VIVA CRISTO RE (14)

CRISTO-RE (14)

TOTH TIHAMER:

Gregor. Ed. in Padova, 1954

Imprim. Jannes Jeremich, Ep. Beris

CAPITOLO XVII

CRISTO, RE CROCIFISSO

Venerdì Santo!

Non c’è giorno più importante dell’anno! In questo giorno celebriamo che Nostro Signore Gesù Cristo è morto crocifisso per noi! Non ha lasciato questo mondo dopo una vita agiata; non ha terminato la sua vita in un letto morbido, circondato dai suoi cari; è morto su un patibolo ignominioso, sulla croce. Su di essa spirò, tra risate di scherno; su di essa terminò la sua vita mortale, sfinita dalle sofferenze dello spirito e del corpo, abbandonata da tutti. Sulla croce soffre per diverse ore. Sulla croce soffre e muore per noi. E ogni Venerdì Santo attira l’attenzione di tutti per un giorno. Allora l’uomo sente che non c’è meta più alta nella vita, non c’è missione umana più alta, non c’è dovere più santo di quello che ci mostra la croce di Cristo: salvare l’anima. – Il sacrificio del Venerdì Santo mi sta dicendo molto chiaramente: I. Come mi ha amato! Quanto mi ha amato e II. Quanto poco Lo amo.

I

Quanto mi ha amato!

Quanto? È morto per me! “Mi ha amato e ha dato se stesso per me!”. Questo è amore. Gesù Cristo muore inchiodato a una croce. Non aveva un cuscino dove appoggiare il capo, coronato di spine. Gli abbiamo trafitto le mani e i piedi con chiodi affilati. Gli abbiamo dato da bere fiele e aceto. Invece di ricevere consolazione, ha ricevuto disprezzo e bestemmia… O Gesù, è questo che hai meritato da noi? Tu, Figlio di Dio, che sei sceso dall’alto dei cieli per darci il regno eterno del Padre tuo? E noi ti abbiamo inchiodato sulla croce! Come mi hai amato! – Sei stato tra cielo e terra, per coprire ogni uomo con il tuo corpo insanguinato e ferito, per coprire la mia anima peccatrice e nascondermi così dall’ira di Dio; per deviare, con le tue braccia tese in alto, i raggi della giustizia divina; per implorare il perdono per noi. Implorate il cielo per avere misericordia: “Padre, perdona loro…”, loro, tutti, senza eccezione. Non ti preoccupi di te stesso, non pensi al tuo dolore, pensi solo a me. Quanto mi ami! – Mi hai amato…, mi hai amato…. Ma chi può aspettarsi un tale eccesso di amore? Conoscevamo già le promesse del Messia che sarebbe venuto, fatte da Dio all’uomo nel Paradiso. Quando il Bambino di Betlemme sorrideva guardandoci negli occhi, quando il Figlio di Dio viveva in mezzo a noi come un fratello, sentivamo che il suo cuore ardeva di una luminosissima fiamma d’amore per l’umanità. Quando abbiamo ascoltato le sue parabole del buon samaritano, del figlio prodigo, del buon pastore alla ricerca della pecora smarrita, abbiamo sentito l’ardore dell’amore del Cuore di Gesù. Ma quell’amore senza limiti e senza misura, che l’ha portato a sopportare per noi, senza pronunciare una parola di lamentela, i colpi rudi, le flagellazioni, le pene e le ingiurie, la flagellazione, lo sputo, la corona di spine, i dolori della croce…, non potevamo sospettarlo.

Quanto ci ama Gesù!

Si lascia inchiodare alla croce per dirmi quanto mi ama. In questo modo conquista la mia anima. Sto ai piedi della croce, sopraffatto dalla vista di tanto eccesso d’amore, e aspetto che il suo sangue prezioso, quel sangue divino, cada su di me e lavi i miei grandi peccati. Vorrei piangere amaramente, ma non posso; questo Gesù amoroso mi affascina, la sua parola mi costringe a guardarlo, non posso distogliere lo sguardo da Lui. Ma se lo guardo, sento che mi dice: “Guarda quanto ti ho amato…, e tu mi ami…? Questa croce macchiata di sangue non mi dice solo quanto mi ama, ma anche quanto poco lo amo. – Dal Venerdì Santo di duemila anni fa, la croce è stata eretta e tutti gli uomini passano intorno ad essa. Ci sono uomini dal cuore duro che passano oltre senza accorgersene, per i quali la morte del Signore non significa nulla, né la sua vita né la sua dottrina, la cui unica preoccupazione è il denaro, la tavola piena e il godimento dei piaceri…. Anima? Religione? Dio? preghiera? croce?…: queste parole sono incomprensibili per loro…. – Ci sono altri che per un momento guardano con entusiasmo alla croce e al Sacrificio cruento di Gesù Cristo…, ma sono spaventati dalle ripercussioni che comporta. “No, no; Gesù, nonostante tutto, non possiamo unirci al tuo partito. Dovremmo essere disposti a morire come Te? Morire ai nostri desideri disordinati, ai nostri istinti primordiali. Questo significherebbe una lotta incessante contro noi stessi, una vigilanza continua. No! Non è possibile. Combattiamo abbastanza. Combattiamo per le nostre mogli, per i nostri figli, per il nostro pane quotidiano, per la nostra posizione sociale, per il nostro futuro…. No, no; Gesù, non ti offendere; ma per Te, per la nostra anima, non abbiamo più tempo, non abbiamo più coraggio, non abbiamo più energie… Non siamo cattivi, abbiamo già portato la nostra croce…”. – Esiste un terzo gruppo. Sono gli uomini che si inginocchiano e pregano davanti alla croce. Non solo, ma condividono le loro disgrazie e sofferenze con quelle del Crocifisso…, con quelle di Colui che ha portato sulle sue spalle l’angoscia e il peccato dell’umanità. Apparteniamo a questo gruppo? O almeno, prendiamo la ferma risoluzione di arruolarci sotto la sua bandiera? Poiché il vessillo della Santa Croce è stato innalzato tra cielo e terra, tutti devono schierarsi. Guardate il Padre celeste: ora riceve il Sacrificio di suo Figlio. Guardate gli Angeli: commossi adorano il nostro Signore crocifisso. Guardate i suoi nemici: come lo bestemmiano, come lo maledicono! Guardati, fratello: dove ti trovi? Dimmi: tra i nemici di Cristo, tra coloro che lo odiano, che lo maledicono? Forse siete tra i soldati che si sono seduti ai piedi della croce e che, mentre accanto a loro si svolgeva la più grande tragedia della storia del mondo, se ne stavano seduti, come se nulla fosse, a giocare a dadi? Fratello, pensaci, non sei forse tra questi soldati? – “Cristo è morto per me. Ma io non parlo così”, mi dici, “ma non parlo così”. No, non parlate così, ma pensate e vivete come se Cristo vi fosse completamente estraneo, come se Cristo non avesse importanza per voi. Non vi interessa che sia stato flagellato nella notte; ma vi interessa che dobbiate rovinare un po’ meno il vostro corpo e che non possiate concedergli tutto ciò che chiede, anche se è qualcosa di peccaminoso. – Non vi dispiace che Cristo sia stato fatto bersaglio della derisione del mondo, che sia stato presentato alla folla bestemmiatrice come un pazzo; ma vi dispiacerebbe molto se qualcuno vi deridesse perché prendete sul serio la vostra fede. Non vi dispiace che Cristo sia stato coronato di spine acuminate; ma vi dispiacerebbe dover frenare i vostri capricci e sottomettere i vostri istinti. – Non vi importa che Cristo abbia versato tutto il suo sangue per voi; ma quanto vi pesa spendere un’ora ogni domenica per partecipare alla Santa Messa. Non vi dispiace che Cristo abbia dovuto strisciare, portando la croce, sulla strada rocciosa del Calvario, ma sarebbe un peccato se voi doveste scalare l’impegnativo sentiero della virtù. – Non vi importa che Gesù Cristo sia stato inchiodato alla croce e che il suo cuore sia stato trafitto da una lancia; ma sarebbe molto difficile soffrire per Lui e adempiere ai suoi precetti. Avete così poca pietà per questo Cristo che soffre così tanto per voi? Non lo compatite? Se lo compatiste davvero, non vivreste come fate.

* * *

Gesù! La vostra povertà deve essere la mia povertà. Il vostro dolore deve essere la causa del mio emendamento. La vostra corona di spine deve unire due cuori: il vostro e il mio. Le vostre lacrime e il vostro preziosissimo sangue riformeranno la mia vita. Il vostro amore ardente scioglierà il mio cuore duro, o Signore! Quando hai sofferto, la mia anima è stata purificata. Quando hai versato il tuo sangue, il mio castigo è stato mitigato. Quando ti sei immerso nel mare della sofferenza, sono stato salvato dalla dannazione. Quando Tu sei morto, io ho cominciato a vivere! – Mi interessa la Sua Passione; mi interessano i colpi e le frustate che ha ricevuto; mi interessa la croce su cui è stato inchiodato. E non mi importa di dover lottare per vivere senza peccare. Anche se dovessi combattere fino alla morte, non mi arrenderò, Signore! Farò tutto il possibile, mio Cristo crocifisso, per farvi regnare nella società, nelle famiglie, in ogni casa, in tutti i luoghi da cui siete stati cacciato. Dovete tornare a regnare nell’anima dei giovani. Gesù, che ci ha amati fino alla morte, ha il diritto di regnare in tutto il mondo. Egli ha il diritto che noi, che siamo stati redenti dal suo sangue, gli offriamo con gratitudine tutta la nostra vita. Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo, perché con la tua santa Croce hai redento il mondo!

VIVA CRISTO RE (15)

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. LEONE XIII “PATERNA CARITAS”

In questa breve lettera Enciclica, il Santo Padre Leone XIII, si congratula con i Vescovi dell’Armenia per essere tonati alla piena comunione con Roma e con la Sede Apostolica, affinché si possa realizzare quell’unico ovile custodito dall’unico Pastore, il Pontefice romano successore di S. Pietro, condizione sine qua non che garantisce l’entrata nella via della salvezza eterna e dell’assistenza della grazia divina per mezzo dell’azione vivificante dello Spirito Santo. Tutti coloro che respingono l’unione con il “vero” ed unico Santo Padre, sono fuori dalla Chiesa Cattolica e quindi erranti lungi dal cammino verso la beatitudine eterna. Questo riguarda tutti gli scismatici, eretici ed apostati che, allontanatisi dall’ovile della Chiesa Cattolica romana e dalla guida del “vero” Santo Padre, sono sul precipizio della dannazione eterna. Oggi questi comprendono oltre agli scismatici anglicani, ortodossi e delle infinite sette protestanti, anche gli aderenti alle sette sedevacantiste pseudo-tradizionaliste ed alla setta modernista scaturita dalle eresie e blasfemie del Vaticano II che si è mascherata da “chiesa moderna”, aperta ai disvalori della modernità, in realtà aprendo le porte ad un ultrapaganesimo pratico ed ad una idolatria indifferentista che rende culto a demoni e totem vari … Pachamama docet. Stiano attenti tutti i fedeli sedicenti cattolici, la loro adesione alla sinagoga di satana ed al suo rappresentante usurpante che occupa sacrilegamente il seggio di S. Pietro, e la cui azione è sempre più evidente a chi mastica anche solo un poco di dottrina cattolica, li porterà inevitabilmente all’eterna dannazione e non potranno invocare la loro ignoranza invincibile, visto che per la maggior parte si tratta di persone che sanno leggere, scrivere, intendere ed informarsi, ma che preferiscono ingannare la loro coscienza partecipando a culti luciferini, spacciati per messe del novus ordo, o a preghiere sacrileghe e senza approvazione ecclesiastica… Preghiamo perché il Signore voglia illuminarli prima che sia troppo tardi.

Leone XIII
Paterna caritas

Lettera Enciclica

La paterna carità con la quale abbracciamo tutte le componenti del gregge del Signore è tale, per la sua forza e per la sua natura, che risentiamo, come in un’intima e costante comunione di sentimenti, tutto ciò che accade di propizio o di avverso nel mondo cristiano. Pertanto, come un grande e continuo dolore si era impadronito del Nostro cuore per il fatto che un certo numero di Armeni, principalmente nella città di Costantinopoli, si era separato dalla vostra fraterna società, così sentiamo ora una gioia tutta speciale e ardentemente desiderata nel vedere che tale discordia si è, grazie a Dio, felicemente sedata. Ma mentre Ci rallegriamo della concordia e della pace che vi sono restituite, non possiamo fare a meno di esortarvi a conservare con cura e a sforzarvi anche di accrescere questo grande beneficio della bontà divina. Per ottenere questo, cioè intendere la stessa dottrina e provare gli stessi sentimenti in ciò che concerne la religione, bisogna che restiate tutti costanti, come lo siete, nell’obbedienza a questa Sede Apostolica; e quanto a Voi, cari Figli, dovete essere fedelmente sottomessi è obbedienti al vostro Patriarca e agli altri Vescovi che hanno il diritto di dirigervi. – Ora, siccome per scuotere questa religiosa concordia spesso viene l’occasione sia di contrasti negli affari pubblici, sia di contestazioni nelle cose private, dovete scongiurare i primi con quel rispetto e quella sudditanza che così lodevolmente manifestate verso il supremo Principe dell’Impero Ottomano, di cui Noi conosciamo bene lo spirito di giustizia, lo zelo per conservare la pace, e le eccellenti disposizioni a Nostro riguardo dimostrate da brillanti testimonianze. – Quanto alle contestazioni e alle rivalità, ne sarete agevolmente liberati se imprimerete profondamente nel cuor vostro e terrete presenti nella vostra condotta i precetti che San Paolo, l’Apostolo delle genti, dà a proposito della perfetta carità, la quale “è paziente e benigna; non è invidiosa, non agisce inconsideratamente, non si gonfia d’orgoglio, non è ambiziosa, non cerca i propri interessi, non si adira, non pensa al male” (1Cor XIII, 4-5). Inoltre questa eccellente e perfetta concordia degli animi vi assicurerà un altro beneficio, perché per merito suo potrete accrescere, come abbiamo detto, e fare sviluppare sempre più i risultati della pace e della restituita concordia. Infatti, essa farà rivolgere su di Voi gli sguardi e i cuori di coloro che, pur avendo in comune con Voi la razza e la nazionalità, tuttavia sono ancora separati da Voi e da Noi, e non si trovano nel sacro ovile, di cui Noi abbiamo la custodia. Vedendo l’esempio della vostra concordia e della vostra carità, essi si persuaderanno facilmente che lo spirito di Cristo vige fra Voi, perché Egli solo può unire i suoi a se stesso in modo tale da formare un solo corpo. Voglia Iddio che essi riconoscano ciò e decidano di ritornare a quell’unità da cui i loro antenati si sono separati! – Certamente accadrebbe loro d’essere inondati da una indicibile gioia vedendo che, per mezzo della loro unione a Noi e a Voi, sarebbero anche uniti a tutti gli altri fedeli che, nel mondo intero, appartengono al Cattolicesimo; comprenderebbero allora che essi si troverebbero negli abitacoli della mistica Sionne, alla quale sola è stato dato, secondo i divini oracoli, di rizzare dovunque le sue tende e stendere su tutta la terra i veli dei suoi tabernacoli. – Per altro sta principalmente a Voi, Venerabili Fratelli, posti alla testa della Diocesi d’Armenia, operare affinché questo auspicato ritorno si realizzi; a Voi, cui non manca, lo sappiamo bene, né lo zelo per esortare, né la dottrina per persuadere. Noi vogliamo pure che i dissidenti siano richiamati da Voi a nome Nostro e sulla Nostra parola; infatti, lungi dall’averne vergogna, conviene grandemente ricondurre alla casa paterna i figli che se ne sono allontanati e che sono aspettati da lungo tempo; anzi, bisogna andar loro incontro e aprire le braccia per stringerli al loro ritorno. Né crediamo che le vostre parole e le vostre esortazioni cadranno nel nulla. Infatti, la speranza nel desiderato effetto Ci viene prima dall’immensa misericordia di Dio sparsa fra tutte le genti, e poi dalla docilità e dalle qualità naturali dello stesso popolo Armeno. Numerosi documenti storici attestano quanto esso sia incline ad abbracciare la verità, una volta che l’abbia conosciuta, e quanto sia disposto a ritornarvi se si accorge d’avere deviato. – Quegli stessi che sono separati da Voi nel loro culto si gloriano che il popolo Armeno sia stato istruito nella fede di Cristo da quel Gregorio, uomo santissimo soprannominato l’Illuminatore, che essi venerano in modo particolare come loro padre e loro patrono. Fra loro è rimasto pure memorabile il viaggio che egli fece alla volta di Roma per testimoniare la sua fedeltà e il suo rispetto verso il Romano Pontefice San Silvestro. – Si dice anche che egli sia stato ricevuto con l’accoglienza più benevola, e che ne ottenesse parecchi privilegi. In seguito questi stessi sentimenti di Gregorio verso la Sede Apostolica furono condivisi da molti altri di coloro che ressero le Chiese Armene, come risulta dai loro scritti, dai loro pellegrinaggi a Roma e, principalmente, dai decreti sinodali. È ben degno davvero di essere rammentato, a conferma, ciò che i Padri Armeni, riuniti in Sinodo a Sis l’anno 1307, proclamarono sul dovere di obbedire a questa Sede Apostolica: “Come è proprio del corpo essere sottomesso alla testa, così la Chiesa universale (che è il corpo di Cristo) deve obbedire a colui che da Cristo Signore è stato costituito capo di tutta la Chiesa”. Questo fu confermato e sviluppato ancora più chiaramente nel Concilio di Adana, nel sedicesimo anno del medesimo secolo. – Senza parlare di cose di minore importanza, vi è ben noto ciò che fu fatto nel Concilio di Firenze. I delegati del Patriarca Costantino V, essendosi recati colà per venerare come Vicario di Cristo Eugenio IV Nostro Predecessore, dichiararono di essere venuti a lui che era il capo, il pastore e il fondamento della Chiesa, pregandolo che il capo avesse pietà delle membra, che il pastore riunisse il gregge e confermasse la Chiesa quale fondamento. E presentandogli il simbolo della loro fede, lo supplicavano in questi termini: “Se manca qualche cosa, faccelo conoscere”. – Allora fu pubblicata dal Pontefice la Costituzione conciliare Exultate Deo, con la quale Egli li istruì su tutto quello che giudicava necessario conoscere della dottrina cattolica. I delegati, ricevendo questa Costituzione, affermarono a nome proprio, del loro Patriarca e di tutta la nazione Armena, di aderirvi pienamente e di sottomettersi con cuore docile e devoto, “dichiarando a nome dei suddetti, e come veri figli della obbedienza, di ottemperare fedelmente agli ordini e alle prescrizioni della Sede Apostolica”. Perciò il Patriarca di Cilicia, Azaria, nella sua lettera a Gregorio XIII, Nostro Predecessore, in data 10 aprile 1585, poté scrivere con tutta verità: “Ecco che noi abbiamo trovato i documenti dei nostri antenati sull’obbedienza dei Cattolici e dei nostri Patriarchi al Pontefice di Roma; nel modo in cui San Gregorio l’Illuminatore fu obbediente al Papa San Silvestro”. È per questo che la nazione Armena ricevette con grandi onori i legati di ritorno dalla Santa Sede, e si fece un dovere di osservare fedelmente i precetti della stessa. – Noi nutriamo veramente la fiducia che questi ricordi saranno efficacissimi per indurre parecchi di coloro che sono ancora separati da Noi a ricercare l’unione. In verità, se la causa della loro indecisione o della loro esitazione fosse il timore di trovare meno sollecitudine a loro riguardo presso la Sede Apostolica, o di essere accolti da Noi con minore affetto di quanto essi vorrebbero, invitateli, Venerabili Fratelli, a rammentarsi ciò che hanno fatto i Pontefici Romani, Nostri Predecessori, i quali non si sono mai trovati in difetto di testimonianze circa la loro carità paterna verso gli Armeni. Essi hanno sempre ricevuto con benevolenza quelli di loro che sono venuti in pellegrinaggio a Roma o che qui si rifugiarono; essi hanno anche voluto che fossero aperte per loro case d’ospitalità. Gregorio XIII, come è noto, aveva concepito il disegno di fondare un istituto per l’opportuna istruzione dei giovani Armeni, e se fu impedito dalla morte di mettere in esecuzione questo disegno, Urbano VIII lo realizzò in parte accogliendo, con gli altri allievi stranieri, anche gli Armeni nel vastissimo Collegio da lui istituito per la propagazione della fede. – Quanto a Noi, malgrado la malvagità dei tempi, abbiamo potuto, grazie a Dio, eseguire più largamente il disegno concepito da Gregorio XIII, e abbiamo assegnato agli alunni Armeni un fabbricato assai vasto presso San Nicola da Tolentino, istituendovi, nelle forme volute, il loro Collegio. Questo è stato fatto perché si rispettasse, doverosamente, la liturgia e la lingua dell’Armenia, così commendabile per l’antichità, l’eleganza e il gran numero d’insigni scrittori; e molto più perché un Vescovo del vostro rito dimorasse costantemente a Roma per iniziare alle cose sante tutti gli alunni che il Signore chiamasse al suo particolare servizio. A tale effetto era stata fondata da lungo tempo anche una scuola nel Collegio Urbaniano per l’insegnamento della lingua Armena, e Pio IX, Nostro Predecessore, aveva provveduto a che nel ginnasio del Seminario pontificio romano vi fosse un professore per insegnare agli alunni del paese la lingua, la letteratura e la storia della nazione Armena. – Del resto la sollecitudine dei Pontefici Romani verso gli Armeni non è restata circoscritta entro i confini di questa città, perché nulla è stato loro più a cuore che di togliere la vostra Chiesa dalle difficoltà in cui si trovava, e di riparare i mali che essa ebbe a subire per la perversità dei tempi. Nessuno ignora con quale cura Benedetto XIV si sforzò di proteggere e di conservare intatta la vostra liturgia, come quella delle altre Chiese orientali, e di fare in modo che la successione dei Patriarchi cattolici d’Armenia fosse reintegrata in favore della Sede di Sis. Voi sapete pure che Leone XII e Pio VIII dedicarono le loro cure affinché nella capitale stessa dell’Impero Ottomano gli Armeni avessero un prefetto della loro nazione per gli affari civili, come le altre comunità che appartengono a detto Impero. – Infine è vivo il ricordo degli atti compiuti da Gregorio XVI e da Pio IX per accrescere nel vostro paese il numero delle sedi episcopali, e perché il Prelato armeno di Costantinopoli primeggiasse in onore e dignità. Questo fu fatto, prima istituendo a Costantinopoli la Sede Arcivescovile e Primaziale, e poi decretandone l’unione con il Patriarcato della Cilicia, a condizione che la residenza del Patriarca fosse stabilita nella capitale dell’Impero. E per impedire che la distanza venisse ad indebolire la stretta unione dei fedeli Armeni con la Chiesa Romana, fu saggiamente provveduto a che il Delegato apostolico risieda nella medesima città, per rappresentare il Pontefice Romano. Voi stessi potete dunque essere testimoni della sollecitudine che abbiamo avuto per la vostra nazione, e Noi lo siamo a Nostra volta dell’attaccamento che professate verso di Noi, e del quale abbiamo spesso avuto la dimostrazione. – Quindi, poiché da una parte le qualità del vostro popolo, la pratica degli antenati e tutta la storia dei secoli passati sono fatti per attirare verso questa roccaforte della verità gli Armeni che sono separati da Voi, e con efficacia così grande che non saprebbero essere trattenuti da un più lungo indugio, e dall’altra la Sede Apostolica si è sempre sforzata di avere strettamente unita a sé la vostra nazione, e di richiamarla all’antica unione se qualche volta se ne allontanava, ne conseguono evidentemente validissime ragioni perché Voi, Venerabili Fratelli, vi consigliate, e perché Noi a Nostra volta abbiamo la buona speranza che sia pienamente ristabilita l’antica unione. Ciò tornerà certamente a profitto di tutta la nazione, non solamente per la salute eterna delle anime, ma anche per quella prosperità e quella gloria che si possono legittimamente desiderare sulla terra. La storia attesta infatti che fra i sacri Pastori dell’Armenia hanno brillato di più vivo splendore, come fulgide stelle, coloro che sono stati più strettamente uniti alla Chiesa Romana, e che la gloria della vostra nazione ha toccato il suo apogeo nei secoli in cui la religione cattolica vi ha prosperato più largamente. – Dio solo, moderatore di tutte le cose, può concedere che questo avvenga secondo i Nostri voti e i Nostri desideri, Lui solo, che “chiama coloro che vuole onorare e ispira sentimenti religiosi a chi vuole” . Con Noi fate salire verso di Lui supplichevoli preghiere, Venerabili Fratelli e diletti Figli, affinché, mossi dalla sua grazia trionfatrice, tutti coloro della vostra nazione che per il battesimo sono entrati nella società della vita cristiana e che tuttavia sono separati dalla Nostra comunione, Ci ricolmino d’una gioia intera ritornando a Noi, “professando la medesima dottrina, avendo la medesima carità e nutrendo tutti i medesimi sentimenti” (Fil II, 2). Sforzatevi d’avere per ausiliatrice presso il trono della grazia “la gloriosa, benedetta, santa, sempre Vergine Maria, Madre di Dio, Madre di Cristo” perché Ella offra “le nostre preghiere al Suo Figlio, nostro Dio”. Impiegate altresì come intercessore con Lei l’illustre martire Gregorio l’Illuminatore, affinché, quale ministro della grazia divina, compia e consolidi l’opera che egli ha cominciata a prezzo delle sue fatiche e della sua invincibile pazienza nei tormenti. Domandate infine, a imitazione della Nostra preghiera, che la docilità degli Armeni e il loro ritorno all’unità cattolica servano di esempio e di stimolo a tutti quelli che adorano Cristo ma sono separati dalla Chiesa Romana, affinché essi ritornino là donde sono partiti, e vi siano un solo ovile ed un solo Pastore. – Mentre a ciò dedichiamo i Nostri voti e la Nostra speranza, accordiamo, nell’effusione della carità e come pegno della bontà divina, la Benedizione Apostolica a Voi, Venerabili Fratelli, e a Voi tutti diletti Figli.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 25 luglio 1888, anno undecimo del Nostro Pontificato.

DOMENICA DI SESSAGESIMA (2023)

DOMENICA DI SESSAGESIMA (2023)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Stazione a S. Paolo fuori le mura.

Semidoppio Dom. privil. di I cl. – Paramenti violacei.

Come l’ultima Domenica, e come le Domeniche seguenti, fino a quella della Passione, la Chiesa « ci insegna a celebrare il mistero pasquale, a traverso le pagine dell’uno e dell’altro Testamento ». Durante tutta questa settimana, il Breviario parla di Noè. Vedendo Iddio che la malizia degli uomini sulla terra era grande, gli disse: « Sterminerò l’uomo che ho creato… Costruisciti un’arca di legno resinoso. Farò alleanza con te e tu entrerai nell’arca ». E le acque si scatenarono allora sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti. L’arca galleggiava sulle onde che si elevarono sopra le montagne, coprendole. Tutti gli uomini furono trasportati come festuche nel turbine dell’acqua » (Grad.). Non rimase che Noè e quelli che erano con lui nell’arca. Dio si ricordò di Noè e la pioggia cessò. Dopo qualche tempo Noè apri la finestra dell’arca e ne fece uscire una colomba che ritornò con un ramoscello freschissimo di ulivo, Noè comprese che le acque non coprivano più la terra. Dio gli disse: « Esci dall’arca e moltiplicati sulla terra ». Noè innalzò un altare e offri un sacrificio. E l’odore di questo sacrificio fu grato a Dio (Com.). L’arcobaleno apparve come un segno di riconciliazione fra Dio e gli uomini. – Questo racconto si riferisce al mistero pasquale poiché la Chiesa ne fa la lettura il Sabato Santo. Ecco come Essa l’applica, nella liturgia, a nostro Signore e alla sua Chiesa. « La giusta collera del Creatore sommerse il mondo colpevole nelle acque vendicatrici del diluvio, Noè solo fu salvo nell’arca; di poi l’ammirevole potenza dell’amore lavò l’universo nel sangue [Inno della festa del prezioso Sangue]. È il legno dell’arca che salvò il genere umano, e quello della croce, a sua volta, salvò il mondo. « Sola, dice la Chiesa, parlando della croce, sei stata trovata degna di essere l’arca che conduce al porto il mondo naufrago » [Inno della Passione]. La porta aperta nel fianco dell’arca, per la quale sarebbero entrati quelli che dovevano sfuggire al diluvio e che rappresentavano la Chiesa, è, come spiega la liturgia, una figura del mistero della redenzione, perché sulla croce Gesù ebbe il costato aperto e da questa porta di vita, uscirono i Sacramenti che donano la vera vita alle anime. Il sangue e l’acqua che ne uscirono sono i simboli dell’Eucaristia e del Battesimo » [7a lettura nella festa del prezioso Sangue].  « O Dio, che, lavando con le acque i delitti del mondo colpevole, facesti vedere nelle onde del diluvio una immagine della rigenerazione, affinché il mistero di un solo elemento fosse fine ai vizi e sorgente di virtù, volgi lo sguardo sulla tua Chiesa e moltiplica in essa i tuoi figli, aprendo su tutta la terra il fonte battesimale per rigenerarvi le nazioni » [Benedizione del fonte battesimale nel Sabato Santo]. Ai tempi di Noè, dice S. Pietro, otto persone furono salvate dalle acque; a questa figura corrisponde il Battesimo che ci salva al presente » [Epistola del Venerdì di Pasqua]. — Quando il Vescovo benedice, nel Giovedì Santo, l’olio che si estrae dall’ulivo e che servirà per i Sacramenti, dice: « Allorché i delitti del mondo furono espiati mediante il diluvio, una colomba annunziò la pace alla terra per mezzo di un ramo di Ulivo che essa portava, simbolo dei favori che ci riservava l’avvenire. Questa figura si realizza oggi, quando, le acque del Battesimo avendo cancellati tutti i nostri peccati, l’unzione dell’olio dona alle nostre opere bellezza e serenità ». Il sangue di Gesù è « il sangue della nuova alleanza » che Dio concluse per mezzo del suo Figlio con gli uomini. «Tu hai voluto, dice la Chiesa, che una colomba annunziasse con un ramoscello di ulivo la pace alla terra ». Spesso nella Messa, che è il memoriale della Passione, si parla della pace: « Pax Domini sit semper vobiscum ». « Il sacramento pasquale, dirà l’orazione del Venerdì di Pasqua, suggella la riconciliazione degli uomini con Dio ». Noè è in modo speciale il simbolo del Cristo a causa della missione affidatagli da Dio di essere « il padre di tutta la posterità » (Dom. di settuag., 6a lettura). Di fatti Noè fu il secondo padre del genere umano ed è il simbolo della vita rinascente. « I rami d’ulivo, dice la liturgia, figurano, per le loro fronde, la singolare fecondità da Dio accordata a Noè uscito dall’arca » (Benediz. Delle Palme). Per questo l’arca è stata chiamata da S. Ambrogio, nell’ufficio di questo giorno, « seminario » cioè il luogo che contiene il seme della vita che deve riempire il mondo. Ora, ancora più di Noè, Cristo fu il secondo Adamo che popolò il mondo di una generazione numerosa di anime credenti e fedeli a Dio. Ed è per questo che l’orazione dopo la 2a profezia, consacrata a Noè il Sabato Santo, domanda al Signore ch’Egli compia, nella pace, l’opera della salute dell’uomo decretata fin dall’eternità, in modo che il mondo intero esperimenti e veda rialzato tutto ciò che era stato abbattuto, rinnovato tutto ciò che era divenuto vecchio, e tutte le cose ristabilite nella loro primiera integrità per opera di Colui dal quale prese principio ogni cosa, Gesù Cristo Signor nostro » Per i neofiti della Chiesa — dice la liturgia pasquale — (poiché è a Pasqua che si battezzava) la terra è rinnovellata e questa terra così rinnovellata germinat resurgentes, produce uomini risorti » (Lunedi di Pasqua. Mattutino monastico). In principio, è per mezzo del Verbo, cioè della sua parola, che Dio creò il mondo (ultimo Vangelo). Ed è con la predicazione del suo Vangelo che Gesù viene a rigenerare gli uomini. « Noi siamo stati rigenerati, dice S. Pietro, con un seme incorruttibile, con la parola di Dio che vive e rimane eternamente. E questa parola è quella per la quale ci è stata annunziata la buona novella (cioè il Vangelo) » (S. Pietro, I, 23). Questo ci spiega perché il Vangelo di questo giorno sia quello del Seminatore, (« la semenza è la parola di Dio »). » Se ai tempi di Noè gli uomini perirono, ciò fu a causa della loro incredulità, dice S. Paolo, mentre mediante là sua fede Noè si fabbricò l’Arca, condannò il mondo e diventò erede della giustizia, che viene dalla fede » (Ebr. XI, 7). Così quelli che crederanno alla parola di Gesù saranno salvi. S. Paolo dimostra, nell’Epistola di questo giorno, tutto quello che ha fatto per predicare la fede alle nazioni. L’Apostolo delle genti è infatti il predicatore per eccellenza. Egli è il « ministro del Cristo » cioè colui che Dio scelse per annunziare a tutti i popoli la buona novella del Verbo Incarnato. « Chi mi concederà – dice S. Giovanni Crisostomo, – di andare presso la tomba di Paolo per baciare la polvere delle sue membra nelle quali l’Apostolo compì, con le sue sofferenze, la passione di Cristo, portò le stimmate del Salvatore, sparse dappertutto, come una semenza, la predicazione del Vangelo? » (Ottava dei SS. Apostoli Pietro e Paolo – 4 luglio). La Chiesa di Roma realizza questo desiderio per i suoi figli, celebrando, in questo giorno, la stazione nella Basilica di S. Paolo fuori le mura.

Incipit 

In nómine Patris,  et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Ps XLIII: 23-26

Exsúrge, quare obdórmis, Dómine? exsúrge, et ne repéllas in finem: quare fáciem tuam avértis, oblivísceris tribulatiónem nostram? adhæsit in terra venter noster: exsúrge, Dómine, ádjuva nos, et líbera nos.

[Risvégliati, perché dormi, o Signore? Déstati, e non rigettarci per sempre. Perché nascondi il tuo volto dimentico della nostra tribolazione? Giace a terra il nostro corpo: sorgi in nostro aiuto, o Signore, e líberaci.]

Ps XLIII: 2 – Deus, áuribus nostris audívimus: patres nostri annuntiavérunt nobis.

[O Dio, lo udimmo coi nostri orecchi: ce lo hanno raccontato i nostri padri.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.

Deus, qui cónspicis, quia ex nulla nostra actióne confídimus: concéde propítius; ut, contra advérsa ómnia, Doctóris géntium protectióne muniámur. – Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia sæcula sæculorum.

[O Dio, che vedi come noi non confidiamo in alcuna òpera nostra, concédici propizio d’esser difesi da ogni avversità, per intercessione del Dottore delle genti. – Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, in unità con lo Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. R. – Amen.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corínthios.

2 Cor XI: 19-33; XII: 1-9.

“Fratres: Libénter suffértis insipiéntens: cum sitis ipsi sapiéntes. Sustinétis enim, si quis vos in servitútem rédigit, si quis dévorat, si quis áccipit, si quis extóllitur, si quis in fáciem vos cædit. Secúndum ignobilitátem dico, quasi nos infírmi fuérimus in hac parte. In quo quis audet, – in insipiéntia dico – áudeo et ego: Hebraei sunt, et ego: Israelítæ sunt, et ego: Semen Abrahæ sunt, et ego: Minístri Christi sunt, – ut minus sápiens dico – plus ego: in labóribus plúrimis, in carcéribus abundántius, in plagis supra modum, in mórtibus frequénter. A Judaeis quínquies quadragénas, una minus, accépi. Ter virgis cæsus sum, semel lapidátus sum, ter naufrágium feci, nocte et die in profúndo maris fui: in itinéribus sæpe, perículis fluminum, perículis latrónum, perículis ex génere, perículis ex géntibus, perículis in civitáte, perículis in solitúdine, perículis in mari, perículis in falsis frátribus: in labóre et ærúmna, in vigíliis multis, in fame et siti, in jejúniis multis, in frigóre et nuditáte: præter illa, quæ extrínsecus sunt, instántia mea cotidiána, sollicitúdo ómnium Ecclesiárum. Quis infirmátur, et ego non infírmor? quis scandalizátur, et ego non uror? Si gloriári opórtet: quæ infirmitátis meæ sunt, gloriábor. Deus et Pater Dómini nostri Jesu Christi, qui est benedíctus in saecula, scit quod non méntior. Damásci præpósitus gentis Arétæ regis, custodiébat civitátem Damascenórum, ut me comprehénderet: et per fenéstram in sporta dimíssus sum per murum, et sic effúgi manus ejus. Si gloriári opórtet – non éxpedit quidem, – véniam autem ad visiónes et revelatiónes Dómini. Scio hóminem in Christo ante annos quatuórdecim, – sive in córpore néscio, sive extra corpus néscio, Deus scit – raptum hujúsmodi usque ad tértium coelum. Et scio hujúsmodi hóminem, – sive in córpore, sive extra corpus néscio, Deus scit:- quóniam raptus est in paradisum: et audivit arcána verba, quæ non licet homini loqui. Pro hujúsmodi gloriábor: pro me autem nihil gloriábor nisi in infirmitátibus meis. Nam, et si volúero gloriári, non ero insípiens: veritátem enim dicam: parco autem, ne quis me exístimet supra id, quod videt in me, aut áliquid audit ex me. Et ne magnitúdo revelatiónem extóllat me, datus est mihi stímulus carnis meæ ángelus sátanæ, qui me colaphízet. Propter quod ter Dóminum rogávi, ut discéderet a me: et dixit mihi: Súfficit tibi grátia mea: nam virtus in infirmitáte perfícitur. Libénter ígitur gloriábor in infirmitátibus meis, ut inhábitet in me virtus Christi.”

[“Fratelli: Saggi come siete, tollerate volentieri gli stolti. Sopportate, infatti, che vi si renda schiavi, che vi si spolpi, che vi si raggiri, che vi si tratti con arroganza, che vi si percuota in viso. Lo dico per mia vergogna: davvero che siamo stati deboli su questo punto. Eppure di qualunque cosa altri imbaldanzisce (parlo da stolto) posso imbaldanzire anch’io. Sono Ebrei? anch’io: sono Israeliti? anch’io; discendenti d’Abramo? anch’io. Sono ministri di Cristo? (parlo da stolto) ancor più io. Di più nelle fatiche; di più nelle prigionie: molto di più nelle battiture; spesso in pericoli di morte. Dai Giudei cinque volte ho ricevuto quaranta colpi meno uno. Tre volte sono stato battuto con verghe, una volta lapidato. Tre volte ho fatto naufragio, ho passato un giorno e una notte nel profondo del mare. In viaggi continui tra pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli da parte dei mei connazionali, pericoli da parte dei gentili, pericoli nelle città, pericoli del deserto, pericoli sul mare, pericoli tra i falsi fratelli; nella fatica e nella pena; nelle veglie assidue; nella fame e nella sete; nei digiuni frequenta nel freddo e nella nudità. E oltre le sofferenze che vengono dal di fuori, la pressione che mi si fa ogni giorno, la sollecitudine di tutte le Chiese. Chi è debole, senza che io ancora non sia debole? Chi è scandalizzato, senza che io non arda? Se bisogna gloriarsi, mi glorierò della mia debolezza. E Dio e Padre del nostro Signor Gesù Cristo, che è benedetto nei secoli, sa che non mentisco. A Damasco il governatore del re Areta, faceva custodire la città dei Damascesi per impadronirsi di me. E da una finestra fui calato in una cesta lungo il muro, e così gli sfuggii di mano. Se bisogna gloriarsi (certo non è utile) verrò, dunque, alle visioni e alle rivelazioni del Signore. Conosco un uomo in Cristo, il quale, or son quattordici anni, (se col corpo non so; se senza corpo non so; lo sa Dio) fu rapito in paradiso, e udì parole arcane, che a un uomo non è permesso di profferire. Rispetto a quest’uomo mi glorierò; quanto a me non mi glorierò che delle mie debolezze. Se volessi gloriarmi non sarei stolto, perché direi la verità; ma me ne astengo, affinché nessuno mi stimi più di quello che vede in me o che ode da me. E affinché l’eccellenza delle rivelazioni non mi facesse insuperbire, m’è stata messa una spina nella carne, un angelo di satana, che mi schiaffeggi. A questo proposito pregai tre volte il Signore che lo allontanasse da me. Ma egli mi disse: «Ti basta la mia grazia; poiché la mia potenza si dimostra intera nella debolezza». Mi glorierò, dunque, volentieri delle mie debolezze, affinché abiti in me la potenza di Cristo”]

P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939.

(Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

La lettura di questo lungo brano della seconda lettera di San Paolo ai Corinzi ci fa pensare alle orazioni più celebri del foro profano in difesa propria: Demostene, Cicerone. C’è tutto l’impeto di quei discorsi immortali. Nulla come un giusto amor di se stesso rende eloquente l’uomo. Ho detto giusto amor di sé, il che significa la fusione di due motivi della più singolare efficacia; l’egoismo, forza così pratica, e la giustizia, forza così ideale. Nella foga dell’autodifesa Paolo ricorda rapido, incisivo, travolgente i suoi martiri: « dall’abisso dei dolori di ogni genere che ho sofferto » si solleva ai doni celesti di che Dio lo ha letteralmente ricolmato. Quadro magnifico fatto di ombre e di luci ugualmente poderose. – Ma quando calmata la prima ammirazione che ci ha suggerito quel confronto con le pagine apologetiche anzi autoapologetiche più celebri della letteratura umana, ci si rifà a meditare il testo, si scopre una superiorità morale ineffabile dell’Apostolo sui profani oratori. Questi difendono, nelle loro arringhe fiammanti, ardenti i loro equi interessi. E l’equità toglie all’amor proprio ciò che da solo avrebbe di basso. Ma quando Paolo assume con un tono alto e sonoro, senza un’ombra di esitazione la sua difesa, egli difende una grande causa. Chiamato da Gesù Cristo a predicare il Vangelo nel mondo pagano, Paolo giudeo si gettò in questo apostolato a lui commesso con lo slancio della sua natura vulcanica, Paolo fu bersaglio immediato e poi via via crescente ai colpi di coloro che in quei giorni avrebbero voluto il Vangelo o tutto e solo o principalmente per i Giudei, e i Gentili o esclusi dal banchetto cristiano o ammessi ai secondi posti. Ire terribili come tutte le ire nazionali, che si scaldano per di più al fuoco delle religioni, roba incandescente. Per paralizzare un lavoro come quello di Paolo che essi credevano funesto, questi Cristiani rimasti più scribi e farisei che divenuti Cristiani veri, apponevano alla figura di Paolo, l’ultimo arrivato nel collegio apostolico, la figura veneranda dei veterani, dei compagni personali di Gesù Cristo, degli intemerati discepoli che non avevano come Paolo lordato mai di sangue le loro mani, sangue cristiano. Quelli erano apostoli, non costui; un aborto di apostolato. Colpivano l’uomo in apparenza; in realtà attentavano alla grande causa dell’apostolato cristiano, libero e universale. Un apostolato a scartamento ridotto essi volevano; un timido apostolato cristiano, schiavo del giudaismo, dal giudaismo tenuto alla catena. Non sentivano, né la vera grandezza della Sinagoga che era quella di mettersi tutta a servizio della Chiesa, né la vera grandezza della Chiesa ch’era quella di abbracciare il mondo. Tutto questo Paolo difende in realtà, difendendo, esaltando in apparenza se stesso. E perché tutto questo Egli difende, la sua apologia acquista un calore di eloquenza e una dignità di contenuto affatto nuovo. E perché d’orgoglio personale non rimanga neppure l’ombra, dopo che l’Apostolo ha parlato con un senso altissimo di dignità, rivendicando il suo giudaismo, dolori e glorie della sua attività apostolica, parla l’uomo. Un povero uomo egli è, e si sente, il grande Apostolo; pieno di miserie fisiche che si risolvono in umiliazioni morali. Quelle debolezze gli dicono ogni giorno ch’egli non è se non un debole strumento nelle mani del Forte, che lavora in lui per la santità interiore, per la sua apostolica propaganda, lavora la grazia di Gesù Cristo. Le sue maggiori glorie sono così le sue umiliazioni, documenti e prove del Cristo presente, « inhabitat in me virtus Christi».

Graduale

Ps LXXXII: 19; LXXXII: 14

Sciant gentes, quóniam nomen tibi Deus: tu solus Altíssimus super omnem terram.

[Riconòscano le genti, o Dio, che tu solo sei l’Altissimo, sovrano di tutta la terra.]

Deus meus, pone illos ut rotam, et sicut stípulam ante fáciem venti.

[V. Dio mio, ridúcili come grumolo rotante e paglia travolta dal vento.]

 Ps LIX: 4; LIX: 6

Commovísti, Dómine, terram, et conturbásti eam. Sana contritiónes ejus, quia mota est. Ut fúgiant a fácie arcus: ut liberéntur elécti tui.

[Hai scosso la terra, o Signore, l’hai sconquassata. Risana le sue ferite, perché minaccia rovina. Affinché sfuggano al tiro dell’arco e siano liberati i tuoi eletti.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Lucam

Luc VIII: 4-15

“In illo témpore: Cum turba plúrima convenírent, et de civitátibus properárent ad Jesum, dixit per similitúdinem: Exiit, qui séminat, semináre semen suum: et dum séminat, áliud cécidit secus viam, et conculcátum est, et vólucres cœli comedérunt illud. Et áliud cécidit supra petram: et natum áruit, quia non habébat humórem. Et áliud cécidit inter spinas, et simul exórtæ spinæ suffocavérunt illud. Et áliud cécidit in terram bonam: et ortum fecit fructum céntuplum. Hæc dicens, clamábat: Qui habet aures audiéndi, audiat. Interrogábant autem eum discípuli ejus, quæ esset hæc parábola. Quibus ipse dixit: Vobis datum est nosse mystérium regni Dei, céteris autem in parábolis: ut vidéntes non videant, et audientes non intéllegant. Est autem hæc parábola: Semen est verbum Dei. Qui autem secus viam, hi sunt qui áudiunt: déinde venit diábolus, et tollit verbum de corde eórum, ne credéntes salvi fiant. Nam qui supra petram: qui cum audierint, cum gáudio suscipiunt verbum: et hi radíces non habent: qui ad tempus credunt, et in témpore tentatiónis recédunt. Quod autem in spinas cécidit: hi sunt, qui audiérunt, et a sollicitudínibus et divítiis et voluptátibus vitæ eúntes, suffocántur, et non réferunt fructum. Quod autem in bonam terram: hi sunt, qui in corde bono et óptimo audiéntes verbum rétinent, et fructum áfferunt in patiéntia.”

[« In quel tempo radunandosi grandissima turba di popolo, e accorrendo a lui da questa e da quella città, disse questa parabola: Andò il seminatore a seminare la sua semenza: e nel seminarla, parte cadde lungo la strada, e fu calpestata, e gli uccelli dell’aria la divorarono. Parte cadde sopra le pietre; e nata che fu, seccò, perché non aveva umido. Parte cadde tra le spine; e le spine, che insieme nacquero, la soffocarono. Parte cadde in buona terra; e nacque, e fruttò cento per uno. Detto questo, esclamò: Chi ha orecchie da intendere, intenda. E i suoi discepoli gli domandavano, che parabola fosse questa. Ai quali egli disse: A voi è concesso d’intendere il mistero di Dio; ma a tutti gli altri (parlo) per via di parabole, perché vedendo non veggano, e udendo non intendano. La parabola adunque è questa. La semenza è la parola di Dio. Quelli che (sono) lungo la strada sono coloro che la ascoltano; e poi viene il diavolo, e porta via la parola dal loro cuore, perché non si salvino col credere. Quelli poi che la semenza han ricevuta sopra la pietra, (sono) coloro i quali, udita la parola, la accolgono con allegrezza; ma questi non hanno radice, i quali credono per un tempo, e al tempo della tentazione si tirano indietro. La semenza caduta tra le spine, denota coloro i quali hanno ascoltato; ma dalle sollecitudini, e dalle ricchezze, e dai piaceri della vita a lungo andare restano soffocati, e non conducono il frutto a maturità. Quella che (cade) in buona terra, denota coloro i quali in un cuore buono e perfetto ritengono la parola ascoltata, e portano frutto mediante la pazienza »]

OMELIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956)

LA PAROLA DI DIO

La seconda spedizione in Africa riuscì fatale a S. Luigi IX re di Francia. Accampato a nove miglia da Tunisi aveva di fronte un esercito assai superiore al suo. L’acqua mancava; la polvere del deserto toglieva il respiro; la peste mieteva i Cristiani chiusi nel campo e costretti alle difese. Il re, colpito dal morbo, si sdraiò sulle sabbie a morire, ma prima di chiudere gli occhi per sempre, chiamò il figlio ereditario e gli disse salutandolo per l’ultima volta: « Figlio mio, ascolta la parola di Dio e tienila in cuore ». Poi spirò. – Oh se quelle spiagge deserte ove il santo guerriero moriva avessero potuto parlare! Un giorno ivi fiorenti comunità cristiane, e dottori illustri, e santi e martiri formavano una delle più liete provincie della Chiesa Cattolica. Poi tutto isterilì e si fece il deserto. Perché? Perché la parola di Dio non era più discesa a fecondare di virtù i cuori degli uomini. E dove essa non cade, manca l’acqua e la rugiada necessaria ad ogni buona germinazione. Perciò San Luigi IX agonizzante volle come suprema parola dire al figlio suo Filippo erede del trono: — Ascolta la parola di Dio e tienila in cuore. Questa raccomandazione è il frutto più bello e utile che possiamo ricevere dalla parabola che Gesù ci racconta nel Vangelo odierno. « Ascolta la parola di Dio, che è sempre preziosissima, e tienila in cuore ove fruttificherà per la vita eterna ». – 1. ASCOLTA LA PAROLA DI DIO. « Dio… se lo vedessi! se lo sentissi! », dicono alcuni ripetendo le parole dell’innominato al Cardinale Federico « io ascolterei la sua parola, la metterei in pratica; ma dov’è questo Dio che parla? ». Cristiani, nella sua provvidenza Dio non ha voluto istruire gli uomini da se stesso, che è il primo lume; e neppure ha voluto istruirli per mezzo di Angeli, i quali sono come delle seconde luci; ma ha voluto istruire l’uomo per mezzo dell’uomo. Sarebbe una tentazione troppo superba pretendere di vedere e udire il Signore direttamente: Caveamus, — dice S. Agostino — tales tentationes superbissimas et periculosissimas. Ravviviamo la fede e ricordiamoci: 1) Parola di Dio è quella del Sacerdote sul pulpito e nel confessionale. Come il centurione Cornelio, benché vedesse un Angelo non fu dall’Angelo istruito, ma mandato a S. Pietro, così noi dobbiamo ricevere le parole che illuminano l’anima dei nostri Sacerdoti. 2) Parola di Dio è quella del Catechismo. In questo piccolo libro è raccolto muto l’insegnamento del Vangelo, l’insegnamento del Maestro unico e infallibile Gesù. Chi rifiuta la sua parola, rifiuta la vera sicurezza. Tutte le domeniche esso è spiegato ed insegnato nelle chiese ma quelli che assiduamente vengono ad impararlo sono pochi. Ai Cristiani del suo tempo S. Pietro (I Pet., III, 15) diceva che erano obbligati a rendere ragione della loro fede e della loro speranza a chiunque domandasse: ora troppi Cristiani non sanno più né quel che credono, né quel che sperano; e perciò prestano orecchio e battono le mani al primo ciarlatano che sbraiti le sciocchezze più assurde contro il Redentore e la sua Chiesa. 3) Parola di Dio è quella dei nostri superiori: e intendo dire del Papa, vicario di Gesù Cristo, e del nostro Vescovo. Quando essi parlano o scrivono, tutti i Cristiani bramano di raccogliere la loro parola, di comprenderla, di meditarla, di praticarla: si abbonano perciò a quei giornali e a quei fogli che la riferiscono stampata; la fanno conoscere a quelli che la ignorano; la difendono da quelli che la fraintendono. 4) Parola di Dio è quella che ci dicono o ci dicevano i nostri buoni genitori, specialmente la nostra madre. Se tutti i figlioli, benché adulti, ascoltassero sempre la loro mamma, quanta più religione ci sarebbe nel mondo! 5) Parola di Dio è quella dei buoni libri e dei giornali cattolici. Poche ore prima del suo martirio, il Beato Teofano Vénard dalla prigione così scriveva al fratello: « Quando, fanciulletto di nove anni, menavo al pascolo la mia capra sul poggio  di Bel-Air, io leggevo con trasporto il libro ove si narra la vita e la morte del vemerabile Carlo Cornay e mi dicevo: — Anch’io voglio andare al Tonchino, anch’io voglio essere martire… » E lo fu davvero. Ma voi intendete bene come Dio gli avesse parlato attraverso le parole di un buon libro. 6) Parola di Dio è quella della nostra coscienza, Talvolta è voce amara che ci rimorde; e la sentiamo improvvisamente destarsi in noi dopo una festa mondana, un ballo, un cinematografo, una passeggiata, un’ora di peccato, una giornata di vanità. Talvolta è voce buona di approvazione: e la sentiamo dopo una sincera confessione, un atto di carità, una fervorosa preghiera. Talvolta infine è voce di incitamento verso la perfezione: Dio passa accanto al cuore nostro e picchia: ci chiede forse di fare penitenza, di aiutare i poveri, di suffragare i morti, di beneficiare le missioni, di accettare volentieri una croce… – 2. TIENLA IN CUORE. Non basta che il divin Seminatore passi nel mondo a gettare a larghe manate il seme della sua parola; è necessario che la terra l’accolga bene, altrimenti invano aspetteremo i frutti. Se il seme è sempre ottimo, il terreno spesse volte è inospitale. Infatti, ci sono cuori dove la parola di Dio non può operare per tre difetti: la distrazione, l’incostanza, le cattive abitudini. – 1) I distratti. V’è della gente assidua alle prediche, alla dottrina cristiana, alla meditazione, eppure non ricava frutto: è distratta. Il seme divino cade, ma prima che i solchi del cuore lo accolgano già è beccato via dal demonio. Dice una bella leggenda che S. Antonio da fanciullo era stato incaricato di custodire un campo di spighe dalla voracità degli uccelli. Mentre adempiva con vigilanza l’ufficio suo, un suono di campane lo chiamava alla chiesa vicina. Come recarsi in chiesa, se i passeri divorano il frutto del campo? Un’idea gli balena in mente: batte le mani e a stormi gli uccelli devastatori seguono il minuscolo incantatore che corre verso una casuccia: li fa entrare per la porta spalancata che poi richiude in fretta, libero così d’andare a parlar con Dio. – Cristiani, ci sono uccelli voraci, i quali mentre cerchiamo d’ascoltare la parola di Dio, devastano ogni frutto nel nostro cuore: sono le distrazioni: stormi di pensieri terreni, di cure mondane, di affetti non celesti. Bisogna saperli rinchiudere in qualche casaccia, altrimenti invano cadrebbe su noi il seme divino. – 2) Gli incostanti. Vi sono altre persone che ascoltano attente la parola di Dio la trovano giusta e bella, si commuovono: ma poi, tornate alle loro occupazioni quando si tratta di metterla in pratica, esse non sanno sormontare le difficoltà e cedono alle prime tentazioni. Hanno sentito che Dio vuole da loro maggior preghiera, maggior purezza, maggior giustizia; hanno anche promesso di rinnovare la vita; ma poi non si sentono il coraggio di mantenere. Per tal modo la parola di Dio, che già era cresciuta su in pianticella, per mancanza d’amore avvizzisce prima d’emettere la spiga. Costoro sono simili a quelli che vanno al fonte per attingere acqua, ma ritornando con la brocca piena, la sentono pesare e la rovesciano per via. – 3) Gli schiavi delle passioni. C’è della gente, infine, che ascolta la parola di Dio ma col cuore intricato di spine. Essi hanno una relazione illecita che non vogliono spezzare, hanno roba o danaro altrui che non vogliono restituire, da anni commettono un peccato che non vogliono abbandonare. E allora, che frutto potrà in esse fare la parola di Dio? Il Signore, dice S. Agostino, fa piovere sulle messi e sugli spineti: ma la medesima acqua prepara le messi per il granaio e gli spineti per il fuoco. Così è della parola di Dio che cade sui cuori buoni, e su quelli schiavi delle passioni; prepara gli uni per il Paradiso, e gli altri per l’Inferno. – Ed ora ascoltate la parabola che Gesù racconta nel Vangelo di questa domenica e sentirete quanto è bella e quanto è vera! Ai suoi discepoli Gesù spiegò la parabola. Il seme è la parola di Dio: esso cade su certi cuori duri come la strada da dove le distrazioni lo beccano via prima che sia meditato; esso cade in certi cuori pietrosi dove attecchisce, ma per il loro temperamento mobile e facilmente scoraggiabile non può giungere alla spiga; esso cade anche in certi cuori che da tenaci rami di spine e di gramigne sono legati alle cose mondane, alle passioni, ai peccati. Ma quando la parola di Dio cade nei cuori di buona volontà, allora produce innumerevoli e meravigliosi frutti. Chi ha orecchio per intendere, intenda. — SEME BUONO E TERRA CATTIVA. È facile smarrirsi nel deserto. Sopra l’immensa distesa di sabbia del Sahara, il vento soffia terribile, cancella ogni pista sul suolo, trasporta le dune e muta l’aspetto dei luoghi. Il viaggiatore esterrefatto non sa più orizzontarsi, e si smarrisce cercando invano la via del ritorno. Per ciò, prima d’inoltrarsi in quel pauroso regno dei venti e delle belve, scrive le indicazioni necessarie sopra alcuni cartellini che semina nei posti più visibili, fermandoli con grosse pietre. La vita nostra può essere paragonata ad un viaggio nel deserto. Le passioni violente soffiano talvolta sul nostro cammino, sollevano davanti agli occhi il polverone e ci fanno perdere la giusta via. Ma Dio ha fatto spargere, nei luoghi più incerti, la parola del suo Vangelo, e la spiegazione della sua santa parola. Chi non si cura della parola del Signore cammina a casaccio, e finisce alla perdizione. A farci comprendere la preziosità della parola di Dio, Gesù Cristo narrò ad una grandissima turba di popolo, la parabola del seme: Eppure questo seme, benché divino, non sempre fa frutto: la colpa è della terra cui viene a cadere, che spesso è troppo dura, sassosa, rimboschita. – 1. IL SEME È BUONO. Nel cimitero di Friburgo v’era un tumulo con queste parole: « Proibisco, per sempre, che si tocchi la mia tomba. Il tempo e le intemperie vi avevano incavato un taglietto superficiale che, a stento avrebbe ricevuto una vespa. Dall’albero che stendeva la sua ombra e la sua frescura sopra il tumulo, cadde un piccolo seme che, scivolando per la lastra di marmo, si fermò nella breve incavatura. Nessuno s’accorse, tanto la cosa fu piccola e silenziosa. Dopo alcuni giorni però, videro la lapide che chiudeva il sarcofago spaccata in mezzo. Il seme inturgidito aveva avuto tanta forza da rompere il marmo. Semen est verbum Dei. Qualsiasi parola di Dio somiglia a questo seme: essa è divina e potente. Solo la parola di Dio ha tanta forza da spaccare il sepolcro del peccato in cui marciscono certe anime. Chi poteva fermare Paolo, quando con gli occhi infiammati dall’odio spronava disperatamente il cavallo sulla strada di Damasco? La parola di Dio. Chi poteva nel giorno della prima Pentecoste strappare al ritmo vorticoso del commercio una folla di tre mila uomini, d’ogni lingua e nazionalità, costringerli a tacere, ad ascoltare, a convertirsi? La parola di Dio, predicata da S. Pietro. V’erano Parti, Medi, Giudei; v’erano di Cappadocia, d’Asia, di Frigia, d’Egitto, di Libia, e piangevan tutti sulla pubblica piazza i loro peccati e domandavano la penitenza ed il Battesimo. Exiit qui seminat seminare semen suum. Quest’uomo che uscì a seminare e che semina un seme suo e non d’altri, è Gesù Cristo che cammina davanti a noi, e semina nella nostra vita, ad ogni momento e in mille guise, il seme della sua parola. Perché una parola così potente e così diffusa non produce che scarsi frutti? Perché la terra in cui cade è cattiva. – 2. LA TERRA È CATTIVA. Gli Angeli discesi a Sodoma entrarono nella casa di Loth. Fuori la gente folle d’impura passione urlava. Gli Angeli compresero come i Sodomiti s’erano affondati nel peccato fino all’ultimo livello e che per loro non v’era altro che il fuoco. Per ciò dissero a Loth: « Hai tu qualcuno dei tuoi, o genero, o figlio, o figlia? Menali via tutti da questa città, perché la distruggeremo. I peccati di Sodoma gridano vendetta. E il loro grido giunse fino a Dio che ci manda a sterminarla ». Loth uscì, e chiamò i suoi parenti e con nel cuore l’ansia del flagello imminente, disse a loro la parola degli Angeli, li scongiurò a cessare dai peccati, a fuggire dalla città maledetta. E quelli scoppiarono a ridere. Già il cielo si tingeva foscamente di rosso, già le prime fiamme passavano nell’aria sibilando e quelli credettero che Loth parlasse loro per burla. Et visus est eis quasi ludens loqui (Gen., XIX, 14). Quante volte i sacerdoti nelle chiese annunciano i castighi di Dio, e molti non ci fanno nemmeno caso, come se il Sacerdote parlasse per altri. Quante volte si predica l’infinito amore di Gesù Cristo per le anime nostre: la sua nascita in una stalla, la sua vita raminga e povera, la sua morte in croce, e nessuno pensa a ricambiare quest’amore, come se tutta la vita di Nostro Signore fosse una invenzione del Sacerdote che predica. È il seme della parola di Dio che cade in terra non buona. Dum seminat; aliud cecidit secus viam. La strada significa il cuore dell’impuro ove passano tutti: i cattivi pensieri, i desideri peccaminosi, le passioni e gli istinti più bassi. In questi cuori la parola del Signore non produce frutto alcuno. Che frutto ha prodotto la parola degli Angeli nel cuore impuro dei parenti di Loth? Et aliud cecidit supra petram. La terra pietrosa significa il cuore del superbo. La superbia fa il cuor duro, perché non vuol ricevere nessuna correzione. Se discende la pioggia sulla pietra, la bagna di fuori, ma dentro no, che resta arida. Così, se la pioggia della divina parola e della divina ispirazione cade su cuor superbo, lo tocca di fuori appena, che dentro non vi può andare. La terra spinosa significa il cuore dell’avaro. Le ricchezze si dicono spine perché tengono legata l’anima alla terra e la soffocano negli intrighi degli affari e delle mollezze della vita e nel desiderio d’onori mondani. Se infondi in un vaso pieno d’aceto una goccia di miele, tu perdi il miele e non muti l’aceto. Vasi d’aceto sono i cuori degli avari, pieni d’ansietà, dentro i quali la parola celeste si perde e l’ispirazione è soffocata. – Francesco Saverio, quando ancora gli sorrideva la speranza di un brillante avvenire, quando ancora gli si apriva una vita infiorata di piaceri e di denari, incontrò Ignazio di Lojola che gli disse: Figliuolo! Se non vi è altra vita che questa, né vi sono altri beni che i caduchi: tu sei saggio a goderli, io sono pazzo a privarmene. Mentre se vi è una vita futura e l’inferno e il paradiso, allora io sono saggio e tu stordito. Potrai essere felice, quaggiù, quarant’anni e qualcuno ancora: ma finiti anche questi ti aspetta l’inferno senza speranza. E l’inferno ti sembra un male da nulla, per non subire qualsiasi patimento ora, pur d’evitarlo? E il paradiso ti sembra un bene da nulla, per non rinunziare a qualsiasi gioia ma pur di raggiungerlo? « Ancora fluttui nell’incertezza e non decidi? ». Francesco ascoltò, meditò, e la parola di Dio produsse mirabile frutto. Partì per le Indie, convertì a Gesù Cristo cinquantadue regni, inalberò la croce su una vastissima regione, battezzò di sua mano un milione d’infedeli. Moriva nell’isola di Sanciano sospirando d’entrar nella Cina, che gli si stendeva davanti, e ch’egli benedisse nella tremula luce della sua agonia. In lui la parola divina aveva fruttificato il cento per uno.

IL CREDO

Offertorium

Orémus Ps XVI: 5; XVI:6-7

Pérfice gressus meos in sémitis tuis, ut non moveántur vestígia mea: inclína aurem tuam, et exáudi verba mea: mirífica misericórdias tuas, qui salvos facis sperántes in te, Dómine.

[Rendi fermi i miei passi nei tuoi sentieri, affinché i miei piedi non vacillino. Inclina l’orecchio verso di me, e ascolta le mie parole. Fa risplendere la tua misericordia, tu che salvi chi spera in Te, o Signore.]

Secreta

Oblátum tibi, Dómine, sacrifícium, vivíficet nos semper et múniat.

[Il sacrificio a Te offerto, o Signore, sempre ci vivifichi e custodisca.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de sanctissima Trinitate

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in uníus singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre quotídie, una voce dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: che col Figlio tuo unigenito e con lo Spirito Santo, sei un Dio solo ed un solo Signore, non nella singolarità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Cosí che quanto per tua rivelazione crediamo della tua gloria, il medesimo sentiamo, senza distinzione, e di tuo Figlio e dello Spirito Santo. Affinché nella professione della vera e sempiterna Divinità, si adori: e la proprietà nelle persone e l’unità nell’essenza e l’uguaglianza nella maestà. La quale lodano gli Angeli e gli Arcangeli, i Cherubini e i Serafini, che non cessano ogni giorno di acclamare, dicendo ad una voce:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps XLII:4

Introíbo ad altáre Dei, ad Deum, qui lætíficat juventútem meam.

Mi accosterò all’altare di Dio, a Dio che allieta la mia giovinezza.]

Postcommunio

Orémus.

Súpplices te rogámus, omnípotens Deus: ut, quos tuis réficis sacraméntis, tibi étiam plácitis móribus dignánter deservíre concédas.

[Ti supplichiamo, o Dio onnipotente, affinché quelli che nutri coi tuoi sacramenti, Ti servano degnamente con una condotta a Te gradita.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

APPARIZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA A LOURDES – 11 FEBBRAIO (2023)

11 FEBBRAIO 2023 – APPARIZIONEDELLA VERGINE MARIA A LKOURDES

Hymnus {ex Proprio Sanctorum}


Te dícimus præcónio,
Intácta Mater Núminis,
Nostris benígna láudibus
Tuam repénde grátiam.

Sontes Adámi pósteri
Infécta proles gígnimur;
Labis patérnæ néscia
Tu sola, Virgo, créderis.

Caput dracónis ínvidi
Tu cónteris vestígio,
Et sola glóriam refers
Intaminátæ oríginis.

O gentis humánæ decus
Quæ tollis Hevæ oppróbrium,
Tu nos tuére súpplices,
Tu nos labántes érige.

Serpéntis antíqui potens
Astus retúnde et ímpetus,
Ut cǽlitum perénnibus
Per te fruámur gáudiis.

Jesu, tibi sit glória,
Qui natus es de Vírgine,
Cum Patre et almo Spíritu,
In sempitérna sǽcula.
Amen.

[Ti celebriamo con canti,
o Immacolata Madre di Dio,
tu benigna le nostre lodi
ricambia colla tua grazia.

Posterità colpevole di Adamo,
nasciamo tutti colpevoli;
dalla macchia del nostro progenitore tu sola,
o Vergine, nasci immune, come ne insegna la Fede.

La testa dell’invidioso dragone
tu schiacci col piede,
e sola hai la gloria
d’intemerata origine.

O decoro dell’uman genere,
che di Eva togli l’obbrobrio,
tu soccorrici, te ne supplichiamo,
tu rialzaci nelle nostre cadute.

Potente qual sei,
dell’antico serpente rintuzza le insidie e gli assalti,
affinché per te partecipiamo
alle gioie eterne degli abitatori celesti.

O Gesù, sia gloria a te,
che sei nato dalla Vergine,
insieme col Padre e collo Spirito Santo,
per i secoli eterni.
Amen.]

Quattro anni dopo la definizione dommatica della immacolata Concezione della beata Vergine, sulla sponda del fiume Gave presso il borgo di Lourdes, delta diocesi di Tarbes in Francia, la stessa Vergine si fece vedere più volte nell’insenatura d’una roccia nella grotta di Massabielle a una fanciulla chiamata volgarmente Bernadetta, poverissima sì ma ingenua e pia. La Vergine immacolata appariva di aspetto giovane e benevolo, ricoperta d’una veste e d’un velo bianco come la neve, e cinta d’una fascia celeste; una rosa d’oro ne adornava i piedi. Il primo giorno dell’apparizione, che fu l’11 Febbraio dell’anno 1858, insegnò alla fanciulla a far bene e con pietà il segno della croce e, facendo scorrere nella mano la corona che prima le pendeva dal braccio, l’eccitò, col suo esempio, alla recita del santo rosario: cosa che ripeté pure nelle altre apparizioni. Ma il secondo giorno dell’apparizione, la fanciulla temendo, nella semplicità del suo cuore, un’insidia diabolica, gettò sulla Vergine dell’acqua benedetta; ma la beata Vergine, dolcemente sorridendo, le si mostrò con volto ancor più benevolo. Nella terza apparizione poi invitò la fanciulla alla grotta per quindici giorni. D’allora le parlò più spesso, e la esortò a pregare per i peccatori, a baciar la terra e a far penitenza; quindi le ordinò di dire ai sacerdoti che edificassero ivi una cappella, e di venirvi alla stessa guisa con solenni processioni. Di più le ordinò di bere dell’acqua della fonte, ch’era ancora nascosta sotto la sabbia ma sarebbe subito sgorgata, e di lavarsi con essa. Finalmente la festa dell’Annunziazione, domandando la fanciulla istantemente il nome di lei, che s’era degnata di apparirle tante volte, la Vergine, portate le mani sul petto ed alzati gli occhi al cielo, rispose: Io sono l’Immacolata Concezione. – Crescendo la fama dei benefizi, che si asseriva aver ricevuto i fedeli nella grotta, aumentò ogni dì più il concorso degli uomini attirati alla grotta dalla venerazione del luogo. Ond’è che il vescovo di Tarbes mosso dalla fama dei prodigi e dal candore delta fanciulla, quattro anni dopo le cose narrate, dopo giuridica inquisizione dei fatti, riconobbe con sua sentenza, che i caratteri dell’apparizione erano soprannaturali, e permise nella stessa grotta il culto alla Vergine immacolata. Subito vi si edificò una cappella: da quel giorno sono quasi innumerevoli le folle di fedeli che vi accorrono ogni anno per ragione di voto e di supplica dalla Francia, dal Belgio, dall’Italia, dalla Spagna e da altre regioni d’Europa e fin dalle lontane Americhe, e il nome dell’Immacolata di Lourdes diviene celebre in tutto l’universo. L’acqua della fontana, portata in tutte le parti del mondo, rende la sanità agl’infermi. E l’orbe cattolico, riconoscente di tanti benefici, v’ha eretto intorno meravigliosi monumenti sacri. Innumerevoli vessilli, mandati là dalle città e popoli quali testimoni dei benefici ricevuti, formano al tempio della Vergine una decorazione meravigliosa. In questa sua quasi dimora la Vergine immacolata è venerata continuamente: di giorno con preghiere, canti religiosi e altre solenni funzioni; di notte invece con quelle sacre processioni nelle quali turbe pressoché infinite di pellegrini con ceri e torcie sfilano cantando le lodi della Vergine. –

Omelia di san Bernardo Abate
Omelia 2 su Missus


R
allegrati, padre Adamo, ma tu soprattutto, madre Eva, esulta: come foste i progenitori di tutti, così di tutti foste pure la rovina; e, quel ch’è più deplorevole, prima rovina che progenitori. Consolatevi, la dico a tutti due, per questa figlia, e per tale figlia; ma principalmente a quella che fu la prima cagione del male, il cui obbrobrio s’è trasmesso a tutte le donne. Infatti si approssima il tempo in cui ormai sarà tolto l’obbrobrio, e l’uomo non avrà più di che accusare la donna: né cercando esso impudentemente di scusare se stesso, non dubitò di accusarla crudelmente, dicendo: «La donna, che m’hai data, m’ha dato del frutto, ed io l’ho mangiato» Gen. 3,12. O Eva, corri dunque a Maria; o madre, corri a tanta figlia; risponda la figlia per la madre; liberi lei la madre dall’obbrobrio; lei soddisfaccia al padre per la madre: perché se l’uomo è caduto per la donna, egli ora non si rialza che per la donna. – Che dicevi, o Adamo? «La donna che m’hai data, m’ha dato del frutto, e io l’ho mangiato» Gen. 3,2. Queste sono parole maliziose, colle quali aggravi anziché diminuire la tua colpa. Nondimeno la Sapienza ha vinto la malizia, perché ella ha trovato nel tesoro della sua inesauribile bontà quell’occasione di perdono che Dio, interrogandoti, cercò, ma non poté cavare da te. Infatti invece della prima donna ci è data un’altra donna, una prudente, invece di una stolta, una umile, invece di una superba; la quale invece d’un frutto di morte, ti dia a gustare un frutto di vita, e in cambio di quell’amaro e velenoso alimento, ti procuri la dolcezza d’un frutto eterno. Muta, dunque, le parole della stolta scusa in voci di azioni di grazie, e di’: Signore, la donna che m’hai data m’ha dato del frutto (dell’albero) della vita, e io l’ho mangiato; ed esso è più dolce alla mia bocca del miele, perché per esso m’hai reso la vita. Ed ecco perché l’Angelo fu mandato alla Vergine ammirabile e d’ogni onore degnissima! O donna singolarmente veneranda, ammirabile più che tutte le donne, riparatrice dei tuoi progenitori, sorgente di vita per l’intera posterità! – Qual’altra donna ti sembra aver Dio preannunziato, quando disse al serpente: «Porrò inimicizia fra te e la donna» Gen. 3,15. E se dubiti ancora avere egli inteso di Maria, ascolta quel che segue «Ella ti schiaccerà la testa». A chi è riservata questa vittoria, se non a Maria? Ella senza dubbio ha schiacciato la testa velenosa, ella ha ridotto a niente ogni suggestione del maligno sia ch’esso tenti colla seduzione della carne o con l’orgoglio dello spirito. E qual altra cercava Salomone quando diceva «Chi troverà la donna forte?» Prov. 31,10. Conosceva infatti quest’uomo sapiente l’infermità di questo sesso, la fragilità del suo corpo, la volubilità del suo spirito. Ma siccome egli aveva letto la promessa fatta da Dio, e gli pareva conveniente che colui che aveva vinto per una donna fosse vinto per mezzo di essa, sommamente meravigliato, esclamava: «Chi troverà la donna forte?». Ch’è quanto dire: Se dalla mano d’una donna dipende così e la nostra comune salvezza e la restituzione dell’innocenza, e la vittoria sul nemico; è assolutamente necessario di trovare una donna forte che possa essere capace di tanta opera.

Hódie gloriósa cæli Regína in terris appáruit; hódie pópulo suo verba salútis et pígnora pacis áttulit; hódie Angelórum et fidélium chori immaculátam Conceptiónem celebrántes gáudio exsúltant.

V. Dignáre me laudáre te, Virgo sacráta.
R. Da mihi virtútem contra hostes tuos.

Orémus.
Deus, qui per immaculátam Vírginis Conceptiónem dignum Fílio tuo habitáculum præparásti: súpplices a te quǽsumus; ut, ejúsdem Vírginis Apparitiónem celebrántes, salútem mentis et córporis consequámur.
Per eúmdem
….

[Dal Messale Romano]

LO SCUDO DELLA FEDE (239)

LO SCUDO DELLA FEDE (239)

LA SANTA MADRE CHIESA NELLA SANTA MESSA (7)

SPIEGAZIONE STORICA, CRITICA, MORALE DELLA SANTA MESSA

Mons., BELASIO ANTONIO MARIA

Ed. QUINTA

TORINO, LIBRERIA SALESIANA EDITRICE, 1908

CAPO II

L’OFFERTA DEL SACERDOTE.

Accompagniamo ora il Sacerdote, e vediamo con qual rito presenti a Dio l’offerta del pane e del vino. Il suddiacono si copre del gran velo umerale; e questo velo, che riccamente scende giù dalle spalle, serve all’uopo come di pezzuola, per non toccare colle mani l’offerta; al modo stesso che ogni inserviente, che assiste alle mense non ardirebbe con mani nude presentar cibo o checchessia ad uomo civile. Serve anche ad involgere e coprire l’offerta, affine di rappresentarla con garbo e venire a scoprirla dinanzi al Sacerdote. Con questo velo adunque prende egli dalla credenza il calice colla patena, e sopra di questa il bianchissimo pane azzimo, volgarmente detto l’ostia. La patena, col pane sopra essa, presenta al diacono, il quale alla destra del Sacerdote scopre l’offerta, la prende dalle mani del suddiacono, e baciando il sacro vaso, che la porta, la rimette con riverenza nelle mani del Sacerdote. Questi l’innalza davanti al petto, e tenendola sollevata verso il cielo, al cielo alza gli occhi e comincia l’orazione, che diremo appresso. In quest’atto si fa l’offerta. Il popolo sospende il canto, e sta silenzioso e prostrato a piè dell’altare. Quando una densa nube copriva il Sinai, e tra il balenar dei lampi, e il rombar dei tuoni andava in fiamme la vetta, e traballava in sussulto tutto quel monte, come per terrore alla presenza di Dio, gli Israeliti pavidi alle radici del monte si prostravano colla faccia nella polvere, e gridavano timorosi: « Non parlateci voi, o Signore; ché noi cadremmo morti, sfolgorati dalla vostra maestà! Parlate al vostro servo Mosè, ed egli ci ridica i vostri comandamenti. Come essi, il popolo cristiano manda sull’altare il suo condottiero, il santo del Signore a trattar con Lui i suoi interessi: mentre egli resta appiè prostrato, e si spande in gemiti di umiltà. Il Sacerdote, novello Mosè, alza le palme stese sotto la patena; e vedendosi innanzi agli occhi, nell’offerta, il cuore di tutti i fedeli, come Mosè (Exod. 33, 18), collo sguardo al cielo pare che con uno slancio di confidenza chieda a Dio di lasciarsi vedere. In quell’istante, gli ha un ufficio da compiere assai onorevole, egli ha da presentargli un offerta, ed ha il presentimento, che troppo ben accetta riuscir gli debba (Card. Bona; Rerum liturg.. lib. 2, Cap. 9, n.3). Posto là sotto la croce, prende conforto da quell’immagine del sacrificio, che sta per fare in realtà. In questo pensiero, cogli occhi alzati al suo Dio Padre, lo supplica coll’orazione che verremo commentando nell’esporla.

L’Orazione: Suscipe, sancte Pater.

« O Padre onnipotente, eterno Iddio degnatevi di accogliere quest’ostia immacolata, che io vostro servo di offerirvi non son degno…… » — Ma qui il povero Sacerdote, infelice! si ricorda di essere uomo peccatore, e ben sapendo ciò che disse Giobbe, « che solo, quando è la tua mano monda da ogni iniquità, allora potrai levare la faccia confidente innanzi a Dio » (Iob. XI, 14.), ei si corregge subito dal suo ardimento. Abbassa lo sguardo umiliato, e come all’umile pubblicano, non gli basta l’animo di tenere gli occhi alzati a mirare in volto il Signore che sa d’aver offeso pur troppo. Però tenendo le mani sollevate innanzi alla croce, e chini gli occhi a terra quasi non voglia più levarli (Luc. XVIII, 15) si affretta a dire continuando: « Quest’offerta offro a Voi, Dio mio, vivo e vero per gli innumerabili miei peccati e per le offese e negligenze mie, per tutti i fedeli Cristiani, vivi e defunti, affinché a me e a tutti essa torni a profitto di vita eterna. » – Fa il segno di croce sulla mensa. Qui abbassa, tenendola fra le mani, la patena, e così segna con essa sul corporale la croce, e sul luogo segnato di croce depone il pane offerto. Il corporale, o candido lino, consacrato per deporvi sopra il santissimo Sacramento, significa il lenzuolo di lino, in cui fu involto il Corpo di Gesù Cristo (Beda Hom. in Mase. 13 et Ben. XIV, lib. 1, cap. 5, n. 4, De sac. Miss.). Il segno di croce, su cui depone l’offerta sopra l’altare, significa, che li sull’altare, come sul Calvario, in questa mistica Croce si rinnoverà quel sacrificio medesimo, che fece di se Stesso Gesù, Pontefice immortale, e vittima eterna (Durandus, lib. 4, cap. 30. n. 17, et Honorius in Gent. Anim., lib. 1, cap. 96). – Il diacono intanto infonde il vino nel calice, ed il suddiacono presenta l’acqua per essere benedetta dal Sacerdote.

ART. I.

LA BENEDIZIONE DELL’ACQUA ED INFUSIONE DI ESSA NEL CALICE

Antichissimo è l’uso di mischiare un po’ di acqua nel vino da consacrarsi, e secondo la regola di s. Agostino, non essendovi canone di alcun Concilio, né ordinazione di Pontefice, che mostri il principio dell’istituzione, si deve conchiudere essere questa una pratica dai santi Apostoli insegnata, e tratta dall’esempio di Gesù Cristo, che si crede avere, secondo 1’uso della Palestina, infusa l’acqua nel vino nella cena della santa istituzione (Durandus, 4 Diss. IX, q. 5, Conc. Trid. sess. XXII, Cap. 7). Cerchiamo ora di questo rito la significazione. Sempre è da ricordare che nel Sacrificio della santa Messa si rappresentano intorno al Corpo reale e divino tutti i misteri della passione e morte del divin Salvatore. – Ora quando il divin Redentore fu dalla lancia trafitto sulla croce, mandò fuori dalla ferita Acqua insieme col sacratissimo Sangue, ed il santo Pontefice Alessandro I (Ep. Ad Cæcil.), comandando che si continuasse l’uso di mischiare l’acqua nel calice, come sempre si è fatto, dichiara, che questo poco d’acqua significa appunto l’Acqua, che sgorgò dal santo petto di Gesù trafitto. – L’acqua poi nella santa Scrittura si usa pure per esprimere il popolo; « e così dice san Cipriano, vedendo noi nell’acqua intendersi il popolo, e significarsi nel vino il Sangue di Gesù Cristo; quando nel calice l’acqua si mischia col vino, il popolo si aduna in Cristo, e la plebe dei credenti sì unisce, e si congiunge a Lui, in cui credette. E come l’unione dell’acqua col vino si fa nel calice in modo da non potersi l’una dall’altro disgiungere, così il popolo in Chiesa costituito, perseverante fedelmente in ciò che crede, non potrà mai da Cristo essere disgiunto » (Durandus.). Si uniscano adunque qui i fedeli a Gesù, come le membra al loro capo, e con Esso si offeriscano sull’altare. Il Sacerdote poi non benedice al vino, perché il vino esprime Gesù, e Gesù non ha bisogno di benedizioni (Gavantus. Com. ad Rubric. Miss. p. 2. t. 7 et Durandus). L’acqua invece, che rappresenta il popolo, si benedice col segno della croce, perché gli uomini, per essere degni di comunicare con Dio, hanno bisogno della grazia, che in loro si trasfonde per i meriti della Passione divina. Nella Messa dei defunti l’acqua non si benedice, perché  il popolo benedetto di coloro che dormono nella pace del Signore, è già in grazia (S. Cirill, Cath. De Bapt.). – Finalmente vi è una terza ragione, per cui così nell’offerta l’acqua al vino sì mischia; ed è che l’acqua significa la mondezza; e tutte le volte, che l’uomo ha da trattare con Dio, ha bisogno di purificarsi, per non offendere la santità dello sguardo divino (Daniel 2. 39.). Ond’è, che l’acqua viene sempre nelle benedizioni adoperata, e si frammette sempre tra Dio e gli uomini, vero simbolo di umiltà; perché, servendo essa in natura a purificare dalle sozzure ì materiali oggetti, col cospergere che facciamo col l’acqua le nostre persone e le cose nostre, esprimiamo desiderio vivissimo di purificarci, per non offendere la maestà divina. – Il suddiacono presenta l’acqua, dicendo al Sacerdote: « benedite, o reverendo padre; » ed il celebrante alza la mano, e la benedice, facendo il segno di croce. Mentre il suddiacono nella Messa solenne, e nella privata il celebrante, infonde l’acqua, egli recita la seguente orazione, che le premesse osservazioni faranno intendere pur bene.

Orazione nell’infondere l’acqua nel calice,

« O Dio, che la dignità dell’umana sostanza mirabilmente componeste, e riformaste più ancora mirabilmente, pel ministero di quest’acqua e di questo vino, a noi concedete di poter essere consorti della divinità di Colui, che si è degnato di esser partecipe dell’umanità nostra, Gesù Cristo, vostro figliuolo, Signor nostro, che nell’unità dello Spirito Santo con Voi vive e regna Dio per tutti i secoli dei secoli. Così sia. » – Il Sacerdote poi alza fra le mani, come fece della patena, il calice; al cui piede tenendo la mano il diacono, questo ministro aiuta il Sacerdote a sostenere l’offerta, come dai ministri si sostenevano le braccia a Mosè, che pregava per la vittoria del popolo; e così mentre l’accompagnava co’ suoi voti innanzi a Dio, dicono insieme cogli occhi alzati al cielo la seguente orazione.

Orazione dell’offerta del calice.

« Noi offriamo a voi, nostro Signore, il calice salutare, supplicando la vostra clemenza, ché in odore di soavità ascenda nel cospetto di vostra divina Maestà per la salute nostra e di tutto il mondo. » Segna qui pure di croce col calice il luogo, dove lo depone; poi lo copre coll’animetta o palla, per rispetto e pulitezza. – Presentata in tal modo l’offerta, il diacono rimette la patena vuota al suddiacono, a cui appartiene la custodia dei vasi sacri. Ed esso copertola col ricco velo, che li pende dagli omeri, scende giù a piè dell’altare, e vi sta in atto di guardia, per tenere discosta dall’altare la calca, sicché non turbi l’ordine del luogo santo; rimane come servo che attende i cenni del maggior ministro, pronto a presentargli all’uopo nel Sacrificio il vaso che tien sollevato sul petto.

ART. II.

ORAZIONE: IN SPIRITU HUMILITATIS.

Nella santa Messa mai non è da dimenticarsi di Gesù Cristo, perché, mentre si offre il sacrifizio del suo corpo, nei vari riti, giova ripeterlo, si fa memoria dei misteri della sua vita, e massime della sua passione. Il santo profeta David, illuminato dallo Spirito del Signore, prediceva che il Figliuol di Dio fatto uomo, così parlerebbe al suo Padre divino: « Sacrifizi, oblazioni non volendo voi più, m’avete fatto adatto questo mio corpo. Ecco che io vengo ad offrirvelo. » Questo sacifizio di sé compiutolo sul Calvario, provvide si rinnovasse nella santa Messa. Ora il Sacerdote suo rappresentante ha preparata la materia, come doveva, e sta per prestar l’opera al sovrano Pontefice in cielo, che offrirà ancora per mezzo suo il gran Sacrifizio divino. Ma qui egli, sollevato all’altezza di così sublime ministero, non può a meno di sentire il peso non solamente delle proprie ma delle iniquità di tutto il popolo: per lui non vi ha miglior consiglio, che salvarsi in umiltà e ripararsi sotto la croce, (e questo esprime coll’inchinarsi). Perché un cuor contrito ed umiliato non sarà sprezzato da Dio (Salm. 50.); non potendo far altro, confessa in gran contrizione il peccato, e, mentre sta per rinnovare il mistero di redenzione per espiarlo, si mette sotto le piaghe di Gesù Cristo. Questo fa, quando s’inchina a’ pié della croce innanzi all’offerta, ponendo sulla mensa le mani giunte in atto di deporre se stesso, ed il popolo, come vittima legata, e supplicando, che sia ricevuta in olocausto insieme col Sacrificio tanto accettevole a Dio, che sta per offrire. Recita perciò in quest’atto l’orazione:

In spiritu humilitatis,

« In ispirito di umiltà, ed in animo contrito veniamo accolti da Voi, o Signore, e il sacrifizio nostro così sia fatto, che si meriti di essere ben accolto nel vostro cospetto. »

È questa la preghiera medesima, che recitavano quei tre generosi giovanetti israeliti in Babilonia, allorché avendo rifiutato di piegar il ginocchio innanzi alla statua del re Nabucodonosor (Daniel. III, 38.), erano stati gettati vivi ad ardere nella fornace. Il Sacerdote fa quest’orazione nell’istante in cui sta per compiere il gran Sacrificio, per dire con essa: Signore, non confondeteci, ributtando l’offerta che facciamo; ma adoperate con noi secondo la vostra clemenza, nella misura delle vostre misericordie, che non han fine. » Compiuta la preghiera, si rizza, ed alza gli occhi alla croce, e su per questa scala di paradiso va a fare l’invito allo Spirito Santo di discendere in sull’altare coll’orazione, che segue.

Art. III.

VENI SANCTIFICATOR.

Orazione.

« Venite, o Santificatore, onnipotente, eterno Iddio, e benedite a questo sacrificio al vostro santo nome preparato. »

Esposizione.

Abbiamo detto invita lo Spirito Santo, benché non lo nomini personalmente. Giova qui osservare, che le sante Scritture, per essere comprese dagli uomini, si adattano nelle loro espressioni alla piccolezza dell’umana capacità; e che nel linguaggio delle medesime, trattandosi colle due Persone, il Figlio e lo Spirito Santo, bene si pregano, invitandole a discendere dal cielo; ma non mai così col Padre, prima Persona, sommo Principio della Divinità (Ben. XIV, De suo. s., lib.1, cap. 10, n, 21). Egli si prega non già mai che venga; ma bensì, o che mandi lo Spirito suo, Emitte spiritum tuum, o che mandi ai suoi il Redentore, e l’agnello, che toglie i peccati del mondo; Mitte nobis redemptorem. Mitte agnum qui tollit peccata mundi. Se qui adunque si fa preghiera a Dio di discendere come autore di santificazione, intendere si deve, che s’inviti lo Spirito Santo. Egli, che con prodigio d’amore divino creò dal Sangue purissimo di Maria Vergine quel corpicciuol animato nel Bambino celeste; Egli rinnovi il prodigio di quella verginale maternità; e le sostanze del pane e del vino, restandovi pur le apparenze sensibili di pane e di vino, che sono le specie, trasmuti nella sostanza del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo (Bossuet, Expl. de la Mess.), ed infonda l’anima della carità nella Chiesa, che gli si ha da incorporare (S. Fulgen. ad Mon., lib 2, cap. 9). Così fin qui gli uomini prima hanno sull’altare deposto tutto che per loro si poteva: poi col Sacerdote si son messi come altrettante vittime nelle mani di Dio; e finisce qui l’opera loro. Essi non operano più in là: hanno esaurita, per dir così, tutta la loro potenza. Adesso non rimane altro a far loro, che stare aspettando, che Dio voglia intervenire coll’opera sua. Ma qual sarà quell’uomo, che potrà fare che intervenga l’opera divina? Il Sacerdote, il quale dagli uomini assunto, viene per gli uomini costituito a trattare quelle cose, che devono essere trattate con Dio (Ad Hebr. V, l et seq.). Egli si prostrò già insieme col popolo in ispirito di umiltà e di contrizione; ora alza la sua voce, che sarà in cielo esaudita per la riverenza che si merita (Ibi.) il rappresentante di Gesù Cristo; e invoca lo Spirito Santo onnipotente, eterna virtù di Dio ad operare il gran prodigio. Fatta tale invocazione, nell’istante che attende l’opera di Dio, mette mano a profumare l’altare, ardendogli d’intorno i santi timiami per preparare, come può meglio il luogo, che deve essere onorato dalla presenza divina.

VIVA CRISTO RE (13)

CRISTO-RE (13)

TOTH TIHAMER:

Gregor. Ed. in Padova, 1954

Imprim. Jannes Jeremich, Ep. Beris

CAPITOLO XVI

CRISTO, RE DEI DOLORI

« All’udire ciò, presero molte pietre per scagliarle contro di Lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio » (Gv VIII, 59). Quale profonda tragedia si cela dietro queste parole! La tragedia degli uomini di allora e degli uomini di oggi: l’abitudine di lapidare chi ci fa del bene. Guardare dall’alto in basso i migliori. È l’incredibile ostinazione con cui gli uomini hanno lanciato in faccia al nostro Salvatore il grido di ribellione: « Non vogliamo che quest’uomo sia il nostro Re! » Il Signore rifiutato deve nascondersi e andarsene. Quanto lontano andrà l’umanità quando si separerà da Cristo! Al punto da raccogliere pietre da scagliare contro il loro Re. Nostro Signore è il Re dei dolori. Non è solo il testardo popolo giudaico che voleva lapidarlo, oggi lo lapidano anche per i molti peccati che vengono commessi. Eppure, questo Re dei dolori è l’unica speranza dell’umanità, che procede a tentoni perché ha perso la bussola. Se guardiamo alla storia dell’umanità, quante volte si è ripetuta la scena: « Non vogliamo che questo sia il nostro Re ». « Non lo vogliamo! », gridano i coniugi; « la Religione non ha il diritto di interferire nel nostro matrimonio; saremo felici a modo nostro ». « Non lo vogliamo! », grida un giovane frivolo e affamato di piacere. « Il sesto comandamento? Non fa per noi!  ». « Non lo vogliamo! » gridano i politici; « la Religione non ha nulla a che fare con la politica; lo Stato moderno non può tenere conto della religione ». « Non lo vogliamo! », gridano molti scienziati; « la scienza è al di sopra della morale ». « Non lo vogliamo! », gridano gli artisti, le star del cinema…. « Non lo vogliamo! », gridano gli intellettuali, i finanzieri, gli imprenditori, gli operai. « Non vogliamo seguire i dieci comandamenti ». Povero Cristo, Tu, Re dei dolori, ci guardi dalla croce. Tutti sono contro di Te? Quanti pochi Ti seguono! Cosa rimane per Te? Solo le chiese, i tabernacoli! E se i malvagi ti lapidano anche lì, non c’è più un solo rifugio per te. Ma ecco che Gesù Cristo rimane saldo in quest’ultimo rifugio…. Il tabernacolo è ancora suo; e cosa vediamo? Il Re del dolore parte da lì per il suo cammino di conquista. Quando sembrava che l’intera società avesse bandito Cristo; quando sembrava che non ci fosse più posto per Lui su questa terra; quando pensavamo che la croce di Cristo giaceva a terra ed era sepolta sotto la polvere dell’oblio e la spazzatura della malvagità; quando la società erigeva i suoi nuovi idoli invece di prostrarsi davanti alla croce di Cristo; allora, nei nostri giorni, Cristo inizia a riconquistare il mondo…. I Romani presero la città di Gerusalemme nel 70 d.C. e la distrussero completamente, e con essa i luoghi sacri della cristianità. Distrussero il sepolcro di Nostro Signore e sul Golgota, dove aveva sofferto ed era morto, eressero un tempio a Venere e a Giove e collocarono le loro statue sulla cima del Calvario. Sul luogo stesso della croce di Cristo, le statue degli dei pagani!…. Fino all’arrivo dell’imperatore Costantino il Grande e dell’imperatrice Sant’Elena, che fecero distruggere il tempio pagano e scavare per cercare di ritrovare i luoghi sacri… Dopo un lungo e faticoso lavoro, finalmente apparve la tomba…, e non lontano da essa tre croci…, e i chiodi e l’iscrizione. Tre croci! Ma non sapevano quale fosse la croce di Cristo. Sicuramente è uno delle tre, ma quale? Non sapevano… Infine, hanno toccato un uomo gravemente malato con le tre croci. E al tocco della terza croce il malato guarì. Abbiamo trovato la croce di Cristo, fu il grido trionfale che passò di bocca in bocca in tutta la cristianità. Abbiamo la croce di Cristo! La croce di Cristo ha toccato un malato ed è stato guarito. Ci sono malati oggi? Non c’è solo una persona malata, ma l’intera società. Anche oggi vediamo idoli al posto della croce di Cristo? Vogliamo essere curati? Non c’è altro modo: innalziamo la croce di Cristo in tutti i luoghi dove un tempo si trovava e da dove è stata sostituita dagli idoli del paganesimo.

Prima di tutto, dobbiamo innalzare la croce nella nostra anima, nella nostra vita più intima. La conseguenza sarà questa: se la croce di Cristo è saldamente piantata nella mia anima, nulla potrà abbattermi. Cristo Re è stato crocifisso. Sembrava che tutta l’opera della sua vita sarebbe stata distrutta e buttata giù. Ha forse fallito? Niente affatto! Poi prese possesso del Suo trono. Voi soldati senz’anima, che lo avete incoronato di spine, sapevate quello che stavate facendo? No! Voi che avete piegato le ginocchia davanti a Lui in segno di scherno; Pilato, che ha fatto scrivere sulla croce: “Gesù di Nazareth, Re dei Giudei”… sapevate quello che stavate facendo? No. Non sospettavate che in quel momento l’impero di Roma stava vacillando e che il potere sovrano del Cristo crocifisso stava prendendo il suo posto. – Quanti milioni di persone hanno cercato nella Santa Croce il conforto, la pace e la forza di cui avevano bisogno… O Santa Croce! Ci ha sollevato dalle nostre passioni e ci ha liberato dalla nostra schiavitù. San Venceslao, il re santo, in una fredda notte d’inverno camminava a piedi nudi per le strade coperte di neve visitando le chiese. Era accompagnato da un servitore, che si lamentava per il freddo che faceva. « Guarda: cammina sui miei passi e vedrai che non hai freddo », disse Venceslao. Il servo lo fece e da quel momento non ebbe più freddo. – « Figlio, figlia – dice anche a te il nostro Re crocifisso – sei triste? Ti lamenti che il cammino della tua vita è terribilmente difficile? Guarda: segui i miei passi, aggrappati alla mia croce e non cadrai mai ». Prima di tutto, dobbiamo innalzare la croce nella nostra anima!

2° – In secondo luogo, quindi, sollevarla in famiglia! Molte famiglie si vergognano della croce; idolatrano il denaro, l’orgoglio, la vanità, la vita comoda, i piaceri… insomma, i sette peccati capitali…; è logico che poi sorgano gravi litigi e si creino molti problemi. C’è stato un tempo in cui la croce era l’ornamento di ogni casa cristiana; davanti agli occhi del Crocifisso cresceva il bambino; dal crocifisso traeva forza il marito stremato dal lavoro; serviva da incoraggiamento alla madre oberata dalle faccende di casa. Ma oggi la croce non presiede più le nostre case, perché? Perché la croce può rimanere solo dove vive lo spirito del Crocifisso. Ma questo spirito è uno spirito di amore e di sacrificio, mentre in molte famiglie regnano solo il disamore e l’egoismo. Cosa ci dice il crocifisso? « Prima gli altri, poi io! » E cosa ci dice invece l’egoismo? « Prima io, poi… io, e solo dopo gli altri! » Possiamo conciliare questi due spiriti? La famiglia cristiana è molto diversa da quella pagana. La famiglia cristiana si basa sullo spirito di sacrificio. Cosa significa essere un padre cristiano? Lavorare dalla mattina alla sera per la famiglia! Cosa significa essere una madre cristiana? Lavorare dall’alba al tramonto per la famiglia! Cosa significa essere un figlio cristiano? Obbedire ai miei genitori con rispetto e amore, prima ai miei genitori e solo dopo a me. Ma com’è la famiglia dove regna l’egoismo. Non c’è nessun crocifisso sulle pareti, perché? Perché tutta l’atmosfera è tale che il crocifisso, araldo di una vita di sacrifici, non ci starebbe bene. Sacrifici? « Bah! Dobbiamo divertirci il più possibile e sacrificarci il meno possibile ». Questo è il motto. Per questo i genitori evitano di avere figli; per questo non educano i figli ad essere esigenti e ad avere spirito di sacrificio….  Dobbiamo prendere la croce in famiglia!

E anche nella scuola! La maggior parte delle scuole e delle università europee sono state fondate dalla Chiesa. Ma l’educatore principale dei bambini e dei giovani è la famiglia, quindi, a chi spetta la responsabilità dell’educazione spirituale dei bambini e dei giovani? Al padre, alla madre e al Sacerdote: dove troviamo la forza di educare all’amore per il lavoro, alla purezza di vita, alla coerenza di vita, alla costanza nel fare il bene…? Dall’esempio di Cristo inchiodato alla croce. – Più di 40.000 studenti maomettani studiano all’Università del Cairo. E qual è la materia più importante che viene insegnata? Il Corano. Per loro questo libro è filologia ed etica, storia e diritto, filosofia e archeologia… E quando una volta uno straniero espresse il suo stupore per questo modo di pensare, la guida gli sussurrò all’orecchio: « La chimica è importante, ma Allah è più importante ». In un certo senso aveva ragione: la chimica è importante, importante, anche la tecnologia, la medicina; tutte le scienze sono importanti…, ma Dio è il più importante! Un tempo anche noi la pensavamo così. Nelle città, nei villaggi, l’edificio più visibile di tutti era la Chiesa, e sopra di essa la croce di Cristo sulla sua torre. Oggi non è più così, i grandi edifici sono le banche, le aziende, le fabbriche… Ma questo non sarebbe importante se la conoscenza scientifica non fosse spesso usata e manipolata per combattere la Religione. – Cosa ci succederà se adoriamo la scienza e la tecnologia, se non riconosciamo che ci può essere qualcosa di più prezioso, se non riconosciamo Dio, il Creatore dell’intero universo? Vedremo come l’uomo, che nega Dio, finirà per distruggere se stesso.

Alzare la croce in officina, in fabbrica. – Per le corporazioni del Medioevo la fede religiosa era la cosa più importante, ed è per questo che la croce presiedeva tutti i luoghi in cui si lavorava. L’artigiano doveva solo guardare la croce per trarne forza, incoraggiamento e perseveranza per fare un lavoro ben fatto; e quando la guardava, la persona in autorità imparava da essa ad essere giusta, ad amare i suoi subordinati, a trattarli come meritavano. All’ombra della croce non potevano esserci imbrogli, frodi sul lavoro, odio, lotta di classe, avidità, abbassamento dei salari, trattamenti disumani. – Poi è arrivata la rivoluzione industriale e i padroni assetati di profitto hanno preferito lasciare da parte la Religione, perché serviva solo a frenare la loro avidità. « La Religione non ha nulla a che fare con la finanza e il mondo degli affari… via il crocifisso… » e lo hanno tolt!. Qual è stato il risultato? La lotta di classe, che tante volte ha messo i popoli gli uni contro gli altri e che ha dato origine a tante guerre. Ma la questione sociale non sarà risolta finché non vedremo tutti Cristo inchiodato alla croce come modello da seguire, perché Cristo è il Re del lavoro!

***

Quando lo scrittore svedese Strindberg, dopo aver condotto una vita di totale traviamento e vizio, sentì che la sua fine si avvicinava, chiese che venisse posta una croce sulla sua tomba, con questa iscrizione: Ave Crux spes unica! « Ave, Santa Croce, nostra unica speranza ». Sì, anche oggi la nostra unica speranza è la croce di Cristo Re; è il nostro unico orgoglio, la nostra unica consolazione quando la sofferenza ci attanaglia. « Non mi vanto di conoscere altro… se non Gesù Cristo e lui crocifisso » (I Cor II, 2). Nel crocifisso è contenuta tutta la nostra teologia dogmatica e morale; c’è il nostro Catechismo; da esso scaturisce la nostra forza, la nostra speranza, la nostra felicità. La gentilità moderna ha seppellito la croce di Cristo; le statue pagane del disamore, del dio denaro e dell’immoralità risorgono sulla croce. Siamo Cristiani, ma abbiamo perso la croce.

VIVA CRISTO RE (14)

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (9)

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (9)

LA GRAN BESTIA SVELATA AI GIOVANI

dal Padre F. MARTINENGO (Prete delle Missioni

SESTA EDIZIONE – TORINO I88O

Tip. E Libr. SALESIANA

XVII.

VÆ SOLI.

Dunque siamo intesi. Primo mezzo a vincer la bestia e farvi uomini, in cominciar subito, incominciar fin d’ora nelle vostre case, nella famiglia, nelle scuole, nei convitti, ovunque vi accada trovarvi. Se non cominciate fin d’ora probabilmente non ne farete più nulla. Badatevi! dalla vostra condotta presente può dipendere il diventar liberi o schiavi per tutta la vita. – Un secondo mezzo ve l’ha accennato quel bravo studente, di cui or ora vi ho riferite le parole. L’uomo, e più il giovine, non ha a star solo; lo disse Dio: Non est bonum hominem esse solum; e væ soli! ci dice la Sapienza, quia si ceciderit non habet sublevantem se. Guai a chi è solo! se cade chi aiuterà ad alzarsi? Finché il giovinetto sta in famiglia, della compagnia ne ha d’avanzo; ma lontano da essa ha bisogno di qualche amico, che l’aiuti, il consoli, lo sorregga. Voi dunque, se vi toccherà vivere lontano da’ cari vostri, fate come quel buon giovane; prima di tutto non v’affidate a chi ben non conoscete; ma volgete gli occhi in intorno a voi, esaminate quali giovani vi paiano più ingenui, più rispettosi, meglio educati; pesatene le parole, osservatene la condotta, e se un ne trovate di cui il cuore, dopo sì lungo esame, vi dica: egli è un giovine per bene, un cuor d’oro, un angelo; gettatevi pure nelle sue braccia. Uniti l’uno all’altro in santa e dolce amicizia, percorrerete animosi e senza intoppo la via della virtù, v’aiuterete l’un l’altro a farvi uomini davvero. – Studiava non ha molti anni all’università di Parigi un giovane figlio d’ottimi genitori lionesi; il quale, volendo serbar intatto nel cuor suo il tesoro della fede e della pietà, e pur vedendosi stretto intorno da centinaia di giovani increduli e scostumati, che il tacciavano d’inetto e dappoco perché mostravansi Cristiano, raccozzò tra’ compagni sette giovani di sicura virtù e disse loro: — Voi vedete come costoro; in odio alla fede che professiamo, bertano, trattandoci da inoperosi ed imbecilli. Or bene, mentr’essi bestemmiano e si corrompono nel vizio, e noi santifichiamoci coll’esercizio della carità. Parmi il mezzo più acconcio a chiuder loro la bocca, e confermare vieppiù noi stessi nella fede. — Il giovane che così parlava era Federico Ozanam, che non tardò ad empire la Francia del suo nome, delle sue buone opere, de’ suoi scritti; e que’ sette compagni divennero la società di s. Vincenzo de’ Paoli, che dopo appena vent’anni da quegli umili principii, cresciuta e sparsa in ogni parte del mondo civile, nella sola Parigi contava già due mila giovani associati, e soccorreva cinque mila povere famiglie del popolo. – Io v’auguro, o cari giovani, che imitiate Federico Ozanam, e v’esorto quanto so e posso, a studiarne la vita, dalla quale potrete apparare assai bene l’arte di farvi uomini qual desiderate. Soprattutto poi vi raccomando di seguirne il consiglio, d’aggregarvi alla società ch’egli ha fondata. E non badate, che il mondo ne svilisca i giovani generosi col nome di Paolotti, e li tacci di non so qual mene politiche. Menzogna! La politica di questi giovani è qual la definiva fin da principio il loro fondatore: — rispondere alle vane ciance degli increduli con le opere della carità, e coll’esercizio di sì bella virtù rinvigorire il sentimento della fede. — E invero, se basta a volte un solo amico a rinvigorire fra gli assalti del mondo maligno la giovanile fiacchezza, che conforto non Vorrà essere ai vostri cuori quel vedervi associati a centinaia di giovani pari vostri, viventi di fede, ardenti di carità! – Ma se compagni ed amici cosìfatti, stretti con voi in unione di cari fratelli, varranno a mirabilmente rinfrancarvi nel bene, sentirete pure, presto o tardi, il bisogno d’un amico di diversa specie, d’un uomo di senno e d’autorità, che adempiendo verso di voi l’ufficio di padre, vi consigli, vi illumini, vi guidi fra mezzo alle difficoltà ed all’incertezze della vita. Questo è quell’amico di cui ci dice lo Spirito Santo: — Amicus fidelis protectio forti; medicamentum vitæ et immortalitatis… qui invenit illum invenit thesaurum. – Quest’amico lo trovò quel buon Tobiuzzo, di cui ci narra la sacra storia, che in procinto di avviarsi, mandato dal padre, ad un paese lontano, s’abbatté in un bel giovane splendente in volto di grazia e maestà, succinto nelle vesti, con in mano il bastone in atto di far viaggi. To biuzzo l’interroga, lo prega, e l’altro cortese risponde e s’offre a fargli da scorta. Partono: Tobia sen va sicuro al suo fianco, ne ammira la sapienza, ne ascolta i consigli, cessa la noia, tempera la stanchezza, sfugge ai pericoli della via, e sen torna ricco e fortunato a consolare il vecchio padre del don della vista, che da più anni aveva perduto. Che meraviglia? La guida ch’egli avea scelta era, nascosto sotto umano sembiante, l’Angelo di Dio. – Ora anche voi, miei buoni giovani, avete a intraprendere un lungo pellegrinaggio. Inesperti qual siete della via e de’ suoi molti pericoli, non v’affidate al vostro povero senno. Sceglietevi anche voi un buon Angelo, che in nome del cielo vi accompagni; a lui aprite tutto il cuor vostro, a lui ricorrete ne’ dubbi, nelle ansietà, negli affanni della vita; ascoltatene docilmente e mettetene in opera i consigli, ed egli sarà veramente per voi ciò che dice la Scrittura: un forte e fedel protettore della vostra giovanile debolezza: un farmaco soave ai mali e alle tristezze della vita, e da ultimo una scorta sicura, che dopo avervi confortato a rendervi uomini veri e veri Cristiani, vi aprirà le porte della beata immortalità.

XVIII.

CARATTERE.

Pazientate, sopportatemi ancora un poco, o cari giovani. A francarvi dalla servitù dell’umano rispetto, ho ancora un mezzo a suggerirvi, ed è che attendiate con ogni sforzo a formarvi un carattere franco e sincero. Lungi da voi ogni dissimulazione, ogni finzione ed inganno Quel che avete in cuore non arrossite mostrarlo alle parole, ai fatti. La fronte non si abbassa, non arrossisce che per vergogna, e vergogna non deve aversi che del male. Già ve l’ho detto e ora vel ripeto, portate la fronte alta, parlate chiaro, guardate la gente in faccia. Non potete credere quanto un far libero e franco svilisca i tristi. – Alla franchezza unite il buon umore e la cordialità; vogliate bene a tutti e mostratelo alle parole e ai fatti. Se vi dà l’occasione di rendere altrui servizio, fatelo di buona grazia, anche a costo d’incomodarvi, fatelo anche per coloro che d’opinioni e di condotta vi fossero avversi: ma s’ei tentassero la vostra fede o la vostra virtù, fate lor vedere che non vi fanno paura. San Francesco di Sales era all’università di Bologna il più compito cavaliere e il più cordiale giovane di questo mondo. Assalito una sera a tradimento da una man di giovinastri, che ne insidiavano il pudore, voltò ardito la fronte, trasse la spada, li sgominò, li mise in fuga…. D’ allora in poi più non s’ardirono tentarlo. – Se l’indole vostra v’inclina al frizzo pensate che l’attitudine a far ridere è un dono pericoloso; servitevene rado e a tempo, più per difesa che per offesa. E anche quando fosse a vostra difesa, ricordatevi, che altro è vellicare e pungere a fior di pelle, altro è lacerare e far sangue. Chi così morde, foss’anche a ragione, si accatta odio e malevoglienza. – Cionondimeno e’ si dà caso che un frizzo pungente torni acconcio a liberarvi da una noiosa ed ingiusta vessazione, ed umiliare l’oltracotanza di chi spudorato insulta alla virtù. – Raccontano d’una semplice contadinella, che recatasi dalla campagna in città per non so qual festa della Madonna, e non sapendo la chiesa, ne dimandò un panciuto che stavasi assiso sulla panca d’un caffè fra un branco di lions, fumandosi beatamente la sua pipa. — Che chiesa, che chiesa? (rispose l’interrogato) andate a divertirvi, povera ragazza, che meglio per voi. Guardate me; io non entro mai in chiesa, eppure son cresciuto grande, grasso e sano, qual mi vedete. – La contadina lo squadrò così un poco di sbieco, e con un suo risolino a fior di labbra: — Mio padre ci ha un par di bovi, che son più grassi e grossi di lei: neppur essi entrano mai in chiesa. — Fu un seroscio di risa di quanti udirono la risposta, e un batter di mani e un gridar di brava! den detto! Alla contadina. Il panciuto poté dire con Dante: Io non morii e non rimasi vivo. – Sentitene un’altra. Un consigliere liberale fece un discorso contro non so qual processione religiosa. Ad ogni tratto aveva in bocca libertà, libertà! E conchiudeva colla solita  logica  de’ nostri padroni, che in nome della libertà quella processione dovesse proibirsi. Finito il discorso, gli amiconi. a far ohi una Salva d’applausi. Un consigliere cattolico che sedev dalla banda opposta s’alza, e: — Bravo! applaudo anch’io: il messere ama proprio di cuore la libertà; tanto è vero, che la vorrebbe tutta Per sé e pe’ suoi. — Bastò questo frizzo a mandare: monte la deliberazione. – Ma questa del frizzo, torno a dire, è arma pericolosa e difficile a trattare; e in man vostra, o giovani, potrebbe nuocere non poco a quel discreto riserbo, e a quella cara modestia, che stanno tanto bene alla vostra età. Attenti però a non iscambiare la modestia e il riserbo colla dapocaggine e colla viltà d’animo. Solo un’onesta franchezza vi renderà dai tristi rispettati e sicuri. – E ci ha de’ giovani d’indole timida, peritosi, impacciati. a’ quali riesce difficile, e per poco direi, impossibile. un fare disinvolto e spigliato. Costoro, se son buoni e buoni desiderano conservarsi, non si mettano in  tal ginepraio, da cui poi riesca loro difficile il cavarsi con onore. Mi spiego. Per un giovane franco, quale io lo vorrei, certe compagnie non portano pericolo: e’ sa pararsi le mosche. Ma voi, giovinottino mio, che d’un nonnulla sbigottite, e v’impacciate ad ogni incontro come un pulcin nella stoppia, abbiate rispetto all’indole vostra, alla vostra debolezza, e se in certe compagnie sentite di non poterci stare con decoro, cessatevene pel vostro meglio. – San Luigi e santo Stanislao erano nel bene così francamente risoluti, che i licenziosi parlatori al sopragiunger loro ammutivano. Per costoro non c’era, sto per dire, compagnia pericolosa. Ma voi? avete voi la franchezza di quei due? avete voi la franchezza e la virtù de’santi?…

XIX

DIO LO VUOLE.

Voi conoscete, suppongo, la storia della prima Crociata, e sapete che l’eremita Pietro fu il primo ad accendere in petto ai padri nostri quel fuoco, che gli spinse a versarsi sì come torrente sulla lontana Palestina e strappare dalle mani dei Turchi la gran città consacrata e santificata dal sangue d’un Dio. – Volete intendere come cominciò a divampare quell’incendio? Venite con me nella gran pianura di Clermont. Vedete quante migliaia di persone! che ondeggiare, che fremere, che agitarsi! Paion l’onde del mar quando rugge da lontano la burrasca. Qui son principi, duchi, baroni con le lor corti e loro milizie; qui Vescovi, monaci, Sacerdoti accorsi da tutte le parti di Francia e d’Italia; qui un’onda immensa di popolo d’ogni età, d’ogni sesso e d’ogni condizione. Guardate là in fondo quel loggiato che sorge all’ombra di quel boschetto. Là è Papa Urbano II col suo numeroso corteggio. Tra i porporati che il circondano, voi vedete un barbuto in rozza tonaca con un mantellaccio rattoppato che gli pende dalle spalle. Guardate quel capo calvo, quella fronte corrugata, quelle guance scarne, quegli occhi che si volgono irrequieti ed ardenti, e paiono mandar lampi. È Pietro l’eremita, che or ora farà tuonar sua voce all’orecchio delle assembrate moltitudini. Squilla una tromba, cessa il muggito dei popoli, si fa grande silenzio. – Il Pontefice si leva, dichiara aperto il Concilio di Clermont, ne espone le ragioni, ne dichiara lo scopo: liberare il sepolcro di Cristo dalle mani degli infedeli. Indi accenna a Pietro, che calatosi dal loggiato, e salito sur un masso lì presso, da dove può più facilmente essere scorto ed udito da tutti, incomincia colla sua voce rauca e concitata, col gesto ,imperioso, e con quel suo tono da ispirato, ad arringare le turbe. – Narra dapprima ciò ch’egli stesso cogli occhi suoi ha veduto, la città santa in man dei cani, e i luoghi santificati dal sangue di Cristo orribilmente profanati. Narra la baldanza degli infedeli, e l’oppressione dei Cristiani abitanti Gerusalemme, schiacciati sotto un di ferro, taglieggiati, oltraggiati, vilipesi nelle guise più atroci. Narra le angosce ed i patimenti dei pellegrini devoti, che recatisi di lontanissime contrade alla santa città fra mille stenti e travagli, pur colla speranza di bagnare di lor lagrime quella terra tutta inzuppata del sangue del Redentore, e coprirne di fervidi baci il sepolcro, ne venivano da man brutale respinti, oltraggiati, battuti e morti, ed i cadaveri lasciati insepolti (miserando spettacolo) per le vie della santa città, e gettati alla campagna orrido pasto alle belve feroci. – Dipinto così al vivo lo stato della santa città, e il patir de’ Cristiani, pon mano ad accendere i cuori della brama vendicar l’onta di Cristo,  e del nome cristiano; ed è tanto efficace ed infiammato il suo dire, che un grido solo di tutti il seconda, e fa rintronare le valli e i monti lontani: — A Gerusalemme, a Gerusalemme! Dio lo vuole, Dio lo vuole! E al grido Dio lo vuole, si crociavano a migliaia, abbandonavano la patria, la famiglia, il regno, superavano i disagi della lunghissima via, si slanciavano contro i nemici; davano l’assalto alla santa città, piantavano sulle sue mura il vessillo della croce, adoravano, baciavano libero e glorioso il sepolcro di Cristo. – Or vengo a voi, miei giovani amici. Voi dovete farvi uomini ad ogni costo: Dio lo vuole, Dio lo vuole! Tutto dovete fare, tutto sacrificare a questo pensiero, a questa, che può dirsi per voi, l’impresa più grande di tutta la vostra vita. E voglio dire che l’idea del dovere (e che altro è insomma il dovere se non la volontà, di Dio?) la portiate sempre in cima di tutti i vostri pensieri, e in essa teniate sempre fisso lo sguardo,  come nella sua stella il navigante. — Perisca il mondo (diceva quel tale) ma si faccia la giustizia. E perisca il mondo, ripetete voi, ma il dovere si adempia. Ricchezze, onori, piaceri, privato interesse, amor proprio, egoismo, passioni, da, tutto ceda, tutto si sacrifichi, tutto svanisca davanti a questa grande idea del dovere, come svaniscono su pel cielo le stelle all’apparire del sole. Il dovere innanzi tutto: Dio lo vuole, Dio lo vuole! Con questo grido in cuore anche voi, come quei valorosi crociati, pigliate l’armi, e slanciatevi animosi alla battaglia. La vittoria sarà vostra. – Non per altro l’età nostra è tanto povera di virili e risoluti caratteri, e tanto feconda di fiacchi ed incostanti, se non perché allo svanir delle idee religiose, e all’affievolirsi della fede, s’è pure illanguidita ne’ più l’idea del dovere. Ma, grazie a Dio, non è per anco tanto in basso caduta questa nostra cara e infelice Italia, che ci vengano affatto meno i generosi esempi. – Giovani miei, volgete gli occhi a Roma, al Vaticano. Guardato a quel santo vecchio che chiamasi Pio IX. Quello è il più grande e il più forte degl’italiani, l’uomo e l’italiano per eccellenza. Oh le battaglie ch’Egli ha combattuto! Oh l’onte e l’ingiurie ch’Ei sostiene! Oh l’amarissimo calice che gli porgono a bere gl’ingrati figliuoli! – Che non han tentato gli empi per vincerlo e trarlo dalla loro! Dapprima l’imebriarono d’applausi, 1’innalzarono alle stelle, voleano (o fingevano)  mettergli in mano lo scettro di tutta Italia. Poi, volti in maledizioni gli applausi, l’han saziato d’obbrobri, l’han dato favola alle genti, l’han circonvenuto d’insidie. Finalmente gli hanno strappato di capo la secolare corona, pur dichiarandolo re, ma re da burla a guisa del divin Nazareno. – Or bene, tra tante battaglie, che da tanti anni sostiene, il santo vecchio non ha indietreggiato d’un passo, non ha mutato la sua parola, che è parola di verità, non ha cambiato il suo volto d’angelo che sorride e prega e perdona. Imperversino ancora i suoi nemici, gli sì accalchino attorno da ogni parte, gli si gettino addosso come cani arrabbiati, gli tolgano, non pur l’onore, non pure il regno, ma l’istessa vita; Pio Nono anche nell’agonie della morte ripeterà, come il Battista, il non licet, e colla parola della verità sulle labbra, consegnerà la grand’anima a Dio. – Giovani miei, prostratevi dinanzi a questa, che, volere o no, sarà sempre la più grande, la più sublime figura del nostro secolo; ma nel prostrarvi dite a voi stessi: — Ciò che tanto sublima Pio nono e lo rende al secolo nostro il più grande degli uomini, il primo degli italiani, è la santa, la divina idea del dovere. Con quest’ idea sempre fissa nel cuore, sempre fissa nella mente, anch’io vo’ rendermi degno del nome che porto d’uomo, d’italiano, di Cristiano. —

VIVA CRISTO RE (12)

CRISTO-RE (12)

TOTH TIHAMER:

Gregor. Ed. in Padova, 1954

Imprim. Jannes Jeremich, Ep. Beris

CAPITOLO XIV

CRISTO, RE DELLA FAMIGLIA (III)

FEDELTÀ CONIUGALE

A causa della guerra di Troia, Ulisse dovette allontanarsi da casa per vent’anni. E durante tutto questo tempo sua moglie, Penelope, fu assediata da centootto pretendenti. E per liberarsi di loro, pose questa condizione: “Quando avrò finito di tessere questa tela, sceglierò uno di voi”. Di giorno, sotto gli occhi dei pretendenti, lavorava pazientemente, tessendo senza sosta; ma di notte disfaceva tutto ciò che aveva tessuto durante il giorno. In questo modo, riuscì a guadagnare tempo fino al ritorno del marito dopo vent’anni. Un vero esempio di fedeltà coniugale, di vero amore.  Che cosa è necessario, soprattutto, per mantenere la fedeltà coniugale? Innanzitutto, i coniugi devono essere fermamente decisi ad osservare i Comandamenti di Dio. In una famiglia di questo tipo, ci possono essere divergenze di opinione e lievi attriti – ce ne saranno sempre, perché siamo uomini – ma soprattutto ci sarà la pace, perché ci saranno l’amore abnegante ed il perdono magnanimo, nessun litigio grave e nessun rancore.  “I mariti devono amare le loro mogli come il proprio corpo” (Ef V, 28), cioè amarle come se stessi. “Mariti, amate le vostre mogli e non trattatele duramente” (Col III, 19). Lei vi è stata data da Dio come compagna, non come schiava.  “Le mogli siano sottomesse ai loro mariti come al Signore; l’uomo infatti è capo della moglie, come Cristo è capo della Chiesa (Ef V, 22-23). Ma l’osservanza dei Comandamenti di Dio, e quindi la fedeltà, non può essere improvvisata, ma deve essere vissuta anche prima del matrimonio. Ciò richiede amore per Dio, controllo delle proprie passioni, abnegazione e spirito di sacrificio. Da qui l’importanza di educare i giovani in questo senso. L’esperienza ci dice che nella maggior parte dei casi, quando ci sono gravi divergenze tra i coniugi, è semplicemente perché non si trattano con delicatezza e gentilezza, perché non sono comprensivi l’uno con l’altro e non sanno perdonare le imperfezioni e le differenze dell’altro. Quindi educhiamo i giovani fin da piccoli a comprendere e tollerare le debolezze e i difetti dell’altro. Educhiamoli affinché non si abituino a dire sempre: “è stato lui a cominciare”, “la colpa è sua”; ma che sappiano confessare semplicemente: è colpa mia. Educhiamo i ragazzi a non aspettare che l’altro faccia ammenda per primo, ma a provare a chiedere perdono per primi. Educhiamoli a essere sempre pronti a cercare non i propri interessi, ma quelli degli altri. Si capisce bene che due giovani di questo tipo, se si sposano, vivranno in armonia e saranno fedeli l’uno all’altro, perché nessuno dei due cercherà la propria felicità, ma quella dell’altro. Molte discussioni e litigi in famiglia sono dovuti al fatto che uno dei coniugi ha un temperamento pignolo che non è stato tenuto a freno, è capriccioso, impaziente e irascibile all’estremo. – A volte il problema è causato dalla moglie, che è capricciosa e vanitosa, che ha desideri irrealistici e grandi pretese al di sopra delle sue possibilità. Per esempio, quando si tratta di abiti e cosmetici, tutto le sembra troppo poco. Pensa solo a brillare e a farsi notare. E non si rendono conto che i bravi giovani prestano più attenzione alla bellezza dell’anima che all’aspetto esteriore: che sia semplice e altruista, gentile e comprensiva. …. Per questo motivo, soprattutto le ragazze devono essere educate alla modestia e alla semplicità. I giovani dovrebbero anche essere educati ad essere pazienti e a saper superare i loro stati d’animo, i loro sentimenti, senza dare loro l’importanza che non hanno. – Si racconta che in una certa occasione Xanthippa cominciò a rimproverare il marito Socrate molto presto al mattino…; tuoni e fulmini continuavano a cadere su di lui. Alla fine Socrate, stanco di tutte queste angherie, uscì di casa. La moglie, infuriata, gli gettò un catino d’acqua in testa dalla finestra. Socrate si fermò, guardò in alto, e così com’era, bagnato fino alle ossa, disse con calma: “Senza dubbio, dopo il tuono di solito piove…”. È anche difficile per i coniugi essere fedeli nel matrimonio se prima non hanno vissuto la castità, rimanendo vergini fino al matrimonio. Per questo è importante che i genitori educhino i figli alla purezza prima del matrimonio.

***

Vicino a Gerusalemme, a Betania, viveva una buona famiglia, composta da tre fratelli e sorelle: Marta, Maria e Lazzaro. Il Signore ha contraddistinto questa casa felice con la sua speciale amicizia. Dopo il duro lavoro, andava a riposare presso questa famiglia, e in queste occasioni le due sorelle facevano il possibile per prendersi cura di lui. La felicità regnava in questa famiglia? Quanto è benedetta la famiglia che sa coltivare questa calda e sincera amicizia con Nostro Signore Gesù Cristo! Le disgrazie possono arrivare di tanto in tanto – può esistere una famiglia che non abbia giorni tristi? – ma non si disperano né perdono la pace, perché in quei momenti si rivolgono a Gesù Cristo per trovare la forza e la grazia di cui hanno bisogno. Anche la famiglia di Betania subì un duro colpo: a chi si rivolse allora? A Gesù Cristo, l’amico della famiglia. Contempliamo la scena. Lazzaro si ammala gravemente, Cristo è lontano. Le sorelle si occupano con timore e affetto del malato, le cui condizioni peggiorano sempre di più…. “Signore, guarda, la persona che ami è malata”: questo è il messaggio che inviano a Gesù. Il Signore non viene – spesso sembra che non ascolti nemmeno me. Lazzaro entra in agonia; le sorelle, addolorate, attendono con ansia l’arrivo di Gesù. Non viene. Lazzaro muore e il Signore non è ancora venuto. Gesù non amava questa famiglia? Oh sì, eppure ha permesso che la sfortuna li visitasse. Per darci una lezione: Egli è consapevole di ciò che ci accade e, nonostante ciò, spesso non lo fa. Egli ha un piano migliore per noi, anche se non lo comprendiamo. Il Signore vuole che non perdiamo la fede in Lui, anche se a noi può sembrare il contrario.

CAPITOLO XV

CRISTO, RE DELLA FAMIGLIA (IV)

IL DIVORZIO

I miei lettori conoscono la storia di Caterina Jagello, moglie di un principe finlandese? Chi era Catherine Jagello? La moglie di Giovanni Wasa, principe di Finlandia. Gli svedesi imprigionarono il principe e lo condannarono all’ergastolo a Stoccolma. Caterina si precipitò a Stoccolma e disse al re di Svezia: “Permettetemi, Maestà, di essere imprigionata con mio marito”. Ma che razza di idea è questa? – Erich, il re svedese, esclamò: “Sai che tuo marito non vedrà mai più il sole?” Lo so, Vostra Maestà. E sapete, inoltre, che sarà trattato non come un principe, ma come un ribelle che ha commesso un reato di lesa-maestà? – Lo so. Ma libero o prigioniero, innocente o colpevole, John Wasa è mio marito. Il re viene spostato. – Ma credo – dice a Catherine – che la condanna di tuo marito spezzi i legami che ti legano a lui…. Siete liberi… Per tutta risposta, Caterina si tolse la fede dal dito e disse semplicemente: “Leggete, Vostra Maestà.” Sull’anello erano incise solo due parole: “Fino alla morte”. Caterina entrò in prigione e visse per diciassette anni accanto al marito, finché Erich, il re svedese, morì e Giovanni Wasa poté riacquistare la libertà…. – Fino alla morte; solo la morte può separarmi da lui. Robusto o malato, ricco o povero, esile o debole, bello o brutto, gentile o capriccioso…, non importa; è mio marito e nulla mi separerà da lui…, solo la morte. – Catherine Jagello è un modello di fedeltà coniugale per il mondo di oggi, dove tante famiglie sono distrutte dal flagello del divorzio. Quanto siamo caduti in basso, quanta poca stima viene data al matrimonio! Purtroppo vediamo che ciò che Cristo ha elevato alla dignità di sacramento, ciò che San Paolo chiama “un grande mistero”, viene iniquamente disprezzato. L’onore e il rispetto per il matrimonio, quanto poco è valutato nel nostro tempo! Abbiamo quasi raggiunto lo stato pietoso della decadenza di Roma, quando le donne si vantavano del numero di mariti che avevano avuto. – Osserviamo cosa succede spesso. Marito e moglie litigano. Non c’è niente di speciale. Debolezze umane. Ma litigano per ogni futilità…; e la fine? “Beh, se non ti piace, divorziamo!” Sì, “divorziamo!”. Incontrate una dolce coppietta. Vogliono “sposarsi”. E, con sconcertante ingenuità, dicono che lui era già sposato con un’altra e lei con un’altro ancora; che la situazione era insopportabile; per questo… hanno semplicemente divorziato, ed ecco il documento ufficiale rilasciato dallo Stato. “Hanno semplicemente divorziato” e ora vogliono risposarsi…  – Un nuovo vicino si trasferisce in paese o un nuovo dipendente arriva nella piccola città di provincia. Fa visita al parroco e il parroco ricambia la visita. Poi viene a conoscenza del caso: il signore ha avuto due mogli; la signora ha avuto un marito prima di questo matrimonio…; dichiarano di essere molto interessati a partecipare alla vita della parrocchia. Per il resto, tutto è in regola…, secondo la legge civile: “erano semplicemente divorziati”. Semplicemente! – Due quindicenni camminano per strada e parlano con la massima naturalezza…. Di cosa stanno parlando? Matematica? Ah, no! Ascoltate cosa si dicono l’un l’altro: “Sai, se hai un marito così…, beh, semplicemente…, è meglio divorziare…”. Cosa dice Nostro Signore Gesù Cristo sul divorzio? – Non c’è dubbio che Dio Creatore abbia istituito il matrimonio come alleanza indissolubile tra un uomo e una donna. Nell’Antico Testamento c’era il libello del ripudio; ma a quel tempo il matrimonio non era un Sacramento e Dio lo tollerava solo per motivi particolari. Ma Gesù Cristo ha elevato il matrimonio alla dignità di Sacramento e lo ha riportato al suo stato originario di purezza ideale, alla sua unità e indissolubilità. – La legge di Mosè permetteva il divorzio in alcuni casi, e così i farisei chiesero al Signore: “È lecito a un uomo allontanare la propria moglie per qualsiasi motivo?” Allora NOSTRO SIGNORE pronunciò le parole memorabili per sempre: “A causa della durezza del vostro cuore, Mosè vi ha permesso di rimandare le vostre mogli, ma da principio non era così” (Mt XIX: 8). “Ciò che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi” (Mt XIX, 6). “Perciò io dichiaro che chi divorzia dalla propria moglie… e ne sposa un’altra, commette adulterio; e chi sposa colei che è divorziata commette adulterio” (Mt XIX, 9). E che questo sia il modo in cui gli Apostoli l’hanno inteso è dimostrato dalle parole di SAN PAOLO: “La donna sposata è legata dalla legge al marito finché egli vive… per questo è considerata adultera se, mentre il marito vive, sposa un altro uomo” (Rm VII, 2.3). È possibile parlare più chiaramente?  – L’unica cosa che la Chiesa può fare in caso di profondi disaccordi tra i coniugi è permettere ai coniugi di separarsi, ma questo non scioglie il matrimonio in modo tale che i coniugi possano contrarne uno nuovo. “Agli sposi, non io, ma il Signore comanda che la moglie non si separi dal marito; che se si separa, non si risposi o si riconcili con il marito”, dice SAN PAOLO (1 Cor VII,10). Se meditiamo con calma su questo criterio seguito dalla Chiesa, la stessa ragione ci dice che non è possibile procedere in altro modo. La dignità dell’uomo, il bene della società e la sicurezza dei figli si oppongono rigorosamente al divorzio. La dignità dell’uomo. Nel matrimonio, due esseri si donano l’uno all’altro, in un’unione così stretta da non poterne concepire una più profonda. “Io sono tutto tuo come tu sei tutto mio”, si dicono con orgoglio gli sposi. Ma cosa ne sarebbe della dignità dell’uomo, dell’onore dell’uomo, se questa rinuncia fosse fatta per un certo periodo di tempo? Se il marito può separarsi dalla moglie come da un abito usato, allora l’uomo viene abbassato al livello di una merce; e se il matrimonio viene sciolto per capriccio, nel mondo in cui trionfa la malvagità, la dignità umana scompare. La società ha smesso di essere “società umana”. Togliete i cerchi dalla canna… e si sgretolerà in mille pezzi. Il cerchio della società è il matrimonio indissolubile. Se la famiglia crolla, la società si sgretola. Non ci può essere una resa completa, una fiducia reciproca per formare una famiglia, se entrambe le parti devono continuamente temere: quando l’altro mi lascerà? – E arriviamo a uno dei punti più tristi: che ne sarà dei bambini i cui genitori hanno divorziato? Sento il mio cuore tremare ogni volta che incontro questi poveri bambini sulla mia strada. Questo caso è capitato a un catechista. Ha incontrato un’ex discepola, una ragazza di sedici anni. Le chiese: -Come stai? Come stai? Bene, grazie. -Cosa c’è di nuovo a casa? – Non sono stata a casa per molto tempo. Come sapete, vivevo con mia madre, che ha divorziato e si è risposata. Mi sono trovato bene con il patrigno. Ma mia madre divorziò di nuovo e si risposò per la terza volta. Non ero più disposto a seguirla nella nuova casa. – La cosa migliore è che tu torni da tuo padre. – Impossibile. Mio padre è sposato, ha altri figli e non vuole vedermi.  – E con chi vivi ora? – Con un amico. E non so per quanto tempo. -E una lacrima scivolò sul viso della povera ragazza. Avete mai visto un uccellino che è stato spinto fuori dal suo nido dal vento? Come soffre, come guarda con timore il mondo che lo circonda! I figli dei divorziati si sentono abbandonati: chi cercherò, mio padre? ma accanto a lui c’è un’altra donna; mia madre? ma l’uomo accanto a lei non è mio padre. Poveri figli, i loro genitori sono ancora vivi, eppure si sentono orfani! Come si sentono tristi! Padri – quelli di voi che stanno pensando al divorzio – pensate ai vostri figli!

III

Ora sappiamo cos’è il divorzio. “Ma lo sapevamo già”, mi obietta qualcuno; “i principii possono essere molto alti, ma la vita reale è molto diversa! La vita ride dei principii”. Sappiamo che l’ideale è che il matrimonio sia indissolubile; questo va benissimo. Ma cosa succede se il matrimonio non era quello giusto, e anche in questo caso è indissolubile? A volte ci troviamo in situazioni terribili. Non c’è sofferenza su questa terra, non c’è inferno come quello di un marito ed una moglie che litigano sempre. E non si può sciogliere? Almeno in questi casi il divorzio dovrebbe essere consentito. Una brava donna sposa un uomo rude e alcolizzato; un marito diligente e laborioso sposa una donna viziosa ed egoista? In questi casi la vita non è altro che un inferno, e non si può sciogliere il matrimonio? – Lo ammettiamo, nella vita ci sono casi terribili. Tuttavia, il matrimonio è indissolubile. Il divorzio non può essere permesso, il legame non può essere spezzato in modo tale da rendere lecito in seguito un altro matrimonio, perché se fosse permesso una volta, la rovina sarebbe presto completa. Se una veste comincia a lacerarsi, chi può evitare che si strappi del tutto? Mariti e mogli si abbandonavano nei momenti più critici: quando l’altro aveva più bisogno, in caso di malattia, nella vecchiaia. Gli esempi non mancano: le moderne leggi civili rendono molto facile il divorzio e più è facile, più aumentano i divorzi. Se tutti sapessero che non possono divorziare, che devono vivere insieme fino alla morte, allora dovrebbero accettarsi a vicenda. D’altra parte, quando il divorzio è permesso, basta il minimo dispiacere per far sì che la gente si lamenti: “Non ti piace? Se non ti piace, divorziamo!”  – E c’è una cosa che non dobbiamo dimenticare: il matrimonio è un Sacramento. Gli sposi ricevono una grazia speciale per essere forti nella felicità e nella disgrazia, purché abbiano buona volontà; e così, con la grazia di Dio, anche i matrimoni che sembrano un disastro, che non sono abbastanza felici, possono essere sopportati con pazienza e comprensione.  – “Ma se non amo più il mio coniuge? Dovrò soffrire tutta la vita con lui? O non ho diritto alla felicità? Che ne sarà della mia vita? Non è forse un’ingiustizia, una crudeltà? È l’amarezza che ti impone queste parole; non sai, fratello, cosa stai dicendo. Parlate come se non credeste nella vita eterna. Il Signore può essere crudele, può essere ingiusto? Egli sapeva bene quanta sofferenza ci sarebbe stata nel matrimonio, eppure ha voluto che fosse indissolubile. Nostro Signore Gesù Cristo non è crudele; ci chiede solo di fare dei sacrifici. E non solo su questo punto, ma in tutti gli aspetti della vita. Vuole che soffriamo piuttosto che peccare: vuole che soffriamo piuttosto che rinnegare la nostra fede. A volte chiede il nostro sangue, la nostra vita, come nel caso dei martiri; a volte chiede la sofferenza, come nel caso dei coniugi che non vanno d’accordo. E non lo fa per mero capriccio, né per il proprio interesse, ma per il bene comune, per il bene dell’umanità. “Il bene comune? Ma la mia felicità viene prima di tutto! Che mi importa della società? La mia vita è la cosa più importante, voglio essere felice”. Non hai ragione. Ad ogni passo vediamo che l’individuo deve fare sacrifici per il bene comune. Sei un medico, sei un prete? Dovete curare i malati contagiosi, anche a rischio della vostra vita. Siete un soldato? Dovete fare il vostro dovere, anche a rischio della vostra vita. Ci sono tempi di pace, ma anche tempi di guerra. Lo stesso vale per il matrimonio: è lecito dirsi belle parole d’amore quando tutto va bene e, quando sorgono disaccordi e difficoltà, abbandonare le buone intenzioni e “scappare”? No. Il matrimonio non può essere sciolto. – “Quindi la Chiesa non la scioglie mai? Eppure ho un conoscente che si è sposato una seconda volta. In Chiesa? Sì: in una Chiesa cattolica…. Ed eccoli lì, l’artista è su …. E anche il suo matrimonio è stato sciolto; ci vogliono molti soldi per questo…”.  – Si sentono spesso argomentazioni di questo tipo. Voglio parlare con franchezza. La Chiesa non ha mai sciolto un matrimonio valido e consumato. “Ma il fatto è che la persona di cui parlo ha avuto successo e si è sposata una seconda volta…”. Sì, si è sposato, ma il suo primo matrimonio non è stato sciolto, ma la Chiesa ha dichiarato che non è mai stato valido; non era valido perché c’era qualche impedimento dirimente. Pertanto, anche se ci sono persone che si sposano una seconda volta in Chiesa vivendo il proprio consorte, il fatto significa solo che il primo matrimonio non era valido. Non c’è un solo caso in tutti i duemila anni di storia della Chiesa in cui un matrimonio valido e consumato sia stato sciolto.

***

Questo è l’insegnamento della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio. – La drammatica scena tra San Giovanni Battista ed Erode si ripete giorno dopo giorno nella storia. Erode Antipa ripudiò la moglie legittima e cercò di sposare la moglie di suo fratello, Erodiade, mentre era ancora vivo. San Giovanni gettò in faccia al tiranno l’accusa:  “Non ti è lecito prendere in moglie la moglie di tuo fratello” (Mc VI, 18). E cosa è successo? San Giovanni Battista fu imprigionato e poi decapitato. Doveva subire il martirio e dare la vita per l’indissolubilità del matrimonio? – In questi duemila anni scene simili si sono ripetute spesso. La Chiesa è rimasta ferma; e in molte occasioni ha dovuto fulminare anatemi a favore dell’indissolubilità del matrimonio, anche quando sapeva che avrebbe dovuto subire la perdita di intere nazioni, e anche quando sapeva che con la sua fermezza si sarebbe guadagnata la derisione, l’incomprensione e la perdita di molti fedeli. Non importa. Non poteva fare altrimenti. Fare diversamente sarebbe stato apostatare da Cristo. – Dobbiamo ringraziare la Chiesa per il suo atteggiamento fermo e incrollabile. Per quanto la legge possa essere esigente, essa non scende a compromessi. E tutti gli uomini di buona volontà dovrebbero riconoscerlo. In un mondo in cui regnano l’egoismo, la pusillanimità, la mancanza di impegno e il relativismo, la Chiesa è sola nella sua convinzione; e quando la società decadente dice: divorziamo; quando tutte le altre chiese e religioni ripetono: divorziamo…, è la sola Chiesa Cattolica che osa difendere le parole di GESÙ CRISTO: “Ciò che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi”. La Chiesa sa bene che a causa dell’indissolubilità del matrimonio si verificano molte tragedie e sofferenze. Ma sa anche che, se il matrimonio potesse essere sciolto, ne seguirebbero mali peggiori, e che su questa terra non possiamo vivere senza la croce di Nostro Signore.  Oggi la terribile frase viene pronunciata con leggerezza: “Se non ti piace, divorziamo! Ah, sì, divorziamo? E non ricordate il giuramento che avete fatto davanti all’altare, davanti alla croce di Cristo, pienamente consapevoli di ciò che stavate dicendo? Vogliamo divorziare? E non vedete le grandi tragedie causate da questo passo disperato? Vogliamo divorziare? E non vedete come i vostri figli vi guardano, con gli occhi che lacrimano, pregandovi di non farlo? Bambini che sapranno cosa significa essere orfani mentre i loro genitori sono ancora vivi? Vogliamo divorziare? E non sentite che se la famiglia perisce, anche l’intera società perirà irrimediabilmente? Vogliamo divorziare? No, non vogliamo il divorzio.  Non dire: “Abbiamo litigato, non ci sopportiamo, è meglio andare per la nostra strada…”, ma: “Dammi la mano, vieni con me, e ora andiamo tutti e due a Cristo…”. – Gesù Cristo è il medico a cui bisogna rivolgersi quando le cose in famiglia non vanno bene. Egli vi darà la forza di amare. È il re della famiglia, non dimenticatelo.

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (8)

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (8)

LA GRAN BESTIA SVELATA AI GIOVANI

dal Padre F. MARTINENGO (Prete delle Missioni)

SESTA EDIZIONE – TORINO I88O

Tip. E Libr. SALESIANA

XV.

IL MODELLO DELL’UOMO E DEL CRISTIANO.

Povero Gesù! fu dunque l’umano rispetto che l’uccise! Questo tutti sanno o dovrebber sapere: ma più ancora saper dovrebbero e meditare sovente le dottrine e gli esempi che l’Uomo-Dio ci ha lasciati per francarci dalla viltà e dalla paura e farci veri uomini col renderci veri Cristiani. V0i ho già sopra ricordato, cari giovani, quelle belle parole: — Non temete coloro che uccidono il corpo; ma Colui solo temete, che l’anima e il corpo può dannare ai tormenti dell’inferno. — E avete veduto come sapessero farne lor prò in ogni tempo i martiri e i perfetti Cristiani. Oh avessimo cuore d’imitarli! Ora poi vo’ ricordarvi di Cristo quell’altra sentenza: — Guardatevi dal fare il vostro bene davanti agli uomini, per esser veduti da loro. Quei che fanno il bene a questo fine, hanno già ricevuto la loro mercede: cioè, hanno cercato il piacere, gli applausi del mondo; il mondo li paghi, non io. E segue confortandoci ad operare il bene sotto quell’occhio che sempre amoroso ci guarda, l’occhio, dico, del gran Padre che sta nei cieli, il quale, fedele alle sue promesse, ce ne serberà intatta la ricompensa; sì, foss’anche un bicchier d’acqua dato in suo nome, ce ne darà la ricompensa. Ma in suo nome, notate! Non in nome e per rispetto dell’uomo. E questo è il primo passo a cui dovete attentamente guardarvi, o cari giovani; perché d’ordinario va così: s’incomincia dal far il bene per rispetto dell’uomo, poi, per lo stesso rispetto, il bene, o si fa di nascosto vergognando, o si smezza, o dirittura s’intralascia; da ultimo, sempre per umano rispetto, sì giunge a commettere il male. E che male!… L’abbiamo veduto e basta. – Per umano rispetto erano usi d’operare i Farisei, e Cristo non poté mai aver pace con essi.  A loro i rimproveri più acerbi, le minacce più spaventose, a loro l’ira e la maledizione di Dio, per loro l’agnello mansuetissimo diventa leone furioso e rugge: Væ vobis! Væ vobis! E quel che disse colla parola, ce l’insegnò ancor più efficacemente coll’esempio. Venuto al mondo per salvarci, due cose ebbe costantemente presenti al pensiero: la volontà del Padre e la nostra salvezza; e per la volontà del suo Divin Padre, e per la salvezza delle anime, non isbigottì, non s’arretrò davanti ad alcun sacrificio, neppure innanzi a quello della fama e dell’onore. — Visse povero e sconosciuto fin dai primi anni; poi quando venne l’istante di farsi conoscere, volle assoggettarsi agli scherni, alle persecuzioni, alle calunnie degli uomini ingrati; da ultimo mori nudo sopra una croce fra due ladri, come il più infame tra loro, e pur morendo confitto al durissimo legno sostenne in pace da’ suoi nemici orribili scherni. – Giovani miei, siete voi Cristiani?… Se siete, levate un tratto gli occhi della fede a Gesù crocifisso fatto obbrobrio e maledizione per noi, e dite: si può essere Cristiani e aver paura degli obbrobri e delle maledizioni del mondo? Aver vergogna di Lui, che tanta vergogna sostenne per salvarci? Oh Dio! un discepolo vanta di buon maestro, il servo si gloria del suo padrone, il soldato va fiero della sua divisa e dell’armi, fiero e superbo delle insegne del suo re: e solo il Cristiano avrà vergogna di Colui, che è ad un tempo suo maestro, suo Signore, suo re? che per salvarlo abbracciò volontario l’infamia della croce?.. Maledizione al vigliacco! maledizione! E qual maledizione? sentitela dalla bocca istessa di Gesù Cristo. — Se alcuno avrà avuto vergogna di me dinanzi agli uomini, ed Io avrò vergogna di lui al cospetto del mio Padre celeste; dirò loro: andate, non vi conosco. E Cristo ha ragione. Si, viva Cristo, il nemico eterno dei vigliacchi! Viva Cristo, l’amico dei generosi e dei forti! Viva Cristo nostro capitano e nostro re!… Quanto a noi, vogliam seguitarlo a fronte alta, santamente superbi d’appartenergli e di servirlo. Dietro ai suoi passi, ci slanceremo animosi alla battaglia, gridando cogli Apostoli: eamus et moriamur cum eo. Animo, figliuoli! non che gli scherni e il disprezzo del mondo, la morte stessa soffriremo per Colui che ci amò fino a morire infamato sopra una croce.

XVI.

I CANI CHE ABBAIANO.

Tante cose vi ho detto della gran bestia dell’umano rispetto, che ormai ne dovete essere e stomacati ed atterriti; e non dubito che più volte in cuor vostro avrete detto: — Oh io non voglio che tal bestia mi metta gli unghioni addosso mai: è troppo sozza e crudele. Non voglio imbrancarmi coi vigliacchi: son già tanti al mondo! Sarò uomo, uomo vero, sarò franco e libero Cristiano. Dio vi benedica, cari giovani, di sì bella risoluzione; ma come altro è risolvere, altro mettere in pratica, permettetemi che prima di finire vi suggerisca qualche mezzo a facilitarvi l’adempimento de’ vostri buoni desideri. – E innanzi tutto, incominciate fin d’ora; incominciate, dico, ad operar francamente pel bene, senza seconde intenzioni, senza darvi pensiero della lode o del biasimo altrui, dicendo con s. Paolo: Qui judicat me Dominus est. Che mi fa a me delle chiacchere altrui? A me basta tenermi in buona regola con Colui che deve giudicarmi. Vivete voi in famiglia? Penso nonvi sarà difficile il farvi uomo. Vi ci aiuteranno i vostri buoni parenti, che null’altro meglio desiderano. Almeno, mi piace sperare. Che se per disgrazia i parenti vostri… Oh Dio! mi fa male il pensarlo, eppure è un caso che si dà, bisogna parlarne. Se dunque i vostri stessi genitori divenissero nemici della vostra virtù, vi raccomando, giovani miei di meditare ed imitare, occorrendo, la condotta che tenne l’angelico s. Luigi col padre suo il duca Ferrante Gonzaga, che volle attraversargli la strada della Religione, cui sentivasi supernamente chiamato. Sempre docile, sempre rispettoso e tranquillo, sostenne più d’un anno l’ira e i castighi di lui, finché la mansuetudine la vinse sull’ira, e il padre riconobbe piangendo, insieme col suo fallo, le sante ragioni del figliuolo. Tanto è vero, che i mansueti, come dice Cristo, possidebunt terram; finiscono sempre col diventar padroni del campo. – Che se non dai parenti, potrete talvolta aver noia da parte de’ fratelli (dalle sorelle non suppongo: son tanto dolci e buone !). Pur troppo l’invidia e la gelosia han facile presa ne’ giovanetti cuori; testimonio l’antiche storie d’ Abele e di Giuseppe. Voi guardatene bene i vostri cuori; e se per caso, alcuno dei fratelli vostri animato a sì biechi sentimenti, s’attentasse di mettere in deriso la vostra virtù, vince in bono malum, e in mezzo alla tribolazione che dovrete sostenere vi stia sempre davanti al pensiero l’esempio de’ due giusti che ho nominati. – Se poi vivete in collegio, troverete forse difficoltà maggiori, ma insieme occasioni più frequenti e più acconce a formarvi un carattere fermo e virile. Qui vi sarà forza convivere con ogni maniera di giovani, fra quali, è quasi certo. non mancheranno gli schernitori e i maligni. Ragazzacci di poca testa e men cuore, non han forza nè coraggio di primeggiare nel bene, guardano biechi a qualunque sale più alto, e si vendicano della sua superiorità collo schizzargli addosso il veleno onde han gonfio il cuore. Per questi miserabili vi consiglio gran compassione, e trattarli con bontà, e dissimulare la malignità di loro parole. Ma compassione non meritano quegli altri, che non contenti al veleno dello scherno, cercano schizzarvi addosso anche quello della corruzione. A costoro, se ardissero tentare la vostra virtù, mostrate i denti.; e responde stulto iuxta stultitiam suam. Li vedrete avvilirsi e tacere a misura che alzerete la testa e li guarderete in faccia. Fanciullo ancora, ricordo d’una gran paura che avevo dei cani. Un dì che tornavo dalla campagna con mio padre in sul far della sera, eccoti, nel passar vicino a una cascina, sbucarci incontro, non uno, ma tre di cotesti importuni animali, e con le fauci spalancate e grandi abbaiamenti, come sogliono far atto di volerci azzannare. Oh Dio! sento ancora lo spavento di quell’assalto. Fuor di me per la paura, mi svincolai dalla man di mio padre che mi teneva, saltai il fosso della strada, e corsi fuggendo e urlando pei campi; e i cani sempre dietro, abbaiando più forte, e addentandomi a volte fin la falda dell’abito; tantoché io mi tenevo già per bello e divorato: quando, alle mie grida i contadini, richiamarono, ammansirono i cani, ed io, quetata quella grande paura, ripresi il cammino a’ fianchi del babbo. – Il quale, quando mi vide tranquillo, incominciò a favellarmi così: Sai Cecchino mio, perché quei cani ti corsero tanto dietro? Perché ti sei dato a fuggire. – Anzi (osservai alla mia volta) e’ mi pare ch’io son fuggito, perché e’ mi venivano dietro. – Sì, ma se appena ci comparvero a fare il saluto, tu non la davi a gambe con tanto gridare, come hai fatto, avrebbero abbaiato un poco e poi t’avrebbero lasciato in pace. Guarda me, che mi rimasi tranquillo sulla strada. Vedendomi, i cani han pensato: costui è un galantuomo, e non mi han dato il menomo fastidio; ma veduto te a fuggire: questo è il ladro, dissero, e: dagli al ladro, dagli al ladro! ti son corsi addosso con tanta rabbia, che per poco non ti addentarono per le gambe. — Queste parole di mio padre, così fanciullo com’io era, mi fecero grande impressione, e mi persuasi che la cosa stesse proprio così, com’e’ mi diceva. Intanto, cammina, cammina, si giunse a passare da un’altra cascina; già sentivansi i cani ad abbaiare, e il cuore mi martellava forte, ma avvinghiandomi stretto alla mano del babbo: — Ora non voglio più fuggire, dissi; e mantenni la parola. Giunsero i cani, salta di qua, abbaia di là: quando videro che né io né il babbo ce ne davamo per intesi, continuandoci alla nostra via, senza neppure voltarci, se ne tornarono colla coda bassa al loro covo. Non saprei dire quanto piacere presi allora di quella vittoria riportata sulla mia paura. — Vedi, vedi (mi diceva il buon babbo): que’ cani ti han veduto andartene tranquillo alla tua via, e han detto: costui è un buon figliuolo; andiamocene a dormire. — E di li a un poco in tono solenne aggiungeva: — Impara, Cecchino mio, ad andartene sempre diritto per la buona strada. Troverai dei cani d’altra razza che ti abbaieranno incontro; e tu fa’ con loro come con questi. T’assicuro che in breve si acquieteranno, e tu non n’avrai danno di sorta. Tanto vale saper vincere la paura. — Allora (ricordo) a capire bene questa. cosiffatta moralità, mi ci vollero non poche dimande mie, ed altrettante risposte del babbo. Ma per voi, cari giovani, non abbaia d’altra spiegazione; la moralità è chiara abbastanza. – Tornando a bomba, aggiungerò ancora una cosa. Peggio assai che in famiglia, peggio che in convitto, potrà accadervi all’Università, se vi toccherà un giorno l’andarvi. Ma se all’Università possono trovarsi cani arrabbiati più che altrove, vo’ dire giovani più perversi, parmi anche debba riuscirvi più facile il cansarli. All’Università si è più al largo, più al largo che in famiglia, più al largo che in un convitto. Fra la turba di due, tre, quattrocento giovani di ogni risma e d’ogni colore, uno facilmente ci si perde e ci si nasconde. Chi vi obbliga a far relazioni? Chi vi impedisce, terminata la lezione, di svignarvela destramente e andarvene pe’ fatti vostri? – Io conosco un bravo giovane già mio scolaro (ora è prete e mi fa la barba a me), il quale, prima d’entrare nella carriera ecclesiastica, studiò tutto il corso di legge, ebbe la laurea, ed uscì dall’università pio, innocente, come eravi entrato. Eppure viveva in una grande città, lontano da’ parenti od amici che potessero sorvegliarlo. Avendolo domandato un giorno, che vita ei menasse colà: — Studiavo molto (mi rispose) studiavo davvero, non per mostra, come fanno i più. I primi mesi m’astenni da qualunque relazione co’ compagni: credo che la maggior parte non sapessero pure chi io mi fossi. Mi guardavano, passandomi vicino, come si guarda a una cosa nuova, e io guardava loro senza dir nulla. Una volta li sentii rider tra loro e darmi del selvatico: io feci orecchie di mercante, e via. Ma in capo a qualche mese incominciai a sentirmi troppo solo. Oh un amico! pensava. E incominciai a por mente ai più studiosi e ai più riservati tra i compagni, finché, scortone due che mi piacevano, mi accostai loro, e così ci legammo a poco a poco di così pura e dolce amicizia, che ne ringrazierò Dio finché campo.

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (9)

VIVA CRISTO RE (11)

CRISTO-RE (11)

TOTH TIHAMER:

Gregor. Ed. in Padova, 1954

Imprim. Jannes Jeremich, Ep. Beris

CAPITOLO XII

CRISTO, RE DELLA FAMIGLIA (I)

IL BANCHETTO DI NOZZE DI CANA

Cristo è il Re della vita familiare, l’unico capace di rinnovare la vita familiare, oggi così attaccata e oltraggiata. Ogni momento vediamo e sperimentiamo come la vita familiare scricchioli alle fondamenta e minacci di crollare. Tutti sentiamo che la società è malata. Sono state approvate molte leggi per ripulire la situazione. Tutto ciò va bene, ma tutto questo è solo un bendaggio per la piaga che sanguina. Dobbiamo andare alla causa: la disgregazione della vita familiare. C’è chi crede che l’importante sia ripulire il Parlamento, il Congresso…, le imprese, l’istruzione…, i media…. Sì, tutto questo è importante, è vero, ma non è la cosa più importante. Dove sta il futuro dell’umanità? Nella famiglia! È la salvaguardia della vita sociale, dello Stato e della religione. Ed è proprio perché la malattia ha attaccato la vita familiare che è così scioccante e spaventoso vedere quanto sia cattiva la società di oggi. Se volessimo riassumere in tre parole le cose che assicurano la felicità della vita familiare, sceglieremmo queste tre: fede, armonia e fedeltà. – In un piccolo villaggio della Galilea, chiamato Cana, una coppia giovane e sconosciuta si sposò e invitò Nostro Signore Gesù Cristo ad un evento così importante. Egli accetta l’invito e partecipa volentieri alle nozze, portando con sé sua Madre e i suoi Apostoli. Per tirare fuori dai guai gli sposi compie il suo primo miracolo? Questa è in sostanza la semplice e incantevole storia…. Ma quali insegnamenti profondi si nascondono sotto queste semplici apparenze! Gli sposi vogliono sposarsi e invitano Nostro Signore Gesù Cristo al loro matrimonio. Potremmo chiederci: gli sposi di oggi, quando commettono il primo errore che poi avrà gravi conseguenze negative sul loro matrimonio? Quando invitano al loro matrimonio parenti, conoscenti, colleghi di ufficio, amici, tutti… tranne Gesù Cristo. È solo il Signore che dimenticano.  Questo è il male principale di molti matrimoni oggi: fanno a meno di Gesù.  – E nel dire questo non penso a coloro che hanno contratto solo un matrimonio civile, né penso a coloro che divorziano e cercano di risposarsi. Questo modo di agire, tra i Cristiani, è davvero incomprensibile. È incomprensibile come un Cristiano possa osare creare una nuova famiglia senza aver chiesto la grazia al Signore prima di prendere una decisione così importante. C’è un detto: “Stai andando in pellegrinaggio? Vi imbarcate in un pellegrinaggio? Pregare due. Sposarsi? Pregate cento. Attenzione: non siamo ingenui. La vita matrimoniale è piena di sacrifici e di responsabilità: come posso essere sicuro di poterli gestire? Ricorrendo alla grazia soprannaturale che nostro Signore Gesù Cristo ha meritato per noi. Il Sacrificio di Cristo nella Santa Messa, per amore della Chiesa, è un campanello d’allarme per gli sposi che devono anch’essi dare la vita e fare sacrifici per amore l’uno dell’altro e per il bene della famiglia che hanno formato. Per queste ragioni, Gesù Cristo ha elevato il matrimonio al rango di sacramento, affinché dall’altare scaturisca una nuova vita familiare e la grazia abbondante necessaria per essa. Infatti, è solo con l’aiuto della grazia divina che la fedeltà coniugale può essere garantita fino alla morte. È vero che al momento del matrimonio i due cuori vibrano con veemenza per la forza della reciproca infatuazione, ma la fiamma della passione più ardente alla fine si spegne; eppure, la fedeltà e l’amore non devono mai spegnersi nella vita matrimoniale. Non si spegneranno se il matrimonio è costruito su fondamenta sicure, sull’amore incommensurabile dell’amore di Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo, che si è dato per noi fino a dare tutto il suo sangue, amore fedele fino alla fine.  Ma perché un matrimonio sia cristiano, non basta che lo sia esteriormente. Può capitare che il matrimonio sia esteriormente sfarzoso e sontuoso, con un’entrata in chiesa sfavillante, mentre viene suonata la marcia nuziale di Mendelson…, eppure gli sposi si uniscono in un matrimonio cristiano senza rendersi veramente conto di cosa significhi: un cammino di santificazione a cui Dio li chiama. Infatti, ci possono essere Cattolici che considerano il matrimonio con gli stessi criteri pagani con cui coloro che non hanno fede considerano il matrimonio civile. Non come un vincolo sacro, ma come un semplice contratto in cui “do per ricevere”. – Non come una vocazione che dia molta gloria a Dio, ma come un’unione temporanea “finché andiamo d’accordo”. Non come un impegno definitivo ad amarsi e ad essere fedeli l’uno all’altro fino alla morte, ma come un modo di vivere insieme e di godere della reciproca compagnia. Non con l’intenzione di formare una nuova famiglia in cui l’arrivo di ogni figlio sia una benedizione di Dio, ma al contrario: con l’intenzione di avere il minor numero possibile di figli, o addirittura nessuno. È la mentalità pagana di chi pensa che avere molti figli sia da idioti, e non essere consapevoli di come va il mondo? Non si chiede come Rachele: “Dammi dei figli, altrimenti muoio” (Genesi XXX, 1). – Per la Chiesa, il matrimonio cattolico è qualcosa di molto serio e sublime. a) Rappresenta niente di meno che la relazione d’amore che esiste tra Cristo e la sua Chiesa; b) È una vocazione a formare la Chiesa domestica, in cui gli sposi si santificano aiutandosi a vicenda; c) È una partecipazione all’opera creativa di Dio. Qualcosa di molto superiore alla semplice biologia e al semplice contratto naturale…. – Il Signore vuole che gli sposi partecipino alla procreazione di nuovi esseri umani, chiamati ad essere figli di Dio in questo mondo e nell’eternità. Ecco perché la scelta del marito o della moglie dovrebbe essere fatta non tanto in base alla bellezza o alla fortuna, cose di secondaria importanza, ma in base al fatto che questo giovane uomo sarà un buon marito e padre, o questa giovane donna sarà una buona moglie e madre, con cui condividere la vita e aspirare alla santità. – È vero che l’uomo non può vivere d’aria; e non è sbagliato che gli sposi valutino se hanno le condizioni economiche giuste per garantirsi minimamente il futuro? Ma l’economia non deve essere messa al primo posto, anteponendola ai valori spirituali. Al contrario, la concezione pagana del matrimonio considera i figli come un ostacolo, non come una benedizione di Dio, e quindi pone ogni possibile ostacolo alla loro nascita. Convinciamoci che il matrimonio contratto senza Cristo non garantisce una felicità duratura, né tantomeno la fedeltà fino alla morte. Non c’è da stupirsi che ci siano così tanti divorzi e rotture nella vita familiare. – Se i coniugi non conducono una vita di pietà, se non dedicano ogni giorno del tempo alla preghiera, è impossibile che Cristo sia il centro della casa. – Solo quando il Cuore di Gesù presiede al centro della casa, quando Cristo è il Re della famiglia, la fede si mantiene, c’è gioia nei cuori, felicità in mezzo alle prove? Perché Cristo deve santificare tutta la vita familiare: le faccende, le conversazioni, i divertimenti. In questo modo la casa sarà un’anticipazione del paradiso; e quando ci saranno molti cieli di questo tipo, la società inizierà a migliorare. Cristo salverà la famiglia, se la famiglia lo accetta come Re.

CAPITOLO XIII

CRISTO, RE DELLA FAMIGLIA (II)

NAZARETH

“Bisogna che ci sia scandalo”, ha detto una volta il Signore; ma quando lo scandalo diventa un fatto quotidiano, un’abitudine, che attanaglia migliaia di famiglie, è il segno terrificante della disgregazione della società. Non dobbiamo infatti dimenticare che i popoli sono costituiti da famiglie e muoiono con le famiglie. E non sarebbe così grave se vedessimo il male solo nelle famiglie non credenti, che si vantano di essere agnostiche e di non avere fede. In fondo, potremmo dire: non hanno scelta. Ma la cosa grave è che questo male colpisce anche le famiglie cristiane: giovani che si avviano al matrimonio senza amarsi, spinti solo dalla passione, coniugi che non mantengono la fedeltà reciproca e che non vogliono avere figli, o non li educano, se li hanno, come dovrebbero…. Non c’è problema più angosciante della crisi della vita familiare. Eppure il Padre ha dato “tutto” a Cristo. Ma se “tutto” è stato dato a Lui, allora anche la famiglia appartiene a Cristo. È nella famiglia che nasce la vita, sia corporea che spirituale; è nella famiglia che si sviluppa la vita morale e religiosa, così come quella immorale e degradata. Tutto dipende dalla famiglia. Dal seno della famiglia provengono gli uomini onesti, laboriosi, puliti…, e da essa provengono anche i criminali, gli increduli, gli oziosi, i corrotti…. È terribile vedere quante famiglie si disgregano! Dove trovare un rimedio? Dove? A Nazareth, nella vita della Sacra Famiglia. – Il Figlio di Dio ha vissuto nascosto in una casa per trent’anni; dei trentatré anni della sua vita mortale, ne ha trascorsi trenta nella casa dei suoi genitori. Cosa ci mostra con questo esempio? È la migliore predica agli uomini di oggi: Uomini, state a casa! Gesù Cristo ha trascorso trent’anni a Nazareth: padri, madri, giovani…, amiamo la vita familiare. Questo è ciò che ci insegnano Gesù, San Giuseppe e la Beata Vergine. – Mamme, mogli, dovete fare il possibile per rendere la casa davvero calda e accogliente, in modo che marito e figli non debbano lasciarla, tentati dal caffè, dal bar, dalle feste… Santa casetta di Nazareth, casa traboccante di gioia e felicità! – Se marito e moglie vivono davvero una vita di unione con Dio, se Cristo è il Re della famiglia, ci sarà felicità in casa. A volte il padre di famiglia ha una bella casetta, anche se modesta; figli sani e un po’ monelli; uno stipendio sufficiente, ma non abbastanza per le cose superflue…, abbastanza per condurre una vita dignitosa. Ma lui non ci fa caso e cerca la felicità altrove: divertimenti, feste con i compagni, alcol… Prova di tutto per anni, alla ricerca di una felicità che non arriva mai. Ma invano… Finché alla fine, a volte troppo tardi, lo trova nella sua stessa casa, nella sua stessa abitazione.  – Dobbiamo scoprire la felicità della vita familiare! Brilla negli occhi del bambino, nel primo balbettio delle sue labbra, quando dice: “Papà, mamma…”; quando prova il suo primo passo…, quando salta di gioia davanti alla culla…, quando unisce le mani per pregare con la mamma…, quando recita una poesia per il compleanno del padre…, quando racconta le impressioni del suo primo giorno di scuola…, della sua prima Comunione…, quando termina gli studi universitari…, quando si sposa e forma una nuova casa….  “Ma tu non conosci la vita! – Sì, ci sono piccoli momenti di felicità, ma ci sono molte più sofferenze che dobbiamo attraversare”. Sì, c’è anche la sofferenza. E a volte è colpa degli stessi coniugi – gelosia, litigi più o meno gravi, egoismo, capricci, spese superflue… – non possono essere imputati alla sfortuna, sono cose che si potevano evitare. In questi casi possiamo applicare a noi stessi la risposta data da Gesù Cristo a Pietro: Tu mi chiedi: quante volte devi perdonare al tuo fratello quando pecca contro di te? Fino a sette volte? Non vi dico sette volte, ma fino a settanta volte sette (Mt XVIII, 22).  – Nel matrimonio ci sono giorni di calma e giorni di tempesta; ma se Cristo lo ha benedetto, gli uragani più furiosi non possono distruggerlo.  Ci sono anche sofferenze che non possiamo evitare: malattie, disgrazie inaspettate, contrattempi, morte di persone care; ma se avete una fede profonda in Dio Padre riuscirete sempre a trovare la giusta consolazione e a ritrovare la pace. – E se manca la fede?  Allora è un caso senza speranza. Assistere al capezzale di un figlio morente, senza fede; vedere morire il proprio coniuge, senza fede; subire i piccoli e grandi martiri della vita, senza fede… è l’inferno in terra. Chi non ha una fede viva, manca dei fondamenti, qualcosa che non può essere sostituito da nulla. Se non avete fede, è difficile superare il vostro egoismo e amare i vostri parenti, essere comprensivi nei loro confronti… quindi è logico che non sarete felici a casa.  Per questo la Chiesa è contraria ai matrimoni misti tra due persone di religione diversa, dove non ci può essere una completa unione di spirito, o dove questa può essere raggiunta solo con difficoltà. Molti rimproveri vengono mossi alla Chiesa Cattolica per questo. La Chiesa Cattolica è accusata di essere “intollerante”, di “disprezzare coloro che appartengono ad altre religioni”, di “mancare di compassione”…. Eppure, se ci pensiamo con calma, capiremo che la Chiesa non può procedere in altro modo.  Esaminiamo con calma: perché la Chiesa è contraria ai matrimoni misti? 1° Per il bene dei coniugi stessi e 2° Per il bene dei figli. I coniugi devono vivere in armonia, condividere lo stesso spirito, avere lo stesso ideale. Il matrimonio deve rifiutare l’equazione matematica 2 = 2; il matrimonio deve dire 2 = 1; cioè, ci sono due persone, ma hanno un solo cuore, una sola volontà, un solo desiderio, un solo ideale. Come ha detto qualcuno: due cuori, ma uno che “batte all’unisono”. Questa perfetta concordia o armonia è tutt’altro che impossibile in un matrimonio misto. La perfetta armonia non può regnare se il marito è un professore universitario e la moglie è analfabeta; se la contessina sposa un contadino; se la differenza di età tra i due è molto marcata…. Tutti questi matrimoni sono pericolosi. Perché se differiscono molto per posizione sociale, per cultura, per età, è difficile che diventino una stessa anima, che abbiano un rapporto di cuori. Ma la Chiesa non mette mano a questa materia, non proibisce questi matrimoni, perché in essi l’armonia, anche se difficile, non è impossibile; e uno spirito di benevolenza e di amore cristiano può colmare le differenze. Se, invece, gli sposi sono in disaccordo sulla questione principale della religione, questo è spesso un ostacolo così grande all’unione degli spiriti che è quasi impossibile rimuovere le differenze; così la Chiesa è costretta a dichiarare che la differenza di religione è un impedimento al matrimonio. – Se guardiamo la questione in questo modo, troveremmo nella posizione della Chiesa un motivo di offesa, intolleranza, disprezzo per i fedeli di un’altra religione? Devo amare mia moglie… donandomi completamente a lei; devo amare Dio… anche Lui completamente, senza riserve. Ma se non abbiamo la stessa religione, questo è quasi impossibile. O non amerò completamente mia moglie, o non amerò la mia fede. La grande difficoltà di superare queste insidie è evidente. – La Chiesa ha ragione nel proibire i matrimoni misti e, tra le altre ragioni, lo fa per paura che i coniugi non riescano a raggiungere la perfetta armonia. Perché questa armonia è così difficile? Partiamo dal concetto di matrimonio. La parte cattolica sa, per fede, che il matrimonio è una cosa sublime e santa, uno dei Sacramenti istituiti da Nostro Signore Gesù Cristo. E la parte non cattolica? Crede, con Lutero, che il matrimonio sia una cosa meramente civile, o con Calvino, che il matrimonio sia tanto lontano dalla dignità di un sacramento quanto l’agricoltura o il mestiere del barbiere. Il Cattolico segue la parola del Signore: “Quello che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi” (Mt XIX, 6; Mc X, 9); cioè, il Cattolico confessa che il matrimonio è indissolubile. Il non cattolico, invece, ritiene che possa essere sciolto. E se lo stato d’animo o l’interesse lo impongono, lascerà il partito cattolico nei guai. Nei matrimoni misti, la parte cattolica è quella che rischia di più, perché l’altra parte può, secondo i suoi sentimenti, risposarsi, mentre la parte cattolica sa di essere legata per tutta la vita. Né si trovano d’accordo sulle questioni più importanti di come affrontare la propria vita. Marito e moglie devono aiutarsi e amarsi a vicenda. Ma come può essere possibile se c’è un abisso invalicabile tra loro sulle questioni più importanti? Il marito cattolico non vuole mangiare carne il venerdì; il non cattolico, invece, lo esige. Il Cattolico vuole pregare l’Ave Maria; il non cattolico, invece, non acconsente a tale “idolatria”. Il Cattolico vuole confessarsi; il non cattolico ride di questa “superstizione”! Passano la vita insieme, si vedono insieme per strada, nei divertimenti…; ma quando arrivano alla porta della Chiesa, è proprio in quel momento che devono separarsi: ciò che è sacro per una delle parti è materia di riso per l’altra; ciò che è una festa per l’una è un giorno di lavoro per l’altra. “No, ma non è così”, mi si obietta. L’uomo educato e affabile non disconosce mai le convinzioni religiose di un’altra persona. Possono vivere bene ed essere felici, senza criticare la religione dell’altro…”.  Non sto dicendo di no. In effetti, ci sono casi di coniugi educati e affabili che evitano delicatamente nelle loro parole qualsiasi allusione alla differenza che li separa. Ma una tale situazione può essere considerata ideale? Quando, per amore della pace, si devono mettere a tacere i sentimenti più intimi, quando si deve rinunciare a condividere le proprie convinzioni più profonde per il resto della vita, è possibile cantare le lodi? Inoltre, se i coniugi non possono esprimere le loro convinzioni religiose, se devono continuamente trattenersi negli esercizi di pietà per paura di offendere l’altro, quale sarà il risultato? Questo accade abbastanza spesso nei matrimoni misti: entrambe le parti diventano fredde nei confronti della propria religione e finiscono per non essere né calde né fredde, né carne né pesce, né cattoliche né protestanti, ma due persone che hanno perso la certezza della propria fede.  – La Chiesa ha un’altra ragione per condannare i matrimoni misti, anche nei casi in cui si promette che tutti i figli saranno Cattolici. Qual è quest’altra ragione? L’educazione dei bambini. Infatti, se i coniugi stessi soffrono le conseguenze di non avere le stesse convinzioni religiose, i figli nati da matrimoni misti le sentiranno molto di più. Sottolineo: anche se tutti i bambini devono essere Cattolici!  Supponiamo il primo caso: il padre li cresce nella fede cattolica. Quanto più i bambini sono profondamente religiosi, tanto più rapidamente la triste domanda salirà sulle loro labbra quando, ad esempio, la madre li saluterà alla porta della Chiesa: “Mamma, perché non entri?”  – E ancora più frequente è quest’altro caso. Il bambino riceve contemporaneamente due diverse educazioni: una cattolica, l’altra non cattolica, opposte tra loro. Qual è la conseguenza? L’educazione cattolica e quella non cattolica, entrambe tiepide, vengono mescolate insieme… e ne risulta una totale indifferenza religiosa. Non credi, lettore? Una coppia di anziani coniugi, davvero molto simpatici, viveva in una piccola casa con un giardino…. Un giorno di primavera la moglie pensò: “Il mio vecchio ama molto i fagioli; gli farò una sorpresa, seminerò fagioli in tutto il giardino… Come ne sarà felice!” E così fece. Il marito, invece, pensava: “Ecco l’orto senza alcun raccolto…; seminerò i piselli…, è il piatto preferito della mia signora…”. E ha anche messo in pratica il suo piano. Dopo qualche giorno, la donna andò nell’orto e guardò con curiosità se i fagioli stavano spuntando. “Qualcosa di verde spunta qui…; vediamo, vediamo…; sono fagioli?…; deve essere un’erbaccia…”, e tirò su tutto con cura. Non passò molto tempo prima che anche l’uomo si intrufolasse nell’orto per vedere se i piselli avevano già spuntato la testa. “Qui c’è qualcosa, ma non sono piselli…”, e anche lui tirò su la pianta che gli sembrava un’erbaccia. E il buon marito e la buona moglie possono aspettare… e aspettano anche oggi… il raccolto! – È necessario applicare la stessa storia ai matrimoni misti e difendere il criterio della Chiesa? Anche i protestanti seri lo capiscono e lo accettano! – Quando il caso è grave, per evitare mali maggiori, la Chiesa concede la dispensa dall’impedimento, permette i matrimoni misti; e poi impone la condizione che tutti i figli siano Cattolici. Chi non vuole accettare questa condizione, o fare una promessa formale di adempierla, non può sposarsi lecitamente; e se deve ricevere la benedizione nuziale in una chiesa non cattolica, la Chiesa lo scomunica e lo esclude dal numero dei suoi figli. “Questo è troppo”, risponderanno alcuni, “è una crudeltà”. Non lo è. Infatti, se credo che la Religione Cattolica sia la vera religione, non posso cedere nemmeno uno dei miei figli a un’altra religione. Nella storia di Salomone, la falsa madre avrebbe dato metà del figlio all’altra; non così la vera madre. E tale è la Chiesa. “Ma la scomunica non è una crudeltà? Non posso confessarmi, né posso essere sepolto secondo la mia religione!”. Ah, ma chi ha iniziato, non ha abbandonato la sua religione, non è entrato in un tempio non cattolico, non ha rinunciato ai suoi figli e ai figli dei suoi figli? Non hai forse consegnato i tuoi figli e nipoti e tutti i loro discendenti ad un’altra religione? Non ti sembra crudele la punizione della Chiesa per un atto così grave? Non puoi confessarti? E non ti fa male? E non ti fa male aver consegnato tuo figlio a un’altra religione, in cui né lui, né i suoi figli, né i suoi nipoti, né nessuno dei suoi discendenti remoti può confessarsi? Che il Sacerdote cattolico non ti seppellisca? E ti sembra troppo? Non vuole seppellire nemmeno vostro figlio… e la colpa è vostra.  – Non è per crudeltà o per odio verso le altre religioni che la Chiesa dà questa nota di fermezza e severità; è perché il permesso senza condizioni sarebbe una resa inammissibile, e anche con i precedenti e dovuti requisiti, la Chiesa lo concede malvolentieri, perché sa, per triste esperienza, qual sia l’esito di solito. – La Chiesa ha già perso migliaia di bambini a causa dei matrimoni misti, ed un numero ancora maggiore di anime si è raffreddato; per questo motivo sta in guardia ed evita per quanto possibile la causa di tanti mali. – “Ma perché, se tutti i bambini sono Cattolici, quanto è degno di pietà il bambino la cui madre non è cattolica! Non voglio sminuirla, Dio non voglia. Se crede profondamente e rispetta la sua religione, la rispetto; può essere una madre ideale sotto molti aspetti; ma c’è un punto su cui non possa esserlo: nella preghiera; questa madre non può pregare con il suo bambino.

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Nelle grandi città, le piccole luci delle case sante brillano di notte. E brillano anche le insegne luminose ed allettanti nelle strade, nei caffè, nei bar, nei cinema, nei locali notturni. E sapete quale potrebbe essere la rovina dell’umanità moderna? Che le piccole luci della casa siano sconfitte dalle esche che brillano nella strada e che seducono l’uomo a lasciare la casa. – Salviamo la vita familiare, invitiamo il Redentore, Cristo, e allora avremo trovato l’unica medicina efficace per il nostro male. Quale medicina? Questa: rendere la casa un paradiso. I nostri primi genitori avevano il paradiso come casa; gli sposi di oggi che amano Cristo faranno della loro casa un paradiso. E il giorno in cui la casa sarà un paradiso, guarirà il nostro mondo malato.

VIVA CRISTO RE (12)