FESTA DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE (2021)

FESTA DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE (2021)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Doppio di 1a classe. – Paramenti bianchi.

Festa di precetto.

Avendo da tutta l’eternità deciso di fare di Maria la Madre del Verbo Incarnato (Ep.), Dio volle che dal primo istante del suo concepimento Ella schiacciasse la testa del serpente, e la circondò di un ornamento di santità (Intr.) e fece della sua anima, che preservò da ogni macchia, un’abitazione degna del suo figliuolo (Oraz.). La festa dell’Immacolata Concezione si celebrava nel sec. VIII in Oriente il 9 dicembre; nel sec. IX in Irlanda il 3 maggio e nell’XI sec. in Inghilterra l’8 dicembre. I benedettini con S. Anselmo, e i francescani con Duns Scoto (+ 1308) si dimostrarono favorevoli alla festa dell’Immacolata Concezione, celebrata dal 1128 nei monasteri anglo sassoni. Nel sec. XV papa Sisto IV, fece costruire nel Vaticano la cappella Sistina in onore della Concezione della Vergine. E l’8 dic. 1854 Pio IX proclamò ufficialmente questo grande dogma; interpretando la tradizione cristiana, sintetizzata dalle parole dell’Angelo: « Ave Maria, piena di grazia, il Signore è teco ». ( Vang.) « Sei tutta bella, o Maria, e macchia originale non è in te » dice con grande verità il verso alleluiatico. Come l’aurora, messaggera dei giorno, Maria precede l’astro che ben presto illuminerà il mondo delle anime. (Com.). Ella introduce nel mondo suo Figlio e per la prima volta si presenta nel ciclo liturgico. Domandiamo a Dio di « guarirci e di purificarci da tutti i nostri peccati » (Secr. e Post.), affinché siamo resi più degni di accogliere Gesù nei nostri cuori.

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Is LXI: 10
Gaudens gaudébo in Dómino, et exsultábit ánima mea in Deo meo: quia índuit me vestiméntis salútis: et induménto justítiæ circúmdedit me, quasi sponsam ornátam monílibus suis.

[Mi rallegrerò nel Signore, e l’ànima mia esulterà nel mio Dio: perché mi ha rivestita di una veste di salvezza e mi ha ornata del manto della giustizia, come sposa adorna dei suoi gioielli.


Ps XXIX: 2
Exaltábo te, Dómine, quóniam suscepísti me: nec delectásti inimícos meos super me.

[Ti esalterò, o Signore, perché mi hai rialzato: e non hai permesso ai miei nemici di rallegrarsi del mio danno.]


Gaudens gaudébo in Dómino, et exsultábit ánima mea in Deo meo: quia índuit me vestiméntis salútis: et induménto justítiæ circúmdedit me, quasi sponsam ornátam monílibus suis.

[Mi rallegrerò nel Signore, e l’ànima mia esulterà nel mio Dio: perché mi ha rivestita di una veste di salvezza e mi ha ornata del manto della giustizia, come sposa adorna dei suoi gioielli.]

Oratio

Orémus.
Deus, qui per immaculátam Vírginis Conceptiónem dignum Fílio tuo habitáculum præparásti: quǽsumus; ut, qui ex morte ejúsdem Filii tui prævísa eam ab omni labe præservásti, nos quoque mundos ejus intercessióne ad te perveníre concédas.

[O Dio, che mediante l’Immacolata Concezione della Vergine preparasti al Figlio tuo una degna dimora: Ti preghiamo: come, in previsione della morte del tuo stesso Figlio, preservasti lei da ogni macchia, cosí concedi anche a noi, per sua intercessione, di giungere a Te purificati.]

Lectio

Léctio libri Sapiéntiæ
Prov VIII: 22-35
Dóminus possedit me in inítio viárum suárum, ántequam quidquam fáceret a princípio. Ab ætérno ordináta sum, et ex antíquis, ántequam terra fíeret. Nondum erant abýssi, et ego jam concépta eram: necdum fontes aquárum erúperant: necdum montes gravi mole constíterant: ante colles ego parturiébar: adhuc terram non fécerat et flúmina et cárdines orbis terræ. Quando præparábat coelos, áderam: quando certa lege et gyro vallábat abýssos: quando æthera firmábat sursum et librábat fontes aquárum: quando circúmdabat mari términum suum et legem ponébat aquis, ne transírent fines suos: quando appendébat fundaménta terræ. Cum eo eram cuncta compónens: et delectábar per síngulos dies, ludens coram eo omni témpore: ludens in orbe terrárum: et delíciæ meæ esse cum filiis hóminum. Nunc ergo, filii, audíte me: Beáti, qui custódiunt vias meas. Audíte disciplínam, et estóte sapiéntes, et nolíte abjícere eam. Beátus homo, qui audit me et qui vígilat ad fores meas quotídie, et obsérvat ad postes óstii mei. Qui me invénerit, invéniet vitam et háuriet salútem a Dómino.

[Il Signore mi possedette dal principio delle sue azioni, prima delle sue opere, fin d’allora. Fui stabilita dall’eternità e fin dalle origini, prima che fosse fatta la terra. Non erano ancora gli abissi e io ero già concepita: non scaturivano ancora le fonti delle acque: i monti non posavano ancora nella loro grave mole; io ero generata prima che le colline: non era ancora fatta la terra, né i fiumi, né i càrdini del mondo. Quando preparava i cieli, io ero presente: quando cingeva con la volta gli abissi: quando in alto dava consistenza alle nubi e in basso dava forza alle sorgenti delle acque: quando fissava i confini dei mari e stabiliva che le acque non superassero i loro limiti: quando gettava le fondamenta della terra. Ero con Lui e mi dilettava ogni giorno e mi ricreavo in sua presenza e mi ricreavo nell’universo: e le mie delizie sono lo stare con i figli degli uomini. Dunque, o figli, ascoltatemi: Beati quelli che battono le mie vie. Udite l’insegnamento, siate saggi e non rigettatelo: Beato l’uomo che mi ascolta e veglia ogni giorno all’ingresso della mia casa, e sta attento sul limitare della mia porta. Chi troverà me, troverà la vita e riceverà la salvezza dal Signore.]

Graduale

Judith XIII: 23
Benedícta es tu, Virgo María, a Dómino, Deo excélso, præ ómnibus muliéribus super terram.

[Benedetta sei tu, o Vergine Maria, dal Signore Iddio Altissimo, piú che tutte le donne della terra].

Judith XV: 10
Tu glória Jerúsalem, tu lætítia Israël, tu honorificéntia pópuli nostri. Allelúja, allelúja

[Tu sei la gloria di Gerusalemme, tu l’allegrezza di Israele, tu l’onore del nostro popolo. Allelúia, allelúia]

Cant. IV: 7
Tota pulchra es, María: et mácula originális non est in te. Allelúja.

[Sei tutta bella, o Maria: e in te non v’è macchia originale. Allelúia].

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Lucam
Luc I: 26-28
In illo témpore: Missus est Angelus Gábriël a Deo in civitátem Galilææ, cui nomen Názareth, ad Vírginem desponsátam viro, cui nomen erat Joseph, de domo David, et nomen Vírginis María. Et ingréssus Angelus ad eam, dixit: Ave, grátia plena; Dóminus tecum: benedícta tu in muliéribus.

[In quel tempo: Fu mandato da Dio l’Àngelo Gabriele in una città della Galilea chiamata Nàzaret, ad una Vergine sposata ad un uomo della casa di David, di nome Giuseppe, e la Vergine si chiamava Maria. Ed entrato da lei, l’Àngelo disse: Ave, piena di grazia: il Signore è con te: Benedetta tu fra le donne.]

OMELIA

[J. B.- Bossuet: La Madonna, discorsi nelle sue feste – trad. F. Bosio; 1944 – V. Gatti ed. Brescia].

IMMACOLATA CONCEZIONE – I DISCORSO

Sulla devozione alla Vergine

(Predicato davanti ai Reali a S. Germano 8 dicembre 1669)

Fecit mihi magna qui potens est.

Non intendo tenervi oggi un discorso, voglio fare una istruzione molto semplice e pratica sulla devozione alla Vergine Santa, per mostrarvi chiaramente le grandi utilità che da essa possono venire all’anima cristiana. Insieme però voglio mostrarvi come certe pratiche, che si vogliono dir pie e devote, sono invece una vera e propria corruzione di questa devozione. Non vi annoio con un esordio, ma entro subito in argomento: la mia istruzione la divido in due punti: nel primo fisserò le vere basi della devozione a Maria: nel secondo mostrerò le regole sicure ed immutabili che devono guidare l’anima cristiana in questa pratica di eccellente pietà. Frutto sarà per noi aver imparato ad onorare cristianamente la Vergine, non solo nella solennità d’oggi o nelle feste che ci vengono segnate dalla liturgia durante l’anno, ma in ogni giorno della nostra vita cristiana. – La Concezione della Vergine è il primo incontro nostro con Maria nostra Madre, che seguiremo con perseveranza in tutti i misteri che si compiono e svolgono in Lei. Vi dico questo, perché voglio che i sentimenti di devozione vostri siano degni dell’anima cristiana e che la vostra devozione si basi sulle massime del Vangelo. Vi prego, fratelli, di non oppormi che il piano è troppo vasto, e che avreste preferito un discorso più legato al soggetto della festa d’oggi: La Concezione della Vergine. Ricordate, fratelli carissimi, che l’utilità delle anime, figlie di Dio, è la legge suprema che governa il pulpito! – È vero, io potevo benissimo scegliere un argomento più stretto alla solennità d’oggi, ma non dovete però negarmi che nessun argomento potrà essere più fecondo di bene, per l’uditorio regale che mi sta dinanzi, che questa istruzione pratica. Siate dunque cortesi ed ascoltatemi attentamente mentre vi espongo il fondamento e la pratica della devozione a Maria.

I° punto.

Nella sua lettera ai Corinti, S. Paolo ci avverte che « nessuno può porre altro fondamento da quello posto: Cristo Gesù ». Obbedienti alla parola dell’Apostolo, poniamo fondamento e base della devozione nostra alla Vergine, Gesù il suo Figlio divino! Chi mai, fratelli, potrà onorare degnamente Maria dopo che, prodigiosamente feconda, abbracciò come suo Figlio il Figlio stesso di Dio? In alto i cuori, in alto le nostre menti: contempliamo la grandezza sublime della vocazione di Maria, destinata ab æterno da Dio per esser la portatrice di Cristo al mondo. Ricordiamo, fratelli, che Dio, chiamandola a questa sublime missione, non intese fare di Lei uno strumento cieco, un canale di questa sua opera di misericordia, la redenzione, ma la volle agente volontario che vi contribuisse fattivamente non solo per le sue mirabili qualità, ma per un atto vero e proprio di volontà. Ecco perché quando l’Angelo viene ad annunciare il disegno divino, il mistero non si compie fino a che Maria rimane incerta. La grande opera della Redenzione che da secoli tiene in ansiosa attesa mille popoli, anche quando il momento segnato da Dio Padre è giunto… rimane ancora sospesa fino a che la Vergine non abbia detto il suo: fiat mihi!… Quanto era necessario per noi uomini, questa volontà di Maria per la nostra salvezza! Ma, Ella appena pronuncia l’umile suo « fiat » — i cieli si aprono… il Verbo si fa carne, gli uomini hanno un Salvatore. La carità di Maria fu dunque, mi esprimerò così, la sorgente feconda da cui l’onda della grazia cominciò il suo corso per versarsi abbondante su tutta la natura umana. E, come dice S. Ambrogio, e dopo di lui S. Tommaso, « Uterus Mariæ, spiritu ferventi, qui supervenit in eam, replevit orbem terrarum cum peperit Salvatorem » (Della Verginità, XII). E S. Tommaso: Maria ebbe tanta pienezza di grazia da innalzarsi vicinissima. all’Autore stesso della grazia, così da ricevere in sè Lui ch’è pieno d’ogni grazia… partorendolo poi, comunicò in certo modo la grazia a tutti gli uomini (Som., p. III, qst. 27). Tantam gratiæ obtinuit plenitudinem, ut esset propinquissima auctori gratiæ; ita quod eum, qui est plenus omni gratia, in se reciperet, ei eum pariendo, quodammodo gratiam ad omnes derivare. Fu dunque necessario, Cristiani miei, che Maria concorresse colla sua carità perché il mondo avesse il — Liberatore —. Verità troppo nota questa: mi dispenso dallo spiegarla di più; ma insisto invece su di una conseguenza che forse non avete mai meditata, o certo non abbastanza: ed è questa: una sola volta Dio volle darci il Salvatore per mezzo della Vergine; e la sua volontà si muterà mai, perché Dio mai non si pente d’aver prodigato i suoi doni. Rimane allora fissa ed immutabile questa verità: avendo noi ricevuto per Maria il principio universale della grazia, Ella coopererà fattivamente in tutte le applicazioni della grazia agli uomini qualunque sia lo stato in cui si trovano. Nell’amor suo materno, la Vergine contribuì tanto all’opera della nostra redenzione, nel mistero della incarnazione, centro irradiatore della grazia, che è necessario Ella continui questa sua cooperazione in tutte le altre operazioni che non sono che logica conseguenza della redenzione. La teologia insegna che la grazia di Gesù Cristo ha in particolare tre operazioni: Dio chiama —Dio giustifica — Dio fa che perseveriamo. — Vocazione, giustificazione, perseveranza. La vocazione rappresenta il nostro primo muoverci; la giustificazione il progresso nostro nella via della salute, la perseveranza ci fa giungere alla fine della nostra giornata facendoci gustare quello che in terra non è possibile: il riposo e la vera gloria! Nessuna di queste tre fasi del nostro cammino spirituale è possibile senza che c’entri Gesù Cristo, anzi senza di Lui: ma le Scritture ci danno diritto a dire che con Lui c’entra anche Maria. Vi dico che le Scritture sante insegnano queste verità, e mi è facilissimo dimostrarvelo. La grazia della vocazione ci è raffigurata nel Vangelo, nella luce con cui, ancor nel seno materno, fu illuminato il precursore. Studiate bene questo miracolo e ci vedrete chiara l’immagine del peccatore invitato a salute. Il buio del seno materno avvolge Giovanni… quale notte non ti circonda o fratello mio, quando sei schiavo del peccato? qual notte, quali tenebre! Nulla può vedere, sentire il Battista nel seno materno: la tua cecità, la tua sordità, o peccatore, sono tali e quali: il cielo inutilmente grida al tuo orecchio con minacce terribili… la verità stessa, che tanto luminosamente brilla nel Vangelo, non riesce a rischiararti! – Ecco, senza che il Battista vi pensi né lo chiami, Gesù viene a lui: lo previene, lo sveglia », parla al suo cuore… scuote questo cuore addormentato fino allora insensibile. Oh non ci fa, questa scena, pensare, o fratelli al gesto con cui Dio nella sua bontà ci mosse a buoni affetti e pensieri, toccandoci del tocco del suo Spirito? Una luce improvvisa e sfolgorante alla quale, non si poteva fuggire, squarciò le tenebre del nostro cuore e della mente come un lampo! Colla luce un qualche cosa, che noi stessi non sapevamo che fosse, ci toccò al cuore!… Dio? … Dio? … non lo cercavamo, volevamo staccarcene di più anzi …  Egli invece ci si avvicinava e ci chiamava a penitenza! Ah è Dio che in mezzo al frastuono di gioie e di piaceri pone nella gioia, nel piacere tanto bramati, quelle gocce di amaro disgusto, che inquietano il cuore nel letargo pauroso che si vuol dire pace. È Dio che grida: Torna, torna ai pensieri ed agli amori di una volta! – La presenza di Gesù fa sussultare il Battista nelle viscere materne… Maria concorse a quest’opera misteriosa, lo dice Elisabetta sua madre: appena la tua voce sonò al mio orecchio, il fanciullo sussultò nel mio seno! S. Ambrogio scrive: « (Maria) levavit Joannem in utero constitutum, qui ad vocem eius exilivit… prius sensu devotionis, quam spiritus infusione vitalis animatus ». — Fu Maria che elevò Giovanni al di sopra della natura, quando ancora era chiuso nel seno di sua madre: tocco il fanciullo dal suono della sua voce, fu attratto da un influsso di pietà prima che ancora dilatasse la bocca per respirare l’aria che dà la vita.E continua lo stesso S. Ambrogio, dicendo che la grazia, di cui era ripiena Maria, era tanto grande ed in tal misura, che non solo conservò in Lei il privilegio di una verginità senza pari, ma quanti Ella avvicinava segnava del segno della innocenza.— Cuius tanta gratia, ut non solum in sè virginitatis gratiam reservaret; sed etiam in his quos viseret integritatis signum conferret…. (Della Virg. c. VII). Alla voce di Maria esultò il fanciullo: prevenuto prima di esser nato: qual meraviglia che abbia poi custodito una grande integrità di vita, questo fanciullo, che Maria, stata per tre mesi in casa di Elisabetta, aveva unto quasi dell’olio profumato della sua presenza e della sua purità? — Ad vocem Mariæ exultavit infantulus, obsequeutus ante quam genitus! Nec inumerito mansit integer cor pore, quem oleo quodam suæ præsentiæ et integritatis unguento, Domini Mater exercuit. Vediamo ora dove e come venga rappresentata la giustificazione. Gli Apostoli vengono con Gesù alle nozze di Cana: essi sono il soggetto di questa opera del Cristo. Ma leggiamo il Vangelo, e vediamo con quali parole chiude la narrazione…: questo fu il primo miracolo di Gesù, fatto in Cana di Galilea, col quale si manifestò, ed i suoi discepoli credettero in Lui. Erano già stati chiamati alla sequela di Gesù i dodici: ma la loro fede nel Maestro era ancor morta, non era capace di produrre quella giustificazione, della quale parla S. Paolo, ricordando Abramo che credette, e questo gli fu riputato a giustizia. (Ad Rom.). Non basta, intendiamoci, la fede alla giustificazione: ma, come insegna il Concilio di Trento, essa è come la radice, il principio della grazia. Vedete bene come in termini più precisi e chiari il Vangelo non poteva esprimere il fatto della grazia santificante… né però poteva meglio dichiararci quale parte vi ebbe Maria. Questo primo miracolo, su cui si fondò la fede dei discepoli nel Maestro, lo sappiamo tutti che fu ottenuto dalle preghiere e dall’interessamento di Maria compassionevole verso i poveri sposi! Gesù quasi la rimprovera per una tale premura:« quid mihi et tibi mulier? non è ancor giunta la mia ora ».Le parole non sono proprio tali da lasciar sperare, anzi suonano come un bel — non me ne curo,— Maria però non le intende così. Ella conosce bene i ritardi misericordiosi, i rifiuti e le fughe misteriose dello Sposo delle anime: conosce gli abbandoni con cui talvolta le prova e sa che tutto questo è mezzo con cui Egli vuol provare ed esercitare le anime a Lui care nell’umiltà, nella costante fiducia nella preghiera. Maria, ce lo dice il fatto, non s’è ingannata! e che non poteva Ella ottenere da un figliolo che nulla le sa negare?… e cosa non le concederà, dice S. Grisostomo, quando avrà accanto nella sua gloria quella Madre alla cui preghiera anticipò l’ora della rivelazione della sua potenza divina? Come non rifletteremo, Cristiani miei, con gioia a questo particolare: Gesù non volle fare il suo primo miracolo se non dietro la preghiera di sua Madre! E ricordiamo bene di quel miracolo… un miracolo che proprio proprio non era il più necessario: che necessità c’era del vino a quel banchetto?…era già sulla fine… avevano già bevuto abbastanza i commensali… Maria lo desidera lo domanda e basta: Gesù lo compie. Vedete però insieme come la Vergine s’interponga, intervenga in un modo molto efficace in questo fatto che è viva immagine della giustificazione del peccatore. Non fu certo a caso… fu lo Spirito Santo che voleva farci intendere una grande verità. S. Agostino ce la mostra questa verità quando alla considerazione di questo mistero scrive che Maria col suo amore cooperò alla nascita spirituale dei figliuoli di Dio — …carne mater Capitis nostri, spiritu mater membrorum eius quia cooperata est charitate ut filii Dei nascerentur in Ecclesia. Mirate fratelli l’accordo che c’è tra noi e quelli che studiarono questo mistero fino dai primi secoli della Chiesa, e prima di noi studiarono ed interpretarono la Sacra Scrittura! Ma io non dico: basta! non basta che Maria abbia cooperato alla nascita dei figli di Dio alla loro giustificazione… Gesù dà ad essi la perseveranza! Vi ha, Maria, parte in quest’opera di amore che assicura all’anima la vita eterna? Oh sì e quanta!… Venite figli della grazia misericordiosa del Signore… figli dell’adozione e della predestinazione eterna, anime che fedeli volete seguire costanti il Salvatore, fino alla fine della vita che lo porta nella gloria, venite e presto accorrete alla Vergine, ricorrete a Lei e con tutte le altre anime ricoveratevi sotto l’ali materne del suo amore! Io le vedo queste anime, e vedo che Giovanni, il discepolo prediletto, me le rappresenta in un modo mirabile là al Calvario. Gli altri discepoli hanno cessato dal seguire Gesù: vedendolo trascinare ai tribunali sono fuggiti: Giovanni solo con Maria segue Gesù fino alla croce: attaccato a questo legno di vita, davvero egli è pronto a morire col Maestro: ecco perché vi dico che è l’immagine delle anime perseveranti. Osservate: Giovanni ha seguito Gesù fino alla croce e Gesù lo consegna, quasi un dono, a sua Madre: Mulier ecce filius tuus! Fratelli ho mantenuto la mia parola: Tutti coloro che sanno bene leggere le parole spesso misteriose dei Libri santi, conoscono bene che dagli esempi recativi Maria si rivela colla sua intercessione ed amore la Madre dei — chiamati — dei giustificati, dei perseveranti — e tutti ammettono che il suo amore è strumento fattivo a tutte le operazioni della grazia nelle anime. – La festa d’oggi ci ricorda la sua Concezione… gaudeamus facciamo davvero festa poiché oggi il Cielo ci diede una protettrice. Sapreste trovare chi possa più efficacemente parlare in nostro favore di questa nostra Madre? A Lei spetta l’onore ed il dovere di parlare al cuore del suo Figliolo in cui la sua parola sveglia una eco tanto benefica per noi. La gloria, come la grazia, non soffocano non distruggono i sentimenti della natura: ma li nobilitano, li perfezionano. Maria, che non temette il rifiuto del suo Gesù in terra, non lo può temere ora che siede gloriosa alla destra del suo Figliolo divino! L’amore del Figlio opera secondo la parola e di desideri della sua mamma… è la natura stessa che sprona a questa accondiscendenza: — si è facili ad ascoltare la voce di chi già conquistò il nostro cuore con l’amore. — Affectus ipse pro te orat, natura ipsa tibi postulat… cito annuunt qui suo ipsi amore superantur. (Salv. Lett. IV). Vi pare, fratelli miei, che la base ch’io posi alla devozione che il Cristiano deve avere alla Vergine, sia ben solida? Allora sventura a chi la nega, ai tristi che vorrebbero togliere al popolo cristiano una sorgente così feconda di aiuto pietoso. Sventura a chi la vuol sminuire: egli viene ad affievolire i sentimenti della pietà figliale…Ma fratelli lasciatemi… imprecare! Sventura alla sciagurato che ne abusa! Ah no,no fratelli io non voglio imprecare a nessuno: tutti, questi infelici, sono figli della Chiesa ossequienti ai suoi decreti, ma nella pratica non conoscono le norme di vita ch’essa dà: Non imprecazioni ma istruzione: insegniamo loro le regole che la Chiesa dà per chi vuol vivere la sua fede! Quale cecità sarebbe mai la nostra o fratelli cari, se dopo aver posto verità così sode alla devozione per Maria, come fondamento, vi costruissimo pratiche vane e superstiziose?Vediamo come vuole la Chiesa la devozione…per purgare la nostra, se ne è il caso, da ogni superstizione o fanatismo, ed imparare a regolarla sulle sue parole. Vedremo cioè qual culto dobbiamo a Dio, alla Vergine, a tutti gli spiriti beati.

II° punto.

Norma fondamentale del modo con cui noi dobbiamo onorare la Vergine Santa ed i beati è che l’amore nostro deve tendere come a primo termine a Dio! se non fosse così il nostro culto sarebbe puramente umano, non un atto di religione, mentre i Santi uniti a Dio nella gloria non possono gradire atti d’onore puramente umani. La religione ci unisce a Dio, da qui il suo nome, come dice S. Agostino nel suo trattato — Della vera religione, Religio, quia, nos religet omnipotenti Deo. – Ogni devozione sia della Vergine sia dei Santi, è pratica superstiziosa se non ci guida, ci porta a Dio per amarlo qui e possederlo eternamente nella beata eternità. Regola generale dunque del culto — deve venire da Dio ed a Dio tornare, diffondendosi sopra la Vergine ed i Santi senza staccarsi da Lui. È meglio però scendere più al pratico: ed ecco che vi faccio un confronto tra il culto del Cristiano e quello dell’idolatra. Vi parrà non sia proprio il caso di combattere qui l’idolatria in tanta luce di Cristianesimo, lo so, ma vedrete però che sullo sfondo nero dell’errore brillerà più luminosa la verità. Base della aberrazione umana nell’onore di Dio fu l’errore degli antichi, i quali non conoscendo la grandezza del Nome di Dio, — il quale e nella Potenza e nella Sapienza e nella Maestà rimane in una indefettibile unità, — moltiplicarono le divinità dividendo la divinità nei suoi attributi e le loro funzioni; ed in seguito negli elementi e parti del mondo: cui distinsero i più grandi ed i meno grandi proprio come si può dividere una somma a seconda del diritto d’ogni pretendente. A Giove, padre degli dei, diedero come sede il cielo come luogo più nobile, il resto del creato lo designarono ai suoi fratelli ed alle sue sorelle come proprio si trattasse di una eredità di cui la parte migliore è data al primogenito, il resto diviso fra gli altri fratelli. Cosa ridicola, quasi che il mondo si potesse dividere in vari lotti… e Dio che l’aveva creato e ne era l’assoluto padrone potesse venir costretto a darne una parte in dominio ad altri, o ad ammettere altri nel suo governo. Spezzata l’unità di Dio, con questa sacrilega divisione e commisurazione del suo Essere uno indivisibile ed incomunicabile, la molteplicità continuò senz’ordine né misura fino a ficcar dei in ogni luogo: nel focolare, nelle gole dei camini, nelle scuderie, come rimprovera S. Agostino ai Greci ed ai Romani: « Se ne posero tre a guardia della porta di casa mentre un sol uomo basta per custodirla e difenderla »; dove basta un uomo i Greci posero tre dei! – Qual fine poteva avere questa pluralità di dei se non l’oltraggio a Dio nella sua adorabile ed essenziale unità, avvilendone la divina Maestà? Non dovete pensare, o fratelli, ch’io vi narri queste cose per contarvi qualche cosa che possa soddisfare la curiosità; no, miei cari, ma voglio che in queste aberrazioni constatiate una terribile verità: « il genere umano, prima del Cristo, era in balìa della potestà delle tenebre » ed insieme una consolante verità: « Gesù Cristo ci liberò da essa colla sua passione e colla luce del suo Vangelo diradò le orribili tenebre in cui vivevano gli uomini! » … Siamogli grati: gratias agamus Domino Deo nostro! super inenarrabili dono eius semper.Noi non adoriamo che un solo Dio, onnipotente, creatore e dispensatore di tutte le cose al cui servizio e nel cui Nome siamo stati consacrati nel Santo Battesimo! (Oh grazia troppo spesso non stimata, non conservata… o fedeltà troppo sovente violata!). Lui solo crediamo e Lui adoriamo riconoscendo e proclamando la sua sovranità sola ed assoluta, l’Essere suo infinito, la sua Bontà senza confini. Ma noi abbiamo culto anche per la Vergine, per i Santi! È vero: ma non un culto che importi, nella devozione, una sudditanza una dedizione al servizio della Vergine o dei Santi, perché liberi noi in tutto, abbiamo dalla religione una sola sudditanza: noi siamo soggetti solo a Dio: Egli è il solo, l’unico, l’assoluto vero sovrano. L’onore, dice S. Ambrogio, da noi dato alla Vergine ed ai Santi nel nostro culto e colla nostra devozione, è un onore, un culto di fraterna carità… « Honoramur eos charitate, non servitute », e come dice S. Agostino: noi onoriamo in essi i prodigi della mano di Dio, la comunicazione della sua grazia, l’effusione della sua gloria in quella santa e gloriosa dipendenza per cui eternamente sono soggetti all’Essere Supremo, a Dio nostro e loro Signore, cui quindi, come a termine unico, è indirizzato il nostro culto: poiché Egli solo è il principio e la sorgente di ogni bene che abbiamo e riceviamo, il termine di ogni nostra aspirazione e brama. Non ci si può quindi accusare che onorando con sentimenti di vivo amore e riverenza la Vergine ed i Santi, noi togliamo a Dio ed a Gesù Cristo parte del culto che loro dobbiamo. I nemici della Chiesa che qui si erigono a paladini dell’onore di Dio sono ridicoli! Ci mettono davanti un Dio geloso dei suoi doni degli splendori ch’Egli stesso sparse sopra le sue creature!… è oscena bestemmia il voler ammettere una debolezza in Dio! La Vergine, gli Angeli, i Santi che sono mai, o fratelli, se non l’opera della sua mano e della sua grazia? Pensereste voi, che se il sole avesse intelligenza. sarebbe geloso nel veder la luna che splendente « governa, come dice Mosè, la notte », con una luce così chiara, perché tutto il suo splendore viene da lui, che ci illumina e rischiara colla riflessione dei suoi raggi? Noi ammettendo nella Vergine il più alto grado di perfezione, non possiamo pensare che Gesù ne sia geloso… e non è da Lui che viene tutto lo splendore di santità che riempie Maria? non è Egli ancora onorato nella sua Madre, da Lui voluta piena di grazia!? – Funesto errore… poveri ed infelici i fratelli nostri, li dobbiamo compatire… ritorcere proprio su essi quella compassione con cui ci guardano, e ricambiare con pietoso compatimento l’accusa che fanno di idolatria alla purezza del nostro culto. Dimenticano essi che con noi chiamano idolatri S. Ambrogio, S. Agostino, S. Grisostomo dei quali essi dicono che noi, ed è vero, seguiamo e gli insegnamenti e gli esempi! Le irragionevoli accuse che con tanto astio muovono alla Chiesa, non devono provocarci né a sdegno né a vendetta: devono solo farci deplorare gli eccessi a cui li trasporta la loro ostinata cecità, ed eccitarci ad un intenso lavoro di preghiere e di opere perché anch’essi vengano al lume della indefettibile verità. V’è un Dio solo… uno solo deve essere il suo Cristo, il Mediatore universale che ci salvò col suo Sangue. Filosofi Pagani pensarono che la divinità se ne stesse in un cielo inaccessibile perfino alla preghiera umana: e che essa solo attraverso cause seconde ed istrumentali, non mai immediatamente quindi, s’ingerisse e curasse delle vicende umane, dal contatto delle quali la sua purezza infinita sarebbe stata insozzata, anzi, dicevan essi, la divinità non volendo che creature così miserabili potessero arrivare al suo trono, aveva creato dei mediatori, tra sé e noi, mediatori che quei filosofi chiamavano divinità intermediarie- Noi rifiutiamo questa dottrina: il Dio cui serviamo, ci creò a sua immagine e somiglianza, anzi ci aveva così creati dapprincipio ch’Egli godeva scender a parlare con l’uomo e che l’uomo potesse parlar a Lui: e noi lo crediamo, come crediamo che se oggi non abbiamo questa beata comunicazione con Lui nostro creatore, fu per colpa nostra poiché siamo diventati peccatori. Il Sangue di Gesù redentore ci riconciliò con Dio: ed è per questo Redentore che noi oggi possiamo ancora avvicinarci a Dio: e nel Nome di Gesù possiamo pregarlo per noi e per gli altri, e Dio che ama la carità fraterna, fino a farne un comando, ci ascolta favorevole sia che preghiamo per noi che per gli altri. Viene conseguenza logica di questa nostra fede, che i Santi e la Vergine che regnano con Gesù Cristo siano intercessori graditi a Lui, quando pregano per noi. Cari a Dio, noi sentiamo che tutti quelli che sono amici di Dio sono anche amici nostri!… Sì, proprio così… tutti gli spiriti beati sono nostri amici, nostri fratelli. A loro noi possiamo parlare con grande confidenza, e quantunque invisibili all’occhio del nostro corpo, la nostra fede ce li fa presenti, e la loro carità ce li rende propizi ed essi cooperano a tutti i desideri che la pietà ci inspira. Sentite ora, fratelli, una dottrina ancor più alta e più utile. Gli idolatri adorano divinità colpevoli di delitti senza numero: l’onorarli era delitto poiché non si potevano imitare senza vergogna. Fissate bene nella vostra mente invece quanto insegna il Cristianesimo: il Cristiano deve imitare coloro che onora: tutto quanto è oggetto del suo culto deve insieme essere modello della sua vita pratica. – Il Salmista dopo aver sfogato il suo zelo contro gli idoli muti ed insensibili adorati dai pagani, ha questa imprecazione: « similes eis fiant qui faciunt ea et omnes qui confidunt in eis ». Si faccian simili ad essi quelli che li fanno ed in essi pongano la loro speranza. Questa imprecazione contiene anche una verità che è bisogno dell’uomo: farsi simile a chi si onora! A quegli idolatri il Salmista augurava diventassero simili ai loro dei, come essi muti ed insensibili… Ma noi che adoriamo un Dio vivente, noi dobbiamo essere Santi — perché Santo è il Dio nostro che adoriamo — misericordiosi perché il Padre nostro celeste è misericordia infinita — dobbiamo perdonare perché Egli perdona a noi e come a noi perdona. Dobbiamo amare e far del bene agli amici ed a quelli che ci fanno del male perché Egli fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi. Lo dovremo adorare… ma in spirito e verità perché Egli è Spirito… dobbiamo essere perfetti, ci avverte il Figlio di Dio, perché è perfetto il Padre nostro che sta nei cieli. Ed ora, ditemi: quando noi onoriamo colle nostre solennità i Santi e la Vergine, forse lo facciamo per aumentare la loro gloria? Oh no, essi già ne sono ricolmi;… le nostre solennità sono fatte per muoverci alla loro imitazione: onorandoli per l’amore loro al Signore, ci impegniamo d’imitarli. Questo, e nessun altro, è il fine che la Chiesa ha nell’istituire e nel far celebrare le feste dei Santi e della Vergine: ce lo dice chiaramente, nella colletta della messa di S. Stefano: dacci grazia, o Signore, d’imitare chi onoriamo: imitari quod colimus. – Quante sono le feste che noi celebriamo, dice S. Basilio di Seleucia, altrettanti sono i modelli che ci vengono posti dinnanzi da imitare, immagini da ricopiare. Le solennità dei Martiri, dice S. Agostino, sono incitamenti al martirio; e continua: i Martiri non sono inclinati ad appoggiare colla loro preghiera le nostre suppliche se non vedono in noi qualcosa delle loro virtù. È tradizione e costante dottrina della Chiesa cattolica che essenza del culto dei beati comprensori è approfittare dei loro esempi. Sarebbe vano il nostro incenso bruciato davanti alle reliquie dei Martiri se non li imitassimo nella loro pazienza: il nostro culto ai Santi Confessori se non li imitassimo nell’astinenza e nella mortificazione; inutile il nostro onorare i Santi Vergini ed in modo speciale la Regina dei Vergini, Maria, se non ci sforzassimo d’essere umili, puri modesti come lo furono queste anime caste, come lo fu la Vergine Santa. Eccovi allora il dovere vostro, o figliuoli di Dio, che desiderate esser accettati in figli dalla Madre del nostro Salvatore: siatene imitatori fedeli se volete esserne fedeli devoti. Quante volte noi cantiamo il cantico con cui Maria lodò il Signore perché le aveva fatte cose grandi! si riempia l’anima nostra, ci avverte S. Ambrogio, della sua pietà: si fonda l’anima nostra con l’anima della Vergine per cantar le lodi del Signore ed esultare della sua bontà — sit in singulis Mariæ anima, ut magnificet Deum: sit in singulis spiritus Mariæ ut exultet in Deo. Ogni giorno noi ammiriamo quella purezza verginale resa da Dio misteriosamente feconda nella concezione del Verbo: ebbene, continua S. Ambrogio: sappiate che ogni anima casta e pura che conserva fedele la sua purità, concepisce in sé la Sapienza eterna, e come Maria viene riempita daDio. — Omnis enim anima accipit Dei Verbum, si tamen immaculata et immunis a vitiis, intemerato castimoniam pudore custodiat. Permettete, o signore, ch’io vi ponga innanzi, modello al vostro sesso, Colei che ne è la gloria più luminosa. Si brama sempre conoscere le qualità, ammirare i ritratti delle persone illustri: ma da chi potrò avere io i tocchi delicati per ritrarvi la pudica grazia e le caste ed immortali bellezze della divina Maria?Ogni giorno i Pittori tentano ritrarre la Vergine: ma le loro tele purtroppo s’assomigliano, non alla Vergine, ma all’idea che di Lei essi si sono fatta. Il ritratto che io qui voglio abbozzare, e che vi pregherei signori, ed in modo particolare voi signore, di ricopiare nella Vostra vita, lo tolgo dal Vangelo e fu tracciato, diciamolo francamente, dallo stesso Santo Spirito. La pagina del Vangelo, notatelo bene, non si occupa di descriverci le misteriose e sublimi comunicazioni della Vergine colla divinità, niente di tutto questo, ma ci descrive le sue virtù ordinarie, quasi per darcene un modello di uso facile ed alla mano, alla portata della nostra vita quotidiana. Caratteristica tutta propria della Vergine è la sua modestia, il suo pudore! Quanta cura in lei per non farsi vedere benché bella, di non farsi bella benché giovane: di non menar vanto benché fosse di stirpe regale e nemmeno di arricchire benché fosse tanto povera! Ella cerca Dio e Dio le basta e forma tutto il suo bene. Un poco diversa, nevvero, da tante i cui occhi sono sempre in giro, e che con sguardi provocanti, atti e movenze affettate cercano e tentano farsi notare! – Il ritiro è la delizia di Maria: è così poco avvezza a trattar con uomini che si turba alla vista d’un Angelo e nel suo turbamento va pensando cosa voglia dire il suo misterioso saluto! Notate però: è turbata e pensa! benché sorpresa d’improvviso dalla apparizione Ella è presente a se stessa: l’improvvisa apparizione non solo non distrae la sua mente, ma ne sveglia l’attenzione. Le anime pure sono fatte così: sempre timide, mai sicure esse tremano e temono anche là dove nulla c’è da temere, acquistano così la sicurezza quando davvero c’è il pericolo. Dappertutto temono insidie: le ingiurie le temono meno delle lodi e dei complimenti, l’offesa meno della carezza, preferiscono ciò che allontana a ciò che seduce e attrae. – La donna mondana invece tende lacci, ma disgraziatamente incappa negli stessi lacci che tende agli altri. Maria, osserviamolo, pensa ma non parla: non intavola una conversazione, non vuole discussioni, non ha domande inutili o curiose! Invece quante si rodono per cavar segreti al cuore altrui e penetrare nei segreti più gelosi! Vengano qui ed imparino ad esser caute e non curiose ed inquiete custodendosi piuttosto che effondersi tanto facilmente nella loro intimità. – Maria non apre la bocca se non quando ve la costringe la necessità: è il bisogno di custodire e proteggere la sua castità che la fa parlare e muovere timida una domanda. – Le viene proposta la maternità del Figlio dell’Altissimo: siamo sinceri: qual donna non si sarebbe esaltata davanti ad una fecondità così gloriosa? Maria riflette, e domanda: Come potrò diventar madre io che ho fisso in cuore di mantenermi vergine? Se la sua integrità deve soffrirne Ella è pronta al rifiuto dell’offerta che un Angelo le fa in nome di Dio! La grandezza della gloria offerta non la seduce: è più preoccupata del dovere di fedeltà che della grandezza: Ella teme per la sua castità. Oh amore indescrivibile della purezza posta al di sopra non solo d’ogni promessa ed offerta umana, ma al di sopra delle stesse promesse ed offerte divine! – L’Angelo allora le spiega il prodigio della sua maternità: Maria parla una seconda volta. S’umilia e s’adatta alla volontà di Dio: Ecce ancilla Domini… si faccia di me secondo la tua parola, risponde gioiosa della promessa che la sua castità non avrà ombra di danno, mentre proclama la sua obbedienza. Bisogna bene restar estasiati davanti alla modestia di Maria in questo atto che rende attoniti gli uomini e gli Angeli! Non s’invaghisce: convinta d’esser l’ultima delle creature, meraviglia che il Signore siasi degnato di posare il suo sguardo su di Lei! Lontanissima dal pensare d’esser oggetto di stupore al cielo ed alla terra e che dinanzi a Lei si curveranno e uomini e Angeli, ecco che va a visitare la cugina Elisabetta, e, più desiderosa di godere delle gioie altrui che manifestare i favori di Dio, va a moltiplicare la gioia in quella casa visitata dalla bontà generosa del Signore. È vero: alla acclamazione della sua parente unirà il suo canto di lode: ma perché Ella vede che la luce dello Spirito di Dio già svelò ad Elisabetta la sua maternità. Ella ascolta… e tutto gelosamente conserva nel suo cuore. – Quale rimprovero per quei vanitosi, che ad un piccolo trionfo o bene avuto van stancando le orecchie del prossimo dicendo e quanto hanno fatto e detto, e quanta lode e merito fu loro attribuito! – Nella sua incomparabile modestia Maria mostra chiaramente al mondo vano che la felicità può ben stare senza strepito, né suono di trombe e rullio di tamburi, e la gloria può esser anche là dove non c’è rinomanza e reclame… nel fondo cioè della propria coscienza che testimonia il dovere compiuto. Questa, o signori, è la Vergine, della quale, ve lo ripeto, non sarete assolutamente devoti se non ne sarete costanti imitatori. Scoprite oggi in suo onore una immagine santa: siete voi stessi questa immagine, siatene l’immagine viva nella vita vostra d’oggi e d’ogni giorno. – « Ognuno, dice S. Gregorio Nisseno, è il pittore e lo scultore della sua vita »: modellate allora la vostra su questo modello così perfetto: siatene le copie autentiche: la vostra condotta sia plasmata su questo modello meraviglioso. – Umili, pudiche, caste dovete essere: disprezzate le follie del mondo e di ogni moda nemica dell’onestà. Gli abiti di società siano rispettosi del vostro pudore, e delicatamente nascondan quanto mai non deve essere mostrato: forse piacerete meno in società… che importa? piacerete di più a Colui cui solo importa piacere! Il viso solo deve essere scoperto, poiché nel viso deve brillare l’immagine di Dio… anzi sia esso pure coperto: siano la modestia e la semplicità il velo candido attraverso al quale brillerà l’immagine di quel Dio che ci fece simili a Sé. – Quando voi ne imiterete le virtù, Maria potrà davvero dire che voi l’onorate… allora pregherà per voi perché vi vedrà intente e premurose di piacere al suo Gesù e simili alla Madre ch’Egli scelse per sua. Fin qui, Cristiani, io mi sono sforzato di mostrarvi che la vera devozione, alla Vergine ed ai Santi, è quella soltanto che ci induce a sottometterci sul loro esempio a Dio e cercar con essi il vero ed unico bene: cioè la salvezza eterna nella pratica di quelle virtù di cui essi ci sono maestri ed esempio. – Con questo concetto esatto di devozione non è difficile distinguere e condannare le false devozioni che disonorano la Religione cristiana. Prima fra tutte le piaghe della devozione è il cercare ch’essa ci serva più che alla salute eterna, ai nostri interessi temporali. Provate a smentirmi! Ditemi quanti si curano di far voti, promesse, preghiere alla Vergine ed ai Santi per chieder loro aiuto per fuggir il peccato, per togliersi da un vizio o da una cattiva abitudine, per ottener una sincera confessione e conversione? Gli affari importanti che da ogni parte vengono raccomandati a noi sacerdoti sono affari importanti per la vita del tempo. Volesse Iddio che fossero sempre interessi onesti, ma quante volte si osa invitar Dio e la Vergine, i Santi a farsi ministri e cooperatori di interessi nei quali diventerebbero veri complici di delitti! Con una tranquillità esasperante noi guardiamo il dominio di una passione che lentamente ci uccide… e mai il nostro labbro si schiude a domandare al Signore che ce ne liberi! Ma se capita una malattia, se va male un interesse di famiglia, oh allora cominciamo: subito le novene a tutti i Santi e si portan fiori e ceri a tutti gli altari, e si annoia il cielo con lamenti preghiere voti e promesse!… sì, perché nulla v’è che più stanchi il cielo di certe devozioni fanatiche ed interessate. Allora le preghiere si rafforzano… si comincia allora a ricordarsi che vi sono degli infelici che gemono nelle prigioni; dei poveri che languiscono nei tuguri, malati che non hanno chi si curi di loro e sono privi di tutto! Si diventa pietosi, compassionevoli, caritatevoli… oh pietosa carità quanto sei interessata!… è il soccorrere al bisogno proprio che fa pensare con riconoscenza a noi pronto perfino a far miracoli per soddisfare al nostro amor proprio! Ah che purtroppo, o Signore, sono di questa razza molti degli adoratori che affollano le vostre chiese e si inginocchiano supplichevoli davanti agli altari della vostra Madre e dei vostri Santi! – Vergine cara, Santi del cielo, non sono proprio devoti vostri a questo modo molti che vi sollecitano a farvi loro intercessori!? Vogliono vi addossiate i loro affari, vi vorrebbero coinvolti nei loro pasticci ed imbrogli coi quali sognano migliorare la loro fortuna! Si vede che essi dimenticano che viveste disprezzando il mondo e le sue ricchezze ed onori!… vorrebbero tornaste nel mondo e vi apriste il vostro ufficio di avvocati e procuratori! Ah, Gesù… purtroppo sono tali i sensi di devozione di tanti che pur si dicono tuoi discepoli: tu puoi certamente ripetere la parola con la quale Pietro e gli altri ti descrivevano l’ardore della folla: Turbæ te comprimunt! La folla di questi devoti ti preme da ogni parte… essa attornia i tuoi altari ed i tuoi tabernacoli domandandoti come i Giudei, non altro che una terra feconda ricca di fiumi in cui scorra latte e vino… beni temporali cioè! Quasi noi fossimo ancora nelle deserte pianure del Sinai o sulle rive sterili del Giordano… nelle ombre della legge di Mosè, e non nella luce meridiana che emana dal Vangelo in cui suona il tuo avviso: « Regnum meum non est de hoc mundo! » – Scusate… non fatemi dire però ed io non l’intendo affatto, che sia proibito pregare la Vergine ed i Santi per i nostri bisogni temporali: quando Gesù stesso ci insegnò a domandare al Padre celeste il pane quotidiano, e la Vergine si diede premura di segnalare a Gesù che al banchetto di nozze mancava il vino!… Domandiamo, e con confidenza, il pane quotidiano: ed in questa parola racchiudiamo pure tutte le necessità di questa povera nostra esistenza, anche i comodi, se volete; non mi oppongo: ma quando preghiamo, non dimentichiamo d’esser Cristiani e che da questa vita noi camminiamo ad una vita migliore ed eterna. Gesù insegna la grande preghiera al suo Padre: notate però dove Egli colloca questa petizione: — panem nostrum quotidianum — proprio nel mezzo… le domande che precedono e quelle che seguono riguardano tutte la vita spirituale. Prima ci fa domandare la glorificazione del suo Nome, l’avvento del suo regno, l’esecuzione perfetta ed universale della sua volontà sulla terra: dopo vuole che umilmente domandiamo il perdono dei peccati, la sua assistenza per non cadere nei lacci del nemico, la liberazione dal male… ai bisogni materiali accenna quasi di passaggio per ricordarci che tutte le nostre premure devono essere rivolte alla vita dello spirito. – La domanda riguarda certamente il pane materiale; ma riguarda anche insieme il pane spirituale: il Pane Eucaristico: vero pane dei figli di Dio! Questo per ricordarci come il Maestro divino voleva insegnarci che la cura del corpo non deve occupare da sola neppure un momento della nostra vita, mentre il pensiero della vita eterna e dei beni che non periranno deve esserci dinanzi agli occhi sempre. – O Cristiani, ma via, siamo sinceri e diciamolo francamente: noi cominciamo a pregare proprio quando ci assillano e attristano i bisogni od i mali della vita temporale: così a forza di interessare e Dio e i Santi di questi nostri bisogni, noi ci attacchiamo sempre di più alla vita del tempo. E l’effetto? è disastroso: noi ci alziamo dalla nostra preghiera, non più tranquilli e rassegnati alla volontà divina, più fervorosi nel suo servizio, ma più ardenti nel desiderio delle cose terrene. Ecco perché quando gli affari, nonostante la preghiera vanno male, si odono scoppi di pianto: ma non un pianto rispettoso che vien dal dolore e che non ci sottrae alla volontà del Signore, ma dalla stizza e la pena che ci divora dentro perché non siamo stati ascoltati. Noi lo dimentichiamo troppo spesso… il Dio che noi preghiamo non è un idolo del quale possiamo fare quel che vogliamo, ma il vero Dio che fa quel che vuole. È verissimo che nella Scrittura c’è: « Dio fa la volontà di coloro che lo temono ». Bisogna però che davvero lo temano e pienamente si sottomettano alla sua volontà. Dice S. Tommaso che l’orazione è una elevazione della mente a Dio — « Elevatio mentis in Deum ». Quindi è chiaro, conchiude ilsanto Dottore, che non prega chi ben lungi dall’elevarsi a Dio pretende che Dio si abbassi a lui, ochi non va all’orazione per eccitar l’uomo a voler ciò che Dio vuole, ma per indurre Dio a far ciò che vuole l’uomo! Maestà, sopportereste voi una tale prepotenza in un vostro suddito? La sopporteremmo noi stessi in chi viene a chiederci un favore?Ma noi uomini figli della carne siamo astuti: Dio non possiamo piegarlo, ci sarà più facile, pensiamo, piegar la Vergine ed i Santi e tirarli dalla nostra parte a forza di adularli colle nostre lodi ed il nostro ossequio e stancarli con le nostre preghiere. Non ditemi che esagero: è così: noi trattiamo la Vergine ed i Santi come fossero uomini come noi e crediamo poterli conquistare con una certa esattezza e assiduità in piccoli servigi, inchini e lodi e piccoli doni, dimenticando ch’essi sono uomini divini, che, come dice Davide: — sono entrati nella potenza del Signore, negli interessi della sua gloria, nei sentimenti della sua giustizia e della sua gelosia contro i peccatori, insieme nei sentimenti della sua bontà e della sua misericordia —. Oh Dio, e saranno sempre gli uomini ingrati e così ciechi da irritare le loro ferite con gli stessi rimedi? – Qual è la devozione alla Vergine Madre che vedo praticata da tanti Cristiani? È vero si creano leggi e le osservano: si impongono obblighi e li mantengono… ma intanto disprezzano o non curano le tue leggi sacrosante alle quali li vuoi soggetti attirandosi così la terribile maledizione, gridata dal profeta Isaia (LVIII, 12, 13, 14): « Guai a voi che nella vostra pietà cercate non la mia volontà ma la vostra: il Signore vi dice: detesto le vostre pratiche legali: e le vostre preghiere mi fanno male al cuore: faccio fatica ad ascoltarle ». E sarà religione questa? Crediamo aver fatto tutto per la Vergine, quando la proclamiamo regina degli Angeli e dei Santi, e la cantiamo Immacolata fino dal primo istante della sua Concezione! Sono belle le vostre lodi, o fratelli: ma la sua santità passa sopra senza misura ad ogni nostra immaginazione! Sentite: se la macchia del peccato originale vi fa tanta pena ed orrore che sentite il bisogno di non ammetterla nell’anima della Vergine neppur un istante, perché non combattete in voi l’avarizia, l’ambizione, la sensualità che sono le tristi conseguenze di questa colpa? Vedo quell’anima irrequieta perché recitando la sua corona saltò un’Ave Maria, o lasciò qualcuna delle sue preghiere solite: fa bene; io ammiro tanta esattezza! Ma chi tollererà però che lo stesso giorno in cui si fu esattissimi nella preghiera si disobbedisca tranquillamente a tre o quattro precetti del decalogo, e si calpestino i doveri sacri della carità cristiana? Fatale inganno con cui il demonio tiene in una pericolosa illusione i Cristiani: non potendo sradicare dal fondo del cuore cristiano il principio religioso, troppo profondamente radicatovi, cerca insinuarne la pratica in una forma che ne è una vera deturpazione, una profanazione, perché ingannati da questo pietismo credono con piccole pratiche aver soddisfatto ai gravi obblighi che Dio impone colla sua legge ed i doveri del proprio stato. – Oh preghiamo, fratelli, preghiamo la Vergine che ci tolga a questo magico incanto e ci apra gli occhi! Invochiamola ed Ella ci sarà forte aiuto nelle tentazioni, ci otterrà quella castità che ci è tanto necessaria. Alla mensa della nostra vita, manca il vino… cioè il santo amore: Ella ce lo otterrà, e ci otterrà forza per ritornare all’intensità della vita cristiana, la nostra vita languida. Però sentite come parla Maria alle nozze di Cana: ai servi dice: « Fate quello ch’Egli dirà » ho pregato ho interceduto per voi, ma a voi tocca fare quello ch’Egli vi dirà: a questa condizione è legato il miracolo, effetto delle mie preghiere. Anch’io, fratelli, dirò a voi: tutto potete attendervi da Maria se siete veramente pronti a fare quanto Gesù domanda a voi: cioè ad obbedire alla sua legge ed ai doveri della vostra condizione. Vi vedo incerti: mi pare sentirmi dire: ma dove volete arrivare? Dunque dovremo lasciar da parte tutte le pratiche delle nostre devozioni, tutte le preghiere… e fino a che non mi decido a convertirmi al Signore, vivrò come un infedele? No, dite pure le vostre preghiere, fate pure le vostre devozioni… preferisco vedervi far pratiche di pietà anche imperfette, che vedervi disprezzare ogni pratica pia, dimentichi di esser Cristiani. Il medico che vuol guarire da una malattia prescrive rimedi energici ed anche certi altri rimedi più blandi. Usate di questi se non avete il coraggio di adattarvi a quelli… egli però vi avverte che così non guarirete! V’irritate? con chi? con il medico? no, voi siete ingiusti; irritatevi contro di voi! Ve lo dice chiaro: se non accettate le sue prescrizioni, la vostra salute non è più in sua mano, è lasciata al vostro capriccio! Non s’irrita con voi però: questa vostra ira la considera una conseguenza cattiva del vostro male; ed ecco che buono vi esorta: non fate così: prendete almeno questi rimedi, male non ve ne possono fare, potranno anche sostenere l’organismo indebolito. Ma badate che alla fine voi finirete male se non volete far lo sforzo di accettar le ricette di rimedi forti! – Dico anch’io così a voi, fratelli: Praticate pure le vostre divozioni, dite pure le vostre preghiere… meglio queste che dimenticare completamente Dio. Ma non vi permetto però di appoggiare su queste cosette, la sicurezza della vostra vita: potranno, è vero, impedire un male peggiore, l’empietà dichiarata, il disprezzo di Dio… ma badate però che voi non guarirete mai… anzi invece di un aiuto alla vostra guarigione saranno piuttosto un ostacolo. Sentite come parla lo Spirito Santo di queste devozioni false: « Essi non cercano la giustizia, e nemmeno giudicano con retto giudizio: mettono la loro confidenza in cose da nulla e si fermano a cose vane. Hanno ordito una tela, ma è tela di ragno: non servirà certo a vestirli, né essi saranno coperti dal lavoro delle loro mani… sono opere inutili e vani sono i loro pensieri! Nella via che battono v’è devastazione e dolore » (Isaia, LIX). Ecco la sentenza, e non è mia, è dello Spirito Santo, contro coloro che fanno consistere la devozione unicamente in piccole pratiche e sfilze di orazioni, e così — lasciatemelo dire francamente — trascurano di fare vere opere di penitenza secondo il comando del Vangelo. Il pietismo loro non darà opere che possan coprire le loro colpe: sarà svelata la loro cattiveria, e avranno vergogna della loro nudità. Questi servi saranno condannati dalla loro stessa bocca: e gli esempi dei Santi da essi invocati, suoneranno terribile condanna delle loro opere. Volete esser devoti della Vergine, di una devozione feconda di bene per l’eternità? Siate puri, retti, caritatevoli! fate giustizia alla vedova ed all’orfano, prendete le difese dell’oppresso, aprite larga la mano al povero ed al vecchio abbandonato. Badate bene nel fare opere di sopraerogazione e di non dimenticare quelle che sono comandate come assolutamente necessarie. Attaccatevi e statevi fedeli alla legge del Signore, seguendo il comando di Maria: Qualunque cosa Gesù vi dirà, fatelo. — Voi allora otterrete quello che domandate e Gesù promette a quelli che non avranno detto « Signore, Signore », ma avranno fatta la volontà del Padre che sta nei cieli. – Sia benedetta la Vergine gran Madre di Dio!

CREDO …

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Luc 1: 28
Ave, María, grátia plena; Dóminus tecum: benedícta tu in muliéribus, allelúja.

[Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te, tu sei benedetta fra le donne. Allelúia].

Secreta

Salutárem hóstiam, quam in sollemnitáte immaculátæ Conceptiónis beátæ Vírginis Maríæ tibi, Dómine, offérimus, súscipe et præsta: ut, sicut illam tua grátia præveniénte ab omni labe immúnem profitémur; ita ejus intercessióne a culpis ómnibus liberémur.

[Accetta, o Signore, quest’ostia di salvezza che Ti offriamo nella solennità dell’Immacolata Concezione della beata Vergine Maria: e fa che, come la crediamo immune da ogni colpa perché prevenuta dalla tua grazia, cosí, per sua intercessione, siamo liberati da ogni peccato].

Praefatio

de Beata Maria Virgine
Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubique grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Et te in Conceptióne immaculáta beátæ Maríæ semper Vírginis collaudáre, benedícere et prædicáre. Quæ et Unigénitum tuum Sancti Spíritus obumbratióne concépit: et, virginitátis glória permanénte, lumen ætérnum mundo effúdit, Jesum Christum, Dóminum nostrum. Per quem majestátem tuam laudant Angeli, adórant Dominatiónes, tremunt Potestátes. Coeli coelorúmque Virtútes ac beáta Séraphim sócia exsultatióne concélebrant. Cum quibus et nostras voces ut admitti jubeas, deprecámur, súpplici confessióne dicéntes: Sanctus …

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: Te, nella Concezione immacolata della Beata sempre Vergine Maria, lodiamo, benediciamo ed esaltiamo. La quale concepì il tuo Unigenito per opera dello Spirito Santo e, conservando la gloria della verginità, generò al mondo la luce eterna, Gesù Cristo nostro Signore. Per mezzo di Lui, la tua maestà lodano gli Angeli, adorano le Dominazioni e tremebonde le Potestà. I Cieli, le Virtù celesti e i beati Serafini la celebrano con unanime esultanza. Ti preghiamo di ammettere con le loro voci anche le nostre, mentre supplici confessiamo dicendo: Santo …]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps LXXXVI: 3, Luc I: 49
Gloriósa dicta sunt de te, María: quia fecit tibi magna qui potens est.

[Cose gloriose sono dette di te, o Maria: perché grandi cose ti ha fatte Colui che è potente].

Postcommunio

Orémus.
Sacraménta quæ súmpsimus, Dómine, Deus noster: illíus in nobis culpæ vúlnera réparent; a qua immaculátam beátæ Maríæ Conceptiónem singuláriter præservásti.

[I sacramenti ricevuti, o Signore Dio nostro, ripàrino in noi le ferite di quella colpa dalla quale preservasti in modo singolare l’Immacolata Concezione della beata Maria].

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

27 NOVEMBRE: SUPPLICA DELLA MEDAGLIA

Supplica della Medaglia Miracolosa

Da farsi verso le 5,30 di sera del 27 novembre, del 27 di ogni mese ed in ogni urgente necessità.

O Vergine Immacolata, noi sappiamo che sempre ed ovunque siete disposta ad esaudire le preghiere dei vostri figli esuli in questa valle di pianto, ma sappiamo pure che vi i sono giorni ed ore, in cui vi compiacete di spargere più abbondantemente i tesori delle vostre grazie. Ebbene o Maria, eccoci qui prostrati davanti a Voi, proprio in quello stesso giorno ed ora benedetta, da Voi prescelti per la manifestazione della vostra medaglia. – Noi veniamo a Voi ripieni di immensa gratitudine e di illimitata fiducia, in quest’ora a Voi sì cara, per ringraziarvi del gran dono che ci avete fatto dandoci la vostra immagine, affinché fosse per noi attestato di affetto e pegno di protezione  . Noi adunque vi promettiamo che, secondo il vostro desiderio, la santa Medaglia sarà la nostra compagna indivisibile; sarà il segno della vostra presenza presso di noi; sarà il nostro libro su cui impareremo a conoscere quanto ci avete amato e ciò che noi dobbiamo fare, perché non siano inutili tanti sacrifici vostri e del vostro divin Figlio. Sì, il vostro Cuore trafitto, rappresentato sulla Medaglia, poggerà sempre sul nostro e lo farà palpitare all’unisono col vostro. Lo accenderà d’amore per Gesù e lo fortificherà a portar ogni giorno la propria croce dietro a Lui. – Questa è l’ora vostra, o Maria, l’ora della vostra bontà inesauribile, della vostra misericordia trionfante, l’ora in cui faceste sgorgare per mezzo della vostra Medaglia, quel torrente di grazia e di prodigi che inondò la terra. Fate, o Madre, che quest’ora, che vi ricorda la dolce commozione del vostro Cuore, la quale vi spinse a venirci a visitare ed a portarci il rimedio di tanti mali, fate che quest’ora sia anche l’ora nostra: l’ora della nostra sincera conversione, e l’ora del pieno esaudimento dei nostri voti. – Voi che avete promesso proprio în quest’ora fortunata, che grandi sarebbero state le grazie per chi le avesse domandate con fiducia, volgete benigna i vostri sguardi alle nostre suppliche. Noi confessiamo di non meritare le vostre grazie, ma a chi ricorreremo, o Maria, se non a Voi, che siete la Madre nostra, nelle cui mani Dio ha posto tutte le sue grazie? Abbiate dunque pietà di noi. Ve lo domandiamo per la vostra Immacolata Concezione e per l’amore che vi spinse a darci la vostra preziosa Medaglia. O Consolatrice degli afflitti che già vi inteneriste sulle nostre miserie, guardate ai mali da cui siamo oppressi. Fate che la vostra Medaglia sparga su di noi e su tutti i nostri cari i suoi raggi benefici: guarisca i nostri ammalati, dia la pace alle nostre famiglie, ci scampi da ogni pericolo. Porti la vostra Medaglia conforto a chi soffre, consolazione a chi piange, luce e forza a tutti. Ma specialmente permettete, o Maria, che in quest’ora solenne domandiamo al vostro Cuore Immacolato la conversione dei peccatori, particolarmente di quelli che sono a noi più cari. Ricordatevi che anch’essi sono vostri figli, che per essi avete sofferto, pregato e pianto. Salvateli, o Rifugio dei peccatori, affinché, dopo di avervi tutti amata, invocata e servita sulla terra, possiamo venirvi a ringraziare e a lodare eternamente in Cielo. Così sia.

Salve Regina e tre volte: O Maria concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a Voi.

15 SETTEMBRE: I SETTE DOLORI DELLA B. V. MARIA (2021)

15 SETTEMBRE. I sette Dolori della B. V. Maria (2021)

Doppio di 2° classe. – Paramenti bianchi.

Maria stava ai piedi della Croce, dalla quale pendeva Gesù (Intr., Gra., Seq., All., Vangelo) e, come era stato predetto da Simeone (Or.) una spada di dolore trapassò la sua anima (Secr.). Impotente, ella vede il suo dolce Figlio desolato nelle angosce della morte, e ne raccoglie l’ultimo sospiro » (Seq.). L’affanno che il suo cuore  materno provò ai piedi della croce, le ha meritato, pur senza morire, la palma del martirio (Com.). – Queste festa era celebrata con grande solennità dai Serviti nel XVII secolo. Fu estesa da Pio VII, nel 1817, a tutta la Chiesa, per ricordare le sofferenze che la Chiesa stessa aveva appena finito di sopportare nella persona del suo capo esiliato e prigioniero, e liberato, grazie alla protezione della Vergine. Come la prima festa dei dolori di Maria, al tempo della Passione, ci mostra la parte che Ella presa al Sacrificio di Gesù, così la seconda, dopo la Pentecoste, ci dice tutta la compassione che prova la Madre del Salvatore verso la Chiesa, sposa di Gesù, che è crocifissa a sua volta nei tempi calamitosi che essa attraversa. Sua Santità Pio X ha elevato nel 1908 questa festa alla dignità di seconda classe.

Septem Dolorum Beatæ Mariæ Virginis ~ Duplex II. classis
Commemoratio: Feria Quarta Quattuor Temporum Septembris

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Joann XIX:25
Stabant juxta Crucem Jesu Mater ejus, et soror Matris ejus, María Cléophæ, et Salóme et María Magdaléne.

[Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa, e Salome, e Maria Maddalena.]

Joann XIX:26-27
Múlier, ecce fílius tuus: dixit Jesus; ad discípulum autem: Ecce Mater tua.

[Donna, ecco tuo figlio, disse Gesù; e al discepolo: Ecco tua madre]


Stabant juxta Crucem Jesu Mater ejus, et soror Matris ejus, María Cléophæ, et Salóme et María Magdaléne.

[Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa, e Salome, e Maria Maddalena.]

Oratio

Orémus.
Deus, in cujus passióne, secúndum Simeónis prophetíam, dulcíssimam ánimam gloriósæ Vírginis et Matris Maríæ dolóris gladius pertransívit: concéde propítius; ut, qui transfixiónem ejus et passiónem venerándo recólimus, gloriósis méritis et précibus ómnium Sanctórum Cruci fidéliter astántium intercedéntibus, passiónis tuæ efféctum felícem consequámur:

[O Dio, nella tua passione, una spada di dolore ha trafitto, secondo la profezia di Simeone, l’anima dolcissima della gloriosa vergine e madre Maria: concedi a noi, che celebriamo con venerazione i suoi dolori, di ottenere il frutto felice della tua passione:]

Orémus.


Commemoratio Feria Quarta Quattuor Temporum Septembris
Misericórdiæ tuæ remédiis, quǽsumus, Dómine, fragílitas nostra subsístat: ut, quæ sua conditióne attéritur, tua cleméntia reparétur.

[Signore, te ne preghiamo, sostieni la nostra debolezza coi rimedi della tua misericordia; affinché se per natura vien meno, dalla tua clemenza sia risollevata.]

Lectio

Léctio libri Judith.
Judith XIII:22;23-25
Benedíxit te Dóminus in virtúte sua, quia per te ad níhilum redégit inimícos nostros. Benedícta es tu, fília, a Dómino, Deo excélso, præ ómnibus muliéribus super terram. Benedíctus Dóminus, qui creávit cœlum et terram: quia hódie nomen tuum ita magnificávit, ut non recédat laus tua de ore hóminum, qui mémores fúerint virtútis Dómini in ætérnum, pro quibus non pepercísti ánimæ tuæ propter angústias et tribulatiónem géneris tui, sed subvenísti ruínæ ante conspéctum Dei nostri.

[Il Signore nella sua potenza ti ha benedetta: per mezzo tuo ha annientato i nostri nemici. Benedetta sei tu, o figlia, dal Signore Dio altissimo più di ogni altra donna sulla terra. Benedetto il Signore, che ha creato il cielo e la terra, perché oggi egli ha tanto esaltato il tuo nome, che la tua lode non cesserà nella bocca degli uomini: essi ricorderanno in eterno la potenza del Signore. Perché tu non hai risparmiato per loro la tua vita davanti alle angustie e alla afflizione della tua gente: ci hai salvato dalla rovina, al cospetto del nostro Dio.]

Graduale

Dolorósa et lacrimábilis es, Virgo María, stans juxta Crucem Dómini Jesu, Fílii tui, Redemptóris.
V. Virgo Dei Génitrix, quem totus non capit orbis, hoc crucis fert supplícium, auctor vitæ factus homo. Allelúja, allelúja.
V. Stabat sancta María, cœli Regína et mundi Dómina, juxta Crucem Dómini nostri Jesu Christi dolorósa.


Sequentia

Stabat Mater dolorósa
Juxta Crucem lacrimósa,
Dum pendébat Fílius.

Cujus ánimam geméntem,
Contristátam et doléntem
Pertransívit gládius.

O quam tristis et afflícta
Fuit illa benedícta
Mater Unigéniti!

Quæ mærébat et dolébat,
Pia Mater, dum vidébat
Nati pœnas íncliti.

Quis est homo, qui non fleret,
Matrem Christi si vidéret
In tanto supplício?

Quis non posset contristári,
Christi Matrem contemplári
Doléntem cum Fílio?

Pro peccátis suæ gentis
Vidit Jesum in torméntis
Et flagéllis súbditum.

Vidit suum dulcem
Natum Moriéndo desolátum,
Dum emísit spíritum.

Eja, Mater, fons amóris,
Me sentíre vim dolóris
Fac, ut tecum lúgeam.

Fac, ut árdeat cor meum
In amándo Christum Deum,
Ut sibi compláceam.

Sancta Mater, istud agas,
Crucifixi fige plagas
Cordi meo válida.

Tui Nati vulneráti,
Tam dignáti pro me pati,
Pœnas mecum dívide.

Fac me tecum pie flere,
Crucifíxo condolére,
Donec ego víxero.

Juxta Crucem tecum stare
Et me tibi sociáre
In planctu desídero.

Virgo vírginum præclára.
Mihi jam non sis amára:
Fac me tecum plángere.

Fac, ut portem Christi mortem,
Passiónis fac consórtem
Et plagas recólere.

Fac me plagis vulnerári,
Fac me Cruce inebriári
Et cruóre Fílii.

Flammis ne urar succénsus,
Per te, Virgo, sim defénsus
In die judícii.

Christe, cum sit hinc exíre.
Da per Matrem me veníre
Ad palmam victóriæ.

Quando corpus moriétur,
Fac, ut ánimæ donétur
Paradísi glória.
Amen.

[Addolorata e piangente, Vergine Maria, ritta stai presso la croce del Signore Gesù Redentore, Figlio tuo.
V. O Vergine Madre di Dio, Colui che il mondo intero non può contenere, l’Autore della vita, fatto uomo, subisce questo supplizio della croce! Alleluia, alleluia.
V. Stava Maria, Regina del cielo e Signora del mondo, addolorata presso la croce del Signore.]

Sequenza
Stava di dolore piena e di pianto
la Madre presso la croce,
da cui pendeva il Figlio.

L’anima di Lei gemente,
di tristezza e di dolore piena,
una spada trafiggeva.

Oh! quanto triste ed afflitta
fu la benedetta
Madre dell’Unigenito!

S’affliggeva, si doleva
la pia Madre contemplando
le pene del Figlio augusto.

E chi non piangerebbe
mirando la Madre di Cristo
in tanto supplizio?

E chi non s’attristerebbe
vedendo la Madre di Cristo
dolente insieme al Figlio?

Per i peccati del popolo suo
Ella vide Gesù nei tormenti
e ai flagelli sottoposto.

Ella vide il dolce Figlio,
morire desolato,
quando emise lo spirito.

Orsù, Madre fonte d’amore,
a me pure fa’ sentire l’impeto del dolore,
perché teco io pianga.

Fa’ che nell’amar Cristo, mio Dio,
così arda il mio cuore
che a Lui io piaccia.

Santa Madre, deh! tu fa’
che le piaghe del Signore
forte impresse siano nel mio cuore.

Del tuo Figlio straziato,
che tanto per me s’è degnato patire,
con me pure dividi le pene.

Con te fa’ che pio io pianga
e col Crocifisso soffra,
finché avrò vita.

Stare con te accanto alla Croce,
a te associarmi nel piangere
io desidero.

O Vergine, delle vergini la più nobile,
con me non esser dura,
con te fammi piangere.

Fammi della morte di Cristo partecipe,
e della sua passione consorte;
e delle sue piaghe devoto.

Fammi dalle piaghe colpire,
dalla Croce inebriare
e dal Sangue del tuo.

Perché non arda in fiamme
ma da te sia difeso, o Vergine,
nel dì del giudizio

O Cristo, quando dovrò di qui partire,
deh! fa’, per la tua Madre,
che al premio io giunga.

E quando il corpo perirà,
fa’ che all’anima
la gloria del cielo sia data.
Amen.

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Joánnem.
R. Glória tibi, Dómine.
Joann XIX:25-27.
In illo témpore: Stabant juxta Crucem Jesu Mater ejus, et soror Matris ejus, María Cléophæ, et María Magdaléne. Cum vidísset ergo Jesus Matrem, et discípulum stantem, quem diligébat, dicit Matri suæ: Múlier, ecce fílius tuus. Deinde dicit discípulo: Ecce Mater tua. Et ex illa hora accépit eam discípulus in sua.

[In quel tempo, stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa, e Maria Maddalena. Gesù, dunque, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che amava, disse a sua madre: «Donna, ecco tuo figlio». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre». E da quell’ora il discepolo la prese con sé.]

OMELIA

[J. B. BOSSUET: LA MADONNA – DISCORSI: V. Gatti ed. Brescia, MCMXXXIV]

L’ADDOLORATA

DISCORSO I.

Dixit Jesus Matri suæ: Ecce filius tuus, mulier; deinde dicit discipulo: Ecce mater tua.

(Giov.).

Noi troviamo sempre l’amore industrioso, ma dobbiamo confessare che se ha sempre nobili gesti e generose iniziative, quando la vita è al suo termine pare diventi più ingegnoso e fecondo… le sue trovate allora, come i suoi slanci, toccano il prodigioso, il sublime. – L’amicizia fa che l’amico non possa vivere quasi, senza la compagnia dell’amico: e quando una legge fatale minaccia una separazione eterna, e strappando l’amico dal fianco, priva della sua presenza, ella fa che l’amico ancor più s’industrii di rimaner vicino all’amico nel vivo ricordo: — Flos memoriæ, lapide perennior —. Per questo gli amici legano parole ed azioni speciali ai momenti dolorosi ed alle lacrime dell’ultimo addio: e la Storia, giungendo a conoscerne qualcuna, vi fece sopra le più profonde e geniali osservazioni. Né la Storia Sacra è meno della profana; il brano d’evangelo che vi ho citato ce ne dà la prova. Giovanni l’Evangelista, che sappiamo il prediletto, tra i discepoli di Gesù, e possiamo proprio dirlo l’Evangelista dell’amore, ebbe grande premura di raccogliere le ultime parole con cui il Maestro amato volle onorare e la sua Madre e il discepolo più caro, le due creature che più aveva amato nel mondo. Quanto le dovremmo meditare queste grandi parole: di quale luce sarebbero feconde, quale e quanta materia possono prestare a pie e pratiche riflessioni! – Voglio farvi una domanda: Trovereste una cosa più commovente e cara, che il contemplare il Salvatore nostro, generoso perfino nella nudità in cui moriva sulla croce? Molte volte aveva detto che i suoi beni non eran di questo mondo, che non aveva dove posare il capo!… Eccolo confitto alla croce: ai suoi piedi l’ingordo soldato si divide le sue vesti, e getta la sorte sulla tunica inconsutile… I carnefici vogliono privarlo di tutto, perché non abbia più nulla da dare ai suoi amici… ma non dubitiamone, Cristiani, Egli non uscirà da questa vita senza lasciar un pegno prezioso della sua amicizia. – L’antichità ha segnalato il gesto di un filosofo, che in morte, non avendo nulla da lasciar con cui potesse campar la sua famiglia, lasciò in testamento i suoi figli e la loro madre agli amici. La povertà suggerì questo gesto al filosofo dell’antichità; ma al Maestro nostro divino lo suggerì l’amore ed in un modo più meraviglioso: Egli non solo dona la Madre all’amico, ma dona l’amico alla sua Madre Santa: li dona tutti e due e l’uno dona all’altra, e per l’uno e per l’altra si fa egualmente benefico: « Ecce filius tuus: ecce mater tua ». Oh, santa Madre del nostro Salvatore, noi siamo certi che queste parole, dette ultime, dal vostro Gesù, nostro Maestro, furono per consolar voi, per istruire noi! Dalla vostra assistenza e preghiera noi ci ripromettiamo di fattivamente capirle: e perché ce le facciate intendere, le parole che vi fecero Madre di Giovanni, noi vi rivolgeremo un’altra parola: quella che vi fece Madre del Salvatore: e l’una e l’altra vi furono dette in nome di Dio: l’una l’udiste dalla bocca del Figlio vostro, l’altra ve la portò il labbro d’un messaggero celeste che vi salutava, come vi salutiamo ora noi: Ave Maria! – Tra gli sprazzi di luce meravigliosi che la croce del Salvatore presenta ai nostri occhi, mi pare sia degno di speciale considerazione quello che fa osservare Giovanni Grisostomo, commentando il Vangelo di questo giorno. Egli, contemplando il Figlio di Dio presso ad esalare l’ultimo respiro, non cessa di ammirare come si domini perfino nell’agonia, e in essa, fino all’ultimo istante, ci si mostri padrone assoluto della sua parola e delle sue azioni. – Nella notte, vigilia della sua morte, dice il santo nella sua 85° omelia su S. Giovanni, suda, trema, freme tanto lo accascia la visione del suo supplizio… qui, in mezzo ai più cocenti dolori, pare quasi, non sia più Lui, ma un altro che soffre, a cui i tormenti non fanno più nulla. S’intrattiene tranquillo col buon ladrone, come senza commuoversi ascolta gl’improperi dell’altro: guarda e conosce distintamente quelli che sono ai piedi della croce, e parla a loro e li consola, e quando vede compiuto quello che da Lui aveva voluto il suo Padre celeste, gli rende l’anima con un gesto così calmo, tranquillo, libero, premeditato, che tutti possono capire che « nessuno gliela strappa la sua anima, ma Egli la dà con pieno volere ». L’assicurava già prima Egli stesso: Nemo tollet eam a me, sed ego ponam eam a meipso (C. Giov., X, 18). Che vuol dire ciò? si domanda S. Giovanni Grisostomo: come mai la visione del male lo strazia violentemente, e poi pare che la realtà lacerante non lo tocchi?Forse il piano della nostra salvezza doveva essere un insieme di forza e debolezze? Egli voleva mostrare nel timore del male che come noi era uomo sensibile al dolore, ed insieme far conoscere che colla sua volontà, ben sapeva star padrone delle sue facoltà facendole piegare davanti alla volontà del suo Padre divino. Questa la ragione che possiamo cavare dalle parole di S. Giovanni Grisostomo; ed io, ve lo confesso, non oserei aggiungere un mio pensiero se non vi fossi costretto dall’argomento che tratto.Considero il Salvatore pendente dalla croce, non solo come una vittima innocente che volontariamente si immola per la nostra salute, ma anche come un buon padre di famiglia che, sentendo prossima la sua ultima ora, dispone con testamento di tutti i suoi beni; fondo questa mia riflessione su di una verità ben nota. Un uomo è disteso ammalato sul suo letto: lo si avverte di disporre ed ordinare e presto gli affari suoi, poiché le sue condizioni sono dichiarate disperate dai medici: nello stesso tempo, benché prostrato dalla violenza del male tenta un ultimo sforzo per raccogliere le sue facoltà e dichiarare con piena coscienza la sua volontà estrema. Mi pare che qualcosa di simile abbia fatto il Salvatore nostro sul letto insanguinato della croce. Intendiamoci che non voglio dire però, che il dolore e la visione della morte abbiano potuto anche un solo istante indebolire le sue facoltà da ostacolarne l’uso più pieno e più completo… vorrei che mi si seccasse la lingua piuttosto che pronunciare tale temeraria parola! Ma siccome Egli voleva dar prova che ogni suo atto a questo riguardo veniva da matura deliberazione, proprio con volontà determinata il suo operare fu tale da palesare che in Lui non era la minima agitazione e che la sua anima era pienamente conscia a se stessa, cosicché nessuno potesse neppur tentare d’impugnare il suo testamento. – Si rivolge perciò a sua Madre ed al prediletto, discepolo con conoscenza sicura, perché sapeva che quanto loro avrebbe detto sarebbe stato una delle principali disposizioni del suo testamento: ecco svelato il segreto. Il Redentore nulla aveva, che fosse più suo di sua Madre ed i suoi discepoli; li aveva acquistati col suo sangue: ne poteva quindi disporre con pieno diritto come di una proprietà legittimamente acquistata. Purtroppo in quest’ora terribile, tutti gli altri discepoli l’hanno abbandonato, non ha più che Giovanni il prediletto, questi solo gli è rimasto vicino, ed Egli lo considera, in quest’ora suprema, come l’uomo rappresentante tutti gli uomini che sarebbero diventati suoi fedeli. È nostro dovere, fratelli, oggi dobbiamo esser pronti a far nostro ed applicare a noi, tutto quanto avverrà nella persona di Giovanni. Vedo bene, o Signore, Voi gli donaste vostra Madre, ed egli subito se la prende come cosa sua… accepit eam discipulus in suam. Comprendiamolo, Cristiani: noi abbiamo gran parte in questo pio legato: è a noi che il Figliolo di Dio dona la sua santissima Madre, mentre la dona al discepolo amato… è questo il brano del grande testamento che voglio far soggetto del mio discorso. Non pensate, che voglia qui esporre ed analizzare tutte le condizioni legali del testamento per farne un confronto esatto colle parole del Vangelo; è molto meglio che, lasciate da parte le sottigliezze di tale confronto, noi fissiamo le nostre attenzioni nella considerazione degli effetti benefici che ci derivarono da un tale testamento. Gesù guarda sua Madre, dice l’autore sacro, le sue mani sono inchiodate non può additarla col dito, la indica collo sguardo: ogni suo movimento indica ch’Egli sta per donarla a noi. La sua Madre, Egli ci dona: sarà quindi potente la sua protezione, Ella avrà grande autorità per assisterci:… Gesù stesso ce la dona perché sia nostra madre: la sua tenerezza sarà dunque pienamente materna, il suo cuore sarà pienamente inclinato a farci del bene. Ecco i due punti che svolgerò in questo discorso. – Perché possiamo esperimentare l’assistenza di una persona al trono della Maestà divina è necessario che la sua grandezza l’avvicini, gradita, al Signore ed insieme la sua bontà la abbassi a noi, Maria Madre del Salvatore è posta ben alto, presso il Divin Padre; Madre nostra, nella sua tenerezza si abbassa fino a compatire le nostre miserie: in una parola Ella può consolarci perché è Madre di Dio, e lo vuole perché Madre nostra. Conseguenza dello sviluppo di questi due punti io miro a trarne una devozione ragionata alla Vergine, che abbia una solida base di dottrina evangelica: siatemi attenti, o fratelli.

I° punto.

Tra i caratteri più belli, che la Sacra Scrittura attribuisce al Figlio di Dio è quello di essere mediatore tra Dio e l’uomo: in Lui, nella sua Persona convengono e si concilian tutte le cose: Egli forma un legame d’amore tra il cielo e la terra: il vincolo di parentela (è uomo come noi) che strinse con Noi nella incarnazione, mentre ci fa propizio il suo Padre divino ci dà facile accesso al trono della sua misericordia infinita: questa verità è la base della speranza dei figli di Dio, ed allora ecco come ragiono io. – L’unione nostra col Salvatore ci fa avvicinare confidenti alla sua Maestà divina: ora quand’Egli scelse Maria per Madre, strinse più intima e viva la sua unione con Lei; fu essa un vincolo così stretto, che né Angeli né uomini non potranno mai capirne la sublimità. E questa unione della Vergine a Dio è tale che il suo ascendente, il suo favore presso di Lui supera certamente sempre la nostra capacità di comprendere. Altro ragionamento non saprei proporvi in questa prima parte del mio discorso, ma perché possiamo penetrarla questa verità quanto ci è possibile, tenterò cavarne altre verità che ci facciano conoscere l’alleanza santa che c’è tra Gesù e Maria… ne avremo per conseguenza, che nell’ordine delle creature nessuna è più vicina alla Maestà di Dio della Vergine Maria. – Vi dico subito che mai al mondo vi fu Madre che abbia teneramente amato suo figlio più di Maria, ed insieme non vi fu figliolo amato che più di Gesù abbia amato sua Madre, più sinceramente. Osserviamo quello che accade attorno a noi, Chiedete ad una madre il perché spesso davanti ai suoi figli è presa da emozioni d’affetto tanto sensibili che ce ne accorgiamo; ella vi risponderà che il sangue non si rinnega: i figli son carne e sangue suo, per questo le sue viscere ed il suo cuore si muovono e commuovono, perché nessuno, dice S. Paolo, odiò mai la sua carne. Vero questo per tutte le madri, lo deve essere ancor più della Vergine che concependo per opera dell’Altissimo, Ella sola diede la materia al corpo di Gesù. Allora io tiro un’altra considerazione: Non vi pare, Cristiani, che la natura abbia come diviso l’amore per i figlioli tra padre e madre? Al padre, di solito, dà un amore più forte, mentre alla mamma dà un amore più tenero: e non è forse per questa ragione che quando la morte porta via l’uno o l’altro dei genitori, quello che rimane prova quasi un bisogno di raddoppiare il suo affetto e le sue cure quasi per supplire la funzione dello scomparso? Mi pare che tutto ciò si constati facilmente nella vita umana. Non dividendo Maria, Madre Vergine, con nessun uomo l’amore tenero e forte ad un tempo, che nutriva per il suo Figlio, non potremo immaginare fino a quel punto di ardore e tenerezza sia stata trasportata e quali soavità abbia provate. Però non è tutto qui quello che voglio dirvi. È vero, l’amore dei figlioli è così naturale, che bisogna rinnegare la natura per non sentirlo: ammetterete però che talvolta, certe circostanze entrano in questo amore e fanno che tocchi i più alti gradi. Abramo ad es. non credeva ormai più possibile aver figlioli da Sara, che era sterile, e poi e lui e lei ormai erano avanti negli anni e molto: Dio nella sua bontà lo visita e Sara ha un figliolo! Figliolo che Abramo avrà carissimo e che chiamerà — figlio della promessa —  il figlio che la sua fede gli aveva ottenuto dal cielo, quando ormai le leggi della natura non lasciavano più speranza: lo chiama Isacco, cioè sorriso, perché doveva essere la loro consolazione, essendo nato contro ogni speranza. E non sappiamo tutti che Giuseppe e Beniamino erano i prediletti di Giacobbe perché natigli nella sua vecchiaia e da una sposa fatta feconda sul finir della vita? Dobbiamo quindi dire che il modo col quale si hanno figlioli, specie quando è straordinario o miracoloso, li rende più cari. Ed allora chi avrà parole così forti da poter descrivere l’amore di Maria per Gesù? Rimirandolo deve certo aver esclamato ogni volta: o Dio, o mio Figlio, come mai siete mio Figlio? chi avrebbe immaginato una Vergine Madre, e madre di un Figliuolo divinamente amabile? Qual mano vi formò dentro il mio seno… come v’entraste, come ne usciste senza che rimanesse traccia del vostro passaggio? Immaginateli voi, o fratelli, questi trasporti celestiali, poiché io non mi sento capace di descriverveli… perché si deve insieme pensare che mai una Vergine fu più innamorata della sua integrità di Maria… Vedrete dove conduce questa osservazione: direi poco dicendo che il suo amore alla verginità subì tutte le prove delle lusinghe e delle promesse degli uomini, devo dire che fu sottoposta fino alla seduzione della promessa di Dio: rileggete l’Evangelo e non meraviglierete della mia frase. Gabriele si presenta a Maria e le annuncia che concepirà, nel suo seno, il Figlio dell’Altissimo, il Re, il Ristoratore del popolo eletto. Ecco la promessa di Dio. Immaginate voi ora, dimenticando per un momento la pagina di storia evangelica, che una donna si turberà a tale annunzio, e che una ragazza vergine rifiuterà tale grandezza preferendole la sua integrità? Nemmeno lo sogneremmo: ma la realtà è diversa: questa Vergine è Maria ed eccola opporre difficoltà all’Angelo: « Come sarà possibile quanto dici, mentre io non conosco uomo? » quasi avesse voluto dire È grande onore la maternità divina, ma che ne sarebbe della mia verginità? C’insegni esempio della Vergine, o fratelli, quanto dobbiamo amare la castità…. purtroppo di questo grande tesoro se ne fa poco conto, e spesso le ragazze d’oggi la danno al primo che capita e lascian che chi primo la domanda se la porti via. – A Maria si fanno le più seducenti promesse che si posson fare ad una creatura: chi le fa è un Angelo, un Angelo che parla in nome di Dio… badate bene a queste circostanze, e tuttavia Ella si turba, Ella trema, è pronta a rifiutare, a dir impossibile la cosa perché non vede salva la sua purezza, tanto la stima preziosa! Pensate col cuore, perché la mente non ne è capace, pensate alla sua gioia alle sue estasi d’amore… quando pur essendo Vergine si sentì fatta Madre da un miracolo: fu certamente quello l’istante in cui si sentì — la beata fra le donne — perché sola aveva sfuggito la maledizione che pesava sul suo sesso: la maledizione alla donna che divien madre, perché avrebbe partorito senza dolore come senza lesione della sua integrità aveva concepito. Qual estasi devono essere stati i suoi abbracci al suo Figliolo, il più amabile dei figlioli, e che Ella abbracciava e baciava suo vero Figliolo, natole senza nulla perdere del suo candore! È sentenza dei Santi Padri, e la riferisce S. Bernardo, che la materia più atta ad un abbraccio divino è il cuore verginale: e traggono tale asserzione da S. Paolo. Quale doveva essere quindi l’amore della Vergine Santa! Ella conosceva che per la sua purezza Dio l’aveva destinata a esser Madre del suo Figlio Unigenito: questo pensiero le doveva far amare ancor più la sua purezza; ma insieme questo amore doveva rendere più ardenti d’affetto gli abbracci a quel Figliolo che volendola Madre gliela aveva conservata misteriosamente. Per Lei, Gesù era il fiore sbocciato dalla sua integrità… e con quanto amore lo avrà baciato… quale ardore avranno avuto quei baci di madre e di Madre vergine! Dobbiamo aggiungere ancora qualcosa per comprendere meglio la forza di questo amore? Dagli stessi principii traggo un’ultima considerazione. L’antichità ci parla d’una delle Regine delle Amazzoni, che bramava ardentemente aver un figlio da Alessandro Magno!… ma, lasciamo da parte la storia profana, e prendiamo la pagina della storia sacra. Vi dissi che Giacobbe preferiva Giuseppe a tutti gli altri fratelli, e vi dissi una ragione: ma ve n’è un’altra: madre di Giuseppe era Rachele, la prediletta fra le spose del Patriarca… e ciò rendeva più tenero l’affetto al figliolo. S. Giovanni Grisostomo, nel suo libro del Sacerdozio, riferendo le parole affettuose con cui sua mamma lo accarezzava, segna in modo particolare queste: « Non posso staccar da te, o figlio, il mio sguardo mai, perché mi sembra che il tuo volto sia un’immagine, scolpita col fuoco, del viso di tuo padre, del mio sposo . » Questo esempio ci dice che un coefficiente d’aumento dell’amore verso i figlioli è il riscontrare in essi una somiglianza con la persona dalla quale nacquero, ed è naturalissimo. Domandiamo alla Vergine donde, da chi ebbe il suo Gesù? se vien da opera d’uomo? Oh Ella sa che la potenza dell’Altissimo la rivestì e lo Spirito Santo pose in Lei il germe celeste di vita nell’amplesso di mistiche effusioni d’amore: curvandosi sul candore del suo corpo virgineo, in una maniera misteriosa, formava Colui che sarebbe stato la consolazione d’Israele come da secoli era l’Aspettato dalle genti. – S. Gregorio così descrive la concezione del Salvatore: quando il dito di Dio compose del sangue puro e della carne immacolata di Maria, la carne ed il sangue del suo Figliolo, « la concupiscenza non osò accostarsi… da lungi stette a contemplare lo spettacolo nuovo; anche la natura s’arrestò, meravigliata nel vedere il suo Creatore e Padrone operar da solo in questa carne verginale ». Non ce lo canta la Vergine stessa, o fratelli, il grande prodigio quando ad Elisabetta risponde: Fecit mihi magna qui potens est? Ma che cosa vi fece di grande, o Vergine, l’Onnipotente? Maria non lo può dire, non lo sa dire, ma nel rapimento dell’estasi del mistero proclama che le furono fatte grandi cose! – Vedeva d’esser Madre d’un Figlio che ha per Padre Iddio… non sapeva né cosa né come fare per cantare la divina bontà, per dire l’estasi della sua maternità… d’aver Figlio suo quegli che è l’Unigenito del Padre! Vorreste allora, Cristiani, da me, povero mortale, che vi descriva la tenerezza e l’ardore dell’amore materno di Maria, quando Ella stessa non è capace di descrivere i palpiti violenti del suo cuore di Madre d’un Dio? Tutte le madri mettono, è giusto, alto sopra ogni amore il loro amore per i figlioli: hanno ragione e ce ne danno prova certi gesti materni veri eroismi: ma io però, badate bene, vi dico che più di quanto l’amore materno s’innalza sopra ogni altro amore umano, l’amore di Maria per il suo Gesù s’innalza senza confronto al di sopra di ogni amore di madre. Il perché è chiaro: madre in un modo miracoloso, in circostanze prodigiose, anche il suo amore deve avere un qualcosa del prodigioso, del miracoloso!… Noi diciamo che solo il cuore d’una madre può comprendere l’amor di madre, ed io dirò che solo il cuore della Vergine Madre saprà comprendere e misurare l’amore del suo cuore di Madre divina. Dovrei ora descrivervi l’amore di Gesù a sua Madre: ma dove posso trovar forza e parole, quando non seppi che dir qualche piccola parola per descrivervi l’amore di Maria? Io dico: quanto sotto ogni aspetto il Salvatore è più grande della Vergine sua Madre, altrettanto Egli le è buon figliolo più di quanto Ella gli sia buonissima mamma. Nulla mi stupisce di più nella narrazione evangelica, che il vedere quanto e come il Salvatore ami la povera natura umana: Egli se la prese per sé con tutti i suoi bisogni con tutte le sue debolezze, tranne il peccato: nulla stima indegno di sé: dalle piccole necessità alle grandi pene. – All’Orto degli Olivi lo vedo in preda alla tristezza più nera, al timore ad un’angoscia tale che alla visione del suo sacrificio suda sangue; fatto inaudito: perché io credo che nessuno mai ebbe né la delicatezza né la forza del sentire del Salvatore. Ah mio Maestro, voi assumeste generosamente i sentimenti di debolezza umana, che pur sembravano indegni della vostra Persona, e li assumeste tali e quali, e tutti i sentimenti nostri. Allora se è certissimo che nessun sentimento è più giusto, spontaneo, più naturale dell’amore dei figlioli ai genitori, quale sarà l’amor vostro per la Vergine quando la mirate scelta a vostra Madre dalla eternità? promessa e santificata nel tempo, preannunziata con simboli e figure al vostro popolo voi, suo Figlio e suo Dio, ve la sceglieste perché più cara e bella fra tutte le creature! A questo proposito, fratelli miei, oso affermarvi una cosa che non è meno vera di quanto vi possa sembrare straordinaria, anzi strana. Tutta la gloria di cui è circondata la Vergine le viene dall’essere Madre del Salvatore: è certissimo: ma io oso dirvi, che al Salvatore nostro Gesù viene grande gloria nell’esser figlio di una vergine. Badate, fratelli, che non mi passa neppur nella mente di voler con questa affermazione menomamente sminuire la grandezza del Cristo Salvatore: ma quando odo i Santi Padri chiamar, sicuri di onorarlo, il Salvatore figliolo della Vergine, non posso più dubitare: essi, nella loro scienza e pietà, sentivano che un tal titolo riusciva caro e d’onore a Gesù. S. Agostino dice una cosa, che a me pare abbia grande importanza, e dà grande valore al mio pensiero. Dice infatti che la concupiscenza, sempre mescolata come sapete all’atto della generazione comune, inquina così la massa di materia che riunisce per formarne il corpo umano, che la carne nostra porta in sé sempre il germe d’una corruzione necessaria. Non insisto nel dilucidare questa verità, che noi troviamo in moltissimi punti negli scritti di S. Agostino. Se dunque questo commercio generativo cui si unisce un non so che d’impuro, trasmette nei nostri corpi un miscuglio d’impurità, potrò per contrario affermare che il frutto d’una carne verginale trarrà da questa radice pura una purezza senza confronto: e questa conseguenza mi pare logica deduzione dei principii affermati da S. Agostino. « Perché il corpo del Salvatore doveva essere più puro del più puro raggio di sole, dice il Santo, si scelse una madre vergine fin dalla eternità ». Poiché era necessario che la carne del Redentore fosse, per così dire, abbellita dalla purezza di un sangue verginale, per esser degna d’esser unita al Verbo divino e presentata all’eterno Padre come vittima palpitante delle nostre colpe. La purezza di questa carne sgorgò in parte da quella purezza, di cui lo Spirito Santificatore inondò il corpo della Vergine, quando, affascinato dal profumo della sua inviolata integrità, la santificava con la sua presenza e come tempio vivo la consacrava al Figlio del Dio vivente. – Riflettete ora con me o fratelli: Il Salvatore nostro è il casto amante delle anime vergini, e si tiene onorato che lo chiamino il Figlio della Vergine, vuole esser circondato da vergini, vuole che anime vergini gli sian portate: esse sole seguiranno questo Agnello senza macchia dovunque andrà. Ma se tanto ama i vergini di cui col suo sangue purificò l’anima ed il corpo, quale tenerezza non avrà per la Vergine scelta dalla eternità per trarre da lei e la sua carne e il suo sangue? – Concludiamo: l’amore reciproco tra Gesù e la sua Vergine Madre supera la nostra capacità di comprendere… solo molto grossolanamente noi possiamo capire questo vincolo meraviglioso! noi! ma credetemelo, gli stessi serafini che ardon d’amore davanti al trono di Dio, non saprebbero neppur essi comprendere e l’ardore e la veemenza delle fiamme che legano i cuori di Gesù e di Maria. Siccome alcuno potrebbe pensare che sorgente di questo amore non sia che il vincolo materiale della carne, io, come promisi, vi mostrerò, e con facilità, usando delle asserzioni già fatte, quali vantaggi abbia ritratti la Vergine dalla sua unione con Dio per il fatto della sua maternità! Da questo, voi potrete, e da soli, io credo, concludere quale debba essere il suo ascendente sul cuore del Padre Celeste. – Considerate subito, vi prego, che l’amore di questa Vergine di cui ho parlato fin qui, non si ferma al suo Figlio in quanto uomo, cioè alla sua umanità… ma va più avanti, e sale più alto: ha un ponte di collegamento e passa alla natura divina da cui la natura umana, nel Cristo, è inseparabile. Perché comprendiate il mio pensiero, devo spiegarvi, come pregiudiziale, una dottrina… spiegazione nella quale bisogna proceder molto cauti e con piede di piombo per non cadere nell’errore: m’aiuti il Signore perché ve la possa mostrare tanto precisa e chiara quanto essa è dottrina sicura. Ecco come ragiono: una buona mamma ama col suo figliolo e per il suo figliolo tutto quanto riguarda la sua persona; va anche più avanti talvolta, ed ama gli stessi amici del figlio suo, e tutte le cose sue: però la tenerezza più tenera, diciamo così, è rivolta alla sua persona. Ora vi domando: Quale rapporto c’era tra la divinità e il Figlio di Maria? quale contatto aveva colla sua persona? Le era estranea? Non intendo far qui una discussione speciale: interrogo soltanto la vostra fede e vi chiedo che cosa vi risponda. Recitando il credo ogni giorno voi affermate di credere in Gesù Cristo Figlio di Dio che nacque da Maria Vergine; ora: sono due persone il Figlio di Dio e Colui che affermate nato da Maria Vergine? Certamente, voi mi dite di no: è lo stesso, mi rispondete, che essendo vero Dio, per la sua natura divina è anche vero uomo per l’umanità che trasse dalla Vergine: perciò voi accogliete la voce dei Padri e dite che la Vergine è Madre di Dio. È questa la fede, che trionfò dell’eresia di Nestorio e che farà tremare l’Inferno fino alla fine dei secoli. Ed allora chi vorrà opporsi alla mia affermazione quando dico che la Vergine ama il suo Gesù, tutto intiero, così come è realmente, lo ama quindi ed accarezza Uomo-Dio? È vero non vi è sulla terra nulla di simile, ed io sono quindi costretto ad innalzare la mia mente cercando un esempio in seno all’Eterno Padre. Siccome nel Cristo l’umanità fu unita alla divinità nella Persona del Verbo, divenne necessariamente oggetto dell’amore e della compiacenza del Padre. Sono verità profondissime lo so; ma esse sono la base fondamentale del Cristianesimo ed è pur necessario che tutti i Cristiani le conoscano le sappiano: però io non voglio presentarvele senza addurre le prove della Santa Scrittura. Ditemi, fratelli, quando sul Tabor s’intese la voce misteriosa: « Questi è il mio Figliol diletto nel quale ho posto le mie compiacenze » di chi parlava il Padre divino, se non del suo Verbo, Dio uguale a Lui, vestito di carne umana, che gli Apostoli contemplavano estasiati splendente come un sole? Mi pare questa una prova autentica che l’amor del Padre per il suo Verbo s’estende anche alla umanità del Cristo che strettamente unita alla divinità non può essere messa da parte dall’amore del Padre celeste! Ed è qui che s’appoggiano e fondano le nostre speranze: poiché considerando Gesù Cristo uomo come noi, lo confessiamo e crediamo, come Egli si affermò, Dio uguale al Padre, e da Dio Padre conosciuto ed amato come Figlio! Non scandalizzatevi se vi affermo qui che qualche cosa di simile avviene anche nell’amore della Vergine per il suo Figlio. Essa ama, in un solo palpito, e l’umanità e la divinità nel suo Gesù, in cui l’onnipotenza divina le unì inseparabili. Dio avendo stabilito, nei suoi misteriosi disegni, l’incarnazione, decretando che una Vergine avrebbe generato nel tempo quegli ch’Ei genera in seno all’eternità, chiamò questa Vergine a partecipare in un cerio modo alla sua generazione eterna. Associarla alla generazione eterna altro non era, o cari, che farla Madre del suo Verbo! Siamo nel mistero… ma non nell’assurdo, o Cristiani! Ora, associatala il Padre, alla generazione con cui nell’eternità genera il Figliolo, doveva lo stesso divin Padre accendere nel cuore della Vergine una scintilla di quell’amor eterno, infinito, con cui Egli Padre ama il suo Figliolo; lo esigevano e la sua sapienza e il suo amore. Siccome la sua Provvidenza dispose tutte le cose con una giustizia mirabile, doveva anche accendere nel cuore di Maria un amore che passando ben alto sulla natura toccasse i limiti estremi della grazia, perché questo amore avesse palpiti degni d’una Madre di Dio, e di un Dio-Uomo. – O Vergine cara, se anche avessi la mente d’uno spirito celeste, io non giungerei mai a comprendere quale sia l’abbraccio perfetto con cui il Padre celeste vi strinse ed unì a Sè. « Dio amò tanto il mondo, osserva l’Apostolo, che diede a lui il suo Unigenito ». E S. Paolo commenta: « Dandoci il suo Figliolo ci diede con Lui ogni altro bene » (Romani, VIII). – Se l’amore del Padre per noi ci fece dare Gesù come Maestro e Salvatore, l’amore indescrivibile che aveva per Voi, o Vergine, deve avergli fatto concepire altri piani di benevolenza in favor vostro! Volle che il suo Unigenito fosse e suo e vostro allo stesso modo: e perché la parentela tra Voi e Lui, durasse eterna, volle voi Madre del suo Unigenito e sè Padre del vostro Figliolo. – Prodigio, abisso di carità, qual mente non si sentirà smarrire contemplando le divine compiacenze di cui foste oggetto, o Maria, quando così da vicino vi stringete a Dio per questo Figlio e vostro e suo che diviene il nodo infrangibile di questa santa alleanza, il pegno del mutuo amore che amorosamente vi scambiate e Dio dà a Voi, pieno della divinità impassibile, Voi, per obbedirgli, date a Lui rivestito di carne mortale!? Ah intercedete per me, per tutti questi miei fratelli, per tutti o Vergine beata… voi tenete nelle mani la chiave delle beneficenze divine! È il vostro Gesù questa chiave benedetta che apre il seno fecondo del Padre celeste: Egli solo chiude e nessuno può aprire, apre e nessuno potrà chiudere mai…: il suo Sangue innocente fa piovere su di noi ogni tesoro di grazie celesti! E chi potrà aver diritti su questo Sangue di benedizione più di voi, che glielo donaste traendolo dal vostro? La Carne sua è vostra, il Sangue suo è vostro, o Maria, e mi pare che questo Sangue prezioso goda sgorgando a larghi fiotti per Voi là sulla croce, sapendo che siete voi la sorgente prima da cui scaturì. E poi… l’amicizia intima della vostra vita con Lui, dice che è impossibile che voi non siate esaudita! Per questo il vostro devoto S. Bernardo si sente sicuro, nella sua preghiera, quando vi dice di parlare al cuore del nostro Signore Cristo Gesù! Cosa intende, il Santo dottore, con questa frase: parlare al cuore? Egli considera la Vergine come eterno meriggio cioè nell’ardore di una perfetta carità nell’amplesso misterioso col suo Gesù «in meridie sempiterno, in secretissimis amplexibus amantissimi Filii ». La considera e vede amare e riamata… sa che, le altre passioni parlano all’orecchio, solo l’amore parla al cuore… ed allora si sente di poterla con sicurezza scongiurare di parlare al Cuor di Gesù, suo Figlio. Ah, fratelli cari, quante volte questa tenera Madre parlò al cuore del suo Diletto!… parlò al cuore là a Cana quando, commossa dalla confusione dei due poveri sposi, cui veniva a mancare il vino del banchetto di nozze, lo sollecitò a trarli d’impiccio. Veramente, dalle parole, il suo Gesù non parrebbe tanto disposto ad ascoltarla… ma il suo cuore era già piegato: « Che importa di ciò a te ed a me, o donna? Non è ancor venuta la mia ora! » È tanto cruda questa frase, che tutti, tranne Maria, l’avrebbero considerata un rifiuto: Maria non se ne dà per intesa e comanda ai servi di stare agli ordini di Gesù — fate quello che vi comanderà — tanto era certa che l’avrebbe ascoltata. Vorreste dirmi, donde possa venire tanta confidenza, dopo tale risposta? Io penso che Maria era sicura perché sapeva d’aver parlato al cuore quindi non si curò di quanto le rispondeva la bocca: né si ingannò, ed il Figlio di Dio, come dice bene S. Giovanni Grisostomo, pensò ch’era meglio anticipare la sua ora davanti alla preghiera di sua Madre. Preghiamola dunque, o fratelli, che parli per noi e molto al Cuore del suo Gesù, dove le sue parole trovano un’eco fedele di corrispondenza e l’amor filiale s’avanza per ricevere l’amor materno… anzi preverrà i desideri suoi. Non vi accorgete, che il vino manca? il vino nuovo della legge nuova la carità di cui l’anima cristiana dovrebbe essere inebriata? Ecco perché le nostre feste sono così tristi, ed abbiamo così poco gusto al cibo celeste della parola di Dio! Ecco perché vediamo divisioni e partigianerie da ogni lato… Il Signore, davanti all’ostinato nostro rifiutare d’unirci, cordialmente amando, alla sua infinita bontà, si vendica e fa che proviamo tutta la sventura di mille lotte intestine. Vergine amabile, impetrate per tutti la santa carità, che Madre di pace, consola, conforta riconcilia gli animi. La nostra confidenza in voi è grande perché siamo persuasissimi che, Madre di Dio, avete grande potere, e Madre nostra non potete sopportare che i vostri figli rimangano delusi, quando sperano le carezze feconde della vostra tenerezza. Tratteremo questo nel

II° punto.

Con diritto, pregando, noi invochiamo la Vergine santa: Ella è madre di tutti i fedeli! è una eredità sacra che ci venne dai nostri padri, passando da generazione a generazione. Ci insegnarono essi, che, essendo il genere umano caduto in rovina eterna per opera d’un uomo e d’una donna, Dio aveva predestinati un’Eva nuova ed insieme un novello Adamo perché ci togliessero dalla morte riportandoci alla vita. Da questa dottrina universale dei Padri della Chiesa, trarrò con facilità questa conclusione: come la prima Eva fu la madre dei morti, così la seconda Eva, la Vergine Maria, dovrà essere la Madre dei viventi, cioè dei fedeli. Questa affermazione, la posso ben confermate con una frase scultoria di S. Epifanio, il quale assicura che la prima Eva era stata chiamata la Madre dei viventi, nel genesi in enigma, in quanto era simbolo della seconda Eva, cioè Maria, madre dei richiamati alla vita dal Cristo. Non occorre proprio, ma lasciatemi aggiungere una frase del grande Agostino, togliendola dal suo libro — Della santa verginità — dove insegna che la Vergine è Madre secondo il corpo, del Salvatore che è nostro capo; secondo lo spirito poi è Madre dei fedeli che sono le sue membra: « Carne mater Domini nostri, spiritu mater membrorum eius ». Ma io sono costretto a riassumere in poche parole quanto avevo proposto, per non dilungarmi troppo a danno del restante della funzione sacra, lascio da parte altre citazioni, che numerose potrei togliere dai Santi Padri su questo argomento, e senza esaminare i titoli per i qui la Vergine è con diritto chiamata nella tradizione ecclesiastica la Madre dei fedeli, cercherò solo mostrarvi, e basterà a persuadervi, che ci è Madre per sentimento, cioè perché Ella ha per noi una vera tenerezza e cura materna. Per comprendere, seguite, vi prego, il mio ragionamento, basato sull’insegnamento della Chiesa e la dottrina dei Padri ed anche io ve lo provai benché brevemente, ché Maria è proprio nostra Madre, domando quando cominciò ad aver questa qualità.  Voi mi dite che molto facilmente fu là sul Calvario quando Gesù morente Le diede S. Giovanni per figliolo. Non avete torto, e veramente vi è tutta la probabilità immaginabile, poiché, ve lo dissi in principio di questo discorso e ve lo ricordo ora, S. Giovanni, condotto dalla mano di Dio ai piedi della Croce, vi tenne la rappresentanza di tutti i fedeli, anzi diedi anche una ragione, che non mi parve senza prova: cioè che mentre tutti gli altri discepoli paurosi s’eran squagliati, la Provvidenza ritenne solo il discepolo prediletto, perché egli ricevesse per sé e per gli altri le ultime volontà e parole del Maestro. E davvero bisognerebbe mancasse la ragione, per negare che il Figlio di Dio, le cui azioni e parole in quelle misteriose circostanze erano tanto importanti, in tale momento non abbia solo considerato Giovanni come individuo: quindi ci sentiamo in diritto di dire che ci rappresentava tutti, e per tutti egli raccolse le parole che a lui, come a nostro rappresentante, erano dirette; anzi sentiamo che in nome nostro ex illa hora accepit eam in suam, la Vergine divenne quindi la nostra Madre, in quell’ora.Accettato questo, io faccio un’altra domanda.Qual è la ragione per cui il Salvatore attendequest’ora suprema per darci come figliuoli allaVergine Maria?Potreste rispondermi che ebbe compassione diuna Madre desolata che perdeva il migliore tra ifiglioli degli uomini, e quindi la consolò col darleuna posterità perpetua. È una ragione bella ed anchebuona. Io ne avrei però un’altra che forse nonvi dispiacerà. Io credo che fosse idea del Figlio diDio di scegliere quest’ora per instillare in Lei unatenerezza di madre. -Forse vi pare un po’ ardita la frase: ma a me non pare molto staccata dalla supposizione. Aipiedi della Croce Maria vedeva il suo Figliolo copertodi piaghe, colle braccia aperte e distese ad un popolo incredulo e senza compassione, vedevacolare per il corpo dalle vene lacerate… oh ci potrà descrivere il sussulto del suosangue materno? Certamente, mai come in quegliistanti si sentì madre… erano le pene atroci del Figlio che glielo facevan sentire più vivamente! Che farà il Salvatore?… Vediamo s’Egli conosce il segreto di svegliare efficacemente affetti nuovi! Quando l’animo nostro è scosso da una passione circa un oggetto, per la stessa tensione convulsa rimane disposto a sentire più vivamente tutte le emozioni che possono esservi provocate da altre cause. Se, ad esempio, siete sotto l’azione della collera, molto difficilmente coloro che vi avvicinano, in quei momenti, benché non ne abbian colpa, sfuggiranno agli effetti della collera vostra! È per questo  che nelle sommosse del popolo, un uomo astuto che sappia sfruttare il momento domina e guida i furori della folla fino a spingerli là dove la folla non avrebbe pensato: fatto che rende pericolosissimi i tumulti popolari. Quel che dico della collera ditelo delle altre altre passioni: quando l’anima è emozionata, basta indirizzarla ad un oggetto, benché diverso da quello lo commosse, che subito vi aderisce perché lo stato di eccitazione e ipersensibilità in cui trovasi la rende estremamente facile ad ogni impressione. Per questo il Salvatore, avendo deciso di darci a madre la Madre sua, per esser in tutto nostro fratello (ammiriamo tanto amore, o Cristiani!) vedendo dall’alto della sua Croce come l’anima di sua Madre era intenerita dall’amore ed il suo cuore straziato le riempiva gli occhi di un torrente di lacrime amare, quasi l’avesse atteso, scelse quel momento e le disse, additandole Giovanni, il divino comando: Donna, ecco il tuo figlio! Queste le parole, o fedeli miei: ma penetriamone bene il significato profondo se ci riesce: Donna, le dice, o donna afflitta cui un amore funesto fa sentire fino dove può giungere la forza dell’amore materno, questa tenerezza che inonda l’anima vostra, satura di strazio, e che voi avete per me, abbiatela per il mio Giovanni, il discepolo di predilezione: abbiatela per tutti i miei fedeli che in lui vi presento poiché tutti sono miei discepoli, tutti miei prediletti: Ecce filius tuus! Dovrei dirvi quanto queste parole uscite dal cuore del Figlio penetrassero profonde nel cuore della Madre, e quale impressione vi segnassero… ma vi rinuncio! e chi mai se ne sentirebbe capace? Pensate appena che chi parla è Colui che tutto compie colla sua parola onnipotente, che, se dovunque efficace, doveva esserlo meravigliosamente sul cuore di sua Madre… e per renderla per così dire più forte, la imporporò del suo sangue, la gridò come lamento di un morente vicino a render l’ultimo respiro! Pensate come tutto questo cooperò a farla scendere più profondamente fattiva nel cuore della Vergine. Bastò che dicesse a Giovanni l’« Ecce mater tua », perché subito il cuore del discepolo ardesse di amore filiale e — accepit eam discipulus in sua — quanto più prontamentela parola del Salvatore scendendo nel cuore di Maria vi avrà svegliato improvviso e violento l’amore per noi come per suoi veri figlioli! Passa in questo momento alla mia mente la visione di quelle madri che si fanno aprire il seno per introdurre nel mondo i figlioli quasi per forza. Qualcosa di simile accadde a Voi, o Vergine Maria! Fu attraverso il cuor vostro che ci generaste alla vita, poiché ci generaste nell’amore: Cooperata est charitate ut filii Dei in Ecclesia nascerentur, dice S. Agostino. Ed io oso affermare che queste parole che suonavan come l’ultimo addio del vostro Gesù spirante, penetrarono nel cuor vostro come una lama tagliente che penetra fino al fondo, con uno strazio indicibile che si mutava in palpito di amor materno per tutti i fedeli. – Noi siamo, dobbiamo dirlo, i figli nati da un cuore spezzato dalla violenza di uno strazio senza misura! Vedendo i Cristiani davanti a voi, o Vergine, io credo vi risuoneranno al cuore le parole ultime del vostro Gesù e le vostre viscere contorte dal dolore e dall’amore si muoveranno ad amore e compassione per noi come per i nati dal vostro patire. Non solo: noi siamo, per il vostro cuore, immagini vive del Figliolo che tanto amaste e di cui lo Spirito Santo scolpisce la fisionomia nell’anima dei fedeli, e ci amate, ma ci amate di più, perché essendo noi Cristiani ci vedete imporporati dal Sangue del Cristo, che mentre ci rende purificati segna in noi i lineamenti viventi del Salvatore. – Questa dottrina, che tolgo dalle Scritture, oltreché capace di eccitarci a virtù, illumina di una luce più viva la verità che io tratto; perciò ve la propongo. Da S. Paolo io imparo, e quanto vi dico merita più viva la vostra attenzione, che tutti i Cristiani, la cui vita corrisponda alla professione di fede che fanno, portano impressi nell’anima i lineamenti del Salvatore al naturale. Vivere da Cristiani altro non è che conformare le proprie azioni agli insegnamenti del Figlio di Dio. Ma la dottrina del Salvatore non è altro che la riproduzione della sua vita: la dottrina è copia, Egli è l’originale. In questo si differenzia dagli altri maestri perché  essi solo si sforzano a ben vivere (sarebbero infatti ben temerari se tentassero porre le loro azioni come norma di vita buona!) e quindi essi cercano creare buone e belle idee che pongono come norma sulla quale essi, non sempre, cercano modellare il loro vivere. Il Figlio di Dio no: Egli venne mandato nel mondo per essere modello della più alta perfezione: i suoi precetti sono la ripetizione delle sue azioni, le cose che insegna prima le pratica, la sua parola non è che il ritratto della sua condotta. « Coepit facere et docere ». Qual è l’azione dello Spirito santificatore nell’anima del Cristiano? Non fa che indurla a far sì che la sua vita sia la traduzione quotidiana e pratica dei precetti e dei consigli evangelici: cosicché adagio adagio la dottrina del Maestro passi nella vita e nelle azioni, nelle parole e nei costumi del suo seguace che diventa, per così dire, il vangelo vivente! Tutto in lui rivela il Maestro da cui apprese le lezioni e lo spirito, e penetrando dentro alla sua anima voi ritrovate in essa pensieri ed affetti e modi d’operare del Salvatore nostro e Maestro, È questo che commuove la Vergine! Ve lo posso ben provare recandovi un esempio che tolgo dalla vita di famiglia. Voi vedete talvolta una madre sventurata accarezzare in un modo più appassionato un ragazzo senz’altra ragione che questa: assomiglia al suo! Gli occhi, la bocca, le mani, il suo modo di camminare di ridere di parlare… sono proprio quelli del suo figliolo! E le madri sono d’una intuizione speciale per scorgere anche la più piccola somiglianza coi loro figlioli. E che è questo se non un dilatarsi, parliamo così, dell’amore di una madre, che non sazia d’amar il suo figliolo nella sua persona, lo va a cercare dovunque ne trova una linea di somiglianza? Se un abbozzo, diciamo, tanto commuove le madri, cosa dovrò dire della Madre nostra Maria quando nell’anima nostra contempla i tratti della infinita bellezza del suo Figlio segnatevi dal dito dello Spirito santificatore? Ma v’ha di più: non solo noi siamo le immagini vive del Figliolo di Dio, noi siamo ancora sue membra: ossa delle sue ossa, carne della sua carne, come dice, con frase energica, S. Paolo: con lui noi formiamo un corpo di cui Egli è il capo noi le membra: siamo suo corpo, il suo compimento, e questo, come insegna lo stesso Apostolo, ci unisce così a Lui, che chiunque ama il Salvatore deve necessariamente e dello stesso amore amare tutti i Redenti. – È questo il fatto che attira potente gli affetti della Vergine su di noi così, che nessuna madre può eguagliarla nell’amore… Verità, o Cristiani, che potrei eloquentemente dimostrarvi se non fossi pressato dalla necessità di por fine a questo discorso. A convincervene non faccio che richiamarvi brevemente alcune delle affermazioni che vi dimostrai nella prima parte e che dovete aver dinnanzi per ben capire quanto ancora ho da dire. Vi dissi che la maternità della Vergine non ha esempi sulla terra quindi neppure ha l’eguale l’amore di Lei per il suo Figlio, e come Maria abbia l’onore d’aver un Figlio che non ha altro Padre che il Padre celeste, Dio: quindi noi lasciammo da parte ogni confronto colla natura, e la misura del suo amore la cercammo nel seno dello stesso Padre Eterno. Siccome poi nel Cristo la natura umana è così stretta al Verbo Unigenito, da non poterla separare, il Padre estende il suo amore all’umanità stessa del Salvatore, e dell’Uomo-Dio fa l’oggetto delle sua compiacenze, come riferiscono le Scritture citate. Allo stesso modo e per la stessa ragione la Vergine abbraccia stringe in un unico amplesso d’amore l’umanità e la divinità del suo Figliolo, che l’unione ipostatica rende in Lui inseparabili. Sono queste le verità sulle quali abbiamo basata l’unione di Maria con Dio. – A questa ne aggiungo un’altra e subito vi dico che il Divin Padre ama noi dello stesso amore di cui ama il suo Unigenito: sarei audace in questa affermazione, se non la trovassi sulla bocca stessa del Salvatore, riferitaci dal discepolo dell’amore, che ci dice che Gesù così pregò: « Dilectio qua me dilexisti in ipsis sit, et ego in eis », quasi dicesse: — Padre io sono in essi perché sono le mie membra, prego voi che abbiate per esse l’amore che avete per me. — Parole d’ineffabile carità! – Gesù Salvatore nostro non può sopportare che siamo separati da Lui, pare quasi tema che il suo Padre faccia qualche differenza tra Lui capo e noi membra, mentr’Egli vuole che uno stesso amplesso d’amore stringa e il Maestro ed i discepoli. – Che possiamo concludere da questo per provare l’amore della Vergine per noi? Siccome, lo abbiamo detto, la Vergine modella il suo amore per il Cristo sull’amore del divin Padre, essendo la madre migliore, che possa immaginarsi sulla terra, estenderà il suo amore a tutto ciò che ha attinenza colla Persona del suo Figliolo. E noi siamo così uniti col Salvatore che a stento può immaginarsi unione più stretta: Egli è in noi e noi in Lui… cosicché ogni Cristiano fedele alla sua professione di fede si può dire che è un altro Gesù Cristo: se siamo veri Cristiani, siamo altrettanti Gesù: è punto capitale della dottrina cristiana questo. Stretti così al Cristo, il divin Padre che distinse tutti gli esseri, in una mirabile varietà, non ci distingue più dal nostro Capo e Salvatore, ma volentieri sparge su noi tutte le tenerezze del suo amore paterno, e Maria, modellando sull’amore del Padre il suo cuore, ci ama di tutto l’amore tenero che esige la sua qualità di Madre del Cristo. Su dunque, fedeli, su accorrete confidenti alla Vergine, essa non farà più distinzione tra noi ed il suo Gesù; ci considererà — carne della sua carne, ossa delle sue ossa — come dice l’Apostolo, come persone sulle quali e nelle quali colò e si sparse il suo sangue… ci considererà come altrettanti Gesù! Misura e norma dell’amor suo per noi il suo amore per Gesù suo Figliolo… non temiamo dunque d’invocarla nostra Madre. Ella si mostrerà degna di questo gran nome. – Se non mi inganno, questo è quanto io mi ero proposto di provare in questa seconda parte del mio discorso. Lodiamo insieme il Signore che ci concede di additare le vere basi della devozione sincera alla gran Vergine, basi eminentemente cristiane perché tolte dalla Scrittura e dalla tradizione della Chiesa! Bisogna però star in guardia perché questi ragionamenti destinati a svegliare in noi una devozione confidente a Maria, non producono una certa devozione che genera una confidenza temeraria dalla quale spiriti leggeri si lasciano ciecamente e facilmente trasportare, Avete ben visto, in quanto vi esposi, che la vera devozione alla Vergine non può mai essere separata da una vera vita cristiana. Purtroppo, vi sono molti che confondono la devozione a Maria, con una certa pratica superstiziosa, e si credono devoti suoi, perché fanno certe cose in suo onore, che mescolano ai disordini ed alle licenze dei loro costumi. Se alcuno tra voi credesse di esser in tal modo devoto della Vergine, sappia che Ella rigetta nauseata le preghiere che vengono da un cuore lontano dal suo Gesù! Invano cerchereste rendervela propizia con inchini ed ossequi; inutilmente la invochereste madre con una falsa e finta pietà! Avreste mai l’audacia di credere che il suo latte virginale possa colare su labbra sozze di peccato? Ch’Ella voglia abbracciar il nemico del suo Gesù con quelle braccia stesse con cui lo cullò nella sua infanzia? … e vi voglia porre fratelli, amici a giocare col suo Gesù mentre gli siete nemici? Sappiate, sappiano tutti questi disgraziati, che il suo cuore si ribella e la sua faccia si copre di rossore e confusione sentendosi da essi chiamata madre! Non dobbiamo Pensare, o fratelli, che Maria tutti e subito ci accetti e consideri suoi figlioli: bisogna passare per una prova, e difficile, prima di aver tal nome. Sapete cosa fa la Vergine quando alcuno la chiama mamma? Lo porta alla presenza del Salvatore, e vede se gli assomigli; perché se le è figlio deve essere un altro Gesù Cristo! – Anche tra gli uomini i figlioli portano impresso nelle carni le tracce di cose che impressionarono le loro madri: Maria è completamente ricolma del Salvatore Gesù: Lui è signore del suo cuore, Lui l’oggetto dei suoi desideri, Lui solo tutto occupa e la sua mente ed il suo cuore. Come potrebbe mai pensar suo figlio chi non abbia qualche tratto di somiglianza con Gesù!? – Quindi se dopo questo confronto diligente non trova alcuna somiglianza, scaccia indignata dalla Sua presenza dicendo che non ha nulla da dare, né da chiedere per costui al suo Figliolo, che anzi… « mi sei insopportabile anche colla sola presenza » gli dice! Quale confusione, Cristiani, quale sventura esser insopportabile ad una Madre tanto buona! – Se invece, facciamo esempi pratici, Le si presenta una persona che durante pubbliche sventure e crisi, come sono quelle che attraversiamo noi, davanti a tanta povera gente, ridotta all’estremo della miseria, si sente intenerire ed allarga il cuore e la mano per sollevare e confortare le miserie del povero e del sofferente, « oh, dice subito, costui ha imparato da Gesù che non rimase mai indifferente davanti a chi soffriva ». «Io ho compassione di questa folla » disse, e nello stesso tempo si faceva dare dai suoi Apostoli per essa quel che avevano in serbo per sé, e quel poco pane miracolosamente lo moltiplicava per sfamar quella gente. Le si presenta un individuo sul cui viso è la modestia, che se ne sta raccolto davanti al Signore, e se gli si parla di quanto riguarda la gloria del Signore non va a cercar scuse e pretesti, ma subito vi si dedica con ardore… « Come è amabile!» dice. Anche il mio Gesù alla sua età era così raccolto davanti a Dio, anche Lui a dodici anni lasciò me e il mio Giuseppe, e tutti gli amici, per occuparsi delle cose che erano del suo Padre celeste! – Quando, in modo speciale, vedrà un’anima che è tutta cura nel custodire la purezza della sua carne, della sua mente, del suo cuore, e non ama che caste delizie ed innocenti amori… « Gesù è padrone del suo cuore, dice, e ne fa la sua dimora preferita. Parlate a questo Cristiano una sola parola impudica… è un colpo di pugnale al suo cuore, subito si arma del pudore e corre alle difese! Ecco un vero Cristiano, un vero figlio della Vergine… Ella gode di lui, se ne gloria, se ne vanta! Con quale gioia lo presenta al suo diletto che si delizia soprattutto delle anime pure! Eccitiamoci dunque, o fratelli, eccitiamoci tutti ad un amore sempre più vivo e pratico alla purità, in modo speciale coloro che si sono consacrati a Lei nelle sue congregazioni nella vostra congregazione. Il vostro zelo ha ornato magnificamente questa chiesa in cui celebriamo le grandezze della Maestà divina… Ricordate, però, che abbiamo un altro tempio da ornare, tempio in cui abita Gesù e si riposa lo Spirito del Signore: è il tempio del nostro corpo: santificato dal Salvatore: voi dovete rispettarlo; lo lavò del suo Sangue dovete tenerlo mondo da ogni sozzura: lo consacrò facendolo tempio dello Spirito Santo perché voi l’ornaste di purezza, di innocenza, di virtù qui in terra, ed Egli l’ornerà di gloria e d’immortalità nel regno del Padre. ».

IL CREDO

Offertorium

Orémus.
Jer XVIII:20
Recordáre, Virgo, Mater Dei, dum stéteris in conspéctu Dómini, ut loquáris pro nobis bona, et ut avértat indignatiónem suam a nobis.

[Ricordati, o Vergine Madre di Dio, quando sarai al cospetto del Signore, di intercedere per noi presso Dio, perché distolga da noi la giusta sua collera].

Secreta

Offérimus tibi preces et hóstias, Dómine Jesu Christe, humiliter supplicántes: ut, qui Transfixiónem dulcíssimi spíritus beátæ Maríæ, Matris tuæ, précibus recensémus; suo suorúmque sub Cruce Sanctórum consórtium multiplicáto piíssimo intervéntu, méritis mortis tuæ, méritum cum beátis habeámus:
[Ti offriamo le preghiere e il sacrificio, o Signore Gesù Cristo. supplicandoti umilmente: a noi che celebriamo. in preghiera i dolori che hanno trafitto lo spirito dolcissimo della santissima tua Madre Maria, per i meriti della tua morte e per l’amorosa e continua intercessione di lei e dei santi che le erano accanto ai piedi della croce, concedi a noi di partecipare al premio dei beati:]


Commemoratio Feria Quarta Quattuor Temporum Septembris

Hæc hóstia, Dómine, quǽsumus, emúndet nostra delícta: et ad sacrifícium celebrándum, subditórum tibi córpora mentésque sanctíficet.

[Questa offerta, Signore, ci purifichi dai nostri peccati: e consacri il corpo e l’anima di noi tuoi servi, perché possiamo celebrare questo sacrificio.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Felíces sensus beátæ Maríæ Vírginis, qui sine morte meruérunt martýrii palmam sub Cruce Dómini.

[O Signore Gesù Cristo, il sacrificio al quale abbiamo partecipato celebrando devotamente i dolori che hanno trafitto la vergine tua Madre, ci ottenga dalla tua clemenza il frutto di ogni bene per la salvezza:]

Postcommunio

Orémus.
Sacrifícia, quæ súmpsimus, Dómine Jesu Christe, Transfixiónem Matris tuæ et Vírginis devóte celebrántes: nobis ímpetrent apud cleméntiam tuam omnis boni salutáris efféctum:
[O Signore Gesù Cristo, il sacrificio al quale abbiamo partecipato celebrando devotamente i dolori che hanno trafitto la vergine tua Madre, ci ottenga dalla tua clemenza il frutto di ogni bene per la salvezza:]
Orémus.
Commemoratio Feria Quarta Quattuor Temporum Septembris
Suméntes, Dómine, dona cœléstia, supplíciter deprecámur: ut, quæ sédula servitúte, donánte te, gérimus, dignis sénsibus tuo múnere capiámus.

[Ricevendo questi doni celesti, ti supplichiamo umilmente, o Signore: fa’ che quanto con sollecito servizio abbiamo compiuto per tua concessione, lo abbiamo pure, per tua grazia, ad accogliere con degni sentimenti.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

FESTA DELLA BEATA VERGINE MARIA ASSUNTA IN CIELO (2021)

15 AGOSTO (2021)

Assunzione della B. V. M.

[D. G. LEFEBVRE O. S. B.: Messale romano – L.I.C.E. –R. BERRUTI, TORINO 1936]

In questa festa, la più antica e la più solenne del Ciclo Mariano (VI secolo), la Chiesa invita tutti i suoi figli sparsi nel mondo a unire la loro gioia (Intr.), la loro riconoscenza (Pref.) a quella degli Angeli che lodano il Figlio di Dio, perché sua Madre è entrata in questo giorno, con il corpo e con l’anima, nel cielo (All.). Nella Basilica di Santa Maria Maggiore si celebra a Natale il Mistero, che è il punto di partenza di tutte le glorie della Vergine ed ancora si celebra oggi l’Assunzione, che ne è l’ultimo. Maria, porta in sé l’umanità di Gesù al momento dell’incarnazione del Verbo; oggi è Gesù, che riceve a sua volta il corpo di Maria in cielo. Ammessa a godere le delizie della contemplazione eterna, la Madre ha scelto ai piedi del suo divin Figlio la miglior parte, che non le sarà giammai tolta (Vang., Com.). – In altri tempi si leggeva il Vangelo della Vigilia, dopo quello del giorno, a fine di dimostrare che la Madre di Gesù è la più fortunata tra tutte, perché meglio d’ogni altra, « Ella ascoltò la parola di Dio ». Questa Parola, questo Verbo, questa Sapienza divina che stabilisce, sotto l’Antica Legge, la sua dimora nel popolo d’Israele (Ep.), è discesa sotto la Nuova Legge in Maria. Il Verbo si è incarnato nel seno della Vergine e ora negli splendori della celeste Sion egli l’ha colmata delle delizie della visione beatifica. Come Marta, la Chiesa sulla terra si dedica alle sollecitudini delle quali necessita la vita presente ed ancora come Marta, la Chiesa reclama l’aiuto di Maria (Or., Secr., Postc). Una processione fu sempre fatta nel giorno della festa dell’Assunzione. A Gerusalemme era formata dai numerosi pellegrini che andavano a pregare sulla tomba della Vergine e contribuirono così all’istituzione di questa solennità. Il clero di Costantinopoli faceva anch’esso nel giorno della festa dell’Assunzione di Maria una processione. A Roma, dal VII al XVI secolo, il corteo papale, al quale prendevano parte le rappresentanze del Senato e del popolo, andava in quel giorno dalla chiesa di San Giovanni in Laterano a quella di Santa Maria Maggiore. Questo si chiamava fare la Litania.

Assunzione della Beata Maria Vergine.

[Appendice al Messale ut supra]

Doppio di classe con Ottava Comune. – Paramenti bianchi.

La credenza nell’Assunzione corporea di Maria SS. era già radicata da secoli nel cuore dei fedeli, profondamente persuasi che la Vergine, sin dal momento del suo transito da questa terra al Cielo, era stata glorificata da Dio anche nel corpo, senza che dovesse attendere che questo risorgesse, insieme con quello di tutti gli altri, alla fine del mondo. Cosi la festa dell’Assunzione, celebrata già verso il 500 in Oriente, costituì la più antica e la maggiore solennità dell’anno in onore di Maria SS. Tuttavia la realtà dell’Assunzione corporea di Maria in Cielo non fu oggetto di una solenne definizione da parte del Papa se non il 1° novembre 1950. In tale giorno, il Sommo Pontefice Pio XII proclamò dogma di fede che « Maria, terminata la carriera della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste quanto all’anima e quanto al corpo. – Questa definizione, maturata lentamente, ma incessantemente nei diciannove secoli che seguirono al beato transito di Maria da questa terra, ha ed avrà un’eco incalcolabile nella dottrina come nella vita cristiana. – Una delle sue conseguenze pratiche sarà quella di attirare vieppiù l’attenzione dei fedeli sulla futura glorificazione nostra non solo quanto all’anima, ma anche quanto al corpo. Come Adamo ci rovinò nell’una e nell’altro, così Gesù ci redense non solo quanto all’anima, ma anche quanto al corpo, cosicché l’anima del giusto è destinata ad una beatitudine immensa mediante la visione beatifica di Dio, ed il corpo alla sua volta verrà risuscitato, trasformato e configurato a quello glorioso del Cristo. Per Maria SS. la glorificazione corporea avvenne alla fine della sua carriera mortale; per gli altri giusti non avverrà che alla fine del mondo; ma se devono attenderla, non possono però dubitarne; la loro redenzione è certissima e sarà completa e perfetta (Rom. VIII, 23; Ef. IV, 30). Avendo già realizzato pienamente in se stessa il disegno divino della nostra redenzione, Maria SS. è per noi, colla sua Assunzione corporea, un altro modello, oltre quello di Gesù, della divinizzazione dell’anima mediante la visione beatifica e della glorificazione del corpo cui tutti siamo chiamati e che tutti dobbiamo meritare con le buone opere e con le sofferenze di questa vita cristianamente sopportate. Come del Cristo, così saremo coeredi di Maria SS., se soffriremo con Lei e come Lei (Rom. VIII, 17). – D’altra parte, l’Assunta non soltanto ci ricorda quale sia la nostra meta soprannaturale e la via per raggiungerla, ma ci presta anche il suo validissimo aiuto. A quel modo che una buona mamma mira sempre a rendere partecipi della sua felicità tutti i suoi figli, così la Madre nostra celeste regna in Paradiso sempre sollecita della salvezza di tutti gli uomini. S. Paolo ci rappresenta Gesù che vive alla destra del Padre, sempre pregando per noi (Rom. VIII, 34; Ebr. VII, 25); la Chiesa, alla sua volta, ci dice che la Vergine è stata assunta in cielo, affinché fiduciosamente s’interponga presso Dio per noi peccatori (Segreta della Vigilia).

Affine di perpetuare anche nella Liturgia il ricordo della definizione del dogma dell’Assunzione di Maria SS., la Santa Sede ha pubblicato una nuova Messa in onore dell’Assunta, ordinando di inserirla nel Messale il giorno 15 d’agosto, in luogo di quella antica (A. A. S. 1950, pag. 703-5).

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ap XII:1
Signum magnum appáruit in cœlo: múlier amicta sole, et luna sub pédibus ejus, et in cápite ejus coróna stellárum duódecim

[Un gran segno apparve nel cielo: una Donna rivestita di sole, con la luna sotto i piedi, ed in capo una corona di dodici stelle].
Ps XCVII:1
Cantáte Dómino cánticum novum: quóniam mirabília fecit.

[Cantate al Signore un càntico nuovo: perché ha fatto meraviglie].


Signum magnum appáruit in coelo: múlier amicta sole, et luna sub pédibus ejus, et in cápite ejus coróna stellárum duódecim

[Un gran segno apparve nel cielo: una donna rivestita di sole, con la luna sotto i piedi, ed in capo una corona di dodici stelle].

Oratio

Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, qui Immaculátam Vírginem Maríam, Fílii tui genitrícem, córpore et ánima ad coeléstem glóriam assumpsísti: concéde, quǽsumus; ut, ad superna semper inténti, ipsíus glóriæ mereámur esse consórtes.

[Onnipotente sempiterno Iddio, che hai assunto in corpo ed ànima alla gloria celeste l’Immacolata Vergine Maria, Madre del tuo Figlio: concédici, Te ne preghiamo, che sempre intenti alle cose soprannaturali, possiamo divenire partecipi della sua gloria].

Lectio

Léctio libri Judith.
Judith XIII, 22-25; XV:10

Benedíxit te Dóminus in virtúte sua, quia per te ad níhilum redégit inimícos nostros. Benedícta es tu, fília, a Dómino Deo excelso, præ ómnibus muliéribus super terram. Benedíctus Dóminus, qui creávit coelum et terram, qui te direxit in vúlnera cápitis príncipis inimicórum nostrórum; quia hódie nomen tuum ita magnificávit, ut non recédat laus tua de ore hóminum, qui mémores fúerint virtútis Dómini in ætérnum, pro quibus non pepercísti ánimæ tuæ propter angústias et tribulatiónem géneris tui, sed subvenísti ruínæ ante conspéctum Dei nostri. Tu glória Jerúsalem, tu lætítia Israël, tu honorificéntia pópuli nostri.

[Il Signore ti ha benedetta nella sua potenza, perché per mezzo tuo annientò i nostri nemici. Tu, o figlia, sei benedetta dall’Altissimo piú che tutte le donne della terra. Sia benedetto Iddio, creatore del cielo e della terra, che ha guidato la tua mano per troncare il capo al nostro maggior nemico. Oggi ha reso cosí glorioso il tuo nome, che la tua lode non si partirà mai dalla bocca degli uomini che in ogni tempo ricordino la potenza del Signore; a pro di loro, infatti, tu non ti sei risparmiata, vedendo le angustie e le tribolazioni del tuo popolo, che hai salvato dalla rovina procedendo rettamente alla presenza del nostro Dio. Tu sei la gloria di Gerusalemme, tu la gloria di Israele, tu l’onore del nostro popolo!]

Graduale

Ps XLIV:11-12; XLIV:14
Audi, fília, et vide, et inclína aurem tuam, et concupíscit rex decórem tuum.

[Ascolta, o figlia; guarda e inclina il tuo orecchio, e s’appassionerà il re della tua bellezza.]

V. Omnis glória ejus fíliæ Regis ab intus, in fímbriis áureis circumamícta varietátibus. Allelúja, allelúja.

[V. Tutta bella entra la figlia del Re; tessute d’oro sono le sue vesti. Allelúia, allelúia].


V. Assumpta est María in cælum: gaudet exércitus Angelórum. Allelúja.  

[Maria è assunta in cielo: ne giúbila l’esercito degli Angeli. Allelúia.]

Vangelo

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Lucam.
Luc 1:41-50
“In illo témpore: Repléta est Spíritu Sancto Elisabeth et exclamávit voce magna, et dixit: Benedícta tu inter mulíeres, et benedíctus fructus ventris tui. Et unde hoc mihi ut véniat mater Dómini mei ad me? Ecce enim ut facta est vox salutatiónis tuæ in áuribus meis, exsultávit in gáudio infans in útero meo. Et beáta, quæ credidísti, quóniam perficiéntur ea, quæ dicta sunt tibi a Dómino. Et ait María: Magníficat ánima mea Dóminum; et exsultávit spíritus meus in Deo salutári meo; quia respéxit humilitátem ancíllæ suæ, ecce enim ex hoc beátam me dicent omnes generatiónes. Quia fecit mihi magna qui potens est, et sanctum nomen ejus, et misericórdia ejus a progénie in progénies timéntibus eum.”

[In quel tempo: Elisabetta fu ripiena di Spirito Santo, e ad alta voce esclamò: Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo seno! Donde a me questo onore che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, infatti, che appena il tuo saluto è giunto alle mie orecchie, il bimbo ha trasalito nel mio seno. Beata te, che hai creduto che si compirebbero le cose che ti furono dette dal Signore! E Maria rispose: L’ànima mia magnifica il Signore, e il mio spirito esulta in Dio mio salvatore, perché ha guardato all’umiltà della sua serva; ed ecco che da ora tutte le generazioni mi diranno beata. Perché grandi cose mi ha fatto colui che è potente, e santo è il suo nome, e la sua misericordia si estende di generazione in generazione su chi lo teme.]

OMELIA

[I Sermoni del B. GIOVANNI B. M. VIANNEY, trad. It. di Giuseppe D’Isengrad P. d. M. – vol. IV, Torino, Libreria del Sacro Cuore – 1908- imprim. Can. Ezio Gastaldi-Santi, Provic. Gen., Torino, 8  apr. 1908]

SULLE GRANDEZZE DI MARIA.

Quia retpexit humilitatem ancillæ suæ.

[Perché il Signore ha riguardato la bassezza della sua ancella].

(S. LUCA I, 48).

Se noi vediamo, fratelli miei, la SS. Vergine abbassarsi nella sua umiltà al disotto d’ogni creatura, vediamo pure quest’umiltà innalzarla al di sopra di tutto ciò che non è Dio. No, non i grandi della terra l’han sollevata al sommo grado di dignità nella quale abbiamo oggi la lieta ventura di contemplarla. Le tre Persone della SS. Trinità l’han posta su quel trono di gloria; l’han proclamata Regina del cielo e della terra, facendola depositaria di tutti i tesori celesti. No, miei fratelli, non riusciremo mai ad intender sufficientemente le grandezze di Maria, e il potere conferitole dal suo divino Figliuolo; non potremo mai conoscer bene quanto desidera di farci felici. Ci ama come figli: e si rallegra del potere datole da Dio, perché può così giovarci di più. Sì, Maria è nostra mediatrice; essa presenta tutte le nostre preghiere, le nostre lacrime, i nostri gemiti al suo divin Figlio; Ella attira su noi le grazie necessarie alla nostra salute. Lo Spirito Santo ci dice che Maria è, tra tutte le creature, un prodigio di grandezza, un prodigio di santità e un prodigio d’amore. Quale felicità per noi, miei fratelli, e quale speranza per la nostra salute! Ravviviamo dunque la nostra fiducia in questa buona e tenera Madre, considerando: 1° la sua grandezza; 2° il suo zelo per la nostra salute; 3° ciò che dobbiam fare per piacerle e meritarne la protezione.

I. — Parlar delle grandezze di Maria, miei fratelli, è voler impicciolire l’idea grande che ve ne fate; poiché dice S. Ambrogio che Maria è innalzata a sì alto grado di gloria, d’onore e di potenza, cui neppur gli Angeli son capaci di comprendere: ciò è riservato a Dio solo. Quindi concludo che quanto potrete udire, sarà nulla o quasi nulla a confronto di ciò che è Maria agli occhi di Dio. Il più bell’elogio, che possa farcene la Chiesa, è dirci che Maria è Figlia dell’eterno Padre, Madre del Figliuol di Dio salvatore del mondo, e Sposa dello Spirito santo. Se l’eterno Padre ha scelto Maria qual sua Figlia privilegiata, qual torrente di grazie non dovette Egli versar nell’anima sua? Ella sola ne ricevette più che tutti insieme gli Angeli e i Santi. Innanzi tutto, la preservò dal peccato originale, grazia concessa soltanto a Lei. L’ha confermata in questa grazia, con piena certezza che mai la perderebbe. Sì, miei fratelli, l’eterno Padre l’arricchì de’ doni celesti a proporzione dell’alta dignità, a cui doveva innalzarla. Ne formò un tempio vivo delle tre Persone della SS. Trinità. – Diciamo meglio ancora: fece per Ella quanto poteva farsi per una creatura. Se l’eterno Padre ebbe sì gran cura di Maria, sappiamo che lo Spirito Santo scese pure ad abbellirla in tal grado, che, fin dall’istante del suo concepimento, divenne oggetto delle compiacenze delle tre divine Persone. Maria soltanto ha la bella sorte d’esser Figlia privilegiata dell’eterno Padre, ed ha pur quella d’esser Madre del Figliuolo e Sposa dello Spirito Santo. Per tale dignità incomparabile si vede congiunta alle tre divine Persone per formare il corpo adorabile di Gesù Cristo. Di Lei Dio doveva servirsi per abbattere e rovinare l’impero del demonio. Di Lei si valsero le tre Persone divine per salvare il mondo dandogli un Redentore. Avreste pensato mai che Maria fosse un tale abisso di grandezza, di potenza e d’amore? Dopo il Corpo adorabile di Gesù Cristo Ella è il più bello ornamento della corte celeste. Possiam dire che il trionfo della SS. Vergine in cielo è il compimento di tutti i meriti di quest’augusta Regina del cielo e della terra. In quell’istante ricevette l’ultimo ornamento della sua incomparabile dignità di Madre di Dio. Dopo aver per qualche tempo tollerato le molteplici miserie della vita e incontrato poi le umiliazioni della morte, andò infine a godere della vita più gloriosa e più felice di cui possa godere una creatura. Talora ci meravigliamo che Gesù, il quale amava tanto sua Madre, l’abbia lasciata dopo la sua resurrezione così a lungo sulla terra. La ragione fu che voleva con questo ritardo procurarle maggior gloria; d’altra parte, gli Apostoli avevano ancor bisogno di Lei per essere consolati e guidati. Maria, infatti, rivelò agli Apostoli segreti più grandi della vita nascosta di Gesù Cristo. Maria pure spiegò il vessillo della verginità, ne fece conoscere tutto lo splendore, tutta la bellezza, e ci mostra l’inestimabile premio riserbato a uno stato sì santo. Ma rimettiamoci in via, fratelli miei, e continuiamo a seguire Maria fino al momento, in cui abbandona questo mondo. Gesù Cristo volle, che, prima d’essere assunta al cielo, potesse anche una volta rivedere gli Apostoli. Tutti, eccetto S. Tommaso, furono miracolosamente trasportati intorno al suo povero letto. Per un atto profondissimo di quell’umiltà, che aveva spinto sempre al più alto grado, Maria volle baciare a tutti i piedi, e chiese loro la benedizione. Quest’atto era apparecchio all’altissima gloria, a cui il suo Figliuolo doveva innalzarla. Quindi Maria diede a tutti la sua benedizione. È impossibile far intendere quante lacrime abbiano allora versato gli Apostoli per la perdita che stavano per fare. Dopo il Salvatore la SS. Vergine non era loro unica felicità, loro sola consolazione? Per mitigare un po’ la loro pena, Ella promise che non li dimenticherebbe dinanzi al suo divino Figliuolo. Si crede che l’Angelo medesimo, da cui le era stato annunziato il mistero dell’Incarnazione, venisse a indicarle, a nome del suo Figliuolo l’ora della sua morte. La SS. Vergine rispose all’Angelo: « Ah! qual felicità! E come desideravo questo momento! » Dopo sì lieta notizia volle fare il suo testamento che fu presto fatto. Aveva due vesti e le diede a due vergini, che da lungo tempo la servivano. Si sentì allora infiammata di tanto amore, che l’anima sua, simile ad accesa fornace, non poté più rimanere nel corpo. Beato momento! È possibile, fratelli miei, considerar le meraviglie, che accompagnarono tal morte, e non sentir ardente desiderio di viver santamente per santamente morire? Certo non dobbiamo aspettarci di morir d’amore, ma almeno abbiamo speranza di morir nell’amor di Dio. Maria non teme punto la morte, poich’essa la metterà a possesso della perpetua felicità. Sa che l’aspetta il paradiso, e ch’Ella ne sarà uno de’ più belli ornamenti. – Il suo Figliuolo e tutta la corte celeste si fanno anzi per celebrare così splendida festa; i santi e le sante del cielo aspettano solo gli ordini di Gesù, per venir in cerca di questa Regina e condurla trionfalmente nel suo regno. In cielo tutto è apparecchiato per riceverla; essa riceverà onori superiori a quanto può immaginarsi. Per uscir da questa vita Maria non ebbe a soffrir malattia, perché esente da peccato. Non ostante la sua età, il suo corpo non fu mai deperito, come quello degli altri mortali, anzi sembrava prendere nuovo splendore a misura che si avvicinava alla fine. S. Giovanni Damasceno ci dice che Gesù Cristo in persona venne in cerca della Madre sua. Così spariva questo bell’astro, che per settantadue anni aveva rischiarato il mondo. Sì, miei fratelli, Maria rivide il suo Figliuolo, ma in aspetto ben diverso da quello in cui l’aveva visto, quando, tutto coperto di sangue, era confitto alla croce. O Amor divino, ecco la più bella delle tue vittorie e delle tue conquiste! Non potevi far di più, ma neppure avresti potuto far di meno! Sì, miei fratelli, se la Madre d’un Dio doveva morire, non poteva morire che in un impeto d’amore. O bella morte! o morte beata! o morte desiderabile! Ah! Ella è pur compensata di quel torrente d’umiliazioni e di dolori, di cui la sua sant’anima fu inondata nel corso della sua vita mortale! Sì, essa rivede il suo Figliuolo, ma ben diverso da ciò che era il giorno in cui l’aveva visto nel tempo della sua dolorosa passione, tra le mani de’ suoi carnefici, sotto il peso della croce senza poterlo sollevare. Oh! no: non lo vede più in sì triste apparato, capace di annichilare una creatura un po’ sensibile; ma lo vede, dico, splendente di tanta gloria, ch’è la gioia e la felicità del cielo: vede gli Angeli e i Santi che lo circondano, lo lodano, lo benedicono e l’adorano fino ad annientarsi dinanzi a Lui. Sì, rivede quel tenero Gesù, esente da tutto ciò che può farlo patire. Ah! chi di noi non vorrà lavorare per andare a raggiungere Madre e Figlio in quel luogo di delizie? Pochi momenti di combattimento e di patimenti sono larghissimamente ricompensati. – Ah! miei fratelli, che morte beata! Maria non teme nulla, perché ha sempre amato il suo Dio: non rimpiange nulla, perché non possedette mai altro che il suo Dio. Vogliamo morire senza timore? Viviamo nell’innocenza come Maria; fuggiamo il peccato, ch’è nostra sola sventura nel tempo e nell’eternità. Se avemmo la grande sventura di commetterlo, piangiamo, conforme all’esempio di S. Pietro, fino alla morte, e il nostro dolore termini solo colla vita. Imitando l’esempio del santo re David, scendiamo nella tomba versando lacrime: e nell’amarezza del nostro pianto laviamo le anime nostre (Ps. VI, 7). Vogliamo, come Maria, morire senza rammarico? Viviamo com’Ella senza attaccarci alle cose create; facciamo com’Ella, amiamo Dio solo, Lui soltanto desideriamo, e cerchiamo unicamente di piacergli in tutto ciò che facciamo. Beato il Cristiano, che non lascia nulla e ritrova tutto!… Accostiamoci ancora un momento a quel povero letticciuolo, che ha la bella sorte di reggere questa perla preziosa, questa rosa sempre fresca e senza spine, questo globo di luce e di gloria, che deve dare nuovo splendore a tutta la corte celeste. Gli Angeli, si dice, intonarono un cantico d’allegrezza nell’umile casetta ov’era il sacro corpo, ed essa era imbalsamata d’odore sì gradito, che pareva vi fossero scese tutte le dolcezze del paradiso. Andiamo, fratelli miei, accompagniamo questo sacro corteo; teniam dietro a questo tabernacolo in cui l’eterno Padre aveva rinchiuso tutti i suoi tesori, e che, per qualche tempo starà nascosto, come fu nascosto il corpo del suo divino Figliuolo. Il dolore e i gemiti resero senza parola gli Apostoli e i fedeli venuti in grandissimo numero a vedere anche una volta la Madre del loro Redentore. Ma, riavutisi, cominciarono a cantare inni e cantici per onorare il Figlio e la Madre. Degli Angeli una parte salì al cielo per condurre in trionfo quest’anima senza pari; l’altra restò sulla terra per celebrar le esequie del suo corpo. Or vi chiedo, fratelli miei, chi potrà esser capace di dipingerci sì bello spettacolo? Da una parte s’udivano gli spiriti celesti usar tutto la loro arte di paradiso per manifestare la gioia ond’erano pieni per la gloria della loro Regina; dall’altra si vedevano gli Apostoli e gran numero di fedeli levare anch’essi le loro voci per accompagnare le armonie di quei divini cantori. S. Giovanni Damasceno ci dice che, prima di mettere nel sepolcro il santo corpo, tutti ebbero la sorte felice di baciare quelle mani sacrosante, che avevan tante volte portato il Salvatore del mondo. In quell’istante non vi fu infermo che non fosse guarito; non vi fu alcuno in Gerusalemme, che non chiedesse a Dio qualche grazia per intercessione di Maria e non l’ottenesse. Dio volle così per farci intendere che tutti coloro, i quali poi avrebbero ricorso a Lei, erano certi di tutto ottenere. Poiché ciascuno, dice il medesimo santo, ebbe soddisfatto alla sua pietà, e ottenuto ciò che chiedeva, si pensò alla sepoltura della Madre di Dio. Gli Apostoli, secondo l’usanza de’ Giudei, ordinarono che si lavasse e s’imbalsamasse il sacro corpo. Incaricarono di quest’ufficio due vergini, ch’erano ai servizi di Maria. Queste, per miracolo, non poterono veder, né toccare il santo corpo. Si credette riconoscere in questo il volere di Dio, e il corpo fu sepolto con tutte le sue vesti. Se Maria fu sulla terra umile in guisa che non ebbe pari, anche la sua morte e la sua sepoltura non ebbero eguale per la grandezza delle meraviglie che vi accaddero. Gli Apostoli in persona portarono quel prezioso deposito, e il sacrosanto corteo traversò la città di Gerusalemme fino al luogo della sepoltura, ch’era nel borgo di Gethsemani nella valle di Giosafat. Tutti i fedeli l’accompagnarono con fiaccole in mano, molti si univano per via a quella pia folla, che portava l’arca della nuova alleanza e la conduceva al luogo del suo riposo. Dice S. Bernardo che gli Angeli facevano anch’essi la loro processione, precedendo e seguendo il corpo della loro Sovrana con cantici d’allegrezza: tutti gli astanti udivano il canto degli Angeli, e, dovunque passava, quel sacro corpo spandeva una fragranza deliziosa, come se tutte le dolcezze e i profumi celesti fossero discesi sulla terra. Vi fu, aggiunge il santo, un disgraziato Giudeo, che, consumato dalla rabbia nel vedere che si rendevano sì grandi onori alla Madre di Dio, si scagliò sul santo corpo per farlo cadere nel fango; ma appena l’ebbe toccato, ambe le mani gli caddero inaridite. Pentito pregò S. Pietro a farlo accostare al corpo della SS. Vergine; e nell’atto in cui lo toccava, le sue due mani si rimisero a posto da sé in modo che pareva non fossero state mai separate dal braccio. Il corpo della Madre di Dio essendo stato rispettosamente deposto nel sepolcro, i fedeli tornarono a Gerusalemme; ma gli Angeli continuarono a cantar per tre giorni le lodi di Maria, gli Apostoli venivano, gli uni dopo gli altri, ad unirsi agli Angeli che se ne stavano sopra la tomba. In capo a tre giorni S. Tommaso, il quale non aveva assistito alla morte della Madre di Dio, chiese a S. Pietro la consolazione di vedere anche una volta quel corpo verginale. Andarono dunque al sepolcro; ma non vi trovarono più che le vesti. Gli Angeli l’avevano trasportata in cielo, poiché non si sentivano più i loro canti. Per farvi una fedele descrizione della sua entrata gloriosa e trionfante in cielo, bisognerebbe, fratelli miei, ch’io fossi Dio medesimo, che in quel momento volle prodigare alla Madre sua tutte le ricchezze del suo amore e della sua riconoscenza. Possiam dire che allora raccolse quant’era capace di abbellirne il celeste trionfo. « Apritevi, porte del cielo, ecco la vostra Regina che abbandona la terra per adornare i cieli colla grandezza della sua gloria, coll’immensità de’ suoi meriti e della sua dignità ». Quale stupendo spettacolo! Il cielo non aveva visto mai entrare nel suo recinto creatura sì bella, sì compita, sì perfetta, sì ricca di virtù. « Chi è costei – dice lo Spirito Santo – che s’innalza dal deserto di questa vita ricolma di delizie e d’amore, appoggiata al braccio del suo Diletto?… » (Cant. C. VIII, 5). Avvicinatevi: le porte del cielo si schiudono, e tutta la corte celeste si prostra dinanzi a Lei come a sua Sovrana. Gesù Cristo in persona la conduce in mezzo alla gloria del suo trionfo, e le fa sedere sul più bel trono del suo regno. Le tre persone della SS. Trinità le mettono in capo una splendente corona e la rendono depositaria di tutti i tesori del cielo. Oh! miei fratelli, qual gloria per Maria! Ma insieme quale argomento di speranza per noi saperla elevata a sì alta dignità, e conoscer quanto ardentemente desideri di salvare le anime nostre!

II. — Quale amore non ha Maria per noi? Ci ama come figli; se fosse stato necessario, sarebbe stata pronta a morire per noi. Rivolgiamoci a Lei con grande fiducia, e saremo sicuri che, per quanto siamo meschini, ci otterrà la grazia della conversione. Ha tanta cura della salute delle anime nostre, e desidera tanto la nostra felicità!… Nella vita di S. Stanislao, devotissimo della Regina del cielo (Ribadeneira: 15 Agosto), leggiamo che, mentre un giorno pregava, chiese alla SS. Vergine che volesse una volta lasciarsegli vedere insieme al bambino Gesù. Tale preghiera riuscì così gradita a Dio, che nell’istante medesimo Stanislao vide apparirgli dinanzi la SS. Vergine, la quale teneva tra le braccia il santo Bambino. Un’altra volta, essendo infermo e in casa di luterani che non volevano permettergli di ricevere la Comunione, si rivolse alla SS. Vergine e la pregò di procacciargli tanta felicità. Finita appena la sua preghiera vide venire un Angelo, che gli recava l’Ostia santa, accompagnato dalla SS. Vergine. L’istesso gli accadde in circostanza quasi simile: un Angelo gli recò Gesù Cristo e gli diede la santa Comunione. Vedete, fratelli miei, quanta cura ha Maria della salvezza di chi confida in Lei? Siam pur felici d’aver una Madie che ci ha preceduto nella pratica delle virtù, di cui dobbiamo essere adorni, se vogliamo piacere a Dio e giungere al cielo! Ma badiamo bene di non far poco conto di Lei e del culto che le si rende! S. Francesco Borgia ci narra che un gran peccatore sul letto di morte non voleva udir parlare né di Dio, né d’anima, né di confessione. S. Francesco, ch’era allora nel paese di quel disgraziato, si mise a pregare Iddio per lui; e, mentre pregava piangendo, udì una voce che gli disse: « Va’, Francesco, va a portar la mia croce a quest’infelice, esortalo alla penitenza ». S. Francesco corse presso il malato ch’era già in braccio alla morte. Ohimè! aveva già chiuso il cuore alla grazia. S. Francesco lo scongiuro’ d’aver pietà dell’anima sua, di chiedere perdono a Dio; ma no: per lui tutto era perduto; il santo udì ancor due volte la stessa voce che gli disse: « Va’, Francesco, a portar la croce a questo sciagurato ». Il santo gli mostrò ancora il suo crocifisso, che si trovò tutto coperto di sangue, il quale grondava da ogni parte; disse al peccatore che quel sangue adorabile gli otterrebbe il perdono, purché volesse chieder misericordia. Ma no: per lui tutto fu vano; e morì bestemmiando il nome di Dio. – La sua sventura veniva di qui: che aveva schernita e spregiata la SS. Vergine negli onori che le si rendono. Ah! fratelli miei! badiamo bene di non dispregiar nulla di ciò che si riferisce al culto di Maria, di questa Madre sì buona, così inclinata ad aiutarci alla minima confidenza che si riponga in Lei. Ecco alcuni esempi, dai quali apparirà manifesto che, se saremo fedeli anche alla più piccola pratica di devozione verso la SS. Vergine, Essa non permetterà mai che moriamo in peccato. – È riferito nella storia che un giovane libertino si abbandonava senza rimorso a tutti i vizi del suo cuore. Una malattia venne ad interrompere i suoi disordini. Per quanto libertino non aveva lasciato mai di dire ogni giorno un’Ave Maria: era la sua sola preghiera, ed anche mal fatta: era ormai una mera abitudine. Quando si seppe che la sua malattia era disperata, si andò in cerca del Curato che venne a visitarlo e l’esortò a confessarsi. Ma il malato gli rispose, che, se aveva da morire, voleva morir com’era vissuto; e che, se riusciva a scamparla, voleva continuare a vivere com’era vissuto fino allora. Egual risposta diede a tutti coloro che vollero parlargli di confessione. Tutti erano grandemente costernati: niuno osava più parlargliene per timore d’essergli occasione di vomitar le stesse bestemmie e le stesse empietà. Frattanto uno de’ suoi compagni, ma più assennato di lui, e che l’aveva spesso ripreso de’ suoi disordini, venne a trovarlo. Dopo avergli parlato di varie altre cose, gli disse senza giri di parole: « Compagno mio, dovresti pur pensare a convertirti ». — « Amico, rispose l’infermo, sono troppo gran peccatore: sai bene qual vita ho menato ». — « Ebbene, prega la SS. Vergine, ch’è rifugio de’ peccatori ». — « Ah! ho ben detto ogni giorno un’Ave Maria; ma son qui tutte le preghiere che ho fatto. Credi forse che questo debba giovarmi a qualche cosa? » — « Eccome, replicò l’altro: ti gioverà per tutto. Non le hai chiesto che preghi per te all’ora della morte? Adesso dunque pregherà per te ». — « Poiché credi che la SS. Vergine preghi per me, va a cercare il signor Curato perch’io faccia una buona confessione ». Così dicendo cominciò a versare torrenti di lacrime. « Perché piangi? » gli chiese l’amico. « Ah! potrò pianger mai abbastanza, rispose, dopo aver menato una vita così peccaminosa, dopo aver offeso un Dio così buono, che vuole ancora perdonarmi? Vorrei poter piangere a lacrime di sangue per mostrare a Dio quanto mi duole d’averlo offeso: ma troppo impuro è il mio sangue e non è degno d’essere offerto a Gesù Cristo in espiazione dei miei peccati. Mi consola il pensare che Gesù Cristo ha offerto il suo al Padre per me: in Lui è posta la mia speranza ». L’amico, udendo queste parole e vedendo le sue lacrime grondare copiose, cominciò a pianger di gioia con Lui. Tale cangiamento era sì straordinario che l’attribuì alla protezione della SS. Vergine. In quell’istante tornò il Curato, e, meravigliato assai di vederli piangere ambedue, chiese che cosa fosse accaduto. — « Ah! Signore, rispose il malato, piango i miei peccati! Ohimè! Ho cominciato a piangerli troppo tardi! Ma so che sono infiniti i meriti di Gesù Cristo e che senza confini è la sua misericordia; perciò spero che Dio avrà ancora pietà di me ». – Il prete, stupito, gli chiese chi avesse operato in lui sì gran cangiamento. « La SS. Vergine, rispose l’infermo, ha pregato per me; e ciò m’ha fatto aprire gli occhi sul misero mio stato ». — « Volete ben confessarvi? » — « Oh! sì, Signore, voglio confessarmi, e pubblicamente; poiché ho dato scandalo colla mia vita cattiva, voglio che tutti siano testimoni del mio pentimento ». Il Sacerdote gli disse che ciò non era necessario; ma bastava, per riparazione dello scandalo, che si sapesse com’egli aveva ricevuto i Sacramenti. Si confessò con tanto dolore e tante lacrime, che il sacerdote dovette più volte fermarsi per lasciarlo piangere. Ricevette i Sacramenti con segni sì grandi di pentimento, che si sarebbe creduto ne dovesse morire. – Non aveva ragione S. Bernardo di dire che, chi è sotto la protezione della SS. Vergine è sicuro; e che non s’è vista mai la SS. Vergine abbandonare chi ha fatto in suo onore qualche atto di pietà? No, miei fratelli, ciò non s’è visto e non si vedrà mai. Vedete in che modo la SS. Vergine ha ricompensato un’Ave Maria che quel giovine aveva detto ogni giorno? E come la diceva! Tuttavia, avete visto che fece un miracolo, anziché lasciarlo morire senza confessione! Qual felice sorte è per noi invocare Maria, poich’Ella ci salva così e ci fa perseverare nella grazia! Qual motivo di speranza è il pensare che, non ostante i nostri peccati, si offre continuamente a Dio per implorarci il perdono! Sì, miei fratelli, Maria ravviva la nostra speranza in Dio. Ella presenta a Lui le nostre lacrime, e ci trattiene dal cadere nella disperazione alla vista delle nostre colpe. – S. Alfonso de’ Liguori racconta che un suo compagno prete vide un giorno entrare in una chiesa un giovane, il cui aspetto rivelava un’anima straziata da’ rimorsi. Il prete s’accostò al giovane e gli disse: « Volete confessarvi, amico mio? » Egli rispose di sì, ma ad un tempo chiese che la sua confessione fosse ascoltata in luogo recondito, perché va esser lunga. Quando furono soli, il nuovo penitente parlò così: « Padre mio, son forestiero e gentiluomo; ma credo di non potere esser mai oggetto delle misericordie d’un Dio, che ho tanto offeso con una vita così colpevole. Per tacere gli omicidi e le infamie, di cui sono reo, vi dirò, che, disperando della mia salvezza, mi sono lasciato andare ad ogni maniera di colpe, meno per contentare le mie passioni, che per oltraggiare Iddio e far pago l’odio mio contro di Lui. Portava indosso un crocifisso, e l’ho gettato via per disprezzo. Questa mattina istessa mi sono accostato alla sacra Mensa per commettere un sacrilegio, ed era mia intenzione calpestar l’Ostia santa, se non me avesse trattenuto la presenza degli astanti »; e così dicendo, consegnò al sacerdote l’Ostia consacrata che aveva conservata in una carta. « Passando dinanzi a questa chiesa, continuò, mi son sentito muovere ad entrarvi a segno che non ho potuto resistere: ho provato rimorsi così violenti, e straziavano talmente la mia coscienza, che, di mano in mano ch’io m’accostava al vostro confessionale, cadeva in grandissima disperazione. Se non foste uscito per accostarvi a me, me ne sarei andato via di chiesa: non so davvero come sia andata ch’io mi trovi adesso a’ vostri piedi per confessarmi ». Ma il prete gli disse: « Avete forse fatto qualche opera buona che vi abbia meritato tal grazia? Avete forse offerto qualche sacrifizio alla santissima Vergine, o implorata l’assistenza di Lei, poiché tali conversioni sono, d’ordinario, effetto della potenza di questa buona Madre? » — « Padre mio, siete in errore: avevo un crocifisso, e l’ho gettato via per disprezzo ». — « Eppure… riflettete bene, questo miracolo non s’è compiuto senza qualche ragione ». — « Padre, disse il giovane accostando la mano al suo scapolare, quest’è quanto ho conservato ». — « Ah! mio buon amico, gli disse il prete abbracciandolo, non vedete che la SS. Vergine appunto v’ha ottenuto la grazia, v’ha tratto in questa chiesa a Lei consacrata? ». A quelle parole il giovane ruppe in amaro pianto; narrò tutti i particolari della sua vita di peccato, e, crescendo sempre il suo dolore, cadde come morto ai piedi del confessore: riavutosi, terminò la sua confessione. Prima d’uscir di chiesa promise che avrebbe narrato dappertutto la misericordia che Maria aveva ottenuto dal suo Figliuolo per lui.

III. — Siam pure avventurati, fratelli miei, d’avere una Madre sì buona, e così intenta a procurare la salute delle anime nostre! Tuttavia non bisogna contentarsi di pregarla, bisogna altresì praticare tutte le altre virtù, che sappiamo essere gradite a Dio. Un gran servo di Maria, S. Francesco di Paola, fu un giorno chiamato da Luigi XI, che sperava di ottener da lui la guarigione. Il santo riconobbe nel re ogni maniera di pregi: attendeva a molte buone opere e preghiere ad onor di Maria. Diceva ogni giorno il Rosario, faceva molte limosine per onorare la santissima Vergine, portava indosso parecchie reliquie. Ma sapendo che non era abbastanza modesto e riserbato nel parlare, e che tollerava presso di sé gente di mala vita, S. Francesco di Paola gli disse piangendo: « credete forse, o principe che tutte codeste vostre devozioni siano gradite alla SS. Vergine? No, no, principe: imitate innanzi tutto Maria, e sarete sicuro che vi porgerà la mano ». Invero avendo fatto una buona confessione generale, ricevette tante grazie ed ebbe tanti mezzi di salute, che morì d’una morte edificantissima, dicendo che Maria con la sua protezione gli era valsa il cielo. Il mondo è pieno di monumenti che attestano le grazie ottenuteci dalla SS. Vergine; vedete tanti santuari, tanti quadri, tante cappelle in onor di Maria. Ah! miei fratelli, se avessimo una tenera devozione verso Maria, quante grazie otterremmo tutti per la nostra salute? Oh! padri e madri, se ogni mattina metteste tutti i vostri figli sotto la protezione della SS. Vergine, Maria pregherebbe per loro, li salverebbe e salverebbe voi con essi. Oh! il demonio come teme la devozione alla SS. Vergine!… Un giorno si lamentava altamente con S. Francesco che due classi di persone lo facevano soffrire assai: prima quelli che concorrono a diffondere la divozione alla SS. Vergine, e poi quelli che portano il santo Scapolare. Ah! miei fratelli, non basta questo per ispirarci grande fiducia nella Vergine Maria e desiderio vivo di consacrarci interamente a Lei, mettendo tra le sue mani la nostra vita, la nostra morte e la nostra eternità? Quale consolazione per noi ne’ nostri affanni, nelle nostre pene, sapere che Maria vuole e può soccorrerci! Sì, possiam dire che chi ha la lieta ventura d’aver gran fiducia in Maria ha assicurato la sua salute; e mai non si udì né si udirà dire che sia andato dannato colui che aveva posto la sua salvezza nelle mani di Maria. All’ora della morte riconosceremo quanti peccati ci abbia fatto sfuggire la Vergine SS., e quanto bene ci abbia fatto fare, che senza la sua protezione non avremmo fatto. Prendiamola per nostro modello, e saremo sicuri di camminar veramente per la via del cielo. Ammiriamo in Lei l’umiltà, la purezza, la carità, il disprezzo della vita, lo zelo per la gloria del suo Figliuolo e per la salute delle anime. Sì, miei fratelli, diamoci tutti e consacriamoci a Maria per l’intera nostra vita. Beato chi vive e muore sotto la protezione di Lei! Il paradiso è per lui assicurato: il che vi desidero.

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Gen III:15
Inimicítias ponam inter te et mulíerem, et semen tuum et semen illíus.

[Porrò inimicizia tra te e la Donna: fra il tuo seme e il Seme suo.]

Secreta

Ascéndat ad te, Dómine, nostræ devotiónis oblátio, et, beatíssima Vírgine María in coelum assumpta intercedénte, corda nostra, caritátis igne succénsa, ad te júgiter ádspirent.
[Salga fino a Te, o Signore, l’omaggio della nostra devozione, e, per intercessione della beatissima Vergine Maria assunta in cielo, i nostri cuori, accesi di carità, aspirino sempre verso di Te.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Luc 1:48-49
Beátam me dicent omnes generatiónes, quia fecit mihi magna qui potens est.

[Tutte le generazioni mi diranno beata, perché grandi cose mi ha fatto colui che è potente.]

Postcommunio

Orémus.
Sumptis, Dómine, salutáribus sacraméntis: da, quǽsumus; ut, méritis et intercessióne beátæ Vírginis Maríæ in coelum assúmptæ, ad resurrectiónis glóriam perducámur.
[Ricevuto, o Signore, il salutare sacramento, fa, Te ne preghiamo, che, per i meriti e l’intercessione della beata Vergine Maria Assunta in cielo, siamo elevati alla gloriosa resurrezione.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

I DISCORSI DELL’AQUILA DI MEAUX: LA BEATA VERGINE ASSUNTA IN CIELO

LA BEATA VERGINE ASSUNTA IN CIELO

[J. B. BOSSUET: LA MADONNA – DISCORSI NELLE SUE FESTE – Vittorio Gatti ed. Brescia, 1934]

Quæ est ista quæ ascendit de deserto  deliciis affluens, innixa super dilectum suum.

I misteri della religione cristiana hanno tra di loro un rapporto meraviglioso: quello che oggi noi celebriamo, è legato, in modo tutto particolare, colla incarnazione del Verbo divino. È ben giusto che se Maria ricevette in terra Gesù Salvatore, Gesù suo Figlio riceva in cielo la beata Vergine! Non disdegnò farsi suo figliolo, prender carne nel suo seno, disdegnerebbe oggi di elevarla così a sé, da farla entrare nella sua gloria? Per questo non deve affatto meravigliarci se una luce fulgida circonda la tomba dalla quale la Vergine sale alla gloria e se il suo passaggio all’eternità ha tutta la magnificenza d’un trionfo!… Gesù, oggi, restituisce la vita a Colei dalla quale l’ebbe … è la riconoscenza del Figlio, Uomo-Dio, a sua Madre; Dio è sempre magnifico nei suoi gesti: ricevuta dalla creatura una vita mortale, la ricambia con la vita gloriosa immortale. Così i due misteri, l’Incarnazione del Verbo e l’Assunzione della Vergine si collegano completandosi: e, quasi a render più sublime il rapporto, il collegamento, gli Angeli vengono a congratularsi con la Vergine, essi che avevan annunciato a Lei il grande mistero di un Dio che in Lei si sarebbe fatto Uomo. È giorno di trionfo… fratelli e sorelle mie, mettiamoci anche noi nel grande corteo, alziamo anche noi la povera nostra voce per esaltare Maria! Ma la nostra voce d’uomini forse stona nel grande canto degli Angeli, usiamo anche noi le parole d’un Angelo e cantiamo alla Vergine, pregando — Ave Maria! — Il cielo e la terra hanno le loro solennità, feste, trionfi, cerimoniali speciali per questi giorni di entrate trionfali… magnifici spettacoli proprio di paradiso! Voglio esser più preciso: la terra usurpa questo aggettivo per dar maggior splendore alle sue piccole e meschine pompe. Solo nella nostra patria, nella santa e celeste Gerusalemme, è la realtà della gloria e del trionfo senza fine! Voi, siete certo persuasi che tra tutti questi giorni di festa trionfale, quello che oggi ricordiamo deve essere stato il più luminosamente grande. Gli Angeli belli e gli Spiriti beati certamente non videro mai nulla di più splendido dell’entrata di Maria in cielo, quando vi salì per seder sul trono che Dio Padre, Gesù suo Figlio, lo Spirito Santo suo Sposo, le avevan preparato!… giorno più solenne, (bisogna parliamo di giorni, noi, per capire, mentre l’eternità non ha misura), giorno più solenne non Vi fu certo in cielo! Vorrei, per descrivere questo ingresso trionfale, poter descrivervi e la folla plaudente ripetere le grida acclamanti, i canti di lode e di gioia che avranno risuonato da ogni coro degli Spiriti beati, dalla corte celeste… vorrei poter andar più alto colla mia parola e ritrarvi il momento solenne in cui Gesù avrà presentato al trono del Padre, Maria la sua Vergine Madre, perché la incoronasse!.. Dev’essere stato un momento di gioia tale da far delirare il cielo intero!… Vorrei, ma la parola è povera e la mente nostra è troppo meschina per comprendere queste meraviglie! Il mio ministero però, mi impone di parlare, di dirvi qualche cosa di questo mistero: lo dovrò fare servendomi di similitudini, di esempi. Io penso di presentarvi di descrivervi il viaggio trionfale della Vergine seguita soltanto dalle sue virtù… penso mostrarvela splendente solo della gloria fulgida di queste virtù. A dir vero, la virtù di questa Principessa è quella che più merita d’esser contemplata nel giorno del suo trionfo! È la sua virtù che lo prepara. Lo fa risplendere lo fa perfetto questo giorno trionfale! Voglio dirvi tutto ciò; ma mettiamo un poco d’ordine per dire meglio e capire di più. – Maria entra nella gloria: bisogna, prima di tutto, che le togliamo di dosso la misera nostra mortalità… è un abito sconosciuto nel cielo! e poi bisogna vestirla, anima e corpo: d’immortalità: è questo il manto regale, l’abito del trionfo: vestita così, la faremo sedere in trono; su di un trono al di sopra dei cherubini e dei serafini… al di sopra di ogni creatura! Ecco il mistero di questo giorno! Ed io sento che tre furono le virtù di questa nostra Regina, che compirono l’opera trionfale! Bisognava toglierla al corpo di morte: fu questa l’opera dell’amore; il suo candore verginale sparse nella sua stessa carne una luce d’immortalità; fatti da queste due virtù, direi quasi i preparativi, ecco venir la sua umiltà per collocarla sul trono della gloria dove riceverà nei secoli e nell’eternità l’omaggio degli Angeli e degli uomini. Questo vorrebbe fare la mia povera parola coll’aiuto della grazia divina.

I° punto.

Natura e grazia concorrono a fissare una necessità per l’uomo: morire. È legge di natura: ogni mortale è soggetto al tributo di morte: la grazia stessa non strappa gli uomini a questa triste condizione, poiché il Figlio di Dio che s’era proposto la vittoria e la distruzione della morte, pose come condizione di passar sotto il suo giogo per sfuggirle poi: scender nella tomba per risuscitarne, morire una volta per trionfare completamente della mortalità. La pompa sacra, che oggi io bramo descrivervi, bisogna la cominci dal transito della Vergine: è un momento necessario del trionfo di questa Regina: subir la legge di morte per lasciar nelle sue mani e nelle sue braccia quanto in Lei era di misera mortalità. – Diciamo subito, fratelli, dovendo sottostare Maria a questa legge comune, non lo fece in modo comune! Tutto è soprannaturale nella Vergine … un fatto prodigioso doveva riunirla al suo Figlio divino: una morte in cui splendeva il divino. Doveva chiudere questa vita seminata di prodigi e meraviglie celesti! – Chi opererà questa morte meravigliosa? Non la pensate voi fratelli? sarà l’amore materno; l’amore divinamente bello di Maria che compirà quest’opera! Esso, spezzando i lacci del corpo che le ritardan di abbracciare il Figliolo, stringerà in cielo quelli che solo una violenza estrema poteva separare. Non la possiamo certo comprendere questa morte misteriosa, se non cerchiamo, almeno quanto lo può la nostra pochezza, comprendere quale sia stata la natura dell’amore della Vergine santa: quale la sua origine: quali i suoi slanci, quali le sue manifestazioni, infine quali ferite le produsse nel cuore. – Un santo Vescovo, Amedeo di Losanci, offre una grande immagine di questo amore materno, nella sua omelia in lode della Vergine in due sole parole: « a formare l’amore della Vergine, si fusero in uno due amori. — « Duæ dilectiones in unam convenerant; ex duobus amoribus factus est amor Unus ». Qual è di grazia l’anello di congiunzione di questi amori? Lo spiega lo stesso santo Vescovo: La Vergine amava Gesù dello stesso amore di cui amava un Dio ed insieme amava Dio dell’amore di cui una madre (e che Madre!) amava il suo Figliolo. « Cum Virgo mater Filio divinitatis amorem infunderet, et in Deo amorem Nato exiberet », Studiate bene queste parole, o fratelli, e vedrete che nulla di più grande, di più forte, di più sublime può ritrarre l’amore della Vergine. Le parole di questo santo Vescovo, dicono che grazia e natura concorsero a destare nel cuore di Maria le vibrazioni più forti dell’amore. – Nulla di più forte, direi prepotente, dell’amore per i propri figlioli, ed insieme nulla di più ardente dell’amore che la grazia sveglia nelle anime verso Dio. Questi amori sono due abissi di cui né è possibile scandagliare il fondo né misurarne la estensione. Possiamo ripetere qui la frase del Salmista: « Abyssus abyssum invocat! — L’abisso domanda abisso!… » poiché vediamo che per formar l’amore di Maria dovette fondersi, e quanto la natura ha di più delicatamente tenero, e la grazia di più efficacemente fattivo! La natura, poiché si trattava d’un Figlio di Dio, dovette sentirsi abisso… non è questo però che passa i limiti della nostra immaginazione: è che natura e grazia, così come sono, non bastano: la natura non può pensare ad un Figlio di Dio, e la grazia, almeno ordinaria, non può far amare Dio in un nato da donna. Andiamo allora più in alto a cercare: andremo più in alto, me lo permettete, nevvero, fratelli? più in alto, al disopra della grazia e della natura: cercheremo la sorgente di questo amore nel seno del Padre celeste. – Mi trovo costretto a dire che Dio e Maria hanno un figlio comune, del resto lo disse l’Angelo: « Quegli che nascerà da te, sarà Figlio di Dio » – Maria diventando Madre del suo unigenito si unisce a Dio Padre in questa generazione: si unisce a Dio Padre in questa generazione: « cum eo solo tibi est generatio ista communis ». (S. Bernardo – Discorso sull’Annunciazione). Più alto ancora: vediamo da dove le venga quest’amore: cioè come Maria generò il vero Figlio di Dio. Non fu certo per la sua fecondità naturale: come donna non poteva che dar vita ad un uomo … perché desse vita al Cristo… dovette lo Spirito Santo coprirla della sua virtù. « Virtus Altissimi obumbrabit tibi»: ecco come Maria è associata a Dio nella generazione del Verbo incarnato. Ma questo Dio che volle darle un Figliolo, comunicando a Lei la sua virtù, e parteciparLe la sua fecondità per compiere l’opera misteriosa d’un Dio-uomo, dovette necessariamente far cadere nel suo cuore, accendervi qualche scintilla di quell’amore con cui ama il suo Verbo Unigenito, splendore della gloria del Padre e vivente immagine della sua sostanza. Nacque così l’amore della Vergine, cioè non fu che una effusione una comunicazione fattale dal Padre. celeste, che le dava l’amore come l’aveva fatta capace di esser madre e le aveva dato un figlio. Povera ragione nostra, avresti qualcosa da dire? pretenderesti comprendere quale vincolo stringa Gesù, figlio di Dio, e Maria Madre del Figlio di Dio? Ma v’è forse un vincolo che abbia qualcosa dell’unione che stringe il Padre al suo Verbo, in una unità perfetta? – Cessiamo fratelli dallo scandagliare che sia questo amore materno le cui origini sono così alte, e che altro non è che una emanazione dell’amore che Dio Padre porta al suo Verbo! – Incapaci di comprenderne la forza, la veemenza, credete che potremo immaginarne i movimenti, gli slanci, i trasporti? Non lo possiamo fratelli: l’unica cosa che possiamo è immaginare la tensione dell’anima di Maria, tensione colla quale costantemente aspirava ad unirsi al suo Gesù, tensione che supera ogni sforzo di anima, e per contrasto quindi non poté esservi separazione più violenta, che abbia lacerato un cuore, della separazione che Maria soffri negli anni in cui attese che il suo Gesù la chiamasse a sé. – Dopo l’ascensione trionfante di Gesù, e la discesa dello Spirito Santo promesso, lo sappiamo, la Vergine rimase ancora lungo tempo sopra la terra. Quali fossero i pensieri della sua mente, gli affetti del suo cuore in questo ultimo tratto del suo pellegrinaggio terreno, io credo non lo possa dire labbro umano. Se amare Gesù ed essere da lui amati, attira le divine benedizioni, quale abisso di benedizioni e grazie celesti non si sarà, lasciamelo dire, rovesciato ed avrà inondato l’anima di Maria? Chi potrà descrivere l’ardenza di questo reciproco amore in cui la natura metteva quanto aveva di più tenero, la grazia di più fattivo? – Gesù non ha mai un istante in cui non si sente amato da Maria, e questa Madre celeste non crede amar mai abbastanza questo suo unico Diletto: a lui altro mai non domanda che d’amarlo di più, e questa sua brama ardente attira nuove grazie e nuove benedizioni sulla sua anima. Un’idea, si sa molto grossolana, noi possiamo farcela di questi prodigi: ma, quale ardore veemente abbia avuta la fiamma di amore che Gesù riversava nel cuore di Maria e questa ricambiava a Gesù, non noi, ma nemmeno i serafini celesti. brucianti d’amore, potranno comprenderlo mail! Ed allora vorremo noi misurare su l’amore della Vergine la impaziente brama della sua anima d’esser riunita al suo Figlio? Lo vorremmo, ma lo potremmo? Oh no! Un desiderio bruciante torturò tutta la vita del Salvatore… esser battezzato di un battesimo di sangue… quel battesimo che doveva lavare tutte le nostre iniquità!… e non ebbe pace il suo cuore se non quando — tutto fu compiuto! — Se tanta impazienza agitava il Cristo di morire per noi, quale agitazione impaziente non avrà sconvolto il cuore di Maria per vivere con il suo Gesù! – Se l’Apostolo, vaso d’elezione, bramò esser liberato dal corpo di morte, d’essere distrutto per unirsi al suo Maestro lassù alla destra del Padre (Filippesi, I, 21-23) quale sussulto non avrà sconvolto il sangue materno di Maria? Un anno d’assenza del giovane Tobia lacerò di crudo dolore il cuore di sua madre: fratelli quale differenza tra Tobia e Gesù, tra la madre di Tobiolo e la Madre di Gesù, quale differenza tra i dolori di queste due madri! Oh! che non avrà detto la Vergine in cuor suo, quando vide partire da questo mondo l’uno o l’altro dei nuovi credenti nella parola del suo Gesù!… quando vide salire l’anima di Stefano il primo martire… Ah Figliol mio, avrà gridato, perché ancor mi lasci… dovrò esser ultima tra i tuoi fedeli a ritornare a te? Ah se occorre sangue ad aprir le porte del cielo, Figliol mio, che traesti la tua carne ed il tuo sangue dal mio, oh, tu lo sai… il mio sangue è pronto… vuol esser versato tutto per te!… Io lo ricordo, là nel tempio, il vecchio Simeone dopo averti abbracciato, non bramò che andarsene a dormire eternamente in pace… tanta era stata la sua gioia per un istante della tua presenza!… Ed io, non dovrò io desiderare di riabbracciarti, o Figlio mio, mio Dio, là sul trono della tua gloria?… mi conducesti sul Calvario… volesti che ti vedessi morire… ed ora perché mi vuoi tanto ritardare di vederti regnare?… non porre ostacoli, non ammorzare la fiamma del mio amore per ritardarne l’azione distruttrice… lasciala bruciare e presto, subito brucerà i lacci del corpo, e porterà la mia anima a Te per cui solo vivo! Credetemelo, anime cristiane che mi ascoltate… sarebbe cercar invano… il cercar altra causa della morte di Maria! fu l’amore: un amore sì forte, sì ardente sì bruciante che non le permetteva mandar un solo sospiro senza che scuotesse, fino a spezzarli quasi, i lacci del corpo di morte; di mai provare una pena che non bastasse a sconvolgere tutta l’anima, che mai fosse un desiderio che innalzandosi al cielo non portasse con sé l’anima di Maria! Io dissi che fu un prodigio la morte di Maria; ma non dissi bene… devo dire che colla morte cessò il prodigio… il prodigio fu che Maria abbia potuto continuare a vivere senza il suo Diletto! – Ma potrò io descrivervi come cessasse questo prodigio, e come l’amore abbia dato il colpo di desiderio più ardente, qualche slancio più affettuoso, qualche trasporto più violento venne a liberare quest’anima dai legami della carne? Se voi mi lasciate dire, fratelli, quanto penso, io vi dico che non fu affatto uno slancio più violento d’amore… ma la perfezione stessa dell’amoremdella Vergine. Nel suo cuore, l’amore regnava senza ostacolo, occupava ogni pensiero, dominava ogni desiderio: aumentando la sua attività veniva giorno per giorno perfezionandosi: e perfezionandosi aumentava si moltiplicava fino a che questo continuo aumentare giunse ad una perfezione tale che non era più della terra… la terra non lo poté contenere. – «Vai, diceva quel re greco al suo figliolo, vai figlio mio porta più lontano le tue conquiste dilata i tuoi confini… è troppo piccolo il mio regno per tenerviti rinchiuso ». Oh amore di Maria, o ardente amore della Vergine, tu sei troppo ardente, troppo vasto… un Corpo mortale non può trattenerti… è troppo bruciante il tuo ardore perché possa celarsi sotto questa povera cenere! Vai… brilla nell’eternità, vai ardi brucia davanti al trono di Dio… spegniti, moltiplicati nel seno di questo Dio solo capace di contenerti. – Quando l’amore della Vergine non poteva più esser contenuto nel corpo di morte la Vergine rese la sua anima, la consegnò nelle mani del Figlio: non vi fu bisogno d’uno sforzo speciale: per un piccolo soffio d’aria si stacca d’autunno la foglia secca e la fiamma volgesi all’alto, così fu staccata quest’anima per essere trasportata in cielo: morì così la Vergine: in un atto d’amor divino e la sua anima su l’ali di santi desideri fu Portata in cielo! Fu allora che gli Spiriti celesti si domandavano meravigliati: chi è mai costei che sale dal deserto come nuvoletta di fumo di mirra e d’incenso brucianti? Figura, similitudine meravigliosa che ci ritrae al vivo il modo tranquillo e beato di questo morire! – Una nube di fumo profumato… quale potremmo gustare da profumi bruciati; nube che s’alza tranquilla, non strappata non spinta con violenza… ma delicatamente Vaporizzata da un calore dolce e temperato che la fa innalzarsi spontaneamente! Non una scossa violenta staccò l’anima di Maria: il calore della carità dolcemente la staccava dal corpo avviandola al Paradiso in un’onda di desiderio ardente del suo Amato! Impariamo, Cristiani, a desiderare Gesù Cristo: Egli è infinitamente amabile! Ma cosa desidererai tu o Gesù?… Vi sarà tra questi miei uditori un cuore che brami esser liberato da questo corpo di morte? Ah fratelli e sorelle mie, raramente questi casti desideri si trovan nel mondo! … Segno evidente che Gesù è poco desiderato e che si mette la felicità nei beni della terra, siate sinceri, fratelli quando la fortuna vi arride ed avete ricchezze per procurarli, salute per goderli i piaceri, siate sinceri sognate che vi sia un altro paradiso? pensate almeno che vi possa essere un’altra felicità? Se parla il cuore, voi dovete rispondere che vi trovate bene… che una tal vita vi basta!… ma allora parlo anch’io e vi dico: Voi non siete Cristiani! Meravigliate?.. non volete questa offesa? È subito fatto: mutate giudizio, e persuadetevi che quando dite d’aver tutto vi manca proprio tutto! Bisogna che, circondati da quanto piace alla natura nostra, abbiate a gemere cercando la pace, la tranquillità, pace e tranquillità che non avrete mai fino a quando non sarà in voi Gesù Cristo. – Ci avverte S. Agostino: « Qui non gemit peregrinus non gaudebit civis » — non godrà la gioia della patria, chi non pianse, viaggiatore, sospirandola —. Cioè non saremo mai felici abitanti del cielo se non l’abbiamo bramato in terra: rifiutando di camminar verso la patria non vi giungeremo mai, non ne avremo la gioia… chi s’arresta quando occorre camminare non giungerà mai alla fine del suo viaggio. – Maria ci dà l’esempio: nella sua vita sospirò il cielo, la patria vera: il suo cuore non aveva, non poteva aver pace lontano dal suo Diletto… i suoi sospiri, gli incessanti desideri la condussero, la portarono a Lui facendola passare attraverso la tomba. Facendola passare, poiché Ella non vi rimase nella tomba: la verginità immacolata della sua carne sarà, per il corpo mortale, scintilla di vita nuova: ecco il …

II° punto.

Il corpo immacolato della Vergine, trono della Purezza, tabernacolo della Sapienza divina, strumento di opere meravigliose nelle mani dello Spirito santificatore, sede della Trinità Santissima, non poteva, non doveva rimanere nella tomba! Il trionfo della Vergine non sarebbe stato completo, se la carne sua immacolata non vi avesse avuto parte: fu la sua carne la sorgente della sua gloria!La verginità la preserva dalla corruzione, conservando nel suo corpo la vita: anzi esercita sulla carne una influenza celestiale che la risuscita prima della grande resurrezione restituendole la vita;  infine circondandola di uno splendore celestiale, le dona la gloria. Ecco per ordine quanto vi voglio dire. Devo, prima di tutto, persuadervi che la Verginità in Maria, fu come un balsamo che ne preservò il corpo dalla corruzione. Non sarà molto difficile: ponete mente a quale perfezione s’innalzò la purezza immacolata di Maria! – Per farcene un’idea, richiamiamo una verità: Gesù, nostro Salvatore, essendo proprio per la carne unito intimamente alla Vergine, doveva esigere che tale unione fosse accompagnata da una completa somiglianza con Lui, Doveva cercare qualcuno che lo rassomigliasse: ed ecco che lo Sposo dei Vergini si elegge a Madre una vergine: quasi per fare di questa rassomiglianza la base, il fondamento della unione del corpo della Vergine in cui avrebbe preso carne umana. Questa verità ci avverte che è impossibile pensare ad una purità che possa sostenere un confronto con la purezza di Maria! Non è possibile avere un’idea precisa ,,, pensiamo che questa purezza operò in Maria una perfetta integrità d’animo e di corpo! – Tale azione faceva dire al grande S. Tomaso (p. III, q. 27) che una grazia straordinaria diffuse su di Lei una celeste rugiada che non solo mitigò, come negli altri eletti, ma distrusse, annientò addirittura il fomite della concupiscenza. Vuol dire che, non solo distrusse le opere cattive che sono come la ramificazione, la produzione della concupiscenza, i desideri cattivi che sono la fiaccola che agita per incendiare, e le cattive inclinazioni esca all’incendio, ma fu spento addirittura il braciere, il focolaio, il fomes peccati, la radice cioè più profonda, la causa più intima del male, in Maria. Non poteva quindi esser corrotta la carne della Vergi.ne in cui la verginità di anima e di corpo, e la perfetta somiglianza col Cristo spensero il germe della concupiscenza e con esso ogni, principio di corruzione! – Ricordatelo, o fratelli, la corruzione non dobbiamo noi considerarla come l’anatomico od il medico, conseguenza naturale del composto o di una miscela: noi dobbiamo elevare più alto il nostro pensiero, e credendo all’insegnamento della fede, persuaderci che ciò che spinge la carne nostra alla corruzione è la tendenza sua al male, sorgente di cattive brame, che fa della nostra una carne di peccato, come si esprime S. Paolo. Anche in tutti gli altri eletti doveva essere distrutta questa carne: una carne di colpa e peccato non può essere riunita ad un’anima ed entrare nel regno di Dio di purezza infinita! « Caro et sanguis regnum Dei non possidebunt ». Bisognerà che, cessando dalla sua prima forma, si rinnovelli e perduto il suo primo essere un altro ne riceva dalla mano di Dio! Come si lascia sfasciare o si demolisce pietra per pietra un vecchio palazzo, non più adatto o errato nelle forme, per innalzarne un altro, secondo norme più adatte di arte e di architettura, così si deve riformare, ricostruire questa povera carne vecchia e deformata: È Dio stesso che la lascia ruinare: perché vuol rifarla sul disegno suo primo: quello con cui l’aveva creata. A questo modo, che è basato sui principi della Scrittura Santa, noi dobbiamo parlare della corruzione della nostra carne: imparando che la carne è condannata a ritornare in polvere perché servì al peccato… mentre quella di Maria tutta pura ed immacolata non doveva esser pasto della corruzione. Per questa stessa ragione la sua carne doveva godere dell’immortalità con una risurrezione anticipata: Dio ha segnato è vero, il giorno della risurrezione finale ed universale: ma chi o che cosa può impedire ch’Egli deroghi a questa data e l’anticipi in favore della Vergine? Il sole matura ogni frutto alla sua stagione: ma vi sono terreni così ben coltivati che anticipano, o meglio hanno una azione fruttifera più rapida e pronta e danno frutti precoci. Allo stesso modo: sono molte le piante fruttifere nel giardino del Padre Celeste: ma la carne di Maria era già così pronta, così ben preparata che proprio non aveva bisogno d’attendere il giorno fissato per la risurrezione universale, per produrre i suoi frutti di immortalità. La sua purezza verginale esercitò su di lei una influenza tutta particolare, e la sua somiglianza con Gesù Cristo la fece più rapida a produrre gli effetti della sua azione vivificatrice. La sua purezza può ben attrarre al cielo la Vergine quando fu capace di attrarre a Lei il Verbo di Dio, che scese in questa carne affascinato dal candore della purità… e fece sua dimora il corpo di Maria per nove mesi, e si legò tanto ad esso che da Lei trasse la sua stessa carne — in utero radicem egit — dice Tertulliano. Sarà dunque possibile che il suo Figlio lasci questa carne nella tomba, questa carne tanto amata?… ah no, Egli la trasporterà in cielo ornandola d’una gloria immortale. – Ancora un dono farà la verginità alla Vergine… le preparerà l’abito del giorno del trionfo. Descrivendoci Gesù, nel suo Vangelo, la gloria dei corpi risuscitati dice questa espressiva parola: « Erunt sicut angeli Dei — saranno come Angeli del Signore —: e Tertulliano trae una conseguenza e parlando della carne risuscitata la dice: carne angelicata … angelificata caro —. Tra le virtù di un’anima quella che più è capace di produrre questa spiritualizzazione della carne è la verginità: essa forma Angeli sulla terra, e S. Agostino dice che nella carne produce qualcosa che non è carne: « Habet aliquid jam non carnis in carne » (Della Verginità). Di modo che chi la possiede è più Angelo che uomo. Ed allora questa virtù capace di formare gli Angeli in terra sarà capace, non vi pare, di formarli nella vita futura? Dunque avevo ragione, io, quando vi affermai che la verginità ha una forza speciale per contribuire alla gloria dei corpi risuscitati. Vuoi tu ora Cristiano, immaginare, lo puoi? Di quale splendore sarà circondato il corpo della Vergine la cui purezza eguaglia e supera la purezza degli Angeli del cielo? Le Scritture Sante cercando descriverci questo splendore, par che nel mondo non trovin raggi luminosi abbastanza, ricorrono alla stessa sorgente della luce dicendo di Maria: — Mulier amicta sole — tanto lo scrittore ispirato dovette sentire che una luce grande doveva ornare di gloria questa carne immacolata! O anime che in un voto santo, in un bisogno di cielo avete consacrata la vostra purezza a Gesù, gioite; pensate quali onori la purità santa prepara al vostro stesso corpo: lo purifica, lo consacra, spegne in esso la concupiscenza, mortifica i cattivi desideri e preparatolo così, dispone questa carne mortale ad una luce che non verrà mai meno. – Stimiamolo questo grande tesoro, che noi portiamo in vasi di terra! Rimondiamo, rinnovelliamo quotidianamente il nostro amore alla purezza… praticamente: non sopportando che mai ombra di impurità tocchi il nostro corpo: gelosi della purezza del corpo siamolo altrettanto, anzi più ancora della purezza dello spirito. Così saremo degni figli e compagni alla Vergine, così non saremo indegni della sua divisa… puri nella mente e nel cuore seguiremo più da vicino il carro di trionfo su cui sale al trono della gloria eterna la nostra Madre! – Su avanti… Ella già s’avvia per salire al cielo… tutto è pronto per il viaggio trionfale: l’amore le tolse di dosso la mortalità, la purezza verginale la vesti d’un abito regale… ecco le si fa incontro l’umiltà e la prende per mano per guidarla al trono di gloria.  Contempliamo l’ultima scena del trionfo.

III° punto.

L’umiltà fece trionfare Gesù, l’umiltà fa trionfare la Vergine: per nessun’altra strada Ella avrebbe potuto entrar alla gloria, che per quella tracciata e battuta dal suo Figliolo. Caratteristica propria dell’umiltà, voi lo sapete, è di impoverirsì, lasciatemi parlar così, spogliarsi d’ogni proprio utile: ma, come di rimbalzo, mentre si spoglia arricchisce: poiché si rende più sicuro quello che pare perda. Mai come all’umiltà si possono applicare con esattezza le parole di S, Paolo: tanquam nihil habentes omnia autem possidentes — nulla ha ma tutto possiede. Potrei esporre qui una teoria solida basata al Vangelo:ma è più opportuno alla nostra solennità, ed all’ordine del mio discorso: mostrarne l’attuazione pratica in Maria. –  Tre doni preziosissimi aveva la Vergine: una sublime dignità; una purezza ammirabile di corpo e di anima; e quel che supera ogni tesoro, Ella possedeva Gesù Cristo. Aveva un Figlio diletto nel quale abitava, secondo la frase di S. Paolo, la pienezza di Dio: plenitudo divinitatis. – Eccola alta più d’ogni creatura ma la sua umiltà. La spoglierà di tutto: elevata al di sopra d’ogni creatura per la sua dignità di Madre di Dio si stima umile serva. Separata, o meglio innalzata su tutte le creature per la sua purezza, si confonde coi peccatori ed al tempio unita alle altre mamme attende la purificazione… possiamo pensare uno spogliamento più completo di ogni prerogativa? Eccovi qualcosa di più: perde, sacrifica volontariamente il suo tesoro, il suo Gesù: non solo perché lo vide morire d’una morte crudele là sul Calvario, ma lo perde, direi costantemente, perché se lo vede sostituire con un altro con le parole: — Donna eccoti il figlio tuo — a Lei dette da Lui mentre coll’occhio indicava Giovanni. – Riflettiamo bene fratelli: lo so, il pensiero è un po’ arduo ma so però che è bene posato sulla Scrittura. Pare quasi che Gesù non la riconosca neppur più per sua madre: la dice — donna — non — madre! — Non ne fa alcun mistero: coperto di un cumulo d’umiliazione Egli stesso, vuole con Lui la sua Madre. Gesù ha un Dio per Padre, Maria ha un Dio per Figlio. Gesù Salvatore ha perduto il suo Padre: udite che gli grida: «Dio! Dio mio perché mi hai abbandonato? » Anche Maria perde il suo Figlio: non si sente più chiamar Madre… la chiama — Donna! — Ma l’umiliazione si fa più grande ancora… alla Vergine che perde il Figlio, se ne dà un altro; come se il suo vero Figlio cessi di esserlo, come se il vincolo santo che univa Madre e Figlio si spezzi per sempre! — Ecce filius tuus!… Giovanni! — Nella sua vita mortale Gesù tributò alla Vergine tutte le tenerezze e gli ossequi d’un figlio innamorato: era la sua consolazione, sarebbe stato il suo appoggio nella vecchiaia. Ma ora che sta per entrare nella gloria pare prenda sentimenti degni d’un Dio, par lasci ad un altro il dovere della pietà che la natura vuole nei figli verso la madre! Non è un mio pensiero, fratelli miei; lo prendo da S. Paolino Vescovo nella sua Epistola III° ad Agostino. — Jam Salvator ab humana fragilitate, qua erat natus ex fœmina, per erucis mortem demigraus in æternitatem Dei, delegat homini jura pietatis humanæ —. Vicino a passar dalla fragilità umana, per cui era nato da donna, alla gloria ed alla eternità del suo Padre… che fa?… delegat — trasmette — dà S. Giovanni per figlio a Maria, ed a lui uomo mortale passa i sentimenti naturali della pietà umana. Ecco che Maria non ha più figlio… Gesù la lasciò nelle mani di Giovanni! Quanti anni passa in questo misero stato! Se ne dovette certo rammaricare col suo Gesù. « Ah Salvatore, Gesù, mia consolazione perché mi lasci così a lungo? » Gesù pare che non l’ascolti: e Maria rimane affidata a Giovanni: viva dunque con lui, che è il figlio datole da Gesù… È tuo figlio donna, par ripeta, confortati nel suo amore. Qual cambio! esclama S. Bernardo: le si dà Giovanni per Gesù: il discepolo al posto del Maestro, il servo al posto del padrone… il figlio di Zebedeo al posto del Figlio di Dio! — Il suo Gesù la vuol umiliare, gode nel vederla umili0ata, e Giovanni si prende la libertà di riconoscerla per madre: e Lei l’accetta l’umile sostituzione, umilmente, e l’amor suo materno avvezzo ad accarezzare un Uomo-Dio, non rifiuta di abbassarsi ad amare un uomo. « Non lo meriterebbe questo uomo il mio amore, lo so bene; ma anch’io non meritavo d’esser la Madre di Dio » e così profondamente s’abbassa s’umilia si sottomette!,., – Riassumiamo, fratelli miei, tutti questi atti di umiltà in uno solo… la  grandezza della Vergine scompare… pare che la oscuri completamente l’ombra della sua servitù… ancilla Domini — la sua purezza è offuscata… si presenta, come le segnate da colpa, bisognose di purificazione: giunge ad abbandonare. ad esser privata del suo unico Figlio… e ne accetta. in cambio, un altro. Tutto è perduto… la sua umiltà l’ha completamente spogliata… non ha più nulla « tanquam nihil habentes » ma togliamoci Presto da questo incubo angoscioso: vediamo, fratelli miei, avverarsi per la stessa umiltà l’omnia possident… vediamo l’umiltà che tutto le restituisce centuplicato! – O Madre del mio Gesù, vi chiamaste la serva del Signore nella vostra umiltà: ed oggi l’umiltà vostra vi erige un trono… Salite i gradini di questo trono sul quale riceverete l’omaggio di tutte le creature di cui siete Signora! O Vergine, tutta pura, tutta innocente, il cui candore oscura i raggi fulgidi del sole… vi presentaste, confusa colle madri ed i peccatori, a domandare la purificazione… ma ecco che l’umiltà vostra rivendica il vostro candore…: innocente e pura, voi sarete l’avvocata dei poveri peccatori; sarete il loro rifugio, la speranza di vita più grande dopo il vostro Gesù: « Refugium peccatorum… spes nostra! » Finalmente… Voi perdeste il Figlio vostro unico: anzi parve quasi ch’Egli vi abbia abbandonata, tanto vi lasciò ad attender la sua chiamata qui in terra! Ma la paziente sottomissione con cui sopportaste questa angoscia, muove il Figlio vostro a rivendicare i suoi diritti sul vostro cuore materno… li aveva ceduti a Giovanni per un poco di tempo; oggi li riprende: lo vedo tendervi le braccia, correre ad incontrarvi preceduto dalla corte celeste estasiata, nel contemplarvi salire al Cielo appoggiata al vostro Diletto: « Innixa super Dilectum suum ». – Oh davvero voi siete appoggiata al vostro Diletto: da Lui viene ora la vostra gloria, come fu base ai vostri meriti la sua misericordia. – Cieli… se davvero nell’ammirabile vostra armonia voi raccogliete e moltiplicate le armonie dell’universo, intonate un inno nuovo di lode, di gloria… un inno trionfale. La mano celeste che vi muove e guida vi spinge a questo canto… a dire cantando la vostra gioia. – Se io, piccolo uomo, posso portare il mio piccolo pensiero alto e unirlo ai secreti celesti… mi par vedere Mosè, che più non può frenarsi estasiato davanti allo splendore del trionfo di questa Regina e ripete: « Orietur stella ex Jacob et consurget virga de Israel » (Num: XXIV-17) la grande profezia lasciataci nei suoi libri. Un’estasi meravigliosa inebria Isaia che pieno dello Spirito del Signore ripete il grido che riempiva di gioiosa attesa i secoli: « Ecce Virgo concipiet et pariet Filium » (VII, 14). Ezechiele mira estatico Maria entrare nel cielo: « riconosce in Lei la porta chiusa per la quale nessuno mai entrò nè uscì, e solo vi passò trionfante il Signore Iddio degli Eserciti » (XLIV, 2). – Ed ecco il Re cantore: Davide, l’ispirato, cantare nei salmi: riprende la sua arpa melodiosa e danzando canta davanti alla sua Regina l’ammirabile canto: « Alla tua destra, o mio Re, siede vestita d’oro e di meravigliosa bellezza una Regina: né tutta appare, che, figlia di re, intima è la sua gloria… e sono d’oro i lembi del suo manto. Uno stuolo di fanciulle pure, dietro a Lei correndo l’accompagneranno alla Reggia: e sarà introdotta con gaudio immenso nel Santuario del Re ». (Salmo XLIV). – Ma ecco che la Vergine stessa impone silenzio agli spiriti beati, ed ancora una volta il canto si sprigiona dal cuore e l’anima sua canta: Magnificat anima mea Dominum: il mio cuore trabocca di gioia nel suo Dio Salvatore, poiché guardò al nulla della sua serva e le fece cose grandi… e tutte le genti mi chiameranno beata. Eccovi, fratelli e sorelle mie, eccovi l’entrata trionfante della Vergine… il corteo è sciolto, tacciono i canti trionfali, Maria siede sul suo trono tra le braccia del suo Figlio… « in medio æterno » dice S. Bernardo: è questa l’opera glorificatrice dell’umiltà! – E noi che ci stiamo a fare?… abbiamo contemplato la nostra Regina salire al Cielo, la contempliamo sul suo trono… presto presentiamole i nostri omaggi: siede tra le braccia del suo Gesù il nostro Salvatore… oh su preghiamola di assisterci colla sua potente intercessione. È di lei che dice S. Bernardo, che nessuno fuor che a Lei tocca di parlare al cuore di Gesù nostro Signore: « Quis tam idoneus ut loquatur ad cor Domini Nostri Jesu Christi ut tu, felix Maria? » Lassù vi sarà, io penso, una gara: l’amor materno in domandare, l’amor figliale nel prevenire le domande della Madre. Su, preghiamola perché parli a questo cuore divino e ci ottenga la santa umiltà. – O Vergine Santa, che con Gesù, godendo di una felicità eterna godete della sua benefica famigliarità, parlate per noi al suo cuore: parlate Egli vi ascolta! Non domandiamo grandezze umane: bramiamo quell’umiltà santa che circondò voi di gloria: ottenetela a me, a queste vostre figlie, a tutti quelli che ascoltarono la mia parola! Oh fate, Vergine Santa, che tutti coloro che celebrarono la vostra Assunzione mirabile, penetrino in questo grande mistero, cosicché nulla più vedano, nulla più stimino grande se non quanto nasce e prospera nell’umiltà! Comprendiamo tutti, fatelo o Vergine, che solo l’umiltà prepara trionfi e corone di vittoria: perché nessuna parola mai suonò più vera della parola del vostro Gesù: « Chi si umilia sarà esaltato, chi si abbassa sarà innalzato » a quella felicità eterna dove ci attendono, guidano, invitano il Padre il Figlio, lo Spirito Santo,

Amen.

FESTA DELLA B. V. MARIA DEL CARMELO (2021)

MADONNA DEL CARMELO (2021)

Quando il santo giorno di Pentecoste gli Apostoli, divinamente ispirati, parlavano diverse lingue, e facevano molti miracoli invocando l’augustissimo nome di Gesù, numerosi uomini (a quanto si racconta), che si erano messi a seguire le orme dei santi profeti Elia ed Eliseo, e che Giovanni Battista colla sua predicazione aveva preparati alla venuta di Cristo, avendo riconosciuta e constatata la verità delle cose, abbracciarono subito la fede del Vangelo, e cominciarono a venerare e ad amare con tale singolare affetto la beatissima Vergine (dei cui colloqui e familiarità poterono felicemente godere) che primi fra tutti costruirono un santuario alla stessa purissima Vergine su quel medesimo punto del monte Carmelo, dove Elia aveva già visto innalzarsi una nuvoletta, espressiva figura della Vergine.

Radunandosi dunque più volte al giorno nel nuovo oratorio, vi onoravano con pie pratiche, con preghiere e lodi la beatissima Vergine come singolare protettrice del loro ordine. Così cominciarono ad essere chiamati dappertutto fratelli della beata Maria del Monte Carmelo; e i sommi Pontefici non solo confermarono questo titolo, ma concessero indulgenze speciali a quelli che designassero sotto questo titolo o l’ordine in generale o i fratelli in particolare. Ma col nome e la protezione la generosissima Vergine concesse loro anche l’insegna del santo scapolare, ch’ella diede al beato Simone, Inglese, affinché con questa veste il santo ordine si distinguesse da ogni altro, e fosse preservato dai mali avvenire. Ma quest’ordine essendo sconosciuto in Europa, e perciò molti avendo fatto istanza ad Onorio III perché lo sopprimesse, la Vergine Maria apparve di notte ad Onorio ingiungendogli di concedere la sua benevolenza all’istituto e ai suoi membri.

Né in questo mondo soltanto, la beatissima Vergine ha voluto colmare di prerogative un ordine che le è sì caro, dacché è pia credenza che anche nell’altro mondo (il suo potere e la sua misericordia valgono dappertutto moltissimo) ella soccorra con affetto veramente materno e introduca quanto prima, col suo intervento, nella patria celeste quei suoi figli che stanno espiando nel fuoco del purgatorio, e che ascritti alla confraternita dello scapolare, praticarono le leggere astinenze e le piccole preghiere, e osservarono la castità a seconda del proprio stato. Così arricchito di tanti e sì grandi favori, quest’ ordine istituì una solenne Commemorazione della beatissima Vergine da celebrarsi perpetuamente ogni anno a gloria della Vergine medesima.


Omelia di s. Beda, il Venerabile, presbitero.
Lib 4 Cap 49 su Luca 11

Luca XI: 27-28

… In quel tempo, mentre Gesù parlava alle turbe, una donna, alzando la voce in mezzo alla folla, gli disse: “Beata colei che ti fu madre“. (continua nella Messa del giorno).
Questa donna si mostra in possesso di devozione di fede profonda, poiché, mentre gli scribi ed i farisei tentano il Signore e lo bestemmiano, ella riconosce davanti a tutti la sua incarnazione con tanta sincerità, e la confessa con fede così grande, da confondere e la calunnia dei grandi presenti e la perfidia dei futuri eretici. Infatti, come allora i Giudei, bestemmiando contro le opere dello Spirito Santo, negavano che Cristo fosse vero Figlio di Dio consustanziale al Padre; così in seguito gli eretici, negando che Maria sempre Vergine avesse somministrato, per opera e merito dello Spirito Santo, la materia della propria carne al Figlio unigenito di Dio che doveva nascere con un corpo umano, sostennero che non si doveva riconoscere come vero Figlio dell’uomo e della medesima sostanza della madre. Ma se si ritiene che il corpo preso dal Verbo di Dio incarnandosi è estraneo alla carne della vergine Madre, senza motivo vengono detti beati il seno che lo portò e il petto che lo allattò. Ora l’Apostolo dice: Poiché Dio mandò il suo Figlio, fatto da una donna, sottomesso alla legge. E non bisogna dar retta a coloro che pensano si debba leggere: Nato da una donna, sottomesso alla legge, ma bisogna invece leggere: “Fatto da una donna”; perché, concepito nel seno di una vergine, ha tratto la carne non dal nulla, non da altra cosa, ma dalla carne materna. Altrimenti non si potrebbe dire con verità Figlio dell’uomo colui che non ha avuto origine dall’uomo. Anche noi dunque alziamo la nostra voce contro Eutiche insieme con la Chiesa cattolica, di cui questa donna fu figura; solleviamo anche la mente dal mezzo della folla e diciamo al Salvatore: “Beato il seno che ti ha portato e il petto che hai succhiato”. Poiché è veramente madre beata ella che, come disse un autore, ha dato alla luce il Re, che regge il cielo e la terra per i secoli. Non solo, ma beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica. Il Salvatore approva eminentemente l’attestazione di questa donna, affermando che è beata non sol- tanto colei che aveva meritato di essere madre corporale del Verbo di Dio, ma che sono beati anche tutti coloro che si sforzeranno di concepire spiritualmente lo stesso Verbo istruendosi nella fede e che, praticando le buone opere, lo faranno nascere e quasi lo alimenteranno sia nel proprio cuore, sia in quello del prossimo Infatti la stessa Madre di Dio è sì beata per aver contribuito nel tempo all’incarnazione del Verbo, ma è molto più beata perché meritò, amandolo sempre, di custodirlo in sé eternamente.

ORATIO

406

O Vergine benedetta, o piena di grazie, o Regina dei Santi, quanto m’è dolce di venerarti sotto questo titolo di Madonna del Monte Carmelo! Esso mi richiama ai tempi profetici di Elia, quando Tu fosti, sul Carmelo, raffigurata in quella nuvoletta, che poi, dilargandosi, si aprì in una pioggia benefica, simbolo delle grazie santificatrici, che ci provengono da te. Sin dai tempi apostolici Tu fosti onorata con questo misterioso titolo: ed ora mi rallegra il pensiero che noi ci uniamo a quei primi tuoi devoti e con essi ti salutiamo, dicendoti: O decoro del Carmelo, o gloria del Libano, Tu giglio purissimo, Tu rosa mistica del fiorente giardino della Chiesa. Intanto, o Vergine delle vergini, ricordati di me miserabile, e mostra di essermi madre. Diffondi in me sempre più viva la luce di quella fede che ti fece beata; infiammami di quel. l’amore celestiale, onde Tu amasti il Figliuol tuo Gesù Cristo. Son pieno di miserie spirituali e temporali. Molti dolori dell’anima e del corpo mi stringono da ogni parte ed io mi rifugio, come figliuolo, all’ombra della tua protezione materna. Tu, Madre di Dio, che tanto puoi e tanto vali, impetrami da Gesù benedetto i doni celesti dell’umiltà, della castità, della mansuetudine, che furono le più belle gemme dell’anima tua immacolata. Tu concedimi di esser forte nelle tentazioni e nelle amarezze, che spesso mi travagliano. Allorchè poi si compirà, secondo il volere di Dio, la giornata del mio terreno pellegrinaggio, fa’ che all’anima mia sia donata, per i meriti di Cristo e per la tua intercessione, la gloria del paradiso. Amen.

Indulgentia quingentorum dierum (Breve Ap., 12 apr. 1927: S. Pæn. Ap., 29 apr. 1935).

VI

ACTUS REPARATIONIS CONTRA BLASPHEMIAS IN B. M. VIRGINEM

328

Gloriosissima Vergine, Madre di Dio e Madre nostra Maria, volgete pietoso lo sguardo verso di noi poveri peccatori, che afflitti da tanti mali, che ci circondano in questa vita, sentiamo lacerarci il cuore nell’udire le atroci ingiurie e bestemmie, lanciate contro di voi, o Vergine immacolata. Oh quanto queste empie voci offendono la maestà infinita di Dio e dell’unigenito suo Figlio, Gesù Cristo! Come ne provocano lo sdegno e quanto ci fanno temere gli effetti terribili della sua vendetta! Che se valesse, ad impedire tanti oltraggi e bestemmie, il sacrifizio della nostra vita, ben volentieri lo faremmo, perché, Madre nostra santissima, desideriamo amarvi ed onorarvi con tutto il cuore, tale essendo la volontà di Dio. E appunto perché vi amiamo, faremo quanto è in nostro potere, affinché siate da tutti onorata ed amata. Voi intanto, Madre nostra pietosa, Sovrana consolatrice degli afflitti, accettate questo atto di riparazione, che vi offriamo in nome nostro e di tutte le nostre famiglie, anche per quelli, che non sapendo ciò che si dicono, empiamente vi bestemmiano; affinchè impetrandone da Dio la conversione, rendiate più manifesta e gloriosa la Vostra pietà, la vostra potenza, la vostra grande misericordia; ed anch’essi a noi si uniscano a proclamarvi la benedetta fra tutte le donne, la Vergine immacolata, la pietosissima Madre di Dio.

Tre Ave Maria,

Indulgentia quinque annorum (S. C. Indulg., 21 mart. 1885; S. Pæn, Ap., 6 apr. 1935 et 10 iun. 1949).

329

In reparationém iniyriarum in B. M. V. illatarum

Vergine benedetta, Madre di Dio, volgete benigna lo sguardo dal cielo, ove sedete Regina, su questo misero peccatore, vostro servo. Esso, benchè consapevole della sua indegnità, a risarcimento delle offese che a voi si fanno da lingue empie e blasfeme, dall’intimo del suo cuore vi benedice ed esalta come la più pura, la più bella e la più santa di tutte le creature, Benedice il vostro santo Nome, benedice le vostre sublimi prerogative di vera Madre di Dio, sempre Vergine, concepita senza macchia di peccato, di corredentrice del genere umano. Benedice l’eterno Padre, che vi scelse in modo particolare per Figlia; benedice il Verbo incarnato, che vestendosi dell’umana natura nel vostro purissimo seno vi fece sua Madre; benedice il divino Spirito, che vi volle sua Sposa. Benedice, esalta e ringrazia la Trinità augusta, che vi prescelse e predilesse tanto da innalzarvi su tutte le creature alla più sublime altezza. O Vergine santa e misericordiosa, impetrate il ravvedimento ai vostri offensori e gradite questo piccolo ossequio dal vostro servo, ottenendo anche a lui, dal vostro divin Figlio, il perdono dei propri peccati. Amen.

Indulgentia quingentorum dierum (S. C. S. Officii, 22 ian. 1914: S Pæn. Ap., 4 dec. 1934).

VII

CORONA DUODECIM STELLARUM

330

Lodiamo e ringraziamo la santissima Trinità, che ci esibì Maria Vergine di sole vestita, con la luna sotto ai suoi piedi e con in capo una misteriosa corona di dodici stelle.

R. In sæcula sæculorum. Amen.

Lodiamo e ringraziamo il divin Padre, che per sua Figlia la elesse.

R. Amen. Pater noster.

Sia lodato il divin Padre, che la predestinò Madre del suo divin Figliuolo.

R. Amen. Ave Maria.

Sia lodato il divin Padre, che la preservò da ogni colpa nella sua Concezione,

R. Amen. Ave Maria.

Sia lodato il divin Padre, che l’adornò dei maggiori pregi nella sua Natività.

R. Amen. Ave Maria.

Sia lodato il divin Padre, che le diè in compagno e sposo purissimo san Giuseppe.

E. Amen. Ave Maria. Gloria Patri,

Lodiamo e ringraziamo il divin Figliuolo, che per sua Madre la scelse,

R. Amen. Pater noster. –

Sia lodato il divin Figlio, che si incarnò nel suo seno e vi stette nove mesi,

R. Amen. Ave Maria.

Sia lodato il divin Figlio, che da lei nacque e fu nutrito del suo latte.

R. Amen. Ave Maria.

Sia lodato il divin Figlio, che nella sua puerizia volle essere da lei educato.

R. Amen. Ave Maria.

Sia lodato il divin Figlio, che le rivelò i misteri della redenzione del mondo,

E. Amen. Ave Maria. Gloria Patri.

Lodiamo e ringraziamo lo Spirito Santo, che in sua Sposa la ricevette,

R.. Amen. Pater noster.

Sia lodato lo Spirito Santo, che a lei rivelò il suo nome di Spirito Santo.

R. Amen. Ave Maria.

Sia lodato lo Spirito Santo, per opera del quale fu insieme Vergine e Madre.

R. Amen. Ave Maria.

Sia lodato lo Spirito Santo, per virtù del quale fu tempio vivo della santissima Trinità.

R. Amen. Ave Maria.

Sia lodato lo Spirito Santo, dal quale fu in cielo esaltata sopra tutte le creature.

R. Amen. Ave Maria. Gloria Patri.

(S. Giuseppe Calasanzio).

Indulgentia trium annorum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo quotidie per integrum mensem corona repetità fuerit.

(S. C. Indulg., 8 jan. 1838 et 17 aug. 1898; Pius IX, Audientia 17 mart. 1856; S, Pænit. Ap., 28 mart, 1834 et 12 iun. 1949)

2 LUGLIO: FESTA DELLA VISITAZIONE DELLA VERGINE A SANTA ELISABETTA (2021)

2 Luglio: FESTA DELLA VISITAZIONE DELLA VERGINE A SANTA ELISABETTA (2021)

Doppio di 2° classe – Paramenti bianchi

L’Angelo Gabriele aveva annunziato a Maria, che ben presto Dio avrebbe dato un figlio a Elisabetta. Subito la Vergine si portò presso la sua cugina: ecco il mistero della Visitazione che si celebra il giorno dopo l’Ottava della Natività di s. Giovanni Battista. Quest’oggi, come durante l’Avvento, la Chiesa accosta il ricordo del Precursore a quello di Gesù e Maria. Infatti, abbiamo notato allora, che il Venerdì della Tempora d’inverno ci ricordava questo stesso mistero della Visitazione. Questa solennità, istituita per tutto il mondo nel 1389 da Urbano VI, venne elevata al rito doppio di 2° classe da Pio IX.

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Sedulius.
Salve, sancta Parens, eníxa puérpera Regem: qui cælum terrámque regit in sǽcula sæculórum.

[Salve, o Madre santa, tu hai partorito il Re gloriosamente; egli governa il cielo e la terra per i secoli in eterno.]Ps XLIV: 2
Eructávit cor meum verbum bonum: dico ego ópera mea Regi.

[Vibra nel mio cuore un ispirato pensiero, mentre al Sovrano canto il mio poema].Salve, sancta Parens, eníxa puérpera Regem: qui cælum terrámque regit in sǽcula sæculórum.

[Salve, o Madre santa, tu hai partorito il Re gloriosamente; egli governa il cielo e la terra per i secoli in eterno.]

Oratio

Orémus.

Fámulis tuis, quǽsumus, Dómine, cœléstis grátiæ munus impertíre: ut, quibus beátæ Vírginis partus éxstitit salútis exórdium; Visitatiónis ejus votíva sollémnitas, pacis tríbuat increméntum.

[Concedi, Signore, ai tuoi servi il dono della grazia celeste: e poiché il parto della beata Vergine fu per noi l’inizio della salvezza, la devota festa della sua visitazione accresca la nostra pace.]

Lectio

Léctio libri Sapiéntiæ.
Cant II: 8-14
Ecce, iste venit sáliens in móntibus, transíliens colles; símilis est diléctus meus cápreæ hinnulóque cervórum. En, ipse stat post paríetem nostrum, respíciens per fenéstras, prospíciens per cancéllos. En, diléctus meus lóquitur mihi: Surge, própera, amíca mea, colúmba mea, formósa mea, et veni. Jam enim hiems tránsiit, imber ábiit et recéssit. Flores apparuérunt in terra nostra, tempus putatiónis advénit: vox túrturis audíta est in terra nostra: ficus prótulit grossos suos: víneæ floréntes dedérunt odórem suum. Surge, amíca mea, speciósa mea, et veni: colúmba mea in foramínibus petra, in cavérna macériæ, osténde mihi fáciem tuam, sonet vox tua in áuribus meis: vox enim tua dulcis et fácies tua decóra.

[Eccolo venire, saltellando pei monti, balzando pei colli, simile il mio diletto ad un capriolo, ad un cerbiatto. Eccolo, sta dietro alla nostra parete, fa capolino dalla finestra, adocchia dalle grate. Ecco il mio diletto mi parla: «Alzati, affrettati, diletta mia, colomba mia, bella mia, e vieni. Poiché, vedi, l’inverno è già passato, la pioggia è cessata, è andata; i fiori si mostrano per la campagna, il tempo della potatura è venuto; si ode per la nostra contrada il tubar della tortorella; il fico ha messo fuori i suoi frutti primaticci; le vigne in fiore mandano il loro profumo. Sorgi, diletta mia, bella mia, e vieni. Colomba mia, che stai nelle fessure delle rocce, nei nascondigli della balza, mostrami il tuo viso, fammi sentir la tua voce, poiché la tua voce è soave, il tuo viso è leggiadro!]

Graduale

Benedícta et venerábilis es, Virgo María: quæ sine tactu pudóris invénta es Mater Salvatóris.

[Tu sei benedetta e venerabile, o Vergine Maria, che senza offesa del pudore sei diventata la Madre del Salvatore.]
Alleluia. alleluia.


V. Virgo, Dei Génitrix, quem totus non capit orbis, in tua se clausit víscera factus homo. Allelúja, allelúja.

[V. O Vergine Madre di Dio, nel tuo seno, fattosi uomo, si rinchiuse Colui che l’universo non può contenere.]


V. Felix es, sacra Virgo María, et omni laude digníssima: quia ex te ortus est sol justítiæ, Christus, Deus noster. Allelúja.

[V. Te beata, o santa vergine Maria, e degnissima di ogni lode, perché da te nacque il sole di giustizia, il Cristo Dio nostro. Alleluia.]

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Lucam.
Luc 1:39-47
In illo témpore: Exsúrgens María ábiit in montána cum festinatióne in civitátem Juda: et intrávit in domum Zacharíæ et salutávit Elísabeth. Et factum est, ut audivit salutatiónem Maríæ Elísabeth, exsultávit infans in útero ejus: et repléta est Spíritu Sancto Elísabeth, et exclamávit voce magna et dixit: Benedícta tu inter mulíeres, et benedíctus fructus ventris tui. Et unde hoc mihi, ut véniat Mater Dómini mei ad me? Ecce enim, ut facta est vox salutatiónis tuæ in áuribus meis, exsultávit in gáudio infans in útero meo. Et beáta, quæ credidísti, quóniam perficiéntur ea, quæ dicta sunt tibi a Dómino. Et ait María: Magníficat ánima mea Dóminum: et exsultávit spíritus meus in Deo, salutári meo.

[Or in quei giorni Maria si mise in viaggio per recarsi frettolosamente alla montagna, in una città di Giudea, ed entrò in casa di Zaccaria e salutò Elisabetta. Ed avvenne che, appena Elisabetta udì il saluto di Maria, il bambino le balzò nel seno; ed Elisabetta fu ripiena di Spirito Santo; ed esclamò ad alta voce: «Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo seno. E donde a me la grazia che venga a visitarmi la madre del mio Signore? Ecco, infatti, appena il suono del tuo saluto mi è giunto all’orecchio, il bambino mi è balzato pel giubilo nel seno. E te beata che hai creduto, perché s’adempiranno le cose a te predette dal Signore». E Maria disse: «L’anima mia glorifica il Signore; ed il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore».

OMELIA

[B. BOSSUET: LA MADONNA – DISCORSI: V. Gatti ed. Brescia, MCMXXXIV]

Intravit in domum Zachariæ et salutavit Elisabeth.

È proprio nella solennità d’oggi che i Cristiani devono conoscere il Salvatore, Dio nascosto, la cui potenza opera in un modo secreto ed inscrutabile dentro le anime nostre. Quattro persone io vedo nel mistero che oggi celebriamo: Gesù e la santa sua Madre Maria, e sua madre Elisabetta: sono essi il soggetto del Vangelo di questo giorno. Ma, notate, tutte queste persone, eccetto il Figlio di Dio Gesù, compiono qualche azione particolare visibile…, Elisabetta, illuminata da una luce che le piove dall’alto conosce la dignità di Madre di Dio nella sua parente Maria, e s’umilia davanti a Lei: « Unde hoc mihi? » Giovanni sente la presenza del suo Maestro e Salvatore ed in un sussulto misterioso palesa la sua adorazione « exultavit infans ». La dolce Maria rapita dal fascino dei misteri che in Lei compì Colui che è potente, in un’estasi canta le glorie ed il nome di Dio… ne esalta la bontà e la magnificenza! « Magnificat anima mea Dominum! » Gesù solo tace, immobile, nel seno materno: neppur un piccolo movimento tradisce la sua reale presenza: Colui che è il centro del mistero appare inerte… Non ci deve recar meraviglia, o Cristiani, questo modo d’agire: vuol farci comprendere che Egli è il Motore invisibile per cui ogni cosa si muove, tutto guida senza che si scorga il gesto della sua mano. » Proprio per questo io oggi troverò molto facile il mostrarvi e persuadervi che è proprie la sua mano onnipotente, che nel mistero d’oggi si nasconde, ma è svelata dalle azioni e dalle parole degli altri personaggi della scena evangelica che però non avrebbero fatto il minimo gesto s’Egli non l’avesse mossi e guidati. Lo vedrete chiaramente, lo spero, nel discorso: ma dovendo in esso mostrarvi l’azione dello Spirito Santo in quelle tre persone, io, per il primo, abbisogno del suo aiuto per parlare… e bramo, voglio attrarre a me lo Spirito divino, per l’intercessione, la preghiera di Colei che ne fu piena e dalla quale si diffonde in Elisabetta, in Giovanni! la Vergine bella Maria, la Vergine Madre che io e voi saluteremo invocandola: Ave Maria!

***

Il mistero, forse più grande del Cristianesimo, è l’alleanza che il Figlio di Dio stringe con l’uomo e l’imperscrutabile suo procedere quando scende a visitar noi sue creature, E badate, buone sorelle, che non intendo affatto parlare dei modi di speciale comunicazione con anime privilegiate; lascio ai vostri direttori ed ai libri vostri particolari istruirvi su queste mistiche relazioni dell’anima con Dio: io qui voglio parlare delle visite, lasciatemele dir così, quotidiane con cui il Figlio di Dio s’avvicina ai suoi fedeli, o con le interne ispirazioni della grazia, o esteriormente, con la sua parola, con i sacramenti, in modo speciale con l’adorabile sacramento dell’Eucarestia. Bisogna che i Cristiani sappiano con quali sentimenti devon accogliere Gesù che viene ad essi… e mi pare che il Vangelo d’oggi lo insegni meravigliosamente. – Richiamiamo alla nostra mente una verità che servirà a farci comprendere meglio questo Vangelo: « Dio venendo all’uomo imprime al suo cuore un triplice movimento ». Subito che si avvicina, inspira una grande ed augusta idea della sua maestà; visione che coopera più all’anima la sua naturale bassezza, cosicché piena di timore e confusa pone in un atteggiamento di umiltà grande davanti a Lui, e si sente indegna dei suoi favori e delle sue grazie: ecco il primo sentimento. Non basta però, Cristiani, perché l’anima così tremante e confusa non oserebbe più avvicinarsi al suo Dio… anzi sentirebbe il bisogno di allontanarsene conoscendo la sua indegnità. – Ecco allora un secondo movimento al cuore fedele: e tale che lo costringe ad avvicinarsi con ardente confidenza, a correre al suo Dio con vivi desideri. – Nel terzo, il più perfetto, rendendosi l’anima disposta alla volontà dello Spirito, questi la riempie di ina pace e tranquillità grande, quella pace « Pax Christi in cordibus vestris », che ricolma delle gioie dei casti amplessi della divinità. – Le anime consacrate a Dio ben conoscono questo triplice modo di  avanzarsi di Dio nei cuori, manifestato dai tre sentimenti che abbiamo descritto: le prepara l’umiltà, perché si stimano indegne di Gesù Cristo; il desiderio ardente di Lui, le fa camminare avanti: nel tranquillo possesso dello Sposo celeste, vengono via via perfezionandosi. – L’evangelo d’oggi ci mostra chiaramente questi tre sentimenti disposti e distribuiti in un ordine mirabile non vediamo difatti Elisabetta che, dinanzi a Gesù che nel seno materno l’onora di una sua visita, subito riconosce e proclama la sua indegnità dicendo alla cugina: « Unde hoc mihi ut veniat mater Domini mei ad me? — Come mai tanto onore che la Madre del mio Signore venga a visitarmi? » Subito ardenti desideri scuotono il precursore e lo fanno sussultare nel seno materno, quasi tenti di spezzare i vincoli che gli impediscono di buttarsi ai piedi di Colui che un giorno proclamerà: Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. Insofferente che una legge di natura lo tenga ancora prigioniero: « Exultavit infans in utero meo ». Esultò il fanciullo nel seno materno. Ascoltate: ecco la voce incantevole e soave della Vergine Maria che, piena del Cristo tutto suo, canta un inno di grazia e di lode: che immortalerà nei secoli l’ìonda viva dei sentimenti che traboccavano dalla sua anima: Maria canta il sublime: « Magnificat anima mea Dominum – L’anima mia canta il suo Dio ed il suo Salvatore » – Mi parer di non ingannarmi se penso che così lo avrò piegato il Vangelo della Festa e avrò mostrato davvero che il Cristo nascosto agisce e fa che un’anima s’umilii nel sentimento della sua indegnità: Elisabetta; un’altra lo cerchi in un trasporto di amore: Giovanni; un’altra ancora ne gusti la pace possedendolo: Maria la sua Madre Vergine.

È così diviso il mio discorso.

1° Punto

È bisogno, più che dovere, che la creatura si abbassi nell’umiltà quando il suo Creatore viene per visitarla: è il primo gesto d’onore a Lui che si avvicina: riconoscere la nostra miseria e proclamare la sua maestà! – Per questo dissi e ripeto, che la grazia entrando in in un’anima le ispira come primo sentimento un timore religioso che quasi la induce a ritirarsi conscia del suo nulla.  – Leggete in S. Luca: Pietro appena gli si svela un raggio della divinità del suo Maestro in un gesto della sua onnipotenza, subito gli si butta tremante ai piedi e lo scongiura: « Vai lontano da me, Signore, ché io sono uomo peccatore ». – E il pio centurione, al quale Gesù dice: « Verrò alla tua casa e guarirò il tuo servo », non grida, quasi supplicando: « Signore io non sono degno che tu entri nella mia casa? » E senza cercar altrove, ecco quello che ci dice il Vangelo che abbiamo letto… appena vista Maria, appena udita la sua voce la pia cugina Elisabetta non conosce subito la sublime dignità di questa Madre: e contemplando il Dio ch’Ella nasconde in seno, quasi esterrefatta non grida: « Come viene a me la Madre del mio Signore? » – Questa umiltà, questo umile rispetto di cui Elisabetta ci dà esempio dovrebbe, o fratelli e sorelle mie, esser radicato profondo nel nostro cuore: per ottenerlo, cerchiamo conoscere il pensiero di Elisabetta e studiare efficacemente i motivi che la inducono a tale umiltà. Mi pare che i due principali si trovino nelle sue stesse parole: vedremo di capirle bene. « Come mai, perché tanto onore, che venga da me la Madre del mio Signore? » Riflettendo su queste parole la prima cosa che noto è che in questa visita, di cui si tiene onorata, vi è qualcosa che Elisabetta capisce… ed altro che affatto non comprende. – « La Madre del suo Signore, va da Lei » ecco quello che conosce ed ammira: ma « perché viene a me? » ecco quello che non capisce non sa e le fa domandare: « Unde hoc mihi? » Ella ben vede la dignità di Maria… misura tutta la distanza tra questa Madre e lei che pur è madre per prodigio e profondamente si umilia. È la « benedetta fra le donne, la piena di grazia… è la Madre del suo Dio, e lo porta in seno ». Potrò io mai, par che dica, far atto di degno omaggio? Nella contemplazione di queste misteriose grandezze, un’altra osservazione le impone di accrescere il suo rispetto. È la Madre del suo Dio, che prima viene a lei per trovarla amichevolmente! Sente tutto l’onore di questa visita, ma il perché non lo conosce, non lo sa trovate… per quanto scruti tutto il suo essere per vedere come abbia meritato tanto onore. Perchè tanto onore… tanta incomprensibile bontà? che mai ho potuto fare per meritarlo? Quali servizi, favori me la procurarono? La povera Elisabetta è confusa: sente che nulla in lei poté meritarle tanto onore tanta bontà, e conoscendosi beatamente prevenuta da una misericordia completamente immeritata, trova il bisogno di crescere, vorrebbe fino all’infinito, il suo profondo rispetto… non sa far altro che presentarsi a Cristo Gesù che la viene a trovare, col cuore in mano, un cuore umiliato che fa salire al labbro viva, la confessione della sua impotenza. Ecco le due forze che inducono Elisabetta all’umiltà quando Gesù la visita: ella nulla ha che possa eguagliare la sua grandezza: poi non ha nulla, proprio nulla, che possa meritare la sua bontà. Motivi che devono efficacemente insegnarci a servire il nostro Dio con timore e tremore pur gioendo davanti a Lui. Dove trovare una miseria che eguagli la nostra? nulla siamo nulla possiamo per natura… e nulla, proprio nulla abbiamo acquistato, conquistato noi! Ma allora come avremo ardire di avvicinarci a Dio? Non meno allontanati per le nostre colpe dalla sua infinita bontà, di quanto lo siamo per la misera nostra condizione dalla sua dignità, che altro possiamo fare, quand’Egli degnasi posar su di noi il suo sguardo, che imitare Elisabetta ed esaltare la sua maestà proclamando il nostro nulla? Cantare le sue misericordie ed i suoi benefici, confessando che le nostre colpe ce ne fanno indegni? Ma perché non siano parole vuote le nostre, ma espressione dell’intimo sentimento del cuore, cerchiamo conoscere cosa esigerebbe la maestà divina. È vero: nessuna bocca per quanto eloquente potrebbe dirlo, anzi nessuna mente potrebbe nemmeno averne l’idea: tentiamo fare paragoni: Ciò che tra gli uomini impone il rispetto, è la dignità che innalzando un individuo su i suoi pari lo colloca in un ordine più elevato, singolare, unico. – Ecco ciò che induce gli uomini al rispetto, alla riverenza. – Ed allora, sapreste voi dirmi fratelli quale riverenza, rispetto dovremo noi all’Essere supremo? Egli è il solo, l’unico, è dovunque, e dovunque lo contempliamo: il solo l’unico Sapiente, il solo unico potente, il solo l’unico perfettissimo felice!… Re dei re; Signore dei signori, unico nella sua inaccessibile maestà, con una potenza che non sopporta confronto o limite! Tertulliano, tentando descrivere magnificamente la sua eccellenza, lo dice: Il grande Sovrano, che non tollerando alcun uguale, separò sé in una solitudine creatagli dalla sua unica perfezione, « Summum magnum, ex defectione æmuli solitudinem quondam de singularitate præstantiæ suæ possidens ». (Contro Marcione). – La parola è dura ed oscura: ma Tertulliano è l’uomo avvezzo alle forti espressioni, e pare abbia, vorrei dire, create parole nuove ed uniche per descrivere una grandezza senza esempio. E badate bene, dice: « Solitudine di specialissima grandezza » veramente augusta e che deve imporre il più profondo rispetto la massima riverenza, – Eppure questa solitudine misteriosa di Dio, mi suggerisce una bella idea. Non c’è grandezza che non abbia il suo lato debole: grande potenza poco coraggio: gran coraggio e poca testa… una grande intelligenza in un corpo di malferma salute che ne impedisce l’esplicazione e l’applicazione: chi mai può vantarsi di esser grande in tutto? noi ci inchiniamo altri si inchinano a noi… chi s’alza da un lato dall’altro si abbassa… ecco perché troviamo tra gli uomini una certa eguaglianza: nessuno è mai così grande che il — piccolo — non c’entri, da destra o da sinistra! Voi solo, o Dio, o Supremo Re, o Eterno, voi l’Unico perfetto in ogni cosa, voi dovunque grande dovunque inaccessibile! a Voi solo si può domandare chi mai vi è simile! — Quis ut Deus? — profondo nel consiglio terribile nel giudicare! Forte nel volere, magnifico e mirabile nelle opere! Voi siete grande e grande è la vostra maestà! Sventura alla testa che s’alza proterva contro di voi, sventura alle fronti altere che alte e spavalde s’alzano contro la vostra faccia! Voi sapete colpire e strappar fino dalle radici questi cedri; voi che toccate i monti e fumano e si inceneriscono! Beati, beati coloro che al vostro appressarsi temono e tremano di star ritti innanzi a Voi, e temendo la vostra gelosia gridano colle parole del libro santo: Che è mai l’uomo, perché ve ne ricordiate o Signore: ed i figli degli uomini che sono essi perché loro facciate l’onore di visitarli? Essi si nascondono: ma il vostro sguardo li riempie di luce… tentano indietreggiare pieni di riverenza e voi li andate a cercare… si buttano ai vostri piedi ed allora pieno di bontà lo Spirito Vostro scende su di essi apportatore di pace. Impariamo, fratelli in Dio Padre, come si debba ricevere la divina Maestà: ma perché la nostra umiltà sia più profonda… ricordiamo che la sua bontà ci previene sempre ed in tutto, e le sue grazie sono proprio grazie perché le fa piovere su di noi senza alcun merito nostro! Peccatori tornati a penitenza, figlioli prodighi ritornati alla casa paterna, pecorelle smarrite, cercate, ritrovate, condotte all’ovile, venite e cantate qui davanti all’altare le lodi della misericordia senza confini del nostro Padre Iddio, del nostro Pastore buono:… venite e siatene i testimoni voi, che dalle tenebre foste chiamati all’ammirabile sua luce. – Quanto pensava Egli a voi quando voi non pensavate a Lui e lo dimenticavate!… con quanta e quale ansia penosa non vi corse dietro accelerando il passo mentre voi moltiplicavate la lena nel fuggirgli! Non vi accolse buono, proprio in quel momento in cui più meritavate la sua collera? E coi peccatori, trofei di questo nostro Dio, venite voi anime fedeli, anime a Lui consacrate che non contente di camminare dietro a Lui nella via stretta, volete seguirne l’invito a perfezione… chi vi ispirò nausea e disprezzo del mondo, e vi fece sentire il fascino della solitudine e del suo amore? Egli vi scelse e chiamò: ed ogni giorno gli protestate voi stesse che lo fece per sua pura bontà! è vero ogni giorno accumulate meriti: sarebbe bugiardo chi osasse negarlo! ma queste vostre opere meritorie nascono dalla grazia che Egli vi dà: voi ne usate bene, ed Egli vi dona grazie nuove; è questo buon uso della grazia che vi santifica! Vedete nel nostro Vangelo… non è Elisabetta cha va da Maria; è la Vergine che va a trovare la cugina: è Gesù che previene Giovanni! Nuovo prodigio, sorelle e fratelli cari, Giovanni doveva essere il precursore che avrebbe camminato avanti a Lui preparandogli piane le vie: eppure Gesù previene Giovanni. Vorremmo domandarci chi mai non sarà prevenuto dalla grazia del Cristo, quando ne fu prevenuto lo stesso precursore? E noi, noi che siamo tutti dei  “prevenuti” vorremmo gloriarci di qualche cosa?..: del nostro incominciare? ma non fu la grazia che ci illuminò senza che noi l’avessimo meritata? del progresso nostro nelle vie del bene?… ma se non vi fosse stata la grazia che avremmo potuto fare? gratia e sempre grazia perché dono gratuito! Il fiume si dice fiume ed ha un nome suo, là dove nasce come durante tutto il suo corso benché le sue acque s’accrescano… la grazia è sempre grazia — fons aquæ salientis — benché man mano che porta l’anima al suo termine, la perfezione si accresca, dice S, Agostino: «Ipsa gratia meretur augeri, ut aucta mereatur perfici ». Se dunque per la grazia abbiamo la vita, se viviamo della grazia, se in essa e per essa ci moviamo ed operiamo, a che tardiamo per unire la nostra alla voce di Elisabetta, ed umilmente domandare con Lei; « Unde hoc mihi? — Come mai tanto onore, tanto favore per me? » Io non lo meritai, né lo potevo… unicamente e tutto devo alla vostra bontà, o Signore! È questa la prima parola con cui la grazia ci ammaestra: farci conoscere ch’essa è proprio — grazia — cioè — gratuita —. Confessiamoci indegni dei benefici di Dio: commosso Egli della nostra umile confessione ce ne farà degni… Confessiamoci debitori, e che nessun credito possiamo vantare… ed Egli, il nostro Dio, si dirà nostro debitore: perché il centurione si dichiarava indegno d’averlo in casa sua Gesù vi andò! Pietro lo pregava d’allontanarsi da lui, e Gesù gli si fece più vicino, lo fece capo e fondamento del suo Corpo mistico, suo Vicario, proprio l’alter ego. Paolo protesta che non merita d’esser detto Apostolo… Gesù lo dice e lo fa il vaso d’elezione. Il Battista dichiara che non è degno di compier verso di Lui neppur l’umile ufficio di legargli i calzari, Gesù ne fa il suo amico, e lo dirà il più grande tra i nati di donna:… la mano che si stimò indegna di accostarsi ai piedi del Salvatore si alzò fino alla sua testa versandovi l’acque battezzatrici! Tutto per provarvi che nulla più ci merita grazie e doni quanto il confessar di non meritarne, anzi d’esserne indegni. L’umiltà è l’appoggio della confidenza… l’anima preparata dall’umiltà s’abbandona poi tranquilla ad ardenti desideri… lo vediamo, miei cari, compiersi in Giovanni Battista.

2° Punto

L’anima fedele, umiliatasi davanti al Signore quasi allontanatasi, conscia della sua miseria, non rimane però paga: il sentimento della sua nullità, sveglia in lei un nuovo bisogno… si sente trasportata verso di Dio, ed il suo cuore dal fondo della sua umiltà e miseria anela alla unione col suo Signore! Ma, non è presunzione un simile desiderio? non è follia il solo pensarlo?… Noi potremmo dubitarne se considerassimo solo la grandezza di Dio, ma bisogna, cari miei, considerare anche la Bontà essenzialmente connessa alla sua natura come la Maestà! La sua Maestà allontana la creatura è vero, ma è anche vero che la bontà le tende la mano e l’invita a sé! – Maestà e Bontà divina superano la forza della nostra mente: io mi sentii incapace di parlarne, e non potendolo io, domandai aiuto al grande Tertulliano, per parlarvi della grande Maestà del nostro Dio: ora per dirvi qualcosa della sua bontà, mi appoggerò ad un altro genio: Gregorio di Nazianzo, dottore santo della Chiesa, che i Greci chiamarono addirittura — il teologo — tanto profondamente penetrò i misteri della natura divina. Questo genio invita gli uomini a Dio, loro mostrando la infinita bontà del Signore che gode effondersi in doni e grazie… e chiude la sua prova con queste parole: « Questo Dio brama esser desiderato: e lo vorreste credere?… nella sua infinita abbondanza è assetato ». (Oraz. 402). Ma quel sete cruccia quest’Essere supremo? Sitit sitiri — è assetato della sete degli uomini, vuole ch’essi siano assetati di lui! Infinito in se stesso, e nelle sue ricchezze, noi possiamo farlo nostro debitore — domandandogli che ci faccia suoi debitori — poiché Egli gode più in dare di quanto noi godiamo nel ricevere —. Sono parole del santo dottore. Non vi pare, o fratelli, che con queste parole ci si sveli ed apra una sorgente viva che nell’abbondanza delle sue acque, fresche e limpide, invita il passante accaldato a fermarsi e bere? La fonte che non ha bisogno si rendan limpide le sue acque e nemmeno si faccian fresche, s’accontenta della sua freschezza e limpidezza naturale e mi pare mi domandi che vi si lavino le brutture, vi si rinfreschino le membra e si dissetino gli accaldati, alle sue onde limpide e fresche. Anche la natura divina sempre ricca sempre abbondante non può, perché pienamente perfetta, né accrescere né diminuire: le manca una cosa sola, se possiamo parlar così, che si vengano ad attingere al suo seno le acque vive zampillanti alla vita eterna, di cui è sorgente inesauribile in se stesso. Ecco perché con ragione S. Gregorio Nazianzeno dice che la divinità ha sete che s’abbia sete di Lei e quasi si sente beneficata quando le si offre modo di beneficare! – Ed allora, fratelli, non è un offendere Dio il non sentire desiderio vivo di Lui? Per questo Giovanni Battista sussultò in seno della madre: il Maestro veniva a visitarlo ed egli voleva andargli incontro: ardente amore, ardenti desideri lo spingevano: pare tenti spezzare i vincoli con cui natura ancor lo tiene nascosto! Egli vuole la libertà, non può tollerar la prigione in cui è chiuso, perché essa lo toglie alla presenza del Maestro, e non può correre al suo Salvatore. – Noi, ad Elisabetta abbiamo domandato di impararci come ricevere il Signore, a Giovanni domandiamo ci insegni a desiderarlo ardentemente per preparargli le sue vie! Oh ci dia egli il suo ardente desiderio del Cristo! È proprio questa la sua missione: egli non doveva; con la sua parola e la sua opera, che far più ardentemente bramare il Salvatore quanto più si avvicinava agli uomini. L’altro Giovanni, il discepolo prediletto, parla così della missione del Battista: « Vi fu un uomo mandato da Dio, a nome Giovanni, e lui non era la luce, ma era nel mondo per rendere testimonianza alla luce », cioè a Gesù Cristo. – Non meravigliamo di questo modo di parlare dell’evangelista: Gesù Cristo è la luce e non lo si vede… Giovanni non è la luce e lo si vede; anzi è lui che addita e svela la luce stessa e noi lo sentiremo additare la luce agli uomini – ecco il Sole! Ma non è la luce che da sola si fa vedere? Non è per il suo splendore che noi cediamo tutte le cose? Sentite: il Vangelo dice che la luce era in mezzo agli uomini, e gli uomini non la vedevano… anzi, cosa più strana, S. Giovanni « non erat ille lux » e veniva mandato per mostrare la luce, lui che non era luce. Fatto misterioso, o Cristiani, però non si dia alla luce la colpa se non la si vede, ma ai nostri occhi malati o chiusi che non possono o non vogliono vederla! è la nostra cecità, è la tremola e debole nostra vista che non sa sostenere il bagliore del giorno! S. Agostino commenta: — Tam infirmi sumus per lucernam quærimus diem — siam tanto deboli che andiamo cercando la luce del sole con la lucerna in mano. S. Giovanni Battista era una lucerna — lucerna ardens et lucens — (rappresenta la nostra debolezza) ci occorreva una lucerna per cercar il giorno: ebbimo bisogno di Giovanni per cercar Cristo — per lucernam quærimus Christum . Eran troppo deboli i nostri occhi, la luce doveva esser fioca per non accecarci: dovevamo essere abituati, pian piano, alla luce del pieno meriggio: piccoli raggi ci avrebbero fatto desiderare il cielo luminoso… tanto dimenticato e così a lungo nella lunga notte dell’ignoranza! Ricordiamocelo bene, questo miserando stato di cecità della nostra natura, e sempre… ci farà comprendere meglio tante cose! – Avevamo perduto la luce noi… sol intellegentiæ non ortus est eis; e non solo avevamo perduto la luce, ma non ne sentivamo nemmeno più il desiderio: gli uomini, dice ancora S. Giovanni evangelista, amarono le tenebre più della luce: e l’amarono tanto il buio, l’ignoranza della verità, che era diventata una seconda loro natura, fino a temere la luce della verità… a farli fuggire davanti al suo sfolgorìo: il perché, lo dice la Sapienza: — qui male agit odit lucem — chi fa male odia luce! Ma perché l’uomo doveva preferire le tenebre alla luce?… Ce lo spiega S. Agostino facendoci osservare il parallelo che c’è tra l’intelligenza  e l’occhio materiale: tra la luce fisica e la luce spirituale. L’occhio è creato perché veda la luce: e tu anima ragionevole fosti creata per vedere la verità eterna, che illumina ogni uomo che viene nel mondo. La luce è come il cibo dell’occhio – luce pascuntur oculi nostri – e ce lo prova il fatto: se l’occhio nostro viene tenuto per troppo tempo nell’oscurità od in una semioscurità, la sua forza visiva si affievolisce e l’occhio si ammala – cum in tenebris fuerint, infirmantur oculi nostri (tratt. 13 in S. Giov.) come si il lungo digiuno della luce davvero privi del cibo – fraudati oculi, cibo suo, defatigantur ey debilitantur quasi quodam jejunio lucis. – Prolungandosi questo loro digiuno dalla malattia possono passare ad una debolezza da poter appena sopportare un debole raggio di luce,  che era cibo all’occhio diviene oggetto di odio e di avversione! Terribile e paurosa catastrofe! E chi non capisce o Cristiani, che una simile sventura cadde su di noi? Eravamo creati per nutrirci della verità: era di questa luce divina che doveva vivere la nostra anima ragionevole … privata di questo cibo celeste, non può che perder la forza e la vita: languida, estenuata a stento può tollerarla poi non la brama più; avanti ancora un po’ ed addirittura la luce della verità le darà noia, e l’odierà! Terribile verità sciaguratamente troppo reale e frequente! Si bramano, si cercano le tenebre … perché si van macchinando criminosi progetti! Le nebbie s’infittiscono attorno a la mente, la ragione vien adagio adagio offuscandosi, l’infelice che trovasi in questo stato non può più vedere… non ha più la luce dei suoi occhi e grida: — lumen oculorum meorum et ipsum non est mecum!… — Possibile, mi dite, voi spaventati, possibile che proprio più non veda? Possibile?… Ah, osservate, fratelli miei, osservate: In mezzo al buio che lo circonda un amico saggio gli si avvicina… e cerca se proprio non v’è ancor modo di fargli vedere attraverso qualche spiraglio la luce del giorno… ma egli ne toglie ostinatamente lo sguardo, non vuol vedere la luce… perché essa gli fa conoscere il suo sbaglio, il male che egli ama troppo e che non vuole lasciare, non ne ha il coraggio! « Oculos suos statuerunt declinare in terram — s’ostinarono a tener fisso l’occhio a terra ».. Vivono così i peccatori e così viveva infelice tutto il genere umano… la luce era svanita lasciando gli uomini cogli occhi malati, avvolti nel buio, dimentichi perfino della verità. O splendore eterno del divin Padre, o Gesù, ditemi che farete mai agli uomini perché vedano? Vi presenterete in tutto lo sfolgorio della vostra luce? Oh fratelli, Gesù non lo farà: sarà una luce riflessa: nascosto rifletterà la sua luce in S. Giovanni Battista. Saranno raggi più pallidi che farà brillare prima: così l’occhio umano debole e malato verrà fortificandosi man mano e verrà portato al bisogno prima, al desiderio poi, della bellezza del giorno. Ecco la missione del precursore… far nascere nel cuore umano il desiderio della luce eterna! Proprio oggi comincia ad esercitare la sua missione il Precursore! In realtà Gesù non opera, lo vedete? non si muove non si mostra: ancora non appare ma già brilla nel Battista: per questo il buon Zaccaria paragona Gesù al sole che nasce: — oriens ex alto visitavit nos — e viene a visitarci. Ma come se ancora è nel seno materno, se ancor non si è mostrato al mondo, come ci può visitare? È un sole che nasce, dice Zaccaria, ed il sole ancor prima di apparire sull’orizzonte già ci visita colla luce dell’alba… già brillano i suoi raggi sui monti: già brilla nel suo Precursore! Il piccolo Battista, vedetelo come, già pieno di giubilo davanti al nuovo giorno, con sussulti misteriosi adora la luce che viene nel mondo ad illuminare!… vuole insegnarci come la dobbiamo desiderare questa luce benefica. Nei suoi sussulti pare ci dica: Perché, o poveri mortali, tardate ad accorrere al Salvatore divino? Perché mai ne fuggite la luce che pur occorre all’occhio dei vostri cuori ed è la tranquilla pace degli spiriti? il cibo degli occhi liberi da pregiudizio e dalla materia, il cibo incorruttibile delle anime fedeli? Non andate dunque a Gesù? ma perché  non correte da Lui? Ah qual soave incanto non avrà per gli uomini, fatti per la gioia luminosa. Colui che tanto inondò di letizia il cuore di un bambino ancor avvolto nel buio del seno di sua madre? che produrranno, o uomini, nelle vostre anime i suoi abbracci, se il solo suo avvicinarsi destò trasporti tanto vivi d’amore? – Continuerò a domandarmelo o fratelli… perché? come? ancor non si vede, ancor non opera; ancor non parla e già la sua presenza augusta tutt’intorno diffonde la gioia e tutti riempie dello Spirito di Dio!! Quale felicità, qual estasi affascinante trascinerà gli uomini quando udiranno dalla sua bocca divina le divine sue parole! Vedranno zampillare una polla d’acqua viva che rinfrescherà i cuori esasperati: lo si vedrà misericordiosamente correre in cerca dei peccatori e chiamarli con la voce tenera di un padre amorevole che tutti chiama a sé! A quelli che il lavoro ha stancato, lo si sentirà promettere dolce riposo; più ancora: prometterà loro che un giorno lo contempleranno nel pieno splendore della sua gloria… vedranno scoperto il suo volto divino e gli occhi loro saranno saziati delle sue immortali bellezze! E noi tardiamo ancora, o Cristiani? Perché? Perché non eccitiamo i nostri desideri e forziamo i nostri ardori troppo lenti? Non fu solo S. Giovanni a sentire vicino Gesù, a desiderarne ardente la sua presenza!… Era ancora tanto lontano, era appena preannunziato e già era atteso e quanto ardentemente desiderato!… è Davide che grida che la sua anima languisce dietro il suo Dio… e « quando, quando, dice, mi avvicinerò alla faccia del mio Signore?… Quando veniam et apparebo ante faciem Dei? » Quale vergognosa indegnità veder chi l’ha vicino, chi lo possiede, non curarsi di Colui che nei secoli lontani era il Desiderato! Gesù è vicino a noi, in mezzo a noi o fratelli… e non l’abbiamo sul nostro altare, nel tabernacolo santo dov’è in corpo sangue anima e divinità?… Ah mentre aspettiamo la gioia di prostrarci al suo trono, di abbracciarlo nella sua gloria, perché non corriamo ai suoi santi altari? Alla mistica mensa ch’Ei ci prepara e dove è cibo la sua Carne, bevanda il suo sangue? Ci dovrebbe divorare 1° fame di questo cibo, bruciare la sete di questa bevanda. Ma Gesù non sì può desiderare se non si desidera Lui e Lui solo! Desìderiamolo dunque ardentemente: troveremo in Lui la pace delle nostre anime, quella pace soave di cui ci si presenta inondata l’anima bella di Maria, in questo mistero!

3° Punto

Stiamo per considerare il compimento dell’azione divina nelle anime: purificate nell’umiltà, accese di ardenti desideri ecco che finalmente Dio dona ad esse se stesso con la sua pace… una pace celeste. Sono le caste delizie di questa pace santa e divina che inondano l’anima della Vergine Maria e le fanno cantare, esultando, il sublime suo: — Magnificat anima mea Dominum! — L’anima di Maria certo è ripiena di vera pace, poiché possiede Cristo Gesù! Questa pace che supera la nostra mente, io non so spiegarla alle anime buone… ricorro dunque alla Vergine per imparar io e perché  impariate voi, perché comprendiamo e gustiamo tutti le soavi dolcezze velate dalle parole di questo canto che incanta ed innamora oggi e cielo e terra. Non potremo però, ben comprendere se prima non cerchiamo approfittare, brevemente, delle istruzioni che vi sono racchiuse: le esamineremo nel tempo che ci rimane. Divido questo cantico in tre parti: Maria ci narra dapprima i favori di cui Dio l’ha ricolma: « guardò al mio nulla, mi fece grandi cose, usò la potenza del suo braccio ». Poi parla del disprezzo del mondo di cui vede la gloria boriosa atterrata: et dispersit superbosdeposuit potentes de sede e mandò a mani vuote i ricchi ». Chiude il suo canto ammirando la bontà del Signore e la sua fedeltà alle promesse fatte — recordatus misericordiæ suæ sicut locutus est patres nostros —Ecco tre cose che sembrerebbero senza un nessologico, tanto sono staccate, mentre sono strettamente collegate.Vi raccomando di prestarmi attenzione o fratelli: mi pare che la Vergine miri a svegliare i cuori dei fedeli e ad eccitarli all’amore di quella pace che Dio solo sa, può dare e dà.Per farci comprendere la dolcezza e la soavità di questa pace, ne svela il principio, un principio ammirabile: Dio che tiene fisso il suo sguardo sulle anime giuste ed unendo allo sguardo la bontà con cui le segue, la Provvidenza che veglia su loro sempre: — Respexit humilitatem ancillæ suærespexit: guardò; è sotto l’azione di questo sguardo che nasce la pace nelle anime sante. Ma v’è attorno ad esse il mondo: lo scintillio dei suoi beni, la dolcezza e le gioie che promette; potrebbero sedurre queste povere anime buone, impedendo che sentano e gustino i beni e le promesse divine… Ecco allora che ad illuminarle loro mostra il mondo vinto, la sua gloria caduta e calpestata: ma siccome né la manifestazione della gloria di Dio né la completa sconfitta del mondo non si vede in questo secolo, perché le anime non si stanchino nell’attesa della felicità eterna, sostiene e rafforza il loro spirito colla pace divina che dà la certezza delle promesse di Dio. Ecco lo schema ed insieme l’ordine di questo canto sacro: vi potrà sembrare ancora non del tutto chiaro; ma spero di potervelo ugualmente far comprendere e bene. Consideriamo subito il principio di questa pace comprendendone là soavità dalla stessa forza che la genera nelle anime. Ditecelo Voi, o gran Vergine, chi riempì di gioia la vostra anima? E la Vergine ci risponde: « Colui che mi guardò, e che non disdegnò di abbassare il suo sguardo sul nulla della sua povera ancella. — Respexit humilitatem ancillæ suæ ». Cerchiamo capir bene cosa importi questo sguardo divino, e quali benefici siano in esso racchiusi. Le Scritture ci dicono, che lo sguardo che Dio posa sui giusti: talvolta significa la sua benevolenza ed i suoi benefici; altra la sua protezione ed il suo soccorso. Dio aprendo su di essi favorevole lo sguardo come un buon padre, si mostra sempre intento e pronto ad ascoltare le domande dei suoi cari. Il profeta reale, lo dice ancor più chiaro: dopo aver detto — Oculi Domini super justos; — aggiunge subito, quasi a spiegar l’effetto di questi occhi fissi sui giusti — aures eius in preces eorum —. Ecco lo sguardo di favore. – Ricordiamo però, o miei cari, un’altra frase dello stesso profeta che chiaramente significa una azione di difesa e protezione di quest’occhio paterno: « occhio di Dio eccolo fisso su coloro che lo temono, e su quelli che sperano nella sua misericordia » (Salmo XXXII) a qual fine? Risponde il Salmo XIX: « ut eruat eos a morte, et alat eos in fame — per strapparli alla morte, e nutrirli nelle ore della fame ». Eccovi, come lo sguardo di Dio sta fisso sui buoni proteggendoli dai mali che li minacciano; e l’anima lo sa « poiché sta in attesa del Signore che è il suo protettore ed il suo aiuto ». Ed allora ditemi: quando un’anima è sotto l’azione benefica e protettrice di un tale occhio, cosa potrà ancora desiderare per dir che gode la pace? Nulla!… e ce lo insegna la Vergine dicendoci che Dio la guardò: — respexit! — Certo Ella è oggetto speciale di questo duplice sguardo benefico e protettore: la guardò in un modo particolare, tutto particolare, preferendola a tutte le donne, anzi a tutte le creature non solo della terra ma anche del cielo. – La proteggeva il suo sguardo quando stornava da Lei l’onda profanatrice della concezione umana, la febbre della concupiscenza e tutte le altre miserie della maledetta natura nostra: per questo Maria, piena di gioia, canta: « Mî fece cose grandi Colui che è potente » poiché mi colmò della sue grazie!… ma ancor più dice: usò su di me tutta la potenza della sua mano destra… ricolmandomi di tali grazie, quali nessuno ebbe mai, e mai alcuno potrà comprendere: « Mi fece cose grandi — magna » ma anche nel difendermi: fu potente! La forza si usa per proteggere e per difendere! Oh Vergine cara, oggetto fortunato di questo sguardo benefico e protettore!… Miei cari, non faccio un confronto, intendiamoci, né cerco un’eguaglianza — ma però dico che anche noi, anzi tutte le anime cristiane furono e sono efficacemente onorate dallo sguardo del Signore! Questo pensiero deve diffondere nei nostri cuori una gran gioia e tranquillità di spirito! Potrò io chiarire tale dolce verità? potrà un peccatore parlare della pace celestiale delle anime innocenti?… Dirò quel che posso… e parlando di queste dolcezze ne faremo quasi rigustare la soavità alle anime fortunate che le provarono e le provano… svegliandone acuta la sete in quelli che non le gustarono e non le gustano ancora! Sì, o fratelli: figli noi tutti di Dio, Egli tiene fisso su di noi il suo occhio benefico e tien volta verso di noi la sua faccia buona. Adirato terribile minaccioso ci appare il suo volto quanto la nostra coscienza ci rimprovera una colpa e ci fa sentire che Dio scruta come giudice il nostro cuore! Ma quando, nella vita buona fa nascere nella nostra coscienza una serenità consolante, oh allora è con un viso dolcemente paterno che sorride a noi ed una calma soave toglie ogni turbamento, dissipa ogni nube di tristezza! L’anima fedele che in Lui confida, non lo pensa giudice, ma solo padre e buon padre, che dolcemente invita ad andar a Lui, cosicché essa può dirgli con verità: « Susceptor meus es » e le par sentirsi rispondere: « Salus tua ego sum!… » ed allora la pace, una pace gioiosa, ricolma quest’anima; essa si sente al sicuro sotto la mano di Dio: vengan le minaccie da chi si voglia, la certezza della difesa è in fondo al suo cuore, ed a qualunque nemico s’avanzi sente di poter gridare: « Si Deus pro nobis quis contra nos? » Con un Dio che mi protegge qual tremore o timore potrà annidare nel mio cuore?! Questa è la pace segreta che Dio dà a coloro che sono i suoi fedeli: il mondo non la capisce né lo può, anzi col frastuono della vita dei sensi la scaccia… ed ella se ne va cercando le anime nella solitudine. Non giova insistere, ché con tutti i miei discorsi io non arriverei a convincervi di ciò che l’esperienza fa ben conoscere: non posso descriverla bene questa pace… finirò allora il mio dire, col mostrarvi gli effetti suoi: affetti che i nostri sensi stessi possono constatare e controllare: Voglio dire il disprezzo del mondo, della pace ch’ei promette, delle gioie che vanamente fa sognare… tutto questo ci è mostrato nei versetti seguenti del canto di Maria. L’anima che fece suo sostegno Dio, che s’inebria della dolcezza della sua pace santa, che per rifugio, nel pericolo, ha l’Altissimo… quando butta uno sguardo sul mondo che basso basso le sta ai piedi, e lo guarda dall’alto del suo rifugio, come non debba provare un senso di disgusto io non lo so neppure immaginare, tanto le deve apparir meschino e vile, benché tanti uomini ne vadan pazzi! Che vede mai? un cumulo di rovine… grandezze atterrate, glorie scomparse, uomini grandi ruinati dai troni superbi… e nella catastrofe delle cose umane solo contempla grande, l’anima umile e la vede innalzarsi nella incantevole semplicità del cuore. Per questo Maria gridò il terribile e fatidico — dispersit superbos… et exaltavit humiles! — Penetriamo tutti, in modo speciale voi anime a Dio consacrate, questo sentimento profondo che è il nucleo della vita dell’anima cristiana, ed in modo speciale della vocazione religiosa: bisogna penetrarvi bene addentro; per riuscirvi meglio ponetevi davanti il grande contrasto che c’è tra Dio ed il mondo. Tutto ciò che Dio innalza e nobilita, il mondo lo deride, disprezza, calpesta: e Dio distrugge e disperde ogni idolo del mondo: « Vi è una gara una lotta tra le cose divine e le cose umane » grida Tertulliano nella sua apologia, e che abbia ragione ce lo dice la nostra stessa esperienza! Quali sono i favoriti, i prediletti, i privilegiati del cuore e della mano di Dio? Gli umili, coloro che non hanno sogni di grandezza, che sono i veri poveri dello spirito! Il mondo? – Il mondo per costoro non ha che disprezzo: egli esalta gli audaci, gli intraprendenti… (eccovi la lotta) Dio favorisce i cuori semplici sinceri… il mondo gli infingardi, gli ipocriti! Nel mondo i favori si conquistano con la forza con la violenza… presso il Signore si ottiene tutto col non pretendere; nel mondo si vive di pretese… Eccovi, fratelli, il grande quadro quotidiano dell’antagonismo tra Cristo ed il mondo, antagonismo, lotta che non cesseranno mai: lo disse Gesù: « tra me ed il mondo non vi sarà pace né tregua mai»: quel che l’uno esalta, l’altro deprime e calpesta. – Né può esser diverso, sapete? Perché il mondo è il dio delle due facce: e la gente alcuna guarda al presente, altra getta avanti lo sguardo nell’avvenire all’ultima partita alla fine dei secoli. Gli incantati dal presente, s’attaccano al mondo ed alle sue grandezze e glorie… credono trionfare; perché in realtà il Signore li lascia nella loro illusione, perché si divertano credendosi felici… Dio aspetta venga il suo giorno! Poveracci! non vedono che grandi posti non sognanoche onori e grandezze, non desiderano, non invidiano che i grandi… i ricchi… i potenti! e con voce triste sospirando dicono: « Beatus populus cui hæc sunt». È il canto dei figli del mondo: poveri infelici! Giudici ciechi precipitosi, attendete almeno la sera della battaglia per parlare di vittoria! Non vedete? C’è in alto, agitantesi minacciosa, la mano di Dio, che sventa i progetti e sconvolge tutti i piani degli uomini: al suo tocco cadranno troni e corone, seccheranno gli allori tanto agognati! La Vergine e con Lei i suoi figli, i figlioli di Dio, guardano a questa mano di Dio che tutto fa crollare — l’onore del mondo — per questo essi godono la tranquillità dello spirito, né il mondo può qualcosa su di essi col suo fascino! Lo vedono sì il mondo che lotta contro Dio: ma di Dio conoscono la potenza… ed anche davanti a qualche piccola apparente vittoria dei figli delle tenebre, che ne menan tanto scalpore, essi non si turbano… sanno che la vittoria a sera sarà, è di Dio… anzi dopo questi effimeri trionfi, più umiliante sarà la sconfitta finale… e ridono ridono i servi di Dio e già cantano la vittoria di quel Dio che non disperde subito, ma sempre disperde i superbi; non solo li umilia… ma li annienta… E accanto ai superbi annientati… fermatevi ricchi del mondo: ai poveretti, apparivate colle mani colme d’oro… ma fedeli al loro Dio essi lo guardarono correre nelle vostre mani… le videro vuote le vostre mani, proprio come il fondo del canale di pietra su cui l’acqua passa e neppure una goccia vien trattenuta. Disperde i superbi… e i ricchi rimanda a mani vuote… Ecco come trionfa vittorioso Iddio… ecco il mondo e la sua grandezza rovesciata. Qual gioia per i figli di Dio contemplare il nemico caduto ai loro piedi, mentr’essi gli umili servi di Dio alzano sicuri e grandi la fronte… i disprezzati del mondo siedono su troni d’oro: exaltavit humiles!… i poveri tornan dal trono di Dio saziati di beni… esurientes implevit bonis. Vittoria dell’Onnipotente… pace, conforto delle anime fedeli… noi vi esaltiamo. Oh cantiamo, io, voi, tutti o fratelli e sorelle questo canto divino… è il canto vero e grande dei disprezzati dal mondo… che cantano la sua sconfitta: i grandi umiliati, i potenti dispersi, i ricchi spogliati… tutto e ricchezza e gloria e potenza tutto svanì! Ridiamo davanti ai suoi trionfi, piccoli trionfi d’una piccola ora essi non giungono a sera… ridiamo della sua pace e gioia tremolanti come foglie d’albero all’autunno. E voi, poveri illusi che correte pazzi dietro alla fortuna e nulla stimate buono e bello se non quello ch’essa butta per via e dona, nulla dolce se non quanto è nel calice della sua gioia… ditemi perché fate e parlate così? Non siete voi fratelli nostri, come noi figli di Dio? non ne aveste nel battesimo col carattere sacro, il suggello dell’adozione? non avete per patria il cielo e non è esilio anche per voi la terra? Perché dunque incantati, vi state a guardar bramosi il mondo?… figlie della grande Gerusalemme perché vorrete sostare nelle piazze di Babilonia per cantarvi il canto della schiavitù? Oh non è la vostra lingua non sentite quante parole barbare vi mescolate, apprese nella terra d’esilio? Via dal labbro la parlata straniera, fate risuonar la dolce parlata della vostra patria: non dite felici quelli che ve lo sembrano all’occhio malato ed allucinato! Solo quei che hanno Dio per Signore sono felici i veri i soli felici!… si parla così nella vostra patria. – Consoliamoci in questo pensiero… anzi viviamolo in una dolce pace: ci impari la Vergine che per darci la pace del cuore lo sguardo del Signore è su di noi sempre: che appoggiati a Lui non dobbiamo lasciarci vincere dalle vertigini con cui trascina il mondo… egli è vinto!… guardiamo all’alto! … Che se il tempo dell’attesa ci pare troppo lungo si guardi alla sua parola che promette e non inganna: quanto disse ad Abramo ancor si mantiene per tutti i suoi figli attraverso e dopo secoli!… Manderà il suo Cristo che le rinnoverà ed aggiungerà nuove promesse fino a quando vedremo l’alba del giorno di felicità eterna… che il Cristo ci ha promesso. Amen.

IL CREDO

Offertorium

Orémus.
Beáta es, Virgo María, quæ ómnium portásti Creatórem: genuísti, qui te fecit, et in ætérnum pérmanes Virgo.
[Beata te, o Vergine Maria, che hai portato il Creatore di tutti; generasti chi ti ha fatto e rimani vergine in eterno.]


Secreta

Unigéniti tui, Dómine, nobis succúrrat humánitas: ut, qui, natus de Vírgine, Matris integritátem non mínuit, sed sacrávit; in Visitatiónis ejus sollémniis, nostris nos piáculis éxuens, oblatiónem nostram tibi fáciat accéptam Jesus Christus, Dóminus noster:

[ Ci soccorra, Signore, l’umanità del tuo unico Figlio, che nascendo dalla Vergine, non diminuì, ma consacrò l’integrità della Madre: nella festa della visitazione renda a te gradita la nostra offerta, liberandoci dalle nostre colpe, lo stesso Gesù Cristo, nostro Signore]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Beáta víscera Maríæ Vírginis, quæ portavérunt ætérni Patris Fílium.

[Beato il seno della Vergine Maria, che portò il Figlio dell’eterno Padre.]

Postcommunio

Orémus.
Súmpsimus, Dómine, celebritátis ánnuæ votíva sacraménta: præsta, quǽsumus; ut et temporális vitæ nobis remédia prǽbeant et ætérnæ.

[Saziati del sacro corpo e del prezioso sangue ti preghiamo, o Signore Dio nostro; quanto abbiamo compiuto con devozione, lo possiamo conseguire con sicura redenzione.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

31 MAGGIO 2021: FESTA DELLA BEATA VERGINE MARIA REGINA – PREGHIERA DI CONSACRAZIONE DEL GENERE UMANO AL CUORE IMMACOLATO DI MARIA DI S. S. PIO XII

31 MAGGIO FESTA DELLA BEATA VERGINE MARIA REGINA – PREGHIERA DI CONSACRAZIONE AL CUORE IMMACOLATO DI MARIA DI S. S. PIO XII

[D. P. Gueranger: L’Anno Liturgico – vol. II, Ed. Paoline, Roma, 1956]

Che cosa è la regalità.

Analizzando le note fondamentali della regalità, per dimostrare poi la loro presenza in Cristo, fin dall’inizio della sua vita terrena, Bossuet definì, con una magnifica frase, la sua essenziale grandezza: « La regalità – disse – consiste nella forza di fare il bene del popolo che si domina; il nome di re è come il nome di un padre comune, di un universale benefattore » (Discorso pronunciato a Metz, per la Circoncisione, nel 1557).

Questa è la regalità che Cristo rivendicò davanti a Pilato. Per farne meglio capire e onorare il carattere Pio XI, al termine dell’Anno Giubilare del 1925, istituì la Festa della Regalità universale e sociale di Cristo ed esortò i fedeli a sottomettere a Cristo Re le loro intelligenze e le loro volontà, a consacrargli le famiglie, la patria, e tutta la società per poter ricevere da Lui, con più abbondanza, quelle grazie di cui sempre più abbiamo bisogno. – Quando, a sua volta. Pio XII, a conclusione dell’Anno mariano 1954, istituì la Festa della Beata Vergine Maria Regina, non aveva intenzione di proporre al popolo cristiano una nuova verità, né di giustificare, con un nuovo titolo, la nostra pietà verso la Madre di Dio e degli uomini. « La nostra intenzione – disse nel suo discorso del 1 novembre – è di presentare agli occhi del mondo una verità capace di porre rimedio ai suoi mali, di liberarlo dalle sue angosce, di portarlo su quel cammino della salvezza che egli cerca con ansia… Regina più di ogni altro per la grandezza della sua anima e per l’eccellenza dei suoi doni divini. Maria non cessa mai di prodigare i tesori del suo affetto e delle sue materne attenzioni alla desolata umanità. Lungi dall’essere basato sulle esigenze dei suoi diritti e sulla volontà d’un altezzoso dominio, il regno di Maria ha una sola aspirazione: il dono completo di sé, nella più alta e totale generosità ».

Regalità di Maria nella tradizione.

Coronata d’un diadema di gloria nella beatitudine celeste, Maria regna sul mondo con cuore materno. Già dai primi tempi i fedeli hanno detto che la Madre del « Re dei Re e del Principe dei Principi » ha una gloria speciale, perché ha ricevuto grazie e favori particolari. I primi scrittori della Chiesa l’hanno chiamata, come già Elisabetta, « Madre del mio Signore » e quindi Sovrana, dominatrice, Regina del genere umano. Rifacendosi alle numerose testimonianze e partendo dai primi tempi del Cristianesimo, i teologi della Chiesa hanno elaborato la dottrina, in virtù della quale essi chiamano la SS. Vergine, Regina di ogni creatura, Regina del mondo. Sovrana dell’universo. La liturgia, specchio fedele della dottrina trasmessa dai dottori e professata dai fedeli, ha sempre cantato, sia in Oriente quanto in Occidente, le lodi della Regina del Cielo, e l’arte stessa, appoggiandosi alla dottrina della Chiesa e ispirandovisi, ha interpretato esattamente, dopo il Concilio di Efeso del 431, la pietà autentica e spontanea dei cristiani, rappresentando la Vergine con gli attributi di Regina e di Imperatrice, ornata di insegne reali, cinta del diadema di cui l’ha incoronata il Redentore, attorniata da una coorte di Angeli e di Santi che cantano la sua dignità e la sua gloria di Sovrana.

L’insegnamento della teologia.

L’Arcangelo Gabriele è stato il primo ambasciatore della dignità regale di Maria. « Chi nascerà da te – egli le disse – sarà chiamato Figlio dell’Altissimo; Iddio gli darà il trono di Davide suo padre, egli regnerà per sempre e il suo regno non avrà fine ». Logicamente, se ne deduce che anche Maria è Regina, perché dà la vita ad un figlio che, dall’istante stesso della concezione, anche come uomo, era re e signore di ogni creatura, in effetto della unione ipostatica della sua natura umana col Verbo. II principale argomento su cui si basa la dignità regale di Maria, è senza dubbio la sua divina maternità. S. Giovanni Damasceno scriveva: « Nel momento in cui divenne Madre del Creatore, Ella divenne pure sovrana di tutta la creazione » (De fide de cattol. L. IV, c. 14.). In più. Maria è stata chiamata da Dio stesso a sostenere una parte importante nella economia della salvezza: Ella doveva collaborare col suo Figlio divino, fonte della nostra salvezza, così come Eva aveva collaborato con Adamo, causa della nostra morte; e come Cristo, nuovo Adamo, è nostro re, non soltanto perché figlio di Dio, ma anche per diritto di conquista, perché è nostro Redentore, si può dire che, per una certa analogia, anche la Santa Vergine è Regina, non soltanto perché Madre di Dio, ma anche perché, novella Eva, fu associata al nuovo Adamo nell’opera della nostra redenzione. – Nel regno messianico, soltanto Gesù Cristo è Re nel significato esatto del termine; però l’autorità del re non è affatto sminuita quando, al suo fianco, vi è una autentica Regina. Anzi, tale presenza nobilita la grandezza della sovranità, la rende più amabile, la arricchisce di una confidente intima. È in questo senso che Maria è Regina: non per comandare in vece del Cristo, né per consigliarlo, ma per esercitare sul suo cuore, in favore dei suoi fedeli, soprattutto dei più deboli, l’influenza decisiva di una potente preghiera. È a questa Regina che il Cristo affiderà l’elargizione dei suoi favori; in questo regno, il Cristo dona ogni grazia con amore e delicatezza: ecco perché l’affida a Maria. « È con cuore materno – diceva Pio IX – che ella si preoccupa del genere umano in relazione alla nostra salvezza; voluta dal Signore come Regina del Cielo e della Terra, Maria ottiene udienza per la potenza della sua preghiera materna, si vede concesso tutto quanto chiede, non ha mai ricevuto nessun rifiuto » (Bulla Ineffabilis). A sua volta. Pio XII, nell’Enciclica Coeli reginam., diceva così: « Essendoci poi fatta la convinzione, dopo mature, ponderate riflessioni, che ne verranno grandi vantaggi alla Chiesa, se questa verità solidamente dimostrata risplenda davanti a tutti… con la Nostra Autorità Apostolica decretiamo e istituiamo la festa di Maria Regina, da celebrarsi ogni anno in tutto il mondo il giorno 31 maggio. Ordiniamo ugualmente, che in detto giorno sia rinnovata la. In questo gesto, infatti, è riposta grande speranza che possa sorgere una nuova era, allietata dalla pace cristiana e dal trionfo della religione » (Atti e Discorsi di S.S. Pio XII. voi, XVII pag. 327, Ed. Paoline.  Roma..). Uniamo noi pure i nostri sentimenti a quelli del Papa, Angelico, e recitiamo la preghiera che Egli compose e recitò il 1 Novembre 1954, dopo aver coronata la Vergine « Salus populi romani ».

Consacrazione del genere umano al Cuore Immacolato della Beatissima Vergine Maria

« Dal profondo di questa terra di lacrime, ove la umanità dolorante penosamente si trascina; tra i flutti di questo nostro mare perennemente agitato dai venti delle passioni; eleviamo gli occhi a voi, o Maria, Madre amatissima, per riconfortarci contemplando la vostra gloria e per salutarvi Regina e Signora dei cieli e della terra, Regina e Signora nostra.

» Questa vostra regalità vogliamo esaltare con legittimo orgoglio di figli e riconoscerla come dovuta alla somma eccellenza di tutto il vostro essere, o dolcissima e vera Madre di Colui, che è Re per diritto proprio, per eredità, per conquista.

» Regnate, o Madre e Signora, mostrandoci il cammino della santità, dirigendoci ed assistendoci, affinché non ce ne allontaniamo giammai. » Come nell’alto del cielo Voi esercitate il vostro primato sopra le schiere degli Angeli che vi acclamano loro sovrana; sopra le legioni dei Santi che si dilettano nella contemplazione della vostra fulgida bellezza; così regnate sopra l’intero genere umano, soprattutto aprendo i sentieri della fede a quanti ancora non conoscono il vostro Figlio.

» Regnate sulla Chiesa che professa e festeggia il vostro soave dominio e a voi ricorre come a sicuro rifugio in mezzo alle calamità dei nostri tempi. Ma specialmente regnate su quella porzione della Chiesa, che è perseguitata ed oppressa, dandole la fortezza per sopportare le avversità, la costanza per non piegarsi sotto le ingiuste pressioni, la luce per non cadere nelle insidie nemiche, la fermezza per resistere agli attacchi palesi, e in ogni momento la incrollabile fedeltà al vostro Regno.

» Regnate sulle intelligenze, affinché cerchino soltanto il vero; sulle volontà, affinché seguano solamente il bene; sui cuori, affinché amino unicamente ciò che voi stessa amate.

» Regnate sugli individui e sulle famiglie, come sulle società e sulle nazioni; sulle assemblee dei potenti, sui consigli dei savi, come sulle semplici aspirazioni degli umili.

» Regnate nelle vie e nelle piazze, nelle città e nei villaggi, nelle valli e nei monti, nell’aria, nella terra e nel mare.

» Accogliete la pia preghiera di quanti sanno che il Vostro è regno di misericordia, ove ogni supplica trova ascolto, ogni dolore conforto, ogni sventura sollievo, ogni infermità salute e dove, quasi al cenno delle vostre soavissime mani, dalla stessa morte risorge sorridente la vita.

» Otteneteci che coloro, i quali ora in tutte le parti del mondo vi acclamano e vi riconoscono Regina e Signora, possano un giorno nel cielo fruire della pienezza del vostro Regno, nella visione del vostro Figlio, il quale col Padre e con lo Spirito Santo vive e regna nei secoli dei secoli. Così sia! » (Atti e Discorsi di S. S. Pio XII, vol. XVI, pag. 367-68. Ed, Paoline – Roma).

VENERDÌ SANTO (2021)

VENERDÌ SANTO

[P. GUÉRANGER, ABATE DI SOLESMES: L’Anno liturgico, (trad. P. Graziani – vol. I, Ed. Paoline, Alba Cuneo –  1956]

LA MATTINA

Gesù condannato da Caifa.

Il sole è sorto su Gerusalemme; ma i pontefici e i dottori della legge non hanno aspettato la luce per sfogare il loro odio contro Gesù. L’augusto prigioniero prima è ricevuto da Anna, il quale a sua volta lo fa condurre da Caifa suo genero. L’indegno pontefice ha voluto assoggettare ad un interrogatorio il Figlio di Dio; e solo perché non risponde è oltraggiato con uno schiaffo da uno dei servi. Falsi testimoni, da loro istruiti, sono venuti ad attestare menzogne in faccia a colui ch’è la Verità; ma le loro deposizioni discordano. Allora il gran sacerdote, accorgendosi che il sistema adottato per convincere Gesù di bestemmia non è servito ad altro che a smascherare i complici della sua frode, tenta di strappare dalla stessa bocca del Salvatore la confessione d’un delitto che lo potrà rendere passibile di pena davanti alla Sinagoga: « Ti scongiuro per il Dio vivo di rispondere: Sei tu il Cristo, Figlio di Dio benedetto? » (Mt. XXVI, 63; Mc. XIV, 61). – Tale è l’interpellanza che il pontefice rivolge al Messia. Finalmente Gesù, volendo insegnarci il rispetto dovuto all’autorità, cui da tanto tempo ne aveva conservato i titoli, esce dal suo silenzio e con fermezza risponde: « Sì, lo sono; e vedrete il Figlio dell’uomo assiso alla destra della potenza di Dio venire sulle nubi del cielo » (Mc. XIV, 62). Allora il sommo sacerdote, stracciatesi le vesti, esclama: « Ha bestemmiato! che bisogno abbiamo più di testimoni? Avete sentita la bestemmia? che ve ne pare?». E da ogni angolo della sala si grida: «È reo di morte! ». Il Figlio di Dio è venuto sulla terra per ridare la vita all’uomo, caduto nell’abisso della morte; ed ora, per un orribile capovolgimento, è l’uomo che, in ricambio d’un tal beneficio, osa tradurre in tribunale il Verbo eterno, giudicandolo degno di morte. E Gesù tace, non incenerisce col fuoco della sua collera questi uomini tanto audaci ed ingrati! Ripetiamo in questo momento le parole, con le quali la Chiesa Greca interrompe spesso la lettura odierna della Passione: « Gloria alla tua pazienza, o Signore! ».

Scena d’insulti.

All’esplodere del grido: « è reo di morte », le guardie del sommo sacerdote s’avventano contro Gesù e gli sputano in faccia e, bendatolo, lo percuotono di schiaffi e gli domandano: «Profeta, indovina chi t’ha percosso » (Lc. XXII, 64). Ecco gli onori della Sinagoga al Messia, da lei atteso con tanta fierezza! La penna trema ed esita nel ripetere la descrizione degli oltraggi fatti al Figlio di Dio; e siamo appena all’inizio degli affronti subiti dal Redentore.

Il rinnegamento di Pietro.

Frattanto, una scena più dolorosa al cuore di Gesù avviene fuori del Sinedrio, nel cortile del sommo sacerdote: Pietro, introdottosi là dentro, litiga coi servi e le guardie, che l’hanno riconosciuto per un galileo seguace di Gesù. L’Apostolo, sconcertato e temendo della sua vita, rinnega codardamente il suo Maestro ed osa protestare con giuramento che neppure conosce quell’uomo. Triste esempio del castigo che merita la presunzione! Ma, oh misericordia di Gesù! quando le guardie del sommo sacerdote lo fanno passare là ove stava l’Apostolo infedele, gli rivolge uno sguardo di rimprovero e di perdono. Pietro si confonde, piange ed esce subito da quella casa maledetta. Immerso in un profondo dolore, non si consolerà fino a che non rivedrà il Maestro risuscitato e trionfante. Sia perciò, questo discepolo peccatore e convertito, il nostro modello in queste ore dolorose in cui la santa Chiesa ci offre lo spettacolo delle sofferenze sempre più gravi del nostro Salvatore! Pietro, temendo la propria debolezza, fugge; ma noi dobbiamo restare fino alla fine, senza timori, affinché Gesù, che intenerisce i cuori più duri, si degni rivolgere anche a noi un suo sguardo! – I prìncipi dei sacerdoti vedendo che comincia a farsi giorno, si preparano a tradurre Gesù davanti al governatore romano. Hanno istruito il suo processo come quello d’un bestemmiatore; ma non è in loro potere applicargli la legge di Mosè, secondo la quale dovrebbe essere lapidato. Gerusalemme non è più libera: non è più governata dalle sue leggi; il diritto di vita o di morte dovrà essere esercitato dai suoi dominatori, e sempre nel nome di Cesare. Come non ricordarsi in questo momento, i pontefici e i dottori dell’oracolo di Giacobbe morente, che preannunciò l’avvento del Messia, quando sarebbe stato tolto lo scettro a Giuda? Ma una nera invidia li ha traviati, e non s’accorgono che il trattamento cui vogliono assoggettare il Messia è già descritto nelle antiche profezie, ch’essi hanno studiato e di cui si dicono i custodi.

La disperazione di Giuda.

La voce sparsa nella città, che Gesù è stato catturato questa notte e che sta per essere tradotto davanti al governatore, giunge alle orecchie di Giuda traditore. Il miserabile amava il denaro, ma non aveva motivo di desiderare la morte del Maestro. Egli conosceva il potere soprannaturale di Gesù, e forse si lusingava che il risultato del suo tradimento sarebbe stato prontamente impedito da chi aveva sulla natura e sugli elementi un potere irresistibile. Ma ora che vede Gesù nelle mani dei crudeli nemici, e che tutto annuncia una tragica fine, un violento rimorso s’impadronisce di lui; corre al Tempio e getta ai piedi dei prìncipi dei sacerdoti il denaro ch’era stato il prezzo del suo sangue. Si direbbe che quest’uomo sia convertito e vada ad implorare perdono: ma, ahimè! niente di tutto questo. L’unico sentimento che gli rimane è la disperazione, e s’affretta a porre fine ai suoi giorni. Il ricordo di tutti i richiami che Gesù fece sentire al suo cuore, ieri, durante la Cena, e questa notte al Getsemani, lungi dall’infondergli fiducia, non fa altro che accasciarlo di più; e appunto perché ha dubitato di quella misericordia, che tuttavia doveva conoscere, si precipita verso l’eterna dannazione proprio quando comincia a scorrere il sangue che lava ogni delitto.

Gesù davanti a Pilato.

Ora i prìncipi dei sacerdoti, trascinandosi dietro Gesù in catene, si presentano al governatore Pilato, chiedendo d’essere ascoltati sopra una causa criminale. Pilato compare e domanda loro con aria seccata: «Che accusa portate contro quest’uomo? – Se non fosse un malfattore non te l’avremmo consegnato », risposero. Nelle parole del governatore già si nota disprezzo e disgusto, ed impazienza nella risposta dei prìncipi dei sacerdoti. Forse Pilato s’infastidisce al pensiero di dover fare il ministro delle loro vendette, quindi dice loro: « Pigliatelo voi, e giudicatelo secondo la vostra legge. – Ma noi, replicarono quegli uomini sanguinari, non abbiamo diritto di dar morte ad alcuno» (Gv. XVIII, 29-31). Allora Pilato, ch’era uscito fuori dal Pretorio per rispondere ai nemici di Gesù, rientra ed ordina che lo si conduca davanti a lui. Si trovano di fronte il Figlio di Dio e il rappresentante del mondo pagano. « Sei tu il re dei Giudei ? domanda Pilato. – Il mio regno non è di questo mondo, risponde Gesù: se fosse di questo mondo il mio regno, i miei ministri, certo, lotterebbero perché non fossi dato in mano dei Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù. – Dunque sei re? insiste Pilato. – Tu lo dici, io sono re », conferma il Salvatore. Confessata la sua augusta dignità, l’Uomo-Dio cerca di elevare questo Romano al di sopra degli interessi volgari della sua posizione, additando che esiste per l’uomo uno scopo più degno della ricerca degli onori della terra: «Per questo son venuto al mondo, a rendere testimonianza alla Verità. Chi è per la verità ascolta la mia voce. – Che cos’è la verità? » gli domanda Pilato; e senz’aspettare la risposta, desideroso di farla finita, lascia Gesù e compare di nuovo davanti agli accusatori e dice loro: « Io non trovo in lui colpa alcuna » (ivi, 33-38). – Questo pagano credeva di ravvisare in Gesù il dottore d’una setta giudaica, i cui insegnamenti non valeva la pena d’ascoltare; d’altra parte, pensava, è un uomo innocuo, è quindi ingiusto cercare in lui un uomo pericoloso.

Davanti ad Erode.

Ma non appena Pilato espresse un simile giudizio a favore di Gesù, un cumulo di accuse fu lanciato contro il Re dei Giudei dai prìncipi dei sacerdoti. All’udire tante atroci menzogne. Gesù tace; e il governatore, sorpreso, l’interroga: « Non senti di quante cose ti accusano?» (Mt. XXVII, 13). Una simile disinteressata domanda non distoglie Gesù dal suo nobile silenzio; ma da parte dei suoi nemici provoca uno scoppio di rabbia: « Solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dalla Galilea, dove ha cominciato, fino a qui » (Lc. XXIII, 5). Al sentire la Galilea, Pilato crede d’aver trovato uno spiraglio di luce. Erode, tetrarca di Galilea, attualmente si trova a Gerusalemme; e Gesù è suo suddito: è meglio consegnarlo a lui; la cessione d’una tal causa criminale non solo toglierà d’imbarazzo il governatore romano, ma ristabilirà la buona armonia tra lui ed Erode. Perciò il Salvatore viene condotto per le vie di Gerusalemme, dal Pretorio al palazzo di Erode. I nemici lo accompagnano ardendo di rabbia, mentre Gesù continua a tacere. Là altro non trovava che il disprezzo del misero Erode, l’uccisore di Giovanni Battista; e poco dopo gli abitanti di Gerusalemme lo rivedono per le strade vestito da pazzo e di nuovo trascinato al Pretorio.

Barabba.

Al ritorno inatteso dell’accusato, Pilato rimane turbato; tuttavia crede di aver escogitato un nuovo mezzo per sbarazzarsi dell’odiosa causa. La festa di Pasqua gli dà occasione di graziare un condannato; proverà a fare accordare questo favore a Gesù. La folla s’è ammutinata fuori del Pretorio; basterà mettere a confronto Gesù, lo stesso Gesù che la città aveva salutato con trionfo alcuni giorni fa, con Barabba, il malvivente che Gerusalemme ha in orrore: e la scelta non potrà non favorire Gesù. « Chi volete che vi liberi, chiede Pilato, Gesù o Barabba ? » La risposta non si fa attendere, e voci tumultuose gridano: « Non Gesù, ma Barabba! – Che devo dunque fare di Gesù, replica impressionato il governatore. – Crocifiggilo! – Ma che male ha fatto? lo castigherò e lo rimanderò. – No! sia crocifisso! »

La flagellazione.

Il tentativo del debole governatore è fallito, e la situazione s’è fatta ancora più critica. Invano ha cercato d’abbassare l’innocente al livello d’un malfattore; la passione d’un popolo ingrato e ribelle non ne ha fatto nessuna considerazione. Pilato arriva a promettere che infliggerà a Gesù un castigo atroce, nell’estremo tentativo di spegnere un po’ la sete di sangue che divora quella plebaglia; ma non ottiene altro che un nuovo grido di morte. Non andiamo più oltre senza offrire al Figlio di Dio una degna ammenda per l’oltraggio di cui è stato fatto segno. Paragonato ad un uomo infame, si preferisce, questi non lui; e se Pilato tenta per compassione di salvargli la vita, lo fa a condizione di fargli subire cotesto ignobile confronto, e ne risulta una perdita. Le voci che cantavano Osanna al Figlio di Dio, pochi giorni fa, si sono tramutate in urli feroci; per cui il governatore, temendo una sedizione, assicura di punire colui ch’egli stesso ha riconosciuto innocente. Gesù dunque viene consegnato alla soldatesca per essere flagellato. Viene spogliato con violenza delle sue vesti, e lo si lega alla colonna che serviva per tali torture. Le sferzate più crudeli straziano tutto il suo corpo, ed il sangue cola sulle sue divine membra. Raccogliamo questa seconda effusione di sangue del nostro Redentore, con la quale Gesù espia per l’umanità intera i piaceri peccaminosi della carne. Per mano dei Gentili subisce tale martirio; i Giudei glielo consegnano, i Romani eseguiscono: tutti noi siamo complici del deicidio.

La coronazione di spine.

Finalmente la soldataglia è stanca di percuoterlo; i carnefici sciolgono la vittima: ne sentiranno forse compassione ? Tutt’altro! a tanta crudeltà aggiungono una derisione sacrilega. Gesù s’è detto Re dei Giudei: ebbene, i soldati prendono lo spunto da questo titolo per inventare una nuova forma di oltraggio. Ad un re spetta la corona; e i soldati ne imporranno una al Figlio di David: intrecciano in fretta una corona con rami d’arbusti spinosi, gliela calcano sul capo, e per la terza volta scorre il sangue di Gesù. Poi, per completare l’ignominia, i soldati gli buttano sulla spalle un mantello di porpora e gli mettono in mano una canna, a guisa d’uno scettro. Indi s’inginocchiano davanti a lui e lo salutano dicendo: «Ave, Re dei Giudei! ». Ed accompagnano l’ingiurioso omaggio con sputi e schiaffi sul volto dell’Uomo-Dio; ogni tanto gli strappano la canna dalle mani e gliela sbattono in testa, per premere sempre di più le spine di cui è formata la corona.

Omaggio riparatore.

A tale spettacolo il cristiano si prostra con doloroso rispetto e, a sua volta, dice: «Ave, Re dei Giudei! Veramente sei Figlio di David, e perciò, nostro Messia e Redentore. Israele ti nega la regalità che prima aveva proclamato; la gentilità ha una ragione di più per oltraggiarli; però non con la giustizia tu regnerai su Gerusalemme, che non tarderà a sentirsi schiacciata sotto il tuo scettro vendicatore; ma regnerai con la misericordia sui Gentili, i quali fra poco saranno dagli Apostoli portati ai tuoi piedi. Frattanto, degnati di ricevere il nostro omaggio e la nostra sudditanza: oggi stesso regna sui nostri cuori e sull’intera nostra vita ».

Ecce Homo.

Gesù viene condotto a Pilato così come l’ha ridotto la crudeltà dei soldati; il governatore si tien certo che la vittima, ridotta agli  estremi, otterrà grazia davanti al popolo, e, accompagnando il Salvatore sopra una loggia del palazzo, lo mostra alla moltitudine dicendo: «Ecco l’uomo! » (Gv. 1XIX, 5). Parola più profonda di quello che credesse Pilato! Difatti non disse: Ecco Gesù, nè: ecco il Re dei Giudei; ma usò un’espressione generica senza conoscerne il mistero, e della quale solo il Cristiano può comprendere la portata. Il primo uomo, ribellandosi a Dio col peccato, aveva sovvertito tutta l’opera del Creatore: in castigo della superbia e della concupiscenza, la carne aveva asservito lo spirito; anche la terra, in segno di maledizione, non produceva che triboli e spine. Ma ecco apparire il nuovo uomo, che porta con sé non la realtà, ma la rassomiglianza col peccato; ed in lui l’opera del Creatore riacquista la prima armonia, ma la riacquista con la forza. Per mostrarci che la carne deve essere asservita allo spirito, la sua è” lacerata da flagelli; per provare che la superbia deve far posto all’umiltà, cinge la sua testa d’una corona formata dalle spine di questa terra maledetta. L’uomo nuovo trionfa con lo spirito sui sensi e con l’avvilimento della superba volontà sotto il giogo della sentenza: ecco l’uomo.

Gesù e Pilato.

Israele è come una tigre: la vista del sangue irrita la sua sete, e non sarà contento finché non vi si immerga. Appena vede la sua vittima insanguinata, con nuovo furore grida: «Sia crocifisso! Sia crocifisso! – Ebbene, dice Pilato, pigliatelo voi e crocifiggetelo; io non trovo in lui colpa alcuna ». Ma intanto, per suo ordine, l’ha ridotto in uno stato che, per sé, gli può causare la morte. La sua debolezza non approderà ancora a nulla. I Giudei insistono appellandosi al diritto che i Romani lasciano ai popoli conquistati: «Noi abbiamo una legge, e secondo questa legge deve morire, perché s’è fatto Figlio di Dio ». A questo reclamo Pilato si turba; rientra nella sala con Gesù e gli domanda: « Donde sei tu ? » Gesù non gli risponde, perché non era degno che gli rendesse conto della sua divina origine. Pilato si stizzisce e lo rimprovera: « Non mi parli? Non sai che ho potere di liberarti o di crocifiggerti? » Solo allora Gesù risponde, e lo fa per insegnarci che ogni potere d’autorità, anche quello degl’infedeli, viene da Dio, e non da ciò che si chiama patto sociale: « Tu non avresti alcun potere sopra di me, se non ti fosse dato dall’alto. Per questo, chi mi ha consegnato nelle tue mani è più colpevole di te» (Gv. XIX, 11). – La nobiltà e la dignità di tali parole soggiogano il governatore, il quale tenta ancora una volta di salvare Gesù. Ma gli schiamazzi del popolo penetrano di nuovo nella sua casa: « Se rimetti costui, gli dicono, non sei amico di Cesare. Chiunque si fa re si mette contro Cesare ». A queste parole Pilato, cercando un’ultima volta di muovere a compassione il popolo furibondo, esce fuori di nuovo e, sedendosi all’aperto tribunale, si fa condurre Gesù: « Ecco, dice loro, il vostro re; come può Cesare temere qualche cosa da lui? ». Ma quelli raddoppiano gli schiamazzi: « Via! toglilo dinanzi! mettilo in croce! – Ma, dice il governatore, simulando di non temere la gravità del pericolo, dovrò dunque crocifiggere il vostro re ?» Ed i Pontefici rispondono: « Non abbiamo altro re che Cesare ». – Parola indegna, che, uscendo dal tempio, avverte i popoli che la fede è in pericolo; parola anche di condanna a Gerusalemme, perché, se non ha altro re che Cesare, vuol dire che lo scettro non è più in mano a Giuda, ed è arrivato il tempo messianico.

Gesù condannato da Pilato.

Pilato, vedendo che la sedizione è giunta al colmo, e che la sua responsabilità di governatore è minacciata, si decide d’abbandonare Gesù nelle mani dei suoi nemici; e proclama a malincuore la sentenza, che gli procurerà un tale rimorso da cercare subito di liberarsene col suicidio. Traccia di suo pugno sopra una tavoletta, con un pennello, l’iscrizione che sarà collocata in cima alla croce, sopra la testa di Gesù; e, per colmo d’ignominia, concede pure all’astio dei nemici del Salvatore, che due ladroni vengano crocifissi a suo fianco, poiché occorreva che s’adempisse anche la profezia: « Sarà annoverato tra i malfattori » (Is. LIII, 12). Infine, lavandosi pubblicamente le mani, nello stesso momento che contamina l’anima col più nefando delitto grida verso il popolo: « Io sono innocente del sangue di questo giusto: pensateci voi »; e tutto il popolo assetato di questa brama, risponde: « Il sangue di lui cada su di noi e sui nostri figli » (Mt. XXVII, 24-25). In quel momento il marchio del parricida s’impresse sulla fronte del popolo ingrato e sacrilego, come una volta su quella di Caino, che diciannove secoli di schiavitù, di miseria e d’infamia non hanno ancora cancellato. – Su noi, figli della gentilità, s’è posato, quale misericordiosa rugiada il sangue divino; ebbene, rendiamo grazie alla bontà del Padre celeste, che « ha tanto amato il mondo da darci il suo unico Figliolo » (Gv. III, 16); e ringraziamo anche l’amore dell’unico Figliolo di Dio, il quale, sapendo che tutte le nostre sozzure potevano essere lavate solo nel suo sangue, oggi ce lo elargisce fino all’ultima goccia.

La Via dolorosa.

Qui comincia la Via dolorosa, ed il Pretorio di Pilato, dove risuonò la sentenza contro Gesù, ne è la prima stazione. I Giudei s’impossessano del Redentore per autorizzazione del governatore; i soldati gli gettano le mani addosso e lo conducono fuori del cortile pretoriale; gli strappano il mantello di porpora e lo coprono delle vesti che gli avevano tolte per flagellarlo; quindi lo caricano della croce sulle spalle lacerate. Il luogo dove il novello Isacco ricevette l’albero del suo sacrificio è designato come la seconda Stazione. La truppa dei soldati, rinforzata dai carnefici, dai principi dei sacerdoti, dai dottori della legge e da una moltitudine immensa, si mette in cammino. Gesù avanza sotto il peso della croce; ma presto, spossato dalle perdite di sangue e da ogni sorta di patimenti, non regge più, e, cadendo sotto quel peso, segna la terza Stazione.

L’incontro di Gesù con Maria.

I soldati rialzano brutalmente il divino prigioniero, che soccombeva più sotto il peso dei nostri peccati che sotto lo strumento del suo supplizio. Ha appena ripreso il suo vacillante cammino, quando si presenta improvvisamente ai suoi sguardi la desolata Madre. La Donna forte è venuta ad incontrare il Figlio: vuole vederlo, seguirlo, unirsi a lui finché non esalerà l’ultimo respiro; il suo amore materno è invincibile. Il suo dolore oltrepassa ogni espressione umana; le agitazioni di questi ultimi giorni l’hanno spossata; non c’è sofferenza del Figlio che non le sia stata divinamente manifestata, ed alla quale lei non si sia associata, sopportandole tutte, ad una ad una. Come può più rimanere nascosta? Il sacrificio è in atto, s’avvicina la consumazione: deve unirsi assolutamente al Figlio e nessuna forza la potrà trattenere. È con lei la Maddalena in lacrime, e vi sono pure: Giovanni, Maria madre di Giacomo e Salomè; essi piangono il Maestro ma lei piange il Figlio. Gesù vede la Madre sua, ma non può consolarla; e tutto questo non è che l’inizio dei dolori! Il sentimento d’angoscia che prova in questo momento il cuore della più tenera delle madri opprime ancora di più il cuore del più amante dei figli. Ma non per questo i carnefici che gli sono ai fianchi accorderanno un sol momento di ritardo nel loro cammino, in favore della madre d’un condannato; se vuole, si trascini pure dietro al fatale corteo: è già molto se non la cacciano via; e l’incontro di Gesù con Maria sulla via del Calvario indicherà per sempre la quarta Stazione.

Il Cireneo.

C’è ancora molta strada da fare, perché, secondo la legge, i criminali dovevano essere suppliziati fuori le porte della città. I Giudei temono che la vittima venga a mancare prima d’arrivare al luogo del sacrificio; perciò, vedendo tornare dalla campagna un uomo chiamato Simone di Cirene, lo fermano e, per un crudele sentimento di umanità verso Gesù, lo costringono a condividere con questi la fatica di portare lo strumento della salvezza del mondo. L’incontro di Gesù con Simone Cireneo consacra la quinta Stazione.

Il Volto Santo.

Di lì a pochi passi, un fatto inatteso viene a colpire di meraviglia e di stupore fin’anche i carnefici: una donna attraversa la folla, sguscia tra i soldati e si precipita ai piedi del Salvatore. Ella stringe fra le mani un velo spiegato, e, tutta tremante, asciuga il volto di Gesù reso irriconoscibile dal sangue, dal sudore e dagli sputi. Essa però l’ha riconosciuto, perché lo ama, e non ha temuto d’esporre la propria vita per procurargli un leggero sollievo. Il suo amore sarà ricompensato: il volto del Redentore, impresso per miracolo su quel velo, sarà d’ora in poi il suo più ricco tesoro; e, col suo atto coraggioso avrà la gloria di costituire la sesta Stazione della Via Crucis.

Compassione di Gesù per Gerusalemme.

Ma quanto più Gesù s’avvicina alla mèta fatale, tanto più le sue forze lo abbandonano. Un improvviso abbattimento segna, con la seconda caduta della vittima, la settima Stazione. I soldati lo rialzano con violenza, e riecco Gesù sul sentiero che bagna col suo sangue. Tanti indegni maltrattamenti strappano grida di dolore ad un gruppo di donne, che, mosse da compassione verso Gesù, lo seguivano fra i soldati, sfidando i loro insulti. Gesù, intenerito dalla condotta di queste donne che, nella debolezza del loro sesso, mostravano più grandezza d’animo che non tutto insieme il popolo di Gerusalemme, si degna di rivolgere loro uno sguardo di bontà, e riprendendo tutta la dignità del suo linguaggio profetico, in presenza dei prìncipi dei sacerdoti e dei dottori della legge, preannuncia il terribile castigo che seguirà al misfatto di cui esse sono testimoni e che deplorano con tante lacrime: « Figlie di Gerusalemme! dice loro in quello stesso luogo che viene rialzato nell’ottava Stazione; Figlie di Gerusalemme! non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e e sui vostri figlioli, perché, ecco, verranno giorni in cui si dirà: Beate le sterili e i seni che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato! Allora si metteranno a dire alle montagne: Cadeteci addosso; e alle colline: Ricopriteci. Chè se si tratta così il legno verde, che sarà del secco?» (Lc. XXIII, 28-31).

L’arrivo al Calvario.

Finalmente si giunge ai piedi della collina del Calvario, che Gesù dovrà salire, prima di raggiungere il luogo del sacrificio. Ma una terza volta l’estrema fatica lo rovescia al suolo, e santifica il posto in cui i fedeli venereranno la nona Stazione. La barbara soldataglia interviene ancora una volta a far riprendere a Gesù la penosa salita, e finalmente, fra molti urti, arriva in cima al cocuzzolo che diventerà l’altare del più sacro e più potente degli olocausti. I carnefici gli tolgono la croce e la stendono a terra, in attesa di conficcarvi la vittima. Ma prima, secondo l’uso dei Romani, praticato anche dai Giudei, offrono a Gesù una tazza di vino misto a mirra. Una tale bevanda, amara come il fiele, serviva da narcotico per addormentare entro un certo limite i sensi del paziente e diminuire i supplizi. Gesù bagna appena le labbra di questa pozione, che la consuetudine e più che il senso d’umanità gli offriva; non vuole berne, per poter assaporare coscientemente le sofferenze che si è degnato accettare per la salvezza degli uomini. Poi i carnefici gli strappano le vesti che s’erano attaccate alle piaghe e lo portano subito sul posto dove l’attende la croce. Il luogo dove Gesù fu spogliato sul Calvario ed assaggiò l’amara bevanda è indicato come la decima Stazione della Via Crucis. Le nove precedenti sono tuttora visibili nelle vie di Gerusalemme, dal Pretorio fino ai piedi del Calvario; ma quest’ultima e le quattro successive si venerano nell’interno della Chiesa del Santo Sepolcro, che nella sua vastità racchiude il teatro delle ultime scene della Passione del Salvatore. Ma a questo punto dobbiamo sospendere la narrazione dei fatti, perché ci siamo già inoltrati abbastanza nei fatti della grande giornata; del resto dobbiamo ancora tornare sul Calvario. È ormai tempo che ci uniamo alla santa Chiesa nella funzione con la quale sta per celebrare la morte del Signore.

LA SOLENNE FUNZIONE LITURGICA DEL POMERIGGIO CON LA QUALE SI CELEBRA LA PASSIONE E LA MORTE DI CRISTO

Il servizio divino di questo pomeriggio si divide in quattro parti, di cui spiegheremo successivamente i misteri. Prima vi sono le Letture; seguono le Preghiere; poi viene l’adorazione della Croce, ed infine la Comunione. Questi riti insoliti fanno capire ai fedeli la grandezza di questo giorno, e al tempo stesso fanno avvertire la sospensione del Sacrificio quotidiano di cui prendono il posto. L’altare è spoglio, senza croce senza candelieri; il leggìo del Vangelo è senza drappo. – Recitata l’Ora di Nona, il Celebrante avanza coi ministri; i loro paramenti neri significano il lutto della santa Chiesa. Giunti ai piedi dell’altare, si prostrano sui gradini e pregano alcuni istanti in silenzio; quindi, si dà inizio alle Letture.

LE LETTURE

La prima parte di questo Ufficio è dedicata alla lettura di due brani di Profezie ed al Passio. Si leggono prima alcuni versetti del profeta Osea (VI, 1-6), nei quali il Signore predice i suoi disegni misericordiosi verso il novello popolo, il popolo pagano, ch’era morto e che fra tre giorni risusciterà col Cristo che ancora non conosce. – Efraim e Giuda non saranno accolti allo stesso modo, non avendo i loro sacrifici materiali placato un Dio, che ama la misericordia e disprezza coloro che sono duri di cuore. La seconda lettura è tratta dall’Esodo (XII, 1-11), ci mette innanzi la figura dell’Agnello pasquale, per mostrarci che in questo momento il simbolo scompare davanti alla realtà. È un Agnello immacolato come l’Emmanuele, il cui sangue preserva dalla morte tutti coloro che hanno avuta la dimora segnata da lui. Esso non solo sarà immolato, ma diventerà alimento di coloro che non sono salvi per lui. È il viatico di chi si trova in cammino, e lo mangia in piedi, non avendo tempo di fermarsi nel corso rapido della vita. L’immolazione dell’antico Agnello e del nuovo è il segnale della Pasqua.

LE PREGHIERE

La santa Chiesa ha appena commemorato insieme ai suoi figli la storia degli ultimi momenti del Signore; che le resta dunque, se non imitare il divino Mediatore, che, come dice S. Paolo, sulla Croce ha offerto per tutti gli uomini al Padre « preghiere e suppliche con forti grida e lacrime»? (Ebr. V, 7). Perciò, fin dai primi secoli, in questo giorno, essa indirizzò alla divina Maestà una serie di preghiere, che, riferendosi a tutti i bisogni del genere umano, mostrano ch’essa è veramente la madre di tutti e la sposa amorevole del Figlio di Dio. Tutti, anche i Giudei, partecipano a questa solenne intercessione che la Chiesa presenta al Padre dei secoli, ai piedi della Croce di Gesù Cristo. – Ognuna di queste preghiere è preceduta da una spiegazione che ne annuncia l’oggetto. Quindi il Diacono invita i fedeli a mettersi in ginocchio; poi, ad un cenno del Suddiacono, subito si levano in piedi per unirsi all’invocazione del Celebrante (Nell’VIII secolo queste preghiere venivano pure recitate il Mercoledì Santo.).

ADORAZIONE DELLA SANTA CROCE

Fatte queste preghiere generali ed implorata da Dio la conversione dei pagani, la Chiesa, nella sua carità, ha fatto un giro di orizzonte su tutti gli abitanti della terra e sollecitato su tutti loro l’effusione del sangue divino, che in questo momento scorre dalle vene dell’Uomo-Dio. Ora di nuovo si volge ai figli cristiani, e, addolorata per le umiliazioni del Signore, li esorta ad alleggerire il peso con l’indirizzare i loro omaggi alla Croce, fino allora ritenuta infame, ma ora resa sacra; quella Croce sotto la quale egli s’incammina al Calvario e le cui braccia oggi lo sosterranno. Per Israele essa è scandalo; per i Gentili, stoltezza (I Cor. I, 23); ma noi Cristiani veneriamo in lei il trofeo della vittoria di Cristo e lo strumento augusto della salvezza degli uomini. Dunque, è giunto il momento in cui riceverà le nostre adorazioni, per l’onore che si degnò di farle il Figlio di Dio irrorandola col suo sangue ed associandola all’opera della nostra riparazione. Non v’è giorno, né ora di tutto l’anno in cui meglio convenga tributarle i nostri doveri. – L’adorazione della Croce cominciò a Gerusalemme fin dal IV secolo. Rinvenuta la vera Croce mediante diligenti ricerche di Santa Elena imperatrice, il popolo fedele aspirava a contemplare di tanto in tanto l’albero di vita, la cui miracolosa Invenzione aveva colmato di gioia tutta la Chiesa. Perciò fu stabilito che la si sarebbe esposta all’adorazione dei Cristiani una volta Tanno, il Venerdì Santo. Il desiderio di vederla faceva accorrere ogni anno a Gerusalemme, per la Settimana Santa, un’immensa folla di pellegrini. Ovunque si sparse la fama di questa cerimonia; ma non tutti potevano sperare di contemplarla, fosse pure una volta sola in vita. Allora la pietà cattolica volle almeno consacrare, con un’imitazione, la vera cerimonia a cui la maggior parte non poteva assistere; e verso il VII secolo si pensò di ripetere in tutte le chiese, il Venerdì Santo, l’ostensione e l’adorazione della Croce come avveniva a Gerusalemme. Non si aveva, è vero, che la figura della vera Croce; ma, siccome gli omaggi resi al sacro legno si riferivano a Cristo stesso, i fedeli potevano in questa maniera offrirle identici onori, nell’impossibilità d’avere il vero legno che il Redentore bagnò col suo sangue. Tale è lo scopo dell’istituzione del rito che la Chiesa compie alla nostra presenza, ed alla quale invita tutti noi a prendere parte. Il Celebrante all’altare depone il piviale e rimane seduto al suo posto. Il diacono con gli accoliti si porta in sacrestia di dove ne esce in processione con la croce. Quando giungono in chiesa, il celebrante riceve la croce dalle mani del diacono, si porta dalla parte dell’Epistola e là, in piedi al fondo degli scalini, rivolto verso il popolo, scopre la parte superiore della croce cantando con tono di voce normale:

Ecco il legno della Croce…

E prosegue, aiutato dai ministri, che cantano con lui:

…al quale fu sospesa la salvezza del mondo.

Allora l’assistente, in piedi, canta:

Venite, adoriamo.

Poi tutti si inginocchiano e adorano per un istante, in silenzio. Questa prima ostensione rappresenta la prima predicazione della Croce, quella che gli Apostoli fecero tra loro, quando, non avendo ancora ricevuto lo Spirito Santo, non potevano discorrere del divino mistero della Redenzione che coi discepoli di Gesù, temendo di suscitare l’attenzione dei Giudei. A significare ciò, il Sacerdote solleva solo un tantino la Croce. L’offerta di questo primo omaggio è una riparazione degli oltraggi che il Salvatore ricevette in casa di Caifa, in cui fu schiaffeggiato dal soldato. – Quindi il Celebrante sale sulla predella dell’altare, sempre al lato destro dell’Epistola in modo che il popolo lo veda meglio. I ministri l’aiutano a scoprire il braccio destro della Croce, e, scoperta questa parte, mostra di nuovo lo strumento della salvezza, sollevandolo di più e canta con voce più alta:

Ecco il legno della Croce…

Il Diacono e il Suddiacono continuano a cantare con lui:

…al quale fu sospesa la salvezza del mondo.

E tutti i presenti cantano:

Venite, adoriamo. Poi si inginocchiano e adorano in silenzio. Questa seconda ostensione, fatta in modo più manifesto della prima, rappresenta la predicazione del mistero della Croce ai Giudei, quando gli Apostoli, dopo la discesa dello Spirito Santo, gettarono le fondamenta della Chiesa in seno alla Sinagoga, portando ai piedi del Redentore le primizie d’Israele. La santa Chiesa l’offre in riparazione degli oltraggi che il Salvatore ricevette nel Pretorio di Pilato, dove fu flagellato e coronato di spine.

Poi il Celebrante va nel mezzo dell’altare, sempre di faccia al popolo; liberando il braccio sinistro della croce con l’aiuto del Diacono e del Suddiacono, la scopre completamente, e sollevandola più in alto con voce ancora più forte, quasi di trionfo, canta:

Ecco il legno della Croce…

Ed insieme coi ministri continua:

…al quale fu sospesa la salvezza del mondo.

Sempre i fedeli cantano:

Venite, adoriamo. – Poi si inginocchiano e adorano in silenzio.

Quest’ultima ostensione rappresenta la predicazione del mistero della Croce in tutto il mondo, quando gli Apostoli, cacciati dalla totalità della nazione giudaica, si voltarono ai Gentili e predicarono il Dio crocifisso oltre i confini dell’Impero romano. Il terzo ossequio reso alla Croce è offerto in riparazione degli oltraggi che il Salvatore ricevette sul Calvario, quando fu deriso dai suoi nemici. La santa Chiesa, mostrandoci prima la Croce coperta d’un velo che poi scompare, mentre ci dà a contemplare il divino trofeo della nostra Redenzione, vuole anche significarci l’avvicendarsi dell’accecamento del popolo giudaico, che non vede in questo legno adorabile che uno strumento d’ignominia, e la folgorante luce di cui gode il popolo cristiano, al quale la fede rivela che il Figlio di Dio, lungi dall’essere oggetto di scandalo, è, al contrario, come dice l’Apostolo, il monumento eterno della « potenza e della sapienza di Dio » (I Cor. I, 24). Ormai la Croce, così solennemente issata, non rimarrà più coperta; così senza velo, attenderà sull’altare l’ora della gloriosa risurrezione del Messia. Saranno anche scoperte tutte le altre immagini della Croce che stanno sui diversi altari, ad imitazione di quella che prenderà il suo posto di onore sull’altare maggiore. Ma la santa Chiesa, in questo momento, non si limita ad esporre alla contemplazione dei fedeli la Croce che li ha salvati; essa anche li invita ad accostare rispettosamente le loro labbra al sacro legno. Li precede il Celebrante, e tutti verranno dopo di lui. Non contento d’aver deposto la pianeta, egli si toglie anche le scarpe, e solo dopo aver fatto tre genuflessioni s’accosta alla Croce adagiata sui gradini dell’altare. Dietro di lui s’avanzano il Diacono ed il Suddiacono, poi il Clero, infine i laici. – Straordinariamente belli sono i canti che accompagnano l’adorazione della Croce. Prima s’intonano gl’Improperi, o rimproveri che il Messia rivolge ai Giudei. Le prime tre strofe di quest’Inno sono alternate dal canto del Trisagio, la preghiera al Dio tre volte santo, del quale è giusto glorificare l’immortalità nel momento in cui si degna, come uomo, subire la morte per noi. Questa triplice glorificazione, in uso a Costantinopoli fin dal V secolo, passò nella Chiesa Romana, che la mantenne nella lingua primitiva, accontentandosi d’alternare la traduzione latina delle parole. Il seguito di questo magnifico canto è del più alto interesse drammatico: il Cristo ricorda tutte le indegnità di cui fu fatto segno da parte del popolo giudaico, e mette in risalto i benefici ch’Egli elargì all’ingrata nazione. Se l’adorazione della Croce non è ancora terminata, si passa ad intonare il celebre Inno Crux fidelis, composto da Venanzio Fortunato. Vescovo di Poitiers, nel V secolo, in onore del sacro albero della nostra Redenzione. Alcuni versi d’una strofa servono da ritornello a tutte le strofe dell’Inno.

Terminata l’adorazione della Croce, dopo che i fedeli le hanno reso omaggio, il Celebrante la pone sull’altare: a questo punto ha inizio la quarta parte della funzione.

LA COMUNIONE

Il ricordo del sacrificio compiuto oggi sul Calvario occupa talmente il pensiero della Chiesa in questo anniversario, ch’essa rinuncia a rinnovare sull’altare l’immolazione della vittima divina, accontentandosi di partecipare al sacro mistero con la comunione. Una volta, il clero e tutti i fedeli, erano ammessi a tale favore, ma in seguito soltanto più il celebrante poteva comunicarsi. Nel 1956 è tornata alla vecchia tradizione e tutti i fedeli ora possono ricevere il Corpo del Signore che si immola, proprio oggi, per la salvezza di tutti e riceve così, in modo più abbondante, i frutti della redenzione. – Accompagnato dai due accoliti, il Diacono si porta al Sepolcro, prende il santo ciborio dal tabernacolo e lo porta sull’Altare Maggiore mentre si canta:

Noi ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo, perché hai redento il mondo con la tua croce.

L’albero ci ha ridotti in schiavitù e la Croce ci libera; il frutto dell’albero ci ha sedotti, il Figlio di Dio ci ha salvati.

Salvatore del mondo, salvaci; o tu che ci hai redenti mediante il tuo sangue e la Croce, salvaci, te ne preghiamo!

Giunto all’Altare, il Diacono depone santo ciborio sul corporale; il celebrante sale l’altare e recita l’inizio del Pater a voce alta e siccome il Pater è una preparazione alla comunione, clero e fedeli lo recitano a voce alta col celebrante, « solennemente, gravemente, distintamente ed in latino ». – Uniamoci sentitamente e fiduciosi alle sette petizioni che esso contiene, nell’ora in cui il divino intercessore, con le braccia allargate

sulla Croce, le presenta per noi al Padre. È questo il momento in cui ottiene, per mezzo della sua mediazione, che ogni nostra preghiera sia esaudita. – Dopo il Pater, il sacerdote recita a voce alta una preghiera che nelle Messe viene recitata piano; con questa preghiera chiede che noi siamo liberati dal male e dal peccato e fatti vivere nella pace.

Il celebrante recita ancora a voce bassa la terza delle orazioni che precedono la comunione nelle Messe ordinarie; quindi apre la pisside che contiene le Ostie, ne prende una e, profondamente inclinato, si percuote il petto dicendo forte: “Signore, io non sono degno che tu venga in me, ma di’ una sola parola e l’anima mia sarà salva”.

A questo punto il Celebrante si comunica e dopo essersi raccolto per qualche istante, distribuisce la comunione, al solito modo, al clero e ai fedeli. Terminata la comunione, il celebrante si purifica le dita nell’apposito vasetto, le deterge col manutergio, ripone la pisside nel tabernacolo e restando in piedi in mezzo all’altare recita, in tono feriale, come ringraziamento, le tre seguenti preghiere:

“O Signore, questo popolo ha ricordato con cuore pio gli avvenimenti della Passione e della morte del Figlio tuo; noi ti preghiamo affinché egli ne riceva benedizioni abbondanti, il perdono, la consolazione, l’accrescimento della fede e la certezza della sua eterna redenzione. Te lo chiediamo in nome di Cristo nostro Signore”.

“O Dio possente e misericordioso che ci hai redenti per mezzo della Passione e della morte del tuo Figlio Gesù, conserva in noi l’opera della tua misericordia, di modo che avendo partecipato a questi misteri, noi possiamo vivere d’un amore indistruttibile. Te lo chiediamo in nome di Cristo”.

“Ricordati, o Signore, della tua misericordia e santifica, con la tua protezione, questi tuoi figli per i quali Gesù Cristo ha istituito, versando il suo sangue, questo mistero della Pasqua. Te lo chiediamo in nome di Cristo”.

Terminate queste preghiere il celebrante e i ministri discendono, dall’altare e tornano in Sacrestia. Compieta viene recitata in Coro a luci spente. La Santa Eucarestia viene riportata senza solennità nell’apposito luogo; vi sarà accesa, come di consueto, una lampada.

IL POMERIGGIO

Frattanto è bene che, durante le ore che furono quelle della nostra salvezza, noi seguiamo col cuore e col pensiero il misericordioso Redentore, che avevamo lasciato sul Calvario al momento in cui lo spogliarono delle sue vesti, dopo avere assaggiata l’amara bevanda. Assistiamo con raccoglimento e compunzione alla consumazione del Sacrificio, ch’egli sta per offrire per noi alla giustizia divina.

La Crocifissione.

Gesù è condotto dai carnefici pochi passi più in là, dove la Croce stesa per terra segna l’undecima Stazione della Via Crucis. Come un agnello condotto al sacrificio, Egli si corica sul legno che diventerà il suo altare; le sue membra vengono stirate con violenza, e i chiodi, penetrando fra i nervi e le ossa, configgono sul patibolo le mani e i piedi. Scorre il sangue dalle quattro vivificanti sorgenti, dove verranno a purificarsi le nostre anime; ed è la quarta volta che sgorga dalle vene del Redentore. Maria sente i colpi sinistri del martello, mentre il suo cuore di Madre ne rimane lacerato. Maddalena è in preda a una desolazione tanto più amara, quanto più si vede nell’impotenza di recar sollievo all’amato Maestro, che gli uomini le hanno rapito. Ma ecco che Gesù alza la voce e proferisce, dall’alto del Calvario, la sua prima parola: « Padre, esclama, perdona loro, perché non sanno quello che fanno ». Oh, bontà infinita del Creatore! È venuto sulla terra, opera delle sue mani, e gli uomini l’hanno crocifisso! ma fin sulla Croce egli ha pregato per loro, e, nella sua preghiera, li vuole anche scusare!

Gesù in Croce.

La Vittima è inchiodata sul legno, dove dovrà morire; ma non resterà così adagiata per terra. Isaia predisse che « il regale germoglio della radice di Iesse sarà inalberato come uno stendardo a vista di tutte le nazioni» (Is. XI, 10). Quindi bisogna che il crocifisso Salvatore santifichi l’aria infestata dalla presenza degli spiriti maligni; bisogna che il mediatore fra Dio e gli uomini, il Sommo Sacerdote ed intercessore, sia innalzato fra il cielo e la terra a trattare la riconciliazione fra l’uno e l’altra. A poca distanza dal luogo ove è distesa la Croce hanno praticata nella roccia una buca: dentro di questa, la Croce viene calata e così domina tutto il monte Calvario. È il luogo della dodicesima Stazione. I soldati s’adoperano con grandi sforzi a piantarvi l’albero della salvezza; l’urto violento acuisce i dolori di Gesù, che con tutto il corpo lacerato pende dalle sue stesse piaghe dei piedi e delle mani. Eccolo esposto nudo agli occhi di tutti, Lui ch’è venuto al mondo a coprire la nostra nudità causata dal peccato! Sotto la Croce i soldati stracciano le sue vesti e se le dividono, rispettando però la tunica, che secondo una pia tradizione Maria stessa aveva intessuta con le sue mani verginali. La tirano a sorte senza lacerarla; e così diventa il simbolo dell’unità della Chiesa che non deve mai essere rotta per nessun pretesto.

« Re dei Giudei ».

Sopra la testa del Redentore sta scritto in ebraico, greco e latino:

GESÙ NAZARENO RE DEI GIUDEI.

La moltitudine legge e ripete tale iscrizione, proclamando ancora una volta senza volerlo, la regalità del figlio di David. I nemici di Gesù se ne accorgono e cercano d’ottenere da Pilato la correzione della scritta, non ricevendo altra risposta che questa: « Quel che ho scritto ho scritto » (Gv. XIX, 22). Un’altra circostanza trasmessaci dai santi Padri annuncia che il Re dei Giudei, rigettato dal suo popolo, regnerà sulle nazioni della terra con la stessa gloria che ricevette in eredità dal Padre. Piantando la Croce nel suolo, i soldati la disposero in modo che il divino crocifisso voltasse le spalle a Gerusalemme ed allargasse le braccia verso le regioni dell’occidente. Pertanto, mentre il Sole della verità tramontava sulla città deicida, sorgeva sulla novella Gerusalemme, Roma, la superba città cosciente della sua eternità, ma ancora ignara che sarebbe divenuta eterna per la Croce.

Gl’insulti.

Alziamo lo sguardo verso l’Uomo-Dio, la cui vita va spegnendosi così rapidamente sullo strumento del suo supplizio. Eccolo sospeso in aria, alla vista di tutto Israele, « come il serpente di bronzo che Mosè aveva mostrato al popolo nel deserto » (Gv. III, 14); ma questo popolo non ha per lui che oltraggi. Voci insolenti e senza pietà salgono fino a lui: «Tu che distruggi il tempio di Dio e lo riedifichi in tre giorni, liberati ora; se sei il Figlio di Dio, scendi dalla Croce, se puoi ». Dal loro canto gl’indegni pontefici sorpassano la misura d’ogni bestemmia: « Ha salvato gli altri: perché non salva se stesso? Via! Re d’Israele, scendi dalla Croce e ti crederemo! Hai confidato in Dio: è lui che ti deve liberare. Non hai detto che sei il Figlio di Dio? ». E i due ladroni ch’erano crocifissi con lui prendevano parte all’oltraggioso concerto.

Preghiere.

Ma la terra aveva ricevuto un beneficio tale da paragonarsi a quello che Dio si degnava accordarle in quell’ora: e mai maggiori insulti erano saliti alla maestà divina con tanta audacia. Noi Cristiani, che adoriamo colui che i Giudei bestemmiano, offriamogli in questo momento la dovuta riparazione cui ha tanto diritto. Gli empi gli rinfacciano le proprie divine parole, torcendole contro di Lui; noi invece ricordiamogli un’altra parola da Lui stesso pronunciata e che riempie i nostri cuori di speranza: « Quando sarò innalzato da terra trarrò tutto a me » (Gv. XII, 32). Ora è giunto il momento, Signore Gesù, d’adempiere la tua promessa: traici tutti a te. Noi siamo ancora rivolti alla terra, legati da mille interessi e da mille attrattive, schiavi dell’amore di noi stessi, sempre impediti nel volo verso di te: sii l’amante che ci attira e rompe ogni laccio, affinché possiamo salire fino a te, e la conquista delle nostre anime sia finalmente la consolazione del tuo cuore oppresso.

Le tenebre.

Frattanto il giorno è giunto a metà del suo corso: è l’ora sesta, quella che noi chiamiamo mezzogiorno. Il sole, che splendeva in cielo come un insensibile testimone, improvvisamente nega la sua luce; ed un’oscura notte stende le sue tenebre su tutta la terra. Compaiono le stelle in cielo; le mille voci della natura languiscono: pare che il mondo stia per cadere nel caos. Si dice che il celebre Dionigi dell’Areopago d’Atene, che poi divenne discepolo del Dottor delle Genti, nel momento in cui avvenne quell’eclissi, esclamasse: «il Dio della natura sta soffrendo o la macchina di questo mondo sta per dissolversi ». – Flegone, autore pagano, scrivendo un secolo dopo, ricordava ancora lo sgomento che suscitarono nell’impero romano, quelle inattese tenebre che scompigliarono tutti i calcoli degli astronomi.

Il buon ladrone.

Un così formidabile fenomeno, spettacolo troppo visibile del corruccio celeste, agghiacciò di panico i più audaci bestemmiatori. Il silenzio successe a tanti schiamazzi. Allora uno dei ladroni, la cui croce stava a destra di quella di Gesù, sentì, insieme al rimorso, nascergli in cuore una speranza; tanto che rimprovera il compagno col quale fino a poco fa aveva insultato l’innocente: «Neppure tu temi Iddio, trovandoti con Lui nel medesimo supplizio? Quanto a noi, è giusto, perché riceviamo degna pena per le nostre azioni, ma costui non ha fatto nulla di male » (Lc, XXIII, 40-41). Gesù difeso da un malfattore, proprio nel momento in cui i dottori della legge giudaica, assisi sulla cattedra di Mosè, non fanno che oltraggiarlo! Ciò dimostra in modo evidente il grado d’accecamento al quale è arrivata la Sinagoga. Disma, un ladrone, un diseredato, rappresenta in quest’istante la gentilità che soccombe sotto il peso dei suoi delitti, ma da cui presto si risolleverà purificata, confessando la divinità del crocifisso. Egli si volge penosamente verso la Croce del Salvatore, dicendo a Gesù: « Signore, ricordati di me quando sarai nel tuo regno »; perché egli crede alla regalità di Gesù, a quella regalità di cui i sacerdoti ed i magistrati della sua nazione avevano fatto oggetto di derisione. La calma e la dignità dell’augusta vittima sul patibolo gli hanno rivelato tutta la sua grandezza, e lui, prestandogli fede, ne invoca fiducioso un semplice ricordo, quando alla sua umiliazione seguirà la gloria. La grazia ha fatto di questo ladrone un vero Cristiano! E chi oserebbe dubitare che tale grazia gli sia stata implorata e ottenuta dalla Madre della misericordia, che in quel solenne momento offrì se stessa in un medesimo sacrificio col Figlio? Gesù, commosso d’aver riscontrato in un malvivente, giustiziato a causa delle sue criminalità, quella fede che invano aveva cercato in Israele, così risponde alla sua umile preghiera: « In verità ti dico, oggi stesso sarai meco in Paradiso ». È la seconda parola di Gesù sulla Croce. Il fortunato penitente la raccoglie con gioia nel suo cuore e la custodisce gelosamente, aspettando nell’espiazione l’ora della liberazione.

Il gruppo dei fedeli.

Maria s’è avvicinata alla Croce dalla quale pende Gesù! Per il cuore d’una madre, non vi sono tenebre che possano impedire di riconoscere il proprio figlio. Il tumulto s’è placato dopo che il sole non manda più la sua luce, e i soldati non frappongono più ostacoli a questo pietoso ravvicinamento. Gesù guarda teneramente Maria, la vede desolata, e la sofferenza del suo cuore, che sembrava giunta al massimo, aumenta ancora di più. Egli sta per morire, e la Madre non può slanciarsi verso di Lui, ad abbracciarlo e a prodigargli le sue ultime carezze! Anche Maddalena è là, sciolta in lacrime e languente di dolore, nel vedere i piedi del Salvatore che tanto amava, e che pochi giorni fa aveva cosparso dei suoi profumi, bagnati dal sangue sgorgato dalle ferite e già coagulato. Essa li può ancora irrorare delle sue lacrime, ma le lacrime non li possono risanare; è soltanto venuta per vedere morire Colui dal quale ricevette il perdono in ricompensa del suo amore. Giovanni, il prediletto è il solo Apostolo che ha seguito Gesù fin sul Calvario; immerso nel dolore, ricorda la predilezione che anche il giorno precedente Gesù volle testimoniargli nel misterioso banchetto; soffre per il figlio e soffre per la madre, perché il suo cuore non s’accontenta dell’inestimabile premio col quale Gesù volle ripagare il suo amore. Maria di Cleofa è insieme con Maria accanto alla Croce; più in là le altre donne formano un altro gruppo.

Maria Madre nostra.

Tutto a un tratto, nel cuore del silenzio interrotto solo dai singhiozzi, risuonò per la terza volta la voce di Gesù morente, che, rivolto a sua madre, la chiama « Donna », non volendo con un’altra spada rinnovarle il dolore nel suo cuore già ferito: « Donna, ecco tuo figlio », indicando con questa parola Giovanni; e rivolto a Giovanni, aggiunge: « Figlio, ecco tua madre ». Era doloroso quella scambio al cuore di Maria, ma la sostituzione assicurava per sempre a Giovanni, e in lui all’umanità, il beneficio d’una madre. Esponemmo tale scena più dettagliatamente il Venerdì della settimana di Passione; oggi, suo anniversario, accogliamo il generoso testamento di Gesù, che con l’incarnazione ci aveva meritata l’adorazione del Padre celeste, ed in questo momento ci dà in dono la propria madre.

Gli ultimi istanti.

S’avvicina l’ora nona (tre ore dopo mezzogiorno), quella decretata fin dall’eternità per la morte dell’Uomo-Dio. Gesù si sente di nuovo assalire dal crudele abbandono che provò nell’Orto degli Ulivi; si sente schiacciato da tutto il peso della disgrazia di Dio in cui è incorso per essersi fatto cauzione dei nostri peccati; l’amarezza del calice d’un Dio irato, bevuto fino alla feccia, gli causa un deliquio ch’egli esprime col gemito: « Dio mio! Dio mio! perché m’hai abbandonato? ». È la quarta parola; ma è una parola che non riconducela serenità al cielo. Gesù non lo chiama neppure « Padre mio! »come se fosse un peccatore, un condannato davanti all’inflessibiletribunale di Dio. Intanto, una gran febbre ne divora le viscere, edall’arsa bocca gli sfugge a gran pena la quinta parola: « Ho sete ».Un soldato gli accosta alle labbra morenti una spugna inzuppatadi aceto: sarà l’unico sollievo, che nella bruciante sete gli offrirà laterra, quella terra rinfrescata ogni giorno dalla sua rugiada e dallaquale ha fatto zampillare sorgenti e fiumi.

La morte.

Il momento in cui Gesù esalerà lo spirito al Padre è giunto. Egli abbraccia in uno sguardo i divini oracoli che preannunciarono le minime circostanze della sua missione; vede che non ce n’è uno solo che non sia stato adempiuto, fino al tormento della sete e all’aceto che gli venne offerto per dissetarlo. Proferisce allora la sesta parola dicendo: « Tutto è compiuto ». Non resta che morire, per apporre l’ultimo suggello alle profezie preannuncianti la sua morte quale mezzo estremo della nostra redenzione. Sfinito, agonizzante, quest’uomo che fino a pochi momenti fa era riuscito solo a mormorare qualche parola, lancia un grido potente che risuona lontano ed impaurisce e fa meravigliare il centurione romano, ch’era al comando delle guardie sotto la Croce. « Padre! esclama, nelle tue mani raccomando il mio spirito ». Pronunciata questa settimana ed ultima parola,abbandona il capo sul petto ed esala l’ultimo respiro.

La sconfitta di satana.

In quell’istante le tenebre si diradano, in cielo torna a splendere il sole; ma la terra trema, le pietre si spaccano e la roccia del Calvario si fende tra la Croce di Gesù e quella del cattivo ladrone; il crepaccio è visibile anche oggi. Un altro fenomeno spaventa i sacerdoti del giudaismo: il velo del Tempio che conservava il Santo dei Santi si spacca in due dall’alto in basso annunciando la fine del regno delle figure. Le tombe ove riposavano molti santi personaggi si aprono e i morti tornano alla vita. Ma lo scotimento della morte che salva l’umanità si fa sentire sopra tutto nell’abisso infernale. Finalmente satana ha compreso la potenza e la divinità del Giusto, contro il quale aveva imprudentemente aizzato le passioni della Sinagoga: per il suo accecamento, infatti, è stato sparso il sangue la cui virtù salva il genere umano e gli riapre le porte del cielo. Ma ora sa cosa pensarne di Gesù di Nazaret, al quale osò avvicinarsi nel deserto per tentarlo; e, nella sua disperazione, riconosce che Gesù è il vero Figlio dell’Eterno, e che la redenzione negata agli angeli ribelli viene elargita abbondantemente agli uomini, per i meriti del sangue che satana stesso ha fatto versare sul Calvario.

Preghiera.

Figlio adorabile del Padre, noi vi adoriamo, morto sull’albero del vostro sacrificio. La vostra amarissima morte ci ha ridata la vita. Imitando i Giudei che attesero l’ultimo anelito e rientrarono compunti nella città, noi ci percuotiamo il petto, confessando che furono i nostri peccati ad uccidervi; degnatevi, perciò, accogliere le nostre azioni di grazia per l’amore che ci avete testimoniato sino alla fine. Riscattati dal vostro sangue, d’ora in poi non ci resta che servire Voi, che ci avete amati in Dio. Siamo nelle vostre mani; Voi siete il nostro Signore. Ecco, già la Chiesa ci chiama al vostro divino servizio; dobbiamo scendere dal Calvario per unirci a lei a celebrare le vostre lodi. Fra poco saremo di nuovo accanto al vostro corpo inanimato ed assisteremo al funebre convoglio, che accompagneremo col nostro dolore e con le nostre lacrime. Maria nostra madre sta sotto la Croce e nessuna cosa la potrà separare dalla vostra spoglia mortale. Maddalena è inchiodata ai vostri piedi, e Giovanni e le pie donne formano intorno a voi un mesto accompagnamento. Noi cadiamo ancora una volta in ginocchio davanti al vostro santissimo corpo, al vostro prezioso sangue, alla Croce che ci ha redenti.

LA SERA

Il colpo di lancia.

Torniamo sul Calvario a terminare la giornata del lutto universale. Là abbiamo lasciato Maria insieme a Maddalena, a Giovanni ed alle altre pie donne. È trascorsa appena un’ora dal supremo istante che Gesù esalò lo spirito, ed ecco che alcuni soldati, comandati da un centurione, vengono a turbare, col rumore dei loro passi e delle loro voci, la quiete che regnava sulla collina. Hanno ricevuto un ordine da Pilato: su richiesta dei prìncipi dei sacerdoti, il governatore vuole che i tre crocifissi siano finiti rompendo loro le gambe, quindi deposti dalla croce e sepolti prima di notte. I Giudei contavano i giorni partendo dall’ora del tramonto; quindi è imminente l’inizio del grande Sabato. I soldati s’avvicinano prima alle croci dei due ladroni, ai quali rompono le gambe; poi s’avanzano verso la croce del Redentore; il cuore di Maria ha un sussulto: qual nuovo oltraggio faranno questi barbari al corpo insanguinato del caro Figlio? Essi guardano il divino condannato, costatano che non ha più un filo di vita; ma, per meglio assicurarsene, uno di loro impugna la lancia e la conficca nel costato destro della vittima. La punta gli trapassa il cuore, e quando il soldato la estrae, da quest’ultima sua piaga sgorgano alcune gocce di sangue misto ad acqua. È la quinta effusione del sangue redentore, ed è la quinta piaga che riceve Gesù sulla Croce.

Gesù deposto dalla Croce.

Maria ha sentito penetrare nell’intimo della sua anima la punta della lancia crudele; nuovi pianti e singhiozzi s’elevano intorno a Lei. Come finirà questo triste giorno? Quali mani deporranno l’Agnello che pende dalla Croce? Chi lo restituirà alla Madre? I soldati s’allontanano, e con essi Longino, il crudele autore della lanciata, che ha cominciato a sentire in sé un misterioso turbamento, presagio della fede di cui un giorno sarà martire. Ma ecco avanzarsi altri uomini: due Giudei, Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo, che salgono la collina e si fermano commossi ai piedi della Croce di Gesù. Maria li guarda con riconoscenza: essi sono venuti a deporle fra le braccia il corpo del Figliolo ed a rendere al loro Maestro gli onori della sepoltura. I fedeli discepoli ne hanno avuta l’autorizzazione dal governatore Pilato, che ha accordato a Giuseppe il corpo di Gesù. Il tempo stringe, il sole sta per declinare, sta per scoccare, l’ora del grande Sabato; quindi i due s’aff rettano a schiodare dalla Croce le membra del Giusto. Sulle falde del piccolo colle, vicino al luogo ov’è piantata la Croce, c’è un orto: in quest’orto è praticata nella roccia una camera sepolcrale. Nessuna salma ha occupato questa tomba fino adesso: là sarà posto Gesù a riposare. Portando il prezioso carico, Giuseppe e Nicodemo scendono dal monte e depongono il sacro corpo sopra uno spazio di roccia poco distante dal sepolcro. La Madre di Gesù riceve dalle loro mani il tenero Figlio, che bagna con le sue lacrime e copre di baci le molte piaghe crudeli che ne hanno lacerato il corpo. Giovanni, Maddalena e le altre pie donne compiangono la Madre dei dolori. Ma bisogna far presto ad imbalsamare la spoglia esanime. Sulla pietra che ancor oggi è chiamata la Pietra dell’unzione, e che segna la tredicesima Stazione della Via Crucis, Giuseppe spiega il lenzuolo che ha portato; Nicodemo, aiutato dai servi che per loro ordine avevano portato cento libbre di mirra e di aloè, prepara i profumi. Lavano le ferite dal sangue; tolgono delicatamente la corona di spine dalla testa del re divino; finalmente giunge il momento d’avvolgere il corpo nel lenzuolo. Maria stringe per un’ultima Volta tra le braccia l’insensibile spoglia del suo diletto, che subito dopo viene nascosta ai suoi sguardi fra le fasciature delle bende e le pieghe della coltre.

Gesù nel sepolcro.

Poi Giuseppe e Nicodemo sollevano il nobile peso e lo portano nella tomba. È la quattordicesima Stazione della Via Crucis. V’erano due stanze incavate nella roccia e comunicanti fra loro: nella seconda, a destra, in un loculo praticato con lo scalpello, adagiano il corpo del Salvatore. Quindi s’affrettano ad uscire, e, raccogliendo tutte le loro forze, fanno scivolare sull’ingresso del monumento una grossa pietra che servirà da porta, e che presto, a richiesta dei nemici di Gesù, verrà suggellata dall’autorità pubblica e custodita da una scorta di soldati romani.

La Madre dei dolori.

Intanto il sole tramonta e sta per cominciare il grande Sabato con le sue severe prescrizioni. Maddalena e le altre pie donne, tenuto d’occhio i luoghi e la disposizione del corpo nel sepolcro, interrompono i loro lamenti e ridiscendono in fretta a Gerusalemme, col proposito di comprare dei profumi e tenerli pronti, fino a quando, passato il Sabato, possano tornare sulla tomba la domenica, di buon mattino, a completare l’imbalsamazione troppo affrettata del loro Maestro. Maria, salutata un’ultima volta la tomba che racchiude il tesoro della sua tenerezza, s’accompagna al gruppo che è diretto alla città. Giovanni, suo figlio adottivo, è al suo fianco; da quel momento egli è divenuto il custode di Colei che, senza cessare d’essere la Madre di Dio, è divenuta in Lui la Madre degli uomini. Ma a costo di quali angosce essa ha guadagnato questo nuovo titolo! quale ferita ha ricevuto il suo cuore nell’istante che le siamo stati affidati! Teniamole anche noi fedele compagnia durante le ore crudeli che trascorreranno fino al momento in cui la risurrezione di Gesù verrà ad alleviare il suo immenso dolore.

Preghiera sulla tomba di Gesù.

Ma noi non possiamo abbandonare il vostro sepolcro, o Redentore, senza lasciarvi il tributo delle nostre adorazioni e l’ammenda onorevole del nostro pentimento. Eccovi, o Gesù, prigioniero della morte! questa figlia del peccato ha dunque steso su di voi il suo impero. Vi siete addossata la sentenza ch’era lanciata contro di noi, e vi siete fatto simile a noi fino alla tomba. Quale riparazione potrebbe mai eguagliare l’umiliazione che avete subita in questo stato, a noi dovuto, ma divenuto vostro per l’amore che ci avete portato? I santi Angeli vegliano sulla pietra che nasconde il vostro corpo e rimangono stupiti di questo vostro amore per l’uomo, spregevole ed ingrata creatura. Non per i loro fratelli decaduti avete subita la morte, ma per noi, ultimi della creazione. Quale indissolubile legame viene dunque a formare tra noi e Voi il sacrificio che avete offerto! Ma se morirete per noi, per Voi dunque d’ora in poi dobbiamo vivere. Ve lo promettiamo. Gesù, sulla tomba che vi hanno scavato i nostri peccati. – Anche noi vogliamo morire, morire al peccato e vivere alla vostra grazia. D’ora in poi seguiremo i vostri precetti ed i vostri esempi, e ci allontaneremo dal peccato, che ci ha fatti responsabili della vostra morte così amara e dolorosa; abbracciamo con la vostra Croce tutte le croci di cui è disseminata la vita umana e che sono così leggere in paragone della vostra; finalmente anche noi saremo contenti di morire, quando sarà giunta l’ora di subire la meritata sentenza che la giustizia del Padre pronunciò contro di noi. Per voi la morte non è che un passaggio alla vera vita; e, come in questo momento ci separiamo dal sepolcro con la speranza di presto salutare l’alba della vostra gloriosa risurrezione, così, lasciando alla terra la sua spoglia mortale, l’anima nostra, piena di confidenza, salirà a voi sperando un giorno di ricongiungersi a quella colpevole polvere che la terra restituirà purificata.

I SETTE DOLORI DI MARIA SANTISSIMA

La compassione della Madonna.

La pietà degli ultimi tempi ha consacrato in una maniera speciale questo giorno alla memoria dei dolori che Maria provò ai piedi della Croce del suo divin Figliolo. La seguente settimana è interamente dedicata alla celebrazione dei Misteri della Passione del Salvatore, e sebbene il ricordo di Maria che soffre insieme a Gesù sia sovente presente al cuore del fedele, il quale segue piamente tutti gli atti di questo dramma, tuttavia i dolori del Redentore e lo spettacolo della giustizia divina che s’unisce a quello della misericordia per operare la nostra salvezza, assillano troppo la mente, perché sia possibile onorare come merita il mistero della compassione di Maria.

Maria Corredentrice.

Per ben comprendere l’oggetto, e meglio compiere in questo giorno, verso la Madre di Dio e degli uomini i doveri che le sono dovuti, dobbiamo ricordare che Dio, nei disegni della sua sovrana Sapienza, ha voluto in tutto e per tutto associare Maria alla restaurazione del genere umano. – (Labbe, Conciles, t. XII p. 365. – Il decreto esponeva la ragione dell’istituzione di tale festa [i sette dolori nel venerdì di Passione] : « Onorare l’angoscia che provò Maria quando il Redentore s’immolò per noi e raccomandò questa Madre benedetta a Giovanni, ma soprattutto affinché sia repressa la perfidia degli empi eretici Ussiti ».). – Tale mistero ci mostra un’applicazione della legge che rivela tutta la grandezza del piano divino; ed ancora una volta ci fa vedere il Signore sconfiggere la superbia di satana col debole braccio di una donna. Nell’opera della salvezza, noi costatiamo tre interventi di Maria, tre circostanze, nelle quali è chiamata ad unire la sua azione a quella stessa di Dio. – La prima, nell’Incarnazione del Verbo, il quale non assume carne in lei se non dopo averne ottenuto il consenso con quel solenne FIAT che salvò il mondo; la seconda, nel Sacrificio di Gesù Cristo sul Calvario, ove Ella assiste per partecipare all’offerta espiatrice; la terza, nel giorno della Pentecoste, quando riceve lo Spirito Santo come lo ricevettero gli Apostoli, per potere adoperarsi efficacemente alla fondazione della Chiesa. Nella festa dell’Annunciazione esponemmo la parte ch’ebbe la Vergine di Nazaret al più grande atto che piacque a Dio intraprendere per la sua gloria, e per il riscatto e la santificazione del genere umano. In seguito avremo occasione di mostrare la Chiesa nascente che si sviluppa e s’ingigantisce sotto l’influsso della Madre di Dio. Oggi dobbiamo descrivere la parte che toccò a Maria nel mistero della Passione di Gesù, spiegare i dolori che sopportò presso la Croce, ed i nuovi titoli che ivi acquistò alla nostra filiale riconoscenza.

La predizione di Simeone.

Il quarantesimo giorno dopo la nascita di Gesù, la Beata Vergine venne a presentare il Figlio al Tempio. Questo fanciullo era atteso da un vegliardo, che lo proclamò « luce delle nazioni e gloria d’Israele». Ma, volgendosi poi alla madre, le disse: « (Questo fanciullo) è posto a rovina e risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione; anche a te una spada trapasserà l’anima » (Lc. II, 34-35). L’annuncio dei dolori alla madre di Gesù ci fa comprendere che le gioie natalizie erano cessate, ed era venuto il tempo delle amarezze per il figlio e per la madre. Infatti, dalla fuga in Egitto fino a questi giorni in cui la malvagità dei Giudei va macchinando il più grave dei delitti, quale fu lo stato del figlio, umiliato, misconosciuto, perseguitato e saziato d’ingratitudini? Quale fu, per ripercussione, il continuo affanno e la costante angoscia del cuore della più tenera delle madri? Noi oggi, prevenendo il corso degli eventi, facciamo un passo avanti ed arriviamo subito al mattino del Venerdì Santo.

Maria, il Venerdì Santo.

Maria sa che questa stessa notte suo figlio è stato tradito da un suo discepolo, da uno che Gesù aveva scelto a suo confidente, ed al quale ella stessa, più d’una volta, aveva dato segni della sua materna bontà. Dopo una crudele agonia, s’è visto legare come un malfattore, e la soldatesca l’ha condotto da Caifa, suo principale nemico. Di là l’hanno portato al governatore romano, la cui complicità era necessaria ai prìncipi dei sacerdoti e ai dottori della legge, perché potessero versare, secondo il loro desiderio, il sangue innocente. Maria si trova allora a Gerusalemme, attorniata dalla Maddalena e da altre seguaci del Figlio; ma esse non possono impedire che le grida di quel popolo giungano fino a lei. Del resto, chi potrebbe far scomparire i presentimenti nel cuore d’una tal madre? In città non tarda a spargersi la voce che Gesù Nazareno è stato consegnato al governatore per essere crocifisso. Si terrà forse in disparte Maria, in questo momento in cui tutto un popolo s’è mosso per accompagnare coi suoi insulti fino al Calvario, questo Figlio di Dio che ha portato nel suo seno ed ha nutrito del suo latte? Ben lungi da tale viltà, si leva e si mette in cammino, fino a portarsi al passaggio di Gesù. – L’aria risuonava di schiamazzi e di bestemmie. La moltitudine che precedeva e seguiva la vittima era composta da gente feroce od insensibile; solo un gruppetto di donne faceva sentire i suoi dolorosi lamenti, e per questa compassione meritò d’attirare su di sé gli sguardi di Gesù. Poteva Maria, dinanzi alla sorte del suo figlio dimostrarsi meno sensibile di queste donne, che avevano con lui solo legami di ammirazione o di riconoscenza? Insistiamo su questo punto, per dimostrare quanto abbiamo in orrore il razionalismo ipocrita che, calpestando tutti i sentimenti del cuore e le tradizioni della pietà cattolica ha tentato, sia in Oriente che in Occidente, di mettere in dubbio la verità della Stazione della Via dolorosa, che segna il punto d’incontro del Figlio e della Madre. Questa setta [setta alla quale oggi fa capo l’usurpante successore di Simon Mago, il marrano apostata servo dell’anticristo, l’antipapa della pampas, il sedicente “Ciccio t’imbroglio” – ndr. -], che non osa negare la presenza di Maria ai piedi della Croce, perché il Vangelo è troppo esplicito al riguardo, piuttosto di rendere omaggio all’amore materno più devoto che mai sia esistito, preferisce dare ad intendere che, mentre le figlie di Gerusalemme si mostrarono intrepide al passaggio di Gesù, Maria si recò al Calvario per altra via.

Lo sguardo di Gesù e di Maria.

Il nostro cuore di figli tratterà con più giustizia la donna forte per eccellenza. Chi potrebbe dire il dolore e l’amore che espressero i suoi sguardi, quando s’imbatterono in quelli del figlio carico della Croce? e dire con quale tenerezza e con quale rassegnazione rispose Gesù al saluto della madre? e con quale affetto Maddalena e le altre sante donne sostennero fra le loro braccia colei che doveva ancora salire il Calvario, per ricevere l’ultimo respiro del suo dilettissimo figlio? Il cammino è ancora lungo sulla Via dolorosa, dalla quarta alla decima Stazione, e se fu irrigato dal sangue del Redentore, fu anche bagnato dalle lacrime della madre sua.

La Crocifissione.

Gesù e Maria sono giunti sulla sommità della collina che servirà da altare al più augusto dei sacrifici; ma il divino decreto ancora non permette alla madre d’accostarsi al figlio; solo quando sarà pronta la vittima, s’avanzerà colei che deve offrirla. Mentre aspetta questo solenne momento, quali scosse per la Vergine ad ogni colpo di martello che inchioda sul patibolo le delicate membra del suo Gesù! E quando finalmente le sarà permesso d’avvicinarsi a lui col prediletto Giovanni, la Maddalena e le compagne, quali indicibili tormenti proverà il cuore di questa madre nell’alzare gli occhi e nello scorgere, attraverso il pianto, il corpo lacerato del figlio, stirato violentemente sul patibolo, col viso coperto di sangue e imbrattato di sputi, e col capo coronato da un diadema di spine! Ecco dunque il Re d’Israele, del quale l’Angelo le aveva preannunziato le grandezze; ecco il Figlio della sua verginità, Colui che Ella ha amato come suo Dio e insieme come frutto benedetto del suo seno. Per gli uomini, più che per sé, Ella lo concepì, lo generò, lo nutrì; e gli uomini l’hanno ridotta in questo stato! Oh, se, con uno di quei prodigi che sono in potere del Padre celeste, potesse essere reso all’amore di sua Madre, e se la giustizia alla quale s’è degnato di pagare tutti i nostri debiti volesse accontentarsi di ciò che egli ha sofferto! Ma no, deve morire, ed esalare lo spirito in mezzo alla più crudele agonia.

Il martirio di Maria.

Dunque, Maria è ai piedi della Croce per ricevere l’addio del Figlio, che sta per separarsi da Lei; fra qualche istante, di questo suo amatissimo Figlio non le resterà che un corpo inanimato e coperto di piaghe. Ma cediamo qui la parola a S. Bernardo, del cui linguaggio si serve oggi la Chiesa nell’Ufficio del Mattutino: « Oh, Madre, egli esclama, considerando la violenza del dolore che ha trapassata l’anima tua, noi ti proclamiamo più che martire, perché la compassione che hai provato per tuo Figlio, sorpassa tutti i patimenti che il corpo può sopportare. Non è forse stata più penetrante d’una spada per la tua anima quella parola: Donna ecco il figlio tuo? Scambio crudele! in luogo di Gesù, ricevi Giovanni; in luogo del Signore, il servo; in luogo del Maestro, il discepolo; in luogo del Figlio di Dio, il figlio di Zebedeo: un uomo, insomma, in luogo d’un Dio! Come poté la tua anima sì tenera non essere ferita, quando i cuori nostri, i nostri cuori di ferro e di bronzo, si sentono lacerati al solo ricordo di quello che dovette allora soffrire il tuo? Perciò non vi meravigliate, fratelli miei, di sentir dire che Maria fu martire nella sua anima. Di nulla dobbiamo stupirci, se non di colui che avrà dimenticato ciò che S. Paolo annovera tra i più gravi delitti dei Gentili, l’essere stati disamorati. – Ma un tale difetto è lungi dal cuore di Maria; che sia lungi anche dal cuore di coloro che l’onorano! » (Discorso delle dodici stelle). – Nella mischia dei clamori e degl’insulti che salgono fino al Figlio elevato sulla Croce, nell’aria. Maria ascolta quella parola che scende dall’alto fino a Lei e l’ammonisce che d’ora in poi non avrà altro figlio sulla terra che quello di adozione. Le gioie materne di Betleem e di Nazaret, gioie così pure e sì spesso turbate dalla trepidazione, sono compresse nel suo cuore e si cambiano in amarezza. Era la madre d’un Dio, e suo figlio le è stato tolto dagli uomini! Alza per un’ultima volta i suoi sguardi al caro Figlio, e lo vede in preda ad un’ardentissima sete, e non può ristorarlo; contempla i suoi occhi che si spengono, il capo che si reclina sul petto: tutto è consumato!

La ferita della lancia.

Maria non s’allontana dall’albero del dolore, all’ombra del quale è stata trattenuta fino adesso dal suo amore materno; ma quali crudeli emozioni l’attendono ancora! Sotto i suoi occhi, s’avvicina un soldato a trapassare con una lanciata il costato del figlio suo appena spirato. « Ah, dice ancora S. Bernardo, il tuo cuore, o Madre, è trapassato dal ferro di quella lancia ben più che il cuore del Figlio tuo, che ha già reso l’ultimo suo anelito. Non c’è più la sua anima; ma c’è la tua, che non può distaccarsene » (Ivi).

L’invitta Madre rimane immobile a custodire i sacri resti del Figlio; coi suoi occhi lo vede distaccare dalla Croce; e quando alla fine gli amici di Gesù, con tutte le attenzioni dovute al Figlio ed alla Madre, glielo rendono così come la morte l’ha ridotto, Ella lo riceve sulle sue ginocchia, che una volta furono il trono sul quale ricevette gli omaggi dei prìncipi dell’Oriente. Chi potrà contare i sospiri ed i singhiozzi di questa Madre, che stringe al cuore la spoglia esamine del più caro dei figli? Chi conterà le ferite, di cui è coperto il corpo della vittima universale?

La sepoltura di Gesù.

Ma l’ora passa; il sole declina sempre più verso il tramonto: bisogna affrettarsi a rinchiudere nel sepolcro il corpo di colui ch’è l’Autore della vita. La madre di Gesù raccoglie in un ultimo bacio tutta la forza del suo amore, ed oppressa da un dolore immenso come il mare, affida l’adorabile corpo a chi, dopo averlo imbalsamato, lo distenderà sulla pietra della tomba. Chiuso il sepolcro, accompagnata da Giovanni suo figlio adottivo, dalla Maddalena, dai due discepoli che hanno assistito ai funerali e dalle altre pie donne, Maria rientra nella città maledetta.

La novella Eva.

Vedremo noi, in tutti questi fatti, solo lo spettacolo delle sofferenze sopportate dalla Madre di Gesù, vicino alla Croce del figlio? Non aveva forse Dio una intenzione, nel farla assistere di persona alla morte del Figlio? E perché non la tolse da questo mondo, come Giuseppe, prima del giorno della morte di Gesù, senza causare al suo cuore materno un’afflizione superiore a quella di tutte la madri prese insieme, che si sarebbero succedute da Eva in poi, lungo il corso dei secoli? Dio non l’ha fatto, perché la novella Eva aveva una parte da compiere ai piedi dell’albero della Croce. Come il Padre celeste attese il suo consenso prima d’inviare sulla terra il Verbo eterno, così pure richiese l’obbedienza ed il sacrificio di Maria per l’immolazione del Redentore. Non era il bene più caro di questa incomparabile Madre, quel Figlio che aveva concepito solo dopo aver accondisceso alla divina proposta? Ma il cielo non poteva riprenderselo, senza che lei stessa lo donasse. – Quale terribile conflitto scoppiò allora in quel cuore sì amante! L’ingiustizia e la crudeltà degli uomini stanno per rapirle il figlio: come può Lei, la Madre, ratificare, col suo assenso la morte di chi ama d’un duplice amore, come suo Figlio e come suo Dio? D’altra parte, se Gesù non viene immolato, il genere umano continua a rimanere preda di satana, il peccato non è riparato, ed invano Lei è divenuta la Madre d’un Dio. Per Lei sola sarebbero gli onori e le gioie; e noi saremmo abbandonati alla nostra triste sorte. Che farà, allora, la Vergine di Nazaret, dal cuore così grande, la creatura sempre immacolata, i cui affetti non furono mai intaccati dall’egoismo che s’infiltra così facilmente nelle anime nelle quali è regnato il peccato originale? Maria, per la sua dedizione unendosi per gli uomini al desiderio di suo Figlio, che non brama che la loro salvezza, trionfa di se stessa: una seconda volta pronuncia il suo FIAT, ed acconsente all’immolazione del Figlio. Non è più la giustizia di Dio che glielo rapisce, ma è Lei che lo cede: e, quasi a ricompensa, viene innalzata a un piano di grandezza che mai la sua umiltà avrebbe potuto concepire. Un’ineffabile unione si crea fra l’offerta del Verbo incarnato e quella di Maria; scorrono insieme il sangue divino e le lacrime della madre, e si mescolano per la redenzione del genere umano.

La fortezza di Maria.

Comprendete ora la condotta di questa Madre ed il coraggio che la sostiene. Ben differente da quell’altra madre di cui parla la Scrittura, la sventurata Agar, la quale dopo aver cercato invano di spegnere la sete d’Ismaele, ansimante sotto la canicola solare del deserto, fugge per non vedere morire il figlio. Maria inteso che il suo è condannato a morte, si alza, corre sulle sue tracce fin che non lo ritrova e l’accompagna al luogo ove dovrà spirare. Ed in quale atteggiamento rimane ai piedi della Croce di questo figlio? La vediamo forse venir meno e svenire? L’inaudito dolore che l’opprime l’ha forse fatta cascare al suolo, o fra le braccia di quelli che l’attorniano? No; il santo Vangelo risponde con una sola parola a tutte queste domande: « Maria stava (in piedi) accanto alla Croce ». Come il sacrificatore sta eretto dinanzi all’altare, così Maria, per offrire un sacrificio come il suo, conserva il medesimo atteggiamento. S. Ambrogio, che col suo tenero spirito e la profonda intelligenza dei misteri, ci ha tramandato preziosissimi trattati del carattere di Maria, esprime tutto in queste poche parole: « Ella rimase ritta in faccia alla Croce, contemplando coi suoi occhi il Figlio, ed aspettando, non la morte del caro figlio, ma la salvezza del mondo » (Comment. su S. Luca. c. XXIII).

Maria, madre nostra.

Così la Madre dei dolori lungi dal maledirci, in un simile momento, ci amava e sacrificava a nostra salvezza perfino i ricordi di quelle ore di felicità che aveva gustate nel figliol suo. Facendo tacere lo strazio del suo cuore materno, Ella lo rendeva al Padre come un sacro deposito che le aveva affidato. La spada penetrava sempre più nell’intimo dell’anima sua; ma noi eravamo salvi: da semplice creatura, essa cooperò insieme col Figlio alla nostra salute. Dopo di ciò, ci meraviglieremo se Gesù scelse proprio questo momento per eleggerla Madre degli uomini, nella persona di Giovanni che rappresentava tutti noi? Mai, come allora, il Cuore di Maria era aperto in nostro favore. Sia dunque, ormai, l’Eva novella, la vera « Madre dei viventi ». La spada, trapassando il suo Cuore immacolato, ce ne ha spalancata la porta. Nel tempo e nell’eternità, Maria estenderà anche a noi l’amore che porta a suo figlio, perché da questo momento ha inteso da Lui che anche noi le apparteniamo. A riscattarci è stato il Signore: a cooperare generosamente al nostro riscatto è stata la Madonna.

Preghiera.

Con tale confidenza, o Madre afflitta, oggi noi veniamo con la santa Chiesa, a renderti il nostro filiale ossequio. Tu partoristi senza dolore Gesù, frutto dal tuo ventre; ma noi, tuoi figli adottivi, siamo penetrati nel tuo Cuore per mezzo della lancia. Con tutto ciò amaci, o Maria, corredentrice degli uomini! E come potremmo noi non cantare all’amore del tuo Cuore sì generoso, quando sappiamo che per la nostra salvezza ti sei unita al sacrificio del tuo Gesù? Quali prove non ci hai costantemente date della tua materna tenerezza, tu che sei la Regina di misericordia, il rifugio dei peccatori, l’avvocata instancabile di tutti noi miseri? Deh! o Madre, veglia su noi; fa’ che sentiamo e gustiamo la dolorosa Passione di tuo Figlio. Non si svolse, essa, sotto i tuoi occhi? non vi prendesti parte? Facci dunque penetrare tutti i misteri, affinché le nostre anime, riscattate dal sangue di Gesù, e lavate dalle tue lacrime, si convertano finalmente al Signore e perseverino d’ora innanzi nel suo santo servizio.

FESTA DELL’ANNUNCIAZIONE (2021)

FESTA DELL’ANNUNCIAZIONE (2021)

MESSA

Annunciazione della Beata Vergine Maria.

Doppio di I classe. • Paramenti bianchi.

Oggi commemoriamo il più grande avvenimento della storia: l’incarnazione di nostro Signore (Vang.) nel seno di una Vergine. (Ep.). In questo giorno il Verbo si è fatto carne. Il mistero dell’incarnazione fa sì che a Maria competa il titolo più bello: quello di « Madre di Dio » (Or.) in greco « Theotocos »; nome, che la Chiesa d’Oriente scriveva sempre in lettere d’oro, come un diadema, sulle immagini e sulle statue. « Avendo toccato i confini della Divinità »  (card. Cajetano, in 2a 2æ p. 103, art. 4) col fornire al Verbo di Dio la carne, alla quale si unì ipostaticamente, la Vergine fu sempre onorata di un culto di supravenerazione o di iperdulia: « II Figlio del Padre e il Figlio della Vergine sono un solo ed unico Figlio », dice San Anselmo. Maria è da quel momento la Regina del genere umano e tutti la devono venerare (Intr.). Al 25 marzo, corrisponderà, nove mesi più tardi, il 25 dicembre, giorno nel quale si manifesterà al mondo il miracolo che non è conosciuto oggi che dal cielo e dall’umile Vergine. La data del 25 marzo, secondo gli antichi martirologi, sarebbe anche quella della morte del Salvatore. Essa ci ricorda, dunque, in questa Santa Quarantena, come canta il Credo che « per noi uomini e per la nostra salute, il figlio di Dio discese dal cielo, si incarnò per opera dello Spirito Santo nel seno della Vergine Maria, si fece uomo, fu anche crocefisso per noi, patì sotto Ponzio Pilato, e fu seppellito e resuscitò il terzo giorno ». Poiché il titolo di Madre di Dio rende Maria onnipotente presso suo Figlio, ricorriamo alla sua intercessione presso di Lui (Or.), affinché possiamo arrivare per i meriti della Passione e della Croce alla gloria della Risurrezione (Postc).

Incipit


In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XLIV: 13, 15 et 16
Vultum tuum deprecabúntur omnes dívites plebis: adducéntur Regi Vírgines post eam: próximæ ejus adducéntur tibi in lætítia et exsultatióne.

[Ti rendono omaggio tutti i ricchi del popolo: dietro di lei, le vergini sono condotte a te, o Re: sono condotte le sue compagne in letizia ed esultanza.]


Ps XLIV: 2
Eructávit cor meum verbum bonum: dico ego ópera mea Regi.

[Dal mio cuore erompe una fausta parola: canto le mie opere al Re].


Vultum tuum deprecabúntur omnes dívites plebis: adducéntur Regi Vírgines post eam: próximæ ejus adducéntur tibi in lætítia et exsultatióne.


[Ti rendono omaggio tutti i ricchi del popolo: dietro di lei, le vergini sono condotte a te, o Re: sono condotte le sue compagne in letizia ed esultanza].

Oratio


Orémus.
Deus, qui de beátæ Maríæ Vírginis útero Verbum tuum, Angelo nuntiánte, carnem suscípere voluísti: præsta supplícibus tuis; ut, qui vere eam Genetrícem Dei crédimus, ejus apud te intercessiónibus adjuvémur.

[O Dio, che hai voluto che, all’annuncio dell’Angelo, il tuo Verbo prendesse carne nel seno della beata Vergine Maria: concedi a noi tuoi sùpplici che, come crediamo lei vera Madre di Dio, così siamo aiutati presso di Te dalla sua intercessione.]


Lectio


Léctio Isaíæ Prophétæ
Is VII: 10-15
In diébus illis: Locútus est Dóminus ad Achaz, dicens: Pete tibi signum a Dómino, Deo tuo, in profúndum inférni, sive in excélsum supra. Et dixit Achaz: Non petam ei non tentábo Dóminum. Et dixit: Audíte ergo, domus David: Numquid parum vobis est, moléstos esse homínibus, quia molésti estis et Deo meo? Propter hoc dabit Dóminus ipse vobis signum. Ecce, Virgo concípiet et páriet fílium, et vocábitur nomen ejus Emmánuel. Butýrum ei mel cómedet, ut sciat reprobáre malum et elígere bonum.

[In quei giorni: Così parlò il Signore ad Achaz: Domanda per te un segno al Signore Dio tuo, o negli abissi degli inferi, o nelle altezze del cielo. E Achaz rispose: Non lo chiederò e non tenterò il Signore, E disse: Udite dunque, o discendenti di Davide. È forse poco per voi far torto agli uomini, che fate torto anche al mio Dio ? Per questo il Signore vi darà Egli stesso un segno. Ecco che la vergine concepirà e partorirà un figlio, il cui nome sarà Emmanuel. Egli mangerà burro e miele, affinché sappia rigettare il male ed eleggere il bene].

Graduale


Ps XLIV: 3 et 5
Diffúsa est grátia in lábiis tuis: proptérea benedíxit te Deus in ætérnum.
V. Propter veritátem et mansuetúdinem et justítiam: et dedúcet te mirabíliter déxtera tua.

[la grazia è riversata sopra le tue labbra, perciò il Signore ti ha benedetta per sempre,
V. per la tua fedeltà e mitezza e giustizia: e la tua destra compirà prodigi].

Tractus


Ps XLIV:11 et 12
Audi, fília, et vide, et inclína aurem tuam: quia concupívit Rex speciem tuam.

[Ascolta e guarda, tendi l’orecchio, o figlia: il Re si è invaghito della tua bellezza.]


Ps XLIV:13 et 10
Vultum tuum deprecabúntur omnes dívites plebis: fíliæ regum in honóre tuo.

[Tutti i ricchi del popolo imploreranno il tuo volto, stanno al tuo seguito figlie di re.]


Ps XLIV:15-16
Adducéntur Regi Vírgines post eam: próximæ ejus afferéntur tibi.
V. Adducéntur in lætítia et exsultatióne: adducéntur in templum Regis.

[Le vergini dietro a Lei sono condotte al Re, le sue compagne sono condotte a Te.
V. Sono condotte con gioia ed esultanza, sono introdotte nel palazzo del Re].

Evangelium


Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Lucam
Luc 1:26-38
In illo témpore: Missus est Angelus Gábriel a Deo in civitátem Galilææ, cui nomen Názareth, ad Vírginem desponsátam viro, cui nomen erat Joseph, de domo David, et nomen Vírginis María. Et ingréssus Angelus ad eam, dixit: Ave, grátia plena; Dóminus tecum: benedícta tu in muliéribus. Quæ cum audísset, turbáta est in sermóne ejus: et cogitábat, qualis esset ista salutátio. Et ait Angelus ei: Ne tímeas, María, invenísti enim grátiam apud Deum: ecce, concípies in útero et páries fílium, et vocábis nomen ejus Jesum. Hic erit magnus, et Fílius Altíssimi vocábitur, et dabit illi Dóminus Deus sedem David, patris ejus: et regnábit in domo Jacob in ætérnum, et regni ejus non erit finis. Dixit autem María ad Angelum: Quómodo fiet istud, quóniam virum non cognósco? Et respóndens Angelus, dixit ei: Spíritus Sanctus supervéniet in te, et virtus Altíssimi obumbrábit tibi. Ideóque et quod nascétur ex te Sanctum, vocábitur Fílius Dei. Et ecce, Elísabeth, cognáta tua, et ipsa concépit fílium in senectúte sua: et hic mensis sextus est illi, quæ vocátur stérilis: quia non erit impossíbile apud Deum omne verbum. Dixit autem María: Ecce ancílla Dómini, fiat mihi secúndum verbum tuum.

[In quel tempo: L’Angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, ad una Vergine sposata con un uomo della stirpe di Davide che si chiamava Giuseppe, e il nome della Vergine era Maria. Ed entrato da lei, l’Angelo disse: Ave, piena di grazia: il Signore è con te: benedetta tu tra le donne. Udendo ciò ella si turbò e pensava che specie di saluto fosse quello. E l’Angelo soggiunse: Non temere, Maria, perché hai trovato grazia davanti a Dio, ecco che concepirai e partorirai un figlio, cui porrai nome Gesù. Esso sarà grande e chiamato figlio dell’Altissimo; e il Signore Iddio gli darà il trono di Davide, suo padre, e regnerà in eterno sulla casa di Giacobbe, e il suo regno non avrà fine. Disse allora Maria all’Angelo: Come avverrà questo, che non conosco uomo ? E l’Angelo le rispose. Lo Spirito Santo scenderà in te e ti adombrerà la potenza dell’Altissimo. Perciò quel santo che nascerà da te sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco che Elisabetta, tua parente, ha concepito anch’essa un figlio, in vecchiaia: ed è già al sesto mese, lei che era chiamata sterile: poiché niente è impossibile a Dio. E Maria disse: si faccia di me secondo la tua parola.]


OMELIA

ANNUNCIAZIONE DELLA VERGINE (PRIMO DISCORSO)

– predicato ai Minimi di Piazza reale, 1660.

[J. B. BOSSUET: LA MADONNA NELLE SUE FESTE – Vittorio Gatti ed. Brescia, 1934]

Iddio fece nel mondo una cosa nuova:

una donna da sola concepirà un uomo.

(Geremia, XXXI, 22).

Nella spaventosa catastrofe, in cui la ragione umana fece naufragio, perdendo in un istante tutte le sue ricchezze, ed in modo speciale la conoscenza del perché Dio l’aveva creata, nella povera mente umana rimase un segreto e vago desiderio di cercarne conoscerne qualche traccia. Da qui l’amore incredibile che ogni uomo prova per tutto ciò che è novità. Amore che si manifesta in molti modi ed agita gli animi in forme tanto diverse. Per tanti non farà che preoccuparli di raccogliere in gabinetti o musei mille e mille rarità forestiere: animali e cose; mentre altri sono assillati, perché più inventivi, della brama di nuove forme nell’arte; sistemi sconosciuti nella gestione dei grandi affari, o nello strappar segreti alla natura! Per non andar all’infinito, vi dirò che nel mondo non v’è attrattiva più lusinghiera ed universale, curiosità meno limitata che quella della novità. Dio che vuol guarire questa febbre, che sì stranamente divora l’umanità, presenta alla brama degli nomini, nella Sacra Scrittura, novità sante la cui curiosità diventa feconda di bene: il mistero d’oggi ce ne dà una prova luminosa. Il profeta Geremia la presenta con parole che indicano la sua attonita meraviglia, e per eccitare la nostra attenzione a qualcosa di prodigioso, più che mai ci obbliga a chiedere alla Madre l’aiuto del suo Figliuolo, con l’Ave Maria, che in nessun giorno più che in questo è la preghiera adatta a salutare la Vergine. Ave Maria.

Nella brama frenetica di grandezza e gloria che agita gente di ogni età e di ogni condizione, dobbiamo confessare, o Cristiani, che la moderazione rappresenterebbe tale novità da farne meravigliare il mondo e farla collocare tra le rarità, che se ne vedon casi così rari che quasi si dimenticano!… Spettacolo d’una rarità meravigliosa il vedere l’uomo contener se stesso nella sua piccolezza… e non sarebbe strabiliante addirittura se vedessimo un Dio spogliarsi della sua grandezza infinita scendere dall’alto del suo trono per nascondersi volontariamente… più ancora per annientarsi? È il mistero del — Verbum caro factum est — il verbo si è fatto carne, che la Chiesa presenta oggi, sublime novità che fa esclamare al profeta: « Dominus creavit novum super terram ». Iddio creò sulla terra cose nuove, quando mandò il suo Figlio umiliato annientato nel mondo. In questo abbassamento di Dio che si fa Uomo Dio, io contemplo due fatti straordinari: Dio, Dominus dominantium, il Signore dei Signori al di sopra del quale nessuno s’innalza… e la cui grandezza infinita si stende immensa senza che grandezza alcuna l’arresti, la limiti e nemmeno l’uguagli! ecco la novità strabiliante: Colui che non ha né sopra di sé né attorno a sé chi l’eguagli, dà a se stesso chi lo domini, e si fa simile all’uomo ch’Egli stesso ha creato. – Il Verbo uguale al Padre nella eternità si fa suo suddito nel tempo: Egli elevato infinitamente al di sopra degli uomini e degli Angeli stessi si fa uguale all’uomo. Quale strepitosa novità! Ha ragione il profeta di gridare al prodigio! Oh Padre celeste, o uomini della terra, oggi vi si fa onore così grande che io non so parlarne senza esserne sbigottito: il Padre non ebbe mai tal suddito, gli uomini mai simile fratello. Su dunque, e tutti, o fratelli, venite e contemplate il fatto inaudito di questo giorno: ma non dimentichiamo, mentre contempliamo il sublime mistero, l’altra parola che soggiunge il profeta: — Fœmina circumdabit virum — una donna concepirà un uomo — imparando da queste mistiche e misteriose parole una grande e consolante verità: Maria fu chiamata a compagna di Dio in quest’opera meravigliosa! contempliamola per ben capirla in questa festa in cui ha tanta parte. Il Verbo che si fa suddito, la sceglie perché sia il primo tempio nel quale renderà al suo Padre celeste il primo suo omaggio, e lo stesso Verbo, Dio uguale al Padre, che si fa simile agli uomini la sceglie e destina ad essere il canale per cui si comunicherà ad essi! – Per esser più chiaro: consideriamo attentamente come e quanto il Signore onora questa Vergine quando in Lei si annienta: e questo sarà il primo punto; quando per Lei si comunica a noi e sarà la seconda parte. Eccovi quanto vi dirò pregandovi della vostra attenzione.

I. punto.

È mistero ed è verità indiscutibile questa o fratelli: Dio quantunque nella sua onnipotenza abbia tutti i mezzi per stabilire la sua gloria, è incapace, diciamo così, di aumentarla, se non nell’unirla all’umiltà; cosicché troviamo la sua gloria misteriosamente, ma necessariamente unita coll’umiliazione: verità misteriosa che riceve però grande luce dal mistero che oggi onoriamo. Autore della natura e delle sue leggi, Egli la può sconvolgere a suo piacimento, e spezzando le sue leggi con mille miracoli può manifestare agli uomini la sua potenza: ma, non potrà mai spinger più alto la sua grandezza di quando s’abbassa, si umilia, si annienta. – Ecco una novità strepitosa: non so se tutti comprenderanno il mio pensiero, ma le prove che io porto sono molto evidenti e chiare nello stesso mistero che abbiamo davanti. S. Tommaso nella terza parte della sua Somma, provò luminosamente che Dio non può far opera più grande di quando personalmente si unisce alla creatura umana nella Incarnazione. Senza addurre tutte le prove che, più adatte alla scuola, qui assorbirebbero troppo tempo, ognuno però comprende come Dio potenza, anzi potenza infinita, non poteva far opera più sublime del gesto con cui diede al mondo il Verbo incarnato, l’Uomo-Dio! I ll profeta Àbacuc la dice: opera di Dio — opus tuum Domine! — e dice: tu o Signore nulla puoi fare di più meraviglioso. È la più grande quest’opera, ne consegue che da essa sgorga la gloria più grande del Signore: poiché il Signore solo gloria se stesso nelle sue opere: « Gloriabitur Deus, canta il Salmista, in operibus suis ». Questo strepitoso miracolo Dio non lo poteva fare che facendo quanto S. Paolo dice con frase scultoria: Exinanivit semétipsum… si annichilì prendendo la figura di schiavo. Nell’umiliazione soltanto, dunque, Dio poteva fare la sua opera più grande… il suo capolavoro. – Il profeta grida, e noi diciamolo con lui: Deus creavit novum!… ma quale novità? Volle portare all’apice la sua grandezza per questo exinanivit  semetipsum! rivelandoci così lo sfolgorìo più abbagliante della sua gloria e maestà! Vestito delle nostre debolezze abitò tra noi, per questo vedemmo la sua gloria di Unigenito del Padre. Mai si conobbe gloria più fulgida perché mai neppure si immaginò umiliazione più profonda. – Non vorrei, fratelli miei, pensaste che io voglia colle mie parole dar pascolò alla vostra mente in una semplice contemplazione, quasi curiosa: per carità scacciate tale idea! Con le mie parole ad altro non miro che a farvi amare l’umiltà, virtù base della vita cristiana, mostrandovi quanto l’ami Iddio stesso: tanto che non potendola Egli, sommo amore e perfezione, trovare in se stesso, la viene a cercare in una natura creata. Sovrana grandezza non può aver in sé l’umiltà: non potendo rinnegare la sua natura deve sempre operare da Dio… sempre infinitamente grande quindi! Ma ecco che la sua natura infinitamente feconda non gli impedisce di ricorrere al prestito: viene a prestito dalla natura umana per arricchirsi delle grandezze dell’umiltà! Queste cerca il Figlio di Dio, per questo si fa uomo, perché in lui il suo Padre celeste contempli un Dio sottomesso ed obbediente. E che questo sia il suo programma, ce lo dice, fratelli, il sommo suo atto: quello che compie venendo nel mondo colla Incarnazione. – Vorreste, oggi, conoscere quale sia stato questo primo atto, del Verbo, quale il suo primo pensiero il primo movimento della sua volontà? Io rispondo sicuro di non sbagliare: fu un atto di obbedienza. Da chi, dove trovai svelato il segreto il grande mistero?… Oh ve lo dico subito: me lo svela S. Paolo nella sua lettera agli Ebrei al capo X, dove così parla del figlio di Dio che, entrando nel mondo, in quello che disse, svelavaci il suo pensiero. – Disse dunque al suo Padre celeste: « Non volesti, Padre, ostie ed oblazioni, nè ti piacquero (soddisfacevano) gli olocausti per il peccato; quindi a me formasti un corpo; ed allora dissi: andrò io stesso… perché?… per fare o Padre la tua volontà ». – E non ci dicono chiaramente queste parole, che il primo atto del Verbo che scende dal Cielo è un atto di umile obbedienza: « ut faciam, Deus, voluntatem tuam », per obbedirti, o Padre?… Ma noi possiamo andar più avanti nel vedere come Dio ami l’umiltà: Oh sublime atto, atto veramente divino d’obbedienza con cui il Cristo inizia la sua vita!… Sacrificio nuovo di un Dio sottomesso, in quale tempio, su quale altare sarai offerto all’Eterno Padre? Dove vedremo questo strepitoso miracolo d’un Dio umiliato ed obbédiente? Saranno, fratelli, le viscere immacolate di Maria, il tempio augusto, sarà il suo seno verginale il fortunato altare su cui il Figlio di Dio, fatto carne, consacrerà al Padre i primi voti di obbedienza. – Ma perché il Verbo incarnato sceglie la Vergine a tempio ed altare del suo sacrificio di umiliazione? È l’umiltà che ve lo induce, perché quel Tempio misterioso è costruito sull’umiltà e dalla umiltà venne consacrato! Ecco che ce lo mostra la Scrittura. Raccogliete nella lettura di questa pagina la vostra attenzione per veder come fu proprio l’umiltà di Maria che diede l’ultimo tocco, atteso dalla divinità, perché il Verbo iniziasse la sua dimora nel mondo. – Nel colloquio misterioso, tra la Vergine e l’Arcangelo, che il brano evangelico di questo giorno ci ritrae, osservo che due sole volte Maria parla all’Angelo, ma con quali meravigliose parole, o fratelli! Volle il Signore che in queste frasi, vedessimo brillare due virtù, due virtù capaci di innamorare della loro bellezza lo stesso cuore di Dio: una purezza senz’ombra… una umiltà profondissima. L’Arcangelo dice alla Vergine che concepirà il Figlio dell’Altissimo, il quale sarà Re e Liberatore di Israele! Siamo sinceri: sapremmo immaginare una fanciulla che a tale annunzio si turbi? un annunzio beato che doveva riempire di speranza di gloria!… una promessa, la più nobile… garantita dalla parola d’un Angelo che parla in nome di Dio: che si poteva non domandare ma neppure immaginare di più grande ed attraente? Eppure, vedetela. Maria si turba… trema esita, e quasi risponde che la cosa non è possibile: « Come avverrà quanto dici? Poiché io non conosco uomo ». È l’amore alla sua purezza verginale che fa tremare Maria, la turba, la rende incerta e quasi le fa rifiutare l’invito divino! Par quasi leggere nella sua mente la discussione: è vero sarà grande gloria il diventare Madre al Figlio di Dio, ma … e della mia verginità che avverrebbe… io non la voglio perdere!… Oh ammirabile purezza, sottoposta alla prova di promesse non d’uomini, ma di promesse e grandi promesse di Dio!… O Verbo del Padre, casto amante delle anime pure, a che tardate? se non v’attira nel mondo questo candore di purezza chi mai potrà attrarvi!? Bisogna attendere ancora: il gran tempio che sarà la sua dimora non ha ancor ricevuto l’ultimo tocco! Infatti l’Angelo risponde a Maria: « Verrà su di te lo Spirito del Signore »: non è dunque ancor sceso. – La prima parola di Maria all’Angelo fu detta dalla sua purità per la sua verginità! Udiamo la seconda: l’Angelo ha parlato ancora e Maria risponde: « Ecce ancilla Domini ». « Sono serva del Signore, si faccia di me secondo quanto mi dici ». La vedete da soli nevvero, senza che ve lo faccia notare io che è l’umiltà che parla qui, e svela il linguaggio dell’obbedienza? Maria nemmeno si lascia trasportare dalla gioia che pur era tanto santa!… nella sua grandezza trova una sola parola… quella dell’umiltà! – Si spalancano i cieli, torrenti di grazia scendono su Maria, l’onda piena dello Spirito Santificatore l’investe, la penetra tutta…: « Verbum caro factum est — il Verbo si è fatto carne del suo sangue purissimo » l’Altissimo la copre della sua potenza e il Figlio ch’Egli nell’eternità continuamente genera nel suo seno, il solo capace di contenerlo perché immenso… è ora racchiuso nel seno della Vergine Santa. – Come poté avvenire tanto prodigio? Chi potè dilatar le viscere caste della Vergine da farvi trovar dimora all’Immenso? L’umiltà fratelli, fu l’umiltà; essa sola è capace di racchiuder l’immenso! Fu questa virtù, o Maria, che vi fece possedere per prima Colui che si dava al mondo intero, a tutti gli uomini. – Ecco, esclama S. Eusebio, ecco che il Promesso del Signore nei secoli passati, tu prima meriti averlo in te, appena venuto in terra. Eccola, per nove mesi, Tempio del Dio incarnato. È il seno di questa Vergine, che l’umiltà fa dolce e cara dimora al Dio fatto Uomo. Per nove mesi la Vergine possederà e sola il Re e Signore dei secoli, il tesoro immenso speranza dell’umanità tutta. Oh mistero! oh privilegio! — Spes terrarum, Deum sæculorum, comune omnium gaudium peculiari munere sola possides. Tanto è vero che l’umiltà è la sorgente di tutte le grazie ed essa sola è capace di far abitare Dio Gesù tra noi. (S. Eusebio – La Vergine). E allora, o cari, voi con me non potrete meravigliare se Dio ci appare così lontano dagli uomini e se tanto restringe su di essi la sua mano piena di misericordia… l’umiltà è proprio bandita dal mondo! Un uomo veramente umile, lo dissi altre volte e lo ripeto perché fa bene il ripeterlo, un uomo umile modesto è oggi una rarità quasi sconosciuta. Se davvero fossimo noi tutti veramente umili ameremmo tanto follemente gli onori del mondo di cui Gesù non si curò neppure, anzi li disprezzò mentre sono il sogno delle nostre brame!? Non avremmo maggior pazienza in sopportare e non curare le ingiurie dei nostri fratelli? Invece siamo tanto permalosi! Se noi avessimo almeno un poco d’umiltà vera oh non tenteremmo né vorremmo abbassar gli altri per fabbricar sulle loro rovine il trono al nostro Io! Temeremmo fratelli, temeremmo e molto di noi e, né quel luogo, né quella compagnia né quell’incontro in cui la dura nostra esperienza, ci ricorda le nostre cadute, ci potrebbero, non solo portare ma neppure attrarre; invece spavaldi ci buttiamo nell’occasione e nel pericolo come fossimo invulnerabili… impeccabili!… Oh folle cecità… superbia sciagurata!… neppur la visione di un Dio umiliato ti potrà dunque guarire? Oh superbo nulla umano, chi ti abbasserà se non lo può un Dio annientato? Non ha alcuno sopra di sé e si crea un superiore facendosi uomo! – Tu, tu stretto da ogni parte, di sopra e ai piedi serrato dalle catene della schiavitù, tu non sai esser un poco sottomesso! Mi vorrete dire: ma io sono sottomesso, io cedo facilmente, mi adatto di buon animo, e, se occorre, so anche umiliarmi!… No no, fratelli, non è umiltà, è apparenza questa modestia che voi mi esaltate!… Ah io lo vedo bene chiaro… ci sottomettiamo, ma quanto spesso non è l’orgoglio, ed un orgoglio prepotente che ci abbassa!… Ci abbassiamo è vero… ma sotto quelli che sono detti potenti (poveri ciechi) ma perché da loro attendiamo aiuto per dominare gli altri! – Ah bisogna che l’orgoglio abbia sempre profonde radici in queste anime, se non giungono ad umiliarsi che per brama arrogante di potersi subito innalzare!… Superbia nascosta che si svelerà però subito… appena che una piccola onda di favore accarezza questi cuori… e si svelerà in tutta la paurosa sua prepotenza! O cuore umano, più leggero della paglia, che una piccola prosperità inattesa basta a stordire tanto che non riesci neppur più a riconoscerti! Tu non ricordi dunque che vieni dal fango: il fango ti circonda ed un cumulo d’umilianti debolezze vere, torna ed impara dalla Vergine a non lasciarti ubbriacare dal luccichio e dal gaudio d’un piccolo trionfo o d’un inatteso onore. Nella grande, sublime offerta dell’onore di Madre di Dio, Maria non trova via più comoda che d’abbassarsi… Dio innamorato da una profonda umiltà, si umilia Egli stesso è si fa carne nel suo seno. Ma non brilla ancora tutta la sua grandezza! Dio che volle annichilirsi e lo volle in Maria… vuole anche darsi agli uomini… e questo dono di sé all’umanità, lo farà per mezzo di Maria. Ve lo mostrerò nella seconda parte del mio discorso e sarò molto breve.

II° punto.

Signori miei, eccovi una novità non meno sorprendente della prima! Siete rimasti sorpresi nel vedere un Re fatto suddito, ma credo rimarrete attoniti quando lo vedrete, anche Sovrano, unico, incomparabile, far alleanza e abitare tra gli uomini. « Il Verbo si è fatto carne ed abitò fra di noi ». A ben comprendere il nuovo mistero, tentiamo formare nella nostra mente un’idea quanto più esatta di un Dio Uno d’una perfetta unità! Unità perfetta che necessariamente lo fa infinito incomunicabile… unico in ogni sua opera. Egli solo: il Sapiente, il Felice? Egli solo il Re dei re, Signore dei dominatori, unico nella sua maestà da un trono inaccessibile domina colla sua infinita potenza. Noi non abbiamo neppur parole capaci non di parlarne ma neppure di esprimerla degnamente, questa misteriosa unità. Ecco però che Tertulliano ha parole, che mi pare, ci diano una idea, grande quanto può capirla la mente umana: Tertulliano chiama Dio — il grande Sovrano: — Summum magnum — il Sommo grande, più esattamente, Sovrano sommo, dice, in quanto sovrasta a tutti ed a tutto — Summum Victoria sua constat — Non potendo quindi sopportare alcuna eguaglianza, quanto potrebbe tentarlo rimane tanto sotto di lui, e tanto basso che attorno a lui rimane una solitudine in cui sola è la sua Eccellenza. Sono parole dure, quasi strane: ma questo genio avvezzo alle espressioni scultorie, pare vada cercando parole nuove per parlare di una grandezza senza esempio. Nulla di più maestosamente augusto di questa solitudine. – Per me, quando ci penso, mi immagino questa maestà infinita concentrata in se stessa nascosta nei suoi stessi splendori, separata da tutte le cose, perché al di là di tutte si estende: in nulla simile alla grandezza umana in cui c’è sempre debolezza, e che se da un lato s’innalza dall’altro si sprofonda; maestà che dovunque la si contempli dovunque la si trova egualmente forte, egualmente inaccessibile! Chi allora non spalancherà strabiliati gli occhi vedendo questo Unico incomparabile lasciar la sua maestosa solitudine per aver dei compagni?… e, sta qui la strabiliante novità, quali compagni? Gli uomini, gli uomini peccatori! Non angelos apprehendit… non agli Angeli volse il suo sguardo, che pur erano più vicini alla sua solitudine. Venne, dice la Scrittura, a passi di gigante valicando i monti cioè passando sopra i cori celesti degli spiriti, e cercò la povera natura umana, che per la sua mortalità era relegata molto in basso, anzi all’ultimo grado degli esseri intelligenti dell’universo e che alla ineguaglianza di natura aveva aggiunto, insormontabile ostacolo, la colpa! la cercò e l’unì a sé anima e corpo, prendendo carne umana, una carne simile alla nostra povera carne condannata a morte. Oh misericordia infinita, o bontà di un Dio che si fa uomo per farci stringere alleanza con Lui, e trattò noi da eguali, perché da eguali trattassimo con Lui! esclama Tertulliano contro l’eretico Marcione : Ex æquo agebat Deus cum hominibus, ut homo agere ex æquo cum Deo posset ». Chi mai intese tale prodigio?… qual popolo o nazione della terra ebbe dei che tanto fossero vicini come a noi s’avvicina il nostro Iddio?Questo gesto di infinita misericordia, dovrebbe più a lungo essere oggetto della nostra meditazione: ma il mistero di questo giorno mi fa volgere la mente alla Vergine beata. Un Dio si è dato a noi: felicità grande per la povera natura nostra! Ma qual gloria per la Vergine santa perché per mezzo suo Egli si dona all’umanità! Per Maria Egli entra nel mondo e per Maria stringe con noi questa fortunata alleanza: non gli basta l’averla scelta al grande ministero, ma le manda, apportatore della sua parola, un Angelo tra i più belli, quasi per chiedere il suo consenso.Quale mistero è mai questo o Cristiani? Tentiamo penetrarne il segreto leggendo nel piano dei disegni di Dio, come Dio a noi lo svela. Dalla Scrittura e dall’intero consenso della cristianità di tutti i tempi, io imparo che nel mistero adorabile della redenzione della nostra natura caduta,Dio aveva fissato che alla nostra salvezza dovesse servire tutto ciò che aveva servito alla nostra rovina. Non cercatemene le ragioni, che dovrei dilungarmi troppo spiegandovele; accontentiamoci di ascoltarle tutte in una sola parola: In una misericordiosa emulazione Dio venne a lotta e volle distruggere il nostro nemico, volgendo verso di lui i suoi piani di guerra, sconfiggendolo, a così dire,con le stesse sue armi. Ecco che la fede ci insegna che un uomo ci perde ed un uomo ci salva! La morte regna nella discendenza d’Adamo, ma da questa stessa discendenza sgorga la vita, e la morte, castigo della colpa, ne sarà la riparazione: un albero ci uccide ed un albero ci risuscita. L’Eucaristia sarà cibo di vita, come un cibo avvelenato lo fu di morte. Davanti a questo piano meraviglioso della Provvidenza divina per la nostra salvezza conchiuderemo che i due sessi della creatura umana come operarono la morte devono anche concorrere alla sua salvezza. – Nel suo libro « Della Carne di Cristo » Tertulliano già insegnava ciò fin dai primi secoli della Chiesa, e parlando della Vergine diceva che lo stesso sesso che aveva portato la rovina, era giusto che portasse agli uomini la salute: « ut quod per eius modi sexum abierat in perditionem per eundem sexum redigeretur ad salutem ». Prima di lui lo disse S. Ireneo martire, e dopo lo ripete S. Agostino, e tutti i Padri insegnarono nei secoli che vennero, questa dottrina dalla quale io tiro questa conseguenza: Dio doveva predestinare un’Eva novella come un Adamo nuovo per dare alla terra, al posto dell’antica stirpe condannata, una nuova discendenza santificata dalla grazia. – Se meditiamo i segreti consigli della divina Provvidenza nel mistero della redenzione umana vediamo nella festa d’oggi un esatto parallelo Eva e Maria, parallelo che ci persuade della forza di questa dottrina dei Padri tanto santa quanto antica. L’opera di morte è cominciata per Eva, quella della risurrezione per Maria: Eva disse la parola di morte, Maria il fiat che ci ridà la vita: Eva vergine ha il suo sposo, e lo ha pure Maria la Vergine delle Vergini: per Eva vi fu la maledizione. Maria fu benedetta: « Benedicta tu inter mulieres ». L’angelo delle tenebre parla ad Eva, ed un Angelo della luce parla a Maria: quello inganna Eva mostrandole la via di una falsa grandezza – « sarete come dei — eritis sicut Dii » le diceva; mentre Gabriele conferma a Maria la sua sublime grandezza e le dice: « Dominus tecum-— Dio è con te » L’angelo tentatore eccita Eva alla ribellione « ma perché Dio ti proibì il mangiare un frutto così bello? » . L’Angelo della luce quasi induce Maria all’obbedienza: « Non temere, Maria, a Dio nulla è impossibile ! » – Eva crede al serpente, Maria all’Angelo, cosicché, dice Tertulliano, una pia fede cancella il delitto una temeraria credulità: Maria, credendo, ripara il delitto che Eva aveva compiuto credendo: « quod illa credendo deliquit, hæc credendo delevit ». – Infine per completare il quadro: Eva sedotta dal demonio fugge dalla faccia del Signore, Maria istruita dall’Angelo è fatta degna di portare il Cristo: Eva all’uomo presentò il frutto di morte, Maria offre il frutto delle sue viscere, frutto di vita… Perché, dice qui il Martire Ireneo, Maria Vergine fosse l’avvocata di Eva vergine peccatrice. Questo parallelo, o fratelli, non è frutto di mente umana, e non ci è lecito dubitare che Maria non sia l’Eva fortunata del nuovo patto, la Madre del popolo nuovo avendo essa lavorato alla nostra salute come alla nostra rovina lavorò la prima madre Eva. Essendo Madre del Salvatore, come Eva era stata la madre di tutti i condannati: Maria divenne la madre dei viventi, perché Madre del primogenito dei viventi; Eva lo fu di tutti i morituri! Iddio stesso vuol persuaderci questa verità nell’ordine meraviglioso dei suoi consigli, e nell’economia meravigliosa dei suoi disegni, nell’evidente convenienza di quanto abbiamo esposto, e nel collegamento necessario che esiste nei misteri della riparazione umana. – I poveri nostri fratelli, che si sono staccati dalla madre comune la Chiesa, non possono sopportare la nostra devozione alla Vergine: non vorrebbero che la credessimo, dopo il Cristo, la cooperatrice principale della nostra salute. Ma tentino, se ci riescono, di distruggere gli innegabili rapporti che collegano tra loro i misteri divini: ci dicano per qual ragione Dio manda un Angelo alla Vergine! Non poteva Iddio compiere la sua opera anche senza il suo consenso?… Non appare più chiaro del giorno che il Padre Eterno, abbia voluto espressamente ch’Ella cooperasse alla Incarnazione del suo Verbo, con la sua obbedienza e carità? E allora: se questo affetto materno tanto fece per la nostra felicità nella Incarnazione, sarà diventato sterile ed inerte dopo, e non vorrà più nulla fare a nostro bene? Ah fratelli, io penso che non lo si possa non solo non affermare ma neppure immaginare! Ora se noi aspettiamo l’aiuto suo, che venga in nostra difesa e soccorso, quale delitto commettiamo domandandolo?… Ah è questa dunque la causa per cui, voi fratelli, tanto cari, spezzaste l’unità della fede rifiutaste quella comunione nella quale e per la quale i padri nostri morirono beati nel bacio del Signor Nostro Gesù Cristo? Ma forse nessuno di loro c’è ad ascoltarmi… – Ed io non posso più dominarmi… i palpiti del mio cuore sono violenti… il mio cuore diventa padrone della mia lingua e vuol gridare con l’intera Chiesa Cattolica apostolica romana: O santa Vergine, o cara Maria, o Madre, noi miseri figli d’Eva, poveri reietti gridiamo gementi a te: « Ad te clamamus exules filii Evæ gementes ». Ma a chi potremmo ricorrere, noi figli schiavi di Eva l’esiliata se non alla Madre dei liberi? E se è questa la dottrina dei Padri tutti, se tale è la fede dei Martiri… che voi siete l’avvocata di Eva… rifiutereste la difesa, la tutela dei suoi figli che nascon nei secoli?… Ah, se qualche altra Eva, ci presenta il frutto avvelenato che ci ammazza… accorrete o Maria… dateci colle vostre mani benedette il frutto del vostro seno… che ci doni la vita eterna! « Et Jesum benedictum fructum ventris tui nobis ostende! » Oh meraviglia, oh prodigio dei segreti divini… oh mirabile armonia della nostra fede… il mistero si spezza: Cristo a noi è dato dalle mani e nelle mani di Maria… lo dà a noi perché noi siamo a Lui fratelli, a lei figli… Oh che la nostra vita sia la vita dei fratelli di Gesù, dei figli della Vergine sua Madre: perché il Cristo venne: « Ut homo divine agere doceretur » perché l’uomo imparasse a vivere ed operare l’opere di Dio.

CREDO…IL CREDO

Offertorium

Luc 1:28 et 42
Ave, Maria, grátia plena; Dóminus tecum: benedícta tu in muliéribus, et benedíctus fructus ventris tui.

[Ave, María, piena di grazia: il Signore è con te: benedícta tu tra le donne, e benedetto il frutto del tuo ventre].

Secreta

In méntibus nostris, quǽsumus, Dómine, veræ fídei sacraménta confírma: ut, qui concéptum de Vírgine Deum verum et hóminem confitémur; per ejus salutíferæ resurrectiónis poténtiam, ad ætérnam mereámur perveníre lætítiam.

[Conferma nelle nostre menti, o Signore, Te ne preghiamo, i misteri della vera fede: affinché noi, che professiamo vero Dio e uomo quegli che fu concepito dalla Vergine, mediante la sua salvifica resurrezione, possiamo pervenire all’eterna felicità.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de Beata Maria Virgine
Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Et te in Festivitáte beátæ Maríæ semper Vírginis collaudáre, benedícere et prædicáre. Quæ et Unigénitum tuum Sancti Spíritus obumbratióne concépit: et, virginitátis glória permanénte, lumen ætérnum mundo effúdit, Jesum Christum, Dóminum nostrum. Per quem majestátem tuam laudant Angeli, adórant Dominatiónes, tremunt Potestátes. Cæli cælorúmque Virtútes ac beáta Séraphim sócia exsultatióne concélebrant. Cum quibus et nostras voces ut admitti jubeas, deprecámur, súpplici confessióne dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: Te, nella Festività della Beata sempre Vergine Maria, lodiamo, benediciamo ed esaltiamo. La quale concepí il tuo Unigenito per opera dello Spirito Santo e, conservando la gloria della verginità, generò al mondo la luce eterna, Gesú Cristo nostro Signore. Per mezzo di Lui, la tua maestà lodano gli Angeli, adorano le Dominazioni e tremebonde le Potestà. I Cieli, le Virtú celesti e i beati Serafini la célebrano con unanime esultanza. Ti preghiamo di ammettere con le loro voci anche le nostre, mentre supplici confessiamo dicendo:]
Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Is VII:14
Ecce, Virgo concípiet et páriet fílium: et vocábitur nomen ejus Emmánuel.

[Ecco, una vergine concepirà e partorirà un figlio: al quale si darà il nome di Emmanuel]

Postcommunio

Orémus.
Grátiam tuam, quǽsumus, Dómine, méntibus nostris infúnde: ut, qui. Angelo nuntiánte, Christi Fílii tui incarnatiónem cognóvimus; per passiónem ejus et crucem, ad resurrectiónis glóriam perducámur.

[La tua grazia, Te ne preghiamo, o Signore, infondi nelle nostre anime: affinché, conoscendo per l’annuncio dell’Angelo, l’incarnazione del Cristo Tuo Figlio, per mezzo della sua passione e Croce giungiamo alla gloria della resurrezione.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA