DOMENICA DELLE PALME (2022)

DOMENICA DELLE PALME [2022]

Semidoppio Dom. privil. di I cl. – Paramenti violacei.

La liturgia di oggi esprime con due cerimonie, l’una tutta piena di gioia, l’altra di tristezza, i due aspetti secondo i quali la Chiesa considera la Croce. Anzi tutto vengono la Benedizione e la Processione delle Palme. Esse traboccano di una santa allegrezza che ci permette, dopo venti secoli, di rivivere la scena grandiosa dell’entrata trionfale di Gesù in Gerusalemme. Poi c’è la Messa di cui i canti e le letture si riferiscono esclusivamente al doloroso ricordo della Passione del Salvatore.

I . — Benedizione delle Palme e Processione.

A Gerusalemme, nel IV secolo, si leggeva in questa Domenica nel luogo medesimo dove i fatti s’erano svolti, il racconto evangelico che ci descrive Cristo, acclamato come Re d’Israele, che prende possesso della sua capitale. In realtà, Gerusalemme non è che l’immagine del regno della Gerusalemme celeste. Poi un Vescovo,montato su un asino, andava dal sommo del Monte Oliveto alla chiesa della Risurrezione, circondato dalla folla che portava delle palme, cantando inni ed antifone. Questa cerimonia era preceduta dalla lettura del passo dell’Esodo riguardante l’uscita dall’Egitto. Il popolo di Dio, accampato all’ombra dei palmizi, vicino alle dodici fonti dove Mosè gli promette la manna, è il popolo cristiano che servendosi di rami dei palmizi attesta che il suo Re, Gesù,viene a liberare le anime dal peccato, conducendole al fonte battesimale e nutrendole con la manna eucaristica.La Chiesa di Roma, adottando questo uso, pare verso il IX secolo, ha aggiunto i riti della Benedizione delle Palme, da cui deriva ilnome di Pasqua fiorita dato a questa Domenica. Questa cerimonia è una specie di messa con Orazione propria, Epistola, Vangelo e Prefazio proprio. La consacrazione è sostituita dalla benedizione delle palme e la comunione dalla distribuzione di queste palme.Queste cerimonie hanno un significato simbolico. « Dio, — dice la Chiesa — per un ordine meraviglioso della sua Provvidenza, ha voluto servirsi anche di queste cose sensibili per esprimere l’ammirabile economia della nostra salvezza » poiché « questi rami di palme segnavano la vittoria che stava per esser riportata sul principe della morte e i rami d’ulivo annunciavano l’abbondante effusione della misericordia divina ». « Infatti la colomba annunciò la pace alla terra per mezzo d’un ramoscello d’ulivo », « e le grazie che Dio. moltiplicò su Noè all’uscita dall’arca, e su Mosè che abbandonava. l’Egitto con i figli d’Israele, sono una figura della Chiesa» «che muove incontro a Cristo con opere buone» «con le opere che germogliano dai rami di giustizia » (Orazioni della Benedizione delle Palme). Questo corteo di Cristiani che, con le palme in mano e con il canto dell’osanna sulle labbra, acclamano ogni anno, in tutto il. mondo, attraverso tutte le generazioni, la regalità di Cristo, è composta di tutti i catecumeni, dei penitenti pubblici, e dei fedeli che i sacramenti del Battesimo, della Eucaristia e della Penitenza associeranno, nelle feste di Pasqua, a questo trionfatore glorioso. « È noi, che con integra fede rammentiamo il fatto e il suo significato « …ti preghiamo, Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio, per lo stesso Signor Nostro Gesù Cristo affinché, ciò che il tuo popolo fa oggi esternamente, lo compia spiritualmente, riportando vittoria sul nemico ». Questo rappresenta la processione che si arresta alla porta della Chiesa. Alcuni coristi sono nell’interno, i loro canti s’alternano con quelli dei sacerdoti (Gloria, laus et honor). Processione delle Palme).: da una parte sono i « cori angelici », dall’altra i soldati di Cristo, ancora impegnati nel. combattimento, che acclamano per turno il Re della gloria. Ben presto la porta si apre allorché il suddiacono vi avrà bussato per tre volte con l’asta della croce; così la croce di Gesù ci apre il cielo e la processione entra in Chiesa, come gli eletti entreranno un giorno con Cristo nella gloria eterna. — Conserviamo religiosamente nella nostra casa un ramoscello di olivo benedetto. Questo sacramentale, in virtù della preghiera della Chiesa, ci farà ottenere i favori del cielo e renderà più ferma la nostra fede in Gesù che, pieno di misericordia (simboleggiata dall’olivo, di cui l’olio mitiga le piaghe), ha vinto (vittoria simboleggiata dalle palme) il demonio, il peccato e la morte.

2. — Messa della Domenica delle Palme.

La benedizione delle palme si faceva a Santa Maria Maggiore, che a Roma rappresenta Betlemme, dove nacque Colui che i Magi proclamarono « Re dei Giudei ». La processione andava da questa Basilica a quella di S. Giovanni Laterano nella quale si teneva altre volte la Stazione, poiché, essendo dedicata al Santo Salvatore, essa rievoca il ricordo della Passione di cui tratta la Messa . — Il trionfo del Salvatore deve essere preceduto dalla « sua umiliazione fino alla morte e fino alla morte di croce » (Ep.) umiliazione che ci servirà di modello « affinché mettendo a profitto gli insegnamenti della sua pazienza possiamo renderci partecipi anche della sua risurrezione » (Or.).

Benedictio Palmorum

Ant. Hosánna fílio David: benedíctus, qui venit in nómine Dómini. O Rex Israël: Hosánna in excélsis. [Osanna al Figlio di David, benedetto Colui che  viene nel nome del Signore. O Re di Israele: Osanna nel più alto dei cieli!]
Orémus.
Bene dic, quǽsumus, Dómine, hos palmárum ramos: et præsta; ut, quod pópulus tuus in tui veneratiónem hodiérna die corporáliter agit, hoc spirituáliter summa devotióne perfíciat, de hoste victóriam reportándo et opus misericórdiæ summópere diligéndo. Per Christum Dominum nostrum.

[Bene ☩ dici Signore, te ne preghiamo, questi rami di palma e concedi che quanto il tuo popolo ha celebrato materialmente in tuo onore, lo compia spiritualmente con somma devozione, vincendo il nemico e corrispondendo con profondo amore all’opera della tua misericordia. Per Cristo nostro Signore.]

De distributione ramorum

Ant. Púeri Hebræórum, portántes ramos olivárum, obviavérunt Dómino, clamántes et dicéntes: Hosánna in excélsisI

[I fanciulli ebrei, portando rami di olivo, andarono incontro al Signore, acclamando e dicendo: Osanna nel più alto dei cieli.].


D
ómini est terra et plenitúdo eius, orbis terrárum et univérsi qui hábitant in eo. Quia ipse super mária fundávit eum et super flúmina præparávit eum.
Ant. Púeri Hebræórum, portántes …

Attóllite portas, príncipes, vestras: et elevámini, portæ æternáles: et introíbit rex glóriæ.
Quis est iste rex glóriæ? Dóminus fortis et potens: Dóminus potens in prǽlio.
Ant. Púeri Hebræórum, portántes…

Attóllite portas, príncipes, vestras: et elevámini, portæ æternáles: et introíbit rex glóriæ. Quis est iste rex glóriæ? Dóminus virtútum ipse est rex glóriæ.
Ant. Púeri Hebræórum, portántes

Ant. Púeri Hebræórum, portántes

Ant. Púeri Hebræórum vestiménta prosternébant in via, et clamábant dicéntes: Hosánna filio David; benedíctus qui venit in nómine Dómini. .

[I fanciulli Ebrei stendevano le loro vesti sulla via e acclamavano dicendo: Osanna al Piglio di David! Benedetto Colui che viene nel nome del Signore!]


Omnes gentes pláudite mánibus: iubiláte Deo in voce exultatiónis.
Quóniam Dóminus excélsus, terríbilis, rex magnus super omnem terram.
Ant. Púeri Hebræórum  …
Subiécit pópulos nobis: et gentes sub pédibus nóstris.
Elegit nobis hereditátem suam: spéciem Iacob quam diléxit.
Ant. Púeri Hebræórum

Ascéndit Deus in iúbilo: et Dóminus in voce tubæ.
Psállite Deo nostro, psállite: psállite regi nostro, psállite.
Ant. Púeri Hebræórum …

Quóniam rex omnis terræ Deus: psállite sapiénter.
Regnávit Deus super gentes: Deus sedit super sedem sanctam suam.
Ant. Púeri Hebræórum vestiménta

Príncipes populórum congregáti sunt cum Deo Abraham: quóniam Dei fortes terræ veheménter elevati sunt.
Ant. Púeri Hebræórum vestiménta

Ant. Púeri Hebræórum vestiménta prosternébant in via, et clamábant dicéntes: Hosánna filio David; benedíctus qui venit in nómine Dómini.

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthǽum.

[Matth. XXI, 1-9]

“In illo témpore: Cum appropinquásset Jesus Jerosólymis, et venísset Béthphage ad montem Olivéti: tunc misit duos discípulos suos, dicens eis: Ite in castéllum, quod contra vos est, et statim inveniétis ásinam alligátam et pullum cum ea: sólvite et addúcite mihi: et si quis vobis áliquid dixerit, dícite, quia Dóminus his opus habet, et conféstim dimíttet eos. Hoc autem totum factum est, ut adimplerétur, quod dictum est per Prophétam, dicéntem: Dícite fíliae Sion: Ecce, Rex tuus venit tibi mansuétus, sedens super ásinam et pullum, fílium subjugális. Eúntes autem discípuli, fecérunt, sicut præcépit illis Jesus. Et adduxérunt ásinam et pullum: et imposuérunt super eos vestiménta sua, et eum désuper sedére tecérunt. Plúrima autem turba stravérunt vestiménta sua in via: álii autem cædébant ramos de arbóribus, et sternébant in via: turbæ autem, quæ præcedébant et quæ sequebántur, clamábant, dicéntes: Hosánna fílio David: benedíctus, qui venit in nómine Dómini”.

[In quel tempo: avvicinandosi a Gerusalemme, arrivato a Bètfage, vicino al monte degli ulivi, Gesù mandò due suoi discepoli, dicendo loro: «Andate nel villaggio dirimpetto a voi, e subito vi troverete un’asina legata con il suo puledro: scioglietela e conducetemela. E, se qualcuno vi dirà qualche cosa, dite: il Signore ne ha bisogno; e subito ve li rilascerà». Ora tutto questo avvenne perché si adempisse quanto detto dal Profeta: «Dite alla figlia di Sion : Ecco il tuo Re viene a Te, mansueto, seduto sopra di un’asina ed asinello puledro di una giumenta». I Discepoli andarono e fecero come Gesù aveva loro detto. Menarono l’asina ed il puledro, vi misero sopra i mantelli e Gesù sopra a sedere. E molta gente stese i mantelli lungo la strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li spargevano sulla via, mentre le turbe che precedevano e seguivano gridavano: «Osanna al Figlio di Davide; benedetto Colui che viene nel nome del Signore».]

De processione cum ramis benedictis

Procedámus in pace.

Occúrrunt turbæ cum flóribus et palmis Redemptóri óbviam: et victóri triumphánti digna dant obséquia: Fílium Dei ore gentes prædicant: et in laudem Christi voces tonant per núbila: «Hosánna in excélsis».

[Con fiori e palme le folle vanno ad incontrare il Redentore e rendono degno ossequio al Vincitore trionfante. Le nazioni lo proclamano Figlio di Dio e nell’etere risuona a lode di Cristo un canto: Osanna nel più alto dei cieli!]

Cum Angelis et púeris fidéles inveniántur, triumphatóri mortis damántes: «Hosánna in excélsis».

[Facciamo di essere anche noi fedeli come gli Angeli ed i fanciulli, acclamando al vincitore della morte: Osanna nel più alto dei cieli!]


Turba multa, quæ convénerat ad diem festum, clamábat Dómino: Benedíctus, qui venit in nómine Dómini: «Hosánna in excélsis».

[Immensa folla, convenuta per la Pasqua, acclamava ai Signore: Benedetto Colui che viene nel nome del Signore! Osanna nell’alto dei cieli!]
Cœpérunt omnes turbæ descendéntium gaudéntes laudáre Deum voce magna, super ómnibus quas víderant virtútibus, dicéntes: «Benedíctus qui venit Rex in nómine Dómini; pax in terra, et glória in excélsis».

[Tutta la turba dei discepoli discendenti dal monte Oliveto cominciò con letizia a lodar Dio ad alta voce per tutti i prodigi che aveva veduti dicendo: Benedetto il Re che viene nel nome del Signore; pace in terra e gloria nell’alto dei cieli.]

Hymnus ad Christum Regem

Glória, laus et honor tibi sit, Rex Christe, Redémptor: Cui pueríle decus prompsit Hosánna pium.
Glória, laus et honor tibi sit, Rex Christe, Redémptor: Cui pueríle decus prompsit Hosánna pium.
Israël es tu Rex, Davidis et ínclita proles: Nómine qui in Dómini, Rex benedícte, venis.
Glória, laus et honor tibi sit, Rex Christe, Redémptor: Cui pueríle decus prompsit Hosánna pium.
Coetus in excélsis te laudat caelicus omnis, Et mortális homo, et cuncta creáta simul.
Glória, laus et honor tibi sit, Rex Christe, Redémptor: Cui pueríle decus prompsit Hosánna pium.
Plebs Hebraea tibi cum palmis óbvia venit: Cum prece, voto, hymnis, ádsumus ecce tibi.
Glória, laus et honor tibi sit, Rex Christe, Redémptor: Cui pueríle decus prompsit Hosánna pium.
Hi tibi passúro solvébant múnia laudis: Nos tibi regnánti pángimus ecce melos.
Glória, laus et honor tibi sit, Rex Christe, Redémptor: Cui pueríle decus prompsit Hosánna pium.
Hi placuére tibi, pláceat devótio nostra: Rex bone, Rex clemens, cui bona cuncta placent.
Glória, laus et honor tibi sit, Rex Christe, Redémptor: Cui pueríle decus prompsit Hosánna pium

[Gloria, lode e onore sia a te, Re Cristo Redentore, al quale i migliori fanciulli cantarono piamente: Osanna.
Gloria, lode e onore sia a te, Re Cristo Redentore, al quale i migliori fanciulli cantarono piamente: Osanna.
Tu sei il Re di Israele, il nobile figlio di David, o Re benedetto che vieni nel nome del Signore.
Gloria, lode e onore sia a te, Re Cristo Redentore, al quale i migliori fanciulli cantarono piamente: Osanna.
L‘intera corte angelica nel più alto dei cieli, l’uomo mortale e tutte le creature celebrano insieme le tue lodi.
Gloria, lode e onore sia a te, Re Cristo Redentore, al quale i migliori fanciulli cantarono piamente: Osanna.
Il popolo Ebreo ti veniva dinanzi con le palme, ed eccoci dinanzi a te, con preghiere, con voti e cantici.
Gloria, lode e onore sia a te, Re Cristo Redentore, al quale i migliori fanciulli cantarono piamente: Osanna.
Essi ti offrivano il tributo del loro omaggio, quando tu andavi a soffrire; noi eleviamo questi canti a te che ora regni.
Gloria, lode e onore sia a te, Re Cristo Redentore, al quale i migliori fanciulli cantarono piamente: Osanna.
Ti piacquero essi: ti piaccia anche la nostra devozione, o Re di bontà, Re clemente, a cui ogni cosa buona piace.
Gloria, lode e onore sia a te, Re Cristo Redentore, al quale i migliori fanciulli cantarono piamente: Osanna.]

Ant. Omnes colláudant nomen tuum, et dicunt: «Benedíctus qui venit in nómine Dómini: Hosánna in excélsis».

Psalmus CXLVII
Lauda, Jerúsalem, Dóminum: * lauda Deum tuum, Sion.
Quóniam confortávit seras portárum tuárum: * benedíxit fíliis tuis in te.
Qui pósuit fines tuos pacem: * et ádipe fruménti sátiat te.
Qui emíttit elóquium suum terræ: * velóciter currit sermo ejus.
Qui dat nivem sicut lanam: * nébulam sicut cínerem spargit.
Mittit crystállum suam sicut buccéllas: * ante fáciem frígoris ejus quis sustinébit?
Emíttet verbum suum, et liquefáciet ea: * flabit spíritus ejus, et fluent aquæ.
Qui annúntiat verbum suum Jacob: * justítias, et judícia sua Israël.
Non fecit táliter omni natióni: * et judícia sua non manifestávit eis.
Ant. Omnes colláudant nomen tuum, et dicunt: «Benedíctus qui venit in nómine Dómini: Hosánna in excélsis».

Fulgéntibus palmis prostérnimur adveniénti Dómino: huic omnes occurrámus cum hymnis et cánticis, glorificántes et dicéntes: «Benedíctus Dóminus».

[Di festosi rami ornati, ci prostriamo al Signor che viene: a Lui incontro corriamo tra inni e canti, Lui glorifichiamo dicendo: Benedetto il Signore!]

Ave, Rex noster, Fili David, Redémptor mundi, quem prophétæ praedixérunt Salvatórem dómui Israël esse ventúrum. Te enim ad salutárem víctimam Pater misit in mundum, quem exspectábant omnes sancti ab orígine mundi, et nunc: «Hosánna Fílio David. Benedíctus qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis».

[Ave, o nostro Re, Figlio di David, Redentore del mondo, preannunciato dai Profeti come Salvatore venuto per la casa d’Israele. Il Padre mandò Te come vittima di redenzione per il mondo; T’aspettavano tutti i santi sin dall’origine del mondo, ed ora: Osanna, Figlio di David. Benedetto Colui che viene nel nome del Signore. Osanna nel più alto dei Cieli!]

Oremus.
Dómine Jesu Christe, Rex ac Redémptor noster, in cuius honórem, hoc ramos gestántes, solémnes laudes decantávimus: concéde propítius ut, quocúmque hi rami deportáti fúerint, ibi tuæ benedictiónis grátia descéndat, et quavis dǽmonum iniquitáte vel illusióne profligáta, déxtera tua prótegat, quos redémit: Qui vivis et regnas in sǽcula sæculórum.

Ingrediénte Dómino in sanctam civitátem, Hebræórum púeri resurrectiónem vitæ pronuntiántes,
Cum ramis palmárum: «Hosánna, clamábant, in excélsis».
Cum audísset pópulus, quod Jesus veníret Jerosólymam, exiérunt óbviam ei.
Cum ramis palmárum: «Hosánna, clamábant, in excélsis».

[Mentre il Signore entrava nella città santa, i fanciulli ebrei proclamavano la risurrezione alla vita,
Agitando rami di palma e acclamando: Osanna nel più alto dei cieli!
Avendo il popolo sentito che Gesù si avvicinava a Gerusalemme, gli mosse incontro
Agitando rami di palma e acclamando: Osanna nel più alto dei cieli!]

Oremus.
Dómine Jesu Christe, Rex ac Redémptor noster, in cuius honórem, hoc ramos gestántes, solémnes laudes decantávimus: concéde propítius ut, quocúmque hi rami deportáti fúerint, ibi tuæ benedictiónis grátia descéndat, et quavis dǽmonum iniquitáte vel illusióne profligáta, déxtera tua prótegat, quos redémit: Qui vivis et regnas in sǽcula sæculórum.

[Signor Gesù Cristo, Re e Redentore nostro, in onore del quale abbiamo cantato lodi solenni, portando questi rami, concedi propizio che la grazia della tua benedizione discenda dovunque questi rami saranno portati e che la tua destra protegga i redenti togliendo di mezzo a loro ogni iniquità ed illusione diabolica. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.]

Introitus

Ps XXI: 20 et 22.

Dómine, ne longe fácias auxílium tuum a me, ad defensiónem meam áspice: líbera me de ore leonis, et a córnibus unicórnium humilitátem meam.

[Tu, o Signore, non allontanare da me il tuo soccorso, prendi cura della mia difesa: salvami dalla bocca del leone, e salva la mia debolezza dalle corna dei bufali.]

Ps XXI:2 Deus, Deus meus, réspice in me: quare me dereliquísti? longe a salúte mea verba delictórum meórum.

[Dio mio, Dio mio, guardami: perché mi hai abbandonato? La salvezza si allontana da me alla voce dei miei delitti].

Dómine, ne longe fácias auxílium tuum a me, ad defensiónem meam áspice: líbera me de ore leonis, et a córnibus unicórnium humilitátem meam.

[Tu, o Signore, non allontanare da me il tuo soccorso, prendi cura della mia difesa: salvami dalla bocca del leone, e salva la mia debolezza dalle corna dei bufali.]

Oratio

Omnípotens sempitérne Deus, qui humáno generi, ad imitandum humilitátis exémplum, Salvatórem nostrum carnem súmere et crucem subíre fecísti: concéde propítius; ut et patiéntiæ ipsíus habére documénta et resurrectiónis consórtia mereámur.

[Onnipotente eterno Dio, che per dare al genere umano un esempio d’umiltà da imitare, volesti che il Salvatore nostro s’incarnasse e subisse la morte di Croce: propizio concedi a noi il merito di accogliere gli insegnamenti della sua pazienza, e di partecipare alla sua risurrezione.]

Epistola

Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Philippénses. Phil II: 5-11

“Fratres: Hoc enim sentíte in vobis, quod et in Christo Jesu: qui, cum in forma Dei esset, non rapínam arbitrátus est esse se æqualem Deo: sed semetípsum exinanívit, formam servi accípiens, in similitúdinem hóminum factus, et hábitu invéntus ut homo. Humiliávit semetípsum, factus oboediens usque ad mortem, mortem autem crucis. Propter quod et Deus exaltávit illum: ei donávit illi nomen, quod est super omne nomen: hic genuflectitur ut in nómine Jesu omne genuflectátur cœléstium, terréstrium et inférnorum: et omnis lingua confiteátur, quia Dóminus Jesus Christus in glória est Dei Patris.”

[“Fratelli: Siano in voi gli stessi sentimenti che furono in Gesù Cristo, il quale, essendo della natura di Dio, non ritenne come una preda la sua parità con Dio, ma spogliò se stesso, prendendo la natura dì servo, divenuto simile agli uomini, e all’aspetto riconosciuto quale uomo. Abbassò, se stesso facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce. Perciò Dio lo ha sublimato, e gli ha dato un nome superiore a ogni altro nome; perché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio in cielo, sulla terra e nell’inferno, e ogni lingua confessi che il Signore Gesù Cristo è nella gloria di Dio Padre”.]

LA GRANDE UMILIAZIONE.

Entriamo oggi nella Settimana Santa, durante la quale la Chiesa ci fa rivivere giorno per giorno; starei per dire ora per ora il mistero della passione e della morte di Gesù, segreto della nostra Redenzione. San Paolo nel brano della sua Epistola a quei di Filippi che forma la lettura di questa domenica ci dà la chiave, il segreto, la filosofia di questo mistero. Come ci redime N. Signore Gesù? Disfacendo pezzo per pezzo l’opera del peccato. Egli è il novello Adamo, antitesi dell’antico. La Passione è la negazione delle colpe antiche. Il riscontro ha persino dei lati materiali: da un giardino all’altro, dal giardino delle colpe all’orto dell’espiazione. Là e qua un albero; là l’albero della morte, qua l’albero della vita, la Croce. È la colpa d’Adamo la colpa classica e tipica, che cosa è essa mai? Due parole la descrivono, la definiscono, due brevi tremende parole: orgoglio e piacere, piacere ed orgoglio. L’orgoglio primeggia per chi approfondisce le cose. E la grande, la classica espiazione sarà il rovescio: umiltà e dolore. Un capolavoro di umiltà, come la colpa classica fu un capolavoro di orgoglio. Ci sono anche i capolavori del male. Paolo canta questa eroica umiltà del Verbo Incarnato, Gesù Cristo; l’accento del suo discorso è lirico, la sostanza è d’una logica stringente. L’umiltà è nei due poli: Verbo — Incarnato, Dio — uomo. Era nella forma di Dio, dice San Paolo, poteva senza scrupolo, senza timor di usurpazione dirsi uguale a Dio, senza timore d’ingiustizia e di usurpazione, non come Adamo che usurpò, volle usurpare quella uguaglianza. Era nella forma di Dio e volle prendere forma di schiavo. « Humiliavit semetìpsum formam servi accipìens ». Padrone, volle diventare servo. È la forma specifica e logicamente efficace della umiliazione espiatrice. Perché l’orgoglio del colpevole Adamo era stato un orgoglio ribelle, un orgoglio affermatosi proprio lì, non voler obbedire alla legge, accettare la servitù, sottostare alla padronanza e signoria divina: ribellione alla legge. La soggezione volontaria distrugge, disfà la volontaria ribellione. Tanto più e tanto meglio perché dalle due parti le cose si spingono all’eroismo, l’eroismo della morte. Adamo affrontala morte con la sua ribellione. C’è la taglia della morte come sanzione del precetto di Dio, ed Adamo malgrado questa sanzione calpesta questo divieto. Eroico, malamente, maeroico, eroico di un eroismo protervo, ma eroismo. Splendidamente, nobilmente eroica sarà l’espiazione di Gesù obbediente, nota San Paolo, fino alla morte, e che morte! La più ignominiosa e la più crudele. La più ignominiosa perché l’umiltà eroica del sacrificio ubbidiente sia autentica e perché all’umiltà il sacrificio del Martire del Golgota accoppi il dolore, lo strazio — antitesi e antidoto del piacere. Non si potrebbe essere più brevi, succosi e profondi di quello che è San Paolo in queste poche linee, le quali ci rivelano non solo il mistero intimo di quella colpa e di questa espiazione, ma di ogni colpa e di ogni espiazione, di ogni colpa per farla detestare, di ogni espiazione per farla amare. Ma l’antitesi continua anche nella catastrofe dei due drammi. Perché l’epilogo del dramma della colpa è un disastro: il ribelle è battuto, l’orgoglioso è, giustamente, umiliato. Nello sforzo di erigersi oltre misura, si esaurisce e si accascia il gigante, il Capaneo, Adamo. Nello sforzo nobile della sua umiliazione si aderge Gesù o, per usare la propria frase di San Paolo, quel Dio davanti a cui Gesù (nella sua e colla sua umanità) si è umiliato « lo esaltò e gli diede un Nome superiore ad ogni altro, affinché in quel Nome e davanti ad esso tutti genuflettano in cielo, in terra e negli abissi ». L’epilogo dell’apoteosi per l’umiltà. Cerchiamo di essere primi in questa genuflessione; cerchiamo di farla più che nessun altro, alla scuola di Paolo, conscia e profonda.

(G. Semeria: Epistole della Domenica – Milano – 1939)

Graduale

Ps LXXII:24 et 1-3 Tenuísti manum déxteram meam: et in voluntáte tua deduxísti me: et cum glória assumpsísti me.

[Tu mi hai preso per la destra, mi hai guidato col tuo consiglio, e mi ‘hai accolto in trionfo.]

Quam bonus Israël Deus rectis corde! mei autem pæne moti sunt pedes: pæne effúsi sunt gressus mei: quia zelávi in peccatóribus, pacem peccatórum videns.

[Com’è buono, o Israele, Iddio con chi è retto di cuore. Per poco i miei piedi non vacillarono; per poco i miei passi non sdrucciolarono; perché io ho invidiato i peccatori, vedendo la prosperità degli empi.]

Tractus

Ps. XXI: 2-9, 18, 19, 22, 24, 32

Deus, Deus meus, réspice in me: quare me dereliquísti?

Longe a salúte mea verba delictórum meórum.

Deus meus, clamábo per diem, nec exáudies: in nocte, et non ad insipiéntiam mihi.

Tu autem in sancto hábitas, laus Israël.

In te speravérunt patres nostri: speravérunt, et liberásti eos.

Ad te clamavérunt, et salvi facti sunt: in te speravérunt, et non sunt confusi.

Ego autem sum vermis, et non homo: oppróbrium hóminum et abjéctio plebis.

Omnes, qui vidébant me, aspernabántur me: locúti sunt lábiis et movérunt caput.

Sperávit in Dómino, erípiat eum: salvum fáciat eum, quóniam vult eum.

Ipsi vero consideravérunt et conspexérunt me: divisérunt sibi vestiménta mea, et super vestem meam misérunt mortem.

Líbera me de ore leónis: et a córnibus unicórnium humilitátem meam.

Qui timétis Dóminum, laudáte eum: univérsum semen Jacob, magnificáte eum.

Annuntiábitur Dómino generátio ventúra: et annuntiábunt coeli justítiam ejus.

Pópulo, qui nascétur, quem fecit Dóminus.

[Dio, Dio mio, volgiti a me: perché mi hai abbandonato?
V. La voce dei miei delitti allontana da me la mia salvezza.
V. Dio mio, grido il giorno, e non rispondi: la notte, e non c’è requie per me.
V. Eppure tu abiti nel santuario, o gloria d’Israele.
V. In te confidavano i nostri padri: confidavano, e tu li liberavi.
V. A te gridavano, ed erano salvati: in te confidavano, e non avevano da arrossire.
V. Ma io sono un verme, e non un uomo: lo zimbello della gente, e il rifiuto della plebe.
V. Tutti quelli che mi vedevano, si facevano beffe di me: storcevano la bocca e scrollavano il capo.
V. Ha confidato nel Signore, lo salvi, giacché gli vuol bene.
V. Essi mi osservarono e tennero gli occhi su di me: si spartirono le mie vesti, e tirarono a sorte la mia tunica.
V. Salvami dalle zanne del leone: dalle corna degli unicorni salva la mia pochezza.
V. Voi che temete il Signore, lodatelo: voi tutti, o prole di Giacobbe. glorificatelo.
V. Sarà chiamata col nome del Signore la generazione che verrà; e i cieli annunzieranno la giustizia di lui.
V. Al popolo che sorgerà, e che sarà opera del Signore.]

Evangelium

Pássio Dómini nostri Jesu Christi secúndum Matthǽum.

[Matt XXVI:1-75; XXVII:1-66].

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: J. Scitis, quid post bíduum Pascha fiet, et Fílius hóminis tradétur, ut crucifigátur. C. Tunc congregáti sunt príncipes sacerdótum et senióres pópuli in átrium príncipis sacerdótum, qui dicebátur Cáiphas: et consílium fecérunt, ut Jesum dolo tenérent et occíderent. Dicébant autem: S. Non in die festo, ne forte tumúltus fíeret in pópulo. C. Cum autem Jesus esset in Bethánia in domo Simónis leprósi, accéssit ad eum múlier habens alabástrum unguénti pretiósi, et effúdit super caput ipsíus recumbéntis. Vidéntes autem discípuli, indignáti sunt, dicéntes: S. Ut quid perdítio hæc? pótuit enim istud venúmdari multo, et dari paupéribus. C. Sciens autem Jesus, ait illis: J. Quid molésti estis huic mulíeri? opus enim bonum operáta est in me. Nam semper páuperes habétis vobíscum: me autem non semper habétis. Mittens enim hæc unguéntum hoc in corpus meum, ad sepeliéndum me fecit. Amen, dico vobis, ubicúmque prædicátum fúerit hoc Evangélium in toto mundo, dicétur et, quod hæc fecit, in memóriam ejus. C. Tunc ábiit unus de duódecim, qui dicebátur Judas Iscariótes, ad príncipes sacerdótum, et ait illis: S. Quid vultis mihi dare, et ego vobis eum tradam? C. At illi constituérunt ei trigínta argénteos. Et exínde quærébat opportunitátem, ut eum tráderet. Prima autem die azymórum accessérunt discípuli ad Jesum, dicéntes: S. Ubi vis parémus tibi comédere pascha? C. At Jesus dixit: J. Ite in civitátem ad quendam, et dícite ei: Magíster dicit: Tempus meum prope est, apud te fácio pascha cum discípulis meis. C. Et fecérunt discípuli, sicut constítuit illis Jesus, et paravérunt pascha. Véspere autem facto, discumbébat cum duódecim discípulis suis. Et edéntibus illis, dixit: J. Amen, dico vobis, quia unus vestrum me traditúrus est. C. Et contristáti valde, coepérunt sínguli dícere: S. Numquid ego sum, Dómine? C. At ipse respóndens, ait: J. Qui intíngit mecum manum in parópside, hic me tradet. Fílius quidem hóminis vadit, sicut scriptum est de illo: væ autem hómini illi, per quem Fílius hóminis tradétur: bonum erat ei, si natus non fuísset homo ille. C. Respóndens autem Judas, qui trádidit eum, dixit: S. Numquid ego sum, Rabbi? C. Ait illi: J. Tu dixísti. C. Cenántibus autem eis, accépit Jesus panem, et benedíxit, ac fregit, dedítque discípulis suis, et ait: J. Accípite et comédite: hoc est corpus meum. C. Et accípiens cálicem, grátias egit: et dedit illis, dicens: J. Bíbite ex hoc omnes. Hic est enim sanguis meus novi Testaménti, qui pro multis effundétur in remissiónem peccatórum. Dico autem vobis: non bibam ámodo de hoc genímine vitis usque in diem illum, cum illud bibam vobíscum novum in regno Patris mei. C. Et hymno dicto, exiérunt in montem Olivéti. Tunc dicit illis Jesus: J. Omnes vos scándalum patiémini in me in ista nocte. Scriptum est enim: Percútiam pastórem, et dispergéntur oves gregis. Postquam autem resurréxero, præcédam vos in Galilaeam. C. Respóndens autem Petrus, ait illi: S. Et si omnes scandalizáti fúerint in te, ego numquam scandalizábor. C. Ait illi Jesus: J. Amen, dico tibi, quia in hac nocte, antequam gallus cantet, ter me negábis. C. Ait illi Petrus: S. Etiam si oportúerit me mori tecum, non te negábo. C. Simíliter et omnes discípuli dixérunt. Tunc venit Jesus cum illis in villam, quæ dícitur Gethsémani, et dixit discípulis suis: J. Sedéte hic, donec vadam illuc et orem. C. Et assúmpto Petro et duóbus fíliis Zebedaei, coepit contristári et mæstus esse. Tunc ait illis: J. Tristis est ánima mea usque ad mortem: sustinéte hic, et vigilate mecum. C. Et progréssus pusíllum, prócidit in fáciem suam, orans et dicens: J. Pater mi, si possíbile est, tránseat a me calix iste: Verúmtamen non sicut ego volo, sed sicut tu. C. Et venit ad discípulos suos, et invénit eos dormiéntes: et dicit Petro: J. Sic non potuístis una hora vigiláre mecum? Vigiláte et oráte, ut non intrétis in tentatiónem. Spíritus quidem promptus est, caro autem infírma. C. Iterum secúndo ábiit et orávit, dicens: J. Pater mi, si non potest hic calix transíre, nisi bibam illum, fiat volúntas tua. C. Et venit íterum, et invenit eos dormiéntes: erant enim óculi eórum graváti. Et relíctis illis, íterum ábiit et orávit tértio, eúndem sermónem dicens. Tunc venit ad discípulos suos, et dicit illis: J. Dormíte jam et requiéscite: ecce, appropinquávit hora, et Fílius hóminis tradétur in manus peccatórum. Súrgite, eámus: ecce, appropinquávit, qui me tradet. C. Adhuc eo loquénte, ecce, Judas, unus de duódecim, venit, et cum eo turba multa cum gládiis et fústibus, missi a princípibus sacerdótum et senióribus pópuli. Qui autem trádidit eum, dedit illis signum, dicens: S. Quemcúmque osculátus fúero, ipse est, tenéte eum. C. Et conféstim accédens ad Jesum, dixit: S. Ave, Rabbi. C. Et osculátus est eum. Dixítque illi Jesus: J. Amíce, ad quid venísti? C. Tunc accessérunt, et manus injecérunt in Jesum et tenuérunt eum. Et ecce, unus ex his, qui erant cum Jesu, exténdens manum, exémit gládium suum, et percútiens servum príncipis sacerdótum, amputávit aurículam ejus. Tunc ait illi Jesus: J. Convérte gládium tuum in locum suum. Omnes enim, qui accéperint gládium, gládio períbunt. An putas, quia non possum rogáre Patrem meum, et exhibébit mihi modo plus quam duódecim legiónes Angelórum? Quómodo ergo implebúntur Scripturae, quia sic oportet fíeri? C. In illa hora dixit Jesus turbis: J. Tamquam ad latrónem exístis cum gládiis et fústibus comprehéndere me: cotídie apud vos sedébam docens in templo, et non me tenuístis. C. Hoc autem totum factum est, ut adimpleréntur Scripturæ Prophetárum. Tunc discípuli omnes, relícto eo, fugérunt. At illi tenéntes Jesum, duxérunt ad Cáipham, príncipem sacerdótum, ubi scribæ et senióres convénerant. Petrus autem sequebátur eum a longe, usque in átrium príncipis sacerdótum. Et ingréssus intro, sedébat cum minístris, ut vidéret finem. Príncipes autem sacerdótum et omne concílium quærébant falsum testimónium contra Jesum, ut eum morti tráderent: et non invenérunt, cum multi falsi testes accessíssent. Novíssime autem venérunt duo falsi testes et dixérunt: S. Hic dixit: Possum destrúere templum Dei, et post tríduum reædificáre illud. C. Et surgens princeps sacerdótum, ait illi: S. Nihil respóndes ad ea, quæ isti advérsum te testificántur? C. Jesus autem tacébat. Et princeps sacerdótum ait illi: S. Adjúro te per Deum vivum, ut dicas nobis, si tu es Christus, Fílius Dei. C. Dicit illi Jesus: J. Tu dixísti. Verúmtamen dico vobis, ámodo vidébitis Fílium hóminis sedéntem a dextris virtútis Dei, et veniéntem in núbibus coeli. C. Tunc princeps sacerdótum scidit vestiménta sua, dicens: S. Blasphemávit: quid adhuc egémus téstibus? Ecce, nunc audístis blasphémiam: quid vobis vidétur? C. At illi respondéntes dixérunt: S. Reus est mortis. C. Tunc exspuérunt in fáciem ejus, et cólaphis eum cecidérunt, álii autem palmas in fáciem ejus dedérunt, dicéntes: S. Prophetíza nobis, Christe, quis est, qui te percússit? C. Petrus vero sedébat foris in átrio: et accéssit ad eum una ancílla, dicens: S. Et tu cum Jesu Galilaeo eras. C. At ille negávit coram ómnibus, dicens: S. Néscio, quid dicis. C. Exeúnte autem illo jánuam, vidit eum ália ancílla, et ait his, qui erant ibi: S. Et hic erat cum Jesu Nazaréno. C. Et íterum negávit cum juraménto: Quia non novi hóminem. Et post pusíllum accessérunt, qui stabant, et dixérunt Petro: S. Vere et tu ex illis es: nam et loquéla tua maniféstum te facit. C. Tunc cœpit detestári et juráre, quia non novísset hóminem. Et contínuo gallus cantávit. Et recordátus est Petrus verbi Jesu, quod díxerat: Priúsquam gallus cantet, ter me negábis. Et egréssus foras, flevit amáre. Mane autem facto, consílium iniérunt omnes príncipes sacerdótum et senióres pópuli advérsus Jesum, ut eum morti tráderent. Et vinctum adduxérunt eum, et tradidérunt Póntio Piláto praesidi. Tunc videns Judas, qui eum trádidit, quod damnátus esset, pæniténtia ductus, réttulit trigínta argénteos princípibus sacerdótum et senióribus, dicens: S. Peccávi, tradens sánguinem justum. C. At illi dixérunt: S. Quid ad nos? Tu vidéris. C. Et projéctis argénteis in templo, recéssit: et ábiens, láqueo se suspéndit. Príncipes autem sacerdótum, accéptis argénteis, dixérunt: S. Non licet eos míttere in córbonam: quia prétium sánguinis est. C. Consílio autem ínito, emérunt ex illis agrum fíguli, in sepultúram peregrinórum. Propter hoc vocátus est ager ille, Hacéldama, hoc est, ager sánguinis, usque in hodiérnum diem. Tunc implétum est, quod dictum est per Jeremíam Prophétam, dicéntem: Et accepérunt trigínta argénteos prétium appretiáti, quem appretiavérunt a fíliis Israël: et dedérunt eos in agrum fíguli, sicut constítuit mihi Dóminus. Jesus autem stetit ante praesidem, et interrogávit eum præses, dicens: S. Tu es Rex Judæórum? C. Dicit illi Jesus: J. Tu dicis. C. Et cum accusarétur a princípibus sacerdótum et senióribus, nihil respóndit. Tunc dicit illi Pilátus: S. Non audis, quanta advérsum te dicunt testimónia? C. Et non respóndit ei ad ullum verbum, ita ut mirarétur præses veheménter. Per diem autem sollémnem consuéverat præses pópulo dimíttere unum vinctum, quem voluíssent. Habébat autem tunc vinctum insígnem, qui dicebátur Barábbas. Congregátis ergo illis, dixit Pilátus: S. Quem vultis dimíttam vobis: Barábbam, an Jesum, qui dícitur Christus? C. Sciébat enim, quod per invídiam tradidíssent eum. Sedénte autem illo pro tribunáli, misit ad eum uxor ejus, dicens: S. Nihil tibi et justo illi: multa enim passa sum hódie per visum propter eum. C. Príncipes autem sacerdótum et senióres persuasérunt populis, ut péterent Barábbam, Jesum vero pérderent. Respóndens autem præses, ait illis: S. Quem vultis vobis de duóbus dimítti? C. At illi dixérunt: S. Barábbam. C. Dicit illis Pilátus: S. Quid ígitur fáciam de Jesu, qui dícitur Christus? C. Dicunt omnes: S. Crucifigátur. C. Ait illis præses: S. Quid enim mali fecit? C. At illi magis clamábant,dicéntes: S. Crucifigátur. C. Videns autem Pilátus, quia nihil profíceret, sed magis tumúltus fíeret: accépta aqua, lavit manus coram pópulo, dicens: S. Innocens ego sum a sánguine justi hujus: vos vidéritis. C. Et respóndens univérsus pópulus, dixit: S. Sanguis ejus super nos et super fílios nostros. C. Tunc dimísit illis Barábbam: Jesum autem flagellátum trádidit eis, ut crucifigerétur. Tunc mílites praesidis suscipiéntes Jesum in prætórium, congregavérunt ad eum univérsam cohórtem: et exuéntes eum, chlámydem coccíneam circumdedérunt ei: et plecténtes corónam de spinis, posuérunt super caput ejus, et arúndinem in déxtera ejus. Et genu flexo ante eum, illudébant ei, dicéntes: S. Ave, Rex Judæórum. C. Et exspuéntes in eum, accepérunt arúndinem, et percutiébant caput ejus. Et postquam illusérunt ei, exuérunt eum chlámyde et induérunt eum vestiméntis ejus, et duxérunt eum, ut crucifígerent. Exeúntes autem, invenérunt hóminem Cyrenaeum, nómine Simónem: hunc angariavérunt, ut tólleret crucem ejus. Et venérunt in locum, qui dícitur Gólgotha, quod est Calváriæ locus. Et dedérunt ei vinum bíbere cum felle mixtum. Et cum gustásset, nóluit bibere. Postquam autem crucifixérunt eum, divisérunt vestiménta ejus, sortem mitténtes: ut implerétur, quod dictum est per Prophétam dicentem: Divisérunt sibi vestiménta mea, et super vestem meam misérunt sortem. Et sedéntes, servábant eum. Et imposuérunt super caput ejus causam ipsíus scriptam: Hic est Jesus, Rex Judæórum. Tunc crucifíxi sunt cum eo duo latrónes: unus a dextris et unus a sinístris. Prætereúntes autem blasphemábant eum, movéntes cápita sua et dicéntes: S. Vah, qui déstruis templum Dei et in tríduo illud reædíficas: salva temetípsum. Si Fílius Dei es, descénde de cruce. C. Simíliter et príncipes sacerdótum illudéntes cum scribis et senióribus, dicébant: S. Alios salvos fecit, seípsum non potest salvum fácere: si Rex Israël est, descéndat nunc de cruce, et crédimus ei: confídit in Deo: líberet nunc, si vult eum: dixit enim: Quia Fílius Dei sum. C. Idípsum autem et latrónes, qui crucifíxi erant cum eo, improperábant ei. A sexta autem hora ténebræ factæ sunt super univérsam terram usque ad horam nonam. Et circa horam nonam clamávit Jesus voce magna, dicens: J. Eli, Eli, lamma sabactháni? C. Hoc est: J. Deus meus, Deus meus, ut quid dereliquísti me? C. Quidam autem illic stantes et audiéntes dicébant: S. Elíam vocat iste. C. Et contínuo currens unus ex eis, accéptam spóngiam implévit acéto et impósuit arúndini, et dabat ei bíbere. Céteri vero dicébant:S. Sine, videámus, an véniat Elías líberans eum. C. Jesus autem íterum clamans voce magna, emísit spíritum.

Hic genuflectitur, et pausatur aliquantulum. …

Et ecce, velum templi scissum est in duas partes a summo usque deórsum: et terra mota est, et petræ scissæ sunt, et monuménta apérta sunt: et multa córpora sanctórum, qui dormíerant, surrexérunt. Et exeúntes de monuméntis post resurrectiónem ejus, venérunt in sanctam civitátem, et apparuérunt multis. Centúrio autem et qui cum eo erant, custodiéntes Jesum, viso terræmótu et his, quæ fiébant, timuérunt valde, dicéntes: S. Vere Fílius Dei erat iste. C. Erant autem ibi mulíeres multæ a longe, quæ secútæ erant Jesum a Galilaea, ministrántes ei: inter quas erat María Magdaléne, et María Jacóbi, et Joseph mater, et mater filiórum Zebedaei. Cum autem sero factum esset, venit quidam homo dives ab Arimathaea, nómine Joseph, qui et ipse discípulus erat Jesu. Hic accéssit ad Pilátum, et pétiit corpus Jesu. Tunc Pilátus jussit reddi corpus. Et accépto córpore, Joseph invólvit illud in síndone munda. Et pósuit illud in monuménto suo novo, quod excíderat in petra. Et advólvit saxum magnum ad óstium monuménti, et ábiit. Erat autem ibi María Magdaléne et áltera María, sedéntes contra sepúlcrum.

 [In quel tempo disse Gesù ai suoi discepoli: J. Sapete bene che tra due giorni sarà Pasqua, e il Figlio dell’uomo verrà catturato per essere crocifisso. C. Si radunarono allora i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo nell’atrio del principe dei sacerdoti denominato Caifa, e tennero consiglio sul modo di catturar Gesù con inganno, e così poterlo uccidere. Ma dicevano: S. Non però nel giorno di festa perché non sorga un qualche tumulto nel popolo. C. Mentre Gesù si trovava in Betania nella casa di Simone il lebbroso, gli si avvicinò una donna che portava un vaso d’alabastro, pieno d’unguento prezioso, e lo versò sopra il capo di lui che era adagiato alla mensa. Ma nel veder ciò, i discepoli se ne indignarono e dissero: S. Perché tale sperpero? Poteva esser venduto quell’unguento a buon prezzo, e distribuito [il denaro] ai poveri. C. Ma, sentito questo, Gesù disse loro: J. Perché criticate voi questa donna? Ella invero ha fatto un’opera buona con me. I poveri infatti li avete sempre con voi, mentre non sempre potrete avere me. Spargendo poi questo unguento sopra il mio corpo, l’ha sparso come per alludere alla mia sepoltura. In verità io vi dico che in qualunque luogo sarà predicato questo vangelo, si narrerà altresì, in memoria di lei, quello che ha fatto. C. Allora uno dei dodici, detto Giuda Iscariote, se ne andò dai capi dei sacerdoti, e disse loro: S. Che mi volete dare, ed io ve lo darò nelle mani? C. Ed essi gli promisero trenta monete di argento. E da quel momento egli cercava l’occasione opportuna per darlo nelle loro mani. Or il primo giorno degli azzimi si accostarono a Gesù i discepoli e gli dissero: S. Dove vuoi tu che ti prepariamo per mangiare la Pasqua? C. E Gesù rispose loro: J. «Andate in città dal tale e ditegli: Il Maestro ti fa sapere: Il mio tempo oramai si è approssimato; io coi miei discepoli faccio la Pasqua da te». C. E i discepoli eseguirono quello che aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua. Venuta poi la sera [Gesù], si era messo a tavola coi suoi dodici discepoli; e mentre mangiavano, egli disse: J. In verità vi dico che uno di voi mi tradirà. C. Sommamente rattristati, essi cominciarono a uno a uno a dirgli: S. Forse sono io, o Signore? C. Ma egli in risposta disse: J. Chi con me stende [per intingere] la mano nel piatto, è proprio quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo, è vero, se ne andrà, come sta scritto di lui; ma guai a quell’individuo, per opera del quale il Figliuolo dell’uomo sarà tradito! Era bene per lui il non esser mai nato! C. Pigliando la parola, Giuda, che poi lo tradì, gli disse: S. Sono forse io, o Maestro? C. Gli rispose [Gesù]: J. Tu l’hai detto. C. Stando dunque essi a cena, Gesù prese un pane, lo benedisse, lo spezzò e lo porse ai suoi discepoli, dicendo: J. Prendete e mangiate; questo è il mio Corpo. C. E preso un calice, rese le grazie, e lo dette loro, dicendo: J. Bevetene tutti. Questo è il mio Sangue del nuovo testamento, che sarà sparso per molti in remissione dei peccati. E vi dico ancora, che non berrò più di questo frutto della vite fino a quel giorno, in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio. C. Recitato quindi l’inno, uscirono, diretti al Monte oliveto. Disse allora Gesù: J. Tutti voi in questa notte proverete scandalo per causa mia. Sta scritto infatti: Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge. Ma dopo che sarò resuscitato, vi precederò in Galilea. C. In risposta, Pietro allora gli disse: S. Anche se tutti fossero scandalizzati per te, io non mi scandalizzerò mai. C. E Gesù a lui: J. In verità ti dico che in questa medesima notte, prima che il gallo canti, tu mi avrai già rinnegato tre volte. C. E Pietro gli replico: S. Ancorché fosse necessario morire con te, io non ti rinnegherò. C. E dissero lo stesso gli altri discepoli. Arrivò alfine ad un luogo, nominato Getsemani, e Gesù disse ai suoi discepoli: J. Fermatevi qui, mentre io vado più in là a fare orazione. C. E presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a farsi triste e ad essere mesto. E disse loro: J. È afflitta l’anima mia fino a morirne. Rimanete qui e vegliate con me. C. E fattosi un poco più in avanti, si prostrò a terra colla faccia e disse: J. Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice. In ogni modo non come voglio io [si faccia], ma come vuoi tu. C. E tornò dai suoi discepoli e li trovò che dormivano. Disse quindi a Pietro: J. E cosi, non poteste vegliare un’ora con me? Vegliate e pregate, perché non siate sospinti in tentazione. Lo spirito, in realtà, è pronto, ma è fiacca la carne. C. Di nuovo se ne andò per la seconda volta, e pregò, dicendo: J. Padre mio, se non può passar questo calice senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà. C. E ritornò di nuovo a loro, e li ritrovò addormentati. I loro occhi erano proprio oppressi dal sonno. E, lasciatili stare, andò nuovamente a pregare per la terza volta, dicendo le stesse parole. Fu allora che si riavvicinò ai suoi discepoli e disse loro: J. Dormite pure e riposatevi. Oramai l’ora è vicina, e il Figlio dell’uomo sarà consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi e andiamo; ecco che è vicino colui che mi tradirà. C. Diceva appunto così, quando arrivò Giuda, uno dei dodici e con lui una gran turba di gente con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore, aveva dato loro questo segnale, dicendo: S. Quello che io bacerò, è proprio lui; pigliatelo. C. E, senza indugiare, accostatosi a Gesù, disse: S. Salve, o Maestro! C. E gli dette un bacio. Gesù gli disse: J. Amico, a che fine sei tu venuto? C. E allora si fecero avanti gli misero le mani addosso e lo catturarono. Ma ecco che uno di quelli che erano con Gesù, stesa la mano, sfoderò una spada e, ferito un servo del principe dei sacerdoti, gli staccò un orecchio. Allora gli disse Gesù: J. Rimetti al suo posto la spada, perché chi darà di mano alla spada, di spada perirà. Credi tu forse che io non possa pregare il Padre mio, e che egli non possa fornirmi all’istante più di dodici legioni di Angeli? Come dunque potranno verificarsi le Scritture, dal momento che deve succedere così? C. In quel punto medesimo disse Gesù alle turbe: J. Come un assassino siete venuti a prendermi, con spade e bastoni. Ogni giorno io me ne stavo nel tempio a insegnare, e allora non mi prendeste mai. C. E tutto questo avvenne, perché si compissero le scritture dei Profeti. Dopo ciò, tutti i discepoli lo abbandonarono, dandosi alla fuga. Ma quelli, afferrato Gesù, lo condussero a Caifa; principe dei sacerdoti, presso il quale si erano radunati gli scribi e gli anziani. Pietro però lo aveva seguito alla lontana fino all’atrio del principe dei sacerdoti; ed, entrato là, si era messo a sedere coi servi allo scopo di vedere la fine. I capi dei sacerdoti intanto e tutto il consiglio cercavano una falsa testimonianza contro Gesù per aver modo di metterlo a morte; ma non trovandola, si fecero avanti molti falsi testimoni. Per ultimo se ne presentarono altri due, e dissero: S. Costui disse: Io posso distruggere il tempio di Dio, e in tre giorni posso rifabbricarlo. C. Levatosi su allora il principe dei sacerdoti, disse [a Gesù]: S. Io ti scongiuro per il Dio vivo, che tu ci dica, se sei il Cristo, figlio di Dio. C. Gesù rispose: J. Tu l’hai detto. Anzi vi dico che vedrete altresì il Figlio dell’uomo, assiso alla destra della Potenza di Dio, venir giù sulle nubi del cielo. C. Il principe dei sacerdoti allora si strappò le vesti, dicendo: S. Egli ha bestemmiato! Che abbiamo più bisogno di testimoni? Voi stessi ora ne avete sentito la bestemmia! Che ve ne pare? C. Egli ha bestemmiato! Che abbiamo più bisogno di testimoni? Voi stessi ora ne avete sentito la bestemmia! Che ve ne pare? C. È reo di morte! C. Allora gli sputarono in faccia e lo ammaccarono coi pugni. Altri poi lo schiaffeggiarono e gli dicevano: S. Indovina, o Cristo, chi è che ti ha percosso. C. Pietro intanto se ne stava seduto fuori nell’atrio. Or gli si accostò una serva e gli disse: S. Anche tu eri con Gesù di Galilea. C. Ma egli, alla presenza di tutti, negò, dicendo: S. Non capisco quello che dici. C. Mentre poi stava per uscire dalla porta, lo vide un’altra serva e disse ai presenti: S. Anche lui era con Gesù Nazareno! C. E di nuovo egli negò giurando: S. Io non conosco quest’uomo! C. Di lì a poco gli si avvicinarono coloro che si trovavano là, e dissero a Pietro: S. Tu sei davvero uno di quelli, perché anche il tuo accento ti da a conoscere per tale. C. Cominciò allora a imprecare e a scongiurare che non aveva mai conosciuto quell’uomo. E a un tratto il gallo cantò; allora Pietro si rammentò del discorso di Gesù: «Prima che il gallo canti, tu mi avrai rinnegato tre volte»; ed uscito di là, pianse amaramente. Fattosi poi giorno, tutti i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo congiurarono insieme contro Gesù per metterlo a morte; e, legatolo, lo portarono via e lo presentarono al governatore Ponzio Pilato. Il traditore Giuda, allora, visto che Gesù era stato condannato, sospinto dal rimorso, riportò ai capi dei sacerdoti e agli anziani i trenta denari, e disse: S. Ho fatto male, tradendo il sangue d’un innocente! C. Ma essi risposero: S. Che ci importa? Pensaci tu! C. Gettate perciò nel tempio le trenta monete d’argento, egli si ritirò di là, andando a impiccarsi con un laccio. I capi dei sacerdoti per altro, raccattate le monete, dissero: S. Non conviene metterle colle altre nel tesoro, essendo prezzo di sangue. C. Dopo essersi consultati tra di loro, acquistarono con esse un campo d’un vasaio per seppellirvi i forestieri. Per questo, quel campo fu chiamato Aceldama, vale a dire, campo del sangue; e ciò fino ad oggi. Così si verificò quello che era stato predetto per mezzo di Geremia profeta: «Ed hanno ricevuto i trenta denari d’argento, prezzo di colui che fu venduto dai figliuoli d’Israele, e li hanno impiegati nell’acquisto del campo d’un vasaio, come mi aveva imposto il Signore». Gesù pertanto si trovò davanti al governatore, che lo interrogò, dicendogli: S. Sei tu il re dei giudei? C. Gesù gli rispose: J. Tu lo dici. C. Ed essendo stato accusato dai capi dei sacerdoti e dagli anziani, non rispose nulla. Gli disse allora Pilato: S. Non senti di quanti capi d’accusa ti fanno carico? C. Ma egli non replicò parola, cosicché il governatore ne rimase fortemente meravigliato. Nella ricorrenza della festività [pasquale] il governatore era solito di rilasciare al popolo un detenuto a loro piacimento. Ne aveva allora in prigione uno famoso, chiamato Barabba. A tutti coloro, perciò che si erano ivi radunati, Pilato disse: S. Chi volete che io vi lasci libero? Barabba, oppure Gesù, chiamato il Cristo? C. Sapeva bene che per invidia gliel’avevano condotto lì. Mentre intanto egli se ne stava seduto in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: S. Non aver nulla da fare con quel giusto, perché oggi in sogno ho dovuto soffrire tante ansie per via di lui! C. Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani sobillarono il popolo, perché fosse chiesto Barabba e fosse ucciso Gesù. In risposta allora il governatore disse loro: S. Chi volete che vi sia rilasciato? C. E quei risposero: S. Barabba. C. Replicò loro Pilato: S. Che ne farò dunque di Gesù, chiamato il Cristo? C. E ad una voce, tutti risposero: S. Crocifiggilo! C. Disse loro il governatore: S. Ma che male ha fatto? C. Ed essi gridarono più forte, dicendo: S. Sia crocifisso! C. Vedendo Pilato che non si concludeva nulla, ma anzi che si accresceva il tumulto, presa dell’acqua, si lavò le mani alla presenza del popolo, dicendo: S. Io sono innocente del sangue di questo giusto; è affar vostro! C. E per risposta tutto quel popolo disse: S. Il sangue di lui ricada sopra di noi e sopra i nostri figli! C. Allora rilasciò libero Barabba; e, dopo averlo fatto flagellare, consegnò loro Gesù, perché fosse crocifisso. I soldati del governatore poi trascinarono Gesù nel pretorio e gli schierarono attorno tutta la coorte; e lo spogliarono, rivestendolo d’una clamide di color rosso. Intrecciata poi una corona di spine, gliela posero in testa, e nella mano destra [gli misero] una canna. E piegando il ginocchio davanti a lui, lo deridevano col dire: S. Salve, o re dei Giudei. C. E dopo avergli sputato addosso, presagli la canna, con essa lo battevano nel capo. E dopo che l’ebbero schernito, gli levarono di dosso la clamide, gli rimisero le sue vesti, e lo condussero via per crocifiggerlo. Nell’uscire [di città], trovarono un tale di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a pigliare la croce. E arrivarono a un luogo, detto Golgota, cioè, del cranio. E dettero da bere [a Gesù] del vino mescolato con fiele; ma avendolo egli gustato, non lo volle bere. E dopo che l’ebbero crocifisso, se ne divisero le vesti, tirandole a sorte. E ciò perché si adempisse quello che era stato detto dal Profeta, quando disse: «Si sono divisi i miei abiti ed hanno messo a sorte la mia veste». E, postisi a sedere, gli facevano la guardia. E al di sopra del capo di lui, appesero, scritta, la causa della sua condanna: – Questi è Gesù, re dei Giudei -. Furono allora crocifissi insieme con lui due ladroni: uno a destra ed uno a sinistra. E quelli che passavano di li, lo schernivano, crollando il capo, e dicevano: S. Tu che distruggi il tempio di Dio e che lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso; se sei il Figlio di Dio, scendi giù dalla croce. C. Parimenti anche i capi dei sacerdoti lo deridevano, beffandosi di lui cogli scribi e cogli anziani del popolo, e dicendo: S. Salvò gli altri, e non può salvare se stesso. Se è il re d’Israele, discenda ora dalla croce, e noi gli crederemo. Confidò in Dio. Se vuole, Iddio lo liberi ora! O non disse che era Figliuolo di Dio? C. E questo pure gli rinfacciavano i ladroni che erano stati crocifissi con lui. Si fece poi un gran buio dall’ora sesta fino all’ora nona. E verso l’ora nona Gesù gridò con gran voce: J. Eli, Eli, lamma sabacthani; C. cioè: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Ed alcuni che erano li vicini, sentitolo, dissero: S. Costui chiama Elia! C. E subito uno di loro, correndo, presa una spugna, l’inzuppò nell’aceto, e fermatala in vetta a una canna, gli dette da bere. Gli altri invece dicevano: S. Lasciami vedere, se viene Elia a liberarlo. C. Ma Gesù, gridando di nuovo a gran voce, rese lo spirito. Si genuflette per un momento. Ed ecco che il velo del tempio si divise in due parti dall’alto in basso; e la terra tremò; e le pietre si spaccarono, le tombe si aprirono, e molti corpi di Santi che vi erano sepolti, resuscitarono. Usciti anzi dai monumenti dopo la resurrezione di Lui, entrarono nella città santa e comparvero a molti. Il centurione poi e gli altri che con lui facevano la guardia a Gesù, veduto il terremoto e le cose che succedevano, ne ebbero gran paura e dissero: S. Costui era davvero il Figliuolo di Dio. C. C’erano pure lì, in disparte, molte donne che avevano seguito Gesù dalla Galilea per assisterlo, tra le quali era Maria Maddalena, e Maria di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo. Essendosi poi fatta sera, arrivò un uomo, ricco signore di Arimatea, chiamato Giuseppe, discepolo anche lui di Gesù. Egli si era presentato a Pilato per chiedergli il corpo di Gesù; e Pilato aveva dato ordine che ne fosse restituito il corpo. E, presolo, Giuseppe lo avvolse in un lenzuolo pulito, e lo pose in un sepolcro nuovo, che si era già fatto scavare in un masso; e, dopo aver ribaltata alla bocca della tomba una gran lapide, se ne andò. Erano ivi Maria Maddalena e l’altra Maria, sedute di davanti al sepolcro.]

OMELIA

[G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e … Soc. Ed. Vita e Pens. VI ed. Milano, 1956]

DOMENICA DEGLI ULIVI

Fu un giorno d’entusiasmo. La bella stagione esultava nel cielo sereno e sui campi in giro. Dall’alto dell’Oliveto le turbe strappavano i rami dalle siepi e li agitavano nell’aria esclamando: « Benedetto il Re che viene in nome del Signore! Benedetto nell’altissimo cielo! ». Intanto il piccolo esercito fervente discendeva nel calore del sole, tra il verde e gli inni. Gerusalemme, apri le porte! Quante volte udisti dal labbro de’ tuoi profeti che sarebbe giunto un re di pace, quante volte l’hai sospirato nelle sventure! Or eccolo viene il tuo Re, mansueto; e cavalca un asinello. Solenne, col volto ardente, con gli occhi lucidi di pianto Gesù entrò nella città regina. La terra non conobbe trionfo più bello di questo. Si eran visti dei re venire a possesso della loro capitale circondati dalla potenza dei soldati, e da una folla curiosa: orgoglio di trionfatore e curiosità di popolo, ecco tutto il loro trionfo. Si erano visti conquistatori ritornare in patria in mezzo a tutta la pompa della vittoria: il trionfatore stava sul carro tirato da quattro cavalli bianchi: i veterani e le legioni procedevano innanzi cantando le lodi consuete; ma, dietro, aggiogati barbaramente venivano i vinti, imprecando alla sorte, alla vita, a Roma. Questi trionfi erano costati fiumi di sangue, incendi di città, lacrime d’infinite madri… Non così il trionfo del Figlio di Dio: egli è Re di pace. Ecce rex mansuetus. Intorno a Lui non l’urlo guerriero delle coorti, non il fragore degli scudi, non la fosca rabbia dei vinti incatenati che verranno uccisi nei giochi, o venduti schiavi; ma una fila di ammalati che Egli ha guariti, di poveri che Egli ha evangelizzato, di fanciulli che Egli colmava di carezze. E forse c’era anche il paralitico della piscina e forse c’era colui chiamato nato cieco, e certamente c’era Lazzaro il risuscitato da morte. E tutti levavano rami d’albero. Di quale albero? S. Matteo non lo dice: ma poiché li scerpavano dalle siepi del monte Oliveto, non potevano essere che rami d’ulivo. L’ulivo: il simbolo della pace. Quale altra fronda potevano scegliere gli Ebrei per agitare al passaggio del Re mansueto? Quale altra fronda possiamo noi agitare davanti a Cristo che ritorna trionfante nella santa Pasqua? – La Chiesa, in questa domenica, ad ogni fedele dona un ramo di ulivo benedetto. È con l’ulivo in mano che dobbiamo prepararci a far Pasqua: ossia, è con la pace del cuore. Ma non si può aver pace nel cuore, se prima non si è in pace col prossimo e in pace con Dio. – L’ULIVO È PACE COL PROSSIMO. Giovanni Gualberto viveva, allora, la spensierata vita. Ricco, aitante, abile in armi, amava allegre compagnie della gioventù fiorentina e i giochi e i divertimenti. Una sera, un gentiluomo di Toscana venne a rissa con suo fratello, e glielo uccise. Giovanni, curvo sul cadavere insanguinato, strinse i pugni contro l’assassino che fuggiva e giurò, terribile, di farne vendetta. Passarono dei mesi. Un giorno di Venerdì Santo, in un vicolo, egli s’incontra con la figura d’un torvo cavaliere. Lo riconosce: è l’assassino di suo fratello. Era giunto l’istante della vendetta: quella vendetta che aveva giurato sul sangue fumante, che aveva covato in cuore per giorni e giorni, che aveva sognato nei silenzi della notte, era lì, davanti a lui, e l’affascinava. Mandò un urlo di belva, snudò la spada, e gli fu sopra. Ma quegli, tremando, si buttò in ginocchio nella via deserta e gemette: « Per amore di quel Gesù che oggi muore in croce perdonando a’ suoi crocifissori, tu perdonami! ». C’era nell’aria un silenzio misterioso: le campane tacevano per la morte del Signore. Giovanni sentiva il sangue fargli impeto sulle tempia e sul petto: il pensiero di Gesù morente in croce e perdonante lo dominò.  « Alzati! — disse infine nello sforzo eroico di superarsi. — Nulla ti posso negare di ciò che domandi in nome del Salvatore. Ti dò la vita e l’amicizia e tu prega Dio che mi perdoni com’io perdono a te ». E si abbracciarono. — Quando le campane della Resurrezione squillarono nel cielo di Firenze, nessuno in cuore, provò tanta gioia come Giovanni, poiché nessuno meglio di lui s’era preparato alla Pasqua. E Gesù risorto gli fece la bella grazia di farsi santo: S. Giovanni Gualberto. – Pasqua è imminente: già il Re di pace viene, e vuol trovare pace sul suo passaggio. Guai a quelli che s’accosteranno alle sante feste con odio nel cuore. Gesù non li riconoscerà come suoi discepoli. «Io distinguerò fra tutti i miei discepoli per l’amore che si vorranno tra loro » ha detto un giorno. Nessuno di noi ha ricevuto un’offesa grande come quella che ricevette S. Giovanni Gualberto; e s’egli ha saputo perdonare, nessuno di noi potrà scusarsi da questo dovere. – In quante famiglie non c’è pace: sono fratelli in rissa fra loro, sono cognati, sono nuore che tutto il giorno passano in mormorazioni, in calunnie amare, in alterchi irosi, in silenzio pieno di rancore. Sono veri Cristiani? dicono di esserlo, e di fatto sono battezzati, ma Gesù non li riconosce: «I miei discepoli si amano gli uni e gli altri ». In quanti paesi non c’è pace: una famiglia contro un’altra famiglia, un inquilino contro un altro inquilino, un proprietario contro un proprietario: è per la casa, è per la terra, è per la roba, e intanto c’è odio cordiale. Sono paesi cristiani? Dicono di esserlo, hanno anche una bella chiesa, ma Gesù non li riconosce: «I miei discepoli si amano gli uni e gli altri ». È duro perdonare e amare chi ci fece del male; è un martirio secreto e tremendo ha detto S. Gregorio, che solo conosce chi l’ha provato. Ma Gesù lo vuole, lo comanda: Ego autem dico vobis diligite inimicos vestros. S. Giovanni Gualberto, all’assassino di suo fratello che in nome di Gesù gli chiedeva perdono, rispose: « Nulla ti posso negare di ciò che domandi in nome del Salvatore ». E noi avremo coraggio di negare questo perdono al nostro prossimo, quando è Gesù stesso che ce lo chiede? Oggi, quando tra le mani stringerete il rametto d’ulivo per festeggiare il Re mansueto che viene, ricordatevi che quell’ulivo significa pace col prossimo. – L’ULIVO È PACE CON DIO. Dio è bontà e trova la sua gioia nell’abitare tra gli uomini. Ma quando l’uomo preferisce i suoi piaceri alla legge del Signore e cade in peccato, Dio non lo può sopportare. Fugge da lui, come noi fuggiamo dal serpente; non lo conta più tra i suoi fedeli, tra i suoi amici, tra i suoi figli. L’uomo, allora, cerca altrove la sua pace, ma non la può trovare perché non c’è pace quando s’è in collera con Dio. Iniquitates vestræ diviserunt inter vos et Deum vestrum (Is., LIX, 2). C’è una muraglia tra Dio e voi: è la muraglia della vostra avarizia che non dice mai basta, fosse anche roba d’altri; è la muraglia della vostra superbia che non vuol correzioni né rimproveri; è la muraglia della vostra sensualità, che non vuol freni alle sue sregolatezze. Non si può far Pasqua in collera col Signore; non si può muovere incontro al Re di pace che viene, se tra noi e Lui c’è una muraglia. Bisogna abbatterla con la confessione. – Una domenica degli Ulivi, Santa Gertrude fu presa da scoraggiamento. Le sembrava troppo difficile migliorare la sua vita, e che per lei fosse impossibile diventar santa. Gesù le apparve e la chiamò. « Guarda, le disse, non è difficile, non è impossibile. Basta una cosa sola: che tu dica: voglio ». Ci sono molti che dicono di non poter perdonare certe offese, e neppure dimenticare. Ci sono altri che non vogliono confessarsi perché dicono di non saper resistere a certe tentazioni, a certe abitudini. O Cristiani, non è impossibile, non è difficile correre incontro a Gesù con il ramo d’ulivo, basta volerlo. Volere la pace col prossimo. Volere la pace con Dio. – CIRCOSTANZE DELL’INGRESSO IN GERUSALEMME. Bisognava che una volta almeno Gesù si presentasse al popolo come Messia: scelse, per il suo trionfo d’un giorno, l’ultima domenica della sua vita mortale. I Giudei pretendevano che il Messia arrivasse sulle nuvole ma Egli invece volle arrivare cavalcando un asinello che non aveva mai portato il basto. I discepoli vi avevano adattati i propri mantelli a far da sella. Veniva da Betania e la folla dei suoi amici cominciò a levar grida di gioia, a mettere le vesti sul suo passaggio, a tagliare rami di palma per agitarle o gettare avanti a Lui sulla strada. « Osanna al Figlio di Davide! — si gridava. — Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Evviva il Re d’Israele ». – Noi siamo ora giunti a quel tempo in cui si rinnova questa venuta del Salvatore. La comunione pasquale non è forse l’entrata nel nostro cuore del Figlio di Davide sotto le umili apparenze del pane e del vino? Ed oggi come allora in diversi modi è ricevuto dalle diverse anime. Ci sono anime sante e generose. Ci sono anime farisaiche, insensibili, incostanti. Ci sono anime che vengono da lontano, infangate di gravi peccati, ma piene di buona volontà.  Queste tre categorie d’anime si possono trovare significate in tre circostanze avvenute l’una all’inizio, l’altra a mezzo, e l’ultima alla fine del viaggio trionfale del Signore: il Padrone dell’asinello; il pianto di Gesù; la supplica d’alcuni forestieri. – IL PADRONE DELL’ASINELLO. Quando l’umile drappello si trovò dirimpetto alle case di Betfage, Gesù disse a due dei suoi, probabilmente Pietro e Giovanni: « Andate là, slegate l’asino che troverete, e menatelo qui ». Gli inviati eseguirono a puntino gli ordini. Arrivando alle case, subito scorsero la bestia legata presso una porta sulla strada e la sciolsero. Venne fuori il padrone e disse: « Che cosa fate? ». Gli risposero: « Ne ha bisogno il Signore ». A quella richiesta, subito rilasciò loro l’asinello. Chi era costui? senza dubbio un discepolo segreto di Gesù, sconosciuto agli Apostoli stessi. Ma che bell’anima! Non una difficoltà, non una scusa, non un rincrescimento: lo vuole Gesù, e basta. Non era il solo che amava così profondamente, così generosamente Gesù. Quattro giorni dopo. Pietro e Giovanni ne troveranno un altro. Neppure quest’altro era da loro conosciuto: lo individuarono per un’anfora piena d’acqua che portava, poiché tale era il segno dato loro dal Maestro. Gli dissero: «Il Signore ha bisogno di una stanza dove mangiare la Pasqua con i suoi discepoli ». L’altro subito li condusse in casa, nel salone del piano superiore, e l’adornò con tappeti e cuscini e preparò tutto l’occorrente per un banchetto solenne (Mc., XIV, 12-16). Di queste belle anime i successori di Pietro e Giovanni, cioè i sacerdoti, ne trovano ancora ogni anno. Le vedono accostarsi alla confessione e alla comunione pasquale con una piena dedizione di sé, dei loro affetti, delle loro case, al Signore. Sono i veri discepoli del Signore, ignoti al mondo, ignoti a tutti. Qualunque sacrificio, — di tempo, di danaro, di affetto, di salute, — domandi a loro Gesù essi senza calcolare. glielo dànno. Si sono forse lamentate le palme quando davano i loro rami per adornare la strada del Signore? E queste sante e generose anime si concedono a’ Gesù come le palme. E come le palme fioriranno, « Iustus ut palma florebit ». – IL PIANTO DI GESÙ. A metà cammino, quando il fervoroso corteo giunse in cima al monte degli ulivi, ai loro occhi apparve Gerusalemme, tutta bianca nel sole di mezzogiorno. Gesù la guardò e si mise a piangere. « Conoscessi, almeno oggi, quel che giova alla tua pace! Ma poiché non vuoi conoscere Colui che ti visita, i tuoi figli periranno, e di te non resterà pietra su pietra » (Lc., XIX, 41-44). Benché in mezzo all’esultanza e alle acclamazioni, Gesù non si lascia né travolgere né illudere dal favore popolare. Egli passa le apparenze e penetra nella secreta realtà delle anime. Perciò piangeva. a) Piangeva vedendo che molti gli venivano perfidamente incontro col sorriso sulle labbra, ma con in cuore il tradimento. Ed ancora Gesù Eucaristico, dall’alto del suo altare, tra la moltitudine che viene a riceverlo per la Pasqua, vede di quelli che s’inginocchiano alla balaustra ed hanno il tradimento in cuore. Lo tradiscono con quel peccato taciuto in confessione per vergogna; oppure con quell’abitudine a cui non si vuole rinunciare nonostante gli avvisi del confessore; o anche con quella ingiustizia di danaro o di roba a cui non si vuole riparare. b) Piangeva sul colle degli ulivi vedendo che v’erano di quelli accorsi solo per curiosità, quasi ad uno spettacolo, senza il minimo sentimento d’amore o di fede. Ed ancora dal santo altare Gesù vede che alcuni s’accostano alla Comunione pasquale solo per abitudine, forse per accontentare qualche persona di famiglia, o peggio per rispetto umano: ma non hanno nessuna preparazione, nessun pentimento, nessuna voglia di migliorare l’anima. c) Piangeva sapendo bene che quei medesimi che gli gridavano « osanna! », cinque giorni dopo gli avrebbero gridato « crucifige! », e avrebbero deriso la sua agonia sotto la croce. Ed ancora Gesù sa che ci sono di quelli che fanno Pasqua, e prima che siano passati cinque giorni già sono ritornati a crocifiggerlo nel loro cuore. Che gli è giovato dare il proprio sangue per costoro? d) Pianse il Salvatore in faccia della città che lo riceveva, ma che nonostante sarebbe stata distrutta. Già gli pareva di sentire attraverso le acclamazioni il rantolo disperato dei morenti, già gli pareva di vedere col suo sguardo profetico attraverso alle palme e gli ulivi avanzarsi il ferro e il fuoco dell’esercito sterminatore. Ma forse ancora Gesù vede che certe anime lo ricevono, e nonostante non si salveranno: vede già intorno a loro il bagliore del fuoco eterno che le divorerà per sempre. vede già intorno a loro il rauco grido del demonio vincitore. – LA SUPPLICA DEI FORESTIERI. A sera, quando già la folla s’era dispersa per prendere il cibo e i clamori s’erano quasi spenti, un gruppo di forestieri, convenuti in Gerusalemme per la Pasqua, volevano avvicinarsi a Gesù, conoscerlo da vicino, parlargli a cuore aperto. Ma non osavano: erano pagani e temevano d’essere respinti. Allora presero in disparte uno dei dodici, Filippo, e gli dissero: « Vorremmo vedere Gesù: non potresti presentarci? ». Filippo lo disse ad Andrea: poi tutti e due lo dissero a Gesù. Gesù ricevette quei forestieri, i quali poterono sentire bene mentre diceva: «Se il grano di frumento caduto nella terra non muore, resta solo; ma se muore porta molto frutto. Chi ama la sua vita, la perde; chi odia la sua vita in questo mondo, la salverà per la vita eterna ».  Quei buoni forestieri dovevano comprendere il mistero di queste parole; essi che erano decisi ad odiare la loro vita passata, a morire agli istinti del peccato, per vivere accanto a Gesù nella vita eterna. Se in mezzo alla folla dei Cristiani che in questi giorni si accosterà alla Pasqua. ci sono alcuni che vengono dalle lontananze del peccato, che sono forestieri da anni ed anni nella Chiesa, e desiderano finalmente di avvicinarsi a Gesù, di confidare con Lui, non abbiano nessun timore. Se mai la sfiducia per i loro molti peccati li assale, lo dicano al ministro del Signore nella santa Confessione, così come quei forestieri lo dissero a Filippo: e il sacerdote li presenterà, purificati dal sacramento, a Gesù. – Una leggenda piena di senso cristiano («Il velo della Veronica» di Selma Lageriòf) racconta che l’imperatore Tiberio giaceva ammalato nell’isola di Capri: una lebbra inguaribile lo divorava. La sua vecchia e fedele nutrice, avendo sentito che in Palestina c’era un uomo di nome Gesù che guariva i lebbrosi, decise di andarlo a consultare. Partì per la Palestina. Quand’ella arrivò e cercò di lui, le dissero di correre se voleva giungere a tempo per trovarlo vivo. Lo vide infatti madido di sudore e di sangue camminare sotto la croce verso il luogo del supplizio. Presa da compassione, tese il suo velo per asciugare quel volto grondante… e sul velo restarono impressi i lineamenti divini. E lo riportò al padrone. Appena il moribondo imperatore vide il volto di Cristo, e quegli occhi brucianti fissi su di lui, esclamò dolorosamente: « È questo l’uomo? Egli mi guarisce. Perché l’hai lasciato morire? ». Poi s’inginocchiò davanti a quel velo e mostrandogli le sue mani scarnate e devastate dalla lebbra diceva: « Tutti gli altri e io, siamo selvaggi e crudeli. ‘Tu, tu, sei l’Uomo: abbi pietà di me. Niente fuor che il tuo sguardo può guarirmi ». E si levò sanato. – Cristiani! il peccato è la lebbra che ancora devasta e divora l’uomo. Ma la santa Chiesa, madre amorosa e fedele, per guarirci non si limita a portarci dalla Palestina il velo coi lineamenti sanguinosi del Volto, ma sotto il bianco velo del pane eucaristico ci porta realmente e vivo Gesù, il Figlio di Dio, il Salvatore. Non col bacio di Giuda, ma con l’innocenza di Giovanni e col pentimento di Pietro avviciniamoci all’Ostia consacrata. Non con l’ipocrisia perfida dei Farisei, ma con la generosità del padrone dell’asino, o con le cordiali disposizioni di quei forestieri che lo volevano vedere da vicino, apriamo il cuore nostro a Gesù. Egli ci guarirà. Egli ci santificherà. . IL SACRILEGIO EUCARISTICO. Ecco, o Cristiani, che la Pasqua è vicina e le folle escono un’altra volta incontro a Gesù che viene nella santa Comunione. Ma io non vorrei che ancora Gesù, pallido in fronte, pianga; non vorrei che qualcuno lo accolga, con in cuore il tradimento. Sarebbe una colpa atroce! Eppure può darsi: tanto per togliersi la seccatura della moglie, delle sorelle, della madre, tanto per non far diverso dagli altri, si va a far Pasqua senza le disposizioni necessarie. Una confessione mal fatta: senza pensarci, senza dolore, senza sincerità. Poi… il sacrilegio orribile. Perché nessuno osi ricevere così il Messia nel suo cuore, vi dirò che il sacrilegio eucaristico è il peccato più ingiurioso a Dio, è il peccato più nocivo a noi. – IL PECCATO PIÙ INGIURIOSO A DIO. A Berna nel 1287. Alcuni giudei deliberarono di sorprendere ed avere nei loro artigli un figlio di Cristiani, onde sfogare la rabbia diabolica che li coceva. Uno di questi spiò e attrasse con doni dalla strada nella sua casa un tenero e candido giovinetto di nome Rodolfo, senza che nessuno se ne accorgesse. Ben tosto lo condusse in una cantina profonda, oscura e lurida, dove il fanciullo spaurito scoppiò in pianto. Non ci fu pietà: con un pugnale lo punzecchiò in tutte le parti finché il misero finì di stillar sangue e di vivere. Quando il bestiale carnefice risalì, alla luce del sole, s’avvide che le sue mani e i suoi abiti erano intrisi di sangue, subito corse a detergersi, ma dopo replicate lavande s’accorse che era fatica inutile: il sangue innocente indelebile rosseggiava sulla mano e sulla faccia (Vogel, Vita di S. Rodolfo.19 aprile). Simile a questo è il delitto dell’uomo sacrilego. Non un fanciullo qualunque, ma il Figliuolo della Vergine Maria egli attira nella oscura e lurida cantina del suo cuore. Gli muove incontro col sorriso, con le mani giunte, in mezzo a persone amiche, e poi quando l’ha ricevuto, si fa reo del Corpo e del Sangue di un Dio. Quicumque manducaverit panem hunc, vel biberit calicem Domini indigne, reus erit Corporis et Sanguinis Domini (I Cor., XI, 27). L’uomo non vedrà le macchie di sangue sulla sua mano e sulla sua faccia. Ma gli Angeli le vedono, quelle macchie, le vede Iddio, le vede il demonio… Il peccatore che si comunica indegnamente commette un delitto più odioso di quello degli Ebrei quando sul Calvario han messo in croce Gesù. Se i Giudei avessero conosciuto la gloria del Signore, dice S. Paolo, non l’avrebbero crocifisso mai: essi credevano soltanto di uccidere un uomo, il figlio d’un falegname di Nazareth. Ma il sacrilego che sotto il velo eucaristico tradisce il Signore della gloria, il Figlio dell’Altissimo, il re dei secoli immortale sa che la sua offesa colpisce direttamente Dio e non ha scusa. – Il delitto dei Giudei riuscì utile agli uomini: il sangue da essi versato fu lavacro per le anime nostre. L’Agnello da essi immolato fu la nostra riconciliazione con Dio. Ma quando il sacrilego crocifigge Gesù sull’altare, che utilità ne deriva per sé e degli altri? Nessuna, fuori che maledizione e sventura. Ci sono poi alcune circostanze che possono attenuare la colpa dei Giudei. I sacerdoti e i capi del popolo l’avevano cercato a morte perché Gesù aveva smascherato la loro ipocrisia davanti al popolo chiamandoli sepolcri imbiancati; ma il sacrilego tradisce mentre Gesù si curva a baciarlo, lo uccide mentre Gesù gli sussurra: « Amico mio! ». E poi, non è detto che i crocifissori fossero proprio i ciechi, gli storpi, i lebbrosi guariti da lui: ma il sacrilego è un cieco che Gesù ha illuminato con la fede, è uno storpio che Gesù ha raddrizzato coi buoni consigli, è un lebbroso che Gesù ha mondato più volte con la confessione. Non è un estraneo, ma un beneficato: si inimicus meus maledixisset mihi, sustinuissem utique: tu vero!… (Ps., LIV, 13). Quale oltraggio per il Verbo divino! la veste preziosa è gettata all’immondezzaio, il santo al cane, la perla al porco. Quale oltraggio per il Padre adorabile, che amò l’uomo così da concedergli il suo Unigenito, vederlo invece tradito e deriso! Quale oltraggio per lo Spirito Santo, che con tanta cura ha preparato il seno verginale di Maria ove il Salvatore avrebbe preso umana carne, vederlo in un tempio di idoli! Quale oltraggio alla Vergine Madre, che tremando lo baciava, e adorando lo portava sulle sue braccia, vederlo maltrattato da un miserabile peccatore! – IL PECCATO PIÙ NOCIVO ALL’UOMO. Come la religione non conosce un delitto più enorme del sacrilegio eucaristico, così non v’ha punizione più terribile di questa: « Colui che mangia e beve indegnamente, mangia e beve la sua rovina ». Qui enim manducat et bibit indigne, iudicium tibi manducat et bibit (I Cor., XI, 29). Ancora par di sentire il fremito d’orrore del Vescovo Cipriano, nel fatto ch’egli narra. Una donna ardì accostarsi alla santa Comunione con l’odio nel cuore contro una sua vicina. Nell’atto che stava per inghiottire la sacra Particola, si sentì come un coltello taglientissimo squarciare la gola. Tutti videro allora che da quell’apertura uscì l’Ostia consacrata, e ritornò nella pisside. La donna infelice, annerita come la fuliggine, si rovesciò sul pavimento e smaniando morì, con grande spavento di tutti i fedeli. Io non dico che Iddio ripeterà il miracolo per ogni uomo che indegnamente si comunica; ma certo il sacrilego sente il suo petto tagliato dal coltello acuto del rimorso; sente nel suo cuore gli urti spasimosi della divina maledizione: è l’Ostia santa che inorridita de’ suoi peccati vuol fuggire da lui. E buon per lui, se Gesù fuggisse davvero, che non si stringerebbe in seno la propria sciagura. Vedete: se voi date del cibo a un vivo, lo fortificate; ma se sforzate la mascella d’un morto per dargli da mangiare lo fate marcire più presto. Guai a quelli che ricevono la Eucaristia, che è pane dei vivi, e sono morti alla grazia! Che direste voi di un ladro che dopo aver accumulato in casa sua la roba rubata invita il giudice del tribunale a fargli visita? La medesima sfrontatezza è compita dal sacrilego che pone Gesù in cospetto dei peccati che rimangono in cuore. Quando l’Arca dell’alleanza passava tra il popolo di Dio erano vittorie e trionfi e grazie che l’accompagnavano. Quando invece passava tra i nemici erano le pestilenze, le stragi, gli incendi, le sciagure che facevano deserto e silenzio d’intorno ad essa Altrettanto avviene quando nei cuori passa l’Eucaristia. Sei suo amico? vita e vittoria. Sei suo nemico? sventura e morte. Ce ne fa riprova la fine disperata di Giuda, il primo profanatore dell’Eucaristia. Si riconosce colpevole, ma non si pente. Piange, ma le sue lacrime non lavano il delitto. Grida: — io ho peccato! — e il suo peccato non gli è rimesso. Muore desolato, muore riprovato. Appeso all’albero del fico, vede da lontano il cadavere di Gesù appeso all’albero della croce. La sua anima vuol fuggire dal dolore e le sue viscere scoppiano in mezzo per lasciarla precipitare nell’inferno, Crepuit medius (Act., I, 18). Il Figlio dell’Uomo sarà tradito: ma guai a quell’uomo, dal quale sarà tradito! Væ homini illi per quem Filius hominis tradetur! – Nella battaglia avvenuta a Pietra del Soccorso, i Filistei s’impadronirono dell’arca dell’alleanza che il popolo d’Israele aveva abbandonato sul campo della sconfitta. Ora i nemici presero l’Arca di Dio e la collocarono di fronte all’idolo di Dagon. Il dì seguente, allo spuntar del giorno, Dagon era prostrato in terra, bocconi davanti all’Arca. Fu rimesso in piedi: di nuovo, alla mattina dopo, Dagon era rovesciato sul pavimento, ma la testa e le due palme stroncate stavano sulla soglia del tempio (I Re, V, 1-5). Se l’Arca di Dio non poteva coabitare con l’idolo immondo in uno stesso tempio, tanto più l’Eucaristia non può coabitare con il peccato in uno stesso cuore. Cristiani, non costringere il Santo ad unirsi all’immondo. O solo l’Eucaristia o solo il peccato. Chi costringe la santa Particola a discendere in un’anima inquinata, farà la fine di Dagon; sarà maledetto e stritolato nella vita eterna.LA PALMA. Le folle, nell’amore al Profeta taumaturgo, non sanno meglio esprimere la loro contentezza che strappando rami di palma per agitarli e gettarli sulla via dove deve passare Gesù. Le palme che nelle terre di Oriente si innalzano al cielo superbe, protendendo all’intorno il ventaglio dei loro rami, sono il simbolo più espressivo delle vittorie e del trionfo. Le turbe agitando le palme a Gesù che veniva lo salutavano ed acclamavano Re del suo popolo e Messia sospirato da secoli. Alla venuta di Gesù nel nostro cuore nella Comunione pasquale anche noi, o Cristiani, dobbiamo portare ed agitare le palme: palme che significano vittoria e trionfo sopra noi stessi; palme che significano vittoria contro il rispetto umano che vorrebbe togliere la santa franchezza del bene. – Nelle prime pagine della storia leggendaria di Roma si trova l’episodio di Muzio Scevola. Gli Etruschi, venuti col re Porsenna, avevano cinto di assedio la città di Roma per potersene impadronire. Ma quel soldato intrepido, uscito dalle mura, si introdusse nel campo nemico per uccidere il re. Però invece del re ferì il suo segretario. Arrestato mentre fuggiva e condotto dinanzi al sovrano, questi lo prese a minacciare per indurlo a tradire la patria. Muzio Scevola, per nulla intimorito, stende la sua destra sul fuoco per punirla dell’errore commesso ed esclama: «E proprio dei Romani l’essere forti nell’agire e nel soffrire ». – O Cristiani, nel giorno del nostro Battesimo abbiamo promesso di combattere contro i nemici della nostra salvezza: prima fra tutti il nostro corpo, le nostre passioni. Ciascuno porta in sé un tiranno che cinge di assedio le forze dell’anima e vuol toglierci il Signore. Dobbiamo uscire dalle mura della nostra freddezza, del nostro egoismo per uccidere od almeno sconfiggere sempre questo ingiusto aggressore che non ha il diritto di superarci. Spesso forse ci capita di sbagliare il colpo, di non vincere come dovremmo se pure non restiamo del tutto sconfitti. Ebbene, ripetiamo ancor noi le parole dell’eroe di Roma, cambiando opportunamente la frase: « Facere et pati fortia christianum est! È dei Cristiani soffrire ed operare con forza ». Se è vero che portiamo il triste germe del male è vero anche che ciascuno di noi ha in se stesso una grande forza di bene. Basta saper sfruttare le sane energie dell’anima nostra. Se ti senti portato alla superbia, pensa che la tua grandezza vien dal Signore, che tutto dipende da Lui, che la vera ambizione sta nell’ubbidire alla santa sua legge. Se ti senti portato alle cose create, se il tuo cuore si attacca ad affezioni umane, pensa che soltanto Iddio è degno di tutto l’amore, solo Lui può appagare le aspirazioni più belle del tuo affetto. Vuole da te che lo ami davvero: nessuno sa amare più di quanto ha saputo amarti il Signore. Se la sapienza di coloro che non avevano conosciuto il Signore stava nel programma: « Conosci te stesso! » la vera sapienza dei figliuoli di Dio aggiunge qualche cosa di più: « Conosci te stesso, cioè la tua dignità di Cristiano, le tue belle capacità di vittoria e di bene; e poi vinci te stesso, la tua parte cattiva, per trionfare in Dio. Nel Signore vincerai e con Lui sarà eterno il tuo godimento ». Del resto la battaglia non è difficile; basta saper incominciare e fidarci soltanto di Dio che stimola ed aiuta la nostra debolezza. – LA PALMA È VITTORIA CONTRO IL RISPETTO UMANO. Un ricco marchese di Francia, trovandosi un giorno con un gruppo di personalità distinte, fu invitato a far la conoscenza con Ernesto Renan, lo scrittore tristemente famoso che osò scrivere una vita di Gesù Cristo in cui sacrilegamente bestemmiò la divinità del Redentore. Ernesto Renan già stava porgendo la mano, ma quel signore ritirando la sua, esclamò ad alta voce, in pubblico: «Io non stringerò mai questa mano che ha schiaffeggiato il mio Signore! » – Quante volte, o Cristiani, noi abbiamo promesso di essere forti, di compiere il nostro dovere, di non aver paura a manifestare la nostra fede colle azioni. Ma ci siamo spaventati dello scherno che ci poteva venire dai nostri compagni, da quelli che ci avrebbero visti e siamo stati vili, siamo stati dei vinti. Così abbiamo dato mano, abbiamo quasi aiutato, siamo divenuti amici di quelli che schiaffeggiano il Signore. Guardate che forza non ha avuto quel ricco marchese di fronte a tante persone. Bisogna che anche noi ci abituiamo ad essere forti, ad essere di carattere. Non sono eroi soltanto quelli che vincono una battaglia sul campo di guerra: costa assai di più vincere il rispetto umano sul pacifico campo della nostra vita, nei rapporti quotidiani con tanti nostri vicini. Un atto di valore tante volte è cosa di un momento. Un gesto di eroismo farà conoscere il vostro nome, ci procurerà applausi ma la fortezza di credere e di esser Cristiani spesso ci attira lo scherno aperto od il sorriso maligno. Teniamo in mente la parola del Signore: « Non abbiate paura di coloro che uccidono il corpo e poi non possono far altro. Ma io vi insegnerò chi dobbiate temere: Temete Colui che dopo aver tolta la vita, ha potestà di mandare all’inferno. Questo sì, vi dico, temetelo! ». (Lc., XII, 4-5). – Dice il proverbio che ride bene chi ride ultimo. Gli ultimi a ridere non saranno i cattivi; di essi avrà vergogna il Figliuol di Dio nel giorno del giudizio (Lc. IX, 26). Gli ultimi a godere, e per sempre, saranno i buoni, i forti. Soltanto essi regno dei cieli, nella Gerusalemme celeste, agiteranno le palme della vittoria attorno all’Agnello. – Nei primi anni del 1700 si combatteva una guerra per decidere il successore al trono di Spagna. Filippo d’Angiò, nipote di Luigi XIV re di Francia, era il pretendente più forte alla corona ed il 10 dicembre del 1710 vinceva la battaglia decisiva che gli apriva le porte di Madrid, la città capitale di Spagna. Alla sera, stanco del combattimento, il giovane principe stava per andare a riposare quando un suo Maresciallo lo pregò che gli concedesse di preparargli il letto. Avuto il permesso, il Maresciallo fece portare una gran quantità di bandiere tolte al nemico e, postele una sopra l’altra, invitò il principe ad adagiarsi su quelle coltri gloriose. Era il letto della vittoria. Voi, o Cristiani, avete già capito ciò che questo fatto ci può insegnare. Dobbiamo noi pure combattere per decidere chi deve regnare nel nostro cuore noi, oppure le nostre passioni. Strappiamo tante bandiere al nemico e gli atti di fortezza che compiamo quaggiù saranno al momento della nostra morte un letto di gloria sul quale chiuderemo lieti gli occhi, per essere risvegliati nel regno dei Cieli.

IL CREDO

Offertorium

Orémus Ps LXVIII:21-22.

Impropérium exspectávit cor meum et misériam: et sustínui, qui simul mecum contristarétur, et non fuit: consolántem me quæsívi, et non invéni: et dedérunt in escam meam fel, et in siti mea potavérunt me acéto.

[Oltraggio e dolore mi spezzano il cuore; attendevo compassione da qualcuno, e non ci fu; qualcuno che mi consolasse e non lo trovai: per cibo mi diedero del fiele e assetato mi hanno dato da bere dell’aceto.]

Secreta

Concéde, quæsumus, Dómine: ut oculis tuæ majestátis munus oblátum, et grátiam nobis devotionis obtineat, et efféctum beátæ perennitátis acquírat.

[Concedi, te ne preghiamo, o Signore, che quest’ostia offerta alla presenza della tua Maestà, ci ottenga la grazia della devozione e ci acquisti il possesso della Eternità beata.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Matt XXVI:42.

Pater, si non potest hic calix transíre, nisi bibam illum: fiat volúntas tua.

[Padre mio, se non è possibile che questo calice passi senza chi lo beva, sia fatta la tua volontà.]

Postcommunio.

Orémus.

Per hujus, Dómine, operatiónem mystérii: et vitia nostra purgéntur, et justa desidéria compleántur.

 [O Signore, per l’efficacia di questo sacramento, siano purgati i nostri vizi e appagati i nostri giusti desideri.].

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (199)

DIO GI LIBERI CHE SAPIENTI!. CI VORREBBERO FAR PERDERE LA TESTA! (2)

PER Monsig. BELASIO

TORINO, 1878 – TIPOGRAFIA E LIBRERIA SALESIANA San Pier d’Arena – Nizza Marittima. Tip. E libr. Salesiana, Torino 1878

INTRODUZIONE

Labia sacerdotis custodiant scientiam et legem requirent de ore eius.

(MALACH. c. 2, v. ti)

Fu un bravo farmacista in questa Italia nostra nel borgo di N., che per le mie buone ragioni non voglio nominare. Buona pasta d’uomo che egli era; finita la spedizione delle sue ricette, colle mani in panciolle; col ventre sporto sopra il banco, con quell’ariona di buonomia salutava tutti gentilmente gli avventori, e massime gli immancabili accorrenti al convegno di conversazione, signori di buon tempo perseguitati dalla noia, politici di gazzette, laureati senza ufficii e studenti in continue vacanze. Godendo in fondo.al cuore di vedersi là d’intorno tutte le notabilità che contavan per denaro, e tutti quelli che avevan, od almeno si credeva che n’avessero, sale in zucca. Il buon uomo, vel dico io, si ringalluzziva tutto d’esser egli un piccol Accademo che prestava il bosco a’ discepoli di Platone, e la sua spezieria un portico di Peripatetici in miniatura. Là si trattava di tutto che si sapeva o di saper si pretendesse. A tutti poi che nel calore del disputare l’interrogavano cogli occhi, arrotondando le pastose gote, dava una risposta con un sorriso che diceva niente; meno «al signor medico seduto a scranna come un presidente nato, con cui s’intendeva per benino. Però ben di spesso gli avveniva d’udirne di così marchiane che gli rompevano il sorriso sulle labbra. – Restava a bocca aperta inarcando gli occhi, stentando anch’egli, benché fosse di natura assai elastica, a trangugiarle tanto grosse, sicché gli scappava fuor di gola: « Oh!… ma questa poi!… » Allora subito i più bellocci lisciando sotto le nari i crescenti peli a chiudergli la bocca: «Eh eh, signor speziale, siete voi l’uomo de’ tempi andati….. Adesso noi la sappiamo lunga, noi abbiam studiato sotto professori, cima d’uomini, i più grandi dotti della Europa… » Ed egli allor, che fare?… Stringersi nelle spalle e dir mortificato in sé medesimo: « Ma. costoro, se non foss’io, mi farebbero perder la testa!… Or che poss’io rispondere a questa gente? » Un dì che gli avvenne di sentirne di così bestiali ed empie da non poterne più, prese il partito di recarsi a consultare il parroco, pio e dotto uomo, che coi suoi talenti e colle sue speranze che potesse aver nel. mondo, aveva la sua persona consacrata a Dio per salvare le anime. – È questo ancor il miglior partito, quando si senton dire spropositi da cavallo; o si vedon girar libri pieni di così brutte, orrende cose, di non dare ad un pio e dotto prete: come si debba regolare un buon Cristiano in questi casi? Venuto a lui, e fatto i convenevoli, senz’altro: « Signor parroco, gli disse, ella sa che la mia bottega è come un porto di mare, chi va, chi viene; e vi si fermano a conversare i migliori del paese… Ma, oh se sentisse! ne sballano di così grosse, che se foss’io doganiere, non vi metterei il bollo di transito, né le lascerei mettere pel popolo in commercio. Per me, già, sono spregiudicato; ma non ostante, non fo per dire, son buon Cristiano; e non vorrei che neppur l’aria le sentisse. Eh se mi fan montare i futeri a sentirli ad abbaiare diavolerie così bestiali! Vi sarà ben una risposta, per rincacciarle in gola ad una ad una. »

Parroco. Sì veramente, il mio buon signor amico; a tutti gli errori fu data già da buon tempo una risposta a prova della verità, e la Chiesa nostra buona madre ad ogni nuovo errore né avrà sempre una in pronto per dimostrare il vero ai suoi figliuoli. Ma per darvele in bocca chiare ad una ad una, vorrei mi diceste almeno i principali.

Speziale. Oh se li dirò; anzi, mi perdoni se glie li sciorino qui davanti così brutti come li buttan fuori quelli; ed ecco come mi restano in mente a mio dispetto. In prima dicon chiaro che non si ha da creder più niente e che senza Dio il mondo è sempre stato e va da sé sviluppandosi in nuove maniere (Il Panteismo sotto diverse forme.). – Dicono poi in conseguenza, in secondo luogo che la terra da se stessa si mutò in piante, che le piante si mutarono in animali, e che gli animali sono diventati uomini (Il Darvinismo.): Veda, se non perdono la testa! – E voglio dirle ancora in terzo luogo, come non han vergogna di dire che i nostri primi padri uscirono dai boschi brutti, feroci come i scimmioni più orrendi, e che man mano diventarono umani, inciviliti; eh! tanti e tanti secoli, prima d’Adamo (l’uomo preistorico e l’empietà), come si vanno sognando!

Parroco. Voi vi spiegate bene, ché son proprio questi gli errori più in voga. Ora per darvi la risposta più precisa, esponetemi, come parlassero quelli, i loro errori.

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 9

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (9)

GIOVANNI G. OLIER

Mediolani 27-11 – 1935, Nihil obstat quominus imprimetur. Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR: In Curia Arch.Mediolani die 27 – II – 1935 F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO VII

Della virtù di penitenza

III.

L’esercizio della penitenza in ispirito

Colui che aderisce a Dio è un solo spirito con Lui: Chi sta unito col Signore, è un solo spirito ‘con Lui (1 Cor. VI, 17). Ne consegue necessariamente che l’anima, quando è intimamente unita a Dio si rende partecipe delle qualità, dei costumi, dei sentimenti, delle disposizioni di Lui; e perciò si investe anche dello zelo incessante della divina giustizia contro la carne, dimodoché il giusto corruccio di Dio contro la carne ed il peccato essendo impresso in quell’anima ed essendo essa animata dallo Spirito della divina giustizia, essa sì trova continuamente compresa di avversione e di condanna per la propria carne. – La carne tutta sta nel peccato e tende al peccato; la carne è tutta impregnata di ogni sorta di desideri impuri e, nel suo amor proprio e nella sua sensualità, non desidera nulla che per sé medesima; perciò Dio non può amare la carne; ma al contrario sempre la respinge e condanna ( Giov. Olier non vuol dire che tutto quanto l’uomo fa sia peccato, come potrebbe pensare chi guardasse superficialmente le sue espressioni; egli fu sempre strenuo della verità cattolica contro Protestanti, Bajanisti. E Giansenisti. La parola carne qui è presa nel suo senso peggiore, è quella che ha desideri contrari allo Spirito e le cui opere sono descritte da San Paolo nel capo V dell’Epistola ai Galati; quell’anima che nostro Signore ci comanda di odiare; che bisogna crocifiggere con i suoi vizi e le sue concupiscenze; quella inclinazione prepotente al male che portiamo in noi in forza del peccato originale; chi la segue non può piacere a Dio). Così l’anima quando sia passata in Dio, investita dallo zelo e dalla santità di Dio, riprova, condanna ed annienta in sé medesima tutti i desideri perversi che senza posa si innalzano nella propria carne per la soddisfazione dei sensi. Gli occhi, per esempio, secondo i desideri della carne, tendono a ciò che può dar loro gusto e soddisfazione, quindi cercano senza posa nelle creature quanto può contentarli; così pure tutti gli altri sensi esterni e interni. Ma lo Spirito che ha preso possesso dell’anima nostra, vedendo e sentendo in noi le inclinazioni e i desideri impuri che sono i segni della vita della carne e l’espressione della volontà ch’essa ha di soddisfarsi, non manca di imprimerci un sentimento di ripulsa contro questa vita della carne, e di portar l’anima nostra a resistervi, a guardarsi bene dall’aderire ad essa o dal soddisfarla con la ricerca e l’uso di ciò ch’essa desidera. Lo Spirito porta pure i sensi a privarsi di tali cose e a starne lontani, appunto perché sono desideri impuri della carne, la quale va castigata nel suo amore disordinato e nella sua funesta concupiscenza che la porta sempre ad accontentare sé stessa invece di Dio, mentre Dio è il nostro unico fine a cui dobbiamo tendere, secondo il dovere essenziale e capitale della nostra vita. È questa l’azione costante delle Spirito di penitenza, il quale ci porta alla mortificazione di noi stessi e all’intima repressione degli eccessi della nostra carne. Quando questa sia ben castigata, in modo che non goda nessuna soddisfazione inutile, essa si trova in istato di penitenza violentissima e penosissima, che conduce agli estremi; sono spesso agonie affannose, sensibilissime per quelli che sono fedeli a mortificarla e a privarla di ogni inutile soddisfazione.

IV.

Motivi e sentimenti di penitenza.

In onore di Gesù Cristo, e in unione con Lui penitente davanti a Dio, per i miei peccati e per quelli di tutto il mondo, protesto di voler far penitenza in tutti i giorni della mia vita, e di considerarmi in ogni cosa come un povero e miserabile peccatore, come un penitente indegnissimo. A questo fine porterò sopra di me l’immagine di Gesù Cristo, penitente sovrano, ed essa, con la memoria della penitenza interiore e dell’amore del mio Salvatore, sarà per me il ricordo continuo dei motivi che mi obbligano a far penitenza. Sono obbligato a fare ammenda onorevole alla giustizia ed alla santità di Dio Padre; un tal dovere mi viene imposto dal suo amore, dalla sua bontà, e da tatti ì suoi divini attributi. Sono in dovere di far penitenza, perché  il Figlio di Dio l’ha fatta per i miei peccati, perché ha meritato per me la misericordia del Padre suo e insieme la grazia di poter compiere la mia penitenza, mediante l’adorabilissimo e preziosissimo tesoro del suo sangue sparso per me su la Croce. Sono in dovere di far penitenza, perché nel battesimo ho ricevuto il Santo Spirito di penitenza onde esserne animato e vivere nei suoi sentimenti in tutta la condotta della mia vita. Dio è giusto, perciò non può né deve perdere nessun diritto sulle sue creature; Egli non mancherà di esercitare sopra di esse una intera vendetta e di prendersi una rigorosissima soddisfazione; o in questo mondo coi suoi flagelli, o con castighi spaventevoli nell’altro.

V.

Pratica della virtù di penitenza.

Il peccatore deve: 1. tenersi sempre presente il suo peccato, 2. conservarsi in una continua confusione, davanti a Dio, davanti al mondo e davanti a sé medesimo, 3. Dolersi con Gesù Cristo dei propri peccati, sempre disposto a subire la vendetta della divina giustizia. – e ciò in unione con Gesù Cristo. – Gesù ha espiato l’avarizia, la superbia e la voluttà con la povertà, i patimenti corporali e più ancora coi dolori interni dell’anima.

L’anima penitente in Gesù Cristo, rivestita dello spirito di penitenza di Gesù Cristo, deve formarsi le medesime disposizioni di Gesù Cristo e assimilarsi la forza e la virtù delle pratiche di Gesù Cristo.

***

1° Il peccatore, ad imitazione di Gesù Cristo che si è costituito peccatore e penitente per noi (Qui non noverat peccatum, pro nobis peccatum, fecit. II Cor. V. 21.); deve sempre tenersi il suo peccato davanti a sé (Peccatum meum contra me est semper. Ps., 4, 5); questa vista continua sarà il fondamento degli altri doveri che i suoi peccati gli impongono verso Dio.

2° Il peccatore, in conseguenza dei suoi peccati, deve, con Nostro Signore, portare sul proprio volto una perpetua confusione; portare una tale confusione dapprima davanti a Dio, come Gesù Cristo che portò davanti al Padre suo la vergogna delle nostre offese, secondo quelle parole Di confusione è stato coperto il mio volto (Operuit confusio faciem meam. Ps. LXVIII, 8); inoltre, restar confuse davanti a tutto il mondo, come ha fatto ancora il Figlio di Dio, il quale dice per bocca del Profeta: « Mi sono allontanato e ritirato dal mondo per dimorare nella solitudine; sono stato forestiero e pellegrino tra i miei fratelli (Ps. LIV, 8 – LXVIII, 9), vale a dire, fra gli uomini e tra i figli santi della Chiesa; avevo vergogna di stare in mezzo a loro, essendo carico di delitti più che tutti gli altri e portando su me stesso l’orribile e vergognoso peso dei peccati di tutto il mondo. Effettivamente mi sono nascosto nella solitudine solo per un certo tempo, ma, in ispirito, vi rimango sempre come indegno di comparire davanti al mondo e tra gli uomini ». – In terzo luogo, dobbiamo essere confusi anche davanti a noi medesimi, non potendo sopportarci nella nostra miseria e nella nostra onta. Così pure, di se stesso diceva il Figlio di Dio per bocca del profeta: Sono diventato di carico a me stesso (Job. VII, 20); provavo gran pena a sopportare me stesso per l’obbrobrio che sentivo sopra di me per tutti quei peccati orribili e odiosi. – Dio, nella sua misericordia mi faccia la grazia di aver parte della santa luce di Gesù Cristo, luce che mi faccia vedere l’orrore dei miei peccati, e mi copra la faccia e lo spirito di confusione davanti al mondo e davanti a me Stesso, ma soprattutto davanti a Dio Padre, affinché io gli dica spesso col Figlio prodigo: « Padre del Verbo Incarnato, che non ardisco chiamar mio Padre, ho peccato contro il cielo, contro gli Angeli ed i Santi che vivono con Voi, ma soprattutto ho peccato contro di Voi medesimo; e col pubblicano, che non osava alzare gli occhi al cielo; « Abbiate pietà di me che sono peccatore ».

***

3° In seguito alla confusione che deve sentire per i suoi peccati, il peccatore deve inoltre averne il dolore e la detestazione insieme con Nostro Signore che visse nel sacrificio perpetuo di un cuore contrito ed angosciato per i peccati del mondo. In virtù dei meriti di Gesù Cristo e per la unione con Lui, Dio accetta la contrizione da parte di tutti gli uomini i quali, partecipando  allo Spirito di Gesù, piangono, gemono e sono contriti per i loro peccati (Ps. 4, 19). Eterno Padre, per l’amara contrizione e l’abisso dei dolori interni del Figlio vostro (Thren. II, 12), datemi parte al divino Spirito della sua santa e dolorosa penitenza. Il vero penitente dopo tante sue colpe, nella confusione e riprovazione di sè stesso, deve sottomettersi per tutti i momenti della sua vita alla giustizia eterna, infinita e onnipotente di Dio, rimanendo sempre disposto a subire tutti gli effetti della sua vendetta, tutti i castighi che si compiacerà di imporgli. – A questo fine dobbiamo, noi peccatori, vivere sempre in unione di spirito con Gesù Cristo vivente e morente in croce in pena delle nostre colpe, perché il valore della soddisfazione di Gesù, essendoci comunicato, impreziosirà le nostre pene e santificherà i nostri travagli; questi sono sempre leggeri, meschini e sproporzionati alle nostre colpe, ma il merito adorabile di Gesù li renderà accettabili alla giustizia del Padre suo. – Gesù Cristo, dice S. Paolo, è morto per i nostri peccati; Egli era giusto ed ha sofferto per gl’iniqui (Rom. IV, 25); onde presentarci a Dio suo Padre come penitenti mortificati crocifissi nella nostra carne da uno spirito di penitenza, animando così, Egli stesso, i nostri cuori, come da nuova vita, dal desiderio di vendicare sopra di noi medesimi i nostri delitti. – I tre grandi peccati che riempiono il mondo sono: l’avarizia, la superbia e la voluttà; orbene a tre sorte di pene possono pure ridursi le immense soddisfazioni che Gesù Cristo Nostro Signore ha rese al Padre suo sulla Croce, e le pene esterne che Egli ha sofferto: estrema povertà, estrema confusione, estremi dolori nel suo corpo; tre sorte di patimenti ordinati a distruggere i suoi nemici capitali che sono pure tre: il mondo, il demonio e la carne. – La Scrittura, in parecchi luoghi, fa espressa menzione di questi tre patimenti. In merito alla povertà, la quale apparve più completamente sulla Croce, essa dice: Essendo ricco, si è fatto povero per noi. In merito alla sua vergogna e confusione, Egli stesso dice: Sono un verme della terra, l’obbrobrio degli uomini, il rifiuto del popolo. In merito ai patimenti che Gesù soffrì nel suo corpo, il Profeta dice: Non v’è nel mio corpo una minima parte che non sia colpita dal dolore (Isa, I, 6). Ma tutti questi mali erano ben poca cosa in confronto delle pene interne e dell’abbandono interiore che Gesù subiva nell’anima; di questo unicamente Egli si lamentava su la Croce: « Dio mio. Dio mio, perché mi avete abbandonato? » (Matt. XXVII, 46) Il profeta parlando di questo estremo della sua atroce afflizione dice di averlo visto non solo come un lebbroso, da cui stillava da ogni parte fetida marcia, ma pure come colpito nell’anima dalla vendetta di Dio corrucciato contro di Lui; perché era carico dei peccati di tutti gli uomini che insorgevano contro la Maestà divina (Isai, LIII, 4). Gli obbrobri e le ripulse, le oppressioni e i castighi meritati dai peccati che insorgevano contro di Voi, o mio Dio, sono caduti sopra l’anima mia e mi hanno causata la morte. Mi han fatto morire in uno spaventevole accasciamento nel quale immensamente soffrivo per il prolungato ritardo del mio ritorno a Voi e della mia perfetta unione con Voi nella gloria. In questo sta il colmo enorme e spaventoso dei dolori di Gesù, di Gesù infinitamente santo e amante di Dio suo Padre. Egli non respira che l’amore del Padre, non sospira che gli attestati della sua benevolenza, e vedersene respinto da un eccesso terribile e spaventoso della sua ira e del suo furore! Nella previsione di questo dolore spaventevole Egli diceva al Padre: Padre se è possibile, passi da me questo calice » (Matt. XXVI, 29), e parecchie volte per bocca del Profeta: «Dio mio, non mi riprendete nel vostro furore » (Ps. LVII, 1); sopporterò quanto vi piacerà, ma risparmiatemi questo effetto orribile della vostra collera, perché, a paragone di questo, tutti i dolori corporali non sono niente, né sono capaci di saziarmi: Sitio, ho sete ancora di pene esterne; perciò datemi di poter soffrire ancora dopo la mia morte nella mia Chiesa. e che i miei membri bevano al mio Calice, affinché facciano penitenza con me ed Io faccia penitenza in essi.

LA VITA INTERIORE (16)

LA VITA INTERIORE E LE SUE SORGENTI (16)

Sac. Dott. GIOVANNI BATTISTA CALVI

con prefazione di Mons. Alfredo Cavagna Assistente Ecclesiastico Centr. G. F. di A. C.

Ristampa della 4° edizione – Riveduta.

LUCE DIFFUSA

LA MORTE MISTICA

LA VITA NUOVA.

L’Apostolo Paolo dice che il Cristiano, per mezzo del Battesimo è morto e seppellito in Gesù Cristo, e dal Battesimo ne esce risuscitato a vita nuova, col dovere di vivere questa vita nuova… sul modello della gloriosa risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo. Come si può, e si deve, vivere questa vita nuova? La vita di unione con Gesù esige la vita di Gesù in noi ed esclude la vita del nostro io, fatto di amor proprio e di orgoglio. Questa esclusione della vita del nostro io, ci porta alla necessità del distacco da tutto ciò che non è Dio e che a Dio non conduce; alla dimenticanza di noi stessi, alla morte mistica del nostro io.

IL DISTACCO DA TUTTO E DA TUTTI.

Tra gli elogi che venivano fatti ai primi Cristiani, v’era anche questo: che essi vivevano nel mezzo del mondo, ma vi erano col corpo, non col cuore, ed erano, con ciò, perfettissimi. – Se questo giudizio era detto dei primi Cristiani, è logico che debba essere ripetuto di ogni anima cristiana. Ecco, adunque, il nostro preciso dovere: vivere in mezzo al mondo, compiere tutti i nostri doveri dell’Apostolato nel mondo, come se nel mondo noi non vi fossimo. Esso, è il vero distacco secondo l’invito di Gesù: Se qualcuno vuole venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce, e mi segua. L’abnegazione che Gesù richiede alle nostre anime è il distacco perfetto da tutto ciò che si oppone a Dio. Ecco, per questo, una regola che oserei dire infallibile e che tolgo dal libro tanto prezioso degli Esercizi di S. Ignazio di Loyola. Dopo d’avere affermato, e provato, che Dio è il nostro ultimo fine, il santo così dice: « Tutte le creature che esistono sulla terra vi sono poste in vista dell’uomo, per aiutarlo a perseguire e raggiungere il suo fine: dal che ne deriva che noi non dobbiamo usare di esse che finché ci sono di aiuto, disprezzarle, fuggirle nella misura che c’impediscono di pervenirvi » (Esercizi Spirituali, 2a Settimana, Fondamento.). – Questa verità formulata dal santo fondatore della Compagnia di Gesù, dice Monsignor Gay, non ammette contestazione ragionevole; la conclusione che il santo ne trae è assolutamente rigorosa, implica fin d’ora una legge che non si potrebbe ignorare. Questa legge domina tutta la nostra vita terrena e la deve governare al di fuori e al di dentro; si applica tanto bene alle affezioni che alle azioni. Là sta il gran segreto, conclude Mons. Gay, del santo svincolamento dell’anima; e cioè del distacco da tutto ciò che non è Dio, concludiamo noi. V’è ancora un qualche cosa di più. Lo diciamo con le parole di san Francesco di Sales: O Signore, no, non eccettuo niente, strappate me a me stesso. O mio me stesso, io ti lascio per sempre, fino a che Dio mi comanderà di riprenderti.

LA DIMENTICANZA DI SÈ.

Il distacco è generico e comprensivo: comprende lo spogliamento generale dell’io; la dimenticanza è più ristretta e specifica, e riguarda, precisamente, soltanto noi stessi. Giova insistere: quando un’anima si dona, si consacra a Dio, non appartiene più a sé. Non esiste più di fronte alla propria volontà, nella visione della sua intelligenza come in quella de’ suoi occhi: vive unicamente in Colui al quale si è offerta; non ha più interessi e considerazioni proprie, ma solo quelli e quelle dello Sposo celeste. Dimenticare sé stessa, ecco, adunque, la più grande legge della vita di ogni anima. « Dimenticare se stessa, dice lo Schryvers (Il dono di sè, pag. 193) significa escludere dalle proprie azioni, sofferenze e preghiere, ogni calcolo umano, ogni pensiero retrospettivo di amor proprio, ogni i intenzione egoistica ». Dimenticare sé stessi significa accettare semplicemente dalla mano di Dio tutte le croci, tutte le contrarietà senza lamentarsene, senza prevalersene, senza esaminarne la durata, la natura, come se colpissero un altro. – Dimenticare se stessi, significa moderare la ricerca delle soddisfazioni personali, fuggendo le illecite, e prendendo tra le altre, solo quelle che la Provvidenza stessa ha preparato. Dimenticare se stessi significa stimarsi al giusto suo valore, ossia come una nullità e come un peccatore; significa sbarazzare la memoria sua e quella degli altri, della propria persona, delle proprie qualità, delle proprie opere; significa evitare anche uno sguardo ansioso e troppo prolungato sulle proprie debolezze. Questo sguardo ansioso e troppo prolungato sulle proprie debolezze è sempre una vittoria dell’animæ hostis e dell’amor proprio. – Ancora: « Dimenticare se stessi, significa sparire ai proprii occhi, con un atto di volontà, per non ritrovare in sé e negli altri, nelle persone e nelle cose, altro che Gesù e la sua volontà ». Fermiamoci. Qualche anima potrebbe, qui, domandarci: Sono possibili tutte queste dimenticanze? E come? Sì, rispondiamo recisamente. Ed è sempre e solo possibile per l’anima che ricorda la Passione e morte di Gesù; per l’anima che, meditando lo spogliamento totale di Gesù, per amore nostro, si lancia nell’oceano dell’amore divino; cioè, di questo santo amore divino ch’è parte dell’unica realtà, di Gesù, re di amore. L’anima che sente questo amore si compiace d’essere spogliata di tutto; è felice di vedersi togliere tutto quello che forma la gioia o la felicità delle anime ordinarie. Queste possono, e vogliono, prevedere o prevenire il loro futuro, cercare, combinare piani di battaglia, scomporre giochi faticosi di equilibrio; fabbricano progetti e li distruggono, scelgono liberamente le loro occupazioni, le distrazioni, i diporti, i piaceri; vanno a caccia delle proprie soddisfazioni egoistiche e prepotenti; sono avide della stima e della considerazione degli altri uomini; dànno, o ricusano, saltuariamente, ma volontariamente, il loro affetto, anzi la loro intimità; scherzano sulla meschina quotidiana politica delle anime piccine, ingannano gli ingenui; cambiano, come si dice, le carte in tavola, negli affari, successivamente e in breve volgere d’istanti; sono, in una parola, immersi nella vita del giorno e non conoscono le gioie del vero amore. Per questo vero amore, invece, le anime generose scelgono ed abbracciano le rinunzie, le mortificazioni, l’annientamento assoluto del proprio io; per questo vero amore le anime imparano a dimenticare se stesse e ad abitare nelle profondità di Dio. In questo modo l’anima appartiene a Gesù e ama solo Lui,  ardentemente, e gli esprime questo amore in tante differenti maniere, e lo ama ininterrottamente: nelle tribolazioni, nelle tentazioni, nelle tenebre, nelle desolazioni, come nei momenti di luce e di consolazione.  Quest’anima che vuole amare Gesù non gli chiede mai conto della sua condotta verso di lei. È come l’argilla nelle mani del vasaio. Vede, essa, che Gesù le dà un aspetto strano, apparentemente incomprensibile, ma l’argilla non può chiedere all’artista: perché mi forgi in questa maniera? L’anima che così vuole amare Dio lo serve anche con tutta la prontezza della sua obbedienza. Talora questo servizio è gradito e conforme alle sue delicatezze, e l’anima allora, benedice il Signore, lo ringrazia e accetta questa soddisfazione senza indugiarvisi sopra. Talora, invece, il servizio divino è pesante, doloroso, sanguinoso: espone l’anima a lotte, a contrarietà, a incontri penosi, umiliazioni spiacevoli, a incomprensioni angosciose. Allora l’anima ricorda che non si possiede l’amore se non per mezzo del dolore, e che il dolore è sempre l’ambasciatore di Gesù. « Perciò, dice molto opportunamente lo Schryvers (O. c., 198), l’anima che ha dimenticato se stessa, non presta attenzione a ciò che la fa soffrire, la mortifica o l’umilia. Non vive per se stessa, ma per il Maestro. Non nota l’ingiuria fattale, il disonore del quale è ricoperta, il disprezzo di cui è oggetto. Come potrebbe accorgersene essa che non è più? Imperturbabile prosegue l’opera compiuta per la gloria di Dio, dovesse anche soccombere sotto il suo compito, dovesse essere schiacciata sotto i colpi dell’insulto e della persecuzione.

» La semplicità e il disinteresse dell’anima sono spesso motivo di stupore in questo mondo, dove tutto è finzione ed egoismo. Le creature cercano, talvolta, di sfruttare, a loro profitto, tale ingenuità, le tendono tranelli e cercano di sorprendere la sua buona fede. Ma l’anima semplice, non è suscettibile di sorpresa. Non si tratta con essa, ma con Dio, non si cerca d’imbrogliare o raggirare essa, ma Dio medesimo ». L’amore ci persuade a dimenticare noi stessi. Ma non solo l’amore. Tutte le cose create invitano l’anima a dimenticare se stessa. – Non è Dio, infatti, il principio e il termine d’ogni cosa? Egli ha, perciò, diritto di sovranità su tutto, e tutto deve dipendere da Lui. Se dipendiamo da Lui, non è giusto ch’Egli solo regni e che noi ci dimentichiamo, per ricordare Lui solo? Tutto, fuori e dentro di Noi, ci avverte del nulla da cui fummo tratti, e tutto c’indica l’Artista che ci ha creato. Non importa se, non ostante questa constatata  realtà, al Dio Creatore e Giudice che esige il dovere della sottomissione dell’uomo, questi risponde anche con una sfida insolente. Quante volte si potrebbe ripetere col profeta: Stupitevi o cieli! Il bue conosce il suo padrone e l’asino colui che lo nutrisce: ma tu, o Israele, non conosci il tuo Dio (Isa.I, 3). Ho nutrito ed allevato molti figliuoli, ma essi mi hanno disprezzato (Io. I, 2).

LA MORTE MISTICA DEL NOSTRO IO.

Distacco da tutto, dimenticanza di sé, morte del nostro io. Tutta la vita di Gesù Cristo sulla terra, fu croce e martirio; una morte continua, morte mistica, completata con la morte naturale sulla croce. Perché la vita mistica, la vita d’unione di noi con Gesù sia stabile e completa, occorre che noi vogliamo e cerchiamo di morire a noi stessi. Ecco i vari e differenti gradi di questa morte mistica.

1) Morte al peccato. Il peccato è l’unico male, esso non può stare con Dio. La morte ma non peccati, fu il proposito preso e mantenuto dal ven. Domenico Savio, il pio alunno del santo don Bosco nell’Oratorio salesiano. Potius mori quam foedari, « piuttosto morire che macchiarmi » fu l’ardente desiderio di Agnese purissima, e di tutte le vergini Spose di Gesù! La morte, mille morti, ma non peccare! Il non offendere Dio è la prima condizione che deve osservare l’anima che vuole vivere intimamente con Dio.

2) Morte al mondo e alle cose esterne. Tutto il mondo ha le radici nella malvagità. Nessuno può servire a due padroni: il mondo segue il demonio; ogni anima deve seguire Dio, e tanto più deve cercare e seguire Dio l’anima che desidera e vuole vivere intimamente unita con Lui.

3) Morte ai sensi e alle cure del corpo. Ai sensi e al corpo dobbiamo dare solo ciò ch’è necessario; e perché il corpo non recalcitri, dobbiamo domarlo con le privazioni e con le mortificazioni.

4) Morte ai difetti naturali. Questo genere di morte è molto difficile: in esso consiste la completa riforma del carattere. Tra gli stessi santi, alcuni, come S. Agostino e S. Francesco di Sales, riuscirono a domare e dominare vittoriosamente il loro carattere, con l’aiuto della grazia santificante. Altri non riuscirono nella loro opera di completa riforma. È un lavorio codesto che ha termine soltanto con la morte. L’esame particolare ci fornisce, a questo fine, un mezzo eccellente, anzi indispensabile.

5) Morte alla propria volontà. Ripeteremo sovente il fiat, Domine, voluntas tua; così che non soltanto ci sentiamo rassegnati, ma lo siamo prima con gusto, poi con gioia, e poi con vivissima riconoscenza a Dio, da conformare prima, e uniformare poi, definitivamente, il nostro modo di vedere, pensare, giudicare, parlare, con la volontà di Dio e con quella di chi ci rappresenta Dio. Non capricci, adunque, non fantasie, non punti di vista personali, non ostinazioni, non presunzioni, ma lasciarci guidare sempre dallo Spirito Divino.

6) Infine morte alla stima e all’amor proprio; morte alle consolazioni spirituali stesse che sono mezzi non necessari per la perfezione, e completa oscurità riguardo lo stato dell’anima. Gesù dice allora all’anima quella parola che già disse, un giorno, a S. Caterina da Siena: Tu pensa a me, io penserò a te.

LA VITA INTERIORE (17)

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 8

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (8)

GIOVANNI G. OLIER

Mediolani 27-11 – 1935, Nihil obstat quominus imprimetur. Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR: In Curia Arch.Mediolani die 27 – II – 1935, F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO VII

Della virtù di penitenza

Spirito di Gesù. — Davide e San Paolo animati da tale spirito. — Si ottiene con la preghiera; modo di ottenerlo.

La virtù di penitenza è interiore ed esteriore. La penitenza interiore, che è la principale e dà alla penitenza esterna il suo valore, comprende tre disposizioni necessarie: l’umiliazione, la contrizione e l’oblazione di sé stesso alla divina giustizia per subire tutti gli effetti della vendetta che le piacerà d’infliggerci. – Lo spirito di penitenza è lo spirito medesimo di Dio, che è stato infuso dapprima in Gesù Cristo, e in seguito da Gesù Cristo diffuso nella sua Chiesa; esso opera nelle anime vari sentimenti e vi imprime specialmente i sentimenti di penitenza. Ciò si osserva nella persona di Davide, che in anticipazione, come figura del Figlio di di Dio penitente, aveva ricevuto l’abbondanza di tale spirito. Si vede che l’anima di Davide, per l’azione dello spirito di penitenza, era rivestita di quei sentimenti e di quelle disposizioni di cui abbiamo l’espressione nei Salmi che vennero dati alla Chiesa per sollievo e consolazione dei veri penitenti. Questi restano oltremodo consolati nel vedersi animati da sentimenti conformi a quelli che sono espressi nella Scrittura; perché la Scrittura è la regola della loro condotta e della loro vita. Essa esprime la vita interiore di Gesù nelle anime, vita che deve essere la medesima in esse come in Gesù; e questo si è verificato nei suoi membri, sia in quelli che lo hanno preceduto, come in quelli che lo hanno seguito nella Chiesa. S. Paolo nel nuovo Testamento, e Davide nell’antico, esprimono l’interiore penitente di Gesù Cristo. Dalla identità delle espressioni che adoperano l’uno e l’altro, si riconosce chiaramente che furono ispirati dal medesimo Spirito, il quale in Davide prima della venuta di Gesù Cristo, e in San Paolo dopo il ritorno di Lui al Padre, ha operato i medesimi effetti. Davide dice che è stato compreso di timore, di terrore e di spavento alla vista dei giudizi di Dio: Timor et tremor (Ps. CXVIII, 120). S. Paolo ci fa sapere che il timore e le ansie interne non gli causavano minori angosce che le calunnie e le persecuzioni che gli provenivano dai suoi nemici. (II. Cor. VII, 5). Davide nella sua qualità di penitente ci attesta che era disposto a subire nel suo corpo tutto quanto un delinquente deve soffrire (Ps. XXXVII, 18); Paolo ci dice che trattava il proprio corpo come uno schiavo, castigandolo severamente (I. Cor. IV, 27). L’uno e l’altro ci attestano così, con l’espressione dei loro sentimenti, la conformità che esiste tra i penitenti, sie dell’antico come del nuovo Testamento, con Gesù Cristo penitente, il quale, nel suo interiore, era pieno di timore e di terrore alla vista dei giudizi e dei rigori del Padre suo corrucciato contro di Lui, mentre eternamente era colpito dall’odio e dalla persecuzione dei Giudei che lo cercavano per metterlo in croce. In questo stato Gesù continuamente offriva sé stesso al Padre suo per sopportare, nel suo ardente desiderio di dargli soddisfazione, tutti i tormenti che avrebbe sofferto da parte dei Giudei, in penitenza dei nostri peccati. Nel leggere i Salmi, bisogna dunque onorare in Davide lo spirito di penitenza di Gesù Cristo, e con grande religione e raccoglimento venerare le disposizioni dello spirito interiore di Gesù Cristo, fonte di ogni penitenza, che era diffusa nel santo Salmista; bisogna inoltre, con un cuore umiliato, implorare con insistenza, fervore e costanza, ma sopra tutto con umile confidenza, che quello spirito ci venga pure comunicato.

***

Se dopo di aver implorato l’effusione di questo Santo Spirito di cui vediamo gli effetti nell’anima del santo re Davide, non sentiamo in noi in modo sensibile, le medesime disposizioni; non dobbiamo tuttavia rattristarci. Perché dobbiamo sapere che, nella preghiera animata dallo Spirito, non vi sarà da parte nostra il minimo sospiro, che da Dio non attiri qualche bene sopra di noi e in noi: Dio non rifiuta nulla allo Spirito che prega in noi, ma sempre lo esaudisce, come sempre esaudisce Nostro Signore a motivo della sua riverenza (Hebr. V., 71). Sta scritto ancora che nessuna parola interiore si innalzerà a Dio, che non venga esaudita e non ritorni a noi col suo frutto (Ps. CXVIII, 131; Isai, LV, 11). Dio con la sua parola si è impegnato a concedere alla preghiera dell’uomo il dono di questo Spirito che è il cibo dell’anima. Lo dà alla sua Chiesa secondo il bisogno dei suoi figliuoli; a ciascuno dei pargoli che lo domandano Egli distribuisce questo pane. Ma questo divino Spirito, a motivo della sua purezza, è insensibile nella sua azione; quando si dà all’anima come cibo e alimento, lo fa in modo impercettibile. L’anima realmente lo riceve in sé stessa e cresce nella virtù di esso, ma senza averne coscienza. Così, non si vede, né si sente l’aumento di questo spirito, perché consiste in una grazia insensibile, ricevuta nel fondo dell’anima dove non c’è sensibilità. Non si vede crescere il corpo dell’uomo, benché nutrito da una sostanza sensibile; non si vede muoversi la sfera di un orologio, benché il movimento ne sia sensibile; non è quindi da meravigliarsi se non si possono percepire coi sensi le azioni di quel divino Spirito; ma soltanto bisogna aver fede e fidarsi della parola di Dio, il quale concede tutto alla preghiera; e pregare con umiltà, ma con fiducia in Dio, tenendo l’anima nostra aperta davanti a Lui per ricerverne le operazioni. – Potrà darsi che mentre leggiamo i salmi, la bontà di Dio produca nel nostro cuore disposizioni e sentimenti in conformità con ciò che leggiamo, e che proviamo quindi nel cuore una certa operazione di spirito che ci farà gustare ciò che meditiamo e seguire con attenzione, con intelligenza, con compiacenza le parole di Davide: in tal caso non dovremo interrompere questa operazione per continuare le nostre suppliche; bisognerà fermarci lì perché così saremmo esauditi prima di pregare; la meditazione otterrebbe il suo fine nel suo inizio medesimo; le nostre preghiere sarebbero in tal modo prevenute e noi riceveremmo così gratuitamente ciò che i fedeli servitori e le anime forti ottengono dopo molte preghiere e molte umiliazioni. – Daremo un esempio; se nel leggere questo versetto: Domine ne in furore tuo arguas me, neque in ira tua corripias me,Signore, non mi riprendere nel tuo furore e non mi castigare nell’ira tua (Ps. VI, 2), avvenisseche ci fosse data l’intelligenza di questeparole, e che esse facessero sorgere nelpiù intimo di noi stessi una prece e undesiderio conformi a quel di Davide; seavvenisse che ci sentissimo umiliati davantia Dio, domandandogli che nel suo fervore non ci condanni, né ci giudichi nella sua ira, e che questo sentimento tenesse la nostra anima tutta impegnata in un santo fervore al cospetto della divina Maestà, non bisognerebbe cercare nessun’altra occupazione, perché qui vi sarebbe un segno della operazione di Dio; bisognerebbe stare in pace in questo stato, e lasciare operare lo Spirito, cibandoci di questa disposizione. – Che se lo Spirito cesserà di nutrirci o di tenerci occupati in quel modo, allora potremmo passare ai versetti che seguono: ché se infine Dio ritirasse la sua operazione sensibile dall’anima nostra, lasciandocinell’aridità della pura fede, potremmo metterci a pregare in altro modo, servendoci di altro metodo com’è quello che abbiamo esposto più sopra.

I.

Varie sorta di penitenze interiori.

Abbandono a Dio per subire la pena interiore dei nostri peccati. — Gesù Cristo penitente: quanto ha patito. — La penitenza interiore è la più necessaria. — Esempio di Gesù che si assoggetta a San Giovanni.

Dobbiamo abbandonarci a Dio, pronti a sopportare ogni aridità e desolazione, ogni timore, ogni tristezza e ogni dolore, tutti effetti questi di quella penitenza interiore che viene da Dio e non è conosciuta che da Lui solo, e da quelli che la esercitano. Bisogna abbandonarci alla divina giustizia per subire i terrori dei suoi santi giudizi, le ripulse interiori ch’essa ci fa sentire delle nostre anime e di tutte le opere nostre, per sopportare i rigori dei suoi rimproveri e delle sue riprensioni.

***

Era questo lo stato di penitenza interiore in Gesù Cristo, e le sue pene interiori sorpassavano infinitamente i dolori esterni. Gesù fin dal primo momento dell’incarnazione si era abbandonato a Dio per subire questi stati di penitenza, e li ha sempre portati durante la sua vita mortale, perché era venuto in questo mondo per fare la penitenza interiore ed esterna dovuta ai peccatori (Psalm., XXI, 11; XXXVII, 18; Isai, I, 6.). – Gesù Cristo non solamente ha sopportato ogni pena e ogni dolore nelle sue membra per soffrire in tutto il suo corpo, perché i peccatori si prendono soddisfazioni peccaminose in tutte le parti del loro corpo; ma inoltre, ha subìto la massima delle pene corporali dovute al peccato, ossia la morte. Si è fatto obbediente sino alla morte e sino alla morte della Croce che è la più estrema delle pene corporali; questa pena Gesù ha voluto tenersela sempre davanti agli occhi. Durante tutta la sua vita; nell’orto degli ulivi poi ha voluto sentire tutta l’amarezza e l’acerbità nella sua dolorosa agonia. Non solamente ha sofferto le pene esteriori nel massimo grado, ma ancora le pene interiori in tutta la violenza delle passioni alle quali lasciava ogni libertà, perché insorgessero in Lui e lo affliggessero in ogni modo nella parte inferiore dell’anima sua. – Ha sopportato nel suo spirito la vista del disprezzo, della ripulsa, dell’abbandono e dei rigori dell’Eterno Padre che l’aveva caricato della vergogna e della confusione meritata da quei peccati che pur non aveva commessi (Improperia improperantium tibi ceciderunt super me. Ps. LXVIII. 10). Gesù sottostava al rimprovero obbrobrioso che Dio fa ai peccatori nel giudicarli e condannarli, e ciò gli faceva esclamare: Dio mio!… la voce dei miei delitti mi allontana dalla salute (Ps. XXI 2). – Non solo si vedeva circondato da tutti i peccati degli uomini, i quali,  di loro natura, insorgono con audacia contro Dio: per Gesù era questo un peso insopportabile; non solo Egli era oppresso dalle grida e dalle bestemmie che tutti questi peccati vomitano contro la divina Maestà, ma ancora dalla bocca del Padre riceveva le invettive e gli obbrobri dovuti al peccato di cui portava il carico, ed erano questi come altrettanti colpi di tuono che lo schiacciavano e con un giudizio severo e terribile lo respingevano dal Padre.

***

Bisogna che un’anima si offra a portare in sé medesima la penitenza interiore nella quale Dio Padre talora da sé medesimo e per la sua propria giustizia mette le anime, penitenza che Lui solo sa operare in noi; è questo l’estremo abbandono cui l’anima possa venir ridotta. Di questa pena parlava Nostro Signore soprattutto nella descrizione delle pene della sua morte. Di questa diceva dapprima, facendo poi un cenno anche alle altre pene esterne. Il salmo Deus, Deus meus, ut qui dereliquisti me? si riferisce soprattutto alle pene interne, in confronto delle quali dolori esterni erano un nulla.Così in confronto della penitenza interiore,ha ben poco valore l’esercizio esterno della penitenza, come il digiuno, la mortificazione corporale, l’astinenza dai piaceri sensibili. Un solo istante di penitenza interna vale più di tutto il resto senza di essa (È da ammirarsi la moderazione con cui, in questo tratto, il servo di Dio parla della mortificazione corporale, soprattutto se si riflette che a quel tempo le macerazioni erano molto in uso ed egli stesso trattava il suo corpo con grande durezza. I santi mentre sono crudeli, si passi la parola, con sé medesimi, sono miti con gli altri. Ci si permetta di ricordar qui un aneddoto della vita del servo di Dio. Padre Yvan, oratoriano di grande austerità, ma rude anche con gli altri, venne un giorno a far visita a Giov. Olier e lo trovò a pranzo coi suoi sacerdoti; la tavola era servita senza lusso, ma pure senza ostentata austerità, trattandosi di preti che seguivano la via comune e dovevano faticar molto. Il Padre Yvan ne restò scandalizzato, e con franchezza eccessiva ma che si doveva compatire per la sua età avanzata, ne mosse rimproveri severi e quasi offensivi al servo di Dio; questo accettò la correzione con sincera umiltà ringraziando il Signore di aver trovato infine una persona che lo avvisasse dei suoi difetti, e se ne dimostrò gratissimo con tutta naturalezza. Padre Yvan durante tutto il colloquio, tenne l’occhio fisso sopra Giov. Olier, e vedendo la dolcezza con cui accettava la rude correzione, ne restò tutto stupito e riconobbe che, pur prendendo il suo cibo secondo il suo bisogno, era mortificato come i più austeri penitenti; e da quel momento lo tenne in una stima particolare, a segno che andava dicendo in ogni occasione: « Il Sig. Olier è veramente un santo, è morto, in lui la natura è spenta»; e si mise a lavorare anche lui al servizio del Seminario fondato di Olier e della Parrocchia di San Sulpizio. La grazia dei santi, non essendo la medesima in tutti, la durezza apparente del Padre Yvan non toglieva nulla alla grande stima che da ogni parte si professava della sua persona e dei suoi consigli. – Cfr. Faillon, Vita di Olier. II, pag. 114). – Questo stato di penitenza interiore opera d’un colpo nell’anima le disposizioni lella penitenza vera e reale, ossia della penitenza essenziale dello spirito. Perché le sue impressioni producono in noi un profondo annientamento e una grandissima confusione, la condanna, l’orrore e la contrizione del peccato, l’umiliazione dell’anima e la sottomissione agli effetti della santa giustizia di Dio sopra di noi. – Beata l’anima che raggiunge uno stato di purezza interiore tale da renderla adatta a subire gli effetti della giustizia divina. Ché se Dio per la nostra infermità o per le nostre disposizioni particolari, non ce ne giudica degni, dobbiamo abbandonarci a Lui per sopportare almeno tutto quanto Egli si degnerà di disporre a nostro riguardo, sia direttamente con la sua divina mano che si estende anche al nostro interiore, sia per mezzo delle creature, come pure talora per mezzo dei demoni. Dio infatti impiega anche i demoni per darci il mezzo di far penitenza; essi ci opprimono quindi con tentazioni oltremodo veementi, dolorose, odiose e spaventose, come quelle di bestemmia, di impurità, di disperazione, d’infedeltà, di gelosia e di tristezza, le quali sono più penose dei patimenti naturali ordinari. – Dio inoltre si serve anche degli uomini per castigarci ed esercitare sopra di noi le vendette della sua giustizia; così, i servi ed i domestici ci saranno molesti, perché pigri, negligenti e infedeli; gli estranei ci saranno di peso e di noia per il loro carattere antipatico, ci daranno incomodo con le loro visite importune, e forse lasceranno capire il foro desiderio di soppiantarci, di tradirci e di burlarsi di noi.  Anche il nostro confessore sarà per noi strumento di penitenza, perché  ci imporrà delle mortificazioni in nome di Dio e secondo ciò che Dio gli ispirerà; ma questo ci dà minor fastidio, perché noi gli siamo sottoposti per nostra volontà ed accettiamo con amore ciò che ci impone.

***

In tal modo Nostro Signore si sottomise a S. Giovanni Battista che teneva il posto dell’Eterno Padre dal quale era stato mandato. Dalla mano di Giovanni Egli ricevette il battesimo che significava l’obbligo della penitenza; così da Giovanni venne pure caricato dei peccati di tutto il popolo. Il capro emissario dal Sommo Pontefice veniva caricato di tutti i peccati d’Israele e poi scacciato nel deserto; di questo rito figurativo san Giovanni realizzò il significato: notiamo che il Battista era figlio di Zaccaria e quindi apparteneva alla stirpe sacerdotale, benché non ne esercitasse la funzione esterna a motivo che era riservato per un’opera più santa di quella della Legge, opera che dava il suo compimento a tutta la penitenza della Legge. Da Lui Gesù Cristo venne, da parte di Dio Padre, caricato anche esteriormente dei peccati di tutto il mondo. Dopo di ché lo Spirito Santo lo cacciò nel deserto come il capro emissario, come la vittima pubblica del peccato, per dare soddisfazione a Dio. Con questo spirito dobbiamo ritirarci nel deserto con Gesù Cristo, lasciando che lo Spirito vi ci conduca e ci separi dal consorzio del mondo, dalla società dei fedeli ed anche dalla gente per bene, per metterci, in ispirito, fuori di quella vita alla quale dobbiamo morire interiormente.

Il.

Dello spirito di penitenza

Lo spirito di penitenza di Gesù Cristo, principio della sua penitenza – Gesù Cristo penitente pubblico e universale, vuole continuare la sua penitenza nel suo Corpo mistico e in ciascuno di noi. – Sete di patimenti in Gesù. – La sua penitenza esteriore è più estesa. — Perfezione dei sentimenti e delle minime azioni di Gesù. – Per essere veri penitenti dobbiamo unirci al divino interiore di Gesù, abbandonarci al suo spirito, accettando quella misura di penitenza che vuole da noi.

Nostro Signore è la pienezza della penitenza; Egli ne porta in sé stesso lo spirito e ne riveste tutta la Chiesa; dimodoché tutta la penitenza che compare al di fuori e all’esterno, se è vera e reale, emana dallo spirito interiore di penitenza che trovasi in Gesù Cristo, donde si diffonde in noi. – Ogni penitenza esterna che non derivi dallo Spirito di Gesù Cristo, non è penitenza vera e reale: Potremmo praticare mortificazioni rigorose ed anche acerbissime, ma se non emanano da Nostro Signore penitente in noi, saranno penitenze cristiane. Unicamente per mezzo di Gesù si fa penitenza; Egli ha incominciato la penitenza quaggiù su la terra nella propria Persona, e la continua in noi, dilatando nei suoi membri ciò che aveva compendiato in sé medesimo. – Non dico soltanto che la penitenza deve farsi per mezzo di Gesù, vale a dire, per i suoi meriti e per la sua grazia; ma dico che la dobbiamo fare realmente in Lui, vale a dire, che Egli, nel suo Spirito, deve esserne il principio. Gesù deve investire l’anima nostra delle disposizioni interiori di annientamento, di confusione, di dolore, di contrizione, di zelo contro di noi medesimi e di forza per esercitare sopra di noi la soddisfazione, in quella misura di pena che Dio Padre vuole ricevere da Gesù Cristo nella nostra carne. –  Gesù Cristo è il Penitente pubblico ed anche il Penitente universale (Bourdelou: « O profondità ed abisso dei disegni di Dio! Tale è la qualità  (di Penitente) che il Salvatore del mondo ha voluto assumere ed ha tanto santamente quanto costantemente sostenuta in tutto il corso della sua adorabile passione … Siccome, secondo la Scrittura, la vera penitenza consiste soprattutto in due cose: la contrizione che ci fa detestare il peccato, e la soddisfazione che lo deve espiare; così, quando dico un Dio Penitente, intendo un Dio compreso dalla più viva contrizione alla vista del peccato dell’uomo, un Dio che ha sacrificato sé medesimo, soddisfa in pieno  il vigore della giustizia, re della giustizia, per il peccato dell’uomo: due obbligazioni che Gesù Cristo aveva prese sopra di sé sino dal primo istante della sua vita e che adempì esattamente nel giorno della sua Passione ». Sermone sulla Passione.); Lui, Lui solo, fa penitenza in noi. Gesù Cristo carica il corpo della Chiesa di strumenti di penitenza e li porta Egli stesso nei Cristiani che sono le sue membra; come avrebbe voluto usarne sulla terra e portarli, Lui solo, nel suo corpo reale, se questo non fosse stato troppo debole e troppo piccolo. Per questo, Gesù Cristo ha voluto, per mezzo della sua Chiesa, dilatare e allargare il suo corpo (Ecclesia quæ est corpus ipsius, et plenitudo ejus. – Eph. I,  23); con la diffusione del suo Spirito, Egli riveste la Chiesa delle industrie della sua penitenza, e così Egli dà soddisfazione a Dio suo Padre nel suo corpo mistico come in un supplemento di sé stesso; Egli soddisfa lo zelo interiore ed i desideri che il suo spirito avea di soffrire, desiderio che non ha potuto saziare nella sua sola Persona. Egli ha preso per sé una parte soltanto della penitenza esteriore, e l’altra la distribuisce fra i singoli suoi membri (Adimpleo era quæ desunt passionum Christi. Col.,  I, 24); ma per se stesso ha riservato fa pienezza dello Spirito interiore, dal quale in tutti i suoi membri vengono compiute tutte le operazioni esterne. – L’interiore di Nostro Signore è più esteso del suo esterno; perché nel suo proprio Spirito Egli contiene l’interiore di tutti i fedeli; mentre nel suo corpo non ebbe che quella penitenza esterna che era ordinata dal Padre suo e che Egli accettò. Orbene, siccome quest’interiore di Gesù Cristo era nascosto, il Padre ha voluto fosse manifestato; ha voluto che la sete ardente che Gesù provava su la Croce, quella sete che gli strappava quell’esclamazione: « Ho sete » (Joan. XIX, 28), fosse conosciuta e che gli uomini ne avessero la spiegazione. Era quella una di soffrire per il Padre suo e per la Chiesa, sete che indicava l’ardore della sua penitenza e il fuoco che infiammava il suo cuore di zelo contro sé medesimo, per distruggere il peccato. – Egli dava ad intendere, con quella esclamazione, che un corpo, benché sia oppresso, consumato e distrutto, benché sia ridotto agli estremi dell’agonia, come era il suo corpo sulla Croce, deve nondimeno vivere nello spirito di penitenza; e che il desiderio di soffrire per i nostri peccati e per tutti coloro che nella Chiesa hanno offeso e offendono ancora la Maestà di Dio, deve sempre rimaner acceso nel nostro cuore. Da qui noi veniamo a conoscere quel comune spirito di penitenza del quale debbono investirsi tutti i membri di Gesù Cristo, col darsi interiormente allo spirito di penitenza della Chiesa. Questo Spirito di penitenza della Chiesa è lo Spirito medesimo di Gesù Cristo ch’Egli diffonde e dilata nei suoi membri, onde avere un amore e uno zelo universale di soddisfare al Padre suo, nella propria sua Persona, per tutti i peccati del mondo. Così Gesù Cristo, con questo Spirito universale, mediante questo Spirito e in questo Spirito, vuole essere presente in tutti i suoi membri per dare, in tutti e in ciascuno, soddisfazione e compiacenza alla divina Maestà.

***

Ed è questa la seconda unione di penitenza che dobbiamo avere con Gesù Cristo. Dobbiamo in primo luogo renderci partecipi della penitenza di Gesù Cristo, facendo penitenza in Lui medesimo. In secondo luogo, dobbiamo unirci pure con Gesù Cristo penitente nei suoi membri, onde investirci di tutti i sentimenti della penitenza interiore, e questa non deve avere limiti in noi, ma deve oltrepassare infinitamente la misura di quella penitenza esterna che dobbiamo esercitare sui nostri corpi. Dio tutto pesa con la misura dello spirito: Egli vede quanto nelle nostre opere vi è dello Spirito divino, e le stima secondo tale misura; perché nelle opere nostre non v’è nulla che meriti stima, se non ciò che viene da Lui mediante il suo Spirito. Donde avviene che in Gesù Cristo ogni minima azione sorpassava tutte le fatiche dei Santi Apostoli e di tutta intera la Chiesa; a motivo della pienezza dello Spirito, della scienza, della luce e dell’amore, ogni minima azione era, in Lui, animata da sentimenti, intenzioni e disposizioni tutte divine, per onorare Iddio. – Infatti, la pienezza dello zelo, della forza, della purezza, che riempiva le opere di Gesù, dava ad esse davanti a Dio, maggior valore e maggior efficacia di tutto quanto dalla Chiesa intera viene meritato o potrebbe essere meritato. Benché animata dal medesimo Spirito, la Chiesa non opera con l’immensità della divinità, con la quale quel divino Spirito operava in Gesù Cristo. In tal modo, benché la Chiesa esprima all’esterno una parte dei pensieri che l’amore della penitenza eccitava in Gesù, per dare soddisfazione al Padre suo; non abbiamo nulla, tuttavia, nella Chiesa medesima che esprima perfettamente l’intensità dei desideri e la forza degli atti interiori di Gesù; non abbiamo nulla che esprima il peso immenso dell’amore del suo Cuore, e l’infinità del suo zelo per dare soddisfazione e compiacimento al Padre suo. Qualche cosa, è vero, se ne può conoscere per la gravezza dei rigori che il suo Spirito opera nella Chiesa, e per la diversità delle pene e sofferenze che Egli stesso porta nei suoi membri, i quali gli servono a compiere e terminare la sua penitenza, ma l’intensità e la perfezione dei suoi sentimenti, soltanto l’eternità ce le potrà svelare. Nulla ce le può manifestare in questa vita, come dice S. Ambrogio: Nessuno quaggiù potrà mai intendere perfettamente l’interiore di Gesù. (Dei consilium humana vota non capiunt, nec quisquam interiorum potest esse particeps Christi).

***

Dobbiamo unirci a questi divini sentimenti di Gesù Cristo, per essere rivestiti di Lui nell’intimo dell’anima nostra. Una tale unione con Gesù Cristo, questa partecipazione al suo spirito è ciò che dobbiamo soprattutto ricercare, perché è ciò che vi ha di più prezioso nella penitenza ed è anche il fondo ogni virtù. Dobbiamo essere penitenti in Gesù Cristo e inebriati in Lui dello Spirito delia vera penitenza: questo Spirito opera dapprima in noi e sopra di noi tutta la penitenza esteriore, la quale non è che una dipendenza, un getto tenuissimo, e come un segno e un’espressione della penitenza interiore; ma poi produce in noi questa penitenza interiore in proporzione della pienezza e dell’abbondanza dello Spirito. Secondo la dottrina di S. Paolo, lo Spirito nei Santi opera insieme e supplica secondo i disegni di Dio, (1 Cor, XII, 6, 11), perciò nel suo zelo ci porta a castigarci noi stessi, e a prestare soddisfazione a Dio; e noi dobbiamo obbedire a questo divino Operaio dei misteri di Dio, come a Colui che assiste ai consigli divini e penetra nel più profondo dei segreti di Dio (I Cor. II, 34). – Egli conosce la misura delle soddisfazioni che Dio esige da noi, e che noi ignoriamo: dobbiamo quindi abbandonarci a questo Spirito interiore, che è un mare e in oceano di penitenza interiore e divina, e protestargli che siamo, con intero abbandono, pronti e disposti a tutto, e che non rifiutiamo nessun castigo e nessun effetto della sua giustizia. Dobbiamo protestargli che siamo universalmente sottomessi a tutti gli ordini di Dio; e che, quando pure dovessimo perdere mille volte la vita nella penitenza, noi siamo pienamente disposti a tutto; che non vogliamo limiti nelle nostre sofferenze, poiché lo Spirito di Gesù Cristo, nel suo zelo, non può aver nessun limite riguardo a Dio suo Padre; che perciò noi abbracciamo in ispirito ogni sorta di pene, onde sopportare tutto quanto Dio desidererà di imporci, o direttamente per sé stesso, o per bocca e per ordine di colui che tiene per noi il suo posto sulla terra, ossia del nostro confessore in cui veneriamo la sua Maestà. In tal modo, bisogna essere uniti a Gesù Cristo penitente su la terra; e come Egli, quando dallo Spirito fu inviato e cacciato nel deserto per fare penitenza, si sottometteva agli ordini di Dio suo Padre, così dobbiamo accettare, in unione col suo Spirito e con le sue disposizioni, le penitenze, che ci verranno imposte. Bisogna accettarle rinunciando completamente al nostro spirito proprio, al nostro proprio giudizio ed alla nostra volontà propria, senza discutere né mormorare, abbandonandoci a tutto, ma senza far mai più di quanto ci sarà comandato.

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 9

LA VITA INTERIORE (15)

LA VITA INTERIORE E LE SUE SORGENTI (15)

Sac. Dott. GIOVANNI BATTISTA CALVI

con prefazione di Mons. Alfredo Cavagna Assistente Ecclesiastico Centr. G. F. di A. C.

Ristampa della 4° edizione – Riveduta.

LUCE DIFFUSA

L’UMILTÀ

UN DOLCE INVITO DEL CUORE DI GESÙ

Ce lo riferisce l’evangelista S. Matteo: «Imparate da me che sono mite ed umile di cuore» (XI, 29). Essere umile vuol dire avere e praticare la virtù dell’umiltà. Gesù è il maestro di questa virtù, in sommo grado, e noi non potremo dirci veri figli e seguaci suoi se non impareremo e praticheremo questa virtù sconosciuta e disprezzata dal mondo ch’è poggiato sullo spirito di superbia.

IN CHE COSA CONSISTE.

Da humus, terra, viene humilitas, cioè che sa di terra. L’umiltà è quindi la virtù che induce a riconoscerci fatti dI terra, e perciò, di nessun pregio, di nessun valore. Non è una virtù passiva, come vorrebbe l’americanismo; tanto meno è codardia, ingratitudine o selvatichezza, come la insulta il mondo. L’umiltà è la verità, dice S. Bernardo. È la virtù che ci fa conoscere ciò che siamo, vale a dire creature di Dio tratte dal fango della terra… È il meglio della superbia. La superbia detronizzò lucifero con gli angeli ribelli e li fece dannare per tutta l’eternità; l’umiltà, invece, è il mezzo più pratico e più efficace per entrare nel Paradiso. L’umiltà è – come insiste S. Bernardo – il fondamento e la custodia di tutte le virtù. Senza l’umiltà, tutte le altre virtù non sono più virtù, diventano vizi. Infatti, senza l’umiltà la mortificazione esteriore è ipocrisia; la preghiera senza umiltà è presunzione; la meditazione è illusione e inganno; senza l’umiltà la carità diventerebbe egoismo raffinato; senza l’umiltà, infine, è impossibile conservarci in grazia di Dio. « Qualunque cosa di buono noi facciamo – dice S. Giovanni Crisostomo – sia preghiera, sia digiuno, sia limosina, sia continenza, va in fumo e sparisce se non è accompagnata dall’umiltà » (Hom. 15 in Matth.). «L’umiltà – assicura S. Vincenzo – è la base di tutta la perfezione evangelica, ed il  nocciolo di tutta la vita spirituale; chi possederà quest’umiltà, acquisterà pure con essa tutt’i beni; chi poi ne sarà privo, perderà anche quel bene che ha, e sarà agitato da continue angustie ». – Ecco con quale precisione S. Agostino la esalta: « Se tu mi domandassi qual sia la strada per raggiungere la verità, qual sia la cosa principale nella religione e nella scuola di Cristo, ti risponderò: la prima cosa è l’umiltà; quale la seconda? l’umiltà; quale la terza? l’umiltà; e se cento volte m’interrogassi, cento volte ti darei la medesima risposta » (Ep. 149).

NECESSITÀ DI QUESTA VIRTÙ.

Da quanto abbiamo detto possiamo ben arguire e comprendere il significato completo, assoluto della nobilissima parabola: Il fariseo e il pubblicano al Tempio, narrataci con tanta graziosità ed esattezza di linee da San Luca (XVIII, 9, 14). La preghiera umile apre le porte del Cuore SS. di Gesù e Gesù apre quelle del Cielo. La preghiera superba dissecca la fontana della misericordia del Cuore SS. di Gesù e isterilisce ogni opera buona. Con umiltà, dunque, le nostre anime debbono avvicinarsi a Gesù; con grande umiltà supplicarlo; con immensa umiltà considerare i suoi immensi benefizi per poter dire a Lui, Padre dolcissimo, tutti i sentimenti più vivi della riconoscenza e dell’amore filiale. Ma Gesù fu, in altre circostanze, anche più esplicito nell’indicare che la virtù dell’umiltà è indispensabile. Quando gli Apostoli, avvicinatisi a Lui, confidenzialmente gli chiesero: « Chi è mai il più grande nel regno dei cieli?» Gesù, dopo aver fatto venire a sé un fanciullo, rispose agli Apostoli: In verità vi dico, se non vi cambierete e non diventerete come i pargoli, non entrerete nel regno dei cieli. Chi pertanto si farà piccolo come questo fanciullo, sarà Il più grande nel regno dei cieli (Matt., XVIII, 1-4). Con queste sue dichiarazioni Gesù ha proclamato una grandissima verità e ci ha esortato « a quella profonda mutazione che consiste nella infanzia spirituale, ossia nella pratica dell’umiltà, indispensabile per entrare in Paradiso ». Procuriamo anche di tenere presente allo spirito e di meditare la chiarissima affermazione dell’Apostolo Pietro: Dio resiste ai superbi e dà la sua grazia agli umili (I Petr., V. 5): « L’umiltà non è, dice il Carmagnola, soltanto una virtù di consiglio, e dalla quale possiamo in certe circostanze e per ispeciali ragioni esimerci, no; essa è doverosa per conseguire la vita eterna, ed è doverosa sempre. In cielo vi possono essere dei Santi che non abbiano potuto praticare digiuni e macerazioni; vi possono regnare di coloro che non si mantennero nello stato verginale, ma nessuno può entrarvi, senza che sia stato umile ».

ECCELLENZA DELL’UMILTÀ.

Il divino Maestro non solo ci ha insegnato l’altezza e la preziosità di questa nobilissima virtù, ma, prima di insegnarcela, come sempre ed in tutto, Egli ha voluto praticarla in modo tale che può dirsi la virtù caratteristica di Gesù! Basta riflettere un istante sulla condizione di vita che Gesù si diede nel lasciare il cielo e venire sulla terra. Con molta proprietà l’Apostolo affermò che Gesù exinanivit semetipsum formam servi accipiens (Philip., II, 7), cioè siumiliò tanto da prendere l’aspetto di servodegli uomini… Se vi pensiamo anche perpochi istanti, il nostro cuore non potrà nonsentire la più intensa commozione nel considerarele dolorose, umilissime condizionidi Gesù nella sua vita, dalla culla al calvario!Nessuna meraviglia se coloro cheseguirono realmente Gesù, sentirono di doverpraticare questa virtù, e specialmente i Santi, i quali l’ebbero come distintivo preferito.Ci è, dapprima, maestra insuperabilela Vergine santa. Perché il Signore ha visto l’umiltà della sua serva… Ecco l’esatta motivazionedelle grandezze di Maria… Conl’umiltà di Maria SS. ammiriamo quelladi S. Giuseppe, di S. Giovanni Battista, ditutti i Santi. A voler ricordarne i nomi e gliesempi, sarebbe soverchio. Desideriamo,tuttavia, accennare alla grande umiltà diS. Giovanni Bosco e agli esempi eroici diuna sua figliuola spirituale, la ven. MariaMazzarello; che fu la cofondatrice colsanto don Bosco, delle Figlie di MariaAusiliatrice, la seconda famiglia religiosasalesiana.

L’UMILTÀ EROICA DELLA VEN. MARIA MAZZARELLO.

Il Santo Padre Pio XI, il 3 maggio 1936, dopo la lettura del decreto approvante l’eroismo delle sue virtù, tessendone un alto elogio, fra l’altro, disse: «… È veramente questa, l’umiltà, la nota caratteristica della Venerabile. Una grande umiltà la sua: si direbbe proprio una piena coscienza, e il continuo pratico ricordo dell’umile sua origine, dell’umile sua condizione, dell’umile suo lavoro. Contadinella, piccola sarta di paese, di umile formazione ed educazione; educazione cristiana, è vero, quindi oltremodo preziosa, ma alla quale è mancato, si può dire, tutto quello che comunemente si intende per educazione; anche la più modesta istruzione, sia pure nella più modesta misura. Restava quella semplicità che Iddio, l’unico preparatore di anime, s’era appunto predisposta in così eletta anima; e ci sembra proprio di entrare nei gusti di Dio e della stessa Venerabile, seguendo e studiando il segreto di questa sua vita vissuta e della vita postuma che la Venerabile viene esplicando in tanta sopravvivenza di persone e di opere. » La sua umiltà fu così grande, da invitare a domandarci che cosa vede Iddio benedetto in un’anima umile, veramente, profondamente umile; che appunto per l’umiltà, tanto, si direbbe, lo seduce e gli fa fare fino le più alte meraviglie in favore di quella stessa anima, e altre meraviglie per mezzo di essa… ». Quando si pensa, infatti, al valore dell’anima — il Signore ha dato la sua vita «per me», esclama l’Apostolo — che cosa, adunque, nell’umiltà vede il Signore? La domanda s’impone, specialmente quando si riflette per contrasto, a quello che nell’umiltà vede il mondo: rare volte il mondo si dimostra così insipiente nella sua albagia e nella sua supposta sapienza. Per il mondo questa umiltà e semplicità è povertà nel senso più miserabile e compassionevole della parola. Che cosa invece nell’umiltà vede Iddio? Egli stesso, il Signore, si è presa la cura di scioglierci questo problema che umanamente si presenta in modo scoraggiante. Ce lo ha detto in una delle sue più belle parole di S. Paolo, allorché fa dire all’Apostolo e proprio all’indirizzo dei non umili, dei superbi, di coloro che credono di potersi vantare e gloriarsi in qualche cosa — qualità, gesta, opere — la parola così solenne; così ammonitrice: Quid habes quod non accepisti? Et si autem accepisti, cur gloriaris quasi non acceperis?» Ecco, dilettissimi figli, ecco tutto il segretodell’umiltà; per essa l’anima stima evede reali splendori di verità, maestà di giustizia, dolcezza di riconoscenza; i rapporti, cioè, che devono intercedere fra l’animae Dio; per l’umiltà, l’anima vede che cosa è Dio nella verità; sa che cosa a Dio deve, nella giustizia; compie ciò che è obbligo verso Dio, nella riconoscenza. È qui la sostanza della umiltà nella verità, per risalire all’origine prima, giacché tutto viene da Dio — che cosa tu hai che non abbia da Dio ricevuto? — della umiltà nella giustizia; nell’attribuzione cioè della gloria a Dio: non nobis Domine, sed nomini tuo da gloriam; della umiltà nella riconoscenza intera, completa per i doni, per la liberalità divina; per la perfetta gratuità, propria di Dio, e nella sua scelta e nella sua. larghezza.» Quello che Dio vede nell’umiltà, cioè le vedute di Dio circa l’umiltà sono perfettamente all’opposto di quanto vede il mondo. Che cosa dunque vede Iddio? Vede nell’umiltà, nell’anima umile una luce, una forma, una delineazione dinanzi alla quale Egli non può resistere, poiché gli raffigura nella sua bellezza squisita e nelle linee più fondamentali e costruttive, la fisionomia stessa del diletto suo Figlio unigenito. Ed è questo un pensiero espresso dallo stesso Divino Maestro. E Lui stesso che dice a questo proposito: « Imparate da me». Che cosa imparare? « Imparate da me che sono mite ed umile di cuore». Veramente noi non riterremo mai abbastanza ciò che dicono queste poche parole: « Imparate da me che sono mite ed umile di cuore ». È il Maestro divino, portatore del verbo di Dio, portatore di tutti i tesori di sapienza, di scienza, di santità, che ci dice: « Imparate da me, che sono mite ed umile di cuore », come se non avesse altro da insegnare a noi, a questi poveri uomini, a questa povera umanità, che aveva perduto anche le tracce della verità, anche il filo per rintracciarla e che aveva tutto, tutto da imparare. Vien detto ad essa, vien detto a tutti gli uomini: « Imparate da me, che sono mite ed umile di cuore », come se non avesse altro da imparare, come se, questo imparato, fosse da noi appreso tutto quello che ci abbisogna per la ricostruzione delle anime, per la ricostruzione morale del mondo…

»… Ecco qualche cosa di ben prezioso e di cui sì può ringraziare la ven. Mazzarello, per il ricordo che ce ne dà. Da lei, infatti, ci viene questa indicazione; e tutta la sua vita ed opera sono appunto in questo ordine di idee, in questa divina didascalia e divina scuola di umiltà.

» Ora qui non possiamo non aggiungere che la venerabile Mazzarello — la esemplare, l’antica Figlia di Maria — di Maria SS., altresì, ci ricorda e ci ripete la somma lezione di umiltà, allorché la Vergine Madre di Dio esclamava doversi la sua elezione e gloria all’umiItà. Respexit humilitatem ancillæ suæ.

» La Madre di Dio si chiama la serva, l’ancella di Dio; e perciò, ex hoc beatam me dicent omnes generationes. È bello considerare la venerabile Mazzarello in questa luce, nella luce stessa di Maria. Anch’ella può ripetere: il Signore ha guardato con infinita benignità la mia umiltà, la mia semplicità e per questo: Beatam me dicent omnes generationes. Ecco infatti tutte le genti del mondo già conoscono il nome suo, le case, le opere, le sue Religiose; ecco che proprio in questo giorno che ci richiama e ci ricorda le grandi umiliazioni Della Croce, si mette in vista, con la proclamazione delle virtù eroiche, la possibilità chela Serva di Dio possa un altro giorno ripetere, e in modo più appropriato: Beatam me dicent omnes generationes ».

COME DOBBIAMO ESERCITARCI NELL’UMILTÀ.

Ricordiamo quanto dice S. Tommaso: L’umiltà consiste essenzialmente nel raffrenare la smania di tendere in modo disordinato a cose grandi e nel regolarci secondo la stima esatta, e non esagerata, di noi stessi. Ne consegue che per la pratica dell’umiltà sono necessarie tre cose:

1) Conoscere noi stessi, esattamente, e giungere alla reale convinzione che noi siamo niente e che possiamo fare niente. Di nostro v’è solo il peccato. Se il Signore ha largheggiato verso di noi, con doni di natura, questi accrescono la nostra responsabilità. Cerchiamo di seguire l’esempio del pubblicano e non quello del fariseo. Parleremo di noi stessi, solo quando sarà necessario, e taceremo quello che può tornare a nostra lode, lasciando a Dio la cura di tutto.

2) Acquistata l’esatta conoscenza di noi stessi, modereremo l’innato desiderio di tendere a cose grandi, di esibirci, di pretendere. E poiché – come disse S. Bernardo – l’umiliazione è la strada dell’umiltà, ci sforzeremo di accettare con gioia, o almeno con rassegnazione, i dispiaceri, le contrarietà, i biasimi, le correzioni esagerate e violente che al Signore piacesse di farci incontrare.

3) Il terzo mezzo per praticare l’umiltà è la preghiera, come quella del pubblicano: Signore, abbiate pietà di me, peccatore. – Dobbiamo, inoltre, essere umili sempre: – a) Verso Dio: riconoscendo di aver ricevuto tutto quello che abbiamo unicamente e direttamente da Lui solo, secondo la felice espressione dell’Apostolo: Che cos’hai che tu non l’abbia ricevuto? E se poi l’hai ricevuto, perché ti glori come se non l’avessi ricevuto? – b) Verso il prossimo: ammirando senza invidia e gelosia i doni di natura e di grazia nei nostri fratelli, e unendoci a loro per ringraziarne il Signore. – c) Verso noi stessi: con l’umiltà della mente che riconoscendo il mio nulla, me ne persuaderà facilmente e, perciò, mi renderà diffidente verso me stesso; con l’umiltà del cuore che m’indurrà ad amare la mia miseria, a fuggire gli onori e la gloria mondana, e a tenere un contegno esteriore sobrio, modesto e caro a Dio.

L’UMILTÀ, GIOIA, CONFORTO E UNIONE CON DIO.

L’umiltà è, come abbiamo detto, la verità. La verità è armonia e la tranquillità dell’ordine. L’armonia e la tranquillità portano la pace ch’è gioia e conforto dei nostri cuori. Tutto questo, sempre, quando noi cerchiamo di vivere umilmente, ma soprattutto in certi momenti della vita nei quali il Signore permette che ci sentiamo soli… L’isolamento che induce i superbi alla tristezza e, talora, alla disperazione, porta l’umile a cercare con maggior avidità, e con più grande intensità l’unico Amore, Gesù, per voler vivere sempre unito con lui!

Noi siamo pieni di miserie, ma abbiamo onore insigne d’essere le membra del Cristo: la qual cosa ci procura le attenzioni del Padre nostro celeste.

C. MARMION.

LA VITA INTERIORE (16)

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 7

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (7)

GIOVANNI G. OLIER

Mediolani 27-11 – 1935, Nihil obstat quominus imprimetur. Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR: In Curia Arch.Mediolani die 27 – II – 1935 F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO VI.

Della superbia

L’umiltà è il mistero delle virtù e la più difficile ad intendersi, perciò aggiungiamo questo capitolo sulla superbia, che potrà fornire qualche schiarimento e contribuire a far conoscere l’umiltà con maggior chiarezza.

I

Motivi per detestare la superbia.

La superbia è un mostro spaventoso che va sempre crescendo e non ha limiti nei suoi eccessi: il cuore del superbo non è soddisfatto affinché non diventi Dio. Nella sua stolta e sacrilega impresa procede per gradi e va di desiderio in desiderio (superbia eorum qui qui te oderunt ascendit semper, Ps, LXXIII, 23): il demonio, invece, d’un colpo si abbandonò al desiderio più eccessivo dell’orgoglio, esprimendo sfacciatamente la sua pretesa. Mi innalzerò e sarò simile all’Altissimo. Tale fu pure il pensiero che esso ,suggerì ad Adamo: Sarete come Dei (Isa. XIV, 14 – Gen, III, 5). In tal modo, Nabucodonosor e gli altri principi si fecero adorare come divinità. Così pure alla fine dei secoli l’Anticristo siederà sugli altari al posto di Gesù Cristo (Matth. XXIV, 15). Ed è questa nei cuori la pretesa di quest’orribile vizio: il principio della superbia è di apostatare da Dio (Initium superbiæ hominis apostatare a Deo. Eccli. X, 7), la sua pretesa è di mettersi al posto di Dio e diventare nientemeno che Dio. Perciò, il superbo è oggetto di esecrazione per Dio e per gli uomini (Eccli. X, 7). Tutto  l’essere di Dio gli resiste pienamente, per l’interesse naturale che per così dire, Dio ha di conservarsi, anzi, di distruggere ciò che lo vorrebbe annientare. In quella guisa poi che una famiglia tutta intera insorge con il servo traditore che vorrebbe distruggerne il padre che ne è il capo; così tutta la creatura si trova naturalmente compresa di esecrazione contro il disgraziato che, pieno di superbia, tende a detronizzare Domeneddio e distruggerlo. Per questo motivo nel castigo del peccato di superbia nei demoni, tutti gli Angeli di comune accordo si trovarono uniti con Dio per abbatterli e distruggerli. Non è dunque senza fondamento che la Scrittura dice che Dio resiste ai superbi (Jacob. IV, 6) ciò che non dice degli altri vizi; perché il superbo se la prende direttamente con Dio, e ne prende di mira la Persona medesima; perciò Dio resiste a tali insolenti e orribili pretese; e siccome vuole conservare il proprio Essere, Egli abbatte e distrugge tutto quanto insorge contro di esso. – Donde avviene che l’Ecclesiastico, dopo aver detto che l’inizio d’ogni peccato è la superbia, aggiunge: Chi a lei si abbandona sarà colmato di maledizioni, ed essa alla fine lo manderà in rovina. (Eccl., X, 15). Il Signore, quando non solo da sé stesso, ma anche per mezzo delle sue creature avrà colmato i superbi di maledizioni, finirà col distruggerli, non solo nella loro persona, ma pure in tutta la loro generazione. Distruggerà i loro beni e rovinerà le loro case sino alle fondamenta. Poi ancora, onde manifestare l’orrore che prova verso l’orgoglio, ne cancellerà persino la memoria, che è pur la traccia più leggera che l’uomo possa lasciare su la terra; come se qualcuno, dopo distrutta una statua di cui avanzasse qualche ombra, volesse giungere sino alla distruzione di quel po’ d’ombra. – Tale è la severità che Dio esercita contro il superbo, quando vuole distruggere la memoria (Memoriam superborum perdidit Deus. Eccli., X.). –

***

Da quel maledetto disegno del superbo proviene la sua perpetua infelicità in questa vita, in attesa del giudizio di Dio in morte e dopo morte. Infatti, la pretesa del superbo che, nella sua costante ostinazione, persiste nei suoi disegni, si trova sempre di fronte alla mano onnipotente di Dio che gli resiste e lo schiaccia, quindi quale può mai essere la vita di un essere così miserabile? Il superbo sempre si innalza e sempre Dio gli resiste. Il superbo è sempre in moto e in agitazione, e sempre sente il peso della destra di Dio che lo respinge e ne schiaccia l’orgoglio. Se qualcuno si innalza contro Dio, Dio è sopra di lui e lo schiaccia. In tali condizioni quale pace si potrebbe mai avere, quale gioia e quale riposo nello spirito? – Ma oltre che una tale ripulsa da parte di Dio è direttamente opposta alla pretensione del superbo, la sua pena è tanto più grave e universale che questo vizio innalza universalmente tutti i desideri dell’uomo. L’orgoglio, infatti, spinge alla grandezza in tutto ciò che è nell’uomo; e poiché la pretesa del superbo, in sostanza, è di farsi Dio, in cui tutto è infinitamente grande e perfetto, ne avviene che vuol essere lui pure grande in tutto. Il superbo vuol essere grande nelle ricchezze, nei possedimenti, nei mobili, nelle dignità, nelle cariche, negli onori; primeggiare nella bellezza, nella forza, nella scienza; grandeggiare insomma in ogni cosa. Ma siccome non può aver tutto, quanto più estesi sono i suoi desideri, tanto più trova occasioni e motivi di inquietudini e di pena. La privazione lo ammazza, il bene che vede negli altri lo opprime; il superbo, insomma, presenta lo spettacolo più funesto e più penoso che vi sia. Per altro, quale follia e quale accecamento di sentirsi e vedersi così povero, vile e miserabile, eppure volersi considerare come capace di essere tutto e di possedere ogni cosa! Il desiderio del superbo lo innalza e la sua impotenza lo abbatte e lo avvilisce. Tale è la contraddizione che il superbo prova in sé medesimo.

II

Natura della superbia.

Differenza tra desiderio e appetito. — Stato felice dell’uomo prima del peccato. — La superbia è un desiderio eccessivo della propria eccellenza. — Illusioni in proposito. — Come riconoscerle.

La superbia è un desiderio eccessivo della propria eccellenza. Dapprima, notiamo che essa è un desiderio; non è un appetito, ossia una semplice inclinazione. L’appetito è un movimento naturale e necessario, che trovasi in noi senza di noi, e anche contro il nostro desiderio. Ma il desiderio è un movimento libero, una inclinazione che noi liberamente approviamo col nostro consenso; il desiderio è in noi, ed è conforme alla nostra volontà che ne è la madre e la padrona. L’appetito eccesivo di grandezza trovasi in noi in conseguenza del peccato originale, per il principio di quella generazione maligna che ha riempito la nostra carne della sua abominevole corruzione dimodoché la nostra carne ha infettato il nostro spirito, a tal segno che il complesso dell’uomo, rivestito e riempito di questa infezione e di questo seme maledetto, ci rende in sostanza simili al demonio (Joan. XIII, 14). Perciò, agli occhi di Dio, noi siamo orribili, abbominevoli, esecrabili.

***

Dio, formando l’uomo a sua immagine e animandolo dalla sua vita divina, aveva impresso in lui la somiglianza delle sue perfezioni; l’uomo teneva il posto di Dio sulla terra, ed ogni creatura doveva rendergli, come alla persona di Dio, onore, omaggio e rispetto. L’uomo allora era grande e perfetto, essendo intimamente unito e aderente a Dio che si rendeva sensibile in lui; riceveva pure tutti gli onori ed omaggi che si rendono alla divinità, ma unicamente per Dio e in Dio, senza nulla appropriare a se stesso. Stabilito nell’essere e nella vita di Dio, l’uomo contemplava, in Dio e come Dio stesso, la divinità di cui era ripieno; rapito dalla bellezza e dalle perfezioni di Dio, era tutto infiammato del divino amore e, inoltre, trasformato in Dio e tutto deificato. Nella luce ammirabile che rischiarava la sua mente, egli vedeva e contemplava Dio in tutte le creature, ad imitazione della vista che Dio ha di se stesso in tutte le sue opere, secondo queste parole di Mosè: Dio vide tutte le cose che aveva fatte e trovò che erano molto buone (Gen. III, 31). Insomma, in un tale stato ammirabile e divino, nell’aderenza ed intima unione a Dio, l’uomo era un’opera eccellente e perfetta. Allora egli non si appropriava nulla; nulla lo allontanava da Dio; godeva di ogni cosa in Dio; non vedeva sé stesso in nulla, ma non vedeva in sé medesimo che Dio, Dio eccellente, perfetto e degno di ogni onore e di ogni lode. – Così S. Paolo, parlando dei Cristiani, dice che devono giungere sino a tale semplicità da essere una cosa sola con Gesù Cristo, nel quale sta tutta la loro gloria: Qui gloriatur in Domino glorietur. (II Cor. IX, 17).  Dal difetto di tale semplicità e unità nasce in noi l’amor proprio, la ricerca della nostra propria eccellenza. In questo modo, Angeli e uomini si sono perduti, distaccandosi da Dio per attaccarsi a sé medesimi; ricercando la propria eccellenza sono diventati superbi. Donde avviene, come dice la Scrittura, che « il principio della superbia è di apostatare da Dio », staccarsi da Dio per ricercare il proprio interesse. Il demonio tentò di separar uomo da Dio dicendogli: Sarete come dei; esso fece sì che l’uomo distogliesse il suo sguardo da Dio per portarlo sopra sé stesso; quindi gli suggerì e gli insinuò il desiderio di essere Dio e di comparire tale agli occhi di tutta la creazione, per riceverne gli omaggi al posto di Dio, usurpando per sé medesimo tutte le lodi che si rendevano alla divinità.

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Nell’uomo adunque vi sono due cose: un appetito sregolato, e un desiderio eccessivo di grandezza e di eccellenza propria. L’appetito non è il peccato di superbia, benché sia un avanzo del peccato ed un effetto del demonio che ha corrotto la nostra natura e depravato in noi gli istinti di Dio. Ma il desiderio, l’aderenza, la volontà formata ed attuale di assecondare questo appetito, questo è il peccato di superbia. L’appetito è un movimento cieco della natura corrotta: il desiderio invece è un movimento ragionato e accompagnato dal lume e dall’avvertenza della ragione. Orbene, il male che si fa con avvertenza e con libero consenso è peccato. Se questo desiderio è ardente e per una cosa eccessiva, è peccato grave.

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In secondo luogo, la superbia è un desiderio della propria eccellenza; vi è una eccellenza e una perfezione che sono lodevoli e che Dio medesimo riconosce: Siate perfetti — ha detto Gesù Cristo — come il Padre celeste è perfetto; e ve n’è un’altra che è viziosa: l’eccellenza in sé stessa e per amor proprio. È buono il desiderio dell’eccellenza quando sia regolato secondo un fine buono; è male quando è ordinato ad un fine cattivo; ma riguardo al fine sovente si è vittima di illusione, per non ingannarci bisogna esaminare gli effetti. Dio ha stabilito che la sua creatura diventi perfetta e ricerchi l’eccellenza, ma unicamente per l’amore di Lui e del prossimo. Vuole che siamo perfetti per amore di Lui, e che facciamo opere buone ed eccellenti affinché Egli ne sia onorato e glorificato. – « Si veggano, — dice Nostro Signore, — le vostre opere buone, affinché Dio. — che è nascosto in cielo e sconosciuto al mondo, — sta veduto e conosciuto sulla terra per mezzo della perfezione e delle opere che compirà in voi. Orbene, per vedere se operiamo per Dio, bisogna osservare se dalle nostre opere buone non vogliamo ricavare stima e lode per noi medesimi, se non ce ne gloriamo punto, se non abbiamo piacere di riceverne stima e onore, se ci prendiamo cura di riferire tutto a Dio col desiderio che Egli solo sia stimato e glorificato in sé stesso e da sé medesimo. Dio vuole pure che vi siano persone buone e perfette, per il bene del prossimo ed il sollievo delle sue miserie. Orbene, per conoscere se assecondiamo questo disegno di Dio, dobbiamo esaminare se dedicandoci al sollievo del prossimo abbiamo per fine il suo bene, ovvero se operiamo per nostro interesse, se guardiamo la nostra persona e ricerchiamo noi medesimi; se ci occupiamo di noi per attirarci la stima e ne proviamo compiacenza; osservare insomma, se ricerchiamo qualche utile per noi medesimi. Così degli altri uffici; molti infatti, o non pensano che a gloriarsi e innalzarsi sopra gli altri e ad attirarsi lodi e onori; o non cercano che lucro e guadagno, questi fini ben s’intende, non sono nelle intenzioni e nei disegni di Dio. – Il superbo ricerca l’eccellenza, non già precisamente per il pregio della bontà, né per unirsi a Dio che è il Padre di ogni eccellenza e l’oceano di ogni perfezione; ma la ricerca per sé medesimo e per il proprio vanto. Così, per quel maledetto amor proprio, si cambia l’ordine elle cose; infatti, secondo l’ordine, ciò che è minore ed imperfetto deve essere riferito a ciò che è eccellente, e non già ciò che è eccellente a ciò che è meno perfetto. – L’Essere di Dio non può entrare in nessun composto di nessun genere; persino in Gesù Cristo, rimangono distanti de due nature divina ed umana. Essendo infinitamente perfetto, l’Essere di Dio, non può riferirsi a cosa alcuna come ad un fine, mentre tutte le cose esistono per Lui: eppure il superbo riferisce Dio a sé stesso. Tale è l’effetto del peccato, di sconvolgere l’ordine e la natura delle cose; ma in particolare tale è l’effetto della superbia, dell’amor proprio, di attirare tutto a sé e di appropriarsi tutto; mentre l’ordine della carità vuole che noi usciamo di noi stessi e ci portiamo nell’Essere perfetto, onde unirci a Lui ed essere perfettamente consumati in Lui. È questa l’ammirabile abnegazione di sé medesimo praticata da chi è animato dalla pura virtù di Dio, il quale santifica la sua creatura e viene in essa onde portarla al suo fine. La creatura si unisce così all’Essere sovrano e perfetto, e dimentica tutto quanto vi è nel proprio essere tanto imperfetto; così si rivolge a Dio che è la sua fonte e dove sta la sua perfezione; e in Dio essa riceverà un essere più eccellente di quello che possiede. Dio, infatti, l’aspetta per consumarla in sé medesimo, rendendola partecipe dell’Essere eminente della sua divinità. L’amor proprio invece cerca di abbassare Dio sino a sé medesimo e farlo servire alla propria superbia. Infatti, per uno spaventoso accecamento, chi segue l’amor proprio considera Dio in sé stesso e nelle sue perfezioni come cosa sua propria, si gloria di tutto ciò che possiede e che è pur partecipazione di Dio, come se fosse cosa sua e provenisse da sé medesimo: così non vede punto la causa che diffonde in lui con immensa carità, quel bene e quelle grazie. Ecco il furto, l’ingratitudine, l’insolenza della superbia. Ché se l’anima infetta dalla superbia non arriva all’eccesso di considerare Dio in sé stesso come cosa sua o di ritenersi indipendente da Dio nei suoi desideri, essa almeno nutre la persuasione che ]’eccellenza dei suoi doni proviene dai propri meriti e dal proprio lavoro; ed è questa un’altra specie di superbia che si chiama arroganza, per la quale l’anima attribuisce a sé medesima e ai suoi meriti ciò che non ha ricevuto che per grazia e misericordia di Dio, mentre Dio è in noi la nostra luce, la nostra buona disposizione, la nostra vita, la nostra virtù e il nostro tutto; senza di Lui non siamo capaci né di pensare, né di volere, né di fare nessun bene in nessun modo.

II.

Dei gradi della superbia.

Il superbo cerca di essere onorato, — anche con le umiliazioni. — Fa su la terra quanto ha fatto il demonio in cielo. Quella falsa e maledetta persuasione di cui abbiamo detto, è il fondamento di tutto l’eccesso della superbia. Quell’accecamento della mente è il principio degli iniqui desideri della volontà. Tantoché in conseguenza di tali funeste illusioni e di tali maledetti errori, l’uomo, confusamente e senza riflessione né esame, crede di essere qualcosa di grande: è questo un vero inganno, perché se si esaminassero un po’ le cose con l’occhio della fede, sì riconoscerebbe facilmente la propria illusione; in conseguenza dunque di quella funesta persuasione di essere da sé qualche cosa di grande, e di aver molto valore per proprio merito, si pretende aver diritto a ricevere da tutti onore, rispetto e lodi; questo si ricerca, sia apertamente, sia di nascosto, con ogni mezzo possibile, fino al punto di umiliarsi e disprezzare sé stesso per essere onorato. Il superbo poi se non riceve quell’onore e quella lode che aspetta e vuole, ne resta offeso e rattristato, disprezza quelli che non lo lodano, quasiché non conoscano il suo merito; si innalza sopra di essi per il disprezzo che ne fa e giunge persino alle ingiurie e alle dispute. Ché se non ottiene l’onore e le lodi, egli però crede di meritarle con tutta evidenza; se qualcun lo loda e lo approva, quegli diventa per lui oggetto di benevolenza e di amore e persino di ammirazione, Oh follìa! Come se gli uomini siano capaci di onorarci! La loro stima, quale vantaggio ci procura? Il loro disprezzo che cosa ci toglie? Queste sono cose per noi assolutamente esteriori e debbono esserci indifferenti. Quali giudici possono mai essere gli uomini? Essi sono o ciechi o maligni. Se sono ciechi, non sono capaci di giudicarci; perciò la Scrittura dice: « Gli uomini non vedono che l’esterno, Dio solo vede l’intimo del cuore » (I Reg. XVI, 7); se sono maligni, faranno l’elemosina di un po’ di adulazione mentre nel loro cuore si burleranno di noi. Gli uomini sono maligni e superbi, quindi l’onore lo vogliono per sé medesimi; state certi che se ve ne rendono, è soltanto con malizia, come dice la Scrittura: « L’uomo cattivo si umilia e si abbassa davanti a voi », per costringervi ad amarlo ed onorarlo, per comperare le vostre lodi col tributarvi le sue, e per ricevere onore più che non ve ne renda. Il superbo si innalza sempre e fugge il disprezzo; se si abbassa non è che per evitare di essere respinto e confuso, e per meritarsi accoglienza e lode. – L’anima, in conseguenza di questa stima, di questa lode e adorazione che desidera, si procura, o riceve, si fissa e si eleva in sé stessa, come su di un trono, al disopra di tutti. Vede sé stessa come una persona singolare (Singulariter sum ego. Ps. CXL, 10.); internamente considera sé stessa come unica nel proprio valore, quindi arriva a credere di essere unica come Dio. Si immagina di essere sapiente più di tutti o di posseder qualche capacità speciale ed unica. – Da qui nascono i disastri e i maledetti effetti della superbia; perché prima essa era ancora timida, non aveva ancora che il proposito e il desiderio di stabilirsi nell’anima, non ne aveva ancora preso possesso, né vi aveva fissato il suo trono e la sua sede; ma appena si sia introdotta nell’anima e vi si sia fortificata, essa incomincia subito a causarvi mali orribili.

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Tale fu l’opera del demonio in mezzo agli Angeli, nel Cielo, dove fece tre mali spaventevoli; ed è pure il danno che uomini superbi portano nella società umana. In primo luogo, lo spirito che si è stabilito nella cieca persuasione del suo valore singolare, siede in sé medesimo, come il demonio, sul trono di Dio; disprezza Dio e lo bestemmia in sé stesso. Perciò il superbo nella Scrittura viene chiamato Bestemmia (Super capita ejus nomina blasphemiæ. Apoc., XIII, 1). Nell’Apocalisse, il demonio porta sulla fronte questa parola. Nel suo disprezzo di Dio il superbo fa ogni sforzo per innalzarsi e mettersi al posto di Lui. In tal modo si comporta pure l’inferiore arrogante e superbo, quando abbia lasciato penetrare nel proprio spirito la falsa stima di sé medesimo e la persuasione intima e cieca del proprio valore. Benché si nasconda spesso sotto il manto dell’umiltà, perché è questa una virtù molto apprezzata e necessaria per godere un po’ di stima, non di meno egli si fissa nella persuasione che debba essere onorato. Dimodoché se gli accade di essere disprezzato, respinto o condannato, si agita, sì rivolta, condanna, mormora, disprezza, spodesta nel suo spirito ogni potestà superiore, si mette al disopra di tutti, cerca qualcuno che lo ami e lo stimi, si procura amici e soci che con lui si accompagnano e insieme si innalzano in una comune cospirazione. – Un’anima in cui sia così radicata la stima di sé stessa e la convinzione del proprio valore per la considerazione delle sue virtù esteriori, si costituisce al disopra di tutti: essa giudica di tutto e decide di ogni cosa, ma sempre in proprio favore e a condanna degli altri. Segretamente, essa cerca sempre di regnare su tutti gli uomini, o almeno su di una parte di essi, nulla tralasciando per giungere al compimento dei suoi desideri. – Il secondo male che fece il demonio in Cielo fu di distogliere i suoi fratelli dalla sottomissione a Dio, di formare un bando a parte e così dividere, con la sua rivolta, il regno di Dio, rovinare la comunità celeste e distruggere quell’opera che Dio aveva formato con tanta compiacenza. Così, sia per dispetto contro Dio che sta sempre nel suo posto e sul suo trono divino, sia per la smania di essere onorato ed avere devoti adulatori e adoratori, egli sconvolgeva la società e gli ordinamenti del Cielo. – L’uomo superbo causa il medesimo danno nelle comunità. Egli, sia come nemico della superiorità altrui che lo umilia e condanna il suo modo di comportarsi, sia per amore di adulazione e di lode, ovvero per desiderio di appoggio, di conforto e di consolazione nei suoi disinganni e nelle sue desolazioni, non tralascia mai di suscitare scismi e divisioni; animato da un odio segreto, esso vorrebbe distruggere, se potesse, la bontà dei suoi fratelli, benché ne dovesse egli stesso venire in esecrazione al cospetto di Dio. –  Il terzo male di cui si rese colpevole il demonio, fu di disprezzare e sconvolgere la legge di Dio in Cielo e sulla terra. Perché dopo aver distrutto nei suoi fratelli la religione e l’unione che sono le due leggi capitali del Cielo, egli discese su la terra e nel Paradiso terrestre, per sconvolgervi di nuovo con la sua maledetta suggestione, tutta la legge di Dio. Dio aveva detto all’uomo che se mangiava del frutto proibito ne morrebbe; il demonio invece gli disse che se ne mangiasse, non morrebbe punto, ma sarebbe uguale a Dio (Gen. II, 17; II, 4-5). Così fanno i superbi in tutta la società; se la prendono infine con la legge e tentano di sconvolgerla e di distruggerla.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: LEONE XIII “NOBILISSIMA GALLORUM”

Questa lettera Enciclica di S. S. Leone XIII, si rivolgeva ai Vescovi francesi da poco sortiti dalle tristi vicende nazionali che avevano visto le porte del male vicine al trionfo sulla santa Chiesa, attraverso la massonica-illuminata rivoluzione anticristiana, con le conseguenze disastrose seguitene che avevano destabilizzato tutta la società civile e l’organizzazione ecclesiastica di questa Nazione, un tempo fiore all’occhiello della Chiesa di Cristo. Si tratta di un piccolo compendio della Dottrina sociale della Chiesa che avrà tanto sviluppo in seguito nei documenti prodotti dai Sommi Pontefici fino a Pio XII. Le indicazioni contenute nella lettera sono di una chiarezza disarmante e le prospettive negative delineate nella loro inosservanza si sono dimostrate nel tempo, ed oggi ancor più, delle profezie puntualmente e tragicamente realizzate nelle nazioni un tempo cristiane, attualmente apostate dal vero Cattolicesimo ed in preda ad uno sfrenato paganesimo civile ed un ultra modernismo religioso liberticida di anime illuse da un falso pietismo ed da una irreligiosità estrema, giunte ai limiti di un baratro profondo e di uno stagno di fuoco senza speranza di ritorno qualora non intervenga un evento divino diretto.

Nobilissima Gallorum
Leone XIII

Lettera Enciclica

Nei confronti della Chiesa cattolica la nobilissima nazione dei Francesi, in molte e splendide imprese di pace e di guerra, si segnalò con tanto singolare eccellenza di meriti, che ne durerà eterna la riconoscenza e immortale la gloria. Avendo essa tempestivamente, dietro l’esempio del Re Clodoveo, abbracciato la legge di Cristo, ne ottenne, quale testimonianza e insieme premio onorevolissimo della sua fede e della sua devozione, di essere chiamata la Figlia primogenita della Chiesa. Sino da quella età, Venerabili Fratelli, gli antenati vostri furono spesso considerati in grandi e salutari imprese come gli strumenti della stessa provvidenza divina: ma in peculiar modo rifulse la virtù loro nel proteggere in tutta la terra il Cattolicesimo, nel propagare fra le genti barbare la fede cristiana, nel liberare e custodire i luoghi santi della Palestina, tanto che divenne proverbiale quell’antica espressione: “Le opere di Dio attraverso i Francesi”. Per queste ragioni avvenne che, essendosi essi dedicati con tutto il cuore alla difesa del cattolicesimo, poterono in un certo qual modo avere parte nelle glorie della Chiesa, e fondare così in pubblico come in privato un bel numero di istituzioni, nelle quali si ammirano le più luminose prove di religione, di beneficenza, di magnanimità. – I Romani Pontefici Nostri Predecessori furono soliti elogiare nei modi più solenni tali virtù dei padri vostri, e per rendere testimonianza ai loro meriti con paterno affetto vollero spesso esaltare con somme lodi il nome dei Francesi. Amplissime senz’altro sono quelle che Innocenzo III e Gregorio IX, grandi luminari della Chiesa, tributarono ai vostri maggiori. Il primo di essi, in una lettera all’Arcivescovo di Reims, dice: “Noi amiamo il regno di Francia con tale singolarità di affetto, come quello che, più degli altri regni del mondo, si mostrò sempre ossequioso e devoto verso la Sede Apostolica e Noi”. L’altro poi, in una lettera a San Lodovico IX, così parla del regno di Francia: “In esso, dove in nessun caso fu mai possibile sradicare la devozione a Dio e alla Chiesa, non venne mai meno in nessun tempo la libertà ecclesiastica, e non fu mai rimosso l’attaccamento alla fede cristiana: anzi, per la conservazione di tali valori, i re e i sudditi di detto regno non dubitarono di spargere il loro sangue, e di esporre a molti pericoli la vita”. – Iddio poi, autore della natura, dal quale le nazioni ricevono in questo mondo il premio delle virtù e delle buone opere, concesse ai Francesi molte cose ad ampliamento della loro grandezza: le glorie militari, le arti della pace, la celebrità del nome, la potenza dell’impero. Se la Francia, talvolta, dimentica in qualche modo di se medesima e della missione da Dio affidatale, preferì assumere sentimenti ostili verso la Chiesa, nondimeno, per sommo beneficio di Dio non fuorviò in tutta la sua realtà né per lungo tempo. – Avesse potuto uscire incolume da quelle calamità, così funeste alla Religione e allo Stato, che i tempi più vicini a Noi hanno generato! Ma dopo che la mente umana, imbevuta del veleno di nuove opinioni, prese a respingere dovunque l’autorità della Chiesa imperversando con sterminata licenza, si giunse precipitosamente là dove l’impulso trascinava. Infatti, essendo il mortifero veleno delle dottrine penetrato anche nei costumi degli uomini, l’umana società, in gran parte, giunse passo passo a tal punto che sembra volere in tutto separarsi dagli insegnamenti cristiani. A diffondere una siffatta peste nelle Gallie non poco concorsero nel secolo scorso certi filosofi di una sapienza delirante, i quali si diedero a sradicare i fondamenti della verità cristiana, e adottarono tal metodo di filosofare che infiammava vieppiù un amore già acceso per una smodata libertà. Si aggiunse l’opera di coloro che un impotente odio delle cose divine tiene fra loro congiunti in società nefande, rendendoli ogni giorno più desiderosi di togliere di mezzo il Cattolicesimo: se poi a ciò si provino con maggiori sforzi in Francia che altrove, nessuno meglio di Voi, Venerabili Fratelli, può giudicarlo. Pertanto, l’affetto paterno che portiamo a tutte le genti, come Ci spinse altre volte, con lettere indirizzate si Vescovi, ad esortare al loro dovere, secondo le circostanze, specialmente i popoli dell’Irlanda, della Spagna e dell’Italia, così ora Ci consiglia di volgere la mente ed i pensieri alla Francia. – Infatti quei tentativi che abbiamo detto, non sono soltanto di nocumento alla Chiesa, ma tornano altresì a sommo danno della Repubblica, in quanto non può avvenire che uno Stato fiorisca di prosperità quando è stata eliminata la religione. Certamente, ove cessi negli uomini il timore di Dio, viene a mancare il massimo fondamento della giustizia, senza la quale anche i saggi del paganesimo negavano che possa ben governarsi una repubblica, dato che non avrà adeguato peso l’autorità dei Principi, né avranno sufficiente vigore le leggi. Presso ognuno avrà maggior valore l’utilità che l’onestà; vacillerà la saldezza del diritto qualora essa sia garantita soltanto dal timore delle pene; i governanti cadranno facilmente nel dispotismo e i sudditi per un nonnulla si getteranno a sedizioni e a tumulti. – Inoltre, poiché nella natura delle cose non esiste alcunché di buono che non derivi dalla bontà divina, ogni società umana che voglia allontanare Dio dai suoi statuti e dal suo governo, per ciò stesso rigetta gli aiuti della divina beneficenza, ed evidentemente merita che le venga negato il patrocinio celeste. Ne deriva che per quanto appaia mirabile di potenza e fiorente di ricchezze, tuttavia porta chiuso nelle stesse viscere della repubblica il germe della sua morte, né può avere speranza di lunga durata. Ciò va detto alle nazioni cristiane, non altrimenti che ai singoli uomini: è altrettanto vantaggioso il sottostare ai consigli di Dio, quanto è pericoloso il ribellarsene; a dette nazioni accade spesso che nei periodi in cui restano con più fedele cura devote a Dio ed alla Chiesa, quasi per naturale conseguenza s’innalzano ad ottimo stato; quando si fanno ribelli, precipitano. È in facoltà di ognuno osservare tali vicende negli annali di tutte le età, ed avremmo in abbondanza esempi domestici, né troppo da Noi lontani, se il tempo permettesse di annoverare quelli che vide il secolo passato, allorché la procace licenza di molti mise radicalmente a soqquadro l’inorridita Francia, travolgendo in una medesima rovina le cose religiose e le civili. – Per contro, è facile allontanare tali errori che portano con sé la sicura rovina di uno Stato, se nel costituire ed amministrare tanto la domestica quanto la civile società si osservano gl’insegnamenti della Religione cattolica. Essi sono infatti efficacissimi per il mantenimento dell’ordine e per la salvezza della repubblica. – Innanzi tutto, per quanto concerne la società domestica, importa assaissimo che la prole nata da matrimonio cristiano venga tempestivamente istruita nei precetti della Religione, e che quelle arti, con le quali la fanciullezza viene formata alla civiltà vadano associate con la preparazione religiosa. Il separare le une dall’altra è lo stesso che volere veramente che gli animi dei fanciulli rimangano neutrali nei doveri verso Dio; tale disciplina è fallace e dannosissima soprattutto nell’età infantile, perché ciò significa aprire direttamente la strada all’ateismo e chiuderla alla Religione. I buoni genitori debbono assolutamente provvedere a che i propri figli, non appena sono in età di apprendere, si istruiscano nei precetti della Religione, e che nelle scuole non vi sia alcuna cosa che offenda l’integrità della fede e dei costumi. Questa diligenza da usare nella formazione della prole è imposta dalla legge divina e dalla naturale, né i genitori possono per alcun pretesto credersi sciolti da tale legge. In verità, la Chiesa, custode e vindice dell’integrità della fede conferitale dal suo divin Fondatore, deve chiamare tutti i popoli alla sapienza cristiana, ed insieme guardare attentamente di quali precetti e istituzioni venga informata la gioventù che cresce sotto la sua giurisdizione; in ogni tempo condannò apertamente le scuole che chiamano miste o neutre, raccomandando con ripetute istanze ai padri di famiglia che si prendessero a cuore diligentemente una questione di tanta importanza. Obbedendo alla Chiesa in tale materia si procurano grandi vantaggi e contemporaneamente si provvede nel miglior modo alla salute pubblica. Infatti, coloro che nella tenera età non vengono istruiti nella Religione crescono senza alcuna cognizione delle cose più importanti: le sole che possono alimentare negli uomini l’amore delle virtù e metter freno agli appetiti contrari alla ragione. Di tal genere sono le nozioni intorno a Dio creatore, a Dio giudice e vindice, ai premi ed ai castighi da aspettare nell’altra vita, agli aiuti celesti apportati da Gesù Cristo al fine di potere diligentemente e santamente adempiere a quei compiti. Ove siano ignorate queste cose, ogni preparazione degli animi riuscirà malsana: i giovani non assuefatti al timore di Dio sapranno sopportare malamente qualsiasi disciplina dell’onesto vivere, e come coloro che non furono mai avvezzi a negar nulla alle proprie passioni, facilmente saranno sospinti a mettere sossopra gli Stati. In secondo luogo sono sommamente salutari ed altrettanto veri gl’insegnamenti che riguardano la società civile e la reciprocità dei diritti e dei doveri tra la potestà religiosa e quella politica. – Infatti, siccome sono nel mondo due società principali, l’una civile, il cui fine prossimo è di procurare alla famiglia umana il bene temporale e terreno, l’altra religiosa, il cui compito è di condurre gli uomini a quella vera felicità celeste ed immortale per la quale siamo nati, così i poteri sono due. Entrambi dipendono dalla legge eterna e naturale, e ciascuno provvede e dispone da sé nelle cose che sono dell’ordine e del dominio proprio. Peraltro, ogni volta che accada di dover determinare alcune cose nelle quali, quantunque per diverse ragioni ed in modo diverso, conviene che intervengano insieme l’uno e l’altro potere, allora è necessaria e voluta dallo stesso pubblico bene la concordia di ambedue, mancando la quale ne deriva una condizione di cose sempre incerta e mutabile, per cui non è possibile una durevole tranquillità né della Chiesa né dello Stato. Pertanto, dunque, quando su qualche punto fra la potestà religiosa e la civile si è stabilito un accordo, allora senza dubbio se importa alla giustizia che l’accordo resti intatto, altrettanto importa allo Stato; conseguentemente, se l’una e l’altra parte si prestano scambievoli servizi, così ricevono a vicenda determinati vantaggi. – In Francia, sul principio di questo secolo, dopo che furono cessati quei grandi rivolgimenti politici e quei terrori che in precedenza l’avevano funestata, gli stessi moderatori della cosa pubblica compresero che non si poteva restaurare la nazione, oppressa da tante rovine, in maniera migliore che ristabilire la Religione cattolica. Pio VII Nostro Predecessore, precorrendo con l’animo i futuri vantaggi, assecondò i voleri del Primo Console con la maggiore condiscendenza e arrendevolezza che gli furono consentite dal suo dovere. – Allora, essendosi convenuto sui principali punti, furono poste le basi e fu spianata la via sicura e più opportuna per rimettere in piedi e stabilire a poco a poco le cose della religione. Effettivamente, in quel tempo e negli anni che seguirono furono con saggio consiglio stabilite molte cose che apparivano richieste dal benessere e dal decoro della Chiesa. Se ne raccolsero quindi frutti preziosissimi e tali da essere tanto più stimati quanto più le cose sacre in Francia erano state in precedenza abbattute ed oppresse. Restituita alla Religione la sua pubblica dignità, si videro chiaramente rivivere le cristiane istituzioni: ma oh!, quanti beni da questo fatto risultarono alla felicità dello Stato! – Infatti, la nazione, appena uscita da quei turbolentissimi flutti, mentre ricercava ansiosa i saldi fondamenti della quiete e dell’ordine pubblico, si accorse che quei fondamenti che andava cercando le venivano offerti dalla Religione cattolica: dal che apparve manifesto che stringere quell’accordo fu opera di un uomo che sa ottimamente provvedere agli interessi del popolo. Pertanto, quand’anche mancassero altre ragioni, pure quel motivo stesso che spinse allora a trattare della pace, dovrebbe ora spingere a mantenerla. Infatti, essendo dappertutto gli animi accesi dal desiderio di cose nuove, in così incerta attesa dell’avvenire, il gettare fra l’una e l’altra potestà nuovi germi di discordia e, frapponendo ostacoli, impedire o ritardare la benefica influenza della Chiesa, sarebbe cosa imprudente e piena di pericoli. – Per la verità, in questo tempo non senza affanno ed angoscia Noi vediamo profilarsi pericoli di tal natura: alcune cose si sono già fatte o si fanno assolutamente non conformi al bene della Chiesa, dato che alcuni, con animo avverso, hanno preso a calunniare e a rendere odiose le istituzioni cattoliche, e a proclamarle nemiche della società. Né minor angustia e afflizione Ci danno i disegni di coloro i quali, puntando sulla separazione della Chiesa e dello Stato, vorrebbero, presto o tardi, rotto l’accordo solennemente e con tanto vantaggio concluso con la Sede Apostolica. In siffatta condizione di cose Noi certamente non abbiamo tralasciato nulla che sembrasse essere richiesto dalle congiunture dei tempi. Dal Nostro Nunzio Apostolico, ogni volta in cui Ci parve necessario, facemmo fare esposti; e quelli che tengono il governo delle cose pubbliche, dichiararono di riceverli con animo disposto ad equità. – Noi stessi, quando fu promulgata la legge sullo scioglimento delle Congregazioni religiose, significammo i sentimenti dell’animo Nostro in una lettera indirizzata al diletto Nostro Figlio, l’Arcivescovo di Parigi Cardinale della Santa Chiesa Romana. Analogamente, con una lettera inviata nel mese di giugno dello scorso anno al Presidente della Repubblica, deplorammo tutte le altre cose che tornano a danno della salute delle anime, e che non lasciano salvi i diritti della Chiesa. Questo facemmo sia perché eravamo mossi dalla santità e dalla grandezza del Nostro apostolico ministero, sia perché vivamente desideriamo che in Francia venga conservata con gelosa cura ed inviolabilmente la Religione ricevuta dai padri. Per questa via, con questa medesima costanza siamo deliberati a difendere sempre per l’avvenire gl’interessi cattolici della Francia. In tale giusto e doveroso ufficio, abbiamo sempre avuto Voi tutti, Venerabili Fratelli, quali intrepidi cooperatori. Costretti a lamentare la sciagura deliberata contro gli ordini religiosi, avete nonpertanto adoperato quanto era in vostra facoltà, affinché non soccombessero senza difesa coloro i quali avevano ben meritato non meno della società che della Chiesa. In questo tempo, poi, per quanto le leggi lo consentono, le vostre maggiori cure ed i pensieri vostri sono stati rivolti ad apprestare alla gioventù la più larga e solida formazione. Circa i propositi che alcuni vanno macchinando contro la Chiesa, non avete omesso di mostrare quanto danno essi apporterebbero allo Stato medesimo. Né per questo motivo qualcuno potrà fondatamente accusarvi o di essere mossi da qualche rispetto umano, ovvero di essere contrari al governo costituito, perché quando si tratta dell’onore di Dio, quando è posta in pericolo la salute delle anime, è vostro dovere prendere il patrocinio e la difesa di tutte queste cose. – Continuate dunque con prudenza ed energia a compiere il ministero episcopale; ad insegnare i precetti della sapienza celeste, e a dimostrare al popolo quale via esso debba tenere in questa così grande perversità di tempi. Conviene che tutti abbiate una stessa mente ed uno stesso proposito, e quando l’interesse è comune, è necessario che tutti teniate un modo affine nell’operare. Procurate che nessun luogo resti privo di scuole, nelle quali gli alunni siano con ogni maggior diligenza istruiti nella conoscenza dei beni celesti e dei doveri verso Dio: imparino a conoscere intimamente la Chiesa e ad obbedirle fino a rendersi capaci e persuasi che per lei è da reputarsi tollerabile qualsivoglia fatica. – La Francia abbonda di esempi d’uomini preclarissimi, i quali per la fede cristiana si mostrarono pronti a sostenere qualsiasi duro travaglio, e perfino a perdere la vita. In quegli stessi sconvolgimenti che abbiamo ricordato, vi furono molti uomini d’invitta fede, per la virtù e per il sangue dei quali fu salvo l’onore della patria. E anche ai nostri giorni vediamo in Francia, pur in mezzo alle insidie ed ai pericoli, mantenersi abbastanza salda la virtù con l’aiuto di Dio. Il Clero attende al suo ufficio con costanza e con quella carità che è propria dei sacerdoti, sempre pronta e sollecita a giovare al prossimo. Nel laicato numerosi uomini fanno pubblicamente professione della fede cattolica con forte ed impavido petto; in molti modi e assai di frequente attestano con bella gara il loro ossequio alla Sede Apostolica; provvedono con ingenti spese e fatiche all’istruzione della gioventù; soccorrono alle necessità pubbliche con ammirabile liberalità e beneficenza. Ora codesti beni, i quali sono presagio di liete speranze per la Francia, non solo si debbono conservare, ma addirittura aumentare con comune zelo e con la maggior diligenza e perseveranza. Conviene anzitutto avere cura che il Clero si arricchisca di un numero sempre maggiore di idonee persone. I Sacerdoti abbiano come cosa sacra l’autorità dei loro Pastori; tengano per certo che l’ufficio sacerdotale, se non si esercita sotto il magistero dei Vescovi, non sarà mai né santo, né abbastanza utile, né decoroso. È inoltre necessario che ragguardevoli uomini del laicato, ai quali sta a cuore questa comune madre di tutti, la Chiesa, e i discorsi e gli scritti dei quali possono essere di grande utilità per difendere i diritti della Religione cattolica, si adoperino a difesa della religione. Per conseguire poi i frutti desiderati sono necessarie la concordia dei voleri e la conformità delle opere. Di certo i nemici non desiderano niente di più che i Cattolici siano fra loro divisi: questi, dunque, pensino che soprattutto debbono rifuggire dalla discordia, memori di quella divina sentenza: “Ogni regno diviso in parti contrarie va in perdizione”. Ché se, per mantenere la concordia, sia anche necessario che qualcuno rinunci al proprio giudizio e alla propria opinione, lo faccia di buon grado, per amore della comune utilità. Coloro che sono impegnati nello scrivere, si adoperino in ogni modo per conservare questa unione degli animi in tutte le cose; essi inoltre preferiscano il vantaggio comune al proprio; favoriscano le comuni iniziative; si rendano con volonteroso animo docili alla disciplina di coloro che “lo Spirito Santo ha costituiti Vescovi per pascere la Chiesa di Dio”, ed abbiano riverenza per la loro autorità, né inizino mai alcunché senza il beneplacito degli stessi, i quali, allorché si combatte per la religione, vanno seguiti come condottieri. Infine, ciò che la Chiesa ebbe sempre in costume di fare nei tempi calamitosi, così tutto il popolo, seguendo Voi, continui a pregare e a scongiurare Iddio affinché guardi propizio la Francia, e vinca lo sdegno con la misericordia. Nella presente sfrenatezza del parlare e dello scrivere, troppo spesso si recò oltraggio alla divina Maestà, né mancano coloro che non solo rigettano ingratamente i benefici di Gesù Cristo Salvatore degli uomini, ma con empia ostentazione dichiarano in pubblico di non volere conoscere la potenza di Dio. Soprattutto conviene che i Cattolici compensino questa perversità di pensare e di operare con un grande ardore di fede e di pietà, e attestino solennemente che nulla hanno di più sacro che la gloria di Dio, nulla di più caro che la Religione degli avi. Particolarmente coloro che, uniti a Dio con più stretti legami, trascorrono la loro vita nella pace dei chiostri, s’accendano ora in più generosi spiriti di carità, e con umili suppliche, con volontarie penitenze, con l’offerta di se medesimi cerchino di placare la Maestà divina. In questo modo avverrà, speriamo con la grazia del Signore, che gli erranti ritornino sul retto sentiero, e che il nome Francese riviva nella sua genuina grandezza. In tutte queste cose che finora abbiamo dette, dovete riconoscere il bene grandissimo che Noi vogliamo a tutta la Francia. Né dubitiamo che questo medesimo attestato del Nostro particolarissimo affetto valga a confermare e ad accrescere quella salutare ed intima unione che fu sempre tra la Francia e l’Apostolica Sede, e dalla quale in ogni tempo né pochi né lievi beni derivarono a comune vantaggio. – Confortati in questo pensiero, a Voi, Venerabili Fratelli, ed ai vostri concittadini auguriamo la maggior copia delle grazie celesti, in auspicio delle quali ed in pegno della Nostra particolare benevolenza, a Voi ed a tutta la Francia impartiamo affettuosamente nel Signore l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, l’8 febbraio 1884, anno sesto del Nostro Pontificato.

DOMENICA DI PASSIONE (2022)

DOMENICA DI PASSIONE (2022)

Stazione a S. Pietro;

Semidoppio, Dom. privit. di I cl. • Paramenti violacei.

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani,

comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

« Noi non ignoriamo, dice S. Leone, che il mistero pasquale occupa il primo posto fra tutte le solennità religiose. Durante tutto l’anno, col cercare di migliorarci sempre più, noi ci disponiamo a celebrare questa solennità in maniera degna e conveniente, ma questi ultimi e grandissimi giorni esigono ancor più la nostra devozione, poiché sappiamo che essi sono vicinissimi al giorno in cui celebriamo « il mistero cosi sublime della misericordia divina » (II Notturno). Questo mistero è quello della Passione del Salvatore di cui è ormai prossimo l’anniversario. Pontefice e mediatore del Nuovo Testamento, Gesù salirà ben presto sulla Croce e presenterà al Padre il sangue che Egli verserà entrando nel vero Sancta Sanctorum che è il Cielo (Ep.). « Ecco, canta la Chiesa, brilla il mistero della Croce, dove la Vita ha subito la morte e con la Sua morte ci ha reso la vita » (Inno dei Vespri). E l’Eucaristia è frutto dell’amore immenso di un Dio per gli uomini, poiché istituendola, Gesù ha detto: « Questo è il mio corpo, che sarà immolato per voi. Questo è il calice della nuova alleanza nel sangue mio. Fate questo in memoria di me » (Com.). Cosa fecero gli uomini in risposta a tutte queste bontà divine? « I suoi non lo ricevettero » dice S. Giovanni, parlando dell’accoglienza fatta a Gesù dai Giudei: » Gli fu reso il male per il bene » (4 Ant. della Laudi) e gli furono riservati solamente gli oltraggi: « Voi mi disonorate » dirà loro Gesù ». Il Vangelo ci mostra in fatti l’odio sempre crescente del Sinedrio. [Dopo la festa dei Tabernacoli che ebbe luogo il terzo anno del suo ministero pubblico, Gesù pronunciò nel Tempio le parole del Vangelo d’oggi. Una parte dell’atrio era stata trasformata in deposito perché il Tempio non era ancora interamente ricostruito. I Giudei vi raccolsero delle pietre per lapidare Gesù che si nascose ai loro sguardi, la sua ora non essendo ancora, venuta.] il padre del popolo di Dio, aveva fermamente creduto alle promesse divine che gli annunciavano Cristo futuro e nel Limbo la sua anima che, avendo avuto fede in Gesù, non è stata colpita da morte eterna, si è rallegrata nel vedere il realizzarsi di queste promesse, con la venuta del Salvatore. I Giudei che avrebbero dovuto riconoscere in Gesù il Figlio di Dio, più grande di Abramo e dei profeti perché  eterno, misconobbero il senso delle sue parole e, dopo averlo insultato trattandolo da invaso dal demonio e bestemmiatore, lo vollero lapidare (Vang.). « Non temere davanti ad essi, gli dice Dio in persona di Geremia, poiché io farò che tu non tema il loro volti. Poiché oggi Io ti ho reso come una città fortificata, come una colonna di ferro, come un muro di bronzo contro i re di Giuda, i suoi principi, i suoi sacerdoti ed il suo popolo. Essi combatteranno contro te, ma non prevarranno: perché Io sono con te, dice il Signore, per liberarti (I Notturno). « Io non cerco la mia gloria, dice Gesù; vi è qualcuno che la cerca e giudica» (Vang.). E per bocca del salmista, Egli continua: « Giudicami, Signore, e discerni la mia causa da quella della gente empia: liberami dall’uomo iniquo ed ingannatore». Questo popolo «bugiardo» (Vang.) afferma Gesù, è il popolo Giudeo. « Liberami dai miei nemici, continua il Salmista; mi strapperai dalle mani dell’uomo iniquo » (Grad.). « Il Signore è giusto. Egli decapiterà i peccatori » (Tratto). Dio infatti, non permise agli uomini di mettere la mano su Gesù prima che la sua ora fosse giunta (Vang.) e quando l’ora dell’immolazione fu suonata, Egli strappò il Suo Figlio dalle mani dei malvagi, risuscitandolo. Questa morte e questa resurrezione erano state annunciate dai Profeti ed Isacco ne era stato il simbolo, allorché, mentre per ordine di Dio, stava per essere immolato da Abramo, suo padre, fu salvato da Dio stesso e sostituito da un ariete, che rappresentava l’Agnello di Dio sacrificato per il genere umano. Gesù doveva dunque nel Suo primo avvento essere umiliato e soffrire; soltanto dopo Egli apparirà in tutta la Sua potenza: ma i Giudei, accecati dalle passioni, non ammisero che una sola venuta: quella che deve prodursi nella gloria e, scandalizzati dalla Croce di Gesù, lo respinsero. Per questo motivo, Dio li respinse a sua volta, mentre accolse con benevolenza coloro che hanno poste le loro speranze nella redenzione di Gesù, ed uniscono le loro sofferenze alle Sue. « Giustamente e per ispirazione dello Spirito Santo, dice S. Leone, i SS. Apostoli hanno ordinato digiuni più austeri durante questi giorni; affinché, con una comune partecipazione alla Croce di Cristo, noi pure facciamo qualche cosa che ci unisca a quello che Egli ha fatto per noi. Come dice l’Apostolo S. Paolo: « Se soffriamo con Lui, saremo anche glorificati con Lui ». Certa e sicura è l’attesa della promessa beatitudine là dove vi è partecipazione alla passione del Signore (IV Lezione). — La Stazione si tiene nella Basilica di S. Pietro, innalzata sull’area dove prima sorgeva il Circo di Nerone, dove il Principe degli Apostoli morì, come il suo Maestro, sopra una Croce. – In ricordo della Passione di Gesù, di cui si avvicina l’anniversario, pensiamo che, per risentirne gli effetti benefici, bisogna, come il Divin Maestro, saper soffrire persecuzioni per la giustizia. E quando, membri della «famiglia di Dio », siamo perseguitati con e come Gesù Cristo, chiediamo a Dio che « custodisca i nostri corpi e le nostre anime » (Or.).

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XLII: 1-2.

Júdica me, Deus, et discérne causam meam de gente non sancta: ab homine iníquo et dolóso éripe me: quia tu es Deus meus et fortitudo mea.

[Fammi giustizia, o Dio, e difendi la mia causa da gente malvagia: líberami dall’uomo iniquo e fraudolento: poiché tu sei il mio Dio e la mia forza].

Ps XLII:3

Emítte lucem tuam et veritátem tuam: ipsa me de duxérunt et adduxérunt in montem sanctum tuum et in tabernácula tua.

[Manda la tua luce e la tua verità: esse mi guídino al tuo santo monte e ai tuoi tabernàcoli.]

Júdica me, Deus, et discérne causam meam de gente non sancta: ab homine iníquo et dolóso éripe me: quia tu es Deus meus et fortitudo mea.

[Fammi giustizia, o Dio, e difendi la mia causa da gente malvagia: líberami dall’uomo iniquo e fraudolento: poiché tu sei il mio Dio e la mia forza].

Oratio

Orémus.

Quæsumus, omnípotens Deus, familiam tuam propítius réspice: ut, te largiénte, regátur in córpore; et, te servánte, custodiátur in mente.

[Te ne preghiamo, o Dio onnipotente, guarda propízio alla tua famiglia, affinché per bontà tua sia ben guidata quanto al corpo, e per grazia tua sia ben custodita quanto all’anima.]

 Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Hebræos.

Hebr IX: 11-15

Fatres: Christus assístens Pontifex futurórum bonórum, per ámplius et perféctius tabernáculum non manufáctum, id est, non hujus creatiónis: neque per sánguinem hircórum aut vitulórum, sed per próprium sánguinem introívit semel in Sancta, ætérna redemptióne invénta. Si enim sanguis hircórum et taurórum, et cinis vítulæ aspérsus, inquinátos sanctíficat ad emundatiónem carnis: quanto magis sanguis Christi, qui per Spíritum Sanctum semetípsum óbtulit immaculátum Deo, emundábit consciéntiam nostram ab opéribus mórtuis, ad serviéndum Deo vivénti? Et ideo novi Testaménti mediátor est: ut, morte intercedénte, in redemptiónem eárum prævaricatiónum, quæ erant sub prióri Testaménto, repromissiónem accípiant, qui vocáti sunt ætérnæ hereditátis, in Christo Jesu, Dómino nostro.

[“Fratelli: Cristo, essendo venuto come pontefice dei beni futuri, attraverso un tabernacolo più grande e più perfetto, non fatto da mano d’uomo, cioè non appartenente a questo mondo creato, e mediante non il sangue di capri e di vitelli, ma mediante il proprio sangue, entrò una volta per sempre nel santuario, avendo procurato una redenzione eterna. Poiché se il sangue dei capri e dei tori e l’aspersione con cenere di giovenca santifica gli immondi rispetto alla mondezza della carne, quanto più il sangue di Cristo, il quale, mediante lo Spirito Santo, ha offerto se stesso immacolato a Dio, monderà la nostra coscienza dalle opere morte, perché serviamo al Dio vivente? E per questo Egli è il mediatore del nuovo testamento, affinché, essendo intervenuta la sua morte a redimere dalle trasgressioni commesse sotto il primo testamento, quelli che sono stati chiamati conseguono l’eterna eredità loro promessa, in Gesù Cristo Signor nostro”].

Ci avviciniamo ai grandi misteri della Settimana Santa. La Passione di N. S. Gesù Cristo e la nostra Redenzione — la Redenzione nostra per mezzo della Passione sua — mistero centrale della nostra fede. Il valore del sacrificio di N. S. per noi ce lo illumina S. Paolo nel passo dell’Epistola agli Ebrei che oggi la Chiesa ci fa leggere. Sono poche parole, misurate, contate, direbbe Dante, ciascuna delle quali ha il suo peso e merita la sua attenzione. Eccovele nel loro contesto. Se il sangue degli animali (nella vecchia Legge, nell’economia religiosa ch’essa rappresentava) santifica quelli che sono macchiati d’una purificazione carnale, quanto più non monderà la nostra coscienza il Sangue di Gesù Cristo, che per lo Spirito Santo offrì se stesso immacolato a Dio. Offrì Gesù se stesso. Il Suo fu un sacrificio volontario. Gesù ha voluto soffrire, ha voluto fare la volontà del Padre, fino alla morte; a costo della morte. Nessuno lo costrinse. Volle. Il profumo d’ogni nostro sacrificio, qualunque  esso sia, per qualunque causa (buona, s’intende) sia fatto, è nella sua spontaneità. La bellezza di questo fiore che si chiama il sacrificio è in questa sua freschezza di volontà. « Oblatus est quia ipse votuit: » le parole profetiche di Gesù meravigliosamente si adempiono. Il Vangelo sottolinea questa bella libertà in Gesù, nei momenti in cui le apparenze di una violenza usatagli sono più accentuate: quando gli sgherri credono di essere venuti nel Getzemani a prenderlo di viva forza, quando Pilato crede di avere lui nella sua mano onnipotente di funzionario dell’Impero, la vita di Gesù. Libertà intiera, completa, profonda. E offrì se stesso. Ah fratelli miei! che differenza dai redentori o salvatori umani! e che rilievo ne ridonda per questo Salvatore Divino! Quanto è facile e frequente immolare gli altri: pagare con moneta altrui, versare l’altrui sangue! – Gesù ha versato il suo ed ha ardentemente desiderato si spargesse questo solo. Lo ha versato tutto. Il Suo sacrificio è stato un olocausto, senza riserva. La generosità della spontaneità si compie colla generosità, starei per dire, quantitativa del dono. Dà sempre molto chi dà tutto. E offrì se stesso immacolato. Senza macchia. Le vittime, simboliche, del V. T. vittime materiali dovevano essere materialmente così: pure senza macchia, senza macchia l’agnello senza difetto il bove. Gesù non ebbe peccati suoi da espiare; ed ecco perché ha potuto così largamente espiare i peccati altrui. Le sofferenze, anche del peccatore sono sante, sono, a lor modo, belle. Ma quel sacrifizio sa di espiazione personale. È una giustizia, non una generosità. Il martire delle cause più alte doveva essere purissimo, lo fu. Gesù è l’agnello immacolato. Ci ha tenuto in modo particolare. « Chi di voi potrà convincermi di colpa? » ha detto, ha gridato ai suoi avversari. E offrì, liberamente se stesso (generoso olocausto) immacolato a Dio per « Spiritum sanctum ». A Dio. La causa che Gesù è venuto a difendere, che ha difeso da buon soldato col valore e la morte, colla predicazione, la passione, col Vangelo, con la Croce, è la causa di Dio, la causa religiosa. Perché sulle rovine degli dei falsi e bugiardi regnasse il Dio vero e vivo, perché sulle rovine della Sinagoga sorgesse la grande, universale Chiesa, per questo che significava la maggior gloria di Dio, la maggiore, la vera felicità del genere umano. Egli è caduto martire, Egli si è offerto vittima del più grande sacrificio del mondo.

 [G. Semeria: Le Epistole delle Domeniche O. N. M.- d’I. Roma-Milano, 1939 – nihil obs. P. De Ambrogi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Cur. Arch.]

Graduale

Ps CXLII: 9, 10

Eripe me, Dómine, de inimícis meis: doce me fácere voluntátem tuam


[Líberami dai nemici, o Signore: insegnami a fare la tua volontà].

Ps XVII: 48-49

Liberátor meus, Dómine, de géntibus iracúndis: ab insurgéntibus in me exaltábis me: a viro iníquo erípies me.

[Mi libererai dai nemici accaniti, o Signore: e mi eleverai sopra di quelli che si volgono contro di me: mi libererai dall’uomo iniquo].

Tractus

Ps CXXVIII: 1-4

Sæpe expugnavérunt me a juventúte mea.

[Mi hanno più volte osteggiato fin dalla mia giovinezza.]

Dicat nunc Israël: sæpe expugnavérunt me a juventúte mea.

[Lo dica Israele: mi hanno più volte osteggiato fin dalla mia giovinezza.]

Etenim non potuérunt mihi: supra dorsum meum fabricavérunt peccatóres.

[Ma non mi hanno vinto: i peccatori hanno fabbricato sopra le mie spalle.]

V. Prolongavérunt iniquitátes suas: Dóminus justus cóncidit cervíces peccatórum.

[Per lungo tempo mi hanno angariato: ma il Signore giusto schiaccerà i peccatori.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Joánnem.

Joann VIII: 46-59

“In illo témpore: Dicébat Jesus turbis Judæórum: Quis ex vobis árguet me de peccáto? Si veritátem dico vobis, quare non créditis mihi? Qui ex Deo est, verba Dei audit. Proptérea vos non audítis, quia ex Deo non estis. Respondérunt ergo Judæi et dixérunt ei: Nonne bene dícimus nos, quia Samaritánus es tu, et dæmónium habes? Respóndit Jesus: Ego dæmónium non hábeo, sed honorífico Patrem meum, et vos inhonorástis me. Ego autem non quæro glóriam meam: est, qui quærat et jdicet. Amen, amen, dico vobis: si quis sermónem meum serváverit, mortem non vidébit in ætérnum. Dixérunt ergo Judaei: Nunc cognóvimus, quia dæmónium habes. Abraham mórtuus est et Prophétæ; et tu dicis: Si quis sermónem meum serváverit, non gustábit mortem in ætérnum. Numquid tu major es patre nostro Abraham, qui mórtuus est? et Prophétæ mórtui sunt. Quem teípsum facis? Respóndit Jesus: Si ego glorífico meípsum, glória mea nihil est: est Pater meus, qui gloríficat me, quem vos dícitis, quia Deus vester est, et non cognovístis eum: ego autem novi eum: et si díxero, quia non scio eum, ero símilis vobis, mendax. Sed scio eum et sermónem ejus servo. Abraham pater vester exsultávit, ut vidéret diem meum: vidit, et gavísus est. Dixérunt ergo Judaei ad eum: Quinquagínta annos nondum habes, et Abraham vidísti? Dixit eis Jesus: Amen, amen, dico vobis, antequam Abraham fíeret, ego sum. Tulérunt ergo lápides, ut jácerent in eum: Jesus autem abscóndit se, et exívit de templo.” Laus tibi, Christe!

“In quel tempo disse Gesù alla turbe dei Giudei ed ai principi dei Sacerdoti: Chi di voi mi convincerà di peccato. Se vi dico la verità, per qual cagione non mi credete? Chi è da Dio, le parole di Dio ascolta. Voi per questo non le ascoltate, perché non siete da Dio. Gli risposero però i Giudei, e dissero: Non diciamo noi con ragione, che sei un Samaritano e un indemoniato? Rispose Gesù: Io non sono un indemoniato, ma onoro il Padre mio, e voi mi avete vituperato. Ma io non mi prendo pensiero della mia gloria; vi ha chi cura ne prende, e faranno vendetta. In verità, in verità vi dico: Chi custodirà i miei insegnamenti, non vedrà morte in eterno. Gli dissero pertanto i Giudei: Adesso riconosciamo che tu sei un indemoniato. Abramo morì, e i profeti; e tu dici: Chi custodirà i miei insegnamenti, non gusterà morte in eterno. Sei tu forse da più del padre nostro Abramo, il quale morì? e i profeti morirono. Chi pretendi tu di essere? Rispose Gesù: Se io glorifico me stesso, la mia gloria è un niente; è il Padre mio quello che mi glorifica, il quale voi dite che è vostro Dio. Ma non l’avete conosciuto: io sì, che lo conosco; e se dicessi che non lo conosco, sarei bugiardo come voi! Ma io conosco, o osservo le sue parole. Abramo, il padre vostro, sospirò di vedere questo mio giorno: lo vide, e ne tripudiò. Gli dissero però i Giudei: Tu non hai ancora cinquant’anni, e hai veduto Abramo? Disse loro Gesù: In verità, in verità vi dico: prima che fosse fatto Abramo, io sono. Diedero perciò di piglio a de’ sassi per tirarglieli: ma Gesù si nascose, e uscì dal tempio” (Jo. VIII, 46 59).

Omelia

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956)

LE CREATURE SCACCIANO IL CREATORE

Il capitolo VIII di S. Giovanni, uno dei più difficili e nel medesimo tempo dei più sublimi di tutto il Vangelo, narra che Gesù per togliere qualsiasi pretesto alla malafede di certa gente, a viso aperto si proclamò per quello che era: il Supremo Bene degli uomini, cioè Dio. Ma appena il Creatore si fece conoscere, le sue creature lo aggredirono con una sassaiola. Il manifestarsi di Gesù si svolge in tre momenti, seguiti da un epilogo tragico: dapprima si manifesta come Luce del mondo, poi come Libertà, infine come Vita. A ciascun momento s’accompagna una suprema promessa e una suprema minaccia: sono gli ultimi tentativi dell’Amore infinito per sollecitare le anime ad amarlo. Ma l’uomo ha un terribile dono: la libertà. L’uomo è libero di rovinarsi, è libero fino al punto di costringere Dio a ritirarsi. – Gesù si proclama Luce. — La festa dei Tabernacoli era finita ed i forestieri erano ritornati ai loro paesi. Gesù nel cortile del tempio parlava dunque a quei di Gerusalemme, tra cui c’erano i suoi nemici già decisi ad ucciderlo. Mentre le sfavillanti luminarie ormai agonizzavano, Egli esclamò: «Io sono la luce del mondo! chi mi segue avrà luce; chi non mi segue camminerà nel buio». A tali parole i Giudei risposero con urli d’ingiuria. – Gesù si proclama Libertà. — Se sentivano che Gesù aveva ragione e nonostante questo l’ingiuriavano, era segno evidente che erano liberi di vedere e di seguire la Verità che brillava davanti a loro. Disse allora Gesù: «Solo il Figlio di Dio può dare la vera libertà. Chi osserva la mia parola sarà libero, chi invece s’abbandona al peccato diventa schiavo del peccato ». – Il Figlio di Dio vedeva la miseranda schiavitù di quegli infelici: costretti a mentire per la paura d’ammettere la Verità che odiavano; costretti ad uccidere il Liberatore per la paura d’essere liberati da quelle maligne passioni che amavano. Bugiardi ed omicidi come il loro padre e padrone, cioè il demonio. – Gesù si proclama Vita— « In verità, in verità vi dico che io sono la Vita. Chi custodirà la mia parola non vedrà la morte in eterno; chi non la custodirà non gusterà mai la vita in eterno ». Davanti alla promessa di vita eterna con cui l’Amore divino cercava di conquistarsi quelle ribelli volontà, scoppiò un maligno scandalo come se tentasse di adescarli con promesse impossibili: « Chi credi di essere? Morirono perfino i profeti. Morì il padre nostro Abramo. E tu dici: «… vivrò in eterno ». Rispose Gesù: « Chi sono, domandatelo pure al padre vostro Abramo che sospirò la mia venuta. E vide che sarei venuto, e trasalì di gioia ». A queste parole inattese, i Giudei si sdegnarono, e cercarono di buttarle in ridicolo: « Non hai ancora cinquant’anni e hai veduto Abramo che è morto da secoli e secoli? ». – L’epilogo tragico. — Di fronte a tanta insolente perfidia, Gesù giudicò inutile proseguire oltre e tagliò il discorso con la più esplicita attestazione: « Prima che Abramo fosse Io sono ». Pesate le parole: se costui che ora come uomo ha poco più di trent’anni, già era prima di Abramo, vuol dire che è sempre stato, che è eterno, che è Dio. – Invece di gettarsi in terra adorando e invocando luce, libertà e vita, i Giudei gridarono alla bestemmia e diedero di piglio ai sassi. S’udì il crepitio violento e rabbioso delle pietre senza bersaglio sul cortile: Gesù era sparito. Avrebbe potuto pietrificare il loro braccio, avrebbe potuto inghiottirli sull’istante nell’inferno: s’accontentò di ritirarsi, perché Dio è paziente. Ma una parola terribile lasciava dietro di sé: « Io me ne vado, ma voi un giorno mi cercherete e morrete nel vostro peccato ». Mai come oggi gli uomini, individui e nazioni, ebbero bisogno di meditare queste pagine del Vangelo. Gli anni torbidi che abbiamo sortito di vivere sono quelli di una grande lotta: la lotta delle creature per scacciare il Creatore. Quando il Papa parla del pericolo del Comunismo non intende parlare di una forma di governo, o un regime economico, ma della minaccia di costringere Cristo ad andarsene via da noi. Se questo pericolo è grande e reale, è perché Cristo già è stato scacciato da troppe coscienze. La cacciata di Cristo dalle nazioni, la cacciata di Cristo dalle coscienze, sono i due dolorosi pensieri per questa domenica di passione. – 1. CRISTO SCACCIATO DALLE NAZIONI. Possiamo fare dei nomi perché più volte sono venuti sulle labbra del Papa che accenti d’un amore sofferente. Nella Russia, nella Spagna, nel Messico, ed in altri paesi si sono fatti e si fanno inauditi sforzi per discacciare Cristo. – a) Io sono la Luce! » proclama Cristo; ma la sua luce celeste è maledetta, è soffocata. Soffocata nelle scuole dove è proibito insegnare la verità cristiana, ma si deve inculcare alla gioventù l’ateismo e il paganesimo. Soffocata nella stampa, perché i giornali cattolici sono soppressi, e si bruciano i libri di preghiera, le Bibbie, i Messali. Soffocata sulle labbra dei sacerdoti massacrati e dispersi, o, dove ancora sono tollerati, come in qualche paese, costretti a tacere molta parte della verità. Perfino dalle tombe dei morti, in Russia è scacciato Cristo perché non possa più diffondere la consolazione della luce perpetua: e i marmi e le lapidi dei sepolcri profanati servono a rinnovare il lastricato delle babeliche città dei Sovieti. – b) « Io sono la Vita! » proclama Cristo. Ma la sua vita è disprezzata come una debolezza, come una malinconia; il suo paradiso è schernito come una favola della nonna. Vogliono il pane e il piacere quotidiano, la potenza e la prepotenza, il dominio e il predominio. Non le sorgenti della grazia ma i pozzi di petrolio, non le buone ispirazioni ma i gas e gli aeroplani. – c) «Io sono la Libertà! » proclama Cristo. Ma la libertà, difesa dai suoi dieci Comandamenti, fu respinta come la peggiore delle schiavitù. La scuola, la stampa, la radio, i cinema, i dischi, le officine, le borse, i mercati, i trattati internazionali gridano la ribellione a Cristo. Ma quale nuova libertà fu dunque instaurata? Quella che non lascia liberi nemmeno di professare la fede della propria coscienza, e di credere al Dio che ci ha creati e redenti. – Ed anche nelle nazioni dove a Cristo non fu dichiarata apertamente la guerra, gli è riserbata la parte del sopportato. La legislazione moderna prescinde dalla esistenza del suo divino amore. Ed è per questo che il mondo moderno è scardinato, e che la vecchia Europa è inquieta e cupa. L’asse intorno a cui deve girare il mondo se vuole ritrovare la pace, è il Vangelo: ad un estremo sta Gesù e il Paradiso, all’altro il Papa e la Chiesa che quaggiù ancora soffre, combatte e prega. – Giorgio Clemenceau, che i francesi chiamarono « Padre della Vittoria », e molti « il tigre », qualche tempo prima di morire considerando la decrescenza della popolazione, la frivolezza, la ricerca dei piaceri, che minacciavano la Francia moderna, disse: «Io non credo a Cristo, e non sono neppure battezzato. Ma son persuaso che l’unica forza che potrebbe salvare la Francia è l’ideale evangelico. Se tutti i Cristiani avessero nelle vene una goccia del sangue di Francesco d’Assisi, io crederei alla resurrezione della patria… ». Preziosa confessione che vale non appena per la Francia ma per tutti gli Stati…  Ma i Cristiani hanno davvero nella loro coscienza, vivo e ardente, l’ideale di Cristo come l’aveva S. Francesco? – CRISTO SCACCIATO DALLE COSCIENZE. Purtroppo, Cristo è perseguitato anche in moltissime coscienze. Per brevità mi limito a cogliere qualche punto del dibattito tremendo e silenzioso che in questi giorni, forse in questo momento avviene fra Cristo e l’anima. — Voce senza strepito di Cristo: «Oggi incomincia il tempo del precetto pasquale. Farai quest’anno la buona Pasqua? ». Dice l’uomo: «Non ho bisogno di far Pasqua, come tanti impostori. Anche senza la Pasqua, io sono sempre stato un uomo onesto che del male ne riceve, ma non ne fa a nessuno, tanto meno a Dio ». — Riprende la Voce interiore: « Non mentire a te stesso: la tua onestà è apparenza per gli altri, non realtà per te che sai tutto. Non è vero che inorridiresti se gli altri, se i tuoi di casa sapessero quello che hai fatto in questo mese, in questo anno, in questi anni? E non inorridisci al pensiero che Dio lo sa? E poi se anche fossi onesto, trascurando il precetto pasquale, cesseresti di esserlo, perché negheresti a Dio un suo diritto ». « Con Dio me la intendo da solo: non c’è bisogno di prete, né di confessione ». — La Voce non si spaventa per questa sdegnosa risposta e sussurra: «Se non te la intendi con la Chiesa non puoi intendertela con Cristo che ha istituito la Chiesa e che ha detto agli Apostoli e ai loro successori, compresi i preti, « chi non ascolta voi non ascolta me ». E se rinneghi la testimonianza del suo divin Figlio come vuoi pretendere d’aver Dio per Padre? ». « Ascoltare la Chiesa, ascoltare i preti… e poi se non è vero niente, né il Paradiso, né l’Inferno, né Dio, né la Madonna… ». — La Voce allora con dolce solennità: « Tu dubiti, sei cieco: accostati con purezza e buona volontà a Cristo che ti illuminerà, ti darà la certezza. Egli è la Luce ». «Se mi accosto a Lui nella confessione, mi imporrà di lasciare certe abitudini, esigerà la rinuncia a quel guadagno; a quella relazione, a quel divertimento; mi imporrà la Messa, la Dottrina cristiana, la Comunione frequente… ». — « Ah tu sei schiavo!» esclama la Voce interiore; « ed ami le tue catene, ed hai paura che Cristo ti liberi: Egli è la Libertà. Se non ti accosti a Lui, sarai l’eterno schiavo dei tuoi peccati e del demonio ». Ma l’uomo rabbioso grida: « Taci: non sono schiavo di nessuno, e faccio quello che voglio io. E voglio scacciare Cristo perché mi rende noiosa e triste la vita». — « Ma è Lui la Vita, la vera Vita » grida la voce. «È una vita impossibile per me, se Egli m’impone quella sua inflessibile legge o se mi strappa dal cuore quella creatura che mi è indispensabile. Se ne vada, se ne vada una benedetta volta, e mi lasci godere in pace ». Così Cristo è costretto a ritirarsi dalla coscienza che non vuol fare Pasqua, e dice forse la terribile minaccia: « Me ne vado: ma un giorno mi cercherete e morrete nel vostro peccato ». – Meglio conchiudere con un pensiero consolante. L’11 ottobre 368 dell’era volgare, una spaventosa catastrofe colpì la città  di Nicea. Nell’oscurità e nel sonno, terribili sussulti di terremoto scossero la splendida città e la rovesciarono. Quasi tutti perirono sotto la rovina. Ma Cesario, il governatore che era ancora pagano, rimase a mezzo sepolto fra le travi del suo palazzo; mentre il suo corpo soffriva spasimi indicibili, nel suo spirito brillò la verità della vita. « Addio mondo crollante e ingannatore! — disse — ora voglio cercarmi un’abitazione che non crolli più ». Estratto dalle macerie chiese il Battesimo, distribuì i suoi beni ai poveri, decise di rinnovare nel Signore la vita. Dio s’accontentò. della sua buona volontà: alcuni giorni dopo il Battesimo, cadde ammalato, e morì che portava ancora la veste bianca dei neo-battezzati. (MIGNE, P. G., XXV, 774). Cristiani, oggi ancora par proprio che tutto il mondo sia sorpreso da un pauroso terremoto morale, par proprio che tutto crolli… gli ordini sociali e le coscienze. Questo doloroso spettacolo d’un mondo senza Cristo spinga ciascuno di voi ad una santa risoluzione: « Farò una buona Pasqua, rinnovellerò in Cristo la mia vita; mi cercherò una dimora che non crolli su me e mi soffochi nell’ora della morte ».

DUE NATURE IN UNA PERSONA. Antequam Abraham fieret ego sum. Gesù poteva dire queste parole, e con tutta merito perché se in Lui v’era natura misurata dal tempo, — la umana, — ve n’era un’altra non misurata se non dalla eternità, — la divina. Come uomo aveva una trentina d’anni appena, cresceva, invecchiava; come Dio era stato e prima d’Abramo e prima d’Adamo, sempre, perché non ha principio né fine: è eterno. Osservate un uomo e vedrete che a formarlo vi concorrono due cose, cioè l’anima e il corpo. E benché nell’uomo altra cosa sia il corpo e altra cosa sia l’anima, pure il corpo e l’anima uniti insieme formano un unico uomo: così benché in Gesù altra cosa sia la natura umana e altra cosa la natura divina, pure in Lui formano una stessissima persona: Gesù Cristo, l’uomo-Dio. I Giudei non l’hanno voluto riconoscere come Dio, l’Eterno che esisteva con Abramo e prima, ed hanno preso le pietre, che stavano ammucchiate per la fabbrica non finita del tempio; e lo volevano lapidare quasi avesse detto una bestemmia. Noi invece crediamo che in quel momento Egli disvelava il mistero della sua incarnazione. Il mondo; come gli antichi Giudei, non vuol conoscere Gesù Cristo perché non vuole amarlo; ma noi invece domandiamo allo Spirito Santo perché aguzzi la nostra mente a penetrare nella persona del Figlio di Dio. Conoscere Dio, conoscere il suo Figlio che ci ha mandato, ecco la vita eterna: tutto il resto è vanità. Hæc est vita æterna ut cognoscant te et quem misisti, Jesum Christum. – GESÙ è vero Dio. « In verità ve lo dico: chi osserva la mia parola non morirà in eterno» dice Gesù nel Vangelo di questa domenica. Strana promessa! Gli imperatori ai sudditi obbedienti concedono contee e marchesati; gli scienziati agli scolari più attenti danno la scienza e i diplomi; i ricchi ai servi fedeli concedono danaro abbondante: beni questi che durano fin quando dura l’uomo quaggiù. Ma chi può donare una vita beata, dopo che il corpo è caduto nel sepolcro, una vita beata che non conosca la morte? Solo Dio. Ebbene, allora Gesù è Dio. – Una volta, in una strada solitaria nelle vicinanze di Cesarea di Filippo, Gesù aveva chiesto cosa dicesse la gente di Lui, E i discepoli gli risposero: « Alcuni dicono che sei Giovanni Battista ricomparso sulla terra, altri dicono che sei Elia o Geremia o uno degli antichi profeti resuscitati ». Ma queste ingenue e grossolane supposizioni non accontentarono Gesù; Egli vuol saper proprio da loro una risposta definitiva. « Ma voi, che dite ch’io sia? » Allora Simon Pietro sentì nel suo cuore una grande illuminazione che lo fece esclamare: « Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivente ». La verità era detta finalmente, Gesù era contento. « Beato te, Simone, figlio di Giona! questo non ti è stato rivelato dalla carne o dal sangue ma dal Padre mio ch’è nei cieli ». Gesù Cristo, dunque, è Dio: Egli l’ha detto, gli uomini l’hanno confessato. È la seconda Persona della Santissima Trinità, che col Padre e con lo Spirito Santo vive e regna fin prima d’Abramo, prima che fosse l’uomo, prima che fosse la terra e le stelle. Gesù come Dio è uguale al Padre. A Filippo, che gli chiedeva di vedere il Padre, così rispose: « Chi vede me, Filippo, vede il Padre. Non credi forse che Io sono nel Padre e il Padre in me? Io, il Padre e lo Spirito Santo siamo un Dio solo. Ego et Pater unum sumus. Se non vuoi credere alle mie parole credi alle mie opere » (Giov., X, 30). E le opere lo proclamano Dio. Chi infatti può perdonare i peccati se non Dio? Chi può risuscitare i morti e risuscitare se stesso dopo tre giorni di sepoltura? Chi può sull’attimo mondare dalla lebbra, guarire un moribondo, raddrizzare uno storpio? Chi può far tacere la violenza del vento e quietare un mare in burrasca, se non Dio? E Cristo tutto questo ha fatto: dunque è vero Dio. Vero Dio, Cristiani! E noi, quante volte come i Giudei, invece di adorarlo, abbiamo lanciato sassi contro di Lui! Le bestemmie, le irriverenze alla chiesa dov’Egli abita, i sacrilegi, i peccati non sono forse le pietre che ogni giorno si lanciano contro il Dio incarnato, quasi a lapidarlo? – GESÙ È VERO UOMO. Dio per il peccato d’Adamo era stato offeso, e voleva essere soddisfatto. Ma tra gli uomini nessuno poteva rendere questa soddisfazione al suo Creatore, perché ciascuno, già vilissimo in sé, era caduto anche nella maledizione. Ci voleva dunque Uno che fosse Dio: ma fosse anche Uomo, perché Dio non potendo patire non poteva soddisfare per noi. Ecco il Verbo, perché seconda Persona della Trinità, l’uguale al Padre, l’Eterno, che nel seno di una Vergine prende umana carne e nasce uomo. Et Verbum caro factum est. Uomo come noi: patì il freddo, la sete, la fame, la stanchezza, la melanconia, tutte le nostre debolezze. Tutte, tranne una: il peccato. Oh, com’è sublime la figura di Gesù, quando dall’alto della marmorea gradinata del tempio, nel bagliore tremante dei candelabri giganteschi, riguarda i suoi nemici e grida: « Chi di voi può accusarmi anche di un peccato solo? » Tutti digrignarono i denti, ma nessuno poté raccogliere la sfida terribile. Ricordate voi che domenica è questa che noi celebriamo? La domenica di Passione. Ecco la prova più stringente dell’umanità di N. S. Gesù Cristo: occorreva essere Uomo per soffrire e morire, occorreva essere Dio per dare a questi patimenti un valore infinito. La santa Chiesa, da quest’oggi fino a Pasqua, vuole che i fedeli vadano ricordando ad uno ad uno i dolori della Passione del Salvatore. – Pensate: scendere dal Cielo, camminare per strade polverose e fangose, sotto sole o la pioggia, in cerca di uomini da istruire, da sanare ed eccolo costretto a nascondersi perché gli uomini gli fanno la sassaiola. Istituisce la santa Eucaristia per rimanere sempre quaggiù, per vederci, per sentirci, per confortarci, ed ecco che la sera stessa della istituzione v’è Giuda che sacrilegamente lo riceve e lo tradisce. In queste notti che precedono la Pasqua, pensate alla notte d’agonia: tutti dormivano, ma non poteva dormire Lui che sapeva della sua morte vicina, che sapeva che i suoi patimenti erano sprecati per tante anime disgraziate, e allora da ogni poro stillò sangue, e mandò un gemito: « L’anima mia è triste fino alla morte! » Vedetelo in queste due settimane tutto flagellato, coronato di spine, lordato nel volto maestoso; immaginate d’ascoltare il grido bestiale della folla: « Morte a costui! Sia crocifisso coi ladroni! Noi non lo vogliamo! Il suo sangue ricada su noi e sui nostri figliuoli! ». Ogni pomeriggio, alle tre, mandate il vostro pensiero e un palpito di compassione a quel lontano venerdì quando una fitta tenda di tenebre velò il sole, e nel buio il pallido corpo del Redentore pareva un rogo di dolore dove ardevano, tutti insieme, i dolori del mondo. La crocefissione è il più crudele e orribile dei supplizi: Gesù l’ha voluto per sé.  Il tradimento degli amici intimi e beneficati è l’umiliazione più atroce: Gesù l’ha voluta per sé. Ha voluto tutta l’amarezza e lo spasimo fino a consumarlo tutto. «Tutto è consumato! ». E fu soltanto per amore di noi. – Ad Antignana, in Italia, Federico Ozanam s’aggravava per un malore mortale. Una notte, il fratello che vigilava al suo letto s’accorse ch’egli piangeva silenziosamente. « Perché sei così triste? — gli chiese abbracciandolo. — Non vedi il tuo fratello vicino a te? Presto ritorneremo alla dolce Francia ». Ma egli, con voce velata di pianto e di amarezza sconfinata, rispose: « Caro fratello! quand’io penso alla passione di nostro Signore e penso che gli uomini ancora fan tanti peccati contro di Lui non posso non piangere ». E dimentico dei propri dolori e del proprio stato mortale, sentendo soltanto il dolore e l’amore di Gesù, piangeva. – O Cristiani, almeno oggi, ch’è la domenica di Passione, ricordiamo anche noi il dolore e l’amore di Gesù. Per la nostra salute discese dal Cielo: e si incarnò per virtù dello Spirito Santo nel seno della Vergine Maria: e si fece uomo: e patì sotto Ponzio Pilato: e fu sepolto. « Passus et sepultus est ». Ricordiamolo oggi, e sempre, ma specialmente nel momento della tentazione. Aveva ragione S. Paolo di gridare: « Se qualcuno non ama nostro Signore Gesù Cristo, — il Dio-Uomo, — sia scomunicato ».

LA PAROLA DI DIO

Poche sono le pagine della storia che possono suscitare in noi tanta pietà, come quella che narra la fine di Luigi XVI. L’infelice re, sorpreso dalla rivoluzione mentre fuggiva, fu costretto a salire la ghigliottina. Dall’alto del palco ferale, pallido come se già lo coprisse l’ala della morte, guardò tutto il suo popolo e desiderò di porger il saluto estremo. « Popolo mio… ». Ma i tamburi rullarono disperatamente a seppellire la voce. Non lo volevano sentire. Una scena simile avvenne attorno a Gesù, nei giorni in cui viveva in Palestina. I giudei non potendo resistere alla parola di Cristo, che smascherava la loro ipocrisia e sbatteva a terra la loro superbia, cercavano di soffocare con le urla la voce divina. «Samaritano! Indemoniato! ». Ma Gesù, calmo e solenne, così fustigava: «Chi è da Dio, ascolta la parola di Dio. Ma voi non la volete ascoltare, perché non siete da Dio; in verità, in verità io vi dico: chi « ascolterà la mia parola non morrà morte, mai». E quelli di nuovo: «Samaritano! Indemoniato! che cosa credi di essere? Da più dei profeti? da più di Abramo? ». E Gesù: « Non ho bisogno di difendermi dai vostri insulti: Dio mi difende e mi glorifica. Ma voi non lo conoscete Dio: io lo conosco perché osservo la sua parola ». I Giudei presero i sassi per lapidarlo: Gesù sparve e uscì dal tempio. Non fremiamo di sdegno contro i Giudei, perché di gente che non vuol ascoltare la parola di Dio ce n’è anche oggi, e non poca, e tra gli stessi Cristiani. E se non è col rullo dei tamburi, se non coi sassi, si sono trovati però più facili ripieghi per non essere disturbati dalla voce salutare del sacerdote che annuncia la parola di Dio. ,Consideriamo noi invece l’importanza della parola di Dio e i motivi per cui la parola divina è resa infruttuosa. Lo spirito Santo diffonda il lume nella nostra mente e l’amore nel nostro cuore, poiché si tratta di valorizzare la sua parola. – LA PAROLA DI DIO È ONNIPOTENTE. Il grande Salomone chiamò la parola di Dio « omnipotens sermo ». E disse egregiamente:  a) La parola: di Dio è onnipotente nell’ordine naturale. In principio, quando ancora e cielo e terra non erano che un ammasso informe e tenebroso come la bocca d’un abisso, echeggiò la parola di Dio. «Sia fatta la luce! » E fuori dal buio balzò magnifica la luce a rischiarare il giovane mondo. E così, dietro al grido di Dio che le chiamava fuori dal nulla, uscirono tutte le creature, e il velo azzurro del firmamento e le acque e la terra: e nel firmamento gli astri; e nelle acque i pesci; e sulla terra le piante con la virtù di produrre il seme, e gli uccelli, e l’uomo. È questa parola che un giorno placò la furia del mar di Genezaret e la raffica di vento che minacciava di travolgere una barca con dodici pescatori. È questa parola che snodò la lingua e riaprì l’udito ad un giovane sordo e muto., È per la virtù di questa parola che il paralitico, da trentotto anni languente sotto il portico della piscina, poté rizzarsi ancora, prendersi il pagliericcio e camminare verso casa sua. A questa parola, i poveri lebbrosi sentivano rifarsi i tessuti corrosi e piagati, sentivano una nuova onda di vita risalir per le vene. E quando questa parola echeggiò imperante sulla tomba d’un amico, perfin la morte inesorabile dovette ascoltarla: e il morto quatriduano balzò fuori alla vita. – b) Onnipotente è questa parola nell’ordine soprannaturale. Gesù trova un uomo immerso negli affari e nelle esosità, che — forse — non aveva mai saputo sollevare d’un palmo il suo cuore sopra l’interesse materiale e gli disse: « Veni, sequere me! ». Quell’uomo è sconvolto: si sente un altro uomo e comincia ad amare ciò che prima aveva odiato, ad odiare ciò che prima aveva amato. C’era una donna, scandalo della città. Il suo cuore era in tumulto: la passione impura l’aveva bruciacchiato, l’aveva lordato come nelle brutture d’un trogolo, ed ora lo sbatteva come un vento di furiosa tempesta. Le dice Gesù: « Donna, va in pace e non peccare ancora ». E quel cuore si spense di ogni fuoco terreno e brutale e solo arse d’un amore purificante verso il Signore. E divenne santa e meritò di veder Gesù appena risorto. «Vox Domini confrigentis cedros » (Ps., XXVIII): è la voce di Dio come una scure che atterra ogni superbia degli uomini. « Vox Domini intercidentis flammam ignis »: è la voce di Dio come un’onda che sgorga da recondite scaturigini a spegnere nei cuori la fiamma delle passioni. «Vox Domini concutientis solitudinem » : è la voce di Dio che sa scuotere l’uomo intorpidito da lunghi anni nella colpa. «Vox Domini, in virtute! Vox Domini in magnificentia! ». c) Non crediate però che la parola di Dio diminuisca di virtù se a noi giunge attraverso la voce di un uomo; – Appena uscì dalla bocca di Giosuè, il sole si arrestò nella sua corsa di fuoco. Appena uscì dal labbro di Mosè, le acque si divisero, ergendosi come una muraglia; e tutto il popolo traversò il Mar Rosso. Adoperata da Elia, il cielo si aperse o chiuse. Annunciata da pochi pescatori, si fece udire in tutto il mondo, fortificò i martiri nell’ora suprema, dissipò i falsi sillogismi dei filosofi, rovesciò la lussuria di Roma, e innalzò sul mondo rigenerato la purezza della croce. La parola di Dio non perde la sua efficacia anche se annunciata da indegni, indegnamente: ella è parola di Dio e prescinde dall’ingegno e dalla santità dei predicatori: opera per virtù propria come i Sacramenti, anzi — sotto questo aspetto meglio dei Sacramenti, perché in questi si richiede alla validità l’intenzione del ministro, mentre la predicazione ne prescinde. Ecco la virtù della parola di Dio! ma perché allora ai giorni nostri, in cui ella è annunciata così largamente, non produce quei mirabili effetti? Perché si ascolta male, o peggio, perché non si ascolta più. – RESISTENZA UMANA ALLA PAROLA DIVINE. a) Gli uomini ascoltano male la parola di Dio. Al tempo delle eresie Dio suscitò un magnifico annunciatore del Vangelo: S. Antonio da Padova. La gente accorreva da ogni parte al suo passaggio, così che le chiese erano troppo anguste, ed il Santo doveva predicare nelle piazze. Il demonio non poté darsi pace. E talvolta, per distrarre gli uditori, incendiava una casa vicina, tal’altra faceva comparire un’invasione di lucertole che strisciavano sui piedi degli ascoltanti. Un giorno, mentre, tutti tacevano e ascoltavano con molto frutto, ecco sopraggiungere numerosi cavalieri a tutta corsa: e distribuivano lettere e plichi alle donne. E tutte incuriosite aprono e leggono e intanto perdono il frutto della divina parola. – Non crediate che il nemico delle anime oggi stia tranquillo: solo che non ha più bisogno di ricorrere a mezzi straordinari, perché i Cristiani troppo facilmente sono disposti ad abusare delle parole di Dio. Alcuni ascoltano la parola di Dio, come fosse parola dell’uomo. Ricercano i pensieri peregrini, e l’armoniosità dello stile che blandisca l’orecchio. Altri l’ascoltano come parola di Dio, ma quello che ricevono, tutto distribuiscono: « Questo accenno è proprio per la tal persona… questo difetto è caratteristico per quell’altra… oh, se ci fosse il tale a sentir queste parole! quadrano per lui… E per sé non tengono nulla: mentre tutta la predica era per loro. Altri ascoltano con spirito di malignità: e vanno a cercare in ogni frase delle maligne o personali allusioni. Altri l’ascoltano con spirito di mondanità: e mentre il ministro di Dio parla,  essi volgono gli occhi in giro per vedere ed essere veduti. Altri ancora sembrano ascoltarla: ma il loro pensiero va e va… dietro, forse, dietro ad invisibili dispacci portati dagli invisibili cavalieri del demonio. Altri infine l’ascoltano, ma con mala voglia, con sbadigli e pisolini. – b) Molti non ascoltano più la parola di Dio. « Non di solo pane vive l’uomo: ma di ogni parola che viene da Dio ». Dunque la parola di Dio è il nostro cibo sostanziale, e chi lo rifiuta si condanna a morire. Qualche pomeriggio di primavera, nella dolce stagione in cui pare che un palpito muovo di vita trascorra, fluttuando, nel mondo, vi accadde senza dubbio di vedere, seduto sulla soglia di casa, o per qualche viottolo solitario, qualche giovane malato di tisi. Vi cammina dolorosamente davanti: ha negli occhi dilatati l’ombra misteriosa della morte, ha le guance scarne, ha un tossire secco come colpetti all’uscio di uno che chiede d’entrare. Il medico scrolla la testa e dice: « Non vedrà le spighe mature. E il padre con un singhiozzo lacerante: «Ma perché, dottore?… ». « Non vedete? il cibo gli fa nausea: non mangia più ». E fa spavento pensare come ai nostri tempi, quest’etisia dell’anima fa stragi in mezzo agli uomini. Entrate in una chiesa, nei pomeriggi delle domeniche durante la spiegazione della dottrina: che solitudine! Pochi vecchi tremolanti e panche vuote. Ma perché? Se proprio volessimo indagare fino a fondo lo troveremmo il motivo: in alcuni un attacco vergognoso ai piaceri del senso, in altri l’insaziabile ingordigia dei beni terreni. Come possono costoro gustare una parola che è tutta austerità ed evangelica povertà? – Il re Artaserse si nutriva con cibi squisitissimi. Ma venuta la guerra, sconfitto, fuggiva ramingo ed affamato per le montagne. Vide una capanna: bussò ma per la sua fame trovò solo un ruvido pan d’orzo. Divorando però lo trovò gustosissimo e cominciò a lamentarsi con gli dei che fino a quel giorno gli avevano tenuto nascosto quel delizioso piacere. Così sarà di noi: quando avremo ascoltato con fede, con umiltà, con docilità la parola di Dio vi sentiremo tanta dolcezza e tanto sapore spirituale, da esclamare con meraviglia: « Come mai non mi ero accorto prima? ».

IL CREDO

 Offertorium

Orémus Ps CXVIII: 17, 107

Confitébor tibi, Dómine, in toto corde meo: retríbue servo tuo: vivam, et custódiam sermónes tuos: vivífica me secúndum verbum tuum, Dómine.

[Ti glorífico, o Signore, con tutto il mio cuore: concedi al tuo servo: che io viva e metta in pràtica la tua parola: dònami la vita secondo la tua parola.]

Secreta

Hæc múnera, quaesumus Dómine, ei víncula nostræ pravitátis absólvant, et tuæ nobis misericórdiæ dona concílient.

[Ti preghiamo, o Signore, perché questi doni ci líberino dalle catene della nostra perversità e ci otténgano i frutti della tua misericórdia.]

COMUNIONE SPIRITUALE

 Communio

1 Cor XI: 24, 25

Hoc corpus, quod pro vobis tradétur: hic calix novi Testaménti est in meo sánguine, dicit Dóminus: hoc fácite, quotiescúmque súmitis, in meam commemoratiónem.

[Questo è il mio corpo, che sarà immolato per voi: questo càlice è il nuovo patto nel mio sangue, dice il Signore: tutte le volte che ne berrete, fàtelo in mia memoria.]

Postcommunio

Orémus.

Adésto nobis, Dómine, Deus noster: et, quos tuis mystériis recreásti, perpétuis defénde subsidiis.

[Assístici, o Signore Dio nostro: e difendi incessantemente col tuo aiuto coloro che hai ravvivato per mezzo dei tuoi misteri.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (198)

DIO CI LIBERI, CHE SAPIENTI!. CI VORREBBERO FAR PERDERE LA TESTA! (1)

PER Monsig. BELASIO

TORINO, 1878 – TIPOGRAFIA E LIBRERIA SALESIANA

San Pier d’Arena – Nizza Marittima.

Tip. E libr. Salesiana, Torino 1878

AI NOSTRI LETTORI

La lotta che la Chiesa Cattolica sostiene da diciotto secoli contro la irreligione e l’incredulità, sebbene sotto varie forme, è sempre la stessa. Nei primi secoli del Cristianesimo venne attaccata e messa in dubbio la Divinità del nostro Signor Gesù Cristo, e così quei primi oppositori rifuggendo dalla sua dottrina, non volevano accettare i precetti del suo Vangelo. Più tardi, dagli Eretici tutti si diressero i più vivi assalti contrò l’autorità della Chiesa, e messi in non cale i suoi insegnamenti, si volle scosso ogni giogo di dipendenza dalla sua materna autorità. – In questi ultimi tempi, gli sforzi dell’incredulità mirano ancor più alto, giacché colle moderne dottrine si fa ogni conato per distruggere ogni idea d’esistenza di un Dio Creatore, Conservatore e Padrone di tutte le cose. Per tal guisa, infranto ogni legame di sudditanza, si misconoscono tutte le leggi d’ordine morale, unico valido freno delle umane passioni. Questo genere di attacco riesce tanto più pernicioso in quanto che fondandosi sopra argomenti, che si fanno derivare da un empirico apparato di scienze fisico-geologiche, appoggiate a nuove scoperte e fatti che sì danno per veri a tutta prova, accortamente nascondono con maligno inganno la propria falsità, massime a quelli che digiuni di tali scienze non sono sempre al caso di discoprirne il tradimento. Quando un professore di scienze naturali ti si fa innanzi snocciolando astratti sistemi di forze fisiche, di materia eterna modificantesi in mille guise, di produzioni e riproduzioni spontanee, di uomini preistorici ed altri simili trovati, ed all’appoggio di madornali spropositi viene citando, quali indiscutibili verità, fatti e scoperte, il più delle volte adulterate e false; quando sopra tali dati edificando nuove teorie di origine spontanea delle cose, di leggi fisiche che esistono senza un legislatore che le abbia pria dettate, ma sussistenti per la natura stessa della materia, quindi lo sviluppo di ogni essere l’uno dagli altri derivante fino alla formazione dell’uomo stesso, colle sue facoltà intellettuali e ragionevoli, per poi dedurne la superfluità di una Causa prima, e farsi strada a togliere di mezzo ogni idea dell’esistenza di un Dio Creatore; la maggioranza dei meno istruiti facendo di berretto all’ingarbugliato profluvio di tanta scienza, accoglie come vere le più strane teorie, che poggiano sopra dati onninamente erronei e sopra fatti male interpretati o assolutamente falsi. Quindi pur troppo s’ingenera nelle menti dei più il dubbio sulle principali verità di nostra S. Fede; dal dubbio si passa all’indifferenza, e da questa, secondata dalle passioni di un cuore corrotto, si arriva ad una totale deplorabile incredulità. – A combattere siffatti sistemi venne in buon punto la dotta penna del chiarissimo Mons. Antonio Maria Belasio, il quale in un suo libro intitolato: Le verità cattoliche esposte, al popolo ed ai dotti, nella spiegazione del Credo e la moderna incredulità confusa dalle scienze moderne, mise in piena luce le principali fallacie dei moderni sedicenti Scienziati, e smascherando i molti errori che e nei libri e dalle cattedre, anche nelle piccole scuole si ammanniscono alla gioventù ed al popolo, mette in piena evidenza la necessità di ammettere un Dio Creatore. (*) – Ne deduce quindi il dovere di venerarlo e di obbedirlo ne’ suoi precetti, e come corollario dimostra il dovere di riconoscere e di credere le principali verità della Religione Cattolica, quali ci vengono insegnate dalla buona Madre nostra la S. Chiesa. A rendere più facile l’intelligenza delle questioni che vi sì discutono, vi aggiunse un piccolo trattato di Geologia, che alla portata pur anco dei meno eruditi, presenta una netta idea delle più importanti scoperte della scienza moderna; e con questo poté conchiudere che la nostra S. Religione non solo non paventa gli attacchi che le possono essere diretti all’appoggio di tali scoperte, che anzi le invoca, e facendosi forte della vera scienza, viemmaggiormente si consolida, e più gloriosa e più pura risorge da tali combattimenti. Sicché si deve conchiudere che le moderne scienze colle loro scoperte lavorano al trionfo della Verità cattolica. – Questo prezioso lavoro dovrebbe essere alla mano di tutti, e se ne raccomanda la lettura ad ogni genere di persone; siccome però la sua mole eccede la portata delle nostre mensili distribuzioni, si è pregato il chiarissimo Autore a restringerne la sostanza in un riassunto di minori proporzioni, che possa bastare ai meno capaci di lunghe letture, e che valga pure ad animare i più a procurarsi l’opera di maggior mole, quale arma di prima necessità contro gli odierni attacchi, che si muovono alle credenze di tutti i fedeli”. – Gli errori in voga pur troppo si sono resi popolari, ed in questo nostro fascicolo contenente il riassunto dell’Opera, compilato dallo stesso Autore, questi errori vengono confutati in modo anche popolare, con un brio da allettare ogni classe di lettori, divertendo ed istruendo allegramente ed alla buona. – Questo è quanto offriamo ai lettori delle Letture Cattoliche nel presente fascicolo col titolo: DIO CI LIBERI! CHE SAPIENTI !… CI VORREBBERO FAR PERDERE LA TESTA! – L’amenità dello scritto ridotto a piacevole conversazione, l’importanza degli argomenti che vi sì svolgono, l’abbondanza di utili e dilettevoli scientifiche nozioni trattate con quella amorevolezza che è propria del chiaro Autore; ci sono garanti che la presente distribuzione riuscirà accetta ai nostri lettori, quale più prezioso regalo, mentre sarà sorgente di utilissimi ammaestramenti per smascherare vittoriosamente le insulse dottrine che a danno della Fede si vanno maliziosamente spargendo fra il popolo e nelle scuole, e in tanti libercoli e giornali, e nelle famigliari domestiche conversazioni. –  Il Signore benedica gli sforzi dell’illustre Autore, e ne lo compensi colla salvezza di qualche illuso.

Per la Direzione: Conte C. CAYS Salesiano.

(*) Purtroppo, Monsignor Belasio, benché sostenuto dall’ottimo intento di smascherare le falsità pseudo scientifiche divulgate giù ai suoi tempi, ed oggi dominanti nella cosiddetta cultura moderna monolitica del pensiero unico (in gran parte falsa ed artificiosa nel suo ridicolo proposito di contraddire alle verità bibliche e alle rivelazioni cristiane), faceva suo il principale inganno sul quale è costruito tutto il “castello fatato” delle teorie astronomiche  e geologiche edificato maldestramente dalle Accademie dal XVII secolo in poi: il Sistema eliocentrico, cioè il novello culto del dio Mitra, fatto proprio e propagandato in tutte le sette massoniche dalla élite mondialista luciferina, fino al punto da giungere alle ricostruzioni cinematografiche di comici sbarchi sulla luna o improbabili fiabesche esplorazioni di pianeti lontani. Ricordiamo, per inciso, che aderire a queste ridicole teorie indimostrate dai fatti, significa oltretutto – per chi crede di essere Cristiano – cadere nell’anatema ipso facto pronunciato dal Concilio di Trento, ribadito pure da diversi documenti magisteriali, ad es. nel decreto Lamentabili sane exitu di S. Pio X, per chi rifiuti il dogma dell’Inerranza biblica …. anatema sit!!!(n.d.r.)