NOVENA A TUTTI I SANTI (INIZIO 23 OTTOBRE, FESTA 1 NOVEMBRE)

NOVENA A TUTTI I SANTI (Inizio 23 Ottobre, festa 1 novembre)

La festa instituita da Bonifacio IV nel 608, fu resa universale da Gregorio IX nel 835.

1. O Regina di tutti i Santi, la più potente mediatrice fra Dio e gli uomini e l’arbitra sovrana di tutte quante le grazie, volgete sopra di noi gli sguardi della vostra misericordia, e fate che, camminando dietro le orme da voi segnate nella strada della virtù, meritiamo il favore del vostro potentissimo patrocinio, e ci assicuriamo la partecipazione alla vostra gloria nel Paradiso. Tre Ave.

II. Spiriti celesti, che fin dal principio del mondo assistete al trono dell’Altissimo, voi la cui continua occupazione è cantare le sue lodi, eseguire i suoi ordini, e zelare la sua gloria, ottenete a noi tutti la grazia di fare nostra delizia l’osservanza dei divini comandamenti e la pratica fedele di tutto quello che voi per celeste commissione suggerite al cuor nostro, onde meritiamo un qualche giorno di occupare qualcuna delle tante sedi rimaste vuote per la ribellione dei vostri compagni. Tre Angele Dei.

III . Fedelissimi Patriarchi, Santissimi Profeti, zelantissimi Apostoli, invitti Martiri, integerrimi Confessori, castissime Matrone, Vergini immacolate, voi tutti, quanti siete che regnate con Cristo nel Paradiso, dai seggi luminosi della vostra beatitudine volgete uno sguardo di pietà sopra di noi esuli infelici della celeste Sionne. Voi godete ora l’ampia messe di gaudio che meritata vi siete seminando nelle lagrime in questa terra di esilio. Nientemeno che Dio è adesso il premio delle vostre fatiche, il principio, l’oggetto ed il fine dei vostri godimenti. O Anime beate, intercedete per noi! Ottenete a noi tutti di camminare fedeli dietro le vostre pedate, di seguire animosi i vostri esempi, di ricopiare continuamente in noi stessi le virtù vostre, affinché, da imitatori che siamo attualmente delle vostre grandi virtù, diventiamo un giorno partecipi della vostra gloria immortale. Tre Gloria.

(G. Riva: Manuale di Filotea, XXX Ediz. – Milano, 1888)

DOMENICA XX DOPO PENTECOSTE (2022)

DOMENICA XX DOPO PENTECOSTE (2022)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio. – Paramenti verdi.

Le lezioni dell’Ufficio divino in questo tempo sono spesso ricavate dai libri dei Maccabei. Dopo la cattività di Babilonia, il popolo era ritornato a Gerusalemme e vi aveva ricostruito il Tempio. Ma lo stesso popolo ben presto fu di nuovo punito da Dio perché gli era stato nuovamente infedele: Antioco Epifane s’impadronì di Gerusalemme e saccheggiò il Tempio, quindi pubblicò un editto che proibiva in ogni luogo la professione della religione giudaica. Furono allora da per tutto eretti altari agli idoli e il numero degli apostati crebbe in guisa che sembrò che la fede di Abramo, Mosè e Israele dovesse scomparire. Dio suscitò allora degli eroi: un sacerdote, chiamato Mathathia raccolse tutti coloro che erano ancora animati da zelo per la legge e per il culto dell’Alleanza e designò suo figlio Giuda Maccabeo come capo della milizia, che suscitò per rivendicare i diritti del vero Dio. E Giuda col suo piccolo esercito combatté con gioia i combattimenti di Israele. Nella battaglia era simile ad un giovane leone, che ruggisce sulla sua preda. Sterminò tutti gli infedeli, mise in fuga il grande esercito di Antioco e ristabilì il culto a Gerusalemme. Animati dallo Spirito divino i Maccabei riconquistarono il loro paese e salvarono l’anima del loro popolo. « Le sacrileghe superstizioni della Gentilità, disse S. Agostino, avevano insozzato il tempio stesso; ma questo fu purificato da tutte le profanazioni dell’idolatria dal valoroso capitano, Giuda Maccabeo, vincitore dei generali di Antioco » (2a Domenica di ottobre, 2° Notturno). – « Alcuni, commenta S. Ambrogio, sono accesi dal desiderio della gloria delle armi e mettono sopra ogni cosa il valore guerresco. Quale non fu mai la prodezza di Giosuè, che in una sola battaglia fece prigionieri cinque re! Gedeone con trecento uomini trionfò di un esercito numeroso; Gionata, ancora adolescente, si distinse per fatti d’arme gloriosi. Che dire dei Maccabei? Con tremila Ebrei vinsero quarantottomila Assiri. Apprezzate il valore di capitano quale Giuda Maccabeo da ciò che fece uno dei suoi soldati: Eleazaro aveva osservato un elefante più grande degli altri e coperto della gualdrappa regale, ne dedusse dover essere quello che portava il re. Corse dunque con tutte le forze precipitandosi in mezzo alla legione e, sbarazzatosi anche dello scudo, si slanciò avanti combattendo e colpendo a destra e sinistra, finché ebbe raggiunto l’elefante; passando allora sotto a questo, lo trafisse con la sua spada. L’animale cadde dunque sopra Eleazaro che perì sotto il suo peso. Coperto più ancora che schiacciato dalla mole del corpo atterrato, fu seppellito nel suo trionfo » (la Domenica di ottobre, 2° Notturno). – Per stabilire un parallelo fra il Breviario e il Messale di questo giorno, possiamo osservare che, come i Maccabei, che erano guerrieri, si rivolsero a Dio per ottenere che la loro razza non perisse, ma che conservasse la sua religione e la sua fede nel Messia (e furono esauditi), così pure nel Vangelo è un ufficiale del re, che si rivolge a Cristo perché il suo figliuolo non muoia; egli con tutta la sua famiglia credette in Gesù, quando vide il miracolo compiuto in favore di suo figlio. Constatiamo inoltre che i Maccabei opponendosi agli uomini insensati che li circondavano, cercarono presso Dio luce e forza per conoscere la sua volontà in circostanze difficili (5° responsorio, Dom. 1° respons. del Lunedì) ed esauditi nel nome di Cristo che doveva nascere dalla loro stirpe, resero in seguito azioni di grazie nel Tempio, « benedicendo il Signore con inni e con lodi » (2° responsorio del Lunedi). – Cosi pure S. Paolo, nell’Epistola, parla di uomini saggi che, in tempi cattivi, cercano di conoscere la volontà di Dio e che, liberati dalla morte (f. 14 di questa Epistola) per la misericordia dell’Altissimo, gli rendono grazie in nome di Gesù Cristo, cantando inni e cantici. Tutti i canti della Messa esprimono anch’essi sentimenti simili in tutto a quelli dei Maccabei. « Signore, dice il 5° responsorio, i nostri occhi sono rivolti a te, affinché non abbiamo a perire » e il Graduale: « Tutti gli occhi si alzano con fede verso di te, o Signore ». Il Salmo aggiunge: « Egli esaudirà le preghiere di coloro che lo temono, li salverà e perderà tutti i peccatori ». – « O Dio, canterò i tuoi gloriosi trionfi », dichiara l’Alleluia, e termina con queste parole: « Con Dio compiremo atti di coraggio ed Egli annienterà i nostri nemici ». L’Offertorio è un cantico di ringraziamento dopo la liberazione dalla cattività di Babilonia e la riedificazione di Gerusalemme e del suo Tempio. (Ciò che si rinnovò sotto i Maccabei). Il Salmo del Communio, che è il medesimo di quello del Versetto dell’Introito, ci mostra come Iddio benedica coloro che lo servono e venga loro in aiuto nelle afflizioni. L’Introito, finalmente, dopo aver riconosciuto che i castighi piombati sul popolo eletto sono dovuti alla sua infedeltà, domanda a Dio di glorificare il suo Nome, mostrando ai suoi la sua grande misericordia. – Facciamo nostri tutti questi pensieri. Riconoscendo che le nostre disgrazie hanno per origine la nostra infedeltà, uniformiamoci alla volontà divina (Intr.), domandiamo a Dio di lasciarsi commuovere, di perdonarci e di guarirci (Vangelo), affinché la sua Chiesa possa servirlo nella pace (Orazione). Poi, pieni di speranza nel soccorso divino e pieni di fede in Gesù Cristo, riempiamoci dello Spirito Santo, che deve occupare tutta la nostra attenzione in questo tempo dopo la Pentecoste e nel nome del Signore Gesù cantiamo tutti insieme nei nostri templi Salmi alla gloria di Dio, che ci ha liberati dalla morte e che nei giorni difficili della fine del mondo (Epistola) libererà tutti coloro che hanno fede il Lui (Vangelo). – « Sorgi d’infra i morti, dice S. Paolo, e Cristo ti illuminerà » (v. 14). Salvati dalla morte per opera dì Cristo, non prendiamo più parte alcuna alle opere delle tenebre (v. 11), ma viviamo come figli della luce (v. 8). Approfittiamo del tempo che ci è stato dato per fare la volontà di Dio. Non conosciamo altra ebbrezza che quella dello Spirito Santo e, uniti gli uni agli altri nell’amore di Gesù, rendiamo grazie al Padre, che ci ha liberati per mezzo del Figlio suo e che ci libererà nell’ultimo giorno ». – Gesù salvò dalla morte il figlio dell’ufficiale, per dare la vita della fede a lui ed a tutta la sua famiglia. Questo miracolo deve cooperare ad aumentare la nostra fede in Gesù, per opera del quale Dio ci ha liberati dalla febbre del peccato e dalla morte eterna, che ne è la conseguenza. « Quegli che chiedeva la guarigione del figlio, dice S. Gregorio, senza dubbio credeva, poiché era venuto a cercare Gesù, ma la sua fede era difettosa ed egli chiedeva la presenza corporale del Signore, che con la sua presenza spirituale si trova dappertutto. Se la sua fede fosse stata perfetta, avrebbe senza dubbio saputo, che non esiste luogo ove Dio non risieda; egli crede bensì che Colui al quale si rivolge abbia il potere di guarire, ma non pensa che sia invisibilmente vicino al figlio che sta per morire. Ma il Signore, che egli supplica di venire, gli prova che è già presente là dove egli gli chiedeva di andare; e Colui che ha creato tutte le cose, rende la salute a questo malato col semplice suo comando. (Mattutino).

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Dan III: 31; 31:29; 31:35
Omnia, quæ fecísti nobis, Dómine, in vero judício fecísti, quia peccávimus tibi et mandátis tuis non obœdívimus: sed da glóriam nómini tuo, et fac nobíscum secúndum multitúdinem misericórdiæ tuæ.

[In  tutto quello che ci hai fatto, o Signore, hai agito con vera giustizia, perché noi peccammo contro di Te e non obbedimmo ai tuoi comandamenti: ma Tu dà gloria al tuo nome e fai a noi secondo l’immensità della tua misericordia.]

Ps CXVIII: 1
Beáti immaculáti in via: qui ámbulant in lege Dómini.

[Beati gli uomini di condotta íntegra: che procedono secondo la legge del Signore.]

Omnia, quæ fecísti nobis, Dómine, in vero judício fecísti, quia peccávimus tibi et mandátis tuis non oboedívimus: sed da glóriam nómini tuo, et fac nobíscum secúndum multitúdinem misericórdiæ tuæ.

[In  tutto quello che ci hai fatto, o Signore, hai agito con vera giustizia, perché noi peccammo contro di Te e non obbedimmo ai tuoi comandamenti: ma Tu dà gloria al tuo nome e fai a noi secondo l’immensità della tua misericordia.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.
Largíre, quǽsumus, Dómine, fidélibus tuis indulgéntiam placátus et pacem: ut páriter ab ómnibus mundéntur offénsis, et secúra tibi mente desérviant.

[Largisci placato, Te ne preghiamo, o Signore, il perdono e la pace ai tuoi fedeli: affinché siano mondati da tutti i peccati e Ti servano con tranquilla coscienza.]

Lectio

 Fratres: Vidéte, quómodo caute ambulétis: non quasi insipiéntes, sed ut sapiéntes, rediméntes tempus, quóniam dies mali sunt. Proptérea nolíte fíeri imprudéntes, sed intellegéntes, quae sit volúntas Dei. Et nolíte inebriári vino, in quo est luxúria: sed implémini Spíritu Sancto, loquéntes vobismetípsis in psalmis et hymnis et cánticis spirituálibus, cantántes et psalléntes in córdibus vestris Dómino: grátias agéntes semper pro ómnibus, in nómine Dómini nostri Jesu Christi, Deo et Patri. Subjecti ínvicem in timóre Christi.

(“Fratelli: Badate di camminare con circospezione, non da stolti, ma da prudenti, utilizzando il tempo, perché i giorni sono tristi. Perciò non siate sconsiderati, ma riflettete bene qual è la volontà di Dio. E non vogliate inebriarvi di vino, sorgente di dissolutezza, ma siate ripieni di Spirito Santo. Trattenetevi insieme con salmi e inni e cantici spirituali, cantando e salmeggiando coi vostri cuori, al Signore, ringraziando sempre d’ogni cosa Dio e Padre nel nome del Signor nostro Gesù Cristo. Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo.).”

IL CONTAGOCCE DELLA VITA.

Se fossi un poeta seicentista o un predicatore, anche solo un predicatore di quel secolo stravagante, definirei il tempo: « il contagocce della vita », perché la vita ci è proprio data così goccia a goccia, minuto per minuto, scorre la vita e si compone di istanti. Potremmo anche dire che il tempo è la misura della vita. Perciò noi con la vita stessa lo identifichiamo. Fare buon uso del tempo è la misura della vita. La saggezza cristiana San Paolo la fa consistere nel buon uso del tempo, come nel rovescio, cioè nello sciupìo del tempo consiste la incoscienza, la leggerezza pagana. Del tempo, ossia della vita, di tutte le sacre energie che la costituiscono ora per ora, noi possiamo fare tre usi: possiamo usarne male, cioè per fare il male. Il mondo non adopera questa parola, la copre, la maschera. Dice: per divertirci, per distrarci. Chiamano anche questo: godere la vita. Il paganesimo pretende sia questo l’uso vero, saggio della vita. Quelli che sfrenatamente, bassamente, non ne godono come egli fa e insegna a fare, li chiama stolti. Per noi Cristiani il tempo speso così nei bagordi, nel trionfo della materia, è tempo perduto… anzi perduto è un aggettivo troppo blando, è tempo sciupato, è vita sciupata, sciupata energia. Sciupare un oggetto prezioso è più che perderlo: è un disfarlo, un farlo a rovescio. Così è il tempo speso nel peccato, nel male morale, comunque mascherato. Ma c’è anche il tempo perduto. Ed è quello che noi passiamo non facendo niente, né bene né male. Nell’ozio, o nella futilità della vita. La neutralità è veramente un sogno, un’utopia. Non si riesce alla neutralità, al far niente. In realtà l’ozio, la frivolezza, il conato di neutralità morale nell’azione, è un’utopia: far niente vuol dire far del male. Il tempo speso così è tempo perduto. E perder tempo è già un male, come il non guadagnare denaro in commercio, come il perdere un bell’oggetto. E quanto tempo si perde, specialmente, in chiacchiere inutili! che poi, viceversa, non sono inutili, sono dannose, dannosissime. Educano l’anima di chi vi si abbandona alla superficialità, alla frivolezza. Spianano la via alla cattiveria vera e propria, quando non sono già cattiveria matricolata, insulti costanti alla carità cristiana, alla purezza con le loro insinuazioni e le loro larvate oscenità. Sottraggono il tempo all’operosità buona. La quale costituisce l’impiego savio e sacro, cristiano del tempo. « Dum tempus habemus operemur bonum. » Questa è la vita per noi, Cristiani; fare il bene. Farlo in tutti i modi: parlando, tacendo (perché spesso il silenzio è d’oro, spesso ci vuole più virtù a tacere che a parlare, e si fa più bene al prossimo con un silenzio dignitoso, paziente, che con mille chiacchiere), operando, lavorando, soffrendo: farlo in tutte le forme, bene a noi stessi, bene agli altri, gloria e cioè bene a Dio. Il tempo che si passa così è tempo bene speso, veramente bene speso. È un tempo impiegato. Speso bene, perché, a parte anche le considerazioni soprannaturali, noi siamo fatti per il bene, e quando mettiamo a servizio della buona causa le nostre energie, a servizio della verità il nostro intelletto, a servizio della carità la nostra influenza sociale, a servizio dei poveri il nostro denaro; quando facciamo così, stiamo bene. Ma è anche bene impiegato, perché il bene resta. Il piacere passa, finisce inesorabilmente. Goduto una volta non c’è più. Il bene fatto una volta resta sempre. San Paolo parla di riscatto, di redenzione del tempo. E cioè dobbiamo tanto più intensificare la nostra attività nel bene, quanto più scarsa è stata la nostra attività nel bene, quanto più abbondante è stata forse la nostra operosità cattiva. La morte si avanza e incalza: prima che essa giunga a troncare le possibilità del bene e del premio, avaramente, spendiamo per Dio il tempo ch’Egli ci dona.

P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939.

(Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

Graduale

Ps CXLIV: 15-16
Oculi ómnium in te sperant, Dómine: et tu das illis escam in témpore opportúno.

Aperis tu manum tuam: et imples omne ánimal benedictióne.

[Tutti rivolgono gli sguardi a Te, o Signore: dà loro il cibo al momento opportuno.

V. Apri la tua mano e colmi di ogni benedizione ogni vivente.]

Allelúja.

Ps CVII:2
Allelúja, allelúja
Parátum cor meum, Deus, parátum cor meum: cantábo, et psallam tibi, glória mea. Allelúja.

[Il mio cuore è pronto, o Dio, il mio cuore è pronto: canterò e inneggerò a Te, che sei la mia gloria. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia   sancti Evangélii secúndum S. Joánnem.
Joannes IV: 46-53
In illo témpore: Erat quidam régulus, cujus fílius infirmabátur Caphárnaum. Hic cum audísset, quia Jesus adveníret a Judaea in Galilæam, ábiit ad eum, et rogábat eum, ut descénderet et sanáret fílium ejus: incipiébat enim mori. Dixit ergo Jesus ad eum: Nisi signa et prodígia vidéritis, non créditis. Dicit ad eum régulus: Dómine, descénde, priúsquam moriátur fílius meus. Dicit ei Jesus: Vade, fílius tuus vivit. Crédidit homo sermóni, quem dixit ei Jesus, et ibat. Jam autem eo descendénte, servi occurrérunt ei et nuntiavérunt, dicéntes, quia fílius ejus víveret. Interrogábat ergo horam ab eis, in qua mélius habúerit. Et dixérunt ei: Quia heri hora séptima relíquit eum febris. Cognóvit ergo pater, quia illa hora erat, in qua dixit ei Jesus: Fílius tuus vivit: et crédidit ipse et domus ejus tota.

(“In quel tempo eravi un certo regolo in Cafarnao, il quale aveva un figliuolo ammalato. E avendo questi sentito dire che Gesù era venuto dalla Giudea nella Galilea, andò da lui, e lo pregava che volesse andare a guarire il suo figliuolo, che era moribondo. Dissegli adunque Gesù: Voi se non vedete miracoli e prodigi non credete. Risposegli il regolo: Vieni, Signore, prima che il mio figliuolo si muoia. Gesù gli disse: Va, il tuo figliuolo vive. Quegli prestò fede alle parole dettegli da Gesù, e si partì. E quando era già verso casa, gli corsero incontro i servi, e gli diedero nuova come il suo figliuolo viveva. Domandò pertanto ad essi, in che ora avesse incominciato a star meglio. E quelli risposero: Ieri, all’ora settima, lasciollo la febbre. Riconobbe perciò il padre che quella era la stessa ora, in cui Gesù gli aveva detto: Il tuo figliolo vive: e credette egli, e tutta la sua casa”)

Omelia

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI  ediz. Soc. Ed. Vita e pensiero – Milano).

LA FEDE

Si può essere gente buona, di vita austera, di cuor generoso, rispettosi di ogni autorità, ma se manca la fede, tutte queste opere buone sono come un edificio costruito sulla sabbia, che il primo vento o la prim’acqua fanno scrosciare al suolo. È inutile: senza la fede non si può piacere a Dio. Sine fide impossibile est placere Deo. Chi vuol piacere a Dio, — dice S. Paolo, — deve cominciare a credere che Dio esiste, che ci ha rivelato tutto quello che la Chiesa cattolica ci propone a credere. La fede è un gran dono di Dio. Eppure quanto poco lo si apprezza. Avete voi, — qualche volta almeno, — ringraziato Dio d’avervi fatto nascere nella fede? Potevate nascere sotto il sole d’Africa, in una capanna di selvaggi che vi avrebbero allevati come le bestie, e invece siete nati da Cristiani che vi hanno allevati come figli di Dio; e voi non l’avete ringraziato? Avete voi cura della vostra fede? Non vi siete astenuti da letture, da compagnie pericolose? Se non avete fatto nulla di tutto questo è segno che non capite ancora che tesoro sia la fede. Preghiamo umilmente il Signore, che almeno adesso ce lo faccia capire, attraverso il suo Vangelo. « Un principe di Cafarnao aveva un figlio malato gravemente. Appena gli venne ad orecchio che Gesù era tornato in Galilea, corse a scongiurarlo di venir in casa sua a guarirglielo: ero ormai moribondo. Ma prima ancora che aprisse bocca, Gesù aveva compreso che la fede del principe era poca. Infatti, se veramente avesse creduto in Lui come Figlio di Dio, avrebbe anche creduto che poteva far miracoli da lontano, senza andargli in casa. Perciò il Signore disse: « Voi altri se non vedete miracoli non credete ». Ma il principe lo supplicava: « Signore vieni prima che muoia ». Poca fede anche qui. Forse che Gesù non avrebbe saputo risuscitarlo, se morto? « Torna » gli risponde Gesù « che tuo figlio vive ». Corre a casa il principe, e per via incontra i servi che gli annunciano la guarigione del figliuolo. « A che ora è guarito? » Ancora poca fede. Se credeva alla parola di Gesù, doveva pur sapere che suo figlio era guarito nell’ora stessa che il divin Maestro glielo aveva detto. Quando sentì ch’era proprio guarito in quell’ora, credette; e insieme a lui credettero tutti quei di casa sua ». Solo allora però; più beati noi, se anche senza miracoli, avremo fede ferma, e fede viva. – 1. FEDE FERMA. Vorrei spiegarvi con qualche esempio che significhi fede ferma. Vi potrei parlare di Abramo, il patriarca della fede, che, quando Dio lo chiamò fuori della terra in cui era nato e cresciuto, credette ed esultò. Quando Dio gli promise di farlo padre di una generazione numerosa come le stelle del cielo, come l’arena del mare, egli credette, benché vecchio e senza figliuoli. Quando Dio dopo avergli donato Isacco, gli disse: « Il tuo unico figlio lo sacrificherai per me: tu stesso, con le tue mani se vuoi diventare il padre della generazione numerosa come le stelle e come l’arena », Abramo credette. E non disse, neppure in cuore, come era possibile ciò. Credette Abramo e fu giustificato. Voglio ricordare l’esempio di una creatura santa, fragile come noi, vissuta al nostro tempo e che del nostro tempo sperimentò i pericoli e le lusinghe; Santa Teresa di Lisieux. Giovanetta appena, s’era chiusa nel chiostro austero delle carmelitane scalze: ella ch’era ricca, sana e avvenente; era amata in casa come una reginetta; che poteva, nella vita, aspettarsi tutte le gioie che il mondo può dare. E nel convento non fu compresa, e talvolta disprezzata. Tutto aveva dato a Dio, e Dio ora così la ripagava? Ella non pensa a questo, ma crede che Dio è buono, tanto buono con lei. Intanto le muore il papà, la persona che più di tutti amava sulla terra. Soffre giornate d’angoscia, ma crede che Dio è buono, tanto buono anche a prenderle il papà. E poi si ammala, lentamente. La sera d’un giovedì santo, dopo una notte di preghiere presso il sepolcro di Gesù, risalì in cella tremando di febbre: era sfinita. Quando spense il lume, sentì il cuore spezzarsi, sentì salirle dal cuore spezzato un fiotto alle labbra: sangue. Aveva passato una quaresima pregando, digiunando aspramente, facendo tutte le severe penitenze del Carmelo; e ora il Signore la pagava con la tisi? Non c’erano anche allora, in giro per il mondo donne cattive che meritavano la tisi invece di lei povera creatura innocente e santa? Questi sono i pensieri della gente di poca fede. Ella credeva che Dio era buono, tanto buono con lei da mandarle una malattia dolorosa ed implacabile. Non pensate però che questa fede fermissima le costasse niente. I Santi non sono diversi da noi: ma di carne e di sangue come noi. Quando voleva farsi coraggio, stanca di quelle sofferenze, pensava al paradiso. Ma una voce diabolica le sibilava nell’orecchio parole disperate: « Povera sciocchina! tu sogni il momento di finire i tuoi dolori… tu sogni d’arrivare, morendo, in un luogo di delizie… tu aneli la morte perché ti farà veder Dio… Avanti, che la morte verrà! Ma dopo la morte non c’è più niente ». A queste parole, tremava tutta di spavento e fuggiva in chiesa, si prostrava davanti all’altare e gemeva: « Gesù, io credo. Credo che c’è il Paradiso… credo che Tu sei buono a lasciarmi tentare così ». Poi aggiungeva: « Patisco volentieri, sperando di impedire o riparare, con le mie lacrime anche una sola colpa commessa contro la fede » (Storia di un’anima, cap. IX). Dunque anche per le nostre mancanze di fede ha sofferto la piccola santa, martire senza martirio. Ha sofferto per le nostre imprecazioni alla divina Provvidenza: « È impossibile che Dio mi voglia ancora bene… se Dio ci fosse… se ci fosse il paradiso come dicono i preti… ». Che significano questi insulti se non una fede mal ferma? Fede… mal ferma?!… fede vuol dir certezza. Dunque fede mal ferma vuol dire non aver fede. Se è così, gettiamo, come Pietro, un grido al Signore: « Adauge nobis fidem ». – 2. FEDE VIVA. Fede viva è fede che opera. S. Giacomo ha detto che la fede senza le opere è morta; una fede morta è disprezzabile. Voi stessi la disprezzate quando, ad un uomo che si vanta di credere e non agisce secondo la sua fede, lanciate quel bruciante insulto: « Ci vuol altro che andare in Chiesa, e poi far quel che fai ». È necessario dunque la fede viva e operante che ha vinto il mondo. Così scriveva anche il discepolo che Gesù amava: « Qual è, o fratelli, questa vittoria che ci ha fatto trionfare del mondo? La fede nostra ». Nel mondo, tre cose cagionano la nostra rovina: gli errori che seducono; le dolcezze che corrompono; le persecuzioni che spaventano. La fede viva vince queste tre malizie del mondo. Vince gli errori. — Volevano far rinnegare la fede ad Eleazaro, un buon vecchio di novant’anni. « Eleazaro, tu devi mangiare carne porcina ». La cosa era proibita ai Giudei. Eleazaro rispose: « Mai » e stringeva le sue mascelle dure. Gli apersero la bocca, a forza. Alcuni amici pietosi, nascostamente. gli porsero dell’altra carne, non proibita, e gli sussurrarono: « Mangia Eleazaro, che non è di porco. Così ti salverai ». Ecco la teoria del mondo: le finzioni, le mezze misure, un po’ a Dio e un po’ al diavolo, la Messa e il ballo, amico dei preti e nemico dei Sacramenti; dar la giovinezza ai piaceri e la vecchiaia alla penitenza; godi fin quando puoi, e quando non ne puoi più rivolgiti al buon Gesù. Eleazaro respinse gli amici pietosi, gridando: « Ho creduto fino a novant’anni, ed ora darò il mal esempio? ». Il mondo che non ha fede giudica questo atto stoltezza, ma « è piaciuto a Dio di salvare gli uomini per quegli atti che al mondo sembrano stoltezza » (I Cor. I, 21). Vince le delizie mondane. — Un ufficiale ricco e fortunato, amante del mondo e più ancora dell’allegria e dei piaceri, è portato in un ospedale, infermo. Intanto la sua fede si risveglia in lui, si fa viva. E guarito, balza dal letto esclamando: « O come le dolcezze del mondo sono insipide, se levo al cielo gli occhi ». Fu S. Ignazio di Loyola. Paolo: « Mi guardi Dio dal gloriarmi d’altro che non sia Gesù Crocifisso; per Lui, io son crocifisso alle dolcezze del mondo, e le dolcezze del mondo a me » (Gal., VI, 14). Vince le persecuzioni. — La morte di un figlio è qualcosa di straziante per una madre. Ma se questo figlio le vien massacrato nel fior della vita, sotto a’ suoi occhi, è più straziante ancora. Ebbene, non uno, ma sei già ne avevano uccisi sotto gli occhi della madre dei Maccabei. Ora rimaneva l’ultimo: il più giovane e il più caro. Il tiranno lo lusingava, sperando nella sua giovanile età. Ma la madre corse da lui e gli disse: « Figlio! pietà della tua mamma. Guarda il cielo e la terra: e credi che Dio ha fatto tutte queste cose, ed anche noi, dal nulla. Accetta la morte, perché ti possa riavere in paradiso ». E figlio e madre morirono, vincendo la persecuzione del mondo. E noi temiamo una parola di scherno, un sorriso maligno; siamo vittime del rispetto umano. Noi abbiamo paura a difendere la nostra fede dalle male lingue, dai giornali; noi ci lasciamo influenzare da qualche mal esempio. Perché siamo così deboli? Propter incredulitatem vestram (MT., XVII, 19). – Se la fede è la condizione essenziale per essere amati da Dio, non meravigliatevi se in essa sarete tentati con forza: direttamente ed indirettamente. Direttamente, con le stampe, con discorsi, con mali esempi. Indirettamente: con il vizio impuro. Quando un’anima è travolta nelle passioni brutali, è impossibile che veda. C’è troppo fango sopra i suoi occhi. Non spaventatevi; Gesù ci ha già insegnato a vincere queste tentazioni. Quando il demonio gli disse: « Converti i sassi in pani », rispose: « Sta scritto… ». Quando gli disse: « Gettati giù dal fastigio del tempio », rispose: « Sta scritto… ». Quando gli disse: « Adorami e ti darò il mondo », rispose: « Sta scritto… ». Col demonio non si deve ragionare, ma bastonare. Ad ogni tentativo contro la fede rispondiamogli: « Che vuoi saperne, tu, demonio? più del Vangelo?… Sta scritto nel Vangelo: perciò credo ». E nel Vangelo, soprattutto, sta scritto che i mondi di cuore son quelli che vedranno Dio. — LA PRESENZA DI DIO. Davide, profeta e re secondo il cuore di Dio, con una sola parola ha descritto la desolazione del mondo: Terra oblivionis. Terra della dimenticanza. E in realtà, dove trovare nel tramestio furioso del mondo chi pensi a Dio? A che cosa pensano i ragazzi?… dove hanno la mente i giovani?… di che cosa si occupano la maggior parte delle donne? Quali sono i pensieri del letterato, del negoziante, dell’operaio, del contadino? L’ubbriaco, il bestemmiatore, l’empio, a che pensano?… forse a Dio? le loro iniquità provano il contrario. Dio riempie della sua presenza i cieli e la terra, ma per la maggior parte degli uomini è uno sconosciuto. Ma guai a loro perché, dimenticato Iddio, il cuore nostro non è che una terra abbandonata dove lussureggiano le ree semenze delle passioni… Terra oblivionis! Terra della dimenticanza. Ascoltiamo dunque il Vangelo, e raccogliamone il prezioso insegnamento della presenza di Dio. Udite un commento di S. Gregorio: « Il padre esigeva che Gesù discendesse fino alla sua casa per guarirgli il figlio. Voleva la presenza umana di Colui che con la sua divinità è dappertutto. Se la sua fede fosse stata perfetta avrebbe senza dubbio saputo che non c’è luogo dove Dio non sia e non operi » (In Prover., 28). Questo è lo sbaglio, non di quel magistrato soltanto, ma di moltissimi altri uomini, i quali benché abbiano studiato sul catechismo che Dio è l’onnipotente, nella pratica della vita vivono come se ciò non fosse. Eppure la terra è piccola come uno sgabello per la divina immensità (Is., LXVI 1) e tutte le acque del mare possono stare accolte nel pugno di Dio, e i cieli possono essere sostenuti dalle palme delle sue mani (/s., XL, 12). Dice Geremia: « Ingannatore e impenetrabile è il cuore dell’uomo, e nessuno lo può conoscere. Ma il Signore lo indaga e lo scruta, e vede ogni secreto ed a ciascuno dà il suo in proporzione giusta delle sue opere » (XVII, 9-10). – Oh, se il pensiero della presenza di Dio illuminasse i giorni della nostra vita, noi avremmo un presidio nel male, e un conforto nel dolore. –  1. UN PRESIDIO NEL MALE. Ricordati che Dio ti vede e non cadrai in peccato. Tra le leggende antiche si trova anche che il re Antioco, avendo fermato l’esercito in una pianura, udì dal suo padiglione due soldati che mormoravano contro dì lui. Il monarca cacciò fuori la testa dalla tenda e disse ai due imprudenti: « Fatemi più in là che io non vi senta ». Quei miseri tremarono dallo spavento e fuggirono. Ma dove potranno fuggire coloro che discorrono di cose oscene e blasfeme perché Dio non li senta? E allora, chi può determinarsi ad offendere Iddio, ove pensi che è presente, e lo vede, e conosce anche i suoi desideri malvagi e i suoi pensieri maligni? lo scellerato più infame non osa commettere un omicidio davanti al giudice che potrebbe sull’istante punirlo; il servo non osa trasgredire gli ordini in presenza del padrone; il disonesto arrossisce e fugge appena s’accorge d’essere veduto; il ladro non ha coraggio di rubare quando sa che un bambino lo vede. Ebbene, se la presenza anche di un fanciullo, o del più volgare uomo arresta il colpevole in mezzo a’ suoi disordini, come non ci arresterà dal commettere il male la presenza di Dio accusatore, testimone, giudice, e vendicatore della colpa, d’un Dio che tutto vede? Ci fu un tempo sulla terra in cui tutti gli uomini erano diventati cattivi, ed ogni pensiero del loro cuore, era sempre rivolto al male così che Dio si pentì d’averli creati. Eppure uno ve n’era che in mezzo all’orribile corruzione universale aveva saputo conservarsi buono. Come aveva fatto? Non sentiva egli l’impeto delle passioni, la lusinga del peccato, il fascino dei cattivi esempi? Forse egli era di una meno debole natura? No; anch’egli era di carne e di sangue come gli altri: Noè camminava davanti a Dio (Gen., VI, 9). Dopo molte peripezie un giovanotto ebreo era capitato a servire una famiglia ricca d’Egitto. Ma la padrona di casa voleva indurlo a peccato. « Come potrò io peccare davanti a Dio? » ripeteva Giuseppe alla donna di Putifar; e fuggì lasciandole nelle mani il mantello suo (Gen., XXXIX). E chi diede forza a Susanna di sventare l’insidia di due uomini? « Meglio cadere vittima — esclamò — che peccare in presenza di Dio » (Dan., XIII, 23). E levò un grido che accorse gente nel giardino. Il pensiero della presenza di Dio non solo ci deve salvare dal peccato; ma ci deve anche aiutare a risorgere se mai in esso per disgrazia fossimo caduti. Adamo ed Eva dopo la colpa corsero a nascondersi: ingenui! s’illudevano d’occultarsi all’occhio di Dio. Ma tosto udirono la sua terribile voce avvicinarsi: « Adamo, dove sei? » Ramingava Caino per i deserti e le boscaglie, disperatamente fuggendo dalla faccia di Dio; ma l’occhio di Dio batteva implacabile la sua coscienza lorda di sangue fraterno. La voce di Dio, l’occhio di Dio sono continuamente sull’anima dei peccatori: e come possono resistere essi in tale stato senza confessarsi? Egli li guarda, ed essi non hanno la veste nuziale: ma perché non temono di momento in momento d’essere gettati nelle tenebre esteriori dell’inferno? Dio mi vede! questo pensiero strozza il peccato e lo mette in fuga. Quando il demonio muove all’assalto dei vostri cuori, dite: Dio mi vede! Quando le passioni cercano di sedurvi, dite: Dio mi vede! Se gli amici, i compagni vi vogliono indurre al male, dite: Dio mi vede! Con questo pensiero, vincerete! E non solo vincerete il male, ma avrete conforto nel dolore. – 2. CONFORTO NEL DOLORE. Il primo conforto è quello della preghiera sincera e affettuosa. Quando si pensa che Dio è con noi, ci vede, ci ascolta, ci ama teneramente, dal nostro cuore s’elevano le orazioni più belle, le parole ci spuntano sulle labbra, senza cercarle, e noi parliamo a Dio lungamente senza stancarci mai. Questa preghiera fatta alla viva presenza di Dio è la più efficace, è la più consolatrice. Si rimane meravigliati davanti a quegli uomini di preghiera che furono i Santi. Come facevano a pregare notti intere, settimane e settimane, senza quasi interruzione? Essi sapevano stare alla presenza di Dio così da sentirlo vicino, da vederlo con gli occhi. Questo ci spiega ancora perché i Santi, nonostante le molte afflizioni, apparivano sempre lieti. Quale forza, e quale sollievo non sentiremmo noi nelle fatiche del lavoro e del commercio quotidiano, se dicessimo frequentemente: « Dio vede tutto, tutto esamina, terrà conto d’ogni sorta di sudore ch’io verso per il pane de’ miei figliuoli, per il sostentamento della mia famiglia? ». Un santo religioso ripeteva nella sua semplicità: « Quando devo fare qualche lavoro, io prendo con me Gesù, lavoro insieme con Lui; per verità, in due il lavoro rende di più e pesa di meno, specialmente poi se uno di questi due è il Signore ». Cristiani, santificate le vostre fatiche d’ogni giorno con la presenza di Dio. Questo pensiero ci reca ancora un gran conforto in tutte le tribolazioni. Certe volte gli uomini ci calunniano, e noi innocenti siamo guardati con disprezzo, con risa maligne: certe altre volte ci sentiamo incompresi in casa nostra, poco amati, poco considerati, troppo trascurati; certe volte ancora abbiamo soffocanti apprensioni per il nostro avvenire e ci angustiamo per le strettezze finanziarie, per le difficoltà d’ogni genere… Oh, come in questi momenti è dolce, è buono, pensare che Dio è con noi, sa tutto, può tutto. Una volta Santa Teresa era angosciatissima: i suoi dispiaceri erano tanti e tali che non le riusciva più d’inghiottire un boccone e la sola vista del cibo le provocava vomiti strazianti. Trovandosi in questo stato, una sera, mentre stava a tavola e non sapeva decidersi a tagliare il pane, si fece coraggio pensando che Gesù la vedeva presente così, che Gesù comprendeva la sua tribolazione amara. E Gesù a un tratto le apparve visibilmente, e a lei sembrò che spezzasse il pane e glielo avvicinasse alla bocca, dicendo: « Mangia, figlia mia! Mi rincresce che tu soffra: ma in questo momento conviene che tu soffra… ». Subito una gran dolcezza le entrò in cuore e si sentì la forza di portare avanti la sua pesante croce. La nostra pesante croce noi pure potremo portarla in rassegnazione cristiana, se sapremo trarre il conforto dalla presenza di Dio. La qual presenza sarà l’unico conforto nei dolori e nei timori del passo estremo. Alessandro Manzoni saliva a Stresa, sulla ridente sponda del lago Maggiore, per visitare l’amico suo morente, il sacerdote filosofo Antonio Rosmini: Lo trovò pallido nel letto, e intravvide ne’ suoi occhi grandi l’ombra della morte imminente. « Come state? ». « Sono nelle mani di Dio: dunque sto bene ». Così rispondeva l’anima virginea del grande filosofo al sommo poeta, mentre la mano che aveva scritto la « Teosofia » stringeva quella che scriveva « I Promessi Sposi ». Animœ iustorum in manibus Dei sunt et non tanget illos tormentum mortis. (Sap., III, 1). – Giuda il Maccabeo valoroso, muoveva guerra contro Timoteo. Ma egli disponeva solo di seimila uomini, e questo di ben centoventi mila fanti e duemila cinquecento cavalieri. I soldati di Giuda, però, camminavano alla presenza di Dio, e Dio combatteva con loro. Ebbene: appena apparve la prima coorte di Giuda, l’esercito immenso di Timoteo si spaventò, e si diede a fuga scompigliata così che venivano travolti gli uni dagli altri, e cadevano colpiti dalla loro spada: avevano visto, in mezzo alla corte di Maccabeo, Dio presente. La vita è una milizia, e noi ogni giorno muoviamo contro nemici fisici e morali visibili e invisibili. Ma se Dio è con noi, chi ci potrà vincere? non la morte, non l’afflizione, non la spada, non la povertà, non le passioni, non il mondo, non il demonio.ALCUNI DIFETTI DEI Genitori. Una delle famiglie più cospicue di Cafarnao, quella del Regolo, era provata dal dolore: Osservate, o genitori cristiani, con quale impeto questo padre è corso a chiamare Gesù per il suo figliuolo, e come voleva condurlo in casa sua davanti al letto della sua creatura malata. « Signore, ho un figlio che sta male: tu me lo devi guarire! Vieni in fretta, altrimenti morrà ». Quanto diversa è la condotta di molti padri e di molte madri che s’affannano a procurare tutto ai loro figli, tranne quello di cui hanno maggiormente bisogno: Gesù. Ci sono genitori che si affaticano per far dei loro figli degli avvocati, dei medici, vi sono altri che si logorano la salute per farli ricchi; altri che s’industriano a renderli abili commercianti, valenti operai; e nessuno penserà seriamente a far dei propri figli dei Cristiani? Questo è vergognoso: eppure in troppi casi è la realtà. Perché, — si domanda continuamente, — il mondo è diventato così corrotto? Perché le nuove generazioni crescono con un’aria d’insubordinazione, di indifferenza religiosa, di malignità? Perché i figli di adesso non sono più come i figli d’una volta? Io penso che a queste domande, vi sia un’unica risposta, perché i genitori d’adesso non sono timorati di Dio come quelli d’una volta. In essi, per venire al pratico, tre sono i difetti principali che li fanno cattivi educatori: la fiacchezza del carattere, l’avarizia, la poca fede. – 1. LA FIACCHEZA DEL Carattere. In Silo, ad offrire i sacrifici nel tempio di Dio stava Heli con i suoi due figliuoli. Ma questi erano empi: rubavano nelle offerte, mangiavano le vittime prima di sacrificarle, vivevano lussuriosamente perfino nel recinto sacro. Il vecchio padre sapeva tutto quello che i figli commettevano contro Dio e contro il popolo, e s’accontentava di sgridarli così: « Figliuoli, da tutta la gente sento mormorare per le brutte azioni che fate. Non va bene così! » Naturalmente i figli non se ne curavano. Un uomo di Dio, sospinto dallo spirito profetico, passò davanti alla casa di Heli, e biecamente guardandola disse: « Guai a te, Heli! Sapevi quanto i tuoi figli agivano indegnamente, e non li hai corretti. Perciò ho giurato che la casa di Heli cadrà; e il vostro peccato né da vittima né da offerta si potrà espiare in eterno ». Ed ecco, poco tempo dopo scoppiare la guerra coi Filistei, e Ophni e Phinees furono uccisi. Un soldato corse ad annunciare la sciagura al vecchio padre, che seduto sopra un’alta sedia guardava la strada per cui li aveva visti andare al combattimento. « Che è accaduto? » chiese Heli. E quell’uomo rispose: « Tutto Israele è sconfitto. I tuoi figliuoli sono morti. L’arca di Dio fu presa ». Appena dette queste parole, Heli cadde all’indietro dalla sua sedia, vicino alla porta, e rottosi il collo morì (I Re, II-IV). Questo pauroso esempio della Storia Sacra esprime molto chiaramente che la debolezza nel correggere, diventa la rovina eterna dei genitori e dei figli. Chi risparmia il castigo meritato, odia, e non ama i figliuoli. È così appunto che il tiranno di Siracusa, Dionigi il Vecchio, sfogò il suo odio contro il genero Dione. Gli prese il figliuolo e gli concesse ogni libertà; comandò che ubbidissero ad ogni suo capriccio, senza rimproverarlo o castigarlo mai, in qualunque eccesso riuscisse. Dopo qualche anno lo restituì a Dione, il quale non seppe più riconoscere il figlio, e morì di crepacuore. I grandi nemici dei giovani sono quelli che li lasciano crescere senza insegnar loro la virtù e il timore di Dio. E spesso si trovano dei padri che picchiano brutalmente le loro creature perché hanno rotto un vaso, prodotto un guasto nella casa: e poi quando li sentono bestemmiare, tenere cattivi discorsi, quando li vedono rubare o trasgredire altri comandamenti di Dio e della Chiesa, non dicono che qualche parola languida di rimprovero e li lasciano fare. Quante volte capita di fermare un padre o una madre e dirle con amorevolezza: « Sentite: le vostre figliuole vestono così sommariamente che fanno scandalo… » e sentirsi rispondere: « Le ho già sgridate cento volte, ma non mi vogliono ubbididire »; Ecco dei genitori fiacchi: ma chi è che comanda in casa? ma chi paga i vestiti? ma chi deve ubbidire? Il Signore anche contro di questi ripete la sua maledizione: « Magis honorasti filios quam me ». Voi potete osservare a qualche mamma: « Sentite: la vostra figlia sta fuori di casa anche quando è troppo tardi e troppo oscuro. Non ha niente da ricamare, da rammendare? dica il Rosario, ma stia in casa » e vi sentirete rispondere: « Il Rosario, la mia figliuola va a dirlo tutte le sere al cimitero ». « Allora è meglio che vada a letto, e non lo dica ». Sembra strano, eppure è così. Possibile che i genitori non vedono le cartoline i fogli, le illustrazioni che entrano in casa? Possibile che solo essi non sappiano quello che sa tutto il paese? E se lo sanno, perché non hanno energia per metterci un severo rimedio? « Magis honorasti filios quam me ». Se poi fate notare a questi genitori che i loro figli si vedono di raro in chiesa ai Sacramenti, alla Dottrina cristiana, all’Oratorio, vi risponderanno che la colpa è dei preti che non li sanno attirare. Ma prima dei preti, la responsabilità dei figli l’avete voi, o genitori.2. AVARIZIA. Spesso, in quelle famiglie dove la religione è quasi spenta, i figliuoli sono considerati come fastidi fin tanto che sono piccoli; e fatti grandicelli diventano oggetto di speculazione e di guadagno. E pur di guadagnare si mandano i figliuoli, giovani e innocenti ancora, a lavorare lontano: non si bada più se sui treni dovranno sentire discorsi e bestemmie, se nelle città si incontreranno in pericoli tremendi per la loro virtù; si guarda soltanto che la giornata sia pingue. O beati quei tempi quando i genitori preferivano avere qualche lire in meno, ma i figliuoli più buoni, più obbedienti, più timorati! Quanto pochi sono quelli che prima di collocare un loro figliuolo a lavoro, riflettono se quel posto è adatto per lui: alle sue forze fisiche, alla sua anima buona, se si troverà tra bestemmiatori, tra gente corrotta, tra persone di sesso diverso. Quanto pochi sono quelli che prima di mettere un fanciullo in un albergo, in un negozio fanno il patto col padrone perché gli lasci il tempo di compiere i doveri di religione. Quando non si ha più nessun interesse se non l’interesse materiale, si comprende come possa avvenire un colloquio simile tra un prete e una mamma. Domanda il prete: « La vostra fanciulla dov’è? ». « È a servizio di una famiglia, in quella città » risponde la madre. « Vi siete informata se è una famiglia onesta e ben composta? » « Non c’è da dubitare: appena scocca la fin del mese, arriva il vaglia. Sono onesti pagatori ». E il prete, sentendosi stringere il cuore, continua: « Anche questo non va trascurato. Ma e in quanto a moralità, a buoni costumi; si trova bene? E la madre, meravigliata quasi della domanda, risponde: « Qui, ci deve pensare il Signore… ». Ci deve pensare il Signore! E allora perché accanto ai figli ha messo un padre e una madre? Il Signore ci penserà, ma per richiederne ai genitori un conto esoso al momento opportuno. Molti in quel momento piangeranno perché non hanno custodito i loro figli, immersi com’erano negli affari. Molti in quel momento piangeranno perché unendoli in matrimonio hanno guardato soltanto al ricco partito, e non alla salvezza spirituale della nuova famiglia. Piangeranno, ma troppo tardi.3. POCA FEDE. La causa più dannosa nell’educazione odierna dei figli è la mancanza di fede nei genitori. Mancanza di fede nel ricevere i figli dalle mani di Dio: anzi calpestando ogni più sacra legge della natura, della società, del Signore, si cerca di rifiutarli. Mancanza di fede nel far amministrare a loro i Sacramenti. E si comincia a ritardare il Battesimo, per sciocchi pretesti: aspettiamo da lontano i padrini, aspettiamo che la madre sia in grado partecipare alla festa. E intanto si lascia una creatura sotto il giogo del demonio, priva della grazia di Dio per giorni e settimane; e se morisse?… Una madre fervente cristiana, dopo molti anni di sterilità fu rallegrata da una bambina. A coloro che gliela porgevano perché la baciasse: « No — rispondeva — adesso no; ma tra breve, appena avrà ricevuto il Battesimo, e sarà fatta figlia di Dio, rigenerata nel sangue di Cristo ». Poche madri vivono di fede così. Mancanza di fede nel pregare. Che differenza fra tante madri d’oggigiorno e quelle dei Santi! Le madri dei santi quante belle e fervorose orazioni elevavano a Dio e alla Vergine per il loro figlio, quando ancora lo portavano in seno! E poi, in fasce, lo portavano sovente in chiesa nelle ore in cui è più deserta per offrirlo al Signore, e giuravano di morire piuttosto che lasciar cadere in peccato per colpa loro quella santa creatura. E se, cresciuto, lasciava qualche preoccupazione, non imprecavano, non si disperavano, ma pregavano e facevano penitenza. Mancanza di fede nella presenza di Dio. Voi sapete che il nostro corpo è tempio dello Spirito Santo, è come una pisside di carne in cui è venuto ad abitare il Signore. È quindi con un senso di religiosa adorazione che i genitori si devono accostare alle loro piccole creature, e devono avere orrore di poterle scandalizzare in qualunque modo. Sarebbe un delitto pessimo quello di uccidere la vita dell’anima a quelli a cui si è dato la vita del corpo. A questo pensiero nessun rimorso addolora la nostra coscienza? Nessuna madre può dire di aver mancato di delicatezza nel vestire, portare, fasciare, nutrire i propri bambini? E magari in presenza dei più grandicelli? Infine mancanza di fede nell’offrire i figliuoli a Dio in una vita di perfezione. Mancano i sacerdoti, i missionari, i religiosi; perché? Perché mancano i padri e le madri degni di ricevere la grazia immensa d’avere un figlio sacerdote, missionario, religioso. Perché, o genitori, non chiedete a Dio questa grazia? O forse Iddio già ve l’ha fatta e voi gliel’avete rifiutata? Un giovane si presentò al guardiano di un convento di Cappuccini in Francia per esservi accettato. Fu ammesso. Ma i suoi genitori furenti accorsero e lo strapparono dal coro ove pregava e lo condussero nel mondo. Passarono pochi anni, e quel giovane divenne un sanguinario massacratore di innocenti: Massimiliano Robespierre.Nel 1271 un cavaliere del re di Navarra, conducendo sui monti il principino ereditario, per sbadataggine lo lasciò precipitare nell’abisso. Vedendolo sul fondo insanguinato e immobile, il cavaliere fu preso da un tremito di disperazione. « Non c’è perdono per me — gridò — non c’è misericordia! ». E dicendo così, egli pure si precipitò nel vuoto. Genitori, i vostri figliuoli non sono proprietà vostra assoluta, ma vi furono affidati da Dio, il Re dei re e il Signore dei signori, perché li conduciate salvi attraverso i monti della vita! Guai, se per colpa vostra, al giudizio finale dovreste vederne qualcuno cadere nell’abisso dell’inferno. Non più perdono ci sarebbe allora per voi, non più misericordia! Tutta la Trinità santissima vi maledirebbe: vi maledirebbe l’Eterno Padre perché avendovi scelto a partecipare del suo nome di Padre, voi ne usaste in rovina delle anime! vi maledirebbe il Figlio perché invece di cooperare alla redenzione, avete aiutato il demonio alla perdizione! vi maledirebbe lo Spirito Santo, perché gli avete ostacolato la santificazione dei vostri figliuoli. Gli Angeli custodi, a cui avete reso inutile la vigilanza, accorrerebbero contro di voi, a precipitare voi pure nell’abisso dell’inferno in cui, pel colpa vostra, avete lasciato cadere un vostro figlio. Ma non sia così.

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Ps CXXXVI: 1
Super flúmina Babylónis illic sédimus et flévimus: dum recordarémur tui, Sion.

[Sulle rive dei fiumi di Babilonia ci siamo seduti e abbiamo pianto: ricordandoci di te, o Sion.]

Secreta

Cœléstem nobis præbeant hæc mystéria, quǽsumus, Dómine, medicínam: et vítia nostri cordis expúrgent.

[O Signore, Te ne preghiamo, fa che questi misteri ci siano come rimedio celeste e purífichino il nostro cuore dai suoi vizii.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de sanctissima Trinitate

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in uníus singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre quotídie, una voce dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: che col Figlio tuo unigénito e con lo Spirito Santo, sei un Dio solo ed un solo Signore, non nella singolarità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Cosí che quanto per tua rivelazione crediamo della tua gloria, il medesimo sentiamo, senza distinzione, e di tuo Figlio e dello Spirito Santo. Affinché nella professione della vera e sempiterna Divinità, si adori: e la proprietà nelle persone e l’unità nell’essenza e l’uguaglianza nella maestà. La quale lodano gli Angeli e gli Arcangeli, i Cherubini e i Serafini, che non cessano ogni giorno di acclamare, dicendo ad una voce:]

 Sanctus,

Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster,

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps CXVIII: 49-50
Meménto verbi tui servo tuo, Dómine, in quo mihi spem dedísti: hæc me consoláta est in humilitáte mea.

[Ricordati della tua parola detta al servo tuo, o Signore, nella quale mi hai dato speranza: essa è stata il mio conforto nella umiliazione.]

Postcommunio

Orémus.
Ut sacris, Dómine, reddámur digni munéribus: fac nos, quǽsumus, tuis semper oboedíre mandátis.

[O Signore, onde siamo degni dei sacri doni, fa’, Te ne preghiamo, che obbediamo sempre ai tuoi precetti].

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (225)

LO SCUDO DELLA FEDE (225)

MEDITAZIONI AI POPOLI (XIII)

Mons. ANTONIO MARIA BELASIO

Torino, Tip. e libr. Sales. 1883

Il Rosario meditato e recitato col popolo.

PARTE SECONDA

MANIERA DI RECITARE IL ROSARIO.

MEDITAZIONE XIII.

Il Rosario meditato e recitato col popolo

MISTERI GLORIOSI

PRIMO MISTERO, — La Risurrezione.

Nel primo mistero glorioso si contempla come il nostro Signor Gesù Cristo il terzo giorno dopo la sua morte risuscitò glorioso e trionfante per non mai più morire.

CONSIDERAZIONE.

Che cosa vuol dire recitare il Rosario?

Vuol dire mettersi col cuore in Gesù Sacramentato, e contemplarlo quasi si vedesse lì, come dice il mistero; e il mistero ci dice che Gesù risuscitò glorioso. Ora contempliamolo un istante il nostro Gesù morto come era là nel sepolcro; ed innanzi a Lui non altrimenti che le pie donne, ardiamo profumi della nostra tenerissima devozione intorno intorno a quel Corpo che combatté per noi fino all’ultima goccia di sangue. – Ma oh! ci par di vederlo in questo momento morire nell’aspetto di celestiale bellezza. Gli occhi brillano di luce di paradiso: si trasfigura la carne in isplendor di gloria celeste: cadono a terra squarciate le bende mortuarie: fugge, diremmo, la morte da Lui, come le guardie atterrite: il Redentore trionfante risorge ….. Alleluia! alleluia! gridiamo nell’estasi del gaudio giubilanti, come la Chiesa, la quale ripete palpitante di gioia: Lode a Dio: alleluia! È risorto, è risorto il Salvatore nostro: via tutte paure! Cadiamogli ai piedi come la Maddalena, giubiliamo cogli Apostoli, acclamiamogli intorno: o Maestro, o Salvatore nostro, o Figliuol di Dio, re nostro che ci guidate alla risurrezione ed alla gloria!

Pater noster. O Padre nostro: al cielo, al cielo con voi. Ecco, che vi ci guida il vostro Figlio. Noi vi daremo sempre con Lui gloria nella nostra vita; regnate intanto qui fra noi in terra, e tirateci tutti in paradiso; e noi qui, quali vostri figli, desideriamo compiere la vostra santa volontà come i beati in cielo (si reciti la prima parte del Pater noster). Padre santo, dateci il pane della vita che troveremo in Gesù. (Qui si fa la Comunione spirituale). Per Gesù perdonateci, e dateci la carità verso tutti. Deh, nelle prove e nelle battaglie teneteci sempre con Gesù risorto alla nostra testa; e così non ci perderemo. (Si reciti la seconda parte del Pater noster).

1. Ave Maria. Redentore Gesù, noi vi contempliamo come là nel sepolcro con quelle vostre piaghe da cui deriva la nostra eterna vita. O Maria madre nostra, a quel modo che il santo profeta Eliseo si stendeva col suo santo corpo sul corpo del fanciul morto e gli ridonava la vita, così voi metteteci colla bocca, colle mani, coi piedi, col cuore sul Cuore di Gesù nel Sacramento; ché risorgeremo a vita eterna. Dio vi salvi, o Maria.

2. Oh istante beato!… Gesù nel sepolcro apre gli occhi brillanti di luce di paradiso… si trasfigura in gloria il santo Corpo suo; il Cuor aperto ve’ che palpita dell’immortale vita di Dio!… Risorge!… Oh Maria! sì, o Maria, verrà il giorno in cui risorgeremo anche noi, in cui il cuor nostro palpiterà del palpito del Cuore di Gesù. Allora, allora quanto ci sarà caro l’aver patito con Gesù. Ma intanto voi, Madre, confortateci a soffrir con pazienza in questa breve vita. Dio vi salvi, o Maria.

3. Mondo, demonio, cattive persone, andatevi lungi da noi come fuggivan le guardie che credevano di tener nel sepolcro Gesù. Noi vogliamo la bocca, gli occhi, le mani, i piedi, il cuore nostro tenere crocifissi con Gesù, lontani dai peccati; e di qui in poi grideremo sempre in ogni tentazione: Gesù e Maria! Dio vi salvi, o Maria.

4. O Maria, qual gaudio per voi, quando vi comparve risorto glorioso il vostro Gesù, che voi deponeste con tanto dolore nel sepolcro! O Maria, quale gaudio, quando risorgeremo anche noi, e nell’orizzonte dell’immortalità ci smarriremo nel gaudio di Dio in paradiso. O paradiso! o paradiso!… e noi vedremo caduto a nulla il tempo dei patimenti di quest’ora di vita in terra. Deh, non lasciateci mandar a male il gaudio dell’eternità per questo istante del tempo presente. Dio vi salvi, o Maria.

5. E risorto! è risorto! alleluia, lode a Dio! È qui con noi! Vengano pure le tentazioni, le prove e le battaglie; il nostro grido del combattimento sarà alleluia. Lode a Dio; Egli è risorto, e noi combatteremo colla fiducia del trionfatore sulla fronte. Avvenga pure quel che Dio permette: Gesù ci precede risorto, e c’incoraggia alla vittoria col dirci: confidate; io vinsi il mondo. O Maria, ci ravvivate la speranza del trionfare appresso a Gesù con voi in gloria. Dio vi salvi, o Maria.

6. Maddalena quando sel vidde risuscitato, mise un grido per dirgli tutto il cuor suo: oh Maestro! — Gli Apostoli in contemplandolo estatici posero la mano sul suo Cuore aperto; e Gesù li faceva padroni del suo Sangue per pagare i peccati in confessione; e gl’invitava a cercar tutti la pace nel suo Cuore in comunione. O Maestro e Salvator nostro, noi ci butteremo ai vostri piedi in confessione; e voi ci proverete nell’anima il vostro Sangue, e ci accoglierete nel vostro Cuore santissimo in comunione. Maria, dateci mano voi. Dio vi salvi, o Maria.

7. L’abbiamo qui con noi Gesù trionfante; ma è come il prode che combatté, ed ha ancora aperte le piaghe, le quali dicono quanto gli costi la sua vittoria e l’altrui salvezza. Santo Capo, ancora veggiamo i fori che vi fecero le spine: Care Mani, ancora gli squarci che vi fecero i chiodi! Piedi benedetti, ancora i buchi! O Membra sante, che avete versato sino all’estrema goccia di Sangue per noi; o Cuore dolcissimo, che gemi ancora Sangue! Caro Gesù, qui è con Voi il nostro cuore: noi vi voleremo coll’anima le mille volte al giorno intorno, perché qui è tutto il nostro tesoro. O Gesù, o Maria, vi mettiamo in seno la vita nostra. Dio vi salvi, o Maria.

8. Gesù dice a noi come già agli Apostoli: beato chi crede in me: confidate, poiché io ho vinto il mondo: pigliatevi la vostra croce, fatevi dietro a me, ed io vi guiderò a vittoria. Gli Apostoli giurarono di credergli, e seppero morire per la loro credenza. Maria, in tutte le tentazioni, in tutte le disgrazie, nelle più tremende prove noi grideremo: Gesù! e grideremo a voi, Maria; e se moriremo con voi, la morte sarà un trionfo di paradiso. Dio vi salvi, o Maria.

9. Gesù risorto apparve in Emmaus ai discepoli, i quali nol conobbero in sulle prime solo con parlargli; ma quando lo videro benedire il pane, allora si aprirono i loro occhi. Ah Gesù, per comprendere bene i misteri del vostro amore non basta essere istruiti; bisogna ricevere i Sacramenti. Oh Maria, aiutateci a gustare le cose di Dio col fare le opere di divozione e di carità. Dio vi salvi, o Maria.

10. Gesù disse agli Apostoli: andate ad insegnare a tutti gli uomini quanto io insegnai a voi stessi. Gli Apostoli andarono, e i loro successori anderanno finché duri il mondo, colla verità diffondendo la carità divina. Da questo comando vien mandata la salvezza per l’universo. Oh Maria, fate voi che i poveri figliuoli degli uomini così miserabili comprendano come la dottrina, i Sacramenti e la grazia di Gesù Cristo solo li possano consolare e salvare. Dio vi salvi, o Maria.

Gloria Patri. Padre santo, noi ci consoliamo; imperciocchè a Voi rende gloria per noi il vostro Gesù. Gesù, gloria a Voi trionfante: date gloria al vostro Padre collo stendere il vostro trionfo di misericordia sopra tutti gli uomini. Spirito Santo, gloria a Voi: da Voi speriamo che si rinnovelli il mondo, e risorga a vita vera l’umanità. (Si reciti il Gloria Patri). Requiem æternam. Gesù glorioso, spezzate i vincoli che tengono in patimenti le care anime del purgatorio. Sono, ben lo sapete, le figliuole care di vostra Madre. (Si reciti il Requiem æternam).

SECONDO MISTERO. — L’Ascensione al cielo.

Nel secondo mistero glorioso si contempla come nostro Signore Gesù Cristo quaranta giorni dopo la sua gloriosa risurrezione, sali in cielo alla presenza di Maria SS. e dei suoi discepoli.

CONSIDERAZIONE.

Gesù risuscitato è qui in mezzo di noi nel Sacramento, siccome là sul monte dell’Ascensione. Qui, come gli Apostoli, contempliamolo giubilanti del suo trionfo. Egli ci mostra le sue Piaghe gloriose, e pare che ci dica: queste sono ancora per voi aperte; ma andate con coraggio, pigliate anche voi la croce vostra, e seguitemi su al cielo, al cielo, alla gloria di beatitudine eterna col Padre in paradiso. – Prima di ogni cosa cadiamogli ai piedi, e guardandolo in quelle Piaghe con parole piene del pianto della gratitudine ringraziamolo d’averci salvati a tanto costo. Ora poi versiamogli il cuore in tenerezza, e diciamogli: Redentore nostro pietosissimo, vero principe di pace, Voi avete riconciliato il cielo colla terra, avete rotta quella barriera che gli uomini teneva lontani dal paradiso. Voi squarciaste la scritta di perdizione su cui erano registrate con caratteri orribili le nostre colpe. Questa carta voi l’attaccaste alla vostra croce, e dalla croce scorre giù il Sangue che cancella i peccati nostri. Trionfatore della morte, Voi avete portato il terror nell’inferno, rovesciato il trono del demonio, e lui incatenato a pié della croce, spezzando i ceppi della schiavitù; ed avete tirato fuori dal limbo le anime dei Santi che Vi sospiravano. Ah gli Angioli nel vedervi salire al cielo alla testa di questa legione trionfante, guardano con rispetto la terra che innaffiata del Sangue vostro è divenuta la scala del paradiso! Al paradiso dunque salite in gloria. Aprite le porte, o principi delle sfere celesti; Egli è il Salvatore degli uomini, il quale prende possesso del regno celeste per noi conquistato, e porta per la prima volta la carne umana in paradiso. O Gesù, Gesù glorioso! Voi salite al cielo, e vi accompagnano i nostri cuori tra lo splendore della eterna gloria; ma Voi non ci lasciate orfani in terra. Qui avete i vostri interessi, qui avete noi che siamo figli del vostro Sangue, e che vi costiamo tanti dolori; qui voi quindi restate compagno del nostro peregrinaggio, e fate causa comune con noi: qui nel Sacramento Voi siete carne della nostra carne, ossa delle nostre ossa: Voi siete il Capo e noi le membra vostre. Voi qui, e Voi in seno al Padre nello splendore della maestà di Dio in paradiso. Gesù, Gesù, dove è il capo, speriamo, vi devono essere eziandio le membra….. Ah stretti del cuore con Voi, con Voi dunque grideremo: Pater noster… O Padre nostro, che siete in cielo, e noi qui in terra guardate col vostro Figlio a darvi gloria, deh stendete il vostro regno su tutti gli uomini. Che se non possiamo farvi conoscere ed amare da tutti colla predicazione, almeno ci uniremo col Cuor di Gesù nell’Apostolato della preghiera e grideremo con Gesù: Venga il vostro regno; fatevi conoscere, o Signore, ed amare da tutti: pigliateci tutti tra le braccia della vostra bontà, e portateci a far tutto il bene, giacché tutto il bene è fare la volontà vostra. (Si reciti la prima porte del Pater noster). Buon Gesù, riceveteci nel vostro cuore, teneteci con voi in terra nel Sacramento. (Si fa la Comunione spirituale). Pagheremo del vostro Sangue i nostri peccati, con Voi faremo tutto il bene possibile ai nostri fratelli; con Voi vinceremo tutte le prove e le tentazioni. Ah sì, si, Voi ci libererete dal peccato, e da ogni male, per farci con Voi beati in paradiso. (Si reciti la seconda parte del Pater noster).

1. Ave Maria. Madre nostra benedetta, come voi già sull’Oliveto, noi ora in vostra compagnia contempliamo Gesù nostro glorioso nell’istante che ascende al cielo. Ah quelle Piaghe e quel Cuore lacerato ci fanno intendere quanto poté operare la potenza dell’amore del Figliuol di Dio, del Figliuol vostro Gesù! O Maria, noi non sappiamo dirgli tutto il cuor nostro: ditegli Voi di quelle parole che sapete dire voi sola, e portateci tra le vostre braccia a Lui vicini a baciargli le Piaghe per segno di ringraziamento. Dio vi salvi, o Maria.

2. Piaghe santissime e gloriose, voi ci guadagnaste il paradiso! Oh se i mali, le disgrazie, le tribolazioni e tutte le altre piaghe di questa povera vita ci rendono simili al nostro Gesù, deh, Maria, aiutateci a patire ben volentieri, poiché il patire lavora la eterna gloria. Dio vi salvi, o Maria.

3. Quanto era il gaudio che provavano gli Apostoli nel contemplarsi in mezzo di loro Gesù! Ma Gesù disse loro: andate a predicare ciò che io v’insegnai; e gli Apostoli percorsero il mondo, e lo fecondarono fino del loro sangue. O Maria, vi preghiamo come gli Apostoli intorno a Voi, teneteci fissi col cuore in Gesù; e noi anderemo a fare i doveri nostri dove ci manda il volere di Dio per servire sempre il nostro Re della gloria. Dio vi salvi, o Maria.

4. Gesù, ci par di sentirlo dire: io vado al cielo, vi porto le mie Piaghe gloriose, e le tengo là aperte per voi. Oh Maria, quale conforto gli è mai per noi di avere il nostro Gesù colle Piaghe aperte per noi in cielo! Ma aiutateci a medicargli le sue piaghe in terra, trattando con carità ì poveri nostri fratelli e bisognosi. Dio vi salvi, o Maria.

5. Buon Gesù Salvatore nostro, noi vi contempliamo nell’istante che salite al cielo, e con un grido di giubilo ci slanciamo col cuore ad abbracciarvi nel Sacramento. Caro Gesù, è proprio vero che non ci lasciaste orfani qui sulla terra! O Maria, Maria, teneteci stretti con Gesù nel Sacramento, fintantoché non ci accoglierete in paradiso. Vogliamo spirar l’anima in una Comunione spirituale. Dio vi salvi, o Maria.

6. Gesù disse ai discepoli: andate, siete pochi, ma vincerete il mondo; io sono qui con voi fino alla consumazione dei secoli. Passarono già mille ottocento anni, e Gesù mantiene la sua promessa, e la Chiesa vince sempre, e cammina tra le ossa de’ suoi nemici. Maria, in tutte le prove, in tutte le tentazioni, in tutte le battaglie fatte contra la Chiesa noi grideremo: Dio è con noi, e chi può vincere Iddio? Dio vi salvi, o Maria.

7. Un capitano, il quale guida alla vittoria i suoi soldati, se si slancia colla bandiera in mezzo ai nemici, strascina i suoi commilitoni nel vortice della battaglia e li vede pugnare fino alla morte. Gesù trionfante, Voi ci precedeste col vessillo della vostra croce; e noi combatteremo, vinceremo fino alla morte, e sarà il nostro grido: Gesù, Gesù e Maria. Dio vi salvi, o Maria.

8. Oh Gesù, oh Gesù! Voi volate in gloria Dio col Padre e volate con quel vostro Corpo nello splendore della Divinità, il quale è Carne della nostra carne e Sangue del sangue nostro… O Madre purissima, fate da Madre qui con noi, che vogliamo questo nostro corpo portarci pure alla gloria del paradiso. Dio vi salvi, o Maria.

9. Voi Gesù, Voi Maria siete in paradiso, che ci aspettate. Ah siamo adunque concittadini del cielo; ma qui tuttavia in peregrinaggio ancor in terra! Ci affretteremo per giungere lassù alla patria nostra. Voi proteggeteci nei pericoli del nostro esilio. Dio vi salvi, o Maria.

10. Il nostro cuore diamo a Gesù, la nostra mano a Maria nell’istante della nostra vita che passa. Col cielo aperto che ci aspetta, con Gesù e Maria che ne aiutano, non vogliamo perderci, no, in questi inganni del mondo; ma affrettarci verso del cielo, e dar la destra ai nostri fratelli per condurli con esso noi. O Maria, vi raccomandiamo tutti, perché nessun si perda degli uomini salvati col Sangue del vostro Figlio. Dio vi salvi, o Maria.

Gloria Patri. Voi, Voi, o Gesù glorioso alla destra del Padre, dategli Voi la gloria che gli è dovuta dall’universo, ma specialmente da questa povera terra, abitazione vostra. Gloria a Voi, Gesù Dio-Uomo, e gloria in seno a Dio alla vostra Umanità divinizzata. Spirito Santo, gloria a Voi sempre, a Voi Amore del Padre e del Figlio in cielo, e qui tra noi in terra. Tirateci con Gesù in paradiso. (Si reciti i Gloria Patri). – Requiem æternam. O Gesù nostro! anche le Anime del purgatorio, guardano su in cielo alle vostre Piaghe; e Voi dal Costato vostro versate il Sangue glorioso nel purgatorio su di esse poverette che sono in tanti patimenti. (Si reciti il Requiem æternam).

TERZO MISTERO. — La discesa dello Spirito Santo.

Nel terzo mistero glorioso si contempla come Gesù Cristo mandò lo Spirito Santo sopra gli Apostoli che stavano con Maria Vergine congregati dentro del Cenacolo in orazione il giorno di Pentecoste.

CONSIDERAZIONE.

Quando Gesù salì in trionfo alla gloria del paradiso, che cosa potevano mai fare gli Apostoli per provvedere alla loro debolezza, e prepararsi a ricevere lo Spirito Santo loro promesso? Essi seppero ben fare il meglio. Si raccolsero intorno a Maria Santissima come intorno alla più cara speranza, ed insieme con Lei si abbracciarono a Gesù nel Sacramento, celebrando la santa Messa; e col cuore in Gesù, sotto la protezione di Maria perseveravano in orazione. Giunge il dì della Pentecoste; si sente come un turbine, che scuote il Cenacolo; ed ecco scendere lo Spirito del Signore nell’apparenza di colomba; e sotto la forma di lingue di fuoco diffondersi su quei fortunati. Gli Apostoli non possono più trattenersi, invasi di virtù dall’alto; rompono i cancelli del Cenacolo presentandosi a predicare Gesù ad un popolo contraddicente, e gli rinfacciano il delitto di avere dato la morte al Salvatore. Predicano la penitenza e la salute, e predicano nelle lingue di tutte le genti convenute a quella solennità in Gerusalemme… Sono incatenati, battuti affinché tacciano; ma essi predicano più alto ancora. Martoriati, strascinati sul patibolo muoiono col sorriso sul labbro, nella fiducia che lo Spirito del Signore susciterà nuovi prodi decisi a dare la vita per salvare le anime a gloria di Dio. Anche noi poveri di spirito ed umili seguaci di Gesù Cristo, anche noi come i discepoli, in mezzo ad un mondo nemico di Dio e dei suoi servi pigliamo coraggio, qui ci raccogliamo intorno a Gesù nel Santissimo Sacramento sotto la protezione di Maria, e duriamo perseveranti nella preghiera, recitando devotamente il santo Rosario. Gridiamo al Padre. Pater noster. O Padre santo, che avete in cielo con Voi il Figlio vostro e nostro Gesù, mandateci lo Spirito di santa adozione. Collo Spirito vostro daremo gloria a Voi, Voi regnerete nel nostro cuore, e noi saremo figli del vostro amore. (Si reciti la prima parte del Pater noster). Gesù, venite con noi coll’abbondanza del vostro Spirito. (Qui si fa la Comunione spirituale). Spirito di carità, purificate col vostro amore i nostri cuori, ci infondete la carità inverso di tutti, la forza a combattere; e tirateci in fine al trionfo della vostra bontà in paradiso.

1. Ave Maria. Gli Apostoli, quando una nube tolse agli sguardi loro Gesù che saliva al cielo, paurosi si strinsero intorno alla Madre, sperando tutto dal suo amore. Anche noi in questa povera vita chiamiamo Voi, o Maria, e a Voi sospiriamo piangendo. Deh volgete lo sguardo, e date la mano a noi per menarci da questo esilio nella patria insieme con Gesù. Dio vi salvi, o Maria.

2. Gli Apostoli nel Cenacolo intorno a Maria, confortati da Lei eseguirono il caro comando di Gesù Cristo; consacrarono cioè il Corpo ed il Sangue di Lui nel Sacramento, e si gettarono sul suo Cuore. O Maria, noi non siamo degni di tanto; ma Gesù ci chiama, ci comanda a riceverlo in Sacramento: deh, imprestateci il vostro cuore per riceverlo nel nostro seno. Dio vi salvi, Maria.

3. Standosi gli Apostoli nel Cenacolo in orazione con Maria e con Gesù nel Sacramento, ricevettero la pienezza dello Spirito Santo. O Maria, colla vita raccolta, colla divozione a Voi, coll’anima a Gesù in Sacramento riceveremo eziandio noi, lo speriamo, l’abbondanza dei doni dello Spirito Santo. Dio vi salvi, o Maria.

4. Erano ben poveri di cuore gli Apostoli, che tutti abbandonarono Gesù in mano ai Giudei, e Pietro il più ardente di loro giunse puranco a negarlo. Spaventati dall’esperienza della loro miseria, si misero intorno a Maria, si nascosero nel Cenacolo, e là pregavano Gesù che era in mezzo di loro. O Maria, tirateci fuori delle occasioni pericolose in cui abbiamo provata tante volte la nostra debolezza, teneteci devoti a voi, e noi uniti con Voi e Gesù, grideremo in tutte le tentazioni: Gesù e Maria!… Dio vi salvi, o Maria.

5. Adoriamo in santo timore! Scende lo Spirito Santo sopra gli Apostoli; ed eglino diventano coraggiosi in predicare alto Gesù ad un popolo di contradditori. I Farisei li incatenano, li flagellano, loro comandano di non parlar più oltre di Gesù; ma essi predicano più alto ancora, e col dare la vita vincono il mondo e fanno adorare Gesù. O Maria, aiutateci a servire Dio, a dar gloria a Lui senza rispetto umano sino a dare il sangue, se è mestieri, pel nostro Signore! Dio vi salvi, o Maria.

6. Gli scribi e i farisei volevano farli credere ubbriachi e matti frenetici; ma tutta la gente grida: miracolo! miracolo! essi parlano proprio nell’istesso tempo in tutti i nostri linguaggi; e siamo di tante nazioni… Oh egli è proprio vero che tutti i popoli intendono il linguaggio della carità! O Maria, otteneteci dallo Spirito Santo il dono della carità; ed allora ben potranno dirci che siamo matti, perché siamo devoti, ma la carità finirà col farci conoscere, e col far rispettare la divozione. Dio vi salvi, o Maria.

7. Lo Spirito Santo che discende negli Apostoli, aveva già parlato ad Adamo per non lasciarlo perdere in disperazione e parlato aveva ai Patriarchi, ai Profeti dell’antico Testamento per mantenere viva in loro la fede nel Redentore venturo. Lo Spirito Santo discese pure in voi, o Maria, e per Gesù si diffonde nella Chiesa, e le mantiene la vita che non può mancare: da Lui viene ogni verità, ogni virtù, ogni ben sulla terra. O Maria, teneteci come membra in un sol corpo uniti alla Chiesa affinché ci vivifichi dei suoi doni lo Spirito del Signore che giammai l’abbandona. Dio vi salvi, o Maria.

8. Sono mille ottocento e più anni che la Chiesa sempre infallibile e santa, insegna tutte le verità, condanna tutti gli errori, fa sola il vero bene agli uomini nell’universo, e salva i figli che le si affidano interamente, perché ha lo Spirito Santo che la inspira. Sono da sei mila anni che gli uomini, i quali vogliono far tutto da loro senza di Dio, non fanno che male alla povera umanità, e tutto che toccano, in man di loro si guasta, tantoché fin l’istruzione li fa diventare peggiori. O Maria, teneteci attaccati alla Chiesa, perché non c’inganni e non ci perda il malo spirito. Dio vi salvi, o Maria.

9. Gli Apostoli corsero a conquistare il mondo ed a salvare gli uomini per Gesù Cristo; e milioni e milioni di Cristiani diedero il sangue per la fede cattolica. Il mondo non può resistere a tanta virtù: è lo Spirito di Dio che rende invincibile la Chiesa. O Maria, mentre ci sentiamo così meschinelli, e non siamo che miseria e peccato, se voi ci pigliate per figli e ci ottenete la forza dello Spirito del Signore, anche noi diverremo capaci di fare tutto il bene che Dio vorrà da noi. Dio vi salvi, o Maria.

10. Solleviamoci col pensiero a Dio. O  Maria, o Maria, Gesù vostro Figlio e Figlio del divin Padre è qui con noi. Deh, unite tutte le nostre persone in Gesù; e fate che lo Spirito Santo, amor sostanziale del Padre e del Figliuolo, ci compenetri, vivifichi, ci trasporti in paradiso. Dio vi salvi, o Maria. Gloria Patri. Grande Iddio, Voi siete Padre e ci mandaste di cielo dal vostro seno il vostro Figliuolo. Spirito Santo, Amore eterno del Padre e del Figlio, santificateci con Gesù, sì che siamo degni di darvi gloria in terra, per potervi poi glorificare con Gesù e col Padre in cielo per tutti i secoli nella vita eterna. Gloria Patri. Requien  æternam. Spirito Santo, divino Paracleto,consolatore di tutti, amore eterno, vita di tuttii cuori, refrigerio delle anime, padre dei poveri,sommo bene di tutti, tirate in gaudio eterno le povereanime del purgatorio. Requiem æternam.

QUARTO MISTERO, — L’Assunzione di Maria SS.

Nel quarto mistero glorioso si contempla come Maria Santissima, dodici anni dopo l’Ascensione di Gesù Cristo suo Figliuolo, passò di questa vita, e dagli Angeli fu assunta al cielo.

CONSIDERAZIONE

Oh raccogliamoci piamente a piè dell’altare e con Gesù contempliamo la Santissima Madre nostra. Ella è caduta nel languore della morte, e pare un fiore di mattina troppo carico di rugiada piovutagli dal cielo in grembo, che languendo sulle le ride ancora verso il cielo; od un fiore della sera che pel calore che lo consuma espandendo i suoi effluvii si ripiega dolcemente sullo stelo. Deh, posiamoci appresso a Lei senza tema, benché morta… Piangeremo su questa tomba?… Gloria a Dio!… e che cerchiamo fra li morti Colei che è la Madre della vita?… Contempliamola nell’istante che risorge… A quel modo che sopra della vetta di altissima montagna, mentre il cielo s’indora e fiammeggia della luce color rosa in oriente, si alza una nube del candore di puro argento, e leggera leggera vola innanzi, e pare si fermi a vagheggiare il sole nascente; e il sole l’investe e la compenetra tutta, l’incorona di raggianti baleni, cui ella spezza, rinfrange e spande intorno in liste di vaga luce riflessa, e fa risplendere sì bellamente di quella luce color di rosa le nugolette di che è cosparso il cielo; così con quel Corpo spirituale sopra degli Angeli si eleva a Dio Maria gloriosa. Dio l’ammanta di sua luce divina, la compenetra e l’incorona di splendore celeste; sicché risplende della bellezza di che è bello Iddio in cielo. Ella poi manda da quella gloria lo splendore di virtù che ci indirizza in paradiso. Per noi, solo al contemplarla in quel candore di luce divina, si purificano i nostri pensieri, coi pensieri si purifica il nostro cuore, e si riflette anche sui nostri corpi un riverbero di quel candore di purità, per cui Maria fissa in Dio, ci solleva e ci attira a Dio.

Pater noster. Oh grande Iddio e Padre nostro; Voi nella vostra grande misericordia ci avete data così cara Madre che vi siete assunta in cielo; quindi anche per questo noi vogliamo darvi gloria, eterna gloria dare vogliamo al vostro nome. Deh, voi regnate nella famiglia dei vostri figli, e lasciate che Maria ci metta come tanti bimbi suoi in seno al vostro amore a fare sempre la vostra volontà. (Si reciti la prima parte). Ah per Maria date in seno a noi il Figliuol vostro (qui sì fa la Comunione spirituale), e per Gesù dateci tutti i beni, specialmente la carità verso tutti come a figli del vostro amore: sosteneteci nelle tentazioni, liberateci dal male e chiamateci con Gesù e Maria in paradiso.

1. Ave Maria. Maria, Maria!… Adoriamola che spira… Ella è tutta in Dio… e l’anima santissima si smarrisce, s’inabissa, S’imparadisa in Dio… e con un palpito del cuore spirando trovasi in cielo. Deh Maria, di seno a Dio aiutateci a consumare la vita nostra in opere sante tutta per Dio, sicché spiriamo l’anima nella Comunione spirituale in seno a Gesù, per cui vogliamo vivere e dare la vita. Dio vi salvi, o Maria.

2. Come fiore di paradiso caduto in terra appassito cade il corpo di Maria, nel cui seno pigliò la carne il Figliuol di Dio. Ma la morte non ardisce di guastarlo; esso tosto risorge immacolato, e poi s’innalza in paradiso. O Maria, deh serbateci così puri anche del corpo, si che lo portiate con Voi in cielo quando risorgeremo a vita eterna. Dio vi salvi, o Maria.

3. Benedetta fra tutte le donne, dal Signore voi foste destinata a nascere nel seno di famiglia reale, ma decaduta in povertà; viveste povera dal mondo non curata, e foste ridotta a correre sotto il patibolo dove inchiodavano il vostro Figlio, là disprezzata come la madre del condannato. Foste adunque la più umile di tutti, ed ora risorgeste trasportata in cielo Regina dell’universo. Oh Maria, noi saremo con Voi, e vivremo disprezzati volontieri: non vogliamo che la gloria di Dio, e con Voi essere in gloria in paradiso. Dio vi salvi, o Maria.

4. Contempliamola appena spirata… Oh via, non cerchiamola fra i morti. Ella risorge più bella degli Angioli del paradiso, e il suo cuore palpita di vita tutta divina. Deh Madre, fate che i nostri cuori, affamati di ben di Dio, non palpitino che d’amore di Dio per vivere assorti in Dio in paradiso. Dio vi salvi, o Maria.

5. O Maria, o Madre, o Madre, Voi andate in cielo… Ah noi vi piangiamo appresso, lasciati qui esuli in questa valle di lagrime. Tirateci appresso di Voi e di Gesù in paradiso. Dio vi salvi, o Maria.

6. O Maria, nel contemplarvi assunta in cielo ci pare di sentirvi a dire intenerita cogli occhi in basso rivolti fino a noi: Orsù, su, figliuoli, conservatevi in purità, vivete disprezzati in umiltà, fate tutto per Dio, ed avviatevi su su appresso di me: dove va la Madre, debbono venire anche i figliuoli. O Maria, dateci la mano per seguirvi in questa via. Dio vi salvi, o Maria.

7. Deh, che non mi perda tra le vanità, né mandi a male il tempo della vita in queste cose di un mondo, che durano un momento. La vita non è che un’ora da prepararci, un momento da incamminarci verso il paradiso. Maria, non lasciateci perdere in questi inganni del tempo che passa via rapido come baleno. Dio vi salvi, o Maria.

8. Avete un bell’andare in cielo, o Maria; ma qui in terra voi tenete il vostro cuore. È qui il vostro e il nostro Gesù in Sacramento. O Maria, sarete ben contenta che ve lo trattiamo bene fra noi, che ve lo amiamo teneramente; ma dunque imprestateci il vostro cuore. Dio vi salvi, o Maria.

9. A noi, a noi da bravi figli, o Maria, qui nel mondo dove voi ci lasciaste, si aspetterà di fare ben tutto ciò che voi desiderate. Ameremo Gesù; porteremo appresso a Lui le croci nostre, daremo la mano ai nostri fratelli, e faremo di venire cogli altri figli con voi, o Madre carissima, in paradiso. Dio vi salvi, o Maria.

10. Dio vi salvi, o Regina del cielo e della terra, Madre speranza nostra. Consolate di un vostro pietoso sguardo questi poveri figli gementi in questa valle di guai, e tirateli di vostra mano ad essere beati eternamente in seno a Dio. Dio vi salvi, o Maria. Gloria Patri. Gloria a Voi, o Padre celeste, gloria a Voi, o Gesù Redentor nostro; Spirito Santo, gloria a Voi che ci amate d’amor divino in terra, finché verremo a darvi gloria perpetuamente intorno alla nostra Madre in paradiso. Gloria Patri.

Requiem æternam. Maria, Maria, nell’alzarvi che fate al cielo, piacciavi guardare alle poverine anime là in fondo tra quei tormenti del purgatorio; e tiratevele intorno a Voi in paradiso. Requiem æternam.

QUINTO MISTERO. — L’Incoronazione di Maria SS. e la gloria di tutti i Santi in paradiso.

Nel quinto mistero glorioso si contempla come la SS. Vergine fu in cielo coronata dalla SS. Trinità Regina degli Angeli, Avvocata dei poveri peccatori, Madre di tutti: e si contempla la gloria di tutti li Santi che ci aspettano in paradiso.

CONSIDERAZIONE.

Ancora, ancora qui noi raccolti con Gesù nel Santissimo Sacramento teniamo dietro coll’animo a Maria in mezzo alla sua gloria. Passiamo sopra le nubi, varchiamo le sfere, i secoli; e giacché tanto ci è dato, accompagniamola nella gloria del paradiso, spingendo lo sguardo della nostra mente tra le fulgori di quella luce divina. Nel vederla incoronare, Gabriele la saluta Corredentrice degli uomini, come Colei che portò al mondo il Salvatore, e Michele le si prostra innanzi, come alla grande Vergine, la quale schiacciò il capo al serpente ed abbatté lo spirito ribelle già da lui combattuto e scacciato dal paradiso. Raffaele la benedice come Colei che ha un rimedio a tutti i mali della povera umanità, cui accompagna pietosa fino al cielo, sol che Le porga la mano. Le sante Vergini, i Martiri generosi, gli umili penitenti e gli eroi della carità la salutano per loro Regina. Il Padre la accoglie in seno come la primogenita del suo amore, il divin Figlio l’ama e l’onora come la Madre sua, e lo Spirito Santo la beatifica coll’Amor sostanziale: Ella è da Dio incoronata Regina dell’universo in paradiso. O Paradiso, o paradiso, città eterna, dove la verità è la luce, la carità è la vita, l’eternità il termine della beatitudine!… Che fulgori d’intelligenze! Che ratti di delizie! che trascendimenti di interminabile gaudio!… Anche noi, associati all’immortale adunanza dei Beati, concittadini della celeste Gerusalemme, sull’ali dell’amore di Dio corriamo da questa bassa terra appresso a Maria; e a’ piedi di Lei, quasi sentendo la mano sua sul capo nostro, fissiamo lo sguardo in Gesù sostanziale Verbo, sole eterno di giustizia, splendore della eterna gloria. Dal nostro cuore passino gli affetti infuocati nel suo Cuore santissimo, siccome li raggi corrono al centro; e noi andiamo ribaciando le mani a Maria, e contempliamo i Beati, cui Dio alimenta di sua beatitudine eterna. Oh da questa altezza in abbassando lo sguardo alla terra, quale pensiero allora faremo delle frivole cose che sono le miserie di questo mondo d’un’ora!… E queste turbano tanto la pace a noi che siamo aspettati da qui a un istante in paradiso?… Oh è troppo miserabile chi si pascola in vanità, quando è creato per essere felice con Dio e con Maria in paradiso!

Pater noster. O Padre, noi siamo figli del vostro Figlio, abbiamo la Madre in cielo, sospiriamo sempre la vostra gloria: oh dunque a vostra gloria compite il numero degli eletti, coronateci tutti nel vostro regno; e così con tutti i vostri figli beati in paradiso sia adempiuto il volere vostro nell’eterno trionfo della vostra bontà. (Si reciti la seconda parte del Pater noster). Signor della misericordia, uniteci con Gesù qui in terra (si faccia la Comunione spirituale): per Gesù dateci il perdono delle nostre miserie e la carità verso tutti, sicché, vinte le tentazioni, liberati da tutti i pericoli e dal male, siamo in fine accolti con Voi, sommo Bene, in paradiso.

1. Ave Maria. Madre nostra, gloria a Dio! Voi siete Regina in paradiso col vostro Figlio; ma avete noi figli in terra; e noi vi siamo proprio figli di sangue, perché abbiamo dentro di noi il Sangue del divin Figlio che è Sangue vostro. Dal trono del vostro Figlio, Signore della eterna gloria, abbassate gli occhi sui vostri figli gementi in questa valle di lacrime. Dio vi salvi, o Maria.

2. Confortiamoci della più cara speranza pensando di aver noi una Madre che è regina in cielo. Che se una madre fosse così fortunata di avere il suo figlio primogenito per ventura diventato re sul più gran trono del mondo, e poi avesse altri suoi figliuolini dispersi per la terra in abietta miseria, chi, chi vorrebbe al figliuol suo re in tanta storia raccomandare? L’intendiamo, i suoi figli. Salve, o Regina, Madre della misericordia: Voi, voi, a Dio Figliuol vostro raccomandate noi poverini figli pure del vostro Sangue. Dio vi salvi, o Maria.

3. Madre divina! Ella contempla in paradiso nello splendore della divinità il Figlio suo in seno al Padre, e guarda in basso noi meschinelli di figli in tante miserie sulla terra, li lì per perderci ad ora ad ora; e, o Figliuol mio, gli dice: sono di sangue nostro quei poverini. — Gridiamo, gridiamo noi! Dio vi salvi, o Maria.

4. Maria contempla in cielo le piaghe gloriose del suo Figlio; e par che dica: Figliuol mio, queste piaghe vostre 😮 le ho sofferte nel mio cuore. — È in guardando le piaghe nostre, Ella mi è avviso che gli soggiunga; O Gesù mio, mi par di sentire nella mia persona le miserie di questi poveri figli! — Mira il Costato ancor aperto; e, mio Gesù, gli dirà ancora: questa ferita nel vostro petto l’ho sentita io sola nel mio cuore. — Deh, deh gridiamo noi, o Maria, salvate i figli di tanti vostri dolori! Dio vi salvi, o Maria.

5. Maria regina dei Beati contempla i Santi in paradiso; Madre felice, gode tante volte moltiplicati i gaudi del paradiso, quanti sono là tutti quei figli del suo sangue. Ma non sono li tutti, o Maria, in beatitudine i vostri figli: vi mancano i più meschinelli che siamo noi. Deh, pregate che si compia il numero degli eletti con noi, ed affrettate il tempo che veniamo a farvi corona in cielo! Dio vi salvi, o Maria.

6. O paradiso, o paradiso! e perché ci perdiamo in queste miserie del mondo, in questa vita di un momento, concittadini che siamo del cielo, figliuoli di Gesù e di Maria! O Maria, non lasciateci perdere miseramente qui. Dio vi salvi, o Maria.

7. Siamo è vero ancor fuori del paradiso; ma su su gridiamo da basso verso del cielo; battiamo alla porta: là è Maria. Gridiamo forte, gridiamo sempre: Gesù e Maria; ed essi ci apriranno la porta del paradiso sicuramente: siamo i loro figliuoli! Dio vi salvi, o Maria.

8. Maria da madre ci mostra la strada, e par che ci dica: figliuoli miei, fui povera anche io, fui disprezzata, ma fui tutta pura, e tutta col cuor in Dio: figliuoli, contemplatemi beata in gloria con tanti fratelli che furono come voi poverini. Fate coraggio, veniteci appresso: dove è la madre e gli altri figli devono venire i loro confratelli. Pigliate su le vostre croci, e col Salvator mio Gesù, giungerete tutti in paradiso! — Sì, Maria, si, vi raggiungeremo se voi ci date la mano. Dio vi salvi, o Maria.

9. O Gesù, o Maria, o Beati del paradiso, noi gridiamo piangendo: noi vogliamo venirvi; ma ahi che cadiamo tante volte! ah che non possiamo che piangere! Deh aiutate noi poverini in tanto affanno e così ancor lontani dalla patria nostra. O Maria, vi piglieremo per la mano, ve la baceremo mille volte, e non cesseremo mai di gridare: Dio vi salvi, o Maria.

10. Oh! ci par giunto l’istante in cui entreremo nel gaudio del Signore in paradiso. O come allora dalla beatitudine del paradiso vedremo il nulla delle cose importanti di quaggiù, delle fortune del mondo! Ben diremo allora: o beati patimenti, che ci hanno meritato con Gesù tanta gloria. Sia benedetta sempre la volontà di Dio, che mira a condurci ad esser beati in paradiso. Dio vi salvi, o Maria.

Gloria Patri. Gloria adunque, e sempre gloria al Padre, il quale ci creò pel paradiso: gloria al Figlio, il quale ce lo guadagnò: gloria allo Spirito Santo, il quale ci santifica pei meriti di Gesù, e ci porta in paradiso. Osanna, osanna, benedizione e gloria a Dio per tutta la eternità. (Si reciti il Gloria Patri). Requiem æternam. Deh per Gesù Salvatore, per Maria nostra madre, e per tutti li Beati compite, o Signore, il trionfo della vostra misericordia dando la pace dei giusti e. la requie eterna e la gloria del paradiso anche all’anime del purgatorio! (Si reciti il Requiem æternam).

CONCLUSIONE.

La Salve Regina — Le Litanie — L’Oremus.

Che ci rimane ora ancor di fare? Ci getteremo ai piè di Maria. Così in fine, per versare il cuore nostro tutto in seno alla divina nostra Madre, ringrazieremo ad un tempo la Chiesa che c’insegna una preghiera proprio fatta per dire tutto con Lei a Maria. Recitiamo adunque la Salve. (Si reciti la Salve Regina come un sospiro d’amore a Maria). Dio vi salvi, o Regina, Madre della misericordia, vita, dolcezza e speranza nostra, Dio vi salvi! A Voi gridiamo noi figliuoli di Eva qui nell’esilio: a Voi sospiriamo gementi e piangenti in questa valle di lacrime. Ah su via, o nostra Avvocata, volgeteci i pietosi vostri occhi; e dopo questo esilio mostrateci Gesù benedetto frutto del vostro seno, o clemente, o pia, o dolce Vergine Maria.

Degnatevi di aiutarci a darvi lode, o Vergine sacratissima, e dateci virtù contra i nemici vostri. Poi ricordatevi, o pietosissima Vergine Maria, che non si è inteso mai al mondo che alcuno abbia ricorso alla vostra protezione, implorato il vostro aiuto e chiesto il vostro santo patrocinio, il quale sia stato abbandonato. Animato io da una tal confidenza a Voi ricorro, o Madre delle madri, o Vergine delle vergini: a Voi vengo colle lacrime agli occhi, reo di mille peccati, e mi prostro ai vostri piedi a domandare pietà. Non vogliate, o Madre del Verbo, disprezzare le mie voci, ma benigna ascoltatemi ed esauditemi. Così sia. E qui cadendo col volto a terra adoriamo Iddio Signore, benedicendo al Salvatore, e chiedendogli pietà nel Kyrie eleison: Poi cominciamo le invocazioni e le lodi alla Vergine. Oh per poco che noi non vorremmo mai finire di venerare Maria SS. Invocandola coi più belli nomi che ci mette sui labbro l’amor di Dio e di Lei nelle Litanie. No, non vorremmo mai rifinire di esaltarla e di ribaciarle la mano ogni volta che diciamo: ora, ora pro nobis: pregate, pregate, o Maria, sempre per noi. Terminiamo coll’orazione della Chiesa. (Si recitino le Litanie della B. V. M., e l’Oremus). Viva Gesù! Viva Maria! Viva Giuseppe; che tutto ci può da loro ottenere.

LA GRAZIA E LA GLORIA (38)

LA GRAZIA E LA GLORIA (38)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

II.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

LIBRO VII

LA CRESCITA SPIRITUALE DEI FIGLI ADOTTIVI DI DIO. – IL MERITO COME PRIMO MEZZO DI CRESCITA

CAPITOLO VI.

Le cause da cui dipende per le nostre opere la misura del loro merito.

Il merito ha per oggetto la grazia e la gloria; per meglio dire, l’aumento di entrambe, poiché presuppone, in colui che lo acquisisce, lo stato di grazia con le sue appendici inseparabili, le virtù infuse. Non ci resta quindi che, dopo aver determinato i fattori, le condizioni e la portata del merito, indagare sulla sua misura. Fatto questo, possiamo poi apprezzare il grado di crescita che vi corrisponde nei figli adottivi di Dio. Per fare questo con maggiore chiarezza, stabiliamo quattro principi o regole, che derivano dalla dottrina dimostrata in precedenza.

1) Primo principio. – A parità di condizioni, più un atto è libero, più è meritorio (S. Thom, II, D. 29, q. 4, a. 4). La prova di ciò è evidente: poiché i nostri atti sono nostri per la libertà, daremo tanto più del nostro a Dio quanto più la volontà che li offre è libera da ogni impedimento.

Secondo principio. – A parità di altre condizioni, più un figlio di Dio è tale, più intima è la presenza dello Spirito Santo nel suo cuore; in altre parole, più perfetta è la grazia santificante, più grande è il merito delle opere e l’incremento che ne deriva. Questa regola, è vero, non è approvata da tutti i teologi che concordano con noi sulla sostanza della dottrina. Ma è sostenuta da una base così solida che mi rimprovererei di doverla passare sotto silenzio. Questo, credo, è il significato da attribuire a queste parole del Dottore angelico, San Tommaso d’Aquino: « Quanto maggiore è la grazia di cui un atto è informato, tanto più meritorio è quell’atto (« Quanto majori gratia actus informatur, tanto magis est meritorius. – S. Thom, II, D. 29, q: 1, a. 4). È noto, infatti, che per lui, come per tutta la Scolastica antica, la parola grazia esprime la grazia santificante, quella che perfeziona l’anima e la unisce a Dio. Suarez approva il principio e lo dimostra con Gregorio di Valencia ed altri teologi di grande autorità (Suar., de Gratia, L. XII, c. 22: Gregor. a Valent.. in 1. 2, q-6, p. 3). Ora, tra le ragioni che portano a sostegno del loro sentimento, ce ne sono due che sembrano assolutamente convincenti. In primo luogo, in base a che cosa giudichiamo che ogni singolo atto con cui il Salvatore Gesù ci ha redenti avesse di per sé un valore non solo pari al prezzo richiesto dalla giustizia divina, ma sovrabbondante, semplicemente infinito? Sul fatto che la dignità soprannaturale della persona sia come la forma suprema che determina il valore delle azioni soddisfattorie e meritorie. Se, nel caso delle offese, la grandezza dell’insulto aumenta con l’eccellenza della persona a cui è stato rivolto, quando si tratta di onore, la regola deve essere invertita, e deve essere valutato non in base alla condizione di chi lo riceve, ma in base a quella di chi lo dà. Che una creatura, vile e umile com’è l’uomo, osi scagliare il proprio disprezzo su Dio, suo Signore e Maestro, è un’offesa di tipo infinito, perché la distanza tra il ribelle e la maestà divina supera ogni misura finita. Ma se questo stesso uomo, con la sua dignità nativa, cerca di rimediare all’oltraggio nello stesso modo, non ci riuscirà mai. Infelici come siamo, potenti all’infinito per oltraggiare Dio, restiamo impotenti fino al nulla per riparare al nostro disprezzo e per restituirgli la gloria. Infatti tutto ciò che possiamo fare da soli non supererà mai i limiti della nostra bassezza. Per questo, solo un Dio fatto uomo poteva offrire a Dio, ferito nella sua gloria, l’onore e la rigorosa soddisfazione di cui aveva bisogno per restituire al genere umano prevaricatore le sue grazie e il suo antico amore. E questo basterebbe anche a spiegare i terribili colpi con cui la giustizia di Dio colpisce eternamente i peccatori ostinati, che non hanno voluto applicarsi né i meriti né le espiazioni del Redentore. – Ora, per tornare al nostro principio, ciò che conferisce una dignità veramente divina alla persona del giusto è la grazia, poiché essa lo rende figlio di Dio, un “dio per partecipazione”. Pertanto, quanto più avremo questa nobiltà soprannaturale, tanto più questa aureola divina risplenderà sulla nostra anima, tanto più parteciperemo alla divinità; tanto più il nostro omaggio glorificherà la suprema maestà e, di conseguenza, tanto più sarà meritorio ai suoi occhi. – La semplice considerazione del ruolo della grazia santificante nella questione del merito ci porterà direttamente alla stessa conclusione. Come abbiamo già visto, è in questa grazia che dobbiamo cercare la prima e fondamentale ragione del merito: essa è la sua causa primordiale. Ne deriva, come conseguenza molto naturale, che la grazia non può crescere in un’anima senza che il merito cresca in essa. Così, poiché uno dei principi che rendono meritevoli i nostri atti è il dominio in virtù del quale sono nostri, il loro valore è ineguale a seconda che li compiamo con libertà più o meno intera. Certo, c’è molto da consolare chi, con una lunga perseveranza al servizio di Dio Nostro Signore, ha sviluppato ampiamente in sé questo incomparabile tesoro di grazia. A volte non possono, senza un profondo senso di desolazione, pensare a quanto poco sembrano fare per glorificare il giusto Ricompensatore delle nostre opere. Questi atti di così scarso valore in sé hanno un peso immenso, se c’è l’abbondanza della grazia interiore a nobilitarli e a renderli forse incomparabilmente più vantaggiosi per chi li compie, di quanto non lo sarebbero per altri con opere apparentemente più belle e più gloriose. E questa consolazione crescerà nelle loro anime quando avranno compreso e meditato il principio assolutamente certo che stiamo per esporre.

2Terzo principio. – Quanto più un atto, al di là di ogni altra considerazione, appartiene propriamente alla carità, tanto più partecipa al suo influsso vivificante, tanto più si presta a meritare un aumento di grazia e di gloria. Questa regola deriva naturalmente dalle conclusioni tratte nel capitolo precedente. Se nessun’altra virtù può produrre atti meritori indipendentemente dalla carità, è perché il primato del merito è la sua sorte speciale e il suo privilegio incomunicabile. Perché dunque dovrebbe essere la prima delle virtù, la più nobile, la più eccellente, una regina tra il suo seguito, se ci fosse qualcuno che compie opere superiori alle sue nella stima di Dio? Essa può dire allora: « Io, che faccio partorire gli altri, non potrei partorire io? Io, che do agli altri la loro posterità, resterò sterile » (Is., LXVI, 9. Questa è una sicura applicazione dell’antico adagio: Propter quod unumquodque tale, et illud magis). Perciò, tra tutte le opere, la più meritoria di per sé è quella della carità; tanto più meritoria perché è un’operazione più intensa e più elevata. Pertanto, man mano che la carità entri più profondamente negli atti delle altre virtù, e le assimili maggiormente, esse toccheranno più fortemente il cuore di Dio (« Premium respondens merito ratione charitatis, quantumcunque sit parvum, est majus quolibet præmio respondente actui ratione sui generis ». S. Thom, IV, D. 49. q. 5, a. 5, a.d. 5). Per una madre nulla è più gradito, dopo l’amore dei figli, degli atti in cui la virtù di questo amore filiale si manifesti più chiaramente. Un esempio preso in prestito dalla teologia morale farà ancora più luce sul nostro pensiero. Appropriarsi dei beni altrui è un’offesa a Dio, tanto più grave quanto più alto è il valore degli oggetti ingiustamente sottratti. Se un uomo, spinto da una diabolica malizia, commette un furto non solo per amore dell’oro, ma per odio e disprezzo formale di Dio, non è forse vero che il suo demerito e la sua colpa saranno ben diversi da quelli del semplice furto? Perché? Perché se l’uno e l’altro furto sono contrari all’amore di Dio, questo amore è incomparabilmente più oltraggiato nel secondo che nel primo: perché in un caso l’opposizione è direttamente voluta, mentre nell’altro caso non lo è che per contraccolpo. (Ogni peccato mortale è contro la carità, e proprio per questo è mortale. Infatti appartiene alla carità porre l’ultimo fine dell’umanità praticamente in Dio. Ora, peccare mortalmente significa essere talmente attaccati al bene creato da sceglierlo come ultimo fine, a scapito della bontà sovrana. Ogni uomo che pecca mortalmente preferisce, in virtù del suo atto, il bene che brama per se stesso, al bene per eccellenza, Dio suo ultimo fine, e di conseguenza all’amicizia divina. Cfr. S. Thom, de Malo, q. 7, a. 1). Da questo principio derivano diverse conclusioni di grande importanza per la nostra vita spirituale. Non indagherò, come si fa in un trattato di teologia morale, su quando siamo assolutamente tenuti a compiere atti di carità; in altre parole, a riferire formalmente noi stessi, tutto il nostro essere e tutte le nostre azioni alla gloria di Dio: una questione molto oscura, su cui si può dissertare a lungo senza arrivare, in mancanza di autorità sufficienti, ad una piena certezza. Ma ciò che è importante considerare qui è che quanto più frequentemente si ripetono gli atti di amore di Dio e quanto più fervidamente un’anima vi si dedica, quanto più si applica a diffondere il motivo della carità divina su tutte le sue opere, cioè a farle per piacere a Dio, per puro amore della suprema bontà, tanto più rapida è la sua crescita spirituale e il suo progresso nella santità. – Se la dilezione è ardente, potente ed eccellente in un cuore, essa arricchirà e perfezionerà anche tutti gli atti di virtù che ne derivano. Si può soffrire la morte e il fuoco per amore di Dio senza avere la carità, come presuppone San Paolo e come dichiaro altrove; a maggior ragione si può soffrire con un po’ di carità. Ora io dico, Teotimo, che può darsi che una piccolissima virtù sia più preziosa in un’anima dove regni ardentemente l’amore sacro, che non il martirio in un’anima dove l’amore sacro è debole e lento. Così le virtù minori della Madonna, di San Giovanni e degli altri grandi Santi, avevano un valore maggiore davanti a Dio, rispetto a quelle più elevate di molti santi inferiori; così come molti dei piccoli slanci amorevoli dei Serafini sono più infiammati che quelli dei più elevati tra gli Angeli dell’ultimo ordine; così come il canto degli usignoli principianti è incomparabilmente più armonioso di quello dei cardellini meglio impostati. – Così, Teotimo, le piccole semplicità, le abiezioni e le umiliazioni in cui i grandi Santi si sono tanto compiaciuti per fortificare e per proteggere i loro cuori dal pericolo della vana gloria, essendo state fatte con una grande eccellenza di parte e con l’ardore dell’amore celeste, sono state trovate più gradevoli davanti a Dio che le grandi o illustri opere di molti altri che sono state fatte con poca carità e devozione » (S. Fr. de Sales, Trattato dell’amor di Dio, L. XI, c. 5). Chi non ha riconosciuto l’enfasi di San Francesco di Sales e non ha visto quanto questa dottrina sia consolante e vera? – Certamente, non si può negare, la nostra vita sarà tanto più perfetta, e di conseguenza tanto più meritoria, quanto più sarà formata sul modello della vita beata, dalla quale speriamo di morire un giorno con Dio. Ora, in questa vita benedetta, ameremo soprattutto tutto ciò che amiamo in Dio per se stesso; lo ameremo al di fuori di Lui e faremo tutto per Lui. Le altre virtù, se escludo quelle che, come la speranza e la fede, presuppongono essenzialmente uno stato di imperfezione, non saranno assenti dal cielo: poiché sono nel dolore, è giusto che un giorno siano nell’onore: ne avremo atti compatibili con la gloria e la gioia di cui sarà piena la nostra anima; ma, in tutto e sempre, con l’intenzione di piacere a Dio, per il suo beneplacito e perché li approva. Non tutto sarà un atto esplicito di carità; ma poiché tutto sarà fatto sotto il moto più amorevole e universale della carità, sarà veramente la vita dell’amore puro. Lavoriamo, dunque, camminiamo, mortifichiamo il nostro corpo o diamogli un adeguato riposo; siamo giusti, casti e obbedienti, con l’intenzione sempre più presente e viva di piacere al cuore di Dio; nulla può contribuire più efficacemente alla crescita del figlio di Dio in noi, perché nulla aggiunge di più alla dignità dei nostri meriti. – Da ciò si evince cosa dobbiamo pensare della pratica così urgentemente raccomandata da tutti i maestri di vita spirituale: offrire le nostre azioni a Dio e protestare che vogliamo portarle interamente alla sua gloria. Non si tratta di un precetto, ma di un consiglio; né di una condizione necessaria per il merito, ma di un mezzo sovranamente utile per aumentarlo senza misura. –  San Francesco di Sales, che mi piace tanto citare in questa materia, e del quale forse nessun autore ha parlato in modo così dotto e chiaro, non si stanca di lodare questa pratica e di insegnarne il metodo: « Per progredire in modo eccellente nella devozione, dobbiamo, non solo all’inizio della nostra conversione, e poi ogni anno (con i pii esercizi) dedicare a Dio la nostra vita e tutte le nostre azioni; ma dobbiamo anche offrirgliele ogni giorno, secondo l’esercizio mattutino che abbiamo insegnato a Filotea: Infatti, in questo rinnovamento quotidiano della nostra oblazione, riversiamo sulle nostre azioni il vigore e la virtù della dilezione attraverso una nuova applicazione del nostro cuore alla gloria divina, per mezzo della quale viene sempre più santificato. – « Inoltre, applichiamo la nostra vita cento e cento volte al giorno all’amore divino con la pratica delle preghiere giaculatorie, delle elevazioni del cuore e dei ritiri spirituali: perché questi santi esercizi lanciano e fissano continuamente la nostra mente su Dio, e quindi portano a Lui tutte le nostre azioni. E come potrebbe essere, vi prego, che un’anima, che aspiri sempre alla bontà divina e sospiri incessantemente parole di devozione per mantenere il suo cuore sempre nel seno di questo Padre celeste, non sia stimata che compia tutte le sue buone azioni in Dio e per Dio? – Colei che dice: “Ehi Signore, sono tuo”. La mia amata è tutta mia e io sono tutto suo (Cant., IV, 16). Mio Dio, tu sei il mio tutto. O Gesù, tu sei la mia vita… Non dedica forse, dico, continuamente le sue azioni allo Sposo celeste? » (S. Franç. de Sales, Trattato dell’amor di Dio, L. XI, c, 9, 2). Si realizza così alla lettera, e nel modo più eccellente, ciò che San Paolo raccomandava ai Corinzi: « Sia che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto a gloria di Dio » (1 Cor. X, 31). Ecco, quindi come l’influenza della carità contribuisca non solo all’esistenza, ma anche alla perfezione dei meriti. – Dal libro dei Cantici, vi mostrerò che questa carità divina ha davvero la virtù di trasformare tutto in oro. Leggete e vedrete come tutto ciò che è presente nella sposa inebri e delizi il cuore dello Sposo celeste. Lei parla: « Le tue labbra – le dice – sono come una fascia di scarlatto e la tua conversazione è più dolce del latte e del miele ». Lei cammina: « O figlia del principe – dice lui – come sono belle le tracce dei tuoi piedi ». Lei dorme, e il suo sonno è così incantevole per lui che proibisce alle figlie di Gerusalemme di disturbarlo: « Vi prego, per i caprioli e i cervi della montagna, lasciate che la mia amata dorma, finché non si sveglierà da sola ». Tutto in lei ha un fascino per lui, una grazia ineguagliabile, uno sguardo, un gesto, un niente. Da qui le esclamazioni dell’amata: « Hai ferito il mio cuore, sorella mia, sposa mia, hai ferito il mio cuore con uno dei tuoi occhi, con un pelo del tuo collo » (Cant. IV, 3, 11; VI, 1; III; V 5, IV, 9). È perché essa è l’amante, perché è tutta intera nel diletto: « Ego dilecto meo »; è perché la grazia del suo fervore e la purezza del suo amore comunicano alle sue minime opere un valore incomparabile. Con quanto ardore lo Sposo che lei ama in modo unico la chiama a godere della sua presenza e dei suoi beni. « Alzati, mia colomba, mia bella, e vieni. Vieni dal Libano, mia sposa, vieni dal Libano; vieni e sarai incoronata » (Ibid. V, 8). Notiamo un altro influsso della carità che porta ad un aumento dei meriti. Come già sappiamo, le nostre azioni sono tanto più meritorie quanto più spontanee, volontarie e libere provengano dall’anima. Ora, cosa fa la carità quando regna e governa come sovrana in un’anima? Che quest’anima, essendo condotta dall’amore alle cose di Dio, agisce con meno ripugnanza, con un cuore migliore; in una parola, più spontaneamente e più liberamente. – La vita dei santi ce lo dimostra chiaramente. Dal modo in cui accettano, o meglio, cercano, i sacrifici più ripugnanti per la natura, sembrerebbe che questi non siano né difficili né amari per loro. Laddove chi ha come movente la paura piuttosto che la carità, esita, indietreggia o avanza solo con rammarico, spinto dal terrore dei giudizi di Dio, essi si precipitano in avanti, trascinati dal peso dell’amore. Hanno mille cuori e mille vite che darebbero per il loro Signore e Maestro. Per questi uomini non c’è bisogno di una legge. La loro legge è il loro amore. Infatti, « l’amore è una grande cosa. Solo esso fa luce su tutto ciò che è pesante. Appesantisce un peso senza esserne gravato; rende piacevole e dolce ciò che è più amaro. Chi ama, corre, vola; è felice, è libero, nulla lo ostacola » (Imit. J. C. G. L. III c. 5). – Per questo l’Angelo della Scuola, dopo aver dimostrato la necessità della carità per rendere meritorie le nostre opere indirizzandole verso Dio, nostro sommo Bene, aggiunge subito: « È evidente che facciamo una cosa più volentieri quando è l’amore a condurci ad essa. Pertanto, poiché il merito richiede la volontarietà, esso deve essere attribuito principalmente alla carità » (S. Thom, 1. 2, q. 114, a. 4, in corp.). – Posso ben prevedere l’obiezione che può essere fatta: come può la carità, più attiva e più intensa, essere causa di un aumento del merito nelle nostre opere, se lungi dall’aumentare le difficoltà, le diminuisce? Infatti, insegnarci, come fa l’Apostolo, che ciascuno riceverà la sua ricompensa in proporzione al suo lavoro (II Cor., III, 8), significa dirci equivalentemente che la grandezza del merito è proporzionale allo sforzo, alla fatica, alla violenza che ci imponiamo, in una parola, alla difficoltà del lavoro. Basta una semplice osservazione per ribaltare l’obiezione. Un’opera può essere laboriosa in molti diversi modi. È faticosa per sua natura, come il martirio o come l’olocausto offerto a Dio nella professione religiosa. Da questo punto di vista, la difficoltà del lavoro contribuisce ad aumentare il merito. Non è in questo modo che la carità diminuisce il lavoro, che ci fa intraprendere cose così grandi per l’onore di Dio. Un’opera è faticosa per la mollezza della volontà di chi la deve compiere: il minimo sacrificio sembra troppo duro per un Cristiano così imperfetto; ed è solo questa difficoltà che diminuisce il merito, e che l’amore fa svanire con la paura. Si rallegrino dunque coloro ai quali la lunga abitudine a portare la croce del Signore Gesù ha reso quasi amabili le loro fatiche, le loro penitenze e le loro rinunce. L’olio che li addolcisce è quello dell’amore; e proprio questa dolcezza è il segno e la causa di un merito più abbondante, di una penitenza più fruttuosa (S. Thom., 1. 2. D. 114, a. 4, ad 2; de Verit., q. 26, a. 6, ad 12).

3. – Quarto e ultimo principio. – Più la virtù che l’amore informa è di ordine superiore, più il suo atto è meritorio. Suppongo che il merito, pur appartenendo principalmente alla Carità, non sia una sua prerogativa esclusiva. Mille luoghi della Scrittura e dei Concili confuterebbero chiunque pretendesse di affermare questo: ora queste virtù, le cui opere la carità fa proprie, non sono dello stesso rango. Seguono le orme della carità, ma a distanze diseguali. Tutti i seguaci di una regina non sono ugualmente vicini al suo trono, né partecipano ai suoi privilegi nella stessa misura. È il caso delle virtù in questo impero spirituale dove la carità, sostenuta dalla grazia, è la regina. Alcune, come la speranza e la fede, sono quasi del suo sangue, poiché hanno Dio come oggetto immediato; altre, senza andare direttamente a Dio, sono tuttavia legate in modo più prossimo alle sue perfezioni: come, ad esempio, la religione, la pietà e la penitenza. Chi oserebbe sostenere, con quegli antichi eretici, che non ci sia differenza tra la castità coniugale e la verginità, tra il buon uso delle ricchezze e l’abnegazione volontaria, tra qualche giorno di digiuno e il martirio? E questa disuguaglianza che trovo tra le virtù, la ritrovo anche tra i loro atti. Che io faccia una piccola elemosina o che mi spogli delle mie ricchezze a favore del mio prossimo, è la stessa virtù a fare entrambe le cose; ma sarebbe una cecità affermare che questi due atti abbiano di per sé lo stesso valore. – È vero che tutti gli atti virtuosi debbano essere vivificati dalla carità per essere meritori, ma questo da solo non basta a metterli sullo stesso piano. Gli organismi viventi non sono tutti paragonabili per vigore e finezza di forma, anche se l’anima che li anima è ugualmente perfetta in tutti. E, per prendere a prestito da San Francesco di Sales uno dei suoi paragoni più graziosi, il sole, pur dando a tutti i fiori la colorazione brillante di cui erano privi nell’oscurità, non ne eguaglia tuttavia i colori o la bellezza. Illuminati diversi tipi di fiori nella stessa luce, la rosa e il giglio manterranno i loro privilegi. Così come la carità per quei fiori profumati dell’anima che sono le virtù. Lungi dal privarli del posto d’onore che spetta loro in virtù della loro natura, essa li perfeziona ciascuno secondo la sua misura e il suo grado; così che, sotto la stessa luce, il merito non è lo stesso, mentre l’eccellenza nativa è diversa. Ciò non impedisce, tuttavia, come abbiamo già spiegato, che un atto particolare della virtù più umile possa prevalere su un’opera di una virtù superiore, quando sia una più grande carità a darle vita. Così, questo piccolo fiore ci affascinerà di più con il suo alone di luce rispetto ad un altro, sarà più elegante nella forma e più ricco di colori, appena illuminato da un debole chiarore. (Ecco come il Dottore Angelico riassume in un unico testo tutta la questione della misura del merito: « Quanto majori charitate et gratia actus informatur, tanto magis est meritorius; similiter, quanto magis est voluntarius, plus habet de ratione meriti; similiter etiam, quanto magis objectum est arduum, tanto magis actus est meritorius. » II, D. 29, q. 1, a. 4).

4. – Non concluderò queste spiegazioni senza aggiungere qualche parola sulla gloria di questo Stato religioso oggi così perseguitato nel mondo. Il Dottore Serafico, San Bonaventura, d’accordo in tutto e per tutto con il suo amico Angelico, sembra aver pensato che la sola presenza della carità non sia sufficiente a trasformare in merito le azioni più ordinarie della vita. Per lui, come per la Scuola Francescana in generale, ci sono atti deliberati che sono indifferenti, non solo per la loro natura specifica, su cui tutti concordano, ma nella loro realtà individuale. Si tratta, per esempio, delle azioni del mangiare, del bere, del camminare per svago; tutte quelle, in una parola, che l’infermità della natura ci richiede. Tali azioni, non avendo alcun carattere di moralità per un uomo ragionevole, non potrebbero diventare meritorie che per il fatto stesso che l’agente porta in sé la grazia e vive nell’amicizia di Dio (S. Bonav., in II, D. 41, a. 1, q. 3). Ma accanto a questa dottrina, che è in contrasto con il sentimento più comune delle altre scuole, ne insegna un’altra che eleva infinitamente il privilegio della vita religiosa. Traduco il brano parola per parola, per non indebolirne il significato e la forza. – Il Santo parla del rapporto che le nostre opere devono avere con l’onore di Dio per essere meritevoli. « Questa relazione – egli dice – si trova nei religiosi per il fatto stesso che, all’inizio della loro vita religiosa, hanno fatto professione di portare il giogo del Signore per amore di Dio. Infatti, tutte le loro opere senza eccezione, intendo quelle che appartengono all’osservanza religiosa, sono, in virtù della loro prima intenzione, meritorie di salvezza, a meno che, Dio non voglia, non si verifichi un’intenzione contraria » (Id. Ibid.). Vogliamo sapere fino a che punto può estendersi il dominio dell’osservanza religiosa? Impariamo questo da San Tommaso d’Aquino, dato che San Bonaventura non l’ha detto esplicitamente. Contro la tesi secondo cui l’intera perfezione della vita religiosa consista nell’osservazione dei tre voti, sorge una difficoltà. È che, tra la povertà, l’obbedienza e la castità che rientrano nel voto, ci sono per i religiosi molti altri esercizi: il lavoro, la preghiera, le veglie ed il resto. – Al che il santo Dottore risponde: « Tutte le osservanze della vita religiosa sono ordinate a questi tre voti principali. Infatti, se ci sono azioni che si riferiscono al sostentamento della vita corporea, come lavorare o chiedere l’elemosina, esse sono collegate alla povertà, poiché è per conservarla che i religiosi si procurano le necessità della vita. Se altre pratiche, come il digiuno, la veglia e simili, servono a macerare il corpo, chi non vede che abbiano come fine diretto l’osservanza del voto di castità? Infine, se ci sono pratiche istituite per ordinare gli atti dei religiosi al fine della religione, cioè all’amore di Dio e del prossimo, come la lettura, lo studio, la preghiera, la visita agli ammalati e cento altre cose dello stesso genere, tutto questo è compreso nel voto di obbedienza, la cui funzione propria è quella di dirigere, sotto la direzione di un altro, sia la volontà che l’azione dei religiosi verso il fine comune. » (S: Thom, 2. 2, q. 186, a. T7, ad 2). È dunque a tutto questo che si estende per il religioso l’influsso della carità primordiale che gli ha dettato i suoi voti, sia per rendere meritoria ciascuna di queste azioni, secondo il sentimento di San Bonaventura, sia per dare loro un merito più abbondante, secondo la dottrina di San Tommaso d’Aquino. Vogliamo anche sottolineare che gli stessi atti, oltre al valore meritorio che deriva loro dalla virtù particolare a cui appartengono, ricevono universalmente un altro valore ancora più eccellente dalla virtù della religione, che li ha fatti propri attraverso i voti? Infine, devo dire che c’è un altro punto di vista sotto cui la professione religiosa porta a coloro che l’hanno giurata un ammirevole aumento di merito? Ricordiamo che un atto è tanto più nostro, e quindi più degno di premio o di punizione, quanto più proviene da una volontà più ancorata al male o più fissata nel bene. – Ecco perché i peccati più grandi, quelli che più di ogni altra cosa distolgono la fonte delle grazie, sono i peccati di pura malizia. Chiamo con questo nome i peccati in cui la passione, l’ignoranza, la debolezza, l’allenamento e la sorpresa hanno una parte minore; quelli che vengono commessi freddamente, deliberatamente, con pieno possesso di sé e con una chiara visione dell’ingiuria fatta a Dio. Tale fu il peccato degli angeli ribelli; e tale è anche la ragione per cui, per una sola ribellione, essi meritarono un castigo più terribile degli uomini sfortunati che scendono all’inferno dopo una lunga serie di peccati inescusabili. Ora, cosa fa la professione religiosa, o meglio, cosa diventa la volontà sotto l’influenza e la virtù dei voti religiosi? È liberamente fissata nella necessità morale di fare bene, di agire secondo le regole della perfezione: così fissata che toglie a se stessa il potere di omettere senza prevaricazione ciò che altri possono, liberamente e senza dispiacere, rifiutare al loro Dio. – Dopo questo, che si dica che la professione religiosa conti poco per la perfezione; che si aggiunga addirittura che dove non c’è voto, l’omaggio offerto alla maestà divina è più spontaneo, più volontario, e di conseguenza altrettanto meritorio, se non di più; ascolterò i nostri due grandi Dottori da cui ho tratto la mia dottrina, e considererò falso e pernicioso ogni sentimento contrario (S. Thom, Opusc. de perfectione vitæ spirit…), Questo opuscolo è scritto contro vari errori, uno dei quali è formulato in questo modo: « È più meritorio compiere le opere di virtù di propria volontà, senza la necessità imposta dall’obbedienza o dal voto, che compierle sotto la pressione dell’una o dell’altra. » Allora San Tommaso emette questo giudizio: « È evidente che questa tesi è contraria a ciò che la Chiesa universalmente pratica e insegna! Perciò deve essere rimproverata come eresia » (Ibidem). Riassumiamo con una bella esortazione dell’Apostolo tutto ciò che abbiamo scritto sulla crescita spirituale per mezzo del merito. « Cresciamo in ogni cosa in Colui che è il nostro capo e la nostra testa, Cristo, operando la verità nell’amore. – Veritatem autem facientes in caritate, crescamus in illo per omnia, qui est Caput Christus » (Ef. IV, 15). – San Paolo ha mostrato come il fine di tutte le grazie, i privilegi e i ministeri comunicati con tanta liberalità alla Chiesa di Dio sia la consumazione dei Santi e l’edificazione del Corpo mistico. Membri di Cristo in formazione, cosa dobbiamo fare? Questo è l’incoraggiamento alla crescita spirituale ed è anche la sua legge fondamentale: non crescerà in Cristo chi non è ancora parte di Cristo. Pertanto, se vogliamo meritare questa crescita dell’uomo interiore, del membro di Gesù Cristo, viviamo prima in Gesù Cristo, cioè conserviamo in noi quella grazia santificante e unificante che ci rende membra vive di Cristo. Crescamus in illo….. qui est caput Christus. – Ma con quali movimenti avverrà la nostra crescita; facciamo, pratichiamo la verità. Sta a noi praticare e fare; questi movimenti devono quindi essere nostri, liberi. Pertanto, poiché solo la libertà può portarli sotto il nostro dominio, Facientes veritatem; facciamo la verità, cioè opere rivestite di bontà morale. Nelle nostre Sacre Lettere, il peccato è la menzogna. Ogni uomo è bugiardo, cioè, in misura maggiore o minore, è soggetto a peccare, soggetto al peccato (Sal. CXV, 11).  « Figli di uomini. Perché seguite le vanità e abbracciate la menzogna? » (Salmo, IV, 3. Vedi il Commento di Sant’Agostino, L. I, c, 4, p. 48). Quindi, per necessaria opposizione, praticare la verità significa compiere azioni buone e virtuose, in conformità alla regola della ragione e a quella della fede. Veritatem facientes. Fare la verità nella carità; Veritatem facientes in charitate. Non vedete un’altra condizione necessaria perché le nostre opere siano meritorie? Infatti, agire nella Carità non è forse agire sotto la sua influenza, la sua direzione, il suo impulso benefico? Così, facendo liberamente la verità nella carità, cresciamo in Cristo. E quale sarà la portata di questa crescita? Crescamus per omnia. Cresciamo in tutte le cose e attraverso tutte le cose: nessuna eccezione. In tutte le opere, se operiamo la verità nell’amore. Un piccolo aumento nel piccolo, un grande aumento nel grande, ma sempre un aumento, per omnia. – Infine, non ci sono limiti fissi ai quali dovremmo dire: “Basta così, mi fermo”. Crescamus in illo. Quando il membro di Cristo sarebbe così perfetto da eguagliare la perfezione della testa, o che il corpo non potrebbe ammettere, senza disgrazia, questo sviluppo in una delle sue parti? Il limite finale sarà fissato solo dalla nostra negligenza o dalla morte, che sola ci immobilizzerà per l’eternità nel Corpo glorioso del Cristo.

LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (2)

LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (2)

Mons. ALBAN GOODIER S.J. (Arcivescovo di Hierapolis)

Morcelliana Ed. Brescia 1935

Traduzione di Bice Masperi

CAPITOLO I

LA VITA IN DIO

1. Dio e la sua creatura

Debbo definire il pensiero cattolico; da dove incominciare? o quale dei suoi numerosi aspetti dovrò tentar di analizzare? In ogni caso, dovunque conducano in definitiva le mie riflessioni, posso incominciare dal fatto di Dio. So che Dio esiste, Dio uno e vero, oggettivamente reale, che contiene in se stesso tutto quanto intendiamo con la parola “personalità” e più ancora. So ch’Egli è al difuori della creazione e da essa indipendente, mentre la creazione, con tutto quanto contiene, da Lui dipende e deve dipendere: so ch’Egli è vicino ad essa e a ciascuna delle sue creature, vicino a me quanto lo sono io stesso. So che nulla gli è impossibile perché è l’Onnipotente, è quello che i teologi dicono immenso, intimamente essenziale a tutte le cose, di modo che nulla gli è ignoto, neppure i più segreti pensieri dell’uomo, non il passato né il futuro, non le cause né gli effetti. So che il mio Dio è infinito in sapienza e non può che far sempre il meglio secondo i suoi disegni, che è perfetto nella giustizia pur essendo la sua misericordia superiore ad ogni sua perfezione; so che la sua provvidenza regge e cura ciascuna cosa da Lui fatta, e soprattutto gli uomini affinché in Lui siano salvi. So che il mio Dio è non solo reale, più reale di quanto lo siamo noi, non solo giusto e misericordioso e infinitamente veritiero, fedele e immutabile. Egli è anche un Dio d’amore. Infinitamente amoroso e infinitamente degno di amore: è l’amore stesso dal quale deriva ogni amore e al quale ogni amore ritorna. Se sono coerente, non posso pensare a Dio senza che il mio pensiero si risolva in amore; non posso giudicare i suoi atti se non li considero con gli occhi dell’amore; se qualche cosa di Lui voglio scoprire, l’amore; soltanto potrà rivelarmelo. So che in questo Dio sono tre Persone che noi mortali chiamiamo Padre, Figlio e Spirito Santo precisamente perché son questi i nomi che per amore ci furon rivelati insieme alle reciproche relazioni delle tre Persone divine; e quando arriviamo a una qualche comprensione della essenza della SS. Trinità, vediamo ch’Essa altro non è che la perfetta espressione di un amore infinitamente perfetto. Il Padre e il Figlio, il Padre che dà al Figlio tutto ciò che ha e che è: se stesso; il Figlio e il Padre, il Figlio che restituisce al Padre tutto ciò che è e che ha; lo Spirito Santo, — come debolmente lo esprimiamo! — l’amore reciproco del Padre e del Figlio, infinito, e perciò unico. È questo il nostro Dio, veduto da questa oscurità ed in maniera oscura, ma che speriamo di contemplare un giorno a faccia a faccia. – E se l’amore è l’unica chiave alla conoscenza di Dio in se stesso, non ne esiste altra neppure per la comprensione dei suoi rapporti con le creature. Questo mio Dio mi conosce assai meglio di quanto mi conosca io stesso, assai meglio di quanto possan conoscermi gli altri, e ciò nonostante mi ama. Conosce il mio nulla, la mia miseria, le mie colpe, eppure, e forse per ciò stesso, Egli non ha per me che compassione ed amore. Fin da tutta l’eternità — mi esprimo come umanamente posso — io ero nella sua mente ed Egli mi amava; e nel tempo, proprio perché mi amava, mi volle e mi diede la vita. Quell’amore medesimo lo spinse non solo a far di me un essere umano, ma anche a farsi uomo Egli stesso come me e per me: dopo avermi dato me stesso, l’amore lo portò a darmi anche se stesso. Divenne uomo per me, ma ciò non gli parve abbastanza. Doveva continuare a dare, doveva darmi tutto ciò che aveva, la sua stessa vita: e come visse per amore di me, per amore di me morì. E per amor di me risuscitò; ma, risorto, essendo “passato da questa vita al Padre” ancora mi amò. Per amor mio ascese al cielo, per prepararmi un posto, come aveva detto, affinché dov’Egli era fossi io pure, quando il tempo non sarà più, per tutta l’eternità. Ma neppur questo bastava al suo amore infinito. Quando passò da questa terra non volle lasciarci orfani, volle ancora venire a noi. Era necessario che andasse, ma volle ritornare in questa valle di lagrime e dimorarvi finché vi resteremo noi. In quanto al mezzo di questa permanenza quaggiù, il suo amore l’avrebbe escogitato, e lo trovò in un po’ di pane e in un po’ di vino. L’amore lo indusse a darsi nuovamente tutto; a me si diede tutto intero nel Sacramento dell’Altare e non solo come compagno, ma come cibo. Se avesse voluto semplicemente dimorare con me sulla terra, avrebbe potuto farlo in altro modo, rimanendo accanto a me come uomo, trasfigurato magari, e in tutta la sua gloria attuale. E io l’avrei riconosciuto e adorato, amorosamente, come il povero cieco nato ch’Egli guarì a Gerusalemme. Invece Egli volle far di più: l’amore richiedeva qualche altra cosa e questa non gli fu negata. Per amor mio volle unirsi a me, venire a me, in me, nascosto in quel sacramento divino, e nutrir la mia vita della Sua. “Colui che mangia di me vivrà per me. Colui che mangia di questo pane vivrà in eterno ”. Né questo è tutto, ché l’amore non è mai pago quaggiù, e sempre vuol darsi e sempre brama un contraccambio. Perciò Egli volle unirsi ancor maggiormente a me: come aveva trovato il mezzo di venire in me, volle che ancor io fossi attratto a Lui. E per questo volle vivere sulla terra in un altro modo ancora: il suo spirito, la sua vita dovevano dimorare fra gli uomini come la linfa della vite circola nei suoi tralci, come il calore del fuoco rimane nel ferro arroventato, come l’anima vive nel corpo dell’uomo. Volle dimorare in un nuovo corpo, Corpo mistico è vero, ma non per questo meno reale, che avrebbe chiamato la sua Chiesa. E mi volle membro di quel corpo, parte di se stesso, inserito in Lui come il tralcio è inserito all’ albero, e volle che da Lui attingessi vita. Volle che io vivessi, no non più io, volle Egli stesso vivere in me per mezzo di questo organismo vivente suo che è la Chiesa. Così, dal principio alla fine, la storia dei rapporti fra questo Dio d’amore e me è perfettamente coerente, tutta degna di un Dio. Ammesso l’amore, amore ineffabile e sconfinato di un Dio che tutto dà e tutto chiede e tutto può, io vedo susseguirsi i suoi doni che lo abbassano fino a me e mi attirano a Lui, finché tutto il resto svanisce e io sono accolto, sol che lo voglia, nel suo tenero amplesso. –

Dio mi ha amato prima ch’io fossi, perciò Egli mi fece.

Dio mi ha amato dopo che m’ebbe creato, perciò si fece uomo per me.

Dio mi ha amato dopo essersi fatto uomo per me, perciò Egli morì per me.

Dio mi ha amato dopo esser morto per me, perciò risuscitò per me.

Dio mi ha amato dopo che risuscitò per me, perciò ascese al Cielo per me.

Dio mi ha amato dopo la sua, ascensione, perciò Egli ritornò a me.

Dio mi ha amato dopo che ritornò a me, perciò Egli venne in me.

Dio mi ha amato dopo che venne in me, perciò mi fece una cosa sola con Sé, membro del suo stesso corpo “che è la Chiesa”.

Quel che Dio sarà per me quando lo incontrerò a faccia a faccia “occhio non vide, orecchio non udì, né fu dato al cuor dell’uomo di Intendere”, ma intanto tutto questo e più ancora è per me il mio Dio anche quaggiù e in questa vita. O per lo meno, questo e più Egli sarebbe per me se io lo lasciassi fare. Poiché, ecco un’altra manifestazione del suo amore: Egli mi lascia libero di accettare o di rifiutare il suo dono. L’amore perfetto, come sappiamo, ha tre prerogative: desidera di possedere, anela di darsi e brama un contraccambio d’amore da parte del suo diletto. Ma perché questo avvenga, perché l’amore sia perfetto, deve essere spontaneo, e l’amato deve esser libero. Dio ama tutte le creature che fece, e in cambio esse dicono incessantemente la sua gloria. “Cœli enarrant gloriam Dei, et opera manuum suarum annuntiant firmamentum”. Ma non potrebbe essere altrimenti: l’amore di queste creature non è proprietà loro, allo stesso modo che l’immagine non appartiene allo specchio che la riflette. Questi esseri del creato sono specchio di Dio, sono belli perché lo riflettono, degni di amore appunto perché e in quanto rivelano l’amor suo, ma per se stessi non sono che creature, opera delle sue mani, senz’alcuna libertà o volontà propria con cui offrirgli quel dono spontaneo che fa dell’amore un olocausto perfetto. – All’uomo solo, su questa terra, fu concessa la facoltà di volere liberamente e di liberamente donare. Per ottenere questo olocausto e la gloria di un amore liberamente ricambiato e offerto a Lui dalla sua creatura, direi — se l’espressione non suonasse irriverente — che il mio Dio ha voluto tentare la prova. Ha dato la vita a una creatura che fosse libera, ha dato a me ch’Egli ama il potere di dire se voglio o no riamarlo. Mi ha manifestato tanta della sua bellezza, ha voluto che i cieli mi narrino la sua gloria, mi ha svelato il suo segreto, mi ha attratto e allettato in mille modi. Ha domandato esplicitamente il mio amore, me ne ha fatto un vero precetto, il suo unico grande comandamento, lasciandomi libero di mangiare del frutto di tutti gli altri alberi del suo paradiso. E libero davvero mi ha lasciato: malgrado tutti gli inviti, tutti gli allettamenti coi quali mi ha attirato e vincolato a Sè, io ho ancora in me il tremendo potere di respingerlo, di rinnegarlo, di dire che non voglio amarlo, che amerò invece di Lui qualche altra cosa, magari me stesso. – E l’uomo libero lo ha tradito. Io l’ho tradito. Egli ha messo alla prova affinché gli dimostrassi il mio amore, poiché l’amore non si accontenta di parole; e io non ho dato buona prova. Gli ho detto “Signore, Signore”, ma non sono entrato nel suo regno. A Lui ho preferito me stesso, ho posposto il suo infinito preziosissimo amore a un misero orpello, a qualche effimera soddisfazione. Quella stessa capacità d’amore, che era il suo dono sovrano a me e per la quale più gli rassomigliavo e di cui Egli solo era perfettamente degno, io l’ho distolta da Lui e l’ho rivolta ad altre cose, e in esse l’ho sperperata. Ecco il peccato. Per quanto è dipeso da me, mi sono distolto dall’amore di Dio, ho dichiarato al suo cospetto che non volevo saperne di Lui e che gli preferivo altri. Gli ho fatto l’ingiuria e l’insulto non solo di relegarlo a un secondo posto, ma anche di rifiutargli un posto qualsiasi, di lasciarlo al di fuori e al di dietro di me. Gli ho voltato le spalle, l’ho disprezzato, dichiarandomi pronto a subirne le conseguenze. Ho fatto ciò, e deliberatamente. Per quanto cerchi di scusarmi adducendo la mia profonda ignoranza, la mia cecità, la mia debolezza, l’attrattiva del momento, la pressione delle circostanze contrarie, non posso negare che, alcune volte almeno, sapevo benissimo quel che facevo. Avevo coscienza del suo sguardo amoroso posato su me, della sua mano tesa ad aiutarmi, eppure ho preferito continuare per la mia strada e abbandonarlo per seguire il mio capriccio. E una volta abbandonato Lui e fatta deliberatamente la mia scelta, era naturale che io non potessi da me tornare indietro. Non potevo riprender da me il bene cui avevo così liberamente rinunciato. Fin da principio non potevo vantare alcun diritto su di esso, ché tutto era suo dono gratuito; e tanto minor diritto poteva rimanermi ora che l’avevo respinto. Non mi era dato neppure di implorarne la restituzione: avevo peccato contro il cielo e contro il Padre mio. Tutt’al più, conoscendo l’amore costante di quel Padre, avrei potuto supplicarlo di accettarmi qual servo. Ma il mio Dio era pur sempre il Dio dell’amore e ancora mi amava d’immenso amore. Sebbene io lo avessi abbandonato e mi fossi recato in terra straniera per sfuggirgli, la sua misericordia non si stancava d’inseguirmi: Egli non poteva cambiare. Gli avevo rifiutato quanto gli dovevo non solo in qualità di beneficato, oggetto di un così tenero amore, ma anche in qualità di creatura sua; eppure Egli non volle castigarmi. Se un altro mi avesse fatto quel che io avevo fatto a Lui, mi sarei sentito in diritto di ripudiarlo; ma Egli non volle trattarmi così. Se pure il pentimento mi fosse stato possibile, io non avevo nulla con cui ripagare il mio Dio. Avevo offeso l’Infinito e commesso quindi una offesa infinita che nessuna creatura finita avrebbe potuto riparare. Avevo sperperato i miei tesori d’amore e non potevo aspirare ad altra sorte che a quella da me scelta. Ma Egli trovò la soluzione, per Sé come per me. Infinito e costante nella misericordia e nell’amore, Egli trovò il mezzo con cui pagare il mio debito. Giustizia si farebbe nei suoi riguardi, e al tempo stesso mi verrebbe reso l’amore sol ch’io lo volessi. E sarei perdonato, restituito alla perduta dignità, rigenerato sulle mie stesse rovine, e mi verrebbe dato un cuor puro e nuovo, anzi più di prima capace d’amore. E come poteva farsi tutto ciò? Debbo ancora servirmi di espressioni umane, ché altre non ne conosco. Debbo rendere la verità nell’unico modo in cui essa mi appare, “in maniera oscura e come in uno specchio”, ma io so che l’ombra che vedo è reale, sebbene non altro che ombra di una realtà assai più grande. Un giorno conoscerò anche la realtà, così come sono conosciuto io stesso. Dio Padre guardò dunque la sua creatura, diletta per quanto ostinata, la guardò e ancora l’amò. Dio Figlio, la Sapienza, il Verbo del Padre, guardò pure la creatura sua poiché “per Lui tutto fu fatto e nulla fu fatto senza di Lui”. E vide l’offesa recata dall’uomo al Padre, offesa che l’uomo non avrebbe mai potuto da sé riparare. Lo Spirito Santo Dio, l’amore del Padre e del Figlio, vide l’ingiustizia del peccato; e l’ingiustizia doveva esser riparata. Non poteva quel disaccordo durare per tutta l’eternità: fosse pur necessaria per ciò una riparazione divina, l’amore e l’onnipotenza di Dio ne troverebbero il mezzo. L’uomo sarebbe salvo, sol ch’Egli volesse accettare la salvezza offertagli. Dio stesso lo salverebbe, anche a costo di farsi uomo per pagarne il riscatto, fino all’ ultima stilla del suo sangue. – Ecco, in sostanza, ciò che costituisce pel Cristiano la dottrina della riparazione e della Redenzione. Considerata da un punto di vista umano e coi soli mezzi umani, essa ci appare incredibile, fantastica addirittura, null’altro che un sogno poetico; lo stesso San Paolo sembra talvolta sbalordito che si sia compiuta così grande meraviglia. Ma considerandola dalla visuale di Dio, guidati dalla visione e dall’amore di Lui, riconosciamo in questa sua immolazione l’espressione più completa della sua natura, e dobbiamo dire che era proprio degno di Dio fare tal cosa e in modo talmente magnifico. Egli è l’amore essenziale, e se mai fu compiuto atto di vero amore esso è precisamente la Redenzione. Quell’atto superò qualunque sogno umano anche il più ardito, ma fu atto ben degno di un Dio amorosissimo e in perfetta armonia col suo amore infinito. L’uomo non sarebbe mai giunto a concepirlo, e, misurandolo alla sola stregua delle sue facoltà umane, dubita che un tale eccesso d’amore sia possibile. Ma nell’accettarlo perché Dio stesso ha detto che così è, per l’autorità e sulla parola di Colui che l’ha compiuto, l’uomo deve dichiarare che solo un Dio d’amore poteva concepirlo e compierlo. « Dio ha talmente amato il mondo da dare il Figlio suo Unigenito ». (Giov. III, 16). “Cristo mi ha amato e ha dato se stesso per me”. (Gal. II, 20). “Da questo abbiamo conosciuto la carità di Dio, perché Egli ha dato la sua vita per noi”. (I Giov. III, 16). – “In questo si manifesta la carità di Dio verso di noi, che Dio mandò il suo Figlio Unigenito nel mondo affinché per mezzo di Lui abbiamo vita. In questo è la carità; che senza aver noi amato Dio, Egli per primo ci ha amati e ha mandato il suo Figliolo come propiziazione per i nostri peccati ”. (I Giov. IV, 9, 10). Eppure l’amore non ha ceduto per nulla affatto sul debito d’ onore contratto verso Dio stesso. Poiché dobbiamo ricordare che, oltre che infinitamente amoroso e misericordioso, Dio è infinitamente giusto, giusto verso tutte le sue creature come verso se stesso, e l’opera del Figlio di Dio è opera di amore infinito ma anche di infinita giustizia. L’offesa della colpa commessa contro un Dio infinito è offesa infinita nelle sue conseguenze in ragione della dignità dell’offeso, ma per la soddisfazione dell’Uomo-Dio la riparazione è completa: infinito per infinito. Anzi, considerando la Persona che ha compiuto la riparazione, troviamo che questa è sovrabbondante: il sacrificio dell’Uomo-Dio infinito dà al Padre una gloria ancor più grande di quella che il peccato dell’uomo finito gli ha tolta. – “Dove abbondò il peccato, ivi sovrabbondò la grazia, affinchè, come aveva regnato il fallo nella morte, così regni la grazia propria della giustizia, in eterno, per opera di Gesù Cristo nostro Signore”. (Rom. V, 20, 21). Così la misericordia infinita di Dio ha potuto applicarsi in pieno, pur rimanendo completamente soddisfatta la sua infinita giustizia. “La misericordia e la verità si sono incontrate, la giustizia e la pace si sono baciate. La verità è spuntata su dalla terra e la giustizia ci ha mirati dal cielo”. (Sal. LXXXIV, 11,12). Il Verbo di Dio fatto carne, vero Dio e vero Uomo, l’unica Persona del Verbo, il Figlio eterno di Dio, Nostro Signore Gesù Cristo Uomo e Dio, ecco la verità essenziale su cui si fonda il Cristianesimo. Per difenderla esso combatté attraverso secoli, per essa i suoi figli morirono a migliaia. Per essa e su di essa, il Cristianesimo ha edificato la nostra civiltà; senza di essa non esiste Cristianesimo. Modificatela, e d’un colpo modificherete l’essenza stessa del Cristianesimo. Sopprimete la divinità di Cristo e subito il Cristianesimo perde tutta quella visione, quella speranza e quell’amore, quell’energia che trascina, tutta quella gloria nella sofferenza e quella forza nella morte, tutto quello slancio verso un ideale che, fin dal tempo di Cristo, ha dato alla vita un significato nuovo ed è stato il contrassegno sicuro del suo progresso. Senza questo fondamento la civiltà che ancora si dice cristiana non differisce in nulla da qualsiasi altra civiltà o professione di fede: Senza di esso, non può vantare nessuna priorità, non può in alcun modo giustificare la propria influenza sulla storia dell’umanità, non ha nulla da replicare all’infedele. che le rinfaccia sdegnosamente l’unica superiorità dei suoi cannoni e delle sue navi da guerra. Invece, una volta accettata la fede nella divinità di Cristo, sino a farne la base della nostra vita, tutto diventa subito chiaro. E non è necessario perciò oltrepassare la nostra esperienza naturale, ché anche su questa terra gli effetti di questa verità sono abbastanza visibili. Il primo, naturalmente, è che la stessa natura umana ne risulta nobilitata. Perché il Figlio di Dio, anch’Egli Dio come il Padre, si fece uomo, la condizione dell’uomo fu riabilitata. Il fatto che il Verbo di Dio, vero Figlio di Dio, per amore dell’uman genere ne abbia assunto la natura e rivestito la carne, e per esso abbia dato la vita, innalza subito la natura umana a una dignità affine a quella di Lui. Per amore il Verbo incarnato ha dato la propria personalità alla natura umana e con ciò l’ha sollevata fino a Sé; e se tale è la misura dell’amore di Dio per l’uomo quanto deve risultarne accresciuto l’amore dell’uomo stesso per il suo simile! “Carissimi, se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci l’un l’altro… Se ci amiamo l’un l’altro, Dio abita in noi e la carità di Lui è perfetta….. – “Noi dunque amiamo Dio, poiché Egli per il primo ci ha amati. Ma se uno dirà: “Io amo Dio” e odierà il suo fratello, è mentitore. Infatti, chi non ama il suo fratello che vede, come può amare Dio che non vede?” (1 Giov. IV, 11, 20). – In queste parole San Giovanni riassume il risultato pratico dell’Incarnazione e della Redenzione nella vita dell’uomo in questo mondo. Così, egli ci dà la chiave della storia del Cristianesimo. Ma in secondo luogo, non solo la natura umana nel suo insieme è tanto nobilitata ed esaltata; noi pure, ogni singolo essere umano che partecipa della nostra natura è nobilitato in se stesso. Poiché questo Cristo che è Dio è anche nostro fratello nella carne e in un certo senso possiamo dire che ogni uomo è imparentato con Lui. Ma non basta: come speriamo di considerare con maggior agio in un prossimo capitolo, sappiamo che Cristo ha lasciato sulla terra il suo Corpo mistico. Ad esso Egli ha incorporato tutti coloro che in Lui credono e che lo amano. Li ha resi tutti partecipi della sua stessa nobiltà divina. Proprio come il Verbo di Dio si è dato al Cristo uomo e in Esso vive, così, vedremo, sebbene in un ordine inferiore, Nostro Signore si è dato a noi e ci ha fatti una cosa sola con Lui. San Paolo non si stanca mai di ripeterlo. Noi siamo membri di quel Corpo mistico vivente; come tali ci è stato dato il diritto di appropriarci la sua soddisfazione, i suoi meriti, la sua stessa preghiera, affinché come cosa nostra possiamo offrirla a Dio in espiazione delle nostre colpe per ottener da Lui misericordia e favori. Così le nostre deboli petizioni umane, i piccoli atti di riparazione che possiam compiere, i poveri sacrifici che possiamo offrire, acquistan valore in e “per Cristo Signor Nostro”, poiché il Padre non disdegnerà preghiere e sacrifici per quanto meschini commisti al sangue del suo diletto Unigenito e animati dalla vita stessa di Lui.

NOVENA AI SS. SIMONE E GIUDA (Inizia il 19 ottobre, festa il 28 ottobre)

NOVENA AI SS. GIUDA E SIMONE

(inizia il 19 ottobre, festa 28 ottobre).

[G. Riva: il Manuale di Filotea, XXX Ed. – Milano, 1888]

I. Glorioso S. Simone, che, chiamato da Gesù Cristo medesimo all’apostolato, vi distingueste per modo col vostro impegno nel sostenere la sua causa e nel predicare la sua legge da essere soprannominato lo zelante, titolo che sempre più vi meritaste allorquando percorreste evangelizzando, non solo l’ampia terra d’Egitto, ma anche le vaste provincie dell’Africa, ottenete a noi tutti la grazia di zelare sempre nella nostra vita la pura gloria di Dio coll’adoperarci nel miglior modo per la salute dei nostri prossimi. Gloria.

II. Glorioso S. Giuda, che, dopo avere in compagnia di Gesù Cristo indefessamente travagliato a predicare nella Palestina il regno santo di Dio, portaste la luce del suo Vangelo in tutta quanta la Mesopotamia, e la diffondeste in tutti i popoli, e la tramandaste a tutti i secoli colla lettera da voi indirizzata a tutti quanti i fedeli per premunirli contro la seduzione dei falsi sapienti del secolo, ottenete a noi tutti la grazia di praticare sempre con esattezza tutti i doveri del nostro stato, e di tenerci sempre immobili nella fede di Gesù Cristo, malgrado tutti gli scandali del mondo sempre corrotto e corrompitore. Gloria.

III. Gloriosissimi Apostoli Simone e Giuda, che, dopo avere in diverse provincie travagliato per ben trent’anni alla diffusione dell’Evangelo vi trovaste per divina disposizione simultaneamente nella Persia, onde consumarvi il vostro sacrificio, l’uno tagliato in mezzo dai denti di una sega, l’altro decapitato con un colpo di scure, dopo avere ammutoliti gli oracoli colla vostra presenza, illuminati i fedeli colla vostra predicazione, e convertito un intero esercito colle vostre profezie, ottenete a noi tutti la grazia di essere sempre disposti a confessare anche col sangue la nostra fede, dopo di averla costantemente glorificata colla santità delle nostre opere. Gloria.  

LA GRAZIA E LA GLORIA (37)

LA GRAZIA E LA GLORIA (37)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

II.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

LIBRO VII

LA CRESCITA SPIRITUALE DEI FIGLI ADOTTIVI DI DIO. – IL MERITO COME PRIMO MEZZO DI CRESCITA

CAPITOLO V

Alcuni chiarimenti sulla necessità della grazia per il merito.

1. La dottrina cattolica ci insegna che non c’è merito se non attraverso la grazia. Questo è ciò che abbiamo sufficientemente dimostrato quando abbiamo ricordato le condizioni universalmente richieste in tutte le scuole e da tutti i Dottori (Suppl. T. VII). Ma questo crea anche una difficoltà. Infatti, quale potrebbe essere l’influenza della grazia divina su un’azione comune e semplice come un atto di cortesia, una moderata ricreazione, in un figlio di Dio? È necessario che lo Spirito Santo sia presente per illuminare la sua mente e muovere il suo cuore, e non è sufficiente la volontà naturale diretta dalla retta ragione? E qui, sembrerebbe ci sia un’azione meritoria secondo noi, fatta senza la grazia. – A queste domande più di un illustre teologo ha risposto che in realtà alcuna influenza attuale della grazia sia assolutamente richiesta perché gli atti di questo genere rientrino tra i meriti di un uomo giustificato (Domin. Soto qui Conc. Trid. interfuit. De natura et gratia, L. III, c. 4). Ma pur mantenendo la loro dottrina, respingono ben lungi l’accusa di pelagianesimo che viene loro rivolta. E certamente, tra le idee di Pelagio e il loro sentire ci sono degli abissi. Cosa sosteneva Pelagio? Che le forze della natura siano pienamente sufficienti a dare ai nostri atti il premio di cui la gloria è la ricompensa. E questi teologi, invece, cosa dicono? Le nostre azioni moralmente buone acquistano questa incomparabile dignità solo a due condizioni: la prima è che chi le compie sia figlio di Dio per partecipazione della sua natura, e di conseguenza porti in sé la Trinità, come in un santuario vivente; la seconda, che l’azione presupponga la grazia santificante, attraverso la quale la carità divina siede come padrona al vertice delle facoltà umane. È questa, chiedo, l’eresia di Pelagio, o non è forse la solenne affermazione della necessità della grazia più eccellente per ogni azione meritoria davanti a Dio? – Inoltre, quando negano la necessità di un soccorso esterno che debba prevenire ogni singolo atto perché sia meritorio, questi teologi non sostengono affatto che la sola grazia santificante sia sufficiente al giusto. Ciò significherebbe andare troppo direttamente contro gli insegnamenti più evidenti della nostra fede. Affinché il peccatore, una volta giustificato, possa resistere ai pressanti attacchi del nemico, per l’adempimento di tutti i comandamenti divini, in una parola, perché egli perseveri e si conservi nell’amicizia divina. ha bisogno, oltre che della cooperazione generalmente richiesta per tutti gli atti della creatura, di un’assistenza speciale da parte di Dio. Tali sono, dopo la caduta originaria, le tenebre diffuse sulla nostra intelligenza, la debolezza e l’incostanza della nostra volontà; tale anche gli assalti frequentissimamente rinnovati della concupiscenza, del mondo o del demonio, che se lo Spirito di Dio non venisse a illuminare la nostra ignoranza, a rafforzare la nostra infermità, a scuoterci dal nostro torpore, la vita soprannaturale si indebolirebbe presto e si spegnerebbe in noi (cfr. L. III, c. 5). « Per questo motivo – dice San Tommaso, trattando questo argomento – è opportuno non solo per i peccatori, ma anche per coloro che la grazia ha reso figli di Dio, ripetere la preghiera del Signore: « Non lasciateci soccombere alla tentazione, etc. … sia fatta la vostra volontà sulla terra come in cielo » (S. Thom., 1. 2, q. 109, a. 9 e 10; Sum. c. Gent, L. III, c, 156).  Ma si guarda bene dal rivendicare queste luci ed ispirazioni dall’alto per ogni singola nostra operazione meritoria, senza escludere le più facili e semplici. L’aiuto particolare che egli chiede oltre alla grazia santificante con le virtù, i suoi annessi, e il moto generale senza il quale nessuna causa creata può compiere il suo atto, non è tanto una grazia elevante quanto una grazia medicinale. Non è, infatti, uguale il caso dell’uomo giustificato a quello del peccatore. e l’errore di molti teologi è quello di applicare al primo ciò che si dice solo dell’ultimo. Leggo nei Concili che, « senza l’ispirazione preveniente e l’assistenza dello Spirito Santo, l’uomo non può credere, sperare, amare, pentirsi »; … far nulla, in una parola, che lo disponga alla salvezza (Concilio Tridentino, sess. VI, can. 3; capp. 5 e 6). Ma, come si vede, tutti i testi in cui si richiedono queste eccitazioni e questi tocchi dello Spirito Santo per ciascuno degli atti in particolare, parlano del peccatore che si prepara alla giustificazione, cioè di colui che non porta ancora in sé né l’essere né i principi soprannaturali. – Non ignoro neppure il canone del Concilio di Trento, che anatematizza chiunque dica che un uomo giustificato possa, senza uno speciale aiuto di Dio, perseverare nella giustizia che ha ricevuto, o che non lo possa con Lui (Conc, Trid., sess. VI, can. 22; col, cap. 13). Ma l’aiuto speciale è qui richiesto solo per la perseveranza. È come se il Concilio avesse detto: Né la grazia né le virtù infuse che costituiscono lo stato di giustizia sono sufficienti all’uomo per evitare ogni caduta e per rimanere saldo nell’osservanza dei precetti divini e nella carità. Cosa si intende per aiuto speciale di cui si parla nel canone conciliare?  Per chi conosce la terminologia teologica in uso all’epoca, non ci sono dubbi: si tratta di un’illuminazione della mente, di un’eccitazione della volontà, di un’ispirazione dello Spirito Santo che ci risveglia e ci aiuta a superare una tentazione o a compiere un dovere più difficile; perché la perseveranza si ottiene a questo prezzo. Ma notiamo ancora una volta, il santo Concilio non dice affatto che l’assistenza indispensabile per la perseveranza, lo sia anche per ogni atto meritorio singolarmente considerato. Domenico Soto (De nat. et gratia, L. III, c. 4) sottolinea felicemente la stretta analogia che lega due opinioni apparentemente molto diverse. « Gregorio da Rimini – egli dice – e Capreolo, hanno immaginato che, secondo San Tommaso, un uomo che non abbia la grazia (santificante) non possa, senza un aiuto speciale da parte di Dio, fare alcuna azione moralmente buona; da qui la conclusione logica che, secondo lo stesso santo Dottore, sia necessaria anche un’assistenza speciale per ogni opera meritoria, anche quando si è in grazia. Ma noi, che teniamo (e molto giustamente) il sentimento contrario, per quanto riguarda gli atti moralmente buoni, lo riteniamo anche (de peritorum censura) per quanto riguarda gli atti meritori, cioè che non sia richiesta, oltre alla grazia, un aiuto speciale per ciascuno di essi, e questa è l’opinione che sembra di gran lunga preferibile a Cajetano, nel suo commento a S. Tommaso – 1. 2, q. 109, a. 10″).

2. – Certamente la soluzione, così come l’ho appena presentata, ha un valore. Ma diventa molto più chiara se ci riferiamo a ciò che abbiamo stabilito quando abbiamo parlato delle virtù morali. Dio Nostro Signore non potrebbe essere meno liberale nei confronti della vita soprannaturale di quanto lo sia nei confronti della vita razionale. Se, dunque, non c’è alcun tipo di atto moralmente buono a cui non corrisponda una qualsiasi delle virtù acquisite, non ce ne devono essere altri che non rientrino nelle virtù infuse soprannaturalmente. Se negate questo, rimpicciolite il cuore di Dio: perché non è forse un rimpicciolimento fargli rifiutare nell’ordine della grazia ciò che concede così largamente alla natura? (cfr. L. III, c. 3) Pertanto, le parole del Dottore Angelico con cui abbiamo concluso il capitolo precedente: « … le virtù abbracciano tutto ciò che può essere il bene dell’uomo », valgono per le virtù infuse ancor più che per quelle naturali. – Da qui questa bella dottrina che trovo altrove nelle opere di San Tommaso. Egli doveva dimostrare l’esistenza delle virtù infuse e poneva l’obiezione che « l’atto di virtù acquisita può essere meritorio della vita eterna per il fatto stesso che è informato dalla grazia ». Ascoltiamo la risposta: « Poiché non ci può essere merito senza la carità, l’atto di una virtù acquisita (per esempio il pagamento di un debito di giustizia) non può essere meritorio senza la stessa carità. Ora, con la carità tutte le altre virtù sono infuse; quindi, l’atto di virtù acquisita è meritorio solo per mezzo della virtù infusa. Infatti, affinché una virtù ordinata per sua natura a un fine inferiore possa produrre un atto ordinato a un fine superiore, ha bisogno di una virtù superiore che la nobiliti e la elevi » (De virtut. in comm:, q. un., a. 10, ad 4). La grazia non distrugge la natura e la virtù divinamente infusa non sopprime quella naturalmente acquisita. Se si aggiunge la grazia alla natura, si ottiene un essere soprannaturale e divino: unite in uno stesso principio prossimo, la volontà, la virtù naturale e la virtù infusa, e potete avere l’atto soprannaturale e meritorio, senza bisogno di un ricorso perpetuo alle grazie prevenienti e speciali. – Ciò che, temo, fa esitare di fronte ad una dottrina così chiara è che, stabilita l’esistenza delle virtù infuse, si dimentichi che esse siano una grazia superiore agli aiuti transitori, e soprattutto che costituiscano dei principi superiori di azione. Tutto ciò che le Sacre Scritture, i Padri e i Concili hanno insegnato sulla necessità della grazia per le opere sante, è inteso come grazia attuale; come se, nell’uomo giusto, le abitudini infuse non integrassero in modo sovrabbondante gli aiuti transitori concessi al peccatore in vista delle azioni salutari. Leggiamo che le virtù sono date all’uomo per agire in modo connaturale nell’ordine divino; e questa espressione, di per sé molto corretta, sembra aver perso la sua vera interpretazione. Con la virtù io agisco in modo connaturale, perché porto immanentemente e permanentemente dentro di me il principio integrale del mio atto; con la grazia puramente attuale non agisco più in modo connaturale, perché il principio che rende salutare la mia azione, mi giunge da un’influenza esterna e transitoria. – Per riassumere in poche parole: le opere dei giusti, non solo quelle che vanno più dritte a Dio, ma anche le più umili, che dipendono dalla grazia e sono in tutta verità « dona Dei, doni di Dio », sono tali, dico, perché partono da un’anima divinizzata dalla grazia e dalla dimora in permanenza dello Spirito Santo; da una volontà in cui la carità risiede come regina e che le opera con delle forze soprannaturali: le virtù divinamente infuse. Cos’altro servirebbe per verificare tutti i requisiti della dottrina cattolica? Confesso che non lo so, e molti altri non lo sapevano prima di me (vedi l’Appendice 10).

LA GRAZIA E LA GLORIA (38)

SAN LUCA – 18 OTTOBRE (2022)

SAN LUCA

[Otto Hophan: Gli Apostoli; Marietti ed.Torino, 1951]

Luca chiude in questo libro la galleria degli avi santi della nostra fede. E potrebbe il loro numero chiudersi con una figura più amabile e significativa? Le parti più belle e più calde del lieto messaggio, i cantici più cari e le immagini più tenere sono legate al suo nome. Nell’opera di Luca s’armonizzano tutte le campane della Scrittura del Nuovo Testamento, Marco, Matteo, Pietro, Paolo ed egli è un’eco anche della campana maggiore e più solenne, e cioè di Giovanni. Ma Luca è un accordo e un’ultima vibrazione anche nella sua stessa persona. Se lo lasciamo per riandare, sfogliando questo libro, ai quindici uomini, che esso ha tentato di presentare, e risaliamo sino al primo, sino a Simone Pietro, abbiamo la percezione della vastità del Cristianesimo. Pietro-Luca! La via dall’uno all’altro è lunga, i portatori del lieto messaggio sino a quest’ultimo son del tutto diversi; in questi uomini tanto differenti trova la sua espressione tangibile l’ampiezza e la molteplicità del mondo spirituale del Cristianesimo, la «cattolicità» della Chiesa di Cristo nel senso più ampio della parola; e però essi tutti stanno al servizio del medesimo Signore. Luca, che fra tutti loro è l’unico gentile e un laico dell’accademia, è quasi un simbolo di quella verità, che in Cristo « non vale più pagano o giudeo, circonciso o incirconciso, barbaro o scita, schiavo o libero. No! Cristo è tutto e in tutti ». Per poter scrivere del caro Luca come conviene, bisognerebbe possedere la pienezza: e il colore della sua penna. Purtroppo le notizie, che intorno a lui ci fornisce direttamente la Santa Scrittura, sono molto scarse: tre brevi note nelle lettere di Paolo son tutto. La tradizione ecclesiastica più antica pure sa dire molto poco oltre a quello, che conosciamo dagli scritti del Nuovo Testamento. Ma la opera letteraria di Luca, e cioè il terzo vangelo e gli Atti degli Apostoli in quelle, che son dette « Sezioni-Noi », ci rivela chiaramente il suo autore, anche se indirettamente; come scrisse, così fu, giacché nell’opera d’un uomo risplende la sua personalità.

L’ELLENISTA

Il Prologo antimarcionista del vangelo di Luca, scritto nel secondo secolo, ci informa sommariamente della vita dell’autore: «Luca, un siro di Antiochia, di professione medico, discepolo degli Apostoli, più tardi seguì Paolo sino alla sua confessione (morte). Servì senza biasimo il Signore, non prese mai moglie né ebbe figli. Morì all’età di 84 anni in Beozia, pieno di Spirito Santo ». Fa pensare alla sua origine non giudaica la stessa sua patria, l’importante città di Antiochia; ma Paolo lo conferma esplicitamente, perché nella lettera ai Colossesi egli fa distinzione fra i suoi collaboratori giudeocristiani ed etnicocristiani e annovera Luca fra questi ultimi: « Vi salutano Aristarco e Marco… inoltre Gesù dal soprannome di Giusto. Sono gli unici fra quelli della circoncisione, che come cooperatori nel regno di Dio mi sono stati di conforto. Vi saluta il vostro compatriota Epafra… Vi saluta Luca, il medico amato, e Dema ». Da questo testo conosciamo che Luca non ricevette la circoncisione nemmeno più tardi; è vero che Girolamo lo dice un proselito, e cioè un pagano passato al giudaismo; però si fa distinzione fra « proseliti della giustizia », che si sottomettevano a tutte le esigenze della Legge, e i « proseliti della porta », i quali, standosene per così dire solamente alle porte d’Israele, professavano la fede pura in un Dio unico e osservavano il sabbato e le prescrizioni riguardanti i cibi. – Luca alle porte! Il paganesimo, con le sue favole vergognose intorno agli dei, con le sue tenebre spirituali e con l’imbarbarimento morale, l’aveva spinto alla ricerca religiosa sino a raggiungere le sante soglie d’Israele; qui però s’arrestò e non entrò nel giudaismo, perché tutto quell’apparato esterno e l’arrogante alterigia giudaica dovettero sorprenderlo. Posto così fra paganesimo e giudaismo, anelava penosamente a chi lo liberasse dalla sua intima meschinità e nell’oscurità opprimente del suo spirito sospirava a una grande luce; quando vediamo ch’egli, unico fra i quattro Evangelisti, prende nota della parola detta dal vecchio Simeone intorno al bambino Gesù: « I miei occhi han visto la salute, che Tu hai preparato dinanzi a tutte le genti, per i pagani una luce d’illuminazione », possiamo sentirvi a buon diritto la gioiosa risonanza nell’anima dello stesso Luca. Egli prese nota pure della parabola del grande convito, al quale furono chiamati « i poveri, gli storpi, i ciechi e i paralitici della città », persino anzi gli uomini delle « strade della campagna e delle siepi » ed anche lui era seduto sull’orlo della via qual mendicante dello spirito; seppe quindi apprezzare tanto più profondamente la chiamata a Cristo. Girolamo e dopo di lui  Sedulio Scoto danno una interpretazione molto significativa del nome di Luca, forma abbreviata di Lucano: il nome dev’essere di origine eolica, dal dialetto greco cioè dello stesso nome, e significare lo stesso che « alzarsi », «elevare se stesso », « perchè Luca, con l’assistenza della grazia, ha innalzato se stesso dal vizio del paganesimo alla luminosa altezza della cristiana verità e virtù ». Elevante se stesso e insieme elevato dalla grazia … il doppio segreto d’ogni cristiana vocazione. – La professione di medico, che esercitò più tardi, presuppone che Luca nei suoi giovani anni abbia consacrato un periodo assai lungo allo studio. In un antico discorso commemorativo, tenuto nel giorno della sua festa, si dice ch’egli sino dall’infanzia fu istruito nel miglior modo nella lingua siriaca ed ebraica; da giovanetto si segnalò per tanto progresso nella grammatica, retorica, poesia e filosofia da non esser secondo a nessuno dei suoi condiscepoli; apprese poi la medicina nell’Ellade e in Egitto. Ce lo raffiguriamo quindi con piacere giovane studente, disinvolto ed esemplare, che nobile e desioso si muove nel viavai delle città universitarie, con l’occhio fisso allo scopo sublime, che il suo Vangelo ci rivela ancor oggi, di soccorrere l’umanità sofferente. Ad Atene, nella città studentesca della Grecia ristette forse, immergendosi in profonda riflessione, dinanzi all’altare del « dio ignoto », del quale alcuni decenni più tardi avrebbe scritto negli Atti degli Apostoli?. Particolarmente celebri per la formazione medica erano le scuole superiori dell’Egitto, quali quella di Alessandria e soprattutto di Eliopoli e Sais, come pure quelle di Coo e Gnido; il tirocinio però per la specializzazione nell’arte medica veniva compiuto sotto la guida dei medici, che esercitavano già la professione e s’erano stabiliti nei templi di Esculapio. – È  probabile che Luca abbia studiato per qualche tempo anche a Tarso, che era tanto vicina alla sua città di Antiochia e quivi forse mosse incontro per la prima volta al suo destino e al suo Maestro Paolo. Terminata la sua formazione, prima di dar inizio alla sua arte, anch’egli emise il nobile giuramento di Ippocrate, di trattare cioè schiavi e liberi non altrimenti che come liberi, d’aver cura del frutto non ancor nato del ventre, di badare alla dieta e di non esercitare la professione per vile sete di guadagno; e a testimonio del suo giuramento chiamò Apollo, mentre il vero ed altissimo Iddio vedeva quanta serietà il giovane studente metteva nel giurare. Sappiamo che nell’antichità i medici erano spesso degli schiavi messi in libertà; quindi ci fu chi pensò a quest’umile origine anche per Luca e nell’« eccellentissimo Teofilo », cui egli dedicò il suo Vangelo e gli Atti degli Apostoli, scoprì il suo antico padrone; ma questa supposizione manca d’ogni fondamento sia intrinseco che estrinseco ai due libri. – La formazione scientifica di Luca si rivela chiara nei suoi scritti. Marco nei termini e nello stile è arruffato, come un giovane indomito; Giovanni è dimesso e cauto, come uno scolaro prudente, che è alle prese con la lingua; Luca invece scrisse il suo Vangelo in un greco scorrevole, terso e bello, sebbene nella lingua così detta «koiné »; egli ha a sua disposizione un vocabolario considerevolmente più ricco degli altri scrittori neotestamentari e 373 termini non s’incontrano che presso di lui; le sue proposizioni sono eleganti, i suoi periodi costruiti ingegnosamente, il suo prologo è lodato come « l’incanto del competente in filologia »; quando prende le notizie da Marco per inserirle nel suo vangelo, le stilizza e le distribuisce convenientemente, proprio come fa la mano d’una buona mamma col suo figliolo irrequieto. Al nostro Evangelista, infatti, stava a cuore non di annunziare il lieto messaggio semplicemente, ma di annunziarlo in bella maniera; come Maria, con la cooperazione dello Spirito Santo, ha intessuto alla persona del Verbo di Dio col suo purissimo sangue non un corpo umano qualunque, ma un corpo saturo di nobiltà e grazia — « Beato il ventre che T”ha portato! » —, in modo analogo Luca ha procurato alla Parola di Dio una splendida veste linguistica; poiché la Parola di Dio è degna d’ogni diligenza; tutti le devono offrire le espressioni più stupende, di cui sono capaci. A un mondo viziato dalla cultura e dalla letteratura Luca s’adoperò per accostare la stessa verità religiosa in una forma accurata; e quale prezioso contributo poté egli dare in questo modo al Vangelo, perché colto! Lo potrebbe e lo dovrebbe dare anche oggi ogni persona colta! – Luca però apportò al Cristianesimo un vantaggio, che va anche al di là di una delicata spiritualità soltanto; egli è come l’incarnazione dell’umanità nel senso dell’espressione del poeta: « L’uomo sia pietoso, nobile e buono »; non abbiamo certamente a questo riguardo nessuna testimonianza esplicita, ma di nuovo bastano gli scritti a rivelarci pure la nobiltà, la delicatezza e l’amabilità della persona del loro autore. Quando la cosa può andare senza pregiudizio della fedeltà storica, egli mitiga o tace espressioni, che avrebbero potuto ferire i suoi lettori etnicocristiani — « Non è giusto prendere il pane ai figli (del popolo eletto) e gettarlo ai cagnolini (i pagani) » ! —; omette dei conflitti e getta un ponte fra le parti in contrasto. Luca non è ironico, ma irenico, conciliativo, discreto, riservato, non si lascia mai sfuggire di mano il temperamento, ritiene per se stesso le cose più intime; spesso viene spontaneo un confronto con la musica di Mozart. In stridente contrasto con la sua indole educata, come evangelista gli è stato assegnato per simbolo un toro o almeno un bue, perché nel primo capitolo del suo Vangelo scrive del culto sacrificale del Vecchio Testamento; ma questo toro accanto a lui disturba veramente; si deve infatti ad esso se proprio al nobile ellenista ed evangelista è toccato il patrocinio dei macellai e, nelle Fiandre, persino dei legatori di libri, che confezionano anche legature di vacchetta! Ma non è possibile scoprire nessun rapporto fra questo simbolo curioso e l’Evangelista stesso, come invece fra l’Angelo e Matteo, il leone e Marco, l’aquila e Giovanni, a meno che non dicessimo che Luca, come Francesco al lupo feroce, può comunicare mansuetudine e amabilità anche a un toro. Non abbiamo indicazioni sufficienti per dire con certezza quando e dove la sua nobile e benigna figura, che offriva alla grazia un terreno così felice, si sia incontrata col Cristianesimo; secondo qualche tradizione, egli sarebbe stato uno dei settanta discepoli di Gesù, dei quali di fatto solo lui ci informa nel suo vangelo; altri volle ravvisare l’Evangelista in uno dei discepoli di Emmaus e precisamente in quello, di cui egli non fa il nome, quando ne descrive a tinte così vivaci il viaggio pasquale. A queste ipotesi però, per quanto rimontino ad epoche antiche, si oppone la prefazione stessa del suo Vangelo; in essa si distingue lui stesso dai « primi testi oculari e ministri della Parola »; se fosse appartenuto al ristretto gruppo dei discepoli di Gesù, sarebbe stato poi esonerato dalla fatica, per usare le sue stesse parole, di « seguire con diligenza gli avvenimenti sin dai primi loro inizi »; e il Frammento Muratoriano conferma espressamente che Luca « stesso non ha visto il Signore nella carne ». La sua patria però, Antiochia di Siria, ci permette di rispondere alla proposta questione con sicurezza sufficiente. Antiochia era il centro del Cristianesimo fra i gentili, e Luca, negli Atti degli Apostoli, si mostra ottimamente informato della prima comunità etnicocristiana, che fioriva nella città dei suoi padri; egli stesso quindi dovette vedere i banditori della nuova fede, dispersi sino ad Antiochia dalla persecuzione di Gerusalemme, aspersi e benedetti col sangue di Stefano; vide quell’uomo ragguardevole ed esimio, ch’era Barnaba, e il profondo pensatore Saulo di Tarso; s’accorse pure del numero crescente dei fedeli, che si convertivano al Signore. A quel modo che Marco crebbe, per dir così, nella culla della chiesa giudeocristiana di Gerusalemme, così Luca venne a trovarsi fra gli inizi della chiesa etnicocristiana di Antiochia; non poteva non avvenire che il giovane medico, serio e ricercatore di Dio, si sentisse allettato dalla predicazione del Vangelo sempre più fortemente ed « elevando sè ed elevato » dalla grazia, facesse il gran passo verso « la salute e la luce per l’illuminazione delle genti». Il testo occidentale degli Atti degli Apostoli ha una delle così dette « Sezioni-Noi » sin dal capitolo II, 27: « Mentre noi eravamo radunati, s’alzò Agabo e predisse una grande carestia ». Noi! Luca, che riferisce questa notizia, con quel « noi» vi include se stesso; faceva dunque parte della comunità cristiana di Antiochia già dall’anno 41-42, purché, com’è evidente, si supponga certa questa lezione variante, che risale al secondo secolo e probabilmente è un’estensione degna di fede del testo canonico. L’ellenista entrò nel Vangelo, e fu una benedizione per lui e per il Vangelo; giacché ogni persona colta è in grado di prestare utilissimi servigi al lieto messaggio e, coltivando la propria natura, prepara e facilita la vita al lavorio della grazia in se stessa; il Vangelo però dona ancor molto di più all’uomo e la soprannatura alla natura, dona il compimento, senza il quale anche la natura più nobile resta sempre un tronco soltanto, anelante alla corona, dona inoltre un fine, che per lo più e forse solo compensa la vita.

IL COLLABORATORE

Molti Padri e scrittori della Chiesa antica, da Ireneo in poi, ci assicurano con sorprendente decisione che Luca fu compagno e discepolo degli Apostoli; lo storico ecclesiastico Eusebio sottolinea con forza ch’egli « ebbe relazioni con tutti gli Apostoli, quanto mai premuroso ». E in realtà ad Antiochia, sua città natale, porta d’entrata e di uscita per le missioni fra gli etnicocristiani — Luca alle porte —, poté far conoscenza con parecchi di quei Principi di Cristo e custodire molte parole, che allora caddero dalle labbra di quei Grandi, per i libri, che avrebbe scritto più tardi. Per servire il Vangelo, dovette essere ben contento di stare a disposizione di quegli uomini, che si trovavano impacciati nel tramestio del gran mondo; e i semplici pescatori del lago di Galilea dovettero ben rallegrarsi che questo medico giovane e simpatico, questo caro fratello Luca portasse, in vece loro, il Vangelo negli ambienti a loro inaccessibili. Ma un Apostolo posò il suo occhio singolarmente perspicace su di lui e ne intravvide tutta l’importanza per il Vangelo; e fu Paolo, che nella breve lettera a Filemone ne ricorda il nome fra i suoi « collaboratori ». Egli dovette sentirsi attratto a Luca per vari motivi. Essendo colto, aveva in lui un compagno della sua stessa elevatezza spirituale; con lui poteva trattare di non poche questioni, che non ottenevano nessuna risonanza nell’animo degli Apostoli, una volta semplici pescatori e contadini. Come etnicocristiano, Luca era insieme un miracolo ambulante della grazia, un’apologia vivente della tesi fondamentale di Paolo: «Il Vangelo è una virtù di Dio per la salvezza d’ognuno, che crede, anche per i gentili ». E infine Paolo, ardente di passione come un vulcano, andava cercando nelle profondità del suo spirito, forse inconscio a se stesso, un compenso e un completamento, che riscontrava nella bella armonia della personalità di Luca; quale vantaggio non fu per lui avere nel discepolo un confidente perspicace e delicato insieme, quando il cuore, come un mare agitato, gli tumultuava in petto per le tante sollecitudini e per gli intricati problemi; in quei momenti Luca avanzava forse una domanda prudente, suggeriva sommessamente una proposta e così si delineava la via da prendere. Dal canto suo, il discepolo guardava stupito al gigante dello spirito, ch’era il suo maestro, e quanto abbia profittato di lui per arricchirsene, lo fanno intendere bene i suoi scritti anche oggi; sono saturi di idee paoline, quali l’universalità della salvezza, l’impotenza delle forze naturali, la misericordia della grazia; non quasi queste concezioni s’incontrino soltanto in Paolo; esse appartengono al patrimonio comune delle idee del Nuovo Testamento; l’Apostolo delle genti però vi mette l’accento e nel suo discepolo Luca riecheggiano vibrate e belle in modo tutto particolare; questi anzi si è così acclimatato con la vita del suo maestro, che si può dire che parli con le parole di lui — sono state segnalate 84 espressioni esclusive dei due — e di quando in quando trapianti nel suo Vangelo dei passi della predicazione paolina parola per parola. I rapporti dunque fra Luca e Paolo non furono quelli d’un impiegato o d’un suddito col suo superiore; fra 1’Apostolo e il suo « collaboratore » alitò il soffio caldo dell’amicizia; tutti e due erano convertiti, benché l’uno fosse giunto a Cristo in modo diverso dall’altro: Paolo abbattuto dalla folgore e sotto il soffio della bufera, Luca invece nel soave spirar del vento. Ma quale vantaggio per il Vangelo, che Paolo e Luca, la tempesta e lo spirar soave del vento, vadano insieme! Il primo testo degli Atti degli Apostoli, che ci presenta, l’uno a fianco dell’altro, Luca e Paolo, l’abbiamo nella relazione del secondo viaggio apostolico: « Essi (Paolo, Sila e Timoteo) attraversarono la Frigia e la regione della Galazia… Andarono verso la Misia e tentavano di raggiungere la Bitinia… Passarono innanzi alla Misia e discesero a Troade. Nella notte Paolo ebbe una visione. Dopo questa visione, noi cercammo subito d’andare in Macedonia ». Qui comincia la prima delle tre « Sezioni-noi », che son di disuguale lunghezza; Luca, l’autore degli Atti degli Apostoli, passa qui improvvisamente dal pronome « essi » di terza persona plurale al pronome di prima persona « noi », indicando così chiaramente, sebbene discretamente, ch’egli stesso, l’autore del libro, s’era trovato presente ai fatti, che riferisce nelle « Sezioni-noi »; questa è l’interpretazione, che a buon diritto fu data sin dai tempi di Ireneo di questa mutazione curiosa nel racconto degli Atti. – Luca probabilmente lavorava a Troade, importante città del Mare Egeo fornita di porto, in qualità di medico, e forse medico di nave, sino da quando aveva lasciato Antiochia; ci induce a pensarlo la sorprendente perizia in materia di navigazione e di linee di navigazione, ch’egli dimostra negli Atti degli Apostoli; adesso però si faceva sentire la chiamata del Signore a farsi missionario. Insieme con Paolo, che conosceva bene già da quando era ad Antiochia, verso gli anni 50-51 compie il memorabile viaggio a Filippi, su suolo europeo. Tutti e due, Luca e Filippi, il missionario e la missione, erano delle primizie. Anch’egli a Filippi abitò presso Lidia, la donna timorata di Dio; con lo sguardo scrutatore del medico, constatò la guarigione della fanciulla ossessa, medicò certamente anche le piaghe doloranti, che Paolo aveva riportate dai « molti colpi » della flagellazione patita a Filippi. Da questo momento Luca scompare dagli Atti degli Apostoli per una durata di cinque, sei anni; le « Sezioni-noi » s’interrompono con la partenza di Paolo da Filippi per Tessalonica; egli dunque non fu col maestro ad Atene, non a Corinto, non a Efeso; ricompare direttamente nel racconto solo quando, dopo il terzo viaggio apostolico, verso gli anni 57-58, l’Apostolo si mette in viaggio per ritornare a Gerusalemme: « Dopo i giorni dei pani azzimi, partimmo da Filippi ». Dove fu Luca durante il lungo intervallo? Leggiamo nella seconda lettera ai Corinti una nota, che forse può portar luce sulla nostra questione. Nell’estate dell’anno 57 Paolo inviò questa lettera a Corinto per mano del suo discepolo Tito, cui diede per compagno un altro, del quale tesse il seguente elogio: « Con Tito vi mandiamo il fratello, che viene lodato presso tutte le comunità per la predicazione del Vangelo. Egli inoltre è stato nominato dalle comunità a nostro compagno di viaggio per quest’opera di carità », la colletta cioè delle comunità etnicocristiane per soccorrere la comunità madre di Gerusalemme, che versava in povertà. Già Origene riteneva per certo che sotto il nome di «fratello» qui si doveva intendere non altri da Luca, e la stessa sentenza difendono in vari luoghi anche il Grisostomo e Girolamo. Ora questa notizia di Paolo illumina la vita nascosta dell’Evangelista durante gli anni 51-57. L’Apostolo, partendo nell’anno 51 da Filippi, lo lasciò in quella città, ch’era la sua prediletta; Filippi era degna di Luca e Luca, il medico amato, era degno di Filippi. Nei cinque o sei anni, che seguirono e di cui nulla è riferito, egli vi esplicò un’attività così meravigliosa, che la sua lode era sulla bocca di tutti, le comunità anzi della Macedonia e dell’Acaia lo elessero a loro uomo di fiducia per la colletta. Nel ritorno da Corinto, Paolo volle rendere a lui e alla sua comunità l’onore di celebrare la festa di Pasqua a Filippi. Luca, il fratello, cui viene tributata lode da tutte le comunità! Questa stupenda parola, che Paolo consegnò alla Sacra Scrittura, ci fa l’impressione d’una canonizzazione di Luca mentr’era ancora in vita. Da questo punto, negli Atti dal capitolo 20, 7, le notizie che vi leggiamo sono come un diario: « Noi li raggiungemmo a Troade… facemmo vela verso Asso… Noi toccammo Samo e il giorno dopo giungemmo a Mileto… Nella stessa direzione venimmo a Coo e il giorno seguente a Rodi e di lì a Patara… Dirigemmo il timone verso la Siria e arrivammo a Tiro… da Tiro pervenimmo a Tolemaide… il giorno dopo proseguimmo il viaggio per Cesarea… Ci disponemmo per la partenza e ascendemmo a Gerusalemme ». Sempre la prima persona plurale! Fedele, umile, rispettoso, Luca seguì il suo grande maestro Paolo per tutte le vie e in tutte le tempeste, anche durante la crudele sommossa di Gerusalemme, nella quale l’Apostolo quasi quasi periva; lo seguì sino alla soglia del carcere di Cesarea e anzi anche oltre la soglia, poiché il procuratore Felice « aveva dato l’ordine al centurione di non impedire a nessuno dei compagni di Paolo d’essere ai suoi servizi ». Chissà quanto spesso Luca sarà entrato e uscito dal carcere di Paolo! Gli portava le notizie liete o tristi delle varie comunità, gli procurava delle medicine e gli diceva certamente anche non poche parole buone, che all’oppresso maestro facevano più bene del balsamo. –  Mentre in questi anni 58-60 la fedeltà a Paolo lo teneva per così dire prigioniero anche lui, fermo e inattivo, non avrà fatto null’altro? È comune sentenza fra i Cattolici che la composizione del Vangelo di Luca abbia avuto luogo negli anni 59-63; ora questa sentenza trova nella vita di Luca una sorprendente spiegazione e conferma, Egli infatti proprio in questi anni soggiornava in Palestina e durante i lunghi mesi della prigionia di Paolo ebbe abbastanza comodità e occasione di informarsi degli avvenimenti evangelici presso i testi oculari e auricolari e di renderne nota. Strano che il più amabile dei Vangeli debba la sua origine a una prigionia! Quanto può essere fecondo un carcere! – Luca fu pronto sul posto, quando Paolo fu trasferito al carcere di Roma: « Quando fu stabilita la partenza per l’Italia… noi montammo su d’una nave adramitica, che doveva costeggiare i porti asiatici ». Noi! Egli accompagnò il suo maestro sulla via della croce, quasi come Giovanni aveva accompagnato Gesù. Anch’egli si trovò con gli altri in quella raccapricciante tempesta, che descrive negli Atti. Durante i due anni della prigionia romana di Paolo, utilizzò nuovamente il tempo prezioso per la stesura di scritti sacri; terminò forse in questo tempo la composizione del Vangelo e mise mano al suo secondo libro, gli Atti degli Apostoli; l’improvvisa conclusione di questi fa pensare che egli non si sia fermato a Roma tutt’interi i due anni, ma se ne sia andato prima ancora della liberazione del maestro, della quale non scrive sillaba; può darsi che Paolo stesso l’avesse allontanato da sé per rinviarlo, come Marco e Timoteo, ai campi, ch’erano rimasti orfani: « Nella mia prima difesa nessuno mi ha assistito », scriverà più tardi l’Apostolo stesso; il Vangelo infatti gli stava più a cuore che la sua stessa persona. Un’antica tradizione romana del secondo secolo afferma che Luca non avrebbe accompagnato Paolo in Spagna; d’altra parte fa spesso capolino la notizia che egli abbia scritto il suo Vangelo nell’Acaia; potremmo forse concluderne negli anni 63-65 egli esercitava il suo ministero di nuovo in Grecia; il suo pensiero però volava e si fermava frequentemente in Paolo. Questi, triste e però confortato, scrive dalla sua seconda prigionia di Roma: « Solo Luca è ancora presso di me ». Se nella lontana e pagana Roma, nelle ultime ore penose gli sta a fianco Luca, non è del tutto solo, ché nel discepolo diletto si vede intorno la patria, la mamma, un fratello, un’anima. Gli « Atti di Paolo », della metà del secondo secolo, riferiscono che Luca era presente anche nel luogo del supplizio; fu dunque così fedele da accompagnare Paolo, padre suo e suo amico, sino alle porte dell’eternità. Luca alle porte! E l’Apostolo, che tanto spesso aveva beneficiato nel corpo e nello spirito della presenza del discepolo, posò sulle sue spalle il capo stanco, che tosto doveva cadere sotto il colpo della spada per dargli l’ultimo addio, e con voce flebile, affettuosa e riconoscente gli ripeté ancora una volta la parola, con la quale lo ha eternato nella Scrittura: « Luca! Tanto amato! Medico! ».

IL MEDICO

Fu bene che Paolo avesse accanto a sé per compagno un medico; forse, dopo che a Dio, noi dobbiamo a Luca, se la vita preziosa dell’Apostolo dei popoli della terra fu conservata così a lungo; se gli fossero mancate le sollecitudini e le cure di Luca, probabilmente sarebbe venuto meno prima sotto il peso delle malattie, degli strapazzi e dei martiri subiti. Ma, quando il maestro progettava dei piani troppo arditi, il discepolo gli si opponeva supplicando; quando minacciavano gli assalti febbrili ormai cronici, il medico conosceva l’erba e la pozione adatte; si sedeva sul giaciglio dell’Apostolo estenuato in carcere, ne ascoltava il polso, ne osservava l’inspirazione e l’espirazione e, con l’accoramento che si rifletteva nel volto, prescriveva di cambiare medicina; il suo amore guarì pure le ferite, che l’odio aveva inferto al caro maestro. Siano rese grazie al medico Luca e a tutti i buoni medici, che si danno pensiero della vita, dono prezioso di Dio! Gli Atti degli Apostoli, specialmente riferendoci il soggiorno a Malta, ci fanno intendere che Luca funse da medico anche nei viaggi apostolici, e certamente esercitò la sua arte a Roma, dove si trattenne per quasi due anni; forse molti visitarono l’abitazione, che Paolo aveva presa a pigione, non spintivi da desideri spirituali, ma perché era possibile incontrarvi anche Luca, che poteva curare i loro acciacchi fisici, e così finivano per risanare nel corpo e nell’anima, come il paralitico guarito e assolto del Vangelo. La via infatti all’anima passa per il corpo e spesso per il corpo ammalato, che per la grazia è come una porta aperta. Vi sono delle immagini antiche, che rappresentano Luca con la borsa delle medicine: medico ed Evangelista! che accoppiamento significativo! Il medico prepara la via al Vangelo e il Vangelo è per molti il migliore dei medici. Luca è una bella immagine di nostro Signore Gesù Cristo, perché anch’Egli non si limitò ad annunziare la Parola, ma s’aggirò elargendo benefici; sì, per mezzo di Cristo deve trovare redenzione fin da quaggiù tutto l’uomo, non solo l’anima, ma anche il corpo per quanto è possibile. – Luca ha eretto a se stesso come medico un monumento perenne d’inesauribile benedizione, scrivendo il Vangelo; questo suo libro avrà sempre una parola tutta speciale per l’umanità ammalata, perché l’Evangelista dà in esso speciale rilievo alla compassione del Signore per le miserie umane. Matteo tratteggia Gesù come Messia, Marco come Figlio di Dio, Luca come Redentore; Gesù, il Salvatore del mondo: ecco il tema del Vangelo di Luca. La professione medica dell’autore traspare da molte espressioni e descrizioni; a quel modo che il pubblicano Matteo scrive più frequentemente degli altri di denaro e di beni, e il pescatore Giovanni scrive dell’acqua e delle nubi, così Luca nel suo Vangelo riferisce più spesso degli altri, e di loro più preciso, le guarigioni. Un’indagine accurata ha rilevato nei due libri di Luca non meno di 400 termini tecnici della medicina. Egli, ad esempio, non scrive semplicemente, come Marco o Matteo, della « febbre », ma della « grande febbre » in opposizione alla « piccola febbre », secondo la distinzione in uso fra i medici dell’epoca. Il lebbroso, che Gesù guarì, non aveva semplicemente « la lebbra », era « coperto di lebbra », il che accenna a un grado progredito della sua malattia. La mano inaridita e l’orecchio tagliato a Malco non erano una mano e un orecchio qualunque, ma « la mano destra », « l’orecchio destro », come ci fa notare, contro Marco, il nostro medico, abituato all’osservazione attenta. Egli fa pure sapere la durata esatta della malattia: « La donna del tutto ricurva, che non poteva in nessun modo drizzarsi », soffriva di questa lenta malattia già da « diciotto anni », sì che una guarigione, umanamente parlando, era esclusa. Il paralitico, che Pietro guarì presso la porta Bella, e quello guarito da Paolo a Listri erano ambedue paralitici « dal seno materno » , e solo questa precisazione mette il miracolo nella sua giusta luce. Questa esattezza in campo medico ci fa già pensare alla genuinità del Vangelo di Luca; e a questo riguardo non possiamo non scorgere una speciale disposizione della Provvidenza nel fatto che proprio un medico abbia dovuto riferire e descrivere i miracoli di Gesù e dei suoi Apostoli; il Vangelo di Luca… è il primo ufficio medico di controllo dei miracoli! Deliziosa sopra tutte è la differenza fra Marco e Luca nel racconto della guarigione dell’emorroissa; il primo, senza peli sulla lingua, narra: « Era ivi una donna, che soffriva di perdite di sangue già da dodici anni. Aveva molto patito da parte di molti medici e aveva dato fondo a tutto il suo patrimonio senza risentirne nessun beneficio, ma piuttosto era peggiorata. Quando udì Gesù… ». Luca mitiga quest’ultima osservazione poco favorevole ai medici, scrivendo: « Era ivi una donna, che soffriva di perdite di sangue già da dodici anni. Aveva speso l’intero suo patrimonio in medici, senza che nessuno l’avesse potuta guarire »; dipendeva cioè dalla malattia, non dal medico ch’ella fosse inguaribile; l’autore di questo tratto di Vangelo salva tacitamente l’onore dell’arte medica, e chi ha già goduto dei benefici del medico, non avrà difficoltà a dargli ragione. Ma la professione dell’Evangelista s’è impressa molto più profondamente, che non in simili espressioni, nell’intera sua opera letteraria. Il pensiero fondamentale del suo Vangelo è soccorrere e sanare; egli seppe e volle trascegliere dalla vita di Gesù quegli episodi e quelle sentenze, che asciugano le lacrime, attutiscono i dolori, creano la fiducia, apportano la salute e la guarigione. Luca e Luca soltanto fra gli Evangelisti narra del mendico Lazzaro, cui i cani lambivano le ulcere e che adesso si allieta eternamente nel seno di Abramo; del pubblicano peccatore, al quale Iddio usa benignità e misericordia; della madre di Naim, che piangeva inconsolabile e alla quale il Signore rivolse la confortatrice parola: « Non piangere »; del ladrone sulla croce, cui Gesù promise il paradiso per quello stesso giorno. – Oh, come infonde consolazione, quanto incoraggia e tranquillizza l’amabile Vangelo del medico Luca! D’ineffabile bellezza è la trilogia della divina misericordia, ch’egli ci ha donato nel capitolo decimoquinto — meriterebbe una cornice d’oro e di lacrime! —, che ben a ragione fu detto « il cuore del Vangelo », nel quale si legge quella storia, che conosciamo ma che è sempre nuova, della dramma perduta, della pecora smarrita e del figlio prodigo: « Il figlio disse: “Padre, io ho peccato”; e il padre rispose: “Portate subito la veste migliore e un anello per la mano e i calzari per i piedi. Banchettiamo e rallegriamoci! Poiché questo mio figlio era morto e vive di nuovo, era perduto ed è stato ritrovato” ». « In Cielo vi sarà gioia più grande per un solo peccatore, che si converte, che non per novantanove giusti, che non hanno bisogno di convertirsi ». Nella parabola del pietoso samaritano, che versa olio e vino sulle ferite, Luca ha tratteggiato se stesso e ha insieme regalato ai samaritani di tutti i tempi nome e onore. Così il medico Luca ci rende familiari dell’evangelista Luca; ma di lui in quanto evangelista resta ancora da scrivere qualche cosa in particolare.

L’EVANGELISTA

« Molti hanno già intrapreso a riferire quello, che è avvenuto fra noi e che adesso ha raggiunto un certo compimento. Nel far questo si sono attenuti alle tradizioni, che ci sono giunte da parte dei primi testi oculari e ministri della Parola. Così mi son deciso anch’io di far un’indagine accurata in tutti questi avvenimenti sin dai loro primi inizi e di stenderli in scritto per te, o nobile Teofilo, in ordinata concatenazione. Possa tu persuaderti della sicurezza di questi racconti, dei quali hai già avuto notizia ». Questo prologo, che Luca premette al suo Vangelo, ci permette di vedere quale sia il compito, il disegno e il fondamento del Santo Libro. Il compito: secondo l’uso letterario del tempo, esso è dedicato a un’alta personalità, « al nobilissimo — eccellentissimo — Teofilo », cui più tardi Luca dedicherà pure gli Atti degli Apostoli; non doveva però, come un talento sepolto, riposare fra le mani di Teofilo, ma per mezzo di lui, che forse godeva di grande ascendente ed era facoltoso, doveva essere reso noto e diffuso. Luca in Teofilo e per mezzo di lui volle far dono del lieto messaggio all’intero mondo etnicocristiano, conquistato dal maestro Paolo; il suo Vangelo quindi ha un’impronta diversa da quella del Vangelo di Matteo, che fu scritto per i giudeocristiani; tenendo conto della condizione dei suoi lettori etnicocristiani, egli tralascia la sofistica e da casistica dei Farisei e le polemiche del Signore; la scena sacra nel terzo Vangelo è dominata non dalla casistica, ma dalla carità, dall’amore, non dalla Legge! Questa differenza fra il primo e il terzo Evangelista balza manifesta specialmente a un confronto delle loro due redazioni del discorso sul monte: Luca VI, 17-49; Matteo V. 6. 7. – Le comunità paoline erano certamente composte anche di giudeocristiani; e il Vangelo di Luca ne tiene conto; non è quindi come il vangelo di Marco, che ha scritto esclusivamente per gli etnicocristiani; ma anche di fronte ai giudeocristiani: Luca resta… Luca, il tipo benigno e pieno d’attenzioni, il medico, che procura di far meno male ch’è possibile; Matteo e Giovanni ci hanno trasmesso delle parole di Gesù molto più dure dell’etnicocristiano Luca nei riguardi del loro popolo, che aveva ripudiato il proprio Messia; questi invece, se trova qualche fatto a favore di Israele, l’accoglie subito nel suo Vangelo. Così Cristo è la gloria e la redenzione (specialmente) del popolo d’Israele; Luca, e non Matteo né Giovanni, ha raccolto pure le lacrime e il lamento di Gesù su Gerusalemme: « Se anche tu conoscessi quello che serve alla tua pace!… ». « Non piangete su di Me, ma piangete sopra di voi e i vostri figli! ». Quale vasta risonanza trovò la bontà del Signore nel buon Luca! – Il disegno del terzo Vangelo è storico-cronologico; l’Evangelista incornicia gli avvenimenti della nostra salute nel contesto della storia universale; e questo è quanto mai prezioso. La vita di Gesù non si svolse in un’epoca lontana lontana, avviticchiata da miti e da favole, e neppure in un’illusoria luce crepuscolare di poesia e verità; no, essa si svolse nella chiara luce meridiana della storia: « Nei giorni di Erode, re della Giudea… Nei giorni dell’imperatore Augusto… Nell’anno decimoquinto del governo dell’imperatore Tiberio, quando Ponzio Pilato era procuratore della Giudea ». Anche nel riferire le singole notizie Luca si attiene, per quanto gli è possibile, all’« ordine », vale a dire al corso cronologico dei fatti; non possiamo però aspettarci che il suo Vangelo sia un racconto della vita del Signore al modo d’un diario; dov’egli non può indicare il luogo storico delle parole e delle opere riferite, si serve delle espressioni generiche: « Un giorno Gesù insegnava… »; spesse volte unisce l’ordine cronologico con quello oggettivo, come, ad esempio, nella biografia del Battista, quando d’un tratto racconta le opere di lui sino all’imprigionamento. Il terzo Vangelo quindi, per questo suo disegno, è articolato in modo chiaro e trasparente: precede, come un coro d’Angeli, la storia dell’infanzia di Gesù: 1, 1-2, 52; quanto al ministero pubblico del Signore, l’Evangelista, deflettendo un po’ da Matteo e da Marco, lo divide in tre grandi sezioni: il ministero galilaico: III, 1-9, 59; la « relazione dei viaggi », detta pure la « grande inserzione », fatta da Luca nel materiale evangelico di Marco: IX, 51-19, 28; la conclusione a Gerusalemme: XIX, 29-24, 53. – Nel prologo Luca sottolinea specialmente il fondamento del suo Vangelo. È evidente che, come a colto ellenista, gli sta a cuore moltissimo assicurare, contro tutti i dubbi e le esitazioni, la certezza storica delle notizie non mai udite; e a questo riguardo è ammirabile la Provvidenza, perché s’è fatta garante della credibilità dei quattro Vangeli, valendosi dell’indole dei diversi Evangelisti, in un modo sempre nuovo: si servì dell’oggettività di Matteo per il primo, della fedeltà di Marco a Pietro per il secondo, della familiarità di Giovanni con Gesù per l’ultimo e dell’indagine di Luca per il terzo. Luca stesso ricorda fonti orali e scritte, cui si rifece nella stesura del suo libro; quella mano premurosa, che gli era propria anche come medico, vagliò ed esaminò pure scientificamente le fonti evangeliche. Poichè fu sollecito d’investigare la lieta novella sin dai suoi « primi inizi », non v’è dubbio che da Cesarea si portò lassù a Gerusalemme per far visita a Maria. Maria… Luca! Fu un’ora veramente grande quella, in cui egli, silenzioso quasi come l’Arcangelo Gabriele, entrò nella piccola stanza solitaria della Donna tanto benedetta. Maria cominciò a dire con semplicità e Luca la seguiva con venerazione, scrivendo sui suoi foglietti di papiro: «L’Angelo entrò e disse: “Ave, o Piena di grazia, il Signore è con te” ». L’Evangelista tese l’orecchio, per lui era come se suonassero le campane in tutto il mondo. E continuò a scrivere: « Magnificat — l’anima mia glorifica il Signore, e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore », ed era così bello, ch’egli pregò Maria di cantargli ancora una volta quell’inno; ed Ella proseguì eseguendo, sommessamente, il cantico del sacerdote Zaccaria, il « Gloria in excelsis » degli Angeli nella Notte Santa, il cantico del sole del vecchio Simeone, cui risposero tripudiando centomila cori dell’avvenire. Sui due primi capitoli del vangelo di Luca è diffuso il profumo dei gigli e delle prime rose illibate; fu tanta la sua timida venerazione nel concepire questi primi messaggi per opera di Colei, che aveva concepito per opera di Spirito Santo, che non ebbe l’ardire di tradurli nel suo greco elegante; lasciò le parole così, come erano fiorite sulle labbra di Maria; ecco perché in questi due primi capitoli, a differenza del resto del Vangelo, echeggia spiccatamente la lingua aramaica: sono suoni della Mamma. Ave, Maria! – Lo storico della Chiesa Teodoro Lettore, del sesto secolo, ch’è anche detto Anagnoste, in un frammento della sua storia ecclesiastica, che si Conserva ancora, riferisce che l’imperatrice Eudossia da Gerusalemme inviò a Pulcheria l’immagine della Madre di Dio dipinta dall’evangelista Luca; Niceforo Callisto informa inoltre che si tratta dell’immagine di Maria, onorata nella bella chiesa « Segnavia », edificata da Pulcheria — «apò tòn hodegòn », donde anche il nome dell’immagine: « Hodegetria » —; aggiunge pure che Luca avrebbe dipinte molte altre immagini della Vergine non solo, ma anche di Pietro e Paolo e anzi di Cristo stesso; la leggenda poi finì per contare sino a seicento le immagini di Luca; sono per lo più d’origine bizantina e la più celebre di tutte è la dignitosa e cara immagine della Madonna della Neve. Non ci fa più meraviglia che l’Evangelista sia stato eletto a patrono — e con più diritto che non dai macellai! —, oltre che dai medici, anche dagli artisti. In realtà non è impossibile che il medico Luca fosse insieme anche pittore; quand’anche però tutto questo non fosse che una zara leggenda, è fuor di dubbio ch’egli nel suo Vangelo ha delineato un’immagine di Maria, che serve di tema e di modello per tutti gli artisti. Nei giorni lieti e in quelli di dolore, quest’immagine vo’ portar nel cuore. –  Luca aveva conosciuto Barnaba già ad Antiochia; ora a Cesarea prese alloggio nella casa del diacono Filippo, che aveva evangelizzata la Samaria; a Gerusalemme s’incontrò con Giacomo e forse anche con altri Apostoli; a Roma dimorò probabilmente nel medesimo tempo di Pietro e sicuramente di Marco: da tutti questi « testimoni oculari e ministri della Parola » egli raccolse con assiduità e diligenza le notizie del Vangelo; esse però scorrevano a lui da cento altri rigagnoli, ed egli le esaminò e discusse con gli Apostoli. Paolo, il suo grande maestro, non era in grado di riferirgli molto intorno alla vita storica di Gesù, perché non aveva vissuto accanto a Lui; nondimeno Luca gli sottopose lo schema del suo Vangelo e le idee basilari. Possiamo notare nel suo Vangelo un chiaro influsso anche da parte di Giovanni. Luca… Giovanni! il terzo e il quarto Evangelista! È possibile che Luca abbia incontrato Giovanni già a Gerusalemme, ma può darsi che l’incontro sia avvenuto solo nei decenni seguenti a Efeso. Quando Giovanni cominciava a parlargli del Verbo di Dio, Luca congiungeva le mani commosso, e forse egli fu uno dei primi a pregare Giovanni di scrivere un Vangelo proprio e sublime; frattanto però gli tolse e anticipò, per così dire, nel proprio Vangelo non poche sentenze intorno allo Spirito Santo, a Maria e anche a Maria e a Marta di Betania e alle altre pie donne; quando Giovanni le lesse, se ne rallegrò, sorridendo. – Nel suo prologo Luca parla anche di « molti, i quali hanno già intrapreso a scrivere una relazione sui fatti». Tutte queste relazioni scritte non ebbero certamente l’approvazione dei ministri della Parola; il nostro Evangelista si attenne anzitutto al Vangelo scritto e approvato di Marco e forse anche a quello di Matteo; probabilmente ebbe a sua disposizione una terza fonte ancora, che oggi però noi non conosciamo. Del vangelo di Marco prese per il proprio 350 versetti, più dunque d’una metà dell’intero Vangelo; con Matteo concorda in 230 versetti e per lo più nei discorsi del Signore; nonostante però questo sfruttamento dei precedenti Vangeli, la maggior parte del terzo è patrimonio di Luca, proprio a lui solamente; mendicando per tutte le vie e per tutti i sentieri, ch’egli ebbe occasione di percorrere, instancabile, fedele e buono, seppe raccogliere e metter insieme un Vangelo, che fra i quattro canonici è il più ricco, il più esteso e il più caldo. Sì, il più esteso e il più caldo! Esteso quanto i mari, che l’Evangelista solcò, caldo e lieto quanto il primo accordo, ch’egli tocca: « Ecco, io vi annunzio il lieto messaggio! ». Lieto messaggio! Nel Vangelo di Luca il Salvatore del mondo allarga le sue braccia e le protende lontano lontano verso l’umanità, gettando un ponte fra tutti i contrasti nazionali, sociali e persino religiosi, stringendo nel suo Cuore giusti e peccatori, poveri e ricchi, giudei, samaritani e pagani. Oggi noi siamo più che mai frantumati in razze, classi, popoli e individui, non siamo più quasi un’umanità: Luca mostra il Cuore che tutti unisce; oggi vi sono anche molti derubati sull’orlo della via, molti figli di vedove morti, molti prodighi che intristiscono in terra straniera e nella disperazione: Luca addita il misericordioso Samaritano, che fascia ferite, asciuga lacrime e si rallegra per ogni prodigo che rincasa più che per novantanove giusti.

IL CRONISTA

Noi andiamo debitori a Luca anche d’un secondo libro: gli Atti degli Apostoli. Che cosa ci mancherebbe, se non avessimo gli Atti! Son l’unico libro, che ci ragguaglia intorno al primo e importante periodo del giovane Cristianesimo. Molto opportunamente gli Atti degli Apostoli vengono posti fra i santi Vangeli e le lettere apostoliche, poiché essi presentano la realizzazione e il primo coronamento del Vangelo, mentre le lettere apostoliche in parecchi tratti sono un riflesso degli Atti. Ci richiama all’intima connessione degli Atti col Vangelo Luca stesso, quando nel prologo al secondo suo libro scrive: « Nella mia prima opera, o Teofilo, ho riferito intorno a tutto quello, che Gesù ha operato e insegnato dal principio sino al giorno, in cui fu assunto in Cielo » e poi riprende a descrivere di nuovo più dettagliatamente l’ultimo episodio riferito nel Vangelo, l’ascensione del Signore, per passare quindi alla narrazione di quanto avvenne nella Chiesa primitiva, la quale così, senza stacco né cucitura, si connette immediatamente e naturalmente col Vangelo, come l’estate con la primavera e il frutto col fiore: seguono infatti l’elezione di Mattia, la festa di Pentecoste, la guarigione del paralitico dalla nascita, il primo arresto degli Apostoli, l’interno ed esterno rafforzamento della comunità cristiana, la cattura di tutti gli Apostoli, l’opera e la morte di Stefano, la dispersione e i frutti del Cristianesimo in Samaria, la conversione dell’eunuco etiope, l’entrata di Saulo, la accettazione nella Chiesa del primo gentile, Cornelio, la fondazione della prima chiesa di gentili ad Antiochia, la persecuzione del re Erode Agrippa I il supplizio di Giacomo Maggiore, la liberazione di Pietro; dal capitolo decimoterzo entra nel cuore degli Atti l’Apostolo Paolo. – Luca però non mette semplicemente insieme episodi su episodi, come perle in un cordoncino; il suo libro è diretto da un disegno e animato da una passione. Il tema di tutta l’opera è indicato subito, nella prima pagina, e a forti colori con le parole di addio del Signore: « Voi sarete miei testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e Samaria, sino anzi ai confini della terra »; e l’ultima proposizione degli Atti è come un allegro grido di soldati: « Ordine eseguito! », poiché « Paolo (a Roma) predicava con tutta franchezza e libertà il regno di Dio e la dottrina intorno al Signore Gesù Cristo ». Luca raggruppa tutti gli avvenimenti intorno a tre grandi figure e a tre grandi città, come intorno a un simbolo; le figure sono Pietro, Paolo e Giacomo; le città sono Gerusalemme, Antiochia e Roma; Gerusalemme è la chiesa dei giudeocristiani, Antiochia quella dei giudeocristiani ed etnicocristiani insieme, Roma quella degli etnicocristiani. Sebbene avesse ripudiato il Messia, non fu tolto a Gerusalemme l’onore d’essere la sua figlia primogenita; solo più tardi, quando persistette nella sua pervicacia, la grazia migrò lentamente altrove, in Samaria, ad Antiochia, dalla capitale dei Giudei alla capitale dell’universo, a Roma. Giacomo è l’Apostolo dei giudeocristiani; Pietro à l’apostolo dei giudeocristiani ed etnicocristiani insieme; Paolo è l’Apostolo degli etnocristiani; nella prima parte degli Atti domina Pietro, nella seconda Paolo, in parecchie svolte importanti Giacomo. Degli altri Apostoli, se prescindiamo dal catalogo degli Apostoli, sono ancora ricordati Giovanni e suo fratello, Giacomo Maggiore; il titolo quindi del libro « Atti degli Apostoli » non è esatto; non tratta di tutti gli Apostoli — se così fosse, quanto più facile sarebbe stata questa nostra opera! —, ma riferisce alcune vicende di alcuni Apostoli. –  Si comprende facilmente che il distacco della Chiesa dalla sinagoga e il suo trapasso ai pagani non si effettuò senza tensioni e crisi; se ne percepiscono le vibrazioni anche negli Atti degli Apostoli, sebbene non vi si riflettano così violente come nelle lettere di Paolo. Si confronti, ad esempio, la relazione del Concilio apostolico nel capitolo decimoquinto degli Atti col secondo capitolo della lettera ai Galati: Luca narra oggettivamente, impersonalmente quello stesso episodio, che Paolo descrive con impeto, perché deve autodifendersi e precisare la sua condizione personale nei raffronti degli Apostoli più anziani. Anche come scrittore Luca è irenico, Paolo è polemico; Luca mette in luce l’unione, Paolo la tensione; anche Luca però conosce la tensione, come Paolo l’unione. Paolo infatti, nei riguardi di Gerusalemme, di Giacomo e di Pietro non si trova affatto in quella inconciliabile opposizione, che gli eruditi « paolinisti » vanno spacciando ai nostri giorni, egli non è così « paolino »; anche dopo ch’egli ebbe fatta la sua esposizione, gli Apostoli più anziani gli stesero la mano in segno di società. Luca dunque e Paolo anche nei loro scritti non si contradicono, ma felicemente si completano. Già gli antichi Padri fecero notare che Luca nel primo libro, il Vangelo, mise in iscritto quello che aveva udito, mentre negli Atti degli Apostoli scrisse quello che aveva visto. Di fatto egli fu presente a molti episodi narrati negli Atti e specialmente nella seconda parte di essi; altri gli furono riferiti da Paolo nei lunghi anni, nei quali gli stette a fianco con tanta bontà; e chi sa quante volte l’Apostolo gli avrà parlato soprattutto della propria conversione! Negli Atti non ne leggiamo meno di tre relazioni. Può darsi che ben volentieri abbiano fatto dono d’un mattone al nostro cronista, per la sua seconda opera, anche Pietro, Giovanni, Giacomo, Barnaba, Marco, il diacono Filippo e parecchi altri; probabilmente stavano pure a sua disposizione delle relazioni scritte, ch’egli accolse nel suo racconto, quali ad esempio, il decreto del Concilio apostolico, la lettera del tribuno Lisia, il discorso dell’avvocato Tertullo e forse anche degli schizzi delle prediche di Pietro e di Paolo. Non poté invece ancora utilizzare, per il suo libro, le lettere di Paolo, perché in quel tempo non erano ancora raccolte, ma disperse fra le comunità, che vivevano lontane le une dalle altre. Per essere in grado di conoscere a fondo la lealtà e la limpidezza degli Atti degli Apostoli, bisogna farne un confronto con i così detti « Atti degli Apostoli » apocrifi; che pio cicaleccio, quali miracoli ridicoli non si costruiscono mai in questi scritti non genuini. Ne abbiamo fornito qualche saggio nel corso di quest’opera « Le relazioni di Luca invece quanto sono sobrie, dignitose e precise quando si tratta di indicare il luogo, il tempo e le circostanze! I suoi Atti degli Apostoli hanno in se stessi il sigillo della genuinità. Volesse il Cielo che questo libro fosse letto e predicato di più, specialmente oggi! In esso soffia la bufera di Pentecoste, la bufera del primo amore e della prima fede, ma anche quella delle prime e pericolosissime persecuzioni; nell’ora più grave di tutta la storia della Chiesa, quando tutti gli Apostoli con unico colpo dovevano essere stesi a terra e il Cristianesimo con loro, Iddio ispirò la parola salvatrice al saggio Gamaliele: « Israeliti, badate bene a quello che state per fare con questa gente… Questo disegno o impresa viene soltanto dagli uomini: va in rovina di per sè; ma se è da Dio, non lo potete annientare ». Quell’« impresa » non andò in rovina; viene dunque da Dio; si affermerà quindi anche fra le tempeste del nostro tempo, ne abbiamo la lieta speranza!

IL SANTO

Chi può immaginare i sentimenti che avranno occupato lo spirito di Luca e quello di Marco, quando, il primo dal luogo del supplizio di Paolo e il secondo da quello di Pietro, si levarono e se n’andarono soli? Adesso l’onere e la beatitudine d’essere testimoni di Gesù sino alle estremità della terra incombeva su di loro. Ma purtroppo anche intorno agli ultimi anni di Luca abbiamo delle informazioni troppo scarse. Le testimonianze antiche sono imprecise, divergenti e contradittorie, provando così la loro poca sicurezza. Epifanio, il teste più antico (nacque verso il 315), riferisce che Luca evangelizzò la provincia della Dalmazia, le Gallie (confonderà con la Galazia?), l’Italia e la Macedonia. Gregorio di Nazianzo, Girolamo, Gaudenzio nelle loro relazioni additano come campo dell’attività apostolica di Luca l’Acaia, l’antica Grecia; anche Niceforo riferisce: « Dopo essere stato con Paolo a Roma, Luca andò nuovamente in Grecia, dove illuminò molti con la luce della dottrina e della scienza divina ». Mentre andava in Grecia o movendo da essa, visitò probabilmente anche Efeso, dove, dopo la morte di Paolo, aveva la sua sede l’apostolo Giovanni; il racconto dettagliato e caratteristico ch’egli negli Atti degli Apostoli ci fa di Efeso, induce a pensare che quella gli fosse ben nota e cara. – Molti scrittori greci ci informano d’un’attività missionaria di Luca nel basso Egitto; ad Alessandria, dopo la morte del vescovo Aniano, costituitovi da Marco, egli gli avrebbe dato un successore in Abilio; secondo Metafraste, sarebbe stato il primo pastore della città di Tebe, già da Omero chiamata la città dalle cento porte; ma è più probabile un’attività di Luca nella Tebe dalle sette porte, ch’era la capitale della provincia greca della Beozia, schernita per la goffaggine di spirito dei suoi abitanti. Le informazioni degli scrittori latini trasferiscono l’attività di Luca nella provincia di Bitinia nell’Asia Minore, un giorno percorsa da Pietro e lambita da Paolo; e anche questa tradizione ha le sue buone ragioni, e il Martirologio romano se l’è appropriata. Ma alla fin fine, che importa dove annunzi il lieto messaggio, se in una città con cento porte o solo con sette, se presso gli eruditi alessandrini o presso i tardi beoti. Purché Cristo sia predicato in tutti i modi e in tutto il mondo! Forse queste notizie tanto discordi intorno all’opera apostolica di Luca hanno il loro fondamento nella sua attività realmente molto estesa; si potrebbe dire ch’egli adì l’attività spirituale dell’Apostolo delle genti; ora quant’era stato vasto il mondo di Paolo! Può darsi che a Roma il gigante morente abbia trasmesso all’unico amico, che lo accompagnava alla porta dell’eternità, gli ultimi incarichi e commissioni per le sue molte comunità; e il fedele Luca portò la benedizione e le preghiere del padre, passato a vita migliore, in Beozia e in Bitinia, in Grecia e ad Alessandria e in tutto il mondo! Alla fine giunse anche per il nobile Luca il rimpatrio ai monti eterni, dove il Magnificat, l’encomio della divina misericordia, ch’egli aveva notato nel suo Vangelo, non tace mai. Con quanta clemenza Maria avrà rivolto al suo Evangelista i suoi occhi misericordiosi nel momento del suo ingresso nell’eternità e poi l’avrà condotto a Gesù, il frutto benedetto del ventre suo! Tutte le informazioni concordano nell’affermare che Luca s’addormentò nel Signore a età avanzata; i loro dati oscillano fra i 73 e 84 anni. Gli scrittori più antichi non sanno nulla d’un suo martirio, e noi ci aspetteremmo ch’egli morisse d’una morte tranquilla e soave; solo Gregorio Nazianzeno (+ 390) fa una prima allusione al suo martirio in una predica contro Giuliano l’apostata; più tardi Niceforo Callisto amplifica questa notizia e dice che Luca fu impiccato dai dileggiatori del Verbo di Dio a un albero di fertile olivo, perché non era stato possibile rintracciare nessun legno secco per prepararne una croce; sul suo sepolcro sarebbero piovuti dei panini, che avevano la virtù di guarire gli ammalati. E davvero noi tutti sino ad oggi gustiamo di quei pani e parole, ch’egli, anche dopo la sua morte, ci dona nelle sue opere. – L’antichità cristiana riferisce con singolare sicurezza, con precisione di dati riguardo al tempo e alle altre circostanze, la traslazione delle ossa di Luca dal loro primo sepolcro a Costantinopoli, nella magnifica chiesa degli Apostoli, edificata dall’imperatore Costanzo. Il giorno 3 marzo 357, quasi dunque trecento anni dopo la morte dell’Evangelista, avrebbe avuto luogo la detta traslazione e secondo gli uni dall’Acaia, secondo gli altri dalla Bitinia o da Efeso, a seconda del luogo, in cui lo ritengono morto. Il più antico testimonio di questo trasferimento delle reliquie di Luca è Girolamo, il quale ci riferisce che furono portate a Costantinopoli e ivi sepolte insieme con i resti mortali dell’apostolo Andrea, trasportati da Patrasso, nel ventesimo anno di governo dell’imperatore Costanzo. Luca… Andrea! Questi due nobili uomini, che evangelizzarono lo stesso suolo di Grecia quasi nel medesimo tempo, erano simili nell’anima, e finirono per riposare nell’imperiale Costantinopoli l’uno accanto all’altro. Non però per tutti i secoli! Le loro reliquie erano tanto desiderate — si desiderasse altrettanto il loro spirito! —, e oggi parecchie località si gloriano di possedere i resti mortali di San Luca: la cattedrale di Brescia, la chiesa di Fondi, il monastero di Sant’Andrea a Roma e più di tutte Padova, secondo la testimonianza del Martirologio romano. L’amato Luca riposerebbe solo a pochi passi dalla basilica di Sant’Antonio a Padova, nella chiesa di Santa Giustina; ma se così, sarebbe tanto desiderabile che le innumerevoli candele e baci, che gli italiani donano al sepolcro del loro « Santo », valessero ad accendere una luce e un amore anche per la tomba solitaria dell’evangelista Luca! Celebriamo la festa di San Luca il giorno 18 ottobre. In quel torno di tempo qui, da noi, i giorni sono spesso insolitamente miti e limpidi; tutto è maturato e si offre per donare: è un simbolo di Luca! Egli è una figura meravigliosamente chiara, mite e matura; in lui si sono disposate natura e sovrannatura, scienza, arte e religione, come la virtù del sole, la cura degli uomini e la benedizione dall’alto nei generosi grappoli dell’autunno; Luca, l’ellenista e il Cristiano, il medico e l’evangelista, la persona care ed il santo silenzioso, è come un grappolo generoso, venuto a maturazione nella vita vera, ch’è Cristo.

LA GRAZIA E LA GLORIA (36)

LA GRAZIA E LA GLORIA (36)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

II.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

LIBRO VII

LA CRESCITA SPIRITUALE DEI FIGLI ADOTTIVI DI DIO. – IL MERITO COME PRIMO MEZZO DI CRESCITA

CAPITOLO IV

Il ruolo della carità nel merito e la sua compatibilità con la dottrina esposta in precedenza.

1. Se c’è una cosa che stupisce è vedere teologi che, come il Dottore Angelico, estendono così ampiamente la portata del merito, con poche eccezioni, da reclamare per gli atti meritori una condizione che altri non considerano necessaria per il merito ristretto che essi insegnano. Chiedete a questi ultimi quali siano le condizioni sufficienti per un’opera meritoria. Vi rimanderanno a quelle che abbiamo elencato nel secondo capitolo di questo libro, e non ne vogliono altri. Interrogate ora S. Tommaso e la maggior parte di coloro che lo hanno seguito; li sentirete affermare la necessità della carità per qualsiasi atto di merito. La carità è la forma che conferisce alle virtù il loro carattere meritorio e la loro perfezione: se essa non è là ad ordinare le nostre azioni più sante verso lo scopo finale della nostra vita, queste azioni possono anche essere buone, ma non hanno alcun valore per il cielo. A volte sembra che essi non attribuiscano che alla sola carità il potere e il diritto di acquisire la sostanziale ricompensa che ci è stata promessa: tanto essi esagerano il suo ruolo, e sembrano sminuire nei suoi confronti il ruolo delle altre virtù. – Io non propongo nulla che non possa essere facilmente provato da cento testimonianze; e queste testimonianze sono supportate da ragioni che sono convincenti per questi stessi autori. « Il primo principio del merito è la grazia santificante, ma la carità è il principio prossimo. Ecco perché le opere dei giusti sono meritorie di un merito di condignità (ex condigno) solo nella misura in cui la carità le rapporti a Dio. » È in questi termini che Gregorio di Valencia, spiegando il proprio pensiero, riassume anche la teoria dell’Angelo della Scuola (Gr. a Valentia, l. jam cit.). – E di certo non si sbagliava nell’apprezzare questo insegnamento magistrale. Una prova inattaccabile è la risposta del grande Dottore ad una domanda capitale in questa materia. È vero che la grazia sia un principio di merito per la carità, molto molto più (principalius) che per le altre virtù? – Sì – dice San Tommaso – il primato del merito deve essere attribuito alla carità. La grande ragione che egli adduce è che la vita eterna consiste nel godimento di Dio; ora, il movimento e come il volo dell’anima umana verso il godimento del Bene sovrano è l’atto proprio della carità. Ad essa sola appartiene il tendere direttamente verso l’ultimo fine, perché essa sola lo raggiunge per riposare in esso. Se gli atti delle altre virtù sono orientati dai loro fini particolari verso questo fine supremo, è sotto il suo impero e grazie alla sua direzione (per andare a Dio e condurci a Lui, i nostri atti devono essere fatti per Dio “propter Deum“: ora, essi hanno questo non per loro natura, ma per la carità. S. Thom, de Carit, q. un., a. 5). In ogni ordine in cui diverse operazioni concorrono in qualche modo allo stesso fine, spetta alla potenza che mira direttamente all’ultimo fine coordinare tutto in vista di questo fine. Così, in ogni essere ragionevole l’appetito inferiore deve sottomettersi al governo della ragione, pena l’insorgere di gravi disturbi nella vita morale; così, in un esercito che va in battaglia, ci deve essere un Comando Superiore che riunisca tutte le energie individuali e tutti gli elementi che lo compongono, verso la meta suprema che è la vittoria. Qualunque sia la bravura dei soldati, la devozione e l’abilità dei capi subalterni, dove questa direzione manca, ci possono essere battaglie parziali più o meno vittoriose, ma nessun trionfo finale. – L’uomo, soprannaturalizzato dalla grazia, è fatto per marciare alla conquista di Dio. Il suo esercito è composto dalle facoltà e dalle virtù di cui la munificenza divina lo ha ampiamente dotato. Se non volete che questo esercito lavori invano, essendo ciascuna delle sue forze vitali confinata, per così dire, al perseguimento del suo oggetto particolare, dategli come sovrano la carità: perché, ancora una volta, è la carità che persegue immediatamente il fine supremo verso il quale tutta la nostra vita deve convergere (S. Thom, 1. 2, q. 114, a. 4; Col. 2, 2, q. 23, a. 7; de Carit, q. un., a. 5, ecc.). – È in questo senso che l’Apostolo, nel suo mirabile panegirico fatto della carità, l’ha raffigurata con la scorta di tutte le virtù: così incorporata, per così dire, con ciascuna di esse, che i loro atti diventano come le sue opere (I Cor. XIII, 4-8). Tutti i nemici di essa, non sono gli avversari di ciascuna delle altre virtù; ma queste non hanno nulla che non sia suo, diventando loro. E, per dirla di sfuggita, questo è il motivo per cui ogni colpa grave, qualunque sia la virtù particolare che attacca, colpisce la carità nel cuore. In quanto regina, prende come proprie sia le opere che le offese di coloro che la seguono (S. Thom, De Carit., q. un., a. 5, ad 7 e 8); ed è questo che fa sì che le prime portino a un aumento della vita spirituale, e le seconde ad un fallimento o alla morte. La dottrina che ho appena riassunto, secondo i nostri grandi teologi scolastici, questi l’avevano appresa dalle Scritture e dai Padri. A sostegno di ciò, l’Angelo della Scuola cita queste parole del Maestro: « Se uno mi ama, sarà amato dal Padre mio e Io lo amerò e mi manifesterò Io stesso a lui » (Gv. XIV, 21): per questa manifestazione, la ricompensa della carità è la vita eterna. Così eccellente è la carità tra tutte le virtù, che essa è la prima, se non l’unica, a trionfare (1 Cor., XIII, 8-10, 43). La fede, questa virtù eccelsa, merita, senza dubbio, ma a condizione che operi attraverso la carità (Galati, V, 6). Perciò, se non avete in voi la carità, tutti i vostri atti più virtuosi, dal punto di vista del merito, non sono nulla (1 Cor., XIII, 1-4.). « Quale verzura – si chiede San Gregorio – potrà avere il ramo di un’opera buona se non ha come radice la carità? » (San Gregorio M., hom. 7, in Evang.). «Tutte le virtù senza la carità sono nulle; e per quanto perfetta possa essere una virtù morale, essa è infeconda se il suo frutto non ha per madre la carità », dice il grande San Leone. (S. Leo. M., serm. 47, de quadrag. 10, c. 3.). Invocherei l’autorità di S. Agostino, se tutti non conoscessero il ruolo preponderante che egli attribuisce alla carità nell’ordine del merito, al punto da aver fatto credere ad alcuni teologi, a torto è vero, che la sola carità sia per lui tutto il nostro merito.

2. – Dopo quanto abbiamo appena detto, possiamo comprendere perché i teologi e gli autori ascetici abbiano chiamato virtù quelle che non siano unite nell’anima alla carità, virtù informi; o, il che equivale alla stessa cosa, come la carità divina sia la forma delle virtù. Queste parole hanno un significato perfettamente determinato. La virtù formata è la virtù nella sua perfezione finale, mentre la virtù è informe quando manca della stessa perfezione: perché la forma è ciò che dà ad ogni cosa il complemento che le è appropriato. Da qui le espressioni teoria informe, blocco informe e mille altre dello stesso tipo. Ora, quando si tratta di atti considerati dal punto di vista morale, è dall’ordinarsi verso il fine che dipende in gran parte la loro perfezione. Fate l’elemosina per aiutare un fratello e per l’amore di Dio, Padre comune dei bisognosi e dei ricchi: nulla di più lodevole. Ma la stessa elemosina sarebbe cattiva se fosse data con l’intenzione perversa di spingere un disgraziato al crimine. Da qui il principio: « Nelle cose morali, ordinare un atto verso il fine significa dargli la sua forma. In moralibus id quod dat actui ordinem in finem dat ei formam » (S. Thom., 2. 2, q. 25, 2. 8). Pertanto, poiché appartiene alla carità l’ordinare non solo i propri atti, ma anche quelli di tutte le virtù, al fine generale e finale di ogni uomo e di tutto il genere umano, cioè a Dio, bontà suprema, è manifesto che essa sia la forma delle virtù. Infatti, le virtù sono formate in sé stesse da ciò che le rende capaci di produrre degli atti formati (Id., ibid.). Ma non fraintendiamo il significato della nostra formula, immaginando la carità come un elemento intrinseco e costitutivo delle virtù che informa. No, la distinzione rimane intera. Ognuna di esse conserva la propria natura specifica e il proprio fine. Ciò che deriva dalla carità è, come detto, un orientamento più alto e più perfetto, e l’efficacia che rende l’atto delle virtù inferiori un merito nel senso proprio. Pertanto, per virtù formate intendiamo quelle virtù che sono strumento di merito, e per virtù non formate quelle che, data l’assenza della grazia e della carità, sono radicalmente impotenti a produrre atti meritori davanti a Dio (Possono esistere vere virtù senza carità? Sì e no. Sì, se è sufficiente che una virtù sia vera per tendere a un oggetto che sia un vero bene, come sarebbe un atto di giustizia; no, se intendiamo per vera virtù quella che non si ferma al bene particolare, ma si spinge fino al Bene supremo dell’uomo. Quindi la scienza perfetta è tale solo quando si basi sulla conoscenza sicura dei principi primi – S. Thom., 2. 2, q. 23, a. 7).  Così, in ciascuna delle virtù meritorie c’è una doppia forma: una forma particolare che le costituisce nel loro essere specifico; una forma più generale, ma esterna, che le completa e le perfeziona: quella venendo loro dal proprio oggetto e fine speciale, e questa dall’ultimo fine attraverso la carità. – Per questo, dice l’Angelo della Scuola, « la carità entra nella definizione di ogni virtù, non in quanto tale, ma in quanto meritoria » (S. Thom, de Carit., q. un., a. 3, ad 1, 3, ecc.). Ma se la carità non è una forma informante, cos’è dunque? Essa è per analogia la forma esemplare e la forma efficiente delle altre virtù: efficiente, in quanto le rende meritorie e perfette; esemplare, perché, impadronendosi delle loro operazioni per ordinarle al fine che esse perseguono in proprio, dà loro con questa non so quale somiglianza e quale aria familiare (1d., ibid., ad 15; 2, 2, q. 23, a.8, ad 1.). – Pertanto, questo non impedisce che la carità sia formata a sua volta dalla grazia. Consultiamo nuovamente il nostro Dottore su questo punto. Egli ci dirà « che la grazia e la carità sono la forma delle virtù, ma in modo diverso. La carità è la forma delle virtù dal punto di vista operativo, perché le convoca, per così dire, con tutti i loro atti, al perseguimento del suo fine. E la grazia è la loro forma dal punto di vista dell’origine: perché è dalla grazia che emanano con la carità come dal loro principio comune. Ora, ciò che scaturisce da un principio riceve la sua forma e la sua natura da esso, e conserva la sua vitalità nativa solo nella misura in cui aderisce a questo stesso principio » (S. Thom, II D. 26, q. 1, a. 4, ad 5; col. di Virtut. in communi, q. 2, a. 3, ad 2.). Queste considerazioni ci portano a comprendere anche come la grazia e la carità siano, ciascuna in modo diverso, madre e radice delle virtù. La grazia è madre, poiché è essa che, sotto l’influsso dello Spirito Santo, concepisce le virtù e ne conserva l’essere; radice, poiché queste stesse virtù devono continuamente attingere da essa. La carità, da parte sua, è anche madre e radice: infatti, sebbene gli atti delle altre virtù non provengano fisicamente da essa, è tuttavia attraverso di essa che la grazia stimola queste virtù a produrle e conferisce loro questa direzione verso il fine ultimo, che è il carattere indispensabile di ogni merito propriamente detto. Si ricordi che Rachele diede figli a Giacobbe da Balam, sua serva (Gen. XXX, 1-7). – Cfr. S. F. de Sales, Trattato dell’amor di Dio L. XI c. 11), e si potrà concepire, se non mi sbaglio, un’idea più esatta di questa maternità generale: della carità che fa i propri atti che non escono da essa.

3. – Cerchiamo ora di conciliare questa dottrina con quanto detto nel capitolo precedente sul merito universale delle opere moralmente buone, quando però l’agente che le compie è un figlio adottivo di Dio per grazia. Sarà necessario che ogni azione compiuta dal giusto sia accompagnata da un atto di carità che la comandi e la coordini con il fine ultimo; sarà necessario, almeno, che gli atti d’amore di Dio siano ripetuti abbastanza frequentemente perché rimanga in essi un “non so che” di cui l’anima, al momento dell’azione, sperimenta l’influenza reale e positiva influenza? Diciamolo forte e chiaro: tali richieste, anche se si trovano in alcuni autori generalmente inclini al rigorismo, non sono fondate. Inoltre, l’Angelo della Scuola ed i molti illustri teologi che lo hanno seguito, pur mantenendo il privilegio della carità, sono lontani da tali esagerazioni. Cosa chiedono essi in effetti? Un orientamento di tutte le nostre opere moralmente buone che, secondo loro, si trova ovunque regni la grazia santificante. La grazia che ci rende figli di Dio ci orienta verso di Lui nel nostro essere; spetta alla carità operare la stessa conversione nella nostra attività vitale. In che modo lo farà? Impariamo questo da un bellissimo commento di San Tommaso d’Aquino su queste parole dell’Apostolo: « Sia che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio » (1 Cor. X, 31). Agire per la gloria di Dio, riferire a Lui le sue opere, è la funzione propria della virtù della carità. « Ora, non è più possibile in questa vita rapportare tutto attualmente a Dio, più di quanto sia in nostro potere il pensare sempre a Dio: questa è la perfezione della patria. Ma riferire virtualmente tutto a Dio è la perfezione della carità, che è strettamente obbligatoria per tutti. – « Per comprendere questa dottrina, dobbiamo considerare che se la virtù della causa prima rimane nelle cause subordinate, l’intenzione del fine principale rimane virtualmente anche in tutti i fini secondari; ed è per questo che chi persegue un fine secondario, per il fatto stesso di dirigere virtualmente la sua intenzione verso il fine principale…  Quando, dunque, l’uomo si è ordinato egli stesso a Dio, per quanto riguarda il suo ultimo fine, l’intenzione di questo fine, che è Dio, bontà sovrana, rimane virtualmente in tutto ciò che egli fa per se stesso; e, quindi, può meritare in tutte le cose, se ha la carità. Ed è in questo senso che l’Apostolo ci impone di rapportare tutto alla gloria di Dio » (S. Thom, De Carit, q. un., a. 1, ad. 2). – Citiamo un altro passo dello stesso Dottore. Perché un atto sia meritorio in chi possiede la carità non è necessario che lo si riporti attualmente a Dio, ma è sufficiente che si riporti attualmente ad un fine adeguato e che questo fine sia legato a Dio in modo abituale (habitu). – (Come si può notare da questo passaggio, i termini ordinazione, relazione virtuale, non hanno in San Tommaso il significato attribuito loro dai teologi più moderni. Per questi ultimi, l’atto praticamente rapportato alla gloria di Dio, fine della carità, deve dipendere, almeno mediatamente, da un atto anteriore di carità, talmente che non lo potrebbe, se l’influenza di questo atto anteriore fosse totalmente assente. Per San Tommaso, è sufficiente per la relazione virtuale che il fine particolare, oggetto dell’atto, si armonizzi con il fine ultimo, e che l’agente rimanga abitualmente ordinato verso questo fine della carità). « Per esempio, consideriamo un Cristiano che voglia fare un pellegrinaggio in onore di Dio.  Se, a questo scopo, compra un cavallo, senza pensare a Dio, ma preoccupandosi solo del viaggio che ha preordinato in anticipo per la gloria di Dio, l’acquisto è meritorio. Ora, chi ha la carità nel cuore, ha ordinato la sua persona e tutto ciò che dipende da lui verso Dio (omnia sua); infatti si è legato a Dio come fine ultimo. Pertanto, qualsiasi cosa faccia per sé o per gli altri, nel proprio interesse o a beneficio di coloro che ama, la fa con merito, anche se non ha Dio in vista in quel momento, a meno che non ci sia un disordine nel suo atto che gli impedisca di essere riferito a Dio. E poiché questo disordine non può stare senza un peccato almeno veniale, ne consegue che ogni atto, una volta che si abbia la carità, è o merito o peccato » (S. Thom., de Malo, q. 2, 5, obi. 1l cum. Sol.). Non mi dite che si tratti di testi isolati, che non rappresentino l’intero pensiero dell’Angelo della Scuola. Oltre al fatto che egli non ha l’abitudine di parlare con leggerezza e di contraddirsi, insiste in mille punti sulle stesse idee, tanto sono chiare e certe per lui (Vid. ad es.: II. D. 40, q. 4, a. 5, ad 7; coll. 2. 2; q 24, a 8; 1, 2, q. 88, a. 2, ad 2). – Quindi, per riassumere tutto in due parole, se volete che tutte le vostre opere libere, tutte, dico, senza eccezione, siano meritorie davanti a Dio, diventate o restate figlio di Dio per grazia; e per la carità, ordinatevi con tutto ciò che siete, con tutto ciò che avete e con tutto ciò che fate, alla gloria di Dio, il vostro fine ultimo; poi, non ammettete nessun atto che sia ribelle a questo ordinamento universale di voi stessi, cioè nessun fine particolare che non possa essere coordinato con la vostra intenzione generale: questo basta a far rientrare tutta la vostra vita morale nel dominio della carità e a renderla meritoria davanti a Dio.

4. – È giunto il momento di chiarire alcuni dubbi che presenterò sotto forma di domande. Come può questa relazione virtuale dei nostri atti essere in grado di renderli meritori, dal momento che è fondamentalmente una relazione puramente abituale, e dal momento che, inoltre, quest’ultima è agli occhi del nostro santo Dottore assolutamente insufficiente per il merito? Per avere una soluzione chiara e definita, dobbiamo innanzitutto dare ai termini il loro significato preciso: perché essi abbiano in San Tommaso il significato attribuito loro dalla maggior parte degli autori più moderni. Per lui, c’è un’intenzione abituale dell’ultimo fine per il fatto stesso che si porta la grazia nell’anima e la carità nel cuore. Ecco, ad esempio, un uomo giusto che dorme, o che è colpevole di una colpa lieve; questo uomo giusto è di solito ordinato verso Dio (S. Thom., de Carit., q. un., to. 11, ad 3). Cosa deve fare perché questa conversione diventi virtuale ed un principio di merito? Un atto di carità? No: è sufficiente che agisca e che la sua operazione sia buona, cioè in grado di relazionarsi con il fine abituale dell’agente, in altre parole, col fine ultimo, alla gloria di Dio. « Capita spesso che un uomo non riesca a mettere in relazione l’atto che compie con Dio al momento attuale, anche se questo atto non contiene alcun disordine che possa impedire questa relazione; e non è detto che l’atto non sia buono. In questo caso, poiché l’anima è abitualmente ordinata verso Dio, come verso il suo ultimo fine, questo atto non solo non è colpevole, ma è anche meritorio » (S. Thom… de Malo, – q. 9 a. 2). Accade che la relazione che rimane puramente abituale, finché l’anima sia inattiva, diventa virtuale, per il fatto stesso che la volontà si determini all’operazione se, tuttavia, nell’agire, essa non vada contro l’ordine divino. Ora, poiché lo stato di grazia non si trova mai senza questa conversione abituale dell’anima verso Dio, che si consuma nella carità, da questo ne consegue che il santo Dottore a volte richieda solo la presenza della grazia per rendere meritorie le nostre opere. – È necessario ripetere spesso questa generale offerta di sé all’onore di Dio? Ecco la risposta, unita nella stessa sequenza con la soluzione del dubbio precedente. « Non è sufficiente per il merito avere un ordinamento abituale di tutto il nostro essere verso Dio: perché ciò che è puramente abituale non può essere meritorio ». (Il santo Dottore vuol dire che non è sufficiente avere in sé la grazia e la carità per il merito, benché siamo abitualmente orientati a Dio: perché in questo stato si può o non agire, o anche peccare venialmente, come notato in altra parte; cosa che ovviamente non è un merito).  D’altra parte, non è necessario che un’intenzione attuale, che rapporti al fine ultimo, debba sempre accompagnare i nostri atti di tendenza verso un fine prossimo. Che cosa è necessario fare dunque? Che tutti i fini secondari siano a volte rapportati attualmente al fine ultimo della nostra vita, come accade quando noi ci consacriamo all’Amore divino. Infatti, una volta supposta questa consacrazione di sé, tutto ciò che l’uomo ordina al proprio bene viene ordinato verso Dio. Ora, se mi chiedete quando sia necessario mettere in relazione le proprie opere con l’ultimo fine, è come se cercaste di capire quando l’abitudine alla carità debba passare all’atto; poiché questo stesso è ordinare tutto l’uomo al suo ultimo fine, e di conseguenza rapportare alla gloria di Dio tutto ciò che l’uomo ordina a se stesso come suo proprio bene » (S. Thom, in II, D. 40, q: 1, a.5, ad 6). – Concludiamo anche da questo che non tutte le azioni del peccatore siano peccati, anche se non ha nel cuore la carità che lo ordini a Dio, suo fine ultimo. Il peccato per lui sarà non adempiere, nel tempo voluto da Dio, al precetto positivo della carità perfetta (Id., 1-2, q. 100,8. 10.). – Ultimo dubbio e ultimo chiarimento.  Abbiamo detto che l’oblazione generale di tutti noi, contenuta nell’atto di carità, è dovuta al merito delle nostre opere buone, a condizione che questa offerta non venga ritratta da una delle colpe che uccidono la carità nel cuore, cioè da un peccato mortale. Ma cosa accadrebbe se il peccatore che torna a Dio portasse al sacramento della penitenza solo un pentimento imperfetto, cioè un’attrizione? Sarebbe stato giustificato, perché questo pentimento è una disposizione alla grazia, quando è unita alla virtù del sacramento. Ma nell’attrizione non c’è la carità perfetta, e di conseguenza non c’è l’oblazione generale di tutto l’uomo alla gloria di Dio, poiché questa offerta è la natura propria della carità. Dobbiamo ammettere per questo uomo giusto degli atti di virtù che non abbiano valore meritorio, almeno finché non ha infangato il comandamento positivo della carità? Né il Dottore Angelico, né i molti teologi che fanno causa comune con lui, si sono occupati esplicitamente di questo caso singolare. Forse perché lo considerano puramente accidentale. Infatti, l’ordine naturale della giustificazione prevede, al vertice degli atti che la preparano, un atto di perfetto amore (Concil. Trid. sess. VI, cap. 6; col. S. Thom. 1- 2, q. 113, a, 3-6); anche se la virtù del sacramento può supplire alla sua mancanza, e giustificare l’uomo, il peccatore non ha che l’attrizione che ha solo il logorio. Quindi nulla è più facile del passaggio dall’attrizione, che è sufficiente con il sacramento della Penitenza, alla contrizione perfetta, che può giustificare con la semplice volontà di ricevere lo stesso sacramento. E questo non è uno degli errori minori, propagato da teologi più o meno contaminati dal giansenismo, quella di aver reso questa contrizione perfetta un tesoro quasi inaccessibile alla massa dei Cristiani. Posso capire che un uomo il cui cuore è attaccato ad affetti disordinati, un uomo che né le minacce di Dio né le sue promesse siano riuscite a convincere a rompere con i suoi vizi, non ami sovranamente questa bontà onnipotente che egli offende, perché vedo gli ostacoli che gli sbarrano la strada e gli impediscono di gettarsi nelle braccia del suo Dio. Ma perché un peccatore che, attraverso un serio pentimento, quale è l’attrizione, rinunci al peccato per vivere una vita cristiana, dovrebbe esitare ad amare Dio sopra ogni cosa? I suoi rimpianti per il passato, il suo proposito per il futuro, hanno abbattuto tutte le barriere che lo separavano dall’amore. Lo stesso timore del tormento eterno e la speranza dei beni celesti, cioè i due motivi più forti della sua conversione, lo spingono verso l’Amore divino, nulla essendo efficace come questo Amore per evitare l’uno e meritare l’altro. Questo non è l’amore che distacca tutte le anime penitenti dal peccato; ma, a mio avviso, una volta effettuato questo necessario distacco, l’amore in atto si fa strada nei cuori. – Inoltre, in ogni virtù, come in ogni facoltà dell’anima umana, c’è la tendenza ad affermarsi con gli atti. Come possiamo credere che la carità, penetrando in un cuore con la grazia santificante, sia molto lenta a rivelarsi lì con qualche operazione? La immaginate come una regina distratta e pigra, che si impossessa del trono dell’anima e non si degni di fare un solo atto di sovranità per riprenderselo? – Ma l’ipotesi, per quanto strana possa sembrare, non è chimerica. Supponiamolo, allora, e chiediamoci cosa accadrebbe alle opere moralmente buone. Sarebbero meritorie, o dovremmo vedere in esse, come accade nello stato di peccato, azioni che sono lodevoli, senza dubbio, ma prive di vero merito? Accettare quest’ultima ipotesi significherebbe, nella fattispecie, andare oltre coloro che ritengono che la tesi dell’Angelo della Scuola apra un campo troppo ampio al merito delle nostre opere: questi, infatti, almeno non negano il valore meritorio di un atto di fede, di speranza o di qualsiasi altra virtù soprannaturale, compiuto in tali circostanze. Cosa fare allora per risolvere questa difficoltà? – Diremo ciò che i teologi dicono dell’atto di attrizione unito alla ricezione del sacramento: sebbene non contenga il movimento perfetto dell’amore, ha la virtù di introdurre la grazia e la carità nell’anima del peccatore. Inoltre, contiene, se c’è una prossima disposizione al loro ingresso, l’intenzione assoluta di adempiere a tutti i comandamenti e, di conseguenza, al più grande e primo di tutti, quello dell’amore di Dio. Di conseguenza, l’oblazione di se stessi, fatta a causa di questo atto, è un equivalente di quella che sarebbe contenuta in un atto esplicito di carità. Di conseguenza, ogni azione contraria alle virtù morali sarà, allo stesso tempo e nella stessa misura, in contrasto con la carità, così come è nell’anima. Pertanto, in virtù dello stesso principio, le opere emanate da queste virtù saranno in necessaria armonia con esso. Cosa occorre ancora perché la carità riconosca queste opere buone come proprie e le porti al suo fine, alla gloria di Dio? Perché voler essere più esigenti da una parte che dall’altra, e chiedere per il bene ciò che non è richiesto per il male? – Non so se sto spiegando il mio pensiero in modo sufficientemente chiaro. Un esempio, preso in prestito nella sostanza da San Francesco di Sales, lo renderà più chiaro. Supponiamo che una banda armata invada una provincia; gli abitanti si alzano prima di ricevere qualsiasi ordine, sicuri di fare cosa gradita al loro principe, e inseguendo l’aggressore lo ricacciano oltre la frontiera. Direte che questi sudditi fedeli non hanno seguito le intenzioni del loro re? Lo stesso vale per le virtù morali. Le loro azioni partono da un cuore in cui regna la carità, anche se la carità non le ha mai espressamente ordinate; appartengono ad essa e compiono la sua opera, e di conseguenza non le sono estranee.  « Se infine – dice a questo proposito il nostro Santo amabile – alcune virtù compiono le loro operazioni senza il suo comando, purché servano alla sua intenzione, che è l’onore di Dio, Egli (il sacro amore) non manca di riconoscerle come sue » (San Francesco di Sales, Trattato sull’amore di Dio, L, XI, c. 4). Ed è per questo che tra tutti gli autori, asceti o teologi, di cui ho invocato la testimonianza dopo quella del Dottore Angelico, non ce n’è uno solo che neghi il valore meritorio di tutte le azioni moralmente buone di un figlio di Dio; tutti, dico, senza alcuna eccezione. Infatti, San Tommaso stesso ci mostra a sufficienza che la nostra soluzione sarebbe anche la sua, quando scrive: « Non è il solo atto di carità ad essere meritorio, ma anche l’atto delle altre virtù, nella misura in cui esse siano informate dalla grazia, sebbene questi atti, per essere meritori, debbano riferirsi al fine della carità. Tuttavia, non è affatto necessario che siano sempre esplicitamente collegate a questo fine; per il merito è sufficiente che siano effettivamente riferite ai fini particolari delle altre virtù. Per esempio, chi desidera essere casto, anche se non ha alcun pensiero di carità, è degno, purché sia in stato di grazia. – Ora, ogni atto che tende ad un oggetto moralmente buono, a meno che la tendenza non sia essa stessa disordinata, ha per fine il bene di qualche virtù, perché le virtù abbracciano assolutamente tutto ciò che può essere il bene dell’uomo » (Thom, II, D. 40, q. 1, a. 5, ad. 3 Altrove il Santo, riferendosi al testo di San Paolo, omne quod non est ex fide, peccatum est, obietta che tutta la vita degli infedeli dovrebbe essere peccaminosa, come tutta la vita dei fedeli è meritoria: « Sed dicendum est quod aliter se habet fidelis ab bonuun, et infidelis ad malum. Nam in homine qui habet fidem formatam nihil est damnationis, ut dictum est, sed in homine infideli cum infidelitate est bonum naturæ. Et ideo cum aliquis infidelis ex dictamine rationis aliquod bonum facit, non referendo ad malum finem; non peccat.  Non tamen opus ejus est meritorium, quia non est gratia informatum ». – S. Thom, in Romani, c. XIV, lett. 3, dove vediamo che secondo lui lo stato di grazia non va senza il merito delle opere, perché l’influsso della carità che esso richiede è assolutamente inseparabile da esso). – Il linguaggio cristiano usa un’espressione molto significativa per caratterizzare il cambiamento che avviene in un’anima quando passa dallo stato di peccato a quello di grazia; lo chiama conversione, perché quest’anima si volge verso Dio, come verso il suo ultimo fine e il suo bene supremo. Così parlano i fedeli, e la teologia ci insegna che la conversione dell’uomo a Dio (conversio hominis ad Deum) che segue l’avversione, ha il suo complemento nella virtù della carità. Così la carità abituale è sufficiente con la grazia per il merito, poiché l’una rivolge il nostro essere verso Dio e l’altra il nostro principio di attività, cioè la nostra volontà. Pertanto, possiamo applicare qui la parola di San Paolo: « Tutte le cose concorrono al bene di coloro che amano Dio. Diligentibus Deum omnia cooperantur in bonum ». In altre parole: amate Dio, abbiate la carità in voi, e tutto sarà profitto e merito.

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO XI “RERUM ORIENTALIUM”

« … chi mai, riguardando a tanta mole di opere intraprese specialmente a vantaggio degli Orientali, non si sente crescere forte nel cuore la speranza che il benignissimo Redentore degli uomini Cristo Gesù, mosso a pietà della sorte lacrimevole di tanti uomini erranti lungi dal retto sentiero, e favorendo i Nostri sforzi, vorrà finalmente ricondurre le sue pecorelle nell’unico ovile sotto l’unico Pastore? » Questo è uno dei passaggi “ecumenici” della lettera Enciclica scritta sulla promozione degli studi orientali desiderata dal Sommo Pontefice S. S. Pio XI per favorire il riavvicinamento alla santa Sede degli scismatici orientali erranti nelle tenebre. Il vero ecumenismo è l’accoglienza di ogni uomo nell’unica vera Chiesa istituita da Nostro Signore Gesù Cristo ed affidata al suo Vicario ed ai successori apostolici in unione con il Sommo Pontefice. Non si tratta certo dell’accozzaglia di infedeli adoratori di idoli di ogni sorta in posizione di parità con il culto divino voluto da Dio nella Chiesa a sua gloria, quel minestrone di volgarità, idolatria, riti pagani ed esoterici visti nella falsa chiesa dell’uomo  – ad esempio nella cittadina del Santo serafico ove obbrobri infernali furono posti accanto ad immagini mariane ed oggetti liturgici almeno in apparenza, così da mettere in scena un teatrino buonista di ispirazione massonica, ove il Cristo fu posto accanto a beliaal ed ai suoi empi adoratori creando orrore e confusione grande tra i già fin trioppo disorientati ed ingannati cristiani. Che spettacolo demoniaco, al quale il Signore non mancherà di corrispondere con un altro Tito che distruggerà fin dalle radici il tempio che Cristo aveva voluto per sé ed i suoi adoratori. Il tempio di Gerusalemme ed i Giudei decidi furono divelti in poche ore come fuscelli gettati nel fuoco divoratore e dispersi su tutto il pianeta, maledetti ancora oggi. Cosa attende i Cristiani falsi ed apostati del nostro tempo dopo duemila anni di Cristianesimo così mal ripagato, tradito, violato e rifiutato? Non osiamo immaginarlo, ma volendolo, non è difficile intravedere i castighi feroci che ci attendono e che già scorgiamo all’orizzonte.

LETTERA ENCICLICA
RERUM ORIENTALIUM
DI SUA SANTITÀ
PIO XI
AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI,
PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI
ED AGLI ALTRI ORDINARI LOCALI
CHE HANNO PACE E COMUNIONE
CON LA SEDE APOSTOLICASULLA PROMOZIONE
DEGLI STUDI ORIENTALI

Venerabili Fratelli, salute e Apostolica benedizione.

Con quanto zelo i Nostri predecessori si siano adoperati, nei secoli passati, per promuovere gli studi e una conoscenza più profonda del mondo orientale fra i fedeli, e in modo particolare fra i Sacerdoti, è noto a chiunque abbia percorso anche affrettatamente gli Annali della Chiesa Cattolica. Essi sapevano infatti assai bene che la causa sia di molti danni precedenti, sia della dolorosissima scissione che aveva strappato dalla radice dell’unità molte Chiese, un giorno floridissime, derivava come necessaria conseguenza specialmente dal vicendevole ignorarsi, dalla poca stima e dai pregiudizi nati nel tempo dei lunghi dissidî, e vedevano quindi che a tanti mali non si potrebbe recare rimedio se non rimovendo tali impedimenti. Ora, per accennare per sommi capi ad alcuni documenti storici di quei tempi, appunto, in cui cominciarono a rallentarsi gli antichi vincoli dell’unione e che attestano le cure sollecite del Romani Pontefici in questa vicenda, tutti conoscono con quale benevolenza, non solo, ma anzi con quale venerazione Adriano II accolse i due Apostoli degli Slavi, Cirillo e Metodio, e con quali prove di particolare stima li volle onorati; ed inoltre lo zelo con cui favorì la celebrazione dell’ottavo Concilio ecumenico, il Costantinopolitano quarto, inviandovi anche i suoi legati mentre, da poco, tanta parte del gregge di Cristo era stata così lacrimevolmente staccata dal Romano Pontefice, divinamente costituito Pastore Supremo. E simili sacre riunioni, intese a provvedere agli interessi della Chiesa fra gli Orientali, nel corso dei tempi si andarono successivamente rinnovando, come quando a Bari, presso la tomba di San Nicolò di Mira, il celebre Dottore di Aosta e Arcivescovo di Canterbury, Sant’Anselmo, con la sua dottrina e la santità esimia destò in tutti ammirazione; o a Lione, dove da Gregorio X erano stati insieme chiamati quei due luminari della Chiesa, l’Angelico Tommaso e il Serafico Bonaventura, benché poi l’uno morisse nello stesso viaggio, e l’altro in mezzo alle gravi fatiche del Concilio; o a Ferrara e a Firenze, dove grandemente si segnalarono quelle due glorie insigni dell’Oriente cristiano, Bessarione di Nicea ed Isidoro di Kiev, più tardi creati Cardinali, e dove la verità del dogma cristiano, stabilitasi con solidi argomenti e come perfusa dell’amore di Gesù Cristo, parve aprire la via alla riconciliazione dei Cristiani d’Oriente col Supremo Pastore. – Le poche cose fin qui rammentate, Venerabili Fratelli, sono senza dubbio prova della paterna provvidenza e dello zelo di questa Sede Apostolica verso le nazioni orientali; esse sono certamente le più note, ma per la loro stessa natura piuttosto rare. Ma molti altri sono i vantaggi che, senza alcuna interruzione, derivarono a favore di tutte le regioni d’Oriente da parte della Chiesa Romana con la continua e, per così dire, quotidiana elargizione di benefìci, massime con l’invio di religiosi, che spendessero la vita stessa a vantaggio dei popoli orientali. Infatti, sostenuti, per così dire, dall’autorità di questa Sede Apostolica, sorsero, specialmente dalle famiglie religiose di San Francesco d’Assisi e di San Domenico, quei magnanimi che, eretti domicili e fondate nuove province del loro Ordine, non solo coltivarono con immensi travagli la Palestina e l’Armenia, con la teologia e le altre scienze spettanti a religione e civiltà, ma anche le altre regioni, in cui gli Orientali, soggetti al dominio dei Tartari o dei Turchi, con la violenza tenuti separati da Roma, con ciò stesso erano sprovvisti d’ogni migliore cultura e specialmente di sacri studi. Queste insigni benemerenze e lo spirito della Sede Apostolica mostrarono di aver ben compreso, fin dal secolo XIII, i Professori dell’Università di Parigi, che, assecondandone i desideri, fondarono, come si ricorda, accanto alla loro stessa Università, un collegio orientale, intorno a cui Giovanni XXII, Nostro Antecessore, alcun tempo dopo chiedeva con premura a Ugone, Vescovo di Parigi, quali frutti producesse nello studio delle lingue orientali. – Non meno notabili sono altri fatti, attestatici dalla storia di quell’epoca. Il sapientissimo Umberto de Romanis, Maestro generale dell’Ordine dei Predicatori, scrivendo in un suo libro « degli argomenti che sembrava si dovessero trattare nel Concilio ecumenico da celebrarsi a Lione », raccomandava in particolare quali cose necessarie per guadagnare gli animi degli Orientali, la conoscenza e la correttezza della lingua greca « in quanto per mezzo delle varie lingue la diversità delle genti si riunisce nell’unità della fede »; da qui l’abbondanza di libri Greci e similmente un’opportuna provvista di libri nostri tradotti nelle lingue orientali; e parimenti insegnava ai suoi frati, riuniti in Capitolo generale a Milano, di tenere in gran conto la conoscenza e lo studio delle lingue orientali, e di coltivarle nell’intento di rendersi abili e pronti alle missioni presso quei popoli, se tale fosse il volere di Dio. Similmente il dottissimo Ruggero Bacone dell’Ordine di San Francesco, carissimo a Clemente IV, Nostro predecessore, non solo scrisse con molta erudizione sulle lingue dei Caldei, degli Arabi e dei Greci, ma ne spianò anche agli altri la conoscenza. Emulando i loro esempi, il celebre Raimondo Lullo, uomo di straordinaria erudizione e pietà, molte cose e con più vivace ardore, proprio dell’indole sua, chiese ai Nostri predecessori Celestino V e Bonifacio VIII, e ne ottenne parecchie, per quei tempi assai ardite, circa il modo di promuovere gli affari e gli studi Orientali; il designare, fra gli stessi Cardinali, uno che presiedesse a siffatti studi; infine del modo di intraprendere frequenti sacre missioni sia tra i Tartari, i Saraceni ed altri infedeli, sia fra gli scismatici, da ricondurre all’unità della Chiesa. – Ma assai più celebre e più degno di speciale menzione è quello che, come si narra, per suggerimento ed esortazione di lui, sappiamo essersi decretato nel Concilio Ecumenico Viennese e da Clemente V, Nostro predecessore, promulgato. In esso scorgiamo già quasi abbozzato il moderno Nostro Istituto Orientale: « Con l’approvazione di questo Sacro Concilio, abbiamo provveduto che si debbano erigere scuole delle diverse lingue qui appresso menzionate, ovunque si trovi a risiedere la Curia Romana, come pure nelle Università di Parigi, di Oxford, di Bologna e di Salamanca, ordinando che in ciascuno di tali luoghi si tengano professori cattolici, che abbiano sufficiente conoscenza delle lingue ebraica, greca, araba, e caldaica; vale a dire due periti di ciascuna lingua, perché vi reggano le scuole e traducano in latino con fedeltà libri da quelle lingue; altri poi insegnino agli altri con diligenza le lingue stesse e ne comunichino con l’accurato loro insegnamento la perfetta conoscenza, acciocché sufficientemente istruiti in tali lingue, possano produrre per grazia di Dio il frutto sperato, propagando salutarmente la fede fra gli stessi popoli infedeli … ». E poiché tra le stesse popolazioni dell’Oriente, in quel tempo, a cagione dei pubblici sconvolgimenti e dello sperpero della maggior parte dei mezzi che potevano aiutare la scienza, era appena possibile coltivare in più alte discipline le menti degli studiosi, per quanto perspicacissimi, voi sapete, Venerabili Fratelli, come i Nostri predecessori mettessero ogni cura perché, mentre nelle principali Università di quell’epoca si avevano già cattedre proprie per gli studi Orientali, molto più, alla luce di questa Alma Città, si erigessero alcuni istituti più adatti, quasi seminari dai quali poi alunni di quelle stesse nazioni, diligentemente provveduti di ogni ornamento di dottrina, potessero uscire in campo ben preparati a combattere la buona battaglia. Di qui, anzitutto, l’erezione in Roma di monasteri e di collegi per i Greci e i Ruteni, poi la costruzione di case per i Maroniti e gli Armeni; e ciò, con quale vantaggio delle anime e progresso della scienza, è comprovato chiaramente dalle opere sia liturgiche sia di altri argomenti, pubblicate a cura della Sacra Congregazione di Propaganda Fide, come pure dai preziosi codici orientali, raccolti diligentemente e gelosamente custoditi dalla Biblioteca Vaticana. – Né qui è tutto, perché i Nostri più vicini predecessori, come sopra dicemmo, ben sapendo che a favorire la carità e la stima vicendevoli avrebbe assai giovato una migliore conoscenza delle cose orientali fra i popoli dell’Occidente, si adoperarono con ogni mezzo per procurare un vantaggio tanto rilevante. Ne è prova Gregorio XVI il quale, innalzato al Sommo Pontificato nell’anno stesso in cui doveva essere inviato presso l’Imperatore di Russia Alessandro I, aveva studiato con ogni diligenza quanto riguardava le cose russe; ne è prova Pio IX il quale, prima e dopo il Concilio Vaticano, aveva caldamente raccomandato la diffusione degli studi sui riti e sulle tradizioni orientali; ne è prova Leone XIII, il quale dimostrò tanto amore e sollecitudine pastorale non solo per i Copti e gli Slavi, ma per tutti gli Orientali, al punto che, oltre la nuova Congregazione detta degli Agostiniani dell’Assunzione, stimolò altre famiglie religiose ad applicarsi o a perfezionarsi nello studio delle cose orientali, fondò per gli Orientali stessi nuovi Collegi nelle loro regioni e in questa medesima Città, onorò coi più grandi encomi l’Università aperta a Beyrouth dalla Compagnia di Gesù, ancor oggi floridissima e a Noi carissima; ne è prova Pio X il quale, eretto in Roma il Pontificio Istituto Biblico, accese nuovo ardore in molti animi per le cose e le lingue orientali, non senza lietissima raccolta di frutti. – L’immediato Nostro predecessore Benedetto XV, emulando con ardentissimo zelo tale paterna provvidenza verso i popoli orientali, al punto che la considerò quale sacra eredità ricevuta da Pio X per recare aiuto e incremento, per quanto possibile, alle cose orientali, non solo istituì una Sacra Congregazione per i riti e per gli affari Orientali, ma « determinò di fondare in questa Città, capitale del mondo cristiano, una propria sede di superiori studi orientali, provvista di tutti i mezzi richiesti dalla odierna cultura, e insigne per professori peritissimi nelle diverse discipline e studiosissimi dell’Oriente », dotata della facoltà di conferire « lauree dottorali nelle discipline ecclesiastiche che riguardano i popoli Cristiani Orientali » [6]; volle inoltre che essa fosse aperta non solo agli Orientali, anche se tuttora separati dalla cattolica unità, ma altresì e specialmente ai sacerdoti latini, sia che desiderassero arricchirsi di sacra erudizione, sia che volessero dedicarsi al sacro ministero fra gli Orientali. Sommamente degni di lode sono pertanto quei dottissimi professori, i quali per circa quattro anni si adoperarono ad istruire nelle discipline orientali i primi alunni dell’Istituto. – Tuttavia, allo svolgimento di provvidenziale Istituto era di non lieve ostacolo il trovarsi sì vicino al Vaticano, ma troppo distante dal centro più abitato della città. Pertanto, Noi, effettuando ciò che Benedetto XV aveva desiderato fare, ordinammo che l’Istituto Orientale si trasferisse nella sede dell’Istituto Biblico, come quello che più gli si avvicinava per genere di studi e per intenti, ma lo volemmo distinto e con l’intenzione di dotarlo di sede propria, non appena lo permettessero le circostanze. Inoltre, perché nell’avvenire non venisse mai a mancare un corpo di professori adatti all’insegnamento delle scienze orientali, e ritenendo di poter più facilmente ottenere ciò affidando sì importante impresa ad un Ordine religioso, con Nostra lettera del 14 settembre 1922 ordinammo al Preposito Generale della Compagnia di Gesù che, per il suo amore e per l’obbedienza dovuta alla Santa Sede e al Vicario di Cristo, superando qualsivoglia difficoltà, prendesse su di sé tutta la cura dell’Istituto, a queste condizioni: che restandone a Noi e ai Nostri successori la direzione suprema, debba il Preposito Generale della Compagnia di Gesù fornire soggetti idonei per i difficili uffici del Preside e dei professori, e che in perpetuo, o personalmente, o per mezzo del Preside, proponga direttamente a Noi e ai Nostri successori, per l’approvazione, le persone che crederà di destinare alle varie cattedre dell’Istituto, e tutti i provvedimenti che sembrino giovevoli alla conservazione e al progresso sempre maggiore dell’Istituto stesso. – Pertanto, allo spirare ormai del sesto anno dal giorno in cui, non senza una certa divina ispirazione, giudicammo di prendere questi provvedimenti, Ci si conceda di ringraziare di tutto cuore Iddio per i lietissimi frutti che già hanno coronato le Nostre fatiche. Infatti, il numero degli alunni e degli uditori, se, come porta la natura stessa dell’Istituto, non fu né sarà mai ingente, non fu nemmeno così esiguo da non doverCi intimamente rallegrare al vedere ormai un’eletta schiera di uomini, che va ogni giorno crescendo, i quali potranno fra breve uscire dall’ombra di questa palestra in campo aperto, forniti di tale, corredo di scienza e di pietà, da potersene sperare non lievi vantaggi per gli Orientali. – E qui, mentre grandemente encomiamo quegli Ordinari, Vescovi e Superiori delle famiglie religiose che, assecondando volonterosamente i Nostri desideri, hanno inviato a Roma, dalla più varia diversità di nazioni e di paesi, dall’Oriente e dall’Occidente, alcuni loro sacerdoti perché fossero istruiti nelle cose orientali; e mentre esortiamo anche i Superiori delle altre istituzioni più diffuse nel mondo di seguire sì bell’esempio, non trascurando di inviare, per formarli alle scuole di questo Nostro Istituto Orientale, quegli alunni che trovino a tali studi più atti e più propensi, lasciateCi, Venerabili Fratelli, richiamarvi alla memoria l’argomento da Noi trattato, non è molto, con una certa larghezza, nell’Enciclica «Mortalium animos ». E chi potrebbe ormai ignorare i discorsi che si vanno moltiplicando intorno all’attuazione di una certa unione del tutto contraria alla mente di Gesù Cristo, Fondatore della Chiesa, da promuoversi fra tutti i Cristiani? O chi non ha inteso parlare delle dispute che spesso si tengono in moltissime parti specialmente dell’Europa e dell’America, dispute di gravissima importanza, in cui si tratta delle popolazioni orientali o unite con la Chiesa Romana, o da essa tuttora separate? Orbene, se gli alunni dei nostri Seminari, istruiti come sono durante tutto il corso degli studi (cosa questa certamente di cui si ha da esser lieti) circa gli errori dei Novatori, ne sanno facilmente scorgere e sciogliere le capziose argomentazioni, non sono poi, almeno d’ordinario, tanto forniti di dottrina da poter dare sicuro parere in questioni di cose e costumi orientali, o dei legittimi riti da essi adoperati e da ritenersi così religiosamente nella cattolica unità, richiedendo tal genere di gravi argomenti uno studio particolare e diligentissimo. – Perciò, non dovendosi trascurar nulla di quanto può giovare al desiderato ritorno di sì cospicua parte del gregge di Cristo all’unione con la sua vera Chiesa, o a favorire maggiormente la carità verso coloro che, diversi nei riti, aderiscono però intimamente con la mente e col cuore alla Chiesa Romana e al Vicario di Cristo, caldamente esortiamo e scongiuriamo voi, Venerabili Fratelli, a voler ciascuno scegliere almeno uno dei vostri sacerdoti, il quale, ben Istruito nelle questioni orientali, sia in grado di ammaestrare in esse gli alunni del Seminario. Sappiamo benissimo che l’erezione di una speciale Facoltà, come suol dirsi, di studi orientali è piuttosto ufficio delle Università Cattoliche; e Ci congratuliamo di cuore che ciò si sia già cominciato a fare, col Nostro stesso consiglio e aiuto, a Parigi, a Lovanio e a Lilla; come pure godiamo che in parecchie altre sedi di studi, anche a spese dello Stato, e col consenso e l’esortazione dei Vescovi, di recente siano state fondate cattedre di queste discipline orientali. Ma non sarà difficile preparare, per ciascun Seminario teologico, qualche Professore, il quale, insieme con la propria materia, o di storia o di liturgia o di diritto canonico, possa spiegare almeno alcuni degli elementi degli studi orientali. In tal modo, rivolgendo la mente e il cuore degli alunni alle tradizioni e ai riti degli Orientali, ne seguirà necessariamente un vantaggio non lieve, né soltanto a favore degli Orientali, ma degli stessi alunni, i quali, com’è naturale, ne attingeranno una più profonda cognizione della teologia cattolica e della disciplina latina, e insieme concepiranno un più vivo amore per la vera Sposa di Cristo, mentre ne ammireranno la meravigliosa bellezza ed unità nella stessa varietà dei riti, risplendere, in qualche modo, più fulgida. E appunto per la considerazione dei vantaggi che derivano alla causa cristiana dalla formazione dei giovani, quale l’abbiamo descritta, abbiamo stimato Nostro dovere di non badare a fatiche pur di assicurare all’Istituto Orientale, da Noi così confermato, una vita non solo sicurissima ma, per quanto è possibile, florida di sempre nuovi progressi. Perciò non appena Ce ne fu dato modo, gli assegnammo una sede propria presso Santa Maria Maggiore sull’Esquilino destinando all’acquisto e all’adattamento del convento di Sant’Antonio anzitutto una somma che Ci era pervenuta dalla liberalità di un munifico Prelato passato, non è molto, a miglior vita, e di un pio signore degli Stati Uniti di America, per i quali perciò desideriamo e chiediamo la più larga ricompensa dei celesti premi. Né si deve passare sotto silenzio l’aiuto che dalla Spagna Ci è pervenuto per la costruzione, nella nuova sede dello stesso Istituto, di una più ampia e più conveniente biblioteca. Nel lodare questo esempio di liberalità, Noi che per la pratica e l’esperienza di tanti anni passati nella prefettura delle Biblioteche Ambrosiana e Vaticana, possiamo ben comprendere quanto importi fornire questa nuova biblioteca di tutti quei mezzi, dai quali professori e alunni, come da vene nascoste e talora ignorate, ma ricchissime, possano attingere comodamente notizie del mondo orientale e diffonderle a pubblica utilità, senza atterrirCi per le difficoltà, che prevediamo molte e gravi, attenderemo con tutte le forze a procurare quanto riguarda le regioni, usanze, lingue e riti orientali, gratissimi a coloro che, per la devozione che nutrono verso il Vicario di Cristo, con offerte o di denaro, o di libri, o di codici, o di quadri o di altri simili monumenti e orme dell’Oriente cristiano, Ci verranno in aiuto, secondo le loro forze, a compiere un’opera tanto grande. – E di qui, come speriamo, avverrà che le nazioni orientali, vedendo coi propri occhi tanti splendidi monumenti della pietà, della dottrina, delle arti dei loro antenati, per ciò stesso apprenderanno in quale onore sia tenuta dalla Chiesa Romana la vera, la legittima, la perenne « ortodossia » e con quale diligenza sia conservata, difesa e propagata. Da questo spettacolo, come ben si può sperare, come colpiti dal più valido degli argomenti, massime se al vicendevole scambio di studi si aggiunga il motivo della carità di Cristo, perché moltissimi Orientali, ripensando alle glorie avite e deposti i pregiudizi, non dovrebbero affrettarsi a quella desideratissima unità, fondata su una professione di fede, non già mutila, ma intera ed aperta, quale si addice a veri adoratori di Gesù Cristo, che debbono stare uniti in un solo ovile sotto un solo Pastore? – Mentre dunque con i desideri e con le preghiere domandiamo a Dio che presto spunti un giorno sì lieto, potrà essere utile, Venerabili Fratelli, accennare, sia pure brevemente, al metodo con cui presentemente il Nostro Istituto Orientale impiega l’opera e le fatiche sue, secondando i Nostri voleri, per raggiungere un obiettivo così importante. Doppio è il genere di studi cui attendono diligentemente i Professori; l’uno è, per così dire, ristretto nell’ambito delle pareti domestiche, l’altro esce alla luce con pubblicazioni di documenti dell’Oriente cristiano, o fin qui non mai pubblicati, per ingiuria dei tempi dimenticati. – Orbene, per quanto concerne la formazione dei giovani, oltre la teologia dogmatica dei dissidenti, la spiegazione dei Padri orientali, e quanto riguarda l’introduzione scientifica agli studi orientali o la storia, la liturgia, l’archeologia e le altre materie sacre e le varie lingue di quelle nazioni, ricordiamo volentieri e di preferenza che, finalmente, abbiamo potuto aggiungere alle bizantine le istituzioni islamiche, cosa forse non più udita, fino ai nostri tempi, nelle Università romane. Infatti, per un tratto singolare di bontà della divina Provvidenza, potemmo incaricare di questa cattedra utilissima un Professore il quale, Turco di origine, indi, per divina ispirazione, dopo lunghi studi fattosi Cristiano e ordinato sacerdote, ci parve adattissimo a insegnare a quanti eserciteranno il sacro ministero fra i suoi connazionali, il modo di trattare con buon esito la causa di Dio uno indivisibile e della legge evangelica, sia con i meno istruiti come con le persone più colte. – Né di minore importanza, per la diffusione del cattolicesimo e per il conseguimento della legittima unità fra i Cristiani, riescono le opere che si pubblicano per cura e studio dell’Istituto Orientale. Infatti i volumi intitolati «Orientalia Christiana », editi in questi ultimi anni — i più dai Professori dell’Istituto stesso, altri preparati per consiglio dello stesso Istituto da altri studiosi, assai versati in cose orientali — o espongono le condizioni antiche o moderne che riguardano questo o quell’altro popolo e che ai nostri sono per lo più sconosciute; o da documenti finora nascosti traggono nuova luce per illustrare la storia dell’Oriente, e narrano le relazioni, sia dei Monaci orientali, sia degli stessi Patriarchi con questa Sede Apostolica, e le provvidenze dei Pontefici Romani nel tutelarne i diritti e beni; o confrontano e riscontrano con la verità cattolica le sentenze teologiche dei dissidenti intorno alla Chiesa e ai Sacramenti; o illustrano e commentano codici orientali. Infine, per non dilungarci nell’enumerazione, non v’è nulla che tocchi la dottrina, l’archeologia e le altre scienze sacre o che abbia qualche attinenza con la cultura orientale — come, per esempio, le orme della civiltà greca conservatesi nell’Italia meridionale — che a tali uomini sembri alieno dai diligentissimi loro studi. – Stando così le cose, chi mai, riguardando a tanta mole di opere intraprese specialmente a vantaggio degli Orientali, non si sente crescere forte nel cuore la speranza che il benignissimo Redentore degli uomini Cristo Gesù, mosso a pietà della sorte lacrimevole di tanti uomini erranti lungi dal retto sentiero, e favorendo i Nostri sforzi, vorrà finalmente ricondurre le sue pecorelle nell’unico ovile sotto l’unico Pastore? – E ciò massimamente vedendo quanto grande parte della divina Rivelazione si sia religiosamente tra essi conservata: l’ossequio sincero verso il Signor nostro Gesù Cristo, il singolare amore e la pietà verso la purissima sua Madre, l’uso stesso vigente dei Sacramenti. Perciò avendo Iddio nella sua bontà disposto di servirsi del ministero degli uomini, e in ispecie dei Sacerdoti, per compiere l’opera della Redenzione, che altro resta, Venerabili Fratelli, se non di tornare a pregarvi e scongiurarvi il più caldamente che possiamo, affinché non soltanto siate uniti a Noi di mente e di cuore, ma vi adoperiate voi pure, con le fatiche vostre, perché più presto spunti il giorno, da tanto tempo sperato, quando potremo salutare il ritorno non di pochi soltanto, ma della maggior parte dei Greci, degli Slavi, dei Rumeni e delle altre nazioni orientali, fin qui separate, alla pristina unione con la Chiesa Romana? Ripensando a ciò che Noi, con l’aiuto di Dio, abbiamo intrapreso e intendiamo compiere per ottenere più presto tanta consolazione, Ci sembra di poterCi paragonare a quel padre di famiglia, che Gesù ci rappresenta in atto di pregare gli invitati alla cena « che venissero, perché tutto era già apparecchiato » (Luca, XIV, 17). Applicando tali parole al nostro caso, ardentemente esortiamo tutti, e ciascuno di voi in particolare, a voler con ogni mezzo unirvi a Noi nel promuovere gli studi delle cose orientali per realizzare il grande intento. In tal modo, rimossi finalmente tutti gl’impedimenti che si frappongono alla desideratissima unione, sotto gli auspici della Beata Vergine Immacolata Madre di Dio, e dei Santi Padri e Dottori dell’Oriente ed Occidente cristiano, potremo abbracciare, reduci nella casa paterna, i fratelli e figli da sì lungo tempo da noi dissidenti, e ormai a noi strettissimamente uniti da quella carità che posa come sopra solido fondamento sulla verità e sulla intiera professione della legge cristiana. – E affinché alle Nostre iniziative arrida un felicissimo esito, auspice dei doni celesti e a testimonianza della Nostra paterna benevolenza, a voi, Venerabili Fratelli, e a tutto il gregge affidato alle vostre cure, impartiamo con ogni affetto l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno 8 del mese di settembre, nella festa della Natività della B. V. M., dell’anno 1928, settimo del Nostro Pontificato.

PIUS PP. XI