DOMENICA DELLA FESTA DELLA SANTISSIMA TRINITÀ (2020)

DOMENICA DELLA FESTA DELLA SANTISSIMA TRINITÁ (2020)

O Dio, uno nella natura e trino nelle Persone, Padre, Figlio e Spirito Santo, causa prima e fine ultimo di tutte le creature, Bene infinito, incomprensibile e ineffabile, mio Creatore, mio Redentore e mio Santificatore, io credo in Voi, spero in Voi e vi amo con tutto il cuore.

Voi nella vostra felicità infinita, preferendo, senza alcun mio merito, ad innumerevoli altre creature, che meglio di me avrebbero corrisposto ai vostri benefìci, aveste per me un palpito d’amore fin dall’eternità e, suonata la mia ora nel tempo, mi traeste dal nulla all’esistenza terrena e mi donaste la grazia, pegno della vita eterna.

Dall’abisso della mia miseria vi adoro e vi ringrazio. Sulla mia culla fu invocato il vostro Nome come professione di fede, come programma di azione, come meta unica del mio pellegrinaggio quaggiù; fate, o Trinità Santissima, che io mi ispiri sempre a questa fede e attui costantemente questo programma, affinché, giunto al termine del mio cammino, possa fissare le mie pupille nei fulgori beati della vostra gloria.

[Fidelibus, qui festo Ss.mæ Trinitatis supra relatam orationem pie recitaverint, conceditur:I

Indulgentia plenaria suetis conditionibus (S. Pæn. Ap.,10 maii 1941).

[Nel giorno della festa della Ss. TRINITA’, si concede indulgenza plenaria con le solite condizioni: Confessione [se impediti, Atti di contrizione perfetta], Comunione sacramentale [se impediti, Comunione Spirituale], Preghiera secondo le intenzioni del S. Padre, S. S. GREGORIO XVIII]

Canticum Quicumque

Symbolum Athanasium

Quicúmque vult salvus esse, * ante ómnia opus est, ut téneat cathólicam fidem:
Quam nisi quisque íntegram inviolatámque serváverit, * absque dúbio in ætérnum períbit.
Fides autem cathólica hæc est: * ut unum Deum in Trinitáte, et Trinitátem in unitáte venerémur.
Neque confundéntes persónas, * neque substántiam separántes.
Alia est enim persóna Patris, ália Fílii, * ália Spíritus Sancti:
Sed Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti una est divínitas, * æquális glória, coætérna majéstas.
Qualis Pater, talis Fílius, * talis Spíritus Sanctus.
Increátus Pater, increátus Fílius, * increátus Spíritus Sanctus.
Imménsus Pater, imménsus Fílius, * imménsus Spíritus Sanctus.
Ætérnus Pater, ætérnus Fílius, * ætérnus Spíritus Sanctus.
Et tamen non tres ætérni, * sed unus ætérnus.
Sicut non tres increáti, nec tres imménsi, * sed unus increátus, et unus imménsus.
Simíliter omnípotens Pater, omnípotens Fílius, * omnípotens Spíritus Sanctus.
Et tamen non tres omnipoténtes, * sed unus omnípotens.
Ita Deus Pater, Deus Fílius, * Deus Spíritus Sanctus.
Ut tamen non tres Dii, * sed unus est Deus.
Ita Dóminus Pater, Dóminus Fílius, * Dóminus Spíritus Sanctus.
Et tamen non tres Dómini, * sed unus est Dóminus.
Quia, sicut singillátim unamquámque persónam Deum ac Dóminum confitéri christiána veritáte compéllimur: * ita tres Deos aut Dóminos dícere cathólica religióne prohibémur.
Pater a nullo est factus: * nec creátus, nec génitus.
Fílius a Patre solo est: * non factus, nec creátus, sed génitus.
Spíritus Sanctus a Patre et Fílio: * non factus, nec creátus, nec génitus, sed procédens.
Unus ergo Pater, non tres Patres: unus Fílius, non tres Fílii: * unus Spíritus Sanctus, non tres Spíritus Sancti.
Et in hac Trinitáte nihil prius aut postérius, nihil majus aut minus: * sed totæ tres persónæ coætérnæ sibi sunt et coæquáles.
Ita ut per ómnia, sicut jam supra dictum est, * et únitas in Trinitáte, et Trínitas in unitáte veneránda sit.
Qui vult ergo salvus esse, * ita de Trinitáte séntiat.
Sed necessárium est ad ætérnam salútem, * ut Incarnatiónem quoque Dómini nostri Jesu Christi fidéliter credat.
Est ergo fides recta ut credámus et confiteámur, * quia Dóminus noster Jesus Christus, Dei Fílius, Deus et homo est.
Deus est ex substántia Patris ante sǽcula génitus: * et homo est ex substántia matris in sǽculo natus.
Perféctus Deus, perféctus homo: * ex ánima rationáli et humána carne subsístens.
Æquális Patri secúndum divinitátem: * minor Patre secúndum humanitátem.
Qui licet Deus sit et homo, * non duo tamen, sed unus est Christus.
Unus autem non conversióne divinitátis in carnem, * sed assumptióne humanitátis in Deum.
Unus omníno, non confusióne substántiæ, * sed unitáte persónæ.
Nam sicut ánima rationális et caro unus est homo: * ita Deus et homo unus est Christus.
Qui passus est pro salúte nostra: descéndit ad ínferos: * tértia die resurréxit a mórtuis.
Ascéndit ad cælos, sedet ad déxteram Dei Patris omnipoténtis: * inde ventúrus est judicáre vivos et mórtuos.
Ad cujus advéntum omnes hómines resúrgere habent cum corpóribus suis; * et redditúri sunt de factis própriis ratiónem.
Et qui bona egérunt, ibunt in vitam ætérnam: * qui vero mala, in ignem ætérnum.
Hæc est fides cathólica, * quam nisi quisque fidéliter firmitérque credíderit, salvus esse non póterit.

MESSA

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Doppio di I° classe. – Paramenti bianchi.

Lo Spirito Santo, il cui regno comincia con la festa di Pentecoste, viene a ridire alle nostre anime in questa seconda parte dell’anno (dalla Trinità all’Avvento – 6 mesi), quello che Gesù ci ha insegnai nella prima (dall’Avvento alla Trinità – 6 mesi). Il dogma fondamentale al quale fa capo ogni cosa nel Cristianesimo è quello della SS. Trinità, dalla quale tutto viene (Ep.) e alla quale debbono ritornare tutti quelli che sono stati battezzati nel suo nome (Vang.). Così, dopo aver ricordato, nel corso dell’anno, volta per volta, pensiero di Dio Padre Autore della Creazione, di Dio Figlio Autore della Redenzione, di Dio Spirito Santo, Autore della nostra santificazione, la Chiesa, in questo giorno specialmente, ricapitola il grande mistero che ci ha fatto conoscere e adorare in Dio l’Unità di natura nella Trinità delle persone (Or.). — « Subito dopo aver celebrato l’avvento dello Spirito Santo, noi celebriamo la festa della SS. Trinità nell’officio della domenica che segue, dice S. Ruperto nel XII secolo, e questo posto è ben scelto perché subito dopo la discesa di questo divino Spirito, cominciarono la predicazione e la credenza, e, nel Battesimo, la fede e la confessione nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo ». Il dogma della SS. Trinità è affermato in tutta la liturgia. È in Nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo che si comincia e si finisce la Mesa e l’Ufficio divino, e che si conferiscono i Sacramenti. Tutti i Salmi terminano col Gloria Patri, gli Inni con la Dossologia e le Orazioni con una conclusione in onore delle tre Persone divine. Nella Messa due volte si ricorda che il Sacrificio è offerto alla SS. Trinità. — Il dogma della Trinità risplende anche nelle chiese: i nostri padri amavano vederne un simbolo nell’altezza, larghezza e lunghezza mirabilmente proporzionate degli edifici; nelle loro divisioni principali e secondarie: il santuario, il coro, la navata; le gallerie, le trifore, le invetriate; le tre entrate, le tre porte, i tre vani, il frontone (formato a triangolo) e, a volte le tre torri campanili. Dovunque, fin nei dettagli dell’ornato il numero ripetuto rivela un piano prestabilito, un pensiero di fede nella SS. Trinità. — L’iconografia cristiana riproduce, in differenti maniere questo pensiero. Fino al XII secolo Dio Padre è rappresentato da una mano benedicente che sorge fra le nuvole, e spesso circondata da un nimbo: questa mano significa l’onnipotenza di Dio. Nei secoli XIII e XIV si vede il viso e il busto del Padre; dal secolo XV il Padre è rappresentato da un vegliardo vestito come il Pontefice.Fino al XII secolo Dio Figlio è rappresentato da una croce, da un agnello o da un grazioso giovinetto come i pagani rappresentavano Apollo. Dal secolo XI al XVI secolo apparve il Cristo nella pienezza delle forze e barbato; dal XIII secolo porta la sua croce, ma è spesso ancora rappresentato dall’Agnello. — Lo Spirito Santo fu dapprima rappresentato da una colomba le cui ali spiegate spesso toccano la bocca del Padre e del Figlio, per significare che procede dall’uno e dall’altro. A partire dall’XI secolo fu rappresentato per questo sotto forma di un fanciullino. Nel XIII secolo è un adolescente, nel XV un uomo maturo come il Padre e il Figlio, ma con una colomba al disopra della testa o nella mano per distinguerlo dalle altre due Persone. Dopo il XVI secolo la colomba riprende il diritto esclusivo che aveva primieramente rappresentare lo Spirito Santo. — Per rappresentare la Trinità si prese dalla geometria il triangolo, che con la sua figura, indica l’unità divina nella quale sono iscritti i tre angoli, immagine delle tre Persone in Dio. Anche il trifoglio servì a designare il mistero della Trinità, come pure tre cerchi allacciati con il motto Unità scritto nello spazio lasciato libero al centro della intersezione dei cerchi; fu anche rappresentata come una testa a tre facce distinte su un unico capo, ma nel 1628 Papa Urbano VIII  proibì di riprodurre le tre Persone in modo così mostruoso. — Una miniatura di questa epoca rappresenta il Padre e il Figlio somigliantissimi, il medesimo nimbo, la medesima tiara, la medesima capigliatura, un unico mantello: inoltre sono uniti dal Libro della Sapienza divina che reggono insieme e dallo Spirito Santo che li unisce con la punta delle ali spiegate. Ma il Padre è più vecchio del Figlio; la barba del primo è fluente, del secondo è breve; il Padre porta una veste senza cintura e il pianeta terrestre; il Figlio ha un camice con cintura e stola poiché è sacerdote. — La solennità della SS. Trinità deve la  sua origine al fatto che le ordinazioni del Sabato delle Quattro Tempora si celebravano la sera prolungandosi fino all’indomani, domenica, che non aveva liturgia propria. — Come questo giorno, così tutto l’anno è consacrato alla SS. Trinità, e nella prima Domenica dopo Pentecoste viene celebrata la Messa votiva composta nel VII secolo in onore di questo mistero. E poiché occupa un posto fisso nel calendario liturgico, questa Messa fu considerata costituente una festa speciale in onore della SS. Trinità. Il Vescovo di Liegi, Stefano, nato verso l’850, ne compose l’ufficio che fu ritoccato dai francescani. Ma ebbe vero, principio questa festa nel X secolo e fu estesa a tutta la Chiesa da Papa Giovanni XXII nel 1334. — Affinché siamo sempre armati contro ogni avversità (Or.), facciamo in questo giorno con la liturgia professione solenne di fede nella santa ed eterna Trinità e sua indivisibile Unità (Secr.).

Incipit 

In nómine Patris,  et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus 

Tob XII: 6.

Benedícta sit sancta Trínitas atque indivísa Unitas: confitébimur ei, quia fecit nobíscum misericórdiam suam.

[Sia benedetta la Santa Trinità e indivisa Unità: glorifichiamola, perché ha fatto brillare in noi la sua misericordia.]

Ps VIII: 2

Dómine, Dóminus noster, quam admirábile est nomen tuum in univérsa terra!


[O Signore, Signore nostro, quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!]

 Benedícta sit sancta Trínitas atque indivísa Unitas: confitébimur ei, quia fecit nobíscum misericórdiam suam.

[Sia benedetta la Santa Trinità e indivisa Unità: glorifichiamola, perché ha fatto brillare in noi la sua misericordia.]

Oratio

Orémus.

Omnípotens sempitérne Deus, qui dedísti fámulis tuis in confessióne veræ fídei, ætérnæ Trinitátis glóriam agnóscere, et in poténtia majestátis adoráre Unitátem: quaesumus; ut, ejúsdem fídei firmitáte, ab ómnibus semper muniámur advérsis. 

[O Dio onnipotente e sempiterno, che concedesti ai tuoi servi, mediante la vera fede, di conoscere la gloria dell’eterna Trinità e di adorarne l’Unità nella sovrana potenza, Ti preghiamo, affinché rimanendo fermi nella stessa fede, siamo tetragoni contro ogni avversità.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános. Rom XI: 33-36.

“O altitúdo divitiárum sapiéntiæ et sciéntiæ Dei: quam incomprehensibília sunt judícia ejus, et investigábiles viæ ejus! Quis enim cognovit sensum Dómini? Aut quis consiliárius ejus fuit? Aut quis prior dedit illi, et retribuétur ei? Quóniam ex ipso et per ipsum et in ipso sunt ómnia: ipsi glória in sæcula. Amen”. 

[O incommensurabile ricchezza della sapienza e della scienza di Dio: come imperscrutabili sono i suoi giudizii e come nascoste le sue vie! Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi gli fu mai consigliere? O chi per primo dette a lui, sí da meritarne ricompensa? Poiché da Lui, per mezzo di Lui e in Lui sono tutte le cose: a Lui gloria nei secoli. Amen.]

 Graduale 

Dan III: 55-56. Benedíctus es, Dómine, qui intuéris abýssos, et sedes super Chérubim.

[Tu, o Signore, che scruti gli abissi e hai per trono i Cherubini.]

Alleluja

Benedíctus es, Dómine, in firmaménto cæli, et laudábilis in sæcula. Allelúja.

[V.Benedetto sei Tu, o Signore, nel firmamento del cielo, e degno di lode nei secoli. Allelúia, alleluia.]

Dan III: 52 V. Benedíctus es, Dómine, Deus patrum nostrórum, et laudábilis in sæcula. Allelúja. Alleluja. [ Benedetto sei Tu, o Signore, nel firmamento del cielo, e degno di lode nei secoli. Allelúia, allelúia]

Evangelium

Sequéntia  sancti Evangélii secúndum Matthæum. Matt XXVIII: 18-20

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Data est mihi omnis potéstas in coelo et in terra. Eúntes ergo docéte omnes gentes, baptizántes eos in nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti: docéntes eos serváre ómnia, quæcúmque mandávi vobis. Et ecce, ego vobíscum sum ómnibus diébus usque ad consummatiónem sæculi”. 

« Gesù disse a’ suoi discepoli: Ogni potere mi fu dato in cielo ed in terra: andate adunque, ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, insegnando loro di osservare tutte le cose, che io vi ho comandate: ed ecco io sono con voi tutti i giorni, fino al termine del secolo ».

OMELIA

Il Vangelo della Domenica.

[Mons. G. Bonomelli, Misteri Cristiani; vol. IV, Queriniana ed. Brescia, 1896]

Dio, uno nella sua essenza o natura, si svolge nella Trinità delle Persone: ecco il mistero primo e massimo della Religione, l’oggetto e il termine supremo della nostra fede. Tutti i simboli o compendi della nostra fede cominciano col professare che un solo è Dio, il principio sovrano d’ogni cosa: « Credo in unum Deum »; poi considerano l’una dopo l’altra le tre Persone, che nell’unica natura sussistono, distinte ed eguali tra loro, e l’una dall’altra procedente con atto semplicissimo ed eterno: poi di ciascuna Persona toccano l’opere compiute fuori della essenza divina, opere che sono come il pallido riflesso e l’aureola caratteristica di ciascuna. – La liturgia della Chiesa, che rispecchia nel corso dell’anno la serie ordinata delle opere singolarmente del Figlio e dello Spirito Santo, il primo Redentore, il secondo Santificatore delle anime, si chiude con la Pentecoste, cioè con lo stabilimento del regno di Cristo e dello Spirito da Lui mandato sulla terra e che deve continuare l’opera sua fino alla consumazione dei tempi. Qual cosa più naturale per la Chiesa quanto il riassumere in una festa la storia tutta della divina rivelazione e invitare tutti i suoi figli a fissare gli occhi illuminati dalla fede nel Principio Uno e Trino, da cui tutto si deriva e si squaderna ciò che esiste in cielo, in terra e nell’inferno? Dopo di aver loro additato Dio, principio senza principio, uno, eterno: dopo aver loro mostrato in quel pelago immensurabile della essenza divina la Persona del Padre, che non emana da altri, che è da sé: dopo aver loro mostrato, che questo Padre genera di sé un Figlio unico, a sé eguale e ricordate l’opere sue dopo fatto uomo: dopo aver loro mostrato lo Spirito Santo, che procede come Amore eterno dal Padre e dal Figlio e che spande nella Chiesa l’onda della vita divina, dopo tutto questo la Chiesa grida a tutti i credenti: – Figli miei! ora dalle cose tutte create, dalle cose tutte compiute dal Figlio fatto uomo e dallo Spirito Santificatore, sollevate gli occhi, risalite il fiume, che dal cielo si versa sulla terra; ficcate lo sguardo nella fonte, nell’origine prima di tutte le cose e riconoscete Dio, che è uno nella essenza e trino nelle Persone, Padre, Figliuolo e Spirito Santo. Ecco la radice, il punto, da cui tutto si irradia, ecco la sintesi suprema della vostra fede. – La festa della Santa Trinità non si poteva meglio collocare che in questa domenica, che segue la Pentecoste, la manifestazione prodigiosa della terza divina Persona. La Festa odierna, o dilettissimi, è la degna corona dei misteri tutti della fede celebrati lungo l’anno e ci riconduce là donde siamo partiti, a Dio Uno e Trino. In questo primo Ragionamento io mi restringerò a commentare il Vangelo, che la Chiesa oggi ci propone a meditare e che esprime in tutta la sua chiarezza e concisione il mistero dell’Unità e Trinità di Dio. I tre versetti, che dobbiamo chiosare, sono gli ultimi dell’ultimo capo del Vangelo di S. Matteo e per intenderli a dovere è forza vedere il nesso con gli antecedenti. In quest’ultimo capo del suo Vangelo, S. Matteo narra la risurrezione di Gesù Cristo e lo fa in modo sì succinto, che più non avrebbe potuto fare. Narra la sua apparizione alle donne e il comando loro fatto di annunziarla agli Apostoli e che si recassero in Galilea, sopra un monte, sul quale die loro la posta, e dove essi lo videro e lo adorarono. E fu là in Galilea, su quel monte, che Gesù rivolse agli undici Apostoli le parole che ho riportate, che sono come l’ultimo suo ricordo, il compendio delle sue raccomandazioni e che ora dobbiamo spiegare. – « Ogni potere mi è dato in cielo ed in terra ». È Gesù che parla. Vi prego di ponderare questa sentenza semplicissima e chiarissima e pronunciata con una sicurezza, che ci deve riempire di stupore. Chi la pronuncia è un uomo, pochi giorni prima confìtto alla croce come un malfattore e mortovi sopra tra due ladroni, oggetto di pietà profonda per alcuni pochi, di abbominio per la nazione intera. È vero: Egli è uscito dal sepolcro poc’anzi con un miracolo, che non ha, ne avrà mai l’eguale. Ma contemplatelo bene: in Lui non vedete che un uomo: un uomo che non ha un solo soldato, che non cinge corona, né la vuole: che non ha un palmo di terra dove posare il capo. Eppure quest’uomo osa dire con una asseveranza, che non ammette dubbio: « Ogni potere mi è dato in cielo ed in terra ». O quest’uomo è pazzo, o questo uomo è Dio: non c’è via di mezzo, giacché sulla terra non vi ebbe mai un solo uomo anche nella ebbrezza d’una potenza sconfinata, nel delirio dell’orgoglio, a cui bastasse l’animo di dire: « Io ho ogni potere in cielo ed in terra ». Qualcuno potè dire: – Io posso tutto sulla terra: chi potrà sottrarsi al mio braccio? – ma aggiungere: – Io ho ogni potere in cielo -, questo non si udì mai. Ora chi potrà dire: Cristo è pazzo? La sua vita, la sua dottrina lo mostrano il sapientissimo degli uomini e per tale lo salutano e riconoscono gli apostoli stessi del libero pensiero; e se non foss’altro la sua creazione, che dopo quasi 2000 anni ci sta sotto gli occhi e ogni dì grandeggia, la Chiesa, ci prova che pari alla sapienza è la sua potenza. Dunque in questa frase d’una audacia inaudita, e che la storia ha suggellato con i fatti, Gesù Cristo si mostra Dio. « Ogni potere mi è dato in cielo e in terra ». Qual potere? Nelle parole di Cristo non si esclude potere alcuno e dove Cristo tutto afferma chi vorrebbe anche solo sospettare una eccezione? A Lui dunque spetta qualunque potere nell’ordine della natura e della grazia, il potere sacerdotale e regale, il potere di ammaestrare e di reggere, il potere di giudicare, di premiare e punire, sempre, dovunque, in cielo ed in terra : « Omnis, omnis potestas data est mihi in cœlo et in terra ». E ponete mente a questa parola: « Mihi » a me! A me solo, quale mi vedete qui, né può avervi parte alcuna qualsiasi uomo, o creatura celeste, a cui Io non la comunichi in quella misura che mi piace. – Ma come, o divin Salvatore? Voi dite che avete ogni potere senza limiti di tempo e di spazio e che questo potere vi è dato ? Ma se siete Dio, e noi lo crediamo fermamente, come potete ricevere questo potere da altri? E chi ve lo può dare? Gesù Cristo è Dio e insieme è uomo. Come Dio da chi riceve Egli con la generazione la natura ed ogni cosa? Da Dio Padre. In quanto uomo da chi riceve Egli, come da principio attivo, la natura umana e tutto ciò che con essa è congiunto? Tutto riceve da Dio Padre, da Dio Figlio, da Dio Spirito Santo, unico Dio, Creatore, Conservatore e Santificatore, da Dio-Trinità, che fuori di sé opera con un solo e semplicissimo atto. A ragione adunque Gesù Cristo poteva dire, e come Dio e come uomo, che ogni potere in cielo ed in terra gli era dato e a Lui veniva da Dio. Nondimeno è da credere che Gesù Cristo ciò affermasse di sé specialmente in quanto uomo, perché in quanto uomo colla sua passione e con la sua morte redense l’umana natura e qui parla del potere, che conferisce agli Apostoli e ai loro successori di ammaestrare e governare la Chiesa, che è il suo regno, il suo corpo, la sua sposa secondo il linguaggio dei Libri Santi. Proseguiamo il commento. Io tengo ogni potere in cielo e in terra, dice Cristo: Io lo posso comunicare a chi voglio e in quella forma che voglio: ora lo comunico a voi, miei Apostoli, e a quelli che continueranno l’opera vostra; dacché questo e non altro importa la parola di Cristo, che segue: «Dunque andate, ammaestrate tutte le genti ». Poiché (così e non altrimenti suona il linguaggio di Cristo) poiché ora siete investiti del mio potere istesso, andate ed esercitatelo come Io l’ho esercitato. E qui è prezzo dell’opera fermare la nostra attenzione sopra una verità gravissima e non mai abbastanza inculcata. Il potere stesso di Cristo passa e si travasa da Lui negli Apostoli, ossia nei reggitori della Chiesa. Si muta il soggetto, ma non il potere [Non fa d’uopo avvertire che il potere di Cristo non ha limite, perché è Dio-Uomo e gli è proprio: il potere degli Apostoli e di Pietro, ha quei limiti che a Cristo è piaciuto porre: essi non sono che suoi Vicari e debbono esercitare il potere ricevuto secondo le norme stabilite da Cristo stesso, come è chiaro per la natura stessa delle cose]; si mutano le mani, che ricevono il tesoro, ma non il tesoro istesso: è sempre la stessa acqua quella che sgorga dalla fonte e quella che scorre nel letto del fiume, fosse pure a mille miglia dalla fonte. Per noi ascoltare e ubbidire l’Episcopato presente e Gregorio XVIII è ascoltare e ubbidire agli Apostoli ed a Pietro, ai quali Cristo disse: « Andate e ammaestrate ». Noi, illuminati dalla fede, nei Vescovi e nei successori di Pietro, quali che siano le loro doti e i loro difetti, non vediamo che gli Apostoli e Pietro, dirò meglio, non vediamo che Cristo, che ammaestra e regge la sua Chiesa e attraverso ai secoli continua l’opera sua riparatrice. Due cose Gesù Cristo impone agli Apostoli nelle parole che seguono: « Andate e ammaestrate – Euntes docete». Scopo immediato della venuta di Cristo sulla terra fu la fondazione di della Chiesa e per essa la salvezza di tutti gli uomini. Questa Chiesa doveva essere universale secondo la condizione dei tempi e perciò gli Apostoli, destinati a fondare la Chiesa, dovevano spargersi dovunque per far udire dovunque la parola del Maestro: ecco perché dice loro: « Andate e ammaestrate tutte le genti ». Io, così Cristo, ho posto nelle vostre mani il seme della verità: spargetelo sulla terra: ho accesa la face del Vangelo: voi portatela dovunque e illuminate tutto il mondo: Io non vi mando a questa o a quella provincia: a questo o quel regno: a questo o quel continente: io vi mando per tutto il mondo, a tutte indistintamente le nazioni. Docete omnes gentes. Tutti gli uomini sono creature di Dio: Dio di tutti gli uomini è Padre e Maestro: dunque a tutti annunziate la verità e la salute, a tutti comunicate i suoi doni senza distinzione – Docete omnes gentes-. Dio, che vi manda, è Creatore di tutti gli uomini e di tutti vuol essere Salvatore -. E qui non è da lasciare un’altra osservazione della più alta importanza. Uditela e ponderatela. Il popolo ebraico in fatto specialmente di religione era d’uno spirito esclusivo senza esempio. Esso rinchiudevasi in sé medesimo e respingeva fieramente tutto ciò che veniva dagli stranieri e considerava come un sacrilegio comunicare ad essi le sue cose sacre, fuorché nel caso che abbracciassero la sua religione, ed anche allora quali difficoltà! Quante precauzioni – La legge mosaica l’aveva informato a questo spirito per isolarlo dagli altri popoli e così impedire il suo pervertimento. Questo rigidissimo esclusivismo religioso era penetrato nelle fibre del popolo, era la sua forza, la sua vita e dopo tanti secoli è quello che lo conserva separato benché disperso. Dio era Dio degli Ebrei: le promesse di Dio ai soli Ebrei: essi il popolo eletto: dagli Ebrei il Messia, che avrebbe soggiogato l’universo per metterlo a loro piedi. Da qui l’odio feroce, il furore degli Ebrei contro S. Paolo, che francamente predica la salute annunziata agli Ebrei dover essere comune a tutte le genti. È questo un fatto storico, che non ha bisogno d’essere dimostrato. – Ebbene: Gesù Cristo è nato in mezzo a questo popolo; è cresciuto ed educato nell’ultimo angolo della terra d’Israele, dove era ancora più tenace che altrove questo spirito di isolamento e di egoismo religioso nazionale: Gesù Cristo non era mai uscito dagli angusti confini di Israele anche per non offendere questo sentimento estremamente geloso de’ suoi connazionali. Eppure, eccolo comandare ai suoi discepoli, tutti profondamente imbevuti dello spirito giudaico, di annunziare a tutti i popoli le promesse di Abramo e di Giacobbe, le promesse fatte a Davide e ai Profeti. Gesù Cristo con questo comando formale « Andate, ammaestrate tutte le genti » atterra il muro di bronzo, che separa Israele da tutti gli altri popoli, sfata il pregiudizio comune e antichissimo, che della verità e della vita divina faceva il patrimonio d’una piccola nazione e inizia un’era novella, che nessun uomo mai aveva neppure immaginato. Perché dovete sapere che se l’egoismo religioso nazionale aveva radici sì profonde in Israele, ch’era quasi impossibile divellere, un altro egoismo non meno tenace appariva nei popoli gentili stessi più colti: Le più alte intelligenze, il fiore dei filosofi di Grecia e di Roma (basta ricordare Marco Tullio), erano persuasi, essere stoltezza credere di poter ridurre tutti gli uomini a professare le stesse dottrine e la scienza del retto vivere, il conoscimento delle verità più elevate essere riservato alle menti superiori, spettare alla sola aristocrazia dei maggiori ingegni. E non è difficile comprendere come questo errore dovesse naturalmente entrare e radicarsi nelle menti stesse dei più dotti tra gentili. Il perché se gli Ebrei nel loro orgoglio nazionale delle verità divine fecero un monopolio a proprio vantaggio, i gentili lo facevano a profitto d’un numero ancor più scarso di uomini, la classe privilegiata dei dotti e dei filosofi. E Gesù Cristo, questo povero operaio di Nazaret, quest’umile Maestro di umili pescatori, questo crocifisso risorto, sopra un colle di Galilea, ad undici uomini, rozzi, ignari del mondo, impigliati ancora in tutti i pregiudizi giudaici, senza protezioni, sforniti d’ogni scienza umana, che vivono di pesca e di elemosina, senza mostrare la più lieve esitanza, dice: « Andate, ammaestrate tutte le genti! ». Egli, il primo e l’unico, che sulla terra abbia concepito il disegno di raccogliere tutti i popoli in una sola religione, di imporre loro le stesse identiche dottrine dogmatiche e morali, sotto il governo d’un solo capo, e di imporre tutto questo, non con la forza, ma con la sola persuasione, usando della sola parola di uomini i più inetti, che fosse possibile immaginare. L’assurda impresa, lo stoltissimo disegno in gran parte è compiuto e va compiendosi sotto i nostri occhi. Permettete che ora vi domandi: Considerato attentamente e senza pregiudizi tutto questo, che dobbiamo dire di quest’uomo? È egli un pazzo? I pazzi non sanno concepire e attuare senza mezzi il più audace e il più impossibile disegno che sia caduto in mente umana: i pazzi non possono insegnare la più santa e la più sublime dottrina teorica e pratica che siasi udita sulla terra: i pazzi non possono offrire al mondo lo spettacolo della virtù più perfetta possibile, quale veneriamo in Gesù Cristo. Dunque chi è desso Gesù Cristo, che con quelle quattro parole « Andate e ammaestrate tutte le genti » rovescia tutti i pregiudizi giudaici e gentili e fonda la Chiesa universale e signoreggia il tempo e lo spazio e prosegue oggi ancora l’opera immane cominciata duemila anni or sono? Chi è desso? S’Egli non è un pazzo fortunato, non è un uomo. Chi è dunque? Lo dissero gli Apostoli, che vissero con Lui é lo conobbero: – il Figlio di Dio, il Verbo fatto uomo -. Lo disse Egli stesso: « Io e il Padre siamo una cosa sola. Io sono uscito dal Padre, son venuto sulla terra e ritorno al Padre ». Adoriamolo. Ma è da ritornare al testo evangelico, che stiamo chiosando. Allorché un uomo qualunque dà il suo nome ad una società, accetta un ufficio, riceve una dignità, fa parte d’un corpo sociale, accorre sotto le bandiere d’un esercito, ha bisogno d’un segno esterno, che mostri a lui e agli altri tutti il nuovo stato per esso abbracciato, i nuovi doveri assunti e i nuovi diritti od onori acquistati. È ciò che si è sempre fatto e si fa e si farà costantemente, perché l’uomo non può far conoscere i suoi pensieri e i suoi voleri e conoscere gli altrui che per mezzo dei sensi e per conseguenza per mezzo della parola e dei segni. Con parole e segni adunque si dovevano conoscere e distinguere tutti quegli uomini che avrebbero dato il loro nome a Cristo, che sarebbero entrati nel suo esercito, che sarebbero diventati cittadini del suo regno. A chi spettava determinare queste parole, questa formola sacra, questo segno, al quale riconoscere i suoi discepoli, i membri della novella Società? Non v’è dubbio alcuno: il diritto di determinare questo segno e questa formola sacra non poteva spettare ad altri fuorché al Capo e al Fondatore della Società stessa, Gesù Cristo. E l’una e l’altra cosa Egli determinò e prescrisse con una chiarezza e precisione, che mai la maggiore. Udite: « Andate e ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. [Dire battezzare e lavare è la stessa cosa: ora lavare necessariamente richiama l’idea dell’acqua, che è l’elementonecessario del Battesimo, onde la parola Battesimo indica per se stessa la materia del Sacramento, come laparola ungere indica l’olio]. Ecco, o carissimi, il segno, ecco le parole, con le quali l’uomo è accolto nel regno di Cristo; ecco quel Sacramento, che è la porta della Chiesa e che si compie nel nome augusto di quella Trinità,che oggi adoriamo.L’acqua tra le terrene cose è la più comune e copre ben due terzi della superficie mondiale.Essa stilla dagli eterni ghiacciai, che Coronano tutte le più superbe vette dei monti; zampilla perenne dai loro fianchi, scorre pei ruscelli, per i torrenti, per i fiumi, si raccoglie negli ampi bacini dei laghi, si raduna e si agita nella immensità degli oceani, penetra nelle viscere della terra, dilatata in nubi passa sui nostri capi e riempie gli sterminati campi dell’ atmosfera e irriga e feconda i colli e le pianure e porta dovunque la vita agli alberi e agli animali tutti.Fate che nel deserto o sulle rocce scorra un filo d’acqua e voi vedete sopra di esse verdeggiare l’erba, crescere i fiori e gli alberi e gli uccelli e gli animali accorrervi per dissetarsi. E Gesù Cristo volle che quest’acqua sì comune, sì facile ad aversi, fosse il segno materiale dei suoi seguaci,lo strumento per comunicare loro la vita divina nel Sacramento più necessario. L’acqua! Essa deterge i corpi, li monda, li fa belli e non avendo colore alcuno tutti li cancella e tutti li suscita, scrive S. Cirillo di Gerusalemme,perché spandendosi sui campi e sui prati, li copre di fiori variopinti. Ciò che l’acqua fa nei corpi, mondandoli d’ogni macchia, e sulla terra coprendola di verzura e di fiori, per virtù divina fa nelle anime, nettandole dalla macchia originale e deponendovi i germi della fede, della speranza e della carità, d’onde più tardi germoglieranno tutte le virtù. Ecco perché Gesù Cristo nell’immenso campo della materia diede la preferenza all’acqua, e con essa e per essa volle rigenerare gli uomini e ad essi dischiudere le porte della Chiesa e quelle del cielo.Se non che la materia per se stessa è muta e come è indifferente a ricevere qualunque forma,così è indifferente a significare qualunque cosa:spetta all’uomo determinarne il significato e il valore e ciò esso suol fare con la parola. Perciò,additandovi un agnello, vi dice: Ecco Gesù Cristo; additandovi una colomba, vi dice: Ecco lo Spirito Santo; additandovi una bilancia, vi dice: Ecco la giustizia. La parola circoscrive e determina il senso delle cose e ciò fece Gesù Cristo. Voi, così Egli, laverete l’uomo e per esprimere come quella lavanda produce nell’anima sua, aggiungerete queste parole: « Nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito ». Quell’acqua congiunta con le parole sante, quasi corpo congiunto all’anima, cancellerà il peccato, rimetterà ogni pena per esso dovuta, infonderà la grazia santificatrice e stamperà nello spirito un carattere,un segno indistruttibile, attestante il pieno dominio di Lui. E poiché questo rito sì semplice e sì augusto è a tutti necessario, come è necessaria la vita della grazia, a tutti è dato di amministrarlo. Tanta è la bontà e la larghezza del divino Istitutore! Ed ora, o dilettissimi, studiamoci di penetrare il senso profondissimo di questa formula caduta dalle labbra di Gesù Cristo:« Nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo ».E primieramente giova comprendere la forza di quella parola: Nel nome. Presso gli antichi come presso i moderni, nell’uso sacro come profano, dire: – Nel nome – è dire nel potere, nella autorità, nel diritto di chi si nomina poi: su ciò non è mestieri insistere. Ora dopo la parola:- Nel nome – nel testo sacro vengono nominate distintamente le tre divine Persone. Ponete che quelle tre Persone non fossero eguali, ma diverse per potere e per natura; poteva Egli Gesù Cristo collocarle sulla stessa linea e pareggiarle, dicendo:- Nel nome – cioè nella autorità o nella potestà? Come attribuire a tutte e a ciascuna la stessa dignità, la stessa potenza e quindi la stessa natura? Quando mai un Monarca intima una legge a’ suoi sudditi, dicendo: – Nel nome nostro e del nostro ministro? – Come poteva Gesù agguagliare a Dio altre Persone, che se non sono Dio, sono necessariamente creature e perciò per infinito intervallo a Dio inferiori? Come confondere insieme Dio e le creature, il Padrone d’ogni cosa e i suoi servi? Sarebbe stata una empietà enorme anche per un’altra ragione. Per il rito sacro del Battesimo l’uomo è consacrato a Dio, diviene suo figlio per adozione, ne riceve in sé l’immagine ed il carattere. E volete voi che l’uomo si consacri a creature e creature sarebbero almeno la seconda e la terza Persona nominate quando non fossero Dio? E non sarebbe empietà consacrarsi egualmente a Dio e alle creature, pareggiando queste a quello? Dunque quelle tre Persone, Padre, Figliuolo e Spirito Santo, poste nello stesso ordine, con la stessa autorità o podestà in forza della parola: – Nel Nome – e non nei nomi, sono eguali: se eguali nella autorità e podestà, debbono essere eguali nella natura o nella essenza, perché autorità e podestà, natura ed essenza sono inseparabili. È questa l’argomentazione comune dei Padri affermanti la Santa Trinità contro l’eresia Ariana. [La parola Trinità, se bene mi ricordo, fu introdotta per la prima volta da Tertulliano, quasi ter unitas vel trium unitas, tre volte unità od unità dei tre. Essa esprime sì felicemente il dogma, che la Chiesa la fece sua e ne consacrò l’uso.]. Il dogma della Santa Trinità consta di due termini distintissimi, l’unità della essenza o natura. e la Trinità delle Persone: nella parola: Nome – abbiamo visto il primo termine: nelle voci distinte di Padre, Piglio e Spirito Santo, brilla chiaramente la Trinità delle Persone. E come dubitarne? Ogni parola racchiude in sé il proprio significato, che non può essere quello di un’altra parola se non vogliamo ingannare o giuocare. Ora la parola Padre che significa essa? Certamente significa una persona, che dà principio per via di generazione ad un’altra e che necessariamente non può essere quella che è generata, se non vogliamo dire che generante e generato sono una sola persona. E la parola Figlio che significa essa? Certamente significa una persona, che riceve la vita e tutto l’essere suo per via di generazione dal padre e che per conseguenza necessaria non è il Padre stesso, ma un’altra persona da esso distinta. Chi mai potrebbe confondere in una sola Persona il padre e il figlio? Che significa essa la parola Spirito Santo? Certamente significa alcun che di emanante dalla natura stessa di Colui che lo spira od alita verso un altro, che lo riceve e che perciò è distinto dall’uno e dall’altro e poiché in Dio trattasi di un soffio, od alito o spirito infinito, debb’esser’Egli pure infinito e perciò Persona, tanto più che posto in ordine perfetto ed eguale dopo le Persone del Padre e del Figlio, non può essere che Persona. In questi tre nomi pertanto di Padre, di Figlio e di Spirito Santo non possiamo riconoscere tre attributi o tre perfezioni divine ma sì tre divine Persone, aventi la stessa natura e perfettamente eguali, ma distinte per le proprietà singolari di ciascuna, che non permettono di confonderle tra loro. – Ma forse a taluno di voi si affacceranno alcune difficoltà, che derivano naturalmente dalle voci di Padre, di Piglio e di Spirito Santo usate dal Vangelo, che per se stesse sembrano stabilire una disuguaglianza tra le Persone e quindi sembrano rovesciare il dogma cattolico. Il Padre deve precedere il Figlio e il Padre e il Figlio devono precedere lo Spirito Santo e per ragione della precedenza di origine debbono avere eziandio una precedenza di dignità e di potere. Non è egli così? No, dilettissimi: seguitemi e ve ne persuaderete facilmente. Noi non possiamo né ragionare, né parlare di Dio, della sua essenza, delle Persone divine, dei loro rapporti e delle loro perfezioni se non movendo da noi stessi e dalle cose tutte finite, che ci circondano: da ciò conseguita che qualunque nostro concetto, qualunque nostra idea e parola non possono mai adeguare ciò che pensiamo e diciamo di Dio: tutte le nostre idee e le nostre parole sono e saranno sempre imperfettissime e al tutto inette ad esprimere la verità. Che fare? Non pensare, non parlare mai di Dio e delle cose divine? Tanto varrebbe negare Dio stesso e fare alla ragione e al sentimento umano il massimo degli oltraggi. Pensiamo e parliamo di Dio e delle cose suo meglio che possiamo, correggendo secondo le forze nostre l’imperfezione dei nostri concetti e la povertà del nostro linguaggio. Dalla parola e dall’idea del padre comune e terreno, che conosciamo, assorgiamo alla parola e all’idea del Padre divino, che genera il Figliuol suo unigenito e rimuoviamone tutte quelle imperfezioni, che alla maestà e perfezione infinita di Dio ripugnano. L’uomo è un composto di anima e di corpo e nessuno dei suoi atti è sciolto perfettamente dall’impaccio corporeo: allorché dunque diciamo che in Dio vi è una Persona, che si chiama ed è vero Padre, via ogni immagine o concetto corporeo, perché in Dio non v’ha ombra o mistura qualsiasi di corpo. Per noi sulla terra, soggetti alla legge inesorabile del tempo, il padre esiste necessariamente prima del figlio: via questa precedenza di tempo in Dio, in cui tutto è eterno: il Padre fu sempre Padre e perciò ebbe sempre il Figlio, da Lui generato, ma eternamente generato. Vedeste mai il sole senza la luce, che è sua figlia, sua emanazione? No per fermo: così il Padre per ragione della origine è prima del Figlio, non mai in ordine di tempo, che non esiste: eterno il Padre, eterno il Figlio, cantiamo nel simbolo atanasiano. – Per noi uomini sulla terra la persona del padre è separata dalla persona del figlio: hanno la stessa natura, ma diversamente posseduta: in Dio via questa separazione delle Persone del Padre e del Figlio, perché la loro natura essendo unica e indivisibile e sovranamente spirituale, non può scindersi: essa è tutta ed identica nel Padre e tutta ed identica egualmente nel Figlio, come, o uomo, la tua anima è tutta nella tua mente, nella tua memoria e nella tua volontà. – L’uomo può essere padre di molti figli: via questa idea da Dio Padre, che ha un solo Figlio e non può averne altri. L’uomo, limitato nel tempo e nello spazio e nella natura, svolge gradatamente e con atti successivi e perciò molteplici la sua forza generatrice: Dio Padre, infinito nella sua essenza ed eterno, con un solo, eterno e semplicissimo atto esaurisce la infinita sua fecondità e perciò non può generare che un solo Figlio. L’uomo è libero d’essere e di non essere padre: la sua paternità dipende dalla sua libera volontà: via questo concetto da Dio Padre, che genera il Figliuol suo per natura e perciò necessariamente, ancorché poi lo voglia e vi trovi tutte le infinite compiacenze. – Rimosse tutte queste imperfezioni dalla divina paternità, voi vedete che Dio Padre è vero Padre e più Padre che non lo siano i padri terreni. Sì, il Padre è più Padre che non lo siano i padri terreni; è il Padre de’ padri, il Padre per eccellenza, dal quale, come da fonte prima e da archetipo sovrano, deriva ogni paternità. Egli è Padre per sola sua virtù e per attuare l’infinita sua fecondità non chiede l’aiuto di qualsiasi altro essere, né con altri divide la gloria della sua paternità, come avviene in tutte le creature che sole non possono generare. Egli è Padre da solo, vero e perfettissimo Padre, Padre senza esser figlio, sempre Padre, non altro che Padre, eternamente Padre. O mistero, nel quale chi ficca gli occhi della mente, si perde in un mare di luce! – Lo stesso si dica dello Spirito Santo, la terza Persona della augusta Trinità. Essa è una emanazione semplicissima, sempiterna dal Padre nel Figlio e dal Figlio nel Padre, un alito amoroso dell’uno nell’altro, che non divide l’uno dall’altro, che non cessa mai e nell’unica essenza compie e consuma l’ineffabile loro amplesso. Ma come ciò avvenga e come l’una Persona dall’altra si distingua, una e medesima rimanendo la natura, come in Dio non possono essere che tre Persone e come la mente umana, non può comprendere ma può concepire questo sommo dei misteri e trovarvi tanta luce da vederlo non pure ripugnante, ma conforme alla stessa ragione, lo vedremo nei due Ragionamenti che seguono. Ed ora ritorniamo al nostro commento, giacché ci rimangono ancora da spiegare due magnifiche sentenze. « Voi, diceva Cristo agli Apostoli, colla vostra predicazione e col Battesimo nel nome della Santa Trinità formerete i miei discepoli: ma perché giungano a salvezza basterà egli credere ed essere battezzati? No: la fede e il Battesimo sono necessari, sono il fondamento della giustizia: ma su questo fondamento bisogna innalzare l’edificio delle opere conformi alla fede e perciò Gesù Cristo continuai e dice: Voi loro insegnerete ancora che bisogna osservare tutto ciò ch’Io vi ho prescritto ». Intendeste, dilettissimi? La fede e il Battesimo sono il seme della vita eterna; l’osservanza dei precetti, le opere sono i frutti e senza i frutti l’albero è tagliato e gettato ad ardere nel fuoco eterno. Pur troppo certi Cristiani dicono: – Noi siamo Cristiani: abbiamola fede: la teniamo salda come il più prezioso dei tesori -. Ottimamente! Ma e l’opere della fede dove sono? Dove l’osservanza della legge? Chi non ama Dio non si salva, e non ama Dio chi non adempie la sua legge, lo disse Gesù Cristo medesimo. Non ingannatevi: la sola fede non salva, anzi, scompagnata dalle opere, essa è la vostra condanna. Gesù Cristo chiude il suo discorso con una sentenza, che è il suggello di tutte le altre, che è come il suo testamento, che è il sostegno e il conforto della Chiesa in tutte le sue prove. Eccola: « Ed ecco ch’Io sono con voi fino al termine del secolo » . O promessa consolante! O supremo conforto della Chiesa e di ogni anima cristiana! – Voi andrete, ecco il senso delle parole di Cristo, voi andrete per tutto il mondo: voi predicherete, voi battezzerete, voi continuerete l’opera mia ed altri dopo di voi la continueranno. L’opera, vel dissi, è grande, ardua, affatto superiore alle vostre forze: ma non temete: con voi quando predicherete, quando battezzerete. quando adempirete il vostro ufficio in mezzo alle più terribili lotte, Io, vostro Maestro, vostra guida, Io, Dio-Uomo, Signore d’ogni cosa, sarò con voi. Fin quando? Fino all’ultimo giorno, fino al termine dei tempi. E dove sono Io, vincitore della morte e dell’inferno, ivi è la vittoria -. E come Gesù Cristo sarà Egli sempre con la sua Chiesa? Nella Santa Eucaristia, in cui vive realmente e sostanzialmente presente, qual cibo delle anime, qual vittima espiatrice? Sì: Egli resterà sempre nella sua Chiesa per il Sacramento eucaristico, centro della sua vita. Ma rimarrà solo nella Santa Eucaristia? No: Egli per la sua grazia rimarrà nelle anime giuste, che crederanno in Lui, che spereranno in Lui, che lo ameranno. E non basta. Egli rimarrà sempre nella sua Chiesa, come uno sposo vive con la sua sposa: Egli la reggerà, la difenderà, la illustrerà col lume indefettibile della verità: Egli non permetterà giammai ch’Essa nel suo insegnamento esca dalla dritta via e si faccia banditrice dell’errore. Un giorno Gesù Cristo disse agli Apostoli: « Chi ascolta voi ascolta me ». È questa la sentenza che in altri termini ripete loro prima di lasciare la terra, allorché dice loro: « Ecco Io sono con voi fino al termine del secolo ». Carissimi! Vogliamo essere con Gesù Cristo per i secoli eterni? Siamo con la sua Chiesa nel tempo, con la Chiesa che ammaestra, che governa, che dispensa i Sacramenti e saremo con Gesù per tutta la eternità!

Credo …

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus

 Tob XII: 6. Benedíctus sit Deus Pater, unigenitúsque Dei Fílius, Sanctus quoque Spíritus: quia fecit nobíscum misericórdiam suam. 

[Benedetto sia Dio Padre, e l’unigenito Figlio di Dio, e lo Spirito Santo: poiché fece brillare su di noi la sua misericordia.]

Secreta

Sanctífica, quæsumus, Dómine, Deus noster, per tui sancti nóminis invocatiónem, hujus oblatiónis hóstiam: et per eam nosmetípsos tibi pérfice munus ætérnum. 

[Santífica, Te ne preghiamo, o Signore Dio nostro, per l’invocazione del tuo santo nome, l’ostia che Ti offriamo: e per mezzo di essa fai che noi stessi Ti siamo eterna oblazione.]

Praefatio de sanctissima Trinitate

… Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in unius singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre cotídie, una voce dicéntes:

[ …veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: che col Figlio tuo unigénito e con lo Spirito Santo, sei un Dio solo ed un solo Signore, non nella singolarità di una sola Persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Cosí che quanto per tua rivelazione crediamo della tua gloria, il medesimo sentiamo, senza distinzione, e di tuo Figlio e dello Spirito Santo. Affinché nella professione della vera e sempiterna Divinità, si adori: e la proprietà nelle persone e l’unità nell’essenza e l’uguaglianza nella maestà. La quale lodano gli Angeli e gli Arcangeli, i Cherubini e i Serafini, che non cessano ogni giorno di acclamare, dicendo ad una voce: ]…

Sanctus

Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt coeli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Tob XII: 6. Benedícimus Deum coeli et coram ómnibus vivéntibus confitébimur ei: quia fecit nobíscum misericórdiam suam. 

[Benediciamo il Dio dei cieli e confessiamolo davanti a tutti i viventi: poiché fece brillare su di noi la sua misericordia.]

Postcommunio 

Orémus.

Profíciat nobis ad salútem córporis et ánimæ, Dómine, Deus noster, hujus sacraménti suscéptio: et sempitérnæ sanctæ Trinitátis ejusdémque indivíduæ Unitátis conféssio.

[O Signore Dio nostro, giòvino alla salute del corpo e dell’ànima il sacramento ricevuto e la professione della tua Santa Trinità e Unità.]

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

http://www.exsurgatdeus.org/2018/09/14/ringraziamento-dopo-la-comunione-2/

http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

TEMPO DOPO LA PENTECOSTE

TEMPO DOPO LA PENTECOSTE

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

IL MISTERO DELLA REDENZIONE

 4) Tempo di Settuagesima (Settuag. – Ceneri).

5) Tempo di Quaresima (Cen. – Domenica di Passione),

 6) Tempo di Passione (Dom. di Passione – Pasqua).

7) Tempo Pasquale (Pasqua – SS. Trinità).

8) Tempo dopo Pentecoste (Trinità – Avvento).

VIII. – TEMPO DOPO LA PENTECOSTE.

I . Commento dogmatico.

Dopo il regno del Padre sul popolo di Dio, che comprende il Tempo dell’Avvento, dopo quello del Figlio che va dalla sua nascita (Natale) alla sua Ascensione e comprende il Tempo di Natale e il Tempo Pasquale, la liturgia celebra il regno dello Spirito Santo, che si estende su tutta la Chiesa e va dalla Pentecoste fino alla fine del mondo, di cui sì parla nella ventiquattresima e ultima Domenica dopo Pentecoste. Come il Padre si servì del popolo Ebreo per preparare la redenzione del mondo, come il Verbo prese le nostra natura umana e se he servì per la nostra redenzione, così le Spirito Santo viene ad effettuare la redenzione nella Chiesa. Il Sacerdozio, la Messa, i Sacramenti sono i canali attraverso i quali ci viene data la dottrina del Salvatore e ci vengono applicati i suoi meriti. — Il Papa domina la gerarchia ecclesiastica, l’Eucarestia domina i Sacramenti. Il regno dello Spirito Santo si manifesta dunque visibilmente attraverso la Chiesa romana, al centro della quale sfolgora il SS. Sacramento. – Lo Spirito è l’anima che vivifica questa Chiesa ( «Lo Spirito Santo fa in tutta la Chiesa quello che l’anima fa in tutte le membra del corpo» – S. AGOSTINO), il Cristo nascosto nell’Ostia ne è il cuore dal quale il sangue della grazia scorre per tutto il corpo, ossia in tutti i Cristiani. «Noi formiamo un solo Corpo », dice S. Paolo, « perché siamo stati battezzati in un solo Spirito (1 Cor. XII, 13), e noi partecipiamo tutti ad un medesimo pane. (Ibid., X, 17 « L’unità del corpo mistico è prodotta dal vero Corpo sacramentalmente ricevuto » – S. TOMMASO). E noisiamo un solo corpo anche perché siamo stati fatti da « Cristorisuscitato » agnelli o pecore di un solo ed unico Pastore, capo visibile della Chiesa (S. Giov., XXI, 16-17). L’azione dello Spirito Santo e l’azione di Gesù nel SS. Sacramento si fondono in modo che i Libri santi affermano ugualmente che noi « siamo stati santificati nello Spirito Santo » (1 Cor. VI, 11), ovvero «nel Cristo» (Ibid.), e che come lo Spirito Santo è « spirito di vita », così Gesù è « pane di vita ». E l’azione di queste due Persone della SS. Trinità viene esercitata mediante la Chiesa, « come mio Padre ha inviato me, così io mando voi », dice Cristo agliApostoli ( S. Giov., XX, 21) , e la liturgia della Pentecoste dice che « lo Spirito Santo è apparso ai discepoli sotto la forma di lingue di fuoco e che li ha mandati in tutto il mondo » (Antifona del Magnificat dei Vespri della Pentecoste). Proprio al Cenacolo, nel momento nel quale istituiva l’Eucarestia e il Sacerdozio Gesù annunziò la venuta dello Spirito Santo. Una colomba d’oro o d’argento, che nel passato veniva sospesa al di sopra dell’Altare per conservarvi l’Ostia consacrata, serviva a simboleggiare questa profonda unità d’azione dello Spirito Santo, del SS. Sacramento e della S. Chiesa, Diretta dallo Spirito Santo, la Chiesa completa ciò che manca allavita Sacramentale di Cristo: infatti Gesù è nascosto e silenzioso sotto le specie eucaristiche e la gerarchia ecclesiastica gli presta la sua voce e la sua attività esteriore. Il Papa, i Vescovi, i Sacerdoti parlano in suo nome, e mediante il loro ministero Egli si offre nella Messa, ove continua a esercitare il suo sacerdozio, perché Cristo è il vero Sacerdote e gli altri non sono che i suoi ausiliari,  tanto per il Santo Sacrificio, quanto per i Sacramenti, cosicché Cristoe la Chiesa diffondono insieme lo Spirito Santo nelle anime renderle figli di Dio ( « Voi avete ricevuto lo Spirito di azione di figli di Dio nel quale, voi invocate Abba, Padre – Romani, VIII, 15), lo Spirito Santo a sua volta « insegna ogni cosa alla Chiesa » (S. Giov. XIV, 26) e la guida nella sua missione continuatrice dell’opera di Gesù. – Da tutto ciò ne consegue che il regno dello Spirito Santo e della Chiesa, che è cominciato alla Pentecoste, non è altro che una manifestazione del regno di Cristo, al quale Egli dà una universalità di tempo e di luogo che non aveva in Palestina. Infatti, non è più il Salvatore che lavora solo in una località della terra in un periodo di tempo determinato, ma è la Chiesa che, unita dalla virtù dello Spirito Santo al SS. Sacramento (« Per a virtù di questo Sacramento si opera una certa trasformazione dell’uomo nel Cristo » – S. TOMMASO), unisce su tutti gli altari il suo sacrificio a quello del Golgota e partecipa a tutti i misteri della vita terrestre del Salvatore. Ciò che il Cristo sul Calvario ci ha meritato, ci viene applicato specialmente nel Mistero Eucaristico. Questo punto è capitale nel concetto che dobbiamo avere dell’Eucarestia. Questa costituisce con la Chiesa, animata dallo Spirito Santo, un meraviglioso prolungamento dell’Incarnazione, un Cristo accresciuto di tutte le anime nostre (Agli Efesini, IV, 12-13). Mediante il ciclo liturgico Cristo rivive, per così dire, ogni anno sull’Altare — nuova Palestina — tutta la sua vita nell’ordine col quale essa si svolse: siamo noi, che adesso, in unione con Gesù realizziamo per parte nostra i suoi misteri ed è per queste che il Tempo dopo Pentecoste è più specialmente consacrato al Ciclo dei Santi o alla vita della Chiesa. .Facendoci gettare uno sguardo retrospettivo sulla vita del Salvatore, che nel Ciclo liturgico termina con la Pentecoste, lo Spirito Santo ci ripete, per bocca degli Evangelisti e degli Apostoli, da Lui ispirati, tutti gli insegnamenti del Maestro, mettendoli più in luce ancora (Si leggono come Epistola a partire dalla prima domenica dopo Pentecoste 2 volte le lettere di S. Giovanni, 2 di S. Pietro, 4 di S. Paolo ai Romani, 5 ai Corinti, 3 ai Galati, 5 agli Efesini, 2 ai Filippesi e 1 ai Colossesi in modo che si percorrono tutti gli scritti degli Apostoli. — La Chiesa greca, in corrispondenza, durante questo periodo fa leggere come Vangelo quello di S. Matteo, di S. Marco, e di S. Luca. La Chiesa romana ha scelto quelli che simboleggiano più specialmente il regno dei cieli e la sua giustizia.). Le Epistole ed i Vangeli di questo tempo ci parlano dei frutti di Santità che lo Spirito Santo produce nelle anime e noi assistiamo, in tutto queste periodo dell’anno liturgico, alla magnifica fioritura di Santi che non cessano, attraverso tutti i secoli e in tutti i paesi, di riprodurre Cristo, Sole divino, radioso al suo sorgere nel giorno di Natale, maestoso nel suo tramontare, il Venerdì Santo, Gesù ha compiuto la sua corsa da gigante. Durante la lunga notte che precede la sua venuta e durante quella che la segue, è Maria la luna mistica, e sono i Santi, stelle dai mille riflessi differenti che brillano nel cielo della Chiesa e ci vengono proposti ad esempi. La nostra anima, quindi, dopo aver copiato Gesù Cristo medesimo, può copiarlo anche nelle sue membra, che sono tutte compenetrate della vita del loro Capo. – Come durante il Tempo d’Avvento si celebra la gran festa dell’Immacolata Concezione, cosi nel Tempo dopo Pentecoste si celebra quella dell’Assunzione (Durante il Tempo dell’Avvento, Maria appare come la Regina dei Patriarchi e dei Profeti, durante il Tempo dopo Pentecoste, come la Regina degli Apostoli e di tutti i Santi). In questo periodo dell’anno hanno la loro festa gli Angeli, S. Giovanni Battista, gli Apostoli Pietro e Paolo, e tutta la schiera de’ Santi che si venerano durante questi sei mesi e il primo Novembre; inoltre ricorre anche la Commemorazione dei Defunti e tutte le feste delle Consacrazioni delle Chiese. — La solennità del Corpus Domini, che segue la Pentecoste e quella di S. Pietro, che le tiene dietro, ci ricordano che lo Spirito Santo, il SS. Sacramento e la Chiesa santificano le anime; le feste della SS. Trinità, del Sacro Cuore e del SS. Rosario, che corrispondono tutte e tre al medesimo bisogno di sintesi, ci mostrano che questa santificazione viene compiuta per mezzo della dottrina del Salvatore e per l’applicazione dei suoi meriti. — Durante i sei ultimi mesi o seconda parte dell’anno ecclesiastico, la Chiesa è la continuatrice dell’opera di redenzione di Cristo, preparata e realizzata entro i primi sei mesi o prima parte del Ciclo liturgico. « Il Cristiano che nella prima metà del Ciclo non è incora giunto a vedere la sua vita personale assorbita nella vita di Cristo, troverà nella seconda preziosi aiuti per sviluppare la sua fede e accrescere il suo amore II Mistero della Trinità, quello del SS. Sacramento, la misericordia e potenza del Sacro Cuore di Gesù, la grandezza di Maria e la sua opera sulla Chiesa e sulle anime, gli sono manifestati con maggiore evidenza e producono in lui nuovi salutari effetti; infatti il Cristiano si sente più fortemente, più intimamente legato ad essi durante le festività dei Santi, in questo tempo cosi numerose e solenni. La felicità esterna che deve seguire questa vita di prova si rivela nella festa di Tutti i Santi, nella quale l’uomo vede più addentro la natura di questo bene che consiste nella luce e nell’amore; e unito ogni giorno più intimamente alla S. Chiesa che è la Sposa di Colui al quale aderisce, egli segue tutte le fasi della vita terrena del Salvatore, soffre alle sue sofferenze, gioisce e partecipa ai suoi trionfi, mentre vede, senza smarrirsi, il mondo avviarsi verso la fine perché sa che il Signore è vicino» . — Avviene quindi che nel Tempo dopo Pentecoste, noi vediamo avverarsi la parola del Maestro, il quale aveva promesso agli Apostoli che lo Spirito Santo loro mandato, avrebbe convinto il mondo di peccato, di giustizia e di giudizio. Le anime pie infatti, con le loro opere e con il loro esempio rendono omaggio di continuo alla giustizia e alla verità divine (S. Giov. XVIII, 37); esse trionfano del mondo che convincono di malizia e che giudicano, come Cristo stesso al momento della sua esaltazione dette il giudizio a seconda che sarebbe riconosciuto o rifiutato. La sentenza poi che giudicherà le anime per l’eterno gaudio o per la condanna all’inferno sarà data dal figlio dell’Uomo assistito da tutti gli Angeli giorno del giudizio, come si legge nella Messa dell’ultima Domenica di Pentecoste.

II. — Commento storico.

Dopo la solennità della Pentecoste, dalla quale ebbe principio, la Chiesa riproduce nel corso dei secoli tutta la vita di Cristo, di cui essa è il corpo mistico. Gesù nella sua infanzia è perseguitato e deve fuggire in Egitto mentre vengono massacrati i Ss. Innocenti, e la Chiesa nei primi tempi della sua vita subisce le più violente persecuzioni e deve spesso nascondersi nelle catacombe e nel deserto. — Gesù adolescente, si ritira a Nazareth, ove passa la maggior parte della sua vita nel raccoglimento e nella preghiera, e la Chiesa, dopo Costantino, gode una lunga era di pace. Ovunque sorgono cattedrali e abbazie ove risuona la lode di Dio e dove Vescovi e Abati, Preti e Monaci contrastano collo studio e con zelo infaticabile il diffondersi delle eresie. — Gesù, il divino missionario, mandato dal Padre nelle regioni lontane di questa terra comincia a trent’anni la sua vita d’apostolato. La Chiesa dal secolo XVI deve resistere agli assalti del paganesimo che ripullulava e annunziare alle parti del mondo recentemente scoperte il Vangelo di Cristo. E dal suo seno sorgono senza tregua milizie nuove e legioni numerose d’apostoli e di missionari che annunziano la buona novella a tutto il mondo. — Infine Gesù termina la sua vita col sacrificio del Golgota, ben presto seguito dal trionfo della sua risurrezione, e la Chiesa alla fine dei tempi, come il suo divino Capo sulla Croce, sembrerà vinta, ma sarà essa che riporterà la vittoria » . « Il corpo di Cristo, che è la Chiesa – dice S. Agostino – a somiglianza del corpo umano fu dapprima giovane, ed ecco che alla fine del mondo avrà apparenza di caducità » (in Ps. XXVI). – Le feste dei Santi sono più numerose dopo la Pentecoste che è l’epoca liturgica più lunga (può cominciare anche il 10 maggio e terminare al 2 dicembre (Queste due date segnano i termini massimi nei quali può cominciare e finire il Tempo della Pentecoste e quello dopo la Pentecoste); ne viene che il Tempo dopo la Pentecoste è particolarmente il Ciclo del Santi. Per essere completi noi citeremo tuttavia qui le feste dei Santi di tutto il calendario, facendo precedere da un asterisco quelli che sono iscritti nel primo elenco del Canone della Messa e da due quelli che sono nel secondo.

a) Dopo aver rievocata la memoria di

** S. Giovanni Battista, commemorando l’anniversario della sua nascita (24 giugno); e quello del suo martirio (29 agosto), quella di

S. Giuseppe (19 marzo) e della sua solennità (mercoledì della 2* settimana dopo l’ottava di Pasqua), quella di

S. Gioacchino (16 agosto) e di

Sant’Anna (26 luglio) genitori della Vergine Maria, quella dei

Santi Innocenti (28 dicembre) e quella di

** S. Stefano, 1° martire (26 dicembre), la Chiesa ci fa rivivere ogni anno l’età apostolica, celebrando le feste degli Apostoli:

1 * S. Pietro (29 giugno)

2 * S. Paolo (29 e 30 giugno)

3 * S. Andrea (30 nov.)

4 * S. Giacomo il Magg. (25 luglio)

5 * S. Giovanni (27 die.)

6 * S. Tommaso o Didimo(21dic.)

7 * S. Glacomo il Min.(11 maggio)

8 * S. Filippo (11 maggio)

9 * S. Bartolomeo (24 agosto)

10 * S. Matteo (21 sett.)

11 * S. Simone (28 ott.)

12 * S. Taddeo o Giuda (28 ott.).

Poi vengono le feste di quelli che lo Spirito Santo stesso designa per mezzo del sorteggio l’uno ad occupare il posto di Giuda, l’altro a partecipare all’apostolato di S. Paolo:

** S. Mattia (24 febbr.)  

** S. Barnaba (11 giugno).

Inviati dal Salvatore per insegnare a tutte le genti e battezzarle nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo gli Apostoli si dispersero in tutto il mondo. S. Giacomo il Maggiore, fratello di S. Giovanni (25 luglio), rende per primo testimonianza a Gesù Cristo con l’effusione del suo sangue a Gerusalemme, sotto Erode Agrippa I, verso l’anno 42. Poco dopo S. Pietro, è liberato miracolosamente da un Angelo (1° agosto), e si rifugia nella casa di S. Marco (25 aprile) autore del secondo Vangelo. Da li si reca dapprima ad Antiochia, ove stabilisce la sua cattedra (22 febbraio) e poi a Roma (18 gennaio) di cui fu Vescovo durante un pontificato di venticinque anni. S. Paolo di Tarso, convertito probabilmente l’anno 37 della nostra èra (25 gennaio), viene a trovare S. Pietro a Gerusalemme, e inizia nell’anno 44 i suoi viaggi apostolici. Investito ad Antiochia dell’episcopato insieme con S. Barnaba (11 giugno), percorre con questi nel suo primo viaggio l’isola di Cipro, ove il suo compagno fu più tardi vescovo, la Pamfilia, la Pisidia e la Licaonia. Di ritorno ad Antiochia, va, verso l’anno 51, al Concilio di Gerusalemme presieduto da S. Pietro, e mentre il principe degli Apostoli risiedeva per la seconda volta ad Antiochia, Paolo comincia il suo secondo viaggio verso l’anno 42. Va in Siria in Licaonia, ed essendosi a lui unito

S. Timoteo (24 gennaio), attraversa la Frigia e la Galazia: in quest’epoca deve essere stata fondata la Chiesa di Colossi. A Troade, S. Paolo s’imbarca con S. Luca (18 ottobre), l’autore degli Atti degli Apostoli, e va in Macedonia a Filippi, a Tessalonica, ad Atene, a Corinto e dopo Efeso e Cesarea si reca a Gerusalemme per la Pasqua dell’anno 54. Il terzo viaggio conduce S. Paolo attraverso la Frigia e la Galazia fino ad Efeso, ove scrive la sua Epistola ai Galati, e la sua prima Epistola ai Corinti; rivede poi la Macedonia donde scrive la seconda Epistola ai Corinti, poi la Grecia. Dopo essere stato sulle coste del Mare Adriatico fino all’Illiria, si sofferma di nuovo a Corinto e di là scrive la lettera ai Romani; poi ritorna a Gerusalemme per la festa di Pentecoste del 58. Arrestato nel tempio, fu condotto a Cesarea e dopo una prigionia di due anni, avendo fatto appello a Cesare, fu imbarcato per Roma ove giunse verso l’anno 61. Là trovò una Chiesa perfettamente organizzata da S. Pietro che vi aveva per primo predicato il Vangelo. Il suo processo durò due anni ancora, idrante i quali scrisse le lettere ai Filippesi, agli Efesini, e Colossesi. Divenuto libero e avendo deliberato di recarsi a Gerusalemme, si fa precedere da una lettera indirizzata agli Ebrei, come altre volte aveva fatto coi Romani. S. Paolo va poi a Efeso, in Macedonia, nell’isola di Creta ove lascia

S. Tito (6 febbraio) come Vescovo; a questi scriverà due lettere. Continuando il suo viaggio, va in Grecia e a Corinto ove si incontra con S. Pietro insieme col quale torna a Roma. I due Apostoli subirono il martirio verso l’anno 67; l’anno seguente Gerusalemme fu assediata, e nel 70 espugnata da Tito vide il Tempio bruciato.

b) Periodo delle persecuzioni (I – IV Secolo).

PAPI.

1. * S. Pietro (29 giugno)

2. * S. Lino (23 sett.)

3 * S. Cleto (26 apr.) ovvero

 Anacleto (13 luglio)

4 * S. Clemente (23 nov.)

5 * S. Evaristo (26 ott.)

6. ** S. Alessandro I (3 maggio)

8.  S. Telesforo (5 genn.)

10. S. Igino (11 genn.)

11. S.Pìo I (11 luglio)

12. S.Aniceto (17 apr.)

13.Sotero (22 apr.)

14.S. Eleuterlo (26 mag.)

15 S. Vittore I (28 luglio)

16. S. Zelfirino (26 agosto)

17. S. Calisto I (14 ott.)

18. S. Urbano I (25maggio)

19. S. Ponziano (19 nov.)

21. S. Fabiano (20 genn.)

22. * S . Cornelio (16 sett.)

23. S. Lucio I (4 marzo)

24. S. Stefano I (2 agosto)

25. * S. Sisto II (6 agosto)

27. S. Felice I (30 maggio)

29. S. Caio (22 apr.)

30. S. Marcellino (26 apr.)

31. S. Marcello l (16.genn.)

33. S. Melchiade (10 dicembre)

SANTI.

S. Prisca (18 genn.)

S. Vitale da Ravenna (28 apr.)

S. Tecla (23 sett.)

S. Apollinare vesc.di Rav.(23 lug.)

** S. Ignazio d’Ant. (1° febbr.)

S Simeone (18 febbr.)

S. Ermete (28 agosto)

Ss . Faustino e Glovita (15 febbr.)

Ss. Evenzio e Comp. (3 maggio)

S. Sabina (29 agosto)

Ss. Eustachio e Comp. (20 sett.)

S. Sinforosa e i suoi 7 figli (18 luglio)

** Sante Perpetua e Felicita di Cartagine (6 marzo)

S. Martina (30 gennaio)

Ss. Gervasio e Protasio (19giug.)

Ss. Nazario e Celso (28 luglio)

S. Domitilla (12 maggio)

S. Nicomede (15 sett.)

S. Policarpo (26 genn.)

S. Pudenziana (19 maggio)

S. Prassede (21 luglio)

I 7 fratelli martiri (10 luglio)

S. Felicita (23 novembre.)

S. Giustino (14 aprile)

S. Sinforiano (22 agosto)

S Ireneo (2S giugno)

Ss. Tiburzio, Valeriano e Massimo (14 aprile)

S. Cecilia (22 novembre)

Sant’Ippolito (22 agosto)

S. Barbara (4 dicembre)

S. Agata (5 febbraio)

S. Apollonia (9 febbraio)

S. Epimaco (10 maggio)

S. Venanzio (18 maggio)

S. Cristoforo (25 luglio)

Ss. Dionigi e Comp. (9 ottobre)

Ss. Trifone, Respizio e Ninfa (10 novembre)

S. Saturnino. (29 novembre)

Ss. Rufina e Seconda (10 luglio)

S. Margherita (20 luglio)

Ss. Abdon e Sennen (30 luglio)

S. Romano (9 agosto)

S. Lorenzo (10 agosto)

S. Ippolito (13 agosto)

Ss. Proto e Giacinto (11 sett.)

S. Cipriano (16 settembre)

Ss. Mario e Comp. (19 gennaio)

Sant’Emerenziana (23 gennaio)

S. Valentino (14 febbraio)

S. Giorgio (23 aprile)

S. Pancrazio (12 maggio)

S. Bonifacio (14 maggio)

S. Agapito (18 agosto)

S. Sebastiano (20 gennaio)

S. Agnese (21 gennaio)

S. Vincenzo (22 gennaio)

S. Dorotea (6 febbraio)

Ss. Marcellino, Pietro ed Erasmo (2 giugno)

Ss. Primo e Feliciano (9 giugno)

Ss. Basilide e Comp. (12 giugno)

S. Vito o Guido (15 giugno)

Ss. Marco e Marcellino (18 giugno)

Ss. Nabor e Felice (12 luglio)

S. Cristina (24 luglio)

S. Pantaleone (27 luglio)

Ss. Simplicio e Comp. (29 luglio)

Ss. Ciriaco e Comp. (8 agosto)

Ss. Tiburzlo e Susanna (11 agosto)

Ss. Felice e Adaucto (30 agosto)

Ss. Maurizio e Comp. (22 sett.)

Ss. Cipriano e Giustina (26 settembre)

Ss. Cosma e Damiano (27 sett.)

Ss. Sergio e Comp. (7 ottobre)

Ss. Crisante e Daria (25 ottobre)

Ss. Vitale e Agricola (4 nov.)

I 4 Coronati (8 novembre)

S. Menna (11 novembre)

S. Crisogono (24 novembre)

S. Caterina d’Aless. (25 nov.)

S. Lucia (13 dicembre)

Ss. Gennaro e Comp. (19 sett.)

S. Adriano (8 settembre)

S. Gorgonlo (9 settembre.)

S. Anastasia (25 dicembre)

S. Felice (14 gennaio)

S. Biagio (3 febbraio)

1 40 martiri di Sebaste (10 marzo)

S. Casslano (13 agosto)

S. Timoteo (22 agosto)

S. Pietro d’Aless. (26 novembre)

S. Acazio soldato (8 maggio)

S. Gregorio Taumat. (17 nov.)

c) Il Medio-evo (IV-XV.secolo)

Costantino (306-337), vittorioso di Massenzio, grazie al Labaro si convertì al cattolicesimo, e fu lo strumento di cui Dio si servì per permettere alla Chiesa, dopo tre secoli di persecuzioni, di abbattere definitivamente il paganesimo. Costantino fece costruire le antiche basiliche del Salvatore e di S. Pietro a Roma, ricostruite e consacrate più tardi. La festa dell’Invenzione della S. Croce (3 maggio) si celebra in Oriente il 14 settembre, anniversario della consacrazione dei!: basilica che Costantino fece erigere sul Calvario; in Occidente dette origine alla festa dell’Esaltazione della S. Croce (14 settembre).

Intanto, valendosi dell’era di pace, i Papi

34 S. Silvestro I (31 dicembre)

35 S. Marco I (7 ottobre)

si dedicarono all’organizzazione della Chiesa; ma ben presto la persecùzione riprese e il calendario segna nuovi martiri.

Sotto Giuliano l’Apostata:

S. Gordiano (10 maggio);

* Ss. Giovanni e Paolo (26 giugno);

3. Bibiana (2 dicembre).

Sotto Valentiniano I e Valente:

38 S. Felice II, papa (29 luglio).

E fu allora che per trovare la pace in tempi così torbidi, un gran numero di cristiani si rifugiò nella solitudine della Tebaide. Il più celebre fra questi fu S. Paolo, primo eremita (†341, festeggiato il 15 gennaio), il quale fu il primo legislatore degli Anacoreti.

S. Orsola e le sue Compagne (21 ottobre) S. Teodoro (9 novembre).

S. Giovenale (3 maggio) S. Alessio (17 luglio) S. Ilarione (21 ottobre).

A questo secolo appartengono il primo santo Confessore ricordato nel Calendario cattolico in Oriente, e S. Martino (11 novembre) il primo in Occidente. Il calendario porta nomi di altri Papi Confessori:

39. S. Damaso 1 (11 dic.)

42. S. Innocente I (28 luglio)

47. S. Leone Magno (11 apr.)

55. S. Giovanni I (27 maggio)

80. S. Silverio (20 giugno)

66. S. Gregorio Magno (12 marzo)

76. S. Martino I (12 novembre)

82. S. Leone II (3 luglio)

Nel IV secolo incomincia l’èra aurea dei Padri della Chiesa,

come ci ricordano le feste dei quattro grandi dottori d’Oriente:

S. Atanasio (2 maggio),

S. Basilio Magno (14 giugno)

S. Gregorio di Nazianzo (9 maggio),

S. Giovanni Crisostomo (27 gennaio),

e di quelli d’Occidente:

S. Ambrogio (7 dicembre),

S. Agostino (28 agosto) convertito dalla madre

S. Monica (4 maggio),

S. Girolamo (30 settembre) e

S. Gregorio Magno, già ricordato. Se si aggiungono i nomi di

S. Nicola (6 dicembre), di

S. Ilario (14 gennaio), di

S. Eusebio (16 dicembre), di

S. Efrem (18 giugno), di

S. Damaso (già ricordato), di

S. Cirillo di Gerusalemme (18 marzo), di

S. Liborio (23 luglio), di

S. Paolino (22 giugno), di

S. Cirillo d’Alessandria (9 febbraio), di

S. Pietro Crisologo (4 dicembre), dei due Papi Leone I e S. Leone II, già ricordati, di

S. Isidoro (4 aprile), di

S. Beda (27 maggio), e di

S. Giovanni Damasceno l’ultimo Padre della Chiesa d’Oriente (27 marzo) si hanno ì principali difensori della dottrina cattolica dal IV all’VIII secolo.

V SECOLO.

Le grandi solennità dell’anno, le ordinazioni delle Quattro Tempora e le Stazioni di Quaresima che si compivano nelle basiliche romane e in oltre 43 santuari differenti, ci fanno vedere che fin dal V secolo la Chiesa aveva completamente conquistata la città eterna.

In questo tempo vengono istituite due feste: l’una per celebrare l’Apparizione di S. Michele in Italia (8 maggio) e l’altra la Dedicazione della basilica di S. Michele (29 settembre) che gli fu consacrata da Papa Bonifacio IV sull’area del circo romano.

Nel 415 avvenne l’Invenzione del corpo di S. Stefano (3 agosto).

Nel 431 il terzo Concilio a Efeso condannò Nestorio che negava l’unità della persona in Cristo e la conseguente maternità divina in Maria.

Il calendario riporta inoltre nomi di Vescovi missionari e monaci che, dal secolo V intrapresero la conversione dei barbari le cui orde avevano invaso l’Europa.

VI SECOLO.

S. Saba (5 dicembre) ordina le comunità monastiche in Palestina.

S. Remigio (1° ottobre) battezzò Clodoveo nel Natale del 496 e fece della Francia la Figlia primogenita della Chiesa.

S. Patrizio (17 marzo) converti l’Irlanda e fece sì che essa fu chiamata l’isola dei Santi.

S. Ermenegildo (13 aprile), determinò la Spagna ad abbracciare la fede di Cristo.

S. Egidio (1° settembre) è uno dei quattordici Santi Ausiliari.

Ma è soprattutto

S. Benedetto (21 marzo), che, dando alla vita monastica una regola piena di saggia moderazione, assicura per parecchi secoli l’impero della Chiesa su Roma, allora in decadenza, e sui popoli barbari; e mentre

S. Scolastica, sua sorella (10 febbraio) santifica le anime nella solitudine del monastero; il Patriarca dei monaci d’Occidente invia in Francia il discepolo

S. Mauro (15 gennaio).

S. Placido (5 ottobre) fu anche uno dei suoi discepoli più cari. Il primo Papa benedettino, S. Gregorio Magno Magno, mandò

S. Agostino di Cantorbery (28 maggio) ad evangelizzare la Gran Bretagna, la quale meritò in poco tempi d’essere anch’essa chiamata l’isola dei Santi.

VII SECOLO.

Le Litanie Maggiori, il 25 aprile, perpetuano da S. Gregorio in poi, la testimonianza della confidenza piena che la Chiesa ha nella preghiera e nella penitenza per scongiurare calamità pubbliche.

Nel Pantheon d’Agrippa, Roma aveva riuniti tutti gli dèi pagani, ma questo tempio, liberato da tutti gli idoli, fu dedicato il 13 maggio del 640 dal Papa Bonifacio IV a Maria e ai Martiri, e più tardi a tutti i Santi. Sotto Gregorio IV (827-844), questa festa venne trasportata al 1° novembre, in modo che la festa di Tutti i Santi, divenuta anniversario di questa consacrazione, segnò il trionfo di Cristo sulle false deità.

Nel 628, S. Anastasio (22 gennaio) fu martirizzato per òrdine del re Cosroe.

VIII SECOLO.

Il 5 giugno la Chiesa festeggia

S. Bonifacio benedettino, sassone, il quale incorona il re Pipino e converte la Germania.

IX SECOLO.

In seguito a calamità pubbliche S. Mamerto nel V secolo stabilisce le Rogazioni, che nell’816 vengono introdotte a Roma da Leone III. Questi fu il Pontefice che coronò Carlo Magno nel Natale dell’800. Difensore della S. Chiesa e Ausiliare in tutto della S. Sede Apostolica e della Cristianità, di cui il Papa era la testa ed egli fu il braccio, questo imperatore diffonde ovunque la liturgia romana e Il canto gregoriano.

La festa dei

Ss. Cirillo e Metodlo (7 luglio) ricorda la conversione della Boemia e della Polonia che, per essi, entravano a far parte della S. Chiesa nel 870. Di questi paesi e dell’Ungheria è patrono

S. Venceslao (28 settembre).

X SECOLO.

In Francia, la fondazione del celebre monastero benedettino di Cluny (910) segna una data importante nella storia della Chiesa, poiché quest’abbazia fu un vivaio di uomini apostolici. Uno dei primi abati di questo monastero, S. Odilone, fece celebrare il 2 novembre 998 la Commemorazione del Defunti, che ben presto fu estesa a tutta la Chiesa.

XI SECOLO.

Nell’XI secolo, lo slancio religioso è dato da un grande numero di santi. Ancora dell’ordine benedettino vi sono da ricordare due fondatori:

S. Giovanni Gualberto (12 luglio) e

S. Romualdo (7 febbraio) che istituisce i Camaldolesi, di cui

S. Pietro Damiano (3 febbraio) è uno dei più illustri membri. Sul trono risplendono le virtù di  S. Enrico (15 luglio), capo del Sacro Romano Impero;

di S. Stefano d’Ungheria (2 settembre), onorato dalla Sede del titolo di Re apostolico; di S. Edoardo (13 ottobre) d’Inghilterra;

di S. Canuto Magno (19 gennaio), re di Danimarca, che distrusse nel suo popolo le ultime vestigia dell’idolatria, e

Santa Margherita (10 giugno) regina e patrona della Scozia.

In Polonia è da ricordare il Vescovo

S. Stanislao (7 maggio).

Alla fine di questo medesimo secolo la Chiesa attraversa una crisi gravissima. In Oriente le forze dell’Islamismo diventano ogni giorno più minacciose; in Occidente la lotta fra il potere spirituale e il potere temporale si è ingaggiata con un’asprezza tutta particolare; nel clero s’introducono la simonia e il rilassamento e Berengario comincia le sue controversie sull’Eucarestia. È allora che Dio suscita nel 1073 il glorioso monaco benedettino di Cluny, Ildebrando, che divenne Papa e portò il nome di:

162. S. Gregorio VII (25 maggio).

Onesto illustre prelato ristabilisce la legge del celibato, abolisce le investiture e si oppone alle usurpazioni imperiali scomunicando e deponendo dal trono Enrico IV, imperatore di Germania.

XII SECOLO.

Un altro figlio di S. Benedetto,

S. Anselmo di Cantorbéry (21 aprile)

sostiene in Inghilterra le medesime lotte che sosterrà un secolo più tardi

S. Tomaso di Cantorbéry (29 dicembre).

Allora appaiono

S. Brunone (6 ottobre) fondatore dell’Ordine dei Certosini,

S. Norberto (6 giugno) fondatore dell’Ordine dei Premonstratensi,

e S. Roberto fondatore dell’Ordine dei Cisterciensi, ove si osserva in tutto il suo rigore la regola di S. Benedetto.

La più grande gloria di quest’Ordine fu

S. Bernardo (20 agosto) che predicò la 2″ Crociata;

S. Guglielmo (25 giugno) fonda anche un monastero che si ispira soprattutto alla regola benedettina.

Nel 1160 muore

S. Ubaldo (16 maggio), celebre per il suo poter sui demoni.

XIII SECOLO.

Il secolo XIII, che è tra i più gloriosi per la Chiesa, vide sorgere due nuovi Ordini, destinati particolarmente al riscatto e alla liberazione dei Cristiani prigionieri.

L’Ordine della Madonna della Mercede (24 settembre), istituito da

S. Pietro Nolasco (28 gennaio).

S. Raimondo .Nonnato (31 agosto)

fu una gloria di questo Ordine.

L’Ordine dei Trinitari, fondato un po’ prima da

S. Giovanni di Matha (8 febbraio) e da

S. Felice di Valols (20 novembre).

Più d’un milione di prigionieri furono riscattati dai religiosi di questi Ordini dalla schiavitù dei Mussulmani. Inoltre per opporsi ai disordini degli Albigesi, che infestavano il mezzogiorno della Francia, Iddio manda

S. Domenico (4 agosto) che fonda l’Ordine dei Frati Predicatori, illustrato a sua volta da

S. Pietro da Verona (29 aprile), da

S. Giacinto (17 agosto), da

S. Tomaso d’Aquino (7 marzo) e da

S. Raimondo di Pegnafort (23 gennaio) e da

Sant’Alberto il Grande (15 novembre).

Per riscaldare, dice la liturgia, il mondo raffreddato, Dio suscita contemporaneamente a S. Domenico, il serafico

S. Francesco d’Assisi (4 ottobre), fondatore dell’Ordine dei Frati Minori. Viene celebrato il 17 settembre il ricordo delle Stigmate che S. Francesco ricevette.

Fra gli illustri figli di quest’Ordine sono da ricordare:

S. Antonio di Padova (13 giugno),

S. Bonaventura (14 luglio). Il 12 agosto la Chiesa celebra

S. Chiara, cooperatrice di S. Francesco, per la fondazione del secondo Ordine o delle Clarisse; in questo tempo fu istituito il terzo Ordine o l’Ordine dei Terziari.

Nel secolo XIII fu anche istituito in Europa l’Ordine del Carmelo come ricorda la solennità della

B. V. M. del Monte Carmelo (16 luglio); fu inoltre istituito da 7 Fondatori (12 febbraio) l’Ordine dei Servi di Maria; uno dei primi generali dei Serviti fu

S. Filippo Benizi (23 agosto).

Dall’Ordine benedettino si partono in quest’epoca due rami:

quello dei Monaci Silvestrini, istituito da

S. Silvestro († 1267: 26 novembre) e quello dei Celestini, fondato da  S. Pietro Celestino che fu Papa per qualche mese sotto il nome di:

197 | S. Celestino V (19 maggio).

S. Elisabetta illustra il trono di Ungheria (19 novembre),

S.Edvige quello di Polonia (16 ottobre) e in Francia regna il più grande re cristiano della storia:

S. Luigi IX (25 agosto).

La festa del « Corpus Domini », chiesta da nostro Signore alla beata Giuliana nel 1208 ed estesa a tutto il mondo da Papa Urbano IV nel 1264, rammenta in noi il più potente mezzo scelto da Dio per rendere alla Chiesa il suo fervore e rammenta altresì il XII Concilio ecumenico del Luterano, nel quale fu formulato — usando la parola transustanziazione — il dogma della presenza reale di Gesù nell’Eucarestia, dogma che del resto aveva sempre fatto parte essenziale dell’insegnamento della Chiesa. Il medesimo Concilio prescrisse la confessione annuale e la Comunione pasquale.

La Natività della B. V. Maria (8 settembre) fu dal Papa Innocenzo IV arricchita di un’ottava dopo il XIII Concilio ecumenico di Lione del 1245.

XIV SECOLO.

Nel XIV secolo l’antico Ordine degli Agostiniani dà alla Chiesa

S. Nicola da Tolentino (10 settembre) e

S. Brigida di Svezia (8 ottobre);

quello dei Benedettini

S. Geltrude la Grande (16 novembre) che fu celebre per le sue rivelazioni sul Sacro Cuore; quello del Carmelo

S. Andrea Corsini (4 febbraio); quello di S. Francesco,

S. Elisabetta, regina del Portogallo (8 luglio); quello dei Servi di Maria

S. Giuliana Falconieri (19 giugno), fondatrice delle Mantellate:

e quello di S. Domenico,

S.Caterina da Siena (30 aprile) che persuase il Papa Gregorio XI a tornare a Roma. Durante un periodo di 70 anni — che sono stati paragonati ai 70 anni della cattività di Babilonia — i Papi abitarono infatti ad Avignone per sottrarsi ai pericoli, che essi incontravano nella Città Eterna. Fu ad Avignone che Giovanni XXII estese, nel 1334, a tutta la Chiesa la festà della SS. Trinità (I Domenica dopo Pentecoste) e che Gregorio XI istituì, un anno prima di tornare a Roma, la festa della Presentazione della B. V. M. (21 novembre), che era già celebrata in Oriente. Il successore, Urbano VI stabilì nel 1389 per tutto il mondo la festa della Visitazione della B. V. M. (2 luglio) per ottenere la fine del grande scisma, che mettendo l’uno contro l’altro due papi, desolò per quarant’anni l’Occidente.

XV SECOLO.

Nel XV secolo Dio mandò alla Francia

Santa Giovanna d’Arco (30 maggio); alla Spagna

S. Vincenzo Ferreri dell’Ordine di S. Domenico (5 aprile);

S. Giovanni di S. Facondo dell’Ordine di S. Agostino (12 giugno) e

S. Diego dell’Ordine di S. Francesco (13 novembre): all’Italia

S. Francesca Romana, fondatrice delle Oblate di S. Benedetto (9 marzo),

S. Antonino, domenicano, arcivescovo di Firenze (10 maggio),

S. Bernardino da Siena, francescano (20 maggio),

S. Lorenzo Giustiniani (1° Patriarca di Venezia) (5 settembre); e alla Polonia

S. Giovanni di Kenty (20 ottobre) e

S. Casimiro

(4 marzo).

La presa di Costantinopoli per opera di Maometto II, nel 1453, portò con sé la caduta dell’Impero d’Oriente, che risaliva fino a Costantino, giusto castigo della sua ribellione alla Chiesa di Roma. Intanto per proteggere l’Europa dall’onda invadente, i Papi suscitano degli eroi.

S. Giovanni Capiscano, francescano italiano (28 marzo) predica una crociata e sotto le mura di Belgrado l’islamismo viene vittoriosamente ricacciato da Giovanni Huniady. In memoria di questo avvenimento importante, Papa Calisto III estende a tutta la Chiesa la festa della Trasfigurazione (6 agosto), Cristoforo Colombo scopre il nuovo mondo e Vasco di Gama le Indie Orientali che ricompenseranno la Chiesa dei danni che subirà in Europa nel XVI secolo.

d) Evo Moderno (XVI-XX secolo)

XVI SECOLO.

Il XVI secolo segna una data dolorosa per la Chiesa. Il paganesimo rinascente, Il protestantesimo e ben presto il giansenismo la travagliano all’interno, mentre all’esterno l’Islamismo diventa sempre più minaccioso. Sembra che si sia scatenato satana; egli seduce le nazioni ai quattro angoli della terra, le riunisce per il combattimento ed « esse circondano la terra dei Santi e la città beata » (Apoc. XX, 7); più tardi anzi andranno a spogliare il successore di Pietro del suo patrimonio.

Per opporre un ostacolo all’invasione dei barbari, la Provvidenza Divina aveva suscitato all’alba del Medio-Evo S. Benedetto e il suo Ordine di pace; per combattere la barbarie dello spirito che si avanza come l’armata del male, Dio fa sorgere nei primi tempi dell’Evo Moderno in mezzo a uno stuolo di altri santi,

S. Ignazio di Loyola (31 luglio) primo generale della Compagnia di Gesù, questa nuova milizia di Cristo approvata dalla bolla: Al governo della Chiesa militante. Fino a questo momento si possono ricordaredi questa Compagnia i nomi gloriosi di

S. Francesco Borgia (10 ottobre),

S. Francesco Saverio (primo apostolo degli Indi(3 dicembre) e

S. Luigi Gonzaga, il modello della giovinezza cristiana(21 giugno) e

S. Pietro Canisio (27 aprile) che affrontò coraggiosamente l’errore protestante e fece un celebre catechismo.

Nel 1507 muore

S. Francesco da Paola (2 aprile) fondatore dell’Ordine dei Minimi.

Un figlio di S. Domenico sale allora sul trono pontificale:

232 | S. Pio V (5 maggio). Egli istituisce nel 1571 la festa della Madonna della Vittoria, diventata due anni più tardi festa del S. Rosario della B. V. Maria (7 ottobre), in ricordo della vittoria navale di Lepanto riportata sui Turchi.

Con l’aiuto di

S. Giovanni della Croce, Carmelitano scalzo (24 novembre),  la serafica

S. Teresa (15 ottobre) ristabilisce la primitiva osservanza nell’antico Ordine del Carmelo;

S. Pietro d’Alcantara, illustre riformatore dell’Ordine dei Minori (19 ottobre) guida la santa nel suo nobile lavoro.

S. Pasquale Baylon, il patrono delle opere eucaristiche (17 maggio) è anch’egli figlio di S. Francesco.

S. Gerolamo Emiliani (20 luglio) istituisce la Congregazione dei Somaschi per l’educazione dei giovani e

S. Angela de Merici (31 maggio) quella delle Orsoline per l’educazione delle giovinette.

S. Gaetano (7 agosto) fonda i Teatini;

S. Antonio Maria Zaccaria (5 lug io) fonda un altro istituto del medesimo genere.

S. Carlo Borromeo (4 novembre) riforma il clero;

S. Filippo Neri (26 maggio) istituisce la Congregazione dell’Oratorio;

S. Tommaso da Villanova, monaco agostiniano, si rende celebre per la sua carità verso i poveri (22 settembre), e

S. Giovanni di Dio (8 marzo) stabilisce una Congregazione di Frati Ospitalieri. Nel 1584 Gregorio XIII estende la festa di

S. Anna (26 luglio) a tutta la Chiesa; fu questo Papa che nel 1582 promulgò la riforma del calendario, che va sotto il nome di Riforma gregoriana.

Nel 1585 Sisto V impose a tutta la Chiesa la festa della Presentazione di Maria, che si celebrava già da tempo in Oriente.

Ancora nel XVI secolo Giulio II e Leone X fecero innalzare sulla tomba di S. Pietro la vasta basilica del Vaticano, una delle meraviglie del mondo. Nell’anno 1600 le indulgenze del giubileo vi attirarono tre milioni di pellegrini; Urbano VIII la consacrò nel 1626, come ci ricorda l’anniversario della Consacrazione della basilica di S. Pietro (18 novembre).

XVII SECOLO.

Nel 1608 Paolo V estende alla Chiesa universale la festa dei Ss. Angeli (2 ottobre) e nel 1621 Gregorio XV quella di S. Giuseppe, la quale fin dagli ultimi del secolo XV era stata fissata la data 19 marzo.

La festa del SS. Nome di Maria (12 settembre) approvata da Roma nel 1513, nel 1683 fu estesa da Papa Innocenzo XI a tutta la Chiesa per ringraziare la Vergine della vittoria di Giovanni Sobieski sui Turchi che assediavano Vienna. Lo stesso Papa istituì nel 1688 la festa dei Sette Dolori della B. V. Maria, estesa da Benedetto XIII nel 1727 alla Chiesa Universale; Pio X la fissò al 15 settembre, giorno della ottava della Natività. XVII sec. appaiono nuovi Ordini religiosi che si dedicheranno in modo meraviglioso all’insegnamento e a tutte le opere di carità.

S. Francesco di Sales (29 gennaio) istituisce insieme con

S. Giovanna Francesca di Chantal († 1641: 21 agosto) l’ordine della Visitazione.

Nel 1690

S. Margherita Maria Alacoque (17 ottobre) è favorita a Paray-le-Monial da parecchie visioni del Sacro Cuore.

S. Vincenzo de’ Paoli (19 luglio) fonda la Congregazione dei Preti delle Missioni e, con l’aiuto di S. Luisa Marillac (canonizzata nel 1934) quella delle Figlie delia Carità

S. Camillo de Lellis (18 luglio) fonda una Congregazione di Chierici regolari per il servizio degli ammalati.

S. Francesco Caracciolo (4 giugno) fonda l’Ordine dei Chierici minori regolari e

S. Giuseppe Calasanzio (27 agosto) quello dei Chierici regolari delle scuole pie.

S. Maria Maddalena de’ Pazzi (29 maggio) è una delle glorie dell’Ordine del Carmelo, mentre per l’Ordine di S. Francesco, vi è

S. Fedele da Sigmaringen (24 aprile) e

S. Giuseppe da Copertino (18 settembre); per l’Ordine dei Gesuiti,

S. Roberto Bellarmino (13 maggio), e per l’Ordine dei Teatini

S. Andrea Avellino (10 novembre).

S. Rosa da Lima (30 agosto) è il primo fiore di santità prodotto dal nuovo mondo.

Nel 1623

S. Giosafat, Arcivescovo di Polosca (14 novembre) che cerca di ricondurre a Roma gli eretici e gli scismatici è mandato a morte.

Da segnalare vi è poi il voto fatto da Luigi XIII, nel 1638 di fare una solenne processione il giorno dell’Assunta, legando così questa grande festa della Madonna alla storia nazionale della Francia.

XVIII SECOLO.

S. Giovanni Battista de La Salle (15 maggio) fonda l’Istituto cosi utile e benefico dei Fratelli delle Scuole Cristiane. Nel 1716 la festa della Madonna del Rosario (7 ottobre) viene estesa da Clemente XI a tutta la Chiesa in memoria della nuova disfatta dei Turchi, subita a Peter Wardein, per opera di Carlo VI.

Nel 1721 Innocenzo XIII concede l’estensione della festa del SS. Nome di Gesù, il 2 gennaio, a tutto il mondo.

Nel 1726 Benedetto XIII, consacra la basilica di S. Giovanni in Laterano, che era stata riedificata, e fa celebrare ogni anno l’anniversario di questo avvenimento con la festa della Consacrazione dcll’Arcibasilica del S. Salvatore (9 novembre); lo stesso Papa l’anno seguente estende a tutta la Chiesa la festa dei Sette Dolori della B.V. M. che si celebra il Venerdì di Passione.

S. Alfonso de’ Liguori, (2 agosto) istituisce la Congregazione del SS. Redentore; i suoi scritti contribuiscono grandemente a riparare al male causato dal rigorismo giansenista. —

S. Paolo della Croce (28 aprile) fonda l’istituto dei Passionisti.— Nel 1765 Clemente XIII estende a tutta la Chiesa l’usanza delle Quarant’Ore che risale al secolo XVI: è una divozione riparatrice e nello stesso tempo una protesta contro il razionalismo che cominciava già a produrre tanta rovina. Alla fine di questo secolo di incredulità, scoppia la rivoluzione francese e il secolo seguente è quello della rivolta generale contro ogni autorità.

XIX SECOLO.

Nel 1817 per ricordare i dolori che Pio VII esiliato e prigioniero aveva sopportato e la protezione della Vergine che lo aveva liberato contro ogni umana aspettativa, Pio VIII estende a tutta la Chiesa la Festa dei Dolori di Maria (15 settembre), che i Servi di Maria celebravano fin dal XIII secolo.

Nel 1849 Pio IX istituisce la

festa del Preziosissimo Sangue di Gesù (1° luglio) per mostrare che ai meriti del Salvatore si deve la vittoria riportata dalle armi francesi sulla rivoluzione che aveva cacciato il Papa da Roma; essendosi ottenuta questa vittoria il 2 luglio, il Papa elevò la festa della Visitazione della B. V. M. a rito doppio di II classe. — Ancora questo Papa nel 1847 estende a tutta la Chiesa la festa della Solennità di S. Giuseppe (mercoledì della 2a settimana dopo l’Ottava di Pasqua), e nel 1870 dichiara questo santo Patriarca protettore della Chiesa universale.

– Nel 1854, Papa Pio IX proclama il dogma dell’Immacolata Concezione di Maria, la cui festa (8 dicembre) era stata già concessa al mondo intero da Clemente X nel 1708; Leone XIII estende a tutto il mondo la Vigilia di questa festa nel 1879. — Ma il mezzo più grandioso che Dio impiega per confondere insieme la perfida dell’eresia giansenista e il razionalismo empio e immorale è il culto del Sacro Cuore la cui festa (Venerdì dopo l’Ottava del Corpus Domini) approvata nel 1765 da Clemente XIII, è innalzata nel 1889 alla dignità di rito di I classe. — Nel 1854 Papa Pio IX consacrala Basilica di S. Paolo fuori le mura, incendiata nel 1823 e fissa la festa della Consacrazione della Basilica di S. Paolo al 18 novembre. — Nel XIX secolo è istituita anche la festa delle Reliquie (5 novembre). — Nel 1888 Leone XIII colpito dalle dolorose prove che la Chiesa subisce, compone una Méssa e un ufficio nuovo in onore della Madonna del Rosario (7 ottobre) ed eleva questa festa al rito doppio di II classe. Il medesimo Papa nel 1879 eleva al rito doppio di II classe la festa di

S. Gioachino, 16 agosto) e quella di

S. Anna (26 luglio).

XX SECOLO.

Nel 1890 Leone XIII istituisce la festa della Madonna di Lourdes febbraio) che Pio X estende nel 1907 alla Chiesa universale. Questo Papa eleva al rito doppio di II classe la festa della Madonna dei 7 Dolori (15 settembre) e trasforma il calendario delle feste cristiane in modo da rendere al Ciclo Cristologico la preponderanza sul Ciclo Santorale. Benedetto XV fa rendere culto universale a

S. Efrem (18 giugno) e gli dà il titolo di dottore; ordina un nuovo Prefazio per S. Giuseppe e i Defunti, e canonizza Giovanna d’Arco, già ricordata, S. Margherita Maria Alacoque (17 ottobre) e

S. Gabriele dell’Addolorata (27 febbraio). Introduce inoltre nella Chiesa universale la

festa della Sacra Famiglia (Domenica nell’Ottava dell’Epifania),  di

S. Gabriele (24 marzo),  di

S. Raffaele, 24 ottobre, di

S. Ireneo (28 giugno) e, ove lo desiderano, la festa di

Maria Mediatrice di tutte le grazie (31 maggio) e del

Cuore Eucaristico Gesù (giovedì dopo l’Ottava del Corpus Domini).

Pio XI istituisce la

Festa di Cristo Re (ultima Domenica di ottobre), quella di

S. Teresa del Bambino Gesù (3 ottobre) e di

S. Pietro Canisio (già citato), che dichiara Dottore della Chiesa insieme con

Giovanni della Croce (già citato anch’esso). Canonizza il S. Curato d’Ars (9 agosto),

S. Maria Sofia Barat (25 maggio) fondatrice delle Dame del S. Cuore, e

S. Giovanni Eudes (19 agosto), fondatore degli Eudisti. Compone anche un nuovo Ufficio e una nuova Messa con Prefazio proprio della Festa del Sacro Cuore, aggiungendovi l’Ottava privilegiata. Estende la festa di S. Margherita Maria Alacoque alla Chiesa universale e canonizza nel 1930  

S. Roberto Bellarmino (13 maggio), che insieme a

S. Alberto Magno (15 novembre), canonizzato nel 1932 fu da lui proclamato Dottore della Chiesa. Infine estende alla Chiesa universale la festa della Maternità della B. V. M. (11 ottobre)

e quella di S. Gabriele dell’Addolorata. Fra le ultime canonizzazioni avvenute, ricordiamo in modo speciale quelle di

S. Giovanni Bosco (31 gennaio)

S. Giuseppe Ben. Cottolengo (30 aprile

S. Giovanna Antida Thouret (23 maggio)

S. Margherita Redi (11 marzo).

S. Giovanni Leonardi (9 ottobre)

S. Andrea Bobola (16 maggio)

S. Salvatore da Orla (18 marzo).

Pio XII costituisce Patroni principali d’Italia S. Francesco d’Assisi e S. Caterina da Siena; canonizza

S. Gemma Galgani (11 aprile) e

S. Maria S. Eufrasia Pelletier (24 aprile).

III. Commento Liturgico.

Durante il primo semestre dell’anno ecclesiastico (Avvento-Pentecoste) la Chiesa ricostituisce la vita di Cristo; durante il secondo (Trinità-Avvento), mostra la vita della Chiesa stessa che si sforza di riprodurre nei suoi Santi le virtù del Maestro. Infatti nel passato le Domeniche che. seguivano la Pentecoste erano raggruppate attorno a qualche Santo più importante: vi erano così le settimane dopo la festa di S. Pietro o degli Apostoli, le settimane dopo la festa di S. Lorenzo, le settimane del settimo mese (settembre) e le settimane dopo la festa di S. Michele. Volendo accentuare l’azione dello Spirito Santo nelle anime dopo la Pentecoste, queste Domeniche ricevettero più tardi l’antica e più logica denominazione di Domeniche dopo la Pentecoste, che le riunisce cosi al Ciclo pasquale. Questa seconda parte dell’anno, senza sottoporre nuovamente la sua liturgia all’ordine cronologico della prima, ne è tuttavia l’eco fedele, poiché approfondisce in maniera nuova gli insegnamenti del Signore lasciandosi guidare dai bisogni della nostra intelligenza e del nostro cuore. E così come già nella prima parte si leggevano nel loro ordine le lettere di S. Paolo, il Vangelo di S. Matteo, S. Marco, S. Luca, anche qui si ritrova traccia di questo ordine. Si vede così che per « la maggior parte del tempo », i Salmi sono presi, specialmente per gli Alleluia, Offertori e Comunioni, in un ordine ascendente (Vedi Tavola, p. 844 e 845). Ma perché in questi brani del Vangelo e nei Salmi è stato preso un tal passo o un tal versetto piuttosto che un altro? Come per le Domeniche del Tempo della Settuagesima e della Quaresima, sono i libri storici letti nel Breviario che hanno determinato, per la maggior parte del tempo, questa scelta per le Messe dalla I alla XI Domenica dopo la Pentecoste. Dalla XII Domenica il ravvicinamento tra il Messale ed il Breviario, è meno apparente. Ma per restar fedele al metodo usato per le prime 11 Domeniche come per le Domeniche dalla Settuagesima alla IV Domenica di Quaresima, noi abbiamo creduto bene continuare a stabilire questo parallelismo. Noi non vogliamo con ciò dire che i rapporti da noi già stabiliti, fossero stati tutti voluti dalla Chiesa quando Ella compose il Messale, ma pensiamo che è conforme allo spirito della Chiesa Io studiare questo libro in rapporto al Breviario, poiché Essa ce li dà unitamente ogni giorno, e proponiamo una interpretazione che ci farà rivivere tutta la Storia Sacra ogni anno. Cosi il Messale insegna nello stesso tempo la Storia Sacra, la Storia di Gesù e la storia della Chiesa e, soprattutto, il dogma cattolico, e la morale cristiana nella sua applicazione pratica. Che bel catechismo! Siccome tutte le Domeniche di questo tempo si ricollegano, come è stato detto, alla festa di Pentecoste — ed ecco perché sono dette Domeniche dopo Pentecoste, — si può cercare un altro piano logico che si aggiunge a quello già esposto e viene a completarlo, facendo inquadrare quest’epoca col piano generale del Ciclo. — Lo Spirito Santo, come è stato detto (V. Commento dogmatico), dà alla Chiesa i differenti insegnamenti di Cristo. Il primo di tutti i dogmi è quello della SS. Trinità e questo dogma, lo Spirito Santo ricorda prima d’ogni altro alla Chiesa, poiché solo battezzando in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, essa deve insegnare a tutto il mondo. Ed ecco che la prima Domenica dopo Pentecoste coincide con la festa della SS. Trinità. — Ilsecondo dogma è l’Incarnazione, che ci ricorda fino alla fine dei secoli, la presenza di Gesù nell’Eucarestia; e la seconda solennità è quella del Corpus Domini. — Il terzo dogma è quello della Chiesa la cui anima è lo Spirito Santo, ed ecco che tutte le domeniche seguenti contengono allusioni allo Spirito Santo, e alla grazia che produce nelle anime che appartengono alla Chiesa, per farle sempre più intimamente spose di Cristo. « Durante questo tempo la nostra attenzione è sempre rivolta alla santa Persona divina che, mandata alla Chiesa e alle anime continua e conduce a termine l’opera redentrice ricordata dall’Avvento a Pentecoste. Grazie a questa luce, noi intenderemo meglio le pagine e le parole ispirate, scelte come letture e come canti della Messa: e ciascuna ci apparirà come uno strumento per le divine operazioni dello Spirito Santo nelle anime. Manteniamo la luce di fede che splende specialmente nelle Messe del Tempo dopo Pentecoste; senza dare alle formule di queste Messe una unità, una fisionomia precisa, questo criterio serve a produrre i frutti più preziosi di salvezza per l’anima, che lascia esplicare in se stessa l’azione dello Spirito» (Messale per tutti, LOVANIO). — Essendo poi queste domeniche destinate a rappresentare tutti i secoli che passerà la Chiesa, vi si possono vedere allusioni alle differenti età del mondo; infatti le ultime domeniche parlano esplicitamente del ritorno dei Giudei e delle grandi prove che segneranno la fine del mondo. – Infine. siccome il Tempo dopo Pentecoste è soprattutto consacrato alla Chiesa, fra le diverse domeniche destinate a conservare tutta la preminenza che spetta al Ciclo Cristologico, s’intercalano le grandi feste mediante le qualivengono ricordati i Santi che lo Spirito di Gesù ha fatti. Essi diventano da questo momento il commento vivo della parola del Maestro mettendo in pratica, durante la settimana, quello che lo Spirito Santo ha insegnato nella domenica. Il Ciclo dei Santi trova quindi in questo Tempo dopo Pentecoste tutta la sua ampiezza, pur mettendo in piena evidenza il Ciclo temporale dal quale dipende. Infatti noi qui abbiamo la festa della nascita di Maria sulla terra (8 settembre) e in cielo (15 agosto); la festa di S. Michele (29 settembre); degli Angeli (2 ottobre); la doppia natività di S. Giovanni Battista in terra (24 giugno) e in cielo, il giorno del suo martirio (29 agosto); la festa del Ss. Apostoli Pietro e Paolo (29 e 30 giugno); la festa di Tutti i Santi; la Commemorazione dei Defunti e l’Anniversario della Consacrazione delle principali chiese, simbolo delle assemblee delle anime che un giorno formeranno la Gerusalemme celeste. — Per esprimere questa speranza si usano i paramenti verdi, che ne sono il simbolo, per le Messe di tutte queste domeniche. Il verde che è l’indizio di vita nella natura, era antecedentemente assegnato agli Angeli, che erano rappresentati con aureola oppure veste di questo colore. Il verde designa anche il lavoro della vita della grazia nelle anime e perciò gli antichi dipingevano spesso la Vergine e i Santi con vesti verdi; mentre sui monumenti funerari si disegnava un ramo verde per significare l’immortalità dell’anima e la risurrezione, che sono la mèta del Tempo dopo Pentecoste. Siccome le Domeniche dopo la Pentecoste sono regolate dalla Pasqua, tra la XXIII e la XXIV, che è sempre l’ultima, si forma un vuoto che è riempito con le Domeniche dopo l’Epifania (6a, 5a e 4a e qualche volta anche la 3a dopo l’Epifania) che non furono celebrate. Di modo che, a seconda della Pasqua, si possono avere durante l’anno da 23 a 28 Domeniche dopo Pentecoste.

LO SCUDO DELLA FEDE (114)

Paolo SEGNERI S. J.:

L’INCREDULO SENZA SCUSA

Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1884

PARTE PRIMA

CAPO XXV.

L’ astrologia giudiziale non si può né anche fondare sull’esperienza.

I. Le fiere più maliziose sogliono alle lor tane formare due bocche, le quali se da’ cacciatori non sono serrate a un’ora, vana è la caccia. Dopo aver pertanto all’astrologia chiusa una porta della sua tana, che è la ragione, vantata a torto, conviene incontanente chiuder l’altra, che è l’esperienza: tanto più che da questa si fida più di scappare la maliziosa ove le riesca.

I.

II. E indubitato che qualunque esperienza si conseguisce colla induzion di più casi particolari tra loro simili, i quali danno la regola universale, madre dell’arte; e l’induzione, come il filosofo insegna (Arist. metaph. 1. 1. c. I . eth. 1. 6 c. 4), vuol decorso lungo di tempo: che è la cagione onde i giovani ne son privi. Dican però gli astrologi, che esperienza sia mai la loro di lungo tempo? A lasciare andare le favole, Tolomeo riduce le prime prove di una tal arte ai caldei, usi di vivere anticamente all’aperto, per osservare gli andamenti anche minimi delle sfere. Ma i caldei non osservarono altro più che i moti solari ed i moti lunari: e poco attesero a quei degli altri pianeti, come si raccoglie da Ipparco, il quale spogliò per sé tutti i loro fondachi (V. Gassend. tom. 1. 1. 6. c. 1). Eppure quelle osservazioni medesime furono da’ caldei formate alla grossa (come avviene in tutti i principii delle arti), sì perché ancor non avevano altri istrumenti, che mastini e malfatti, sì perché quelli malamente adattavano alle misure (V. Sext. Empir. 1. 1. in mathem. c. 21): onde chi può dire gli errori corrotti in essi, non pure da Tolomeo, ma da tutti i seguenti astronomi, che sulle tavole, formato poi da lui più distintamente, si tennero lunga età per non ire a fondo?

III. Senonchè neppur esse bastarono a preservarli da un generale naufragio, mentre fino al passato secolo tutti al pari, con presupporre che le sfere de’ cieli fosser concentriche, si appoggiarono ad un sistema, convinto ormai e condannato ad evidenza per falso.

IV. E pur v’è di più. Perchè l’età nostra, portando il guardo per mezzo del cannocchiale fin sulle sfere più alte, ha scoperto un nuovo cielo, dirò così, dentro il cielo antico: scoperte stelle senza numero, o massimamente nella via lattea (che per la gran moltitudine che ne accoglie non può non formare una costellazione più attiva di qualunque altra): scoperte ne’ pianeti stessi nuove apparenze, nuovi compagni, nuovi corsi, non più notati che a variare gl’influssi buoni o maligni de’ suddetti pianeti, sicuramente possono molto più, che non può il semplice luogo, considerato sol dagli astrologi nelle loro calcolazioni, o piuttosto finto di un zodiaco posticcio, qual è uno zodiaco fuori del cielo stellato; e scoperte soprattutto macchie vastissime in faccia al sole per cui, quando ancora le osservazioni antiche fossero esatte, verrebbero a scapitare infinitamente di autorità: perciocché essendo queste macchie solari come nuvole immense, riputata taluna eguale a tutta l’Europa (Blancan. in sphaera 1. 10. c. 25), chi può spiegare quanto a quel gran corpo di fuoco, cui stanno opposte, rifrangano la sua possa, con alterare tutti gli effetti sullunari a gran segno? che però a quegli anni, in cui tali nubi sono comparse più smisurate o più stabili, il nostro mondo inferiore ha goduta una state molto più mite, standosi quasi all’ombra di quello sì vaste tende; come per contrario, non essendosi dopo le comete insigni, vedute più in volto al sole per qualche tempo simili macchie, i mesi estivi sono corsi più accesi, e le stagioni più asciutte. Ora, non pure gli astrologi da principio non osservarono nulla di tutto ciò, ma né anche ne fan parola addì nostri come dovrebbero, dappoiché il Galileo, primo discopritore, non di una terra incognita, ma di un cielo, ce ne recò le novelle. Che esperienze però son coteste loro? Bisogna prima fermar come stian le sfere, e dipoi fondarvi i discorsi.

V. Ma questo è ‘l bello, che ne’ caldei tutti gli astrologi notano gravi abbagli quanto al sistema de’ cieli, e in un protestano di non volersi dipartir da’ caldei nelle loro regole. Così fa Tolomeo medesimo (Alex, de Ang. 1. 4. in astrol. c. 4). Ed il Cardano, che vantasi di avere rialzata l’astrologia dalle sue rovine con gloria maggiore che non sortì il Fontana dal rialzarne l’obelisco sì bello del Vaticano, riconosce Tolomeo qual principe degli astrologi; eppure non solamente gli appone abbagli gravissimi sopra i moti del sole e della luna, due pianeti i più validi ad operare; ma di quattro falli, i più solenni nella sua professione, che sono falsa ratio, falsa computatio, falsa observatio, falsa temporum enumeratio (Sect. 1. aph. 71), lo dichiara reo de’ due ultimi chiaramente: quasiché i due ultimi non si tirino dietro ancora i due primi. L’onore istesso fa egli a Giulio Firmico, pronunciando che fu uno sfacciato e uno stolido: l’istesso all’Albumasarre, 1’istesso all’Albubater, l’istesso al Bonato, maestri sommi: laddove quelli che sono poi succeduti al Cardano, tacciano lui di aver errato, qual uomo audace, all’ingrosso, anche ne’ primi principii. E così leggasi il Bellanzo, il Pighio, il Pontano, il Nifo, i l Gaurico, il Giuntino, il Vossio, o sia chi si vuole, non troverassi un astrologo, il quale non danni l’altro d’ignorantissimo, di venale, di vano, di trascurato (Al. de Ang. 1. 4. c. 2). Che però dov’è l’esperienza di sì grand’arte, se in lei non v’è chi seguire con sicurezza, dacché ella nacque?

VI. Almeno fosse vero, che quelle prove alquanto legittime che si fossero tolte per lo passato, potessero adattarsi al tempo presente. Ma non si può. Conciossiachè avanzandosi le stelle fisse col moto proprio dall’occidente verso l’oriente, fino ad un grado, nello spazio di settantadue anni e quattro mesi; ne segue, che oggi abbiano in cielo un posto diverso assai da quello che occupavano al tempo de’ primi osservatori de’ loro corsi (Ricciol. Almag. 1. 4. c. 14): tanto che la prima stella d’ariete, collocata nel destro corno, era, duemila anni sono, nel primo grado dell’istesso ariete, ed ora è nel vigesimonono: e il simile è di più altre (Alex, de Angel. 1. 4. c. 21). Pertanto, cambiato il luogo, di cui i giudiziari fanno così gran caso, vengono a cambiarsi le declinazioni e le altezze meridiane, e conseguentemente ancora gì’influssi, come apparisce nel sole, sì differente ne’ suoi effetti la state da quello che egli è di verno, per la mera diversità di quel posto che tiene in cielo. Sicché non essendo l’ottavo cielo tornato anco nella positura medesima che ebbe al tempo de’ suoi primi osservatori, né potendovi ritornare (come dimostrasi) se non in capo ad anni, per lo meno ventottomila; qualunque prova che adducasi da’ moderni, sarà una prova singolare, e pero non atta a meritarsi nel tribunale della sapienza fede maggiore di quella che si meriti nel tribunale della giustizia la testimonianza d’un solo: Unus testis nullus testis. E posto ciò, chi non vede, per conclusione, che da più prove simili non han potuto gli astrologi cavar finora una regola universale, su cui tenersi nelle loro natività? E se non hanno una regola universale, come possono dunque alla professione che fanno dar nome d’arte? Ella al più è giuoco semplice di fortuna, non è induzione; mentre non ha potuto finora avere per sua guida l’esperienza, ma salo il caso: Experientia facit artem, inexperientia casum.

II.

VII. Che se non l’ha potuta avere finora, la potrà forse avere da ora innanzi? Questo è il peggio: che non potrà: onde se l’astrologo non vuole andare alla caccia dell’ombra propria, che quanto più si segue, tanto più fugge, meglio è che lasci l’impresa.

VIII. I moti di Mercurio e di Marte (che sulle scene de’ genetliaci fanno le prime parti come quelli da cui dipendono gli affari più rilevanti della pace e della guerra), né finora sono ben palesi a veruno, né possono essere. Mercurio si dilunga così poco dal sole, che i più valenti e i più vecchi astronomi appena si potranno dar vanto di averlo veduto in vita loro due volte. Marte poi è così strano ne’ suoi viaggi, che fu creduto dagli antichi talora quasi esule dalla patria, cioè dal suo cielo (Ricciol. Almag. t. 1. in praef. pag. 14). Certa cosa è, che Ticone (il quale nel contemplare le stelle parve un’intelligenza terrena emula delle celesti che le governano) afferma, non potersi per via delle tavole usate saper le congiunzioni di Marte con Saturno più esattamente, che con pericolo di dare lo spazio di tre o quattro giorni di là dal vero ( L . de nova stella). E tuttavia gli astrologi assegnano non solo il giorno e l’ora, ma sino il minuto preciso di tal congiunzione, per adattar bene le cuspidi delle loro case celesti (come ad uno di loro rimproverò l’istesso Ticone) (Ib. Contra Appian.). formandosi gli antichi il cielo a lor modo, quasiché nessuno abbia mai da riconvenirli.

IX. Queste medesime difficoltà s’incontrano più o meno, nel divisare gli andamenti degli altri pianeti ancora: donde nasce il tanto variare che fanno nelle loro effemeridi gli astronomi, benché dotti: nasce il non accertare per appunto nelle predizioni delle ecclissi, in cui spesso discordano le loro tavole l’ore intere; e nasce la necessità che v’è stata perpetuamente di riordinare ad ora ad ora il calendario non mai ben fermo. L’incostanza degli anni è quella che ha portata una tale necessità, non si può negare: ma l’incostanza degli anni ecco donde viene: dal non essersi mai finora potuto arrivare il punto preciso dell’equinozio vernale, che è quello da cui piglia l’anno astronomico il suo principio. So però non si può sapere appunto l’ingresso che fa il sole ne’ propri segni, come si potrà saper quello che facciano ne’ loro gli altri pianeti di lui più occulti? E se non si sa tale ingresso, su che stabiliranno gli astrologi l’esperienze de’ loro superbi annunzi? Potrà definire in qual grado, in qual particella, in qual punto i pianeti si trovino di alcun segno chi non sa quando fu il passaggio lor preciso dall’uno all’altro?

X. Diranno che non è di necessità una cognizione sì esatta di tali tempi e di tali trasmigrazioni, ma che bastane una morale. Questa risposta, che par sostegno da reggere la fabbrica già cascante, è nondimeno un ariete a finir di rovinarla. E che sia tale:

XI. Uno de’ più solenni argomenti a discredito di quest’arte è la diversissima fine che ordinariamente sortiscono due gemelli nati ad un’ora. Di questo argomento si valse Tullio (L. 4. de Div.) coll’esempio di Proclo e di Euristene, signore de’ lacedemoni, pari nel nascere, e dissimigliantissimi sì nel vivere, si nel morire: e più acutamente se ne valse il grande Agostino (L. 5. de civ. c. 6), coll’esempio di due gemelli, diversi ancora di sesso: ed uno, che, tolta moglie, lasciò la casa per andare alla guerra; l’altra vergine, data a guardar la casa. Se dunque fosse vero quello che è primo principio de’ genetliaci, cioè che al primo momento dell’uscir fuori la creatura dall’utero, le stelle natalizie v’improntano i loro influssi per tutto il tempo avvenire, come il sigillo improntasi in una cera: se fosse, dico, ciò vero, converrebbe che i due gemelli sortissero senza divario un destino stesso sino alla fin della vita. Ma per lo più succede tutto l’opposto: dunque conviene che sia falso il principio su cui i genetliaci fondano le avventure.

XII. Lo scudo che essi oppongono a sì gran lancia, fu il pensier sovvenuto a Nigidio Figulo, pensiero a lui così caro per la invenzione, che ne pigliò fino il nome, qual Scipione dall’Africa debellata. Entrato Nigidio nell’officina di un vasaio, mentre il vasaio volgeva appunto la ruota più fortemente, la segnò due volte con due velocissimi tratti di tinta nera che aveva in mano, e fattola poi restare, fè vedere agli astanti, che que’ due segni, benché impressi quasi ad un attimo, erano tuttavia ben distanti l’uno dall’altro, per la celerità della ruota nel suo girarsi. Così disse egli, addiviene nel rotarsi de’ cieli tanto più rapidi. Quel breve tempo che si frammette nel venire i due gemelli alla luce (quantunque immediatamente l’un dopo l’altro) è la cagione della diversità che poi passa nel loro vivere.

XIII. Ora per veder quanto male a loro difesa si vagliano i genetliaci di questa ruota, quasi di fatata rotella, rispondano a Favorino filosofo, che presso Gellio (L. 14. c. 1) gl’interroga di tal guisa: Se uno spazio sì breve, qual è quello che si frappone nel nascimento di due gemelli, è di sì alto rilievo, che basta a collocarli sotto un fato sì differente; com’è possibile, che gli astrologi dalle stelle natalizie possano mai saper nulla degli accidenti futuri a verun mortale, mentre non possono mai sapere accertatamente la positura di tali stelle nell’atto della natività la quale non può avvenire in sì breve tratto, che in breve non abbiano già quello seguito a correre più che la ruota di qualsisia vasellaio: o molto meno possono innalzare il tema di detta natività sulla relazione che sian per darne i genitori, le mammane, i medici, o qualunque altro che fosse assistente al parto: né si può fare mai diligenza che basti a rinvenire questo momento fatale, senza scambiarlo, massimamente in tanta dissension di orologi non mai concordi; eppure un momento che sia pigliato per l’altro, benché immediato, fa tanto svario! Così non intendono gli astrologi, che ad un architetto di castelli in aria non basta l’avere ingegno, vi vuol memoria. Di sopra dicevano essi, che a’ loro assiomi non è necessaria una cognizione esattissima de’ minuti e de’ movimenti, bastandone una morale; ed ora dicono che la diversità d’un momento solo cagiona ne’ gemelli effetti così contrari, non che diversi : Oportet mendacem esse memorem. Se avessero tal memoria, non oserebbero certamente di far gli oroscopi, non solo ai bambinelli, ma alle città. E non veggono essi quanti lustri vogliono a porle in piedi? Eppure non temono di formare ad esse le loro natività: come anticamente un certo Taruzio la fece a Roma, e come ultimamente il Cardano la fece a tante d’Italia (a Venezia, a Bologna, a Milano, a Firenze), dappoi di avere apprese già le loro indoli e i loro istinti, per esser più sicuro d’indovinarli : 0 vim maximam erroris, dicea però bene Tullio (L. 2. de div.) montato in ira: Etiamne urbis natalis dies ad vim stellarum pertinebat ? Fac in puero referre ex qua affectione cœli primum spiritum duxerit: num hoc in latere, aut cæmento ex quibus urbs effecia est, poterit valere?

III.

XIV. Ma, dacché tutto il saper loro si fonda sull’esperienza, dicano inoltre: da quale esperienza si conducono essi ad argomentare il tenor del vivere ed il tenor del morire, dal solo punto del nascere, mentre l’esperienza ci fa vedere in contrario, che tanti entrati nel mondo sotto oroscopi diversissimi, ne escono tuttavia coll’istesso fine? Mi spiegherò. Muoiano oggi due uomini, l’uno in acqua, l’altro di spada: se voi consultate gli astrologi (tanto felici a rinvenire ciò che fu, quanto infelici a dir ciò che sia per essere), vi troveranno subito donde avvenne. Chi naufragò, dicon essi, sortì nascendo la secchia dell’acquario per ascendente: e chi ferito morì in battaglia, sortì la punta acutissima della freccia del sagittario (V. Miletto 3. curs. math. de astr. prop. 9). Fermi le risa chi può, e passi ad addimandare: certo è, che pochissimi appo gli astrologi son gli aspetti significatori di morte in guerra, o di morte in acqua, Postò ciò, quando nel secolo passato 1’armata navale cristiana, rompendo la turchesca di Selimo II, tinse il mare di sangue maomettano, ed empì le spiagge vastissime di cadaveri, dobbiamo noi credere che tutti quei musulmani, periti di ferro fossero stati al nascer loro feriti dalla cuspide del sagittario, e tutti gli affogati nell’onde fossero nati coll’urna in capo di acquario? Non si può dire che sì, perché in tanti natali differentissimi sarebbe stoltizia volerselo divisare. Adunque diversi oroscopi nel nascere portano ad un medesimo termine nel morire.

XV. Senonchè per difendere una falsità minore con una maggiore, sognano essi certe rivoluzioni universali, che tirandosi dietro a forza gli oroscopi particolari, stravolgano loro il corso: come farebbe ad una nave bene avviata dal vento in poppa, un turbine improvviso ed impetuoso sorto da fianco. E queste universali rivoluzioni portano tanti insieme, per loro detto, a perire di naufragio, di fuoco, di ferro e di altre sciagure indebite. Ma se le stelle non sono né segni, né cagioni degli eventi liberi o casuali, conforme abbiamo veduto, ma influiscono al più nel solo temperamento a formare un’indole o un’inclinazione, piuttosto che un’altra: con quali lieve svolgono le cose sossopra in queste universali rovine? Dove s’impressero allora quelle influenze sì maligne al nome ottomano? Nel mare nato già sei mil’anni prima? ne’legni? negli archibusi? nelle aste? nelle spade? nelle saette? nelle munizioni? Dicasi, in che? Di poi, quando a risposta sì capricciosa pur donisi il passaporto non meritato, ne segue dunque, non poter mai gli astrologi predir nulla intorno alla vita ed alla morte degli uomini; perocché sempre rimarrà a dubitare di qualche abbattimento di stelle non preveduto, che tronchi a mezzo la tela incamminata de’ successi privati, coll’occasione di qualche squarcio solenne, recato ai pubblici da tali rivoluzioni.

XVI. Passiamo innanzi. Qual esperienza ha loro insegnato o potrà insegnare, di ascrivere alle stelle, ascrivere ai segni, una man di effetti che manifestamente debbonsi al sole? Eccone chiaro l’esempio. Ascrivono questi i caldi eccessivi di agosto al segno del leone ed alla stella del cane unita a tal segno. Eppur nulla meno. Conciossiachè quelle vampe che noi proviamo quando il sole è in leone, provan gli antipodi quando il sole è in acquario: e il nostro agosto è il loro gennaio, e il nostro gennaio è il loro agosto: cambiandosi tra loro e noi totalmente le altezze meridiane del sole, da cui proviene la state. Quindi se il mondo segua a vivere ancora diecimil’anni, il cane si avanzerà a nascere nel cuore di gennaio. Vogliamo però noi credere che allora il gennaio debba essere sì cocente, come or l’agosto nei giorni canicolari, perché il cane è focoso di sua natura? Eppure così avverrebbe se fosse vera quella distribuzione che fanno gli astrologi di segni ignei e di stelle che buttan fuoco. Qual dubbio dunque che ingiustissimamente attribuiscono essi alle stelle, qual parto suppositizio ciò ch’è del sole, e che però troppo sono da dileggiarsi, quando per la congiunzion de’ pianeti in questi segni ignei, pronosticano incendi sì spaventosi?

XVII. Senonchè non è certo, che tali segni sono tutti fantastici? E come dunque un puro nome avrà forza di operare le più strane cose del mondo? Eppure così è. Distinguono i genetliaci prima il cielo in dodici parti, e danno a questo il nome di case, in cui riconoscono poscia tanto di forza, che un pianeta buono in una casa cattiva divien dannoso, e un pianeta cattivo in una casa buona divien propizio; quasi che qualunque pianeta sia come il pesco, che piantato in Persia è veleno, trapiantato in Italia si dà per cibo: Posuit translata venenum (V. Millet. 10. 3. curs. mat. propos. 3. astr. Alex, de Ang. 1. 4. c. 19. et 1. 4. c. 6). La prima casa, situata all’oriente, dicon essere della vita: e perché, dopo la vita nessuna cosa amasi più della roba; danno la seconda al guadagno: e perché la roba porta gli amici in copia, danno la terza agli amici: e perché la quarta è nel posto principale, detto imo cielo, danno la quarta ai padri, al patrimonio ed a tutto ciò che provenga felicemente da eredità: e perché per questa sogliono star bene i figliuoli, danno la quinta ai figliuoli, intitolandola dalla buona ventura, promessa quivi da Venere; e perché nella sesta, finta sull’occidente scorgono Marte, danno la sesta alla fortuna sinistra, con farla significare i servi e le serve, e le cadute sì orride ai cortigiani; e perché dopo gl’ineguali succedono ben gli eguali, danno la settima alle nozze, in cui godesi l’eguaglianza; l’ottava, scorta da un malefico raggio non aspettato, viene attribuita alla morte già imminente; la nona alla pietà, perché quel luogo, secondo loro, è prossimo al sommo cielo; la decima agli onori, perché è nel mezzo; l’undecima al genio buono, perché v’è Giove: la duodecima finalmente al cattivo, perché così loro aggrada: che è la ragione anche vera di tutto il resto. Voi che leggete, udiste mai zingaresca più dilettevole? Veramente non vi abbisognano catapulte, quando si tratti di abbattere case tali, fondate in aria. Contuttociò domandate prima agli astrologi, perché ripartiscano il cielo in dodici case e non più: non han che rispondervi, mentre la divisione è affatto arbitraria. Gli auguri antichi lo ripartivano in sedici (Tull., de div. 1. 2). Quanto a me io vorrei ridurre tutte queste case a due semplici appartamenti, ed allogarne uno alla temerità di chi propon queste ciance come misteri, l’altro alla leggerezza di chi le crede.

XVIII. Oltre a ciò, non solo gli astrologi disconvengono in tal partizione dagli auguri; ma né anche convengono ben tra loro; perché alcuni nel disegno di case tali seguono l’architettura di Tolomeo, altri quella degli arabi, altri quella dell’Alchibizio, altri quella del Cardano, altri quella del Montereggio (Ap.Ricciol. Almag. 1. 1. c. 14): donde segue, che avendo ciascun di loro una canna diversa per misurarle nell’assegnazion de’ confini, quel pianeta che starà ad albergare nell’undecima casa secondo un ordine, e significherà buoni amici, starà secondo l’altro ad albergare nella duodecima, e significherà prigionia.

XIX. E poi, che sono queste case celesti? Forse palazzi incantati? Sono tante parti di cielo al tutto omogenee, cioè ciascuna della medesima qualità, pura pura, di cui son l’altre. Or come dunque la quinta casa ha da stimarsi della buona fortuna, e ha però ad esser colma di piaceri, di conviti, di conversazioni, di musiche e di regali: e la sesta, che è la contigua, dirò così, a muro a muro, ha da ricettare non altro che malattie, che mestizie, che avversità? Idem manens idem, semper facit idem. Se però gli astrologi non vogliono abusare indiscretamente la credulità popolare, conviene che dimostrino donde mai da un corpo unico ed uniforme ha da provenire questa diversità d’influenze così contrarie, che nel medesimo tempo piova su l’uno aconito, su l’altro ambrosia.

XX. L’istesso dite de’ segni dello zodiaco meri nomi e mere partizioni ad arbitrio; e tuttavia, se si volesse prestar fede alle chiacchiere, questi sono i primi ministri nel governo di tutte le cose inferiori, mentre vogliono che l’efficienza delle stelle sia promossa, sia rattenuta, o sia talora tramutata in contraria dal segno in cui si trova ciascun pianeta. Ci dicano dunque cotesti interpreti delle cose celesti, che sia questo zodiaco sì misterioso per li suoi segni?Non è altro, che il sommo cielo, diviso non dalla natura, che l’ha fatto tutto di un modo, ma dall’astronomia, che l’ha cosi ripartito in tante intersecazioni mentali per favellarne con legge (Alex, de Ang. 1. 4. c. 22). Adunque come non si vergognano i genetliaci di attribuire effetti così diversi a quella parte di mondo superiore, che in sé non ha veruna diversità, per minima ch’ella sia, ma l’ha soltanto nella fantasia dei mortali? Queste parti, che neppure sono parti reali, come son le membra dell’uomo, ma un tutto sempre somigliante a se stesso, da ciascun lato, com’è un cristallo; queste, dico, potranno affatto disgiungersi con chiamarle altre maschie, altre femmine, altre diurne, altre notturne, altre lucide, altre tenebrose, altre stanti, altre pellegrine, e queste medesime avranno sopra i costumi degli uomini, e le lor sorti, tanto differente potere, che possa affermarsi ciò che sì sfacciatamente scrive il Cardano (L. 2. de revol. c. 11). Si ascendit aries, erit natus in timore mortis violentæ; si taurus, ægrotabit ex libidine; si gemini, sollicitabitur in perquirendis secretis; si cancer, erit amator rerum publicarum ? E fin a quando i deliri si venderan dagli audaci a prezzo di oracoli, e si compereran dagl’insani?

XXI. Una pari temerità mostrano questi falsari nel determinare gli effetti delle costellazioni pur ora dette, avendo usurpate le favole de’ poeti per fondo da lavorarvi i punti in aria delle loro vaticinazioni bugiarde. Guai al parto, dice il Cardano, cui servano di ascendenti due pianeti congiunti in pesce: nascerà muto: quasi che l’altre stelle avessero voce da farsi intendere (Alex, de Ang. 1. 2, c. 10). Perché non afferma, che chi nascerà sotto il granchio , avrà all’andare otto gambe invece di due, e quattro chi sotto il capricorno, o sotto il centauro? Guardati, disse altrove l’istesso autore, guardati di non pigliar medicina quando la luna è in toro. E perché? Notisi l’ingegno profondo. Perché lo stomaco non terrebbela, ma come il toro, dopo aver mangiato, richiama alla bocca il cibo, e torna a ruminarlo; così tu saresti costretto a rigettar la bevanda salubre con tua gran pena. Ma piano, che il toro richiama il cibo alla bocca, non vi richiama la medicina. Adunque dirò io, quando la luna è in toro, guardati di non pigliar cibo, perché lo vomiterai: anzi non meno guardati di pigliarlo quando è in montone, perché il montone anche rumina quanto il toro. Eccovi gli assiomi de’ giudiziari (Id. 1. 4. c. 13): e secondo questi udirete, che la spiga in mano della vergine sia feconda di agricoltori: che la lira produca musici valentissimi; che la nave d’Argo sbarchi dall’alto nocchieri; che la corona piova diademi in capo ai re, che lo scorpione empia le case sotto lui fabbricate di scorpioni, impossibili a disnidarsi, ed altre sì fatte inezie, per cui è di stupor grande, che gli astrologi incontrandosi per le vie, possano mai fra loro tener le risa, come Catone soleva dir degli aruspici: Sicutdixit Cato, miravi se, quod non rideret aruspex, aruspicem cum vidisset (Tuli. 1. 2.de div.).

XXII. Per tutte queste cose, e per altre noiose a dirsi, è manifesto quanto a torto presuma l’astrologia di paragonarsi alla medicina, con chiamarsi un’arte ancor ella congetturale. Che arte congetturale, se neppure ella merita il nome d’arte, tanto è priva di ogni ragione e di ogni esperienza? o s’ella è arte, è arte di frappatoro, che spaccia per oro fino quello che neppure può vendersi per orpello; e per dir meglio, è arte da giuntatore, che, vendendo oro falso, riceve il vero, beffando i creduli con un’alchimia più vana, ma più lucrosa: Homines æruscatores, et cibum quœstumque ex mendaciis captantes (Gell, lib. 24. c. 1). Ella è un aggregato di favole e di follie, fondato tutto in analogie puerili di nessun pregio, da che si sa che in cielo non v’ha né toro, né leone, né lupo, né vergine, né scorpione, né sagittari, né pesci; ma corpi lucidissimi, intitolati altrimenti dagli arabi, altrimenti dagli egiziani, altrimenti dagli ebrei, altrimenti da’ cinesi (Montan. in astrol. devict. pag. 38). E se da’ greci anche furono già chiamati con tali nomi (introdotti, come apparisce più verisimile, parte da’ pastori, parte da’ pescatori, usi di fare la loro vita all’aperto), non da altro avvenne, che dalla usata licenza loro poetica d’innalzare sino alle stelle, non solamente gli croi della loro altera nazione, ma sin le bestie, che somigliavano colla loro figura la situazion di quegli astri. Eppure gli astrologi vi discorrono su. come se quei nomi fossero una perfetta definizione della cosa, errando più all’ingrosso di chi alle antiche piramidi dell’Egitto avesse attribuita virtù d’infuocare tutto il paese, perché esse avevano, non pure il nome, ma la figura dal fuoco.

XXIII. Nel rimanente, quando a’ pianeti vogliasi pur dare alcuna virtù reale di formare il temperamento, qual esperienza ha persuaso o potrà mai persuadere agli astrologi un impossibile, cioè, che un agente naturale possa più da lontano, che da vicino ad aiutar l’altro (a guisa di fuoco che scaldi chi più sta lontano dal cammino, che chi dappresso), o possa parimente più da lontano che da vicino a fargli contrasto: a guisa di remora, che molte miglia distante ancor dalla nave l’arresti più, che quando v’è fatta ai lati?Eppure ciò costoro asseriscono francamente, dicendo che gl’influssi di un pianeta non si avvalorano dagli influssi dell’altro, né si rifrangono, quando ambedue sono in un medesimo segno, ma solo quando, già separatisi por tratti immensi di cielo, si mirano dirimpetto, o si mirano di traverso (Alex, de Ang. 1. 4. c. 30): tanto che secondo quattro aspetti soli le stelle si aiutino l’una l’altra, o si sturbino all’operare: fuori di questi, sieno cieche al vedersi e sorde all’intendersi.

XXIV. L’istesso dicasi dell’affermar che un pianeta nell’influire, passi da un estremo all’altro oppostissimo senza mezzo. Non è ciò del tutto impossibile alla natura? Eppure Giove secondo le loro regole, mentre sta nell’ultimo grado, nell’ultimo minuto, e nell’ultimo secondo al segno di gemini, vien riputato dimorare in un segno avverso, e contrarre, dirò così, dalla rea conversazion di que’ due gemelli malnati cinque gradi di nera malignità e contuttociò nel primo minuto del tempo seguente, passando al primo principio del grado del granchio, Giove, non più vestito a bruno, ma a festa, non sì tosto ha messo il pie sopra quella soglia fortunatissima, che diviene tutto benefico e con quattro gradi di profusa liberalità rimira ogni parto. E questo non è più che un volerci persuader che la terra oggi sia tutta sterile, tutta secca, quale è nella bruma algente, e stasera sia tutta gaia, tutta gioconda, qual è nella primavera? Chi può udir cose tali senza piegarsi a compassione della gente che vi dà retta? Eppur la stolta si lascia persuader, che le congiunzioni, le opposizioni, i sestili, gli esagoni, i quadrati, i trini, i trigoni, cioè null’altro che la mera corrispondenza de’ segni in una figura di sei lati, a cagion d’esempio, più che di quattro corrispondenza che altrove nulla opera nella natura di fisico, in bene o in male), solo in questi sette lucidi corpi abbia tal virtù, che ora versi in seno agli uomini ogni ventura, ed ora ad ogni passo spalanchi un precipizio sotto i lor piedi, o erga un patibolo; tanto più che nelle linee s’intende bene, come queste vengano a costituire un quadrato, cioè una figura di quattro angoli, o a costituire un esagono, cioè una figura di sei: ma in corpi tante e tante volte maggiori ancor della terra, per dir così, indivisibili, in cui finiscano quegli angoli tanto validi ad operare?

XXV. Almeno si contentassero di affermare, che per operazioni così stupende, prodotte da que’ punti, vi voglia assai. No: tutto si opera in uno stante: mentre quelle figure a un tratto svaniscono col girar velocissimo delle sfere. Eppure ciò che in uno stante operossi dura, secondo questi, tutta la vita; come se gli uomini si marcassero dalle stelle a guisa, di puledri, che portansi poi quel segno, malgrado loro, benché decrepiti.

XXVI. Se non altro fossero paghi di darci a credere che i pianeti più possano all’influire, quando stan sopra l’orizzonte, che sotto. Né anche a ciò consentono quegli assiomi, che tutto riferiscono ai puri aspetti. Ma Dio buono! Il sole non può sensibilmente più a mille doppi in questo basso mondo, di quel che possono tutti gli altri pianeti? E nondimeno sperimentiamo pur tutti, che quando egli di giorno è sull’orizzonte, ci scalda in altra guisa, che quando egli è sotto l’orizzonte, di notte. Qual esperienza dunque insegna a costoro, che Mercurio, sì poco visibile ad osservarsi, e sì poco valevole all’operare quando è sorto dall’orizzonte, influisca nel feto all’istesso modo che quando è sito? Una lieve nuvola rifrange i raggi del sole, e tutto il materiale e il massiccio del corpo terreno non potrà rifrangere ad una stella il vigore, non potrà indebolirlo? Questo è far peggio assai che da romanzieri, i quali, se non ci raccontano cose vere, ci raccontano almeno le verisimili. Che però giustamente Sisto di Eminga, nobilissimo astronomo del suo tempo, dopo aver confessato lo studio grande impiegato da lui nell’astrologia su gli anni più freschi, conclude alfine così: Curri autem longo usu et experientia multa doctus, rem penitus inspexissem, comperi, astrologicam doctrinam, cui prius, antequam nota esset, impense favebam, esse impossibilem, falsam, nulla fide dignam et inutilem, quia nulla habent rationum momenta genethliaci, solis experimentis artem suam constare profitentur. Expressimus iam experimenta quoque facere adversus genethliacam. Restat, ut omnium scriptorium libri, omnes hominum ordines, omnium gentium linguœ astrologiæ loquantur vanitatem (Sixt. ab Hem. in gen. Caroli V. ap. Alex, de Ang. 1. 5. c. 16 in fine).

IV.

XXVII. Ma che? verissimo è il detto di santo Ambrogio (L. 4. in hex. c. 4): La sapienza de’ genetliaci è tutta in ordire una gran tela di ragno, la quale può ben prendere ogni meschino con sicurezza, ma non può vantarsi di avere mai finora arrestata un’aquila. Che voglio dire? Cervelli deboli di leggeri si trovano andar perduti dietro una scienza sì vana (Se l’astrologia genetliaca è arte di cervelli deboli, non pregiata da verun forte intelletto, non metteva proprio conto, che l’autore l’avesse presa così in sul serio a confutare). Ma quale intelletto forte la pregiò mai! Socrate la dannò come temeraria. Pitagora e Platone, che nell’astronomia studiarono tanto, dell’astrologia non fecero un caso al mondo. Aristotile, quell’uomo sì prodigioso nel render la ragione di tutte le cose, anche più riposte, la curò sì poco, che neppure degnò di farne menzione in verun suo libro né fisico, né morale (Ap. Euseb. 1. 14. de praep. Ev. c. 4). Cicerone (L. 2, de div.) savissimo la derise, ad imitazione di quegli uomini eccelsi, da lui lodati, che, benché peritissimi delle stelle, la dileggiarono. Ippocrate, Galeno, Avicenna, Porfirio, Plotino, Teofrasto, che furono i più dotti de’ loro secoli, certa cosa è che l’ebbero tutti a vile, come han poi fatto concordemente gli astronomi più moderni, arricchiti dal tempo di maggior lume (Perer. in Gen. 1. 2). Sicuramente fra questi può Ticone valore per uno stuolo. Eppure dopo ogni prova, egli dispregiò l’astrologia come vana, e gli astrologi come vaneggiatori (Gassenno in vita 1. 7). E l’unico Tolomeo che la professò tra gli uomini grandi, non la professò per la stima che mai ne avesse, mentre in più luoghi ( L . 1. de iud. cap. 1. Centiloq. sent. 1. et 5. Quadripart. 1. 2). ancor egli l’abbattè poco men che da’ fondamenti: la professò per bisogno: poiché veggendo egli il tenue guadagno che ritraeva dall’astronomia, nella quale era versatissimo, applicossi all’astrologia, volendo, come disse il Cheplero, che una figliuola stolta, qual è l’astrologia, alimentasse una madre savia, qual è l’astronomia: madre che l’avea data al mondo, qual legittimo parto, non può negarsi; ma parto degenerante, quando a poco a poco, da astrologia naturale, ella tralignò in astrologia giudiziale.

SALMI BIBLICI: “VOCE MEA, … VOCE MEA, AD DOMINUM” (CXLI)

SALMO 141: VOCE MEA, VOCE MEA, AD DOMINUM.

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS. 

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 141

Intellectus David, cum esset in spelunca, oratio.

[1] Voce mea ad Dominum clamavi, voce mea ad Dominum deprecatus sum.

[2] Effundo in conspectu ejus orationem meam; et tribulationem meam ante ipsum pronuntio.

[3] In deficiendo ex me spiritum meum, et tu cognovisti semitas meas; in via hac qua ambulabam absconderunt laqueum mihi.

[4] Considerabam ad dexteram, et videbam, et non erat qui cognosceret me: periit fuga a me, et non est qui requirat animam meam.

[5] Clamavi ad te, Domine; dixi: Tu es spes mea, portio mea in terra viventium.

[6] Intende ad deprecationem meam, quia humiliatus sum nimis. Libera me a persequentibus me, quia confortati sunt super me.

[7] Educ de custodia animam meam ad confitendum nomini tuo; me exspectant justi donec retribuas mihi.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXLI.

In questo Salmo si dichiara la prudenza di Davide, che rifugiatosi nella spelonca di Odollam, in prossimo pericolo di morte, trovò saviamente il gran rimedio del rivolgersi a Dio. Si riferisce il Salmo, in senso più alto, a Cristo che prega nell’orto, ed è abbandonato in Croce.

Salmo d’intelligenza di David quando era nella spelonca. Orazione.

1. Alzai il suono delle mie grida al Signore; alzai la mia voce per chieder soccorso al Signore.

2. Spando dinanzi a lui la mia orazione, ed espongo ai suoi occhi la mia tribolazione.

3. Mentre vien meno in me il mio spirito, e le mie vie son conosciute da te.

4. In questa via, per cui io camminava, hanno occultato per me il laccio.

5. Me ne stava pensoso mirando a destra, e non era chi avesse di me conoscenza.

6. Ogni scampo mi è tolto, e non avvi chi abbia pensiero dell’anima mia.

7. Alzai le mie grida a te, o Signore; dissi: Tu sei mia speranza, mia porzione nella terra dei vivi.

8. Dà udienza alle mie suppliche, perché io son fuor misura umiliato.

9. Liberami da coloro che mi perseguitano, perché sono più forti di me.

10. Trai dal carcere l’anima mia, affinché io dia lode al tuo nome: i giusti stanno aspettando il momento in cui tu mi sarai propizio.

Sommario analitico

David, nascosto nella caverna di Odollam, riconosce che non c’è nulla da aspettarsi dagli uomini, e che non spera se non da Dio la sua liberazione. La Chiesa militante, in ciascuno dei suoi membri, stanchi di una vita che non è che un duro esilio, si consola nella speranza ed offre a Dio le preghiere di coloro che li attendono e li chiamano già dall’alto del cielo.

I. Qualità della sua preghiera:

1° essa è fervente, come lo indica il grido che innalza a Dio;

2° è umile, egli supplica Dio di allontanar da lui il castigo che merita, per le sue preghiere (1);

3° è abbondante, effonde il suo cuore ed i suoi desideri davanti a Dio;

4° è piena e confidente, non nasconde alcuna delle sue ferite al Medico sovrano (2);

5° è necessaria nel pericolo di morte al quale si trova esposto (3).

II. – Fa conoscere il triste stato nel quale i suoi nemici lo hanno ridotto:

1° Essi lo forzano a cambiare tutti i giorni il riparo, e a fuggire per sentieri segreti e contorti (4).

III. – Egli dichiara che pone in Dio tutta la sua fiducia e lo supplica di esaudirlo:

1° a causa della grandezza della sua afflizione,

2° a causa della potenza dei suoi nemici (6);

3° a causa della gloria di Dio (7);

4° per la consolazione dei giusti che attendono che Dio faccia loro giustizia (7).

Spiegazioni e considerazioni

I. – 1-3.

ff. 1, 2. – Non tutti elevano la voce pregando, non tutti la dirigono verso Dio, non tutti fanno intendere la loro voce. Ora, il concorso di queste tre cose è necessario alla preghiera. Il Profeta riunisce queste tre condizioni: egli eleva la voce, si indirizza a Dio, e fa sentire la sua voce (S. Chrys.). – Basta dire questo semplice: « Io ho gridato con la voce al Signore; non è forse senza ragione che il Profeta ha aggiunto “con la mia voce”. » Molti in effetti gridano verso il Signore non con la propria voce, ma con la voce del proprio corpo. L’uomo interiore, nel quale il Cristo ha cominciato ad abitare con la fede (Ephes. III, 17), deve dunque gridare verso il Signore mediante la sua voce, non con il brusio delle proprie labbra, ma con il sentimento del suo cuore. Ove non ascolta l’uomo, ascolta Dio; se voi non gridate con la voce che producono i vostri polmoni, la vostra gola e la vostra lingua, l’uomo non vi ascolta; ma il vostro pensiero è il grido verso il Signore. Nella prima parte del versetto, vi è dichiarato il suo grido; nella seconda, ha determinato questo grido. Come se gli si domandasse: qual tipo di grido avete rivolto al Signore? Egli risponde: « Io ho elevato con la mia voce delle suppliche al Signore. » Il mio grido è una preghiera; non è né un’ingiuria, né un mormorio, né una bestemmia! (S. Agost.) – La preghiera si effonde davanti a Dio quando sfugge poco a poco dalla sua interezza come l’acqua dal vaso del cuore, quando, sull’esempio di Maddalena, noi bagniamo con le nostre lacrime i piedi di nostro Signore, secondo l’invito che fa il profeta Geremia alla figlia di Sion: « Alzatevi, lodate il Signore dall’inizio delle veglie della notte; spandete il vostro cuore come acqua davanti al Signore » (Lament. II, 19) – Pochi sono gli amici verso i quali si possa spandere il cuore e rendere depositari delle pene che si provano. – Ma l’anima malata o afflitta è vicina a Dio, dice San Gregorio Nazianzeno, e allora più che mai, noi siamo vicini al Signore; è sufficiente offrire il nostro cuore e lasciarlo alleggerire silenziosamente nel seno di Dio, spandere nel suo seno tutte le nostre tristezze, tutte le nostre inquietudini: è il grido più energico, più potente e più certo del successo. – Che significa: « Io effondo una preghiera davanti a Lui? » Alla sua presenza? Ma cosa significa alla sua presenza? Dove Egli vede Ma dove non vede? Perché noi diciamo dove Egli vede, come se ci fosse qualche luogo ove non si veda. Nell’anbito delle cose corporee, gli uomini vedono ed anche gli animali vedono; ma Dio vede là dove l’uomo non vede. In effetti non c’è un uomo che veda il vostro pensiero, ma Dio lo vede. Diffondete dunque la vostra preghiera là dove vede solo Colui che vi ricompensa; perché il Signore Gesù-Cristo vi ha prescritto di pregare in segreto, e se sapete riconoscere la camera del vostro cuore, destinato alla preghiera, a purificarla, è là che voi pregate Dio. (S. Agost.).  

ff. 3. – «Quando il mio spirito era pronto ad indebolirsi. » Là dove gli spiriti pusillanimi trovano occasione di caduta ed ingiuste recriminazioni, il Salmista si ispira alla più alta saggezza, perché è stato istruito alla scuola dell’avversità (S. Chrys.). –  « Ma voi non conoscete i miei sentieri. » Quali sono questi sentieri, se non le vie di cui è detto altrove: « Il Signore conosce la via dei giusti e la via degli empi sarà distrutta? » (Ps. I, 6). Non è detto: il Signore non conosce che la via degli empi, ma: « Egli conosce la via dei giusti, e la via degli empi sarà distrutta, » perché ciò che Dio non conosce, perisce. In molti passaggi delle Scritture, noi troviamo che per Dio, conoscere è conservare. Conoscere in Dio, è conservare, non conoscere, è condannare. Perché in effetti, Colui che conosce tutte le cose dirà alla fine del mondo: « Io non vi conosco. » (Matth. VII, 23). Che i peccatori non si rallegrino e si guardino dal dire: Noi non saremo puniti, perché il Giudice non ci conosce. Essi sono già puniti se il Giudice non li conosce. Queste vie che il Signore conosce sono dunque gli stessi sentieri di cui il Signore dice: « Voi conoscete i miei sentieri; » perché ogni sentiero è una via, ma ogni via non è un sentiero. Perché dunque queste vie sono chiamate sentieri, se non perché esse sono strette? La via degli empi è larga, la via dei giusti è stretta. « Voi conoscete i miei sentieri; » Voi sapete che tutto ciò che io soffro per Voi, lo soffro per amore; Voi sapete che è la carità che mi fa sopportare tutto; Voi sapete che se io offro il mio corpo per essere bruciato, io ho la carità, senza la quale questo sacrificio non serve a nulla all’uomo. Ma, chi conosce queste vie dell’uomo, se non colui al quale è detto con tanta verità: « Voi conoscete i miei sentieri? » In effetti, tutte le azioni umane si svolgono sotto gli occhi dell’uomo; ma chi sa con quali intenzioni del cuore esse si fanno? E quanti empi vi sono che, secondo la misura che prendono da se stessi, pretendono che noi cerchiamo nella Chiesa degli onori, delle lodi, dei vantaggi temporali! Quanti ve n’è che dicono che vi parlo per attirare i vostri applausi e le vostre lodi, per cui sia questo lo scopo nel parlarne! E come provare loro che io non parlo con questa intenzione? Io non ho altra risorsa che dire al Signore: « Come questi uomini saprebbero che Voi non sappiate? Come saprebbero ciò che pur io so appena a malapena? Perché io non mi giudico da me stesso, ma è il Signore che mi giudica » (I Cor. IV, 3 e 4), (S. Agost.). – Non è da lontano, è da vicino che il demone ci tende insidie che dissimula con cura; così ci è necessaria la più grande vigilanza per scoprire queste insidie che ci nasconde, la vanagloria nelle elemosine, la fierezza presuntuosa nei digiuni e nelle buone opere. Questo non accade, lo vedete, nei cammini che ci sono estranei, ma in quelli in cui noi camminiamo, ed è ciò che ci rende il pericolo ancor più terribile. (S. Chrys.). – La via in cui si avanza il Cristiano fedele, è il Cristo; è là che è stato teso un laccio dagli uomini che perseguitano coloro che sono nel Cristo, in odio al nome di Cristo. … perché  in effetti, questo furore contro di me? Cosa perseguitano in me? Il mio titolo di Cristiano. Se dunque perseguitano in me il mio titolo di Cristiano, essi mi hanno teso segretamente un laccio nella via in cui avanzavo. (S. Agost.).

II. — 4

ff. 4. – Questo è il carattere degli uomini del mondo: essi fanno mille proteste di amicizia verso coloro dai quali attendono qualcosa, ma non li conoscono più se sono caduti in qualche disgrazia. Dio solo è il nostro vero amico, Egli non ci conosce meglio di quando ci vede abbandonato da tutti. (Duguet). – « La fuga mi è divenuta impossibile. » Questo è un ulteriore accrescimento di infelicità. Non solo insidie lungo il cammino, nessuno che gli porti soccorso, nessuno che lo riconosca, ma anche la sola risorsa residua gli viene tolta, egli non può cercare la sua salvezza se non nella fuga. (S. Chrys.).

III. — 5-7.

ff. 5-7. – – In una situazione di così grande estremità, in questa assoluta privazione di ogni mezzo di difesa, si dispera della propria salvezza? No, egli si rifugia subito tra le braccia di Dio e gli dice: « Io ho gridato verso di Voi, Signore, ho detto: Voi siete la mia speranza e la mia parte nella terra dei viventi. » Ecco un’anima veramente vigilante; le sue sventure, invece che abbatterlo, gli danno delle ali per elevarsi, e fin anche in questa estremità in cui ogni speranza sembra perduta, riconosce la mani invincibile di Dio, la sua potenza sovrana e la facilità con la quale ci strappa ai pericoli più grandi (S. Chrys.) – Come Dio può essere la nostra eredità – si chiede San Agostino – ? Perché ci sia eredità, bisogna che colui da cui si erediti, sia morto; e quando la morte potrà trovarsi in Dio? Questo accade – risponde – quando Dio, conosciuto quaggiù come un enigma e nascosto sotto il velo della fede, si manifesterà pienamente a noi, e lo vedremo così com’è. Ma se noi dobbiamo essere in tal modo degli eredi di Dio, occorre che Dio anche sia il nostro erede, e non debba possedere questa eredità se non quando noi saremo morti al mondo, ed il mondo sarà morto per noi (Berthier). – La vita presente, è terra dei morenti, piena di afflizioni e di croci; la vita futura, è la terra dei viventi, della felicità e della gioia, che deve essere nostra parte per sempre (Dug.). Doppio è il motivo della preghiera che il Re-Profeta fa a Dio di liberarlo: l’eccessiva umiliazione alla quale si è ridotto, ed il folle orgoglio che ha dato ai suoi persecutori il trionfo della loro forza sulla sua innocenza. – Niente è più degno della bontà e della potenza di Dio che l’essere la forza ed il liberatore dei deboli oppressi. È la forza di questi deboli il ben sentire la loro debolezza, così come è la debolezza di questi forti e potenti di abusare della loro forza e della loro potenza contro coloro che non possono resistere loro se non con le loro preghiere ed i loro gemiti (Duguet). – « Traete la mia anima dalla sua prigione, » questa preghiera ha più di un oggetto, nello spirito del Profeta, la liberazione dal suo corpo mortale, la sua evasione dalla caverna di Odollam. L’Apostolo diceva nello stesso senso « … chi mi libererà da questo corpo di morte? » I santi avevano bisogno di tutta la loro sottomissione alla volontà divina per sopportare pazientemente il lori esilio in questa vita. Bisogna nondimeno riconoscere che la nostra anima è talmente imprigionata in questo corpo mortale che essa accarezza questa dimora, non come una prigione – dice San Agostino – ma come facente parte di un tutt’uno in cui Dio ha legato tutte le parti. È la corruzione del corpo che l’anima rischiarata dalla grazia ha in orrore. Questa non è l’opera di Dio, è la pena del peccato che dà il suo tormento. Quando il corpo, al tempo della resurrezione generale, sarà liberato da questo gioco di iniquità che lo curvava verso terra, l’anima vi si riunirà con una soddisfazione inesprimibile, « Finché noi siamo nella dimora di quaggiù, dice l’Apostolo, noi gemiamo sotto il fardello, perché noi desideriamo non di essere spogliati, ma di prendere come un secondo vestito, affinché ciò che vi era di morto in noi sia assorbito dalla vita. » I giusti già coronati nella gloria, attendono i giusti della terra, alfine di completare tutti insieme l’edificio della santa Gerusalemme, e formare questa Chiesa eterna « dei primogeniti che sono scritti nei cieli. » (Berthier). – « Traete la mia anima dalla sua prigione, affinché io benedica il vostro Nome; i giusti mi attendono finché mi ridiate la tranquillità desiderata. » Vedete di grazia questo spirito (S. Franc. D’Assisi), che come un usignolo celeste chiuso nella gabbia del suo corpo, nel quale non può cantare come desidera le benedizioni del suo eterno Amore, sa che cinguetterebbe e praticherebbe meglio il suo bel canto se potesse ottenere l’aria aperta per gioire della sua libertà e della società con gli altri usignoli tra le gaie e fiorite colline della felice contrada: ecco perché esclama: “ahimè, Signore della mia vita, per la vostra bontà dolcissima, liberatemi, povero come sono, dalla gabbia del mio corpo; traetemi da questa piccola prigione, affinché mi liberi da questa schiavitù, e possa volare ove i miei cari compagni mi attendono, là in alto, in cielo, per aggiungermi ai loro cori e circondarmi della loro gioia: là, Signore, aggiungendo la mia voce alla loro, farò con essi una dolce armonia di arie e di accenti deliziosi, cantando, lodando e benedicendo la vostra misericordia. (S. FRANÇ. DE SALES, Tr. de l’am. de Dieu, 1. V, c. x.).

IL SACRO CUORE DI GESÙ E LA DIVINIZZAZIONE DEL CRISTIANO (12)

H. Ramière: S. J.

Il cuore di Gesù e la divinizzazione del Cristiano (12)

[Ed. chez le Directeur du Messager du Coeur de Jesus, Tolosa 1891]

TERZA PARTE

MEZZI PARTICOLARI DELLA NOSTRA DIVINIZZAZIONE

Capitolo VI.

IL CUORE DI GESÙ È NELL’EUCARISTIA IL COMPAGNO DEL NOSTRO PELLEGRINAGGIO

Le visite di Dio agli uomini.

Se il primo dovere dell’uomo è quello di inchinarsi davanti al suo Creatore, con il sacrificio, il suo primo bisogno è quello di vedere il suo Creatore inchinarsi a lui e concedergli la sua amicizia. L’unione con Dio è lo scopo della Religione, così come il sacrificio è il suo atto supremo. Con il sacrificio testimoniamo a Dio la nostra assoluta dipendenza e il nostro bisogno del suo aiuto. Non serve nient’altro per attirarci nella sua infinita bontà e per fargli fare alleanza con la nostra debolezza in un’alleanza misericordiosa. Ma questo patto tra Dio e l’uomo non è sempre stato altrettanto intimo. Dio era sempre contento di conversare con i figli degli uomini, ma essi non erano ugualmente disposti a ricevere le sue visite paterne. Queste erano all’inizio solo poche apparizioni concesse alla fede dei Patriarchi. Poi fu innalzato il Tabernacolo e Dio fece la sua abituale dimora nell’Arca dell’alleanza, dove conversava direttamente solo con il Sommo Sacerdote ed in alcune circostanze solenni. La gente poteva parlargli solo dall’esterno. Finalmente il velo è stato strappato. L’ingresso del santuario è stato aperto agli uomini. Il vero Santo dei Santi, Colui di cui l’Arca dell’Alleanza non era che una pallida immagine, apparve alla vista degli uomini. Il Verbo stesso di Dio ha parlato la nostra lingua e per trentatré anni ha conversato con noi come uno di noi. E non solo Mosè, ma anche l’ultimo dei peccatori ha potuto affrontarlo faccia a faccia. Non è questo, per Dio, l’apice della condiscendenza? E non dovrebbe essere soddisfatto Egli che una volta aveva detto che le sue delizie erano “l’abitare tra i figli degli uomini”? No, non è soddisfatto! Per soddisfare tutte le esigenze del suo amore deve inventare un’unione molto più stretta, una disposizione che lo avvicinerà a tutti i suoi fratelli fino alla fine dei tempi. E questo, senza togliere il merito della fede, permette loro di vedere, in modo più sensibile, il suo immenso amore per loro. Questo è il capolavoro del Cuore di Gesù.

Dio resta con gli uomini fino alla fine dei tempi.

Aveva terminato la sua carriera mortale e doveva andare da suo Padre. La sola notizia della sua partenza aveva addolorato gli Apostoli; ma quanto più vividamente desiderava non essere separato da loro! Che cosa farà allora? Obbedirà al Padre che Lo chiama, ed allo stesso tempo al suo amore che Lo trattiene. Salirà in cielo, ma poco dopo scenderà di nuovo sulla terra in modo definitivo. I suoi figli non avranno perso nulla nella loro separazione, al contrario, ne avranno tratto vantaggi inestimabili. Perché l’amore del Cuore di Gesù ha saputo approfittare della sua impossibilità di rimanere sulla terra nella sua forma, per soddisfare più pienamente il desiderio di stare con ciascuno dei suoi figli. La sua presenza sarà d’ora in poi meno sensibile, ma molto più completa. Fino ad ora è stato presente in un solo luogo, e quanti uomini non hanno potuto vederlo! Egli stesso andò ad incontrare coloro che avevano bisogno del Suo aiuto; corse dietro alle infermità per curarle. Ma il suo stesso amore sacrificale gli impedisce di rimanere negli stessi luoghi in modo stabile e di soddisfare i desideri di chi avrebbe voluto tenerlo con sé. Passò facendo del bene e compiendo miracoli, ma passò. A parte le poche persone chiamate a seguirlo, la maggior parte di coloro che ebbero la grande gioia di vederlo, si rallegrarono solo per poco tempo. Non sarà più lo stesso in futuro: non in un solo luogo, ma in tutta la terra Gesù Cristo è presente: in tutte le regioni dell’Europa cristiana, in tutti i villaggi di montagna e nei quartieri delle città; in Asia, in Africa, in America, nelle isole dell’Oceania, ovunque il Cuore di Gesù è presente per fortificare i suoi ministri, per incoraggiare i suoi fedeli servi, per consolare coloro che soffrono, per lavare via le macchie dei peccatori. E non passa, rimane! Va dove viene chiamato, ma non si allontana da Se stesso e rimane fino a quando lo si vuol tenere. Non chiede palazzi splendidi, né brillanti cortei, ma un po’ di pane come velo, il recipiente più povero in cui riposare e la capanna più vile per preservarsi dalle intemperie, alcune anime sacrificate per tenergli compagnia, e nient’altro. E si rassegna, in molti luoghi, a rimanere solo per giorni interi. Solitudine alla quale la nostra vergognosa indifferenza lo condanna, e che non lo appesantirà finché Gli lasceremo la speranza di consolarci quando le necessità ci costringeranno a ricorrere a Lui. Questo è il modo in cui il Cuore di Gesù è costantemente presente, non in alcune anime privilegiate, ma in tutti i suoi fratelli e sorelle, sia nei peccatori che nei giusti. Questa presenza deve durare per secoli. Qualunque siano, le prove non ci mancheranno. In tutte le nostre lotte avremo con noi Colui che ha già combattuto in nostro nome e che ha sconfitto tutti i nostri nemici. E in tutte le nostre afflizioni il Divino Consolatore sarà alla nostra porta, pronto a ricevere la fiducia nei nostri dolori. Nell’ultimo giorno della nostra vita, quando non potremo andare da Lui, Egli verrà da noi per sostenerci nella battaglia suprema e per guidarci nel terribile passaggio. Egli farà lo stesso con gli uomini che ci seguiranno sulla terra. Fino alla consumazione dei secoli, il Cuore di Gesù avrà la sua delizia nell’abitare questa dimora di miseria e di peccato. Il suo amore avrà sempre più potere per trattenerli in Lui, ché la sua santità Gli impedisce di allontanarsene.

La nostra condizione è migliore di quella di chi ha visto il Salvatore.

Siamo, in un certo senso, meno favoriti di quelli che hanno vissuto durante la sua vita mortale. Ma siamo compensati per questo da un’altra e più grande grazia. Ricordiamo la risposta dell’apostolo S. Tommaso, quando, dopo essersi assicurato, con la testimonianza dei suoi sensi, della risurrezione del Salvatore, cadde ai suoi piedi ed esclamò: « Mio Signore e mio Dio »; « Tu hai creduto, Tommaso, perché hai visto; beati coloro che non hanno visto ed hanno creduto. » Perché siamo sulla terra? Vedere e riposare nello splendore di quella visione? No certo, ma per raggiungere, attraverso il cieco assenso della nostra fede, la dolcezza della visione eterna del cielo; per incrementare queste dolcezze con l’aumento della nostra fede. La felicità della vista è la felicità del cielo stesso, ma c’è, per gli abitanti della terra, una felicità che i Santi non possono avere: quella di accrescere il loro tesoro eterno con i loro meriti. Il Cuore di Gesù ha cercato di rendersi presente a noi, conciliando due interessi: quello della nostra debolezza, che richiedeva una presenza sensibile, e quello della nostra felicità futura, che chiedeva una presenza il più possibile favorevole all’esercizio della nostra fede. Se in questa presenza non ci fosse stato nulla per i nostri sensi, il nostro spirito, imprigionato in essi, non sarebbe stato in grado di raccoglierne i frutti. Se, al contrario, fossero stati completamente soddisfatti, la nostra fede non avrebbe avuto nulla a che fare con questo, e non avremmo potuto meritarla. Grazie sian dati al Cuore di Gesù, che ha così mirabilmente riconciliato interessi così contrastanti! Ha dato ai nostri sensi tutto ciò che la nostra debolezza richiedeva, senza togliere alcun merito alla nostra fede. Si manifesterà in modo tale da lasciarsi vedere, toccare e mangiare. Il Sacramento dell’amore diventerà il centro della Religione, la ragione dell’ergersi di magnifici templi, il legame più forte dei pii incontri in cui i figli di Dio si riuniscono attorno alla mensa paterna, l’oggetto principale di solenni cerimonie, davanti alle quali vengono oscurati gli splendori dell’antico culto. E senza dubbio, il Cuore di Gesù è rimasto nella Santa Eucaristia come oggetto della nostra fede. Egli lo esercita per quello che nasconde e per quello che mostra. San Tommaso vedeva l’umanità e credeva nella divinità che non vedeva. Il nostro merito sarà doppio, perché non vediamo né l’umanità né la divinità. È vero che l’una e l’altra ci vengono mostrati sotto le specie del pane e del vino, ma quelle specie, mostrandoci ciò che non sono, aumentano il merito, lungi dal diminuirlo. Perché se è un grande merito credere che Dio è in loro non vedendolo, non è meno meritorio credere che non ci sia il pane, anche se tutte le apparenze ci mostrano tutt’altro. Così, ci si dà l’opportunità di compiere un fervente atto di fede, che diventa un merito, e quanto meno ci viene mostrato Gesù Cristo, tanto più crescono i nostri diritti per godere della visione della sua bellezza.

Gesù Cristo è meno visibile nell’Eucaristia di quanto lo fosse sulla terra?

L’attributo che Dio vuole manifestare principalmente sulla terra è l’amore. Fin dall’inizio, sembra che si sia compiaciuto di nascondere tutti gli altri attributi, per non permettere agli altri di apparire. Raramente ha manifestato il suo potere attraverso i miracoli e la sua giustizia attraverso terribili punizioni. Erano eccezioni strappate alla ripugnanza di Dio per necessità forzate. L’Amore divino, al contrario, ha approfittato di ogni occasione e di ogni pretesto per far scaturire la sua generosità e la sua indulgenza. Le opere buone e i peccati, la fedeltà dei giusti e il pentimento dei colpevoli, sono serviti come rimedio. Nei momenti in cui la sola giustizia sembrava operare, l’amore la moderava. Solo l’Amore divino poteva guidare creature così miserabili come noi siamo al sublime fine per il quale siamo stati creati. L’Amore divino è il nostro sostegno, la nostra risorsa, l’oggetto principale della nostra fede, il più fermo sostegno della nostra speranza. Esso è lo stimolo del nostro amore. Come possiamo osare amare Dio se non ci dimostra Egli stesso che vuole trattarci come suoi amici? Dio Nasconde per il tempo debito gli altri attributi. Nasconde la sua grandezza e la sua potenza, che non farebbero che spaventarci allontanandoci da Lui. Quello che dobbiamo conoscere in Lui, l’unica cosa di cui dobbiamo essere sicuri, è il suo amore. Di tutti i modi in cui Egli può manifestarsi a noi, il più utile sarà quello che più chiaramente ci manifesta il suo amore. Stando così le cose, come possiamo dubitare che nell’Eucaristia, Gesù Cristo ci sia mostrato più visibilmente di quanto non fosse stato durante la sua vita mortale? Come si può scoprire l’amore se non attraverso gli sforzi che fa? E quando l’amore di Gesù Cristo si è maggiormente mostrato a noi? Quando gli ha imposto sacrifici maggiori di quando è stato costretto a spogliarsi non solo delle glorie della divinità, ma delle forme stesse dell’umanità per nascondersi in apparenze inanimate? Se san Bernardo poteva dire che nella culla il Figlio di Dio si è mostrato tanto più amabile quanto più si ancor più evidente? Confessiamo che in questo Sacramento divino Gesù Cristo nasconde tutti gli attributi della sua divinità. Ma diciamo ad alta voce che il suo amore non era mai stato così palpabile. Non vediamo l’umanità del Salvatore, né il suo adorabile volto, né le sue mani che curano le malattie, né sentiamo la sua voce, né possiamo toccare la sua veste. In Lui non vediamo altro che il suo Cuore. In questo Sacramento vediamo il Cuore di Gesù. Lo vediamo nella sua umiltà e dolcezza, con la sua condiscendenza e la sua indulgenza che perdona ogni ingratitudine; con la sua generosità che dona senza mai stancarsi, e la sua misericordia che ha consolazioni per tutte le miserie. Abbiamo sentito il Cuore Divino che ci parlava nel suo silenzio. Possiamo toccarlo, tenerlo vicino al cuore. Questa è veramente la presenza del Cuore di Gesù. È la sua manifestazione completa. Il Salvatore stesso ci ha mostrato l’intima connessione della devozione al suo Cuore con la devozione all’Eucaristia. Non separiamole mai. L’Eucaristia è il segno, e il Cuore di Gesù è la realtà divina da Lui indicata. Naturalmente, la carne del Salvatore è contenuta e simboleggiata dalle Sacre Specie. Ma è carne sacra, in quanto sacrificata per amore e che serve come organo di questo amore ineffabile per santificare le nostre anime. Ora, l’organo speciale dell’amore del Salvatore è il suo Cuore, ed è Lui che si manifesta a noi in modo speciale nelle specie sacramentali: è il Cuore che dobbiamo adorare in modo particolare.

Economia delle manifestazioni divine.

Riflettendo sulle varie manifestazioni divine, possiamo comprendere la loro economia misericordiosa. Sarà facile per noi vedere che la bontà di Dio ci sia stata mostrata più generosamente, poiché la sua grandezza è stata nascosta sotto i veli più oscuri. Il Verbo incarnato si è rivelato agli uomini in tre modi: in primo luogo, si è fatto conoscere agli uomini come il Verbo del Padre, quando ha conversato con Mosè, i Patriarchi e i Profeti, imponendo loro i suoi precetti e togliendo il velo del futuro. Si è poi circondato degli abiti della sua divinità, si è avvolto nelle nuvole, facendo scoppiare il fulmine e incutendo un rispettoso timore in tutti coloro che hanno ricevuto i suoi messaggi. La seconda manifestazione del Verbo divino è stata meno brillante, ma più misericordiosa. Era visto tra gli uomini vestito come un servo e come l’ultimo di noi. Nascondendo di più la sua divinità, si donava di più a noi. Più la sua unione con noi diventava intima, meno appariva la sua superiorità. Infine, la terza manifestazione adempie alla sua bontà e al misterioso stupore della sua grandezza. Il Dio che già si nascondeva nel Sinai e che a Betlemme si circondava della natura umana come di un velo, si nascondeva in un pezzo di pane. Coprendosi in questo modo, si è consegnato più che mai. Si è unito alla sua Chiesa ed a ciascuno dei suoi fratelli. Attraverso la sua Incarnazione ha unito la natura umana alla sua divinità; attraverso l’Eucaristia unisce tutto in una volta sola con ogni uomo: la sua divinità e la sua umanità. Ma fa anche di più: in quest’ultimo mostrarsi riunisce tutte le manifestazioni precedenti. Come la manna, senza avere un sapore proprio, aveva in sé il sapore di tutte le prelibatezze, così, il Cuore di Gesù nell’Eucaristia ripete a noi tutti ciò che ha rivelato ai Patriarchi, ai Profeti e agli Apostoli, e rinnova tutti i misteri che ha compiuto durante la sua morte: la grandezza di Dio, la sua potenza, la sua stessa giustizia, la sua misericordia e bontà, il prezzo delle nostre anime, l’orrore del peccato, la grandezza dei destini per i quali Dio ci ha fatti, e delle punizioni che subiremmo se ci mostriamo ingrati, le virtù che dobbiamo praticare, l’umiltà, la dolcezza, la pazienza, la dimenticanza del male. Tutto si manifesta a noi attraverso il Cuore di Gesù con un’incomparabile eloquenza. Non sarà difficile per noi trovare in questo Sacramento tutta la Religione, con tutti gli insegnamenti della sua fede e tutti i precetti della sua morale. Nell’Eucaristia, Gesù rinnova tutti i misteri della sua vita: si incarna come a Nazareth, nasce come a Betlemme, riceve l’adorazione dei Magi e dei pastori, fugge in Egitto, guarisce i malati, consola gli afflitti, passa facendo del bene. Ma sulla sua strada Egli raccoglie, come durante la sua vita mortale, ingratitudine e odio; viene di nuovo consegnato da Giuda, abbandonato da discepoli pigri, crocifisso dai farisei, tradito da un popolo ingrato. Lì muore e viene sepolto, ma anche risorge e riporta in vita molti. Che cosa gli manca per rispondere alle nostre esigenze ed essere il compagno inseparabile del nostro pellegrinaggio? Una sola cosa: che acconsentiamo a rimanere uniti a Lui, ad appoggiarci al suo braccio quando vacilliamo, a chiamarlo in nostro aiuto quando il pericolo ci minaccia, a permettergli di sollevarci quando siamo caduti, per dare al suo Cuore il conforto che desidera ardentemente per renderci santi e felici

Capitolo VII

IL CUORE DI GESÙ È NELL’EUCARISTIA IL CIBO DELLE NOSTRE ANIME

I figli della nuova alleanza sono superiori a Mosè.

L’ambizione del Cuore di Gesù è stata quella di essere non solo con l’umanità in generale, ma con ogni uomo in particolare, di abitare contemporaneamente in ogni parte della terra e in tutto il susseguirsi dei secoli, per poter soddisfare ogni esigenza e consolare ogni dolore. Una presenza universale e costante in mezzo a noi, iniziata nel momento stesso in cui la provvidenza sembrava obbligarlo a lasciarci. Ma non si è accontentato di questo. Non gli bastava essere presente ad ognuno di noi, voleva essere presente in noi. Gli sembrava poco mettersi a disposizione dei suoi fratelli, per ricevere le loro confidenze e rispondere ad esse con gli effluvi del suo amore. Non aveva fatto di più con Mosè. Le comunicazioni intime che ebbe con il legislatore degli Ebrei sulla cima del Sinai e nel Tabernacolo erano state sufficienti per elevarlo al di sopra di tutti i santi che lo avevano preceduto: « Mai prima d’ora, dice la Scrittura, c’era stato un uomo come Mosè, con il quale Dio si degnò di conversare faccia a faccia ». Ma la dignità dei figli della Nuova Alleanza sarà molto più alta. Con loro Dio non parlerà faccia a faccia, ma Cuore a cuore. Perché è il regno del Cuore di Gesù. La vecchia legge parlava all’esterno, la nuovo parla dall’interno. Il primo è stato scritto dal dito di Dio sulle tavole di pietra, il secondo dal Cuore di Gesù sulle tavole vive del cuore cristiano. È giusto che il Cuore di Gesù, incaricato di promulgare questa legge, penetri nel nostro interno e che imprima nel cuore di ciascuno dei suoi membri questa legge, che non è altro che il suo amore. Questo succede né più né meno nella Santa Comunione. È essa la consumazione di tutti i piani d’amore del Cuore di Gesù. Attraverso il Battesimo Egli si è donato a noi e ci ha uniti a sé per comunicarci la sua vita e formarci a sua immagine. Attraverso il santo Sacrificio della Messa è diventata la nostra vittima e l’ostia di un Sacrificio ininterrotto. Rimanendo presente sull’altare con il Sacrificio, era diventato il compagno del nostro pellegrinaggio. Lasciando l’altare per fare del nostro cuore un tabernacolo vivente, termina la sua opera.

La santa comunione alimenta la nostra vita divina.

La vita divina, come la vita animale e razionale, deve essere costantemente rinnovata, pena il decremento e l’estinzione. Perché siamo obbligati a dare cibo al nostro corpo ogni giorno? Perché tutti gli elementi sembrano togliergli la vita. L’aria che respiriamo, il calore che dilata i nostri organi, portano via parte della nostra sostanza in ogni momento. L’esercizio stesso di quegli organi li indebolisce e li logora. Il nostro corpo morirebbe presto di una morte orribile se, attraverso il cibo, non ci preoccupassimo di riparare queste perdite. Lo stesso vale per le facoltà della nostra anima. Se non ci preoccupiamo di nutrirle con lo studio e la riflessione, saranno irrimediabilmente indebolite. La memoria dimenticherà ciò che ha imparato. L’acutezza della comprensione sarà smorzata. L’energia della volontà si esaurirà. E le anime più adornate di doni naturali difficilmente si distingueranno dagli animali più stupidi, per non aver approfittato dei doni ricevuti dalla mano di Dio. Nostro Signore voleva che la nostra vita divina seguisse queste leggi. Essa può e deve crescere costantemente, perché altrimenti non può che indebolirsi. È una vita, questa, essenzialmente militante: tutti gli elementi esterni le fanno guerra. Tutta l’attenzione, la stima e l’affetto che se ne vanno per le cose del mondo, vanno a discapito della nostra unione con Dio. Il nostro cuore ha solo pochi limiti di forza e di amore. Tutto ciò che cade a terra è perduto per il cielo. Se non vogliamo che la nostra aspirazione a Dio si indebolisca e che il vaso della nostra vita divina si esaurisca, c’è solo un modo: rinnovarla incessantemente, attirarla fuori dalla fonte senza interruzioni. Come? Attraverso la Comunione! Perché la fonte della vita divina è il Cuore di Gesù che la Comunione porta nel nostro cuore.

Nella comunione, il Cuore di Gesù forma in noi la sua immagine.

Dobbiamo essere riformati in tutto: il nostro corpo con i suoi organi e la nostra anima con le sue facoltà; ma soprattutto il nostro cuore, l’organo attraverso il quale il nostro corpo influenza gli affetti e le tendenze dell’anima. Era giusto, quindi, che Gesù Cristo ci desse tutto il suo essere, il suo corpo e la sua anima, ma soprattutto il suo Cuore, sede principale dei suoi affetti e dei suoi meriti: questo è ciò che ha fatto e fa nella Comunione. In essa il Cuore di Gesù compie la seconda parte della sua missione, che consiste nel formare in noi la sua immagine. Questa contiene il frutto necessario della nostra unione con Lui e la condizione indispensabile della nostra felicità eterna. Più siamo simili a Gesù Cristo, più Dio Padre riconoscerà in noi i suoi figli adottivi e più ci riempirà di favori. Ma l’immagine divina ci può essere conferita solo dal modello divino che dobbiamo imitare. Gesù Cristo, nella Comunione, è il nostro cibo, ma in modo molto diverso dal cibo che prendiamo per riparare la nostra vita corporea, perché, mentre questi cibi sono morti ed ad essi noi diamo la vita, Gesù Cristo è un cibo vivo, che ci comunica la sua stessa vita e con essa la sua immagine divina. Ci nutriamo del suo Cuore, non per conservare la nostra vita naturale, ma per perderla e vivere solo della vita di quel Cuore che vuole prendere il posto del nostro. La Comunione completa in noi l’effetto del Battesimo e finisce con l’incorporarci nel tronco divino al quale siamo stati uniti dal primo Sacramento, non come un comune innesto destinato a dare al tronco la dolcezza dei suoi frutti, ma perché perda la sua linfa selvaggia ed acquisisca da esso le sue qualità divine. Nella Comunione Gesù Cristo si innesta su di noi e aumenta la nostra fecondità. La Comunione rinnova in ogni Cristiano il grembo di Maria. Il Verbo di Dio non è meno presente in noi di quanto lo sia stato nella Beata Vergine durante i nove mesi in cui lo ha portato nel suo grembo. Ma quando ricevette da Maria la forma dell’uomo, l’immagine di Adamo, Egli diede ai figli di Adamo, nella Comunione Eucaristica, la propria immagine e con essa la forma di Dio.

La Santissima Trinità è l’immagine dell’azione del Cuore di Gesù nell’Eucaristia.

Per comprendere l’azione del Cuore di Gesù, dobbiamo andare con Lui nel seno del Padre. Vediamo due Persone adorabili che non sono che una sola vita, e la cui felicità si traduce nell’intima, completa, eterna comunicazione della vita infinita che, senza mai essere esaurita o sminuita, va dal Padre al Figlio e da quest’ultimo al primo. Questo è l’esempio ineffabile che Gesù Cristo si è proposto nell’istituzione dell’Eucaristia, e che cerca di realizzare ogni volta che si dona a noi nella Comunione: « Come il Padre mio mi ha mandato, comunicandomi la sua vita – ci dice – e come Io vivo solo per il Padre mio, così chi si nutre di me vivrà solo per me. » Tra noi e Lui si stabilisce un rapporto simile a quello che esiste tra Lui e suo Padre. Come la vita del Figlio è solo l’espressione e l’irradiazione di quella del Padre, così la nostra vita soprannaturale non è altro che l’estensione e la irradiazione di quella di Gesù Cristo.

Capitolo VIII.

IL CUORE DI GESÙ CI DÀ LA VITA ETERNA NELL’EUCARISTIA

Con la Comunione noi raggiungiamo la vita eterna.

La nostra unione con il Cuore di Gesù non sarebbe completa, né soddisferebbe il suo amore, se avesse una fine. Perché la vita che questo cibo divino ci darà non è temporanea, ma eterna. Egli stesso è la vita eterna, e chi la riceve, anche se era già tra le braccia della morte, può sfidarla vittoriosamente, perché ha in sé l’immortalità. Se vogliamo misurare la ricchezza infinita e la potenza illimitata del Cuore di Gesù, dobbiamo metterci su questo terreno. Considerate un Cristiano che abbia raggiunto la sua ultima ora. La morte si è impadronita di lui, lo ha tenuto nelle sue crudeli grinfie e ora ne sta divorando le viscere. Non è più che un cadavere appena animato da un soffio di vita. I suoi occhi sono spenti, le sue guance sono incavate, le sue labbra non possono proferire più di qualche parola. E, in questo disfacimento del suo involucro mortale, l’anima non sembra meno depressa: l’intelligenza non può collegare i suoi pensieri, la volontà è impotente la sensibilità è assorbita dal dolore e dall’angoscia, l’annientamento sembra completo. Beh, a quell’uomo che la morte ha scelto come vittima, a quel cadavere che sarà prigioniero nella tomba, si presenta il Sacerdote, tenendo in mano il Pane Celeste, e con le stesse parole di Gesù Cristo dice: « Se mangiate di questo pane vivrete per sempre. » E quel Cristiano, dopo essere diventato un tutt’uno con quel cibo divino, ripete l’ultimo articolo del Credo: Credo nella vita eterna. Non solo credo che questa vita sia in cielo, ma credo che sia dentro di me e che io la possegga veramente. Non sento niente in me se non la morte, ma credo nella vita non meno fermamente. Nel momento preciso in cui ogni sostegno è inutile e tutte le forze umane stanno fallendo, l’amore del Cuore di Gesù si manifesta con tutta la sua potenza e ci insegna a superare la morte lasciandosi sconfiggere da essa. Il Cristiano che, attraverso la Comunione, ha ricevuto il Cuore di Gesù, possiede la vita eterna, per avere nel Cuore Divino un titolo sufficiente a raggiungere quella vita benedetta. Qual è il prezzo del paradiso? Non è il sangue di Gesù Cristo? Una sola goccia di sangue divino basterebbe per comprare tutte le glorie del paradiso. E il Cristiano ha appena ricevuto tutto questo nell’Eucaristia. Ogni nuova Comunione conferma e assicura i suoi diritti all’eredità dell’unico Figlio del Padre. La felicità che il Verbo di Dio possedeva per diritto di nascita, voleva conquistarla a prezzo della più dolorosa delle morti, per tutti coloro che la sua Incarnazione aveva reso suoi fratelli. E ci comunica questo diritto attraverso tutti i Sacramenti che ci rendono partecipi dei suoi meriti, ma soprattutto attraverso quello che ci mette in possesso della sua stessa Persona. Per mezzo di Lui ci appropriamo veramente dell’ostia del Sacrificio Divino che ha espiato le nostre colpe, placato la giustizia divina e acquistato per noi tutti i beni dell’eternità. La stessa carne che è stata immolata sulla croce, noi l’abbiamo nella Santa Comunione. Noi la possediamo e possiamo offrirla a Dio come nostra proprietà. Cosa non otterremo con una tale moneta? Quale felicità dal cielo non chiederemo in cambio di tali tesori? Quando il nostro Divino Salvatore ci dà il Suo corpo e il Suo sangue nella Comunione, Egli mette già l’equivalente del cielo nelle nostre mani. Ogni volta che questo dono si rinnova, ci rende più facile la conquista dell’eternità.

La comunione è il seme della vita eterna.

La Comunione non solo mette nelle nostre mani il prezzo della nostra eredità celeste, ma deposita in noi il seme della vita eterna. Il seminatore getta il seme nel terreno. Cosa succederà al chicco di grano sepolto nella terra? Marcirà. Tutte le sue parti si decomporranno. È per questo che l’operaio ha lavorato così duramente per rimuovere la terra che doveva riceverlo? Certo che no! È sicuro che la vita uscirà dal marciume, e che ogni grano produrrà una spiga viva. In mezzo agli elementi visibili che si stanno decomponendo, apparirà una forza vitale, fino ad allora invisibile, in attesa che la morte completi la sua opera distruttiva per manifestarsi. Questa forza misteriosa si impadronirà degli stessi elementi, spogliati dalla morte della loro vecchia forma, e ne darà una nuova. Molto presto, invece di un solo grano, ne avrete cento, una ricompensa sovrabbondante per le fatiche del campo. Ciò che la forza vitale è per il chicco di grano, lo è il Cuore di Gesù per il Cristiano che ha appena ricevuto il suo Salvatore nella Santa Eucaristia. La vita che il Cuore Divino porta con sé non può manifestarsi quaggiù. Finché il Cristiano mantiene la sua forma mortale, la vita divina è nascosta; ma ciò non di meno significa che non sia in lui. Cosa aspetta a farsi vedere? Che la morte abbia fatto il suo lavoro. Allora il Cuore di Gesù dispiega tutta la sua virtù. Il corpo nato da esso sarà restituito alla terra, ma nel momento in cui il corpo si dissolverà, l’anima, libera dai suoi legami, salirà a Dio, spinta dalla virtù del Cuore di Gesù. Ogni volta che questo Cuore Divino è stato donato al Cristiano, è servito come veicolo per lo Spirito Santo. E, mentre il corpo del Salvatore rimane unito a quello del Cristiano solo per un breve periodo di tempo, l’unione tra lo Spirito di Dio e quello dell’uomo conserva tutta la sua forza. La comunione dà al Cristiano un più completo possesso della sua eredità eterna; fa sì che lo Spirito di Dio entri più pienamente in suo possesso e permette allo Spirito Santo di disporlo in questo modo per godere un giorno della sua eredità divina. Come può un’anima piena di quello Spirito temere la morte? Ciò che lo Spirito di Gesù Cristo ha fatto nel nostro Capo non può non essere fatto nei suoi membri? Ascoltiamo San Paolo: « Se lo Spirito che ha risuscitato Gesù Cristo dai morti dimora in noi, Colui che ha risuscitato Gesù Cristo dai morti riporterà in vita anche i vostri corpi mortali, a causa dello Spirito che abita in voi. » E la cosa più bella è che in noi, come nel chicco di grano, il germe vivente si nutre delle spoglie stesse della morte. I nostri dolori, le miserie della nostra mortalità e, soprattutto, la nostra stessa morte, ci uniscono allo Spirito di Dio e ci rendono più degni della vita eterna. Ciò che per l’anima separata da Gesù Cristo è motivo di disperazione e di condanna, in quella del vero Cristiano è trasformato dalla virtù del Cuore di Gesù in una materia di merito. In questo modo il Cuore Divino, dopo averci dato il prezzo della nostra eterna beatitudine e aver depositato il suo seme nel nostro grembo, lo sviluppa fino ad aprirsi al sole dell’eternità.

La Comunione ci rende già da ora possessori della vita eterna.

Nella Comunione, Gesù Cristo ci dà il cielo e ci rende possessori della vita eterna. Egli stesso lo afferma in un modo che non lascia spazio a dubbi: « Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna. » Non dice che l’avrà, ma che ce l’ha già. Che cos’è la vita eterna se non il possesso di Dio, l’unione con Dio? Qual è la felicità dei Santi in cielo? Il cielo è Dio: la sua infinita Verità, che con il suo splendore illumina l’intelligenza dei beati; la sua infinita bellezza, che suscita in essi la sua ammirazione; la sua infinita bontà, che trascina e domina su tutti i loro affetti. Non riceviamo forse nella Santa Eucaristia lo stesso Dio che riempie i suoi eletti di sempre nuove delizie? È in questo mistero Egli meno buono ed infinito che in cielo? Quando si dà a noi, non ci dà la vita eterna? E quando Lo riceviamo, non abbiamo il cielo intero nei nostri cuori? Qual è la differenza tra il Cristiano che ha appena ricevuto la Comunione ed i Santi in cielo? Questi ultimi vedono chiaramente ciò che possiedono. Mentre il Cristiano, che possiede gli stessi tesori, non può vederli se non con gli occhi della fede. Questa è l’unica differenza tra la Comunione beatificata e la Comunione Eucaristica. Per il resto l’Oggetto è lo stesso e il possesso di questo Oggetto infinito può essere in un Cristiano sulla terra in grado superiore a quello di un Santo in cielo. L’intera differenza sta nel modo di possederlo. Entrambi sono figli di Dio ed eredi del suo regno; ma nell’uno è già mostrato ciò che è, mentre si nasconde nell’altro. La differenza, naturalmente, è immensa, perché la vista delle perfezioni divine costituisce la gioia dei beati. Ma se, per quanto riguarda la gioia, la Comunione beatificata ha un vantaggio, la Comunione Eucaristica vince, per la sua stessa oscurità, perché questa è la condizione del merito. La deliziosa comunione del cielo non ha un vantaggio così immenso. I beati godono dei meriti acquisiti, ma non ne ottengono di nuovi. Sono sicuri di non perdere il tesoro che possiedono, ma anche di non vederlo mai più aumentare. Dio li riempie della sua immensità, e anche se fa nascere nelle loro anime una nuova sete di felicità senza interruzione, non cessa di spegnerla; ma né la sete né la sazietà crescono di intensità. Raccolgono ciò che hanno seminato sulla terra, vedono ciò in cui hanno creduto, hanno ciò che speravano, godono di ciò che hanno amato liberamente. Ma né la chiarezza della visione, né la pienezza del possesso, né la soavità delle gioie si estendono oltre la fede, la speranza e l’amore che avevano quaggiù. Al contrario, ogni Comunione Eucaristica ci fa acquisire nuovi meriti. Tutto ciò che perdiamo nelle gioie attuali, lo guadagniamo in quelle eterne. Possiamo aggiungere qualcosa alla parola del Maestro e dire che, non solo abbiamo la vita eterna mangiando la sua carne e bevendo il suo sangue, ma ancor più la aumentiamo.

SALMI BIBLIBI: “DOMINE, CLAMAVI AD TE, EXAUDI ME” (CXL)

SALMO 140: “DOMINE, CLAMAVI AD TE, exaudi me

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS. 

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 140

Psalmus David.

[1] Domine, clamavi ad te, exaudi me;

intende voci meae, cum clamavero ad te.

[2] Dirigatur oratio mea sicut incensum in conspectu tuo; elevatio manuum mearum sacrificium vespertinum.

[3] Pone, Domine, custodiam ori meo, et ostium circumstantiae labiis meis.

[4] Non declines cor meum in verba malitiæ, ad excusandas excusationes in peccatis; cum hominibus operantibus iniquitatem; et non communicabo cum electis eorum.

[5] Corripiet me justus in misericordia, et increpabit me: oleum autem peccatoris non impinguet caput meum, quoniam adhuc et oratio mea in beneplacitis eorum.

[6] Absorpti sunt juncti petræ judices eorum; audient verba mea, quoniam potuerunt.

[7] Sicut crassitudo terræ erupta est super terram; dissipata sunt ossa nostra secus infernum.

[8] Quia ad te, Domine, Domine, oculi mei; in te speravi, non auferas animam meam.

[9] Custodi me a laqueo quem statuerunt mihi, et a scandalis operantium iniquitatem.

[10] Cadent in retiaculo ejus peccatores: singulariter sum ego, donec transeam.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXL

Preghiera viva al Signore perché asterga nell’uomo le macchie dei peccati nel giorno contratte onde sicuro sia il riposo della notte.

Salmo di David.

1. Signore, a te ho alzate le grida, esaudiscimi; sii intento alla mia voce, quando io a te la rivolgo.

2. S’innalzi la mia orazione come l’incenso al tuo cospetto; sia l’elevazione delle mie mani come sacrifizio della sera.

3. Poni, o Signore, una guardia alla mia bocca; e un uscio alle mie labbra, che interamente le serri.

4. Non permettere che il mio cuore studii maliziose parole, ad accettare scuse a’ peccati, (1)

5. Come fanno gli uomini che operano iniquità; e io non avrò parte alle cose che ei pregiano.

6. Mi correggerà il giusto con misericordia, e mi sgriderà; ma l’olio del peccatore non impingui mai la mia testa. (2)

7. Perocché l’orazione mia tuttora sarà contro quelle cose, delle quali ei sin compiacciono; perirono i loro principi infranti alla pietra. (3)

8. Udiranno come le mie parole sono state efficaci: come una grossa zolla di terra nel campo si sbriciola; così le nostre ossa sono disperse fin presso al sepolcro. Ma giacché a te mirano, o Signore, o Signore, gli occhi miei, io ho sperato in te, non isperder l’anima mia.

9. Guardami dal laccio che mi hanno teso, e dalle insidie degli operai d’iniquità.

10. Nelle reti di essa cadranno i peccatori. Solitario son io fino al tempo del mio passaggio. (4)

(1) “Cum electis eorum”, non significa, come immaginano coloro che non hanno letto il testo ebraico, “cum viris electis”, ma “cum electis cibis, o, secondo il senso letterale e l’espressione ebraica, “cum dulcibus cibis eorum”.

(2) La seconda metà del versetto 5 ed il versetto 6 sono forse, dice M. Le Hir, il passaggio più difficile del salterio. Tuttavia noi non ammettiamo che il senso indicato dal sapiente interprete, « ora ancora, la mia preghiera è per i miei nemici, in mezzo ai loro contrattempi ed i loro mali. » Il testo ebraico recita “in malitiis eorum”, invece che “in beneplacitis eorum”; il profeta vuol dire dunque: « La mia preghiera si leverà contro i vizi ed i crimini nei quali essi si compiacciono ».

(3) Noi propendiamo volentieri per il legame di questi versetti: “sicut crassitudo, etc.” con il seguente, ed il senso sarebbe: benché siamo stati a due passi dalla nostra perdita, io non ho cessato, Signore, di sperare in Voi. – “Sicut crassitudo terræ” come le zolle di terreno che disperde colui che lavora, le mie ossa sono state disperse ai limiti dell’inferno.

(4) “Singulariter”, cioè singularis, unicus, solus.

Sommario analitico

Davide, prevedeva la disfatta dell’armata del ribelle Assalonne (Secondo M. Le Hir, questo salmo sarebbe stato composto dopo la morte di Saul, e Davide vi protesta che egli non vuol prendere alcuna parte nel crimine di coloro che hanno causato la perdita di Saul, o ne gioiscono (3-6) e, poiché è ancora circondato da pericoli, prega il Signore di procurargli una liberazione completa,

I. Prima della vittoria, domanda:

1° la grazia di ben pregare, cioè che la sua preghiera:

a) sia esaudita a causa del suo fervore (1),

b) che si elevi a Dio come incenso,

c) che sia gradita a Dio come il sacrificio della sera (2);

2° la vigilanza sulle sue parole: a) egli chiede che sia messa una guardia alla sua bocca  perché egli parli sempre a sproposito, b) affinché non cerchi di scusare i suoi peccati (3, 4);

3° la fuga dalla società degli empi (4);

4° la pazienza:

a) per amare le reprimende dei giusti,

b) affinché abbia in orrore le adulazioni dei malvagi (5).

II. Dopo la vittoria, predice ed ammira:

1° la potenza della sua preghiera, che trionfa dei suoi nemici (6);

2° la rovina dei suoi nemici precipitati e schiacciati contro la pietra (6);

3° il ritorno e la docilità degli altri alle sue parole piene di forza e di dolcezza;

4° ma siccome, per il momento in cui parla, le sue forze sono dissipate come le zolle del terreno dopo il lavoro del contadino (7), si indirizza al Signore, lo prega di conservargli la vita a causa della sua preghiera piena di speranza (8), e di preservarlo dalle insidie dei suoi nemici (9);

5° egli annunzia la loro distruzione, congiuntamente con il suo ristabilimento sul trono (10).

Spiegazioni e considerazioni

I. — 1-5.

ff 1, 2. — San Crisostomo, iniziando la spiegazione di questo salmo, indirizzava ai semplici fedeli del suo tempo le seguenti riflessioni, che non potremmo malauguratamente indirizzare ai Cristiani dei giorni nostri, ma che sono di un’applicazione rigorosa e scuotente per i sacerdoti che non conoscono le parole di questo salmo, che si canta in ogni età della vita, ma che sono pochi a conoscerne il vero senso. Ora, non meritiamo severi rimproveri lo quando si canta tutti i giorni, quando sulle labbra si hanno le parola di cui non si cerca di penetrare il senso e la forza? Voi, se intravvedete un’acqua pura e limpida non potete dispensarvi dal tuffarvi entro le vostre mani, dal dissetarvi. Colui che passeggia frequentemente in una prateria, non vuole uscirne senza aver raccolto qualche fiore. Ma per voi che, fin dai giovani anni fino all’estrema vecchiaia, non cessate di cantare questo salmo, non ne ricordate che le parole, mentre siete seduto su di un tesoro nascosto, portate da un fianco e dall’altro una borsa che resta chiusa: la curiosità non vi ispira il desiderio di comprendere ciò che significhi questo salmo … nessuna ricerca, ma elusione? Tuttavia non potete asserire che questo salmo sia così chiaro, da favorire la negligenza e non vi dia modo di cercare un senso che si presenta da solo (S. Chrys.). – « Signore io ho gridato verso di Voi, esauditemi. » Solo perché avete gridato, pretendete di essere esaudito e basando su questo motivo l’efficacia della vostra preghiera. Bisognerà dunque per pregare una voce forte e chiassosa? … No, il Profeta vuol parlare di un grido interiore che parta da un’anima infiammata di amore e da un cuore contrito. Colui che manda le sue grida, impiega tutte le sue forze, così come colui che grida dal fondo del cuore applica tutte le forze della sua anima (S. Chrys.) – Colui che non prega dal fondo del cuore, non prega, non si dà pena di dare alla voce della sua preghiera la forza e il fulgore delle gride. Può succede che coloro che cantano per abitudine o per interesse le lodi di Dio, gridino nel tempio o nella società dei fedeli, ma queste grida non saranno la preghiera del Profeta; non si verificherà mai che un uomo solo, ai piedi del suo oratorio, emetta grida nella sua preghiera, senza che un cuore sia toccato dal desiderio di ottenere ciò che desideri. Queste grida, del resto, sono più nel cuore che nella voce (Berthier). – Voi pensate che sia cosa finita quando avrete detto: « Io ho gridato verso di voi. »? Voi avete gridato per questo in piena sicurezza. Se la tribolazione è cessata, cessate egualmente le vostre grida; ma se restano ancora alla Chiesa ed al Corpo di Cristo delle tribolazioni da soffrire fino alla fine del mondo, il Corpo di Cristo non deve dire soltanto: io ho gridato verso di Voi, esauditemi; bisogna invece che dica ancora: « Siate attento alla voce della mia supplica, mentre grido verso di Voi. » La nostra indigenza non avrà per termine se non la nostra vita, e le nostre preghiere non devono cessare se non con il nostro ultimo sospiro. (S. Agost.). – Notate che il Profeta non dice: l’estensione delle mie mani, ma l’elevazione delle mie mani, perché l’estensione è ben diversa dalla elevazione. Un uomo può estendere le sue mani dietro di sé, o ai suoi lati, cioè verso i vizi, come Dio rimproverava al suo popolo: « Quando voi stenderete le vostre mani verso di me, io non vi ascolterò. » (Isai. I, 15). (S. Girol.). –  Tutte le qualità della preghiera sono contenute in questo versetto. Che la mia preghiera sia diretta verso di Voi come il fumo dell’incenso. Essa deve essere diretta dal Signore, perché senza il soccorso dello Spirito-Santo, noi non sapremmo, dice l’Apostolo, ciò che dobbiamo chiedere. – Essa deve essere fatta con purezza di intenzione, senza la quale non può salire, come l’incenso, fino al trono di Dio. – Essa deve essere sostenuta dall’attenzione dello spirito, perché, come il minimo soffio respinge il vapore dell’incenso ed impedisce di elevarsi nell’aria, così le distrazioni dello spirito dissipano la preghiera e rompono il corso che essa dovrebbe prendere verso il cielo. – Essa deve essere nell’ordine della volontà di Dio, così come i sacrifici della legge non potevano piacergli se non erano conformi al rito che Eli aveva prescritto. – Essa deve essere umile e fatta in spirito di sacrificio, qualità nominatamente espressa dalla comparazione di cui si serve il Profeta. – Essa deve essere fervente e partire da un cuore bruciante d’amore. L’incenso, di per se stesso è di odore gradevole, ma è sotto l’azione del fuoco che sprigiona tutto il suo profumo. Così la preghiera è buona di sua natura, ma diventa di molto migliore ed emette un odore più soave quando parte da un fuoco ardente. così come quando si pone l’incenso sul braciere acceso e sui carboni ardenti. – Essa deve essere costante, tal come i sacrifici della legge che non cessavano mai e si rinnovavano ogni giorno, mattino e sera. – Essa deve avere come scopo l’offerta per la santificazione delle nostre opere da Dio, ciò che il Profeta indica con l’elevazione delle mani. – Avete notato questo incenso che brucia nei nostri templi, nel giorno delle nostre grandi solennità? Vedete come si consuma al fuoco dell’altare, come si spande nel sacro ambiente, come si alza dolcemente verso i cieli! Sotto questo emblema materiale, la luce della fede spande un incenso misterioso che esce dal cuore dei Cristiani, si riunisce, si consuma nello stesso focolaio della carità, e di là risale verso Dio, come un profumo che bruci in coppe d’oro. Ma non è sufficiente che l’incenso sia nella coppa per bruciare e profumare lo spazio sacro, bisogna che si lasci polverizzare e che riposi su carboni ardenti; (Eccli. IV); solo allora si muta in vapori leggeri, ed il suo profumo è tanto più soave di quanto si possa ottenere con gli odori più delicati e variati. Così è per l’incenso e per la preghiera: esso non brucia e non si eleva fintanto che il fuoco dell’amore non lo abbia consumato, e più i carboni accesi del suo cuore sono ardenti, più il vapore è penetrante e profumato. Se ogni parte intima dell’anima, se ogni fibra del cuore ha dato ciò che possiede di più soave e di più divino, non saprebbe concepirsi nulla di più delizioso che il profumo di questa preghiera. O felice combustione dell’anima per mezzo della preghiera! O santa combustione dell’intelligenza, del cuore, della memoria, della volontà, dell’essere tutto intero! Felice l’uomo, dice San Crisostomo, che fa della sua anima un incensiere, che tutti i giorni vi pone carboni ardenti, vi riversa i suoi pensieri, i suoi desideri, le sue affezioni, come un profumo preso e portato dalle regioni più ricche dell’Oriente! Felice l’uomo la cui vita è un incenso che brucia. (Mgr LANDRIOT. Prière, I, 46).

ff. 3, 4. — Due cose sono necessarie perché esca ciò che debba uscire, e non esca ciò la cui uscita è interdetta: un portiere ed una porta; una porta senza portiere non è sufficiente, perché questa porta sarebbe necessariamente o sempre aperta o sempre chiusa; un portiere senza porta non avrebbe un facile servizio; bisognerebbe sempre essere sul chi vive, e avere tanta forza per impedire l’entrata e l’uscita a chiunque volesse violare la consegna. Ma con una porta ed un portiere, ogni cosa diventa più sicura e più facile. (Bellarm.). – Il Re-Profeta comincia la sua preghiera con ciò che può essere, senza grande vigilanza, la causa di tutti i mali, e divenire, al contrario, per un’anima attenta, il principio di tutti i beni … così come è inutile avere una casa, una città, dei merli, delle porte, delle aperture, se nello stesso non ci sono anche dei guardiani che sappiano quando bisogna aprire e quando chiudere, così la lingua e la bocca non sono di alcuna utilità qualora non siano dirette dalla ragione; ad essa Dio ne ha affidato la cura con l’aprirle e con il chiuderle con ogni vigilanza, con tutta la circospezione possibile, filtrando le parole che deve lasciar uscire e quelle che deve invece ritenere. «La spada ne ha fatto perire meno della lingua. » – Così l’autore sacro dell’Ecclesiastico ci fa questa raccomandazione: mettete alla vostra bocca delle porte e delle sbarre, fate una bilancia per le vostre parole; (Eccli. XXVIII, 28); e in altra parte: « Chi darà una sentinella alla mia bocca, chi metterà un sigillo inviolabile sulle mie labbra, affinché io non cada, e la mia lingua non causi la mia perdita? » (XXII, 33). Dio solo lo può: « è dell’uomo – dice Salomone – preparare la propria anima, e del Signore governare la sua lingua. » – Noi abbiamo qui la nostra parte di azione, ed è per questo che il saggio ci dà il precetto di mettere alla nostra bocca una porta e delle sbarre. Ma egli vi fa pure implorare il soccorso di Dio, se noi vogliamo che i nostri sforzi siano coronati da successo. Poniamo dunque una guardia costante alla nostra bocca, che la nostra ragione le serva da chiave, non per tenerla sempre chiusa, ma per non aprirla se non in tempo opportuno. Talvolta il silenzio è più utile della parola, altra volta la parola è preferibile al silenzio. Se la bocca doveva essere sempre costantemente aperta, che bisogno c’era di mettervi una guardia? Se insieme ci sono delle porte ed una guardia, è perché noi facciamo ogni cosa nel tempo opportuno. (S. Chrys.). – Quali sono queste parole di malizia da cui il Profeta chiede a Dio di preservarlo? Esse sono numerose e di tipo diverso: le parole insidiose e perfide, quelle che fanno oltraggio a Dio, che ispirano l’allontanamento dalle virtù e l’amore del vizio, quelle che, spargendo cattive dottrine, risentendo dell’eco di costumi perversi, si fanno ascoltare con piacere, e molte altre simili, quelle cioè che sono parole di malizia, e che provengono da un cuore profondamente corrotto. (S. Chrys.). – Le parole di malizia più pericolose sono quelle che cercano di scusare i peccati, e che malauguratamente, mascherano sì abilmente le colpe che appena si riconoscono. – Una delle vie che conducono più direttamente alla morte, è lo stato di un’anima peccatrice che, liberandosi di ogni timore, cerca dei pretesti per coprire il proprio lassismo. Il peccato è un gran male, sicuramente, ma un male ben più spaventoso è negare il peccato dopo che sia stato commesso. (S. Chrys.). – Non c’è colpevole che non abbia le sue ragioni; i peccatori non hanno fatto molto se non aggiungono l’audacia di scusare la loro colpa a quella di commetterla; e se poco era l’iniquità con lo spingerci a seguirla, essa si ingrandisce ancor più con il difenderla. Sempre, o qualcuno ci ha indotto, o qualche incontro imprevisto ci ha spinto nostro malgrado; diversamente, avremmo fatto … lo stesso. E se fuor di noi non troviamo su chi far ricadere la colpa, cerchiamo qualche cosa in noi che non venga da noi stessi, il nostro umore, la nostra inclinazione, la nostra natura. È il linguaggio ordinario di ogni peccatore. Così, noi non abbiamo più bisogno di cercar delle scuse; il nostro crimine basta a se stesso, e non cerchiamo un mezzo più forte per la nostra giustifica, se non nell’eccesso della nostra malizia (BOSSUET, Sur l’effic. de la Pén.). – Occorre non aver nessun rapporto – soprattutto di intimità – con coloro che fanno il male e non prendere parte i festini o ai piaceri di questi uomini di iniquità. È nella società dei peccatori che si impara non solo a conoscere il crimine, ma a giustificarlo, a rivestirlo addirittura dei colori della virtù. I peccatori orgogliosi sono come la donna adultera di cui parla il saggio. Dopo il suo crimine, ella sembra ancora piena di fiducia, « … ella mangia, asciuga la bocca e dice: non ho fatto alcun male (Prov. XX, 20).

ff. 5. – « Ecco il senso del Profeta. Io non voglio aver alcun rapporto con coloro che mi propongono un linguaggio ingannevole per perdermi; io mi lego di preferenza a coloro che, più severi, mi indirizzano rimostranze utili, scoprono i miei peccati e riprendono le mie colpe. » In effetti, uno delle più grandi caratteristiche della misericordia e della carità è curare le ferite dell’anima. (S. Chrys.). – « Ma l’olio del peccatore non ingrasserà la mia testa. » Ma direte: cosa posso fare? Io sono preda degli ingannatori, essi non cessano di mormorare alle mie orecchie. Adulatori, ingannatori, mendaci, essi lodano in me ciò che non vedo, lodano in me ciò che non stimo, e ciò che mi è più caro,  invece in me lo riprendono … Che il peccatore non ingrassi la vostra testa con il suo olio; vale a dire, non vi rallegrate di simili parole, non le accettate, non vi acconsentite, non vi felicitate. Egli vi avrà presentato l’olio dell’adulazione, ma la vostra testa resti intatta, non si gonfi, non abbia rigonfiamenti. (S. Agost.). – Il Profeta compara le adulazioni dell’uomo perverso e corrotto ad un profumo velenoso; questi ha l’odore di un profumo squisito, ma porta la morte come il più fatale dei veleni. (Berthier). – Diffidiamo dunque delle lodi e dei complimenti degli uomini. Guardatevi dall’adulatore che spande profumi sulla vostra testa: sappiate che egli non fa scoprire il suo gioco, con questa immensa profusione di lodi che sparge a piene mani, egli si prende la libertà di denigrare la vostra condotta, o anche tradirvi senza essere sospettato. Chi non ti odierebbe o adulazione corruttrice della vita umana, con i tuoi perfidi abbracci ed i baci velenosi, perché sei tu che dai il divin Salvatore tra le mani dei suoi nemici implacabili? (BOSSUET, III Serm. p. le Vend. Saint.).  

II. — 6 – 10.

ff. 6, 7. Nulla di più facile e di così comune che l’avere compiacenza per coloro che ne hanno nei nostri riguardi: adulare coloro che ci adulano, amare coloro che ci amano, e divenire simile a loro. -Non soltanto, dice il Re-Profeta, non voglio le loro perniciose adulazioni, né le loro reprimende, ma mi dichiaro apertamente contro la loro lussuria, e lungi dall’accettare la loro falsa compassione, opporrò la mia preghiera ai loro colpevoli desideri. (S. Chrys.). – Il Profeta, in questi versetti, predice dapprima il castigo, poi il ritorno e la riconciliazione di una parte dei suoi nemici: gli uni precipitati e battuti contro la pietra, gli altri arrendevoli alla sua voce. (Berthier). – Parola di Dio è potente ed efficace, particolarmente sulla bocca di un uomo animato dallo spirito di Dio e santo, come Davide. Pure la terra più dura si apre sotto lo sforzo del vomere dell’aratro; così il cuore dell’uomo non resiste alla potenza ed all’efficacia della parola divina. – « Essi comprenderanno le mie parole, perché esse hanno prevalso. » Le mie parole hanno prevalso sulle loro parole. Essi hanno parlato da uomini loquaci, ed io, io ho detto la verità … Perché esse hanno prevalso? Perché sono state predicate da uomini che non avevano paura. Non avevano paura di cosa? Dell’esilio, della rovina, della morte, della croce. Non solo non temevano la morte, ma non temevano la morte di croce, che sembrava fra tutte, la più ignominiosa, perché l’aveva scelta il Signore. Dunque, è per essere state predicate da uomini senza paura che esse hanno prevalso. (S. Agost.). Questo è il ritratto vivo di un giusto gravemente tentato o ingiustamente perseguitato: le sue ossa, cioè la forza della sua anima, sono indebolite. Noi abbiamo sofferto mali estremi, dice il Re-Profeta; come una terra strappata, scavata in ogni senso, siamo stati dispersi, votati a rovina certa, portati all’orlo della tomba. Noi siamo sull’orlo del precipizio, e tutto ciò che possiamo fare, è non cadere. (S. Chrys.) 

ff. 8-10. – « Nel segreto mi hanno teso un laccio lungo la strada sulla quale avanzavo, » tanto quanto è ad essi possibile fare, perché lo hanno posto vicino alla via. « Voi ignorate, dice la scrittura, che avanzate in mezzo alle insidie, » (Eccli. IX, 20). Che vuol dire: « in mezzo alle insidie? » Sulla via del Cristo, da ogni lato ci sono insidie, insidie a destra, trappole a sinistra; a destra la prosperità del secolo, a sinistra l’avversità del secolo; le trappole di destra sono delle promesse, quelle di sinistra, delle minacce. Quanto a voi, camminando in mezzo alle insidie, non uscite dalla vostra strada; non vi lasciate né sedurre dalle promesse, né abbattere dalle minacce. « Nella via in cui avanzavo, mi hanno teso un laccio in segreto. » (S. Agost.). – Sempre ci vengono poste insidie, o dagli eretici, o dagli empi, o dai demoni. Le vie hanno una certa affinità con le virtù. I demoni mi tendono una trappola nella elemosina, se apro le mie mai ai poveri per essere visto dagli uomini, e apparendo nel fare il bene, cado nel vizio e nel peccato di vanagloria. Se do la mia tunica a mio fratello per essere visto da un altro, mi è teso ancora un laccio. (S. Girol.). –  Due cose sono da temere per la morte dell’anima: 1° le insidie del demonio che sono o la concupiscenza della carne, o la concupiscenza degli occhi, o l’orgoglio della vita; 2° i cattivi esempi e gli scandali di coloro che vivono secondo i desideri della loro carne, degli avari e degli orgogliosi. – Il Profeta domanda due cose: la prima, di conoscere le insidie che gli tendono i suoi nemici; la seconda di essere preservato dalla protezione del Signore (Berthier-Duguet). – Il Profeta non ignora i pericoli che corre la sua speranza, quando dice: « guardatemi dalla insidia che mi hanno teso e dagli scandali di coloro che operano l’iniquità. » Dappertutto in effetti, ci sono insidie, dappertutto scandali; il mondo è pieno di imboscate che ci sono mosse dal principe di questo mondo, o dagli spiriti di malizia sparsi nell’aria, o dai figli della disobbedienza nei quali opera lo spirito di errore. Insidie ci vengono tese dagli uomini di cattivo consiglio, o da pericolosi esempi, quando ci eccitano a prendere parte alle voluttà ed ai piaceri del mondo; quando manifestano empietà contro Dio in seno alla prosperità; quando con i loro insulti ed oltraggi, seminano turbamenti ed agitazione nella nostra volontà. Ora, l’insidia o il laccio, differisce dallo scandalo: l’insidia è una eccitazione alla voluttà, ad un’azione illecita che, come un’insidia, allaccia colui che si lascia prendere; lo scandalo è una sposa senza religione, un figlio dalla cattiva condotta, un fratello blasfemo, avaro, invidioso o schiavo di vergognosi vizi. Questi sono posti là come soggetti di scandalo che ci mettono nella necessità di irritarci, di riprendere, di reprimere, di punire ed uscire dalla calma abituale della nostra fede (S. Hilar.). – È una proposizione assoluta e senza restrizione, che i peccatori cadranno prima o dopo nelle insidie che essi avranno teso agli uomini giusti ed alla virtù. – in mezzo alle insidie che coprono la terra, il miglior partito che c’è da prendere è il ridursi alla solitudine, sempre che lo stato in cui ci si trovi possa permetterlo. « Io sono solo, fino a quando io passi.» Non sembra che egli si paragoni ad un uomo impegnato in una via difficile, o circondato da nemici che lo pressano e gli impediscono il passaggio? Non si crederebbe che si trovi all’entrata di una oscura foresta o di un fiume pericoloso, e che non aspiri che a lasciare questo cattivo stato più presto che gli sarà possibile? Questa è la vita di ogni uomo che giunga al termine che è l’eternità. Egli deve dire: … che il mondo, con le sue frivolezze, mi lasci tranquillo, « … fino a che io passi. » Cosa mi interessa tutta la grandezza umana, dal momento che « … io passo. »? Perché, durante questo passaggio, intraprenderò di soddisfare le mie passioni? Io non mi stabilirò su questa terra che non è il mio termine, e sulla quale non faccio che transitarvi. Un viaggiatore non si arresta, passa; questa è la sua unica cura, e non ne desidera che il fine, fine che non debba essere un luogo di passaggio, ma un soggiorno fisso ed immutabile (Berthier).

IL CUORE DI GESÙ E LA DIVINIZZAZIONE DEL CRISTIANO (11)

H. Ramière: S. J.

Il cuore di Gesù e la divinizzazione del Cristiano (11)

[Ed. chez le Directeur du Messager du Coeur de Jesus, Tolosa 1891]

TERZA PARTE

MEZZI PARTICOLARI DELLA NOSTRA DIVINIZZAZIONE

Capitolo IV.

IL CUORE DI GESÙ E L’EUCARISTIA

Unione tra Cristo e noi.

È verità che l’unione definitiva degli uomini con Dio attraverso Gesù Cristo non possa avvenire qui sulla terra. Essa avrà luogo in cielo. Quando tutto ciò che è terreno e mortale in noi sarà stato sepolto sulla terra e consumato nel sepolcro, allora la nostra anima potrà unirsi a Dio con tutte le sue forze, ricevere nella sua intelligenza tutto lo splendore della luce divina, fare spazio nella sua volontà alle fiamme dell’amore divino, unendosi a Dio con le facoltà sensibili, ed essere – secondo San Paolo – uno e medesimo spirito con Lui, inebriarsi del torrente delle sue delizie, entrare nella sua gioia, godere della sua beatitudine. Allora – come dice ancora l’Apostolo – Dio sarà tutto per tutti gli uomini, e tutti gli uomini saranno uno in Gesù Cristo e nel Padre suo, come il Padre è uno con il Figlio, e il Figlio uno con il Padre. Solo allora tutti i desideri del Cuore di Gesù saranno soddisfatti. Mentre siamo sulla terra ci saranno sempre in noi elementi che si opporranno alla nostra perfetta divinizzazione, e la nostra unione con Dio e tra di noi, attraverso Gesù Cristo, non potrà mai essere perfetta. Ma non crediamo che questa impossibilità spinga il Cuore di Gesù a rinunciare alle sue aspirazioni. Anche se la nostra unione con Lui non sarà completa sulla terra, Egli non cessa di lavorare per la sua realizzazione. Se è obbligato a mantenere l’unione beatifica per una vita migliore, ne creerà sulla terra, nella Comunione eucaristica, una più adatta alla nostra esistenza attuale, attraverso la quale potrà soddisfare il desiderio di unione che l’amore per noi fa nascere nel suo Cuore. Nessun Santo Dottore ha espresso meglio di San Cirillo d’Alessandria l’amorevole piano che ha spinto il Divin Salvatore ad istituire questo Sacramento: « Per aiutarci a raggiungere la perfetta unione con Dio e tra di noi, per quanto lontani siamo l’uno dall’altro nel corpo e nello spirito, il Figlio unigenito di Dio ha adottato un mezzo degno della sua sapienza: santificare i fedeli nella Santa Comunione, con il cibo dello stesso corpo, il suo, che li rende “concorporali” con Se stesso e tra di loro. Chi potrebbe, infatti, mettere in discussione e negare l’unione sostanziale che si opera tra tutti coloro che questa divina delizia unisce a Gesù Cristo? Nutriti dallo stesso pane, non possiamo che formare un unico corpo, perché Gesù Cristo non può essere diviso… Egli è uno ed indivisibile; e quando i nostri corpi sono uniti al Suo, con la più intima delle unioni, i nostri membri sono suoi più che nostri. » San Paolo testimonia la realtà di questa unione corporea che contraiamo con Gesù Cristo partecipando alla sua carne divina, quando ci ha parlato di questo mistero di pietà: « Sconosciuto in passato ai figli degli uomini, ai quali lo Spirito Santo lo rivela ora attraverso gli Apostoli e i Profeti, è giusto sapere che tutti i popoli sono invitati a diventare parte dell’eredità divina, ad essere incorporati a condividere insieme i frutti delle promesse di Gesù Cristo. » (Ef.. III, 5-6). Come possiamo dubitare di essere una cosa sola con Lui e tra di noi, se siamo tutti “concorporei”, non solo tra di noi, ma con il Divin Salvatore, presente in ognuno di noi attraverso la sua carne? Comprendiamo dunque questa ammirevole economia? Il Figlio di Dio che ci aveva dotato di una natura spirituale e corporale allo stesso tempo e che, per riscattarci, volle formarsi un corpo e un’anima simile alla nostra, si è compiaciuto di unirsi a noi spiritualmente e corporalmente in questo Sacramento. Nell’Incarnazione, il suo corpo sensibile e palpabile gli era servito come mezzo per rivelarsi agli uomini, immerso nell’oscurità dei sensi. Quel Corpo divino è stato per tutta l’umanità il veicolo materiale della sua dottrina celeste e della sua grazia spirituale. Nell’Eucaristia lo stesso corpo gli servirà non solo per mostrarsi, ma per donarsi. Egli verrà a portare lo Spirito di grazia non solo in seno all’umanità, ma al cuore stesso di ogni singolo uomo. Gesù Cristo ha due corpi ugualmente reali: uno materiale, simile al nostro; l’altro mistico, le cui membra siamo noi. Attraverso la Comunione eucaristica, le membra del suo corpo materiale servono come cibo per i membri del suo Corpo mistico, come nella Redenzione gli servirono come vittima e come riscatto. Mangiando la carne del loro Capo, essi sono uniti più strettamente a Lui e, attraverso di Lui, l’uno all’altro. Più Lo ricevono, più gli appartengono. Ogni volta che lo prendono come cibo, essi incorrono in un nuovo obbligo di consacrare a Lui la vita che Egli conserva per loro. Infatti, come il Divin Salvatore può vivere solo per il Padre suo, così chi si nutre di Lui è obbligato a vivere solo per Lui (Giov. VI, 58). La Comunione eucaristica realizza sulla terra le aspirazioni del Cuore di Gesù e i disegni misericordiosi del suo amore. È il centro al quale convergono tutte le operazioni divine nell’ordine della grazia e l’immagine più perfetta che abbiamo in terra delle meraviglie celesti dell’ordine della gloria. La vita e la felicità degli Angeli e dei Santi del cielo viene dal possesso di Gesù Cristo stesso che, nell’Eucaristia, ci viene donato nella sua interezza. In loro questo possesso è accompagnato da una certa gioia, ma è privato del merito. In noi si compensa con il merito ciò che si perde in gioia. Questo Sacramento dell’amore significa che sono in vera ed intima unione non solo i Cristiani con Gesù e i Cristiani della terra tra di loro, ma anche gli abitanti della terra con quelli del cielo, gli uomini con gli Angeli, consumando così nell’unità vivente del Cuore di Gesù, tutta la creazione razionale.

Comunione eucaristica e creazione materiale.

Ma essa fa ancora di più: estende alla natura materiale le glorie di questa unione di tutti gli esseri con Dio attraverso Gesù Cristo. Natura e grazia non sono che due parti della stessa opera, armoniosamente subordinate l’una all’altra. Non perdiamo di vista questa verità di fede così cara enunciata da San Paolo. È bene sapere che le cose materiali della terra, così come le cose spirituali del cielo, sono state create per Gesù Cristo. Non hanno altro scopo se non quello di glorificarlo, e devono trovare in Lui, come nel loro comune Capo, la loro perfezione e la loro unità. I Santi avevano questa verità davanti a sé ed hanno anche scoperto nel libro della natura, bellezze e ragioni per amare Dio. Imitiamoli e consideriamo la creazione materiale nel suo rapporto con la Comunione Eucaristica. Sarà facile per noi comprendere che questa Comunione non è solo il punto di unione tra cielo e terra, ma anche il coronamento soprannaturale dell’ordine della natura. La natura è una scala vivente, i cui passi tendono a salire incessantemente, ad unirsi a quelli più alti ed a salire verso Dio. È un’unione ininterrotta, in cui gli elementi si uniscono ai minerali, questi alle piante, le piante agli animali e questi all’uomo. Ma sembra che lì l’unione sia interrotta. Tra l’uomo e Dio c’è un abisso che nulla può colmare, eppure deve essere colmato. Perché Dio ha fatto la creazione non per separarsene, ma al contrario per unirla a Sé. Con quali mezzi userà il suo amore per unire tra loro termini separati da una distanza infinita? Molti si sono offerti a Lui. Potrebbe Egli, innanzitutto, accontentarsi di dare all’uomo il potere di conoscerlo nelle sue opere, di amarlo come un servo ama il suo padrone e di meritare una mercede commisurata ai suoi servizi. Queste relazioni del Signore con il servo avrebbero stabilito tra l’uomo e Dio una certa unione, anche se molto imperfetta, realizzando i disegni misericordiosi dell’amore divino. Egli ha progettato che l’uomo vivesse della sua vita, che fosse animato dal suo Spirito e che fosse degno della gioia dell’eterna visione “faccia a faccia”. La nostra unione con Dio si fermerà lì? Dandoci il Suo Spirito ci unisce al mondo degli spiriti; ma il mondo dei corpi non può così partecipare alla gioia di questa intima comunicazione. L’opera dell’Amore divino sarebbe incompleta. Affinché non fosse così, il Figlio di Dio assunse un corpo simile al nostro. A quel corpo, composto come il nostro da elementi presi dal mondo materiale, Egli comunica una dignità veramente divina, perché è il corpo di un Dio. In Lui, quindi, il mondo dei corpi e degli spiriti è in comunicazione con Dio. Tuttavia, questa è un fatto solo parziale. In tutto il mondo materiale e nell’immensità dello spazio c’è un solo punto illuminato dagli splendori della divinità. Questo non basta per l’Amore divino, che vuole un’unione più intima ed estesa allo stesso tempo, un’unione più universale e perfetta. Come ottenere questo risultato? Il corpo dell’Uomo-Dio avrà il potere di riprodursi simultaneamente in tutti i punti dello spazio, di unirsi a tutti gli altri corpi, di darsi in pasto a tutti gli uomini, di farli comunicare con Sé e, attraverso di Sé, con la Trinità. Per operare questa unione, alla quale tutti i corpi e gli spiriti sono invitati, Gesù userà due sostanze che si trovano ovunque: il pane ed il vino. Non c’è un solo chicco di grano, un solo grappolo d’uva sulla terra che, in virtù delle parole sacramentali, non possa diventare il corpo e il sangue di Gesù Cristo. E poiché ogni chicco di grano ed ogni acino d’uva è composto da parti prese dagli elementi, dall’aria, dalla terra, la creazione intera, materiale e spirituale, realizza incessantemente la sua ascensione a Dio nell’Eucaristia. Questo è il modo di considerare la Comunione Eucaristica. Non è solo l’unione dell’uomo con Dio e dei Cristiani con gli altri Cristiani. È, inoltre, l’unione universale di tutti gli esseri creati con il loro Creatore, attraverso Gesù Cristo, il Mediatore Universale. Attraverso la Comunione eucaristica, il Cuore di Gesù ha così colmato l’abisso che separa il finito dall’infinito. Attraverso di essa, si completa in modo soprannaturale l’ascesa della natura verso Dio, che sembrava destinata ad essere incompleta. Attraverso di essa, Egli unisce continuamente il mondo della natura a quello della grazia, e quello della grazia a quello della gloria. Realizza così il piano di raccogliere in Sé, come nel comune Capo, tutte le cose del cielo e della terra. Cosa c’è di più bello dell’unità di tutte le cose nel Sacramento che in modo molto speciale può essere chiamato il Sacramento del Cuore di Gesù? Se ci soffermassimo su questi pensieri, sarebbe molto più facile per noi elevarci a Dio attraverso la contemplazione della creazione. Si comprenderebbe meglio il linguaggio con cui ciascuno degli esseri che lo compongono glorifica non solo il Dio invisibile che lo ha fatto uscire dal nulla, ma anche il Dio incarnato, in previsione del quale è stato creato. Con i Santi saliremmo i gradini di questa scala mistica che porta dalla terra al cielo, dal visibile all’invisibile, dalla creatura al Creatore. Non potremmo prendere il pane materiale che nutre il nostro corpo ed il vino che lo fortifica, senza desiderare il Cibo divino di cui queste sostanze sono al tempo stesso simbolo e veicolo. Così, in ognuno di quegli oggetti sensibili, che così spesso ci distolgono da Gesù Cristo e da Dio, troveremmo i mezzi per unirci a Gesù Cristo e, attraverso Gesù Cristo, alla Trinità.

Capitolo V

IL CUORE DI GESÙ SI IMMOLA INCESSANTEMENTE PER NOI NELL’EUCARISTIA

Immolazione del Cuore di Gesù

Il primo e principale aspetto dell’opera divina, che dobbiamo realizzare con il Cuore Divino, è il sacrificio, poiché la sua prima funzione sulla terra è stata la continua immolazione di se stesso. Il nostro primo dovere verso di Lui è quello di immolarci con Lui. Tra tutti gli atti di religione, il sacrificio è il più perfetto di tutti, il più glorioso per Dio, il più meritorio per l’uomo, perché è la testimonianza più significativa che l’uomo possa dare alla sovrana maestà di Dio, la più solenne dichiarazione che possa fare della sua completa dipendenza dalla potenza assoluta del Creatore. Il primo e principale aspetto dell’opera divina, che dobbiamo compiere con il Cuore Divino, è il sacrificio, poiché la sua essenziale attività sulla terra è stata la continua immolazione di se stesso. Il nostro primo dovere verso di Lui è quello di immolarci con Lui. Le parole sono solo un suono passeggero che proviene frequentemente dalle labbra. I sentimenti del cuore sono ascoltati solo da Dio, ed il suo linguaggio è più sincero di quello delle labbra, anche se non è sempre privo di illusioni. Ma, quando la creatura si offre da se stessa alla propria immolazione per onorare il suo Creatore, non riconosce forse che Egli è il principio della sua vita, l’arbitro supremo dei suoi destini? Questo è esattamente ciò in cui consiste il sacrificio. Esso non è solo la testimonianza di sentimenti, di parole o di atti: è la testimonianza della morte; l’osservanza della volontà onnipotente di Dio, non solo nell’accettazione del bene, ma anche del male; è il nulla e la tomba che ci obbligati a glorificare l’Autore della vita. Ma ciò che rende meritoria questa testimonianza è proprio ciò che sembra renderla impossibile: Dio non ha fatto le sue creature per niente e, nell’immolarsi, esse operano contro i suoi piani: « Voi non vi dilettate della nostra distruzione », diceva Tobia al Signore. E non c’è, infatti, nessun crimine che sia punito più severamente nella Scrittura che i sacrifici umani. Cosa possiamo fare per esprimere a Dio, attraverso il sacrificio, la nostra completa dipendenza, senza privarci della vita che Egli ci ha dato? Per molto tempo gli uomini non potevano fare altro che ricorrere al sacrificio di animali. Hanno sostituito la loro vita con quella degli animali. Sceglievano dai loro greggi i tori più grassi, o gli agnelli più teneri, e, immolando sull’altare dell’Altissimo quelle vittime, riconoscevano di dipendere da Lui non solo nei loro possedimenti, ma in tutto il loro essere. Fino a che punto questa testimonianza è stata degna della maestà di Colui al quale è stata offerta! Che cos’erano quegli agnelli o quei capri che venivano macellati per manifestare la grandezza dell’Altissimo? Non erano nulla di per sé, ma Dio li ha accettati come figure dell’Ostia Immacolata che, nella pienezza dei tempi, gli sarebbe stata offerta. Infatti, è nel seno di Maria che comincia a battere il Cuore che darà a Dio tutta la gloria che merita. Il suo primo battito fu l’inizio del suo sacrificio: « I sacrifici non potevano esservi graditi – disse a Dio Padre fin da quel primo momento – ma per rimediare alla loro insufficienza mi avete dato un corpo; così io ho detto: eccomi, sono pronto a fare la vostra volontà. » Avete bisogno di una vittima parimenti divina come Voi; perché la vostra infinita maestà e potenza siano riconosciute, deve essere sacrificata una vita di valore infinito. In realtà, la vita mortale del Salvatore non fu che una lunga immolazione, durante la quale Egli non cessò di offrire nel suo Cuore il Sacrificio che doveva offrire poi sulla croce. Il Sacrificio di sangue è durato alcune ore, mentre quello del Cuore è durato trentatré anni. Cosa manca ora alla gloria divina? Cosa manca nella testimonianza data all’Onnipotente dall’umanità? Quando un uomo, che è vero Dio accettò la morte in croce, in quel giorno ci fu una perfetta uguaglianza tra il saldo ed il debito. Quel giorno gli omaggi della terra erano in perfetta consonanza con la Maestà che riempiva il cielo. Ma il sacrificio è finito, la vittima ha lasciato l’altare e Dio Padre gli ha restituito la vita che aveva perso per amore. Cosa ci resta da offrire a Dio? Rimarremo senza sacrificio? La più perfetta delle religioni sarà privata dell’atto supremo della religione? Qui l’immenso amore del Cuore di Gesù chiamerà in suo aiuto la sapienza del Verbo di Dio. Il Cuore Divino aveva trovato i mezzi per iniziare la sua immolazione trentatré anni prima del sacrificio del Calvario. È giusto che ora trovi i mezzi per continuare il suo Sacrificio fino alla fine dei secoli. Colui che è immortale deve sottomettersi alla distruzione della morte, perché senza di essa non c’è sacrificio. Inoltre, il rinnovarsi del Sacrificio cruento del Calvario, deve avvenire non tutto in una volta e in un solo luogo, ma ogni giorno e in quasi tutti i punti dello spazio. Il Profeta infatti lo aveva annunciato e il Cuore di Gesù è incaricato dell’attuazione di questa parola: « Da est ad ovest il mio Nome è grande tra le nazioni, e ovunque l’ostia immacolata viene sacrificata e offerta nel mio nome. » La profezia non si è forse compiuta? L’Immortale non muore in ogni momento? L’Agnello Divino non è costantemente sugli altari? Qual clima, per quanto sia mortifero, quale regione è così barbara da non essere fecondata dal sangue di questa vittima divina? In quale momento del giorno o della notte non è immolato in qualche parte nel mondo?

L’immolazione eucaristica è solo apparente?

Diremo allora che questa immolazione è apparente, e che, di conseguenza, non può soddisfare le esigenze di una Religione perfetta, che chiede un vero sacrificio? Chi non vede che nel sacrificio reale ciò che piace di più a Dio non è la distruzione del corpo, come atto esteriore, ma la libera accettazione che ne fa il cuore? Se così non fosse, il sacrificio più glorioso per Dio sarebbe la morte incessante ed eterna che i condannati soffrono all’inferno. No, quello che Dio vuole è l’abbandono di un cuore così penetrato nel rispetto della sua sovrana Maestà, così pieno d’amore della sua infinita bontà, che dimentica se stesso, che si abbandona, si arrende, non fa conto di ciò che non sia Dio, e, contento di compiacerlo, accetta finanche la morte con la stessa volontà come della vita, la ignominia con tanta gioia quanto la gloria. Non sono queste le disposizioni del Cuore di Gesù nella Santa Eucaristia? Se è impassibile in se stesso, non è impassibile nella specie in cui è coinvolto. Sotto queste Egli è davvero soggetto ad insulti, ad oltraggi ed a rifiuti. Si guardi come si arrende a loro, con quanta sincerità si dona. C’è mai stata una vittima più obbediente? La morte stessa è per caso più passiva ed immobile? E qual è la causa di questa indifferenza? È per caso impotenza? No, perché quella Vittima-Ostia immobile è l’Autore della vita. Solo l’amore lo riduce in quello stato, l’amore per Padre suo ed il nostro amore. Cos’è che manca nel suo sacrificio perché sia il più libero, il più espressivo ed efficace di tutte le testimonianze date alla Maestà divina? D’altra parte, il Sacrificio che il Cuore di Gesù offre sull’altare non è un sacrificio isolato: è il rinnovamento perpetuo del Sacrificio del Calvario. Come il Cuore Divino ha potuto, trentatré anni prima, offrire quel Sacrificio di sangue, anche se il sangue non scorreva ancora, così potrà rinnovarlo ora e fino alla fine dei secoli, anche se il sangue non scorre. Era necessario che il sangue fosse versato una sola volta, perché quel Sacrificio, essendo pubblico, non poteva essere compiuto solo nel silenzio del cuore; ma avendo soddisfatto a questo requisito, cosa può impedire che il sacrificio si rinnovi frequentemente?

Noi completiamo l’immolazione eucaristica.

Il Sacrificio Eucaristico non è del tutto completo di per sé. La sua unione con il sacrificio del Calvario non è sufficiente a dargli tutta la perfezione che dovrebbe avere nella mente della Vittima divina. Sta a noi dargli il suo ultimo complemento. Poiché la terra continua ad oltraggiare la giustizia divina, è opportuno che l’espiazione di questi oltraggi non venga interrotta. I continui eccessi di sensualità e di orgoglio, devono essere contrapposti ad una reale e perpetua immolazione. Il sangue deve scorrere senza sosta, per lavare via le macchie con cui gli uomini non smettono di coprirsi. Ma quel sangue, che non può scorrere dal Cuore di Gesù, può scorrere dalle membra del Corpo mistico del Salvatore. Ed infatti, deve essere così. E se non fosse così, in che modo i membri sarebbero degni del Suo Capo? Come riconoscerebbe Dio Padre nei fratelli adottivi di Gesù Cristo, l’immagine del suo Figlio naturale? Non è forse l’unica condizione per la salvezza degli uomini, la loroà somiglianza con il modello divino degli eletti? E possiamo sperare di raggiungere la somiglianza con un Dio la cui vita di sacrificio è stata una continua immolazione, se ci rifiutiamo di immolarci con Lui? Non sarebbe ingiusto volere che il nostro Capo Divino si sacrifichi per l’espiazione dei nostri crimini, e rifiutarsi assolutamente di far parte di questa espiazione? Quando si incaricò di soddisfare per noi, non è stato per compensare la nostra impotenza. Offrendo se stesso per primo in sacrificio, ci ha messo a disposizione infinite soddisfazioni, che non potrebbero essere applicate a noi se non volessimo sacrificarci con Lui. – Anche se l’unione con il sacrificio del Salvatore non fosse di assoluta necessità, esso sarebbe comunque un obbligo d’onore. Ed infatti, supponendo che sia in nostro potere unirci alla più divina di tutte le opere di Gesù Cristo, il Sacrificio del Calvario, e che spettasse solo a noi dare al Sacrificio Eucaristico il complemento che gli manca, non saremmo forse noi felici di usare un tale potere? Questa indifferenza dimostra che non prestiamo attenzione ai desideri che il Cuore di Gesù ci manifesta assistendo alla sua immolazione eucaristica. Infatti, ogni volta che si Egli presenta a noi sull’altare, chiede il sacrificio di coloro che lo amano. In un altro tempo disse ai suoi Apostoli: « Sarò battezzato con un battesimo di sangue, e come sono in angoscia finché non sarà compiuto! » – Ognuna delle palpitazioni del suo Cuore aveva lo stesso merito dello spargimento di tutto il suo sangue. Ma quel merito non gli bastava, perché sapeva che gli uomini avevano bisogno della potente voce del sangue per uscire dal loro letargo. Perché vedeva ovunque che l’orgoglio e la sensualità avevano strappato via la gloria di Dio, proclamando che i piaceri e la gloria di questa vita sono gli unici beni dell’uomo. E ardeva dal desiderio di poter protestare contro queste menzogne e di gridare, con i tormenti e le ignominie della sua morte, che la gloria ed il piacere non sono nulla; che solo Dio merita il nostro amore. Per questo desiderava poter offrire, in faccia del cielo e della terra, quel Sacrificio che già da tempo aveva offerto nel suo cuore. L’orgoglio e la sensualità non esercitano lo stesso impero nelle anime e non rinnovano gli stessi oltraggi contro la Maestà divina? Il sacrificio del sangue versato liberamente e delle persecuzioni subite con amore è meno necessario oggi che in passato? Senza dubbio il Cuore di Gesù offre in esso il suo sacrificio mistico, di valore pari a quello della croce. Ma pur avendo lo stesso merito, non brilla allo stesso modo. C’è bisogno di qualcos’altro, quindi, per riparare alla gloria divina. È necessario che il battesimo di sangue sia rinnovato nel corpo del Salvatore. Il Cuore di Gesù assaporerà un’angoscia indicibile fino a quando i suoi membri non gli daranno la soddisfazione di vederlo riprodotto in loro. Questo è proprio quello che chiede ad essi: « Io faccio quel che è la mia parte, e ciò che voi non potreste fare. Offro a Dio mio Padre un’immolazione di un prezzo infinito, che metto a vostra disposizione; c’è però qualcosa che non posso più fare e che voi dovete compensare. Non posso più soffrire, eppure per ciò è necessaria una sofferenza volontaria per compensare la giustizia divina e salvare il mondo. Compensate la mia impotenza in ciò che questo riguarda, e nulla mancherà al nostro sacrificio; così sarà veramente il sacrificio di tutto il mio Corpo mistico; voi presenterete la materia e io le darò la virtù. In questo modo il mio Cuore avrà compiuto in voi la sua grande funzione, che consiste nel riprodurre Me stesso in ciascuno dei miei membri, e nel continuare nella mia Chiesa, fino alla fine dei secoli, la grande opera che ho compiuto nella mia Persona durante la mia vita mortale. »

SALMI BIBLICI: “ERIPE ME, DOMINE, AB HOMINE MALO” (CXXXIX)

SALMO 139: Eripe me, Domine, ab homine malo  

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS. 

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 139

In finem. Psalmus David.

[1] Eripe me, Domine, ab homine malo;

a viro iniquo eripe me.

[2] Qui cogitaverunt iniquitates in corde, tota die constituebant praelia.

[3] Acuerunt linguas suas sicut serpentis; venenum aspidum sub labiis eorum.

[4] Custodi me, Domine, de manu peccatoris, et ab hominibus iniquis eripe me: qui cogitaverunt supplantare gressus meos;

[5] absconderunt superbi laqueum mihi, et funes extenderunt in laqueum; juxta iter scandalum posuerunt mihi.

[6] Dixi Domino: Deus meus es tu; exaudi, Domine, vocem deprecationis meae.

[7] Domine, Domine, virtus salutis meae, obumbrasti super caput meum in die belli.

[8] Ne tradas me, Domine, a desiderio meo peccatori; cogitaverunt contra me; ne derelinquas me, ne forte exaltentur.

[9] Caput circuitus eorum, labor labiorum ipsorum operiet eos.

[10] Cadent super eos carbones, in ignem dejicies eos; in miseriis non subsistent.

[11] Vir linguosus non dirigetur in terra, virum injustum mala capient in interitu.

[12] Cognovi quia faciet Dominus judicium inopis, et vindictam pauperum.

[13] Verumtamen justi confitebuntur nomini tuo; et habitabunt recti cum vultu tuo.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXXXIX.

Preghiera della Chiesa contro il demonio ed i suoi istrumenti, i malvagi, non già di Davide contro Saulle, non dicendosi nel Salmo cosa che si appropri a Davide ed a Saulle.

Per la fine: salmo di David.

1. Liberami, o Signore, dall’uomo cattivo; liberami dall’uomo iniquo.

2. Quei che in cuor loro macchinavano pensieri di iniquità, tutto il giorno preparavan battaglie.

3. Hanno affilate le loro lingue, come serpenti: hanno veleno di aspidi sotto le loro lingue.

4. Difendimi, o Signore, dalla mano del peccatore; e liberami dagli uomini iniqui. I superbi, che macchinavano di farmi cadere, mi han preparato un laccio nascostamente.

5. E le funi hanno tese per prendermi: mi hanno posto inciampo lungo la strada.

6. Ho detto al Signore: Tu se il mio Dio; esaudisci, o Signore, la voce di mia preghiera.

7. Signore, Signore, mia forte salute, tu facesti ombra alla mia testa nel dì del conflitto. (1)

8. Non darmi, o Signore, alle mani del peccatore, com’ei mi desidera; hanno macchinato contro di me, non mi abbandonare, affinché non s’insuperbiscano.

9. Il forte de’ loro raggiri, il faticoso lavoro delle loro labbra gli avvilupperà. (2)

10. Cadranno carboni sopra di essi; tu li getterai nel fuoco; non reggeranno alle miserie.

11. L’uomo di mala lingua non avrà prosperità sopra la terra; l’uomo ingiusto sarà preda delle sciagure nel suo morire.

12. Io so che il Signore farà giustizia ai bisognosi, e vendicherà i poveri.

13. I giusti poi daran laude al tuo nome; e gli uomini di rettitudine abiteranno sotto i tuoi occhi.

(1) Queste parole: « a desiderio meo, » significano più logicamente contro il mio desiderio, e, se si adottasse quest’ultimo senso, bisognerebbe intenderlo come di un desiderio corrotto.

 (2) « Caput circuitus eorum, »  vale a dire, ciò che c’è di essenziale, di più forte, di piu formidabile in coloro che mi circondano, o in ciò che è intorno a me, cioè la perversità della loro lingua. – O, se si vuole, il capo di coloro che mi circondano e mi assediano, vale a dire Doeg o Architofel, secondo che si riporti questo salmo alla persecuzione di Saul o Assalonne.

Sommario analitico

In questo salmo, che ha molte analogie con il LV, e che si può far risalire alla persecuzione di Saul e dei suoi cortigiani, o a quella di Assalonne,

I. – Il Re-Profeta prega Iddio di liberarlo dalla mano dei malvagi con cui dipinge, sotto diverse figure la malvagità e la malizia (1):

1° i loro disegni perversi (2),

2° le loro maldicenze, le loro calunnie e le loro menzogne (3),

3° le loro violenze e inganni (4-5).

II. – Egli esprime la fiducia che ha di essere esaudito, e dà a Dio come motivo:

1° che Egli è la sua forza e la sua salvezza (6),

2° che ha già provato gli effetti della sua protezione (7),

3° l’insolenza dei suoi nemici (8).

III. – Prevede e predice i castighi che subiranno gli empi, persecutori dei giusti:

1° l’arma più formidabile di coloro che lo perseguitano, le loro deviazioni piene di malignità e perversità delle loro lingue, ricadrà su di essi (9);

2° il fulmine piomberà su di essi ed essi saranno precipitati nel fuoco dell’inferno (10);

3° calamità innumerevoli saranno la parte degli uomini dalla lingua perfida, ed i mali più grandi perseguiranno gli uomini ingiusti, fino alla morte (11);

4° mentre una sorte migliore sarà riservata agli oppressi, ed una beatitudine eterna, con la gioia della vista di Dio, sarà il premio dei giusti e dei cuori retti (12, 13).

Spiegazioni e Considerazioni

I. —1-5.

ff. 1. – « Liberatemi dall’uomo malvagio. » Non da questo tale o tal altro uomo malvagio, ma dall’intera specie; non solo dagli strumenti, ma dal loro principe, cioè dal demonio stesso. Perché dunque dire: « dall’uomo malvagio, » se si tratta del diavolo? Perché egli è figurato così chiamato con questo nome nel Vangelo: « L’uomo nemico venne e seminò la zizzania sopra in buon grano. » (Matth. XIII, 20-28). Pregate dunque con tutto il vostro potere, per essere liberato dall’uomo malvagio. « Perché voi non lottate contro la carne ed il sangue, ma contro i principati e le potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, » (Ephes. VI, 12), cioè contro i dominatori dei peccatori (S. Agost.). – L’uomo malvagio è lo stesso che l’uomo ingiusto; perché il Profeta lo chiama malvagio? perché è ingiusto, per paura che voi non pensiate che un ingiusto possa essere buono. In effetti, ci sono degli ingiusti che sembrano essere dannosi: essi non sono né crudeli né duri, non perseguitano e non opprimono nessuno; ma essi sono ingiusti perché lussuriosi, invidiosi, voluttuosi. Come potrebbe, colui che non risparmia nulla a se stesso, non nuocere ad altri? In effetti, innocente è colui che non nuoce, ma non colui che nuoce a se stesso. E come colui che nuoce a se stesso potrebbe non muoversi? Ma in cosa vi nuoce? Egli vi nuoce almeno con l’esempio, poiché vivendo con voi, vi invita a fare ciò che egli fa. E vedendolo prosperare tra le sue turpitudini, non siete anche voi indotti in simili godimenti? Anche se voi non acconsentite, vi troverete almeno un’occasione di lotta. Come dunque non vi nuoce, se vi spinge a combattere nel vostro cuore l’attrattiva delle sue azioni? (S. Agost.).  

ff. 2. « Essi hanno meditato il male nel loro cuore; » essi non sono stati trasportati da un movimento irriflessivo, questi disegni iniqui sono l’opera di una profonda premeditazione. « Essi hanno meditato; » cioè essi hanno adoperato tutte le risorse, ogni attività del loro spirito (S. Chrys.). – « Essi hanno complottato ingiustizie nel loro cuore. » Il Profeta ha parlato così per coloro che hanno spesso sulle labbra delle buone parole. Voi comprendete la voce di un giusto, ma non trovate mai il cuore di un giusto; altrimenti, perché il Profeta avrebbe aggiunto: « Essi hanno complottato delle ingiustizie nel loro cuore? » Liberatemi da loro; che la vostra mano onnipotente mi strappi a loro. Perché è facile evitare inimicizie aperte; è facile sbarazzarsi di un nemico che si presenta e si mostra tale, e la cui iniquità è evidente nelle sue parole; questo nemico è inopportuno, ma l’altro è invece pericoloso; è difficile evitare colui che ha il bene sulle labbra e nasconde il male nel suo cuore (S. Agost.). –  « Essi ogni giorno mi combattono. » Il salmista abbraccia tutta la vita in queste parole. La guerra della quale parla qui, non è quella che si fa con le truppe schierate in battaglia e le armi in pugno, ma quella guerra che gli uomini si fanno in pubblica piazza e all’interno delle loro dimore, senza corazza protettiva, senza scudo di difesa; essi hanno come arma la loro malvagità, e lanciano le loro parole più spinose dei dardi più acuti. Ora ciò che dimostra l’eccesso della loro perversità, non è tanto che siano ricorsi all’inganno, alla dissimulazione, né che non concepiscano se non lotta e combattimenti, ma piuttosto che tutta la loro vita trascorra senza tregua in questa guerra omicida (S. Chrys.).

ff. 3. – « Essi hanno aguzzato le loro lingue come quella del serpente. » Vedete come è ignobile il vizio. Esso cambia gli uomini in animali velenosi, in aspidi, in serpenti e spinga fino agli istinti più feroci quella lingua creata per essere l’organo della ragione. (S. Chrys.). 

ff. 4. – È nel serpente soprattutto che si trova l’astuzia e l’inganno allo scopo di nuocere; è per questo che egli procede tortuosamente. Esso non ha piedi, il fruscio almeno avvertirebbe il suo arrivo! Nella sua marcia, si trascina dolcemente, ma mai seguendo una linea retta. È dunque così che questi uomini che procedono come serpenti per fare del male, nascondono il loro veleno in un contatto pieno di dolcezza. Essi avvolgono con le loro spire l’innocenza che li ossessiona, sibilano contro la virtù che insultano, lacerando con i loro morsi le virtù più divine. Il Profeta continua: « Sotto le loro labbra si nasconde il veleno degli aspidi. » Notate: il loro veleno è sotto le loro labbra, di modo che troveremmo sotto le loro labbra ben altra cosa di ciò che si mostra sulle loro labbra. Il Profeta li designa assai chiaramente in altro salmo, ove dice: « Essi hanno per il prossimo parole di pace, ma cattivi pensieri sono nei loro cuori. » (Ps. XXVII, 37), (S. Agost.). – Quando il serpente vede avanzarsi verso qualcuno per colpirlo, fa un cerchio di tutto il suo corpo, e al centro nasconde la testa, perché sa che essa è il principio della sua vita. È così che i nemici della Religione sembrano nascondersi, proteggersi e difendersi, avvolgendosi in discorsi filosofici. Ma il Sacerdote versato nella scienza delle Scritture, armato di una verga, cioè della croce, rompe questo cerchio, trova la testa che vi era nascosta, e la colpisce producendo le testimonianze delle Scritture. (S. Girol.). « Essi hanno teso un laccio sui miei passi. » Se essi non hanno potuto realizzare i loro pensieri, è alla sovrana bontà di Dio che bisogna attribuirlo; è Lui che ha deviato i loro ingiusti disegni. Vedete come il crimine è profondamente meditato, gli ostacoli sapientemente posizionati. Essi li hanno nascosti, li hanno tesi lungo il cammino, affinché la lunghezza stessa della trappola, la cura con cui era nascosta e la sua prossimità, vi faccia cadere inevitabilmente colui che essi vogliono perdere. Essi sono stati dei veri artigiani del crimine, mettendo insidie in ogni luogo, con l’unico scopo di prendere un uomo (S. Chrys.)

ff. 5. – Ma non si tratta solamente, come da un vostro nemico, di indurvi in errore in qualche affare che avete con lui, né di ingannarvi in un processo ove un tribunale è tra voi giudicante. Egli avrà ostacolato la vostra strada se vi ha fatto ostacolo nella via di Dio, in maniera da farvi vacillare nel bene, o scivolare via dalla via, o cadere sulla via, o restare immobile nella via, o tornare indietro verso il punto di partenza. Tutte le volte che riesce in qualche cosa del genere, esso vi soppianta, vi inganna. Pregate per sfuggire a questo tipo di insidie, per paura di perdere il vostro patrimonio celeste ed il vostro titolo di coerede di Cristo, poiché siete chiamato a vivere eternamente con Colui che vi ha fatto suo erede; perché Colui che vi ha costituito suo erede non vi chiama a succedergli dopo la sua morte, ma a vivere eternamente insieme a Lui (S. Agost.). –  « Essi hanno teso delle corde per servire da lacci ai nostri piedi. » Cosa significano questi lacci? È detto in altra parte: « Ciascuno è legato dalle catene del suo peccato; » (Prov. V, 22); ed Isaia dice chiaramente: « Maledizioni a coloro che trascinano i loro peccati come una lunga corda. » (Isai. X, 18). Ma perché comparare i peccati ad una corda? Perché ogni peccatore che persevera nei suoi peccati, aggiunge peccato su peccato, e mentre dovrebbero correggersi accusando il proprio peccato, lo raddoppiano difendendolo, non considerandolo tale nel confessarlo, e spesso perché vogliono premunirsi con nuovi peccati, contro quelli che hanno già commessi. (S. Agost.). –  Essi hanno dunque voluto farmi cadere per mezzo dei loro peccati. E queste corde, dove le hanno tese?  « Essi hanno posto delle trappole presso i miei sentieri, » non “nei” miei sentieri, ma « vicino ai miei sentieri. » I vostri sentieri, sono i Comandamenti di Dio. Essi hanno posto le loro trappole vicino ai sentieri; non uscite da questi sentieri e non cadrete nelle loro trappole (S. Agost.). 

II. — 6-8.

ff. 6-8. – Qual risorsa vi resta? Qual rimedio in mezzo a tanti mali, in mezzo a queste tentazioni, a questi pericoli? « Io ho detto al Signore, voi siete il mio Dio. » Se non siete santi, non potete dire al Signore: «Voi siete il mio Dio. » Non c’è che colui sul quale il peccato non regni che possa dire: « Il Signore è mia eredità. » (S. Girol.). – I malvagi sono degli uomini, ma essi non sono dei miei; ma Voi, Voi siete Dio ed il mio Dio. Ma forse che Dio non è il Dio degli ingiusti? Perché di chi non è Dio Colui che è il vero Dio? Tuttavia Egli è, propriamente parlando, il Dio di coloro che gioiscono di Lui, che lo servono, che gli sono sottomessi con gioia. (S. Agost.). – « Ascoltate la voce della mia supplica, non i suoni delle mie parole, ma ciò che dà vita alle mie parole. In effetti, i suoni che l’anima non vivifica, non possono chiamarsi suoni; non parole; la voce è propria degli essere animati, degli esseri che vivono. (S. Agost.). – « Voi siete la forza da cui viene la salvezza, e perché ho questa speranza? « Perché Voi avete protetto la mia testa con la vostra ombra nel giorno della guerra. » Ora ancora, io devo combattere, combatto fuori contro gli ipocriti, combatto dentro contro le mie voluttà, perché « io vedo nelle mie membra un’altra legge che combatte la legge del mio spirito e mi rende schiavo sotto la legge del peccato, che io sento nelle mie membra, maledetto uomo che sono! Chi mi libererà da questo corpo di morte? La grazia di Dio, per Gesù-Cristo nostro Signore (Rom. VII, 23-25). Nei duri lavori di questa guerra, egli ha dunque fissato i suoi sguardi sulla grazia di Dio; e siccome già cominciava a soffrire il calore ed a disseccarsi, ha trovato un’ombra che gli ha reso la vita. (S. Agost.). – Non molto tempo prima – egli dice – ma è nel giorno stesso in cui il malore mi minacciava, quando i miei nemici cioè stavano per venire alle mani, e correvo i più grandi pericoli, che mi avete messo in sicurezza. Dio non ha bisogno né di preparazione né di esortazione, Egli che conosce il presente, l’avvenire, il passato, e che è sempre là pronto a venire in nostro soccorso. « Voi avete messo la mia testa all’ombra; » Vale a dire, Voi mi avete messo al riparo dal più leggero pericolo, dal minimo calore. Grazie a Voi, io ho gustato una sicurezza, una gioia, una tranquillità senza pari; lungi dal soffrire un calore importuno, io mi sono riposato sotto la vostra ombra con delizia, libero da ogni pericolo, libero da ogni timore… David non dice: non mi abbandonate, perché io sono degno di questo favore; non mi abbandonate in considerazione della mia vita passata nella pratica della virtù. Qual motivo egli adduce? « Nel timore che essi non si ergano; » cioè per timore che non divengano più insolenti e che il mio abbandono non ispiri loro una arroganza ancor più grande. (S. Chrys.).

III. — 9-13.

ff. 9-11. –  L’espressione « Circuito, deviazione, » vuol dire le loro riunioni, I loro conciliaboli, i laboratori dei crimini, i loro abominevoli disegni. Il Salmista vuol loro dire: i loro progetti criminali e tutta la malignità del loro spirito perverso e corrotto li schiacceranno e li perderanno senza ritorno. (S. Chrys.). – Il principio del cerchio che descrivono, cioè l’orgoglio, il lavoro delle loro labbra, li coprirà. E cos’è il cerchio che essi descrivono? È il fatto che essi marciano girando su se stessi e non si arrestano mai, vagano nel labirinto dell’errore nel quale il cammino non ha mai fine. In effetti, ogni uomo che faccia un lungo viaggio comincia da una qualche parte e finisce in un altro luogo; ma colui che cammina in cerchio, non arriva mai. Questo è il lavoro degli empi che il Profeta descrive più chiaramente in un altro salmo, dicendo: « gli empi camminano in cerchio girando. » (Ps. XI, 9). Ma il principio del cerchio che essi descrivono, è l’orgoglio, perché è l’orgoglio l’inizio di ogni peccato. (Eccli. IX, 15). Ma come l’orgoglio è « il lavorio dei loro peccati? » Infatti ogni orgoglioso è ipocrita ed ogni ipocrita è mendace. Gli uomini lavorano per mentire, mentre nulla è più facile che dire la verità. È un lavoro fabbricare le proprie parole, ma non c’è lavorio per chi vuol dire la verità; la verità parla da sé senza sforzo (S. Agost.). « … Il lavoro delle loro labbra. » Questo lavoro, è la loro malvagità. In effetti la malvagità è un vero lavoro; essa diviene principio di rovina per il suo autore, e schiaccia chi se ne renda colpevole. (S. Crys.). – Pene inflitte agli empi sono i castighi che cadono dall’alto, inviati cioè dalla giustizia di Dio: il fuoco della collera di Dio, che cade dal cielo, le fiamme divoranti in cui saranno gettati, miserie insopportabili nelle quali non potranno sussistere, dalle quali saranno come schiacciati sena potersi sostenere né risollevare, e nelle quali dimoreranno eternamente, senza poterne mai uscire. – L’ « uomo della lingua » è una espressione che non si può troppo considerare. Si chiama uomo di piacere colui che cerca incessantemente di soddisfare il gusto che ha per la voluttà; si chiama uomo di buona carne, colui che fa dei piaceri della tavola un suo interesse capitale; ugualmente l’uomo della lingua deve essere colui che si dà a tutti gli eccessi che si possono commettere parlando. L’Apostolo San Giacomo dice che con la lingua si benedice Dio e si maledicono gli uomini, per far capire che i giusti si servono della lingua per rendere omaggio a Dio, ed i malvagi se ne servono per perseguitare il prossimo. Ora, colui che benedice Dio non è l’uomo della lingua, ma è l’uomo del cuore; egli medita molto e parla poco: è per questo che Gesù-Cristo raccomandava ai suoi discepoli di non fare lunghi discorsi pregando. L’uomo di lingua è assolutamente e senza eccezione, secondo il linguaggio della Scrittura, colui che abusa della parola, sia per oltraggiare il Signore, sia per nuocere al prossimo (Berthier). – Ora, quest’uomo non prospererà sulla terra; letteralmente, « non camminerà dritto. » L’uomo intemperante con la lingua, ama la menzogna. Qual è in effetti il suo piacere, se non quello di parlare? Poco importa di cosa parli, purché parli. È impossibile che cammini rettamente. (S. Agost.). – Ora, un tale uomo si vede per la maggior parte del tempo come oggetto di un odio condiviso sia dai buoni che dai malvagi. È il nemico generale, è odioso e di peso a tutti, nessuno può sopportarlo. E come l’uomo dolce, paziente, che sa tacere, è solidamente stabilito in una perfetta sicurezza, amato da tutti, così colui che non sa contenere la sua lingua conduce una vita sempre incerta, si fa numerosi nemici, ed oltretutto riempie la sua anima di agitazione e non si concede un momento di riposo. (S. Chrys.). – Questi mali di cui sarà caricato durante la sua vita, lungi dal meritare un giorno, come i giusti, le ricompense dovute alla pazienza, cadranno su di lui come un diluvio al momento della sua morte, e non gli serviranno che ad aggravare la sua sorte eterna.

ff. 12, 13. – Due elementi vi sono nella giustizia di Dio: punire i malvagi, ricompensare i buoni. – Il Profeta dichiara che questi due atti della giustizia di Dio sono di egual  verità. – Il Signore farà giustizia ai deboli ed ai poveri, punendo i loro persecutori e coronando essi stessi. – Essi loderanno eternamente il nome di Colui che avrà preso le loro difese. – Al momento in cui sosterrete la loro causa, o farete loro giustizia, essi confesseranno il vostro nome; essi non attribuiranno niente ai loro meriti, attribuiranno tutto alla vostra misericordia … E dove saranno le loro delizie, ove sarà il loro riposo, ove sarà la loro gioia, dove sarà la loro beatitudine? In se stessi? No, ma in Colui che li colmerà di gioia manifestandosi ad essi. Purifichiamo il nostro viso, per trovare la nostra gioia contemplando il suo volto: « Perché noi siamo i figli di Dio – dice San Giovanni – e ciò che noi saremo non è ancora apparso: noi sappiamo che, quando apparirà, noi saremo simili a Lui, perché lo vedremo così com’è. » (S. Agost.).

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA: GIUGNO 2020

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA DEL MESE DI GIUGNO 2020

Il mese di Giugno è il mese che la Chiesa Cattolica consacra al

Divin Cuore di Gesù

SCOPO DELLA DIVOZIONE AL SACRO CUORE

L’amore vuole amore. L’amore sconosciuto vuole amoreriparatore.

Quando Gesù mostrava alla beata Margherita Maria il suo cuore infiammato d’amore per gli uomini e, incapace di contenere più a lungo quelle fiamme che lo consumavano, e desideroso di far parte a tutti delle ricchezze del suo . cuore, che cosa voleva? Attirare l’attenzione degli uomini su questo amore, indurli a rendergli omaggio, invitarli ad attingere in questo cuore infinitamente ricco. Se, al dire della santa, egli si compiace grandemente di essere onorato sotto la figura del suo Cuore di carne, che scopo vuole che ci proponiamo nel rendergli questo onore? Si tratta del fine preciso e prossimo della divozione, non già del fine ultimo e generale che è, evidentemente, la gloria di Dio e la santificazione delle anime. – Egli vuole che ci proponiamo di onorare il suo amore e di corrispondergli, rendendo amore per amore. La manifestazione del sacro Cuore alla beata Margherita Maria è la manifestazione dell’amore. Si può dunque collegare tutta la divozione a questo. Da una parte, un amore che reclama corrispondenza d’amore, un amore tenero, esuberante, che vuole ricambio proporzionato d’amore; dall’altra parte l’amore che risponde all’invito dell’amore, l’amore desideroso di non essere troppo al disotto dell’amore immenso che l’ha prevenuto e lo provoca. Se la devozione al sacro Cuore, secondo la parola di Pio VI, ci conduce a venerare l’immensa vita e il prodigo (effusum) amore di nostro Signore per noi, è evidente che ciò serve ad accendere il nostro amore a questo focolare dell’amore. Il che è evidente. Ricorderò qualche testo soltanto per mostrare che è proprio così.

La beata scriveva al P. Croiset : « Mi si mostrava di continuo un cuore che gettava fiamme da ogni parte, con queste parole: Se tu sapessi quanto io abbia sete d’essere amato dagli uomini tu non risparmieresti nulla per questo…. Io ho sete, io ardo dal desiderio d’essere amato ». E precedentemente aveva scritto alla madre de Saumaise: « Egli vivrà malgrado i suoi nemici, e si farà padrone e possessore dei nostri cuori e ne prenderà possesso; perché il fine principale di questa divozione è di convertire le anime all’amor suo ».

[J. V. Bainvel: La devozione al S. CUORE DI GESÙ. Soc. Ed. Vita e Pensiero, Milano, 1919]

Indulgenze per il mese di Giugno:

253

Mensis sacratissimo Cordi Iesu dicatus

Fidelibus, qui mense iunio (vel alio, iuxta Rev.mi Ordinari prudens iudicium), pio exercitio in honorem Ssmi Cordis Iesu publice peracto devote interfuerint, conceditur:

Indulgentia decem annorum quolibet mensis die;

Indulgentia plenaria, si diebus saltem decem huiusmodi exercitio vacaverint et præterea peccatorum veniam obtinuerint, eucharisticam Mensam participaverint et ad Summi Pontificis mentem preces fuderint. Iis vero, qui præfato mense preces vel alia pietatis obsequia divino Cordi Iesu privatim præstiterint, conceditur:

Indulgentia septem annorum semel quolibet mensis die;

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo quotidie per integrum mensem idem obsequium peregerint; at ubi pium exercitium publice habetur, huiusmodi indulgentia ab iis tantum acquiri potest, qui legitimo detineantur impedimento quominus exercitio publico intersint (S. C. Indulg., 8 maii 1873 et 30 maii 1902; S. Pæn. Ap., 1 mart. 1933).

(A coloro che nel mese di giugno praticano un pio esercizio in onore del Sacro Cuore di Gesù in pubblico, si concedono 10 anni, ed in privato 7 anni, e Indulgen. Plenaria se esso verrà praticato almeno per 10 giorni con le s. c.).

Altre indulgenze ove viene celebrato solennemente il Cuore Sacratissimo di Gesù con corso di predicazione.

Queste sono le feste del mese di

GIUGNO 2020

1 Giugno Die II infra octavam Pentecostes    Duplex I. classis

2 Giugno Die III infra octavam Pentecostes    Duplex I. classis

3 Giugno Feria Quarta Quattuor Temporum Pentecostes    Semiduplex

4 Giugno Die Quinta infra octavam Pentecostes    Semiduplex

5 Giugno Feria Sexta Quattuor Temporum Pentecostes    Semiduplex

                   PRIMO VENERDI

6 Giugno Sabbato Quattuor Temporum Pentecostes    Semiduplex

                 PRIMO SABATO

7 Giugno Dominica Sanctissimæ Trinitatis    Duplex I. classis

9 Giugno Ss. Primi et Feliciani Martyrum    Feria

10 Giugno S. Margaritæ Reginæ Viduæ    Semiduplex

11 Giugno Festum Sanctissimi Corporis Christi    Duplex I. classis

12 Giugno S. Joannis a S. Facundo Confessoris    Duplex

13 Giugno S. Antonii de Padua Confessoris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

14 Giugno Dominica II Post Pentecosten    Semiduplex Dominica minor

                     S. Basilii Magni Confessoris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

15 Giugno Ss. Viti, Modesti atque Crescentiæ Martyrum    Feria

18 Giugno S. Ephræm Syri Confessoris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

19 Giugno Sanctissimi Cordis Domini Nostri Jesu Christi    Duplex I. classis

20 Giugno S. Silverii Papæ et Martyris    Feria

21 Giugno Dominica III Post Pentecosten    Semiduplex Dominica minor

                             S. Aloisii Gonzagæ Confessoris    Duplex

22 Giugno S. Paulini Episcopi et Confessoris    Duplex

23 Giugno In Vigilia S. Joannis Baptistæ    Duplex II. classis *L1*

24 Giugno In Nativitate S. Joannis Baptistæ    Duplex I. classis *L1*

25 Giugno S. Gulielmi Abbatis    Duplex

26 Giugno Ss. Joannis et Pauli Martyrum    Duplex

27 Giugno Sanctæ Mariæ Sabbato    Simplex

28 Giugno Dominica IV Post Pentecosten    Semiduplex Dominica minor

                      S. Irenæi Episcopi et Martyris    Duplex

29 Giugno SS. Apostolorum Petri et Pauli    Duplex I. classis *L1*

30 Giugno In Commemoratione S. Pauli Apostoli    Duplex *L1*

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO IX – “BENEFICIA DEI”

« Siamo angosciati dalla visione di tanti gravi mali, specialmente di quelli che mettono in pericolo la salvezza eterna del Nostro popolo: in questa amarezza la cosa per Noi più dolorosa è il non potere, a causa della Nostra libertà conculcata, adoperare i rimedi necessari contro tanti mali … » Questa era le preoccupazione principale del Sommo Pontefice, il grande paladino e custode della fede cristiana Pio IX: la salvezza delle anime dei fedeli, come è giusto che sia, per un Pontefice al quale il Capo della Chiesa ha affidato la cura dei suoi agnelli e delle sue pecore. Questa breve lettera fu scritta dal Santo Padre con inchiostro amaro dopo gli avvenimenti funesti che ne determinarono la perdita della libertà territoriale confinandola tra le strette mura del colle Vaticano « … l’avidità di un Potente vicino desiderò ardentemente le regioni del Nostro potere temporale, antepose ostinatamente i consigli delle sette della perdizione alle Nostre paterne e ripetute ammonizioni e ai Nostri richiami; ultimamente… espugnò con la forza delle armi anche questa Nostra città, che voleva per sé, e la tiene adesso in suo potere, contro ogni diritto, come cosa che gli appartenga »; si, è la nostra Italia ad essere accusata – perché soggiogata dalle sette della perdizione, cioè le logge massoniche che già tenevano saldamente in pugno i regnanti e gli amministratori del Regno dell’epoca – di un misfatto così grave e deleterio per la sua vita sociale, materiale ed infine spirituale. Tutto questo la nostra patria lo ha pagato con guerre, carestie, rivolte sociali, dittatura, stragi e con la perdita di una reale libertà giunta fine all’attuale quadro politico in cui si è instaurata una feroce dittatura mediatica che contraddice a tutte le regole ancorché naturali e biologiche, oltre che costituzionali, e che tutto lascia presumere essere solo l’inizio di ulteriori e più atroci sofferenze fisiche, morali e soprattutto spirituali perché orchestrate da servi più o meno occulti di lucifero, capo del corpo mistico massonico. Questi castighi che i nostri antenati ci hanno procurato e che i loro discendenti hanno pagato e stanno ancor più pagando oggi e pagheranno domani, oltre ad essere accompagnati da costumi abominevoli, quali l’irreligiosità, la sodomia spudorata, gli adulteri e gli aborti che gridano vendetta agli occhi di Dio, hanno il loro apice nell’abbandono della fede cristiana e nella totale scristianizzazione di una società sprofondata in un paganesimo pratico ed una idolatria senza precedenti, nella sovversione totale nel corpo ecclesiastico costituito oggi da invalidi e sacrileghi chierici “muti”, canonicamente senza alcun titolo valido – senza cioè giurisdizione né missione canonica – e che stanno trascinando nella voragine infernale un numero incalcolabile di anime. Aveva ragione allora il Sommo Pontefice Mastai-Ferretti ad essere angosciato, non per la situazione dovuta alle restrizioni della sua libertà personale e di quella di tutta la Chiesa Cattolica ma – facile profeta – per la perdita irreparabile di anime che ne sarebbe seguita per lungo tempo, anime che si sarebbero dannate e si danneranno in eterno.

S. S. Pio IX

Beneficia Dei

I benefici di Dio Ci chiamano a celebrare la sua benignità, mentre manifestano una nuova grazia della sua protezione verso di Noi e la gloria della sua maestà. Infatti già volge al termine il venticinquesimo anno da quando, per disposizione divina, assumemmo l’incarico di questo Nostro Apostolato, le cui travagliate circostanze sono talmente conosciute da Voi da non aver bisogno di un più lungo ricordo da parte Nostra. È evidentissimo, Venerabili Fratelli, per una serie di tanti avvenimenti, che la Chiesa militante seguita il suo cammino fra frequenti lotte e vittorie; davvero Dio guida lo svolgimento delle cose e domina sul mondo, che è lo sgabello dei suoi piedi; davvero si serve spesso di strumenti deboli e spregevoli per compiere con essi i disegni della sua sapienza. – Nostro Signore Gesù Cristo, fondatore e supremo reggitore della Chiesa, che acquistò col suo sangue, con l’ausilio dei meriti del Beatissimo Pietro, Principe degli Apostoli, che sempre vive e presiede in questa Sede Romana, si è degnato di sorreggere e di sostenere, in questo lungo periodo del Nostro Apostolico servizio, la Nostra debolezza e pochezza, con la sua grazia e la sua forza, a maggior gloria del suo nome e per l’utilità del suo popolo. Così Noi, sostenuti dal suo divino aiuto e servendoci costantemente dei consigli dei Nostri Venerabili Fratelli Cardinali di Santa Romana Chiesa, e più volte anche dei vostri, Venerabili Fratelli, che insieme foste presenti con Noi qui a Roma in gran numero, adornando questa Cattedra della verità con lo splendore della vostra virtù e dell’unanime pietà, abbiamo potuto nel corso di questo Pontificato, seguendo i desideri Nostri e di tutto il mondo cattolico, proclamare con definizione dogmatica l’Immacolata Concezione della Vergine Genitrice di Dio e decretare gli onori celesti a molti eroi della nostra Religione, l’aiuto dei quali, e soprattutto della divina Madre, non dubitiamo che sarà pronto per la Chiesa Cattolica in tempi tanto avversi. Fu anche in virtù della forza e della gloria divina che potemmo portare la luce della vera fede in regioni lontane e inospitali, mandandovi gli operai evangelici; potemmo costituire l’ordine della Gerarchia ecclesiastica in molti luoghi e bollare con solenne condanna gli errori (forti specialmente in questo tempo), contrari all’umana ragione, ai buoni costumi e alla società tanto cristiana che civile. Sempre con l’aiuto di Dio, procurammo, per quanto potevamo, che la potestà ecclesiastica e la civile, sia in Europa, sia in America, fossero congiunte con un fermo e solido vincolo di concordia; cercammo di provvedere alle molteplici necessità della Chiesa Orientale, che sempre guardammo con paterno affetto fin dall’inizio del Nostro Apostolico ministero; recentemente Ci fu concesso di promuovere ed iniziare il Concilio Ecumenico Vaticano, di cui tuttavia, per le notissime vicende, dovemmo decretare la sospensione, quando i frutti maggiori in parte erano stati raccolti e in parte erano attesi dalla Chiesa. – E neppure, Venerabili Fratelli, mai tralasciammo di eseguire, con l’aiuto di Dio, ciò che richiedevano il diritto e il dovere della Nostra potestà civile. Le congratulazioni e gli applausi, come ricordate, che accolsero gli inizi del Nostro Pontificato, si trasformarono in breve tempo in ingiurie e assalti, così da costringerci a fuggire da questa Nostra dilettissima Città. Ma quando, ad opera degli sforzi comuni dei popoli cattolici e dei Principi, fummo restituiti a questa Sede Pontificia, mettemmo continuamente tutte le Nostre forze e il Nostro impegno per promuovere e assicurare ai Nostri fedeli sudditi quella prosperità solida e non fallace che sempre riconoscemmo come fondamentale compito del Nostro Principato civile. Ma poi, l’avidità di un Potente vicino desiderò ardentemente le regioni del Nostro potere temporale, antepose ostinatamente i consigli delle sette della perdizione alle Nostre paterne e ripetute ammonizioni e ai Nostri richiami; ultimamente, come vi è noto, superata di gran lunga l’impudenza di quel Figliol Prodigo di cui leggiamo nel Vangelo, espugnò con la forza delle armi anche questa Nostra città, che voleva per sé, e la tiene adesso in suo potere, contro ogni diritto, come cosa che gli appartenga. Non può accadere, Venerabili Fratelli, che non siamo molto scossi per questa usurpazione tanto empia che subiamo. Siamo completamente angosciati per l’enorme iniquità di un disegno che mira, distrutto il Nostro potere temporale, a che siano distrutti, con la medesima operazione, la Nostra potestà spirituale e il Regno di Cristo in terra, se ciò potesse avvenire. Siamo angosciati dalla visione di tanti gravi mali, specialmente di quelli che mettono in pericolo la salvezza eterna del Nostro popolo: in questa amarezza la cosa per Noi più dolorosa è il non potere, a causa della Nostra libertà conculcata, adoperare i rimedi necessari contro tanti mali. A queste cause della Nostra afflizione, Venerabili Fratelli, si aggiunge anche quella lunga e miserevole serie di calamità e di mali che per tanto tempo percossero e afflissero la nobilissima Nazione Francese; serie di mali aumentata smisuratamente in questi giorni per i tanti inauditi eccessi commessi da una efferata e sfrenata moltitudine, come l’atroce delitto dell’empio parricidio consumato con l’esecuzione del Venerabile Fratello Vescovo di Parigi; ben capite quali sentimenti devono suscitare in Noi tali delitti, che hanno riempito il mondo intero di paura e di orrore. Infine, Venerabili Fratelli, abbiamo anche un’altra amarezza, perfino superiore alle altre, nel vedere tanti figli ribelli, sottoposti a tante e tanto gravi censure, che, non preoccupandosi affatto della Nostra voce paterna, né della loro salvezza, continuano tuttora a disprezzare il tempo della penitenza offerto da Dio, e preferiscono superbamente sperimentare l’ira della divina vendetta piuttosto che il frutto della misericordia, fin che sono in tempo. – Ma ormai, attraverso tante vicissitudini, con la protezione di Dio clementissimo, vediamo giunto il giorno anniversario della Nostra esaltazione al Soglio pontificio nel quale – come succedemmo nella Sede di San Pietro, benché infinitamente inferiori ai suoi meriti – risultiamo essergli uguali nella durata del servizio Apostolico. Questo è davvero un nuovo, singolare e grande dono della divina bontà, concesso dalla volontà di Dio solo a Noi, in un così lungo elenco di santissimi Nostri Predecessori per il lungo periodo di diciannove secoli. Anche in questo riconosciamo una più ammirabile benevolenza divina verso di Noi, quando vediamo che in questo tempo Noi siamo stati considerati degni di patire persecuzione per la giustizia, e quando osserviamo quel meraviglioso affetto di devozione e di amore che anima potentemente il popolo cristiano su tutta la terra, e lo spinge con unanime sentimento a questa Santa Sede. Poiché questi doni furono conferiti a Noi così immeritevoli, impegniamo tutte le Nostre deboli forze per esprimere il Nostro ringraziamento nel debito modo. Perciò, mentre chiediamo all’Immacolata Vergine Madre di Dio che ci insegni, con il suo medesimo spirito, a rendere gloria all’Altissimo con quelle sublimi parole “Grandi cose fece in me l’Onnipotente“, preghiamo istantemente anche Voi, Venerabili Fratelli, ad elevare con Noi a Dio, insieme alle greggi a Voi affidate, cantici ed inni di lode e di ringraziamento. “Magnificate il Signore con me“, diciamo con le parole di Leone Magno, ed esaltiamo il suo nome a vicenda, affinché tutte le grazie e le misericordie che ricevemmo, tornino a lode del loro Autore. Comunicate poi ai vostri popoli il Nostro ardente amore e i gratissimi sentimenti del Nostro animo per le loro bellissime testimonianze di pietà filiale verso di Noi e per i doveri compiuti così a lungo e con tanta perseveranza. Noi infatti, per quanto Ci riguarda, potendo usurpare a buon diritto le parole del Vate del Re “Il mio abitare è stato prolungato“, con l’aiuto delle vostre preghiere ormai desideriamo questo, cioè conseguire la forza e la fiducia di rendere la Nostra anima al Principe dei Pastori, nel cui seno sono il refrigerio ai mali di questa vita turbolenta e travagliata e il beato porto dell’eterna tranquillità e della pace. – Perché poi torni a maggior gloria di Dio quanto per sua benevolenza si aggiunse ai benefici del Nostro Pontificato, aprendo in questa occasione il tesoro delle grazie spirituali, diamo a Voi, Venerabili Fratelli, la potestà, ciascuno nella propria Diocesi, d’impartire la Benedizione Papale con annessa indulgenza plenaria, come usa fare la Chiesa, con la consueta Nostra autorità Apostolica, il sedici o il ventuno di questo mese o in altro giorno a vostra scelta. Desiderando poi provvedere al bene spirituale dei fedeli, con la presente lettera concediamo nel Signore che tutti i Cristiani, tanto secolari che regolari di entrambi i sessi, in qualunque luogo della vostra Diocesi si trovino, i quali, purificati dalla confessione sacramentale e nutriti della santa comunione, eleveranno a Dio devote preghiere per la concordia dei Principi cristiani, l’estirpazione delle eresie e l’esaltazione della Santa Madre Chiesa nel giorno che voi avrete designato o scelto per impartire la predetta Benedizione per Nostra autorità (oppure, nelle Diocesi in cui sia vacante la Sede Episcopale, i Vicari Capitolari del tempo avranno scelto o designato) possano ottenere l’indulgenza plenaria di tutti i loro peccati. Non dubitiamo affatto che in questa occasione il popolo cristiano sia stimolato con maggiore efficacia a pregare, e così per le preghiere moltiplicate meritiamo di ottenere quella misericordia che la visione di tanti mali presenti non Ci permette d’invocare celermente. –  Per Voi nel frattempo, Venerabili Fratelli, chiediamo a Dio Onnipotente costanza, speranza celeste e ogni consolazione, e di queste cose vogliamo che sia auspicio e testimonianza della Nostra particolare benevolenza la Benedizione Apostolica, che impartiamo con tutto il Nostro cuore a Voi, al Clero e al popolo affidato a ciascuno di Voi.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 4 giugno, giorno sacro alla Santissima Trinità, dell’anno 1871, venticinquesimo del Nostro Pontificato.