16 LUGLIO: MADONNA DEL CARMELO (2019)

16 LUGLIO MADONNA DEL CARMELO (2019)

LA MADONNA DEL CARMINE

L’ ORAZIONE.

Deus, qui beatíssimæ semper Vírginis et Genetrícis tuæ Maríæ singulári título Carméli órdinem decorásti: concéde propítius; ut, cujus hódie Commemoratiónem sollémni celebrámus offício, ejus muníti præsídiis, ad gáudia sempitérna perveníre mereámur: Qui vivis et regnas cum Deo Patre, in unitate Spiritus Sancti, Deus, per omnia saecula saeculorum.

“0 Dio, che avete concesso all’ Ordine del Carmelo l’insigne onore di portare il nome della beatissima sempre Vergine Maria vostra Madre, concedete a noi, nella vostra misericordia, che circondati dalla protezione di Colei di cui onoriamo oggi solennemente la memoria, meritiamo di pervenire all’eterna felicita; voi che Dio vivete e regnate etc. “

L’EPISTOLA.

Lezione tratta dal Libro dell’Ecclesiastico. Cap XXIV, v. 23,31.

Io come la vite gettai fiori di odor soave, e i miei fiori sono frutti di gloria e di ricchezza. Io madre del bell’amore, e del timore e della scienza e della santa speranza: in me ogni grazia per conoscer la via della verità, in me ogni speranza di vita e di virtù. Venite a me voi tutti,voi che siete presi dall’amore di me; e saziatevi dei miei frutti; perché dolce è il mio spirito più del miele e lamia eredità più’ del favo del miele. Memoria di me si farà per tutta la serie dei secoli. Coloro che mi mangiano hanno sempre fame, e coloro che mi bevono hanno sempre sete. Chi ascolta me non avrà mai da arrossire, e quelli che per me operano non peccheranno. Coloro che mi illustrano, avranno la vita eterna.

IL VANGELO.

Segue il santo Vangelo secondo s. Luca, Cap. XI, v. 17. 28.

lo quel tempo mentre Gesù parlava alle turbe, alzò la voce una donna di mezzo ad esse, e gli disse: Beato il seno che ti ha portato, e le mammelle che hai succhiate. Ma Egli disse: Anzi beati coloro, che ascoltano la parola di Dio, e l’osservano.

In qualità di Madre di Dio, Maria è pietosa alle nostre necessità; in qualità di Madre di Dio, Maria può soccorrerci nelle nostre necessità: questo è quanto ci insegnano i Padri, e c’insegna la Chiesa, è quanto ci detta la ragione, e l’esperienza di tutti i tempi c’impedisce di porre in dubbio. Alla nostra profonda venerazione per l’augustaMadre di Dio uniamo adunque la più gran fiducia; ricorriamo a Lei in tutte le penose congiunture in cui ci troveremo: poiché in qualunque occasione ciò avvenga, Maria può essere per noi un aiuto infallibile, estendendosi la sua misericordia ad ogni cosa, intromettendosi in tutte le nostre necessità, quanto ai beni spirituali, e quanto ai beni temporali. Voi dunque, dice s. Bernardo, voi tutti che vogate in mezzo agli scogli e alle tempeste di questo mondo, se volete salvarvi dal naufragio, mirate la vostra stella, alzate gli occhi verso Maria. Siete assaliti da violente tentazioni, vi sentite mancare le forze, e il vostro cuore è presso a soccombere? Chiamate in vostro soccorso Maria. Siete esposti a gonfiarvi d’orgoglio, all’amarezza dell’odio, agli impeti dell’ira, al veleno dell’invidia? Invoca te Maria. È la tribolazione che vi perseguita, vi affligge, vi abbatte e vi desola? Cercate in Maria il vostro sostegno. In tutti i pericoli, in tutti i mali, in tutte le sventure di questa vita mortale, pensate a Maria,  e tendete a Lei le braccia per implorare la sua assistenza – La Regina dei cieli, che oggi onoriamo, sotto il titolo di Nostra Donna del santo scapolare, apparendo al Beato Simone Stock, generale dell’ordine dei Carmelitani, gli pose nella mano il santo scapolare, come uno scudo contro tutti gli assalti e una difesa in tutti i pericoli, come uno dei più saldi appoggi nell’ultima ora, e quasi assicurazione contro lo spaventoso rischio di una irrevocabile condanna: ma non perdiamo di vista che tante promesse sono unite alla confraternita del santo scapolare, non per dispensarci dalla penitenza, ma per aiutarci a far penitenza; non per sottrarci alle leggi del Vangelo. ma per facilitarcene l’osservanza; non per darci una colposa sicurezza nelle nostre sregolatezze, ma per ottenerci i mezzi di uscirne; non per assicurarci una santa morte dopo una vita peccaminosa, ma per farci pervenire alla morte preziosa dei giusti con la vita pura o penitente dei giusti. – Maria è il rifugio dei peccatori, ma dei peccatori contriti,dei peccatori penitenti, dei peccatori che sentendo l’infelice stato a cui gli ha ridotti il peccato, si sforzano di uscirne e di salvare la loro anima dal fuoco eterno. Mariaè la Madre di misericordia, ma la sua misericordia non e una pietà meschina e cieca, una molle indulgenza che favorisca il peccato, ledendo i diritti della giustizia divina; è una misericordia illuminata e pronta sempre a seguire i sentimenti di Gesù Cristo; una misericordia che, facendo sperare il perdono al peccatore, l’eccita nello stesso tempo alla penitenza. Maria è pronta sempre a domandare a Dio la grazia della nostra conversione; ma bisogna che la domandiamo noi stessi con Lei, bisgna che che cooperiamo alla nostra santificazione; ed è follia il riposarci sopra il soccorso di Lei quando da noi medesimi ci abbandoniamo. Facciam capitale, si, di Maria, possiamo, e anzi dobbiamo farlo; ma non speriamo di star d’accordo con Maria, se non temiamo di essere in discordia con Gesù Cristo; e se siamo sempre degni di condanna al tribunale del Figlio di Lei, non speriamo giammai di essere assoluti al tribunale di Maria. Rammentiamoci che per conciliar a noi la benevolenza materna della potente protettrice che onoriamo specialmente oggi, dobbiamo accompagnare alla nostra azione costumi religiosi e puri, costante applicazione nell’adempire tutti i nostri doveri, e la pratica di tutte quelle virtù cristiane, di cui essa ci ha dato l’esempio.

(L. Goffiné: manuale per la santificazione delle Domeniche e delle Feste. Tip. Calas., Firenze – 1869)

Decor Carmeli, ora prò nobis.

Indulgentia trecentorum dierum (S. Pæn. Ap., 8 nov.1921).

406

O Vergine benedetta, o piena di grazie, o Reginadei Santi, quanto m’è dolce di venerartisotto questo titolo di Madonna del Monte Carmelo!

Esso mi richiama ai tempi profetici di

Elia, quando Tu fosti, sul Carmelo, raffigurata

in quella nuvoletta, che poi, dilargandosi, si

aprì in una pioggia benefica, simbolo delle grazie

santificatrici, che ci provengono da te. Sin

dai tempi apostolici Tu fosti onorata con questo

misterioso titolo : ed ora mi rallegra il pensiero

che noi ci uniamo a quei primi tuoi devoti e con

essi ti salutiamo, dicendoti: O decoro del Carmelo,

o gloria del Libano, Tu giglio purissimo,

Tu rosa mistica del fiorente giardino della Chiesa.

Intanto, o Vergine delle vergini, ricordati

di me miserabile, e mostra di essermi madre.

Diffondi in me sempre più viva la luce di quella

fede che ti fece beata; infiammami di quell’amore

celestiale, onde Tu amasti il Figliuol

tuo Gesù Cristo. Son pieno di miserie spirituali

e temporali. Molti dolori dell’anima e del corpo

mi stringono da ogni parte ed io mi rifugio,

come figliuolo, all’ombra della tua protezione materna.

Tu, Madre di Dio, che tanto puoi e tanto vali,

impetrami da Gesù benedetto i doni

celesti dell’umiltà, della castità, della mansuetudine,

che furono le più belle gemme dell’anima

tua immacolata. Tu concedimi di esser forte

nelle tentazioni e nelle amarezze, che spesso mi

travagliano. Allorché poi si compirà, secondo

il volere di Dio, la giornata del mio terreno pellegrinaggio,

fa’ che all’anima mia sia donata,

per i meriti di Cristo e per la tua intercessione,

la gloria del paradiso. Amen.

Indulgentia quingentorum dierum

(Breve Ap., 12 apr. 1927; S. Pæn. Ap., 29 apr. 1935).

LE BEATITUDINI EVANGELICHE (-3A-)

LE BEATITUDINI 3 A

[A. Portaluppi: Commento alle beatitudini; S.A.L.E.S. –ROMA, 1942, imprim. A. Traglia, VIII, Sept. MCMXLII]

CAPO TERZO

Beati qui lugent: quoniam ipsi consolabuntur.

Beati i dolenti

I

SEGNO DI NOBILTÀ IL PIANTO

Chi sprezza il pianto, espressione d’un verace dolore, è inumano. Bisogna soffrire d’una grave deviazione del sentimento, per essere duro verso una creatura, che ha ragione di sparger le sue lacrime. Inaridisce il cuore di coloro che s’abbandonano ai godimenti della lussuria, a quelli dell’avarizia, alle fantasie dell’orgoglio. Costoro, nel bruciare incenso alle tre concupiscenze centrali incendiano il proprio cuore dinanzi ai tre idoli e diventano incapaci persino di pesare la gravità della loro condizione morale. La quale è desolazione e rovina. – Non vergogniamoci, pertanto, di saper piangere. Certo occorre una ragione proporzionata, che valga. Indice di fisica e anche morale debolezza è la lagrima per ogni piccolo contrasto, per ogni pena, per le puerili delusioni della vita. Nobile è soprattutto il pianto per i nostri falli. Son questi i dolori più consistenti, perché gli errori morali corrispondono ai maggiori danni, che ci colpiscono quaggiù. Hanno essi anche sicure risonanze nell’altra vita e noi siamo tenuti a premunircene. Adoriamo l’autore della nostra vita e della nostra rigenerazione. Pensiamo a quanto è costata la nostra formazione spirituale e alla devastazione provocata dal peccato. Ribellione contro Dio, l’anima invasa dal nemico e umiliata dalla schiavitù di satana. – Dove si voleva la liberazione dall’obbedienza al Signore vero della nostra esistenza, venne sostituita una soggezione oppressiva e umiliante. Bisogna piangere tanta rovina; pentirsi di siffatto errore. E provvedere ai mezzi per riacquistare la libertà dei figli di Dio. – Si tratta della nostra esistenza eterna. Come si può cercare appagamento di desideri illegittimi, sciogliendosi dalla docilità a Colui, che ci ha plasmato di sua mano, mettendoci in cuore felicità vera e non fallace? Fuori della linea di piena obbedienza a Lui non si trova che il fallimento. Né gioia né piacere. Piangiamo, dunque la perdita di tesori e di privilegi e, più dell’amicizia di Dio. Smarrita ogni garanzia di beni eterni, che cosa ci resta, se non di piangere sulla nostra spirituale desolazione?

DEL PRESENTE E DEL FUTURO

Nobile è allora il pianto. Lagrime da paragonare allora a quelle sparse da mille grandi anime, tornate alfine verso l’altare di Dio. Pianto che richiama quello stesso di Gesù davanti all’immane errore di Gerusalemme, la sua città; davanti alla tomba di Lazzaro, il suo amico. La morte d’una persona amata è bene una ragione di dolore nobile e degno d’ogni rispetto.

Di tutti i loro (degli uomini) traviamenti, scrisse Pascal, è certo quello (la mancanza di riflessione al fine della vita), che più li convince di follia e dove è più facile confonderli, alla tregua del senso comune e dei sentimenti naturali. Perché senza dubbio, il tempo di questa vita non è che un istante, lo stato della morte è eterno, qualunque possa essere la sua natura, e così tutte le azioni e i pensieri nostri devono prender vie differenti, secondo la natura di questa eternità; e per ciò è impossibile fare un passo giudizioso, altrimenti che regolandolo secondo la verità di questo punto, che dev’essere l’oggetto capitale dei nostri pensieri. Nulla di più evidente; perciò secondo i principi della ragione, la condotta degli uomini è affatto insensata se essi non prendono altra via. Da questo si giudichi la condotta di quelli che vivono senza pensare a quest’ultimo fine della vita, che si lasciano andare alle voghe e ai piaceri senza riflettere e senza inquietarsi e, quasi potessero annientare l’eternità cacciandone il pensiero, solo cercano la felicità del momento ». Davanti a tanto pericolo, l’uomo avveduto si preoccupa e si commuove, osserva come i più vivano distratti e decide secondo giudizio. Si gioca l’eternità. Questo pensiero nell’animo nobile si allarga con l’interesse dei prossimi, che vede smarrirsi nella leggerezza senza scusa. Sentire i falli altrui e gli altrui pericoli è segno di delicatezza e di fraternità. È prova dell’amore del prossimo e di Dio. – Ma ci sono anche i dolori preparati ogni giorno dalla vita. Quanti malati, quante infermità di persone su cui gravano responsabilità e che rappresentano dolori più vasti e pene senza numero di individui e di famiglie. Si pensi ai dolori causati dalla scostumatezza, che fa soffrire individui e gruppi sociali e costituisce la ragione di tribolazioni senza fine. Si pensi alle pene spirituali, alle preoccupazioni verso l’avvenire, alle sollecitudini per la riuscita dell’educazione dei figli, per il loro collocamento. E perché non si dovrebbe aver cuore per le sofferenze dei popoli infelici, perseguitati, umiliati, calunniati, oppressi? Il cuore del Cristiano non è insensibile per nessun male che affligga l’umanità. « Beati i dolenti, perché saranno consolati ».

PENA CHE CONSOLA

Il dolore che lacerò il cuore di Gesù Cristo fu un dolore vasto quanto il mondo; investiva l’umanità intera, soccorreva le lagrime di tutta la terra. Raggiungeva attraverso tutti i secoli tutti gli uomini. E il suo seguace si studia di ricopiare il suo esempio divino e di affinare la propria sensibilità per arrivare a soffrire con l’immenso spasimo, che contrista milioni di cuori di fratelli. Quanto profitto per essi! Dio ha modo di mitigare le sofferenze di uno per il merito dell’offerta dell’altro. Questa solidarietà torna gradita a Dio, poiché ne ha dato l’esempio lo stesso suo Figlio. Orbene, dobbiamo riconoscere, che, anche solo in questa partecipazione attiva al patire dei prossimi, c’è una vena di consolazione. « Dare è meglio che ricevere ». E quando si dà una sincera commozione, una schietta sofferenza, un sentimento intimo del cuore, una lagrima sia pure segreta; quando uno sa avvertire e immedesimarsi dell’altrui pena, nello sconforto che abbatte anime sorelle, siano pure sconosciute, lo spirito dell’uomo ben nato si riconcilia con il dovere dell’amore, sovente pretermesso, avverte in una intima serenità l’approvazione discreta della coscienza. – Che cosa intendeva san Paolo quando scriveva ai Romani: «Optaban enim ego ipse anathema esse a Christo prò fratribus meis ». (IX, 3) voleva dire, che tale era la fraterna dilezione per tutti i redenti da Cristo, da essere disposto a venir anche separato da lui, a patto di potere a Cristo portare i suoi compagni per mezzo dell’amore di lui. Paolo partecipava allo strazio spirituale di tanti figli di Dio e voleva esprimere questo alto sentimento. Non si peritò di usare un’iperbole quasi disperata; e noi restiamo dopo tanti secoli testimoni ammirati della sua passione fraterna.

II

QUELLI CHE SOFFRONO SONO NELL’ORDINE

NESSUN PESSIMISMO

Essi soli hanno della vita presente una giusta visione. Il dolore è la norma. Non occorre farsi prestare ragioni dai pessimisti. Leopardi non ha pianto sul dolore umano; ne ha abusato per maledire la natura e la vita. Ora non questo intende l’animo cristiano. Sappiamo come il mondo sia decaduto. Il peccato originale ci spiega il dolore di quaggiù. Ma non fu così in origine; né di questo stato, colpa ha il Creatore. Da Lui abbiamo invece soccorso e luce, il male venne dall’uomo, il quale scatenò le forze inferiori e si ribellò al divino amore, che da principio lo aveva accolto in un Paradiso. Dio piuttosto subì, ma non volle. Dio nell’istante stesso in cui applicò, accettandole, le conseguenze del male, lo circoscrisse e medicò con delicatezza materna. E affinché l’uomo non dovesse vivere sotto il giogo d’una inappellabile condanna, gli prospettò innanzi il panorama della redenzione del suo Figliolo. Nondimeno il dolore era entrato nel mondo e la vita umana aveva subito una sorta di inferiorità e anche la morte, prima ignorata e impensata. Il dolore dovrà essere la condizione normale della esistenza del re dell’universo. – Oggi, come ieri e come sarà sempre, si fanno avanti certi ingenui adoratori dell’antichità classica, che il Tommaseo dice « semplicetti », a blaterare che il Cristianesimo ha, insieme con la pazienza, inventato il dolore. E vi declamano la bellezza della vita oppure, come usano dire leziosamente, « vivere in bellezza ». Essi però dell’antichità non conoscono se non le favole. I gridi di spasimo non li han sentiti erompere fuori dalle cortine delle apparenze o dietro i paraventi dei versi dei poeti. « Virtutem posuere Dii sudore parandam — stabilirono gli Dei, che la virtù debba essere conquistata col sudore » (Esiodo); « duris urgens in rebus egestas — nelle dure vicende urge il bisogno » (Virgilio); « superando omnis fortuna ferendo est — qualsiasi avvenimento è da sopportare con lo sforzo » (ivi). – E tante altre grida dell’umanità, aggiunge il Tommaseo, che conosce il suo stato e non adula stoltamente se stessa. – Quelli che dipingono pertanto la vita come un banchetto, lo faranno forse in un periodo di fortuna e di benessere, e sono degli ingenui; se poi lo fanno di proposito, pur conoscendo la dura realtà d’ogni giorno, sono dei riprovevoli ingannatori.

È L’ORDINE DI NATURA

Ci sono sempre stati di costoro, ma la loro teoria non ha avuto presa. Neppure essi ne vissero, e il dolore li ha fatti rinsavire, sia pur tardi. Vi furono quei che vollero adorato l’uomo come un Dio impassibile; altri, più sinceri ma non più illuminati, han giudicato l’uomo impastato di bassezza e di indegnità. Gli uni vollero che l’uomo tenesse la fronte alta sino all’altezza del Creatore dell’universo, gli altri lo costrinsero ad abbassarla fino al piano del bruto. Soltanto la Religione cristiana seppe finalmente riconoscere la grandezza e la miseria nostra. Essa mostrò come sia necessario, per essere felice, di credere in Dio, che si deve amare; e poi insegnò) che l’essere separati da lui è la nostra sola e vera sciagura. A tutti però essa non nasconde la realtà del dolore; il quale, per altro, non è una sciagura, avendo esso un alto fine e rappresentando un merito. – Beati dunque quelli che piangono; poiché sono nell’ordine di natura e si trovano ormai sulla strada della conquista della loro vita. « In patientia vestra possidebitis animas vestras— nel vostro dolore verrete in possesso della vostra vita ». Il progredimento è possibile. Ma non può essere che in questa linea. Chi rifiuta la sua particola di sofferenza diventa inetto ad assolvere i suoi compiti; difetta della prima condizione per la riuscita. Ebbene vediamo come questa si raggiunga. Occorre almeno l’accettazione silenziosa della prova. Siano le difficoltà interiori od esterne, saper tacere e reprimere tutti i gesti suggeriti da una malinconia eccessiva od avvelenata. Il Cristiano non esce in invettive, non fa maldicenza, né minaccia vendette. Neppure lascia indovinare il dispetto trasandando il dovere o le persone, come misura di rappresaglia contro la prova patita. Sono dimostrazioni di umiliata impotenza, che fanno a pugni con lo spirito della rassegnazione al male inevitabile. Neppure è da consentirsi la ricerca di consolazioni illecite, per compensarsi del male dovuto accettare. Se poi ti senti invaso da pensieri, immaginazioni, ricordi, che ti rendono triste e allentano l’energia della resistenza, stornandoti dal dovere, spazza la tua fantasia, libera la mente e reagisci con decisione. Il Cristiano, che mira a santificare il suo dovere, se anche avverta qualche lagrima sul suo ciglio, si studia di elevare la sua stessa rassegnazione verso una dilatazione gioiosa dell’animo. Accetta con largo cuore tutte le prove lievi e dolorose. Giunge persino ad accogliere il dolore baciando la mano che glielo presenta. Non occorrono gesti spettacolosi, ma la benigna disposizione dell’animo e la volontà di lodare in ogni modo il Signore.

ACCETTAZIONE LIETA

Quanto attraente appare la sofferenza cristiana, nella sua forma di accettazione consapevole e lieta! Qui l’ignaro della forza del Vangelo incontra un argomento di meraviglia e di simpatia. Infatti ognuno vede il miracolo con gli occhi suoi. Non è a dire quanto satana paventi codesta energia divina resa visibile da una volontà illuminata. Ma il Signore protegge i suoi e li salva. Egli sta nascosto dietro il dolore e agisce senza scoprirsi. Mi sovviene l’esperienza del Cardinal Newman. Il grande convertito, che aveva commosso tutto il mondo anglosassone con i suoi studi religiosi e con il coraggio della sua conversione, allorché l’anima fu matura, ebbe poi sempre a soffrire. Una così profonda novità di vita non può effettuarsi senza tale scossa da lasciare imperitura la traccia di sé. Il suo dolore era calmo e dignitoso, sereno e imperturbabile. Dentro, nell’ambito della sua vita spirituale, aveva risonanze di mestizia non dovute alla volontà, ma alla realtà, al fatto. E ne analizzava la consistenza, talvolta; e indagava il modo come Dio agisce nel segreto delle coscienze. « Nel momento in cui Dio è in noi, noi non rileviamo la sua presenza, ma appena dopo, quando portiamo il nostro sguardo indietro, su questa grazia che è venuta a noi e che non è più lì, sotto gli occhi… Tale è la regola che Dio s’è imposta. Il silenzio e ilsegreto velano i suoi favori. Noi non scorgiamo questi nell’istante in cui vengono, ma soltanto più tardi con gli occhi della fede. Quale strana Provvidenza! Così costante, così efficace, così infallibile nel suo silenzio… Ecco ciò che confonde la potenza di satana. Egli non può discernere la grazia di Dio al suo passaggio. Nella sua follia di rivolta e di bestemmia, egli vorrebbe, si, incontrarla e combatterla. Non lo può. Né la sua astuzia, né la sua penetrazione servono. Il numero infinito dei suoi occhi non penetra la serena maestà di questo silenzio, la calma e imperturbabile santità che regna nella Provvidenza di Dio ». Per l’anima in pena è talvolta duro nascondersi nel presente; ma è tanto dolce questa visione aperta sul passato, che persiste e si mantiene presente. Dio è anche spirito consolatore. E se non ci dà il gusto della sua visione attuale, ce ne comunica la preziosa sostanza effettiva.

SALMI BIBLICI: “DOMINE DEUS MEUS” (VII)

Salmo 7: Domine, Deus meus”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOMO PRIMO.

Salmo VII

Psalmus David, quem cantavit Domino pro verbis Chusi, filii Jemini.

[1] Domine Deus meus, in te speravi; salvum me fac ex omnibus persequentibus me, et libera me,

[2] nequando rapiat ut leo animam meam, dum non est qui redimat, neque qui salvum faciat.

[3] Domine Deus meus, si feci istud, si est iniquitas in manibus meis,

[4] si reddidi retribuentibus mihi mala, decidam merito ab inimicis meis inanis.

[5] Persequatur inimicus animam meam, et comprehendat; et conculcet in terra vitam meam, et gloriam meam in pulverem deducat.

[6] Exsurge, Domine, in ira tua; et exaltare in finibus inimicorum meorum; et exsurge, Domine Deus meus, in praecepto quod mandasti;

[7] et synagoga populorum circumdabit te: et propter hanc in altum regredere.

[8] Dominus judicat populos. Judica me, Domine, secundum justitiam meam, et secundum innocentiam meam super me.

[9] Consumetur nequitia peccatorum; et diriges justum, scrutans corda et renes, Deus.

[10] Justum adjutorium meum a Domino, qui salvos facit rectos corde.

[11] Deus judex justus, fortis, et patiens; numquid irascitur per singulos dies?

[12] Nisi conversi fueritis, gladium suum vibrabit; arcum suum tetendit, et paravit illum.

[13] Et in eo paravit vasa mortis, sagittas suas ardentibus effecit.

[14] Ecce parturiit injustitiam; concepit dolorem, et peperit iniquitatem.

[15] Lacum aperuit, et effodit eum; et incidit in foveam quam fecit.

[16] Convertetur dolor ejus in caput ejus, et in verticem ipsius iniquitas ejus descendet.

[17] Confitebor Domino secundum justitiam ejus, et psallam nomini Domini altissimi.

SALMO VII.

[Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

Davide prega Dio di difendere la sua innocenza contro le accuse di Chus, ossia di Saulle, che lo chiamò insidiatore, ovvero di Semei che lo disse uomo di sangue e invasore del regno di Saulle. È salmo composto nella persecuzione di Saulle o di Assalonne.

Salmo di David, cantato da lui al Signore, a motivo delle parole di Chus, figliuolo di Jemini.

1. Signore, Dio mio, in te ho posta la mia speranza: salvami, e liberami da tutti coloro che mi perseguitano!

2. Affinchè qual lione non faccia preda dell’anima mia, quando non siavi chi porti liberazione e salute.

3 Signore, Dio mio, se ho io fatta tal cosa, se avvi nelle mani mie iniquità;

4. Se male ho renduto a coloro che a me ne facevano, cada io giustamente senza prò sotto dei miei nemici.

5. Perseguiti l’inimico l’anima mia, mi raggiunga, e calpesti insieme colla terra la mia vita, e riduca in polvere la mia gloria.

6. Levati su. o Signore, nell’ira tua, e fa mostra di tua grandezza in mezzo ai miei nemici. E levati su, o Signore, Dio mio, secondo la legge stabilita da te;

7. E la moltitudine delle nazioni si adunerà intorno a te. E per amor di questa ritorna nell’alto.

8. Il Signore fa giudizio dei popoli. Fammi ragione, o Signore, secondo la mia giustizia, e secondo l’innocenza che è in me.

9. La malvagità dei peccatori avrà fine, e sarai guida del giusto, tu, o Dio, che penetri i cuori e gli affetti.

10. Il mio soccorso giustamente (aspetto) di cuore.

11. Dio giusto giudice, forte e paziente, si adira egli forse ogni di?

12. Se voi non vi convertirete, egli ruoterà la sua spada; ha teso il suo arco e lo tien preparato.

13. E con esso ha preparati strumenti di morte; le sue frecce ha formate per quelli che spiran fiamme.

14. Ecco che quegli ha partorito l’ingiustizia, ha concepito dolore, ed ha partorito l’iniquità.

15. Ha aperta e scavata la fossa, e nella fossa che ha fatto, egli è caduto.

16. Il suo dolore ritornerà sul capo di lui, e sulla testa di lui cadrà la sua iniquità.

17. Glorificherò il Signore per la sua giustizia, e al nome del Signore altissimo canterò inni di laude.

Sommario analitico

Davide geme sotto l’ingiusta persecuzione di Saul e di quelli che avevano eccitato l’odio e l’invidia contro Davide.

I – Implora il soccorso di Dio a causa di due motivi.

1) Gli attributi di Dio, la sua maestà, la sua bontà per quelli che sperano in Lui, la potenza che può disporre contro i suoi nemici (1, 2); .2) la paura di Saul ed il terrore che egli ispirava a tutti quelli che avrebbero voluto portare soccorso a Davide (3).

.2) Le ragioni che gli sono proprie. – a) la sua innocenza: egli non ha commesso alcuna ingiustizia nei riguardi di coloro che lo perseguitano, e non ha reso loro male per male (4); b) la sua umiltà: egli si sottomette, se colpevole, alla giusta vendetta di Dio ed al furore dei suoi nemici (5); c) la sua fiducia che gli fa sperare che Dio lo vendicherà ed umilierà i suoi nemici (6); d) l’impressione salutare che questa giusta rovina farà sul popolo (7, 8).

II – Egli predice il giudizio futuro.

1) Indica le persone (9); 2) Espone la giustizia di questo giudizio che Dio pronunzierà secondo i meriti di ciascuno; 3) Il doppio esito di questo giudizio, infelice per gli empi (10), gioioso per i giusti (11). 4) Le quattro virtù del giudice: la giustizia, la forza, la longanimità, la severità (12). 5) La grandezza del castigo, da vicino la spada, da lontano le frecce (13, 14). 6) Le cause di questo terribile castigo. – a) I crimini concepiti nel fondo del cuore (15); b) quelli che si producono all’esterno; c) quelli che sono nocivi agli altri e che ricadono sui loro autori (16, 17). 7) Conclude rendendo grazie a Dio, e lodando la giustizia del Signore (18).

Spiegazioni e Considerazioni

I — 1- 8.

ff. 1. – Quale vivacità di sentimenti, come sempre! Davide non dice « Signore Dio », ma « Signore mio Dio ». Come il resto degli uomini, egli sente il bisogno di Dio, ma prova particolarmente questo bisogno a causa del suo amore (S. Chrys.). – La persecuzione è stata in tutti i tempi la ricompensa dei giusti, e soprattutto dei Cristiani, la cui vita non deve essere altro che la partecipazione ed il compimento dei misteri di Gesù-Cristo sofferente e perseguitato. – L’uomo giusto ha sempre molti nemici che lo perseguitano, perché è sempre in guerra con le potenze delle tenebre, con le massime e gli esempi del mondo, persecutori irriconciliabili delle proprie passioni; è inoltre perseguitato per le ingiuste passioni degli altri perché egli vuole vivere con pietà in Gesù Cristo (II Tim. III, 12). – Chiediamo sull’esempio di Davide, non che Dio ci vendichi dei nostri nemici, che li faccia perire, ma che Egli ce ne liberi.

ff. 2. – Noi possiamo chiedere di essere liberati dalla persecuzione, quando temiamo di soccombere in essa. – Davide aveva intorno a lui un gran numero di difensori; sul suo esempio guardiamo il mondo intero come un soccorso insufficiente, se nello stesso tempo non abbiamo che Dio per appoggio, e non ci consideriamo affatto come reietti quando saremo ridotti alle nostre sole forze, una volta che Dio ci viene in aiuto. (S. Chrys.). Il demonio come “leone ruggente”, gira incessantemente intorno a noi per rapire la nostra anima; egli è tanto forte quando non c’è nessuno a strapparci dalle sue mani, ma è debole quando siamo nelle mani di Dio. Gettiamoci dunque nelle mani di Dio, nessuna forza potrà rapirci ciò che abbiamo depositato in queste mani divine.

ff. 3. – Non c’è che il giusto per eccellenza che possa parlare della sorte. Colui che ha potuto dire con sicurezza ai farisei, ai Giudei concordi ed accaniti contro di Lui « chi di voi mi accuserà di peccato? » (Joan.); Colui del quale S. Pietro ha detto « Egli non ha commesso peccato, e non si è trovata malizia sulle sue labbra ». – Non è come figura di questo giusto per eccellenza, che Davide ha potuto tenere questo linguaggio, ed in senso ristretto, a causa delle ingiuste persecuzioni di cui era stato l’oggetto. « Padre mio, riconosci dunque e vedi che non c’è in me alcun disegno iniquo né ribellione, né ho peccato contro di te; invece tu vai insidiando la mia vita per sopprimerla » (I Re, XXIV, 12). – Tutti gli altri giusti, chiunque essi siano, hanno sempre commesso qualche peccato; se noi non avessimo commesso i peccati dei quali ci si rimprovera, cos’altro abbiamo commesso di cui ci si possa rimproverare? La preghiera non è sufficiente ad ottenere ciò che domandiamo, se non la rivestiamo delle condizioni che la rendano gradita a Dio.

ff. 4. – Davide, Cristiano prima di Gesù-Cristo, si eleva ben al di sopra della legge non rendendo il male a colui che glielo aveva fatto. Quale perdono potremo mai ottenere, quale scusa accampare, noi che, dopo la venuta di Gesù-Cristo, non siamo giunti ancora al grado di perfezione al quale erano giunti coloro che vivevano sotto l’antica Legge, benché Dio esiga da noi una giustizia molto più perfetta? (S. Chrys.). « Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro che è nei cieli ». Quanti raggi di sole, quante gocce di rugiada, quanti beni Egli spande e versa sui suoi nemici, quante condanne pronunciate verso coloro che rifiutano di rendere il bene per male. – Gesù-Cristo ci ha comandato di non avere nemici, ciò che non è in nostro potere, ma ci dato come precetto di non rendere male per male, cosa di cui siamo invece maestri perfetti. (S. Chrys.). – Si noti che Davide non dice soltanto: « se io ho reso il male a coloro che me ne hanno fatto »,  « ma a coloro che mi hanno reso il male al bene ». Colui che rende ha già ricevuto qualcosa. Ora c’è più pazienza e virtù nel non fare del male a chi ha reso male per bene dopo un beneficio, di chi non fa il male a chi ha voluto nuocere senza aver ricevuto mai un beneficio (S. Agost.).

ff. 5. –  L’uomo che si vanta di potersi vendicare di un altro uomo – dice S. Agostino – si inganna per la sua vanità. Il vendicativo è vinto dalla sua passione; mentre applaude alla sua falsa vittoria, egli è schiavo del demonio. Egli è lieto per aver calpestato i suoi nemici, mentre il demonio calpesta la vita della sua anima. Egli crede di aver acquisito con ciò molto onore, ma tutta la gloria delle sue antiche virtù e della primitiva pazienza è ridotta in polvere. (Dug.).

ff. 6. – Sembra talvolta che Dio sonnecchi nei nostri confronti, rispetto al più forte nella persecuzione, perché resta nascosto sotto il velo dei suoi segreti, ma i suoi occhi sono sempre aperti, ed il suo cuore veglia sempre su quelli che fanno ricorso a Lui. Egli sembra sonnecchiare e dormire come Gesù in mezzo alla tempesta per poter poi dire: « Alzatevi Signore, salvateci, noi periamo ». La collera di Dio non è una passione, ma il giusto castigo per i peccatori, per il demonio e i suoi angeli, di cui i peccatori e gli empi sono la prova (S. Chrys.). – Non è dunque infierire, ma fare atto di misericordia pregare Dio di levarsi contro tali nemici (S. Agost.).

ff. 7, 8. – Dio ha comandato espressamente ai giudici della terra di liberare gli innocenti dalla potenza di coloro che li opprimono. Davide ingiunge a Dio, per così dire, di fare ciò che Lui stesso ha comandato. – Il Profeta sembra pressare Dio perché eserciti i suoi giudizi. Questo non perché i ritardi della giustizia divina siano sempre molto brevi in se stessi, poiché davanti all’eternità, mille anni sono come un giorno, e tali devono sembrare a chiunque rifletta sui rigori di questa giustizia, sulla rapidità dei tempi che ci trascinano ai piedi del Giudice sovrano, e sul fatto che non c’è un istante in cui non sia pronunziato o non sia messo in esecuzione uno di questi decreti che fissano il destino eterno di una creatura umana. Ma questi medesimi ritardi della giustizia divina, la nostra impazienza li trova talvolta molto lunghi; ora, nel nostro pensiero, ci sembra che Dio sia disceso dal suo tribunale. Ci sembra al contrario che risalga quando si decide infine a far sentire ai malvagi gli effetti della sua collera (Rendue). – Ci sono dei giudizi pubblici che Dio emette già da questa vita; ma il maggior numero dei giudizi segreti Egli esercita contro i peccatori, sia permettendo che essi si induriscano, sia arrestandoli nel corso dei loro crimini, colpendoli nel pieno dei loro scompigli. Ma restano ancora due tipi di giudizio ben più terribili degli altri: quello che segue l’istante della morte, e quello che è riservato per la fine dei tempi. È proprio in quel momento che il Signore « sale sul suo trono e giudica i popoli » (Berthier).

II. — 9 – 17.

ff. 9. – La fiducia di Davide nella sua giustizia sembra qui ben più grande, ma egli è obbligato a parlare della sorte, perché le sue prove avrebbero potuto dare di lui una cattiva opinione ad un gran numero di insensati. In effetti, la maggior parte degli spiriti senza giudizio, considerano colpevole la vita di un uomo sul quale si abbatta la sventura (S. Chys.). Vera innocenza è quella che non fa danno neanche ad un nemico … Queste parole « … che è su di me » possono applicarsi non solo alla sua innocenza, ma anche alla sua giustizia, e pertanto Davide dimostra che l’anima giusta ed innocente non attribuisce queste virtù a se stessa, ma le ritiene venire da Dio che la rischiara e la illumina (S. Agos.). La giustizia è un dono di Dio, ma questo non impedisce che i giusti non abbiano dei veri meriti, e che la giustizia che è in loro non gli sia propria … È la grazia che ne è il fondamento e la causa principale; ma i Santi hanno il merito di acconsentire ad essa e di aver lavorato con essa, come dice l’Apostolo (Berthier).

ff. 10. – Grande consolazione per i giusti oppressi è quella di essere rassicurati dalla fede che la malizia dei peccatori avrà termine un giorno e sarà distrutta. I malvagi non hanno modo di essere fieri del fatto di aver talvolta il potere di affliggere i fedeli servitori di Dio. Dio lascia loro questo potere per farne degli strumenti che servano a purificare coloro che essi affliggono. È paglia che bruciando l’oro nella fornace si consuma da se stessa e rende l’oro più puro (Duguet). – « Che la malizia dei peccatori abbia un termine », cioè inviate loro dei castighi che li fermino nella via del crimine. Desideriamo noi stessi non certo che il peccatore, ma che la sua malizia, sia distrutta; non abbiamo di mira che una sola cosa: arrestare il progresso del male (S. Chrys.). – Due preziosi vantaggi derivano dal castigo degli empi: gli uni si ritirano dal male, gli altri si attaccano più strettamente alla virtù (Idem).- Come il giusto, in mezzo alla confusione della dissimulazione e dell’ipocrisia che ci circonda, può essere diretto se non da Colui che prova i cuori ed i reni, cioè che vede i pensieri di tutti – significati dai cuori -, e le gioie che essi ricercano – significate dai reni? … – Se Dio, sondando il nostro cuore, vuole che esso sia dove si trovi il nostro tesoro (Matteo VI, 22), vale a dire nei cieli; se sondando i nostri reni, vede che noi non seguiamo la carne ed il sangue (Gal. XVI), ma che le nostre delizie sono nel Signore, allora Egli dirige il giusto nella sua coscienza, davanti a Lui, laddove nessun uomo vede, e dove penetra solo Colui che conosce ciò che ognuno pensa e che piace ad ognuno (S. Agost.).

ff. 11. –  « È con giustizia che attendo il soccorso del Signore », cioè: io ho diritto a questo soccorso perché non chiedo nulla di ingiusto. Noi chiediamo ciò che sia conforme alla giustizia, affinché la natura stessa delle nostre preghiere ce ne assicuri l’efficacia (S.Chys.). La medicina ha due funzioni da svolgere: l’una è quella di guarire la malattia, l’altra di conservare la salute. Davide, come un malato, chiede la sua guarigione; tornato in salute, egli chiede che gli venga poi conservata. Per sfuggire alla malattia egli implora un rimedio; per non ricadere nella malattia, egli implora un soccorso (S. Agost.). Salvare i cuori retti: questa è l’opera familiare a Dio. Il cuore retto è quello che innanzitutto non si sia reso colpevole di ingiustizia, che non desideri vendicarsi, che non sia curvato verso terra, né diviso tra Dio e la creatura; … che non cerca altro che Dio, null’altro che non sia Dio, perché Egli è al di sopra di tutto; … né fuori da Dio, perché Lui solo basta (S. Chrys. Duguet.).

ff. 12. – I giusti talvolta considerano Dio come un Dio giusto e forte. I peccatori Lo considerano come un giudice paziente che non va in collera tutti i giorni. – Mai si devono separare queste diverse qualità benché appaiano opposte (Dug.). – Dio è giusto, dunque vorrà punire i malvagi; Egli è forte, dunque potrà frenare la sua giustizia. Ma cosa diventa la sua misericordia, se giudica secondo giustizia? Ecco, all’inizio sembra che nella pazienza Egli faccia differire il castigo, mediante la remissione dei nostri peccati con il Sacramento della rigenerazione, ed in secondo luogo col tempo che ci lascia per fare penitenza. Non è per impotenza che non si vendichi dei suoi diritti oltraggiati, Egli usa pazienza per portarci al pentimento e non esercita la sua collera tutti i giorni, benché noi non cessiamo di provocarla con le nostre infedeltà (S. Chrys.).

ff. 13, 14. – Tutti i tratti di questa descrizione hanno un significato marcato. « Egli farà brillare la sua spada », è la violenza e la celerità del castigo. « Egli ha teso il suo arco » è la certezza della punizione, se i peccatori si rifiutano di convertirsi. « Contro gli uomini ardenti o persecutori », questi sono i colpevoli che Egli istruisce prima dei castighi che sono loro riservati per portarli fuori dalla via del crimine. I nemici e coloro che meditano un grande atto di vendetta, si guardano bene dal farlo conoscere. Dio, al contrario, predice condizionalmente i castighi, li differisce, li scuote con le sue parole, fa di tutto per non essere obbligato a mettere poi in esecuzione le minacce (S. Chrys.). – Se i peccatori non si convertono, non hanno che da attendere le vendette del Signore, la sua spada è pronta, le sue frecce stanno per essere scoccate; questi strumenti portano alla morte, e la morte per il peccatore è seguita da una riprovazione eterna. La spada che deve colpirlo è alzata sulla sua testa, i suoi peccati ne hanno affilato il fatale fendente. « La spada che tengo in pugno, dice il Signore nostro Dio, è aguzza e pulita; è aguzza, perché perfora; è pulita e limata, perché brilli »  (Ezech.XXI, 9-10).

ff. 15. – Il pensiero o il disegno di commettere il peccato, è il suo concepimento. Il consenso, cioè la consumazione del peccato, è il parto. L’uno e l’altro si fanno con dolore (Dug.) – Nell’ordine della natura, il concepimento precede i dolori del parto, qui al contrario, il malvagio partorisce, poi concepisce e mette in atto. Perché questa inversione? Nell’ordine naturale è il dolore che accompagna il parto, mentre qui esso si fa sentire fin dall’inizio. In effetti, quando ci si sofferma su un pensiero criminale, se ne ha una profonda impressione sullo spirito, e si spande turbamento e disordine (S. Chrys.).

ff. 16. – Nelle cose umane, aprire una fossa, è preparare per così dire una trappola nel terreno, alfine di farvi cadere colui che si vuole ingannare. Questa fossa è aperta dal momento in cui si è acconsentito alle cattive suggestioni delle bramosie terrene, è scavata da quando questo primo assenso si abbandona alle perfide macchinazioni. Ma giammai l’ingiustizia ferisce il giusto contro il quale è diretta, prima di colpire il cuore ingiusto dal quale esce (S. Agost.). I peccatori, per un giusto giudizio di Dio, trovano il loro supplizio nel loro stesso peccato. Non è necessario che la giustizia divina inventi altri castighi diversi da quelli che si trovino in loro stessi. – Il peccato è dunque egualmente contrario a Dio e all’uomo, ma con questa memorabile differenza: è contrario a Dio perché si oppone alla sua giustizia, ma è contraria all’uomo perché è pregiudizievole per la sua felicità (Bossuet). – Nuovo tratto della bontà divina è attaccare ai disegni artificiosi questo destino fatale che lascia cadere gli infidi nelle proprie reti, affinché questa considerazione li allontani dal fare guerra al loro prossimo, e dal tendergli delle imboscate. – (S. Crys.). Vendicarsi è togliere i beni, l’onore o la vita al proprio nemico, ma è soprattutto perdere la propria anima. Così l’iniquità si rivolta contro colui che ne è l’autore, e la sua ingiustizia ricade sulla sua testa (Dug.).

ff. 17. – La giustizia di Dio è degna di azioni di grazie, così come la sua misericordia. – Questa confessione non è quella dei peccati, ma la confessione della giustizia di Dio, della quale ecco il linguaggio: « Signore, voi siete veramente giusto, perché proteggete i giusti in modo tale da essere la loro luce, e perché regolate il destino dei peccatori in modo che siano puniti per effetto non della vostra collera, ma della loro malvagità » (S. Agost.).

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI-APOSTATI DI TORNO: S.S. PIO XII – MEDIATOR DEI (6)

Nell’ultima parte di questa Enciclica che “cristallizza” in eterno ed infallibilmente il culto divino, il Santo Padre impartisce le direttive pastorali affinché Vescovi e Sacerdoti mettano a frutto tutto ciò che è stato raccomandato, tutto ciò che rappresenta il vero culto divino perpetuo ed immodificabile nella VERA Chiesa di Cristo. In particolare raccomanda qui gli esercizi spirituali, in primis ovviamente gli esercizi ignaziani, la pratica del mese di Maggio per onorare la Vergine Santa, gli esercizi di pietà, la frequente Confessione e Comunione e, tra le preghiere autorizzate dalla Chiesa, naturalmente il Rosario mariano. Tutte le opinioni contrarie (… pensiamo ai poveracci modernisti del “novus ordo”) vengono bollate a fuoco … « questi sono frutti avvelenati, sommamente nocivi alla pietà cristiana, che spuntano da rami infetti di un albero sano; è necessario, perciò, reciderli, perché la linfa dell’albero possa nutrire soltanto gradevoli ed ottimi frutti. » Il Sommo Pontefice passa poi a sottolineare l’importanza dell’arte al servizio della fede, della pietà cristiana e della liturgia, evidenziando le brutture pseudo-artistiche che già all’epoca cominciavano a deturpare chiese e luoghi di culto, nonché le composizioni musicali disarmoniche, dissonanti e ripugnanti non solo all’animo, ma pure l’orecchio dei fedeli … « non possiamo fare a meno, però, per Nostro dovere di coscienza, di deplorare e riprovare quelle immagini e forme da alcuni recentemente introdotte, che sembrano essere depravazione e deformazione della vera arte, e che talvolta ripugnano apertamente al decoro, alla modestia ed alla pietà cristiana, e offendono miserevolmente il genuino sentimento religioso; esse si devono assolutamente tener lontane e metter fuori dalle nostre chiese come «in generale, tutto ciò che non è in armonia con la santità del luogo ». Certo il Santo Padre mai avrebbe immaginato che nella Chiesa di Cristo si sarebbe infiltrata l’arte satanizzata e luciferina, come tutti possiamo vedere “raccapricciati” nei templi massonici, come a Padergnone, o in modo ancor più vistoso e tronfio, nel gran tempio luciferino-massonico di San Giovanni Rotondo, voluto dalle autorità a servizio dell’anticristo per celebrare il loro padrone, mascherato da “baphomet” e già da essi adorato e venerato nelle logge “Ecclesia” della capitale (un tempo) della Cristianità e del mondo intero. Ci diceva un amico perplesso: “Ma è possibile che solo pochi vedano lo scempio della sinagoga dell’anticristo?” Sicuramente anche questa lettera Enciclica riletta non sortirà che minimi effetti sui lettori … il perché ce lo spiegava già San Paolo, con sentenza che atterrisce (… chi ha orecchi per intendere!) nella sua seconda lettera ai Tessalonicesi « … mittet illis Deus operationem erroris ut credant mendacio, ut judicetur omnes qui non crediderunt veritatem ». Dio manderà loro un’operazione di errore perché credano alla menzogna e siano giudicati coloro che non hanno amato la Verità! Più chiaro di così!?! Quindi nessuna meraviglia che i falsi pretesi pseudo-cristiani accolgano la menzogna e la ritengano verità, perché in essi opera lo spirito di satana che li narcotizza, ne stravolge la mente, e fa loro credere vera la falsa “religione dell’uomo”, proprio come i Farisei credevano indemoniato il Figlio di Dio. Quelli del “pusillus grex” sanno bene che, dopo l’indifferenza religiosa, dopo l’ecumenismo e la confusione dei culti, dopo l’apostasia dalla fede nell’Incarnazione e nella Redenzione, dopo la cacciata del Vicario di Cristo dalla sua Sede, dopo l’abolizione del “Sacrificio perpetuo”, li aspetta una persecuzione che non è stata mai vista sulla faccia della terra … ma il Signore Nostro Gesù-Cristo, ci ha ampiamente avvertito già dai tempi del Profeta Daniele, lo ha fatto poi Egli stesso (S. Marco XIII, S. Matteo XXIV, etc.) e lo ha fatto ribadire a San Paolo e a San Giovanni nelle Epistole e nell’Apocalisse). Quindi nessun timore, per chi persevererà fino alla fine ci sarà il: « guadete ed exsultate … quoniam merces vestra copiosa est in cœlis … »

ENCICLICA

“MEDIATOR DEI”

DI S. S. PIO XII

“SULLA SACRA LITURGIA” (6)

Direttive pastorali

Per allontanare dalla Chiesa gli errori e le esagerazioni della verità di cui abbiamo sopra parlato, e perché i fedeli possano, guidati dalle norme più sicure, praticare l’apostolato liturgico con frutti abbondanti, riteniamo opportuno, Venerabili Fratelli, aggiungere qualche cosa per dedurre in pratica la dottrina esposta. Trattando della genuina pietà, abbiamo affermato che tra la Liturgia e gli altri atti di religione – purché siano rettamente ordinati e tendano al giusto fine – non ci può essere vero contrasto; ci sono, anzi, alcuni esercizi di pietà che la Chiesa raccomanda grandemente al Clero ed ai Religiosi. Ora, vogliamo che anche il popolo cristiano non sia alieno da questi esercizi. Essi sono, per parlare soltanto dei principali, la meditazione di argomenti spirituali, l’esame di coscienza, i ritiri spirituali, istituiti per riflettere più intensamente sulle verità eterne, la visita al Santissimo Sacramento e le preghiere particolari in onore della Beata Vergine Maria, tra le quali eccelle, come tutti sanno, il Rosario. A queste molteplici forme di pietà non può essere estranea l’ispirazione e l’azione dello Spirito Santo; esse, difatti – sebbene in varia maniera – tendono tutte a convertire e dirigere a Dio le anime nostre, perché le purifichino dai peccati, le spronino al conseguimento della virtù, perché, infine, le stimolino alla vera pietà, abituandole alla meditazione delle verità eterne, e rendendole più adatte alla contemplazione dei misteri della natura umana e divina di Cristo. Ed inoltre, nutrendo intensamente nei fedeli la vita spirituale, li dispongono a partecipare alle sacre funzioni con frutto maggiore, ed evitano il pericolo, che le preghiere liturgiche si riducano a un vano ritualismo. Non vi stancate, dunque, Venerabili Fratelli, nel vostro zelo pastorale, di raccomandare ed incoraggiare questi esercizi di pietà, dai quali scaturiranno senza dubbio al popolo a voi affidato frutti salutari. Soprattutto, non permettete – come alcuni ritengono, o colla scusa di un rinnovamento della Liturgia, o parlando con leggerezza di una efficacia e dignità esclusive dei riti liturgici – che le chiese siano chiuse durante le ore non destinate alle pubbliche funzioni, come già accade in alcune regioni; che si trascurino l’adorazione e la visita del Santissimo Sacramento; che si sconsigli la confessione dei peccati fatta a solo scopo di devozione; che si trascuri, specialmente tra la gioventù, fino al punto di illanguidire, il culto della Vergine Madre di Dio che, come dicono i Santi, è segno di predestinazione. Questi sono frutti avvelenati, sommamente nocivi alla pietà cristiana, che spuntano da rami infetti di un albero sano; è necessario, perciò, reciderli, perché la linfa dell’albero possa nutrire soltanto gradevoli ed ottimi frutti. Poiché, poi, le opinioni da alcuni manifestate a proposito della frequente confessione sono del tutto aliene dallo Spirito di Cristo e della sua Sposa immacolata, e veramente funeste per la vita spirituale, ricordiamo quello che in proposito abbiamo scritto, con dolore, nella Enciclica Mystici Corporis ed insistiamo di nuovo, perché proponiate alla seria meditazione e alla docile attuazione dei vostri greggi, e specialmente dei candidati al Sacerdozio e del giovane clero, quanto ivi abbiamo detto con gravi parole. Adoperatevi poi, in modo particolare, perché moltissimi, non soltanto del clero ma anche del laicato, e specialmente gli appartenenti ai sodalizi religiosi ed alle schiere dell’Azione Cattolica, prendano parte ai ritiri mensili e agli esercizi spirituali compiuti in giorni determinati per incrementare la pietà. Come abbiam detto sopra, questi esercizi spirituali sono utilissimi, anzi anche necessari, per instillare nelle anime la genuina pietà, e per formarli alla santità in modo che possano trarre dalla sacra Liturgia benefici più efficaci ed abbondanti. Quanto poi ai vari modi con i quali si sogliono praticare questi esercizi, sia ben noto e chiaro a tutti che nella Chiesa terrena, come in quella celeste, vi sono «molte dimore»; e che l’ascetica non può essere monopolio di alcuno. Uno è lo Spirito che, però, «spira dove vuole»; e con diversi doni e per diverse vie dirige le anime da Lui illuminate al conseguimento della santità. La loro libertà e l’azione soprannaturale dello Spirito Santo in esse sia cosa sacrosanta, che a nessuno è lecito, a nessun titolo, turbare e conculcare. È noto, tuttavia, che gli Esercizi Spirituali di Sant’Ignazio furono pienamente approvati e insistentemente raccomandati dai Nostri Predecessori per la loro mirabile efficacia; e Noi pure per la medesima ragione li abbiamo approvati e raccomandati, come al presente ben volentieri li approviamo e raccomandiamo. È assolutamente necessario, però, che l’ispirazione a seguire e praticare determinati esercizi di pietà venga dal Padre dei lumi, dal quale proviene ogni cosa buona ed ogni dono perfetto; e di ciò sarà indice l’efficacia con la quale gioveranno a che il culto divino sia sempre più amato ed ampiamente promosso, e i fedeli siano sollecitati da un più intenso desiderio alla partecipazione dei Sacramenti e al dovuto onore e ossequio di tutte le cose sacre. Se, invece, essi dovessero riuscire di intralcio o si rivelassero in contrasto con i principi e le norme del culto divino, allora senza dubbio si dovrebbero ritenere non ordinati da retti pensieri, né guidati da zelo illuminato. – Vi sono, inoltre, altri esercizi di pietà, che sebbene non appartengano a rigore di diritto alla sacra Liturgia, rivestono particolare dignità e importanza, in modo da essere considerati come inseriti in qualche maniera nell’ordinamento liturgico, e godono delle ripetute approvazioni e lodi di questa Sede Apostolica e dei Vescovi. Tra esse si devono annoverare le preghiere che si sogliono fare durante il mese di maggio in onore della Vergine Madre di Dio, o durante il mese di giugno in onore del Cuore Sacratissimo di Gesù, i tridui e le novene, la «Via Crucis» ed altri simili. Queste pie pratiche eccitando il popolo cristiano ad una assidua frequenza del Sacramento della Penitenza e ad una devota partecipazione al Sacrificio Eucaristico e alla Mensa Divina, come alla meditazione dei misteri della nostra Redenzione e alla imitazione dei grandi esempi dei Santi, per ciò stesso contribuiscono con frutto salutare alla nostra partecipazione al culto liturgico. Per cui farebbe cosa perniciosa e del tutto erronea chi osasse temerariamente assumersi la riforma di questi esercizi di pietà per costringerli nei soli schemi liturgici. È necessario, tuttavia, che lo spirito della sacra Liturgia e i suoi precetti influiscano beneficamente su di essi, per evitare che vi si introduca alcunché di inetto o di indegno del decoro della casa di Dio, o che sia a detrimento delle sacre funzioni e contrario alla sana pietà. Curate, dunque, Venerabili Fratelli, che questa pura e genuina pietà prosperi sotto i vostri occhi, e fiorisca sempre di più. Non vi stancate soprattutto di inculcare a ognuno che la vita cristiana non consiste nella molteplicità e varietà delle preghiere e degli esercizi di pietà, ma consiste piuttosto in ciò che essi contribuiscano realmente al progresso spirituale dei fedeli e perciò all’incremento della Chiesa tutta. Poiché l’Eterno Padre «ci elesse in Lui [Cristo], prima della fondazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto». Tutte le nostre preghiere, dunque, e tutte le nostre pratiche devote devono mirare a dirigere tutte le nostre risorse spirituali al raggiungimento di questo supremo e nobilissimo fine.

Le arti liturgiche

Vi esortiamo, poi, instantemente, Venerabili Fratelli, affinché rimossi gli errori e le falsità, e proibito tutto ciò che è al di fuori della verità e dell’ordine, promoviate le iniziative che danno al popolo una più profonda conoscenza della sacra Liturgia; in modo che esso possa più adeguatamente e più facilmente partecipare ai riti divini, con disposizione veramente cristiana. È necessario innanzi tutto adoperarsi a che tutti obbediscano con la dovuta riverenza e fede ai decreti pubblicati dal Concilio di Trento, dai Romani Pontefici, dalla Congregazione dei Riti, e a tutte le disposizioni dei libri liturgici in ciò che riguarda l’azione esterna del culto pubblico. In tutte le cose della Liturgia devono splendere soprattutto questi tre ornamenti, dei quali parla il Nostro Predecessore Pio X: la santità, cioè, che aborre da ogni influenza profana; la nobiltà delle immagini e delle forme alla quale serve ogni arte genuina e migliore; l’universalità, infine, la quale – conservando legittimi costumi e le legittime consuetudini regionali – esprime la cattolica unità della Chiesa. Desideriamo e raccomandiamo caldamente ancora una volta il decoro dei sacri edifici e dei sacri altari. Ognuno si senta animato dalla parola divina: «Lo zelo della tua casa mi ha divorato»; e si adoperi secondo le sue forze, perché ogni cosa, sia nei sacri edifici, sia nelle vesti e nella suppellettile liturgica, anche se non brilli per eccessiva ricchezza e splendore, sia, tuttavia, proprio e mondo, essendo tutto consacrato alla Divina Maestà. Che se già più sopra abbiamo riprovato il non retto modo di agire di coloro i quali, con la scusa di ripristinare l’antico, vogliono espellere dai templi le immagini sacre, riteniamo qui esser Nostro dovere riprendere la pietà non bene educata di coloro i quali, nelle chiese e sugli stessi altari propongono alla venerazione, senza giusto motivo, molteplici simulacri ed effigi, coloro quali espongono reliquie non riconosciute dalla legittima autorità, coloro infine, i quali insistono su cose particolari e di poca importanza, mentre trascurano le principali e necessarie, e così rendono ridicola la Religione, e avviliscono la gravità del culto. Richiamiamo anche il decreto «sulle nuove forme di culto e di devozione da non introdurre»; la cui religiosa osservanza raccomandiamo alla vostra vigilanza. – Quanto alla musica, si osservino scrupolosamente le determinate e chiare norme emanate da questa Sede Apostolica. Il canto gregoriano, che la Chiesa Romana considera cosa sua, perché ricevuto da antica tradizione e custodito nel corso dei secoli sotto la sua premurosa tutela, e che essa propone ai fedeli come cosa anche loro propria, e che prescrive in senso assoluto in alcune parti della Liturgia, non soltanto aggiunge decoro e solennità alla celebrazione dei divini Misteri, ma contribuisce massimamente anche ad accrescere la fede e la pietà degli astanti. Al qual proposito i Nostri Predecessori di immortale memoria Pio X e Pio XI stabilirono – e Noi confermiamo volentieri con la Nostra autorità le disposizioni da essi date – che nei Seminati e negli istituti religiosi sia coltivato con studio e diligenza il canto Gregoriano, e che, almeno presso le chiese più importanti, siano restaurate le antiche Scholæ cantorum, come già è stato fatto con felice risultato in non pochi luoghi. Inoltre, «perché i fedeli partecipino più attivamente al culto divino, sia ripristinato il canto Gregoriano anche nell’uso del popolo, per la parte che ad esso popolo spetta. Ed urge veramente che i fedeli assistano alle sacre cerimonie non come spettatori muti ed estranei, ma toccati nel profondo dalla bellezza della Liturgia […] che alternino secondo le norme prescritte la loro voce alle voci del sacerdote e della cantoria; se ciò, grazie a Dio, si verificherà, allora non accadrà più che il popolo risponda appena con un lieve e sommesso mormorio alle preghiere comuni dette in latino e in lingua volgare». La moltitudine che assiste attentamente al Sacrificio dell’altare, nel quale il nostro Salvatore, insieme con i suoi figli redenti dal suo Sangue, canta l’epitalamio della sua immensa carità, certamente non potrà tacere, poiché «cantare è proprio di chi ama», e come già in antico diceva il proverbio: «Chi bene canta, prega due volte». Così che la Chiesa militante, Clero e popolo insieme, unisce la sua voce ai cantici della Chiesa trionfante ed ai cori angelici, e tutti insieme cantano un magnifico ed eterno inno di lode alla Santissima Trinità, come è scritto: «Con i quali Ti preghiamo che vengano ascoltate anche le nostre voci». Non si può, tuttavia, asserire che la musica e il canto moderno debbano essere esclusi del tutto dal culto cattolico. Anzi, se nulla hanno di profano o di sconveniente alla santità del luogo e dell’azione sacra, né derivano da una vana ricerca di effetti straordinari ed insoliti, allora è necessario certamente aprire ad essi le porte delle nostre chiese, potendo ambedue contribuire non poco allo splendore dei sacri riti, alla elevazione delle menti e, insieme, alla vera devozione. – Vi esortiamo anche, Venerabili Fratelli, ad aver cura di promuovere il canto religioso popolare e la sua accurata esecuzione fatta con la conveniente dignità, potendo esso stimolare ed accrescere la fede e la pietà delle folle cristiane. Ascenda al cielo il canto unisono e possente del popolo nostro come il fragore dei flutti del mare, espressione canora e vibrante di un sol cuore e di un’anima sola, come conviene a fratelli e figli di uno stesso Padre. – Quello che abbiamo detto della musica, va detto all’incirca delle altre arti, e specialmente dell’architettura, della scultura e della pittura. Non si devono disprezzare e ripudiare genericamente e per partito preso le forme ed immagini recenti, più adatte ai nuovi materiali con quali esse vengono oggi confezionate: ma evitando con saggio equilibrio l’eccessivo realismo da una parte e l’esagerato simbolismo dall’altra, e tenendo conto delle esigenze della comunità cristiana, piuttosto che del giudizio e del gusto personale degli artisti, è assolutamente necessario dar libero campo anche all’arte moderna, se serve con la dovuta riverenza e il dovuto onore, ai sacri edifici ed ai riti sacri; in modo che anch’essa possa unire la sua voce al mirabile cantico di gloria che geni hanno cantato nei secoli passati alla fede cattolica. Non possiamo fare a meno, però, per Nostro dovere di coscienza, di deplorare e riprovare quelle immagini e forme da alcuni recentemente introdotte, che sembrano essere depravazione e deformazione della vera arte, e che talvolta ripugnano apertamente al decoro, alla modestia ed alla pietà cristiana, e offendono miserevolmente il genuino sentimento religioso; esse si devono assolutamente tener lontane e metter fuori dalle nostre chiese come «in generale, tutto ciò che non è in armonia con la santità del luogo ». Attenendovi alle norme e ai decreti dei Pontefici, curate diligentemente, Venerabili Fratelli, di illuminare e dirigere la mente e l’anima degli artisti, ai quali sarà affidato oggi il compito di restaurare e ricostruire tante chiese rovinate o distrutte dalla violenza della guerra; possano e vogliano essi ispirandosi alla religione trovare i motivi più degni ed adatti alle esigenze del culto; così, difatti, felicemente accadrà che le arti umane, quasi venute dal cielo, splendano di luce serena, promuovano sommamente l’umana civiltà, e contribuiscano alla gloria di Dio e alla santificazione delle anime. Poiché le arti allora davvero sono conformi alla religione, quando servono « come nobilissime ancelle al culto divino ». La formazione liturgica Ma c’è una cosa ancora più importante, Venerabili Fratelli, che raccomandiamo in modo speciale alla vostra sollecitudine e al vostro zelo apostolico. Tutto ciò che riguarda il culto religioso esterno ha la sua importanza, ma urge soprattutto che i cristiani vivano la vita liturgica, e ne alimentino e incrementino lo spirito soprannaturale. Provvedete dunque alacremente che il giovane clero sia formato alla intelligenza delle sacre cerimonie, alla comprensione della loro maestà e bellezza, e impari diligentemente le rubriche, in armonia con la sua formazione ascetica, teologica, giuridica e pastorale. E ciò non soltanto per ragioni di cultura, non soltanto perché il seminarista possa un giorno compiere i riti della religione con l’ordine, il decoro e la dignità necessari, ma soprattutto perché sia educato in intima unione con Cristo Sacerdote, e diventi un santo ministro di santità. Mirate anche in ogni modo a che, con i mezzi e i sussidi che la vostra prudenza giudicherà più adatti, il clero e il popolo siano una sola mente ed un’anima sola; e così il popolo cristiano partecipi attivamente alla Liturgia, che diventerà davvero l’azione sacra nella quale il sacerdote che attende alla cura delle anime nella parrocchia affidatagli, unito con l’assemblea del popolo, renda al Signore il debito culto. Per ottenere ciò sarà certamente utile che pii giovinetti, bene istruiti, vengano scelti tra ogni classe di fedeli perché, con disinteresse e buona volontà, servano devotamente e assiduamente all’altare: compito che dovrebbe essere tenuto in grande considerazione dai genitori, anche di alta condizione sociale e cultura. Se questi giovinetti saranno istruiti con la necessaria cura e sotto la vigilanza di un Sacerdote perché adempiano questo loro ufficio con costanza e riverenza e nelle ore stabilite, si renderà facile il sorgere fra loro di nuove vocazioni sacerdotali; e il Clero non si lamenterà di non trovare – come, purtroppo, accade talvolta anche in regioni cattolicissime – nessuno che, nella celebrazione dell’augusto Sacrificio, gli risponda e gli serva. – Cercate soprattutto di ottenere, col vostro diligentissimo zelo, che tutti i fedeli assistano al Sacrificio Eucaristico e ne traggano i più abbondanti frutti di salvezza; quindi esortateli assiduamente affinché vi partecipino con devozione, in tutti quei modi legittimi dei quali sopra abbiamo fatto parola. L’augusto Sacrificio dell’altare è l’atto fondamentale del culto divino; è necessario, perciò, che esso sia la fonte e il centro anche della pietà cristiana. Ritenete di non aver mai abbastanza soddisfatto al vostro zelo apostolico se non quando vedete vostri figli accostarsi in gran numero al celeste convito che è «Sacramento di pietà, segno di unità, vincolo di carità ». Perché, poi, il popolo cristiano possa conseguire questi doni soprannaturali con sempre maggiore abbondanza, istruitelo con cura, per mezzo di opportune predicazioni, e specialmente con discorsi e cicli di conferenze, con settimane di studio e con altre simili manifestazioni, sui tesori di pietà contenuti nella sacra Liturgia. A questo scopo saranno certamente a vostra disposizione membri dell’azione Cattolica, sempre pronti a collaborare con la Gerarchia per promuovere il Regno di Gesù Cristo. È assolutamente necessario, però, che in tutto ciò vigilate attentamente perché nel campo del Signore non si introduca il nemico per seminarvi la zizzania in mezzo al grano; perché, in altre parole, non si infiltrino nel vostro gregge perniciosi e sottili errori di un falso misticismo e di un nocivo quietismo – errori da Noi come sapete, già condannati – e perché le anime non siano sedotte da un – 1° pericoloso umanesimo, né si introduca – 2° una falsa dottrina che altera la nozione stessa della fede, né, infine, – 3° un eccessivo archeologismo in materia liturgica. Curate con eguale diligenza perché non si diffondano le false opinioni di coloro i quali a torto credono e insegnano che la natura umana di Cristo glorificata abiti realmente e con la sua continua presenza nei giustificati, oppure che una unica e identica grazia congiunga Cristo con le membra del suo Corpo. Non vi lasciate disanimare dalle difficoltà che nascono; mai si scoraggi il vostro zelo pastorale. «Suonate la tromba in Sion, convocate l’assemblea, riunite il popolo, santificate la Chiesa, adunate i vecchi, raccogliete i bambini e i lattanti», e fate con ogni mezzo che si affollino dovunque le chiese e gli altari di Cristiani, i quali, come membra vive unite al loro Capo divino, siano ristorati dalle grazie dei Sacramenti, celebrino l’augusto Sacrificio con Lui e per Lui, e diano all’Eterno Padre le lodi dovute. Conclusione: Tutte queste cose, Venerabili Fratelli, avevamo in animo di scrivervi, e lo facciamo affinché i Nostri e i vostri devoti figli meglio comprendano e maggiormente stimino il preziosissimo tesoro contenuto nella sacra Liturgia: cioè il Sacrificio Eucaristico, che rappresenta e rinnova il Sacrificio della Croce, i Sacramenti, fiumi di grazia e di vita divina, e l’inno di lode che il cielo e la terra elevano ogni giorno a Dio. Ci sia lecito sperare che queste Nostre esortazioni sproneranno i tiepidi e i ricalcitranti non soltanto a uno studio più intenso ed illuminato della Liturgia, ma anche a tradurre nella pratica della vita il suo spirito soprannaturale, come dice l’Apostolo: «non vogliate spegnere lo Spirito ». A quelli che uno zelo eccessivo spinge talvolta a dire e a fare cose che Ci duole di non poter approvare, ripetiamo l’avvertimento di S. Paolo: «Mettete ogni cosa a prova, ritenete ciò che è buono»; e li ammoniamo con animo paterno perché vogliano ricavare il loro modo di pensare e di agire dalla cristiana dottrina, conforme ai precetti della immacolata Sposa di Gesù Cristo, e Madre dei Santi. A tutti, poi, ricordiamo la necessità di una generosa e fedele obbedienza ai Pastori ai quali spetta il diritto ed incombe il dovere di regolare tutta la vita, e innanzi tutto quella spirituale, della Chiesa: «Obbedite ai vostri superiori e siate ad essi sottomessi. Essi, difatti, vegliano sulle anime vostre col pensiero di renderne conto, affinché lo facciano con gioia, e non gemendo ». Il Dio che adoriamo, e che « non è Dio di discordia, ma di pace», conceda benigno a noi tutti di partecipare in questo esilio terreno, con uno solamente e un solo cuore, alla sacra Liturgia, che sia come una preparazione ed un auspicio di quella celeste Liturgia, con la quale, come confidiamo, in compagnia con la eccelsa Madre nostra, canteremo: «A Colui che siede sul trono e all’agnello: benedizione, e onore e gloria e impero nei secoli dei secoli ». – Con questa lietissima speranza, a voi tutti e singoli, Venerabili Fratelli, ai greggi affidati alla vostra vigilanza, come auspicio dei doni celesti, e attestato della Nostra particolare benevolenza, impartiamo con grandissimo affetto l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso S. Pietro, il giorno 20 Novembre 1947, ottavo del Nostro Pontificato.

PIO PP. XII

DOMENICA V DOPO PENTECOSTE(2019)

DOMENICA V DOPO PENTECOSTE (2019)

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXVI: 7; 9 Exáudi, Dómine, vocem meam, qua clamávi ad te: adjútor meus esto, ne derelínquas me neque despícias me, Deus, salutáris meus. [Esaudisci, o Signore, l’invocazione con cui a Te mi rivolgo, sii il mio aiuto, non abbandonarmi, non disprezzarmi, o Dio mia salvezza.].

Ps XXVI: 1 Dóminus illuminátio mea et salus mea, quem timébo? [Il Signore è mia luce e mia salvezza, chi temerò?]

Exáudi, Dómine, vocem meam, qua clamávi ad te: adjútor meus esto, ne derelínquas me neque despícias me, Deus, salutáris meus. [Esaudisci, o Signore, l’invocazione con cui a Te mi rivolgo, sii il mio aiuto, non abbandonarmi, non disprezzarmi, o Dio mia salvezza.].

Oratio

Orémus.

Deus, qui diligéntibus te bona invisibília præparásti: infúnde córdibus nostris tui amóris afféctum; ut te in ómnibus et super ómnia diligéntes, promissiónes tuas, quæ omne desidérium súperant, consequámur. [O Dio, che a quanti Ti amano preparasti beni invisibili, infondi nel nostro cuore la tenerezza del tuo amore, affinché, amandoti in tutto e sopra tutto, conseguiamo quei beni da Te promessi, che sorpassano ogni desiderio.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Petri Apóstoli. 1 Pet III: 8-15

“Caríssimi: Omnes unánimes in oratióne estóte, compatiéntes, fraternitátis amatóres, misericórdes, modésti, húmiles: non reddéntes malum pro malo, nec maledíctum pro maledícto, sed e contrário benedicéntes: quia in hoc vocáti estis, ut benedictiónem hereditáte possideátis. Qui enim vult vitam dilígere et dies vidére bonos, coérceat linguam suam a malo, et lábia ejus ne loquántur dolum. Declínet a malo, et fáciat bonum: inquírat pacem, et sequátur eam. Quia óculi Dómini super justos, et aures ejus in preces eórum: vultus autem Dómini super faciéntes mala. Et quis est, qui vobis nóceat, si boni æmulatóres fuéritis? Sed et si quid patímini propter justítiam, beáti. Timórem autem eórum ne timuéritis: et non conturbémini. Dóminum autem Christum sanctificáte in córdibus vestris.”

Omelia I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1929]

LA PACE

“Carissimi: Siate tutti uniti nella preghiera, compassionevoli, amanti dei fratelli, misericordiosi, modesti, umili: non rendete male per male, né ingiuria per ingiuria, ma al contrario benedite, poiché siete stati chiamati a questo: a ereditare la benedizione. In vero, chi vuole amare la vita e vedere giorni felici raffreni la sua lingua dal male e le sue labbra dal tesser frodi. Schivi il male e faccia il bene, cerchi la pace e si sforzi di raggiungerla. Perché gli occhi del Signore sono rivolti al giusto e le orecchie di lui alle loro preghiere. Ma la faccia del Signore è contro coloro che fanno il male, E chi potrebbe farvi del male se sarete zelanti del bere! E arche aveste a patire per la giustizia, beati voi! Non temete la loro minaccia, e non vi turbate: santificate nei vostri cuori Gesù Cristo”. – (1. Pietr. 3, 8-15).

Anche l’Epistola di quest’oggi è tolta dalla I. lettera di S. Pietro. E’ naturale che, scrivendo ai cristiani dispersi dell’Asia minore, tenga sempre presente la condizione in cui si trovano: sono pochi fedeli tra numerosi pagani, e sono sotto la persecuzione di Nerone. Come devono diportarsi? devono vivere in stretta unione fra di loro, mediante la misericordia, la compassione, la condiscendenza; essendo stati chiamati al Cristianesimo a render bene per male, affinché abbiano per eredità la benedizione celeste. Non trattino con la stessa misura quelli che fanno loro del male. La vita felice è per chi raffrena la lingua, evita il male e procura di aver pace con il prossimo. Del resto i giusti non sono abbandonati dal Signore, e nessuno può loro nuocere, se sono zelanti del bene. Quanto alla persecuzione, beati loro se hanno a soffrire qualche cosa per la religione cristiana. Siano, quindi, calmi, senza ombra di timore: onorino, invece, e temano Gesù Cristo. Anche noi, dobbiamo procurare di vivere una vita felice, per quanto è possibile tra le miserie e le persecuzioni di questo mondo. Sforziamoci di vivere in pace, ciò che ci è possibile con l’aiuto di Dio, anche tra le tempeste di quaggiù. Per avere la pace:

1 Bisogna astenersi dalle parole e dalle azioni peccaminose,

2 Vivere nella concordia col prossimo,

3 Non aver paura di soffrire per la giustizia.

Chi vuole amare la vita e vedere giorni felici raffreni la sua lingua dal male e le sue labbra dal tesser frodi. Schivi il male e faccia il bene. Chi vuol vivere una vitanon turbata da agitazioni e da ‘rimorsi deve astenersi dalleparole e dalle azioni peccaminose. La vita felice quaggiùconsiste principalmente nella tranquillità della propriacoscienza. Gli uomini più felici sono i Santi. Noi vediamole loro mortificazioni, e, quasi, ce ne scandalizziamo; vediamole loro penitenze, e ci sentiamo come sgomentati.Non vediamo, però, il loro interno. Se vedessimo la pacee la tranquillità della loro coscienza, ci farebbero invidia.L’affermazione dell’Apostolo: «Quasi tristi, ma pur sempre allegri (“ Cor. VI, 10)), è l’affermazione di tutti i Santi, i quali potrebbero dire: All’esterno siamo stimati come persone viventi una vita di melanconia, eppure viviamo nell’allegrezza. Dove c’è Dio, c’è la pace. Quello che Gesù disse un giorno agli Apostoli, dice a tutti coloro che gli sono uniti per mezzo della grazia: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace; ve la do, non come ve la dà il mondo» (Giov. XIV, 27). – Sul fiume ingrossato o sul lago mosso dai venti, il barcaiolo adopera tutta la sua vigoria e tutta la sua prudenza per condurre la barca a riva, lottando con le onde. Ma il fanciullo che vi si trova, se ne sta tranquillo divertendosi con gli spruzzi d’acqua che v’entrano. Nella barca c’è il padre; perché temere? Quando noi con il peccato, non allontaniamo dall’anima nostra Dio, perché dobbiamo turbarci? – Finché la coscienza è in pace con Dio, vengano pure le tribolazioni da qualsiasi parte: Dio è il rifugio del tribolato che in lui trova consolazione. Ma se il peccato ne ha scacciato Dio, egli non può trovar rifugio o consolazione. Nessuna pena è più grave della rea coscienza. Noi vediamo delle volte piante intarlate o marce esternamente. Chi deve farne uso non si preoccupa tanto della superficie: osserva se la pianta sia sana internamente. Se internamente non fosse sana, a nulla varrebbe, anche se avesse buona apparenza esterna. «Così, quando l’uomo non trova in se stesso una buona coscienza, che gli giova essere in buon stato esternamente, se è putrefatto il midollo della sua coscienza?» (S. Agost. En. In Ps. XLV,3) Se può ingannare l’occhio degli uomini che lo credono felice, non può ingannar Dio. «Dio solo vede il cuore degli uomini» (2 Paral. VI. 30) ed egli ci assicura che «per gli empi non c’è pace» (Is. XLVIII, 22). – Chi vuol vivere giorni felici, oltre essere in pace con Dio, deve procurare di essere in pace con il prossimo. Cerchi la pace e si sforzi di raggiungerla, studiandosi di vivere in concordia col prossimo, e ponendo ogni premura per impedire che la pace non si rompa. È tanto facile rompere la pace con il nostro prossimo! Le sue abitudini, i suoi gusti, le sue parole ci sono frequentemente occasione d’impazienza, di risentimento. Per non rompere l’armonia che deve regnare con tutti, è necessario prender sempre le cose in buona parte; non lasciarsi mai prendere dal cattivo umore; e sopportar pazientemente il cattivo umore degli altri. Io sarei felice, se quel vicino non s’interessasse dei fatti miei, se quella persona non mi portasse invidia, se quell’altra non mi odiasse, tu dici. Sarà verissimo. Ma siccome anche tu sei di carne e ossa come coloro che ti recano noia, è naturale che gli stessi lamenti che tu muovi rispetto a loro, essi potrebbero muovere rispetto a te. Sai bene che cosa dice S. Giacomo : «Tutti manchiamo in molte cose» (III, 2). Via, oggi a me, domani a te. Se oggi sono altri che ti offrono motivo di lamento, domani potresti esser tu a offrire motivo di lamento ad altri. È meglio considerare la partita pari, e sopportarsi a vicenda, avendo sempre in vista la conservazione della pace. Quanto ai sussurroni che cercano di turbare la concordia non c’è che far orecchie da mercante. Un buon paio d’orecchie stancano cento male lingue. Col tempo taceranno anch’essi. Esser indulgenti con i nostri fratelli è condizione indispensabile per conservar la pace e la felicità. Il Signore l’ha inculcata insistentemente questa indulgenza verso il prossimo. E il cristiano non può esimersi dal praticarla. Dimentichi, quindi, i dispiaceri che gli furon dati; non badi alle parole sfavorevoli; non si lamenti delle dimenticanze; passi sopra ai torti ricevuti, ripaghi l’odio con il perdono, anzi con l’amore. Allora soltanto avrà la pace. «Se c’è carità, ci sarà anche la pace» (S. Giov. Cris. In Epist. Ad Eph. Hom. XXIV, 4). Senza abnegazione non si può aver la pace. È una verità troppo dimenticata. Forse mai, come ai nostri giorni, si è sentito parlare di pace; eppure tutti sentiamo che la pace manca. Si vuol la pace, senza cessare di guardarsi in cagnesco; si vuol la riconciliazione, pur mantenendo vivo l’odio; si vuole l’armonia, senza rinunziare all’orgoglio e all’egoismo. Si vuol la pace, mettendo a base non l’amore, ma il timore. La pace si avrà solamente allora che le si metterà per base l’amor di Dio col conseguente amor degli uomini. Senza questa base possono moltiplicarsi i convegni, le riunioni, i tentativi d’ogni genere: tutto, però, finirà con la melanconica constatazione del profeta «E curarono le piaghe della figlia del popol mio con burlarsi di lei, dicendo: Pace, pace; e pace non era» (Ger. VI, 14). E non dobbiamo accontentarci della pace di un giorno, o di una pace molto facile. I tesori si acquistano con grandi sacrifici, e si conservano con molta cura. Altrettanto dobbiam fare con il tesoro della pace. Chi vuol vivere i giorni felici cerchi la pace, e si sforzi di raggiungerla «Non basta cercarla; — commenta S. Gerolamo — se, trovatala, cerca di sfuggire, tienle dietro con ogni alacrità! » (Epis. 124, 14 ad Rost.). – E chi potrebbe farvi del male se sarete zelanti del bene? Nessuno può nuocere a chi conduce una vita irreprensibile,dedita al bene. Tutt’al più può nuocere alcorpo, non all’anima. S u questo punto è troppo chiarala parola del Divin Maestro, perché abbiamo ad aver un momento solo di titubanza. «Non temete coloro che possono uccidere il corpo, e non l’anima: temete piuttosto colui che può mandare in perdizione all’inferno e l’anima e il corpo» (Matth. X, 28). Tutti i patimenti che i persecutori facevano soffrire ai Cristiani, se tormentavano le loro membra, lasciavano imperturbato il loro spirito. «Noi siamo persuasi — offermava S. Giustino M. — di non poter soffrir male di sorta da nessuno, se non quando siamo convinti d’esser caduti in colpa» (Apol. 1, ). Anzi, la persecuzione noi dobbiam considerarla come un bene. E se anche aveste a patire per la giustizia, beati voi!, aggiunge S. Pietro. Quando si soffre per una causa giusta, si è più degni di ammirazione di chi trionfa. Chi soffre per una causa santa, deve fare più invidia che compassione. «Essere prigioniero per Cristo — dice il Crisostomo — è gloria più grande che essere Apostolo, dottore, evengelista. E chi ama Cristo ben intende quel che dico» (In Ep. Ad Eph. Hom. 8, 1). La Beata Giovanna Antida Thouret, non reggendole il cuore di vedere, durante la rivoluzione francese, il suo paese senza culto, senza preghiera, prese a radunar gente in casa sua, nei giorni domenicali e festivi, perché potessero attendere a qualche atto di pietà. Talora poté venire anche qualche sacerdote a celebrare e a ministrare i Sacramenti. – La cosa non poteva sfuggire ai nemici della religione, e la Thouret è chiamata a comparire davanti al comitato rivoluzionario di Baumes-Les-Dames. Mentre si reca davanti ai commissari la gente, che temeva per la sua sorte, le diceva: — Dove andate mai ? — Vado a festa. Non temete; non ho paura; si tratta della causa di Dio — (La Beata Giovanna Antida Thouret Roma, 1926). Quando si tratta della causa di Dio dobbiamo considerare le sofferenze come una vera festa. Anche Gesù Cristo aveva detto, prima di S. Pietro : «Beati voi quando vi oltraggeranno e vi perseguiteranno» (Matth. V, 11). Qualunque croce, accettata con spirito cristiano ci porta vantaggi incalcolabili. «Beato l’uomo che soffre tentazioni; perché quando sarà stato provato, riceverà la corona di vita, promessa da Dio a coloro che lo amano » (Giac. I, 12). Quindi, in nessuna circostanza della vita c’è motivo di perder la pace, «Si logori pure la mia carne e il mio cuore: — esclama il Salmista — fortezza del mio cuore e mia porzione eterna è Dio» (Ps. LXXII, 26). E quando pensiamo che Dio è nostra porzione eterna, non possono turbarci le privazioni che logorano la vita, i dolori che amareggiano il cuore. Le tribolazioni e le persecuzioni devono, invece, consolarci perché «la momentanea e leggera tribolazione nostra procaccia a noi, oltre ogni misura, smisurato peso di gloria» (II Cor. IV, 17).

Graduale

Ps LXXXIII: 10; 9

Protéctor noster, áspice, Deus, et réspice super servos tuos, [O Dio, nostro protettore, volgi il tuo sguardo a noi, tuoi servi]

V. Dómine, Deus virtútum, exáudi preces servórum tuórum. Allelúja, allelúja [O Signore, Dio degli eserciti, esaudisci le preghiere dei tuoi servi. Allelúia, allelúia]

Alleluja

Ps XX: 1

Alleluja, alleluja Dómine, in virtúte tua lætábitur rex: et super salutáre tuum exsultábit veheménter. Allelúja. [O Signore, nella tua potenza si allieta il re; e quanto esulta per il tuo soccorso! Allelúia].

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Matthæum.

Matt. V: 20-24

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Nisi abundáverit justítia vestra plus quam scribárum et pharisæórum, non intrábitis in regnum coelórum. Audístis, quia dic tum est antíquis: Non occídes: qui autem occídent, reus erit judício. Ego autem dico vobis: quia omnis, qui iráscitur fratri suo, reus erit judício. Qui autem díxerit fratri suo, raca: reus erit concílio. Qui autem díxerit, fatue: reus erit gehénnæ ignis Si ergo offers munus tuum ad altáre, et ibi recordátus fúeris, quia frater tuus habet áliquid advérsum te: relínque ibi munus tuum ante altáre et vade prius reconciliári fratri tuo: et tunc véniens ófferes munus tuum.”

Omelia II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE XXXII.

 “In quel tempo disse Gesù a’ suoi discepoli: In verità vi dico che, se la vostra giustizia non sarà più abbondante che quella degli Scribi e Farisei, non entrerete nel regno de’ cieli. Avete sentito che è stato detto agli antichi: Non ammazzare; e chiunque avrà ammazzato, sarà reo in giudizio. Ma io vi dico, che chiunque, si adirerà contro del suo fratello, sarà reo in giudizio. E chi avrà detto al suo fratello: Raca; sarà reo nel consesso. E chi gli avrà detto: Stolto; sarà reo del fuoco della gehenna. Se adunque tu stai per fare l’offerta all’altare, e ivi ti viene alla memoria che il tuo fratello ha qualche cosa contro di te: posa lì la tua offerta davanti all’altare, e va a riconciliarti prima col tuo fratello, e poi ritorna a fare la tua offerta” (Matth. V. 20-24).

Quel celebre discorso che nostro Signor Gesù Cristo tenne sopra il monte, presso il lago di Genezaret, fu sempre riguardato, come nota S. Agostino, siccome il compendio di tutta la morale di Gesù Cristo e la regola esatta e completa di una vita al tutto cristiana. Perciò non ci deve far meraviglia, se la Chiesa più volte, in varie domeniche dell’anno, richiama la nostra attenzione sopra qualche tratto di quel discorso medesimo; poiché di che altro mai la Chiesa, nostra affettuosissima madre, può essere più sollecita che nutrire noi, suoi figliuoli, del cibo santissimo della parola uscita dallo stesso labbro del divino Maestro? È dunque uno dei tratti di quel celebre discorso, che anche oggi la Chiesa ci invita a considerare nel Vangelo di questa domenica. E noi, assecondando questo invito procureremo di considerarlo con grande attenzione e con vero profitto per le anime nostre.

1. In quel discorso, tra le altre cose, Gesù disse a’ suoi discepoli: In verità vi dico che, se la vostra giustizia non sarà più abbondante che quella degli Scribi e Farisei, non entrerete nel regno de’ cieli. – Quali erano pertanto questi uomini, che il Salvatore riprova e condanna ad ogni pagina del Vangelo? Gli Scribi erano i dottori della legge incaricati di trascrivere i Libri santi, di tenerli in custodia e di spiegarli al popolo in ciò, che questi avevano di incerto e di oscuro. Costoro esteriormente menavano una vita molto regolata, benché fossero diversi nel loro cuore, onde agli occhi del volgo, che non bada se non all’esterno, godevano una grande riputazione. I Farisei componevano una setta particolare tra i Giudei. Mostravansi scrupolosi osservatori della legge mosaica. Osservavano i giorni di festa, digiunavano due volte la settimana, facevano grandi limosine e lunghe preghiere, pagavano la decima di tutti i loro beni. Affettavano insomma una perfetta regolarità, cosicché tutte le esteriorità parlavano in lor favore. Erano chiamati Farisei, dice S. Girolamo, vale a dire divisi, perché erano separati dal popolo per false apparenze di una singolare pietà. Ma in realtà qual era mai la giustizia di costoro? Era puramente esteriore. Gl’intimi sentimenti non corrispondevano a quell’esteriore di pietà; la legge presso di costoro non conduceva che la mano, ma la grazia non ispirava il cuore. Gli uomini si lasciavano ingannare da quelle apparenze; ma Gesù, che non solo vero uomo, ma pur vero Dio legge nel più intimo del pensiero, scruta le reni e i cuori ed interroga le anime, Gesù ben conosceva quegli orgogliosi Farisei e quegli Scribi ipocriti, e non risparmiandoli punto, diceva loro: « Voi cercate comparir giusti innanzi agli uomini, ma siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità, somigliate a quei sepolcri imbiancati, che paiono magnifici a coloro che li riguardano, e che internamente racchiudono null’altro che corruzione ed ossami di morti ». Ecco quel che erano i Farisei e gli Scribi: praticavano il digiuno e l’astinenza corporali; ma rigettavano la mortificazione del cuore: facevano copiose elemosine, ma per esser veduti, per ottenere la stima e le lodi degli uomini; si facevano scrupolo d’entrare nel palazzo di Pilato, per timor di diventar legalmente immondi, ma con una sfrontatezza incredibile si facevano ad accusare e condannare il Giusto per eccellenza, nostro Signor Gesù Cristo. È adunque facile di comprendere perché Gesù Cristo ci avverta che se la nostra giustizia non sarà più abbondante di quella degli Scribi e dei Farisei, non entreremo nel regno dei Cieli. No, certamente, a guadagnare il Paradiso non basta la bontà esteriore ed apparente, ci vuole la bontà vera e del cuore. Eppure, o miei cari, quanti vi sono tra gli stessi Cristiani, che non hanno che una bontà falsa ed ipocrita! Quanti ve ne sono che della bontà si fanno un’idea tutto secondo la loro passione e fantasia. Taluno, che ama di digiunare, si terrà per molto buono, purché digiuni, sebbene il suo cuore sia pieno di rancore; e non osando soddisfar la sua lingua nel mangiare e nel bere, non avrà poi scrupolo d’imbrattarla nel sangue del prossimo con mormorazioni e calunnie. Un altro si stimerà buono, perché dice una gran moltitudine d’orazioni ogni giorno, sebbene con tutto ciò sia sempre molto fastidioso ed arrogante, e dica facilmente ingiurie al suo prossimo. Quell’altro tira fuori volentieri molti sospiri dal suo cuore quando prega, ma non può cavare un tantino di dolcezza alfine di perdonare ad una persona che l’ha offeso. Un altro sarà esatto nell’eseguire esteriormente gli ordini de’ suoi superiori, ma internamente si adira contro di essi e molto facilmente ne mormora con gli amici. Tutti costoro possono sembrare buoni, ma in realtà non lo sono. Quando i soldati di Saulle cercavano Davide in casa sua, Micol avendo posto una statua nel letto, e copertala colle vesti di Davide, fece loro credere che quello era lo stesso Davide infermo ed addormentato. Cosi molti si coprono di certe azioni esteriori appartenenti alla bontà, e gli altri credono che siano veramente buoni e pii; ma per verità non sono altro che statue e fantasmi di bontà. La vera e viva bontà, o cari giovani e cari Cristiani, presuppone l’amor di Dio, anzi ella non è altro che un vero amor di Dio: quell’amor di Dio, che ci dà forza a ben operare in tutte quante le nostre azioni, e non solo a ben operare, ma ad operare con gusto e con prontezza. La vera bontà non è altro che la vera carità, la quale ci fa osservare esattamente tutti i comandamenti di Dio. Laonde chi non osserva tutti i Comandamenti di Dio, non può assolutamente essere stimato buono. – E perché la vera bontà consiste in un certo grado di eccellente carità, essa non solo ci rende attivi e diligenti nell’osservanza di tutti i precetti di Dio, ma oltre di ciò ci provoca a fare con prontezza ed affetto tutte le buone opere che noi possiamo, ancorché esse non siano in modo alcuno comandate, ma solo consigliate o inspirate. Ed in vero un malato, che di fresco è risanato da qualche infermità, cammina quanto gli è necessario, ma lentamente e con istento; così chi dopo essere stato cattivo viene guarito da’ suoi peccati per qualche grazia speciale di Dio, si mette a fare quanto Dio gli comanda, ma con lentezza e con istento. Invece chi ha la sua bontà, qual uomo ben sano, non solo cammina, e persino corre nella via dei comandamenti di Dio, ma per di più egli si avanza e corre per i sentieri de’ consigli e delle inspirazioni celesti, amando le pratiche di pietà, frequentando con vero profitto i SS. Sacramenti, emendandosi de’ suoi più leggieri difetti e dando esempi di ogni più bella virtù. Pertanto, o miei cari, riflettete alquanto sopra di voi per vedere se in voi vi ha la vera o la falsa bontà, se insomma la giustizia vostra è più abbondante di quella degli Scribi e de’ Farisei, e da questo esame prendete le opportune risoluzioni.

2. Proseguiva poscia il divin Redentore dicendo: Avete sentito che è stato detto agli antichi: Non ammazzare; e chiunque avrà ammazzato, sarà reo in giudizio. Ma io vi dico, che chiunque si adirerà contro del suo fratello, sarà reo in giudizio. E chi avrà detto al suo fratello: Raca, cioè leggero, privo di senno, sarà reo nel consesso. E chi avrà detto: Stolto, sarà reo del fuoco della gehenna. Presso gli Ebrei eravi il tribunale del giudizio, chiamato il piccolo sinedrio, che giudicava le cause criminali e pronunziava ordinariamente le sentenze di morte; poi il tribunale del consiglio ossia grande sinedrio, che giudicava in ultima istanza i delitti contro lo stato e contro la religione. Quando adunque Gesù dice che chi si mette in collera eccessiva, è reo di giudizio, vuol dire ch’egli sarà castigato da Dio con quella severità, che si usava a quanti venivano condannati dal tribunale del giudizio; così chi dice a suo fratello raca, parola siriaca che significa “stolto”, sarà punito da Dio come i giudicati dal tribunale del consiglio, e finalmente chi dice al suo prossimo stolto, il che in istile biblico vuol dir empio, sarà precipitato in inferno. Ecco quale differenza tra il linguaggio dei dottori della legge e quello di Gesù Cristo. I dottori della legge proibivano soltanto l’omicidio, quando all’esterno compimento; il Salvatore invece attacca il principio di sì grave delitto, e vuol tagliare il male dalla sua radice. Egli ben sa, che chi riuscirà a dominare la collera, che chi non si abbandonerà a parole violente ed ingiuriose contro del suo prossimo, non trascorrerà mai neppure a ferirlo e ad ucciderlo, epperò egli si fa a vietare la collera e le ingiurie; e togliendo il nome dai tribunali, che vi erano tra gli Ebrei per le cause più gravi, e dai più gravi castighi, che essi infliggevano, per impedire tutte le tristi conseguenze della collera minaccia al collerico ed a chi insulta il suo prossimo delle pene simili a quelle che venivano inflitte all’omicida. Se è così adunque, quanto gran male deve essere la collera e quanto importa che noi ci adoperiamo ad evitarla! È vero, vi ha bensì una collera santa, eccitata dallo zelo, che ci fa riprendere con forza, chi la nostra dolcezza non poté correggere: e tale è la collera di un padre o di un maestro alla vista dei disordini, che si devono impedire. Lo stesso Gesù fu preso da questo sdegno, quando cacciò dal tempio i profanatori, che ne violavano la santità. Ma la collera e l’ira, come peccato capitale è ben diversa: è un moto impetuoso dell’anima nostra, che trae a respingere violentemente ciò, che a noi spiace Nasce da un cattivo principio, da una passione, che domina il nostro cuore, e che incontra ostacoli. Un orgoglioso s’avventa contro ciò che ferisce la sua vanità od ambizione; un avaro si sdegna, quando qualche cosa sconcerta le sue idee; un incontinente si infuria, quando si attraversano i suoi piaceri. Quest’ira non è secondo Dio, né secondo la retta ragione: essa turba l’anima, e l’alterazione, che vi apporta, si manifesta sul viso, e in tutto l’esteriore dell’uomo, che vi si abbandona; gli s’infiammano gli occhi, gli si altera la voce, gli si gonfiano le gote, gli trema il corpo, e tutto si agita e si dimena convulsivamente. Allora più non sapendo quel che si dica e quel che si faccia, si abbandona ad ingiurie ad oltraggi, a violenze, a percosse e talora a ferimenti, e persino ad uccisioni; insomma non v’ha più alcunché di crudele e di inumano, che nell’impeto dell’ira non osi intraprendere. Guardate quei due uomini che si allontanano dalla città, e chiedono alla foresta un misterioso e funesto ritiro. Eccoli in mezzo al bosco; hanno in mano uno strumento di morte; si scagliano l’un contro l’altro con implacabil furore. Un d’essi vacilla, cade, muore sul colpo; muore nell’atto medesimo del peccato, e l’anima sua vien sepolta negli abissi. Imperocché il duello è un gravissimo peccato, un delitto enorme che, quando non lascia alcuno spazio alla penitenza, Dio non imo più perdonare al di là della vita presente. E quale è stata l’origine di quella dannazione, adesso consumata per l’intera eternità? Un risentimento, uno sfogo di collera, un’ingiuria. Oh quanto è vero che la collera è come scintilla di fuoco lanciata in un mucchio di steppe; la quale se non si soffoca sull’istante, s’apprende e si dilata spaventosamente, né più s’arresta se non quando l’incendio ha cagionato le più gravi rovine. – Ma quali sono le cause della collera? Esse sono varie: la perdita del timor di Dio e della fede; una cattiva educazione e principii perversi avuti fin dall’età giovanile; gli eccessi del giuoco, della gola e della dissolutezza; ma la principale è l’orgoglio. Il che spiega perché non vi ha vizio, che tanto si cerchi di scusare quanto la collera. – Provenendo esso il più delle volte dalla superbia, difficilmente s’incontra chi voglia darsi torto; anzi pretendesi persino aver ragioni d’incollerire. Il mio carattere è così fatto, si dice; non posso contenermi; i compagni, i servi, i maestri son la cagione delle mie escandescenze. Son stato provocato, aizzato, tirato pe’ cappelli… Di questo modo si va accusando gli altri, fuorché il vero colpevole, che è colui stesso, che va in collera. Se adunque vogliamo impedire in noi le vampe dalla collera, dobbiamo gettare acqua sul fuoco della superbia, considerando frequentemente il nulla, che noi siamo, e la miseria e la colpevolezza, di cui siamo ripieni. Chi si umilia a riconoscersi per quello che è, non può essere che tanto facilmente si adiri nell’essere contrariato e ben anche insultato, perché riconoscerà altresì che per i suoi peccati merita quello e peggio. Ma oltre al combattere la nostra superbia bisogna pure combattere direttamente la nostra collera. A tal fine bisogna abituarsi per tempo a dominarla, col resistere ai suoi primi assalti; quando si è alterati bisogna vegliare sulle nostre parole, porre alle nostre labbra una prudente custodia; bisogna esercitarsi nella cristiana dolcezza, virtù che per Iddio ci fa sopportare le contraddizioni, che ci accadono, che frena ogni vivacità e i risentimenti, che ci possono eccitare la collera, che impedisce di dar segno alcuno di acrimonia e d’impazienza, e di lasciar sfuggire parole di lamento o di disprezzo, che fa aver sempre un’aria modesta, usar contegno verso certe persone d’indole difficile e cercare di guadagnarle mediante la compiacenza. E questa sarà la virtù che adornerà il nostro cuore, se ci studieremo di ridurre spesso alla memoria la dolcezza e la mansuetudine di Gesù Cristo. Oh! se ai patimenti del Redentore, scrive S. Ambrogio, si volge la mente, niente sembrerà sì penoso, che non si sopporti pazientemente.

3. Infine il divin Maestro conchiude il Vangelo d’oggi dicendo: Se adunque tu stai per fare l’offerta all’altare, e ivi ti viene alla memoria che il tuo fratello ha qualche cosa contro di te: posa lì la tua offerta davanti all’altare, e va a riconciliarti prima col tuo fratello, e poi ritorna a fare la tua offerta. Vedete, o miei cari, come egli ama la carità, l’unione tra i fratelli, l’affetto che dobbiamo avere gli uni per gli altri! Egli esige che s’interrompa il culto che gli vien reso, il sacrifizio che gli si offre, per compiere il gran dovere della riconciliazione. Questa riconciliazione tra i fratelli offesi è il sacrifizio più gradito, che gli si possa offrire. I donativi più ricchi per lui non valgono l’adempimento di questo sacro dovere. Che pensare adunque di coloro che lasciano ogni giorno tramontare il sole sopra di un’offesa? che pensare di quelli che passano lunghi anni curvi sotto il peso dell’odio? Che pensar di quelli che vengono, non già solo ad assistere al santo Sacrifizio, ma ad inginocchiarsi alla sacra mensa col risentimento nell’animo? Possono eglino fare delle buone Comunioni? possono essere graditi a nostro Signore? No, non è possibile. Poiché se Gesù ci comanda di lasciar l’altare nell’ora del sacrificio per andare a riconciliarci col nostro fratello, a più forte ragione ci proibisce di accostarci alla sacra mensa, prima d’aver adempiuto al debito della riconciliazione, e più grave altresì sarebbe il nostro mancamento facendo diversamente da quello, che Egli esige da noi. Un tempo, prima di presentarsi all’altare per ricevervi il pane degli Angeli, i fedeli si davano a vicenda nella chiesa il bacio di pace. Deliziosa immagine della carità, che li univa gli uni agli altri! Quindi ancor noi ci guarderemo ben bene dal contristare ed offendere chicchessia volontariamente e senza motivo; tratteremo i nostri simili con la mansuetudine che ci comanda Gesù, il qual era mite ed umile di cuore; ma se qualcuno ci avesse in qualche modo offesi, con una generosità al tutto cristiana tosto gli perdoneremo, specialmente perché il Signore per questo riguardo gradisca le nostre preghiere, i nostri sacrifici, le nostre Comunioni in odore di soavità. E non è forse questo generoso perdono, che Gesù Cristo ci predica col suo esempio nello stesso SS. Sacramento dell’Eucaristia? Nessuno potrà ridire quanti affronti, quanti insulti abbia ricevuto e riceva tuttora in questo SS. Sacramento e dagli infedeli, che non lo credono, e dai Cristiani che non lo temono; eppure sempre pazienta, perdona, e fa del bene ai suoi offensori. Se pertanto vogliamo gloriarci di essere somiglianti a Dio ed al suo Divin Figliuolo Gesù, dobbiamo anche noi perdonare volentieri a chi ci ha offesi ed anzi portargli affetto e fargli del bene. Epperciò se abbiamo ricevuto una qualche ingiuria, dimentichiamola tosto e mettiamoci subitamente a trattare con la stessa benevolenza di prima colui, che ce l’ha arrecata. Non sia mai, o cari Cristiani e cari giovani, che coviamo nel cuor nostro del rancore e dell’odio verso qualcuno. Che se poi ci fosse accaduto di essere stati noi gli altrui offensori, diamoci tosto premura di placare la persona offesa chiedendole in bel modo scusa del nostro mancamento a suo riguardo, ancorché ciò dovesse costarci un grande sacrificio nel vincere la nostra ripugnanza. Allora è certo che Iddio pieno di bontà e di misericordia accoglierà commosso le nostre preghiere, gradirà le nostre pratiche devote e sopra tutto le nostre Comunioni, in cui Egli, dimentico delle nostre passate colpe, ci darà l’amplesso di pace e di amore, pegno certo e caparra sicura di quello, col quale ci terrà poi a Lui uniti per tutta l’eternità.

Credo …

Offertorium

Orémus

Ps XV: 7 et 8. Benedícam Dóminum, qui tríbuit mihi intelléctum: providébam Deum in conspéctu meo semper: quóniam a dextris est mihi, ne commóvear. [Benedirò il Signore che mi dato senno: tengo Dio sempre a me presente, con lui alla mia destra non sarò smosso.]

Secreta

Propitiáre, Dómine, supplicatiónibus nostris: et has oblatiónes famulórum famularúmque tuárum benígnus assúme; ut, quod sínguli obtulérunt ad honórem nóminis tui, cunctis profíciat ad salútem. [Sii propizio, o Signore, alle nostre suppliche, e accogli benigno queste oblazioni dei tuoi servi e delle tue serve, affinché ciò che i singoli offersero a gloria del tuo nome, giovi a tutti per la loro salvezza.]

Communio

Ps XXVI: 4 Unam pétii a Dómino, hanc requíram: ut inhábitem in domo Dómini ómnibus diébus vitæ meæ. [Una cosa sola chiedo e chiederò al Signore: di abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita].

Postcommunio

Orémus.

Quos cœlésti, Dómine, dono satiásti: præsta, quæsumus; ut a nostris mundémur occúltis et ab hóstium liberémur insídiis.

Per l’ordinario vedi:

ORDINARIO DELLA MESSA – ExsurgatDeus.org

LO SCUDO DELLA FEDE (68)

LO SCUDO DELLA FEDE (68)

[S. Franco: ERRORI DEL PROTESTANTISMO, Tip. Delle Murate, FIRENZE, 1858]

PARTE SECONDA.

FRODI PER CUI S’INTRODUCE IL PROTESTANTISMO

CAPITOLO III

TERZA FRODE RIGETTARE TUTTE LE PRATICHE ESTERIORI DELLA FEDE.

I Protestanti, come avete veduto nel Capitolo precedente, non solo non hanno la vera Fede, ma la distruggono anche negli altri. Ora perché l’hanno sempre in bocca e la lodano e la raccomandano? Che fine può avere questa loro finzione ed ipocrisia? Io ve lo scoprirò ed in esso vi darò a conoscere un altro inganno che tendono alla vostra Religione. Lodano ed esaltano la Fede per aver poi buona grazia a mettere a terra tutte le pratiche della pietà cattolica. Avete osservato quel che fanno certi mormoratori? Cominciano sulle prime a dire un po’ di bene delle persone per esser creduti veritieri, poi prendono a tagliar loro i panni addosso, e Dio vi dica come le conciano. Così adoperano costoro: fanno sulle prime un panegirico della Fede, e poi per seconda parte scendono a condannare tutte le pratiche più sante che la Chiesa adopera per nutrire la pietà dei fedeli. Vi raccoglierò qui alcune di queste loro insinuazioni maligne, perché di certe altre ve ne parlerò più di proposito in altro luogo. Dicono adunque lodando la Fede, che non è poi necessario raccogliersi nelle Chiese per pregare, essendo buono ogni luogo allo stesso modo, che non sono necessari tanti riti e tante cerimonie che sono in uso presso i Cattolici, che basta non far male a nessuno, che Dio non domanda nient’altro da noi. Costoro sono come lo scorpione, hanno il veleno proprio nella coda. Facciamo dunque loro un poco i conti addosso.

Non è necessario andare in Chiesa,

… dicono: e perché? Perché Dio si trova dappertutto. Dunque rispondano a me: ed anticamente Iddio non si trovava da per tutto? Certo sì. E perché Iddio ciò non ostante ha voluto che gli si fabbricasse un tempio sontuosissimo in Gerusalemme e che tutti vi si recassero anche da paesi lontani? Se Iddio si trova da per tutto poteva dispensarli da quel viaggio. Perché inoltre lo stesso Gesù vi è intervenuto? Oh che aveva bisogno della Chiesa Egli, per raccogliersi, mentre era l’uomo-Dio? Sapete il perché? Perché sebbene Iddio sia da per tutto, non vuole dare da per tutto la stessa udienza. Ed ha voluto invece che ci recassimo in Chiesa, che ivi stessimo più raccolti, che la nostra pietà fosse anche aiutata da tanti mezzi esteriori d’immagini, di Crocifissi, di cerei, di apparati, di buono esempio dei nostri fratelli. Ha voluto la Chiesa, perché ha voluto, che la nostra preghiera fosse fatta in comune, ed ha dichiarato che dove saranno diversi in comune radunati in nome suo, Egli sarà in mezzo a loro. Ma vi è poi un’altra ragione potentissima, che per non vederla, bisogna essere più ciechi delle talpe. Gesù Cristo Signor nostro avendo istituito come vi ho detto sopra il Sacramento augustissimo del suo Corpo divino e del suo Sangue prezioso, si compiace di abitare con noi, e si trattiene nel santo Ciborio sopra dei nostri altari: epperò qui abbiamo oltre la sua divinità, la quale veramente si trova da per tutto, anche la sua Umanità sacrosanta, la quale non si trova se non in cielo, e nelle Ostie consacrate. Chi non vede adunque quanta debba essere la sollecitudine dei Fedeli per istare nelle Chiese? I Santi certo ne formavano le loro delizie e raccogliendosi in ispirito e venerando profondamente il loro divin Salvatore, entravano con riverenza in compagnia degli Angeli e degli Arcangeli che sempre circondano il loro Dio Sacramentato a lodarlo, a ringraziarlo, a benedirlo ed adorarlo. Ecco perché si sta nella Chiesa. É poi anche necessario l’intervenirvi, perché in essa sola si celebra il nostro gran Sacrifizio, in essa per riverenza (quando non siamo infermi, o non abbiamo qualche altro motivo che ce ne dispensi), si partecipa ai Sacramenti del Battesimo, della Cresima, della Penitenza e della Eucaristia, in essa si dispensa a tutti i Fedeli congregati il tesoro della divina parola, secondo la verità. In essa noi ci uniamo a pregare in comune, per essere esauditi più prontamente. Poi l’unione stessa materiale, che noi facciamo nella casa di Dio terrena, è un’immagine dell’unione che speriamo godere un giorno nella Gerusalemme celeste; come l’altare è il Simbolo dello stesso Gesù il quale è la pietra angolare che riunì i due Testamenti, che congiunse il popolo Ebreo ed il Gentile nella perfetta adorazione di Dio: i quali misteri con molti altri che sarebbe lungo l’enumerare, mostrano con quanta ignoranza e malizia condannino questi sciagurati l’intervento nelle Chiese. – Ma se volete un’ultima prova, voi l’avrete nella ragione sciocca che adducono di queste loro bestemmie. Gesù Cristo, essi osservano, ha detto che pregassimo nella propria casae che chiudessimo la nostra porta per orare in segreto (Matth. VI, 6), e poi che sarebbe venuto tempo in cui non si sarebbe pregato più né sopra un cotal monte, né in Gerusalemme, ma in ogni dove (Joan. IV, 25). E con queste parole di GesùCristo credono di potere negare che si abbia da pregare nelle Chiese. Insensati! Che cosa volle dire Gesù quando disse che pregassimo in segreto? Volle riprendere, (come si vede chiaro leggendo il S. Vangelo) volle riprendere l’ipocrisia dei Farisei, i quali si mettevano dritti in piedi sui crocicchi delle strade e negli angoli delle piazze a pregare per farsi vedere dagli altri, e per farsi stimare santi. A questi Gesù diede l’avviso che pregassero nella propria casa e che non istessero a far quelle ostentazioni piene di superbia e di vanità. Ed anche al presente quando noi vediamo di questi ipocriti che fanno il simile, ricordiamo loro lo stesso avviso di Gesù: ma qui che ci ha che fare il frequentare o no la Chiesa? S’intende da sé che non s’inculca la frequenza alle Chiese, perché si vada a dare uno spettacolo di se stessi. Le altre parole Gesù le diresse alla Samaritana la quale aveva la superstizione di dover pregare sopra una certa montagna, perché la preghiera fosse buona, e riprendeva i Giudei perché pregavano invece nel tempio di Gerusalemme. Ora Gesù le fece una bella profezia e fu il dirle che sarebbe venuto tempo in cui si sarebbe pregato daper tutto, senza aver nessun riguardo né a quella montagna, né a Gerusalemme. E questa profezia noi la vediamo verificata, mentre i fedeli pregano da per tutto e nelle loro case private e nelle chiese che sono erette a gloria di Gesù in tutta la terra. Ecco quello che volle dire Gesù, e costoro guastando il senso profondo delle belle parole di Gesù, lo depravano per loro e vostra perdizione.Riprendono poi anche i riti e le cerimonie della S. Chiesa e vorrebbero levarle, per ridurci ad essere come i barbari ed iselvaggi, ma anche qui si vede al solito la loro ignoranza e malizia. Si vede la loro ignoranza, perché non sanno né chi abbia istituiti quei riti, né che cosa significhino. Dovete dunque sapere che la maggior parte di quei riti e di quelle cerimonie sono state stabilite dagli stessi Santi Apostoli o da loro approvate, oppure messe in opera dall’autorità incontrastabile di S. Chiesa, e sono state stabilite per significare misteri sublimi e profondi e per chiarirgli in qualche modo al popolo fedele. Ve ne darò almeno un esempio. Nel S. Battesimo si fa fermare il bambino fuor delle porte della Chiesa, e perché? Perché si sappia che non è ancora del bel numero dei fedeli, che ne viene introdotto sol quando i Padrini in nome di lui chiedono il dono della S. Fede. Il sacerdote gli soffia poi lievemente in faccia: che cosa vuol significare? che la S. Chiesa, coll’autorità che Gesù Cristole ha data, allontana da lui lo spirito infernale di cui pel peccato di origine è ancora in possesso. Gli pone poi sul labbro un poco di sale, e per quale effetto? Siccome il sale è quello che conserva gli oggetti dalla corruzione e gli rende saporiti, così viene significato che quell’anima avrà la vita immortale dal sacramento che è per ricevere e che sarà come condita da tutti i doni ed a tutte le grazie che lo Spirito Santo diffonderà sopra di lei. E quando poi è introdotto nella S. Chiesa, quanto sono di nuovo belle e profonde tutte le cerimonie che precedono il S. Battesimo! Gesù toccando con la sua saliva gli occhi del cieco nato lo illuminò; il ministro di Gesù toccando le orecchie e le nari al bambino lo risana spiritualmente, cioè gli apre le orecchie della mente perché intenda poi tutta la s. legge del Signore, gli conforta l’odorato, perché corra dietro alla soavità ed ai profumi divini di Gesù. Vengono poi le rinunzie che egli deve fare. Gesù è venuto a debellare il demonio, il mondo e tutte le sue opere inique: ora il bambino, prima di essere fatto figliuolo di Dio, riconosce tutti i suoi nemici e fa una bella professione di volere essere seguace vero di Gesù. Gli si conferisce il Battesimo con una candida stola, in segno dell’allegrezza con cui la S. Chiesa accoglie quel suo nuovo figliuolo e del candore dell’innocenza con cui lo riveste. Non vi dirò poi tutte le belle preghiere, con cui accompagna queste sante azioni, gli affetti infocati con cui raccomanda a Dio questo novello figliuolo, gli esorcismi potenti con cui lo sottrae a tutte le potestà infernali, che sarebbe opera infinita; esclamerò solo: O santi riti o meravigliose cerimonie e piene di ogni santità! E quello che io vi ho detto dei riti del Battesimo, voi intendetelo di tutti gli altri riti della S. Chiesa; dei bei cantici con cui accompagna la S. Messa; dei suoni degli organi che significano le melodie degli Angeli del cielo; del sacro incenso che rappresenta le preghiere dei fedeli che salgono al cielo in odore di soavità; dei lumi che ardono che significano la luce spirituale che si diffonde nelle anima e le virtù e gli affetti che ardono nei nostri cuori; degli apparati splendidi della Chiesa e dei sacri ministri che simboleggiano la purezza di quelli che debbono trattare e ricevere e partecipare a quei santi misteri. Io non finirei mai se volessi percorrere tutte queste particolarità e riscontrarle tutte. – In tutto l’anno la S. Chiesa ha sempre nuove feste ed in esse riti e cerimonie bene adattate che riempiono l’anima di stupore e di pietà. Ricordatevi solo della bella notte di Natale, quando la Chiesa ci mostra Gesù bambino, che venuto dal cielo in terra sta a tremare di freddo tra il bue e l’asinello sopra la paglia: ricordatevi della settimana santa in cui ci mette sott’occhio tutta la Passione, la prigionia, gl’insulti nei tribunali, la flagellazione, la coronazione di spine ed il portare della Croce, l’agonia e la morte del nostro caro Gesù. Non sono bellissime tutte queste cerimonie, non sono piene di affetto, non sono opportunissime a riempirci l’anima di soavità? Che dirò poi delle Processioni tanto belle per cui Gesù Cristo viene portato in mezzo ai nostri paesi ed alle nostre campagne, perché sparga da per tutto le sue celesti benedizioni? Che dirò delle Rogazioni per cui il Sacerdote ed il popolo invocano da Dio la benedizione anche sulle nostre terre, sui nostri frutti, sulle nostre case, ponendovi per intercessori la SS. Vergine e tutti i Santi del cielo? Ah mostri che osano disprezzare riti sì santi e cerimonie così pietose! Gli è perciò miei cari che oltre all’ignoranza per cui bestemmiano quello che non conoscono,io vi diceva che c’è anche una sterminata malizia. Non possono non vedere che tutte queste cerimonie di S. Chiesa hanno una forza ammirabile a risvegliare nella nostra mente pensieri più vivi delle cose divine e ad accendere i nostri cuori di affetti più sentiti verso il Signore. Ma se non possono non vedere ciò, perché ci vogliono privare di tutti questi mezzi che sono sempre stati tanto adoperati dalla S. Chiesa, tanto pregiati dai Santi, tanto cari a tutti i Fedeli, e tanto efficaci al nostro spirituale vantaggio? Essi con queste declamazioni fanno lega con tutti gli increduli, con tutti i filosofastri, con tutti gli empi che vorrebbero vedere sterminato il culto del Signore dalla terra, e ridurci per pochi anni a vivere da bestie, senza Chiesa, senza culto, senza Sacerdoti, senza anima e senza Dio, per farci poi vivere un’eternità fra le strida, i pianti, le disperazioni, nel fuoco eterno. Iddio non lo permetta mai per sua misericordia. E voi invece ponete ben mente a quel che vi dico: non vi lasciate mai intepidire nell’amore a queste belle pratiche di pietà: anzi andatevi a bello studio più sollecitamente e mostratevi in esse più devoti e più riverenti. Il demonio è un serpente. Dove mette una volta la testa, vi fa passare anche tutto il corpo. Se comincerà a levarvi questi oggetti dalla mente e dal cuore, poi vi leverà i Sacramenti, il Sacrifizio e tutti i mezzi della salute. – Finalmente dicono che basta non far male, che basta aver carità, che tutte le cose sopradette non sono necessarie. Avevamo proprio bisogno di queste loro moine! Basta non far male eh? Ma dunque perché hanno tanto interesse a levarci tutti i nostri esercizi di pietà? Io non credo che noi facciamo male ad alcuno con essi e che non manchiamo alla carità con chicchessia nei nostri riti e cerimonie: perché dunque si sveleniscono tanto contro di essi? Perché non cominciano essi a praticare un poco la carità con noi e ci lasciano in pace? Perché vengono a seminare la discordia ed il malcontento nel paese? E questa è la carità che predicano? Ipocriti! Ma poi diciamo loro chiaramente. No, non basta non far male. bisogna anche fare del bene, non basta aver carità come la intendono costoro, bisogna avere anche giustizia, anche aver fede, anche aver pazienza, anche avere umiltà che è appunto quella che manca a cotesti predicatori, bisogna anche avere ubbidienza, che essi non conoscono né punto né poco, bisogna avere tutte le virtù. Il non far male, il non rubare, il non ammazzare è molto poco, perché è molto poco anche diciamolo chiaro, il fare un po’ di bene al prossimo. Questo basta per gettare un poco di polvere negli occhi alla gente, questo basta per farsi un po’ di reputazione, questo basta per piacere al mondo, ma per piacere a Dio ci vuole ben altro. Bisogna sottomettere il capo alla S. Fede, e checché la nostra superbia ci suggerisca, stare sottoposto alla S. Chiesa: praticare tutto quello che essa c’insegna, sentir la S. Messa, confessarsi, comunicarsi quando essa comanda, rispettare le astinenze, i digiuni quando essa li impone; osservare le Domeniche e le Feste come essa prescrive; bisogna domare le proprie passioni, sottomettere l’ira, l’invidia, la superbia, la gola, disprezzare il mondo con tutte le sue pompe, infrenare la propria carne e non concederle quello che essa pretende: conviene far tutto ciò e farlo davvero. Non bastano quattro smorfie in lode della carità, che neppure si finisce di conoscere quel che sia. – Io castigo il mio corpo, dice S. Paolo, io lo tengo in servitù, io non batto l’aria (Cor. IX, 27) come fanno costoro con le loro parole melate di carità con le quali gabbano tanti sciocchi. – Di che poi potete conchiudere che è falsissimo anche quello di che tanto si vantano, cioè che non fanno male; perché in realtà ne fanno moltissimo, tralasciando tutto il vero bene, mancando della vera carità nell’atto in cui più la vantano, ed essendo ripieni d’ogni nequizia. Il vero Cattolico è quello che non fa male perché rispetta tutti i diritti di Dio, adempie tutti i doveri che ha col prossimo, e procura di non mancare neppure a se stesso. Chi la intende cosi, intende tutta la dottrina nel santo Vangelo. Chi non la intende così o è un pazzo che inganna sé medesimo, o è un furfante che inganna gli altri.

SALMI BIBLICI: “DOMINE NE IN FURORE TUO” (VI)

Salmo 6: “DOMINE, NE IN FURORE TUO

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOME PREMIER.

SALMO 6

[1] In finem, in carminibus. Psalmus David. Pro octava.

[2] Domine, ne in furore tuo arguas me, neque in ira tua corripias me.

[3] Miserere mei, Domine, quoniam infirmus sum; sana me, Domine, quoniam conturbata sunt ossa mea.

[4] Et anima mea turbata est valde; sed tu, Domine, usquequo?

[5] Convertere, Domine, et eripe animam meam; salvum me fac propter misericordiam tuam.

[6] Quoniam non est in morte qui memor sit tui; in inferno autem quis confitebitur tibi?

[7] Laboravi in gemitu meo; lavabo per singulas noctes lectum meum; lacrimis meis stratum meum rigabo.

[8] Turbatus est a furore oculus meus; inveteravi inter omnes inimicos meos.

[9] Discedite a me omnes qui operamini iniquitatem, quoniam exaudivit Dominus vocem fletus mei.

[10] Exaudivit Dominus deprecationem meam; Dominus orationem meam suscepit.

[11] Erubescant, et conturbentur vehementer omnes inimici mei; convertantur, et erubescant valde velociter.

Vecchio Testamento Secondo la Volgata

Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI

SALMO VI.

Il peccatore prega pel timore del giudizio divino, e sospira di riconciliarsi con Dio. Salmo da cantaresull’istrumento musicale da otto corde.

Per la fine: Cantico, e salmo di David; per la ottava.

2. Signore, non mi riprendere nel tuo furore, e non mi correggere nell’ira tua.

3. Abbi pietà di me, perché io sono senza forze: sanami, o Signore, perché le ossa mie sono scommosse,

4. E l’anima mia è grandemente turbata; ma tu, o Signore, fino a quando?…

5. Volgiti, o Signore, e libera l’anima mia; per tua misericordia dammi salute.

6. Imperocché nella morte non è chi di te si ricordi; e nell’inferno chi mai ti confesserà? (1)

7. Mi son consumato nel gemere: laverò tutte le notti il mio letto (col pianto), il luogo del mio riposo irrigherò colle mie lagrime.

8. Per lo furore l’occhio mio si è ottenebrato, sono invecchiato in mezzo a tutti miei nemici.

9. Andate lungi da me voi tutti, che operate l’iniquità, conciossiachè il Signore ha esaudita la voce del pianto mio.

10. Il Signore ha esaudite le mie suppliche, il Signore ha accolta la mia orazione.

11. Sieno svergognati e sconturbati altamente tutti i miei nemici: sieno volti in fuga, e svergognati in un attimo.

(1) L’inferno, l’altro mondo (Levit. XVI, 30, 33), è luogo nel quale coloro che morivano si trovavano radunati (Giob. XXX, 23) prima che Gesù-Cristo avesse portato a termine la sua opera; esso non era solo per i malvagi, come l’inferno propriamente detto, ma un luogo di lamento (Giob. XXVI,5) anche per i buoni, e non era affatto, come soggiorno prima di essere ammessi in cielo, un luogo di gioia, ma di silenziosa tristezza (Sal. XXIX, 10; Is. XXXVIII, 18; Eccl. IX,10), e sotto questo aspetto non era un luogo ove Dio fosse riconosciuto o lodato, come lo è al presente sulla terra (Dallioli)

Sommario analitico

Preghiera di Davide penitente che, in occasione di una malattia perniciosa dalla quale fu colpito per punizione dei suoi peccati, ed in seguito al dolore che ne ha tratto, deplora il male che ha avuto nell’offendere Dio. Egli chiede a Dio di non giudicarlo con il rigore della sua giustizia, ma di aver pietà di lui (1), ed a supporto della sua richiesta adduce diversi motivi:

1) la sua miseria, la sua debolezza, la sua infermità, che sono l’oggetto della misericordia (2);

2) La consapevolezza che ha del suo peccato, ed il turbamento in cui lo getta questa conoscenza (2, 3);

3) La misericordia di Dio, causa unica della nostra conversione, del perdono che libera la nostra anima e della nostra salvezza.

4) Motivi derivanti dalla gloria di Dio che non possono più procurare coloro che sono morti alla vita del corpo, alla vita della grazia, alla vita eterna (5);

5) Il rigetto, la contrizione perfetta che egli ha dei suoi peccati e la penitenza che egli ne fa: – a) Contrizione interiore: « sono stremato per il gemere »; b) Contrizione esteriore: « io laverò con le mie lacrime etc. … » (6); c) Il tempo ed il luogo più favorevoli alla compunzione, « ogni notte laverò il mio giaciglio con le mie lacrime »; d) la causa, la collera di Dio che egli ha offeso, e la sua lunga perseveranza nel male (7)

6) L’effetto di questa contrizione: a) per lui il fermo proposito di non peccare più e di allontanarsi dalle occasioni a causa dell’onta di Dio (8, 9); b) in Dio, che la sua preghiera sia esaudita; c) per i suoi nemici, la loro confusione, la loro fuga e la loro conversione (10).

Spiegazioni e Considerazioni

ff. 1. – Quando sentite parlare di furore e di collera di Dio, non sospettate in Lui nessuna delle passioni proprie alla natura umana, egli impiega queste espressioni per condiscendere alla nostra debolezza; egli cerca nondimeno di conformare il suo linguaggio alla sua dignità ed a nostra utilità (S. Chrys.). – « Per voi, Dio delle schiere, voi giudicate con calma » (Sapien. XII, 18). Ora ciò che è calmo, non è turbato. La turbolenza non è dunque in Dio quando Egli giudica, riprende o castiga, ma è nei ministri dei suoi decreti, come coloro che non agiscono che secondo le sue leggi, e questa si chiama: la collera di Dio (S. Agost.). Tre sono le maniere con le quali Dio si mette in collera: come Padre, per correggere; come Signore, per punire; come Giudice, per condannare e riprovare. – Il giorno della collera di Dio è soprattutto l’ultimo giorno. Il tempo presente è il tempo della misericordia. « Voi ammassate, dice S. Paolo, un tesoro di rampogne per il giorno della collera del giusto giudizio di Dio »; giorno terribile, nel quale non vuole essere accusato nessuno di coloro che in questa vita desiderano essere guariti (S. Agost.). – Occorre pregare Dio di castigarci nel tempo e di risparmiarci nell’eternità. (S.Agost.) – Dio punisce nel suo furore in due modi: il più terribile è nei riguardi dei riprovati, che sono eternamente l’oggetto delle sue vendette; l’altro modo, anch’esso formidabile, è quando Egli permette in questa vita che i peccatori si induriscano e siano accecati sui loro crimini. – Ecco una nuova maniera di vendicarsi che non appartiene che a Dio solo: lasciare i suoi nemici a riposo, e punirli oltremodo con il loro indurimento e con il sonno letargico, che produce in loro un castigo esemplare … È l’ultimo flagello che Dio manda ai suoi nemici; è il colmo di tutti i malanni, è la disposizione più prossima all’impenitenza finale e alla definitiva ed irrimediabile rovina (Bossuet, Serm. 1^ Dim. Av.).

ff. 2.- Davide non offre il motivo che egli meriti la misericordia di Dio, ma che è infermo. – Confessa la sua infermità al Medico sovrano, mezzo infallibile per ottenere la guarigione. « Io sono infermo, voi siete medico; la mia sorte, la mia parte, è quella di essere malato; la vostra missione è quella di rendermi la salute » (S. Gerol.). – « Non sono i sani ad aver bisogno del medico, ma quelli che sono malati. Io sono venuto a chiamare i peccatori » (Mat. IX, 12). – Cause multiple di infermità sono: il peccato originale, l’inclinazione al male, i peccati commessi, la debolezza estrema nella quale essi riducono la nostra anima. « Le mie ossa sono scosse ». Per ossa bisogna intendere la forza tutta intera dell’uomo, e per il turbamento, la pena, la punizione e la vendetta che seguono il peccato (S. Chrys.). « Lo scompiglio è conseguenza naturale del peccato. Quando i venti si scatenano sul mare con violenza, essi l’agitano, lo sconvolgono fin nelle profondità, portando in superficie la sabbia che forma il suo letto. Così, quando il turbamento si impadronisce della nostra anima, tutto in noi è in preda alla tempesta, la nostra barca è in continua agitazione, tenebre fitte ci circondano, tutto in noi sembra vacillare dalle basi in mezzo a questo sovvertimento generale e a questa confusione estrema ». (S. Chrys.). – « Ma voi Signore, fino a quando? » Questo è il linguaggio dell’anima che lotta contro le malattie dell’anima che il medico ha abbandonato da tempo, alfine di fargli sentire in quale sventura essa sia precipitata da sola a causa del peccato. Non ci si preoccupa di un male che guarisce facilmente; ma al contrario più la guarigione sarà difficile, maggiormente si avrà cura di conservare la salute recuperata (S.Agost.).

ff. 3. – Rimarchiamo quest’ordine. Dio si volge verso di noi e ci riguarda con la sua grazia; poi noi ci rivolgiamo verso di Lui e la nostra anima è ghermita dal peccato. Prezioso sguardo di Dio che ci cambia in un istante, rammollisce la durezza del nostro cuore, e ci fa erompere, come a Pietro, in torrenti di lacrime per i nostri peccati. – Davide non chiede che due cose: che il Signore si volga verso di lui, e che liberi la sua anima. Ciò che i giusti ricercano con maggiore timore, è che Dio non distolga da loro gli sguardi della sua misericordia e, come conseguenza di questa prima grazia, che la loro anima sia salvata. La maggior parte degli uomini, nei loro istinti grossolani, non cercano che un’unica cosa: i godimenti della vita presente. I giusti, al contrario, non hanno che un solo desiderio, un solo oggetto che oltrepassa tutti gli altri, e questo è la salvezza dell’anima (S. Crys.).– Riconoscete la caduta della vostra natura peccaminosa e, anche dopo esserne stato risollevato, l’estremo languore, la malattia profonda che vi resta? Dio vuole che voi Gli diciate: « Guaritemi » perché in questo momento io me ne muoio e non posso nulla senza di Voi (Bossuet, Elév. XVIII, S. XVI.).

ff. 4. – « La mia anima, dice Davide, è turbata, e voi, Signore, fino a quando mi lascerete in questo turbamento? » Ed il Signore gli risponde: « fin quando potrete riconoscere per esperienza che Io sono capace di soccorrervi; perché se Io vi soccorro senza alcun ritardo, voi non sentirete la lotta; se voi non sentite questo combattimento, voi presumerete delle vostre forze, e questo orgoglio che si imporrebbe sarebbe un ostacolo invincibile alla vostra vittoria » (S. Agost. Serm. CLXIII, n° 8.).

ff.5. – Tre tipi di morte vi sono: la morte naturale, che separa il corpo dall’anima; la morte spirituale che separa l’anima dalla grazia; la morte eterna che separa il corpo e l’anima dalla gloria. Nella prima morte quasi nessuno che si ricordi di Dio; nella seconda, appena lo si incontra; nella terza non c’è alcuno che si sovvenga di Dio in maniera utile. È soprattutto della morte dell’anima che è vero dire che: coloro che ne sono affetti, non si ricorderanno di Dio, e non possono lodarlo. È vero anche dire che il tempo attuale è quello della conversione, perché all’uscita da questa vita, non resta altro da raccogliere se non ciò che si è meritato (S. Agost.). – Al momento della morte, quasi nessuno che si ricordi di Dio, ma con un castigo giustissimo e temibile, coloro che hanno dimenticato Dio durante la loro vita, non si ricordano di Lui alla morte. È l’eterno oblio di Dio al quale saranno condannati i dannati, e sciagurata è l’impotenza nella quale si troveranno, di lodare Dio. Triste necessità è l’essere eternamente senza la possibilità di vedere Dio, stare eternamente con i suoi nemici, senza amarlo in eterno, ed in eterno essere detestati da Lui, eternamente costretti a maledire Colui che è degno di tutte le benedizioni del cielo e della terra (Bossuet).

ff. 6. – Magnifico esempio di penitenza che ci dà questo Re rivestito di porpora. Non solo si affatica, ma si consuma a forza di gemere; non si contenta di piangere, ma inonda il suo letto di lacrime; ma questo non solo per due o tre giorni, ma ogni notte, e ciò che ha fatto per il passato, lo promette anche per l’avvenire (S. Chrys.). – Le notti sono tanto spesso trascorse nelle lacrime, passate oramai non più nel peccato, né nel riposo ozioso, ma nell’amarezza del cuore, nel dolore e nella penitenza. – Il letto è anche il luogo in cui riposa lo spirito malato ed indebolito, cioè ancora immerso nelle voluttà del corpo e in tutte le delizie del secolo. Le delizie egli le lava nelle lacrime, che si sforza di non arrestare. (S. Agost.). – Irrorare di lacrime il proprio letto, è cancellare con un dolore perseverante le sozzure che il peccato ha lasciato nella nostra anima e nel nostro cuore (S. Greg.). « Inonderò » dice qualcosa in più di « io laverò », perché una cosa può essere lavata anche solo in superficie, mentre una cosa inondata è interamente penetrata (S. Agost.). Nel silenzio delle notti, io risalirò con il ricordo questo cammino che ho disceso così in fretta; andrò a cercare i fiori della mia innocenza; essi sono sporchi, ma imperituri; io li bagnerò così tanto di lacrime che essi riprenderanno un po’ del loro antico splendore; la virtù rinasce nella preghiera, il pentimento è bello come l’innocenza, il profumo di Maria-Maddalena fu molto gradito a Gesù.

ff. 7. – Questo occhio è l’occhio dell’anima, questa facoltà cioè di giudicare e di ragionare, che viene ad offuscare e turbare la coscienza delle nostre colpe. Il ricordo delle colpe sempre presenti davanti ai suoi occhi ricordava allo spirito di Davide la giusta collera di Dio, e lo riempiva di ansietà, di turbamento e di sgomento (S. Chrys.). – Si tratta qui in effetti della collera di Dio, cioè dell’inizio di questa collera, dalla quale ogni peccatore si sente colpito in questa vita, perché i peccatori soffrono già in questa vita dei dolori e dei tormenti, e particolarmente la perdita dell’intelligenza della verità. – È una grande disgrazia il vivere nel peccato, è una disgrazia ancor più grande invecchiare in esso, ma la disgrazia sovrana, è il morirne. – Questi nemici sono dunque i nostri stessi vizi, oppure degli uomini che sono nostri nemici, perché non vogliono convertirsi a Dio. Perché questi uomini, benché risparmino i buoni, benché abbiano a trattare con essi senza discussioni e in apparente concordia, benché mangino insieme, abitino insieme, stiano nelle stesse città, questi uomini, in ragione dell’opposizione delle loro intenzioni, anche a loro insaputa, sono i nemici di coloro che si convertono a Dio. In effetti, gli uni amano e cercano il mondo, gli altri desiderano essere liberati dal mondo: chi non vede che i primi sono i nemici dei secondi? Perché se essi potessero, li coinvolgerebbero nelle stesse pene. È un gran beneficio divino in effetti l’essere frammischiati ogni giorno nella loro vita, nelle loro faccende senza abbandonare la strada dei Comandamenti di Dio (S. Agost.). La nostra vita nella sua interezza, è un vero combattimento, siamo continuamente assediati da mille nemici diversi che diventano più forti di noi una volta caduti nel peccato. Occorre allora fare sforzi estremi per sfuggire dalle loro mani, e non bisogna mai patteggiare con essi fino all’ultimo respiro.

ff. 8., 9. – Il vero frutto della penitenza è l’evitare tutte le occasioni di peccato, il separarsi dalla società dei malvagi, chiunque essi siano, e se necessario anche dalle nostre stesse membra (S. Chrys.). « Quale legame in effetti, dice San Paolo, possiamo avere con l’ingiustizia e l’iniquità? Quale unione tra la luce e le tenebre? Quale accordo tra Gesù-Cristo e “belial”? Quale società tra il fedele e l’infedele? Quale rapporto tra il tempio di Dio e gli idoli? » (I Cor. VI, 14-15). Dopo questi dolori, questi gemiti, questi effluvi di lacrime, è impossibile che una preghiera così fervente sia vana presso Colui che è la fonte di tutte le misericordie, perché, « il Signore – dice Davide – (Salm. XXXIII, 19) è vicino a chi ha il cuore contrito » (S. Agost.). « Egli ha esaudito la voce delle mie lacrime »: questa voce non è certo il suono esteriore delle sue parole o delle sue grida, ma è l’espressione interiore della sua anima; questi pianti non sono le lacrime che sgorgano dagli occhi, ma quelle che escono dal cuore.

ff. 10. – Due sono i frutti di questa preghiera, per cui coloro che sono stati i complici, i lusingatori, gli approvanti la nostra condotta viziosa e criminale arrossiranno: essi saranno pieni di turbamento e coperti di confusione, e se non arrossiranno qui in basso, se, lungi dall’arrossire, riusciranno con le loro beffe a far arrossire i deboli del nome di Gesù-Cristo, essi arrossiranno nel giorno della ricompensa per i giusti e del castigo per i malvagi. Il profeta aggiunge: « improvvisamente ». In effetti nel momento in cui non aspetteranno più il giorno del giudizio, quando grideranno « Ecco la pace! Allora una morte improvvisa li assalirà » (I Tessal. V, 3). Un avvenimento è sempre improvviso nel momento in cui arriva, proprio quando non si pensa che possa giungere. Noi non avvertiamo la lunghezza di questa vita per la speranza di vivere ancora; perché nulla ci sembra più rapido del tempo già passato da quando viviamo. Quando dunque arriverà il giorno del giudizio, i peccatori sentiranno che tutta la vita che passa non possa essere di lunga durata (S. Agost.). – Un altro frutto molto più prezioso è ancor questo: essi arrossiranno, saranno coperti dall’onta e dalla confusione, ma non « di questa confusione che fa cadere nel peccato », ma « di quella confusione che attira la grazia e la gloria » (Eccles. IV, 15); perché la penitenza esige la confusione ed lo sconcerto (S. Agost.). In effetti, se quelli che corrono nella carriera del vizio arrossiscono della loro condotta e tornano indietro, essi cesseranno dal commettere il male, dice San G. Crysostomo.

LE BEATITUDINI EVANGELICHE (-2B-)

LE BEATITUDINI EVANGELICHE (2B)

[A. Portaluppi: Commento alle beatitudini; S.A.L.E.S. –ROMA, 1942, imprim. A. Traglia, VIII, Sept. MCMXLII]

CAPO SECONDO

“Beati mites: quoniam ipsi possidebunt terram”

[Beati i miti perché possederanno la terra]

III

I MANSUETI AMANO ANCH’ESSI LA GIUSTIZIA

NASCE IL TRIBUNALE

La mitezza è una virtù che piace a tutti. Rappresenta la figura dell’Agnello divino, che toglie i peccati dal mondo con il suo silenzioso sacrificio. Ci dà l’idea della infinita bontà del Signore e della sua tolleranza per i difetti degli uomini e per le loro stoltezze. L’amabilità è tutta dono della mitezza. Ma noi sappiamo, che nel mondo umano ci sono malvage tendenze e cattiverie gravi e che sovente i deboli ne sono vittime. L’assenza dei buoni vigorosi a difesa dei deboli, sarebbe dar campo libero ai prepotenti. Orbene se il Signore volle cadere vittima di questi lo fece per creare una società nella quale un nuovo equilibrio fosse possibile sulla base della bontà e della giustizia. Per questo Gesù disse anche di « essere venuto a portare non la pace, ma la spada ». La mitezza non deve escludere lo sforzo verso l’attuazione di ogni possibile giustizia. Ecco dunque la compiutezza della virtù cristiana. Nel conflitto, rese vane tutte le altre accortezze, il mite sa che è lecito e doveroso usare i mezzi della difesa somministrati dalla umana giustizia. Il diritto è la formula della esistenza progressiva. È dovere aderirvi. Esso ha rappresentato un passo avanti nello sviluppo della vita associata della prima umanità. Per familiare ed umile che paresse quel tribunale, raccolto sotto un bell’albero fronzuto, per umile che fosse quel modo di ascoltare e di sentenziare, era un grande progresso di fronte alla giustizia sommaria amministrata da ciascuno secondo le proprie voglie personali. Ma anche ora, che essa viene verso noi in larghi paludamenti solenni, può recare con sé grosse e vergognose magagne, di contenuto e di sostanza. Non è forse cosa umana? – Perciò ciascuno faccia esperimento dell’indulgenza, prima di brandire codesta fallibile arma. Il mansueto compatisce l’errore fin che la misura lo sopporta e tollera fino che la speranza d’un componimento sussiste. In seguito,- fa agire il senso del diritto, che è difesa naturale dell’uomo.

GIUSTO GIUDIZIO

Gli stoici han ragionato diversamente. È « proprio dell’uomo amare anche i nemici che lo percuotono. Questo farai, se ti ricorderai, che essi son tuoi congiunti, e che errano per ignoranza e contro la loro volontà; che tra poco sarete morti, tu e loro; e soprattutto che essi non ti hanno arrecato alcun danno, poiché non hanno reso peggiore, di quel che fosse prima, la tua parte sovrana ». Non sono però accettabili codeste affermazioni. Sono troppo lontane dalla realtà. Ogni giorno se ne constata il fallimento; e spesso proprio anche in coloro i quali accettano il comandamento dell’amore, ma da Dio e dalla sua legge. La violenza dell’odio si scatena in mille forme a dimostrare, che lo stoico non attingeva alla conoscenza dell’uomo, ma piuttosto ad un ideale ben discosto dalla realtà. In Cristo solo la legge dell’amore ebbe una consistenza, poiché fu avvalorata da un divino esempio e da una vocazione, che portò l’uomo ad un piano tanto più alto e sicuro. Aggiungi, che Cristo imponendo questa legge conferì all’uomo anche la capacità di osservarla, con l’ausilio della sua grazia. Oltre tutto è errato il tono stesso del precetto stoico del perdono assoluto. Legifera per gente, che ritiene di aver ben poco da vivere e che presto tutta quanta, di qualunque indole sia, indulgente e generosa o prepotente e trista presto sarà unita nella distruzione. Tutti con la morte son destinati a confondersi nel nulla universale. A che scopo allora rivendicare la giustizia? Ma il Cristiano sa di essere immortale e che ogni suo atto è destinato ad elevare l’umanità verso una meta che non vien raggiunta quaggiù, ma nella vita migliore. Ed è appunto con la vittoria data alla giustizia, che il regno di Dio si dilata e si afferma. Se non sapesse reagire alla violenza per mezzo delle vie della normale giustizia, il Cristiano non si salverebbe dalla taccia di viltà. Ecco con quale garbo e causticità una grande mistica benedettina, sant’Ildegarda, fa ragionare l’anima pusillanime. – « Io non agirò contro alcuno per paura di trovarmi abbandonata e senza aiuto. Poiché, se agissi contro qualcuno, perderei i miei beni e i miei amici. Io presterò onore ai grandi e ai ricchi; quanto ai santi e ai poveri io non me ne curerò, poiché qual servizio mi possono essi rendere? Mi propongo d’essere pacifico con ognuno, per timore di perire vittima; giacché se io mi batto con qualcuno, questi mi colpirebbe forse a sua volta; e i colpi da me inferiti mi verrebbero restituiti con usura. Sicché fin quando io sarò tra gli uomini, rimarrò con tutti in pace; facciano bene o facciano male, io conserverò il silenzio. A me serve meglio qualche volta mentire, che non dire la verità; vale più conquistare che perdere, e fuggire i potenti, che non combattere contro di essi. Sovente infatti coloro che proclamano la verità perdono i loro beni e quelli che combattono si fanno ammazzare ». (Liber vitæ.., I , 9). – Questa deliziosa pagina psicologica è ben atta a svegliare il senso della dignità, propria del Cristiano, vale a dire del seguace d’un Maestro crocifisso per la verità. Con ciò si è ben lontani dall’incoraggiare lo spirito di contesa, di litigio, di alterco. Questo è difforme dalla verità e cerca piuttosto la soddisfazione di un gusto corrotto, a servizio dell’amore proprio, che è espressione dell’orgoglio.

VERSO LA CARITÀ’

Né la mitezza viene offesa dalla reazione legittima contro il male. Poiché il Cristiano vi reca un animo nuovo e tutto suo. Non mira a perseguitare il peccatore, ma il peccato. Distinzione niente affatto sofistica, ma perfettamente chiara e giustificata. C’è una dignità calma e mansueta, che ci consente di ricorrere alla giustizia umana, che appunto si va a cercare in tribunale. Sant’Ambrogio, che fu magistrato prima di recar l’infula del Vescovo, ci offerse quest’esempio di cristiano equilibrio. Una vergine di Verona, Indicia, accusata presso il Vescovo Siagrio, si trovò condannata ingiustamente. Essa appellò ad Ambrogio. Egli raccolse un concilio di Vescovi, invitò quanti potevano dargli luce sull’accusata, discusse con tutta ponderazione, poiché si trattava di un fatto troppo grave perché fosse trattato leggermente; e infine emise sentenza d’assoluzione. Rimproverò poi Siagrio del modo superficiale con cui aveva giudicato. Anche altre volte egli fu costretto ad emettere sentenza. Ma non volle mai che la sentenza chiudesse la possibilità alla resipiscenza del colpevole. Simmaco al contrario per una vestale infedele chiede ai magistrati di applicare l’antica punizione e la seppelliscano viva. A Studio, che chiede ad Ambrogio se sia lecito pronunciare delle condanne a morte, il Vescovo risponde che è nel suo giusto diritto, se adopera la spada e fa versare del sangue, ma gli consiglia l’indulgenza. Se osserviamo i rapporti fra i coniugi sotto questa luce, appare tanto chiaro il valore della virtù di mitezza. Che cosa sarebbe la casa qualora in essa non vibrasse lo spirito di indulgenza, di compatimento vicendevole e di soavità? L a famiglia fallirebbe al suo scopo; l’educazione sarebbe un fine irraggiungibile in un’atmosfera di risentimento, di rancore e di intolleranza. – La mansuetudine è virtù individuale, non virtù di governo, e diventa debolezza che offende la giustizia, quando non sa sostenere il diritto altrui. Non è pertanto il mansueto estraneo all’amore del giusto, ma vi aderisce con più carità e schiettezza Le impazienze e le acerbità dell’iracondia non lo colpiscono: e arriva a ristabilire l’ordine contro i ribelli con animo scevro fin dall’ombra del veleno. – Il Cristianesimo, che non misconosce la natura umana e le sue fragilità, avvalora tutte le sue buone qualità e le potenzia con il soccorso divino della grazia. L’uomo così sa aver la forza per sopportare il male e santificare la tolleranza verso le ingiustizie sicché queste non lo danneggino, spingendolo all’odio, ma gli giovino arricchendolo di meriti. –  Si noti infine che questi meriti non sono utili soltanto per l’altra vita – che è già molto – ma immediatamente per questa, nella quale il mite rimane saldo ai princîpi del bene, contro tutte le provocazioni. Sa che, sovente passato l’atto dell’ira, la bontà ha il sopravvento e la vittoria.

IV.

IL MITE CONQUISTA I CUORI

PIACE IL MANSUETO

Don Bosco è tra i modelli contemporanei della mitezza cristiana ed appare altresì il documento, che prova il fascino diffuso fra gli uomini di questa virtù. È troppo chiaro. La bontà perdonante ed indulgente è la immagine di Dio. I suoi Santi ne sono perciò esemplari attraverso tutti i secoli. Dio, che ci ha creato, ha voluto dimostrarci in mille modi la sua indulgenza e la sua comprensione della nostra fragilità. Il Cristiano vede in Gesù la forma umana della bontà divina e, leggendo il Vangelo, si convince della bellezza di questa virtù. Noi siamo tutti attirati dai gesti, dalle parole, dall’opere degli spiriti miti. Sentiamo, che è una qualità della quale si abbellisce tanto l’uomo e lo rende attraente e caro. I ragazzi si lasciavano attrarre dai modi di san Filippo Neri, perché sentivano in lui, non soltanto la bontà che compatisce, ma la grazia e il sacrificio che giova e migliora coloro sui quali come tesoro si versa. Anche san Giovanni Bosco piaceva ai giovani perché era dolce e soave, ma anche perché, dietro questo atteggiamento della persona, v’era la bontà capace di offrire la propria fatica, il tempo, il cuore e l’intelligenza ad essi. Una vita sacrificata. È questo il massimo grado dell’amicizia; e distingue appunto alcuni santi, per l’efficacia della loro opera a salvezza della gioventù di tutti i secoli cristiani. – Nella famiglia osserviamo, che la mitezza fa le madri educatrici. Esse riescono ad avvincersi tutta l’anima dei figli a conquistarne i segreti, i pensieri, i sogni. I figlioli, pur vedendo nella madre qualcosa di veramente sacro e rispettabile, sanno di accostare un essere che li ama, che soffre a loro profitto, che li avvolge in un manto di benigno affetto e non li abbandona a sé medesimi. Sanno di potersi ad essa appoggiare serenamente e con sicurezza. Mamme, che non indulgono ai difetti, né dissimulano la caparbietà, le prepotenze, le doppiezze, la ipocrisia; ma che correggono con parola misurata, con gesto amabile, con cuore che sa il dolore del male più che la reazione acerba dell’ira, la vendetta contro l’inganno subito, la nervosità frivola. La madre, che dimostra. di sapersi reprimere, di assaporare dentro di sé il dolore, di raccogliersi nella propria sofferta delusione, davanti alla ribellione del figlio discolo, che limita la protesta a qualche parola benigna, a qualche silenzio mesto, tiene ancora soggiogato il male insidioso, che avvelena la sua creatura e la domina ancora con speranza di riuscita.

È GRADITO

Ognuno sente, che quella è la virtù bella e gradita, gentile e magica, contro la quale nulla può vincere, se non altrettanta virtù. E dove gli uomini comuni, ambiscono sovente attorno a sé i loro simili, umiliati e curvi sotto la minaccia e ne spremono gli omaggi con imperiosità e violenza; il mite è onorato dall’affetto e dalla venerazione di ognuno, a dispetto della sua modestia. Gesù veniva applaudito dalla folla, che era affascinata dalla sua parola e dai suoi gesti; ma Egli scompariva e si rifugiava lontano, per evitare codesti segni di ammirazione. I Santi rivolgono a Dio la gloria esterna dei loro prodigi di bontà. I miti non si inalberano per l’affetto che conquistano, ma ringraziano Dio che li aiuta e propongono di proseguire per il meglio. – La mansuetudine piace anche per la dignità onde è vestita. Di fronte alla volgarità dell’iracondo, in cui si deformano le stesse note di umanità, e apparisce una belva sfrenata, il decoro dignitoso del mite ha una sua avvenenza, che attrae. La nostra natura ne sente il pregio e lo onora ovunque lo incontri. Ma questa virtù ha origini lontane e lontane ne sono le sue sorgenti alimentatrici. E suppone tutto un tirocinio spirituale ed ascetico con un lavoro tenace. – Occorre innanzi tutto essere dolci nei pensieri. Non è forse frequente il caso, che ci si senta contrariati anche soltanto dall’immagine d’una persona sgradita? Nell’animo deve già fermentare la mitezza e i giudizi e i sentimenti hanno da essere nutriti di benevolenza. Vengono da questo le parole che mitigano le situazioni e pongono ostacolo allo scoppio degli impeti d’ira. Anche l’atteggiamento del volto deve conformarsi a questo stato d’animo, teso verso la serenità e la pace. – Maria Sticco asserisce, che la « cristiana mitezza » del Pellico e il suo sentimento religioso han giovato alla sua arte, in quanto gli han fatto evitare gli aspetti impoetici della poesia patriottica: declamazione, satira, invettive, polemiche. Il silenzio sulle questioni politiche, come su particolari o troppo minuti o troppo repugnanti, la fraternità del dolore, con i nemici, che cristianamente non sono più tali, han messo a nudo il contenuto umano perenne del racconto (Le mie Prigioni), sollevandolo in una sfera superiore alle contingenze. E poco più giù : « Era stato lui, con la sua cristiana mitezza, a far comprendere la necessità dell’indipendenza di una nazione che dava tali vittime ».

CONSIGLI AD UNA MADRE

Fénelon dà consigli ad una madre. « Studiatevi di farle gustare Dio; non permettete che la vostra figliola lo riguardi come un giudice potente e inesorabile, che sta sempre a occhi aperti per censurarci e contrariarci in ogni occasione; fatele vedere come è dolce, come si adatta ai nostri bisogni e ha pietà per le nostre debolezze; familiarizzatela con Lui come con un padre terreno e benigno ». Tutta la mitezza del grande Vescovo è sintetizzata in queste poche righe; dove Dio è conosciuto come padre colmo di soavità. – Ma Fénelon è discepolo di san Francesco di Sales in questo metodo di direzione spirituale. E il santo fondatore e guida di innumerevoli anime, avide di perfezione spirituale, ha toccato il vertice della mansuetudine là dove si confonde con una tenerezza più che materna. Le sue lettere sono riboccanti di espressioni d’amabilità, anche se scrive, come accade più sovente, a donne e a giovani nel secolo o in convento. Egli si è dichiarato « il più affettuoso degli uomini ». Alla vigilia della sua morte ha scritto: « Non v’è al mondo anima che ami più cordialmente, teneramente e, per dirlo con semplicità, più amorosamente di me; poiché piacque a Dio di plasmare così il mio cuore ». Dichiarava, che è necessario usare di questo amore per condurre diritto le anime a Dio. Vero è, che non è possibile nell’uomo comune imitarlo per codesta strada. Occorrerebbe possedere un’anima come la sua e una volontà equilibrata e padrona di sé a tutta prova. – Nondimeno, questa affettuosità ancora oggi conduce a san Francesco spiriti assetati di purezza e di mitezza, ansiosi di conoscere Dio. I miti, forniti della grazia di Cristo, non avvincono a sé coloro che vanno ad essi attratti dal tono della loro soavità, ma li dirigono a Dio, centro e sorgente dell’amore ineffabile. – Come mai tanti desiderosi di amare e disgustati dall’illusorio sentimento umano, inatto a soddisfarci, ignorano il cuore, che s’è definito « dolce e mite » ?  Basta studiare alcuni dei suoi santi, per avvertire la ricchezza sconfinata dell’amore di Cristo. Ecco: è il sogno mio; come è il sogno di un numero grande di anime; eppure le ali non reggono allo sforzo. Ci aiuti lui. Ci sostenga lui.

V

LA MITEZZA COME ELEMENTO DI EDUCAZIONE

IL GIOVINE E LA MITEZZA

Che cosa occorre per attirare i giovani e che cosa per allontanarli? La mansuetudine è il vincolo che lega i piccoli; come l’irascibilità, la ruvidezza chiude l’animo e allontana. Con i piccoli queste norme raggiungono il massimo risultato. Essi, per la loro delicatezza e inesperienza, risentono ancor meglio l’effetto dell’uno e dell’altro contegno, reagiscono con prontezza, seguono l’istinto della naturale difesa e dell’attrazione, come mezzo di vita o di morte. Fosse la mamma dura e repulsiva, pronta agli scatti e agli impeti dell’ira, neppure essa vincerebbe la reazione naturale del figliolo. Il quale senza quasi indugio, si chiuderebbe in se stesso e si scosterebbe da lei, dalla quale pure ebbe il sangue e la vita. Così, con maggiore immediatezza, accade con gli educatori. Nessuno ha mai preso mosche con l’aceto, direbbe san Francesco di Sales. E l’esperienza degli stessi santi, i quali hanno sempre a loro disposizione anche capacità non comuni, insegna che il mezzo migliore per attirare i giovani è la bontà mansueta e indulgente. Qualcuno, ai nostri lumi di luna, potrebbe eccepire nel senso, che la mitezza prepara, anziché cittadini atti alla guerra, giovani molli e inerti, incapaci di un gesto deciso e virile; la mitezza fa delle pecore, invece che dei leoni; è una virtù deleteria pedagogicamente; inclina alla rassegnazione, e non alla reazione violenta, quella che occorre in questi tempi di massimi sforzi della Patria. La mansuetudine potrà essere virtù utile tra la gente separata dalla vita reale e che lavori nell’ambito del chiostro, alla scoperta delle esperienze mistiche. Questa obiezione ha il suo valore. Bisogna riconoscere, che l’animo incline alla mitezza non seconda gli impulsi dell’ira e della vendetta. Ma è pur vero, che l’uomo mite non è meno pronto al dovere, qualunque sia, allorché la sua voce lo chiami e gli imponga l’azione. Forse, che furono tutti violenti e iracondi gli uomini di guerra? Basta leggere Plutarco. I grandi condottieri sono, al contrario, piuttosto spiriti calmi e calcolatori, atti a riflettere e a prendere decisioni posate e pensate. La psicologia del guerriero appare anzi più inchinevole alla serenità, che non all’agitazione travolgente. Le decisioni impulsive sono sempre un grave rischio, non tenendo esse conto di tutti gli elementi e non dominando i moti primi dell’animo in effervescenza. Sia dunque la madre il primo esempio di mansuetudine; per aprire l’animo del ragazzo. Il quale la seguirà poi volentieri su per il sentiero di questa virtù sempre cara ed avvincente.

VIOLENZA E DOMINIO DI SÉ

Vorrei aggiungere, che è appunto l’animo solitamente padrone di sé e piegato volontariamente verso la indulgenza, che, davanti alla ingiustizia constatata, più risoluto si inalbera e reagisce; è fra costoro, di solito calmi, la maggiore violenza della protesta contro il male. È per questo, che bisogna riconoscere che la mansuetudine neppure incoraggia la prepotenza altrui. Perché colui che intende di non piegarsi agli impulsi ciechi e improvvisi, dovrebbe spirare altezzosità? Egli rivela anzi un equilibrio di umori e di carattere, per cui, non alla prepotenza, ma induce al rispetto i vicini. È una forza; è una volontà assai più considerabile, che non il violento furioso e l’impulsivo inetto. Questi sono come la schiuma del vino; i miti ne sono il vigore e la sostanza. L’eroe ama la moderazione e non si abbandona alle espressioni banali del dire e dell’agire. Né spende la sua forza per il capriccio; sa che la vita costa e vale. E sa pure, che la energia viene dall’aderire alla volontà superiore. Ubbidirò a Dio, disse Abramo; egli è che fornirà il fuoco ed il sacrificio ». Se volete, pertanto educare figli robusti alla Patria, per tutti gli eventi, non svegliate nel loro animo le passioni, ma coltivate le virtù. La mitezza è virtù sovrana, che coincide con la forza, ma quella che sa persistere e durare sino alla vittoria. Essa come è preziosa per l’educatore nella scuola, è sommamente utile alla madre nella casa. Se il ragazzo è normale e accetta gli ammonimenti dati con tono modesto e cordiale, lo sviluppo del carattere avverrà sicuramente e con esito del tutto soddisfacente. La madre non esce dal solco del suo armonico gesto di maternità costante. Se al contrario il figliolo è irrequieto e non si piega facilmente al consiglio sereno, ma scalpita e si impazienta, si inalbera e si eccita al minimo accenno di urto, allora la mamma non si smarrisca, ma usi del suo abituale tono modesto e affettuoso e lo accentui piuttosto, per smorzare e ammansare il figlio. Gli faccia notare, che essa non si perde d’animo né si intimidisce per quel suo fare altero. Dovrà egli mutare, non essa. E sarà costretto a cedere, mentre lei rimarrà nel possesso di sé serena e fidente. Davanti ad un recalcitrante e tenace neppure allora rinunci la madre al suo tono mansueto. Le ostentazioni di ribellione non la smuovano dal suo contegno deciso. Neppure le irriverenze o le ingiurie la intimidiscano. Sia forte nella sua ragionevolezza e non le verrà meno il buon risultato. Il cuore finisce per sopraffare. La sua maternità resistente e costante avrà la sua rivincita sullo strepito della violenza. Non si può fare la guerra da soli. Ed egli si trova disarmato dalla calma della mamma. Che cosa facevano i giudici dei Cristiani, i quali non accennavano a rinunciare alla loro libertà di adorazione? Dovevano cedere essi e rimandare il giudizio ad altro giorno, per non confessarsi sconfitti.

VINCE IN BONO MALUM

La condizione della mamma, che non riesce a smuovere il figlio dalla cattiva strada, è fra le più tragiche. È tutto il cuore di fronte a tutta la insensibilità; è tutto il sacrificio in faccia all’egoismo avido. Ma non importa. Viene il momento della stanchezza della capricciosità che resiste all’amore. Allora quella si avvede di avere faticato invano, di avere contristato senza risultato. Si umilia. Chiede perdono. Promette riparazione. Diviene conquista dell’amore. – Ma anche il giovane preso dalla educazione alla mansuetudine si fa rapidamente virile e padrone di sé e degli altri. La dolcezza dei modi è rivelazione di un animo lavorato dalla grazia e dalla saggezza divina. Esprime un costume interiore casto e ispirato alla conoscenza del cuore umano. Diviene compassionevole e indulgente; forza di bene e stimolo ai prossimi, che ne subiscono l’amorevole influsso. Come è dell’esperienza comune, che il governo dei volgari saliti in potere non è dei più amabili, così quello degli spiriti nobili o nobilitati dalla educazione di finezza cristiana è, comunque fermo e autorevole, sempre più comprensivo e delicato verso i docili e disciplinati. Lo Schmidlind narra, che nel 1120 andò tra i Pomerani a predicare un Vescovo spagnolo Bernardo, il quale con evangelica semplicità prese a comunicare la verità cristiana; ma non incontrò che derisione. Il suo portamento umile e dimesso, la sua povertà, non piacquero e fu espulso. Si diceva da quei barbari: « Il Signore del mondo non può aver scelto per suo inviato un mendicante ». Ma non è a dire, che il sacrificio di Lui sia stato sterile. Verranno altri e raccoglieranno sul campo i frutti maturi del sudore e delle lacrime. Sicché la vittoria definitiva è sempre della mitezza ispirata dalla fede e dalla pietà cristiana.

SALMI BIBLICI: “VERBA MEA AURIBUS”(V)

Salmo 5: “VERBA MEA AURIBUS”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE, CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOME PREMIER.

SALMO V

[1] In finem, pro ea quae hæreditatem consequitur. Psalmus David.

 [2] Verba mea auribus

percipe, Domine; intellige clamorem meum.

[3] Intende voci orationis meæ, rex meus et Deus meus.

[4] Quoniam ad te orabo, Domine, mane exaudies vocem meam.

[5] Mane astabo tibi, et videbo quoniam non Deus volens iniquitatem tu es.

[6] Neque habitabit juxta te malignus, neque permanebunt injusti ante oculos tuos.

[7] Odisti omnes qui operantur iniquitatem; perdes omnes qui loquuntur mendacium. Virum sanguinum et dolosum abominabitur Dominus.

[8] Ego autem in multitudine misericordiæ tuæ introibo in domum tuam; adorabo ad templum sanctum tuum in timore tuo.

[9] Domine, deduc me in justitia tua: propter inimicos meos dirige in conspectu tuo viam meam.

[10] Quoniam non est in ore eorum veritas; cor eorum vanum est.

[11] Sepulchrum patens est guttur eorum; linguis suis dolose agebant, judica illos, Deus. Decidant a cogitationibus suis; secundum multitudinem impietatum eorum expelle eos, quoniam irritaverunt te, Domine.

[12] Et lætentur omnes qui sperant in te; in aeternum exsultabunt, et habitabis in eis. Et gloriabuntur in te omnes qui diligunt nomen tuum,

[13] quoniam tu benedices justo. Domine, ut scuto bonae voluntatis tuae coronasti nos.

SALMO V.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI. Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

Salmo composto in persona della Chiesa, che in ogni giorno nei suoi membri consegue l’eredità della salute eterna, e che tutta conseguirà alla fine del mondo.

Per la fine: per colei che ottiene l’eredità.

1. Dà udienza, o Signore, alle mie parole, poni mente alle mie grida.

2. Piegati al suono della mia orazione, mio re e mio Dio.

3. Dappoiché a te indirizzerò le mie preghiere: al mattino, o Signore, tu esaudirai la mia voce.

4. Al mattino porrommi dinanzi a te, e ti vedrò; perocché tu non sei un Dio, che ami l’iniquità.

5. Ne starà presso a te il maligno, né gl’ingiusti potran durarla dinanzi agli occhi tuoi.

6. Tu hai in odio tutti coloro che operano l’iniquità; tu disperderai tutti coloro che parlano menzogna.

L’uomo sanguinario e fraudolento sarà in abbominio al Signore.

7. lo però, nella moltitudine di tua misericordia, entrerò nella tua casa; mi incurverò verso il tuo santo tempio nel tuo timore.

8. Signore, conducimi nella tua giustizia: per riguardo ai miei nemici, fa’ tu diritta dinanzi a te la mia via.

9. Imperocché nella loro bocca non è verità: pravo egli è il lor cuore.

10. Un aperto sepolcro ell’é la loro gola; con le loro lingue tessevano inganni: fa’ tu o Dio, giudizio di essi. Sien delusi nei loro disegni; dispergili come si meritano le molte loro empietà, dappoiché ti hanno essi irritato, o Signore.

11. E si rallegrino tutti coloro i quali in te confidano; giubileranno in eterno e tu abiterai in essi. E in te si glorieranno tutti coloro che amano il tuo nome,

12. perché tu benedirai il giusto. Tu, Signore, della tua buona volontà, quasi di scudo, ci hai d’ogni intorno coperti.

Sommario analitico

Questo salmo si divide in due parti: nella prima, Davide ci fa conoscere i motivi che gli danno la speranza di ottenere da Dio la liberazione dalle sue pene e di poterLo adorare nel suo tempio. – Nella seconda, egli chiede a Dio di far sparire gli ostacoli che i soi nemici seminano lungo il suo cammino, affinché egli possa ricongiungersi a Dio, suo liberatore.

I PARTE.

I- Davide espone a Dio i quattro motivi che lo rendono degno di essere esaudito.

1) La qualità della sua preghiera. Egli domanda a Dio nella sua totalità: a) le sue orecchie, per ascoltarlo; b) la sua intelligenza perché lo comprenda; c) la sua volontà e la sua onnipotenza perché esaudisca la sua preghiera (1, 2). –

2) Il tempo in cui la fa è il mattino (3); –

3) Le disposizioni interiori di colui che la fa, l’odio dell’iniquità. Egli vedrà che Dio: a) detesta il cuore degli empi; b) non può soffrirne la presenza; c) ne distoglie gli occhi con orrore (4,7).

4) Il luogo più favorevole alla preghiera, il tempio; – le virtù necessarie a colui che entra nel tempio sono: (a) la speranze nella misericordia di Dio, (b) l’umiltà nell’adorazione, (c) il timore di Dio (8).

II PARTE.

II – Davide espone l’oggetto della sua preghiera e ne predice il successo.

1) Egli chiede a Dio di guidarlo e di dargli una direzione certa a causa della malvagità dei suoi nemici che sono: a) mendaci nei loro discorsi; .b) vani nei loro cuori e nei loro affetti (10), c) corrotti nelle loro parole ed ingannatori nel loro linguaggio (11), .d) empi nelle loro opere (12).

2) Egli predice l’abbattimento dei suoi nemici: a) essi saranno giudicati e condannati; .b) … saranno delusi nelle loro attese; c) … saranno rigettati; .d) … avranno sempre Dio per nemico (12).

3) Dopo essere scampato al pericolo, predice la sua felicità, quella dei suoi amici e dei Santi, dei quali erano figura. – a) essi si riuniranno in Dio; b) questa gioia si manifesterà fin sui corpi e la causa è che Dio abiterà in essi (13), in questa vita con la grazia, nell’altra con la sua gloria; .c) essi si glorificheranno in Dio a causa di tutti i beni di cui Dio ricolma il giusto (14); d) essi saranno benedetti e protetti in modo speciale (15).

Spiegazioni e Considerazioni

I . 1- 8.

ff. 1, 2.Tre condizioni sono necessarie per ottenere ciò che si domanda a qualcuno: 1) Che intenda il suono della voce: « prestate ascolto, etc. » 2) che comprenda il senso delle parole che gli vengono indirizzate: « comprendete le mie grida »; .3) che egli faccia attenzione: « siate attento, etc. ». – Dio intende, comprende sempre, non è mai distratto, ma si dice che: 1) Egli non ascolta il suono della voce quando colui che lo prega è talmente distratto che non sa più egli stesso cosa dica; 2) che Egli non intende il senso delle parole, quando colui che prega domanda delle cose che non gli siano di vantaggio; .3) che Egli non faccia attenzione alla preghiera di colui che per la sua cattiva vita si renda indegno di essere ascoltato. (Duguet.). – « Comprendete le mie grida ». Queste grida non sono l’elevazione della voce, ma il sentimento, gli slanci del cuore. È così che Dio dice a Mosè che Lo pregava in silenzio: « perché hai gridate verso me? » (Exod. XIV, 15), perché la preghiera di Mosè era ispirata da un ardente amore per il suo popolo (S. Chrys.). – Può dire con certezza: Mio re e Mio Dio, solo colui nel quale non regna peccato. « Voi siete il mio Dio, perché il mio Dio non è il mio ventre, non è l’oro ad essere il mio Dio, non è l’impurità ad essere il mio Dio » (S. Gir.).

ff. 3, 4. – « Perché siete voi che io pregherò, Signore ». Ecco le ragioni che rendono la preghiera indegna di essere esaudita. – Ci sono molti che sembrano pregare Dio, ma lo fanno unicamente per essere visti dagli uomini e per motivi di interesse personale. Non è affatto così che prega la Chiesa; Essa si indirizza a Dio solo, lasciando da parte ogni considerazione umana (S. Chrys.). « Voi chiedete e non ottenete – dice S. Giacomo – perché chiedete male, non cercando che di soddisfare le vostre passioni » (S. Giac. IV, 3). – Il salmista comincia con il chiedere umilmente udienza a Dio. Là è l’inizio e la preparazione della sua preghiera. Cosa può temere in effetti colui che sollecita mediante la preghiera? Tre cose essenzialmente: che egli non sia ascoltato, che non sia compreso, che non sia gradito. È proprio vero, l’uomo deve tremare di terrore davanti a questo triplice ostacolo. Sembra molto giusto che egli non sia inteso né compreso, né gradito. Ora, l’anima è ascoltata, quando il nostro niente sparisce, grazie al nostro identificarci nel Figlio di Dio fatto uomo; l’anima è compresa, perché sebbene ridotti alla nostra debolezza ed alla nostra ignoranza, diventiamo nelle nostre preghiere assolutamente incomprensibili, e domandiamo un aiuto per i nostri interessi, lo Spirito Santo, con una meraviglia tutta divina, prega in noi e per noi; infine la nostra anima è gradita perché è in Gesù-Cristo che noi abbiamo accesso presso il Padre, ed è coperti dai suoi meriti, rivestiti dei suoi splendori, lavati nel suo sangue, trasfigurati nella sua santità e nella sua gloria, che noi ci presentiamo alla divina Maestà (Doublet, Psaumes, etc., III, 237, 242.). – Il mattino è il tempo più propizio per la preghiera e la meditazione; lo spirito è maggiormente raccolto. Dare a Dio il primo pensiero, la prima parola e la prima azione.- Non bisogna dedicarsi mai alle proprie occupazioni ordinarie se non dopo aver reso i propri doveri a Dio. « Bisogna anticipare il levar del sole per benedirvi ed adorarvi prima che il giorno si levi ».(Sap. XVI, 28). –  « Se ricorrete a Dio fin dal mattino ed implorate l’Onnipotente, Egli sarà pronto ad esaudirvi e ristabilirà la dimora della vostra giustizia » (Giob. VIII, 5, 6). – Voi non soffrite perché uno dei vostri inferiori presenti i suoi omaggi prima di voi al sovrano. Ma nel mentre che il sole adora già da tempo il suo Creatore, voi ancora dormite: così cedete il primo posto alla creatura e non prevenite questa natura creata per voi, e non rendete a Dio le vostre azioni di grazie (S. Chrys.). – Il mattino è un’ora mirabilmente propizia per la preghiera. L’universo fatto per l’uomo, deve, attraverso l’uomo, offrire i suoi omaggi al Creatore. Ora all’alba del giorno, tutta la natura si risveglia, tutti gli esseri scuotono il loro torpore e rinascono alla luce, alla vita, all’amore. L’uomo deve precederli tutti e cominciare la preghiera universale che consacra a Dio un giorno nuovo (Doublet.). – « Al mattino Io mi porrò davanti a voi ». Cosa significa: « Io mi porrò » se non « Io non resterò adagiato »? Ora, che cos’è questo essere adagiato, se non riposarsi a terra, o cercare la felicità nelle voluttà terrene? « Io mi tenderò e verrò ». Non bisogna dunque attaccarci alle cose della terra se vogliamo vedere Dio, che può contemplare solo un cuore puro (S. Agost.). – « Io mi tenderò davanti a voi, etc., » non cambiando luogo, ma con le mie opere. È il solo mezzo per avvicinarci a Dio. Non è in effetti che mediante le opere che ci si avvicina o ci si allontana da Dio, perché Egli riempie tutti i luoghi della sua presenza. – Si vedono qui tutti i caratteri di una santa preghiera del mattino: presentarsi davanti a Dio, prevedere nella sua presenza tutte le azioni della giornata, considerare l’opposizione del peccato alla santità di Dio, l’odio di Dio per il peccato, il suo amore per la giustizia, l’obbligo che abbiamo di entrare noi stessi in questi sentimenti. Meditiamo ogni parola di questo divino Salmo: « dal mattino Io mi tenderò » è l’attitudine dell’energia, è il segno di una volontà ferma e vigorosa. La preghiera richiede energia, reclama il coraggio … « Io mi porrò davanti a voi ». Davanti a chi ci tponiamo nella preghiera? Chi è davanti allo sguardo della nostra anima? A chi doniamo l’ingresso del nostro cuore? … possiamo noi dire a Dio, come il salmista: « davanti a voi io mi porrò »?

ff. 5, 6, 7. – L’anima in preghiera si trova di fronte sempre tre oggetti di contemplazione. Il primo è Dio stesso. E cosa considera in questo Dio che essa contempla? In primo luogo si tratta di un Dio nemico dell’iniquità. Dio, che è la santità per essenza, vuole la santità in tutti i suoi figli. Egli la vuole con volontà eterna ed infinita. Il terzo oggetto è la moltitudine delle misericordie di Dio. Esse sono effettivamente « moltitudine », ne sono avvolto, come sprofondato in un oceano senza fondo e senza argini. Tutto in me è misericordia, ed io non sono che una mescolanza dei doni di Dio (Doublet, Psaumes, etc. III, 245, 247.). Davide si alza al mattino e inizia a contemplare la santità di Dio: « Al mattino io mi presenterò davanti a voi, e vedrò che voi siete un Dio che non vuole l’iniquità », che non potete certo volerla Voi che siete sempre santo, e le cui opere sono inseparabili dalla santità. Restiamo con David in silenzio davanti all’augustissima santità di Dio. Ci si perde nel contemplarla, perché non la si può comprendere non più della purezza con la quale è necessario approcciarsi (Bossuet, Médit. sur l’Ev., II parte, LXVI jour). Separiamoci dai peccatori e da ogni iniquità, contemplando la santità del nostro Padre celeste: perché è così che David, dopo aver visto e contemplato dal mattino che Dio è santo e non vuole l’iniquità, cioè non la vuole mai, sotto qualunque forma si possa presentare, aggiunge subito dopo: « E il malvagio non abiterà più presso di voi; e gli ingiusti, i peccatori non sussisteranno più davanti ad i vostri occhi ». Ancora un colpo, separiamoci dai peccatori: separiamocene per una strada opposta alla loro, ma ancora e finché si possa, ritirandoci dalla loro odiosa e dannosa compagnia per timor di essere corrotti dai loro discorsi e dai loro esempi, e di respirare un’aria infetta (Bossuet, Medit. sur l’Ev. 2° P. LXVI jour.): opposizione infinita ed irreconciliabile tra la malizia del peccato e la bontà di Dio, tra la giustizia sovrana e l’iniquità: « i vostri occhi sono troppo puri per poter contemplare il male, Voi non potete contemplare l’iniquità » (Habacuc, I, 13). – La santità è in Dio di una incompatibilità essenziale con ogni peccato, con ogni difetto, ogni imperfezione di sentimento e di volontà. L’ingiustizia, l’iniquità, il peccato non possono essere in Lui. – Egli è incompatibile con i peccatori e li rigetta davanti a Lui con tutta la sua santità e la sua essenza. « Il mattino » è il tempo in cui i pensieri sono più nitidi, e nel quale si devono offrire a Dio le primizie, « Signore, dice il salmista, io mi presenterò davanti a Voi, vedrò chiaramente nella vostra luce che Voi siete un Dio che non volete l’iniquità »: il maligno non abita presso di Voi e gli ingiusti non sussistono davanti ai vostri occhi » (Bossuet, Elev. I S. XI. Elev.). – Noi vediamo qui che ogni specie di malvagità sono state oggetto di odio per il Signore. – Tutti questi peccatori sono odiati da Dio. – L’odio di Dio non è altro che quello del peccatore per la verità (S. Agost.). – Nondimeno c’è un carattere particolare di avversione per ciascuno; gli uomini maliziosi non dimoreranno presso di Lui; gli uomini ingiusti non sussisteranno alla sua presenza; coloro che commettono iniquità saranno a Lui odiosi; i mentitori saranno distrutti dalla sua potenza; gli uomini sanguinari e fraudolenti saranno in abominio ai suoi occhi. – L’insegnamento è dato a coloro che vogliono avvicinarsi a Dio: essi devono rendersi innanzitutto simili a Lui, perché solo a questo titolo possono approcciarsi a Lui (S. Chrys.). – Dio odia tutti quelli che commettono l’iniquità, chiunque essi siano. Non è la dignità, ma la virtù che Dio considera quando vuole scegliere i suoi amici (S. Chrys.). Quelli che proferiscono menzogne sono qui coloro che vivono nel crimine, coloro che perseguono cose vane e menzognere, che il Re-Profeta ha costume di designare sotto il nome di menzogne (S. Chrys.). – Il mondo è pieno di uomini furbastri nei confronti ai loro simili, ma sono ancor più coloro che lo sono nei riguardi di Dio e di se stessi. (Dug.).

ff. 8. – Frutti della preghiera e della contemplazione. Quantunque si possa essere giusti, non è se non nella fiducia nell’abbondanza della misericordia di Dio, che si possa osare entrare nella sua casa. Tre condizioni sono necessarie a colui che entra nel tempio del Signore: la fiducia nella sua misericordia, l’umiltà « io adorerò, etc. », ed un timore rispettoso. – Non si entri mai nella casa di Dio se non con un profondo sentimento del luogo in cui ci si trova. « Che questo luogo sia terribile; è la casa di Dio la porta del cielo! » (Gen., XXVIII, 17). – « Io entrerò nella vostra casa », come una pietra in un edificio, dice S. Agostino, perché è la casa di Dio, il tempio di Dio, del quale è detto: « il tempio di Dio è santo, e il tempio, siete voi » (I Cor, III, 17).

II. 9-15

ff. 9. – Oggetto della preghiera del vero Cristiano, non sono le cose di questa vita, né i beni fragili, deperibili ed inutili, ma il soccorso dall’Alto, il soccorso necessario soprattutto a quelli che entrano nella via di giustizia (S. Chrys.). – La vita presente è come un cammino in cui Dio ci conduce con la mano poiché ci sono dei sentieri che si allontanano dalla strada. – « Chiedete dunque a Dio di dirigere la vostra via e che tutti i vostri consigli dimorino in Lui » (Tob. IV, 21). Il cammino della giustizia di Dio, è l’unica regola che dobbiamo seguire; la giustizia degli uomini, si rivela o falsa o difettosa. – « Rendete la mia via retta davanti ai vostri occhi », cioè là dove non possono vedere gli uomini, alla lode o al biasimo dei quali non bisogna affatto credere. Gli uomini non possono in effetti giudicare della coscienza altrui, ed è nella coscienza che si trova il cammino che conduce a Dio. Non bisogna dar fede ai loro giudizi, « … perché la virtù non è nella loro bocca ». Ecco perché bisogna rifugiarsi nella propria coscienza e sotto gli sguardi di Dio (S. Agost.). Se la nostra strada è diritta davanti a Dio, noi non devieremo; e se la via di Dio è diritta davanti a noi, entreremo e marceremo con fervore (Theodoret.). tutti coloro che vogliono allontanarci dalla via di Dio sono invero i nostri nemici, fossero anche nostri migliori amici.

ff. 10. – Due sono i principali caratteri dell’uomo malvagio: la corruzione del cuore e l’arte di mettere in atto la frode e la menzogna per nuocere agli altri. – Il mondo è il nostro nemico più grande, non solo quando ci inganna con i suoi errori, ma anche quando ci lusinga con le sue carezze, e quando vuol farci credere che un piacere passeggero sia preferibile alle gioie eterne, o i mali con i quali ci minaccia siano da temere più di tutti i supplizi dell’inferno (Duguet.).Guai a coloro che hanno due cuori, l’uno per Dio, e l’altro per le vanità, e ancora più « guai » a coloro che nel cuore, pieno di vanità, non lasciano spazio a Dio. – La verità non è sulle labbra di coloro il cui cuore è posseduto dalla vanità; la lingua segue gli impulsi del cuore e parla con l’abbondanza del cuore.

ff. 11. – L’odore che emana da un’anima corrotta e la cui bocca si apre ai discorsi osceni od empi, è più funesto delle esalazioni di un sepolcro aperto (S. Chrys.). – Questi corruttori sono chiamati « sepolcri aperti », perché sono morti in se stessi, in un certo senso, in quanto non hanno la vita della verità, ed accolgono in sé altri morti, vale a dire coloro che si rendono loro simili, dopo essere stati uccisi con la menzogna e con la vanità del cuore. I malvagi possiedono necessariamente delle lingue malefiche ed ingannatrici. « Come potreste dire cose buone – dice Nostro-Signore – voi che siete cattivi? » (S. Matteo XII, 34).

ff.12. – Uno dei caratteri essenziali di un’anima veramente saggia, è quello di non cercare vendette delle proprie ingiurie e di mostrarsi piena di zelo per gli oltraggi diretti contro Dio (S. Chrys.). – Vanità dei progetti degli uomini che vengono prima o poi confusi. – Dio solo e la sua verità sono stabili in eterno! – Giusta reciprocità: gli empi e i malvagi rigettano Dio, e Dio li rigetta a sua volta. – La moltitudine dei loro crimini è la misura di questo allontanamento da Dio, la causa della collera di Dio (Duguet).

ff. 13. – La vera gioia si coniuga sempre alla speranza, o piuttosto ne è il frutto. Essa non è che per i giusti che hanno Dio in fondo al loro cuore (Dug.): il mondo non la conosce e non può conoscerla. Le gioie del mondo sono false, non hanno stabilità più che le acque correnti dei fiumi, le quali defluiscono nel momento stesso in cui passano sotto i nostri occhi. Ma la gioia della quale è Dio l’Autore, è durevole, ha radici profonde, riempie i desideri del nostro cuore, è invariabile, al riparo da tutte le vicissitudini terrene, e le difficoltà o gli ostacoli stessi conferiscono un nuovo grado di perfezione (S.Chrys.). La causa di questa gioia è che « voi abiterete in essa », in opposizione a quanto il profeta ha detto degli uomini ingiusti che non sussisteranno davanti a Dio. L’eterna beatitudine dei giusti sarà dunque quella di divenire il tempio di Dio, e Dio, divenuto loro ospite, sarà Egli stesso la loro gioia. Quattro sono i caratteri della gioia dei giusti: la certezza, l’eternità, la sicurezza « voi abiterete, etc. », la pienezza. « Tutti coloro che amano si glorificheranno, etc.», perché non ci si glorifica se non di ciò che si possiede pienamente, e perché la materia stessa di questa gioia racchiude bene la pienezza. – Come la vera gioia, la vera gloria non si trova che in Dio; il mondo conosce la vera gloria ancor meno che la vera gioia. – La benedizione di Dio è fonte di tutti i beni, in cielo e sulla terra. – Questa benedizione è l’essere glorificato in Dio ed abitato interiormente da Dio. Tale è la santificazione accordata ai giusti. Quale male può fare il disprezzo degli uomini e della terra intera a colui che è giudicato degno di applausi, di benedizioni e di elogi da parte del Maestro degli Angeli?

ff. 15. Cosa può temere chi è protetto da questo scudo a prova di tutto, da questa armatura incomparabile della benevolenza divina? « Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi? » (Rom. VIII, 31). – « Voi coronerete il giusto ». Questa corona è intrecciata dalla misericordia. « È Egli che vi corona di grazia e di misericordia » (Salmo CII, 4). – Questa corona è pure preparata dalla giustizia, e come dice San Paolo: « Non resta che attendere la corona di giustizia che mi è riservata ». (II Tim. IV, 8). È ancora questa, una corona di grazie (Prov. IV, 8). È pure una corona di gloria: « In quel giorno, il Signore degli eserciti sarà una corona di speranza e di gloria per il suo popolo ». (Isaia, XVIII, 5). È infine una corona incorruttibile: « Gli atleti non hanno in vista che una corona corruttibile, mentre noi ne attendiamo una incorruttibile » (I Cor. IX, 25) (S. Chrys.). Davide ci rappresenta un Dio coronante il giusto con la corona della sua benevolenza, perché coloro che Egli protegge qui in basso con la sua grazia onnipotente, li corona eternamente nei cieli (S. Greg., in Giobbe XXXII).

LE BEATITUDINI EVANGELICHE (-2A-)

LE BEATITUDINI EVANGELICHE (2A)

[A. Portaluppi: Commento alle beatitudini; S.A.L.E.S. –ROMA, 1942, imprim. A. Traglia, VIII, Sept. MCMXLII]

CAPO SECONDO

“Beati mites: quoniam ipsi possidebunt terram”

[Beati i miti perché possederanno la terra]

I.

I FASTI DELL’IRACONDIA

L’opposto della mitezza è l’iracondia. È questa una passione d’una singolare efficacia di male. Essa pervertì l’uomo da principio in Caino e lo va sempre sospingendo alla dissoluzione. Forza tutte le condizioni della vita. La sua nascita è dovuta all’orgoglio, che trascina con sé le potenze dello spirito e le travolge nella esasperazione. L’iracondia è appunto una dominante espressione dell’orgoglio. Essa in vero non ha tale potere da affascinare, perché appare troppo repulsiva e fa piuttosto paura. Inamida anche i più validi e in ogni caso desta repugnanza. Il collerico con la sua stessa figura, rosso, congestionato, irragionevole, trasfigurato da una violenta contrazione dei muscoli, senza controllo sulle parole, travolto come un fuscello da una corrente impetuosa, appare come in balìa d’una furia infernale. Se pensi a Saulle eccitato contro il giovine Davide, mentre gli si avventa contro e tenta di configgerlo alla parete, hai una idea della terribile irragionevolezza dell’iracondo e delle conseguenze indeprecabili di un suo gesto. „ È uno stato d’aberrazione. L’uomo si vela, e lascia in azione, fuor dell’occhio della ragione gli impulsi più ciechi e impetuosi della bestia. Penso ad Erode, dopo d’aver rilevato l’accortezza con cui i Magi lo elusero. Come sarebbero tornati da lui, mentre avevano letto nel suo occhio il sinistro intento della sua malvagità? Anziché recarsi a riferirgli della reale esistenza del Bambino dalla maestà divina nelle semplici e comune apparenze, tornarono « per aliam viam in regionem suam ». È il suo atteggiamento un fenomeno di oscura bestialità. Un bambino avrebbe forse potuto aver modo di danneggiarlo, mentre egli era già tanto avanti negli anni? Nondimeno l’iroso orgoglio lo ha così sospinto ad un gesto estremamente crudele. Divenne nei secoli l’emblema della crudeltà insana. L’iracondia falsa la visione della vita e dei suoi sviluppi. Presenta alla sua vittima lineamenti assurdi, possibilità impensabili, concretezze irreali. Le sue determinazioni rivestono qualcosa di inumano e di infernale. Infatti sovente egli si abbatte in una crisi d’incapacità tormentosa e disperata. Piange, bestemmia, fa bava alla bocca, si percuote il capo, agita in alto i pugni stretti a maledire. Pare voglia scagliarsi verso un potere superiore, contro cui non ha armi sufficienti. Gli si presentano le cose e le persone come nemiche, come forze insidiose e minaccianti. Anziché studiare le circostanze con intendimento sereno, per risolvere che cosa sia da fare, si lascia trasportare dall’impeto della passione e dal dispetto. Ogni disastrosa risoluzione è dunque possibile.

CONDIZIONE PIETOSA

Non sarà mai « beato » l’iracondo. Rodersi dentro, come avvelenato da una vena di tossico insopprimibile, è il suo destino. Se non intervenga un fattore nuovo ed efficace a sedare, a placare, a comunicare al « paziente » il senso della realtà. Perciò è necessario, che accanto al soggetto dell’ira si trovi una persona amabile e serena, che col contegno, con la parca e rada parola, con lo sguardo dolce e comprensivo si faccia interprete dei sentimenti di umanità e di ragione, che paiono in lui offuscati dalla effervescenza di umori maligni. « Sol non occidat super iracundiam vestram — il sole non scenda all’occidente sulla vostra iracondia » (Ephes., IV, 26) scrisse San Paolo. Voleva dire di aprirle le valvole dello spirito, perché subito sfumi e dilegui. E l’avvelenamento venga evitato. Si chiuda ogni giornata in un gesto di largo perdono e nel riconoscimento della propria fragilità. Questo umile atto smorza rapidamente l’esaltazione dell’ira e versa olio di pace nello spirito. A che cosa può servire l’odio di cui l’irascibilità è sorgente? Forse potenzia la facoltà dell’animo? Forse accresce il sentimento del valore personale? O conferisce un tono di serietà e di forza all’individuo? Né l’iracondia né l’odio giovano in nessuna misura e in nessun senso. Abbiamo già visto come essa falsi la visione vera della vita. Ne accentua anzi le asperità e i disagi. Fa da lente d’ingrandimento di tutte le più piccole beghe tra vicini e tra lontani. È un elemento corrosivo dei rapporti sociali e familiari. Quando tra coniugi entra, gli spiriti si inacerbiscono e si scontrano sovente nella intolleranza reciproca. Non si crede più alla sincerità delia buona parola, del servigio amorevole. Tutto viene interpretato in senso avverso. Il sospetto tenace vigila a contraffare le apparenze della maggiore semplicità e a trasformarle in ipocrita doppiezza. Le facoltà dell’animo anziché potenziarsi, attraverso l’iracondia piuttosto si deformano e si caricano d’acredine. Un campo invaso dalla gragnuola, è diventato l’animo; un terreno minato da mine sotterranee ad alta potenza; un ambiente infestato da esalazioni micidiali. L’iracondo ha smarrito ogni potere di dominio, ogni capacità sedativa sulle proprie facoltà, avendone perduto il controllo.

MENTECATTO

Neanche può accrescere il valore intimo della persona. Se durante lo scoppio dell’ira può accadere, che la coscienza esaltata si creda corroborata e irrobustita dal gesto violento e dalla parola acre e aggressiva, è cosa che dura brevemente; presto avverte la debolezza della sua posizione morale in faccia a chi lo ha sorpreso in codesto atteggiamento. Chi è così eccitato non è un forte, ma appunto per debolezza trovasi privo di poteri inibitori, di valida vigilanza su di sé, di consapevolezza e di sufficiente luce circa la sua condizione. È un vero deficiente, un mutilato delle facoltà spirituali. Nessun potenziamento quindi della personalità. Ed è infine falso e illusorio il ritenersi forte, perché s’è molto violentemente alzata la voce. Piuttosto diremo, che questa è la strada dello svalutamento d’ogni concetto di forza. Né il rispetto dei prossimi può persistere. Un individuo privo di vigilanza su di sé riesce sommamente pericoloso. Ognuno lo guarda con timore e lo accosta con estrema prudenza, ogni qualvolta gli sia imposto di farlo. Più si è lontano dai violenti, meglio si sta. Ogni sorpresa è possibile e si sente da lungi il pericolo, come quello del tuono, che brontola a distanza prima di scatenarsi nell’uragano. Nella famiglia l’ira è proprio l’uragano, che annulla ogni vitalità dello spirito. Ho sentito una bambina pregare il Signore Gesù, per invocare di poter vivere senza litigi in casa. La piccola era dilaniata dal continuo abbaiare dell’ira dell’uno contro l’altro genitore. E parlava con tale accoramento da commuovere. L’uomo non sa tollerar nessuna deficienza nel suo conforto; la donna, anziché impegnarsi ad attendere meglio al dovere della casa e alla conquista dell’anima di lui, troppo pronta sempre al cicaleggio, alla critica, riprende l’alterco, esasperando di continuo il marito, il quale avrebbe bisogno invece di silenzio rispettoso e paziente. L’attrito di due corpi duri provoca l’accensione della scintilla. « Vere stultum interfecit iracundia » (Giob., V, 2). Infatti estingue intorno la vita, le opere, il pensiero. Crea lo squilibrio tra le facoltà e nei rapporti con gli uomini. Odioso e solitario. Un reprobo già quaggiù.

II.

LE RADICI MORALI DELL’IRASCIBILITÀ

LA NOBILTÀ DEL CRISTIANO

È chiaro, che una sorgente dell’ira sia nel temperamento sortito da natura. Temperamenti sanguigni sono portati alla insofferenza delle contradizioni. Ma quando questo diventa con gli anni consapevole inclinazione, è dovere di ognuno di opporsi a contrastarne l’avanzata. – Essa è uno stato d’animo avverso al comandamento di Dio e alle esigenze della vita morale e sociale. Occorre sentire fortemente il diritto dei prossimi al rispetto. Ciascuno deve riconoscere al suo vicino la naturale dignità e quella stima, proporzionata alla umana natura e al carattere di cristiano, nobilitato dai doni carismatici. – Questa dignità dobbiamo onorarla in noi stessi, per apprezzarla negli altri. Quanto più ne avvertiamo nella nostra vita spirituale il pregio, tanto meglio abituiamo il sentimento a scorgerne il valore nei nostri simili. Ed è, per verità, una elevazione grande. Siamo fratelli di Cristo, siamo vocati alla eredità del cielo, siamo incaricati di missione di bene fra i prossimi di quaggiù. Abbiamo in noi la « grazia », che ci dà il passo libero verso la intimità con Dio, nella sua stessa vita di mistero. – Siamo membri riconosciuti e dotati del Corpo mistico del Signore. Circola nel nostro spirito una linfa soprannaturale di santità. Ogni azione compiuta in tale stato è azione dell’uomo e di Dio, ci mette in contatto più diritto con Lui e ci fa collaboratori della sua redenzione quotidiana fra i nostri prossimi. Come sottovalutare in noi tale patrimonio di beni e di compiti sarebbe segno di imperdonabile incomprensione; così lo spregiarlo nei nostri vicini è cecità e colpa. L’iracondo alimenta in sé questo disprezzo e lo fa norma di condotta. Ma l’esperienza ci dice pure ogni giorno quanto sia errata questa concezione della vita sociale. Superato l’attimo dell’accecamento, subito lo spirito, appena vigile e osservatore, avverte l’errore di valutazione e sovente la virtù del prossimo umiliato raggia e si impone. Forse questi difetterà di prontezza del reagire e si chiuderà in un riserbo dignitoso. Forse non vorrà prendere una risoluzione, e lascerà che la passione sbolla e il giusto giudizio subentri. Forse reagirà con la misura di chi è consapevole della debolezza umana e compatirà quella colpa. Se poi la sua reazione fosse dura, più che virtuosa, sovente l’orgoglio dell’iracondo s’impennerebbe sino alla violenza brutale; in tal caso la responsabilità appare palese essendo vera provocazione. Comunque si risolva l’urto, la inferiorità del colpevole è visibile in forme umilianti a lui stesso, e voglia Dio, che questa constatazione lo porti a decidere risolutamente di rivedere la propria posizione morale per correggerla e migliorare nel senso della cristiana mitezza.

DOVERI DI RICONOSCERLA

Ma anche la buona volontà sovente incontra intimi ostacoli; trova l’opposizione nella suscettibilità acuta, sensibile sino alla esasperazione. Ci sono nature, che al minimo urto balzano come belve ferite. Non sanno tollerare né un rimprovero, né una calma osservazione, né l’ombra di un dissenso. Educati male, contentati in ogni capriccio, secondati in tutti i desideri, in casa, da una famiglia che li adorava, non sanno poi vivere in società, dove questa idolatria non c’è. La sensibilità deve durare sforzi notevoli ad attutirsi. La buona volontà non basta; occorre correggere la stessa concezione della vita e metterla a punto con la realtà del suo valore. Occorre rifarsi al senso di fraternità cristiana, che l’educazione della famiglia ha forse lasciato un po’ in penombra, come di mediocre peso. Soltanto quando uno pensa e guarda al fratello con questo sentimento, è in grado di reprimere e di dominare gli impulsi dell’intolleranza iraconda. Quando Gesù Signore inculcò agli uomini il concetto della divina paternità e del legame, che vincola ogni uomo come fratello d’una unica immensa famiglia, offerse loro e a tutta l’umanità avvenire l’ancora di salvezza contro le insidie della barbarie. In vero osserviamo nella storia come i periodi di maggior progredimento civile sono quelli che coincidono con lo sviluppo di codesto concetto cristiano. E i popoli, che per orgoglio e per istinto indomato, si lasciano trascinare alla ammirazione del mondo umano antecedente a Cristo, impongono alla umana società un vero e palese regredimento. Ritorna l’« homo homini lupus ».

AMARCI

Se non che i compiti della nostra esistenza sono diversi. Una famiglia in cui si elevi la lite a metodo abituale e riconosciuto di convivenza non potrà produrre gran che. Se il litigio s’aggrava in lotta, sia pure soltanto nei tribunali, allora tutt’altro che produrre, consumerà la sua sostanza, il suo tempo, il suo pensare, le riserve di energia, con la distruzione del più ampio patrimonio. Del pari deve dirsi di una nazione. Le grandi opere di pensiero, le opere d’arte  immortali, i vari periodi di scoperta e di creazione, non sono quelli dei rivolgimenti sociali e delle devastazioni guerresche. L’uomo per creare abbisogna di tranquillità d’animo, di serenità di spirito. Deve poter guardare avanti a sé con sicurezza del suo domani. Non fummo creati da Dio per angustiarci. Né in casa, né nella vita sociale. Tutti abbiamo doni da mettere a profitto dei nostri simili; tutti abbiamo bisogno di altri. Ciascuno deve dare e ha diritto di ricevere. La vita è congegnata così, che la solidarietà domini e guidi pensieri ed azioni. Le colpe degli uni o degli altri non servono da pretesto per spezzare i vincoli di questa provvida legge. Gli uomini hanno via via creato i tribunali per evitare i conflitti intestini; e le nazioni devono pure piegarsi al giudizio del giusto esame. La civiltà viene pertanto costruendosi sulla concordia; la quale ha un aiuto sommamente valido nella concezione della cristiana fraternità; questa poi nella virtù della mitezza, cara al Signore, che venne a vivere fra noi come uno di noi. – Marco Aurelio ha basato su altri principi le sue conclusioni, che mirano ad esaltare la medesima virtù rivelata da Cristo. « Lo sdegno che si dipinge sul tuo volto è cosa contro natura; e, se vi ritorna spesso, è causa che se ne alteri la bellezza, e che questa alfine si estingua del tutto. Da ciò appunto io mi sforzo a concludere, che l’ira è contro ragione; poiché, se si perde la coscienza della propria colpa, a che vivere ancora? » (VII, 24). – Si può riacquistarla per mezzo della accentuazione della luce divina, rivelata appunto per sovvenire alla nostra incapacità. Si riconosca la colpa, non soltanto per sensibilità diretta, ma altresì per la evidente indicazione morale della regola del Signore. « Non iràsceris »; e allora la bellezza torna sul volto e nella vita.