SACRO CUORE DI GESÙ (25): “Il Sacro Cuore di GESÙ e gli effetti dell’Eucaristia”

DISCORSO XXV

IL SACRO CUORE DI GESÙ E GLI EFFETTI DELL’EUCARISTIA

Gesù Cristo, o miei cari, nel suo amore infinito per noi colla SS. Eucarestia non solo ha perpetuato quaggiù la sua reale presenza, ma ci ha ancora somministrato un cibo divino, confaciente alla vita divina che vi è in noi. E questo cibo è Lui stesso, vivo e reale quale è in cielo. Senza dubbio nel leggere la vita di certi Santi noi ci sentiamo presi come da una santa invidia riconoscendo la singolar fortuna che essi ebbero durante la loro vita di vedere talvòlta e vagheggiare tra le loro braccia il Bambino Gesù. Ma ravviviamo la fede, esclama il grande Gersone, ed essa nell’Eucarestia ci mostrerà una fortuna assai maggiore. Perciocché per mezzo dell’Eucarestia, sempre che ci piace, noi possiamo anche ogni giorno ricevere, stringere, possedere nel nostro cuore Gesù, immedesimarci con lui, vivere della sua vita. Ed in vero, qual è l’unione che Gesù Cristo fa con noi in questo Sacramento? Essa è più intima, che non sia l’unione di due gocce d’acqua, fatte cadere l’una sopra dell’altra, più intima che non sia l’unione di due stille di cera fusa colate l’una sopra dell’altra, più intima che non sia l’unione di due liquori versati dentro un medesimo vaso. Questa unione è così intima, così stretta, così perfetta, che possiamo paragonarla a quella che avviene tra noi e il cibo che prendiamo, il quale, anche senza che noi ce n’avvediamo, tramuta nella nostra carne, nel nostro sangue, nelle nostre ossa, con questo divario immensamente per noi vantaggioso che nella Santa Comunione, valendo la legge che nel concorso di due sostanze la più attiva trasforma in sé quella che lo è meno, non siamo noi che trasformiamo il pane vivo di G. Cristo nel nostro essere, ma è lo stesso Gesù Cristo che ci trasforma in Lui. Cibus sum grandium, diceva Gesù dal tabernacolo a S. Agostino, cresce et manducabis me: Io sono il cibo delle anime grandi, cresci e potrai mangiarmi: Nec tu mutabis me in te, sicut cibum carnis tuæ, sed tic mutaberis in me: ma tu non cangerai me in te, come il nutrimento della tua carne, tu bensì sarai cangiato in me. Non già, o miei cari, che la Carne di Gesù Cristo si identifichi con la nostra carne ed il suo Sangue si mescoli col sangue nostro. No, la Carne e il Sangue di Gesù Cristo entrando nel nostro petto non fanno altro fisicamente che posarsi per breve tempo sul nostro cuore. Ma benché questa unione fisica non duri che pochi istanti, perché le specie sacramentali, dalle cui sorti essa dipende, scompaiono ben presto nel cieco lavoro dei nostri organi, tuttavia l’unione morale è così stretta e così intima, che Gesù Cristo impossessandosi per amore della nostra vita, del nostro cuore, di tutto il nostro essere, ciascuno di noi può esclamare con l’Apostolo: sembra che sia ancor io che viva, ma no, non son più io, è Gesù Cristo che vive in me: Vivo ego, iam non ego, vivit vero in me Christus. (Galat.,II, 20) Quale unione adunque è questa mai! È propriamente l’unione indicata nel libro dei Cantici, in quella espressione così bella e così forte della sacra sposa: Dilectus meus mihi et ego illi: (Gant. II, 16) il mio diletto appartiene a me, ed io appartengo a lui; il mio Cuore è suo, ed il cuor suo è mio: Cor Iesu meum est. (S. Bern.) Ora, tale essendo l’unione che Gesù Cristo fa con noi per mezzo della SS. Eucarestia, potrà essere che non operi in noi degli effetti corrispondenti? Ciò è impossibile. L’alimento divino, il fuoco divino, la vita divina sono “dinami” divine, che producono le più grandi meraviglie. E sono appunto oneste grandi meraviglie, questi portentosi effetti dell’Eucarestia, che io vi invito oggi a considerare perché comprendiate sempre più quanto sia stato grande l’amore del Cuore di Gesù nel trarre fuori dalla sua ferita il Sacramento dell’Eucarestia.

I. — Miei cari, ciò che vale ad operare la nostra santificazione è la grazia di Dio. E per mezzo dell’Eucarestia, nella Santa Comunione noi ne siamo riempiuti. O sacrum Convivium – canta la Chiesa – in quo Christus sumitur… mens impletur gratia! Ma qual è propriamente la grazia di questo Sacramento? Quali sono gli effetti che esso produce in coloro che lo ricevono? Risponde S. Tommaso: Ogni effetto che l’alimento materiale produce nella nostra vita corporale, lo produce l’Eucarestia nella vita spirituale, vale a dire ripara, sostiene, aumenta e diletta. Ed anzitutto ripara. Come il nostro corpo va soggetto aperdite per le forze deleterie, che agiscono in lui, così l’anima nostra. Il peccato opera in essa delle alterazioni analoghe a quelle che le malattie producono nel nostro corpo: e sebbene se ne sia guariti per mezzo di una santa confessione, rimangono tuttavia le sue conseguenze, una debolezza, una prostrazione di forze, una facilità a ricadervi come chi si trova nello stato di convalescenza. Or bene non è certo ufficio proprio della Eucarestia di restituirci la vita perduta per il peccato, anzi in colui, che osasse cibarsene in istato di peccato, renderebbe sempre più profondo il sonno della morte, perché il peccatore, mangiando la carne di Gesù Cristo, mangia il suo giudizio e la sua condanna; ma se il peccatore si è purificato nel lavacro della Penitenza e si accosterà alla mensa eucaristica, questo pane divino, venendo in lui, riparerà le perdite di grazia e di forza spirituale a cui fu assoggettato per il peccato, lo rinforzerà e gli renderà sempre più remoto il pericolo di ricadere nella colpa grave. Ma non è la colpa grave soltanto, che cagioni in noi delle perdite; anche le colpe veniali, che con tanta facilità commettiamo ogni giorno e più volte al giorno, sebbene non distruggano in noi la divina carità, ne scemano tuttavia l’ardore e ci dispongono a poco a poco alla colpa grave. Ebbene l’Eucarestia compie anche qui la sua opera di riparazione. Questo pane, afferma S. Ambrogio, è il rimedio alle quotidiane infermità. Iste panis quotidianus sumitur in remedium quotidianæ infirmitatis.Ma con ciò rimangono pur sempre presso di noi e con noi medesimi i nemici dell’anima, che sempre ci assaltano pertogliercene la vita. Il demonio nostro implacabile nemico sempre si aggira d’intorno a noi, cercando di divorarci. Il mondo con le sue vanità, con le sue massime e persino con le sue minacce porge, ahi! troppo valido aiuto all’opera di satana. E sventura vuole che a questi nemici esterni si aggiungano dei nemici interni, vale dire le nostre passioni, che a guisa di furie si scagliano continuamente contro di noi per cooperare con satana e col mondo a far la nostra rovina. Ora, contro queste tre sorta di nemici, sempre congiurati ai nostri danni, dove troveremo noi la forza per resistere e vincere? Nella Santissima Eucaristia. La carne ed il sangue di Gesù Cristo – dice S. Giov. Crisostomo – mette in fuga ed allontana da noi il demonio, poiché al solo vedere nelle anime nostre Colui, che atterrò il suo impero, si sente ripieno di sgomento. Oh! la Comunione ci tramuta in leoni spiranti fiamme d’un coraggio divino, sicché non è più il demonio che sia terribile a noi, ma noi siamo terribili al demonio. La SS. Eucaristia ci sostiene nella lotta contro il mondo.Venga pure contro di noi con le sue vanità, con le fragili bellezze delle creature, con le lusinghe dei suoi amori caduchi! Se l’Eucaristia ciba di spesso le anime nostre, il nostro cuore non pena e non tarda a dissipare le illusioni, e a togliere anzi argomento da questi assalti mondani a stringersi sempre più fortemente al suo unico vero bene. Venga pure il mondo contro di noi con le sue massime e con le suo derisioni, ma dall’Eucaristia scenderà nell’anima nostra tale una forza che ci farà respingere sdegnosamente quelle sue perversi massime e ci indurrà benanche a sfidare il mondo tutto, se con le sue dicerie varrà a distoglierci dall’operare il bene. Venga infine contro di noi con le stesse minacce e con le persecuzioni e con le violenze. Temeremo perciò? Non appena si cominciò a predicare e spargere per il mondo la nostra santa Religione, i potenti della terra si scagliarono tosto contro di lei per farla perire. E per il corso di tre secoli sparsero rivi di sangue. Il Cristiano scoperto nella professione della sua fede veniva tratto davanti ad un preside, che così l’interrogava: Chi sei tu? — Sono Cristiano.— Qual è il tuo nome? — È quello di Cristiano. — Qual èil Dioche adori? — Gesù Cristo, morto sulla croce per la salvezza degli uomini. — L’imperatore ti comanda di adorare gli dèidella Patria. — Ma io non adoro che Gesù Cristo. — Folle, se non ubbidisci ti farò morire. — Sia pure: potenza della terra,tu potrai bene qualche cosa sopra questo mio corpo di terra, ma nulla potrai sopra dell’anima mia, la quale libera dagl’inciampi di questa creta se ne volerà diritta in seno al suo Dio. — E il Cristiano veniva condannato a morire. Talora lo si decapitava senz’altro, ma il più delle volte era fatto passare prima fra i più atroci tormenti. Taluni erano distesi e legati sopra di un cavalletto ed ivi battuti con verghe di ferro fino a che le carni saltassero loro via; a tanti altri così distesi le carni si strappavano a brani a brani con tenaglie infuocate; a tali altri si apriva il ventre e se ne estraevano a poco a poco le viscere che si andavano avvolgendo attorno ad una ruota. Tali altri erano gettati in caldaie di olio, di pece bollente, o di piombo fuso. Tali altri racchiusi dentro un toro arroventato; tali altri distesi sopra graticole infuocate; tali altri rivestiti di pelle di animali erano gettati nella campagna in pasto ai cani; tali altri venivano lanciati nel circo ad essere divorati dalle belve feroci; tali altri caricati sopra una nave senza cibo di sorta erano spinti in alto mare a morire di fame; tali altri altrimenti ancora erano fatti perire. Ma pure in mezzo a patimenti così atroci imprecavano forse ai loro persecutori, o per lo meno si lamentavano delle loro pene? Ah! tutt’altro: essi erano lieti e sorridenti sino all’ultimo istante, e talora trovavano persino la forza di scherzare coi loro persecutori; come un S. Lorenzo, che disteso sopra una graticola infuocata ad un certo punto si volge al tiranno e gli dice: « Da questa parte sono già arrostito abbastanza; di grazia, fammi voltare dall’altra. E poi di lì a non molto: Ora sono un arrosto bell’e fatto: se vuoi cibarti di me, lo puoi fare. »Ebbene, o miei cari, donde mai i martiri, talora vecchi cadenti, tal altra deboli donzelle, tal altra teneri fanciulli, traevano tanta forza, tanto coraggio? Ah! miei cari, anche presentemente si possono visitare in Roma, e in altre città, le catacombe, o luoghi sotterranei, dove essi di nottempo si recavano per assistere ai santi misteri. Ivi sulle tombe dei martiri, divertite in are sacrosante, un Sacerdote, un Vescovo, un Pontefice, celebrava il santo Sacrificio della Messa. Ed arrivato il momento solenne della Comunione, all’invito che ne ricevevano, avreste veduto quei Cristiani sfilare a due a due, andarsi ad inginocchiare davanti al ministro di Dio e ricevere devotamente il pane dei forti. Qualche volta ne avreste veduto altresì qualcuno, che dopo d’aver ricevuto la comunione stendeva ancora dinnanzi al sacerdote un candido lino. Era undirgli: « Padre santo, a casa vi sono degli Infermi, dei vecchi che qui non han potuto venire; in fondo alle prigioni stanno stivati i nostri fratelli nella fede, e tutti costoro bramano ancor essi di ricevere questo Pane: deh! datelo qui a noi che noi lo porteremo anche a loro, per renderli contenti, per farli felici. » E perciò appunto si costumava allora di lasciare che i Cristiani portassero alle loro case l’Eucaristia, perché potendo da un momento all’altro essere catturati e condotti al martirio avessero in pronto questo cibo di fortezza, giacché, come nota S. Cipriano, nessuno era riputato abile al martirio, se prima non era stato armato dalla Chiesa di questo Pane dei forti. Ecco, o miei cari, donde i primitivi Cristiani traevano l’eroico coraggio per vincere i più aspri tormenti e confessare col loro sangue la fede di Gesù Cristo. E d ecco dondelo trarremo anche noi per combattere vittoriosamente il mondo, le sue lusinghe, le sue insidie, i suoi scherni, le sue battaglie, le sue persecuzioni. O giovani, che mi ascoltate, è a voi che in questo istante rivolgo massimamente la parola, perché siete voi i più combattuti dal mondo. Ricordatevi bene, che è nella Comunione soprattutto che sta riposto il gran mezzo e il gran segreto della vittoria. Se voi vi ciberete sovente e bene di questo Pane Eucaristico, mentre il mondo con lo scherno tenterà di commuovervi, di abbattervi, di calpestarvi, voi con la forza meravigliosa, che vi verrà da questo Pane, sarete voi che commoverete, abbatterete, calpesterete il mondo. Fu un giovane della vostra età che nella forza di questo Pane, ottenne sopra il mondo una delle più splendide vittorie. Tarcisio, con l’Eucaristia serrata al cuore, piuttosto che cedere agli eccitamenti dei compagni, che lo invitavano al gioco, alla brutalità dei pagani che volevano scrutare i sacri misteri, si lasciò togliere la vita. Ma perdendo la vita del tempo egli guadagnò quella dell’eternità. Deh! o giovani, che la progenie dei Tarcisii tra di voi rifiorisca. Ma oltrochè da questi nemici esterni, siamo noi travagliati dalle nostre prepotenti passioni, dal nostro orgoglio, dalla nostra cupidigia, dalla nostra carne? S. Cirillo Alessandrino c’insegna che stando Gesù Cristo dentro di noi per la S. Comunione, raffrena il loro ardore corroborando contro di esse la nostra pietà. E come non fiaccare la nostra superbia davanti ai prodigiosi abbassamenti di Gesù nella SS. Eucaristia? Come non distaccare il cuore dai beni terreni nel possesso del vero ed unico bene? Come non castigare e mondare la nostra carne nel mangiare il frumento degli eletti e nel bere il vino che germina i vergini ? O Giovanni, Apostolo prediletto, come mai ti conservasti così puro se non toccando la carne di Gesù Cristo, posando la tua testa sopra del suo Cuore? E tu, o Maddalena, che eri pure lo scandalo della Palestina, come altrimenti ti sei purificata cotanto da diventare l’oggetto delle speciali attenzioni di Cristo, se non toccando la sua carne, baciando i suoi piedi puri e sacri? Ma queste meraviglie, operate durante la vita di Gesù, non hanno cessato dopo. Abbandonando il mondo, Egli ci ha lasciato la sua carne, tutta satura dei profumi dell’umiltà, della povertà, della castità e di qualsiasi altra cristiana virtù. E chi vuol rialzarsi dall’abisso, in cui è caduto sotto l’impero delle passioni, chi vuol resistere ad esse sempre vincitore, si accosti alla sacra mensa, e nel cibarsi della carne di Gesù Cristo si adergerà e si rafforzerà. Questo è il sublime convegno dove le Maddalene piangenti non potranno temere di essere respinte e guardate con disprezzo dai Giovanni innocenti, dove tutti castiticheremo il nostro corpo, angelizzeremo il nostro spirito, informeremo tutto il nostro essere a sentimenti verginali e celesti. Anzi, cosa mirabile a dirsi! La carne di Cristo unendosi alla carne nostra ed avvivandola di sé, ne suggellerà gli elementi e nel giorno supremo ricomponendola spirituale e gloriosa, attraverso di lei fatta più chiara di terso cristallo risplenderà, divenuto la sua vita, la sua gloria, la sua felicità in eterno! Ma Gesù Cristo divenuto cibo delle anime nostre non vuol essere da meno del cibo dei nostri corpi; epperò riparando le nostre perdite, sostenendoci contro i nostri nemici, accresce ancora in noi la vita spirituale, spronandoci efficacemente a far passi da gigante nella via della giustizia e della santità. La legge del Cristianesimo è per eccellenza legge di perfezione. Gesù Cristo ha parlato chiaro: « Siate perfetti, Egli ha detto, come è perfetto il mio Padre Celeste. » E quando l’Apostolo S. Paolo ha soggiunto: « Questa è la volontà di Dio, che vifacciate santi; » non è stato che l’eco fedele del divin Maestro. Ora sapete voi quali siano tra i Cristiani coloro che attendono seriamente a praticare questa legge? Coloro, i quali si cibano sovente, e bene della SS. Eucaristia. Sì, sono essi, a ciascun dei quali si possono applicare le parole del Salmista: Beatus vir, cuius est auxilium abs te; ascensiones in corde suo disposuit: beato l’uomo che da te, o Signore, riceve l’aiuto, anzi il generatore dell’aiuto, perciocché è desso che ha stabilito di salir sempre più in alto. Sì, sono essi che se ne vanno di virtù invirtù. Ibunt de rirtute in virtutem, (Ps. LXXXIII, 6) che sifanno sempre più umili, sempre più pazienti, sempre più mortificati, sempre più casti, sempre più caritatevoli, sempre più ardenti nell’amor di Dio, sempre più santi. È la forza arcana dell’Eucaristia che li spinge, che dice a ciascun di loro con tutta l’efficacia: Ascende superius; più in alto, più in alto sempre. – E finalmente il cibo della SS. Comunione arreca alle anime nostre un ineffabile spirituale diletto. Ah! io so bene che se fossero qui ad ascoltarmi certi uomini al tutto mondani e miscredenti, a questa asserzione sogghignerebbero di compassione, dicendo: E che razza di diletto può mai recare quella particola di pane che si va lì a ricevere nella vostra Comunione? Ma qui sarebbe propriamente il caso di ripetere le parole dell’Apostolo: Animalis homo non percipit ea quæ sunt spiritus Dei; l’uomo animalesco, che non vive che in mezzo!alle cose del mondo e ai piaceri del senso, del tutto ignaro e dimentico delle cose di Dio, no, non capisce che vi possa essere uno spirituale diletto nel ricevere la Santa Comunione! Ma se noi ne domandassimo qualche cosa ai Santi, che con tanta frequenza e con tanto fervore vi si accostavano, ben ci risponderebbero che non vi ha sulla terra maggior diletto di questo, e che qui nella Santa Comunione si prova davvero il paradiso anticipato. Ma anche senza rivolgerci ai Santi, certo che se nel corso della nostra passata vita abbiamo fatto delle buone Comunioni, noi medesimi potremo rendere testimonianza di questa certissima verità, perciocché allora anche noi abbiamo provate tali dolcezze da dover esclamare fuori di noi per la felicità, in cui ci trovavamo immersi: O Signore quanto è dolce, quanto è soave il vostro spirito: O quan suavis est, Domine, Spiritus tuus!Napoleone invitati un giorno taluni de’ suoi generali a indovinare quale fosse stato il giorno più bello della sua vita; dicendo uno quello della vittoria dellePiramidi, e un altro quello della vittoria di Marengo, e un terzo quello della vittoria di Austerlitz; no, soggiunse egli, nessuno di voi ha indovinato; il più bel giorno di mia vita è stato il giorno della mia prima Comunione. Ecco adunque la grazia efficacissima, che il Cuore di Gesù arreca nell’anima nostra per mezzo dell’Eucaristia. E considerando una tal grazia non dobbiamo dire un’altra volta: Sì, il Cuore di Gesùci ha dato qui una prova suprema dell’amor suo?

II. — Ma Gesù Cristo non pago di operare per mezzo dell’eucaristia queste meraviglie individuali, nello stesso Sacramento ci anima alla pratica delle più belle virtù sociali. O carità cristiana, che aneli a formare un cuor solo ed un anima sola di tutti gli uomini del mondo non è propriamente lì nel Sacramento dell’amore che si accendono le tue vampe? Non è lì che ingeneri la vera uguaglianza, la fraternità, la pazienza, il perdono, la compassione, il sacrifizio, l’eroismo? Non è lì che fai emettere questo grido sublime: Impendam et super impendar ipse prò animabus. (II Cor. XII, 15) Io darò tutto il mio, e per di più sacrificherò me stesso per la salute delle anime? Sì, è lì anzitutto dove si genera la vera eguaglianza e la fraternità cristiana. Indarno si grida nel mondo: Abbasso le distinzioni! in quel giorno che la dinamite le avesse atterrate, sorgerebbero più forti e più manifeste di prima. Ma qui nel Sacramento dell’Eucaristia, senza che si emetta questo grido, tutte le distinzioni scompaiono: principi e sudditi, capitani e soldati, padroni e servi, ricchi e poveri, tutti sono eguali, tutti sono fratelli, tutti sono figli di un medesimo padre e si cibano ad una medesima mensa. Il celebre Turenna si accostava in un giorno di festa alla Comunione insieme col suo servo. Il quale attentissimo all’etichetta, giunto da presso alla balaustra, fatto un inchino al suo padrone gli disse: « Vossignoria, passi. » Ma Turenna gli rispose con prontezza: « Vossignoria è rimasto alla porta: qui dinnanzi al Signore che stiamo per ricevere non c’è né prima dopo; va innanzi a me. » Ah! miei cari, questa parola: « Va innanzi a me » talora così turpe in bocca ad un signore e ad una signora, quando la dicono al servo od alla fantesca per coprire qualche grave fallo che stanno per compiere, o che già hanno compiuto; questa parola qui in bocca a questo eroe è sublime, ma pur non è altro che la conseguenza della vera e fraterna eguaglianza che regna al banchetto Eucaristico. E lì, dove si ingenera la pazienza, che per amor della pace induce a soffrire i più gravi affronti, i trattamenti più duri. O mariti inumani e spergiuri! Voi vi meravigliate di vedere quelle mogli che da voi tradite, da voi oltraggiate e persino da voi spietatamente battute, pure tentano in mille modi di nascondervi le lagrime, di cui esse hanno il cuore pieno e di parere dinnanzi a voi liete, serene, tranquille ; voi vi meravigliate di saperle a tutta prova sempre amanti, sempre fedeli, sempre generose, non ostante che conoscano i vostri tradimenti. Ma volete voi sapere il segreto di questa loro longanimità? Eccolo: il Sacramento d’amore. È qui che vengono a piangere e a sfogarsi; qui dove vengono a chiedere che si alleggerisca la loro croce, qui dove vengono a pregare per voi, dove dicono a Gesù con tutto l’impeto della loro anima straziata, che vi tocchi il cuore, qui fino a che un giorno questo vostro cuore si spezzi, e veniate a questa stessa mensa a frammischiare le vostre lagrime di pentimento con le loro lagrime di consolazione; ma è di qui per intanto, che esse si alzano con una forza ch’esse medesime non sanno spiegare e che fa loro ripetere : «Andiamo, andiamo allegramente a soffrire. » O uomini miscredenti e malvagi, non arrivate almeno a tale stoltezza da proibire alle vostri mogli di recarsi in chiesa! In quel giorno in cui esse non verranno più dinnanzi a questi altari cominceranno a pensare se non sia meglio compensarsi altrimenti del vostro abbandono e delle vostre infedeltà. Ma andiamo innanzi. – È lì nella Santa Eucaristia, dove si ingenera la generosità del perdono. Spinti forse da umani riguardi voi vi siete recati ai piedi di un confessore col cuore tuttora pieno di astio, di odio, di bramosia di vendetta contro di chi aveva ferito il vostro onore e commesse in vostro danno le più gravi ingiustizie. Il ministro di Dio ha dovuto far prova di tutta la forza persuasiva della sua parola per indurvi al perdono: vi ha minacciati pur anche di mandarvi inassolti delle vostre colpe. E solo allora, benché a stento, avete promesso di perdonare. Ma in seguito vi siete recati alla Comunione: avete ponderato alla generosità dell’amore di un Dio per voi, che da voi tante volte villanamente offeso, non solo vi ha perdonati, ma vi ha abbracciati, compenetrati di se medesimo, colmati di grazie e di benedizioni celesti, ed allora sotto l’azione potente del Sacramento dell’amore avete detto con maggior risolutezza e con tutta la padronanza sul vostro onore oltraggiato: Sì, perdono anch’io, e se oggi troverò il mio nemico, gli muoverò incontro e gli bacerò la fronte. È lì, nell’Eucaristia, dove si ingenera la compassione per i sofferenti, ma non quella compassione sterile che fa dare uno sguardo alle altrui miserie e poi lascia tirare innanzi, ma quella compassione efficace, operosa, sollecita che fermandosi sul luogo del bisogno fa cercare prontamente il soccorso. Un giorno un povero prete camminando per le strade di Parigi s’imbatte in poveri bambini esposti, vicini a morire: ed egli li piglia in grembo, li porta a casa, trova loro delle madri. È il B. Vincenzo de Paoli che animato dal fuoco dell’Eucaristia fonda l’istituto delle Figlie della carità. Un giorno un giovane di mondo, convertito a Dio nell’ascoltare una predica, trova per istrada giacente nell’abbandono un povero infermo ricoperto di piaghe, ed egli se lo carica sulle spalle, lo porta all’ospedale, e lo cura con amore paterno. È S. Giovanni di Dio che animato dal fuoco dell’Eucaristia fonda l’istituto dei Fatebenefratelli. Un giorno un umile frate si commuove alla vista degli orfanelli, che son lasciati in abbandono per le strade, e dei moretti che se tengon nero il corpo, sono capaci d’esser fatti candidi nell’anima e stabilisce di rivolgere ad essi i palpiti del suo cuore. È Lodovico da Casoria, che animato dal fuoco dell’Eucaristia fonda l’istituto dei frati Bigi. Un giorno un buon canonico vede per via dei vecchi, che tremanti per età e per malattia a stento si reggono sul bastone, stendendo la mano ai passanti, ed egli se li piglia con sè e li ricovera a casa sua. È il beato Cottolengo, che animato dal fuoco dell’Eucaristia fonda la Piccola ossia l’immensa Casa della Divina Provvidenza. Un giorno un giovane prete si reca a confessare nelle prigioni di Torino, e si avvede con pena che non pochi delinquenti sono giovanissimi di età, e là sono andati a finire perché non ebbero chi si pigliasse cura di loro, ed egli risolve d’impiegare la sua vita a pro della gioventù. È il servo di Dio D. Giovanni Bosco che animato dal fuoco dell’Eucaristia fonda la Congregazione Salesiana. Un giorno… ah! miei cari, io non la finirei così presto, perché questo un giorno, che segua le più grandi creazioni della carità cristiana, è un giorno che dura da diciannove secoli e che è cominciato in quel giorno così memorando, in cui Gesù Cristo ha detto: Prendete e mangiate, questo è il mio Corpo; prendete e bevete, questo è il mio Sangue: inebriatevi di amore. » Sì, inebriatevi di amore, perché se non sarete ebbri dell’amore che si beve nell’Eucaristia come fareste voi, o giovani! e delicate donzelle, a rinunziare alla casa, ai parenti, alle caste gioie della famiglia, alle comodità, per andarvi a rinchiudere negli ospedali, negli asili, negli ospizi, nei maniconi, nelle prigioni ad essere per venti, per trenta, per quarant’anni per tutta la vita le tenere madri dei bambini, dei trovatelli, degli orfani, dei poveri, dei vecchi, degli infermi, degli appestati, dei sordomuti, dei ciechi, degli epilettici, dei mentecatti, dei carcerati? Come mai vi aggirereste sempre liete, sempre sorridenti, sempre felici in mezzo a tante miserie, a tanti gemiti, a tante piaghe, a tanto sozzure, a tanti rantolìi di morto, e non di rado in mezzo a tante imprecazioni, a tanti insulti, a tanti oltraggi lanciati contro di voi stesse? In un ospedale uno di questi Angeli terreni si accosta al letto di un infermo, e giusta le prescrizioni del medico gli offre per cibo un uovo. — Come? esclama infuriato l’infermo, a me un uovo soltanto? — e trattolo dalle mani di chi glie l’offriva glielo sbatte in faccia. E la donzella china il capo, si asciuga e tutta umile si ritira. Ma di lì a pochi istanti, come se nulla fosse stato, ritorna all’infermo, e credendolo rabbonitogli offre un uovo una seconda volta. Ma una seconda volta l’uomo villano ripete la scena di prima. Povera suora! che farà ella a questo ripetuto insulto? Come la prima volta china la testa, si asciuga e va senza dir parola. E passata una breve ora appena, già sì ritorna tutta sorridente dallo stesso infermo, quale tosto che la scorge, avvampa di sdegno, digrigna i denti e tratto dal letto il braccio lo scuote in segno di minaccia. Ma la donna non impaurita si avanza e in accento supplichevole: Figliuolo, si fa a dirgli, là al tuo paese, in Turchia, non hai una madre? non hai una sorella? ebbene io ti voglio bene come una sorella; ti voglio bene come una madre… A queste parole, al vezzo di compassione, con cui le accompagna, il turco si leva su, si poggia sul gomito… e i malati attorno già gridano che si vada a liberare la suora, ma l’infermo come stordito la fissa da capo a piedi e grida: Pel Dio di Maometto! tu non sei una creatura: tu sei un angelo. E chi ti ha insegnato a fare così? La donna gli mostra il Crocefisso che aveva sul petto. Ma se avesse potuto più ancora che l’immagine gli avrebbe mostrato la realtà, che la mattina alla Comunione, aveva albergato dentro al petto. S. Vincenzo de Paoli glie l’aveva detto: « Figlia mia, per essere caritatevole bisogna mangiare la carità. » E la Signora Le Gras se ne cibava ogni giorno. – Finalmente, per tacere di altro, è lì nell’Eucaristia che si ingenera l’eroismo dell’apostolato. Ecco quel giovane sacerdote! Egli dice addio alla patria, ai parenti, agli amici, sale sopra una nave e parte. Dove vai, o generoso? Dove vado? Vado a sacrificarmi per amore di Gesù Cristo in prò’ delle anime. Al di là dei mari, nelle terre più lontane, in alcune isole perdute in mezzo all’oceano vi sono ancora dei popoli che giacciono nelle tenebre e nelle ombre di morte. Essi mi stendono le mani, mi chiamano con voci supplichevoli, ed io vado. Impendam et super impendar ipse prò animabus. Ma non sai che i più gravi pericoli ti attendono? Pericoli nei viaggi, pericoli nei fiumi, pericoli nelle foreste, pericoli nei monti, pericoli nelle solitudini, pericoli nei deserti, pericoli nelle città, pericoli da per tutto? E dunque andrai innanzi? – Sì, io vado innanzi, perché mi sprona la carità di Gesù Cristo, ed io confido che questa carità non si estinguerà mai nell’anima mia: perché io porto meco un altare ed una croce. E nell’alto del mare, in mezzo alle foreste, sulle sabbie del deserto, io ergerò questo altare, vi pianterò sopra la croce e colla virtù della parola divina vi farò scendere il Corpo e il Sangue di Cristo, mangerò quel Corpo, beverò quel Sangue… ed allora griderò con. S. Paolo: Omnia possum in eo qui me confortat!Oh meraviglie! Oh portenti! Oh effetti dell’unione di Gesù Cristo con noi nella S. Comunione. Io so bene che gli avversari della fede cattolica si fanno qui a gridare all’esagerazione e per far vedere che tutto ciò non è il frutto salutare dell’Eucaristia, fra l’altro mettono pure innanzi delle donne buone e benefiche come la suora di carità ed anche più, senza che pure frequentino la Comunione; dei ministri protestanti che vanno anch’essi in lontani paesi per portarvi la parola della Bibbia. Ma, miei cari, pare a voi la stessa cosa la bontà esterna, apparente, ipocrita, e la bontà interna, vera, reale del cuore? Pare a voi la stessa cosa la beneficenza, l’elemosina, la carità legale, fatta per vanità e talvolta come frutto d’un veglione in maschera, e la carità cristiana, santa, perfetta, scaturita dall’abnegazione e dal sacrificio? Pare a voi la stessa cosa il missionario protestante, che coperto dalla bandiera britannica, pagato dalle società bibliche di belle sterline, accompagnato dalla moglie, provveduto di tutti i conforti della vita dà ai selvaggi delle bibbie, e il missionario cattolico, che bisognevole sempre della carità cristiana, in mezzo ai più gravi pericoli e disagi, dà agl’infedeli se stesso? Ah! si dica quel che si vuole, si adoperino ben anche le menzogne e le calunnie, ma sarà pur vero sempre che gli spettacoli di eroismo che si hanno nella Chiesa Cattolica dove vi è l’alimento, il fuoco, la dinamo eucaristica, non si veggono altrove; e che questi spettacoli, no, non sono immaginazioni, non sono finzioni oratorie, ma realtà palpabili, che durano da diciannove secoli, e che a volerle negare, sarebbe lo stesso come negar la luce del sole in pien meriggio.

III. — Ma da ultimo, o miei cari, Gesù Cristo nell’Eucaristia, oltre all’averci dato la grazia per operare la nostra santificazione, oltre all’averci animati a praticare le più belle virtù sociali, ci ha dato per soprappiù un pegno sicurissimo della eterna gloria. Udite ancora per poco. Uno fra i doni più grandi ed ammirabili, che Iddio ci ha fatto, è senza dubbio quello della parola. Per mezzo della parola l’uomo si mette in intima relazione col suo prossimo; manifesta agli altri i suoi pensieri, i suoi affetti, i suoi desiderii. Per mezzo della parola l’uomo insegna, persuade, convince. Per mezzo della parola l’uomo consiglia, eccita, sprona, accende. Per mezzo della parola l’uonmo consola, rianima, conforta. Oh quante cose buone e belle l’uomo può compiere per mezzo della parola! Ma fra tutte ve n’ha una che è la più grande, la più importante, la più solenne di tutte, ed è quella che si chiama per eccellenza dar la propria parola: ciò che vuol dire attestare altrui che la propria parola è verace e che si manterrà certamente la promessa che si è fatto altrui per salvare l’onore della propria parola. Con tutto ciò io domando: si accetta da tutti indistintamente per prova di una qualsiasi promessa l’altrui parola? Ed accettandolo anche solo da quelle persone che per la relazione e la conoscenza che ne abbiamo fatto, crediamo non vengano meno alla parola data, ne restiamo noi del tutto sicuri? No, o miei cari, ed ecco il perché nell’umana società la parola non essendo il più delle volte sufficiente a rendere altrui sicuro dell’adempimento di una promessa, si è istituito quel contratto che si chiama pegno, quella donazione cioè che si fa altrui di un oggetto prezioso ad assicurarlo quanto più è possibile che si manterrà la promessa fatta. Or bene, anche Gesù Cristo ha fatto agli uomini delle promesse, delle grandi promesse. E tutte queste grandi promesse che Gesù Cristo ha fatto all’uomo, per quanto possano parere molteplici e varie, si compendiano poi e si riducono tutte ad una sola, espressa in quelle parole indirizzate un giorno da Dio al suo servo Abramo: Ego merce tua magna nimis. (Gen. XV, 1) Io sarò un giorno la vostra grande mercede. Senza dubbio la promessa di Gesù Cristo, essendo la promessa di un Dio, è una promessa indefettibile. Non eravi dunque bisogno che Egli ne desse sicurtà per mezzo di un pegno. Tuttavia Egli, nella sua bontà infinita per noi, credette di darcelo. E qual è questo pegno che ci assicura dell’eterna gloria del cielo, dell’eterno possedimento di Dio, se saremo quaggiù ossequenti al suo divino volere? Cantiamolo ancora allegramente con S. Tommaso, o dirò meglio con la Chiesa, che ha fatto sue le parole di S. Tommaso: O sacrum Convivium in quo Christus sumitur… et futuræ gloriæ nobis pignux datur. O sacro Convito, nel quale si riceve un pegno della futura gloria. Si, l’Eucaristia è il pegno della nostra futura gloria. Ed oh quale pegno! L’oggetto medesimo che ci è promesso: Gesù Cristo, il suo Corpo, il suo Sangue, la sua Anima, la sua Divinità; il Padre, il Figliuolo, lo Spirito Santo, Iddio; con questo solo divario, che ora nell’Eucaristia come pegno si dona sotto il velo delle specie sacramentali, mentre in cielo si darà a noi e noi lo possederemo disvelatamente. Dubitate voi forse che l’Eucaristia sia questo gran pegno della nostra futura gloria? Temete che la Chiesa nel chiamarla: pignus futuræ gloriæ, si sia lasciata trascorrere ad un eccesso di linguaggio in qualche momento di religioso entusiasmo? Via, via questi dubbi, via questi timori. La Chiesa nel dirci che l’Eucaristia è il pegno della nostra futura gloria non ha fatto altro che dirci quello che aveva già detto Gesù Cristo medesimo: « Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, ha la vita eterna ed io lo risusciterò nell’ultimo giorno.» Oh amore veramente infinito del Cuore di Gesù per noi! E che altro mai di più grande poteva Egli darci, che non ci abbia dato nella S. Eucaristia? E quale eccitamento maggiore di questo potremmo noi avere a corrispondere ad un sì gran dono? – Ci racconta la sacra Scrittura come il profeta Elia essendo perseguitato a morte dall’empia Gezabele, si salvò fuggendo nel deserto. Ma ivi, stanco del cammino ed annoiato della vita, si gettò per terra e si addormentò. Allora Iddio per consolarlo, gli mandò un Angelo, il quale messogli daccanto del pane ed un vaso di acqua, lo svegliò o gli disse: Elia, sorgi e mangia: Surge et comede. Elia mangiò e bevette, ma adagiatosi ripigliò sonno. Se non che l’Angelo nuovamente destatolo, gli ordinò che mangiasse di bel nuovo, perché gli restava ancora a fare un lungo cammino. Il profeta alzatosi mangiò una seconda volta e fortificato da quel pane camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio Oreb: Ut ambulavit in fortitudine cibi illius quadraginta diebus et quadraginta noctibus, usque ad montem Dei Horeb. (III Reg. XIX) Oh noi fortunati,se a somiglianza di Elia, in questo travaglioso deserto delmondo, assecondando gli amorosi inviti di Gesù Cristo stessoe del suo angelo visibile, la Chiesa, mangeremo di frequentee bene il pane dell’Eucaristia. Nella fortezza di tal cibo cammineremo anche noi con sicurezza al monte santo di Dio, alla gloria eterna del cielo!E voi, o Cuore Sacratissimo di Gesù, siate lodato, ringraziato e benedetto le mille volte per l’amore immenso, che ci avete dimostrato nel darci per cibo spirituale delle nostre anime il vostro medesimo Corpo. Deh! che vi abbiamo sempre a ricevere con fede viva, con ferma speranza, con ardente carità! Che abbiamo sempre a provare gli effetti meravigliosi di un tanto Sacramento, affinché per mezzo di esso vivendo ora della stessa vostra vita, possiamo poi un giorno godere della vostra felicità.

LA VERA DEVOZIONE A MARIA VERGINE (3)

La vera devozione a MARIA VERGINE (3)

P. VITTORIO M. BERTON monfortano

CATECHISMO DELLA VERA DEVOZIONE A MARIA VERGINE

EDIZIONI MONFORTANE

CENTRO MARIANO MONFORTANO Via Cori, 4 ■ ROMA (401) -1954

Art. III – L’ECCELLENZA DELLA PERFETTA CONSACRAZIONE

OSSIA I MOTIVI PER ABBRACCIARE LA PERFETTA CONSACRAZIONE

93. Può dirsi dunque la pratica più eccellente di Vera Devozione questa Perfetta Consacrazione a Maria?

Questa Perfetta Consacrazione a Maria può dirsi davvero la pratica più eccellente di Vera Devozione, sia considerata in se stessa, sia considerata in rapporto alle altre Devozioni e Consacrazioni.

§ 1° – CONSIDERATA IN SE STESSA

94. Perché la Perfetta Consacrazione è « la più eccellente » pratica di Vera Devozione considerata in se stessa?

La Perfetta Consacrazione è « la più eccellente » pratica di Vera Devozione considerata in se stessa:

1° – perché è la più gloriosa per Dio;

2° – perché è la più santificante per l’anima;

3° – perché è la più utile al prossimo (Tr., 118).

A) La più gloriosa per Dio

95. Perché la Perfetta Consacrazione è « la più gloriosa per Dio »?

La Perfetta Consacrazione a Maria è « la più gloriosa per Dio » perchè:

1° – ci consacra interamente al suo servizio (Tr., 135-138);

2° – ci fa imitare la condotta della SS. Trinità e l’umiltà di Gesù (Tr., 139-143);

3° – ci fa procurare la maggior gloria di Dio (Tr., 151).

96. Con la Perfetta Consacrazione a Maria ci diamo davvero interamente al servizio di Dio?

Con la Perfetta Consacrazione a Maria ci diamo davvero al servizio di Dio interamente, continuamente e generosamente, anzi nella maniera più degna ed efficace perché Lo serviamo per mezzo di Maria; e ciò anche se non ci pensassimo, purché la nostra donazione mai sia stata espressamente ritrattata (Tr., 135-138).

97. In che modo la Perfetta Consacrazione ci fa imitare la condotta della SS. Trinità e l’umiltà di Gesù?

La Perfetta Consacrazione ci fa imitare la condotta della SS. Trinità e l’uTniltà di Gesù perché ci obbliga a servirci di Maria per andare a Dio, come Dio si servì di Lei per venire a noi, e inoltre perché ci sottomette a Maria totalmente come fece Gesù, il quale non trovò mezzo più perfetto e spedito per glorificare Dio suo Padre che quello di sottomettersi alla Madre per ben 30 anni (Tr., 140-143 et 139).

98. In che modo la Perfetta Consacrazione ci fa procurare la maggior gloria di Dio?

La Perfetta Consacrazione ci fa procurare la maggior gloria di Dio perchè fa nostre le intenzioni e i sentimenti di Maria, la sola che abbia dato e dia tuttora a Dio la maggior gloria possibile, e ciò con fedeltà indefettibile (Tr-, 151, 175).

B) La più santificante per l’anima

99. Perché  la Perfetta Consacrazione è « la più santificante per l’anima »?

La Perfetta Consacrazione è « la più santificante per l’anima » perché:

1° – procura all’anima i buoni uffici materni di Maria (Tr., 144-150).

2° – conduce 1’anima all’unione con Gesù (Tr., 152-168);

3° – dona all’anima una grande libertà di spirito (Tr., 169-170);

4° – è per l’anima mezzo mirabile di perseveranza (Tr., 173-182).

Procura all’anima i buoni uffici materni di Maria,

100. Come la Perfetta Consacrazione procura all’anima i buoni uffici materni di Maria?

La Perfetta Consacrazione procura all’anima i buoni uffici materni di Maria inducendo la Vergine a « darsi al suo schiavo d’amore, in una maniera ineffabile e con una generosità senza pari (Tr., 144-145).

101. In che modo Maria « si dà al suo schiavo d’amore »?

Maria « si dà al suo schiavo d’amore »:

1° – amandolo teneramente ed efficacemente (Tr., 201-202);

2° – provvedendolo per l’anima e per il corpo con innumerevoli grazie (Tr., 208);

3° – guidandolo attraverso il mare burrascoso del mondo e per l’erta faticosa della santità (Tr., 209);

4° – difendendolo e proteggendolo contro i nemici spirituali (Tr., 210);

5° – intercedendo in suo favore, mentre avvalora le sue buone opere e le rende accette a Dio (Tr., 211-212 et 146-150).

Conduce l’anima all’unione con Dio.

102. La Perfetta Consacrazione conduce davvero t’anima all’unione con Gesù?

Sì, la Perfetta Consacrazione conduce l’anima all’unione con Gesù, infatti è una via facile, breve, perfetta e sicura per raggiungere la perfezione cristiana, che consiste appunto nell’unione con Cristo (Tr., 152).

103. Che cosa s’intende per « via facile »?

Per « via facile » s’intende via sulla quale non vi sono ostacoli, oppure sono facilmente superabili per i buoni uffici di Maria Madre nostra (Tr., 152-154).

104. Che cosa s’intende per « via breve »?

Per « via breve » s’intende via sulla quale si corre di vittoria in vittoria, arricchendosi di meriti in poco tempo, per i buoni uffici di Maria Madre nostra (Tr., 155-156).

105. Che cosa s’intende per « via perfetta »?

Per « via perfetta » s’intende via corredata di tutti i ineriti e le virtù di Gesù e di Maria (Tr-, 157-158).

106. Che cosa s’intende per « via sicura »?

Per « via sicura » s’intende via al sicuro da ogni errore, da ogni imboscata nemica, conducente all’ideale della santità, che è per l’appunto l’unione nostra con Dio (Tr., 159-168).

107. Perché la Perfetta Consacrazione è « al sicuro da ogni errore» ?

La Perfetta Consacrazione è « al sicuro da ogni errore » perché è una devozione molto antica e perché non è altro che una perfetta rinnovazione dei voti battesimali (Tr., 159- 163 et 126-130): cui aggiungiamo il riconoscimento della Maternità di Maria a nostro personale riguardo.

108. Come la Consacrazione monfortana è una perfetta rinnovazione dei voti del S. Battesimo?

La Consacrazione Monfortana è una perfetta rinnovazione dei voti del S. Battesimo perchè con essa si rinuncia al demonio alle sue pompe e alle, sue opere, per darsi a Gesù in qualità di schiavo d’amore nella maniera più perfetta, servendosi cioè del più perfetto di tutti i mezzi, che è Maria SS. (Tr., 126 et 130).

109. Perché  la Perfetta Consacrazione è « al sicuro da ogni imboscata nemica »?

La Perfetta Consacrazione è « al sicuro da ogni imboscata nemica », perché ci pone tra le braccia di Colei che è terribile al demonio « come un esercito schierato in ordine di battaglia » (Tr., 210).

110. Per qualche anima non potrebbe Maria costituire un inciampo o comunque un ritardo nel raggiungimento dell’unione con Dio?

No, assolutamente no! poiché « è proprio di Maria Vergine condurci sicuramente a Gesù Cristo, come è proprio di Gesù Cristo condurci sicuramente all’Eterno Padre » (Tr., 164).

Dona all’anima unagrande libertà di spirito.

111. Come la Perfetta Consacrazione dona all’anima « una grande libertà di spirito »?

La perfetta Consacrazione dona all’anima una grande libertà di spirito » :

1° togliendo all’anima ogni scrupolo o timore servile ;

2° dilatando il cuore con una santa fiducia nella Paternità di Dio;

3° ispirandole un amore tenero e filiale (Tr., 169).

112. La devozione di « santa schiavitù d’amore » è dunque vera libertà di figli?

Sì, la devozione di « santa schiavitù d’amore » è vera libertà di figli, poiché ci pone per tutta la vita in istato di infanzia spirituale di fronte a Dio, alle dipendenze di Mamma Maria.

113. Sono dunque equivalenti « schiavitù d’amore » e <c infanzia spirituale »?

Sì, « schiavitù d’amore » e a infanzia spirituale » sono equivalenti nella sostanza; anzi, la prima perfeziona la seconda: richiede infatti la totalità e perpetuità dell’abbandono e della dipendenza del figlio dalla madre, e ciò con sviscerato amore.

114. Credete allora insostituibile il termine « schiavitù d’amore »?

Sì, noi crediamo insostituibile il termine « schiavitù d’amore », d’accordo con S. Luigi- Maria Grignion di Montfort, (17., 69-77; 245- 247), pur non ritenendo opportuno, oggi, di insistere troppo con le anime e gli spiriti non preparati.

È per l’anima mezzo mirabile di perseveranza,

115. Come la Perfetta Consacrazione è per l’anima mezzo mirabile di perseveranza?

La Perfetta Consacrazione è per l’anima mezzo mirabile di perseveranza in quanto che per essa ci affidiamo alla fedeltà stessa della fedelissima Maria, sulla sua potenza ci appoggiamo e sopra la sua misericordia e carità ci fondiamo, sicuri di non essere mai confusi in eterno (27., 173-175).

116. Davvero sì miseri siamo noi impotenti ed infedeli?

Sì, « non abbiamo per retaggio che l’orgoglio e l’accecamento nello spirito, l’indurimento nel cuore, la debolezza e l’incostanza nell’anima, la concupiscenza, le passioni in rivolta » (Tr., 78-79).

117. La Perfetta Consacrazione è dunque un vero segreto di grazia ?

Precisamente, la Perfetta Consacrazione è un vero segreto di grazia, « segreto sconosciuto dalla maggior parte dei cristiani, conosciuto da pochi devoti, praticato da più pochi ancora » (Tr, 82-et 177).

118. E non ve della esagerazione in questa stima per la « santa schiavitù d’amore »?

No, chi pensa all’esagerazione in questa stima per la « santa schiavitù d’amore », « non capisce, sia perché è uomo carnale, che non gusta le cose dello spirito, sia perchè è del mondo, che non può ricevere lo Spirito Santo, sia perchè è un critico orgoglioso » (Tr., 180).

C) La più utile al prossimo

119. Come la Perfetta Consacrazione è « la più  utile al prossimo »?

La Perfetta Consacrazione è a la più utile al prossimo » in quanto che ei spoglia di tutto il valore impetratorio e soddisfattolo delle nostre buone opere in prò’ del prossimo, e ciò con la massima efficacia, quale ci può essere garantita da Maria (Tr., 171).

120. In qual modo Maria garantisce efficacia alla nostra carità verso il prossimo?

Maria garantisce efficacia alla nostra carità verso il prossimo donando maggior purezza alle nostre azioni, aumentandone così il valore, e inoltre prendendo a cuore, come se fosse suo, ogni nostro desiderio di giovare a quanti ci sono cari, vivi e defunti (Tr., 172).

121. L’Atto eroico » in favore delle anime del Purgatorio è compatibile con la Perfetta Consacrazione a Maria?

L’« Atto eroico » emesso prima della Consacrazione è certamente compatibile con la Perfetta Consacrazione a Maria, poiché l’impegno assunto con esso viene affidato alla Madonna come tutti gli altri nostri impegni e doveri; dopo la Consacrazione, invece, non si potrebbe emettere se non condizionato al beneplacito della nostra Madre e Padrona.

§ 2° – CONSIDERATA IN RAPPORTO ALLE ALTRE DEVOZIONI E CONSACRAZIONI

122. Perché la Perfetta Consacrazione è « la più eccellente pratica di Vera Devozione,, anche considerata in rapporto alle altre devozioni e consacrazioni »?

La Perfetta Consacrazione è « la più eccellente pratica di Vera Devozione anche considerata in rapporto alle altre Devozioni e Consacrazioni », perchè è tutta interiore, esige da un’anima maggiori sacrifici per Iddio, la vuota maggiormente di sè stessa e la conserva più fedelmente alla grazia, come l’attesta il Santo di Montfort e l’esperienza (Tr., 118).

123. E che cosa dire della Consacrazione del mondo a Maria fatta dalla Santità di Pio XII?

Tale Consacrazione, come ogni altra consacrazione fatta da qualche Superiore nei riguardi dei suoi sudditi, ha valore di vera consacrazione per quanto costituisce la potestà del medesimo; ma riferendosi a persone libere, non sarà per queste efficace se non quando verrà da esse ratificata personalmente.

124. La consacrazione a Maria fatta nel giorno della Prima Comunione, o in altra occasione, può considerarsi vera consacrazione?

In tali occasioni generalmente non si tratta di vera consacrazione, bensì di un semplice atto di devozione con il quale l’anima intende mettersi sotto la protezione di Maria per la vita e per la morte, a meno che coscientemente non intenda altrimenti.

125. La Perfetta Consacrazione potrebbe paragonarsi ad una Professione Religiosa?

Sì, la Perfetta Consacrazione può paragonarsi benissimo ad una Professione Religiosa; di questa però è assai più vasta, anzi è un vero Olocausto, pur non esigendo alcun voto, ed è anche alla portata di ogni Cristiano (Tr., 123).

126. Non si potrebbe emettere la Perfetta Consacrazione come voto?

Sì, la Perfetta Consacrazione può emettersi anche come voto, ma per questo ci vuole tanta discrezione.

127. In qual senso si potrebbe con discrezione fare il voto di santa schiavitù d’amore »?

Si potrebbe con discrezione fare il voto di « santa schiavitù d’amore » dopo prudente consiglio del proprio direttore spirituale, nel senso di non voler mai più ritrattare con atto formale la Consacrazione così fatta.

128. Che cosa s’intende per atto formale?

Per atto formale s’intende un atto che significhi ritrattazione dell’offerta di se stessi fatta a Maria (cfr. Taccuino inedito del Santo di Montfort).

129. Quale formula potrebbe servire al caso?

Potrebbe servire al caso la formula stessa del Santo di Montfort: « Faccio voto a Nostro  Signor Gesù Cristo di non revocare giammai con atto formale l’offerta di schiavitù d’amore che presento in questo momento alla Madre sua. In virtù di questa attuale intenzione voglio che ogni momento di mia vita e ognuna delle mie azioni Le appartenga né più né meno che se Gliele offrissi ciascuna in particolare ». (ibidem).

130. Il voto di « schiavitù d’amore » non potrebbe paragonarsi al voto di vittima?

Sì, il voto di « schiavitù d’amore » può benissimo paragonarsi al voto di vittima; anzi la semplice Consacrazione di « schiavitù d’amore » pone l’anima in istato di vittima tra le mani di Maria e secondo il suo beneplacito.

131. Il voto di vittima può sussistere con la Perfetta Consacrazione ?

Il voto di vittima emesso prima della Consacrazione diviene con essa un impegno consacrato a Maria; dopo la Consacrazione non lo si potrebbe emettere se non generico e condizionato al volere della Madonna.

132. Un religioso di qualsiasi Ordine o Congregazione potrebbe abbracciare la Perfetta Consacrazione a Maria?

Sì, qualsiasi religioso di qualsivoglia Ordine o Congregazione può abbracciare la Perfetta Consacrazione a Maria, sempre perché la Madonna ci prende con tutti i nostri doveri ed impegni, dei quali anzi rendesi garante (77., 124).

133. Ha bisogno il religioso del permesso dei suoi Superiori per abbracciare la Perfetta Consacrazione a Maria?

No, non ha bisogno il religioso del permesso dei suoi Superiori per abbracciare la Perfetta Consacrazione a Maria, perchè si tratta di una devozione tutta interiore; non così, invece, se volesse iscriversi all’Arciconfratemita di Maria Regina dei cuori, perchè atto esterno.

134. Il religioso, come un semplice fedele, ha bisogno almeno del permesso del proprio confessore o direttore spirituale per abbracciare la Perfetta Consacrazione?

Sì, ogni fedele, religioso o no, dovrebbe ottenere l’illuminato consenso del proprio confessore o direttore spirituale per abbracciare la Perfetta Consacrazione, perché Essa dà un indirizzo tutto nuovo alla propria vita spirituale.

135. La Perfetta Consacrazione può costituire per il religioso una perfezione della sua stessa vita religiosa specifica?

Sì, la Perfetta Consacrazione può costituire per qualsiasi religioso di qualsivoglia Ordine o Congregazione una perfezione della sua stessa vita religiosa specifica perchè diviene più accorto e più fervoroso e fedele, alle dipendenze di una tale Madre e Regina qual’è Maria (cfr. Tr., 125).

136. Il consacrato « schiavo d’amore di Maria » potrebbe chiamarsi il «religioso di Maria »?

Sì, il consacrato « schiavo d’amore » può benissimo chiamarsi il « religioso di Maria » benché non sia legato con voto, e ciò per il fatto che ha tutto sacrificato a Maria senza riserva alcuna, allo scopo di essere più perfettamente il « religioso di Dio » (Tr., 125).

Àrt. IV – Effetti meravigliosi della Perfetta Consacrazione fedelmente vissuta

137. Si possono dunque sperare buoni frutti dalla Perfetta Consacrazione a Maria?

Sì davvero, dalla Perfetta Consacrazione a Maria, fedelmente vissuta, si possono sperare ottimi frutti spirituali.

138. Quanti e quali potrebbero essere, di grazia, i frutti spirituali di questa pratica monfortana?

Oltre ai già numerati sopra e che costituiscono l’eccellenza della Perfetta Consacrazione, e dipendono esclusivamente dalla generosità del Cielo, ottimi frutti spirituali sono quelle virtù che l’anima, fedele alla grazia, viene grado grado acquistando, e che preparano alla trasformazione totale in Cristo Gesù per mezzo di Maria.

139. E quali sono le virtù che preparano Vanima alla sua trasformazione in Gesù per mezzo di Maria?

Le principali virtù che preparano l’anima alla sua totale trasformazione in Gesù per mezzo di Maria sono:

1° una profonda umiltà nella conoscenza e nel disprezzo di se (2V., 213):

2°una vivissima fede partecipata da quella stessa di Maria (Tr., 214):

3° una sincera e purissima carità verso Dio (Tr. 215);

4° una illimitata fiducia in Maria e per lei in Dio (Tr., 216).

140. E come giungerà l’anima monfortana alla sua trasformazione in Cristo Gesù?

Così purificata e preparata l’anima monforfana parteciperà ben presto degli stessi sentimenti e dello spirito di Maria (Tr,, 217), e per Lei ed in Lei verrà trasformata in Cristo Gesù (Tr,,218-222),conseguendo così alla più alta perfezione il fine per cui è stata creata, redenta e santificata, cioè la maggior gloria di Dio (Tr, 222-225).

Art. V – La pratica della Perfetta Consacrazione

A) Pratiche esteriori

141. Vi sono delle pratiche esteriori più confacenti allo spirito della Perfetta Consacrazione?

Sì, vi sono delle pratiche esteriori più confacenti allo spirito della Perfetta Consacrazione, suggerite dal Santo di Montfort (Tr., 227-255).

Esercizi preparatori.

142. Qual’è la principale pratica esteriore monfortana?

La principale pratica esteriore monfortana è l’atto di consacrazione, da farsi preferibilmente nel giorno dell’Annunciazione o dell’Immacolata, previa adeguata preparazione (Tr., 227).

143. Come prepararsi all’Atto di Consacrazione?

Il Santo di Montfort suggerisce il suo Mese di Esercizi Spirituali, detti ormai Monfortani (Tr., 228-231).

144. Come si svolgono gli Esercizi Spirituali Monfortani?

Gli Esercizi Spirituali Monfortani si iniziano con dodici giorni dedicati alla conoscenza e al disprezzo del mondo, si proseguono quindi per tre settimane: la prima allo scopo di conoscere il proprio cattivo fondo e purificarsi, la seconda per conoscere Maria SS. ed affidarsi a Lei, la terza infine per conoscere bene Gesù Cristo ed unirsi a Lui per mezzo di Maria (Tr., 228).

145. Che cosa fare allora nei primi dodici giorni?

Nei primi dodici giorni conviene meditare sul fine dell’uomo e delle creature e sulla falsità delle massime e delle pratiche mondane, esercitandosi ad un odio implacabile per esse ed alla loro irrevocabile fuga (cfr. « Amore dell’Eterna Sapienza » n. 74-89).

146. E che cosa fare nella Prima Settimana?

Nella Prima Settimana conviene dirigere tutte le proprie preghiere ed opere buone allo scopo di ottenere la conoscenza di se stessi e la contrizione dei propri peccati, meditando sui sette vizi capitali e sui Novissimi (77., 228).

147. Nella Seconda Settimana che cosa si dovrà fare?

Nella Seconda Settimana ci applicheremo in tutte le nostre preghiere ed azioni quotidiane a conoscere Maria SS., meditando le sue Grandezze, i suoi Privilegi, la sua Missione di Mediatrice e Madre nostra (Tr., 229).

148. E come passare la Terza Settimana?

Passeremo la Terza Settimana nella conoscenza di Gesù Cristo, nostro Salvatore, meditando la sua origine divina, la sua vita, le sue virtù, la sua dottrina, le sue opere, sforzandoci di imitare i suoi luminosi esempi (Tr., 230).

149. Quando e come poi converrà fare VAtto di Consacrazione ?

Conviene fare l’Atto di Consacrazione al termine degli Esercizi preparatori, preferibilmente dopo la Comunione, con la formula dettata dal Santo di Montfort stesso, dopo averla firmata di proprio pugno (Tr., 231).

150. Nessun altra formalità è richiesta per l’Atto di Consacrazione?

Il Santo di Montfort consiglia di pagare nel giorno della Consacrazione qualche tributo a Gesù e a Maria, sia in penitenza della passata infedeltà ai voti del Battesimo, sia quale simbolo della nuova schiavitù d’amore (Tr., 131).

151. In che cosa potrebbe consistere il suddetto tributo?

Il suddetto tributo potrebbe consistere in un digiuno, una mortificazione, un’elemosina, ecc., secondo la devozione e la capacità di ciascuno (cfr. ibidem).

152. E’ bene rinnovare qualche volta l’Atto di Consacrazione così fatto a Maria?

Sì, ottima cosa e raccomandabilissima sarà il rinnovare ad ogni anniversario la propria Consacrazione a Maria, osservando la medesima pratica già esposta; anzi non si tralasci di ripetere ogni mattina e ogni sera, e più volte nella giornata, qualche giaculatoria contenente la consacrazione (Tr., 233).

153. Potete suggerirci qualche breve formula di consacrazione o giaculatoria?

Col Santo di Montfort possiamo suggerire la seguente: « Io sono tutto vostro e tutto quanto posseggo ve l’offro, amabile mio Gesù, per mezzo di Maria vostra SS. Madre » (Tr., 233).

Altre pratiche esteriori.

154. Vi sono altre pratiche esteriori nello spirito della Perfetta Consacrazione a Maria?

Sì, il Santo di Montfort ne enumera parecchie, come la Coroncina delle dodici Stelle(Tr., 234-235), il culto speciale per il Mistero dell’Incarnazione (Tr., 243-248), la recita devota dell’Ave Maria e del S. Rosario (Tr., 249-254), la recita del Magnificat (Tr., 255) ed altre ancora (cfr. Tr., 256), non esclusa la iscrizioneall’Arciconfraternita di Maria Regina dei cuori.

B) Pratiche interiori

155. E vi sono pratiche interiori specifiche di questa Perfetta Consacrazione a Maria?

La Perfetta Consacrazione ha questo di speciale che è tutta interiore, sarà quindi vero segreto di santità l’attuare nella propria vita, giorno per giorno, momento per momento, la formula monfortana: « Tutto per mezzo di Maria, con Maria, in Maria, per Maria », come fu spiegato più sopra (cfr. DD. 75-88).

156. Ma non sarà questo un compito difficile?

Potrà essere questo un compito difficile, ma sarà reso facile dalla grazia assicurataci con la nostra Consacrazione e dallo sforzo volonteroso di unirci a Maria soprattutto nelle principali nostre azioni, come nella S. Comunione e nella preghiera, nel lavoro e nel riposo e nelle relazioni col prossimo (Tr., 266- 273 e passim).

157. Che cosa fare nel caso di totale aridità o di tentazione?

Nel caso di totale aridità o di tentazione si esamini bene la coscienza per sapere se qualcosa di noi e di nostro sia stato da noi sottratto al dominio della nostra Madre e Regina Maria, si rinnovi di cuore la consacrazione e si viva quindi di fede, poiché « il giusto vive di fede » (Tr., 51, 273).

Consacrazione di se stesso a Gesù Cristo

TESTO DI S. LUIGI-MARIA DI MONTFORT

O eterna e incarnata Sapienza! O amabilissimo e adorabilissimo Gesù, vero Dio e vero uomo, Unigenito dell’Eterno Padre e di Maria sempre vergine! io vi adoro profondamente nel seno e fra gli splendori del Padre vostro durante l’eternità, e nel seno virgineo di Maria, vostra degnissima Madre, durante il tempo della vostra Incarnazione.

Vi ringrazio che vi siete voluto annientare, prendendo forma di schiavo, per trarmi dalla crudele schiavitù del demonio; vi lodo e glorifico di aver voluto vivere sottomesso in ogni cosa a Maria, vostra santa Madre, a fine di rendermi per suo mezzo vostro schiavo fedele. Ma, ohimè! ingrato ed infedele ch’io sono, non ho mantenuto le promesse che vi ho sì solennemente fatte nel mio Battesimo, né ho punto adempito ai miei obblighi. Io non merito di essere chiamato figliuolo vostro, né vostro schiavo; e siccome non v’è nulla in me che non meriti le vostre ripulse e il vostro sdegno, non oso più accostarmi da me stesso alla vostra santissima ed augustissima Maestà. Ricorro perciò all’intercessione e alla misericordia della vostra SS. Madre, che mi avete data per Mediatrice presso di Voi, e per suo mezzo spero di ottenere da Voi la contrizione ed il perdono dei miei peccati, l’acquisto e la conservazione della Sapienza.Ti saluto dunque, Maria Immacolata, vivo tabernacolo della Divinità, in cui nascosta l’Eterna Sapienza vuole essere adorata dagli angeli e dagli uomini; ti saluto, Regina del Cielo e della terra, al cui impero è sottomesso tutto ciò che è al di sotto di Dio; ti saluto, sicuro rifugio dei peccatori, la cui misericordia a nessuno vien meno; esaudisci i desideri che ho della divina Sapienza, e ricevi a tal fine i voti e le offerte che la mia pochezza ti presenta.Io, N. N., peccatore infedele, rinnovo oggi e ratifico nelle tue mani i voti del mio Battesimo. Rinunzio per sempre a satana, alle sue pompe e alle sue opere, e mi dò interamente a Gesù Cristo, Sapienza incarnata, per portare dietro a Lui la mia croce tutti i giorni di mia vita e per esserGli più fedele che nel passato.  Ti scelgo oggi, alla presenza di tutta la Corte Celeste, per mia Madre e Padrona. A te come uno schiavo, io abbandono e consacro il mio corpo e l’anima mia, i miei beni interni ed esterni, e il valore stesso delle mie buone opere passate, presenti e future, lasciandoti un intero e pieno diritto di disporre di me e di tutto ciò che mi appartiene, senza veruna eccezione, a tuo piacimento, alla maggior gloria di Dio, nel tempo e nell’eternità.

Accogli, Vergine benigna, questa piccola offerta della mia schiavitù, ad onore e in unione della sommissione che l’eterna Sapienza si compiacque di avere alla tua Maternità; in ossequio al potere che avete Entrambi sopra questo vermiciattolo e miserabile peccatore; in ringraziamento dei privilegi di cui la SS. Trinità ti volle dotare, protesto che d’ora innanzi io voglio, qual tuo vero schiavo, cercare l’onore tuo e ubbidirti in tutto.  – O Madre ammirabile, presentami al tuo caro Figliuolo siccome suo eterno schiavo, affinché avendomi Egli riscattato per mezzo tuo, pure per mezzo tuo mi riceva. O Madre di misericordia, fammi la grazia di ottenere la vera Sapienza di Dio, e mettimi a tal fine nel numero di coloro che Tu ami, istruisci, dirigi, nutrì e proteggi come tuoi figli e schiavi tuoi. – O Vergine fedele, rendimi in ogni cosa un sì perfetto discepolo, imitatore e schiavo dell’incarnata Sapienza, Gesù Cristo, tuo Figliuolo, ch’io giunga, per la tua intercessione e a tuo esempio, alla pienezza dell’età sua qui in terra e della sua gloria lassù nel Cielo. Così sia.

“ Sia in ciascuno l’anima di Maria per glorificare il Signore ”

(S. Ambrogio)

 Sapienza Incarnata per le mani di Maria

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/07/consacrazione-di-se-stesso-a-gesu-cristo-sapienza-incarnata-per-le-mani-di-maria/

SALMI BIBLICI: “SALVUM ME FAC, DEUS, QUONIAM INTRAVERUNT” (LXVIII)

SALMO 68: “SALVUM ME FAC, DEUS, quoniam intraverunt”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME DEUXIÈME.

PARIS LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 68

In finem, pro iis qui commutabuntur. David.

[1] Salvum me fac, Deus, quoniam intraverunt

aquæ usque ad animam meam.

[2] Infixus sum in limo profundi et non est substantia. Veni in altitudinem maris; et tempestas demersit me.

[3] Laboravi clamans, raucæ factæ sunt fauces meæ; defecerunt oculi mei, dum spero in Deum meum.

[4] Multiplicati sunt super capillos capitis mei qui oderunt me gratis. Confortati sunt qui persecuti sunt me inimici mei injuste; quæ non rapui, tunc exsolvebam.

[5] Deus, tu scis insipientiam meam; et delicta mea a te non sunt abscondita.

[6] Non erubescant in me qui exspectant te, Domine, Domine virtutum; non confundantur super me qui quærunt te, Deus Israel.

[7] Quoniam propter te sustinui opprobrium; operuit confusio faciem meam.

[8] Extraneus factus sum fratribus meis, et peregrinus filiis matris meæ.

[9] Quoniam zelus domus tuæ comedit me, et opprobria exprobrantium tibi ceciderunt super me.

[10] Et operui in jejunio animam meam, et factum est in opprobrium mihi.

[11] Et posui vestimentum meum cilicium; et factus sum illis in parabolam.

[12] Adversum me loquebantur qui sedebant in porta, et in me psallebant qui bibebant vinum.

[13] Ego vero orationem meam ad te, Domine: tempus beneplaciti, Deus, in multitudine misericordiæ tuæ; exaudi me in veritate salutis tuæ.

[14] Eripe me de luto, ut non infigar; libera me ab iis qui oderunt me, et de profundis aquarum.

[15] Non me demergat tempestas aquæ, neque absorbeat me profundum, neque urgeat super me puteus os suum.

[16] Exaudi me, Domine, quoniam benigna est misericordia tua; secundum multitudinem miserationum tuarum respice in me.

[17] Et ne avertas faciem tuam a puero tuo; quoniam tribulor, velociter exaudi me.

[18] Intende animæ meæ, et libera eam; propter inimicos meos eripe me.

[19] Tu scis improperium meum, et confusionem meam, et reverentiam meam;

[20] in conspectu tuo sunt omnes qui tribulant me. Improperium exspectavit cor meum et miseriam; et sustinui qui simul contristaretur, et non fuit; et qui consolaretur, et non inveni.

[21] Et dederunt in escam meam fel, et in siti mea potaverunt me aceto.

[22] Fiat mensa eorum coram ipsis in laqueum, et in retributiones, et in scandalum.

[23] Obscurentur oculi eorum, ne videant; et dorsum eorum semper incurva.

[24] Effunde super eos iram tuam; et furor iræ tuæ comprehendat eos.

[25] Fiat habitatio eorum deserta; et in tabernaculis eorum non sit qui inhabitet.

[26] Quoniam quem tu percussisti persecuti sunt, et super dolorem vulnerum meorum addiderunt.

[27] Appone iniquitatem super iniquitatem eorum et non intrent in justitiam tuam.

[28] Deleantur de libro viventium, et cum justis non scribantur.

[29] Ego sum pauper et dolens; salus tua, Deus, suscepit me.

[30] Laudabo nomen Dei cum cantico; et magnificabo eum in laude;

[31] et placebit Deo super vitulum novellum, cornua producentem et ungulas.

[32] Videant pauperes, et lætentur; quærite Deum, et vivet anima vestra,

[33] quoniam exaudivit pauperes Dominus, et vinctos suos non despexit.

[34] Laudent illum cæli et terra; mare, et omnia reptilia in eis.

[35] Quoniam Deus salvam faciet Sion, et aedificabuntur civitates Juda, et inhabitabunt ibi, et hæreditate acquirent eam.

[36] Et semen servorum ejus possidebit eam; et qui diligunt nomen ejus habitabunt in ea.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO LXVIII

Del titolo di questo Salmo fu detto al Salmo XLIV

Tratta della passione di Cristo, della distruzione della Sinagoga, e dell’edificazione della Chiesa.

Per la fine: per quelli che saranno cangiati,di David.

1. Salvami, o Dio; imperocché son penetrate le acque sino all’anima mia.

2. Son fitto in profondissimo fango, che non ha consistenza. Son venuto in alto mare, e la tempesta mi ha sommerso.

3. Mi sono stancato a gridare; le mie fauci sono inaridite: si sono ottenebrati gli occhi miei, mentre aspettando li tengo rivolti al mio Dio.

4. Son cresciuti di numero sopra i capelli della mia testa coloro che mi odiano senza ragione. Son divenuti più forti i nemici miei, che mi perseguitano ingiustamente; io allora pagai quello che io non aveva rapito.

5. Tu conosci, o Dio, la mia stoltezza; e i miei peccati non sono nascosi a te. (1)

6. Non abbian per causa mia da arrossire coloro i quali aspettano te, o Dio degli eserciti.

7. Perocché, per amor tuo, ho sofferto ignominia, e di confusione è stato coperto il mio volto.

8. Son divenuto straniero a’ miei fratelli, e ignoto a’ figliuoli della mia madre.

9. Perché lo zelo della tua casa mi divorò, e gl’insulti di coloro che t’insultavano son ricaduti sopra di me.

10. E umiliai col digiuno l’anima mia, e tutto questo sie per me convertito in obbrobrio.

11. E presi per mia veste il cilicio, e fui il loro ludibrio.

12. Contro di me parlavano quei che stavano assisi alla porta; e sopra di me i bevoni cantavano delle canzoni.

13. Ma io a te, o Signore, rivolgo la mia orazione; tempo di favore, o Dio, egli è questo. Esaudisci secondo la moltitudine della tua misericordia, secondo la verità della salute ch’io aspetto da te.

14. Traimi dal fango, affinché io non vi resti sommerso; liberami da coloro che mi odiano, e dalle acque profonde.

15. Non mi sommerga la tempesta, e non mi assorbisca il mar profondo; e il pozzo non serri la sua bocca sopra di me. (2)

16. Esaudiscimi, o Signore, perché benefica ella è la tua misericordia; secondo la molta tua pietà, a me rivolgi lo sguardo.

17. E non perder di vista il tuo servo; esaudiscimi prontamente, perché io son tribolato

18. Fatti dappresso all’anima mia, ed alla salute; a riguardo de’ miei nemici, conducimi a salvamento.

19. A te son noti gli obbrobrii ch’io soffro, e la confusione mia e la mia ignominia.

20. Sotto gli occhi tuoi sono tutti quelli che mi tormentano; il mio cuore si aspettò obbrobri e miserie. E aspettai chi entrasse a parte di mia tristezza, e non vi fu; e chi mi porgesse consolazione, e noi trovai.

21. E il fiele dettero a me per cibo; e nella sete mia mi abbeverarono col l’aceto. (3)

22. La loro mensa diventi per essi lacciuolo e scandalo per loro retribuzione.

23. Si offuschino i loro occhi, sicché non veggano; e aggrava mai sempre il loro dorso.

24. Scarica sopra di loro l’ira tua, e gli serri il furore dell’ira tua.

25. La loro abitazione diventi un deserto, e non siavi chi abiti sotto i loro padiglioni.

26. Perocché hanno perseguitato colui, cui tu avevi percosso; e al dolore delle mie piaghe aggiunser dolore.

27. Aggiungi iniquità alle loro iniquità, e alla giustizia tua non pervengano.

28. Sieno cancellati dal libro de’ viventi, e non sien descritti tra’ giusti.

29. Io son povero e addolorato; la tua salute, o Dio, mi ha sostenuto.

30. Loderò il nome di Dio co’miei cantici e lo glorificherò coi rendimenti di grazie;

31. E questi piaceranno a Dio, più che un giovane vitello, che butti fuora le corna e le unghie.

32. Veggan ciò i poveri e si consolino; cercate Dio, e l’anima vostra avrà vita;

33. Imperocché il Signore ha esauditi i poveri, e non ha posti in non cale quei che sono per lui in catene.

34. Dien lodi a lui i cieli e la terra; il mare gli animali tutti, che sono in lor contenuti.

35. Imperocché Dio salverà Sionne, e saranno edificate le città di Giuda. Ed ivi avran ferma stanza, e la possederanno come proprio retaggio.

36. E i figliuoli dei servi di lui avran di essa il possesso e in essa dimoreranno quelli che amano il di lui nome.

(1) voi conoscete la mia follia; vale a dire, voi sapete se posso essere accusato di follia e di peccato.

(2) Questo pozzo designa la cisterna che serviva spesso come prigione, e per estensione, in senso simbolico, il limbo ove le anime discendevano dopo la morte.

(3) la loro tavola, significa in generale i loro piaceri. – Che a loro volta siano abbeverati con fiele amaro, pernicioso e ributtante; vale a dire, che la loro sorte sia una sorte amara (S. Girol.).

Sommario analitico

In questo Salmo, nel quale bisogna necessariamente vedere la predizione dettagliata: 1) della Passione del Salvatore, alla quale il Nuovo Testamento applica sei versetti, 2) della istituzione della Chiesa, ed anche 3) del giusto perseguitato, condannato per crimini non commessi (Questo salmo è stato applicato a Gesù-Cristo sofferente da tutti i Padri e da tutti gli interpreti. In effetti, benché una parte possa riportarsi alle persecuzioni che David ebbe a sopportare, è impossibile non vedere che esso conviene molto meglio, nel senso letterale, a Gesù-Cristo; perché oltre all’applicazione precisa che fanno gli autori del Nuovo Testamento di più versetti, tutte le caratteristiche di colui che parla si applicano perfettamente al Salvatore, e certi tratti non possono che applicarsi a Lui o ai suoi persecutori. Queste dolci proposizioni si provano con una analisi logica del Salmo). 

I. – Nostro Signore Gesù-Cristo espone tutte le sofferenze della sua Passione, sotto la figura di una tempesta e di un naufragio:

1° la grandezza e la profondità del suo dolore (1-3);

2° la moltitudine dei suoi nemici, e dei peccati del genere umano che hanno presa su di Lui (4-6);

3° gli obbrobri dei quali è ricoperto e che allontanano da Lui perfino i suoi amici (7, 8);

4° Le sue azioni più sante rivoltate in derisione e che diventano per Lui soggetto di obbrobrio e di scherno (9-12).

II. – Egli implora la divina misericordia.

1° Chiedendo di essere liberato dalle afflizioni che affannano la sua anima (14, 15).

2° Esponendo a Dio le ragioni che motivano ed appoggiano la sua preghiera: a) dal  canto di Dio, la dolcezza e la profondità della sua misericordia (16); b) dal suo canto Egli è il servo di Dio ed in preda a vive sofferenze (17), c) dal clato dei suoi nemici, questi si sforzano di togliergli la vita e la reputazione (18, 19); d) dal lato dei suoi amici, nessuno prende parte alle sue sofferenze, nessuno Lo consola (29); e) l’amarezza delle sue sofferenze, per cui gli danno del fiele come nutrimento, etc. (21).

III. – Egli predice il castigo riservato ai suoi nemici.

1° nei beni del corpo (22-24);

2° nei beni di fortuna, mediante il rovesciamento del loro reame e la distruzione del loro capitale, per il fatto che hanno perseguitato Colui che era colpito, ed aggiunto dolore alle sue piaghe (25, 26).

3° Nei beni dell’anima, a) Dio permetterà che essi cadano nei crimini più enormi, b) sottrarrà loro la sua grazia; c) li cancellerà dal libro della vita (27, 28).

IV. – Egli rende grazie a Dio per la sua liberazione.

1° Attribuendola a Dio soltanto (29);

2° annunciando che i canti di lode e le azioni di grazie Gli saranno graditi (30, 31);

3° invitando i poveri e gli umili a cercare Dio ed a servirlo (32, 33);

4° esortando tutte le creature a lodarlo per la riconoscenza della fondazione, l’accrescimento e la conservazione della Chiesa (34-36).

Spiegazioni e Considerazioni

I. – 1 – 13.

ff. 1-2. – Queste acque che sono penetrate fin nell’anima, vale a dire fin nella sua vita; questo abisso di fango, questa profondità del mare, questa tempesta, sono delle immagini forti che dipingono con vivezza l’angoscia alla quale fu ridotto Gesù-Cristo nella sua passione, così come ogni giusto che, sul suo esempio, è oppresso da pene, o un’anima che sembra soccombere sotto il peso dei propri peccati (Duguet). – Quali flutti si sono levati contro Gesù-Cristo? Ma essi si sono infranti contro di Lui; e voi, fedeli di questo grande modello, attendete pure voi in questo mondo, su questo mare tempestoso, una infinità di tempeste; ma tenete duro contro questi uragani, essi vi tormenteranno ma non vi faranno perire.

ff. 3. – È questa un’espressione metaforica che esprime il grido interiore che un’anima rivolge a Dio. – È uno sguardo continuo verso il cielo, che sembra affaticare l’occhio del cuore, ma che non fa che renderlo più vivo e più attento. – La solida speranza non confonde affatto; essa ha, presto o tardi, il suo compimento (Dug.). –  Non sono gli occhi della nostra testa che per lo sfinimento hanno cessato di sperare in Dio, ma i suoi occhi si sono sfiniti nel corpo, cioè nelle sue membra. Questa voce è la voce delle sue membra, la voce del corpo, non della testa … dopo la sua passione, dopo la sua morte, tutti i suoi discepoli temettero che Egli non fosse il Cristo. Gli Apostoli furono vinti dal ladrone, il quale credette nel Signore quando essi invece si persero di coraggio (Luc. XXIII, 42). Vedete le sue membra che cessano di sperare, considerate i due discepoli, di cui uno si chiamava Cleofa, quello con il quale conversava poi lungo il cammino dopo la sua resurrezione, ed i cui occhi erano velati  in maniera da non riconoscerlo. – Come, in effetti, avrebbero riconosciuto i loro occhi Colui dal quale essi si separarono con l’esitazione del loro animo instabile? I loro occhi subivano la stessa delusione del loro spirito … essi avevano sperato e … non speravano più; i loro occhi avevano cessato di guardare, per la fatica di sperare nel loro Dio. Egli rese loro questa speranza quando presentò loro, perché le esaminassero, le cicatrici delle sue piaghe, e solo dopo che le ebbe toccate, Tommaso riprese la speranza che aveva perduto esclamando: « Mio Signore e mio Dio » (Giov. XX, 28) (S. Agost.). 

ff. 4, 5. – Che i membri del Cristo raccolgano questa parola, che apprendano ad essere odiati senza motivo. Se è inevitabile che il mondo vi odi, fate in modo che vi odi immotivatamente, affinché riconosciate la vostra voce nel corpo del vostro Signore e in questo salmo nel quale è predetta la passione! Come avverrà che il mondo vi odi senza motivo? Se non fate danno a nulla e a nessuno, e nonostante ciò siete oggetto dell’odio; perché “gratuitamente” vuol dire senza motivo. Non vi è sufficiente che l’odio del mondo sia tutto gratuito; ma ben più, che nel suo odio vi renda il male per il bene. « Le forze dei miei nemici, di coloro che mi perseguitano ingiustamente, si sono accresciute ». Questa voce è quella di coloro che sono martiri, non solo per la sofferenza, ma per le cause delle loro sofferenze. Né la persecuzione, né la prigionia, né le verghe, né il fuoco, né la proscrizione, né la morte meritano lode a chi le subisce; ma l’avere una buona causa e soffrire queste pene … ecco chi merita la lode. Il merito è proporzionato alla causa e non all’atrocità del supplizio; perché, quantunque grandi possano essere i supplizi dei martiri, eguagliano i supplizi di tutti i ladri, i sacrileghi, di tutti gli scellerati? Ma il mondo odia pure questi miserabili? Evidentemente li odia. In effetti essi eccedono con la loro scelleratezza la comune malvagità del mondo, ed in qualche modo essi sono estranei alla società del mondo, di cui mettono in pericolo la pace temporale; essi soffrono di crudeli supplizi, ma non senza un motivo (S. Agost.). – « Io ho pagato ciò che non dovevo ». È ancora qui la voce del corpo. In effetti che imprudenza trovare nel Cristo? Non è la forza e la saggezza di Dio? Ma non parla affatto di imprudenza nel senso dell’Apostolo: « La follia di Dio è più saggia della saggezza degli uomini? » (I Cor. I, 25). « La mia imprudenza », cioè la condotta che mi ha reso l’oggetto dello scherno di coloro che si reputavano saggi. O Dio! Voi sapete perché si fanno queste cose. Voi avete conosciuto la mia imprudenza ». Cosa c’è di più imprudente, secondo le apparenze, che essere in grado di ribaltare con una parola i propri persecutori, che lasciarsi arrestare, flagellare, farsi sputare addosso, oltraggiare, coronare di spine, farsi mettere in croce? Non è questa imprudenza? Non è questa appunto follia? Ma questa follia sorpassa la prudenza di tutti i saggi. È una follia in effetti, ma quando il grano è gettato in terra, per chi non conosce le leggi delle colture, sembrerebbe esser questa una follia. Questa grano è raccolto con grande lavoro, lo si porta sull’aia, lo si batte, lo si vaglia, e dopo tutti i danni di cui le intemperie del cielo e i temporali lo hanno minacciato, dopo tutti i lavori degli operai dei campi, e tutte le cure del padrone, quando è ben purificato, lo si ripone dei granai, poi viene l’inverno, e questo grano, se ben purificato, è portato fuori e gettato sulla terra. È un’apparenza imprudente, ma la speranza fa che non ci sia imprudenza. Il grano, ha detto il Signore, se non cade sulla terra per morire, non darà frutto (Giov. XII, 21, 25). Ecco la sua imprudenza, ma o mio Dio, voi la conoscete (S. Agost.). 

ff. 6, 7. – Si arrossisce ogni giorno di Gesù-Cristo, sia perché non si vuole spiacere al mondo che è suo nemico, sia perché non si ha il coraggio di rinunciare alle abitudini viziose che Gesù-Cristo condanna. Ma chi sono questi schiavi del mondo e questi confusi? Il Profeta li caratterizza per un contrasto con i veri fedeli, con coloro che attendono il Signore e Lo cercano. Così il Signore è al loro sguardo il Dio degli eserciti, cioè rivestito di forza e di potenza; Egli è il Dio di Israele, cioè il protettore, come lo fu del popolo disceso dai patriarchi. Cercare il Signore ed attenderlo, è tutto ciò che l’uomo di fede ha di più importante in questo mondo, ed è anche il suo unico compito (Berthier). – Mai uomo che ha cercato Dio come si deve è restato confuso. – C’è una confusione che fa cadere nel peccato, e ce ne è un’altra che attira la grazia e la gloria (Eccli IV, 25). È una confusione che getta nel peccato, arrossire di Dio e di ciò che ci comanda, e temere più gli uomini che Dio; ma è una confusione di gloria e di grazia il voler ben essere disonorato per confessare Dio ed aver il viso coperto di confusione per la sua gloria. – Non c’è nulla di grande nel dire: « io ho sofferto », bensì « io ho sofferto a causa vostra ». In effetti, voi soffrite perché avete peccato; è a causa vostra e non di Dio che voi soffrite. « Quale soggetto di gloria per voi, dice San Pietro, se siete punito e soffrite per le vostre colpe »? (I Petr. II, 20). Se al contrario  soffrite per aver osservato i comandamenti di Dio, voi soffrite realmente a causa di Dio ed una ricompensa eterna vi attende, perché è a causa di Dio che avete sopportato gli obbrobri; perché Egli stesso ha sofferto per primo per insegnarci a sopportarli. E se ha sofferto Lui a cui non c’era nulla da rimproverare, che dire di noi, che forse non abbiamo commesso il peccato che il nemico ci imputa, ma che certamente ne abbiamo commesso qualcun altro che merita un castigo? Un uomo vi accusa do furto e voi non avete rubato, questa accusa è un obbrobrio, tuttavia la vostra innocenza su questo punto non vi impedisce di dispiacere a Dio in qualche altra cosa (S. Agost.).

ff. 8. – È spesso più vantaggioso essere trattato dai propri fratelli come straniero, che intrattenere grandi legami con coloro i cui discorsi o la maniera di vivere possono portarci al peccato. – Tutti i giorni noi vediamo il compiersi di questa parola di nostro Signore: « l’uomo avrà per nemico quelli della propria casa ». – La perfezione evangelica consiste nell’abbandonare fratelli e sorelle per seguire ciò che si deve a Dio, a Gesù-Cristo. La perfezione che ci avvicina, se non anzi la sorpassa, è acconsentire ad essere trattato da essi come un estraneo ed un nemico, piuttosto che violare in alcun punto la fedeltà che si deve a Dio.- « Lo zelo della vostra casa mi ha divorato ». Gesù Cristo esercitava con pieno diritto l’autorità di suo Padre. « Egli non sopportava, dice San Marco, che si passasse con un vaso per il tempio », né che un luogo così santo servisse da pubblico passeggio. Il Vangelo non dice che Egli lo difendesse, ma che non lo soffriva, cioè, per giudicarne dalle restanti sue azioni, che le respingesse e le cacciasse, ed anche che le riprendesse con minacce. Se Egli non avesse fatto che ordinare, sarebbe stato questo un atto di autorità; ma Egli agisce, capovolge, colpisce. Questo è ancora un atto di zelo, cosa che fa che anche San Giovanni e tutti i suoi discepoli applicassero a queste azioni questa parola di Davide: « lo zelo della vostra casa mi ha divorato ».  – Lo zelo è un fervore di amore di Dio troppo vivo per attendere il soccorso altrui, né per attenersi alle forme ordinarie; ma agendo Egli stesso ed oltre le proprie forze, con una specie di eccesso, con assoluta fiducia nella potenza di Dio (Bossuet Méd. s. l’Ev., dern. Sem.VI° J.).

ff. 9. – Zelo ardente per l’onore della casa di Dio, che è la Chiesa, da cui ogni Prete, ogni pastore soprattutto, sull’esempio di Gesù-Cristo, deve essere divorato. – Beato colui sul quale ricadono gli oltraggi di coloro che vogliono insultare Dio, e che presenta la sua testa come uno scudo per ricevere i colpi che vi si portano (Dug.). – Questo zelo della vostra casa che mi divora, fa che tutti gli oltraggi che voi riceviate dal mondo mi colpiscano personalmente. Quanti oltraggi, o mio Dio! Per l’empietà e l’insolenza degli uomini, essi salgono fino a Voi; ma per una virtù tutta contraria alla carità che mi anima, ricadono nello stesso tempo su di me; vale a dire, le bestemmie che si proferiscono contro il vostro nome, le profanazioni del vostro santuario, le trasgressioni della vostra legge, gli insulti, gli scandali, gli sconvolgimenti del vostro popolo, tutto questo fa sul mio cuore un’impressione alla quale non posso resistere. Checché ne dica il mondo, bisogna che io mi spieghi e parli, e se la mia ragione vi si oppone, io la respingo come una ragione sedotta e corrotta (Bourd. Zél. pour la déf. des intérêts de Dieu.).

ff. 10-12. – Il digiuno, il sacco, il cilicio, e gli altri esercizi di penitenza, sono soggetti dello scherno del mondo, che si burla di chi ha il coraggio di praticarli. Non tralasciate di predicare la penitenza, che è il fondamento della pietà cristiana. Bisogna consultare il proprio bisogno ed un poco il proprio gusto; ma occorre praticarla da se stessi, prima di predicarla agli altri (Dug.). – « Coloro che bevevano del vino mi prendevano come soggetto delle loro canzonature ». Pensate che questo non sia successo al Cristo? Tutti i giorni si produce lo stesso fatto nei confronti dei suoi membri. Se per caso un servo di Dio è nell’obbligo di reprimere l’intossicazione e la dissolutezza, sia nella campagna, sia in qualche città ove la parola di Dio non sia stata ancora intesa, è poco che si continui a canzonare, ma in più si comincia col burlare, cantando, colui che ha proibito i canti disordinati. Comprendete ora il digiuno di Cristo e la tossicità di queste dissolutezze: « E coloro che bevevano vino cantavano contro di me ». Quale vino? Il vino dell’errore, il vino dell’empietà, il vino dell’orgoglio (S. Agost.).

II. — 13 – 21

ff. 13. – « Quanto a me, eleverò la mia preghiera verso di voi, o Dio mio! » – Io dunque mi elevo verso di Voi, ma come? Indirizzandovi la mia preghiera. In effetti quando siete esposto alle maledizione e non avete più nulla da fare; quando l’obbrobrio è gettato su di voi, e non trovate alcun mezzo di correggere colui che vi vuole sopraffare, non vi resta altra risorsa che pregare. Ma ricordatevi di pregare per colui che vi insulta. « Ecco il tempo del vostro piacere, o mio Dio ». È l’ora dell’abbondanza della vostra misericordia; perché senza l’abbondanza della vostra misericordia, cosa faremo dell’abbondanza della nostra iniquità? « Esauditemi secondo la verità della salvezza che mi avete promesso ». Dopo aver detto, « della vostra misericordia, » il Profeta nomina subito la verità, perché tutte le vie del Signore sono misericordia e verità (Ps. XXIV, 10). Perché esse sono misericordia? Perché Dio rimette i peccati; perché sono verità? Perché Dio è fedele alle sue promesse (S. Agost.).

ff. 13-15. – « Salvatemi da questo fango, affinché non ne resti lordato »; di questo fango, di cui è detto più in alto « io sono sprofondato nel fango dell’abisso, e non trovo alcun fondo … » – Qual è questo fango? Il Profeta spiega egli stesso il suo pensiero. « Che io sia strappato dalle mani di coloro che mi odiano ». Sono dunque essi stessi questo fango nel quale era sprofondato. – Gesù parla qui in ragione della debolezza delle sue membra. Se accade che siate catturati dalle mani di colui che vuole costringervi a commettere l’iniquità, in effetti è preso il vostro corpo; in ciò che concerne il vostro corpo, voi siete piombati nel fango dell’anima; ma se non avete acconsentito alle suggestioni dell’iniquità, voi non siete intrappolati in questo fango; che se al contrario voi vi acconsentiate, sarete sommersi dal fango. Domandate dunque che se il vostro corpo è già prigioniero, la vostra anima non sia catturata con esso, e che restiate libero in mezzo ai ferri; domandate che non acconsentiate mai ai desideri dei peccatori, e che non siate sommersi dalla tempesta e calati nella profondità dell’abisso (S. Agost.). – Cosa domanda il Salmista nella sua preghiera? L’abisso dell’iniquità degli uomini è come un pozzo profondo; chiunque vi cade fa una profonda caduta. Tuttavia, anche quando vi sia caduto, se confessa i suoi peccati a Dio, l’apertura del pozzo non si chiuderà su di lui, come è scritto in un altro salmo « Dalle profondità dell’abisso, io grido a Voi, Signore, Signore, ascoltate la mia voce » (Ps. CXXIX, 1). Se al contrario, il peccatore realizza in sé questa sentenza delle Scritture. « Quando il peccatore ha raggiunto l’ultima profondità del vizio, lo disprezza » (Prov. XXIII, 3), allora il pozzo ha chiuso la sua apertura su di lui. Perché il pozzo ha chiuso la sua apertura? Perché ha chiuso la bocca del peccatore. In effetti, questi ha rigettato fin la confessione dei suoi peccati, è realmente morto e questa parola si è compiuto in lui. « … La confessione perisce nella bocca dei morti, perché essi sono come se non fossero più » (Eccli. XVII, 26). – O stato miserevole, un uomo che ha commesso l’iniquità è piombato nel pozzo, ma quando gli avete fatto conoscere le sue iniquità, se egli dice: è vero che ho peccato, lo confesso, il pozzo non ha chiuso su di lui la sua apertura; se al contrario vi risponde: che male ho dunque fatto? Ed egli cerca di scusare il suo peccato, il pozzo ha chiuso su di lui la sua apertura e non ha più un’uscita per fuggire. Chi perde la confessione per sua colpa, non ha più dove trovare misericordia. Voi vi siete fatti difensori del vostro peccato, come Dio sarà il vostro liberatore? Perché Dio sia il vostro liberatore, voi siate vostro accusatore (S. Agost.).

ff. 15, 18. – Non c’è altra speranza di essere esaudito, se non la misericordia di Dio, tutta piena di dolcezza. – Gli sguardi di Dio sugli uomini non sono sguardi vani ed inutili, ma hanno la loro causa nei suoi disegni pieni di tenerezza nei nostri confronti. – Che vuol dire: « liberatemi a causa dei miei nemici? » affinché essi siano ricoperti di confusione, affinché siano tormentati dalla mia liberazione? Ma come, se la mia liberazione non deve essere un tormento per essi, il Signore non deve dunque soccorrermi? … Si può dire forse in un senso misterioso, che per i Santi c’è una liberazione segreta che si fa in vista di se stessi, ed un’altra liberazione pubblica e manifesta, che si fa in vista dei loro nemici, per punirli o per liberarli (S. Agost.).

ff. 19, 21. – Grande felicità dei giusti perseguitati, è l’essere esposti agli occhi di Dio, fissati su di essi per consolarli e fortificarli. – Questa è un’ccellente disposizione per non essere abbattuti dalle afflizioni, ma prepararne il cuore. – Ecco che i suoi discepoli non sono stati forse contristati quando Egli è stato condotto al supplizio, quando è stato sospeso sulla croce, quando è morto? Essi sono stati assaliti da una così grande tristezza che erano nel pianto quando Maria-Maddalena, che Lo vide per prima, annunciò loro nella gioia, che ella Lo aveva visto (Giov. XX, 18). Alle donne straniere anche hanno pianto mentre Lo conducevano al supplizio, girandosi verso di esse, Egli ha detto: « Piangete, ma su di voi e non su di me » (Luc. XXIII, 28). Come dunque succedeva che qualcuno si affliggesse con Lui, senza che qualcuno abbia avuto parte della sua tristezza? … Questi discepoli e queste donne si rattristavano solo in senso caritatevole, per la sua vita mortale, che la morte doveva cambiare e che la resurrezione doveva rendergli: tale era il soggetto della loro tristezza (S. Agost.). – Quante poche risorse nelle consolazioni umane! – « Ed essi mi hanno dato del fiele come nutrimento », parole che convengono unicamente a Gesù-Cristo nella sua passione, che sarebbe un profanarle l’applicarle ad un altro.

III. — 22 – 27.

ff. 22. – « Essi ma hanno dato del fiele per cibo ». Ciò che mi hanno dato non era un cibo; era in effetti una bevanda; ma essi Glielo hanno dato sotto forma di cibo, vale a dire  che nostro Signore aveva già preso il suo cibo, quando aveva mangiato la pasqua con i suoi discepoli, e aveva loro rivelato il sacramento del suo corpo. In questo cibo così gradevole, così dolce, dell’unità del Cristo che l’Apostolo loda con questi termini. « benché in gran numero, noi siamo un solo pane, un solo corpo » (1 Cor. X, 17); in questo soave cibo, chi sono quelli che vengono dunque a mischiare il fiele, se non i contraddittori del Vangelo, come questi persecutori di Cristo? Perché è minore il peccato dei Giudei che hanno crocifisso Gesù quando camminava sulla terra, del peccato di coloro che lo disprezzano ora che è seduto in cielo. È ciò che hanno fatto i Giudei quando hanno mischiato al cibo che aveva già preso la loro bevanda amara, questi lo fanno ora qui che nel disordine della loro vita, causano scandalo nella Chiesa (S. Agost.).

ff. 23, 25. – Questi versetti riguardano la doppia punizione dei guide. Essi sono stati privati dei loro domini, della loro patria, dei loro beni e ridotti allo stato di gente per le quali tutte le mete si cambieranno in veleno; essi sono stati caricati sotto il peso di una dominazione straniera, hanno errato da un luogo ad un altro, come ciechi che non sanno quale cammino intraprendere. Questo per chi osserva la punizione temporale. Ma essi sono disgraziati ancor più dal lato dei mezzi della salvezza. I libri santi che erano il loro nutrimento ordinario sono divenuti una sorta di trappola per essi , ed una pietra di scandalo, perché essi ne hanno alterato il vero senso. Un velo spesso si è esteso sui loro occhi; essi si sono curvati verso terra; essi non hanno avuto altro desiderio se non quello di arricchirsi con il commercio e con l’usura. Ecco quindi tre profezie contro di essi: quella di Davide, che parla nel nome del Messia; quella del Messia che l’ha ripetuta equivalentemente durante il corso della sua vita e nel momento stessa della Passione; quella dell’Apostolo che rinnovato e spiegato le predizioni del salmista (Berthier). – Le minacce contenute in questi versetti non riguardano esclusivamente i giudei, ma i cristiani che avranno abusato del grande beneficio della Redenzione. – La tavola della Santa Comunione diventa una rete nella quale diversi cattivi cristiani sono presi. – La sorgente di ogni grazia e di ogni benedizione diviene per essi una pietra di scandalo ed una occasione di caduta. – Dio permette che essi cadano nell’accecamento, non sapendo essi né quel che dicono, né quel che fanno, essi sono senza principi e senza lumi, sempre curvati verso terra, ove mettono tutta la loro affezione (Duguet). – « Che i loro occhi si oscurino di modo che essi non vedano e che il loro dorso sia costantemente curvato », oppure queste due cose si conseguono; perché dal momento che i loro occhi si oscurano fino a non più vedere, il loro dorso in seguito deve essere curvato. Perché questo? Perché dato che essi hanno cessato dal conoscere le cose del cielo, inevitabilmente essi hanno dovuto pensare a delle cose infime (S. Agost.).

ff. 26, 27. – Come viene perseguitato colui che Dio ha colpito? Il Signore parla qui nella persona del genere umano, di Adamo stesso, che, a causa del suo peccato è stato il primo ad essere colpito dalla morte. Gli uomini nascono fin da qui soggetti alla morte, portando con essi in questo mondo questo castigo. In effetti quest’uomo aveva bisogno di essere colpito nuovamente da Dio per subire la morte? Perché dunque, o uomo aggravi la pena stabilita da Dio? È dunque una sofferenza troppo leggera per l’uomo dover subire un giorno la morte? ciascuno di noi porta in sé la propria pena; quelli che ci perseguitano vogliono aggiungervi qualcosa. Questa pena è il colpo lanciato da Dio.  In effetti, Dio ha colpito l’uomo con questa sentenza. « Dal giorno in cui avrete toccato questo frutto, voi morrete di morte » (Gen. II, 7). – Il Cristo aveva preso la sua carne da questa razza votata alla morte. È con la voce di questo uomo mortale che Egli ha detto: « … essi hanno perseguitato colui che Voi avete colpito, ed essi hanno aggiunto al dolore delle mie piaghe ». Ai dolori di quali ferite? Al dolore dei miei peccati; perché Egli chiama ferite i miei peccati. Ma qui non considerate la testa, considerate il corpo, nel nome del quale il Cristo ha parlato in un altri salmo, quando ha detto: « La voce dei miei peccati mi allontana dalla mia salvezza » (Ps. XXI, 2).  (S. Agost.). 

ff. 28. – Il peccato è la causa e la pena del peccato, il primo è la causa del secondo, e il secondo è il castigo del primo. Essere votato alla propria iniquità per colmarne la misura, quale disgrazia, e chi può comprenderlo! – l’ultimo il sovrano castigo di Dio ed il solo ad essere senza risorse, è l’essere “cancellato dal libro dei viventi”. In precedenza vi erano scritti? Noi non dobbiamo considerare questo testo nel senso che Dio scrive un nome nel libro della vita e poi lo cancella. Dio scrive un nome e poi lo cancella? Egli possiede tutta la sua prescienza; Egli ha predestinato, prima della creazione del mondo, tutti coloro che dovevano regnare con suo Figlio nella vita eterna (Rom. VIII, 29). – Egli li ha iscritti ed il libro della vita conserva i loro nomi … che vuol dire allora: « che siano cancellati dal libro della vita »? che essi hanno la certezza che il loro nome non vi è scritto (S. Agost.).  

IV. — 29 – 30.

ff. 29. – Non c’è uomo sulla terra che non possa dire: « io sono povero e nell’afflizione », perché questa vita è una regione di lacrime; è la terra dei morenti, dice S. Agostino, … ma colui che ha fede può aggiungere con fiducia: la mano  salvifica di Dio mi ha elevato, mi ha esaltato, mi ha consolato dei miei peccati.

ff. 30, 31. – I cantici veramente graditi a Dio sono quelli per i quali noi riconosciamo che non è se non al suo Nome e alla virtù della sua grazia che noi dobbiamo la nostra salvezza. « Il sacrificio di lode mi glorificherà, ed è la via nella quale mostrerò il Salvatore di Dio » (Ps. XLIX, 23). – Io loderò dunque il Signore, e la mia lode gli sarà gradita più di una vittima condotta davanti al suo altare. La giovinezza della vittima è qui figura della nostra vita nuova (S. Agost.).

ff. 32, 33. – L’antico testamento, come il nuovo, dà ai veri servi il nome di poveri. – Certo è veramente povero colui che attende tutto solo da Dio, che vuol dipendere da Lui in tutte le cose, e che dopo aver ricevuto tanto da Dio, ben lungi dal credersi ricco, è ancora più povero ai suoi occhi, persuaso di usar male i doni di Dio per una grazia sempre nuova. – Ecco i poveri che hanno da rallegrarsi  e che, cercando Dio, faranno vivere la loro anima; ecco i poveri che Dio esaudisce, coloro che confessano umilmente che sono nei legacci del peccato (Duguet). – Questi indigenti dunque lo siano sempre di più, per meritare di essere recuperati, di modo che sazi di orgoglio ed esaltando all’esterno la loro pienezza, non siano privati del solo pane che possa farli vivere per la loro salvezza. « Cercate il Signore », indigenti, abbiate fame e sete di Lui perché « Egli è il pane vivente disceso dal cielo » (Giov. VI, 59). « Cercate il Signore e la vostra anima vivrà ». Voi cercate del pane affinché la vostra carne viva, cercate il Signore affinché la vostra anima viva. « Perché il Signore ha esaudito i poveri e non ha disprezzato coloro che erano nei ceppi ». Quali sono questi ceppi? La mortalità, la corruttibilità della carne, sono i ceppi dai quali siamo incatenati. E volete conoscerne i frutti? La Scrittura vi risponde: « … il corpo corrotto appesantisce l’anima » (Sap. IX, 15). –  Quando gli uomini vogliono essere ricchi in questo mondo, cercano degli orpelli per ornare questi ceppi. Vi è sufficiente coprire i vostri ceppi con degli stracci; non cercate se non ciò che è sufficiente per soddisfare la necessità; perché cercare il superfluo non sarebbe che caricare le vostre catene di un peso nuovo. Nella vostra prigione credetemi non aggiungete niente ai vostri ceppi (S. Agost.). 

ff. 34, 36. –  « Che le sue lodi siano celebrate dai cieli, dalla terra, dal mare e da tutto ciò che brulica sulla loro superfice o nel loro seno ». È una vera ricchezza per questo povero considerare le creature e lodarne il Creatore. Allora queste creature non lodano affatto Dio quando l’uomo, nel considerarle prende da esse spunto per lodare Dio? … « Perché Dio salverà Sion ». Egli restaura la sua Chiesa, fa entrare delle nazioni fedeli nel corpo del suo unico Figlio, e non priva nessuno di coloro che credono in Lui delle ricompense che ha loro promesso. « Perché Dio salverà Sion, e le città di Giuda saranno costruite ». Che nessun dica: Quando dunque saranno costruite queste città di Giuda? Oh! Se voi voleste riconoscerne l’ammirevole costruzione, divenirne una pietra vivente e prenderne parte! È ora così che le città di Giuda sono costruite! (S. Agost.).

LA VERA DEVOZIONE A MARIA VERGINE (2)

La vera devozione a MARIA VERGINE (2)

P. VITTORIO M. BERTON monfortano

CATECHISMO DELLA VERA DEVOZIONE A MARIA VERGINE

EDIZIONI MONFORTANE

CENTRO MARIANO MONFORTANO Via Cori, 4 ■ ROMA (401) -1954

Art. II – Devozione falsa e Devozione Vera a Maria

47. Perché insistere a chiamare la devozione a Maria « vera devozione? »

Insistiamo a chiamare la devozione a Maria « vera devozione » per distinguerla dalle false devozioni verso di Lei (Tr., 90).

48. Quali devozioni dobbiamo considerare come false devozioni?

Dobbiamo considerare come false devozioni a Maria:

1) quella dei superbi, tutta riserve e scrupoli (Tr., 93-95);

2) quella dei mondani, tutta esteriorità, ipocrisia presunzione (Tr., 96-100, 102);

3) quella dei tiepidi, tutta incostanza ed interesse (Tr., 101, 103-104).

49. In che cosa consiste allora la « vera devozione » a Maria?

La « vera devozione » a Maria consiste almeno in un sincero ossequio di lode per le sue Grandezze, in un amoroso ossequio di riconoscenza per i suoi benefici, e in un fiducioso ricorso a Lei nelle nostre necessità.

50. La « vera devozione » può significare anche qualcosa di meglio?

Sicuro, la “vera devozione” può e deve significare anche qualcosa di meglio, cioè una « dedizione di sé stesso al servizio di Lei » : per questo è chiamata dalla Chiesa culto di iperdulia.

51. Che cosa significa « iperdulia? »

Mentre « latria » significa Adorazione da tributarsi esclusivamente a Dio, e « dulia » significa Servizio da tributarsi ai Santi, « iperdulia » significa « superservizio » o sia pure « schiavitù volontaria » cioè d’amore.

52. Quali sono allora le note essenziali della cc vera devozione » a Maria?

Le note essenziali della « vera devozione » a Maria sono le seguenti:

1) interiore, cosciente e voluta, intelligente ed operarne (Tr., 106);

2) tenera, nella semplicità dell’infanzia spirituale (Tr., 107);

3) santa, che impegni a fuggire il peccato e ad esercitarsi nella virtù (Tr., 108);

4) costante, malgrado gli umori o gli avvenimenti (Tr., 109);

5) disinteressata, praticata cioè per amore (Tr., 110).

53. Vi sono delle pratiche speciali di « vera devozione? »

Sì, oltre alle pratiche essenziali di « vera devozione » a Maria, vi sono delle pratiche speciali interiori ed esteriori consigliate dalla Chiesa.

54. Quali sono le pratiche essenziali di pietà mariana?

Le pratiche essenziali di pietà mariana sono:

1) onorare Maria specialmente nelle sue  principali feste liturgiche;

2) invocarLa più volte nella vita, particolarmente nelle grandi necessità e nell’ora della morte.

55. Quali sono le pratiche speciali di pietà mariana consigliate dalla Chiesa?

Le pratiche speciali di pietà mariana consigliate dalla Chiesa sono molteplici e di varia importanza, come:

1) meditare ed imitare le virtù della Madonna;

2) farLe spesso atti di lode, di amore e di riconoscenza;

3) vivere in unione con Lei a fine di vivere più uniti a Gesù:

4) entrare in qualche Ordine o Congregazione o Confraternita istituiti sotto il suo Nome;

5) recitare ogni giorno il S. Rosario o almeno una terza parte di esso;

6) festeggiare e venerare tutte le sue festività, i suoi titoli e le sue immagini;

7) consacrarsi a Lei in una maniera speciale e solenne (Tr., 116-117).

56. Qual è la pratica di pietà mariana più perfetta?

La pratica di pietà mariana più perfetta è senza dubbio quella che le racchiude tutte, è la Perfetta Consacrazione, e secondo il Santo di Montfort detta anche « schiavitù d’amore a Maria » (Tr., 118; Cfr. infra, DD. 95-135).

CAPITOLO II

LA VERA DEVOZIONE IN SPECIE

ossia

LA PERFETTA CONSACRAZIONE A MARIA

Art. I – Natura della Perfetta Consacrazione

57. Che cosa intendete per Consacrazione a Maria?

Per consacrazione a Maria s’intende “ un dono totale di sé per tutta la vita e per l’eternità…, un dono effettivo, realizzato nella intensità della vita cristiana e mariana„ (Pio XII ai Congr. Mar, 21-1-1945).

58. In che cosa consiste allora la perfetta Consacrazione Monfortana?

La Perfetta Consacrazione Monfortana consiste allora in un atto di donazione volontaria, totale e perpetua a Maria, e in una vita di dipendenza da Lei totale, perpetua e d’amore, come di figlio alla Madre; tale donazione e dipendenza sono i due elementi essenziali della “schiavitù d’amore” (Tr, 120).

§ 1° – DONAZIONE VOLONTARIA TOTALE PERPETUA

59. Che cosa si intende per a donazione volontaria »?

Per « donazione volontaria » s’intende lo slancio libero, pronto e gioioso del cuore a Maria, per cui il fedele abbandona a Lei ogni cosa senza alcuna riserva (Tr., 70).

60. Che cosa comprende in pratica la « donazione totale » a Maria?

La « donazione totale » a Maria comprende in pratica tutto quanto siamo, tutto quanto abbiamo e tutto quanto avremo nell’avvenire, nell’ordine della natura, della grazia e della gloria (Tr., 121).

61. Donando a quanto siamo » che cosa consacriamo in pratica a Maria?

Donando « quanto siamo » noi consacriamo in pratica a Maria la nostra anima con le sue potenze, intelletto e volontà; e il nostro corpo con i suoi sensi (Tr., 121, 1°, 2°).

62. E donando « quanto abbiamo e avremo in avvenire » che cosa in pratica consacriamo a Maria?

Donando « quanto abbiamo e avremo in avvenire » noi consacriamo in pratica a Maria tutti i nostri tesori spirituali e temporali presenti e futuri (Tr., 121).

63. Quali sono i nostri « tesori temporali »?

I nostri « tesori temporali » sono tutti quei doni che Dio ci elargisce in questa vita, per questa vita (Tr., 121, 3°).

64. E quali sono i nostri « tesori spirituali »?

I nostri « tesori spirituali » sono tutte quelle grazie e virtù che Dio ci elargisce per il triplice valore delle nostre buone opere (Tr., 122).

65. Quali sono i tre valori delle nostre buone opere?

I tre valori delle nostre buone opere sono i seguenti: il valore meritorio, il valore impe- tratorio, e il valore soddisfattorio.

66. Che cosa s’intende per « valore meritorio »?

Per « valore meritorio » s’intende il merito propriamente detto, ossia di giusta retribuzione delle nostre buone opere, per cui ci è dovuto dalla Bontà di Dio l’aumento di Grazia santificante quaggiù e di Gloria in Paradiso.

67. Che cosa s’intende per « valore impetratorio »?

Per « Valore impetratorio » s’intende quel merito detto di convenienza per cui la Bontà divina è pronta ad elargire grazie speciali di ordine spirituale o temporale.

68. Che cosa s’intende per « valore soddisfattorio »?

Per « valore soddisfattorio » s’intende quel merito di convenienza, per il quale la Bontà di Dio condona a noi, in parte o nella totalità, i debiti che abbiamo contratti con la Sua Giustizia infinita.

69. Perché e in qual misura consacriamo a Maria questo triplice valore delle nostre buone opere?

Noi consacriamo a Maria il valore meritorio perché ce lo custodisca per la Vita Eterna; Le consacriamo invece il valore impetratorio e soddisfattorio perché se ne serva per chi Ella vuole e come crede più opportuno (Tr., 122).

70. E questa donazione totale sarà perpetua?

Sì, questa donazione totale a Maria, nella pratica della Perfetta Consacrazione, dev’essere anche perpetua, poiché altrimenti né sarebbe totale nel tempo, né sarehbe perfetta, come esige l’amore.

71. Lasciando libera Maria di disporre dei nostri beni spirituali, non ci mettiamo al rischio di aver tanto da soffrire noi, sia in vita che dopo morte?

Non sarà mai detto che Gesù e Maria si lascino vincere in generosità: no, saranno generosissimi con noi in questo mondo e nell’altro, nell’ordine della natura, della grazia e della gloria (Tr., 133).

§ 2° – DIPENDENZA TOTALE PERPETUA D’AMORE

72. La Perfetta Consacrazione a Maria ci impegna dunque ad una vita mariana?

Sì, la Perfetta Consacrazione a Maria ci impegna ad una vita mariana, cioè di dipendenza da Lei qual Madre e Regina; dipendenza che sarà totale, perpetua e d’amore.

73. Che cosa s’intende in pratica per dipendenza « totale e perpetua »?

Per dipendenza « totale e perpetua » s’intende una vita spesa a gloria di Dio secondo il beneplacito di Maria, abitualmente e per sempre sotto il materno suo influsso (Tr., 198).

74. Esiste una formula che sintetizzi questa dottrina e semplifichi la pratica di questa vita mariana?

Sì, esiste la formula monfortana che è un vero orogramma di vita spirituale mariana semplificata: «fare ogni nostra azione per mezzo DI MARIA, CON MARIA, IN MARIA E PER MARIA » (Tr., 257 in fine).

§ 3° – LA FORMOLA MONFORTANA

Per messo di Maria

75. Che cosa significa « fare le nostre azioni per MEZZO DI MARIA »?

« Fare le nostre azioni per mezzo di Maria » significa rinunziare alla nostra volontà e al nostro spirito corrotto e corruttore per lasciarci condurre dalla volontà e dallo spirito di Maria (Tr., 259).

76. Sotto quanti e quali aspetti dobbiamo allora riguardare la Vergine nella pratica interiore «per mezzo di Maria »?

Nella pratica interiore « per mezzo di Maria » dobbiamo riguardare la Vergine qual Madre e Regina che tutto vede e tutto sa e tutto ordina al maggior nostro bene.

77. Quali sono le virtù specifiche richieste per questa prima pratica interiore monfortana?

Le virtù specifiche richieste per questa prima pratica interiore monfortana sono l’umiltà nel disprezzo di noi stessi, e la docilità nel seguire i voleri e lo spirito di Maria.

Con Maria

78. Che cosa significa a fare le nostre azioni CON MARIA »?

« Fare le nostre azioni con Maria » significa stare alla scuola di Lei con impegno e gioia (Tr., 260).

79. Sotto quali e quanti aspetti dobbiamo allora riguardare la Vergine nella pratica interiore « con Maria »?

Nella pratica interiore « con Maria » dobbiamo riguardare la Vergine quale nostra Mamma sempre presente, quale nostra Maestra e guida, quale nostro Modello da imitare, quale valido Aiuto, e, al bisogno, anche provvidenziale nostro Supplemento.

80. Quali sono le virtù specifiche richieste per questa seconda pratica interiore monfortana?

Le virtù per questa seconda pratica Interiore monfortana sono la mortificazione dei sensi interni ed esterni ed una singolare pietà e vita interiore.

In Maria

81. Che cosa significa « fare le nostre azioni in MARIA »?

« Fare le nostre azioni in Maria » significa perdersi in Lei nella pace e nell’efficacia della sua azione trasformatrice in Gesù Cristo (Tr., 264).

82. Sotto quanti e quali aspetti dobbiamo riguardare la Vergine nella pratica interiore a in Maria »?

Nella pratica interiore « in Maria » dobbiamo riguardare la Vergine quale nostra Mediatrice e Madre, nostro Santuario e nostra Dimora spirituale, vero Paradiso terrestre nel quale incontrarci ed unirci con Gesù Cristo.

83. Qual è la virtù specifica richiesta per questa terza pratica interiore monfortana?

La virtù specifica richiesta per questa terza pratica interiore monfortana è la carità spinta fino al sacrificio supremo e all’abbandono di se.

84. Queste tre pratiche interiori monfortane non potrebbero paragonarsi alle Tre Vie tradizionali della vita spirituale?

Queste tre pratiche interiori monfortane possono benissimo paragonarsi alle Tre Vie tradizionali della vita spirituale; si può infatti vedere nella prima, « per mezzo di Maria », la Via Purgativa; nella seconda, «CON MARIA», la via Illuminativa e nella terza, « IN MARIA », la Via Unitiva; col beneficio, anzi, dell’incanto di Maria, considerata quale mezzo efficace di santificazione.

Per Maria

85. Che cosa significa infine a fare le nostre azioni PER MARIA »?

« Fare le nostre azioni per Maria » significa avere di mira soltanto la gloria di Colei cui ci siamo totalmente consacrati (Tr., 265).

86. Sotto guanti e quali aspetti dobbiamo allora riguardare la Vergine nella pratica interiore «. per Maria » ?

Nella pratica interiore « per Maria » dobbiamo riguardare la Vergine quale nostra sovrana Padrona, fine prossimo di tutte le nostre azioni.

87. Quali sono le virtù specifiche di questa quarta pratica interiore monfortana?

Le virtù specifiche di questa quarta pratica interiore monfortana sono la retta intenzione nell’agire, la fiducia e la generosità.

88. Esiste un paragone che riassuma e spieghi la quadruplice formula monfortana?

Sì, esiste un bel paragone che riassume e chiaramente spiega la quadruplice formula monfortana: « Gettarsi nella Forma di Dio che è Maria, per lasciarsi modellare in Gesù Cristo » (Tr., 219-220).

Art. II – Il FINE DELLA PERFETTA CONSACRAZIONE A MARIA.

89. Qual è il fine principale della Perfetta Consacrazione a Maria propagata dal Santo di Montfort?

Il fine principale della Perfetta Consacrazione a Maria propagata dal Santo di Montfort non può essere altro che l’Avvento più celere e più facile del Regno di Gesù Cristo nei cuori (Tr., 62).

90. La Consacrazione a Maria ha dunque soltanto ragione di mezzo?

Sì, la Consacrazione a Maria, in vista del fine principale, ha soltanto ragione di mezzo per andare a Gesù, per farLo regnare nei cuori (Tr., 1 et 75).

91. La Perfetta Consacrazione a Maria ha pure dei fini secondari?

Sì, la Perfetta Consacrazione a Maria ha pure dei fini secondari, i quali sono:

1° – onorare ed imitare l’ineffabile dipendenza del Figlio di Dio da Maria (Tr., 243);

2° – ringraziare la SS. Trinità delle grazie incomparabili che fece a Maria (Tr., ib.);

3° – tributare a Maria tutto l’onore e tutta la riconoscenza che Le dobbiamo per le Sue grandezze e privilegi e per la sua grande bontà verso di noi.

92. La Perfetta Consacrazione a Maria, come devozione speciale mariana, ha un motto-programma tutto proprio?

Sì, la Perfetta Consacrazione a Maria ha un motto-programma tutto proprio, che è: « Ad Jesum per Mariam », a Gesù per mezzo di Maria; oppure: Ut adveniat regnum tuum, adveniat regnum Mariæ! Affinché venga il tuo regno, o Gesù, venga il regno di Maria! (Tr., 217).

[2- Continua…]

http://www.exsurgatdeus.org/2019/12/05/la-vera-devozione-a-maria-vergine-3/

SALMI BIBLICI: “EXSURGAT DEUS, ET DISSIPENTUR INIMICI EJUS” (LXVII)

SALMO 67: “EXSURGAT DEUS, et dissipentur inimici ejus”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME DEUXIÈME.

PARIS LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 67

[1] Exsurgat Deus, et dissipentur inimici ejus;

et fugiant qui oderunt eum a facie ejus.

[2] Sicut deficit fumus, deficiant; sicut fluit cera a facie ignis, sic pereant peccatores a facie Dei.

[3] Et justi epulentur; et exsultent in conspectu Dei, et delectentur in lætitia.

[4] Cantate Deo, psalmum dicite nomini ejus; iter facite ei qui ascendit super occasum. Dominus nomen illi; exsultate in conspectu ejus. Turbabuntur a facie ejus,

[5] patris orphanorum, et judicis viduarum; Deus in loco sancto suo.

[6] Deus qui inhabitare facit unius moris in domo; qui educit vinctos in fortitudine, similiter eos qui exasperant, qui habitant in sepulchris.

[7] Deus, cum egredereris in conspectu populi tui, cum pertransires in deserto,

[8] terra mota est, etenim cæli distillaverunt, a facie Dei Sinai, a facie Dei Israel.

[9] Pluviam voluntariam segregabis, Deus, hæreditati tuæ; et infirmata est, tu vero perfecisti eam.

[10] Animalia tua habitabunt in ea; parasti in dulcedine tua pauperi, Deus.

[11] Dominus dabit verbum evangelizantibus, virtute multa.

[12] Rex virtutum dilecti, dilecti; et speciei domus dividere spolia.

[13] Si dormiatis inter medios cleros, pennæ columbæ deargentatæ, et posteriora dorsi ejus in pallore auri.

[14] Dum discernit cælestis reges super eam, nive dealbabuntur in Selmon.

[15] Mons Dei, mons pinguis. Mons coagulatus, mons pinguis:

[16] ut quid suspicamini montes coagulatos?Mons in quo beneplacitum est Deo habitare in eo; etenim Dominus habitabit in finem.

[17] Currus Dei decem millibus multiplex, millia lætantium; Dominus in eis in Sina in sancto.

[18] Ascendisti in altum, cepisti captivitatem, accepisti dona in hominibus; etenim non credentes inhabitare Dominum Deum.

[19] Benedictus Dominus die quotidie: prosperum iter faciet nobis Deus salutarium nostrorum.

[20] Deus noster, Deus salvos faciendi; et Domini, Domini exitus mortis.

[21] Verumtamen Deus confringet capita inimicorum suorum, verticem capilli perambulantium in delictis suis.

[22] Dixit Dominus: Ex Basan convertam, convertam in profundum maris;

[23] ut intingatur pes tuus in sanguine, lingua canum tuorum ex inimicis, ab ipso.

[24] Viderunt ingressus tuos, Deus, ingressus Dei mei, regis mei, qui est in sancto.

[25] Prævenerunt principes conjuncti psallentibus, in medio juvencularum tympanistriarum.

[26] In ecclesiis benedicite Deo Domino de fontibus Israel.

[27] Ibi Benjamin adolescentulus, in mentis excessu; principes Juda, duces eorum; principes Zabulon, principes Nephthali.

[28] Manda, Deus, virtuti tuæ; confirma hoc, Deus, quod operatus es in nobis.

[29] A templo tuo in Jerusalem, tibi offerent reges munera.

[30] Increpa feras arundinis; congregatio taurorum in vaccis populorum; ut excludant eos qui probati sunt argento: dissipa gentes quæ bella volunt.

[31] Venient legati ex Ægypto; Æthiopia præveniet manus ejus Deo.

[32] Regna terrae, cantate Deo; psallite Domino; psallite Deo.

[33] Qui ascendit super cælum cæli, ad orientem: ecce dabit voci suae vocem virtutis.

[34] Date gloriam Deo super Israel; magnificentia ejus et virtus ejus in nubibus.

[35] Mirabilis Deus in sanctis suis;Deus Israel ipse dabit virtutem et fortitudinem plebi suæ. Benedictus Deus!

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO LXVII

Si cantano i misteri di ambedue i testamenti: soprattutto la discesa di Dio sul Sinai, e l’ascensione di Cristo in cielo.

Per la fine: salmo e cantico dello stesso

David. (1)

1. Sorga il Signore, e sieno dispersi i suoi nemici; e fuggano dal cospetto di lui coloro che lo odiano.

2. Svaniscano come svanisce il fumo; come si fonde la cera al fuoco, cosi periscano i peccatori dinanzi alla faccia di Dio.

3 E i giusti banchettino e giubilino alla presenza di Dio; e godano nell’allegrezza.

4. Lodate Dio; intonate salmi al nome di lui; preparate la strada a colui che sale sopra l’occaso: ei si noma il Signore. (2)

5. Esultate davanti a lui; (i nemici) resteranno sbigottiti alla presenza di lui, Padre degli orfani e giudice delle vedove.

6. Dio sta nel suo luogo santo; Dio fa abitare nella sua casa uomini di un sol rito. (3).

7. Egli con sua fortezza pone in libertà i prigionieri, e quelli àncora che lo irritano, che abitano nei sepolcri. Allorché tu, o Dio, andavi innanzi al tuo popolo, quando passavi pel deserto,

8. La terra si scosse; ed anche i cieli si liquefecero al cospetto del Dio del Sinai, del Dio di Israele.

9. Una pioggia liberale terrai tu a parte, o Dio, per la tua eredità; e se questa è stata afflitta, tu però l’hai ricreata.

10. In essa i tuoi animali soggiorneranno; nella tua bontà hai preparato al povero il nutrimento. (4)

11. Il Signore darà la parola a coloro che annunziano con virtù grande la buona novella. (5)

12. I re potenti saran del diletto, del dilettissimo; e gloria della casa sarà il divider le spoglie. (6)

13. Quando voi dormiste in mezzo ai pericoli, sarete come colombe di piume argentine, delle quali l’estremità del dorso ha il pallore dell’oro. (7)

14. Mentre il Re del cielo fa giudizio dei re della terra, diverranno bianchi più della neve, che è sul Selmon; il monte di Dio è fertile monte: (8)

15. Monte grasso, monte pingue. Ma perché  pensate voi a’ monti feraci?

16. Egli è un monte, in cui si è compiaciuto Dio di abitare; perocché il Signore per sempre vi abiterà.

17. Egli è il cocchio di Dio circondato da molte diecine di migliaia; questa lieta gente è a migliaia; il Signore con essi e nel Sina nel Santo.

18. Ascendesti all’alto; prendesti teco prigionieri; ricevesti doni per gli uomini, onde, anche sopra di quelli che non credevano, abiti Iddio Signore. (9)

19. Benedetto il Signore per tutti i gìorni: il Dio di nostra salute farà prospero il nostro viaggio.

20. Dio di salvazione egli è il Dio nostro; e il Signore, il Signore è quegli che scampa da morte.

21. Ma Dio spezzerà le teste de’ suoi nemici;

le teste ben chiomate di coloro che camminano ne’ loro delitti.

22. Il Signore ha detto: Gli uomini di Basan caccerò io in fuga: li caccerò nel profondo del mare; (10)

23. Di modo che del sangue de’ nemici il tuo piede si tinga; e del medesimo le lingue de’ cani tuoi.

24. Han veduto, o Dio, i tuoi passi; i passi dei mio Dio, del mio Re, che sta nel santuario.

25. Precedettero i principi uniti a’ cantori, in mezzo alle fanciulle, che suonavano i timpani.

26. Benedite nelle adunanze Iddio Signore, voi che derivate da Israele.

27. Ivi il piccolo Beniamino rapito fuori di sé: i capi di Giuda loro condottieri, i capi di Zàbulon, i capi di Nephtali. (11)

28. Spedisci, o Dio, la tua potenza; conferma quello che in noi hai operato.

29. Dal tempio tuo di Gerusalemme a te offeriranno doni i regi.

30. Minaccia le fiere, che stan pe’ canneti, l’adunanza de’ popoli, che è come di tori tra le mandre di vacche; per cacciar fuori coloro che sono provati come l’argento. (12)

31. Dissipa le nazioni che aman la guerra; verranno ambasciatori dall’Egitto, l’Etiopia stenderà per tempo a Dio le sue mani.

32. Regni della terra, cantate laudi a Dio; cantate salmi al Signore.

33. Cantate salmi a Dio; il quale è salito al sommo cielo dalla parte dell’Oriente.

34. Ecco che egli la sua voce farà voce di virtù; date gloria a Dio, a cagione d’Israele. La sua magnificenza e la sua potenza vanno fino alle nubi.

35. Mirabile Dio ne’ suoi santi; il Dio di Israele, egli stesso darà virtù e fortezza al suo popolo. Benedetto Dio.

(1) – Per ben comprendere questo magnifico Salmo e afferrarne il senso, talvolta così misterioso e sì difficile, sono da fare tre importanti notazioni: 1° ricordarsi che, nell’estasi profetica, tutto appare, tutto si riscopre agli occhi del profeta contemporaneamente. Da qui questo brusco passaggio da un oggetto all’altro, queste associazioni di idee istantanee ed inattese, questo miscuglio, e per così dire, questa confusione di cose che ci rendono talvolta sì ardua l’intelligenza dei Salmi profetici; – 2° la Chiesa è una, perpetua, universale ed abbraccia tutti i tempi, e questa perpetuità si sviluppa in due periodi successivi: nel primo, la Chiesa è figurativa, è l’abbozzo di ciò che più tardi deve essere il capolavoro: è la stessa Chiesa che conduce Mosè e che regge l’Uomo-Dio, di cui Mosè non era che la figura. Questa unità fa comprendere come, in questo Salmo, il Profeta passi, senza transizione, dalle meraviglie antiche alle opere degli ultimi giorni. – .3° Occorre anche grandemente fissare gli oggetti multipli dei quali questo Salmo è pieno. Il Profeta descrive una solennità, ma la descrizione di questa solennità non serve al Profeta che da cornice per gli sviluppi più sublimi e le rivelazioni più grandiose. 

(2) -« Fate un cammino », apostrofe agli abitanti dei luoghi ove deve passare l’Arca.  « A Colui che sale verso il ponente ». L’armata vittoriosa ritorna a Gerusalemme dal lato di ponente; essa, di conseguenza, avanzava verso Sion attraverso le contrade che erano ad occidente di Gerusalemme. 

(3) – Davide fa qui allusione ai ribelli, condannati a non entrare nelle terra promessa ed a perire nella solitudine del deserto.

(4) – « Una pioggia volontaria ». Una pioggia tutta di favore, secondo gli uni, pioggia reale che rinfrancava gli Ebrei nella solitudine, e più verosimilmente, secondo gli altri, pioggia della manna di cui essi furono nutriti nel deserto e che è la figura della dottrina evangelica. « I vostri animali vi abiteranno ». Allusione alle quaglie che si sono abbattute in mezzo al campo per nutrire gli Ebrei che avevano preso in disgusto la manna. 

(5) – Nelle feste pubbliche e nei trionfi, le donne cantavano le gesta dei vincitori, [Es. XV, Giud. V, I Re XVIII, Giud. XVI.]

(6) – « Rex virtutum dilecti dilecti », vale a dire erit dilectissimæo dilectissimo huic cedet erit ejus possessio. – Questo può applicarsi al popolo di Israele, che assoggettava i re potenti della terra di Chanaan, ma conviene altresì meglio a Gesù Cristo, questo benamato dal Padre, in cui ha messo tutte le sue compiacenze. – La bellezza della casa, le donne della casa (Giob. V, 24). In Oriente le donne sono ordinariamente  chiuse all’interno della casa.

(7) – Quando riposerete in piena sicurezza nelle terre che vi saranno assegnate in sorte (clerus, dalla parola greca κληρόσ), voi brillerete dello splendore dell’argento e dell’oro, similmente alle colombe le cui ali sono argentate e le cui piume che ricoprono l’estremità del dorso riflettono il verde pallore dell’oro.

(8) – Mentre il Dio del cielo dissipa i re di questa terra data in eredità al suo popolo. Allora Dio voleva scegliere una montagna per sua dimora. Il Selmon, montagna della catena del Basan, a nord-est della Palestina, sembrava degna di questo onore, a causa della sua vetta elevata, sempre coperta da neve. Senza dubbio, questa catena di Basan è una montagna elevata, una montagna dalle sommità dense, ma non è quella che Dio ha scelto. Perché arrestate i vostri sguardi, o popolo di Israele? È qui su Sion che Dio vuole abitare. – Da questa montagna di Selmon, il Salmista passa dunque alla montagna di Sion.

(9). – Tu ti elevi, o Dio! Nell’arca, sulla montagna santa, per farne tua dimora;  tu trascini al tuo seguito i tuoi nemici, che hai fatto prigionieri mediante le mie mani; tu ricevi da essi i tributi che hai loro imposto. – L’Arca rappresenta qui l’umanità di Gesù Cristo che si eleva al cielo nel giorno dell’Ascensione portando prigionieri i principi delle tenebre (Col. II, 15). Tutto ciò che Egli riceve, lo riceve con la sua Chiesa alla quale Egli lo dà; è tale il senso che San Paolo da a questo versetto (Efes. IV, 8). 

(10) – « Io li condurrò da Basan (dall’Oriente), nel paese di Chanaan, dove essi saranno messi a morte con la spada, o precipitati nel mare ». – Il Salmista fa menzione di qualche tribù che le rappresenta tutte, e questa menzione di tribù che marciano separate, sarebbe una prova che questo Salmo è stato evidentemente prima della cattività.

(11) – Questa bestia delle canne (il coccodrillo o l’ippopotamo), figura il re d’Egitto con i grandi del suo reame, comparati a due tori potenti e con i loro popoli che li circondano, che si abbandonano ai loro capi, come le vacche ai tori, ed assecondano i disegni che hanno formato di scacciare i servitori provati da Dio.

Sommario analitico

In questo Salmo, composto nell’occasione del trasporto dell’arca dalla casa di Abededom al tabernacolo preparato sulla montagna di Sion (II Re, VI, 12), [Hengstenberg ed altri esegeti pensano che questa occasione fosse quella della traslazione solenne dell’Arca, quando in seguito alle guerre essa fu condotta, accompagnata dai prigionieri, sul monte Sion].

Davide contempla e celebra il trionfo di Gesù Cristo sulla morte, la sua Ascensione al cielo ed i doni che Egli ha sparso sulla Chiesa nascente.

I. – Egli descrive la splendore del suo trionfo:

1° la dispersione e l’annientamento dei suoi nemici (1, 2);

2° la gioia e la sicurezza dei giusti, che cantano dei cantici in onore del Salvatore che ascende al cielo (3, 4);

3° la protezione che Egli accorda alle vedove e agli orfani (5);

4° L’entrata trionfale nel suo palazzo, la pace e l’unione che Egli fa regnare intorno a sé e la libertà che accorda ai prigionieri dei quali ha distrutto le catene. (6).

II. – I doni che il trionfatore distribuisce in abbondanza:

1° Come figura di questi doni, egli ricorda i benefici di Dio nei riguardi del suo popolo nel deserto, la manna che il Dio del Sinai fa piovere dal cielo per nutrirlo (7, 8);

2° egli adatta la figura alla realtà e ci fa vedere come Gesù Cristo salendo al cielo abbia inviato, sugli Apostoli ed i fedeli, lo Spirito Santo come una pioggia celeste, – a) per guarire la terra dalla sua sterilità e rendere la sua Chiesa feconda (9);- b) per nutrire i fedeli che abitano nel suo seno (10); – c) per dare loro la forza di operare i miracoli e di convertire con la loro parola quelli che sono chiamati a far parte della Chiesa (11, 12); – d) per dar loro la sicurezza ed anche il fulgore e splendore in mezzo ai pericoli (13, 14); – e) per porli sulla sua montagna, di cui enumera i privilegi (15, 16).

III. – La condotta del trionfatore:

1° Nei riguardi di coloro che Egli ha liberato, – a) come in precedenza, egli parla dapprima figurando l’Ascensione, cioè l’ascesa di Dio al Sinai, in mezzo agli Angeli (17); – b) celebra il fatto stesso dell’Ascensione – la liberazione dei prigionieri – i doni che Dio ha elargito agli uomini, anche su coloro che non credono (19); – c) rapporta il canto trionfale dei prigionieri liberati, lodando Dio nell’aver appianato davanti a loro il cammino, e per averli ritirati dalla morte e condotti al termine del viaggio (20, 21).

2° Nei riguardi dei  loro nemici, cioè dei demoni che tenevano prigionieri questi uomini, – a) egli indica il modo in cui essi saranno distrutti; – b) ne fa conoscere la causa (22); – c) indica il luogo ove si compirà questo castigo, le profondità dell’inferno (23); – d) svela tutto il rigore del castigo e la grandezza della vittoria (24).

IV. – Egli predice le lodi che gli Apostoli, i Re ed i popoli convertiti alla fede canteranno in onore del celeste Trionfatore:

1° Ci insegna che gli Apostoli sono stati testimoni dell’Ascensione del Salvatore (24); 2° le lodi cantate da essi, dalla folla dei fedeli e che il Profeta esorta a continuare (25); 3° indica da quale tribù vengono gli Apostoli (26, 27), 4° predice che i re delle nazioni, dei quali chiede la conversione, vedranno Lui che offre dei doni (28, 29). 5° Predice che i popoli si uniranno ai re in una medesima fede;- a) chiede a Dio di reprimere gli sforzi dei tiranni e dei demoni che si oppongono a questa conversione dei popoli; – b) di dissipare le agitazioni ostili delle nazioni stesse (30), – c) predice come frutto la conversione delle nazioni più attaccate al culto degli idoli (31). 6° I re canteranno a Dio dei cantici di azioni di grazie, in riconoscenza dei benefici della fede (32, 33); 7° Il Re Profeta descrive la potenza di Gesù-Cristo regnante sul suo trono, per eccitare i popoli a lodare eternamente questo Dio magnifico, ammirevole nei suoi Santi, e fonte di ogni potenza e di ogni forza per il suo popolo (34, 35).  

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-6.

ff. 1-3. – « Sorga Dio, etc. ». È cosa già fatta. Il Cristo che è al di sopra di tutte le cose, Dio benedetto in tutti i secoli, il Cristo è risuscitato (Rom. IX, 6), e i Giudei suoi nemici sono dispersi tra tutte le nazioni. Vinti nel luogo stesso ove essi hanno esercitato contro di Lui la loro inimicizia, sono stati di là dispersi tra tutti i popoli. Ed ora essi odiano il Cristo, ma Lo temono, e sotto l’impero di questo timore, essi fuggono lontano dalla sua faccia. Per l’anima, in effetti, temere, è come fuggire; e come fuggire, secondo il modo del corpo, la faccia di Colui che rende sensibile in tutti i luoghi gli effetti della sua presenza? Essi fuggono, dunque, non con il corpo, ma con lo spirito; non nascondendosene, ma temendone; non questa faccia di Dio che essi non seppero vedere, ma quella che essi sono forzati a vedere (S. Agost.). – « Come il fumo svanisce, essi svaniscono da se stessi ». Il fumo è trasportato dal vento, la cera si liquefa a causa del fuoco, e gli empi cadono così senza forza e senza resistenza davanti alla maestà dell’Altissimo. In effetti, sollevati dal fuoco del loro odio, i nemici di Dio e del suo Cristo, si sono elevati al colmo dell’arroganza, essi hanno innalzato la testa fin nel cielo (Ps. LXXII, 9), ma ben presto essi svaniranno  nella vergogna dei loro peccati. « Come le cera fonde davanti al fuoco, così i peccatori periscono davanti alla faccia di Dio ». Forse il Profeta ha voluto rappresentare in questo modo coloro la cui durezza si fonde nelle lacrime della penitenza; ciò nonostante si può forse vedere in questo passaggio una minaccia del giudizio prossimo, perché dopo essersi elevati in questo mondo come il fumo, cioè dopo essersi dissipati nel loro orgoglio, i peccatori saranno colpiti alla fine con l’ultima condanna e periranno per l’eternità davanti alla faccia di Dio quando Egli si sarà manifestato nel suo splendore, simile al fuoco più vivo, per essere il castigo degli empi e la luce dei giusti (S. Agost.). – Due sono gli avvenimenti del Messia nei quali Egli deve trionfare sui suoi nemici. Il primo è passato, e noi ne gioiamo, il secondo è da venire, e noi lo attendiamo. – Augurio legittimo è che Dio sia elevato e che i suoi nemici siano confusi. – Desiderio cristiano, che Dio si elevi in un’anima, che ne prenda possesso e che tutti i suoi nemici siano dissipati ed annientati; vale a dire che i peccatori non siano più peccatori, e che i loro peccati non compaiano più davanti alla sua faccia. – I due grandi nemici di Dio nell’anima del peccatore sono l’orgoglio del proprio spirito e la durezza del suo cuore. Quando la grazia si fa sentire a questo peccatore, la sua vanità sparisce come il fumo che il vento dissipa, la durezza del suo cuore si ammorbidisce e si rende flessibile a tutte le impressioni che gli si vogliono dare. Questo cuore, in precedenza insensibile e glaciale, riceve infine il calore del divino amore e comincia  fondersi con il fervore dello spirito (S. Greg., Berthier). – La gioia dei giusti viene espressa da un festino, per significare: – 1° che essa è viva e fa su di essi un’impressione simile a quella che produce uno squisito nutrimento; – 2° che essa è intima e non superficiale, – 3° che essa fa, per così dire, parte della sostanza dei giusti, che essa li penetra e li fortifica, come il nutrimento che noi assumiamo. – È nella nuova Alleanza un banchetto che riempie di gioia l’anima dei giusti: non è più un pasto alla presenza dell’Arca, ma è il Dio stesso dei due Testamenti che si dà come nutrimento ai suoi figli. Quali delizie inondano i santi seduti alla tavola di Gesù Cristo! Essi solo possono spiegare i loro trasporti; ancora la loro lingua è troppo poco eloquente per dire ciò che passa nei loro cuori (Berthier). –  Gettiamo gli occhi sul venerabile Sacramento dell’altare: è là che ci viene preparata la tavola celeste e su questa tavola la coppa che produce la santa ebbrezza. (S. Greg.). – Comparata a questa gioia divina, ogni altra gioia è un dispiacere, ogni soavità è un dolore, ogni dolcezza è un’amarezza, ogni bontà una bruttura, tutto ciò che può lusingare e piacere, spiacevole e penoso (S. Bern., Ep. 234).

ff. 4. –  « Cantate le lodi di Dio ». Questi canta le lodi di Dio che vive per Dio; questi canta dei salmi al suo nome: costoro lavorano per la sua gloria. Celebrate le lodi di Dio con questi cantici, con questi salmi, cioè vivendo per Dio, lavorando per Dio. « Preparate – egli dice – la via a Colui che sale su per ponente ». Preparate la via a Cristo con i piedi mirabili di coloro che annunziano il Vangelo (Isaia LII, 7), i cuori dei credenti siano una strada aperta per Lui; perché è il Cristo che sale su da ponente, sia perché la vita nuova di colui che si converte a Lui non si unisce alla sua se non quando l’uomo vecchio sia morto con la rinunzia a questo secolo; ossia perché il Cristo è salito su da ponente, quando, con la sua Risurrezione, ha vinto la morte che aveva nascosto il suo corpo nella tomba (S. Agost.). – L’uomo è incapace da se stesso di preparare il cammino al Signore; ma quando Dio parla al suo cuore, accompagna la sua parola con l’unzione della sua grazia, per fargli compiere ciò che non può senza la sua assistenza. Egli abbassa in lui le montagne del suo orgoglio, riempie ciò che vi trova di vuoto, si prepara un cammino per arrivare fino  lui (Dug.). – « Trasalite di allegria in sua presenza », o voi che preparate la via a Colui che sale su da ponente, esultate di allegria in sua presenza; « se voi siete in un’apparente tristezza, sarete non di meno in una gioia costante »,  «… afflitti ma sempre lieti » (II Cor. VI, 10); perché, mentre aprite un cammino davanti a Lui, voi preparate una via per la quale Egli possa venire e possedere le nazioni, voi soffrirete mille mali che gli uomini giudicheranno ben tristemente. Ma voi, non solo non vi lasciate abbattere, ma rallegratevi vivamente, non agli occhi degli uomini, ma sotto gli occhi di Dio. « Siate gioiosi per la speranza e pazientate in mezzo alle sofferenze » (Rom. XII, 12). « Riempitevi di gioia alla sua presenza ». In effetti coloro che si turbano in presenza degli uomini « … saranno turbati in faccia a Colui che è il Padre degli orfani ed il Giudice protettore delle vedove ».   Questi, in effetti, sembrano, a giudizio degli uomini, colpiti dalla desolazione per essere stati separati il più spesso, dalla spada della parola di Dio, dai figli di cui essi erano i padri, o dalle donne delle quali erano gli sposi (S. Matt. X, 34). Ma nel loro rigetto, nella loro vedovanza, essi trovano consolazione presso « … il Padre degli orfani ed il Giudice protettore delle vedove ». Essi trovano consolazione presso di Lui, se sanno dirgli. « mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, il Signore al contrario mi ha preso sotto la sua protezione » (Ps. XXVI, 10); se essi ripongono la loro speranza nel Signore e non cessano di pregare né di giorno né di notte (I Tim. V, 5,).  Davanti a loro i malvagi saranno turbati, quando vedranno che i loro sforzi sono stati inutili e che il mondo intero ha seguito il Signore (S. Agost.). – « Io non vi lascerò orfani, aveva detto il Signore ai suoi Apostoli, Io tornerò da voi » (S. Giov. XIV, 18); Io tornerò a voi con la mia grazia, con il mio Spirito, con l’Eucaristia. « Io non vi lascerò orfani », vale a dire « Io vi invierò il mio Spirito, di modo che Io non cessi di essere con voi ». Questo nome di orfano che dà loro, indica chiaramente che Egli è loro Padre. … Io tornerò a voi dopo la resurrezione del mio corpo, Io che sono sempre con voi con la presenza della mia divinità (S. Bern., Tract. De Cœna.).

ff. 6. –  Il Signore  si fa un tempio di questi orfani e di queste vedove, cioè di coloro che sono come destituiti da ogni eredità nelle speranze del mondo. È di questo tempio che parla il Profeta quando dice: « il Signore abita nel suo luogo santo ». Egli mostra chiaramente in effetti, qual sia questo luogo santo, quando aggiunge: « Dio fa abitare nella sua casa coloro che sono della stessa sorte, cioè coloro che non hanno che uno stesso pensiero, uno stesso sentimento ». Questi formano il luogo santo del Signore, perché, dopo aver detto: « il Signore abita nel suo luogo santo », come se noi Gli domandassimo quale sia questo luogo: poiché esso è tutto intero dappertutto, il Profeta ci risponde per farci comprendere a non cercarlo fuori di noi, ma piuttosto a riunirci in una stessa maniera di vivere, alfine di meritare che Dio si degni abitare in noi. Ecco il santuario del Signore, che cercano la maggior parte degli uomini, per pregarvi ed essere esauditi. Che essi siano dunque in se stessi, cioè in questo luogo che cercano, che vi abitano come nella casa del Signore, come coloro che non hanno che un solo spirito, uno stesso sentimento, uno stesso pensiero, e che là, nel loro cuore, cioè nel silenzio di questo letto misterioso, essi ripassino con compunzione tutte le loro parole (Ps. IV, 5), affinché il Maestro della grande casa risieda in essi, ed essi siano quello stesso santuario nel quale saranno esauditi (S. Agost.). –  Questa profezia si è compiuta nella Chiesa cristiana che lo Spirito Santo formò nel giorno della Pentecoste, giorno in cui fece di tutti i fedeli come un solo cuore, e di tutte le loro case, una sola casa, come riuniti in un solo corpo, del quale Gesù-Cristo era il Capo. – Quale spettacolo mirabile nella Chiesa Cattolica, quello di questa unione di tutti i veri fedeli con i loro Pastori, e di tutti i Pastori particolari con il Pastore universale! Che altro poteva il Signore produrre se non questa unanimità di pensiero, di viste, di sentimenti? In questo secolo di contraddizioni, di confusione, di tenebre, questo accordo di tanti spiriti in una stessa luce, di tanti cuori in uno stesso amore, questa identità dottrinale e morale di tutti, malgrado la diversità dei punti di partenza di ciascuno, è la prova manifesta della divinità della Chiesa Cattolica; è la testimonianza irrecusabile della presenza e dell’azione di Dio nella sua Città santa (Mgr. Pie, Entret. Syn. t. IV, p. 458). – È per effetto della sua grazia che si costruisce questa casa, e non per i meriti di coloro con i quali Egli la costruisce. Considerate in effetti, ciò che segue: « Egli libera e fortifica quelli che erano in catene ».  Egli ha in effetti spezzato con la sua grazia le pesanti catene che impedivano ai colpevoli di camminare nella via dei suoi Comandamenti; « … Egli li ha liberati ed ha dato loro una forza che essi non avevano prima di aver ricevuto la sua grazia. Egli libera ugualmente coloro che Lo irritano abitando le tombe », cioè coloro che sono morti in ogni senso e non sono occupati che in opere morte. In effetti, questi Lo irritano con la loro resistenza a ciò che è giusto; perché mentre i primi che sono nelle catene, forse volevano camminare, questi non lo vogliono; essi pregano Dio per averne i mezzi e Gli dicono: « liberatemi dalle mie necessità » (Ps. XXIV). E quando Dio li ha esauditi, essi Gli rendono grazie dicendo: « Voi avete spezzato i miei legami » (Ps. CXV, 7). Ma questi peccatori che Lo irritano abitando le tombe, sono del genere di quelli che la Scrittura designa con queste parole: « … da un morto, che non è più, la riconoscenza si perde » (Eccles. XVII, 23). Di là ancora questa parola: « Il peccatore quando è caduto nel profondo dell’abisso, disprezza tutto » (Prov. XVIII, 3). Una cosa è in effetti, desiderare la giustizia, altra cosa il combatterla, altra cosa essere liberato dal male, altra cosa difendere i propri peccati in luogo di confessarsi; pertanto, la grazia del Signore libera e fortifica l’uno e l’altro tipo di peccatore? E quale forza dà loro, se non quella di lottare fino al sangue contro il peccato? Perché Egli trova dei peccatori di questi due tipi, che devono proprio a ciò, il fatto che il santuario di Dio sia costruito in essi: gli uni dopo la loro liberazione, gli altri dopo la loro resurrezione (S. Agost.). – Questa vita è un luogo di prigionia ed un deserto. Dio deve un giorno liberarci, e noi temiamo il momento della nostra liberazione. Noi vogliamo, dice S. Agostino, accumulare sempre dei giorni e non giungere mai alla fine di questa carriera; noi vogliamo sempre marciare e mai arrivare; questo è irragionevole e contraddittorio. Quale sarà infine la nostra sorte? Quella che il Profeta descrive: noi moriamo da ribelli, ed abiteremo eternamente in luoghi aridi ove la misericordia divina non spande le sue influenze, noi approderemo a queste tombe ove la luce non penetra mai. È una sciagura non profittare del deserto di questa vita per entrare nella terra promessa! (Berthier).

II. —7-16.

ff. 7, 8. –  « O Dio, quando voi uscite in presenza del vostro popolo ». Per Dio, uscire, significa apparire nelle sue opere. Ora, questo non è da tutti, ma appartiene solamente a coloro che sanno ammirare le sue opere. – Io non parlo attualmente di queste opere che colpiscono gli occhi di tutti, come il cielo, la terra, il mare e tutto ciò che esse racchiudono, ma delle opere per le quali « … Egli libera e fortifica coloro che sono nelle catene », così come coloro che Lo irritano abitando nelle tombe, per farli abitare nella sua casa come aventi un solo cuore ed una sola anima. È così che Egli esce in presenza del suo popolo, cioè in presenza di coloro che comprendono questa grazia (S. Agost.). – Gesù-Cristo marcia alla nostra testa nel deserto di questa vita; Egli spande su di noi le benefiche influenze della sua grazia; Egli scuote i nostri cuori, sia con il timore dei suoi giudizi, sia con la veemenza del suo amore. Egli si mostra a noi come il Signore si mostrava agli Israeliti nella nube miracolosa; luce da un lato, tenebre dall’altra; molta luce per guidare i nostri passi, tante tenebre per provare la nostra fede. La nostra sventura è il perdere di vista il Conduttore beneficante, e di imitare gli Ebrei che rimpiangevano i falsi beni dell’Egitto. Ah! Diceva S. Gregorio, seguiamo Gesù-Cristo: la strada che Egli ci mostra sembra dura e difficile all’inizio, ma essa è piena di dolcezze per coloro che conducono una vita perfetta (Berthier). – « La terra è stata scossa quando passavate nel deserto ». Il deserto, erano i gentili che non conoscevano Dio; il deserto era il luogo ove Dio non aveva dato alcuna legge, o nessun Profeta mai aveva abitato e predetto la venuta del Salvatore. « Quando voi dunque passavate nel deserto », quando il vostro nome è stato predicato ai gentili, « … la terra è stata scossa », gli uomini della terra sono stati svegliati e chiamati alla fede. Ma come è stata scossa la terra? « Perché i cieli si sono fusi in acque davanti al Dio del Sinai, davanti al Dio di Israele …. ». Si tratta qui dei cieli di cui in un altro salmo è detto: « I cieli raccontano la gloria di Dio », e poco oltre « Non è linguaggio e non sono parole, di cui non si oda il suono » (Ps. XVIII, 4). In ogni caso non è a questi cieli, per grandi che essi siano, che bisogna attribuire la gloria di aver scosso la terra fino a condurla alla fede, come se il deserto delle nazioni fosse debitore di questa grazia a questi uomini; non è da se stessi che questi cieli hanno dato la loro pioggia, ma questa pioggia è partita dalla faccia di Dio … dal Signore di cui è detto in un altro punto: « voi versate ammirevolmente la vostra luce dall’alto delle montagne eterne » (Ps. LXXV, 5); benché sia dall’alto delle montagne eterne che viene la vostra luce, tuttavia siete Voi che la diffondete. Lo stesso qui: « I cieli si sono fusi in pioggia », ma questa pioggia « … è partita dalla faccia di Dio » (S. Agost.).

ff. 9, 12. – La pioggia è qui il simbolo della grazia in noi, della dottrina della salvezza e della santa Eucaristia; è una pioggia volontaria e tutta gratuita, perché essa è dovuta alla bontà di Dio e non ai nostri meriti. – Dio spande le sue grazie con abbondanza e con una liberalità che è tutta dalla sua misericordia, perché noi non possiamo ottenerla da noi stessi. Questa liberalità tutta gratuita esige da noi che vi corrispondiamo con una perfetta buona volontà, e con grande coraggio in mezzo alle prove di questa vita, cosa che non fecero i Giudei carnali che, ricolmi di benefici del Signore, non cessarono di mormorare contro di Lui quando li minacciavano le avversità (Berthier). – Questo popolo fu ricondotto dall’Egitto con grande clamore; noi, che siamo oggi il popolo di Dio, noi dobbiamo essere liberati da questo mondo, che è l’Egitto in rapporto a noi, e questa liberazione arriverà quando Gesù Cristo apparirà nella sua gloria. Ecco allora due grandi benefici, l’uno passato, e l’altro futuro. Cosa c’è in mezzo? Delle tribolazioni? E perché? Al fine di manifestare la volontà di coloro che servono Dio, affinché appaia fin dove portino lo zelo del suo servizio, affinché si veda se essi servono con disinteresse Colui dal Quale hanno ricevuto gratuitamente la salvezza (S. Agost.). – Quando una terra è stata fertilizzata, gli armenti vi abbondano, perché essi trovano il nutrimento di cui hanno bisogno. Il povero è alleviato e si riconosce che la benedizione del cielo è su questo retaggio. Ognuno deve interrogarsi sullo stato della propria anima, di questa terra che Dio gli dà da coltivare. Quanti, qui non vi trovano che animali feroci, cioè passioni indomite! (Berthier). – Oh! Se poteste vedere il campo del vostro cuore, fondereste in lacrime e non trovereste un solo boccone di cui potervi nutrire. Tutto il vostro uomo interiore perisce per la fame; esso è quasi morto. Quanti morti vediamo camminare nel mondo! (S. Agost.). –  « Voi avete preparato nella vostra soavità, o Dio mio, ciò che è necessario al povero ». Nella vostra soavità e non nelle sue ricchezze. In effetti, egli è povero, perché è stato fiaccato per essere reso perfetto, ed ha riconosciuto la sua indigenza per essere ricolmo di beni. È di questa soavità che il Profeta dice allora: « … Il Signore spanderà la sua soavità, e la nostra terra porterà i suoi frutti » (Ps. LXXXIV, 13), affinché faccia il bene non per timore, ma per amore, non per il terrore del castigo, ma per l’attrattiva della giustizia; perché tale è la vera libertà. Ma il Signore ha preparato questi beni per l’indigente e non per il ricco, che guarda questa povertà come un obbrobrio; obbrobrio, dice ancora il Salmista, per colui che è nell’abbondanza, ed oggetto di disprezzo per gli orgogliosi (Ps. CXXII, 4), (S. Agost.). – « Il Signore darà la sua parola a coloro che evangelizzano con una grande forza ». È Dio solo che dà Egli stesso la parola che vuole si annunci al suo popolo, ed il coraggio per annunciarla con forza; nessuno dunque deve ingegnarsi da se stesso in questo ministero. – È Dio che ispira i ministri della sua parola; è Lui che dà loro la forza di predicare in mezzo ai più grandi pericoli. – Coloro che il Signore ha scelto per annunciare la sua volontà provano che lo Spirito-Santo parla con la loro bocca; essi sono illuminati prontamente dalla verità ed infiammati dalla carità … ma essi devono leggere con grande precauzione le Sante Scritture; perché colui che le consulta non in spirito d’amore, ma in spirito di curiosità e per diventare sapiente, si arricchisce non della pienezza della parola, bensì della pienezza del libro (S. Greg.). – È l’amore della parola di Dio, e non l’amore della scienza che deve condurre allo studio del santi Libri. – La forza che Dio ha comunicato ai predicatori del Vangelo si è manifestata in tre maniere. – 1° con l’efficacia dei loro discorsi, con cui hanno convertito il mondo intero: « … così le mie parole non torneranno senza frutto, esse compiranno i miei disegni, e prospereranno in tutto ciò che io ho voluto » (Isaia. LV, 11); – 2° per la libertà dei loro discorsi, che è giunta fino a rimproverare i re per la loro vita licenziosa e dissoluta, e le loro empietà: « Io stesso vi darò le parole ed una saggezza alla quale tutti i vostri nemici non potranno resistere, e che essi non potranno contraddire » (S. Luca XXII, 15);  – 3° per la potenza e la virtù dei miracoli. « le mie parole e la mia predicazione – dice S. Paolo – non sono consistite in parole persuasive di saggezza umana, ma nelle prove sensibili dello Spirito e della potenza di Dio » (II Cor. IV).

ff. 13, 14. – Gesù-Cristo è il Re dei re ed il Signore dei signori. Egli li ha assoggettati tutti, condividendo le spoglie del forte armato, cioè rendendosi padrone di tutte le Nazioni che appartenevano in precedenza ai demoni, ed ha così formato tutte le bellezze della sua casa, che è la Chiesa. – Si, il Cristo ha reso bella la casa, cioè la Chiesa, con la distribuzione delle sue spoglie, come un corpo è bello per la distribuzione delle sue membra. Ora, si chiama spoglia ciò che è tolto ai nemici vinti. « Nessuno, dice il Salvatore, entra nella casa del forte per togliergli le armi, se non ha prima legato il povero » (S. Matt. XII, 29). Il Cristo ha dunque caricato il demonio di legami spirituali, con la vittoria che ha riportato sulla morte e con la sua Ascensione dagli inferi ai cieli. Egli lo ha legato con il mistero della sua incarnazione, ragion per cui il demonio, benché non avesse potuto trovare nulla che Gli facesse meritare la morte, ha ricevuto il permesso di farlo perire. Egli lo ha legato e gli ha tolto le sue armi come delle spoglie, perché Egli agiva sui figli della diffidenza (Efes. II, 2), per cui Egli assoggettava l’infedeltà ai propri disegni. Allora il Signore ha purificato queste armi con la remissione dei peccati; Egli ha santificato queste spoglie strappate ad un nemico abbattuto e caricato di catene, e le ha distribuite per la bellezza della sua casa. Degli uni ne ha fatti degli Apostoli, degli altri dei Profeti, altri Pastori, o Dottori per i bisogni del Ministero, alfine di edificare il Corpo di Cristo (Ibid. I, 4), (S. Agost.). – Le spoglie che Egli sottrae e delle quali arricchisce la Chiesa, è ancora il deposito delle santa Verità che passa dalla sinagoga alla Chiesa Cristiana, il mondo intero che ha rapito al gentilizio, le vittime che strappa all’inferno, la vita che conquista sulla morte. – Qui dunque il Salmista ci espone, in termini figurati e profetici, l’organizzazione, la forza, i trionfi, le ricchezze della Chiesa. – Sotto la condotta di Gesù-Cristo, il prediletto di Dio, i piccoli, i poveri, i semplici, le donne stesse riportano le vittorie sui nemici della salvezza. Talvolta il Signore, per manifestare i tesori della sua grazia, ha dato lo spettacolo delle virtù più perfette nelle condizioni più eminenti; ma, dice Sant’Agostino, io vedo i peccatori chiamati prima dei filosofi, io vedo Pietro preferito ai re, io vedo migliaia di vergini impossessarsi della corona, e dei bambini anche tenere lezione ai vecchi (Berthier). –  « … Se voi dormite in mezzo a terre che vi sono toccate in eredità ». Il Profeta sembra rivolgersi a coloro ai quali sono state distribuite come delle spoglie per la beatitudine della casa, secondo l’utilità particolare che lo Spirito Santo manifesta per ognuno. Se voi dormite in mezzo alle vostre eredità, voi sarete come le ali della colomba argentata, cioè vi eleverete ad una nuova altezza, restando attaccati alla forza che unisce la Chiesa; perché questa colomba argentata è quella di cui è detto: « … Unica è la mia colomba » (Cant. VI, 8).  Essa è argentata perché istruita dagli insegnamenti divini per cui in un altro Salmo è detto: « I vostri insegnamenti, Signore, cono come l’argento che il fuoco ha separato da ogni terra e che è stato purificato sette volte » (Ps. XI, 7). È dunque un gran bene il dormire in mezzo all’eredità, che significano, secondo qualcuno, i due Testamenti; così, il dormire in mezzo alle parti, è riposare sull’autorità dei due Testamenti; cioè annuire alle testimonianze dei due Testamenti. Di modo tale che ogni parola proposta e riconosciuta proveniente dall’una o dall’altra fonte, mette termine pacificamente ad ogni discussione col riposo più perfetto. Se così è, qual avvertimento è dato qui a coloro che evangelizzeranno con una grande forza, se non è Dio ad accordar loro questa parola con la quale essi potranno evangelizzare, se essi dormono in mezzo a queste due eredità? In effetti a loro è data la parola di verità quando essi riposano sull’autorità dei due Testamenti, ed essi stessi sono le ali della colomba argentata, portando fino in cielo, con la loro predicazione, la gloria della Chiesa (S. Agost.). – Applicato ai semplici fedeli, questo versetto contiene una verità non meno toccante. In effetti, se l’eredità del primo testamento, essendo l’ombra figurativa del secondo, consisteva in una felicità terrestre, e se l’eredità del Nuovo Testamento è l’eterna felicità, dormire in mezzo alle due eredità, non è la ricerca con ardore della prima, ma attendere con pazienza la seconda; perché, a coloro che servono Dio, o piuttosto che rifiutano di servire Dio, alfine di ritrovare la felicità in questa vita e su questa terra, il sonno sfugge ed essi non possono dormire. In effetti, agitati dai piaceri che li infiammano, essi sono spinti ai disordini ed ai crimini, e non hanno riposo, desiderando acquisire e temendo di perdere. « Al contrario, colui che mi ascolta, dice la Sapienza, abiterà nella speranza e riposerà senza timore, esente da ogni minaccia » (Prov. I, 33). Ecco che questo è dormire in mezzo alle eredità: è abitare, non ancora in realtà, ma già nella speranza, nella eredità celeste, e riposare lontano da ogni piacere di una felicità terrestre. Ma quando sarà arrivato ciò che noi speriamo, noi non dormiremo più in mezzo a due eredità; noi regneremo in ciò che è il nuovo ed il vero. Ecco perché nulla ci impedisce di comprendere queste parole: « … Se voi dormite in mezzo alle eredità », applicandole alla nostra morte, secondo il costume della Scrittura, che dà il nome di « sonno » alla morte della carne. Perché la migliore delle morti è quella dell’uomo che, perseverando fino alla fine nella repressione dei piaceri terrestri, e nella speranza dell’eredità celeste, vede l’ultima ora chiudere il corso della sua vita. Ora, coloro che si addormenteranno in questa sorte, saranno come le ali della colomba argentata, per essere trasportati, al momento della resurrezione, nelle nubi, nell’aere, davanti al Cristo, al fine di vivere per sempre con il Signore (I Tess. IV, 14), e si abbelliscono a misura dell’avvicinarsi al sole di giustizia (S. Agost.). – Queste ali argentate della colomba, dopo le grandi sofferenze, non sono ordinariamente per questa vita; questo splendore dell’oro non è che per coloro che sono stati epurati per lungo tempo nella fornace. – Criterio nascosto, ma pieno di giustizia, che il Re del cielo fa non soltanto dei re, ma pure di tutti i popoli della terra. – Separazione ben diversa secondo la quale gli uni diventeranno più bianchi della neve, e gli altri più neri del carbone (Duguet). – Le piume della colomba sono suscettibili di colori cangianti, a seconda di come esse siano esposte ai raggi del sole. Ciò che vi domina è il bianco, il grigio, il nero, il vinaccio, e da questo miscuglio risulta un colore che assomiglia all’oro pallido. Il Profeta si serve qui di questa comparazione per designare la protezione che Dio accorderà al suo popolo, principalmente alla tribù di Giuda, quando anche essa sarà circondata dalle dieci altre tribù divenute sue nemiche, dopo lo scisma di Roboamo. Questa tribù è chiamata qui colomba, come lo è nel Cantico dei Cantici, perché essa rimane fedele più tempo delle altre all’alleanza con Dio (Berthier).

ff. 15, 16. – Ma, nel timore che qualcuno osi comparare Nostro Signore Gesù-Cristo ai Santi, che sono pure chiamati montagne di Dio, e nella paura che si assimilasse a queste montagne, che sono i figli degli uomini, la montagna che è il Cristo, perché non mancherebbero uomini per dire, gli uni che era Giovanni Battista, altri Elia, altri Geremia o uno dei profeti, il Salmista si volge ad esse e dice loro: « Perché supponete che queste montagne fertili siano la montagna ove è piaciuto a Dio stabilire la sua abitazione? » Similmente questi grandi uomini hanno ricevuto il nome di luce, perché il Signore ha detto loro: « Voi siete la luce del mondo » (S. Matt. V, 14); ma è stato anche detto del Cristo: « Egli è la vera luce, che illumina ogni uomo che viene in  questo mondo » (S. Giov. I, 9); per cui questi uomini sono delle montagne gloriose, ma ben al di sopra di esse è la montagna preparata sulle cime delle altre montagne. Perché dunque supponete che queste montagne siano la montagna sulla quale è piaciuto a Dio fissare la sua dimora? Non è che Egli non abiti gli altri monti; ma non vi abita se non per il Cristo, « … perché in lui risiede tutta la pienezza della divinità » (Colos. II, 7). Il Signore abiterà le montagne che non sono comparabili a quella preparata sulle cime di tutte le altre; Egli vi abiterà  per condurli fino alla loro fine, cioè fino a Sé stesso, dove essi Lo contempleranno nella sua divinità (S. Agost.). – I luoghi elevati sono stati preferibilmente scelti da Dio per divenire il teatro delle sue divine manifestazioni. I luoghi elevati avvicinano al cielo, e l’esempio che vi si manifesta attira più facilmente gli sguardi. Così Gesù-Cristo compara la sua Chiesa ad una città posta su di una montagna, a causa della sua elevazione e della sua solidità, dice Sant’Agostino, ma la Chiesa non fa che un tutt’uno con Gesù-Cristo. Essa stessa è una montagna, perché Essa è il Corpo di Cristo; ma è Gesù-Cristo che è il fondamento della Chiesa, ed è legalmente Gesù-Cristo che Sant’Agostino riconosce in questa parola del Salmo: « … La montagna di Dio è una montagna grassa e fertile, ove è piaciuto a Dio l’abitarvi, perché è la montagna ove le anime si rafforzano e si arricchiscono di doni celesti ». – Dio scelse quaggiù dei luoghi privilegiati, ove piacque a Lui diffondere con più abbondanza le rugiade della sua grazia. Le sante lettere sono piene di questa teologia, ed essa è il fondamento della pratica antica e costante dei pellegrinaggi. E questo si collega a tutto l’insieme della dottrina cattolica: Dio volendo entrare in trattative con l’uomo, cioè con l’essere nello stesso tempo intelligente e sensibile, ha dovuto adattare alla sua grazia i rapporti di tempo, di luoghi e di persone. C’è dunque una vocazione, una predestinazione per i luoghi come per le persone; ci sono dei luoghi, delle montagne ove si sono accumulate delle meraviglie di un ordine soprannaturale, ove c’è stato il compiacimento di Dio nel risiedervi fin dagli inizi, e dove risiederà fino alla fine (Mgr. Pie, t. VI, p. 524). 

III. — 17-24.

ff. 17, 18. – Il Salmista termina questo Salmo con la descrizione del trionfo di Gesù-Cristo, che dopo essere disceso, con la sua incarnazione seguita dalla sua morte, nelle parti infime della terra, è salito successivamente al di sopra di tutti i cieli, conducendo con Sé una moltitudine di prigionieri, e ha distribuito magnificamente i suoi differenti doni sugli uomini, inviando loro lo Spirito Santo e, cosa più ammirevole, ha trionfato del cuore ribelle di coloro che erano completamente increduli e ha fatto in modo che popoli in precedenza infedeli ed increduli, dimorassero nel Signore, e che il Signore avesse dimorato in essi (Duguet). – Dopo aver descritto il corteo che circonda il carro del trionfo del Signore, il Profeta si rivolge al Signore stesso: « … Voi siete salito nell’alto dei cieli, voi avete catturato la prigionia, avete distribuito dei regali agli uomini. » – L’Apostolo riporta questo versetto e lo applica a Nostro Signore in questi termini: « Ad ognuno di noi, la grazia è stata data secondo la misura del dono di Gesù ». Ecco perché il Profeta ha detto: Ascendendo in cielo ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini. Ma che significa la parola « ascese », se non che prima era disceso quaggiù sulla terra? Colui chediscese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per riempire tutte le cose (Efes. IV, 7-10). È dunque, senza alcun dubbio, di Gesù Cristo che il Profeta ha parlato dicendo: « … Voi siete salito nell’alto dei cieli, voi avete fatto prigioniera la cattività, voi avete ricevuto i doni nella persona degli uomini ». E non siate preoccupati dal fatto che l’Apostolo, citando questo passaggio, non abbia detto: « Voi avete ricevuto dei doni nella persona degli uomini », ma: « Egli ha dato dei doni agli uomini ». L’Apostolo, con l’autorità che questo titolo gli dava, ha parlato, così come ha fatto, considerando il Figlio come Dio con il Padre. In questo senso, effettivamente, Egli ha dato dei doni agli uomini, inviando loro lo Spirito-Santo, che è lo Spirito del Padre e del Figlio. Ma se si considera lo stesso Gesù Cristo nel suo corpo che è la Chiesa, se si considera che i Santi ed i fedeli sono sue membra, secondo queste parole dell’Apostolo: « Voi siete il corpo ed le membra di Cristo » (I Cor. XII, 27), senza alcun dubbio, in questa qualità, Egli ha ricevuto dei doni nella persona degli uomini (S. Agost.). –  Ma cosa vuol dire: « Avete catturato la cattività »? Sarà perché Egli ha vinto la morte, che teneva prigionieri coloro sui quali essa regnava? O forse il Profeta ha designato, con questo termine « cattività », gli uomini che il demonio teneva prigionieri? Il Profeta dà agli uomini che erano prigionieri, il nome di cattività, come noi diciamo « milizia » parlando dei militari. Il Profeta ha detto che la cattività era stata catturata dal Cristo. Perché in effetti, la cattività non sarebbe felice se gli uomini potessero essere fatti prigionieri per il loro bene? … Essi sono dunque prigionieri perché sono stati presi, e sono stati presi perché sono stati soggiogati; sottomessi a questo giogo che è pieno di dolcezza, liberati dal peccato di cui erano schiavi, essi sono divenuti i servitori della giustizia, rispetto alla quale erano liberi in precedenza (Rom. VI, 18). Ecco perché il Cristo è in essi, nello stesso tempo, Colui che ha dato i doni agli uomini, e Colui che ha ricevuto dei doni nella sua Persona dagli uomini. Così, in questa cattività, in questa servitù, a questo carro, sotto questo giogo vi sono migliaia di uomini, non che piangono, ma che gioiscono; perché « … il Signore è in essi, nel suo Santuario ». – Ma cosa aggiunge il Profeta? « Anche coloro che non credono che Dio possa abitare in mezzo ad essi ». Non parla della cattività, e non dice perché, prima di passare sotto la felice servitù, essi si trovavano incatenati in una servitù funesta? In effetti è in ragione della loro incredulità che gli uomini erano prigionieri del nemico, « … che agisce sui figli ribelli, nel numero dei quali una volta eravate anche voi, quando vivevate tra essi » (Efes. II, 2-3). È dunque per i doni della sua grazia che il Cristo, che ha ricevuto i doni nella persona degli uomini, ha reso prigioniera questa funesta cattività. In effetti, questi uomini non credevano che un giorno avrebbero abitato la casa di Dio. Ma la fede li ha infine liberati, affinché essi abitassero la casa di Dio, e diventassero essi stessi questa casa e il carro di Dio, formato da migliaia di Santi che si rallegrano (S. Agost.).

ff. 19, 20. – È allora che il cantore di queste parole profetiche, al quale lo Spirito Santo concedeva di contemplare in anticipo queste grandi cose, egli stesso pieno di gioia, intona un inno di gioia e grida: « Benedetto sia il Signore-Dio ».  La terra deve unirsi al cielo per ridire con la moltitudine degli eletti: « La salvezza viene dal nostro Dio, seduto sul trono, e dall’Agnello … Benedizione, gloria, saggezza, azioni di grazie, onore, potenza e forza dal nostro Dio, nei secoli dei secoli ». (Apoc. VII, 10, 12.). – E poiché il Cristo conduce fino alla fine il carro di cui ha parlato, il Profeta continua e dice: « Un cammino prospero ci sarà preparato dal Dio della nostra salvezza ». Queste parole ci insegnano la necessità della grazia. Chi sarà salvato in effetti, se Dio non lo salvava? Ma per paura che questo pensiero non si presentasse al nostro spirito: perché dunque noi moriamo se la grazia ci ha salvato? … egli aggiunge: « Appartiene al Signore liberare dalla morte », lo stesso vostro Signore, non ha avuto altra uscita dalla sua vita, che la morte. Soffriamo dunque con pazienza la morte stessa, sull’esempio di Colui che ha voluto uscire dalla vita per mezzo della morte, benché alcun peccato lo avesse reso tributario della morte, e che fu il Signore, al Quale nessuno poteva togliere la vita ed al Quale apparteneva il deporla da se stesso (S. Agost.).

ff. 21-23. – « Ma comunque Dio schiaccerà la testa dei suoi nemici, e la fronte superba di coloro che camminano nei loro peccati »; vale a dire di coloro che si elevano in maniera disordinata, e che si inorgogliscono fieramente nei loro peccati, mentre dovrebbero attingere sentimenti di umiltà. Egli schiaccerà la loro testa, « perché colui che si esalta, sarà abbassato ». Egli schiaccerà la testa dei suoi nemici e non soltanto di coloro che lo hanno deriso sulla croce, ma anche di tutti quelli che  si ergono contro la sua dottrina e che volgono la sua morte in derisione, come se non fosse che la morte di un uomo (S. Agost.). – Così come Dio è buone nei riguardi dei peccatori umili che riconoscono le loro debolezze, così è terribile nei riguardi dei peccatori orgogliosi che sono nemici dichiarati e vogliono insolentemente perseverare nei loro peccati. Egli li schiaccia talvolta in questa vita, ma sempre nell’altra, dove non ci sarà da sperare più salvezza per coloro il cui orgoglio non sarà stato abbassato in questa vita. – Nessun nemico, per potente che sia, tra le mani di Dio ritira le sue quando a lui piace, con la stessa facilità con la quale Egli ha liberato il suo popolo dalle mani di re potentissimi; non c’è nessun abisso di peccato, quantunque profondo, da cui la bontà onnipotente di Dio non si ritiri quando vuole (Dug.).  

IV. — 24-35.

ff. 25-27. –  « Si è visto il vostro passo, o mio Dio »! Si è visto il vostro passo attraverso il mondo, che voi dovete percorrere interamente su questo carro, chiamato ugualmente nel Vangelo col nome di nube e che significa: i santi ed i fedeli. …Tali sono i passi che da voi si sono visti; vale a dire, tali sono i passi che ci sono stati manifestati, quanto la grazia del Nuovo Testamento ci è stata rivelata. Ecco perché è scritto: « Quanto son belli i piedi di coloro che annunziano la pace, che annunciano la buona novella » (Rom. X, 15). In effetti, questa grazia e questi passi erano nascosti nell’Antico Testamento; « … ma quando è venuta la pienezza dei tempi, e quando è piaciuto a Dio rivelare suo Figlio, perché fosse annunciato tra le nazioni » (Gal. IV, 4), si sono visti i vostri piedi, o mio Dio!, « i passi del mio Dio, del Re che abita nel luogo santo ». In qual luogo santo, se non nel suo tempio? In effetti il tempio di Dio è santo, e « Voi siete questo tempio » (II Cor. III, 17), (S. Agost.). – Ora, perché questi passi fossero visti, « … i principi hanno marciato per primi con coloro che cantavano sul salterio, in mezzo alle fanciulle che battevano sui tamburi ». I Principi sono gli Apostoli; essi hanno in effetti, marciato per primi, affinché i popoli li seguissero; essi hanno marciato per primi annunciando il Nuovo Testamento, « con quelli che cantavano sul salterio », cioè con coloro le cui buone opere, visibili agli altri uomini, glorificassero Dio, come strumenti destinati a lodarlo. Questi stessi principi erano « in mezzo alle fanciulle che battevano sui tamburi », vale a dire: essi erano onorati dal ministero stesso che espletavano; perché tale è il rango dei ministri sacri in mezzo alle nuove chiese che essi governano. In effetti, nel timore che non venga allo spirito di qualcuno, l’interpretare queste figure in senso carnale, il Profeta continua e dice: « benedite il Signore nelle Chiese »; come se dicesse: guardatevi, sentendo parlare di fanciulle che battono sui tamburi, dal pensare a divertimenti lascivi. « Benedite il Signore nelle Chiese ». Le chiese sono figurate con denominazione mistica; le chiese sono le fanciulle che battono sui tamburi, cioè a chi la vittoria riportata sulla carne ha dato un’autorità spirituale. « Benedite dunque nelle Chiese il Signore, Iddio, voi che siete usciti dalle sorgenti di Israele ». È in Israele, in effetti, che Egli ha scelto coloro che voleva fossero delle sorgenti; è là che Egli ha scelto gli Apostoli, i primi che hanno ascoltato queste parole. « Chiunque berrà l’acqua che io gli darò, non avrà mai sete, ma uscirà da lui una sorgente d’acqua che zampillerà  fino alla vita eterna » (Giov. IV, 13, 14); (S. Agost.). – I piccoli ed i grandi, i princìpi ed i popoli si trovano in queste chiese come nella casa comune, per rendere i loro doveri a Dio.

ff. 28-30. – Questa espressione. « Signore, dispiegate la vostra forza », è nello stile dei profeti, che rappresentano Dio come intimante i suoi ordini agli strumenti della sua bontà o delle sue vendette. Dio comanda alla sua forza, quando la impiega, quando ne fa sentire gli effetti. Io potrei dire, nell’orazione: Signore comandate alle vostre luci di illuminarmi; comandate al vostro amore di abbracciarmi; comandate alla vostra misericordia di perdonare i miei peccati; comandate alla vostra saggezza di mostrarmi le vostre vie. Nel Salmo XLIII, il Profeta dice che Dio comanda la salvezza di Giacobbe; vale a dire che Egli prende i mezzi efficaci per salvare il suo popolo. O Signore, ripeto con il sentimento di un cuore toccato dal desiderio di compiacervi: comandate la mia salvezza; comandate ai nemici che vi si oppongono, lasciate la mia anima gioire delle pace che si gusta nel vostro seno; comandate alle mie passioni di tacere alla vostra presenza. Comandate al mio cuore di attaccarsi inviolabilmente a voi (Berthier). – In qualunque grado di virtù e di santità l’uomo sia stabilito, deve chiedere a Dio di stabilizzarlo e completare in lui ciò che ha iniziato. Sovrano ambito è Gesù Cristo, al Quale tutti i re della terra sono venuti a rendere adorazione ed i loro omaggi, consacrando a Lui i loro Stati ed ancor più il loro cuore. Quale dono più gradito a Dio, se non il sacrificio di lode? Ma vi sono degli uomini che, benché portino il nome di Cristiani, hanno sentimenti contrari, e mischiano a queste lodi queste arie discordanti. Che Dio faccia dunque ciò che dice il Profeta: « Reprimere le bestie feroci del canneto ». Queste sono delle vere bestie feroci, perché sono pericolose per la loro mancanza di intelligenza, e sono le bestie feroci delle canne perché essi corrompono, con i loro errori, il senso delle scritture. – Ed è ancora per gli stessi uomini che il Profeta aggiunge: « Essi sono come una moltitudine di tori in mezzo alle vacche dei popoli », affinché coloro che sono stati provati dal denaro siano respinti. Dando loro il nome di tori, a causa della loro testa dura ed indomita, il profeta designa gli eretici, le vacche dei popoli sono le anime facilmente seducibili. « Al loro numero appartengono certi tali che entrano nelle case e accalappiano donnicciole cariche di peccati, mosse da passioni di ogni genere, che stanno sempre lì ad imparare, senza riuscire mai a giungere alla conoscenza della verità » (II Tim. III, 6-7).  – Lo stesso Apostolo dice ancora: « Bisogna che si abbiano delle eresie per manifestare coloro che tra voi sono riprovati » – « È necessario infatti che ci siano divisioni tra voi, perché si manifestino quelli che sono i veri credenti in mezzo a voi » (I Cor. XI, 19), cosa che si riconduce a ciò che aggiunge il Profeta: « Affinché tutti quelli che sono provati con l’argento siano riprovati »; cioè manifestati, evidenziati (S. Agost.). – « Respingete le bestie feroci, sempre pronte a slanciarsi dalle loro canne ». Quale spettacolo presenta in questo momento il mondo, se non quello di una banda di tori furiosi che non hanno davanti a loro se non timide vacche? È vero, i popoli stessi sono rammolliti, « stravaccati », pertanto il mondo contiene ancora delle intelligenze ferme, dei coraggi robusti; grandi energie sussistono in seno alle società. Ma queste nature forti ed oneste che sono a prova di argento, vengono escluse, respinte; si riducono gli uomini degni di questo nome, si crede di aver guadagnato tutto, tanto i popoli si personificano in volontà fiacche, in spiriti fluttuanti, in anime che non hanno nulla di virile: truppe di vacche che abbiamo visto più di una volta in fuga, quando i tori hanno fatto irruzione (Mgr. Pie, I, 456, Homél, Pentec.).

ff. 31-35. – I reami o i re della terra hanno bisogno che si ricordi loro l’obbligo che hanno di cantare le lodi di Dio. Essi sono talmente inebriati dalla loro grandezza e dallo sfarzo che li circonda, che dimenticano facilmente ciò che essi devono a Dio, per non ricordarsi se non di quello che essi credono che gli uomini debbano loro. – La voce di Dio è così forte e potente, che nulla è capace di resistergli, e che i suoi nemici più dichiarati saranno infine obbligati a rendergli gloria. – I Santi sono la più grande meraviglia di Dio. Il mondo non è che un’ombra della sua grandezza, ma i Santi ne sono un’immagine viva, essi rappresentano in qualche modo, la virtù e la forza invincibile di Dio, perché è per esse che sono divenuti Santi, malgrado tutti gli attacchi del demonio, del mondo, della carne (Dug.). – « Al suo popolo che è ora fragile e debole, Dio donerà la forza e la potenza ». In effetti quaggiù, noi portiamo i nostri tesori in vasi fragili (II Cor. IV, 8); ma allora, per i gloriosi cambiamenti che avranno luogo anche nei corpi, « egli darà la forza e la potenza al suo popolo »; il Cristo gli darà la forza che per primo ha deposto nella sua carne, e che l’Apostolo chiama la forza di resurrezione (Filip., III, 10); questa forza per la quale la morte sarà distrutta. « Benedetto sia il nostro Dio »! (S. Agost.).

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI (…COL GREMBIULINO) DI TORNO: SS. PIO VII – “ECCLESIAM A JESU”

La collezione di scomuniche per le società di stampo massonico, si arricchisce di una nuova Bolla, l’Ecclesiam a Jesu, di S.S. Pio VII che, informato dai settari fuoriusciti dalle riunioni tenebrose delle conventicole, cercava di porre argine all’espansione di facinorosi il cui scopo era sostanzialmente quello di sovvertire l’ordine sociale costituito, ma ancor più minare e demolire, se possibile, la santa Chiesa Cattolica, fondata da Gesù-Cristo, ed eliminare [si fueri potest] il suo Capo visibile, il Santo Padre, il Vicario di Cristo: colpire il Pastore per disperdere le pecore  …«Verranno gli ingannatori che, secondo i loro desideri, cammineranno nella via dell’empietà» (Gd 18). Infatti nessuno ignora quanti scellerati, in questi tempi difficilissimi, si siano coalizzati contro il Signore e contro Cristo Figlio Suo; costoro si adoperano soprattutto (sebbene con vani sforzi) a travolgere e a sovvertire la stessa Chiesa, ingannando i fedeli …». L’origine di tali movimenti settari, mascherati da organizzazioni politiche o addirittura filantropiche, risiedeva e tuttora risiede – come sempre – nelle radici gnostico-giudaiche così come opportunamente ricorda il Pontefice in questo documento, paragonando … questi scellerati, ai Priscillanisti, che seguivano appunto la dottrina gnostico-cabalista già pochi secoli dopo la costituzione della Chiesa, con l’intento sempre dichiarato, seppur nel segreto, di distruggere ed eliminare tutta l’opera – spirituale e materiale – del Cristo Gesù. Questa melma nel tempo si è rovesciata nel mondo e nella Chiesa, infiltrandosi per mezzo di ultra-scellerati marrani, finti chierici, frequentanti regolarmente gli alti gradi delle sette massoniche, e in ogni angolo della Cristianità, fino al totale controllo degli uffici e dei templi sacri. Ci si dirà che tutto questo fosse già profetizzato nelle sacre Scritture e dai Padri e teologi accreditati dalla Santa Chiesa, [tra gli altri, nel secolo scorso furono il De Segur, il Billot, il Cardinal Manning a tracciare un cammino che avrebbe seguito la Chiesa passando dal Getsemani, alla passione, morte e sepolcro, come il suo divin Fondatore, e questo come punizione per i popoli Cristiani irriverenti e praticanti un Cristianesimo farisaico, sacrilego di facciata]. Noi del pusillux grex, pur frastornati dall’empietà di personaggi dalla “faccia di bronzo” che si spacciano per Pastori cattolici “buonisti” ed accomodanti – aperti cioè a tutti i vizi [… in particolare al vizio impuro] ed ai capricci peccaminosi del mondo attuale da essi stessi paganizzato – ed occupano le sedi Apostoliche indebitamente usurpate, coadiuvati da sedicenti chierici pseudotradizionalisti senza giurisdizione e senza missione canonica – cioè i lupi sedevacantisti ed i fallibilisti gallicani, le iene rapaci che si introducono nel gregge – restiamo inamovibili nell’attesa degli eventi dei suddetti profeti e fedeli interpreti della Tradizione, i quali così come hanno previsto la rimozione del Katechon, l’abominio della desolazione nel tempio santo, la venuta dell’anticristo, l’eliminazione del Sacrificio perpetuo e la persecuzione violenta – fisica e spirituale – dei Cristiani, hanno pure profetizzato l’arrivo inatteso della Giustizia divina che farà scempio di satana e dei suoi adepti massoni con il “soffio della bocca” dello stesso Cristo, che darà nuovo spledore, nuova luce e beltà alla sua Sposa immacolata, al suo Corpo mistico: la Santa Chiesa Cattolica. Poveri illusi grembiulinati, siete destinati a perire miseramente, come Antioco, corroso dai vermi e da piaghe purulenti, già in questa vita, ed a subire i tormenti del vostro baphomet ingannatore che vi vuole suoi schiavi eterni nel fuoco della Geenna, ove … sarà pianto e stridor di denti. Pentitevi, fate penitenza, finché siete in tempo, tornate al vostro Creatore e Redentore … noi altri, non disperiamo, pregheremo anche per voi….  e ricordate:

ET IPSA CONTERET CAPUT VESTRUM!

BOLLA
ECCLESIAM A JESU
DEL SOMMO PONTEFICE
PIO VII

Il Vescovo Pio, servo dei servi di Dio. A perpetua memoria.

1. La Chiesa fondata da Gesù Cristo Salvatore Nostro sopra solida pietra (e contro di essa Cristo promise che non sarebbero mai prevalse le porte dell’inferno) è stata assalita così spesso e da tanti temibili nemici, che se non si frapponesse quella promessa divina che non può venir meno, vi sarebbe da temere che essa potesse soccombere, circuita dalla forza o dai vizi o dall’astuzia. Invero, ciò che accadde in altri tempi si ripete anche e soprattutto in questa nostra luttuosa età che sembra quell’ultimo tempo preannunciato in passato dall’Apostolo: «Verranno gli ingannatori che, secondo i loro desideri, cammineranno nella via dell’empietà» (Gd 18). Infatti nessuno ignora quanti scellerati, in questi tempi difficilissimi, si siano coalizzati contro il Signore e contro Cristo Figlio Suo; costoro si adoperano soprattutto (sebbene con vani sforzi) a travolgere e a sovvertire la stessa Chiesa, ingannando i fedeli (Col II, 8) con una vana e fallace filosofia e sottraendoli alla dottrina della Chiesa. Per raggiungere più facilmente questo scopo, molti di costoro organizzarono occulti convegni e sette clandestine con cui speravano in futuro di trascinare più facilmente numerosi individui ad essere complici della loro congiura e della loro iniquità. 

2. Già da tempo questa Santa Sede, scoperte tali sette, lanciò l’allarme contro di esse con alta e libera voce e rivelò le loro trame contro la Religione e contro la stessa società civile. Già da tempo sollecitò la vigilanza di tutti perché si guardassero in modo che queste sette non osassero attuare i loro scellerati propositi. È tuttavia motivo di rammarico che all’impegno di questa Sede Apostolica non abbia corrisposto l’esito cui essa mirava e che quegli uomini scellerati non abbiano desistito dalla congiura intrapresa, per cui ne sono derivati infine quei mali che Noi stessi avevamo previsto. Anzi, quegli uomini, la cui iattanza sempre si accresce, hanno perfino osato creare nuove società segrete. 

3. A questo punto occorre ricordare una società nata di recente e diffusa in lungo e in largo per l’Italia e in altre regioni: per quanto sia divisa in numerose sette e per quanto assuma talvolta denominazioni diverse e distinte tra loro, in ragione della loro varietà, tuttavia essa è una sola di fatto nella comunanza delle dottrine e dei delitti e nel patto che fu stabilito; essa viene chiamata solitamente dei Carbonari. Costoro simulano un singolare rispetto e un certo straordinario zelo verso la Religione Cattolica e verso la Persona e l’insegnamento di Gesù Cristo Nostro Salvatore, che talvolta osano sacrilegamente chiamare Rettore e grande Maestro della loro società. Ma questi discorsi, che sembrano ammorbiditi con l’olio, non sono altro che dardi scoccati con più sicurezza da uomini astuti, per ferire i meno cauti; quegli uomini si presentano in vesti di agnello ma nell’intimo sono lupi rapaci. 

4. Anche se mancassero altri argomenti, i seguenti persuadono a sufficienza che non si deve prestare alcun credito alle loro parole, cioè: il severissimo giuramento con cui, imitando in gran parte gli antichi Priscillanisti, promettono di non rivelare mai e in nessun caso, a coloro che non sono iscritti alla società, cosa alcuna che riguardi la stessa società, né di comunicare a coloro che si trovano nei gradi inferiori cosa alcuna che riguardi i gradi superiori; inoltre, le segrete e illegali riunioni che essi convocano seguendo l’usanza di molti eretici e la cooptazione di uomini d’ogni religione e di ogni setta nella loro società. 

5. Non occorrono dunque congetture e argomenti per giudicare le loro affermazioni, come più sopra si è detto. I libri da loro pubblicati (nei quali si descrive il metodo che si suole seguire nelle riunioni dei gradi superiori), i loro catechismi, gli statuti e gli altri gravissimi, autentici documenti rivolti a ispirare fiducia, e le testimonianze di coloro che, avendo abbandonato la società cui prima appartenevano, ne rivelarono ai legittimi giudici gli errori e le frodi, dimostrano apertamente che i Carbonari mirano soprattutto a dare piena licenza a chiunque di inventare col proprio ingegno e con le proprie opinioni una religione da professare, introducendo quindi verso la Religione quella indifferenza di cui a malapena si può immaginare qualcosa di più pernicioso. Nel profanare e nel contaminare la passione di Gesù Cristo con certe loro nefande cerimonie; nel disprezzare i Sacramenti della Chiesa (ai quali sembrano sostituirne altri nuovi da loro inventati con suprema empietà) e gli stessi Misteri della Religione Cattolica; nel sovvertire questa Sede Apostolica (nella quale risiede da sempre il primato della Cattedra Apostolica) (Sant’Agostino, Ep. 43) sono animati da un odio particolare e meditano propositi funesti e perniciosi. 

6. Non meno scellerate (come risulta dagli stessi documenti) sono le norme di comportamento che la società dei Carbonari insegna, sebbene impudentemente si vanti di esigere dai suoi seguaci che coltivino e pratichino la carità e ogni altra virtù, e che si astengano scrupolosamente da ogni vizio. Pertanto essa favorisce senza alcun pudore le voluttà più sfrenate; insegna che è lecito uccidere coloro che non rispettarono il giuramento di mantenere il segreto, cui si è fatto cenno più sopra; e sebbene Pietro principe degli Apostoli (1Pt 2,13) prescriva che i Cristiani «siano soggetti, in nome di Dio, ad ogni umana creatura o al Re come preminente o ai Capi come da Lui mandati, ecc.», sebbene l’Apostolo Paolo (Rm III,14) ordini che «ogni anima sia soggetta alle potestà più elevate», tuttavia quella società insegna che non costituisce reato fomentare ribellioni e spogliare del loro potere i Re e gli altri Capi, che per somma ingiuria osa indifferentemente chiamare tiranni. 

7. Questi ed altri sono i dogmi e i precetti di questa società, da cui ebbero origine quei delitti recentemente commessi dai Carbonari, che tanto lutto hanno recato a oneste e pie persone. Noi, dunque, che siamo stati designati come veggenti di quella casa d’Israele che è la Santa Chiesa e che per il Nostro ufficio pastorale dobbiamo evitare che il gregge del Signore a Noi divinamente affidato patisca alcun danno, pensiamo che in una contingenza così grave non possiamo esimerci dall’impedire i delittuosi tentativi di questi uomini. Siamo mossi anche dall’esempio di Clemente XII e di Benedetto XIV di felice memoria, Nostri Predecessori: il primo, il 28 aprile 1738, con la Costituzione «In eminenti», e il secondo, il 18 maggio 1751, con la Costituzione «Providas», condannarono e proibirono le società dei Liberi Muratori, ossia dei Francs Maçons, o chiamate con qualunque altro nome, secondo la varietà delle regioni e degli idiomi; si deve ritenere che di tali società sia forse una propaggine, o certo un’imitazione, questa società dei Carbonari. – E sebbene con due editti promulgati dalla Nostra Segreteria di Stato abbiamo già severamente proscritta questa società, seguendo tuttavia i ricordati Nostri Predecessori pensiamo di decretare, in modo anche più solenne, gravi pene contro questa società, soprattutto perché i Carbonari pretendono, erroneamente, di non essere compresi nelle due Costituzioni di Clemente XII e di Benedetto XIV né di essere soggetti alle sentenze e alle sanzioni in esse previste. 

8. Consultata dunque una scelta Congregazione di Venerabili Fratelli Nostri Cardinali di Santa Romana Chiesa, con il loro consiglio ed anche per motu proprio, per certa dottrina e per meditata Nostra deliberazione, nella pienezza dell’Autorità Apostolica abbiamo stabilito e decretato di condannare e di proibire la predetta società dei Carbonari, o con qualunque altro nome chiamata, le sue riunioni, assemblee, conferenze, aggregazioni, conventicole, così come con il presente Nostro atto la condanniamo e proibiamo. 

9. Pertanto a tutti e a ciascuno dei fedeli di Cristo di qualunque stato, grado, condizione, ordine, dignità e preminenza, sia laici sia chierici, tanto secolari che regolari, degni anche di specifica, individuale ed esplicita menzione, ordiniamo rigorosamente e in virtù della santa obbedienza che nessuno, sotto qualsivoglia pretesto o ricercato motivo, osi o pretenda di fondare , diffondere o favorire, e nella sua casa o dimora o altrove accogliere e nascondere la predetta società dei Carbonari, o altrimenti detta, come pure di iscriversi od aggregarsi ad essa o di intervenire a qualunque grado di essa o di offrire la facoltà e l’opportunità che essa si convochi in qualche luogo o di elargire qualcosa ad essa o in altro modo prestare consiglio, aiuto o favore palese od occulto, diretto o indiretto, per essa stessa o per altri; e ancora di esortare, indurre, provocare o persuadere altri ad iscriversi, ad aggregarsi o a intervenire in tale società o in qualunque grado di essa o di giovarle o favorirla comunque. I fedeli debbono assolutamente astenersi dalla società stessa, dalle sue adunanze, riunioni, aggregazioni o conventicole sotto pena di scomunica in cui incorrono sull’istante tutti i contravventori sopra indicati, senza alcun’altra dichiarazione; dalla scomunica nessuno potrà venire assolto se non da Noi o dal Romano Pontefice pro tempore, salvo che si trovi in punto di morte. 

10. Inoltre prescriviamo a tutti, sotto la stessa pena di scomunica, riservata a Noi e ai Romani Pontefici Nostri Successori, l’obbligo di denunciare ai Vescovi, o ad altri competenti, tutti coloro che sappiano aver aderito a questa società o che si sono macchiati di alcuno dei delitti più sopra ricordati. 

11. Infine, per allontanare con più efficacia ogni pericolo di errore, condanniamo e proscriviamo tutti i cosiddetti catechismi e libri dei Carbonari, ove costoro descrivono ciò che si è soliti fare nelle loro riunioni; così pure i loro statuti, i codici e tutti i libri scritti in loro difesa, sia stampati, sia manoscritti. A tutti i fedeli, sotto la stessa pena di scomunica maggiore parimenti riservata, proibiamo i libri suddetti, o la lettura o la conservazione di alcuno di essi; e ordiniamo che quei libri siano consegnati senza eccezione agli Ordinari del luogo o ad altri cui spetti il diritto di riceverli. 

12. Vogliamo inoltre che ai transunti, anche stampati, della presente Nostra lettera, sottoscritti per mano di qualche pubblico notaio e muniti del sigillo di persona investita di dignità ecclesiastica, si presti quella stessa fede che si concederebbe alla lettera originale se fosse presentata o mostrata. 

13. Perciò a nessuno sia lecito strappare o contraddire con temeraria arroganza questo testo della Nostra dichiarazione, condanna, ordine, proibizione e interdetto. Se qualcuno osasse tentare ciò, sappia che incorrerà nello sdegno di Dio Onnipotente e dei beati suoi Apostoli Pietro e Paolo. 

Dato a Roma, presso Santa Maria Maggiore, nell’anno dell’Incarnazione del Signore 1821, il giorno 13 settembre, nell’anno ventiduesimo del Nostro Pontificato.

DOMENICA I DI AVVENTO (2019)

DOMENICA I DI AVVENTO (2019)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B.; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Stazione a S. Maria Maggiore.

Semid. Dom. privil. di I cl. – Paramenti violacei.

A Natale Gesù nascerà nelle nostre anime, perché allora si celebrerà l’anniversario della sua nascita e alla domanda della Chiesa sua Sposa, alla quale non rifiuta nulla, accorderà alle nostre anime le stesse grazie che ai pastori e ai re magi. Cristo tornerà cosi alla fine del mondo per « condannare i colpevoli alle fiamme e per invitare con voce amica i buoni in cielo » (Inno Matt..). Tutta la Messa di questo giorno ci prepara a questo doppio Avvento (Adventus) di misericordia e di giustizia.

Alcune parti si riferiscono indifferentemente all’uno e all’altro (Intr. Oraz. Grad. All.), altre fanno allusione alla umile nascita del nostro Divin Redentore, (Comm. Postcomm.). Altre, infine, parlano della sua venuta come Re in tutto lo splendore della sua potenza e della sua maestà (Ep., Vang.). L’accoglienza che noi facciamo a Gesù quando viene a redimerci, sarà quella ch’Egli ci farà quando verrà a giudicarci. Prepariamoci dunque, con sante aspirazioni e col mutamento della nostra vita alle feste di Natale, per essere pronti all’ultimo tribunale, dal quale dipenderà la sorte della nostra anima per l’eternità. Abbiamo fiducia, perché « quelli che aspettano Gesù non saranno confusi » (Intr. Grad. Off.). – Nella basilica di S. Maria Maggiore tutto il popolo di Roma un tempo si intratteneva in questa I Domenica di Avvento, per assistere alla Messa solenne che celebrava il Papa, assistito dal suo clero. Si sceglieva questa chiesa, perché è Maria che ci ha dato Gesù e poiché in questa chiesa si conservano le reliquia della mangiatoia nella quale la Madre benedetta adagiò il suo Figlio divino.

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXIV: 1-3.
Ad te levávi ánimam meam: Deus meus, in te confíde, non erubéscam: neque irrídeant me inimíci mei: étenim univérsi, qui te exspéctant, non confundéntur.
[A Te ho innalzato l’ànima mia: Dio mio, in Te confido, che io non abbia ad arrossire, né abbiano a deridermi i miei nemici: poiché quelli che confidano in Te non saranno confusi.]
Ps XXIV: 4
Vias tuas, Dómine, demónstra mihi: et sémitas tuas édoce me.
Mostrami le tue vie, o Signore, e insegnami i tuoi sentieri.

Ad te levávi ánimam meam: Deus meus, in te confíde, non erubéscam: neque irrídeant me inimíci mei: étenim univérsi, qui te exspéctant, non confundéntur. [A Te ho innalzato l’ànima mia: Dio mio, in Te confido, che io non abbia ad arrossire, né abbiano a deridermi i miei nemici: poiché quelli che confidano in Te non saranno confusi.]

Oratio

Orémus.
Excita, quǽsumus, Dómine, poténtiam tuam, et veni: ut ab imminéntibus peccatórum nostrórum perículis, te mereámur protegénte éripi, te liberánte salvári:
[Súscita, o Signore, Te ne preghiamo, la tua potenza, e vieni: affinché dai pericoli che ci incombono per i nostri peccati, possiamo essere sottratti dalla tua protezione e salvati dalla tua mano liberatrice.]

Lectio

Lectio Epístolæ beati Pauli Apostoli ad Romános Rom XIII: 11-14.

“Fratres: Scientes, quia hora est jam nos de somno súrgere. Nunc enim própior est nostra salus, quam cum credídimus. Nox præcéssit, dies autem appropinquávit. Abjiciámus ergo ópera tenebrárum, et induámur arma lucis. Sicut in die honéste ambulémus: non in comessatiónibus et ebrietátibus, non in cubílibus et impudicítiis, non in contentióne et æmulatióne: sed induímini Dóminum Jesum Christum” .

 “È già ora che ci svegliamo dal sonno, perché al presente la salute è più vicina che quando credemmo. La notte è avanzata e il giorno è vicino: gettiam via le opere delle tenebre e vestiamo le armi della luce. Camminiamo con decoro, come chi cammina alla luce del giorno; non in crapule e in ubriachezze, non sotto coltri ed in lascivie, non nelle contese e nell’invidia; ma rivestite il Signore Gesù Cristo e non accarezzate la carne per concupiscenza „ (Ai Rom. XIII, 11-14).

(L. Goffiné, Manuale per la santificazione delle Domeniche e delle Feste; trad. A. Ettori P. S. P.  e rev. confr. M. Ricci, P. S. P., Firenze, 1869).

Epistola:

Lezione tratta dalla Lettera dell’Apostolo S. Paolo ai Romani Cap. XIII, v. 11. 14.

S. Paolo, dopo avere spiegato in questa ammirabile lettera i principali doveri del Cristianesimo, eccita i Romani a praticar la virtù, rammentando loro la breve durata di una vita che tanti uomini passano in un tristo assopimento. Gli esorta ad uscirne, perché il tempo stringe, ed il momento definitivo della nostra salute non è molto lontano. – Che cosa si intende qui per l’assopimento, per la notte ed il giorno, e per le opere delle tenebre?

Per assopimento s’intende quella funesta tiepidezza che fa trascurare a tanti Cristiani ogni mezzo di salute. Ah! di quanti noi possiamo dire che la morte sarà il loro risvegliarsi! Per la notte s’intende il peccato, che immerge l’anima nelle tenebre allontanando lei da Dio, che è il vero lume; per il giorno, s’intende la fede, la grazia, la riconciliazione con Dio, la scienza della salute. Le opere delle tenebre sono i peccati in generale, ed in particolare quelli che si commettono nell’oscurità della notte da chi l’aspetta per abbandonarsi al male. – Quali sono le  armi della luce, delle quali dobbiamo rivestirci? Sono la fede, la speranza e la carità, e in generale tutte le buone opere. Noi combatteremo per esse il demonio, il mondo e la carne.{

Che significa camminare nella decenza come durante il giorno?

Significa il non fare e non dire alla presenza di Dio. che vede e sente tutto, nulla di ciò che non si osa fare o dire in presenza delle persone che più si rispettano.

Che vuol dire rivestirsi di Gesù Cristo? Vuol dire pensare, parlare ed operar come Gesù Cristo.

Aspirazione: O mio divino Gesù! fate che la penitenza mi tolga dal sonno del peccato; la pratica delle buone opere mi faccia camminare alla luce delle vostre grazie, e l’imitazione delle vostre virtù mi rivesta di Voi stesso, che dovete essere l’ornamento dell’anima mia.

Graduale

Ps XXIV: 3; 4
Univérsi, qui te exspéctant, non confundéntur, Dómine.
[Tutti quelli che Ti aspettano, o Signore, non saranno confusi.]
V. Vias tuas, Dómine, notas fac mihi: et sémitas tuas édoce me.
[Mostrami le tue vie, o Signore, e insegnami i tuoi sentieri.]

Alleluja

Allelúja, allelúja.

Ps LXXXIV: 8. V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam: et salutáre tuum da nobis. Allelúja. [Mostraci, o Signore, la tua misericordia: e dacci la tua salvezza. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secundum S. Lucam.

Luc XXI:25-33.

In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Erunt signa in sole et luna et stellis, et in terris pressúra géntium præ confusióne sónitus maris et flúctuum: arescéntibus homínibus præ timóre et exspectatióne, quæ supervénient univérso orbi: nam virtútes coelórum movebúntur. Et tunc vidébunt Fílium hóminis veniéntem in nube cum potestáte magna et majestáte. His autem fíeri incipiéntibus, respícite et leváte cápita vestra: quóniam appropínquat redémptio vestra. Et dixit illis similitúdinem: Vidéte ficúlneam et omnes árbores: cum prodúcunt jam ex se fructum, scitis, quóniam prope est æstas. Ita et vos, cum vidéritis hæc fíeri, scitóte, quóniam prope est regnum Dei. Amen, dico vobis, quia non præteríbit generátio hæc, donec ómnia fiant. Coelum et terra transíbunt: verba autem mea non transíbunt.[In quel tempo: Gesú disse ai suoi discepoli: Ci saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e nella terra costernazioni di genti sbigottite dal rimbombo delle onde e dall’agitazione del mare, mentre gli uomini tramortiranno dalla paura e dall’attesa di quello che starà per accadere alla terra: perché anche le potenze dei cieli saranno sconvolte. Allora si vedrà il Figlio dell’uomo venire sulle nubi in gran potenza e maestà. Quando ciò incomincerà ad accadere, sorgete ed alzate il capo, perché s’avvicina la vostra redenzione. E disse loro una similitudine: Osservate il fico e tutti gli alberi: quando germogliano, sapete che l’estate è vicina. Cosí quando vedrete accadere tali cose, sappiate che il regno di Dio è prossimo. In verità vi dico non passerà questa generazione prima che tutto ciò sia avvenuto. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.]

Omelia I

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE I

Comincia oggi, o miei cari, il Sacro Avvento, che consta delle quattro settimane, che precedono la solennità del Santo Natale. La Chiesa chiama questo tempo con un tal nome, che non significa altro che venuta, perché in questo tempo essa intende di disporci a celebrare degnamente la memoria della prima venuta di Gesù Cristo in questo mondo con la sua nascita temporale. E per riuscire in questo santo scopo comincia oggi nel santo Evangelo a richiamare alla nostra considerazione l’ultima venuta di Gesù Cristo nella sua gloria per giudicare i vivi ed i morti. Perciocché se noi pensiamo sul serio a quell’ultima terribile sua venuta, ci animeremo senza dubbio a valerci della grazia, che ci apportò la sua prima e misericordiosa venuta su questa terra, e ad operare la nostra eterna salute. Assecondiamo adunque le intenzioni della Chiesa e consideriamo almeno brevemente il Vangelo d’oggi, il quale dalla prima all’ultima frase consta tutto di parole uscite dalla bocca del Divin Redentore.

1. Stava Gesù Cristo seduto sul dosso del monte Oliveto per riposare alquanto dal cammino, che faceva da Gerusalemme verso Betania. Gli apostoli, che lo circondavano, gli facevano varie interrogazioni intorno alla rovina di Gerusalemme ed alla fine del mondo. E Gesù, dopo di essersi intrattenuto a lungo nel parlare della prima cosa, si mise di proposito a parlare della seconda dicendo: Vi saranno prodigi nel sole, nella luna e nelle stelle, e pel mondo le nazioni in costernazione per lo sbigottimento (causato) dal fiotto del mare e delle onde: consumandosi gli uomini per la paura e per l’aspettazione di quanto sarà per accadere a tutto l’universo; imperciocché le virtù dei cieli saranno commosse. Con queste parole pertanto nostro Signor Gesù Cristo indicò i segni precursori dell’universale giudizio. Come allorché un uomo sta per morire o soprappreso da qualche grave malore, che consuma tutte le forze della sua vitalità, così, secondo l’insegnamento di Gesù Cristo avverrà per tutto il creato, allorché sarà per cessare di esistere. La sua costituzione, la sua armonia, la sua magnificenza incominceranno a deperire: esso sembrerà un infermo stanco e disgustato della vita; proverà delle agitazioni, dei turbamenti, delle angosci terribili e misteriose, tanto che ad ogni istante parrà che debba finire. Il sole, che da tanti secoli comparve ogni mattina sull’orizzonte colla massima regolarità, come a dar vita al nostro pianeta, quasi stanco di illuminare i peccati degli uomini si oscurerà: erunt signa in sole; la luna, che ha mai sempre seguito nello spazio il cammino segnato dalla mano del Creatore e di notte tempo ha rischiarata la via al povero viandante, negherà ancor essa la sua luce; erunt signa in luna; le stelle, che a guisa di un esercito sterminato risposero ogni sera all’appello misterioso di Dio, comparendo a brillare sul firmamento, impallidite cadranno da ogni parte attraverso allo spazio: erunt signa in stellis. Tutto il cielo, così magnifico nelle notti serene, si metterà in disordine ed in iscompiglio, perché tutti gli astri, rotte quelle leggi stupende, che li tenevano ciascuno al proprio posto e li guidavano con giusto equilibrio sul cammino della loro orbita, divenuti somiglianti agli uomini in preda all’ebbrezza, andranno a cozzare gli uni contro degli altri, e come schiere di un esercito battuto, fuggitivo e sbandato si disperderanno senz’ordine ed a precipizio per lo spazio: nam virtutes cælorum commovébuntur. Anche il mare, che sino allora rispettò gli stessi ciottoli della riva, posti d’intorno ad esso dalla volontà di Dio, come una diga insuperabile, sembrerà stanco di rattenersi nei suoi confini, e muggendo in modo spaventoso, sollevando con indicibile tumulto le sue onde, divenute montagne gigantesche, con una forza arcana le spingerà e rovescerà sopra della terra; ed il fracasso e la confusione, che produrrà sarà tale da gettare gli uomini, che ancor rimarranno, nella più angosciosa costernazione: et in terris pressura gentium præ confusione sonitus morìa et fluctum. Che anzi questi miseri resti di tutta l’umanità, allora ormai distrutta, dalla considerazione del passato e dalla vista del presente argomentando dell’avvenire, nell’aspettazione dello scoppio fatale della divina giustizia, saranno invasi da tale terrore, che li andrà consumando e toglierà loro la vita: arescentibus hominibus præ timore et expectatione, quæ supervenient universo orbi. Ecco, o miei cari,quanto accadrà alla fine del mondo, immediatamente prima dell’universale giudizio. E tutto ciò, anche solo nell’ascoltarlo, non è atto ad ispirarci un salutare spavento? So bene che noi possiamo lusingarci di non essere le vittime di tale catastrofe, ma forseché perciò siamo lontani del termine decisivo della nostra eternità? Domani forse, improvvisamente colpiti dalla morte, avremo già la nostra sorte determinata per sempre. E l’estremo giudizio, che si farà dopo la fine del mondo, non sarà che una conferma del giudizio particolare, che subire mosubito dopo il fine della nostra vita. E questo giudizio particolare è da noi lontano? Ah! si ha un bell’essere giovani, si ha un bell’essere robusti, ma la vita nostra passa come un fumo, e da un momento all’altro nello stesso nostro essere possono comparire i segni precursori di questo prossimo giudizio. Ecco che improvvisamente si oscura la luce della nostra intelligenza, si perde la forza della nostra memoria,vien meno l’energia della nostra volontà, e tutta la bellezza, tutta l’armonia del nostro organismo si va dissipando. Ma ecco soprattutto per chi si trovasse in peccato il rimorso, l’agitazione, lo spavento. E tutto ciò che cosa vuol dire? Vuol dire che è vicina più che non crediamo la fine di nostra vita e che è prossimo il nostro giudizio. Pensiamoci seriamente, e prendiamo con prontezza i necessari provvedimenti.

2. Ma il Divin Redentore dopo avere indicati i segni precursori della fine del mondo e della sua ultima venuta a giudicarlo, parla di questa venuta stessa, dicendo: Ed allora (tutti gli uomini, giusti e peccatori) vedranno il Figliuol dell’uomo venire sopra una nube con potestà grande e maestà. Ed allora, vale a dire quando l’universo sarà ridotto in cenere, quando non esisterà più il firmamento, quando il mondo sarà distrutto; quando il suono delle trombe angeliche dai quattro venti della terra avrà chiamato alla risurrezione tutti i morti; quando tutti gli uomini si saranno rivestiti dello stesso corpo che ebbero in vita, e le anime dal cielo, dal purgatorio e dall’inferno saranno venute ad informarli; quando tutte le generazioni saranno miracolosamente raccolte nella valle di Giosafat, sì, allora tutti gli uomini vedranno venire il Figliuol dell’uomo. E perché mai il Figliuol dell’uomo? Questo Figliuol dell’uomo, come sapete, è lo stesso Gesù Cristo, il quale nel santo Vangelo si dà quasi sempre questo nome per umiltà e per ricordarci continuamente l’abbassamento, al quale discese per nostro amore, facendosi uomo. Qui però bisogna notare, che Gesù Cristo dice, che allora gli uomini vedranno Lui a venire e lo vedranno venire come Figliuol dell’uomo per questa particolar ragione, che allora sarà Egli propriamente, che giudicherà gli uomini e li giudicherà non solo in quanto è Dio, ma altresì in quanto si è fatto uomo. È Egli stesso che ci fa ponderare tal cosa. Il Padre, dice Egli, non giudica alcuno, ma ogni giudizio ha rimesso al Figlio: Pater non iudicat quemquam, sed omne iudicium dedit Filio: (Io. V, 22). E questa potestà giudiziaria Iddio ha interamente rimessa al Figliuol suo, non solo perché è Figlio divino, ma ancora perché è Figlio dell’uomo, vale a dire non solo per ragione della sua Divinità, ma ancora per ragione della sua Sacrosanta Umanità. Sì, dice Gesù Cristo: Potestatem dedit ei iudicium facere, quia Filius hominis est(Io. V, 27). E ben a ragione: Anzitutto perché  essendo nella sua Umanità, che Gesù Cristo si è sommamente umiliato, obbedendo in tutto all’Eterno Padre sino alla morte e morte di croce, è giusto che in questa stessa Umanità, come in premio delle sue umiliazioni sia dall’Eterno Padre elevato alla dignità ed alla gloria di giudicare tutti gli uomini del mondo. Ma poi soprattutto perché è nella sua stessa Umanità, che Gesù Cristo è il capo supremo di tutti gli uomini, il supremo loro benefattore ed il loro supremo modello. Egli è nella sua stessa Umanità il capo supremo ditutti gli uomini, giacché patendo e morendo come uomo sopra la croce li ha comperati tutti e li ha fatti suoi, avverandosi del tutto la parola profetica del suo Divin Padre: Domanda, ed Io ti darò in retaggio tutte le genti: Postula a me et dato Ubi gentes in haereditatem tuam (Salm. II. 8). Ora è senza dubbio colui che è capo supremo di una società, che ha naturalmente in sé il potere di giudicarne tutti i membri; epperò è Gesù Cristo sovrano di tutti gli uomini, che deve essere il loro giudice. Egli è nella sua stessa Umanità il loro supremo benefattore. Tutte le grazie di salute per ciascuno degli uomini hanno la loro sorgente in Gesù Cristo Verbo Incarnato e fatto uomo, che come tale le ha loro meritate. Ed è pur senza dubbio il benefattore che è in diritto di chiedere conto ai beneficati dell’uso fatto dei suoi benefizi, epperò è Gesù Cristo sommo benefattore di tutti gli uomini, che deve giudicarli. Egli è nella sua stessa Umanità, che Gesù Cristo è l’esemplare, il tipo, il modello di tutti, giacché a tutti e di ogni virtù Egli può dire: Io vi ho dato l’esempio, affinché facciate anche voi quello, che ho fatto Io. E poiché è innanzi al modello, che si possono meglio riscontrare le rassomiglianze e le dissomiglianze delle copie con lo stesso, così ancor è Gesù Cristo modello primo di tutti gli uomini, che deve giudicarli. Ecco, o miei cari, le principali ragioni, per cui Gesù Cristo propriamente e non solo in quanto Dio, ma pure in quanto uomo, deve essere il nostro giudice. Ma Gesù Cristo ha aggiunto ancora che allora, vale a dire nel dì del giudizio, gli uomini lo vedranno venire sopra una nuvola con potestà grande e maestà. E questo Egli disse per raffermare la nostra fede nella sua Divinità. Giacché se noi riguardiamo Gesù Cristo soltanto come uomo e lo vediamo prima nascere povero, in una grotta di campagna e neppur sua, e poi menare una vita piena di stenti e di fatiche, e andare incontro a disagi d’ogni maniera, e in fine lasciarsi prendere e condurre a morire su di un patibolo come un volgare malfattore, potremmo vacillar nella nostra fede e dubitare della divinità sua. Ora appunto perché ciò non avvenga, Gesù Cristo dice, che allora gli uomini lo vedranno venire sopra una nuvola con potestà grande e maestà, come per dirci: «Non dubitate di me, se come uomo sono stato tanto misero e mi sono talvolta diportato come impotente; allora comparendo dinnanzi a voi bensì rivestito della mia Umanità, rifulgerò tuttavia di tutta la maestà e di tutta la potenza della Divinità».E ciò, o miei cari, sarà necessario perché sia convenevolmente riparata la gloria di Gesù Cristo. Oltre alle miserie ed alle umiliazioni, alle quali Gesù Cristo volle sottomettersi spontaneamente, chi sa enumerare i disprezzi che Gesù benedetto ha ricevuti nel corso della sua vita mortale e durante il corso di tutti i secoli! Un Erode lo ha cercato a morte pochi dì dopo la sua nascita, un altro Erode lo ha trattato da pazzo, i Farisei lo hanno calunniato come un intrigante e sovvertitore del popolo, Caifa lo chiamò bestemmiatore, Pilato lo condannò a morte, i Giudei imprecarono sopra di loro il suo sangue, gli eretici negarono la sua divinità, Voltaire arrivò al punto di gridare satanicamente contro di lui: Schiacciamo l’infame; tanti miserabili bestemmiano orribilmente il suo nome, disprezzano la sua dottrina e la sua legge, profanano i suoi Sacramenti e commettono contro l’adorabile sua Persona ogni altra sorta di delitti. È vero, Gesù Cristo nel giudizio particolare si sarà già vendicato con ognuno di costoro degli insulti da loro ricevuti; ma siccome nel particolare giudizio per la mancanza degli altri uomini non poté essere convenientemente riparato del suo onore oltraggiato, perciò a ricevere una completa riparazione si farà vedere nel giudizio universale con potestà grande e maestà, affinché al cospetto di tutti gli uomini, coloro che lo hanno empiamente bestemmiato, vilipeso, maltrattato, siano costretti a confessarlo Dio, sovrano dell’universo. Ed oh! che pensiero terribile è pur questo per noi, i quali forse sino ad ora siamo stati nel numero di coloro, che, se non a parole, coi fatti tuttavia, hanno sconosciuto Gesù Cristo! Perciocché se non abbiamo praticato la sua legge, se non abbiamo imitato le sue virtù, se non ci siamo serviti in bene dei suoi Sacramenti, se, peggio ancora, abbiamo pur noi profanato il suo Nome, le sue Chiese, le sue grazie, se pur noi abbiamo sparlato della sua Religione, della sua dottrina, de’ suoi ministri, come avremmo noi riconosciuto che Gesù Cristo, benché fattosi uomo per nostro amore, è veramente Dio, degno di essere da noi adorato, amato e servito fedelmente? E se è così, non dobbiamo tremare, pensando che nel giorno dell’universale giudizio, ce lo vedremo innanzi questo Gesù Cristo, con potestà grande e maestà? e che da Lui, propriamente da Lui, saremo giudicati? Ah! mio Dio! dover essere giudicati da quel Gesù Cristo, che in caso può dirci: Mira, sciagurato, chi Io mi sono. Ben diverso da quello, che tu con la tua vita malvagia mi credevi, Io sono il tuo padrone, il tuo re, il tuo Dio, il tuo benefattore, che ti ho comprato a prezzo del mio sangue e ti ho ricolmato di benefizi: Ah! miei cari, mentre siamo in tempo, correggiamo la nostra vita poco cristiana, mettiamoci con impegno a vivere santamente, ed allora, benché Gesù Cristo ci appaia con potestà grande e maestà non avremo da temere.

3. Difatti Gesù Cristo col pensiero dell’universale giudizio non intende solo di incuterci un salutare spavento, ma vuole altresì trasfondere nel nostro animo sentimenti di conforto e di consolazione, se noi intanto facciamo di tutto per osservare la sua santa legge e vivere giustamente. Giacché nello stesso Vangelo di questa mattina dopo di aver fatto conoscere che egli verrà in quel giorno estremo con potestà grande e maestà, aggiunge ancora: Quando poi queste cose, principieranno ad effettuarsi, mirate in su, e alzate le vostre teste; perché la redenzione è vicina. Osservate il fico e tutte le piante. Quando queste hanno già lattato, sapete che la state è vicina. Così pure voi quando vedrete tali cose succedere, sappiate che il regno di Dio(vale a dire la perfezione e la glorificazione di tutti i buoni) è vicino. In verità vi dico, che non passerà questa generazione (vale a dire non passerà il mondo) fino a tanto che tutto si adempia. Il Cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Il pensiero adunque del giudizio universale secondo lo stesso insegnamento di Gesù Cristo, deve pur servire a confortare e consolare i giusti. Difatti se ora essi per vivere secondo i dettami della legge di Dio, per osservare esattamente la morale di Gesù Cristo devono farsi violenza e combattere le cattive inclinazioni, che sentono ancor essi a cagione della corrotta natura, se devono affrontare coraggiosamente i rispetti umani e subire ben anco il disprezzo, l’insulto, la persecuzione dei tristi, se devono patire con animo generoso le avversità, le contraddizioni, le privazioni, la miseria, i dolori fisici e morali; in mezzo alle pene d’ogni maniera, di cui è cosparsa questa lor vita, tra le lagrime, che copiosamente devono pur versare, guardino e levino pure le loro teste, rivolgendo il loro pensiero all’universale giudizio. Nel giorno, in cui si farà, avverrà per loro la completa redenzione, vale a dire cominceranno in corpo ed in anima ad essere largamente ripagati della loro santità. Allora separati dai malvagi, risplendenti di luce vivissima, mentre i tristi si arrovelleranno di rabbia per averli un dì stoltamente derisi, al cospetto di tutti gli uomini saranno pienamente giustificati e premiati della loro santa condotta, perché al cospetto di tutti gli uomini si intenderanno da Gesù Cristo lodare del bene da essi operato, e da Lui saranno invitati con una sentenza di benedizione a riceverne in cielo la mercede per tutta l’eternità. E di ciò siano ben certi, perché il cielo e la terra passeranno, ma le parole di Gesù Cristo non passeranno giammai, vale a dire resteranno quali Egli le ha profferite e fedelmente si adempiranno. Coraggio adunque, o miei cari. Certamente l’universale giudizio ci deve far tremare se persistiamo a vivere in peccato, lontani da Dio; ma se noi torniamo a Lui sinceramente pentiti delle nostre colpe e ci daremo alla pratica esatta della sua santa legge, combattendo le nostre passioni e vincendo tutti gli umani rispetti, lo stesso giudizio ci infonderà nel cuore sentimenti di conforto e di consolazione, in quanto che ci ricorderà la gran lode e il gran premio, che allora Gesù Cristo ci darà per la nostra santa vita.

OMELIA II

 [Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

Sopra la seconda venuta del Figliuolo di Dio, ossia sopra il giudizio universale.

Tunc videbunt Filium hominis venientemin nube cum potestate magna et maiestate.”

Luc. XXI.

Eccovi, fratelli miei, una venuta del figliuolo di Dio assai diversa da quella in cui apparve la prima volta sopra la terra. Egli è per verità lo stesso Gesù Cristo Figliuol di Dio e figliuolo dell’uomo che si fa vedere nell’una e nell’altra. Ma in questa seconda venuta non è più quel Dio vestito d’infermità, nascosto nell’oscurità di una stalla, carico di obbrobri, oppresso sotto il grave peso di una croce, come si mostrò nella prima: Egli è un Dio rivestito dallo splendore della sua potenza e della sua maestà, che fa annunciar la sua venuta coi prodigi più stupendi, con l’eclissarsi del sole e della luna, con la caduta delle stelle, con un intero rovesciamento di tutta la natura. Non è più un Salvatore che viene con la mansuetudine di un agnello per esser giudicato dagli uomini e riscattarli; ma è un giudice irritato che viene a giudicar gli uomini e condannarli. Non è più un pastore misericordioso che viene a cercare la sua pecorella smarrita per perdonarla; ma è un Dio vendicatore che viene a separare i capretti dagli agnelli, i malvagi dai buoni, per far loro sentire tutto il peso delle sue terribili vendette. – Ora, fratelli miei, quando vedremo noi in tal modo comparire questo Figliuolo dell’uomo attorniato di gloria e di maestà? Ciò sarà al fine del mondo, nel gran giorno del giudizio, in cui gli uomini tutti risuscitati compariranno per ricevere la ricompensa delle loro opere buone ovvero il castigo delle loro colpe. Ma quando verrà questo giorno terribile e formidabile, questo giorno ripieno di amarezza e di spavento, che ci è descritto dal Vangelo? Non posso io dirvelo, perché Gesù Cristo, che ce ne dipinge le circostanze, ci assicura che la sua ora non si sa da alcuno, fuorché dall’eterno Padre e da coloro cui ad esso piaciuto è di rivelarlo. Ma in qualunque tempo sia per accadere, egli è sempre certo che noi dobbiamo tutti comparirvi e che vi siam più vicini di quel che pensiamo, poiché potendo a ciascun momento morire, noi subiremo dopo la nostra morte la sentenza decisiva di nostra eternità, che sarà la stessa che nel giudizio universale. – Ma qual sarà questa sentenza? Sarà quella, fratelli miei, che ci avremo meritata durante la vita. La nostra sorte è dunque nelle nostre mani: non dipende che da noi di renderci sin d’ora propizio e favorevole il nostro giudice. Ora il mezzo di riuscirvi si è di essere penetrati da un salutevole timore dei giudizi di Dio. Questo timore, che ha popolato i deserti ed ha fatto un sì gran numero di Santi, farà su di noi le medesime impressioni, se, come essi, ci rappresentiamo alla mente giorno spaventevole, se attenti ci rendiamo a quella terribile voce che deve citare i morti al giudizio di Dio: Surgite, mortui, venite ad iudicium. – O voi che sepolti siete nella tomba del peccato, uscite da questa tomba e venite al giudizio; venite ad istruirvi del modo con cui vi sarà trattato il peccatore per procurarvi una sorte più favorevole. Il peccatore al giudizio di Dio sarà oppresso dalla più amara confusione: prima parte. Il peccatore al giudizio di Dio sarà condannato con estremo rigore: parte seconda. Confusione del peccatore, condanna del peccatore; due motivi capacissimi d’indurlo a far di tutto per evitare con una sincera penitenza il rigore dei giudizi di Dio. Noi non tratteremo che il primo punto il quale ci fornisce una materia assai ampia d’istruzione.

I.° Punto. Appena gli uomini risuscitati alla voce dell’Angelo radunati si saranno nel luogo dal supremo Giudice destinato, gli Angeli, ministri delle vendette del Signore, separeranno i capretti dagli agnelli, i malvagi dai buoni: i buoni collocati saranno alla destra di Gesù Cristo, i malvagi alla sinistra. Separazione crudele, separazione umiliante, separazione eterna, che sarà pei malvagi la sorgente della più terribile disperazione! Dissi separazione crudele, che dividerà il figliuolo dal padre, la madre dalla figliuola, il fratello dalla sorella, il marito dalla moglie, gli amici più intimi. Separazione la più umiliante, dove non si conosceranno più quelle distinzioni vane e chimeriche di cui si fa tanta stima dal mondo; dove non si avrà più riguardo né al grado, né alla qualità né alle ricchezze né al credito né alla grandezza né alla possanza; dove il povero umile sarà innalzato sopra il ricco superbo, il servo fedele sopra il duro e crudele padrone. Separazione umiliante: i santi e i reprobi compariranno in quel gran giorno, ma ohimè! qual differenza! i santi vi compariranno con corpi gloriosi, impassibili, risplendenti come stelle; i reprobi con corpi difformi, spaventevoli, la cui sola vista sarebbe capace di dare loro la morte, se potessero ancora una volta morire. Strana metamorfosi per quelle bellezze di cui adesso si pregiano le qualità e di cui si disprezzeranno allora le attrattive! Separazione eterna, che non sarà più per un dato tempo, come quella di una lunga assenza o quella che si fa presentemente con la morte, che separandoci dai nostri parenti, dai nostri amici, ci lascia la speranza di rivederli un giorno e di riunirci con loro. Ma la separazione che si farà al giudizio di Dio sarà irrevocabile, sarà eterna: giammai i cattivi, malgrado qualunque sforzo che possasi fare, non potranno riunirsi coi buoni: il peccato ha formato tra gli uni e gli altri un muro di separazione che non potranno mai superare. Eccoci dunque, diranno i malvagi nell’amarezza del loro cuore; eccoci divisi da quei felici predestinati di cui trattavamo di follia la condotta! Ma quanto eravamo noi insensati di non vivere come essi! Sono eglino nel numero dei santi, e noi saremo per sempre nel numero dei riprovati: O nos insensati! vitam illorum æstimabamus insaniam, et inter sanctos sors illorum est (Sap. V). Ecco, fratelli miei, ciò che opprimerà i malvagi della più amara confusione al giudizio di Dio: ma quanto più si aumenterà questa confusione dalla manifestazione che si farà dei loro misfatti! Manifestazione la più esatta, in cui nulla verrà dimenticato; manifestazione la più desolante, perché si farà al cospetto dell’universo. – A forza di trasgressioni il peccatore si acceca, s’indura quaggiù, beve l’iniquità come l’acqua; la coscienza sua or non parla, muta la rendono le sue resistenze: ma nel gran giorno delle vendette essa ripiglierà i suoi diritti, importuni saranno i suoi gridi, e niente potrà soffocarli: si, al giudizio di Dio, il libro delle coscienze sarà aperto, tutte le azioni vi saranno ad una ad una notate, e ciascheduno potrà leggervi con agevolezza: già il supremo Giudice, riassumendo i capi d’accusa che hanno servito al giudizio particolare, fa vedere i delitti tutti che il peccatore ha commessi e di cui è stato cagione, tutte quelle negligenze a far il bene che far doveva, oppure che non ha fatto come doveva: l’abuso di tutte le grazie ricevute. Si leggeranno in questo libro tutte le opere d’iniquità di cui il peccatore si è renduto colpevole durante la sua vita: quelle parole disoneste, ingiuriose a Dio o al prossimo; non vi sarà dimenticata neppure una parola oziosa. Vi si scopriranno tutti i movimenti sregolati del suo cuore, tutti i pensieri peccaminosi della sua mente, In una parola, tutti i peccati di pensieri, di parole, di opere di ciascun anno, di ciascun mese, di ciascun giorno vi saranno smascherati e descritti senza eccezione nel loro numero, nelle loro circostanze; il peccatore li vedrà, li vedrà tutti, li vedrà malgrado suo in un colpo d’occhio e ne fremerà di dolore: Peccator videbit, fremet, et tabescet. (Psal. III). In qual confusione, in qual costernazione nol getterà la vista di questi oggetti sì spaventevoli, che si presenteranno a lui come opera sua? Imperciocché non sarà, fratelli miei, la conoscenza che avrà allora il peccatore delle sue iniquità come quella che ne ha al presente. L’ignoranza che offusca i lumi della sua mente, l’amor proprio, sempre industrioso a mascherare le sue azioni, sempre facile a perdonarsi, gli nascondono quaggiù i suoi difetti; egli confonde sovente il vero col falso, il bene col male, per via di false interpretazioni che una coscienza mal regolata dà alla legge del suo Dio. Ma nel gran giorno delle comparse ogni nebbia sarà dissipata, tutto comparirà alla scoperta; il peccato, spogliato di tutti i vani pretesti che gli servivano di scusa, si farà vedere coi più neri colori; Iddio, i cui occhi penetrarono sino i più occulti nascondigli delle coscienze, scoprirà, manifesterà tutto quanto vi sarà di più segreto: Nihil est opertum quod non reveletur (Luc. XII). Farà uscire dal fondo di queste coscienze, che non saranno più accecate dalla passione, un’infinità di peccati o dimenticati o non mai ben conosciuti. Qual sarà dunque, ripeto, la confusione del peccatore alla vista di tutti questi mostri che si presenteranno a lui in tutta la loro difformità? Allora sì che comparirà in piena luce o uomini vani e superbi, quell’orgoglio che vi predomina e che adesso chiamate grandezza d’animo; quella brama che avete di comparire e d’innalzarvi al di sopra degli altri; quegli artifizi di cui vi servite, quei raggiri perversi che la vostra ambizione v’inspira per giungere al fine che vi proponete; quei mezzi d’iniquità che soliti siete metter in opera per ingannare gli uni e soppiantare gli altri, per introdurvi in impieghi di cui siete indegni: allora la luce di Dio vi circonderà, essa dissiperà le vostre tenebre, e voi conoscerete i vostri errori: Nihil est opertum quod non reveletur. Allora si conoscerà, o uomini sensuali e voluttuosi quell’amor profano che tiene schiavo il vostro cuore, quei pensieri disonesti, quei desideri malvagi, quegli sguardi lascivi, quei segreti maneggi di cui vi servite per mantenere un commercio illecito, quelle infedeltà tra i maritati, quei vergognosi piaceri che vorreste potere a voi medesimi occultare: Nihil est opertum, etc. Allora si scoprirà, o uomini avari, quella cieca passione che vi attacca ai beni della terra, quella pretesa economia che serve di velo alla vostra passione: quelle precauzioni in avvenire non passeranno più che per sordida avarizia, per cieco attaccamento ai beni del mondo, mostruosa insensibilità alle miserie dei bisognosi: Nihil est opertum, etc. Allora si manifesterà, o uomini vendicativi, tutta la malignità di quelle inimicizie che conservate, quelle affettazioni di rispetto che usate, quei pretesi sentimenti di onore di cui vi prevalete nel cercare la vendetta di un’ingiuria. – E voi, o ingiusti usurpatori, che vi credete in sicuro perché nascondete agli occhi degli uomini le vostre ingiustizie, o che per commetterle vi appoggiate sopra i principii di una falsa coscienza che vi acceca; usurai, che palliate le vostre usure sotto il nome di contratto legittimo, di compensazione o d’interesse permesso; voi che nei vostri negozi vi servite delle frodi e delle menzogne per ingannar coloro che trattano con voi, tutte le vostre trufferie, i vostri inganni saranno in pieno giorno manifestati, verranno da tutto l’universo conosciuti, in una parola, peccatori di qualunque sorta voi siate, qualsivoglia peccato abbiate commesso dal primo istante di vostra ragione sino all’ultimo respiro di vostra vita, benché siano stati nascosti, se voi non li avete cancellati con una sincera penitenza, compariranno sveltamente agli occhi di tutti gli uomini; questo è ciò che accrescerà la vostra confusione: Nihil est absconditum, quod non sciatur (ibid.). – E per verità, in quale stato umiliante comparirete voi! Di qual obbrobrio non sarete voi oppressi, voi che prendete tante precauzioni per occultare i vostri misfatti agli occhi degli uomini, allora quando il Signore li farà conoscere a tutte le nazioni della terra? Cercate pur adesso quanto vi piace i luoghi più oscuri, i tempi più favorevoli ad appagare le vostre passioni: il Signore metterà alla luce tutte le vostre opere di tenebre: Illuminabit abscondita tenebrarum (1 Cor. IV) . Valetevi pure di tutti gli artifizi che ingannar possano gli uomini per comparire agli occhi loro quel che non siete; voi potete ingannarli, ma non ingannerete Iddio che conosce tutto e scoprirà tutto quello che siete. Coprite pure i vostri vizi col manto della virtù per conservarvi la stima degli uomini; Dio saprà squarciar il velo che l’ingannava, aprirà Egli quei sepolcri imbiancati per manifestarne la corruzione. – In quale stato comparirete voi, e quale sarà la vostra confusione, voi che la vergogna trattiene di scoprire al ministro del Signore l’ulcera che infetta l’anima vostra? Giudicatene da quella che risentite nel tribunale di penitenza quando dichiarate le vostre laidezze ad un sol uomo di cui sicuri siete del segreto. Giudicatene da quella che ricevereste, se le vostre azioni venissero vedute da qualche persona che aveste in considerazione, e ai cui occhi vorreste involarvi; peggio sarebbe ancora se i vostri peccati fossero conosciuti da tutta questa assemblea, se in questo momento Iddio rivelasse tutti i pensieri della vostra mente, tutte le inclinazioni disordinate del vostro cuore a tutti coloro che sono qui presenti? Che sarà dunque il comparire carichi dei misfatti più vergognosi non agli occhi di un piccol borgo, di una città, di una provincia, ma in faccia dell’universo? Voi avrete, o peccatori, tanti testimoni dei vostri mancamenti, quanti uomini vi saranno stati dal principio del mondo sino al fine. Oh chi sostener potrà una confusione così generale e così vergognosa! Che sarà dunque del peccatore, il quale, oltre i suoi mancamenti personali si vedrà ancora carico dei peccati altrui, o per esserne stato la cagione o per non averli impediti? Gl’imputerà Iddio questi peccati e gliene farà subir la vergogna alla presenza dell’universo insieme raccolto. Tremate, scandalosi, che comunicate a coloro che vi frequentano la contagione di cui siete infetti, che coi vostri cattivi consigli, coi vostri esempi perniciosi loro insegnate il male che ignoravano, li inducete nelle vostre dissolutezze, nei vostri intrighi scellerati; voi che con le vostre parole oscene, coi vostri discorsi seducenti, coi vostri modi lusinghieri servite di pietra d’inciampo ad anime innocenti, o che vi valete della vostra autorità per farle vittime della vostra passione. Quali rimproveri amari dal canto loro! qual conto terribile vi farà rendere Dio della perdita loro! Sanguinem eius de manu tua requiram (Ezech. III). – Tremate, padri e madri e voi tutti cui Dio ha data l’autorità per correggere e reprimere i disordini; se, invece di riprendere i vostri figliuoli e quelli che vi sono soggetti, trattenuti li avete nel vizio con la vostra indolenza dell’istruirli e nel correggerli; più ancora, se li avete autorizzati coi vostri cattivi esempi o portati al male con le malvage impressioni che loro avete dato, voi sarete nel giorno del giudizio carichi delle loro iniquità, voi ne porterete l’onta e la confusione: sanguinem eius de manu requiram. Quei figliuoli, quegl’inferiori chiederanno a Dio vendetta contro di voi che foste la causa della loro dannazione. Almeno se il peccatore avesse fatto opere buone che avessero riparato i suoi mancamenti, se avesse fatto penitenza dei suoi peccati, se riscattati li avesse con limosine, espiati con mortificazioni, si sarebbe messo al coperto dalla confusione che dovrà subire, dal rigore con cui sarà trattato al giudizio di Dio: ma quanti peccatori avranno a soffrire dalla parte del supremo Giudice i rimproveri più giusti della loro negligenza a far il bene che erano obbligati di fare! Quanti peccatori la cui vita comparirà nel giorno del Giudizio miseramente vuota affatto di penitenza, di preghiere, di limosine, di opere buone! Ed eccovi ancora uno dei capi che servirà particolarmente a confondere e a far condannare il peccatore nel finale giudizio: dico a confonderlo per lo cambiamento d’idee e di sentimenti che si avranno a suo riguardo, ben differenti da quelli che altre volte si avevano. – Quel peccatore era tenuto nella opinione del mondo per uomo giusto perché non faceva torto ad alcuno; perché non si abbandonava ad eccessi: ma Dio farà vedere che, per esser giusto ai suoi occhi, non bastava evitar il male, bisognava anche far il bene; ed ecco il perché dissi che l’omissione delle opere buone servirà a far condannare il peccatore, e lo dico appoggiato all’autorità del Vangelo. Partitevi da me, dirà Gesù Cristo ai reprobi, perché ho avuto fame, e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete, e non mi avete dato da bere, ignudo non m’avete vestito, pellegrino non m’avete ricevuto, infermo non mi avete visitato. Ma quando fu mai, o Signore – diranno i reprobi – che noi vi abbiamo ricusati questi soccorsi? Ogni qualvolta ricusati voi li avete ai poveri, che avevate in mia vece, a me stesso li avete ricusati: Quandiu non fecistis uni de minoribus his, nec mihi fecistis (Matt. XXV). – Ma a che dunque serviranno, o gran Dio, quei digiuni, quelle preghiere, quelle limosine, quelle confessioni, quelle Comunioni? E non è questo il contrappeso di tanti peccati, di tante negligenze? Voi l’avete creduto, peccatori addormentati; ma quel che giudica le giustizie medesime, come parla il Profeta, ha trovato tanta condiscendenza ed amor proprio in questi digiuni, tante volontarie distrazioni in queste preghiere, tanta ostentazione in queste limosine, tante ricadute dopo queste confessioni, tanta irriverenza in queste Comunioni fatte per usanza, che al giorno d’oggi la sua giustizia trova tutte le vostre opere degne del suo sdegno, senza trovarne una che meriti le sue ricompense: Ego iustitia iudicabo (Psal. LXXIV). In questa maniera, fratelli miei, il divino scrutatore dei cuori farà, come dice l’Apostolo, l’esatta ricerca dei nostri pensieri e delle nostre intenzioni; separerà i motivi e i fini che ci hanno fatto operare; e farà vedere ad un gran numero di coloro che si credevano ricolmi di meriti pel cielo che nulla han fatto per meritarlo. Qual sorpresa per tanti Cristiani ingannati che, oppressi dai travagli durante la loro vita, non avranno avuto che la pena della virtù, senza averne la ricompensa? Perciocché la loro virtù non aveva che una corteccia di santità, che loro aveva meritata la stima degli uomini, ma non già quella di Dio: mentre il Signore giudica assai diversamente degli uomini intorno alle nostre azioni. Gli uomini si attengono all’esteriore, ma Iddio esamina il fondo dei cuori, penetra sino le intenzioni più segrete, che rendono difettose le nostre azioni: Apprenda corda Dominus. Nuovo motivo di confusione per li pretesi sapienti del secolo, che, vedendo la loro virtù spogliata delle belle apparenze, perderanno al giudizio di Dio tutta la riputazione e tutta la stima che questa falsa virtù loro aveva attirata sopra la terra. Voi credevate, dirà il Signore, le vostre virtù perfette, perché gli uomini le canonizzavano; ma adesso che pesate sono nella bilancia del mio santuario, non hanno esse il peso ed il valore che aver debbono per meritar le mie ricompense: Juventus es minus habens (Dan. V). Voi vi credevate ricchi in virtù ed in meriti sopra la terra; ma siete veramente poveri e miserabili, spogliati di ogni merito pel cielo. Terribile discussione, fratelli miei, che ha sempre fatto tremare i più gran Santi per le loro medesime opere buone; che faceva dire al Re-Profeta, e che con più di ragione deve far dire a noi: Ah! Signore, Signore, non entrate in giudizio col vostro servo, perché nessun uomo sarà innanzi a voi giustificato: Non intres in iudicium (Psal.CXLI). Guai, dice s. Agostino, alla vita più lodevole, se Dio la giudica con rigore! Ciò essendo, qual precauzione non dobbiamo noi prendere, non solo per non fare cosa alcuna che offender possa gli occhi di un Giudice sì illuminato, ma ancora per adempierne tutti i nostri doveri con tutta la perfezione che da noi richiede, per mettere a profitto tutte lo grazie che ci ha fatte, ed il cui abuso finirà di confondere il peccatore al giudizio di Dio! – Ed invero, senza parlare di tutti i beni della natura e della fortuna che servir potevano al peccatore, quali mezzi di salute pel santo uso che far ne doveva, quante grazie e quanti aiuti non ha egli ricevuto nell’ordine soprannaturale, dei quali non dipendeva che da lui il profittare per guadagnarsi il cielo! Grazia di vocazione al Cristianesimo, dove il Signore l’ha fatto nascere a preferenza di tanti altri che non hanno avuto questo vantaggio; grazie ricevute nel seno del Cristianesimo per i Sacramenti a lui amministrati, per le istruzioni e gli avvisi ricevuti. Quante vive illustrazioni che hanno rischiarata la sua mente! quanti buoni movimenti che hanno toccato il suo cuore, che l’hanno allontanato dal male, e portato al bene! Quanti aiuti dalla parte di quelli con cui egli ha conversato, dei buoni libri che ha letto e di mille occasioni cui Dio attaccato aveva la sua salute. Ma perché egli se n’è abusato, saranno per lui queste grazie per funesto cambiamento altrettanti motivi di riprovazione. Guai a te, diceva altre volte Gesù Cristo a Corozain, guai a te, o Bethsaida, perché se Tiro e Sidone avessero veduti gli stessi prodigi, avrebbero fatta penitenza; ma perché voi l’avete omessa, quantunque abbiate ricevute maggiori grazie che quei popoli, voi sarete trattati con maggior severità di loro: Tyro et Sidoni remissius erit in iudicio quam vobis (Luc. X). Terribile, ma pure assai naturale figura del vostro destino al giudizio di Dio, peccatori che mi ascoltate: farà vedervi allora per vostra confusione una folla di nazioni più barbare che popolato avrebbero il cielo, se avessero avuto una parte solamente delle grazie che ha dato a voi. Non avran dunque motivo quelle nazioni di sollevarsi contro di voi e di rimproverarvi la vostra infedeltà alla grazia di vostra vocazione? L’augusto carattere di cui siete ornati, che doveva fare la vostra gloria, non servirà allora che a coprirvi d’ignominia, né vi distinguerà dagli altri che per far vedere quanto più colpevoli siete stati di non esser vissuti in quella maniera che richiedeva la santità di vostra vocazione. E che? Esclameranno allora quei popoli idolatri ed infedeli; se noi avessimo avuti i medesimi aiuti per guadagnar il cielo, le istruzioni di cui non han fatto profitto, i Sacramenti che hanno profanato, non saremmo presentemente le vittime destinate all’inferno. Vendicatevi, o Dio giusto, dell’ingiuria che quei Cristiani vi han fatta; meritano, meritano essi più di noi di provare i vostri castighi. A rimproveri sì amari, e sì desolanti che avranno a rispondere i Cristiani, se non se confessare con altrettanto dolore che confusione il torto ch’essi hanno avuto di non aver profittato delle grazie di salute? Guai a noi, diranno nell’amarezza del loro cuore, guai a noi, perché abbiamo peccato! Ma confessione inutile, penitenza infruttuosa, che non sarà più a tempo! Nel trasporto di un’orribile disperazione pregheranno le montagne di cader sopra di essi per involarli alla confusione, che li desolerà: montes cadite super nos. Ma le montagne saranno sorde alle loro grida. Converrà portare tutto il peso della confusione che ne verrà dalla manifestazione dei loro peccati. Converrà ancora subir la sentenza di condannazione che sarà contro di essi fulminata. Ma prima d’intendere questa sentenza, facciamo, fratelli miei, alcune riflessioni sopra noi medesimi per frutto di questo primo punto.

Pratiche. Giacché la separazione che si farà al giudizio di Dio dei buoni e dei cattivi deve cagionar al peccatore sì pungenti rammarichi, bisogna dunque, o peccatori, profittare adesso dei vantaggi che cavar potete dalla compagnia dei buoni, seguendo i loro avvisi ed imitando le loro virtù. Giacché il peccatore deve essere oppresso da amarissima confusione al giudizio di Dio per la manifestazione che si farà de’ suoi misfatti, bisogna dunque, o peccatori, farne adesso una sincera penitenza che li cancelli e li faccia per sempre dimenticare. Il mezzo di risparmiarvi la confusione che dovreste soffrire nel gran giorno delle rivelazioni si è di subir quella che si prova a dichiarar i vostri peccati al ministro del Signore. Manifestarli al tribunale della penitenza si è nasconderli per sempre: una volta perdonati, non vi saranno rimproverati più mai. Ora non è meglio soffrire una confusione leggiera e di passaggio, dichiarando i vostri peccati ad un sol uomo, che vederli un giorno manifestati non ad un uomo solo, ma a tutto quanto l’universo? – Animatevi con questa riflessione a superare la difficoltà che trarne potete nel dichiararli. Formate la sincera risoluzione di nulla fare al presente di che possiate pentirvi al giudizio di Dio; fate al contrario tutto ciò che vorreste allora aver fatto. Ora, se aveste a comparire oggi avanti al vostro giudice, che cosa vorreste aver fatto? In qual modo vorreste aver vissuto? Vorreste voi comparire al giudizio con la roba altrui, col rancore contro del vostro prossimo, infangato in qualche pratica peccaminosa o in qualche cattivo abito? No, senza dubbio: non differite più adunque a restituire la roba altrui, a riconciliarvi col prossimo, a romper quella pratica, a correggere quell’abito. Quale stima farete voi al giudizio di Dio dei beni, degli onori, dei piaceri della terra? Giudicatene adesso come ne giudichereste allora, e subito ne concepirete un assoluto disprezzo. Quale stima all’opposto non farete voi della povertà, delle croci, delle umiliazioni? Vorreste allora esser vissuti come i più ferventi anacoreti ed esservi arricchiti di tutti i tesori delle buone opere. Fate dunque al presente tutte quelle provvisioni che non sarete più in tempo di fare allora. Oh quanto più grandi piaceri, dice l’autore dell’Imitazione, cagioneranno allora le lagrime dei penitenti che le allegrezze tutte della terra! Quanto saremo più contenti di aver castigata la nostra carne colla mortificazione che di averla nutrita nelle delizie e di aver frequentate le chiese, visitati gl’infermi, che di aver assistito alle profane combriccole! Quanto ci troveremo più soddisfatti di esser stati assidui all’orazione, a frequentar i Sacramenti, che d’esserci dati ai divertimenti del mondo! L’amor del silenzio, la pazienza nelle afflizioni saranno molto più stimati che la più splendida fortuna, la riputazione più gloriosa: l’umiltà sarà preferibile agli onori, la povertà alle ricchezze, la mortificazione ai piaceri. Pensiamo, operiamo come vorremmo aver fatto allora. Adempiamo con fedeltà gli obblighi tutti del nostro stato. Temiamo per tutte le nostre opere, diffidiamo delle intenzioni che ci fanno operare, per far tutto il bene che dipende da noi con la perfezione che Dio domanda; assicuriamo la nostra predestinazione con le buone opere, le quali saranno tutta la nostra consolazione e ci faranno comparire con fiducia al giudizio in compagnia dei santi, per ricevervi una egual ricompensa, che sarà la vita eterna. Così sia.

Credo

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus
Ps XXIV: 1-3. Ad te levávi ánimam meam: Deus meus, in te confído, non erubéscam: neque irrídeant me inimíci mei: étenim univérsi, qui te exspéctant, non confundéntur.
[A Te ho innalzato l’ànima mia: Dio mio, in Te confido, che io non abbia ad arrossire, né abbiano a deridermi i miei nemici: poiché quelli che confidano in Te non saranno confusi.]

Secreta

Hæc sacra nos, Dómine, poténti virtúte mundátos ad suum fáciant purióres veníre princípium.[Questi misteri, o Signore, purificandoci con la loro potente virtú, ci facciano pervenire piú mondi a Te che ne sei l’autore.]

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Ps LXXXIV: 13.
Dóminus dabit benignitátem: et terra nostra dabit fructum suum. [Il Signore ci sarà benigno e la nostra terra darà il suo frutto.]

Postcommunio

Orémus.
Suscipiámus, Dómine, misericórdiam tuam in médio templi tui: ut reparatiónis nostræ ventúra sollémnia cóngruis honóribus præcedámus.
[Fa, o Signore, che (per mezzo di questo divino mistero, in mezzo al tuo tempio sperimentiamo la tua misericordia, al fine di prepararci convenientemente alle prossime solennità della nostra redenzione.]

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

TEMPO DI AVVENTO (2019)

 TEMPO DI AVVENTO (2019)

[Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani – Comm. D. G. Lefebvre O.S. B.; L.I.C.E. Berruti & C. Torino, 1950]

Dalla Domenica di Avvento al 24 Dicembre.

I. Commento Dogmatico.

La lettura dei testi liturgici dei quali si serve la Chiesa durante le quattro settimane del tempo dell’Avvento, ci mostra chiaramente la sua intenzione di farci partecipi dello spirito dei Patriarchi e dei veggenti di Israele, che attendevano la venuta del Messia, nel suo duplice avvento di grazia e di gloria. – La Chiesa Greca celebra nell’Avvento gli Antenati del Signore, e specialmente Abramo, Isacco e Giacobbe. Nella quarta domenica, essa venera tutti i Patriarchi dell’Antico Testamento da Adamo fino a S. Giuseppe e i Profeti dei quali S. Matteo parla nella genealogia di Gesù. La Chiesa Latina, senza onorarli di un culto particolare, ce ne parla tuttavia nell’Ufficio, citando le promesse che sono state loro fatte circa il Messia. È il magnifico corteo che precede Gesù nel corso dei secoli, che la Chiesa fa cosi sfilare ogni anno avanti ai nostri occhi.

Ecco Giacobbe [I domenica, 3° respons.], Giuda, [IV dom., 2° resp.], Mosè 3) [Intr. Vig. di Nat.] David [Epif. ed Ev. di Nat.], Michea [II dom., I resp.], Geremia [Merc, I Sett., 3° resp.], Ezechiele [I Sett., 2° resp.], Daniele [I dom. 2° resp.], Gioele [Lun. I Sett., 3° resp.], Zaccaria [I Dom., II Ant. lod.], Habacuc [mart. I Sett. 3° resp.], Osea1 [Ven. I Sett., Ant. Magnif.], Aggeo [VI Ant. Magg.], Malachia [Merc. II Sett., Benedictus]; ma soprattutto Isaia [Tutte le lezioni del I Notturno di Mattutino nell’Avvento sono di Isaia, come pure l’Introito della II dom., il Communio della III Dom., l’Introito, la Lezione, l’Offertorio e il Communio del Mercoledì delle Quattro Tempora, l’Epistola del Venerdì, le quattro lezioni del Sabato e il Communio della Vigilia di Natale], S. Giovanni Battista [Dei quattro Vangeli dell’Avvento, tre sono dedicati a lui], S. Giuseppe [Vang. Della Vig. di Nat., e la gloriosa Vergine Maria [I Dom., 3° resp. Ecc.], che riassume in sé tutte le speranze messianiche, perché dal suo fiat dipende la loro realizzazione. E tutte queste anime sante anelano al Salvatore, e, accese di desiderio, lo supplicano d’affrettare la sua venuta. Non si può fare a meno, seguendo le diverse parti delle Messe e dell’Ufficio dell’Avvento, d’essere colpiti da queste invocazioni al Messia, insistenti e continue: « Vieni, o Signore, non tardare più [IV. Dom. All.]— Venite adoriamo il Re che viene [Invit. Dom.]; « Il Signore è vicino, venite adoriamolo [Invit. III Dom.]. — « Vieni, Signore, per salvarci [Tratto Sab. Q. T.] — «Mostra la tua potenza, Signore, e vieni » [Oraz. IV Dom.]. — « O Saggezza, vieni ad insegnarci la via della prudenza» [Antif. Magg.. — « O Dio, guida della casa di Israele, vieni a redimerci con la potenza del tuo braccio » [Antif. Magg.]! — « O discendente di Jesse, vieni a liberarci e non tardare » [Antif. Mag. — « O chiave di David e scettro della casa d’Israele, vieni e libera il prigioniero immerso nelle tenebre e nell’ombra della morte » [Ant. Mag.]. — « O Oriente, splendore della luce eterna, vieni ed illumina quelli che giacciono nelle tenebre e nell’ombra della morte » [Anti. Mag.]. — « O Re delle Nazioni e loro desiderio, vieni a salvare l’uomo che hai creato dal fango » [Antif. Mag.]. — « O Emmanuele (Dio con noi) nostro Re e Legislatore, vieni a salvarci, Signore nostro Dio » [Ant. Mag.]. II Messia atteso è dunque lo stesso figlio di Dio, il Gran Re liberatore [III Dom. 4° e 8° resp.], che vincerà satana [Ep. Sab. Q. T.], che regnerà eternamente sul suo popolo [IV Dom. 4° resp.], e che tutte le nazioni serviranno [Sab. Q. T. 3° lez.] . — Ed è principalmente perché la misericordia divina si estende non solo a Israele, ma a tutti i Gentili, che noi dobbiamo far nostro questo « vieni » e dire a Gesù: « O pietra angolare, che riunisci in Te i due popoli, vieni ». — E quando sarà venuto, tutti saremo insieme guidati da questo divino Pastore. « Egli pascolerà il suo gregge, dice Isaia, prenderà gli agnelli nelle sue braccia e li porterà in seno, Egli il Signore nostro Dio » [II Dom. intr.]. Questa venuta del Cristo, annunciata dai Profeti ed alla quale anela il popolo di Dio, è duplice; è insieme V Avvento di misericordia, nel quale il Divino Redentore è apparso in terra nell’umile condizione della Sua esistenza umana, e l’avvento di giustizia, nel quale apparirà pieno di gloria e di maestà, alla fine del mondo, come Giudice e supremo Rimuneratore degli uomini. I Profeti dell’Antico Testamento non hanno separato queste due venute, così la liturgia dell’Avvento, che ci riferisce le loro parole, parla ora dell’uno e ora dell’altro. Nostro Signore stesso (Cfr. il Vangelo della I Domenica di Avvento), passa senz’altro dalla sua prima venuta alla seconda, e nella sua omelia sul Vangelo della III Domenica dell’Avvento, S. Gregorio spiega che S. Giovanni Battista, il precursore del Redentore, è, nello spirito e nella virtù, Elia, il precursore del Giudice. Queste due venute non hanno del resto lo stesso fine? Che, se il Figlio di Dio si è abbassato fino a noi facendosi uomo (1a venuta) è per farci risalire fino al Padre suo (Orazione della Domenica delle Palme) con l’introdurci nel suo regno celeste (2a venuta). E la sentenza che il Figlio dell’uomo, cui sarà rimesso ogni giudizio, pronuncerà quando tornerà in questo mondo, dipenderà dall’accoglienza che gli sarà stata fatta quando venne per la prima volta. « Questo fanciullo — dice Simeone — è posto per rovina e per risurrezione di molti, e come segno di contraddizione  ».(Vang. Dom. ottava di Natale]. Il Padre e lo Spirito attesteranno che il Cristo è il Figlio di Dio, e Gesù stesso lo proverà con le sue parole e con i suoi miracoli. E gli uomini dovranno far propria questa triplice testimonianza di Dio in tre Persone, e decideranno cosi essi stessi la loro sorte futura. « Beato — dice il Maestro — chi non si scandalizzerà di me » [Ev. II Dom. Avv.] perché « chi confiderà nel Cristo non sarà confuso » [1 S. Pietro II, 6). Sventura, al contrario, a chi si getterà contro questa pietra di salvezza, perché vi si spezzerà. « Se qualcuno arrossisce di me o delle mie parole — dichiara ancora Gesù, — il Figlio dell’uomo arrossirà di lui quando verrà nella sua gloria e in quella del Padre e dei Santi Angeli » [S. Luc. IX, 26). — « Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua Maestà e con Lui tutti gli Angeli, si porrà sul trono della sua gloria. E, adunate tutte le genti avanti a sé, separerà gli uni dagli altri, come il pastore le pecore dai capri. Porrà le pecore alla Sua destra e i capri alla sua sinistra. Allora il Re dirà a quelli che sono alla sua destra: « Venite, benedetti dal Padre mio, e possedete il regno dei Cieli, che vi è stato preparato dall’origine del mondo. Dirà poi a quelli che sono alla sua sinistra: « Fuggite da me, maledetti, andate al fuoco eterno, preparato per il diavolo e i suoi angeli » [Matth. XXV, 34, 41]. — Il Giudizio divino sarà dunque una separazione che Dio farà tra i buoni e i cattivi. « Giudicami, o Dio — dice il Salmista — e separa la causa mia da quella di un popolo che mi è nemico; liberami dall’uomo malvagio e ingannatore » [Ps. XLII, ai piedi dell’altare]. — Tutti quelli che avranno rinnegato il Cristo sulla terra, saranno da Lui allontanati e separati per sempre da quelli che gli sono fedeli, mentre adunerà intorno a se quelli che l’avranno seguito, per farne i figli di Dio. Accoglierà nel suo seguito tutti quelli che lo avranno accolto con fede e con amore, e li farà entrare nel regno del Padre Suo. Intimamente uniti al Figlio di Dio fatto uomo, essi saranno per tutta l’eternità ciò che S. Paolo chiama il Cristo e il suo Corpo mistico » e S. Agostino « il Cristo totale ». E su questo principio Gesù giustificherà la sua sentenza, che separerà i buoni dai cattivi, dicendo: « Tutto ciò che avrete fatto al minimo dei miei, l’avrete fatto a me, e tutto ciò che non avrete fatto a questi, non l’avrete fatto a me ». È dunque proprio dall’accettazione del « mistero del Cristo » come lo chiama l’Apostolo, cioè del mistero dell’Incarnazione con tutte le sue conseguenze (accettazione di Gesù nel suo avvento d’umiltà, e accettazione della sua Chiesa, che dividerà le umiliazioni del suo Sposo divino), che dipenderà il giudizio finale; ed è per questo che, dopo aver parlato della nascita del fanciullo Gesù a Natale, la Chiesa parla, nel tempo dopo l’Epifania, dell’accoglienza ch’ebbe tanto dagli umili pastori giudei come dai potenti re-Magi, primizie delle nazioni pagane ch’entreranno nella Chiesa per la loro fede in Gesù, mentre gli orgogliosi giudei ne rimarranno fuori. « I Gentili dovevano essere tutti raccolti, scrive S. Gregorio, mentre i giudei stavano per essere dispersi a causa della loro perfidia »  [Sab. Q. T., T. I lez.]. — « Non ho trovato fede si grande in Israele — dirà il Cristo al Centurione pagano, — e cosi molti verranno dall’Oriente e dall’Occidente, e parteciperanno al festino con Abramo, Isacco e Giacobbe, nel regno dei cieli; mentre i figli del regno (i Giudei) saranno gettati nelle tenebre esteriori » [V. III Don. Epif.]. E ancora: « Lasciate crescere insieme il loglio e il frumento, fino al tempo della mietitura, e al tempo della mietitura, io dirò ai mietitori: « Raccogliete prima il loglio, e legatelo in fasci per bruciarlo e radunate poi il grano nel mio granaio » [Ev. V Dom. Epif.] . — E in tutte le Epistole di questo stesso tempo dopo l’Epifania che chiude il ciclo di Natale, San Paolo insisterà sul grande precetto dell’amore verso il prossimo. « Soprattutto, abbiate la carità, che è il vincolo della perfezione: e la pace di Cristo regni nei vostri cuori, nella quale siete uniti per formare un solo corpo. E tutto quello che farete in parole ed in opere, fatelo tutto nel nome del Signore Gesù Cristo, rendendo grazie a Dio per Gesù Cristo nostro Signore » [Ep. V Dom. Epif.]. Si comprende allora il compito dell’Avvento. Questo tempo ci prepara a ricevere, con le disposizioni necessarie, Gesù nel suo primo avvento, perché le feste di Natale sono per la Chiesa l’anniversario ufficiale della venuta del Salvatore; ed Egli ci prepara perciò ad essere nel numero dei benedetti dal Padre Suo quando verrà la seconda volta. La liturgia di questo tempo ci mostra dunque insieme le due venute affinché, noi guardiamo con la stessa confidenza alla nascita del Fanciullo del Presepio che nascerà sempre di più in noi per la grazia a Natale, e alla venuta del nostro Sovrano Giudice che ci introdurrà nel suo regno, e ci separerà dai malvagi, « mettendo tra loro e noi un abisso » [S. Luc. XVI, 26]. Al contrario dunque dei Giudei, i quali non vollero ammettere che la venuta di gloria del Messia, occupiamoci ora soltanto della sua venuta di misericordia. Lasciamo alle formule liturgiche tutta la loro ampiezza per non togliere nulla della loro efficacia, e diciamo come la Chiesa: Veni, Domine, vieni, o Signore, mio Salvatore e mio Giudice. Liberami quaggiù dai miei peccati e accoglimi un giorno nel tuo Cielo. Adveniat regnum tuum. Con tutti i Patriarchi ed i Profeti, io metto in Te, o Signore, ogni mia speranza: Per adventum tuum libera nos, Domine. Quanto è provvida la liturgia di questo tempo che ci prepara a celebrare il primo avvento di Gesù in preparazione del secondo, in modo che, godendo delle grazie del Redentore, non abbiamo a temere i castighi del Giudice. « Fa’, o Signore — domanda la Chiesa — che accogliendo con allegrezza il Figlio di Dio ora che viene a redimerci, possiamo rimirarlo con fiducia quando verrà per giudicarci » [Oraz. V. di Nat.]. L’Avvento ci mostra dunque che Gesù è il centro di tutta la storia del mondo. Cominciata da Adamo con l’attesa del suo avvento di grazia, finirà con l’attuazione della sua venuta di gloria. E la liturgia affida a tutti i Cristiani un ufficio in questo disegno divino; perché, se Gesù è venuto sulla terra rispondendo alla chiamata dei giusti dell’Antico Testamento, è rispondendo all’appello che di generazione in generazione fanno risonare le anime fedeli, ch’Egli viene sempre più in esse con la sua grazia nelle feste di Natale; ed è infine in risposta all’invito degli ultimi Cristiani, che saranno perseguitati dall’Anticristo, alla fine dei tempi, che egli affretterà la sua Venuta per liberarli. « Per gli eletti questi giorni saranno abbreviati » dice Gesù. Il compito della preghiera nell’attuale economia della Provvidenza, è cosi essenziale, che non può non cooperare a questo doppio avvento del grande Liberatore: « Veni, Domine, noli tardare». E come nella sua eternità Dio ha inteso, in qualche modo simultaneamente, tutte queste preghiere, la Chiesa preferisce nella, sua liturgia sopprimere quasi del tutto le nozioni del tempo e di distanza, e rendere in un certo senso contemporanee tutte le generazioni. Ed è cosi che le nostre aspirazioni al Cristo sono identiche a quelle dei Patriarchi e dei Profeti, perché il Breviario e il Messale mettono sulle nostre labbra le stesse parole da loro un tempo pronunciate. Così, nel corso dei secoli, non è che un solo grido di fede, di speranza e d’amore che si eleva verso Dio e il Suo Figlio divino. Partecipiamo dunque alle aspirazioni entusiastiche e alle ardenti suppliche di Isaia, di Giovanni Battista e della benedetta Vergine Maria, queste tre figure che riassumono così perfettamente tutto lo Spirito del Tempo dell’Avvento, ed attendiamo sinceramente, amorosamente, impazientemente Gesù nel suo doppio Avvento: « Venite, adoriamo il Re che viene ». – Le iniziali delle Antifone Maggiori dell’Avvento lette in senso inverso, offrono questa frase: Ero Cras, cioè: io sarò domani. Ciò significa che la preparazione alla doppia venuta di Gesù è tanto più necessaria in quanto l’una e l’altra sono vicine. La prima è Natale che ci ricorda la sua venuta passata; la seconda è il momento della nostra morte che ci annunzia la sua venuta futura.

E — O Emmanuel veni!

R — O Rex veni!

O — O Oriens veni!

C — O Clavis veni!

R — O Radix veni!

A — O Adonai veni!

S — O Sapientia veni!

II. – Commento Storico.

Le predizioni dei Profeti si erano verificate: il retaggio Dio era passato nelle mani dei Romani, lo scettro era stato tolto alla casa di Giuda (2° resp. IV Dom.). Il Messia doveva venire, e il mondo, e soprattutto i Giudei, lo attendevano. Giovanni Battista, docile alla voce di Dio, lascia il deserto dove ha trascorso l’infanzia: viene nella regione del Giordano a Betania e dà un battesimo di penitenza per preparare e anime alla venuta del Cristo (Vangelo della IV Domenica dell’Avvento). Le sue virtù sono tali che si potrebbe credere Egli sia il Messia. Anche i Farisei gli mandano, da Gerusalemme, una deputazione di Sacerdoti e di leviti per interrogarlo. Egli risponde di essere colui, del quale Isaia ha predetto: « Io sono la voce che grida nel deserto: preparate la via del Signore » (Vangelo della III Dom. dell’Avvento). E vedendo Gesù che viene allora al Giordano per essere battezzato, dichiara che quegli è l’Agnello di Dio, il cui sangue cancellerà i peccati degli uomini. – Più tardi Giovanni Battista è gettato in prigione nella fortezza di Macheronte, a Oriente del Mar Morto, in Perea. Li conosce il numerosi miracoli di Gesù, e probabilmente la risurrezione del figlio della vedova di Naim che Egli ha operato in Galilea nel secondo anno del suo ministero pubblico; Giovanni gli manda allora dalla sua prigione due discepoli, perché il Cristo possa manifestare a tutti la sua missione: «Sei tu quello che deve venire?» (Vang. della II Dom. dell’Avvento). E Gesù risponde con la profezia di Isaia che diceva del Messia: « Dio verrà Egli stesso e vi salverà. Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno le orecchie dei sordi; lo zoppo salterà come un cervo, e sarà sciolta la lingua dei muti » [Isai. XXXV, 4-6]. Questi miracoli il Figlio di Maria li fa, Egli è dunque il Messia. In quanto a Giovanni, continua il Maestro, è di Lui che Isaia ha cosi scritto: « Ecco che Io mando avanti a te il mio Angelo per precederti e prepararti la via ». Egli è il precursore di Gesù, « egli viene per rendere testimonianza alla luce ». Questa testimonianza egli la rese ai Giudei; ed egli ce la rende ogni anno per mezzo dei Vangeli, che si leggono durante l’Avvento, e ogni giorno nell’ultimo Vangelo e nell’« Ecce Agnus Dei » della Messa. Un tempo le domeniche dell’Avvento si succedevano nell’ordine inverso a quello attuale. La Domenica più vicina a Natale era la prima, la domenica precedente la seconda, ecc.. È da notare che i Vangeli che parlano di S. Giovanni si succedevano in tal caso nell’ordine storico. – Il Vangelo della IX Domenica dopo la Pentecoste, ci riferisce un’altra profezia che fece Gesù. Il giorno della sua entrata trionfale in Gerusalemme, trovandosi coi suoi discepoli sul monte degli Ulivi, e, vedendo la città che si stendeva davanti ai suoi occhi, annunciò che Gerusalemme sarebbe stata distrutta, perché non l’aveva accolto. E due giorni dopo parlò della sua seconda venuta alla fine del mondo. Allora gli elementi saranno sconvolti ed il Figlio dell’Uomo verrà con grande potenza e grande maestà. « Alzate allora il capo perché la vostra redenzione è vicina… quando vedrete tutto questo, sappiate che il regno di Dio è vicino ». Il cielo e la terra passeranno, ma le parole del Maestro non passeranno; avranno dunque la loro realizzazione.

III. – Commento Liturgico.

La data iniziale dell’anno liturgico era nel V secolo la festa dell’Annunciazione [Lettera di Papa Gelasio I (492-496)]. Celebrata prima in Dicembre, questa Solennità fu trasferita in Marzo. Nel X secolo si comincia l’anno alla I Domenica di Avvento, cioè qualche settimana prima di Natale. Dal 380, un Concilio di Saragozza ordina una preparazione di otto giorni alla festa di Natale. Al Concilio di Tours nel 563 si fa menzione dell’Avvento come di un periodo liturgico con suoi riti e formule proprie. Nella liturgia nestoriana (v°. secolo) l’Avvento aveva una durata di quattro domeniche, chiamate Domeniche dell’Annunciazione, e nelle liturgie ambrosiane e mozarabica, se ne contavano sei. Nella liturgia Romana l’Avvento durò prima cinque settimane, attualmente quattro. La prima domenica dell’Avvento è quella che è più vicina alla festa di S. Andrea, celebrata il 30 novembre. – La gioia di veder presto venire il Cristo è una delle note dominanti nell’Avvento. Contenuta prima, vi erompe poi liberamente fino a divenire esultanza a Natale. L’idea della purificazione delle anime, intimamente legata a quella del ritorno di Cristo, si trova così in questo tempo in ogni pagina del Breviario e del Messale. Gli Inni, la scelta dei Salmi, la predicazione dei Profeti, quella del Precursore, le Collette delle quattro domeniche, il versetto così spesso ripetuto: Rectas facile semitas eius, rendete diritti i suoi sentieri, parlano delle necessità della preparazione delle nostre anime alla venuta del Salvatore nel suo duplice avvento. « Fate penitenza, dice Gesù, perché il regno dei cieli è vicino» (Ant. Bened. Lunedi IV Settimana). Nel Medio evo si prescrisse il digiuno durante l’Avvento, che si chiamava « La quaresima di Natale ». Si velarono anche le statue come al tempo della Passione. Ora si impiegano ancora, come in quaresima, gli ornamenti violetti e si sostituisce il Benedicamus Dominoall’Ite missa est. Durante l’Avvento si canta l’Antifona Alma Redemptoriscol suo versetto Angelus Domini, e la seconda orazione della Messa è De beata, per la parte che Maria ebbe nell’Incarnazione, che è il mistero che occupa in questo momento la Santa Chiesa. Non si canta più il Gloria in Excelsis, perchè è il canto degli angeli al presepe e bisogna, in questo nuovo anno ecclesiastico, ora incominciato, che solo a Natale si faccia sentire per la prima volta.

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA: DICEMBRE 2019

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA – DICEMBRE 2019

DICEMBRE È IL MESE CHE LA CHIESA DEDICA ALL’IMMACOLATA CONCEZIONE ED ALLA NATIVITÀ DI N. S. GESÙ CRISTO

Spettacolo commovente fonte di tanti dolci e teneri sentimenti è quello che si presenta questa sera alla nostra considerazione. L’umile capanna di Betlemme che, prima, accolse nel suo squallore l’Unigenito di Dio e di Maria, Gesù Cristo. La capanna di Betlemme illuminata da celeste splendore sopra la quale risuona l’angelico canto: Gloria in altissimis Deo; et in terra pax hominibus bonæ voluntatis.

La capanna di Betlemme scelta da Gesù nella nascita come sua Reggia: la mangiatoia scelta da Gesù come trono regale su questa terra…

[G. Perrone: La Vergine Madre di Dio e la vita cristiana. – Libr. del Sacro Cuore, Torino, 1908]

125

Novendiales preces ante festum Nativitatis Domini

Fidelibus, qui novendiali pio exercitio, in honorem divini Infantia Iesu publice peracto ante festum Nativitatis Domini, devote interfuerint, conceditur:

Indulgentia decem annorum quolibet die;

Indulgentia plenaria, accedente sacramentali confessione, sacra Communione et oratione ad mentem Summi Pontificis, si per dies saltem quinque novendiali supplicationi adstiterint. Iis vero, qui praefato tempore preces vel alia pietatis obsequia divino Infanti privatimpræstiterint, cum proposito idem per novem dies continuos explendi, conceditur:

Indulgentia septem annorum semel quolibet die;

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, novendiali exercitio absoluto; at ubi hoc publice peragitur, huiusmodi indulgentia ab iis tantum acquiri potest, qui legitimo detineantur impedimento quominus exercitio publico intersint

(Secr. Mem., 12 aug. 1815; S. C. Indulg., 9 ini. 1830; S. Pæn. Ap., 21 febr. 1933).

[Nella novena pubblicamente recitata, o se impediti: 10 anni ogni giorno e plenaria alla fine della novena. In quella recitata privatamente: 7 anni per ogni giorno].

125

Novendiales preces a die 16 ad diem 24 cuiusvis mensis

I . Eterno Padre, io offro a vostro onore e gloria, per la mia salute eterna e per quella di tutto il mondo il mistero della Nascita del nostro divin Redentore.

Gloria Patri.

II. Eterno Padre, io offro a vostro onore e gloria, per la mia eterna salute e per quella di tutto il mondo, i patimenti della Santa Vergine e di san Giuseppe in quel lungo e faticoso viaggio da Nazareth a Betlemme, e l’angoscia del loro cuore per non trovare luogo da mettersi al coperto, allorché era per nascere il Salvatore del mondo.

Gloria Patri.

III. Eterno Padre, io offro a vostro onore e gloria, per la mia eterna salute e per quella di tutto il mondo, i patimenti di Gesù nel presepio ove nacque, il freddo che soffrì, le lagrime che sparse, ed i suoi teneri vagiti.

Gloria Patri.

IV. Eterno Padre, io offro a vostro onore e gloria, per la mia eterna salute e per quella di tutto il mondo, il dolore che sentì il divino Infante Gesù nel suo tenero corpicciuolo, allorché si soggettò alla circoncisione; vi offro quel Sangue prezioso, che allora Egli sparse la prima volta, per la salvezza di tutto il genere umano.

Gloria Patri.

V. Eterno Padre, io offro a vostro onore e gloria, per la mia eterna salute e per quella di tutto il mondo, l’umiltà, la mortificazione, la pazienza, la carità, le virtù tutte di Gesù Bambino, e vi ringrazio, amo e benedico infinitamente per questo ineffabile mistero dell’Incarnazione del divin Verbo.

Gloria Patri.

V. Verbum caro factum est;

R. Et habitavit in nobis.

Oremus.

Deus, cuius Unigenitus in substantia nostræ carnis apparuit; praesta, quæsumus, ut per eum, quem similem nobis foris agnovimus, intus reformari mereamur: Qui tecum vivit et regnat in sæcula sæculorum. Amen.

Indulgentia septem annorum semel quovis die.

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, novendiali exercitio in finem adducto (S. C. Indulg., 23 sept. 1846;S. Pæn. Ap., 14 oct. 1934).

II

PRECES

126

V., Deus, in adiutorium meum intende;

R., ad adiuvandum me festina,

V., Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto,

R.,. Sicut erat in principio et nunc et semper, et in sæcula sæculorum. Amen.

Pater noster…

I. Iesu Infans dulcissime, e sinu Patris propter nostram salutem descendens, de Spiritu Sancto conceptus, Virginis uterum non horrens, et Verbum caro factum, formam servi accipiens, miserere nostri.

Miserere nostri, Iesu Infans, miserere nostri.

Ave Maria.

II. Iesu Infans dulcissime, per Virginem Matrem tuam visitans Elisabeth, Ioannem Baptistam Præcursorem tuum Spiritu Sancto replens et adhuc in utero matris suae sanctificans, miserere nostri.

Miserere, etc. Ave Maria.

III. Iesu Infans dulcissime, novem mensibus in utero clausus, summis votis a Maria Virgine et a sancto Ioseph expectatus, et Deo Patri prò salute mundi oblatus, miserere nostri.

Miserere, etc. Ave Maria.

IV. Iesu Infans dulcissime, in Bethlehem ex Virgine Maria natus, pannis involutus, in præsepio reclinatus, ab Angelis annuntiatus et a mpastoribus visitatus, miserere nostri.

Miserere, etc. Ave Maria.

Iesu, tibi sit gloria,

Qui natus es de Virgine,

Cum Patre et almo Spiritu,

In sempiterna saecula. Amen.

V., Christus prope est nobis.

R., Venite, adoremus.

Pater noster.

V. Iesu Infans dulcissime, in Circumcisione post dies octo vulneratus, glorioso Iesu nomine vocatus, et in nomine simul et sanguine Salvatoris officio præsignatus, miserere nostri.

R., Miserere, etc. Ave Maria.

VI. Iesu Infans dulcissime, stella duce tribus Magis demonstratus, in sinu Matris adoratus, et mysticis muneribus, auro, thure et myrrha donatus, miserere nostri.

R., Miserere etc. Ave Maria.

VII. Iesu Infans dulcissime, in tempio a Matre Virgine præsentatus, inter brachia a Simeone amplexatus, et ab Anna prophetissa Israèli revelatus, miserere nostri.

R., Miserere etc. Ave Maria.

VIII. Iesu Infans dulcissime, ab iniquo Herode ad mortem quæsitus, a sancto Ioseph in Ægyptum cum Matre deportatus, a crudeli cæde sublatus, et præconiis Martyrum Innocentium glorificatus, miserere nostri.

R., Miserere, etc. Ave Maria.

Iesu, tibi sit gloria,

Qui natus es de Virgine

Cum Patre et almo Spiritu

In sempiterna sæcula. Amen.

V., Christus prope est nobis.

R., adoremus.

Pater noster.

IX. Iesu Infans dulcissime, in Ægyptum cum Maria sanctissima et Patriarcha sancto Ioseph usque ad obitum Herodis commoratus, miserere nostri.

R., Miserere, etc. Ave Maria.

X. Iesu Infans dulcissime, ex Ægypto cum Parentibus in terram Israel reversus, multos labores in itinere perpessus, et in civitatem Nazareth ingressus, miserere nostri.

R., Miserere etc. Ave Maria.

XI. Iesu Infans dulcissime, in sancta Nazarena domo, subditus Parentibus, sanctissime commoratus, paupertate et laboribus faticatus, in sapientiae, aetatis et gratiae profectu confortata, miserere nostri.

R., Miserere etc. Ave Maria.

XII. Iesu Infans dulcissime, in Ierusalem duodennis ductus, a Parentibus cum dolore quæsitus, et post triduum cum gaudio inter Doctores inventus, miserere nostri.

R., Miserere etc. Ave Maria.

Iesu, tibi sit gloria,

Qui natus es de Virgine

Cum Patre et almo Spiritu

In sempiterna sæcula. Amen.

Die Nativitatis Domini et per Octavam:

V. Verbum caro factum est, alleluia.

R. Et habitavit in nobis, alleluia.

In Epiphania Domini et per Octavam:

V., Christus manifestavit se nobis, alleluia.

R., adoremus, alleluia.

Per annum.

V., Verbum caro factum est,

R., et habitavit in nobis.

Oremus.

Omnipotens sempiterne Deus, Domine cæli et terræ, qui te revelas parvulis; concede, quæsumus, ut nos sacrosancta Filii tui Infantis Iesu mysteria digno honore recolentes, dignaque imitatione sectantes, ad regnum caelorum promissum parvulis pervenire valeamus. Per eumdem Christum Dominum nostrum. Amen.

Indulgentia quinque annorum semel in die.

Indulgentia plenaria, suetis conditionibus,

iis qui die 25 cuiusvis mensis supra relatas preces pia mente recitaverint

(S. C. Indulg., 23 nov. 1819; S. Pæn. Ap., 8 iun. 1935).

III

ORATIONES

127

Amabilissimo nostro Signore Gesù Cristo, che fatto per noi Bambino, voleste nascere in una grotta per liberarci dalle tenebre del peccato, per attirarci a Voi, ed accenderci del vostro santo amore, vi adoriamo per nostro Creatore e Redentore, vi riconosciamo e vogliamo per nostro Re e Signore, e per tributo vi offriamo tutti gli affetti del nostro povero cuore. Caro Gesù, Signore e Dio nostro, degnatevi di accettare questa offerta, e affinché sia degna del vostro gradimento, perdonateci le nostre colpe, illuminateci, infiammateci di quel fuoco santo, che siete venuto a portare nel mondo, per accenderlo nei nostri cuori. Divenga per tal modo l’anima nostra un altare, per offrirvi sopra di esso il sacrificio delle nostre mortificazioni; fate che essa cerchi sempre la vostra maggior gloria qui in terra, affinché venga un giorno a godere delle vostre infinite bellezze in cielo. Così sia.

Indulgentia trium annorum.

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo quotidie per integrum mensem oratio devote repetita fuerit (S. C. Indulg., 18 ian. 1894; S. Pæn. Ap., 21 febr. 1933).

Queste sono le feste di DICEMBRE:

1 Dominica I Adventus    Semiduplex I. classis *I*

2 S. Bibianæ Virginis et Martyris    Semiduplex

3 S. Francisci Xaverii Confessoris    Duplex majus

4 S. Petri Chrysologi Episcopi Confessoris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

5 S. Sabbæ Abbatis    Feria

6 S. Nicolai Episcopi et Confessoris    Duplex

              PRIMO VENERDI’

7 S. Ambrosii Episcopi Confessoris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

Vigilia dell’Immacolata: digiuno ed astinenza.

        PRIMO SABATO

8      In Conceptione Immaculata Beatæ Mariæ Virginis    Duplex I. classis

        Dominica II Adventus    Semiduplex II. Classis

10 S. Melchiadis Papæ et Martyris    Feria

11 S. Damasi Papæ et Confessoris    Duplex

13 S. Luciæ Virginis et Martyris    Duplex

15 Dominica III Adventus    Semiduplex II. classis

16 S. Eusebii Episcopi et Martyris    Semiduplex

18 Feria IV Quattuor Temporum Adventus    Semiduplex

20 Feria VI Quattuor Temporum Adventus    Semiduplex

21 S. Thomæ Apostoli    Duplex II. Classis

      Sabbato Quattuor Temporum Adventus    Semiduplex

22 Dominica IV Adventus    Semiduplex II. classis

24 In Vigilia Nativitatis Domini    Duplex I. classis

25 In Nativitate Domini    Duplex I. classis *L1*

26 S. Stephani Protomartyris    Duplex II. classis *L1*

27 S. Joannis Apostoli et Evangelistæ    Duplex II. classis *L1*

28 Ss. Innocentium    Duplex II. classis *L1*

29 Dominica Infra Octavam Nativitatis    Semiduplex Dominica minor

     Die quinta post Nativitatem    Feria privilegiata *L1*

30 Die sexta post Nativitatem    Semiduplex *L1*

31 Die septima post Nativitatem    Semiduplex *L1*

LO SCUDO DELLA FEDE (88)

LO SCUDO DELLA FEDE (88)

[S. Franco: ERRORI DEL PROTESTANTISMO, Tip. Delle Murate, FIRENZE, 1858]

PARTE TERZA.

CAPITOLO XI

TERZA CAUTELA, BANDIRE IL MAL COSTUME

L’ignoranza e la superbia preparano pur troppo le vie a perdere la Fede, ma più ancora ne dà la spinta il vivere scostumato. Osservate, diceva S. Girolamo fin dai suoi tempi, osservate tutti quelli che nella S. Chiesa sorsero a spacciare eresie, osservate e non ne troverete uno che sia casto. Si fa poi ad enumerarli, incominciando da Simone il Mago e venendo giù a mano a mano fino ai suoi tempi e dimostra che tutti furono invischiati in passioni vituperose. Il Protestantismo però è così famoso in questa parte che ha superate tutte le antiche eresie. Il corifeo dei Protestanti levò la bandiera dell’incontinenza, sposando sacrilegamente una Religiosa; quelli che ne seguitarono la dottrina, tolsero subito ad imitarne l’esempio. Tutti i primi capi furono veduti assalire i conventi, e rubare e sedurre quante donne potevano. Le prime e più solenni adunanze di quei teologi si tennero in varie osterie fra il fumo della birra ed il nidore della cucina mescolato a discorsi così infami che se ne vergognerebbe un soldato onesto. In fatto poi di turpitudini e lussurie, la Riforma passò così sfrenatamente tutti i segni che a molti di quei che si erano sulle prime lasciati sedurre, bastò questo spettacolo per ritrarsi di nuovo in seno alla Cattolica Chiesa. – E da questa sfrenatezza appunto che permise anzi che inventò sulla terra, ripete il Protestantismo l’esito che ebbe di un gran numero di seguaci. Imperocché che cosa desidera chi è disonesto? Vuole gettarsi in braccio a tutti i godimenti sensuali e saziarsene senza la noia del rimorso. Ora il Protestantismo era tutto il caso. Lutero avendo negata la necessità delle buone opere, avendo proclamata l’impossibilità della continenza, avendo insegnato che per qualunque colpa non si poteva perdere la salute, purché altri credesse in Cristo, aveva con ciò solo dato ad ognuno piena libertà di sfogarsi a talento. Abrogata poi la Confessione, era anche tolta la noia del doversi confondere davanti ad un Sacerdote: abrogate leopere satisfattorie, era tolto l’obbligo di far penitenza. In questa dottrina comoda ogni sensuale trovava il suo conto. epperò tanti vi si gettavano dietro perdutamente. Ora quel che avvenne in passato può  avvenire anche al presente. A chi potranno queste dottrine perverse far gola, a chi svegliare la brama di abbracciarle? A tutti quelli che sono vaghi di libertà vergognose. – Epperò se voi mi domandaste chi sono quelli che corrono maggior pericolo di prevaricare, ecco quello che vi risponderei. Nelle città sono in maggior pericolo quei giovani, i quali scosso ogni freno ed abbandonato ogni timor divino passano i giorni loro in preda alle dissolutezze; le cui menti ed immaginazioni si dilettano di continuo di  fantasmi sozzi, le cui labbra si contaminano incessantemente di parlari immondi; i cui cuori si pascono sempre di compiacenze e di affetti indegni. Questi scostumati che anelano ad ogni sfogo brutale, amano di levarsi di dosso la Religione Cattolica. Ed anche perciò lo desiderano, perché dove è in onore il Cattolicismo, ivi trovano molti ostacoli ai loro infami desideri. Li avete talvolta sentiti predicare nelle vostre campagne, che il Cattolicismo non è buono? Sapete il perché? Perché fa loro incomodo. Sanno che fintantoché le vostre spose, le vostre fanciulle mantengono l’amore alla S. loro Fede, guardano anche caro il santo pudore. Ciò non fa i loro conti. Vorrebbero che fossero un poco più alla mano, un po’ meno selvatiche … mi avete capito? – Ecco donde nascono certe grandi convinzioni in favore del Protestantismo. Oh vergogna dell’umana natura! Nelle città ancora sono in pericolo quegli artieri, i quali non hanno voglia di lavorare ed hanno da alimentare mille vizi infami, che hanno da mantenere tresche, che hanno da contentare i capricci di questa e di quella, che rubano alla famiglia quel che gettano Iddio sa dove: anche questi sono in gran pericolo della Fede, perché riuscirebbe loro più comodo di non presentarsi alla Chiesa, alla Confessione, agli esercizi di pietà. Presso di voi nelle campagne chi sono quelli che vivono in pericolo di essere sedotti? Quei buoni contadini padri di famiglia, che vivono assennatamente, che vegliano sopra i figliuoli e le figliuole; o anche quei giovani onesti che fuggono il vizio e che aspettano con timor di Dio il tempo di collocarsi in un onesto matrimonio? Oh no davvero. – Questi amano la loro Religione, la rispettano, la praticano, e non entrano nelle cricche e nelle combriccole dei Protestanti. Quelli che corrono pericolo nella Fede sono certi che sono lo scandalo e la peste della parrocchia, o che sono invischiati in amorazzi indegni ed in pratiche vergognose, che hanno quelle boccacce sozze sempre piene di discorsi animaleschi: quelli che per conseguenza non hanno alcun sapore delle cose di Dio e della pietà, che bisogna cacciarli a fare la Pasqua con gli urti e con gli spintoni: quelli che stanno tutto il tempo della Messa sdraiati sopra una panca, e poi in Chiesa e fuori insultano tutte le donne che entrano ed escono. Sì, questi sono i bocconi buoni per la nuova religione. Io ho sentito uno di essi una volta dirlo assai chiaramente. Io vo’ farmi Protestante, perché così si fa una vita più comoda. La maggior libertà di vivere è quella che fa gola a tutti i viziosi. – Credereste? Perfino alcuni Ecclesiastici, alcuni Religiosi, sono giunti per questa via a perdere la Fede. Oh questo è uno scandalo, direte voi. Niente affatto: questa è una prova di più in favore della Fede Cattolica, la quale è tanto pura, tanto immacolata, che non può mantenere a lungo andare nel suo seno neppure gli Ecclesiastici quando si dimenticano al tutto della purezza del loro stato. Nei primi tempi del Protestantismo tutti i Religiosi e Sacerdoti che apostatarono, tutti il fecero per prender moglie sacrilegamente: tantoché quando si vedeva qualcuno d’essi vago di libertà e sfrenato di costumi, si diceva che doveva esser vicino ad andare in Ginevra a cambiare la fede: ed un bell’umore di quei tempi scrisse che l’affare della Riforma Protestante finiva sempre come la commedia, col matrimonio. – Ai tempi nostri è lo stesso. In Inghilterra ed in America vi sono alcuni Ecclesiastici fuggiti da noi, i quali hanno abiurata la Fede. Ebbene qual fu il loro grande motivo? Dopo di avere scandalizzato i nostri paesi con le loro sozzure si sono gettati tra i Protestanti per menare moglie. Ne sono testimonio il De Sanctis, l’Achilli, il Bonamici ed altri; ed alcuni di quelli che tocchi più tardi da miglior coscienza si sono ravveduti e tornarono alla male abbandonata Chiesa Cattolica, ebbero a confessare che non per convinzione che ne avessero, sebbene per soddisfare le loro passioni, si erano gettati in quel precipizio. Ora se il vizio della disonestà può giungere fino a fare prevaricare un Sacerdote, un Religioso, in che pericolo può mettere un rozzo, un ignorante, che non sa poi sopra qual fondamento saldissimo si appoggi la S. Fede? in quale un giovine che ha passata tutta la sua vita in divertimenti, e che ha il cuore snervato dai vizi? in quale una donna, una giovane le quali vivono d’immaginazione e di senso più che di ragione quando sono perdute nel vizio? Oh non vi ha sicurezza nessuna per chi si abbandona all’incontinenza e disonestà! Fu osservato da storici gravi, che la ragione verissima per cui nel secolo decimosesto fu accolta in tanti paesi la Riforma, altra non fu che quella di cui parliamo. Erano rilasciati i costumi, affranti i cuori, e riusciva sommamente gradevole una religione che toglieva il freno a chi lo portava tanto di mala voglia, e Dio a punire la scostumatezza di quelle misere genti permise che fosse loro tolta la S. Fede. Quel che è avvenuto altre volte può accadere di nuovo. Ci preservi Iddio da un flagello che sarebbe il più tremendo che potesse uscire dalle mani della sua giustizia [come oggi il Novus Ordo degli apostati modernisti della “contro-chiesa” vaticana, il più grande flagello di tutta la storia con cui Nostro Signore sta punendo l’umanità corrotta – ndr. -]: ma perché Iddio ci preservi da quel castigo, manteniamo noi la bella, la santa onestà.