LA DEVOZIONE A MARIA, PEGNO DI PREDESTINAZIONE

La devozione a Maria pegno di predestinazione.

[A. Carmagnola: La porta del cielo; S. E. I. Torino, 1895]

Eccoci al termine del caro mese di Maggio, consacrato a Maria! Come è volato questo mese! Sembra ieri che gli dessimo principio ed oggi è già finito. E che cosa ce lo ha fatto trascorrere sì veloce? Che cosa ci ha reso così brevi i suoi giorni? L’amore e la gioia. Sì, è l’amore e la gioia, che fanno passare rapidamente le ore che si trascorrono in compagnia della persona amata. E noi amando Maria, trattenendoci con Lei, pensando a Lei, venendo dinnanzi al suo altare, considerando le sue grandezze, le sue virtù, i suoi titoli, cantando pieni di santo giubilo le sue lodi, non ci siamo avveduti che i giorni si sono rapidamente inseguiti l’ira l’altro fino a che è pur giunto questo che dei giorni di Maggio è l’ultimo. Ed ora che provavamo tanta delizia nelle pratiche devote di questo mese dobbiamo farne la chiusa. Farne la chiusa? Del mese, sì certo: ma della divozione praticata in esso, no. Anzi se in questo mese siamo riusciti a ben comprendere chi sia Maria, che cosa abbia fatto e faccia per noi. che cosa sia ancora disposta a fare, non solo dobbiamo menomamente desistere dall’amore e dalla devozione, che le abbiamo professato finora, ma dobbiamo per di più oggi rinnovare la nostra totale consacrazione a Lei e fare ai suoi piedi il santo proposito di crescere sempre più nella sua divozione e nel suo amore. E quale sarà la considerazione che varrà a farci fare oggi questa consacrazione e questo proposito? Sebbene dovrebbe prevalere in noi il sentimento dell’amore, tuttavia, miserabili come siamo, diamo sempre maggior ascolto al sentimento dell’interesse. E poiché nessun interesse maggiore possiamo noi avere che di celebrare poi l’eterno maggio in cielo, considereremo perciò come la consacrazione e divozione a Maria è pegno sicuro di eterna salute.

1° Come tale la dimostra Iddio.

Come tale la predica la Chiesa.

3° Come tale la conferma la ragione.

I . Allorché Iddio in sul principio dei secoli, creata la terra vi ebbe introdotto l’uomo a dominarla, non credette d’aver Egli perfettamente operato se non avesse dato allo stesso uomo una compagna, che a lui rassomigliando, con lui dividesse l’onore e la gloria di eseguire i divini disegni nell’accrescimento e nella moltiplicazione del genere umano. Non est bonum esse hominem solum. Epperò un’altra volta il labbro di Dio si apre al solenne faciamus, e, facciamo, disse Egli, un aiuto che all’uomo rassomigli: Faciamus ei adiutorium simile sibi. Or bene, non dissimili parole si dovettero pronunziare nell’angusto consesso della SS.Trinità, allorché propostosi il piano della redenzione del mondo fu stabilito di introdurvi ad operarla l’Unigenito Figliuolo di Dio, Gesù Cristo. Si, anche allora con infinito amore furono pronunziate queste parole: Facciamo un aiuto, che rassomigli al Redentore e Salvatore del mondo: diamo a Gesù Cristo una compagna, che con Lui divida l’onore e la gloria di redimere e salvare il genere umano: Faciamus ex adiutorium simile sibi. Ed in vero sin dai primordi del mondo Iddio, coll’annunzio di Maria, risollevò l’animo dei nostri progenitori, avviliti sotto il peso della colpa e punì l’infernale serpente, loro seduttore: Io porrò inimicizia tra te e la donna, disse, tra il seme tuo ed il seme di Lei, ed Ella ti schiaccerà il capo. Venuta poscia la pienezza dei tempi, di Maria si servì Iddio per adempiere le sue promesse, per dare al mondo il sospirato di tutti i secoli, il desiderato di tutte le genti, per spandere in sulla terra una pioggia non interrotta di benedizioni temporali ed eterne secondo la sua antica parola ad Abramo: Et benedicentur in te cunctæ tribus terræ. Di Maria, già sua Madre, si valse Gesù medesimo per comunicare la grazia di santificazione al suo eccelso Precursore Giovanni Battista, movendola a recarsi nella casadi Zaccaria e di Elisabetta ed a rimanervi per ben tre mesi. Da Maria aspettò Gesù di essere pregato per operare il suo primo miracolo a confortodegli sposi di Cana in Galilea, per il quale un gran numero di persone credettero in lui e si misero per la via della salute, onde fosse a tutti manifesta la benefica influenza, che Ella doveva esercitare presso di Lui a vantaggio dei suoi devoti. A Maria nella persona del discepolo prediletto Egli affidò la cura, la protezione, la difesa de’ suoi seguaci; ed affinché agli Apostoli ed ai primitivi Cristiani fosse guida, maestra, consigliera e salvezza, lasciolla per più anni ancora sulla terra, sebbene già matura pel cielo. E tutto questo non dimostra chiaramente che Gesù Cristo volle associarsi la sua cara Madre nell’opera di nostra salute e che la fiducia, la consacrazione e divozione a Lei è da Lui medesimo riguardata come un pegno sicuro della nostra predestinazione? Sì, come Iddio si vale del ministero degli Apostoli e dei loro successori per illuminare le nostre anime con la luce della verità, come si vale del ministero degli Angeli per assisterci e custodirci in mezzo a tanti pericoli, come si vale del mezzo dei Sacramenti per comunicarci la grazia ed accrescerla in noi, così si compiace valersi dell’opera della Madre sua, della sua potenza, del suo amore, della sua intercessione per compiere nelle anime l’opera dell’eterna salute, sicché ben a ragione dice s. Giovanni Damasceno che l’essere devoti di Maria è un’arma di salute che Iddio dona a coloro, che vuol salvare: Tibi, o Maria, devotum esse est arma quædam salutis, quæ Deus dat illis quos vult salvos fieri. Or che vorremmo di più per essere certi dell’efficacia della consacrazione e divozione nostra a Maria?

II. — Ma poiché si tratta qui di una verità così importante, affinché non ci accada di prendere abbaglio vediamo un poco che cosa ne pensa la Chiesa. I suoi santi Padri, per cominciare da essi, si può dire che ad una voce hanno riconosciuto ed insegnato, che come il non avere punto stima ed amore per la Santissima Vergine è un segno infallibile di riprovazione, così per contrario è un segno infallibile di predestinazione essere a Lei interamente consacrati e devoti. Così pensano fra gli altri S. Agostino, S. Efrem, S. Cirillo, S. Germano, S. Giovanni Damasceno, S. Anselmo, S. Bernardo, S. Bernardino, S. Tommaso, S. Bonaventura, il pio Suarez, S. Francesco di Sales e S. Alfonso de Liguori: e sono del tutto ammirabili i sentimenti, i discorsi, gli esempi coi quali essi provano invincibilmente una tale loro asserzione. I Pastori delle anime poi, i Vescovi, i Pontefici soprattutto furono mai sempre così persuasi dell’efficacia della devozione e consacrazione a Maria per ottenere l’eterna salute, che messi dallo Spirito Santo a reggere quella Chiesa nella quale soltanto si può trovar la salute, ogni qual volta si avvidero che satana e i suoi seguaci cercavano con nuovi mezzi di rapire ai fedeli o il tesoro della fede, o quello della morale cristiana, facevano pronto ricorso a Maria e di nulla si mostravano maggiormente solleciti che di richiamare e riaccendere i fedeli all’amore ed alla divozione per Lei. E ciò fecero e fanno tuttora riconoscendo come la divozione a Maria è il gran mezzo per vincere i nemici di nostra eterna salute ed ottenerla con sicurezza non ostante le loro insidie. Ma di ciò non contenta la Chiesa, quasi che il suo sentimento non fosse abbastanza palese, che cosa fa Essa ancora? Nelle Messe composte ad onor della Vergine, nelle varie officiature ordinate per le sue feste è in un continuo esaltare la Vergine, siccome Colei da cui ci è venuto ogni bene e ce ne verrà ancora ogni altro che possiamo aspettarci, nel cantare che Maria è la cagione di nostra allegrezza, è la fonte delle grazie tutte, la porta per cui entriamo nel cielo, nel riguardarla come l’arca benedetta che scampa dal diluvio d’inferno quelli che in Lei si ricoverano, come la scala di Giacobbe per la quale dalla terra si sale con sicurezza al cielo, come la celeste Giuditta che scampa dalla morte eterna quanti ripongono in Lei la loro speranza, e finalmente nel mettere in bocca a Maria quelle parole così chiare e precise del libro della Sapienza: Qui me invenerit inveniet vitam et hauriet salutem a Domino. Qui elucidant me vitam æternam habebunt. Chi ha trovato me, ha trovato la vita ed attingerà dal Signore la salute: Quelli che mi amano, mi onorano e mi sono devoti avranno lavita eterna. Oh! potrebbe più efficacemente la Chiesa farci comprendere come Essa pensi e ritenga che la divozione e consacrazione a Maria Santissima è un pegno dei più sicuri della nostra predestinazione? Potrebbe Essa con più ardore animare i suoi figli a gettarsi fidenti nelle braccia di Maria, e consacrarsi del tutto a Lei, a professarle la più tenera divozione?

III. Del resto, per poco che si rifletta, si vedrà dalla ragione istessa non dover essere altrimenti. Lo stesso divin Redentore nel santo Vangelo ci dice che questo è che vale ad ottenerci la vita eterna, la conoscenza efficace di Dio e di Gesù Cristo, quella conoscenza che di Lui ci innamora e facendoci vivere in Lui e per Lui ci fa produrre frutti di eterna vita: Hæc est vita æterna, ut cognoscant te solum Deum verum, et quem misisti Jesum Christum (Io., XVII, 3). Ciò posto, che cosa vi ha di meglio ad ottenere questa unione con Dio, della divozione a Maria Santissima? Questa divozione anzitutto facendoci studiare le grandezze di Maria ci fa studiare necessariamente le grandezze di Gesù, che di quelle di Maria sono la radice e la fonte. Facendoci conoscere Gesù Cristo ci eccita ad amarlo, poiché è come impossibile conoscere quanto Gesù sia amabile e quanto ci abbia amato e non ricambiarlo del nostro amore. Facendoci amare Gesù ci sprona ad osservare esattamente la sua santa legge, perché, come dice un Santo, próbatio amoris exibitio est operis, la prova dell’amore è l’esibizione dell’opera, né si può amare veramente una persona senza conformarsi alla sua volontà. La divozione a Maria in secondo luogo eccitandoci ad imitare le sue perfezioni e le sue virtù, non solo ci fa praticare la legge di Dio, ma suscita in noi il santo desiderio di renderci perfetti e santi e ci induce a prendere per ciò tutti i mezzi necessari. E poiché uno di questi mezzi più efficaci si è la frequenza dei Sacramenti, è di questa per l’appunto che ci invoglia. Oh! questa divozione non permette che passi solennità sacra a Maria senza che ci accostiamo a ricevere nella santa Comunione il suo caro Gesù, quel caro Gesù che ha promesso la vita eterna a chi mangia la sua carne e beve il suo sangue, anzi ci incoraggia a riceverlo più spesso, ogni quindici, ogni otto giorni, più volte alla settimana ed i più ferventi anche tutti quanti i giorni. Or che vi ha di più utile della Comunione frequente per accrescere in noi la vita della grazia, per ascendere nella via della perfezione, per operare la nostra santità? E finalmente la divozione a Maria ci fa pregare; poiché non potrebbe chiamarsi devoto di Maria, chi non le dimostrasse almeno il suo affetto, nell’invocarla sovente con l’indirizzarle le sue preghiere. Ora una tal pratica conduce appunto a conseguire, per mezzo di Lei, l’eterna salute. Donde viene che la conversione della maggior parte dei peccatori non è duratura? Donde viene che uno ricade sì facilmente nel peccato? E donde viene ancora che la maggior parte dei giusti, invece di avanzare di virtù invirtù e di acquistare nuove grazie, perdono spesso quel po’ di virtù e di grazie che avevano? Questa disgrazia viene ordinariamente da ciò, che l’uomo, essendo sì corrotto, sì debole e sì incostante, si fida di sé stesso, si appoggia sopra le proprie forze e si crede capace senza l’aiuto divino di custodire da sé il tesoro delle sue grazie, delle sue virtù e de’ suoi meriti. Ma non è così che opera colui che prega Maria. Con la sola preghiera che costantemente le indirizza riconosce il suo nulla, la sua debolezza e la sua miseria, il bisogno continuo che ha dell’aiuto celeste, e per questo appunto si diporta umilmente al cospetto di Dio, riceve con abbondanza le sue grazie e fra le altre quella della perseveranza finale. Poiché, come dice S. Agostino, la perseveranza si ottiene davvero col domandarla quotidianamente e non in altro modo, e quotidianamente la domanda colui, che, devoto di Maria, le ripete ogni giorno ed anche più volte al giorno: Ora prò nobis nunc et in hora mortis nostræ. Con somma gioia pertanto possiamo conchiudere con la sentenza consolantissima di Guerrico abate, riferita da S. Alfonso de Liguori nelle Glorie di Maria, con la quale si dà precisamente ai suoi devoti la sicurezza della loro eterna salute: QUI VIRGINI FAMULATUR ITA SECURUS EST DE PARADISO AC SI ESSET INPARADISO. Chi si dedica a servir Maria, chi si consacra a Lei, si tenga così certo di ottenere per mezzo suo la gloria eterna del cielo, come se già entrato in quella città, si trovasse al possesso di quei gaudi sempiterni. Oh sentenza! Oh parole! Perché non mi è dato di scriverle sulle mura di tutte le case, sugli angoli di tutte le vie, sui frontoni di tutte le chiese, e più ancora nel cuore di tutti gli uomini? Le stamperemo per lo meno in tutte le anime nostre, e con queste parole in cuore cominceremo oggi a consacrarci a Maria in un modo più perfetto che non abbiamo fatto per il passato, a Lei daremo il nostro corpo con i suoi sensi, la nostra anima con le sue potenze, il nostro cuore co’ suoi desideri ed affetti, a Lei tutto quel po’ di bene che abbiamo fatto per il passato e tutto quello che speriamo di fare per l’avvenire; e nel darci tutti interamente a Lei, prometteremo sinceramente di voler essere sempre per tutta la nostra vita suoi veri devoti, di amarla con tutta l’espansione del nostro cuore, di lodarla e di benedirla, di farla amare, lodare e benedire da quanti cuori e lingue ci sarà possibile, per poter poi al fine amarla, lodarla e benedirla per tutta la eternità.

FIORETTO.

Consacrare interamente e per sempre il nostro cuore a Maria.

GIACULATORIA.

O Maria, porta del cielo, pregate per noi.

Maria, Janua caeli, ora prò nobis.

Esempio e preghiera.

Oh quanto è bella e lodevole la pratica di quei genitori, che, non appena ebbero da Dio qualche figliuolo, lo consacrano a Lui ed alla SS. Vergine sua Madre! La madre di S. Andrea Corsini l’offerse a Maria prima ancora che nascesse. E ciò può riguardarsi come il motivo della sua santità. La notte innanzi alla sua nascita, a Pellegrina, madre di lui, parve in sogno che nascesse un lupo, il quale poi entrando in una chiesa tosto si tramutasse in agnello. Or bene il sogno non fu contrario alla realtà. Infatti Andrea, sebbene piamente educato, negli anni della gioventù urtò nello scoglio fatale delle vanità mondane, e messosi con cattivi compagni si abbandonò interamente ad una vita viziosa. La sua buona madre, in sull’esempio di Santa Monica, madre di S. Agostino, piangeva e pregava, non tralasciando di fare al figlio i più aspri rimproveri, ma sempre tralasciando di fare al figlio i più aspri rimproveri, ma sempre indarno. Un giorno lasciandosi trasportare dalla sua grande afflizione: figlio mio, gli disse con le lagrime agli occhi, tu sei veramente quel lupo, del quale io mi sognai. A che giova, che io ti abbia consacrato a Maria, se tu tanto la disonori e l’affliggi con la tua vita di scandalo? Queste parole pronunciate con una energia ed una pena insolita furono la spada, che trafisse a compunzione il cuor di Andrea. La notte seguente non poteva pigliar sonno, e tornandogli sempre in mente le parole di sua madre, andava seco ripetendo: Dunque io fui consacrato a Maria…? Maria è la mia Regina e la mia Madre…. ? Ed io non vorrò essere suo servo e suo figlio? Ah!…. sì, sì…. lo voglio, lo voglio. Appena spuntato il giorno si alzò e si portò subito alla chiesa dei Carmelitani e prostratosi dinnanzi all’altar di Maria, la supplicò ardentemente ad aiutarlo per potere da lupo rapace convertirsi sinceramente in mansueto agnello. Maria lo esaudì e d’allora in poi con una vita piena di fervore e di penitenza si fece santo. Ed ecco ciò, che con sicurezza possiamo fare anche noi, consacrandoci oggi a Maria e risolvendo di volere d’ora innanzi praticare costantemente e sinceramente la sua devozione. Vi può essere adunque chi si rifiuti per questo atto e per questa promessa? Ah! pensiamo e seriamente pensiamo, che alla fin fine una cosa sola importa: salvare eternamente l’anima nostra. Tutto il resto, piaceri, onori, ricchezze, a nulla giova e non è altro che vanità delle vanità ed afflizione di spirito. Se salviamo l’anima tutto è salvo, quando anche avessimo perduto ogni cosa in questo mondo; ma se perdiamo l’anima, tutto è perduto, quando anche avessimo guadagnato in questa vita il mondo intero. Ma questo affare così decisivo ed irreparabile dipende ora interamente da noi. È in nostro potere il procacciarci la eterna salute e lo scampare dalla eterna dannazione. Basta che noi ci consacriamo a Maria e sinceramente le siamo devoti. Questa sincera divozione per lei è veramente la nostra Porta del Cielo, quella porta, per la quale entreremo un giorno con tutta certezza nel bel paradiso ad essere felici in eterno. Oh! se è adunque così, non tardiamo più un istante. Tutti col più vivo slancio di amor filiale assecondiamo l’amoroso invito, che Maria istessa ci fa, di offrire e consacrare a Lei il nostro cuore per tutta la vita: Præbe, fili mi, cor tuum mihi. Con un atto vigoroso della nostra volontà mondiamolo da ogni affetto terreno, purifichiamolo e rendiamolo meno indegno che sia possibile della nostra cara Madre Maria; e prendendolo tutti nelle nostre mani, prostrati ai piedi di Lei, mettiamolo con grande fiducia nelle mani sue, recitando tutti insieme questo:

ATTO DI OFFERTA E DI CONSACRAZIONE

O Maria, Vergine Santissima, Madre di Dio e Madre nostra, nostra corredentrice, nostra avvocata e nostra salute, aiuto, consolazione e rifugio nostro, nostra vera porta del cielo, eccoci dinnanzi a Voi per offrirci al vostro servizio, per consacrarci interamente a Voi e per promettervi sinceramente di essere sempre tutti vostri. Nell’esaminare le vostre grandezze, nel considerare le vostre virtù, nel riconoscere la vostra bontà e la vostra potenza, noi ci siamo fermamente convinti, che è proprio per Voi, che passano tutte quante le grazie del vostro Figliuolo e che per conseguenza è per Voi, che noi abbiamo a conseguire la nostra eterna salvezza. A Voi adunque interamente ci affidiamo e ci appigliamo al vostro più vivo amore ed alla vostra più sincera devozione. E qual pegno di nostra solenne promessa, eccovi, o Maria, il nostro povero cuore. Sì, pur troppo, esso non è degno di Voi; ma Voi siete Madre e come Madre non lo respingerete, benché sì meschino e sì spoglio di meriti. Prendetelo adunque, e ponetelo, vi preghiamo, vicino al cuor vostro e non permettete che più mai si allontani da Voi. A Voi dappresso si infiammerà ognora più d’amore per Voi e pel vostro Figliuolo Gesù, e vi diventerà sempre più accetto. Ed ora, o Maria, con la vostra materna benedizione confermate questi nostri propositi e tutto quel bene, che vi siete degnata di operare in noi durante questo passato mese di Maggio. Benedite le nostre considerazioni, i nostri affetti e i nostri pensieri per Voi; benedite le nostre preghiere, i nostri ossequi, le nostre pratiche di pietà; benedite i consigli, le industrie, gli eccitamenti, di cui abbiamo fatto uso per animare altri ad amarvi; benedite tutto quel poco che abbiamo fatto per voi, affinché adorno della benedizione vostra tutto ascenda al trono di Dio come incenso gradito in odore di soavità. Benedite ancora, o Maria, il nostro corpo e l’anima nostra, i nostri interessi materiali e spirituali, benediteci nel tempo e nella eternità.

Nos cum prole pia benedicat Virgo Maria.

MAGGIO, IL MESE DELLA MADONNA

MAGGIO, IL MESE DELLA MADONNA

[A. Carmignola: La porta del cielo; S. E, I. Torino, 1896 – rist. 1944 imprim. L. Piscetti, revis. Arciv. Torino, 26 marzo 1896]

DISCORSO D’INTRODUZIONE

Della vera divozione a Maria.

Eccoci al mese di Maggio, che è il più bel mese dell’anno. In questo mese le campagne sono del tutto verdeggianti; i fiori sbocciando spargono le più soavi fragranze, e gli uccelli volando su pei rami degli alberi fauno sentire i loro dolcissimi gorgheggi. Oh quanto è bello il mese di Maggio! E questo bellissimo tra i mesi dell’anno la Chiesa consacra a Colei, che è la più pura, la più santa, la più bella fra tutte le creature, a Maria. Oh! potevasi scegliere meglio un altro mese a questo fine? No, certo. Ma che cosa vuol dire consacrare a Maria il mese di Maggio ogni buon Cristiano, di voto di Maria, lo sa: vuol dire praticare in questo mese in un modo tutto particolare la sua divozione. Tuttavia molti non sanno bene in che cosa consista la vera devozione a Maria, e però sebben consacrino a Lei questo mese, non fanno ciò in modo, che torni a Lei del tutto gradito. Poiché molti si pensano, che la divozione a Maria consista del tutto in certe pratiche esteriori, nel recitare in suo onore qualche Rosario, nel portare al collo la sua medaglia od il suo abitino, nel recarsi durante questo mese alle prediche o nel fare qualche devota lettura, e specialmente nel ricorrere a Lei per guadagnare qualche favore, per evitare qualche pericolo, per guarire da una malattia o per altro somigliante bisogno. Costoro sono in un gravissimo errore: perché sebbene tutto ciò faccia parte della divozione alla SS. Vergine, non è tuttavia ciò, che solamente la costituisca. È perciò di una somma convenienza che, stando per cominciare il mese di Maggio, in cui intendiamo più che mai di manifestare la divozione nostra a Maria, ci facciamo di questa divozione una chiara e giusta idea e riconosciamo che essa consiste massimamente in queste tre cose:

1° Nell’ammirare le grandezze di Maria.

2° dell’imitare le sue virtù.

3° dell’implorare i suoi benefizi.

I. — Quando un oggetto si presenta al nostro sguardo adorno di tutte o quasi tutte le perfezioni, di cui è capace, allora noi diciamo che è ammirabile. Così pure diciamo ammirabile quell’uomo, quella donna, quel giovane, che o nella sua vita o ne’ suoi atti, elevandosi al di sopra della vita e degli atti comuni alla maggior parte degli altri, ha dello straordinario. Or bene, qual mai fra le creature più di Maria ha da essere meritevole della nostra ammirazione? Ed invero, chi è Maria? Maria è la Madre di Dio, Colei che Iddio ha amata da tutta l’eternità sopra ogni altra sua creatura, epperò Colei che forma il più eccellente capolavoro, che sia uscito dalle mani dell’Altissimo. Maria, dobbiamo dire coi Santi, è quel grande e divino mondo, dove Iddio ha versato bellezze e tesori ineffabili: è quel paradiso terrestre, nel quale Gesù Cristo, novello Adamo, incarnandosi, ha operato meraviglie incomprensibili, ha recato quanto vi ha di più eccellente e bello. Che cosa sono mai gli ori e le perle più preziose dei mari e dei monti in confronto delle grandezze e dei privilegi, di cui venne arricchita Maria? Per certo è proprio qui il caso di esclamare coll’Apostolo : Nec oculus vidit, nec auris audivit, nec in cor hominis ascendit« e occhio vide, né orecchio intese, né il cuor dell’uomo ha compreso quanto sia grande Maria ». Epperciò i Santi medesimi, dopo di aver parlato e scritto di lei nel modo più eloquente, confessarono con rammarico di aver detto troppo poco in suo onore, essendo essa un’altezza inarrivabile, una larghezza incomprensibile,una profondità impenetrabile, una grandezza smisurata. E la Chiesa ancor essa si duole di non trovare lodi abbastanza atte ad è saltarla come meriterebbe: Quibus te laudibus efferata nescio(Uff. della B. V.). In somma così straordinarie sono le grandezze di Maria, che Ella medesima, non ostante la sua profonda umiltà, è stata costretta a dirlo in quel Cantico, che innalzavaa Dio incontrandosi colla sua cugina Elisabetta: Fecit mihi magna, qui potens est; « Colui che è potente ha fatto a me cose grandi ». Or dunque se tale è la Vergine non dovremo noi anzi tutto manifestarle la nostra divozione con l’avere per Lei l’animo nostro ripieno di santa ammirazione. Tuttavia poco gioverebbe questa ammirazione nostra, se non fosse feconda di quelle più belle e più vive lodi, che da noi le si possono tributare. Così per l’appunto si esplica ad ogni istante l’ammirazione, che hanno per Lei gli Angeli del paradiso. Essi tutti, dal primo all’ultimo coro, dice S. Bonaventura, le gridano incessantemente: Sancta, sancta, sancta Maria, Dei Genitrix et Virgo; e milioni e milioni di volte il dì le ripetono la salutazione dell’Arcangelo Gabriele: Ave Maria, e le si prostrano innanzi e le chiedono in grazia, che li onori con qualche comando. S. Michele, dice S. Agostino, sebbene principe della corte celeste, è il più zelante nel renderle e farle rendere ogni sorta di onori. Così pure hanno fatto i Santi; epperò pieni di ammirazione per Lei sono andati a gara per trovare le più ingegnose espressioni, che meglio valessero ad esaltarla, chiamandola chi il miracolo dei miracoli della grazia, della natura e della gloria, chi l’opera più bella che uscisse dalle mani del Creatore, chi lo specchio del potere divino, chi il teatro della divina gloria, chi il più splendido dei prodigi, chi altrimenti ancora. Così pure fa la Chiesa, la quale mai non lascia di lodare Maria e di eccitare i suoi figli a lodarla. E così facciamo anche noi: lodiamola nelle nostre preghiere, lodiamola nei nostri discorsi, lodiamola nei nostri cantici; e perché la nostra lode riesca a Lei più accetta, a Lei medesima raccomandiamoci, che ci renda ognora più degni di lodarla, dicendole sempre con tutto l’affetto del cuore: Fatemi degno di lodarvi, o Vergine santa. Dignare me, laudare te, Virgo sacrata.

II. — Ma se noi dobbiamo essere veri devoti di Maria anzitutto con l’ammirare le sue grandezze dobbiamo esserlo in secondo luogo con l’imitare le sue virtù. È più che naturale, che dal sentimento dell’ammirazione nasca in noi il desiderio della imitazione. Nel vedere il nostro prossimo compiere atti di virtù, di valore, di eroismo, se siamo di animo retto, diciamo tosto nel nostro cuore: oh se anch’io potessi fare il somigliante! Ora gettando il nostro sguardo sopra di Maria troviamo, è vero, delle grandezze che formano il suo esclusivo privilegio e delle quali il pretendere l’imitazione sarebbe senza dubbio una stoltezza, ma troviamo eziandio delle virtù, le quali non solo si debbono ammirare e venerare, ma ancora ai possono imitare; della vita di Maria, dice il grande S. Ambrogio, vi ha una regola di vivere, che serve di modello alle anime tutte di ogni età, di ogni sesso, di ogni condizione: Talis fuit Maria ut eius unius vita omnium sit disciplina(De Virginibus). Essa è modello ai sacerdoti, modello ai coniugati, modello ai padri ed alle madri di famiglia, modello ai figliuoli, modello ai giovani, modello ai vecchi, modello ai ricchi, ai poveri, ai dotti, agli idioti, ai giusti, ai tribolati, a tutti; sì, perché a motivo della sua condizione di Madre di Gesù Cristo si trovò nel caso di dare a tutti luminosisimi esempi, e di ogni genere di virtù. Sì, riandate pure col vostro pensiero tutte le virtù e infuse e morali: la fede, la speranza, la carità, la prudenza, la giustizia, la temperanza, la fortezza, l’umiltà, la pazienza, la rassegnazione, la modestia, la purità. Essa tutte le ebbe, niuna eccettuata: e tutte nel modo più perfetto, senza difetto di sorta, senza ombra benché minima di colpa. Or se Maria, nostra Madre, è questo nostro stupendo esemplare, noi che vogliamo essere i suoi veri figliuoli, non sentiremo vivamente il dovere di ricopiarlo nella nostra vita? Noi che diciamo e ripetiamo tante volte di amare Maria, non riconosceremo l’obbligo di renderci più che sia possibile a Lei somiglianti, imitandola nelle sue virtù? Ah! se così fosse, noi non professeremmo a Maria che una devozione falsissima. E come può dirsi vero devoto di Maria chi non fa violenza alcuna per evitare il peccato che tanto si oppone alla sua santità e tanto la disgusta! Chi asseconda del continuo le sue cattive passioni! Chi dorme in pace nelle sue perverse abitudini? Chi è sempre orgoglioso, avaro, impudico, collerico, maldicente, ingiusto, peccatore, vizioso? Egli ha un bel dire qualche Rosario, ha un bel digiunare qualche sabato, ha un bel accendere qualche candela alla Madonna, un bel portare indosso la sua medaglia o il suo abitino, con tutto ciò egli non è altro che un devoto esteriore di Maria, e se con queste esteriorità esso pretende ottenere delle grazie da Lei e massimamente quella della sua eterna salvezza, è per di più un disgraziato presuntuoso, il quale perciò della vera divozione a Maria non coglierà mai i frutti. Ah! la vera devozione, dice S. Agostino, consiste nell’imitare chi si onora: vera devotio imitari quod colimus. E se noi vogliamo essere veri devoti di Maria, dobbiamo assolutamente imitarla nelle sue virtù; imitarla nell’amor di Dio e staccare il cuor nostro dalle creature e dai beni miserabili di questa terra; imitarla nell’amor del prossimo e prestarci quanto più ci è possibile a soccorrerlo; imitarla nella fede ed allontanare da noi qualsiasi dubbio intorno alle verità di nostra santa Religione; imitarla nella purità e fuggire prontamente tutti i pericoli contro a questa così bella virtù, imitarla nella umiltà e combattere il nostro orgoglio, imitarla nella pazienza e portare volentieri la croce, che Iddio per nostro bene ci ha posto sulle spalle, imitarla in somma in tutte le sue virtù ricopiando nel modo più perfetto che ci sia possibile i pregi del suo bellissimo e santissimo animo. Allora sì noi potremo dire di amare davvero Maria, di amarla a fatti e non solo a parole; allora sì noi potremo rallegrarci di essere suoi veri figliuoli; allora noi potremo con grande fiducia appressarci al suo trono di grazia e compiere sicuramente la terza parte della sua divozione, che consiste nell’implorare i suoi benefizi.

III. — Sì, implorare i suoi benefizi, perché come Maria è il tesoro di ogni grandezza, il modello di ogni virtù, così Ella è la dispensiera di ogni grazia. Madre di Dio, quale Ella è, esercita sopra il suo cuore a nostro vantaggio tale potenza, che, come dice Riccardo da S. Lorenzo, essendo Gesù Cristo onnipotente per natura, essa lo è per grazia; e, come attesta S. Bernardino da Siena, la preghiera sua è un vero comando a cui Iddio benignamente si inchina, e, come soggiunge S. Bernardo, basta che essa voglia e tutto vien fatto. Quale Madre nostra poi ha tale per noi un cuore, che è mille volte più pronta essa a soccorrerci nei nostri bisogni, di quello che siamo pronti noi a ricorrere a Lei per aiuto, e così universale è la sua carità, che come Gesù Cristo ha escluso nessuno dal benefizio della sua redenzione, così Ella non esclude alcuno dai benefizi del suo amore. I giusti hanno da Lei le grazie per conservarsi e crescere nella virtù, i peccatori le ispirazioni, gli eccitamenti e gli aiuti a convertirsi, gli afflitti trovano in Lei consolazione, gli infermi la santità, i poveri soccorso, i tribolati d’ogni maniera sollievo e conforto, tutti ogni sorta di grazie e di favori celesti. E quello che è ancor più consolante, si è che questa nostra amorosissima Madre imitando la generosità di Dio, il quale è dives in omnes qui invocant Illum, è ricco verso tutti coloro che lo invocano, dispensa ancor Ella i suoi benefizi con tale sovrabbondanza da dare sempre di più di quello che a Lei si chiede. Largitas Mariæ, dice Riccardo, assimilat largitatem Filii sui, dal amplius quam petatur. E se talvolta pare, che Ella chiuda le orecchie alle nostre preghiere e non le esaudisca, egli è perché o non è bene per l’anima nostra che siamo subito ascoltati o domandiamo cose che all’anima nostra tornerebbero certamente di danno, sicché in queste medesime apparenti ripulse essa ci dà una prova bellissima del suo amore per noi e sommamente ci benefica. Se pertanto Maria ha per noi animo così generoso, ricorriamo a Lei con fiducia, invochiamo il suo santo aiuto, imploriamo i suoi benefizi. E ciò facciamo massimamente in questo mese che a Lei consacriamo. Certo in questo mese a ricambio delle nostre preghiere Ella tiene apparecchiate per noi particolarissime grazie, grazie che Ella verserà abbondanti sul nostro capo, se noi ammirando le sue grandezze, imitando le sue virtù, implorando il suo aiuto potremo addimostrarle col fatto, che noi siamo i suoi veri devoti.

FIORETTO

Consacrare a Maria tutte quante le azioni, che faremo nel mese di Maggio e recitare tre Ave Maria, perché ci aiuti a farle tutte sante.

GIACULATORIA.

Santa Maria, pregate per noi. Sancta Maria, ora prò nobis.

Esempio e preghiera.

La divozione a Maria Santissima è una cara eredità, che abbiamo ricevuto dai padri nostri. Sì, la divozione a Maria è una delle più splendide glorie della nostra Italia. E non poteva essere altrimenti. Da questo nostro fortunato Paese, che è il centro della Cattolica Chiesa, doveva partire altresì per le altre nazioni l’esempio di un culto, che nella Chiesa forma una parte tanto importante. Epperò non vi è monte, non vi è valle, per quanto remota e solitaria, dove non si scontri una sua immagine, che inviti il viandante a porgerle un riverente saluto. Non vi è paese e non vi è città che non abbia, oltre alle feste della Chiesa, consacrato a Lei una festa particolare, che sia come la festa che si celebra in famiglia ad onore della propria madre, e nella quale si vada a gara per solennizzarla e con sfarzo di ceri, e con sceltezza di musica e con splendore di rito. I geni poi della nostra poesia alla Vergine innalzarono i loro cantici più ispirati e sublimi, dall’Alighieri e dal Petrarca sino al Manzoni ed al Pellico. I geni della pittura, e Raffaello, e Tiziano, e Caravaggio, e frate Angelico, ritrassero la venerata effigie di Maria nelle loro tele più celebrate. I geni della musica trovarono per lei le note più tenere e soavi, e quelli della pietà e della scienza quali un S. Ambrogio, un S. Tommaso, un S. Bernardo, un S. Bernardino, un S. Filippo, un S. Alfonso ebbero per Maria il linguaggio più entusiastico ed espressivo. Tutti poi e dotti e idioti e grandi e piccoli, giovani e vecchi ebbero mai sempre come naturale in cuore la divozione a Maria, che può ben dirsi trasfusa dai padri ai figli, di generazione in generazione, col trasfondersi della vita. E Maria in ogni tempo rispose allo slancio dei padri nostri e ben possiamo asserire con gloria, che come non vi ha spazio considerevole di tempo, così non vi ha paese o città italiana, che non abbia ricevuto da Maria un qualche peculiar segno del suo amore. Tutta Italia ebbe in dono da Lei quella casa benedetta, nella quale nacque, trascorse tanto tempo della vita e divenne Madre del Verbo incarnato. Ed ogni provincia, ogni città e direi quasi ogni paese conta autenticamente le miracolose apparizioni di Lei, le sue speciali benedizioni, i suoi celesti insegnamenti, i suoi stupendi prodigi. Cosi Maria dando prova evidentissima del suo particolare affetto per la nostra Italia, corrispose all’affetto dei nostri padri. E noi non cammineremo sulle loro orme gloriose!? Non ci mostreremo veri eredi della loro antica pietà? Non cercheremo anzi di santamente emularli? Sì, senza dubbio, e ciò particolarmente in questo bel mese, che stiamo per consacrare a Maria. E fin di quest’oggi, prostrati dinnanzi al suo altare, esaltiamola e preghiamola col dirle: Ave, o Regina dei Cieli, Ave, o Signora degli Angeli; salve, radice e porta, dalla quale è nata al mondo la luce. Ti allieta, o Vergine gloriosa, bella sopra tutte; vale, o adorna d’ogni grazia, e prega per noi il tuo caro Gesù. Fanne degni di lodarti, o Vergine benedetta e dacci forza contro ad ogni tuo nemico. Così sia.

FESTA DELL’ANNUNCIAZIONE (2019)

ANNUNZIAZIONE DI MARIA

[A. Carmignola: La porta del cielo – S. E. I. ed. – Torino, 1895]

DISCORSO X

L’Annunziazione di Maria.

Il grande S. Agostino considerando la sublimità della prima pagina del Vangelo di S. Giovanni, ove è dichiarata l’eterna e inenarrabile generazione del Verbo, desiderava che una tal pagina fosse stata scolpita a lettere d’oro in tutte le chiese del mondo. Ma quella pagina così sublime ha un degnissimo riscontro in un’altra pagina del Vangelo di S. Luca, ove si narra del Divin Verbo la generazione umana, o dirò meglio in qual tempo, in qual luogo ed in qual modo il Figliuolo di Dio, che è generato dal Padre da tutta l’eternità, siasi incarnato nel seno purissimo di una Vergine per abitare in mezzo a noi. Questa pagina, che si potrebbe riguardare come la più bella tra le pagine infinite, scritte per narrare la storia umana, devesi senza dubbio riguardare come la più importante. Difatti la scena umile e sublime ad un tempo dell’Annunziazione di Maria, che ivi è narrata, è l’autentica rivelazione del più profondo consiglio della SS. Trinità, e l’avveramento di quell’unione tanto necessaria della misericordia con la verità, della giustizia con la pace, è il termine della prima alleanza ed il principio del nuovo Testamento. Le figure scompaiono per dar luogo alla realtà, le grandi profezie si adempiono, la religione assume in terra la sua forma più perfetta e Dio prendendo da Maria l’umana carne comincia a far apparire la luce, a diffondere la grazia, a portare la libertà, a vincere la morte e a donarci la vita. Ecco il complesso delle grandezze del mistero dell’Annunziazione, il primo e l’unico un po’ diffuso che il Vangelo ci presenti della vita di Maria. Noi tuttavia lasciando da parte ogni altra considerazione, ci contenteremo oggi di studiare questo mistero solo in relazione a Maria e ci adopreremo a conoscere l’infinita grandezza, che racchiude per lei:

1° Per l’onore che le vien reso.

2° Per l’ossequio che ella presta a Dio.

3° Per il ricambio che ne riceve.

I. — Pur troppo l’onore, che noi giustamente tributiamo a Maria, non solo è contestato dai poveri protestanti, ma eziandio da certi Cristiani, che, smarrita la fede, arrivano al punto di chiamare la nostra divozione per Lei follia e superstizione. Ciechi che sono! E chi dunque fu tra noi primo a darne l’esempio? Chi primo incominciò ad onorare questa Vergine Immacolata? Forse qualche femminetta, tratta dalla semplicità del suo cuore? Forse qualche tenera madre, che vedendo il suo pargoletto in pericolo si pensò d’implorare per la prima la Madre di Gesù, nella dolce illusione, che madre Ella stessa si sarebbe dato pensiero della sua materna afflizione? Forse fu un moribondo alle prese con la morte, che il primo pregò la madre del dolore ad assisterlo nell’ultima sua agonia? No; Egli è un ben più grande, un ben più alto personaggio. E quale? Un Padre della Chiesa? Un apostolo di Gesù Cristo? Un profeta inspirato dallo Spirito Santo? Più, più ancora. Egli non è già un debole mortale, un abitatore di questa terra di esilio, ma un abitatore del cielo, più che un santo Padre, più che un apostolo, più che un profeta, egli è uno di quegli spiriti beati, che veggono del continuo Iddio a faccia a faccia, una di quelle celesti intelligenze che notte e giorno ritte dinnanzi al trono del tre volte santo, cantano senza fine le sue eterne lodi. Egli è un Angelo dell’Altissimo, e non solo uno degli ordini inferiori, ma uno dei possenti capitani della milizia celeste, uno dei principi della corte del Re dei re, quegli che Iddio ha destinato ai più grandi annunzi, che cinquecento anni prima aveva ammaestrato Daniele intorno all’epoca precisa in cui nascerebbe il Messia, che da poco tempo aveva accertata a Zaccaria la nascita miracolosa del precursore di Cristo, in una parola egli è l’Arcangelo Gabriele. E in qual congiuntura questo principe degli eserciti del Signore presenta egli pel primo i suoi omaggi alla Vergine benedetta? Forse allora che ella entra trionfante nel cielo il giorno della sua gloriosa assunzione, quando le porte eternali si aprirono dinanzi a Lei come dinanzi alla Regina degli uomini e degli Angeli? No, ma allora, che Ella ancor viveva nella solitudine, ignota agli altri ed a se stessa, in una povera casa, in una città antica, sì, ma oscura e screditata. Ma forseché questo beato Arcangelo sia venuto ad onorare Maria di proprio volere o così alla ventura? No, egli viene in nome di tutti gli Angeli e gli Arcangeli; in nome di tutti i Troni e di tutte le Dominazioni, in nome di tutte le Virtù, di tutti i Principati e di tutte le Podestà, in nome di tutti i Cherubini e di tutti i Serafini. Che dico io? Egli viene in nome della santissima ed adorabile Trinità. Sì, egli è a nome di Dio e di tutta la corte celeste, che Gabriele si presenta a Maria. Fu mandato l’Angelo Gabriele da Dio, così narra S. Luca (I. 26), ad una città della Galilea chiamata Nazaret, ad una Vergine il cui nome era Maria: Missus est Angelus Gabriel a Deo, m civitatem Galilææ cui nomen Nazareth ad Virginem et nomen Virginis Maria. E finalmente come la saluta? Ecco. Ed entrato da Lei, prosegue l’evangelista, le disse: Ave, piena di grazia, il Signore è teco, tu sei benedetta fra tutte le donne: Ave, grafia piena, Dominus tecum, benedicta in mulieribus. « Ave » vale a dire ti riverisco, ti onoro, ti fo mille ossequi. « Piena di grazia » perché con unico privilegio fosti da Dio preservata da ogni peccato, persino dall’originale e sollevata a tale altezza di grazia da superare noi medesimi tutti. « Il Signore è teco »cioè come in nessun’altra persona per effetto di inaudita manifestazione di potenza, di sapienza, di bontà e di amore. « Benedetta fra le donne » vale a dire più benedetta di Eva innocente, di Sara, di Rebecca, di Anna, di Giuditta, di Ester, di quante grandi donne ti hanno preceduta e ti seguiranno, benedetta infine, perché tu stessa sei una benedizione, essendo che per te saranno benedette tutte quante le tribù della terra. Questo fu il saluto dell’Angelo. E dopo tutto questo vi sarà ancora chi ardisca di chiamare follia e superstizione l’onore, che noi rendiamo a Maria? Ma chi l’onora di più fra noi e Dio? Chi più la riverisce e la esalta? Riconoscendo pertanto l’onore altissimo, che Dio stesso per mezzo dell’Angelo ha reso a Maria in questo mistero della sua Annunziazione, gloriamoci di essere nel numero di coloro, che seguono un sì sublime esempio e non sia mai che lo scherno dei nostri infelici fratelli ci trattenga o ci impedisca dal rendere a Maria quegli onori, che ella si merita.

II — Il Mistero dell’Annunziazione di Maria grande anzi tutto per 1′ onore che le vien reso è grande in secondo luogo per 1’ossequio, che Ella presta a Dio. Ed invero se l’Arcangelo Gabriele è mandato a Lei da Dio medesimo non è solamente perché le faccia un onorifico saluto, ma per qualche cosa di ben più importante, per trattare cioè con Lei dell’esecuzione di quell’eterno disegno, che doveva riparare al passato, al presente, ed al futuro, fare stupire gli Angeli, gli uomini ed i demoni, consolare la terra, riaprire il cielo, e confondere l’inferno. È mandato a Lei per trattare dell’adempimento di quella promessa di misericordia, che formò l’unica speranza di Adamo e di Eva nella loro caduta, l’unico intento di tutti i desideri dei patriarchi, di tutte le predizioni dei profeti, l’aspettazione generale di tutte le genti, la gioia del cielo, il terrore dell’abisso, per trattare dell’Incarnazione del Figliuolo di Dio e della Redenzione degli uomini. Difatti a Maria, che per umiltà si turba per il suo saluto l’Angelo dice prontamente di non temere, poiché avendo trovato grazia presso Dio, ella concepirà e darà alla luce un Figlio che sarà il Salvatore del mondo. Ed a Maria, che oppone il voto di verginale purezza, col quale si è consacrata a Dio, scioglie ogni difficoltà rispondendole: « Lo Spirito Santo sopravverrà in te, e la virtù dell’Altissimo ti adombrerà: epperò quegli, che nascerà da te il Santo, sarà chiamato Figliuolo di Dio ». Ecco adunque Iddio e Maria, per così dire, faccia a faccia, cuore a cuore; da una parte Iddio, che guarda Maria e a lei si offre e cogli inviti e cogli stimoli, lasciandole tuttavia una piena libertà di accettare o no l’altissima dignità di essere Madre di Dio e per conseguenza il sublime sacrificio di cooperatore a redimere il genere umano, dall’altra parte Maria, che umiliata, attonita, raccolta sta per mandare dal cuore alle labbra la risposta, che sia più degna di Dio. Finché tace, tutto è sospeso. Alla proposta di Dio, fatta dall’Angelo, Ella può dire di sì, e può dire di no. E da questo sì e da questo no dipende tutto il compimento degli eterni consigli di Dio tutto il bene per il genere umano. Qual momento solenne e decisivo! Ah se l’umano genere sapesse che cosa succede e quali destini si trattino tra l’augusta Trinità e questa Vergine fanciulla, quale commozione lo sorprenderebbe e quali grida di supplichevole angoscia, di appassionato e ardente desiderio sfuggirebbero dalle sue viscere! O Vergine, o Donna, o sorella, tu hai nelle tue mani la nostra vita e la nostra morte, la nostra eterna felicità e la nostra disperata rovina. Tu sei adunque l’unica nostra speranza. Deh! Non ci illudere, non ci abbandonare. È vero la maternità, che t i viene offerta, ti impone carichi schiaccianti, fatiche senza pari e dolori insoffribili, ma

pure abbi pietà di noi. Di’, di’ adunque quel sì per noi indispensabile; apriti o porta del cielo; o stella del mattino brilla sul nostro orizzonte, ed annunziaci l’aurora del sole di giustizia! Così immagina S. Bernardo, che avrebbe gridato il mondo a Maria se avesse conosciuto quel che si trattava tra Dio e Lei in quell’istante. E Maria che risponderà Ella? Umile, serena, forte, soave e candida ella risponde col dire: Ecco l’ancella del Signore si faccia di me secondo la tua parola: ecce anelila Domini, fiat mihi seenndum verbum tuum. Oh risposta sopra ogni immaginazione ammirabile! Da quattro mila anni il cuore di Dio è oppresso; da quattro mila anni trattenuto dalla sua sapienzae legato dalla sua giustizia, il Signore aspettal’ora e il mezzo di avere pietà di noi e farci provare l’infinito suo amore e Maria col dire: « Ecco l’ancella del Signore, si faccia di me secondola tua parola », pone in mano a Dio questo mezzo, e gli fa suonare quest’ora. No! giammai, né prima né dopo, né dall’uomo, né dall’Angelo, venne reso a Dio un ossequio, una gloria, una gioia più grande, perché giammai dalle sue creature venne fatto a Dio un’oblazione più grande, più libera, più totale di quella, che fece allora Maria nel pronunciare quel fiat, neldare quella risposta.

III. — Ma quale ricambio riceve Maria al suo ossequio! Non appena ella finisce di parlare che la Divinità le è sopra e la invade. In meno che il lampo squarcia la nube, lo Spirito Santo forma dal sangue di Maria un corpo umano perfetto sì animato da un’anima perfetta, creata in questo corpo dal Padre onnipotente; e il Figlio si unisce personalmente a quest’anima, che rende beata nella sua cima e a questo corpo, al quale conserva tutta la sua passibilità. Il mistero è dunque compiuto; la Vergine è madre, il Verbo è fatto carne ed abita in mezzo a noi; Dio è un uomo; un uomo è Dio. E così Iddio ha in Gesù Cristo il Figlio delle sue compiacenze ed in Maria ne ha la Figlia, la creazione ha in Gesù Cristo il suo Re ed in Maria la sua Regina, gli Angeli hanno in Gesù Cristo il loro sovrano, ed in Maria la loro sovrana, gli uomini hanno in Gesù Cristo il loro Redentore ed in Maria la loro Corredentrice, la Chiesa ha in Gesù Cristo il suo capo ed in Maria la sua protettrice, i miseri peccatori hanno in Gesù Cristo il loro avvocato ed in Maria la loro avvocata, insomma Gesù Cristo è il Figliuol di Dio ed il Figliol di Maria, Maria è la Madre di Gesù Cristo e la Madre di Dio. E qual ricambio maggiore poteva ricevere Maria dell’ossequio da lei prestato a Dio? Qual premio più grande poteva Ella toccare per l’umiltà, per la fede, per l’amore, per la conformità al divino volere, per la totale donazione di se stessa a Dio, addimostrata nella sua risposta all’Angelo? Non è egli vero insomma, che questo mistero dell’Annunziazione anche per l’ossequio che Maria presta a Dio e per il ricambio che Iddio ne fa a Maria, è per Lei un mistero sommamente grande? Ma tutto ciò, sebbene sia sempre per noi uno fra i più meravigliosi ed incomprensibili misteri, non deve tuttavia passare senza che ne abbiamo a ricavare un importante profitto. – Noi tutti, dal Papa e dal Monarca all’operaio della città e al pastore dei campi, benché esternamente di condizioni diverse ed eziandio ineguali, rimaniamo sempre uguali e simili in ciò che siam servi di Dio. Come tutti siamo fattura delle sue mani e di tutti Egli è il Fattore, perciò tutti senza distinzione di sorta gli apparteniamo e dobbiamo essere ai suoi cenni. Or bene riconoscendo questa verità, che ha da essere la legge maestra della nostra vita, noi dobbiamo eziandio essere sempre pronti a rispondere a Dio come fece la Vergine: Eccomi, si faccia di me secondo la tua parola. Signore, Voi con la vostra legge, col vostro Vangelo, con la vostra Chiesa, coi vostri ministri, con la vostra ispirazione, vi degnate di farmi sentire la vostra parola; ebbene si faccia di me, come Voi avete detto. Voi mi dite che io preghi, ed io pregherò; Voi mi dite che io lavori ed io lavorerò, Voi mi dite che io combatta ed io prenderò le armi somministratemi dalla vostra grazia e combatterò; Voi mi dite che io soffra e sebbene ciò mi costi sacrificio, dirò tuttavia: Eccomi, o Signore, son qua per bere il calice del dolore, per portare la croce della tribolazione. E quando infine voi mi direte, che io mi disponga a lasciare il mondo per entrare nel seno dell’eternità ed io vincendo tutte le ripugnanze della inferma natura mi disporrò. Sarà l’ultimo « eccomi » che io pronuncerò, sarà l’ultima oblazione, che io vi farò, dietro alla quale verrà il vostro ricambio, la vostra mercede ed oh quale mercede! quella stessa che è toccata alla Vergine, poiché voi l’avete solennemente giurato e il vostro giuramento non verrà meno in eterno: Ego… merces tua magna nimis(Gen. XV, 10). – Io, io stesso sarò la tua eterna ricompensa. Oh noi felici se ai voleri di Dio daremo sempre questa risposta. E sull’esempio di Maria e per amor di Maria noi la daremo senza dubbio, sicché l’anima nostra d’ora innanzi non ripeterà più altro a Dio che questo cantico: Ecco l’ancella del Signore, si faccia di me secondo la tua parola: Ecce ancilla Domini, fiat mini secundum verbum tuum!

Esempio e preghiera.

Quella illustre Compagnia di Gesù, che rese mai sempre alla Chiesa tanto segnalati servizi, può ben a ragione ricordare la sua prima origine in quel giorno, che la Chiesa consacra ogni anno a ricordare il mistero dell’Annunziazione di Maria. S. Ignazio di Loyola fin dai più teneri anni aveva sentito desiderio di acquistar fama e gloria, poi si era dato alla milizia, aveva mostrato valore; ma pur troppo aveva ceduto al giogo della schiavitù dei vizi. Pur non tralasciava di praticare certe sue divozioni a Maria Santissima ed al principe degli Apostoli S. Pietro. Intanto nella carriera militare saliva di grado in grado, sino a che gli fu assegnato un posto assai onorevole per sostenere l’assedio di Pamplona contro le soldatesche Francesi di Francesco I. Ma né il valor delle milizie Spagnole, né il coraggio di Ignazio valse a sorreggere quella città e fortezza; e Ignazio, che si esponeva ai più ardui rischi, ebbe ferita la gamba sinistra da alcune scaglie di pietra e fracassata la destra da una palla. In tale stato fu dapprima recato al quartiere generale dei Francesi, fu medicato e poi trasportato a Loyola; ma le ferite parevano minacciar cancrena e si temé fortemente pe’ suoi giorni. Senonché la notte della festa dei SS. Apostoli Pietro e Paolo provò un mirabile miglioramento, il che si ebbe per una grazia del Principe degli Apostoli. Quindi volle sottomettersi al taglio di un nodo osseo, che nella cura si era formato sopra il ginocchio destro e lo rendeva deforme; la quale operazione lo trattenne sebbene quasi sano nel resto della persona, lungamente a letto. Per passare il tempo, chiese che gli si portasse un romanzo o qualche narrazione cavalleresca; ma buon per luì, che in casa sua non si trovavano cotali libri! Sì che gli si recarono la vita di Gesù Cristo e le vite dei Santi. Ma Ignazio preso affetto a questa lettura si trovò mutato in un altro da quello che era; non più stimava la gloria mondana, ma anzi reputava indegni di un giovane Cristiano i mondani affetti: insomma aveva risoluto di farsi santo. Appena guarito sparì di Loyola, andò al famoso santuario della Vergine di Monserrato per ringraziarla di quel benefizio, che da Lei massimamente riconosceva. Ed ivi fatta la confessione generale delle sue colpe e ricevuto Gesù nella Santa Comunione, per pegno di addio al mondo appese la sua spada dinanzi all’immagine di Maria. Or bene quello era il giorno 25 Marzo del 1522, sacro all’Annunziazione di Lei. Dopo quel giorno il giovane Ignazio, che aveva corrisposto prontamente ed esattamente alla volontà di Dio, visse veramente da santo e fondata poscia la Compagnia di Gesù, operò mirabili cose per la gloria di Dio e per la salvezza delle anime. Oh grazie veramente magnifiche, che suol fare la Vergine nei giorni a Lei consacrati! Ma e questo mese non è tutto sacro a Maria? Or dunque, per quanto gravi siano le nostre necessità, in questo mese rivolgiamoci con fiducia a Maria e dessa farà sentire anche sopra di noi la sua ammirabile bontà e potenza. A Voi dunque, o Santissima Vergine, noi ricorriamo pieni di speranza in questi bei giorni per implorare il vostro santo aiuto, e per essere ognor più certi di ottenerlo vi facciano oggi con maggior riverenza il saluto, che l’Angelo vi fece in quel giorno che vi annunziò l’Incarnazione del Verbo, e vi diremo perciò: Iddio ti s alvi, o Maria piena di grazia, il Signore è teco e Tu sei benedetta fra tutte le donne:

Ave Maria, gratia plena, Dominus tecum, benedieta tu in mulieribus.

11 FEBBRAIO (2019), APPARIZIONE DELL’IMMACOLATA VERGINE MARIA

APPARIZIONE DELL’IMMACOLATA VERGINE MARIA

[DomP. Guéranger, L’Anno liturgico. Vol. I, Ed Paoline, Alba, imprim. 1957]

Il messaggio di Lourdes.

Nelle nubi comparirà il mio arco, ed io mi ricorderò del mio patto con voi (Gen. IX, 14-15). Nell’Ufficio del 1 febbraio 1858 (giovedì di Sessagesima) le lezioni liturgiche ricordavano queste parole alla terra, quando il mondo apprese che in quello stesso giorno Maria era apparsa più bella del segno della speranza, che al tempo del diluvio fu la sua meravigliosa figura. Era il tempo in cui si moltiplicavano per la Chiesa i sintomi forieri di un avvenire che oggi s’è fatto presente e che ben conosciamo. La vecchia umanità sembrava fosse sul punto di sommergere in un diluvio peggiore dell’antico.- IO SONO L’IMMACOLATA CONCEZIONE, dichiarò la Madre della divina grazia all’umile fanciulla scelta in quel momento a recare il suo messaggio ai custodi dell’arca della salvezza. Alle tenebre che salivano dall’abisso Ella opponeva, come un faro, l’augusto privilegio che, tre anni prima, il supremo Nocchiero aveva proclamato come dogma in sua gloria. Infatti se, come afferma Giovanni il prediletto, è la nostra fede che possiede quaggiù le promesse della vittoria (1 Gv. V, 4); e, se la fede si alimenta di luce: qual dogma meglio di questo che racchiude e proclama tutti gli altri, li rischiara allo stesso tempo disi soave splendore? Sul capo della Trionfatrice temuta dall’inferno, esso è veramente la regale corona su cui, come nell’arca vincitrice delle tempeste, convergono i diversi splendori del cielo. – Tuttavia occorreva aprire gli occhi dei ciechi a queste bellezze, incoraggiare i cuori angosciati dalle audaci negazioni dell’inferno, rialzare dall’impotenza a formulare l’atto di fede tante intelligenze debilitate dall’educazione delle scuole moderne. Convocando le folle sul luogo benedetto della sua apparizione, l’Immacolata veniva incontro, con fortezza e soavità, alle anime deboli guarendo i corpi; sorridendo alla pubblicità e accettando ogni controllo, confermava, con l’autorità del miracolo permanente, la propria parola e la definizione fatta dal Vicario del Suo Figliolo. – Come il Salmista celebrava le opere di Dio che narrano in ogni lingua la gloria del creatore (Sal. XVIII, 2-5); come S. Paolo tacciava d’insania, nonché d’empietà, chiunque non credeva alla loro testimonianza (Rom. I, 18-22): altrettanto si può dire degli uomini del nostro tempo, che sono inescusabili, se non riconoscono dalle opere sue la SS. Vergine. Ella potrebbe moltiplicare i suoi benefici, aver compassione dei più gravi infermi: ma queste anime malate che, nel timore inconfessato di importune conclusioni, ricusano di vedere oltre; o lottando apertamente contro la verità, spingono al paradosso il proprio pensiero, avvolgono nelle tenebre i loro cuori, come dice l’Apostolo (Rom. 1, 21), e fanno temere che il senso depravato, il cui castigo portavano nella carne i pagani (Ibid. 28), abbia leso la loro ragione.

Appello alla penitenza.

« O Maria concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a voi !» È la preghiera che, dall’anno 1830, voi stessa c’insegnaste contro le minacce dell’avvenire. In seguito, nel 1846, i due pastorelli della Salette ci rammentavano le vostre esortazioni e le vostre lacrime. « Pregate per i poveri peccatori e per il mondo cosi sconvolto », ci ripete oggi da parte vostra la veggente della grotta di Massabielle: « Penitenza! penitenza! penitenza! »

Noi vogliamo obbedirvi, o Vergine benedetta, vogliamo combattere in noi e dovunque l’universale e unico nemico, il peccato, male supremo donde derivano tutti i mali. Lode all’Onnipotente, che si degnò preservarvi da ogni contaminazione e specialmente riabilitare in voi la nostra natura umiliata! Lode a voi che, non avendo alcun debito, rimetteste i nostri con le materne lacrime e col sangue del Figliol vostro, riconciliando la terra col cielo e schiacciando la testa al serpente (Gen. III, 15)! Preghiera ed espiazione! Non era questa, sin dai primi tempi, dai tempi degli Apostoli, in questi giorni di avvicinamento più o meno immediato alla Quaresima, l’insistente raccomandazione della Chiesa? O Madre nostra del Cielo, siate benedetta per essere venuta sì opportunamente ad armonizzare la vostra voce con quella della grande Madre della terra. Il mondo ormai rifiutava, non comprendeva più l’infallibile e indispensabile rimedio, offerto dalla misericordia e dalla giustizia di Dio alla sua miseria; sembrava aver dimenticato per sempre il monito: Se non fate penitenza perirete tutti (Lc. XIII, 3-5). La vostra pietà, o Maria, ci desta dal nostro torpore! Conoscendo la nostra debolezza, voi accompagnate con mille dolcezze il calice amaro, e per indurre l’uomo ad implorarvi i beni eterni, gli prodigate quelli del tempo. Noi non vorremo essere come quei fanciulli che ricevono volentieri le carezze materne e trascurano gl’insegnamenti e le correzioni che quelle carezze avevano lo scopo di fare accettare. D’ora innanzi sapremo, con voi e con Gesù, pregare e soffrire; durante la santa Quarantena, col vostro aiuto, ci convertiremo e faremo penitenza.

ISTRUZIONI INTORNO ALL’ARCICONFRATERNITA DEL SS. ED IMMACOLATO CUORE DI MARIA

 ISTRUZIONI INTORNO ALL’ARCICONFRATERNITA DEL SS. ED IMMACOLATO CUORE DI MARIA.

[C.E. Dufriche Desgenettes: Notizie storiche e istruzioni intorno all’Arciconfraternita del SS. ed Immacolato Cuore di Maria per la conversione dei peccatori ridotte in compendio scritte dal sig. Dufriche Desgenettes – Tip. G. M. Campolmi, 1850]

PARTE SECONDA.

CAPO PRIMO.

BREVE APOSTOLICO

GREGORIO PAPA XVI

A perpetua memoria.

Posti nella Cattedra eccelsa del Principe degli Apostoli non certamente per alcun nostro merito, ma per arcano Consiglio della provvidenza divina e perciò stando in grande pensiero su tutta la greggia del Signore, siamo usati di accogliere con singolare benignità le pie suppliche di Coloro i quali hanno principalmente in mira che i fedeli di Cristo ognora più saldi e fondati nella Fede, e accesi d’amore per la pietà e la religione, camminino nelle vie del Signore, e ne osservino diligcntemente e con venerazione i precetti, Grande certamente fu il gaudio del paterno nostro cuore in sentire che il diletto figlio Carlo Eleonoro Dufriche-Desgenettes Sacerdote Parroco della Chìesà della B. Vergine Maria, delta delle Vittorie, volgarmente Les Petits-Pères della città di Parigi io Francia con Autorità del Venerabile fratello l’Arcivescovo’ di Parigi istituì nella Chiesa parrocchiale una Congregazione ad onore del Santissimo ed Immacolato Cuore della B. V. Maria per la conversione dei peccatori, insieme con gli statuti e le leggi approvate, come dicesi dallo stesso venenerabil fratello, e che da siffatta istituzione non leggieri beni ridondarono a spirituale utilità dei fedeli. Il perché lo stesso diletto figliuolo Carlo-Eleonoro Dufriche-Desgenettes, Sacerdote pastore dell’anime della mentovata Chiesa, con calde suppliche ne fece istanza, di volere onorare, questa Congregazione col titolo e con i diritti di Arciconfraternita, e di volerla arricchire d’alcune indulgenze, perché vada ogni di più accrescendosi, la pietà dei Fedeli. Noi pertanto, ai quali .nulla può stare più a cuore, che il procurare con ogni aiuto ed industria l’eterna salvezza dei Fedeli di Cristo e dilatare il culto della Vergine Madre: di Dio, la quale come Regina che siede a destra di Dio in dorato vestimento e circondata di varietà, nulla è che non possa da Lui impetrare, e la quale è sì pronto e saldo sostegno dalla cattolica Chiesa, e fedelissima speranza nostra, abbiamo giudicato di dover più che volentieri secondare siffatte brame. Che però a crescere, splendore a quella Congregazione quanto possiamo nel Signore, a tutti e a ciascuno di coloro che da queste lettere sono favoriti, usar volendo particolare beneficenza, e da qualsivoglia censura o pena di scomunica e d’interdetto, e da altre censure e pene ecclesiastiche; inflitte in qualunque modo e per qualunque cagione, se mai alcune ne avessero incorse, a contemplazione di ciò solo, assolvendoli, e tenendoli per assoluti, con nostra autorità Apostolica decoriamo con queste lettere in perpetuo del titolo di Arciconfraternita (Arciconfraternita vuol dire Confraternita Madre. L’Aggregazione che porti questo titolo ha il diritto d’iscrivere, di aggregare delle particolari Unioni, purché elle s’abbiano lo stesso fine di farle partecipi di tutte le grazie e favori che le sono stati personalmente, direm cosi accordati. Questa pie unioni, aggregate che siano, divengono e si rimangono membra dell’ Arciconfraternita),  la Congregazione in onore del Santissimo ed Immacolato Cuore; della B. Vergine per la conversione dei peccatori cogli statuti e colle leggi del venerabile fratello l’Arcivescovo di Parigi, come ne viene asserito, approvate o da approvarsi’, nella chiesa Parrocchiale della B. Vergine Maria delle Vittorie, volgarmente les Petits-Pères della città di Parigi in Francia, nei debiti modi già istituita. Le concediamo perciò e le accordiamo di buon grado tutti e singoli i diritti, i privilegi, gli onori e gl’indulti da chiamarci con qualunque nome, dei quali per costumanza e consuetudine usano e godono le altre Congregazioni Primarie, e possono e potranno usare e godere. – Inoltre colla medesima nostra Autorità Apostolica concediamo e accordiamo misericordiosamente nel Signore a ciascun confratello e a ciascuna consorella della mentovata Arciconfraternita veramente pentiti; confessati e comunicati la plenaria indulgenza e remissione di tutti i loro peccati, il giorno che saranno stati in essa aggregati. Concediamo parimente ai medesimi in articolo di morte indulgenza plenaria, qualunque volta veramente pentiti o confessati riceveranno il SS. Sacramento dell’Eucaristia, e ciò non potendo fare, invocheranno colla bocca o almeno col cuore il Nome; SS. di Gesù. – Accordiamo ancora indulgenza plenaria agli stessi confratelli e alle stesse consorelle; che la domenica di ciascun anno la quale precede immediatamente la domenica diSettuagesima, del pari che nelle feste della Circoncisione del Signore, e della Purificazione, e dell’Annunciazione, della Natività, dell’Assunzione, della Concezione della B. V. Maria, e dei Dolori di Lei; e della Conversione del B. Paolo Ap. e di S. Maria Maddalena, fatta la confessione sacramentale, si accosteranno alla santa Comunione. Concediamo altresì plenaria indulgenza a ciascuno dei confratelli e a ciascuna delle consorelle di quell’Arciconfraternita, i quali reciteranno devotamente ogni giorno la Salutazione Angelica per la conversione dei peccatori, da guadagnarsi il giorno anniversario del loro battesimo, purché si siano confessati e comunicati. Inoltre tanto ai predetti confratelli e consorelle, come agli altri che assistono devotamente alle Messe che si celebrano ogni sabato in onore del SS. Cuore di Maria nell’oratorio o nella Chiesa della medesima Congregazione Primaria, e quivi pregano per la conversione de peccatori, rimettiamo cinquecento giorni delle penitenze loro imposte o in qualsivoglia altro modo loro dovute, nella forma consueta della Chiesa. Finalmente ai direttori della stessa Arciconfraternita, con la medesima nostra autorità diamo por sempre facoltà, in forza della quale possono liberamente e lecitamente ascrivere e aggregare alla mentovata Arciconfraternita tutte le altre Congregazioni del medesimo nome ed istituto erette dovunque fuori della città osservando per altro la forma della costituzione emanata dalla felice, memoria di Clemente. VIII nostro predecessore, e comunicare con quelle tutte e singole le indulgenze, le remissioni de’ peccati, e le condonazioni delle penitenze di cui si è fatta menzione Queste cose concediamo e accordiamo facendo decreto che queste lettere siano e sempre debbano esser ferme, valide ed efficaci, e sortire e ottenere i loro pieni ed interi effetti, e favorirli pienissimamente in tutto e per tutto, che cosi si debba nelle anzidette cose giudicare, definire da tutti i giudici ordinari o delegati anche dagli uditori del palazzo apostolico, dai nunzi della Sede Apostolica, e dai Cardinali, di S. R. C., anche Legati a latere, tolta loro e a qualunque di loro qualsivoglia facoltà o autorità, di giudicare e d’interpretare altrimenti, e decretando che sia nulla e vana se alcuna, cosa sopra di ciò da qualcheduno con qualunque autorità con saputa o per ignoranza avverrà che si attenti in contrario. Non ostante le costituzioni e le sanzioni apostoliche, e ancora quando fosse bisogno gli statuti e le consuetudini della stessa Congregazione anche afforzate da giuramento da confermazione apostolica o da qualunque altra convalidazione, e quant’altro potesse esservi contrario.

Dato in Roma presso S. Pietro sotto l’anello del pescatore, li 24 Aprile 1833 l’anno ottavo del nostro pontificato.

E . CARD., DE GREGORIO.

Luogo del Sigillo dell’anello del pescatore.

INDULGENZE CONCESSE ALLA CONGREGAZIONE DEL SANTISSIMO ED IMMACOLATO CUOR DI MARIA.

Il regnante Sommo, Pontefice Gregorio XVI, nell’ approvare la Congregazione del SS. ed Immacolato Cuor di Maria, che ha per scopo la conversione de1 peccatori, con suo Breve 24 aprile 1838, ha concesse le seguenti Indulgenze, le quali si possono lucrare dai fedeli, che saranno ascritti alla detta Congregazione canonicamente eretta in qualsivoglia Chiesa, od Oratorio, ed aggregata alla Congregazione Primaria stabilita in Parigi nella Chiesa Parrocchiale di nostra Signora delle Vittorie.

I. Indulgenza Plenaria nel giorno, in cui i fedeli confessati e comunicati si ascrivono alla Congregazione.

2. Indulgenza Plenaria in articolo di morte per quelli che, veramente pentiti riceveranno i santi Sacramenti; o invocheranno almeno col cuore se non possono colla bocca il Nome SS. di Gesù.

3. Indulgenza Plenaria nella Domenica che immediatamente precede la Settuagesima come pure nelle feste della Circoncisione del Signore, della Purificazione, dell’Annunciazione, dell’Assunzione, della Concezione e dei Dolori della Vergine, della Conversione di S. Paolo Apostolo, e di S. Maria Maddalena.

4. Indulgenza Plenaria recitando la Salutazione Angelica ogni giorno per la Conversione dei peccatori da lucrarsi nel giorno anniversario del proprio Battesimo.

5. indulgenza di giorni 500., assistendo alla Messa solita celebrarsi, alle ore 9, ogni Sabato ad onore del Cuore Immacolato di Maria nella Chiesa od Oratorio della Congregazione, pregando ivi per la Conversione dei peccatori.

Per l’acquisto delle suddette Indulgenze Plenarie bisogna confessarsi e comunicarsi, e pregare secondo l’intenzione della S. Chiesa. Non é pero necessario che ciò si faccia nella Chiesa, od Oratorio della Congregazione.

ALTRE INDULGENZE ULTIMAMENTE ACCORDATE DAL S. PADRE NELL’UDIENZA DEL 4 FEBBRAIO 1841.

Sua Santità il Sommo Pontefice Gregorio XVI. accordò benignamente ad istanza. degli aggregati dell’Arciconfraternita un’Indulgenza Plenaria applicabile in suffragio de fedeli defunti da lucrarsi da ciaschedun confratello due volte il mese nel giorno, che gli piacerà scegliere, purché veramente contrito, confessato, è comunicato visiti devotamente una Chiesa, od Oratorio pubblico, e vi preghi secondol’intenzione di Sua Santità; e questa Indulgenza estesa pare agli Aggregati, a cui per malattia o per qualunque altro caso fosse impossibile il recarsi alla chiesa, purché ricevano i SS. Sacramenti, e adempiano invece quegli atti di pietà, che il confessore avrà loro imposti. Questa Indulgenza fu concessa alla Congregazione in perpetuo benché non espressa in forma di Breve.

Dato in Roma dalla Segreteria della S. Congregazione delle Indulgenze il 4febbraio 1841.

Segnato C. Cardinale CASTRACANE Prefetto,

A- PRIMAVALLE, Sostituto del Cancelliere.

Stato per l’esecuzìone: Dionisio Arcivescovo di Parigi 31 maggio 1841.

Per mandato: Goujou Canonico Onorario, Pro-Segretario.

C A P O II.

STATUTI DELL’ ARCICONFRATERNITA

I. Ad onore dell’ immacolato Cuore della Vergine SS., per ottenere con i suoi meriti la conversione dei peccatori, varie preghiere soglionsi recitare nella Chiesa Parrocchiale di Nostra Signora delle Vittorie a Parigi.

II. Tutti i Cattolici, di qualunque età, sesso o condizione essi siano, sono invitati ad associarvisi. Non altro da loro si richiede, che lo zelo della gloria di Dio, della salute dei loro fratelli, e un santo desiderio d’imitare, secondo il proprio stato, le virtù, di cui Maria SS. ci ha lasciati esempi sì ammirabili.

III. Tutti i congregati, per partecipare delle sante indulgenze, dovranno dare, il loro nome e cognome da scriversi nel registro dell’Associazione, e così verranno ammessi mediante la segnatura del Direttore. Nel tempo stesso sarà loro dato la Medaglia dell’Immacolata Concezione, detta, volgarmente la Medaglia Miracolosa., arricchita delle indulgenze. Si ricordino però di recitare a quando a quando la breve preghiera impressavi sopra; O Maria concepita senza peccato pregate per noi che a Voi ricorriamo.

IV. Il Parroco di Nostra Signora delle Vittorie sarà in perpetuo il Direttore dell’Associazione. E però egli ammette e inscrive nel registro le persone che entrano nella medesima, ne sottoscrive la patente di ammissione, ed è il custode del registro. Elegge, se così stima, un Vice-direttore tra i Sacerdoti del clero della Parrocchia per fare quando che sia le sue veci, e supplire in tutto ciò che appartiene all’Associazione. È in suo potere il sostituirne un altro quando gli piaccia.

V. Ogni, associato il dì della sua Associazione è invitato a contribuire con una volontaria offerta per le spese della medesima: cioè a dire, per gli Uffizi, che verranno celebrali in tutte le domeniche e le feste, per le prediche nei giorni delle feste proprie della Congregazione, per le Messe, che si celebreranno in nome degli Associati ad onore del Cuore di Maria per la conversione dei peccatori, e per suffragio dei Confratelli defunti; infine per l’ornamento della Cappella e dell’Altare, dell’Associazione.

VI. II prodotto di questo offerte, e delle limosine, che si raccoglieranno in tempo degli uffizi dell’associazione sarà depositato presso il Direttore che ne terrà esatto conto, come delle spese, che occorreranno! Tutto verrà pure notato in un particolare registro da esaminarsi da Mons. Arcivescovo di Parigi ogni qual volta, giudicherà. Due volte l’anno sarà reso conto del prodotto e dell’uso delle offerte e limosino ad una Commissione composta del Parroco, del Vice-Direttore, del presidente della fabbrica, del tesoriere e d’un altro membro del Consiglio della fabbrica da eleggersi dal Parroco direttore. Questa Adunanza o Commissione, si terrà ogni anno nei primi quindici giorni di febbraio e agosto; esaminerà i libri dell’entrata, e dell’uscita, e dopo un esame verbale vi apporrà la sua firma, rilevando il residuo del quale sarà depositario il Parroco.

VII. Procurino gli associati d’offrire ogni mattina al sacro Cuore di Maria tutte le loro buone azioni, le preghiere, le limosine, gli atti di pietà, le mortificazioni, e le penitenze che faranno nella giornata. La loro intenzione sarà di unirle ai meriti del sacro Cuore di Maria e agli ossequi, che esso fa di continuo all’Altissimo? di adorare con esso lui la SS. Trinità, il divino Cuore di Gesù, e d’Implorare dalla infinita sua misericordia la conversione dei peccatori.

VIII. Inoltre una volta al giorno da ciascun associato si reciterà devotamente la Salutazione Angelica, anzi il più sovente possibile insieme con quella supplica a Maria: Memorare etc. o in volgare Ricordatevi etc., e con quella invocazione: Refugium peccatorum ora pro nobis; Maria rifugio dei peccatori pregate per noi.

IX. Sovvengansi i congregati, che specialmente per mezzo della purità del cuore si meriteranno la protezione del Cuore immacolato di Maria: mettano però ogni lor diligenza per serbarlo, puro e, mondo, accostandosi spesso e con fervore ai santi Sacramenti della Confessione, e Comunione, massimamente nelle feste proprie della Congregazione

X. Per determinazione di Monsignore Arcivescovo di Parigi la festa principale (1)  della Congregazione si celebra la Domenica, che immediatamente procede, la Settuagesima. (1- La festa principale si deve celebrare nello stesso giorno da tutte le Congregazioni aggregate alla Primarie; in quel dì i Confratelli, si fanno un premuroso dovere di accostarsi alla S. Comunione per lucrare l’indulgenza plenaria che vi é annessa. Nel giorno dei Dolori – Venerdì della Settimana di Passione – la Congregazione onora io particolar miniera il Cuore afflitto di Maria SS. V’è pur la Comunione generale alla Messa bassa che si celebra all’altare di Maria, Dopo la Messa si canta lo Stabat Mater). – Il clero della Parrocchia è obbligato recitarne l’Uffizio, proprio; le altre feste sono la Circoncisione, la Purificazione, l’Annunciazione, la Desolata, la Natività, l’Assunzione, e l’Immacolata Concezione della Vergine SS., la Conversione di S. Paolo e la festa di S. Maria Maddalena. Tutti i sabati poi dell’anno, e in modo singolare il primo d’ogni mese sono consociati al Culto di Maria, e al fervore degli associati appartiene l’onorare tutti questi giorni distintamente.

XI.  Ogni Domenica dell’anno, e festa di precetto, come pure tutti gli altri giorni nell’articolo X, mentovati, si celebrerà una sacra funzione in nome di tutti gli Associati. In questa si canteranno prima i Vespri (1) della Vergine SS. poi vi sarà una predica, od istruzione sopra le verità d nostra santa Religione, seguirà quindi la benedizione col divin Sacramento preceduta dal canto delle Litanie della Madonna, dell’inno proprio, del Sub tuum praesidium, e del Parce Domine con le orazioni analoghe. La della funzione sarà celebrata dai Sacerdoti della Parrocchia destinati dal Parroco. Comincerà sempre alle ore 7 della sera nella Cappella di Nostra Signora delle Vittorie, all’Altare dell’ Associazione.

(1) Prima di cominciare l’Uffizio si recita à voce alta ed in comune l’Ave Maria. Là predica che si fa dopo l’Uffizio non è che una semplice istruzione sopra le Verità dogmatiche, storiche , o morali della nostra S. Religione. Al termine dell’istruzione il predicatore esorta gli Aggregati a pregare i generate per tutti i peccatori, e in particolare per quelli che hanno richiesto nella settimana precedente di esser particolarmente raccomandali. Questi per maggior chiarezza si sogliono distribuire in varie classi, v. g. uomini, donne, ammalati, vecchi etc. aggiungendo a ciascuna classe qualche, breve riflessione,. Giova ancora in quest’occasione, ad eccitamento comune, raccontare le conversioni già ottenute, purché lo permetta il penitente, e si usi somma-cautela per non dar giammai verun indizio di chi si parli. Dopo laBenedizione si recita ad alta voce nella Congregazione ‘Primaria, quanto in tutte le altre Aggregazioni, un Pater ed Ave, e la Giaculatoria Sancta Maria refugium peccatorum, ora-pria nobis. Questa pratica non si tralascia giammai per essere uno dei fini principali di questo devoto esercizio. Quando il bisogno della conversione di gualche peccatore fosse molto urgente, si sogliono esortare i Confratelli dì offrire a questo fine al Cuor di Maria: Comunioni, preghiere, ed altre simili opere di cristiana pietà).

XII. Ogni sabato dell’ anno, tranne il Sabato Santo, alle ore 9 della mattina si offrirà all’Altare dell’Associazione il S. Sacrificio in onore del Cuore di Maria per la conversione de’ peccatori (Chiunque o per la troppa lontananza, o per altro impedimento non vi potesse intervenire, entrerà a parte di questo pio esercizio, purché si unisca in spirito ai Congregati, assistendo, se gli sarà possibile, ad altra Messa in qualsivoglia Chiesa più vicina, od almeno congiungendo te sue preghiere, a quelle dei Confratelli). – Il Sacerdote prima della Messa reciterà ai piedi dell’Altare l’Orazione Memorare ec. e dopo il Sub tuum præsidium, e l’Ave Maria, Ogni primo sabato del mese alle ore 10 del mattino si offrirà il S. Sacrificio in suffragio degli Associali defunti; dopo il quale il Sacerdote reciterà il De profundis.

C A P O III.

SCOPO DELL’ ARCICONFRATERNITA.

Molte e varie sono le Congregazioni, che nella Chiesa Cattolica si stabilirono, onde rendere special culto di venerazione alla augustissima Regina del cielo, e Madre nostra Maria. Ed avvegnaché altre s’istituissero per compatirla nei suoi dolori, altre per ossequiarla nei misteri della sua vita, ed altre per imitarla nelle sue virtù; tutte però concordemente mirarono a quest’ultimo fine di onorare, glorificare, e farsi propizia sì possente Avvocata nei nostri bisogni, e soprattutto di rendere onore, e gloria al sommo Iddio dei favori, e privilegi, che in tanta copia degnossi di compartirle. Ecco in poche parole lo scopo principale, e comune di tutte le Congregazioni Mariane, ed ecco pure uno dei fini della Congregazione del SS. ed immacolato Cuore di Maria per la conversione dei peccatori, la quale non differisce punto da tutte le altre, siccome quella che intende principalmente di venerare con tenero, e filiale affetto il Cuore amabilissimo della Madre di Dio e rendere cosi all’augustissima Trinità quegli omaggi di ossequio, e divozione di cui le siam debitori. Senonchè per un secondo scopo, tutto Suo proprio,’ e singolare, da ogni altra pur si distingue, eziandio da quella che fregiata del titolo istesso del S. Cuore di Maria, si è oggimai fra fanti popoli e in tante città stabilita. Conciossiaché questa non mira più in là di ogni altra Associazione Mariana; venera l’amabil Cuore della Vergine, come sorgente di mille benedizioni; lo compassiona addolorato; si rallegra dei suoi gaudii; e si sforza d’imitarne le virtù, onde renderselo favorevole nei pericoli della vita e della morte. Laddove la nostra pia Unione, dopo la gloria di Dio, e l’onore di Maria, intende con grande impegno alla conversione dei peccatori. E  perciò è che i suoi congregati non si debbono giammai dimenticare di questo lor fine peculiare e distintivo, ed animati di quel santo zelo di cui arde il Cuore amoroso della Vergine, la sollecitano, e dolcemente la sforzano con le preghiere, e buone opere ad intercedere presso Dio per i poveri peccatori, e ritornare a Cristo tante pecorelle che vanno sviate e vagabonde dal suo ovile. E per mantenere sempre vivo in petto questo fuoco di carità, e porgere con maggior premura un sì pietoso soccorso ai suoi fratelli che pericolano nel più importante degli affari, oh! quanto possente motivo non trovano nel considerare il numero innumerevole di quelli che vivono in odio a Dio o abusano delle sue grazie, perdendo cosi il fine nobilissimo di lor creazione: ora l’alta impresa che è la salute delle anime per cui il Verbo eterno non dubitò di partirsi dal seno del Padre, e vestir le nostre carni; ora la sollecitudine con che la Congregazione affida loro per cosi dire lutti i peccatori che sono in questa terra, e li costituisce quasi apostoli della loro conversione. Epoiché Gesù Cristo è morto per la salvezza di tutti gli uomini, ragion vuole che essi non escludano nelle loro preghiere verun peccatore sia Cattolico, sia eretico, o di qualunque setta infedele (Alla congregazione sta molto a cuore la conversione dell’Inghilterra: a desidera che in tutte le Aggregazioni s’introduca il pio costume di raccomandarli ogni Domenica al Cuore SS. ed Immacolato di Maria, siccome ai suole dalla Primaria di Parigi). Questo è lo spirito della Congregazione del Santissimo ed Immacolato Cuor di Maria, istituita per la conversione dei peccatori; e questi sono i sentimenti comuni che stabiliscono una stretta unione fra tutti i suoi aggregati, per cui, ancorché sparsi in qualsiasi parte del mondo, vengono a partecipare scambievolmente dei meriti, e delle preghiere di tutta la pia Unione, non meno che delle copiose indulgenze perciò benignamente accordate dal sommo Vicario di Cristo. – La Congregazione non si limita ad alcuna determinata pratica di divozione, tranne un’Ave Maria da recitarsi ogni giorno; ma, proposto il suo fine, lascia al fervore di ciascheduno l’usare quei mezzi che più gliene possono facilitare il conseguimento. Suole bensì, il che è proprio di ogni pia Associazione, per motivo di culto esteriore, e per dimostrare anche.al di fuori, a comune edificazione dei fedeli gl’interni sentimenti dell’animo avere suoi esercizi di pietà, prediche, Messe, orazioni etc. come di leggieri si può rilevare dai suoi Statuti, i quali però servono piuttosto ad accennare, che a determinare quanto sia da praticarsi a tal riguardo. Notisi tuttavia che secondo il detto di S. Francesco di Sales nelle pie Unioni in cui non si contrae veruna obbligazione, come è la nostra, non si può altro che guadagnare senza correre giammai pericolo di perdere. Quindi chi trascurasse, od eziandio omettesse le pratiche della Congregazione, non solo menerebbe per questo alcun peccato neanche, leggiero. Che se taluno, o per infermità, o per qualunque altra legittima cagione non potesse adempierle non resterà privo, dei meriti, ove si unisca almeno con lo spirito, agli esercizi degli aggregati; anzi pe potrà lucrare tutte le Indulgenze, quando all’opere prescritte a Congregati supplisca con altre, da determinarsi sempre dal suo confessore. Ed è da avvertire ancora che l’adempimento di tali pratiche poiché, sono volontarie, e di sopra più non deve in nessuna guisa essere di discapito delle obbligazioni del proprio stato. – Finalmente la Congregazione raccomanda caldamente ai suoi aggregati, la purità di cuore, e una sincera compassione delle altrui miserie spirituali; ed a tal uopo possono essere di qualche giovamento alcune devote preghiere; e giaculatorie, che si trovano in fine di questo libro, notando però che l’Ave Maria deve essere come l’orazione comune di tutti i Confratelli. La Congregazione ammette tra i suoi aggregati, ogni ceto di fedeli di qualsivoglia età, non eccettuato neppure i bambini; conciossiacosaché il loro aggregarli sia più tosto un consacrarli a Colei a cui, tornano oltremodo grate le voci, e gli affetti dell’innocenza. Né esclude dal suo seno i peccatori per quantunque scandalosi, e incorreggibili; che anzi li accoglie a braccia aperte, e con solo riceverli tiene per certo d’averne già espugnata in parte la durezza, e spera che Maria non tarderà a compire l’opera incominciata; e però per questi in generale, e per taluno eziandio in particolare di cui venga richiesta, oltre ciascun giorno alla divina misericordia l’immenso tesoro delle preghiere di tutti gli aggregati insieme con i meriti del SS. ed Immacolato Cuor di Maria ed appena è mai che per mezzo di sì Valida Protettrice non ne ottenga il desiderato intento. Nei giorni di sabato siccome sacri a Maria, la Congregazione rende un particolar culto di venerazione ed ossequio a tanto buona Madre, e in onore del suo amabilissimo Cuore, offre a nome di tutti gli Aggregali sparsi per ogni parte del mondo l’augustissimo sacrificio dell’Altare. Tale è in compendio l’idea chiara, e giusta della Congregazione del SS. ed Immacolato Cuore di Maria, istituita in questi ultimi, tempi a vantaggio principalmente dei peccatori. Le meravigliose conversioni, che, si sono narrate nella prima parte di quest’operetta, e le troppe che resterebbero a raccontarsi, ove la prudenza noi vietasse, provano abbastanza che la premurosa e possente intercessione di Maria non ha limiti, e si estende ad ogni luogo, e ad ogni classe di persone; e che gode grandemente, di trionfare dei cuori più indurati nel male, e restii alle divine ispirazioni.

CAPO IV.

VANTAGGI CHE ARRECA L’ARCICONFRATERNITA.

I vantaggi che arreca l’Arciconfraternita sono numerosi ed immensi. I fedeli .che ne fan parte si assicurano cogli omaggi speciali ch’essi fanno al santo ed Immacolato Cuor di Maria; tutte le grazie della potente sua protezione, lo zelo che li anima per la gloria di Dio, la carità che l’infiamma per la salute dei loro fratelli, esercitano ed aumentano la loro fede e pietà. Noi lo attestiamo perché lo abbiamo costantemente osservato. Essi concorrono con i loro voti, e preghiere al buon effetto delle apostoliche fatiche dei missionari che vanno a recar la luce del Vangelo ai. popoli infedeli. E vi dan mano con le tenere loro suppliche, e partecipano al valore del zelo e dei meriti di tanti pii sacerdoti che in grembo alla stessa Chiesa si adoperano perla conversione dei peccatori. E domandano e ottengono le grazie del ritorno e della salute a tanti peccatori che probabilmente si sarebbero perduti per una eternità senza il loro soccorso. – Egli è questo una specie di apostolato che da loro si esercita col mezzo di voti e di preghiere. Ah sì, perseverino nei preziosi sentimenti, nelle sante disposizioni che la grazia ha loro ispirato, e si animino di una viva e santa confidenza nella divina misericordia. Maria cui han supplicato per i loro fratelli, Maria alla quale han le tante volte ripetuto: pregate per noi, poveri peccatori, ora e nel puntò di nostra morte, Maria non li abbandonerà in quel terribile momento. – Pei peccatori poi, oh quali vantaggi!Perduti il maggior numero, sommersi entro un mare d’iniquità, ingolfati nei disordini, negli eccessi di una vita al tutto brutale; agghiacciati dal gelo della indifferenza del secolo, somiglianti alle bestie, dice lo Spirito Santo; vivendo all’atto spensierati e prossimi a morire colla stupidità dei bruti, quale speranza loro resta’ a salute?Le grazie stesse di Dio, i soccorsi per se sì potenti della Religione, tornano a nulla, perché i miseri li disdegnano e li dispregiano; perciocché il cuor loro divenuto fango non è più capace di sentimenti celesti; ed ecco che la carità, divina trae dai suoi tesori e ci presenta un nuovo pegno di salute por i più disperati: perciocché ella ci offre il Santo ed immacolato Cuor di Maria. O potente o salutare, o dovizioso trovato! Da che-foste a noi ispirato, quante vittorie già contansi sull’inferno riportate? quante vittime a lui strappate? quanti peccatori sono rientrati nelle vie della grazia? quanti morienti che si parevano destinati all’eterno danno, non partironsi di questa vita se non dopo essersi riconciliati con la divina giustizia! Diciamo a gloria vostra, ó Maria rifugio dei peccatori, che il numero è troppo grande da non poterne noi far ragione: o quali vantaggi non procaccia questa santa devozione alle Parrocchie che hanno la fortuna, di possederla! Qui sì che potremmo parlare ancora per esperienza. Ma troppo da dir vi sarebbe se contar volessimo tutte le sante gioie, tutte le consolazioni onde la bontà divina si compiacque ricolmare la indegnità nostra, Ci contenteremo di darne un’idea dicendo come oggi 1 dicembre 1838, il novero delle Comunioni dal 1 gennaio, sorpassa la somma di undici mila in una Parrocchia, ove, fa due anni non potevasene contare, che settecento venti nel corso di un anno intero. – Un vantaggio poi, al quale per avventura non farebbesi attenzione, se nel prendessimo a notare e che frattanto è reale ed immenso, si è quello appunto che proviene dal concorso e dalla partecipazione a tutte preci, a tutti voti che offerti sono nell’Arciconfraternita. Tutti i membri che la compongono non formano che un sol voto, la conversione dei peccatori per la gloria di Dio. Essi uniscono i loro omaggi a Maria con questa intenzione; e questa unione è si stretta che le preci offerte dalla moltitudine dei fratelli al Sacro Cuor, di Maria, appartengono ad ogni fratello in particolare come quelle di ogni fratello in particolare appartengono a tutto il corpo dell’Arciconfraternita; per forma che un membro di essa isolato, abitante in America, o a Pietroburgo, in pregando per la conversione di un parente, di un amico, può applicare a questo pio fine tutte le preghiere, il merito di tutte le buone opere, comunioni etc. che vengono offerte per la conversione dei peccatori nel corpo della Arciconfraternita, Parimente il direttore di essa e così li direttori delle particolari Unioni che compongono il corpo dell’Arciconfraternita possono e debbono per la massima gloria di Dio e per procurare con maggior sicurezza e facilità la salute delle anime che sono loro raccomandate, applicar tutti i meriti riuniti di preci e di buone opere che sono tutte nel corpo dell’Arciconfraternita ai bisogni spirituali dei peccatori po’ quali sono stati impegnati. Dichiarano qui di fatto che tale si è lo spirito col quale l’Arciconfraternita è stata eretta e che non manchino mai di farne l’applicazione. Qual sentimenti di confidenza, di consolazione spargerà nelle anime di quella sposa, di quella desolata madre, di quel padre afflitto, che tremano e pregano per una persona che è loro cara e preziosa: il pensiero la certezza che migliaia di fratelli sparsi sopra tutta la terra, dividono i loro sentimenti ed unisconsi ai loro voti, alle loro preghiere, fermamente appoggiandosi su quella promessa di Gesù Cristo; se due di voi insieme si uniscono sulla terra, qualunque cosa domandino sarà loro accordata dal Padre mio che è nei cieli (S. Math, XVIII). – Se non entra nei disegni della divina Provvidenza di accordar loro di presente la grazia che essi sollecitano, non cadranno di animo per questo, pregheranno ancora, dappoiché dice Gesù Cristo: si convien pregar sempre, e mai stancarsene, tanto più che l’esperienza ci mostra come Iddio ritardi il momento della sua misericordia soltanto per renderla più strepitosa e consolante. D’altra parte e noi avvisiamo di averlo detto, un peccatore raccomandato all’Arciconfraternita rimane oggetto alle sue preci e v’e sempre compreso finché la bontà divina abbia accordato la grazia della sua conversione. – Per ultimo non sono voti soltanto e preci, valevoli per se stesse sul cuor di Dio, che l’Arciconfraternita offre alla divina giustizia a favore dei suoi clienti per disarmarla: v’ha pure l’adorabile Sacrificio della croce nel consumare il quale la divina Vittima profferì queste potenti, parole: Padre mio, perdonate loro, che non sanno quel che si fanno. V’ha pur dunque il divin Sacrifizio col favor del quale i peccati del mondo sono stati tolti e il genere umano con Dio riconciliato. Sono ben 62 volte all’anno che il Sangue adorabile di Gesù Cristo si offre in sull’Altare per soddisfare alla collera di Dio ed ottenere la conversione dei peccatori. E quante volte non vi si offrirà in seguito, quando questa santa e caritatevole istituzione sarà propagata in Francia e, lo speriamo, pel mondo intero? Avete voi inoltre notato quelle preci, quel divin Sacrificio offerto dodici volte l’anno, una volta al mese, per la eterna beatitudine dei fratelli defunti, degna ricompensa del loro zelo della pietà loro? Pensate che sino alla consumazione dei secoli si farà menzione di loro ai sacri Altari, si porgeranno suppliche e Gesù Cristo, sovrano nostro Mediatore, s’immolerà per la salute eterna dei fratelli, dei quali un gran numero sarebbe stato per avventura ben presto, senza questo aiuto, perpetuamente obbliato in terra. Arrogi a tanti vantaggi ì voti, le preghiere, gli omaggi di riconoscenza che le anime santificate dalla propria conversione, ammesse nel seno di Dio, e veggenti nella sua luce i caritatevoli sforzi per i quali uscirono dell’abisso, offriranno alla Maestà divina, con le quali elleno chiameranno incessantemente sui loro benefattori le grazie e le celesti benedizioni; e poi ditemi se questa santa istituzione non riunisce lutti i mezzi capaci di procurar la gloria di Dio, la felicità della Chiesa, la salute delle anime, la pace del mondo e un buon successo agli spirituali interessi di coloro che ne fan parte.

FESTA DELLA PURIFICAZIONE DELLA VERGINE (2019)

PURIFICAZIONE DELLA VERGINE MARIA

 [P. Vincenzo STOCCHI: Discordi Sacri – DISCORSO XVIII. Tipogr. Befani; Roma, 1884 – imprim.]

PURIFICAZIONE DI MARIA

“Et postquam impleti sunt dies purgationiseius, tulerunt illum in Ierusalemut sisterent eum Domino”.

Luc. XI, 22.

La vista di questa pompa solenne, la frequenza vostra in questo tempio, quella cara immagine di Maria svelata al popolo bolognese che le si prostra dinanzi, mentre mi commuovono il cuore, e mi inteneriscono fino alle lacrime, mi sollevano il pensiero alla considerazione della onnipotenza di Dio, la quale non dà mai più splendida vista di sé, che quando con arte di sapienza infinita trae il bene dal male. Gran cosa è infatti cavare dall’abisso del nulla il cielo e la terra, chiamare dalle tenebre la luce perché risplenda, seminare di stelle le volte azzurre del firmamento, accendere nel cielo il fuoco vivificatore del sole; ma dall’abisso smisurato del male e del male di colpa cavare il bene, e tal bene che Dio ne sia glorificato più assai che non fu vilipeso dal male; o questo è tal opera, nella quale l’onnipotenza supera per cosi dire se stessa: e certo la più grande fra le opere di Dio, la redenzione del mondo, si è compiuta ordinando al bene il massimo di tutti i delitti, il deicidio. Ora una di queste dimostrazioni di onnipotenza pare a me che ci si porga nella presente pompa di annuale solennità, e certo o signori a chi ci domanda perché questi otto giorni di celebrità dedicati a Maria, noi ne alleghiamo per cagione un orribile sacrilegio. Fu involata sacrilegamente questa immagine che veneriamo, fu ricuperata mirabilmente, questa solennità espia il sacrilegio e commemora il ritorno di Maria alla sua sede. Ecco dunque un furto sacrilego rivolto da Dio a gloria della sua Madre, ecco l’onore della Regina del Cielo germogliato dall’oltraggio e dall’onta che le inflisse una mano nefanda, e se il sacrilegio non precedeva, né io direi oggi da questo luogo, né voi udireste le lodi della Vergine Madre e del Figlio che porta fra le sue braccia. Alle quali lodi darà il tema la solennità che oggi corre della Purificazione di Maria, e io dentro la cerchia del mistero di questo giorno circoscriverò il panegirico. – La rivoluzione per rabbia di fare onta a Maria ha raso questa solennità dall’albo dei giorni sacri, io spiegandovi i misteri che in questo dì si commemorano, mi sforzerò di rivendicarlo a Gesù Cristo e a Maria.

1. Ciò che si avvera nei misteri tutti della vita mortale del Salvatore e Signor nostro Cristo Gesù, che in essi si diano la mano e cospirino con armonia mirabile, l’umiltà e la grandezza, la abbiezione e la sublimità, l’umiliazione e la gloria; apparisce in modo anche più stupendo nel mistero che oggi la santa Chiesa commemora della presentazione di Gesù al tempio e della purificazione di Maria. E vaglia la verità. Nel codice di Mosè esiste una doppia legge promulgata a nome di Dio: comanda la prima che tutti i primogeniti maschi del popolo ebreo siano portati al tempio, presentati al Signore e riscattati con un’offerta di argento. Comanda la seconda che la donna che ha concepito e partorito un figliuolo maschio sia immonda per quaranta giorni e poi vada al tempio, offra in sacrificio un agnello di un anno se può: se è poverella e non può, invece dell’agnello offra due tortore o due colombe. Questa è la legge. Ora chi in questo giorno si fosse trovato nel tempio di Gerusalemme quando Maria e Giuseppe entrarono portando Gesù pargoletto di quaranta giorni, nulla avrebbe veduto di singolare, nulla che degno gli paresse di richiamare la sua attenzione. È una sposa di primo parto che fornito il puerperio viene al tempio a purificarsi, l’accompagna il suo sposo e portano al tempio stesso il primo frutto del loro connubio per offrirlo secondo la legge al Signore. Quel pargoletto leggiadro che Maria introduce nel tempio portandolo tra le sue braccia è una Persona che sostenta due nature e secondo le due nature vanta una doppia generazione e una doppia natività. Secondo la generazione eterna è il Verbo figliuolo del Padre, secondo la generazione temporale il medesimo Verbo è figliuolo di Maria. Dal Padre che eternalmente lo genera, eternalmente riceve la natura divina, dalla Madre che lo ha generato nel tempo ha temporalmente ricevuto la natura umana, ma queste due nature non moltiplicano il soggetto, e la medesima persona del Verbo fatto carne che sostenta le due nature è Gesù. In principio erat Verbum, dice l’evangelista S. Giovanni, rimovendo il velame del gran mistero. In principio il Verbo era. Non basta. Et Verbum erat apud Deum et Deus erat Verbum. (Io. I , 1) Questo Verbo che era a principio e non ha per conseguenza principio ed è eterno, era presso Dio ed era Dio. Era Dio perché Dio è uno solo, e il Padre, il Figliuolo e lo Spirito Santo sono un sol Dio. Era presso Dio perché il Verbo che secondo la natura è un solo Dio col Padre, secondo la persona è dal Padre distinto ed è col Padre, e il Padre è con Lui. Hoc erat in principio apud Deum. E col Padre che lo genera questo Verbo era a principio perché la generazione non importa anteriorità e posteriorità di tempo fra il generato e il generante, ma ordine solo di origine, principio e generante il Padre, generato e Figliuolo il Verbo, ma entrambi eterni, anzi un solo eterno perché un solo Dio. Creatore per conseguenza di tutte le cose il Padre e creatore il Verbo. Omnia per ipsum facta sunt. Nessuna cosa si trova tra le cose create che non sia stata creata dal Padre e nessuna cosa che non sia stata creata dal Verbo, et sine ipso factum est niliil quod factum est. (Io. I, 3). Il Verbo era vita per essenza, il Verbo luce, il Verbo creatore del mondo. In ipso vita erat. Erat lux vera. Mundus per ipsum factus est. (Io. I,10) E questo medesimo Verbo, questo generato dal Padre, questo Creatore, questa luce, questa vita, questo Verbo si è fatto carne, ed ha abitato fra noi, e non ha cessato però di esser Figliuolo del Padre. Et Verbum caro factum est et habitavit in nobis, et vidimus gloriam eius, gloriam quasi unigeniti a Patre. (Io. I, 14.) Eccovi dunque un miracolo che ogni estimazione sorpassa, eccovi un bambinello di quaranta giorni che è eterno, eccovi una creatura che è il Creatore, eccovi un Dio che è uomo, eccovi un uomo che è Dio, eccovi un debole che è onnipotente, eccovi un Onnipotente che è debole, eccovi, che è dire tutto in uno, eccovi il Verbo di Dio fatto carne e venuto ad abitare fra noi, et Verbum caro factum est et habitavit in nobis. – Tale e tanto è il pargoletto che in questo giorno si presenta nel Tempio. Un Dio esinanito fino a sostentare personalmente una individua natura umana, un uomo esaltato fino a sussistere in una Persona divina. Ma non meno del Figliuolo portato al tempio è mirabile la Madre che il porta. Essa è Maria, vergine della regia stirpe di Dio. Θεοτόκος (= Teotokos)Genitrice di Dio, ecco il vocabolo unico che esprime adequatamente la eccellenza e la dignità di Maria. E perché? Perché quest’uomo Gesù che è il Verbo di Dio sussistente nella natura umana, non secondo la sua natura divina, ma secondo la natura umana egualmente sua, è stato da Lei generato con vitale somministrazione materna e da Lei prodotto in similitudine di natura e consustanziale alla Madre: mediatamente e remotamente seme di Adamo, di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di David: immediatamente e prossimamente per verace e propriamente detta generazione materna, seme della donna per eccellenza, della Vergine benedetta, semen mulieris. Non ha quindi Maria generato un uomo in cui il Verbo pigliasse l’abitazione come bestemmiava Nestorio, non è stata un mero canale per cui il Verbo con la carne assunta sia trapassato, come altri eretici farneticarono, no no: se così fosse Maria non sarebbe Madre di Dio, avrebbe generato al più l’umanità del Verbo non il Verbo secondo la umanità: Maria in modo materno della sua sostanza, operando soprannaturalmente lo Spirito Santo, comunicò la natura umana alla divina Ipostasi del Verbo di Dio; onde il Verbo di Dio è vero figliuolo naturale di Dio e della Vergine. E dico della Vergine, perché senza offesa del verginale suo giglio concepì Maria il Verbo, che come concepito adornò, profumò, sublimò la virginità della Madre; così partorito lasciò intatto il claustro per cui passò quasi raggio di sole per un cristallo tersissimo. Ecco dunque l’obbietto della solennità di questo gran giorno. Il tempio di Gerusalemme che riceve secondo la profezia di Malachia l’Angelo destinato del testamento, e lo riceve partorito sulle braccia della più sublime creatura che fosse mai, la figlia di David, la Vergine benedetta, che ha concepito e partorito un figliuolo che porta il principato sugli omeri, perché Uomo Dio.

2. Ma se è così, succede naturalissima la domanda: perché, perché mai questa Vergine e questo pargolo vengono al tempio in questo quarantesimo giorno dal parto e dal nascimento? Esiste, come accennai, una doppia legge mosaica che impone al dì quarantesimo l’oblazione del primogenito al tempio, e la purificazione della Madre, ma questa legge non lega né Gesù che è Dio, né Maria che unica e sola è, per inaudito portento, Vergine e Madre. Qui i santi Padri entrano per cosi dire in arringo e ragioni arrecano validissime, perentorie, irrefragabili, affine di provare convenientissima questa presentazione del Figlio al tempio e questa purificazione della Madre. Il Figlio volle dare in sé un esempio di obbedienza perfetta alla legge, la Madre non volle respingere la umiliazione di essere tenuta madre comune, ambedue vollero porgere questo ossequio alla maestà del Signore ripagando, con obbedienza in cosa non debita, la fellonia delle umane prevaricazioni. E queste sono ragioni che non ammettono replica perché verissime. Ma a me è sempre piaciuta di preferenza un’altra ragione, la quale prova che fu convenientissimo. e starei per dire necessario che Gesù e la Vergine ciascuno dal canto suo alla legge doppia si soggettassero, e la ragione è questa: Gesù è il Verbo di Dio fatto carne, che nato della Vergine Maria portò dal seno della Madre l’ufficio di Redentore e però di sacerdote e di vittima del genere umano. Ponete mente. Il Verbo di Dio avanti la incarnazione, quando aveva solo come propria la natura divina non fu, né poteva essere, sacerdote né vittima, questo è evidente: perché al Verbo secondo la natura divina conviene ricevere non offrire il sacrificio e la vittima. Ma non appena il Verbo fu fatto carne fu incontanente vittima e sacerdote, perché dalla volontà divina fu destinato, ed Egli offerse da se medesimo ad immolarsi sull’altare della croce vittima umano-divina in sostituzione del genere umano. Mirabil cosa! Dio era stato offeso da tutto il genere umano e per placarlo era mestieri un mediatore adeguato che sostituito all’uomo soddisfacesse alla giustizia di Dio, ma questo mediatore non poteva essere solamente creatura e non poteva essere solamente Dio; non poteva essere solamente creatura perché nessuna creatura si adegua alla divina altezza per modo da potersi interporre, se cosi è lecito dire, per ufficio tra l’uomo e Dio; non poteva essere solamente Dio, perché, dice S. Paolo, mediator unius non est. (Gal. III, 20) Nessuno può essere mediatore presso se stesso. Ed ecco mirabile invenzione della divina Sapienza. La seconda Persona della Trinità sacrosanta assume la natura umana, ed avete un mediatore che non è solamente creatura né solamente Dio. Non è solamente creatura perché anche secondo la umanità Gesù è il Verbo di Dio; non è solamente uomo perché la natura assunta non ha personalità propria e sussiste nella Persona del Verbo; così Gesù mediante la persona comunica con la divinità, mediante la natura assunta comunica con gli uomini e tramezzando fra l’offensore e l’Offeso è verissimo mediatore naturale, per l’incarnazione costituito Gesù cioè vittima sostituita per tutto il genere affinché porti le iniquità di tutti sopra di sé, e placando l’ira divina riconcili con Dio l’uman genere. – A questo signori miei a questo era nato, a questo cresceva Gesù, ad esser vittima che pagasse per noi. Ma della vittima è proprio che venga presentata al tempio e collocata sull’altare che deve innaffiare col proprio sangue, e così Gesù fino dal primo albore della sua vita al tempio viene presentato e fa la solenne oblazione di sé per la salute del mondo al Padre, e il Padre accetta il cambio del nuovo Adamo capo della rigenerata umanità, e da allora in poi ogni respiro di Gesù, ogni palpito del suo cuore, ogni vagito, ogni pensiero, ogni affetto, tutto insomma anima corpo, vita, morte, sangue, pene, fatiche, tutto è sangue, vita, morte, pene, fatiche di vittima, perché tutte le opere di Gesù Cristo sono prezzo della redenzione, la quale se si attribuisce alla morte è solo per questo che la morte pose il colmo e il suggello e consumò coll’opera principale il riscatto del mondo che le opere teandriche antecedenti avevano iniziato. Ecco un degno perché della presentazione al tempio del pargoletto Gesù. Era vittima già designata alla redenzione del mondo, doveva dunque essere offerta fin dagli esordì della vita acciocché tutto, tutto fosse in Lui operazione di vittima dalla culla alla croce.

3. Ma se è così: se Gesù doveva, come vittima designata a pagare i non suoi peccati, essere offerto al tempio, vedete subito quanto era conveniente che al tempio, come fosse una madre comune, lo presentasse Maria. Si ripete tutti i giorni nella santa Chiesa la dottrina sublimissima invero che insegna, come Gesù è il nuovo Adamo capo del genere umano rigenerato. Ma con questa dottrina va intimamente connessa 1’altra che compagna del nuovo Adamo nella nostra ristorazione sia un’Eva novella migliore della antica, e questa Eva novella è Maria. Questa dottrina è rivelata da Dio; e nel famoso proto Evangelio si parla di una donna per eccellenza nella quale sempre si è riconosciuta Maria, e S. Ireneo, S. Epifanio, S. Agostino e tutto in una parola il coro dei SS. Padri tessono un parallelo tra la prima madre del genere umano che partorì i figliuoli alla morte e la seconda che li partorisce alla vita, e quando Maria rispose all’Angelo, che le chiedeva il consenso, quell’ineffabile, ecce ancilla Domini: fìat mihi secundum verbum tuam. (Luc. I , 38) nel profferirsi alla divina maternità, si profferse ad essere sacerdotessa e vittima del genere umano. Gesù dunque fino dai primi albori della sua vita mortale viene offerto vittima al tempio perché cresca in istato di vittima fino alla croce, e al tempio col pargoletto in braccio si presenta Maria, e offre se medesima col Figliuolo al grande olocausto col quale deve essere ristorato il mondo e pacificato nel sangue della croce di Gesù Cristo il cielo con la terra. Quindi Maria che oggi col Pargoletto in braccio ci si mostra nel tempio intraprende una carriera che finirà sul calvario appiè della croce. E la sacerdotessa dell’uman genere che oggi presenta al tempio la vittima, la dovrà poi con alto strazio del cuore offrire in opera quando Madre dolorosissima starà spettatrice e parte delle pene che all’età di trenta anni uccideranno di viva forza questo unico e innocentissimo frutto delle sue viscere, vittima sostituita per tutto il genere umano, Cristo Gesù. Eccovi dunque perché non astretta dal vincolo della legge pure viene al tempio Maria. Viene per motivo più alto senza misura che non è l’osservanza di una cerimonia mosaica. Ma perché dunque si purifica al pari delle altre donne dalla immondizia di un concepimento immacolato e di un parto verginale? Perché vuole imitare il frutto delle sue viscere, che essendo santo e impolluto si fece peccato per noi, e la infinita purità apparve un lebbroso, un percosso, un umiliato da Dio. Vedete guest bambino! Omnes nos quasi oves erravimus, vi posso dire con Isaia, unusquisque in viam suam declinami, et posuit Dominus in eo iniquitates omnium nostrum. (Is. LIII, 6) Tutti noi siamo andati errando come pecore stolte, indisciplinate, ciascuno ha declinato per la sua via, e Dio ha posto sopra di esso tutte le nostre iniquità, e oggi le riceve sopra le spalle e le porterà sulla croce. E dal bambino posso rivolgere la parola e il guardo alla madre, e vedete, posso dirvi, vedete voi questa donna? Questa donna immacolata, innocentissima, piena di grazia è una vittima destinata al dolore, e partoriti naturalmente al peccato ci partorirà fra le pene alla grazia. – Questi affetti, o cuori magnanimi della Madre e del Figlio, in questo memorando giorno vi tempestarono, e il Padre nella duplice oblazione ricevette per dir così una primizia dell’olocausto e una caparra del prezzo, odorò in odore di soavità la duplice vittima e diede ad entrambi dell’accettazione il pegno, e quasi dissi col suo suggello lo suggellò.

4 Sì o signori, eterno Padre in questo giorno suggellò la duplice vittima, e fu Simeone vecchio, dice Agostino, annoso, provato, famoso, che pronunziando i destini del Figlio appressò il rovente suggello al cuore della Madre. Era in Simeone lo Spirito Santo, e lo Spirito Santo lo aveva fatto certo che non avrebbe veduto la morte se prima con gli occhi suoi veduto non avesse il Messia, e si trovava in questo giorno nel tempio e lo Spirito Santo gli aveva ispirato di andarvi. Ed ecco entrano Maria e Giuseppe nel tempio e la madre porta tra le braccia il suo bambinello. Li vede Simeone, sente una voce che gli dice al cuore quel Bambinello egli è desso, con le braccia prostese, con gli occhi ardenti, con la fiamma del desiderio nel volto corre con tremulo piede al Bambino, e senza più lo si reca tra le sue braccia. O Signore, Signore, ora, ora è il tempo, raccogliete pure in pace l’anima mia poiché questi occhi hanno veduto il mio Salvatore. Così giubilando gridò Simeone, ma poi annuvolossi ad un tratto e scurato il sembiante, corrugata la fronte, con occhio addolorato si rivolse alla Madre. E questo pargolo, disse, è posto in ruina e in risurrezione di molti in Israele e in bersaglio di contraddizione. – E tu, donna, preparati perché una spada ti trapasserà l’anima da parte a parte. Positus est hic in ruinam et resurrectionem multorum in Israel et in signum cui contradìcetur, et tuam ipsius animam pertransibit gladìus. (Luc. II, 34.) Eccovi con questopresagio, quasi con un suggello medesimo suggellato il Figlioe la Madre e costituiti entrambi in grado di vittime. Povera Madre!Non appena suonò sul labbro di Simeone quella profezia formidabile,intese subito che spada fosse quella che la aspettava,tutto, tutto vide e comprese. Vide come allora accadesse la carneficinadel frutto delle sue viscere, e allora fu per mio credereche il Cuore di Gesù impresse se medesimo come suggello sulcuore di Maria per tal modo che il cuore del Figlio non battessed’un palpito, non fosse commosso di un affetto al quale non consentissee corrispondesse il cuore della Madre. Ora il cuore diGesù fu sempre un cuore di vittima, e dal presepio di Betlemfino al Calvario mai non cessò di prepararsi e quasi corroborarsialla croce. Cresceva Gesù e di bambino si faceva pargoletto, e questemembra che crescono, diceva giorno e notte, crescono al martirioe alla croce. Procedeva l’un di più che l’altro, e di pargolettosi faceva adolescente, di adolescente garzone, ma semprela croce col duro peso gli gravitava sul cuore e garzonetto pienodi grazia e di sapienza, una cara mestizia gli annuvolava la frontesu cui si diffondeva l’amore, e quella mestizia era il pensierodella croce. Alla croce si preparò nella officina di Nazaret, quandotrattò con la divina mano arnesi fabrili, e quando giovane uscidalla tenda alla pugna, e predicò alle turbe il regno di Dio, ognipasso che stampò sul terreno l’offerse al Padre come un passoalla croce. O cuore di Gesù cuore di vittima, un palpito un palpitosolo non ti commosse, senza che urtassi nella durezza terribiledella croce. E che cuore fu il tuo in questo tempo medesimoo immacolata Figlia di David se non un cuore di vittima? Se Gesùcresceva e di bambino si faceva pargoletto, di pargoletto adolescente,di adolescente garzone, di garzone giovane adulto, cresceva sempresotto i tuoi occhi e tu lo vedevi, lo vedevi e vederlo e sentirtisuonare all’orecchio le parole di Simeone era un punto solo.Stringeva Maria al cuore il suo pargoletto e si deliziava in quellamembra cui illeggiadriva la grazia, e sentiva dirsi, questo pargoletto è posto in ruina e risurrezione di molti. Nutricava allaviva fontana del petto verginale quel caro pegno cui vaporava ilprofumo della inabitante divinità, e il cuore le ripeteva. Questoamore è posto a bersaglio di contraddizione. Vedeva crescere ilsuo diletto, dolcissimo garzoncello dagli occhi di colomba, dallaguancia di rosa sulle cui labbra si diffondevano le soavità celestiali,e prepàrati, udiva replicarsi, o Madre, perché una spadati deve trapassare l’anima da parte a parte. Vedeva farsi giovaneil suo Gesù e con Gesù che veniva in età, vedeva avvicinarsi ilmartirio, vittima insomma e madre di vittima, nel cui cuore lacarità di Dio mesceva la fiamma col naturale amore di madre,ebbe sempre sul cuore e davanti agli occhi la croce nella qualecon l’olocausto del Figlio sarebbe salito al Cielo in odore di soavitàl’olocausto altresì della Madre. O Anna profetessa figliuolaottuagenaria di Fanuele che coi digiuni e colle orazioni servendoDio ti sei meritata la gran ventura di vedere l’incarnato Verbodi Dio, parla pure di Lui a quanti aspettano la redenzione d’Israele,ma parla al tempo medesimo di Maria e non disgiungere la Madredal Figlio, e dì a tutti che due vittime si suggellano in questogiorno per essere una sola oblazione per la nostra salute.

5. Ma perciò stesso che era Gesù il nuovo Adamo vittima universale del genere umano, ottimamente profetizzò di Lui Simeone che Egli era posto in ruina e in risurrezione di molti in Israele e in bersagliò di contraddizione. La seconda parte di questa terribile profezia esplica e dà ragione della prima, e vale come se dicesse così: Siccome questo fanciullo sarà bersaglio di contraddizione; così è anche posto in ruina e in risurrezione di molti. Mirabil cosa signori miei! Correva il quarantesimo secolo da che il genere umano era strazio e ludibrio di satanasso, da che gli uomini a maniera di turbolenta fiumana precipitavano, una generazione dopo l’altra, all’inferno, da che la terra gemeva sotto il peso della vetusta maledizione: per tutto il mondo era una viva espettazione di cose nuove e di un nuovo ordine di secoli, in Israele si aspettava il Redentore promesso, si consultavano i Profeti, si stancava il Cielo con suppliche moltiplicate. Pareva che comparso appena fra gli uomini questo desiderato, i popoli, le genti, le tribù, le lingue dovessero correre a calca per adorarlo e collocarlo colle proprie mani sui loro altari. Ma invece, o Dio! Non appena questo desiderato comparve, cominciò subito la contraddizione per conto di Lui: e un gran numero di uomini, o perfidia forsennata ed immane! si rivolsero il Figlio di Dio venuto a salvarli in causa e strumento di perdizione e di rovina. La cosa era predetta, e Isaia a nome di Dio aveva profetizzato così. Io porrò in Sionne una pietra viva, provata, angolare, preziosa fondata nel fondamento. Questa pietra è Gesù Cristo, e sopra di essa è scolpita questa iscrizione. Qui ceciderit super lapidem ìstum confringetur, super quem vero ceciderit conterei eum. (Matth. XXI, 44.) Chi urterà contro questa pietra si sfracellerà, e coloro sopra i quali essa cadrà ne saranno schiacciati. Però, grida S. Pietro principe degli Apostoli, questa pietra viva, eletta, provata, angolare, preziosa, collocata nel fondamento dalla mano stessa di Dio, è inevitabile: tutti gli uomini che vivono sulla terra la trovano intraversata sulla loro via e conviene che scelgano o lasciarsi edificare sopra di lei o essere da lei stritolati. Ciò vuol dire che per conto di Gesù Cristo non si può essere indifferenti: qualunque ne ascolta la menzione ed il Nome è strette subito da una ineluttabile necessità di pigliare un partito : o con Lui o contro di Lui: via di mezzo non ci è. Egli è posto in bersaglio di contraddizione. Positus est in signum cui contradicetur. (Luc. II, 34.) Tutta la storia dei diciannove secoli che sono corsi dalla nascita di Gesù in Betlemme fino ai di nostri confermano questo vero e ci mostra il Figlio di Dio e di Maria posto in bersaglio di contraddizione e in rovina e in resurrezione di molti. Vi piace vederlo signori miei? Attendete e lo vedrete dopo che mi avrete concesso un breve respiro.

6. Gesù è posto bersaglio di contraddizione in ruina e in resurrezione di molti. Bene sta: ecco che nato appena Gesù, Erode lo trova sulla strada: posto al bivio conviene che scelga: sceglie di cozzare contro la pietra: cozza e ne è sfracellato. I Giudei vedono questa pietra nel mezzo a loro: osservano questa pietra, non piace loro, la disconoscono, la ripudiano la riprovano: la pietra cade sopra i riprovatori, li schiaccia tutti, e per propria virtù colloca se medesima nella testa dell’angolo Onesta pietra viene di poi consegnata agli Apostoli che la portano in faccia ai regi e alle genti: ed ecco non appena se ne ascolta la menzione ed il nome, il tumulto della contraddizione incomincia. Popoli e monarchi, nobili e popolani, dotti e ignoranti, nazioni civili e barbare si dividono in due schiere, altri aderiscono a questa pietra e ad essa si stringono, altri la osteggiano con contraddizione mortale. Si combatte accanitamente, il furore ministra le armi, cadono sfracellati i nemici e la pietra sta. E chi ha lingua e penna per descrivere le lotte e i trionfi di questa pietra? O pietra benedetta: tu lottasti in Roma contro la spada degli imperatori e vincesti: lottasti in Grecia contro la superbia dei filosofi e vincesti: lottasti contro tutte le passioni e le corruttele umane congiurate ai tuoi danni nel rimanente del mondo e vincesti. Vincesti e sottomettesti e l’indiano corrotto e l’ebreo feroce e l’arabo molle e l’africano indomito e l’adusto egiziano e il barbaro scita. Anche di trionfo in trionfo contraddetta sempre e sempre posta in rovina e in resurrezione di molti, verificasti la profezia di Daniele e diventata un gran monte empiesti di te medesima tutta la terra. Ma dopo tante vittorie non cessasti di essere bersaglio di contraddizioni, e alle mannaie, ai roghi, agli eculei, alle fiere dei Cesari, dei proconsoli, dei prefetti successero le perfidie e i cavilli degli eretici: ai cavilli e alle perfidie degli eretici, le nequizie teologiche dei Cesari bizantini; alle nequizie teologiche dei Cesari bizantini, le scimitarre e la ferocia dei barbari; alla ferocia e alle scimitarre dei barbari, la truculenta bestialità degli imperatori tedeschi, e poi di nuovo gli eretici, e dopo gli eretici i regalisti, e dopo i regalisti i politici, e dopo i politici quei mentecatti che il secolo passato chiamò filosofi. Al secolo dei filosofi successe il secolo della rivoluzione: contraddizione successe a contraddizione, assalto ad assalto, impeto ad impeto, furore a furore; Gesù Cristo fu a molti in resurrezione a molti in rovina, caddero urtando nella pietra uno dopo l’altro i nemici e la pietra sta. Ma che fremito è questo che mi percote le orecchie? Che si medita nei consigli dei monarchi e nelle assemblee dei popoli? Ecco che genti sorgono contro genti, regni contro regni, ecco che la terra rende più che mai somiglianza di un mare dove ed Euro e Noto, ed Affrico ed Aquilone ed Austro si avventano con tutto l’impeto della loro rabbia e mescolano le onde dall’imo fondo e levano i flutti alle stelle. Che pretendono, che vogliono gli uomini arrovellati e stravolti da sì furibonda vertigine? È la tempesta, il fremito, il tumulto, il furore dell’antica contraddizione intorno l’antico bersaglio Gesù Cristo, Figliuolo di Dio e pietra angolare del mondo. Stupenda cosa, signori miei, meraviglioso spettacolo! Noi assistiamo ad una lotta tra Gesù Cristo e la rivoluzione quale non fu vista forse mai per lo addietro. La rivoluzione fa sforzi eroici per togliersi davanti Gesù Cristo che le fa paura, ma più dà opera di evitare questa pietra e più se la trova dinanzi intraversata ai suoi passi. Vede la oscena questa pietra e freme e ringhia e spuma e latra e si arrovella ma invano. Affronta direttamente il terribile bersaglio. Ci urta con la insana testa e sente crosciarne al colpo le ossa. Fa opera di scansarla dissimulando il dispetto sotto la maschera di cinica indifferenza? E questa pietra le fa da se medesima inciampo ai piedi. Proclama la separazione dello stato da Gesù Cristo e dalla sua Chiesa? E Gesù Cristo si presenta ad ogni passo in mezzo alla via e la costringe ad occuparsi di esso dicendo, son qua. Protestate di non credere, protestate di non curarvi, deridete, bestemmiate, rubate, calpestate, insultate, ma vi trovate sempre alle mani con Gesù Cristo e il sarcasmo medesimo, la bestemmia, e le opere da ladroni che vi nobilitano, dicono in loro favella che una catena fatale a Gesù Cristo vi tira per sfracellarvi contro di Lui e verificare il vaticinio di Simeone che come esso è posto in  bersaglio di contraddizione cosi è anche posto in ruina e in risurrezione di molti. Ma noi o Gesù Cristo crediamo: crediamo e la nostra fede è la nostra gloria: noi nella contraddizione che vi bersaglia ci schieriamo dalla parte vostra. Quanto abbiamo di bene di forza, di spiriti, di coraggio, di vita, vogliamo tutto spendere per Voi. Voi accoglieteci sotto il vostro stendardo. Passa il mondo e gli uomini passano con esso. Tra pochi giorni il corpo di questi vermini che vi fanno guerra sarà un pugno di fango e l’anima verrà ai vostri piedi. Dio santo, Dio eterno, Dio immortale, Gesù Cristo figliuolo di Dio, viva a Voi l’anima nostra e ci sostenti intanto quella fede la quale è la vittoria che vince il mondo.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI APOSTATI DI TORNO: UBI PRIMUM DI S. S. PIO IX

In questa Lettera il Santo Padre, da poco eletto al Soglio della Cattedra di S. Pietro, e già esiliato a Gaeta, inizia la sua opera di definizione dogmatica della Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, Madre del Cristo, Dio incarnato, opera che si concluderà con la definizione infallibile ed irriformabile della “Ineffabilis Deus”, del 1954. Questa verità di fede attendeva la sua proclamazione ufficiale dalla Santa Sede da tempo immemorabile, ma solo in quel tempo la imperscrutabile Volontà di Dio permetteva la conclusione di quell’iter dogmatico, confermato oltremodo dalle Apparizioni della Santissima Vergine di Lourdes a Bernadette Soubirous. Si può qui constatare le prudenza estrema del Pontefice, la sua volontà di coinvolgere tutto il mondo ecclesiastico, tutta la Chiesa militante, finanche i laici, chiamati alla preghiera perché le sue decisioni fossero illuminate dallo Spirito Santo. Un tripudio quindi di gioia e timore, di venerazione e di saggezza prudente, quella saggezza poi mortificata e calpestata dalle “porte degli inferi”, i cui rappresentanti hanno eclissato la Chiesa Cattolica con l’infame conciliabolo c. d. Vaticano II, abominio dottrinale e ruggito satanico, volto a stravolgere le deboli volontà di sedicenti e falsi Cattolici solo di nome, “canne al vento” flesse ad ogni vento di dottrina ed incapaci di radicarsi nella vera fede della Chiesa di Cristo. Il Santo Padre Pio IX, opera qui con la delicatezza di un padre che ama i figli affidati dal Pastore celeste a Simon-Pietro, il Principe degli Apostoli ed ai suoi successori perpetui, senza interruzione, quei figli stessi che Cristo Redentore, dall’alto del suo trono regale, il Crocifisso, ha affidato alla Madre sua, la Vergine Maria, affinché fosse Corredentrice e pegno di Salvezza certa per chi a Lei si affida imitandola ed ubbidendola. Che questa lettera susciti quindi in noi sentimenti di amore incondizionato alla Vergine Santissima, Immacolata dal primo istante della sua Concezione, in vista dei meriti di Cristo, il Figlio di Dio e di Maria, e ci sproni a sostare fino all’ultimo istante della nostra vita mortale, nell’Arca di salvezza, l’unica vera Arca di salvezza, la Chiesa Cattolica guidata dall’unico “Nocchiero”, il Vicario di Cristo, l’unica guida certa al porto di salvezza che attende tutti coloro che lo hanno riconosciuto credendo alla parola di Gesù Cristo:  “… su questa pietra fonderò la mia Chiesa”, e quindi solo essa sarà garanzia di salvezza, per coloro solo che sono soggetti all’Autorità dell’unico “vero” Santo Padre, Gregorio XVIII, pur se prigioniero, come lo era all’epoca Pio IX, impedito, eclissato da bestie immonde, immagini del loro padre infernale che li attende beffardo e gongolante nel regno della eterna dannazione. Meditiamo con gioia questa lettera Enciclica passando poi alla straordinaria Ineffabilis Deus, dove potremmo esplodere in un inno di gioia alla Vergine e a Dio Padre, Artefice di questa misericordia immensa; e a nostro conforto nell’ora presente, ora di grande tribolazione per la Chiesa ed i veri Cristiani, ricordiamo che “ … portæ inferi non prævalebunt”, e soprattutto:

“… IPSA conteret caput tuum!”.

ENCICLICA
UBI PRIMUM
DEL SOMMO PONTEFICE

PIO IX

A tutti i Venerabili Fratelli

Patriarchi, Primati, Arcivescovi e Vescovi dell’orbe cattolico.

Il Papa Pio IX.

Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

Non appena fummo elevati, non per nostro merito, ma per arcano disegno della divina Provvidenza, alla sublime Cattedra del Principe degli Apostoli e prendemmo in mano il timone di tutta la Chiesa, fummo presi da grandissima consolazione, Venerabili Fratelli, nel rilevare come già sotto il Pontificato del Nostro Predecessore Gregorio XVI, di felice memoria, fosse divenuto ardente nel mondo cattolico il desiderio che finalmente venisse definito dalla Sede Apostolica, con solenne provvedimento, che la Santissima Madre di Dio e Madre nostra amabilissima, l’Immacolata Vergine Maria, era stata concepita senza peccato originale. Questo piissimo desiderio è chiaramente e indubbiamente testimoniato dalle suppliche inviate al Nostro Predecessore e a Noi: suppliche con le quali celebri Vescovi, insigni Capitoli di Canonici e Famiglie Religiose, tra le quali l’inclito Ordine dei Predicatori, gareggiarono nell’implorare con insistenza che si permettesse di annunciare pubblicamente e di aggiungere nella sacra Liturgia, particolarmente nel Prefazio della Messa della Concezione della beatissima Vergine, l’aggettivo “Immacolata”. Sia il Nostro Predecessore, sia Noi esaudimmo molto volentieri queste aspirazioni. A ciò si aggiunge che moltissimi di voi, Venerabili Fratelli, non cessarono di inviare lettere al Nostro Predecessore e a Noi stessi, per implorare con rinnovate istanze e raddoppiato entusiasmo che definissimo come dottrina della Chiesa Cattolica che il concepimento della beatissima Vergine Maria fu del tutto immacolato ed assolutamente immune dal peccato originale. Né sono mancati, anche ai giorni nostri, uomini insigni per ingegno, virtù, pietà e dottrina, i quali con i loro dotti e poderosi scritti hanno illustrato questo argomento e questa piissima opinione; tanto che molti si stupiscono che la Chiesa e la Sede Apostolica non abbiano ancora decretato alla santissima Vergine quell’onore che la comune pietà dei fedeli così ardentemente desidera sia tributato alla Vergine dal solenne giudizio e dall’autorità della Chiesa e della medesima Sede Apostolica. – Senza dubbio questi voti sono tornati di sommo gradimento e gioia a Noi che, fin dalla Nostra più tenera età, nulla abbiamo avuto più a cuore che venerare con speciale pietà, devozione e intimo affetto la beatissima Vergine Maria, e mettere in pratica tutto ciò che era diretto a procurare la maggiore lode e gloria della stessa Vergine, e a promuoverne il culto. Perciò, fin dall’inizio del Nostro supremo Pontificato, con il maggior ardore possibile, abbiamo rivolto le Nostre sollecitudini e il Nostri pensieri ad una così importante questione, e non abbiamo trascurato di innalzare umili e devote preghiere a Dio, affinché voglia illuminare la Nostra mente con la luce della sua grazia celeste, onde possiamo conoscere ciò che in tale materia dobbiamo fare. Grande infatti è la Nostra fiducia in Maria, la beatissima Vergine che fece salire i suoi meriti sopra i cori angelici fino al trono di Dio; che schiacciò con la potenza del suo piede il capo dell’antico serpente; che, collocata fra Cristo e la Chiesa, tutta amorevole e piena di grazia, liberò il popolo cristiano dalle più gravi calamità, dalle insidie e dagli assalti di tutti i nemici, sottraendolo sempre alla morte. Voglia Ella anche ai nostri giorni, con lo splendido tratto del misericordioso affetto materno, con il suo patrocinio sempre efficace e potentissimo presso Dio, allontanare le presenti tristissime vicende piene di lutti, le gravissime tribolazioni, le angustie, le difficoltà e i flagelli della collera divina, che ci affliggono per i nostri peccati; voglia sedare e disperdere le agitatissime tempeste di mali, da cui, con profondo Nostro dolore, è dappertutto sbattuta la Chiesa, e cambiare così in gioia la Nostra amarezza. Voi infatti ben sapete, Venerabili Fratelli, che ogni fondamento della Nostra fiducia riposa nella santissima Vergine; dal momento che Dio ha posto in Maria la pienezza di ogni bene, sappiamo che ogni speranza, ogni grazia, ogni salvezza derivano da Lei, perché questa è la volontà di Colui che stabilì che tutto ricevessimo per mezzo di Maria. – Pertanto abbiamo scelto alcuni ecclesiastici di specchiata pietà ed affermati negli studi teologici, ed alcuni Nostri Venerabili Fratelli Cardinali di Santa Romana Chiesa, illustri per virtù, religione, santità, senno e conoscenza delle cose divine, e abbiamo affidato loro l’incarico di fare, conforme alla loro prudenza e dottrina, un diligente, profondo e completo esame dell’argomento, comunicandoci successivamente con pari scrupolosità il loro parere. Così facendo, riteniamo di seguire le orme dei Nostri Predecessori e di imitare i loro esempi. – Abbiamo perciò pensato, Venerabili Fratelli, di scrivervi la presente Lettera per spronare la vostra esimia pietà e il vostro zelo pastorale, e per inculcarvi con ogni premura di volere, secondo il vostro prudente giudizio, indire e tenere pubbliche preghiere nelle vostre diocesi, onde il clementissimo Padre di ogni lume si degni di illuminarci con la luce del suo divino Spirito, perché in una cosa di tanta importanza possiamo prendere quella deliberazione che più risponda alla maggior gloria del suo Nome, alla lode della beatissima Vergine ed all’utilità della Chiesa militante. Desideriamo inoltre ardentemente che, con la maggiore sollecitudine possibile, vogliate farci conoscere quale sia la devozione che anima il vostro clero e il vostro popolo cristiano verso la Concezione della Vergine Immacolata, e con quale intensità mostri di volere che la questione sia definita dalla Sede Apostolica; ma soprattutto, Venerabili Fratelli, amiamo sapere quale sia in questa materia il vostro pensiero ed il vostro desiderio. – E poiché abbiamo già permesso al clero romano che, invece di quelle contenute nel comune Breviario, possa recitare le speciali ore canoniche in onore della Concezione della beatissima Vergine, recentemente composte e pubblicate, con la presente Lettera concediamo anche a voi, Venerabili Fratelli, se ciò sarà di vostro gradimento, che tutto il clero delle vostre diocesi possa recitare lecitamente e validamente le stesse ore canoniche della Concezione della santissima Vergine in uso presso il clero romano, senza che dobbiate perciò domandare il permesso a Noi o alla sacra Congregazione dei Riti. – Non dubitiamo affatto, Venerabili Fratelli, che per la vostra particolare pietà verso la santissima Vergine Maria sarete lieti di corrispondere con ogni premura ed ogni zelo a questi Nostri desideri, e che vi affretterete ad inviarci le opportune risposte, che vi abbiamo richiesto. Frattanto, come auspicio di ogni celeste favore e come particolare attestato della Nostra benevolenza verso di voi, ricevete l’Apostolica Benedizione, che con vivissimo affetto impartiamo a voi, Venerabili Fratelli, a tutti i sacerdoti e ai fedeli affidati alle vostre cure.

Dato a Gaeta, il 2 febbraio 1849, anno terzo del Nostro Pontificato.

NELL’OTTAVA DELLA FESTA DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE

DEFINIZIONE DOGMATICA

DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE

“INEFFABILIS DEUS

S. S. PIO IX (8 Dic. 1954)

” … declaramus, pronuntiámus et definímus: Doctrinam quæ tenet beatíssimam Vírginem Mariam in primo instanti suæ Conceptiónis fuisse singulari omnipoténtis Dei grátia et privilegio, intuitu meritórum Christi Jesu Salvatoris humani generis, ab omni originalis culpæ labe præservatam immunem, esse a Deo revelátum, atque idcirco ab ómnibus fidelibus firmiter constanterque credéndam. Quapropter si qui secus ac a nobis definítum est, quod Deus avértat, præsumpserint corde sentire, ii nóverint ac porro sciant se proprio judício condemnatos, naufragium circa fidem passos esse, et ab unitate Ecclésiæ defecisse.”

… ET IPSA CONTERET CAPUT TUUM

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE I MODERNISTI APOSTATI DI TORNO: DIUTURNI TEMPORIS DI S. S. LEONE XIII

« … il Rosario costituisce la più eccellente forma di preghiera, e il mezzo più efficace per conseguire la vita eterna … »Ancora una volta il Santo Padre Leone XIII, oramai al termine della sua lunga vita, raccomanda questa pratica devota, quasi un testamento, presago della sua vicina dipartita dal tempo, per approdare al porto della Eternità beata, ove spera di giungere con l’aiuto decisivo della Vergine, Madre di Dio « … fermamente speriamo di poter chiudere la Nostra vita terrena nell’amore di questa tenerissima Madre: amore che ci siamo sempre studiati, con tutte le Nostre forze, di coltivare e di estendere sempre più » … parole di una tenerezza commovente sì, ma forti e chiare, proprie di un uomo, e che uomo!, … che in mezzo ai turbinosi flutti e ai marosi dell’epoca ha saputo guidare la Barca di Pietro verso il golfo sicuro della Fede salvifica Cattolica, conservandone e ribadendone il Deposito divinamente affidatogli. E forse tra i tanti, il merito maggiore di questo Sommo Pontefice, come si evince dalle sue numerose lettere Encicliche mariane, è proprio quello di avere indicato ai Cristiani fedeli, come agli increduli saccenti, l’unico mezzo sicuro per approdare alla eterna felicità: il Santo Rosario!  « … Noi, mossi dal desiderio di porre nella così accresciuta devozione verso la Vergine, come in una rocca inespugnabile, la salvezza dell’umanità, non abbiamo mai cessato di promuovere tra i fedeli la pia pratica del Rosario Mariano … ». “Rocca inespugnabile” per la salvezza dell’umanità, mezzo sicuro per schiacciare la testa dell’infame serpente infernale, oggi in piena azione dappertutto,  il Rosario si rivela anche ancor più come la residua speranza per un mondo che ha toccato tutti gli abissi della amoralità, della blasfemia, dell’odio verso Dio ed il suo Cristo, un’umanità che si avvia inevitabilmente alla resa dei conti con il suo Creatore e Redentore, che in tutti i modi ancora osa sfidare. Facciamo allora nostre queste espressioni contenute nella lettera, come estremo richiamo d’amore di un Santo Padre che ad ogni costo vuole recuperare un’infinità di anime destinate all’eterna perdizione, per non rendere oltretutto inutile ed infruttuoso il Sacrificio sulla Croce del Messia Redentore, e vano il Sangue Preziosissimo sparso nella Passione. Il mezzo è certo, cerchiamo di farne un buon uso, costante e perseverante fino ai nostri ultimi giorni, onde sperare, come il Papa, di addormentarci anche noi sereni nelle braccia della più tenera delle Madri, la “tenerissima” Mamma di Gesù Cristo, nostro Dio e nostro Salvatore.

S. S. Leone XIII
Diuturni temporis

Lettera Enciclica

Il rosario mariano
5 settembre 1898

Quando riflettiamo sul lungo spazio di tempo che, per volontà di Dio, abbiamo trascorso nel Sommo Pontificato, non possiamo non riconoscere di avere sperimentato nel modo più tangibile la singolare assistenza della Provvidenza divina. Noi invero pensiamo che ciò debba principalmente attribuirsi alle preghiere unanimi, e per questo efficacissime, che ora tutta la Chiesa senza posa eleva a Dio per Noi, come una volta per Pietro. Perciò prima di tutto ringraziamo dal più profondo del cuore il Signore, dispensatore di tutti i beni. E finché avremo vita, il Nostro animo conserverà un fedele ricordo di ogni singolo beneficio da Lui ricevuto. Ma subito dopo, il Nostro pensiero soavemente si volge alla materna protezione dell’augusta Regina del cielo; e questo pio ricordo vivrà indelebile nel Nostro cuore, per muoverci a magnificare i benefici di Maria e a nutrire verso di Lei la più sentita gratitudine. Da Lei infatti, come da un canale ricolmo, discende l’onda delle grazie celesti: “Nelle sue mani si trovano i tesori delle divine misericordie”: È volontà di Dio che Ella sia il principio di tutti i beni”. E Noi  già da tempo, “. A questo scopo, già il 1° settembre 1883, pubblicammo una lettera enciclica, e, come tutti ben sapete, abbiamo in séguito promulgato su questo argomento varie altre decisioni. E poiché i disegni della divina Misericordia ci concedono di vedere, anche quest’anno, l’avvicinarsi del mese di ottobre, già ripetutamente da Noi dedicato e consacrato alla celeste Regina del Rosario, non vogliamo mancare di rinnovarvi la Nostra esortazione. Affinché pertanto siano in breve compendiati tutti gli sforzi, da Noi finora fatti, per l’incremento di questa singolare forma di preghiera, intendiamo coronare la Nostra opera con un ultimo documento, che vuoi dimostrare, con evidenza ancora maggiore, il Nostro zelo e la Nostra premura per questa lodevolissima manifestazione di pietà mariana, e spronare, insieme, l’ardore dei fedeli a conservare piamente nella sua integrità la bella pratica del Santo Rosario. – Spinti pertanto dal costante desiderio di manifestare al popolo Cristiano la potenza e la grandezza del Rosario Mariano, Noi abbiamo ricordato innanzi tutto l’origine, piuttosto celeste che umana, di questa preghiera. E a questo scopo abbiamo messo in evidenza che questa meravigliosa Corona è un intreccio di Salutazioni Angeliche, intercalate dall’Orazione del Signore, unite dalla meditazione. Così composto, il Rosario costituisce la più eccellente forma di preghiera, e il mezzo più efficace per conseguire la vita eterna. Poiché, oltre alla eccellenza delle sue preghiere, esso ci offre una salda difesa della nostra fede e un sublime modello di virtù nei misteri proposti alla nostra contemplazione. Noi abbiamo inoltre dimostrato che il Rosario è una pratica facile e adatta all’indole del popolo, al quale presenta altresì, nel ricordo della Famiglia di Nazaret, l’ideale più perfetto della vita domestica. Per tali motivi i fedeli ne hanno sempre sperimentato la salutare potenza. – Dopo aver inculcato, specialmente con queste ragioni e coi Nostri ripetuti appelli, la pratica del santo rosario, Noi, seguendo l’esempio dei Nostri predecessori, ci siamo inoltre dati premura di accrescere l’importanza e la solennità del suo culto. Dei Nostri predecessori, Sisto V di felice memoria approvò l’antica consuetudine di recitare il rosario; Gregorio XII istituì la festa del Rosario; Clemente VIII la introdusse nel Martirologio; Clemente XI la estese a tutta la chiesa; e Benedetto XIII la inserì poi nel Breviario Romano. Così Noi, a perenne testimonianza del Nostro apprezzamento per questa forma di pietà, oltre aver decretato che detta festa e il suo ufficio siano celebrati in tutta la Chiesa, con rito doppio di seconda classe, abbiamo voluto anche che l’intero mese di ottobre sia consacrato a questa devozione. Infine abbiamo prescritto che nelle Litanie lauretane si aggiunga l’invocazione: “Regina del Santissimo Rosario”, come augurio di vittoria nella presente lotta. – Dopo ciò, non restava che far conoscere ai fedeli l’immenso valore e i grandissimi vantaggi annessi al Rosario Mariano, per i numerosi privilegi e diritti di cui è stato arricchito, e soprattutto per il tesoro di indulgenze di cui gode. E certo non è difficile capire quanto questi vantaggi debbano stare a cuore a coloro che pensano seriamente alla loro eterna salvezza. Qui infatti si tratta di ottenere, totalmente o parzialmente, la remissione della pena temporale, da scontare in questa o nell’altra vita, anche dopo che è stata cancellata la colpa. Tesoro questo, senza dubbio, preziosissimo, perché costituito dai meriti di Cristo, ai quali si sono aggiunti quelli della Madre di Dio e dei santi. A tale tesoro il nostro predecessore Clemente VI a ragione riferiva quelle parole della Sapienza: “Inesauribile tesoro è essa per gli uomini: quei che ne fanno uso si procacciano presso Dio amicizia” (Sap VII,14). Già i Papi, in forza del loro supremo potere ricevuto da Dio, hanno largamente aperto le sorgenti di tali grazie agli iscritti alle confraternite del Santo Rosario, e a coloro che recitano il rosario con devozione. – Anche Noi, pertanto, persuasi che queste grazie e queste indulgenze, come altrettante fulgide gemme ben disposte, aumentano lo splendore della corona di Maria, abbiamo deciso, dopo matura riflessione, di promulgare una “Costituzione” sui diritti, privilegi, indulgenze, riservati alle Confraternite del rosario. Sia considerata questa “Costituzione” una pubblica testimonianza del Nostro amore verso l’augusta Madre di Dio, e, nello stesso tempo, uno stimolo e un premio alla pietà dei fedeli, affinché nell’ora estrema della loro vita possano essere confortati dal suo aiuto, e soavemente addormentarsi sul suo seno.

È questa la grazia che domandiamo a Dio, per l’intercessione della Regina del Santissimo Rosario. E intanto, come pegno e auspicio dei celesti favori, impartiamo con grande affetto a voi, venerabili fratelli, al vostro clero e al popolo affidato alla cura di ciascuno di voi l’Apostolica Benedizione.

Roma, presso S. Pietro, 5 settembre 1898, anno XXI del Nostro pontificato

ET IPSA CONTERET

 

FESTA DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE (2018)

DISCORSO XIV.
[p. V. Stocchi: “Discorsi sacri”, Befani ed. ROMA, 1884]
I. SOPRA LA CONCEZIONE IMMACOLATA DI MARIA
Venite, audite, et narrabo, omnes qui timetis Deum, quanta fecit animæ meæ.
Ps. LXV, 16.

Se è istinto naturale e legittimo del cuore dell’uomo, che risaluti con nuova esultanza l’anniversario ricomparir di quei giorni, che un desiderato avvenimento gli fece belli e memorabili, abbiamo o signori manifesta e chiarissima la ragione, perché fra le tante solennità onde la santa Chiesa onora Maria, nessuna rifulge al popolo cristiano così piena di giocondità e di letizia quanto questa dolcissima della Immacolata Concezione di Lei. Ricevemmo le altre dalla pietà e dalle mani dei padri nostri già perfette e mature, onde nulla fu aggiunto ad esse per noi, né crebbero fra le nostre mani, né si abbellirono: ma di questa i maggiori altro non potettero tramandarci che i desideri, l’anticipazione e i principi, che, veggenti noi e cooperanti, raggiunsero il compimento, e toccarono il segno. Cosa nostra è dunque in peculiar modo la odierna solennità, nostra perché la affrettammo coi nostri voti, nostra perché la sollecitammo colle nostre suppliche, nostra perché contemplammo cogli occhi nostri e salutammo coi nostri applausi il novello diadema intrecciato alla fronte di Maria, nostra in una parola, perché questa seconda metà del secolo decimonono fu quella pienezza dei tempi nella quale il gran privilegio emerse dalle ombre terrene che lo offuscavano e guadagnò la pienezza del suo splendore. Ma tanta soavità di memorie, che a tutti noi fa caro questo giorno sopra l’usato, a me rende più dell’ usato penoso e difficile il debito di favellare, non perché sopra ogni tema non mi sia dolce il favellar di Maria, ma perché avendo già fatto restremo della lor possa non meno il Magisterio apostolico nel definire e la scienza nel propugnare, che la sacra eloquenza nel celebrare la originale santità di Maria, ad orecchie come sono le vostre usate da più anni al nobilissimo assunto e piene delle voci di tanti uomini dottissimi e facondissimi, sento di non potere nella mia povertà arrecar nulla, che possa essere ascoltato non dico con diletto, ma con pazienza. Ma che fare, poiché né è in potestà mia il sottrarmi oggi a questo ufficio del favellare, né la vostra pietà né il cuor mio sosterrebbero, che favellando, d’altro favellassi fuorché di Maria Immacolata? Di Maria Immacolata pertanto favellerò, poiché conviene così, e darò opera di pascolare il cuor vostro spiegandovi a parte a parte dinanzi agli occhi qual sia e quanto quel gran tesoro di grazie che nel primo istante dell’Immacolata sua Concezione abbellì la Vergine. Prima che l’oracolo del Vaticano accertasse il gran privilegio, i sacri oratori si studiavano in propugnarlo: dopo la memorabile definizione a noi non rimane altro fuorché illustrarlo.
1. Se la divina maternità è la radice e la sorgente di tutti i doni onde venne privilegiata Maria, e ad essa mirò il sommo Artefice quando architettò questo capo di opera delle sue mani; l’immunità e la franchigia dalla macchia di origine è la base e il fondamento sopra il quale punta ed erge tutta la mole. Fondamento ineffabile di questa celeste Gerusalemme, gettato dalla mano medesima del Signore, che vi profuse ogni più eletta ragione di pietre preziose e di gemme, le quali ai dì nostri per la voce del Vicario di Gesù Cristo rivelandosi, forbendosi e scintillando, mostrano col loro fulgore quanto fosse contro ogni ragione il pur sospettare ad un’opera di tanta eccellenza sottoposto per fondamento il fango e la putredine del peccato. No, Fundamenta muri civitatis omni lapide pretioso ornata, (Apoc. XXI, 19.) possiamo ora dir noi appropriando a Maria quello che l’Estatico di Patmos cantò della Gerusalemme che scendeva dal Cielo, e considerare che bella vista dovesti dare di te medesima agli occhi del Signore o Maria adorna di queste gemme fin dall’istante primissimo che fosti concetta. Erano quaranta secoli che Iddio tenendo d’occhio le umane generazioni e spiandone e governandone il corso, altro non vedeva fuorché peccatori e peccati. Come della terra uscita allora allora dal nulla, è scritto che era grama, era vuota, e la notte orrenda che copriva la faccia dell’abisso la ravvolgeva, così per l’uomo l’esser concetto era un medesimo coll’esser compreso e assorbito dal nulla tenebroso ed orribile della colpa. Rimirando pertanto il Signore l’opera sua non la ravvisava per quella che Egli la fece, e come chi in luogo di amata donzella, che ha destinato di assumere al consorzio delle nozze e del talamo trovasse un cadavere inerte, squallido, putrefatto, fuggirebbe inorridito da quella vista volgendosi egli in oggetto di abbominazione, ciò che gli fu fiaccola di desiderio ed incentivo di amore, così Dio guardando l’umana natura caduta dalla nobiltà nativa e giacente nell’abbiezione della colpa, lacera, tronca, dissoluta come cosa fulminata e maledetta, la respingeva da sé. Quando a un tratto, stanco per così dire della vista e dello spettacolo di tanta miseria, “… spunti finalmente, gridò, spunti fra tanta notte un raggio di luce. Fiat lux”. E la luce fu fatta, non luce piena no, né come di meriggio, che questa recata avrebbe tra poco il sol di giustizia, ma luce rosea e gentile, e quale di aurora che si affacci al balcone di oriente allorché inaugurando il mattino sembra chiedere ai mortali che vagheggino lei foriera bellissima, mentre addita l’astro sovrano e gli infiora la via. E tu fosti questa aurora o Maria, Tu che presente all’intelletto divino fin da quando architettava i cieli, tirava un vallo all’intorno e costringeva a certa legge gli abissi, e librava i fonti delle acque, pargoleggiasti al cospetto di quella maestà col vezzo di garzonetta innocente. Fosti Tu che dai più sublimi splendori del Paradiso scendesti al dolce connubio delle membra in compagnia delle quali dovevi, pellegrina celeste, fornire il viaggio di questa valle. Fosti Tu, e all’ingresso del corpo, valico formidabile dove quanti furono avanti e saranno dopo di Te figliuoli di Adamo incorsero e incorreranno la catena e il giogo di satana, Tu trovasti la grazia che ti aperse le porte, trovasti il Padre, il Figliuolo e lo Spirito che presiedettero al benedetto connubio, che santificarono l’abitacolo e l’abitatrice, che Ti cinsero alle tempie la corona della vittoria ed abitaron con Te.
2. Dico la corona della vittoria, imperocché, per esprimere secondo la bassa e terrena facoltà delle nostre fantasie con immagini sensibili cose che eccedono la tenuta del senso, non vide appena satanasso quest’anima pellegrina calar dal Cielo alla terra, che le tese tosto quei lacci onde mai nessuno campò, e a baldanza di tanti secoli di esperimento infallibile, fidente e sicuro apprestava già la catena ed arrotava l’artiglio: ma che ? A modo di colomba, che con le ali ferme ed aperte si tragitta oltre la opposta riviera delle acque, travolò Maria, tutti i lacci trascorse, tutti gli agguati, e mentre il fellone stordiva di questa preda che per la prima volta gli fuggiva di pugno. Ella con tal impeto del virgineo piede gli calcò la testa che lo conquise, onde ricordò la minaccia che nell’Eden gli avvelenò la gioia della vittoria, sospettò suscitata nella novella concetta la fatale nemica, e gli parve udire il primo crollo e il primo scroscio del suo trono che rovinava. Immagini grossolane son queste che non hanno col vero più proporzione di quel che abbia l’ombra con la luce, il corpo con lo spirito, la terra col Cielo, ma che pur sono le prescelte nelle Scritture, ad adombrare la gran vittoria della Vergine sopra il serpente nemico. Vergine veramente privilegiata e felice, che per la prima volta offerse agli occhi del Signore lo spettacolo di una figlia di Adamo franca ed immune da quella maledizione che l’infelice padre lasciò doloroso retaggio ai suoi figli, onde Iddio abbracciò in Essa una primizia incontaminata di quella umana natura che avrebbe tutta quanta riabbracciata di poi nel benedetto portato di questa fanciulla, le stampò in fronte un soavissimo bacio di pace, la dichiarò Figliuola sua primogenita, ed erede del Regno, del quale l’avrebbe, procedendo e moltiplicando in privilegi e in favori, incoronata Regina. E questa compiacenza del Signore intende di adombrare la Chiesa, quando nelle solennità di Maria, ci ripete gli accenti amorosi dello Sposo delle sacre canzoni; il quale standosene a contemplare la sua diletta tra nascosto e palese dietro alla parete domestica, e dalla finestra sguardandola e di fra le sbarre dei socchiusi cancelli; o quanto sei bella, le dice, quanto sei bella. vinci di leggiadria Gerosolima: come quelli delle colombe sono i tuoi occhi, i tuoi capelli assembrano i folti velli dei greggi che pasturano sui monti di Galaad, i tuoi denti sono a vedere un drappelletto di agnelli, che ascendono candidi e rugiadosi dall’argentino lavacro della fontana, ti sollevi come la palma fra i minori arboscelli, la maestà della tua fronte pareggia il fronzuto dorso del Carmelo, la luna non è più vaga, il sole non è più luminoso di Te.
3. Già vi accorgete o signori, che nulla si conviene aspettare di comunale né di usitato dopo questi principi, e chi può dire a che altezza condurrà il Signore quest’opera che ha cominciato con lo infrangimento della legge più universale della decaduta natura? È gran cosa l’essere preservato dall’incorrere l’obbrobrio della colpa e la miseria della schiavitù del demonio, e questo solo basterebbe perché Tu a noi di tratto infinito soprastessi o Maria, noi dovremmo pur sempre avvallare la fronte davanti a Te, e confessare che fummo schiavi e mostrare il solco dei ceppi e i lividi di della catena: Tu potresti procedere come Regina nel mezzo a noi, e vantare che redenta con una redenzion che preserva, mai non chinasti il capo al cospetto del nemico di Dio. Ma ahimè, in noi anche redenti, lavati e fatti membra di Gesù Cristo rimane un’orribile traccia e un monumento obbrobrioso del peccato che fece la sua dimora dentro di noi, traccia e monumento che suggella questo nostro corpo, e rende testimonianza che è carne di quella massa che in Adamo prevaricò. Dico la concupiscenza ribelle, il fomite della carne, la legge delle membra, quella che faceva piangere l’Apostolo Paolo, che la chiamò peccato, non perché peccato sia veramente, ma perché proviene dal peccato e inclina al peccato, e se avvenga che concepisca, genera morte. Questa è quella nemica che tiene noi con noi medesimi in continua battaglia, questa opera che nel cuor nostro raro sia calma e sereno, sempre o quasi sempre tempesta, mentre la carne insorge contro lo spirito, l’appetito contro la ragione, e ora con le tenebre che esala ad oscurar l’intelletto, ora con le lusinghe che adopera per travolgere la volontà, ora con le querele che mena, e coi fremiti e coi ruggiti che mette, ripugnanti quasi e tergiversanti ci trascina o minaccia di trascinarci al suo desiderio. Ahimè uomo infelice, gridava l’Apostolo, bersagliato e percosso da questa guerra, chi mi libererà da questo corpo di morte? Fortunata Maria! Quella mano medesima, che la scampò agli artigli di Satana, quella medesima estinse nel medesimo istante nella sua carne, e sterpò questo fomite obbrobrioso; e si vide in Lei disusato miracolo, la carne di Adamo senza le turbolenze e i tumulti della carne di Adamo. Privilegio grande fu questo che da Gesù in fuori, altri non ebbe mai che Maria, l’ebbe Gesù per natura, Maria per grazia: impossibile che nel distruttor del peccato abitasse questo maligno consigliere e sollecitator di peccato; impossibile che lo specchio della luce eterna, sostenesse che nella Vergine suo futuro abitacolo, nella sua carne futura andasse in volta anche per un istante un abitatore cosi laido. Che terra dunque è questa, domanda Riccardo da S. Vittore, dai confini della quale tutte sono sterminate le guerre? È quella terra, risponde, che è serbata a germogliare la santità. In cæteris sanctis, seguita a dire, magnificum est quod a vitiis non possunt expugnari. Agli altri Santi è gloria magnifica il non lasciarsi espugnare dai vizi. In Virgine mirificum videtur quod a vitiis non potest vel in modico impugnari. Alla Vergine questa gloria sarebbe poco, se al primo non si aggiungesse l’altro miracolo, che esser non possa neppure per un istante impugnata. Nessuno dunque domandi dove sia il Paradiso terrestre dovuto a tanta innocenza e santità di creatura. Paradiso fu a sé medesima l’anima purissima di Maria, e chi può dire la pace beata e la serenità di quel Paradiso? Non erano in Lei passioni che si ribellassero, in Lei non erano appetiti che si accendessero; in Lei non erano sensi che tumultuassero; l’ignoranza non offuscava l’intelletto colle sue tenebre, la malizia non inceppava la volontà con le sue nequizie; la ragione illuminata sempre dal sommo vero, il cuore sempre occupato dal sommo bene, tutto era delizia in questa abitazione futura del Principe della pace.
4. O bella dunque nella sua concezione, e tanto bella da innamorare gli occhi della terra e del Cielo l’anima di Maria, immune di ogni peccato, immune di tutto ciò che incita e sprona al peccato; ma crediamo noi che l’Altissimo si sia tenuto in questi termini, per dir così negativi, e non abbia altri tesori profuso per abbellir questa Vergine assortita a così eccelsi destini? Mandato da Dio si presentò un giorno al re Acaz il profeta Isaia, “ … e Re, gli disse, pete Ubi signum a Domino Deo tuo, sìve in pròfundum inferni sive in excelsum supra. (Is. VII, 11) Domanda un segno al Signore Dio tuo e dimandalo dove vuoi. Se lo domandi nell’alto dei cieli lo avrai nei cieli, e lo avrai nell’inferno se lo domandi nel profondo medesimo dell’inferno. No, rispose Acaz, non domanderò questo segno, né sarà mai che io tenti il Signore. Non vuoi tu questo segno? Or bene, il Signore quasi a tuo dispetto te lo darà, ed ecco una Vergine concepirà e partorirà un figliuolo che sarà Dio. e permanendo vergine diverrà Madre. “Dabit Dominus ipse vobis signum: ecce Virgo concipiet et pariet filium.” (Is. VII, 14.) Un portento deve esser dunque Maria ordinata a concepire e partorire un divino portato, e tal portento che preluda e si proporzioni alla divina Maternità. Quindi ogni grazia per prodigiosa che sia non deve parerci in questa Vergine né eccessiva né strabocchevole, siccome in Colei che apparecchiandosi a una dignità che tiene dell’infinito, sembra che la onnipotenza divina debba, per così dire, esaurir se medesima per ingrandirla. – Fate grandi, diceva Salomone, gli apparecchi per la gran mole del tempio, fateli sontuosi, nessuna profusione di tesori vi sembri troppa. Non enim hominibus præparatur inabitatio sed Deo. (I. Par. XXIX,) Non si appresta la stanza per l’abitazione degli uomini, si appresta la casa per la dimora di Dio. Oh! con quanta più di ragione potettero dirsi queste parole quando l’Altissimo santificava Maria. Verrà tempo che Costei che si raccoglie ora e nasconde pargoletta nell’augusto claustro del seno materno, sarà sublimata alla parentela e al consorzio delle divine Persone tanto strettamente quanto è possibile che creatura si innalzi a Dio senza dismettere la sua condizione di creatura. Il Padre le darà per figliuolo il suo Figliuolo unigenito, e in diversa natura ma nella stessa persona la farà tanto vera Madre del Verbo quanto Egli ne è vero Padre. Il Figlio generato ab eterno dal Padre negli splendori dei Santi, sarà da Maria generato in terra con generazione temporale e da Lei portato nove mesi nel seno, da Lei partorito, allattato e nutricato da Lei, la chiamerà tanto veracemente Madre, quanto chiama veracemente Padre il suo Padre celeste. Lo Spirito Santo amore personale e increato del Padre e del Figlio sopraintenderà quest’opera che eccede ogni comprensione umana ed angelica, e sopravvenendo a fecondare il sen della Vergine la farà sua sposa. Ecco dunque, o signori, che le divine Persone santificando Maria, concorrono alla propria gloria, dovendo Ella con Esse intrecciarsi, intromettersi e intrinsecarsi per modo, da essere cosa tutta singolare, tutta divina, creatura sì certo ma tal creatura che formi un ordine, un ceto, un grado da se con nomi e privilegi incomunicabili, come quelli di Dio. Chi può dubitare pertanto che oltre la grazia necessaria a farla immune dalla colpa di origine e cara al Signore, oltre a sterminare ogni fomite da quella carne che doveva diventar carne del Figlio di Dio; un cumulo, un soperchio, uno strabocco, un tesoro non aggiungessero di grazie e di doni, che la santità di Maria facessero fino dal primo istante una santità tanto singolare da quella di tutti gli Angeli e di tutti i Santi, quanto sovrasta a quella di tutti gli Angeli e di tutti i Santi la dignità e l’ufficio di Madre di Dio? O sì, sì, rispondono un gran numero di Dottori e di Santi, si. Il Signore dilesse le porte e la prima soglia di questa eletta Sionne più che tutti i tabernacoli di Giacobbe. Mettete quindi tutti insieme gli Angeli e i Santi; la grazia che li arricchisce raccolta in un cumulo, non pareggia quella che fece bella Maria nel primo istante che fu concetta. Stupite forse? Ma che stupire, dice il pontefice S. Gregorio. È Maria un monte piantato sulle cime dei monti, e dove la santità dei Santi finisce, ivi comincia quella della Vergine. Mons Domini in vertice montium: montìs nomine intelligimus beatam Virginem designari. – Negli altri Santi, segue S. Girolamo, l’infusione della grazia si fece per parti: in Maria no, in Maria tutta in un tempo se ne traboccò la pienezza, come un regio fiume nel mare con tutta la mole delle onde. Cæteris per partes, in Maria simul se tota infudit, plenitudo gratiæ. Non se ne dubiti, conclude S. Bernardino:
Mariæ, plenitudo perfectionis Sanctorum omnium non defuit. La pienezza della perfezione di tutti i Santi, non mancò quando fu fatta bella Maria. Ma udiamo, se vi piace, favellare Maria medesima con le parole che le pone sul labbro in questo giorno la Chiesa e questa sovraeminenza di grazia sulla grazia di tutti i Santi fin dalla sua concezione vedremo adombrata con tanta leggiadria di immagini, che ci empirà di diletto. Io procedetti, dice Ella, dalla bocca dell’Altissimo primogenita di ogni creatura. Io dischiusi in Cielo una fontana indeficiente di luce, e quasi aereo vapore tutta adombrai la terra. Posi mia stanza su nell’empireo e il mio trono piantai sovra una colonna di nubi. Feci soletta il giro dei Cieli, penetrai in seno agli abissi, passeggiai sui flutti del mare. Strinsi su tutta la terra lo scettro, e colsi in ogni popolo i primi onori. I cuori dei sublimi e degli umili soggiogai in mia possanza, e il Signore che riposò nel mio tabernacolo, abita, mi disse, con Giacobbe, sia tuo retaggio Israele, e gettai negli eletti le tue radici. E io le gettai in mezzo a un popolo glorioso, nella eredità del mio Dio, nella pienezza dei Santi. Sublimai me medesima come cedro del Libano, come cipresso di Sion: spinsi al cielo la fronte come palma di Cades, spiegai l’onore delle foglie come rosa di Gerico, lussureggiai vivace come platano lunghesso la corrente dell’acque, al modo di terebinto distesi i rami, mandai fragranza di balsamo, di cinnamomo, di mirra, e di profumo soavissimo vaporai la dimora in cui mi pose il Signore. Che vuoi dirci con questo o Maria se non che Tu sei la colomba, la perfetta dello Spirito Santo, e che se le leggiadre garzonette di Sion non hanno numero, Tu di bellezza e di grazia tutte le vinci.
5. Maria franca ed immune dalla macchia di origine; Maria libera dal fomite del peccato; Maria fatta ricca di tanta grazia, che quella eccede di tutti insieme gli Angeli e i Santi, e tutto ciò in un istante, nell’istante primissimo che fu concetta. Chi non si accorge che questa eccellenza di principio presagisce un esito, che deve eccedere ogni misura? Sì. Quando pure di Te o Maria altro non ci fosse noto che questo soperchio di prodigi accumulati sul primo istante dell’esser tuo, presentiremmo e argomenteremmo gran cose, e per poco non sospetteremmo la divina maternità. Che meraviglia pertanto se io aggiunga, che Maria nella sua concezione fu confermata in grazia per modo, che la sua volontà stabilita nel bene, fosse capace di ogni eccellenza di merito, fosse incapace di ogni mutazione colpevole? Ripugnava tanto il peccato alla futura dignità di Maria, che ogni colpa anche minima l’avrebbe, al dir dell’Angelico, fatta sproporzionata alla divina maternità. Quindi il Signore non solo non volle neppure per un istante il peccato in Maria, ma neppur ci volle la possibilità del peccato, e tal siepe le fece intorno di doni e di grazie, che stordirono gli Angeli del Paradiso, vedendo in una pellegrina di questa terra, ciò che non credevano possibile, altro che nei comprensori del Cielo. Così fu un orto Maria nel quale ogni più eletto fiore germogliava di virtù pellegrina, ma quest’orto era chiuso né vi poteva avere accesso per disertarlo il peccato. Così fu un fonte Maria, e sgorgava con vena indeficiente un tesoro di opere sante, ma questo fonte era suggellato, né contaminazione di polvere o di immondezza terrena ne poteva intorbidare gli argenti. Così era una porta Maria, ma questa porta serbata all’ingresso del Santo dei Santi, era chiusa per sempre ad ogni piede profano. O spettacolo bellissimo la nostra Madre che piena tutta di grazia non la poteva perdere; né mai neppure una macchia, neppure un neo di quelli medesimi che son portato naturale della nostra miseria, giunse ad offendere l’intemerato candore di quell’anima. O quanto si sublima agli occhi nostri, quanto cresce passo passo questa eletta creatura concetta appena: e bene sta, dice Sofronio. Talibus decébat Virginem oppignorari muneribus,
quæ dedit cœlis gloriam, terris Deum. Con questo arredo di doni, con questa pompa di grazie si convenivano infiorare i primi istanti di questa Vergine; arra e pegno delle nozze future del Santo Spirito e della maternità del Verbo del Padre.
6. Ma se è così, un’altra grazia, corona e compimento di tutte, desidera a questa dolce concetta il nostro cuore: ed è che per Lei per la quale tante leggi si rompono, si rompa anche quella che condanna chi dimora nel sen materno, alla stupidezza e alla inerzia. Sia questa la sorte nostra in quel claustro che bene sta. Imperocché se si aprissero gli occhi del nostro intelletto, non vedremmo altro fuorché la sordida veste del peccato che ci ravvolge. Ma Maria piena di tanta grazia, circondata di tanta magnificenza, apra o apra gli occhi della mente, e si accenda di santi affetti, e sciolga un inno di lode a chi la fé santa. Rallegriamoci, dice Bernardo, che così fu. Era nel claustro tenebroso del seno materno Maria, ma né quelle tenebre infoscavano la luce dell’intelletto, né quelle angustie inceppavano la libertà dell’arbitrio. Potette, seguita il Cartusiano, al suono della voce di Maria esultare nel seno materno il Battista, e perché non dovremo credere prevenuta dal lume della ragione la prediletta di Dio? Ebbero gli Angeli, ebbero Adamo ed Eva insieme con l’essere l’uso spedito e libero dell’intelletto, chi vorrà negare a quest’Eva novella che lavò l’onta e riparò il fallo dell’antica, un dono che privilegiò quella prima? O soave pensiero! Maria che aprendo gli occhi nell’istante medesimo che fu concetta si trova santa, e comincia a trafficare il tesoro che la fa ricca, né un istante le passa di quel tempo medesimo che corre ozioso per noi, nel quale con ineffabil moltiplico non operi per farsi piena di grazia. Prodigi sono questi ma non son tali che superino Maria medesima. Fecit mihi magna qui potens est. (Luc. I , 49) ci dice Ella di sua bocca, licenziandoci a pensare ogni gran cosa, perché la misura si serba cogli altri Santi, ma con Maria, non erat impossibile apud Deum omne verbum, (Luc. I. 37.) non ci è altra misura che l’Onnipotenza divina. Figliuola di Adamo, ma senza colpa, vestita di carne ma senza fomite, nel primo istante dell’essere è Sovrana fra i Santi, impeccabile ma con merito, concetta appena e dotata già di ragione. Vi sgomenta la pugna di tanti contraddittori ? Aggiungete adunque: Incorrotta ma senza sterilità, feconda ma senza lesione, gravida ma senza peso, partoriente ma senza doglie, Madre ma sempre Vergine, moribonda ma senza angosce, defunta ma senza putrefazione, beata ma insieme col corpo, e che è dir tutto in uno, Creatura e pur Madre, Figliuola e Sposa di Dio. O Maria, miracolo di tutti i miracoli noi non abbiamo mente per comprenderti e ne gioiamo, perché la nostra ignoranza medesima rende testimonianza alla tua grandezza, che Dio solo conosce quanta è, Soli Deo cognoscenda reservatur.
7. Maria dunque figliuola di Adamo né più né meno di noi, è stata dalla grazia del Signore nobilitata ed innalzata così, che a malo stento si riconosce in Lei questa nostra natura, in noi fiacca, vulnerata, inferma, peccaminosa, in essa sana ed intatta. Ma che perciò? Crederem noi che come nel mondo coloro che di basso stato ed abbietto si sollevarono ad alta fortuna, sogliono riguardare con occhio disdegnoso chi un giorno andava del pari con essi, quasi la vista di lui getti loro in faccia la nativa viltà; così Maria privilegiata dalle vergogne e dal danno della stirpe di Adamo, non degni sì basso da raccomunarsi con noi miseri eredi della miseria e della colpa del comun padre? No certamente: e come di Gesù è detto dall’apostolo Paolo, che non è tal Pontefice che non possa compatire alle nostre miserie circondato come fu anch’egli su questa terra d’infermità; così Maria privilegiata mentre visse mortale da ogni peccato, privilegiata da quegli effetti del peccato che importano corruzione e vergogna, subì quelli che hanno ragione di mera pena, e santissima e innocentissima sempre fu pur soggetta come Gesù ai dolori e alla morte. E ora assisa nel Paradiso in soglio eccelso di gloria, vestita di sole e coronata di stelle, la fa da Madre per noi, e mentre Gesù offre all’Eterno Padre le piaghe ed il sangue per la nostra salute, Maria perora la causa nostra al cospetto di Gesù, mostrandogli, al dir di Bernardo, il grembo che lo portò e le mammelle che lo allattarono. Ed oh! se noi amassimo Maria come Ella ci ama, se la amassimo signori miei noi beati! Che manca mai ad un’anima che ama Maria? Tutti i tesori della divina Onnipotenza sono aperti per lei, essendo che Maria ne ha le chiavi, e tanto non è ritrosa di aprirli e profonderli, che nulla tanto desidera quanto di arricchire altrui delle ricchezze, le soprabbondano. Permettetemi dunque che levi la voce qui su quest’ultimo e domandi. Quanto è grande l’amore che noi portiamo a Maria? Giovane che hai tanti nemici rabbiosi che ti combattono, tante passioni imperversate che fremono, tanti desideri irrequieti che bollono, che hai latto della devozione che fece tanto soave e pacifico l’esordio della tua gioventù? Dove è andato o fanciulla quel sì tenero affetto verso Maria che tante volte ti ha cavato per consolazione dagli occhi le lacrime, e infiorò di gioia ineffabile gli anni beati della tua innocenza? Ahimè! Cominciò l’amore delle vanità, e menomò quella fiamma. Colla vanità si congiunse quella passione e la spense. Infelici avete scacciato dal cuore Maria, ma con Maria è sparita l’innocenza e la pace, e menate i giorni nel rimorso e nel rodimento. Padri e madri di famiglia, che è stato nelle vostre case della divozione a Maria? Perché più non si recita alla sera il Rosario della Vergine Vergine? Perché si sono intermesse quelle novene? Perché quelle devozioni che da tanti anni empivano di benedizioni la casa sono andate in disuso? Infelici, avete cacciato Maria. Ma uscita Maria ci è entrata la discordia, ci è entrata la disgrazia. Dio non voglia che ci sia entrata l’empietà e il disonore. Che è stato insomma, lo domando a chiunque ha incorso questa gran perdita, che è stato della divozione a Maria? Infelice chi più non ama Maria! A chi si volgerà nei pericoli? Chi invocherà nelle tribolazioni? Con chi sfogherà il suo cuore nei dolori? Chi lo sosterrà nelle miserie della vita? Chi lo aiuterà nelle agonie della morte? O Madre Maria non sia te ne scongiuriamo, non sia mai che alcuno di noi incorra una perdita così funesta come quella dell’amor tuo! Oggi è giorno memorando per noi. È il giorno anniversario di quello in cui noi medesimi esultammo per giubilo alla corona novella che ti cinse la fronte, e ti rinnovammo il dono dei nostri cuori. In questo giorno pertanto detestiamo le negligenze passate, in questo giorno te ne chiediamo perdono, in questo giorno a te ci consacriamo e promettiamo di amarti. Tu ricevi la nostra offerta, ascolta la nostra preghiera, e afforza e premunisci il cuor nostro contro l’amore del secolo acciocché regni in esso con te il tuo divino figliuolo Cristo Gesù che è Dio benedetto sopra tutte
le cose nei secoli dei secoli.