LO SCUDO DELLA FEDE (233)

LO SCUDO DELLA FEDE (233)

LA SANTA MADRE CHIESA NELLA SANTA MESSA (5)

SPIEGAZIONE STORICA, CRITICA, MORALE DELLA SANTA MESSA

Mons., BELASIO ANTONIO MARIA

Ed. QUINTA

TORINO, LIBRERIA SALESIANA EDITRICE, 1908

LA MESSA

PARTE I

LA PREPARAZIONE

CAPO III

ART. III.

La Preghiera.

E che cosa è la preghiera? Pregare vuol dire, creati che siamo da Dio, circondati da tutti suoi benefici, con tutti ì nostri bisogni, gettarci in braccio al padre di tutti i beni, e gridargli in seno: « Gran Dio! provvedetecì Voi nella vostra bontà ». Pregare vuol dire, creati che siamo pel paradiso, e caduti in terra in queste miserie, guardare il cielo esclamando: « Signore! non ci possiamo arrivare! » pregare vuol dire con tante colpe sull’anima, sopra l’abisso di una eternità Spaventosa, e lì lì per precipitarvi, mettere un grido atterriti; « buon Dio della. misericorda! Salvateci Voi; o che noi siamo dannati! » pregare vuol dire: con tante piaghe, che ci straziano il cuore, (e tristo chi non le sente; egli sta mal di morte!) gettarsi ai piedi del gran medico delle anime, e gridar con gemiti: « Caro Gesù! pioveteci dalle vostre piaghe sulle piaghe nostre il balsamo del vostro Sangue, o che noi moriamo di mala morte! » – Sì, sì, l’intendiamo! Pregare vuol dire, gettarci ai piedi del Crocefisso, (e guardiamo bene che dai piedi al cuore la distanza è poca cosa: e vogliamo dire che quando ci gettiamo ai piedi di Gesù, Gesù ci accoglie in cuore); e noi possiamo dal seno di Gesù gridar forte: « O Signore della pietà! Il Cuore squarciato di Gesù Cristo vi dice tutti ì nostri bisogni. » In somma tutti i beni vengono da Dio: e noi dobbiamo tutto domandar a Dio e rendergli omaggio di tutto: così la preghiera è il cantico della creazione. Dio creava le stelle, la terra, le piante, gli animali. Erano queste le grandi e belle cose; ma non lo benedicevano: creò noi uomini, che partecipiamo di tutto. Noi siamo di terra colla terra, vegetanti colle piante, animati cogli animali; a capo di tutte queste cose create, se l’universo è come un grande edificio, noi uomini siamo come la statua che lo coroniamo, e dobbiamo le palme levare al cielo: se l’universo è come una piramide, noi uomini siamo come la fiammella in cima, che si slancia verso del Cielo: noi dobbiamo dunque nel visibilio di tutte le cose lodare Dio a nome di tutte, unire i nostri voti ai profumi dei fiori, i nostri cantici ai canti degli augelletti, i nostri gemiti al grido degli animali, accordare le nostre voci all’armonia dell’universo, che è l’inno sublime che tutte le creature intonano al Padre e Signore del tutto. – Noi poi che collocati in cima alle creature del mondo della materia, con quest’anima nostra apparteniamo anche al mondo degli spiriti, candidati del cielo, di qui dalla terra dobbiamo far eco al cantico degl’immortali al paradiso (Illi canentes iungimuralmæ Sionis æmuli. L’inno della Chiesa). Siamo dunque noi l’anello che unisce il Cielo colla terra: e così l’uomo che non prega rompe quest’armonia dell’universo, turba l’ordine della creazione, è un fuor d’opera, ed è come un mostro disordinato. – Gli uomini di tutte le nazioni sparse sull’orbe hanno sempre sentita questa necessità di pregare. Girisi pur la terra, diceva Plutarco storico, filosofo pagano antico, (e lo possiamo ripetere noi moderni, che con tanta facilità facciamo il giro del mondo), girisi pure la terra; ci è dato trovar gente d’ogni colore, nazioni senza codici, senza città, senza case; ma dove troviamo un gruppo di uomini, là troviamo in mezzo di loro un altare; un segno della preghiera. pigliamo scandalo dalla apparente incredulità dei nostri di: non è questo stato normale della società; è come uno stato morboso, di cui è cagione il veleno del razionalismo, che tradotto in pratica, getta le nazioni in uno stato d’orgasmo, nel vortice delle rivoluzioni; e questi che si dan del fiero di non curarsi di Dio, non sono poi il genere umano, no! ne sono la minima porzione. Poiché anche ai dì nostri la donna, il fanciullo, il popolo, ed in certe ore!… fino gli empi solidari; l’umanità insomma lascia cinguettare gl’increduli, ma prega pur sempre! – A farla intendere alla filosofia beffarda, Dio faceva dare la lezione da un fanciullo. Il filosofo Sintennis, quando nel secolo passato la filosofia bugiarda asseriva che il popolo prega Dio, perché il prete ne ha inventata l’idea, pigliò a farne prova un bimbo appena divezzato dal latte. Bisogna dire che quel bimbo non avesse la mamma, perché la mamma anche turca parla col bambino di Dio; la madre, quando bacia il bambino stretto al seno con quel bacio calcato vuol dire: « vita mia, ti voglio tutto il bene per sempre! » lo vuol beato col Sommo Bane! Così il bacio della madre è come il primo sacramento nell’ordine naturale, poiché è un segno sensibile del desiderio di aver il bimbo felice in Dio. Sintennis portò quel bambino in una sua villeggiatura; prese ad educarlo da solo, e guardò ben che non parlasse con altri, né gli cadesse mai sott’occhi il nome di Dio. Il fanciullo veniva su svegliatello, e Sintennis diceva forse in cuor già: « a momenti io presento all’Accademia di Parigi un giovane uomo, che non ha mai sognato che Dio vi sia. » Un bel dì passeggiava il filosofo nel boschetto, quando scorge il giovinetto a scendere giù nel giardino, e gir sulla vetta di un monticello, che s’innalzava sulla riva di un piccolo lago, nel cui quieto cristallo sì specchiava il cielo color di rosa. Era l’ora quando gli augelletti salutano col canto il sule che nasce; era l’ora quando i fiorellini aprono le loro boccucce ridenti di rugiada, e mandano profumi al cielo; ed il sole sorgeva incoronato di raggi nello splendore dell’aurora. Il giovinetto si volge al sole d’oriente: O Sole, esclama, oh quanto sei tu bello! quanto ti ha fatto grande e splendido il Creatore del tutto, a cui obbedisci nella tua carriera! 0 sole, lo vedi, lo conosci tu il creator del tutto? Se tu lo vedi, digli, che vorrei conoscerlo anch’io; digli che gli voglio bene: se tu lo vedi, stampagli sull’eterna fronte a mio nome un bacio. » Così espandendosi quel cuor ingenuo sì baciava la mano, e mandava al sole i baci da dare a Dio…. Sintennis, come da sonno riscosso, corre sul monte, ed abbraccia il giovinetto, e tutto tremante gli dice: « e chi ti ha detto che vi sia il Creatore?… Chi me l’ha detto? risponde il giovine; me l’ha detto questo sole; ché non siete voi che lo gettaste lassù nel cielo; siete troppo piccino!… Chi me l’ha detto? queste erbe; ché non siete voi sotto terra, che col vostro dito le fate spuntare! Chi me l’ha detto? questo cuore me lo dice, che batte; e non siete voi, né io, che lo facciamo battere! » Sì, sì, esclama allor ricreduto Sintennis, la preghiera a Dio è un bisogno del cuore umano. Cade qui una osservazione mortificante pei meschini, che vantansi intrepidi di non aver questo bisogno: ed è quel fanciullo, benché disgraziato di non aver avuto la madre, né il prete che gli parlasse di Dio, fu fortunato almeno di non aver avuto un corrotto, che gli guastasse il cuore: perché quando il cuor è corrotto, n’esce una nebbia fetente, che oscura la mente da non pensar più a Dio! – Se la preghiera è un bisogno per tutti, per noi Cristiani, raccolti sotto l’ali della misericordia di Dio, l’orazione è il grido dei figliuoli al gran Padre della bontà, è il gemito dei nostri cuori sconsolati di averlo offeso, è il sospiro dell’anime innamorate dello Sposo celeste, è uno slancio delle nostre persone al sommo nostro bene, che è Dio. Poi in mezzo a tanti pericoli è l’arma a poterci difendere (S. Ambr. In obitu Valen). Formiamo in terra il regno di Dio, e la città dei Santi? La preghiera è il muro che ci mette al sicuro (Io. Gr. De orand. Deum. L. l). Al Cielo in Dio è il nostro destino? La preghiera è la scala (S. August. Sermon. 22 al frat. eremit.) a poterci elevare, è l’ala a volarvi speditamente (S. Greg. Naz. De Orat. S. Alfons., s. Joan. Gris.). Diremo tutto in breve che per noi pregare vuol dire UNIRCI COL CUORE IN GESU’, E GRIDARE: O PADRE, IL CUORE SQUARCIATO DI GESU’ VI DICE TUTTI I NOSTRI BISOGNI.

La Preghiera in comune.

Per questo da buona madre la Chiesa ci vorrebbe sempre intorno a sé con Gesù a dirgli tutti i nostri bisogni e le tenerezze nostre, e cogli omaggi delle nostre preghiere ad immagine in terra del beato regno dell’eternità. Poiché che cosa fanno i beati in paradiso? Assistono, risponde s. Ambrogio indivisibilmente alla presenza di Dio: e Dio, irraggiandoli coi celesti fulgori dell’esser suo divino, li comprende, gli assorbe, gli accende di carità: ed essi in quell’incendio ardono di prezioso timiama spirituale, adorando, e pregando sempre. E che facciamo noi pure quando preghiamo nella chiesa? Associati all’immortal adunanza di quei beati, e già col cuore cittadini della celeste Gerusalemme, illuminati per la fede della verità, ch’è la luce del cielo, mentre lo Spirito del Signore spira gli inenarrabili gemiti della preghiera in noi; poi con essa, sull’ali del Divino Amore, tra le braccia della madre nel Cuor di Gesù, con confidente abbandono versiamo il cuor nostro nel cuore di Dio. Dunque l’orazione è l’accompagnamento necessario del Sacrifizio, culto accettevole, che santifica le anime, e, poco men che non diciamo, le india. Così elevati in seno a Dio possiamo tutto ottenere; tale è la potenza della preghiera.

La potenza della Preghiera.

Ci assicura Gesù che potremo coll’orazione tutto il bene ottenere. Domandate, e riceverete; cercate, e troverete; battete alla porta, e vi sarà aperta: e in tanti luoghi dell’Evangelio pare che ci dica: « pigliate coraggio, o miei figliuoli, lassù nel Cielo abbiamo il Padre della bontà, ch’è nostro: ed oh se vi ama! Egli è, che mi ha mandato per salvare le vostre persone! e questo quando ancor gli eravate nemici; pensate: che vi potrà mai negare il Padre di tutti i beni ora che gli siete figli? Io son qui, non vi abbandono, prego Io con voi, faccio con voi causa comune. È da piangere di consolazione nel sentire come l’ha studiata bene nel suo amore per confortarci a tutto aspettare dal Padre celeste. Ecché? dice Gesù; se venisse pur in sulla mezzanotte alcuno a bussare, e sotto la finestra gridasse: amico! mi giunge or ora da lunga via un amico: ed io non ho un pane da mettergli innanzi; deh imprestamene qualcheduno da apporgli! Voi gli direste: ma la mala creanza di disturbarmi a quest’ora! Vedi: io, i figli, i servi, siam già coricati….. Ma egli batte ancora alla porta: amico, non negarmi un po’ di pane per carità! Se non fosse per altro, almen per togliervi quell’importuno, voi vi levereste da letto, e non pur del poco pane, ma lo vorreste fornir di tutto. E voi non siete poi tanto buoni! Pensate, che non vorrà fare il Padre nostro divino! » Ah! Stiamo alla parola di Gesù; che Gesù sel conosce bene il Padre suo. Tra Padre e Figlio se l’intendono divinamente, e dispongono salvarci, se noi vogliamo pregare. Egli è Dio, che ha dato alla preghiera tale potenza, fino sopra di noi, che siamo cattivi (S, Luc. XI), da non resistere contro i più deboli. Difatti pensiamo, se un povero insettuccio per terra, nell’atto che poi stiamo per schiacciarlo col piede, ci potesse pregare, è dirci: abbiate compassione di me, per carità, lasciatemi la vita, è questo tutto il mio bene… vivere qualche giorno qui…, poiché io non aspetto altra vita; mettete il piede da un’altra parte; a voi non vien alcun vantaggio dallo schiacciarmi: e chi di noi non risparmierebbe l’insetto? Ebbene, noi siamo come poveri insettucci nella polvere innanzi a Dio, e se grideremo, piangeremo pregando sempre, noi faremo sforzo al suo cuore paterno. – Non ci resta adunque, che pigliarci sul cuore Gesù e star sempre con Gesù sulle braccia. Quando una poverina di madre, nella miseria di ogni cosa, vede il bambino, che le muore di fame; ella piglia il bambino delle viscere sue, e se lo reca alla porta del ricco, che conosce di cuor buono, e sta fuori in una brezza fredda, che le taglia la vita, il bambino le piange sul petto. L’uom del buon cuore sente un bambino che piange alla porta, apre subito l’uscio, e vede il meschinello, che si consuma: le braccioline che cadono giù, gli occhietti annebbiati, quelle povere ossicine in quei cenci; non pure egli di buon cuore: ma qualunque avesse un boccone di pane, se lo torrebbe di bocca per darlo al meschinello. Pensiamo adesso che non vuol fare con noi il buon Dio, quando sente noi, o meglio il Figliuol suo tra le braccia di noi, gemere in basso in questa povera terra tra le fasce o le miserie della nostra umanità, e battere alla porta, o meglio battere colla sua parola al suo cuore paterno! Oh Padre, oh Padre! il Figliuolo gli grida di fuori…. Oh se la conosce il Padre la voce! è il gemito della parola, che gli è uscita dal seno eterno!…. Sì, v’ha da ascoltare, vorremmo dire, per forza! – Non ci resta adunque altro che pigliar sul cuore nostro Gesù qui nel Sacramento sulla porta del cielo, e mostrarlo Bambino, che vagisce tra le fasce, che sono le angustie della povera umanità; o presentarlo tutto bagnato di sangue con affannoso lamento in passione con le sue piaghe e le nostre miserie; o colle braccia elevate additarlo in Cielo e in gloria col cuor, che palpita qui sul nostro cuore! Grande Iddio! noi vogliamo giurare che possiamo con Gesù tutto ottenere. Comprendiamo adesso un mistero! Quando Gesù tutto bagnato di sudore di sangue, col tremito dell’agonia, tirossi gli Apostoli appresso, stampava loro sul cuore sopra morte, diremmo, il suo avviso più caro, diceva: « pregate, pregate sempre, » e subito allora si avviava a morire: voleva dire, che andava sulla Croce a tutto ottenerci! – Bene dunque mentre il Sacerdote si accinge a rinnovare il sacrifizio di Gesù Cristo, rapito nel pensiero della bontà di Dio, in mezzo all’altare, in sulle prime non sa far altro che esclamare: « Kyrie! Kyrie! Signore! Signore!… » ed assorto nel Signore della misericordia, sentendo il peso delle umane miserie, grida subito: « abbiate pietà, eleison! eleison! » – Poi tutto giubilo per l’ottenuta pietà: « Gloria in excelsis, gloria a Dio, esclama, negli altissimi Cieli. » Quindi pare che dal seno di Dio corra in seno al popolo a comunicargli le sue grazie, esclamando: « Dominus vobiscum.- » Poi ancora abbracciato col popolo, o meglio coi figliuoli suoi e figliuoli di Dio, grida: « preghiamo confidenti insieme con Gesù: Oremus…. per Dominum nostrum Jesum Christum. » I quali devotissimi slanci del cuore della Chiesa noi ci faremo ad esporre.

Kyrie eleison.

Il Sacerdote, quando tutti sono all’ordine, portando sempre sul cuore il peso de’ peccati propri e di quelli del popolo, venuto in mezzo all’altare, colle mani giunte innanzi al Crocefisso, par che voglia dire: figliuoli, ecco l’opera dei nostri peccati; il Figliuol di Dio ha dovuto morire per salvarci!!! Grande Iddio, poi esclama, abbiate pietà di noi: Kyrie eleison: » Gesù Cristo tocca a voi coprire colle vostre piaghe le nostre miserie e guarire le nostre infermità! Christe eleison. » Il popolo risponde: Signore, pietà e misericordia! Le parole Kyrie eleison sono voci greche. La Chiesa conserva (Ben. XIV, lib. 2, cap. 4, n. 7 De sac. Miss.) ne’ suoi riti alcune parole ebraiche, Amen, Alleluia, ecc. ed alcune greche, come questa Kyrie eleison; e questa pratica significa, che è sempre una e la medesima Chiesa quella, che fu radunata prima dai Giudei, dai Greci e dai Latini, finalmente da tutti i popoli della grande umana famiglia. Si cantano queste preghiere nove volte da questo coro terrestre, per corrispondere in qualche modo ai nove ordini o cori degli Angeli in Paradiso. Si grida in esse tre volte al Padre, tre volte al Figlio, tre volte allo Spirito Santo per confessare l’augusto mistero delle tre Persone divine in un solo Dio. S. Tommaso (In 3, p. q. 85, a. 4) osserva, che, invochiamo le Persone della SS. Trinità tre volte per ogni Persona, per indicare, che una Persona è colle due altre indivisibile: e per invocare un rimedio alla triplice nostra miseria, la miseria della ignoranza, la miseria della colpa, e la miseria della pena; tre volte al Padre, adorando nel divin Padre il Figliuolo, e lo Spirito Santo; tre volte al Figlio, adorando nel Figliuolo il Padre e lo Spirito Santo; tre volte allo Spirito Santo, adorando nello Spirito Santo il Padre ed il Figliuolo. Così mentre il Cristiano s’innalza a contemplare colla fede nell’augusto Mistero ì segreti della vita interiore di Dio, e beve, dirò così, un saggio della Divinità, mentre porta seco in quell’altezza di contemplazione l’immagine di Dio stesso nell’anima sua, e la mostra colle piaghe, che noi le abbiamo fatto, grida confidente: Kyrie, Kyrie eleison. » Grande Iddio, abbiate pietà! « ristorate questa povera immagine vostra, figlia del tro amore. » Notiamo ancora, che, invocando il Padre, ed invocando lo Spirito santo, li chiamiamo Kyrie cioè Signore. Ma parlando col Figlio lasciamo questo sublime titolo, e lo chiamiamo nostro Re e nostro Pontefice. Quasi si dicesse, secondo l’osservazione di S. Tommaso: » con Voi, o divin Figliuolo, parleremo con maggior confidenza, perché in seno alla vostra divinità noi scorgiamo qualche cosa del nostro. Voi siete, è vero, grande, Consostanziale Verbo divino: ma siete pur nostro fratello, e Sopra di Voi, che siete nostro, noi appoggiamo tutte le nostre speranze; ah! vedete in questa povera umana natura consorella della vostra in paradiso, quante miserie! Deh! finché non ci ristoriate col vostro sangue, noi grideremo sempre: pietà, o Signore, Kyrie, Christe, eleison. – Ora che conosciamo il perché si replichi tante volte questa preghiera, anche noi prostrati a piedi della Croce intorno al Sacerdote dobbiamo, a sfogo di compunzione del cuore, gemere in unione di spirito con quegli antichi padri nostri, da cui abbiamo questo tenerissimo rito ereditato, i quali prolungavano (Marteny De aut. Voelles rit. lib. 1, cap. 4, a. 3) questo grido di pietà, finché il sacerdote non lo faceva cessare. – A quei tempi, quando il Sacerdote cominciava sull’altare ad esclamare: « Kyrie eleison, Signore pietà; » a quel grido da una parte del coro si rispondeva gemendo: « Ah! sì, o Signore, pietà, » dall’altra si ripeteva, misericordia, o Signore! » Quei buoni dovevano l’un l’altro guardarsi a quel lamento, che faceva sentire più vive a ciascuno le proprie e le comuni necessità; e, tocchi tutti i più vivamente, gridavano ancor più forte: « Misericordia, o Signore, misericordia! » – A noi par di assistere alla Messa ancor nei sotterranei delle catacombe con quei cari fratelli destinati alla morte; quando il fondo della grotta, in cui mettevano cento viottoli della città dei morti per Dio, il Sacerdote dai piè della Croce metteva il gemito: « Kyrie eleison, gran Dio, misericordia! » e i fedeli più vicini s’udivano ripetere gemendo: « misericordia » e gli altri più discosti dispersi in quegli antri gridare anch’essi: « Signore! misericordia, misericordia! » In tutti quegli anditi e buchi, diffondendosi in quel labirinto di mille sepolcri, tra quei morti e vivi santi, quel gemito pareva andasse morendo e confondersi nell’abisso dell’eternità. Più che pregare era un gemere di tutti, che si volgeva in acute strida d’inconsolabile dolore di quei compunti, che contemplavano sulla croce l’opera dei loro peccati! –  Ecco il perché nel sacro rito ancor oggi, quando si canta il Kyrie dall’una e dall’altra parte del coro si ripete Kyrie; quasi con una coral gara di farsi sentire di più; ed ecco il perché ancor adesso, cantandosi l’ultimo Kyrie, s’alza più forte la voce; ed il canto allora volge allo strido, per significare quel gemito universale cresciuto fuor di misura, in che si sfogava quel popolo santo compenetrato dalle cattoliche verità, che dinnanzi alla Croce colle proprie colpe ricordava la meraviglia della bontà di Dio. Erano le strida di poveri figli, che colla coscienza dei meritati castighi, abbracciati alla croce, mostravano sopra di essa chi per loro pagò! – Anche noi gridiamo: « Kyrie, Padre Santo, misericordia; Voi, che ci avete dato il Figliuol vostro per salvatore; Christe, misericordia, Voi, Gesù Cristo, Figliuol di Dio fatto uomo, che siete morto in croce per noi: Kyrie, Spirito Santo, misericordia, Voi, che operaste il mistero dall’Amore divino, coronate l’opera della misericordia vostra; » e, benché lontani dal fervore dei santi, allarghiamo il cuore a tutto sperare da Dio con noi. Gridiamo, gridiamo arditamente fino all’importunità; e possiamo dirgli: « Signore, anche il povero cieco (S. Luc. XVIII) gridava forte, quando Voi passavate a lui davanti, il perché la gente della turba lo garriva di quel suo noioso strillare; ma ei gridava più forte, seduto là sulla terra: e Voi a quelle grida importune rispondeste col dargli la vista. » Abbiamo inteso: noi non cesseremo di gridare, finché non ci abbiate esauditi: noi ci rammentiamo pur anche di quella, che la gente del mondo avrebbe detto imprudente Cananea (S. Matt. XV, 22), che gettatasi in ginocchio, vi tendeva le mani: e, « Signore esclamava, mi dovete guarir la figliuola: » e Voi faceste mostra di ributtare la preghiera, tirando innanzi, quasi negaste far grazia. Ma si! ella vi tenne dietro con insistenza a tutte prove. « Me la dovete guarire, gridava forte, me la dovete guarire! » Voi foste allora dal vostro cuore obbligato ad esaudirla. La Chiesa ha imparato da lei; prega; scongiura; piange nel Kyrie, ed in mezzo a questi accenti di compunzione, tra le grida ed il pianto universale il Sacerdote nell’altare accenna al Crocefisso; e par che dica: « Su via, calmatevi, pigliate cuore, vedete qui il Figliuol di Dio in croce colle braccia larghe per voi! E che poteva fare di più per mostrarci che ci vuole salvi? » Qui con un confidente abbandono allarga le braccia, stende le mani, come se volesse accogliere l’abbondanza della misericordia di Dio, per la quale guadagniamo di più, che non abbiamo per la colpa perduto. Anzi fra i trasporti della vivissima gratitudine, dai gemiti del dolore pare, che trapassi in tale eccesso di giubilo, che giunga sino ad esclamare con la Chiesa (Vedi la benedizione del Cereo Pasq. nel Sabbato Santo): « Oh fortunate anche le colpe nostre, che tale si meritarono e così gran Redentore! » – Nel bisogno di esilarare lo spirito esterrefatto, che vorrebbe, e non sa dire, perché non trova parola umana per ringraziare il Signore, egli prende in prestito il cantico degli angioli, ed esclama con essi: « Gloria a Dio nell’eccelso de’ Cieli. »

Gloria in excelsis Deo.

Noi su cantiamo redenti appiè della Croce questo inno, che gli Angeli cantarono nella notte più avventurata per questa povera terra, nella stalletta di Betlemme intorno al Bambino Gesù appena nato: e che i fedeli solleva, e rincora colla speranza del paradiso. « Gloria » (dicevano essi; e con essi ripete il Sacerdote, alzando gli occhi, le mani e il cuore), « Gloria a Dio nel più alto de’ Cieli, e pace in terra agli uomini di buon volere. Noi vi lodiamo e benediciamo, noi vi adoriamo, e vi rendiamo gloria, o Signore, ecc. ecc. » Questi sono accenti, che scoppiano interrotti da troppo gran piena di affetti. – Somigliante ai profeti d’Israello il Sacerdote rapito in santo entusiasmo d’amore, compreso da un fuoco divino consuma gli spazi del tempo, vola dell’animo dall’altare al presepio, dal presepio al cielo, e tra il cielo e la terra elevato, intuona « Gloria » cogli Angeli in cielo, a cui fan eco gli uomini in terra; e canta insieme sì veramente il cantico nuovo! Ben il profeta Ezecchiello udì esterrefatto in paradiso le legioni degli Angeli, che cantavano: « Gloria a Dio, all’Eterno, al Santissimo, al Signore degli eserciti; » ma quando essi videro l’Eterno Iddio fatto Bambino, in quella greppia, in sulla paglia, e lo adoravano; allora tremanti di tenerezza si dovettero abbracciare fra loro quei beati, ed accennandolo lì in basso, nato per noi, all’immortal cantico della gloria di Dio in cielo dovettero aggiungere l’inno di pace agli uomini sulla terra. Scendevano in fatto gli Angeli a cantare « pace in terra agli uomini di buona volontà! » –  Prosegue poi il cantico, che noi qui cerchiamo di spiegare. Continua adunque: « Ah! Signore, rendiam grazie a Voi per la vostra gloria ecc. ecc. » Voi grande Iddio, Signor dell’universo, re dei Cieli! Ah! Voi, Dio onnipotente, Voi ci siete Padre? Santa Fede! Vi abbiamo conosciuto per tale dall’ora, che ci vedemmo innanzi il vostro Figlio, fattosi per noi nostro fratello. Vi rendiamo grazie adunque per la grande gloria, che per noi sì volge in infinita misericordia (Ben. XIV. De sac. Miss. lib. 2, cap. IV, n. 17). « Ah! Divin Figliuolo unigenito, Gesù Cristo, Signore nostro, Agnello di Dio, Figliuolo del Padre, che togliete i peccati degli uomini, abbiate di noi pietà. Voi che togliete i peccati del mondo accogliete le nostre suppliche ecc. ecc. » Voi ci avete comprati col vostro Sangue, o grande Iddio, che state qui sulla Croce agnello sacrificato innanzi al Padre vostro. Ora intendiamo che avremo pace col Cielo, poiché abbiamo di che pagare i debiti nostri col sacrifizio vostro. Compite adunque l’opera della vostra misericordia, togliete i peccati del mondo. –  « Voi che sedete alla destra del Padre, abbiate di noi pietà ecc. ecc. » Verbo eterno, alla destra del Padre con Voi avete pure sollevato in seno al Padre la vostra umanità, avete portato in Voi quelle piaghe, che gridano per noi pietà! Aprite le viscere della vostra misericordia divina con noi che tutto osiamo aspettarci da Voi, c il solo Santo, il solo Padrone di tutto, il solo Altissimo Gesù Cristo, col Santo Spirito nella gloria Dio Padre. Amen. È così, o Signore, e noi siamo già di tutto lo speranze in voi confortati. – Ma la Chiesa ha i suoi giorni di rammarico, e di dolore, che ella consacra a piangere sugli infelici, che, abbandonato Dio, fonte solo di vera felicità, si dànno in braccio al peccato, e trovano la miseria, e poi la disperazione e la morte eterna. Povera madre! invano per alcuni de’ suoi figliuoli ancora sospira la pace annunciata dagli Angiolì; invano la prega per tutti gli uomini, perché non tutti sono di buona volontà! I peccati, adunque tolgono quel beato accordo tra il cielo e la terra che Gesù ristabiliva col suo nascere al mondo, e fanno della terra un luogo d’esilio e di maledizione. Allorché gli Israeliti prigionieri in Babilonia, stanchi delle schiave fatiche, sedevano desolati la sera sulle rive dell’Eufrate, e cogli occhi al cielo contemplavano muti la luna, e la invidiavano, ché di là ella almeno potesse riflettere un mesto raggio sulle rovine della cara Gerusalemme; quando i loro padroni andavano ad essi dicendo: « Su via rallegrateci con uno di quei cantici di Sion, che voi dovete cantare così bene: fateci sentire i belli inni delle vostre solennità; » essi accorati di cupa tristezza in quella misera schiavitù, mentre invece del canto usciva loro di gola un angoscioso sospiro, chinando lo sguardo sulla terra straniera, la bagnavan di lacrime! (Canon. Hi duc. de consecrat. Dist. 1). Così pure la Chiesa in queI giorni, in cui ella piange in modo particolare i peccati degli uomini, nega ai suoi figli di cantare in giocondità l’inno degli Angioli, per far intendere che mal s’addice alla terra, finché è insozzata di peccati, il cantico del paradiso. Per questa ragione non si canta il Gloria dalla domenica di Settuagesima fino alla Pasqua, e nel tempo dell’Avvento, (tranne nelle feste particolari, che corrono in questi tempi); come pure non si canta nella Messa pei defunti, perché ancora non hanno pace quelle anime benedette, e sospirano nell’esilio la gloria, che le aspetta. – Crediamo bene anche di avvertire che il Gloria in excelsis si cantava dai catecumeni, perché intendesserola grande loro ventura di rinascere figliuolidi Dio con Gesù Cristo nel santo Battesimo.Essi uscivano dal Battesimo vestiti di bianco, coigigli sulla fronte, colla candela accesa in mano,e cantavano la gloria di Dio e la consolazione diessere rinati a vita eterna. Pigliamo animo noi,e col Sacerdote innalziamo gli occhi al cielo, confortandocicol pensiero che là abbiamo un Padrein Dio, che ci ama come figliuoli, un Redentoreche ci salva, uno Spirito santificatore, amor sostanzialedel Padre e del Figlio, che ci vuole beatiin seno a Dio. E coll’anima così elevata « è là,diciamo, la patria nostra! » Apriamo i nostri cuoridavanti al Padre delle misericordie, acciocché Eglici piova di cielo lacrime di contrizione; diamocitutti in mano al Signore nostro, offrendo la vitanostra temporale tutta sacra a sua gloria per l’acquistodell’eterna. Oh sì, dai pié della croce, mostrandoGesù quasi agnello sacrificato sopra di essa,possiamo bene guardare lassù, pieni di speranzadel paradiso! Sarà questa la disposizione più conveniente,con cui da questa terra sì bassa potremocantare l’inno cogli Angioli in cielo. – Nelle Messe dei sabati avanti le domeniche diPasqua e di Pentecoste si amministravasolennemente il Battesimo, uscendo dal sacro fonte i novelli rigenerati, intonavano il cantico « Gloria. » Allora suonavansi le campane a giubilo, come ancora adesso si pratica per festeggiare la loro mistica risurrezione dalla morte alla vita eterna; anche per proclamare la gloria del trionfatore della morte, e la discesa dello Spirito Santo, che infuse la vita alla Chiesa novella.

DISCORSO SUL SEGRETO DELLA FRANCO-MASSONERIA (1)

DISCORSO SUL SEGRETO DELLA FRANCO MASSONERIA (1)

DI MONSIGNOR AMAND JOSEPH FAVA

VESCOVO DI GRENOBLE
 

LIBRERIA OUDIN, EDITORE

PARIS, 51 RUE BONAPARTE, 51- POITIERS 4, RUE DE L’ ÉPERON

-1882-

DISCORSO SUL SEGRETO DELLA MASSONERIA

In tutto il mondo esiste una società che è chiamata Massoneria. È stato possibile discutere la sua origine e il fine che si propone, ma non è possibile negarne l’esistenza, poiché questa società si mostra a tutti gli occhi, parla, agisce e si afferma essa stessa tra i vari popoli della terra. Si chiama società segreta perché i suoi membri si riuniscono in segreto in locali chiamati logge, il cui ingresso è vietato ai profani, cioè a coloro che non sono massoni. Le loro risoluzioni devono rimanere sconosciute al pubblico, la legge del silenzio è imposta a ciascun membro, sotto il più terribile giuramento e le più gravi sanzioni, compresa la morte, secondo la gravità del caso: guai al massone che dimentica il suo dovere! Nulla può salvarlo dalla punizione della sua colpa. Tuttavia, se la Massoneria è una società segreta, non è sconosciuta. Un uomo può nascondere i suoi pensieri, vivere in solitudine e nascondere il segreto della sua vita intima, senza però rimanere sconosciuto ai suoi simili, se vive in mezzo a loro. – Allo stesso modo, la Massoneria può voler nascondere alla nostra conoscenza le sue riunioni, le sue decisioni, la sua azione e il suo scopo: sappiamo della sua esistenza; occhi attenti la seguono lungo i suoi percorsi, per quanto oscuri possano essere, e le sue azioni rivelano il fine che si propone, come i frutti rivelano l’albero. Ecco perché ci si deve stupire nel vedere certi autori affermare che l’origine della Massoneria si perda nella notte dei tempi. Ovviamente, quando questa società ha cominciato ad esistere, è stata vista e la storia, attenta a registrare fatti di questa natura, si è preoccupata di parlarne. Un singolo uomo, che vive tra i suoi simili, non può passare inosservato: come potrebbe allora un’intera associazione sfuggire agli occhi e alla curiosità del mondo? Desiderosi di vederci chiaro, abbiamo interrogato i secoli passati. Durante il percorso, ci siamo imbattuti in molte società di muratori. Ce n’erano alla Torre di Babele, alle Piramidi, al Tempio di Salomone, al Secondo Tempio e altrove. Ne abbiamo trovati anche al soldo di Giuliano l’Apostata, che voleva ricostruire il tempio di Gerusalemme per dare una smentita alla parola di Gesù Cristo, che aveva annunciato la rovina assoluta di questo edificio. In seguito, si presentarono gli architetti ed i muratori, conosciuti come Lodgers of the Good Lord; essi erano ancora dei lavoratori edili. È stato affermato che i Cavalieri Templari hanno dato origine alla Massoneria; ciò che è certo è che l’Ordine dei Cavalieri Templari fu abolito nel 1312 e che tutti i suoi membri si dispersero ben presto… La storia non ci mostra alcuna associazione formata dalle loro macerie, e passarono diversi secoli, dopo la loro esecuzione o la loro fuga, senza che la Massoneria apparisse. Il primo documento storico che ne parla, senza avere alcun legame con il suddetto Ordine, è noto con il titolo di: Carta di Colonia, 1535. Leggendo questo documento, il cui originale si trova negli archivi della Casa Madre di Amsterdam, con diciannove firme in calce, che non hanno impedito agli storici di metterne ripetutamente in dubbio l’autenticità, si capisce, a prima vista, che è opera di massoni, che hanno dogmatizzato e costruito allo stesso tempo. Diciamo che questa società ha lanciato nel mondo europeo l’idea della Massoneria, con i suoi tre gradi fondamentali, apprendista, compagno e maestro; poi due gradi superiori e un capo supremo a cui tutti obbediscono. Secondo questa Carta, l’associazione risale al XV secolo, perché in uno dei suoi “considerando” si legge: « Nulla ci indica che la nostra associazione fosse conosciuta prima del 1440 dopo la nascita di Cristo, sotto un’altra denominazione rispetto a quella dei F.F. di Giovanni; è allora, secondo quanto ci è parso, che ha cominciato a prendere il nome di confraternita dei Massoni, soprattutto a Valenciennes, nelle Fiandre, perché a quell’epoca si cominciava con le cure ed i soccorsi dei F. :. Mass. :. di quest’ordine di costruttori, in alcune zone dell’Hainaut, degli ospizi per curare i poveri che allora erano affetti dall’infiammazione artrosica chiamata: malattia di Sant’Antonio ». Inoltre, questa stessa Carta dimostra che l’associazione di cui parla non è quella di oggi. Infatti, quest’ultima ha come carattere speciale l’odio per Gesù Cristo, mentre l’altra ammetteva come membri solo i Cristiani; ne è testimonianza il seguente “considerando”: « Sebbene nel concedere i nostri benefici non dovremmo in alcun modo preoccuparci della Religione o della Patria, tuttavia ci è sembrato necessario e prudente ricevere nel nostro ordine solo coloro che, nel mondo profano o non illuminato, professino la Religione cristiana ». Così, la Carta di Colonia, autentica o meno, scritta per amore della causa o secondo verità, non ci mostra ancora la Massoneria come la conosciamo. A partire dal 1545 la questione si fa più chiara e sono numerosi i documenti storici che stabiliscono definitivamente la culla della Massoneria a Vicenza, vicino a Venezia, in Italia. – In questo discorso, rivolto ai nostri lettori e diviso in due parti, dimostreremo: 1° che il segreto della Massoneria, fondata da Fausto Socino, consiste nel progetto concepito a Vicenza, e successivamente sviluppato, di distruggere il Cristianesimo e sostituirlo con il razionalismo. Dopo aver illustrato il fondatore della setta massonica o sociniana, parleremo di Cromwell, il quale la accolse e la naturalizzò in Inghilterra; Ashmole, che le diede il suo intelligente e potente sostegno in quel Paese; e Voltaire, che la rese così potente in Francia, di concerto con i filosofi suoi ammiratori e suoi schiavi. In Germania, studieremo Adam Weishaupt, fondatore dell’Illuminismo tedesco, un settario senza pari ed il più profondo di tutti i cospiratori, come dice M. Louis Blanc. Seguiremo poi la Massoneria in Italia, dove nacque e morì il famoso Cagliostro, autore del Rito di Misraïm, o Rito Egiziano, personaggio singolare e mago di alta scuola, che affascinò tutta l’Europa. Da lì andremo in Spagna, Portogallo, Napoli, dove i D’Aranda, i Pombal, i Tannucci, uniti a Choiseul, eseguirono sulla Compagnia di Gesù i crudeli decreti delle logge massoniche, e ovunque vedremo che il segreto della Massoneria consiste nel progetto di rovinare assolutamente il Regno di Gesù Cristo sulla terra, di distruggere il Cristianesimo fino alle sue radici, per mettere al suo posto il razionalismo, che trionferà, un giorno, in Francia, sotto il nome di: Dea ragione. – Questo trionfo lo vedremo nella grande Rivoluzione francese, preparata per cinquant’anni da Voltaire e dai suoi amici, che accesero un fuoco in Europa la cui fiamma si diffuse in tutto il mondo. Dopo la caduta di Napoleone I, abbandonato e tradito dalle logge che si erano servite di lui per far progredire più rapidamente e più sicuramente la loro opera, seguiremo la Massoneria in Francia sotto Luigi Filippo, la Repubblica del 1848 e l’Impero. Ovunque la troveremo con il suo carattere anticristiano, in patria e all’estero. Se potessimo dubitarne, c’è la parola dei Romani Pontefici, Pio IX e Leone XIII, con un’autorità sempre rispettata dai Cattolici, ma purtroppo poco compresa e non sufficientemente obbedita. Questa sarà, in sintesi, la prima parte di questo piccolo lavoro. – Nella seconda parte:

1. mostreremo che il progetto di distruggere il Cristianesimo non è nuovo, che è stato concepito molto tempo fa, subito dopo la nascita di Gesù Cristo. Dopo aver descritto brevemente i tentativi fatti per raggiungere questo obiettivo, parleremo dell’epidemia di paganesimo che attraversò l’Europa nel XII secolo, penetrò profondamente nella società cristiana nei secoli successivi, ispirò Socino, fondatore dell’eresia massonica, con le quale essa si è perpetuata fino ai nostri giorni.

2. Mostreremo la sorte riservata a questo errore;

3. Dimostreremo che il progetto della Massoneria è ostile alla libertà religiosa, impropriamente chiamato libertà di coscienza;

4. Dimostreremo che il progetto della Massoneria è ostile ai buoni costumi;

5° è antisociale;

6° è antifrancese;

7° infine, è antiumanitario e insensato.

Aggiungeremo a questo studio alcune conclusioni in cui indicheremo i nostri timori, le nostre speranze ed alcune risoluzioni da prendere. Questo lavoro non è stato fatto in odio ai massoni, fratelli fuorviati che Dio ci comanda di amare e che noi amiamo, ma per amore della verità e per avversione all’errore:

Chi ama Dio, dice la Scrittura, deve odiare il male.

Abbiamo già parlato più volte della Franco-Massoneria. In questo volumetto, abbiamo cercato di riassumere la questione, aggiungendo nuovi approfondimenti, in modo da mettere nelle mani di tutti coloro che sanno leggere, una sintesi dottrinale della Massoneria, così poco conosciuta, anche dai suoi seguaci, scriveva lo stesso illustre massone Ragon. Che Dio benedica queste rapide pagine e che i lettori le accoglieranno benevolmente!

PRIMA PARTE

IL SEGRETO DELLA FRANCO-MASSONNERIA CONSISTE NEL DISTRUGGERE IL CRISTIANESIMO E SOSTITUIRLO CON IL RAZIONALISMO.

Lelio Socino, zio di Fausto ed ispiratore della setta massonica.

Fausto Socino fondatore della Franco-Massoneria.

FAUSTO Socino nacque a Siena nel 1539. Apparteneva alla famiglia dei Sozzini – Socini – che ha dato i natali ai più grandi eresiarchi d’Italia. Come molti dei suoi parenti, Fausto Socino fu ammaestrato in tenera età dalle lettere dello zio, Lelio Socino, autore della setta sociniana o, se si vuole, restauratore della setta ariana. Per evitare la persecuzione dell’lnquisizione, egli si ritirò in Francia: un’ulteriore prova che è a questo tribunale che l’Italia e la Spagna devono la tranquillità di cui hanno goduto, mentre lo stato politico e religioso del resto d’Europa era scosso dalle nuove sette. « Quando era a Lione, a soli vent’anni, venne a sapere della morte dello zio e andò a ritirare le sue carte a Zurigo. » Cosa contenevano questi documenti? Feller ci dice nell’articolo che dedica a Socino Lélio nel suo Dictionnaire historique: « Questi assistette ad una conferenza tenuta a Vicenza nel 1547, nella quale fu decisa la distruzione del Cristianesimo; egli concentrò i suoi sforzi nel rinnovare l’arianesimo e nel minare la Religione alle sue fondamenta, attaccando la Trinità e l’Incarnazione. » – Lo stesso autore, parlando di Ochin, che aveva anch’egli partecipato alla suddetta conferenza, si esprime nei seguenti termini: In questa assemblea di Vicenza, si è concordato il mezzo per distruggere la Religione di Gesù Cristo, formando una società che, con il suo progressivo successo, ha portato, nel secolo XVIII, ad un’apostasia quasi generale. Quando la Repubblica di Venezia, fu informata di questa congiura, fece sequestrare Giulio Trevisan e Francesco di Rugo, che furono eliminati, Ochin salpò con gli altri: la società così dispersa divenne solo più pericolosa, ed è quella che si conosce oggi con il nome di Franco-Massoneria ». Vedi “Le Voile levé“, ecc. (Edizione del 1821-Lione). L’autore di quest’opera è l’abbate Lefranc, caduto sotto la scure degli assassini a Parigi il 2 settembre 1792. Ecco cosa dice nell’opera citata, “Il velo scoperto per i curiosi, o storia della Franco-Massoneria dalle origini fino ai nostri giorni”: “Vicenza fu la culla della Massoneria creata nel 1546. È in questa società di atei e deisti, che si erano riuniti per discutere di questioni della Religione e che dividevano la Germania in un gran numero di sette e di partiti, ove furono gettate le basi della Massoneria; è in questa famosa accademia che le difficoltà che riguardavano i misteri della Religione cristiana furono considerate come punti di dottrina che appartenevano alla filosofia dei Greci e non alla fede.  « Queste decisioni giunsero all’attenzione della Repubblica di Venezia e ben presto gli autori vennero perseguiti con la massima severità. Giulio Trevisan e Francesco di Rugo furono arrestati e le loro azioni furono messe a tacere. Bernardin, Ochin, Lelio Socino, Peruta, Gentilis, Jacques Ghiari, François Lenoir, Dario Socino, Alicas e l’abate Léonard si dispersero ovunque fosse loro possibile; e questa dispersione fu una delle cause che contribuì alla diffusione della loro dottrina in varie parti d’Europa. Lelio Socino, dopo essersi fatto un nome famoso tra i principali capi degli eretici che stavano mettendo a ferro e fuoco la Germania, morì a Zurigo, con la fama di aver attaccato con forza la verità del mistero della Santa Trinità, quella dell’Incarnazione, l’esistenza del peccato originale e la necessità della grazia di Gesù Cristo.  « Lelio Socino – ripetiamo – lasciò in Fausto Socino, suo nipote, un abile difensore delle sue opinioni; ed è ai suoi talenti, alla sua scienza, alla sua instancabile attività ed alla protezione dei principi che seppe portare dalla sua parte, che la Massoneria deve la sua origine, i suoi primi stabilimenti e l’insieme dei principii che sono alla base della sua dottrina. « Fausto Socino trovò molte opposizioni da superare onde far adottare la sua dottrina tra i settari della Germania; ma il suo carattere flessibile, la sua eloquenza, le sue risorse, e soprattutto l’obiettivo che manifestava di dichiarare guerra alla Chiesa Romana e distruggerla, gli attirarono molti sostenitori. Il suo successo fu così rapido che, sebbene Lutero e Calvino avessero attaccato la Chiesa Romana con la violenza più oltraggiosa, Socino li superò di gran lunga. L’epitaffio sulla sua tomba a Luclavic recita così: Tota licet Babylon destruxit tecta Lutherus, muros Calvinus, sed fundamenta Socinus. Il che significa che, se Lutero aveva distrutto il tetto della Chiesa Cattolica, chiamata Babilonia, se Calvino ne aveva rovinato le mura, Socino poteva vantarsi di averla abbattuta sino alle fondamenta. – Le prodezze di questi settari contro la Chiesa Romana erano rappresentate in caricature tanto indecenti piuttosto che gloriose per ciascun partito; va infatti notato che la Germania era piena di stampe di ogni tipo, in cui ciascun partito rivendicava la gloria di aver fatto più danni alla Chiesa.  – Ma è certo che nessuno dei settari concepì un piano così vasto, così empio, come quello che Socino formò contro la Chiesa; egli non solo cercò di rovesciarla e distruggerla, ma si impegnò, inoltre, a erigere un nuovo tempio, nel quale si proponeva di portare tutti i settari, unendo tutti i partiti, ammettendo tutti gli errori, facendo un insieme mostruoso di principi contraddittori; Infatti, sacrificò tutto alla gloria di unire tutte le sette, per fondare una nuova chiesa al posto di quella di Gesù Cristo, che ne faceva un punto capitale di abbattere, per tagliare la fede nei misteri, l’uso dei Sacramenti, i terrori di un’altra vita, che sono così opprimenti per i malvagi.  « Questo grande progetto di costruire un nuovo tempio, di fondare una nuova religione, diede motivo ai discepoli di Socino di armarsi di grembiuli, martelli, squadre, assi, cazzuole e tavole da disegno, come se volessero usarli nella costruzione del nuovo tempio che il loro capo aveva progettato; ma, in verità, sono solo chincaglieria, oggetti di rappresentanza che servono da ornamenti, piuttosto che strumenti utili per la costruzione.  « L’idea di un nuovo tempio va intesa come un nuovo sistema di religione concepito da Socino e alla cui realizzazione tutti i suoi seguaci promettono di lavorare. Questo sistema non ha alcuna somiglianza con il piano della Religione Cattolica, stabilito da Gesù Cristo; è addirittura diametralmente opposto ad esso, e tutte le parti tendono solo a mettere in ridicolo i dogmi e le verità professate nella Chiesa che non sono in accordo con l’orgoglio della ragione e la corruzione del cuore. Questo fu l’unico modo che Socino trovò per unire tutte le sette che si erano formate in Germania; ed è il segreto che i massoni utilizzano oggi per popolare le loro logge con uomini di tutte le religioni, partiti e sistemi.  « Essi seguono esattamente il piano che Socino aveva prescritto a se stesso di associare studiosi, filosofi, deisti, ricchi, uomini, in una parola, in grado di sostenere la loro società, con tutte le risorse in loro possesso; e mantengono la massima segretezza all’esterno sui loro misteri: similmente Socino, apprese  per esperienza quanto dovesse essere dispendioso il riuscire nella sua impresa. Il rumore delle sue opinioni lo costrinse a lasciare la Svizzera nel 1579, per recarsi in Transilvania e da lì in Polonia. In questo regno trovò le sette dei Trinitari e degli Antitrinitari divise tra loro. Da abile condottiero, cominciò a insinuarsi abilmente nelle menti di tutti coloro che desiderava conquistare; nutriva un’eguale stima per tutte le sette; approvava vivamente le imprese di Lutero e di Calvino contro la Corte romana; aggiungeva persino che non avevano dato il tocco finale alla distruzione di Babilonia, della quale era necessario strappare le fondamenta per costruire, sulle sue rovine, il vero tempio.  « Il suo comportamento fu in linea con i suoi piani. Affinché il suo lavoro potesse progredire senza ostacoli, prescrisse sulla sua impresa un profondo silenzio, come i massoni prescrivono nelle loro logge in materia di religione, per non incorrere in alcuna contraddizione nella spiegazione dei simboli religiosi di cui le loro logge sono piene; per cui fanno voto di non parlare mai davanti ai profani di ciò che avviene nella loggia, per non divulgare una dottrina che può essere perpetuata solo sotto un velo misterioso. Per legare maggiormente i suoi seguaci, Socino voleva che si chiamassero fratelli e che provassero gli stessi sentimenti. Da ciò derivarono i nomi che i sociniani portarono successivamente di Fratelli Uniti, Fratelli Polacchi, Fratelli Moravi, Frey-Maurur, Fratelli della Congregazione, Liberi Muratori, Freys-Maçons, Liberi Muratori, Free- Maçons, ecc. Tra loro si trattano sempre come fratelli ed hanno gli uni per gli altri l’amicizia più affettata  « In questo modo, Socino riuscì a riunire tutte le sette degli anabattisti, degli unitari e dei trinitari, e sapeva come gestirle. Gli fu permesso di predicare e scrivere la sua dottrina; produsse catechismi e libri, ed avrebbe pervertito tutti i Cattolici in Polonia in breve tempo, se la Dieta di Varsavia non lo avesse impedito. In effetti, non c’è mai stata dottrina che si opponeva al dogma cattolico più di quella di Socino: come gli Unitari, egli rigettava dalla religione tutto ciò che avesse l’aria di essere un mistero; secondo lui, Gesù Cristo era il figlio di Dio solo per adozione e per le prerogative che Dio gli aveva accordato di essere nostro mediatore, nostro sacerdote, nostro pontefice, benché fosse solo un uomo. Secondo Socino e gli unitari, lo Spirito Santo non è Dio; e lungi dall’ammettere tre Persone in Dio, non ne voleva che una sola che fosse Dio. Considerava come fantasticherie il mistero dell’Incarnazione, la reale presenza di Gesù Cristo nell’Eucaristia, l’esistenza del peccato originale, la necessità della grazia santificante. Per lui, i Sacramenti erano pure cerimonie istituite per sostenere la Religione del popolo. La Tradizione apostolica non era, ai suoi occhi, una regola di fede; non riconosceva l’autorità della Chiesa di interpretare le Sacre Scritture. In una parola, la dottrina di Socino è contenuta in duecentoventinove articoli che hanno tutti per oggetto di rovesciare la dottrina di Gesù-Cristo. – L’Abbé Lefranc ha attinto le sue informazioni da una buona fonte, perché è in perfetto accordo con lo storico Cesare Cantù, che conosce così bene la storia dell’Italia, il suo Paese, e così ben informato sulla vita di Socino. « Nipote e discepolo di Lélio – egli dice – nacque a Siena, il 5 dicembre 1539; piacevole scrittore, facile interlocutore, distinto nelle maniere, studiò giurisprudenza e poi le scienze a Lione. Venuto a conoscenza della morte dello zio, corse in Polonia per raccogliere i libri del defunto, e là venne accolto come un profeta destinato a dare il tocco finale alla dottrina ariana. Per il momento, tornò in patria e per dodici anni ricoprì onorevoli incarichi presso la Corte di Firenze; poi, quando i suoi genitori furono perseguitati, trasferì la sua residenza a Bale, nel in 1574, nonostante gli sforzi del Granduca che cercava di dissuaderlo. Egli si mise a studiare la teologia e la ricondusse ad un significato opposto a quello che gli si dava ordinariamente; pubblicò opere anonime, come ad esempio il trattato di Jesu “Servatore”; ma, avendo avuto un litigio con Francesco Pucci, nel 1578, dovette lasciare Bale. Fausto fu così chiamato in Transilvania ed in Polonia, dove l’eresia antitrinitarista aveva messo radici ». « La sua presenza – continua Cesare Cantù – gettò un nuovo elemento di confusione tra le numerose sette di quel paese, portando alla luce un nuovo “simbolo”, estratto ,dalle carte dello zio, un simbolo che si differenziava per aspetti essenziali da quello degli unitari polacchi. Secondo questi numerosi scritti, Lutero e Calvino erano benemeriti, ma tuttavia, i loro meriti non sono stati soddisfacenti, poiché era necessario, a suo avviso, liberare la fede da qualsiasi dogma che superi la ragione… Fausto Socino fu quindi un vero e proprio eresiarca, un eresiarca ben caratterizzato, poiché, nel proclamare i diritti della ragione, non rispettava alcun limite. Lutero e gli altri avevano secolarizzato la Religione, egli secolarizzò Dio; se non osò bandire il soprasensibile, egli negò tutti i dogmi, condusse all’incredulità, ed è stato il padre del razionalismo, che è l’eresia del nostro tempo. Egli insegnava anche degli errori sociali: esagerando la dottrina della misericordia evangelica e del perdono, negava non solo la legittimità della guerra, ma anche quella di ogni autorità repressiva… Questa dottrina fu sostenuta dai suoi seguaci, che ne estesero le conseguenze fino al punto di negare il diritto penale, ed in particolare la pena di morte… In realtà, la Riforma era riuscita solo a strappare le anime al Papa per darle o ad un re, o ad un concistoro o ad un pastore. Solo il socinianesimo impiantò l’autonomia della ragione; è da esso che emersero i Cartesio, Spinoza, Bayle, Hume, Kant, Lessing, Hegel, Bauer, Feuerbash. Strauss e i suoi seguaci, negando il Cristo positivo e sostituendolo con un ideale di Cristo, hanno solo aggiunto al piano sociniano l’elaborazione scientifica, che è il segno distintivo dell’età moderna: le bestemmie arcadiche di Renan e le proposte dell’incrocio di Bianchi-Giovani e diversi italiani non hanno altre origini. Sono loro che hanno soppresso in un sol colpo la questione suprema, la chiave di volta della storia, quelle della vita, della morte, del futuro, dell’intelligenza del mondo misterioso ». Così parla Cesare Cantù. È quindi evidente a chiunque sappia leggere che il socinianesimo è figlio della Riforma protestante e Socino il fondatore della setta massonica: il Socinianesimo e la Massoneria sono una stessa cosa. – « Il sociniani – dice ancora Cesare Cantù – in quanto discepoli di Lutero, si sono proclamati i restauratori del Cristianesimo primitivo, solo perché prendevano le Sacre Scritture come unica regola della fede e la misura delle loro azioni. Lutero, eliminando dalla Bibbia ciò che non era di suo gradimento, conservò i dogmi della Trinità, del peccato originale, dell’Incarnazione e della divinità di Cristo, il battesimo ed una sorta di Eucaristia. Socino soppresse tutto. Il luteranesimo aveva dato la preponderanza all’elemento divino, il socinianesimo all’elemento umano; i riformati esagerarono il dogma del peccato ereditario, i sociniani non lo riconobbero. Secondo quelli, solo Dio opera la giustificazione, e l’uomo resta del tutto passivo. Secondo quest’altri, l’uomo è il solo ad agire, egli si eleva e si perfeziona, senza che Dio faccia nient’altro che rivelargli la sua dottrina. Per i protestanti, il Salvatore divino è venuto sulla terra per riscattarci con il suo Sacrificio; per i sociniani è un uomo che è stato mandato sulla terra per dare all’umanità una nuova dottrina e per mostrare loro il modello da imitare. I protestanti, confidando interamente nella grazia, disprezzano la ragione; i sociniani proclamano che la ragione e i suoi diritti sono al di sopra di ogni mistero e che solo essa è in grado di dissipare le fitte nubi che avvolgono le Sante Scritture.  « I protestanti (dice Gioberti) hanno preso dalle opere dei pagani gli accessori e l’eloquenza; i sociniani ne hanno sostanzialmente rinnovato le tendenze, lo spirito e le dottrine. Rifiutando l’ideale sovraintelligibile e la rivelazione, essi oscurano l’intelligibile a forza di logica, la privano di quella purezza e di quella perfezione che abbondano nei precetti del Vangelo; riducono la sapienza di Cristo alle anguste proporzioni di quella di Socrate e di Platone; all’idea luminosa ed armoniosa del Cristianesimo Cattolico, sostituiscono l’idea zoppicante e nebulosa della filosofia pagana. Essi conservano solo in apparenza le verità soprarazionale della Rivelazione al fine di stabilire un’apparente armonia tra l’aristocrazia sociniana e la moltitudine, e per formare una dottrina exoterica ad uso esclusivo del volgo ». – Per riassumere la questione, diciamo che dopo aver potuto predicare la sua dottrina liberamente, moltiplicare i suoi adepti, tenere le sue assemblee, organizzare la sua società segreta e simbolica, riversare l’errore nel seno della sfortunata Polonia, Fausto Socino, aiutato da Sigismondo-Augusto, che aveva garantito la libertà di coscienza a tutti i nemici del Papato, poteva applaudire se stesso per aver portato a termine il suo piano, accordando l’eresia all’azione, cioè fino alla perdita di anime e alla rovina di uno o più Paesi, ma mai fino al punto di distruggere il Cristianesimo, divino ed immortale nella sua natura. « Tuttavia, Fausto Socino ha dovuto affrontare gravi contraddizioni, a proposito delle sue dottrine – dice Cesare Cantù. Protetto da alcuni grandi personaggi, sposò Agnese, una giovane ragazza di buona famiglia, che perse nel 1587. I suoi oppositori eccitarono contro di lui il popolo di Varsavia, che lo trascinò per le strade della città. Egli riuscì a fuggire con grande difficoltà a questi maltrattamenti, e si ritirò in un oscuro villaggio, dove morì il 3 marzo 1604 ». « La setta sociniana – aggiunge Feller – ben lungi dal morire o dall’indebolirsi alla morte del suo leader, divenne considerevole grazie al gran numero di personaggi di qualità e di sapienti che ne adottarono i principii. I sociniani erano abbastanza potenti da ottenere nelle diete della Polonia la libertà di coscienza; ma diversi eccessi che commisero contro la religione di Stato, li fecero scacciare definitivamente nel 1658. Le ceneri di Socino vennero dissotterrate, portate ai confini della Piccola Tartaria, e poi messe in un cannone che le inviò nella terra degli infedeli. » – « A Siena, dove la famiglia dei Socino si era distinta, fin dai tempi più remoti, per le cariche che i suoi membri avevano ricoperto, così come per la loro sapienza –  scrive Cesare Cantù – abbiamo ricercato attentamente alcuni dei loro ricordi, ma di loro, ma non ne è rimasto quasi nessuno. Si dice soltanto che la villa di Scopeto appartenesse a questa famiglia. Fino a qualche anno fa, c’era un grande albero sotto il cui riparo, secondo la tradizione, i religiosi tenevano le loro assemblee; così fu abbattuto per ordine della pia signora a cui apparteneva. » – Gli storici concordano sulla vita e sulla dottrina di Fausto Socino. Alle testimonianze già citate vogliamo solo aggiungere le parole di un noto teologo: Bergier.  « Fu intorno all’anno 1579 – dice l’autore del Dizionario di Teologia – che Fausto Socino, nipote ed erede dei sentimenti di Lélio Socino, arrivò in Polonia. Trovò gli spiriti divisi in tante sette quanti erano i dottori: tutte queste cosiddette chiese erano unite in un solo punto, cioè l’avversione al dogma della divinità di Gesù Cristo. A forza di dispute, scritti, gentilezze e flessibilità, Socino riuscì a riunirli e a portarli più o meno alla stessa opinione, almeno esteriormente; divenne così il principale leader di questo gregge che ha conservato il suo nome. Morì nel 1604. » Dopo aver esposto a lungo la dottrina sociniana, lo stesso autore aggiunge: « Inoltre vediamo dagli scritti dei deisti moderni che essi hanno preso dai sociniani la maggior parte delle loro obiezioni contro i dogmi che noi sosteniamo essere rivelati, così come i sociniani hanno preso in prestito i loro principi e la maggior parte dei loro dogmi dai protestanti. Così, mentre i primi non rifiutano di riconoscerli come loro maestri, i protestanti hanno una cattiva disposizione nel voler riconoscere i sociniani come loro discepoli. Ma abbiamo dimostrato altrove che il deismo stesso è un sistema incoerente in cui un raziocinante non può rimanere saldo; ché di conseguenza in conseguenza è presto portato all’ateismo, al materialismo ed infine al pirronismo assoluto, l’ultimo termine dell’incredulità. Ne siamo convinti non solo dagli argomenti che i materialisti hanno opposto ai deisti, ma anche dal fatto che i nostri più famosi miscredenti, dopo aver predicato il deismo per qualche tempo, sono arrivati ad insegnare essenzialmente il materialismo. Nulla dimostra meglio la connessione delle verità che compongono la Religione cristiana dei Cattolici, della catena di errori in cui cadono necessariamente tutti coloro che si allontanano dal principio su cui si fonda questa Religione divina ».

DISCORSO SUL SEGRETO DELLA FRANCO-MASSONERIA (2)

FAR FRUTTI DEGNI DI PENITENZA

FRUTTI DEGNI DI PENITENZA

(Da un’omelia di p. Francesco Maria Zoppi  sulle parole di S. Giovanni Battista “facite ergo fructos” in Ev. S. Luca III, 8; in Omelie, prediche sermoni. – Milano, 1841)

Prendendo Giovanni il figliuolo di Zaccaria a preparare le strade al venturo Messia, ad appianarle e raddrizzarle in compimento della profezia di Isaia, a disporre cioè gli uomini tutti a ricevere con un cuore umile, retto e mansueto il loro Salvatore; non fa altro che gridare e nel deserto e per tutto il paese che circonda il Giordano, la penitenza per la remissione de peccati, giusta l’ordine del Signore: Fauctum est verbum Domini super Joannem Zachariæ filium, in deserto: et venit in omnem regionem Jordanis prædicans baptismum pœnitentiæ in remissionem peccatorum. Questo è l’unico argomento di tutta la sua predicazione. E ben di leggieri potremmo da ciò solo argomentare di quanta importanza sia la virtù che predica. Ma egli stesso non esorta o consiglia solo a praticarla, ma il comanda apertamente? Facite ergo fructus dignos pœnitentiæ: e sì la reputa necessaria e indispensabile, che dichiara vana la confidenza in altro merito benché singolarare, in altro protettore, benché il più potente: Ne cœperitis dicere, Patrem habemus Abraham. Né si accontenta egli di una penitenza qualunque, ma esige una penitenza, che renda de’ frutti buoni, che si mostri ne’ fatti, che risponda il più che sia possibile al numero e al peso delle colpe, alla forza degli abiti malvagi inveterati; alla misura della collera provocata e della irritata giustizia di Dio: Fructus dignos pœnitentiæ: Vuole finalmente che la penitenza sia altrettanto pronta, quanto perfetta ed efficace; non accorda un sol momento di indugio, ed assomigliando coloro che non fanno compiuta penitenza ad alberi i quali, non dando alcun buon frutto, si tagliano e si gettano nel fuoco, intima loro che la scure è già levata sopra la loro radice, e che loro è imminente il taglio fatale: Jam securis ad radicem arborum posita est. – Cose tutte son queste che io vi ho già fatto rimarcare; allorché presi a spiegarvi questa prima predica del santo Precursore registrata nell’odierno. Vangelo, esortandovi io pure caldamente ed anche in nome di Dio altamente comandandovi di fare penitenza. Ma lo avrò io fatto con qualche profitto? Posso io lusingarmi d’averne riportato tanto da ascoltatori cristiani, quanto egli ne l’importò da ascoltatori pagani? Questo è invero il fine a cui ardentemente aspiro, o miei devoti, né so bramare compenso più consolante per qualunque mio ministero. Poiché adunque il santo Precursore vi fu già maestro della necessità, perfezione e prontezza onde si deve praticare la penitenza; gli ascoltatori di lui sianvi oggi maestri della docilità di mente e di cuore; onde dovete prestarvi alla voce di chi ve la predica e ve la comanda. Anche a’ Giudei era stata predicata da’ profeti la penitenza: ma ben di raro avevano essi ascoltate di queste prediche: si era da qualcuno di loro anche praticata, ma ben da pochi. Quindi novello quasi e certamente duro doveva sembrar loro il sermone, che lor tenne sulla penitenza Giovanni Battista; e sì che il santo predicatore non usò, come sogliono fare gli oratori; né di arte per persuaderlo, né di grazie per raddolcirlo anzi pare che li rimbrottasse ben aspramente allorché, secondando l’impeto del suo zelo, diceva loro liberamente: o razza di vipere, chi vi ha insegnato a fuggire lo sdegno del Signore che vi sovrasta? Fate adunque frutti degni di penitenza: Genimina viperarum, quis ostendit vobis fugere a ventura ira? Facite ergo fructus dignos pœnitentiæ. – Nondimeno qual breccia fece sull’animo loro questo parlare? Lo hanno appena ascoltato che gli si affollarono all’intorno per essere da lui battezzati, e sollecitamente lo interrogarono, Che cosa adunque abbiamo a fare? Quid ergo faciemus? Come se volessero dire: Sì, che temiamo la collera del Signore; ed Egli il sa, se noi bramiamo di fuggirla: diteci solo che cosa abbiamo a fare, ed eccoci pronti ad obbedirvi: Quid ergo faciemus? E non fu soltanto taluno di cuore o tenero o timido, che parlasse così; no, ma fu tutta la turba degli ascoltatori: Interrogabant cum turbæ dicentes, Quid ergo feciemus? Ma furono i finanzieri, avvezzi alle animosità ed alleestorsioni: Venerunt et publicani ut baptizarentur, et dixerunt ad illum, Magister, quid faciemus? Ma furono gli stessisoldati, che sogliono avere il cuore incallito dal frequentemirare ed esercitare le stragi: interrogabant eum et milites dicentes, Quid faciemus et nos? – Qual consolazione pel santo Precursore al vedere turbe intere cangiate quasi in altrettanti suoi figliuoli, che non attendevano se son i cenni di lui per onorarli ed eseguirli prontamente? al vedere uomini per condizione i più duri ed i più fieri, resi dalle sue parole più docili e mansueti degli agnelli, al vederli tutti avidi di sapere e di intraprendere un genere di vita poco conosciuto, meno praticato, austero, ripugnante alla corrotta loro natura, e molto più alle passioni signore già dei loro cuori? – Toccò pure simile consolazione ne’ primi giorni della Chiesa al principe degli Apostoli, a suoi colleghi, e di tempo in tempo a qualcuno de’ suoi successori. Ma avviene mai, che tocchi a qualcuno de’ sacri predicatori della penitenza a’ nostri giorni? Eppure parliamo a Cristiani ben educati, e parliamo di una virtù la più celebrata non meno dalla bocca di chi l’ha predicata, che dall’esempio di chi l’ha praticata; e ne parliamo colle maniere più dolci e le più atte a nasconderne od a toglierne le asprezze. Ma sospendiamo per poco i rimproveri, mentre io amo per ora che gli ascoltatori di Giovanni ci siano piuttosto maestri che censori. – Che cosa ci insegnano adunque colla sollecita domanda, che gli uni dopo gli altri si affrettano di fare al novello loro predicatore, dicendo questi, Che cosa dunque abbiamo a fare? Quid ergo faciemus? e tosto ripigliando quelli, È noi che cosa abbiamo a fare? Quid faciemus et nos? Come meglio potremmo conoscere, che tutti erano veramente tocchi da Dio; e che per loro era giunto il tempo della misericordia? E da chi meglio potremmo apprendere, quale debba essere lo spirito di un vero penitente? Io vi scorgo qui primieramente uno spirito umile, che o rinunziando ai propri lumi, o non fidandosene, o dandosi anche per cieco, si abbandona interamente ai lumi ed alla guida altrui. – Eccoci il primo importante ammaestramento che ci danno codesti veri penitenti, d’essere cioè docili di mente ai giudizi ed alle istruzioni de nostri direttori, scelti che li abbiamo secondo il voler di Dio, illuminati, saggi, disinteressati. E per verità non sono eglino per una parte da Dio destinati pel carattere della loro vocazione ad illuminare il mondo? Voi siete la luce del mondo, dice loro Gesù Cristo: vos estis lux mundi. E non dobbiamo noi credere che Dio sparga sopradi loro questa luce, perché essi la diffondano in quelli chesono da loro diretti; e che più copiosa e più splendida lasparga, dove più dense sono le tenebre che hanno a diradare,dove più scabrosi e più difficili sono i casi a cui devonoprovvedere? Non dobbiamo noi credere, che, non avendoeglino verun interesse di ingannare, avendo anzi tutto il doveree l’interesse di guidare rettamente per non rendersi appressoDio colpevoli delle loro direzioni, delle quali sonopresso Lui responsali, siano imparziali e giusti i loro documentied i loro giudizj?Dall’altra parte per quanto illuminati si credano i penitenti,devono pur confessare di non esserlo per l’ordinario tantoquanto il dev’essere chi è da Dio posto sul candeliere, e daLui trascelto ad essere dottore in Israele. Quanto è facileinoltre che parziali siano. questi giudici che giudicano incausa propria? Quanto è facile che ne’ loro esami e nelle loro sentenze non abbia qualche parte il loro amor proprio;benché si propongano di sorvegliare sopra di lui e di contrariarlo?Quanto è da temere che quelle passioni stesse chehanno gettato tante volte il loro spirito nel bujo della notte,benché siano ora da loro castigate e frenate, non oscurinoalquanto ancora i lumi della ragione e della fede? Quantoèda temere che non si prendano i falsi lumi per veri, lelucciole notturne per ardenti lucerne, e le immagini d’una riscaldatafantasia per divine illustrazioni, e per sante ispirazionile suggestioni affatto umane? Siccome adunque sarebbetemerità il volersi dirigere secondo i propri lumi scarsi edincerti; così diviene necessario che i penitenti, pronti a volersottomettere pienamente il loro giudizio a quello del direttore,e ricevere da lui la legge; si gettino nelle braccia dilui e a lui domandino umilmente; Che cosa abbiamo a fare: Quid faciemus?Ma, mentre predichiamo la penitenza, abbiamo noi la bellasorte di piegare e guadagnarci per egual maniera le menti de’nostri ascoltatori? Accade pur talvolta che il Signore benedicele fatiche del nostro ministero, e ci conduce ai piedi qualchenostro ascoltatore, tocco dalle nostre parole, o a dir megliodalla grazia divina. Ma depone poi egli sempre a’ nostri pieditutti i suoi pregiudizi? Al che spesso dobbiamo col più vivonostro rammarico persuaderci, che molti penitenti siano guidatia noi piuttosto da un timor vano e passeggero, che da unsincero pentimento, perciò appunto che ci spiegano prevenzionitroppo favorevoli alle particolari loro opinioni, e ideefalse e sinistre del nostro ministero! Ah che spesso dobbiamoaccorgerci, che non si presentano a noi come a loro giudici,ma tutt’al più ci reputano loro consiglieri, riservandosi inoltreil pieno arbitrio di accettare e rifiutare a loro piacere inostri consigli! Ah che spesso ci tengono al confessionaleun linguaggio, che forse non ardirebbero di tenerci in casa,o nella conversazione, dove fossero da altre persone prudentiascoltati; e chiunque li ascoltasse, non li direbbe già ammalati,che si mettono nelle mani del medico per essere da luiguariti, ma medici che sono a consulta con altri medici!O se pure alle prime ci danno la consolazione di vederliavanti noi genuflessi a chiederci nell’aria la più umile, Checosa abbiamo a fare: Quid faciemus? e mostrano di abbandonarsi ciecamente alle nostre direzioni, e ci pregano a consigliarli non solo, ma a non risparmiare loro i comandi, eci protestano di voler fedelmente attenersi a quanto loro prescriveremo; sono poi senza alcuna loro replica le nostre ammonizioni, i nostri suggerimenti, gli stessi nostri. Comandi? Quante volte un momento dopo li sottopongono al sindacatodelle loro passioni? Quante volte ci sentiamo rispondere, chei nostri consigli non sono atti alla loro indole e condizione,e che le nostre medicine non sono fatte per la loro malattiae pel loro temperamento? Quante volte dobbiamo argomentaredalle loro risposte, che ci hanno in conto di direttori oignoranti o rigidi o scrupolosi? Quante volte la voglionocon noi disputare nel tribunale di penitenza, quasi fosseroin un contraddittorio innanzi ad un tribunale umano? Voilo sapete, o Signore, qual pericolo corre talvolta la pazienzae la prudenza de’ vostri ministri posta da costoro a cimento,se non fosse sostenuta dalla vostra divina grazia; e da quelluogo ove non dovremmo che porgervi ringraziamenti perle vittorie riportate sugli ammolliti loro cuori, voi il sapetequante preghiere vi mandiamo perché rompiate la pertinaciadelle caparbie loro menti.Tuttavia, non è così frequente il caso di chi porta al tribunaledi penitenza una cervice sì dura quanto di chi vireca un cuore incirconciso. E che razza di penitenti sono quelli che, quantunque siano docili di mente, nol sono di cuore? La docilità del cuore è tanto essenziale al penitente, che senza di essa ogni altra dimostrazione di pentimento è finta e bugiarda; e questo è il secondo e più importante ammaestramento che ci danno gli ascoltatori di Giovanni Battista coll’offerirglisi pronti a fare tutto quanto avrebbe loro ordinato, dicendo tutti e quasi a gara richiedendo, Che cosa abbiamo a fare: Quid faciemus? – Come infatti si potrebbe dire che un penitente sia veramente convertito di cuore, se pretendesse ancora regolarsi secondo i suoi voleri? Per qual altra via si è egli reso colpevole, se non col ripugnare alla volontà di Dio per fare la propria? Per qual altra via adunque potrà egli dimostrarsi veramente pentito delle sue colpe, se non col negare pienamente la propria volontà per fare in tutto quella di Dio? Ciò costa, ciò è amaro, ma sana. Altrimenti che direste voi di un ammalato; che ricusasse di ricevere le medicine certamente efficaci per guarirlo? Costui, direste, ama di restar ammalato. Chi ama veramente di guarire, non v’ha medicina benché amarissima che non sia disposto a ricevere. Che direste se un reo di morte non volesse dare al giudice la soddisfazione che gli impone a sconto del delitto e a scampo della morte? Non è vero, direste, che a costui dolga veramente di aver commessi i suoi misfatti: chi vuole davvero placare la giustizia e conseguire perdono, non v’ha pena anche grave che non sia pronto a sopportare. – Sia dunque duro quanto si voglia il comando che vi fa un direttore discreto e prudente che vi conosce per ogni riguardo appieno, sia aspra quanto più il possa essere la penitenza che vi ingiunge; qual ragione potete addurre a dispensarvene? Se dite che le prescrizioni di lui non vi sembrano necessarie, o in tutto conformi al volere di Dio, voi mostrate ben poco docilità di mente: se dite che troppo ripugnano alla vostra volontà, voi mostrate ben poca docilità di cuore: se per l’una e per l’altra pretesa vostra ragione ricusate di obbedire: al comando e di compiere la penitenza, voi mostrate di non avere un pentimento verace delle vostre colpe. – Eppure troviamo tutta la docilità ne’ nostri penitenti, finché non ingiungiamo loro che la recita di alcuni Pater o del piccolo Rosario, o di altre brevi orazioni; ma sono pur pochi quelli che, disposti a fare ogni cosa per espiare i loro peccati, ci dicano come conviene, e coll’animo col quale il dicevano i penitenti del santo Precursore, Che cosa fa bisogno che noi facciamo? Siamo pronti a tutto: Quid ergo faciemus? O per lo meno sono ben pochi che pur dicendolo, e avendo anche in animo di farlo, siano poi fedeli, fermi e  costanti nell’adempirlo. Oh strano rovescio di cose! – Succede pur troppo nel tribunale di penitenza ciò che forse non succede mai ne’ tribunali profani, che il colpevole cioè, anziché chinare il capo sotto gli ordini del giudice, e dimandargli, Che cosa devo io fare? pretenda che il giudice assecondi il genio di lui, e gli dica, Che cosa volete voi fare? Se non sono queste le parole, questa è certamente la disposizione dell’animo di coloro che per propri direttori sì scelgono, a bello studio de maestri di una morale facile ed arrendevole, i quali sogliono mettere de capezzali sotto il capo e de cuscinetti sotto ogni gomito de loro penitenti, per valermi delle immagini del profeta Ezechiele; di coloro che a forza di eccezioni forse immaginarie, di scuse chi sa se veraci, e di pretesti mendicati, cercano di sottrarsi dalla severità del santo Vangelo, e di entrare quasi col sacro ministro in umani accomodamenti; di coloro i quali, perché il medico spirituale trova necessario di adoperare nelle loro invecchiate ed incancrenite loro piaghe il ferro o il fuoco a prevenire un guasto maggiore ed una certa morte, partono da lui disgustati, né più ritornano a lui. – Ma succede ancor. di peggio. V’hanno pur di quelli che, invece di chiedere con sommessione al sacro giudice, Che cosa abbiamo a fare: Quid ergo fuciemus? replicano col fatto, e talvolta anche in faccia al comando di lui, No, nol voglio fare; e tanto ardire spiegano avanti il giudice eterno Gesù Cristo, quanto non ne spiegherebbe mai colpevole qualunque avanti un giudice umano. E non sarà già che rispondano così perché li carichiamo di troppo rigida penitenza. Così rispondono quando pure li vogliamo richiamare al solo e preciso loro dovere; quando, esigiamo da’ Cristiani penitenti nulla più di quanto esigesse il santo, Precursore da’ Giudei, da’ pubblicani, da’ soldati. Che cosa rispose egli alla premurosa domanda che gli fecero le turbe? Chi ha due vesti, una ne dia a chi n’è senza, e lo stesso faccia chi ha da mangiare: Qui habet. Duas tunicas, det non habenti, et qui habet escas, similiter faciat. Ora si provi un ministro del Signore di ordinare a certiricchi o avari od inumani; che facciano limosina, che vestanoil nudo con qualcuna delle vesti onde vanno piene le loroguardarobe, che ristorino il famelico con qualche vivandaond’è copiosamente imbandita la loro mensa; certo che costuinon sarà più il loro confessore.Che cosa rispose il santo Precursore ai pubblicani? Non esigetedi più di quello che vi è stato stabilito: Nihil amplius quam quod constitutum est vobis, faciatis. Ebbene ordini ilconfessore a certi genitori, padroni o superiori di usare carità.discrezione nel comandare ai loro figliuoli, servitori osubalterni, e di non imporre loro più di quanto possanoportare le loro spalle. Forse non replicano parola, ma giuntia casa, proseguono a comandare a bacchetta come prima, ed a misurare gli ordini loro non dalle forze altrui, ma dalleindiscrete loto voglie.Che cosa rispose finalmente il santo Precursore ai soldati? Non togliete cosa per forza né con frode ad alcuno, e contentatevidella vostra paga: Neminem concutiatis, neque, calumniam faciatis; sed contenti estote stipendiis vestris. Oracomandi il confessore al negoziante ed al padron di bottega dinon commettere usure ed estorsioni, e di moderare i suoi guadagnie i suoi desiderj tra i limiti della giustizia e dell’onestà.Forse il promette, ma, tornato appena al negozio od alla bottega,seguita ad abusare della semplicità e della buona fededegli avventori, e a cavar loro la pelle come prima. E voiben vedete che codeste non sono penitenze o arbitrarie otroppo severe che loro impongono i confessori, ma indispensabiliobbligazioni che già sono tenuti di adempiere. Ah mieicari, non potrebbe dirsi perciò a ragione, che l’indocilità. de’penitenti sia una delle cause principali degli ostinati mali ondeil Signore ci castiga a’ nostri giorni, e ci manifesta ognora lasua collera?Siate adunque docili di mente e di cuore nell’attendere umilmenteil giudizio, e nel compiere esattamente il comando de’vostri direttori e dove aspre e dure vi sembrino le penitenzeche vi ingiungono, misurate solo, se il potete, l’onta che voifaceste al Signore, e poi ditemi, se v’ha penitenza che possiatericusare. Chi vi ha insegnato a fuggire altrimenti la colleradi Dio? Aspre penitenze appunto vi vogliono ad allontanarla,così, interpretando le parole del santo Precursore, diceva sanBernardo, co’ sentimenti. del reale Profeta, a’ suoi tempi noncertamente peggiori de’ nostri: Apprehendite disciplinam, ne quando irascatur Dominus; immaginatevi poi se vi voglia dimeno per placarla. Sia dunque il vostro direttore che vi percuota,sia Dio stesso, sopportate la verga che corregge, perché  non abbiate a sentire il martello che stritola: Sustinete Virgam corripientem, ne sentiatis malleum conterentem.

SAN TOMMASO APOSTOLO

S. TOMMASO

(Otto Hophan: Gli APOSTOLI – MRIETTI ED. 1951)

Tommaso è l’apostolo, cui facciamo torto, perché tutte le volte che ripetiamo il suo nome, forte o piano, aggiungiamo: « l’incredulo »; l’« incredulo Tommaso » è divenuto proverbiale, come se tutto l’essere di questo Apostolo, quasi come  per Giuda il traditore, si riducesse al suo peccato, alla sua « incredulità »; il rinnegamento di Pietro non fu meno riprovevole del dubbio di Tommaso; ma chi mai, che sia ragionevole, riduce Pietro al suo peccato? Pietro fu ben di più, e anche Tommaso è molto di più che non il suo peccato soltanto. Il povero Tommaso è stato persino proposto quale patrono e precursore di tutti gli « increduli, dubbiosi, cavillatori e teste leggere »; e questo è un grave torto che si fa a un uomo, cui la vita era amara anche senza di questo apprezzamento e che inoltre dovette tanto soffrire solo per nostro vantaggio. Lo scetticismo infatti e l’incredulità di Tommaso non hanno nulla a che fare con quell’atteggiamento tanto borioso e altrettanto sciocco, che pretende di citare dinanzi al tribunale della sua misera ragione Iddio e i suoi Misteri per la smania di trovar da ridire persino intorno all’Altissimo; 1’« incredulità » del nostro Apostolo è una conseguenza del dolore e fu trasformata in benedizione; come ogni altro peccato, bisogna considerarla insieme alla sua dolorosa radice e al coronamento della misericordia di Dio; solo così la possiamo valutare giustamente.

LO SCETTICO

Il nome stesso di Tommaso ha dato motivo a un giudizio meno lusinghiero di lui; l’Evangelista Giovanni di fatto gli aggiunge in due passi il soprannome « Didimo », che alla lettera significa « il duplice », ma in senso più largo « il gemello »; ora qualcuno ha tentato di attribuire a questo termine il senso di « discorde », quasi di schizofrenico, ch’è un’interpretazione del tutto infondata ed è respinta dalla esegesi biblica prudente; perché Giovanni nient’altro intende, che fornire ai lettori greci del suo Vangelo l’interpretazione del nome aramaico « Tommaso », che nella greca ha per corrispondente « Didimo, gemello ». Una leggenda indiscreta e pettegola credette d’aver individuato il compagno nel seno materno di Tommaso nel fratello gemello Eleazaro o nella sorella gemella Lisia; gli Atti di Tommaso apocrifi vanno anche più oltre: Cristo stesso sarebbe stato il fratello gemello, e Tommaso gli sarebbe stato tanto somigliante, che veniva scambiato con Lui spesso: Tommaso era creduto Cristo e Cristo era creduto Tommaso. Forse questa maligna leggenda si riconnette con la tradizione della chiesa di Edessa, secondo la quale il vero nome dell’apostolo Tommaso sarebbe stato « Giuda », detto pure Tommaso, cioè Didimo, Gemello; questo fatto condusse allo scambio con l’apostolo Giuda Taddeo, che senza dubbio, come a suo luogo sarà detto, era un « Fratello », ossia un cugino del Signore; la leggenda, con tutta sicurezza, fece di Giuda un Tommaso, un fratello e anzi un fratello gemello del Signore. Intorno alla origine dell’apostolo Tommaso, ai suoi genitori e alla sua vita precedente la chiamata del Signore non abbiamo dalla Sacra Scrittura nessun ragguaglio; è il primo dei Dodici, che, per così dire, entra nel Vangelo inosservato, egli è in testa agli Apostoli silenziosi o quasi muti; il suo nome comincia a splendere solo nei cataloghi degli Apostoli, come un raggio di sole sul limitare della foresta, cui finora non s’era fatta attenzione, senza che mai nell’intervallo precedente si faccia menzione di lui, a differenza dei primi sette colleghi. La leggenda fa di Tommaso un architetto e l’arte, sin dal secolo decimoterzo, gli ha messo in mano la squadra, come a patrono dell’ingegneria; ma secondo un accenno del Vangelo Tommaso era pescatore, non sembra quale padrone, come Pietro e Andrea e i figli di Zebedeo, ma piuttosto in qualità di garzone; questa ipotesi s’accorda con delle informazioni antiche, che fanno discendere Tommaso da genitori poveri e meschini della tribù di Giuda o di Issacar. A queste condizioni di vita misera e stentata risale forse la sua indole inceppata, incerta e oppressa. Perché egli nel Vangelo appare chiaramente un melanconico; Giovanni, fine ritrattista nonostante tutta la sua sublimità, riferisce in tre passi poche parole di Tommaso, ma essenziali; si danno pure talora delle espressioni, che, per quanto brevi e laconiche, fanno passare dinanzi alla mente in un baleno l’intera figura d’un individuo. I Sinottici ricordano Tommaso unicamente nei cataloghi degli Apostoli, all’ottavo posto Marco e Luca, al settimo Matteo; nel Canone della Messa e nelle Litanie dei Santi, persino anzi negli Atti degli Apostoli egli non viene dopo i colleghi Filippo, Bartolomeo e Matteo, che nei Vangeli lo precedono, ma prima di loro, quale qualificato ed importante teste della risurrezione. Tommaso però, nonostante questi compagni d’apostolato a destra e a sinistra, ci lascia l’impressione d’essere in qualche modo solo e sperduto nella serie dei Dodici, enumerati nei cataloghi; se si paragonava con gli altri, come amano fare i melanconici, si vedeva inferiore e l’ultimo di tutti; non avevano tutti gli altri preminenze e privilegi, ch’egli non aveva? Pietro era il primo nel potere, Giovanni il primo nell’amore, Andrea e Giacomo potevano fruire del sole delle prerogative dei loro grandi fratelli, Filippo aveva il suo allegro amico Bartolomeo e Bartolomeo aveva il suo Filippo, Matteo era una persona esperta e ricca, mentre Giacomo Minore, Taddeo e Simone erano fratelli di Gesù, come scriveremo a suo luogo; è vero che questi ultimi venivano dopo di lui, Tommaso, ma questo era dovuto solamente alla nobile delicatezza del Signore, che ai suoi parenti aveva assegnato gli ultimi posti; infine Giuda Iscariote, il collega incomodo e quasi malsicuro, godette tuttavia la fiducia, in vista della quale poté tener la cassa; solo Tommaso dunque se ne sta senza titoli e rapporti d’intimità, solitario, ultimo di tutti. Queste nostre supposizioni — non pretendono essere di più — non saranno giudicate infondate, se i testi evangelici, riferentisi a Tommaso, vengono considerati in tutta la loro portata. Tommaso compare la prima volta in precedenza alla risurrezione di Lazzaro, poche settimane prima della passione del Signore. Maria e Marta, le sorelle addolorate di Lazzaro, di lassù a Betania avevan inviato a Gesù un corriere, perché in quel tempo, dinanzi alle intenzioni omicide dei suoi nemici, Egli si era ritirato nella regione della Perea. Quand’ebbe appreso della grave malattia di Lazzaro, Egli diede l’oscura e misteriosa risposta: « Questa malattia non conduce alla morte, ma serve alla glorificazione di Dio; il Figlio di Dio sarà glorificato per essa »; soltanto due giorni dopo disse ai suoi Discepoli: « Andiamo di nuovo in Giudea! »; i Discepoli, costernati e impauriti fino nel fondo dell’animo, Gli opposero: « Maestro, appena ora i Giudei volevano lapidarti, e Tu vuoi andar là nuovamente? »; quando parlò loro del « sonno » di Lazzaro, essi non badarono volutamente al vero senso di quella parola per potervisi aggrappare avidamente: « Signore, se dorme, guarirà nuovamente »; nonostante però questo affannoso sotterfugio, Gesù rimase fermo nella sua decisione di mettersi in quel viaggio pericoloso, che doveva farGli incontrare la morte. Fu Tommaso, che in quel momento gridò, triste e fedele insieme, agli Apostoli suoi compagni: « Andiamo insieme e moriamo con Lui! ». Uscita piena di malinconia e di amore! Egli, melanconico com’era, s’era già immaginate le ultime vicende e le vedeva certamente oscure; non fa accettare a se stesso nessuna consolante bugia né si lascia illudere, come gli altri, da palme e da osanna; egli vede arrivare ore nere, nerissime; qualora però il Signore, nonostante tutti i moniti dei suoi Discepoli, voglia avviarsi alla sua fine, questo non Gli deve capitare da solo; noi, noi tutti andiamo con Lui e con Lui moriamo! Pietro, dopo il primo annunzio della passione, nella sua impetuosità, aveva gridato ben diversamente per un timore nei riguardi del Maestro e… di se stesso: « Lungi da Te, o Signore! Questo non Ti deve accadere! ». La parola di Tommaso è più matura, più grave, come una spiga che abbandonandosi si piega verso il suolo, dal quale è cresciuta. Nel quadro dell’ultima Cena di Leonardo da Vinci Tommaso, il secondo a sinistra di Cristo, Lo assicura con forza e quasi minaccioso della sua fedeltà. L’evangelista Giovanni riferisce anche la seconda espressione di Tommaso, melanconica quanto la prima, ch’egli disse nel Cenacolo. In quell’ora dolorosa il Signore era tutto intento ad aiutare i suoi Discepoli a togliersi dal proprio cuore mortalmente triste, inconsolabile per il dolore della separazione; e la prima consolazione, ch’Egli offrì loro, fu l’arrivederci nella sua gloria presso il Padre: « Il vostro cuore non tema! Credete in Dio e credete in Me! Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore; se così non fosse, ve l’avrei detto. Io vi vado per preparare a voi un posto; quando vi sia andato e abbia preparato un posto per voi, allora torno di nuovo e vi prendo con Me, perché anche voi siate dove sono Io ». Per richiamarli ai suoi precedenti discorsi e insieme per invitarli a uscire dall’opprimente silenzio, entrando in colloquio con Lui, Egli dice ancora quasi incidentalmente: « Dove Io vado voi lo sapete, e anche la via sapete »; e non vi fu nessuno che replicasse parola; solo Tommaso, in preda a desolazione commovente, confessò: « Signore, noi non sappiamo dove Tu vada, e come possiamo conoscere la via? ». Dice bene « noi », perché è sicuro che nemmeno gli altri avevano investigate le vie e le mete del Signore, « le sue vie sono ininvestigabili! », ma gli altri non ebbero la franchezza di aprire dinanzi a tutti la loro interna incertezza; Tommaso invece, che soffriva più di tutti per la gravità della situazione, non trattenne la sua domanda, ma con franchezza pose lealmente la sua anima straziata dinanzi al Signore. E Gesù, con grande comprensione per l’intimo tormento del suo Apostolo, gli disse una parola, che è fra le più regali di tutto il Vangelo, perché consentiva al riflessivo e sofistico Tommaso di dare uno sguardo nelle profondità del Maestro e anzi negli abissi dello stesso Iddio Trino, oscuri per la troppa luce: « Gesù gli rispose: “Io sono la via e la verità e la vita. Nessuno va al Padre se non per Me. Se voi Mi conosceste, conoscereste anche il Padre mio. Da questo momento Lo conoscete, L’avete anzi già visto” ». Questo splendido sguardo sulla nostra eterna dimora familiare col Padre e col Figlio e sulla via che ad essa conduce, che è Cristo, noi lo dobbiamo al tormento e alla domanda di Tommaso. Ma egli, per la sua indole e a salvezza di tutti, ha patito un’altra volta e ancor più dolorosamente nel tormento del suo dubbio, mentre risuonava giulivo l’Alleluia della prima settimana pasquale. – Tommaso, più d’ogni altro Apostolo all’infuori di… Giuda, aveva previsto il Venerdì Santo con chiarezza inesorabile; nelle profondità del loro cuore fondamentalmente diverso, tutti e due, il melanconico e il traditore, sapevano della sorte, che s’avvicinava al Signore; ma in una piega di quel cuore Tommaso — ah, Giuda stesso forse! — sperava che il Signore avesse il dominio della difficile situazione e la cambiasse; quando però la passione del Signore, come una catastrofe della natura, prese irrefrenabile il suo corso, e si succedettero cattura, condanna, crocifissione e morte, Tommaso fu schiacciato dal peso della realtà; questo per lui era troppo; da questo colpo non si rialzerà più. – Il Venerdì Santo aveva scosso anche gli altri Apostoli. Gli increduli veramente sostengono che essi, per un’intima speranza, erano febbricitanti nell’attesa della risurrezione, tanto che finirono per crearsene la persuasione; frattanto le relazioni evangeliche dimostrano inequivocabilmente che gli Apostoli non avevano della resurrezione nemmeno l’idea, tanto meno potevano nutrirne la speranza; alla  fine essi si arresero non ai sogni, ma unicamente ai fatti. Quando Maddalena gridò loro il primo messaggio pasquale, li incontrò « compagni afflitti e piangenti; quand’essi udirono ch’Egli vive ed è apparso a lei, non credettero » ; disorientati e tristi erano pure i discepoli, che andavano in Emmaus; anzi, quando il Signore stesso la sera di Pasqua irruppe come sole nella sala, persino in quel momento « credettero per l’angoscia e lo spavento di vedere uno spirito. Allora Egli disse a loro: “Perché siete così sbigottiti e per qual motivo pensieri sorgono nei vostri cuori?” ». In quell’ora del primo incontro con tutti, il Signore di sua iniziativa aveva concesso la prova palpabile, che poi avrebbe desiderato tanto anche Tommaso: « Guardate le mie mani e i miei piedi! Sono proprio Io; palpateMi e vedete! Uno spirito non ha carne né ossa, come vedete in Me ». Allora soltanto, come su monti dopo una notte di paurosi temporali, il Sole pasquale si levò su quegli uomini, persino in quel momento timidi e tremanti, come la prima luce dorata, che piove sulle nostre vette, quasi tutto quello che osservavano fosse troppo bello per esser vero: « Per la gioia non potevan ancor credere, ma solo stupivano », finché « Egli mangiò dinanzi ai loro occhi ». – Fatalità volle, si direbbe quasi, che Tommaso, proprio Tommaso, che aveva bisogno della Pasqua con più urgenza di tutti gli altri, non avesse a godere di quella prima ora del tripudio pasquale: « Tommaso non era con loro quando venne Gesù ». Ma perché no? solo per caso? Giovanni tace, e certo per sommo di delicatezza, che il povero, perplesso ed esacerbato collega era sul punto di ritirarsi dal loro gruppo; ché la sua speranza era stata lacerata e la sua fiducia delusa troppo crudelmente; che sta a cercare ancora nel gruppo dei delusi come lui? Quando gli altri andarono con fraterna bontà e in pienezza di gaudio a riferirgli, nella sua pericolosa solitudine, l’Alleluia: « Abbiamo visto il Signore», egli ne fu amareggiato; non era disposto a credere al loro messaggio così, per sentito dire; si è già proposto come norma, di non cadervi più dentro; del resto, se il Signore è veramente risorto, perché è apparso a tutti gli altri e solamente a lui no? non lo meritava quanto gli altri? Era l’ultimo degli Apostoli, sta bene, ma tuttavia era sempre uno dei Dodici; se al Signore non importa più di Tommaso, a che pro allora credere? E a questa maniera il poveretto passava di palo in frasca, avviluppandosi sempre più nel dubbio, nel rancore e nell’amarezza. Una cosa, un’unica cosa ammette ancora: « Se non vedo nelle sue mani il livido dei chiodi » — e frattanto dentro di sé va formulando la riserva: « vedere » soltanto non è ancora sicuro, perchè vedere può ingannare —, « se non posso mettere il mio dito nel posto dei chiodi e la mia mano sul suo fianco, non credo ». – Per la gioia pasquale degli Apostoli Tommaso era come un’ombra densa: se lo minacciasse una sorte simile a quella di Giuda? S’adoprarono per strappare il pericolante dall’abisso dell’incredulità; andò il buon Pietro e gli raccontò cento volte quello, ch’era avvenuto il dì di Pasqua; anzi per far animo al poveretto, gli confessò il peccato del proprio rinnegamento; andò Andrea, andò Giovanni, andarono a lui i discepoli di Emmaus, andarono le pie donne. Invano! A tutti egli oppose la sua ostinata condizione per dare la sua adesione. Alla fine, spossato, accondiscese almeno a non allontanarsi per allora dalla comunità, ché il Signore alla comunità s’era pur fatto vedere; però sedeva fra gli Undici come un assente; la gioia degli altri lo turbava, si sentiva straziato. In tali condizioni nessuno più poteva soccorrere, se non il Signore soltanto! La salvezza di Tommaso dipendeva unicamente dalla sua misericordia; la festa del nostro Apostolo viene celebrata nel giorno più corto dell’anno, quando il sole sta al suo punto più basso: anche nella sua anima stette il Sole tanto in basso, che egli riteneva non dovesse più levarsi. – « La pace sia con voi! »: fu come il canto d’un organo nella sala chiusa degli Undici. Il Signore! Veramente il Signore! Lui solo può entrare nelle sale e nelle anime chiuse. Era venuto per Tommaso; perché Egli è il buon pastore, che corre dietro alla pecorella smarrita finché non la ritrovi, e un Apostolo è in tanta dignità che per lui Egli si fa persino visibile e palpabile; aveva già rintracciato Pietro nel suo peccato e l’aveva ricondotto a Sé; Tommaso non è da meno dinanzi a Lui; lo va dunque a prendere nella pena dell’astio e del dubbio per condurlo al focolare della sua pace. E Gesù riprende sulle sue labbra, parola per parola, quella caparbia condizione richiesta da Tommaso per poter prestar fede: « Metti il tuo dito qui e vedi le mie mani! Stendi la tua mano e mettila sul mio fianco! »; e anche il biasimo suona come un balsamo: « Non essere incredulo, o Tommaso, ma credente », « fidelis — fedele », come con maggior profondità dicono il testo greco e latino. La sala era dominata da un grave silenzio; sembrava che non vi ci si trovassero che Gesù e Tommaso soltanto; mai la realtà divina e il dubbio umano stettero così vicini, faccia a faccia, l’una di fronte all’altro come qui: Tommaso, il povero rappresentante del dubbio, deve ora vedere e toccare a tranquillizzazione di tutti gli scettici. Egli vide il corpo luminoso; vide le rosse cicatrici delle ferite, come rose fiorenti, nel centro delle mani; vide la ferita del fianco, la porta aperta che mette nel Cuore di Dio; vide il Cuore palpitante, che, come acceso rubino, riluceva dietro a quella ferita tremendamente preziosa. Ne aveva abbastanza; non desiderò più di palpare quello che aveva visto; vinto dalla realtà e più ancora dalla carità del Signore, che è la suprema realtà, Tommaso si gettò a terra singhiozzando e abbandonò al Signore le profondità del suo spirito, tutti i lamenti non proferiti, tutte le questioni non sciolte, tutte le brame non saziate: « Mio Signore e mio Dio! Mio Signore e mio Dio! ». Nessuno degli Apostoli finora aveva chiamato il Signore « Iddio » così chiaramente, nemmeno Pietro nella sua professione a Cesarea di Filippo; il dubbioso e sofferente Tommaso fu il primo di tutti a fissare Cristo nel diadema della sua divinità; ed era stato precisamente il suo bisogno, che l’aveva condotto al Signore e a Dio, al « suo Signore, al suo Dio ». – L’evangelista Giovanni intendeva di concludere il suo Vangelo con l’episodio di Tommaso; quello ch’egli riferisce dopo nel capitolo ventunesimo: l’apparizione di Gesù al lago di Tiberiade, è solo un complemento, che aggiunse più tardi; la parola conclusiva, che Gesù disse a Tommaso, doveva riecheggiare nei lunghi millenni della fede, in quel momento al loro inizio, come un « Amen » vigoroso, riepilogante il Vangelo intero: « Perché Mi hai visto, Tommaso, tu credi. Beati coloro, che non vedono e però credono ». Questo non vedere e tuttavia credere è un atto umanamente e divinamente così sublime, che Pietro nella sua prima lettera gli rende apertamente omaggio: « Voi L’amate (Gesù Cristo), sebbene non L’abbiate visto; credete in Lui, sebbene non L’abbiate sotto gli occhi. Per questo esulterete di gioia inesprimibile e gloriosa, se raggiungete lo scopo della vostra fede, la salvezza delle anime » 13. Tommaso, che credette solo per aver visto, fu dal Signore chiamato per rassodare nella fede tutti coloro, che credono, sebbene non veggano; fu dunque disposizione provvidenziale, non fatalità, ch’egli la prima sera di Pasqua non fosse con gli altri; il suo dubbio doveva prevenire il nostro; nella sua incertezza doveva trovare base inconcussa la nostra sicurezza; egli passò vicino vicino all’infelicità, perché noi fossimo beati della nostra fede. Noi quindi dobbiamo un grazie cordiale all’« incredulo » Tommaso: egli ha sofferto il dubbio, uno dei tormenti più spaventosi dello spirito umano, per nostro vantaggio; la sua ferita doveva servire alla nostra salute. Tommaso è davvero « Didimo », un duplice, un gemello, perché con la sua fede ebbe i suoi natali anche la nostra. Vorremmo dirla un’amabile ironia quella del 21 dicembre, quando, pochi giorni prima di Natale, la Liturgia previene il presepio di Betlem colla festa di Tommaso e presenta al Bambino il Santo irremovibile. Ivi, ai piedi del Bambino divino, egli recita per i sofistici e i melanconici di tutti i tempi la sua profonda e insieme infantile preghierina: « Mio Signore e mio Dio! Mio Signore e mio Dio! ».

L’APOSTOLO

Gli Scritti Sacri non forniscono nessuna notizia intorno alle ulteriori vicende della vita di Tommaso; gli Atti degli Apostoli, ad esempio, non hanno conservata nessuna parola di lui, non ci informano di alcuna lettera sua. Ma potrebbe egli accomiatarsi dal Nuovo Testamento in modo più bello che con la sua professione nel Signore e Dio Gesù Cristo? Le notizie della tradizione ci indirizzano tutte verso oriente, verso la terra del sole levante, anzi nella leggenda siriaca e armena egli appare quale Apostolo principale dell’Oriente. Le antiche informazioni, capeggiate dallo stesso Origene (+ 253), parlano d’una attività apostolica di Tommaso fra i Parti; vengono ricordati pure i popoli dei Medi, Persiani, Ircani e Bactriani, che abitavano i territori degli odierni Iran, Irak, Afganistan e Belucistan; una leggenda deliziosamente ingenua dice che Tommaso incontrò fra i Persiani gli stessi Maghi, che un dì avevano reso omaggio al Bimbo di Betlem, e amministrò loro il battesimo. – La leggenda, secondo la quale Tommaso si sarebbe spinto ancor più innanzi, sino cioè alla vera India odierna, ebbe a suo favore anche scrittori cattolici solo dalla metà del secolo quarto; questa notizia non è in sé inconciliabile con le più antiche; nell’India stessa è sopravvissuta sino ad oggi l’opinione che Tommaso giungesse nella regione per la « via di seta », attraverso cioè la Persia e il Tibet. Quasi negli stessi anni, molti fuggitivi giudeocristiani sarebbero arrivati per via di mare in Cochin, dove il nostro Apostolo avrebbe faticato, finché più tardi si sarebbe inoltrato nel Travancore. Una antica tradizione siriaca chiama Tommaso « guida e maestro della Chiesa dell’India, ch’egli fondò e resse ». I così detti « Cristiani di Tommaso », che sono sopravvissuti sino al nostro tempo nella costa del Malabar — quelli uniti a Roma ascendevano nel 1937 a 700.000 credenti —, vedono in questo Apostolo il loro padre spirituale. Nonostante però tutti questi indizi, che pur meritano considerazione, la scienza cristiana trova difficoltà ad ammettere come efficaci le prove, che si adducono a favore d’un’attività di Tommaso nell’India. V’è anche un’altra opinione, secondo la quale egli avrebbe predicato il Vangelo addirittura in Cina; ma neppure questa si può dimostrare storicamente vera. Ancor più incerte e in gran parte fantastiche sono le informazioni sull’attività apostolica di Tommaso, che rigurgitano di miracoli; forse nessun altro Apostolo è stato quanto lui, l’« incredulo », soffocato dalla esuberanza della leggenda. Tutte queste notizie leggendarie dipendono dagli « Atti di Tommaso » apocrifi, che furono scritti nella prima metà del secolo terzo in ambienti gnostici, probabilmente a Edessa, e ben presto furono rielaborati da un cattolico siriaco o greco. Il loro contenuto in breve è il seguente: nella spartizione del mondo fra gli Apostoli, Tommaso tirò la sorte per l’India, ma per un sentimento di paura si rifiutò d’andarvi; per questo è venduto dal Signore stesso come schiavo al commerciante indiano Abbanes, che per incarico del suo re Gundaphar — alcune monete ritrovate attestano che un re indiano di nome Gundaphar fra gli anni 20-50 dopo Cristo è storicamente esistito — cerca un architetto. Tommaso, insieme con Abbanes, s’incammina silenzioso per il viaggio in India; il re accorda piena fiducia allo sconosciuto « architetto » e mette a sua disposizione enormi ricchezze per la costruzione del palazzo reale; l’Apostolo dispensa queste somme, fissate per la costruzione, ai poveri, con la motivazione che facendo così egli costruiva al re un palazzo in Cielo. Il principe inviperisce; ma gli appare il fratello defunto che lo rassicura della verità e della magnificenza di quel palazzo all’al di là, costruitogli da Tommaso; il re e suo fratello, risorto a nuova vita, si fanno battezzare. Tommaso s’inoltra nel regno vicino, dove induce parecchie donne di stirpe principesca a eleggere la verginità anziché il matrimonio — idee gnostiche, ostili al corpo e al matrimonio fanno spesso capolino proprio negli Atti di Tommaso —; per questo il re Mazdai ordina a quattro soldati di infilzarlo nello spiedo. La morte di spiedo sarebbe sino ad oggi una punizione per i delitti politici secondo la costituzione del Siam. Come luogo della morte, la tradizione ricorda « Kalamina », località, che sino ad oggi non si è potuta identificare con certezza; forse è in relazione col grande « monte di Tommaso » presso Mailapur, sul quale nel 1547 fu costruita una chiesa in onore dell’Apostolo Tommaso, supponendolo il luogo della sua morte; sull’altare si trova la croce di pietra di Tommaso, con iscrizioni del sesto, settimo e ottavo secolo. – È difficile sceverare nella leggenda di Tommaso la verità dalla finzione. Verso la metà del secondo secolo lo gnostico Eracleone afferma che l’Apostolo morì di morte naturale. La chiesa di Edessa si gloria del suo sepolcro, che in una predica il Crisostomo enumera fra i quattro sepolcri conosciuti degli Apostoli; la leggenda indiana cerca di andare incontro a questo dato, mentre riferisce che la maggior parte delle reliquie di Tommaso fu trasportata a Edessa nel secolo terzo; nel 1258 sarebbero passate da Edessa nell’isola greca di Chios e di qui, più tardi, a Ortona, dove attualmente sono onorate. All’Apostolo Tommaso vengono anche attribuiti diversi scritti, che però sono tutti apocrifi. Un « vangelo di Tommaso », ch’era sorto in ambienti di gnostici Naasseni, andò perduto; frammenti di quest’opera gnostica più estesa si trovano probabilmente nell’odierno « vangelo di Tommaso », che riferisce numerose leggende intorno all’infanzia di Gesù con profusione di chiacchiere: il bambino Gesù, ad esempio, in giorno di sabato, avrebbe plasmato degli uccellini di creta; al richiamo fatto da un giudeo a Giuseppe per l’infrazione del riposo sabbatico, il divino Infante avrebbe battute le mani e gli uccellini di creta se ne sarebbero volati via. L’unico pregio di questa e simili favole per il nostro tempo sta nel fatto, che, confrontate con i Vangeli genuini — si pensi, ad esempio, alla storia dell’infanzia di Gesù in quello di Luca —, ne mettono in risalto la dignitosa serietà. – Al nostro Apostolo risalirebbe pure un’« Apocalisse » dal titolo: « Lettera di nostro Signore Gesù Cristo al discepolo Tommaso ». Questo scritto, che è già stato condannato dal Papa Gelasio I alla fine del quinto secolo, va ciarlando sugli orrori degli ultimi sette giorni prima dell’ultimo giudizio, tre dei quali sarebbero dominati dalle tenebre. Tommaso viene pure messo in relazione con la leggendaria lettera del Signore al re di Edessa Abgar: quella lettera sarebbe stata scritta, per incarico di Gesù, dallo stesso Tommaso, che, dopo l’ascensione di Cristo, avrebbe inviato al principe Abgar Taddeo, uno dei settantadue discepoli, per guarirlo dalla sua grave malattia. – Frattanto quello, che di veramente storico ci fu trasmesso intorno a Tommaso nel Vangelo stesso, ci offre elementi più sicuri per delinearne l’attività apostolica che non gli apocrifi, così fantastici e smaniosi di miracoli. Qualche moderno fanatico dell’eugenica avrebbe sentenziato che Tommaso era inetto alla vita, ne era anzi indegno; poiché a che scopo un simile melanconico, che rende pesante la vita a sé e agli altri? E invece quali grandi cose non possono realizzare appunto tali uomini, qualora una mano benevola li aiuti a uscire dalla loro crisi! Dopo il consolante miracolo, che la divina misericordia operò la sera della seconda domenica di Pasqua, Tommaso fu libero dal fardello del proprio pesante « io » e non appartenne ormai che al Signore; portò ancora solo un carico, quello della riconoscenza, d’una riconoscenza tanto grande, da non potervi soddisfare in eterno; egli va debitore solo alla misericordia del Signore se non è divenuto apostata, ma è rimasto Apostolo; come per Paolo, il persecutore domato, così anche per Tommaso, l’incredulo richiamato, lo stimolo che lo spinse innanzi fu la misericordia del Signore. È profondamente simbolico che, secondo le notizie della storia o della leggenda, proprio questi due Apostoli abbiano lavorato nelle regioni più remote, Paolo in Spagna, ai confini dell’Occidente, e Tommaso in India, ai confini dell’Oriente; l’amore di Cristo infuocato e impellente spingeva i due sempre più avanti, più avanti ancora, come un fuoco, che mai si fa sazio. – L’attività apostolica di Tommaso dovette essere sicuramente mite, benigna, quasi tenera, come il suono d’una campana, cui, nel laborioso processo di fusione, sia stato infuso molto argento; Tommaso sapeva per propria esperienza le tremende possibilità del cuore umano. In uno scritto d’autore ecclesiastico orientale, nel sermone Bachios sul giudizio nella valle di Giosafat, il Signore rivolge la parola a Tommaso, esortandolo amorevolmente: « Tommaso, mio diletto, sii compassionevole verso il mio popolo, gli occhi del quale guardano a te, come presso di te fosse la risurrezione. Ricordati della mia amicizia con te nel giorno della tua incredulità! Io ti confortai e dissi a te: “Vieni, Tommaso, metti la tua mano sul mio fianco! Vieni, Tommaso, metti il tuo dito nella mia mano!”. Sappi, o Tommaso, mio diletto, ch’Io sono un cuore pietoso e misericordioso. Io ho accordato a voi la misericordia fin da principio. Voglio che voi la esercitiate oggi nella mia compassione, oggi ». Ascoltiamo qui messo in bocca al Signore quello, che nell’intimo del suo cuore Tommaso stesso si diceva continuamente; lui, che sa, perché gli fu usata compassione, aveva troppo sofferto per non capire anche gli altri, che avevano il cuore esulcerato. Ma era in grado di capire soltanto? Il sofferente e dubbioso Tommaso, su di cui il Sole pasquale era sorto in magnificenza particolare, poteva non solo capire le oscurità umane, ma anche illuminarle; con profondo intuito la leggenda gli attribuisce l’articolo del Simbolo apostolico: « Discese all’inferno; il terzo giorno risuscitò nuovamente da morte »; egli non deve annunziare melanconia e neppure compassione soltanto, ma anche Alleluia, quell’Alleluia, ch’egli attinse, come da una fresca sorgente, con mano tremante, dal Cuore del Signore. Oh, quel luminoso Cuore del Signore! Due Apostoli nel Vangelo ci vengono ricordati presso il Cuore del Signore, Giovanni e Tommaso, l’amante e il sofferente, e si direbbe quasi che il sofferente vi sia penetrato più a fondo dell’amante, anzi che tutto il significato della sua grande meschinità fosse spingerlo nelle profondità consolatrici di quel Cuore. Una bella leggenda riferisce che la mano di Tommaso, che s’era posata sul fianco di Gesù, rimase intrisa di sangue per tutta la sua vita: Tommaso non potrà dimenticare mai più quel fianco rosso e rifulgente; esso gli rischiarerà tutte le vie della vita. – La bella testa di Tommaso, che seppe creare il Rubens, ci commuove: quel volto purificato e maturato nel dolore, quella fronte solcata, che ha rimuginato tanti pensieri e sollecitudini, quegli occhi, che han vegliato molte notti e han pianto molte lacrime ci guardano stanchi e miti. Ora tutto è superato; la via, che un dì Tommaso disse sospirando di non conoscere, è percorsa e il buon vegliardo è già soffuso della luce del porto eterno. Oh, come dev’essere bello un giorno aver conservata la fede, aver combattuta la battaglia, aver sofferto lungo la via e trovarsi alla meta, nel Cuore del Signore, ove ogni inquietudine si trasfigura nella quiete! San Tommaso, prega per noi!

LA GRAZIA E LA GLORIA (60)

LA GRAZIA E LA GLORIA (60)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

II.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

LIBRO XI

IL CARATTERE SOPRANNATURALE E GRATUITO DEI DONI FATTI DA DIO AI SUOI FIGLI. – UN’ULTIMA PAROLA SULL’ECCELLENZA DELLA GRAZIA E DELLA GLORIA.

CAPITOLO IV

Una parola finale sulla grandezza soprannaturale della Grazia e della Gloria.

1. – Abbiamo detto abbastanza per concepire, almeno imperfettamente, a quali altezze al di sopra della natura, delle sue perfezioni e delle sue legittime pretese, Dio si è compiaciuto di elevarci, quando ci ha adottati come suoi figli, da schiavi che eravamo per la nostra origine e ancor più per il nostro peccato. Un testo di San Paolo ce lo mostrerà forse in modo ancora più eclatante. « È per grazia di Dio – dice questo grande Apostolo – che sono quel che sono: Gratia Dei sum id quod sum » (1 Cor. XV, 10). Studiamo e meditiamo su tutto il significato contenuto in una frase così profonda. « Io sono colui che è – rispose Dio a Mosè che gli chiedeva il suo nome. E questo è ciò che dirai ai figli d’Israele: “Colui che è”, mi ha mandato a voi » (Esodo III, 15). Dio è Colui che è, perché è l’Essere stesso; « perché Egli stesso è per Sé stesso e per tutte le cose, e perché è in un certo modo l’unico Essere, essendo il suo Essere e l’essere di tutti » (San Bernardo de Consid., L. V. c. 6, n. 13: Ipse sibi, ipse omnibus est, ac per hoc quodammodo ipse solus est, qui suum ipsius est et omnium esse »). – Egli è Colui che è; tutti gli altri esseri, le sue creature, rispetto a Lui sono come se non fossero. « Tutta la mia sostanza – grida Davide – è come un nulla davanti a Voi » (Sal. XXXVIII, 6). « Alla Sua presenza – dice Isaia – le nazioni sono come una goccia d’acqua nel fondo di un vaso, come un granello di sabbia in una bilancia e le isole come una polvere leggera. Non basta dire: « Tutti i popoli sono davanti ai suoi occhi come se non lo fossero; sono per Lui come un vuoto nulla » (Is. XL, 17). Chi siete dunque Voi, o mio Signore e mio Dio? L’Essere per eccellenza, l’Essere. E cosa sono se mi misuro con Voi? Un’ombra dell’Essere, un nulla. E ora chiedo al vostro Apostolo: quali sono tutti i beni naturali che posso trovare in me stesso, per quanto grandi e preziosi possano essere per gli uomini ciechi, in confronto alla grazia consumata, anche quella che è ancora allo sbocciare? Un nulla. Perché? Perché questi doni mi costituiscono o mi perfezionano tutt’al più, al massimo nel mio essere umano, mentre la vostra grazia, la più alta ed incomprensibile partecipazione della vostra natura, mi conferisce un essere divino. Dio, dunque, dicendo: Io sono colui che è, ha proclamato l’infinita eccellenza della sua natura; e San Paolo, dicendo con quasi uguale enfasi: È per grazia di Dio che sono ciò che sono, ha dato la vera formula in cui si riassumono gli splendori della vostra grazia e della vostra gloria. – San Paolo era di famiglia onorata; era di condizione libera; era cittadino di Roma; si distingueva per l’eccellenza del suo ingegno. Diciamo di più: San Paolo era potente in opere e taumaturgo; era l’Apostolo delle genti e la loro luce; egli veniva favorito con le più sublimi rivelazioni dal cielo. Tutti questi « Egli ERA », che tuttavia lo innalzano così tanto, rispetto all’essere donatogli dalla grazia santificante e vivificante, non contano: perché è grazie ad essa che egli è e vuole essere ciò che è. – Che cosa sono dunque gli sventurati che non hanno ancora la grazia, o che l’hanno deplorevolmente persa, in confronto ai giusti, arricchiti del tesoro della grazia? Dal modo in cui la Sacra Scrittura ne parla, sembrerebbe che il rapporto tra i due tipi di uomini sia simile a quello delle creature con l’Essere increato. Il Re-profeta, dopo aver glorificato Colui che cammina senza macchia ed opera la giustizia, aggiunge « il malvagio è ridotto a nulla davanti a Lui » (« Ad nihilum deductus est in conspectu ejus malignus », Salmo XIV, 4). Questo è anche il pensiero del Savio: « Quando – egli dice a Dio – un uomo vorrebbe essere una meraviglia tra i figli degli uomini, se la tua sapienza ne è assente, deve essere considerato un nulla » (Sap. IX, 6). In altra parte, i nostri Libri sacri riportano questa ardente invocazione della santa regina Ester al suo Dio: « O Signore, non consegnare il tuo scettro a coloro che non sono », cioè agli empi (Esth. XIV, 11). È ancora Abdia che profetizza delle nazioni, nemiche di Dio, « che saranno come se non fossero » (Abd., 16). Su ciò San Girolamo fa questa osservazione: « Dell’uomo che muore nei confronti di Colui che disse a Mosè: “Colui che è mi ha mandato a voi”, è scritto che egli non è, secondo l’uso della Scrittura ». – Ma perché non dovremmo tornare a San Paolo? Non ha forse scritto di sé questa sentenza per sempre memorabile: « Anche se parlo il linguaggio degli Angeli e degli uomini… anche se penetro tutti i misteri e le scienze, anche se ho una fede che può spostare le montagne, se non ho la carità (in altre parole, se non ho la grazia di Dio grazie alla quale sono ciò che sono), non sono nulla, nihil Sum » (I Cor., XIII, 1, 2). Io ho letto nella Scrittura che gli occhi del Signore si posano con compiacenza sui giusti: e questo perché sono uno spettacolo bello, una cosa grande davanti a Lui, poiché vede in loro l’immagine della sua natura, il santuario della Trinità, altri Se stesso. I peccatori, soprattutto quelli che sono eternamente vuoti di quell’essere che solo la grazia può dare, sono come cancellati dal libro dei pensieri divini. Dio non li conosce più (Mt. XXV, 12), tanto che sono per Lui una cosa senza realtà. – Qual è, dunque, la disgrazia e la follia di coloro che, per amore di miseri beni terreni, per il godimento di un giorno, o forse di un momento, non temono di rinunciare a questa grazia! Dovremmo dire che sono omicidi di se stessi, perché uccidono nelle loro anime il principio della loro vita per eccellenza, la loro vita soprannaturale? La Sacra Scrittura ci autorizza a farlo: « Chi non ama, rimane nella morte », dice l’Apostolo dell’amore (I Joan III, 14). E San Paolo: « La vedova che si abbandona ai piaceri è già morta » (I Tim. V, 6). Questo Vescovo di Sardi, di cui parla l’Apocalisse, « aveva il nome di vivente; ma poiché era infedele, era un uomo morto » (Apoc. III, 1). « Ah – dice San Girolamo – quanti sono oggi coloro che, sotto l’apparenza della vita, portano in sé i loro funerali e, simili a sepolcri imbiancati, sono pieni delle ossa dei morti! » (S. Ierome, ep. 43; Simeone, Jun, Divin amor, c. 31, P. G. t. 120,). – Di certo si può dire che ogni peccatore è l’assassino di se stesso. Lungi dall’essere un’esagerazione, questo è un rimanere al di sotto della verità: perché egli si annienta in un certo senso, quando distrugge il suo essere per eccellenza, l’essere divino. « Questo popolo stolto non mi ha conosciuto; sono figli stupidi e senza cuore, abili nel male e non più capaci di fare il bene. Ed io ho considerato la terra, ed ecco che essa era vuota e come nulla… ho riguardato e non c’erano più uomini » (Geremia, IV, 22, 23, 25). È un’immagine troppo viva di un mondo in cui Dio non regna nei cuori. Contraddire queste affermazioni significherebbe accusare di menzogna i Profeti, gli Apostoli e lo stesso Spirito Santo che le ha dettate nei nostri Libri Santi; e pretendere di vedervi uno di quei giri poetici che la fredda ragione deve riportare nella giusta misura, significherebbe chiaramente solo ingannare se stessi. (San Tommaso, in diversi punti delle sue opere, tratta una questione che tocca da vicino il nostro argomento. Si può odiare se stessi? « No – egli dice – nessuno, propriamente parlando, può odiare se stesso: perché ogni essere desidera così naturalmente il proprio bene, che non può desiderare il male in quanto male. Pertanto, poiché amare è volere il bene, è necessario amare se stessi. Tuttavia, capita per accidente di odiare noi stessi, e questo in due modi. In primo luogo, in relazione al bene che vogliamo per noi stessi: a volte, in effetti, il bene ricercato, essendo un bene relativo, è semplicemente cattivo in sé. Ora, cercare per sé ciò che è assolutamente un male, è un non amarsi, un odiarsi, poiché odiare qualcuno significa volergli del male. – In secondo luogo, in relazione a se stessi, a cui si vuole del bene. Ogni cosa è innanzitutto ciò che vi è di migliore e di più importante in sé. Pertanto, le nazioni dovrebbero fare ciò che il loro re fa in questa qualità, come se il re fosse l’intera nazione. È evidente che l’uomo è principalmente spirito e ragione. Eppure, ci sono uomini che stimano al di sopra di tutto in se stessi ciò che sono per la loro natura corporea e sensibile. Pertanto, amando se stessi in base a ciò che ritengono di essere, odiano ciò che essi sono realmente, quando perseguono ciò che sia contrario alla ragione. Ed è in entrambi i modi che chi ama l’iniquità non solo odia la propria anima, ma odia anche se stesso. » – 1. 2, q. 29, a. 4; col. 2, q. 25, a. 7. Di contro, nessuno ama se stesso come coloro che, nel conflitto dei beni e delle tendenze, preferiscono l’uomo interiore all’uomo esteriore, cosicché non c’è per loro alcuna deviazione nel giudizio che danno del loro essere, né alcuna deviazione nell’amore. Per questo il Salvatore ha detto: « Chi ama la propria vita la perderà, ma chi odia la propria vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna » (Giovan. XII, 25). Non ci saranno mai espressioni abbastanza forti per esprimere le eccellenze dello stato di grazia e per farci sentire ciò che perdiamo perdendola. Il peccatore rimane senza dubbio un uomo, poiché conserva la sua natura umana; ma è un “dio decaduto”, poiché non partecipa più alla natura divina. Immaginate un re potente, rispettato, vittorioso, arbitro del mondo. Improvvisamente le avversità si abbattono su di lui: sconfitto, schiacciato da un avversario spietato, viene cacciato dal suo palazzo, espulso dal suo impero, senza corona, senza seguito, senza risorse, ridotto all’estrema angoscia: un nuovo Giobbe su un altro letamaio. Chi dirà che non abbia perso tutto, benché gli resti ancora qualche brandello per nascondere la sua vergogna e coprire la sua miseria? Ma la perdita della grazia è infinitamente più disastrosa, perché la distanza dal possesso dell’Essere divino allo stato di natura decaduta è incomparabilmente più grande che il cadere dallo splendore più regale all’estrema povertà. Questo perché, secondo le forti parole di San Tommaso: « il bene di una singola grazia supera il bene naturale di tutto l’universo » (S. Thom., 1. 2. Q. 113, a. 9, ad 2).

2. – Perciò, di tutte le opere di Dio, la più nobile, la più eccellente, è la produzione della grazia e della gloria. Un bambino che esce giustificato dalle acque del Battesimo è una testimonianza più eclatante della virtù divina di migliaia di mondi prodotti per ordine di Dio. Dal punto di vista del modo di agire, è vero che la creazione prevale sulla giustificazione del peccatore, poiché parte dal puro nulla; ma, se guardiamo alla grandezza del termine, è la giustificazione ad avere una singolare preminenza (S. Thom., 1, 2, q. 113, a.9). – È secondo questa idea che Sant’Agostino, nel suo Commento al Vangelo di San Giovanni, interpreta le parole del Signore: « In verità vi dico: chi crede in me farà le opere che io faccio; ne farà anche di più grandi ». « Ascoltate dunque e comprendete: chi crede in me farà le opere che Io faccio; Io faccio per primo e lui dopo di me, perché Io lo faccio fare. E di quali opere parla, se non di quelle che trasformano l’empio in giusto? E ne farà di più grandi. E quali, ve ne prego? Fa dunque qualcosa di più grande di tutte le opere di Cristo, colui che opera la salvezza con timore e tremore? È vero, è Cristo che opera in lui, ma non Cristo senza di lui. Sì, dico, c’è un’opera più grande del cielo e della terra, e di tutto ciò che ammiriamo in cielo ed in terra. Il cielo e la terra passeranno, ma la salvezza e la giustificazione dei predestinati rimarranno in eterno. Lì vedo l’opera della mano di Dio; qui contemplo, inoltre, l’immagine di Dio » (S. August., in Joan Tract. 112, n. 3). Se la grazia iniziale, quella che fa in noi « l’inizio della sostanza di Cristo, initium Snbstiantiæ ejus” (Ebr. III, 14); quella che è solo il seme di Dio nelle anime (I Joan., III, 9), e l’alba ancora velata del giorno radioso dell’eternità; se, dico, questa grazia è di tale prezzo e di tale eccellenza, quale sarà allora la grazia consumata nella gloria? Invano cerco di immaginarlo: essendo essenzialmente al di sopra della mia natura, è immensamente al di là di ogni mia concezione. E sento i figli di Dio, che sono venuti alla casa del Padre, gridarmi dai loro troni: Non consumarti in sforzi vani, ma piuttosto: « Vieni e vedi, veni et vide » (Gv. I, 46). « E lo Spirito e la sposa che li hanno generati dicono: “Vieni” » (Ap. XXII, 17). Dovrei esitare a rispondere con San Giovanni: « Sì, io sto per venire”. Amen. Venite, Signore Gesù » (Ibid. 20). – « Grazie a Dio per il suo dono ineffabile. – Gratias Deo super inenarrabili dono ejus »  (II Cor. IX, 15): questo è il canto eterno dei figli adottivi nel loro trionfo. Facciano il cuore ed il sangue di Gesù che siano un giorno il nostro!

F I N E

LA GRAZIA E LA GLORIA (59)

 LA GRAZIA E LA GLORIA (59)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

II.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

LIBRO XI

IL CARATTERE SOPRANNATURALE E GRATUITO DEI DONI FATTI DA DIO AI SUOI FIGLI. – UN’ULTIMA PAROLA SULL’ECCELLENZA DELLA GRAZIA E DELLA GLORIA.

CAPITOLO III

I principali errori riguardanti il carattere del nostro destino soprannaturale e i doni ad esso collegati. Lo stato di pura natura.

1. – Mi è sembrato che queste considerazioni sul carattere soprannaturale dei doni divini richiedessero, come loro naturale complemento, una rapida esposizione dei principali errori che vi si sono opposti. Questo sarà l’argomento del presente capitolo. La dottrina dei Pelagiani sosteneva che i doni della grazia e della gloria appartengono alla costituzione stessa della natura umana; o, per meglio dire, che tutto è naturale nell’uomo, poiché l’uomo ha bisogno solo delle sue forze native per vivere la vita di giustizia ed arrivare alla beatitudine nel seno di Dio. Lutero e i suoi primi seguaci rinnovarono questo errore, anche se sembrano esserne lontani. Da entrambe le parti, vige lo stesso principio fondamentale: la natura umana è sufficiente, indipendentemente da qualsiasi dono soprannaturale sopraggiunto gratuitamente. Ciò che tra essi dissente è che i Pelagiani non riconoscevano il peccato originale mentre Lutero, ammettendolo, lo esagerava fino all’assurdità nelle sue conseguenze. Secondo lui, infatti, la natura umana ha irrimediabilmente perso nella sua caduta la parte migliore di sé, cioè il suo potere di fare il bene: da qui, per l’uomo decaduto, la necessità di una grazia che ripari le rovine della natura. Verso la fine del XVI secolo, Bajo, un novatore la cui avventatezza sulla grazia era strettamente legata all’eresia del Protestantesimo, meritò che la sua dottrina venisse stroncata dalla Chiesa. Egli pretendeva, per vero, di separare la sua causa da quella di Lutero. Infatti, sebbene secondo lui la destinazione dell’uomo alla visione divina e gli atti con cui dobbiamo meritarla e apprenderla siano naturali; sebbene non riconosca alcuna differenza tra l’amore moralmente buono e l’amore soprannaturale meritorio, non arriva a dire, almeno chiaramente, con l’eresiarca, che il principio delle opere sante sia puramente e semplicemente una proprietà della natura. Nelle sue idee, un elemento necessario della salvezza è una certa assistenza dello Spirito Santo, “adjutorium Spiritus sancti“. Ma questa assistenza Dio la deve alla natura; perché la natura non potrebbe, indipendentemente da Dio, arrivare alla sua destinazione naturale, cioè alla visione di Dio. Ecco, dunque, nei suoi principi fondamentali, l’errore di Bajo: per l’uomo, e in generale per tutta la natura intelligente, non esiste altro fine ultimo che la contemplazione faccia a faccia e l’amore beatifico che ne consegue. Qualsiasi altro fine sarebbe indegno dell’immagine naturale di Dio; al di fuori di questo, solo indigenza e miseria. – Pertanto, non esiste più un Soprannaturale assoluto, poiché il destino supremo ed i mezzi per raggiungerlo rientrano nelle esigenze della natura. L’immortalità del primo uomo, la perfetta sottomissione dei sensi allo spirito, la facilità di evitare l’errore, tutti i privilegi che furono così liberalmente concessi al primo padre degli uomini, erano la condizione naturale dell’umanità. Non c’è da meravigliarsi che Bajo, con tali idee, sembri aver considerato un nulla questa grazia infusa dell’adozione, questa partecipazione alla natura divina che ci rinnova nell’uomo interiore e ci eleva al di sopra di tutto l’ordine della natura (Cfr. specialmente tra le 79 proposizioni di Bajo, successivamente condannate in blocco da S. Pio V, Gregorio XIII e Urbano VIII, le prop. 1-7, 12, 17, 21, 23, 24, 38, 62 e 63). Bajo concorda sul fatto che, nello stato attuale della natura riparata, questi stessi doni sono per noi una grazia non in sé stessi, poiché erano dovuti alla natura prima della sua caduta, ma per il modo in cui Dio ce li ha dati. Essi sono, io dico, una grazia, come la vista, miracolosamente restituita a qualche cieco, è gratuita. – Giansenio, nel XVII secolo, ebbe Bajo come ispiratore e maestro. Ma il timore di cadere, come la sua guida, sotto le censure della Chiesa, lo rese più riservato nel suo linguaggio. Non ci risulta che egli abbia mai messo in discussione la grazia abituale o le virtù infuse. D’altra parte, egli insegna espressamente di questa stessa grazia che essa non sia naturale come le proprietà e le potenze che emanano dalla natura, e che si possa darle il nome di grazia. (Se l’opera di Giansenio non fu condannata per questa parte della sua dottrina, ciò è forse dovuto a queste capziose precauzioni. Cf. Jansen., de Statu naturæ puræ, L. I, c. 15 et 20; item, de Statu naturæ innocentis, passim. Si vedrà dagli stessi testi che Giansenio diede il nome di grazia ai doni soprannaturali di cui il nostro primo padre fu arricchito, per la sola ragione che essi non erano dovuti a meriti antecedenti, erano cioè “grazia” allo stesso modo in cui la natura stessa è una grazia). Infatti, per lui come per Bajo, e aggiungiamo noi, come per Lutero e Pelagio, non c’è altro fine ultimo possibile per l’uomo che la felicità soprannaturale dei figli di Dio. Era una necessità dell’ordine che Dio, il Creatore dell’uomo, avesse destinato la creatura a questa beatitudine suprema; una necessità che gli fornisce gli aiuti indispensabili per meritarla: infatti, data la creazione della natura umana, l’ordine delle cose la richiede per essa e quest’ultimo fine e questi mezzi: tanto che Dio non poteva rifiutarla, fintanto che non fosse degradata, senza andare contro l’ordine essenziale. Così Giansenio, come il suo maestro, rovescia da cima a fondo la vera nozione di soprannaturale. – Il veleno della sua dottrina è messo a nudo negli scritti di coloro che furono i suoi discepoli più fedeli. A riprova di ciò, citerò la condanna dottrinale inflitta prima all’oratoriano Quesnel, poi ai teologi dello pseudo-sinodo di Pistoia. In effetti, Clemente XI e poi Pio VI hanno riprovato l’uno dopo l’altro, il primo in Quesnel, il secondo nei giansenisti di Pistoia, questa proposizione ricevuta dal loro comune maestro: « La grazia, come fu nello stato di innocenza, cioè di integrità, di giustizia interiore e di santità primitiva, non era un beneficio gratuito di Dio, ma una conseguenza della creazione, un privilegio dovuto alle esigenze ed alla condizione stessa della natura umana » (Constit. Unigenitus prop. 35: Constit. Auctorem ſidei, prop. 16). Medesima censura nei confronti di un’altra proposizione di Pistoia che negava all’immortalità di Adamo il carattere di beneficio puramente gratuito, per farne la condizione naturale dell’uomo (Cost. Anctorem fidei, prop. 17). – Aggiungo che nel corso del XVII e XVIII secolo si è rinnovata un’opinione che per certi aspetti presenta una spiacevole analogia con gli errori di Bajo e di Gansenio. Essa si ritrova tra alcuni agostiniani, ed il loro capostipite fu proprio un Agostiniano, Gregorio da Rimini, un genio troppo avventuroso, che volle riformare la Scolastica, tornando alla dottrina dei Padri della Chiesa ed in particolare di Sant’Agostino (Cfr. Berti, de Theol. discipl. Addit, ad L. XII, c. 3; Apol, D 2, c. 2, etc; item, 2, II D. 2 c. 1, § 1, n. 12 ss; Belelli, passim). – Secondo questi teologi, l’unico fine in grado di soddisfare i desideri naturali dell’uomo, l’unico adatto alla creatura ragionevole, in quanto ad immagine di Dio, suo Autore, è la visione di Dio. Al di fuori di questo, non c’è felicità possibile, ma solo inquietudine, imperfezione e miseria. Dunque, Dio doveva a se stesso il destinare la sua creatura a questa beatitudine ed il fornirgli i mezzi per raggiungerla. (Alla domanda posta loro: « Può Dio creare l’uomo senza destinarlo alla beatitudine soprannaturale e senza fornirgli al tempo stesso l’aiuto della grazia, indispensabile per ottenerla, gli Agostiniani avevano l’abitudine di rispondere con un distinguo. Poteva farlo di potere assoluto; non poteva farlo di potere ordinato. Per essi il potere assoluto è il potere considerato solo come tale, a prescindere dalle altre perfezioni divine. Il potere ordinato è lo stesso potere, ma agisce sotto la direzione della sapienza, della giustizia e della bontà. Così essi definivano un doppio Potere; non vedendo o non volendo vedere che, secondo queste definizioni, l’unico Potere adatto a Dio è il Potere ordinato. « In noi – dice il Dottore Angelico a questo proposito – la potenza e l’essenza non sostengono né la volontà né l’intelligenza; allo stesso modo l’intelligenza è diversa dalla Sapienza, e la volontà è altro che la giustizia: ecco perché può esserci nella nostra potenza qualcosa che non sia né nella volontà giusta né nell’intelligenza saggia. Ma in Dio tutto è uno, potenza, essenza, volontà, intelligenza, sapienza e giustizia. Perciò nulla può essere nel potere di Dio che non sia nella sua giusta volontà e nella sua intelligenza infinitamente saggia » (1 P., q. 25, a. 5, ad 1). Pertanto, ciò che Dio non può essere di potenza ordinata – in senso agostiniano -, è pure impossibile per Lui”). – Accusati di bajanismo, risposero che la loro dottrina non poteva senza calunnia, essere confusa con questo errore. Una cosa è dire che la grazia abituale o, secondo loro, la carità infusa e le altre virtù, siano rivendicate dalla natura come sue proprietà, come sue conseguenze o come sue spettanze; un’altra cosa è semplicemente sostenere che Dio debba, non alla natura, ma alla sua bontà, ma alla sua provvidenza (debito decentiæ Creatoris, debito providentiæ), l’aiuto alla creatura ragionevole, impotente da sola a conquistare quei beni che la sorpassano: la grazia e la gloria. Ora, essi aggiungevano, questa dottrina è nostra, ed è la prima che la Chiesa ha condannato in Bajo. – Questo lo ammettono prontamente: c’è una differenza tra gli errori di Bajo e l’opinione agostiniana. Infatti, sebbene quest’ultima non sembri aver ritenuto i doni della grazia proprietà derivanti dalla natura, essi li consideravano francamente come naturali. Ma è meno chiaro in che modo la loro causa differisca da quella di Giansenio; ed è anche difficile vedere come ciò che la provvidenza di un Dio saggio e buono non gli permetta di concedere all’uomo, ciò che senza il quale l’uomo non caduto rimarrebbe in uno stato di miseria, privato come sarebbe dell’unica beatitudine in relazione alle sue necessarie aspirazioni, sia tuttavia una grazia pura, al di fuori delle esigenze della natura (non ignoro che questa distinzione tra i due poteri fosse ammessa dai maestri della Scolastica. Ma il senso in cui lo intendevano essi, non ha nulla a che vedere con le idee degli Agostiniani. Perché cosa può fare Dio, secondo gli Scolastici, con il suo potere assoluto? Tutto ciò che non ripugna al suo Essere o alle sue perfezioni. E cosa può fare con il potere ordinato? Ciò che ha liberamente preordinato nella sua infinita saggezza; in altre parole, ciò che ha deciso di fare. – Cfr. Alex. Halens, 1 p., q. 20, m. 5; q. 21, m. 2; S. Thom, in III, D. 1, q. 2 a. 3. Se dunque gli Agostiniani avessero preso la distinzione in questo significato veramente scolastico, avrebbero potuto dire in tutta verità che Dio non poteva per potere ordinato negare all’uomo sia la grazia che la gloria, anche se lo poteva per potere assoluto. Ma questo equivarrebbe a dire che Dio deve fare ciò che ha deciso nei suoi consigli eterni, anche se avesse potuto decretare un altro ordine di provvidenza con la sua volontà sempre saggia). A dire il vero, tali scappatoie sembrano difficilmente ammissibili, e sono poco sorpreso che queste idee agostiniane esistano ormai nelle scuole teologiche solo come ricordo.

2. – Ne consegue che non si può, senza mettere in pericolo la dottrina cattolica del soprannaturale e della grazia, rifiutare quello che viene chiamato lo stato di pura natura. In altre parole, possiamo, anzi dobbiamo, considerare possibile ed assolutamente fattibile uno stato in cui la creatura ragionevole sarebbe uscita dalle mani del suo Autore con i soli doni naturali e senza la destinazione attuale della visione beatifica; in una parola, al di fuori di ogni ordine di grazia e della gloria a noi promessa. – Comprendiamo bene quale sarebbe il caso dell’uomo in quest’ordine della provvidenza, poiché la dottrina che lo afferma è stata singolarmente sfigurata per renderlo inaccettabile o addirittura odioso. Diciamo quindi che l’assoluta gratuità della visione beatifica presuppone evidentemente che per la creatura ragionevole si possa concepire uno stato di perfezione di ordine inferiore, una felicità puramente naturale: perché è assolutamente necessario che ci sia una felicità come fine supremo di questa creatura. Pertanto, poiché ogni ordine, da quel momento in poi, ha la sua ragione d’essere nella visione beatifica, la creatura ragionevole potrebbe, in questa ipotesi, arrivare al suo destino naturale con le sue forze native, indipendentemente dai mezzi soprannaturali che le sono concessi nello stato di elevazione, dove Dio ci ha liberamente stabiliti e restaurati. Pertanto, Dio poteva anche negare alla sua opera quei doni preternaturali di immoralità, integrità e rettitudine intellettuale, di cui aveva arricchito l’uomo nel giorno della sua creazione: questi privilegi erano una grazia e si riferivano al destino soprannaturale dell’uomo. – Da quanto detto sopra è abbastanza chiaro quale sarebbe lo stato di natura pura nelle sue linee generali. Non sorprende che la rivelazione non insegni direttamente nulla di preciso su questo ordine della provvidenza, e che i Padri non abbiano trattato la questione in modo dettagliato: è perché i Padri e la rivelazione dovevano piuttosto insegnarci esplicitamente la nostra reale dignità più che un destino che, di fatto, non era e non sarà mai nostro.  Tuttavia, questo tipo di astensione non è un silenzio assoluto; infatti, presentandoci i beni presenti come pura grazia, essi ci facevano al tempo stesso capire a sufficienza che poteva esserci per la creatura intelligente un destino naturale, al di fuori di questi incomparabili privilegi, cioè il destino dei servi e non più quello dei figli. Inoltre, quando si presentava l’occasione di toccare questi argomenti, i nostri santi Dottori sapevano come mostrare quale fosse il loro pensiero; ne è testimonianza questo testo di Sant’Agostino, così spesso richiamato nelle polemiche contro Bajo e contro il Giansenismo: « Anche se l’ignoranza e la difficoltà (che sperimentiamo dal lato della concupiscenza), fossero state la condizione primordiale della nostra natura, non sarebbe necessario accusare Dio, ma lodarlo e benedirlo » (S. August, Retract., L. I, c. 9, n. 6. Cfr. S. Thom, D. 31, q. 1, a. 2. Cfr. T. I, L. III. c. 2). Il grande Dottore, è vero, parla qui solo dell’assenza dei doni preternaturali concessi al primo uomo: ma ciò che dice va certamente ad autorizzare lo stesso giudizio per tutti i doni dell’ordine soprannaturale. – Quale sarebbe per il termine e per il cammino, questo stato di pura natura, né la filosofia né la teologia possono determinarlo se non per tratti generali. Sarebbe, per il termine, una piena fioritura delle forze che sono nella natura dello spirito: di conseguenza, la più alta e perfetta contemplazione di Dio a cui l’intelligenza possa arrivare, quando lo guarda nello specchio delle creature; un amore della bontà sovrana proporzionato alla conoscenza, cioè l’amore di un servo amato, ma non di un figlio o di un amico. E questa conoscenza e questo amore parteciperebbero alla beata immobilità dell’amore e della visione beatifica: perché è il destino naturale della creazione ragionata non rimanere sempre in uno stato di movimento. – La maggior parte dei teologi esita ad affermare che questa consumazione finale e questa perfezione comportino necessariamente una certa generazione dell’intero essere umano, cioè un’unione d’ora in poi indissolubile dell’anima e del corpo. Per quanto conforme alle aspirazioni dell’anima spirituale, e persino all’ordine generale delle cose, la ricostruzione di ogni uomo richiederebbe una trasfigurazione miracolosa, la cui necessità non sembra dimostrata: perché, dopo tutto, la beatitudine sostanziale può essere compresa indipendentemente dalla presenza e dal concorso degli organi. Eppure, nulla ci impedisce di pensare che Dio, ricco di misericordia, lo conceda con un favore singolare. – Per quanto riguarda la condizione del cammino, cioè lo stato di tendenza verso la perfezione finale, sarebbe sbagliato concepirla ad immagine della nostra condizione attuale, spogliata di tutti i doni e degli aiuti soprannaturali di cui è gratuitamente arricchita. Dio, creando l’uomo perché possa orientare la sua libera attività verso la gloria del suo Autore e la propria beatitudine, deve dargli l’assistenza positiva necessaria per perseguire il suo destino. Ma poiché può intervenire in molti modi, senza superare l’ordine della natura o fondare un nuovo ordine, sarebbe avventato cercare di definire il modo preciso della provvidenza che, in questa economia naturale, condurrebbe gli uomini alla salvezza finale. Ci sarebbero rivelazioni positive, Dio si accontenterebbe di un aiuto esterno o di tocchi più o meno frequenti alle intelligenze e alle volontà umane, tanti segreti che non spetta a noi penetrare. Un giorno, alla luce di Dio, vedremo chiaramente cosa potremmo essere in questo ordine naturale e la nostra gratitudine, per la bontà che ci ha innalzato così tanto nell’ordine della grazia, non conoscerà limiti.

LA GRAZIA E LA GLORIA (60)

CREMAZIONE = DANNAZIONE

CREMAZIONE = DANNAZIONE

“Figliuolo, spargi lacrime sopra il morto, e come per duro avvenimento, comincia a sospirare e secondo il rito, ricopri il suo corpo, e non trascurare la sua sepoltura”. (Sir. XXXVIII, 16)

[da: Enciclopedia Cattolica, vol IV, voce: Cremazione, C. d. V. 1951].

Trattiamo, su richiesta di alcuni lettori, del tema di grande attualità e di grande importanza per la nostra anima e per l’eterna salvezza: intendiamo parlare della pratica neo-pagana, o se preferite, gnostico-massonica, della cremazione. Secondo una simbologia piuttosto convenzionale, l’incenerimento dei defunti sembra voler significare che i corpi sono per sempre risoluti e dispersi, secondo il concetto gnostico del “tutto universale” nel quale ogni cosa si dissolverebbe alla sua morte, come ogni altra cosa priva di anima immortale, come le piante o le bestie; il rito cristiano, invece, dell’inumazione accompagna l’idea della morte equiparata al sonno, ed esprime con più aderenza la fede cristiana della finale resurrezione, ciò come espressione simbolica, non come realtà. In via assoluta, infatti, la cremazione non è contraria a nessuna verità naturale o rivelata; molto meno è tale da costituire un ostacolo all’onnipotenza di Dio per la resurrezione dei corpi. E neppure può dirsi che leda in qualche modo i diritti della persona umana: il cadavere non è più persona e quindi non è più per sé ed in sé essenzialmente inviolabile. Di fatto però la cremazione è ripugnante alla disciplina della Chiesa fin dai suoi primi inizi, contraria agli squisiti sensi di pietà cristiana verso i defunti; mentre il rito contrario, l’inumazione, per unanime, ininterrotto, tradizionale insegnamento, è assurto ad una aderente significazione dell’immortalità dell’anima, della fede nella resurrezione della carne; ad un richiamo palese di avvenimenti ed insegnamenti biblici, già operanti nella tradizione giudaica (si pensi alla figura del vecchio Tobia che rischiava la propria vita per custodire nella sua casa i morti che di notte poi segretamente seppelliva), come dell’idea del corpo-seme (I Cor. XV, 36-44), della terra-madre (Gen. III, 19; Giob. I, 21, Eccli. XL, 1.) della morte-riposo e sonno (Dan. XII, 2; Jo. XI, 11-39). – Tale pratica essenzialmente pagana fu ridotta man mano che si diffondeva il Cristianesimo. Con la vittoria della Chiesa tra la fine del IV e l’inizio del V secolo, cessa la cremazione nell’Impero romano. Poi cessò fino a dissolversi pure in ogni paese ove era penetrato il Cristianesimo. Dopo l’anno mille, prese piede una strana usanza funebre in Europa, quella di cuocere bollendoli i cadaveri per scarnificarli artificialmente, perché più facilmente le ossa ripulite potessero essere trasportate da un luogo ad un altro. Una decretale di Bonifacio VIII (1299), colpisce di scomunica “latae sententiae” riservata alla santa Sede, i mandanti e gli esecutori di tale operazione, privando il corpo, così trattato di sepoltura ecclesiastica (c. I, De sepulturis, III, 6 in “Extravag. Comm.”). La decretale nel suo testo e contesto è anche una condanna implicita della cremazione, condanna che ebbe i suoi effetti perché la pratica della cottura e dell’incenerimento dei corpi fu interrotta per secoli. – Le origini del moderno movimento per la cremazione si vogliono ricollegare con la rivoluzione del XVIII secolo. Un primo progetto del Consiglio dei Cinquecento in Francia del 1797, per rendere facoltativa la cremazione, fu respinto, ma più tardi in diversi paesi europei ebbero successo altri tentativi. La massoneria ha molte responsabilità al riguardo. Pur non potendosi, per insufficienza di prove, imputarle la genesi di tale movimento, è vero che lo ha favorito in tutti i modi per spirito soprattutto anticlericale, curando di dargli quel carattere di indipendenza e di spirito di libertà di pensiero, di svincolamento da tradizioni religiose, che è stata la causa principale della condanna della Chiesa. Mentre la Chiesa diede prova di tolleranza in materia con i neofiti dell’India per non porre ostacoli alla loro conversione, intransigente invece si mostrò per opposte ragioni al fronte dei cremazionisti dei paesi cattolici, nei quali era evidente il proposito di scristianizzare. Nel 1° documento che è della S. Congregazione del S. Ufficio in data 19 maggio 1886 (Approvato dal Sommo Pontefice Leone XIII), la Chiesa condanna la cremazione come un detestabile abuso, proibisce di destinare per testamento o convenzione con le società di cremazione, o comunque, il proprio cadavere alla cremazione, o di far cremare quello degli altri; proibisce di appartenere a società cremazioniste, che, se affiliate alla massoneria, soggiacciono alle pene ecclesiastiche comminate contro quest’ultima, cioè le numerose scomuniche dei Papi dell’epoca, collezionate in pochi anni (Acta Sanctæ Sedis 19, 1886, p. 46.). Il 15 dicembre dello stesso anno usciva un altro decreto della medesima Congregazione, che interdiceva ai sacerdoti l’accesso al forno crematoio per compiervi i sacri riti, pur permettendoli nella casa dei fedeli o in Chiesa, qualora la cremazione avesse luogo per volontà dei superstiti. Ché se la cremazione avviene per destinazione del defunto, mantenuta fino alla morte, egli è privato della sepoltura ecclesiastica, come gli eretici e gli apostati scomunicati. Altri decreti in tale direzione, proibenti con l’interdizione dei sacramenti anche per i non massoni, furono sempre emessi dalla Congregazione dell’Indice il 27 luglio 1892, il 3 agosto del 1897 (in Acta Sanctæ Sedis, 30 del 1897, p. 630). Il 25 febbraio 1926 (AAS, 18 – 1926 – p. 282), ancora una volta il S. Ufficio ribadiva la condanna della Chiesa verso la pratica abominevole della cremazione come pure nel giugno del 1926. Il Codice Canonico (quello vero, pio-benedettino del 1917, che fa parte del Magistero infallibile ed irreformabile della Chiesa) è ancor più esplicito: La pena per chi, in qualunque modo, abbia dato disposizione che venga cremato il proprio cadavere, e non l’abbia ritrattata, è a norma del can. 2291 n. 5 e 1240 §1 n. 5, la privazione della sepoltura ecclesiastica e quindi, a norma del can. 1204, dell’accompagnamento alla Chiesa, delle esequie e della deposizione in luogo sacro. Conseguentemente il defunto sarà privato di qualunque messa esequiale, anche anniversaria (can. 1241). Alla luce di questi documenti ufficiali della vera Chiesa Cattolica, sottoscritti da Pontefici canonicamente validamente eletti, e quindi non modificabili in alcun modo da nessun vero successore alla Cattedra di S. Pietro (solo dei burattini massonici hanno potuto riformare riti, dottrina e canoni, ovviamente in modo truffaldino ed invalido), colui che decide di farsi cremare, o chi per lui decida, specie se appartenente alle conventicole di perdizione, è candidato all’eterna dannazione, ed in pratica anticipa di poco, con il fuoco materiale, lo stato di “fuoco eterno dell’inferno” promesso ai reprobi dal decreto evangelico del Signore Nostro Gesù Cristo. La cremazione, in altre parole, è l’anticamera del fuoco eterno nel quale verrà gettato ogni tralcio secco e sterile staccatosi dalla vite piantata dal Cristo, cioè la sua unica Chiesa, stabile, incorruttibile, immarcescibile, irreformabile nella dottrina e nella morale.  

Credo …. unam sanctam cathólicam et apostólicam Ecclésiam!

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO X – “LACRIMABILI STATU”

« … Noi, seguendo l’esempio ricordato dal Nostro predecessore, condanniamo e dichiariamo rei d’immane delitto tutti coloro, com’esso dice, che “osino o presumano di ridurre i predetti indios in schiavitù, di venderli, comprarli, commutarli o donarli, di separarli dalle mogli e dai figli, di spogliarli delle loro cose e dei loro beni, di condurli o trasportarli altrove o in qualunque modo privarli della libertà e tenerli schiavi, nonché di prestare, a coloro che ciò fanno, consiglio, aiuto, favore, sotto qualunque pretesto e nome, o di insegnare e proclamare essere tutto ciò lecito, in qualsiasi altra maniera cooperare a quanto detto sopra … » Questa è la scomunica riservata agli Ordinari del luogo, che S.S. S. Pio X comminava a tutti coloro che infliggevano agli indios dell’America latina, barbare torture, deportazioni, schiavitù e finanche la morte. E questa è la medesima scomunica che ancor oggi pende sul capo di tutti coloro che ancora riservano, in molti Paesi del pianeta, specialmente in quelli che si autodefiniscono “civili”, simili trattamenti a popolazioni deboli, inermi come lo sfruttamento in stato di schiavitù, la prostituzione di donne e bambini, la vendita o l’“affitto” di minori nati o non nati, impiegati per usi finanche “sanitari”, lavori inumani a costo zero, ed una infinita varietà di privazione di libertà ed induzione a soddisfare voglie di empi personaggi, spesso colletti bianchi, o (falsi) prelati in talare. Su questi e sulle loro nazioni, oltre alla scomunica sui singoli, grava pure la maledizione di Dio sui popoli conniventi e complici, maledizione che non tarda a punire con castighi incontenibili, siano essi malattie, fame, eventi cataclismici ed altri eventi metereologici “naturali”. Questa peste che imperversa sempre più nei nostri popoli un tempo cristiani, non viene neanche più arginata dalla santa Madre Chiesa impedita, che un tempo denunziava con veemenza queste turpitudini, anzi i falsi prelati delle sette delle false pseudo-chiese moderniste, collaborano senza ritegno ad alimentare morte, corruzione, lussuria ed impurità innominabili.


san Pio X
Lacrimabili statu

Lettera Enciclica

Appello per sollecitare qualunque genere

di aiuto a favore degli indios dell’America del Sud.

Profondamente commosso per lo stato lagrimevole degli indios dell’America del Sud, il Nostro illustre predecessore Benedetto XIV prese, come vi è noto, seriamente a cuore la loro causa con la lettera Immensa pastorum, in data 22 dicembre 1741; e poiché quasi le cose stesse, deplorate in essa da lui, abbiamo a deplorare tuttora anche Noi in molti luoghi, Ci affrettiamo perciò a richiamare al vostro pensiero la memoria di quella lettera. Ivi infatti, insieme ad altre cose, di questo pure Benedetto si duole, che, cioè, sebbene da lungo tempo la sede apostolica molto si fosse adoperata per sollevare la loro misera sorte, vi fossero tuttavia anche allora “uomini professanti la vera fede, i quali, quasi del tutto dimentichi dei sensi di carità infusi nei nostri cuori dallo Spirito santo, si credono lecito verso i miseri indios, non solamente se privi della luce della fede, ma anche se bagnati del santo lavacro della rigenerazione, o di ridurli in schiavitù o di venderli ad altri come schiavi, o di privarli dei loro beni, e di comportarsi con essi con tale inumanità da distoglierli soprattutto dall’abbracciare la fede di Cristo, e raffermarli sempre più nell’odio contro di essa”. – La peggiore fra siffatte indegnità, cioè la schiavitù propriamente detta, poco appresso, per grazia di Dio misericordioso, venne tolta di mezzo; e ad abolirla pubblicamente in Brasile e in altre regioni molto contribuì la materna insistenza della Chiesa presso gli uomini egregi che governano quegli stati. E di buon grado riconosciamo che se non vi si fossero opposti numerosi ostacoli di luoghi e di circostanze, i loro propositi avrebbero ottenuto risultati molto migliori. Sebbene dunque qualche cosa sia stata già fatta per gli indios, molto di più è tuttavia quello che ancora rimane da fare. E in verità, quando Ci soffermiamo a considerare le sevizie e i delitti che si sogliono ora commettere contro di essi, abbiamo davvero di che inorridire e sentiamo nell’animo una profonda commiserazione per quella razza infelice. Che cosa può esservi, infatti, di più barbaro e più crudele dell’uccidere, spesso per cause lievissime, e non di rado per mera libidine di torturare, degli uomini a colpi di sferza o con ferri roventi, o con improvvisa violenza farne strage, uccidendoli insieme a centinaia e a migliaia; o saccheggiare borghi e villaggi, massacrando gli indigeni, dei quali talune tribù abbiamo appreso essere state in questi pochi anni quasi distrutte? A rendere gli animi tanto feroci certo grandemente influisce la cupidigia del lucro, ma non poco altresì vi contribuisce la natura stessa del clima e la posizione di quelle regioni. Infatti essendo quei luoghi soggetti ad un’atmosfera torrida, che inoculando nelle vene un certo languore, viene quasi ad affievolire la forza degli animi, e, trovandosi essi lontani da ogni pratica della religione, dalla vigilanza dello stato, e quasi dallo stesso consorzio civile, facilmente accade che se taluni, di costumi non pervertiti, si rechino colà, in breve tratto di tempo comincino a depravarsi e man mano, rotti tutti i ritegni del dovere e delle leggi, precipitino in tutti gli eccessi del vizio. Né da costoro si perdona la debolezza del sesso e dell’età, che anzi fa vergogna il riferire le loro scelleratezze e malvagità, nel fare incetta e mercato di donne e fanciulli, talché si direbbero per essi, con tutta verità, sorpassati gli esempi più estremi della turpitudine pagana. – Noi, invero, per qualche tempo, quando Ci venivano riportate siffatte voci, dubitavamo di prestare fede a simili atrocità, tanto Ci sembravano incredibili. Ma dopo che da amplissime testimonianze, cioè dalla maggior parte di voi, venerabili fratelli, dai delegati della sede apostolica, dai missionari e da altre persone del tutto degne di fede, ne siamo stati informati, non Ci è più lecito avere alcun dubbio sulla verità delle cose. – Fissi pertanto, da lungo tempo, nel pensiero di sforzarCi, per quanto è in Nostro potere, di riparare a tanti mali, chiediamo a Dio, con umili e supplichevoli istanze, che voglia benignamente additarci qualche mezzo opportuno a curarli. Ma egli, che è il Creatore e Redentore amorosissimo di tutti gli uomini, avendo ispirato alla Nostra mente di lavorare per la salute degli indios, Ci darà certamente i mezzi per conseguire l’intento. Frattanto però, Ci è di somma consolazione il sapere che coloro i quali reggono quelle repubbliche si sforzano, con ogni mezzo, di cancellare questa macchia e questa ignominia dai loro Stati; della quale sollecitudine loro, in verità, non possiamo mai abbastanza approvarli e lodarli. Quantunque in quelle regioni, lontane come sono dalle sedi dei governi, remote, e per la maggior parte inaccessibili, questi sforzi così umani dei poteri civili sia per la scaltrezza dei malvagi, che varcano in tempo i confini, sia per l’inerzia e perfidia dei funzionari, spesso a nulla giovano, e non di rado cadono nel vuoto. Che se all’opera dello Stato si aggiungesse quella della Chiesa, allora sì che molto più ubertosi sarebbero i frutti desiderati. – A voi, pertanto, venerabili fratelli prima che ad ogni altro, facciamo appello, affinché rivolgiate particolari cure e sollecitudini a questa causa degnissima del vostro pastorale ufficio e ministero. E, lasciando il rimanente alla vostra sollecitudine e al vostro zelo, prima di ogni altra cosa e maggiormente vi esortiamo a promuovere con ogni studio tutte quelle istituzioni che nelle vostre diocesi siano dirette al bene degli indios, e a procurare di istituirne delle altre che sembrino utili allo stesso scopo. Porrete poi ogni diligenza nell’avvertire i vostri fedeli del sacro loro dovere di aiutare le sacre missioni fra gli indigeni, che primi abitarono questo suolo americano. Sappiano dunque che in doppiomodo debbono essi concorrere a questo intento: con la raccolta, cioè, delle offerte e col sussidio delle preghiere, e che questo a loro domanda non soltanto la Religione, ma anche la Patria stessa. Voi, poi, dovunque si attende alla buona educazione dei costumi, negli istituti giovanili e negli educandati delle fanciulle, e soprattutto nei sacri templi, fate sì che non abbia mai a venir meno la raccomandazione e predicazione della carità cristiana, che considera tutti gli uomini come fratelli, senza alcuna diversità di nazione e di colore e che, non tanto a parole quanto coi fatti, vuole essere dimostrata. Parimenti non si deve lasciar passare alcuna occasione che si presenti, per dimostrare quanto disonore spargano sul nome Cristiano queste indegnità, che abbiamo qui denunziato. – Per quanto Ci riguarda, avendo non senza ragione buona speranza dell’assenso e del favore dei pubblici poteri, avremo cura principalmente di estendere, in quelle così vaste regioni, il campo dell’azione apostolica con l’istituire altre stazioni di missionari, nelle quali gli indios trovino un rifugio e un salutare presidio. Infatti, la Chiesa Cattolica non fu mai sterile di uomini apostolici, che, spinti dalla carità di Gesù Cristo, non fossero pronti e disposti a dare la vita stessa per i loro fratelli. E oggi ancora, mentre tanti aborrono dalla fede o ad essa vengono meno, l’ardore di diffondere l’evangelo presso i barbari non solo non affievolisce fra le persone dell’uno e dell’altro clero, e fra le sacre vergini, ma aumenta ancora e si diffonde più largamente per virtù dello Spirito Santo, che, secondo le necessità dei tempi soccorre la sua sposa, la Chiesa. Perciò crediamo di adoperare, in tanto maggior abbondanza, quei presidi che per divina grazia sono in mano nostra, per liberare gli indios dalla schiavitù di satana e da quella di uomini perversi, quanto maggiore è il bisogno che li stringe. D’altra parte, poiché quelle terre furono dai banditori dell’Evangelo bagnate non solo dai loro sudori, ma anche dal loro sangue, nutriamo fiducia che da tante fatiche abbia infine a germogliare una larga messe e ottimi frutti di civiltà cristiana. – Intanto, affinché a quello che voi di vostra spontanea iniziativa o per esortazione Nostra, sarete per fare a vantaggio degli indios si aggiunga la maggiore efficacia possibile, Noi, seguendo l’esempio ricordato dal Nostro predecessore, condanniamo e dichiariamo rei d’immane delitto tutti coloro, com’esso dice, che “osino o presumano di ridurre i predetti indios in schiavitù, di venderli, comprarli, commutarli o donarli, di separarli dalle mogli e dai figli, di spogliarli delle loro cose e dei loro beni, di condurli o trasportarli altrove o in qualunque modo privarli della libertà e tenerli schiavi, nonché di prestare, a coloro che ciò fanno, consiglio, aiuto, favore, sotto qualunque pretesto e nome, o di insegnare e proclamare essere tutto ciò lecito, in qualsiasi altra maniera cooperare a quanto detto sopra”. Vogliamo pertanto riservata agli Ordinari dei luoghi la potestà di assolvere da siffatti delitti i penitenti, nel sacro tribunale della Confessione. – Queste cose abbiamo creduto di scrivervi, venerabili fratelli, nell’interesse degli indios, sia per obbedire agli impulsi dell’animo nostro paterno, sia per seguire le orme di molti fra i nostri predecessori, tra i quali va pure particolarmente ricordato Leone XIII, di felice memoria. Toccherà a voi battervi con tutte le forze, affinché i Nostri voti vengano appieno soddisfatti. – Certamente vi sosterranno in quest’opera coloro che governano queste repubbliche; non mancheranno sicuramente di assistervi con l’opera e col consiglio i Sacerdoti e in prima linea gli addetti alle sacre missioni; vi aiuteranno infine, senza dubbio, tutti i buoni e sia col denaro, coloro che possono, e sia con altre industrie della carità favoriranno un’impresa nella quale sono insieme impegnate le ragioni della Religione e quelle della dignità umana. Ma, ciò che è di capitale importanza, vi assisterà la grazia di Dio onnipotente, in auspicio della quale, e altresì come attestato della Nostra paterna benevolenza, impartiamo di tutto cuore a voi, venerabili fratelli, e ai vostri greggi l’apostolica benedizione.

Roma, presso San Pietro, 7 giugno 1912, anno IX del Nostro pontificato.

DOMENICA IV DI AVVENTO (2022)

IV DOMENICA DI AVVENTO. (2022)

Stazione alla Chiesa dei 12 Apostoli.

Dom. privil. Semid. di II cl. Paramenti violacei.

Come tutta la liturgia di questo periodo, la Messa della Quarta Domenica dell’Avvento, ha lo scopo di prepararci al doppio Avvento di Cristo, avvento di misericordia a Natale, nel quale noi commemoriamo la venuta di Gesù, e avvento di giustizia alla fine del mondo. L’Introito, il Vangelo, l’Offertorio e il Communio fanno allusione al primo, l’Epistola si riferisce al secondo, e la Colletta, il Graduale e l’Alleluia possono applicarsi all’uno e all’altro. Le tre grandi figure delle quali si occupa la Chiesa durante l’Avvento ricompaiono in questa Messa. Isaia, Giovanni Battista e la Vergine Maria. Il Profeta Isaia annuncia di S. Giovanni Battista, che egli è: « … la voce di colui che grida nel deserto: preparate la via del Signore, appianate tutti i suoi sentieri, perché ogni uomo vedrà la salvezza di Dio ». E la parola del Signore si fece sentire a Giovanni nel deserto: ed egli andò in tutti i paesi intorno al Giordano e predicò il battesimo di penitenza (Vang.). « Giovanni, spiega S. Gregorio, diceva alle turbe che accorrevano per essere battezzati da lui: Razza di vipere, chi vi ha insegnato a fuggire la collera che sta per venire? La collera infatti che sovrasta è il castigo finale, e non potrà fuggirlo il peccatore, se non ricorre al pianto della penitenza. « Fate dunque frutti degni di penitenza. In queste parole è da notare che l’amico dello sposo avverte di offrire non solo frutti di penitenza, ma frutti degni di penitenza. La coscienza di ognuno si convinca di dover acquistare con questo mezzo un tesoro di buone opere tanto più grande quanto egli più si fece del danno con il peccato » (3° Nott.). « Iddio, dice anche S. Leone, ci ammaestra Egli stesso per bocca del Santo Profeta Isaia: Condurrò i ciechi per una via ch’essi ignorano e davanti a loro muterò le tenebre in luce, e non li abbandonerò. L’Apostolo S. Giovanni ci spiega come s’è compiuto questo mistero quando dice: Noi sappiamo che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l’intelligenza perché possiamo conoscere il vero Iddio ed essere nel suo vero Figlio » (2° Nott.). – Per il grande amore che Dio ci porta ha inviato sulla terra il Suo unico Figlio, che è nato dalla Vergine Maria. Proprio questa Vergine benedetta ci ha dato di fatto Gesù; così, nel Communio, la Chiesa ci ricorda la profezia di Isaia: « Ecco che una Vergine concepirà e partorirà l’Emmanuele », e nell’Offertorio Ella unisce in un solo saluto le parole indirizzate a Maria dall’Arcangelo e da Santa Elisabetta, che troviamo nei Vangeli del mercoledì e del venerdì precedenti: « Gabriele, (nome che significa « forza di Dio »), è mandato a Maria — scrive S. Gregorio — perché egli annunziava il Messia che volle venire nell’umiltà e nella povertà per atterrare tutte le potenze del mondo. Bisognava dunque che per mezzo di Gabriele, che è la forza di Dio, fosse annunciato Colui che veniva come il Signore delle Virtù, l’Onnipotente e l’Invincibile nei combattimenti, per atterrare tutte le potenze del mondo » (35° Serm.). La Colletta fa allusione a questa «grande forza» del Signore, che si manifesta nel primo Avvento, perché è nella sua umanità debole e mortale che Gesù vinse il demonio, come anche ci parla dell’apparizione della sua «grande potenza» che avverrà al tempo del suo secondo Avvento, quando, come Giudice Supremo, verrà nello splendore della sua maestà divina, a rendere a ciascuno secondo le sue opere (Ep.). Pensando che, nell’uno e nell’altro di questi avventi, Gesù, nostro liberatore, è vicino, diciamogli con la Chiesa « Vieni Signore, non tardare ».

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Exod XVI :16; 7
Hódie sciétis, quia véniet Dóminus et salvábit nos: et mane vidébitis glóriam ejus.

[Oggi saprete che verrà il Signore e ci salverà: e domattina vedrete la sua gloria.]


Ps XXIII: 1
Dómini est terra, et plenitúdo ejus: orbis terrárum, et univérsi, qui hábitant in eo.

[Del Signore è la terra e quanto essa contiene; il mondo e e tutti quelli che vi abitano.]

Hódie sciétis, quia véniet Dóminus et salvábit nos: et mane vidébitis glóriam ejus.

[Oggi saprete che verrà il Signore e ci salverà: e domattina vedrete la sua gloria.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria


Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio  

Oremus.
Excita, quǽsumus, Dómine, poténtiam tuam, et veni: et magna nobis virtúte succúrre; ut per auxílium grátiæ tuæ, quod nostra peccáta præpédiunt, indulgéntiæ tuæ propitiatiónis accéleret:

[O Signore, Te ne preghiamo, súscita la tua potenza e vieni: soccòrrici con la tua grande virtú: affinché con l’aiuto della tua grazia, ciò che allontanarono i nostri peccati, la tua misericordia lo affretti.]

Lectio

Lectio Epístolæ beati Pauli Apostoli ad Corinthios
1 Cor IV: 1-5
Fratres: Sic nos exístimet homo ut minístros Christi, et dispensatóres mysteriórum Dei. Hic jam quaeritur inter dispensatóres, ut fidélis quis inveniátur. Mihi autem pro mínimo est, ut a vobis júdicer aut ab humano die: sed neque meípsum judico. Nihil enim mihi cónscius sum: sed non in hoc justificátus sum: qui autem júdicat me, Dóminus est. Itaque nolíte ante tempus  judicáre, quoadúsque véniat Dóminus: qui et illuminábit abscóndita tenebrárum, et manifestábit consília córdium: et tunc laus erit unicuique a Deo.

[ “Fratelli miei, così ci consideri ognuno come ministri di Cisto, e dispensatori dei misteri di Dio. Del resto poi ciò che si richiede ne’ dispensatori è che sian trovati fedeli. A me pochissimo importa di esser giudicato da voi, o in giudizio umano; anzi nemmeno io giudico di me stesso. Poiché non ho coscienza di nessun male; ma non per questo sono giustificato; e chi mi giudica, è il Signore. Onde non vogliate giudicare prima del tempo, finché venga il Signore: il quale rischiarerà i nascondigli delle tenebre, e manifesterà i consigli de’ cuori, ed allora ciascuno avrà lode da Dio”.]

A qual fine la Chiesa fa leggere oggi questa lettera?

Per avvertire quelli che ieri ricevettero i sacri ordini a distinguersi per la fedeltà ai loro doveri e per la santità della vita, quanto sono distinti per l’alta dignità del loro stato; per ispirare il rispetto dovuto ai Sacerdoti. che sono i ministri di Gesù Cristo, e i dispensatori dei divini misteri; ed in ultimo per ricordare ai Fedeli questa seconda venuta del Figliuolo dell’uomo; ed invitarli così a giudicarsi da se stessi, a purificare il loro cuore per la festa del Natale, ed a ricevere degnamente Gesù Cristo come Salvatore, sicché non l’abbiamo a temer come Giudice.

Perché S. Paolo non voleva giudicar se stesso?

Perché non sapeva come Dio lo giudicava, sebbene di niente gli rimordesse la coscienza: senza una rivelazione di Dio, nessuno sa se sia degno d’amore o d’odio. Dio scandaglia i cuori e le reni; nulla può sfuggire al suo sguardo, ed i giudizi di Lui sono ben differenti da quelli degli uomini, che accecati dall’amor proprio e dalla passione, spesso non vedono il male che fanno; nascondono sé a se stessi, e si giustificano quando dovrebbero condannarsi. Tale si crede innocente e si riguarda come santo, che al giorno poi del giudizio sarà ricoperto di confusione, quando Dio svelerà in faccia all’universo tutte le azioni di lui e tutti gli interni segreti. Non giudichiamo gli altri; di loro ci è ignoto l’interno; ma giudichiamo noi stessi: esaminiamoci accuratamente, pesiamo tutte le nostre azioni, scendiamo nel fondo della nostra coscienza, frugando tutte le pieghe e i nascondigli del nostro cuore; ed imiteremo s. Paolo che si giudicava così da se stesso; ma imitiamo parimente s. Paolo che in un altro senso non si giudicava da sé, cioè se dopo un’esatta ricerca, non troviamo nulla di riprensibile in noi, senza troppo fidarci del nostro giudizio, rimettiamo a Dio il giudizio definitivo, ed affatichiamoci per la nostra salvezza con timore e tremito, ponendo la confidenza nella misericordia del Signore.

(L. Goffiné, Manuale per la santificazione delle Domeniche e delle Feste; trad. A. Ettori P. S. P.  e rev. confr. M. Ricci, P. S. P., Firenze, 1869).

Graduale 

Ps CXLIV:18; CXLIV:  21
Prope est Dóminus ómnibus invocántibus eum: ómnibus, qui ínvocant eum in veritáte.

[Il Signore è vicino a quanti lo invocano: a quanti lo invocano sinceramente.]


V. Laudem Dómini loquétur os meum: et benedícat omnis caro nomen sanctum ejus.

[La mia bocca dia lode al Signore: e ogni mortale benedica il suo santo Nome.]

Alleluja

Allelúja, allelúja,
V. Veni, Dómine, et noli tardáre: reláxa facínora plebis tuæ Israël. Allelúja

[Vieni, o Signore, non tardare: perdona le colpe di Israele tuo popolo. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secundum Lucam.
R. Gloria tibi, Domine!
Luc III:1-6
Anno quintodécimo impérii Tibérii Cæsaris, procuránte Póntio Piláto Judæam, tetrárcha autem Galilaeæ Heróde, Philíppo autem fratre ejus tetrárcha Ituraeæ et Trachonítidis regionis, et Lysánia Abilínæ tetrárcha, sub princípibus sacerdotum Anna et Cáipha: factum est verbum Domini super Joannem, Zacharíæ filium, in deserto. Et venit in omnem regiónem Jordánis, praedicans baptísmum pæniténtiæ in remissiónem peccatórum, sicut scriptum est in libro sermónum Isaíæ Prophétæ: Vox clamántis in desérto: Paráte viam Dómini: rectas fácite sémitas ejus: omnis vallis implébitur: et omnis mons et collis humiliábitur: et erunt prava in dirécta, et áspera in vias planas: et vidébit omnis caro salutáre Dei.”

“L’anno quintodecimo dell’impero di Tiberio Cesare, essendo procuratore della Giudea Ponzio Pilato, e tetrarca della Galilea Erode, e Filippo suo fratello tetrarca della Galilea Erode, e Filippo suo fratello, tetrarca dell’Idurea della Traconitide, e Lisania tetrarca dell’Abilene, sotto i Pontefici Anna e Caifa, il Signore parlò a Giovanni figliuolo di Zaccaria, nel deserto. Ed egli andò per tutto il paese intorno al Giordano, predicando il battesimo di  penitenza per la remissione dei peccati: conforme sta scritto nel libro dei sermoni d’Isaia profeta: Voce di uno cbe grida nel deserto: Preparate la via del Signore; raddrizzate i suoi sentieri: tutte le valli si riempiranno, e tutti i monti e le colline si abbasseranno: e i luoghi tortuosi si raddrizzeranno, e i malagevoli si appianeranno: e vedranno tutti gli uomini la salute di Dio”.

OMELIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956)

VOCE NEL DESERTO: PREPARATE LA VIA

Quando gli esploratori della terra promessa ritornarono da Mosè con gli occhi ancora dilatati dalla meraviglia, dissero: « Abbiamo veduto degli uomini giganteschi, in confronto dei quali noi parevamo grilli » (Num., XIII, 34). Il medesimo stupore prende anche le anime nostre, leggendo il Vangelo di questa domenica d’Avvento, davanti all’eroica figura di San Giovanni Battista: egli è un gigante della santità in confronto del quale noi siamo dei grilli. – Probabilmente era l’anno 27 dell’era volgare, quando fra le dune e i tamerischi del deserto la voce di Dio risuonò per bocca di Giovanni, figlio di Zaccaria. Era coperto con una pelle di cammello, stretta alle reni da una cinghia di cuoio. Molti anni aveva trascorso nella solitudine sconfinata, fra le pietre e le belve… Molti anni s’era cibato appena di miele selvatico e di locuste e s’era dissetato appena di acqua. Solo un uomo cresciuto così può avere la forza di varcare la soglia d’un re incestuoso, di gridargli in faccia il suo delitto, di lasciarsi troncare il capo. Tra i nati da donna egli è il più santo. La sua voce possente risonava nei dintorni del Giordano, attirando da ogni parte gente al battesimo e alla remissione dei peccati. Voce di gridatore nel deserto: preparate la via del Signore. Spianate i sentieri: dove adergono, livellate; dove sprofondano, colmate; dove serpeggiano, raddrizzate. Così ogni uomo vedrà il Salvatore. Fermiamoci a una frase soltanto e commentiamola nelle sue due parti: Voce che grida nel deserto: preparate la via del Signore.. 1. VOCE NEL DESERTO. Dice S. Tommaso da Villanova che l’anima del peccatore è un deserto. Ne ha infatti tutto l’aspetto: è arida e incolta, non produce frutto alcuno di vita, è ingombra dei rovi di cattivi pensieri, delle spine di cattivi desideri, delle ghiande di passioni immonde. E neppure mancano i serpenti, che sono i demoni. E poi, quanta solitudine dove Dio manca! quanta siccità dove la grazia non piove!… Ebbene, in questo deserto Dio non cessa di parlare per chiamarci al battesimo della penitenza e alla remissione dei peccati. E ci chiama con la voce della predicazione e con quella dell’ispirazione: con la voce del beneficio e con quella del castigo. a) Voce della predicazione. — Come in quei tempi il Signore si fece preparare i cuori dalle prediche del Battista, così attraverso i secoli Egli si è sempre servito della parola dei Sacerdoti. La predicazione è come l’acqua fecondatrice: ove essa non discende, vi è terra dura e sterile. La predicazione è come la manna alimentatrice: chi non ne raccoglierà morirà di fame spirituale. La predicazione è come l’olio che nutre la lampada: chi non se ne procura, rimarrà al buio. S. Ilario d’Arles vide una volta alcune persone che, appena ebbe cominciata la spiegazione del Vangelo, si dileguarono fuori di chiesa per sottrarsi alla noia d’una predica. Il santo allora gridò verso di quelli: « Uscite pure: ora potete fuggire dalla chiesa, ma verrà tempo che non potrete fuggire dall’inferno ». – b) Voce dell’ispirazione. — Ma talvolta il peccatore è così indurito che nessuna voce esteriore può penetrarlo, nessun grido può risvegliare il suo deserto. E allora Dio, buono e misericordioso, parla direttamente a quel cuore, parla quella sua parola viva, più acuta della spada a due tagli, che penetra gelida e rovente fino alle più intime compagini dell’anima (Hebr., IV, 12). « Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! Se lo sentissi! Dov’è questo Dio?» diceva l’Innominato dei Promessi Sposi, quell’uomo che aveva riempito di spavento e di delitto una intera regione. E a lui il Card. Federico Borromeo rispondeva così: «Voi me lo domandate? voi? E chi più di voi l’ha vicino? Non ve lo sentite in cuore, che v’opprime, che non vi lascia stare, e nello stesso tempo v’attira, vi fa presentire una speranza di quiete, di consolazione, d’una consolazione che sarà piena, immensa, subito che voi lo riconosciate, lo confessiate, l’imploriate? ». – c) Voce dei benefici. — Ci sono certi periodi della vita in cui Dio ci manda ogni fortuna: salute, danaro, onori; ed aspetta quasi che l’uomo dica: « Anima mia, serviamo un Padrone così buono e generoso: non vedi che meritiamo pene e ci dà gioie? ». Ma invece l’uomo non riconosce attraverso le creature la voce del suo Padrone: Il cielo grida: « O uomo, io giro per tuo comodo e utilità ». Il sole grida: « O uomo, io ti riscaldo e ti fortifico: io, a primavera, rinnovo la terra e l’adorno come un paradiso; io faccio crescere i frutti sulle piante e le piante sul suolo ». Grida la terra: « O uomo, io ti lavo, rinfresco, e fecondo ogni cosa ». E tutte insieme dicono le creature: « Riconosci dunque, e ringrazia il tuo generoso Signore ». L’uomo non ode. E Dio si lamenta: « anche il bue è grato all’uomo che lo nutre, anche l’asino riconosce che la stalla è del suo padrone: solo Israele non ha conosciuto me, solo il mio popolo lascia cadere nel deserto la mia voce » (Is., I, 3). – d) Voce dei castighi. — Come un padre che ama suo figlio ricorre ai castighi quando non è ubbidito, così il Padre eterno fa con noi. Anche i suoi castighi sono un segno del suo grande e tenero amore. Se la malattia non lo avesse costretto a letto, Ignazio di Loyola forse non sarebbe diventato mai Santo. Se una ostinatissima piaga non avesse travagliato Camillo de Lellis, egli non sarebbe forse mai diventato il grande amico degli ammalati. Se la morte non avesse rapito crudelmente il marito a Margherita di Cortona, noi ora non la venereremmo. E se la miseria e la tribolazione non avessero colpito i fratelli di Giuseppe, essi non si sarebbero giammai pentiti del loro peccato orribile ». « Merito hæc patimur, — dicevano, — quia peccavimus în fratrem nostrum » (Gen. XLII, 21). I veri Cristiani che non sono sordi alla voce di Dio così devono dire nei dolori: « Soffro giustamente, perché ho peccato contro il mio fratello Gesù Cristo ». – 2. PREPARARE LA STRADA DEL SIGNORE. La strada per la quale il Signore deve venire nel nostro cuore, al prossimo Natale, ora impedita, forse, dalle colline del peccato, dalle valli che simboleggiano la mancanza delle buone opere, dai sentieri tortuosi che invece di mirar diritto al fine si perdono nei piaceri e nelle lusinghe del mondo. – a) Abbattiamo i colli del peccato con una sincera confessione. Sarebbe un’ironia crudele per un Cristiano festeggiare la venuta del Salvatore, mentre il suo cuore è già occupato dal demonio. Una buona confessione dunque! Non come quella di Saul che disse a Samuele: « Ho peccato!» e si sentì rispondere: « Il Signore ti ha rigettato », perché non era pentito; ma una confessione sincera e dolorosa come quella di David che disse a Nathan: « Ho peccato! »  e si sentì rispondere: « Il Signore ha già distrutto il tuo peccato ». – b) Non basta la confessione, se poi non si continua, con le opere buone, a camminare sulla strada intrapresa. Le opere buone che ci preparano meglio al santo Natale sono la preghiera e la elemosina: la preghiera perché senza di essa noi siamo come una città senza difesa; l’elemosina perché in cielo è preferita a qualsiasi penitenza corporale: « Non sapete quale sia il digiuno che io prediligo? dice il Signore Iddio: Spezzare il proprio pane con l’affamato, albergare i poveri senza asilo, vestire chi si trova ignudo, non sottrarsi alle necessità. del proprio fratello. Allora la tua luce spunterà come l’aurora… ». (Is., LVIII, 6-8) – c) Ed infine viviamo un po’ più ritirati; amiamo un poco anche noi il deserto, come S. Giovanni Battista. Lontani dai divertimenti pericolosi, lontani dai ritrovi rumorosi, lontani dalle compagnie corrompitrici; noi vivremo dolcemente, cristianamente tra la nostra casa e la nostra chiesa. Senza questa volontà di isolamento le antiche abitudini cattive ci riprenderanno facilmente. Quando S. Antonio passò da Alessandria, il governatore d’Egitto voleva fermarlo per qualche giorno. Gli rispose il santo: « Capita al monaco quello che capita al pesce: l’uno muore se lascia l’acqua, l’altro muore se lascia la sua solitudine ». Capita anche al Cristiano quello che capita al pesce: l’uno muore: se lascia l’acqua, l’altro muore alla grazia se lascia la solitudine della sua casa e della sua chiesa, e si espone ai pericoli e alle seduzioni del mondo. – Compariremo un giorno al tribunale; di Dio. E Cristo; giudicandoci, ci dirà: «Vieni, o benedetto! Ero pellegrino, e mi accogliesti ». « Quando, Signor mio; vi ho incontrato pellegrino. per accogliervi? ». «Ti ricordi del Natale 19…? Io camminavo, allora sulla terra, e stanco passavo per la strada del tuo cuore. Tu. allora hai spianato i colli del peccato con una sincera confessione; tu hai colmato le valli delle omissioni con opere buone; tu hai raddrizzato nella solitudine il sentiero; così ho potuto trascorrere nella tua cara compagnia questa festa santa ». «Avete ragione, Signore mio buono ». –

PREPARAZIONE AL SANTO NATALE. Molti secoli or sono, proprio in questi giorni, una giovane donna e il suo Sposo erano in viaggio verso le montagne di Giuda. Venivano da molto lontano, dalla Galilea, e andavano alla città dei loro vecchi, a Betlemme, per dare il nome al gran censimento dell’imperatore Ottaviano Augusto. Una folla immensa era accorsa in città, per ciò Maria e Giuseppe passarono di porta in porta bussando e chiedendo con lagrime un po’ di posto, invano. Nessuno li accolse. E nella notte, mentre Erode adagiato tra gli ori e la porpora terminava il sontuoso banchetto, mentre per le vie ormai deserte si spegneva l’ultima acclamazione al feroce Idumeo e all’usurpatore Romano, in una stalla nasceva il Re dei re. Perché questo delitto d’ingratitudine più non si rinnovi nel mondo ora che il Re dei re sta per tornare tra noi nel suo Natale, ecco che la Chiesa manda avanti San Giovanni Battista ad avvisarci di preparare il cuore.  « Voce di uno che nel deserto grida: preparate la strada al Signore. Se la via è tortuosa: per monti e per valli, colmando le valli e spianando i monti rendetela dritta; se la via è malagevole per triboli e pietre, togliendo ogni scabrosità rendetela liscia… » et erunt prava in directa et asperas in vias planas. Nella regione selvaggia ove il Giordano precipita nel Mar Morto, il Precursore gridava queste parole; ma il suo monito sorpassa i secoli; sorpassa le vicende degli uomini, il trambusto della vita materiale, la nostra dissipazione: e giunge fino a noi: « Voce di uno che nel deserto grida: preparate la via del Signore ». Ormai, Gesù sta alla porta dell’anima mostra e bussa. Anche noi, come quei di Betlemme, gli chiuderemo l’uscio in faccia e lo costringeremo a nascere in una stalla? Nessuno, vorrà essere crudele così. Ma in che maniera potrà venire dentro di noi se il nostro cuore è una strada impraticabile? Se il peccato vi ha scavato burroni scoscesi e vi ha innalzato greppi rocciosi e nudi? Ecco: una bella Confessione prima del santo Natale colmerà ogni valle e spianerà ogni colle per fare nel nostro cuore una strada diritta: Et erunt pravas in directa. In altri cuori invece la strada del Signore c’è già, non essendoci il peccato mortale. Però è una strada pietrosa e scomposta che fa sanguinare i piedi al pellegrino: costoro hanno soltanto da lisciarla, col togliere la tiepidezza e i molti attacchi mondani. Et erunt aspera in vias planas. Ecco i due pensieri: I peccatori si devono preparare al Santo Natale col togliere il peccato; i giusti col togliere ogni più piccolo difetto. – RADDRIZZARE LA VIA PRAVA: TOGLIERE IL PECCATO. a) In casa vostra, in questi giorni; tutto diventa nitido e profumato: le pareti sono sbiancate, il pavimento è scopato; ogni ragnatela è levata. Anche la cucina del più povero si adorna con qualche ramo di sempreverde alloro; e di qualche frutto colorito. Fra tanto nitore, soltanto l’anima vostra rimarrà nera.. e sporca di peccato? Fra tanto profumo soltanto l’anima vostra, morta alla grazia; esalerà un fetore cadaverico? No, Cristiani: inutilmente v’affaccendate a tergere e abbellire la vostra dimora, quando prima non vi curate di tergere ed abbellire la vostra coscienza! – b) In casa vostra in questi giorni c’era molta abbondanza e un lusso discreto: ognuno si procura abiti nuovi o almeno ben ripuliti; si acquistano carni e vivande squisite, si prepara un vino più vecchio e più schietto, si comperano dolci inconsueti. Ma, dite, a che vale tutto questo quando l’anima che di noi è la parte più preziosa, muore di fame e si dispera per la sete? O peccatori, non la sentite dentro di voi l’anima vostra piangere a lungo e singhiozzare pietosamente perché ha fame e ha sete del suo Dio e voi glielo negate crudelmente, e glielo negate anche in questi giorni di feste quando nulla rifiutate al vostro corpo? No, Cristiani: non siate cattivi, con l’anima vostra, che è tanto preziosa ed immortale! – c) In casa vostra, in questi giorni, c’è molta letizia. Gli affanni della vita sembrano più leggeri, ogni lavoro pare meno pesante: .. c’è nell’aria una diffusa allegria che si respira con soave piacere. Beate, poi, le famiglie dove ci sono bambini! Contano i giorni che ci separano dalla grande solennità, pregano con più innocenza, aspettano i doni, sognando il Pargolo divino che passa… Soltanto il vostro cuore resterà cupo, o peccatori? Soltanto l’anima vostra resterà amara? Perché non diverrete anche voi lieti come i vostri bambini? che cosa vi manca? L’innocenza perduta nel peccato. Ricordate la parola del Vangelo: « Chi non si farà come uno di questi piccoli, non entrerà nel regno dei cieli ». No, Cristiani, non resistete più all’amore di Dio: confessatevi e riavrete la vostra innocenza, e diventerete anche voi, come i vostri figliuoli, lieti. Forse il demonio vi spaventa col timore delle difficoltà che dovrete affrontare per togliere i vostri peccati, distruggere le vecchie abitudini, ricominciare una vita nuova. Sentite. Camminava Sansone per una strada solitaria e boschiva: ecco un improvviso ruggito, un lampo rossastro, un tonfo. Un grosso leone era balzato fuori dalla selva sulla strada e gli muoveva incontro con negli occhi la brama della sua carne. Fu una lotta tremenda, corpo a corpo, tra l’uomo e la belva. Sansone era inerme, ma investito dallo Spirito con le sue mani afferrò il leone per la gola e lo strozzò come un capretto. Madido di sudore, macchiato di sangue, a lunghi passi proseguì ansimando il cammino. Ma quando ritornò per quella strada, trovò la massa inerme del leone che nella bocca aveva un dolce e profumato favo di miele (Giudici, XIV, 8). – Così è anche di voi, o peccatori: è dura la lotta corpo a corpo col demonio e con la passione, ma dopo che avrete vinto, là dove c’era il peccato trovetere il miele; e sentirete com’è soave la vita quando si è in grazia di Dio! Sentirete anche voi, come in quella notte i pastori innocenti, oltrepassare nel cielo di Natale le schiere angeliche, cantando: « Gloria a Dio nell’altissimo cielo, pace in terra agli uomini di buona volontà ». E potrete dire: « Angeli, anche a me un po’ di pace, perché ora anch’io sono uomo di buona volontà ». – 2. LASCIARE LA VIA SCABROSA: PURIFICARSI DALLA TIEPIDEZZA. Ora parlo a quelli che già sono in grazia di Dio. – a) Che cosa sono quei piccoli odî che nutrite contro il vostro vicino? Quella superbia con quelli di casa vostra, quell’antipatia tra cognati e cognati, tra parenti e parenti, che cosa è? È una pietra aguzza sulla strada del vostro cuore, che pungerà i piedi del Bambino Celeste quando verrà. Orsù toglietela via generosamente. Che importa se la ragione è nostra e il torto è degli altri, che importa se ci toccherà umiliarci, che importa se perderemo del nostro, quando il Signore entrerà volentieri in noi e ci colmerà di grazie eterne che valgono migliaia di volte più di quelle inezie che per suo amore abbiamo sacrificato? – b) Che cosa sono quelle trascuratezze nelle opere di pietà, quell’omettere facilmente il santo Rosario, quella negligenza nel mandar i figliuoli all’Oratorio, quel vivere intere giornate senza una giaculatoria e una comunione spirituale? Sono tutti indizi che il nostro cuore è più attaccato al mondo che a Dio. Bisogna lisciar via i maligni attacchi. – c) Che cosa sono quelle negligenze nel respingere i pensieri cattivi e nel mortificare gli occhi e la lingua, quelle intemperanze nel bere, nel mangiare, nel fumare? Sono le spine della sensualità che ingombrano la strada su cui Gesù dovrà passare per giungere a noi. Bisogna strapparle. In questi ultimi giorni che ci separano dal Santo Natale sforziamoci con entusiasmo di lisciare la via al Signore levando ogni più piccola scabrosità e lordura che possa offendere il suo piede od il suo sguardo. – S. Rosa da Lima si era appassionata con troppa sollecitudine a una pianticella di basilico. All’alba, appena desta, correva ad esporla perché ricevesse i primi raggi umidi di rugiada: Quando il sole montava verso il mezzodì, Rosa pronta la ritirava perché l’eccessivo calore non l’inaridisse. Quando al tramonto le ombre si allungavano e di lontano ogni montagna s’imporporava, Rosa tornava ad esporla, bramosa che si ristorasse negli ultimi tepori del giorno; ma al sopraggiungere della notte, subito la nascondeva perché le brine troppo fredde non la danneggiassero. Così in Chiesa, e in cella, e in parlatorio, e in cortile, sempre il pensiero della verde e olezzante pianticella era con lei. Ma una mattina svegliandosi trovò l’amata pianticella divelta e gettata al suolo a marcire. Non poté trattenere il pianto: « Qual mano — esclamò — fu così invidiosa da troncare la vita ad una pianta così innocente? Perché mi sono affannata a salvarla dalla brina e dall’arsura, se poi doveva finire così? ». Mentre si lamentava, ecco apparirle Gesù. Era mesto negli occhi e senza sorriso: « Non l’invidia, ma Io divelsi il tuo basilico con la mia mano. Potevo forse sopportare che una parte di quell’amore e di quei pensieri che a me sono dovuti, andassero ad una creatura vile come era la tua pianta? ». – O Cristiani, quando nel santo Natale verrà nel nostro cuore, che non sia mesto negli occhi, che non sia senza sorriso! che non trovi dentro di noi pensieri e affetti inutili e pericolosi verso le cose e le persone di quaggiù! Anche un solo peccato veniale potrebbe fargli tanto dispiacere. – I ladroni Amaleciti erano venuti a predare nei campi del popolo di Israele. Ma nel tumulto della fuga, un povero schiavo abbandonato dal suo padrone perché ammalato, era rimasto disteso sulla nuda terra a morire di febbre e sfinimento. Ed ecco passarono di là i soldati del re Davide, che lo videro sdraiato nella campagna come un morto. Lo portarono dal re, il quale n’ebbe compassione e ordinò che gli dessero pane da mangiare e acqua da bere, e una parte di fichi e alcuni grappoli d’uva. L’infelice schiavo a poco a poco rinvenne e si ristorò. « Non più schiavo, ma libero sarai. In guerra combatterai al mio fianco da valoroso, e in pace vivrai onorato con molte ricompense ». Così gli parlò il re Davide, condusse seco a far grande strage di nemici. (I Re, XXX, 11-16). Cristiani, lo schiavo Amalecita è un simbolo dell’anima nostra. Essa ha servito il demonio, predatore e assassino dei cuori, e stanca e febbricitante per i peccati e per gli affetti mondani, è rimasta a languire sulla strada della vita. Ma ecco che già viene il nostro re Gesù: viene col suo santo Natale. – O Gesù, salvatore! non siate meno pietoso di quello che già Davide fu col suo suddito. Ristorateci col vostro cibo e con la vostra bevanda, riscaldateci con l’alito del vostro amore. Poi conduceteci sempre al vostro fianco: in guerra e in pace, in questa e nell’altra vita.E un’altra volta è vicino il Natale del Signore. In questa solennità, alcuni vedono una festa di piacere. Già stanno organizzando veglie danzanti, spettacoli lussuriosi, ricevimenti mondani, e trascorreranno la notte santa in cui il Salvatore venne al mondo per redimerli, nell’ebbrezza dei sensi, sprofondando sempre più nel fango e nel peccato. – Altri vedono invece nel Natale una festa di benessere corporale. Anche i più poveri per un giorno almeno all’anno possono nutrirsi a sazietà e con cibi succulenti e con bevande corroboranti; quelli poi che non son poveri imbandiscono la loro mensa con inconsuete e laute vivande. Sicché c’è della gente che tutta questa settimana sarà indaffarata per il pranzo di Natale, senza trovare tranquillità e tempo per pensieri diversi da quelli gastronomici. – Vi sono altri ancora che vedono nel Natale una festa sportiva. Alla vigilia o all’antivigilia, con maglioni e calzettoni per difendersi dal rigore invernale, partiranno per la montagna, a sciare. « Ah che religiosità commovente — dicono — contemplare dalle finestre d’un albergo alpino le stelle della notte natalizia scintillanti sugli abeti coperti di neve! che senso di pace e di purezza volar tutto il giorno come Angeli sui campi immacolati!». E la Messa di Natale? « Probabilmente non mancherà. Forse verrà lassù un prete a celebrare ». Così tutta la santificazione della grande solennità cristiana si esaurisce in una ipotetica Messa. E nessuno, che non sia maligno, sospetti ipotetiche profanazioni. Altri, infine nel Natale non vedono che una festa di poesia domestica. Nessuno manca della famiglia, anche i lontani sono ritornati, almeno per un giorno. È gioia del cuore raccogliersi in casa, dove tutto luccica per la recente pulizia, e arde il focherello sul camino; e c’è l’albero fosforescente di cordelline e di dolciumi, e c’è il presepio, e c’è qualche fanciullo che declama un complimento in rima stringendo nelle mani i doni del Bambino Gesù. – Ma non è Natale veramente e compitamente cristiano se non quello in cui si vede con la fede il Signore. « E vedrà ogni uomo la salvezza di Dio ». Questo è l’insegnamento che S. Giovanni Battista ci dà nel Vangelo odierno. Infatti, prima che Gesù incominciasse la vita pubblica, Egli si mosse a preparargli la strada, e predicando la penitenza, diceva: « Preparate la via al Signore che viene! Ogni valle si colmi; ogni colle si spiani, ogni tortuosità si rettifichi. Così vedrà ogni uomo la salvezza in Dio ». Bisogna dunque prepararci al Santo Natale in modo tale da meritare di vedere spiritualmente il Signore. Ma per meritare tanta grazia occorre prepararci con la purità dell’anima, con la bontà delle opere. Quando a Presburgo, in Ungheria, nel 1207, nacque, S. Elisabetta, un poverello malato e cieco s’avvicinò alla culla e toccando quella bambina riebbe improvvisamente la vista. Se la nascita dei Santi è accompagnata spesso da simili prodigi, maggiori meraviglie può operare in noi la nascita di Colui che è la stessa Santità. E se il peccato ci ha resi miseri e ciechi, avviciniamoci con cuore preparato alla culla del pargolo divino, e otterremo la grazia di vederlo, adesso con la fede, e, un giorno, senza veli nella gioia del suo regno.1. PURITÀ DELL’ANIMA. È l’anima che Vede Dio; ma per vedere ha bisogno di luce e di igiene. – a) Luce dell’anima è la grazia. Cristiani, che il Santo Natale non vi trovi immersi nelle tenebre. Luminosa è la casa tutta ripulita, luminosi i vostri vestiti nuovi, tutto è luminoso al di fuori: e dentro c’è il buio del peccato mortale? Questo sarebbe un’ipocrisia peggiore di quella dei Farisei che pulivano il piatto all’esterno e nell’interno lo lasciavano insudiciato. « Che unione ci può essere tra la luce e le tenebre, tra il giorno e la notte, tra la vita e la morte? » esclama S. Paolo; e come può illudersi d’avvicinarsi a Gesù, colui che tiene il peccato sulla coscienza? Gesù è la luce, egli è tenebre; Gesù il giorno, egli è notte! Gesù è la vita, egli è morte. – b) Igiene dell’anima la custodia dei sensi, specialmente della vista. Chi vuole vedere il Signore con l’anima, preservi gli occhi del corpo dalle mondane vanità. Ci sono dei bambini che mettono in bocca tutto. Quello che scovano negli angoli più remoti della dispensa, quello che viene loro donato per strada o in visita presso qualche famiglia, quello che colgono dalle piante del giardino o a passeggio lungo una siepe. Dopo scontano la vorace imprudenza con dolori lancinanti alle viscere. Milioni e miliardi di microbi ingeriscono, e non sospettano mai che forse tra quelli c’è uno che supererà le forze di resistenza dell’organismo, si moltiplicherà, disgregherà il sangue o i tessuti interni, produrrà la morte. Ci sono dei figliuoli, delle figliuole, dei giovani, degli uomini che sono peggiori dei bambini. Essi guardano tutto, qualsiasi giornale, cartolina, illustrazione, libro che capiti tra mano; qualsiasi figura reclamistica sui muri della via, o sulle stecconate intorno alle case in costruzione, o nelle luminose vetrine dei negozi; entrano in qualsiasi sala da spettacoli, vedono qualsiasi proiezione. Poi sono dolori! Sì, perché gli occhi sono la bocca dell’anima, e l’anima ha pure la sua igiene che va rispettata come e meglio dell’altra per lo stomaco. Perché hanno continuamente l’anima ottenebrata da nuvole dense di pensieri e desideri perversi, e non possono più pregare con gusto e fervorosa attenzione, e non possono più credere con la gioia e la spontaneità di quando erano piccoli? Perché i loro occhi non sono stati custoditi. Bisognerebbe cavar fuori tutte le figuracce vedute, le novelle e i romanzi letti, le scene provocanti dei cinema, le cronache nere, gli scherni religiosi raccolti sui giornali. Siate meticolosi nell’igiene dell’anima! Specialmente in questi giorni d’attesa santa, conservate mondi i vostri occhi, quelli dei vostri figli, perché possano vedere il Signore.2. BONTÀ DELLE OPERE. Perché l’anima veda Iddio, non basta colmare le valli del peccato con una sincera confessione, non basta spianare ogni ostacolo opaco con la custodia dei sensi: occorre che Dio viva nell’anima con le opere buone. Verso il Natale del 396, l’ultimo che gli restava da vivere in terra; S. Ambrogio si sentiva stanco e alla fine delle sue eroiche fatiche; ma aveva il cuore pieno d’una pace vasta e serena com’è quella del colono, quando in certe domeniche d’autunno contempla beato la sua campagna colma di frutti, mentre in lontananza campane suonano a distesa. In quei giorni appunto, a Paolino, il suo fedele segretario, dettava queste parole: « Cristo vive in me: cioè, vive quel Pane vivo che discese dal cielo e nacque a Betlemme, vive la sua carità, vive la sua pace, vive la sua giustizia, vive la sua sapienza ». Mirabili espressioni, che ci suggeriscono con quali buone opere Cristo deve nascere in noi nel prossimo Natale. Vive in me quel Pane vivo, la prima opera, la più bella e cara a Lui che sta per venire: è la santa Comunione. – I pastori si ritennero fortunatissimi in quella notte in cui lo poterono vedere e forse baciare. I re magi fecero lunghissimo e pericoloso viaggio per poterlo trovare. Il vecchio Simeone per i molti anni della sua vita non desiderò altro; e come lo poté stringere tra le sue braccia tremanti, disse che non gli importava di morire, perché il suo cuore non chiedeva più nulla. La gioia dei pastori, dei magi, di Simeone, ci è vicina: perché non ne approfitteremo? È vero che siamo peccatori e oppressi d’infinite miserie, però se un rincrescimento profondo delle nostre colpe, se un desiderio vivo di farci più puri per più vedere il Signore c’è dentro di noi, quel Dio che venne al mondo in una stalla, non sdegnerà il nostro povero cuore. – Vive in me la sua carità: Non può gustare il Natale cristiano chi si priva della consolazione di fare in questi giorni un po’ di carità, con le opere di misericordia corporali e spirituali. I poveri pastori e i ricchi magi non si presentarono a mani vuote al Celeste Bambino, ma ciascuno con un dono proporzionato alla propria condizione: agnellini, frutti agresti, formelline di tenero cacio erano i doni dei poveri, oro, incenso, mirra erano i doni dei re. Così tutti noi, poveri e ricchi, dobbiamo avvicinarci alla culla di Gesù col nostro dono proporzionato. È dato al Dio nato poverissimo e inerme tutto quanto è donato senza ostentazione ai poveri e agli infermi. Vive in me la sua pace. Colui che nasce fu vaticinato come il Principe della pace. Egli stesso ha detto: « Io vi dono la mia pace: ma non ve la dono come fa il mondo » (Giov. XIV, 27). Il mondo, quando vuol sembrare buono, fa la pace con quelli che la meritano; i Cristiani, che vogliono essere buoni, fanno pace con tutti, anche con quelli che non la meritano e da cui sono stati offesi. Perciò nessuna scusa è valevole, nessuna ragione è plausibile, perché tra noi si conservi anche un solo rancore durante il santo Natale. Vive in me la sua giustizia: Quand’Egli nacque gli Angeli dissero agli uomini: « Non temete più: vi annunciamo una grande gioia ». Ora che il suo Natale ritorna, c’è forse qualcuno che non può gioire per colpa nostra? Nessuno dei nostri fratelli può accusarci d’ingiustizia nei danari, nella roba, nei commerci, nei contratti, nei debiti e nei crediti? Non abbiamo nulla con noi che invoca il suo legittimo padrone? – Vive in me la sua sapienza: Ascoltiamo e meditiamo volentieri in questi giorni santi la parola di Dio per poter capire qualche cosa almeno dell’infinita sapienza nascosta nel mistero della natività del Salvatore. Se vi si offre il tempo e l’occasione, leggete nel Vangelo il racconto della nascita di Gesù, così lo potrete raccontare alla sera ai vostri figliuoli, che sono avidissimi d’ascoltarlo dalle vostre labbra.Un giorno Napoleone passava in rivista le sue truppe. Un umile soldato anziano attirò il suo sguardo, per alcune cicatrici che gli apparivano sul volto. L’imperatore si fermò davanti a lui, e, con un gesto consueto gli pose una mano sulla spalla; poi, guardandolo negli occhi gli rivolse brevissime domande. « Tu, a Ulm? ». « C’ero ». « A Austerlitz? ». « C’ero ».  « A Iena? ». « C’ero ». –  « A Wagram? ». « C’ero ». – « A Dresda? ». « C’ero ».  « Bene, capitano! ». L’altro, ch’era soltanto soldato, voleva correggere il grado credendo fosse uno sbaglio. Ma l’imperatore, senza correggersi, aggiunse: « Capitano, decreto per voi la grande croce della legione d’onore ». Quando preparate le strade secondo il consiglio di Giovanni Battista, il nostro Re divino giungerà nel santo suo Natale e passerà in rivista i suoi fedeli; felice colui che potrà rispondere alle sue domande franco e ardito come quel soldato napoleonico.  « Alla dottrina cristiana? ». « C’ero ». – « Alla messa festiva? ». « C’ero ». – « Al confessionale? ». « C’ero ».« Alla balaustra? ». « C’ero » – « Nella resistenza aspra contro latentazione? ». « C’ero ». – « Nella professione coraggiosa della fede in faccia a chiunque? ». « C’ero ». – « Bene, servo buono e valoroso: perché nel poco sei stato fedele, ti darò autorità sul molto, e verrai nella gioia del tuo Re ».

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Luc 1: 28
Ave, María, gratia plena; Dóminus tecum: benedícta tu in muliéribus, et benedíctus fructus ventris tui.

Secreta

Sacrifíciis pæséntibus, quǽsumus, Dómine, placátus inténde: ut et devotióni nostræ profíciant et salúti.

[O Signore, Te ne preghiamo, guarda benigno alle presenti offerte: affinché giovino alla nostra devozione e alla nostra salvezza.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de sanctissima Trinitate

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in uníus singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre quotídie, una voce dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: che col Figlio tuo unigénito e con lo Spirito Santo, sei un Dio solo ed un solo Signore, non nella singolarità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Cosí che quanto per tua rivelazione crediamo della tua gloria, il medesimo sentiamo, senza distinzione, e di tuo Figlio e dello Spirito Santo. Affinché nella professione della vera e sempiterna Divinità, si adori: e la proprietà nelle persone e l’unità nell’essenza e l’uguaglianza nella maestà. La quale lodano gli Angeli e gli Arcangeli, i Cherubini e i Serafini, che non cessano ogni giorno di acclamare, dicendo ad una voce:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis
Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster,

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Is. VII:14
Ecce, Virgo concípiet et páriet fílium: et vocábitur nomen ejus Emmánuel.

[Ecco la Vergine concepirà e partorirà un figlio: e si chiamerà Emanuele.]

Postocommunio

Orémus.
Sumptis munéribus, quǽsumus, Dómine: ut, cum frequentatióne mystérii, crescat nostræ salútis efféctus.

[Assunti i tuoi doni, o Signore, Ti preghiamo, affinché frequentando questi misteri cresca l’effetto della nostra salvezza.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (232)

LO SCUDO DELLA FEDE (232)

LA SANTA MADRE CHIESA NELLA SANTA MESSA (5)

SPIEGAZIONE STORICA, CRITICA, MORALE DELLA SANTA MESSA

Mons., BELASIO ANTONIO MARIA

Ed. QUINTA

TORINO, LIBRERIA SALESIANA EDITRICE, 1908

LA MESSA

PARTE I

LA PREPARAZIONE

CAPO III

ART. I.

Il Sacerdote, ed il Popolo si presentano all’altare,

Accompagniamo il Sacerdote, che si avanza nell’interno del santuario sino ai piedi dell’altare a compiere la tremenda missione. Mentre procede a grave passo, col corteggio di tutti i ministri, questo principe della Chiesa, l’accompagnano i cuori di tutti i fedeli, che con varia espressione di sentimenti mandano al trono delle misericordie i voti delle anime bisognose. L’organo, complesso ed insieme di tante voci distinte e diverse, rende immagine dell’unione di tutti gli animi, la vita dei quali sta nel movimento e nella espressione degli affetti. Mentre si suona il preludio, il quale è una successione d’accordi, vagante incerto di dissonanze in consonanze senza ritmica misura e tendente alla sospirata meta della cadenza, si associa perfettamente alle menti dei fedeli. All’udire questi suoi accordi dissonanti pei quali passa come inquieto, e si getta a riposo nell’accordo consonante, tu diresti che voglia esprimere i vari movimenti degli animi, che passano irrequieti pel tempo presente, per gittarsi a riposo nell’eternità.

Genuflessione innanzi all’altare e segno di croce.

Egli s’inchina, o s’inginocchia; e con questo prostrarsi a terra significa, che l’uomo deve cadere a nulla innanzi a Dio, e per render omaggio alla Divinità, deve prostrarsi nella polvere sua primiera per confessare il proprio nulla a Lui, cui tutto dobbiamo, e per adorarlo a nome di tutte le creature (Bona, Trac. ant. 1 cit.). Sorge; si segna della croce dal capo al petto, dall’una all’altra spalla. Questo segno adorabile, che spaventa i demoni, fu usato fin dai primi secoli dai fervorosi Cristiani, che di croce segnavano sé stessi, e le loro azioni (Tertul De Coron. I. cap. 3). Esso chiama la benedizione di Dio sopra di noi, sulle cose nostre, e sulle nostre azioni per i meriti di Gesù Cristo (Mansi, Il vero Eccl. vol. 2, lib. 5, cap. 1). Con esso rammentiamo a Dio Padre, Figliuolo e Spirito Santo il maggior prodigio dell’amor divino. Nel momento, in cui noi vogliamo partecipare alla più grande sua misericordia, e rendergli maggior gloria, col segno della croce, armiamo dirò così, un diritto di aspettare tutte le grazie da  quel Dio, che morì sulla croce per noi; e vogliamo dire col segnarci: « Se abbiamo l’ardimento di alzare la fronte, e presentarci all’altare del Santissimo Iddio, questo avviene, perché siamo coperti della croce di Gesù Cristo. » Gran mistero! Col Sangue di Gesù Cristo, per lo Spirito Santo rimpastala l’umana natura, noi siamo rinati alle speranze eterne, figliuoli divenuti di Dio medesimo. E contenendo questo segno di croce, come insegna s. Tommaso e la Chiesa, i principali misteri di nostra santa fede, noi nel segnarci nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, press’a poco vogliamo dire così: nel nome del Padre, grande Iddio! sì, voi con noi non siete più il terribile Ieova, che agli ebrei non bastava l’animo di pur nominare; ma anche in mezzo alla vostra gloria vi riconosciamo in volto, siete nostro Padre. Eh! Vi siete lasciato conoscere… Sì, vi abbiamo conosciuto proprio per nostro Padre, quando ci avete dato vostro Figlio ad essere nostro fratello, ed a partecipare a noi eziandio il suo Sangue Divino. Deh! E qual degli uomini avrebbe mai avuto ardimento di chiamar Dio col nome di Padre?… Nessuno, nessuno, fosse pur degli angioli. Ma la Madre Chiesa, palpitando sul Cuor di Gesù, che si tiene in seno nel Sacramento, e ne conosce ben tutti i segreti, «su, su, ci dice, chiamate pur Dio col nome di Padre. » Nel nome del Figlio, o Gesù benedetto, li su nel cielo tra i fulgori della vostra gloria avete qualche cosa del nostro, avete della nostra carne, del nostro sangue, siete Voi della nostra famiglia… vita nostra, Gesù! Nel nome dello Spirito Santo; Spirito Santo, Amor eterno del Padre e del Figlio, spirate da Gesù qui con noi in seno al Padre, e travolgeteci nel vortice della beatitudine eterna: coronate l’opera del Padre, che crea, del Figlio, che salva: santificateci voi; alimentateci dell’eterna felicità in seno a Dio. – Quando siamo per pregare, ed anche in tutte le altre occasioni, temendo troppo di comparire innanzi a Dio, e trattare con Lui, colle brutture sull’anima dell’uomo peccatore, affrettiamoci di metterci sotto la croce dì Gesù Cristo, di coprirci colle sue piaghe, di mettere innanzi i suoi meriti, confortandoci con questi pensieri. Per questo la Chiesa prima di tutte le preghiere, in tutte le benedizioni, usa sempre fare il segno della Croce. Noi non lavoriamo pel mondo, nè pel tempo presente; il nostro cuore ha il suo tesoro, a cui Sospira incessante, lassù in Cielo. Giacché essendo noi concittadini del paradiso lavoriamo a conto del nostro Re e Padrone, cui serviamo sulla terra. Segniamo adunque come il Sacerdote sovente il capo, il petto, le membra, anche le nostre azioni colla Croce (S. Hieron. Ep. Ad Eustoc.. S. Ambr. Lib. De Isaac et anima, can. 8), perché al mondo e a’ suoi desideri siam crocifissi, Poiché deve venire il dì della grande giustizia, e l’Angelo di Dio con una spada di fuoco caccerà tutti i reprobi alla sinistra. Benedetto allora chi in quel di sarà in sulla fronte crocesignato, giacché sarà questo il segno dei predestinati pel paradiso. Come in quella notte, in cui l’Angelo vendicatore scorreva per l Egitto a dar la morte a tutti i primogeniti degli Egiziani, passando egli innanzi alla casa degli Israeliti, veduto il sangue dell’agnello, di che erano bagnate le imposte, abbassava il capo in venerazione della figura del sangue di Gesù Cristo, e tirava innanzi senza offendere persona, così alla vista di questo segno di Croce rosso del Sangue di Gesù Cristo, di che saranno bagnate e segnate le nostre teste. s’inchinerà riverente il terribil Angiolo del giudizio, e ci lascerà alla destra, perché per Cristo e con Cristo e in Cristo, tutto abbiam fatto per Dio in ispirito di adorazione e di penitenza.

Art. II.

Salmo: Judica me Deus.

Avvertiam qui per più facile intelligenza di ciò che diremo, che il popolo anticamente accompagnava nella Messa il sacerdote (Ben. XIV loc. cit. cap. X, n. l, cit. op.), cosicché egli rispondeva alle parole, e alle preghiere del Sacerdote, frammischiandovi le sue. Era dunque allora un confortarsi a vicenda, un implorare a vicenda la divina bontà, un eccitarsi a fervore tra il Sacerdote e quelli che erano ammessi ad aver parte con lui al santo Sacrificio. – Presso alcuni popoli d’America, quando un povero supplicante si presenta alle porte di un grande, tocca ad un fanciullo introdurlo alla presenza (Chaleaub). Ora per lo più la Chiesa fa rispondere a nome del popolo da un fanciullo. Bene sta: un’anima Vergine, come un fanciullo pieno di vita e di speranze, è la meglio fatta per entrare con confidenza a parlare con Dio, ed esprimergli il giubilo delle anime ringiovanite alla vita eterna.

Il Salmo Judica me Deus, che si recita a pié dell’altare, è un monumento della severa disciplina ecclesiastica degli antichi tempi. In esso esprimesi in sul principio, come si discernevano i santi dai peccatori con rigore di giudizio. Non tutti i Cristiani venivano ammessi al gran Sacrificio senza riguardo e discrezione. Nei popoli si faceva la cerna colle regole della più rigorosa disciplina: i soli giusti, che avevan conservata l’anima innocente, quale uscì dal battesimo, e i penitenti, che già avevan lavati i loro peccati nel Sangue dell’Agnello, potevano accompagnare il Sacerdote colle parole del santo Profeta. Gli altri intanto si mettevano a gemere alla porta per la disgrazia d’essere esclusi. Ci gi stringe il cuore di compunzione nel ricordare i pubblici penitenti, i quali, non essendo ammessi ai santi Misteri, si fermavano nel portico innanzi alla porta della chiesa. Quivi Vestiti di sacco, cospersi di cenere, con una corda al collo, colle mani giunte sul petto, stavano prostrati per terra quei fervorosi umiliati, ed abbracciavan le ginocchia, cogli occhi pieni di pianto raccomandandosi a quelli che andavano a partecipare al Sacrifizio, più fortunati di loro, cui non era dato entrare! Gran lezione per noi, che portiamo arditamente sino nel più interno del Santuario anime cariche di peccati, senza il più piccolo indizio di penitenza, quasi che la moltitudine dei peccatori autorizzi qualcuno di noi, a profanare il luogo santo colle irriverenze, ed oltraggiare la gran Vittima divina col nostro induramento! – Invitiamo coloro, che han desiderio di entrare nello spirito della Chiesa, che è lo Spirito del Signore, a meditar questo salmo, e a far proprie quelle espressioni, che risvegliano nel nostro cuore le disposizioni colle quali la Chiesa desidera preparare i suoi figliuoli. Sono questi come gemiti inspirati dallo Spirito Santo. Ci voleva Proprio sol questo Santo Divino Spirito, che comprende nella Sua eternità, come tutti i tempi, così tutti gli individui e i loro bisogni, che si facesse interprete delle povere anime nostre. Perciocché quant’è tenero e sublime questo dialogo tra il Sacerdote e il popolo! Il Sacerdote: questo nome rappresenta un uomo incanutito nella tradizione, Un uomo, che visitò i regni della verità, e scorse le rive dell’errore, e fece raccolta a pro degli nomini di saggezza più sublime, che non è quella del tempo. Quest’uomo, nel cui sguardo traggono i popoli a consultarsi, per leggervi pensieri venerandi, porta all’altare per la sua esperienza la cognizione delle miserie della povera umanità: depositario dei secreti di tutti, va per tutti ad offrire il gran Sacrificio. – Quest’uomo ai piè dell’altare è tutto compunto, e mentre con soave malinconia anima se stesso a gettarsi in braccio a Dio, lascia che i suoi figliuoli a Lui si confidino nel presentarsi seco al gran Padre delle misericordie. E questi rinati alla grazia, come un popolo di allegra gioventù, a cui ridono innanzi le più liete speranze, gli dicono le loro contentezze: ma egli da buon padre, sfogando la sua compassione, induce i suoi figli a piangere seco le proprie colpe. E qui un misto di compunzione e di speranze, che l’uomo sollevano alla bontà di Dio! – Noi procureremo d’interpretare questi santi pensieri nella seguente esposizione.

Il Sacerdote. « Io mi accosterò all’altare di Dio, e voi, o Dio della bontà, attiratemi tutto a voi affinché senza perturbazione di spirito, col fervore di un’anima ricreata, venga ad esercitare il ministero mio santo » (Bona in exposition. hui. Ps. Tract. ant. de san. Missæ) cap. 5 § 6.).

Il popolo risponde. « Sì, andiamo a Dio, egli letifica la nostra giovinezza. »  Il popolo del Signore è sempre pieno di gioventù, e di care speranze nella bontà di Dio.

Il Sacerdote. « Giudicatemi, o Signore, e la mia causa discernete dalla gente non santa, e dall’iniquo uomo ed ingannatore liberatemi. » Giudicatemi non col rigore della vostra giustizia; ché qual dei viventi resterebbe così a voi dinanzi giustificato? ma secondo la vostra grande misericordia. Noi non vogliamo più mai aver parte in peccato con quei poveri nostri fratelli, che si perdono nel mondo, commettendo l’iniquità. Deh! o Signore, non confondeteci con loro nel rigor del vostro giudizio; affinché non abbiam parte agli anatemi ed ai castighi contro loro fulminati. Separateci da loro, e tirateci a Voi per pietà, salvandoci dalle loro ingiustizie e da’ loro inganni.

Il popolo. « Oh sì, perché siete Voi, o Signore, la nostra fortezza. Ah! Voi la creatura vostra ributtereste Voi forse? Anima mia, perché te ne vai così trista, se i tuoi nemici cercano affligerti ? »

Il Sacerdote. « Mandateci, o Signore, dal cielo un raggio di quella fede, che ci fa comprendere nella sua grandezza la vostra verità, e questa luce di verità ci scorga, e ci accompagni sin sulla santa montagna, nel tabernacolo santo, dove voi abitate, o Signore. E qual sarà questo monte se non l’altare, il mistico Calvario, in cui Dio cogli uomini sì riconcilia, e poi resta ad abitare con essi (Car. Bona Trac. ant. de Miss. cap. 5, § 4.)?

Il popolo. « Ah sì, noi entreremo all’altare di Dio che letifica la nostra giovinezza! »

Il Sacerdote. « Io canterò sull’arpa le vostre lodi in questa adunanza, e confesserò la vostra misericordia. Grande Iddio, io ho paura per la mia miseria!… Anima mia, perché sei triste così, perché mi conturbi tu!?… » È sorpreso da un sacro orrore; ma gli risponde:

Il popolo. « Spera in Dio, che ha compassione di un’anima, che ne’suoi terrori gli si getta in braccio: Egli sol ci degni di uno sguardo, e ci farà salvi. Egli è il Signor nostro. »

Il Sacerdote. « O Dio! Chi ci fa degni di render merito al Signore di tante misericordie? Sia gloria adunque al Padre, al Figliuolo ed allo Spirito Santo; » e col più ardente fervore piega il capo in compunzione, e si porge pronto ad incontrar tutto per Dio, anche la morte (Card. Bona loc. cit.).

Il popolo. « Sia gloria e lode eterna, com’era da principio, ed è ora, e sarà sempre per tutti i secoli dei secoli. »

Il Sacerdote. « Mi accosterò adunque all’altare di Dio. »

Il popolo. « Sì, del Dio, che letifica la mia giovinezza. »

Il Sacerdote. » Il nostro soccorso è nel nome del Signore. » E si fa in così dire il segno di Croce; perché sui meriti del Redentore crocifisso appoggia tutte le sue speranze.

Il popolo. « Bene sta: Egli ha fatto il cielo e la terra. » Quasi dicesse: « sì, andiam con coraggio a Dio che letifica la nostra giovinezza; e, se è Dio la nostra speranza, la letizia della nostra gioventù, l’appoggio della nostra debolezza, di che temiamo? » Il Sacerdote rassicurato alquanto, s’accorda col popolo in confidare in Dio, e tutto si ripromette dalla sua bontà. Non gli rimane altro che gittarsegli a’ piedi per confessare i suoi peccati, togliere così gli ostacoli, che si frappongono tra Dio e i suoi figliuoli, e lì fanno indegni d’avvicinarsi a Lui.

La Confessione e l’Assoluzione

Confiteor, Misereatur, Indulgentiam.

Il Confiteor è un’umile confessione dei peccati, che fanno a vicenda il sacerdote e il popolo innanzi a Dio, alla presenza della Chiesa. La confessione del proprio peccato Dio aveva ordinato doversi far precedere fino agli antichi sacrifizi, in cui si offrivano agnelli e tori. Il sommo sacerdote, gli altri ministri della legge antica, tutti gli Israeliti, quando portavano la loro offerta, erano obbligati a confessarsi per peccatori con questa parola « Io ho peccato, ho commesso ingiustizia, » La prima disposizione a ricevere i doni di Dio è il cuor vuoto di noi stessi ed il riconoscere che da noi non abbiam niente, che buono sia; perché in verità quello che veramente è tutto nostro, è solo il peccato. Perciò per meritarci compassione e perdono da Dio, quel tutto che possiamo fare è presentarci in umiltà, e pregarlo di rinnovare tutto che vede in noi corrotto per terrena fragilità, o violato per opera del demonio. Il giusto, dice lo Spirito Santo, prima di tutto s’affretta ad accusar  di accusare se stesso e le opere sue (Proverb. XIII,17). Ora il Sacerdote, che, sollevato in mezzo del santuario, deve rendere immagine dell’uomo giusto, ed anzi rappresenta il Capo dei giusti il quale prese sopra di Sé i peccati di tutti, e si presentò in somiglianza d’uom peccatore (ad Rom. VIII, 9); deve precedere agli altri col buon esempio nel sentiero della giustizia. Perciò per praticare la giustizia, rinnovato il segno di croce, protesta solennemente innanzi a Dio, innanzi alla Regina del Cielo, al gran Principe delle Potenze celesti, Michele Arcangelo, a s. Giovanni Battista, innanzi ai santi Apostoli, a tutta la Corte celeste, in faccia a tutta la Chiesa in terra, che egli è troppo gran peccatore, e, picchiandosi il petto in segno della sua gran confusione, si chiama in colpa, e si ripete grande e grandissimo peccatore, e piange il più terribile dei mali, l’offesa di Dio. Il perché non dovrebbe ardire di andare più avanti; ma confida nella misericordia di Lui, della cui bontà abbiamo prove così certe: si mette sotto la protezione di Maria s del beato Arcangelo, degli Apostoli e di tutti i Santi; ed appoggiandosi ai loro meriti ed alle preghiere, si raccomanda ai suoi fratelli di accompagnarlo dinanzi a Dio colle loro suppliche, per Ottenergli il perdono delle colpe, che con dolore confessa di avere commesse coi pensieri, colle parole e coll’opere, per sua gravissima colpa.

Il popolo risponde. « Il Dio nostro è onnipotente, e noi lo preghiamo, che colla sua misericordia rimetta i tuoi peccati, e ti conduca all’eterna vita. »

Quindi è, che la necessità di avvicinarsi alla santa Mensa con un cuor puro rese tanto sovente praticato il precetto della confessione. Poiché il peccatore pentito sente uno stimolo a compiere questo dovere, per molti rispetti così penoso, per la letizia promessa del banchetto divino. Di modo che la pratica della confessione e della penitenza è strettamente legata alla fede della Comunione di Gesù Cristo (Wiseman, Conferenze sulle dottrine e pratiche più importanti della Chiesa catt. Conf. 16.). Non è quindi da far meraviglia, se i protestanti, quando spensero il fuoco del sacrifizio coll’abolire la santa Messa, abolissero anche la sacramentale confessione, e togliessero agli uomini il conforto di sentirsi riconciliati colla virtù del Sangue di Gesù Cristo. Essi non hanno più bisogno di prepararsi a comunicare con Dio! – Questa confessione al principio della santa Messa ricorda la confessione dei peccati, che per ricevere il perdono si usava altre volte fare pubblicamente. Tempi fortunati eran quelli, in cui la vera fede veniva provata nel crogiuolo delle tribolazioni, dal fuoco delle persecuzioni. Allora ascriversi al numero dei fedeli seguaci di Gesù Cristo» importava avere il coraggio di dare il nome alla proscrizione, ed aspettarsi intrepidamente la morte in premio delle più grandi virtù e dei maggiori sacrifici che essi facevano, rinunciando alle speranze di un secolo, largo promettitore. – Figuriamoci quegli uomini traditi dai loro congiunti, rifuggiti nelle caverne, quasi belve feroci, quivi pur cerchi a morte, quando era loro concessa la sorte di potersi trovare insieme a celebrare la santa Messa nei sotterranei col loro Vescovo, che era la prima testa designata al patibolo, e che mostrava Sovente le onorande ferite e le membra mutilate, per essersi confessato Cristiano. Quando il Vescovo cominciava in mezzo a loro a confessarsi pel gran peccatore, doveva essere uno scoppio di pianto universale la risposta di quei santi confessori, i quali gareggiavano con lui a confessarsi pur essi per peccatori; come con lui gareggiavano nel dichiararsi Cristiani, e durar fermi in mezzo a quelle terribili prove delle persecuzioni. Picchiandosi tutti il petto, gridava ciascuno essere sua la grandissima colpa, e chiedevan a calde lagrime misericordia a Dio, aiuto ai Santi del Paradiso, e perdono al Vescovo padre: come il padre chiedeva perdono ai suoi figli: e tutti insieme perdono a Dio, per correre poi tutti insieme, come figliuoli perdonati, in seno al Padre eterno, al celestiale convito. – Deh! in qual miseria siamo venuti noi! Con una disinvoltura che fa spavento, si passa dalle baie del secolo, dalle tresche, dai peccati tranquillamente ad assistere nella Chiesa ai più tremendi misteri! Qui tutta la Preparazione sta in un’occhiata di leggerezza e di curiosità intorno, intorno, per divagarsi da una noia mortale, che già si sente prima di averla provata. Chi è di noi che si raccoglie a compunzione? Chi sente il terror dell’uomo peccatore nel luogo santo? Chi geme sprofondato nelle proprie miserie in faccia ai santi altari, e picchiandosi il petto in umiltà col buon Pubblicano (Luc. XVIII, 13), si fa coscienza di dire, gemendo: « Ah! Signore, dove mi trovo io miserabile, come sono, in questo momento tremendo! dove mi nascondo così gran peccatore, ora che il cielo si deve abbassare alla terra » e sta per comparire l’Uomo-Dio in mezzo di noi! O Dio della misericordia, siate propizio a noi peccatori! » Noi no, non ci commoviamo più che tanto. Oh! siam noi adunque i farisei superbi cui pareva aver già fatto troppo per Dio, se lo degnavano d’una svogliata e sprezzante presenza? Ma ecco: allora partivano ì nostri padri santificati dai sacrifizi; e noi ripartiamo peccatori col soprassello delle nostre villanie orgogliose e delle irriverenze sacrileghe. Allora il Sacerdote si sentiva in obbligo di rispondere consolanti parole a quelli, che lo intenerivano colla confessione delle proprie colpe; adesso dovrebbe sollevare gli occhi al Crocifisso, e sclamare nell’amarezza di un santo zelo: O Signore, alcuni di questi non sono più vostri adoratori! piegarono, (bisogna dirlo), il ginocchio a Baal, al mondo, ed al demonio, ché par disdegnino di piegarlo innanzi a Voi, né si curan punto di supplicarvi del vostro perdono! Ah! pesa così poco in questi poveri tempi, o gran Dio, pesa così poco sul cuore umano l’essere in vostra disgrazia! » – Però, se molti più non pensano di confessarsi per peccatori e giudicarsi adesso, cioè fare nel mondo i proprii conti colla misericordia di Dio, per iscampar dal rigore della giustizia sua nell’eternità; la Chiesa perdura sempre nei suoi gemiti, e nel suo dolore, e vuole che il chierico a nome del popolo faccia la santa confessione. Ma deh! mentre il fanciulletto con aria da spensieratello chiama Dio in testimonio dei nostri peccati ed insieme del dolor nostro, e la Vergine, che fu sì bene preparata alla santa destinazione di portar Gesù Cristo, e l’angelo, che fulminò il capo degli empi, che alzarono la testa in peccato contro Dio, e cacciatili dal paradiso li confinò nell’inferno, e s. Giovanni, il miglior degli uomini, perché esser doveva l’amico dello Sposo; e Pietro e Paolo, che piansero tanto, e tanto fecero di bene per soddisfare le colpe commesse, e tutta la Chiesa, che è in Cielo gloriosa, e fondata in terra sulla distruzione del peccato, noi colla coscienza carica e forse fetente di freschi peccati, noi duriamo lì insensibili, impenitenti? Noi così facciam insulto colla nostra presenza alla santità del Dio vivente, noi offendiamo tutta la Corte celeste, noi oltraggiamo l’eterna giustizia; e stiamo a vedere, che noi ci ridiamo della collera di Dio stesso? Deh! Tremiamo, almeno, quando recitiamo il Confiteor col Sacerdote, perché in quel momento Iddio penetra l’anima nostra col suo sguardo divino, e ci scruta le reni, e conta fino i pensieri ignoti pure a noi stessi. Eh! se Egli entra adesso con noi in giudizio, noi siam perduti, e già c’ingoia l’inferno! Affrettiamoci di buttarci ai piedi di Dio per confessarci colpevoli, ed implorare mercé. Diciamo: Confiteor: « Io mi confesso, » cioè io m’accuso a Voi, grande Iddio; voi avete creato ad immagine vostra quest’anima mia, figlia del vostro amore; ella deve esser felice in seno a Voi; io la buttai a sollazzo nelle creature; m’ingolfai nel peccato: ecco la povera anima mia, la vostra immagine insozzata di tante brutture. È mia colpa! Voi mi avete ricreato nello Spirito Santo col vostro Sangue ch’io profanai, ed oh quale tristo abuso io n’abbia fatto, Voi lo sapete! Ah mia grande colpa! Non basta: meravigliate, o cieli! Voi, o Signore, volete ancora sacrificarvi sull’altare, Voi darvi tutto a noi stessi; ed io qui senza fede, senza dolore, senza compunzione, noiato del vostro dono, non ho per Voi neppure un sol pensiero! Oh mia grandissima colpa! – Sacerdote e popolo piangiamo a gara i nostri peccati: ed allora, oh quale armonia di gemiti, che spettacolo commovente qui! Un popolo compunto, che apre l’anima, e mostra piangendo le piaghe dei cuori, e sfoga l’amarezza del suo dolore in seno a Dio ed ai Beati! Intanto il paradiso è aperto sopra di noi, e Gesù Cristo, e Maria, e gli Angeli, e i Santi, e la Chiesa in cielo cara a Dio pei suoi trionfi, e la Chiesa in terra cara a Dio pei suoi travagli, e il Sacerdote ai piè dell’altare, che coperto della croce di Gesù Cristo, fatto degno di farla da mediatore tra Dio e gli uomini, mette innanzi i meriti di Gesù Cristo! Intenerito dalla preghiera con cui il popolo per lui implora la divina misericordia, prima per sentimento di gratitudine fa pel popolo la stessa orazione, che il popolo ha fatto per lui: poi per compiere la sua funzione di pacificatore e di riconciliatore degli uomini con Dio, per la ragione del perdono che vuol concedere, mette innanzi l’onnipotenza e misericordia di Dio, cioè confessa, che per perdonare i peccati, e ricreare nell’innocenza un’anima, ci vuol tutta l’onnipotenza e misericordia di Dio. Omnipotens et misericors Deus!… Questa è una gran verità. Egli è più grande miracolo della divina potenza perdonare un peccato come insegna s. Tommaso, che creare l’universo. Perché per creare l’universo bastò una parola di Dio onnipotente; e per perdonare il peccato si vuole il miracolo di tutti i miracoli il più grande, il miracolo di Dio, che paghi il debito infinito col morire pel peccato. –  Quindi fuori della Religione cristiana il peccato commesso deve essere incancellabile; perché il male fatto non si può mai fare, che fatto non sia, ed il rimorso dovrebbe gettarci nella disperazione. Anche i protestanti, che pur ammettono Dio perdonare il peccato, ma però solo col coprirci dei meriti del Salvatore, tengono che sotto l’applicazione della giustificazione rimanga ancora incancellabile la colpa. Così, secondo essi, al disgraziato, che fu peccatore, può bene non essere imputato il peccato; ma egli porterebbe la piaga scolpita nell’animo sempre, e, fosse pure in paradiso, là pure sentirebbe la colpa anche in seno a Dio. Sconsolante dottrina! Quanto invece è veramente dottrina di grazia questa della fede cattolica, la quale insegna, che il Verbo divino colla più grande opera della sua onnipotente misericordia ricrea l’anima del peccatore, rimpasta, per dir così secondo l’energica espressione di Tertulliano (Lib. De pudicit.),  l’umana natura nel suo Sangue imbevuto di virtù creatrice divina, e così la rinnovella a vita eterna; onde frutto della passione di Gesù Cristo e sua morte di croce è la ristorazione e il ritorno dell’umanità all’innocenza e santità. L’uomo adunque, perché ha peccato, è in potere della morte, la quale è il salario e la vendetta del peccato; ma i fedeli, che colla faccia a terra confessaronsi d’essere decaduti dinanzi a Dio; alla benedizione del Sacerdote fattosi il segno della croce, terminata l’orazione della remissione dei peccati si raddrizzano sulla persona per significare, che per la grazia e virtù di Gesù Cristo ridonati alla vita, sì avviano al Padre di tutti i beni. – Preposte queste riflessioni, speriamo s’intenderà meglio il senso di quell’orazione, che accompagna l’assoluzione, detta il Misereatur e l’Indulgentiam. Dice adunque il sacerdote:

Misereatur.

« L’onnipotente Iddio usi con voi tutta la sua misericordia; e con essa, perdonandovi i vostri peccati, vi conduca a vita eterna. »

Indulgentiam.

« Sì, l’indulgenza, l’assoluzione, e la rimessione dei peccati nostri ci conceda l’onnipotente e misericordiosissimo Iddio. »

Qui rialzandosi alquanto il Sacerdote pare dica al popolo: « fate coraggio, coperti della croce di Gesù Cristo, leviamoci su, gettiamoci abbandonati tra le braccia della bontà di Dio, troveremo all’altare un Dio un Padre, che ci vuol dare tutto il bene. » Poi si rivolge a Dio con tale una confidenza, come chi sa d’aver tutto ottenuto dalla sua bontà. e dice:

Il Sacerdote. « O Signore, basta solo che vi degniate di volgerci uno sguardo, e ci farete rivivere sicuramente. »

Il popolo risponde. « Si veramente il popolo vostro ne andrà lietissimo, se vi degnerete.

Il Sacerdote. « Mostrate a noi dunque la vostra misericordia. »

Il popolo. « Donatela come il pegno più sicuro di nostra salute. »

Il sacerdote. « Signore, io vengo, ascoltate la mia preghiera. »

Il popolo. « Signore, il nostro grido giunga a Voi in questo santo momento. »

Il Sacerdote. « Fratelli, îl Signore sia con voi, »

e prega lo spirito di orazione a preparare il popolo a trattare con Dio.

Il popolo. « Ed accompagni anima tua, che ha tanto bisogno, lo Spirito del Signore, in questo officio di tanta pietà » (o. Chrys. hom. 14. in ep. ad Rom. et hom. 36 in 1 ad Cor.).

Il Sacerdote. « Via adunque preghiamo. »

Il sacerdote stende le palme, e S’avvia su pei gradini, che significano la via della perfezione, che conduce al cielo, e tutto raccolto in se stesso, camminando su quella mistica scala, sente tutto il peso della propria infermità, e un santo terrore lo ributta dall’altare del Dio vivente. Colla coscienza più che colla voce gemendo sulle sue miserie, protende tremanti le braccia verso la croce, e sale dicendo in secreto: « Per pietà togliete, o Signore, da noi le nostre iniquità, onde possiamo con un’anima tutta piena di casti pensieri entrare al Santo dei Santi. Deh! fatelo per pietà, per li meriti di Gesù Cristo nostro Signore. »

Bacio all’Altare.

Giunto sull’altare il Sacerdote stende le mani come in atto di abbracciarlo, e lo bacia dicendo: « noi vi preghiamo, o Signore, per i meriti dei Santi vostri, di cui son qui le reliquie, e di tutti i Santi a degnarvi d’usare indulgenza a tutti i nostri peccati. » – Questo bacio, che dà il sacerdote all’altare, a cui si tiene abbracciato, è uno dei riti, che inteneriscono alle lacrime chi bene l’intende. Esso significa la carità, che in Gesù Cristo abbraccia tutti i fedeli, e ricorda ancora quei tempi d’ingenua semplicità e di fervore, in cui i fedeli con un’anima bella d’innocenza battesimale trovatisi nel luogo santo si baciavano l’un l’altro in carità, e vuol dire, che ci dobbiamo amare come fratelli qui, e poi formare una sola famiglia col Padre nostro in cielo. Questo bacio significa anche il baciar, che facevano essi le tombe dei martiri, come noi le sante reliquie. – Significa poi finalmente un atto di ossequio e di umiltà, con cui il Sacerdote bacia quel sasso, su cui deve posare Gesù Cristo, baciando coll’anima le vestigie della santa sua umanità, come la peccatrice gli baciava i santi piedi, bagnandoli di caldo pianto (poiché l’altare cristiano è la mistica pietra, che rappresenta Gesù) (S. Thom., 3 par., qu. 83, art. 3, ad 5); come usano anche gli orientali, quando debbono essere introdotti innanzi ad un sovrano, o ad un grande, baciare la soglia nel presentarsi alla porta: come si baciavano dai fedeli anche le soglie delle chiese (S. Paul. in Nat. 6, s. Felic.). – Pertanto il sacerdote portando sull’altare nel suo cuore il cuore dei fedeli, bacia coll’anima in fronte tutti, e le reliquie dei Santi insieme con essi; e nell’atto che si prostra sull’altare, che è la porta del cielo, per cui s’introduce innanzi al trono dell’Eterno, allarga le braccia con questo bacio sopra l’altare, in atto di stringere al cuore Gesù ed unire questi suoi fratelli tribolati in terra con quelli già felici in patria, per averli insieme a beatitudine in seno a Dio. Oh! come il Sacerdote qui rappresenta bene l’amabilissimo Redentore divino in quel bacio di riconciliazione, che il divin Figliuolo dà all’umana natura, a quella povera carne segnata dal marchio di dannazione, in quell’atto, in cui allargando sulla croce le braccia, colle mani piene di sangue, purifica tutti, e gli raccoglie nel suo tenero cuore; e abbassa in sul morire il santo capo sul petto per dire agli uomini questa benedetta parola: « Coraggio, vi ho redenti!!! » Pare anche che qui si rinnovi invisibilmente la commovente Scena, che con caratteri così toccanti descrisse Gesù, del ritorno del figliuol prodigo: e che Dio appunto in questo istante accolga fra le braccia della sua misericordia i figliuoli ravveduti, ché gli corrono a piangere in seno: e che risponda loro, consolandoli col bacio del suo perdono, per introdurli poi al gran convito divino. – Conchiuderemo col devoto cardinal Bona (loc. cit.) proponendo che ogni volta, ch’imprimeremo sull’altare un bacio, per noi sarà accompagnato da un tenero atto d’amore verso Gesù Cristo Signor nostro e Padre, con un intenso desiderio di stare come membra a Lui uniti per sempre, come gli sono già i Santi, dei quali qui veneriamo le reliquie (Pouget apud Ben. XIV, loc. cit.).

Introito

Dopo il bacio di pace i fedeli si recavano ciascuno al proprio posto nelle chiese antiche, e i cantori in questo frattempo, finché tutti all’ordine fossero disposti, cantavano brevi salmi; e questo canto chiamavano Introito; perché in questo mentre ciascuno entrava nel proprio luogo. Nell introito si annunzia la funzione, e si dà principio alla solennità in quel canto, in cui il popolo esilara il suo cuore, e respira nella soave emozione della pietà. È per lo più ora un estratto dei Salmi, esprimente uno sfogo d’affetti; ora è uno slancio di esultanza: ora un gemito di contrizione, oppure un ricordo del mistero, che si va celebrando, ed un invito a goder santamente nel Signore coi Beati, di cui celebra la festa. Termina col Gloria Patri: così additando che tutto deve terminare a gloria della SS. Trinità, essendo essa principio e fine d’ogni cosa. Poi gode ripetere la soave espressione, con cui ha cominciato a giubilare. Ciò ben ci ricorda, che così lavorando a gloria di Dio, raccoglieremo consolazioni, che dureranno eterne, quando assorti in Dio ricominceremo un gaudio, che non avrà fine mai più. – Il sommo Pontefice Innocenzo II dice, che l’introito, essendo per lo più un estratto dai libri dell’antico Testamento, esprime i voti ed i desideri, con cui gli antichi Padri sospiravano il Messia (Ben. XXIV, loc. cit.). E intanto noi siamo freddi e vuoti di cuore senza che ci spiri mai dentro un’aura d’affetti a darci un po’ di vita. Però, se noi ci sentiamo abbandonati in tanta aridezza, e non è mai che una stilla ci piovi di Cielo, a rinfrescarci l’anima di qualche consolazione, lo dobbiamo attribuire al viver nostro spensierato di Dio, a questo nostro intervenir che facciamo alle sante funzioni, senza che il cuor nostro vi prenda parte, e senza richiamarvi tutti i pensieri, affine di accompagnare l’offerta del Sacrificio. Noi piangeremo col Profeta la cagione della mancanza di devozione ai nostri di, e diremo: La terra tutta è desolata, perché ormai non v’ha più nessuno, che raccolga i pensieri a meditar Dio, l’eternità, l’importanza di salvar l’anima, la vanità del mondo, che passa via colla rapidità del baleno, ed i santi misteri che celebriamo. Ora a noi consolati del perdono di Dio, bisognosi di tutto, non resta altro che ricorrere a Dio colla preghiera.