LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (2)

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (2)

LA GRAN BESTIA SVELATA AI GIOVANI

dal Padre F. MARTINENGO (Prete delle Missioni

SESTA EDIZIONE – TORINO I88O

Tip. E Libr. SALESIANA

IV.

VILE LORENZO.

Giovani miei, l’avete le ali?… Che ridete? non dico mica le ali degli uccelli !… Dico l’ali del pensiero, della fantasia. Oh l’avete di certo: e che voli!.. Or bene, io non vi domando che un volo di pochi anni per veder giovinotto e studente di legge quel Renzino, che ha incominciato da ragazzo col vergognarsi di sua madre. – Entriamo in quella trattoria. Vedete quella sala, quella tavola, quei piatti che fumano? Son capponi, costolette, bei pezzi d’arrosto… Sentite che odore! e’ portano via il naso, e’ par vi dicano: Mangia! E vedete quella fila di giovinotti che lietamente vociando siedono a tavola, come trinciano e diluviano a due palmenti!… Ma sta: oggi è venerdì, e la santa Chiesa…. Questo pensiero s’affaccia penoso alla mente d’ uno che sta là su quell’angolo… lo vedete? Con quei baffetti biondi, con quegli occhi celesti?… gli è desso Renzino; ché ora tutti chiamano Lorenzo. Oh il bel giovine che s’è fatto. Alto, spigliato, grazioso… Or bene, è la prima volta, vedete, che Lorenzo si trova a una tavola come quella; invitato dai camerata non seppe dir di no, e ora, mentre siede e guarda gli sovvengono certi ricordi della mamma, che gli fan mirare quelle carni con ribrezzo: sbircia sottecchi i compagni, cerca collo sguardo l’insalata, il burro … tende la mano … Ma ecco il vicino frugarlo col gomito, presentargli un bel pollo or ora tranciato; infilzarne una coscia col forchettone,  mettergliela sul: piatto. E come Lorenzo fa atto di schernirsi: – Eh via! Ancor questi scrupoli, Lorenzo mio bello? Mangia, mamgia che non ti farà groppo alla gola … E Lorenzo vien rosso: – Oh, non ho scrupoli io! E abbassa il capo e chiude gli occhi, e addenta le male carni, e le manda giù con angoscia. Non ne gusta neanche il sapore, poveretto! ben sente una voce dentro, che si leva dal fondo del cuore e gli dice: vile! –  Mi contava mia nonna, buon’anima, d’un bell’umor di Cristiano, che trovandosi un giorno nel caso del nostro Lorenzo, seduto in venerdì a una tavola dove andavano in giro vivande d’ogni ragione, tirava giù imperterrito e franco d’ogni piatto che passava, una buona porzione, e s’era magro, mangiava allegramente, se grasso, zittiva al cane, pigliava il piatto, gliel metteva in terra, e: — Mangia, barbone; che buon pro ti faccia! — E come i commensali si mostravano di ciò meravigliati: — Signori, di che si meravigliano? Il mio cane non è mica obbligato al magro: proprio come loro! — Un saputello volle replicare non so che; ma ebbe in risposta un altro frizzo, e si finì con una generale risata. Un’altra volta, berteggiato per la stessa ragione, la prese per un altro verso.— Ditemi, amici: come si chiama chi manca di riguardo a una signora? — Malcreato, villano! — risposero a coro i commensali. — Bene (ripigliò colui) io ci ho una brava signora, vedete, che se mangio di questa roba s’offende, di disgusta, e … – Sarà tua moglie, la conosciamo… una beghina bell’e buona… ; No, mia moglie: è la Chiesa. Questa non la conoscete mica voi?… Tanto bastò per sconcertare i compagni, e si volse ad altro il discorso. Giovinetti miei, è un vile costui? Tutt’altro! E perché?  Perché non silascia comandare agli altri, non si lascia por piedi addosso dalla mala bestia dell’umano rispetto. Ma torniamo ancora una volta al nostro Lorenzo. Coraggio, figliuoli! Un altro volo di fantasia, e vel faccio vedere a quarant’anni.

V.

VILE LORENZONE.

Lorenzo dunque ha quarant’anni, è un avvocato di credito, è ricco, è ammogliato, ha figliuoli, e s’è messo cos’ bene in carne che tutti lo chiamano il signor Lorenzone. Volete vederlo? Venite con me, saliamo quello scalone, spingiamo quella porta…. silenzio: cavatevi i cappelli. Ecco i padri della patria seduti in giro ai loro scanni. Quel là in mezzo dalla fronte calva, dalle folte basette, con gli occhiali montati in oro, è il sindaco; a’ suoi fianchi di qua e di lì i signori della Giunta, il segretario, il cassiere e via gli altri di seguito. Attenti figliuoli miei: l’affare intorno a cui oggi si deve deliberare è di sommo rilievo: ne dipende la pubblica salute. Si tratta nulla meno che d’un convento di monache da mutare in caserma; la macchina è montata da più mesi, una parte dei voti assicurata; ma, ma… tra quei della padri della patria e’ ci ha ancora dei codini… Vedete il signor Lorenzone, quel là in giubba nera, con quel giornale alla mano, che mentre il sindaco parla fa vista di legger la politica, e da quando a quando sbircia di qua, di là i vicini… Egli è desso, proprio il Renzino che abbiamo veduto alle prese co’ monelli; proprio il Lorenzo che sedeva a favola coi compagni d’Università. Sua madre, di cui si vergognava, è morta; ma le sue massime, i suoi consigli gli stanno ancor fitti nel cuore. Egli è in voce di codino, perché va a messa, e tiene due suoi figli in educazione presso i P. Somaschi di Novi. Ora, poi che trattasi di snidare quelle povere monachelle, egli è venuto al Consiglio col fermo proposito di votare per loro. Pensate! ei ci ha una zia là dentro e una cara sorella, alle quali ha promesso colle lagrime agli occhi, che avrebbe fatto di tutto per salvarle; povere colombe spaventate! E anche senza questa promessa, cacciar quelle innocenti, metterle sulla strada… gli sa così villano e crudele!… Ma vediamo che sa fare per esse, ora che siede in Consiglio. – Ecco, il sindaco si leva, parla serio e grave come un Catone. Le parole spirito dei tempi prosperità pubblica, esigenze sociali, progresso, libertà, gli ricorrono ad ogni poco sulle labbra; finché conchiude la sua solenne pappolata col delenda Carthago; e Cartagine, s’intende, sono nel caso nostro le monache. – Dopo il sindaco si levano parecchi altri; parlano, a alcuni pro, alcuni contro la proposta. Ma i primi timidi e rimessi nel dire, si contentano di mostrare la poca utilità che può ricavarsi dalla caldeggiata caserma, l’incertezza che il governo voglia abbigliarsi a uno stabile presidio … Nessuno ardisce difendere a viso aperto le ra, non le nominano nemmeno, quasi il lor nome debba scottar loro la lingua … Gli avversari invece declamano a fronte alta, a voce concitata, con gesti da energumeno. Gridano … passato il Medioevo, caduti i pregiudizi, depurata la religione, brillano sui popoli il sole della libertà; deplorano le vittime rinchiuse del fanatismo, citano, coma storia sacrosanta, la favola della monaca di Cracovia, inveiscono contro i preti e l’inquisizione, deplorano che in tanta luce dei tempiseggano ancora in Consiglio dei Gesuiti !!! … Povero signor Lorenzone! Gli è proprio lui che va a ferire l’amaro sarcasmo… guardatelo; ei trema tutto,abbasso gli occhi, e soffia e si dimena, proprio come sedesse sulle spine, e: – non parlerò (pensa), perché sarebbe un espormi … Ma quanto al mio voto … no, no, bricconi, non l’avrete mai: jamais! Jamais! Dice col Rouher… Ma che? Si viene alla votazione … sperava fosse segreta, e invece è per alzata e seduta. – Chi approva il progetto si alzi! – Grida il Sindaco. E il signor Lorenzone dà uno sguardo in giro, vede i colleghi, quasi tutti levati, e anch’egli … anch’egli si leva. Vile Lorenzone! Ha incominciato da piccolo a vergognarsi di sua madre, ha continuato vergognandosi della Chiesa, ha finito coll’aver vergogna dell’onestà, della virtù, del mdovere. Vile Lorenzone.

VI.

SERVITÙ CHE ONORA

Giovinetti, voi d’anima ingenua e di sentimenti generosi nessuna taccia tanto temete quanto quella di vili, e avete ragione. Ma! badate a incominciare fin d’ora a fuggire ogni viltà. È un cuor bello e generoso che Dio vi ha chiuso nel petto; non l’avvoltolate nel fango. È un’anima libera e immortale la vostra, che riferisce le fattezze degli Angeli, anzi di Dio stesso che l’ha creata a sua immagine e somiglianza: non la degradate, non l’avvilite col farla miserabile schiava. Oh così possa sempre la vostra fronte levarsi incontaminata al cielo e rifletterne la serenità e la luce! – ma quando v’esorto a mantenervi liberi e fuggire coni viltà, non intendo spinGervi a rompere ogni giogo, a sottrarvi a qualunque servitù. V’ha una servitù che avvilisce e degrada, e v’ha una servitù che esalta ed onora. Servitù che degrada, rispettare l’uomo al di sopra di Dio; servitù che onora, rispettare Dio al di sopra dell’uomo. Egli è appunto quest’ultimo, dignitoso rispetto che a quei poveri pescatori usciti dalla scuola di Gesù, e per Gesù imprigionati e percossi, metteva sul labbro delle franche parole: — Se sia giusto che obbediamo agli uomini più che a Dio, giudicatelo voi stessi. — La si sente subito che è una nobile risposta, è  vero? Or fate caso, che all’intimazione di tacere che faceva loro il Sinedrio, quei poveri pescatori avessero cagliato, se ne fossero andati mpgi mpgi a capo basso, corsi a rinchiudersi, e lì zitti! … Che avreste pensato di loro? Tant’è l’uomo sottomettendosi a Dio non si avvilisce, ma si nobilita, non si abbassa ma s’innalza, perché, umiliandosi così, confessa la sua origine divina, si dichiara servo, anzi figlio dell’Altissimo. Or dite; vi può essere sulla terra dignità maggiore di quella di figliuolo di Dio? Di quel Dio, cui servire, regnare est? – Che fate? che fate? — chiedeva già un bell’imbusto a un buon giovinetto, che giunto in chiesa, la prima cosa, si metteva a ginocchi e faceva il segno della croce. E il giovinetto, senza scomporsi: — Adoro Iddio, mio Signore e mio padre; e voi? … siete venuto a bravarlo forse? … Pur troppo si vedono dei giovani, e non sol giovani, ma uomini talvolta dal pelo brizzolato e dalla calva fronte, quand’hanno a recarsi alla messa festiva, cercar l’angolo più riposto ed oscuro di chiesa. – Sarà per pregare con maggiore raccoglimento. – Proprio la scusa che cercano certuni a non parere vigliacchi. Il fatto è che han paura d’essere veduti. Oh i giovani liberi! Oh, gli uomini indipendenti! Oh fior di Cristiani!…. Non s’inginocchiano, non s’inchinano dunque mai costoro? Oh si inginocchiano anch’essi, non dubitate. – Guardate quel giovanotto azzimato alla moda: entra a messa, s’apposta dietro un pilastro, e lì duro, impalato, guardar qua e là, lisciarsi la zazzera, scalpitare come un cavallo, tossire, ammiccare degli occhi… Ma sta: suona un campanello; quel campanello avvisa che il Dio Salvatore discende in quell’istante chiamato dalla voce sacerdotale, in mezzo al suo popolo … Si piega egli il nostro giovanotto? Non c’è caso. Si direbbe che a forza d’amoreggiare i pilastri, per virtù di simpatica assimilazione, sia diventato pilastro anche lui. — Ma che l’ha il filo della schiena tutto d’un pezzo costui? — Oh anzi flessibile, flessibilissimo. Vedetelo nel gabinetto di quel segretario capo, da cui dipende la sua promozione all’impiego, che scappellate, che strisciamenti, che inchini! È par l’altalena, che alla prima scossa va su, va giù, di qua; di là, e stenta un buon tratto a rimettersi in bilico, e posare. – Lascio nel calamaio un visibilio di simili casi, e domando a voi, miei cari giovinetti: non vi fa ribrezzo tanta viltà? E son uomini costoro?.. e voi pensereste farvi uomini simili a loro?… Oh la bella immagine di Dio, come è da tanti vilmente prostituita!… Ma via! lasciamo di rimestar questo pattume e consoliamoci con qualche bell’esempio tratto dalle storie; ché a guardar mondo qual è ai dì nostri, e’ ci sarebbe da perder la fede nella umana dignità. – Arrigo VIII re d’Inghilterra s’annoia della sua legittima moglie Caterina d’Aragona e vuol disfarsene per impalmarsi ad una sgualdrina di Corte, Anna Bolena. Il Papa fermo gl’intima, come 2già il Battista ad Erode, il non licet. Ed egli: — Che Papa, io farò senza. — Scorona, discaccia ed imprigiona la regina, si stringe in nefande nozze alla Bolena, e: — ora il Papa son io, — E nol dice mica per celia! Fa proporre al Parlamento una legge: — Capo di religione il re; chi neghi riconoscerlo e serbi fede al Papa di Roma, la confisca dei beni; la prigione, la morte. — Incredibile a dirsi! Il parlamento piega, la mostruosa legge è sancita. L’anime strappate a Cristo e al suo l’appresentante sulla terra, saranno d’ora innanzi umilissime schiave al più sozzo fra i tiranni, a quel mostro di libidine e di ferocia, che non mai sazio di mutar donne, due ne ripudiò, altre due ne diede in mano al carnefice, e della quinta avrebbe fatto altrettanto, se la morte non s’affrettava a torlo dal mondo. – Ma vivaddio! Non tutte in Inghilterra erano anime di fango. Non parlo de’ vescovi, de’ monaci, dei Sacerdoti che per aver resistito alle inique voglie del re furono a migliaia o giustiziati, o cacciati in esilio: ma pur tra le persone del scolo, tra’ grandi della Corte trovossi un uomo. – Tommaso Moro, gran Cancelliere del regno, uomo d’ingegno e d’ onestà a tutta prova, benemerito da molti anni del re e della patria, aveva adoperato tutto il credito che godeva presso Arrigo per dissuaderlo da rompere il sacro vincolo delle legittime sue nozze, ed avvilirsi a sposar la Bolena. Quando udì la legge della supremazia spirituale del re: – io non mi sottometto (rispose), mel vietano la mia dignità d’uomo e la mia coscienza di Cristiano. — Disse e non dié crollo. Tutti strisciavano a terra; ed egli in piedi. Minacciato, degradato, spogliato de’ beni, chiuso in prigione sta saldo. Gli manda la cara moglie coi figlioletti; entra la misera nel tetro carcere, l’empie di lamenti e di guai, gittasi scapigliata per terra a’ piè del marito, gli tende colle sue braccia i teneri pargoletti, e: — Salvati, deh! Salvati, Tommaso!… Almeno per pietà di questi innocenti… Una parola! dimmi una sola parola … — Ma quella parola il Moro non la dirà, no, non la dirà. Una terribile burrasca, a dir vero, gli agita il cuore: quella vista, quelle parole della sua donna desolata gli danno uno schianto!… Ma l’uomo forte non cede. Leva gli occhi al cielo, indi abbassandoli sulla supplichevole: — Luisa mia (le dice), guarda questa fronte, questi grigi capelli; e di’: quanto può rimanermi di vita sulla terra? Dieci, vent’anni …? Ebbene, sappia che per vent’anni di vita non mi sento di perdere un’eternità – Ha detto e non muta. La donna disperata si ritira; egli fra pochi giorni salirà con pié fermo il patibolo: un popolo immenso, muto per terrore, vedrà la sua nobile testa rotolare nel fango. – Giovani miei, mandategli un plauso. Viva Tommaso Moro! Viva l’uomo ed il Cristiano! E quei signori del parlamento?… un branco di vigliacchi!… Non ragioniam di loro, ma guarda e passa.

VIVA CRISTO-RE (2)

CRISTO-RE (2)

TOTH TIHAMER:

Gregor. Ed. in Padova, 1954

Imprim. Jannes Jeremich, Ep. Beris

 CAPITOLO II

CONCETTO DI REGALITÀ DI CRISTO (II)

Perché gli uomini rifiutano Cristo? Perché non vogliono accettare la regalità di Cristo.

Ricordiamo la scena di Betlemme: i tre Magi sono prostrati davanti alla mangiatoia…. Questo Bambino, che essi adorano ed a cui portano in dono, è il Figlio del Dio vivente, il Verbo incarnato, il Sovrano del genere umano. In altre parole, Gesù Cristo è Re, è Figlio, ma è anche Legislatore! Ci ama, ma è anche il nostro Giudice. È gentile, ma allo stesso tempo esigente. E se Lui è il mio Re, allora non posso vivere in modo frivolo come ho fatto finora. Gesù Cristo deve avere voce in capitolo nei miei pensieri, nei miei progetti, nei miei affari, nei miei divertimenti. Ah, ma questo è troppo impegnativo per noi! È troppo difficile per noi e non vogliamo ammetterlo! Perché la semplicità, la povertà, l’umiltà di questo Cristo di Betlemme è un’inesorabile accusa al nostro modo di vivere. Perché se Cristo ha ragione, è chiaro che noi abbiamo torto; il mio orgoglio, il mio incommensurabile desiderio di gloria, la mia smania di piaceri, la mia idolatria di tante cose terrene, la mia adorazione del vitello d’oro non sono giusti. Ecco perché siamo riluttanti a sottometterci al giogo di Cristo. Non voglio Cristo, perché la sua umiltà condanna la mia vanagloria. Non voglio Cristo, perché la sua povertà rimprovera il mio desiderio di ricchezza e di piacere. Non voglio Cristo, perché la sua fiducia nella Provvidenza condanna il mio materialismo e la mia autosufficienza. Ma se Cristo è il mio Re, allora la ragione, il piacere ed il denaro non possono essere i miei idoli. Se Cristo è il mio Re e il mio Dio, non posso fare della ragione o della scienza un idolo. Devo rispettare la scienza, sì, ma non elevarla al rango di divinità. La scienza non può spiegarmi tutto, tanto meno soddisfare il mio desiderio di felicità. Non ci sono mai state così tante scuole e università, così tante biblioteche, così tante risorse per la conoscenza e l’istruzione. Eppure, gli omicidi, la corruzione e la decadenza morale dilagano. La scienza, i libri, la cultura non possono supplire a tutto. E non è forse l’angelo che sapeva di più, lucifero, ad essere precipitato negli abissi più profondi? E non leggiamo forse ad ogni angolo che tra i grandi criminali ci sono uomini altamente istruiti, altamente qualificati, molto astuti e abili? Sappiamo molte cose, sì, ma cosa sappiamo? Costruiamo grattacieli, sfruttiamo le risorse naturali, ci divertiamo, ce la godiamo molto bene… ma non sappiamo essere onesti, non sappiamo perseverare nel fare il bene, non sappiamo essere felici, non sappiamo vivere una vita degna dell’uomo. Cristo è il nostro Re! Che cosa significa? Significa che l’anima è superiore al corpo; che l’integrità morale è più preziosa della conoscenza. Questa fede religiosa vale più della mia carriera o del mio lavoro professionale. Che la Santa Messa ha un valore infinito, che non può essere paragonata a un film. Che un momento di preghiera vale molto di più di un banchetto mondano! Tutto questo significa la regalità di Cristo. – Se Cristo è il mio Re, la moda non può essere il mio idolo. Dove regna Cristo non c’è spazio per la frivolezza. Chi ha Cristo come Re, non può vestirsi, ballare o divertirsi con tanta superficialità e leggerezza…. Molte donne ingenuamente non si rendono conto che il paganesimo sta cercando di rifarsi strada attraverso la moda: attraverso l’abbigliamento indecente, i balli osceni, il veleno diffuso da certi film, il lusso esorbitante…, tutto questo è paganesimo. Se Cristo è il mio Re, non posso bandirlo dalla vita pubblica, che è proprio ciò che il secolarismo sta cercando di fare: espellere il Cristianesimo dal maggior numero possibile di luoghi, strappare sempre più fedeli a Cristo. Se Cristo è il mio Re, non posso adorare il denaro o i piaceri. Perché lo spirito è al di sopra della materia, perché la mia anima è chiamata a vivere la vita di Dio. Ma ci dimentichiamo di Cristo e non abbiamo tempo per nutrire il nostro spirito. E poiché non mettiamo il nostro cuore in Cristo, finiamo per metterlo nelle religioni esoteriche orientali e abdichiamo alla fede cattolica. Ma queste religioni non hanno nulla di nuovo da dirci e sono piene di molti gravi errori. – Ecco, dunque, il motivo del rifiuto della regalità di Cristo…. Non accettiamo Cristo Re perché condanna il nostro stile di vita pagano. Secondo una leggenda, quando il Bambino Gesù era in viaggio verso l’Egitto, in fuga da Erode, tutte le statue di idoli che incrociavano il suo cammino crollarono al suo passaggio… È la stessa cosa che dovrebbe accadere a noi oggi: davanti a Cristo devono cadere tutti gli idoli! Davanti all’umile Gesù Cristo, il mio orgoglio altero deve cadere. Davanti al povero Gesù Cristo, la mia presuntuosa vanagloria e la mia smania di piacere devono scomparire. E quando adoreremo Cristo come Re, allora – solo allora – la società umana sarà guarita dai suoi innumerevoli mali. Tu sei il nostro Sole, che ci dà la vita, che ci dà luce e calore.

CAPITOLO III

I DIRITTI DI CRISTO ALLA REGALITÀ

Che cosa intendiamo per “regalità di Cristo“? Quali sono i diritti di Cristo alla regalità?

Pensiamo che la festa di Cristo Re metta in luce una grande verità: Cristo sarebbe ancora il nostro Re, anche se non l’avesse mai detto, perché ha davvero diritto alla regalità. Cristo è il nostro Re, perché è il nostro Redentore e il nostro Dio. Come Redentore, ha acquistato i suoi diritti su di noi a un prezzo molto alto. “Siete stati riscattati…, non con cose deperibili, non con oro o argento…, ma con il prezioso sangue di Cristo, come di un agnello senza difetti e senza macchia” (I Pietro I:18-19). Nostro Signore Gesù Cristo ci ha comprati “a caro prezzo” (I Cor VI, 20), così che i nostri corpi sono diventati membra di Cristo (I Cor. VI,15). Cristo è il nostro Dio. E Dio è “l’unico Sovrano, il Re dei re e il Signore dei signori” (I Tim VI,15). Dio ha dei diritti su di noi. E notate: la promulgazione dei diritti di Dio è la prima impresa che Nostro Signore Gesù Cristo ha compiuto quando è sceso in questo mondo, quando ha fatto sì che i cori angelici proclamassero la gloria di Dio nella notte della sua nascita. – La prima rivoluzione del mondo, attuata da Adamo ed Eva in Paradiso e ispirata da satana, non fu altro che la proclamazione dei diritti dell’uomo contro i diritti di Dio. Gli stessi fini sono stati perseguiti da molte altre rivoluzioni, come quella francese. Per questo la Redenzione è iniziata facendo il contrario, proclamando innanzitutto i diritti di Dio. Dio è il mio Signore, il mio Sovrano assoluto. Ma non è solo su di me che esercita il suo diritto sovrano. È anche il Signore della famiglia, della scuola, degli enti pubblici, dei media, dei luoghi di divertimento, insomma: il Signore di tutta la società! Accettare di nuovo questo fatto, farlo vivere alle anime, questo è il significato sublime della nuova festa di Cristo Re. Per questo è stata istituita, affinché i Cristiani dimostrino che Dio ha dei diritti sull’uomo e l’uomo ha dei doveri nei confronti di Dio: se Cristo è il nostro Dio, allora è il nostro Re. – Inoltre, la regalità di Cristo è in accordo con lo spirito del Vangelo, come chiariscono molte citazioni della Sacra Scrittura. Nel 2° Salmo è già annunciato che Cristo è consacrato “dal Signore re su Sion, il suo monte santo“, e riceve “in eredità le nazioni e il suo dominio si estende fino ai confini della terra“. GEREMIA dice che Cristo “regnerà come re, sarà saggio e governerà la terra con giustizia e rettitudine” (Ger XIII,5). – Nel prologo del Vangelo di San Giovanni si dice: “In principio era il Verbo…, senza di lui non è stato fatto nulla di ciò che è stato fatto” (Gv I,1.3). All’Annunciazione, l’Angelo Gabriele dice alla Vergine Maria: « Sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo, al quale il Signore Dio darà il trono di Davide suo padre e regnerà sulla casa di Giacobbe per i secoli dei secoli”. E il suo regno non avrà fine » (Gv 32-33). E ricordiamo soprattutto il dialogo tra Pilato e nostro Signore Gesù Cristo: “Sei dunque un re?”, chiede il procuratore romano. E il Signore gli risponde con dignità regale: “Rex sum ego!” “Io sono il Re!” (Gv XVIII,37). È vero che prima aveva detto: “Il mio regno non è di questo mondo. Se il mio regno fosse di questo mondo, il mio popolo avrebbe combattuto perché non fosse consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di qui” (Gv XVIII,36). Cosa intende Gesù Cristo con queste parole? Cristo è Re, ma non acquisisce i suoi diritti con la forza delle armi e della dinamite; “sfila la spada” (Mt XXVI, 52.), disse a Pietro. Vuole essere il Re della nostra anima, il Re che governa la nostra volontà – Lui è la “via” -, la nostra comprensione – Lui è la “verità” – e i nostri sentimenti – Lui è la “vita”. Sì: Cristo Re è “il sovrano dei re della terra” (Ap I,5), come “ha scritto sulla veste e sulla coscia: Re dei re e Signore dei signori” (Ap XIX,16). Il Padre lo ha costituito “erede universale di tutte le cose” (Eb 1,2), e perciò “deve regnare finché non avrà messo tutti i nemici sotto i suoi piedi” (I Cor XV, 25). – Così vediamo che la Sacra Scrittura proclama esplicitamente la regalità di Cristo. Potremmo fare altre citazioni, ma per me spiccano due frasi del Signore. Voglio insistere su di essi, perché so per certo che avranno una profonda influenza su tutte le anime. Qual è la prima frase? Una frase nota e spesso ripetuta del Signore: “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (Mt XXIV, 35; Mc XIII, 31). Che frase impressionante! Osserviamo il contesto. Era notte. Il Maestro era seduto con i suoi discepoli sulle pendici del Monte degli Ulivi…. Davanti a loro c’era il Monte Moriah, coronato dal tempio di Gerusalemme. Stavano riposando, dopo una dura giornata… Uno dei discepoli indica con orgoglio il tempio: “Maestro, guarda le pietre e il magnifico edificio“. E il Signore risponde: “Vedi tutto questo? In verità vi dico che non resterà qui una pietra su un’altra che non venga buttata giù“. Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea lo presero in disparte e gli chiesero: “Maestro, quando accadrà questo? E quale segno ci sarà che tutte queste cose stanno per compiersi?”…. Questa è la domanda che il Salvatore stava aspettando. Era una notte tranquilla…; il gregge stava intorno al pastore, attento. E il Signore cominciò a parlare loro. Quali persecuzioni dovevano subire per la loro fede! Ma prima li avverte che non devono essere turbati. Poi racconta della distruzione della distruzione del tempio di Gerusalemme. Infine, con molta delicatezza, passa alla catastrofe finale e tira fuori la morale, per la quale aveva detto tutte queste cose: Tutto, tutto ciò che vedete in cielo e in terra perirà: C’è solo una cosa che resiste trionfalmente alla distruzione dei secoli: Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Nessuna frase esprime meglio la regalità di Cristo. Sono passati più di venti secoli da quando Egli ha pronunciato questa profezia e, una dopo l’altra, le sue parole si sono realizzate. Alcuni Apostoli potevano ancora vedere la distruzione di Gerusalemme. L’impero greco è morto: il tempo lo ha spazzato via. Il colossale Impero romano, che, per così dire, conteneva tutto il mondo conosciuto, perì. La stessa cosa è accaduta al Sacro Romano Impero, che è andato in pezzi. Così come l’impero di Napoleone, che comprendeva praticamente tutta l’Europa. E alla fine? Napoleone finì esiliato in un isolotto…. Ed era così anche nei tempi precedenti a Gesù. Pazienti scavi hanno portato in superficie antiche rovine: quelle di Babilonia, Alessandria… Popoli, nazioni, individui, sono nati, cresciuti e passati attraverso la fase della storia… Cosa ci dicono gli antichi imperi in rovina? Il cielo e la terra passano, ma le parole di Cristo Re non passano. E se il Signore apparisse oggi in mezzo a noi e ci conducesse su un promontorio da cui ci mostrerebbe una delle città più popolose del mondo? È una bella notte, e io dico con orgoglio al Signore: “Guardate, Signore, quanti magnifici edifici…, il Parlamento, le chiese, i bei monumenti…. Guardate come sono illuminati… Guardate i grandi stadi e i centri di intrattenimento, come si agitano le folle…”. E il Signore dice: “Tutti questi alberghi, palazzi, monumenti, musei, così magnifici…, tutto, tutto perirà; di tutto questo non resterà che il ricordo…, anzi, non si conserverà nemmeno il ricordo”. E quando sentiamo queste parole, esclamiamo sorpresi: “Signore, non può essere. C’è voluto tanto lavoro…”. Ma così è successo nel corso della storia. Quindici o sedici secoli fa c’era una vita fiorente in Nord Africa, dove oggi non c’è altro che un deserto sabbioso e una o due rovine, dove un tempo c’era un popolo numeroso! Può accadere che tra qualche secolo i popoli dell’Asia invadano l’Europa…; ma anche loro porteranno in sé il germe della morte. Perché tutto ciò che l’uomo può vedere, udire e sentire perirà….. Il cielo e la terra passeranno….. – Ma, Signore, anch’io perirò senza lasciare traccia? Tutto il mio essere desidera vivere per sempre; devo forse perire senza soddisfare il mio desiderio di vita eterna? No. È il Signore che dice: « Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno…”. E chi osserva le parole del Signore vive per sempre. E « chi osserva la mia parola non vedrà mai la morte » (Gv VIII, 51), cioè vivrà per sempre. – O Cristo! Tu sei il Re del tempo e dell’eternità. Le sue parole mi riempiono di fiducia e di incoraggiamento. Cristo è il Re della vita eterna e io voglio cercare in tutti i modi di essergli fedele. Questo è uno dei pensieri che mi colpisce di più quando medito sulla regalità di Cristo. – C’è un’altra frase del Signore che mi affascina molto. Una che mi mostri in tutto il suo splendore le pretese di regalità di Cristo. La frase è questa: « A me è stato dato ogni potere in cielo e in terra… » (Mt XXVIII,18), tanto che poteva arrivare a dire: « Quando sarò elevato in alto sopra la terra, attirerò a me tutte le cose » (Gv XII, 32). O Signore, come avete potuto dire una cosa del genere? Sembra che non pensiate secondo la prudenza umana. Perché, umanamente parlando, cosa ci si può aspettare? Avevate davanti a Voi la croce, le folle piene di odio, e solo dodici comuni pescatori vi hanno seguito? E questi sono coloro che devono estendere il suo regno? – Vediamo cosa ne è stato della dottrina di Cristo, come si è realizzato parola per parola ciò che Gesù ha proclamato! Il grano seminato da Gesù Cristo crebbe costantemente: Samaria, Cilicia, Cappadocia, Frigia, Atene, Roma, tutti i popoli finirono per schierarsi con Cristo. Allora i popoli barbari piegarono il loro collo rigido sotto il giogo di Cristo… Seguono nuove scoperte: coraggiosi marinai portano la croce sulle rive del Mississippi, nella regione del Gange, presso i discendenti degli Incas, presso le tribù del Rio de la Plata, nei domini della Cina e del Giappone, nelle isole del Mare del Nord, nelle regioni del Polo Sud…. Ovunque si canta lo stesso inno: “Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo…”. In verità, su tutta la terra sventolano i vessilli del Re. In verità, Egli è stato elevato in alto e ci ha attirato a sé. E se, dopo aver contemplato il passato, dessimo uno sguardo alla situazione attuale? Dove, nella storia del mondo, c’è stato un uomo, un sovrano, che ha avuto tanti vassalli come Cristo? Un dominio così vasto, che ha coperto paesi e continenti? Devo citare Cesare, Alessandro Magno, Carlo V, Napoleone? Ma i domini di questi non sono che cumuli di sabbia rispetto a quelli di Cristo. Devo ricordare la marcia trionfale del grande Costantino? Ma non è altro che una passeggiata di bambini se la confrontiamo con le processioni moltitudinarie dei Congressi Eucaristici Internazionali, in cui i bambini di tutte le nazioni del mondo, cinesi e americani, eschimesi, negri, ungheresi, italiani, spagnoli, tedeschi, francesi, inglesi, sfilano insieme, e tutti ci prostriamo con la stessa fede davanti a Cristo Re. – E non dimentichiamo i grandi ostacoli che si sono frapposti al trionfo di Cristo: l’esigente morale cristiana! Gli enormi ostacoli frapposti da ebrei, pagani, turchi, miscredenti, socialisti, massoni… Diplomazia e violenza, astuzia e inganno, falsa scienza e cattiva stampa… da duemila anni fanno di tutto per sconfiggere Cristo. Amico lettore, dimmi un solo fondatore di una religione la cui dottrina abbia combattuto battaglie così dure come quella di Cristo! – Ha solo dodici Apostoli, uomini semplici. Il Venerdì Santo, anche questi sono spaventati e turbati…. Ma arriva la Pentecoste e i suoi discepoli sono già migliaia. Erode giustizia Giacomo, gli Apostoli devono fuggire dalle persecuzioni, eppure il Cristianesimo comincia a diffondersi. Contro di essi si scaglia il più furioso dei persecutori…; ma presto Saulo diventa Paolo, che subito conquista tutta l’Asia Minore per Cristo. A Roma iniziano le persecuzioni: il sangue dei Cristiani viene versato ovunque… e, alla fine, il Cristianesimo conquista Roma e converte tutta l’Europa. – In Francia Voltaire dà l’ordine: “Écrasez l’infâme“: “Schiacciate l’infame”, riferendosi al Cristianesimo. Ma non ci riescono; al contrario, il Cristianesimo si diffonde nel Nuovo Mondo e negli altri continenti…. E come! Non c’è potere, non c’è astuzia, non c’è forza che possa fermarlo. È la marcia trionfale di Cristo Re. “Quando sarò elevato in alto, attirerò a me tutte le cose“. Tutte le cose saranno attratte da Me! E con quale potenza, con quale amore sottomette i cuori! Nessun re può essere paragonato a Lui nell’influenzare i suoi sudditi…. Cristo ha comandato: “Andate e insegnate a tutte le nazioni“; il suo comando è stato adempiuto. Anche oggi risuona la parola di Cristo. Risuona nei palazzi, nei tuguri, ovunque. Gli analfabeti e i saggi lo ascoltano. Il pescatore del villaggio norvegese, il mercante olandese, il contadino della grande pianura ungherese, il minatore inglese, l’operaio industriale tedesco, il “fazendeiro” brasiliano…, tutti ascoltano e leggono le parole di Cristo. Le leggono, le ascoltano… e diventano migliori, e riempiono la loro vita di significato. In verità, vediamo realizzate le parole del Salmista: “La giustizia e l’abbondanza di pace fioriranno nei suoi giorni… ed egli regnerà da un mare all’altro e dal fiume fino all’estremità della terra” (Salmo LXXI: 7-8).

* * *

La notte del 31 del quinto mese dell’anno 737 della fondazione di Roma, l’imperatore Augusto lasciò il suo palazzo in una brillante processione e, alla luce delle torce, attraversò le strade buie di Roma… e si diresse verso il campo di Marte. In mezzo a guerre e problemi continui, il popolo attendeva l’alba di una nuova epoca…, ed ecco che una nuova cometa apparve nel cielo: era il segno che un’epoca migliore stava arrivando, e quella stessa notte il suo avvento doveva essere solennizzato. L’imperatore uscì per offrire un sacrificio agli dei. La notte è illuminata da innumerevoli torce… Una folla addobbata a festa si accalca intorno ai tre altari eretti in onore delle dee della fortuna… Un’intera folla di sacerdoti… Le fiamme si agitano, le trombe risuonano… Improvvisamente ogni rumore cessa, arriva il momento solenne: l’imperatore si alza, va all’altare e offre il suo regno e il suo popolo alla divinità. Il popolo torna con gioia alle proprie case: “È iniziata una nuova epoca, un’epoca migliore!”. Avevano ragione. Ma non nel modo in cui lo immaginavano. – Non fu la cometa a portare un tempo migliore, ma un Bambino che nacque qualche anno dopo alla periferia di Betlemme. Un bambino povero, ma da allora gli dei pagani sono crollati e il mondo misura gli anni in base alla sua nascita. Da allora, ovunque ci siano Cristiani, si sente la preghiera fiduciosa e solenne della Chiesa: Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum, qui vivit et regnat per omnia sæcula sæculorum… Per il nostro Signore Gesù Cristo, che vive e regna nei secoli dei secoli… – Sì, Cristo ha un diritto su di noi, ha un diritto di regalità. Per questo motivo, il giorno di Cristo Re non deve essere solo una festa della Chiesa, ma anche di tutta la nazione, di tutta l’umanità: “Non c’è salvezza in nessun altro, perché non c’è altro nome sotto il cielo dato tra gli uomini per mezzo del quale dobbiamo essere salvati“, si legge negli Atti degli Apostoli (IV, 12). Per questo il Santo Padre Pio XI aggiunge giustamente: « È Lui che dà la vera prosperità e felicità agli individui e alle nazioni: perché la felicità della nazione non viene da nessun’altra fonte che dalla felicità dei cittadini, perché la nazione non è altro che l’insieme concorde dei cittadini ».

È dimostrato. Senza Cristo non possiamo fare nulla. Andiamo a Lui e con Lui vinceremo.

VIVA CRISTO-RE (3)

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (1)

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (I)

LA GRAN BESTIA SVELATA AI GIOVANI

dal Padre F. MARTINENGO (Prete delle Missioni)

SESTA EDIZIONE – TORINO I88O

Tip. e Libr. SALESIANA

AI GIOVANI ITALIANI E CRISTIANI!

 È un libro piccoletto di mole, ma pieno, a mio credere di così sani ed utili ammaestramenti, che tutti, più o meno, dall’alto in basso, ci si può imparare qualche cosa, io pel primo che l’ho scritto: imparare, dico, per la pratica del ben vivere. Cionondimeno a voi mi piace offrirlo in particolar modo, a’ quali ride il bel fior di gioventù, prima, perché vi voglio un gran bene, e poi perché molto spero di voi, tenerelle piante che si raddrizzano ancora. – Voi del resto, o carissimi giovani, letto che avrete il mio libretto, lo porterete alle vostre famiglie, lo farete girare fra le mani di parenti e d’amici, e così farà un po’ di bene anche a loro. È un facile apostolato ch’io vi propongo, più facile a voi che a me, e che più monta, efficace. – V’ha certa gente che un buon libro il rifiuterebbero, o almeno il guarderebbero con sospetto, porto loro dalla mano del prete; nol rifiuteranno, anzi l’avranno caro da quella d’un figlio, d’un fratello, d’un amico. Suvvia dunque, cari apostolini! Aiutatemi a fare un po’ di bene; ed io vi prometto, che questo libretto, come non è il primo, così, a Dio piacendo, non sarà l’ultimo ch’io scrivo per voi.

LA GRAN BESTIA

I.

DUE CHIACCHERE A MO’ DI PREAMBOLO.

Cari giovani, sapete a che numero ascende. la popolazione del nostro pianeta? Una volta dicevasi di ottocento milioni; ora, trovo in una delle Geografie più moderne, la si computa a quasi seicento milioni di più, cioè, a un miliardo e. trecencinquantanove milioni. Quanti uomini, quanti uomini, eh! … Eppure tra tanti, credete a me, tra tanti uomini che vivono al mondo, d’assai pochi potrebbe dirsi questa breve parola: egli è un uomo! E non aveva tutti i torti quel capo ameno di Diogene di correre in pieno giorno con le lanterna accasa per le vie. Gridando a chi l’interrogava, che cerchi? Hominem quæro, hominem quæro. Ma di tanta carestia d’uomini veri, sapreste dirmi il perché? … È a voi più che ad altri, cari giovani, interessa saperlo, a voi, dico, che impazienti di slanciarvi oltre i confini della fanciullezza e della gioventù, andate talvolta sospirando:  Oh quando sarò grande!… oh quando sarò uomo!… Ma via! non tanta premura d’affrettar anni; ché di fretta ne hanno già abbastanza da per loro. Piuttosto venite qui, intanto che gli anni penano a passare e voi vi avvicinate a diventare uomini, sentite un mio consiglio, pensate al modo di dicentare uomini davvero: ché l’esser uomini, per vostra regola, non istà mica soltanto nel Venir su lunghi lunghi come perticoni, e nemmeno nel metter tanto di barba… ma piuttosto nel formarsi un animo indipendente, nobile, virile. E come pochi un animo cosiffatto sanno formarselo, perciò son pur pochi coloro i quali mettendosi la mano al petto, possano dire in buona coscienza lenza a se stessi: — io sono un uomo. Ma e gli altri?… gli altri, mieicari giovani, non sono che uominifinti, uomini di nome…. come queisoldatini di cartone, coi quali vi trastullavateda bambini a tenerli su ritti,metterli in fila, formarne un esercito … Che formidabile esercito! Di lì a pocopassava quel malignuzzo di vostroFratello maggiore, accostavasi, o faceva le viste per vedere, e con un soffio traditore tutte quelle belle file di soldati … giù colle gambe all’aria! Voi adisperarvi e piagnucolare, luia ridere e darvi la baia… O gli ometti di carta!… Ce n’ha tanti, cen’ha tantil!…Or be’, ditemi: di quali uomini voleteessere voi? — Neanco dirlo (mirispondete); noi vogliamo essere nominiveri, noi. — Oh bravi, lo sapevo io che siete giovani di buon gusto e di buone intenzioni: Ma perchéle intenzioni vostre abbiano effetto,non vi basta, no, lo andarvene là là acasaccio e a beneficio di natura (a beneficio di natura vengono su ifunghi e le zucche); ma conviene cipensiate seriamente fin d’ora… – Oh così presto? – Non è mai troppo presto; sentite. – così presto? — è mai troppo presto; sentite. La vita umana può paragonarsi a una fabbrica, a un gran palazzo, supponete, che uno voglia innalzare.  S’ei non piglia a gettare un buon fondamento fin da principio, che cosa avverrà? Man mano ch’ei si travaglia a tirarla su, le fondamenta cederanno, le muraglie faran pelo: e… o la fabbrica n’andrà in rovina, o converrà, per manco male, ridurla ad una povera bicocca. Così è dell’uomo: l’uomo comincia a formarsi da fanciullo, proprio come una fabbrica si comincia dal fondamento. – Or su dunque! quali modi avremo a tenere per incominciare questo benedetto fondamento? – Eh, figliuoli miei! ce ne ha tanti dei modi, ce ne ha tanti, che se avessi a dirvi di tutti, e’ mi verrebbe un librone, che nol reggereste sulle spalle. Bisognerà che mi restringa; mi stringerò a dirvi d’un’ostacolo… Dite, quand’uno ha a fabbricare, qual è la prima operazione che fa? — sgomberare il terreno, levar via gli ostacoli; per esempio, colmar quella fossa, tagliar quelle piante, spianar quel macigno. Or bene, egli è appunto una specie di macigno, una pietra maledetta ch’ io v’insegneròa levar via; una pietra in cui moltihanno dato del naso, e in cui inciampatuttavia la maggior parte degli uomini; una pietra, che intoppa malamente il passo a tanti poveri giovani,li fa cadere, li storpia, li sforma,li guasta in miserabile guisa per tuttala vita. Or questa pietra volete saperequal è? Scommetto che ne avete giàinteso il nome; ma non ci avete posto mente abbastanza: è l’umano rispetto,del quale dico, affermo e sostengo,che se giunge a dominare isentimenti di un giovane, costui saràun ometto di carta, un ometto da ridere,ma uomo vero giammai. – L’umano rispetto! + l’ho detto una pietra d’inciampo, avrei potuto. Dirloanche una fossa maledetta; ma migarba ancor meglio chiamarlo unaGRAN BESTIA, una bestia feroce, tantesono le stragi che fa negli uomini enelle donne, nei giovani e nei vecchi, nei grandi e nei piccoli, in tutti i luoghi, in tutti i tempi, intutte le età della vita. Farò di provarvelo,con ragioni, con fatti, conesempi, in tutti i modi possibili edimpossibili, finché ne siate convinti.Intanto incomincerò dal mostrarvi un tratto gli unghioni e le zanne de bestia crudele; appresso diremo delle stragi che fa.

II.

IL GIOVANE SOGNA, E LA BESTIA MOSTRA GLI UNGHIONI

Portar rispetto agli uomini. è cosa buona, anzi stretto dovere, purché si faccia secondo ragione. Ma se voi pel rispetto degli uomini dimenticate il rispetto a Dio. se voi giungete al punto di mettere il piacere, il giudizio dell’uomo al di sopra del piacere, del giudizio di Dio e della vostra coscienza, allora il vostro diventa un rispetto umano eccessivo, colpevole, mostruoso. – Rispettare l’uomo più che Dio! E non è un delitto, una mostruosità, cari giovani? Anzi più che delitto e mostruosità, è una specie idolatria, è un metter Dio sotto i piedi della creatura. Dio il piedistallo, l’uomo è l’idolo, e voi?… voi gli bruciate l’incenso. – Rispettar gli umani giudizi più che il giudizio secreto della vostra coscienza!… E non vi pare un. avvilimento, una vergogna, un’infame schiavitù? Anzi un incatenare il vostro giudizio, la coscienza, l’anima immortale, e così incatenata gettarla sotto i piedi di quanti. passano per la strada… Pure ahi! quanto facilmente: l’umano rispetto, a guisa di serpe, si striscia e s’insinua nei giovanetti cuori! Ah i cuori dei giovanetti, tanto belli,  tanto cari, tanto ingenui ed affettuosi! –  Cari giovani, non ci è forse età che al paro della vostra senta gli stimoli della gloria e dell’onore. L’istesso desiderio che vi strugge di presto diventar uomini ha in parte suo principio in questa tendenza del cuore. — Cresceremo, entreremo a far da attori sulla scena del mondo, attireremo gli sguardi, ci saremo anche noi per qualche cosa. – E chi mi sa dire i tanti dorati castelli che vi va fabbricando la vostra fantasia! – Filiberto spasima per la carriera dell’armi. Già gli brillano agli occhi due lucenti spalline e un pennacchio svolazzante. Monta su un focoso destriero, galoppa, galoppa, portato dal vento tra armi ed armati… Ecco il nemico: si slancia fra un nembo di polvere e il rombo dei cannoni, rompe le file serrate, e col lungo spadone alla mano sgomina, atterra, disperde quanti tentano fargli resistenza … Dove sono i nemici della patria? … Ei fiero sorride, ripone nel fodero la spada, e coperto di polvere e sudore sen torna tra gli applausi del campo… – Ben altri allori vagheggia Torquato; e col gomito appoggiato al banco di scuola, la guancia distesa nella palma della mano, e il naso a l’aria. — Oh per me (pensa) la guerra la lascio a chi la vuole; a me piace la vita pacifica degli studi. Mio padre ha danaro, mi farò comperare i più bei libri del mondo, studierò notte e giorno, diventerò un dotto, scriverò, darò alle stampe… Ma in questo mentre passa il maestro, gli applica uno scappellotto sul cucuzzolo, e: — bada al compito, acchiappanuvole! – Bartolo ha una parlantina da disgradarne Madonna Civetta: — Mi dicono che ho una lingua da avvocato: ebbene, studierò legge, io. Mah!   non vo’ mica riuscire un avvocatuzzo da dozzina, come ce n’ha tanti! Studierò di buzzo buono, strapperò la mia brava laurea cum laude et cunctis suffragiis, e poi?… E poi m’avranno a sentire tuonar dalla tribuna! – Pippo più forte nell’aritmetica e nel conteggio: — io mi darò al negoziare, non perderò tempo, lavorerò da mattina a sera, vivrò assegnato, terrò conto del denaro, diventerò ricco… Oro, ville, palazzi… belle vesti, carrozze, cavalli… e scappellate di qua, e inchini di là …  – E c’è anche l’abatino in erba il erba che fa i suoi sogni: passeranno gli studi, passerà il seminario… Eh!… se giungo a metter piede sul pergamo!… Che chiesone! che folla di gente!… e tutti a guardar me, zitti, attenti, senza batter palpebra…

Eh via! l’avete finita co’ vostri castelli?… Adesso lasciate parlare un poco a me. Sapete che voglio dirvi?… Che con tutti i sogni d’oro che andate facendo sul vostro avvenire, se avete la disgrazia d’inciampare nel sasso che ho detto, o meglio di lasciarvi mettere i denti addosso da quella brutta bestia dell’umano rispetto, altro che gloria ed onori! Diventerete gli esseri più abietti e ridicoli di questa terra. Vo’ provarvelo co’ fatti alla mano.

II.

VILE LORENZINO

Venite con me… Lo vedete quel portone? È il portone delle pubbliche Scuole. Attenti: suona un campanello, quindi un rumore, un vociare alto e confuso di ragazzi, uno scalpiccio di centinaia di piedi… Son qui, discendono le scale, s’addossano gli uni agli altri, si incalzano, si pigiano, si versano ad ondate sulla pubblica via … paiono un torrente che trabocca e tutto abbatte quanto incontra. — Buon Dio! ma perché condurci a questo spettacolo? E che vi è di buono a guadagnarci, fuorché urti, fischi, calcagnate sulle dita dei piedi e stramazzoni per terra?… – Abbiate pazienza. Aspettate un pochino, tiriamoci da banda lasciamo sfollare la ragazzaglia.. . Lo vedete quel gruppo di cinque o sei che si raccozzano in faccia a poi, che si stringono in cerchio, e parlano sì animati?… guardatene gli atti, uditene le parole. — Renzino, Renzino (grida quel tarchiatello del pel bruno e dalle spalle quadre, con quegli occhi grifagni) Renzino, Renzino, perché non vieni a giocare con noi? — Si, vieni! Stavolta devi venire, — gli gridano gli altri a coro; e gli si stringono ai panni, e fann’atto di volernelo trarre quasi per forza. E Renzino?…. Vedetelo là quel giovinetto biondo dallo sguardo soave, dal sorriso gentile, dagli abiti puliti e ben assestati alla persona, Ne val più lui, che tutta quella marmaglia di ineducati che gli stanno dattorno. Ma ohimé! Tra male gatte è capitato il sorcio, direbbe Dante di lui: e di fatto e’ sta. lì tremante, smarrito, balbettando sue scuse. — Sta volta… abbiate pazienza…… non posso.. A casa. mamma m’ aspetta. — Non l’avesse mai detta questa parola! — Ah sì neh? Gli è per amor della mammina bizzocca! (esclama beffardamente quel dagli occhi grifagni che é il capobanda) E badi ancora alla mamma tu? E qui un po’ l’uno, un po’ l’altro a dargli, ridendo, la baia, e dirgli corna di sua madre: tanto ché il disgraziato s’arrende, e messi in non cale avvertimenti della mamma, Se ne va con loro. D’ora in poi egli proverà un sentimento che non aveva mai provato per l’innanzi: vergogna di sua madre; e veduto in lei, specie dai tristi compagni, s’arrossirà tutto e si farà piccin piccino per nascondersi. Oh Dio! arrossire della propria madre! d’una madre tanto buona! –  Or dite, giovinetti: se invece di cedere vilmente, Renzo avesse alzato quei suoi occhi in fronte ai tristi compagni; e riposto con santa indignazione ai loro scherni, e difeso l’onor di sua madre, non gli avreste battuto le mani? non avreste esclamato: — Bravo! Egli è un uomo? E ora?… ora invece vii sentite (e lo sente li stesso), che ha commesso un atto di viltà: un atto di viltà che influirà su tutta quanta la sua vita.

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (2)

VIVA CRISTO-RE (1)

CRISTO-RE (1)

TOTH TIHAMER:

Gregor. Ed. in Padova, 1954

Imprim. Jannes Jeremich, Ep. Beris

INTRODUZIONE

L’11 dicembre 1925, gli annali della Chiesa registrarono un evento di grande importanza: Sua Santità Papa Pio XI, nella sua enciclica Quas primas, istituì una nuova festa; ordinò che una domenica dell’anno fosse consacrata come festa della “Regalità di Cristo”. È un tema così importante che gli dedichiamo questo libro. E nello sceglierlo come tema di questo libro mi sono basato su due considerazioni. La prima è il rispetto filiale e l’omaggio che noi, fedeli Cattolici, dobbiamo mostrare a tutte le parole e le azioni del Papa. È il Capo visibile della Chiesa. E mi preoccupa anche l’importanza del tema. Il tema della nuova festa è così inesauribile che temo non ci sia abbastanza tempo e spazio per svilupparne i punti necessari, cioè per spiegare correttamente la “Regalità di Cristo”. In che cosa consiste la nuova festa e qual è stato l’obiettivo del Papa nell’istituirla? Che cosa significa la Regalità di Cristo e che cosa possiamo aspettarci da essa? Come è migliorata la società da quando si è lasciata guidare da Cristo e che cosa sarebbe senza il Redentore? Cristo è il Re di tutti noi: è il Re della Chiesa, il Re del sacerdozio, il Re dei confessori, il Re dei tribolati, il Re dell’individuo e della società. Politica, matrimonio, sport, educazione, vita morale, infanzia, gioventù, donna, famiglia, dove arrivano quando seguono Cristo e qual è il risultato se fanno a meno di Lui? Questi sono i punti che intendo sottolineare. Chiedo ai miei gentili lettori di seguire il ragionamento con l’interesse e l’attenzione che la parola del Papa e l’importanza dell’argomento meritano.

CAPITOLO UNO

IL CONCETTO DI REGALITÀ DI CRISTO

I

Quando Pio XI istituì questa nuova festa, lo fece pensando al bene che avrebbe portato al mondo intero. Nel farlo, il Papa ha dichiarato esplicitamente che ciò che si aspettava da essa era un “rinnovamento del mondo”. Ha vissuto un’esperienza molto triste. La guerra mondiale si è conclusa con un trattato di pace, per il quale il Papa non è stato chiamato a collaborare. Che “patti di pace” sono quelli in cui il nome di Dio non viene nemmeno menzionato! E le assemblee di pace continuano, ma nessuno pronuncia il nome di Dio? Da qui i risultati che vediamo! Non viviamo in pace e non siamo in pace. Il nostro male sta proprio nel fatto che non siamo abbastanza Cristiani. – Il Papa è la sentinella della torre di guardia vaticana; spetta a lui indicare la strada. È lui che conosce meglio di tutti la salute spirituale del mondo. Cosa ci dice il Papa quando pubblica la festa di Cristo Re? Non avete la pace? Non l’avete perché lo cercate nei modi sbagliati. Si fa a meno di Cristo, quando Egli è il punto focale di tutta la storia. La peste è scoppiata nel mondo, la peste che distrugge le coscienze e la vita morale. Uomini! Questa peste sta corrompendo il mondo! Vi infettate quando bandite Cristo dalla vostra vita! Se continuate così, perirete….. – E ciò che dimostra quanto il Santo Padre abbia ragione è il fatto che non ci spaventiamo nemmeno quando sentiamo il suo grido d’allarme. Quanto poco se ne parla nei media, nelle riunioni, nelle conversazioni…! Dove sta accadendo davvero? Dove se ne parla? Da nessuna parte. E questo dimostra quanto la società sia gravemente malata. Dalle più alte cariche, la nostra attenzione viene attirata dalla malattia mortale di cui siamo affetti e non ci facciamo prendere dal panico, non alziamo nemmeno un dito. – A questo proposito, mi viene in mente un caso curioso. Un medico esperto portò i suoi giovani studenti in un grande reparto ospedaliero, li mise al centro della stanza e fece loro questa domanda: “Ditemi, da lontano, qual è il paziente più gravemente malato?”. Non riuscirono a scoprirlo e nessuno osò rispondere. Quale? Guardate laggiù, in quell’angolo, quell’uomo che è pieno di mosche. È lui. Perché se un malato soffre in pace, con totale apatia, e le mosche gli atterrano sul viso, è segno che la sua fine è vicina…”. – La malattia della società non può più essere nascosta; le ulcere incancrenite stanno già apparendo; ma nessuno cambia posizione, nessuno ha paura…. – Ma dov’è il male, mi chiederanno alcuni, è che la Chiesa è perseguitata, è che non c’è libertà religiosa, è che il patibolo o la prigione attendono il credente? No, non ci sono più persecuzioni come quelle degli antichi Nerone e Diocleziano. La peste di oggi funziona in modo diverso. I suoi bacilli assottigliano l’aria intorno a Cristo e non ci permettono di essere Cattolici nella vita pubblica. Il mondo è un libro immenso; ogni creatura, una sua frase; l’autore, la Santa Trinità. Ogni libro ruota attorno a un tema fondamentale; se volessimo riassumere in una sola parola il pensiero fondamentale del mondo, dovremmo scrivere questo nome: Cristo! Ora non lo vediamo ancora chiaramente; lo capiremo solo quando il segno del Figlio dell’uomo apparirà nel cielo…. Allora vedremo senza nubi e nebbie che Egli era l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine, il centro e la meta. Ma anche se ora non lo vediamo chiaramente, noi crediamo; crediamo che dove manca il segno del Figlio dell’uomo, lì regna l’oscurità, lì il mondo spirituale è eclissato. Il Sole è eclissato per le anime! “Ma noi confessiamo Cristo! Ci consideriamo Cattolici”, potrebbe dirmi il mio amico lettore. Sì, chi altro, chi altro. Ma sono così pochi quelli che vivono Cristo! Cristo è Re nel mio cuore, è vero; Cristo è Re nella mia casa, è vero, ma non basta! Cristo è Re… anche nella scuola, nella stampa, nel Congresso, nella fabbrica, nel comune? Guardiamoci intorno: dove regna la Santa Croce di Gesù Cristo? Lo vediamo sui campanili delle chiese, in alcune scuole, sui letti di alcuni Cattolici. Ma nella vita pubblica, dove regna la Croce di Cristo? Non lo vediamo. – Una notte fredda, una notte senza Cristo avvolge le anime. Cristo, anche per molti di coloro che sono stati rigenerati dal santo Battesimo, non è che un vago ricordo che influenza appena la loro vita. Capite, dunque, qual è lo scopo della nuova festività? Per chiarire questa terribile verità: che Gesù Cristo, il Sole del mondo, non brilla in questo mondo. Nessuno perseguita la Religione di Cristo. Come ci suona questa frase: “non c’è posto per Lui”… Dove l’abbiamo sentita? Ah, sì… La notte di Betlemme: anche lì non c’era nessuno che perseguitasse Gesù…; solo le circostanze politiche, sociali ed economiche erano tali che non c’era posto per Lui. Oggi Cristo non è perseguitato, forse, ma…. “Non c’è posto per Lui”. Dove si può trovare Cristo oggi? Solo in Chiesa. Ma questo non è sufficiente. Ci chiede tutto, perché gli appartiene. Nel momento in cui lasciamo la Chiesa non abbiamo più l’impressione di vivere tra Cristiani. Cristo è il Re, ma noi lo abbiamo spogliato della sua corona e quindi non può regnare.

II

Come siamo arrivati a questo punto? Come il ragno sciocco della parabola di Jörgensen. In una bella mattina un piccolo ragno, attaccato con un filo sottile alla cima di un albero molto alto, scese a terra. Lì trovò un cespuglio di dimensioni più che regolari ed iniziò il suo lavoro: iniziò a tessere una tela. Legò l’estremità superiore al lungo filo con cui era sceso; le altre estremità le fissò ai rami del cespuglio. Il risultato del suo lavoro fu una magnifica ragnatela con la quale riusciva a catturare le mosche con grande facilità. Ma dopo qualche giorno la tela non sembrava abbastanza grande e il ragno cominciò ad allargarla in tutte le direzioni. Grazie al forte filo che scendeva dall’alto, il lavoro poteva essere eseguito alla perfezione. Quando nelle prime mattine d’autunno le perle scintillanti della rugiada mattutina coprivano l’ampia ragnatela, sembrava un velo di pietre preziose che scintillavano ai raggi del sole. – Il ragno era molto orgoglioso del suo lavoro. Stava bene, tanto che ingrassava di giorno in giorno e sfoggiava un addome di tutto rispetto. Non si ricordava più di quanto fosse affamato e stravaccato in cima all’albero qualche mese prima… Una mattina si svegliò di pessimo umore. Il cielo era nuvoloso, non si vedeva una mosca in giro; cosa avrebbe fatto in una giornata autunnale così uggiosa? “Farò almeno il giro della rete”, pensò infine; “vedrò se c’è qualcosa da riparare”. Esaminò tutti i fili, per vedere se fossero sicuri. Non riuscì a trovare il minimo difetto, ma il suo malumore non se ne andò. Mentre brontolava da una parte all’altra, notò all’estremità superiore della rete un lungo filo di cui non ricordava la destinazione. Degli altri fili sapeva molto bene: questo viene qui, alla fine di questo ramo spezzato; quello va laggiù verso la spina laggiù. Il ragno conosceva tutti i rami, l’intera trama della sua tela; ma cosa ci fa qui questo filo? E come se non bastasse, è del tutto incomprensibile che salga verso l’alto, semplicemente in aria. Che cos’è? Il ragno si alzò sulle zampe posteriori e, spalancando gli occhi il più possibile, guardò verso l’alto. Non c’è altro da vedere! Questo filo non finisce mai; da qualsiasi punto di vista lo si guardi, sta salendo dritto verso le nuvole! Più il ragno cercava di trovare la soluzione all’enigma, più si irritava. Ma a cosa serviva quel filo che saliva verso l’alto? Naturalmente, nel mezzo del continuo banchettare con la carne delle mosche, aveva completamente dimenticato che una mattina di mesi fa egli stessa fosse sceso su questo filo. Né ricordava quanto lo stesso filo l’avesse aiutato a tessere la rete e ad allargarla. Aveva dimenticato tutto. Non vide altro che un inutile, interminabile filo che portava verso l’alto; un filo inutile, un filo che pendeva nell’aria…. – Giù! – gridò infine, completamente fuori di sé, e con un solo morso spezzò il filo. La ragnatela crollò all’istante… e quando il ragno riprese i sensi giaceva a terra, paralizzato, ai piedi del cespuglio; la rovina di ciò che era diventata – una splendida ragnatela intessuta di perle e d’argento – l’avvolgeva come un umido brandello di straccio. In quel mattino nebbioso divenne un povero mendicante; in un secondo aveva gettato via tutto il suo lavoro, perché non capiva l’utilità del filo che lo guidava verso l’alto. – Questo per quanto riguarda la parabola di Jörgensen, una parabola dal significato profondo, una parabola che denuncia chiaramente quella colpa, quella malattia radicale di cui la società moderna soffre una crisi così acuta. Non c’è rispetto per l’autorità, non c’è rispetto per la legge. Non c’è rispetto per la conoscenza, per la virtù, per l’esperienza, per l’età. C’è una contraddizione incredibile: mentre c’è un enorme progresso tecnico, l’uomo è sempre più infelice! Perché? Perché solo una parte del nostro essere si è sviluppata. – Se a qualcuno dovessero crescere solo le mani, sarebbe un uomo distrutto. Questo è ciò che sta accadendo alla società: la scienza, la tecnologia, l’industria… si sono sviluppate molto, ma non c’è stato alcun progresso nell’integrità morale! Non c’è da stupirsi che sia un disastro. Che cos’è la storia dell’ultimo secolo se non una triste e sempre più nota apostasia? Nel Medioevo, tutte le manifestazioni della vita erano dominate da Cristo. Oggi non è più così, perché l’alto grado di sviluppo della scienza e della tecnologia ci ha reso orgogliosi e storditi…; da allora il nostro sguardo si è posato esclusivamente sulla terra. – E così continuiamo a vivere, e ci vantiamo! Ma arriva un momento in cui una miniera crolla, un’esplosione distrugge diverse fabbriche, un tornado devasta una regione e uccide centinaia di uomini… Allora l’uomo rabbrividisce per un attimo nella sua piccolezza, vedendo la mano potente di Dio; ma questo dura solo un attimo. Sentiamo quello che sentiva l’Invincibile Armada, il soffio di Dio, capace di disperdere gli eserciti più potenti; ma un attimo dopo, sopra le miniere in rovina, tra le pulsioni di morte dei moribondi, l’uomo senza Dio continua a vantarsi delle sue prodezze. Immaginate la scena: se Cristo scendesse di nuovo sulla terra, sarebbe di nuovo rifiutato come nella notte di Betlemme, quando i suoi genitori cercarono un alloggio per lui.

Dove potrebbe nascere Cristo?

San Giuseppe attraversa molte città e bussa alla porta di molte case. “Non possiamo accoglierne altri, non abbiamo spazio”. Bussa agli studi degli artisti. “Assolutamente no; l’arte non dovrebbe essere influenzata dalla morale”. Bussa agli uffici dei giornali; bussa nei cinema e nei teatri. Non lo lasciano entrare… “Non c’è posto per Lui. Bussa ai cancelli delle fabbriche. “È iscritto al sindacato?” è la domanda con cui viene accolto. “No? Allora perché sei qui?”. Cristo non conta nulla in questo mondo. “Cristo Re!” Oh povero Re senza terra! – Secoli fa i bacilli della pestilenza dell’immoralità si sono infiltrati subdolamente nel sangue dell’umanità; a costo di diluire sempre più la dottrina di Cristo, ora la troviamo tutta corrotta! Il bando di Cristo è iniziato nel mondo delle idee. Giorno dopo giorno pensavamo a tutto tranne che a Dio. La nostra fede diventava sempre più debole. Non è ancora morta, è vero – siamo ancora Cristiani – ma è addormentata. – Se avessimo una lampada di Aladino per scoprire cosa pensano gli uomini! Osservate, dunque, i pensieri di molti Cristiani durante la giornata; sono tanto diversi da quelli che i pagani onesti, i pagani retti, potevano avere prima della venuta di Cristo? Un po’ di gentilezza naturale, di onestà esteriore, di educazione; ma, in fondo all’anima, un mondo gelido, un mondo senza Cristo. E la grande apostasia continuò a parlare. – Parliamo delle cose che pensiamo, delle cose che ci riempiono il cuore. Dall’abbondanza del cuore la bocca parla. Non pensiamo a Cristo, alle sue leggi, alla sua Chiesa; per questo non entrano nemmeno nei nostri argomenti di conversazione. Di quante cose si parla anche tra Cattolici! Lo sport, le vacanze, il divertimento, le acconciature, le mode, il clima, la politica, la viticoltura, il dollaro, il cinema, la salute, le diete, gli studi… ma che dire di Cristo? Non parliamo di Lui, semplicemente perché non ci pensiamo. Siamo pronti a parlare a lungo di qualsiasi sciocchezza, ma arrossiamo a parlare di Dio, che ci ha creati. Facciamo un elenco dei nostri meriti e quando arriva il momento di parlare di Colui davanti al quale tutte le ginocchia devono inchinarsi, quando è il nostro turno di parlare di cose della Religione, ci tiriamo indietro. Nella cosiddetta Europa cristiana, quante volte all’anno si pronuncia il nome di Cristo, per non parlare del nome di Cristo Re! O povero Re bandito!

* * *

Questa è la triste condizione della società moderna. Abbiamo bandito il Re. “Non vogliamo che regni su di noi”. La politica ha detto: “Perché Cristo viene qui? La vita economica ha esclamato: gli affari non hanno nulla a che fare con la moralità. L’industria proclamava: Con Cristo non avremmo fatto tanto profitto. Agli sportelli bancari hanno detto: “Andate via, non avete nulla da cercare tra noi”. Nei laboratori e nelle università: Fede e scienza si escludono…. E, infine, siamo arrivati alla situazione attuale, che sembra scrivere un grande INRI: Cristo non esiste! Il Re è morto! – Poi Papa Pio XI proclama: Alleluia! Gesù Cristo non è morto, ecco il Re, Cristo vive e regna nei secoli dei secoli! Lungi da noi l’idea di annacquare il Cristianesimo! Proclamiamo che Cristo ha un diritto assoluto su tutte le cose: ha un diritto sull’individuo, sulla società, sul mondo e sul mondo, sull’individuo, sulla società, sullo Stato, sul Governo. Tutto è soggetto a Cristo: la stessa politica, la stessa vita economica, lo stesso commercio, la stessa arte, la stessa famiglia, lo stesso bambino, lo stesso giovane, la stessa donna…, tutto, tutto! – Sì, Cristo è il Re di tutti gli uomini, il Re dei Re, il Presidente dei Presidenti, il Governo dei Governi, il Giudice dei Giudici, il Legislatore dei Legislatori! La bandiera di Cristo deve sventolare ovunque: nella scuola, nell’officina, nella redazione, nel Congresso. Viva Cristo Re!

Il miracolo di Cana deve essere ripetuto: Signore, non abbiamo vino, stiamo bevendo acqua putrida a causa di tanto materialismo. Concedici di avere occhi diversi, di guardare tutto in modo diverso, di avere un cuore diverso ed altri desideri…; di vivere un Cristianesimo autentico. – Signore, sii con noi quando preghiamo, affinché sappiamo pregare come hai pregato Tu! Signore, sii con noi quando lavoriamo, affinché sappiamo lavorare come hai lavorato tu! Signore, vogliamo ricordarci di Te quando mangiamo e gioiamo, come Tu hai gioito con gli uomini alle nozze di Cana! Signore, sii con noi quando camminiamo per strada, come hai camminato con i tuoi discepoli sulle strade della Galilea! Signore, vogliamo essere presenti a te quando siamo stanchi e sofferenti, affinché tu possa confortarci e lenirci come hai fatto con i malati! Signore, sii di nuovo il nostro Re! Voi siete la nostra Vita!

VIVA CRISTO-RE (2)

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. LEONE XIII – “PERMOTI NOS”

Questa breve lettera Enciclica di S.S. Leone XIII, si indirizzava ai Vescovi ed al popolo belga, in preda a violenti contrasti sociali generati dalle nuove idee della peste socialista a sua volta propagandate e spinte dalle sette sociniane, la c. d. massoneria che tentava di rovesciare l’ordine sociale costituito e soprattutto i costumi, la morale e la fede Cattolica. Naturalmente la tattica principale del diavolo (in greco diaballo significa dividere) è la divisione tra gli uomini, segnatamente i Cattolici, onde romperne la compattezza del fronte unito e poter aggredire facilmente le singole fazioni, o gruppi o singoli così isolati. Il Santo Padre dà disposizioni sia ai Vescovi e prelati, invitandoli a riunire un congresso: « … Il clero dovrebbe aprire la strada, poiché è particolarmente caratteristico per loro essere cauti di fronte alle nuove opinioni, calmare e unire gli animi in nome della Religione e ricordare i doveri dei cittadini cristiani. », sia ai laici cittadini Cattolici: « …. A tal fine, tutti gli uomini buoni dovrebbero dirigere le loro menti escludendo gli interessi di fazione. Devono sostenere senza dubbio l’ordine sacro di Dio e della patria, nella loro legittima lotta a favore della verità, della giustizia e della carità cristiane. Perché è da questo ordine che scaturiscono la sicurezza e la felicità pubblica. » Queste ultime parole in particolare, ma anche tutte le altre considerazioni del Pontefice Romano Vicario di Cristo, sono quanto mai utili anche nei nostri tempi molto più agitati dalle pandemie mondialiste dei globalisti sociniani kazari anti Cattolici e distruttori di tutto l’orbe terraqueo.

PERMOTI NOS

ENCICLICA DI PAPA LEO XIII

SULLE CONDIZIONI SOCIALI IN BELGIO

Ai Vescovi del Belgio.

Poiché nutriamo una speciale amicizia per la vostra nazione, ed in risposta alla richiesta di molti suoi cittadini, abbiamo rivolto una particolare attenzione ad una questione seria per i Cattolici belgi. Sapete bene, naturalmente, a cosa ci riferiamo: la questione sociale. Le accese discussioni su questo tema hanno turbato le loro menti a tal punto da richiedere chiaramente la nostra attenzione e il nostro aiuto.

Disaccordo tra i Cattolici belgi

2. La questione è intrinsecamente molto difficile e, nel vostro Paese, è legata a problemi più grandi. Tuttavia, non abbiamo rifiutato di affrontarla, soprattutto considerando che è necessariamente connessa alla Religione ed al dovere del nostro ufficio. Infatti, anche in questo campo di istruzione ci è piaciuto impartire gli insegnamenti della saggezza cristiana in modo adeguato all’epoca ed alle sue modalità. Ed è piacevole ricordare che queste affermazioni abbiano prodotto notevoli benefici sia per gli individui che per gli Stati, e che questi risultati crescano più del previsto con il passare dei giorni. Questi buoni frutti sono stati prodotti anche tra i Cattolici belgi, la cui prontezza nel dare sostegno a questo tipo di istruzioni è stata straordinaria; tuttavia, questi frutti non sono stati così grandi come ci si aspettava, considerando il carattere speciale del Paese e del popolo. L’ostacolo in questo caso è abbastanza noto. Infatti, pur essendo mossi da buone intenzioni, insistono erroneamente nel consultare altri su queste questioni. Di conseguenza, i molti benefici che cercano non si verificano e, inoltre, fiorisce la discordia tra i Cattolici.

Dibattito sulle scuole

3. Troviamo questo disaccordo tra i Cattolici belgi estremamente difficile da sopportare, per quanto sia nuovo e malvisto. Prima di allora, infatti, il loro accordo reciproco aveva sempre prodotto effetti salutari. La loro unità è stata, naturalmente, chiaramente evidente nel dibattito sulle scuole, per citare un evento recente. In quell’occasione, infatti, i Cattolici di ogni classe erano efficacemente uniti; è stato soprattutto per questo che la vicenda si è conclusa positivamente, a vantaggio della dignità della Religione e della sicurezza dei giovani.

Convocare un Congresso

4. E ora le vostre greggi sono sul punto di subire pericolose perdite sia individuali che di gruppo, perché sono disunite e perseguono obiettivi diversi; vedete quanto siano maturi i tempi per porre una mano risanatrice su questi eventi travagliati. Sosteniamo con forza i vostri sforzi per ripristinare e rafforzare la concordia. La grande riverenza di cui godono i vostri fedeli indica che avrete successo. A tal fine, vi suggeriamo di riunirvi per un congresso non appena sarà possibile organizzarlo. Condividendo i vostri punti di vista in quel congresso, sarete in grado di studiare in modo più dettagliato la portata della questione e di considerare i mezzi migliori per risolverla.

5. La questione non può essere considerata da un solo punto di vista. Riguarda sì i beni esterni, ma ha a che fare soprattutto con la Religione e la morale. È anche direttamente connessa con la costituzione civile delle leggi, così che, in ultima analisi, ha un ampio riferimento ai diritti ed ai doveri di tutte le classi. Inoltre, quando applichiamo i principi evangelici di giustizia e carità a questa questione e alla condotta di vita, vengono necessariamente toccati i molteplici interessi dei privati. E a queste considerazioni vanno aggiunte alcune condizioni degli affari e dell’industria, dei lavoratori e dei proprietari, che sono specificamente peculiari del Belgio.

Le nostre proposte

6. Questi difficili problemi, per i quali il vostro giudizio e la vostra attenzione devono essere risolti, sono di grande importanza e non vi lasceremo senza le nostre proposte in questo caso. In questo modo, dopo la conclusione del congresso, sarà meno faticoso e meno pericoloso per voi decidere, ciascuno nella propria diocesi, i rimedi e le azioni di stabilizzazione adatti alle persone e ai distretti. Tuttavia, con l’aiuto di cittadini idonei, dovreste applicare queste misure in modo che possano avere un effetto simile in tutta la nazione. L’azione intrapresa dai Cattolici a partire dagli stessi punti e percorrendo, per quanto possibile, le stesse strade, deve essere considerata ovunque una sola e medesima azione. Di conseguenza, questa azione deve essere onesta, vigorosa e produttiva. Per facilitare ciò, i Cattolici devono urgentemente desiderare e perseguire solo quegli obiettivi che si ritiene portino veramente al bene comune, a preferenza delle proprie opinioni e interessi personali. Questo garantirebbe: 1) che la religione eccella nella sua funzione e diffonda il suo potere, che porta sicurezza anche negli affari civili, domestici ed economici, in modo meraviglioso; 2) che, unendo l’autorità pubblica e la libertà in modo cristiano, il regno rimanga incolume dalla sedizione e protetto dalla tranquillità;

3) che le buone istituzioni dello Stato, specialmente le scuole per i giovani, siano promosse e migliorate; 4) che il commercio e l’artigianato siano migliorati, specialmente con l’aiuto di quelle società, ognuna con il suo scopo particolare, che abbondano nel vostro Paese e che è desiderabile sviluppare ulteriormente con la religione come guida e sostegno. Non è nemmeno una questione di poca importanza fare in modo che i supremi consigli di Dio siano accettati con la modestia che è ovviamente loro dovuta. Poiché Dio ha disposto che nel genere umano esistano classi diverse, ma che tra queste esista anche un’uguaglianza derivante dalla loro amichevole collaborazione, i lavoratori non dovrebbero in alcun modo abbandonare il rispetto e la fiducia nei confronti dei loro datori di lavoro, e questi ultimi dovrebbero trattare i loro lavoratori con giusta gentilezza e prudente attenzione.

7. Questi sono i principali elementi del bene comune, la cui acquisizione deve essere l’obiettivo dei nostri sforzi. Da questo bene deriva un reale sollievo per alleviare le condizioni della vita mortale e da esso derivano anche i meriti per la vita celeste. Se i Cattolici perseverano nell’amare con maggiore zelo l’ordine insegnato da questa saggezza cristiana e nel rafforzarlo con il loro esempio, il risultato sperato si realizzerà più facilmente. Quando ciò accadrà, coloro che si sono allontanati dal sentiero, ingannati da opinioni sbagliate o da false apparenze, riacquisteranno il senno e cercheranno la protezione e la guida della Chiesa. Sicuramente nessun cattolico che ami veramente la sua religione e il suo Paese rifiuterà di accettare le vostre decisioni. Si rendono conto che ogni miglioramento contribuisce alla stabilità e porta a maggiori benefici se viene introdotto gradualmente e con moderazione.

8. Nel frattempo, la situazione attuale è così grave che un rimedio non dovrebbe essere ritardato. Tale rimedio dovrebbe iniziare con il calmare le menti degli uomini. Pertanto, Venerabili Fratelli, rivolgetevi ai Cattolici in Nostro nome e avvertiteli di astenersi completamente da ogni polemica e discussione su questi temi, sia nelle riunioni che nei giornali e in pubblicazioni simili. In particolare, esortateli a non accusarsi a vicenda e a non anticipare il giudizio del governo legittimo. Poi lasciate che tutti, con animo fraterno e unito, si impegnino con voi a dedicare la massima attenzione e il massimo sforzo per raggiungere il loro obiettivo. Il clero dovrebbe aprire la strada, poiché è particolarmente caratteristico per loro essere cauti di fronte alle nuove opinioni, calmare e unire gli animi in nome della Religione e ricordare i doveri dei cittadini cristiani.

Le nostre aspettative nei confronti dei belgi

9. Abbiamo da tempo abbracciato la nobile nazione belga con il Nostro speciale amore e la Nostra cura, e il Belgio a sua volta, animato dalla religione ancestrale, ci ha offerto molte prove di obbedienza e di amorevole devozione. Non c’è quindi da dubitare che i Nostri figli Cattolici riceveranno ed eseguiranno religiosamente queste esortazioni e comandi con una volontà all’altezza del Nostro proposito di emanarli.

10. Perché certamente non permetteranno mai che le loro discordie diminuiscano e distruggano imprudentemente quella considerazione pubblica per la loro Religione che la loro concordia ha a lungo favorito e che molti Paesi invidiano loro.

11. Agiscano piuttosto nel più stretto concerto per opporre tutti i loro piani e le loro forze alla malvagità del socialismo, che molto chiaramente causerà mali e grandi perdite. Infatti, esso si esercita costantemente e in tutti i modi contro la Religione e lo Stato; si sforza ogni giorno di gettare nella confusione le leggi divine e umane e di distruggere le buone opere della provvidenza evangelica. La nostra voce si è levata spesso e con veemenza contro questa grande calamità, come testimoniano a sufficienza i comandi e gli avvertimenti che abbiamo dato nella Lettera Rerum Novarum. A tal fine, tutti gli uomini buoni dovrebbero dirigere le loro menti escludendo gli interessi di fazione. Devono sostenere senza dubbio l’ordine sacro di Dio e della patria, nella loro legittima lotta a favore della verità, della giustizia e della carità cristiane. Perché è da questo ordine che scaturiscono la sicurezza e la felicità pubblica.

12. È giusto che Noi siamo disposti a riporre la Nostra fiducia e la Nostra aspettativa in queste questioni sulla vostra deliberazione e sul vostro ingegno in particolare. Perciò, mentre imploriamo per voi gli ampi aiuti del soccorso divino, impartiamo con grande amore a voi stessi e al clero e al popolo, a ciascuno di voi la benedizione apostolica.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 10 luglio 1895, nel diciottesimo anno del Nostro Pontificato.

DOMENICA PRIMA DOPO EPIFANIA (2023)

DOMENICA I DOPO EPIFANIA (2023)

FESTA DELLA SACRA FAMIGLIA.

Doppio maggiore. – Paramenti bianchi.

« Non conviene forse – dice Leone XIII – celebrare la nascita regale del Figlio del Padre Supremo? Non forse la casa di David, e i nomi gloriosi di questa antica stirpe? È più dolce per noi ricordare la piccola casa di Nazaret e l’umile esistenza che vi si conduce: è più dolce celebrare la vita oscura di Gesù. Lì il Fanciullo Divino imparò l’umile mestiere di Giuseppe e nell’ombra crebbe e fu felice di essere compagno nei lavori del falegname. Il sudore – egli dice – scorra sulle mie membra, prima che il Sangue le bagni; che questa fatica del lavoro serva d’espiazione per il genere umano. Vicino al divino Fanciullo è la tenera Madre; vicino allo Sposo, la Sposa devota, felice di poter sollevare le pene agli affaticati con cura affettuosa. O voi, che non foste esenti dalle pene e dal lavoro, che avete conosciuto la sventura, assistete gl’infelici che l’indigenza affligge e che lottano contro le difficoltà della vita  » (Inno di Mattutino). – In questa umile casa di Nazaret Gesù, Maria e Giuseppe consacrarono, con l’esercizio delle virtù domestiche, la vita familiare (Or.). Possa la grande Famiglia che è la Chiesa ed ogni focolare cristiano esercitare in terra le virtù che esercitò la Sacra Famiglia, per meritare di vivere nella sua santa compagnia in cielo (Or.). – Benedetto XV, volendo assicurare alle anime il beneficio della meditazione e dell’imitazione delle virtù della Sacra Famiglia, ne estese la solennità alla Chiesa universale e la fissò alla Domenica fra l’Ottava dell’Epifania o al sabato che la precede.

Incipit

In nómine Patris, ✝et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Prov XXIII: 24; 25
Exsúltat gáudio pater Justi, gáudeat Pater tuus et Mater tua, et exsúltet quæ génuit te.

[Esulti di gaudio il padre del Giusto, goda tuo Padre e tua Madre, ed esulti colei che ti ha generato].


Ps LXXXIII: 2-3
Quam dilécta tabernácula tua, Dómine virtútum! concupíscit et déficit ánima mea in átria Dómini.

 [Quanto sono amabili i tuoi tabernacoli, o Signore degli eserciti: anela e si strugge l’ànima mia nella casa del Signore]

Exsúltat gáudio pater Justi, gáudeat Pater tuus et Mater tua, et exsúltet quæ génuit te.

[Esulti di gàudio il padre del Giusto, goda tuo Padre e tua Madre, ed esulti colei che ti ha generato].

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére onobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio9

Orémus.
Dómine Jesu Christe, qui, Maríæ et Joseph súbditus, domésticam vitam ineffabílibus virtútibus consecrásti: fac nos, utriúsque auxílio, Famíliæ sanctæ tuæ exémplis ínstrui; et consórtium cónsequi sempitérnum:

[O Signore Gesú Cristo, che stando sottomesso a Maria e Giuseppe, consacrasti la vita domestica con ineffabili virtú, fa che con il loro aiuto siamo ammaestrati dagli esempii della tua santa Famiglia, e possiamo conseguirne il consorzio eterno].

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános.
Rom XII: 1-5
Fratres: Obsecro vos per misericórdiam Dei, ut exhibeátis córpora vestra hóstiam vivéntem, sanctam, Deo placéntem, rationábile obséquium vestrum. Et nolíte conformári huic sǽculo, sed reformámini in novitáte sensus vestri: ut probétis, quæ sit volúntas Dei bona, et benéplacens, et perfécta. Dico enim per grátiam, quæ data est mihi, ómnibus qui sunt inter vos: Non plus sápere, quam opórtet sápere, sed sápere ad sobrietátem: et unicuique sicut Deus divísit mensúram fídei. Sicut enim in uno córpore multa membra habémus, ómnia autem membra non eúndem actum habent: ita multi unum corpus sumus in Christo, sínguli autem alter alteríus membra: in Christo Jesu, Dómino nostro.


[Vi esorto, o fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi in sacrificio vivo, santo, accettevole a Dio: ad offrire il vostro culto ragionevole. Non vi conformate a questo secolo; anzi riformatevi, rinnovando il vostro spirito, affinché conosciate quale sia la volontà di Dio buona, accettevole e perfetta. Perciocché in virtù della grazia concessami, io dico a tutti voi di non farla da savi più di quello che conviene, ma di essere savi con modestia secondoché Dio dà a ciascuno la misura della fede. Poiché come in un corpo abbiamo molte membra, ma non tutte le membra hanno la stessa operazione, così in molti siamo un corpo solo in Cristo, e ciascuno è membro l’uno dell’altro „]

P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939.

(Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

COME SI TRATTA IL CORPO.

… Le parole con cui San Paolo esorta i Romani a trattare il loro corpo per trattarlo cristianamente sono tali da stupire più di uno fra coloro che le leggono per la prima volta o per la prima volta le ascoltano. « Vi scongiuro, o fratelli, in nome della misericordia che Dio ci ha usata, di offrire i vostri corpi come un’ostia viva, santa, che piace al Signore ». E in realtà queste parole senza essere menomamente strane, sono mirabilmente nuove nella storia del pensiero morale dell’umanità. La quale non ha mai potuto e non può eliminare il problema del corpo, della materia. Che fare di questo povero corpo? come trattarlo? C’è un trattamento igienico del corpo che non si può dire epicureo, che non si può neanche dire vizioso e non è virtuosamente eroico, eroicamente virtuoso. Consiste nel far star bene il corpo nel conservarlo sano. « Mens sana in corpore sano ». È un programma tutt’altro che ignobile. Fu il programma classico dell’antichità. Noi lo ripetiamo ancora talvolta ai nostri giovani. E Dio volesse che la preoccupazione almeno della o, dell’igiene, fosse sempre viva e vittoriosa nell’anima della nostra gioventù! Quanti peccati e quante vergogne essa ci risparmierebbe. Ma quando la preoccupazione dello star bene, igienicamente bene, diventi suprema; diventa la grande ispiratrice, la sola e non ci solleva molto in alto, può anche essere egoisticamente bassa. Siamo in un epicureismo sottile e cauto, senza la imprudenza dell’epicureismo volgare: più intelligente dunque dell’epicureismo comune, non più nobile. Più cristiana certo l’austerità scettica di cui abbbiamo una traccia, una formula, anche in San Paolo quando ci dice: « castigo corpus meum et in servitutem redigo ». Voglio dominare, è fiero, dignitoso, alto. Programma imperiale, non dell’imperialismo di esportazione, dell’imperialismo di importazione; non esteriore, ma intimo, che è il più vero. E il mezzo è bellicoso: tratto male il mio corpo: lo picchio, lo fo digiunare, gli misuro avaramente la bevanda dolce, gli interdico il più inebriante (abstinuit vino). È tutto un decalogo austero che sa di stoicismo. Non è stoico nel senso che lo riassorbe anche il Cristianesimo, è stoico nel senso che anche lo stoicismo ci era giunto e vi ci si era fermato. Il Cristianesimo va più in su. Arriva al misticismo. Il corpo penetrato di spiritualità ma in nome e per amore di Dio. Lì è la discriminante, nella finalità suprema, definitiva. Perché siano salvi i diritti dell’uomo, è la finalità stoica. Perché sia salva la dignità dell’uomo la quale non si salva per certo capovolgendo i rapporti tra il corpo e lo spirito, condannando questo alla schiavitù, verso di quello. Bella figura umana la figura di chi serve collo spirito alla carne! di chi si anticipa con quella attitudine la morte! Il corpo deve servire, esso deve spiritualizzarsi, e non lo spirito materializzarsi, ma, nel Cristianesimo tale processo deve compiersi nel nome e per la gloria di Dio. Per offrire a Lui in questo corpo radiosamente spiritualizzato un’Ostia nuova, Ostia viva e non come quella dei vecchi sacrifici che erano carogna, cadavere: Ostia santa, qualche cosa di più che semplicemente buona; santa, tale da piacere a Dio. Il trattamento religioso, divino del corpo! Non si può andare né più in là, né più in su. E tutto questo non riservato a pochi eletti, ma messo alla disposizione di tutti… ecco il Cristianesimo. Ma è il nostro, fratelli?…

Graduale

Ps XXVI: 4
Unam pétii a Dómino, hanc requíram: ut inhábitem in domo Dómini ómnibus diébus vitæ meæ.


[Una sola cosa ho chiesto e richiederò al Signore: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita.]

Alleluja

Beáti, qui hábitant in domo tua, Dómine: in sǽcula sæculórum laudábunt te. Allelúja, allelúja,

[Beati quelli che àbitano nella tua casa, o Signore, essi possono lodarti nei secoli dei secoli. Allelúia, allelúia.]

Isa XLV: 15
Vere tu es Rex abscónditus, Deus Israël Salvátor. Allelúja.

[Tu sei davvero un Re nascosto, o Dio d’Israele, Salvatore. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum S. Lucam.
S. Luc II: 42-52
Cum factus esset Jesus annórum duódecim, ascendéntibus illis Jerosólymam secúndum consuetúdinem diéi festi, consummatísque diébus, cum redírent, remánsit puer Jesus in Jerúsalem, et non cognovérunt paréntes ejus. Existimántes autem illum esse in comitátu, venérunt iter diéi, et requirébant eum inter cognátos et notos. Et non inveniéntes, regréssi sunt in Jerúsalem, requiréntes eum. Et factum est, post tríduum invenérunt illum in templo sedéntem in médio doctórum, audiéntem illos et interrogántem eos. Stupébant autem omnes, qui eum audiébant, super prudéntia et respónsis ejus. Et vidéntes admiráti sunt. Et dixit Mater ejus ad illum: Fili, quid fecísti nobis sic? Ecce, pater tuus et ego doléntes quærebámus te. Et ait ad illos: Quid est, quod me quærebátis? Nesciebátis, quia in his, quæ Patris mei sunt, opórtet me esse? Et ipsi non intellexérunt verbum, quod locútus est ad eos. Et descéndit cum eis, et venit Názareth: et erat súbditus illis. Et Mater ejus conservábat ómnia verba hæc in corde suo. Et Jesus proficiébat sapiéntia et ætáte et grátia apud Deum et hómines.

[Quando Gesù raggiunse i dodici anni, essendo essi saliti a Gerusalemme, secondo l’usanza di quella solennità, e, passati quei giorni, se ne ritornarono, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, né i suoi genitori se ne avvidero. Ora, pensando che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di cammino, dopo di che lo cercarono tra i parenti e i conoscenti. Ma non avendolo trovato, tornarono a cercarlo a Gerusalemme. E avvenne che dopo tre giorni lo trovarono nel Tempio, mentre sedeva in mezzo ai Dottori, e li ascoltava e li interrogava, e tutti gli astanti stupivano della sua sapienza e delle sue risposte. E, vistolo, ne fecero le meraviglie. E sua madre gli disse: Figlio perché ci ha fatto questo? Ecco che tuo padre ed io, addolorati, ti cercavamo. E rispose loro: Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi di quel che spetta al Padre mio? Ed essi non compresero ciò che aveva loro detto. E se ne andò con loro e ritornò a Nazareth, e stava soggetto ad essi. Però sua madre serbava in cuor suo tutte queste cose. E Gesù cresceva in sapienza, in statura e in grazia innanzi a Dio e agli uomini].

OMELIA

[Francesco Maria Zoppi Vesc. di Massa e Carrara: Omelie, Panegirici e Sermoni, t. I -Milano, 1861)

DOVERI DEI GENITORI VERSO I FIGLIUOLI.

La storia dell’odierno Vangelo ne porge ampio argomento d’istruire tanto i genitori, quanto i figliuoli ne’ più importanti loro doveri, e di presentare sì agli uni che agli altri i più eccellenti loro esemplari. Ricorda ai primi l’obbligo speciale di educare i loro figliuoli nella santa Religione, di conservarveli con vigilanza, di richiamarveli con sollecitudine: ricorda ai secondi il dovere d’essere soggetti prima a Dio, poi ai loro genitori in ogni cosa, in ogni maniera, in ogni età. Presenta ai genitori il grande esempio della saggia educazione che danno Maria e Giuseppe al fanciullo loro Gesù: presenta ai figliuoli l’esempio divino di Gesù medesimo, che tutto si occupa degli interessi dell’eterno suo Padre, e nel resto vive soggetto a Maria e Giuseppe. Ma perché sarebbe per me troppo difficil cosa lo spiegare distintamente e come si conviene tutti questi doveri e molti e gravissimi in breve spazio di tempo, permettetemi, o dilettissimi, ch’io divida quasi in due parti l’odierno Vangelo, e prenda secondo l’ordine a spiegarvi in oggi la prima ed a parlarvi de’ doveri de’ genitori, e rimandi ad altro tempo lo spiegarvi la seconda ed il discorrere de’ doveri de’ figliuoli: permettetemi anzi, che fra i doveri de’ genitori io scelga a trattare di due soltanto che verrò a riscontrare nell’esempio di Maria e di Giuseppe, dell’obbligo cioè di educare i figliuoli loro nella santa Religione, e di richiamarveli quando se ne allontanano: il qual doppio obbligo poi si riduce all’unico e grande di allevarli e conservarli al Signore. Quando i genitori abbiano adempito questo esattamente, ben possono lusingarsi d’averne adempiti tutti gli altri. – Io prendo a trattare questa mattina; come voi vedete, un argomento limitato e ristretto ad uno stato particolare di persone. È nondimeno questo uno stato nel quale penso che la maggior parte di voi debba essere compresa, perché o aveste già o avete al presente o avrete nell’avvenire. de’ figliuoli ad educare. L’ascoltarmi adunque non sarà inutil cosa ai primi per conoscere i loro falli e piangerli, ai secondi per piangerli e correggerli, agli ultimi per prevenirli. – I parenti di Gesù, dice l’odierno Vangelo, andarono a Gerusalemme, come erano soliti di fare nel giorno della festa, cioè nella solennità della Pasqua, e vi condussero seco Gesù già fatto grandicello, e giunto all’età di dodici anni: Cum factus esset Jesus annorum duodecim, ascendentibus illis Jerosolymam secundum consuetudinem diei festi. Quante utili riflessioni avete a fare, o padri, o madri, su questo piccolo tratto del Vangelo! Al tempio come vedete, e non altrove Maria e Giuseppe conducono il loro Gesù, e ad un tempio che non è vicino alla loro casa, come il sono i nostri templi alle vostre; ad un tempio che non è nemmeno posto nella loro città; al tempio di Gerosolima, dove non vi possono arrivare se non dopo di avere camminato a piedi per ben tre giorni: e là il conducono fin da fanciullo per avvezzarlo alle pratiche della Religione; ve lo conducono a celebrare la grande solennità della Pasqua, che non è di sì breve durata, come le sacre nostre funzioni, ma che dura per ben sette giorni; e lo conducono in quella città che non ardiscono di abitare per timore di Archelao, preferendo ora, dice sant’Agostino, il timor di Dio e l’osservanza della legge al timor del tiranno; e non lo affidano ad altri, ma eglino stessi ve lo conducono, se lo tengono sotto gli occhi, e gli presentano in sé stessi l’esempio della religione a cui lo vogliono accostumare.Sebbene che dico io mai? Perdonatemi, o mio buon Gesù, se di voi parlo come d’uno de’ nostri fanciulli che abbisogna di guida, di istruzione, di esempi, di religione; di voi che siete Dio, che siete la via, la verità, l’esemplare, anzi lo scopo di tutta la Religione. Ma è la vostra umiltà che vuol appunto coprire la vostra divinità col velo di una fanciullezza umana agli occhi degli stessi vostri genitori, perché, siccome tutti i figliuoli in voi, così in Maria e Giuseppe tutti i genitori ravvisino il modello della loro condotta. L’esempio luminoso adunque che Maria e Giuseppe quivi presentano, o padri e madri, vi ricorda il primo, il più essenziale de’ vostri doveri, e direi quasi l’unico, perché gli altri tutti o vanno a riferirsi o devono essere subordinati a questo, di allevare cioè sino da’ loro primi anni i vostri figliuoli nella santa Religione; e però di far loro conoscere per tempo Gesù Cristo e la fede e la dottrina di Lui, di inspirare loro sentimenti di pietà; di avvezzarli di buon’ora a venire alla Chiesa, ad assistere con assiduità e divozione al santo Sacrificio, alla divina parola ed agli altri divini misteri e di impiegarveli non solo co’ vostri inviti, comandi ed esempi, ma col condurveli voi stessi. Fa pur consolazione, o dilettissimi, l’ascoltare que’ ben educati figliolini, che slegano la loro lingua balbettando appena per invocare il nome di Dio e di Gesù, che imparano a parlare imparando a pregare, che quasi non conoscono ancora sé stessi, e già conoscono la loro fede, loro religione, il loro Dio. Fa pure consolazione vedere nella buona madre preceduta dalle sue figlioline, quel buon padre e fiancheggiato da’ suoi piccoli figli recarsi dalla casa alla chiesa per presentare queste anime innocenti al Signore, a cui si ricordano d’esserne debitori, e qui porger loro l’acqua benedetta, istruirli a farsi il segno della santa Croce, far loro piegare le ginocchia per riverenza alla maestà del Dio vivente, e, dispostili di poi d’intorno a sé in guisa d’averseli tutti vicini e sotto gli occhi, comporne il loro esteriore nell’atto della maggiore modestia e divozione, e quando suggerire all’orecchio or dell’uno or dell’altro e salutari ricordi ed opportune istruzioni e santi eccitamenti alla fede ed alla pietà, quando alternare con tutti la santa preghiera, quando appagare l’innocente curiosità di ciascuno risvegliata dalle cose sensibili e dalle esteriori cerimonie che loro presenta la santa Religione nella chiesa.Alza l’un d’essi gli occhi, e dimanda che faccia quel Sacerdote all’altare: Sappi, risponde il buon padre, la buona madre, che là si rinnova il grande sacrificio di espiazione offerto già da Gesù Cristo sul Calvario per i nostri peccati: uniamo il nostro spirito a quello del Sacerdote, e rendiamone con lui al Signore i più fervidi ringraziamenti. — Gira l’altro d’intorno gli occhi e chiede di chi sono quelle immagini. Sono le immagini de’ santi che furono fedeli al Signore: quello ha spesa la sua vita in opere di carità, quella in orazioni e penitenze; questo sparse il suo sangue piuttosto che negare la fede di Gesù Cristo, questa piuttosto che perdere la purità: sono nostri avvocati in cielo, nostri esemplari in terra: raccomàndati a loro e prendili ad imitare. – Rivolge questi lo sguardo all’intorno, e chiede che cosa sia questo fonte. Quest’è il sacro fonte del Battesimo, qui si racchiudono le acque salutari che ti hanno mondato dalla colpa originale; qui giurasti eterna fedeltà al Signore; qui ricevesti la stola dell’innocenza che Gesù Cristo ti richiederà nel giorno del tuo giudizio: ah, figliuol mio, guàrdati bene di macchiarla, ovver di perderla; vada il tutto piuttosto che perdere questo tesoro. — Abbassa l’altro gli occhi e domanda della pietra mobile che si vede sotto de’ piedi. Questo sasso chiude le ceneri di tanti e tanti che visser già, e visser sani come tu; tutti abbiamo a finire così; essi ci hanno preceduti; io vi andrò d’appresso; tu non tarderai a seguirmi; non v’ha se non la pietà, se non la virtù che non muoia mai.— E così rispondendo ad ogni altra curiosa loro dimanda; ed eccitandoli con santa industria a farne sempre delle nuove, li avvezzano per tempo a penetrare e gustare, dirò così, lo spirito delle preghiere, de’ riti augusti, de’ santi misteri e fanno loro prendere sino dai primi anni una sincera affezione per la Chiesa, per le sacre funzioni, per la santa religione. – Sì, fanno veramente consolazione, o dilettissimi, queste sante famiglie. E perché non sono frequenti queste consolazioni? Perché tutti i genitori non prendono così a cuore la religione de’ loro figliuoli? Ma vi sono pure di que’ spensierati genitori, i quali o non se ne curano punto, o ne lasciano il pensiero ad altri. Se parliamo delle persone agiate, altri considerano i loro figliuoli come un imbarazzo, e per tenerseli lontani, affidano la loro educazione a persone straniere, e credono poter sgravare la loro coscienza dell’obbligo di istruirli ed educarli nella santa Religione, coll’aggravarne quella o di una donzella priva di lumi per istruirli, di autorità per farsi rispettare e di talenti necessari per riuscire in una sì difficile impresa, o di un servitore mancante per lo più di educazione, e qualche volta anche di religione, capace di guastare l’indole la più felice con discorsi licenziosi, con cattivi esempi; con vili adulazioni, e intento solamente a fare il suo interesse anche col solleticare le passioni e fomentare i vizi del mal affidatogli figliuolo, o di un precettore mercenario, il. quale, purché provveda al suo bisogno, od è indifferente o non si interessa che debolmente della buona riuscita dello sgraziato discepolo. – Altri poi, non curando molto di formare il cuore dei loro figliuoli alla pietà ed alle virtù cristiane, pensano piuttosto ad ornare il loro spirito di quelle scienze profane, che sono inutili per lo più, e molte volte son anzi perniciose all’anima ed alla coscienza: pensano piuttosto ad istruirli minutamente in tutte quelle usanze ed urbanità ed artifici d’eleganza, onde si figura e si piace nel mondo; e chi, dice s. Bernardo, chi procaccia a’ suoi figliuoli onorevole grado nella milizia, chi rango distinto nella magistratura, chi grandi ricchezze e collocamento vantaggioso, e nessuno pensa ad assicurar, loro l’innocenza e la grazia di Dio: Alii militias, alii honores, alii divitias filiis provident, nemo filiis providet Deum. Che se parliamo della povera gente, v’han  tali, che, divenuti genitori prima di saperne i doveri, non possono istruire i loro figliuoli nella Religione che ignorano eglino stessi; e han tali, che, credendo quasi d’aver fatto abbastanza coll’averli generati, li lasciano vagare qua e là in abbandono a sè stessi appena quasi che possono reggersi in piedi e li lasciano marcire nella più crassa ignoranza; v’hanno persino tali, che invece di allevare i loro figliuoli nella Religione; li scandalizzano colla loro condotta; presentano loro l’esempio del vizio e loro insegnano ad offendere Dio prima quasi che lo conoscano. Ecco, o miei cari, la sorgente fatale della depravazione universale de’ costumi, ecco la funesta causa della rovina di tante famiglie e di intere popolazioni. – Ma benché i genitori educassero i loro figliuoli sino dai teneri anni nella Religione e nel santo timor di Dio; avrebbero fatto il più, non avrebbero però fatto ancora il tutto. È per lo più prosperata questa prima e principale loro sollecitudine, e non è sì facile che figliuoli educati per tempo religiosamente si vadano a perdere. Pure avviene che anche i figliuoli meglio allevati siano poi o sedotti od ingannati e divertano dalla buona strada, sulla quale camminavano co’ saggi loro genitori. Bisogna dunque richiamarveli subito; o genitori. Che hanno dunque questi a fare per richiamarveli? Anche in ciò hanno per loro maestri e modelli Maria e Giuseppe. Passati i giorni della festa, prosegue il santo Vangelo, allorquando Maria e Giuseppe se ne ritornavano alla volta di Nazaret, rimase in Gerusalemme Gesù, senza che essi se ne avvedessero: Consummatis diebus, cum redirent, remansit puer Jesus in Jerusalem, et non cognoverunt parentes ejus. Fecero il cammino di un giorno sempre pensando che Gesù fosse colla compagnia; ma arrivata la sera il ricercarono ansiosi tra i congiunti ed i conoscenti, e nessuno seppe darne loro notizia: Existimantes autem illum esse in comitatu, venerunt iter diei, et requirebant eum inter cognatos et notos. Quanto penetrasse il cuore d’entrambi un colpo sì doloroso, lo spieghi chi può misurare il loro amore verso Gesù. Qual dura veglia passarono in quella notte! quanti sospiri amari trassero dal fondo del loro cuore! Tanto non li contristarono i furori di Erode ed i pericoli dell’Egitto. Incominciò fin d’allora Maria a provare il dolore di quella spada che, come le aveva predetto il vecchio Simeone, doveva trapassarle l’anima. Al primo albeggiare del nuovo giorno ripigliarono il viaggio verso Gerusalemme: Et non invenientes, regressi sunt in Jerusalem requirentes eum. Giunti colà, non così premurosa la donna evangelica andò in traccia della perduta gemma per ogni angolo della casa, come solleciti Maria e Giuseppe girano la città in cerca del loro Gesù, ripetendo ad ognuno più col cuore che colle labbra le pietose parole della Sposa de’ cantici: Avete voi forse veduto l’oggetto dell’amor mio? Numquid quem diligit anima mea, vidistis? Dopo tre giorni finalmente venne loro fatto di ritrovarlo nel tempio che sedeva in mezzo ai dottori e li ascoltava, e li interrogava: Et factum est, post triduum invenerunt illum in templo, sedentem in medio doctorum, audientem illos et interrogantem eos. Maria e Giuseppe non aveano colpa alcuna per quello smarrimento di Gesù: Egli non erasi smarrito né per negligenza né per dimenticanza loro. Come potevano infatti dimenticare l’oggetto della loro compiacenza continua e di tutti i pensieri ed affetti loro? Gli avevano soltanto accondisceso che si scostasse talvolta da loro per ricreare or l’uno or l’altro coll’amabilissima sua presenza. Maria e Giuseppe non avevano a temer nulla di male del loro Gesù: avevano già indubitate prove della sapienza di cui era ripieno e della grazia di Dio che era con Lui: n’erano troppo recenti le testimonianze degli Angeli, de’ pastori, de’ Magi, di Anna. E difatti dove il trovano essi mai? Nel tempio. A che fare? Alla pubblica istruzione, ad ascoltare ed interrogare i dottori. E che dicono di lui questi dottori e chiunque lo ascolta? Restano tutti meravigliati, dice il santo Vangelo, della sapienza e delle risposte di lui: Stupebant autem omnes, qui cum audiebant, super prudentia et responsis ejus. Tutto ciò non ostante voi già udiste quanto fosse vivo il rammarico di Maria e di Giuseppe per averlo smarrito; quanto fosse grande la loro sollecitudine nel ricercarlo. – E voi, o padri e madri, che cosa fate per non perdere spiritualmente i vostri figliuoli, che si possono perdere e si perdono certamente? che cosa fate per ricercarli e recuperarli? Vi sono pure genitori così indolenti che vedono i loro figliuoli piegar tosto e sortire dalla giusta strada, e non porgerebbero loro la mano per rimetterli in sentiero, e non darebbero loro la voce che loro darebbe la carità di uno straniero gridando, O figliuol mio, voi fallate la strada. Sanno che quel figliuolo, anziché recarsi alla chiesa od alla scuola, si perde per le strade e per le piazze oziosamente, che si trova spesse volte con quel compagno di sospetta o dubbia condotta, e già il vedono odiare la fatica e la ritiratezza, amare soltanto la dissipazione, l’ozio, il divertimento, il vedono correre di gran passo a traviare miseramente: eppure soffrono il tutto e il lasciano vivere a capriccio per una soverchia indulgenza, per una barbara pietà. Sanno che quella figlia è sovvertita da quel giovane troppo frequente pella casa: che v’hanno fra loro incontri concertati anche fuori di casa; che fervido n’è il fermento, e già ne provano gli effetti nella svogliatezza della figlia, nella trascuranza di tutte le faccende domestiche, nell’allontanamento dalla Chiesa, dall’orazione e dai santi Sacramenti; e la vedono sotto gli occhi loro proprj pericolare; pure se ne tacciono, perché il partito sarebbe o conveniente o il solo per lei, ed arrischiano di vedere la loro figlia perdere malamente la sua innocenza e ripararla peggiormente con un infelice matrimonio. Che se i vostri figliuoli sono già traviati, qual è il vostro dolore, o padri e madri? quale la premura di richiamarli sulla buona strada? Se voi siete di quei genitori ch’ebbero cuore di educarli cristianamente, so bene che non v’ha spada che possa trapassarvi le viscere più crudelmente di questa; so che adoperate e le dolci maniere e le preghiere e le lagrime; so che interponete l’opera de’ parenti, degli amici, de’ conoscenti, le esortazioni e l’autorità delle persone probe e saggie; so che non cessate di mandare sospiri al cielo per riacquistare i perduti vostri figliuoli: e consolatevi pure, ché non saranno inutili le presenti vostre ricerche, e non avrete per l’addietro gettato invano nel loro cuore i semi della virtù, del santo timor di Dio, di una cristiana educazione. Ritornerà, sì, ritornerà la pecorella sviata a rientrare nell’ovile; verrà pentito il prodigo figliuolo a bagnare del più amaro pianto le ginocchia del suo genitore. Un rovescio, la morte di un amico lo colpirà; un’età più matura ammorzerà la passione, richiamerà la riflessione e rianimerà quel sentimento di religione che sino dagli anni teneri gli avete instillato. E se la disgrazia, se gli avvisi altrui non ve lo ridoneranno, se nol troverete tra’ parenti, tra’ conoscenti, il troverete nel tempio, e voglio dire che Dio non sarà insensibile alle orazioni vostre, ai vostri gemiti, alle vostre lagrime: queste vi renderanno lo sviato figliuolo, come già resero a santa Monica il suo Agostino: Non peribit filius istarum lacrymarum. – Ma sgraziati voi e veramente infelici, quando abbiate traviato, o figliuoli di que’ genitori che non ebbero mai a cuore la religione dei loro figliuoli. Chi mai vi richiamerà dalla strada dell’iniquità e della perdizione? I vostri genitori non muoveranno un passo per venirvi a ricercare: vi vedranno con occhio asciutto e tranquillo correre al precipizio. Non isperate ch’essi vi porgano la mano per ritirarvene; non isperate ch’essi vi diano un buon consiglio, un opportuno avvertimento. Se i vostri falli venissero a toccare il loro interesse, avreste bene ad aspettarvi i più pronti ed amari rimproveri; ma perché vanno a ferire solamente il Signore, siate certi del loro silenzio: quant’è da loro potete offendere pure Iddio, ch’essi ve lo lasciano offendere senza turbarvi. Oppure se alzano la voce per riprendervi, non sarà questa la voce di una amorevole, paziente, mansueta correzione, ma la voce di una furia che mena rumore per la casa e per tutto il vicinato; la voce di mille orride imprecazioni; una voce che vi provoca allo sdegno e vi inspira l’odio e la disperazione; una voce che vi getta fuori di strada del tutto, quando già non lo foste; e voi, o figliuolo, sarete obbligato a prendere i partiti più disperati per sottrarvi dalle importune invettive di un indiscreto genitore; e voi, o figliuola, anteporrete qualsivoglia scapestrato giovane piuttosto che patire di continuo i mali trattamenti di una madre furiosa. Oh snaturati genitori! Se l’Apostolo san Paolo dichiara che ha rinunziato alla fede; ed è peggiore di un infedele chi non ha cura de’ suoi, e massime di que’ di sua casa; che avrebbe letto di que’ genitori che, trascurando di allevare i loro figliuoli nella santa Religione, trascurano l’eterna loro salute? Che di que’ genitori, che li lasciano miseramente perire sotto i loro propri occhi? Che di que’ genitori, che sono o l’occasione o ben anco la barbara cagione della perdizione dei loro figliuoli? Che direbbe di que’ mostri che, fattisi nemici della croce di Gesù Cristo, prendono a sacrificare al demonio le anime redente col preziosissimo sangue di Gesù, e scelgono a sacrificare quelle de’ propri figliuoli, delle proprie figliuole? Immolaverunt filios suos et filias suas dæmoniis. Tolgami il cielo ch’io neppur sospetti esservi tra miei uditori alcuno di codesti mostri, e non per altro ho fatto menzione di costoro se non per accrescervi l’orrore in cui già li avete, e perché mandiate fervide preghiere al Signore per la conversione di questi traditori del proprio sangue, che pur troppo vi sono in questa città, e per la salute de’ traditi loro figliuoli. Ma sappiate, o padri e madri, che qualunque vostra trascuranza nell’educare i vostri figliuoli cristianamente, o più o meno partecipa di questa crudeltà. Tenetevi dunque sempre presente il bell’esempio della cura che Maria e Giuseppe si prendono del loro fanciullo Gesù, benché non ne avesse alcun bisogno; e ricevete l’avviso di san Paolo a vostra direzione: Educate, egli dice, i vostri figliuoli nella disciplina del Signore; ma educateli di buon’ora; insegnate loro per tempo i misteri della Religione e le regole del vivere cristiano; maneggiate questi cuori finché sono di cera; coltivate queste pianticelle finché sono tenere ed arrendevoli, e coltivatele pel celeste Padrone. Che se incominciano a piegar malamente e a torcere dalla retta strada, raddrizzateli subito, arrestateli sui primi passi, non tardate a correggerli, ma non per costume, non per mal umore, non per trasporto di collera, sebbene sempre con ragione; con moderazione, e convincendoli dolcemente de loro falli: educateli insomma, e correggeteli nel Signore: Educate illos in disciplina et correptione Domini.

IL CREDO

Offertorium

Orémus
S. Luc II:22
Tulérunt Jesum paréntes ejus in Jerúsalem, ut sísterent eum Dómino.

[I suoi parenti condussero Gesú a Gerusalemme per presentarlo al Signore.]

Secreta

Placatiónis hostiam offérimus tibi, Dómine, supplíciter ut, per intercessiónem Deíparæ Vírginis cum beáto Joseph, famílias nostras in pace et grátia tua fírmiter constítuas.

[Ti offriamo, o Signore, l’ostia di propiziazione, umilmente supplicandoti che, per intercessione della Vergine Madre di Dio e del beato Giuseppe, Tu mantenga nella pace e nella tua grazia le nostre famiglie.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de Epiphania Domini

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Quia, cum Unigénitus tuus in substántia nostræ mortalitátis appáruit, nova nos immortalitátis suæ luce reparávit. Et ídeo cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et Dominatiónibus cumque omni milítia cœléstis exércitus hymnum glóriæ tuæ cánimus, sine fine dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: Poiché quando il tuo Unigénito apparve nella nostra natura mortale, ci riparò con la luce nuova della sua immortalità. E perciò con gli Angeli e gli Arcangeli, con i Troni e le Dominazioni, e con tutta la milizia dell’esercito celeste, cantiamo l’inno della tua gloria, dicendo senza fine:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster,

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

S. Luc. II: 51
Descéndit Jesus cum eis, et venit Názareth, et erat súbditus illis.

[E Gesú se ne andò con loro, e tornò a Nazareth, ed era loro sottomesso.]

Postcommunio

Orémus.
Quos cœléstibus réficis sacraméntis, fac, Dómine Jesu, sanctæ Famíliæ tuæ exémpla júgiter imitári: ut in hora mortis nostræ, occurrénte gloriósa Vírgine Matre tua cum beáto Joseph; per te in ætérna tabernácula récipi mereámur:

[]O Signore Gesú, concedici che, ristorati dai tuoi Sacramenti, seguiamo sempre gli esempii della tua santa Famiglia, affinché nel momento della nostra morte meritiamo, con l’aiuto della gloriosa Vergine tua Madre e del beato Giuseppe, di essere accolti nei tuoi eterni tabernacoli.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (234)

LO SCUDO DELLA FEDE (234)

LA SANTA MADRE CHIESA NELLA SANTA MESSA (5)

SPIEGAZIONE STORICA, CRITICA, MORALE DELLA SANTA MESSA

Mons., BELASIO ANTONIO MARIA

Ed. QUINTA

TORINO, LIBRERIA SALESIANA EDITRICE, 1908

LA MESSA

PARTE I

LA PREPARAZIONE

CAPO III

Art. IV.

L’Istruzione e la Fede.

La Fede è la radice della giustificazione, perché senza la fede non si e piacere a Dio (Hebr. X, Conc. Trid. Sess. 6, c. 8). Ma per avere la fede è necessaria l’istruzione, cioè la lettura dei libri santi e la predicazione del santo Vangelo, coi lumi della grazia del Signore. Ora essendo l’altare, come la mensa sopra la quale il Signore dispensa con abbondanza il pane della vita a’ suoi figliuoli nella santa Messa, prima di ammetterli alla sacra mensa, loro parlando come in famigliare confidenza, li mette a parte dei suoi secreti, loro rivela i suoi giudizi e coll’istruirli li dispone a ricevere e gustare il dono, che prepara a vita eterna. Ond’è che prima di incominciare l’oblazione, la Chiesa alle preghiere fa seguire la lettura dell’Epistola e poi dell’Evangelo, affinché ammaestrati e confermati nella fede, i Cristiani siano resi degni di presentare le loro offerte all’Altissimo, e dall’Altissimo ricevere la più grande misericordia. Eccoci adunque alla lettura dell’Epistola.

Epistola.

S. Giovanni Grisostomo (Hom. 2 in Gen.) e dopo lui san Gregorio Magno (2) con tutti i Padri, guardavano le sacre Scritture, come lettere mandateci da Dio. Dalle sacre Scritture sono appunto tratte le Epistole, che si leggono nella Messa, e sono capitoli dell’antico e nuovo Testamento. E perché per lo più sono tratte dall’Epistole di s. Paolo, credono alcuni, che per questo siano chiamate generalmente Epistole. – Antichissimo è l’uso di leggere nelle sante adunanze le sacre Scritture. Anche gli Ebrei le leggevano nelle loro sinagoghe; e Gesù Cristo prese occasione (Luc, IV) di farsi conoscere pel Redentore mandato a salvare gli uomini, nel fare la lettura di esso. Entrata nella sinagoga di Nazaret un sabato, si alzò per dar principio alla lezione, ed essendoli porto il libro, dispose in provvidenza che il Profeta, di cui occorreva in quel giorno la lettura, fosse Isaia, Evangelista, più che Profeta, di Gesù Cristo, come lo chiamò Gerolamo; perché ciò che predice di Gesù, è così chiaro e preciso, che par ne scriva la storia tanti secoli prima. Appunto il passo, di cui si doveva fare lettura, era una magnifica profezia risguardante il Salvatore stesso, che si aspettava. Lesse e chiuse il libro, e cominciò a dire loro: « Oggi colle vostre orecchie di questa scrittura avete udito l’adempimento. » Spiegò la profezia, e l’applicò a se stesso in modo, che non sapendosi che rispondere sì dovette ammirarlo. ll santo Martire Giustino prendendo a difendere i Cristiani accusati di commettere orribili delitti nelle loro adunanze, (in cui si diceva che mangiassero le carni dei bambini involti nella farina e nelle paste, così travisando indegnamente la consacrazione e comunione del SS. Corpo di Gesù Cristo, per ragion di difesa, come abbiam già detto, esponendo i riti della santa Messa, fa cenno della lettura, che vi si faceva delle sante Scritture, per preparare i fedeli al Sacrificio. Nella Chiesa Greca ai tempi di s. Giovanni Grisostomo (Hom. 36 in 1 Cor.), il diacono imponeva silenzio, e leggevasi prima un capitolo dell’antico e poi del nuovo Testamento: costume ritenuto nella Chiesa Ambrosiana della diocesi di Milano, e di cui nella Chiesa Romana si conserva una reliquia ancora nelle quattro Tempora, nelle Ferie, nella quarta domenica di Quaresima e nella Settimana Santa. Per confortare nella fede i Cristiani si vanno così esponendo le figure e le profezie del vecchio Testamento; e, riscontrandole coi fatti e misteri del Testamento nuovo, si vedono avverate nella vita di Gesù, e si mostrano sì esattamente in Lui stesso adempiute e nella Chiesa da Lui istituita. – Nel sabato delle Ordinazioni ancora se ne leggono cinque del vecchio Testamento, una poi in fine del nuovo, per significare (Gav. in Rub. Missal. p. 4, lib. 2, n.2.), che nelle cinque età del mondo in varie occasioni e in vari modi avendo Iddio parlato per bocca dei profeti, finalmente nella sesta parlò per mezzo del suo Figliuolo, che apparve fatto uomo (Hebr. I, I.). – Il lettore, che leggeva anticamente, e poi il suddiacono, che ora la legge innanzi al Vangelo, figurano s. Giovanni Battista Precursore, e i discepoli, che andavano innanzi a preparare la via nelle terre, per cui passava in seguito Gesù, ad istruire il popolo di propria bocca (Onor. Aug. Gem. Anim. et Innocent. IIL Mist. NT. lib. 2, cap. 3 et 29 De ep.).. – Vogliamo ancora notare, che, quando celebra il sommo Pontefice, si legge un’Epistola in greco e l’altra in latino dai rispettivi suddiaconi dell’uno e dell’altro rito. Perché Principe degli Apostoli, sommo Vicario di Cristo in terra, Capo universale e Padre comune, il sommo Pontefice, quando celebra, istruisce l’una e l’altra porzione di una sola Chiesa, la latina e la greca. Talvolta si leggeva pure ai fedeli nelle Chiese le lettere del sommo Pontefice, e pareva loro di ascoltare lo stesso beato Apostolo Pietro (Baronius Annal. Chr. 173, n. II.), e di sentirsi abbracciare dalla carità del Padre comune, conoscendo nelle lettere a loro lette la cura amorosa, che egli in tutti i tempi è solito prendersi di tutta la Chiesa sparsa in ogni parte della terra. – Si leggevano talvolta gli atti dei santi Martiri; e, mentre gli esempi di quegli eroi facevano intendere quali si potessero anche da femmine imbelli e fino dai fanciullini operare prodigi di valore colla grazia di Gesù Cristo, quei buoni fedeli nell’ascoltarli si stringevano la mano a vicenda, s’incoraggiavano alle battaglie imminenti; e rendendo grazie a Dio per la vittoria concessa ai fratelli, che li precedettero nell’arena, speravano, e pregavano l’assistenza ed il trionfo per sé medesimi. Talvolta poi erano lettere, che i martiri spedivan loro dalle carceri e dai patiboli, come pietosi ricordi, e come l’addio, che mandavano quei santi in procinto di essere gettati in mezzo alle fiamme o sotto la mannaia; che già pendeva sul capo, e alle fiere frementi per brama di divorarli, come avvenne ai due Vescovi e padri s. Policarpo e s. Ignazio. S. Policarpo scriveva ai Romani: « Io sono in guardia a tali soldati, che dire li posso tigri e leopardi; » e veniva poi subito abbruciato. Già l’aere risuonava del ruggito delle feroci belve frementi nelle gabbie di ferro, e s. Ignazio scriveva ancora una lettera alla Chiesa di Roma, in cui diceva: « Sono frumento di Cristo, cari fratelli; a momenti sarò macinato dai denti di queste fiere per divenire pane mondo. » Nel leggere queste lettere calde del sangue di que’ santi, non è a dire come s’infervoravano al martirio i fedeli. – Questa lettura si faceva in un luogo eminente detto tribunale; nella Chiesa di S. Clemente in Roma (una delle più conservate in tutte le sue parti tutt’ora intatte, come servivano all’antica liturgia) ancor si vede questo tribunale, da cui uscivano gli oracoli celesti. Il lettore leggeva forte, il popolo ascoltava: si domandavano schiarimenti sopra certi punti di cristiana dottrina; il lettore rispondeva, ed i fedeli così venivano soddisfatti ed illuminati. Queste letture erano come il latte, che in tutte le Messe, comunicato con amore, e succhiato con avidità, faceva nel popolo buon sangue cristiano, restandone assai bene istruito. Allora uomini ripieni dello Spirito del Signore, dottissimi in religione e scienze umane, stavano taciti ad ascoltare con umiltà; e s. Ambrogio sotto la clamide di governatore civile, s. Alessandro sotto le vesti d’un povero carbonaio, e s. Martino sotto l’usbergo del guerriero, tenevano celati i tesori d’una sapienza più che umana. Quando poi il buon senno dei fedeli li veniva a scoprire, e li proponeva per sacerdoti, e colla missione, che loro dava nell’ordinazione la Chiesa, li costituiva maestri; allora si facevano innanzi, e consolavano il popolo con meravigliosa dottrina; infondendo nel cuore degli uditori con carità ciò, che prima avevano nel proprio assorbito con umiltà. Ora eccoti invece missionari di nuovo conio, dal proprio capriccio costituiti: uomini vergini della scienza dei Santi e della religione, trattano e bistrattano le cose più sacrosante, più profonde; con troppo grande orgoglio e non minor tristizia, si vendono maestri in tutto, fino in divinità, alla goffa ignoranza d’un popoletto, che si dà l’aria di spregiudicato, col vanto di comperar scienza a buon mercato nei fogliuzzi da trivio, beve le. loro ribalderie invereconde. Beatitudine di tempi! Il popolo nostro non avrà più bisogno né di lettere sante, né di catechismi in Chiesa; valgono per tutto i giornaletti, che dicono di tutto il peggior male. Così, quando avrà il popolo imparato a maledir a tutto e conculcare ogni più santa autorità, allora sarà redento! – Ma la Chiesa, per redimere l’universo, pratica il contrario. Insegna ella a pregare per tutti, amare tutti ed obbedire a chi ci sta sopra, per obbedire al volere di Dio, e redime il mondo davvero. Si fa dunque nell’Epistola lettura della parola di Dio. Il sacerdote, a nome del popolo e col popolo, ha parlato a Dio nell’orazione; ora Dio si abbassa qual padre a dare avvisi, a seconda dei bisogni, a’ suoi figliuoli col far leggere la scrittura da Lui dettata. Egli coglie l’occasione dalla solennità del mistero, che si va celebrando per ispirarci sentimenti di confidente umiltà, e di salutare terrore. Ci spaventa; ma poi ci consola, ci minaccia l’inferno; ma è per darci il Paradiso. Così l’Epistola vuol dire che la parola di Dio è come una lettera, che il Signore ci scrive dal Cielo, per mostrarci la strada del paradiso…Oh! ascoltiamo questa amabile parola, quando ce la fa leggere e predicare; è parola di un Padre: lo comprendiamo nei detti! Egli ci parla del suo amore, ci fa la storia della sua bontà; ci tratta coi maggiori riguardi, e piuttosto che rimproverarci le infedeltà presenti, senza toccare direttamente un argomento per Lui di troppa amarezza e di troppa confusione per noi, espone coi più vivi tratti le infedeltà dell’antico suo popolo incirconciso di cuore; e nel ricordare le misericordie usate ai passati, cerca d’intenerire noi presenti col sentimento delle nostre miserie e della sua bontà. In tante finezze d’amore, Dio sì ci pare proprio un padre, che ha bisogno che siano salvi i suoi figliuoli! – Ben viene all’uopo qui raccontare un bel fatto, che contiene una grande lezione. Un dì san Francesco da Paola riceveva dal re di Francia, Luigi XIII, una lettera scritta di sua mano. I suoi discepoli, meravigliando l’alto onore, che ne veniva al loro buon Padre, facendogli festa intorno, gli ripetevano ammirati: » Deh! che gran degnazione? Un gran re scrivere a Voi, o Padre! ve? la lettera è scritta proprio di suo pugno! che gloria pel Padre nostro! » Ma egli « O uomini di poca fede, disse loro, voi fate le meraviglie, che un re uomo abbia scritto ad un altro uomo suo fratello; e che mai sono i re più grandi innanzi a Dio? Sono coronata polvere! e poi voi non vi meravigliate, piangendo per consolazione della bontà del Signore del Cielo, che ha scritto le sue lettere a noi, poverine sue creature? » – Ecco il rito della lettura nella Messa solenne. Il suddiacono colle mani giunte, preceduto dall’accolito, si avvia a prendere dalla credenza al fianco dell’altare, con tutto rispetto, il santo libro dell’Epistola; torna mostrandolo, sollevato fra le mani, quale oggetto della più grande venerazione; s’inginocchia dinanzi alla Croce, come per chiedere la benedizione, e in mezzo al silenzio e all’attenzione di tutti legge questa lettera di Dio. Il popolo siede; e questa comoda posizione esprime l’intenzione della Chiesa, la quale voleva che i fedeli, per ascoltare la parola di Dio, cessassero da qualunque altra occupazione, avendo in altri tempi pure i Concili generali espressamente proibito di far altra orazione, e di altrimenti distrarsi mentre si leggeva l’Epistola. Noi dobbiamo eseguire qui quanto ci suggerisce lo Spirito Santo: cioè sederci solitari, e nel silenzio del tempio meditare le verità, che Dio ci ha fatto conoscere. – Compiuta la lettura, il suddiacono porta con ugual rispetto a consegnare il santo libro al Sacerdote, il quale è il vero depositario della parola di Dio. Gli s’inginocchia dinanzi, e gli bacia la mano per esprimere, con quell’atto di riverenza e di tenerezza, la gratitudine di tutti i fedeli, e per la grazia ricevuta d’aver avuto fra le mani, da poter leggere ed ascoltare, la lettera loro spedita dal Cielo. – Ora almeno il buon Cristiano ascolti questa lettura, perché talvolta un’espressione, un accento di quella parola divina, accompagnata dalla grazia, tocca vivissimo, qual dardo d’amore, il cuor del fedele in un istante di misericordia: talvolta è come un lampo che scopre nell’anima l’orizzonte dell’eternità, e manda in dileguo gl’inganni del tempo. Potrà pure accompagnare la lettura dell’Epistola con leggere la lezione stessa nelle traduzioni in lingua volgare, approvate dalla Chiesa e commentate dai Santi; od almeno in santo raccoglimento gemere col cuore con Dio così: « Ecco, l’anima mia è come una povera terra senz’acqua, che sì consuma nella sua aridità! Deh! dalla lettura della vostra parola ci cada solo una stilla di celeste consolazione a conforto di vita spirituale. » Non accontentiamoci d’assistere in Chiesa alla lettura dell’Epistola, ma nelle nostre case prendiamo la benedetta usanza di leggere in famiglia qualche buon libro spirituale. Così noi potremo ascoltare sovente il gran Padre nostro celeste, che nel parlarci pel suo Verbo, ci comunica le sue grazie. – Nei secoli di fervore, quando non sì conosceva questo meraviglioso trovato della stampa, si credeva di non potersi altrimenti spendere meglio il tempo di una vita devota a Dio negli eremi e nei monasteri, che nel fare copia di questa grande, preziosissima lettera di Dio, agli uomini, che è la santa Scrittura. La bellezza dei manoscritti sulle pergamene, abbellite dalle miniature più preziose e del più finito lavoro, è il monumento della pietà di quegli uomini, che, vivendo una vita da angeli, e, tenendosi stranieri al mondo, pure s’interessavano tanto del bene delle anime di tutti i loro fratelli. Anzi non si deve il mondo scordare, che noi andiamo debitori della conservazione di quasi tutti gli antichi libri, massime dei classici più pregiati, alla pietà di quei buoni, che passavano la vita nel copiar manoscritti per esercizio di divozione. Veramente intenerisce il leggere come nel monastero fondato da s. Cesario ad Arles, duecento Verginelle (Cantù, Storia Univer., vol 7, an. 526) sposate a Dio, mentre si pascolavano delle celesti delizie col cuor in paradiso, si occupavano a trascrivere libri per istruzione dell’umanità. Ora le nazioni moderne incivilite sì sentono in seno una meravigliosa potenza, che si va propagando, e prende possesso delle intelligenze: compenetra le masse dei popoli, crea in essi le opinioni e li spinge a tradurle in atto, e così la si vede a pigliare sinora nel mondo, perché il mondo è sempre di chi se lo Piglia. Qual è questa potenza? È la stampa, con che si fanno proseliti; e si esercita un apostolato, che a differenza dell’Apostolato della viva parola, non esige grandi sacrifizi, né grandi virtù; eppure vorrebbe farsi più potente di quello. A dir vero, ella spaventa pel modo, che corre a disfreno, mena fragore, e crolla gl’imperi, e minaccia tutto sommergere. La navicella di Pietro non fu mai sbattuta da più terribil bufera. E noi? Saremmo noi gli uomini di poca fede da temere, come i discepoli sul burchiello di Genezaret, d’una soffiata di vento?… Noi no! Perché noi crediamo alla Provvidenza di Dio; sappiamo, che quando ella lascia, che si sviluppi una potenza e comparisca nel mondo, questa arriva sempre per una grande ragione, certamente per soddisfare un bisogno della verità e prestare servigi al suo Verbo. Coraggio; il Verbo di Dio è con noi, la tempesta che freme, è sotto il suo piede, e sol che parli, è ai cenni obbediente. Egli procede, e il turbine che sconvolge la società, è polvere che gli fugge innanzi. Non venga meno l’opera nostra; ché il concorso del nostro lavoro è un elemento voluto nell’ordine della Provvidenza, e deve entrare nell’eseguire il suo disegno. Mano all’opera: siamo tanti milioni! I più studiosi sono ancora gli uomini dell’apostolato divino. I seminari e gli Ordini religiosi, centri della pietà e della dottrina, sono ancora come cenacoli, da cui usciranno uomini, che si faranno udire nelle forme di tutti i linguaggi; mentre della parola di Dio possiamo far echeggiare tante voci, quanti sono molteplici i cenci, che si trasformano in fogli propagatori del pensiero colla stampa. Perciò si spiri la grande parola di essi; e questa, forte della potenza di Dio, rinnoverà la faccia della terra. Diffusa in quei modi, che disponeva Iddio in altri tempi, essa penetrò nella scuola dei dotti, e, mentre s°aggiravano confusamente nell’oscuro cerchio del tempo, li sublimò a contemplare, l’Eterno: animò l’eloquenza, e divenne nei Padri fiamma di carità ispiratrice d’eroismo: illuminò le lettere, e creò le meraviglie dal gran poema cristiano: s’infuse nella legislazione, e nella legge di ferro dell’ingiusta umana giustizia spirò il senso dell’umanità, che ne fece la legge dei popoli inciviliti, che pur con tutti i loro vizi ora si vergognano della poligamia e della schiavitù: insegnò alla storia, e l’ha fatta interprete della Provvidenza di Dio: fece riflettere un suo raggio dentro le arti del bello, e donò alle figure quello sguardo celestiale, e compartì tali grazie, che le sguaiate del paganesimo dovettero appiattarsi in vergogna. Diffondiamo ancora per questo mezzo, che la Provvidenza ci mette in mano questa parola, vera catena, che scende dal trono di Dio, e collega le intelligenze, e le innalza; ponte gettato sul vastissimo abisso, che separa l’intelletto umano dalla ragione divina; germe perpetuo di affetti santissimi, potenza creatrice di pensieri sempre nuovi, tutti belli, e rivelatrice di mondi ideali; luce, che fa comprendere, mentre fa piovere dal Cielo sui cuori le virtù per operare. Le verità che dobbiamo propagare sono fortissime, trovano già un’eco in fondo all’umana, natura, ed un testimonio, che le conferma nelle coscienze. Pubblichiamole coll’accento della pietà, versiamoci dentro il cuore, che il cuore trova sempre un cuor che l’intende. Come siamo nell’unità della fede, così conferiamo insieme la molteplicità dei mezzi, di che possiamo disporre. Tutti Cattolici, facciamo una santa lega, consacrando a difesa della verità l’ingegno, i sudori, le sostanze, la vita; usciamo alla luce del sole a compiere l’alta impresa, che ha per iscopo la sconfitta dell’errore ingannatore, e della corrompitrice viltà. Per mezzo d’associazioni diffondiamo buoni libri in tutti i formati, ed a così minimi prezzi, che possa la domenica averli fra le mani, coll’obolo di che può disporre, la contadinella, ringalluzzita di saper leggere anch’essa. La bellezza delle forme, la vivacità del racconto, l’interesse che vi si trova dentro, anche l’offrirli in dono facciamo che si spargano ovunque. Si dirà per avventura: non li leggeranno. Noi risponderemo: «aspettate, cadranno nelle mani nell’istante provvidenziale, come le vite dei Santi al guerriero Ignazio di Loiola, gettato sul letto colla gamba infranta; come il libro devoto che a consumar la noia dell’indugiar della mensa, leggeva il mercante Giovanni Colombini; libri che furono per essi il principio di loro santità. Così seminata dappertutto darà il frutto al tempo suo, e sarà la parola di Dio nelle famiglie il lievito dell’ Evangelo. Al vitupero ed alle infamie delle stampe in figura, contrappomiam le immagini così care alla cristiana pietà, così eloquenti al cuor del popolo; ed il popolo, che vive in sì gran parte nei sensi, quando si vedrà le immagini dei misteri di Gesù e di Maria, che mai non l’hanno saziato, quando si vedrà nelle immagini dei martiri, negli atti della eroica carità dei santi più sublimi tratti della storia, che onorano l’umanità, il popolo, che pur finalmente non ha voglia di ridere continuamente, resterà annoiato di schifose caricature, con che si vilipende il pudore. Anche quando comparvero i creatori dell’arte cristiana, che irraggiò tante divine bellezze nei quadri di nostra religione, se qualche pedante artista volle ancora far all’amore colle vecchie bellezze del paganesimo, i suoi capi d’opera mandarono troppo fiacco lume, per farsi ancor ammirare. Abbiam detto questo, perché siam nella ferma fiducia, che anche in questi tempi, per la grazia di Dio, e per la nostra cooperazione, la luce l’abbia da vincere sulle tenebre, e che pur finalmente la parola di Dio abbia da ricreare l’umanità. Teniamo caro questo pane delle anime. Senza il conforto della parola di Dio resteremmo abbandonati in questo povero mondo, come soldati senz’armi, come navi senza remi, come augello spennato dell’ali, come cieco che erra all’abbacchiata senza guida che lo meni in via sicura. – Leggiam le vite dei Santi, e troveremo in essi incarnata la parola divina e dipinti i modelli, da cui far ritratto di vita cristiana. Leggiamo le opere scritte dai Santi; familiarizzando colle loro idee, e, conversando pei loro scritti con questi uomini ripieni dello spirito di Dio, ci informeremo del loro spirito di santità. Chi tratta coi Santi diventa migliore. – Mentre il suddiacono depone il libro, ricordiamoci che quel libro ci sarà rimesso innanzi nel gran dì del rendiconto; e vi leggeremo, se non ne approfittiamo adesso: « Vi ho chiamato, e voi non mi ascoltaste; vi ho scritto, e voi non vi curaste delle mie lettere; vi ho offerto il mio aiuto, e voi sprezzaste le mie grazie. Non voleste la parola mia per vostra scorta, l’avrete per giudice » O mio Dio, allontanate da noi questa disgrazia, e fateci accogliere, come il gran dono di vostra misericordia, la santa Scrittura, e i buoni libri spirituali: e noi ve ne rendiam grazie colla Chiesa, che fa alla lettura rispondere:

Deo gratias.

« Grazie a Dio, » risponde il popolo. Questa tenera espressione, insegna s. Bonaventura, noi abbiamo imparata da Maria SS. Era questo il saluto usato colle persone da lei benedette (Tom. 2. op. Med. vit. Christ. cap. 3), che c’insegnava ad avere il cuore pieno di tenera gratitudine verso la bontà, con che Iddio ci circonda dei suoi benefizi continuamente. Veramente nelle solenni e care istruzioni Dio si è fatto conoscere nella frazione del pane, come padre alla mensa coi suoi figliuoli: e noi col cuore sulle labbra ringraziamolo della sua parola, che ci ha fatto leggere e predicare. Noi non abbiamo bisogno della vostra alleanza, scriveva Gionata a quelli di Sparta (Macc. XII) a nome del popolo giudeo; giacché avendo noi il tesoro dei libri Santi, essi ci valgono ogni consolazione, e possiamo fare a meno di tutti gli altri tesori umani. E quei generosi erano scampati appena dalla crudeltà di Antioco; erano costretti d’intorno da nazioni nemiche, non avendo più né Arca, né Tabernacolo di Dio, in pericolo di cader vittima dei loro nemici; pure in quegli estremi bastava loro tenersi stretti alla parola di Dio. Noi dobbiam dunque ringraziarlo vivamente col Deo gratias di poter leggerla ogni dì, e farne pascolo delle anime nostre; più di loro fortunati, che dappertutto ci riscontriamo in uomini di Dio, che ce l’annunziano in nome suo, noi, che stiamo serrati intorno al Papa, l’immancabile, depositario del Verbo Divino. – Qui vien bene di ricordare un bellissimo costume di cristiana pietà (s. Bonav. loc. cit.), di cui troviamo ancora una traccia nelle nostre campagne. Anche in oggi i poveri contadini, ricchi di evangelica semplicità, quando battono alla porta del ricco, mettono innanzi questa parola: « Deo gratias. » È un segnale di rispetto? O è la grazia, che domandano, di poter entrare, quasi sappiano di poterla ottenere, mettendo innanzi la memoria di Dio fatto uomo? Con questa parola d’introduzione pare a noi, che dicano con umile ma dignitoso contegno: « Se io ardisco di presentarmi a trattar con voi, lo faccio, perché mi ricordo, che il Signore ci ha mostrato che grandi e piccoli siam tutti fratelli in Gesù Cristo. » In alcuni paesi ancor si comincia col Deo gratias il saluto a Maria alla mattina, a mezzodì e alla sera; e come l’Epistola figura i discepoli, che precedevano Gesù ed anche il Precursore s. Giovanni Battista, così questa parola significa pure il saluto e le benedizioni e le grazie che portò Maria nella casa di s. Elisabetta; grazie che porta ancora all’anime nostre il Signore che discende a parlar con noi in questa occasione. Troviamo pure, che il Deo gratias era come parola d’ordine ed il segno di convenzione, con cui s’intendevano i Cristiani cerchi a morte nel tempo della persecuzione. Quando s’incontrava alcuno, che si credeva potesse essere seguace di Gesù Cristo, quegli a cui premeva conoscerlo, gli si faceva presso, e dicevagli adagio all’orecchio: « Deo gratias. » Se quegli era Cristiano, gli rispondeva con una stretta di mano, sottovoce: « Deo gratias. » Ringraziavano quei buoni l’un per l’altro il Signore, che gli avesse eletti all’onore di seguirlo in quel tempo di prove. E una tenerezza il pensare a quei generosi, che, stipati nelle prigioni, e già consacrati alla morte, quando si aprivan quelle porte di ferro, ed un nuovo compagno entrava in quelle carceri orrende, facevano festa, ringraziando, e benedicendo il Signore. S. Ilariano (Surius, Vita ss. Satur. ecc. 11 Feb.), giovinotto in fior di vita, tornava dal combattimento carico di catene per aver confessato intrepido di essere Cristiano. Presentato sulla porta della prigione grondando sangue, mandò col saluto il cuore ai suoi fratelli, esclamando: « Deo gratias: Grazie a Dio; » perché gli concedeva di divider con loro i ceppi e la morte. E tutti a gara a stendergli le braccia incatenate, non potendo pei ceppi muoversegli incontro, accoglierlo colle grida di giubilo. Era una lietissima festa, dice la storia, un’esultanza che mai la maggiore, era un cotal gaudio da non potersi dire, che esprimevano quelli col ripetere misto alle lacrime « Deo gratias Deo gratias. » Che belle grazie, e quanto eran gradite a Dio!

Graduale.

Il Graduale è come una conseguenza della seguita lettura dell’Epistola. Commossi dalla ascoltata parola di Dio tutta piena di altissimi sensi, pieni di cuore delle ispirazioni dello Spirito Santo, davano sfogo per alcun tempo alla comunione dell’animo. Erano accenti di meraviglia o di gaudio; o erano espressioni di dolore, che si scambiavano tra loro a vicenda; od era un applauso alla virtù, che si commemorava in quell’istante. La Chiesa si fa ora col Graduale interprete dei pensieri, in cui lavora in segreto l’anima nostra, quando gusta il cibo della parola di Dio dentro di sé. Il graduale adunque fu introdotto nella Messa per acclamare la santa lezione; e molti pensano che Graduale s’appelli, perché costumavasi cantare nel tempo in cui ascendeva il diacono su pei gradini del pulpito: o perché forse veniva cantato sui primi gradini di esso (Raban. De iust. cler. lib. I, cap. 33, de ord. miss.); intrattenendosi con questo il popolo, mentre sì preparavano i ministri per la lettura dell’Evangelo.

Tratto.

Nei tempi poi di duolo e di penitenza, al Graduale s’aggiunge il Tratto, il quale è un lamento, una querimonia, un’elegia, che si canta n modo stridulo, perché esprime il mesto gemito di quei fervorosi Cristiani, che tutti compresi nei giorni di compunzione e di penitenza, sfogano il dolore a piè dei gradini dell’altare, alimentandosi colle preghiere nel digiuno, gementi con clamore (Tertull., De Pœn. cap. 9) dì e notte al Signore: e di quelli non men fervorosi penitenti, che a questo punto erano costretti ad uscir di Chiesa a piangere le loro colpe. Perciò questa parola Tratto significherebbe la tristezza di quelli, che a malincuore abbandonavano il santo altare, da cui venivan come trascinati lontano dai propri peccati; essendo fatti uscire dal santuario dopo la lettura, per ascoltare la quale, solo si permetteva restassero finora. – Innocenzo III dice che il Tratto esprime le miserie della vita presente (Miss. Mis. lib. 2.). Per entrare a parte dei sentimenti della Chiesa, noi non potremo far meglio, che procurare di intendere e mandare a memoria questi gemiti di compunzione devota, queste espressioni energiche suggerite dallo Spirito Santo, e farne oggetto delle nostre meditazioni in quei giorni che l’ascoltiamo. Ah! quanto diverso era il costume degli antichi fedeli, che vegliavano le notti, nonchè passavan gran parte del giorno nelle chiese, e si preparavano or con sante lezioni, or con canti, or con mistiche benedizioni, or con lagrime di vivissima contrizione, a celebrare le più grandi solennità, ed onorar la memoria dei misteri di nostra salute.

Sequenza.

Quel ritmo, o canto, od inno, che si canta alcune volte in seguito all’Epistola, chiamasi, Sequenza, appunto perché segue l’Epistola. Credesi introdotta dal beato Nogero abate di S. Gallo nella Svizzera; che molti distinguono da un altro Nogero di Liegi, il quale pur dedicò un libro di Sequenze a Lituardo Vescovo di Vercelli, che furono poi approvate da Nicolò I sommo Pontefice, a cui furono da lui inviate. Si chiamavano le Sequenze anche giubilazioni. Or se ne cantano cinque solamente: una nell’Ottava di Pasqua, di cui si crede autore Roberto Re de’ Franchi (Card. Bona, Pi. lit. lib. 2, cap. 6, n.9.), ed è tutta piena di santa letizia; è un giubilare vivace per la risurrezione. Essa incomincia: Victimæ paschalis ecc. ecc. L’altra nell’ottava di Pentecoste, che incomincia: Veni, Sancte Spiritus; ed è una delle più soavi e più devote orazioni, piena della maggiore unzione; degna proprio d’essere presentata all’autore della grazia, come un vero inno all’Eterno Amore. Da alcuni n’è detto Autore lo stesso b. Roberto, da altri il b. Ermanno nel secolo XI (Durandus, lib. 4, et Bened. XIV, De sac. Miss. lib. 2, cap. 5, n. 18.): ed alcuni la dicono opera del Papa Innocenzo III (Card. Bona, loc. cit.), il quale compì la gloriosa sua carriera nel celebre concilio di Laterano (nell’anno 1215 da lui convocato e presieduto), dopo di avere dato solenni lezioni ai re sui loro doveri. –  La terza è per l’ottava del Corpus Domini, composta da s. Tommaso con tale semplicità di linguaggio, e tanta esattezza teologica di espressioni, che è  al tutto degna di quella angelica mente. –  La quarta è il Dies iræ nella Messa dei morti. Di questo sublime grado di terrore vuolsi autore il Card. latino Orsino Frangipane (Bened. XIV, loc. Cit.), o Tommaso di Celano discepolo di s. Francesco (Cantù). Essa è una terribile elegia, e forse il cantico più imponente che si possieda. Certo non si poteva meglio interpretare il gemito del popolo, che crede, che spera e sente il terrore l’ira di Dio pel dì del tremendo giudizio, nell’atto che prega sulle tombe de’ suoi morti, come sulle tombe dell’eternità. Diresti che di là si vede ai piedi spalancato l’inferno sopra il capo il terribile Giudice, e tutto l’orrore della vendetta divina innanzi. Col tremito dello spavento si slancia alla Croce di Gesù Cristo, per trovare uno scampo alla perdizione, che minaccia di divorarlo: or questo canto è un grido di terrore che termina in un gemito di pietà, con cui i fedeli cercano uno scampo fra le braccia del Salvatore di tutti. – Finalmente i dolori della Madre divina a piè del patibolo è lel suo Figlio potevano mancare di un cantico nella poesia del popolo, che n’è sì tenero? Essi l’ebbero nello Stabat mater, che inspirarono.  In esso il Pontefice Innocenzo III (Cantù), espresso i più veri sentimenti della gran famiglia, di cui era capo e il più degno interprete. In esso il popolo colla più viva immaginazione vede la Madre sua Maria addolorata, 3bagnata del sangue, che gronda della croce del suo Gesù; in esso il popolo le si getta a’ piedi, e si sprofonda con lei in quel suo mar di dolori; in esso il popolo caramente l abbraccia; ed è una pietà il sentirlo col pianto supplicarla, che stampi nei cuori le piaghe del suo e del loro Gesù, e chiederle colle lagrime, che nell’ora dell’agonia metta le anime in quel costato, che ha comune la sua piaga col cuor trafitto di lei; affinché dalla morte le porti salve in paradiso! –  Deh! se il canto è dell’affetto del popolo la più naturale e più viva espressione, qual impronta di grande verità sentita, quali concetti sublimi e teneri in questi cantici, che dovevano un dì essere in bocca di tutti! Che popoli dovevano essere quelli, che si esprimevano così! Ora il popol nostro in quali canti esprime la poesia dell’affetto suo? E quale !… Siam pure poverini per ogni riguardo! Ma è sempre ricca la Chiesa in santità di affezione, e beato a chi vi partecipa. Come intanto debba essere benedetta la Religione, che le consolazioni, i dolori ed anche lo spavento compone in celeste armonia! – Ella termina i graduali e le sequenze, tranne quella del Dies iræ, coll’alleluia.

L’ Alleluia.

In tutti i giorni dalla Pasqua alla Pentecoste la Chiesa esulta per la risurrezione di Gesù Cristo. Rapita tutta nella solennità del mistero non vuol essere distratta da altro pensiero; e tutta piena di esultanza, appena si lascia andare ad una aspirazione o giaculatoria nella lettura fatta, e subito negli slanci del cuore altro non fa che ripetere: « Alleluia Alleluia: Lode a Dio. » Questi sono altrettanti evviva allo Sposo divino, che della morte ha trionfato. A questo pensiero la Chiesa si abbandona come ad un santo delirio; e fra gli impeti di tanta esultazione ha più brevi i graduali ed interrotti dai gioviali Alleluia. Anzi in questo tempo pasquale non solamente tra l’una e l’altra azione nella Messa, ma pure anche in tutte le funzioni tra l’uno e l’altro coro, tra l’una prece e l’altra, e fino tra l’una e l’altra espressione si esilara in tanti Alleluia. È bello il considerare qui, che l’amor di Dio, come nella Cantica, prende una cotale forma umana da poterlo assomigliare all’amore d’una casta sposa terrena. Questa affettuosa, quando derelitta dallo sposo, cui lo squillo di guerra chiamò sul campo delle battaglie, nella sua cameretta solinga e mesta, col fervore della immaginazione vede in mezzo all’orrida mischia, tra il fischiar dei globi infuocati ed il tempestar della morte lo sposo diletto, e se lo figura innanzi ahi! squarciato nel fianco da una fulminea palla versare per terra le viscere insanguinate; allora si straccia i capelli, corre forsennata per la cameretta, e chiama lo sposo morente. Ma quando appunto come per incanto esso le appare dinanzi glorioso della vittoria, ella mette un grido, che non è una parola; ma dice assai più d’ogni parola umana. Così pure mentre la Chiesa è tutta nel meditare la passione e morte del suo Gesù; e Gesù all’improvviso le appare Innanzi nella gloria di Pasqua risorto; ella mette un grido di gioia nel fervoroso Alleluia; ed in tutto il tempo, in che lo festeggia in trionfo, nell’estasi del celestiale suo gaudio, il cuore le batte sì vivo che non ne può frenare gli slanci; e la gioia con impeto scoppia ad ogni istante in Alleluia; onde pare dica tratto tratto: « E risorto, si veramente! evviva, evviva! lode a Dio, Alleluia! ». – Giacché abbiam toccato degli Alleluia, che si cantano nel tempo pasquale, appunto dell’Alleluia daremo qui una breve storia, che è bene conoscere per comprendere il senso di questa vivace espressione, con che la Chiesa pur nel corso dell’anno, conversando con Dio, spesse volte si va espandendo. Gli Israeliti usarono fin dagli antichi tempi di cantare « Alleluia » « Lode a Dio » (e si vuole che primo l’usasse David nell’iscrizione del Salmo 104). Per quel popolo così prediletto dal Signore, per cui Dio era duce, difensore, pastore, re, padre e tutto, gli evviva dovevano naturalmente terminare tutti in Dio. Oh sì! quando alcun sentimento di tenerezza commoveva quel buon popolo vivamente, egli doveva esclamare: « giubiliamo: ma con chi mai giubileremo noi meglio, che in seno al Dio de’ padri nostri, che tanto ci predilige? » E l’Alleluia veniva appunto a dire così. Quanto conviene adunque alla Chiesa questo cantico con Dio, che le è Sposo. Emanuele, cioè Dio è con noi: Alleluia; a lui la lode del più sentito amore! Lodiamo adunque anche noi, dice s. Agostino (De temp. serm. 151, cap. 6), o carissimi, il Signore; diciamo Alleluia, cioè lodiam non solo colla voce, ma diamogli lode col buon costume, lode colla lingua, lode colla vita. Egli è vero che per noi poveri peccatori starebbe meglio aver sempre in bocca: « misericordia, perdono, abbiate pietà, o Signore! » ma noi cantiamo Alleluia, e due volte Alleluia, osserva pure lo stesso s. Agostino (Enarr. in Psal. 106.), perché se reo e cattivo è l’uomo, fedele e misericordioso è Iddio; e queste ripetizioni esprimono il desiderio vivissimo, che si avveri ciò, che tanto ci fa esultar col pensiero, appunto come si dice: « Amen, amen, sì, si; fiat, fiat, avvenga e sia fatto. » Riccardo di S. Vittore dice o ancora (Sup. Apoc. lb. 6, cap. 3.) che si usa ripetere questa acclamazione, e pare che la Chiesa non finirebbe mai di dire: « Alleluia, » per significare l’eternità, e l’armonia del cielo colla terra. Perché, come dice ancora s. Agostino (Enarr. iu Psal. 106), in cielo si danno lodi a Dio, come qui sono lodi a Dio: là dagli Angioli in sicurtà; qui dall’animo in timore, ma pur confortate dalle più care speranze. « Alleluja » cantano essi nella patria del cielo; « Alleluja » cantiamo noi qui sopra via per arrivarvi; « Alleluia » essi in gloria; noi « Alleluja » nel combattimento, che ce l’acquista; « Alleluja » essi in beatitudine in seno a Dio; « Alleluja » noi qui con Gesù sull’altare, che è la scala per arrivarvi. E intanto illi canentes jungimurAlmæ Sionis æmuli. Cioè concittadini del cielo, candidati del paradiso, uniamo fino da quest’ora coi loro i nostri cantici, che speriamo di pur cantare insieme con essi in beatitudine con Dio. –  Qui s’intende perché l’Alleluia si tace dalla Settuagesima sino a Pasqua; quel tempo significa il tempo trascorso dalla caduta del genere umano, che ebbe la morte col peccato in Adamo, sino al tempo da risorgere alla vita per la risurrezione di Gesù Cristo (Rubertus Abbas, De dir. Off. lib. 1, cap. 14): quando comincia appunto il vero tempo di evviva, e di lode a Dio per l’intiera umanità, destinata a glorificare Dio in paradiso.

IL SACRO CUORE DI GESÙ (61)

IL SACRO CUORE (61)

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. Di Parigi;

LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ-

[Milano Soc. Ed. “Vita e Pensiero, 1919]

PARTE TERZA.

Sviluppo storico della divozione.

CAPITOLO SETTIMO

DALLA MORTE DI MARGHERITA MARIA AI NOSTRI GIORNI

II. – LA FESTA DEL SACRO CUORE

Nel 1726 si credette venuto il momento di riprendere la causa a Roma. Il Re di Polonia, al quale si unì più tardi il re di Spagna, i vescovi di Cracovia e di Marsiglia e le Visitandine, si rivolsero a Benedetto XIII, per ottenere la festa e l’ufficio proprî. La divozione ormai era diffusa in tutta la Chiesa, cara ai Vescovi ed ai popoli; si ricordava il desiderio espresso da nostro Signore a santa Margherita Maria. L’anima del movimento era il P. Galliffet, assistente di Francia a Roma, postulatore della causa. Pubblicò in latino il suo libro sul sacro Cuore e preparò tutti i materiali alla perfezione. Si credeva assicurato il successo. Prospero Lambertini, il futuro Benedetto XIV, era allora promotore della fede. Il P. Galliffet lo credeva favorevole alla causa. Eletto Papa, egli accettò la dedica di una edizione nuova del libro di Galliffet e concesse con liberalità bolle in favore delle confraternite del sacro Cuore. Ma non pare che fosse per una nuova festa. In tutti i casi, fece coscienziosamente la sua parte « di avvocato del diavolo ». Le obbiezioni furon quasi le stesse, che trent’anni prima: la festa era nuova; il caso di Margherita Maria non era risolto; una volta lanciati su questa via, dove ci si arresterebbe? Galliffet aveva la risposta per tutto. Ma Lambertini portò a viva voce ai Cardinali una ragione, che li impressionò ancor più. La causa supponeva, o almeno pareva supporre, secondo le spiegazioni del P. Galliffet, che il cuore fosse l’organo del sentimento. Ora quella era, disse il Lambertini, una opinione filosofica discutibile e discussa, in cui non bisognava compromettere la Chiesa. Soprattutto questo fece esitare (È ciò che dice Benedetto XIV stesso raccontando il fatto. Sant’Alfonso dei Liguori spiega le cose nella stessa maniera. Bisogna riconoscere che, su questo punto, il P. Galliffet si prestava alla critica. Vedi più sopra.). Per non dire no, la sacra Congregazione rispose, il 12 luglio 1727: Non proposita. Malgrado tutto ciò si insisté, si ritornò alla carica. Il 30 luglio 1729 essa rispose: Negative. Fu una gran delusione. Frattanto, la divozione faceva la sua strada, malgrado i clamori dei giansenisti e dei filosofi. La regina di Francia, Maria Leczinska, aveva preso a cuore la cosa, umilmente e piamente. Da quasi tre anni ella insisteva presso Clemente XII, per ottenere alfine il suo consenso; pareva prossima ad ottenerlo, quando il Papa morì. Era appena nominato il suo successore che ella gli scrisse, il 3 ottobre 1740. Benedetto XIV, non era per le nuove feste; si accontentò di mandarle delle immagini del sacro Cuore, ricamate d’oro e di seta. In questo tempo il movimento si propagava. Le suppliche arrivavano da tutte le parti, dalla Polonia, dalla Spagna, dall’America, dalla Germania, dall’Italia, dall’Oriente. Nel 1765 Clemente XIII riprese la causa. Il Memoriale dei Vescovi polacchi fu presentato alla Sacra Congregazione dei Riti da G. B. Alegiani. Con le repliche alle « eccezioni » del promotore della fede è un trattato della devozione al sacro Cuore, largamente ispirato a Galliffet. Vi si spiega l’origine, lo sviluppo, la natura del culto. Vi si segnala l’esistenza di almeno 1090 confraternite del sacro Cuore stabilite nel mondo intero, la diffusione universale del culto, le approvazioni vescovili, l’accettazione da parte di quasi tutte le congregazioni religiose. Il Memoriale termina con la domanda di una festa con Messa e Ufficio proprî. Si vorrebbe che fosse data per la Chiesa universale, o almeno per tutti i regni, provincie o diocesi che hanno espresso lo stesso desiderio. Ma per essere più sicuri di ottenerla, ci si contenta di chiederla per la Polonia, per la Spagna, per l’Arciconfraternita del sacro Cuore stabilita a Roma e per tutte le Confraternite affiliate; c si supplica che la festa sia fissata al venerdì che segue l’ottava del SS. Sacramento. – Il 25 gennaio 1765 la Sacra Congregazione dei Riti dava, alla fine, il decreto tanto desiderato. Considerando la diffusione universale del culto, i brevi già rilasciati in suo favore, le confraternite costituite, si ampliava il culto già esistente, dandogli una festa, dopo avere espressamente richiamata l’attenzione sull’allontanarsi così dal decreto del luglio 1729. Il 6 febbraio Clemente XIII approva il decreto. L’11 maggio dello stesso anno la Sacra Congregazione approvava la Messa e l’Ufficio per la Polonia e per l’ Arciconfraternita. Il 10 luglio, le Visitandine ottenevano la festa per loro. In Francia, l’anno stesso del decreto, la festa fu ricevuta quasi ufficialmente dall’Episcopato e presto fu stabilita in quasi tutte le diocesi. La pia regina era intervenuta. All’Assemblea del clero, nel luglio 1765, l’Arcivescovo di Reims, che presiedeva, fece parte in nome suo del desiderio ch’ella avrebbe di veder stabilire, in tutte le diocesi, in cui non lo sono ancora, la divozione e l’Ufficio del sacro Cuor di Gesù ». Egli non dubitava, aggiunse, « che l’assemblea (Erano 32, da ciò che si apprende dalla pastorale di Mons. de Pressy), non sentisse tutto il vantaggio di stabilire queste pie pratiche e non si affrettasse ad autorizzarle con una deliberazione conforme ai voti di Sua Maestà ». Dopo di che, continuano gli atti, « tutti i Vescovi che compongono l’assemblea, egualmente penetrati dal profondo rispetto e dalla venerazione che son dovuti non meno alle virtù eminenti di Sua Maestà, che al suo augusto rango, e volendo, per quanto sta in loro, secondare uno zelo così edificante, hanno unanimemente deliberato di stabilire nelle loro rispettive diocesi la devozione e l’Ufficio del sacro Cuore di Gesù e d’invitare con una lettera circolare gli altri Vescovi del regno, a far lo stesso, nelle diocesi dove questa devozione e questo Ufficio non sono ancora stabiliti ». – Così fu fatto. La circolare fu inviata, e quasi da per tutto la festa fu tosto stabilita. Vi fu, in questa occasione, un gran numero di Pastorali vescovili, che spiegavano la devozione e ne mostrarono il valore. Da tutte le parti si chiese la festa; bastava domandarla per ottenerla. In breve, nel 1856, la Sacra Congregazione dei Riti poteva dire che non vi era quasi più una Chiesa al mondo che non avesse ottenuto il privilegio. Però non era che un privilegio; la festa era concessa, non prescritta. Fu soltanto nel 1856 che Pio IX, dietro domanda dei Vescovi di Francia riuniti a Parigi per l’occasione del battesimo del principe imperiale, estese la festa alla Chiesa universale, sotto il rito doppio maggiore (Decreto 23 agosto 1856). – Nel 1864, la beatificazione di Margherita Maria dava un’alta sanzione al culto, quale si era propagato. Poiché i documenti, il decreto di beatificazione, l’orazione della beata, le lezioni della festa, affermavano tutti nettamente che Gesù aveva scelto l’umile Visitandina di Paray per esser l’apostolo del sacro Cuore, per rivelarci per mezzo di lei il suo immenso amore e spingerci a rispondere, onorandolo sotto il simbolo del Cuore. – Frattanto la divozione cresceva e da tutte le parti si chiedeva una festa più solenne. Il Papa l’accordava spesso ad un paese, ad una diocesi, ad una congregazione religiosa. Ma soltanto il 28 giugno 1889 la festa fu elevata, per tutta la Chiesa, al rito doppio di prima classe. Il 23 luglio 1897 un altro decreto permetteva di rimettere la solennità alla domenica. Così si adempié il desiderio espresso da nostro Signore nella grande apparizione. La festa è stabilita nel mondo intero, stabilita con il suo carattere di riparazione e di ammenda onorevole. La solennità esteriore non è ancora in tutti i luoghi tutto ciò che potrebbe essere; ma vi sono poche feste che abbiano come questa tanta influenza sulle anime!

III. – ESTENSIONE DEL CULTO PUBBLICO SOTTO PIO IX E LEONE XIII

Con la festa, le anime devote al sacro Cuore hanno sempre desiderato la consacrazione e l’ammenda onorevole. L’ammenda onorevole non ha una storia, almeno per quel che essa si distingue dalla consacrazione; si è naturalmente incorporata alla divozione e ne è come parte integrante. Lo stesso avviene, in certo modo, della consacrazione. La santa la chiedeva come uno dei primi atti della divozione e le dava il senso di una donazione totale e irrevocabile agli interessi del sacro Cuore. Nel messaggio del sacro Cuore al re l’idea di consacrazione ha il suo posto. Gli scabini di Marsiglia rinnovano solennemente, dopo il 1722, la consacrazione della città. Se il voto di Luigi XVI è autentico, il re avrebbe promesso di pronunziare un atto solenne di consacrazione della sua persona, della sua famiglia e del suo regno al sacro Cuore di Gesù. Nel nostro secolo, specialmente dopo il 1850 circa, questa idea è divenuta familiare alla pietà cristiana. I Vescovi consacrano le loro diocesi; alcuni Stati, come l’Equatore (nel 1873), le Congregazioni religiose, le associazioni di tutti i generi si consacrano solennemente al cuor di Gesù. D’ordinario è nelle grandi calamità che ci si rivolge al sacro Cuore. Margherita Maria, non aveva mostrato esser là il gran rimedio alla desolazione del regno? Marsiglia non vi aveva trovato la sua salvezza? Ma la devozione non ha solo motivi interessati. L’amore ne è il movente. –  Nel 1870-1871 furono fatte grandi petizioni a Pio IX, perché facesse della festa del sacro Cuore una festa di prima classe e consacrasse la Chiesa intera a questo Cuore amabile. Le petizioni continuarono negli anni seguenti. Nel 1874, all’avvicinarsi del secondo centenario della grande apparizione a Margherita Maria, Mons. Desprez, arcivescovo di Tolosa, come Vescovo della città, dalla quale si diffondeva nel mondo l’Apostolato della preghiera, scrisse a tutti i Vescovi del mondo cattolico; egli ricordava la supplica presentata a Pio IX, verso la fine del Concilio, firmata da quasi tutti i Vescovi e superiori di Ordini religiosi e da più di un milione di fedeli; spiegava perché la cosa non era riuscita fino ad allora; assicurava che una supplica dei Vescovi sarebbe ben ricevuta a Roma, e ne mandava una formula preparata con cura, per evitare le ambiguità di linguaggio che avevano fatto difficoltà per il passato. – Nel mese d’aprile 1875, il P. Ramière, direttore dell’Apostolato della preghiera, che era stato l’anima del movimento, offriva al Papa la petizione sottoscritta da 525 Vescovi. Vi si domandava:

1. Che Sua Santità si degnasse scegliere un giorno in cui, nella basilica vaticana, con tutta la solennità possibile, Sua Santità consacrerebbe per sempre al sacro Cuore la città e il mondo (urbem et orbem);

2. Che ordinasse per lo stesso giorno, nel mondo intero che tutti gli aggruppamenti cattolici, diocesi, parrocchie, missioni, congregazioni e comunità religiose, case di educazione, ecc. facessero, per bocca dei loro rispettivi superiori, la medesima consacrazione con tutta la solennità possibile;

3-5. Che volesse prescrivere degli esercizî preparatorî, dare delle indulgenze, comandare che tutti gli anni si rinnovasse tale consacrazione.

La sesta domanda aveva per oggetto l’elevazione della festa al rito di prima classe con ottava, come festa patronale di tutta la Chiesa. – Il Papa non credette di dovere intervenire con la sua autorità. Ma, per dare qualche soddisfazione a questi pii desideri, egli incaricò la sacra Congregazione dei Riti di inviare da per tutto una formula di consacrazione, approvata da lui e che Egli proponeva a tutti quelli che vorrebbero consacrarsi al sacro Cuore. Questa unità di formula mostrerebbe l’unità della Chiesa; lasciava ai Vescovi la cura di tradurla e di farla pubblicare, se lo giudicavano. Egli esortava i fedeli a recitarla, in privato o in pubblico, il 16 giugno 1875, secondo centenario, presunto dell’apparizione; ed accordava l’indulgenza plenaria a quelli che lo farebbero. – Il Papa infine dava commissione al P. Ramière di comunicare il decreto della sacra Congregazione, con la formula di consacrazione a tutti i Vescovi del mondo cattolico. Si vede che il Papa aveva coscienza della gravità della cosa, come dice il Decreto: gravitatem rei coram Deo animo reputans; egli valutava, incoraggiava, ma non voleva prendere l’iniziativa e tanto meno comandare, lo slancio dei fedeli fu ammirabile. Il 16 giugno 1875 fu una delle più grandi solennità che il mondo cattolico abbia visto, un bel trionfo del sacro Cuore: Margherita Maria dovette trasalirne di gioia!Leone XIII doveva preparargliene una ancor più magnifica, la consacrazione del genere umano al sacro Cuore, alla fine del secolo XIX. Il 25 maggio 1899 l’enciclica Annum sacrum annunciava al popolo cristiano un gran disegno del Papa, da cui egli attendeva, se tutti vi si fossero prestati con accordo e di tutto cuore, frutti grandi e durevoli, prima per la cristianità e poi per l’umanità tutta intera: « Auctores suasoresque sumus præclaræ cujusdam rei, ex qua quidem, si modo omnes ex animo, si consentientibus libentibusque voluntatibus paruerint, primum quidem nomini christiano, deinde societati hominum universæ fructus insignes non sine causa expectamus,eosdemque mansuros ». Egli ricordava ciò che avevano fatto i suoi predecessori per il S. Cuore di Gesù; quel che aveva fatto lui stesso. « Ed ora, aggiungeva, abbiamo invista un atto di divozione, che sarà come il coronamento di tutti gli onori che si son resi fin qui al sacro Cuoree abbiamo fiducia che Gesù Cristo, nostro Salvatore, lo gradirà moltissimo: Nunc vero luculentior quædam obsequii forma observatur animo, quæ scilicet honorum omnium, quotquot sacratissimo cordi haberi consueverunt, velut absolutio perfectioque sit ». –  Ricordava le domande fatte a Pio IX e la consacrazione del 1875. Gli sembrava infine venuto il tempo di consacrare al sacro Cuore il genere umano tutto intero, communitatem generis humani devovere augustissimo Cordi Jesu. Egli motivava la sua decisione mostrando che Gesù è il Re supremo, il Re non solo dei Cattolici e dei battezzati, ma eziandio di tutto il genere umano; e indicava ititoli della sua regalità. Ma ciò che Gesù vuole è il riconoscimento spontaneo di questa regalità, e la consacrazione è precisamente questo. « D’altra parte siccome noi abbiamo nel sacro Cuore il simbolo e la viva immagine dell’amore infinito di Gesù, che ci stimola a riamarlo, è giusto che si faccia questa consacrazione al sacro Cuore, ciò che, dopo tutto, non è altro che consacrarsi a Gesù Cristo ». Ma possiamo noi dimenticare quelli che ignorano Gesù? Noi inviamo loro dappertutto degli apostoli; ma oggi, « toccati dalla loro infelicità, noi li raccomandiamo con istanza a Gesù, e, per quanto sta in noi, glieli consacriamo. Così questa consacrazione (hæc devotio), che raccomandiamo a tutti, sarà utile a tutti, aumentando negli uni la fede e l’amore, attirando sugli altri grazie di santificazionee di salute ». Il Papa mostra, in seguito, che nel cuore di Gesù vi ha la salvezza per le società malate.« In altri tempi, dice egli, la croce apparì a Costantino garanzia e insieme causa di vittoria. Ecco oggi un nuovo segno tutto divino, auspicatissimum divinissimumque signum, il sacro Cuore raggiante, in mezzo alle fiamme. In esso bisogna riporre tutte le nostre speranze; là bisogna chiedere; di là si deve aspettare la salute ».Il Papa aggiungeva che a queste grandi ragioni di ordine generale se ne univa per lui una, tutta personale: Dio l’aveva protetto guarendolo da una malattia pericolosa, egli voleva, da parte sua, insieme con gli omaggi maggiori al sacro Cuore, conservarne il ricordo riconoscente. Ordinava dunque un triduo preparatorio alla festa del sacro Cuore, con preghiere e litanie; e inviava la formula di consacrazione da recitarsi il giorno della festa, ultimo giorno del triduo.L’enciclica era del 25 maggio 1899. Dunque non vi era tempo da perdere. Poiché il venerdì dopo l’ottava del SS. Sacramento cadeva, nel 1899, il 9 giugno, ed essendo la solennità trasferita alla domenica, la consacrazione doveva aver luogo l’11. Ma essa era già annunziata da quasi due mesi. Con decreto del 2 aprile, la sacra Congregazione dei Riti, aveva autorizzato l’uso pubblico delle litanie al sacro Cuore. Fra i considerando vi era questo:« Di più Sua Santità… si propone di consacrare il mondo intero al sacro Cuore. Ora, per dare a questa consacrazione maggior solennità, Sua Santità ha deciso di prescrivere prossimamente un triduo nel quale si canteranno queste litanie ».Questo annunzio non poteva venir prima, perché la decisione non era stata presa che il 25 marzo. Il Papa pensava alla cosa, ma per il 1900. È probabile che il pericolo di morte del quale era da poco scampato, e di cui parla nell’Enciclica, affrettasse l’avvenimento. Malgrado la fretta, il mondo cattolico si trovò pronto, e si sa con quale solennità grandiosa e ad un tempo intima si compì questo atto che Leone XIII chiamava « il più grande atto » del suo Pontificato. Ai primi vespri di questa festa del sacro Cuore, la cui solennità, rimessa alla domenica stava per esser segnata da questo grande atto, moriva sconosciuta, in un convento di Porto, in Portogallo, la religiosa da cui era partito questo immenso movimento, che metteva il mondo ai piedi del sacro Cuore. È uno di quei fatti che illuminano di una luce singolare la storia della Chiesa; e se si trova gusto nel cercare ciò che è nascosto negli avvenimenti umani, salvo non trovarvi spesso altro che meschinità o brutture, quanto più ve n’è nelle cose religiose, dove si vede, quando si sa vedere, il dito d’Iddio! – Il 10 giugno 1898 partiva dal Buon Pastore di Porto una lettera per Leone XIII. La religiosa che la firmava a lapis, con mano malsicura, diceva al Papa di avere ricevuto da nostro Signore l’ordine di scrivergli che Egli voleva che il suo Vicario consacrasse il mondo intero al suo divin Cuore; prometteva, in compenso, un’effusione di grazie. Fece Leone XIII attenzione al messaggio? Si dice di sì. In ogni caso, egli non agì. Non vi sono forse sempre e dappertutto delle teste esaltate che suggeriscono le loro idee come cadute dal cielo? Il 6 gennaio 1899 nuova lettera, scritta in francese « per ordine espresso (sic) di nostro Signore col consentimento del mio confessore ». Vi si leggeva questo: « Quando l’estate scorsa, Vostra Santità soffriva di una indisposizione che, vista la vostra età avanzata, riempì di inquietudine i cuori dei vostri figli, nostro Signore mi diede la dolce consolazione che prolungherebbe i giorni di Vostra Santità affine di realizzare la consacrazione del mondo intero al suo divin Cuore ». – Seguivano altri particolari nello stesso senso. E continuava: « La vigilia dell’Immacolata Concezione nostro Signore mi fece conoscere che per questo novello impulso che deve prendere il culto suo divin Cuore, egli farà brillare una nuova luce sul mondo intero… Mi pareva di vedere (interiormente) questa luce, il cuor di Gesù, questo sole adorabile, che faceva scendere i suoi raggi sulla terra, prima più strettamente, poi allargandosi ed infine illuminante il mondo intero. Ed Egli disse: « Dallo splendore di questa luce, i popoli e le nazioni saranno illuminati e dal suo ardore saranno riscaldati ». – La lettera diceva, in seguito, il desiderio che ha Gesù di vedere il suo Cuore adorabile sempre più glorificato e conosciuto, e di spandere i suoi doni e le sue benedizioni sul mondo intero; la scelta fatta di Leone XIII e il prolungamento dei suoi giorni in vista di ciò, le grazie ch’egli si attirerebbe con questo. « Io mi sento indegna, diceva, di comunicare tutto ciò a Vostra Santità ». Ma si scusava con « l’ordine stretto » di nostro Signore. Spiegava poi perché Egli domandava la consacrazione del mondo intero e non solo della Chiesa cattolica. « Il suo desiderio di regnare, di essere amato e glorificato… è sì ardente, che Egli vuole che Vostra Santità gli offra i cuori di tutti quelli che per il santo Battesimo gli appartengono per facilitare loro il ritorno alla vera Chiesa e i cuori di tutti coloro che non hanno ancor ricevuto la vita spirituale per mezzo del santo Battesimo, ma per i quali Egli ha dato la sua vita e il suo sangue, e che sono ugualmente chiamati ad essere, un giorno, i figli della santa Chiesa, per affrettare, con questo mezzo, la loro nascita spirituale ». Seguivano domande pressanti al Papa perché sviluppasse il culto del divin Cuore: « Nostro Signore non mi ha parlato direttamente, che della consacrazione. Ma… mi pare che gli sarebbe gradito che la devozione dei primi venerdì del mese si accresca, per mezzo dell’esortazione di Vostra Santità al clero e ai fedeli, come pure per mezzo di concessioni di nuove indulgenze ». « Nostro Signore, ripeteva la firmataria, non me l’ha detto espressamente, come quando parlò della consacrazione, ma credo di indovinare questo ardente desiderio del suo cuore, tuttavia senza poterlo affermare ». – La lettera era firmata: « Suor Maria del divin Cuore, Droste zu Vischering, Superiora del Monastero del Buon Pastore, a Porto ». Questa lettera arrivò al Vaticano il 15 gennaio. Il Papa ne fu commosso. Incaricò il Cardinale Jacobini di prendere informazioni. Questi si rivolse al vice-rettore del seminario di Porto. Era precisamente il direttore della religiosa, quello che le aveva servito da segretario per la prima lettera al Papa. La risposta fu che, da per tutto, la riguardavano come una santa; e che vi eran buone ragioni per credere all’esistenza di comunicazioni soprannaturali. – D’altra parte, l’idea sorrideva a Leone XIII, e il 12 febbraio egli diceva a Mons. Isoard il suo pensiero di consacrare al sacro Cuore tutte le diocesi, la Chiesa, l’umanità. Ma egli non volle che l’atto pontificio riposasse su basi contestabili. Il cardinal Mazzella, prefetto della Congregazione dei Riti, messo al corrente di tutto, diceva al Papa: « Questa lettera è molto commovente, e pare davvero dettata da nostro Signore ». « Signor Cardinale, disse Leone XIII, prendetela e mettetela da parte; essa non deve contare in questo momento ». Il Cardinale fu incaricato di esaminare la questione in se stessa. Vi era una difficoltà. Come consacrare gli infedeli che non sono né della Chiesa, né nella Chiesa? Un testo di S. Tomaso fornì la soluzione (Sum., theol., III, q. LIX, a. 4.). In esso è spiegato che non tutti appartengono a Gesù ed alla Chiesa quantum ad executionem potestatis, tutti appartengono a lui quantum ad potestatem. Ciò corrispondeva a quanto aveva detto la religiosa. Ma il passo di S. Tomaso era caratteristico e trovò posto nell’Enciclica. Quando la domenica di Pasqua, il 3 aprile, fu pubblicato il decreto della sacra Congregazione dei Riti autorizzante le litanie del sacro Cuore e annunciante la consacrazione, il Papa ebbe la delicata attenzione di farne pervenire due esemplari, da parte sua, alla Madre Maria del divin Cuore. Tre giorni avanti la consacrazione ella, come Margherita Maria « s’inabissò nel sacro Cuore ». – Il secondo desiderio della Madre Maria del divin Cuore si compì nel mese seguente la sua morte. Il 21 luglio il prefetto della sacra Congregazione dei Riti indirizzava a tutti i Vescovi, a nome del Sovrano Pontefice, un invito che li sollecitava a sviluppare il culto del sacro Cuore, per mezzo di confraternite, con il mese del sacro Cuore, con gli esercizî dei primi venerdì.

AI SANTI MAGI

AI SANTI MAGI

(Per la Festa e l’Ottava dell’Epifania, dal 6 al 13 gennaio)

(G. Riva: Manuale di Filotea, XXX Ed., 1888 – Milano)

I. O santi Magi, che viveste in continua aspettazione della stella di Giacobbe, la quale doveva annunziare la nascita del vero Sole di Giustizia, otteneteci la grazia di vivere sempre nella speranza di vedere spuntato sopra di noi il giorno della verità, la beatitudine del Paradiso. Gloria.

II. O Santi Magi, che al primo brillar della stella miracolosa abbandonaste i patri paesi, per andar tosto in cerca del neonato re de’ Giudei, otteneteci la grazia di corrispondere, come voi, prontamente a tutte le divine aspirazioni. Gloria.

III. O Santi Magi, che non temeste i rigori delle stagioni e gli incomodi dei viaggi per giungere a ritrovare il nato Messia, otteneteci la grazia di non sgomentarci giammai per le difficoltà che si incontrano nella via della salute. Gloria.

IV. O Santi Magi, che abbandonati dalla stella nella città di Gerusalemme, ricorreste umilmente e senza umano rispetto a chi poteva darvi certa notizia del luogo ove si trovava l’oggetto delle vostre ricerche, otteneteci la grazia che in tutti i dubbi, in tutte le perplessità noi ricorriamo umilmente, e fedelmente ci atteniamo al consiglio dei nostri superiori, che rappresentano sulla terra la stessa persona di Dio. Gloria.

V. O Santi Magi, che, contro ogni vostra aspettazione, foste di nuovo consolati dalla stella ricomparsa a servirvi di guida, otteneteci dal Signore la grazia che, rimanendo a Lui fedeli in tutte le afflizioni, meritiamo di essere consolati dalla sua grazia, nel  tempo, e dalla sua gloria nell’eternità. Gloria.

VI. O Santi Magi, che, entrati pieni di fede nella stalla di Betlemme, prostesi a terra, adoraste il nato Re dei Giudei, quantunque non fosse circondato che da indizi di povertà e di debolezza, otteneteci dal Signore la grazia di ravvivar sempre la nostra fede quando entriamo nella sua casa, affine di dimorarvi con quel rispetto, che è dovuto alla grandezza della sua maestà. Gloria.

VII. O Santi Magi, che offrendo a Gesù Cristo, Oro, Incenso e Mirra, lo riconosceste concordemente come Re, come Dio e come Uomo, otteneteci dal Signore la grazia che non ci presentiamo mai colle mani vuote davanti a Lui, ma Gli offriamo anzi  continuamente l’Oro della carità, l’Incenso dell’adorazione, la Mirra della penitenza, giacché senza questa virtù è impossibile incontrare il suo aggradimento. Gloria.

VIII. O Santi Magi; che avvisati da un Angelo di non ritornare da Erode, vi avviaste subito per altra strada alla vostra patria, otteneteci dal Signore la grazia che, dopo esserci con Lui riconciliati nei santi Sacramenti, viviamo lontani da tutto quello che potrebbe esserci occasione di nuovi peccati. Gloria.

IX. O Santi Magi, che, chiamati per i primi fra i Gentili alla cognizione di Gesù Cristo, perseveraste fino alla morte nella profession di sua fede, otteneteci dal Signore la grazia di viver sempre in conformità alle promesse da Lui fatte nel santo Battesimo di rinunziare cioè costantemente al mondo ed alle sue pompe, alla carne ed alle sue lusinghe, al demonio ed alle sue suggestioni, affine di meritarci come voi la visione beatifica di quel Dio che forma qui in terra l’oggetto di nostra fede. Gloria.

ORAZIONE.

Deus, qui hodierna die Unigenitum tuum, Gentibus stella duce, revelasti, concede propitius; ut qui jam te ex fide cognovimus, usque ad contemplandam speciem tuæ celsitudinis perducamur. Per eumdem Dominum, etc.

A GESÙ ADORATO DAI MAGI.

I Magi prostrati ai vostri piedi, o mio Salvatore, sono le primizie della Gentilità. Vi ringrazio mille volte della loro vocazione; essa fu pegno della mia; ma sono io poi altrettanto fedele a corrispondervi, quanto lo furono questi primi apostoli della Religione, miei veri modelli, miei colleghi nella fede? – Ah! Signore, risuscitate in me lo spirito di quella preziosissima grazia la cui memoria mi viene richiamata nell’adorazione dei Magi, di quella grazia inestimabile di cui già mi favoriste con una predilezione speciale, e che troppo sovente ho meritato di perdere dopo di averla ricevuta. La memoria della mia vocazione al Cristianesimo sia per l’avvenire, o mio Dio, il motivo della mia più viva riconoscenza. Le sue massime e le obbligazioni che ella mi impone facciano tutta la regola di mia condotta per meritarmi così il diritto all’eredità dei veri credenti.

Tre Gloria.

L’ANNO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA DEL 2023

L’ANNO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA 2023

1 Gennaio – Circoncisione di Gesù

2 SS. Nome di Gesù

6 Gennaio – Epifania

8 Gennaio – Sacra Famiglia   (Domenica entro l’Ottava dell’Epifania)

15 Gennaio – 2a Domenica dopo l’Epifania

22 Gennaio – 3a Domenica dopo l’Epifania.

29 Gennaio – 4 a Domenica dopo l’Epifania

6 Febbraio – 5 a Domenica dopo l’Epifania

– Festa dell’Arciconfraternita del Cuore Immacolato della B. V.  Maria SS.

5 Febbraio – Domenica di Settuagesima

12 Febbraio – Domenica di Sessuagesima

19 Febbraio – Domenica di Quinquagesima

22 Febbraio – Mercoledì delle CENERI  – Inizio della Quaresima    

26 Febbraio – 1a Domenica di Quaresima 

(GIORNI DI QUATEMPORA IN QUESTA SETTIMANA )

5 Marzo – 2a Domenica di Quaresima

12 Marzo – 3a Domenica di Quaresima

19 Marzo – 4a Settimana di Quaresima

26 Marzo  – I DOMENICA DI PASSIONE

2 Aprile – II DOMENICA DI PASSIONE – DELLE PALME

9 Aprile – DOMENICA DI PASQUA

16 Aprile – Domenica in Albis

23 Aprile – 2a Domenica dopo Pasqua

30 Aprile – 3a Domenica dopo Pasqua

7 Maggio – 4a Domenica dopo Pasqua

14 Maggio – 5a Domenica dopo Pasqua

15-17 Maggio – Giorni delle Rogazioni

18 Maggio – Giovedì in Ascensione Domini

21 Maggio – Domenica entro l’Ottava dell’Ascensione

28 Maggio  – Domenica di Pentecoste

(GIORNI DI QUATEMPORA IN QUESTA SETTIMANA)

4 Giugno – Domenica della SS. Trinità

8 Giugno – Corpus Christi

11 Giugno – 2a Domenica dopo Pentecoste

16 GiugnoSACRATISSIMO CUORE DI GESÙ (Venerdì dopo l’Ottava del Corpus Christi)

18 Giugno – 3a Domenica dopo Pentecoste

2 Luglio  – 5a Domenica dopo Pentecoste

9 luglio – 6a Domenica dopo Pentecoste

16 Luglio – 7a Domenica dopo Pentecoste

23 Luglio  – 8a Domenica dopo Pentecoste

30 Luglio  – 9a Domenica dopo Pentecoste

6 Agosto – 10a Domenica dopo Pentecoste

13 Agosto – 11a Domenica dopo Pentecoste

20 Agosto – 12a Domenica dopo Pentecoste

27 Agosto – 13a Domenica dopo Pentecoste

3 Settembre  – 14a Domenica dopo Pentecoste

10 Settembre – 15a Domenica dopo Pentecoste

17 Settembre – 16a Domenica dopo Pentecoste

(GIORNI DI QUATEMPORA IN QUESTA SETTIMANA)

24 Settembre – 17a Domenica dopo Pentecoste

1 Ottobre – 18a Domenica dopo Pentecoste

8 Ottobre – 19a Domenica dopo Pentecoste

15 Ottobre – 20a Domenica dopo Pentecoste

22 Ottobre – 21a Domenica dopo Pentecoste

29 Ottobre – 22a Domenica dopo Pentecoste 

    FESTA DI CRISTO RE

5 Novembre – 23a Domenica dopo Pentecoste

12 Novembre –  Va Domenica dopo Epifania

19 Novembre – VI° Domenica dopo Epifania  

26 Novembre – 24a Domenica dopo Pentecoste

3 Dicembre – 1a Domenica di Avvento

10 Dicembre – 2a Domenica di Avvento

17 Dicembre – 3a Domenica di Avvento

(GIORNI DI QUATEMPORA IN QUESTA SETTIMANA )

24 Dicembre – 4a Domenica di Avvento –

In Vigilia Nativitatis Domini  

25 Dicembre – GIORNO DI NATALE

26 Dicembre – SANTO STEFANO,  Primo Martire

27 Dicembre – SAN GIVANNI, Apostolo ed Evangelista

28 Dicembre – SANTI INNOCENTI

31 Dicembre – SAN SILVESTRO I, Papa.

1st GENNAIO 2020 – CIRCUMCISIONE DI NOSTRO SIGNORE

2 Gennaio – SANTISSIMO NOME DI GESÙ

6 Gennaio – FESTA DELL’EPIFANIA