LE VIRTÙ CRISTIANE (7)

LE VIRTÙ CRISTIANE (7)

S. E. ALFONSO CAPECELATRO Card. Arcivescovo di Capua

Tipografia liturgica di S. Giovanni Desclée e Lefebre e. C.; Roma – Tournay

MDCCCXCVIII

PARTE Ia

LE VIRTÙ TEOLOGALI E LA VIRTÙ DELLA RELIGIONE

CAPO VI.

LA VIRTÙ DELLA RELIGIONE

Fede, speranza e carità, essendo quasi ali  che librano l’anima nostra in alto, per diversi modi ci elevano a Dio, e a lui dolcemente ci uniscono. Con la fede il nostro intelletto aderisce a Dio, in quanto è eterna e infinita Verità, di essa Verità si nutre, e quasi in essa si trasforma. Con la speranza noi corroboriamo la nostra debolezza, mercè l’infinita fortezza di Dio, ci rendiamo capaci di sperare e di raggiungere gli eterni e inenarrabili beni della vita avvenire. Massimamente poi con la carità, la nostra volontà libera, e di per sé tendente al bene, aderisce intimissimamente a Dio, Bene immutabile ed eterno, a Dio Bene sommo che è pur Bellezza infinita, lo ama, e se ne sente riamato; onde quasi in Lui si trasfigura e con Lui s’immedesima. – Ma Iddio la mente umana lo considera anche in un altro modo, cioè come Creatore e Signore nostro, come infinitamente più alto, più possente, più sapiente, e più perfetto, che noi non siamo. Laonde l’uomo vede tra sé e Dio un’inferiorità e dipendenza infinita; e l’inferiorità e la dipendenza, non che scemino, s’accrescono nel nostro intelletto, mercé lo sviluppo dell’ingegno, la coltura, la scienza di ciascuno. Perciocchè nell’atto, che la mente nostra si fa ricca di nuove cognizioni, gli s’ingrandisce pure l’idea di Dio, e gli si rivela meglio la smisurata serie delle cose, che essa non conosce, e che Iddio conosce e produce. Ora il frutto spontaneo della cognizione, che noi abbiamo dell’infinita inferiorità e dipendenza nostra da Dio, eccita di per sé un simile e riverente moto dell’anima verso di Lui; un moto che diciamo religione. La virtù della religione, volerla definire esattamente, è dunque quella virtù, per la quale ci facciamo atti, e c’ inchiniamo a rendere a Dio, supremo Principio e Signore di tutti e di tutto, ciò che dobbiamo a Lui, per effetto della sua somma eccellenza, e della nostra infinita inferiorità e dipendenza da Lui. – Ora questa virtù della religione, secondo la dottrina del Cristianesimo, è duplice. Altra è la virtù della religione naturale, la quale deriva in noi dai primi principj impressi da Dio nelle anime nostre; altra è la virtù della religione soprannaturale, la quale procede dalla fede. Nel Cristiano però vivono ambedue le virtù, e vivono siffattamente unite, che diventano come una sola. In vero la fede fa nel nostro intelletto l’ufficio d’un lume nuovo e splendentissimo, che accresce e nobilita il lume della ragione; sicché l’occhio delle mente nostra, sgombro da ogni nebbia di dubbiezza o di errore, mercé la fede nelle cose che han relazione a Dio, vede meglio e più lontano. Per questa teorica si comprende quel che sia la religiosità nell’uomo, e come essa esista anche negli infedeli o negli erranti nella fede; perciocché la religiosità e un tesoro inerente alla natura umana; la quale, anche per essa religiosità e, come credono alcuni per essa principalmente, si distingue dalla natura animale. – E si comprende ancora, come il pagano, il musulmano, l’eretico e anche il barbaro abbiano un naturale inchinamento alla virtù della religione, e talvolta, anche tra gli errori loro, ne compiano in modo naturale e imperfetto gli atti. Tutti costoro adorano e onorano con pensieri e affetti erronei la suprema Deità; ma pure l’intendimento di adorarla e di onorarla, sempre lo hanno. Gli stessi miscredenti, i quali vorrebbero spegnere in sé medesimi il sacro fuoco della religiosità, impressovi da Dio, io credo che o rarissimamente o non mai ci arrivino del tutto. Il far forza alla natura è impossibile, e il pensare di esservi riuscito non è altro che una delle svariatissime forme dell’orgoglio umano. E, quanto ai miscredenti, è pure da considerare che taluni di essi confondono la religiosità con la religione; onde solo perché non hanno potuto o voluto distruggere quel sentimento vago e indeterminato, che spinge l’uomo alla vita e agli atti religiosi, stimano di essere essi stessi religiosi. Ma la verità è che la religiosità è solo un seme, posto da Dio nell’anima dell’uomo, e che questo seme sboccia, fiorisce e fruttifica in noi soprattutto per effetto della fede e della nostra buona volontà, che traggono dalla religiosità i molteplici atti della religione. – Ma consideriamo la virtù della religione, in quella maniera in cui fiorisce e vive nelle anime dei buoni Cristiani, cioè arricchita dal lume della fede soprannaturale, e alimentata da quel soffio vitale della grazia, che ce la rende meritoria della beata vita eternale. Allorché ci sentiamo dipendenti da taluno, e ad esso inferiore; la tendenza nostra naturale al bene, che in sostanza è amore, prende la forma di affettuosa venerazione; e ne abbiamo prove parlanti in tutte le attinenze delle buone famiglie cristiane, e in moltissime altre relazioni della vita quotidiana. Ora allorché la dipendenza e l’inferiorità sono non solo grandissime, ma infinite; allora questo sentimento di affettuosa venerazione s’accresce sopra ogni misura, e prende il nome particolare di adorazione. L’adorazione invero è l’atto supremo della religione, ma non è esso solo, che la costituisce. Vi ha ancora altri atti di religione, i quali però sono così intimamente uniti all’adorazione, che la mente umana appena li distingue. L’uomo, che sente l’infinita dipendenza sua da Dio, riconosce naturalmente da Lui, Bene infinito ed eterno, ogni bene, che abbia: ed ecco. che nell’amore suo, insieme con l’adorazione, sorge spontaneo il rendimento di grazie. Ancora, poiché alcuni beni mancano all’uomo, e altri beni ei teme di perderli, altri ei li desidera e spera; ecco, che sorge nell’animo nostro altresì quella pia e amorosa elevazione a Dio della mente e del cuore, la quale diciamo preghiera. Infine dov’è mai l’uomo, che non abbia peccato, e anzi che non senta di aver molto peccato, almeno per effetto delle sue colpe veniali? Ora l’idea del peccato, il quale in sustanza è un deviare dal Creatore, e un piegare intemperante verso le creature, fa nascere tosto in noi il desiderio del perdono. Il desiderio del perdono ci spinge a chiederlo a Colui, di cui violammo la legge, e che solo può darcelo. Dalle cose dette si conchiude dunque che la virtù della religione sta tutta in una elevazione dell’animo nostro a Dio; nella quale si intrecciano e s’armonizzano l’adorazione, il rendimento di grazie, la preghiera e l’invocato perdono dei nostri peccati. Quattro nobili e dolci sentimenti son questi che si assommano nel divin Sacrificio eucaristico, il quale, come mi accadde di dire nella Dottrina Cattolica, è perciò la sustanza della virtù della religione nel Cattolicismo, e il centro luminoso e fiammeggiante di tutt’i nostri atti di religione. – Questi varj atti di religione, dei quali è come centro l’adorazione, si chiamano con un sol nome: culto. Or dalle dichiarazioni fatte sin qui risulta chiaro, che il culto di Dio è prima d’ogni altro interiore e dell’anima; perciocchè l’adorare, il render grazie, il pregare e l’impetrare nascono, come ogni pensiero, ogni affetto e ogni moto somigliante, dall’intimo dell’anima umana. Ma poiché i pensieri, gli affetti e i moti dell’anima non solo si specchiano esteriormente per segni visibili; ma per essi si completano e si perfezionano; così avviene nel culto di Dio. Il culto esterno è specchiamento e completamento dell’interno; per modo che, se in taluno ci fosse questo secondo, senza il primo, esso risulterebbe come un’ombra o piuttosto come un fantasma vano, a cui manca ogni sustanza. – I principali segni estrinseci d’ogni pensiero o affetto o movimento qualsiasi dell’anima, sono due, cioè la parola e l’arte; due segni tanto ammirabili, che la mente umana, al pensarli, si sente irresistibilmente spinta a benedire il Signore, il quale è stato tanto buono, che ce ne ha fatto dono. Mercé la parola, i pensieri, gli affetti, i desiderj, le speranze e qualunque moto dell’anima nostra si riflettono nelle anime dei nostri fratelli: mercè le parole di essi, pensieri, affetti, desiderj, speranze e altri moti dell’anima loro si comunicano a noi. Ma non questo solo. Il seno ammirabile della parola umana rischiara, perfeziona, abbellisce e completa tutto ciò, che l’anima ha dentro di sé, e vuole trasfondere fuori. Or di questo segno tanto efficace della parola si giova il culto per tutte due le ragioni che si sono dette. Se ne giova per chiarire, perfezionare, abbellire e completare i pensieri e affetti suoi verso Iddio; e se ne giova altresì, per comunicare questi suoi nobili pensieri e affetti ai propri fratelli. Per siffatta guisa, allorché abbiam viva nell’animo la virtù della religione, ci torna caro di far bene al prossimo con l’esempio del nostro culto, e di riceverne parimente da essi con l’esempio del culto loro. Quante e quante volte l’animo nostro, distratto dalle passioni e dalle mondanità, si commuove e si eleva a Dio nell’entrare in un tempio, dove echeggia per le volte il suono misterioso e grave dell’organo, sposato con cento e cento voci di fedeli, che cantano i cantici della Chiesa nel semplice e soave ritmo delle melodie ecclesiastiche! Tra tutte le comunanze di pensieri e di affetti, che si manifestano tra gli uomini, non ve ne ha alcuna, che sia più bella, più nobile e più fruttuosa di questa che nasce dal culto esteriore. Perché dunque gli avversarj della fede nostra ci oppongono che il volgersi con la parola parlata a Dio è inutile; perciocché basterebbe la parola pensata, la quale Iddio onnipresente a tutti ascolta egualmente? Certo, è pur verissimo che Iddio ascolta egualmente chi parla solo col pensiero e con l’affetto a Lui, e chi gli parla servendosi del dono della parola da lui ricevuto. Ma quando parliamo solo interiormente (e il farlo non ci è punto vietato) chi ci può dar mai quella vena abbondante e inesauribile di pensieri e sentimenti santi, calorosi e poetici, che hanno le nostre preghiere interiori allorché siano avvalorate dalla parola parlata non solo nostra, ma anche dei nostri fratelli? Se dunque noi aggiungiamo al culto interno di Dio, anche il culto esterno; ciò giustamente deriva da un moto spontaneo dell’animo, e riesce all’accrescimento e al perfezionamento del culto medesimo. – L’altro segno esteriore dei nostri pensieri e affetti religiosi, ovveramente del nostro culto a Dio è l’arte religiosa; un segno che il Protestantesimo ha quasi interamente ripudiato, ma che è caro al Cattolicismo, come la pupilla degli occhi. L’Alighieri, parlando dell’arte in generale, dice in prima:

Che la natura lo suo corso prende

Dal divino intelletto e da sua arte.

Riconosce dunque un’arte eterna e infinitamente bella, anche in Dio. Poi aggiunge, che l’arte umana, imita, quanto può, la natura creata dal Signore; quasi come scolaro imita il maestro suo. Di che conchiude che la natura, essendo figliuola di Dio, e l’arte figliuola della natura; l’arte dunque si ha da considerare quasi nipote di Dio. Le quali idee Dante le scolpisce mirabilmente così:

Che l’arte vostra quella, quanto puote,

Segue, come il maestro fa il discente,

Sì che vostr’arte a Dio quasi è nipote.

Ora, per queste sottili e verissime considerazioni, ogni arte bella ha un certo parentado con Dio stesso. Ebbene quanto più non l’ha da avere l’arte religiosa? Però cotesta arte religiosa, giustamente si considera come una nuova forma della parola nostra, volta a Dio. È una parola questa dell’arte religiosa, meno precisa, determinata e chiara, che non sia quella, della parola parlata; ma è una parola anch’essa, che si volge particolarmente alla nostra fantasia, affinché ajuti l’anima ad elevarsi a Dio e ai divini misteri. – Tutte le arti belle possono diventare e diventano in effetti parola di religione, e costituiscono una parte rilevante del nostro culto esterno. La pittura e la scultura, rappresentandoci in diversa forma i fatti più nobili e misteriosi della religione, ci rappresentano altresì lo stesso Iddio, Gesù Cristo, la benedetta sua Madre e gli Angioli e i Santi: oltre a ciò assommano leggiadramente ed eloquentemente tutt’i principali concetti della nostra fede e della nostra morale cristiana. L’architettura sacra dei templj parla a noi, secondo i diversi stili, talvolta più particolarmente la sublimità infinita di Dio, talvolta più propriamente l’infinita sua ricchezza. E sarebbe forse meglio il dire che i templj architettonicamente costruiti e ornati essendo opera umana, effigiano come in ispecchio gli alti e nobili concetti, che noi abbiamo di Dio, per virtù della divina rivelazione. Però allorché, tra le varie e armoniche bellezze dei nostri templj cristiani, ornati dalle pitture e dalle sculture sacre dei più grandi maestri, echeggia il suono dell’organo, or come tempesta dell’anima turbata nel mare burrascoso della vita, or come gemito di chi soffre e spera, or come preghiera, or come rendimento di grazie a Dio; allora nello stesso luogo la musica si disposa alle altre arti belle, e ce ne accresce gli splendori. Che dire poi quando a questo mirabile concerto di arti belle, si uniscono nello stesso luogo, per mezzo della parola parlata, i cantici soavi e nobilissimi della nostra poesia religiosa? Allora accade nel tempio cristiano ciò, che non si vede in nessun altro luogo. Tutte le arti belle si dànno ivi amorevolmente convegno, ed esprimono un sol pensiero e un solo amore nobilissimo; il pensiero, dico, dell’anima umana, che liberamente spicca il suo volo sino a Dio, e lo benedice; lo adora, lo ringrazia, lo prega con il culto cattolico. – Un antico scrittore afferma che l’arte religiosa è principalmente ordinata a parlare le verità della religione agli animi grossi. Ed è vero, però in questo modo. Sopra gli animi grossi, che sono più involti nei sensi, l’arte ha una particolare efficacia. Ma anche gli animi nobili, elevati in alto per cultura e per scienza, si giovano del linguaggio dell’arte religiosa, come ciascuno può intendere facilmente. È basti qui dell’arte religiosa, considerata come possente ed efficace mezzo di culto esterno; e volgiamoci un tratto ad un’altra considerazione. – Tutto il culto religioso, che costituisce la virtù della religione, si assomma principalmente in una sola nobilissima e dolcissima parola: orazione. Questa parola però è così ricca di significati, che compendia tutte le principali relazioni dell’anima con Dio. In vero l’orazione abbraccia il culto interno ed esterno; perciocché l’anima cristiana, talora prega raccolta in sé stessa, senza movimenti di labbra, e talora prega anche esternamente, profferendo l’orazione insegnatale da Cristo; o le altri orazioni della Chiesa, dei Santi, o infine quelle che la pietà e il fervore mettono improvvisamente su le labbra di ciascuno. Altre volte l’orazione prende anche una forma più artistica, ed entusiastica; ed è quando si sposa al canto. Così avviene per esempio in quelle ore solenni, in cui un’onda di popolo commosso canta i Salmi, il Page lingua, o il Te Deum o altro. Ancora, chi dice orazione, dice tutti quei vari moti dell’animo verso Dio, dei quali si è discorso più avanti. L’anima infatti, che prega, intreccia in una sola armonia celeste, quasi diverse note d’un sol canto, l’adorazione, il rendimento di grazie, l’invocazione del perdono, e la domanda di tutto ciò, che rettamente desidera o spera, sia nel mondo della vita presente, sia in quello della vita avvenire. Chi prega bene, lo muove amore; un amore santo che s’apre con Dio, e diffonde l’anima in Dio, come usa amico con amico. Però il suo linguaggio è vario, come è varia la parola dell’amore; ma in ogni sua parola vi ha sempre una scintilla d’amore. – Questo soave e nobile linguaggio dell’orazione è così inerente alla natura umana, che lo adoperano anche le false religioni; e in certi momenti spunta altresì su le labbra degli increduli più induriti. Non pertanto intelletto umano, allorché è gonfio d’orgoglio o per falso sapere o per abuso di scienza, vi sofistica sopra vanamente. Infatti, ci ha filosofi, che, silloggizzando poveramente e superbamente, tentano di disseccare questa cristallina e ubertosa fontana di grazia e di consolazione, che Iddio ci ha dato nell’orazione. Ce ne ha poi altri, i quali concedono all’uomo di adorare e di ringraziare Iddio di tanti benefizj; ma, quasi come fanciulli, a cui pare di vedere un fantasma, si adombrano, e si ribellano appena si tratti di chiedere a Dio un qualche benefizio spirituale o temporale che sia. Non dubitano di opporsi audacemente a questa nobilissima e comunissima inclinazione di tutto il genere umano, che pregando chiede dal Signore beni spirituali e temporali, e affermano che Iddio non può né deve esaudirci mai. Si arrogano il diritto di far da maestri a tutti gli uomini, ai passati e ai presenti, alle genti più civili e alle più barbare, e dicono: non egli forse immutabile l’Iddio vero ed eterno; che, mentre tutto muta intorno a Lui, sta fermo nella sua immutabilità? E se Egli è sempre e sustanzialmente immutabile, perché gli chiedete voi di mutare, dandovi questo o quel benefizio che non avete? Ancora, se Dio vi concedesse ciò che gli chiedete, non sarebbe la volontà sua in qualche modo sottoposta alla vostra? Infine quel che noi chiediamo, dipende forse dal nostro libero arbitrio? E allora, perché preghiamo? Non dipende da esso? E allora perché domandare che Iddio muti le sue leggi eterne? A queste difficoltà, le quali derivano unicamente dal non saper noi a prima giunta accordare il domma dell’immutabilità di Dio con quello dell’efficacia della preghiera; l’Angelico Dottor san Tommaso risponde così: “Bisogna che si ammetta l’utilità dell’orazione; ma che ciò sia fatto in guisa, che né noi imponiamo la necessità alle cose umane soggette alla divina Provvidenza, né stimiamo mutabili i divini ordinamenti. Per render ciò chiaro, s’ha da considerare che non solo la divina Provvidenza anticipatamente ha determinato gli effetti che debbono avvenire, ma ancora ha determinato da quali cause e in quale ordine debbano avvenire. Or tra le cause della divina Provvidenza, si hanno da noverare le cause di alcuni nostri atti umani. Però è necessario che gli uomini facciano alcune cose, non perché con i loro atti mutino i divini ordinamenti: ma affinché, per i loro atti, si adempiano certi effetti, secondo l’ordine disposto da Dio. Ciò avviene nell’ordine naturale: e ciò avviene egualmente nell’orazione. Infatti noi non preghiamo per mutar il divino ordinamento, ma per impetrare quelle cose, che, per mezzo delle orazioni dei giusti, Iddio vuole che si compiano. Così Iddio vuole che gli uomini preghino. Gli uomini dunque preghino, affinché meritino di ricevere ciò, che l’Onnipotente ha decretato di dar loro prima dei secoli; e così è insegnato da san Gregorio nel Libro dei Dialoghi. (Summa Theolog – II, II. quaest. 83, artic. 2.). Per viemeglio chiarire la nobile e profonda dottrina del Cristianesimo, qui avanti dichiarata tanto sottilmente da san Tommaso, è bene di por mente che la divina Provvidenza governa il mondo non solo con leggi fisiche, ma altresì con una sapientissima e ammirabile legge morale. Anzi le leggi fisiche Iddio le soggetta a quella morale. Il non volere, per accecamento o per orgoglio intellettuale, riconoscere nell’universo altra legge che la fisica, ciò è sorgente di moltissimi errori dei miscredenti, e in modo particolare dell’errore che si riferisce all’orazione. E intanto, anche a voler guardare attentamente le sole leggi fisiche, che governano il mondo materiale, esse stesse, con la sapienza e l’armonia del creato, rivelano l’esistenza di un’altra legge sapientissima e morale nell’universo. Però la verità è, che, come la legge fisica, la quale governa in modo supremo e con ineffabile armonia l’universo materiale, si dirama in molte leggi fisiche particolari, quali sono, per esempio le leggi del moto, dell’attrazione, dell’elettricità, della gravità dei corpi ecc.; così parimenti avviene nella suprema legge morale dell’universo. Anche questa deriva dall’armonia di varie leggi, alle quali presiede sempre la perfettissima, sapientissima e provvidissima volontà di Dio. Le varie leggi, che, sottoposte a Dio, o provenienti da Dio, costituiscono l’universo morale, sono gli atti del nostro libero arbitrio, la grazia divina illuminatrice e infiammatrice dell’animo umano, il miracolo e l’orazione. Ciascuna di queste leggi particolari si accorda mirabilmente con ciascun’altra, quasi sorella con buona sorella, ché provennero tutte nel mondo, come gemelle, dal supremo Intelletto e Volere di Dio. La divina Provvidenza poi le governa tutte, e le costituisce come unica e suprema legge morale dell’universo. Molte cose dunque avvengono nel mondo, per effetto delle leggi fisiche, e molte per effetto delle leggi morali; ma la Provvidenza con la sua prescienza, con la sua sapienza, con la sua bontà e con la sua onnipotenza ordina l’una e l’altra legge, la fisica intendo e la morale, agli altissimi suoi fini, e principalmente alla propria glorificazione e alla nostra eterna beatitudine. – Volendo poi applicare questi principj in modo particolare all’orazione, io conchiudo questo Capo del mio libro, togliendo dalle Conferenze dell’illustre Domenicano Monsabré un brano assai bello e opportuno al mio argomento. Egli dunque dice così: “Iddio legislatore universale conosce le opere sue dal principio alla fine, e dal principio alla fine le governa con forza e soavità. Per effetto di questo conoscimento e del suo potere, egli ha regolato ab æterno gli effetti e le cause, come ab æterno ha ordinato che di molte cose umane sia causa la preghiera. ab æterno Iddio ha detto nel cuor suo di Padre: alla tale ora dei secoli feconderò le terre sterili; alla tal’ora dei secoli guarirò gli ammalati e consolerò gli afflitti; alla tale ora dei secoli illuminerò le intelligenze e rassoderò la virtù nei cuori; alla tale ora dei secoli salverò i popoli dalla morte; alla tal’ora dei secoli io farò prodigi, e, se sarà necessario, metterò sossopra la natura e scuoterò le anime; perché alla tale ora dei secoli i mici figli ginocchioni, stenderanno verso di me supplichevoli le mani, e con le orazioni si getteranno negli abissi della mia bontà infinita. Dio ab eterno disse ciò; ed è forse perché questa parola eterna, si compie tutt’i giorni, che voi osate accusare Iddio d’inconstanza?” (Monsambré, Conf. XXI. L’immutabilità delle Leggi del Governo divino, e la preghiera.).

CRISTO REGNI (12)

CRISTO REGNI (12)

 P. MATHEO CRAWLEY (dei Sacri Cuori)

TRIPLICE ATTENTATO AL RE DIVINO

[II Edizione SOC. EDIT. VITA E PENSIERO – MILANO]

Nihil obstat quominus imprimatur: Mediolani, die 4 febr. 1926 Sac. C. Ricogliosi, Cens. Eccles.

IMPRIMATUR: In Curia Arch. Mediolani die 5 febr. 1926 – Can. M. Cavezzali, Provic. Gener.

CAPITOLO III

L’onore del Re della gloria disdegnato

VI. – Risposte ad alcune obiezioni

Come conclusione di questo studio, esamineremo ora brevemente una serie d’obiezioni, che si trovano sulle labbra di alcuni genitori, Cristiani, altrettanto buoni cristiani, quanto temibili nemici delle vocazioni. Contraddizione inesplicabile! Essi adorano Gesù Cristo in ginocchio, ma sono terrificati al pensiero che uno dei loro figli divenga un altro Cristo o una sposa del Re d’Amore. – Ridurremo a sette, questa serie purtroppo lunga, e risponderemo con tutta la santa e triste veemenza, che l’onore disprezzato del nostro Divino e adorabile Maestro, mette in un cuore d’apostolo e di sacerdote.

1.° Per l’amore di Nostro Signore, per obbedire cioè al quarto comandamento, che i nostri figlioli rinunzino alla vocazione loro e non ci impongano questo sterile sacrificio!!

Salvo il caso del figlio unico che debba sostenere dei genitori poveri o malati, caso ben chiaro in generale, e che non si discute, l’’ obiezione or ora formulata non regge. – Nostro Signore stesso ne ha dato la risposta nel Vangelo: « Chi preferisce suo padre o sua madre a Me, non è degno di Me. ». Del resto, anche umanamente parlando, perché gli eletti del Signore sarebbero i soli a rinunziare alla loro sublime vocazione, mentre i fratelli e le sorelle possono, con ogni libertà sposare, lanciarsi negli affari, allontanarsi dal tetto paterno, in una parola: scegliere liberamente la loro vita? – Quante volte abbiamo dovuto constatare simile ingiustizia! Essa è ormai tanto comune, da diventare regola stabilita. Quelli che desiderano consacrarsi a Dio, debbono aspettare la morte dei genitori; devono essere i fedeli infermieri dei loro ultimi giorni, mentre tutti gli altri, per fondare una famiglia ed assicurare il loro avvenire, possono prendere il volo a loro piacimento. Cento volte m’è capitato di vedere questo: Gesù può attendere: i fidanzati terreni, no! Certamente non li condanniamo se hanno proceduto con prudenza; ma reclamiamo almeno gli stessi diritti per il Fidanzato Divino. Giacché, se la vocazione del matrimonio crea, ad una certa età, ed in circostanze normali, un diritto, reale, questo diritto è, almeno lo stesso, se non più formale e più imperioso, quando si tratta della vocazione religiosa. – Il quarto comandamento obbliga indistintamente tutti i figli di una stessa famiglia. Un fratello non può, senza ingiustizia disimpegnarsene a danno del proprio fratello.  V’è una gerarchia dei doveri che elimina qualunque conflitto. Il primo comandamento precede il quarto e tutti, genitori e figli devono rispettare questa priorità. Tale è l’ordine stabilito da Dio stesso. – Questi genitori che reclamano il sacrificio d’una vocazione, avrebbero essi stessi, in simili circostanze spezzato il loro avvenire, ritardando il loro matrimonio? Quanto al sacrificio che fate, non dite che sia sterile! Oh! No! Benedetti, mille volte benedetti, i genitori che offrono il glorioso sacrificio che Nostro Signore chiede loro, per la sua causa. Essi saranno colmati di felicità, e la loro ultima tappa quaggiù sarà più radiosa d’un meriggio, poiché Dio si compiace di vincere in generosità la creatura. Essi Paesi Essi avranno la loro parte meravigliosa nella fecondità sacerdotale o religiosa dei loro figli. L’onore e l’abbondanza empiranno la loro casa, come fu colmata quella del vecchio Giacobbe per la gloria e la potenza del suo figlio Giuseppe. « Pensa ai diritti di tua madre, non dimenticare che tu sei mia figlia! », », diceva con indignazione una  madre alla sua figliola, che già maggiorenne, libera ormai di attuare il suo ideale, che aveva accarezzato ormai da quattro anni, sollecitava dalla madre dalla madre un’ultima benedizione prima d’entrare in convento. Con le lacrime  agli occhi, con un tono dolce e rispettoso, la ragazza replicò: « Mamma, tu non hai mai parlato così alle mie due sorelle minori già maritate, né al mio fratello maggiore tanto lontano da noi. Mamma, pensa ai diritti di Gesù ».

2° Faccio ostacolo alla sua vocazione, per la sua felicità.

Fu l’obiezione di un padre al suo figlio maggiore, diventato dottore in diritto, e brillante avvocato, meno per convinzione propria che per compiacere i suoi. Alle istanze reiterate del giovane, il padre risponde:  « Tu non conosci il mondo; come puoi dire che non sarai felice? Aspetta, osserva, esci di più, tu sei in una età in cui puoi godere ». – Quante volte, triste ed inquieto, il giovane rispondeva: « Sento che sarò un grande infelice nel mondo e un cattivo. Sarò debole e ne soffrirete anche voi… Lasciatemi partire… » Tutto era inutile. Trascorsero molti anni. Il giovane avvocato diventò quello che aveva previsto: « un, grande infelice » e fu veramente uno dei deboli che il mondo perverte. La sua fede fu sommersa in una palude di passioni scatenate. I suoi disordini procurarono vergogna alla sua famiglia, che dovette ritirarsì in campagna. Il vecchio padre fu improvvisamente colpito da apoplessia in seguito ad una discussione grande col figlio, che reclamava imperiosamente denaro… sempre denaro! Chiese un sacerdote, il curato del villaggio accorse, ma il figlio snaturato gli impedì di accostarsi al malato, per assolvere la sua missione… « No, signor curato, no: se non volle in casa sua il figlio prete, non ha certo bisogno d’un sacerdote estraneo Disputare un figlio a Dio, è addossarsi la sventura; se non sempre la sventura materiale almeno quella intima e morale. E nello stesso modo che non sarebbe giusto né ragionevole spingere verso il seminario od il chiostro un giovane o una fanciulla aspiranti legittimamente al matrimonio, allo stesso modo sarebbe odioso e pericoloso di trattenere per forza nel mondo coloro che desiderano sortirne. Noi reclamiamo questa libertà per la felicità del tempo e dell’Eternità. – Ma paragonare la pace interiore, la calma, la dignità e la felicità della vita religiosa e sacerdotale, con la umana felicità, è fare ingiuria alla saggezza del Signore, fare un onore insensato ai capricci e alle invenzioni degli uomini. Se i genitori comprendessero la felicità inesprimibile che provano o gli eletti dell’altare e del chiostro, essi cederebbero generosamente ai loro desideri. – Ma come potrebbero essi farsene una idea esatta, essi che vivono in un ambiente completamente diverso? A poco a poco tuttavia, quando è dato loro di penetrare nella pace e nella luce di cui sono inondati i loro figli consacrati, quale sorpresa  e quale gioia per essi! – Tale fu lo stupore profondo di Luigi XV, quando vide la sua figlia Luisa nella sua angusta cella di Carmelitana, vivente di silenzio, di mortificazione e di soggezione e cantando, nonostante questo, la sua felicità! Il re frivolo ebbe una lezione che dovette ricordarsi un giorno. Creder di lavorare alla felicità dei figlioli, opponendosi alla loro vocazione, non è d’altronde che una conseguenza logica dello spirito del mondo. Difatti, quando si è ricco, giovane e libero, come credere che si possa vivere felici nella povertà, la castità e l’obbedienza? Questa follìa della croce è ben lungi dall’esser l’ideale anche per dei buoni Cristiani. Ma ciò non deve impedirci di predicar loro questa filosofia sublime, e di persuaderli lentamente e soavemente, in difesa della Divina Sapienza della Croce e dei diritti del Crocifisso. Sì, quelli che si sono consacrati a Gesù sono felici; sono anzi i soli pienamente felici, giacché si sono spogliati spontaneamente e con gioia di tutto. Essi sono stati padroni della loro natura, hanno voluto vivere della grazia. OQuuaannttii desideri repressi o nobilitati! Quante torture eliminate dal sacrificio delle passioni; quanti piccoli interessi sostituiti dall’unico e supremo interesse: la gloria di Dio! – Essi hanno lavorato aspramente per spezzare le loro catene, ma in ricompensa, allorchè i legami sono stati rotti, volano con sicurezza oltre ogni bruttura e miseria del mondo. Essi respirano l’aria pure delle grandi Altezze. Oh! che santa libertà, che nobile indipendenza, che umile fierezza, quella di cui si gioisce al servizio del Signore! E soprattutto, quale pace immensa e divina che nessuno può rapirci! Noi lottiamo, certamente. anzi noi facciamo della immolazione, un sistema di vita soprannaturale, e del dolore, un mezzo di gioia per l’amore divino; ma nella nostra vocazione di sacrificio, la croce, lungi dall’essere un patibolo, è il trono di gloria che abbracciamo con amore. E questo, perché noi possediamo la sorgente, per eccellenza, della gioia e della forza, il Cuore di Gesù! – In Lui, e con il soccorso della sua Madre Immacolata, noi godiamo anticipatamente del Cielo, noi abbiamo tutto. – Genitori cristiani, che non desiderate per i vostri figli una felicità artificiale, seducente ed ingannatrice, ma una felicità reale, pura, senza fine, donate i vostri fanciulli al Maestro adorabile, Re dei cuori sacerdotali e sposo delle anime vergini. Egli non cambia, non mente, non muore mai!

3° 1 nostri figlioli hanno delle illusioni, la loro pretesa vocazione non è che momentanea esaltazione religiosa… essi non hanno ancora l’età.

È vero che ci si può cullare nell’illusione, e senza dubbio, il pericolo d’ingannarsi esiste dappertutto; tuttavia è molto meno là che altrove. Perché? In primo luogo, perché la vocazione sacerdotale e la vita religiosa sono essenzialmente vie di sacrificio, ed il sacrificio non seduce, né esercita il fascino come il piacere. In secondo luogo, perché tutte e due hanno un tirocinio, una prova, un noviziato, che il matrimonio non ha e non può avere. Il tempo del fidanzamento è lungi dal dare un’idea reale della vita coniugale, con i suoi doveri e le sue responsabilità; mentre la vita del seminario ed il tempo del noviziato sono, per se stesse, la vita che condurranno gli eletti dopo l’ordinazione e la professione. Il sacerdote dunque e il religioso sono infinitamente più coscienti nella loro scelta del più intelligente e più ponderato candidato al matrimonio. L’esperienza conferma eloquentemente questa affermazione là, dove la nefasta legge del divorzio ha alzato le barriere, s’è potuto fare una statistica di focolari infelici. Invece le persecuzioni subite in certi paesi hanno provato che le anime consacrate non erano state disingannate nella loro vocazione. Il coraggio eroico, con cui esse hanno affrontato l’esilio, la povertà e le sofferenze di tutti i generi, per restare fedeli, prova ben chiaramente la felicità intima in cui essi vivono sempre, nonostante l’uragano. – Dunque, se è permesso avere dei dubbi riguardo alle intime disposizioni, alla capacità o alla salute di coloro che si sentono chiamati dal Maestro, questi dubbi saranno certamente dissipati, prima del supremo impegno; ciò fa, della vocazione religiosa, la via più sicura e più provata; per conseguenza la più lontana da ogni illusione. Ciò è come dire che gli inconvenienti dell’età non sono che apparenti, e poiché noi tocchiamo questa questione dell’età, ci preme di far constatare la differenza ingiusta delle misure ordinariamente usate dalle famiglie secondo che si tratti di matrimonio o di convento. Sono rari i genitori che rifiutano il permesso di fidanzarsi ad una fanciulla dai 18 ai 21 anni, quando il pretendente offre delle brillanti garanzie materiali e delle sicure doti morali. Ma quanti giovani di questa età otterranno l’autorizzazione benevola dei loro, io non dico per professare, no, ma semplicemente per diventare aspiranti in un seminario o in un noviziato? – Nostro Signor Gesù Cristo è dunque meno degno di essere accolto dalle povere creature umane? Non può Egli dare sufficienti garanzie di felicità, alla fidanzata che Egli chiama nel suo palazzo di sacrificio e di povertà? Perché, questa parzialità oltraggiosa pel suo Cuore? Evidentemente i genitori possono e debbono esaminare e studiare soprannaturalmente la serietà della chiamata ma, consultando coloro che ufficialmente sono maestri e specialisti nella questione come si fa per ogni altra materia. L’affezione naturale diventa una formidabile ingiustizia, e i genitori s’ingannano spesso, quantunque in buona fede, quando giudicano da soli delle aspirazioni dei loro figli. Un fanciullo vivace, monello, fanatico delle passeggiate e dei giuochi, diventa spesso un religioso eccellente; una giovinetta apparentemente leggera, vanitosa, dissipata dalla mondanità, può diventare una santa carmelitana. Lo spirito del Signore soffia dove vuole, e vince quando trova la buona volontà. Al contrario, non è rado vedere la più pia e seria delle fanciulle, maritarsi e diventare un’eccellente madre di famiglia. Che sia necessario conoscere il mondo per rinunziarvi, è un ragionamento assolutamente falso. Non si deve cercare la menzogna, per amare la verità, e dare ad essa il suo giusto valore. Si dovrebbe dunque tentare di rovinar la salute, o di provocare una malattia, per apprezzare meglio il dono della sanità? O sprecare una ricchezza, per meglio apprezzare il benessere materiale? Allora, perché non imporre, con la stessa teoria, sei mesi di convento a coloro che sono chiamati al matrimonio, perché conoscano anch’essi e considerino meglio, in cambio, quello che pretendono trovare nel mondo ?

4° Guardate quel giovane che voleva essere sacerdote, guardate quella fanciulla che pensava tanto risolutamente al convento; hanno sposato, e sono felici. Se non si fossero trattenuti a tempo!

Andiamo piano, in una affermazione tanto delicata; essa potrebbe trascinarci ad errori fatali. Quel giovane e quella ragazza, dite voi, volevano decisamente consacrarsi a Dio; ora, la prova che si ingannavano sta nel vederli sposi felici. Questo può succedere, nulla di più semplice e di più umano; ma allora noi potremo dire che la risoluzione e il desiderio di quei giovani, non erano così sicuri come si poteva credere; questo sarebbe soprattutto vero, se la vostra opposizione non fosse stata un ingiusto rifiuto, ma una prova ragionevole e prudente che voi potete, del resto, sempre esigere, come poco sopra fu detto. In ogni caso, non si può assolutamente concludere che il cambiamento avvenuto stia a provare in favore dell’opposizione; che cioè, tutti quelli che hanno cambiato, si ingannassero e sbagliassero strada; né che tal cambiamento fosse voluto dal Cielo, sebbene li abbia resi felici; poiché le cose non sono sempre in realtà, come appariscono a prima vista. Una guerra di opposizione, abile e delicata, oppure un sistema di soffocamento tenace, prolungato, crudele, possono pur condurre alla rovina, non soltanto di una qualunque debole aspirazione, ma della più sicura e più eccellente vocazione. La più forte salute, la più bella voce, la migliore delle memorie possono perdersi ad un tratto, in una crisi acuta; ma la perdita del tesoro, non prova affatto che non lo possedevano. Così per la vocazione. I cedri del Libano possono essere sradicati dalla tempesta; e che sarà delle anime da lui chiamate, esposte al vento della dissipazione, per provarne la vitalità? Quali genitori, per giudicare dei sentimenti della loro figlia fidanzata, la metterebbero a continuo contatto con altri pretendenti che se la disputino? Quale mai fidanzato potrebbe tollerare un simile sistema? E se, alla fine, la fanciulla, invaghita del fascino e della ricchezza d’un altro, cambiasse un giorno la sua scelta, tutto ciò, potrebbe forse dimostrare che la prima simpatia non fosse esistita seria e verace? Non si deve scherzare col cuore. Ed il fatto che un povero cuore prende fuoco, passando sui carboni ardenti del mondo, non dimostra che due cose: la debolezza del candidato, e la colpevole responsabilità del tentatore. – Bando dunque, all’iniquo sistema che consiste nel mostrare il mondo in quel che ha di più seducente, ossia di ingannevole, non già per provare la serietà di una vocazione, ma per soffocarla. – Nondimeno, non giudicando che dalle apparenze, affermare che il cambiamento di strada ha dato la felicità, è temerario. – Quelli che si erano veramente ingannati, possono essere felici, ma tutti gli altri appariscono tali, e nel fondo del cuore non lo sono in realtà. – Fui chiamato presso una giovane signora morente: creatura dotata delle più belle qualità di spirito e di cuore, essa era capace di render felice il più esigente marito. Aveva già ricevuto gli ultimi sacramenti, ma volle, prima di morire, confidarmi un segreto. « Padre — disse. — Lei ha conosciuto il mio desiderio di farmi religiosa; e come gli sia rimasta fedele lungamente. Vinta dalle lacrime di mio padre, già vecchio ed infermo, e da quelle di mia madre, consentii a maritarmi. Ebbene, padre, io muoio col desiderio mio vivo e insoddisfatto di essere religiosa, e con una profonda amarezza nell’anima, per aver vissuto questi tre anni di matrimonio fuori della mia vita. Ho fatto l’impossibile per render felice il mio ottimo marito, com’era mio dovere; ma non ci sono riuscita. Egli ha sentito che v’era in mezzo a noi un mistero che egli non comprendeva… Il mondo mi ha creduto felice… eppure, ahimè, io muoio profondamente infelice. Che Dio mi perdoni d’aver tradito i suoi diritti! » – Il giorno della sua morte, il marito, giovane eccezionale, mi confidava fra i singhiozzi « Non sono mai riuscito a dissipare un’ombra di tristezza che oscurava l’anima sua!… Ella non è stata felice con me, lo sentivo! Ha portato con sé nella tomba, chi sa quale segreto di dolore e di angoscia! » Oh, queste anime disorientate, più da compiangere che da biasimare, son più numerose che non si creda! Se i loro cuori si aprissero, come smentirebbero spesso, il sorriso delle labbra, ed accuserebbero di folle imprudenza coloro che vollero radicare alla terra anime che sentivano la nostalgia delle altezze celesti! Ho ancora sotto gli occhi lo spettacolo spaventoso d’un giovane dell’aristocrazia, che moriva idiota e roso dal male in un ospedale popolare. La sua storia: fino ai 25 anni voleva esser sacerdote e religioso. Avendo vasta intelligenza e talento non comune, la famiglia volle lanciarlo nel mondo per farne un piccolo superuomo moderno. Quante volte egli aveva dichiarato alla madre: « Conosco il mondo e conosco me stesso. Se esso riesce a sedurmi, mi trascinerà fino in fondo all’abisso non voglio ». Ma lo tentarono in mille modi. Hanno complottato veramente per distoglierlo dalla sua vocazione e non posso raccontare quel che ha osato fare, per allontanarlo dall’altare, la sua sciagurata famiglia, considerata come cristiana!… Essa riuscì oltre quello che s’aspettava, ed io rivedo sempre quel povero caro amico mio piombare una sera nella mia stanza e sentendosi già preso dalla voragine, dirmi piangendo: « Mi salvi Padre, salvando la mia vocazione. Nel mondo io mi perderò certamente! Le oscure previsioni del povero giovane si avverarono: onore, costumi, salute, la stessa ragione, tutto naufragò in pochi anni!… Invece del piccolo eroe mondano che s’era vagheggiato, invece soprattutto del buon Sacerdote che si sarebbe potuto dare a Nostro Signore, se ne fece un dissoluto e un’idiota. La famiglia, spaventata, dovette assistere alla fatale caduta sul tremendo pendìo che essa stessa aveva voluto; nel baratro che essa stessa aveva spalancato ai suoi piedi… Quanti altri poveri sviati come lui! Quante anime, soprattutto vegetanti in una vita volgare e senza intima felicità, che soffocano, nello stretto orizzonte che le opprime, conservando la nostalgia d’un cielo perduto! I genitori ignorano, ordinariamente, l’ultima parola di queste deviazioni. E la dolorosa angoscia dei figli ha un solo rimedio: far delle loro sofferenze una penitenza per essi e per i propri sacrificatori.

5° Perché farsi sacerdote, perché essere religiosa, quando si può fare altrettanto e più bene nel mondo?

« Ci mancano proprio dei Cattolici convinti, ci mancano delle famiglie veramente cristiane ». Cattolici convinti e famiglie cristiane, ci mancano, ed è vero, ma il piccolo numero degli eletti, che sacrificassero perciò la loro vocazione, non li aumenterebbe davvero! E pensate forse sinceramente di accrescere il numero dei veri focolari domestici cattolici, se rifiutate di fare, nel vostro stesso focolare, la volontà del Signore, se evitate l’onore di dargli un sacerdote, un « alter Christus? » Far del bene nel mondo, praticarvi la virtù, è necessario. Ma il primo bene, la virtù primordiale è quella di fare la volontà di Dio, e di assicurare con ciò la propria eterna salute. Nessuno può occupare in nostra vece l’ufficio al quale Cristo ci chiama. Ora, soltanto a questo dato posto, il Maestro deve venire a cercarci e a chiederci il nostro rendiconto. Per acquistare la virtù e il talento di fare un vero bene, un bene divino, intorno a sé, bisogna aver obbedito al Signore; e con tale obbedienza possedere in sé un tesoro traboccante di grazia. – Il soldato disciplinato è più forte del più ardito, quando costui sia indocile e indipendente. – Non dimentichiamo soprattutto questo: le anime consacrate si accostano alle anime, avvicinandosi a Dio; e contribuiscono maggiormente alla altrui santificazione. Esse sono il canale delle grazie divine. – Il bene intimo non si fa soltanto e soprattutto con la parola o con la sola attività esteriore, ma con la profondità della vita divina, in un intimo contatto con Gesù, che è l’Autore della grazia. Non si abbandonano gli interessi della società, quando non si rinunzia che a ciò che essa ha di terrestre. È dunque un errore che suppone una mancanza assoluta di senso soprannaturale, il credere a un più fecondo avvenire di un giovane che avesse rinunziato al seminario per far del bene nel mondo. È una concezione troppo umana della vocazione divina, quello di pensare che una giovinetta, per dedicarsi altrove, possa, con vantaggio proprio ed altrui, sacrificare la chiamata divina. – Vi sono casi eccezionalissimi e rari, in cui questo si è dovuto consigliare, ma il principio rimane tuttavia di fare il bene là dove il Signore ci chiama. Lasciare l’adempimento della Divina Volontà, per glorificarlo, è illogico. E se la fede nella fecondità della vita religiosa è morta presso molti cristiani,  non esitiamo pertanto a ripeter loro: i sacerdoti e le religiose hanno per speciale missione il bene soprannaturale delle anime, e che questa è la loro ragione di essere. Essi sono i messaggeri ufficiali del Re dei re, i suoi « plenipotenziari » ed hanno una luce, una potenza di successo, uno stato di grazia che è loro propria. Per le anime dunque, per il vero bene della famiglia, della nazione, della società, non bisogna esitare a lasciare tutto ed a lasciare se stessi: « Signore, eccomi: cosa vuoi ch’io faccia? ». Il  primo dei beni da compiere, il più urgente, il più grave, è quello di far la volontà di Dio, di seguir la sua voce.

6° Ci si può salvare e santificare in tutti gli stati.

È evidente. Noi sappiamo che la vocazione allo tato ecclesiastico o religioso, non è imposta da Dio come un comandamento: è piuttosto un consiglio, un invito misericordioso del Maestro. Se non si segue il suo consiglio, se non sì risponde al suo invito, non c si priva perciò delle grazie necessarie alla salvezza eterna. Ci si priva soltanto di una facilità molto maggiore a salvarci, che si sarebbe trovata in uno stato di perfezione; ci si priva della speciale ed incomparabile gloria promessa ai ministri e alle spose del Cristo. – Ma che deriva da ciò? Voi potete concludere che se il giovane o la fanciulla non rispondono all’invito del Maestro, non peccano per questo semplice fatto, poiché non disobbediscono ad un rigoroso precetto di Dio. Non si può negare tuttavia che essi commettono una grandissima imprudenza agendo in tal modo. Ma potete concludere che se i figli vostri desiderano rispondere all’appello divino, se son decisi a sacrificare tutto, per abbracciare quello stato, a cui la grazia li sollecita, potete concludere dico, chi e voi avete il diritto di opporvi? Strana conclusione questa! Il vostro figliolo non è obbligato, sotto pena di peccato, a sceglier la via che gli sarà più facile e più gloriosa e più meritoria; sia pure. Ma se vuol seguirla, avete voi il diritto di impedirglielo, di distralo o di gettarlo o di trattenerlo, suo malgrado, nel cammino tanto rischioso del mondo, dove egli si salverà più difficilmente o si perderà con più facilità? – Non vi provate a dire che le grazie di eterna salvezza e di santificazione si trovano allo stesso grado nel mondo che convento: sarebbe andar contro il Vangelo. Rileggete la pagina di San Matteo: « Maestro buono, che cosa devo fare per guadagnare la salute eterna? » E Gesù indica la via più larga ed agevole dei comandamenti. Ma il giovane insiste: «Per essere perfetto cosa debbo fare? Che cosa mi manca? » – « Se tu vuoi avere un tesoro più grande nel Cielo, vieni e seguimi! » – Seguir Gesù sulla terra, è conquistare una sovrabbondanza di grazie; che prepara un’eternità di gloria inconcepibile. In relazione alla salvezza e alla perfezione morale, non è indifferente essere sacerdote, come sarebbe, più o meno, essere avvocato, professore, ingegnere o architetto. E se degli ostacoli involontari od imprevisti, sia inevitabile a taluno di restar nel mondo, il Cielo dà grazie speciali che suppliscono a quelle che si sarebbero ricevute nel convento. « Padre — mi diceva una signora —— io sono colpevole d’aver abbandonato la mia vocazione. Ero convintissima che Nostro Signore mi voleva per sé solo. Sono stata tentata ed ho vilmente ceduto. Essendomi maritata, Lei sa come espio la mia colpa e come debba non solamente lottare per santificarmi ma per salvarmi. Mi trovo a casa mia, come in un angoscioso labirinto morale; la mia sventura mi sembra senza rimedio ». Senza rimedio umano, intendiamoci bene; che per la misericordia di Gesù, l’espiazione indispensabile compirà l’opera della salvezza. Ma tutti i sacrifici della vita religiosa, sarebbero stati dei fiori, in paragone delle torture morali di quest’anima e delle tristezze del suo focolare. Non v’è che una strada sola che conduce con sicurezza alla perfetta felicità ed alla pace: è quella che il Nostro Divino Maestro ci invita a seguite con generosità, quand’anche non ce lo imponga.

7° La vocazione religiosa indebolisce l’amore filiale dei nostri figli e li rende indifferenti alla loro famiglia naturale.

Credo di aver quasi distrutta questa obiezione fin dalle prime pagine di questo studio, quando ho detto che il cuore del sacerdote o della suora, in alcun modo non occupato da altre affezioni umane, conservava, al contrario, divinizzate e nobilitate dalla grazia, la delicatezza, la purità e la freschezza delle sue prime ed uniche affezioni terrene. Ma per essere più pratico opporrò, a tale osservazione, il fatto costante, universale, reiterato, del figlio sacerdote, che diventa il sostegno, il consigliere, il benefattore in tutte le crisi morali e spesso anche economiche della propria famiglia. A un empio che attaccava e metteva in dubbio i sentimenti di carità dei Cattolici, fu risposto, chiedendogli di spiegare perché i bisognosi, i mendicanti, si aggruppano sempre, come per istinto, attorno ai monasteri e alle porte delle chiese. A coloro che pretendono che la vocazione sacerdotale o religiosa indebolisca la pietà filiale, si potrebbe parimenti domandare perché i genitori, colpiti da sventura, o ridotti, dalle circostanze, all’indigenza e alla miseria, ricorrono tanto spesso, di preferenza, al figlio sacerdote o alla figlia suora. Se i loro figli o i superiori di essi, fossero degli egoisti, degli indifferenti al benessere dei parenti, come avverrebbe ciò? No! La vita soprannaturale, l’amore di Gesù, l’austerità dell’ordine religioso, o la natura stessa dello stato sacerdotale, possono certamente esigere delle distanze, imporre dei sacrifici sensibili, ma non estinguono, tuttavia, i più nobili sentimenti del cuore umano. Nessuno ebbe mai, alla pari di Gesù, la più squisita delicatezza della nostra natura. Il ministro di Dio e la religiosa, a misura che si liberano dai « convenzionalismi » mendaci, e che si affinano nella loro vita spirituale, divengono più alti e più schietti nei loro sentimenti filiali. Nessuno ama meglio, di chi ha conservato un cuore puro e non ha conosciuto la passione e l’interesse; ora il sacrificio della separazione, non fa che ravvivare ed approfondire l’affezione. Quale esempio commovente di questa bellezza interiore di carità, nelle relazioni della piccola Teresa con suo padre. In memoria della sua infanzia in cui egli soleva chiamarla la sua « reginetta », essa lo chiama il suo « venerando re » e bisogna leggere le sue lettere, per sentire come, dietro le inferriate del Carmelo, il cuore della fanciulla palpitasse fortemente d’amore e di tenerezza filiale! Quale figlia maritata è mai rimasta tanto profondamente legata al proprio padre, tanto vibrante ad ogni ricordo del nido familiare, come questa giovanetta carmelitana così risoluta a santificarsi? Il dolore della separazione era stato immenso da una parte e dall’altra: mai due cuori erano restati uniti e inseparabili, nei Cuori del Re e della Regina del Carmelo! – Ah, sì, protesto con tutta l’indignazione del mio cuore di figlio, di sacerdote e religioso, che mantengo tanto intimamente la presenza e l’affezione di mia madre e delle mie sorelle come un culto, il quale, lungi dall’essere a detrimento dell’amore che ho per il Cuore di Gesù e di Maria, lo abbellisce col sacrificio reciproco, costantemente rinnovato. – Se il fatto di lasciar la famiglia per Iddio è una prova di disamore filiale, che dire allora di coloro che la lasciano per le creature o per gli affari? Essi stessi, i genitori, non lasciarono un giorno la propria famiglia; e perciò furono forse dei figli ingrati?… Siamo giusti e consideriamo il dovere e il cuore, come si conviene. L’affezione non è mai stata in contraddizione col sacrifizio. Il soldato che lascia la famiglia per il campo di battaglia, è forse un figlio ingrato? Non si può fare dunque, al Signore adorabile della patria terrena, le immolazioni che la celeste patria reclama legittimamente da tutti? – Come gli eroi delle battaglie, e, in un grado infinitamente superiore, gli eroi dell’altare e del chiostro, coloro che hanno avuto il più sublime coraggio, conservano anche, infallibilmente, l’altezza dei più nobili amori.

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA: FEBBRAIO 2022

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA: FEBBRAIO 2022

FEBBRAIO è il mese che la CHIESA DEDICA alla SANTISSIMA TRINITA’

All’inizio di questo mese è bene rinnovare l’atto di fede Cattolico – autentico e solo – recitando il Credo Atanasiano, le cui affermazioni, tenute e tenacemente professate contro tutte le insidie della falsa chiesa dell’uomo vaticano-secondista, delle sette pseudotradizionaliste, della gnosi panteista-modernista, protestante, massonica, pagana, atea, comunisto-liberista, noachide-mondialista, permettono la salvezza dell’anima per giungere all’eterna felicità. 

 IL CREDO Atanasiano

 (Canticum Quicumque * Symbolum Athanasium)

“Quicúmque vult salvus esse, * ante ómnia opus est, ut téneat cathólicam fidem: Quam nisi quisque íntegram inviolatámque serváverit, * absque dúbio in ætérnum períbit. Fides autem cathólica hæc est: * ut unum Deum in Trinitáte, et Trinitátem in unitáte venerémur. Neque confundéntes persónas, * neque substántiam separántes. Alia est enim persóna Patris, ália Fílii, * ália Spíritus Sancti: Sed Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti una est divínitas, * æquális glória, coætérna majéstas. Qualis Pater, talis Fílius, * talis Spíritus Sanctus. Increátus Pater, increátus Fílius, * increátus Spíritus Sanctus. Imménsus Pater, imménsus Fílius, * imménsus Spíritus Sanctus. Ætérnus Pater, ætérnus Fílius, * ætérnus Spíritus Sanctus. Et tamen non tres ætérni, * sed unus ætérnus. Sicut non tres increáti, nec tres imménsi, * sed unus increátus, et unus imménsus. Simíliter omnípotens Pater, omnípotens Fílius, * omnípotens Spíritus Sanctus. Et tamen non tres omnipoténtes, * sed unus omnípotens. Ita Deus Pater, Deus Fílius, * Deus Spíritus Sanctus. Ut tamen non tres Dii, * sed unus est Deus. Ita Dóminus Pater, Dóminus Fílius, * Dóminus Spíritus Sanctus. Et tamen non tres Dómini, * sed unus est Dóminus. Quia, sicut singillátim unamquámque persónam Deum ac Dóminum confitéri christiána veritáte compéllimur: * ita tres Deos aut Dóminos dícere cathólica religióne prohibémur. Pater a nullo est factus: * nec creátus, nec génitus. Fílius a Patre solo est: * non factus, nec creátus, sed génitus. Spíritus Sanctus a Patre et Fílio: * non factus, nec creátus, nec génitus, sed procédens. Unus ergo Pater, non tres Patres: unus Fílius, non tres Fílii: * unus Spíritus Sanctus, non tres Spíritus Sancti. Et in hac Trinitáte nihil prius aut postérius, nihil majus aut minus: * sed totæ tres persónæ coætérnæ sibi sunt et coæquáles. Ita ut per ómnia, sicut jam supra dictum est, * et únitas in Trinitáte, et Trínitas in unitáte veneránda sit. Qui vult ergo salvus esse, * ita de Trinitáte séntiat. Sed necessárium est ad ætérnam salútem, * ut Incarnatiónem quoque Dómini nostri Jesu Christi fidéliter credat. Est ergo fides recta ut credámus et confiteámur, * quia Dóminus noster Jesus Christus, Dei Fílius, Deus et homo est. Deus est ex substántia Patris ante sǽcula génitus: * et homo est ex substántia matris in sǽculo natus. Perféctus Deus, perféctus homo: * ex ánima rationáli et humána carne subsístens. Æquális Patri secúndum divinitátem: * minor Patre secúndum humanitátem. Qui licet Deus sit et homo, * non duo tamen, sed unus est Christus. Unus autem non conversióne divinitátis in carnem, * sed assumptióne humanitátis in Deum. Unus omníno, non confusióne substántiæ, * sed unitáte persónæ. Nam sicut ánima rationális et caro unus est homo: * ita Deus et homo unus est Christus. Qui passus est pro salúte nostra: descéndit ad ínferos: * tértia die resurréxit a mórtuis. Ascéndit ad cælos, sedet ad déxteram Dei Patris omnipoténtis: * inde ventúrus est judicáre vivos et mórtuos. Ad cujus advéntum omnes hómines resúrgere habent cum corpóribus suis; * et redditúri sunt de factis própriis ratiónem. Et qui bona egérunt, ibunt in vitam ætérnam: * qui vero mala, in ignem ætérnum. Hæc est fides cathólica, * quam nisi quisque fidéliter firmitérque credíderit, salvus esse non póterit.”

L’adorazione della Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, con il mistero dell’Incarnazione e la Redenzione di Gesù-Cristo, costituiscono il fondamento della vera fede insegnata dalla Maestra dei popoli, la Chiesa di Cristo, Sposa verità unica ed infallibile, via di salvezza, fuori dalla quale c’è dannazione eterna.  … O uomini, intendetelo quanto questo dogma vi nobiliti. Creati a similitudine dell’augusta Trinità, voi dovete formarvi sul di lei modello, ed è questo un dover sacro per voi. Voi adorate una Trinità il cui carattere essenziale è la santità, e non vi ha santità sì eminente, alla quale voi non possiate giungere per la grazia dello Spirito santificatore, amore sostanziale del Padre e del Figlio. Per adorare degnamente l’augusta Trinità voi dovete dunque, per quanto è possibile a deboli creature umane, esser santi al pari di lei. Dio è santo in se stesso, vale a dire che non è in lui né peccato, né ombra di peccato; siate santi in voi stessi. Dio è santo nelle sue creature: vale a dire che a tutto imprime il suggello della propria santità, né tollera in veruna il male o il peccato, che perseguita con zelo immanchevole, a vicenda severo e dolce, sempre però in modo paterno. Noi dunque dobbiamo essere santi nelle opere nostre e santi nelle persone altrui evitando cioè di scandalizzare i nostri fratelli, sforzandoci pel contrario a preservarli o liberarli dal peccato. Siate santi, Egli dice, perché Io sono santo. E altrove: Siate perfetti come il Padre celeste è perfetto; fate del bene a tutti, come ne fa a tutti Egli stesso, facendo che il sole splenda sopra i buoni e i malvagi, e facendo che la pioggia cada sul campo del giusto, come su quello del peccatore. Modello di santità, cioè dei nostri doveri – verso Dio, L’augusta Trinità è anche il modello della nostra carità, cioè dei nostri doveri verso i nostri fratelli. Noi dobbiamo amarci gli uni gli altri come si amano le tre Persone divine. Gesù Cristo medesimo ce lo comanda, e questa mirabile unione fu lo scopo degli ultimi voti che ei rivolse al Padre suo, dopo l’istituzione della santa Eucarestia. Egli chiede che siamo uno tra noi, come Egli stesso è uno col Padre suo. A questa santa unione, frutto della grazia, ei vuole che sia riconosciuto suo Padre che lo ha inviato sopra la terra, e che si distinguono quelli che gli appartengono. Siano essi uno, Egli prega, affinché il mondo sappia che Tu mi hai inviato. Si conoscerà che voi siete miei discepoli, se vi amate gli uni gli altri. « Che cosa domandate da noi, o divino Maestro, esclama sant’Agostino, se non che siamo perfettamente uniti di cuore e di volontà? Voi volete che diveniamo per grazia e per imitazione ciò che le tre Persone divine sono per la necessità dell’esser loro, e che come tutto è comune tra esse, così la carità del Cristianesimo ci spogli di ogni interesse personale ». – Come esprimere l’efficacia onnipotente di questo mistero? In virtù di esso, in mezzo alla società pagana, società di odio e di egoismo, si videro i primi Cristiani con gli occhi fissi sopra questo divino esemplare non formare che un cuore ed un’anima, e si udirono i pagani stupefatti esclamare: « Vedete come i Cristiani si amano, come son pronti a morire gli uni per gli altri! » Se scorre tuttavia qualche goccia di sangue cristiano per le nostre vene, imitiamo gli avi nostri, siamo uniti per mezzo della carità, abbiamo una medesima fede, uno stesso Battesimo, un medesimo Padre. I nostri cuori, le nostre sostanze siano comuni per la carità: e in tal guisa la santa società, che abbiamo con Dio e in Dio con i nostri fratelli, si perfezionerà su la terra fino a che venga a consumarsi in cielo. – Noi troviamo nella santa Trinità anche il modello dei nostri doveri verso noi stessi. Tutti questi doveri hanno per scopo di ristabilire fra noi l’ordine distrutto dal peccato con sottomettere la carne allo spirito e lo spirito a Dio; in altri termini, di far rivivere in noi l’armonia e la santità che caratterizzano le tre auguste persone, e ciascuno di noi deve dire a sé  stesso: Io sono l’immagine di un Dio tre volte santo! Chi dunque sarà più nobile di me! Qual rispetto debbo io aver per me stesso! Qual timore di sfigurare in me o in altri questa immagine augusta! Qual premura a ripararla, a perfezionarla ognor più! Sì, questa sola parola, io sono l’immagine di Dio, ha inspirato maggiori virtù, impedito maggiori delitti, che non tutte le pompose massime dei filosofi.

3

Te Deum Patrem ingenitum, te Filium unigenitum, te Spiritum Sanctum Paraclitum, sanctam et individuam Trinitatem, toto corde et ore confitemur, laudamus atque benedicimus. (ex Missali Rom.).

Indulgentia quingentorum dierum.

Indulgentia plenariasuetis conditionibus, si quotìdie per integrum mensem precatiuncula devote reperita fuerit

(S. C. Ind., 2 iul. 1816; S. Pæn. Ap., 28 sept. 1936).

12

a) O sanctissima Trinitas, adoro te habitantem per gratiam tuam in anima mea.

b) O sanctissima Trinitas, habitans per gratiam tuam in anima mea, facut magis ac magis amem te.

c) O sanctissima Trinitas, habitans per gratiam tuam in anima mea, magis magisque sanctifica me.

d) Mane mecum, Domine, sis verum meum gaudium.

Indulgentia trecentorum dierum prò singulis iaculatoriis precibus etiam separatim (S. Pæn. Ap., 26 apr. 1921 et 23 oct. 1928).

16

a) Sanctus Deus, Sanctus fortis, Sanctus immortalis, miserere nobis.

b) Tibi laus, tibi gloria, tibi gratiarum actio in sæcula sempiterna, o beata Trinitas (ex Missali Rom.).

Indulgentia quingentorum dierum prò singulis invocationibus etiam separatim.

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotìdie per integrum mensem alterutra prex iaculatoria devote recitata fuerit (Breve Ap., 13 febr. 1924; S. Pæn. Ap., 9 dec. 1932).

40

In te credo, in te spero, te amo, te adoro, beata Trinitas unus Deus, miserere mei nunc et in hora mortis meæ et salva me.

Indulgentia trecentorum dierum (S. Pæn. Ap., 2 iun.)

43

CREDO IN DEUM,

Patrem omnipotentem, Creatorem cœli et terræ. Et in Iesum Christum, Filium eius unicum, Dominum nostrum: qui conceptus est de Spiritu Sancto, natus ex Maria Virgine, passus sub Pontio Pilato, crucifixus, mortuus et sepultus; descendit ad inferos; tertia die resurrexit a mortuis ; ascendit ad cœlos; sedet ad dexteram Dei Patris omnipotentis; inde venturus est iudicare vivos et mortuos. Credo in Spiritum Sanctum, sanctam Ecclesiam catholicam, Sanctorum communionem, remissionem peccatorum, carnis resurrectionem, vitam æternam, Amen.

Indulgentia quinque annorum.

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo quotìdie per integrum mensem praefatum Apostolorum Symbolum pia mente recitatum fuerit (S. Pæn. Ap., 12 apr. 1940).

ACTUS ADORATIONIS ET GRATIARUM ACTIO PROPTER BENEFICIA, QUÆ HUMANO GENERI EX DIVINI VERBI INCARNATIONE ORIUNTUR.

45

Santissima Trinità, Padre, Figliuolo e Spirito Santo, eccoci prostrati alla vostra divina presenza. Noi ci umiliamo profondamente e vi domandiamo perdono delle nostre colpe.

I . Vi adoriamo, o Padre onnipotente, e con tutta l’effusione del cuore vi ringraziamo di averci dato il vostro divin Figliuolo Gesù per nostro Redentore, che si è lasciato con noi nell’augustissima Eucaristia sino alla consumazione dei secoli, rivelandoci le meraviglie della carità del suo Cuore in questo mistero di fede e di amore.

Gloria Patri.

II. O divin Verbo, amabile Gesù Redentore nostro, noi vi adoriamo, e con tutta l’effusione del cuore vi ringraziamo di aver preso umana carne e di esservi fatto, per la nostra redenzione, sacerdote e vittima del sacrificio della Croce: sacrificio che, per eccesso di carità del vostro Cuore adorabile, Voi rinnovate sui nostri altari ad ogni istante. 0 sommo Sacerdote, o divina Vittima, concedeteci di onorare il vostro santo sacrificio nell’augustissima Eucaristia con gli omaggi di Maria santissima e di tutta la vostra Chiesa trionfante, purgante e militante. Noi ci offriamo tutti a voi; e nella vostra infinita bontà e misericordia accettate la nostra offerta, unitela alla vostra e benediteci.

Gloria Patri.

III. O divino Spirito Paraclito, noi vi adoriamo, e con tutta l’effusione del cuore vi ringraziamo di avere con tanto amore per noi operato l’ineffabile beneficio dell’Incarnazione del divin Verbo, beneficio che nell’augustissima Eucaristia  si estende e amplifica continuamente. Deh! per questo adorabile mistero della carità del sacro Cuore di Gesù, concedete a noi ed a tutti i peccatori la vostra santa grazia. Diffondete i vostri santi doni sopra di noi e sopra tutte le anime redente, ma in modo speciale sopra il Capo visibile della Chiesa, il Sommo Pontefice Romano [Gregorio XVIII], sopra tutti i Cardinali, i Vescovi e Pastori delle anime, sopra i sacerdoti e tutti gli altri ministri del santuario. Così sia.

Gloria Patri.

Indulgentia trium annorum (S. C. Indulg. 22 mart. 1905; S. Pæn. Ap., 9 dec. 1932).

Queste sono le feste del mese di FEBBRAIO 2022

1 Febbraio S. Ignatii Episcopi et Martyris  –  Duplex

2 Febbraio In Purificatione Beatæ Mariæ Virginis    Duplex II. classis *L1*

3 Febbraio S. Blasii Episcopi et Martyris    Simplex

4 Febbraio S. Andreæ Corsini Episcopi et Confessoris    Duplex m.t.v.

                    I VENERDI

5 Febbraio S. Agathæ Virginis et Martyris    Duplex *L1*

                    I SABATO

6 Febbraio  Dominica V Post Epiphaniam    Semiduplex Dominica minor *I*

          S. Titi Episcopi et Confessoris    Duplex

Festa dell’ARCICONFRATERNITA DEL CUORE DI MARIA

7 Febbraio S. Romualdi Abbatis    Duplex m.t.v.

8 Febbraio S. Joannis de Matha Confessoris    Duplex m.t.v.

9 Febbraio S. Cyrilli Episc. Alexandrini Confessoris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex m.t.v.

10 Febbraio S. Scholasticæ Virginis    Duplex

11 Febbraio   In Apparitione Beatæ Mariæ Virginis Immaculatæ   

12 Febbraio Ss. Septem Fundatorum Ordinis Servorum B. M. V.    Duplex

13 Febbraio Dominica in Septuagesima    Semiduplex II. classis *I*

14 Febbraio S. Valentini Presbyteri et Martyris    Simplex

15 Febbraio SS. Faustini et Jovitæ Martyrum    Simplex

18 Febbraio S. Simeonis Episcopi et Martyris    Simplex

19 Febbraio Sanctae Mariae Sabbato    Simplex

20 Febbraio Dominica in Sexagesima    Semiduplex II. classis

22 Febbraio

In Cathedra S. Petri Apostoli Antiochiæ    Duplex majus *L1*

23 Febbraio S. Petri Damiani Episcopi Confessoris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

24 Febbraio S. Matthiæ Apostoli    Duplex II. classis *L1*

27 Febbraio Dominica in Quinquagesima    Semiduplex II. classis

LE VIRTÙ CRISTIANE (6)

LE VIRTÙ CRISTIANE (6)

S. E. ALFONSO CAPECELATRO Card. Arcivescovo di Capua

Tipografia liturgica di S. Giovanni

Desclée e Lefebre e. C. Roma – Tournay

MDCCCXCVIII

PARTE Ia

LE VIRTÙ TEOLOGALI E LA VIRTÙ DELLA RELIGIONE

CAPO V.

LA VIRTÙ DELLA CARITÀ E GLI AMORI PARTICOLARI

Nel Capo II del Genesi, Moisè, dopo di aver descritto il delizioso soggiorno dell’Eden, nel quale il Signore aveva messo l’uomo, dice così: “E da questo luogo di delizie scaturiva un fiume ad innaffiare il paradiso, e questo fiume di là si spartiva in quattro capi o quattro fumi minori. L’uno di essi è detto Phison, e scorre nel paese dove nasce l’oro, l’altro Gehon, il terzo Tigri; il quarto è l’Eufrate.” Ora nel primo gran fiume, che fu uno dei più belli ornamenti dell’Eden, e che si apriva in quattro fiumi minori, vi ha un’immagine parlante del dono d’amore, datoci dal Signore. L’ amore in noi, in sustanza, è uno; ma poi, volgendosi a diversi obbietti, si divide non in quattro amori soltanto, come avveniva del fiume dell’Eden, sì bene in un numero indefinito di amori, i quali anzi possono esser tanti, quanti sono gli obbietti, in cui l’intelletto e il cuore umano trovano un raggio del vero, del bene e del bello divino. Anche in questa molteplicità di amori, noi specchiamo finitamente e imperfettamente il Signore Iddio che, sebbene massimamente uno, quando creò l’universo, “aperse in muovi amor l’eterno Amore.! (Parad. XXIX). Intanto, poiché noi si può, per virtù di grazia, metter le ali al nostro libero amore, e, di naturale che è, elevarlo anche ad amore soprannaturale di carità; ne segue che la carità può ben entrare in tutt’i nostri amori particolari, purché siano buoni. Cotesti amori sono moltissimi; e io accennerò soltanto i principali, perchè nei Cattolici. si accenda il desiderio di nobilitarli, e santificarli tutti nella virtù dolcissima della carità. Dirò dunque della carità soprannaturale nell’amore di sé, nell’amore coniugale, nell’amore domestico, in quello degli amici, e in ultimo volgerò in occhiata anche all’amore di quei beni esteriori, onde è tanto ricco l’universo. L’amore dei beni particolari, come fu detto, può diventare reo, o perché l’obbietto suo è malo, con qualche apparenza di bene, la quale se mancasse, l’amore tornerebbe impossibile, o per troppo o per troppo poco di vigore che l’amore abbia. E allora, per cotali forme d’amore disordinato, avviene che la creatura vada contro il suo Creatore, o per dirlo con Dante avviene che “Contra il Fattore adovra sua fattura”. Allorché poi l’obbietto dell’amore è buono, e non si trasmoda o per troppo o per troppo poco; l’amore naturale è buono, secondo natura. Ancora, si può più concisamente affermare, che, avendo Iddio messo una gradazione ordinatissima nei vari beni creati; l’amore, sempre che obbedisce a questa gradazione, è naturalmente buono, e se la turba e la capovolge risulta naturalmente reo. – Or dunque diamo una rapida occhiata ai vari amori particolari, che si sono qui avanti indicati, e accostiamoli alla carità soprannaturale; la quale fiammeggiante, possente .e feconda com’è, ha due forze, l’una d’impedire gli amori particolari che trasmodino, l’altra di nobilitarli e di incelarli. Tutti questi amori buoni sono tali, perché le creature, in quanto esistono, sono buone; ed essendo altresì effigiate sul tipo delle idee dell’intelletto divino, riescono acconce a svegliare desiderio di sé. Nondimeno, pel peccato d’origine, per i peccati attuali più o meno frequenti e gravi, onde l’uomo si corrompe e si disordina, per le tentatrici vanità del mondo, per la guerra interiore, che ciascuno sente in se stesso; questi amori dico, non prima spuntano nell’animo umano, intoppano in gravi difficoltà, sicché agevolmente diventano amori disordinati. E le principali difficoltà sono due: o che l’animo sia talmente preso da un amore particolare, che trasmodi, ed esca fuori del retto ordine suo: o che, l’amore umano pel suo smodato inchinamento alle cose corporee e basse, anziché elevarsi principalmente (com’è suo debito) a ciò che è spirituale e alto, discenda e si prostituisca in basso. Se, ponghiamo, un’affettuosa madre famiglia ecceda tanto nell’amore particolare del figliuolo, da dimenticare l’amore del consorte, del prossimo, di Dio; costei malamente ama, perché nel suo amore, benché in sustanza buono, c’è il troppo. E se, amando il figliuolo, l’amore non lo volge principalmente all’anima di lui, che è la parte più nobile e più degna di amore, ma invece lo volge tutto al corpo, che è cosa bassa e vile in comparazione dell’anima; ed ella ama disordinatamente, e però malamente. Ebbene ci ha forse nel mondo un balsamo, che valga a risanare, a riordinare, a nobilitare e a elevare in alto, fino a Dio, questi varj amori particolari? Vi ha indubbiamente; ed è un altro amore santo, celestiale, nobile, che è l’amore di carità. Quando un’onda vivace di carità scorre tra le onde svariate dei nostri amori umani, le raccoglie tutte in sé, comunicando ad esse la propria virtù. Nondimeno allorché l’amore particolare, qualunque esso sia, è sanato e rinvigorito dall’amore di carità, non ismette punto la sua natura di amore particolare e umano. Oltre a ciò, per il contatto che l’amore particolare e umano ha con l’amore universale e celeste, esso si trasfigura e, senza perdere la sua natura, si eleva all’ordine soprannaturale. Avviene di ciò, quel medesimo che avviene dell’occhio umano. Il quale, se guarda sempre e soltanto in basso, non vede che la terra; e, se per lo contrario guarda in alto, non perde la capacità a guardare la terra: ma le colline, i monti, il cielo, le stelle lucenti lo elevano in una regione immensamente più bella e viemaggiomente lo rallegrano. Per questo sponsalizio dell’amore umano con la carità, ciascun amore buono particolare riesce fontana di meriti per la vita eterna. Laonde gli amori di padre, di figlio, di marito, di moglie di amico nel Cristiano fervente, oltre alle dolcezze proprie di ciascuno di questi affetti, riescono sorgenti delle ineffabile ed eterne dolcezze della vita avvenire. Queste cose i figliuoli della Città del mondo o non le comprendono, o le stimano sogno di fantasie poetiche, e pure sono verissime. Lo potrebbero vedere. essi stessi; perciocché anche nella vita civile dei Cristiani si vedono ad occhio nudo le trasformazioni che l’amore umano ha subìto nel Cristianesimo e in tutta la sua vita. E ora volgendo dapprima uno sguardo all’amore particolare di sé, nel quale l’amante e l’amato sono un medesimo; si potrebbe forse assommare tutta la dottrina del Cattolicismo in questo nobile insegnamento di sant’Agostino: “Tu che ami gli uomini, li hai da amare o perché sono giusti o affinché diventino giusti. E dunque in pari modo tu che ami te stesso, ti devi amare o perché sei giusto o affinché lo diventi.” (De Trinitate 8, cap. 6.) – Nondimeno l’amare in questo modo sé stesso torna quasi impossibile, quando l’amore naturale non sia sanato e nobilitato dall’amore di carità; anzi, anche sanato da esso, non è senza grandi malagevolezze. La persona umana, dirò così, siede regina tra l’anima e il corpo suo, e ama l’una e l’altro non solo con amore necessario ma altresì con amore libero. Disgraziatamente dopo il peccato del primo padre, essa si sente spinta dai proprj inchinamenti a volgere l’amore più in basso, che in alto, più al corpo, che all’anima; onde assai delle volte ama più secondo la carne, che non secondo lo spirito. Or questo amore intemperante e disordinato che ama il corpo e tutte le cupidità sue sopra ogni cosa, è l’egoismo; l’egoismo, dico, che, impedendo all’amore di diffondersi fuori, lo ingrettisce, lo imbestia, lo chiude in uno strettojo di morte, e lo rende tarlo roditore di tutta la vita morale. E questo egoismo, quando invade anche lo spirito, e fa che esso ami sè stesso smodatamente fuori di Dio e del prossimo, diventa orgoglio; il quale è un egoismo un po’ più spirituale dell’altro, ma egoismo anch’esso. – Penetriamo. più addentro in questo argomento dell’amore che ciascuno ha da avere a sé medesimo, prendendo liberamente i pensieri dall’Angelico san Tommaso, e dichiarando alcune particolarità di quell’amore buono di sé, che in gran parte sboccia, come vago fiore, dall’amore di carità. L’uomo, che vive in carità, quando si tratta del proprio bene spirituale, deve amare sé più del prossimo, e di qualsiasi altra creatura; e ciò per questa ragione. L’uomo ha da amare sé e il prossimo, in quanto che l’uno e l’altro partecipano al bene divino. Ma, poiché ove si tratta di una stessa persona, l’unità dell’amante e dell’amato maggiore dell’unione tra due, cioè tra l’amante e il prossimo amato, è giusto che nei beni dello spirito noi amiamo più noi stessi che il prossimo. Da ciò segue, che nessun uomo deve volere il male proprio del peccato (ciò che sarebbe contrario all’ultimo fine della beatitudine) per liberare qualche suo fratello dal peccato. Per lo contrario l’uomo che vive in carità, deve più amare l’anima altrui, che il proprio corpo; e ciò, sia perché nell’ordine dei beni lo spirituale vale molto più del corporeo, sia perché nel soffrire qualche detrimento corporale per la persona amata, ama secondo la perfezione della virtù, e però ama anche se stesso, e il bene proprio spirituale. – Ma il Cristiano nell’anteporre il bene spirituale del prossimo al proprio corpo, deve forse andar tanto avanti dal metter la vita propria per la salute dell’anima del prossimo? Non certo sempre. Invero san Tommaso insegna così: (vedi 2, 2, q. 26, art. 4 in cor.)“La sollecitudine e la cura della vita del proprio corpo appartiene a ciascun individuo intimamente, e come cosa propria: non è lo stesso della salute spirituale del prossimo, da qualche caso particolare infuora. Però non è necessario, per necessità di carità, che l’uomo esponga la vita propria per la salute spirituale del prossimo, se non nel caso in cui ha obbligo stretto di provvedere ad essa. Nonpertanto che taluno offra la propria vita spontaneamente per la salute del prossimo, ciò appartiene non all’obbligo ma alla perfezione della carità” (2, 2, q. 26, art. 5 ad 1). E questa perfezione, elevata a un grado infinito e divino, è la perfezione della morte di Gesù Cristo; il quale, secondo la frase biblica, premuto sotto il torchio di dolori ineffabili, volle soffrire il tormento della Croce, e morì per la salute di tutto il genere umano. Questa medesima perfezione del dar la vita pel prossimo, Gesù la meritò e la ispirò ai molti milioni di martiri; i quali morirono di certo per testimoniare la fede, ma anche per la salute delle anime. Il sangue invero, da ciascun martire sparso sulla terra, riuscì seme di martiri novelli, e il sangue di tutti uniti insieme fu uno dei fonti di salute, dato alla Chiesa per salvare le anime; perciocché il martirio cristiano riesce uno dei validi argomenti della verità del Cristianesimo, e una forma nobilissima e fortissima di apostolato cattolico. – Se non che la fiamma viva e lucente della carità, che sana e nobilita l’amore di sé stesso, sana e nobilita altresì lamore conjugale. L’amore conjugale, anche guardato naturalmente, non è onesto e buono se non nel matrimonio indissolubile; perciocché solo nel matrimonio indissolubile raggiunge tutta la sua finalità. Nonpertanto questo amore conjugale, esso più di tutti gli altri, dopo il peccato di origine, tende a discendere in basso; e però esso più di tutti gli altri ha bisogno della sanatrice virtù della carità cristiana. – Di nessun altro amore la Scrittura divina dichiara la natura e la perfezione sua primitiva così particolarmente, come dell’amor conjugale. Iddio medesimo infonde questo amore in Adamo, creando da lui e come immagine di lui, la consorte Eva, e volendo che egli la tenga come un altro se stesso. Poi comanda ad entrambi che s’amino come fossero una sola persona, ché tanto vale il dire: saranno due in un solo corpo. Or questa nobile e strettissima forma d’amore, di due che sono uno, essa è la legge dell’indissolubile amor conjugale; una legge ammirabile, che il peccato rese difficile, ma che Cristo confermò e rese agevole, mercè la virtù illuminatrice e santificatrice del Sacramento matrimoniale. Ancora, benché questo amore conjugale sia, più che tutti gli altri, turbato dalla tirannia della concupiscenza (che senza esser peccato, viene dal peccato e al peccato c’inclina – Conc. Trid.); pure nel nuovo Testamento questo amore, dico, è levato a una grande altezza dall’Apostolo san Paolo. Il quale di esso e di nessun altro amore dice, che s’abbia da paragonare all’amore di Cristo colla Chiesa: “Mariti, amate le vostre mogli, come Gesù Cristo amò la Chiesa.” (Eph.V, 25). –   Or chi non sente in queste parole il soave profumo di celestialità e di santità, che Gesù Redentore vuol diffondere in questo amor conjugale, che le passioni hanno fatto cadere sì in basso, e che il Cristianesimo vuol levare assai in alto, e santificare, principalmente perché è il primo amore, onde sorge il genere umano, cioè le famiglie che lo formano? Profondo mistero di carità divina è questo, che nello stesso amore, cui il peccato ha più contaminato e gettato nel fango, in questo stesso amore sovrabbondi la divina bontà; sicché esso debba ricopiare, quanto le cose umane e basse possono ricopiare le divine e altissime, il tipo ineffabile di amore divino, onde Gesù Cristo amò e ama la sua immacolata e dolcissima Sposa la Chiesa. Intanto, l’amore di carità, quando abbellisca e vivifichi l’amore conjugale, non solo gl’impedisce di scendere tutto in basso, ma lo ordina, lo nobilita, e fa meritorio dell’eterno premio. Produce poi due etti principalissimi, ai quali è bene di fare un cenno. In questa forma di amore tra uomo e donna: brutali passioni sono riuscite, massimamente nel paganesimo, tanto ardenti e micidiali, da annientare nel  matrimonio l’amore onesto e conjugale; anzi ciò che resta nel matrimonio paganamente inteso non è neanche amore. A noi Cristiani la cosa pare al tutto assurda; ma ciò non impedisce che tra i pagani d’un tempo e i paganizzanti dell’età nostra la cosa sia certa, anche audacemente affermata dagli stessi maritati. Infatti, allorché nel matrimonio la donna è schiava, e tiranno l’uomo; dove è mai più l’amore onesto e conugale, anzi donde esso nascerebbe mai tra i conjugi? Né la tirannide, né la schiavitù furono o saranno mai sorgenti d’un sentimento così nobile, bello e ricco, com’è il sentimento di amore, L’una e l’altra, cioè la schiavitù e la tirannide, di lor natura alimentano capricci brutali e ignominie. Per restaurare dunque nel matrimonio il regno dell’amore, volto al bene e a tutte le finalità conjugali, il Cristianesimo insegna essere eguali nella sustanza l’uomo e la donna, dichiara la donna non serva, ma compagna dell’uomo, e poiché procedettero l’una dall’altro, li costituisce anzi, pel matrimonio una sola persona morale. Ma questo, che il Cristianesimo insegna, non si compie mai, se la carità del Signore, aleggiando intorno al talamo conjugale, non sani e non nobiliti l’amore dei conjugi, così spesso corrotto. Ben è vero che san Paolo vuole che le donne sieno soggette ai loro mariti, come al Signore, ma questo comandamento di soggezione è infinitamente distante dalla schiavitù pagana, e, non che impedisca l’amore, giova anzi a nutrirlo. Perciocché esso corrisponde alla natura stessa dell’uomo e della donna, all’indole di lei, a cui l’obbedire per amore è dolce, e contribuisce all’unità conjugale, la quale ha bisogno, anch’essa, di un certo ordine gerarchico. La soggezione della donna al marito in tutto ciò che non è peccato, costituisce l’obbedienza maritale; e l’obbedienza nel Cristianesimo, non che escludere l’amore, ne è la forma propria, sempre che l’amore sia tra due, l’uno inferiore all’altro. La carità dunque soprannaturale rinnova e alimenta nei matrimonj cristiani l’amore buono conjugale. – Un altro effetto mirabile della carità nell’amore conjugale è questo. La carità dà gran valore alle due finalità spirituali del matrimonio, cioè la piena unione intellettuale e morale dei conjugi, e l’educazione buona della prole. Tutti due questi beni sono impediti dalle cupidità, che tirano gli animi in basso, e l’uno e l’altro bene la carità li fa sentire e amare ai conjugi veramente Cristiani. I quali, anche se l’amore umano, per ragioni umane, con l’andare degli anni, tende a intiepidirsi; per la carità a poco a poco si unificano sempre più nei pensieri, nei desiderj, negli affetti, nelle speranze, nei dolori. E quel che più rileva, essi fermissimamente credono e sperano, che questa spiritualissima loro unione si accrescerà e si perfezionerà nel cielo, dove l’amore di Dio piuttosto che impedire i buoni e santi amori umani, li centuplica e li corona di dolcezze ineffabili. Quanto all’educazione dei figliuoli (poiché educare alcuno non è altro che farlo buono), la carità impedisce che l’educazione sia volta, come accade nei matrimonj pagani o paganeggianti, principalmente al corpo e ai beni terreni; ma eleva i figliuoli in più spirabil aere, mercè gli alti ideali della fede e della morale cristiana. La stessa coltura intellettuale dei figliuoli, la quale, senza Dio e senza il suo santo amore, riesce argomento di orgoglio, e finisce per essere anche essa vanità di vanità; per l’amore di Dio e del prossimo si eleva a una incommensurabile altezza. Gli studj, la letteratura, l’arte, la scienza servono allora non ad alimento di vanagloria e di basse cupidità, ma al perfezionamento proprio, alla glorificazione di Dio e al premio della vita eterna. – Dopo le cose dette, sarebbe quasi inutile il parlare della carità nella famiglia, perciocché l’amore di famiglia, quasi rivo da fonte, deriva dell’amore conjugale. quale amore di famiglia, come una fedele immagine ritrae l’originale, così esso ritrae con piena somiglianza la bontà o la reità dell’amore conjugale. Nondimeno io trascriverò qui alcune parole dell’Apostolo san Paolo, che, nel parlare con ispirata sapienza della famiglia cristiana, non ebbe chi lo agguagliasse mai. Eccole: “Figliuoli, siate obbedienti ai vostri genitori, perciocché ciò è giusto…. E voi, o‘ padri, non provocate ad ira i vostri figliuoli, ma allevateli nella disciplina e nelle istruzioni del Signore. Servi, siate obbedienti ai vostri padroni (terreni), con riverenza e sollecitudine nella semplicità del cuor vostro, come a Cristo…, servendo con amore, come pel Signore, e non come per gli uomini…. E voi, o padroni, fate altrettanto riguardo ad essi, ponendo da parte l’asprezza, e non ignorando che il nostro e il loro Padre è nei cieli, e che Egli non è accettatore di persone.’” (Ephes. I, 1 e seg.). Queste parole veramente d’oro sono sfavillanti di tanta spiritualità e di tanta luce, che basterebbero esse sole a nobilitare e a governare tutti gli amori di famiglia, l’amore cioè dei genitori e quelli dei figliuoli, l’amore dei padroni e quello dei servi; i quali tutti debbono essere quali membri (l’ uno più e l’altro meno nobile) d’un medesimo corpo, e diventare come una sola persona morale. – Principalmente però è da notare che nelle parole di san Paolo è ammirabile e nuovo il connubio nelle relazioni di famiglia tra l’amore e il principio gerarchico. L’amore deve governare tutte le relazioni domestiche: ed esso diventa poi comando in chi è superiore, e diventa obbedienza in chi è inferiore: sempre però nella sustanza deve restare amore, e amore che ci unisce anche a Dio e a Cristo: Obbedite come a Cristo; servite con amore, come al Signore, pensate che il vostro e il loro Padre è nei cieli. Le quali verità, se ci consolano e ci nobilitano grandemente, quando si pensa alle relazioni tra i genitori e i figliuoli, riescono al tutto ammirabili e nuove, allorché si guardi alle attinenze dei servi e dei padroni. La servitù, dico, quella che intende ad alcuni ufficj umili nelle case, il Cristianesimo la trasformò radicalmente, la costituì e la fece vivere non solo nell’amore tra il padrone e il servo, ma in un amore di carità che si eleva sino a Dio. Laonde il servo, secondo l’Apostolo, ami il padrone, ma lo ami in Dio, e così similmente il padrone ami il servo, ma lo ami in Dio, Padre dell’uno e dell’altro. Del rimanente il mutamento, avvenuto per le idee cristiane e pel soffio della carità nella relazione di servitù e di signoria domestica, si manifesta bellamente anche nel linguaggio nostro comune, in gran parte ringiovanito e nobilitato dal Cristianesimo. Il Cristianesimo, col diffondere nuove idee, ha creato molte parole nuove o ha dato significati nuovi alle antiche. Però il servo di casa, lo diciamo cristianamente non servo, ma domestico, che, è come dire persona che appartiene alla casa (domus) e alla famiglia. Che se forse non mai, come ai dì nostri, le relazioni tra padroni e domestici sono diventate spinose e arruffate, ciò dipende da che la coscienza cristiana, cioè il sentimento vivo, forte ed efficace del bene e del male, si è di molto affievolito e offuscato, sì nei padroni, sì nei domestici. Spesso le idee cristiane ci sfiorano la mente quasi come una bella poesia; ma non mettono radici nel cuore e nel sentimento, e allora poco o punto giovano. – Oltre le forme particolari d’amore già toccate, ve ne ha un’altra più spirituale, e forse più bella ancora: intendo l’amore di amicizia. L’amore d’ amicizia per fermo rassomiglia più di tutti gli altri a quello di carità; onde l’Angelico san Tommaso dà il nome di amore d’amicizia all’amore che Iddio ha verso di noi. Ciò non impedisce che anche questo amore d’amicizia, di per sé tanto puro e nobile, possa o corrompersi o, come le piante malaticce, imbozzacchire allorché l’aura celeste di carità non vi spiri dentro. L’ uomo specchia il proprio animo in tutt’i suoi amori; di che, juando l’animo è o disordinato, o uso a inclinarsi al basso, e a troppo ripiegarsi sopra sé stesso per egoi0smo, anche l’amore di amicizia riesce gelido o contaminato dagli stessi vizj. Però l’amore di amicizia esso altresì ha bisogno che la carità lo sani, lo ordini, lo nobiliti, e lo renda meritorio, secondo l’insegnamento della Bibbia nell’Ecclesiastico « Colui, che teme Iddio, ed egli avrà facilmente una buona amicizia.» (Eccl., VI, 14, 15). In quella guisa che san Paolo riesce ammirabile nel descrivere e nobilitare l’amore conjugale e familiare; così i Libri sapienziali dell’antico Testamento ci han lasciato una tale dipintura dell’amicizia, che la più bella e soave non si trova. Parla il Signore, ispiratore dei divini Libri, com’è naturale, dell’amicizia che vive nella carità, e la effigia così: “L’amico fedele è una protezione possente, e chi lo trova, ha trovato un tesoro. Nessuna cosa è da paragonarsi a un amico fedele, e neanche una massa d’oro e d’argento è degna di esser messa in bilancia con la fedeltà di lui. L’amico fedele è balsamo di vita e d’immortalità, e coloro che temono il Signore, lo troveranno. — Come l’unguento e la varietà degli odori rallegrano il cuore; così i buoni consigli dell’amico danno conforto all’animo. Non esca dall’animo tuo il tuo amico, e non ti dimenticare di lui, quando sii venuto in ricchezze.” (Proverb, XXVII; Eccles., XXXVII 6). — Gli stessi Libri sapienziali dipingono al vivo la perfidia dell’amicizia finta; e poi escono in queste parole: “Oh scelleratissima invenzione, donde sei uscita tu a ricoprire la terra di tante malvagità e perfidie!” (Eccles. XXVII, 3.). – E ora consideriamo un po’ addentro questa dolcissima virtù dell’amicizia cristiana, facendo in parte nostri i pensieri di sant’Agostino, dell’Angelico san Tommaso, e anche di Dante, che nella dottrina morale, come nella teologica, fu così fedele discepolo dell’Aquinate. La virtù dell’amicizia consiste nella concordanza e nell’unione degli animi in una medesima volontà. Ma, per costituire amicizia vera e secondo carità, questa unione deve riguardare in prima il fine ultimo della volontà umana, il quale è il bene. Questo fine l’amicizia se lo ha da mettere avanti agli occhi molto di più, che non i desiderj particolari di essa volontà. In quella medesima guisa che si direbbe vero amico di un infermo chi gli procurasse la salute, e non chi aderisse ai desiderj nocivi di lui; così s’ha da pensare d’ogni buona e vera amicizia cristiana. Laonde sant’Agostino in uno stupendo suo sermone distingue tre forme di amicizia possibili, dicendo così: “Vi ha degli amici, uniti di amicizia mala, la quale anzi non s’ ha a dire neanche amicizia; perciocché nasce da coscienza rea. Costoro commettono insieme opere male e pajono amici, perché li anima una stessa coscienza malvagia. Oltre di questa perfida amicizia, ve ne ha un’altra, la quale è materiale o piuttosto profana, ed essa consiste nella consuetudine dell’abitare, del parlare, e dello stare insieme con diletto; sicchè l’amico si rattrista se l’altro lo lascia; e quando vivono unitamente, l’uno non si vorrebbe mai dall’altro disgiungere. Questa amicizia è di per sé onesta; ma è amicizia di consuetudine non di ragione. Anche gli animali, in certo modo, hanno una simile amicizia. Due cavalli mangiano insieme, e desiderano di non separarsi; cammina l’uno, l’altro si affretta di seguirlo, come amico ad amico; se il padrone rattiene uno dei suoi cavalli, quando l’altro si allontana, il primo appena gli esce dalle mani che lo raffrena, va e corre con fuga verso il compagno. Vi ha infine un’altra amicizia assai superiore, e questa amicizia non è di consuetudine, ma di ragione. Essa nella vita presente si fonda tutta nella fedeltà e nella benevolenza, che gli amici hanno tra loro. Ancora, una tale amicizia ha il principale suo fondamento in tutto ciò che è divino, o che proceda da Dio. Laonde quando l’amico vede nell’amico il bene, ed ei lo ama, e così facendo ama in esso il suo Iddio. (August. « In quodam sermone, citato nel Flores Doctorum etc.). Oltre a ciò, l’amicizia buona è pure dolcissima cosa, in quanto che appaga i desiderj onesti e buoni degli amici, con i quali vive in concordia e unità di volere. In vero il Cristiano amico, come nota l’Angelico, si diletta del bene dell’amico suo, e comunica a lui il proprio bene; dona ciò che può all’amico, senza attender di essere richiesto, e così il dono suo riesce più spontaneo, più libero, più gradito. Chi lo riceve, non soffre del pensiero di gravare l’amico, anzi gode ed è grato a lui del libero suo amore. L’uno e l’altro prendono diletto di un modo di dare e di ricevere così nobile e santo. Ancora, l’amico, se, per un verso, si rattrista del male dell’amico suo, per un altro verso, se soffre egli stesso, rivela al suo diletto il male proprio quanto più tardi può, e attenuandolo, quanto può: va prontamente a lui, quando lo sa afflitto, e va non chiamato, perché l’aspettare l’invito gli parrebbe scemamento di amore. Per questa soave comunicazione dell’amicizia, la conversazione con gli amici ci riesce sopramodo dilettevole. Ed è giusto; perciocché la conversazione ci manifesta il bene dell’amico, che a noi è quasi bene proprio. E, poiché per il senso del vedere, meglio che per gli altri sensi, si conoscono le cose, segue che gli amici principalmente desiderano di vedersi. Infine, essendo certo che l’uomo può meglio conoscere e valutare i beni degli altri, che non i propri, ragionevolmente accade che l’uomo si diletti più del conversare con l’amico, che non con se stesso. Tali sono dunque le sante e nobili delicatezze dell’amicizia cristiana. Però Dante a ragione scrisse che non si può avere vita perfetta, senza amici, e che nell’amicizia buona la virtù d’un amico accresce quella dell’altro amico.  (Convit., I, 8; 1, e 3. — Qui cadrebbe opportuno di dire alcun che del dolcissimo e nobile amore di patria; ma ho in animo di parlarne distesamente altrove, Ora basti il considerare che le cose dette dell’amore di famiglia valgono egualmente per l’amore della patria, la quale è in senso largo la nostra seconda famiglia.). – Se non che l’uomo è stato così naturato da Dio, che ha propensione di amore non solo verso le persone, ma anche verso le cose sensibili. E con ragione; perciocché amore è tendenza al bene, e anche le cose senili sono buone, anzi molto buone, secondo che è detto nel Genesi: “ E Iddio vide tutto ciò che aveva fatto ed era molto buono.” (Gen. I, 31). Per quali ragioni tutte le cose create siano in sé buone, fu già accennato avanti; ma non è inutile ricordarlo anche qui. Sono buone, e anzi molto buone le cose create, perché riflettono anch’esse la luce dell’infinito Bene, che è Iddio. Certo, chi voglia paragonare questi riflessi della divina luce, con le nobili e spirituali immagini di Dio, che sono l’Angelo e l’uomo, li dirà riflessi pallidi e opachi, o piuttosto quasi ombre, in cui appena si vede qualche scintilla della divina Bellezza. Ma l’eterna Bellezza, che nelle cose create imperfettamente si specchia, è tanto fuori di ogni misura, che anche una piccola scintilla di luce sua basta per indurci ad amarle, e talvolta disgraziatamente, per la degenerata natura nostra, ad amarle anche troppo. – In vero tutta la natura materiale effigia Iddio in un modo misterioso, e parla a noi di Lui. Così la bellezza dei colli, dei campi, dei fiori, delle stelle effigia a noi la eterna Bellezza di Dio; il mare e l’indefinita e azzurra volta del cielo ci dànno immagine dell’Immenso, dell’Eterno, dell’Incomprensibile; l’ordine e la grande armonia del creato ci parla l’ ordine infinito e l’ eterna armonia, che regna in Dio, e anzi è Dio stesso; il sole infine con la sua luce effigia gli splendori del divino intelletto, e col suo calore ci specchia Iddio medesimo primo eterno e fiammeggiante Amore. Or, poiché anche le cose materiali, perché effigiano Iddio, sono veri beni; l’amore nostro per esse, secondo il divino ordinamento, doveva servirci come di scala al nostro amore a Dio; sicchè l’un amore non si disgiungesse mai dall’altro. Ma disgraziatamente, pel peccato d’origine tutte le gerarchie furono turbate e guaste, e principalmente le gerarchie di amore. Ne seguì che l’uomo quasi sempre ami disordinatamente i beni esteriori, e il disordine riesca tanto micidiale, che la scala di amori, la quale dovrebbe farci ascendere verso il Bene e l’Essere infinito, che è Dio, spesso ci fa discendere verso il male, e il non essere che è il nulla. – Oltre a ciò i beni materiali, da Dio creati, altri servono alla nostra vita, e ci dilettano per questo: altri la migliorano e pur ci dilettano: altri hanno per giunta un loro diletto particolare, che è del corpo, ma che lo sente lo spirito e tutta la persona. Così per esempio l’aria, l’acqua, il cibo ci mantengono la vita, le ricchezze e gli agi ce l’abbelliscono e migliorano; il canto degli uccelli e le melodie delle voci e degli istrumenti rallegrano l’udito; i fiori, la marina, i colli, la luce rallegrano l’occhio; e le frutta gustose, e il frumento, e il succo della vite ci riescono grati al gusto. Tutti questi beni noi li amiamo, e giustamente li amiamo. Ma, poiché il peccato ci trae in basso possentemente, assai delle volte noi li amiamo troppo; li amiamo tanto, sino a dimenticare tutta quella aurea serie di beni spirituali, che valgono tanto di più, e sino lo stesso Bene eterno infinito. – Le cose materiali dunque, che, per le ragioni dette, sono di per sé amabili; l’uomo, dopo il peccato, quasi sempre le ama troppo e disordinatamente e male; s’impiglia in esse, ed esse gl’impediscono il volo dell’anima verso i beni spirituali, e verso Iddio stesso. Ma la dolcissima carità, come sana e ordina e nobilita santifica gli altri amori particolari; così fa egualmente dell”amore alle cose sensibili. Produce tutti questi benefici effetti, sia per lume e per movimento di grazia interiore, sia per effetto suo proprio. L’amore di carità ci adusa a dare a ciascuno dei molti beni, tra i quali viviamo, il suo valore proprio, senza scemare o accrescere d’una sola dramma il pregio reale d’alcuno; onde solo per chi ha vera carità, l’oro è oro, l’argento è argento, il rame è rame; tutti i beni insomma si valutano per quel che sono. L’amore di carità ci dà norme sicure nel conoscerli, sia mercè la fede, sia mercè la comparazione di ciascun bene umano con l’infinito Bene. Dippiù ci abitua a vivere di amori nobili e altamente ideali, i quali naturalmente rimpiccioliscono alla nostra mente tutti gli amori dei beni materiali, e ci procura molti diletti spirituali interiori e nobili, che ci fanno o poco o punto desiderare quei diletti materiali, che ai peccatori pajono soli desiderabili. Soprattutto la dolcissima e benefica carità di Gesù Cristo, facendoci vivere più nella vita avvenire ed eterna, che nella vita presente e temporanea, c’induce a considerare come intoppo o come superfluità ogni amore, che, fuori dell’ordine e con troppa vivacità, ci leghi ai beni terreni. – Le cose, che ho detto sin qui in questo Capo, e nei precedenti intorno alla fede, alla speranza e alla carità, tre note in una sola armonia, sono, come uno sprazzo luminoso, messo in paragone di un oceano di luce. E nondimeno esse hanno prodotto in me che scrivo (perché non dirlo?) e spero producano in qualcuno dei miei lettori, due effetti principalissimi. Il primo è che mi hanno mostrato la bellezza delle tre celesti virtù, fede, speranza e carità, o piuttosto mi ci hanno fatto meglio e più profondamente pensare. L’altro è che, scrivendo mi si è chiarito e rinvigorito il convincimento, che errano grandemente coloro, i quali stimano queste virtù essere quasi fantasmi o sogni di asceti, senza fondamento alcuno nella natura umana, e anzi fatte per contradirla. Mille volte no. Fede, speranza e carità mi rassomigliano alla scala veduta in sogno da Giacobbe; la quale, se con la cima toccava il cielo, con la base era assai ben fondata su la terra. Esse sono indubbiamente virtù celestiali, ma corrispondono in modo ammirabile alle propensioni, ai desideri, ai bisogni della nostra mente, del nostro cuore, di tutta l’anima nostra. E l’anima nostra si sente migliore, più forte, più viva, più capace di moto, quando si eleva a queste nobili altezze, che non quando s’impantana negli amori del senso, delle vanità e delle ricchezze. Ben è vero che queste dottrine, come insegnò Gesù Cristo, le comprendono piuttosto gli umili, che non i sapienti del mondo; ma anche costoro sarebbe bene che almeno ci pensassero un po’ su, e non sarebbe, io credo, senza frutto. Per quanto l’uomo si voglia imbestiare tra le corruttele e le passioni, qualcosa di alto, di grande, di nobile resta sempre nel suo spirito, e almeno in alcune ore della vita, egli non può restar sordo alla voce interiore che gli grida: in alto, in alto il cuore: perché mai tu elevi con tanto compiacimento lo sguardo al cielo, e non vuoi levare la mente e il cuore a chi creò questo cielo, e, a nostro modo d’intendere, misteriosamente vi abita? E se, poniamo, qualche uomo mondano o paganeggiante o tentennante nel bene, oltre al pensare a queste virtù, con uno sforzo della volontà si avvicinasse un po’ ad esse; chi sa che non incomincerebbe, per impulso di grazia, a sentire anch’egli che il Signore è soave, molto soave a coloro i quali lo amano, e che il giogo di Cristo è pieno di dolcezze, e il peso della legge di lui è leggero?

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO IX – “VIX DUM A NOBIS”

… “Niente Dio ama tanto in questo mondo, quanto la libertà della sua Chiesa; coloro che vogliono non giovarle, ma dominarla, dimostrano senza dubbio di essere avversari di Dio; Dio vuole che la sua Sposa sia libera, non schiava“… La sentenza di S. Anselmo fa da compendio alla lettera Enciclica che S. S. Pio IX invia ai suoi Vescovi, ai prelati e al popolo cattolico dell’Impero austriaco, minacciati da inique leggi oppressive della libertà della Chiesa di Cristo, la Chiesa Cattolica romana, in dispregio di un recente concordato con la Sede apostolica, e questo ancor più grave perché in essere in un Impero difensore storico della Chiesa Cattolica e guidato da un Imperatore cattolico. Questo dimostra come da sempre la Chiesa abbia avuto ed abbia ed avrà sempre nemici esterni ed interni, soprattutto questi che sono poi i più subdoli ed i peggiori, perché ipocriti ed ingannevoli nelle loro apparenze ossequiose e devozione affettata verso l’Autorità divina incarnata sulla terra dal Sommo Pontefice Romano. Ma ancora una volta vediamo come nella storia coloro che abbiano combattuto o non difeso gli interessi del Regno di Dio sulla terra – cioè la Chiesa di Cristo – dopo un apparente successo iniziale, abbiano pagato caramente la loro rivolta contro Dio; l’Impero Austriaco, un tempo una delle maggiori potenze mondiali,  è ridotto ad un misero staterello senza importanza alcuna, inglobato in una unione europea alla quale è totalmente asservito e tributario di ricchezze utilizzate contro i propri interessi; la famiglia imperiale, alla quale il sovrano Pontefice si rivolgeva con affetto e amore paterno, in gran parte distrutta, demolita, esiliata, destituita di ogni influenza politica e di ogni potere territoriale. Il popolo tanto amato e baluardo nel passato nei confronti di popoli barbari ed infedeli, devastato da guerre, lutti e disastri. La storia si ripete sempre, ma non insegna nulla ai corifei del demonio delle sette di perdizione che, tristemente ingannati dal serpente maledetto, sperano di avere finalmente la meglio sulla Chiesa. Ma ogni tentativo è vano ed il Signore si riderà di loro, se ne prenderà beffe e alla fine li annienterà sommergendoli nello stagno eterno di fuoco.

Pio IX

Vix dum a nobis

Avevamo appena denunciato al mondo cattolico con la lettera del 24 novembre [in realtà: 21 novembre] dell’anno scorso la grande persecuzione scatenata specialmente in Prussia e in Svizzera contro la Chiesa di Dio, quando una nuova preoccupazione si è aggiunta al Nostro dolore con le notizie pervenuteci circa le violenze che incombono sulla stessa Chiesa, la quale, fatta simile allo Sposo divino, può giustamente lamentarsi con le parole del profeta: “Aggiungono dolore alle mie ferite” (Sal 69,27). Queste violenze tanto più Ci angosciano in quanto provengono dal Governo di quella Nazione Austriaca, che nei momenti più critici per la Cristianità aveva già combattuto con valore, strettamente unita alla Sede Apostolica, per la fede cattolica. – Infatti già da alcuni anni in codesto Impero sono state emanate leggi e disposizioni assolutamente contrarie ai più sacri diritti della Chiesa e ai patti solennemente sanciti: leggi e disposizioni che nella Nostra Allocuzione ai Venerabili Fratelli Cardinali della Santa Romana Chiesa, tenuta il 22 giugno 1868, abbiamo dovuto, secondo il Nostro ufficio, condannare e dichiarare nulle. Ora poi vengono proposti all’esame e all’approvazione delle Assemblee pubbliche dell’Impero nuove leggi che presentano chiaro l’intento di asservire completamente la Chiesa, con suo gravissimo danno, all’arbitrio del potere civile, contro la divina volontà di Nostro Signore Gesù Cristo. – Il Creatore e Redentore del genere umano fondò la Chiesa come suo regno visibile sulla terra non solo per trasmettere col soprannaturale carisma dell’infallibile Magistero la sacra dottrina e per promuovere il culto divino del santo sacerdozio e la santificazione delle anime con il Sacrificio e con i Sacramenti, ma lo dotò anche di un proprio e pieno potere legislativo, giudiziario ed esecutivo per tutto ciò che riguarda il fine specifico del regno di Dio sulla terra. – Il potere soprannaturale del governo della Chiesa è, per lo stesso volere di Gesù Cristo, del tutto diverso e indipendente dal potere politico. Il regno di Dio sulla terra è il regno di una società perfetta e, come tale, è sostenuto e governato da proprie leggi, da propri diritti, da propri capi che vigilano attentamente, sapendo di dover rendere conto delle anime non ai governanti della società civile, ma a Gesù Cristo, Principe dei pastori, che li ha costituiti pastori e maestri, non soggetti, nell’esercizio del ministero di salvezza, a nessun potere terreno (cf. Eb XIII,17; Ef IV,11; 1Pt V,2). Perciò, come spetta ai Vescovi il dovere di governare, così spetta a tutti i fedeli, secondo l’ammonimento dell’Apostolo, il dovere di ubbidire e di stare sottomessi a loro; e i popoli cattolici hanno il sacrosanto diritto di non essere ostacolati da un governo civile in questo compito, imposto da Dio, di seguire la dottrina, la disciplina e le leggi della Chiesa. – Voi stessi, Diletti Figli Nostri e Venerabili Fratelli, vedete bene come Noi quale grave violazione di questa divina costituzione della Chiesa, quale intollerabile sovvertimento dei diritti della Sede Apostolica, dei Vescovi e del popolo cattolico contengono e apertamente sostengono quelle leggi, che ora sono al vaglio delle Assemblee Austriache. – Secondo tali leggi, infatti, la Chiesa di Gesù Cristo, in quasi tutte le sue disposizioni e attività che riguardano il governo dei fedeli, è considerata e ritenuta completamente soggetta e asservita al potere dell’autorità civile; e ciò è stabilito chiaramente come principio in quell’esposto delle Motivazioni, che spiegano la forza e il senso delle leggi proposte. E si dice anche espressamente che spetta al Governo civile dettare leggi sia in campo politico come in campo ecclesiastico, e vigilare e avere il controllo sulla Chiesa come su tutte le altre società private puramente umane che si trovano entro i confini dell’Impero. – Così il governo civile si arroga il compito sia di arbitrare e sindacare sull’ordinamento e sui diritti della Chiesa cattolica, sia di governarla in parte con le proprie leggi, in parte attraverso ecclesiastici che gli si sono venduti. Ne consegue che il potere terreno con l’arbitrio e la forza si sostituisce al potere sacro nel governo della Chiesa istituita da Dio per il ministero e per l’edificazione del corpo di Cristo. Contro una tale usurpazione del sacro in difesa del diritto e della verità cattolica, risponde il grande Ambrogio: “Si dice che tutto è lecito all’imperatore e che tutto è suo. Rispondo: Non pretendere, come pensi, di avere qualche diritto sulle cose divine; non gonfiarti, ma sii sottomesso a Dio. Sta scritto: a Dio, quello che è di Dio; a Cesare quello che è di Cesare. All’imperatore i palazzi, al sacerdote le Chiese“. – Per quanto poi riguarda le leggi a cui si riferisce l’esposto delle Motivazioni, benché sembri forse che esse presentino un’apparenza di moderazione se confrontate con le ultime leggi prussiane, in realtà hanno lo stesso fondamento e lo stesso carattere, e causeranno gli stessi danni alla Chiesa Cattolica nell’interno dell’Impero Austriaco. – Non intendiamo riandare passo per passo le singole leggi; ma non possiamo affatto passare sotto silenzio il torto gravissimo che dalla proposta stessa di queste leggi vien fatto a Noi e a questa Sede Apostolica, non meno che a voi, Diletti Figli Nostri e Venerabili Fratelli, e a tutto il popolo Cattolico di codesta Nazione. Infatti la Convenzione stipulata tra Noi e il serenissimo Imperatore nel 1855, garantita con solenne impegno da parte dello stesso Principe cattolico e promulgata a guisa di legge di Stato in tutto l’Impero, viene ora proposta alle Assemblee dell’Impero per essere dichiarata abrogata e nulla quasi in ogni sua parte; e ciò senza nessuna previa trattativa con questa Sede Apostolica, anzi in pieno dispregio delle Nostre giustissime rimostranze. In verità, nei tempi in cui la lealtà pubblica aveva ancora credito, un gesto simile non lo si sarebbe potuto rischiare; ora invece, in questa così triste situazione di cose, non solo si tenta, ma lo si fa. Contro questa violazione di un patto solennemente stipulato, protestiamo nuovamente davanti a voi, Nostri Diletti Figli e Venerabili Fratelli, ma con dolore molto più profondo denunciamo e riproviamo questo torto fatto a tutta la Chiesa in quanto la causa e il pretesto di questa abrogazione del Concordato e delle leggi connesse vengono attribuiti temerariamente alle definizioni della dottrina rivelata dettate dal Concilio Ecumenico Vaticano, e questi stessi dogmi cattolici sono empiamente chiamati innovazioni e stravolgimenti della dottrina della fede e della Costituzione della Chiesa cattolica. Se è vero che nella nazione Austriaca ci sono taluni che sotto la spinta di queste infami menzogne rinnegano la fede cattolica, è anche vero che l’augustissimo Imperatore insieme con i suoi gloriosi Avi e con tutta la famiglia imperiale la conserva e la professa, unitamente alla maggior parte di quel popolo a cui si danno leggi fondate su tali menzogne. – Così, dopo aver rescisso a Nostra insaputa e contro la Nostra volontà la solenne Convenzione che abbiamo stipulata col serenissimo Imperatore per provvedere alla salute delle anime e insieme al bene comune dello Stato, si adduce ora come pretesto una certa qual nuova forma di diritto e si rivendica al Governo civile un nuovo titolo giuridico per poter stabilire e decretare di propria iniziativa ciò che crederà opportuno circa gli affari spirituali ed ecclesiastici. – E questo si compie per riuscire, con l’ausilio delle leggi che ora vengono proposte, a ostacolare e impastoiare, mediante gravose obbligazioni, la inviolabile libertà della Chiesa nella cura delle anime, nel governo dei fedeli, nella formazione religiosa del popolo e dello stesso clero, nel dirigere la vita verso la perfezione evangelica, nell’amministrazione e nella proprietà dei beni; si tenta di ingenerare confusione nella disciplina cattolica, di favorire la defezione dalla Chiesa e di rafforzare, sempre con l’aiuto di quelle leggi, la coalizione e la cospirazione delle sette contro la vera fede di Cristo. Avremmo tutta la possibilità di ricordarvi quali e quanti mali si dovrebbero temere, se quelle leggi venissero promulgate. Ma un fatto, Diletti Figli Nostri e Venerabili Fratelli, non può ingannare e raggirare la vostra prudenza: cioè, quasi tutti gli uffici e i benefici ecclesiastici, anzi perfino l’esercizio dei doveri pastorali, diventeranno così soggetti al potere civile, che i sacri Vescovi, se si adattassero (che ciò non avvenga!) alle nuove leggi, sarebbero costretti a tenere il governo delle diocesi, di cui dovranno rendere conto a Dio, non più secondo i saggi decreti della Chiesa, ma secondo la volontà e l’arbitrio di coloro che saranno a capo dello Stato. – Che cosa ci sarà poi da aspettarsi da quelle proposte di leggi che passano sotto il titolo di riconoscimento degli Ordini religiosi? Decisamente la forza nefasta e l’intento ostile di quelle leggi sono così chiari, che non c’è nessuno che non capisca che sono state pensate e preparate per rovinare e distruggere le Famiglie religiose. – Il danno poi che pende sui beni temporali è così grande, che a stento si differenzia da una pubblica confisca e da un saccheggio. Quei beni, se quelle leggi ostili saranno approvate, il Governo civile li avrà in suo potere, crederà di avere il diritto di dividerli, di conferirli e di impoverirli con tasse al punto che il possesso e l’uso che ne rimarrebbero, sarebbero visti non come un decoro, ma come una beffa per la Chiesa e un velo per coprire l’ingiustizia. – Se queste sono le leggi di cui si discute nelle Assemblee dell’Impero Austriaco, e se questi, come abbiamo dimostrato, sono i principi su cui si fondano, vi risultano palesi, Diletti Figli Nostri e Venerabili Fratelli, i pericoli imminenti che incombono sul gregge affidato alla vostra vigilanza. Sono chiamate in causa l’unità e la pace della Chiesa, alla quale si vuole togliere quella libertà che San Tommaso di Canterbury ha saggiamente definito “che è l’anima della Chiesa: senza di essa [la Chiesa] non ha forza né efficacia contro coloro che cercano di impossessarsi ereditariamente del santuario di Dio” . Questo pensiero è già stato espresso prima da un altro forte difensore della libertà, Sant’Anselmo, con queste parole: “Niente Dio ama tanto in questo mondo, quanto la libertà della sua Chiesa; coloro che vogliono non giovarle, ma dominarla, dimostrano senza dubbio di essere avversari di Dio; Dio vuole che la sua Sposa sia libera, non schiava” . Perciò vogliamo sempre più incitare e infiammare la vostra sollecitudine pastorale e lo zelo di cui ardete per la casa di Dio, perché vi adoperiate a tenere lontano il pericolo che incombe. Fatevi coraggio e affrontate una lotta degna del vostro valore. Siamo certi che non avrete meno coraggio e meno valore di altri Venerabili Fratelli, che altrove, tra crudeli angherie, sono esposti pubblicamente a insulti e tribolazioni per la libertà della Chiesa, e non solo accettano con gioia di essere spogliati dei propri beni, ma addirittura sostengono in carcere la battaglia dei patimenti (Eb X, 32ss.). – D’altra parte ogni nostra speranza è posta non nelle nostre forze, ma nella potenza di Dio; qui è in gioco la causa di Dio, il quale, con parole che non passeranno, ci ha ammonito e incoraggiato: “Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia: io ho vinto il mondo” (Gv XVI, 33). Perciò Noi, che per il Nostro ufficio Apostolico, con l’aiuto della grazia divina, siamo stati costituiti come guida in questa lotta così varia e atroce contro la Chiesa, vi annunciamo e promettiamo ciò che disse una volta il Santo Martire di Canterbury con parole che si applicano benissimo alla nostra epoca e al pericolo attuale: “La causa che i nemici della Chiesa muovono contro di noi, è una causa tra loro e Dio, perché noi non chiediamo a loro nient’altro se non ciò che Dio immortale, incarnandosi, ha lasciato per testamento eterno alla sua Chiesa. Nella fede e nella carità di Cristo sorgete insieme a noi in aiuto della Chiesa e con l’autorità e la prudenza che avete, opponetevi agli uomini, che non hanno nessuna possibilità di successo, se la Chiesa di Dio gode di libertà. Contiamo molto su di voi, specialmente perché si tratta della causa di Dio. Quanto a Noi, tenete per certo che siamo disposti ad affrontare la morte temporale piuttosto che continuare a sopportare le angustie di una miserevole schiavitù. Dall’esito di questa controversia dipenderà se la Chiesa in futuro dovrà piangere (che ciò non avvenga!) per continue tribolazioni, o godere di una perenne libertà“. – Nel tentativo, che dovete fare, per prevenire con la vostra autorità, prudenza e zelo i pericoli che incombono, voi sapete che nulla sarà più utile e più opportuno quanto riunirvi a consiglio e cercare e decidere insieme le ragioni e le vie più adatte a conseguire con maggior sicurezza ed efficacia lo scopo proposto. Se vengono attaccati i diritti della Chiesa, tocca a voi ergervi frontalmente e opporre un baluardo in difesa della casa di Israele. – La resistenza sarà tanto più forte, e la difesa tanto più valida, quanto più concordi e uniti saranno l’impegno e lo sforzo dei singoli, e con quanta più cura sarà messo in opera il piano d’azione preparato e deciso in vista delle varie emergenze, che potrebbero verificarsi. Perciò nuovamente vi esortiamo a riunirvi quanto prima, a scambiarvi i rispettivi punti di vista e a stabilire un piano sicuro da tutti approvato, con cui, in ragione del vostro ufficio, possiate tutti d’accordo respingere i mali che sovrastano, e difendere la libertà della Chiesa. Era giusto che vi mettessimo al corrente della vicenda, per non dare l’impressione di mancare al Nostro dovere in una situazione così grave. Siamo persuasi infatti che voi, anche senza le Nostre esortazioni, l’avreste fatto spontaneamente. Del resto, non abbiamo ancora perduto completamente la speranza che Dio voglia allontanare per altra via le calamità che si preannunciano. Ci inducono a ben sperare la pietà e la devozione del Nostro Carissimo Figlio in Cristo Francesco Giuseppe, Imperatore e Re. Con l’ultima lettera inviatagli oggi lo abbiamo scongiurato a non permettere mai che nel suo vastissimo impero la Chiesa sia ridotta in schiavitù e i suoi sudditi Cattolici messi in gravi difficoltà. – Ma poiché sono molti coloro che attentano alla Chiesa, e ogni lentezza è sempre gravida di pericoli, è assolutamente necessario che non siate inerti. Diriga Dio le vostre decisioni, e con il suo potente aiuto vi assista perché possiate stabilire e portare felicemente a termine soprattutto ciò che riguarda il decoro del suo nome per la salute delle anime. – Come auspicio di questo celeste aiuto e come testimonianza della Nostra benevolenza a voi, tutti e singoli, Diletti Figli Nostri e Venerabili Fratelli, al Clero e ai fedeli affidati alla vostra cura, impartiamo con affetto la Benedizione Apostolica.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 7 marzo 1874, nel ventottesimo anno del nostro Pontificato.

DOMENICA IV DOPO L’EPIFANIA (2022)

Domenica IV dopo l’EPIFANIA (2022)

Semidoppio. – Paramenti verdi.

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Il Vangelo è tratto dallo stesso capo del Santo Vangelo della terza Domenica dopo l’Epifania. È il racconto di un nuovo miracolo. Gesù manifesta la sua divinità comandando ad elementi potenti ed indocili come le acque sconvolte ed i venti scatenati. E « l’Evangelista fa risaltare l’importanza del prodigio, opponendo alla grande agitazione delle onde », « la grande calma che ne segue » (Vang.). Ma è nella Chiesa che si esercita la regalità divina di Gesù; così i Padri hanno visto nei venti che soffiano in tempesta un simbolo dei demoni di cui l’orgoglio suscita le persecuzioni contro i Santi, e nel mare tumultuoso le passioni e la malvagità degli uomini; cause delle trasgressioni ai comandamenti e delle lotte fraterne. Nella Chiesa, al contrario, regna la gran legge della carità perché, se i tre primi precetti del Decalogo ci impongono l’amore di Dio, altri sette ci impongono, come conseguenza logica, l’amore del prossimo (Ep.). Dio infatti è nel prossimo perché, mediante la grazia siamo in certo modo il complemento del corpo di Cristo. È questo il mistero dell’Epifania. Gesù si rivela Figlio di Dio e tutti quelli che riconoscendolo tale, lo riconoscono loro Capo, divengono membri del suo Corpo mistico. Formando tutti un solo corpo nel Cristo, i Cristiani devono anche amarsi reciprocamente. Questa barca, dice S. Agostino, rappresenta la Chiesa la quale manifesta nei secoli la divinità di Cristo. È infatti alla protezione del Salvatore che Essa deve « malgrado la sua fragilità » (Or. Sec), se non è inghiottita in mezzo a tanti pericoli che la minacciano (Or.). Gesù, dice S. Giov. Crisostomo, sembra che dorma per costringerci a ricorrere a Lui, e salva sempre quelli che lo invocano.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XCVI:7-8 Adoráte Deum, omnes Angeli ejus: audívit, et lætáta est Sion: et exsultavérunt fíliæ Judae.

[Adorate Dio, voi tutti Angeli suoi: Sion ha udito e se ne è rallegrata: ed hanno esultato le figlie di Giuda.]

Ps XCVI:1 Dóminus regnávit, exsúltet terra: læténtur ínsulæ multæ.

[Il Signore regna, esulti la terra: si rallegrino le molte genti.]

Orémus

. Deus, qui nos, in tantis perículis constitútos, pro humána scis fragilitáte non posse subsístere: da nobis salútem mentis et córporis; ut ea, quæ pro peccátis nostris pátimur, te adjuvánte vincámus.

[O Dio, che sai come noi, per l’umana fragilità, non possiamo sussistere fra tanti pericoli, concédici la salute dell’anima e del corpo, affinché, col tuo aiuto, superiamo quanto ci tocca patire per i nostri peccati.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános.

Rom XIII: 8-10

Fratres: Némini quidquam debeátis, nisi ut ínvicem diligátis: qui enim díligit próximum, legem implévit. Nam: Non adulterábis, Non occídes, Non furáberis, Non falsum testimónium dices, Non concupísces: et si quod est áliud mandátum, in hoc verbo instaurátur: Díliges próximum tuum sicut teípsum. Diléctio próximi malum non operátur. Plenitúdo ergo legis est diléctio.

[Lettura della Lettera del B. Paolo Ap. ai Romani. Rom XIII:8-10 – Fratelli: Non abbiate con alcuno altro debito che quello dell’amore reciproco: poiché chi ama il prossimo ha adempiuta la legge. Infatti: non commettere adulterio, non ammazzare, non rubare, non dire falsa testimonianza, non desiderare, e qualunque altro comandamento, si riassumono in questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. L’amore del prossimo non fa alcun male. Dunque l’amore è il compimento della legge.]

L’Apostolo aveva esortato i Fedeli di Roma ad obbedire ai principi della terra, a pagar loro il tributo, e rendere a ciascuno tutto quanto gli si deve: perciò conclude così: non vi resti altro debito con nessuno, se non quello dell’amore che ci dobbiamo sempre gli uni agli altri: La carità è un debito perpetuo, che il vero Cristiano paga sempre, né se ne affranca mai. Non vi è nessuno dei nostri fratelli che noi non dobbiamo amare; nessuno che non dobbiamo amar sempre. Può alcuno rendersi indegno della mia affezione per i suoi portamenti sregolati, viziosi, da ingrato, anche scandalosi, ma non potrebbe liberarmi dall’obbligo di amarlo: posso io disapprovare i fatti suoi, condannarne i mali costumi, ma non sono meno obbligato d’amare la sua persona. È un dovere di religione, da cui nulla può dispensarmi; è un comandamento eguale a quello di amare Dio, così positivo, così determinato, così permanente e così fermo.

Aspirazione. O divino Gesù, versate in cuore a noi lo spirito dì carità, sicché, la vostra grazia facendoci camminare sulle vostre orme, noi adempiamo fedelmente il precetto dell’amore del prossimo.

(L. Goffiné, Manuale per la santificazione delle Domeniche e delle Feste; trad. A. Ettori P. S. P.  e rev. confr. M. Ricci, P. S. P., Firenze, 1869).

Graduale

Ps CI:16-17 Timébunt gentes nomen tuum, Dómine, et omnes reges terræ glóriam tuam.

[Le genti temeranno il tuo nome, o Signore: tutti i re della terra la tua gloria.]

Quóniam ædificávit Dóminus Sion, et vidébitur in majestáte sua. Allelúja, allelúja.

[Poiché il Signore ha edificato Sion: e si è mostrato nella sua potenza. Allelúia, allelúia]

Alleluja

Ps XCVI:1 Dóminus regnávit, exsúltet terra: læténtur ínsulæ multæ. Allelúja.

[Il Signore regna, esulti la terra: si rallegrino le molte genti. Allelúia.

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthaeum.

Matt VIII:23-27

“In illo témpore: Ascendénte Jesu in navículam, secúti sunt eum discípuli ejus: et ecce, motus magnus factus est in mari, ita ut navícula operirétur flúctibus, ipse vero dormiébat. Et accessérunt ad eum discípuli ejus, et suscitavérunt eum, dicéntes: Dómine, salva nos, perímus. Et dicit eis Jesus: Quid tímidi estis, módicæ fídei? Tunc surgens, imperávit ventis et mari, et facta est tranquíllitas magna. Porro hómines miráti sunt, dicéntes: Qualis est hic, quia venti et mare oboediunt ei?”

[In quel tempo: Gesù montò in barca, seguito dai suoi discepoli: ed ecco che una grande tempesta si levò sul mare, tanto che la barca era quasi sommersa dai flutti. Gesù intanto dormiva. Gli si accostarono i suoi discepoli e lo svegliarono, dicendogli: Signore, salvaci, siamo perduti. E Gesù rispose: Perché temete, o uomini di poca fede? Allora, alzatosi, comandò ai venti e al mare, e si fece gran bonaccia. Onde gli uomini ne furono ammirati e dicevano: Chi è costui al quale obbediscono i venti e il mare?]

OMELIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956)

LA TRIBOLAZIONE

Giù dalle colline di Tiberiade e di Magdala precipitò improvviso un colpo di vento che si rovesciò sul lago. Corse un fremito per tutto lo specchio dell’acqua; una povera barca sorpresa remeggiava disperatamente per raggiungere la sponda. Il primo colpo di vento fu ben presto seguito da un secondo, da un terzo, e l’uragano diventò spaventoso. Pochi minuti prima; com’era delizioso il lago di Genezareth! L’ora del tramonto, la quiete dei colli in giro, la. frescura vespertina e non so quale profumo di purezza e di poesia riempivano l’anima di un vago benessere. E Gesù s’era messo in barca con gli Apostoli e poi s’era sdraiato appoggiando il capo sul cuscino dei rematori: la stanchezza d’una giornata operosa, il ritmico batter dei remi gli conciliarono il sonno e s’addormentò. E dormiva anche allora che la selvaggia tempesta mugghiava, e la notte era discesa a far più terribile quell’ora. Ad un tratto la barca, trascinata in un vortice, fece acqua da tutte le parti: i discepoli, per quanto avvezzi al mare, presi dallo spavento si gettarono sul Maestro scotendolo dal sonno, « Signore! salvaci che affondiamo ». Gesù rispose: « Gente di poca fede, di che avete paura? ». Senza turbarsi, si levò nel vento e nell’oscurità della burrasca, e disse: « Placati! ». E fu la bonaccia. – La vita è come un mare che dobbiamo attraversare su d’una fragile barchetta per raggiungere, all’altra sponda, il nostro eterno destino. Ma più spesso che sul mare, intorno a noi si scatena la tempesta delle tribolazioni e cerca di sommergerci. Ci sono delle ore in cui viene spontaneo il grido disperato dell’Idumeo: « Maledetto il giorno in cui si disse: è nato un uomo ». Ci sono delle ore così fosche che la fede nella Provvidenza vacilla e s’odono Cristiani, e perfino delle buone mamme di famiglia, bestemmiare contro la giustizia di Dio, negarne l’esistenza, buttarsi in preda alla disperazione. « Che cosa ho fatto di male? Dio è ingiusto. — Meglio fare il Barabba che si è più fortunati. — Se Dio è buono perché non m’aiuta? — Oh, se ci fosse davvero questo Dio… ». Non le avrete forse pronunciate anche voi, nella vostra vita, queste bestemmie? Modicæ fidei! gente di poca fede. – Per trovare la forza di sopportare le tribolazioni bisogna aver tanta e viva fede, poiché la fede ci persuade di due cose: la tribolazione viene da Dio, la tribolazione riconduce a Dio. LA TRIBOLAZIONE VIENE DA DIO. Non si parla mai di tribolazione senza ricorrere all’antico esempio di Giobbe. Come mai questo patriarca, che pur era un uomo come noi, seppe portare santissima pazienza e rassegnazione fra tutte le sciagure che l’opprimevano? Un giorno gli arriva in casa, trafelatissimo, un servo e gli dice: «I Sabei hanno rapito i buoi che aravano e gli asini che pasturavano; hanno passato a fil di spada i tuoi servi: io solo sfuggii per miracolo ». Parlava ancora costui che ne arrivò un altro: « Un fulmine ha incendiato il tuo ovile con tutte le pecore e con tutti i servi: io solo sono qui per miracolo ». Non aveva ancora finito che ne sopraggiunge un terzo: « Mentre i tuoi figli e le tue figlie banchettavano in casa del loro fratello maggiore, il vento ha rovesciato la casa seppellendoli sotto: io solo fui salvo, per miracolo ». Allora Giobbe stracciò il suo mantello, si prostrò a terra, adorò il Signore e disse: « Nudo son nato e nudo morrò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto: sia benedetto il Signore » (Iob., 1,21); il Signore! dunque non i Sabei, non il fulmine, non il vento, ma Dio gli mandava i dolori. E quando perderà la salute, che perfin la moglie lo deriderà per la sua fiducia nella Provvidenza, egli saprà risponderle: « Tu parli come una donna stolta. Come dalle mani di Dio riceviamo volentieri le consolazioni, così dalle mani di Dio dobbiamo ricevere volentieri anche le tribolazioni ». Ecco il segreto che diede forza a Giobbe, che può dar forza anche a noi: ogni tribolazione vien da Dio, e dalle mani di Dio tutto si deve prendere volentieri perché è nostro padrone ed è nostro padre. Dio è Padrone: di noi, dei nostri cari, dei nostri beni; ed il padrone delle sue cose può far ciò che vuole, darne a noi o togliercele; donarci la salute e privarcene; metterci a fianco una persona amata e riprenderla quando a lui piace. Noi, sue povere creature, dobbiamo dire sempre: sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. – Dio è Padre: che ci ama, che vuole il nostro bene anche quando ci tormenta e ci fa piangere. Ho assistito una volta ad una vaccinazione di bambini. Le mamme stesse li portavano: ma i piccoli strillavano, sferravano i piedini come per fuggire dalle braccia materne, graffiavano, piangevano: « Mamma, cattiva cattiva ». Ma le mamme non si lasciavano commuovere e denudavano le braccine rosee e le sottoponevano alla lancetta pungente del dottore, perché le scalfisse fino al sangue. Così Dio fa con noi: ci sottopone alla vaccinazione del dolore, perché sa che è necessaria per scampare dalla malattia del peccato. Sotto l’angoscia noi, come un bambino che non capisce ancora, ci rivoltiamo contro Lui quasi a graffiarlo, ma il Signore che, come una mamma, vede più in là di quel che possiamo veder noi, non si lascia commuovere. Noi, quando entreremo in Paradiso e conosceremo ogni cosa, esclameremo: « Benedetta la severità di Dio! ». – Gesù Cristo, fratello nostro maggiore, ha sopportato tribolazioni infinite: la fatica, il disprezzo, la calunnia, il tradimento, la flagellazione, gli sputi negli occhi, la croce. Chi l’ha sostenuto nell’atroce martirio? Chi gli ha dato animo a bere l’amarissimo calice fino alla feccia? Il pensiero che quel calice glielo dava da bere suo Padre Iddio. Calicem quem dat mihi pater non bibam? – LA TRIBOLAZIONE CI RITORNA A DIO. Manasse, salito al trono di Giuda a dodici anni, corteggiato ed onorato da un popolo, nell’abbondanza dei favori divini, fece il male in cospetto al Signore. Alzò altari a Baal, piantò boschetti per gli idoli, riedificò le statue del demonio distrutte già da Ezechia, suo padre. Giunse perfino a mettere sulle braccia infocate di Moloch un suo figlio, e a lasciarlo bruciare in sacrificio al mostro. Il Signore allora suscitò gli Assiri che invasero il regno dell’empio re. Manasse, colto d’improvviso, fu vinto, preso, legato, trascinato a Babilonia. Nell’esilio obbrobrioso, il re prigioniero, solo e disprezzato, s’accorse che la mano di Dio gravava sopra il suo capo. Allora soltanto si ricordò del Signore, e si rivolse a Lui e lo scongiurò ad usargli misericordia. Postquam coangustatus est, oravit ad Dominum Deum suum. (II Par., XXXIII, 12). Così è di noi pure: quando siamo fortunati, quando la salute è buona e gli affari vanno bene, ci dimentichiamo di Dio come di una cosa inutile; e spesso calpestiamo la sua legge e viviamo lontani da Lui che ci ha creati. Ci vogliono le tribolazioni per aprirci gli occhi, per ricondurci a Dio. Non fu così, e sempre, anche del popolo di Israele? Quando Dio lo colmava di favori, il popolo cadeva nell’idolatria: incrassatus, impinguatus dereliquit Deum Factorem suum (Deut. XXXI, 15). Ma poiché il Signore riempì di tribolazione e di morte il suo cammino, ritornò a rifugiarsi nel suo Dio.Talvolta Iddio manda la tribolazione ad innocenti bambini, a uomini vissuti sempre nella giustizia; allora essa è una prova che Dio manda per accrescere i meriti dei suoi amici. Dio è come un padrone che fa lavorare molto quelli che vuol compensare molto.La tribolazione può essere anche un purgatorio terreno, col quale Iddio purifica le anime elette da ogni ombra di colpa, per riserbare ad essi nient’altro che gioia e premio; mentre la prosperità degli empi è un piccolo premio del poco bene che han fatto quaggiù, e dopo morte non avranno che dolore e castigo. – Dopo il martirio di S. Stefano, scoppiò in Palestina una persecuzione contro i Cristiani. Lazzaro, il resuscitato, le sorelle Maria Maddalena e Marta, avevano venduto la loro casa e i loro beni per beneficare i poveri e giravano di paese in paese predicando il Vangelo del Signore. Ben presto furono presi e imprigionati e poiché essi non volevano desistere dal predicare, e d’altra parte i Giudei non sapevano come farli tacere, li misero, legati, sopra una barcaccia vecchia e sconnessa e con loro posero anche Cedonio, il cieco nato guarito da Gesù; e poi li tirarono in alto mare. E là, smarriti sulle acque, legati nella barca che cigolava per ogni connessura, senza remi e senza vela, li abbandonarono alla mercé delle onde. Vennero le tenebre, soffiarono i venti, muggirono le procelle, ma sulla barca vi erano dei sinceri Cristiani che avevano in cuore una fede, e non perirono. Un mattino nel golfo di Marsiglia entrava una vecchia barcaccia, senza vela e senza remo. I curiosi che accorsero, videro legate in essa alcune persone preganti, con la serenità negli occhi e sulla fronte. Tirarono a secco la barca ed estrassero i prigionieri, Lazzaro, il risuscitato, le sorelle Maria e Marta, Cedonio, il cieco nato che riebbe la vista. Appena toccarono terra elevarono al cielo le mani e gridarono: « Gesù! ». Cristiani, quand’anche noi in qualche giorno della vita ci trovassimo come in un alto mare di tribolazioni, senza vela e senza remo, non perdiamoci di fede. Quella fede che ci fa conoscere come il dolore viene da Dio per ricondurci a Dio sarà la nostra forza, la nostra rassegnazione, la pazienza nostra fin che non entreremo nel porto del regno del cielo. Allora, toccando quella gioia senza confine, proromperemo in un grido di riconoscenza e d’amore: « Gesù! ».

– GESÙ E LE TEMPESTE DELLA CHIESA. La barca del lago di Genezareth, montata da Gesù e dai suoi primi discepoli, guidata da Pietro, rappresenta bene la Chiesa che ha ricevuto la missione divina di raccogliere nel suo grembo le anime, di condurle dalla riva della terra alla beata riva del cielo, senza lasciarle naufragare nei flutti ringhiosi e minacciosi provocati dalle passioni, « venti contrari alla vita serena ». Appena la navicella della Chiesa fu allestita e i primi passeggeri furono a bordo, già una furiosa tempesta l’assaliva. Era la collera dei Giudei che, illusi d’aver soffocato il Cristianesimo, avendo crocifisso il Cristo, non potevano sopportare di vederlo crescere ed espandersi sotto i loro occhi. S. Giovanni e S. Pietro furono imprigionati, S. Giacomo ucciso, Santo Stefano lapidato. A pochi passi dalla riva, la nave della Chiesa già pareva dovesse venir travolta. Ma Gesù si svegliò e fece un segno: Giovanni e Pietro evasero dalla prigione, dal sangue di Giacomo e Stefano germogliarono innumerevoli Cristiani. Paolo si convertì. Intanto da Roma giungevano le legioni imperiali a distruggere nel fuoco e nel sangue la nazione giudaica. E la barca della Chiesa prendeva il largo e continuava il suo cammino. Ed ecco una seconda tempesta, assai più violenta e lunga. Quella Roma che aveva rovesciato tutti i troni e i regni del mondo, aveva giurato di sommergere anche la barca di Pietro. Per tre secoli la Chiesa fu combattuta come la peggior nemica dell’Impero Romano; per tre secoli fu sparso il sangue dei Cristiani. Ma Gesù si risvegliò e fece un segno; allora l’imperatore Giuliano vinto e moribondo sul deserto orientale si strappa le bende e lancia in alto una manata di sangue, confessando la propria sconfitta. « Galileo, hai vinto tu! »; allora l’imperatore Costantino a Roma vede nel cielo sfolgorante la croce col motto: « Con questo segno vincerai », e proclama la libertà della Religione Cristiana. Intanto dalle nebbie e dalle selve nordiche discendono le orde barbariche a punire l’orgoglio romano. E la Chiesa? prende il largo sempre più, e procede per il suo cammino provvidenziale. L’islamismo sollevò un’altra paurosa procella contro la Chiesa, e s’avanzava per terra e per mare, minacciando di travolgere tutta la civiltà cristiana. Ma Gesù sì risvegliò e fece un segno: a quel segno l’Europa tutta si raduna e si precipita contro il colosso maomettano, l’arresta, l’infrange. Sulle acque di Lepanto la barca di Pietro passava vittoriosa, verso nuove conquiste. E già c’era sull’orizzonte una nuova bufera. Lutero, Calvino, Zuinglio avevano strappato dall’unità della fede popoli interi, bruciando chiese, devastando monasteri, insultando e massacrando preti e religiosi. La Germania; l’Inghilterra, la Svezia, la Danimarca, si levano contro la Chiesa. Ma Gesù si sveglia e fa un segno: ecco numerosi Santi rinnovarono lo spirito della carità e della verità; ecco un Concilio, il più grande di quanti ve ne furono, si raduna a Trento, condanna l’errore, definisce nettamente la verità e la morale religiosa. Intanto da Roma partono drappelli di missionari per l’Asia e l’America a conquistare nuove provincie all’impero dell’Amore, e la barca di Pietro si riempie di nuovi passeggeri, più numerosi dei disertori, prosegue la traversata dei secoli, sicura e possente. Ed ecco, poco più di duecento anni or sono, una filosofia incredula e una sanguinosa rivoluzione assaltare di nuovo la Chiesa con scaltrezza, disprezzo, calunnie, lenze inimmaginabili. E poi ecco un Cesare, Napoleone, novello arbitro del mondo, che sogna d’incatenare Pietro e la Chiesa e di avvinghiarli al carro del suo trionfo. Gesù si sveglia: Napoleone muore sull’isolotto di S. Elena e pensa al Dio invincibile davanti al quale aveva osato misurarsi, folle d’orgoglio; e il Papa a Roma guida di nuovo la barca della salvezza ai porti predestinati. Oggi ancora la Chiesa di Dio è assalita da ogni parte, in ogni maniera. Il Santo Padre, vecchio e dolente, leva il suo fievole gemito che fa tremare i cuori di tutti gli uomini. « Dagli estremi confini dell’Oriente sino all’ultimo Occidente — dice il Papa — giunge a noi il grido dei popoli, in cui Re e Governi veramente hanno congiurato insieme contro il Signore e contro la sua Chiesa. Vedemmo calpestati i diritti divini ed umani, i templi distrutti dalle fondamenta, religiosi e le sacre vergini scacciate dalle loro case, imprigionati, affamati, afflitti da obbrobriose sevizie; le schiere dei fanciulli e delle fanciulle strappate al grembo della Madre Chiesa, spinte a negare e a bestemmiare Cristo, e condotte ai peggiori delitti della lussuria; tutto il popolo cristiano minacciato, oppresso, in continuo pericolo di apostasia della Fede e di morte anche la più atroce ». (Da un discorso di Pio XI). – Quando si sveglierà Gesù? Noi non sappiamo né quando, né come Gesù si sveglierà. Forse tra poco e forse ancora fra molto. Questo è certo: che si sveglierà e le porte dell’inferno non prevarranno. In questa fermissima certezza noi gemiamo nella speranza, attendiamo, nella rassegnazione il giorno della vittoria e dell’amore. – GESÙ E LE TEMPESTE DELL’ANIMA. La vita dell’uomo è ben simile alla traversata, più o meno lunga, d’un lago: ogni momento ci stacchiamo remando da questa riva del tempo e ci avviciniamo alla sponda dell’eternità. Questa navigazione da principio è calma e felice come fu per gli Apostoli sul lago di Genezareth. In realtà gli anni della fanciullezza sono pieni di dolci sogni popolati da immagini soavi e gioconde. La terra è un paradiso terrestre per l’ingenuo fanciullo, a cui ogni cosa par nuova e bella, ed ogni giorno porta una promessa. I venti delle passioni e i marosi delle preoccupazioni dormono ancora, e le acque della vita scintillano tranquille e serene. Ma vien poi la giovinezza con i tumulti interiori, con i desideri violenti; viene la virilità con gli sconforti e crucci. Dal lago del cuore, che nella fanciullezza innocente pareva un limpido specchio, sono balzati rapidi venti, le onde grosse e minacciose: l’anima sbigottita si è trovata impotente di fronte a tanta forza avversa, si è sentita rapita verso l’abisso. Chi nella sua giovinezza non ha tremato per queste tempeste? Chi non fa tuttora la dura esperienza delle tentazioni e delle tribolazioni? E forse un giorno, l’anima s’è dimenticata di svegliare Gesù, e s’è lasciata trasportare da un furiosa ventata fuori della barca. Può darsi che siano anni e anni e molte anime naufragano in balìa delle passioni, senza più nessuna forza di resistenza, senza più nessuna speranza. Nel loro cuore il Gesù dell’infanzia felice, il che sulle ginocchia della madre hanno pregato, che hanno visto nei puri sogni a fanciullezza, che hanno atteso nella notte santa del Natale trattenendo il respiro nella speranza che si lasciasse scorgere nel deporre i doni, quel Gesù è sepolto in un sonno profondo che pare di morte. Sarà possibile risvegliarlo ancora dopo tant’anni? E se non sì risvegliasse più, che sarebbe ormai la vita? un naufragio. Non so dove l’abbia letto, ma in mente mi sta un racconto assai significativo. Quando i briganti Cinesi invasero il villaggio di Fiordaprile, il missionario dovette fuggire, ed ogni segno di religione fu cancellato. Anche la chiesetta fu ridotta ad abitazione del capo dei briganti. Dopo decine d’anni quel villaggio era ritornato pagano e più nessuno aveva memoria della santa Religione cristiana. Solo era rimasta una strana costumanza, che i padri insegnavano ai figli, e si tramandava di generazione in generazione. Passando davanti a un fianco di quella che era stata una chiesa, tutti si fermavano un istante, inchinavano rispettosamente la testa, e poi proseguivano; ma nessuno sapeva dare spiegazione. Un giorno passò nel villaggio di Fiordaprile un nuovo missionario e intuì in un fabbricato, nonostante le deformazioni, le linee d’una chiesa cristiana; e fece scrostare cautamente la calce da quel punto del muro verso il quale tutti solevano inchinarsi. Apparve la figura di Gesù sorridente, con le braccia aperte all’amplesso. – Cristiani, se le passioni come briganti selvaggi hanno invaso il villaggio dell’anima vostra, se il peccato ha detronizzato Iddio, ha cancellato ogni santo segno, non di meno voi non avete cessato dal rendere omaggio, tratto tratto almeno, alla Religione della vostra fanciullezza. Era un desiderio in certi momenti più forte di ogni cupidigia, era un’aspirazione insoffocata del cuore che a volte tornava a galla. Come il missionario della terra cinese, io scopro oggi in tante anime naufragate nella loro coscienza le linee del tempio di Dio, i segni sommersi del loro Battesimo. Raccoglietevi, Cristiani, scrostate con un buon esame di coscienza, con una santa confessione la calce del peccato e delle abitudini cattive. Riapparirà Gesù sorridente con le braccia aperte all’amplesso. Da troppo tempo Egli dorme, sommerso nelle profonde dimenticanze del vostro cuore; risvegliatelo coi gridi di una preghiera veemente e fiduciosa. Se Egli si sveglia, sarete salvi dalla tempesta. Nel Vangelo, si legge di alcune barche che seguivano sul lago quella di Gesù: Et aliæ naves erant cum illo (Mc., IV, 36). Di esse che è avvenuto? Non si sa. Fin che il lago restò in bonaccia esse, probabilmente, seguirono Gesù; ma al primo discatenarsi dei venti l’abbandonarono. C’è da temere che siano state travolte. Con Gesù si teme e si soffre per la tempesta, ma alla fine c’è salvezza e felicità. Quelli che per timore dei sacrifici al momento della tentazione o della tribolazione scappano indietro verso la riva del piacere trovano la morte e l’infelicità eterna. – Si dice che durante i temporali, S. Tommaso si rifugiasse in chiesa e si tenesse abbracciato al tabernacolo. Fuori il vento selvaggio ululava, la grandine crepitava sui tetti e contro i vetri, tra lampo e lampo rombavano paurosamente i tuoni. Ma egli stava sereno e sicuro: era con Gesù. Non altrimenti dobbiamo fare noi, o Cristiani, quando nel cielo della vita passano le burrasche: bisogna stringersi a Gesù. Egli non può perire, perciò tutti quelli che a Lui s’attaccano saranno salvi. Questo è il principale insegnamento che dobbiamo ricavare dal Vangelo che oggi leggiamo.  La navicella fragile è il simbolo dell’anima nostra che naviga sull’acque della vita; talvolta le tentazioni con una rabbia violenta sollevano la burrasca intorno ad essa, minacciandola di sprofondarla nel peccato. Guai se in quegli istanti non s’aggrappa a Gesù! Navicella fragile è anche la nostra famiglia che naviga sui flutti degli anni e delle vicende umane: ma talvolta le tribolazioni con soffocante assiduità sollevano la burrasca e cercano di sprofondarla nella disperazione. Guai se in certe ore di dolore e di lacrime amare non si avesse la fede in Gesù. Navicella fragile che porta Pietro e gli Apostoli è specialmente la Chiesa Cattolica; ma talvolta le persecuzioni, con diabolica perfidia, sollevano la burrasca per travolgerla, e sconquassarla se fosse possibile. Una volta fu la burrasca di sangue, poi quella delle eresie, oggi è quella dell’immoralità e del materialismo ateo. Guai se tutti i giorni Gesù non fosse con Essa! Ecco, dunque, tre pensieri da meditare: tre tempeste. Tempesta nell’anima: la tentazione. Tempesta nella famiglia: la tribolazione. Tempesta nella Chiesa: la persecuzione. – Ma noi accontentiamoci di indugiare sulle prime due. LA TENTAZIONE. Questa procella minacciosa per la nostra salvezza può essere agitata dal demonio, dalla carne, dal mondo. – Il demonio. Molti non ci credono più e lo dicono una fandonia dei nostri vecchi, ma non sanno quegl’infelici che l’ultima astuzia del demonio è quella di farsi credere morto. Raccontano che nell’Africa ci sono degli orsi che vanno alla caccia delle scimmie; ma queste, assai più snelle, come vedono le irsute fiere avanzarsi, si rifugiano sulla cima degli alberi. L’orso impotente, che fa allora? Distende la sua massa carnosa sotto la pianta e fa il morto. Ma appena le improvvide scimmie discendono al basso, di scatto si rizza, le azzanna, le sbrana. Io non so se gli orsi fan proprio così, ma son certo che proprio così fa il demonio a divorare le anime. E quelle che di lui non hanno più paura, e non temono di annegare nella burrasca delle sue tentazioni, credetelo, sono già sua preda sicura. Il demonio odia Iddio che per lui ha creato l’inferno, ma contro Dio nulla può fare. Odia gli uomini che, inferiori a lui per natura, potranno un giorno entrare in quel Paradiso da cui fu scacciato: ma contro di essi egli può molto, e se l’ascoltano, quando mette in mente laide fantasie e dubbi e bestemmie, può rovinarli per sempre. Non temiamo: alle tempeste del demonio ci salveremo sempre se con giaculatorie e preghiere desteremo Gesù che dorme sulla fragile navicella dell’anima nostra. Guardate il figliuolo di Tobia: in cammino verso un paese lontano, era entrato nel Tigri a lavarsi i piedi. Quando ecco un mostro discendere lungo la corrente per avventarsi contro lui e divorarlo. « Signore! — invocò il giovane — salvami, che mi viene addosso ». Bastò questo grido a salvarlo. Basta anche una giaculatoria, se detta con fede e amore, a salvarci dal nemico che come mostro discende contro di noi per divorarci: Resistite fortes in fide! – La carne. Dopo il peccatore originale la nostra carne cerca di ribellarsi al nostro spirito. E come un’acqua in tempesta, così essa si solleva a ondate contro di noi; e vuol soddisfare ai piaceri della gola fino a sentirsi male; e vuol soddisfare alla quiete floscia della pigrizia fino a trascurare il dovere; e vuol soddisfare alla bassa sensualità fino ai peccati più nefandi. Per salvarci dalla tempesta della nostra carne bisogna risvegliare Gesù con la mortificazione. Mortificare la gola con qualche rinuncia volontaria, col fuggire l’intemperanza, l’ubriachezza. Mortificare la pigrizia con alzarsi presto alla mattina per venire ogni giorno, se è possibile, alla Messa, con vincere il sonno alla sera per recitare devotamente il rosario e le preghiere. Mortificare soprattutto la passione impura. – Il mondo. Il demonio è un gran nemico, ma il mondo è più terribile ancora. Il mondo è tutto in malignità (I Giov., V, 19). Il mondo è un mare d’impudicizia ove annegano e l’anime e i corpi. È un mare più spaventoso di quello in cui una volta perì Faraone, sepolto nei flutti con tutta l’armata. Gesù per tutti ha pregato, per gli amici e per i nemici, perfino per i suoi crocifissori; solo per uno ha negato la sua preghiera: per il mondo. Non pro mundo rogo (Giov., XVII, 9). Ed il mondo ha mille mezzi per sommergere nella sua onda limacciosa la navicella dell’anima nostra. Ha le compagnie cattive, più maligne del demonio, perché non si possono mettere in fuga con le giaculatorie; ha i libri e le illustrazioni immorali che non arrossiscono nel dipingere le scene più corrotte; ha i divertimenti, i balli, i ritrovi… Chi vuole scampare dal naufragio, deve fuggire il mondo per accorrere a Gesù. E Gesù dorme nel silenzio della Chiesa, nella pace della nostra casa. Fortunati quelli che conoscono soltanto la strada della casa. e della Chiesa! – LA TRIBOLAZIONE. Ecco un’altra specie di tempesta che frequentemente solleva i suoi marosi in giro alla nostra famiglia, e ci fa tremare e ci fa piangere. Ora è la malattia, ora è la morte che si porta via le persone più care; or sono gli affari imbrogliati, ora è la miseria; talvolta sono le calunnie, il disonore, l’odio. Ricordiamo innanzi tutto che la tribolazione viene da Dio. Un servo si lamentava col suo padrone di essere dimenticato, di essere mal ricompensato, di essere mal tratatto. Il padrone ascoltò tutto in silenzio, e poi gli rispose: « Senti, cosa vuoi di più? Ti ho sempre trattato come il mio figliuolo, anzi meglio in certe occasioni, e ti lamenti? con qual coraggio? ». Davvero che a tante donne, a tanti Cristiani che imprecano la Provvidenza, Iddio potrebbe rispondere con le parole di quel padrone: « Senti, cosa vuoi di più? Ti ho sempre trattato come il mio Figliuolo Gesù Cristo, anzi meglio: a te non ho dato la corona di spine, non ho dato la flagellazione, la morte di croce. Tu sei più ricco di Lui che non aveva un sasso per dormire, tu sei più onorato di Lui ché non ti hanno ancora chiamato rivoluzionario e non ti hanno ancora sputato negli occhi. Che cosa vuoi di più? ». Ricordiamo anche che la tribolazione è per nostro bene. S. Ambrogio, sorpreso dalla notte cadente sul suo cammino; bussò ad una porta, chiedendo ospitalità. Fu accolto; discorrendo col capo di famiglia, venne a sapere che là non capitava mai la più piccola tribolazione. Il Santo ne fu spaventato e non volle più fermarsi nemmeno a dormire. « Fuggiamo di qua, — disse, — perché la collera di Dio è sopra questa casa ». E aveva ragione. Quando non ci sono dolori, l’anima s’attacca ai beni del mondo come se fosse stata creata solo per essi. Quando non ci sono dolori, l’anima prega poco e niente e quasi si persuade di non aver più bisogno di Dio. Quando non ci sono tribolazioni, l’uomo monta in superbia e s’illude di essere privilegiato sopra ogni altro, e disprezza chi soffre e non soccorre chi ha bisogno. Quando non c’è nulla da pensare, le nostre passioni diventano più furiose e facilmente ci travolgono nei peccati di impurità. Dopo tre giorni di deserto gli Israeliti assetati, giunsero alla fontana di Mara. Ma appena si intinsero le labbra, dovettero risputarla fino all’ultima stilla, perché era amarissima. Tutto il popolo gemette lungamente. « Dovremo dunque morire di sete? » Mosè allora si raccomandò a Dio, che gli indicò un legno: appena questo fu gettato nell’acqua tutti poterono dissetarsi in dolcezza (Ex., XV, 25). Ecco come noi possiamo vincere la tempesta della tribolazione. Non lamentandoci continuamente, non invidiando quelli che in apparenza stanno meglio di noi, non imprecando alla giustizia di Dio, ma ricorrendo a questo legno miracoloso: Il legno della pazienza, è il legno della rassegnazione, è il legno dell’accettazione. È il legno della croce su cui sta inchiodato Gesù. – Mentre sopra, nella luce del sole sfolgorante, la Roma pagana cercava di adescare i primi convertiti della Religione di Cristo, mentre nel circo e negli orti imperiali i Cristiani versavano il sangue e la vita in testimonio della loro fede, giù nelle catacombe, nella penombra mistica degli ambulatori, fra le arche dei martiri, un pittore con mano tremula di speranza e di salute, dipingeva: Ecco le onde di un lago in tempesta, sotto a un cielo rannuvolato; una barchetta con la vela squarciata rema alacremente; Qualcuno affoga… Ma il pilota s’è levato sulla prora e tende le braccia in alto. Ad un tratto le nubi si aprono, e attraverso il varco s’allunga la mano di Dio onnipotente. che li terrà galleggianti sui flutti (WILPERT, Le Catacombe, II, 445). – A noi, che dopo tanti secoli ridiscendiamo nelle Catacombe, quale tremito di commozione ridesta quella pittura ingenua e incerta. Chissà con che fiducia serena la guardavano, passando i neofiti che al giorno dopo dovevano essere uccisi! Chissà con quale proposito fermo a lei si volgevano quelli che erano costretti a vivere e lavorare tra i pericoli di quella Roma in corruzione! Anche per noi quella pittura dice ancora una profonda parola di fede: «Va, Cristiano! Per quante burrasche urtino contro la nave della tua anima e della tua famiglia, non temere! Leva le tue braccia al Cielo, «soffri, combatti e prega » che la mano di Dio non mancherà di salvarti.

 IL CREDO

Offertorium

Ps CXVII:16; CXVII:17

Déxtera Dómini fecit virtutem, déxtera Dómini exaltávit me: non móriar, sed vivam, et narrábo ópera Dómini.

[La destra del Signore ha fatto prodigi, la destra del Signore mi ha esaltato: non morirò, ma vivrò e narrerò le opere del Signore.]

Secreta

Concéde, quaesumus, omnípotens Deus: ut hujus sacrifícii munus oblátum fragilitátem nostram ab omni malo purget semper et múniat.

[O Dio onnipotente, concedici, Te ne preghiamo, che questa offerta a Te presentata, difenda e purifichi sempre da ogni male la nostra fragilità.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Luc IV:22 Mirabántur omnes de his, quæ procedébant de ore Dei.

[Si meravigliavano tutti delle parole che uscivano dalla bocca di Dio.]

Postcommunio

Orémus. Múnera tua nos, Deus, a delectatiónibus terrenis expédiant: et coeléstibus semper instáurent aliméntis.

[I tuoi doni, o Dio, ci distolgano dai diletti terreni e ci ristorino sempre coi celesti alimenti.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (190)

A. D. SERTILLANGES, O. P.

CATECHISMO DEGLI INCREDULI (XXVII)

[Versione autoriz. Dal francese del P. S. G. Nivoli, O. P. – III ristampa. S. E. I. – Torino 1944]

LIBRO QUINTO

I NOVISSIMI

I. — La morte e l’immortalità.

D. La vita soprannaturale che descrivesti è destinata secondo te a proseguire e non finisce con la morte?

R. Niente finisce con la morte. Scavare una fossa e coprirla con la nostra argilla non può essere una fine per l’immenso movimento spirituale in cui il Vangelo ci lancia. La terra non è che una soglia; al di là vi è quello che Carlyle chiama «il più Alto Mondo ».

D. Perché toglierci la vita e restituircela?

R. La vita non ci è « tolta »; è solamente « cambiata »: mutatur, non tollitur, come dice la liturgia, ed è la parte che noi prendiamo, per noi stessi e per altri, alla morte riparatrice di Cristo.

D. Tuttavia siamo distrutti.

R. L’io terreno è di fatto distrutto; perché l’anima non è l’uomo. Ma l’anima è la parte essenziale dell’uomo, e l’uomo completo sarà un giorno ristabilito.

D. Comprendi tu una tale divisione, una tale separazione?

R. Il mistero del nostro essere è quello di trovarsi così per natura in una regione di frontiera, che partecipa di due sfere, e forma un composto instabile la cui dissociazione crea il dramma della morte, ma la cui unione e riunione hanno qualche cosa di sublime. L’unione in noi della materia e dello spirito suggella in un angolo dell’universo, poi altrove, l’unità dell’opera divina.

D. Frammenti dell’universo che si muove e si disgrega incessantemente, non dobbiamo noi subirne la sorte?

R. Frammenti dell’universo Spirituale, scintille di spirito, non dobbiamo noi avere la sorte dello spirito, imitare e raggiungere lo spirito?

D. Perchè lo spirito non finirebbe come il resto?

R. Perché esso comincia sempre. Là dove l’evoluzione della vita ha un termine anticipatamente segnato, definito da una curva di una inflessione continua, il termine raggiunto significa la morte. Ma l’evoluzione dello spirito è illimitata, a guisa di una curva che si apre incessantemente. La ghianda ha compiuto il suo destino quando ha prodotto la quercia, ricca di un’altra ghianda; lo spirito ha davanti a sé l’infinito della indagine e degli acquisti possibili, l’infinito della verità e del bene. Per lui, ogni realizzazione è un abbozzo, o meglio un punto di partenza, finché non è pervenuto a incontrare il suo oggetto supremo. E quest’oggetto è indubbiamente per lui un punto fisso, ma che per la sua infinità inesauribile lo lancia di nuovo, invece di frenare e di arrestare il suo sforzo.

D. Ma l’anima non è tutto spirito.

R. L’anima non è tutto Spirito, perché anima il corpo, e sotto questo rapporto essa è corporea. Tuttavia, siccome il suo compito di animatrice non impiega tutte le sue energie e quindi non è uguale a tutta la sua sostanza, il dire che l’uomo è un composto di corpo e di anima è dire che è un composto di materia e di spirito, e, secondo quello che precede, di morte e di vita.

D. Come spieghi a te stesso la sopravvivenza?

E. Per una parte di sé, quella che vedi, l’uomo è un frammento dell’universo, un convegno delle forze generali. Ma, per rapporto a questo fondo di sostanza e a queste energie della parte bassa, vi è un’eccedenza di essere e di attività che il pensiero svela, e l’amore, la libertà, la sensibilità superiore, la vita morale mettono in opera. È quello che abbiamo rilevato a proposito della creazione dell’uomo, In ragione di questa eccedenza, di questo soprappiù per rapporto all’ambiente fisico, noi non possiamo supporre che l’anima dipenda nel suo sbocciare, nel suo essere attuale, né per conseguenza nella sua durata e nel suo fine, unicamente dalle potenze cosmiche; essa le oltrepassa e deve sopravvivere ad esse. Essa nasce nell’occasione di un’opera di carne; è soggetta all’azione delle forze che si rivelano nella carne, senza tuttavia ridurre la sua attività interiore o le sue manifestazioni a una risultante di queste forze abbandonate al determinismo. Dunque, la sua sorte non dipende, a titolo esclusivo, dal luogo in cui agisce presentemente; essa ha un avvenire proprio; la ruota della fortuna non la trascina se non in parte nella sua rotazione; una scossa, ed eccola prendere la tangente.

D. In due parole…

R. Quello che spiega l’immortalità della vita è l’immortale della vita.

D. Questo spiega, mi dici; ma questo prova?

E. Questo prova sotto certe condizioni, cioè se si ammette che Dio non distrugge Egli stesso quello che non porta in sé un principio di distruzione. D’altronde, se, per l’anima, si tratta di una immortalità cosciente e attiva, bisogna credere possibile un funzionamento spirituale indipendente da ciò che si chiama cervello pensante.

D. Come pensare senza l’organo del pensiero?

E. Appunto, il cervello non è propriamente l’organo del pensiero. Gli è indispensabile quaggiù, ma per l’elaborazione della sua materia, che è l’esperienza fisica. Il pensiero, propriamente parlando, è indipendente dal cervello, non vi è neppure proporzione precisa tra l’attività pensante e l’attività del cervello, come ha dimostrato Bergson.

D. Se il cervello è indispensabile al pensiero quaggiù, come tu ammetti, perché non gli è indispensabile altrove?

R. Uno stesso potere, collocato in diverse condizioni, può avere diverse esigenze.

D. Da che dipenderebbe, secondo te, la differenza?

R. Qui c’è mistero; ma si può credere che si tratti, per l’anima, di una differenza di orientamento e di attenzione profonda. Unita al corpo, essa è assorbita dal corpo e assediata dalle sue oscure chiarezze al punto di non poter aprirsi a un’altra luce. La sua propria luce spirituale le sfugge prima dell’esperienza delle cose; essa non si rende conto che è spirito se non dopo aver fatto atto di spirito riguardo ai corpi.

D. È una condizione sorprendente!

R. Sorprendente di fatto, ma che dipende dalla debolezza di quest’anima, posta nel più basso grado degli spiriti, in vicinanza alla natura corporea. Quando si riflette a questa condizione, si capisce che l’anima, povera di spiritualità per natura, e immersa nel corpo che tenta di accaparrare tutte le sue energie disponibili, possa essere come offuscata da questo corpo, abbagliata di materia, se si può dire così, e resa impotente a

percepire lo spirito, perfino quello che è in lei e che è lei. La pellicola di luce che circola sopra la nostra terra non basta forse a nasconderci tutto il cielo? I nostri deboli occhi, abbagliati, non possono valicare questo sbarramento di luce; bisogna aspettare la notte perché si riaccendano le stelle. La notte rivelatrice, per l’anima, è la morte.

D. Perché la morte sarà una rivelazione?

R. Perché l’anima, sciolta, sarà resa alla sua natura spirituale, e, cosciente di se stessa immediatamente, voglio dire senza il rigiro dei sensi, potrà inoltre sperimentare l’invisibile.

D. Quale invisibile?

R. Gli altri spiriti, diventati ora del suo dominio e, se posso dire così, del suo mondo; ma specialmente Dio, se a questo Dio piace di fare verso l’anima — per una discesa d’intelligibile, invece che per una salita — l’antico ufficio dell’universo.

D. Perché lo vorrebbe Egli?

R. Perché è il fine della sua creazione, e soprannaturalmente, il fine di tutta l’opera redentrice. Quaggiù, noi siamo abbandonati all’universo per l’informazione della nostra mente come per la nutrizione della nostra carne; l’universo, espressione dell’idealità creatrice, vestigio di Dio ossia sua immagine, ce ne comunica quello che può e quello che noi ne sappiamo estrarre; ma il contatto di Dio, che è il termine del grande movimento che opera l’anima attraverso alla vita, ci congiunge alla sorgente stessa di questa idealità: noi attingeremo da essa come un tempo dal tesoro dei fatti circostanti, come la carne beve il succo del mondo.

D. Perché desidereremmo un tale avvenire?

R. Perché tal è la destinazione che Dio ci dà, e del resto questa brama, checché ne pensino alcuni, è insita nel più profondo della nostra natura.

D. Aspiriamo noi a pensare in Dio?

R. Noi aspiriamo a pensare in Dio perché aspiriamo a pienamente vivere, perché la nostra piena vita è in Dio, e il pensiero, per lo spirito, è la stessa essenza della vita, condizione fondamentale di ogni altra attività del nostro essere.

D. Da che cosa riconosci tu un tale istinto?

R. Da quella inquietudine infaticabile e inestinguibile che è in noi, da quel tormento dell’infinito che è lo stimolo del pensiero, la molla dell’azione, e che spiega la loro storia. Noi pensiamo per cercar di captare in effigie quello che non si può raggiungere in sé; parliamo per coprire il grido che è in fondo ai nostri cuori; operiamo per scansare il cammino sovrano, decisivo, che talvolta non osiamo tentare perché le sue esigenze ci fanno paura, e che ad ogni modo non possiamo che iniziare, nelle condizioni di questo mondo. Nell’essere umano vi è una attesa essenziale che tutto può soddisfare, veduto in desiderio, in aspettativa, cioè in quanto al suo fantasma, ma che niente può soddisfare nella sua realtà acquistata, nel suo chiaro possesso. – Ogni uomo può dire come Barrès nelle sue Memorie postume: « Ho camminato verso l’orizzonte per cogliervi qualche cosa che non esiste »,

D. Tu descrivi le nature che si chiamano precisamente inquiete,

R. Io descrivo la natura stessa, che è un’inquietudine sostanziale, se così posso parlare, poiché nessuna soddisfazione, per quanto sostanziale apparisca essa stessa, non l’acquieta mai.

D. Ecco ciò che bisognerebbe far vedere.

R. Non è forse evidente, che la cosa posseduta non ci soddisfi punto, e che tosto si passa ad altro? Quello che noi bramiamo dopo, essendo della stessa forma, non ci può soddisfare maggiormente, e di fatto, sopravvenendo, non ci soddisfa più. Un possesso non è che un desiderio spento; un ricordo non è che « un desiderio che si rimpiange » (FLAUBERT): quello che si possiede o si è posseduto non è dunque ciò che era veramente desiderato. La nostra brama ha sbagliato oggetto, diciamo anzi che ha sbagliato universo, e che avrebbe dovuto risonare, al di là di tutti gli echi di questo mondo, in un altro mondo.

D. Di certi felici successi non diciamo noi che sorpassano la nostra attesa?

R. La nostra attesa è sempre ingannata, anche quando è superata; perché quello che attendevamo da queste fortune misurate in se stesse, l’attendevamo in noi come pienezza, ed è la pienezza che non viene.

D. Non sempre siamo ingannati in tal modo.

R. Siamo sempre ingannati davanti a qualsiasi oggetto, in possesso di qualsiasi beatitudine, appena cade il velo d’una passione allucinata o d’uno sragionamento puerile, appena l’anima profonda si desta. E questo ci dice che il fine di questa vita non è in lei stessa; questo ce lo dice con più evidenza che la sventura, che l’ingiustizia subìta, che le delusioni affatto diverse cagionate dalle nostre impotenze e dai nostri spropositi. – La norma secondo la quale si giudica della nostra miseria e dell’insufficienza di tutte le cose visibili è la felicità.

D. È necessario che noi abbiamo quello che ci manca?

R. È forse naturale che la nostra idea, la nostra aspirazione abbiano più ampiezza del nostro essere e della somma dei nostri poteri? Non vi è qui un segno?

D. Un segno di che?

R. Un segno della nostra vocazione sovrumana e sopraterrena. Perché, infine, non bisogna forse credere nell’anima propria, come dice la Scrittura? L’appello interiore è un fatto proprio come la gravitazione; il suo punto di partenza è assai più profondo e ben altrimenti alta è la sua portata. Qual è il significato di questo fatto, se non vi è niente fuori dell’esperienza? Come mai l’idea della pienezza può anche solamente entrare nei nostri fragili cuori, se non siamo fatti per la pienezza? Se tutto termina in una mediocrità irremissibile, perché, in noi, questa provvista di speranze illimitate? Noi non possiamo raggiungere quello che è evidentemente il nostro fine, quello verso il quale, per l’autentico impulso del desiderio profondo, la natura ci slancia. La traiettoria umana si delinea, lascia vedere le sue coordinate, ed essa non si percorre punto. – Noi siamo un albero la cui specie è nota e che, sul suo terreno di nascita, non presenta il suo getto normale, la sua fioritura, la sua fruttificazione naturali. È «una sconciatura » (PASCAL). Non può finire così ogni cosa.

D. Perchè?

È. Perché la natura naturante, in noi, non s’inganna, e non inganna noi. Essa non si può dirigere verso il vuoto. Uscita dall’ambiente universale, essa lo riflette e ne esprime la legge, Non si cerca naturalmente se non ciò che si può trovare. Se non vi fosse erba vi sarebbe l’erbivoro? Colui che constata il desiderio insaziabile nel quale consiste essenzialmente l’essere umano e nega che sia possibile la sua soddisfazione rassomiglia all’uomo che ha fame e nega il pane.

D. Il sentimento di pienezza non ci è estraneo.

R. Noi lo proviamo quando proiettiamo sopra i nostri oggetti l’immensità del sogno e nascondiamo così a noi stessi la loro esiguità. Questi oggetti ci appariscono allora uccelli dell’infinito presi al laccio; per quanto insignificanti, per quanto caduchi, la nostra illusione li pervade di eternità e ne prende come un possesso infinito per l’ampiezza del gesto. Ma non è questo la smagliante conferma che l’infinito, solo l’infinito ci contenta? Chi ignora quale malinconia segreta vi si trova in tutte queste pienezze fallaci, appena si sposta un poco il velo d’errore! In fondo ai nostri stati felici vi è un sentimento nostalgico, e a che cosa si riferisce esso se non a un misterioso al di là?

D. Credi tu che molti sappiano queste cose?

R. I più non le sanno, ma tutti le provano. Altro è il sentimento e altro l’analisi che se ne fa. Quando, in una chiesa, vediamo dei Cristiani supplicanti, noi non abbiamo alcun dubbio che i più rechino lì, per un sollievo, i loro fardelli di vita terrena, che essi esprimano i loro desideri umani, le loro inquietudini temporali, e che forse sia questo solo che pensano di offrire a Dio; ma scava più a fondo, e troverai altra cosa, che i migliori, e tutti, scorgono ad intervalli: voglio dire, l’appetito dell’indefinibile e del perdurevole faciente corpo con questi oggetti, ma infinitamente distinto dall’ispirazione che essi provocano, l’appetito dell’al di là di tutto, del Tutto, del Tutto misterioso.

D. Che diresti di coloro che cercano al di sotto dell’uomo, invece di cercare al di sopra?

R. Il loro sentimento è lo stesso. Ciò che essi si propongono, nelle oscure regioni che loro aprono i sensi, è ancora l’infinito, riconoscibile dalla sua ombra. Spaventoso capovolgimento, fatale illusione del povero allucinato che piomba in un mare pieno di notte per pescare degli astri.

D. Tutto questo non si riferisce che all’ampiezza degli oggetti della vita, e non alla durata di quest’ultima. Pensi tu che noi vogliamo vivere eternamente?

R. Noi vogliamo vivere senz’altro, e questo esige la vita eterna. Perché, sapendo che dobbiam morire, ripugniamo noi invincibilmente a crederlo, se non perché ciò ci è inconcepibile? Noi non vogliamo perire. Non possiamo rassegnarci a un mondo che crolla, sentendo qualcosa che non crolla. Sotto la chiarezza degli oggetti che occupano e ingannano il nostro appetito di vivere, scorre un fiume di notte che ci trascina giorno per giorno, verso la notte eterna, e il nostro cuore non vi può consentire. «Il silenzio eterno di questi spazi infiniti mi spaventa » (PASCAL).

D. Eppure il nostro appetito di vivere, nel fatto, si attacca a questa vita limitata,

R. È impossibile capire che ci si affanni tanto ‘per preservare «un lampo tra due notti» (ENRICO POINCARÉ). Bisogna che si abbia il sentimento profondo di un’altra vita, anche se non lo si confessa.

D. Sopravviviamo a noi stessi per via dei nostri discendenti e delle opere nostre.

R. Almeno lo tentiamo, ed è una testimonianza. Questa vita che si sforza di vincere il tempo, non è forse l’effetto e il segno dell’eternità inclusa nel desiderio? Noi vogliamo, in tutta la misura del possibile, rendere imperiture le opere nostre; nei nostri figli, nelle nostre istituzioni, nelle nostre glorie, noi vediamo delle assicurazioni contro la morte; ameremmo vederci delle speranze d’immortalità. Ma che cosa è ciò, in realtà, se non una povera aggiunta, una dilazione concessa al desiderio, prima dell’inevitabile e prossimo inghiottimento?

D. Questa sopravvivenza in altri soddisfa la generosità, se non il desiderio proprio.

R. È bello essere generosi, e nulla è più commovente che il sentimento d’un padre, d’un amico, d’un patriota, che dice: Che importa la mia vita, purché i miei figli siano felici, il mio amico prosperi, il mio paese abbia il trionfo? Ma che malinconia, nel contemplatore di questa bellezza, e quale segreta delusione al cuore stesso di colui che vi si eleva, se essi vengano a dire a se stessi: Oggi, domani, dopo domani, che importa? io lavoro per la morte!

D. La sapienza è di contentarsi della propria misura, a più forte ragione di potere oltrepassarla un poco.

R. Questa sapienza si può attingere da Dio, ed è la rassegnazione cristiana, sorella della speranza; essa può essere puramente stoica ed è certamente bella, ma non risolve affatto il problema. È urtante, è contradittorio che la natura spinga i suoi esseri a voler durare sempre e imponga loro per sapienza la rinunzia e questo stesso volere. L’anima non vi si risolve punto; ne fanno testimonianza tutte le letterature, del pari che ogni cuore. Del rimanente, come osservò Renan, «è quando l’uomo è buono che egli vuole che la virtù corrisponda a un ordine eterno; è quando egli contempla le cose in modo disinteressato che egli trova la morte ributtante e assurda. Come non supporre che l’uomo veda il meglio appunto in tali momenti? ».

D. Pensi tu che noi possiamo afferrare direttamente, în noi, questo sentimento dell’eternità che dici insito nei nostri pensieri e implicito in tutti i nostri procedimenti?

R. Non sappiamo scandagliare noi stessi. Vi sono tanti momenti che ci sentiamo immortali! Momenti di contemplazione religiosa, filosofica, scientifica, artistica; momenti d’estasi fuori del pensiero, fuori del tempo, perfino fuori del nostro oggetto, nell’amore; momenti di poesia davanti alla natura, in unione con le forze eterne; momenti di eroismo in cui sentiamo che si può aver fiducia nella sorte e che la grande vita non muore…: tutto questo dice la nostra essenza Vera, e, come diceva un eroe della grande guerra, «che cosa è una palla al cuore? essa gli può far del bene ».

D. Riassumendo, tu dici: la vita è eterna o non è niente?

R. «Tutto quello che deve finire non è niente» (S. AGOSTINO). Fuori dell’eternità, noi siamo come colui che si trastulla a costruire castelli di carta sull’orlo del suo sepolcro.

D. La cooperazione con altri non ci rialza?

R. Termino la mia frase: — e che aderisce a una società di mutuo soccorso per costruire meglio i castelli di carta, sostenerli, ripararli, ricostruirli… davanti al comune sepolcro.

D. In tali condizioni, la morte prende un valore che le si concede di rado.

R. Proprio Renan disse che morire è compiere un atto « di una portata incalcolabile ».

D. Non sai quanti, oggi, negano la vita eterna?

R. Il numero dei negatori non cambia nulla alle verità. I negatori, se fossero sinceri con se stessi, direbbero anche: « Io scorgo la vita che guarda attraverso alle orbite vuote della morte » (SHAKESPEARE). Io aggiungo che in simile materia la negazione è condannevole in ogni ipotesi.

D. Perché?

R. Perché nessuno, senza un’estrema temerità, può pretendere di essere sicuro che l’immortalità non ci sia punto, e chi non è convinto della sua realtà dovrebbe almeno rispettare il mistero.

D. La negano generalmente per fini pratici; si ha paura che l’ideale faccia perdere il senso della realtà.

R. Ciò avviene quando non si sa che cosa sia ideale e pratica, che cosa sia eternità di tempo. Si dimentica che «il Vangelo e il calendario agricolo sono opera d’uno stesso autore » (MAURIZIO BARRÈS).

D. Non vi è però una certa opposizione tra l’idea dell’eternità e le cure terrene?

R. Le cure eccessive, sì, le impazienze, le preoccupazioni appassionate, ma non l’attività normale. La vita eterna ispira al vero Cristiano una maniera sublime di ricevere la vita e la morte, i beni e i mali; ma non ammollisce il suo coraggio. Pensa che la civiltà moderna, e si può dire ogni civiltà, fu costruita da gente che credeva all’eternità, e tutte le nostre inquietudini di avvenire, come ti dicevo, vengono dal fatto che vi si crede meno.

D. Da che dipende questo?

R. Dal fatto che la vita eterna è l’autentico sostegno della vita temporale, che, senza questo, poggerebbe sul falso e si protenderebbe sul vuoto; è il suo appoggio dietro, il suo trattore davanti. Io ho bisogno di assicurarmi della vita eterna per credere alla serietà di questa, e al contrario sarebbe sorprendente che ciò che mi difende contro ogni scoraggiamento potesse spezzare il mio coraggio.

D. A chi sono più utili queste riflessioni sopra l’altra vita?

R. Sono indispensabili a tutti; perché « tutte le nostre azioni e tutti i nostri pensieri devono prendere vie così differenti secondo lo stato di questa eternità, che è impossibile fare un passo con senso e con giudizio senza regolarlo con la mira di questo punto, che dev’essere il nostro ultimo oggetto » (Pascal). Ma evidentemente, ci guadagnano a ricordarsene quelli soprattutto che hanno più da soffrire e da combattere. Questi pensieri della morte, del giudizio, della retribuzione eterna sono lo stimolo e il freno, il sostegno e la forza di rinsavimento di molto anime. Essi rendono felici degli individui ai quali questo mondo rifiuta tutto; avverano il paradosso delle Beatitudini evangeliche, e provocano la lunga pazienza delle prove della vita quotidiana, come l’eroica pazienza dei martiri.

D. Donde viene che essi ci sfuggono incessantemente?

R. È la conseguenza del fenomeno che descrivevo a proposito dell’anima pensante. La luce del giorno ci nasconde l’immensità del cielo: così gli oggetti della vita, più evidenti, accaparrano l’anima e solo essi le appariscono reali; così il tempo, presente in noi per il fluire della carne, fa credere illusoria l’eternità, e siccome tuttavia il sentimento dell’eternità rimane, lo si trasferisce al tempo; ci figuriamo vagamente che questo tempo fugace non debba finire.

D. Ciò è incosciente?

R. Per lo più; ma avviene pure che ciò sia volontario, e allora l’insensato o il peccatore si vuole procurare una pace illusoria. « Senza darci pensiero noi corriamo al precipizio, dopo esserci posto qualche cosa davanti per impedirci di vederlo » (PASCAL).

D. Queste parole sono tragiche!

R. «Leggi anche queste: « Tra noi e l’inferno o il cielo, non vi è di mezzo che la vita, che è la cosa più fragile del mondo ».

D. Se si pensasse così costantemente, non si potrebbe più vivere.

R. Forse si vivrebbe meglio a pensarci sovente. In quanto al pensarci costantemente, nessuno lo raccomanda. La buona vita esige la nostra attenzione, anzi il nostro entusiasmo; una volta mirata la meta, e richiamata al pensiero di tempo in tempo, non c’è bisogno d’ipnotizzarsi sulla morte.

D. Che pensi delle trasmigrazioni, di quelle altre vite, anteriori o posteriori, di cui trattano gli spiritisti, i teosofi?…

R. Prima di tutto penso col popolo: « Nessuno mai se ne è accorto »; i teosofi s’immaginano, suppongono; gli spiritisti si fidano di fenomeni mal conosciuti, in cui il ridicolo fa a pugni col sublime: lì non vi è proprio nulla da sapere. Dopo ciò, dico col Vangelo, correggendo la formula popolare con una riserva divinamente giustificata: Nessuno è salito in cielo, salvo colui che è disceso dal cielo, il Figliuolo dell’Uomo che è in cielo.

D. L’idea di trasmigrazione ha un significato morale; si tratta di purificazioni successive, di una prova della libertà.

R. Tutto questo ha soddisfazione nel sistema cattolico, e con garanzie di verità, invece dell’asserzione arbitraria del pensatore. Gesù dice quello che sa; il teosofo dice quello che non sa. In fatto di prova, questa è più che sufficiente, e Dio non ha bisogno di tante esperienze per sapere ciò che valgo; Egli scruta i reni e i cuori e li giudica in conseguenza.

D. Dove va dunque l’anima nostra dopo la morte?

R. Questa domanda, presa alla lettera, non ha senso. L’anima non va in nessun posto, giacché non è un corpo e perciò non è soggetta alle localizzazioni nello spazio. La morte, per l’anima, non è punto un cambiamento di luogo, ma un cambiamento di stato; l’anima funziona diversamente; percepisce altre cose; è in relazione con altri esseri.

D. E arriva così alla fissità?

R. A una fissità che non è un’immobilità, ma che, rispetto all’indagine attuale, è un termine, e, rispetto alla morte vivente che è la vita del corpo, una immutabile vita. Noi abbandoniamo la regione in cui tutto passa, per entrare in quella in cui tutto è.

D. Tu concepisci questo come un’armonia dell’opera divina?

R. Sarà di fatto l’armonia di tutto, in ragione della quale Leone Bloy parlava del « grande organo della vita eterna ».

D. E il punto di arrivo di tutto?

R. «La terra è come le arie di marcia della Chiesa; essa è per salire al cielo » (C. PÉGUY).

D. È forse quello che tu chiami, credo a modo degli Alessandrini, la rientrata in Dio, ossia il Ritorno a Dio?

R. Tutto il movimento della natura materiale, della vita, del pensiero, dell’attività morale e sociale degli esseri di fatto non è che un vasto riflusso. La creazione è un immenso sollevamento di marea che sfugge dall’oceano divino e che vi ritorna.

D. Ma non ciascuna morte individuale esprime questo ritorno.

R. Nel sollevamento della marea, non tutte le onde arrivano nello stesso tempo, e sono precedute da spruzzaglie. E nel giudizio universale si spiegherà sotto i «nuovi cieli» sulla « nuova terra » la grande massa delle acque.

II. — Il giudizio particolare.

D. Credi tu a un giudizio dell’anima dopo la morte?

R. Noi crediamo che subito dopo la morte, l’anima prende la direzione di vita che conviene ai suoi meriti.

D. Dove pensi che abbia luogo questo giudizio?

R. Là dov’è l’anima, là dov’è Dio, e ho già detto che questo non è un luogo materiale. Noi siamo sempre in Dio; non c’è bisogno di viaggio per raggiungerlo. La vita eterna è essenzialmente uno stato, non un luogo, e se essa è tale nella sua pienezza, tale è pure nel suo cominciamento.

D. È strano!

R. Sì, quale mistero, che uno possa immergere in Dio tutta la sua vita senza accorgersene, e quale risveglio, trovarsi tutt’a un tratto davanti a Lui nella piena luce!

LE VIRTÙ CRISTIANE (5)

LE VIRTÙ CRISTIANE (5)

S. E. ALFONSO CAPECELATRO – Card. Arcivescovo di Capua

Tipografia liturgica di S. Giovanni Desclée e Lefebre e. C. – Roma – Tournay

MDCCCXCVIII

PARTE Ia

LE VIRTÙ TEOLOGALI E LA VIRTÙ DELLA RELIGIONE

CAPO IV.

LA VIRTÙ DELLA CARITÀ: L’amore del prossimo.

Nella virtù teologale della carità, secondo che ci venne fatto di definirla, vivono tre nostri nobilissimi amori; cioè l’amore di Dio, l’amore di noi stessi, e l’amore del prossimo: non ci vivono però allo stesso modo. Chi ha il prezioso tesoro della carità nell’anima, ama Iddio Bene sommo per sé medesimo, essendo esso di sua natura infinitamente amabile; ama poi sé e il prossimo, guardando sé e il prossimo in quel supremo e ottimo Bene, a cui si sente congiunto per creazione e per redenzione intimissimamente, e più che figliuolo non sia stato mai congiunto al padre o alla madre sua. Or questo amore, che lega l’anima in carità a Dio, a sé e al prossimo, benché si apra in tre amori; pure, risulta tanto stretto, che ciascuno dei tre non istà mai senza dell’altro; onde allorché se ne disnodi uno, gli altri due pure si sciolgono. In effetti non ci ha amore di carità verso Dio, che non sia in pari tempo amore buono di sé e del prossimo; né ci ha amore di carità a sé e al prossimo che non sia altresì amore di Dio. In somma la carità noi la possiamo rassomigliare al getto d’una fontana limpidissima, nella quale l’acqua dal basso zampilla in alto, e dall’alto ritorna in basso. Egualmente, per virtù soprannaturale di grazia, l’amore di carità, da noi che siamo in basso, zampilla verso Dio nell’alto, e poi da quell’altezza smisurata, a cui è giunta, ridiscende in noi stessi e nel prossimo. Indi risale e ridiscende sempre con non interrotta alternativa; e solo un atto malvagio del nostro libero arbitrio, rompendo l’amicizia dell’anima nostra con Dio, interrompe questo salire e discendere dell’amore dall’uomo, ricco di grazia, a Dio, e da Dio all’uomo. A questa unità dei tre amori, di cui s’è parlato, parrebbe contradire il fatto che sì nel Deuteronomio, sì nei santi Evangeli questi tre amori ci sono comandati non in un solo ma in due comandamenti: il primo che è dell’amore di Dio, e l’altro dell’amore di sè e del prossimo. Ma, come è detto nella Somma Teologica di san Tommaso, il secondo comandamento d’amore è compreso nel primo, al medesimo modo che le conseguenze d’un principio qualsiasi sono in esso principio comprese. Or, poiché non tutti gli uomini hanno tanto lume e vigore d’ intelletto, da vedere le conseguenze chiare nei principj loro; Iddio provvidissimo volle per i meno capaci distinguere l’unico precetto in due. (Sum. 2, 2 quæst. 44 art. 2 in corso.). Teniamo dunque bene a mente questa intima e perfetta unione dei tre amori; perciocchè essa è veramente il centro di tutta la sfera ampissima delle virtù cristiane, le quali non sono altro che irradiamento di questo amore uno o triplice, secondo che diversamente si considera. Dopo san Giovanni e san Paolo, pochi uomini compresero sì addentro il mistero dell’amore santo, come quel dottissimo e santo Vescovo d’Ippona Agostino, che, essendo stato prima amatore passionato del mondo, la divina grazia trasformò in amatore passionatissimo di Dio e del prossimo. Bello è sentirlo enfaticamente esclamare: “L’amore di Dio e l’amore del prossimo esso è etica, è logica, è fisica; esso è tutta la salute delle nazioni.?” (Epist.). Altra volta poi, infiammato com’era di accesa carità, scrisse: “Se tu, o uomo, ami con amore di carità, fa pure ciò che vuoi e farai bene… Studiati di tener dentro dell’anima tua ben abbarbicata la radice dell’amore buono; perciocchè da essa non germoglierà altro che bene.” (De laudibus charitatis), Laonde, quando il medesimo Santo, nel suo aureo Libro della Città di Dio, abbracciò in una sola occhiata tutto il genere umano, dalla creazione alla consumazione sua, e lo vide diviso in due grandi Città, l’una di Dio, e l’altra del mondo, una simboleggiata da Gerusalemme, e l’altra da Babilonia; allora con alta e ottima sapienza affermò che “queste due Città vivono di due amori; la prima dell’amore di Dio, la seconda di quell’amore inordinato di sé, che egli chiama amore del secolo, e che possiamo anche dire egoismo.” (Super Ps. 64).” Ancora, nella stessa Città di Dio aggiunge che “ogni creatura, essendo nella sustanza buona, può essere amata bene e male: bene, se la si ami secondo l’ordine suo, male se la si ami seguendo la perturbazione di questo ordine. ” (De Civit. Dei. L. XV). E ora, che abbiamo veduto dove nasca e dove si alimenti l’amore di carità verso noi stessi e il prossimo, volgiamoci un tratto a considerare in modo particolare il secondo comandamento di carità : “amerai il prossimo come te stesso.” Parlando del prossimo, parliamo anche di noi medesimi; perciocchè nessuno è tanto prossimo all’uomo, quanto ciascun uomo a se stesso. Che se vi ha qualche particolarità da indicare intorno all’amore di sé, ne faremo un cenno poi. L’amore del prossimo, che, dopo la promulgazione dell’Evangelo, fu più comunemente detto dilezione o carità fraterna, ha tante e sì nobili attinenze con Gesù Cristo, che chi non lo guarda e studia in Lui, mai non lo comprende appieno. È giusto anzi dire che si farebbe bene a studiarlo più spesso e più profondamente, di quel che non si faccia, in Gesù Cristo. Bellissimi sono pure gli esempj, che Gesù medesimo ce ne ha dati nei Santi suoi; ma, come questi, per le loro sembianze particolari e più umane, possono giovarci per un certo rispetto; il tipo divino della carità fraterna, che è Gesù Cristo, li comprende tutti nella sua universalità, e ha una bellezza e un’efficacia assai maggiore. In vero volgendo io umilmente e amorosamente la mente a Gesù Cristo, Maestro supremo della fraterna carità, ciò che mi colpisce più, e mi par più degno di nota, lo trovo nelle parole stesse, da lui adoperate nel darci cotesti precetti. “Il comandamento mio, Egli dice, è questo che vi amiate l’un l’altro, come Io ho amato voi. Un nuovo comandamento dò a voi che vi amiate anche voi l’un l’altro come io v’ho amati… Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avrete amore l’uno per l’altro. ” (Joan. XV, 13; XIII, 34 e 35). Son poche e brevi queste parole dell’Evangelo; ma da esse sfavilla una così soave e smagliante luce d’insegnamenti intorno alla carità fraterna, che né prima né poi se ne vide mai maggiore. Ponderiamo dunque bene le parole del Vangelo, e apriamo la mente alla luce bellissima che diffondono. – Dunque il comandamento della fraterna carità è comandamento di Gesù Cristo. Come mai questo, se la legge di natura è pur la legge antica questo comandamento lo conobbe, e lo promulgò? — È comandamento di Gesù Cristo, perché è il comandamento, che ei predilige sopra tutti gli altri — È  comandamento nuovo. Come mai nuovo, se già era stato dato? E nuovo, perché quasi dimenticato dagli uomini, e perché doveva essere elevato a perfezione nuova. Ancora, questo comandamento della carità fraterna dobbiamo mirare, benché essa sia tanto alta, che il raggiungerla, è assolutamente impossibile. La misura è: amare gli uomini, come Gesù Cristo gli ha amati e gli ,ama. Infine la carità fraterna (e qui vedo la maggiore importanza della cosa) è il segno di riconoscimento dei credenti in Gesù Cristo e nella Chiesa sua; è il vessillo, o piuttosto è la pacifica orifiamma della milizia cristiana. Certo, nel nostro vessillo, o piuttosto nella nostra pacifica orifiamma, non manca la luce di nessuna virtù; ma l’oro e la fiamma che sfavillano visibilmente e principalmente nel vessillo cristiano sono (è bene tenerlo sempre a mente) oro e fiamma di carità fraterna. Di nessun altro comandamento, datoci da Gesù Cristo, si dicono cose simili a queste; e ciò non può stare che sia avvenuto senza profonde ragioni. Neppure dell’amore di Dio, che certo primeggia sull’amor fraterno, e che illumina e infiamma l’amore fraterno, Gesù disse parole somiglianti. Per quali ragioni mai? Le ragioni di questo, direi privilegio della carità fraterna possono esser molte. Io farò cenno di una sola, che la mente mi suggerisce, mentre che scrivo, e che mi pare ottima. Il primitivo intendimento di Dio nel creare l’uomo, e mettergli intorno l’universo, con tutte le sue inenarrabili bellezze, fu che l’uomo dovesse dal conoscimento di sé, dei suoi simili e delle altre creature salire al conoscimento di Dio, e, anche per giusta conseguenza, dall’ordinato amore di sé e delle creature salire all’amore di Dio. Cotesta dottrina è chiaramente insegnata da San Paolo in alcune parole « della sua Lettera ai Romani, le quali sono di questo tenore: “Ciò, che di Dio può conoscersi, è manifesto negli uomini (cioè nell’interno lume donato loro da Dio), e le invisibili cose di Dio, per le cose fatte comprendendosi, si veggono: per esse si vede anche l’eterna potenza e l’essere di Dio: onde siamo inescusabili se non lo conosciamo.” Parimenti, poiché in chi ha luce d’intelletto, il conoscimento è il principio dell’amore, ne segue che l’uomo doveva anche dall’amore di sé, dei simili e delle altre creature ascendere all’amore di Dio. Nel regno della gloria l’amor nostro ha un moto e un ordine inverso all’ordine e al moto della vita presente. Nel futuro regno della gloria, dall’amore di Dio, come da un’altissima cima, il cuor nostro discenderà all’amore delle creature; perciocché quel primo ed eterno Amore c’investirà pienamente e sarà fonte d’ogni altro amore. Nella vita presente però dall’amore delle creature che nella vita soprannaturale è ordinato e santificato dalla divina grazia, dobbiamo d’ordinario ascendere all’amore di Dio. Ora il peccato d’origine e gli altri peccati che seguirono, hanno onninamente turbato e capovolto quest’ordine L’amore di noi stessi, dei nostri simili e delle altre creature visibili, per effetto dell’orgoglio, dell’egoismo e delle cupidità, anzi che elevarci all’amore di Dio, ci allontanano da esso. Fu dunque ottimo e sapientissimo consiglio di Dio che la redenzione di Gesù Cristo (detta a ragione da san Paolo nuova creazione) rinnovasse, per mezzo d’ una santa carità fraterna (derivante dall’amore di Dio) l’ordine primitivo. Per tal modo quello stesso amore delle creature, che, avvelenato dalla colpa, per quattromila anni allontanò tutto il genere umano da Dio; quello stesso, santificato poi e nobilitato dalla carità di Gesù Cristo, diventò lo strumento più efficace per crescere la fiamma dell’amore buono nelle anime, e ravvicinare tutto l’universo a Dio. – Ma, che che sia di questa ragione, quello che ho detto privilegio della carità fraterna, si scorge altresì in tutta l’economia del Cristianesimo, e riesce sempre più evidente a chi guarda con intelletto d’amore lo stesso Gesù Cristo nella sua natura, nella sua vita, nei suoi prodigi, nei suoi insegnamenti. Gesù Cristo, eterno Verbo del Padre, Dio da Dio, e dal Padre eternamente generato, per amore degli uomini assume la natura umana, e si fa amico anzi fratello primogenito di tutti gli uomini. Per amore fraterno Egli vive trentatré anni tra gli uomini, bambino, fanciullo, adolescente, giovane; per amore fraterno paga il debito del peccato di tutti, e tutti redime dalla schiavitù del male. Inoltre, Gesù ama le anime di tutto il genere umano, illuminandole delle verità, che fanno ad esse conoscere l’eterna e incommutabile Bellezza. Per amore dei corpi nostri risana miracolosamente gli uomini o ciechi o mutoli o paralitici oppressi da febbre o storpj; per amore di essi li alimenta col miracolo dei pani, se famelici, o anche li risuscita, se morti. Le sue più soavi e belle parabole, come quelle del Samaritano, e del figliuol prodigo, sono, quasi direi, un cantico nuovo di amore fraterno. Quando la Maddalena gli unge i piedi con un unguento di nardo di spigo di gran pregio, e li asciuga con le trecce dei proprj capelli; Gesù prende occasione dal fatto per dire che la carità di lei sarà predicata a quanti conosceranno il Vangelo. Per inculcarci l’amore del prossimo egli, Maestro divino, lava i piedi ai suoi discepoli, e comanda che essi facciano il medesimo. Nel giudizio universale, che spesso ci vien dipinto con colori foschi e paurosi; Gesù fa comparire non la giustizia austera con le terribilità sue, ma la bella e soave figura della carità fraterna, dicendo che essa sarà il criterio principale del premio o della pena eterna. Infine il maggiore sforzo dell’amore era sembrato, sin allora agli uomini il morire per l’amico; e Gesù muore anche per i suoi nemici. Anzi, poiché tutti gli uomini fratelli di Gesù Cristo, per i loro peccati, erano nemici di Lui, in quanto era Dio; è necessario conchiudere che tutta la vita di Cristo non solo si consumò nell’amore fraterno, ma in un amore fraterno che fu in pari tempo amore dei nemici. – Benediciamo dunque il Signore, che fondò il Cristianesimo sulla pietra preziosa dell’amore fraterno, ci dette questo amore dolcissimo per vessillo della nostra santa milizia, e ci lasciò tali esempj di mutuo amore, che la mente umana si smarrisce nel pensarli, intanto che ne ritrae consolazioni ineffabili. Alla luce, fulgida più che oro, di questo amore fraterno, datoci da Gesù Cristo, non solo la filantropia, ma tutte le altre forme di amore umano impallidiscono, e appena pajono ombre d’amore. In vero questo amore fraterno, donatoci da Gesù Signore, poiché vive nell’amore di Dio, si appropria (quanto può creatura) le perfezioni dello stesso Iddio, in cui l’amore e l’essere sono un medesimo. In quella guisa che ogni raggio prende la luce dal sole; così avviene del nostro amore fraterno, che, mentre, a modo del sole, si diffonde su tutte le creature, viene in noi dal Creatore. Come Iddio è buono, possente e santo; così buono, possente e santo è il nostro amore fraterno; e dippiù, come Iddio è sapiente, previdente e provvidente; così il nostro amore è saggio e prevede e provvede ai bisogni del prossimo. Da quel seme di carità di Dio, che vive nella nostra carità fraterna e la abbellisce, e la feconda, procede che di questo amore, e di nessun altro si possa dire ciò che scrisse san Paolo nella sua prima ai Corinti. ‘Quando io parlassi, dice l’Apostolo, e dicono con lui tutti coloro che amano il prossimo in Dio; quando io parlassi le lingue degli uomini e degli Angeli, se non ho la carità, sono come un bronzo suonante o un cembalo squillante. E quando avessi dono di profezia, e intendessi tutt’i misteri, tutto lo scibile; e quando avessi tale una fede da traslocare le montagne, se non ho la carità sono un niente. E, quando distribuissi in nutrimento dei poveri tutte le mie facoltà, e quando sacrificassi il mio corpo a essere bruciato, se non ho la carità, a nulla mi giova. La carità è paziente, è benefica; la carità non è astiosa, non è insolente, non si gonfia; non è ambiziosa, non cerca il proprio interesse; non si muove ad ira, non pensa male; non gode dell’ingiustizia, ma fa suo godimento il godimento della verità; a tutto s’accomoda, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.” (I Cor. XIII, 1 e segg.). Se non che l’amore fraterno secondo Gesù Cristo, ha una dote sua propria, che lo distingue da tutti gli amori umani. Questi amori sono più o meno particolari; e l’amore fraterno di carità è universale; tanto universale, che effigia in certo modo l’immensità e l’onnipresenza di Dio. Cotesto nostro amore fraterno trasvola sul tempo, e su lo spazio; o piuttosto abbraccia tutta la distesa del tempo e dello spazio, sino a che peregriniamo su la terra, e poi vive e fiammeggia fuori del tempo e dello spazio nell’eterno regno di Dio. Noi Cristiani amiamo gli uomini di tutt’i tempi; sicché non ci ha uomo, da Adamo insino all’ultimo nato di donna, il quale non entri nella sfera della nostra carità. Ci sentiamo stretti in amore con gli uomini del passato; perché procediamo da essi, come il frutto dall’albero, e da essi avemmo tutto il tesoro del sapere e della civiltà presente, che accumularono per noi tra molti stenti, fatiche e dolori. Non furono forse i nostri avi, e gli avi dei nostri avi che edificarono i nosti tempj, abbellirono le nostre case, provvidero ai nostri bisogni, e ci apparecchiarono tanta messe di opere d’arte, d’industrie, di commerci, di ricchezze e di agi? — Amiamo gli uomini del nostro tempo, i quali sono doppiamente nostri fratelli, datici come amici e cooperatori nella vita che meniamo. Anche che questi fratelli, alcuni di essi, sieno malvagi, altri poveri d’ ingegno, altri superiori e altri inferiori a noi, essi, per ordinamento di Provvidenza, formano tutti, in vario modo, parte della nostra vita, e ci riescono benefici. Chi tra loro coltiva la terra la quale ci alimenta; chi c’insegna con la dottrina; chi ci arricchisce con l’industria; chi in modo più intimo partecipa alla vita nostra domestica e familiare. Anche i più malvagi tra loro, e, che ci sono o ci pajono nemici, senza volerlo, ci beneficano esercitando la nostra pazienza, stimolando il nostro zelo, distaccandoci dai desiderj e dalle opere vane della Città del mondo e dai piaceri del senso. — Con gli uomini infine dell’età ventura i nostri legami di carità fraterna pajono minori; perciocchè essi, i quali sono presenti al cospetto di Dio che è fuori di ogni tempo, per noi non sono ancora. Ma nondimeno, poiché la vita del genere umano è una catena di tanti anelli, che grado grado si annodano e poi si spezzano, e di tanti nuovi che si formano, e si uniscono tra loro; è indubitato che, come noi ci giovammo dell’opera delle età passate, gli uomini dei secoli avvenire si gioveranno dell’opera nostra. Or il Cristiano questo bene, che gli uomini dell’età ventura avranno, per mezzo di noi viventi nell’età presente, non solo lo prevede, ma lo desidera, e, quanto è da sé, lo procura; perciocché ei ben sa che non solo gli uomini del passato e del presente sono nostri fratelli, ma anche quelli dell’avvenire. Del rimanente si può forse pensare un sol uomo, dal primo Uomo Adamo che non nacque, sino all’ultimo che morrà nella consumazione dei secoli, che non sia creatura del nostro infinito Padre Iddio e plasmato, dirò così, dalle sue mani? Non risplende forse in ogni figliuolo dell’uomo l’immagine somigliantissima del suo Creatore? E l’uomo pagano, barbaro o giudeo non fu egli redento da Cristo, che in senso strettissimo morì per tutti? Dunque non v’ ha, né è giusto che esista mai un solo uomo, il quale non sia oggetto del nostro amore fraterno. Questo, che fu detto del tempo, vale molto più dello spazio. Se io amo l’uomo, che, in quanto uomo, cioè nella sua unione col corpo non esiste più; come mai non amerei colui che, è lontano da me, sia anche per centinaja e centinaja di miglia? Egli vive sotto diverso cielo, forse giace tra le tenebre, nella stessa ora, in cui io mi sento rallegrato dalla luce; ma non ha egli un corpo come è il corpo mio, non pensa come io penso, non ama come io amo, non desidera come io desidero? Qualunque sia l’uomo che vive lontano da me, o egli è un credente che vive tra i beni desideratissimi della civiltà cristiana; ed egli è mio fratello, anche per la fede, per l’amore di Dio e per l’aura benefica della civiltà cristiana, che respiriamo insieme: o è un pagano, un miscredente, uno schiavo, un barbaro, un selvaggio; e io lo amo egualmente: perché ho compassione del suo stato, e perché mi par amore nobile e santo ogni sforzo mio di giovargli in tutt’i modi, e di correre in ajuto del fratello perduto, se non fosse altro, col desiderio. – La perfezione poi che avrà questa fraterna carità, quando nell’eterno regno possederemo Iddio, è appena credibile. L’amore nostro alle creature si accenderà tutto nell’amore e nel possedimento di Dio; e noi, uniti in dolce amore alla perfettissima volontà di Dio, ci perderemo in essa come le acque nell’oceano. Però le creature le ameremo, com’Egli le ama, e anche, secondo che si dirà appresso, con quei vincoli particolari, ond’Egli stesso, Autore supremo della natura e della grazia, ci legò ad esse. – Ma consideriamo ora in un altro aspetto questo dolcissimo amore di carità fraterna; che, quando fosse bene inteso e largamente diffuso, basterebbe, anche solo, a sciogliere tanti e tanti problemi della vita morale e civile dei popoli. L’amore unisce nobilmente l’amante all’amato: l’intelletto all’intelletto, la volontà alla volontà, la persona alla persona. Però l’amore comunica all’amato il bene proprio, e tutto ciò, in cui l’amante trova una ragione di bene. Quindi segue che la carità fraterna, riconoscendo, come bene supremamente desiderabile, il Bene eterno e infinito, che è Iddio, si adopera principalmente nel dare Iddio all’amato, e con Dio la fede, la grazia, la carità di Lui. E, poiché tutti i beni umani sono, per vario ordine e gradazione, immagini del Bene supremo, e anche essi veri beni, giustamente desiderati e desiderabili, secondo l’ordine e la gradazione loro; l’amante del prossimo si sforza di comunicare allo stesso modo anche i beni finiti al prossimo amato. Laonde la carità fraterna, imitando Iddio eterno e infinito Amore, dona i beni spirituali e materiali, gli eterni e i temporali. Tutti questi beni furono un dono di Dio a noi; e tutti noi egualmente li doniamo ai nostri fratelli. Per effetto di questa fraterna carità che vive in Dio; chi ha dono di scienza, dà la scienza all’intelletto del prossimo amato; e chi ha dono di amore buono, dà amore buono alla volontà del prossimo; chi è ricco nell’anima, dà questa ricchezza all’amato, e chi è ricco dei beni di fortuna, egualmente li dona al prossimo suo. È un continuo donare l’ufficio della carità fraterna: a chi è infermo dà la sanità, a chi soffre, il balsamo della consolazione, a chi è famelico, il cibo, a chi è prigione, la libertà. In somma la carità, per la virtù diffusiva dell’amore, fa del fratello che ama, un altro sè stesso; e ciò che vuole per sé, ed ei lo vuole pel fratello, e ciò che dà a sé, lo dà parimenti al fratello suo. Talvolta la carità può giungere a così eccelsa perfezione, che chi arde della carità fraterna di Gesù Cristo, quasi non fa più distinzione tra sé e il suo fratello; gli pare di fare a sé ciò che fa a lui, e ama sé nel fratello, e il fratello in sé: tanta è la forza unitiva dell’amore, molto più quando sia amore diffuso nei nostri cuori dallo Spirito Santo. Ben è vero che tutto ciò non si compie, senza che all’amante manchi qualche cosa di quello che resterebbe in lui, se non amasse. Questo è propriamente ciò che diciamo sacrificio. Ma il Signore, avendoci dato naturale inchinamento ad amare, ha posto in quello che diciamo sacrifizio una certa spirituale dolcezza, la quale c’inclina a farlo; una dolcezza, che allora principalmente si sente, quando l’animo sia nobile e avvezzo ad amare, non secondo la carne e il sangue, ma secondo lo spirito e la carità del Signore. Questa carità fraterna, benché aspetti il suo premio nel regno eterno, pure ha ineffabili consolazioni anche qui in terra. Amore chiama amore; ed è vero dell’amore di carità, come di ogni altro qualsiasi amore, che nessuna cosa lo accende, lo infiamma e lo abbellisce tanto, quanto il sentirsi riamato. Di qui segue, che chi ama con amore di carità, poiché si sente riamato, prova in ciò un incentivo nuovo ad amare. Ben è vero che anche in questa forma d’amore di carità, che è tanto nobile e disinteressata, non mancano, per effetto dell’umana corruttela, le ingratitudini, ma le eccezioni e i casi particolari non hanno forza a distruggere ciò che è di per sé vero e secondo natura. Del rimanente poiché in questo amore fraterno di carità v’è Dio e il suo amore; le ingratitudini umane poco o punto ci tangono: anzi esse riescono spesso ad accendere nuovo amore negli uomini giusti, e molto più nei Santi; i quali, a poco a poco, nella creatura quasi non vedono altro che il Creatore. Le cose fin qui dette della carità fraterna, se io giudico rettamente, sono in piena armonia con quanto v’ha di più nobile e bello nella natura umana. Certo, nobile e bellissima cosa è l’amore, talmente naturato nella creatura intelligente, che, tra tutti gli uomini, non ve ne ha alcuno che non abbia amore. Questo amore, che tutti sentiamo in noi stessi, può, senza dubbio, scendere in basso, volgendosi a quelle cose, che sono inferiori all’uomo, e può restare nella stessa creatura amante. Ma può altresì, come fiamma viva e forte, spingersi in alto. E si spinge in alto, sempre che l’intelletto presenta all’uomo alte e nobili idealità, come beni, anzi come beni grandemente amabili; e d’altra parte l’uomo affisandosi in essi, liberamente li ama. Ora come mai l’amore si potrebbe spingere più in alto che in Dio, considerato primamente in sé stesso, come suprema Bontà e Bellezza, e poi nelle immagini sue più care che sono le creature intelligenti e amanti? Oltre a ciò, noi abbiamo tutti, come si dirà, un inchinamento irresistibile ad essere amati, anche con amore universale, e a questo inchinamento corrisponde il desiderio della lode e della gloria. Ebbene, se vogliamo in nostro benefizio l’amore universale, non è dunque al tutto giusto e consono alla natura che rendiamo agli altri quell’amore che vogliamo per noi stessi? Oltre di che la medesima nostra natura ci spinge per un altro modo ad amare tutti gli uomini. Alcuni degli uomini naturalmente siamo spinti ad amarli, perché da essi aspettiamo ciò che essi hanno e noi non abbiamo, o almeno non abbiamo nella stessa misura loro: dico, la scienza, la cultura, l’arte, le ricchezze, la virtù o altri beni somiglianti. Altri uomini, che ci pajono o sono poveri di tutto, li dovremmo amare per naturale sentimento di compassione, e di fraternità; un sentimento, che l’uomo, quando non è corrottissimo, non perde mai interamente; un sentimento, che o è o pare comune anche agli animali bruti, e tanto più, quanto essi sono meno imperfetti. Anche senza il dono della carità soprannaturale, ogni animo nobile e gentile sente compassione del prossimo o povero o infermo o ignorante o vizioso, e sente una voce dentro di sé che gli dice soccorrilo: è tuo fratello. Non dico per questo che l’amore, il quale non abbia altro fondamento che quello della natura, riesca molto efficace e operativo. Tutt’altro. Perciocchè, se v’ha una voce naturale di compassione e di fraternità, che spinge l’uomo ad amare il prossimo; ve ne ha un’altra assai più possente e forte di egoismo, la quale gli grida di continuo nell’animo: pensa a te stesso, ama te stesso, godi tu e i tuoi cari del bene che hai. — Il frutto dunque di questo amore naturale del prossimo è un frutto malaticcio, scarso e che dura appena un’ora e sparisce, Il fatto prova che non è neanche un milionesimo di quello, che ha prodotto e produce nel mondo la carità cattolica. Del rimanente è secondo l’ordine di Provvidenza che questo frutto dell’amore umano ci sia; ed anche è secondo l’ordine di Provvidenza che riesca sì povero e scarso. Ogni qualsiasi frutto dell’amore umano, con la sua esistenza, ci prova che la carità universale del prossimo è al tutto conforme alla nostra natura, la quale, anche corrotta, ha inchinamento all’amore universale, a scarsezza poi e povertà di questo frutto naturale, ci prova quanto sia nobile, bella e santa la carità di Gesù Cristo, che, elevandoci al soprannaturale, nobilita, santifica e moltiplica in infinito tutto il bene naturale che Iddio Creatore ci diede, e che noi, per nostra colpa, perdemmo in gran parte. Oh dolcissima carità  fraterna, o gemma preziosissima donataci da Gesù Cristo, se io fossi riuscito a innamorare di te almeno qualcuno degli uomini, oh come mi riterrei veramente beato!

LE VIRTÙ CRISTIANE (6)

CRISTO REGNI (11)

CRISTO REGNI (11)

 P. MATHEO CRAWLEY (dei Sacri Cuori)

TRIPLICE ATTENTATO AL RE DIVINO

[II Edizione SOC. EDIT. VITA E PENSIERO – MILANO]

Nihil obstat quominus imprimatur ,Mediolani, die 4 febr. 1926 – Sac. C. Ricogliosi, Cens. Eccles.

IMPRIMATUR In Curia Arch. Mediolani die 5 febr. 1926 – Can. M. Cavezzali, Provic. Gener.

CAPITOLO III

L’onore del Re della gloria disdegnato

V. – Il vittorioso appello del Signore

Sopra tutte le opposizioni, restano i diritti del Maestro che ha fatto, del sacerdote, lo strumento indispensabile delle sue grazie. Egli si riserba il diritto sovrano di regnare, nella numerosa falange dei suoi amici predestinati, quelli ch’Egli ha guardato con sguardo di predilezione; Giovanni e le Marie… Egli li prende dove vuole; fra gli umili, fra i grandi, fra i santi e fra gl’indifferenti. E a volte per far risplendere la sua potenza, Egli va a cercare anche lontano. Egli designa, chiama sotto mille diverse forme, insiste con la sua grazia, fa dolce pressione, pur lasciando a ciascuno la libertà, il merito di seguirlo; si può sempre preferire a Lui, le reti e la barca del mondo, e rifiutare la missione gloriosa d’essere « pescatori» d’uomini ». – Avviene qualche che il giovane, la fanciulla restano esitanti, confusi, turbati. E allora comincia la grande e delicata missione dei genitori cristiani. Dio, che ha loro partecipato l’autorità sua, richiede da essi un gesto di fede, una condotta che sia d’accordo con la loro coscienza cristiana, e che non soltanto non contraddica, ma sia conforme e faccia eco alla sua volontà suprema. La loro missione d’educatori e di maestri continua, con lo stretto dovere, di secondare l’appello della grazia, senza precipitare le soluzioni, ma circondando soavemente e fortemente e prudentemente l’anima del fanciullo. E la santa decisione può nascere dal cuore della madre e delle figlie, del padre e del fanciullo come un unico e stesso cuore. Oh, che santa unione! – Se ancora, dopo di questo, resta qualche dubbio, la preghiera, i savi consigli d’un direttore e una sottomissione perfetta alla volontà di Dio, provocheranno certamente la luce. – Una famiglia per quanto nobile e cristiana, non può meritare la grazia di questa visita di Gesù Cristo, che passa da Re in cerca d’un ministro, da Fidanzato che vuol scegliersi una sposa. Certo, le vocazioni possono essere talora titoli di nobiltà divina, onde Nostro Signore vuol ricompensare la virtù provata d’una famiglia a Lui particolarmente unita, la fedeltà di molte generazioni… Ma l’onore di possedere un sacerdote o una suora è talmente superiore a ogni merito personale, ch’esso rimane una delle grazie più gratuite che il Signore possa accordare ai suoi amici. Così pensava il sig. Martin, il babbo avventurato della piccola Teresa, quando diceva: « Io non merito che il Signore venga a prendere le sue spose a casa Mia ». Il numero sempre crescente, delle famiglie cristiane, insensibili e refrattarie a questo onore incomparabile, è uno dei sintomi più inquietanti della decadenza del senso sociale cristiano. Supponete questa dolorosa inversione d’una delle più belle scene evangeliche: la sera del Giovedì Santo, Gesù, venuto a Betania, per il supremo addio, è fermato sulla soglia della casa, congedato colla sua Madre Divina, da coloro che Egli aveva chiamato suoi amici: Lazzaro, Marta e Maria, e questo perch’Egli li invitava a partecipare alla sua crocifissione, e a seguirli fino al Calvario! Ahimè, come questa scena si ripete troppo spesso, per il Cuore Divino, nelle famiglie amate, ove Egli viene ad invitare qualcuno al suo seguito! Eppure è  Lui il solo padrone, che avendoci tutto dato, può anche liberamente riprendere e scegliere quel che è suo. Non è dunque mai l’intruso, meno ancora il ladro, quando chiama con un amore che potrebbero invidiarci gli Angeli. È ho visto molto spesso scacciare insolentemente l’Amico di Betania! Ho visto questo dolce Maestro, bandito dal focolare, solo perché osava rivendicare un bene che solo temporaneamente aveva confidato alla custodia dei genitori. – Queste famiglie così degne, così cortesi, di educazione così fine, io le ho viste, soffocate dalla collera, lo le ho intese pronunciare parole che, per rispetto alla sua miseria, non avrebbero detto ad un mendicante impertinente. « Io ho otto figlie », mi diceva una signora, « tutte son fisse nella mia mente: sei saranno per il mondo; esse si mariteranno facilmente. Quanto a Luisa, la più piccola, è così poco graziosa, così poco simpatica e intelligente che farà bene ad entrare in convento. È la sola alla quale permetterò di essere religiosa » ed abbassando la voce, « il piccolo cencio della famiglia: non è buona a nulla ». Il Signore dispose altrimenti, e prese, nonostante il volere della madre, le due figlie preferite per il monastero, e una terza per il cielo. Un rovescio di fortuna cambiò crudelmente la posizione. Le tre figliole che restarono dovettero lavo far vivere la madre e la sorella malata. La povera madre, in uno stato quasi di miseria, dovette assoggettarsi a mangiare nel parlatorio di un convento, ove una delle sue figliole era divenuta superiora. Ella aveva spesso detto: « È una provvidenza che vi siano dei conventi, perché essi sono il rifugio degli spiriti miseri e insopportabili, delle malaticce, di coloro che una famiglia di un ceto rispettabile non potrebbe convenientemente sistemare », e in altri termini: Gesù è il mendicante al quale si gettano i rifiuti del mondo, gli esseri deboli nel fisico e nel morale. – Ho potuto spesso ammirare la debolezza infinita, la pazienza instancabile, la divina pietà del Maestro adorabile, il cui Cuore resiste a tutti gli oltraggi per conquistare un’anima d’apostolo, un’anima di sposa. La lotta è crudele anche per gli eletti, tanto più, in quanto sentono che il seguire Colui che li chiama, è un loro pieno diritto. Essi veggono la libertà di cui godono i loro fratelli, libertà di cui questi possono abusare a volte, mentre essi menano una vita di oppressione e di diffidenza insopportabile. Tutti li allontanano da tutto ciò che potrebbe favorire quello che viene preso per una « esaltazione ». Non si accorda loro che il minimo di espansione, di pietà e s’impongono loro le più odiose restrizioni. Conosco il caso di un giovane che, per arrivare a intrattenersi con il suo direttore, non trovava altro mezzo che di fingere una innocente relazione amorosa, per la quale veniva approvato in famiglia. Egli vedeva a teatro, a passeggio, una giovinetta… e tutti e due parlavano di vocazione, perché tutti e due si trovavano nella stessa insostenibile e dolorosa situazione. Essi dunque complottavano in favore di Nostro Signore. Aiutandosi a frustare le opposizioni, che le famiglie entusiaste della loro unione avrebbero fatto alle loro vocazioni, essi si vedevano al teatro ed a passeggio, ma.. dopo qualche momento di mistico conversare, si separavano, ed andavano a compiere il loro piano d’avvenire, coi loro confessori. Egli a ventun anni e lei a ventitré, partivano e realizzavano infine la santa ambizione, per la quale avevano sofferto per lunghi anni, una vera tortura morale. Non è un’enorme ingiustizia in questo caso, veramente vissuto, che questi due giovani, che pur avendo ogni libertà di vedersi e d’incontrarsi, non potessero avvicinare i loro maestri e direttori neanche una volta al mese? Quanti casi come questi, ed anche più penosi, si verificano in seno alle migliori famiglie! Ci si difende con accanimento contro il Volere Divino, e giovani anime si veggono tristemente obbligate di lottare contro i loro parenti. Una convinzione di coscienza lotta contro l’affezione ed il rispetto filiale. « Se lei sapesse — mi diceva una giovane — come il mio cuore batte quando debbo incontrare i miei cari parenti, per difendere la mia vocazione, i diritti contestati del mio Gesù! » – « lo spero che tu non ci darai mai questo grande dolore », diceva la Contessa X… a sua figlia di venti anni, che parlava continuamente di voler essere religiosa, rinunciando ai più brillanti partiti e dando prova in tutti i modi della serietà della sua decisione. « Tutto, mia cara, tutto eccetto questo: diceva la madre con veemenza —; questo sarà un sacrificio al disopra delle mie forze. E poi pensa al tuo stato. ». Dai venti ai ventotto anni, la povera fanciulla subì degli assalti terribili. Infine, dopo una scena di disperazione da parte della madre, ella si sente vinta e dichiara di acconsentire a maritarsi. « Ma brava — esclama la madre consolata tu hai finalmente pensato all’onore dei tuoi parenti; il cielo ti benedica ». Il Cielo avrebbe presto risposto dell’onor suo! Due anni dopo, poche persone intime, accompagnate dagli agenti di polizia, bussavano alla porta dell’albergo ove abitava la contessa. Esse riconducevano presso la madre, la giovane figlia, vacillante, tutta atterrita dallo spavento, con gli abiti portanti ancora tracce di sangue… Ella si era maritata con un « viveur », che aveva considerata questa unione soltanto come un mezzo per dare, con i milioni della sposa, un lustro al suo blasone scolorito.  Era stata molto infelice, e quella notte, il marito, che non l’amava affatto, era rientrato tardi ed ubriaco, ed aveva cercato di batterla perché essa lo aveva rimproverato; e mentre lei si difendeva, egli perduta la testa per la collera e per i fumi dell’alcool, si era ucciso con quello stesso colpo che voleva dirigere alla povera donna. Se i genitori hanno il diritto di mettere a prova prudentemente e delicatamente la vocazione dei loro figlioli; se anche, in certi casi è per essi un dovere, non debbon tuttavia opporvisi per partito preso. Vi è un’enorme distanza tra la discrezione del silenzio, dell’osservazione, dell’attesa, ed il sistema della biasimevole opposizione di cui abbiamo parlato. E perché tante esigenze, tante prove, fatte fare prematuramente, tante precauzioni per questa vocazione di sacrificio; ed invece tanta felicità, tante strade aperte per le carriere del mondo, ove i pericoli che minacciano l’onore, la coscienza dei giovani, sono così numerosi? Si direbbe che i genitori siano nati, e vissuti nel mondo, come in un paradiso terrestre, circondati di virtù e di delizie, talmente preme loro che i propri figlioli vi rimangano, nonostante la voce della loro coscienza. – Noi concepiamo chiaramente la lotta del cuore in un padre e in una madre; la perplessità dovuta ad una esitazione istintiva, ad una ripugnanza naturale al sacrificio che loro chiede Gesù, ma non comprendiamo il perché, nelle famiglie cristiane, il mondo sia preferito alla vita religiosa. Poiché di fatto, su cento eletti del Signore, si può giudizio, più con certezza affermare che, in generale, tutti e cento siano molto felici, mentre che quelli che hanno l’esperienza del secolo, sanno quale sia, all’opposto, la spaventosa proporzione dei felici tra coloro che vivono nel mondo. – Se i genitori avessero incontrato, prima del loro matrimonio, le diffidenze, le opposizioni nascoste e palesi, i fastidi di ogni genere che tante giovinette hanno, per attuare la loro sublime vocazione, avrebbero considerato quelle giuste, legittime, ragionevoli? No! essi sanno bene a quali pericoli, a quali scandali frequenti, a quali sofferenze conducono le opposizioni matrimoniali fondate, per esempio, su l’ineguaglianza del patrimonio o di stato, quando i cuori che si amano superano qualunque ostacolo, pur di raggiungere la loro felicità. Forse qualcuno, leggendo queste righe, ricorderà le amarezze provate per il rifiuto e l’opposizione sistematica: che essi risparmino ai loro figlioli, di fronte a una via ben più alta e sublime, queste angustie, che sono un’agonia del cuore. – Mi preme di esporre qui un’idea molto seria, che potrebbe far riflettere molte famiglie cattoliche. – Da che dipende lo strano, inesplicabile svilupparsi d’indifferenza, d’irreligiosità, e a volte anche l’assenza assoluta di pietà, in un fanciullo nato ed educato in un focolare cristiano? Questa anomalia può avere, secondo il mio umile giudizio, più spesso di quanto non si pensi, la sua causa non soltanto nel singolo individuo, ma nella catena che lega le famiglie e le generazioni. La legge della grazia, come la legge della natura, stabilisce questo stretto legame, questa comunione di beni e di infermità morali e materiali. Mi è sembrato constatare, che quando si estingue la sorgente di grazia, che è il pozzo divino di una vocazione, non soltanto ne patiscono le anime degli estranei assetati dell’acqua della grazia, ma la famiglia stessa ne soffre, o ne soffrirà nelle successive generazioni. Quel pozzo divino; quelle messe, quelle immolazioni, quelle preghiere, quella vita. d’olocausto erano destinate prima di tutto ad arricchire la vita soprannaturale del giardino familiare. Tutti gli alberi di questo giardino vivono colle radici nello stesso suolo, tutte le anime sono in stretta comunione spirituale; vi è una partecipazione più o meno abbondante di tesori, di luce, di forza, di amore. E che non si vada a cercare un’altra spiegazione a questi strani problemi morali, a questi enigmi angosciosi che si incontrano in alcune famiglie: la chiave non ne è, spesso, che il rifiuto delle grazie di una vocazione. Si è rinunciato ad un patrimonio: misteriosamente, un male latente ed insanabile ne farà lungamente sentire la privazione, per diverse generazioni. Il Signore è geloso del suo onore; è facile avvedersi di ciò. Egli che, per estrema umiltà, provocata dal suo amore, lascia il trono, lo scettro ed il suo cielo di gloria per salvare il mondo, non vuol essere disprezzato nelle sue chiamate. Di quest’oltraggio, che lo ferisce infinitamente, Egli si vendica — pare portando via, con violenza, il tesoro rifiutato alla Maestà sua. – Non dimenticherò mai questa eloquente lezione di giustizia divina, inflitta a una madre ostinata, da Nostro Signore. La Signorina di X… supplicava invano i suoi per ottenere l’autorizzazione d’entrare in convento. Essendo maggiorenne avrebbe potuto farne a meno, ma le sembrava preferibile d’aspettare che il suo affetto, le sue pene, la tenacia nel suo desiderio. piegassero l’opposizione di sua madre. Questa, da parte sua, sperava in una evoluzione nell’animo della figlia. La situazione diveniva pertanto sempre più penosa, e la madre, esasperata, finì per esclamare un giorno: « Ebbene, se dovessi scegliere fra vederti religiosa e contemplarti morta, preferisco e chiedo la seconda cosa ». Ed ella insisté su questo terribile augurio. Ma per dissipare la dolorosa impressione prodotta sulla giovane, essa aggiunse: « Preparati: domani partiremo. I viaggi ti distrarranno; staremo in giro due mesi, e avrai, senza dubbio, la fortuna di dimenticare, in viaggio, le tue fantasticherie ». Esse partirono, e la mamma non risparmiò né denaro, né fatica per distrarre con passeggiate, teatri, serate e spiagge, i desideri deprecati della docile figliola, che, nonostante tutto, conservava intimamente il tesoro della sua vocazione. Un giorno, mentre il treno espresso su cui erano montate arrivava alla grande stazione di X …, la fanciulla dette un leggero grido, mormorando convulsamente: « Gesù mio » e … cadde morta ai piedi della madre costernata. Qualche minuto dopo, il cadavere era calato dalla vettura e steso sopra un banco d’una sala d’aspetto. Al posto del velo di sposa di Nostro Signore, era spiegato un lenzuolo funebre; la povera madre pagava a duro prezzo la sua triste preferenza…

LE VIRTÙ CRISTIANE (4)

LE VIRTÙ CRISTIANE (4)

S. E. ALFONSO CAPECELATRO

Card. Arcivescovo di Capua

Tipografia liturgica di S. Giovanni Desclée e Lefebre e. C. – Roma – Tournay

MDCCCXCVIII

PARTE Ia

LE VIRTÙ TEOLOGALI E LA VIRTÙ DELLA RELIGIONE

CAPO III.

LA VIRTÙ DELLA CARITÀ

L’amore dell’uomo verso Dio

Insieme con la speranza, e quasi sua gemella, nasce dalla fede anche la virtù teologale della carità, la quale supera di gran lunga in isplendore ed eccellenza le due precedenti. – Basterebbe a indicarlo il nome stesso di carità, col quale noi nominiamo anche l’Iddio nostro, secondo che è detto in san Giovanni: Dio è Carità. Per tal modo un medesimo nome, in noi, esprime una virtù dell’animo, e in Dio, la sua stessa essenza. Mille volte dunque sia benedetto questo nome divino, e pur umano di carità; il quale ha nella vita dell’universo dolcezza, possanza e sublimità grandissima, soprattutto Perché l’uomo lo prende da Dio, in cui non è né fede, né speranza, ma è carità eterna e infinita. – Or bene, per parlare meno indegnamente della virtù della carità, incominciamo dal levar gli occhi dell’intelletto in alto. E poiché la carità non solo si diffonde da Dio nelle anime nostre, come le altre virtù teologali; ma essa in Dio è Dio stesso, accostiamoci con le ginocchia della mente inchine al nostro Signore, eterna e infinita carità. Studiamo dapprima, secondo l’alta sapienza cattolica, che cosa è carità in Lui, o che il medesimo, che cosa è amore in quel primo ed eterno amore, e, a nostro modo d’intendere, primo ed eterno Sole, da cui l’amore, come raggio benefico, piove in tutto l’universo. Così ci tornerà assai più agevole di conoscere addentro la virtù teologale della carità, e di ammirarne la bellezza inenarrabile. In vero; se Dio intende e muove e prevede e provvede; se Egli è infinitamente e semplicissimamente buono, buono tanto, che tutte le cose, fuori di Lui, e le stesse intelligenze angeliche o umane si possono a comparazione di Lui chiamare cattive; è certo che in Dio sia perfettissimo e nobilissimo amore, e che anzi Egli sia infinito ed eterno Amore. Infatti l’amore è l’essenza di Dio; ed è inoltre la cagione dell’essere, della bontà e della perfezione di tutte le cose; di modo che, se l’amore di Dio non fosse, non sarebbe né perfezione, né bontà, né uomo, né angelo, né cosa nessuna in luogo veruno. Di tutti gli affetti umani due soli, senza più, si trovano in Dio; l’amore e il gaudio. I quali in lui non sono affetti, cioè accidenti, ma sustanza; perciocché ciò che è in Dio, è Dio, e conseguentemente sustanza. E come mai tutto il mondo spirituale e tutto il mondo corporale amerebbero essi, se Dio non amasse? Ogni altra cosa può Iddio, fuori solamente che non amare sé stesso, essendo in lui l’amante e l’amato un medesimo. Or questo amore, onde Iddio ama infinitamente sé stesso, i teologi lo chiamano naturale, non perché sia naturale, come è naturale alle altre cose umane dove non è elezione; ma perché tutto ciò che è in Dio vi è in modo così eminente ed eccellente e indiviso, che non si può né dichiarare con parole, né in alcuna maniera immaginare con la mente che sia diversamente da quel che è. – Questa è la sustanza dell’alta e profonda scienza cattolica intorno all’amore considerato in Dio, e ho detto amore, e avrei potuto pure dire carità. Perciocché le due parole di carità e di amore si usano l’una per l’altra nell’infinito nostro Padre, e assai spesso anche in noi, secondo che si vedrà nel seguito del discorso: con questa avvertenza però, che sempre che parliamo di Dio o delle virtù soprannaturali, i due nomi si usano parimenti senza difficoltà; ma non è il medesimo allorché ci accade di volgere il discorso all’amore nostro secondo natura. Il quale, anche che sia buono, non lo diciamo carità; perché carità nell’uomo è propriamente amore puro e procedente da soffio della divina grazia. Ora dall’amore guardato in Dio, discendiamo col pensiero all’amore che investe tutto l’universo, dandogli ordine, armonia e unità. Iddio, primo, eterno e infinito Amore, com’è detto, crea per amore libero tutto l’universo, e nell’universo, come in lucente specchio, effigia, in vario modo, e in maggiore o minor grado l’amor suo. Onde è giusto il pensare che, in certa guisa, e secondo la propria natura, il mondo materiale ami, il mondo animale ami, e ami in modo infinitamente superiore lo spirituale. Tutti questi amori, qualunque nome prendano, sono raggi del primo ed eterno Amore; ma nel mondo materiale il raggio divino è opaco e appena visibile; si vede un po’ più nel vegetale; e anche alquanto di più nel mondo animale. Nello spirituale poi, questo raggio divino che è uno splendore di luce vivissima, specchia ed effigia il primo ed eterno Amore, come la immagine finita può effigiare e specchiare il Vero, il Bello e il Buono infinito. Nell’amore libero in vero, e nella intelligenza che gli fa lume e lo guida, sta la ragione delle parole sublimi e amorose dette da Dio nella creazione dell’uomo: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza.” In vero, amore, preso nella sua più ampia significazione, è tendenza al bene. Però Iddio, volendo sapientemente creare il mondo per effigiare sé stesso, dette ai diversi ordini delle creature una naturale tendenza al bene, o che è il medesimo dette loro amore naturale; ma non in pari grado. Infatti, la natura materiale ama, seguendo inconsapevolmente la tendenza al suo bene relativo, datogli da Dio. Alla terra, per esempio, ha concesso di tendere al centro, e alla fiamma di tendere in alto. Ama in egual modo la natura vegetale, e anche meno imperfettamente, avendo quasi una certa elezione inconsapevole nel trovare il proprio bene piuttosto in un luogo, che in un altro; onde vediamo alcune piante stare e prosperare lungo le acque, altre sopra i gioghi delle montagne e altre nelle piagge e a piè dei monti. E ama altresì la natura vegetale in modo più chiaro per certi mutui attraimenti, che assomigliano agli attraimenti della natura animale; onde il Linneo descrisse, per ragione di somiglianza, gli amori, le nozze, i talami delle piante. Gli animali poi hanno più manifesta tendenza al bene, e più manifesto amore non solamente per tendenza ai luoghi, ma tra sé stessi, per attraimento scambievole dell’uno verso dell’altro, e verso la specie, e verso gli animali generati da loro, e anche verso le altre specie di animali. L’uomo poi, che contiene in sé un piccol mondo, con l’amore naturale ama molto e assai variamente in tutti modi, che s’è detto degli altri ordini di creature. Ama poi in un altro modo più perfetto; cioè ama, come la natura angelica, altresì con l’amore libero, che è il vero tesoro di tutta la sua vita, come ci accadrà di vedere tra poco. Intanto, è assai utile il notare che un nodo universale di amore unisce tra loro anche i diversi ordini delle creature, per modo, che la natura inferiore tende alla superiore, ed è quasi attratta ad essa; onde il perfezionamento suo sta nell’avvicinarsi alla natura più nobile. Così la perfezione della natura materiale è di avvicinarsi alla vegetale: nella vegetale sono più perfette quelle piante o fiori che assomigliano alla natura animale, e nella natura animale quegli animali che più si avvicinano all’uomo, benché la distanza, che corre tra questi due, è sempre incommensurabile. Come è bello dunque il vedere tutto l’universo esser congiunto armoniosamente per virtù d’amore! Come è soave il pensare che questo amore universale è veramente il cantico, sempre antico e sempre nuovo, che le creature cantano in ogni istante al loro Creatore! – Il dì che Iddio, per infinito amor suo, ci arricchì d’intelligenza, dette a noi e agli Angeli una tendenza naturale, o che è il medesimo un amore naturale a tutto ciò, che si presenta all’intelletto sotto l’aspetto di bene; e questa tendenza generica a tutto che è bene, o pare bene, è amore naturale necessario e immancabile nell’uomo; amore senza errore, cioè senza possibilità di errare. Ma non bastò questo all’infinito amore di Dio, per l’uomo, che forgiò a propria immagine e, somiglianza. Lo arricchì anche d’un’altra larga fonte di amore, e fu l’amore libero: amore, che a noi è bene supremo e tesoro inestimabile; bene e tesoro che sono la sorgente perenne della nostra libertà, e però di ogni nostra virtù. Ora cosiffatto amore, che è il principio della vita libera e morale, può errare, ed errando, genera il male per tre modi. Il primo è quando si ama il male, il quale si mostra sotto specie di bene; l’altro quando si ama il bene finito più che non si dovrebbe, e l’infinito meno del dovere; l’ultimo, quando non si conserva nell’amare l’ordine dovuto ai diversi beni degni d’amore: nei quali beni Iddio pose una gradazione ammirabile, conosciuta per lume dato al nostro intelletto, e molto più per lume supremo di rivelazione e di grazia. – Intanto l’amore libero dell’uomo, poiché è moto dell’animo verso il bene (anche se consideriamo l’uomo fuori del soprannaturale) si può volgere al Bene supremo e infinito che è Dio. Se col solo lume di natura l’uomo può avere una qualche cognizione pallida e imperfetta di Dio; come mai col suo amore libero, ei che ama i beni finiti con amore possente, non potrebbe fare altrettanto col Bene infinito? Nondimeno s’ha da notare che questo volo di amore libero verso Dio, senza ajuto di grazia soprannaturale, sia perché siamo finiti, e molto più perché siamo corrotti dal peccato d’origine, riesce un volo lento, mal sicuro, pieno di difficoltà, come vediamo accadere talvolta agli uccelletti appena usciti dal nido. I beni finiti con i loro attraimenti ci tirano a sé; le passioni ci volgono in basso; e gli uni e le altre ci tarpano le ali, che ci dovrebbero sospingere in alto verso il Cielo. Laonde, senza la infinita misericordia di Dio, la rivelazione e la redenzione, che hanno dato al nostro amore un ardore e un impeto soprannaturale verso il Bene supremo, e lo hanno trasformato in carità; il nostro amore a Dio sarebbe pallido e fiacco sempre. Risulterebbe piuttosto ombra d’amore, come vediamo accadere in quasi tutti coloro che vivono fuori della luce della divina rivelazione; i quali o non amano punto Iddio, o lo amano con un sentimento vago e incerto che si dilegua come nuvola alla più piccola folata di vento. – Ora dunque volgiamoci con l’animo riconoscente a quella carità di Dio che è stata diffusa nei nostri cuori, per mezzo dello Spirito Santo, che ci è stato dato; (Charitas Dei diffusa est in cordibus nostris per Spiritum Sanctum qui datus est nobis – Rom. V, 5). e con animo commosso scrutiamone il dolcissimo mistero. La carità di Dio è una virtù soprannaturale, che va definita così “Carità è virtù teologale, per la quale amiamo Dio e le sue infinite perfezioni sopra tutte le cose, e amiamo noi stessi e il prossimo per Dio.” (Vedi Theolog. Mor. Auctore Augustino LEHMKUHL, S. – J. – Tom. I, p. 198). La quale definizione, benché sia fatta oggi, dopo molti secoli di studj profondi, e di analisi e di sintesi di tutte le verità insegnate da Gesù Cristo, appena per qualche parola differisce da ciò che insegnò Gesù, allorché, interrogato da un giudeo, qual fosse il gran comandamento della legge, rispose: “Amerai il Signore Dio tuo, con tutto il tuo cuore, e con tutta l’anima tua, e con tutto il tuo spirito: questo è il massimo e il primo comandamento. Il secondo poi è simile a questo. Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti pende tutta la legge e i profeti.” (Matt. XXII. 35, e segg.). Intanto, per fare qualche riflessione intorno a questa regina delle virtù teologali che è la carità, in prima è mestieri considerare che, se l’amore consiste nella tendenza al bene, è al tutto secondo ragione che l’animo nostro si muova verso il Bene sommo, con la maggior tendenza di cui è capace, o che è lo stesso con amore relativamente sommo di che segue il comandamento divino dell’Evangelo essere in piena armonia con la nostra sana ragione. Ancora, se oltre a questo Bene sommo, ci hanno beni finiti e creati; è secondo ragione che questi altresì siano amati. E, poiché questi beni finiti e creati non stanno di per sé, ma sono derivati, e derivano dal primo Bene sommo ed eterno; chi non vede che essi s’hanno da amare congiuntamente col Bene sommo, e come derivanti da esso? Di qui segue altresì che l’amarli contro del Bene sommo riesce in errore e colpa grandissima; e l’amarli fuori di esso Bene sommo, o è errore e male relativamente leggero, o talvolta è soltanto un pericolo, che ci avvicina al male. Così si arriva facilmente da un sano concetto dell’amore alla profonda e nobilissima teorica del bene e del male, dataci dal Cristianesimo, e pienamente conforme alla ragione. Nondimeno ad alcuni amatori del mondo, affogati, come sono, nel pantano dei vizj, e delle passioni, e rimpiccioliti da beni meschini della terra, riesce assai difficile o quasi impossibile il pensare che l’uomo abbia tant’ala, da volgersi al sommo Bene, e amare con amore sommo ciò che è assolutamente impenetrabile e invisibile. Ma contro costoro è giusto considerare che il vedere con gli occhi del corpo il Bene, ce lo fa spesso amare di più; ma in effetti l’amore nostro nasce non dal vedere degli occhi, ma da un’altra visione assai superiore che è la visione dell’intelletto. Onde noi amiamo molte cose astratte e concrete che non si vedono, e anche talvolta le persone umane, senza che l’occhio corporeo le conosca punto. Chi invero direbbe che un buon figliuolo non possa stringersi di molto amore alla genitrice sua, quando anche, per caso, non la conosca con l’occhio del corpo, ma solo con l’occhio della mente, sapendo la bontà di lei, e l’affetto che gli porta, e i sacrifizj grandi che ha sostenuti e sostiene per lui? Lo stesso avviene in noi dell’amor di Dio. Che importa a noi di non vederlo con gli occhi del corpo, se lo vediamo, almeno opacamente, con l’occhio della mente, e questa visione ci è accresciuta e perfezionata di molto dalle fede? I figliuoli della Città del mondo affermano che sia impossibile amare Iddio, nascoso sotto il velo impenetrabile della sua gloria. Ma a me pare piuttosto che sia impossibile o quasi il non amarlo. Non lo vediamo e non lo conosciamo noi l’Iddio nostro in noi stessi, e in tutto l’universo? Non ci parlano forse di lui il cielo, il mare, i monti, i ruscelli, le piante, i fiori e gli animali? Non cantano le sue glorie i cieli dei cieli, le stelle, la luna, il sole? La verità, la bontà, la bellezza, dovunque la troviamo, non ci specchiano e non ci fanno conoscere Iddio? E poi tutt’i misteri della nostra fede non sono come tanti raggi di luce, che Iddio manda sopra di noi, e che c’inducono a meglio conoscerlo e a più amarlo? È dunque al tutto secondo ragione che il Bene sommo, ancorché invisibile e tanto grande, che noi ne abbiamo idea e cognizione qui in terra soltanto per ispecchio e in enimma, lo amiamo con amore sommo, ossia superiore a quello, onde amiamo i beni finiti e derivati da Lui; i quali, al paragone del Creatore eterno, sono poco più che immagine e parvenza di bene. – Se non che, a prima giunta, parrebbe che il fatto contradicesse ciò che si è detto dell’amore sommo, onde il buon Cristiano ama Iddio, anche tra le miserie della vita presente. Alla mente di alcuni si affaccia questa obiezione. Dove si trova mai l’uomo che ami Iddio con la tenerezza, con l’ardore, con l’impeto, e con l’entusiasmo, col quale si amano talvolta le creature? E si trova, sia pure tra i Santi, chi pianga la perdita che fa del sommo Bene per peccato grave, con lagrime tanto calde e profuse, quante sono le lagrime d’una buona madre, la quale ha perduto tutto il suo bene terreno, perdendo il figliuolo e non patisce consolazione alcuna? Sì, ciò è vero; ma non se ne può trarre nulla contro l’amor sommo che noi si deve a Dio, e che tanti e tanti milioni di uomini, anche tra le miserie dei nostri tempi, gli portano. Infatti l’amore, da noi portato a Dio in questa terra, come insegna san Tommaso, non è al tutto della medesima natura di quello, che portiamo alle creature. L’amore, che abbiamo a Dio, è principalmente un amore riverenziale, che nasce dalle infinite perfezioni del Signore, e dalle infinite bontà sue verso di noi. Nell’amore poi che nutriamo verso le creature, non manca la cognizione dei pregi e delle bontà delle creature; ma vi entra, per giunta, l’affetto. Ora è proprio dell’affetto umano, che esso si ecciti per i sensi, e per certi vincoli personali che la natura pone. Così accade che la perdita del sommo Bene, anche che sia sommamente amato, d’ordinario si sente assai meno della perdita di un bene terreno, nel quale all’amore estimativo si aggiunge l’amore affettivo e passionato, che manca all’altro. Le quali cose l’Angelico san Tommaso assomma in poche parole, dicendo che l’amore nostro a Dio deve esser sommo quanto alla preferenza e all’apprezzamento del sommo Bene, non però sommo quanto alla passione e all’affetto; appretiative, sed non affettive summus. – Ma scrutiamo ancora più addentro la natura della carità, ché è dolce il penetrare nelle doti più intime di essa. Secondo l’Angelico, la carità è perfetta da parte della creatura. quando essa ama tanto, quanto può. Ora è chiaro, che la creatura può profondersi nell’amore di Dio per tre modi diversi. Il primo è che tutto il suo cuore, in ogni proprio movimento, viva. E sia in Dio. Questa è perfezione di amore, che corrisponde alla vita della visione beatifica in Cielo, e che non è possibile nella vita terrena, nella quale l’uomo non può in ogni suo atto pensare a Dio, e vivere dell’amore di Lui. Un’altra perfezione di amore di minor grado si ha quando l’uomo pone tutto il suo studio nel volgersi a Dio e alle cose divine, messe da parte le cose umane, ad eccezione di quelle che la presente vita richiede. Questa maniera di perfezione di amore è possibile nella vita terrena; ma non può esser comune a tutti coloro che hanno carità. – L’ultima forma di carità si ha quando l’uomo abitualmente mette tutto il suo cuore in Dio, per modo che ei non pensi liberamente e non voglia mai cosa alcuna contraria al divino amore: e questa perfezione di carità è comune a tutti coloro che hanno carità. (S. Theol., 2, 2, q. 24, art. 8 etc.). Così dunque si conchiude rettamente che la carità nostra verso Dio è come una piramide, la quale ha una base, un punto medio, e una cima altissima. Alla base è la perfezione della carità comune, che si assomma in questo pensiero; mai niente contra Dio, o che è lo stesso contro la divina legge. Nel punto medio della piramide è la carità di pochi i quali, oltre a non volere far mai nulla contro Dio, aggiungono l’allontanamento o di cuore o di fatto dai beni umani, salvo i necessarj alla vita terrena; e questa è la perfezione dei Santi; una perfezione d’amore infocato, che diciamo eroismo d’amore, perciocché eroismo è quell’atto, che trascende la legge morale dei nostri doveri e ci leva in alto. A questa medesima perfezione di amore, o piuttosto a questo medesimo eroismo si votano particolarmente i religiosi, come al punto, cui debbono tendere. Alla cima della piramide la perfezione della nostra carità è un amore, il quale si riposa, si muove e s’infiamma tutto dell’Iddio pienamente posseduto con la visione e con la gloria. Per questo amore eterno del Paradiso ciascun beato, pensando alla sua vita terrena, potrà dire con linguaggio biblico: Le mie tenebre, o Signore, davanti alla tua faccia sono diventate come il mezzodì. Intanto per conchiudere questo dolcissimo e altissimo tema dell’amore di Dio, io trascrivo qui alcune stupende parole di sant’Agostino, con vivo desiderio che chi legge, le possa applicare a sé stesso, e ne tragga frutti di consolazione e di dolcezza: “Ciò che la coscienza, senz’alcun dubbio, o Signore, mi assicura, è che io ti amo. Tu mi colpisti il cuore con la tua parola, e subito ti amai. Ma e il cielo e la terra e tutte le cose che sono in essa, ecco che da ogni parte mi dicono che ti ami, né restano di dirlo a tutti gli uomini, “ acciò sieno inescusabili.” (Rom. I, 20). Ma la tua misericordia si fa sentire più addentro “in chi tu degni di far pietà, e cui ti piace far grazia;” (Rom. IX, 15), altrimenti il cielo e la terra narrano le tue lodi ai sordi. Che amo io dunque quando ti amo? Non già l’appariscenza in ordine ai corpi, non già l’armonia in ordine ai tempi, né il brillar di questa luce amica ai nostri occhi, non la soave melodia del canto, non la fragranza dei fiori e degli unguenti e degli aromi, né  la manna, né il miele, né gli amplessi della voluttà. Non amo, no, queste cose amando il mio Dio; e tuttavia amo certa luce, certa voce, certo odore, certo cibo, certo amplesso, allorché amo il mio Dio, luce, suono, cibo, amplesso all’interno mio senso; dove all’anima mia risplende ciò cui spazio non contiene, dove risuona ciò che il tempo non dilegua, dove olezza ciò che le aure non dissipano, dove si assapora ciò che l’edacità non iscema, e dove congiungesi ciò che la sazietà non ributta. Questo è che io amo, quando amo il mio Dio.” (Conf. Lib. X, cap. 6).