UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. LEONE XIII “QUOD AUCTORITATE”

Il santo Padre Leone XIII, con questa lettera indice un anno giubilare straordinario per i popoli minacciati da tempi oscuri per lo scatenarsi delle forze del male, onde sollecitare la pace dal Signore Iddio e l’intercessione della Madre di Dio, la Beata Vergine Maria. In tempi di difficoltà la Chiesa soleva invocare, per intervento del Vicario di Cristo, la misericordia e la pace che solo Dio può concedere a chi a Lui intende tornare o perseverare nella sua grazia. Come sono lontani quei tempi, seppure già per tanti versi funesti, dai nostri, in cui si invocano forze politiche, sociali, sovranazionali, scientifiche, più spesso esoteriche o legate a culti demoniaci (le sette massoniche varie e di magia nera), per risolvere i problemi che esse stesse hanno determinato, e non si invoca il Signore Iddio, Padrone del creato e di ogni creatura vivente, o il Re dei popoli, il Signore Nostro Gesù Cristo che, lungi dall’essere proclamato tale, viene disprezzato, allontanato dalle pubbliche imprese, rifiutato in tutti i suoi comandi e nel portare il suo giogo dolce e lieve, con i risultati che tutti possiamo costatare in ogni luogo del pianeta, mali che si acuiranno sempre più fino alla completa rovina di Nazioni e di interi continenti, un  tempo sostenuti dall’amore e dalla pace che solo Dio può donare. Ed oggi in sovrappiù, non abbiamo nessuno che difenda i valori dell’integrità cristiana, anzi quella finta chiesa-zombi, infestata da demoni virtuali (Pachamama docet) o in carne ed ossa (gli antipapi usurpanti attuali, con i loro invalidi vescovi e prelati, larve senza contenuto dottrinale né di ordine e di giurisdizione) conducono ignari fedeli con inaudita ferocia di lupi travestiti, nello stagno eterno e alla dannazione eterna.  

Leone XIII
Quod auctoritate

Lettera Enciclica

Quello che con Apostolica autorità già una volta e poi nuovamente decretammo, cioè che un anno sacro straordinario – aperti al pubblico vantaggio i tesori dei doni celesti che abbiamo il potere di dispensare – si celebrasse in tutto l’orbe cristiano, vogliamo ora stabilire, col favore di Dio, per il prossimo anno. – L’utilità dell’iniziativa non può sfuggire a Voi, Venerabili Fratelli, consapevoli come siete dei tempi e dei costumi; ma una certa singolare ragione fa sì che in questa Nostra decisione appaia maggiore opportunità che non forse nelle altre occasioni. – Invero, avendo Noi, con la precedente Nostra lettera Enciclica sul governo degli Stati, indicato quanto sia importante per essi accostarsi sempre più alla verità e all’ordinamento cristiano, già si può comprendere quanto sia consentaneo a questo Nostro proposito operare con tutti i mezzi possibili per eccitare e per richiamare gli uomini alle cristiane virtù. – Infatti lo Stato è tale quale lo fanno i costumi dei popoli; e come l’eccellenza delle navi e degli edifici dipende dalla bontà e dalla giusta collocazione delle singole parti, allo stesso modo il corso della cosa pubblica non può essere né giusto né senza danno se i cittadini non camminano nel retto sentiero della vita. La stessa disciplina civile, e tutte le cose che costituiscono l’azione della vita pubblica, soltanto per opera degli uomini nascono e periscono; e perciò gli uomini sogliono dare alle cose l’esatta immagine delle proprie opinioni e dei propri costumi. Affinché dunque penetrino nei loro animi quei precetti Nostri e, quel che più conta, sia ispirata ad essi la vita quotidiana di ciascuno, si deve fare ogni sforzo perché i singoli inducano l’animo a cristianamente sentire e ad operare cristianamente, non meno in pubblico che in privato. – In tale impresa è tanto più necessario impegnarsi quanto maggiori sono i pericoli incombenti da ogni parte. Infatti le grandi virtù dei padri nostri si dileguarono in non piccola parte: e le cupidigie, che di per sé hanno grandissima forza, una maggiore ne chiesero ai fini di licenza; l’insania delle opinioni, contenuta da nessuno o da freni poco adatti, ogni giorno più si diffonde: fra quegli stessi che sentono rettamente, molti, trattenuti da un certo falso pudore, non osano professare liberamente ciò che sentono e molto meno ancora operare in tal senso; la forza dei perniciosi esempi a poco a poco va penetrando nei costumi popolari; disoneste società di uomini, le quali già altra volta da Noi stessi furono indicate, espertissime in colpevoli inganni, si studiano d’imporsi al popolo e, in quanto possono, distoglierlo e strapparlo da Dio, dalla santità dei doveri, dalla fede cristiana. – Quindi, nell’incalzare di tanti mali, resi sempre maggiori dalla loro durata, nulla che arrechi con sé qualche speranza di alleviamento deve essere da Noi tralasciato. Con questo intento e con questa speranza annunzieremo il sacro Giubileo ammonendo ed esortando tutti coloro cui sta a cuore la loro salvezza di raccogliersi un poco in se stessi, e d’innalzare i pensieri immersi nelle cose terrene a cose migliori. Il che non solo riuscirà salutare per i privati, ma per tutta la cosa pubblica, in quanto il vantaggio che ciascuno trarrà a perfezione del proprio animo, d’altrettanto gioverà per onestà e virtù alla vita e ai pubblici costumi. – Ma il desiderato esito dell’impresa, ben vedete, Venerabili Fratelli, è riposto per gran parte nella vostra opera e nella vostra diligenza, essendo necessario preparare il popolo a conseguire adeguatamente i frutti che sono proposti. Sarà dunque cura della carità e della sapienza vostra affidare questa impresa a scelti sacerdoti che, con ragionamenti adeguati all’intelligenza del popolo, istruiscano la moltitudine e principalmente la esortino alla penitenza, che secondo Agostino è “sofferenza quotidiana dei buoni ed umili fedeli; in essa ci battiamo il petto dicendo: rimetti a noi i nostri debiti”. Non senza motivo rammentiamo in primo luogo la penitenza, e quella parte di essa che consiste nella volontaria mortificazione del corpo. Infatti, conoscete il costume del secolo: ai più piace vivere con mollezza, e non fare alcunché virilmente e con grandezza d’animo. Taluni, mentre cadono in molte altre miserie, spesso presentano falsi pretesti per non obbedire alle leggi salutari della Chiesa, giudicando troppo grave e intollerabile peso o l’obbligo imposto loro di astenersi da certo genere di cibi, o l’osservare il digiuno in pochi giorni dell’anno. Snervati da questa abitudine, non fa meraviglia se a poco a poco si danno totalmente alle cupidigie che esigono sempre di più. Pertanto è conveniente richiamare a temperanza gli animi rilassati o proclivi a mollezza; per la qual cosa coloro che parleranno al popolo insegnino diligentemente e chiaramente ciò che è prescritto non solo dalla legge Evangelica, ma anche dalla ragione naturale: è necessario che ognuno comandi a se stesso e domini le proprie passioni; non si può espiare le colpe se non con la penitenza. Ed affinché questa virtù di cui parliamo si mantenga perenne, non sarebbe cosa errata se la si affidasse stabilmente alla custodia ed alla tutela di una istituzione. Voi facilmente comprendete, Venerabili Fratelli, quanto ciò sia importante: che ciascuno di Voi nella vostra Diocesi perseveri a tutelare e ad amplificare il Terzo Ordine dei fratelli Francescani, che si chiama secolare. Certamente, per conservare e per alimentare nella moltitudine cristiana lo spirito di penitenza, sono validissimi gli esempi e la grazia del padre Francesco d’Assisi, che alla somma innocenza della vita congiunse tanto zelo da mortificare se stesso, da sembrare di avere in sé l’immagine di Gesù Cristo crocifisso, non meno per la vita e per i costumi, quanto per le stigmate divinamente impressegli. Le leggi del suo Ordine, che opportunamente mitigammo, sono assai lievi da sopportare: ma non hanno poca importanza riguardo alla virtù cristiana. Poiché, in tante necessità private e pubbliche, ogni speranza di salute consiste nel patrocinio e nella tutela del Padre celeste, vorremmo ardentemente che rivivesse lo zelo costante della preghiera congiunto alla fiducia. In ogni importante tempo della repubblica cristiana, tutte le volte che la Chiesa venne minacciata da pericoli esterni o da difficoltà intestine, con preclaro esempio i nostri maggiori, alzati supplichevolmente gli occhi al cielo, insegnarono con quale mezzo e donde si dovessero chiedere la luce dell’animo, la forza della virtù e gli aiuti adatti ai tempi. Infatti, stavano impressi nelle menti quei precetti di Cristo: “Chiedete e vi sarà dato” (Mt VII, 7); “È necessario pregare sempre e non stancarsi” (Lc XVIII, 1). A tali precetti fa eco la parola degli Apostoli: “Pregate incessantemente” (1Ts V, 17); “Raccomando dunque, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini” (1Tm II,1). Su ciò, non meno acutamente che conforme a verità, a guisa di paragone, Giovanni Crisostomo lasciò scritto: Come all’uomo, che nasce nudo e bisognoso di tutto, la natura diede le mani affinché con l’aiuto di esse si procacciasse le cose occorrenti alla vita, così per le necessità soprannaturali egli – nulla potendo da solo – fu dotato da Dio della facoltà di pregare, affinché, servendosi saggiamente di essa, potesse facilmente ottenere le cose che si richiedono per la salvezza. Perciò, Venerabili Fratelli, ciascuno di Voi giudichi quanto da Noi sia gradito ed approvato il vostro zelo speso, soprattutto in questi ultimi anni, per Nostro incitamento nel promuovere la pia pratica del santissimo Rosario. Né è da passare sotto silenzio la pietà popolare che, a questo proposito, si vede particolarmente attuata in quasi tutti i luoghi; ma è da curare con grande attenzione che si accenda maggiormente e si mantenga con perseveranza. Nessuno di Voi si stupirà se insistiamo su ciò, come più volte facemmo, giacché comprendete quanta importanza abbia il fiorire presso i Cristiani della consuetudine del Rosario Mariano, e appieno conoscete che nel genere di preghiere di cui parliamo, essa è parte e forma bellissima, conveniente ai tempi, di uso facile e fecondissima per utilità. – E poiché il primo e massimo frutto del Giubileo deve essere quello che più sopra abbiamo indicato, cioè un’emendazione della vita, un avvicinarsi alla virtù, crediamo necessario specificatamente fuggire da quel male che con la Nostra precedente Enciclica non tralasciammo di segnalare. Intendiamo accennare ad alcuni nostri dissidi interni e quasi domestici: dissidi che appena si può dire con quanto danno delle anime sciolgono, o certamente rallentano, il vincolo della carità. La qual cosa perciò ora di nuovo vi rammentiamo, Venerabili Fratelli custodi della disciplina ecclesiastica e della mutua carità, perché vogliamo che la vostra vigilanza e la vostra autorità siano sempre rivolte a scongiurare così grave inconveniente. – Ammonendo, esortando e rampognando, fate in modo che tutti “siano solleciti nel conservare l’unità dello spirito nel vincolo della pace”, e gli autori dei dissidi ritornino al dovere, meditando per tutta la vita che l’Unigenito Figlio di Dio, nello stesso approssimarsi degli estremi dolori, nulla chiese al Padre più insistentemente se non che tra loro si amassero quelli che credevano o avrebbero creduto in Lui, “affinché tutti siano una sola cosa; come Tu, Padre, sei in me ed io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola” (Gv XVII, 21). Pertanto, fiduciosi nella misericordia dell’onnipotente Iddio e nell’autorità dei beati Apostoli Pietro e Paolo, per quella potestà di legare e di sciogliere che a Noi, quantunque indegni trasmise il Signore, concediamo a tutti e singoli i Cristiani fedeli dell’uno e dell’altro sesso pienissima indulgenza di tutti i peccati, a modo di generale Giubileo, però con la condizione e con l’obbligo che nel termine del prossimo anno 1886 compiano le cose che prescriviamo. – Quanti sono a Roma, cittadini od ospiti, visitino due volte la Basilica Lateranense, la Vaticana e la Liberiana ed ivi per parecchio tempo innalzino pie preghiere a Dio per la prosperità e l’esaltazione della Chiesa Cattolica e di questa Sede Apostolica, per l’estirpazione delle eresie, per la conversione di tutti gli erranti, per la concordia dei Principi cristiani, e per la pace e l’unione di tutto il popolo fedele, secondo la Nostra intenzione. Gli stessi digiunino per due giorni usando cibi magri, oltre i giorni non compresi nell’indulto quaresimale, o altri consacrati a simile digiuno per precetti della Chiesa; oltre a ciò, dopo avere bene confessate le proprie colpe, ricevano il Santissimo Sacramento dell’Eucaristia, e facciano qualche elemosina, secondo le proprie forze, udito il consiglio del Confessore, in favore di qualche pia opera che riguardi la propagazione e l’incremento della fede cattolica. È concesso a ciascuno scegliere quella di tali opere che più gli piaccia: però crediamo di doverne nominare due per le quali la beneficenza sarà ottimamente impiegata, l’una e l’altra operanti in molti luoghi, bisognose di soccorso e di tutela, l’una e l’altra utili non meno alla popolazione che alla Chiesa: cioè le scuole private dei fanciulli, e i Seminari dei Chierici. – Tutti gli altri, che dimorano fuori della città e in qualunque altro luogo, visiteranno nel detto spazio di tempo per due volte tre Chiese designate da Voi, Venerabili Fratelli, o dai vostri Vicari o Delegati, o per vostro o per loro mandato da coloro che hanno cura d’anime; oppure se due sole saranno le Chiese, per tre volte; ovvero se il tempio sarà uno solo, sei volte; e del pari faranno tutte le altre opere che sono accennate più sopra. – Vogliamo che questa indulgenza si possa applicare, a titolo di suffragio, anche alle anime che uscirono da questa vita congiunte nella carità con Dio. Inoltre, vi diamo facoltà di potere ridurre le stesse visite ad un numero minore, secondo il vostro prudente giudizio, per i capitoli e per le Congregazioni, tanto secolari quanto regolari, per i sodalizi, per le confraternite, per le associazioni, per i collegi che visiteranno processionalmente le menzionate Chiese. – Concediamo che i naviganti e i viaggiatori possano conseguire la stessa indulgenza quando, ritornati al loro domicilio o altrove in una stabile dimora, abbiano visitato sei volte il tempio principale, o la Chiesa parrocchiale, e compiute tutte le opere sopra prescritte. Ai regolari d’ambo i sessi, anche chiusi in perpetuo nei chiostri, e a tutti gli altri, tanto laici quanto ecclesiastici, i quali o perché in carcere, o per infermità, o per qualunque altra causa siano impediti dal fare le opere suddette o ne compiano alcune, concediamo che il Confessore possa commutarle in altre opere di pietà, con il potere altresì di dispensare dalla Comunione i fanciulli che ancora non sono stati ammessi alla prima Comunione. – Oltre a ciò concediamo a tutti e singoli i Cristiani, tanto laici quanto ecclesiastici, secolari e regolari d’ogni Ordine ed Istituto, anche se da nominarsi specificatamente, la facoltà di potere scegliersi a questo effetto qualsivoglia sacerdote Confessore approvato, tanto secolare quanto regolare: di tale facoltà possono anche fruire le Monache, le Novizie e le altre donne dimoranti nei chiostri, purché il Confessore sia approvato per le religiose. – Ai Confessori poi, in questa occasione e soltanto per il tempo di questo Giubileo, elargiamo tutte quelle stesse facoltà che largimmo con la Nostra lettera Apostolica Pontifices maximi del 15 febbraio 1879, ad eccezione tuttavia di tutte quelle che sono eccettuate nella stessa lettera. Per il resto, si adoperino tutti zelantemente in detto periodo per invocare la Gran Madre di Dio. Infatti, vogliamo consacrato questo Giubileo al patrocinio della Santissima Vergine del Rosario; confidiamo che con l’aiuto di Lei non pochi saranno coloro la cui anima, cancellata ogni macchia di peccato, si purifichi, e per la fede e per la pietà e per la giustizia non solo rinasca a speranza di sempiterna salute, ma anche come augurio di tempi migliori. – Auspice di tali celesti benefìci e a testimonianza della Nostra benevolenza, a Voi, al Clero e a tutto il popolo affidato alla vostra fede e alla vostra vigilanza, impartiamo amatissimamente nel Signore l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 22 dicembre 1885, anno ottavo del Nostro Pontificato.

DOMENICA DI PASQUA (2022)

DOMENICA DELLA RISURREZIONE.


Solennità delle Solennità.
Stazione a Santa Maria Maggiore
Doppio di I cl. con ottava privilegiata. – Paramenti bianchi.
Come a Natale, così a Pasqua, la più grande festa dell’anno,
la Stazione si tiene a S. Maria Maggiore.

Il Cristo risuscitato rivolge anzitutto al divin Padre l’omaggio della sua riconoscenza (Intr.). La Chiesa a sua volta ringrazia Iddio di averci, con la vittoria del Figlio Suo, riaperto la via del Cielo e lo prega di aiutarci a raggiungere questo bene supremo (Oraz.) Come gli Ebrei mangiavano l’Agnello pasquale con pane non lievitato, dice S. Paolo, così noi pure dobbiamo mangiare l’Agnello di Dio con gli azzimi di una vita pura e santa (Ep., Com.) cioè, esente dal fermento del peccato. Il Vangelo e l’Offertorio ci mostrano la venuta delle Marie che vogliono imbalsamare il Signore. Esse trovano una tomba vuota, ma un Angelo annunzia loro il grande Mistero della Risurrezione. Celebriamo con gioia questo giorno nel quale Cristo, risuscitando, ci ha reso la vita (Pref. di Pasqua) ed affermiamo con la Chiesa, che « il Signore è veramente risuscitato » (Inv.); secondo il suo esempio, operiamo la nostra Pasqua, o passaggio, vivendo in modo da poter dimostrare che noi siamo risuscitati con Lui.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps CXXXVIII: 18; CXXXVIII: 5-6.

Resurréxi, et adhuc tecum sum, allelúja: posuisti super me manum tuam, allelúja: mirábilis facta est sciéntia tua, allelúja, allelúja. 

[Son risorto e sono ancora con te, allelúia: ponesti la tua mano su di me, allelúia: miràbile si è dimostrata la tua scienza, allelúia, allelúia.]

Ps CXXXVIII: 1-2.

Dómine, probásti me et cognovísti me: tu cognovísti sessiónem meam et resurrectiónem meam. 

[O Signore, tu mi provi e mi conosci: conosci il mio riposo e il mio sòrgere.]

Resurréxi, et adhuc tecum sum, allelúja: posuísti super me manum tuam, allelúja: mirábilis facta est sciéntia tua, allelúja, allelúja.

[Son risorto e sono ancora con te, allelúia: ponesti la tua mano su di me, allelúia: miràbile si è dimostrata la tua scienza, allelúia, allelúia.]

Oratio

Deus, qui hodiérna die per Unigénitum tuum æternitátis nobis áditum, devícta morte, reserásti: vota nostra, quæ præveniéndo aspíras, étiam adjuvándo proséquere. 

[O Dio, che in questo giorno, per mezzo del tuo Figlio Unigénito, vinta la morte, riapristi a noi le porte dell’eternità, accompagna i nostri voti aiutàndoci, Tu che li ispiri prevenendoli.] 

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corinthios. 1 Cor V: 7-8

“Fratres: Expurgáte vetus ferméntum, ut sitis nova conspérsio, sicut estis ázymi. Etenim Pascha nostrum immolátus est Christus. Itaque epulémur: non in ferménto véteri, neque in ferménto malítiae et nequitiæ: sed in ázymis sinceritátis et veritátis.” 

[“Fratelli: Togliete via il vecchio fermento, affinché siate una pasta nuova, voi che siete già senza lievito. Poiché Cristo, che è la nostra pasqua, è stato immolato. Pertanto celebriamo la festa non col vecchio lievito, né col lievito della malizia e delle perversità, ma con gli azimi della purità e della verità”.] .

Fratelli: Togliete via il vecchio fermento.

Comunque si vogliano intendere queste parole, che l’Apostolo indirizza ai Corinti, è certo che li esorta a vivere santamente, lontani da ogni peccato, tanto più che si avvicinava la solennità di Pasqua. « Non c’è uomo che non pecchi », dice Salomone (3 Re, VIII, 46). E si pecca non solo venialmente: da molti si pecca mortalmente con la più grande indifferenza. Forse cesserà il peccato di essere un gran male, perché è tanto comune? Una malattia non cessa di essere un gran male, perché molto diffusa; e il peccato non cessa di essere il gran male che è, perché commesso da molti. Dio, autorità suprema, ci dice: «Osservate la mia legge e i miei comandamenti» (Lev. XVIII, 5). E noi non ci curiamo della sua legge e dei suoi comandamenti, che mettiamo sotto i piedi. Quale guadagno abbiamo fatto col peccato, e qual vantaggio riceviamo dal non liberarcene? Se non hai badato al peccato prima di commetterlo; consideralo almeno ora che l’hai commesso. Col peccato avrai acquistato beni, ma hai perduto Dio. Avrai avuto la soddisfazione della vendetta; ma ti sei meritato un condegno castigo; perché « quello che facesti per gli altri sarà fatto per te: sulla tua testa Dio farà cadere la tua mercede » (Abdia, 15). Se non aggraverà su te la sua mano in questa vita, l’aggraverà nella futura. Avrai provato godimenti terreni, ma hai perduto il diritto ai godimenti celesti. Ti sei attaccato a ciò che è momentaneo, ma hai perduto ciò che è eterno. Ti sarai acquistata la facile estimazione degli uomini, ma hai perduto l’amicizia di Dio. Hai abusato un momento della libertà; ma sei caduto nella schiavitù del peccato. « Che cosa hai perduto, che cosa hai acquistato?… Quello che hai perduto è più di quello che hai acquistato » (S. Agostino Enarr. in Ps. CXXIII, 9). – Il peccatore, però, da questo stato di perdita può uscire, rompendo le catene del peccato. Egli lo deve fare. Dio stesso ve lo incoraggia: « Togliti dai tuoi peccati e ritorna al Signore » (Eccli. XVII, 21), dice egli. « Io non voglio la morte dell’empio, ma che l’empio si converta dalla sua via, e viva… E l’empietà dell’empio non nuocerà a lui, ogni qual volta egli si converta dalla sua empietà » (Ezechiele XXXIII, 11…. 12). Non si è alieni dal ritornare a Dio; ma non si vuole far subito. Si vuole aspettare in punto di morte. Ma la morte ha teso le reti a tutti i varchi, e frequenti sono le sue sorprese. Può coglierci da sani, quando nessuno ci pensa; può coglierci da ammalati; quando non si crede tanto vicina, o si crede di averla già allontanata. Non sono pochi quelli che muoiono senza Sacramenti, perché si illudono che la malattia non sia mortale, o che il pericolo sia stato superato. E poi, non è da insensati trattare gli affari della più grande importanza, quando non si possono trattare che a metà, con la mente preoccupata in altre cose? E nessuno affare può essere importante quanto la salvezza dell’anima nostra; ed è imprudenza che supera ogni altra imprudenza volerlo trattare quando il tempo ci verrà a mancare, quando non avremo più la lucidità della mente. – Nessuno che è condannato a portare un peso, aspetterebbe a levarselo di dosso domani, se potesse levarselo quest’oggi. Nessuno che ha trovato una medicina che può guarire una malattia recente, si decide a prenderla quando la malattia sarà inveterata. Nel nostro interno c’è la malattia del peccato; non lasciamola progredire. Un medico infallibile, Gesù Cristo, ci ha dato una medicina per la nostra guarigione spirituale, la confessione; non trascuriamola.

[A. Castellazzi: Alla Scuola degli Apostoli; Sc. Tip. Artigianelli, Pavia, 1929]

Alleluja 

Alleluia, alleluia Ps. CXVII:24; CXVII:1 Hæc dies, quam fecit Dóminus: exsultémus et lætémur in ea. 

[Questo è il giorno che fece il Signore: esultiamo e rallegriàmoci in esso.] 

V. Confitémini Dómino, quóniam bonus: quóniam in saeculum misericórdia ejus. Allelúja, allelúja. 

[Lodate il Signore, poiché è buono: eterna è la sua misericòrdia. Allelúia, allelúia.] 

1 Cor V:7 V. Pascha nostrum immolátus est Christus. 

[Il Cristo, Pasqua nostra, è stato immolato.]

Sequentia

“Víctimæ pascháli laudes ímmolent Christiáni. Agnus rédemit oves: Christus ínnocens Patri reconciliávit peccatóres. Mors et vita duéllo conflixére mirándo: dux vitæ mórtuus regnat vivus. Dic nobis, María, quid vidísti in via? Sepúlcrum Christi vivéntis et glóriam vidi resurgéntis. Angélicos testes, sudárium et vestes. Surréxit Christus, spes mea: præcédet vos in Galilaeam. Scimus Christum surrexísse a mórtuis vere: tu nobis, victor Rex, miserére. Amen. Allelúja.” 

[Alla Vittima pasquale, lodi offrano i Cristiani. – L’Agnello ha redento le pecore: Cristo innocente, al Padre ha riconciliato i peccatori. – La morte e la vita si scontrarono in mirabile duello: il Duce della vita, già morto, regna vivo. – Dicci, o Maria, che vedesti per via? – Vidi il sepolcro del Cristo vivente: e la gloria del Risorgente. – I testimonii angelici, il sudario e i lini. – È risorto il Cristo, mia speranza: vi precede in Galilea. Noi sappiamo che il Cristo è veramente risorto da morte: o Tu, Re vittorioso, abbi pietà di noi. Amen. Allelúia.]

Evangelium 

Sequéntia  sancti Evangélii secúndum Marcum. 

 Marc. XVI:1-7.

“In illo témpore: María Magdaléne et María Jacóbi et Salóme emérunt arómata, ut veniéntes úngerent Jesum. Et valde mane una sabbatórum, veniunt ad monuméntum, orto jam sole. Et dicébant ad ínvicem: Quis revólvet nobis lápidem ab óstio monuménti? Et respiciéntes vidérunt revolútum lápidem. Erat quippe magnus valde. Et introëúntes in monuméntum vidérunt júvenem sedéntem in dextris, coopértum stola cándida, et obstupuérunt. Qui dicit illis: Nolíte expavéscere: Jesum quǽritis Nazarénum, crucifíxum: surréxit, non est hic, ecce locus, ubi posuérunt eum. Sed ite, dícite discípulis ejus et Petro, quia præcédit vos in Galilǽam: ibi eum vidébitis, sicut dixit vobis.” 

[In quel tempo: Maria Maddalena, Maria di Giacomo, e Salòme, comperarono degli aromi per andare ad úngere Gesú. E di buon mattino, il primo giorno dopo il sàbato, arrivarono al sepolcro, che il sole era già sorto. Ora, dicevano tra loro: Chi mai ci sposterà la pietra dall’ingresso del sepolcro? E guardando, videro che la pietra era stata spostata: ed era molto grande. Entrate nel sepolcro, vídero un giovane seduto sul lato destro, rivestito di càndida veste, e sbalordirono. Egli disse loro: Non vi spaventate, voi cercate Gesú Nazareno, il crocifisso: è risorto, non è qui: ecco il luogo dove lo avevano posto. Ma andate, e dite ai suoi discepoli, e a Pietro, che egli vi precede in Galilea: là lo vedrete, come vi disse.]

Omelia

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956)

LE CARATTERISTICHE DELLA RESURREZIONE DI CRISTO

Prima che l’aurora sorgesse di là dal crinale dei monti, una silenziosa comitiva di donne ascendeva verso il sepolcro. Andando, qualcuna ruppe il silenzio e disse: « Chi ci smuoverà la pietra enorme che ostruisce la bocca della sepoltura? ». Ed ecco da lontano apparire il sepolcro: era aperto. Si scorgeva, rovesciata sull’erba del giardino, la bianca pietra dischiusa. Maria Maddalena impallidì, non seppe proseguire, tornando sui propri passi, corse a Pietro e a Giovanni, e come li vide scoppiò in un grido dolorose, « hanno involato il Signore, e non sappiamo dove l’abbiano messo ». Intanto le altre donne che s’erano fatte coraggio a proseguire entrarono nel sepolcro: due Angeli, uno a destra e l’altro a sinistra, vegliavano in attesa. Erano bianchi e risplendevano come il sole. « Chi cercate? » chiese un Angelo. « Gesù di Nazareth, che fu crocifisso tre giorni fa » risposero le donne. « È risuscitato: non è qui! ». Le donne, tremando di paura e di gioia, uscirono dalla grotta e ruppero in un grido di trionfo. E come fu la resurrezione di Cristo? Anzi tutto fu vera: Surrexit vere (Lc. XXIV, 34). Poi non conobbe più morte, ma continuò e continuerà eternamente nella gloria e nella luce. Jam non moritur: mors illi ultra non dominabitur (Rom., VI, 9). Verità e costanza: ecco i due caratteri della resurrezione di Cristo, i quali debbono pure essere i caratteri della nostra risurrezione. – RESURREZIONE VERA. Quando pecchiamo mortalmente, in una maniera spirituale noi moriamo. Ecco perché la Chiesa in questo tempo impone a tutti i fedeli di accostarsi ai santi Sacramenti: essa non può sopportare che il giorno della resurrezione del Salvatore sia celebrato da cuori morti. O Cristiani, siete tutti risorti? Avete tutti fatta la Pasqua? Chi non l’ha fatta, ancora non è risorto: le tenebre del peccato ancora involgono e soffocano la sua anima. – E a quelli che già hanno adempito il precetto io domando: siete risorti veramente? Non tutti quei che sembrano resuscitati, lo sono. Un grande scrittore, sentendosi ammalato gravemente, chiamò un sacerdote per confessarsi. Il prete gli impone di bruciare un’opera abbastanza licenziosa che stava componendo. Egli si fa pregare lungamente, ma poi a malincuore s’arrende. Il confessore se ne va. Un amico arriva e comincia a rimproverare l’artista  del suo sacrificio. « Come? e tu hai rinunziato a quel libro che ti doveva rendere famoso? … e tu, con le tue mani, hai avuto il coraggio di gettare nelle fiamme la tua gloria più bella? ». Lo scrittore abbozzò un lievissimo e furbesco sorriso e aggiunse a bassa voce: Taci. In fondo al cassetto, nascosta, ne ho conservata una copia ». Il Signore tolga che qualche Cristiano abbia imitato quell’artista! Accostandosi al sacramento della Confessione, costretto dal confessore, promise di bruciare nel fuoco dell’amor di Dio quell’impura relazione; di finirla con quei guadagni illeciti, di abbandonare i rancori e i desideri di vendetta; di riparare gli scandali. Ma poi gli si è avvicinato il demonio e gli ha detto: « Come? vuoi privarti dei piaceri più belli? ridurti a vivere la vita insipida dei frati? ». E l’infelice, nascosto in fondo al cuore, ha conservato un idolo, una passione, l’affetto ad un peccato. S’illude d’essere risorto ma non lo è: il demonio con sottile catena lo tiene ancora nel sepolcro. – Resurrexit vere. Gesù ha dimostrato d’essere veramente risorto: col mangiare frequentemente cogli Apostoli, coll’apparire a molti luminoso e impassibile, col mostrare all’incredulo Tommaso le sue mani piagate. Così anche il Cristiano deve dimostrare che la sua resurrezione è vera: col mangiare frequentemente il Pane Eucaristico, coll’apparire mutato in famiglia e fuori, col mostrare le proprie opere buone. – Resurrexit vere. Iddio aveva detto al suo popolo schiavo in Egitto di istituire la festa di Pasqua: prendessero il sangue d’un agnello ucciso e ne aspergessero lo stipite e l’architrave della casa, Erit autem sanguis vobis in signum (Es., XII, 13-19). A mezzanotte passò l’Angelo sterminatore in tutte le case non asperse di sangue ed uccise tutti i primogeniti, da quelli di Faraone che sedeva sul trono a quelli della schiava che era in carcere. Questo che una volta avvenne in figura, oggi avviene in realtà. L’agnello ucciso è Cristo. E Dio comanda che ad ogni Pasqua ogni Cristiano deterga la propria anima col sangue dell’Agnello che nel sacramento della Penitenza perdona i peccati. – Quelle anime che non portano l’aspersione del Sangue di Cristo, quando la morte scenderà intorno a noi come una notte scura, saranno percosse dalla vendetta di Dio. – RESURREZIONE COSTANTE. Gesù Cristo risorgendo da morte più non muore, dice S. Paolo, e la morte non lo dominerà più. Donde viene allora che la nostra resurrezione pasquale dalla morte del peccato alla vita della grazia è così poco costante? La ragione principale è perché si trascurano le precauzioni dovute: la vita di preghiera e di penitenza; la fuga delle persone e dei luoghi e delle letture funeste all’innocenza. L’anima che ritorna a Dio dopo i traviamenti del mondo, io la somiglio a un convalescente, tremante e pallido: basta un colpo d’aria, un boccone mal digerito per farlo ricadere e miseramente perire. È necessario quindi un riguardo estremo a tutto ciò che anche lontanamente può offendere la salute. Così anche per l’anima: Gesù Cristo ce lo insegna. Risorto a vita impassibile non aveva più nulla da temere da tutti i suoi nemici, tuttavia Egli non si espone in mezzo a Gerusalemme, sulle pubbliche piazze; ma compare soltanto a’ suoi più intimi, quasi che ancora fosse soggetto alla morte. È temerario esporsi alle occasioni del male e pretendere che la grazia di Dio ci sostenga. « Che cosa dirà il mondo, — pensano alcuni — s’io d’un colpo cambio il tenore di vita? Si mormorerà alle mie spalle, si riderà… ». Lasciate dire; pensate che il mondo mormorerà e riderà di voi anche se continuerete sulla via del male. « Ma io ho degli impegni, dei legami d’amicizia, dei doveri indispensabili e non posso lasciare quella persona, quel luogo… ». Ricordatevi però che il vostro primo impegno è quello d’arrivare in Paradiso; il dovere vostro più indispensabile è quello di salvare l’anima; l’amicizia a cui doveste tenere di più è quella di Dio. « Ma io dovrei rovinare i miei affari, rompere i miei commerci, diminuire il mio guadagno… ». Si perda tutto, ma non si perda Dio. Se i vostri affari sono poco puliti, se i vostri commerci sono ingiusti, se il vostro guadagno è un furto, bisogna troncarla. E del resto se non la troncate voi liberamente, verrà poi la morte a farvela finire e sarà peggio. « Ritornerò ancora in quei luoghi, con quelle persone — pensano alcuni; — ma non farò nulla di male, anzi attirerò al bene gli altri… ». Ecco l’angelo delle tenebre che si trasforma in Angelo di luce, Chi vi ha costituiti guida e pastore dei vostri fratelli? Non lasciatevi ingannare dalla vostra. insipienza. Deus, tu scis insipientiam meam et confusionem meam! (Ps., LXVIII, 6). Soltanto con la fuga di tutte le occasioni che la passata esperienza vi ha insegnato come pericolose, soltanto con la via di penitenza e di preghiera renderete costante la vostra resurrezione. – Una tradizione racconta che una donna di Naim, — forse la vedova a cui Gesù aveva resuscitato il figlio unico, — informata troppo tardi dell’arresto del Maestro, arrivò a Gerusalemme ch’era domenica mattina. Ancora nessuno c’era nelle vie per domandargli dove l’avessero trascinato, e nemmeno immaginava che l’avessero crocifisso, tanto le doveva sembrare enorme. Rimase dubbiosa nel lume nuovo del giorno che sorgeva, ferma davanti al pretorio di Ponzio Pilato. Quando, abbassando gli occhi, le parve di vedere macchie di sangue sulle pietre della strada. « Il sangue! Il Maestro dunque è passato di qui ». Seguì quella striscia rossa e, a poco a poco, si trovò fuori dell’abitato dove la strada saliva a un’altura detta Calvario: quando fu quasi alla cima, le parve a un tratto che il sole sorgesse a due passi da lei, e nel globo ardente del sole ella vide una figura candida: Gesù. Subito spaventata si gettò a terra, e si coprì la faccia. Ma il Maestro la rialzò dolcemente e le disse: « Non temere: sono risorto per non più morire ». – V’è una striscia rossa nella vita che conduce l’anima a Gesù: la mortificazione il dolore, il rinnegamento delle proprie passioni cattive. Non scoraggiamoci: come quella donna di Naim, seguiamo passo passo le sanguinose impronte di Gesù. E al sommo della vita, il Maestro apparirà anche a noi raggiante di gloria e di gioia come un sole, e ci dirà: « Non temere! io sono risorto per non più morire. Tu pure, risorgerai, né morirai più ».

Alleluia! Cristo è risorto: la morte fu vinta; fu vinto il peccato; fu vinto l’inferno. Alleluia! squillano le campane nel cielo di primavera, in ogni angolo del mondo sotto ogni latitudine. Alleluia! oggi risuona sui monti silenziosi, oggi, sulle pianure tumultuanti. Alleluia! Oggi si ripete tra gli ardori della zona equatoriale come fra le capanne incavate nel ghiaccio dagli esquimesi; accanto alla pagoda di Brahama, presso la moschea di Maometto: dovunque un missionario cattolico ha levato una croce, ha innalzato un altare. È Pasqua: è il giorno sospirato, il principio d’ogni nostra letizia, il fine d’ogni dolore. Cristo non è più lacero, non è più crocifisso, non è più morto; ma integro, glorioso, trionfante. Alleluia! Dal giorno della Resurrezione tutto è diventato gioia per i veri discepoli di Gesù Cristo: gioia è vivere; gioia è morire; gioia è risorgere nella propria carne. – GIOIA È VIVERE. Vi sembrerà strano udire che gioia sia per noi la vita quando continuamente sperimentiamo d’essere in una valle di lacrime, ove non passa giorno senza una pena.  Eppure è così: noi abbiamo il mezzo per trasformare la nostra vita di sofferenza in una vita di santa letizia. Ce lo insegna S. Paolo: Ut quomodo Christus resurrexit a mortuis, ita et nos in novitate vitæ ambulemus. Come Cristo risuscitò da morti, così ancor noi dobbiamo risorgere dal peccato e camminare per una via nuova. Sopra questa strada nuova del bene, dell’onestà, della fede noi troveremo la gioia di vivere. Guardate il popolo di Israele fuggitivo dal servaggio brutale degli Egizi: Faraone col ferro alla mano; coi carri, con un esercito d’armati li rincorre, li incalza, li raggiunge, ormai è sopra a loro; gli Israeliti ansanti sono stretti tra il mare che mugghia davanti, e le lance che trafiggono alle spalle. Terribile agonia. Alza Mosè la verga e tocca le onde: ecco, e i flutti si calmano e il mare si divide dal mare ed una strada si apre sul fondo e tutto il popolo del Signore si precipita per quella. Il sentiero riesce così delizioso che invece d’arena e di ghiaia è lastricato di fiori. Campus — così lo descrive la Storia Sacra — germinans flores de profundis aquarum. Questa è un’immagine delle anime devote che fanno veramente Pasqua: voltano le spalle all’Egitto dei mondani piaceri e dei peccati e camminano dietro a Gesù risorto. Voltiamo anche noi le spalle alla nostra vita passata lontano dalla legge di Dio,  dai santi Sacramenti, e proveremo nel nostro cuore una gioia ed un pace non gustata fin qui. Davide esclama: « Il Signore non lascia mancar nulla a quelli che camminano nell’innocenza ». Non dico che non ci saranno più dolori; ma anche i dolori toccati dalla croce di Gesù, come da una verga miracolosa, diverranno gioie essi pure. « Ogni pena mi è diletto » canta S. Francesco. E santa Teresa di Lisieux meravigliata, diceva: « Come va, Signore, che anche in mezzo ai dispiaceri non posso più patire? ». GIOIA È MORIRE. La cosa più paurosa che v’è sulla terra è la morte. Sentirsi male in tutto il corpo, non trovar sollievo un istante per giorni e veder il mondo sfumar in una nebbia densa, non sentir più nulla, scendere sotterra nell’oscurità, tra le zolle grevi e fredde del camposanto… Oh è terribile! Ma Gesù Cristo, risorgendo per propria virtù, ha reso lieta la morte e piena di beate speranze. Per il navigante che ha traversato gli oceani in burrasca è forse spaventoso entrare un bel mattino nelle acque placide del porto? Per il soldato che è vissuto mesi e mesi nel fango d’una trincea, tra l’ululo dei proiettili; e gli scoppi terribili delle bombarde è forse spaventoso il giorno in cui potrà ritornare al suo paesello, nella sua casa, rivedere suo padre che l’attende sulla soglia, con le braccia spalancate per comprimerlo in estasi sul suo cuore? Per l’operaio che ha lavorato duramente per tutta la settimana, e s’è logorato sulla fatica, è forse spaventoso il sopraggiungere della sera del sabato, quando lo chiamerà il padrone, per donargli una generosissima ricompensa? Così è la morte per i veri Cristiani. « Per me — scriveva s. Paolo — morire è un guadagno (Philip., I, 21). io desidero la morte, perché mi unirà a Cristo (Philip., I, 23). Ma quando, finalmente, sarò liberato da questo corpo mortale? » (Rom., VII, 24). Il vecchio Vescovo Ignazio d’Antiochia, pochi giorni prima del martirio così scriveva ai Romani: « Quando godrò la felicità di essere dilaniato dalle belve feroci? « Ah, si affrettino a farmi morire e a tormentarmi; di grazia, non si risparmino. Se le belve non verranno da me, le obbligherò io a sbranarmi ». – « Perdonatemi, figliuoli, questi trasporti! so quello ch’è bene per me. Che mi si faccia soffrire il fuoco, le croci, le zanne delle bestie feroci; sono pronto a tutto purché possa godere Gesù Cristo ». Ecco che cos’è la morte: il principio dell’eterno godimento. I primi Cristiani chiamavano il giorno della morte dies natalis, giorno di nascita perché chi ha vissuto cristianamente, morendo nasce alla vera vita, quella del Paradiso. Santa Teresa esclamava: « Io muoio di non poter morire ». E quando in Roma scoppiò la peste, S. Luigi Gonzaga con le lacrime scongiurò i superiori suoi di lasciarlo andare negli ospedali ad assistere gli appestati. « Ma non sai che la peste ti può colpire, e tu sei tanto giovane? ». Il Santo desiderava la morte. Ed una sera tornò a casa dopo aver assistito i moribondi, dopo aver baciato le loro piaghe violacee, tornò giulivo, ma con il male nel sangue. — Padre, — diceva al suo confessore prima di morire — mi permette che mi flagelli. « Non vedi che neppure ne hai la forza? ». — Mi farò battere, da capo a piedi, da un compagno. « Non parlare così… ». Lieta è la morte per i Cristiani perché dietro la morte c’è la vita. C’è il Paradiso. C’è Gesù risorto, là, ad aspettarli nella sua gioia eterna. – GIOIA È LA RESURREZIONE DELLA CARNE. Una madre, a cui da poco tempo eran morti due figlioli, udì parlare del giudizio finale e della resurrezione della carne. « Dunque, — diceva estasiata — i miei due figliuoli li vedrò ancora, ancora potrò accarezzarli? Vedrò il loro viso buono, li bacerò ancora, ma non più piangendo come li baciai, freddi freddi, prima di ricomporli nella bara. Ma quando sarà? ». « Quando le trombe degli Angeli squilleranno l’ora del giudizio finale ». E quella madre, quasi impaziente di rivedere i suoi figli: « E perché — disse — quel giorno non è domani? ». Chi non piange qualche caro parente defunto? forse la madre, forse un fratello, forse lo sposo? Quante volte non ci assale un violento desiderio di rivederne le fattezze, di riguardare nei loro occhi mesti; di riudire la loro voce quale l’udimmo in ore beate? Ebbene, il mistero della Pasqua ci dona una grande consolazione. Noi li rivedremo: non solo rivedremo i loro spiriti, ma anche i loro corpi gloriosi, li rivedremo così come li abbiamo conosciuti e amati sopra la terra. La resurrezione di Gesù Cristo è garanzia della nostra resurrezione. I membri di un corpo devono essere conformi alla testa. Ora, Cristo nostro capo è risorto con la sua carne da morte e non muore più. Per conseguenza gli uomini che sono le membra di Cristo risorgeranno essi pure coi loro corpi e non morranno più. Ma, allora, il terribile giorno dell’ira di Dio — dies iræ — per i Cristiani sarà un giorno di gioia, il giorno della gioia completa. Alleluia! È passato l’inverno della maledizione, è venuta la primavera dell’amore; è passata la schiavitù del demonio, comincia il dolce regno di Dio. Alleluia! gioia è la vita; gioia è la morte; gioia il risorgere. Ma chi ci rese così lieta l’esistenza? Gesù Cristo. Fu Lui, con la sua incarnazione, con la passione, con la resurrezione. Se dopo tutto questo c’è ancora qualcuno che non ama nostro Signor Gesù Cristo, sia scomunicato (S. PAOLO).

Alleluia! La resurrezione spirituale che ogni Cristiano deve compiere, è il principio della gloriosa resurrezione dei nostri corpi. Omnes quidem resurgemus (I Cor, XV, 51). – LA NOSTRA SPIRITUALE RESURREZIONE. Un granello di frumento un giorno cadde dalle mani del seminatore nel solco violetto d’un campo smosso di recente: e sparì nella terra.  Il granello sentendosi oppresso mormorò « Io muoio ». Caddero le piogge autunnali a macerare il terreno ed una grande umidità penetrò fino a lui. Il povero granello sentendosi tutto rammollito mormorò con un fil di voce: « Io muoio ». Non  più calore, non più luce, non più sole. Il granello, sentendosi fradicio, sospirò senza voce: « È finita! ». No, no, piccolo granello, non è finita! Ed eccolo mandar fuori impercettibili radici, e poi uno stelo esile come un ago, che passò nella terra e giunse nel sole, poi crebbe fino a dare una spiga stupenda. Ecco simboleggiato quello che ogni Cristiano deve compiere in se stesso dopo che Cristo è morto e risorto per noi. Dobbiamo cominciare una vita nuova: ma prima però è necessario distruggere la vecchia vita: quella in cui il peccato ci ha induriti e chiusi come un seme. Bisogna quindi lasciarci cadere nel solco sotto la terra: ossia ritirarci nel silenzio della chiesa e nella preghiera, e decidere quello che bisogna fare per la salute nostra eterna. Decidere con fermezza e con coraggio, se vogliamo veramente risorgere. Non importa se bisognerà lasciare certe abitudini che ci sono care o comode; non importa se saremo costretti sotto al duro giogo della mortificazione nei nostri sensi, e se ci sembrerà di morire come il piccolo granello di frumento. Via, dunque, dal nostro cuore affetti o relazioni impure: basta con quei luoghi, con quelle amicizie, con quei divertimenti; basta con gli odi, con le gelosie, con l’avidità del denaro, della roba altrui. Bisogna risorgere! Non spaventatevi se questa resurrezione dello spirito vuol dire prima sacrificio e rinnegamento: Iddio saprà infondere a queste lotte intime e dure tanta gioia che voi stessi ne sarete meravigliati. Ernesto Psicari, il convertito nipote di Renan, esclamava: « Mio Dio! Non avrei mai creduto che fosse così facile e così soave l’amarti! ». – LA NOSTRA CORPORALE RESURREZIONE. S. Monaco scita, gran servo di Dio, morendo, atteggiò le labbra a un sorriso. I circostanti, piangendo, gli chiesero perché sorridesse ed egli rispose semplicemente: Ho sorriso perché voi avete paura della morte, mentre essa è così amabile! ». Ed aveva ragione. Ma cos’è la morte, dopo che Cristo l’ha vinta, risorgendo? Non è più l’inesorabile dea che con la falce spinge nelle tenebre i poveri uomini, ma essa per il Cristiano non è che una breve partenza dell’anima dal corpo. È l’anima che saluta il suo corpo: « A rivederci, fratello! abbiamo combattuto insieme la battaglia del Signore, abbiamo servito il nostro padrone, gioendo e patendo insieme. Ora sei stanco e ti lascio riposare: ma dopo il tuo breve sonno, allo squillar della tromba angelica, ritornerò a riprenderti, ma per godere, sempre, senza stancarti più! ». – Ecco perché S. Francesco cantava: « Lodato sia il mio Signore, per la sorella morte corporale! ». Resurrexit: non est hic. O morte, dov’è la tua vittoria? Se Cristo, primizia dei dormienti, è risorto, anche noi tutti dobbiamo risorgere nella nostra carne. Omnes quidem resurgemus: è dogma di fede. Cristo è il nostro capo: noi siamo le sue membra: e tutti con Lui formiamo un corpo unico. Ma ogni membro segue le sorte del capo: e s’Egli muore, tutte le membra morranno; ma s’Egli risorge tutte le membra risorgeranno. Cristo è passato — avanti a noi — con la sua voce; e vuole che tutti lo seguano, portando la croce. Ma Cristo è gloriosamente risorto: e perché tutti quelli che l’avranno seguito nel patimento, non lo dovranno seguire nella gloria? La morte è pena del peccato: ma il peccato fu asterso da Cristo: anche la morte, dunque, dovrà essere infranta. Resurgemus! È questo il grido di Giobbe: «So che il mio Redentore vive. Ma so anche che, nell’ultimo giorno, io pure risorgerò a vederlo con questi occhi miei ». È il grido dei Maccabei morenti: « Tu, o tiranno, potrai disperdere le nostre povere ossa, ma il Re immortale le farà risorgere ». È la parola chiara e infallibile di Dio: « Io sono resurrezione e vita » E allora: dove è, o morte, la tua vittoria se discendiamo nella fossa solo per aspettare la resurrezione? Et exspecto resurrectionem! – Prepariamoci alla gloriosa resurrezione dei corpi, con la resurrezione dal peccato e dalla tiepidezza. Filippo II di Spagna vegliò una notte intera per scrivere una lettera di somma importanza al Papa. Quand’ebbe finito, distratto dalla fatica e dal sonno, invece di versarvi la sabbia per asciugare, vi rovesciò l’inchiostro. Filippo impallidì: ma poi raccogliendo il suo coraggio, disse: « Cominciamo da capo ». Oh! se nella nostra vita ci sono stati dei momenti di sonno e di distrazione, in cui abbiamo rovesciato l’inchiostro dei peccati sull’anima nostra, oggi — che è Pasqua — è proprio il momento opportuno di dire: « Cominciamo da capo ».

 IL CREDO

Offertorium 

Orémus 

Ps. LXXV: 9-10.

Terra trémuit, et quiévit, dum resúrgeret in judício Deus, allelúja. 

[La terra tremò e ristette, quando sorse Dio a fare giustizia, allelúia.]

Secreta

Súscipe, quaesumus, Dómine, preces pópuli tui cum oblatiónibus hostiárum: ut, Paschálibus initiáta mystériis, ad æternitátis nobis medélam, te operánte, profíciant. 

[O Signore, Ti supplichiamo, accogli le preghiere del pòpolo tuo, in uno con l’offerta di questi doni, affinché i medesimi, consacrati dai misteri pasquali, ci servano, per opera tua, di rimedio per l’eternità.] –

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio 

1 Cor V: 7-8

Pascha nostrum immolátus est Christus, allelúja: itaque epulémur in ázymis sinceritátis et veritátis, allelúja, allelúja, allelúja.

[Il Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato, allelúia: banchettiamo dunque con gli àzzimi della purezza e della verità, allelúia, allelúia, allelúia.]

Postcommunio 

 Orémus.

Spíritum nobis, Dómine, tuæ caritátis infúnde: ut, quos sacraméntis paschálibus satiásti, tua fácias pietáte concordes. 

[Infondi in noi, o Signore, lo Spirito della tua carità: affinché coloro che saziasti coi sacramenti pasquali, li renda unanimi con la tua pietà.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

UFFICIO DELLE TENEBRE DEL TRIDUO

UFFICIO DELLE TENEBRE DEL TRIDUO

Gli Uffici notturni dei tre giorni del triduo pasquale possono costituire un momento di intensa preghiera e di meditazione della Passione di Cristo anche fuori dal tempo pasquale, nei momenti di prova e nelle difficoltà della vita, in particolare in questi tempi spiritualmente tenebrosi.

L’UFFICIO DELLE TENEBRE.

(p. Pio Parsch)

Chi ama la liturgia impiegherà ogni momento libero per prepararsi bene alle funzioni della Settimana santa. Nelle parrocchie la preparazione è certamente incominciata da molto tempo. I parroci dovettero già, durante la Quaresima, spiegare ai loro parrocchiani il contenuto spirituale della Settimana santa. Ma in questi due giorni è assolumente necessario e urgente portare a termine la preparazione. Oggi consideriamo in modo particolare il Mattutino dei tre ultimi giorni, l’Ufficio delle tenebre. Che cosa è il Mattutino? È una parte della preghiera liturgica del Breviario e precisamente la preghiera notturna della Chiesa, che considera nel Mattutino la festa del giorno seguente. La Chiesa raccoglie in essa i pensieri e i sentimenti di tutta la giornata liturgica. E  poiché i tre ultimi giorni della settimana racchiudono per noi Cristiani gli avvenimenti più importanti dell’anno, è logico che al Mattutino relativo si debba avere una speciale ricchezza di contenuto. In realtà vi è quanto di più bello e commovente può avere la Chiesa nel tesoro delle sue preghiere. I tre Mattutini rappresentano le tre parti del dramma della Passione. La prima parte è il Mattutino del Giovedì santo; imponente introduzione al dramma grandioso, il pensiero centrale è la Passione intima del Signore, la Passione nelle sue cause. Le scene dominanti sono: l’agonia nell’orto degli ulivi; il tradimento di Giuda e l’istituzione della SS. Eucarestia. – La seconda parte è il Mattutino del Venerdì santo, il quale ci fa considerare il momento culminante del dramma della croce. L’azione si svolge sul Golgota. Questo Mattutino è anche il più impressionante e il più triste di tutti. – La terza parte ci infonde già un senso di sollievo. Dal Mattutino del Sabato santo traspira la pace dopo la tempesta; ci sentiamo trasportati a poco a poco verso le speranze della resurrezione, malgrado abbia ancora espressioni di dolore allorché considera le ferite sanguinose del grande Sacrificato! Fermiamoci, solo un momento, a considerare le Lamentazioni e i Responsori.

Le lamentazioni sono canti nei quali il profeta Geremia ha trasfuso il più amaro cordoglio per la distruzione di Gerusalemme e la prigionia del popolo giudeo. Nel Mattutino sentiamo le voci di dolore della umanità penitente, la sposa infedele, per la quale lo sposo soffre e muore. Nelle Lamentazioni, la Chiesa vuole metterci davanti la nostra anima nella quale, come in uno specchio, possiamo riconoscere la miseria spaventosa del peccato. Perciò ogni canto si chiude col grido impressionante: « Gerusalemme, Gerusalemme, convertiti al Signore Dio tuo! ». Le Lamentazioni si cantano su di una melodia piena di mestizia, la cui eco si perde nella lontananza dei tempi, forse nell’antico evo giudaico. Si ripercuotono nella nostra stessa anima le note lente e severe ripetute sempre alla stessa maniera senza mai cessare, quelle note che hanno toccato e commosso migliaia di cuori ed hanno suscitato l’estatica ammirazione dei più famosi artisti: « perché siede così abbandonata la città che fu un tempo sì popolosa? / La regina dei popoli è diventata una vedova, / la regina delle nazioni è diventata suddita… / o voi tutti, che passate per la via, guardate / se c’è un dolore simile al mio dolore… / A chi posso paragonarti, a chi dirti simile, figlia di Gerusalemme? / Chi posso mettere al tuo fianco per confortarti, vergine figlia di Sion?/ Poiché il tuo dolore è grande come il mare… ». Anche i Responsori vengono cantati solennemente dopo le Lamentazioni. Che cosa sono i Responsori? Dopo ogni lezione la Chiesa ha cura di non passare immediatamente alla lezione successiva, ma fra l’una e l’altra intercala un canto che è al tempo stesso un’eco della lezione. Anche nella Messa, dopo l’Epistola segue un Responsorio: il Graduale. I Responsori nel Mattutino della Settima santa sono tra i passi più belli. Vi sentiamo accenti di dolore che escono, ora dalla bocca stessa del Salvatore sofferente, ora da quella della Chiesa. Sono canti sempre alternati, ora semplici, ora lirici, ora altamente drammatici.

Gli esempi seguenti ci danno un’idea di questi canti. Al Giovedì santo la Chiesa dice di Giuda: « Giuda, anima miserabile, venale, / tradì il Signore con un bacio. / Il Signore, come Agnello innocente, / non ricusò il bacio di Giuda. / Per pochi denari lo consegnò ai giudei. / Meglio sarebbe stato per lui che non fosse nato ». –

Al Venerdì santo la Chiesa ricorda la morte di Cristo: / « Si fece notte, / allorché i giudei crocifissero Gesù; / e verso l’ora nona Gesù gridò con gran voce: / Mio Dio, perché mi hai abbandonato? / E, chinato il capo, rese lo spirito. / Gesù gridò con gran voce: / Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito ».

Il Mattutino del Sabato santo è il lamento della Chiesa alla tomba del suo sposo:

« Gerusalemme sorgi, deponi gli abiti da festa, / copriti con la cenere e col cilicio, / perché in te è stato ucciso il Salvatore d’Israele».

Quando comincia il Mattutino si mette davanti all’altare un candelabro con quindici candele, quattordici gialle e una bianca. Queste candele si spengono una per una, dopo il canto di ciascun salmo (nove nel Mattutino e cinque nelle Lodi). La candela bianca resta accesa, ma alla fine essa viene portata dietro l’altare e poi di nuovo ripresa dopo che il coro ha fatto del rumore. – Originariamente questa cerimonia aveva uno scopo pratico. Nel Medio Evo il Mattutino si recitava nella notte perciò si chiama anche Tenebræ. Allorchè si spegneva una candela, i fedeli capivano che era finito un salmo. Più tardi a quest’uso fu dato un significato simbolico: le candele gialle indicano i di quali uno dopo l’altro se ne andarono; la candela bianca, Gesù, la cui luce fu bensì oscurata per breve tempo dalla morte, ma poi riapparve luminosa nella resurrezione. Il rumore deve significare il terremoto al momento della sua Resurrezione. È specialmente commovente la chiusa dell’Ufficio delle tenebre. Allorché tutte le candele anche quelle sull’altare sono spente e la Chiesa si trova avvolta nella completa oscurità, tutti genuflettono. Allora si canta il versetto: « Cristo si è fatto per noi obbediente fino alla morte » (al Venerdì santo si aggiunge : « fino alla morte di Croce »: al Sabato si fa una nuova aggiunta: Perciò Dio lo ha esaltato e gli ha dato un nome che è superiore a tutti gli altri nomi »). Poi si recita o si canta il salmo di penitenza, il Miserere, davanti all’immagine del Crocifisso. Tutti si alzano ed escono uno dopo l’altro, in profondo silenzio. ….

3. Dal MATTUTINO DEL GIOVEDI’ SANTO .

Verso sera cantiamo il primo Ufficio delle tenebre. Il Mattutino del Giovedì santo è il primo della trilogia, il prologo del grande dramma. Il pensiero fondamentale è questo: La intera passione di Cristo nelle sue cause e nei suoi effetti: a) Presso i Giudei la morte di Cristo è ormai decretata; b) Giuda tradisce il suo Maestro: e di lui appunto oggi si parla diffusamente: c) l’agonia nell’orto e l’intera passione di Gesù nella sua anima e nella sua volontà; d) L’istituzione della SS. Eucarestia, è viva rappresentazione della Passione di Cristo. L’azione si svolge la sera del primo Giovedì santo: essa non prosegue secondo l’ordine cronologico come in un dramma, no: i pensieri partono di qui e sempre vi ritornano; alludono a scene della passione anche dei giorni seguenti: è come un mosaico di preghiera la cui unità è costituita dalla Passione di Cristo in generale, con speciale riferimento agli avvenimenti odierni.

I SALMI – Di solito nel Mattutino delle feste come nel Mattutino dei due giorni seguenti, i salmi sono propri, cioè dal tesoro dei 150 salmi si cercano quelli che nei pensieri e nei sentimenti s’adattano meglio alla ricorrenza. Ma oggi non è così: si recitano i salmi dal LXVIII fino al LXXVI. In una serie ininterrotta, quantunque non tutti si riferiscano alla passione (l’antico Mattutino feriale del mercoledì finiva col salmo LXVII, e perciò quello del giovedì cominciava col salmo LXVIII). – Forse si sono scelti appositamente questi salmi che non si riferiscono al pensiero della passione perché servano d’introduzione alla trilogia. – Abbiamo già parlato delle Lamentazioni. Sotto l’allegoria di Gerusalemme abbiamo sentito la sposa infedele, il lamento dell’umanità e dell’anima peccatrice che gemono sopra la propria indegnità e sul castigo meritato. Nelle preghiere dell’ufficio ascoltiamo il Signore che soffre; nelle Letture, l’umanità si batte il petto esclamando: « È per me che egli ha patito tanto! ».

I Responsori. – Nulla eguaglia la bellezza e la poesia dei Responsori dell’Ufficio delle tenebre, pur così semplici. Essi conferiscono drammaticità al Mattutino e ne mantengono l’unità d’azione. Già nel primo Mattutino si da un certo ordine e una gradazione. Nel primo Notturno si parla dell’agonia di Cristo nell’orto degli ulivi; nel secondo di Giuda; nel terzo dei discepoli addormentati e del piano di morte tramato dai. Giudei. L’ultimo Responsorio di tutti e tre i Mattutini ci dà il quadro della situazione nel momento in cui l’azione arriva al parossismo. – Durante i tre giorni Geremia ha la parola nel primo Notturno; S. Agostino nel secondo; S. Paolo nel terzo. C’è anche in questo una ragione? Geremia rappresenta il Salvatore sofferente; Agostino e Paolo hanno sperimentato in loro stessi, al massimo grado, l’effetto della Passione di Cristo nella grazia della conversione. – Se consideriamo i Mattutini nel loro complesso, riscontriamo una bella unità d’azione.

Nocturn I.


Ant.
Zelus domus tuæ * comédit me, et oppróbria exprobrántium tibi cecidérunt super me.
Psalmus 68 [1]
68:2 Salvum me fac, Deus: * quóniam intravérunt aquæ usque ad ánimam meam.
68:3 Infíxus sum in limo profúndi: * et non est substántia.
68:3 Veni in altitúdinem maris: * et tempéstas demérsit me.
68:4 Laborávi clamans, raucæ factæ sunt fauces meæ: * defecérunt óculi mei, dum spero in Deum meum.
68:5 Multiplicáti sunt super capíllos cápitis mei, * qui odérunt me gratis.
68:5 Confortáti sunt qui persecúti sunt me inimíci mei injúste: * quæ non rápui, tunc exsolvébam.
68:6 Deus, tu scis insipiéntiam meam: * et delícta mea a te non sunt abscóndita.
68:7 Non erubéscant in me qui exspéctant te, Dómine, * Dómine virtútum.
68:7 Non confundántur super me * qui quǽrunt te, Deus Israël.
68:8 Quóniam propter te sustínui oppróbrium: * opéruit confúsio fáciem meam.
68:9 Extráneus factus sum frátribus meis, * et peregrínus fíliis matris meæ.
68:10 Quóniam zelus domus tuæ comédit me: * et oppróbria exprobrántium tibi cecidérunt super me.
68:11 Et opérui in jejúnio ánimam meam: * et factum est in oppróbrium mihi.
68:12 Et pósui vestiméntum meum cilícium: * et factus sum illis in parábolam.
68:13 Advérsum me loquebántur, qui sedébant in porta: * et in me psallébant qui bibébant vinum.
68:13 Ego vero oratiónem meam ad te, Dómine: * tempus benepláciti, Deus.
68:14 In multitúdine misericórdiæ tuæ exáudi me, * in veritáte salútis tuæ:
68:15 Éripe me de luto, ut non infígar: * líbera me ab iis, qui odérunt me, et de profúndis aquárum.
68:16 Non me demérgat tempéstas aquæ, neque absórbeat me profúndum: * neque úrgeat super me púteus os suum.
68:17 Exáudi me, Dómine, quóniam benígna est misericórdia tua: * secúndum multitúdinem miseratiónum tuárum réspice in me.
68:18 Et ne avértas fáciem tuam a púero tuo: * quóniam tríbulor, velóciter exáudi me.
68:19 Inténde ánimæ meæ, et líbera eam: * propter inimícos meos éripe me.
68:20 Tu scis impropérium meum, et confusiónem meam, * et reveréntiam meam.
68:21 In conspéctu tuo sunt omnes qui tríbulant me: * impropérium exspectávit cor meum, et misériam.
68:21 Et sustínui qui simul contristarétur, et non fuit: * et qui consolarétur, et non invéni.
68:22 Et dedérunt in escam meam fel: * et in siti mea potavérunt me acéto.
68:23 Fiat mensa eórum coram ipsis in láqueum, * et in retributiónes, et in scándalum.
68:24 Obscuréntur óculi eórum ne vídeant: * et dorsum eórum semper incúrva.
68:25 Effúnde super eos iram tuam: * et furor iræ tuæ comprehéndat eos.
68:26 Fiat habitátio eórum desérta: * et in tabernáculis eórum non sit qui inhábitet.
68:27 Quóniam quem tu percussísti, persecúti sunt: * et super dolórem vúlnerum meórum addidérunt.
68:28 Appóne iniquitátem super iniquitátem eórum: * et non intrent in justítiam tuam.
68:29 Deleántur de libro vivéntium: * et cum justis non scribántur.
68:30 Ego sum pauper et dolens: * salus tua, Deus, suscépit me.
68:31 Laudábo nomen Dei cum cántico: * et magnificábo eum in laude:
68:32 Et placébit Deo super vítulum novéllum: * córnua producéntem et úngulas.
68:33 Vídeant páuperes et læténtur: * quǽrite Deum, et vivet ánima vestra.
68:34 Quóniam exaudívit páuperes Dóminus: * et vinctos suos non despéxit.
68:35 Laudent illum cæli et terra, * mare et ómnia reptília in eis.
68:36 Quóniam Deus salvam fáciet Sion: * et ædificabúntur civitátes Juda.
68:36 Et inhabitábunt ibi, * et hereditáte acquírent eam.
68:37 Et semen servórum ejus possidébit eam: * et qui díligunt nomen ejus, habitábunt in ea.

Ant. Zelus domus tuæ comédit me, et oppróbria exprobrántium tibi cecidérunt super me.

Ant. Avertántur retrórsum, * et erubéscant, qui cógitant mihi mala.

Psalmus 69 [2]


69:2 Deus, in adjutórium meum inténde: * Dómine, ad adjuvándum me festína.
69:3 Confundántur et revereántur, * qui quǽrunt ánimam meam.
69:4 Avertántur retrórsum, et erubéscant, * qui volunt mihi mala.
69:4 Avertántur statim erubescéntes, * qui dicunt mihi: Euge, euge.
69:5 Exsúltent et læténtur in te omnes qui quǽrunt te, * et dicant semper: Magnificétur Dóminus: qui díligunt salutáre tuum.
69:6 Ego vero egénus, et pauper sum: * Deus, ádjuva me.
69:6 Adjútor meus, et liberátor meus es tu: * Dómine, ne moréris.
Gloria omittitur

Ant. Avertántur retrórsum, et erubéscant, qui cógitant mihi mala.

Ant. Deus meus, * éripe me de manu peccatóris.

Psalmus 70 [3]
70:1 In te, Dómine, sperávi, non confúndar in ætérnum: * in justítia tua líbera me, et éripe me.
70:2 Inclína ad me aurem tuam, * et salva me.
70:3 Esto mihi in Deum protectórem, et in locum munítum: * ut salvum me fácias,
70:3 Quóniam firmaméntum meum, * et refúgium meum es tu.
70:4 Deus meus, éripe me de manu peccatóris, * et de manu contra legem agéntis et iníqui:
70:5 Quóniam tu es patiéntia mea, Dómine: * Dómine, spes mea a juventúte mea.
70:6 In te confirmátus sum ex útero: * de ventre matris meæ tu es protéctor meus.
70:7 In te cantátio mea semper: * tamquam prodígium factus sum multis: et tu adjútor fortis.
70:8 Repleátur os meum laude, ut cantem glóriam tuam: * tota die magnitúdinem tuam.
70:9 Ne proícias me in témpore senectútis: * cum defécerit virtus mea, ne derelínquas me.
70:10 Quia dixérunt inimíci mei mihi: * et qui custodiébant ánimam meam, consílium fecérunt in unum.
70:11 Dicéntes: Deus derelíquit eum, persequímini, et comprehéndite eum: * quia non est qui erípiat.
70:12 Deus, ne elongéris a me: * Deus meus, in auxílium meum réspice.
70:13 Confundántur, et defíciant detrahéntes ánimæ meæ: * operiántur confusióne, et pudóre qui quǽrunt mala mihi.
70:14 Ego autem semper sperábo: * et adíciam super omnem laudem tuam.
70:15 Os meum annuntiábit justítiam tuam: * tota die salutáre tuum.
70:16 Quóniam non cognóvi litteratúram, introíbo in poténtias Dómini: * Dómine, memorábor justítiæ tuæ solíus.
70:17 Deus, docuísti me a juventúte mea: * et usque nunc pronuntiábo mirabília tua.
70:18 Et usque in senéctam et sénium: * Deus, ne derelínquas me,
70:18 Donec annúntiem brácchium tuum * generatióni omni, quæ ventúra est:
70:19 Poténtiam tuam, et justítiam tuam, Deus, usque in altíssima, quæ fecísti magnália: * Deus, quis símilis tibi?
70:20 Quantas ostendísti mihi tribulatiónes multas et malas: et convérsus vivificásti me: * et de abýssis terræ íterum reduxísti me:
70:21 Multiplicásti magnificéntiam tuam: * et convérsus consolátus es me.
70:22 Nam et ego confitébor tibi in vasis psalmi veritátem tuam: * Deus, psallam tibi in cíthara, Sanctus Israël.
70:23 Exsultábunt lábia mea cum cantávero tibi: * et ánima mea, quam redemísti.
70:24 Sed et lingua mea tota die meditábitur justítiam tuam: * cum confúsi et revériti fúerint, qui quærunt mala mihi.

Ant. Deus meus, éripe me de manu peccatóris.

Lectio 1
Incipit Lamentátio Jeremíæ Prophétæ
Lam 1:1-5
1 Aleph. Quómodo sedet sola cívitas plena pópulo: facta est quasi vídua dómina géntium: princeps provinciárum facta est sub tribúto.
2 Beth. Plorans plorávit in nocte, et lácrimæ ejus in maxíllis ejus: non est qui consolétur eam ex ómnibus caris ejus: omnes amíci ejus sprevérunt eam, et facti sunt ei inimíci.
3 Ghimel. Migrávit Judas propter afflictiónem, et multitúdinem servitútis: habitávit inter gentes, nec invénit réquiem: omnes persecutóres ejus apprehendérunt eam inter angústias.
4 Daleth. Viæ Sion lugent eo quod non sint qui véniant ad solemnitátem: omnes portæ ejus destrúctæ: sacerdótes ejus geméntes: vírgines ejus squálidæ, et ipsa oppréssa amaritúdine.
5 He. Facti sunt hostes ejus in cápite, inimíci ejus locupletáti sunt: quia Dóminus locútus est super eam propter multitúdinem iniquitátum ejus: párvuli ejus ducti sunt in captivitátem, ante fáciem tribulántis.
Jerúsalem, Jerúsalem, convértere ad Dóminum Deum tuum.

R. In monte Olivéti orávit ad Patrem: Pater, si fíeri potest, tránseat a me calix iste:
* Spíritus quidem promptus est, caro autem infírma.
V. Vigiláte, et oráte, ut non intrétis in tentatiónem.
R. Spíritus quidem promptus est, caro autem infírma.

Lectio 2
Lam 1:6-9
6 Vau. Et egréssus est a fília Sion omnis decor ejus: facti sunt príncipes ejus velut aríetes non inveniéntes páscua: et abiérunt absque fortitúdine ante fáciem subsequéntis.
7 Zain. Recordáta est Jerúsalem diérum afflictiónis suæ, et prævaricatiónis ómnium desiderabílium suórum, quæ habúerat a diébus antíquis, cum cáderet pópulus ejus in manu hostíli, et non esset auxiliátor: vidérunt eam hostes, et derisérunt sábbata ejus.
8 Heth. Peccátum peccávit Jerúsalem, proptérea instábilis facta est: omnes, qui glorificábant eam, sprevérunt illam, quia vidérunt ignomíniam ejus: ipsa autem gemens convérsa est retrórsum.
9 Teth. Sordes ejus in pédibus ejus, nec recordáta est finis sui: depósita est veheménter, non habens consolatórem: vide, Dómine, afflictiónem meam, quóniam eréctus est inimícus.
Jerúsalem, Jerúsalem, convértere ad Dóminum Deum tuum.

R. Tristis est ánima mea usque ad mortem: sustinéte hic, et vigiláte mecum: nunc vidébitis turbam, quæ circúmdabit me:
* Vos fugam capiétis, et ego vadam immolári pro vobis.
V. Ecce appropínquat hora, et Fílius hóminis tradétur in manus peccatórum.
R. Vos fugam capiétis, et ego vadam immolári pro vobis.

Lectio 3
Lam 1:10-14
10 Jod. Manum suam misit hostis ad ómnia desiderabília ejus: quia vidit gentes ingréssas sanctuárium suum, de quibus præcéperas ne intrárent in ecclésiam tuam.
11 Caph. Omnis pópulus ejus gemens, et quærens panem: dedérunt pretiósa quæque pro cibo ad refocillándam ánimam. Vide, Dómine, et consídera, quóniam facta sum vilis.
12 Lamed. O vos omnes, qui transítis per viam, atténdite, et vidéte, si est dolor sicut dolor meus: quóniam vindemiávit me, ut locútus est Dóminus in die iræ furóris sui.
13 Mem. De excélso misit ignem in óssibus meis, et erudívit me: expándit rete pédibus meis, convértit me retrórsum: pósuit me desolátam, tota die mæróre conféctam.
14 Nun. Vigilávit jugum iniquitátum meárum: in manu ejus convolútæ sunt, et impósitæ collo meo: infirmáta est virtus mea: dedit me Dóminus in manu, de qua non pótero súrgere.


Jerúsalem, Jerúsalem, convértere ad Dóminum Deum tuum.

R. Ecce vídimus eum non habéntem spéciem, neque decórem: aspéctus ejus in eo non est: hic peccáta nostra portávit, et pro nobis dolet: ipse autem vulnerátus est propter iniquitátes nostras:
* Cujus livóre sanáti sumus.
V. Vere languóres nostros ipse tulit, et dolóres nostros ipse portávit.
R. Cujus livóre sanáti sumus.
R. Ecce vídimus eum non habéntem spéciem, neque decórem: aspéctus ejus in eo non est: hic peccáta nostra portávit, et pro nobis dolet: ipse autem vulnerátus est propter iniquitátes nostras: * Cujus livóre sanáti sumus

Nocturn II.


Ant.
Liberávit Dóminus * páuperem a poténte, et ínopem, cui non erat adjútor.

Psalmus 71 [4]
71:2 Deus, judícium tuum regi da: * et justítiam tuam fílio regis:
71:2 Judicáre pópulum tuum in justítia, * et páuperes tuos in judício.
71:3 Suscípiant montes pacem pópulo: * et colles justítiam.
71:4 Judicábit páuperes pópuli, et salvos fáciet fílios páuperum: * et humiliábit calumniatórem.
71:5 Et permanébit cum sole, et ante lunam, * in generatióne et generatiónem.
71:6 Descéndet sicut plúvia in vellus: * et sicut stillicídia stillántia super terram.
71:7 Oriétur in diébus ejus justítia, et abundántia pacis: * donec auferátur luna.
71:8 Et dominábitur a mari usque ad mare: * et a flúmine usque ad términos orbis terrárum.
71:9 Coram illo prócident Æthíopes: * et inimíci ejus terram lingent.
71:10 Reges Tharsis, et ínsulæ múnera ófferent: * reges Árabum et Saba dona addúcent.
71:11 Et adorábunt eum omnes reges terræ: * omnes gentes sérvient ei:
71:12 Quia liberábit páuperem a poténte: * et páuperem, cui non erat adjútor.
71:13 Parcet páuperi et ínopi: * et ánimas páuperum salvas fáciet.
71:14 Ex usúris et iniquitáte rédimet ánimas eórum: * et honorábile nomen eórum coram illo.
71:15 Et vivet, et dábitur ei de auro Arábiæ, et adorábunt de ipso semper: * tota die benedícent ei.
71:16 Et erit firmaméntum in terra in summis móntium, superextollétur super Líbanum fructus ejus: * et florébunt de civitáte sicut fænum terræ.
71:17 Sit nomen ejus benedíctum in sǽcula: * ante solem pérmanet nomen ejus.
71:17 Et benedicéntur in ipso omnes tribus terræ: * omnes gentes magnificábunt eum.
71:18 Benedíctus Dóminus, Deus Israël, * qui facit mirabília solus:
71:19 Et benedíctum nomen majestátis ejus in ætérnum: * et replébitur majestáte ejus omnis terra: fiat, fiat.

Ant. Liberávit Dóminus páuperem a poténte, et ínopem, cui non erat adjútor.

Ant. Cogitavérunt ímpii, * et locúti sunt nequítiam: iniquitátem in excélso locúti sunt.
Psalmus 72 [5]
72:1 Quam bonus Israël Deus, * his, qui recto sunt corde!
72:2 Mei autem pæne moti sunt pedes: * pæne effúsi sunt gressus mei.
72:3 Quia zelávi super iníquos, * pacem peccatórum videns.
72:4 Quia non est respéctus morti eórum: * et firmaméntum in plaga eórum.
72:5 In labóre hóminum non sunt, * et cum homínibus non flagellabúntur:
72:6 Ídeo ténuit eos supérbia, * opérti sunt iniquitáte et impietáte sua.
72:7 Pródiit quasi ex ádipe iníquitas eórum: * transiérunt in afféctum cordis.
72:8 Cogitavérunt, et locúti sunt nequítiam: * iniquitátem in excélso locúti sunt.
72:9 Posuérunt in cælum os suum: * et lingua eórum transívit in terra.
72:10 Ídeo convertétur pópulus meus hic: * et dies pleni inveniéntur in eis.
72:11 Et dixérunt: Quómodo scit Deus, * et si est sciéntia in excélso?
72:12 Ecce, ipsi peccatóres, et abundántes in sǽculo, * obtinuérunt divítias.
72:13 Et dixi: Ergo sine causa justificávi cor meum, * et lavi inter innocéntes manus meas:
72:14 Et fui flagellátus tota die, * et castigátio mea in matutínis.
72:15 Si dicébam: Narrábo sic: * ecce, natiónem filiórum tuórum reprobávi.
72:16 Existimábam ut cognóscerem hoc, * labor est ante me:
72:17 Donec intrem in Sanctuárium Dei: * et intéllegam in novíssimis eórum.
72:18 Verúmtamen propter dolos posuísti eis: * dejecísti eos dum allevaréntur.
72:19 Quómodo facti sunt in desolatiónem, súbito defecérunt: * periérunt propter iniquitátem suam.
72:20 Velut sómnium surgéntium, Dómine, * in civitáte tua imáginem ipsórum ad níhilum rédiges.
72:21 Quia inflammátum est cor meum, et renes mei commutáti sunt: * et ego ad níhilum redáctus sum, et nescívi.
72:23 Ut juméntum factus sum apud te: * et ego semper tecum.
72:24 Tenuísti manum déxteram meam: et in voluntáte tua deduxísti me, * et cum glória suscepísti me.
72:25 Quid enim mihi est in cælo? * et a te quid vólui super terram?
72:26 Defécit caro mea, et cor meum: * Deus cordis mei, et pars mea Deus in ætérnum.
72:27 Quia ecce, qui elóngant se a te, períbunt: * perdidísti omnes, qui fornicántur abs te.
72:28 Mihi autem adhærére Deo bonum est: * pónere in Dómino Deo spem meam:
72:28 Ut annúntiem omnes prædicatiónes tuas, * in portis fíliæ Sion.
Gloria omittitur

Ant. Cogitavérunt ímpii, et locúti sunt nequítiam: iniquitátem in excélso locúti sunt.

Ant. Exsúrge, Dómine, * et júdica causam meam.
Psalmus 73 [6]
73:1 Ut quid, Deus, repulísti in finem: * irátus est furor tuus super oves páscuæ tuæ?
73:2 Memor esto congregatiónis tuæ, * quam possedísti ab inítio.
73:2 Redemísti virgam hereditátis tuæ: * mons Sion, in quo habitásti in eo.
73:3 Leva manus tuas in supérbias eórum in finem: * quanta malignátus est inimícus in sancto!
73:4 Et gloriáti sunt qui odérunt te: * in médio solemnitátis tuæ.
73:5 Posuérunt signa sua, signa: * et non cognovérunt sicut in éxitu super summum.
73:6 Quasi in silva lignórum secúribus excidérunt jánuas ejus in idípsum: * in secúri et áscia dejecérunt eam.
73:7 Incendérunt igni Sanctuárium tuum: * in terra polluérunt tabernáculum nóminis tui.
73:8 Dixérunt in corde suo cognátio eórum simul: * Quiéscere faciámus omnes dies festos Dei a terra.
73:9 Signa nostra non vídimus, jam non est prophéta: * et nos non cognóscet ámplius.
73:10 Úsquequo, Deus, improperábit inimícus: * irrítat adversárius nomen tuum in finem?
73:11 Ut quid avértis manum tuam, et déxteram tuam, * de médio sinu tuo in finem?
73:12 Deus autem Rex noster ante sǽcula: * operátus est salútem in médio terræ.
73:13 Tu confirmásti in virtúte tua mare: * contribulásti cápita dracónum in aquis.
73:14 Tu confregísti cápita dracónis: * dedísti eum escam pópulis Æthíopum.
73:15 Tu dirupísti fontes, et torréntes: * tu siccásti flúvios Ethan.
73:16 Tuus est dies, et tua est nox: * tu fabricátus es auróram et solem.
73:17 Tu fecísti omnes términos terræ: * æstátem et ver tu plasmásti ea.
73:18 Memor esto hujus, inimícus improperávit Dómino: * et pópulus insípiens incitávit nomen tuum.
73:19 Ne tradas béstiis ánimas confiténtes tibi, * et ánimas páuperum tuórum ne obliviscáris in finem.
73:20 Réspice in testaméntum tuum: * quia repléti sunt, qui obscuráti sunt terræ dómibus iniquitátum.
73:21 Ne avertátur húmilis factus confúsus: * pauper et inops laudábunt nomen tuum.
73:22 Exsúrge, Deus, júdica causam tuam: * memor esto improperiórum tuórum, eórum quæ ab insipiénte sunt tota die.
73:23 Ne obliviscáris voces inimicórum tuórum: * supérbia eórum, qui te odérunt, ascéndit semper.
Gloria omittitur

Ant. Exsúrge, Dómine, et júdica causam meam.

Pater noster

Lectio 4

Ex tractátu sancti Augustíni Epíscopi super Psalmos
In Psalmum 54 ad 1 versum
Exáudi, Deus, oratiónem meam, et ne despéxeris deprecatiónem meam: inténde mihi, et exáudi me. Satagéntis, sollíciti, in tribulatióne pósiti, verba sunt ista. Orat multa pátiens, de malo liberári desíderans. Súperest ut videámus in quo malo sit: et cum dícere cœ́perit, agnoscámus ibi nos esse: ut communicáta tribulatióne, conjungámus oratiónem. Contristátus sum, inquit, in exercitatióne mea, et conturbátus sum. Ubi contristátus? ubi conturbátus? In exercitatióne mea, inquit. Hómines malos, quos pátitur, commemorátus est: eandémque passiónem malórum hóminum exercitatiónem suam dixit. Ne putétis gratis esse malos in hoc mundo, et nihil boni de illis ágere Deum. Omnis malus aut ídeo vivit, ut corrigátur; aut ídeo vivit, ut per illum bonus exerceátur.

R. Amicus meus ósculi me trádidit signo: Quem osculátus fúero, ipse est, tenéte eum: hoc malum fecit signum, qui per ósculum adimplévit homicídium.
* Infélix prætermísit prétium sánguinis, et in fine láqueo se suspéndit.
V. Bonum erat ei, si natus non fuísset homo ille.
R. Infélix prætermísit prétium sánguinis, et in fine láqueo se suspéndit.

Lectio 5

Utinam ergo qui nos modo exércent, convertántur, et nobíscum exerceántur: tamen quámdiu ita sunt ut exérceant, non eos odérimus: quia in eo quod malus est quis eórum, utrum usque in finem perseveratúrus sit, ignorámus. Et plerúmque cum tibi vidéris odísse inimícum, fratrem odísti, et nescis. Diábolus, et ángeli ejus in Scriptúris sanctis manifestáti sunt nobis, quod ad ignem ætérnum sint destináti. Ipsórum tantum desperánda est corréctio, contra quos habémus occúltam luctam: ad quam luctam nos armat Apóstolus, dicens: Non est nobis colluctátio advérsus carnem et sánguinem: id est, non advérsus hómines, quos vidétis, sed advérsus príncipes, et potestátes, et rectóres mundi, tenebrárum harum. Ne forte cum dixísset, mundi, intellégeres dǽmones esse rectóres cæli et terræ. Mundi dixit, tenebrárum harum: mundi dixit, amatórum mundi: mundi dixit, impiórum et iniquórum: mundi dixit, de quo dicit Evangélium: Et mundus eum non cognóvit.

R. Judas mercátor péssimus ósculo pétiit Dóminum: ille ut agnus ínnocens non negávit Judæ ósculum:
* Denariórum número Christum Judǽis trádidit.
V. Mélius illi erat, si natus non fuísset.
R. Denariórum número Christum Judǽis trádidit.

Lectio 6

Quóniam vidi iniquitátem, et contradictiónem in civitáte. Atténde glóriam crucis ipsíus. Jam in fronte regum crux illa fixa est, cui inimíci insultavérunt. Efféctus probávit virtútem: dómuit orbem non ferro, sed ligno. Lignum crucis contuméliis dignum visum est inimícis, et ante ipsum lignum stantes caput agitábant, et dicébant: Si Fílius Dei est, descéndat de cruce. Extendébat ille manus suas ad pópulum non credéntem, et contradicéntem. Si enim justus est, qui ex fide vivit; iníquus est, qui non habet fidem. Quod ergo hic ait, iniquitátem: perfídiam intéllege. Vidébat ergo Dóminus in civitáte iniquitátem et contradictiónem, et extendébat manus suas ad pópulum non credéntem et contradicéntem: et tamen et ipsos exspéctans dicébat: Pater, ignósce illis, quia nésciunt quid fáciunt.

R. Unus ex discípulis meis tradet me hódie: Væ illi per quem tradar ego:
* Mélius illi erat, si natus non fuísset.
V. Qui intíngit mecum manum in parópside, hic me traditúrus est in manus peccatórum.
R. Mélius illi erat, si natus non fuísset.
Gloria omittitur
R. Unus ex discípulis meis tradet me hódie: Væ illi per quem tradar ego: * Mélius illi erat, si natus non fuísset.

Nocturn III.


Ant. Dixi iníquis: * Nolíte loqui advérsus Deum iniquitátem.
Psalmus 74 [7]
74:2 Confitébimur tibi, Deus: * confitébimur, et invocábimus nomen tuum.
74:3 Narrábimus mirabília tua: * cum accépero tempus, ego justítias judicábo.
74:4 Liquefácta est terra, et omnes qui hábitant in ea: * ego confirmávi colúmnas ejus.
74:5 Dixi iníquis: Nolíte iníque ágere: * et delinquéntibus: Nolíte exaltáre cornu:
74:6 Nolíte extóllere in altum cornu vestrum: * nolíte loqui advérsus Deum iniquitátem.
74:7 Quia neque ab Oriénte, neque ab Occidénte, neque a desértis móntibus: * quóniam Deus judex est.
74:8 Hunc humíliat, et hunc exáltat: * quia calix in manu Dómini vini meri plenus misto.
74:9 Et inclinávit ex hoc in hoc: verúmtamen fæx ejus non est exinaníta: * bibent omnes peccatóres terræ.
74:10 Ego autem annuntiábo in sǽculum: * cantábo Deo Jacob.
74:11 Et ómnia córnua peccatórum confríngam: * et exaltabúntur córnua justi.
Gloria omittitur

Ant. Dixi iníquis: Nolíte loqui advérsus Deum iniquitátem.

Ant. Terra trémuit * et quiévit, dum exsúrgeret in judício Deus.

Psalmus 75 [8]

75:2 Notus in Judǽa Deus: * in Israël magnum nomen ejus.
75:3 Et factus est in pace locus ejus: * et habitátio ejus in Sion.
75:4 Ibi confrégit poténtias árcuum, * scutum, gládium, et bellum.
75:5 Illúminans tu mirabíliter a móntibus ætérnis: * turbáti sunt omnes insipiéntes corde.
75:6 Dormiérunt somnum suum: * et nihil invenérunt omnes viri divitiárum in mánibus suis.
75:7 Ab increpatióne tua, Deus Jacob, * dormitavérunt qui ascendérunt equos.
75:8 Tu terríbilis es, et quis resístet tibi? * ex tunc ira tua.
75:9 De cælo audítum fecísti judícium: * terra trémuit et quiévit,
75:10 Cum exsúrgeret in judícium Deus, * ut salvos fáceret omnes mansuétos terræ.
75:11 Quóniam cogitátio hóminis confitébitur tibi: * et relíquiæ cogitatiónis diem festum agent tibi.
75:12 Vovéte, et réddite Dómino, Deo vestro: * omnes, qui in circúitu ejus affértis múnera.
75:13 Terríbili et ei qui aufert spíritum príncipum, * terríbili apud reges terræ.
Gloria omittitur

Ant. Terra trémuit et quiévit, dum exsúrgeret in judício Deus.

Ant. In die tribulatiónis * meæ Deum exquisívi mánibus meis.

Psalmus 76 [9]

76:2 Voce mea ad Dóminum clamávi: * voce mea ad Deum, et inténdit mihi.
76:3 In die tribulatiónis meæ Deum exquisívi, mánibus meis nocte contra eum: * et non sum decéptus.
76:4 Rénuit consolári ánima mea, * memor fui Dei, et delectátus sum, et exercitátus sum: et defécit spíritus meus.
76:5 Anticipavérunt vigílias óculi mei: * turbátus sum, et non sum locútus.
76:6 Cogitávi dies antíquos: * et annos ætérnos in mente hábui.
76:7 Et meditátus sum nocte cum corde meo, * et exercitábar, et scopébam spíritum meum.
76:8 Numquid in ætérnum proíciet Deus: * aut non appónet ut complacítior sit adhuc?
76:9 Aut in finem misericórdiam suam abscíndet, * a generatióne in generatiónem?
76:10 Aut obliviscétur miseréri Deus? * aut continébit in ira sua misericórdias suas?
76:11 Et dixi: Nunc cœpi: * hæc mutátio déxteræ Excélsi.
76:12 Memor fui óperum Dómini: * quia memor ero ab inítio mirabílium tuórum.
76:13 Et meditábor in ómnibus opéribus tuis: * et in adinventiónibus tuis exercébor.
76:14 Deus, in sancto via tua: quis Deus magnus sicut Deus noster? * tu es Deus qui facis mirabília.
76:15 Notam fecísti in pópulis virtútem tuam: * redemísti in brácchio tuo pópulum tuum, fílios Jacob et Joseph.
76:17 Vidérunt te aquæ, Deus, vidérunt te aquæ: * et timuérunt, et turbátæ sunt abýssi.
76:18 Multitúdo sónitus aquárum: * vocem dedérunt nubes.
76:18 Étenim sagíttæ tuæ tránseunt: * vox tonítrui tui in rota.
76:19 Illuxérunt coruscatiónes tuæ orbi terræ: * commóta est, et contrémuit terra.
76:20 In mari via tua, et sémitæ tuæ in aquis multis: * et vestígia tua non cognoscéntur.
76:21 Deduxísti sicut oves pópulum tuum, * in manu Móysi et Aaron.
Gloria omittitur

Ant. In die tribulatiónis meæ Deum exquisívi mánibus meis.

V. Exsúrge, Dómine.
R. Et júdica causam meam.

Pater noster

Lectio 7
De Epístola prima beáti Pauli Apóstoli ad Corínthios
1 Cor 11:17-22
17 Hoc autem præcípio: non laudans quod non in mélius, sed in detérius convenítis.
18 Primum quidem conveniéntibus vobis in Ecclésiam, áudio scissúras esse inter vos, et ex parte credo.
19 Nam opórtet et hǽreses esse, ut et qui probáti sunt, manifésti fiant in vobis.
20 Conveniéntibus ergo vobis in unum, jam non est Domínicam cenam manducáre.
21 Unusquísque enim suam cenam præsúmit ad manducándum. Et álius quidem ésurit, álius autem ébrius est.
22 Numquid domos non habétis ad manducándum et bibéndum? aut Ecclésiam Dei contémnitis, et confúnditis eos, qui non habent? Quid dicam vobis? Laudo vos? In hoc non laudo.

R. Eram quasi agnus ínnocens: ductus sum ad immolándum, et nesciébam: consílium fecérunt inimíci mei advérsum me, dicéntes:
* Veníte, mittámus lignum in panem ejus, et eradámus eum de terra vivéntium.
V. Omnes inimíci mei advérsum me cogitábant mala mihi: verbum iníquum mandavérunt advérsum me, dicéntes.
R. Veníte, mittámus lignum in panem ejus, et eradámus eum de terra vivéntium.

Lectio 8

1 Cor XI: 23-26
23 Ego enim accépi a Dómino quod et trádidi vobis, quóniam Dóminus Jesus, in qua nocte tradebátur, accépit panem,
24 Et grátias agens fregit, et dixit: Accípite, et manducáte: hoc est corpus meum, quod pro vobis tradétur: hoc fácite in meam commemoratiónem.
25 Simíliter et cálicem, postquam cœnávit, dicens: Hic calix novum testaméntum est in meo sánguine: hoc fácite, quotiescúmque bibétis, in meam commemoratiónem.
26 Quotiescúmque enim manducábitis panem hunc, et cálicem bibétis, mortem Dómini annuntiábitis donec véniat.

R. Una hora non potuístis vigiláre mecum, qui exhortabámini mori pro me?
* Vel Judam non vidétis, quómodo non dormit, sed festínat trádere me Judǽis.
V. Quid dormítis? súrgite, et oráte, ne intrétis in tentatiónem.
R. Vel Judam non vidétis, quómodo non dormit, sed festínat trádere me Judǽis.

Lectio 9

1 Cor XI: 27-34
27 Itaque quicúmque manducáverit panem hunc, vel bíberit cálicem Dómini indígne, reus erit córporis et sánguinis Dómini.
28 Probet autem seípsum homo: et sic de pane illo edat, et de cálice bibat.
29 Qui enim mandúcat et bibit indígne, judícium sibi mandúcat et bibit, non dijúdicans corpus Dómini.
30 Ideo inter vos multi infírmi et imbecílles, et dórmiunt multi.
31 Quod, si nosmetípsos dijudicarémus, non útique judicarémur.
32 Dum judicámur autem, a Dómino corrípimur, ut non cum hoc mundo damnémur.
33 Itaque, fratres mei, cum convenítis ad manducándum, ínvicem exspectáte.
34 Si quis ésurit, domi mandúcet: ut non in judícium conveniátis. Cétera autem, cum vénero, dispónam.

R. Senióres pópuli consílium fecérunt,
* Ut Jesum dolo tenérent, et occíderent: cum gládiis et fústibus exiérunt tamquam ad latrónem.
V. Collegérunt pontífices et pharisǽi concílium.
R. Ut Jesum dolo tenérent, et occíderent: cum gládiis et fústibus exiérunt tamquam ad latrónem.
Gloria omittitur
R. Senióres pópuli consílium fecérunt, * Ut Jesum dolo tenérent, et occíderent: cum gládiis et fústibus exiérunt tamquam ad latrónem.

Oratio
Réspice, quǽsumus, Dómine, super hanc famíliam tuam, pro qua Dóminus noster Jesus Christus non dubitávit mánibus tradi nocéntium, et crucis subíre torméntum:

6. DAL MATTUTINO DEL VENERDI’ SANTO. –

La seconda parte della trilogia e il punto culminante di essa, è il Mattutino del venerdì santo. Potremmo chiamarlo: la morte di Cristo sulla croce. Quantunque l’azione non si svolga in ordine cronologico, possiamo stabilire come scena centrale Gesù pendente dalla croce e considerare le altre scene di questo giorno come figure e ricordi che passano davanti allo sguardo del Salvatore crocifisso. I sentimenti espressi nel Mattutino scelti tra i salmi più cupi e desolati del Salterio sono profondamente tristi; le Lamentazioni sembrano voler accrescere il dolore; altrettanto tristi, quanto belli, sono i Responsori.

Rappresentiamoci il Signore in croce e ascoltiamo le espressioni del suo affetto e del suo dolore: ora è l’abbandono senza conforto; ora il lamento desolato; pensiamo alle scene dei giorni trascorsi o della sera precedente che Egli rievoca.

Rileviamo i passi più belli del Mattutino:

Al primo Notturno comincia il combattimento dei Giudei e dei Gentili contro Dio e il suo Cristo (salmo Il). Poi vediamo la divina vittima sulla croce: « Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato? ». Cantiamo il salmo messianico XXI: « Si sono divise le mie vesti tra loro e tirarono a sorte la mia tunica ». Questo canto è uno dei passi più importanti del Mattutino. Segue un salmo di calma fiducia, il quale esprime i sentimenti dell’anima del Signore in mezzo all’angoscia mortale: « Il Signore è la mia luce e la mia salvezza; di che temerò? ». – Nelle letture vediamo la sposa disonorata: « A chi ti paragonerò, a qual cosa ti somiglierò, o figlia di Gerusalemme?… poiché grande come il mare è il tuo dolore ».  La liturgia spiega di nuovo una scena del Golgota: « il velo del Tempio si squarciò, e tutta la terra tremò; gridò il ladrone dalla croce: ricordati di me, o Signore, quando sarai giunto nel tuo regno. Le rupi si spezzarono e si aprirono i sepolcri, molti corpi di santi, che erano addormentati, risorsero ». Nella terza lettura ecco l’Uomo dei dolori, Cristo: « Io sono l’Uomo che conosce la miseria sotto la verga dell’ira. Mi ha trascinato e condotto nelle tenebre e non nella luce ».

Nel secondo Notturno recitiamo il salmo della flagellazione XXXVII: « Non c’è parte sana nella mia carne a cagione dell’ira tua; non hanno pace le mie ossa a causa dei mici peccati ». Nulla è così commovente come la preghiera di Cristo sulla croce (salmo XXXIX). –

Nelle lezioni ascoltiamo nuovamente S. Agostino che applica il salmo LXIII alla Passione di Cristo. Il quinto Responsorio, a metà del Mattutino, descrive la morte del

Signore. – Nel terzo Notturno il salmo LXXXVII, profondamente triste, ci mette davanti al punto culminante del dramma: « La mia anima è piena di dolori e presso al sepolcro è la mia vita ». – Le lezioni portano un pensiero affatto nuovo: Cristo è il nostro eterno Pontefice che sull’altare della croce compì il suo Sacrificio unico, il sacrificio perfetto perché ad un tempo Egli fu sacerdote e vittima. – L’ultimo Responsorio mostra il quadro finale: Cristo all’estremo dei suoi dolori:

« Si sono offuscati i miei occhi nel pianto, poiché s’è allontanato da me colui che mi consolava. Mirate, o popoli tutti, se vi è dolore simile al mio dolore ».

Nocturn I.

Ant. Astitérunt reges terræ, * et príncipes convenérunt in unum, advérsus Dóminum, et advérsus Christum ejus.

Psalmus 2 [1]

2:1 Quare fremuérunt gentes: * et pópuli meditáti sunt inánia?
2:2 Astitérunt reges terræ, et príncipes convenérunt in unum * advérsus Dóminum, et advérsus Christum ejus.
2:3 Dirumpámus víncula eórum: * et proiciámus a nobis jugum ipsórum.
2:4 Qui hábitat in cælis, irridébit eos: * et Dóminus subsannábit eos.
2:5 Tunc loquétur ad eos in ira sua, * et in furóre suo conturbábit eos.
2:6 Ego autem constitútus sum Rex ab eo super Sion montem sanctum ejus, * prǽdicans præcéptum ejus.
2:7 Dóminus dixit ad me: * Fílius meus es tu, ego hódie génui te.
2:8 Póstula a me, et dabo tibi gentes hereditátem tuam, * et possessiónem tuam términos terræ.
2:9 Reges eos in virga férrea, * et tamquam vas fíguli confrínges eos.
2:10 Et nunc, reges, intellégite: * erudímini, qui judicátis terram.
2:11 Servíte Dómino in timóre: * et exsultáte ei cum tremóre.
2:12 Apprehéndite disciplínam, nequándo irascátur Dóminus, * et pereátis de via justa.
2:13 Cum exárserit in brevi ira ejus: * beáti omnes qui confídunt in eo.
Gloria omittitur

Ant. Astitérunt reges terræ, et príncipes convenérunt in unum, advérsus Dóminum, et advérsus Christum ejus.

Ant. Divisérunt sibi * vestiménta mea, et super vestem meam misérunt sortem.

Psalmus 21 [2]

21:2 Deus, Deus meus, réspice in me: quare me dereliquísti? * longe a salúte mea verba delictórum meórum.
21:3 Deus meus, clamábo per diem, et non exáudies: * et nocte, et non ad insipiéntiam mihi.
21:4 Tu autem in sancto hábitas, * laus Israël.
21:5 In te speravérunt patres nostri: * speravérunt, et liberásti eos.
21:6 Ad te clamavérunt, et salvi facti sunt: * in te speravérunt, et non sunt confúsi.
21:7 Ego autem sum vermis, et non homo: * oppróbrium hóminum, et abjéctio plebis.
21:8 Omnes vidéntes me, derisérunt me: * locúti sunt lábiis, et movérunt caput.
21:9 Sperávit in Dómino, erípiat eum: * salvum fáciat eum, quóniam vult eum.
21:10 Quóniam tu es, qui extraxísti me de ventre: * spes mea ab ubéribus matris meæ. In te projéctus sum ex útero:
21:11 De ventre matris meæ Deus meus es tu, * ne discésseris a me:
21:12 Quóniam tribulátio próxima est: * quóniam non est qui ádjuvet.
21:13 Circumdedérunt me vítuli multi: * tauri pingues obsedérunt me.
21:14 Aperuérunt super me os suum, * sicut leo rápiens et rúgiens.
21:15 Sicut aqua effúsus sum: * et dispérsa sunt ómnia ossa mea.
21:15 Factum est cor meum tamquam cera liquéscens * in médio ventris mei.
21:16 Áruit tamquam testa virtus mea, et lingua mea adhǽsit fáucibus meis: * et in púlverem mortis deduxísti me.
21:17 Quóniam circumdedérunt me canes multi: * concílium malignántium obsédit me.
21:17 Fodérunt manus meas et pedes meos: * dinumeravérunt ómnia ossa mea.
21:18 Ipsi vero consideravérunt et inspexérunt me: * divisérunt sibi vestiménta mea, et super vestem meam misérunt sortem.
21:20 Tu autem, Dómine, ne elongáveris auxílium tuum a me: * ad defensiónem meam cónspice.
21:21 Érue a frámea, Deus, ánimam meam: * et de manu canis únicam meam:
21:22 Salva me ex ore leónis: * et a córnibus unicórnium humilitátem meam.
21:23 Narrábo nomen tuum frátribus meis: * in médio ecclésiæ laudábo te.
21:24 Qui timétis Dóminum, laudáte eum: * univérsum semen Jacob, glorificáte eum.
21:25 Tímeat eum omne semen Israël: * quóniam non sprevit, neque despéxit deprecatiónem páuperis:
21:25 Nec avértit fáciem suam a me: * et cum clamárem ad eum, exaudívit me.
21:26 Apud te laus mea in ecclésia magna: * vota mea reddam in conspéctu timéntium eum.
21:27 Edent páuperes, et saturabúntur: et laudábunt Dóminum qui requírunt eum: * vivent corda eórum in sǽculum sǽculi.
21:28 Reminiscéntur et converténtur ad Dóminum * univérsi fines terræ:
21:28 Et adorábunt in conspéctu ejus * univérsæ famíliæ géntium.
21:29 Quóniam Dómini est regnum: * et ipse dominábitur géntium.
21:30 Manducavérunt et adoravérunt omnes pingues terræ: * in conspéctu ejus cadent omnes qui descéndunt in terram.
21:31 Et ánima mea illi vivet: * et semen meum sérviet ipsi.
21:32 Annuntiábitur Dómino generátio ventúra: * et annuntiábunt cæli justítiam ejus pópulo qui nascétur, quem fecit Dóminus.

Ant. Divisérunt sibi vestiménta mea, et super vestem meam misérunt sortem.

Ant. Insurrexérunt in me * testes iníqui, et mentíta est iníquitas sibi.

Psalmus 26 [3]

26:1 Dóminus illuminátio mea, et salus mea, * quem timébo?
26:1 Dóminus protéctor vitæ meæ, * a quo trepidábo?
26:2 Dum apprópiant super me nocéntes, * ut edant carnes meas:
26:2 Qui tríbulant me inimíci mei, * ipsi infirmáti sunt, et cecidérunt.
26:3 Si consístant advérsum me castra, * non timébit cor meum.
26:3 Si exsúrgat advérsum me prǽlium, * in hoc ego sperábo.
26:4 Unam pétii a Dómino, hanc requíram, * ut inhábitem in domo Dómini ómnibus diébus vitæ meæ:
26:4 Ut vídeam voluptátem Dómini, * et vísitem templum ejus.
26:5 Quóniam abscóndit me in tabernáculo suo: * in die malórum protéxit me in abscóndito tabernáculi sui.
26:6 In petra exaltávit me: * et nunc exaltávit caput meum super inimícos meos.
26:6 Circuívi, et immolávi in tabernáculo ejus hóstiam vociferatiónis: * cantábo, et psalmum dicam Dómino.
26:7 Exáudi, Dómine, vocem meam, qua clamávi ad te: * miserére mei, et exáudi me.
26:8 Tibi dixit cor meum, exquisívit te fácies mea: * fáciem tuam, Dómine, requíram.
26:9 Ne avértas fáciem tuam a me: * ne declínes in ira a servo tuo.
26:9 Adjútor meus esto: * ne derelínquas me, neque despícias me, Deus, salutáris meus.
26:10 Quóniam pater meus, et mater mea dereliquérunt me: * Dóminus autem assúmpsit me.
26:11 Legem pone mihi, Dómine, in via tua: * et dírige me in sémitam rectam propter inimícos meos.
26:12 Ne tradíderis me in ánimas tribulántium me: * quóniam insurrexérunt in me testes iníqui, et mentíta est iníquitas sibi.
26:13 Credo vidére bona Dómini * in terra vivéntium.
26:14 Exspécta Dóminum, viríliter age: * et confortétur cor tuum, et sústine Dóminum.

Ant. Insurrexérunt in me testes iníqui, et mentíta est iníquitas sibi.

V. Divisérunt sibi vestiménta mea.
R. Et super vestem meam misérunt sortem.

Pater noster

Lectio 1
De Lamentatióne Jeremíæ Prophétæ
Lam 2:8-11
8 Heth. Cogitávit Dóminus dissipáre murum fíliæ Sion: teténdit funículum suum, et non avértit manum suam a perditióne: luxítque antemurále, et murus páriter dissipátus est.
9 Teth. Defíxæ sunt in terra portæ ejus: pérdidit, et contrívit vectes ejus: regem ejus et príncipes ejus in géntibus: non est lex, et prophétæ ejus non invenérunt visiónem a Dómino.
10 Jod. Sedérunt in terra, conticuérunt senes fíliæ Sion: conspersérunt cínere cápita sua, accíncti sunt cilíciis, abjecérunt in terram cápita sua vírgines Jerúsalem.
11 Caph. Defecérunt præ lácrimis óculi mei, conturbáta sunt víscera mea: effúsum est in terra jecur meum super contritióne fíliæ pópuli mei, cum defíceret párvulus et lactens in platéis óppidi.
Jerúsalem, Jerúsalem, convértere ad Dóminum Deum tuum.

R. Omnes amíci mei dereliquérunt me, et prævaluérunt insidiántes mihi: trádidit me quem diligébam:
* Et terribílibus óculis plaga crudéli percutiéntes, acéto potábant me.
V. Inter iníquos projecérunt me, et non pepercérunt ánimæ meæ.
R. Et terribílibus óculis plaga crudéli percutiéntes, acéto potábant me.

Lectio 2
Lam 2:12-15
12 Lamed. Mátribus suis dixérunt: Ubi est tríticum et vinum? cum defícerent quasi vulneráti in platéis civitátis: cum exhalárent ánimas suas in sinu matrum suárum.
13 Mem. Cui comparábo te? vel cui assimilábo te, fília Jerúsalem? cui exæquábo te, et consolábor te, virgo fília Sion? Magna est enim velut mare contrítio tua: quis medébitur tui?
14 Nun. Prophétæ tui vidérunt tibi falsa et stulta, nec aperiébant iniquitátem tuam, ut te ad pœniténtiam provocárent: vidérunt autem tibi assumptiónes falsas, et ejectiónes.
15 Samech. Plausérunt super te mánibus omnes transeúntes per viam: sibilavérunt, et movérunt caput suum super fíliam Jerúsalem: Hǽccine est urbs, dicéntes, perfécti decóris, gáudium univérsæ terræ?
Jerúsalem, Jerúsalem, convértere ad Dóminum Deum tuum.

R. Velum templi scissum est,
* Et omnis terra trémuit: latro de cruce clamábat, dicens: Meménto mei, Dómine, dum véneris in regnum tuum.
V. Petræ scissæ sunt, et monuménta apérta sunt, et multa córpora sanctórum, qui dormíerant, surrexérunt.
R. Et omnis terra trémuit: latro de cruce clamábat, dicens: Meménto mei, Dómine, dum véneris in regnum tuum.

Lectio 3

Lam 3:1-9
1 Aleph. Ego vir videns paupertátem meam in virga indignatiónis ejus.
2 Aleph. Me minávit, et addúxit in ténebras, et non in lucem.
3 Aleph. Tantum in me vertit, et convértit manum suam tota die.
4 Beth. Vetústam fecit pellem meam, et carnem meam, contrívit ossa mea.
5 Beth. Ædificávit in gyro meo, et circúmdedit me felle et labóre.
6 Beth. In tenebrósis collocávit me, quasi mórtuos sempitérnos.
7 Ghimel. Circumædificávit advérsum me, ut non egrédiar: aggravávit cómpedem meum.
8 Ghimel. Sed et, cum clamávero et rogávero, exclúsit oratiónem meam.
9 Ghimel. Conclúsit vias meas lapídibus quadris, sémitas meas subvértit.
Jerúsalem, Jerúsalem, convértere ad Dóminum Deum tuum.

R. Vínea mea elécta, ego te plantávi:
* Quómodo convérsa es in amaritúdinem, ut me crucifígeres et Barábbam dimítteres?
V. Sepívi te, et lápides elégi ex te, et ædificávi turrim.
R. Quómodo convérsa es in amaritúdinem, ut me crucifígeres et Barábbam dimítteres?
Gloria omittitur
R. Vínea mea elécta, ego te plantávi: * Quómodo convérsa es in amaritúdinem, ut me crucifígeres et Barábbam dimítteres?

Nocturn II.

Ant. Vim faciébant, * qui quærébant ánimam meam.
Psalmus 37 [4]
37:2 Dómine, ne in furóre tuo árguas me, * neque in ira tua corrípias me.
37:3 Quóniam sagíttæ tuæ infíxæ sunt mihi: * et confirmásti super me manum tuam.
37:4 Non est sánitas in carne mea a fácie iræ tuæ: * non est pax óssibus meis a fácie peccatórum meórum.
37:5 Quóniam iniquitátes meæ supergréssæ sunt caput meum: * et sicut onus grave gravátæ sunt super me.
37:6 Putruérunt et corrúptæ sunt cicatríces meæ, * a fácie insipiéntiæ meæ.
37:7 Miser factus sum, et curvátus sum usque in finem: * tota die contristátus ingrediébar.
37:8 Quóniam lumbi mei impléti sunt illusiónibus: * et non est sánitas in carne mea.
37:9 Afflíctus sum, et humiliátus sum nimis: * rugiébam a gémitu cordis mei.
37:10 Dómine, ante te omne desidérium meum: * et gémitus meus a te non est abscónditus.
37:11 Cor meum conturbátum est, derelíquit me virtus mea: * et lumen oculórum meórum, et ipsum non est mecum.
37:12 Amíci mei, et próximi mei * advérsum me appropinquavérunt, et stetérunt.
37:12 Et qui juxta me erant, de longe stetérunt: * et vim faciébant qui quærébant ánimam meam.
37:13 Et qui inquirébant mala mihi, locúti sunt vanitátes: * et dolos tota die meditabántur.
37:14 Ego autem tamquam surdus non audiébam: * et sicut mutus non apériens os suum.
37:15 Et factus sum sicut homo non áudiens: * et non habens in ore suo redargutiónes.
37:16 Quóniam in te, Dómine, sperávi: * tu exáudies me, Dómine, Deus meus.
37:17 Quia dixi: Nequándo supergáudeant mihi inimíci mei: * et dum commovéntur pedes mei, super me magna locúti sunt.
37:18 Quóniam ego in flagélla parátus sum: * et dolor meus in conspéctu meo semper.
37:19 Quóniam iniquitátem meam annuntiábo: * et cogitábo pro peccáto meo.
37:20 Inimíci autem mei vivunt, et confirmáti sunt super me: * et multiplicáti sunt qui odérunt me iníque.
37:21 Qui retríbuunt mala pro bonis, detrahébant mihi: * quóniam sequébar bonitátem.
37:22 Ne derelínquas me, Dómine, Deus meus: * ne discésseris a me.
37:23 Inténde in adjutórium meum, * Dómine, Deus, salútis meæ.
Gloria omittitur

Ant. Vim faciébant, qui quærébant ánimam meam.

Ant. Confundántur * et revereántur, qui quærunt ánimam meam, ut áuferant eam.

Psalmus 39 [5]

39:2 Exspéctans exspectávi Dóminum, * et inténdit mihi.
39:3 Et exaudívit preces meas: * et edúxit me de lacu misériæ, et de luto fæcis.
39:3 Et státuit super petram pedes meos: * et diréxit gressus meos.
39:4 Et immísit in os meum cánticum novum, * carmen Deo nostro.
39:4 Vidébunt multi, et timébunt: * et sperábunt in Dómino.
39:5 Beátus vir, cujus est nomen Dómini spes ejus: * et non respéxit in vanitátes et insánias falsas.
39:6 Multa fecísti tu, Dómine, Deus meus, mirabília tua: * et cogitatiónibus tuis non est qui símilis sit tibi.
39:6 Annuntiávi et locútus sum: * multiplicáti sunt super númerum.
39:7 Sacrifícium et oblatiónem noluísti: * aures autem perfecísti mihi.
39:7 Holocáustum et pro peccáto non postulásti: * tunc dixi: Ecce, vénio.
39:8 In cápite libri scriptum est de me ut fácerem voluntátem tuam: * Deus meus, vólui, et legem tuam in médio cordis mei.
39:10 Annuntiávi justítiam tuam in ecclésia magna, * ecce, lábia mea non prohibébo: Dómine, tu scisti.
39:11 Justítiam tuam non abscóndi in corde meo: * veritátem tuam et salutáre tuum dixi.
39:11 Non abscóndi misericórdiam tuam et veritátem tuam * a concílio multo.
39:12 Tu autem, Dómine, ne longe fácias miseratiónes tuas a me: * misericórdia tua et véritas tua semper suscepérunt me.
39:13 Quóniam circumdedérunt me mala, quorum non est númerus: * comprehendérunt me iniquitátes meæ, et non pótui ut vidérem.
39:13 Multiplicátæ sunt super capíllos cápitis mei: * et cor meum derelíquit me.
39:14 Compláceat tibi, Dómine, ut éruas me: * Dómine, ad adjuvándum me réspice.
39:15 Confundántur et revereántur simul, qui quærunt ánimam meam, * ut áuferant eam.
39:15 Convertántur retrórsum, et revereántur, * qui volunt mihi mala.
39:16 Ferant conféstim confusiónem suam, * qui dicunt mihi: Euge, euge.
39:17 Exsúltent et læténtur super te omnes quæréntes te: * et dicant semper: Magnificétur Dóminus: qui díligunt salutáre tuum.
39:18 Ego autem mendícus sum, et pauper: * Dóminus sollícitus est mei.
39:18 Adjútor meus, et protéctor meus tu es: * Deus meus, ne tardáveris.
Gloria omittitur

Ant. Confundántur et revereántur, qui quærunt ánimam meam, ut áuferant eam.

Ant. Aliéni * insurrexérunt in me, et fortes quæsiérunt ánimam meam.

Psalmus 53 [6]

53:3 Deus, in nómine tuo salvum me fac: * et in virtúte tua júdica me.
53:4 Deus, exáudi oratiónem meam: * áuribus pércipe verba oris mei.
53:5 Quóniam aliéni insurrexérunt advérsum me, et fortes quæsiérunt ánimam meam: * et non proposuérunt Deum ante conspéctum suum.
53:6 Ecce enim, Deus ádjuvat me: * et Dóminus suscéptor est ánimæ meæ.
53:7 Avérte mala inimícis meis: * et in veritáte tua dispérde illos.
53:8 Voluntárie sacrificábo tibi, * et confitébor nómini tuo, Dómine: quóniam bonum est:
53:9 Quóniam ex omni tribulatióne eripuísti me: * et super inimícos meos despéxit óculus meus.

Ant. Aliéni insurrexérunt in me, et fortes quæsiérunt ánimam meam.

Pater noster

Lectio 4

Ex tractátu sancti Augustíni Epíscopi super Psalmos
In Psalm LXIII ad versum 2
Protexísti me, Deus, a convéntu malignántium, a multitúdine operántium iniquitátem. Jam ipsum caput nostrum intueámur. Multi Mártyres tália passi sunt, sed nihil sic elúcet, quómodo caput Mártyrum: ibi mélius intuémur, quod illi expérti sunt. Protéctus est a multitúdine malignántium, protegénte se Deo, protegénte carnem suam ipso Fílio, et hómine, quem gerébat: quia fílius hóminis est, et Fílius Dei est. Fílius Dei, propter formam Dei: fílius hóminis, propter formam servi, habens in potestáte pónere ánimam suam, et recípere eam. Quid ei potuérunt fácere inimíci? Occidérunt corpus, ánimam non occidérunt. Inténdite. Parum ergo erat, Dóminum hortári Mártyres verbo, nisi firmáret exémplo.

R. Tamquam ad latrónem exístis cum gládiis et fústibus comprehéndere me:
* Cotídie apud vos eram in templo docens, et non me tenuístis: et ecce flagellátum dúcitis ad crucifigéndum.
V. Cumque injecíssent manus in Jesum, et tenuíssent eum, dixit ad eos.
R. Cotídie apud vos eram in templo docens, et non me tenuístis: et ecce flagellátum dúcitis ad crucifigéndum.

Lectio 5
Nostis qui convéntus erat malignántium Judæórum, et quæ multitúdo erat operántium iniquitátem. Quam iniquitátem? Quia voluérunt occídere Dóminum Jesum Christum. Tanta ópera bona, inquit, osténdi vobis: propter quod horum me vultis occídere? Pértulit omnes infírmos eórum, curávit omnes lánguidos eórum, prædicávit regnum cælórum, non tácuit vítia eórum, ut ipsa pótius eis displicérent, non médicus, a quo sanabántur. His ómnibus curatiónibus ejus ingráti, tamquam multa febre phrenétici, insaniéntes in médicum, qui vénerat curáre eos, excogitavérunt consílium perdéndi eum: tamquam ibi voléntes probáre, utrum vere homo sit, qui mori possit, an áliquid super hómines sit, et mori se non permíttat. Verbum ipsórum agnóscimus in Sapiéntia Salomónis: Morte turpíssima, ínquiunt, condemnémus eum. Interrogémus eum: erit enim respéctus in sermónibus illíus. Si enim vere Fílius Dei est, líberet eum.

R. Ténebræ factæ sunt, dum crucifixíssent Jesum Judǽi: et circa horam nonam exclamávit Jesus voce magna: Deus meus, ut quid me dereliquísti?
* Et inclináto cápite, emísit spíritum.
V. Exclámans Jesus voce magna, ait: Pater, in manus tuas comméndo spíritum meum.
R. Et inclináto cápite, emísit spíritum.


Lectio 6
Exacuérunt tamquam gládium linguas suas. Non dicant Judǽi: Non occídimus Christum. Etenim proptérea eum dedérunt júdici Piláto, ut quasi ipsi a morte ejus videréntur immúnes. Nam cum dixísset eis Pilátus: Vos eum occídite: respondérunt, Nobis non licet occídere quemquam. Iniquitátem facínoris sui in júdicem hóminem refúndere volébant: sed numquid Deum júdicem fallébant? Quod fecit Pilátus, in eo ipso quod fecit, aliquántum párticeps fuit: sed in comparatióne illórum multo ipse innocéntior. Institit enim quantum pótuit, ut illum ex eórum mánibus liberáret: nam proptérea flagellátum prodúxit ad eos. Non persequéndo Dóminum flagellávit, sed eórum furóri satisfácere volens: ut vel sic jam mitéscerent, et desínerent velle occídere, cum flagellátum vidérent. Fecit et hoc. At ubi perseveravérunt, nostis illum lavísse manus, et dixísse, quod ipse non fecísset, mundum se esse a morte illíus. Fecit tamen. Sed si reus, quia fecit vel invítus: illi innocéntes, qui coëgérunt ut fáceret? Nullo modo. Sed ille dixit in eum senténtiam, et jussit eum crucifígi, et quasi ipse occídit: et vos, o Judǽi, occidístis. Unde occidístis? Gládio linguæ: acuístis enim linguas vestras. Et quando percussístis, nisi quando clamástis: Crucifíge, crucifíge?

R. Animam meam diléctam trádidi in manus iniquórum, et facta est mihi heréditas mea sicut leo in silva: dedit contra me voces adversárius, dicens: Congregámini, et properáte ad devorándum illum: posuérunt me in desérto solitúdinis, et luxit super me omnis terra:
* Quia non est invéntus qui me agnósceret, et fáceret bene.
V. Insurrexérunt in me viri absque misericórdia, et non pepercérunt ánimæ meæ.
R. Quia non est invéntus qui me agnósceret, et fáceret bene.
R. Animam meam diléctam trádidi in manus iniquórum, et facta est mihi heréditas mea sicut leo in silva: dedit contra me voces adversárius, dicens: Congregámini, et properáte ad devorándum illum: posuérunt me in desérto solitúdinis, et luxit super me omnis terra: * Quia non est invéntus qui me agnósceret, et fáceret bene.

Nocturn III.

Ant. Ab insurgéntibus in me * líbera me, Dómine, quia occupavérunt ánimam meam.

Psalmus 58 [7]

58:2 Éripe me de inimícis meis, Deus meus: * et ab insurgéntibus in me líbera me.
58:3 Éripe me de operántibus iniquitátem: * et de viris sánguinum salva me.
58:4 Quia ecce cepérunt ánimam meam: * irruérunt in me fortes.
58:5 Neque iníquitas mea, neque peccátum meum, Dómine: * sine iniquitáte cucúrri, et diréxi.
58:6 Exsúrge in occúrsum meum, et vide: * et tu, Dómine, Deus virtútum, Deus Israël,
58:6 Inténde ad visitándas omnes gentes: * non misereáris ómnibus, qui operántur iniquitátem.
58:7 Converténtur ad vésperam: et famem patiéntur ut canes, * et circuíbunt civitátem.
58:8 Ecce, loquéntur in ore suo, et gládius in lábiis eórum: * quóniam quis audívit?
58:9 Et tu, Dómine, deridébis eos: * ad níhilum dedúces omnes gentes.
58:10 Fortitúdinem meam ad te custódiam, quia, Deus, suscéptor meus es: * Deus meus, misericórdia ejus prævéniet me.
58:12 Deus osténdet mihi super inimícos meos, ne occídas eos: * nequándo obliviscántur pópuli mei.
58:12 Dispérge illos in virtúte tua: * et depóne eos, protéctor meus, Dómine:
58:13 Delíctum oris eórum, sermónem labiórum ipsórum: * et comprehendántur in supérbia sua.
58:13 Et de exsecratióne et mendácio annuntiabúntur in consummatióne: * in ira consummatiónis, et non erunt.
58:14 Et scient quia Deus dominábitur Jacob: * et fínium terræ.
58:15 Converténtur ad vésperam: et famem patiéntur ut canes, * et circuíbunt civitátem.
58:16 Ipsi dispergéntur ad manducándum: * si vero non fúerint saturáti, et murmurábunt.
58:17 Ego autem cantábo fortitúdinem tuam: * et exsultábo mane misericórdiam tuam.
58:17 Quia factus es suscéptor meus, * et refúgium meum, in die tribulatiónis meæ.
58:18 Adjútor meus, tibi psallam, quia, Deus, suscéptor meus es: * Deus meus, misericórdia mea.

Ant. Ab insurgéntibus in me líbera me, Dómine, quia occupavérunt ánimam meam.

Ant. Longe fecísti * notos meos a me: tráditus sum, et non egrediébar.

Psalmus 87 [8]

87:2 Dómine, Deus salútis meæ: * in die clamávi, et nocte coram te.
87:3 Intret in conspéctu tuo orátio mea: * inclína aurem tuam ad precem meam:
87:4 Quia repléta est malis ánima mea: * et vita mea inférno appropinquávit.
87:5 Æstimátus sum cum descendéntibus in lacum: * factus sum sicut homo sine adjutório, inter mórtuos liber.
87:6 Sicut vulneráti dormiéntes in sepúlcris, quorum non es memor ámplius: * et ipsi de manu tua repúlsi sunt.
87:7 Posuérunt me in lacu inferióri: * in tenebrósis, et in umbra mortis.
87:8 Super me confirmátus est furor tuus: * et omnes fluctus tuos induxísti super me.
87:9 Longe fecísti notos meos a me: * posuérunt me abominatiónem sibi.
87:9 Tráditus sum, et non egrediébar: * óculi mei languérunt præ inópia.
87:10 Clamávi ad te, Dómine, tota die: * expándi ad te manus meas.
87:11 Numquid mórtuis fácies mirabília: * aut médici suscitábunt, et confitebúntur tibi?
87:12 Numquid narrábit áliquis in sepúlcro misericórdiam tuam, * et veritátem tuam in perditióne?
87:13 Numquid cognoscéntur in ténebris mirabília tua, * et justítia tua in terra obliviónis?
87:14 Et ego ad te, Dómine, clamávi: * et mane orátio mea prævéniet te.
87:15 Ut quid, Dómine, repéllis oratiónem meam: * avértis fáciem tuam a me?
87:16 Pauper sum ego, et in labóribus a juventúte mea: * exaltátus autem, humiliátus sum et conturbátus.
87:17 In me transiérunt iræ tuæ: * et terróres tui conturbavérunt me.
87:18 Circumdedérunt me sicut aqua tota die: * circumdedérunt me simul.
87:19 Elongásti a me amícum et próximum: * et notos meos a miséria.

Ant. Longe fecísti notos meos a me: tráditus sum, et non egrediébar.

Ant. Captábunt * in ánimam justi, et sánguinem innocéntem condemnábunt.

Psalmus 93 [9]

93:1 Deus ultiónum Dóminus: * Deus ultiónum líbere egit.
93:2 Exaltáre, qui júdicas terram: * redde retributiónem supérbis.
93:3 Úsquequo peccatóres, Dómine, * úsquequo peccatóres gloriabúntur:
93:4 Effabúntur, et loquéntur iniquitátem: * loquéntur omnes, qui operántur injustítiam?
93:5 Pópulum tuum, Dómine, humiliavérunt: * et hereditátem tuam vexavérunt.
93:6 Víduam, et ádvenam interfecérunt: * et pupíllos occidérunt.
93:7 Et dixérunt: Non vidébit Dóminus, * nec intélleget Deus Jacob.
93:8 Intellégite, insipiéntes in pópulo: * et stulti, aliquándo sápite.
93:9 Qui plantávit aurem, non áudiet? * aut qui finxit óculum, non consíderat?
93:10 Qui córripit gentes, non árguet: * qui docet hóminem sciéntiam?
93:11 Dóminus scit cogitatiónes hóminum, * quóniam vanæ sunt.
93:12 Beátus homo, quem tu erudíeris, Dómine: * et de lege tua docúeris eum,
93:13 Ut mítiges ei a diébus malis: * donec fodiátur peccatóri fóvea.
93:14 Quia non repéllet Dóminus plebem suam: * et hereditátem suam non derelínquet.
93:15 Quoadúsque justítia convertátur in judícium: * et qui juxta illam omnes qui recto sunt corde.
93:16 Quis consúrget mihi advérsus malignántes? * aut quis stabit mecum advérsus operántes iniquitátem?
93:17 Nisi quia Dóminus adjúvit me: * paulo minus habitásset in inférno ánima mea.
93:18 Si dicébam: Motus est pes meus: * misericórdia tua, Dómine, adjuvábat me.
93:19 Secúndum multitúdinem dolórum meórum in corde meo: * consolatiónes tuæ lætificavérunt ánimam meam.
93:20 Numquid adhǽret tibi sedes iniquitátis: * qui fingis labórem in præcépto?
93:21 Captábunt in ánimam justi: * et sánguinem innocéntem condemnábunt.
93:22 Et factus est mihi Dóminus in refúgium: * et Deus meus in adjutórium spei meæ.
93:23 Et reddet illis iniquitátem ipsórum: et in malítia eórum dispérdet eos: * dispérdet illos Dóminus, Deus noster.

Ant. Captábunt in ánimam justi, et sánguinem innocéntem condemnábunt.

  Locúti sunt advérsum me lingua dolósa.
R. Et sermónibus ódii circumdedérunt me, et expugnavérunt me gratis.

Pater noster

Lectio 7


De Epístola beáti Pauli Apóstoli ad Hebrǽos
Heb 4: 11-15
11 Festinémus íngredi in illam réquiem: ut ne in idípsum quis íncidat incredulitátis exémplum.
12 Vivus est enim sermo Dei, et éfficax et penetrabílior omni gládio ancípiti: et pertíngens usque ad divisiónem ánimæ ac spíritus, compágum quoque ac medullárum, et discrétor cogitatiónum et intentiónum cordis.
13 Et non est ulla creatúra invisíbilis in conspéctu ejus: ómnia autem nuda et apérta sunt óculis ejus, ad quem nobis sermo.
14 Habéntes ergo Pontíficem magnum, qui penetrávit cælos, Jesum Fílium Dei: teneámus confessiónem.
15 Non enim habémus Pontíficem, qui non possit cómpati infirmitátibus nostris: tentátum autem per ómnia pro similitúdine absque peccáto.

R. Tradidérunt me in manus impiórum, et inter iníquos projecérunt me, et non pepercérunt ánimæ meæ: congregáti sunt advérsum me fortes:
* Et sicut gigántes stetérunt contra me.
V. Aliéni insurrexérunt advérsum me, et fortes quæsiérunt ánimam meam.
R. Et sicut gigántes stetérunt contra me.

Lectio 8

Heb 4:16; 5:1-3
16 Adeámus ergo cum fidúcia ad thronum grátiæ: ut misericórdiam consequámur, et grátiam inveniámus in auxílio opportúno.
1 Omnis namque Póntifex ex homínibus assúmptus, pro homínibus constitúitur in iis, quæ sunt ad Deum, ut ófferat dona, et sacrifícia pro peccátis:
2 Qui condolére possit iis, qui ignórant et errant: quóniam et ipse circúmdatus est infirmitáte:
3 Et proptérea debet quemádmodum pro pópulo, ita étiam pro semetípso offérre pro peccátis.

R. Jesum trádidit ímpius summis princípibus sacerdótum, et senióribus pópuli:
* Petrus autem sequebátur eum a longe, ut vidéret finem.
V. Adduxérunt autem eum ad Cáipham príncipem sacerdótum, ubi scribæ et pharisǽi convénerant.
R. Petrus autem sequebátur eum a longe, ut vidéret finem.


Lectio 9

Heb 5:4-10
4 Nec quisquam sumit sibi honórem, sed qui vocátur a Deo, tamquam Aaron.
5 Sic et Christus non semetípsum clarificávit ut Póntifex fíeret, sed qui locútus est ad eum: Fílius meus es tu, ego hódie génui te.
6 Quemádmodum et in álio loco dicit: Tu es sacérdos in ætérnum, secúndum órdinem Melchísedech.
7 Qui in diébus carnis suæ preces, supplicationésque ad eum, qui possit illum salvum fácere a morte, cum clamóre válido et lácrimis ófferens, exaudítus est pro sua reveréntia.
8 Et quidem cum esset Fílius Dei, dídicit ex iis, quæ passus est, obediéntiam:
9 Et consummátus, factus est ómnibus obtemperántibus sibi causa salútis ætérnæ,
10 Appellátus a Deo Póntifex juxta órdinem Melchísedech.

R. Caligavérunt óculi mei a fletu meo: quia elongátus est a me, qui consolabátur me: Vidéte omnes pópuli,
* Si est dolor símilis sicut dolor meus.
V. O vos omnes, qui transítis per viam, atténdite et vidéte.
R. Si est dolor símilis sicut dolor meus.
R. Caligavérunt óculi mei a fletu meo: quia elongátus est a me, qui consolabátur me: Vidéte omnes pópuli, * Si est dolor símilis sicut dolor meus.

Oratio
Réspice, quǽsumus, Dómine, super hanc famíliam tuam, pro qua Dóminus noster Jesus Christus non dubitávit mánibus tradi nocéntium, et crucis subíre torméntum:
Et sub silentio concluditur
Qui tecum…

DAL MATTUTINO DEL SABATO SANTO.

È la terza parte della grandiosa trilogia: Cristo giace nella tomba e la Chiesa, seduta accanto al suo sepolcro, fa sentire i suoi lamenti. Dopo l’aspro combattimento, Cristo riposa in pace, e noi vediamo sul suo corpo le tracce dei suoi indicibili dolori. Mentre ieri i Responsori erano i lamenti che uscivano dalla bocca stessa di Cristo, oggi essi sono di solito l’espressione del cordoglio della Chiesa. Dalle lamentazioni, però, traspare la speranza: oggi l’orizzonte è più tranquillo e più rischiarato, solo verso la fine il Mattutino torna alle note di dolore e ciò non ci deve destar meraviglia, poiché il Mattutino deve rappresentare la Chiesa che piange, perché le fu portata via lo sposo divino. Ancora si vedono le ferite sanguinanti; esse invocano continuamente il castigo sopra l’infedele Israele; i nemici si accaniscono con Gesù e con menzogne e calunnie cercano di cancellare perfino la memoria del Maestro; Maria e i discepoli sono nel più profondo cordoglio; e la Chiesa deve constatare con immenso strazio che molti dei suoi figli scendono dal Golgota nella freddezza e nell’indifferenza. – La differenza che troviamo in questo Mattutino in confronto con gli altri sta in un progressivo svolgimento dell’azione; e questo specialmente si nota nelle antifone « Il mio corpo riposa nella speranza » (salmi). – Si potrebbe dividere il dramma sacro in sei parti: mentre la Chiesa sta presso il sepolcro, passano davanti al suo spirito sei scene:

1.  La pace del Sepolcro (I Notturno): « In pace dormirò e mi riposerò ». « Egli riposerà sul monte santo ». « Il mio corpo riposa nella speranza » (salmi).

2. L’ingresso dell’anima di Gesù nel Limbo (II Notturno): «Alzatevi, o porte eterne, che entrerà il Re della gloria » (salmo XXIII).

3. La speranza della resurrezione: « Credo che vedrò il Signore nella terra dei viventi ». « Tu traesti fuor dall’inferno l’anima mia » (Salmi XXVI e XXIX).

4. Il sigillo apposto alla tomba (lettura del II Notturno).

5. Gesù vincitore dei suoi nemici (III Notturno, salmi LII e LXXV).

6. Riassunto delle impressioni: Profondo cordoglio e lamentazioni: « Come uomo senza soccorso, inviato tra i morti » (salmo LXXXVII). Inoltre i Responsori: I, II, III. IV, V. VI, VII; l’ultimo ci dà la scena di chiusa del Sabato Santo: Gesù nella tomba e i soldati chefanno la guardia. –  Osserviamo ancora la parte importante, assegnata inquesto Mattutino alle Antifone. Certi salmi non sonostati scelti per il loro contenuto completo, ma anche per un solo versetto (p. es.: salmi IV, XIV, XXIII).L’azione prosegue fino alla soglia della resurrezione pasquale. Ma poi d’un tratto mentre attendiamo il lietoAlleluia, torna il pianto accorato sul Morto, quasi adirci: Fermati! Vedi, il Signore è ancor nella tomba.

Il Mattutino ha un fascino speciale, che si può comprendere solo con una sentita compartecipazione alla passione del Signore. E forse il suo fascino sta proprio nei vari sentimenti che esso suscita nel cuore: di dolore, di speranza, di trepida gioia.

Nocturn I.


Ant. In pace * in idípsum, dórmiam et requiéscam.

Psalmus 4 [1]

4:2 Cum invocárem exaudívit me Deus justítiæ meæ: * in tribulatióne dilatásti mihi.
4:2 Miserére mei, * et exáudi oratiónem meam.
4:3 Fílii hóminum, úsquequo gravi corde? * ut quid dilígitis vanitátem, et quǽritis mendácium?
4:4 Et scitóte quóniam mirificávit Dóminus sanctum suum: * Dóminus exáudiet me cum clamávero ad eum.
4:5 Irascímini, et nolíte peccáre: * quæ dícitis in córdibus vestris, in cubílibus vestris compungímini.
4:6 Sacrificáte sacrifícium justítiæ, et speráte in Dómino. * Multi dicunt: Quis osténdit nobis bona?
4:7 Signátum est super nos lumen vultus tui, Dómine: * dedísti lætítiam in corde meo.
4:8 A fructu fruménti, vini, et ólei sui * multiplicáti sunt.
4:9 In pace in idípsum * dórmiam, et requiéscam;
4:10 Quóniam tu, Dómine, singuláriter in spe * constituísti me.
Gloria omittitur

Ant. In pace in idípsum, dórmiam et requiéscam.

Ant. Habitábit * in tabernáculo tuo, requiéscet in monte sancto tuo.

Psalmus 14 [2]

14:1 Dómine, quis habitábit in tabernáculo tuo? * aut quis requiéscet in monte sancto tuo?
14:2 Qui ingréditur sine mácula, * et operátur justítiam:
14:3 Qui lóquitur veritátem in corde suo, * qui non egit dolum in lingua sua:
14:3 Nec fecit próximo suo malum, * et oppróbrium non accépit advérsus próximos suos.
14:4 Ad níhilum dedúctus est in conspéctu ejus malígnus: * timéntes autem Dóminum gloríficat:
14:5 Qui jurat próximo suo, et non décipit, * qui pecúniam suam non dedit ad usúram, et múnera super innocéntem non accépit.
14:5 Qui facit hæc: * non movébitur in ætérnum.
Gloria omittitur

Ant. Habitábit in tabernáculo tuo, requiéscet in monte sancto tuo.

Ant. Caro mea * requiéscet in spe.

Psalmus 15 [3]

15:1 Consérva me, Dómine, quóniam sperávi in te. * Dixi Dómino: Deus meus es tu, quóniam bonórum meórum non eges.
15:3 Sanctis, qui sunt in terra ejus, * mirificávit omnes voluntátes meas in eis.
15:4 Multiplicátæ sunt infirmitátes eórum: * póstea acceleravérunt.
15:4 Non congregábo conventícula eórum de sanguínibus, * nec memor ero nóminum eórum per lábia mea.
15:5 Dóminus pars hereditátis meæ, et cálicis mei: * tu es, qui restítues hereditátem meam mihi.
15:6 Funes cecidérunt mihi in præcláris: * étenim heréditas mea præclára est mihi.
15:7 Benedícam Dóminum, qui tríbuit mihi intelléctum: * ínsuper et usque ad noctem increpuérunt me renes mei.
15:8 Providébam Dóminum in conspéctu meo semper: * quóniam a dextris est mihi, ne commóvear.
15:9 Propter hoc lætátum est cor meum, et exsultávit lingua mea: * ínsuper et caro mea requiéscet in spe.
15:10 Quóniam non derelínques ánimam meam in inférno: * nec dabis sanctum tuum vidére corruptiónem.
15:10 Notas mihi fecísti vias vitæ, adimplébis me lætítia cum vultu tuo: * delectatiónes in déxtera tua usque in finem.
Gloria omittitur

Ant. Caro mea requiéscet in spe.

V. In pace in idípsum.
R. Dórmiam et requiéscam.

Pater noster

Lectio 1
De Lamentatióne Jeremíæ Prophétæ
Lam III: 22-30
22 Heth. Misericórdiæ Dómini quia non sumus consúmpti: quia non defecérunt miseratiónes ejus.
23 Heth. Novi dilúculo, multa est fides tua.
24 Heth. Pars mea Dóminus, dixit ánima mea: proptérea exspectábo eum.
25 Teth. Bonus est Dóminus sperántibus in eum, ánimæ quærénti illum.
26 Teth. Bonum est præstolári cum siléntio salutáre Dei.
27 Teth. Bonum est viro cum portáverit jugum ab adulescéntia sua.
28 Jod. Sedébit solitárius, et tacébit: quia levávit super se.
29 Jod. Ponet in púlvere os suum, si forte sit spes.
30 Jod. Dabit percutiénti se maxíllam, saturábitur oppróbriis.
Jerúsalem, Jerúsalem, convértere ad Dóminum Deum tuum.

R. Sicut ovis ad occisiónem ductus est, et dum male tractarétur, non apéruit os suum: tráditus est ad mortem,
* Ut vivificáret pópulum suum.
V. Trádidit in mortem ánimam suam, et inter scelerátos reputátus est.
R. Ut vivificáret pópulum suum.

Lectio 2

Lam IV:1-6
1 Aleph. Quómodo obscurátum est aurum, mutátus est color óptimus, dispérsi sunt lápides sanctuárii in cápite ómnium plateárum?
2 Beth. Fílii Sion íncliti, et amícti auro primo: quómodo reputáti sunt in vasa téstea, opus mánuum fíguli?
3 Ghimel. Sed et lámiæ nudavérunt mammam, lactavérunt cátulos suos: fília pópuli mei crudélis, quasi strúthio in desérto.
4 Daleth. Adhǽsit lingua lacténtis ad palátum ejus in siti: párvuli petiérunt panem, et non erat qui frángeret eis.
5 He. Qui vescebántur voluptuóse, interiérunt in viis: qui nutriebántur in cróceis, amplexáti sunt stércora.
6 Vau. Et major effécta est iníquitas fíliæ pópuli mei peccáto Sodomórum, quæ subvérsa est in moménto, et non cepérunt in ea manus.
Jerúsalem, Jerúsalem, convértere ad Dóminum Deum tuum.

R. Jerúsalem, surge, et éxue te véstibus jucunditátis: indúere cínere et cilício,
* Quia in te occísus est Salvátor Israël.
V. Deduc quasi torréntem lácrimas per diem et noctem, et non táceat pupílla óculi tui.
R. Quia in te occísus est Salvátor Israël.


Lectio 3
Incipit Orátio Jeremíæ Prophétæ
Lam V: 1-11
1 Recordáre, Dómine, quid accíderit nobis: intuére, et réspice oppróbrium nostrum.
2 Heréditas nostra versa est ad aliénos: domus nostræ ad extráneos.
3 Pupílli facti sumus absque patre, matres nostræ quasi víduæ.
4 Aquam nostram pecúnia bíbimus: ligna nostra prétio comparávimus.
5 Cervícibus nostris minabámur, lassis non dabátur réquies.
6 Ægýpto dédimus manum, et Assýriis, ut saturarémur pane.
7 Patres nostri peccavérunt, et non sunt: et nos iniquitátes eórum portávimus.
8 Servi domináti sunt nostri: non fuit qui redímeret de manu eórum.
9 In animábus nostris afferebámus panem nobis, a fácie gládii in desérto.
10 Pellis nostra quasi clíbanus exústa est a fácie tempestátum famis.
11 Mulíeres in Sion humiliavérunt, et vírgines in civitátibus Juda.
Jerúsalem, Jerúsalem, convértere ad Dóminum Deum tuum.

R. Plange quasi virgo, plebs mea: ululáte, pastóres, in cínere et cilício:
* Quia venit dies Dómini magna, et amára valde.
V. Accíngite vos, sacerdótes, et plángite, minístri altáris, aspérgite vos cínere.
R. Quia venit dies Dómini magna, et amára valde.
Gloria omittitur
R. Plange quasi virgo, plebs mea: ululáte, pastóres, in cínere et cilício: * Quia venit dies Dómini magna, et amára valde.

Nocturn II.

Ant. Elevámini, * portæ æternáles, et introíbit Rex glóriæ.

Psalmus 23 [4]

23:1 Dómini est terra, et plenitúdo ejus: * orbis terrárum, et univérsi qui hábitant in eo.
23:2 Quia ipse super mária fundávit eum: * et super flúmina præparávit eum.
23:3 Quis ascéndet in montem Dómini? * aut quis stabit in loco sancto ejus?
23:4 Ínnocens mánibus et mundo corde, * qui non accépit in vano ánimam suam, nec jurávit in dolo próximo suo.
23:5 Hic accípiet benedictiónem a Dómino: * et misericórdiam a Deo, salutári suo.
23:6 Hæc est generátio quæréntium eum, * quæréntium fáciem Dei Jacob.
23:7 Attóllite portas, príncipes, vestras, et elevámini, portæ æternáles: * et introíbit Rex glóriæ.
23:8 Quis est iste Rex glóriæ? * Dóminus fortis et potens: Dóminus potens in prǽlio.
23:9 Attóllite portas, príncipes, vestras, et elevámini, portæ æternáles: * et introíbit Rex glóriæ.
23:10 Quis est iste Rex glóriæ? * Dóminus virtútum ipse est Rex glóriæ.
Gloria omittitur

Ant. Elevámini, portæ æternáles, et introíbit Rex glóri

Ant. Credo vidére * bona Dómini in terra vivéntium.

Psalmus 26 [5]

26:1 Dóminus illuminátio mea, et salus mea, * quem timébo?
26:1 Dóminus protéctor vitæ meæ, * a quo trepidábo?
26:2 Dum apprópiant super me nocéntes, * ut edant carnes meas:
26:2 Qui tríbulant me inimíci mei, * ipsi infirmáti sunt, et cecidérunt.
26:3 Si consístant advérsum me castra, * non timébit cor meum.
26:3 Si exsúrgat advérsum me prǽlium, * in hoc ego sperábo.
26:4 Unam pétii a Dómino, hanc requíram, * ut inhábitem in domo Dómini ómnibus diébus vitæ meæ:
26:4 Ut vídeam voluptátem Dómini, * et vísitem templum ejus.
26:5 Quóniam abscóndit me in tabernáculo suo: * in die malórum protéxit me in abscóndito tabernáculi sui.
26:6 In petra exaltávit me: * et nunc exaltávit caput meum super inimícos meos.
26:6 Circuívi, et immolávi in tabernáculo ejus hóstiam vociferatiónis: * cantábo, et psalmum dicam Dómino.
26:7 Exáudi, Dómine, vocem meam, qua clamávi ad te: * miserére mei, et exáudi me.
26:8 Tibi dixit cor meum, exquisívit te fácies mea: * fáciem tuam, Dómine, requíram.
26:9 Ne avértas fáciem tuam a me: * ne declínes in ira a servo tuo.
26:9 Adjútor meus esto: * ne derelínquas me, neque despícias me, Deus, salutáris meus.
26:10 Quóniam pater meus, et mater mea dereliquérunt me: * Dóminus autem assúmpsit me.
26:11 Legem pone mihi, Dómine, in via tua: * et dírige me in sémitam rectam propter inimícos meos.
26:12 Ne tradíderis me in ánimas tribulántium me: * quóniam insurrexérunt in me testes iníqui, et mentíta est iníquitas sibi.
26:13 Credo vidére bona Dómini * in terra vivéntium.
26:14 Exspécta Dóminum, viríliter age: * et confortétur cor tuum, et sústine Dóminum.

Ant. Credo vidére bona Dómini in terra vivéntium.

Ant. Dómine, * abstraxísti ab ínferis ánimam meam.

Psalmus 29 [6]

29:2 Exaltábo te, Dómine, quóniam suscepísti me: * nec delectásti inimícos meos super me.
29:3 Dómine, Deus meus, clamávi ad te, * et sanásti me.
29:4 Dómine, eduxísti ab inférno ánimam meam: * salvásti me a descendéntibus in lacum.
29:5 Psállite Dómino, sancti ejus: * et confitémini memóriæ sanctitátis ejus.
29:6 Quóniam ira in indignatióne ejus: * et vita in voluntáte ejus.
29:6 Ad vésperum demorábitur fletus: * et ad matutínum lætítia.
29:7 Ego autem dixi in abundántia mea: * Non movébor in ætérnum.
29:8 Dómine, in voluntáte tua, * præstitísti decóri meo virtútem.
29:8 Avertísti fáciem tuam a me, * et factus sum conturbátus.
29:9 Ad te, Dómine, clamábo: * et ad Deum meum deprecábor.
29:10 Quæ utílitas in sánguine meo, * dum descéndo in corruptiónem?
29:10 Numquid confitébitur tibi pulvis, * aut annuntiábit veritátem tuam?
29:11 Audívit Dóminus, et misértus est mei: * Dóminus factus est adjútor meus.
29:12 Convertísti planctum meum in gáudium mihi: * conscidísti saccum meum, et circumdedísti me lætítia:
29:13 Ut cantet tibi glória mea, et non compúngar: * Dómine, Deus meus, in ætérnum confitébor tibi.
Gloria omittitur

Ant. Dómine, abstraxísti ab ínferis ánimam meam.

V. Tu autem, Dómine, miserére mei.
R. Et resúscita me, et retríbuam eis.

Pater noster

Lectio 4
Ex Tractátu sancti Augustíni Epíscopi super Psalmos
In Psalmum 63 versum 7
Accédet homo ad cor altum, et exaltábitur Deus. Illi dixérunt: Quis nos vidébit? Defecérunt scrutántes scrutatiónes, consília mala. Accéssit homo ad ipsa consília, passus est se tenéri ut homo. Non enim tenerétur nisi homo, aut viderétur nisi homo, aut cæderétur nisi homo, aut crucifigerétur, aut morerétur nisi homo. Accéssit ergo homo ad illas omnes passiónes, quæ in illo nihil valérent, nisi esset homo. Sed si ille non esset homo, non liberarétur homo. Accéssit homo ad cor altum, id est, cor secrétum, obíciens aspéctibus humánis hóminem, servans intus Deum: celans formam Dei, in qua æquális est Patri, et ófferens formam servi, qua minor est Patre.

R. Recéssit pastor noster, fons aquæ vivæ, ad cujus tránsitum sol obscurátus est:
* Nam et ille captus est, qui captívum tenébat primum hóminem: hódie portas mortis et seras páriter Salvátor noster disrúpit.
V. Destrúxit quidem claustra inférni, et subvértit poténtias diáboli.
R. Nam et ille captus est, qui captívum tenébat primum hóminem: hódie portas mortis et seras páriter Salvátor noster disrúpit.

Lectio 5
Quo perduxérunt illas scrutatiónes suas, quas perscrutántes defecérunt, ut étiam mórtuo Dómino et sepúlto, custódes pónerent ad sepúlcrum? Dixérunt enim Piláto: Sedúctor ille: hoc appellabátur nómine Dóminus Jesus Christus, ad solátium servórum suórum, quando dicúntur seductóres: ergo illi Piláto: Sedúctor ille, ínquiunt, dixit adhuc vivens: Post tres dies resúrgam. Jube ítaque custodíri sepúlcrum usque in diem tértium, ne forte véniant discípuli ejus, et furéntur eum, et dicant plebi: Surréxit a mórtuis: et erit novíssimus error pejor prióre. Ait illis Pilátus: Habétis custódiam, ite, custodíte sicut scitis. Illi autem abeúntes, muniérunt sepúlcrum, signántes lápidem cum custódibus.

R. O vos omnes, qui transítis per viam, atténdite, et vidéte,
* Si est dolor símilis sicut dolor meus.
V. Atténdite, univérsi pópuli, et vidéte dolórem meum.
R. Si est dolor símilis sicut dolor meus.

Lectio 6
Posuérunt custódes mílites ad sepúlcrum. Concússa terra Dóminus resurréxit: mirácula facta sunt tália circa sepúlcrum, ut et ipsi mílites, qui custódes advénerant, testes fíerent, si vellent vera nuntiáre. Sed avarítia illa, quæ captivávit discípulum cómitem Christi, captivávit et mílitem custódem sepúlcri. Damus, ínquiunt, vobis pecúniam: et dícite, quia vobis dormiéntibus venérunt discípuli ejus, et abstulérunt eum. Vere defecérunt scrutántes scrutatiónes. Quid est quod dixísti, o infélix astútia? Tantúmne déseris lucem consílii pietátis, et in profúnda versútiæ demérgeris, ut hoc dicas: Dícite quia vobis dormiéntibus venérunt discípuli ejus, et abstulérunt eum? Dormiéntes testes ádhibes: vere tu ipse obdormísti, qui scrutándo tália defecísti.

R. Ecce quómodo móritur justus, et nemo pércipit corde: et viri justi tollúntur, et nemo consíderat: a fácie iniquitátis sublátus est justus:
* Et erit in pace memória ejus.
V. Tamquam agnus coram tondénte se obmútuit, et non apéruit os suum: de angústia et de judício sublátus est.
R. Et erit in pace memória ejus.
Gloria omittitur
R. Ecce quómodo móritur justus, et nemo pércipit corde: et viri justi tollúntur, et nemo consíderat: a fácie iniquitátis sublátus est justus: * Et erit in pace memória ejus.

Nocturn III.

Ant. Deus ádjuvat me, * et Dóminus suscéptor est ánimæ meæ.
Psalmus 53 [7]
53:3 Deus, in nómine tuo salvum me fac: * et in virtúte tua júdica me.
53:4 Deus, exáudi oratiónem meam: * áuribus pércipe verba oris mei.
53:5 Quóniam aliéni insurrexérunt advérsum me, et fortes quæsiérunt ánimam meam: * et non proposuérunt Deum ante conspéctum suum.
53:6 Ecce enim, Deus ádjuvat me: * et Dóminus suscéptor est ánimæ meæ.
53:7 Avérte mala inimícis meis: * et in veritáte tua dispérde illos.
53:8 Voluntárie sacrificábo tibi, * et confitébor nómini tuo, Dómine: quóniam bonum est:
53:9 Quóniam ex omni tribulatióne eripuísti me: * et super inimícos meos despéxit óculus meus.

Ant. Deus ádjuvat me, et Dóminus suscéptor est ánimæ meæ.

Ant. In pace * factus est locus ejus, et in Sion habitátio ejus.

Psalmus 75 [8]

75:2 Notus in Judǽa Deus: * in Israël magnum nomen ejus.
75:3 Et factus est in pace locus ejus: * et habitátio ejus in Sion.
75:4 Ibi confrégit poténtias árcuum, * scutum, gládium, et bellum.
75:5 Illúminans tu mirabíliter a móntibus ætérnis: * turbáti sunt omnes insipiéntes corde.
75:6 Dormiérunt somnum suum: * et nihil invenérunt omnes viri divitiárum in mánibus suis.
75:7 Ab increpatióne tua, Deus Jacob, * dormitavérunt qui ascendérunt equos.
75:8 Tu terríbilis es, et quis resístet tibi? * ex tunc ira tua.
75:9 De cælo audítum fecísti judícium: * terra trémuit et quiévit,
75:10 Cum exsúrgeret in judícium Deus, * ut salvos fáceret omnes mansuétos terræ.
75:11 Quóniam cogitátio hóminis confitébitur tibi: * et relíquiæ cogitatiónis diem festum agent tibi.
75:12 Vovéte, et réddite Dómino, Deo vestro: * omnes, qui in circúitu ejus affértis múnera.
75:13 Terríbili et ei qui aufert spíritum príncipum, * terríbili apud reges terræ.
Gloria omittitur

Ant. In pace factus est locus ejus, et in Sion habitátio ejus.

Ant. Factus sum * sicut homo sine adjutório, inter mórtuos liber.

Psalmus 87 [9]

87:2 Dómine, Deus salútis meæ: * in die clamávi, et nocte coram te.
87:3 Intret in conspéctu tuo orátio mea: * inclína aurem tuam ad precem meam:
87:4 Quia repléta est malis ánima mea: * et vita mea inférno appropinquávit.
87:5 Æstimátus sum cum descendéntibus in lacum: * factus sum sicut homo sine adjutório, inter mórtuos liber.
87:6 Sicut vulneráti dormiéntes in sepúlcris, quorum non es memor ámplius: * et ipsi de manu tua repúlsi sunt.
87:7 Posuérunt me in lacu inferióri: * in tenebrósis, et in umbra mortis.
87:8 Super me confirmátus est furor tuus: * et omnes fluctus tuos induxísti super me.
87:9 Longe fecísti notos meos a me: * posuérunt me abominatiónem sibi.
87:9 Tráditus sum, et non egrediébar: * óculi mei languérunt præ inópia.
87:10 Clamávi ad te, Dómine, tota die: * expándi ad te manus meas.
87:11 Numquid mórtuis fácies mirabília: * aut médici suscitábunt, et confitebúntur tibi?
87:12 Numquid narrábit áliquis in sepúlcro misericórdiam tuam, * et veritátem tuam in perditióne?
87:13 Numquid cognoscéntur in ténebris mirabília tua, * et justítia tua in terra obliviónis?
87:14 Et ego ad te, Dómine, clamávi: * et mane orátio mea prævéniet te.
87:15 Ut quid, Dómine, repéllis oratiónem meam: * avértis fáciem tuam a me?
87:16 Pauper sum ego, et in labóribus a juventúte mea: * exaltátus autem, humiliátus sum et conturbátus.
87:17 In me transiérunt iræ tuæ: * et terróres tui conturbavérunt me.
87:18 Circumdedérunt me sicut aqua tota die: * circumdedérunt me simul.
87:19 Elongásti a me amícum et próximum: * et notos meos a miséria.
Gloria omittitur

Ant. Factus sum sicut homo sine adjutório, inter mórtuos liber.

V. In pace factus est locus ejus.
R. Et in Sion habitátio ejus.

Pater noster

Lectio 7
De Epístola beáti Pauli Apóstoli ad Hebrǽos
Heb IX: 11-14
11 Christus assístens Póntifex futurórum bonórum, per ámplius et perféctius tabernáculum non manufáctum, id est, non hujus creatiónis:
12 Neque per sánguinem hircórum, aut vitulórum, sed per próprium sánguinem introívit semel in Sancta, ætérna redemptióne invénta.
13 Si enim sanguis hircórum, et taurórum, et cinis vítulæ aspérsus inquinátos sanctíficat ad emundatiónem carnis:
14 Quanto magis sanguis Christi, qui per Spíritum Sanctum semetípsum óbtulit immaculátum Deo, emundábit consciéntiam nostram ab opéribus mórtuis, ad serviéndum Deo vivénti?

R. Astitérunt reges terræ, et príncipes convenérunt in unum,
* Advérsus Dóminum, et advérsus Christum ejus.
V. Quare fremuérunt gentes, et pópuli meditáti sunt inánia?
R. Advérsus Dóminum, et advérsus Christum ejus.


Lectio 8

Heb IX: 15-18
15 Et ídeo novi testaménti mediátor est: ut, morte intercedénte, in redemptiónem eárum prævaricatiónum, quæ erant sub prióri testaménto, repromissiónem accípiant, qui vocáti sunt ætérnæ hereditátis.
16 Ubi enim testaméntum est: mors necésse est intercédat testatóris.
17 Testaméntum enim in mórtuis confirmátum est: alióquin nondum valet, dum vivit qui testátus est.
18 Unde nec primum quidem sine sánguine dedicátum est.

R. Æstimátus sum cum descendéntibus in lacum:
* Factus sum sicut homo sine adjutório, inter mórtuos liber.
V. Posuérunt me in lacu inferióri, in tenebrósis, et in umbra mortis.
R. Factus sum sicut homo sine adjutório, inter mórtuos liber.


Lectio 9


Heb 9:19-22
19 Lecto enim omni mandáto legis a Móyse univérso pópulo: accípiens sánguinem vitulórum, et hircórum cum aqua et lana coccínea, et hyssópo: ipsum quoque librum, et omnem pópulum aspérsit,
20 Dicens: Hic sanguis testaménti, quod mandávit ad vos Deus.
21 Etiam tabernáculum, et ómnia vasa ministérii sánguine simíliter aspérsit:
22 Et ómnia pene in sánguine secúndum legem mundántur: et sine sánguinis effusióne non fit remíssio.

R. Sepúlto Dómino, signátum est monuméntum, volvéntes lápidem ad óstium monuménti:
* Ponéntes mílites, qui custodírent illum.
V. Accedéntes príncipes sacerdótum ad Pilátum, petiérunt illum.
R. Ponéntes mílites, qui custodírent illum.
Gloria omittitur
R. Sepúlto Dómino, signátum est monuméntum, volvéntes lápidem ad óstium monuménti: * Ponéntes mílites, qui custodírent illum.

Oratio 
Réspice, quǽsumus, Dómine, super hanc famíliam tuam, pro qua Dóminus noster Jesus Christus non dubitávit mánibus tradi nocéntium, et crucis subíre torméntum:
Et sub silentio concluditur
Qui tecum…

EXSULTET

Exsúltet jam Angélica turba cœlórum: exsúltent divína mystéria: et pro tanti Regis victória tuba ínsonet salutáris.

Gáudeat et tellus tantis irradiáta fulgóribus: et ætérni Regis splendóre illustráta, totíus orbis se séntiat amisísse calíginem.

Lætétur et mater Ecclésia, tanti lúminis adornáta fulgóribus: et magnis populórum vócibus hæc aula resúltet.

Quaprópter astántes vos, fratres caríssimi, ad tam miram hujus sancti lúminis claritátem, una mecum, quæso, Dei omnipoténtis misericórdiam invocáte.

Ut, qui me non meis méritis intra Levitárum númerum dignatus est aggregáre: lúminis sui claritátem infúndens, Cérei huius laudem implére perfíciat.

Per Dominum nostrum Jesum Christum, Fílium suum: qui cum eo vivit et regnat in unitáte Spíritus Sancti Deus: Per omnia sǽcula sæculórum.

IL SACRO TRIDUO (3) IL SABATO SANTO 2022

IL SACRO TRIDUO (3)

SABATO SANTO

( P. PIO PARSCH O.S.A.: L’ANNO LITURGICO – VOL. III – IV Ed. Soc. Ed. VITA E PENSIERO, MILANO, 1949)

Stazione a S. Giovanni in Laterano

(doppio di I classe)

1. VIGILIA DI PASQUA

– Il Sabato Santo è il gran giorno del riposo del Signore; lo si potrebbe dire il secondo sabato dopo la creazione. La Chiesa lo chiama Sabato Santo. Questo giorno è, e dovrebbe essere, il giorno più silenzioso dell’anno liturgico; fino al Medio Evo non si celebrava la Messa. Le funzioni che si fanno nella mattina di oggi, sono le funzioni che si celebravano, una volta, nella notte della vigilia, dal sabato alla domenica; in realtà la liturgia del Sabato Santo è ormai liturgia di Pasqua. Un grande compito di rinnovamento liturgico sarebbe quello di ridare al mondo cattolico la sua seconda notte santa (come quella del Natale): la notte di Pasqua, la « madre di tutte le vigilie », come dice S. Agostino, che l’assenza dello spirito e del sentimento liturgico negli ultimi quattro secoli, ha soppresso. Celebriamo la liturgia del Sabato Santo trasportandoci spiritualmente nella notte come fossimo catecumeni. Assistiamo al drammatico svolgersi della Resurrezione del Signore, alla vittoria della luce sopra le tenebre. È anche la festa di resurrezione della nostra anima: in ognuno di noi Cristo risorge! La descrizione che segue si riferisce ad una celebrazione notturna.

a) Il cereo pasquale. Durante la giornata la chiesa rimane vuota e silenziosa: l’altare spoglio, la costernazione dell’anima non consentiva né parole, né cerimonie. Il giorno trascorse così nel dolore intimo e raccolto. Siamo alla seconda sera dacché il Signore giace nella tomba. – La casa di Dio è immersa nelle tenebre. I fedeli si raccolgono nella chiesa senza luce. Il clero sosta davanti alla porta della chiesa dove dalla pietra si cava fuoco, che viene benedetto. Questa cerimonia (Lucernarium) con la processione relativa si faceva un tempo prima di ogni funzione notturna, poiché la Chiesa voleva usare per il culto solamente il fuoco benedetto. Nella casa di Dio ogni luce è senta: è finito l’Antico Testamento. Ora spunterà la vera luce del mondo: Cristo. Il fuoco che esce dalla pietra in un modo, per così dire, verginale, è simbolo di Cristo che uscì dal seno della Vergine; in questa notte di Pasqua. Egli esce dalla tomba chiusa in tutta la sua gloria. Non è veramente maestra la Chiesa nella scelta dei suoi simboli?

Comincia la festa della Resurrezione. –

Dopo aver benedetto il fuoco, si procede alla benedizione dei cinque grani d’incenso che vengono poi fissati al cereo pasquale. Essi rappresentano le cinque piaghe gloriose del Signore. Si accende quindi una candela al fuoco benedetto e con essa il clero entra nella chiesa ancora immersa nell’oscurità. Il diacono si presenta in dalmatica bianca, segno di gioia: egli è l’araldo della Pasqua. Il corteo muove lentamente attraverso la chiesa; il diacono porta una canna con candelabro a tre braccia, chiamato arundine e accende una alla volta le tre candele cantando: « Lumen Christi ». Il canto si eleva per tre volte di tono e la chiesa si fa sempre più chiara: simbolismo pieno d’arte e di espressione della luce che s’avanza! Il corteo ha raggiunto l’altare e il diacono si prepara ad annunziare solennemente la Risurrezione del Signore per mezzo del famoso canto del prœconium paschale: « Exultet » e benedice ìl cereo pasquale. L’« Exultet » è uno dei canti liturgici più importanti tanto per la poesia quanto per la musica. La dignità e il mistero di questa santa notte e nello stesso tempo la grandezza della redenzione di Cristo vengono magnificamente ed illustrate dal testo pieno d’alta poesia: « O amore, che superi ogni amore! Per riscattare il servo hai dato il tuo stesso Figlio!… O felice colpa, che ci meritò un tale Salvatore! ».

Il cereo pasquale, simbolo del Salvatore risorto, che lasciò la sua tomba nel fulgore della sua maestà, si accenderà durante le sacre funzioni da oggi fino alla festa dell’Ascensione. Mentre il diacono fissa i grani d’incenso e accende il cereo pasquale, vengono pure accese tutte le luci della chiesa: l’annunzio solenne della Resurrezione!

b) Benedizione del fonte.

Dopo questo solenne invitatorio pasquale si va al fonte battesimale. Dapprima vengono lette dodici profezie, che rappresentano, in un grandioso insieme, gli effetti del Battesimo e la grandezza della vita cristiana. Lo scopo è di ricordare ancora una volta ai catecumeni l’importanza della grazia che ad essi viene concessa con l’amministrazione del santo Battesimo. – Si procede alla benedizione del fonte battesimale. Ed eccoci arrivati al punto culminante della funzione: il Battesimo dei Catecumeni che di solito non s’impartisce al sabato santo. Presenziamo alla sacra funzione coi sentimenti dei catecumeni e rinnoviamo le nostre promesse battesimali. – I sacerdoti, processionalmente, si recano al fonte battesimale, insieme ai catecumeni, preceduti dal cereo pasquale. Durante il tragitto si canta: « Come il cervo desidera la sorgente, così l’anima mia anela a te, mio Dio. La mia anima ha sete del Dio vivente. Quando verrò e mirerò la faccia di Dio? Sono le mie lacrime mio pane giorno e notte, mentre continuamente mi si dice: Dove è il tuo Dio? ». – Questo canto ci fa sentire l’ardente aspirazione dei catecumeni alla grazia del Battesimo, la benedizione del fonte battesimale si canta nel tono del Prefazio. Nelle preghiere c’è la storia dell’acqua benedetta: « O Dio, il cui spirito al principio del mondo si librava sopra le acque… Con l’acqua hai lavato i delitti del mondo e nelle acque del diluvio hai raffigurato la nostra rigenerazione, affinché nel mistero del medesimo elemento avessero fine i vizi e origine la grazia ». Il sacerdote si rivolge all’acqua: « Iddio ti ha fatta scaturire ha ordinato di bagnare con quattro fiumi tutta la terra.. – Ti benedico anche nel nome di Gesù Cristo… il quale, in Cana di Galilea, con un miracolo della sua potenza ti ha cambiata in vino; che coi suoi piedi camminò sopra di te, e che da Giovanni in te fu battezzato nel Giordano; che ti ha fatta dal fonte del Paradiso e ti ha fatto uscire dal suo costato insieme al sangue; che ha comandato ai suoi discepoli che i credenti fossero con te battezzati ». – Il sacerdote immerge nell’acqua il cereo acceso « Discenda nella pienezza di questo fonte la virtù dello Spirito Santo ». Il sacerdote alita sull’acqua in forma di PSI greco (Ψ) il segno dello Spirito Santo: versa nell’acqua l’olio dei catecumeni e il sacro crisma, perché veramente vi abiti la pienezza delle benedizioni della Chiesa.

c) Il Battesimo.

Siamo arrivati al punto saliente della cerimonia, il Battesimo dei catecumeni. Raffiguriamoci l’impressione profonda che deve aver fatto in antico ai fedeli quando la schiera dei battezzandi già adulti — uomini arrivati alla Fede attraverso la lotta, vergini che forse avevano dovuto rinunciare ad un ricco matrimonio, che erano state diseredate dai loro genitori — venivano ad essere rigenerati a nuova vita nelle acque battesimali. Purtroppo, oggi avviene raramente che si amministri un Battesimo in questo momento, malgrado il desiderio della Chiesa che nelle sue prescrizioni dice: « Se ci sono battezzandi vengano ora battezzati ». Ad ogni modo è questo il momento in cui i fedeli devono rinnovare le promesse battesimali e rivivere così la grande grazia del loro Battesimo. Dopo il Battesimo, i neo-battezzati ricevono la veste candida e la lampada accesa; la veste battesimale è, in un certo senso, una veste sacerdotale; poiché essi hanno ricevuto il potere sacerdotale inteso nel senso largo del comune sacerdozio; da questo momento sono autorizzati a partecipare al sacrificio incruento e a prender parte al celeste Banchetto. Come dev’esser stato commovente il vedere la schiera dei catecumeni venire processionalmente, con le lampade accese, dal battistero di S. Giovanni in Laterano per entrare nella casa di Dio! era davvero un Introito solenne alla Messa di Pasqua. Durante la processione si cantavano e si cantano anche oggi, le litanie dei santi. Esse sono una preghiera di intercessione per i nuovi battezzati, l’espressione della nostra coscienza religiosa collettiva; e ci ricordano la comunione dei santi.

d) La Messa della notte di Pasqua.

Dalle litanie si passa subito alla Messa alla quale i sacerdoti si presentano in paramenti bianchi. È la Messa della vigilia di Pasqua, simile alla prima Messa di Natale e, come questa, dovrebbe essere celebrata a mezzanotte. Il giubilo pasquale si manifesterà, pieno, domani alla Messa solenne di Pasqua. Questa della notte pasquale è la Messa del Battesimo. È la primizia del sacrificio dei nuovi figli della Chiesa, che ora sono invitati per la prima volta alla mensa dell’Agnello. Possa essere anche per noi una Messa di Battesimo nella quale rinnoviamo le promesse battesimali. Questa Messa ha alcune particolarità: vi mancano : l’Introito, il Kyrie, l’Offertorio, l’Agnus Dei; essa rappresenta l’antica forma della Messa, nella quale questi canti non erano ancora stati introdotti. Funge da Introito il canto delle Litanie dei Santi che nelle celebrazioni stazionali, precedeva sempre la Messa; esso termina col Kyrie. Appena si intona il Gloria si suonano tutte le campane, e la gioia, la grande gioia pasquale, si diffonde nel mondo! Il Gloria, riservato una volta alla sola Messa di Pasqua, è il vero canto pasquale. La Colletta allude alla resurrezione avvenuta ed è una supplica per i nuovi battezzati perché possano pienamente conservare in loro lo spirito cristiano. L’Epistola (Col. III, 1-4) è un insegnamento: « Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù ». Ed eccoci di nuovo ad un momento particolarmente commovente. Per tre volte risuona l’Alleluia, il vero canto pasquale. Esso taceva dalla Settuagesima, ma ora ci accompagnerà fedelmente durante tutto l’anno. Il Vangelo (Matth. XXVIII,1-7) è il primo messaggio pasquale. Non a caso fu scelto questo passo: « Ma alla sera del sabato, mentre si schiariva già il primo giorno della settimana… ». Celebriamo la Messa all’albeggiare e veniamo con Maria Maddalena a visitare la tomba e apprendiamo la buona novella. – Oggi, dopo la Comunione del Sacerdote, (anche i fedeli possono ricevere la Comunione) si canta un bellissimo inno di ringraziamento: il Magnificat, l’inno di ringraziamento che proruppe dal cuore e dalle labbra di Maria per la sua dignità di Madre di Dio. Esso costituisce il Vespro del giorno. Ancora una volta sentiamo il solenne Alleluia, dopo l’Ite Missa est e ci troviamo nel pieno giubilo della Pasqua: Cristo è risorto nei nuovi battezzati (e in noi). – La notte è trascorsa; e spunta l’aurora che ha visto la Resurrezione.

2. LE DODICI PROFEZIE.

– Le letture del Sabato santo sono state per lo più tenute in poco conto fino ad oggi, poiché considerate come un prolungamento inopportuno della sacra funzione. In esse noi vediamo in primo luogo un’antica forma di vigilia o di Mattutino; i salmi erano piuttosto Responsori o l’eco delle letture; i tre Notturni sono ancora accennati poiché noi abbiamo tre gruppi di quattro letture ciascuno.

Il primo Notturno (Prof. I-IV) è tolto dal libro di Mosè e mostra ai catecumeni quattro simboli del regno di Dio. Sono simboli cari all’antica Chiesa, e che poi spesso incontriamo nelle catacombe: Profezia l*. La creazione è simbolo della nuova creazione : redenzione e Grazia battesimale. Nei primi tempi la lettura si estendeva anche alla caduta dei primi uomini. Profezia II°. L’Arca è simbolo della Chiesa. Noè rappresenta Cristo: la rinnovazione del mondo fatta da Cristo. Profezia III°. Il sacrificio di Isacco raffigura il sacrificio della croce: Abramo è padre di tutti i fedeli. Profezia IV°. Il passaggio del Mar Rosso è il simbolo del Battesimo. – In queste quattro figure è simboleggiato il regno di Cristo nei suoi punti più salienti. I quattro grandi Patriarchi, Adamo, Noè, Abramo e Mosè sono i principali annunziatori della rivelazione e nello stesso tempo sono figure di Cristo. Li conosciamo dalle tre domeniche del Tempo di Settuagesima e dalla quarta domenica di Quaresima. – Osserviamo l’Orazione che segue sempre alle letture, è per lo più un commento alle stesse. Così il primo gruppo ha una magnifica fusione; esso si chiude col canto di lode di Mosè, che rappresenta la preghiera di ringraziamento dei Catecumeni e della Chiesa per la grazia della redenzione.

Nel secondo Notturno (Prof. V-VIII) ci parlano i Profeti (dunque Mosè e i Profeti rendono testimonianza di Cristo). Questo secondo gruppo non ha l’unità del primo. Forse la quarta Orazione ci dà il filo per intenderlo. Tutti i privilegi e le direttive del popolo di Israele si realizzano per la Chiesa nel senso più alto della Profezia V.. Il Profeta Isaia ci descrive i tesori del regno di Dio: l’acqua del Battesimo, il vino e il miele dell’Eucaristia; la guida di Cristo, la misericordia di Dio nella remissione dei peccati. Profezia VI. La vera sapienza abita nella Chiesa; i battezzandi hanno gustato il sale della sapienza; ora vedranno la stessa sapienza incarnata, Cristo. Profezia VII. Il profeta Ezechiele vede un campo seminato di morti che al soffio di Dio riprendono la vita. Magnifico quadro della missione redentiva di Cristo. Nuova vita dell’anima nel santo Battesimo; e la resurrezione dei corpi, da Lui che esce dalla tomba come il primo nato tra i morti. Profezia VIII. Isaia predice al popolo eletto una grande felicità dopo il tempo della miseria e del peccato. Questa felicità trova il compimento nel Nuovo Testamento. Oggi sorge la nuova razza eletta del Signore. Ogni Cristiano è « santo » e viene iscritto nel libro della celeste Gerusalemme. La nube e la colonna di fuoco ci richiamano alla vera presenza di Cristo nella Chiesa. Il canto che chiude il secondo gruppo, ne riassume i pensieri; il nuovo Israele, la vera vigna di Dio è la Chiesa.

Terzo notturno (Prof. IX-XII). Queste Profezie offrono numerose narrazioni e figure. Profezia IX. Il simbolo dell’agnello pasquale che ci fu proposto il Venerdì santo si applica alla SS. Eucaristia. Profezia X: Giona è figura di Cristo; i Niniviti penitenti rappresentano i catecumeni. Profezia XI: Il discorso di congedo di Mosè suona come un ammonimento materno della Chiesa a perseverare nel bene. A questa penultima profezia segue un canto che esalta la fedeltà del Signore. È la lieta adesione dei catecumeni e dei fedeli all’invito della Chiesa. L’ultima profezia è chiusa della vigilia e ormai già canto dell’aurora. I fanciulli nella fornace sono figure predilette della Chiesa primitiva che non mancavano mai negli Uffici notturni; la loro storia preparava la celebrazione eucaristica del mattino. Essi erano nella antica Chiesa simbolo di resurrezione e incoraggiamento al martirio. La breve scorsa data alle Profezie ci dice quanto meritino di essere prese in considerazione. Forse potrebbero essere lette e spiegate nella Quaresima, oppure nel Tempo pasquale.

IL PRIMO ALLELUIA.

– In questa magnifica melodia,  (ammesso che essa sia data nella forma autentica e cantata bene) c’è qualche cosa di indicibilmente bello. Dapprima, quasi timida ricerca, il canto si eleva con un intervallo di terza di terza, si culla poi ripetutamente sulla finale (sol), quasi volesse allenarsi allo slancio, e finalmente si innalza, con un salto di quarta trionfante. Questo canto di giubilo,  ripetuto tre volte, è come il primo grido che lo Spirito Santo fa erompere dal cuore dei nuovi Cristiani; è come il primo palpito della vita divina creata in loro dalla SS. Trinità. E come è bello questo alternarsi del celebrante che intona e del coro che risponde! – La santa Chiesa insegna ai suoi figli a pronunciare il primo Alleluia, che poi risuonerà per sempre nelle vie della Gerusalemme celeste. E anche noi, già da tempo battezzati, impariamo ogni anno di nuovo, dalla bocca della madre Chiesa, il nostro cantico nuovo (canticum novum).

IL SACRO TRIDUO (2) IL VENERDI’ SANTO (2022)

IL SACRO TRIDUO (2)

il VENERDI’

( P. PIO PARSCH O.S.A.: L’ANNO LITURGICO – VOL. III – IV Ed. Soc. Ed. VITA E PENSIERO, MILANO, 1949

VENERDI’ SANTO

STAZIONE A S. CROCE IN GERUSALEMME

(doppio di I classe)

Per. il legno della Croce venne la gioia nel mondo

PARASCEVE, GIORNO DI PREPARAZIONE.

– Noi lo diciamo Venerdì santo; è il gran giorno di lutto della cristianità. È l’unico giorno nella liturgia romana, nel quale non si celebra la Messa poiché in questo giorno l’eterno Pontefice diede se stesso in olocausto cruento sull’altare della croce. Le due Antifone ci trasportano sul Calvario: « E gli posero sopra la testa una scritta col motivo della sua condanna: Gesù di Nazareth Re dei Giudei » (Antifona Ben.).

« Preso che ebbe l’aceto disse: Tutto è compiuto! E chinato il capo, rese lo spirito » (Antif. Magnificat)

I. LE SACRE FUNZIONI DEL MATTINO.

– La chiesa stazionale è oggi l’antichissimo santuario di S. Croce in Gerusalemme, dove sono conservate anche le reliquie della santa croce, che oggi per noi rappresenta il Calvario. Entriamo: la Chiesa è deserta, spoglia di ogni ornamento; il tabernacolo è aperto e vuoto. Sull’altare c’è una croce velata di nero, tutto è espressione del cordoglio della nostra anima. La funzione comincia, non c’è Introito, non candele accese sull’altare, silenzio profondo; (oggi la Chiesa accentua il linguaggio dei suoi simboli). I sacerdoti si presentano in paramenti neri e si buttano in ginocchio ai gradini dell’altare. Questo loro atteggiamento è la espressione della desolazione dell’umanità prima della redenzione. La funzione è antichissima e si divide in tre parti.

La prima parte è una Messa dei catecumeni, un vero e venerando ricordo della Messa dei catecumeni quale si celebrava nell’antica liturgia. La seconda parte è l’adorazione della croce, il punto saliente del giorno; la terza è la Comunione. Il popolo la chiama: « Messa secca »; la liturgia : « Missa prœsantificatorum » la Messa delle offerte già consacrate, (presantificate) poiché l’ostia fu consacrata la vigilia.

a) La Messa dei catecumeni. La funzione del mattino ha inizio con una delle più antiche Messe dei catecumeni quale si celebrava nei primi quattro secoli. Non c’era ancora l’Introito; i sacerdoti si prostravano in silenzio sui gradini dell’altare. Le letture erano tre; tra l’una e l’altra venivano cantati, quali Responsori, salmi interi. Seguiva la predica e poi venivano le preghiere per tutti i bisogni dei Cristiani. La prima parte della liturgia del Venerdì santo ci ha conservato questa venerata pratica antica e noi dovremmo recitare con tutto il rispetto queste preghiere che sono le stesse che si recitavano nelle Catacombe.

La prima lettura del profeta Osea (Os., VI, 1-6) deve suscitare in noi un dolore profondo e un sincero pentimento. Vi sentiamo già l’annunzio della Pasqua: « Fra due giorni ci sarà data una nuova vita; al terzo risorgeremo ». Segue il Tratto tolto dal profeta Abacuc (Abac. III): « Signore, udii il tuo messaggio e ne ho timore; considerai le tue opere e ne sono atterrito. Ti manifesterai fra due animali ». Inorridendo, il profeta vede il Signore crocifisso fra due ladroni. La seconda lettura ci dà il commovente simbolo dell’agnello (Ex. XII, 1-11), oggi il simbolo è realtà, il vero Agnello pasquale, Cristo, viene immolato! Non è a caso che Cristo compie il suo sacrificio proprio nel giorno della festa pasquale dei Giudei. Alle 3, nel momento in cui nel tempio si scannavano gli agnelli, il Signore esalava l’anima sua! Il salmo che segue descrive il tradimento di Giuda e la passione di Gesù. Dopo il simbolo assistiamo al compiersi della realtà. Si canta la storia della Passione. Ed è l’Apostolo prediletto, S. Giovanni, che ce la narra (Joan. XVIII, 1-40; XIX, 1-42). L’Apostolo S. Giovanni stette con la Madre di Gesù sotto la croce, testimonio oculare dei grandi avvenimenti. Mentre gli altri evangelisti ci descrivono la parte umana della Passione, S. Giovanni ci mostra il Salvatore sofferente quale Dio e Re. La sua descrizione ha qualche cosa di assolutamente poderoso: Il Re sul trono della Croce! Il Passio è anche oggi cantato, quand’è possibile, da tre sacerdoti o da tre diaconi (seguiamolo rispettosamente).

Tre voci sono giunte al nostro orecchio: la parola del Profeta, quella della Legge, e quella del Vangelo. Ora sentiamo le preghiere antichissime per ogni stato della umanità. Queste preghiere sono proprio al loro posto oggi, in cui Cristo è « elevato » e « chiama tutti a sè ». Gesù, novello Adamo, dorme il sonno della morte e dal costato esce le seconda Eva, la Chiesa. – Preghiamo dunque in primo luogo per la Chiesa, sposa di Cristo; poi ricorderemo tutti gli uomini, anche quelli che sono fuori della Chiesa, gli eretici, e gli scismatici. Ad ogni preghiera sacerdoti e popolo si inginocchiano alla esortazione del diacono: Flectamus genua (pieghiamo le ginocchia) e sorgono all’invito del diacono: Levate! (alzatevi!). Solo alla preghiera per i perfidi Giudei si tralascia la genuflessione, poiché essi in questo giorno sacrilegamente si inginocchiano davanti a Gesù per deriderlo. – Si prega per la Chiesa, per il Papa, capo della Chiesa, per i diversi ordini di sacerdoti e di laici, per i catecumeni, per tutti i bisogni spirituali e temporali del mondo intero, per gli scismatici e gli eretici, per i Giudei e infine per i pagani. E con ciò si chiude la prima parte delle cerimonie del mattino.

b) L’adorazione della Croce. Forma il punto culminante della giornata, la venerazione della croce, strumento della nostra salvezza. Anche questa cerimonia è di uso antichissimo ed ebbe origine a Gerusalemme, dove si venerava e si baciava il vero legno della croce. Il sacerdote, deposta la pianeta, si mette dalla parte dell’Epistola e si accinge allo scoprimento della croce. Nei giorni della Passione, la croce era venerata appunto perché oggi la Chiesa potesse solennemente scoprirla e scuotere così le nostre anime. – Il diacono scopre l’immagine del Crocifisso in tre tempi; perciò si canta in tre toni sempre più alti: « Ecco il legno della croce sul quale è morto il Salvatore del mondo ». Il popolo si prostra adorando e ripete: « Venite, adoriamo ». La croce viene deposta sopra un cuscino sui gradini dell’altare. I sacerdoti si levano le scarpe e si avvicinano, dopo tre genuflessioni, a baciare le ferite del Crocifisso per onorare così il Salvatore e il segno della nostra redenzione. Anche il popolo si avvicina e bacia la croce. Siamo ora al momento più solenne del Venerdì santo. Cristiano, adora il tuo Redentore coperto di sangue e nel tuo bacio rinnovagli l’offerta di tutto te stesso! Durante l’adorazione della croce il coro eseguisce un canto impressionante. Sono i così detti Improperi, lamentazioni e rimproveri, che Gesù rivolge al suo popolo; gli ricorda, con la dolce potenza dei suoi lamenti i suoi benefici nell’Antico Testamento, e gli rinfaccia la sua inspiegabile ingratitudine. Pensiamo che anche a noi sono rivolti i lamenti e le esortazioni di Cristo: e davanti alla sua morte formiamo seri propositi di emendarci. Continuamente sentiamo ripetere: « Popolo mio, popolo mio, che t’ho io fatto? In che ho potuto contristarti? Rispondimi! ». Non c’è nulla che possa scendere così profondamente al cuore come questo lamento! – C’è ancora un altro canto assai più antico, che esalta Cristo Dio. Questo canto si eseguisce in due lingue, in greco e in latino: « Agios o TheòsSancte Deus » « Dio santo, santo e forte, santo e immortale, abbi pietà di noi ». È il riconoscimento di Dio, davanti al segno glorioso della redenzione. In chiusa, si canta anche un cantico di gioia alla croce e alla redenzione del Signore: « La tua croce adoriamo, o Signore, e la tua santa resurrezione lodiamo e glorifichiamo: ecco che dal legno della croce è venuto il gaudio sul mondo intero ».

c) Dalla Messa dei Presantificati.

La terza parte della liturgia del Venerdì santo è la Comunione, Fin dai tempi antichissimi non si celebra oggi il Sacrificio della Messa; ma i primi Cristiani non volevano rinunciare alla Comunione. Nella Messa del giovedì venivano perciò consacrati molti pani e conservati per oggi. Questa Comunione senza il Sacrificio della Messa, che spesso troviamo presso i Greci nel tempo di Quaresima, si chiamava Messa dei Presantificati. – Nei primi tempi tutti i fedeli si comunicavano; oggi si comunica solo il sacerdote celebrante. In processione solenne si trasporta il calice con la S. Ostia ieri consacrata, dall’altare dove si è conservata all’altare maggiore.

Il coro canta il Vexilla Regis: « Del Re il vessillo spiegasi… », poiché si deve intendere chiaramente che ora si porta il Corpo sacrificato del Signore che fu tolto dalla croce. Il  sacerdote pone l’Ostia sul corporale; il diacono versa il vino nel calice e il suddiacono l’acqua. Il vino però non si consacra; serve solo all’abluzione. Si incensano l’Ostia e l’altare come nelle Messe cantate; il sacerdote si lava le mani in silenzio e recita poi la preghiera dell’offerta di sé e l’Orate Fratres, al quale non si risponde. È una parte dell’Offertorio. Il Canone è omesso per intero e il sacerdote incomincia subito il Pater e aggiunge ad alta voce la preghiera per la liberazione dal male (Libera nos). Quindi il sacerdote alza con la mano destra la S. Ostia per mostrarla al popolo, la spezza in tre parti come di solito e mette la più piccola nel calice; recita l’ultima preghiera di preparazione alla S. Comunione (poiché in essa si parla soltanto della recezione del Corpo del Signore), e dopo aver ripetuto per tre volte il « Domine, non sum dignus », si comunica con la S. Ostia, prende il vino e purifica il calice. E con ciò si chiude la Messa, che in realtà è la comunione del celebrante.

Diamo uno sguardo riassuntivo all‘Ufficio divino del Venerdì santo: nel Mattutino abbiamo visto Cristo nel suo annientamento umano « come un verme, l’obbrobrio degli uomini ». Nella Messa dei Presantificati ci viene incontro come Salvatore, anzi come re sul trono della croce. E questo in tre parti: nella prima parte nel Passio di S. Giovanni e nelle invocazioni; nella seconda con lo scoprimento e l’adorazione della croce; nella terza alla Comunione, nell’Agnello immolato e glorificato.

2. DAL MATTUTINO DEL SABATO SANTO.

– E’ la terza parte della grandiosa trilogia: Cristo giace nella tomba e la Chiesa, seduta accanto al suo sepolcro, fa sentire i suoi lamenti. Dopo l’aspro combattimento, Cristo riposa in pace, e noi vediamo sul suo corpo le tracce dei suoi indicibili dolori. Mentre ieri i Responsori erano i lamenti che uscivano dalla bocca stessa di Cristo, oggi essi sono di solito l’espressione del cordoglio della Chiesa. Dalle lamentazioni, però, traspare la speranza: oggi l’orizzonte è più tranquillo e più rischiarato, solo verso la fine il Mattutino torna alle note di dolore e ciò non ci deve destar meraviglia, poiché il Mattutino deve rappresentare la Chiesa che piange, perché le fu portata via lo sposo divino. Ancora si vedono le ferite sanguinanti; esse invocano continuamente il castigo sopra l’infedele Israele; i nemici si accaniscono con Gesù e con menzogne e calunnie cercano di cancellare perfino la memoria del Maestro; Maria e i discepoli sono nel più profondo cordoglio; e la Chiesa deve constatare con immenso strazio che molti dei suoi figli scendono dal Golgota nella freddezza e nell’indifferenza. – La differenza che troviamo in questo Mattutino in confronto con gli altri sta in un progressivo svolgimento dell’azione; e questo specialmente si nota nelle antifone « Il mio corpo riposa nella speranza » (salmi). – Si potrebbe dividere il dramma sacro in sei parti: mentre la Chiesa sta presso il sepolcro, passano davanti al suo spirito sei scene:

.1.  La pace del Sepolcro (I Notturno): « In pace dormirò e mi riposerò ». « Egli riposerà sul monte santo ». « Il mio corpo riposa nella speranza » (salmi).

2. L’ingresso dell’anima di Gesù nel Limbo (II Notturno): «Alzatevi, o porte eterne, che entrerà il Re della gloria » (salmo XXIII).

3. La speranza della resurrezione: « Credo che vedrò il Signore nella terra dei viventi ». « Tu traesti fuor dall’inferno l’anima mia » (Salmi XXVI e XXIX).

4. Il sigillo apposto alla tomba (lettura del II Notturno).

5. Gesù vincitore dei suoi nemici (III Notturno, salmi LII e LXXV).

6. Riassunto delle impressioni: Profondo cordoglio e lamentazioni: « Come uomo senza soccorso, inviato tra i morti » (salmo LXXXVII). Inoltre i Responsori: I, II, III. IV, V. VI, VII; l’ultimo ci dà la scena di chiusa del Sabato Santo: Gesù nella tomba e i soldati chefanno la guardia. –  Osserviamo ancora la parte importante, assegnata inquesto Mattutino alle Antifone. Certi salmi non sonostati scelti per il loro contenuto completo, ma anche per un solo versetto (p. es.: salmi IV, XIV, XXIII).L’azione prosegue fino alla soglia della resurrezione pasquale. Ma poi d’un tratto mentre attendiamo il lietoAlleluia, torna il pianto accorato sul Morto, quasi adirci: Fermati! Vedi, il Signore è ancor nella tomba.

Il Mattutino ha un fascino speciale, che si può comprendere solo con una sentita compartecipazione alla passione del Signore. E forse il suo fascino sta proprio nei vari sentimenti che esso suscita nel cuore: di dolore, di speranza, di trepida gioia.

SETTIMANA SANTA: IL SACRO TRIDUO (2022)

IL SACRO TRIDUO

( P. PIO PARSCH O.S.A.: L’ANNO LITURGICO – VOL. III – IV Ed. Soc. Ed. VITA E PENSIERO, MILANO, 1949

I tre ultimi giorni della Settimana santa si chiamano spesso triduo sacro (triduum sacrum). Si possono meditare in tre modi:

a) Essi sono, anzitutto, centro e fine del tempo in preparazione alla Pasqua. La Chiesa è maestra nell’arte di condurre ad ascendere a poco a poco; dalla Settuagesima in poi, noi abbiamo seguito un continuo crescendo: prima tappa, il Tempo di Settuagesima; poi la Quaresima, nella quale abbiamo avuta una continua spinta a progredire; poi il Tempo di Passione. Un’altra tappa fu la Domenica delle palme con l’entrata nella Settimana santa. Ora entriamo nel Santo dei santi: È triduo sacro.

b) Questi tre giorni appartengono ormai alla Pasqua; poiché la morte e la Resurrezione di Cristo sono inseparabili e formano i misteri pasquali. Così noi facciamo il passaggio dalla Settimana santa alla settimana di Pasqua, quasi senza accentuarlo. La solennità del Sabato santo è già celebrazione della resurrezione e del Battesimo.

c) I tre giorni possono essere considerati come una unità; un vero triduo o trilogia, un dramma unico in tre parti: il dramma della redenzione di Cristo. Sotto questo punto di vista abbiamo già considerato anche il Mattutino. Altrettanto si può dire degli altri uffici. L’Ufficio delle tenebre accentua piuttosto la « Passione dolorosa » e i lamenti del Signore morente; mentre gli altri uffici hanno diverso contenuto ed esprimono un diverso atteggiamento dell’anima. Essi celebrano soprattutto la « Beata Passio » e hanno per oggetto l’aspetto vittorioso della redenzione di Cristo. Il Mattutino, del resto, sono di origine relativamente recente (VIII, IX secolo), mentre gli altri uffici risalgono ai tempi più antichi. – Il contenuto principale della trilogia dei Mattutini è: l’agonia, la morte di croce, la pace della tomba. Invece gli altri uffici trattano: dell’Eucaristia, del trionfo della croce, del Battesimo e della Resurrezione. In tal modo trova alimento tanto la pietà soggettiva, quanto la pietà oggettiva. Nella nostra anima si alternano la « Passione dolorosa » e la gloria della croce. – Nel Medio Evo questi tre giorni erano giorni di risoso; sospeso il lavoro, il popolo poteva tranquillamente prender parte alle sacre funzioni. I Cristiani dovrebbero comprendere che la celebrazione di queste giornate, le più ricche di sacre memorie, esige una conveniente preparazione e l’anima quieta. Purtroppo le circostanze attuali impongono, alla maggioranza, di non poter seguire appieno le cerimonie di questi giorni. In qualche regione almeno il Venerdì santo è giorno di riposo; e di ciò approfittano i parroci zelanti per la celebrazione della odierna liturgia. In ogni caso è raccomandabile il possibile per tenersi un po’ liberi in questi tre giorni. Chi può andare alla parrocchia, seguirà lì le sacre cerimonie. Le donne di casa facciano in modo di aver terminata la pulizia per la Pasqua almeno il mercoledì. Si veda nelle famiglie la buona disposizione a vivere degnamente questi giorni. I pastori di anime dovrebbero disporre l’orario delle sacre funzioni in modo da rendere possibile l’intervento anche agli uomini che sono occupati. È così triste tenere le sacre nella Chiesa quasi vuota, oppure solo davanti a vecchi e bambini.

GIOVEDI SANTO

(doppio di I classe)

Stazione  a  S. GIOVANNI IN LATERANO.

La passione di Gesù, il corpo di Gesù, l’amore di Gesù

Nella liturgia romana questo giorno si chiama: « La Cœna Domini, la cena del Signore », e spiega già l’avvenimento principale del giorno: l’istituzione del santissimo Sacramento durante l’ultima Cena. Mentre nel Mattutino si è considera specialmente l’agonia di Gesù nell’orto, nelle cerimonie del giorno il punto centrale è dato dall’ultima cena. Richiamiamo brevemente alla nostra memoria gli avvenimenti dell’ultima cena: al mattino Gesù manda i suoi due Apostoli prediletti Pietro e Giovanni, da Betania a Gerusalemme per preparare il primo Sacrificio della Messa. Nel tardo pomeriggio, Gesù lascia Betania, prende congedo dalla Madre, passa attraverso il monte degli ulivi; si reca nella sala del banchetto. – Dopo il tramonto del sole comincia la cena. Ecco l’ordine degli avvenimenti: 1) La cena di Pasqua (Agnello pasquale); 2) La lavanda dei piedi; 3) La denunzia del traditore; 4) L’istituzione della SS. Eucarestia; 5) Il discorso di addio e la preghiera sacerdotale. Le cerimonie si dividono in quattro parti: l) La Messa; 2) La consacrazione degli Olii santi; 3) La spogliazione degli altari; la lavanda dei piedi.

LA RICONCILIAZIONE DEI PENITENTI.

– Nel Pontificale romano c’è ancora oggi questa cerimonia commovente: che se non è più in uso, tuttavia essa può insegnarci lo spirito di penitenza, e la gioia della riconciliazione. Il Vescovo col suo clero in vesti di penitenza violacee, si ginocchia davanti all’altar maggiore e tutti recitano i salmi penitenziali e le litanie dei Santi. Intanto i penitenti attendono fuor della porta, a piedi nudi, prostrati al suolo, tenendo in mano una candela spenta. Alle prime invocazioni delle litanie dei Santi, il Vescovo manda due suddiaconi con candele accese incontro ai penitenti. I suddiaconi, sulla soglia della chiesa, alzano la mano e mostrano le loro candele accese e, davanti ai penitenti, cantano il primo messaggio di pace: l’Antifona: « Come è vero che Dio vive, io non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva ». Ciò detto, spengono i ceri e tornano dal Vescovo. Subito il Vescovo manda due altri suddiaconi incontro ai pubblici penitenti; e dalla loro bocca risuona, dalla soglia della chiesa, il secondo messaggio di pace, l’Antifona: « Il Signore dice: fate penitenza, ché il Regno dei cieli è vicino »; spente le loro candele, anch’essi tornano dal Vescovo nell’interno della chiesa. Ma ora è finita l’attesa dei penitenti. – All’Agnus Dei delle litanie, il Vescovo invia uno dei diaconi più attempati, con un cero acceso. Appena egli, ritto sulla soglia della chiesa, ha cantato l’Antifona « Alzate il vostro capo, ecco è prossima la vostra salvezza », accende con la sua le candele dei penitenti e non spegne più il cero, ma torna con esso al Vescovo che l’ha inviato. Come è ben simboleggiata nelle tre Antifone l’efficacia delle litanie dei Santi per i penitenti! Dopo il canto delle litanie segue la cerimonia della riconciliazione fatta dal Vescovo stesso. Egli lascia l’altare e si reca con tutto il clero nel mezzo della navata. Lì siede sopra una sedia senza spalliera e il clero si schiera in due file alla porta di entrata. L’arcidiacono, vestito solennemente, va verso i penitenti che stanno fuori delle porta e li chiama forte: « Fate silenzio ed ascoltate attentamente ». Si rivolge al Vescovo e gli legge un lungo discorso, nel quale allude al giorno della grazia, che sta per sorgere: « È giunto, o venerato pastore, il tempo pieno di grazia, il giorno della bontà divina e del soccorso, il giorno in cui, atterrata la morte, comincia la vita eterna. Nella vigna del Signore degli eserciti i nuovi tralci devono essere potati, per purificare i vecchi tronchi ». A queste parole il Vescovo si alza e passando attraverso le file del clero, si mette davanti al portale della chiesa. Qui egli stesso tiene un breve discorso alla schiera dei penitenti, ai quali ricorda la bontà divina e il sacrificio del perdono; annunzia loro che quanto prima saranno riammessi nella Chiesa e spiega ad essi quale dovrà essere d’or innanzi la loro vita. Dalle parole egli passa al canto: un canto di paterno invito: « Venite, venite, o figli, venite, voglio insegnarvi il timor santo del Signore ». Il diacono, che è dalla parte dei penitenti risponde: « Inginocchiamoci ». E tutti i penitenti genuflettono. Il diacono che è dalla parte del Vescovo, ordina: « Alzatevi » e ancor due volte i penitenti si inginocchiano e si alzano all’invito del diacono. È ormai prossima l’entrata della processione coi penitenti. Lentamente il Vescovo varca il portale e prende posto nell’interno della chiesa, presso il portale stesso: « Entrate e sarete illuminati; e il vostro volto non dovrà arrossire ». Subito viene intonata un’Antifona (tolta dal  salmo XXXIII), che descrive la fedeltà accordata a coloro che temono il Signore. Durante questo canto i penitenti si prostrano al suolo e vi rimangono tra le lacrime finchè è terminato il salmo. Allora l’arcidiacono presenta, leggendola, al Vescovo la replica per la riconciliazione dei penitenti: « Apostolico pastore, degnati di ridar loro ciò che per le istigazioni del demonio essi avevano perduto. In forza delle preghiere e dei tuoi meriti, siano riavvicinati a Dio questi uomini, per la Grazia del perdono divino. Molto hanno sofferto per i loro traviamenti, ma ora il Signore li vuole nella terra dei viventi e possono perciò aspirare alla felicità, essendo debellato l’autore della loro morte ». Il  Vescovo fa alcune domande per sapere se i penitenti siano degni del perdono e, alla risposta affermativa ha luogo il solenne ingresso nella chiesa. Ancor una volta si leva la voce del diacono: « Alzate il vostro capo » I penitenti si alzano. Il Vescovo porge la mano ad uno di loro, il quale a sua volta prende la mano del vicino e così tutti in fila, tenendosi per mano; sotto la guida del Vescovo, entrano nella chiesa. Che singolare corteo! Che magnifica impressionante scena liturgica! – Con la mano libera il Vescovo tiene il pastorale mentre i fedeli portano ceri accesi. Precede il vescovo nei paramenti violacei, seguono i penitenti nei loro lunghi sai di penitenza. È un passaggio suggestivo dalla severità alla gioia della penitenza. Il coro canta lietamente l’Antifona: « Io vi dico che gli Angeli del cielo fanno festa per un solo peccatore che si converta! ». Il Vescovo, nel mezzo della chiesa, parla ai penitenti che lo circondano e ricorda la gioia del padre per il ritorno del figliol prodigo e prosegue cantando: « Rallegrati, figlio mio, perché tuo fratello era morto ed ora vive, era perduto ed è stato ritrovato ». Ritrovato poiché ora si compie la riconciliazione. Il Vescovo canta una preghiera, nel tono del Prefazio: ricorda al Padre celeste che il Redentore è morto per sanare tutte le ferite « perché risorgiamo per la sua benignità », e supplica il Padre di perdonare i peccati degli uomini. La scena cambia d’un tratto: è il grande momento in cui viene pronunciata la sentenza di una piena riconciliazione: tutti s’inginocchiano: il Vescovo sopra un tappeto, clero e popolo sul terreno. Si intona l’Antifona « Cor mundum »: « Crea in me, o Signore, un cuore mondo e rinnova in me lo spirito di perseveranza », si cantano i salmi L (il grande Miserere), LV (la fiducia in Dio nelle stringenti necessità), LVI (la vittoria della fiducia). Quindi il Vescovo si alza e recita sopra i penitenti sei lunghe preghiere per impetrare la remissione dei peccati e finalmente impartisce l’assoluzione solenne: « Nostro Signore Gesù Cristo per mezzo mio, suo servo, vi assolva da tutti i vostri peccati, e dopo avervi assolti, vi conduca per sua misericordia nel suo Regno celeste! ». Poi egli asperge i penitenti per la prima volta rendendo loro gli onori liturgici perduti, con l’acqua benedetta, e li incensa, dicendo: « Alzatevi voi che dormite, alzatevi dalla morte e Cristo vi illuminerà! ». In chiusa egli concede loro l’indulgenza plenaria e la benedizione pontificale. E con ciò essi sono pienamente riammessi nella comunità della grazia e della vita liturgica.

2. – DELLA MESSA.

La Messa del giovedì santo ha una specialissima importanza, perché si celebra in memoria dell’ultima cena ed è oltremodo commovente e suggestivo, nello spirito della liturgia, essere partecipanti e non semplici spettatori; dobbiamo sostituirci ai discepoli che nel cenacolo erano raccolti intorno al Maestro che lavava loro i piedi e porgeva ad essi il suo Corpo e il suo Sangue. – La Messa ha una doppia intonazione: lieta e triste. Lieta: l’altare è adorno; la Croce sopra l’altar maggiore velata di bianco; i sacerdoti vengono alla Messa in bianche vesti; sì canta gioiosamente il Gloria, che manca da molto tempo. E, per l’ultima volta, tutte le campane suonano a festa, ma le campane tacciono presto in segno di dolore. Sulla festosità di questo giorno consacrato all’istituzione della SS. Eucarestia, si tende un velo di lutto, oggi può essere celebrata in ogni chiesa una sola Messa. Il sacerdote, che nel rango ecclesiastico è superiore agli altri, prende il posto di Cristo; gli altri si mettono tra i discepoli e ricevono la santa Comunione dalle mani di lui. La Messa dovrebbe essere una vera festa di famiglia, che riunisce il parroco, i soi coadiutori e tutti i fedeli — Cristo e i suoi discepoli — attorno alla tavola del Signore.

La stazione oggi è a S. Giovanni in Laterano. la vera Chiesa parrocchiale della cristianità. Così, secondo la liturgia è l’intera famiglia della Chiesa romana che si riunisce per la celebrazione dell’ultima cena. All’Introito sentiamo la fiera affermazione di Paolo: « Noi dobbiamo gloriarci della croce di Cristo… ». Tutta la felicità della redenzione si rivela al nostro sguardo. Quasi dimentichiamo la parte dolorosa della Passione per vedere solo la Resurrezione, il pensiero della quale si prolunga nella Colletta e nel Graduale (« perciò Dio l’ha esaltato ». La Messa appartiene dunque già alla solennità pasquale. – La Colletta porta due pensieri che si riferiscono alle due persone di Giuda e del buon ladrone. Il buon ladrone rappresenta i penitenti che oggi vengono riconciliati; perciò l’Offertorio parla in loro nome: « Io non  morrò, ma vivrò e racconterò le opere del Signore ». Di Giuda e della sua condanna la liturgia parla in alcuni passi: nella Epistola (Cor. XI, 20-32) (almeno nell’allusione alle Comunione indegna) e nel Vangelo « quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda Iscariota il pensiero di tradirlo… ». Osserviamo il contrasto nel Canone: « Nel giorno nel quale il nostro Signore Gesù Cristo fu dato (=traditus) per noi… » nel giorno  tesso « nel quale il nostro Signore Gesù Cristo commise (= « tradidit ») ai suoi discepoli la celebrazione dei suoi Misteri… ». Il Vangelo (Joan. XIII, 1-15) racconta l’atto di umiltà di Gesù che lavò i piedi agli Apostoli. È un’eloquente lezione di amor del prossimo che Egli ci dà. Le due letture sono il testamento del Maestro che si congeda: Egli ci lascia il suo corpo e il suo amore. Oggi non si dà il bacio di pace; i liturgisti del Medio Evo ne vedono la ragione nel bacio di Giuda; il vero motivo però dovrebbe essere un altro, poiché il bacio non c’è nemmeno nel Sabato santo; dunque è omesso durante tutto il rito. – Con la Comunione si collega il ricordo di ambedue le grandi prove di amore date in questo giorno dal Signore: l’Eucarestia e la lavanda dei piedi; questa ultima forma l’oggetto dell’Antifona. C’è in questo un pensiero profondo: noi non possiamo imitare la oblazione eucaristica; ma l’amore vicendevole e servizievole che si manifesta nella lavanda dei piedi, sì. Questo amore è la espressione e il compimento di quella unità con Cristo e coi fratelli che l’Eucaristia stabilisce in noi. Dopo la Messa le particelle consacrate vengono riposte in una cappella a parte; e questo vuol dirci: lo sposo è portato via; la Chiesa è vuota! Il pensiero della Chiesa primitiva era diverso, la processione con le particole consacrate che rimanevano dopo ogni Messa, veniva ripetuta ogni giorno, poiché la Eucaristia non era conservata, come oggi, nelle chiese. La chiesa non resta vuota, Cristo è presente, raffigurato nell’altare e la Casa di Dio è l’abitazione augusta della SS. Trinità!

3. CONSACRAZIONE DEGLI OLII. SANTI.

– È raro poter assistere alla cerimonia della consacrazione degli Olii santi, poiché si fa solo nelle chiese cattedrali dove officina il Vescovo. Per Pasqua la materia di tutti i sacramenti deve essere rinnovata; e poiché alla vigilia occorrono già gli Olii santi per la benedizione del fonte battesimale, così il Vescovo li consacra oggi.

Sappiamo che ci sono tre specie di Olii nella Chiesa. L’olio per l’estrema Unzione, l’Olio per i catecumeni e il sacro Crisma.

L’Olio dei catecumeni si adopera per la benedizione del fonte battesimale, per l’amministrazione del Battesimo, per la consacrazione dei sacerdoti e per quella degli altari. – Il sacro Crisma è il più santo tra tutti gli Olii, perché è, in certo senso, tramite dello Spirito Santo; si adopera nel Battesimo, nella Cresima, nella consacrazione episcopale, in quella delle chiese, dei calici, delle patene e delle campane. La consacrazione degli Olii santi si compie in modo solennissimo. Secondo l’uso antico vi partecipano dodici sacerdoti, sette diaconi, e sette suddiaconi, cioè i rappresentanti di tutti gli Ordini maggiori. In primo luogo si benedice l’Olio per l’estrema Unzione e precisamente alla fine del canone della Messa, prima del Pater Noster, nella stesso punto in cui, nel tempo antico, si benedicevano le offerte non consacrate; gli altri due Olii vengono benedetti dopo la Comunione. L’efficacia di questi Oli è espressa nelle preghiere della benedizione. L’Olio dei catecumeni serve di « purificazione dell’anima e del corpo » e deve sgominare l’influenza delle dodici potenze infernali. – Il sacro Crisma porta la grazia e la santificazione. Dove prende il suo nome da Cristo, che vuole dire Unto; è l’Olio dei sacerdoti, dei re, dei profeti, dei martiri; per mezzo del sacro Crisma i fedeli « vengono investiti della dignità regale, sacerdotale e profetica e rivestiti col manto della Grazia incorruttibile ».

4. LA SPOGLIAZIONE DEGLI ALTARI.

Dopo la Messa si spogliano gli altari; cioè si tolgono le tovaglie e perfino le reliquie. Quest’uso nei tempi antichi era quotidiano, poiché allora si considerava l’altare come la tavola, che si copre solo per il banchetto, come si fa per la mensa nelle case private. Questo uso antico si è conservato nella Settimana santa, insieme ad altri dell’antica Chiesa, in memoria della Passione del Signore. L’altare è figura di Cristo. La spogliazione dell’altare allude alla spogliazione di Cristo prima della sua crocifissione, perciò durante la cerimonia si canta il salmo XXI, col ritornello: « Si sono divise le mie vesti e tirarono a sorte la mia tunica ». Il salmo XXI è il salmo messianico della Passione, nel quale Davide contempla l’abbandono di Gesù sulla croce. La Chiesa, spoglia di ogni ornamento, dà oggi l’impressione della desolazione e della solitudine. Il S. Sacrificio si interrompe fino alla resurrezione del Signore.

5. LA LAVANDA DEI PIEDI.

– Nelle chiese cattedrali e in quelle dei monasteri si conserva un uso venerando che negli antichi tempi non era limitato al solo Giovedì santo: la lavanda dei piedi; cerimonia chiamata anche « mandatum » cioè comando del Signore. Mentre il Vescovo o l’Abate lava i piedi a dodici vecchi (o a dodici fanciulli), il coro canta un bellissimo inno all’amor del prossimo: Dove c’è l’amore e la carità fraterna, ivi è Dio; / rallegriamoci e giubiliamo in lui. / Temiamo e amiamo Dio, che è vita / e amiamoci scambievolmente con cuore puro ». C’è in questo canto un senso di freschezza, di pace, di amabilità, di serenità ingenua. È  veramente il canto dei figli di Dio, della famiglia di Dio unita nella carità. La lavanda dei piedi non deve essere considerata come uno spettacolo qualunque, ma deve darci insegnamenti per la nostra vita. Abbiamo visto che una parrocchia potrebbe, in questo giorno offrire il pranzo a dodici dei suoi poveri più anziani e che gli uomini più autorevoli potrebbero servirli, oppure i singoli fedeli potrebbero invitare un povero alla loro mensa e mentre mangi leggergli il Vangelo della lavanda dei piedi e parlargli dell’amore del prossimo. – L’Ufficio divino del Giovedì santo può essere riassunto in tre parole: il corpo di Gesù, la passione di Gesù, l’amore di Gesù.

6. DAL MATTUTINO DEL VENERDI’ SANTO.

– La seconda parte della trilogia e il punto culminante di essa, è il Mattutino del venerdì santo. Potremmo chiamarlo: la morte di Cristo sulla croce. Quantunque l’azione non si svolga in ordine cronologico, possiamo stabilire come scena centrale Gesù pendente dalla croce e considerare le altre scene di questo giorno come figure e ricordi che passano davanti allo sguardo del Salvatore crocifisso. I sentimenti espressi nel Mattutino scelti tra i salmi più cupi e desolati del Salterio sono profondamente tristi; le Lamentazioni sembrano voler accrescere il dolore; altrettanto tristi, quanto belli, sono i Responsori.

Rappresentiamoci il Signore in croce e ascoltiamo le espressioni del suo affetto e del suo dolore: ora è l’abbandono senza conforto; ora il lamento desolato; pensiamo alle scene dei giorni trascorsi o della sera precedente che Egli rievoca.

Rileviamo i passi più belli del Mattutino:

Al primo Notturno comincia il combattimento dei Giudei e dei Gentili contro Dio e il suo Cristo (salmo Il). Poi vediamo la divina vittima sulla croce: « Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato? ». Cantiamo il salmo messianico XXI: « Si sono divise le mie vesti tra loro e tirarono a sorte la mia tunica ». Questo canto è uno dei passi più importanti del Mattutino. Segue un salmo di calma fiducia, il quale esprime i sentimenti dell’anima del Signore in mezzo all’angoscia mortale: « Il Signore è la mia luce e la mia salvezza; di che temerò? ». – Nelle letture vediamo la sposa disonorata: « A chi ti paragonerò, a qual cosa ti somiglierò, o figlia di Gerusalemme?… poiché grande come il mare è il tuo dolore ».  La liturgia spiega di nuovo una scena del Golgota: « il velo del Tempio si squarciò, e tutta la terra tremò; gridò il ladrone dalla croce: ricordati di me, o Signore, quando sarai giunto nel tuo regno. Le rupi si spezzarono e si aprirono i sepolcri, molti corpi di santi, che erano addormentati, risorsero ». Nella terza lettura ecco l’Uomo dei dolori, Cristo: « Io sono l’Uomo che conosce la miseria sotto la verga dell’ira. Mi ha trascinato e condotto nelle tenebre e non nella luce ».

Nel secondo Notturno recitiamo il salmo della flagellazione XXXVII: « Non c’è parte sana nella mia carne a cagione dell’ira tua; non hanno pace le mie ossa a causa dei mici peccati ». Nulla è così commovente come la preghiera di Crito sulla croce (salmo XXXIX). –

Nelle lezioni ascoltiamo nuovamente S. Agostino che applica il salmo LXIII alla Passione di Cristo. Il quinto Responsorio, a metà del Mattutino, descrive la morte delSignore. – Nel terzo Notturno il salmo LXXXVII, profondamente triste, ci mette davanti al punto culminante del dramma: « La mia anima è piena di dolori e presso al sepolcro è la mia vita ». – Le lezioni portano un pensiero affatto nuovo: Cristo è il nostro eterno Pontefice che sull’altare della croce compì il suo Sacrificio unico, il sacrificio perfetto perché ad un tempo Egli fu sacerdote e vittima. – L’ultimo Responsorio mostra il quadro finale: Cristo all’estremo dei suoi dolori:

« Si sono offuscati i miei occhi nel pianto, poiché s’è allontanato da me colui che mi consolava. Mirate, o popoli tutti, se vi è dolore simile al mio dolore ».

SETTIMANA SANTA: MERCOLEDI’ (2022)

(PIO PARSCH O.S.A.

L’ANNO LITURGICO –

VOL. III – IV Ed. Soc. Ed. VITA E PENSIERO, MILANO, 1949)

L’UFFICIO DELLE TENEBRE. –

Chi ama la liturgia impiegherà ogni momento libero per prepararsi bene alle funzioni della Settimana santa. Nelle parrocchie la preparazione è certamente incominciata da molto tempo. I parroci dovettero già, durante la Quaresima, spiegare ai loro parrocchiani il contenuto spirituale della Settimana santa. Ma in questi due giorni è assolutamente necessario e urgente portare a termine la preparazione. Oggi consideriamo in modo particolare il Mattutino dei tre ultimi giorni, l’Ufficio delle tenebre. Che cosa è il Mattutino? È una parte della preghiera liturgica del Breviario e precisamente la preghiera notturna della Chiesa, che considera nel Mattutino la festa del giorno seguente. La Chiesa raccoglie in essa i pensieri e i sentimenti di tutta la giornata liturgica. E  poiché i tre ultimi giorni della settimana racchiudono per noi Cristiani gli avvenimenti più importanti dell’anno, è logico che al Mattutino relativo si debba avere una speciale ricchezza di contenuto. In realtà vi è quanto di più bello e commovente può avere la Chiesa nel tesoro delle sue preghiere. I tre Mattutini rappresentano le tre parti del dramma della Passione. La prima parte è il Mattutino del Giovedì santo; imponente introduzione al dramma grandioso, il pensiero centrale è la Passione intima del Signore, la Passione nelle sue cause. Le scene dominanti sono: l’agonia nell’orto degli ulivi; il tradimento di Giuda e l’istituzione della SS. Eucarestia. – La seconda parte è il Mattutino del Venerdì santo, il quale ci fa considerare il momento culminante del dramma della croce. L’azione si svolge sul Golgota. Questo Mattutino è anche il più impressionante e il più triste di tutti. – La terza parte ci infonde già un senso di sollievo. Dal Mattutino del Sabato santo traspira la pace dopo la tempesta; ci sentiamo trasportati a poco a poco verso le speranze della resurrezione, malgrado abbia ancora espressioni di dolore allorché considera le ferite sanguinose del grande Sacrificato! Fermiamoci, solo un momento, a considerare le Lamentazioni e i Responsori.

Le lamentazioni sono canti nei quali il profeta Geremia ha trasfuso il più amaro cordoglio per la distruzione di Gerusalemme e la prigionia del popolo di Israele. Nel Mattutino sentiamo le voci di dolore della umanità penitente, la sposa infedele, per la quale lo sposo soffre e muore. Nelle Lamentazioni, la Chiesa vuole metterci davanti la nostra anima nella quale, come in uno specchio, possiamo riconoscere la miseria spaventosa del peccato. Perciò ogni canto si chiude col grido impressionante: « Gerusalemme, Gerusalemme, convertiti al Signore Dio tuo! ». Le Lamentazioni si cantano su di una melodia piena di mestizia, la cui eco si perde nella lontananza dei tempi, forse nell’antico evo giudaico. Si ripercuotono nella nostra stessa anima le note lente e severe ripetute sempre alla stessa maniera senza mai cessare, quelle note che hanno toccato e commosso migliaia di cuori ed hanno suscitato l’estatica ammirazione dei più famosi artisti: « perché siede così abbandonata la città che fu un tempo sì popolosa? / La regina dei popoli è diventata una vedova, / la regina delle nazioni è diventata suddita… / o voi tutti, che passate per la via, guardate / se c’è un dolore simile al mio dolore… / A chi posso paragonarti, a chi dirti simile, figlia di Gerusalemme? / Chi posso mettere al tuo fianco per confortarti, vergine figlia di Sion?/ Poiché il tuo dolore è grande come il mare… ».

Anche i Responsori vengono cantati solennemente dopo le Lamentazioni. Che cosa sono i Responsori? Dopo ogni lezione la Chiesa ha cura di non passare immediatamente alla lezione successiva, ma fra l’una e l’altra intercala un canto che è al tempo stesso un’eco della lezione. Anche nella Messa, dopo l’Epistola segue un Responsorio: il Graduale. I Responsori nel Mattutino della Settima santa sono tra i passi più belli. Vi sentiamo accenti di dolore che escono, ora dalla bocca stessa del Salvatore sofferente, ora da quella della Chiesa. Sono canti sempre alternati, ora semplici, ora lirici, ora altamente drammatici. Gli esempi seguenti ci danno un’idea di questi canti. Al Giovedì santo la Chiesa dice di Giuda: « Giuda, anima miserabile, venale, / tradì il Signore con un bacio. / Il Signore, come Agnello innocente, / non ricusò il bacio di Giuda. / Per pochi denari lo consegnò ai giudei. / Meglio sarebbe stato per lui che non fosse nato ». – Al Venerdì santo la Chiesa ricorda la morte di Cristo: / « Si fece notte, / allorché i giudei crocifissero Gesù; / e verso l’ora nona Gesù gridò con gran voce: / Mio Dio, perché mi hai abbandonato? / E, chinato il capo, rese lo spirito. / Gesù gridò con gran voce: / Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito ».

Il Mattutino del Sabato santo è il lamento della Chiesa alla tomba del suo sposo: « Gerusalemme sorgi, deponi gli abiti da festa, / copriti con la cenere e col cilicio, / perché in te è stato ucciso il Salvatore d’Israele».

Quando comincia il Mattutino si mette davanti all’altare un candelabro con quindici candele, quattordici gialle e una bianca. Queste candele si spengono una per una, dopo il canto di ciascun salmo (nove nel Mattutino e cinque nelle Lodi). La candela bianca resta accesa, ma alla fine essa viene portata dietro l’altare e poi di nuovo ripresa dopo che il coro ha fatto del rumore. – Originariamente questa cerimonia aveva uno scopo pratico. Nel Medio Evo il Mattutino si recitava nella notte perciò si chiama anche Tenebræ. Allorchè si spegneva una candela, i fedeli capivano che era finito un salmo. Più tardi a quest’uso fu dato un significato simbolico: le candele gialle indicano i discepoli, i quali uno dopo l’altro se ne andarono; la candela bianca, Gesù, la cui luce fu bensì oscurata per breve tempo dalla morte, ma poi riapparve luminosa nella resurrezione. Il rumore deve significare il terremoto al momento della sua Resurrezione. È specialmente commovente la chiusa dell’Ufficio delle tenebre. Allorché tutte le candele anche quelle sull’altare sono spente e la Chiesa si trova avvolta nella completa oscurità, tutti genuflettono. Allora si canta il versetto: « Cristo si è fatto per noi obbediente fino alla morte » (al Venerdì santo si aggiunge : « fino alla morte di Croce »: al Sabato si fa una nuova aggiunta: Perciò Dio lo ha esaltato e gli ha dato un nome che è superiore a tutti gli altri nomi »). Poi si recita o si canta il salmo di penitenza, il Miserere, davanti all’immagine del Crocifisso. Tutti si alzano ed escono uno dopo l’altro, in profondo silenzio. ….

ATTIVA PARTECIPAZIONE ALLA SETTIMANA SANTA. –

Possiamo condurre i fedeli ad un’attiva partecipazione alla liturgia della Settimana santa? È già certo un buon risultato arrivare a far sì che tutti prendano parte passivamente, cioè senza spiegare una certa attività, ma col cuore e col sentimento, al dramma della Settimana santa. Anche per questo occorre una preparazione che deve cominciare almeno alcune settimane prima. Pensiamo quanti sono i salmi, le letture, le profezie. Ci sono molti cultori della liturgia che vanno a trascorrere questa settimana in qualche abbazia. Nelle abbazie la liturgia della Settimana santa si spiega in tutto il suo splendore; ed è una profonda gioia dello spirito prendervi parte. Ma il nostro desiderio vorrebbe spingersi più oltre: alla partecipazione attiva dei fedeli. Nella Domenica delle palme abbiamo già dato alcune indicazioni. Anche il laico riceve il ramo d’ulivo, anch’egli accompagna il Re dei martiri nella sua città; anch’egli lo adora dietro l’arco trionfale del tempio; anch’egli prende parte al canto drammatico della Passione: nella Domenica delle palme egli si sente il discepolo che accompagna «il Signore nella sua Passione e nella sua morte. L’Ufficio delle tenebre dovrebbe essere recitato e cantato dal popolo nelle parrocchie. -Il Giovedì santo è la vera festa eucaristica della famiglia; il parroco, i sacerdoti, tutti i fedeli intorno alla sacra mensa. Questo nella Chiesa primitiva avveniva ogni domenica. Purtroppo, attualmente, in questo giorno la maggior parte dei Cristiani riceve la S. Comunione fuori della Messa! – La cerimonia della lavanda dei piedi è ora cerimonia pontificale. Nelle parrocchie, dove essa potrebbe incontrare delle difficoltà, dovrebbe almeno essere osservato lo spirito del comandamento. (La lavanda dei piedi si chiama mandatum, comando). Sarebbe assai significativo, se il consiglio parrocchiale oppure qualche fedele potesse in quel giorno invitare a pranzo dodici vecchi, serviti a tavola dai sacerdoti o dai parrocchiani più distinti. – Nel Venerdì santo c’è la così detta predica del Venerdì santo, che dovrebbe essere inclusa nella liturgia, quale commento alla Passione dopo il Vangelo. Così, dopo le letture e i canti drammatici della Passione, i fedeli ascolterebbero la parola del sacerdote per preparare le anime all’adorazione della croce. Anche in questa edificante cerimonia il popolo non deve essere semplice spettatore. Dopo l’adorazione del sacerdote, la liturgia prevede che i fedeli vengano a baciare la croce. Le funzioni del Sabato santo appartengono invece alla notte di Pasqua.

MERCOLEDI SANTO

Stazione a S. MARIA MAGGIORE

Giuda, il traditore

Come al tempo di S. Leone I (m. 461), la Chiesa legge oggi il Passio secondo S. Luca, Le Antifone del giorno parlano di S. Pietro; la tradizione della Chiesa ricorda in questo giorno, come del resto in ogni mercoledì, il doloroso tradimento di Giuda.

Al mattino diciamo « Simone dormi? Non hai potuto vegliare un’ora sola con me? » (Lodi). Alla sera: «La serva disse a Pietro: Tu pure sei veramente uno di quelli; il tuo linguaggio stesso ti dà a conoscere (Vespro).

I. Dalla Messa (In nomine). – La stazione è oggi nella basilica di S. Maria Maggiore, una delle più grandi chiese di Roma. Questo fatto e la circostanza che la Messa ha tre letture, denota che essa è molto antica. La scelta delle letture è dovuta alla chiesa stazionale? S. Luca, l’evangelista del Passio odierno, fu quello che meglio dipinse la Madre di Dio. È certo che nessun evangelista ci diede un profilo così bello della Vergine santissima come seppe fare S. Luca. Pensiamo alla storia dell’infanzia di Gesù! Anche il profeta della nascita verginale di Gesù, Isaia, ha due volte la parola nella Messa. Un trittico dunque: nel mezzo la Madonna e ai lati Isaia e S. Luca. Ecco il quadro della Messa. L’inizio è solenne: il triplice regno di Dio si prostra, adorando, davanti al Signore obbediente fino alla morte di croce. Qui è la Chiesa, tutta la Chiesa trionfante, militante, purgante! Ma essa vede già il Redentore glorioso alla destra del Padre. Anche oggi un salmo (il salmo CI, accompagna la Messa; e questo pure è indice della sua antichità; lo conosciamo, perché appartiene ai salmi penitenziali e lo recitiamo per intero. Il canto viene messo sulle labbra del Salvatore sofferente, al quale si unisce il popolo. Osserviamo, nell’Introito, il grande contrasto tra l’antifona e il salmo: in quella vediamo il Signore che siede glorioso alla destra del Padre; nel salmo egli ci appare nel più profondo annientamento, come colui che ha obbedito fino alla morte di Croce. Alla Comunione rileviamo la relazione tra il salmo e la bevanda eucaristica: « Mescolai con lacrime la mia bevanda; perché tu dall’alto, mi scagliasti lungi da te… ». Quali dolori infatti è costata a Gesù l’eucaristica bevanda! Le due letture ci danno due profezie del profeta Isaia sulla Passione (Isai. LXII, 11; LXIII, 1-7 et LIII. 1-12). La prima parla del divino vendemmiatore: « Chi è costui che viene da Edom e da Bosra con le vesti tinte di rosso? Egli viene nel suo abbigliamento e avanza bello di potenza e maestà. Io sono (il Messia), che prometto la giustizia; io, che castigo, solo per salvare. Perché dunque è rosso il tuo vestito e le tue vesti sono come quelle di colui che pigia l’uva nello strettoio? Da me solo ho premuto il torchio e nessuna delle genti è con me. Io ho premuto i popoli nella mia collera  e li ho oppressi nel mio furore. Il loro sangue sprizzò sulle mie vesti e ne fu macchiato il mio mantello ». Cristo ha spremuto nel torchio della sua passione il vino eucaristico per noi. – Specialmente impressionante è la seconda lettura che descrive: « l’Uomo dei dolori » sul quale Dio ha caricato i peccati del mondo. « Disprezzato egli era, l’ultimo degli uomini, l’Uomo dei dolori che conosce il patire. Quasi nascosto era il suo volto e vilipeso onde noi non ne facemmo alcun conto. Veramente egli prese sopra di sé i nostri dolori e noi lo riportammo come un lebbroso e come percosso e umiliato da Dio. Ma egli è stato piagato per le nostre iniquità, è stato stritolato per le nostre scelleratezze. Per la nostra salute trovò i flagelli, per le sue lividure noi fummo sanati. Noi tutti, come pecore erranti, abbiamo deviato dalle sue vie. Il  Signore pose su di lui le iniquità di noi tutti. Egli fu sacrificato, perché ha voluto e non ha aperto bocca, come pecorella sarà condotta ad essere ucciso, come un agnello sta muto davanti a chi lo tosa ». Il Passio è il brano del Vangelo (Luc. XXII e XXIII) dell’amore misericordioso, nel quale troviamo alcune scene profondamente commoventi, per esempio, la parola di perdono rivolta da Cristo in croce al buon ladrone. Alla Comunione sentiamo per la prima volta la bella preghiera che ci accompagnerà durante il sacro triduo: « Riguarda benigno, o Signore, a questa tua famiglia, per la quale il nostro Signore Gesù Cristo non esitò a darsi nelle mani degli empi e a sopportare il tormento della Croce ».

2. Dal Divino Ufficio. –

L’Ufficio è pure pieno delle lamentazioni di Cristo. Osserviamo come oggi sono mesti i salmi, specialmente quelli delle Ore minori intonati proprio ai sentimenti del giorno. Così nel salmo LIV (a Terza) sul tradimento di Giuda: « Se m’avesse insultato un mio nemico l’avrei facilmente sopportato; se un avversario mi avesse oltraggiato, mi sarei nascosto davanti a lui. Ma tu, mio familiare, mio amico e mio confidente, che sedevi alla mensa con me e gustavi il dolce cibo, d’accordo andavamo alla casa di Dio… ». Nelle lezioni ha di nuovo la parola il profeta Geremia.

« Tutti quelli che ti abbandonano saranno confusi; quelli che si allontanano da te saranno scritti sulla sabbia, perché hanno abbandonato il Signore, sorgente di acqua viva. Risanami, Signore, e sarò guarito; perché tu sei la gloria mia!… Siano confusi quelli che mi perseguitano; essi e non io, siano presi da spavento; manda su loro il giorno dell’afflizione e percuotili con doppio flagello ».

« Signore, ascoltami; e ascolta la voce dei miei avversari. Così dunque si rende male per bene, poiché essi m’hanno scavata la fossa? Ricordati che mi sono presentato al tuo cospetto per intercedere per loro per stornare da essi l’ira tua! ».

La liturgia mette in bocca a Cristo queste parole. Anche i Responsori sono lamenti del Signore sofferente:

« Uomini empi mi circondarono e mi batterono con flagelli senza motivo. / Ma tu, Signore mia fortezza, proteggimi: / Il bisogno è estremo e non c’è alcuno che mi dia aiuto ».

3. Dal Mattutino del Giovedì santo. – Verso sera cantiamo il primo Ufficio delle tenebre. Il Mattutino del Giovedì santo è il primo della trilogia, il prologo del grande dramma. Il pensiero fondamentale è questo: La intera passione di Cristo nelle sue cause e nei suoi effetti: a) Presso i Giudei la morte di Cristo è ormai decretata; b) Giuda tradisce il suo Maestro: e di lui appunto oggi si parla diffusamente: c) l’agonia nell’orto e l’intera passione di Gesù nella sua anima e nella sua volontà; d) L’istituzione della SS. Eucarestia, è viva rappresentazione della Passione di Cristo. L’azione si svolge la sera del primo Giovedì santo: essa non prosegue secondo l’ordine cronologico come in un dramma, no: i pensieri partono di qui e sempre vi ritornano; alludono a scene della passione anche dei giorni seguenti: è come un mosaico di preghiera la cui unità è costituita dalla Passione di Cristo in generale, con speciale riferimento agli avvenimenti odierni.

I SALMI – Di solito nel Mattutino delle feste come nel Mattutino dei due giorni seguenti, i salmi sono propri, cioè dal tesoro dei 150 salmi si cercano quelli che nei pensieri e nei sentimenti s’adattano meglio alla ricorrenza. Ma oggi non è così: si recitano i salmi dal LXVIII fino al LXXVI. In una serie ininterrotta, quantunque non tutti si riferiscano alla passione (l’antico Mattutino feriale del mercoledì finiva col salmo LXVII, e perciò quello del giovedì cominciava col salmo LXVIII). – Forse si sono scelti appositamente questi salmi che non si riferiscono al pensiero della passione perché servano d’introduzione alla trilogia. – Abbiamo già parlato delle Lamentazioni. Sotto l’allegoria di Gerusalemme abbiamo sentito la sposa infedele, il lamento dell’umanità e dell’anima peccatrice che gemono sopra la propria indegnità e sul castigo meritato. Nelle preghiere dell’ufficio ascoltiamo il Signore che soffre; nelle Letture, l’umanità si batte il petto esclamando: « È per me che egli ha patito tanto! ».

I Responsori. – Nulla eguaglia la bellezza e la poesia dei Responsori dell’Ufficio delle tenebre, pur così semplici. Essi conferiscono drammaticità al Mattutino e ne mantengono l’unità d’azione. Già nel primo Mattutino si da un certo ordine e una gradazione. Nel primo Notturno si parla dell’agonia di Cristo nell’orto degli ulivi; nel secondo di Giuda; nel terzo dei discepoli addormentati e del piano di morte tramato dai Giudei. L’ultimo Responsorio di tutti e tre i Mattutini ci dà il quadro della situazione nel momento in cui l’azione arriva al parossismo. – Durante i tre giorni Geremia ha la parola nel primo Notturno; S. Agostino nel secondo; S. Paolo nel terzo. C’è anche in questo una ragione? Geremia rappresenta il Salvatore sofferente; Agostino e Paolo hanno sperimentato in loro stessi, al massimo grado, l’effetto della Passione di Cristo nella grazia della conversione. – Se consideriamo i Mattutini nel loro complesso, riscontriamo una bella unità d’azione.

4. DAI VESPERI. – L’agonia nell’orto occupa il primo posto; ce lo dicono i Salmi LXVIII, LXIX, LXX, LXXVI.

2. L’ultima Cena è ricordata nell’ottava lezione e anche nel salmo LXXI.

3. Singole scene della sera.

a) Giuda: nei Responsorî 4, 5, 6, 8.

b) Il sonno degli Apostoli: Responsorio 8.

c) I nemici: Responsorio 9.

4. Finalmente la Passione di Gesù in generale nei  Salmi LXXII, LXXIII, LXXIV, LXXV. Sesta lezione.

Passi classici: in primo luogo tutti i Responsori, belli il salmo LXVIII e l’ottava lezione. Le Lamentazioni sono sublimi.

LA VITA INTERIORE (17)

LA VITA INTERIORE E LE SUE SORGENTI (17)

Sac. Dott. GIOVANNI BATTISTA CALVI

con prefazione di Mons. Alfredo Cavagna, Assistente Ecclesiastico Centr. G. F. di A. C.

Ristampa della 4° edizione – Riveduta.

LUCE DIFFUSA

DELLA VERA DEVOZIONE

ERRORI COMUNI.

Non a caso abbiamo scritto della vera devozione, anziché soltanto: della devozione. Gi errori communi e diffusi su questo argomento sono tali e tanti ché proprio necessario dirne una parola precisa. Vi sono, per esempio, alcune anime che credono di non pregare bene perché non hanno fervore. E, per loro, il fervore, è il sentimento, é la soddisfazione, è il sensibile accordo con Dio, l’intesa e l’approvazione, a loro modo. – Ve ne sono altre che ritengono di peccare, anziché pregare, perché, durante la loro preghiera, soffrono di distrazioni, o, peggio, di tentazioni. E tanto le prime, che le seconde, dopo un po’ di tempo, si stancano, ritengono sia inutile il loro sforzo di pregare e quindi… lasciano tutto, quasi a cercar sollievo in più spirabil aere. Così facendo, inconsciamente, ma non senza loro grave danno, svolgono il programma minimo, e poi massimo del nemico delle anime, il quale, assai astutamente, prima di portarle con le sue macchinazioni a commettere colpe gravi, le indebolisce spiritualmente, con l’allontanamento da Dio, dall’osservanza delle sue leggi, dalle pratiche di pietà, dall’orazione.

LA DEVOZIONE ESSENZIALE.

« La (vera) divozione, dice S. Tommaso, è una volontà pronta a fare tutte quelle cose che spettano al servizio di Dio ». E cioè, a meglio intendere:

1) La divozione vera e principale (o sostanziale) è un atto, generoso e costante, non del sentimento o della sensibilità, con affetti o gioie tenere, con intime soddisfazioni, ma è un atto della volontà, che prescinde e perciò ne fa à meno, di per sé, dalle gioie, dagli affetti sensibili, dalle lagrime, dai sospiri, dalla facilità maggiore o minore nel raccogliersi e sentirsi separato dalle esteriorità, dal gusto che si può provare nelle pratiche di pietà (devozione secondaria o accidentale).

2) La divozione non è soltanto un atto della volontà, sia pure generoso e costante, ma un atto forte « che spinge l’anima a darsi totalmente non ad alcune, ma a tutte quelle cose che riguardano il servizio di Dio, sia che l’anima senta o non senta, gusti o non gusti sensibilmente quelle cose che spettano al servizio di Sua Divina Maestà ».

Data questa facile distinzione non ci dev’essere più nessuna ragione di turbamento per le anime pie che si agitano, si sconvolgono, si turbano inutilmente e disturbano mezzo mondo perché, secondo il loro giudizio, non hanno la divozione, non sentono. fervore, si accorgono di essere distratte, o sono tentate. Queste anime tutte potranno soltanto riconoscere che in loro stesse manca il fervore sensibile, ma non dovranno per questo affliggersi e, tanto meno, abbandonare la via dell’orazione. La vera santità è data dallo sforzo, dalla ricerca di riuscire a compiere bene i nostri doveri, tutti i nostri doveri, per amore di Dio, e solo per amore di Dio. Lo sforzo è la ricerca di riuscire, non sono già la riuscita. Il Signore è ben diverso dagli uomini: questi pagano, ricompensano solo il lavoro bene eseguito e collaudato. Dio ricompensa lo sforzo e la ricerca per riuscire, quanto la riuscita stessa. La divozione, ripetiamo, è un atto della volontà, ma non il raggiungimento obbiettivo dell’effetto.

LA MANCANZA DEL FERVORE.

Quanto al fervore sensibile, o alla sua mancanza (quando questa non sia palesemente causata da trascuratezza o dalla tiepidezza) conviene ricordare che la dolce bontà persuasiva di Gesù è catechetica, cioè istruttiva. Fa, press’a poco, Gesù, con noi, come le mamme con loro bambini — (sia detto con tutta la riverenza). — Gesù attrae à Sé l’anima con la dolcezza e col fervore sensibile. E l’anima così attratta si tuffa generosa nell’oceano dell’amore del Cristo che sempre più splende, e che sempre più attrae. Ma poco tempo dura questo stato di felicità. Gesù, a nostro modo di ragionare, non vuole che consumiamo l’interesse del capitale del nostro amore. Preferisce che lo conserviamo come merito pel Cielo. Ancora: Egli, sempre a nostro modo di ragionare, deve preoccuparsi per noi, perché proprio non abbiamo à cercare soltanto le sue consolazioni, ma Lui, Autore delle consolazioni, poiché queste sono mezzo, e non fine. Per l’economia spirituale meglio intesa, adunque, Gesù, dopo breve tempo, non splende più raggiante alle anime; non si lascia vedere; non dà ascolto (o meglio sembra non si  lasci più vedere, sembra non dia ascolto!) e lascia che l’anima, servendosi dell’aiuto che Egli continua a dare, faccia il bene solo per amore di Dio, per la convinzione, o per il ragionamento, ch’è il nostro dovere. Superata la prova nella perseveranza della fedeltà verso Dio, l’anima prova una relativa tranquillità e si dispone al compimento dei suoi obblighi verso Dio, in modo speciale per quelli che riguardano direttamente il servizio di Lui: e cioè, la meditazione, la preghiera, la lettura spirituale, gli esami di coscienza, l’assistenza alla S. Messa, la frequenza dei Ss. Sacramenti della Confessione e della Comunione, l’offerta quotidiana a Dio di tutte le azioni della giornata, comprese pure le cosiddette azioni indifferenti, come il cibarsi, il dormire, lo svagarsi e simili. – Possiamo adunque così concludere: il Signore dà secondo i suoi fini, per breve tempo e con parsimonia, a chi meglio giudica e come giudica, la devozione che abbiamo chiamata accidentale e secondaria. Mentre dà a tutti la divozione principale o sostanziale. La divozione secondaria è un premio temporaneo; è molto utile e va tenuta in grande considerazione, ma non va ricercata con affanno, o peggio, con angustia. Non in commotione Dominus! – L’autore della Imitazione di Cristo così, a proposito della divozione, dice molto bene: « Ti conviene cercare con istanza la grazia della divozione, chiederla con desiderio, attenderla con pazienza e con fiducia, riceverla con gratitudine, operare con essa studiosamente e rimettere a Dio il tempo e il modo della visita celeste ». La visita celeste è …. la devozione accessoria, secondaria o sensibile. Il tempo di essa va lasciato a Dio. E continua: « Sta’ fermo ai propositi: abbiti rettitudine d’intenzione e guardati bene dalla vana compiacenza e dalla superbia ». À questo punto, un Santo maestro di spirito spiega alle anime il perché dell’ammonimento: « Perché la compiacenza che l’anima ha, talora, di se stessa e quel credersi, forse, santa, vedendosi premiata da Dio con consolazioni celesti e con una devozione ben sensibile, è una delle cause principali che la gettano, e, talvolta, lasciano per molto tempo nelle aridità, nelle desolazioni, nelle oscurità e nell’abbattimento di spirito ». –  Ma, continua ancora l’autore dell’Imitazione: « Ciò che, sovra tutto, impedisce la consolazione (cioè la divozione sensibile) è che tu non ti servi dell’orazione, oppure vi  ricorri troppo tardi: egli è perché prima di supplicare me (Te, o Dio) vai in cerca di qualche svago nelle creature e nelle cose esteriori..…. Tuttavia per causa delle aridità o delle angustie (per causa, cioè, della mancanza di devozione sensibile ed accidentale) che l’anima tua prova, non ti lasciar andare alla negligenza nel servizio di Dio, né punto né poco: non toglierti dall’orazione, né tralasciare le altre tue consuete pratiche di Pietà ». Cioè, in altre parole, se noi non abbiamo la divozione accidentale, o di consolazione, abbiamo pazienza, poiché questa non è necessaria; ma non trascuriamo mai la divozione principale o sostanziale poiché questa è necessaria.

(Quando Dio ci manda le aridità, lo fa per distaccarci da tutto ciò ch’é creato, anche dalle gioie della pietà, affinché impariamo ad amar Dio solo per se stesso.)

A. TANQUEREY

LA VITA INTERIORE (18).

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 10

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (10)

GIOVANNI G. OLIER

Mediolani 27-11 – 1935, Nihil obstat quominus imprimetur. Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR: In Curia Arch.Mediolani die 27 – II – 1935 F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO VII

Della virtù di penitenza

VI.

Preghiere e affetti di penitenza.

Questo pure, mio Dio e mio Padre, ardisco chiedervi con le parole medesime di Gesù Cristo, che morendo su la Croce esprime il desiderio di soffrire ancora in noi per dilatare le sue pene, prolungare la sua penitenza, farvi così in perpetuo ammenda onorevole e darvi una soddisfazione continua in mezzo alla vostra Chiesa. Perciò, grande Iddio, prostrato ai vostri piedi, mi sottometto ad ogni vostra giustizia, a tutte quelle pene e vendette cui vorrete sottopormi. E in attesa che vi piaccia darmi qualche penitenza, accetterò tutte quelle che, per mio onore, mi saranno da Voi imposte a mezzo della vostra Chiesa e delle persone che hanno diritto d’umiliarmi e di assoggettarmi ai rigori della penitenza. E tutto ciò in unione col vostro diletto Figlio, l’unico e universale penitente della Chiesa. Signor mio Gesù, che vivete in me col vostro spirito onde terminare di soffrire tutte quelle pene e quella penitenza che eravate disposto a portare durante la vostra vita per la gloria del Padre vostro, se fosse stato il suo beneplacito; fatemi questa grazia che, usando della potenza del vostro spirito in me, io sia animato in tutte le mie azioni dalle disposizioni di una vera penitenza; fate che io non perda mai la vista dei miei peccati, perché non posso averla che nella luce della vostra sapienza, la quale ai peccatori, come in uno specchio tersissimo, fa vedere le macchie delle loro anime. Fate inoltre, o mio Signore e mio Dio, che essendo riempito di confusione per l’enormità delle mie colpe, non compaia mai senza vergogna, per la mia orribile deformità, sia al cospetto della Maestà del Padre vostro, sia davanti ai suoi santi altari, sia nella preghiera come in tutte le sante pratiche e i santi ministeri. Fate ancora che non ardisca di comparire senza confusione in mezzo ai santi Sacerdoti ed ai Cristiani miei maestri, stimandomi indegno della loro società e tenendomi in ispirito ai loro piedi oppure lontano da essi. Tali pure siano le mie di posizioni riguardo a me stesso e che rimanga continuamente confuso ed annientato in me stesso, non osando pensare a me che con orrore e spavento, stimandomi meno di un verme della terra, più vile che i rifiuti del mondo; riputandomi indegno di prendere il mio cibo e le altre cose per il sostentamento della mia vita. indegno anzi della vita stessa, non prenda mai senza rincrescimento ciò che è necessario per conservarmela.

***

Adorabile mio Signore, per le lacrime che avete versate sopra Gerusalemme, vale a dire sopra tutti i peccati della Chiesa; per quelle lacrime che sul Calvario, avete versato nella santa contrizione che avete continuamente sentita per i miei peccati sopra i quali avete pianto, come su Lazzaro, in un fremito che indicava l’emozione che essi causavano nel vostro spirito: vi chiedo la grazia di piangerli ogni giorno della mia vita, e di vivere in un amaro dolore di averli commessi. Ch’io viva nell’orrore di tutto me stesso come pure di ogni sentimento peccaminoso che insorga in me! Ch’io combatta e crocifigga tutte le mie inclinazioni naturali, tutti i miei sensi interni ed esterni, e tutte le passioni disordinate dell’anima mia!

* * *

Infine o mio Dio, per quel grido che la forza e il fervore del vostro Spirito penitente vi fecero emettere sulla Croce, nell’abbandono dell’anima vostra alla vendetta del Padre e a quell’orribile giudizio che dovevate subire sopra di Voi stesso, vi domando la grazia di vivere, come Voi, abbandonato al rigore del giudizio e della giustizia del Padre vostro sopra i miei peccati. Fin d’ora accetto tutta quella crocifissione che vi compiacerete di ordinare per me nella vita presente.

1° In unione con la vostra povertà e nudità su la croce, e con l’abbandono da parte delle creature che allora avete sofferto e per onorare questa vostra pena, mi abbandono a tutta la povertà alla quale potrò mai essere ridotto, sia per qualche ordine aspro della divina Provvidenza e della sua santa giustizia, come per la noncuranza o la cattiveria da parte delle creature.

2° In unione coi disprezzi, con le ingiurie, con gli obbrobri che avete sofferti sul Calvario e per rendere onore a queste umiliazioni, mi abbandono, in pena dei miei peccati, a tutte le calunnie, derisioni, confusioni e ignominie che potranno mai accadermi.

3° In unione coi dolori con cui vi siete meritato quel bel nome di uomo dei dolori «Virum dolorum » (Isa. LIII, 3) e per onorarli, mi abbandono pure alle sofferenze, malattie, infermità, agonie ed infine alla morte medesima, ultimo supplizio del peccato In unione con la vostra morte così penosa e ignominiosa, accetto, in castigo dei miei peccati, qualsiasi tormento, qualsiasi pena, qualsiasi genere di morte che vi piacerà di farmi soffrire.

4° In unione e in onore dell’abbandono interiore che avete sofferto da parte del Padre vostro, e di tutte le vostre pene interiori, mi abbandono al Padre vostro per soffrire tutte quelle pene di cui vorranno onorarmi la sua santità e la sua giustizia; dolente di non aver usato bene sinora delle sue sante visite. Oh! se ora mi fosse dato ancora di soffrirle in soddisfazione dei miei delitti, quanto mi riterrei fortunato di presentarvele per l’amore e la gloria del Padre vostro! E per quanto riguarda l’uomo vecchio che vive in me, che sta tutto nel peccato come pur troppo riconosco, ed è stato attaccato alla Croce con Voi (Rom. VI, 6), adorabile nostro Capo, sotto il vostro esterno di peccato: prometto a Dio, davanti a Voi, o mio Gesù, di tenerne tutte le membra crocifisse e incatenate sulla Croce; protesto di non voler lasciar a queste membra nessuna libertà di operare secondo la loro malizia, ma di fare ogni sforzo, al contrario, per annientarne gli atti perversi affinché solo dallo spirito siano riempite e vivificate, e mi servano solo per compiere opere sante. Le nostre membra non sono più di Adamo ma di Gesù Cristo, che è venuto a consacrarle e santificarle con la presenza del suo Spirito, per muoverle e dirigerle alla gloria di Dio. Noi siamo trasferiti, dice S. Giovanni, dalla morte nella vita. Non apparteniamo più a noi, soggiunge S. Paolo, perché siamo stati redenti col prezzo di un sangue prezioso, affinché coloro che vivono non vivano già per sé, ma per Colui che è morto e risuscitato per essi (I Joann., III, 14, – I. Cor. V, 19, 20; – Il Cor., V, 18).

VII.

Frutti ed effetti della vera penitenza.

1. Lo Spirito Santo rende l’anima partecipe del suo odio contro la carne. – 2. Dio riprende il suo posto nell’anima e se ne appropria. – 3. Se l’anima diventa Sposa di Dio, ripara lo sfregio orribile fatto dal peccato allo Spirito Santo e, trasformata nella natura divina, vive in Dio.

I primi sentimenti che lo Spirito Santo produce in noi, in seguito alle virtù teologali, sono quelli di religione riguardo a Dio e di penitenza riguardo a noi stessi. Dopo di averci fatto conoscere ed amare Iddio con la fede, la speranza e la carità, il suo primo effetto è di applicarci ai doveri di rispetto e di sottomissione verso la divina Maestà, nei quali consiste la religione; poi sentimenti di orrore, di avversione, di riprovazione e di distruzione del peccato, della nostra carne e di noi stessi, ciò che chiamasi penitenza.

1. Quando lo Spirito abita in noi in pienezza; quando diventa re della nostr’anima; quando l’ha separata da sé medesimo e dai propri interessi, che l’ha tirata dalla sua parte, convertita e ridotta ad essere una cosa sola con se stesso, la sua prima operazione è di renderla partecipe del suo zelo, del suo odio, del suo orrore contro la carne e contro essa medesima in quanto è forma e amica della carne. Così, lo Spirito Santo è il padre della penitenza e l’anima ama la penitenza nella misura in cui vive nello Spirito Santo, perché tanto più è animata da zelo contro sè stessa quanto più è passata nella natura di Lui. (I. Cor. VI, 17)

* * *

2. Allora si vede un Dio vittorioso in noi, veramente vittorioso dell’amor proprio e di noi medesimi: un Dio che eleva l’anima alla vera estasi, tirandola fuori di sé stessa mediante la sua divina virtù per farla entrare in sé medesimo e nei suoi interessi; Dio si appropria l’anima in tal modo che essa passa in Lui, dimentica tutto ciò che è in sé medesima e ciò che vorrebbe, se appartenesse ancora a sé. Dimodoché l’anima dimenticando completamente sé stessa e tutti i suoi propri interessi, abbandona tutti i suoi primitivi sentimenti; perduta nell’amore di Dio e passata in Dio contro sé stessa, diventa una stessa cosa e uno stesso spirito con Lui.

3. Appropriata così a Dio, l’anima diventa sposa di Dio e totalmente aliena dalla sua prima aderenza alla carne. Prima, essa era una medesima cosa con la carne che vivificava, ne amava gli interessi, ne assecondava i sentimenti e i desideri; ora invece, essendone interamente separata, tende a Dio nel suo intimo amore, s’investe degli interessi di Dio, delle inclinazioni, dei sentimenti e della vita di Dio, mentre non ha più che odio, opposizione e avversione contro la carne. – L’anima che è amica della carne ha desideri contrari allo Spirito (Tutte queste espressioni di G. Olier significano che lo Spirito Santo unisce intimamente a sé l’anima penitente e fa sì che essa si distacchi da sé medesima per darsi a Lui e rendergli gloria.), quindi è contraria a Dio, rivolgendo tutti i suoi desideri verso le creature e verso tutto ciò che dà gusto e soddisfazione alla carne. Ed è cosa miserabile questo voler obbligare lo Spirito a mettersi dalla nostra parte; è segno che la sua azione in noi è debolissima e che la carne lo ha vinto, costringendolo ad aver compassione della nostra delicatezza. In tal case lo Spirito in noi è come un Dio in fasce, un Dio bimbo e infermo, un Dio nella debolezza: allora si vede la carne tutta trionfante nella sua dominazione. Una tale inferiorità è più ignominiosa per lo Spirito Santo che se Egli non fosse in noi; perché se fosse assente, almeno non soffrirebbe un simile affronto: il suo nemico, è vero, trionferebbe, ma almeno senza combattere; la carne sarebbe meno gloriosa nel suo trionfo. Ma, avere un Dio presente, eppure trionfarne, calpestarlo, impedirgli di superare il proprio schiavo, anzi tenergli il piede sulla gola, è cosa spaventevole; è ciò che S. Paolo chiama: contristare lo Spirito Santo; è questo fare allo Spirito di grazia la più villana delle ingiurie (Ephes., IV, 30 – Hebr, X, 29). L’anima invece che è amica e sposa di Dio, cerca gl’interessi di Dio e non desidera che d’inabissarsi interamente in Lui. Dimodoché investendosi della natura della divinità, essa diventa nemica e vendicatrice di sé stessa, partecipando a quel fuoco divino che in essa opera i medesimi effetti di quello della fornace di Babilonia, il quale divorava i carnefici che lo alimentavano. La fiamma li investiva ed essi non avevano nemico peggiore di quel fuoco che i medesimi avevano acceso. – L’anima che vive in Dio, respinge e condanna continuamente la propria carne; esce dal suo Dio, simile ad un tizzone ardente; e in quella guisa che il tizzone, avendo preso la natura del fuoco, abbrucia, ciò che il fuoco medesimo abbrucerebbe, così anima trasformata in Dio che è un fuoco consumante, divora e distrugge il peccato, diventando ardente ed infiammata di zelo contro la carne e contro il peccato il quale abita nella carne. Così, secondo la misura dell’odio che l’anima porta a sé stessa, della riprovazione che fa della propria carne e dell’orrore che nutre verso il peccato, si deve giudicare della misura in cui lo Spirito di Dio sia stabilito e potente in essa; perché in verità, questo divino Spirito è padrone in noi nella misura in cui la carne gli è sottoposta; l’anima pure è trasformata nella natura di Dio nella misura in cui essa odia sé stessa (Odiando sé stessa, la sua carne e le cattive inclinazioni della nostra natura corrotta dal peccato, l’anima diventa sempre più unita a Dio ed acquista con Lui maggiore somiglianza soprannaturale.). Estasi felice quella che mette l’anima in un tale stato permanente di rinuncia a sé medesima: le fa dimenticare e trascurare ogni suo interesse e il suo essere proprio; la mantiene in tale stato di morte a sé stessa, in un tale trasporto e in una tale consumazione in Dio, che essa rovina e distrugge sé medesima, senza risentirne, ovvero, se ne risente, non tralascia perciò di annientarsi perfettamente. Beata quell’anima che, investita della vita e dello zelo di Dio, non ha più nulla che sia rivolto a sé medesimo, né pensiero. Né stima, né volontà, né inclinazione, né movimento, ma vive sempre in Dio senza mai uscirne! Una tale estasi, quanto è differente da quelle estati passeggere che momentaneamente trasportano l’anima in Dio con un rapimento di gioia e di consolazione! Passati questi rapimenti momentanei, la carne rimane ancora integra, col suo desiderio di essere ricercata, adulata, accarezzata; dimodoché facilmente l’anima ritorna al suo amor proprio e al desiderio del proprio interesse e spesso non ritiene nulla di ciò che Dio sovranamente desidera; perché ciò che Dio desidera è l’annientamento della creatura, l’annientamento della ricerca di noi stessi e della inclinazione che ci porta alla propria soddisfazione e alla pienezza di noi medesimi.

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 11

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO VII – “VINEAM QUAM PLANTAVIT”

Questa breve lettera Enciclica del Sommo Pontefice Pio VII, rivolta ai Vescovi francesi, propone l’aumento delle diocesi di quella Nazione, dopo le turbolente vicende storiche che ne avevano sconvolto l’ordine sociale ed ecclesiastico. L’aspetto edificante della lettera è la constatazione dell’accordo congiunto sulla questione, dei poteri civile ed ecclesiastico a beneficio della vita sociale e spirituale di quel popolo tradizionalmente fedele alla Chiesa di Cristo ed alla Santa Sede. Questa comunione di intenti fu quella poi, che sostenne una situazione sociale sostanzialmente tranquilla e fu foriera di un grande risveglio spirituale nel clero e nei fedeli cattolici, benché il “nemico”, e per esso le sette di perdizione massoniche, nonché le ideologie moderne anticristiane, non cessassero di operare anche là per la rovina della Cristianità e della Chiesa. È questo l’esempio che dovrebbe animare e restaurare una pace sociale e un benessere spirituale in tutti i popoli oggi schiavi di un potere ateo anticlericale asservito alle lobby kazaro-kabaliste, operanti in favore di una dittatura mondialista generata da un terrorismo di stampo luciferino, di cui è parte attiva la falsa chiesa modernista con gli usurpanti antipapi vicari dell’anticristo imminente. Ma tutto combacia con gli eventi descritti e profetizzati per i nostri tempi e per la Chiesa di Cristo – che attraversa la settima epoca “Chiesa di Laodicea” – nel libro biblico dell’Apocalisse.  

Pio VII
Vineam quam plantavit +

Roma, 12 giugno 1817
Enciclica (*)

(*) Per meglio corrispondere alle esigenze spirituali della popolazione, in accordo con il Re Ludovico il Pontefice propone l’aumento del numero delle Diocesi del Regno di Francia e chiede ai Vescovi e ai Capitoli la massima collaborazione nell’attuazione del progetto.

Ai Venerabili Fratelli Arcivescovi e Vescovi, e ai diletti Figli dei Capitoli, e ai Canonici delle Chiese vacanti del Regno di Francia.
Il Papa Pio VII.

Venerabili Fratelli, diletti Figli, salute e Apostolica Benedizione.

Guardando la vigna che il Signore piantò nel floridissimo regno di Francia dopo tanti e così lunghi periodi di tempi durissimi, Ci siamo resi conto che, sicuramente, nulla potrebbe condurre ad una più redditizia coltivazione quanto il moltiplicare il numero degli operai che in tale vigna lavorano. Lo ha riconosciuto anche il carissimo Nostro Figlio in Cristo Ludovico, il Re cristianissimo, il quale, desiderando sostenere la casa scossa da violente raffiche di vento, Ci manifestò il desiderio che, definiti i nuovi confini delle Diocesi, si aumentasse anzitutto il numero dei Vescovati, ben sapendo come tale provvedimento mirabilmente giovi ad appianare in seguito tutte le difficoltà della Chiesa nel vastissimo Regno.

Non occorre, Venerabili Fratelli, che con un lungo discorso vi si dica con quale gaudio e con quale ardente zelo Ci siamo indotti ad esaudire con la Nostra Apostolica Autorità questi pii voti del devotissimo Re. Non è infatti per la mutevolezza delle cose umane, come diceva Sant’Innocenzo I, che abbiamo pensato d’introdurre tali riforme nella Chiesa; ma Ci rallegriamo che con l’aiuto di Dio ora potremo felicemente compiere ciò che da tempo desideravamo e che non avevamo potuto realizzare per circostanze avverse.

Avendo dunque deciso che oltre le Sedi vescovili e arcivescovili che esistevano prima del 1801 se ne erigano altre in numero maggiore di quelle ora esistenti, si dovrà conseguentemente attuare una nuova divisione delle Diocesi che abbiamo deciso di definire secondo confini che rechino maggior vantaggio al gregge del Signore.

Senza dubbio conoscete, per vostra esperienza, di quanto grande utilità sarà tutto questo per una retta amministrazione delle Diocesi; perciò non dubitiamo che sarete d’accordo con la proposta divisione delle stesse. Lo chiediamo con animo fiducioso a ciascuno di voi con questa Nostra lettera: si tratta del profitto delle anime, Venerabili Fratelli e diletti Figli; per esse nessun onere deve sembrare eccessivo, dal momento che le riscattò con il suo sangue il Nostro Salvatore. Non Vi rincresca dunque assecondare con sollecita risposta questo Nostro impegno e gli ottimi consigli del Re cristianissimo, affinché le questioni che devono essere risolte in modo devoto e benefico non siano turbate da alcun contenzioso, né si presentino ostacoli nell’attuazione di quei propositi che a Noi richiede quello zelo che impieghiamo in conformità della divina istituzione della Chiesa universale.

Frattanto, invocando per voi ogni dono più ampio da Colui che elargisce tutti i beni, con molto affetto Vi impartiamo l’Apostolica Benedizione, come segno della Nostra paterna benevolenza.

Dato a Roma, presso Santa Maria Maggiore, il 12 giugno 1817, anno diciottesimo del Nostro Pontificato