di Gesù Cristo e far professione dellesue massime?

R. – Certamente è questa la seconda condizione che Gesù Cristo impose ai suoi discepoli e a tutti i Cristiani: portare la croce e compiacersi nelle sofferenze, nelle umiliazioni, nelle calunnie, nella povertà, ecc.

D. – Ma come mai può darsi che alitiamo l’umiliazione, la sofferenza, la povertà, in una parola la santa Croce di Gesù Cristo?. [« L’amore alla croce è un amore soprannaturale. Lo Spirito Santo ne è il principio, e la nostra volontà abbandonata a se stessa, non giungerebbe mai a produrne gli atti. Di sua natura non percepisce la sensibilità. Ama la croce chi vuole, con l’aiuto della grazia, portarla al seguito di Gesù Cristo; chi è permanentemente disposto a distruggere a poco a poco nell’animo proprio le perverse inclinazioni dell’uomo vecchio e a crocifiggerlo, secondo l’energica espressione dell’Apostolo »].

R. – Da noi medesimi non lo possiamo, sebbene per la virtù di Gesù Cristo e del suo Santo Spirito ch’Egli ci dà nel Battesimo. Lo Spirito Santo, in virtù del Battesimo, viene a riposare in noi, nel fondo del nostro cuore, per imprimervi i suoi sentimenti.

D. – Stranissimo mistero! Quali contraddizioni!

R. – È vero; perciò abbiamo da soffrire grandi lotte, quelle lotte di cui parla san Paolo quando dice che la carne combatte contro lo spirito e lo spirito combatte contro la carne. [Caro concupiscit adversus spiritum; spiritus autem adversus carnem; hæc enim sibi invicem adversantur. – Galat., V, 17]. Da una parte, lo Spirito Santo, che è in noi, ci porta all’umiliazione, alla povertà, alla sofferenza; dall’altra la nostra carne desidera onori, piaceri, ricchezze. L’anima nostra può andare da una parte all’altra a suo piacimento [Notiamo come il Servo di Dio afferma la libertà ad onta della corruzione che abbiamo ereditata dal nostro progenitore. L’anima è sempre capace di fare il bene, con l’aiuto della grazia aderire allo Spirito Santo con la grazia ch’Egli ci infonde, ovvero resistergli e aderire alla carne per causa della sua propria malizia].

D. – Ma come mai dite voi che lo Spirito di Dio ci dà l’amore dei patimenti, delle umiliazioni e della povertà? Quanto a me, non ho ancora provato il piacere di soffrire, la delizia nell’essere umiliato, il godimento nella povertà.

D. – Dite il vero; non sentite nella vostra carne questo piacere, questa delizia, questa gioia; e infatti lo Spirito Santo non è in voi per operare tali effetti nella vostra carne, per compiere un tal cambiamento nel vostro corpo, sebbene nell’intimo dell’anima vostra.

D. – E la carne, non troverà mai piacere nell’essere afflitta, nelle pene e nella croce?

R. – Mai, a meno che talvolta lo Spirito Santo estenda sino ad essa le inclinazioni che avrà effuse nell’anima e inebri il nostro corpo dei medesimi sentimenti di cui avrà riempito il nostro cuore; ma ciò accadrà raramente e per breve tempo.

D. – Il Battesimo dunque non produce nel corpo l’impressione che fa nell’anima?

R. – L’anima è quella che riceve le inclinazioni e le nuove impressioni dello Spirito: essa sola è rigenerata dal Battesimo.

LEZIONE VIII.

Della nostra prima generazione, in cui il demonio è padre delle nostre cattive inclinazioni; e della rigenerazione del Battesimo, nella quale Dio diventa nostro padre, comunicandoci la sua vita divina.

D. – Che cosa vuol dire che l’anima nostra è rigenerata dal Battesimo?

R. – Ciò vuol dire che nel Battesimo essa riceve inclinazioni e impressioni affatto nuove e differenti da quelle della sua prima generazione. – Per la prima sua generazione l’anima aveva inclinazioni perverse che l’allettavano al peccato, alle cose terrene e alle creature. Al contrario, per la rigenerazione dei Battesimo, riceve impressioni e inclinazioni affatto differenti, le quali la portano ad amare Iddio e ad adempiere verso di Lui i doveri di religione, a distaccarsi dalle creature e a ricevere le cose del Cielo. [Questi sono gli effetti delle virtù che il Battesimo infonde nell’anima, virtù delle quali tuttavia non abbiamo coscienza].

D. – Dopo il Battesimo dunque, l’uomo non è più nostro padre, né la carne, nostra madre?

R. – No, e non dobbiamo più seguirne le cattive inclinazioni, perché nostro padre è Iddio.

D. – In qual modo Dio diventa nostro Padre?

R. – Noi chiamiamo Dio nostro Padre e lo è in verità, perché nel Battesimo ci comunica, mediante il suo Santo Spirito, la sua natura e la sua vita divina. [Ut efficiamini divinæ consortes naturæ. ( II Petr., I. 4). — Ut filii Dei nominemur et simus. (I Joan., III, 1)].

D. – Ma il demonio non è egli pure il padre dell’uomo?

R. – Sì, nella prima generazione (naturale) il demonio è propriamente padre dell’uomo peccatore in Adamo, perché in esso ha seminato la sua propria vita e le proprie pessime inclinazioni, le quali ci furono trasmesse nella nostra prima nascita. Perciò Gesù Cristo disse ai maligni Farisei: Voi avete per padre il demonio e volete eseguire i desideri del padre vostro. Vos ex pntre diabulo estis, et desideria patris vestris vultis facere. (Joan., VIII, 44). – Nella seconda generazione, invece, che si compie nel Battesimo, tutto è divino, perché in questa nuova nascita l’Eterno Padre è il nostro Padre, che ci comunica le sue inclinazioni, i suoi sentimenti, la sua santità, per la virtù del suo Spirito, il quale da Lui ci viene dato ed è in noi il principio della vita santa e divina; vita divina che risplende poi nelle opere nostre, che sono simili a quelle di Dio e lo glorificano su la terra. – Pertanto, poiché nella nostra prima generazione il demonio è nostro padre e sappiamo che le sue perverse inclinazioni ci vennero trasmesse da Adamo, riconosciamo che siamo ben miserabili; la nostra miseria è tale che la parola umana non potrebbe esprimerla: Dio solo può comprenderla.

D. – E perchè?

R. – Perché Dio solo comprende quale sia la malizia del demonio e quale sia la miseria cui lo ha condannato la Divina Giustizia; perciò Lui solo può comprendere la miseria, la malizia e la povertà della nostra carne, la quale è ridotta ad uno stato così disgraziato che non solo è partecipe della maledizione del demonio, ma inoltre ha in sé varie debolezze, impurità e miserie di cui quello spirito maligno, per la sua propria natura, è immune.

D. – Ma se così stanno le cose, l’uomo per giustizia deve amare l’abiezione e compiacersi di essere umiliato e disprezzato?

R. – Certo; tutto ciò gli è ben dovuto.

LEZIONE IX.

Dell’obbligo di portare la croce e di conservarne l’amore, come risulta dallo spirito del Battesimo, che ha impresso in noi questo amore.

D. – La carne non può meritare che disprezzo, abiezione e contraddizioni?

R. – Non può meritare altro, e appunto per questo nel Battesimo viene infuso nel cuore dell’uomo l’amore del disprezzo, dei patimenti e della povertà. [Amore soprannaturale, per il quale dalla mano di Dio si accettano volentieri le croci e si riconosce che sono grazie e non castighi; amore tuttavia che non toglie la ripugnanza naturale per la sofferenza, le umiliazioni e la povertà]. L’uomo, infatti, non essendo in se stesso altro che niente e peccato, non deve avere altro desiderio fuorché quello di essere trattato secondo il suo merito, vale a dire di essere umiliato, povero e perseguitato.

D. – O ammirabile condotta della sapienza divina sui Cristiani! Non è senza ragione che la Scrittura chiama il mistero della Croce un mistero nascosto. (Et erat verbum istud absconditum ab eis. – Luc., XVIII, 34). Pochi intendono cosa sì giusta e ragionevole per il nostro stato e che siamo obbligati ad averne l’amore nel nostro cuore.

R. – È questa appunto la disgrazia e l’inganno del mondo; generalmente si pensa che l’amore della Croce sia una devozione riservata al chiostro, e non un obbligo per tutti i Cristiani. Ma san Paolo, come già abbiamo detto, dichiara che non siamo più debitori verso la carne sicché viviamo secondo le sue inclinazioni, ma siamo obbligati invece a vivere secondo lo spirito. Che se viviamo secondo lo spirito, dobbiamo camminare secondo lo spirito … Si spiritu vivimus, spiritu et ambulemus. – (Galat. V, 25),il quale ci imprime nel cuore l’inclinazione per la Croce e ci dà la forza di portarla.

D. – Ho sentito talvolta che questa verità ci viene insegnata dalle cerimonie che la Chiesa usa nel Battesimo; è vero?

R. – Verissimo, perché con l’Olio Santo si fanno due croci, una sul cuore, l’altra su le spalle del battezzato, per significare l’effetto dello Spirito Santo.

D. – Che rappresenta l’olio?

R. – L’olio santo rappresenta lo Spirito Santo.

D. – Che significa la croce che si fa sul cuore?

R. – Significa l’amore della croce, perché il cuore è la sede (almeno in apparenza e secondo la credenza generale) dell’amore.

D. – E quella che si fa su le spalle?

R. – Questa significa la forza di portare la croce, perché le spalle sono la sede della forza dell’uomo.

LEZIONE X.

Di un altro dovere di amare la croce, e in modo particolare l’umiliazione e l’abiezione, le quali formano il primo braccio della Croce; dovere che risulta dal fatto che l’uomo, nel suo fondo e da se stesso, è niente.

D. – E’ soltanto lo Spirito che abbiamo ricevuto nel Battesimo quello che ci obbligaad amare la Croce?

R. – No, vi siamo ancora obbligati per ciò che siamo da noi medesimi. Che cosa è l’uomo da se stesso e nel suo fondo? Ahimè, l’uomo da se stesso è niente! Che cosa era l’uomo prima che Dio vi avesse deposto il suo essere? (L’essere dell’uomo è essere di Dio in quanto viene da Dio per la creazione). Niente, assolutamente niente. — Ma il niente che cosa merita? — Niente; il niente merita il niente, quindi il disprezzo, l’abiezione, l’abbandono e la dimenticanza da parte di ogni creatura. Il niente non può essere considerato, perché non ha nulla che possa attirare lo sguardo e sul quale si possano porre gli occhi.

D. – Non dobbiamo adunque desiderare di essere considerati, veduti, stimati?

R. – No, dobbiamo desiderare di essere trattati secondo il nostro merito, perciò di essere disprezzati; ciò che è niente non merita neppure di essere disprezzato, poiché non è tale che si possa pensare a lui, né che se ne faccia l’oggetto di qualsiasi giudizio. Donde si vede che l’uomo, essendo niente per se stesso e nel suo fondo, non merita niente, nemmeno il disprezzo.

D. – Ahimè! siamo dunque ben poca cosa, mentre non meritiamo neppure che si pensi a noi, neanche per disprezzarci. Ma perché dite voi che l’uomo è niente, dal momento che ha un corpo e un’anima?

R. – Dico che l’uomo è niente in se stesso e per se stesso; ha bensì cose che ha ricevute e che appartengono ad altri (a Dio) ma, in se stesso, è sempre niente; e chi ha il merito di essere considerato e onorato, non è lui, ma quell’altro (Dio), al quale appartiene il bene che ne ha ricevuto.

D. – Donde ricavate voi queste verità?

R. – Dall’Apostolo san Paolo, il quale dichiara che se uno, mentre in verità è niente, crede di essere qualche cosa, s’inganna grossolanamente; e inoltre che non abbiamo motivo di gloriarci come se non avessimo ricevuto tutto ciò che abbiamo.(Si quis existimat se aliquid esse, cum nihil sit, ipse se seducit. – Galat., VI, 3 ). — Quid habes quod non accepisti ? Si autem accepisti, quid gloriaris quasi non acceperis? – I Cor., IV, 7).

D. – E dunque, da chi l’uomo ha ricevuto tutto il bene che possiede?

R. – Da Dio solo; perciò Dio solo deve essere onorato per qualsiasi bene che si trovi nell’uomo; in quella guisa che il pittore deve essere onorato per il quadro che ha dipinto, e non già la vecchia tela su la quale ha steso i suoi colori: così l’uomo non deve punto ricevere per sé le lodi che gli vengono date, ma tutto rivolgere a Dio, dicendo: « Mio Dio, a Voi riferisco tutte queste lodi, poiché Voi solo le meritate per tutti i vostri beni che deponete in me ».

D. – Ma quando l’uomo riconosce in sé dei doni e delle grazie di Dio, che cosa deve dunque fare?

R. – Deve fare tre cose:

1° Umiliarsi davanti a Dio, riconoscendo in Lui l’Autore di ogni bene che sia in noi;

2° Ringraziarlo della sua bontà per il bene che si è degnato di darci contro ogni nostro merito;

3° Pregarlo che glorifichi se stesso per mezzo dei suoi doni e che ne usi in noi per la sua gloria, poiché di per noi medesimi non sapremmo farne un buon uso degno di Lui.

D. – E i demoni, ebbero forse tali disposizioni quando ricevettero i doni di Dio?

R. – Mai più; se avessero usato così dei doni che avevano ricevuto da Dio, non si sarebbero dannati.

D. – Che fecero dunque per perdersi così miserabilmente in mezzo a tanti doni di Dio?

R. – Incantati dalle dolcezze dell’onore, vollero essere onorati per i doni che avevano ricevuti; e così, usurpando per sé le lodi dovute a Dio solo, vollero defraudare la sua Maestà della gloria che le era dovuta.

D. – Non dobbiamo dunque volere nessun onore per noi stessi?

R. – No, assolutamente.

LEZIONE XI.

Dell’orgoglio e del desiderio di essere onorati, al quale dobbiamo resistere.

D. – Non possiamo mai desiderare di essere onorati?

R. – No, perché chi desidera di essere onorato, desidera il bene altrui, poiché desidera il bene di Dio; è ladro e, secondo un’espressione di san Paolo, è colpevole di rapina; (Qui (Christus) cum in forma Dei esset, non rapinam arbitratius est esse se æqualem Deo. (Philipp., II, 6); infatti, ruba a Dio ciò che Egli ha di più caro, quella gloria che Egli assicura di non voler cedere ad altri. (Gloriam meam alteri non dabo – Isa., XLVII, 8; XLVIII, 11)

D. – E’ dunque un furto sacrilego?

R. – Certamente, poiché è rubare su l’altare di Dio, e con mani sacrileghe rapirgli ciò che Egli non vuol dare, ciò che non darà a nessuno, come dichiara espressamente.

D. – La superbia è dunque un gran peccato?

R. – Sì, per questo nei demoni venne castigata con tanto rigore e sta scritto che Dio resiste ai superbi(Deus superbis resistit – 1 Petr. V, 5) come se volessero strappargli, a suo dispetto, il bene più caro ch’Egli abbia.

D. – Ma allora il castigo della superbia non è soltanto un effetto dell’ira di Dio, ma ben anche del suo furore.

R. – Sì, perché è una conseguenza della resistenza di Dio irritato contro il superbo, il quale vuole rapirgli il suo onore, e sul quale Egli scarica la sua ira, accesa e trasformata in furore.

D. – S’ingannano dunque molto gli uomini che ricevono gli onori, poiché non è lecito desiderarli?

R. – Verissimo; perché se ricevono qualche onore, non lo possono ritenere per sé, e non riferirlo a Dio, senza mettersi nel pericolo di offendere gravemente il Signore e di farlo entrare in furore.

D. – Che dobbiamo fare quando sentiamo in noi il desiderio di essere onorati, oppure quando sentiamo piacere per le lodi che ci vengono date o per la stima che gli altri dimostrano per noi?

R. – Dobbiamo rinunciare a tali sentimenti, e umiliarci con grande confusione, vedendo nella nostra carne desideri diabolici, sentimenti che vengono dall’inferno e sono simili a quelli che furono la causa della riprovazione dei demoni. Il demonio, infatti, fu precipitato nell’inferno perché bramava di essere stimato e onorato dai suoi compagni, anzi li spingeva a rendergli lodi e onori che riceveva con gioia. Prego il Signore che non abbiamo mai tali sentimenti, che furono la rovina degli angeli.

D. – Mi pare che non diciate bene, perché  fino alla morte sentiremo in noi il desiderio di essere onorati e stimati; e questo non è peccato, purché vi resistiamo.

R. – È vero anche questo; infatti, tutti gli Angeli furono assaliti dalla tentazione della superbia; ma gli uni cedettero, gli altri no; questi ne fecero il loro profitto e acquistarono la corona, mentre gli altri vi acconsentirono e furono condannati. Dobbiamo dunque almeno protestare che non vogliamo cedere ai sentimenti di superbia e che non ce ne compiaceremo mai.