31 ANNO IN “ECLISSI”… MA LE PORTE DEGLI INFERI NON PRÆVALEBUNT (3 MAGGIO 2022)

3 MAGGIO 2022

Oggi la Chiesa Cattolica, nella sacra Liturgia ricorda il Ritrovamento della Croce sulla quale era morto N. S. Gesù Cristo riscattando il genere umano dalla schiavitù del demonio. Nello stesso giorno, il 3 maggio 1991 veniva eletto al Sommo Pontificato, S. S. Gregorio XVIII, successore di S. S. Gregorio XVII, Giuseppe Siri. In tal modo si perpetuava la successione apostolica ( … Pietro avrà una successione perpetua… ) del Vicario di Cristo a capo visibile della Chiesa senza macchia e senza rughe, la Sposa di Cristo, Luce di Sapienza dei popoli, Maestra infallibile di verità che non si inganna e non inganna e via unica di salvezza eterna. Il Santo Padre raggiunge così quota 31 anni di Pontificato, uguagliando il suo predecessore, ed avvicinandosi alla durata del regno di S. S. Pio IX, il secondo dopo S. Pietro. Al proposito riportiamo un documento infallibile ed irreformabile circa la perpetuità del sommo Pontificato infallibile affidato a Pietro ed ai suoi successori:

COSTITUZIONE DOGMATICA
PASTOR AETERNUS
DEL SOMMO PONTEFICE
PIO IX

Il Vescovo Pio, servo dei servi di Dio, con l’approvazione del Sacro Concilio. A perpetua memoria.

Il Pastore eterno e Vescovo delle nostre anime, per rendere perenne la salutare opera della Redenzione, decise di istituire la santa Chiesa, nella quale, come nella casa del Dio vivente, tutti i fedeli si ritrovassero uniti nel vincolo di una sola fede e della carità. Per questo, prima di essere glorificato, pregò il Padre non solo per gli Apostoli, ma anche per tutti coloro che avrebbero creduto in Lui attraverso la loro parola, affinché fossero tutti una cosa sola, come lo stesso Figlio e il Padre sono una cosa sola. Così dunque inviò gli Apostoli, che aveva scelto dal mondo, nello stesso modo in cui Egli stesso era stato inviato dal Padre: volle quindi che nella sua Chiesa i Pastori e i Dottori fossero presenti fino alla fine dei secoli.

Perché poi lo stesso Episcopato fosse uno ed indiviso e l’intera moltitudine dei credenti, per mezzo dei sacerdoti strettamente uniti fra di loro, si conservasse nell’unità della fede e della comunione, anteponendo agli altri Apostoli il Beato Pietro, in lui volle fondato l’intramontabile principio e il visibile fondamento della duplice unità: sulla sua forza doveva essere innalzato il tempio eterno, e la grandezza della Chiesa, nell’immutabilità della fede, avrebbe potuto ergersi fino al cielo [S. Leo M., Serm. IV al. III, cap. 2 in diem Natalis sui]. E poiché le porte dell’inferno si accaniscono sempre più contro il suo fondamento, voluto da Dio, quasi volessero, se fosse possibile, distruggere la Chiesa, Noi riteniamo necessario, per la custodia, l’incolumità e la crescita del gregge cattolico, con l’approvazione del Sacro Concilio, proporre la dottrina relativa all’istituzione, alla perennità e alla natura del sacro Primato Apostolico, sul quale si fondano la forza e la solidità di tutta la Chiesa, come verità di fede da abbracciare e da difendere da parte di tutti i fedeli, secondo l’antica e costante credenza della Chiesa universale, e respingere e condannare gli errori contrari, tanto pericolosi per il gregge del Signore.

Capitolo I – Istituzione del Primato Apostolico nel Beato Pietro

Proclamiamo dunque ed affermiamo, sulla scorta delle testimonianze del Vangelo, che il primato di giurisdizione sull’intera Chiesa di Dio è stato promesso e conferito al beato Apostolo Pietro da Cristo Signore in modo immediato e diretto. Solamente a Simone, infatti, al quale già si era rivolto: “Tu sarai chiamato Cefa” (Gv 1,42), dopo che ebbe pronunciata quella sua confessione: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivo”, il Signore indirizzò queste solenni parole: “Beato sei tu, Simone Bariona; perché non la carne e il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli: e io ti dico che tu sei Pietro, e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: qualunque cosa avrai legato sulla terra, sarà legata anche nei cieli, e qualunque cosa avrai sciolto sulla terra, sarà sciolta anche nei cieli” (Mt 16,16-19). E al solo Simon Pietro, dopo la sua risurrezione, Gesù conferì la giurisdizione di sommo pastore e di guida su tutto il suo ovile con le parole: “Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore” (Gv 21,15-17). A questa chiara dottrina delle sacre Scritture, come è sempre stata interpretata dalla Chiesa cattolica, si oppongono senza mezzi termini le malvagie opinioni di coloro che, stravolgendo la forma di governo decisa da Cristo Signore nella sua Chiesa, negano che Cristo abbia investito il solo Pietro del vero e proprio primato di giurisdizione che lo antepone agli altri Apostoli, sia presi individualmente, sia nel loro insieme, o di coloro che sostengono un primato non affidato in modo diretto e immediato al beato Pietro, ma alla Chiesa e, tramite questa, all’Apostolo come ministro della stessa Chiesa.

Se qualcuno dunque affermerà che il beato Pietro Apostolo non è stato costituito da Cristo Signore Principe di tutti gli Apostoli e capo visibile di tutta la Chiesa militante, o che non abbia ricevuto dallo stesso Signore Nostro Gesù Cristo un vero e proprio primato di giurisdizione, ma soltanto di onore: sia anatema.

Capitolo II – Perpetuità del Primato del Beato Pietro nei Romani Pontefici

Ciò che dunque il Principe dei pastori, e grande pastore di tutte le pecore, il Signore Gesù Cristo, ha istituito nel beato Apostolo Pietro per rendere continua la salvezza e perenne il bene della Chiesa, è necessario, per volere di chi l’ha istituita, che duri per sempre nella Chiesa la quale, fondata sulla pietra, si manterrà salda fino alla fine dei secoli. Nessuno può nutrire dubbi, anzi è cosa risaputa in tutte le epoche, che il santo e beatissimo Pietro, Principe e capo degli Apostoli, colonna della fede e fondamento della Chiesa cattolica, ricevette le chiavi del regno da Nostro Signore Gesù Cristo, Salvatore e Redentore del genere umano: Egli, fino al presente e sempre, vive, presiede e giudica nei suoi successori, i vescovi della santa Sede Romana, da lui fondata e consacrata con il suo sangue [Cf. Ephesini Concilii, Act. III]. Ne consegue che chiunque succede a Pietro in questa Cattedra, in forza dell’istituzione dello stesso Cristo, ottiene il Primato di Pietro su tutta la Chiesa. Non tramonta dunque ciò che la verità ha disposto, e il beato Pietro, perseverando nella forza che ha ricevuto, di pietra inoppugnabile, non ha mai distolto la sua mano dal timone della Chiesa [S. Leo M., Serm. III al. II, cap. 3]. È questo dunque il motivo per cui le altre Chiese, cioè tutti i fedeli di ogni parte del mondo, dovevano far capo alla Chiesa di Roma, per la sua posizione di autorevole preminenza, affinché in tale Sede, dalla quale si riversano su tutti i diritti della divina comunione, si articolassero, come membra raccordate alla testa, in un unico corpo [S. Iren., Adv. haer., I, III, c. 3 et Conc. Aquilei. a. 381 inter epp. S. Ambros., ep. XI].

Se qualcuno dunque affermerà che non è per disposizione dello stesso Cristo Signore, cioè per diritto divino, che il beato Pietro abbia per sempre successori nel Primato sulla Chiesa universale, o che il Romano Pontefice non sia il successore del beato Pietro nello stesso Primato: sia anatema.

Capitolo III – Della Forza e della Natura del Primato del Romano Pontefice

Sostenuti dunque dalle inequivocabili testimonianze delle sacre lettere e in piena sintonia con i decreti, chiari ed esaurienti, sia dei Romani Pontefici Nostri Predecessori, sia dei Concili generali, ribadiamo la definizione del Concilio Ecumenico Fiorentino che impone a tutti i credenti in Cristo, come verità di fede, che la Santa Sede Apostolica e il Romano Pontefice detengono il Primato su tutta la terra, e che lo stesso Romano Pontefice è il successore del beato Pietro, Principe degli Apostoli, il vero Vicario di Cristo, il capo di tutta la Chiesa, il padre e il maestro di tutti i cristiani; a lui, nella persona del beato Pietro, è stato affidato, da nostro Signore Gesù Cristo, il pieno potere di guidare, reggere e governare la Chiesa universale. Tutto questo è contenuto anche negli atti dei Concili ecumenici e nei sacri canoni.

Proclamiamo quindi e dichiariamo che la Chiesa Romana, per disposizione del Signore, detiene il primato del potere ordinario su tutte le altre, e che questo potere di giurisdizione del Romano Pontefice, vero potere episcopale, è immediato: tutti, pastori e fedeli, di qualsivoglia rito e dignità, sono vincolati, nei suoi confronti, dall’obbligo della subordinazione gerarchica e della vera obbedienza, non solo nelle cose che appartengono alla fede e ai costumi, ma anche in quelle relative alla disciplina e al governo della Chiesa, in tutto il mondo. In questo modo, avendo salvaguardato l’unità della comunione e della professione della stessa fede con il Romano Pontefice, la Chiesa di Cristo sarà un solo gregge sotto un solo sommo pastore. Questa è la dottrina della verità cattolica, dalla quale nessuno può allontanarsi senza perdita della fede e pericolo della salvezza.

Questo potere del Sommo Pontefice non pregiudica in alcun modo quello episcopale di giurisdizione, ordinario e immediato, con il quale i Vescovi, insediati dallo Spirito Santo al posto degli Apostoli, come loro successori, guidano e reggono, da veri pastori, il gregge assegnato a ciascuno di loro, anzi viene confermato, rafforzato e difeso dal Pastore supremo ed universale, come afferma solennemente San Gregorio Magno: “Il mio onore è quello della Chiesa universale. Il mio onore è la solida forza dei miei fratelli. Io mi sento veramente onorato, quando a ciascuno di loro non viene negato il dovuto onore” [Ep. ad Eulog. Alexandrin., I, VIII, ep. XXX].

Dal supremo potere del Romano Pontefice di governare tutta la Chiesa, deriva allo stesso anche il diritto di comunicare liberamente, nell’esercizio di questo suo ufficio, con i pastori e con i greggi della Chiesa intera, per poterli ammaestrare e indirizzare nella via della salvezza. Condanniamo quindi e respingiamo le affermazioni di coloro che ritengono lecito impedire questo rapporto di comunicazione del capo supremo con i pastori e con i greggi, o lo vogliono asservire al potere civile, poiché sostengono che le decisioni prese dalla Sede Apostolica, o per suo volere, per il governo della Chiesa, non possono avere forza e valore se non vengono confermate dal potere civile.

E poiché per il diritto divino del Primato Apostolico il Romano Pontefice è posto a capo di tutta la Chiesa, proclamiamo anche ed affermiamo che egli è il supremo giudice dei fedeli [Pii VI, Breve Super soliditate, d. 28 Nov. 1786] e che in ogni controversia spettante all’esame della Chiesa, si può ricorrere al suo giudizio [Conc. Oecum. Lugdun. II]. È evidente che il giudizio della Sede Apostolica, che detiene la più alta autorità, non può essere rimesso in questione da alcuno né sottoposto ad esame da parte di chicchessia [Ep. Nicolai I ad Michaelem Imperatorem]. Si discosta quindi dal retto sentiero della verità chi afferma che è possibile fare ricorso al Concilio Ecumenico, come se fosse investito di un potere superiore, contro le sentenze dei Romani Pontefici.

Dunque se qualcuno affermerà che il Romano Pontefice ha semplicemente un compito ispettivo o direttivo, e non il pieno e supremo potere di giurisdizione su tutta la Chiesa, non solo per quanto riguarda la fede e i costumi, ma anche per ciò che concerne la disciplina e il governo della Chiesa diffusa su tutta la terra; o che è investito soltanto del ruolo principale e non di tutta la pienezza di questo supremo potere; o che questo suo potere non è ordinario e diretto sia su tutte e singole le Chiese, sia su tutti e su ciascun fedele e pastore: sia anatema.

Capitolo IV – Del Magistero Infallibile del Romano Pontefice

Questa Santa Sede ha sempre ritenuto che nello stesso Primato Apostolico, posseduto dal Romano Pontefice come successore del beato Pietro Principe degli Apostoli, è contenuto anche il supremo potere di magistero. Lo conferma la costante tradizione della Chiesa; lo dichiararono gli stessi Concili Ecumenici e, in modo particolare, quelli nei quali l’Oriente si accordava con l’Occidente nel vincolo della fede e della carità. Proprio i Padri del quarto Concilio di Costantinopoli, ricalcando le orme dei loro antenati, emanarono questa solenne professione: “La salvezza consiste anzitutto nel custodire le norme della retta fede. E poiché non è possibile ignorare la volontà di nostro Signore Gesù Cristo che proclama: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”, queste parole trovano conferma nella realtà delle cose, perché nella Sede Apostolica è sempre stata conservata pura la religione cattolica, e professata la santa dottrina. Non volendo quindi, in alcun modo, essere separati da questa fede e da questa dottrina, nutriamo la speranza di poterci mantenere nell’unica comunione predicata dalla Sede Apostolica, perché in lei si trova tutta la vera solidità della religione cristiana” [Ex formula S. Hormisdae Papae, prout ab Hadriano II Patribus Concilii Oecumenici VIII, Constantinopolitani IV, proposita et ab iisdem subscripta est]. Nel momento in cui si approvava il secondo Concilio di Lione, i Greci dichiararono: “La Santa Chiesa Romana è insignita del pieno e sommo Primato e Principato sull’intera Chiesa Cattolica e, con tutta sincerità ed umiltà, si riconosce che lo ha ricevuto, con la pienezza del potere, dallo stesso Signore nella persona del beato Pietro, Principe e capo degli Apostoli, di cui il Romano Pontefice è successore, e poiché spetta a lei, prima di ogni altra, il compito di difendere la verità della fede, qualora sorgessero questioni in materia di fede, tocca a lei definirle con una sua sentenza”. Da ultimo il Concilio Fiorentino emanò questa definizione: “Il Pontefice Romano, vero Vicario di Cristo, è il capo di tutta la Chiesa, il padre e il maestro di tutti i Cristiani: a lui, nella persona del beato Pietro, è stato affidato, da nostro Signore Gesù Cristo, il supremo potere di reggere e di governare tutta la Chiesa”.

Allo scopo di adempiere questo compito pastorale, i Nostri Predecessori rivolsero sempre ogni loro preoccupazione a diffondere la salutare dottrina di Cristo fra tutti i popoli della terra, e con pari dedizione vigilarono perché si mantenesse genuina e pura come era stata loro affidata. È per questo che i Vescovi di tutto il mondo, ora singolarmente ora riuniti in Sinodo, tenendo fede alla lunga consuetudine delle Chiese e salvaguardando l’iter dell’antica regola, specie quando si affacciavano pericoli in ordine alla fede, ricorrevano a questa Sede Apostolica, dove la fede non può venir meno, perché procedesse in prima persona a riparare i danni [Cf. S. Bern. Epist. CXC]. Gli stessi Romani Pontefici, come richiedeva la situazione del momento, ora con la convocazione di Concili Ecumenici o con un sondaggio per accertarsi del pensiero della Chiesa sparsa nel mondo, ora con Sinodi particolari o con altri mezzi messi a disposizione dalla divina Provvidenza, definirono che doveva essere mantenuto ciò che, con l’aiuto di Dio, avevano riconosciuto conforme alle sacre Scritture e alle tradizioni Apostoliche. Lo Spirito Santo infatti, non è stato promesso ai successori di Pietro per rivelare, con la sua ispirazione, una nuova dottrina, ma per custodire con scrupolo e per far conoscere con fedeltà, con la sua assistenza, la rivelazione trasmessa dagli Apostoli, cioè il deposito della fede. Fu proprio questa dottrina apostolica che tutti i venerabili Padri abbracciarono e i santi Dottori ortodossi venerarono e seguirono, ben sapendo che questa Sede di San Pietro si mantiene sempre immune da ogni errore in forza della divina promessa fatta dal Signore, nostro Salvatore, al Principe dei suoi discepoli: “Io ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede, e tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli”.

Questo indefettibile carisma di verità e di fede fu dunque divinamente conferito a Pietro e ai suoi successori in questa Cattedra, perché esercitassero il loro eccelso ufficio per la salvezza di tutti, perché l’intero gregge di Cristo, distolto dai velenosi pascoli dell’errore, si alimentasse con il cibo della celeste dottrina e perché, dopo aver eliminato ciò che porta allo scisma, tutta la Chiesa si mantenesse una e, appoggiata sul suo fondamento, resistesse incrollabile contro le porte dell’inferno.

Ma poiché proprio in questo tempo, nel quale si sente particolarmente il bisogno della salutare presenza del ministero Apostolico, si trovano parecchie persone che si oppongono al suo potere, riteniamo veramente necessario proclamare, in modo solenne, la prerogativa che l’unigenito Figlio di Dio si è degnato di legare al supremo ufficio pastorale.

Perciò Noi, mantenendoci fedeli alla tradizione ricevuta dai primordi della fede cristiana, per la gloria di Dio nostro Salvatore, per l’esaltazione della religione Cattolica e per la salvezza dei popoli cristiani, con l’approvazione del sacro Concilio proclamiamo e definiamo dogma rivelato da Dio che il Romano Pontefice, quando parla ex cathedra, cioè quando esercita il suo supremo ufficio di Pastore e di Dottore di tutti i cristiani, e in forza del suo supremo potere Apostolico definisce una dottrina circa la fede e i costumi, vincola tutta la Chiesa, per la divina assistenza a lui promessa nella persona del beato Pietro, gode di quell’infallibilità con cui il divino Redentore volle fosse corredata la sua Chiesa nel definire la dottrina intorno alla fede e ai costumi: pertanto tali definizioni del Romano Pontefice sono immutabili per se stesse, e non per il consenso della Chiesa.

Se qualcuno quindi avrà la presunzione di opporsi a questa Nostra definizione, Dio non voglia!: sia anatema.

Dato a Roma, nella pubblica sessione celebrata solennemente nella Basilica Vaticana, nell’anno 1870 dell’Incarnazione del Signore, il 18 luglio, venticinquesimo anno del Nostro Pontificato.

Lettura del santo Vangelo secondo Matteo

Matt XVI:13-19

In quell’occasione: Gesù, venuto nelle parti di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi discepoli: La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo? Eccetera…

Omelia di san Leone Papa

Sermone 2 nell’anniversario della sua elezione, prima della metà.

Allorché, come abbiamo inteso dalla lettura del Vangelo, il Signore domandò ai discepoli, chi essi (in mezzo alle diverse opinioni degli altri) credessero ch’Egli fosse, e gli rispose il beato Pietro con dire: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Matth. 16,16; il Signore gli disse: « Beato te, Simone, figlio di Giona, perché non te l’ha rivelato la natura e l’istinto, ma il Padre mio ch’è nei cieli Matth. XVI,17-19: e io ti dico, che tu sei Pietro, e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non prevarranno contro di lei: e darò a te le chiavi del regno dei cieli: e qualunque cosa legherai sulla terra, sarà legata anche nei cieli; e qualunque cosa scioglierai sulla terra, sarà sciolta anche nei cieli». Rimane dunque quanto ha stabilito la verità, e il beato Pietro conservando la solidità della pietra ricevuta, non cessa di tenere il governo della Chiesa affidatagli. Infatti in tutta la Chiesa ogni giorno Pietro ripete: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente»; ed ogni lingua, che confessa il Signore, è istruita dal magistero di questa voce. Questa fede vince il diavolo e spezza le catene di coloro ch’esso aveva fatti schiavi. Questa, riscattatili dal mondo, li introduce nel cielo, e le porte dell’inferno non possono prevalere contro di lei. Perché essa ha ricevuto da Dio fermezza sì grande, che né la perversità della eresia poté mai corromperla, né la perfidia del paganesimo vincerla. Così dunque, con questi sentimenti, dilettissimi, la festa odierna viene celebrata con un culto ragionevole; così che nella umile mia persona si consideri ed onori colui nel quale si perpetua la sollecitudine di tutti i pastori e la custodia di tutte le pecore a lui affidate, e la cui dignità non vien meno neppure in un erede. Quando dunque noi facciamo udire le nostre esortazioni alla vostra santa assemblea, credete che vi parla quello stesso di cui teniamo il posto: perché animati dal suo affetto noi vi avvertiamo, e non vi predichiamo altro se non quello ch’egli ci ha insegnato, scongiurandovi, che cinti spiritualmente i vostri lombi, «meniate una vita casta e sobria nel timor di Dio» 1Petri 1,13. Voi siete, come dice’ l’Apostolo, «la mia corona e la mia gioia» Philipp. 4,1, se però la vostra fede, che fin dal principio del Vangelo è stata celebrata in tutto il mondo, persevererà nell’amore e nella santità. Poiché, se tutta la Chiesa sparsa per tutto il mondo deve fiorire in ogni virtù; è giusto che fra tutti i popoli voi vi distinguiate per il merito di una pietà più eccellente, voi che, fondati sulla vetta stessa della religione e sulla pietra dell’apostolato, siete stati riscattati, come tutti, da nostro Signore Gesù Cristo e, a preferenza degli altri, istruiti dal beato Apostolo Pietro.

Orémus.


Deus, qui, ad conteréndos Ecclésiæ tuæ hostes et ad divínum cultum reparándum, Gegorium Pontíficem Máximum elígere dignátus es: fac nos ipsíus deféndi præsídiis et ita tuis inhærére obséquiis; ut, ómnium hóstium superátis insídiis, perpétua pace lætémur.

[O Dio, che a sconfiggere i nemici della tua Chiesa e a restaurarne il divin culto ti degnasti eleggere Gregorio a sommo Pontefice: fa, che noi, difesi dal suo soccorso, siamo così attaccati al tuo servizio, che, superate le insidie di tutti i nemici, godiamo la perpetua pace].

ExsurgatDeus.org. ed il pusillus grex cattolico, augura al Sommo Pontefice, felicemente regnante, di raggiungere e superare, Dio permettendo, la durata del Pontificato di S. S., il venerabile Papa Pio IX, assicurandoGli nel contempo la costante preghiera per invocare la grazia divina a sostegno del suo martirio “in eclissi”, ed offrendosi “una cum Papa nostro Gregorio” quale ostia di sacrificio nel calice della sua odierna consacrazione eucaristica. Auguri, santità, alla fine i Cuori della Vergine Maria e del S. N. Gesù Cristo vinceranno, e le porte del male non prœvalebunt… et IPSA conteret …

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 16

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (16)

GIOVANNI G. OLIER

Mediolani 27-11 – 1935, Nihil obstat quominus imprimetur. Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR: In Curia Arch. Mediolani die 27 – II – 1935 F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO XI

I.

Della povertà

La povertà non soltanto separa l’uomo dalle cose esterne del mondo; essa ha un altro effetto e un fine più importante; che tende a ristabilire tutto l’uomo interiore nel suo stato primitivo. Questa separazione dalle cose esteriori, nei Cristiani, non è che l’imitazione di Gesù Cristo. Nostro Signore, infatti, ha voluto praticarla per il primo, affinché la santa ed eroica virtù della povertà, fosse più facile per gli uomini, i quali talmente la paventano che anche in mezzo ai beni e alle ricchezze hanno ancora paura di essere poveri. La virtù della povertà ha inoltre lo scopo di castigare negli uomini l’abuso di ogni cosa che hanno fatto, tanto in Adamo quanto in sé stessi; in soddisfazione di un tale abuso, Dio ha voluto privarli di quei beni di cui hanno abusato e portarne Lui medesimo la penitenza per darne l’esempio alla sua Chiesa.

I.

Natura della povertà.

Ristabilisce l’uomo nel suo primitivo stato di santità. – L’avarizia profanazione del cuore dell’uomo. Gesù Cristo e l’avarizia.

Per intendere la natura della povertà, bisogna ricordare il fine ed il disegno che ebbe Gesù Cristo nella riparazione del genere umano, disegno che fu di offrire a Dio suo Padre una conveniente soddisfazione e in questo modo ristabilire l’uomo nel suo stato primitivo, nella perfezione, cioè, della santità in cui era stato creato. Perciò bisogna riflettere che Dio aveva creato l’uomo perché fosse il suo tempio, tempio che riservava per sé medesimo per esservi, in modo esclusivo, amato, lodato e adorato. Epperò nel primo comandamento, che è l’espressione dello stato primitivo dell’uomo e del primo disegno divino sopra di lui, Dio, nel momento stesso in cui lo creava, gli imprimeva nel cuore quella medesima legge che doveva poi essere scolpita su la pietra, onde obbligarlo ad impiegare nell’amarlo tutta l’attività della sua anima, del suo cuore, delle sue forze; quindi, in quel primo comandamento, Dio gli diceva: Amerai il Dio tuo con tutto il tuo cuore, ecc. (Deuter. VI, 5). Per questo ancora il cuore dell’uomo venne creato vuoto di qualsiasi oggetto,  come una pura capacità di Dio e dell’amore di Dio. – Ma il demonio lavorò per riempire il cuore dell’uomo di idoli, di simulacri e affinché l’uomo occupasse i suoi pensieri e i suoi desiderii nell’amore di queste miserie, lasciasse così il culto del vero Dio e si abbandonasse all’idolatria. – L’avarizia, dice S. Paolo, e l’amore delle cose terrene si sono stabilite nel cuore dell’uomo (Ephes. V, 5); si può dire che è questa l’abbominazione della desolazione nel luogo santo (Matth. XXIV, 15). Il cuor dell’uomo è il tempio di Dio, luogo santo che Dio in modo particolarissimo ha consacrato a sé stesso: qual disordine orribile, quale desolazione ributtante vederlo profanato da tante cose impure e immonde! Quale desolazione vedere, in questo tempio, abominevoli nicchie, come quelle vedute da Ezechiele (Ezech. VIII) piene di serpenti, di coccodrilli, e di cose esecrabili! È cosa questa così abominevole agli occhi di Dio che Egli altre volte abbandonò il suo popolo al furore dei suoi nemici, per castigo dell’avarizia di un solo israelita, il quale aveva preso e trattenuto un mantello di scarlatto e un oggetto d’oro, dalle spoglie di Gerico, città colpita di anatema e da un decreto divino condannata al fuoco.

***

Il disegno di Gesù Cristo, mentre viene nel nostro cuore per santificarlo e ristabilirvi il vuoto e la purezza del primitivo stato, è di bandire da questo suo tempio tutto quanto lo profana. Non può vedervi altro che il Padre suo con le sue divine perfezioni e quindi, a colpi di flagello con le persecuzioni e le croci, ne scaccia tutti i compratori e venditori. – Nostro Signore si accese di zelo e come di furore, quando trovò piena di mercanti la casa del Padre suo, casa di orazione che deve essere ornata di santità (Ps. XCII, 5). Orbene, i mercanti sono il simbolo degli avari, perché nel traffico e nel commercio delle cose terrene espongono persino la loro vita, dedicandovi tutto il loro tempo e le loro cure, invece di impiegar tutto per il Signore che vuole per sé tutta la mente, tutto il cuore, tutto il tempo, e tutte le forze delle sue meschine creature. – È questo il fine per il quale Gesù Cristo è venuto in questo mondo; ha voluto purificare il cuore dell’uomo, farvi il vuoto di ogni creatura, e riparare così la disgrazia e il disordine in cui era caduto per la miseria del peccato e l’opera malvagia del demonio. Perciò Egli ha posto come fondamento capitale della nostra salvezza, la santa povertà, la quale di sua natura tende a espellere dal cuore umano tutto quanto può riempirlo all’infuori di Dio. Per questo appunto, Gesù Cristo, nel suo primo sermone, proclamava come la sua prima massima questa sentenza: Beati i poveri, Beati pauperes (Luc. VI, 20); ciò per insegnarci che la virtù di povertà per noi è la prima, la più importante e la più necessaria. Per farci sapere poi quale sia questa povertà, aggiungeva: Beati i poveri di spirito (Matth. VI), vale a dire quelli che hanno il fondo dell’anima vuoto e libero da ogni possesso di creature, che non hanno nulla che tenga il posto di Dio in quel cuore che Egli solo vuole riempire ed occupare. – Fuori di Dio, tutto è vano e inganno, tutto è fantasia, scorza e superficie. Dio solo è il bene vero e reale, Lui solo è tutta la vita essenziale e incorruttibile delle anime nostre.

II.

Divisioni della povertà.

La povertà è di due sorta, interiore l’una esterna l’altra. La prima consiste nel distacco

del cuore che deve essere vuoto di ogni desiderio terreno e di ogni amore alle creature; la seconda consiste nella privazione esterna ed effettiva dei beni terreni. La privazione esterna senza il distacco interiore non è punto virtù, mentre il distacco interiore, con la disposizione di sopportare la privazione esterna, è la virtù di povertà di cui Nostro Signore ha detto: « Beati i poveri di spirito ». Gesù Cristo, con queste parole, ha voluto insegnarci che dobbiamo vivere nella povertà di spirito, ossia, nel distacco interiore e nella privazione affettiva, per esser disposti al puro amore di Dio, perché Egli non può venire a patti con l’amore alle creature, né può soffrire che si abbia il minimo attacco alle creature; Egli vuole che il cuore sia vuoto, distaccato da tutto, e vuoto secondo tutta l’ampiezza della propria capacità.

III.

Della povertà esterna.

Povertà evangelica. – Povertà praticata dai primi Cristiani. – Privazioni dell’uso dei propri beni.

Vi sono tre sorta di povertà, di cui le prime due furono molto in uso nella primitiva Chiesa. La prima consisteva nel privarsi di tutto il proprio avere e di venderlo, secondo il consiglio che ne diede Nostro Signore a quel giovane: Vade, vende quæ habes et da pauperibus – Va, vendi ciò che possiedi e dà tutto ai poveri (Matth. XIX, 21). Gesù Cristo si compiacque ancora di rinnovare una tale povertà in questi ultimi secoli, come in San Francesco e in parecchi altri santi che così la praticarono. – La seconda povertà era di mettere il proprio avere in comune; era questa la pratica ordinaria dei primi Cristiani; ognuno si privava di ciò che possedeva e lo donava a Dio, affinché ciascuno ne potesse prendere a seconda dei propri bisogni; così tutto era uguale per tutti, e il povero ne riceveva il necessario sostentamento tanto come il ricco. – La terza povertà consiste nello spogliarsi dell’uso dei beni che Dio ci ha dati benché la proprietà se ne conservi ancora:  questa povertà può praticarsi con grande vantaggio. Perché, dapprima in tal mode si rimane nello stato in cui la divina Provvidenza ci ha posti; inoltre, si fa buon uso di ciò che si è ricevuto dalla sua liberalità, servendosene per la sua gloria; in fine, si gode il vantaggio della povertà che è di non aver nulla che ci impedisca di dedicarci a Dio solo. Di questa povertà e di tali poveri sta scritto: Beati i poveri di spirito, perché ad essi appartiene il Regno dei cieli (Matth. V, 3).

IV.

Della povertà interiore – Distacco anche dai doni spirituali.

Distacco universale da ogni bene e dono di Dio. — 1. Stare davanti a Dio come mendicanti. – 2. Non appropriarci i doni e le grazie di Dio; sarebbe ingiustizia. — 3. Lasciare a Dio piena disposizione dei beni di cui ci affida il deposito.

La povertà interiore non si estende solo al distacco dei beni corporali, dai quali lo spirito deve essere interamente diviso e tutto distaccato; non consiste. Solamente nella nudità, ossia privazione affettiva di tutti gli onori, di tutte le ricchezze, e di tutti i beni mondani; consiste anche nella nudità spirituale, ossia nel distacco dai doni di Dio; benché Dio ce li conceda, noi dobbiamo esserne distaccati. Per avere la virtù della povertà, dobbiamo sempre considerare, non solo i beni materiali, ma anche i beni spirituali, come proprietà di Dio. Debbiamo considerare i beni spirituali come appartenenti a Dio e da Lui inseparabili, in quella guisa che i raggi sono inseparabili dal Sole; oppure come perle e diamanti che sarebbero applicati sopra un abito. Il padrone ha attaccato queste perle preziose al suo abito all’unico scopo di renderlo più splendido e più prezioso; esso quindi ha sempre la facoltà di toglierle quando gli piace. Con tal pensiero, l’anima deve stare perfettamente distaccata da tutto, vivendo in mezzo anche ai doni spirituali, per così dire, senza toccarvi e senza che il cuore vi prenda parte.

***

La povertà di spirito ha tre gradi: il primo è di considerarci davanti a Dio come mendicanti riguardo a tutti i suoi doni, non avendo da noi stessi assolutamente nulla e nessuna grazia; così dobbiamo vivere in spirito di mendicanti onde esser rivestiti dei suoi beni. – Il secondo grado è di non appropriarci i doni e le grazie di Dio quando li possediamo, come se fossero cosa nostra o come cosa che fosse passata nella nostra natura. Bisogna considerarli come un abito; uno che porta un abito sa benissimo che il suo corpo, in se stesso è nudo e sprovvisto di ciò che sarebbe necessario per riparlo dagli incomodi delle stagioni; perciò esso trovasi continuamente costretto per difendersi a vestirsi e a dipendere dalle cose esterne. L’anima veramente povera, benché sia rivestita ed arricchita dei doni di Dio, si considera sempre davanti a Lui in una perfetta e assoluta indigenza, come un corpo senza vesti. Perché essendo ben radicata nella conoscenza di sé stessa, vede che sempre si trova nella più assoluta indigenza, benché possieda Dio e ne sia rivestita. In tal modo non prova nessuna compiacenza per tutto ciò che in sé medesima può essere, per tutto ciò che può avere, perché essendo sempre la medesima nell’intimo di se stessa, essa in mezzo ai doni che possiede non ha maggior stima di sé che prima d’esserne ricolmata. – L’anima deve sempre considerare i doni di Dio come cosa che emana da Dio e a Lui appartiene come sua proprietà; sono raggi che Egli fa splendere sopra di noi per impedire ai nostri cechi di vedere la nostra viltà e così renderci più sopportabile la nostra miseria. – Dio trova in noi la sua gloria, traendola da ciò che gli appartiene; Lui solo merita stima per ciò che vi è di buono negli uomini; Lui solo deve prendervi le sue compiacenze. Chi, nell’intimo del suo cuore, ha stima di se stesso per quei doni che non sono suoi e di cui la lode deve riferirsi a Dio solo, è un ladro che tenta di attirare e prendere per sé quella gloria che è dovuta unicamente a Dic. E sarebbe questa una grande ingiustizia, poiché a Dio appartengono le lodi che i suoi doni, da sé medesimi, tributano alla sua divina maestà.

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Il terzo grado di povertà spirituale è di portare in noi i doni di Dio e custodire i suoi tesori negli scrigni del nostro cuore, senza aver l’ardimento di toccarvi; guardarci quindi dal farne uso da noi medesimi, e lasciare che Dio stesso ci ponga nelle mani il suo avere e nei suoi scrigni prenda ciò che vuole per l’impiego che desidera, affinché Egli solo sia l’autore e il direttore della distribuzione delle sue grazie. Non solamente dobbiamo guardarci dall’usare dei doni di Dio per i nostri meschini interessi temporali oppure per acquistarci onore e stima, ciò che sarebbe un infame sacrilegio; ma dobbiamo persino guardarci dal toccare a questi doni. Dio li ha posti in deposito nella nostra anima: dobbiamo lasciare a Lui la cura di prendere la nostra mano e guidarla a pigliare ciò che a Lui piace, onde farne a nome suo la distribuzione. – L’anima umile, segreta e fedele, alla quale Nostro Signore ha affidato le sue ricchezze, è un tesoro suggellato con sette sigilli che solo l’Agnello può aprire. A Lui solo spetta frugare negli scrigni dove ha rinchiusi i suoi tesori; a Lui solo spetta aprirli e, con lo splendore dei suoi raggi e la ricchezza della sua divina luce, cioè per la virtù della sua grazia, applicar l’anima all’uso che essa ne deve fare. I Re della terra si scaricano della gestione delle loro finanze sopra i tesorieri che le custodiscono, lasciando ad essi di maneggiare i loro tesori per distribuirli come vogliono. Gesù Cristo non fa in questo modo; Egli invece si tiene nelle sue proprie mani le chiavi dei suoi scrigni, per aprirli quando e come gli piace. Economo universale, dispensore generale, Egli è tutto in tutti e non ha bisogno di nessuno che supplisca né alla sua presenza, né alla sua potenza, perché Egli è dappertutto, può tutto, vede tutto e dispone sempre in noi dei suoi beni secondo la sua sapienza e il suo amore. – Egli vuole dunque che l’anima cui Egli affida i suoi tesori, si tenga nel riserbo; lungi dal forzare le serrature quando gli scrigni sono chiusi, non tocchi nulla, vale a dire, si guardi bene dall’andare a cercare, con sforzi di memoria e con violenza, nel proprio fondo qualche cosa che Dio vi avesse posto e come chiuso sotto chiave. Ma, quando pure Dio lasciasse i suoi scrigni aperti, vale a dire, quando ricevessimo da Dio ogni lume e ogni verità, non spetta a noi mettervi la mano e prenderne ciò che ci piace. I doni e i tesori di Dio vanno sempre considerati con gran rispetto, perché a Lui appartengono ed Egli li ha depositati in noi per un effetto della sua infinita misericordia. In noi non v’era nulla che potesse darci motivo di sperare tanta grazia, perché il nostro fondo, nella sua impurità, era indegno dei divini favori. Tuttavia, Dio per una grazia ed un amore infinito, ha scelto un luogo così basso per farne il deposito; e come lo ha fatto unicamente perché così gli è piaciuto, a Lui pure e solo a Lui spetta di usarne in noi come gli piace. – Dio fa nell’anima nostra come il padrone che nel suo campo vuole innalzare una fabbrica. Come fa quel padrone? Vi fa portare a suo piacimento pietre e materiali, secondo il disegno che ha in mente; in un luogo, ne fa depositare più che in un altro, a seconda dell’ampiezza dell’edifici che vuole costruirvi; di tutto fa l’uso che conviene al disegno che più gli piace. Esso utilizza i materiali. assume operai e manovali per fabbricare secondo il disegno che essi sovente non conoscono, senza dir loro quanto intende fare; a poco a poco esso forma una fabbrica, la costruisce e la compie, conforme all’idea che ha nella sua mente e secondo la direzione che esercita sopra i suoi operai. Così fa il Signore nei suoi doni; sono come materiali che Egli depone in noi, come in un campo cieco che non sa punto quale sia la fabbrica che il grande architetto e capomastro vuole innalzare, A noi spetta unicamente cogliere i suoi doni e i suoi favori: a Lui di metterli in opera e di usare a suo piacimento delle nostre facoltà; e queste devono cooperare fedelmente alla sua grazia onde costruire, mediante la sua virtù. quella fabbrica che Egli ha determinata nei suoi adorabili disegni che a noi rimangono nascosti.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO XI – “QUINQUAGESIMO ANTE ANNO”

Questa lettera Enciclica di S. S. Pio XI, è un documento celebrativo dell’anno 1929, anno in cui ricorreva il cinquantenario dell’ordinazione sacerdotale del Sommo Pontefice regnante. Qui si elencano vari eventi, importanti per la Chiesa Cattolica e la Sede Apostolica, che caratterizzarono quell’anno, eventi che parevano favorevoli all’opera apostolica della Chiesa tutta, e forieri di grandi speranze. Più avanti ci siamo resi conto che mentre apparentemente certe cose sembravano svolgersi positivamente, nell’ombra il mistero dell’iniquità era all’opera per destabilizzare dall’interno la Chiesa e tutto il Cristianesimo presso i popoli della terra, tanto da esplodere nella conflagrazione della Seconda guerra mondiale, e circa un decennio successivo, con la estromissione del Santo Padre, legittimamente eletto in un Conclave regolare, e la salita al Soglio pontificio di una serie di marionette i cui fili erano, e lo sono ancora oggi,  mossi dalle logge infernali che hanno trasformato in modo lento, subdolo, ma tangibile, le strutture della Chiesa di Cristo, nella sinagoga di satana, facendo sì che si attuassero le profezie mariane di La Salette e di Fatima e si istituisse un Novus Ordo luciferino, contornato e spalleggiato dai preti carnevaleschi ed “immaginari” di Ecône-Sion e da cappellette di autoreferenti sedevacantisti pseudotradizionalisti, cani sciolti e lupi sanguinari affamati di pecore erranti e disperse perché senza guide, prive di riferimenti dottrinali e di nozioni catechistiche che possano loro indicare le basi della vera fede divina non truccata o adulterata da veleni eretici (pensiamo alle eresie del Papa fallibile nel suo Magistero ordinario, o della Chiesa che inganna i suoi fedeli in materia di fede, morale, liturgia, devozioni, mediante dottrine blasfeme e già nel passato condannate e notoriamente anatemizzate … ). Il Pusillus grex deve solo arroccarsi con coraggio e decisione, nella fortezza della fede divina, della sana teologia, della Tradizione apostolica e patristica, senza cedere di un millimetro a suggestioni buoniste o compromissorie di varia natura, o ai richiami di voci sibilline che avvelenano, paralizzano lo spirito e conducono nello stagno di fuoco eterno, dove finiranno alfine la bestia immonda, il falso profeta e il dragone maledetto con tutti i loro adepti.

LETTERA ENCICLICA

QUINQUAGESIMO ANTE ANNO

AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI

PRIMATI ARCIVESCOVI VESCOVI

E AGLI ALTRI ORDINARI LOCALI,

NONCHÈ A TUTTI I DILETTI FIGLI CRISTIANI

DEL MONDO CATTOLICO:

IN OCCASIONE DELLA CHIUSURA DELL’ANNO GIUBILARE.

PIO PP. XI

VENERABILI FRATELLI

SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE

Quando, or sono cinquant’anni, nel fiore dell’età fummo ordinati sacerdoti nella Basilica Lateranense, madre e centro di tutte le Chiese — ed in questi giorni specialmente il ricordo Ci commuove e soavemente Ci conforta — nessuno certamente avrebbe immaginato, e tanto meno Noi, che per arcano disegno della divina Provvidenza la Nostra umile persona sarebbe stata elevata a così alto fastigio, e che quel medesimo tempio sarebbe diventato un giorno la cattedrale del Nostro Episcopato romano. A questo proposito, mentre ammiriamo con animo dimesso la somma degnazione del Signor Nostro Gesù Cristo, Principe dei Pastori, verso di Noi, non potremo mai abbastanza degnamente esaltare i grandi benefìci con i quali Egli ha voluto confortare il suo Vicario in terra, quantunque immeritevole, durante il corso del suo Pontificato; tanto più che, quasi a coronamento di questi benefìci, Egli ha voluto che l’anno del Nostro giubileo sacerdotale fosse rallegrato da molti avvenimenti lieti e consolanti. Pertanto affinché quest’anno non trascorresse privo di frutti salutari — cioè, allo scopo di richiamare i fedeli alla santità dei costumi e la stessa società ad un più giusto apprezzamento dei beni spirituali, e conciliare con questi mezzi la misericordia divina verso la Chiesa militante — fin dal principio dell’anno, mossi da un sentimento di amore paterno, indicemmo per tutto l’Orbe cattolico un altro Anno Santo « extra ordinem » in forma di grande Giubileo. Ed oggi possiamo dire, che, con la grazia di Dio, le speranze che Noi riponevamo in questa santa crociata di preghiere, non solo non vennero deluse, ma anzi sono state pienamente soddisfatte. Ripensando infatti ai molti attestati di pietà e di gratitudine filiale, all’incremento che ha avuto la causa cattolica, ai celebri avvenimenti che si sono potuti compiere durante il corso di un solo anno, Ci sembra di poter dire ben a ragione che il benignissimo Iddio, dal quale « deriva ogni cosa ottima e ogni dono perfetto » [1], ha voluto che questo breve periodo di tempo apparisse a tutti veramente provvidenziale. Ci piace quindi oggi, quasi facendo il bilancio di questi dodici mesi, più diffusamente ricordare i grandi benefìci da Dio derivati al popolo cristiano, e ciò allo scopo di invitarvi tutti, Venerabili Fratelli, diletti figli, a ringraziare insieme con Noi l’Onnipotente, il quale, muovendo gli animi dei mortali con fortezza e soavità, dirige ai suoi scopi i tempi e gli avvenimenti. – E per cominciare da quelle cose, che appunto perché toccano più da vicino la Santa Sede e lo stesso governo della Chiesa affidato, per divina disposizione, al Sommo Pontefice, sembrano avere maggiore importanza delle altre, crediamo anzitutto opportuno ricordare alcuni tratti della Nostra prima Enciclica « Ubi arcano ». In essa Noi uscivamo in questo lamento: « Appena occorre dire con quanta pena all’amichevole convegno di tanti Stati vediamo mancare l’Italia, la carissima patria Nostra, il paese nel quale la mano di Dio, che regge il corso della storia, poneva e fissava la sede del suo Vicario in terra, in questa Roma che, da capitale del meraviglioso ma pur ristretto romano impero, veniva fatta da Lui la capitale del mondo intero, perché sede di una sovranità divina che, sorpassando ogni confine di nazioni e di Stati, tutti gli uomini e tutti i popoli abbraccia. Richiedono però l’origine e la natura divina di tale sovranità, richiede l’inviolabile diritto delle coscienze di milioni di fedeli di tutto il mondo, che questa stessa sovranità sacra sia ed appaia manifestamente indipendente e libera da ogni umana autorità o legge, sia pure una legge che annunci guarentigie ». – Dopo avere poi rinnovato da parte Nostra quelle proteste che i Nostri Predecessori, dopo l’occupazione dell’Urbe, onde tutelare ed affermare i diritti e la dignità della Sede Apostolica avevano successivamente fatto, e dopo aver proclamato l’impossibilità di restaurare la pace trascurando le ragioni della giustizia, aggiungevamo: « Spetta a Dio Onnipotente e misericordioso far sì che suoni finalmente questa lieta ora, feconda di tanto bene, sia per la restaurazione del Regno di Cristo, sia per un più giusto riordinamento delle cose d’Italia e di tutto il mondo; ma tocca agli uomini di buona volontà far sì che essa non suoni invano … ». Orbene, questo lietissimo giorno è finalmente spuntato ed è giunto prima di quanto comunemente si pensava, giacché le molte e gravi difficoltà, che lo impedivano, facevano credere quasi a tutti che fosse ancora molto lontano: è giunto, diciamo, con quelle Convenzioni che il Romano Pontefice e il Re d’Italia, per mezzo dei loro ministri plenipotenziari, stipularono nel Palazzo Lateranense — donde presero il nome — e quindi ratificarono in Vaticano. In tal modo abbiamo veduto finalmente terminare quell’intollerabile e ingiusta condizione di cose, in cui si trovava fino allora la Sede Apostolica, dato che, negata e contrastata con ogni mezzo la necessità del Principato civile, la continuità di questo era stata interrotta di fatto in maniera che il Romano Pontefice non appariva più nella sua legittima indipendenza. Non è qui il luogo di trattare in particolare le ragioni che Noi Ci siamo proposti nell’accingerCi a questa grave impresa, nello svolgere le trattative e nel condurle in porto; più di una volta infatti e non oscuramente, anzi con parole chiarissime, abbiamo esposto a quale unico scopo tendessero i Nostri propositi e i Nostri desideri, e cioè quali beni desiderassimo e sperassimo ardentemente, mentre, innalzate le Nostre assidue e fervide preghiere all’Altissimo, portavamo tutte le forze dell’animo Nostro alla soluzione dell’arduo problema. Questo però vogliamo, sia pure brevemente, accennare, e cioè che, assicurata la piena sovranità del Romano Pontefice, riconosciuti e solennemente sanciti i suoi diritti, e resa in tal modo all’Italia la pace di Cristo, nelle altre cose Noi Ci mostrammo paternamente benevoli e condiscendenti fin dove il dovere Ce lo permetteva. Apparve così anche più chiaramente, seppure ve ne era bisogno, come Noi, nel rivendicare i sacrosanti diritti della Sede Apostolica, conforme a quanto avevamo affermato nella surricordata Enciclica, mai eravamo stati mossi da vana cupidigia di un regno terreno, ma avevamo sempre avuto « pensieri di pace e non di afflizione ». Quanto poi al Concordato, che abbiamo parimenti stipulato e ratificato, come espressamente proclamammo, così oggi di nuovo affermiamo e proclamiamo che esso non si deve considerare come una tal quale garanzia del Trattato con cui si è definita la cosiddetta Questione Romana, ma sì bene devesi ritenere che ambedue — Trattato e Concordato — per l’identico principio fondamentale da cui derivano, formano un insieme talmente inscindibile e inseparabile, che o tutti e due restano, o ambedue necessariamente vengono meno. Pertanto, tutti i Cattolici del mondo, che tanto si preoccupavano della libertà del Romano Pontefice, accolsero questo memorabile avvenimento con un concorde plebiscito che si espresse ovunque in inni di ringraziamento a Dio e in attestati di congratulazioni a Noi rivolti. Ma grandissima soprattutto fu la gioia degli Italiani, alcuni dei quali, dopo la felice composizione dell’antico dissidio, deposero i vecchi pregiudizi verso la Sede Apostolica e riconciliarono la loro anima a Dio; e molti altri si rallegrarono perché non si poteva più ormai dubitare del loro amore di patria, come si faceva in passato quando i nemici della Chiesa non volevano credere a questo loro amore, per il fatto che essi si dichiaravano figli devoti del Pontefice. Tutti poi i Cattolici, italiani e stranieri, compresero che stavano per sorgere felicemente una nuova era ed un nuovo ordine di cose, soprattutto perché pensavano che, essendo state quelle convenzioni concluse nel 75° anno della definizione del dogma dell’Immacolata Concezione e precisamente firmate nel giorno in cui, pochi anni dopo, la Vergine Immacolata apparve nella Grotta di Lourdes, sembravano essere prese sotto il particolare patrocinio della Madre di Dio; e così pure essendo state ratificate nella festa del Sacro Cuore di Gesù Cristo pareva quasi che portassero il contrassegno della sua approvazione. E ciò ben a ragione; giacché se tutte le cose di comune consenso pattuite saranno coscienziosamente e con fedeltà portate ad effetto, come del resto è giusto sperare, non v’è dubbio che gli accordi stabiliti recheranno il massimo bene alla causa cattolica, alla patria nostra e a tutta l’umana famiglia. – Pertanto, dopo avere illustrato questo fausto avvenimento più diffusamente per la sua singolare importanza, crediamo che sia opportuno aggiungere almeno brevemente che per disposizione della divina Provvidenza abbiamo pure, durante quest’anno, potuto stipulare e ratificare con altre Nazioni altre convenzioni e trattati, che, mentre provvedono alla libertà della Chiesa, allo stesso tempo conferiscono non poco al bene degli Stati medesimi. Infatti, oltre la convenzione pattuita con la Repubblica del Portogallo (la quale consiste nello stabilire i confini e le prerogative della Diocesi di Meliapor) siamo venuti alla conclusione di un Concordato prima con la Romania, poi con la Prussia, in modo da evitare per l’avvenire ogni ragione di conflitto, ed in modo altresì da far convergere ambedue le potestà, civile e religiosa, in mutuo accordo verso il maggior bene del popolo cristiano. Certamente nella trattazione di queste convenzioni concordatarie non mancarono molte e gravi difficoltà, per il fatto che si trattava di stabilire secondo legge il regime della Chiesa Cattolica presso popoli in maggioranza acattolici; tuttavia riconosciamo volentieri che per superare queste difficoltà le pubbliche autorità di quelle Nazioni prestarono volonterosamente la loro opera. Se dunque, giunti al termine dell’anno, rivolgiamo all’intorno il Nostro sguardo, Ci rallegriamo sommamente nel vedere che molte Nazioni hanno già stretto, con una pubblica convenzione, relazioni di amicizia con questa Sede Apostolica, oppure si accingono alla trattazione o al rinnovo di un Concordato. E mentre proviamo profondo dolore al pensare che nelle vaste regioni dell’Europa Orientale ancor oggi infierisce la più terribile guerra non solo contro la Religione cristiana, ma altresì contro ogni diritto divino ed umano, Ci sentiamo d’altra parte grandemente confortati per il fatto che l’orribile persecuzione inflitta al clero e al popolo cattolico del Messico sembra ormai placata, in maniera da far fin da ora in qualche modo sperare che la sospirata pace non sarà molto lontana. Né minor diletto e consolazione Ci ha recato il vedere che, durante il corso di questo fausto anno giubilare, la Chiesa Orientale ha voluto mostrare ancora più stretti i vincoli di attaccamento con la Sede Apostolica, prendendo questa occasione per darCi aperta e pubblica testimonianza del suo ardente amore per l’unità della Chiesa; e in far ciò, i Nostri figli della Chiesa Orientale Ci hanno certamente voluto rendere un tributo di gratitudine, giacché Noi, dietro l’esempio dei Nostri Predecessori, abbiamo sempre nutrito per i popoli orientali grande benevolenza e carità. Ci hanno infatti inviato lettere piene di affetto e di venerazione, ed hanno manifestato con attestati pubblici e solenni la loro gioia e i loro rallegramenti; i Patriarchi ed i Vescovi di quelle Chiese, o personalmente o per mezzo di loro rappresentanti, si sono recati a farCi visita per testimoniare più chiaramente, anche a nome del gregge loro affidato, l’amore verso il supremo Pastore delle anime. Seguendo l’esempio dei Vescovi Armeni, che lo scorso anno tennero in Roma il loro convegno per discutere qui, presso la Cattedra di Pietro, circa gli opportuni provvedimenti con cui mitigare i mali che affliggono la loro Nazione, poco tempo fa i Vescovi Ruteni, che mai tutti insieme erano convenuti a Roma, hanno deciso di tenere le loro adunanze qui presso di Noi, quasi per dimostrare con la stessa scelta del luogo e del tempo, l’affettuoso attaccamento dell’intera Chiesa Rutena verso il Successore del Principe degli Apostoli. E il risultato delle loro adunanze fu veramente tale da soddisfare pienamente le Nostre speranze. Infatti trattarono in esse di questioni importantissime, sottoponendo a Noi, come si conviene, le loro deliberazioni; e cioè del corso degli studi per il giovane clero, dell’istituzione di Seminari Minori, dell’istruzione catechistica del popolo da svolgersi in un certo periodo di anni, del modo di concorrere alla codificazione del Diritto Canonico Orientale, e nei mezzi opportuni per promuovere fra i loro fedeli l’Azione Cattolica secondo le Nostre direttive; ed in tutte queste cose riconosciamo che essi non potevano prendere determinazioni più salutari per il loro clero e per il loro popolo. Benché le cose di cui abbiamo fin qui parlato sembrino di maggiore importanza e attirino più facilmente l’attenzione e l’ammirazione del pubblico, tuttavia pensiamo che non conferiscano meno al bene della Chiesa quelle opere e istituzioni che il Signore, quasi per colmare la Nostra letizia, Ci ha permesso, dandocene i mezzi, o di condurre a termine o almeno di cominciare durante quest’anno. E infatti, oltre le molte case canoniche fatte costruire in varie parrocchie per provvedere ad un più decoroso disimpegno dell’ufficio parrocchiale, ed oltre i Collegi Internazionali, che per i loro giovani alunni hanno edificato le Congregazioni religiose dei Servi di Maria e di San Francesco di Paola — Collegi che già si sono inaugurati ed hanno aperto i corsi scolastici — è certo che i Collegi fondati qui in Roma per la formazione culturale e religiosa del giovane clero in questo breve spazio di tempo sono stati tanti, che appena altrettanti si sarebbero potuti veder sorgere in un lungo periodo di anni: tali sono il nuovo Collegio di Propaganda Fide, quello Lombardo, quello Russo e quello per la Nazione Cecoslovacca, già finiti e completamente arredati. E non vogliamo tralasciare di accennare né alla nuova sede del Seminario Etiopico, che abbiamo voluto appositamente fosse edificata qui presso il Vaticano — né agli altri due di cui già si è posta la prima pietra — cioè al Collegio Ruteno e al Brasiliano — né infine alla nuova sede del Seminario Romano Vaticano, di cui saranno prossimamente iniziati i lavori. E a proposito di queste numerose e crescenti istituzioni, le quali tanto da vicino interessano la salvezza delle anime, che Cristo Redentore ha procurato con la effusione del suo sangue, Noi abbiamo la più grande fiducia che, col divino aiuto, esse otterranno questo salutare risultato, e cioè che avremo schiere più addestrate e più numerose di leviti per l’evangelizzazione dei popoli. E parimenti non v’è dubbio che questi nuovi leviti, i quali qui nel centro dell’orbe cattolico vengono educati alla purezza della dottrina di Cristo e si esercitano all’acquisto delle virtù sacerdotali, un giorno, divenuti sacerdoti e tornati ai loro paesi, si adopereranno validamente a rendere ancora più stretti i vincoli d’unione dei loro concittadini con la Sede Apostolica, oppure, se questi sono separati dalla Chiesa di Roma, a richiamarli a poco a poco all’antica unione con essa o, se ancora si trovano involti nelle tenebre e nell’ombra di morte, procureranno con ogni sforzo di recare loro la luce dell’evangelica verità, allargando sempre più i confini del regno di Cristo. E veramente la speranza di questi lieti frutti è per Noi di tanto conforto, che non possiamo abbastanza esaltare Colui che Ci ha dato tanta consolazione e Ci ha concesso di portare a compimento queste grandi cose per il bene della Chiesa. – Vogliamo poi anche, Venerabili Fratelli e diletti figli, ricordare insieme a voi altri avvenimenti, che per divina disposizione hanno reso quest’anno ancor più memorabile; abbiamo detto per divina disposizione, giacché niente può avvenire a caso, essendo tutte queste cose da Dio ordinate e regolate. Poiché infatti gli uomini, per la loro stessa natura, al compiersi di certi periodi di anni più volentieri si soffermano a ricordare benefìci già da Dio destinati alla cristiana società, e ne traggono incitamento a proseguire con alacrità maggiore la via intrapresa, così è avvenuto che i fedeli durante questi dodici mesi hanno preso tutte le occasioni di quel genere che loro si presentarono per indirizzare l’espressione della loro gratitudine e del loro amore verso Iddio Ottimo Massimo e verso il Padre comune in queste particolari circostanze. E da parte Nostra, per ricambiare con paterno animo tali attestati di filiale pietà, volemmo essere presenti a queste solenni celebrazioni e renderle ancor più splendide, inviando a questo scopo le Nostre Lettere e i Nostri Legati. Così questa Apostolica Sede non poteva non favorire la insigne famiglia del Padre e Legislatore San Benedetto, mentre essa si preparava a commemorare il secolo decimo quarto dalla fondazione dell’Archicenobio Cassinese « principale palestra della regola monastica » [2] e tanto benemerito e da sì lungo tempo verso la stessa Santa Sede non meno che verso la umana civiltà. E ciò dicendo e ripetendo, diciamo cosa non soltanto conosciutissima dai dotti e dagli eruditi, ma divulgata oggi anche in mezzo al popolo che si è ormai formato di tali meriti un giusto concetto. Infatti, non solamente al popolo, in particolare nella nostra Italia, si suole ripetere in esempi la massima del santissimo Patriarca, « ora et labora », ma non v’è chi ignori che i monaci dell’Archicenobio, e con essi tutti gli altri della famiglia di San Benedetto, promossero le belle arti e trasmisero in perpetuo alla posterità i monumenti della umana non meno che della divina sapienza, e inviarono predicatori del Vangelo in regioni anche lontanissime con tale vantaggio della Fede cristiana e della civiltà che il Nostro Predecessore Pio X, di felice memoria, volendo brevemente sì, ma efficacemente insieme esprimere i meriti acquistatisi dal monastero Cassinese, poté dire con giusta ragione « che i suoi fasti sono in gran parte la storia stessa della Chiesa Romana » [3]. Per la qual cosa non è da meravigliarsi se, in occasione delle feste celebrate nella vetustissima Arciabbazia, tanti visitatori da ogni parte facessero a gara per salire a quel sacro monte e venerarvi le memorie del Santo Padre Benedetto e purificare con la penitenza le anime loro. – Alquanto meno lontano nella storia della Chiesa è l’avvenimento celebrato a Stoccolma, città capitale della Svezia, con insolito splendore per quanto era concesso, dato il numero dei cattolici: la venuta di Sant’Ansgario, che mille e cento anni or sono approdò nella Svezia, dopo avere con instancabile zelo evangelizzato la Danimarca. Fu celebrato un triduo solenne; vi assistevano, rappresentanti, se così può dirsi, di quattordici nazioni diverse, due Cardinali, alcuni Vescovi e Abbati dell’Ordine di San Benedetto e più di mille fedeli; vi furono tenuti discorsi sulle opere compiute da Ansgario e sul suo mirabile apostolato secondo le più recenti ricerche: vi furono lette, fra il comune plauso, le lettere che avevamo mandate con la Nostra benedizione; tutti i convenuti furono ricevuti con grande onore nella stessa sede municipale di Stoccolma; a Noi e al Re di Svezia furono inviati messaggi con ossequi ed auguri. E questa commemorazione centenaria non deve parere di poca importanza, se si pensa che fino a settanta anni addietro le cose procedevano nella Svezia così contrarie alla religione Cattolica che il passaggio alla Chiesa Romana era ancora punito con l’esilio e con la perdita dello stesso diritto di eredità. A tale proposito giova qui ricordare che in quei paesi, recentemente, abbracciarono la religione cattolica diversi fra donne e uomini dei più colti, e in Islanda, che dipende dalla Danimarca, quest’anno medesimo l’E.mo Cardinale Prefetto della Congregazione di Propaganda Fide felicemente dedicò la nuova Chiesa Cattedrale. Pertanto fra i benefìci divini di quest’anno annoveriamo pure la lieta speranza da Noi nutrita che, auspice Sant’Ansgario, da qui innanzi molto più copiosa sarà la messe che raccoglieranno i Vicari Apostolici, i sacerdoti, i religiosi dell’uno e dell’altro sesso che spargono i loro sudori in quella sì ampia parte della vigna del Signore. Come poi avevamo inviato a Montecassino, quale nostro rappresentante, un Eminentissimo Cardinale che assistesse alle solennità ivi celebrate, così anche ordinammo che un Nostro legato « a latere », scelto pure nel Sacro Collegio, si recasse in Francia dove si commemorava l’anniversario cinque volte secolare del giorno in cui Giovanna d’Arco, vergine santissima e tanto benemerita della sua nazione, era entrata trionfalmente nella città d’Orléans. E perché la memoria e il ricordo di tale trionfo riuscissero a tutti i cittadini più graditi e ai Cattolici più fruttuosi, dovette certamente giovare la quasi presenza Nostra nella persona del legato. – Credemmo pure dovere del Nostro ufficio intervenire per mezzo del Nostro Nunzio Apostolico alle feste con cui i sudditi della repubblica Cecoslovacca celebrarono il secondo centenario della canonizzazione di San Giovanni Nepomuceno e specialmente il millenario dalla morte di San Venceslao, inclito duca di Boemia e Patrono celeste della stessa Repubblica, ucciso per mano del fratello. Come poi abbiamo detto nella recente Allocuzione Concistoriale, apprendemmo con grande letizia che alle feste celebrate in onore del Martire Venceslao presero parte non solamente cittadini e forestieri in grandissimo numero, ma gli uomini stessi del Governo e i principali della Repubblica. Ora di un così comune fervore di animi come non dovevamo Noi rallegrarCi? Infatti ai pubblici sconvolgimenti che, dopo cessata la guerra immane, avevano condotto ad estremo pericolo l’unità e l’azione cattolica, susseguivano in quei giorni una grande pace e serenità, ed una tale condizione di vita pubblica sembrava incominciata, quale, al sopraggiungere delle feste, Noi avevamo supplicato da Dio che di fatto incominciasse, e col patrocinio e intercessione di San Venceslao si mantenesse in avvenire. Oh! se gli eventi rispondessero a questi Nostri desideri! perché non v’è chi non intenda quanto gioverebbe alla vera prosperità di quella nazione l’opera concorde delle due potestà, ecclesiastica e civile.

Mirabile poi Ci è parso il modo col quale i figli a Noi carissimi d’Inghilterra, di Scozia e d’Irlanda, a nessuno secondi nell’attaccamento fervido alla propria fede e nell’ardore della pietà, hanno fatto onore al cinquantesimo anno del Nostro sacerdozio. Con un apparato quanto mai splendido e un concorso, che ha dell’incredibile, di popolo venuto da ogni parte, si è commemorato il compimento di un secolo da che i Cattolici, che in altri tempi erano perseguitati e ferocemente maltrattati e che ancor più tardi, in tempi un poco migliori, rimasero esclusi dai diritti civili, finalmente per pubblico riconoscimento, rientrarono in quei diritti e riebbero la libertà di professare la propria Religione. E con molto piacere abbiamo visto che gl’Inglesi, gli Scozzesi e gl’Irlandesi hanno celebrato tali solennità, non come se, col ricordare antichi fatti, accusassero qualcuno delle passate ingiustizie, ma studiando piuttosto come dirigere la libertà ricuperata, prima in parte e poi in più ampia misura, sia nell’osservanza più fedele e nella più larga dilatazione della legge di Cristo, sia nel bene della pubblica cosa, naturalmente con la debita sottomissione al potere civile. Né fu una sola la causa che Ci indusse a voler per Noi una parte non piccola nella celebrazione centenaria dell’evento; poiché se è sempre conveniente che il Vicario di Gesù Cristo si associ alla letizia santa dei figli, molto più ciò lo era in questa congiuntura, ricorrendo la memoria del termine finalmente posto alle pene che i generosi e nobilissimi avi di quei cattolici avevano con costanza e valore sostenute per la difesa della propria fede e della loro unione alla Chiesa Romana. Anzi, per bontà di Dio Ci toccò in sorte di accrescere la letizia dei Nostri figli d’Inghilterra, di Scozia e d’Irlanda con solennità rispondenti a quelle da essi celebrate. Infatti, dopo avere con rigore esaminato ogni cosa conforme alle regole, inserimmo, non è molto, nell’albo dei Beati quella valorosa schiera di uomini che nella ricordata lunga persecuzione contro i cattolici avevano qui combattuto, non in uno stesso tempo, ma per la stessa causa di Cristo e della Chiesa, e ciò in virtù di quella medesima autorità Pontificia, per difendere la quale essi avevano incontrato l’illustre martirio. E così avvenne che il cinquantesimo anno del Nostro sacerdozio, a cui erano già stati di tanto ornamento gli onori decretati al beato martire Cosma da Carbognano, Armeno zelantissimo dell’unità ecclesiastica sino allo spargimento del sangue, s’affrettasse al suo termine ancor più adorno per la riconosciuta palma del martirio a così numerose vittime e per il culto ad esse tributato. Che una forza e una virtù perenne dello Spirito Santo s’insinuino e scorrano per le vene, diciamo così, della Chiesa, appare manifesto dalla stessa compiuta vittoria di questi martiri. Ma non fu ciò chiaro anche quando nel mese di giugno proponemmo al culto e all’imitazione dei fedeli altri eroi di santità? Basta poi appena accennare a quanta moltitudine di cittadini e di forestieri hanno venerato con Noi, nella maestà della Basilica Vaticana, i recentemente beatificati: cioè Claudio de la Colombière, quell’illustre figlio della Compagnia di Gesù, che Gesù stesso non solo chiamò « servo fedele » e lo destinò consigliere di Margherita Maria Alacoque, ma anche gli affidò l’incarico di propagare il culto verso il suo Cuore in mezzo al popolo cristiano; Teresa Margherita Redi, Carmelitana, di famiglia Fiorentina e fiore di gioventù e d’innocenza; Francesco Maria da Camporosso, quel religioso Cappuccino, il quale, può dirsi del tempo nostro, avendo per quaranta anni fatto l’ufficio di questuante, con l’esempio della sua vita intemerata, con consigli pieni di una celeste prudenza e con esortazioni soavissime alla santità, parve sia al popolo sia agli ottimati così somigliante a San Francesco d’Assisi che i Genovesi, dopo averlo amato e onorato vivo, anche morto l’hanno fatto segno sin qui di grato ricordo e di venerazione. In qual modo potremmo poi descrivere la consolazione di cui fummo inondati, quando, dopo aver ascritto Giovanni Bosco tra i beati, lo venerammo pubblicamente nella medesima Basilica Vaticana? Giacché richiamando la cara memoria di quegli anni nei quali, all’alba del sacerdozio, godemmo della sapiente conversazione di tanto uomo, ammiravamo la misericordia di Dio veramente « mirabile nei Santi suoi » per aver opposto il beato così a lungo e così provvidenzialmente ad uomini settari e nefasti, tutti intesi a scalzare la religione cristiana e a deprimere con accuse e contumelie la suprema autorità del Romano Pontefice. Egli infatti, che da giovinetto era solito convocare altri della sua età per pregare insieme e per ammaestrarli negli elementi della dottrina cristiana, dopo che divenne sacerdote prese a rivolgere tutti i suoi pensieri e sollecitudini alla salvezza della gioventù che più era esposta agli inganni dei malvagi; ad attrarre a sé i giovani, tenendoli lontani dai pericoli, istruendoli nei precetti della legge evangelica e formandoli alla integrità dei costumi; ad associarsi compagni per ampliare tanta opera e ciò con sì lieto successo, da procacciare alla Chiesa una nuova e foltissima schiera di militi di Cristo; a fondare collegi ed officine per istruire i giovani negli studi e nelle arti fra noi e all’estero; e infine a mandare gran numero di missionari a propagare tra gl’infedeli il regno di Cristo. Ripensando Noi a queste cose durante quella visita alla basilica di San Pietro, non solo riflettevamo con quali opportuni aiuti il Signore, specialmente nelle avversità, sia solito soccorrere e rinvigorire la sua Chiesa, ma anche Ci veniva in mente come per una speciale provvidenza dell’Autore di tutti i beni fosse avvenuto che il primo a cui decretammo gli onori celesti, dopo che avevamo concluso il patto della desideratissima pace con il Regno d’Italia, fosse Giovanni Bosco, il quale, deplorando fortemente i violati diritti della Sede Apostolica, più volte si era adoperato perché, reintegrati tali diritti, si componesse amichevolmente il dolorosissimo dissidio per il quale l’Italia era stata strappata al paterno amplesso del Pontefice. – Ed ora, Venerabili Fratelli e figli carissimi, dobbiamo pure accennare qualche cosa dello stragrande numero di Cattolici che, pellegrini, vennero a Roma nel corso dell’anno, benché quasi non vi sia ragione di chiamarli pellegrini o stranieri, poiché nessuno può considerarsi estraneo nella casa del Padre comune. Avemmo davvero innanzi agli occhi uno spettacolo a Noi graditissimo per vari titoli. Infatti, proprio il consenso di tante nazioni, pur fra loro divise per indole, sentimenti, costumi, nella stessa fede e nella stessa venerazione al supremo Pastore delle anime, non proclamava pubblicamente e apertamente l’unità e l’universalità, che il divino Fondatore volle impresse nella sua Chiesa, come note a lei proprie? Ma si può dire che in alcuni tempi dell’anno non sorse giorno in cui Roma non vedesse affluire e piamente visitare i suoi più illustri templi, schiere di fedeli accorsi dalle diocesi d’Italia, dalle altre nazioni di Europa e persino dalle regioni separate dalla quasi infinita distesa dell’Oceano. Né si deve tacere che i cittadini di Roma, i quali sono più vicini al Romano Pontefice, loro Vescovo, non si lasciarono vincere dai pellegrini e dagli stranieri in questa gara, come nelle frequenti processioni per la visita delle Basiliche, al fine di acquistare il giubileo offerto al mondo cattolico. Di questi figli della Nostra diocesi convenne così grande numero, il primo dicembre, nella basilica di San Pietro, per ottenervi il perdono giubilare, che forse Noi non vedemmo mai tanto gremito il vastissimo tempio. E ad essi tutti, che supplicavano in folla di venire a Noi, ben volentieri accondiscendendo, molto fummo allietati della loro presenza; le parecchie migliaia di uomini, e specialmente di giovani, che ammettemmo, gli uni dopo gli altri, prestarono orecchio alle Nostre parole con tale attenzione e, per così dire, impeto di affetto, manifestarono l’amore ardentissimo, che a Noi li portava, con tali grida di plauso, che Noi tenemmo per certo di avere realmente ottenuto quanto Ci eravamo proposto nell’indire un nuovo anno santo. Infatti, come in principio notammo, non ad altro miravamo Noi, che ad aprire felicemente la via ad una più profonda emendazione dei costumi privati e pubblici, risvegliando a maggior fervore la fede e la pietà nel popolo cristiano, poiché, secondo la sentenza del Nostro predecessore Leone XIII di f.m., «Quanto più gli individui cresceranno nella perfezione, tanto maggiore onestà e virtù dovrà necessariamente risplendere nei pubblici costumi e nella vita sociale ». Orbene, quanti splendidi esempi di pietà e di virtù non vedemmo dati nel corso dell’anno, con la nobile gara sorta ovunque tra i fedeli per attingere le ricchezze, che durano eterne, dal sacro deposito a Noi affidato e da Noi aperto con paterna generosità, mentre pure intorno non mancava chi faceva mostra di leggerezza e di cupidigia dei beni terreni? Tutti costoro, e primi quelli che, sebbene potessero più facilmente valersi in patria dei mezzi di salvezza loro offerti, preferirono invece sopportare gl’incomodi e le spese del viaggio, non proclamavano essi col fatto che vi sono dei beni superiori assai a questi beni vani e passeggeri del mondo e più degni di un’anima immortale, all’acquisto dei quali dobbiamo perciò tendere con più intenso desiderio? A questa consolazione se ne aggiunse un’altra: cioè, dai quasi quotidiani Nostri colloqui con tanta moltitudine di figli potemmo constatare che essi molto generosamente oggi si adoperano con ogni mezzo per consolidare il regno di Cristo nelle nazioni cattoliche o per introdurlo tra i popoli ignari della dottrina e della civiltà nostra. Ne seguirono in quest’anno nuovi incrementi dell’azione cattolica, diretta ad aiutare e sostenere l’apostolato del clero, e si ebbero più abbondanti offerte per l’opera dei missionari: e qui diamo ogni lode alla pia liberalità di coloro che, a ricordo di questo Nostro fausto giubileo, offrirono a Noi in gran copia suppellettile varia e vasi e ornamenti sacri ad uso delle Missioni. – Infine, il desiderio che manifestammo nell’esordire, Venerabili Fratelli e figli carissimi, ve lo ripetiamo nel terminare la Nostra lettera: cioè che insieme con Noi ringraziate assai Iddio, perché, avendoCi concesso tanto lungo decorso di vita sacerdotale, Ci sostenne con efficacissimi aiuti e Ci sollevò con ogni genere di conforti, specialmente in quest’anno. Ma, dopo avere attribuito a Dio, come è giusto, un così grande cumulo di benefìci ringraziamo vivamente anche coloro che Egli adoperò, nella sua benigna provvidenza, quali strumenti per colmarCi di tanti favori: diciamo i capi di governo, che manifestarono la loro deferente benevolenza verso di noi, regalandoCi doni preziosi e rendendo più facile la venuta a Noi dei loro concittadini; diciamo tutta la grande famiglia dei cattolici, che l’offerta indulgenza plenaria lucrarono sia in patria sia in Roma, dando splendide testimonianze della loro fede e pietà non solo al Padre comune, ma anche a tutti gli altri fedeli. E questi frutti di virtù, come potrebbero venire meno ed affievolirsi con il passare del tempo? Ché anzi, mentre supplichiamo a tale scopo il divino Fondatore e reggitore del genere umano, speriamo che, mitigati dalla cristiana carità dappertutto i dissidi dei partiti e regolati secondo i precetti evangelici i costumi privati e pubblici, i cittadini conserveranno intatta tale concordia tra di loro e con la potestà civile, e si mostreranno allo sguardo di tutti ornati di tali virtù da compiere felicemente il corso del terreno pellegrinaggio alla patria celeste. – Quanti da varie parti e più volte Ci pregarono nei mesi scorsi di prolungare alquanto la letizia di tali frutti spirituali, chiesero una cosa che non si suole normalmente concedere, ma che siamo spinti a consentire, indotti dalla Nostra sollecitudine per il bene comune e dal desiderio di manifestare più ampiamente la Nostra gratitudine. Perciò, con la Nostra autorità apostolica proroghiamo, nonostante qualunque cosa in contrario, a tutto il mese di giugno del prossimo anno 1930, quello stesso pienissimo perdono dei peccati, da lucrarsi alle stesse condizioni, che largimmo il 6 gennaio, indicendo un secondo anno santo « extra ordinem » con la Costituzione Apostolica « Auspicantibus Nobis ».

Frattanto, auspice di quella pace che Gesù Cristo nascendo portò agli uomini, ed insieme quale testimone della paterna Nostra benevolenza, a voi, Venerabili Fratelli e figli carissimi, impartiamo di cuore l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 23 dicembre 1929, anno ottavo del Nostro Pontificato.

DOMENICA SECONDA DOPO PASQUA (2022)

DOMENICA II DOPO PASQUA (2022)

Semidoppio. – Paramenti bianchi.

Questa Domenica è chiamata la Domenica del Buon Pastore (Questa parabola fu da Gesù pronunziata il terzo anno del suo ministero pubblico allorché, alla festa dei Tabernacoli, aveva guarito a Gerusalemme il cieco nato. Questi è dai Giudei cacciato dalla Sinagoga, ma Gesù gli offre la sua Chiesa come asilo e paragona i farisei ai falsi pastori che abbandonano il loro gregge). Infatti, San Pietro, che Gesù risuscitato ha costituito capo e Pastore della sua Chiesa, ci dice nell’Epistola che Gesù Cristo è il pastore delle anime, che erano come pecore erranti. Egli è venuto per dare la propria vita per esse ed esse gli si sono strette intorno. Il Vangelo ci narra la parabola del Buon Pastore che difende le pecore contro gli assalti del lupo e le preserva dalla morte (Or.), e annunzia pure che i pagani si uniranno agli Ebrei dell’Antica Legge e formeranno una sola Chiesa e un solo gregge sotto un medesimo Pastore. Gesù le riconosce per sue pecorelle ed esse, come i discepoli di Emmaus « i cui occhi si aprirono alla frazione del pane » (Vang., 1° All., S. Leone, lezione V), riconoscono a loro volta, all’altare ove il sacerdote consacra l’Ostia, memoriale della passione, che Gesù « il Buon Pastore che ha dato la sua vita per pascer le pecorelle col suo Corpo e col suo Sangue » (S. Gregorio, lezione VII). Levando allora il loro sguardo su Lui (Off.), esse gli esprimono la loro riconoscenza per la sua grande misericordia (Intr.). « In questi giorni, dice S. Leone, Io Spirito si è diffuso su tutti gli Apostoli per l’insufflazione del Signore e in questi giorni il Beato Apostolo Pietro, innalzato sopra tutti gli altri, si è sentito affidare, dopo le chiavi del regno, la cura del gregge del Signore » (2° Notturno). È questo il preludio alla fondazione della Chiesa. Stringiamoci dunque intorno al divino Pastore delle anime nostre, nascosto nell’Eucarestia, e di cui il Papa, Pastore della Chiesa universale, è il rappresentante visibile.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXXII: 5-6. Misericórdia Dómini plena est terra, allelúja: verbo Dómini cœli firmáti sunt, allelúja, allelúja.

[Della misericordia del Signore è piena la terra, allelúia: la parola del Signore creò i cieli, allelúia, allelúia.]

Ps XXXII: 1. Exsultáte, justi, in Dómino: rectos decet collaudátio.

[Esultate, o giusti, nel Signore: ai buoni si addice il lodarlo.]

Misericórdia Dómini plena est terra, allelúja: verbo Dómini cœli firmáti sunt, allelúja, allelúja.

[Della misericordia del Signore è piena la terra, allelúja: la parola del Signore creò i cieli, allelúia, allelúia.]

Oratio

Orémus.

Deus, qui in Filii tui humilitate jacéntem mundum erexísti: fidelibus tuis perpétuam concéde lætítiam; ut, quos perpétuæ mortis eripuísti casibus, gaudiis fácias perfrui sempitérnis.

[O Dio, che per mezzo dell’umiltà del tuo Figlio rialzasti il mondo caduto, concedi ai tuoi fedeli perpetua letizia, e coloro che strappasti al pericolo di una morte eterna fa che fruiscano dei gàudii sempiterni].

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Petri Apóstoli. [1 Petri II: 21-25]

Caríssimi: Christus passus est pro nobis, vobis relínquens exémplum, ut sequámini vestígia ejus. Qui peccátum non fecit, nec invéntus est dolus in ore ejus: qui cum male dicerétur, non maledicébat: cum paterétur, non comminabátur: tradébat autem judicánti se injúste: qui peccáta nostra ipse pértulit in córpore suo super lignum: ut, peccátis mórtui, justítiæ vivámus: cujus livóre sanáti estis. Erátis enim sicut oves errántes, sed convérsi estis nunc ad pastórem et epíscopum animárum vestrárum.

[Caríssimi: Cristo ha sofferto per noi, lasciandovi un esempio, affinché camminiate sulle sue tracce. Infatti Egli mai commise peccato e sulla sua bocca non fu trovata giammai frode: maledetto non malediceva, maltrattato non minacciava, ma si abbandonava nelle mani di chi ingiustamente lo giudicava; egli nel suo corpo ha portato sulla croce i nostri peccati, affinché, morti al peccato, viviamo per la giustizia. Mediante le sue piaghe voi siete stati sanati. Poiché eravate come pecore disperse, ma adesso siete ritornati al Pastore, custode delle anime vostre].

In queste due parole « mors et vita » si compendia tutta la storia dell’umanità, individua e sociale. Due parole che si integrano a vicenda pur sembrando diametralmente contrarie, parole la cui sovrana importanza dal campo fisiologico si riverbera nel mondo spirituale. Che cosa è il Cristianesimo? Dottrina di vita, o dottrina di morte? Amici e nemici hanno agitato il problema, delicato e difficile anche per la varietà dei suoi aspetti, grazie ai quali quando fu imprecato al Cristianesimo dai neo pagani, come a dottrina velenosa e deprimente di morte, si poté rispondere e si rispose da parte nostra, rivendicando al Cristianesimo l’amore, il culto della vita; e quando invece da noi si esalta la dinamica vitale del Cristianesimo, si poté e si può dagli avversari rammentare tutto un insieme cristiano di austere parole di morte. La soluzione dell’enigma ce la dà San Pietro nella Epistola odierna. Il Cristianesimo è tutto insieme un panegirico di vita e un elogio di morte; ci invita a respirare la vita a larghi polmoni, ci invita ad accettare quel limite immanente della vita che è la morte. Tutto sta nel determinare bene: a che cosa dobbiamo morire per essere Cristiani? e a che cosa dobbiamo rinascere? Ce lo dice San Pietro in due parole dopo averci rimesso davanti l’esempio di N. S. Gesù Cristo, che prese sopra di sé i nostri peccati, espiandoli in « corpore suo super lignum. » Noi Cristiani dobbiamo morire al peccato, vivere alla giustizia. Morire al peccato, come chi dicesse morire alla morte, negare la negazione. Negare la negazione è la formula scultoria della affermazione. Morire alla morte è formula di vita…. e noi dobbiamo morire al peccato, cominciando dal convincerci che il peccato è morte, e che quindi si vive davvero morendo a lui. Purtroppo, il grande guaio è la riputazione che il peccato si è venuto usurpando. Il male morale si è usurpato una fama di cosa viva e vivificatrice. Noi viviamo, dicono con orgogliosa e fatua sicurezza quelli che si godono la vita e cioè la sfruttano, la sciupano, quelli che lasciano la briglia sciolta a tutte le passioni, non escluse le più vergognose e mortifere. Noi viviamo, dicono i seguaci del mondo; i loro divertimenti, le loro dissipazioni, i loro giochi, i loro folli amori, le loro vanità gonfie e vuote, tutto questo chiamano vita, esaltano come se fosse veramente tale. E della vita tutto questo simula le apparenze. Ma è febbre, calore sì, ma calore morboso; troppo calore… anche il precipitare è un moto, ma chi vorrebbe muoversi a quel modo? chi vorrebbe considerare come forma classica di moto il precipitare, la corsa pazza d’una automobile priva dei suoi freni? Così si muovono, così vivono i mondani. A guardar bene, sono come quei prodighi che vivono mangiando il capitale. Bella forma di economia! Il peccato ci logora, ci sciupa; è usura, logoramento delle nostre risorse più vitali. Così in realtà chi vive nel peccato, muore ogni giorno più alla vera vita. Chi folle, persegue l’errore, atrofizza, a poco a poco, quella capacità di rintracciar il vero che solo merita il nome di intelligenza, di vita intellettuale. Chi ama il fango, la materia, paralizza, a poco a poco, quella capacità di amare spiritualmente che è la vera forma di amare. Il programma della nostra vita cristiana deve essere un altro, tutt’altro; vivere per la giustizia. Gesù Cristo voleva che la giustizia fosse per noi cibo e bevanda. Beati quelli e solo quelli che hanno fame e sete di giustizia. Questo ardore per la giustizia è nell’uomo vita vera e duratura. Parola sintetica quella parola giustizia: tutto ciò che è diritto, che è vero, che è alto, che è dovere nostro, volontà di Dio. In questo mondo superiore devono appuntarsi le nostre volontà, dirigersi i nostri sforzi. Lì è vita, la forza, l’entusiasmo, la gioia vera, umana. Il cristianesimo ci ha fatto sentire la nostra vocazione autentica. Siamo una razza divina. Le razze inferiori possono vivere di cose basse: le superiori solo di cose alte. Razza divina, noi abbiamo bisogno proprio di questo cibo divino che è la giustizia. Di questo, con questo viviamo. Senza di esso, fuori di esso è la morte.

(G. Semeria: Epistole della Domenica – Milano – 1939)

Alleluja

Allelúja, allelúja Luc XXIV: 35.

Cognovérunt discípuli Dóminum Jesum in fractióne panis. Allelúja

[I discepoli riconobbero il Signore Gesú alla frazione del pane. Allelúia].

Joannes X: 14. Ego sum pastor bonus: et cognósco oves meas, et cognóscunt me meæ. Allelúja.

[Io sono il buon Pastore e conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum S. Joánnem.

Joann X: 11-16.

“In illo témpore: Dixit Jesus pharisæis: Ego sum pastor bonus. Bonus pastor ánimam suam dat pro óvibus suis. Mercennárius autem et qui non est pastor, cujus non sunt oves própriæ, videt lupum veniéntem, et dimíttit oves et fugit: et lupus rapit et dispérgit oves: mercennárius autem fugit, quia mercennárius est et non pértinet ad eum de óvibus. Ego sum pastor bonus: et cognósco meas et cognóscunt me meæ. Sicut novit me Pater, et ego agnósco Patrem, et ánimam meam pono pro óvibus meis. Et alias oves hábeo, quæ non sunt ex hoc ovili: et illas opórtet me addúcere, et vocem meam áudient, et fiet unum ovíle et unus pastor”.

(“In quel tempo Gesù disse ai Farisei: Io sono il buon Pastore. Il buon Pastore dà la vita per le sue pecorelle. Il mercenario poi, o quei che non è pastore, di cui proprie non sono le pecorelle, vede venire il lupo, e lascia lo pecorelle, e fugge; e il lupo rapisce, e disperde le pecorelle: il mercenario fugge, perché è mercenario, e non gli cale delle pecorelle. Io sono il buon Pastore; e conosco le mie, e le mie conoscono me. Come il Padre conosce me, anch’io conosco il Padre: e do la mia vita per le mie pecorelle. E ho dell’altre pecorelle, le quali non sono di questa greggia: anche queste fa d’uopo che io raduni: e ascolteranno la mia voce, e sarà un solo gregge e un solo pastore”.)

OMELIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956.

LE BUONE PECORELLE

La pastorizia era molto diffusa in Palestina al tempo di Gesù. Vaste torme di pecore pascolavano sui dorsi delle colline, e durante la notte venivano rinchiuse in recinti circondati da un basso muricciolo di pietre a secco. Un guardiano solo custodiva molti greggi riuniti insieme, finché al mattino venivano i pastori e ciascun chiamava le proprie pecore e le conduceva a pascolare con sé. Capitava in certe notti, che il ladro desse la scalata al muretto di cinta; o anche, che il lupo affamato balzasse nel chiuso a divorare qualche pecora. Allora il guardiano, se poteva, gridava, e difendeva il gregge; ma se c’era da rischiare la propria pelle, fuggiva al sicuro. E le pecore? peggio per loro e per il loro padrone! Del resto non era certo per amor delle pecore che i pastori le allevavano e le ingrassavano: ma per spogliarle della lana con cui si facevano un soffice vestito; per venderle e guadagnarsi soldi; per ucciderle e mangiarne la carne. No; non così è il pastore Gesù. Se vede il ladro o il lupo venire non fugge, ma l’affronta. Ama le sue pecorelle: cerca quella che è perduta, riconduce quella che è smarrita, fascia quella che è ferita, consola quella che è malata. Di tutti i pastori è il solo che non uccide, ma dà la propria vita per le pecore. Perciò Egli solo poté dire con verità: « Io sono il buon Pastore: il buon pastore che dà la vita per le sue pecorelle ». Tre segni ha dato il buon Pastore per distinguere le sue buone pecorelle: le mie pecorelle mi riconoscono (Giov., X, 14); le mie pecorelle ascoltano la mia voce (Giov., X, 16); le mie pecorelle mi seguono (Giov., X, 4).Esaminiamo ciascuna di queste caratteristiche, per conoscere se apparteniamo al suo gregge. 1 – LE MIE PECORELLE MI RICONOSCONO. C’è una misteriosa forza che fa volgere l’ago calamitato alla stella polare, come c’è un segreto istinto che guida i bambini a distinguere la loro madre fra tutte le donne; così la fede nel cuore del Cristiano sincero pone una dolce attrazione verso Gesù Cristo, ed una capacità speciale di riconoscerlo quando egli è nascosto – Lo riconosce nascosto nella Gerarchia della Chiesa: nel Papa, nel Vescovo, nel Parroco, nel Sacerdote. Perciò li ama, li venera, li difende, prega per loro. Se essi soffrono, egli pure soffre con loro; se si rallegrano, egli pure si rallegra con loro, e sente con la Chiesa, perché vive e sente con Gesù.  — Lo riconosce nascosto nel prossimo, specialmente nei poveri, negli ammalati nei sofferenti. Non ha forse detto il Signore che chi dà un bicchiere d’acqua a un assetato lo dà a Lui; chi soccorre il bisognoso soccorre Lui; chi assiste un ammalato assiste Lui; chi consola un cuore addolorato consola il suo cuore.  — Lo riconosce nascosto nella santa Eucaristia. Il tabernacolo è come la capanna di Betlemme dove l’Eterno Pastore nacque. Là era avvolto da pochi panni, qui nel tabernacolo è fasciato dalle bianche apparenze del pane. Le campane se chiamano alla Messa e alle funzioni parrocchiali sono la voce degli Angeli osannanti e ancora invitanti ad adorare il Signore. La lampada dell’altare è l’immagine della stella che indicò ai Magi il luogo dove si trovava Gesù. Essa accesa e palpitante indica a chiunque entra che nella chiesa c’è Qualcuno, c’è il buon Pastore. 2 – LE MIE PECORELLE ASCOLTANO LA MIA VOCE. Appena veniva giorno, i pastori della Palestina andavano sulla porta del recinto, ciascuno chiamava le sue pecore. Ogni pecora conosceva la voce del suo pastore, e non si muoveva se non a quel noto ed atteso richiamo. In questa giornata del mondo, in cui ci è toccato di vivere, che confusione di voci e di richiami! Quanti falsi pastori lanciano il loro grido, e quante pecore illuse lo raccolsero. Le pecorelle illuse hanno dimenticato la voce del loro pastore: cioè hanno dimenticato il Catechismo studiato da bambini, non ricordano più che qualche breve preghiera; non frequentano mai la spiegazione della dottrina cristiana; non leggono la buona stampa. S. Paolo ad evitare traviamenti aveva dato ai primi Cristiani una regola tanto utile e sicura: «Se qualcuno vi annunziasse un Vangelo diverso da quello che vi ho predicato, fosse anche un angelo, non credetegli, ché vi inganna ». Ma ora per molti questa regola non basta più. Come fanno a sapere se una dottrina è contraria al Vangelo di Gesù Cristo, se l’hanno dimenticato? Così restano facile preda d’ogni falso profeta e pastore che li incanti con splendide promesse di libertà e di piacere. Invece le buone pecorelle ascoltano la voce del buon pastore e la distinguono tra mille. Che cosa dice questa voce? « Beati i poveri »: quelli cioè che non vivono per la ricchezza della terra, ma per la gloria di Dio; quelli che sanno sopportare in pace le proprie privazioni e sanno generosamente donare ai bisognosi il loro aiuto. « Beati i miti »: che non nella violenza e nella prepotenza mettono i loro diritti, ma nella persuasione, nella comprensione, nel perdono. « Beati quelli che piangono », accettando i misteriosi disegni della bontà di Dio, credendo al suo amore anche nelle malattie, nelle angustie, nelle oppressioni. « Guai a voi o ricchi » che esasperate con l’egoistico godimento la sofferenza del misero che ha fame, o non ha lavoro, o non guadagna abbastanza per sostentare sé e la sua famiglia. « Guai a voi immersi nella consolazione » dei sensi, fino a dimenticare Dio e l’anima. – 3. LE MIE PECORELLE MI SEGUONO. S. Vincenzo de’ Paoli continuamente si domandava: « Che cosa farebbe Gesù se fosse al mio posto? ». Farsi questa domanda, praticarne coraggiosamente la risposta della coscienza, significa mettere i nostri passi sulle orme di Gesù. Facciamo qualche cosa di concreto. « Come pregherebbe Gesù se fosse al mio posto? come farebbe pregare la mia famiglia? ». Oppure domandiamoci: « Se Gesù fosse al mio posto, in quell’officina con quei compagni, in quell’esercizio con quegli affari, in quell’ufficio con quegli impiegati come lavorerebbe? con quali pensieri, con quali parole, con quali atti, con quale giustizia? ». Domandiamoci ancora: « Se Gesù fosse al mio posto, come passerebbe la domenica? Non rispetterebbe il riposo festivo? dove andrebbe al pomeriggio? s’accontenterebbe. d’una Messa distratta e rosicchiata in principio e in fine? ». – Un’altra domanda: « E come Gesù agirebbe con quella persona che m’ha offeso, che disconosce i miei diritti?… Farebbe l’irremissibile? ». Basta così. Ciascuno ne ha più che a sufficienza, se vuol essere Cristiano sul serio, se vuol davvero esercitarsi a seguire Cristo. – Terminerò con due fatti significativi. All’epoca in cui gli imperatori romani perseguitavano i Cristiani, avvenne nel cortile del pretorio di Imola uno spettacolo orribile. Un vecchio, dalla faccia buona e veneranda; spogliato, stava legato a una colonna: intorno una frotta spietata di fanciulli che gli picchiavano sulla testa le loro lavagnette, che gli facevano» le aste sanguinose sulla pelle con gli stiletti metallici che allora usavano nelle scuole. Chi era quell’uomo così ferocemente martirizzato? Era Cassiano. Venuto a predicare la fede cristiana nella città, cominciò ad aprire una scuola; e mentre insegnava ai fanciulli a leggere e ascrivere e a crescere onesti e bravi, parlava loro Gesù Salvatore. Naturalmente si venne a sapere la cosa e il governatore di Imola lo condannò alla morte e volle che fosse lacerato dai suoi stessi alunni. Sanguinante per ogni vena, con la carne tutta a brandelli, il vecchio maestro guardò un’ultima volta i crudeli alunni che tanto aveva amato e beneficato, poi morì. – Molti secoli dopo, non lontano da quelle parti, passava un altro maestro con altri alunni: era il Beato Giovanni Colombini coi suoi primi seguaci. Giunsero a un largo prato nel quale era una grandissima quantità di fiori. I seguaci del Beato, accesi da fervore di spirito, fecero sedere per terra il loro maestro, e prestissimamente lo ricopersero con tanti fiori che di lui non si vedeva più niente. Ed essendo stato alquanto tempo così nascosto sotto quel velo floreale lo incominciarono a discoprire: e quando gli ebbero levati i fiori di sopra il viso videro la sua santa faccia tanto risplendente che con gran fatica i loro occhi potevano fissarla. A poco a poco quello splendore venne meno. Era un riflesso della incontenibile gioia del buon Pastore di sentirsi compreso e riamato. Cristiani: a Gesù nostro Maestro e Pastore vorremo dare il supplizio di Cassiano o l’omaggio amoroso del Beato Colombini? Lo vorremo trafiggere con gli strumenti dei suoi beneficî, o lo vorremo coprire con fiori dei nostri atti di virtù? Le buone pecorelle sono esse la gioia e la gloria del loro Pastore.

LA PECORA FUOR DELL’OVILE. Bisogna anzitutto sapere che, ai tempi di Gesù, in Palestina, non era così facile fare il pastore come adesso sulle nostre montagne. Se l’allevamento del gregge fu sempre una delle occupazioni principali degli ebrei, cominciando dagli antichi patriarchi ricchi di terra e di bestiame fino a quei semplici pastorelli che nella notte di Natale accorsero per i primi alla capanna del neonato Messia, pure il mestiere non era senza pericoli. Talvolta, fuor dal deserto pietroso e giù dal monte selvoso, sospinto dalla fame, s’avanzava qualche leone o qualche lupo; allora se a custodire i branchi stava un qualunque stipendiato, questi subito se la dava a gambe, e, pur di salvare la propria pelle, lasciava che la belva azzannasse quante pecore volesse; ma se invece ci stava il padrone, — il vero pastore a cui premeva il proprio gregge — questo affrontava il leone e il lupo, e, a rischio di farsi sbranare, o l’uccideva o lo faceva fuggire. Udite come Davide descrive i pericoli che aveva incontrato da fanciullo, quando conduceva a pasturare la greggia di suo padre: «Nell’oscurità della notte, ho sentito più volte il leone e l’orso avvicinarsi adagio adagio al chiuso, saltare improvvisamente lo steccato, ghermire un ariete, e fuggire come un lampo. Ma io l’inseguivo e col bastone lo costringevo ad abbandonare la preda. La bestia feroce con gli occhi sanguigni si rivoltava contro di me: cominciava allora una lotta a corpo a corpo, ma non avevo paura: la prendevo per la gola e la strangolavo » (I Re, XVII, 34 s.). O come doveva esser bello Davide, quando con la faccia e le mani graffiate dall’unghia felina, ritornava stringendosi sul cuore l’ariete tremante ma salvo: dal chiuso intanto tutto il gregge, quasi consapevole del pericolo scampato, gli belava incontro e sul cielo saliva una grande aurora! – « Altre pecore ho ancora, — soggiunse Gesù — che son fuori del mio ovile. Bisogna ch’Io le chiami, ch’io le radduca. Il mio sogno è di far tutta la terra un solo ovile sotto un solo Pastore ». – In queste feste pasquali, dal tabernacolo, Gesù, osservando migliaia e migliaia di persone sfilare davanti ai cancelli dell’altare per cibarsi dell’Eucaristia, ancora ha esclamato: « Io sono il buon Pastore. E alle mie pecorelle dò da mangiare il mio corpo e da bere il mio sangue e le conduco sul sentiero del paradiso ». Però ha dovuto dire anche quelle altre parole: « Ho delle pecore che non sono dentro al mio ovile. Non sono venute a mangiare la mia pasqua. Eppure bisogna che vengano, bisogna che ascoltino la mia voce ». Forse la pecorella rimasta fuor dell’ovile è qualcuno di nostra famiglia: lo sposo, il padre, un fratello, la sorella magari. Forse è un nostro dipendente: un servo, un operaio. Forse è un amico, un conoscente, e forse è una persona che non conosciamo nemmeno. Può darsi un altro caso: la pecorella è entrata nell’ovile, ha fatto pasqua, o meglio, l’hanno buttata dentro, l’hanno sospinta a far la Comunione. Dio non voglia che quell’anima, pressata dalle suppliche di una buona mamma, d’una santa sposa abbia commesso un sacrilegio; però, si capisce che non è convertita; è già tornata alle bestemmie, alle compagnie, alle relazioni di prima, alla trascuratezza di prima. Cristiani, un obbligo sacrosanto incombe sulla nostra coscienza: condurre a Gesù la pecora ch’è fuor dell’ovile. Non è difficile se, dopo aver compreso che cos’è l’anima e quanto vale, voi usate tre mezzi: il buon esempio, la preghiera, la mortificazione. – L’AMORE PER LE ANIME. La schiavitù di Babilonia era finita, e gli isr. eliti a scaglioni rimpatriavano: ma le loro case erano distrutte, le loro vigne inselvatichite, il tempio di Salomone rovinato. Esdra, ch’era uno dei capi del popolo ed uno dei più ardenti restauratori della patria e del culto di Dio, attraversando il deserto s’incontrò in una donna dolentissima. Aveva il capo sparso di cenere, le vesti lacerate, gli occhi in lacrime; e dalle labbra le usciva una lamentazione straziante. Esdra le si avvicina e le domanda: « Donna, perché ti disperi? », « Ho perduto il mio figlio unico — rispose la disgraziata — proprio nel giorno delle sue nozze ». « O stolta tra le madri! ti disperi per il figlio che, presto o tardi, dovevi sempre perdere, e non hai neppure una lacrima sopra Gerusalemme arsa, sopra il tempio distrutto? ». E allungò la sua mano al di là del deserto donde emergevano le rovine della città e le colonne infrante del tempio di Dio. Stulta super ommes mulieres! A quante persone si potrebbe ripetere, con maggior ragione, l’aspro rimbrotto di Esdra; Per le disgrazie corporali e materiali tante grida e tante preoccupazioni, mentre per le disgrazie spirituali quando il demonio col peccato distrugge la città di Dio ch’è in noi, rovescia il tempio di Dio che è l’anima nostra, nessun lamento, nessuna cura. Dunque, l’anima è la cosa più inutile che ci sia a questo mondo? Si ammala un padre: ecco tutta la famiglia spasima dalla paura di perderlo; non io vorrò biasimare quest’amore. Poniamo invece: un padre che bestemmia, che perde la Messa, che mangia di grasso: ecco che tutta la famiglia è tranquilla come se niente fosse. È questa mancanza d’amor spirituale che io detesto. Un figlio va alla guerra: ecco la sua madre che lo bacia singhiozzando, gli fa mille raccomandazioni, e se lo stringe sul cuore quasi per nasconderlo ancora nel suo seno e sottrarlo ai pericoli di morte. Ecco invece un figlio, od anche una figliuola, che vanno a divertimento, a certi divertimenti… con certe compagnie. Là nessuna bomba e nessuna palla potrà uccidere o ferire il loro corpo; però è senza dubbio, rimarrà uccisa la loro anima. Eppure, la madre sorride a loro che partono, contenta che i suoi figliuoli si divertano così; Oh madri, aprite gli occhi perché siete ricadute nel paganesimo! Ancora: un vostro servo, un vostro amico è stato assaltato dai ladri e fu derubato di tutto. Appena la notizia vi giunge all’orecchio voi correte da lui, lo consolate, vi date in giro per una colletta che ripari almeno in parte il suo danno … Ottimi e cristiani sono questi sentimenti. Ma perché, se il ladro infernale ha derubato della grazia e di ogni vi0tù l’anima di un vostro servo o amico, voi non ve ne darete alcun pensiero ed affanno? Non è la grazia più del danaro? Non sono le virtù più della roba? Sì, ma troppi sono i Cristiani senz’amore per l’anima del loro prossimo. – Gesù per le anime ha dato trentatré anni di vita, e la morte di croce; e noi non diamo nemmeno un battito del nostro cuore. Sono passati dunque i tempi in cui le madri innalzando al Cielo i loro piccini esclamavano; « Piuttosto che la morte della sua anima venga quella del suo corpo? » Speriamo di no perché altrimenti bisognerebbe dire che più nessuno capisce chi è Gesù e che cos’è un’anima. – I MEZZI PER SALVARLE. Buon esempio. Non immaginate che per tirare all’ovile la pecora che è fuori, occorra trasformarvi in predicatori. Le prediche sono efficaci in Chiesa, non sempre fuori. Prediche, dunque, non con le parole, ma col buon esempio. « Chi va in Chiesa è peggiore degli altri » rispose una nuora alla vecchia suocera che l’invitava ad accostarsi frequentemente alla Comunione. Quella tacque, ma continuò ad amare in silenzio la giovane sposa della sua casa, raddoppiò i sacrifici per aiutarla, per assisterla nelle malattie, per renderle sorrisi ad ogni sgarbatezza. Passò qualche anno ed una mattina la nuora, vedendola andare per tempo in Chiesa, la rincorse e quasi piangendo le disse: « Mamma, conducetemi con Voi, perché voglio diventar buona come voi ». Preghiera. C’erano due sorelle che avevano un fratello solo, e l’amavano con tutto il cuore. Questo fratello s’ammalò e morì. Esse corsero dal Signore, lo supplicarono con le lacrime, lo condussero al sepolcro. E Gesù resuscitò Lazzaro, fratello di Marta e Maria. Quante sorelle sono afflitte perché non il corpo ma l’anima dei loro cari fratelli è quatriduana fetida! Bisogna pregare Gesù, pregarlo bene senza stancarsi; la grazia tarderà un anno, dieci anni, trent’anni come a S. Monica, ma deve venire perché queste grazie Gesù non le nega mai. Sacrificio. Le piccole mortificazioni sono quelle che strappano le più grandi grazie dal cielo. Una sposa aveva tentato ogni mezzo per ritrarre il marito dal vizio dell’ubriachezza, aveva anche pregato, senza ottenere niente. Ebbe un giorno una ispirazione: promise alla Vergine di non bere più nessun liquore alcoolico, e la Madonna le fece la grazia. Un padre non riusciva a tenere in casa alla sera il suo figliuolo maggiore; l’amicizia di tristi compagni lo trascinava sopra una strada cattiva. Né avvisi, né minacce erano bastati: ricorse alle mortificazioni. Rinunciò a fumare il venerdì e il sabato; rinunciò in tali giorni a uscire la sera. Conosco delle mamme che mangiano di magro due giorni alla settimana, perché qualche loro figliuolo non vuol più sapere di rispettare il venerdì. Conosco dei padri che offrono ogni settimana alle Missioni il frutto di Piccole soddisfazioni negate per ottenere la grazia di conservare buona tutta la famiglia. – In un libro che si chiama De Civitate Dei, S. Agostino dice che a’ suoi tempi sì usava deporre sull’altare di S. Stefano molti fiori, i quali, quando venivano tolti di là e posti sopra gli infermi, subitamente guarivano ogni infermità! Una volta uno di tali fiori fu posto sugli occhi di una fanciulla cieca e riebbe la vista. Un’altra volta venne ad ammalarsi gravemente un certo signore di nome Marziale, uomo ricco e potente ma pagano. Il suo genero, ch’era un fervente Cristiano e prese dei fiori che stavano sull’altare e celatamente li pose sotto il capo di Marziale. E avendo dormito l’ammalato sopra quei fiori, appena si destò, cominciò a gridare con gran voce che voleva andare dal Vescovo della città. E non trovandosi il Vescovo, venne a lui un prete ed egli con grande devozione si fece battezzare. Raccogliamo il simbolo: qualche persona cara, ammalata nell’anima, forse non ha fatto pasqua, forse l’ha fatta male. È una sorella cieca alle cose di Dio che guarda soltanto alle vanità della moda del mondo: è un fratello, un padre, uno sposo, un figlio lontano dalla Chiesa, dai Sacramenti, dalla virtù. Bisogna ricondurre la pecora che è fuor dell’ovile. Portiamo pur noi sull’altare dei santi, della Vergine di Dio i nostri fiori di buon esempio, di preghiera, di mortificazione; essi diventeranno miracolosi e cacceranno per virtù divina ogni infermità spirituale.

I DOVERI DEI GENITORI. In certe città indiane l’idolatria ha suscitato un fanatismo orribile. Ogni anno, quando ricorre la festa del dio, si vedono scene raccapriccianti. Mentre tra i fiori e i profumi e i suoni di trombe e urla del popolo passa il cocchio con l’idolo dalla faccia mostruosa, sempre, qualche madre, con le proprie mani, lancia sotto la ruota stritolante del carro un suo bimbo, in offerta al dio. Povere mamme! Ma non sono forse più sventurate certe mamme e certi padri, non dell’India, ma dei nostri paesi civili e Cattolici? Oh! non i corpi dei loro figliuoli sacrificano sotto il carro del demonio che passa nel mondo, ma le anime! Quelle piccole anime, create da Dio, belle per la sua gloria, sono stritolate per la negligenza o i mali esempi dei genitori, sotto le unghie del demonio. Eppure Iddio ad ogni famiglia ha preposto un padre e una madre perché fossero il pastore buono del piccolo gregge domestico, come Cristo è pastore di tutto il mondo. « Io sono il pastore buono » dice Gesù nel Vangelo, « e so dar la vita per le mie pecorelle. Il mercenario invece, che non è pastore vero, quando vede venire il lupo fugge, perché le pecore non sono sue: et non pertinet ad eum de ovibus  ». E che cosa importa, a certi genitori snervati, dell’anima dei loro figlioli, quando non sanno resistere ai loro.capricci? Quando non vegliano a custodia, ma dormono ancora mentre il lupo è giunto e fa stragi? Quando essi stessi con la loro condotta insegnano la mala via a quelle anime ignare che Dio gelosamente aveva loro affidato. Et non pertinet ad eos de ovibus. La molle indulgenza, la non vigilanza, il cattivo esempio rendono i padri e madri pastori mercenari nella loro famiglia. – LA MOLLE INDULGENZA. Pochi anni or sono, in una grande città d’Italia moriva di broncopolmonite una giovane, perché aveva preso freddo, uscendo accaldata da un ballo. Nella piccola stanza del terzo piano s’erano radunati i parenti a salutarla per l’estrema volta e a confortarla nel misterioso passaggio. Tutti tacevano: s’udiva solo l’ansimar faticoso della malata. Ognuno in cuor suo sentiva compassione di quel povero fiore che appassiva mentre sarebbe stato il tempo di spiegare i colori nel sole della vita. Ad un tratto entrò nella stanza una donna pallida e piangente. La morente accennò col tremito delle labbra di voler parlare. «Mamma! » E poi raccolse tutte le forze in un grido incredibile: « Oh, se tu non mi avessi lasciata andare al ballo, la prima volta, mamma! ora non morirei così. Oh, questo grido straziante, dal letto di morte, dal limitare dell’eternità, non pochi figli ve lo grideranno dietro, o genitori! È invalsa una sacrilega moda di tenere i figliuoli da piccoli come balocchi, e grandi come tiranni. E i genitori cominciano a truccarli come tanti giocattoli o marionette; a trattarli come tanti idoletti; e poiché non li vogliono sentir piangere, ogni loro capriccio, anche il più stravagante, deve essere accontentato. E crescono questi figliuoli moderni, e in loro indisturbate crescono le passioni come la gramigna nel campo del pigro. Crescono i figliuoli ed entrano nella vita senza aver imparato a rinunciare a una vogliuzza grama, simili a quel susino che l’agricoltore, per timore di vederlo appassire, non ha potato a suo tempo. Il susino frondeggia oziosamente, me non dà frutto. Ma chi potrà imporre a questi figli, fatti adulti, un freno che rattenga le lore passioni? – Non era per questo, o genitori, che Dio vi ha concesso i figli: non perché voi, come il pastore mercenario, lasciaste in balìa del lupo i vostri agnelli. Ricordate  il grido straziante di quella fanciulla morente: « Mamma, non morirei così!… » Non morirei così disonorata se tu mi avessi punito quel primo giorno in cui mi vedesti tra le mani un frutto rubato. Non morirei così senza religione, se la prima volta che mi coricai senza la preghiera, m’avessi risvegliato e fatto pregare ancora, se quando violai il precetto festivo m’avessi costretto ad alzarmi una settimana intera, di buon mattino, ad ascoltare la santa Messa. Non morirei così bestemmiatore se la prima volta che davanti ai miei genitori ripetei invanamente il nome di Dio, m’avessero dato uno schiaffo sulle labbra, invece di sorridermi come a una precocità d’ingegno. Mamma, non morirei così!… – LA NON VIGILANZA. Somnolentia pastorum est gaudium luporum. — Si dice che un viaggiatore si sia fermato in un paesello per studiare i costumi popolari. Incontrò una massaia ed attaccò discorso. « Quante galline mantenete? ». « Quindici, Signore » rispose precisa la massaia. «E dove le avete? ». « Ecco » rispose la donna, accennando: « cinque sono chiuse in pollaio, tre crocitano sull’aia, le altre vagano nel cortile ». Il viaggiatore parve soddisfatto e cambiò argomento. « Quanti figli avete? ». « Cinque o sei ». « E dove sono? ». La donna sgranò gli occhi e rispose: « Chi lo sa dove sono!?. Non ho mica tempo di correrci dietro tutto il giorno! ». « Come? » fece stupito quel signore. « Sapete dove sono le vostre galline, e non te dove sono i vostri figliuoli? ». E non è appena in quel paesello che avveniva così. Ci sono genitori che non dormono tranquilli di notte, per custodire nei loro cassetti qualche gemma e qualche anello d’oro, e non vigilano sui loro figliuoli. Ma non sanno che l’anima dei loro figli è una gemma di cielo, è un anello di Dio? Ci sono genitori che a sera s’addormentano placidamente ed hanno fuor di casa, senza sapere dove, qualche figliuolo. Ma potrebbero dormire se avessero lasciato fuor dall’uscio un oggetto prezioso, o fuor del pollaio una gallina? Dove sono i vostri figliuoli, o genitori, mentre voi siete al lavoro, siete in casa, siete in chiesa? Avete indagato con chi vanno? Quali libri leggono? « Ma noi siam di mestiere e abbiamo affari… e non troviam tempo per vigilare sui nostri figliuoli ». Ecco la scusa di molti genitori. Ma il primo mestiere, il primo affare non è quello di educare i propri figliuoli? Tutto il resto è secondario. – La madre di S. Teodoro lavorava in un albergo. Ma quando s’accorse che il suo bambino, crescendo, poteva essere cattivamente impressionato da quello che si vedeva, diceva e si sentiva in quel luogo, fuggì col suo piccolo tesoro nel deserto. Patì fame e sete, ma il suo figlio fu santo. Giobbe, avendo saputo che i suoi figli s’erano radunati a banchetto, levò a Dio fervente preghiera, perché in quell’occasione li avesse a preservare da ogni peccato. – Quante volte, o genitori, avete saputo che i vostri figli si trovano in cattive occasioni: all’officina, nello studio, in caserma. Avete pregato, voi? – IL CATTIVO ESEMPIO. Qualche anno fa i giornali pubblicavano l’incendio di un teatro di varietà. È mezzanotte: salone addobbato con motivi decorativi di carta a rosoni e a tralci; domina l’allegria e la sete del piacere. D’improvviso un lampo si proietta dal palcoscenico: e una lingua di fuoco scoppiettante, uscita fuori dai tendaggi laterali, si arrampica su su fino al soffitto, si propaga in tutti i sensi, perseguendo le decorazioni di carta. Grida di spavento, fumo, fuoco: è un inferno. Intanto le attrici si sono trovata preclusa la via del salvamento: corrono nelle loro cabine; ma il fuoco le ha raggiunte. E tra di esse c’era una mamma, c’era una bimba che s’iniziava a quella vita sciagurata. E sono morte. Noi pensiamo con angoscia a quella mamma che aveva venduto la sua figliuola ad un’arte così pericolosa; a quella mamma. che, stolta, le insegnava il misurato passo della danza e della corruzione; a quella mamma che ha trascinato la sua creatura nel fumo e nel fuoco d’un teatro, e, Dio non voglia, dell’inferno. Forse nell’ultimo spasimo quella povera bimba avrà tese le sue mani, imprecando alla mamma. O genitori: questo esempio non suscita in voi nessun rimorso? Chi insegnò a quel fanciullo a profanare il nome di Dio, se non la madre che ad ogni piccola stizza l’ha sulla lingua? Chi gli ha insegnato a bestemmiare il Corpo e il Sangue del Redentore se non il padre nelle sue collere? Chi gli ha insegnato a profanar la festa, se non l’esempio dei suoi di casa che lavorano, che trascurano la santa Messa? Che meraviglia se quel figlio ama le osterie, quando suo padre ama l’ubriachezza? Che meraviglia se quella fanciulla non è ritirata né modesta, quando la sua mamma si perde dietro alla vanità del vestire e del trattare? Se un figlio dovesse cadere nell’inferno per il mal esempio dei suoi genitori, oh come li maledirebbe! e da quelle fiamme uscirebbe contro di loro un grido d’imprecazione per tutta l’eternità. – Nell’arca dell’alleanza accanto alla manna che Dio per i suoi figli raminghi aveva fatto piovere sul deserto, si custodiva pure la verga vigilante di Aronne. Nell’arca di ogni famiglia si deve custodire la manna e la verga: la manna che è simbolo d’amore, ma anche la verga che insegna il cammino, la verga che sferza i disviati.

IL CREDO

Offertorium

Orémus

Ps LXII:2; LXII:5  Deus, Deus meus, ad te de luce vígilo: et in nómine tuo levábo manus meas, allelúja.

Secreta

Benedictiónem nobis, Dómine, cónferat salutárem sacra semper oblátio: ut, quod agit mystério, virtúte perfíciat.

[O Signore, questa sacra offerta ci ottenga sempre una salutare benedizione, affinché quanto essa misticamente compie, effettivamente lo produca].

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Joannes X: 14. Ego sum pastor bonus, allelúja: et cognósco oves meas, et cognóscunt me meæ, allelúja, allelúja.

[Io sono il buon pastore, allelúia: conosco le mie pecore ed esse conoscono me, allelúia, allelúia.]

Postcommunio

Orémus.

Præsta nobis, quaesumus, omnípotens Deus: ut, vivificatiónis tuæ grátiam consequéntes, in tuo semper múnere gloriémur.

[Concédici, o Dio onnipotente, che avendo noi conseguito la grazia del tuo alimento vivificante, ci gloriamo sempre del tuo dono.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

1 MAGGIO: FESTA DI SAN GIUSEPPE LAVORATORE (2022)

FESTA DI SAN GIUSEPPE LAVORATORE (2022)

476

Ad te, beate Ioseph, in tribulatione nostra

confugimus, atque, implorato Sponsæ tuæ

sanctissimae auxilio, patrocinium quoque tuum fidenter

exposcimus. Per eam, quæsumus, quæ

te cum immaculata Virgine Dei Genitrice coniunxit,

caritatem, perque paternum, quo Puerum

Iesum amplexus es, amorem, supplices deprecamur,

ut ad hereditatem, quam Iesus Christus

acquisivit Sanguine suo, benignius respicias,

ac necessitatibus nostris tua virtute et ope

succurras. Tuere, o Custos providentissime divinæ

Familiæ, Iesu Christi sobolem electam;

prohibe a nobis, amantissime Pater, omnem errorum

ac corruptelarum luem; propitius nobis,

sospitator noster fortissime, in hoc cum potestate

tenebrarum certamine e cœlo adesto; et

sicut olim Puerum Iesum e summo eripuisti vitae

discrimine, ita nunc Ecclesiam sanctam Dei

ab hostilibus insidiis atque ab omni adversitate

defende: nosque singulos perpetuo tege patrocinio,

ut ad tui exemplar et ope tua suffulti, sancte

vivere, pie emori, sempìternamque in cœlis

beatitudinem assequi possimus. Amen.

(Indulgentia trium (3) annorum. Indulgentia septem (7) annorum per mensem octobrem, post recitationem sacratissimi Rosarii, necnon qualibet anni feria quarta. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotidiana orationis recitatio in integrum mensem producta fueri: (Leo XIII Epist. Encycl. 15 aug. 1889; S. C. Indulg., 21 sept. 1889; S. Paen. Ap., 17 maii 1927, 13 dee. 1935 et 10 mart. 1941).

Dagli Atti del papa Pio XII


La Chiesa, madre provvidentissima di tutti, consacra massima cura nel difendere e promuovere la classe operaia, istituendo associazioni di lavoratori e sostenendole con il suo favore. Negli anni passati, inoltre, il sommo pontefice Pio XII volle che esse venissero poste sotto il validissimo patrocinio di san Giuseppe. San Giuseppe infatti, essendo padre putativo di Cristo – il quale fu pure lavoratore, anzi si tenne onorato di venir chiamato «figlio del falegname» – per i molteplici vincoli d’affetto mediante i quali era unito a Gesù, poté attingere abbondantemente quello spirito, in forza del quale il lavoro viene nobilitato ed elevato. Tutte le associazioni di lavoratori, ad imitazione di lui, devono sforzarsi perché Cristo sia sempre presente in esse, in ogni loro membro, in ogni loro famiglia, in ogni raggruppamento di operai. Precipuo fine, infatti, di queste associazioni è quello di conservare e alimentare la vita cristiana nei loro membri e di propagare più largamente il regno di Dio, soprattutto fra i componenti dello stesso ambiente di lavoro.

Lo stesso Pontefice ebbe una nuova occasione di mostrare la sollecitudine della Chiesa verso gli operai: gli fu offerta dal raduno degli operai il 1° maggio 1955, organizzato a Roma. Parlando alla folla radunata in piazza san Pietro, incoraggiò quell’associazione operaia che in questo tempo si assume il compito di difendere i lavoratori, attraverso un’adeguata formazione cristiana, dal contagio di alcune dottrine errate, che trattano argomenti sociali ed economici. Essa si impegna pure di far conoscere agli operai l’ordine prescritto da Dio, esposto ed interpretato dalla Chiesa, che riguarda i diritti e i doveri del lavoratore, affinché collaborino attivamente al bene dell’impresa, della quale devono avere la partecipazione. Prima Cristo e poi la Chiesa diffusero nel mondo quei principi operativi che servono per sempre a risolvere la questione operaia.

Pio XII, per rendere più incisivi la dignità del lavoro umano e i princìpi che la sostengono, istituì la festa di san Giuseppe artigiano, affinché fosse di esempio e di protezione a tutto il mondo del lavoro. Dal suo esempio i lavoratori devono apprendere in che modo e con quale spirito devono esercitare il loro mestiere. E così obbediranno al più antico comando di Dio, quello che ordina di sottomettere la terra, riuscendo così a ricavarne il benessere economico e i meriti per la vita eterna. Inoltre, l’oculato capofamiglia di Nazareth non mancherà nemmeno di proteggere i suoi compagni di lavoro e di rendere felici le loro famiglie. Il Papa volutamente istituì questa solennità il 1° maggio, perché questo è un giorno dedicato ai lavoratori. E si spera che un tale giorno, dedicato a san Giuseppe artigiano, da ora in poi non fomenti odio e lotte, ma, ripresentandosi ogni anno, sproni tutti ad attuare quei provvedimenti che ancora mancano alla prosperità dei cittadini; anzi, stimoli anche i governi ad amministrare ciò che è richiesto dalle giuste esigenze della vita civile.

[Ex Brev. Rom.]

Sancta MISSA

Incipit


In nómine Patris,et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus


Sap. X:17
Sapiéntia réddidit justis mercédem labórum suórum, et dedúxit illos in via mirábili, et fuit illis in velaménto diéi et in luce stellárum per noctem, allelúja, allelúja.

[La sapienza ai santi ha pagato la ricompensa delle loro fatiche: li ha guidati per una via stupenda; diviene per essi riparo di giorno e luce di stelle durante la notte, alleluia, alleluia]
Ps CXXVI:11
Nisi Dóminus ædificáverit domum, in vanum labórant qui ædíficant eam.

[Se non fabbrica la casa il Signore, vi faticano invano i costruttori]

Sapiéntia réddidit justis mercédem labórum suórum, et dedúxit illos in via mirábili, et fuit illis in velaménto diéi et in luce stellárum per noctem, allelúja, allelúja.

[La sapienza ai santi ha pagato la ricompensa delle loro fatiche: li ha guidati per una via stupenda; diviene per essi riparo di giorno e luce di stelle durante la notte, alleluia, alleluia]

Oratio


Orémus.

Rerum cónditor Deus, qui legem labóris humáno géneri statuísti: concéde propítius; ut, sancti Joseph exémplo et patrocínio, ópera perficiámus quæ præcipis, et præmia consequámur quæ promíttis.

[O Dio, creatore del mondo, che hai dato al genere umano la legge del lavoro; concedi benigno, per l’esempio e il patrocinio di san Giuseppe, di compiere le opere che comandi e di ottenere la ricompensa che prometti].

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Colossénses.
Col. III:14-15, 17, 23-24
Fratres: Caritátem habéte, quod est vínculum perfectiónis, et pax Christi exsúltet in córdibus vestris, in qua et vocáti estis in uno córpore, et grati estóte. Omne quodcúmque fácitis in verbo aut in ópere, ómnia in nómine Dómini Jesu Christi, grátias agéntes Deo et Patri per ipsum. Quodcúmque fácitis, ex ánimo operámini sicut Dómino, et non homínibus, sciéntes quod a Dómino accipiétis retributiónem hereditátis. Dómino Christo servíte.

[Fratelli, abbiate la carità, che è il vincolo della perfezione. Trionfi nei vostri cuori la pace di Cristo, alla quale siete stati chiamati nell’unità di un sol corpo: e vivete in azione di grazie! Qualunque cosa facciate, in parole od in opere, tutto fate in nome del Signore Gesù Cristo, rendendo grazie a Dio Padre, per mezzo di lui. Qualunque lavoro facciate, lavorate di buon animo, come chi opera per il Signore e non per gli uomini: sapendo che dal Signore riceverete in ricompensa l’eredità. Servite a Cristo Signore.]

Alleluja


Allelúja, allelúja.
De quacúmque tribulatióne clamáverint ad me, exáudiam eos, et ero protéctor eórum semper. Allelúja.
V. Fac nos innócuam, Joseph, decúrrere vitam: sitque tuo semper tuta patrocínio.

[In qualsiasi tribolazione mi invocheranno, io li esaudirò, e sarò sempre il loro protettore. Alleluia.
V. O Giuseppe, concedici di vivere senza colpe. e di godere sempre la tua protezione. Alleluia].

Evangelium


Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Matthǽum.
Matt XIII: 54-58
In illo témpore: Véniens Jesus in pátriam suam, docébat eos in synagógis eórum, ita ut miraréntur et dícerent: Unde huic sapiéntia hæc et virtútes? Nonne hic est fabri fílius? Nonne mater ejus dícitur María, et fratres ejus Jacóbus et Joseph et Simon et Judas? Et soróres ejus nonne omnes apud nos sunt? Unde ergo huic ómnia ista? Et scandalizabántur in eo. Jesus autem dixit eis: Non est prophéta sine honóre nisi in pátria sua et in domo sua. Et non fecit ibi virtútes multas propter incredulitátem illórum.

[In quel tempo, Gesù giunto nel suo paese, insegnava loro nella sinagoga, così che meravigliati si chiedevano: «Di dove gli vengono questa sapienza e i miracoli? Non è costui il figlio del falegname? Sua madre non si chiama Maria, e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte fra noi? Da dove, dunque, gli viene tutto questo?». Ed erano scandalizzati riguardo a lui. Ma Gesù disse loro: «Non c’è profeta senza onore, se non nella sua patria e nella sua casa». E non fece là molti miracoli, a causa della loro incredulità].

OMELIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956.

GRANDEZZA E BONTÀ DI SAN GIUSEPPE

Il piccolo figliuolo di Giacobbe, una mattina svegliandosi, diceva ai suoi fratelli e a suo padre: « Io ho sognato una bellissima cosa. Mi trovavo sospeso non so per quale virtù, in mezzo all’azzurro del cielo: ed ecco il sole, la luna e undici stelle fermarsi in giro a me; e adorarmi ». Dopo averlo ascoltato, tutti sgranarono gli occhi e non compresero il significato: quel bambino sarebbe un giorno diventato il Viceré d’Egitto, e suo padre e sua madre e i suoi undici fratelli si sarebbero prostrati a’ suoi piedi implorando un po’ di pane e di misericordia. Il fanciullo sognatore narrò ancora un’altra visione: « Si era nel campo in una giornata ardente di mietitura. Io mieteva ed anche voi mietevate: quand’ecco il mio covone levarsi da solo e starsene ritto mentre i vostri, curvi attorno ad esso, l’adoravano ». I fratelli, tra invidiosi e irosi, scoppiarono a ridere. « Forse che tu sarai il nostro Re? Forse che noi saremo i sudditi della tua minuscola potestà? ». Essi non sapevano come l’avvenire avrebbe dato ragione a quei sogni. Noi invece lo sappiamo dalla storia sacra. Ma noi sappiamo anche come Giuseppe figlio di Giacobbe non è che un’immagine profetica di Giuseppe, il padre putativo di Gesù, lo sposo della Vergine Maria. È per lui che in modo più grande e più vero si realizzarono i sogni dell’antico Giuseppe. Vidi quasi solem et lunam et stellas undecim adorare me. Il sole di giustizia e di verità che illumina ogni uomo che viene al mondo è Gesù Cristo. La luna di grazia e di candore è Maria che nella Scrittura è detta splendida più che la luna. Ebbene, nella quieta dimora di Nazareth, Gesù e Maria si curvavano ubbidienti al cenno di Giuseppe, capo della santa famiglia, e lo veneravano affettuosamente.

Vidi consurgere manipulum meum et stare; vestrosque manipulos circumstantes adorare. La Chiesa è simile ad un’ampia campagna pronta per la mietitura: S. Giuseppe, patrono della Chiesa universale, vi sta ritto in mezzo a custodirla e a benedirla; mentre intorno a lui accorrono i fedeli da ogni parte. Oh come è grande, come è buono San Giuseppe! Della sua grandezza e della sua bontà dobbiamo parlare quest’oggi, ch’è la sua festa.

GRANDEZZA DI GIUSEPPE

Un retore famoso tesseva un giorno nell’aeropago l’elogio di Filippo il Macedone. Decantate le nobili origini del suo eroe, le ricchezze, la potenza, il coraggio, le vittorie, tacque un istante come se non avesse più nulla d’aggiungere. Ma poi subitamente gridò: « Tutto questo è nulla. Egli fu il padre d’Alessandro, il conquistatore del mondo; ecco la sua gloria immensa». Anch’io, se vi facessi passare ad una ad una le virtù di S. Giuseppe, potrei infine concludere: « Tutto questo è nulla, la sua gloria eterna è di essere stato il padre custode di Gesù, Salvatore del mondo, e d’essere stato il casto sposo della vergine Maria, Madre di Dio. Per ciò egli è al disopra dei santi. Questi sono i suoi titoli di nobiltà: consideriamoli singolarmente.

a) Sposo di Maria. — Benché Giuseppe e Maria rimanessero per tutta la vita vergini, vivendo insieme come vivrebbero gli Angeli, tuttavia contrassero un legittimo matrimonio; e così S. Giuseppe fu suo sposo vero. Ora, la sposa — come dice anche S. Paolo — è soggetta allo sposo: Maria quindi fu soggetta a S. Giuseppe. Pensate, quanto onore! Sposo di Maria significa essere sposo della creatura più grande che vi fu mai in cielo e in terra, della creatura che fu Madre di Dio. – Sposo di Maria significa essere sposo della Regina degli Angeli, degli Arcangeli, dei Patriarchi, dei Profeti, degli Apostoli, dei martiri; della Regina senza macchia; della Regina di pace.

b) Padre di Gesù. — Giuseppe non fu, è vero, il padre naturale di Gesù, perché il Figlio di Dio si fece uomo incarnandosi nel seno purissimo di Maria Vergine per opera dello Spirito Santo. Eppure nel Vangelo più volte è chiamato col nome di padre. Dopo d’aver descritto il mistero della presentazione al tempio, dopo d’aver ricordato le profezie di Simeone, l’Evangelista aggiunge: « Erano suo padre e sua madre meravigliati » (Lc, II, 33). E la Madonna stessa nella gioia di ritrovare il Bambino tra i dottori ricorda S. Giuseppe col nome di padre: « Tuo padre ed io, piangendo, t’abbiamo molto cercato ».

Perché, se non cooperò alla sua generazione, S. Giuseppe fu chiamato Padre di Gesù? Per due motivi: perché fu sposo di Maria, e perché di padre ebbe tutta l’autorità e la responsabilità. – Il primo motivo è spiegato da S. Francesco di Sales. « Supponete che una colomba, volando dal suo becco lasci cadere un dattero in un giardino. Il frutto caduto dall’alto s’interra, e sotto l’azione dell’acqua e del sole germoglia, cresce, e diventa una bella palma. Questa palma di chi sarà? Evidentemente del padrone del giardino, come ogni altra cosa è sua che in esso vi nasca. Ora: quella colomba raffigura lo Spirito Santo che lasciò cadere il dattero divino, — il Figlio di Dio, — nel giardino conchiuso dove ogni virtù è fiorita, — il seno di Maria. — E Gesù nacque da Maria; ma appartenendo essa di pieno diritto al castissimo suo sposo, anche Gesù, — palma celeste, — almeno in qualche modo appartiene a Giuseppe ». – Il secondo motivo è spiegato da S. Giovanni Damasceno: « Non è appena la fecondità nel generare che ad alcuno dà il diritto di chiamarsi padre, ma anche l’autorità nel governare, e la responsabilità della vita ». E fu S. Giuseppe che lo sottrasse ad ogni pericolo, che lo allevò in casa sua, che lo fece crescere. Fu S. Giuseppe che insegnò un mestiere al Figlio di Dio, che comandò a lui come a un garzone. E chissà come tutto tremava in cuore, e come gli si inumidivano gli occhi, quando Gesù gli diceva: « Padre! ».

c) Più grande dei Santi. — Se Iddio destina una persona a qualche sublime ufficio, lo riveste di tutte le virtù necessarie per bene adempirlo. Così avendo eletto Maria ad essere sua Madre, la riempì di grazia sopra ogni creatura. Allo stesso modo, in proporzione, avendo eletto S. Giuseppe alla dignità di suo padre putativo e di sposo della Vergine, lo colmò di grazie immense, come nessun altro santo. – Il Vangelo chiama Giuseppe « uomo giusto ». E S. Girolamo spiega che quella parola « giusto » significa che egli possedeva tutte le virtù. Mentre gli altri santi si segnalarono particolarmente chi nell’una chi nell’altra virtù, egli fu perfetto egualmente in tutte le virtù. Per questo il 31 dicembre 1926, nella Basilica di S. Pietro, Pio XI cantando solennemente le litanie dei Santi, immediatamente dopo l’invocazione alla Madonna soggiunse quella a S. Giuseppe : — Sante Joseph intercede prò nobis.

2. BONTÀ DI GIUSEPPE

Re Assuero, una notte che non poteva prendere sonno, si fece leggere gli annali del suo regno. Il lettore nella quietudine notturna rievocava le gesta del re insonne: le battaglie sanguinose, le vittorie sonanti di grida, i movimenti più trepidi di gioia, e quelli spasimanti di pericolo, ed arrivò ad una congiura. Una congiura ordita da due ufficiali nella stessa reggia: fatalmente il re sarebbe caduto sotto le lame dei cospiratori, se la sagacia vigilante del primo ministro non fosse giunta a svelare la trama iniqua a tempo opportuno. «Fermati!» esclamò Assuero balzando sul letto d’oro… «Chi dunque mi ha salvato? ». « Il primo ministro, sire ». « E quale ricompensa si ebbe? ». « Finora nessuna ». Allora ordinò che al levar del sole il primo ministro fosse rivestito con abiti regali, e cavalcasse il suo cavallo più bello e girasse per le strade di tutta la città, mentre un araldo gridasse davanti a lui: — Così è onorato colui che il re vuol esaltare. — Questi ordini furono eseguiti: e chiunque aveva bisogno di grazia si rivolgeva al primo ministro, sicuro d’essere esaudito dal re. – Ma anche S. Giuseppe, o Cristiani, ha salvato la vita del Re del Cielo, — di Gesù Bambino, — quando la congiura d’Erode ha cercato di soffocarlo nel sangue. E pensate voi che verso il suo salvatore il Re del Cielo sia meno generoso di Re Assuero? Come potrà Iddio negare una grazia quando colui che gliela chiede è San Giuseppe? Si capisce allora come S. Teresa poteva dire: « Non si è mai sentito che alcuno abbia ricorso alla bontà di S. Giuseppe e non sia stato esaudito. Se non mi credete, per amor di Dio vi supplico a farne la prova, e mi crederete ». Gesù predicando alle turbe insegnava: « Chi avrà dato anche solo un bicchier d’acqua chiara all’ultimo povero di questo mondo in nome mio, avrà gran mercede ». Quale mercede non avrà dunque in Paradiso S. Giuseppe che, non appena un bicchier d’acqua all’ultimo poverello, ma per trent’anni ha nutrito e protetto in casa sua il Figlio di Dio? Rallegriamoci: presso il trono dell’Altissimo abbiamo un protettore onnipotente e buono, che può e desidera soccorrerci in tutti i travagli della vita. La vita è un peso, ha detto S. Paolo, e noi lo esperimentiamo ogni giorno: peso per i dolori, peso per i lavori, peso per la morte.

a) Ricorriamo a S. Giuseppe nel dolore. — Tutta la vita non la passò forse in patimento? Ricordate la notte di Natale: nell’albore del verno bussò invano di porta in porta, e fu costretto a porre nella greppia delle bestie il Figlio di Dio. Ricordate la sua fuga, lontano dai parenti, dal paese, dalla bottega, da’ suoi affari. Ricordate i tre giorni di affannosa ricerca, quando lo smarrì in Gerusalemme. Oh! insegni anche a noi a far la volontà di Dio quando siamo tribolati; ci dia la pazienza di vivere in questa valle di lacrime; ci conforti.

b) Ricorriamo a S. Giuseppe nel lavoro. — Ci sono alcune volte in cui gli affari vanno male, ed il guadagno manca; in cui ci sembra d’andare in rovina, noi e la nostra famiglia. Alziamo lo sguardo a lui: queste angustie egli le ha provate. Chi sa quante volte nella bottega nazarena si sarà sentito accasciato sotto la fatica,e quante volte anch’egli avrà visto i suoi modesti affari prendere una cattiva piega,e forse avrà pianto nel timore di far duramente soffrire la Vergine e il Figlio, di cui aveva la custodia e la responsabilità. Questo santo che prima di noi ha provato quello che soffriamo noi, non ci negherà nulla.Ma avanti d’esigere che ci ascolti, bisogna sforzarci sull’orma delle sue virtù. Siamo onesti nel lavoro come onesto era lui?

c) Ricorriamo a S. Giuseppe per una buona morte. — Morir bene è la cosa più importante di questo mondo. Eppure non è cosa facile: i progressi della civiltà, automobili, treni, velivoli, navi, hanno segnato un crescendo di morti improvvise; la corruzione dei costumi ha segnato un crescendo di morti impenitenti. Occorre il protettore per una morte buona: è S. Giuseppe.

Ed invero nessuno ha fatto una morte buona come la sua. Quando Gesù non ebbe più bisogno di chi lo nutrisse e lo allevasse, egli si sentì male ed entrò in agonia. Da una parte aveva la Madonna che piangeva e pregava; dall’altra aveva Gesù che gli sosteneva la testa languida e gli sussurrava: « Grazie di tutto quello che mi hai fatto; ora muori in pace. Muori nel mio bacio, e discendi al Limbo ove annunzierai che l’ora della redenzione è ormai giunta. Pochi anni, e passerò di là a prenderti per sollevarti nel Paradiso che dischiuderò con le mie mani che saranno trafitte ». S. Giuseppe non risponde che non ha più la forza: solo accenna a sorridere e muore. – «Oh che anch’io possa morire così! » sospira ognuno di noi, pensando a quelle beata fine. Questa sarebbe la grazia più bella e più grande che S. Giuseppe ci possa fare. Ma la morte del Giusto, o Cristiani, l’otterrà soltanto chi nella vita l’avrà imitato ed invocato.

IL CREDO

Offertorium


Orémus

Ps LXXXIX: 17

Bónitas Dómini Dei nostri sit super nos, et opus mánuum nostrárum secúnda nobis, et opus mánuum nostrárum secúnda, allelúja.
[E’ con noi la grazia del Signore Dio nostro: essa conferma su di noi l’opera delle nostre mani, conferma l’opera delle nostre mani, alleluia].



Secreta


Quas tibi, Dómine, de opéribus mánuum nostrárum offérimus hóstias, sancti Joseph interpósito suffrágio, pignus fácias nobis unitátis et pacis.

[O Signore, questa offerta che è frutto del lavoro delle nostre mani, per l’intercessione di san Giuseppe ci sia pegno di unità e di pace].

Praefatio
de S. Joseph


… Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Et te in Festivitáte beáti Joseph débitis magnificáre præcóniis, benedícere et prædicáre. Qui et vir justus, a te Deíparæ Vírgini Sponsus est datus: et fidélis servus ac prudens, super Famíliam tuam est constitútus: ut Unigénitum tuum, Sancti Spíritus obumbratióne concéptum, paterna vice custodíret, Jesum Christum, Dóminum nostrum. Per quem majestátem tuam laudant Angeli, adórant Dominatiónes, tremunt Potestátes. Coeli coelorúmque Virtútes ac beáta Séraphim sócia exsultatióne concélebrant. Cum quibus et nostras voces ut admítti júbeas, deprecámur, súpplici confessióne dicéntes:

[È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e dovunque a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno: noi ti glorifichiamo, ti benediciamo e solennemente ti lodiamo di S. Giuseppe. Egli, uomo giusto, da te fu prescelto come Sposo della Vergine Madre di Dio, e servo saggio e fedele fu posto a capo della tua famiglia, per custodire, come padre, il tuo unico Figlio, concepito per opera dello Spirito Santo, Gesù Cristo nostro Signore. Per mezzo di lui gli Angeli lodano la tua gloria, le Dominazioni ti adorano, le Potenze ti venerano con tremore. A te inneggiano i Cieli, gli Spiriti celesti e i Serafini, uniti in eterna esultanza. Al loro canto concedi, o Signore, che si uniscano le nostre umili voci nell’inno di lode:]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Matt 13:54-55
Unde huic sapiéntia hæc et virtútes? Nonne hic est fabri fílius? Nonne mater ejus dícitur María? Allelúja.

[Da dove vengono a lui tanta sapienza e sì grandi portenti? Non è forse lui il figlio dell’operaio? Non è forse sua madre Maria? Alleluia].

Postcommunio


Orémus.

Hæc sancta quæ súmpsimus, Dómine, per intercessiónem beáti Joseph; et operatiónem nostram cómpleant, et prǽmia confírment.

[O Signore, per l’intercessione di san Giuseppe, questo sacramento che abbiamo ricevuto renda perfetto il nostro lavoro e ci assicuri la ricompensa].

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)


ORDINARIO DELLA MESSA

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA: MAGGIO 2022

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA: MAGGIO 2022

MAGGIO È IL MESE CHE LA CHIESA DEDICA ALLA SS. VERGINE MARIA, LA MADRE DI DIO.

Motivi per far bene il mese di Maggio.

Il mese di Maggio consacrato a Maria dalla pietà cristiana è una scelta di preziosi ossequi che si presentano dai Fedeli a Madre sì amabile. Voi che vi accingete a praticarlo già li conoscete e già siete persuaso che Maria dopo Gesù meriti tutto il nostro amore, e che l’onorarla affettuosamente debba riuscirvi d’immenso vantaggio; tuttavolta, perché lo imprendiate più animosamente, vi perseveriate con più costanza e ne raccogliate frutti più copiosi, considerate di questo bel mese 1.°la convenienza, 2.° il merito, 3.° gli effetti.

I. La convenienza. La divozione alla $s. Vergine deve essere nella Chiesa, siccome è chiaro, di ogni stagione, di ogni età, di ogni condizione di persone. In tutti i tempi una madre ha diritto all’amore de’ suoi figliuoli, in tutti i tempi una Regina ha diritto all’ossequio dei suoi sudditi, una benefattrice alla riconoscenza di chi da lei ha ricevuto favori, come in ogni tempo il debole, il povero, il derelitto ha bisogno di chi può difenderlo, accoglierlo ed arricchirlo. Però è anche vero essere necessario, acciocché non si raffreddi l’amore e non si intepidisca la servitù, che a quando a quando con una dirò così comunicazione più affettuosa si stringano i legami soavi dell’amore e della dipendenza. Ma allora qual cosa più opportuna che consacrare al culto affettuoso di lei un intero mese, qual cosa più conveniente che scegliere di tutto l’anno quel mese appunto che è il più bello, il più gradito di tutti, quando cioè le nuove bellezze onde si riveste la natura, c’ invitano a sollevarci sino all’opera più meravigliosa della grazia qual è Maria?

II. Il merito poi di questo esercizio voi potete raccoglierlo sia dall’oggetto nobilissimo a cui è diretto, sia dall’oblazione che voi le fate. L’oggetto  è quella gran donna che fu sì altamente onorata dalla Trinità sacrosanta, dal divin Padre che la scelse a primogenita, dal divin Figliuolo che la volle per madre, dal divino Spirito che la elesse per sposa. L’oggetto è quello che tutti gli Angeli riconoscono per loro Regina e tutte le generazioni chiamano beata. Quando dunque potrete ergere dopo Dio i vostri pensieri ad oggetto in sé più nobile ed eccellente? L’oblazione che voi le fate è degli atti più sublimi che abbia la Religione cristiana. In primo luogo per amore di Lei voi attenderete per un intero mese alla considerazione della divina legge, di quella legge cioè chiamata dal Profeta legge immacolata, legge che converte le anime, testimonio fedele del Signore, fonte di sapienza pei parvoli: Lex Domini immaculata, convertens animas, testimonium Domini fidele, sapientiam præstans parvulis (Ps. XVIII. 8), la cui meditazione come è stata sì altamente inculcata da Gesù Cristo, così è stata sempre il pascolo più delizioso dei Santi, la salvaguardia più sicura contro ogni vizio e l’eccitamento più gagliardo ad ogni anche più eccelsa virtù. Colla considerazione delle verità della fede si congiunge l’efficacia della santa orazione, la quale impetra quello che nella meditazione si è scoperto a noi necessario. E chi può dire quello che vaglia ad impetrar di grazie un popolo intero che raccolto ai piè di Maria, e adoperandola quale Interceditrice efficace, si rivolge alla Misericordia di Dio? Aggiungete quegli atti di virtù che sotto nome di ossequi e di fiori spirituali si presentano a Maria i quali tanto accrescono il valore della preghiera: aggiungete i sacramenti che nel corso del mese od almeno in sul termine si ricevono devotamente: aggiungete l’acquisto delle sante Indulgenze che i sommi Pontefici hanno conceduto sì largamente: aggiungete il rispetto umano che altri vince nel mostrarsi assiduo alla Chiesa, la diligenza che esercita, il buon esempio che porge, ed intenderete di quanto merito debba riuscir presso Dio questo ossequio renduto alla sua gran Madre.

III. E da questo merito raccogliete poi gli effetti che ne proverranno. Per me due ve ne propongo in particolare. Chiunque voi vi siate imprendete questo bel mese non può fallire che siate o giusto o peccatore. Se foste del novero di questi, che cosa non dovete sperare per la vostra riconciliazione con Dio? Maria è l’esca dolcissima secondoché rivelò essa stessa a santa Brigida, con cui Iddio trae a sé i peccatori: ed Ella imitando il suo figliuolo ne corre in traccia eziandio quando come pecorelle smarrite essi fuggono dal suo seno materno. Pensate come accoglierà poi quelli che non solo non la fuggono, ma le si avvicinano, ma quasi non dissi coi lor belati la cercano e le domandano aiuto! Oh come parlerà al loro cuore, oh come le stringerà al suo seno! Se per converso siete di quelli che già possiedono la divina amicizia, quanto non dovete sperare un aumento singolar di fervore ed una copia maggiore di aiuti per la vostra perseveranza? Se Maria ha tanta cura che non si perdano neppure i peccatori, quanta non ne avrà che perseverino i giusti che Lei invocano, che a Lei si affidano? Gesù dice che nessuno gli rapirà quelli che sono suoi. Non rapiet eas quisquam de manu mea (Joan. VIII. 28); ma crediamonoi che Maria lascerà che le siano involatii suoi cari? Finalmente non può Marianon coprir col manto della sua protezionepiù affettuosa quelli che la onorano con unmese intero di ossequi. E come no? Se anchetalora pel piccolo ossequio d’un’invocazione, diuna limosina, di un digiuno, di un benché minimoatto di virtù, ha ottenuto le grazie piùpreziose ai suoi devoti, possiamo noi pensareche un’accolta di tanti ossequi e così nobilidebbano rimaner senza una di quelle occhiateche bastano a salute? Lo creda chi può pensarcosì meschinamente di sì grande Signora. Pernoi risolviamo solo di dedicarle con tutto l’affetto e con tutta la costanza questo bel mesee non temiamo ch’Ella sia mai per deludere lanostra fiducia. – Nel che del resto non sarà neppur per mancarci la sua amorosa assistenza. Saprà ben essa rendercelo soave, rendercelo utile sia colle parole che dirà Ella al nostro cuore, sia colle grazie che ci otterrà da Gesù. Chi ne ha fatto già l’esperienza altre volte sa che io dico il vero, chi non l’ha fatta ancora, si provi a farlo con fervore e lo vedrà. Per me non dubito che giunto al termine potrà ognuno sperar che questo mese sia quello che l’abbia a consolare ne’ secoli eterni.

(S. Franco: Il mese di Maggio, Venezia, Tip. Emiliana Editr. 1865)

PIA EXERCITIA

325

Fidelibus, qui mense maio pio exercitio in honorem beatæ Mariæ Virginis publice peracto devote interfuerint, conceditur :

Indulgentia septem annorum quolibet mensis die:

Indulgentia plenaria, si diebus saltem decem huiusmodi exercitio vacaverint et præterea sacramentalem confessionem instituerint, ad sacram Synaxim accesserint et ad mentem Summi Pontificis oraverint.

Iis vero, qui præfato mense preces vel alia pietatis obsequia beatæ Mariæ Virgini privatim præstiterint, conceditur: Indulgentia quinque annorum semel, quolibet mensis die;

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotidie per integrum mensem idem obsequium peregerint ; at ubi pium exercitium publice habetur, huiusmodi indulgentia ab iis tantum acquiri potest, qui legitimo detineantur impedimento quominus exercitio publico intersint (Secret. Mem. 21 mart, 1815; S. C. Indulg., 18 iun. 1822; S. Pænit. Ap., 28 mart. 1933).

[Ai fedeli che praticheranno un pio esercizio in onore della Beata Vergine Maria, si concedono 7 anni (se in pubblico) o 5 anni (se in privato) di indulgenza per ogni giorno del mese, e indulgenza plenaria s. c. se praticato per almeno 10 giorni]

CANTICUM, HYMNI ET ANTIPHONAE

320

Magnificat

anima mea Dominum:

Et exsultavit spiritus meus in Deo salutari meo.

Quia respexit humilitatem ancillæ suæ: ecce

enim ex hoc beatam me dicent omnes generationes.

Quia fecit mihi magna qui potens est: et sanctum nomen eius.

Et misericordia eius a progenie in progenie timentibus eum.

Fecit potentiam in brachio suo: dispersit superbo mente cordis sui.

Deposuit potentes de sede, et exaltavit humiles.

Esurientes implevit bonis: et divites dimisit inanes.

Suscepit Israel puerum suum, recordatus misericordia è suæ.

Sicut locutus est ad patres nostros, Abraham et semini eius in sæcula.

(Luc., I, 46).

Indulgentia trium annorum.

Indulgentia quinque annorum, si canticum in festo Visitationis B. M. V. vel quolibet anni sabbato recitatum fuerit.

(5 anni nella festa della Visitazione e in qualsiasi sabato dell’anno)

Indulgentia plenaria s. c.  

(20 sept. 1879 et 22 febr. 1888; S. Paen. Ap., 18 febr. 1936 et 12 apr. 1940).

321

Ave maris stella,

Dei Mater alma,

Atque semper Virgo,

Felix caeli porta.

Sumens illud Ave

Gabrielis ore,

Funda nos in pace

Mutans Hevae nomen.

Solve vincla reis,

Profer lumen caecis,

Mala nostra pelle,

Bona cuncta posce.

Monstra te esse matrem,

Sumat per te preces

Qui pro nobis natus

Tulit esse tuus.

Virgo singularis,

Inter omnes mitis,

Nos culpis solutos

Mites fac et castos.

Vitam praesta puram,

Iter para tutum,

Ut videntes Iesum

Semper collaetemur.

Sit laus Deo Patri,

Summo Christo decus,

Spiritui Sancto,

Tribus honor unus. Amen.

Indulgentia trium annorum.

Indulgentia plenaria s. c. per un mese.

(S. C. Indulg., 27 ian. 1888; S. Pæn.

Ap ., 27 mart. 1935).

322

0 gloriosa Virginum,

Sublimis inter sidera,

Qui te creavit, parvulum

Lactente nutris ubere.

Quod Heva tristis abstulit,

Tu reddis almo germine:

Intrent ut astra flebiles,

Caeli recludis cardines.

Tu regis alti ianua,

Et aula lucis fulgida:

Vitam datam per Virginem

Gentes redemptæ plaudite.

Iesu, tibi sit gloria,

Qui natus es de Virgine,

Cum Patre et almo Spiritu,

In sempiterna sæcula. Amen.

( e x Brev. Rom.).

Indulgentia trium annorum.

Indulgentia plenaria s. c. per un mese.

(S . Pæn. Ap., 22 nov. 1934).

323

Alma Redemptoris Mater,

quæ pervia cæli

Porta manes, et stella maris, succurre cadenti,

Surgere, qui curat, populo: tu quæ genuisti,

Natura mirante, tuum sanctum Genitorem,

Virgo prius ac posterius, Gabrielis ab ore

Sumens illud Ave, peccatorum miserere.

(ex Brev. Rom.).

Indulgentia quinque annorum.

Indulgentia plenaria, s. c. per l’intero mese

(S. Pæn. Ap., 15 febr. 1941).

QUESTE SONO LE FESTE del mese di MAGGIO 2022

1 Maggio S. Joseph Opificis    Duplex I. classis *L1*

                 Dominica II Post Pascha    Semiduplex Dominica minor

2 Maggio S. Athanasii Episcopi Confessoris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

3 Maggio Inventione Sanctæ Crucis    Duplex II. classis *L1*

4 Maggio S. Monicæ Viduæ    Duplex

5 Maggio S. Pii V Papæ et Confessoris    Duplex

6 Maggio S. Joannis Apostoli ante Portam Latinam    Duplex majus *L1*

7 Maggio S. Stanislai Episcopi et Martyris    Duplex

8 Maggio Dominica III Post Pascha    Semiduplex Dominica minor *I*

                 In Apparitione S. Michaëlis Archangeli    Duplex majus

9 Maggio S. Gregorii Nazianzeni Episcopi Conf. et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

10 Maggio S. Antonini Episcopi et Confessoris    Duplex

11 Maggio Ss. Philippi et Jacobi Apostolorum    Duplex II. classis *L1*

12 Maggio Ss. Nerei, Achillei et Domitillæ Virg. atque Pancratii Mart. Semiduplex

13 Maggio S. Roberti Bellarmino Episcopi Conf. et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

14 Maggio S. Bonifatii Martyris    Feria

15 Maggio Dominica IV Post Pascha    Semiduplex Dominica minor *I*

                  S. Joannis Baptistæ de la Salle Confessoris    Duplex

16 Maggio S. Ubaldi Episcopi et Confessoris    Semiduplex

17 Maggio S. Paschalis Baylon Confessoris    Duplex

18 Maggio S. Venantii Martyris    Duplex

19 Maggio S. Petri Celestini Papæ et Confessoris    Duplex

20 Maggio S. Bernardini Senensis Confessoris    Semiduplex

22 Maggio Dominica V Post Pascha    Semiduplex Dominica minor *I

23 Maggio Feria Secunda in Rogationibus    Ferial

24 Maggio Feria Tertia in Rogationibus    Ferial

25 Maggio Feria Quarta in Rogationibus in Vigilia Ascensionis    Ferial

                   S. Gregorii VII Papæ et Confessoris    Duplex

26 Maggio In Ascensione Domini    Duplex I. classis *I*

27 Maggio S. Bedæ Venerabilis Confessoris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

28 Maggio S. Augustini Episcopi et Confessoris    Duplex

29 Maggio Dominica post Ascensionem    Semiduplex Dominica minor *I*

                   S. Mariæ Magdalenæ de Pazzis Virginis    Semiduplex

30 Maggio S. Felicis I Papæ et Martyris    Feria

31 Maggio Beatæ Mariæ Virginis Reginæ    Duplex II. classis *L1*

                   Commemoratio: S. Petronillæ Virginis

LO SCUDO DELLA FEDE (201)

LO SCUDO DELLA FEDE (201)

DIO GI LIBERI CHE SAPIENTI!.

CI VORREBBERO FAR PERDERE LA TESTA! (4)

PER Monsig. BELASIO

TORINO, 1878

TIPOGRAFIA E LIBRERIA SALESIANA

San Pier d’Arena – Nizza Marittima.

§ II.

Il secondo errore eguale al primo é il negare la creazione, sognando invece le trasformazioni.

(DARVINISMO).

Spez. Io la ringrazio, signor parroco. Oh! se venissero un po’ a ragionar con lei così alla buona quei tali, intenderebbero che gli increduli li ingannano: per poi tradirli all’uopo orrendamente. Ma che vuole? par che il diavolo li aizzi come cani ad abbaiare una e poi un’altra bestialità, là a casaccio… Veda di fatto, che mentre si vantano essi di non credere più niente, si sbracciano a far credere a noi (e solo perché lo dicono essi) che tutte le creature che vediamo vennero fuori dalla terra, senza che vi sia entrato Dio a formarle!

Par. È proprio così! chi non vuole più credere in Dio, è come un navigante che ha perduta la bussola in mar torbido e fortunoso, va trabalzato dall’uno scoglio all’altro, finché si sprofonda a naufragare. Voi ricordate lor di tener l’occhio alla bussola; che è la fede in Dio, se non vogliono, pazzamente perdere fino il buon senso. Tutti che credono al Creatore, col solo buon senso vedendo come le piante son prodotte da altre simili piante, e come gli animali son generati da animali parimenti della specie istessa, guardano le diverse specie delle piante e degli animali, come tante catene in cui gli anelli discendono l’un giù dagli altri. Come tengono poi per certo, senza neppur pensarvi sopra, che i primi anelli sono fissi alla volta da cui discendono; così sono pure. Certi che la prima pianta e il primo animale scendon giù dalla mano di Dio che li sostiene a continuare la loro discendenza. Udite come l’ebbe «dimostrato una buona donnicciola colla massima. semplicità. – Si racconta che Voltaire vedendo una donna che accarezzava una gallina, si sentiva in vena di scherzare: e « buona donna; le disse, vi è ben cara questa gallina? » — Ed essa: Eh signore, mi dà lei un ovo tutti li dì? — Ed il filosofo: « Ma quella gallina, com’è che voi l’avete avuta? » — E quella: « Mi è nata in casa da un ovo. » — « E quest’ovo da chi mai? » — « Da un’altra gallina. » — « Ma e la gallina prima?… — Allora quella: « Eh, signore, lo sanno fino i bambini che vanno al catechismo, che Dio creò il cielo e la terra e tutte le cose che sono in essi. » Voltaire restò lì sopra pensiero un istante!.. Poi: « Oh la brava, perché tu credi al catechismo, parli meglio di tutti questi che pretendono di saper tutto e non sanno spiegare niente !… » Tacque qui; ma il signor di Voltaire poteva dire ancora che quella buona massaia mostrava di aver più buon senso di quel tale così dotto astronomo (lo van dicendo di Arago), il quale sopra morte interrogato, se avesse nelle vita sua adorato ben Iddio? rispose: « Non ho avuto tempo di pensarvi! » Almeno la brava donnicciola teneva d’acconto la gallina, perchè le piaceva l’ovo da lei fatto; e quel dotto senza cuore ammirava le stelle, e si dimenticava di Dio che le creò!…

Spez. Lasciate fare a me, che lo voglio raccontare anch’io, per dare una buona rimbeccata a quei superbi, che non vogliono sentir parlare di Dio. – Ma io vorrei saper rispondere proprio a tono, quando dicono là, che le piante, gli animali e fin gli uomini vengon tutti prodotti dalla terra?

Par. Eh eh, adagio adagio a ma’ passi, dite loro; perché chi va saltellando tra gli abissi, cade certo a rompicollo. Ma sapete che avete fatti i grandi salti con queste poche parole! Dalla terra siete saltato alle piante, dalle piante agli animali, e dagli animali fino agli uomini. Pare a voi la poca cosa eh?…. Ma non sapete che dall’uno all’altro di questi generi di creature vi è una differenza tanto grande, un vero abisso di distanza che nessun uomo può misurarlo colla mente! Ve lo farò capire. Se aveste: voi scavata la terra in fondo in fondo (come la scavarono i geologi, cioè quegli scienziati che la vanno rovistando per conoscervi qualche cosa); avreste trovato, come. quelli, che là non vi era neppur un segno di piante e d’animali. Era dunque là la terra; e chi sa per quanto tempo? in prima come cosa morta senza produrre niente affatto.» – Ora, per cominciare poi a formar le prime piante, sì che dovette la terra pensar tanto come doveva formarsi bene le radici, i fusti e tante foglie, e stender quei filamenti sottilissimi, ed intrecciar le costoline e far i buchi da passare dentro gli elementi, e poi e poi… eh non so io, né sanno gli altri dir ben tutti come sieno formati quegli organi così minuti. Pensarlo?… Sarebbe ancora poco; e poi è più ancora mettersi a far tutto! Eppure quelle teste matte, come se niente fosse il poter fare tanti miracoli di cose, dicon li, con una parola « che la terra si è sviluppata in piante!» Come la san lunga!… Ma poi la terra quando si è fatta piante di se stessa, e le dovette venir voglia di diventare animali, bisognava che inventasse che cosa fossero gli animali dei quali non s’era mai veduto neppur uno; e poi s’andasse a provvedere chi sa dove? quelle tali cose che si chiamano anime che fan muovere e sentire. Poiché sentire e muover e muoversi spontaneamente come fanno gli animali, deve esser ben diverso dallo stare lì piantati come un albero insensibile… Aspettate!. Ma e poi quando la terra fattasi piante ed animali, questi si sentirono l’ambizione di diventare uomini da comandare a tutti; allora sì! che dovettero studiar bene di crearsi dei figliuoli un po’ migliori, e di quella bellezza che non si avevano mai veduti tra quei brutti ceffi di scimmioni d’ogni specie. E poi e poi, che inventassero delle anime capaci d’imparare a ragionare: ché di ragione gli animali non ne vollero mai sapere. Bisognava dunque che la terra, altro altro che far evoluzioni e trasformarsi da una specie all’altra come sono le creature! bisognava adunque che la terra prima se le sapesse tutte immaginare? anzi anzi, aver la potenza di far tutto e la sapienza di far tutto in così bell’ordine! Bisognava adunque che la terra fosse sapientissima, onnipotente provvidentissima da sapere, da potere crear tutto, e tutto conservare… Oh vedete che disgrazia, di coloro che se non vogliono credere in Dio Creatore. onnipotente; diventano. Così matti da credere che sia la terra creatore onnipotente, creatori anche le piante, e creatori di noi uomini siano le bestie!

Spez. Che sapienti!… Ma hanno perduto proprio la testa. Ma abbiate la bontà di darmi la risposta che io possa dare, quando diranno: che le creature, o gli esseri, come dicono essi, son così simili tra loro che certe piante si confondono colla terra e certi animali si confondono colle piante e certi uomini colle bestie, sicché dicono: che si conosce che le cose si trasformarono l’una nell’altra.

Par. Eh! ne avrebbero stavolta detta una mezzo vera, ché proprio certi uomini si confondon colle bestie, alla maniera che dicono ed operano senza ragione! È però vero che le creature terrestri si somigliano in qualche cosa che tutte hanno insieme con sé. Tutte hanno della materia di cui son formati tutti i corpi; ma oltre la materia che le piante han dentro loro, essi han gli organi che le compongono, e cogli organi la forza di vegetare, e questa forza non è cosa materiale. Così pure gli animali hanno fili, vene, organi insomma adattati a loro; ma col corpo organizzato han la forza di sentire, han l’istinto di muoversi e andar a cercare ciò che loro è necessario, e questa forza di sentire non è cosa materiale, né una conformazione di parti organizzate come sono le piante; ma è l’anima per cui essi sono animati. Così anche degli uomini poté dire un gran dotto, che è S. Gregorio, che noi uomini in certo qual modo siamo esseri materiali come la terra, vegetanti come le piante, animati come gli animali. Ma se in queste cose siamo simili agli animali, noi nel corpo animato, abbiam però poi anche l’anima ragionevole, per cui siam diversi assai assai e superiori a tutti; poiché coll’anima ragionevole siamo simili fino agli Angeli. Ma a divertirvi, voglio raccontarvi un fatterello che darebbe una lezione assai solenne, per far capire come noi uomini siam diversi da tutt’altre creature. Fu un di un maestro che nella scuola tecnica parlava di tutto e spiegava anche quello che non aveva mai studiato, credendosi licenziato in ogni scienza come un professore enciclopedico che conoscesse tutte le cose, e più altro ancora. Solo perché aveva passeggiato sotto i portici dell’Università, e udito cinguettar di Darvinismo, voleva dare prova di tutto il suo sapere con far solennemente una gran lezione. E là a sciorinare, che in tutto l’universo era materia, che si era trasformata da terra in piante e da piante in animali, eccetera, eccetera!… E siccome i paperi a gracchiare dall’oca grande, così egli aveva imparato da un grande professore a conchiudere vociando: (con divozione si direbbe) Oh metamorfosi della materia, sacra parola, al solo pronunciarti mi sento destar nel petto un senso di profonda venerazione…» poi ai suoi scolari: « Colti giovani, siate spregiudicati e non lasciatevi ingannare da qualche sentimento di debolezza!… » Quei giovani che si ridevano sotto labbra di quel sciocco buffone… ai quali bastava l’animo di fargliene delle belle, vollero mettere in pratica la lezione in un modo assai bizzarro, da cavargli la voglia di replicarla al solito. Lo aspettaron uniti insieme in corpo all’uscio della scuola, e all’uscirne fu un battere le mani a lui tutti d’intorno. Ei si ringalluzziva tutto dicendo in suo cuore: « che gran lezione ho mai fatto io! eh! Se sono un professore da esser chiamato all’Ateneo!» Ma gli arditi gli si serraron alla vita, e il sollevaron tra le braccia in alto in alto… Egli, che credeva lo portassero in trionfo, a gridar subito: « Troppo ono…. e muta il grido in «ahi! » quando lo stramazzarono per terra. Meschinello!.. rotta la testa!.. mise un gemito « son rovinato!… aiuto! » Ma gli scolari nello sghignazzio, da buoni spregiudicati senza sentimento: « È proprio terra il signor maestro! è caduto come una gran motta di terra!..» — Ma il povero maestro grida: « Aiuto! aiuto!… mi sento morire!… Ho paura!..» Ed essi a scherno: « Eh eh, signor maestro, e se si muore?… è niente è niente, è un po’ di terra che fa la sua evoluzione!..» Io credo che allora anche il maestro maledisse il Darvinismo!

Spez. La ci andava una simile lezione a questo sciocco che voleva fare lo scienziato! È tanto spiritoso il brutto giuoco, che muove più il riso che la compassione! Ma mi dica ancora, perché io possa rispondere a’ miei signori: Non potrebbero le piante e gli animali diventar migliori per la coltura e collo svilupparsi sempre in meglio farsi col tempo di una razza più bella?

Par. Rispondete che per diventare migliore una cosa, deve essere in prima già la cosa che la si debba migliorare. Così voi potete nel vostro orto; come il Darwin nel suo, coltivare le cipolle, e diventeranno più grosse; saranno però sempre cipolle; coltivate i cavoli, ma non si cambieranno in. Bestioline di nessuna sorta; coltivate i piccoli polli, non diventeranno mai le graziose colombine. Da tutte piante, come da tutte bestie, vengon su piante e nascon sempre bestie della stessa natura di quelle che le hanno prodotte. Questo si è sempre veduto dacché mondo è mondo. Si trovan diffatti negli antichissimi sepolcri di mille e mille anni fa grani; serpenti e scimmie che erano stati imbalsamati coi cadaveri umani; ebbene, son proprio gli stessi grani, i quali, ancor seminati da noi, danno grani come quelli antichissimi, e sono gli stessi serpenti che strisciano ancor là nelle sabbie abbruciate dell’Africa, gli stessi gatti delle cucine nostre e le istesse scimmie colle quattro zampe istesse che s’arrampicano sugli alberi oggidì; le quali poi, si vede, che mai non si sognaron, almen per sei mila anni, di farsi scimmie un po’ migliori. Insomma, le piante e gli animali vengon su coi loro caratteri particolari dal seme o germoglio, come l’ha creato Iddio. Così spunta una piantolina dal suo guscio, ma essa è già il piccol albero che potrà diventar grande come il castagno della regina Giovanna da tener all’ombra i cento cavalieri; ma più o men grossa, è sempre la pianta istessa. – Degli animali poi è da dire lo stesso. Nasca pur piccina la bestiolina, ma in sé ha già tutte quelle ossa che si vanno consolidando, e tutti quei muscoli e nervi e le più minute vene; sicché può diventar crescendo un grosso elefante; ma non cambierà mai: perché pel trasformarsi, cioè mutarsi in altro, sol cambiasse un osso solo, non potrebbe vivere come elefante, quale fu creato da Dio.

Spez. Oh! le belle cose che mi spiegate chiaramente! Ma essi piglian tutto in grosso, e dicono che certi animali si cambiano in altri animali più perfetti, migliorando la loro specie.

Par. Più perfetti?… ma ogni specie di animali ha tutte le parti necessarie per esser perfetta nella sua qualità; Dite loro: che l’uomo che più s’intende dell’anatomia degli animali, perché studiò tanto ciascun organo del loro corpo, il signor Cuvier, osservò che tutte le parti degli animali sono così create per servire all’animale di quella specie. Per esempio, dice egli, l’animale che mangia carne, non solo si conosce dagli artigli e dagli unghioni, ma ogni piccol muscolo del suo corpo è proporzionato alla forza, all’agilità, insomma a tutto ciò che si richiede dalla sua maniera di vivere. Sicché (lo dice egli) il dire che un animale possa trasmutarsi in altro, è un mostrar di avere, (notate, son sue parole,) la più grande ignoranza.

Spez. To? che me li ha bollati, in regola questi che pretendono, senz’aver studiato, darsi il vanto di mostrarsi gli scienziati, solo perché si vantano di non credere. Diede loro la patente di solenni ignoranti.

Par. Ma raccontate un fatto che darà prova che il signor Cuvier gliela poteva dare. Un dì nelle cave di calce di Montmartre presso Parigi furon « trovate delle  ossa, che egli conobbe non poter essere d’alcun degli animali che vivono ai nostri dì. Quindi pensò che quelle grand’ossa dovevano averne altre corrispondenti per far andare insieme il corpo degli animali. Pensò che sopra quelle ossa si dovevano stendere dei muscoli di carne in un tal modo; e così via via si mette a disegnare l’animale intiero come se l’immaginava egli che doveva essere. Fu poi trovato l’animale intiero; e si vide, meraviglia! era proprio simile al disegnato. Replicò poi la prova; da altre poche ossa di animali sconosciuti disegnò esattamente quali dovean essere quegli animali, e non la sbagliò mai. E sapete il perché? Perché conobbe esattamente che ciascun animale ha tutte le sue parti da Dio create per poter vivere. secondo la sua specie e la sua natura; né un animale potrebbe vivere, se mutasse un proprio osso, un nervo nella forma di un osso o d’un nervo che hanno animali di altra specie.

Spez. Eppure avrebbe da udirli come quei creatori a fantasia essi sanno la maniera, per cui gli animali di una vanno adagino mutandosi in animali di un’altra specie. E vanno dicendo che la inclinazione e la gran voglia di arrivare a pigliarsi qualche cosa, di godere e far sempre migliore vita fanno sviluppare negli animali le membra che hanno; e perfino, ma la senta una bella! perfino fanno lor nascere le membra che non si avevano prima.

Par. Oh oh! è proprio bella bella; ma però la potrebbe mutare in brutta pei poveri galantuomini… Ma sa egli, che se le inclinazioni, le brame potessero crear le membra che non si hanno, molti furfantoni che hanno tanta inclinazione, una brama viva viva, una calda foia ch’abbrucia a lor le carni addosso, oh se vel dico io! come metterebbero fuori certe alacce sulle spalle, da volare da grifoni nelle finestre ad arraffare nelle stanze l’oro che fa a loro tanta gola!… Quante si dicono stoltezze, mio caro, quando si ha perduto il ben di Dio ?…. Voi potete far intendere a chi ha ancora un po’ di ragione, che l’esercizio può bensì far diventare più robuste e grosse le membra che il Signore ha dato agli animali… ma non farne venire delle nuove?… Oh oh non mai! Io credo che neppur quando uom sogna, ei fantastica di aver le ali.

Spez. Sì, veramente sono. anch’io ben persuaso che col non credere più in Dio, si perde proprio la testa! Ma ascolti ancora quest’altra; e mi suggerisca come possa far loro credere che diventano ridicoli! Volendo dire che nell’universo tutto è materia e forza, non han vergogna di dire anche: che aggiungendo forza a forza si compongono le ragioni degli uomini, come io compongo i miei impiastri!

Par. E voi pigliate subito loro di bocca le loro parole istesse. O i miei belli scienziati, troppo bene mi avete detto, che tutto essendo materia e forza solamente, ogni atomo è sempre unito colla sua forza, e che ogni forza, la sia pur piccina piccina, ha sempre unito il suo granellino di materia. Adunque per far di un animale irragionevole un uomo ch’abbia la ragione, bisognerà metter nella bestia un’altra forza. Così aggiungendo forza a forza, aggiungeremo materia a materia… L’avete fatta la gran bella scoperta! Da bravi, avanti avanti, e per formare un uomo più dotto, fate un bestione ancor più grosso del mammouth… Ah ah sarà questo il sapientone, proprio il vero vostro Salomone!

Spez. Bisogna ridere per forza, anche quando non si ha voglia!

Par. Deh non ridete. Poiché è cosa che fa piangere il pensare che con tanti spropositi non solo si fa’ perdere la fede ed il buon senso, ma si fa spegnere ogni sentimento di bontà! Perché assuefandosi anche coloro che non sono malvagi ancora, a dir sempre così cattive cose alla spensierata, si finisce poi per crederle senza pensarvi più che tanto. Quindi col parlar sempre di materiali cose, coll’aggiungervi che tutto è sola Materia, si guardan fino le persone come fossero cose materiali, da servirsene, quando sì possa, a volontà. Avvisate i vostri amici, che avran forse da pentirsene. Quand’avranno i loro figli educati a queste scuole, ed in famiglie non sentiranno che parlar d’interessi e di far servire le persone a far meglio gl’interessi loro proprii… potranno poi far certi calcoli fin sulle persone dei loro padri…  Raccontate questo fatto per far intendere a quella buona gente, che « cosa si potrebbe volere far finanche di questa povera carne umana. Inorridite alla crudeltà di questo calcolo innanzi alla pietà cristiana, udendo solamente a raccontarlo. Un dì una giovine sposa in un santo cimitero inginocchiata sulla tomba della buona sua madre, deponeva appié della croce. una corona di violette del pensiero con in mezzo un cuor fatto di rose, e a quella pietà il suo giovine sposo col cappello in mano dietro a lei pregava anch’esso. Poco lontano appoggiato le spalle ad una colonna un tale cupo cupo, col cappello all’americana giù sulla fronte, segnava alcune cifre sopra un suo portafoglio; e in quella dava di sbieco un’occhiata su quei due ridendo. A quel segno di confidenza lo sposo a lui: « Signore, disse, voi forse scrivete un qualche bel pensiero venuto anche a voi in questo luogo d’inspirazioni così care e sublimi?… » E l’altro crollando il capo con un far di beffa: « Superstizioni, esclama, superstizioni tanto dannose al progresso… Eh eh,. signore; bisogna elevarsi. Sopra questi bassi sentimenti… La scienza, la scienza, e non più superstizioni! Ora la scienza insegna che tutto quello che succede. non è che evoluzione della materia… Che mi parlate d’inspirazioni dell’anima? Se tutto è materia, egli bisogna trar partito dalla materia… Io faccio appunto il calcolo che il corpo di un cadavere pesa in media tanti chilogrammi: dunque da un cadavere si può cavare tanti chilogrammi di olio e tanti di colla; e poi colle ossa spolpate tanti chilogrammi di calce… Che gran capitale va perduto per la superstizione della Religione cristiana! » – Il giovine sposo diede in dietro un passo per ribrezzo, e la signora atterrita nascondevasi dietro al consorte, parendole in quel grifo uno sguardo da iena, che agognasse cogli unghioni di ferro a dissotterrare il cadavere della santa sua madre!

Spez. Mi sento venirmi fredda anch’io la vita, quando io penso che se la scienza di quei sapienti va innanzi ancor un poco, ve’ che mi vorranno gettare in una gran caldaia; pu pu!… fan troppo orrore. – Ma costoro, signor parroco, se non si credon di essere che materia, perché fan tanti calcoli per far l’interesse di un pizzico di materia?

Par. Mio buon signor amico, bisogna conoscerli per bene, e vorrei lo capissero tutti i cari nostri, come costoro guardano tutti gli altri come cose materiali da maneggiarsi senza sentimento; ma solo riserbano a se stessi di potere servirsi di tutti, per fare il proprio interesse. Pur vantandosi d’esser i soli sapienti, vanno dicendo d’esser filantropi, che amano tanto il popoletto!

Spez. L’ho sempre detto io:

DIO CI LIBERI!… CHE SAPIENTI?… CI VORREBBERO: FAR PERDERE LA TESTA … Ma dirò anche sempre : CHE FILANTROPI… FAN L’AMORE AL POPOLO COLLE UNGHIE E CO DENTI!….

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 15

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (15)

GIOVANNI G. OLIER

Mediolani 27-11 – 1935, Nihil obstat quominus imprimetur. Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR: In Curia Arch.Mediolani die 27 – II – 1935 – F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO X.

Della dolcezza

Perfezione della dolcezza. — È partecipazione della dolcezza medesima di Dio.  – E il contrassegno del vero zelo — non si trova per lo più che nelle anime innocenti. – Dio per comunicarci le sue virtù segue due vie, quella dell’effusione e quella dell’acquisto.

La virtù di dolcezza è fa più alta perfezione del Cristiano; essa, infatti, presuppone in noi l’annientamente da tutte quanto è nostro e la morte di ogni interesse proprio; dimodochè il disprezzo non ci irrita più e neppure la perdita dei beni e della tranquillità della vita vale a farci perdere la nostra pace. – In voi, dice S. Paolo, sia soffocata e consumata qualsiasi radice di amarezza (Ephes. IV, 31; Hebr. XII, 15). Ora, questo si fa per mezzo di Gesù Cristo Nostro Signore; perché Gesù Cristo, abitando nel fondo dell’anima nostra con la pienezza della divinità, assorbe nella sua carità il nostro amor proprio, il quale è la causa dell’ira. In tal modo, l’anima nostra trovasi nella pace e nella dolcezza; ed anche nei casi in cui l’interesse proprio in apparenza sembra ferito, essa non ha né asprezza né amarezza. L’amor proprio si irrita e si accende tutto di vivissimo fuoco, quando si ha la pretesa di rapirgli ciò che gli appartiene, Perciò, se vogliamo che l’anima nostra goda la vera dolcezza, è necessario che tutto quel fondo di amor proprio che si estende e si porta verso la creatura, sia inabissato in Dio. Come vi sono parecchi gradi di umiltà, vi sono pure varie sorte di dolcezza. Ma la dolcezza vera, fondata e perfetta, è quella del cuore: di essa parlava Nostro Signore, quando diceva: Imparate da me, ch’io sono dolce ed umile di cuore. Ora, questa dolcezza di cuore deve essere talmente radicata in noi che niente la possa alterare, e non le rimanga più nulla né della carne né di sé medesima, ma sia tutta immersa e come perduta in Dio, ossia nell’essere, nella vita, nella sostanza, nelle perfezioni di Dio. In tale stato, l’anima tutto opera nella dolcezza; quando pure agisce con zelo, è sempre con dolcezza, perché l’amarezza e l’acrimonia non hanno più luogo in essa, come non possono aver luogo in Dio. – La carne e l’uomo vecchio hanno uno zelo falso e contraffatto. il quale per quanto esteriormente abbia qualche somiglianza con lo zelo dell’uomo nuovo, in fondo ne è molto dissimile: il primo è sempre pieno di amarezza e di asprezza, il secondo è tutto animato dalla dolcezza. Uno dei maggiori contrassegni per discernere lo zelo della carne da quello dello Spirito Santo è appunto questo; il vero zelo di Dio viene acceso in noi dalla considerazione del bene del prossimo, mentre lo zelo falso dell’uomo vecchio trovasi sempre eccitato dal nostro interesse proprio; e questo viene chiamato la collera, la quale è un appetito, una tendenza, un moto di ardore per ritenere o cercare ciò che ci appartiene. La vera dolcezza non si trova quasi mai che nelle anime innocenti, nelle quali Gesù ha stabilito la sua dimora continua fin dalla loro santa generazione e nelle quali è cresciuto nel complesso di tutte le sue perfezioni. Nelle anime penitenti, la dolcezza si trova raramente; perché il peccato le ha private di un’infinità di perfezioni, ed ha fatto regnare in esse il disordinato interesse di mille cose di cui l’abitudine si è formata e contratta con una fervente attività; anime penitenti sono quindi obbligate lavorare con molta fatica e violenza, per distruggere l’uno dopo l’altro tutti questi vizi della carne, riacquistare le Virtù contrarie, e così, in Gesù Cristo, riparare quanto avevano perduto. Siccome poi per ottenere questi effetti ci vuole molto tempo e occorrono molte mortificazioni, pochi ve ne soro che siano perseveranti e che lavorino all’acquisto della virtù con quella grande fedeltà che è necessaria onde ricuperare quanto hanno perduto col far getto della grazia del loro battesimo, e quindi ristabilirsi, in Gesù Cristo, nella pienezza delle vie divine.

***

Vi sono due vie differenti per le quali Dio comunica agli uomini le sue virtù. Nella prima, Egli le comunica per un puro effetto della sua bontà e liberalità, senza esigere alcun lavoro da parte della sua creatura. Nell’altra, esige fatica nella creatura, e non concede la virtù se non dopo violenti sforzi e in seguito ad una prolungata fedeltà. La prima può chiamarsi via di infusione: la seconda via di acquisto. La prima è rara nella Chiesa, a meno che Dio non abbia qualche disegno particolare sopra qualche anima, e per lo più, non viene usata che per gl’innocenti; la seconda non è meno rara, perché sono pochi quelli che perseverano con costanza e fedeltà. – La via d’infusione è dolce: ciascuno vorrebbe possedere per questa via le virtù non meno che gli altri doni: ma la via di acquisto è dura e nessuno la vorrebbe. Quest’ultima nondimeno è per tutti i peccatori e per tutta la Chiesa; mentre l’infusione è soltanto per gli innocenti e per poche altre anime su fa terra. Gli innocenti mentre crescono in Gesù Cristo, crescono pure in tutte le virtù, a motivo che Gesù Cristo nelle loro anime gode di un dominio estesissimo, per cui le riveste, le copre, le investe delle sue proprie virtù, col dono continuo e privilegiato della sua presenza. Egli in queste anime opera tale una trasformazione ch’esse non sono più sé medesime ma sono Gesù Cristo vivente e regnante in esse, Gesù Cristo che possiede e consuma tutto il loro essere. E siccome Egli è tutto consumato e trasformato in Dio perché Dio è perfettamente stabilito in Lui, così delle anime nelle quali Egli vive; Egli le consuma e le trasforma interamente in sé medesimo. Orbene, poche sono le anime in cui Gesù Cristo operi questi effetti, poche le anime nelle quali non rimanga qualche fondo di amor proprio, sorgente dell’amarezza e dell’ira che si accende per il proprio interesse; donde avviene che vi sono pochi Cristiani animati da perfetta dolcezza.

VITA E VIRTU CRISTIANE (Olier) 16

LA VITA INTERIORE (21)

LA VITA INTERIORE E LE SUE SORGENTI (21)

Sac. Dott. GIOVANNI BATTISTA CALVI

con prefazione di Mons. Alfredo Cavagna Assistente Ecclesiastico Centr. G. F. di A. C.

Ristampa della 4° edizione – Riveduta.

LUCE DIFFUSA

LA RICONOSCENZA E IL RINGRAZIAMENTO

NEGLIGENZA INESPLICABILE.

Noi siamo soliti, almeno, a parole, dire, ripetere a sazietà, il «grazie» a chi ci fa, o sembra farci, un qualunque beneficio, o ci concede un favore, anche se insignificante. Non indaghiamo se, e fino a che punto, questi «grazie, grazie » abbiano radici nel cuore e disposizioni pratiche corrispondenti nella volontà. Tuttavia, se questo nostro sentimento di riconoscenza, questa manifestazione di ringraziamento è abbastanza comune verso i nostri simili, non lo è, purtroppo, egualmente verso Dio nostro Padre e massimo benefattore. – Il fatto fu, e lo è continuamente ancora, constatato da molti santi, da tante anime pie che se ne mostrarono, e se ne mostrano sconsolati: «se vi è cosa di cui non si sappia spiegare la completa assenza nella religione pratica della maggior parte degli uomini — dice il P. Faber (Tutto per Gesù. Torino – S.E.I., pag. 215.) — è il ringraziamento. È ben difficile esagerare la negligenza che molti dimostrano riguardo a questo dovere; si fanno certamente poche preghiere, ma si fanno meno ancora ringraziamenti. Se un milione di Pater e di Ave s’innalzano dalla terra per domandare a Dio di allontanare da noi tutti i mali e per far discendere le sue grazie, quante di queste preghiere si diranno poi per ringraziare Dio dei mali da cui ci ha liberati e delle grazie che ci ha date? Ohimé! è troppo facile trovare la causa di questa ingratitudine: alla preghiera ci spinge naturalmente il nostro interesse, ma la riconoscenza è inspirata solo dall’amore ». Il corsivo di queste ultime righe è mio; ed è per rimarcare questa dolorosa affermazione che, purtroppo, corrisponde alla realtà dei fatti!

IL DOLORE DEL CUORE DI GESÙ.

Proprio per questa mancanza di riconoscenza, dopo la guarigione miracolosa dei dieci lebbrosi, Gesù, come fedelmente san Luca (XVII, 12-17) riferisce, uscì in una espressione piena di dolore, vedendo che uno solo fra i dieci, ed era un samaritano, aveva sentito il dovere di ritornare da Lui per ringraziarlo. « E come (Gesù) stava per entrare in un villaggio, gli si fecero incontro dieci lebbrosi, che si tennero a distanza ed, elevando la voce, esclamarono: “ Gesù, Maestro, abbi pietà di noi! ’’. A quella vista Egli disse loro: Andate a mostrarvi ai sacerdoti. » E mentre vi andavano, furono guariti.

» Or, uno di essi, vedendosi guarito, tornò indietro glorificando Dio ad alta voce, e si gettò con la faccia a terra davanti ai piedi (di Gesù) a ringraziarlo; ed egli era un Samaritano.

» Prese allora a dire Gesù: Non sono stati guariti tutti e dieci? E dove sono gli altri nove? Non s’è trovato nessun’altro, che sia tornato a rendere gloria a Dio, se non questo straniero?

» E a lui soggiunse: Alzati, va’; la tua fede ti ha salvato ». Una semplice considerazione. Risalta evidente, nei lebbrosi, il contrasto tra la condotta anteriore e quella posteriore alla guarigione. Prima della guarigione, il desiderio d’essere esauditi « li rendeva ossequiosi e prudenti; stavano in distanza per timore di irritarlo (Gesù) con l’avvicinarglisi troppo…; alzavano la voce dicendo: “ Gesù, Maestro, abbi pietà di noi”. Compiuto poi il miracolo, nove di loro, pieni di una gioia egoistica, andarono a presentarsi ai sacerdoti: ma uno, “uno solo… vedendosi guarito… si prostrò al piedi di Gesù e lo ringraziò » (Faber, op. c., p. 216). Di qui la sorpresa, la meraviglia, l’afflizione del Cuore di Gesù. La riconoscenza, ch’è un dovere d’amore, era stata soffocata dall’egoismo… negli altri nove lebbrosi guariti. – A parecchi secoli di distanza, Gesù ci fa sentire ancora lo stesso lamento. Santa Matilde, in preghiera davanti al santo Tabernacolo, aveva domandato a Gesù che cosa gli piacesse di più nell’uomo, e Gesù così, benevolmente, le rispose: « Il mio più vivo piacere è ch’egli mediti con profonda riconoscenza, e ricordi sempre sempre le ingiurie che ho sofferte nei miei trentatré anni, la miseria in cui vissi, gli affronti sopportati dalle mie creature ed infine quanto soffersi in Croce morendo nella più amara ed atroce delle morti per amore dell’uomo, per redimere l’anima sua col mio prezioso Sangue e farne una sposa fedele. Vorrei che ognuno mi fosse grato per un tanto beneficio, di gratitudine tenerissima, come se tutto avessi sofferto solo per lui ». Ogni anima deve ritenere rivolto a se stessa questo invito di Gesù, ricordare queste parole, meditarle, conformare e coordinare, secondo il giusto e santo desiderio del Maestro divino, i pensieri, le parole, le opere.

IL RINGRAZIAMENTO È DOVEROSO.

Non solo per un bisogno del cuore nostro; non solo pel desiderio giustissimo e per il diritto che ne ha Gesù, ma, anche perché la riconoscenza è vivamente consigliata, suggerita, comandata dai Santi e dai Padri della Chiesa. La miglior guida, in questo, come dice il P. Faber, è l’autorità della S. Scrittura. L’apostolo Paolo scrivendo agli Efesini, dice che Noi dobbiamo rendere grazie di tutte le cose a Dio Padre in nome di Gesù Cristo (Ef., V, 20). Ai fedeli di Corinto dice: «Fratelli, sempre rendo grazia per voi al mio Dio, per la grazia di Dio che vi è stata data…» (I Cor., 1-4). E ancora: « Dobbiamo abbondare con tutta la semplicità che opera in noi, ringraziando Dio» (II Cor., IX, 11). Ecco l’ammonimento che dà ai Filippesi: « Non desiderate nulla, ma in ogni occasione esprimete il vostro desiderio a Dio con la preghiera, con le suppliche e col ringraziamento » (Filip., IV, 6). – E ai Colossesi: «Poiché avete ricevuto il Signor nostro Gesù Cristo, camminate in lui, appoggiati su di lui e edificati in lui e confermati nella fede come l’avete appreso, rendendo, per mezzo di lui grazie abbondanti » (Col., II, n). Più avanti, ancora: « Non trascurate la preghiera, ma vigilate attentamente nei vostri ringraziamenti » (Col., IV, 2). Rivolto a Timoteo, afferma che: « ogni creatura di Dio è buona, e non bisogna rifiutare nulla di ciò che si riceve con ringraziamento» (I Tim., IV, 3). Indirizzandosi ai Romani dice: « E il carattere dei Gentili era tale che, sebbene conoscessero Dio, non lo glorificavano come Dio e non lo ringraziavano » (Rom., I, 21). La lode e il ringraziamento sono la delizia più grande degli Angeli e dei Santi in Paradiso; saranno anche la nostra occupazione, per così dire, più gradita in cielo. – Nell’Apocalisse di S. Giovanni, il linguaggio degli Angeli, dei seniori e di tutte le creature viventi si riduce alle seguenti parole: Amen! Benedizione e gloria, sapienza, grazia, onore, potenza e forza al nostro Dio, in tutti i secoli! Amen. – Gesù disse a santa Brigida che il ringraziamento è uno dei fini dell’istituzione del S. Sacrificio della Messa: Il mio corpo, le disse, è ogni giorno immolato su l’altare, affinché gli uomini che mi amano si ricordino più spesso dei miei benefici. Ringraziate Dio, dice san Bernardo, e voti ne riceverete dei favori sempre più grandi. – S. Lorenzo Giustiniani, nel suo Trattato dell’obbedienza, così si esprime: «Chi volesse, egli dice, contare tutti i benefici di Dio, somiglierebbe a chi si sforzasse di racchiudere le potenti acque dell’immenso oceano in un piccolo vaso… E più avanti: Mostrate soltanto a Dio che voi siete riconoscenti di quello che vi ha dato, ed Egli verserà sopra di voi dei favori sempre più abbondanti ». – San Paolo della Croce, durante una sua grave malattia, passava le ore e i giorni nel ringraziare e lodare Dio, ripetendo sovente con particolare attenzione e devozione quelle parole del Gloria in excelsis: « Noi ti ringraziamo per la tua grande gloria ». Alla maggior gloria di Dio era la frase, la giaculatoria, il motto araldico preferito di S. Ignatio di Lojola, lasciato in eredità alla Compagnia di Gesù. – Una grande caratteristica del santo don Bosco fu la sua immensa riconoscenza: verso Dio soprattutto; per Maria SS. Ausiliatrice, che chiamava la sua Regina potente, la sua ispiratrice, e alla quale tutto solo e sempre attribuiva; pei suoi collaboratori, pei suoi benefattori, pei suoi alunni stessi, per chiunque gli avesse fatto anche il minimo benefizio… La gratitudine è l’anima della religione, dell’amore filiale, dell’amore a quelli che ci amano, dell’amore alla società umana, dalla quale ci vengono tanta protezione e tante dolcezze. Tutte le astuzie per giustificare l’ingratitudine, sono vane; l’ingrato è vile. Così il mite e grande Silvio Pellico che, per avere molto sofferto, era specialmente indicato e qualificato nel ringraziare anche per le minime attenzioni che gli si usavano.

MOTIVI DI RICONOSCENZA.

Noi dobbiamo ringraziare continuamente il Signore per tutti i suoi benefizi. Anzitutto pei suoi benefizi generali, cioè quelli che concede a tutti gli uomini indistintamente, come: la creazione, la conservazione, la redenzione, il perdono dei nostri peccati, tutte le grazie della santa umanità di Gesù, i gloriosi privilegi della Madre di Dio e tutto lo splendore degli Angeli e dei Santi. Indi, dobbiamo ringraziare il Signore per tutti i favori, pubblici e privati, che, nella sua misericordia, diede a ciascuno di noi personalmente, individualmente. Tutti i grandissimi beni dell’anima e del corpo; la grazia dei sacramenti, le sante ispirazioni, gli aiuti speciali per la nostra perfezione e santificazione. – Di più: san Giovanni Crisostomo voleva pure che si ricordassero con particolare riconoscenza i benefizi nascosti che Dio ci diede a nostra insaputa. « Il Signore, egli dice, è una sorgente abbondante di clemenza, le cui acque scorrono su di noi e intorno a noi, anche quando non lo sappiamo ». – Per questi, e per tanti altri motivi di ringraziamento, la Chiesa ci insegna il modo di manifestare a Dio la nostra gratitudine. Nel prefazio della S. Messa si trovano queste belle parole: Vere dignum et justum est… nos tibi semper et ubique gratias agere: è cosa veramente degna e giusta che noi ti ringraziamo sempre, o Signore… Sempre e ovunque, perché — in qualunque luogo — non v’è momento, che non sia un benefizio del Signore. Presso il popolo giudaico vediamo con grande ammirazione che non appena il Signore aveva concesso qualche benefizio al suo popolo, questi cantava subito un inno di lode e di ringraziamento a Dio suo massimo, insuperabile benefattore. Ci risuonano nell’anima le parole del Salmista: Quid retribuam Domino pro omnibus quæ retribuit mihi? — Che potrò io mai rendere al Signore per tutti i benefizi che ho da Lui ricevuti? — Come non ricordare, qui, il meraviglioso cantico della Vergine Santissima quando, nell’entrare in casa della cugina Elisabetta, uscì in quel meraviglioso: Magnificat anima mea Dominum? Questi esempi, questi motivi debbono indurre anche le anime nostre a cantare le glorie del Signore, a dirgli di continuo tutta la nostra più filiale riconoscenza! Questo, però, non basta. Il modo e il mezzo più bello per ringraziare Dio pei suoi benefizi, è quello di farne buon uso, servendoci dei benefizi e dei doni stessi per aumentare la sua gloria e procurare la salvezza della nostra anima.

NELLE TRIBOLAZIONI DELLA VITA.

Se, generalmente parlando, poche sono le anime che sentono e comprendono appieno la necessità del ringraziamento, della laus perennis al Creatore per tutti i favori e i benefizi da Lui ricevuti, pochissime sono, certamente, quelle che comprendono il dovere della riconoscenza, del ringraziamento a Dio per le tribolazioni, per i dolori, per le contrarietà d’ogni genere che Dio manda, o permette, alle anime. Difficilmente gli uomini ricordano che Dio è Padre, e soprattutto Padre buono, Padre tenerissimo che vuole solo il nostro bene, e che pel nostro bene tutto dispone con ordine, peso e misura. Se questo concetto fosse sempre tenuto presente dalle anime, non vi dovrebb’essere difficoltà di sorta a persuaderci della verità delle parole di Giobbe: Se abbiamo ricevuto con gioia i benefici dalla mano del Signore, perché non dovremmo accettare, egualmente, i mali che egli ci manda? «Non crediamo, dice il P. Faber (Op. cit, p. 236-7), che si esiga da noi un sacrificio troppo grande, quando ci viene raccomandato di ringraziare Dio di tutte le afflizioni, di tutte le tribolazioni a cui fummo sottoposti nel passato e che soffriamo ancora presentemente… – San Giovanni d’Avila soleva dire che un solo Deo gratias di un cuore afflitto vale più di parecchie migliaia di esclamazioni simili in mezzo alla prosperità ». « No, dice sant’Antioco, noi non possiamo dire di una persona ch’è veramente riconoscente, finché non l’abbiamo veduta ringraziare di cuore Dio in mezzo alle avversità… San Giovanni Crisostomo, nelle sue omelie su l’Epistola agli Efesini, dice che noi dobbiamo ringraziare Dio anche per l’inferno e per i tormenti che vi si soffrono, perché nulla ci aiuta tanto a dominare le nostre passioni, quanto il pensiero di quei supplizi. – Come possiamo accettare le tribolazioni?- Facciamo nostro il pensiero del Tissot (La vita interiore semplificata, pag. 288. Torino, 1913). Dobbiamo accettare le sofferenze con gratitudine, non con gioia, perché questa non dipende da noi. Da noi dipende la riconoscenza; da Dio la gioia. Come regola generale, teniamo la massima favorita di S. Francesco di Sales: nulla chiedere, nulla rifiutare. Questa massima può servire molto bene di formula alla condotta cristiana attraverso le desolazioni e le consolazioni. L’anima, poi, che vuole realmente amare Gesù e seguirlo, gli sarà altresì riconoscente per le sofferenze ch’egli ha, per noi, sopportate. – Come non ricordare, senza commuoversi intensamente, tutte le prove di amore nel dolore, nel sacrificio totale di sé, nel rinnegamento assoluto e perfetto, nella desolazione completa che Gesù volle soffrire per la redenzione delle anime nostre? Giustamente possiamo ricordare e ripetere: Tota Jesu Christi vita, crux fuit et martyrium. Non basta. Gesù dispone, nella sua infinita sapienza, che i dolori da noi sofferti con rassegnazione e per amor suo, in questa vita, siano ordinati a farci evitare le sofferenze del Purgatorio…

IL MALE DELL’INGRATITUDINE.

Per mostrare quanto grave male sia l’ingratitudine, ricordiamo ancora il dolore provato da Gesù nel vedersi comparire davanti, per ringraziarlo, soltanto uno dei dieci lebbrosi da lui beneficati e guariti. Uno solo dei dieci sentì e compì il grave dovere della riconoscenza! Presso gli uomini, l’ingrato è giudicato vile, è disprezzato, odiato, fuggito, costretto a vivere nell’isolamento e nell’abbandono. « Ma se il vizio dell’ingratitudine è odioso in faccia agli uomini, ed è da tutti giustamente condannato; tanto più lo è in faccia a Dio, e da lui perciò è severamente condannato. L’ingratitudine arresta il corso dei benefizi di Dio, dissecca la sorgente della pietà, e mette ostacoli a tutti i disegni di Dio su di noi » (Morino, Il Tesoro evangelico, III, pag. 363). Perché tanto dispiacciono a Dio gli ingrati? Perché, più col fatto che colle parole, essi dicono a Dio che non hanno più bisogno di Lui. E in seguito a tale condotta che il Signore ha fatto sentire i penosissimi lamenti verso i Giudei! … Popule meus, quid feci tibi? Aut in quo contristavi te? Responde mihi! Quia eduxi te de terra Aegypti parasti crucem Salvatori tuo! – Gli Israeliti dimostrarono ingratitudine a Mosè che in nome di Dio li aveva liberati dalla schiavitù d’Egitto; dimostrarono ingratitudine a Dio che nel deserto li aveva nutriti con la manna, cibo disceso dal cielo; dimostrarono ingratitudine per essere stati avviati alla terra promessa… Per tutti questi e per altri molti segni di ingratitudine, gli Israeliti de’ quali Dio si lamentò, furono da lui maledetti e nessuno di essi penetrò in quella terra promessa. Quante anime cristiane, già tanto beneficate da Dio, non entreranno nel regno dei cieli per la loro ingratitudine! È straziante il lamento che Dio fece sentire al suo popolo per mezzo del profeta Isaia: Udite, o cieli, e tu, o terra, ascolta: ho nutrito ed esaltati dei figli, ma essi mi hanno disprezzato. Il bue distingue il suo padrone, e il giumento la greppia del suo signore, ma il mio popolo non mi riconosce e non vuole intendermi: oh! guai a questo popolo ingrato e prevaricatore! Perché il Signore non si disgusti, non si stanchi di noi, non abbia a punirci severamente, cerchiamo di dirgli e dargli, in teoria e in pratica, tutta la nostra più viva, più sentita, più filiale riconoscenza.

LA GRATITUDINE E IL RINGRAZIAMENTO CI PORTANO ALLA SANTITÀ.

Narrano i biografi di santa Geltrude ch’ella si offerse, una mattina, durante la celebrazione della S. Messa, proprio nel momento dell’elevazione, in ringraziamento al Padre celeste per tanti benefizi da Lui ricevuti, e comprendendo poi che in quell’offerta doveva unirsi ai sentimenti del Cuore di Gesù, si prostrò con la faccia per terra e così disse al Padre Celeste: Mi offro con Gesù per tutto quello che può contribuire meglio alla vostra gloria. Appena detto questo Ebbe immediatamente la gioia sovrumana di vedere Gesù prostrato alla sua destra, e di sentire da Lui le seguenti parole: Io e quest’anima siamo una cosa sola. E subito la Santa di rimando a Gesù: « Oh Signore! anch’io sono tutta vostra ». Dice il Faber (Tutto per Ges, p.270): «Il crescere in santità non è altro che ricevere continuamente nuove grazie con le quali Dio ricompensa ciascuno degli atti con cui noi corrispondiamo alle grazie che già ci ha fatto, e noi sappiamo che nessuna cosa può attirare su di noi grazie così abbondanti o invitare Dio a versare su di noi i suoi tesori, quanto la divozione del ringraziamento ». Se la lode e il ringraziamento sono la vita degli Angeli e dei Santi e saranno la nostra occupazione nel Paradiso, il lodare e il ringraziare Dio ora, mentre siamo su la terra, nel pellegrinaggio in questa valle di lagrime, non è forse, un paradiso anticipato, e perciò l’unione nostra con Dio? – « Nulla, dice il Tissot (La vita interiore semplificata, Torino,1913), è forse così potente quanto questo ringraziamento per il progresso spirituale dell’anima; nulla porta la vita con tanta abbondanza ed impetuosità fino nelle intime fibre, poiché nulla apre così pienamente la via .a Dio. Questa sola pratica basterebbe a santificare l’anima in poco tempo; sarebbe in me la garanzia di tutte le virtù e la condizione del loro progresso ». – In breve: la riconoscenza e il ringraziamento a Dio ci fanno vivere contenti e soddisfatti di tutto nella vita cristiana; ci sorreggono nel lavorare e sopportare tutto per la gloria di Dio; ci aiutano a considerare proprio come nostri gli interessi di Gesù. Queste considerazioni vengono avvalorate dal seguente pensiero di S. Bernardo: «Il mare è origine di tutte le sorgenti e di tutti i fiumi; ma di tutte le virtù e di ogni scienza è principio Gesù Cristo: la continenza, la purezza del cuore, la rettitudine della volontà, traggono la vita da questa fonte. Pel ringraziamento questo fiume celeste ritorni al suo principio, affinché continui ad irrigare la terra». Giustamente quindi il pio autore dell’Imitazione di Cristo poté dire: « Sii dunque grato per ogni piccola cosa, e sarai fatto degno di riceverne delle maggiori » (V, 21).

Signore, che posso rendervi io, povera creatura, per tanti benefici? Che posso rendervi che non sia indegno di voi? Benché voi non abbiate bisogno dei miei beni (Salmo XV, 2) è tuttavia giusto ch’io riconosca la vostra bontà infinita verso di me.

C. MARMION.

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 14

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (14)

GIOVANNI G. OLIER

Mediolani 27-11 – 1935 – Nihil obstat quominus imprimetur., Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR: In Curia Arch.Mediolani die 27 – II – 1935 F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO IX.

Della pazienza

La pazienza è quella virtù che ci fa sopportare in pace, ed anche con gioia, le pene di questa vita, e tutte quelle tribolazioni che Dio si compiace di mandarci. La pazienza, per essere cristiana, deve, con gli occhi della fede, considerare Dio come l’autore di tutte le avversità e di tutte le contrarietà che ci accadono. Deve anche sopportare le afflizioni spirituali e le pene interne; e tutte per la virtù dello Spirito di Dio, che dapprima risiedette nella sua pienezza in Gesù Cristo, e venne poi comunicato anche a noi dal Battesimo e dagli altri Sacramenti.

I.

Gradi della pazienza,

1. Soffrire in pace. -— 2. Desiderare di soffrire. — 3. Soffrire con gioia, — ad esempio di Gesù Cristo.

Tre sono i gradi della pazienza; Nostro Signore ce li ha indicati nel Vangelo e si è compiaciuto di darcene l’esempio. Il primo è di soffrire le nostre pene in pace, con rassegnazione, conservandoci in una perfetta sottomissione agli ordini di Dio. Così Giobbe, in mezzo alle sue afflizioni, diceva, in una perfetta pace e con un intero abbandono alla volontà divina: Dio mi aveva dato tutto, Dio mi ha tolto tutto; sia benedetto il suo santo Nome! (Giob. I-21) – L’anima paziente non si lamenta né contro Dio né contro il prossimo; non si inquieta menomamente nel suo cuore per il proprio male, essendo animata dalle stesse disposizioni che le anime del Purgatorio, le quali con una sublime pace soffrono la violenza del fuoco e dei tormenti. Questo primo grado della penitenza viene espresso in queste parole di Gesù: Beati coloro che soffrono persecuzioni per la giustizia, e che la soffrono in pace e con sottomissione agli ordini santi della Divina Provvidenza. Gesù Cristo ce ne ha dato l’esempio col sottomettersi volontariamente a tante pene, passando per ogni sorta di patimenti, tranquillo come la pecora che si lascia menare al macello (Act. VIII, 22).

* * *

Il secondo grado, è di desiderare ardentemente di patire. Ciò si è veduto nei martiri, che avevano il cuore infiammato di un tal desiderio così intenso da lasciar comparire anche esternamente il loro grande amore per i patimenti. Così S. Andrea, alla vista dei tormenti, esclamava: O buona croce che da tanto tempo così ardentemente desideravo! San Lorenzo si lamentava nel veder ritardato il suo martirio; e S. Teresa, nei trasporti del suo amore, esclamava: Aut pati, aut mori. O soffrire o morire! Nostro Signore esprimeva questo secondo grado della pazienza con queste parole: Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia (Matth. V, 6), e che sospirano di patire perché in essi si compiano i disegni di Dio, il Quale vuole che tutti i Cristiani soffrano con Gesù Cristo, e in Lui e con Lui prestino soddisfazione alla divina giustizia. Gesù ha voluto pure darcene l’esempio col manifestarci il suo ardente e continuo desiderio di soffrire, quando diceva: « Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, Desiderio desideravi » (Luc. XXII, 15;XII, 50). Egli considerava il sacrificio della Pasqua come un solo sacrificio con quello della Croce che doveva comprendere ed includere ogni patimento per questo motivo manifestava un grande desiderio di mangiare coi Discepoli quell’ultima Pasqua. – Il terzo grado è di soffrire con piacer e con gioia. Così gli Apostoli e i primi Cristiani se ne ritornavano dai tribunali pieni di gioia perché erano stati degni di soffrire per Gesù Cristo. S. Paolo, nelle sue Epistole, attesta ai fedeli che li vuole compagni della sua gioia nelle sue afflizioni e nelle sue pene (Fil., 7). Non solo ci manifesta la gioia che prova nel patire, ma afferma che trionfa nelle sue infermità e si gloria delle sue sofferenze (II Cor., XII, 9; Gal., VI, 14). S. Giacomo dice pure che il nostro cuore deve essere ripieno di ogni gioia in ogni pena e tentazione (Jacob, I, 2). – Nostro Signore esprimeva questo terzo grado con queste parole: Beati voi, quando gli uomini vi perseguiteranno e lanceranno contro di voi ogni sorta di maledizioni e calunnie; allora rallegratevi (Matth. V, 11). Ce ne ha dato pure l’esempio, poiché sta scritto: Propostosi il gaudio, sostenne la Croce, Proposito sibi gaudio sustinuit crucem (Hebr., XII, 2)

II

Motivi della pazienza.

Siamo creature, – peccatori – cristiani. — Gesù Cristo deve vivere in noi e trionfare in noi pure sulla carne. — Obbligo speciale dei Sacerdoti. – Efficacia e modo dell’azione di Gesù Cristo in noi.

Siamo obbligati alla pazienza, in primo luogo per la nostra qualità di creature; Dio è sovrano padrone della vita e della morte; da Lui tutto in noi assolutamente dipende, Egli ha quindi diritto di disporre di noi come gli piace. Il vasaio, dice S. Paolo, è padrone della creta per farne quel vaso che crede meglio (Rom. IX, 21); e dopo, del vaso che ha fatto dispone a suo piacimento; lo spezza, lo rompe; lo rifà, lo impasta, fo piega, lo schiaccia e gli dà quella forma che vuole. – Tale è la nostra condizione riguardo a Dic; essendo noi opera delle sue mani, Egli può far di noi tutto ciò che vuole. Che spezzi e rompa, che uccida o mortifichi, che ci getti nel più profondo dell’inferno o ce ne ritiri, questo è affar suo e dipende dalla sua mano; a noi non rimane che di sopportare in pace, adorando la sua volontà, i suoi giudizi e i suoi disegni, abbandonandoci completamente al suo beneplacito. In secondo luogo, siamo peccatori; in questa qualità, dobbiamo subire gli effetti della giustizia di Dio e del suo corruccio. Tutti i castighi che Egli manda in questo mondo sono un nulla in confronto di ciò che abbiamo meritato, e di ciò che ci farebbe soffrire, se non si degnasse di usarci misericordia trattandoci in questa vita con dolcezza e clemenza. Ricordiamoci dei castighi con cui Dio ha colpito i peccatori, come vediamo nella Scrittura: riflettiamo ai tormenti dei dannati. alle pene che i demoni per un solo peccato soffrono e soffriranno eternamente; con questi pensieri sopporteremo non soltanto con pace, ma anche con gioia, tutti i nostri patimenti, per quanto possano essere grandi. Infatti, che cosa v’è nell’Inferno che a noi non sia dovuto? Quali supplizi vi sono laggiù che non abbiamo meritato? Anzi abbiamo meritato mille volte di più, perché anche nell’Inferno Dio lascio ancora posto alla sua misericordia, e di questa siamo indegni. Non deve forse questo pensiero indurci a sopportare con pazienza qualsiasi pena o tribolazione di questa vita, tanto più che Nostro Signore dichiara che tali afflizioni sono segni del suo amore per noi. Quelli che amo, li riprendo e li castigo (Apoc. III, 19). –  In terzo luogo, siamo Cristiani; in questa qualità, dobbiamo esser disposti a soffrir molto. A questo fine appunto siamo stati introdotti nella Chiesa, poiché Nostro Signore non ci ha accolti come Cristiani nella sua Chiesa, se non per prolungare sulla terra la sua propria vita. Ora. Qual è stata la vita di Gesù Cristo, se non una vita di condanna della carne? Perciò, Gesù Cristo deve umiliare e assoggettare in noi la carne, seguendo quelle vie che Egli sa e giudica più utili per esserne completamente vittorioso. Ha incominciato a riportarne la vittoria nella sua propria carne, e vuole continuare a vincerla in noi medesimi, per manifestare in ciascuno di noi come un indizio e un saggio della vittoria universale che ne ha riportata nella sua Persona. La Chiesa ed i Cristiani, a confronto del mondo intero, non sono che un pugno di carne; tuttavia, Egli desidera di essere ancora vincitore della carne in essi, per manifestare la sua vittoria e dare prove sicure e splendenti del suo trionfo. Con questo sentimento, il Cristiano deve rimanere perfettamente fedele allo Spirito, ed abbandonarsi interamente a Lui per vincere la carne e distruggerla in tutto. Le occasioni non gli mancano in questa vita, perché deve sopportare gli assalti del mondo, il disprezzo, le calunnie, le persecuzioni cui viene fatto segno; poi le violenti rivolte della carne sempre ribelle; inoltre, le tentazioni che gli vengono dal demonio: e infine, quelle prove che vengono direttamente da Dio, come le aridità, l’abbandono, ed altre pene interiori, con cui Egli ci affligge allo scopo di aiutarci a crocifiggere interiormente la nostra carne.

***

I sacerdoti poi hanno un obbligo speciale di portar pazienza, perché devono possedere la perfezione del Cristianesimo; e questa non può stare senza la pazienza. La pazienza è un indizio che l’anima è intimamente unita a Dio e stabilita nella perfezione. Bisogna, infatti, che essa viva eminentemente in Dio, e sia da Lui pienamente posseduta, perché sopporti pene e tormenti con pace e tranquillità, ed anche vi trovi la gioia e la felicità del suo cuore. Bisogna che sia ben profondamente inabissata in Dio e che Dio se la tenga con tanta potenza e tanta forza, perché la carne non abbia la forza di trarla a sé e di farle accettare i propri sentimenti e le proprie ripugnanze verso le pene ed i patimenti. In tale stato. L’anima giunge alla massima perfezione cui possa elevarsi in questa vita, poiché essa è conforme a nostro Signore nella perfetta sottomissione che Egli praticò verso Dio nei suoi patimenti. Gesù Cristo, infatti, benché nella sua carne provasse somma ripugnanza per la croce, non ascoltò la carne né i desideri della carne, ma sempre visse in una perfetta conformità con la volontà del Padre suo. I sacerdoti adunque, essendo Cristiani perfetti, scelti in mezzo alla Chiesa per stare e servire davanti al Tabernacolo di Dio, devono essere attenti in un modo particolare a praticare questa virtù. È questo il loro carattere speciale, il contrassegno che li deve distinguere; la loro pazienza li disporrà a portare l’onorifica dignità di cui sono investiti e li farà riconoscere come servi e familiari di Dio. – Sacerdoti e Pastori devono possedere la pazienza in grado eminente; poiché, in Gesù Cristo e con Gesù Cristo sono sacerdoti, e vittime per i peccati del mondo. Gesù Cristo, il nostro Sommo Sacerdote, ha voluto essere la vittima del suo sacrificio e si è costituito Ostia per tutto il popolo. I sacerdoti sono come sacramenti e figure di Gesù Cristo. Gesù vive in essi per continuare il suo sacerdozio, e li riveste dei suoi propri sentimenti e delle sue disposizioni interiori del pari che del suo potere e della sua Persona, perciò vuole che siano stabilmente animati dallo spirito interiore e dalle disposizioni di Ostia per offrire e sopportare, per far penitenza, insomma, ed immolarsi alla gloria di Dio per la salvezza del popolo. – I sacerdoti non solo devono, ad imitazione di Nostro Signore, essere vittime per il peccato con la penitenza, con le persecuzioni e le pene interiori ed esterne, ma devono ancora essere vittime di olocausto; questa è la loro vocazione. Non basta quindi che soffrano, come Gesù Cristo, ogni sorta di pene, sia per i propri peccati, sia per i peccati del popolo dei quali portano il peso; devono inoltre essere, con Gesù Cristo perfettamente consumati interiormente nell’amore. Lo Spirito di amore dà forza e potenza per sopportare le pene e le afflizioni per quanto possano essere grandi; e siccome Egli è infinito, ci dà forza e potenza quanto è necessario per sopportare tutte quelle che ci possono capitare nella nostra vocazione. Tutti i tormenti del mondo non sono nulla per un cuore generoso che sia ripieno della virtù di un Dio che può portare sopra di sé mille e mille pene, molto più violente di tutte quelle con le quali il mondo e il demonio potrebbero affliggerci. S. Paolo alludeva appunto a questo spirito quando diceva: « Omnia possum in eo qui me corfortat, tutto io posso in Colui che è la mia forza » (Fil. IV, 13). Perché Dio abitava in lui, qualsiasi pena gli sembrava cosa da nulla. In questo medesimo Spirito eterno, immerso e onnipotente, il grande Apostolo chiamava momentanee e leggiere le sue tribolazioni: « Momentaneum et leve » (II, Cor. IV, 17). Perché Gesù le soffriva e le sopportava Lui, facendogli, con la sua presenza, vedere e sentire qualche cosa della sua eternità; perciò l’Apostolo considerava tutto il tempo di questa vita come un istante brevissimo. Così pure, Nostro Signore, col farci scoprire interiormente la sua potenza e la sua forza capace di portare mille mondi, ci fa riconoscere che il suo carico è leggero « Onus meum leve » (Matth. XI, 20). Talora Egli ci priva del sentimento sensibile del suo potente aiuto, affinché sentiamo il peso della tribolazione, nella debolezza della nastra carne e nell’infermità in cui l’anima nostra viene ridotta da tale privazione. Ma con questa specie di abbandono Egli vuole ottenere nelle anime nostre due grandi effetti. Il primo è d’ispirarci il disprezzo di noi medesimi e delle debolezze della carne: il secondo d’infonderci una grande stima di Dio e della sua forza, perché quando sentiamo la nostra debolezza, ci troviamo costretti, per necessità, a ricorrere a Dio e a stare in Lui. onde essere fortificati e sorretti per fare e soffrire a gloria sua tutto quanto gli piacerà.