FESTA DI MARIA REGINA (2020)

FESTA DI MARIA REGINA (2020)

Rerum suprémo in vértice
Regína, Virgo, sísteris,
Exuberánter ómnium
Ditáta pulchritúdine.

Princeps opus formósior
Verbo creánti prǽnites,
Prædestináta Fílium,
Qui prótulit te, gígnere.

Ut Christus alta ab árbore
Rex purpurátus sánguine,
Sic passiónis párticeps,
Tu Mater es vivéntium.

Tantis decóra láudibus,
Ad nos ovántes réspice,
Tibíque sume grátulans
Quod fúndimus præcónium.

Jesu, tibi sit glória,
Qui natus es de Vírgine,
Cum Patre et almo Spíritu
In sempitérna sǽcula.
Amen.

[Vergine Regina: sei collocata
al vertice della creazione
e dotata d’una bellezza che supera
la bellezza di tutte le creature.

Opera somma, sei la più bella
ed amabile al Verbo creatore,
predestinata ad esser madre
di quel Figlio che ti creò.

Come Cristo, dall’alto della Croce,
fu vero re nella sua porpora insanguinata,
così tu, partecipe della passione di lui,
sei madre di tutti i viventi.

Splendida per così grandi titoli di onore,
guarda a noi che ti esaltiamo:
accetta l’inno di lode
che t’innalziamo per lodarti.

Sia gloria a te, o Gesù,
che sei nato dalla Vergine;
con il Padre e lo Spirito Santo
per tutti i secoli.
Amen.]

De libro Ecclesiástici

Sir XXIV: 5-11; 14-16; 24-30


5 Ego ex ore Altíssimi prodívi, primogénita ante omnem creatúram:
6 Ego feci in cælis ut orirétur lumen indefíciens, et sicut nébula texi omnem terram:
7 Ego in altíssimis habitávi et thronus meus in colúmna nubis.
8 Gyrum cæli circuívi sola, et profúndum abýssi penetrávi, in flúctibus maris ambulávi,
9 Et in omni terra steti: et in omni pópulo,
10 Et in omni gente primátum hábui:
11 Et ómnium excelléntium et humílium corda virtúte calcávi: et in his ómnibus réquiem quæsívi, et in hereditáte Dómini morábor.

14 Ab inítio, et ante sǽcula creáta sum, et usque ad futúrum sǽculum non désinam, et in habitatióne sancta coram ipso ministrávi.
15 Et sic in Sion firmáta sum, et in civitáte sanctificáta simíliter requiévi, et in Jerúsalem potéstas mea.
16 Et radicávi in pópulo honorificáto, et in parte Dei mei heréditas illíus, et in plenitúdine sanctórum deténtio mea.

 24 Ego mater pulchræ dilectiónis, et timóris, et agnitiónis, et sanctæ spei.
25 In me grátia omnis viæ et veritátis: in me omnis spes vitæ et virtútis.
26 Transíte ad me, omnes qui concupíscitis me, et a generatiónibus meis implémini;
27 Spíritus enim meus super mel dulcis, et heréditas mea super mel et favum.
28 Memória mea in generatiónes sæculórum.
29 Qui edunt me, adhuc esúrient, et qui bibunt me, adhuc sítient.
30 Qui audit me non confundétur, et qui operántur in me non peccábunt: qui elúcidant me, vitam ætérnam habébunt.

[5 Io sono uscita dalla bocca dell’Altissimo, primogenita di tutta la creazione.
6 Io ho fatto sorgere nel cielo una luce indefettibile e come vapore ho coperto tutta la terra.
7 Ho posto la mia tenda in alto: il mio trono è sopra una colonna di nube.
8 Io sola ho percorso la volta del cielo, sono penetrata nelle profondità dell’abisso, ho camminato sui flutti del mare
9 E su tutta la terra: ho preso dominio su ogni popolo
10 E gente:
11 Ho soggiogato, con la mia forza, il capo dei potenti e degli umili; e in tutti questi ho cercato riposo, e mi fermerò nei domini del Signore.

14 Mi creò prima del tempo, dal principio; né tramonterò mai più. Davanti a lui servivo nella sua tenda.
15 E perciò ho preso dimora stabile in Sion, e mi fermai nella città amata; io comando su Gerusalemme.
16 Affondai le radici presso un popolo glorioso, nella porzione del Signore, nella sua eredità.]

24 Io sono la madre del vero amore, del timore e della scienza e della santa speranza.
25 In me è ogni grazia di via e di verità, in me ogni speranza di vita e di virtù.
26 Venite a me, o voi tutti che mi desiderate, e saziatevi dei miei frutti.
27 Perché il pensare a me è dolce più del miele, e il possedermi più del miele e del favo:
28 La mia memoria si perpetuerà nelle successioni dei secoli.
29 Quelli che mi mangiano avranno ancora fame e quelli che mi bevono avranno ancora sete.
30 Chi mi ascolta non avrà da arrossire, e quelli che operano per me non peccheranno. Quelli che mi esaltano, avranno la vita eterna.]

Sermone di s. Pier Canisio presbitero

Su Maria Madre di Dio Vergine incomparabile, lib. 15, c. 13

Seguendo san Giovanni Damasceno, sant’Atanasio e altri, perché non dobbiamo chiamare regina la vergine Maria, quando nelle Scritture sono esaltati il suo antenato David come famoso re e il Figlio suo come re dei re e signore dei dominanti, per l’eternità? Inoltre Maria è regina se la si unisce con coloro che, quasi come re, posseggono il regno dei cieli, assieme con Cristo, il re eterno: infatti essi sono eredi assieme a Gesù e siedono sul suo stesso trono, per usare una frase della Scrittura. Maria è regina non inferiore a nessun altro; anzi, è levata talmente al di sopra degli angeli e degli uomini, che nessuno può essere più alto e più santo di lei: infatti solo lei ha un figlio comune con il Padre. Al di sopra di sé vede solo il Padre e il Figlio, e al di sotto di sé ogni altra creatura.

Il grande sant’Atanasio disse con acutezza: «Maria deve esser ritenuta realmente non solo Madre di Dio, ma anche regina e signora, poiché quel Cristo che nacque da questa vergine Madre, è lui stesso Dio, signore e re». Si può attribuire a questa regina quello che si legge nei salmi: «Alla tua destra si è assisa la regina, vestita in laminato d’oro». Inoltre Maria è regina non soltanto del cielo, ma pure dei cieli, essendo la madre del re degli angeli, e l’amica e la sposa del re dei cieli. O Maria, nobile regina e madre fedele, nessuno ti implora senza essere aiutato e tutti ti siamo riconoscenti per le tue grazie: ti prego e ti supplico con insistenza e con rispetto, di accettare e di approvare questa manifestazione della mia devozione, di tener conto della mia offerta, non badando alla sua consistenza, ma alla mia buona volontà, e di raccomandarmi al tuo Figlio onnipotente.

Dalla Lettera enciclica del papa Pio XII

Enciclica Ad caeli Reginam, 11 Ottobre 1954

Dai monumenti dell’antichità cristiana, dalle preghiere liturgiche, dall’innata devozione del popolo cristiano, dalle opere d’arte, da ogni parte abbiamo potuto raccogliere espressioni ed accenti, secondo i quali la vergine Madre di Dio consta primeggiare per la sua dignità regale; ed abbiamo anche provato come le ragioni che la sacra teologia ha dedotto dal tesoro della fede, confermino pienamente questa verità. Di tali testimonianze riportate si forma un concerto, la cui eco risuona larghissimamente per celebrare il sommo fastigio della regale dignità della Madre di Dio e degli uomini, che è al di sopra di ogni cosa creata, e che è stata «innalzata sopra i cori degli angeli, ai regni celesti». Essendoci poi fatta la convinzione, dopo mature e ponderate riflessioni, che verranno grandi vantaggi alla Chiesa, se questa verità, solidamente dimostrata, risplenderà più evidente davanti a tutti – quasi lucerna più luminosa posta sul suo candelabro – con la nostra autorità apostolica, decretiamo e istituiamo la festa di Maria Regina, da celebrarsi in tutto il mondo il giorno 31 maggio di ogni anno.

Omelia di s. Bonaventura vescovo

Sermone sulla regia dignità della Beata Maria Vergine

La beata vergine Maria è diventata madre del sommo Re mediante una maternità del tutto singolare, secondo quanto si sentì dire dall’angelo: «Ecco, concepirai e darai alla luce un figlio»; e inoltre: «Il Signore gli darà il trono di David suo padre, e regnerà sulla casa di Giacobbe in eterno e il suo regno non avrà fine». È come se dicesse apertamente: Concepirai e darai alla luce un figlio che è re, che eternamente abita sul suo trono regale, e per questo tu regnerai come madre del Re, e come Regina siederai tu pure sul trono regale. Se infatti è giusto che il figlio onori la madre, è altrettanto giusto che partecipi ad essa il trono regale; per questo, per il fatto cioè che la vergine Maria ha concepito colui che porta scritto sul suo femore «Re dei re e Signore dei dominanti», nell’istante stesso in cui concepì il Figlio di Dio, divenne Regina non soltanto della terra, ma anche del cielo. E questo era stato preannunciato nell’Apocalisse dove si dice : «Un grande prodigio apparve nel cielo: una donna vestita di sole, e la luna sotto i suoi piedi, e sul suo capo una corona di dodici stelle».

Anche riguardo alla sua gloria, Maria è regina illustre. Il Profeta esprime ciò in modo adeguato in quel salmo, che si riferisce in modo particolare a Cristo e alla vergine Maria. In esso si afferma in un primo luogo di Cristo: «Il tuo trono, o Dio, è eterno». Poco dopo si dice della Vergine: «Alla tua destra è assisa la regina». Ciò si riferisce alle qualità più elevate, e perciò viene attribuito alla gloria del cuore. Poi il testo prosegue: «Vestita in laminato d’oro»: qui si intende il vestito di quella gloriosa immortalità che Maria acquistò con l’assunzione. Non si può credere che il vestito che aveva circondato il Cristo e che sulla terra era stato santificato totalmente dal Verbo incarnato, fosse distrutto dalla corruzione. Come fu opportuno che Cristo donasse a sua Madre la grazia totale quando ella fu concepita, così fu pure opportuno che donasse la gloria completa con l’assunzione di sua Madre. Ne consegue che è da ritenere vero il fatto che la Vergine, entrata nella gloria con l’anima e con il corpo, sia assisa accanto al Figlio.

Maria è regina e distributrice di grazie: ciò fu. intuito nel libro di Ester, dove è scritto: «La fonte crebbe diventando fiume, e poi si trasformò in luce e in sole». La vergine Maria, raffigurata nella persona di Ester, è paragonata al dilatarsi dell’acqua e della luce, proprio perché diffonde la grazia che aiuta l’azione e la contemplazione. La stessa grazia di Dio che curò l’umanità, fu comunicata a noi attraverso Maria, come attraverso un acquedotto: è un compito della Vergine distribuire la grazia, non perché sia creatrice di grazia, ma perché ce la guadagna con i suoi meriti. Giustamente, quindi, la vergine Maria è regina nobile di fronte al suo popolo, proprio perché ci ottiene il perdono, vince le difficoltà, distribuisce la grazia e finalmente, introduce nella gloria.

REGINA Christianorum … ora pro nobis

IL ROSARIO E LA SANTITÀ

Oggi 13 maggio 2020, anniversario dell’apparizione della Vergine Santissima a Fatima, onoriamo questo evento con un regalo preziosissimo che vogliamo condividere con tutti i nostri lettori. La Vergine non ci ha raccomandato altro che la recita del Rosario, e questa raccomandazione è ancora più opportuna oggi che le forze dell’anticristo, con i suoi adepti, ed in particolare la “sinagoga di satana” (sette, logge, razionalismo ateo, falsa chiesa dell’uomo, partiti “laici”, conventicole e sacrileghe chiesiuole varie) stanno sferrando un attacco formidabile contro i fedeli di Cristo e la sua “vera” Chiesa. La Vergine ha promesso che “… alla fine il mio Cuore Immacolato trionferà“, ribadendo quanto già l’Altissimo aveva rivelato fin dai primordi: ” et IPSA conteret caput tuum“. Il regalo al quale si alludeva, è un libro particolare sul Santo Rosario, di p. E. Hugon, domenicano francese autore di opere spirituali meravigliose quanto mai oggi indispensabili. Lo abbiamo diviso in tre parti, per una migliore visualizzazione, ma lo pubblichiamo in rete tutto intero in questa data memorabile, che cade quest’anno in un momento storico particolarmente drammatico.

 IL ROSARIO E LA SANTITÀ

del R. P. EDOUARD HUGON

DEI FRATELLI PREDICATORI

 P . LETHÌELLEUX – 30, RUE CASSETTE -PARIS FRANCE

APPROVAZIONE:

Abbiamo letto, per ordine del Reverendissimo P. Provinciale, un’opera del R. P. Edouard Hugon con questo titolo: “Il Rosario e la santità”.

È uno studio serio nella sua brevità, con belle e alte idee dottrinali, ed una descrizione interessante e quasi nuova nelle ricchezze delle grazie racchiuse nel Rosario. Le anime pie e gli stessi Predicatori lo leggeranno con utilità e vi troveranno un ampio nutrimento.

Poitiers, 19 luglio 1900.

Fr. Denys MÉZARD dei Fr. Predicatori

Fr. Henri DESQUEYROJS dei Fr. Predicatori 

IMPRIMATUR

Fr. Joseph-Amb. LABORÉ

Prov. provincias Occit. Lugdunensis

IMPRIMATUR

Parisiis, die 9 Augusti 1900

E. THOMAS Vic. gén.

PREMESSA

VEDUTA D’INSIEME SULLE GRANDEZZE DEL ROSARIO

Il profeta Isaia ci invita a far conoscere al popolo le invenzioni di Dio.

“Notas facite in populis adinventiones ejus”

(Is. XII, 4).

Le invenzioni di Dio! Il linguaggio umano a volte è impotente nel celebrare i capolavori del genio, ma quando si tratta di invenzioni divine, l’entusiasmo rimane muto, una spada fredda scende fino all’anima: si ammira e si tace! Tra queste invenzioni ce ne sono tre ineffabili: l’Incarnazione, la Maternità Divina, l’Eucaristia. L’uomo-Dio, la Madre di Dio, il Santissimo Sacramento: davanti a queste tre meraviglie, l’intelligenza annientata non può che gridare: Silenzio! Qui c’è il divino!  Dopo le invenzioni di Dio, ci sono le invenzioni di Maria. Sono tutte sublimi, perché sono invenzioni d’amore; sono innumerevoli, perché si estendono a tutti i tempi e a tutti i Paesi. Tra queste, una delle più eccellenti è sicuramente il Rosario. Fu consegnato al mondo intero dall’Ordine di San Domenico e dalla Francia e, non appena si riseppe, il XIII secolo fu in grado di risuonare l’osanna di un futuro radioso. C’è nell’istituzione del Rosario più che un’opera di genio, troviamo quella saggezza soprannaturale che i teologi ammirano nell’istituzione dei Sacramenti. – Lungi da noi l’equiparare il Rosario ai Sacramenti, ma qui c’è permesso di costatare a tal soggetto, più di un’analogia sorprendente. I Sacramenti sono in perfetta armonia con la natura umana, che è nel contempo sensibile e spirituale. Volere applicare l’uomo ad atti puramente intellettuali significherebbe svezzarlo – per così dire – da un latte indispensabile alla sua felicità. La sua Religione e il suo culto hanno bisogno di nutrimento esterno; i suoi Sacramenti devono, come lui, essere composti da un’anima e da un corpo. I Sacramenti hanno un corpo, perché sono segni sensibili; hanno un’anima, perché contengono l’invisibile virtù dell’Altissimo. Si pronunciano poche parole: e subito il “segno” è invaso dalla maestà divina; Dio passa nei Sacramenti, poiché vi passa la grazia, e nello stesso tempo in cui la grazia ha toccato l’anima, l’anima ha toccato Dio. Allo stesso modo la vera preghiera è quella che abbraccia l’uomo interamente. Ora il Rosario ha un’anima ed un corpo: il corpo è la preghiera vocale; l’anima è il pensiero del mistero, è la virtù celeste che ne scaturisce. Come i Sacramenti, il Rosario ha la sua materia e la sua forma; per il suo lato sensibile rappresenta la Santa Umanità del Salvatore, e parla alla nostra natura corporea; per la sua virtù invisibile ed i suoi misteri sublimi rappresenta la divinità di Cristo, e parla alla nostra natura superiore, attraverso la quale noi giungiamo all’angelo e a Dio.  – Nei Sacramenti il segno sensibile e la virtù delle parole formano un insieme unico, come in Cristo la natura umana e la natura divina sono unite in una sola Persona; la preghiera vocale del Rosario ed il pensiero del mistero formano un insieme indivisibile. Separare la forma dalla materia significa distruggere il Sacramento; separare il mistero dalla recitazione, significa distruggere l’essenza del Rosario. I Sacramenti sono come il prolungamento e la continuazione dell’Incarnazione; sono, per così dire, delle reliquie di Nostro Signore. Nei Sacramenti Gesù passa a benedire e salvare; fa uscire, come in passato, quella virtù che guarisce: « Virtus de illo exibat et sanabat omnes » (Luc. VI, 19). Anche nel Rosario c’è Gesù che passa. Nell’enunciare ogni mistero, potremmo dire: il Figlio di Davide passerà. « … Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me. »  I Sacramenti sono i simboli esteriori che distinguono i Cristiani dagli infedeli; il Rosario è la devozione distintiva dei veri Cattolici. I Sacramenti sono il legame dolce e forte che unisce i figli del Cristo; partecipando agli stessi Sacramenti, i fedeli mostrano di condividere la stessa fede, la stessa speranza, lo stesso amore; attraverso il Rosario i Cavalieri di Maria si uniscono da ogni angolo della terra e confondono le loro voci nello stesso amore e nella stessa speranza. Il Rosario è come lo stendardo che Dio innalza sulle nazioni per raccoglierle dai quattro angoli dell’universo. « Elevabit signum in nationibus… et… colliget a quatuor plagis terræ  » (Is., XI, 12). – Sarebbe facile continuare questo parallelo tra i Sacramenti, un’invenzione di Gesù, e il Rosario, un’invenzione di Maria. Lo riassumiamo in poche parole: l’uomo ha bisogno del sensibile; i Sacramenti e il Rosario sono i segni che elevano l’anima alle altezze da cui contempla gli orizzonti celesti, Dio, l’eternità. L’uomo vuole essere nutrito dallo spirituale; i Sacramenti ed il Rosario aiutano a comprenderlo. L’uomo ha sete dell’infinito; i Sacramenti e il Rosario gli danno Dio. Ma questo è solo un punto di vista pratico; la portata del Rosario è in qualche modo illimitata. – L’uomo tocca il tempo attraverso il suo corpo e le sue fragilità; con le vette della sua anima, per il suo destino soprannaturale, tocca l’eternità. Bene! il Rosario è abbastanza vasto da abbracciare il tempo e la stessa eternità. Esso racchiude in sé tutti i tempi, poiché contiene quegli insondabili misteri che sono il punto centrale di tutti i secoli.  e la cui realizzazione costituisce ciò che San Paolo chiama “la pienezza dei tempi”, plenitudo temporis (Gal. IV, 4.) Esso abbraccia l’eternità. Infatti il Rosario inizia in cielo e nella l’eternità con il mistero dell’Incarnazione, finisce in cielo e nella eternità con i misteri dell’Ascensione di Gesù e dell’Incoronazione di Maria. Lo iniziamo sul cuore dell’adorabile Trinità, lo terminiamo sul cuore della Beata Vergine. Dal cielo al cielo, dall’eternità all’eternità, queste sono le distese del Rosario. Proprio per questo il Rosario è la sintesi di tutto il Cristianesimo. Il dogma intero si riduce al Rosario. Il trattato sulle Persone divine e quello  dell’Incarnazione noi li incontriamo nel primo mistero; abbiamo già toccato il trattato sui Sacramenti; quanto al trattato dell’Eucaristia, tutti sanno che il Rosario è, come il Santo Sacramento e la Santa Messa, il memoriale della vita, della passione, della morte e della Resurrezione di Nostro Signore. Il trattato dei Novissimi è contenuto in modo sorprendente e pratico nei Misteri Gloriosi. Il Rosario, quindi, è la teologia, ma la teologia che prega, che adora, che dice attraverso ciascuno dei suoi dogmi: Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo. La morale, che si occupa dei peccati e delle virtù, si riduce alla nostra grande devozione. L’infinita malizia del peccato mortale si apprezza solo quando vediamo, nei Misteri Dolorosi, la giustizia divina che si riversa sul Cristo innocente, esigendo da Lui quel terribile riscatto della croce, e quando sentiamo Gesù gridare sotto il peso dei nostri crimini: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Ciascuno dei misteri è una sublime lezione di virtù; non c’è solo eroismo in questi esempi: essi sono le vette più alte della vita mistica. Così il Rosario è la morale che prega, che piange, che espia, che ascende all’eroismo, dicendo a Cristo: « Redemisti nos Deo in sanguine tuo, et fecisti nos Deo nostro regnum et sacerdotes » (Apoc. V, 9, 10.). Nel Rosario è riassunta la storia, poiché questa devozione contiene Colui che è la prima e l’ultima parola di tutti gli eventi, Colui la cui figura radiosa domina entrambi i versanti della storia: l’Antico Testamento e il Nuovo. Ancora una volta, il Rosario è la storia che prega, che porta tutte le nazioni a Cristo, dicendo: Tu sei l’Alfa e l’Omega, l’inizio e la fine. La questione sociale stessa è risolta dal Rosario, come dimostra eloquentemente Leone XIII. (Nell’enciclica del 1893 sul Rosario). Perché le nazioni hanno tremato, perché questi tremori che disturbano la pace delle società? Ci sono tre cause per questo, dice il Sommo Pontefice. La prima è l’avversione per la vita umile e laboriosa, e il rimedio a questo male si trova nei misteri gioiosi.  Il secondo è l’orrore di tutto ciò che ci provoca sofferenza, e il rimedio a questo male si trova nei Misteri dolorosi; il terzo è l’oblio dei beni futuri, oggetto della nostra speranza, e il rimedio a questo male si trova nei Misteri gloriosi. Sì, ancora una volta, il Rosario è la questione sociale risolta da quel grido trionfante: Christus vincit, Christus regnat, Christus imperat! – Si vede, quindi, che meravigliosa flessibilità abbia il Rosario: si adatta a tutti i soggetti, a tutti i tempi, a tutte le persone. Per la sua parte materiale e per il lato esterno dei suoi misteri, è alla portata di tutte le intelligenze, diventa il Salterio dell’ignorante; per le sue profondità divine, è la “Summa” inesauribile del teologo. È, quindi, la grande sintesi del Cristianesimo; tutto è compreso tra l’inizio e la fine del Rosario, così come tutti i tempi sono compresi tra le due sponde dell’eternità. – Sarebbe interessante confrontare il Rosario e la Summa di San Tommaso, il Rosario e i templi cristiani del Medioevo. Tutti e tre sono, ognuno a suo modo, la sintesi del Cristianesimo; tutti e tre sono una poesia in cui si dispiegano le meraviglie del piano divino; tutti e tre sono il grandioso piedistallo che eleva l’anima all’infinito; tutti e tre sono un monumento che ha sfidato i secoli, tutti e tre sono animati dallo stesso respiro divino. Nella Summa, nell’antica cattedrale, nel Rosario, l’anima vive un benessere indefinibile; si sente più vicina alla sua terra natale, è più vicina al cielo, è più vicina a Dio. Infine, tutti e tre sono orientati verso lo stesso Cristo: Gesù domina la Summa di San Tommaso, Gesù domina la cattedrale gotica, Gesù domina il Rosario: tripla sintesi, triplo insegnamento, triplo canto d’amore e di gratitudine allo stesso Dio Salvatore. I primi due sono opera del genio, ma il Rosario è più di un’invenzione del genio: è sapienza soprannaturale; in una parola, è l’invenzione di Maria. I dettagli di questa vasta sintesi dovrebbero essere studiati nei particolari, ma qui possiamo solo darne una panoramica generale; ci stiamo avvicinando a questo studio solo dalle sue vette, vogliamo semplicemente mostrare, in una visione d’insieme, come il Rosario sia la sintesi di tutte le opere di Dio. L’opera di Dio si può riassumere in due parole: creazione e salvezza. Creare e salvare, creare mondi e fare scelte, è qui che si incontrano tutte le meraviglie del reale e dell’ideale. Dopo aver realizzato questi due capolavori, Dio può riposare. Si riposò dopo sei giorni, non perché la sua onnipotenza fosse stanca, ma per contemplare quanto il suo lavoro fosse bello. Et vidit Deus quod esset bonum (Gen.I). Ahimè, per l’opera della salvezza il Gigante dell’eternità deve essersi in qualche modo stancato, deve aver camminato a lungo si è seduto come sopraffatto dalla stanchezza. Quærens me sedisti lassus. Fare un eletto, e anche solo rendere grazia a un’anima, è un’opera ancora più grande,  in un certo senso – secondo Sant’Agostino e San Tommaso – della creazione del cielo e della terra. Vogliamo mostrare come questa grande meraviglia di grazia e di santità sia riassunta nel Rosario. Questa devozione ci rivela l’Autore della santità, i modelli della santità, e ci insegna la pratica della santità. L’autore della santità è Gesù; ma per avere la conoscenza dell’Uomo-Dio, dobbiamo studiarne il Cuore, l’Anima e la divinità, ed è il Rosario che ci dà questa rivelazione. I modelli di santità sono, dopo Gesù, Maria e San Giuseppe, che hanno collaborato all’opera della redenzione, ed è il Rosario che ci fa apprezzare il loro vero ruolo. La pratica della santità abbraccia tutta la perfezione cristiana, dalla carità comune alla carità eroica, ed è il Rosario che ci avvia a tutti questi gradi di vita spirituale.

Il nostro lavoro sarà quindi diviso in tre parti:

1° Il Rosario e l’autore della santità: Gesù.

2. Il Rosario e i modelli della santità: Maria e Giuseppe.

3. Il Rosario e la pratica della santità.

Non ci occupiamo qui del lato canonico o storico del Rosario; molte opere eccellenti hanno esaminato questi argomenti. Né si tratta qui di uno studio dottrinale approfondito; noi esponiamo solo alcune considerazioni teologiche e pie che possono essere utili alle anime interiori, e da un punto di vista abbastanza speciale da non duplicare altre opere apparse sul Rosario. Abbiamo voluto, secondo il desiderio e nell’interesse di alcune persone, che ogni capitolo, pur essendo legato agli altri da un legame logico, fosse completo in sé e costituisse una sorta di meditazione indipendentemente da ciò che segue e da ciò che precede. Questo spiega e giustifica alcune ripetizioni che ci siamo permessi in alcuni punti. Possano queste umili pagine far conoscere e amare meglio la Vergine del Rosario e il suo divin Figlio divino!

PARTE PRIMA

IL ROSARIO E L’AUTORE DELLA SANTITÀ GESÙ, IL SUO CUORE, LA SUA ANIMA, LA SUA DIVINITÀ

CAPITOLO PRIMO

IL ROSARIO ED IL SACRO CUORE DI GESÙ

Dio, che è perfezione infinita, purezza, la stessa santità, bellezza sempre antica e sempre nuova, ha comunicato agli esseri creati, senza perdere di ciò che è in sé medesimo, nemmeno i tratti più accentuati dei suoi attributi divini. Noi, ai quali è stato dato di contemplare e ammirare nelle creature questi riflessi delle perfezioni del loro Autore, notiamo in esse due tipi di bellezza: la bellezza del “grazioso”, la bellezza del sublime. La bellezza del grazioso è la luce, sono i fiori e tutte quelle cose che incantano e deliziano il nostro spirito; la bellezza del “sublime” è il vasto oceano, sono le gigantesche montagne, è l’immensità del cielo. Ma in nessun luogo il “grazioso” è così mirabile come nel cuore umano, nel cuore del bambino, nel cuore della vergine, nel cuore dell’amico devoto. La poesia più dolce e soave è quella del cuore. Allo stesso modo, l’abisso e il sublime dell’oceano è stato spesso paragonato all’abisso e al sublime del cuore. Cos’è più insondabile, l’oceano o il nostro cuore? Non possiamo noi quindi nominare il sublime senza nominare il cuore dell’uomo, e soprattutto il cuore delle madri e il cuore dei Santi. Ora, nel formare il cuore del primo uomo, Dio aveva un esemplare, guardava ad un ideale, pensava al Cuore del suo Cristo, secondo la parola di Tertulliano: Christus cogitabatur homo futurus. Ah! è molto dolce ricordare che Dio, nel giorno della nostra creazione, abbia preso a modello il Cuore di suo Figlio! Così, per avere la sintesi delle meraviglie del nostro mondo, dobbiamo conoscere il cuore umano, e per avere l’ideale del cuore umano, dobbiamo entrare nel profondo del Sacro Cuore di Gesù. Se vogliamo ammirare il “grazioso” con tutto il suo fascino, dobbiamo quindi contemplare il divino Cuore di Nostro Signore: è scritto di Lui: Speciosus forma præ filiis hominum, diffusa est gratia in labiis fuis (Tu sei il più bello dei figli degli uomini, la grazia è riversata sulle tue labbra – Ps. XLIV, 3). Se vogliamo ammirare il “sublime” in tutta la sua bellezza, per capire, come dice San Paolo, qualcosa della sublimità e della profondità, quæ sit sublimitas et profundum (Ephes. III, 18), che è in Gesù Cristo, dobbiamo ancora penetrare nel suo adorabile Cuore. Ora il Rosario ci rivela, nei suoi Misteri, la grazia e il sublime del Sacro Cuore di Gesù. – Considerare il Sacro Cuore in modo astratto e come separato dalla Persona di Cristo è una grave illusione che la teologia riprova. Il Rosario è la vera rivelazione del Sacro Cuore, perché considera il Sacro Cuore nel Tutto divino da cui è inseparabile. Ce lo fa vedere nelle circostanze in cui questo Cuore batte veramente, lo mostra vivo e agente nei tempi e nei luoghi in cui questo Cuore ha veramente agito e vissuto, con tutti i sentimenti che lo hanno fatto agitare: i suoi sentimenti verso il Padre, verso gli uomini, verso se stesso. Nei primi Misteri, c’è il Cuore pieno di tenerezza e di gioia; nei Misteri dolorosi, c’è il Cuore inebriato d’amore, ebbro d’amarezza; nei Misteri gloriosi, c’è il Cuore sempre inebriato d’amore, ma fremente nel suo trionfo. Nei Misteri Gioiosi c’è la bellezza del grazioso; nei Misteri Dolorosi e Gloriosi c’è la bellezza del sublime. Abbiamo detto che il grazioso è particolarmente ammirevole nel cuore del bambino. Dopo il nostro Battesimo, nostro padre e nostra madre, contemplandoci amorevolmente nella nostra culla, hanno detto in un dolce trasporto: Rallegriamoci, un bambino ci è nato, un uomo è stato dato al mondo. Natus est homo in mundum (Jov. XVI, 21). La Famiglia celeste affacciata ancor più teneramente a questa stessa culla ha detto di noi: ci è nato un Dio, rallegriamoci, ci è nato un Dio! La grazia ci aveva reso delle divinità, e il giovane cuore che cominciava a battere era già il tempio della Trinità; gli Angeli, come diceva il poeta, contemplavano la loro immagine in quella culla. Ma cosa sono tutti questi incanti davanti alla mangiatoia di Betlemme, davanti al Cuore del Bambino – Dio? « La grazia, la bontà di Dio nostro Salvatore, è apparsa a tutti gli uomini » dice San Paolo. Nulla di più commovente, ingenuo, dolce, gentile, più grazioso di questi eventi radiosi della notte di Natale: il canto degli Angeli, la visita dei pastori, in una parola questa culla divina che deve salvare il mondo. Vorremmo vedere tutte queste scene che incorniciano il presepe di Gesù in un dipinto … ma questo quadro già esiste: è il Rosario. Il Mistero della Natività è il dipinto principale, gli altri sono raggruppati intorno ad esso come quadri secondari. È veramente lì che il Cuore di Gesù Bambino si rivela con tutte le sue grazie: Apparuit gratia Dei Salvatoris nostri (Tit. II, 11) Solo il linguaggio della poesia è in grado di esprimere questi deliziosi incanti, e per questo lasciamo parlare Sant’Alfonso di Liguori, che li ha cantati in un’atmosfera di grande suggestione. « I cieli sospesero la loro dolce armonia quando Maria ha cantato per addormentare Gesù. Con la sua voce divina, la Vergine di bellezza, più luminosa di una stella, disse così: « Figlio mio, mio Dio, carissimo mio tesoro, tu dormi, e io muoio d’amore per la tua bellezza ». Nel sonno, o mio Dio, non guardar tua madre, ma l’aria che respiri è fuoco per me. I tuoi occhi chiusi mi penetrano con i loro tratti; … cosa sarà di me quando li aprirai! Le tue guance rosee deliziano il mio cuore. O Dio, la mia anima muore per te. Le tue belle labbra attirano i miei baci, perdona, o caro, io non ne posso più. » Ella tace e, premendo l’amato Bambino sul suo seno, pone un bacio sul suo viso. Ma il Bambino si sveglia, e con i suoi bellissimi occhi pieni d’amore guarda la Mamma sua. O Dio, per la madre, questi occhi, questi sguardi, quel tratto d’amore che ferisce e attraversa il suo cuore!  « E tu, anima mia, così dura, non languisci a tua volta, vedendo Maria languire di tenerezza per Gesù? Bellezze divine, vi ho amato tardi; ma d’ora in poi brucerò per voi senza fine. Il Figlio e la Madre, la Madre con il Figlio, la rosa con il giglio, avranno tutto il mio amore per sempre. » (InDom GUÉRANGER. Année liturgique, temps de Noël, tom. I, 27 janvier). – La bellezza del “grazioso” si rivela poi nel cuore delle vergini, di cui ogni sospiro è per Dio, la prima bellezza, la prima vergine. Ma il tipo immacolato di tutto ciò che è verginale è sicuramente il Cuore di Gesù. Gesù, Dio vergine, Figlio di una Madre vergine, sposo di una Chiesa vergine, che bellezza! Le anime sante lo hanno capito bene, rapite da questo puro ideale, essi immoleranno il loro cuore sul seno casto di Gesù e assaporeranno le austere delizie della carità vicino a Lui. Per il vostro fascino, per la vostra bellezza, o divina Sposa delle Vergini! specie tua et pulchritudine tua, regnate su tutti gli uomini!  Finalmente la bellezza del “grazioso” si manifesta nel cuore dell’amico. Amiecus fidelis medicamentum vitæ, dice lo Spirito Santo (Eccli. VI, 16). L’amico fedele è il balsamo della nostra vita, sorride alle nostre gioie, risponde alle nostre grida, asciuga le nostre lacrime. Ora, questo amico sempre fedele, che rimane quando tutto passa, che sorride quando piangiamo, è il Dio del Rosario. L’amicizia vuol dei pari. Nei primi Misteri del Rosario, Dio si fa nostro pari prendendo la nostra natura, e ci fa suoi pari dandoci la sua: è infatti il cuore dolce dell’amico che sentiamo battere in ogni mistero. Quando Gesù sorride ai pastori e ai Magi, quando istruisce i dotti ed i semplici, quando lascia cadere dalle sue labbra questa parola balsamica: « Venite a me, o sofferenti e afflitti, Io vi consolerò! ». Noi sentiamo la dolce voce di un amico, sentiamo il Cuore amorevole e devoto di Colui « che si diletta a stare con i figli degli uomini ». Non insistiamo più su questo lato “grazioso” del Sacro Cuore; la pia contemplazione dei Misteri del Rosario ci farà gustare e assaporare il suo fascino meglio di qualsiasi parola. – Dobbiamo ora considerare nel Sacro Cuore di Gesù la bellezza del “sublime” e dell’eroismo. Quando appare l’eroismo, la natura è come sopraffatta: sentiamo che Dio è lì. In tutti i giusti ci sono semi di eroismo, sono i doni dello Spirito Santo. Appena se ne presenta l’occasione, queste “energie” soprannaturali cominciano a muoversi, l’eroismo nasce spontaneamente, come il fiore dal suo seme: è il sublime che passa. Ecco perché il cuore materno sale così rapidamente al sublime, perché la vita dei santi è come intessuto dell’eroismo. I teologi insegnano che tutte le virtù sono state trovate unite in Gesù Cristo fin dal momento del suo concepimento; esse sono state portate al grado più completo, che è il grado eroico, e qui l’eroismo è divino. Queste virtù perfette che adornano la sua anima sono in qualche modo straripate dal suo Cuore sul mondo per manifestarsi a noi. Possiamo affermare, quindi, che Egli abbia vissuto una vita costante di eroismo, in ognuno dei suoi Misteri, nel presepe come sulla croce. È però nei Misteri dolorosi che il sublime ci appare più chiaro. Esiste al mondo una scena così misteriosa, così profondamente dolorosa, così grandiosa come l’agonia di Gesù? Raccogliete l’angoscia più struggente, l’amarezza più crudele, i sacrifici più dolorosi, la devozione più ammirevole che ha fatto battere il cuore umano: avrete tesori di eroismo, avrete un oceano di afflizioni. Avrete capito cos’è l’agonia dell’uomo, ma non avrete ancora capito cos’è l’agonia del Cuore di un Dio. È una scena ineffabile: si tace e si piange quando si considera un Dio in agonia. Ciò che rende questo mistero così sublime è l’amore sacrificato. – Gesù vedeva prima di tutto che sarebbe stato il grande incompreso, il grande disprezzato, il grande perseguitato; sentiva già la voce dei popoli che gli riecheggiava questa dolorosa eco: l’amore non è amato, l’amore è odiato! Tuttavia, il Cuore di Gesù ha gridato più forte degli oltraggi empi e sacrileghi degli uomini e dei demoni ai quali si è consegnato. Le lacrime gridano, ma soprattutto è l’amore che grida: Clamant lacrymæ, sed super omnia clamat amor! Nella Flagellazione, nella Coronazione di spine, nella salita della croce, c’è lo stesso eroismo. Nel Pretorio, nelle strade di Gerusalemme, sulla via del Calvario, sentiamo le grida della folla, gli insulti dei carnefici, ma soprattutto sentiamo la voce del Sacro Cuore, la voce dell’amore e del sangue, la voce del sublime: Clamant lacrymæ, clamant vulnera, sed super omnia clamat amor! Le tue lacrime gridano, le tue ferite gridano, o Gesù; ma soprattutto è il tuo amore che grida. – Finalmente Dio e la morte si incontrano sul Golgota: Dio e la morte! Che spettacolo solenne e terribile! Dio e la morte, che incontro! Ed è Dio che vuole essere lo sconfitto. Ma la morte, che pensava di essere trionfante, non fa che dare a Gesù solo un nome più bello: Dio è l’amore onnipotente, l’amore creatore; ora ha un nome nuovo: è l’amore vittima! La Crocifissione di Gesù è la perfezione del sublime, poiché è la perfezione dell’amore nella perfezione del sacrificio. Qualche goccia di sangue rimaneva nel Cuore del Crocifisso. Ah! Bisogna che sia tutto versato.. Soldato, vieni ad aprire questo cuore. Et continuo exivit sanguis et aqua (Giov. XIX, 34). Il costato è aperto, e ne fuoriescono sangue ed acqua. Questa volta non c’è più nulla da dare, l’immolazione è totale: è infatti la perfezione dell’amore nella perfezione del sacrificio dell’Uomo-Dio. Così, il sublime è in tutta la Passione di Gesù, sublime divino di cui è impossibile all’uomo ed ad ogni intelligenza creata misurare l’altezza. – Nel mistero della Risurrezione, sono di nuovo Dio e la morte che si incontrano, ma questa volta è Dio il vincitore. Eroico nel lasciarsi spezzare dalla morte, il Cuore di Gesù è ancora una volta sublime nel trionfare sulla morte e sull’inferno per comunicarci la sua vita soprannaturale. Gli ultimi Misteri finiscono in cielo: è il sublime della gloria, il sublime dell’eternità. Qui siamo soprattutto nell’infinito, nel divino: è meglio tacere davanti a questo infinito di cui si dice: « Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo » (1 Cor. II, 9). Ecco in qual modo ammirevole, tutte le bellezze del “grazioso” e del “sublime” sono riassunte nel Cuore di Gesù, e quindi nel Rosario, che ne è la rivelazione. C’è una duplice ragione dunque per contemplare e onorare questo Cuore divino, attraverso la meditazione del Santo Rosario, per ottenere da esso, per intercessione della Madre Immacolata, l’abbondanza delle grazie divine di cui è fonte e pienezza.

CAPITOLO SECONDO

IL ROSARIO E L’ANIMA DI GESÙ

Siamo nel Cuore di Gesù, penetriamo oltre: oltre agli abissi del cuore ci sono gli abissi dell’anima, scendiamo ancora: oltre gli abissi dell’anima ci sono gli abissi della divinità. Il Rosario ci fa così andare di profondità in profondità: dalle profondità e dagli abissi del cuore alle profondità e agli abissi dell’anima; dalle profondità e dagli abissi dell’anima alle profondità e agli abissi della divinità. – Ci sia permesso dapprima di entrare per qualche istante nell’anima santa del Nostro Salvatore. Essa è il capolavoro in cui Dio ha riunito tutte le perfezioni del mondo umano ed angelico. Le ricchezze di questi due mondi si possono riassumere così: scienza o verità, santità o grazia. Il regno degli spiriti è un regno di luce; la scienza è un sole illuminato in cima alle intelligenze; la verità è lo splendore che corona queste cime radiose. ciò che è incomparabilmente più bella della scienza, è una volontà, è una natura trasfigurata in quella di Dio. Questa trasfigurazione è la santità; ciò che la produce è la grazia. Sopra il sole della scienza splende negli Angeli e nell’anima giusta, il sole della grazia. Così, grazia e verità sono il tesoro comune dei due mondi intellettuali. Sarà facile per noi mostrare che la scienza e la grazia di Gesù Cristo sorpassano la scienza e la grazia degli Angeli e degli uomini insieme. Le perfezioni di questi due mondi sono così unite in Gesù; il cielo umano e quello angelico si riflettono pienamente nell’anima adorabile del Salvatore: Plenum gratiæ et veritatis (Giov. I, 14) è pieno di grazia e di verità. Cercheremo di studiare, anche se in modo sommario, la scienza e la grazia di Nostro Signore. San Paolo afferma che tutti i tesori della sapienza e della scienza sono nascosti nel Cristo: In quo sunt omnes thesauri sapientiæ et scientiæ absconditi (Col. II, 3). – Tutta la scienza dell’umanità, tutta la conoscenza dei Cherubini e dei Serafini condensata in un’unica mente formerebbe certamente un ricco e vasto tesoro, ma sarebbe opportuno sondarlo; sarebbe forse un oceano, non sarebbe l’abisso senza limiti. In Gesù Cristo è impossibile raggiungere il fondo; come in un abisso, nuove profondità seguono incessantemente quelle già esplorate, così nella scienza del Verbo incarnato, gli abissi che cerchiamo di sondare sempre e senza fine seguono altre profondità recondite: Absconditi! Questi tesori sono nascosti, sarà impossibile scoprirli nella loro interezza. Senza menzionare la scienza divina, che è infinita, ci sono in Gesù Cristo tre tipi di scienza: la scienza della bellezza, la scienza infusa e la scienza sperimentale. Fin dal primo momento della sua creazione, l’anima di Gesù ha avuto gli occhi aperti sull’infinito, ha contemplato Dio faccia a faccia e si è inebriata di questo torrente di delizie la cui fonte è l’eternità. Poiché tutta la gloria deriva da Cristo, Egli doveva avere prima di tutto ciò che dà agli altri. Ha quindi goduto della gloria fin dal momento del suo concepimento. In virtù della sua scienza beatifica, l’anima del Verbo conosce il passato, il presente e l’avvenire. Padrone assoluto della terra e del cielo, non deve ignorare nulla di ciò che accade nel suo impero; Giudice dei vivi e dei morti, deve conoscere tutto ciò che sarà sottoposto al suo tribunale: ognuna delle nostre azioni, i nostri pensieri più intimi, i movimenti più segreti del nostro cuore. Tutto ciò che è, tutto ciò che è stato, tutto ciò che sarà è presente ai suoi occhi. – La meditazione del Rosario ci ricorderà tutto questo. Nel Mistero dell’Annunciazione, per esempio, Gesù Cristo già mi conosceva, pensava a me, leggeva nella mia mente tutte le mie parole. Conosceva in anticipo tutta la mia ingratitudine, eppure mi amava, mi ha offerto il suo Cuore, e mi ha chiamato dolcemente per nome. È dolce da parte mia aggiungere che conosceva le mie adorazioni, i miei affetti, i miei desideri, mi vedeva arruolato nel grande esercito del Rosario, conosceva l’atto d’amore che avrei compiuto per Lui in questo momento nel recitare questa decina, e mi ha ringraziato in anticipo. Lo stesso vale per gli altri Misteri. Allora, dunque, meditando il Rosario, entreremo nell’anima di Gesù, ci ricorderemo che essa sa tutto quello che le diremo; ha visto quello che abbiamo fatto prima della nostra preghiera, vede come preghiamo in quest’ora, sa cosa faremo dopo il nostro Rosario. Ci sforzeremo allora durante il Rosario di raccoglierci, con il massimo rispetto ed amore e, dopo la nostra recita, di non fare nulla che possa offendere il suo sguardo. Ricorderemo anche che stiamo parlando con un’anima beata che può e vuole darci la felicità eterna. Gli diremo in ogni Mistero:  « O anima santa del mio Salvatore, per le vostre gioie, per le vostre sofferenze, per i vostri trionfi, portateci alla visione beatifica, perché possiamo unirci completamente a Voi, come la fiamma si unisce alla fiamma, come l’amore si unisce all’amore! »  In secondo luogo, nell’anima di Cristo c’è una scienza infusa, alla maniera della conoscenza angelica. Gli uomini sono obbligati a mendicare la loro conoscenza dal mondo esterno; la verità è davvero la manna del nostro spirito, ma dobbiamo raccoglierla a poco a poco e con il duro lavoro nei vasti campi della creazione. Per gli Angeli non è così: la manna è caduta direttamente nelle loro intelligenze; dal mattino della loro creazione, Dio ha impresso in loro delle idee potenti con le quali conoscono l’intero universo. Cristo, Re degli Angeli, non poteva mancare di una perfezione che arricchisce i suoi sudditi. Anche la sua anima aveva, fin dal mattino della sua creazione, una scienza infusa incomparabilmente più estesa della scienza angelica. Gli Angeli, con le loro idee innate, conoscono tutte le cose della natura, ma non conoscono né i decreti della volontà divina, né il futuro, né i segreti del cuore. L’anima del Verbo conosce, mediante la sua scienza infusa, tutto ciò che appartiene al dono della sapienza o della profezia, il passato, il presente, l’avvenire, i segreti dei cuori; in una parola, la sua scienza infusa, in relazione alle cose create, è tanto universale quanto la sua scienza beatifica. Il Rosario, nello stesso momento in cui ci introduce nel santuario di quest’anima beata, ci fa partecipare, in qualche modo, alla sua scienza infusa. Ci avvia verso quei grandi Misteri che gli Angeli hanno conosciuto solo poco a poco: pochi istanti ci insegnano più verità soprannaturali di quelle rivelate agli Angeli nei lunghi secoli che hanno preceduto l’Incarnazione. Tutte le rivelazioni, tutte le profezie dell’Antico Testamento sono contenute nel Rosario, come nella loro realizzazione: la recita di alcune decine ci fa ripassare tutto l’insieme dell’ordine soprannaturale. Le anime privilegiate, che penetrano più a fondo in questa meditazione, a volte ricevono vere comunicazioni celestiali; a forza di entrare nell’anima di Cristo, sono illuminate dalla sua chiarezza e ne conoscono i segreti. La scienza infusa non è un fatto raro negli annali della santità; molti Santi l’hanno attinta dalla meditazione dei Misteri del Rosario. – Non tutti noi possiamo pretendere questi straordinari favori; ma tutti noi, dal momento in cui uniamo la nostra anima all’anima del Salvatore, abbiamo il diritto di sperare in grazie di illuminazione per meglio comprendere le verità che meditiamo: da quest’anima divina scaturiranno sulla nostra intelligenza dei bagliori soprannaturali che illumineranno le profondità di questi misteri. La nostra fede sarà più illuminata dopo la recita della nostra cara preghiera, e in questo modo il Rosario sarà stato una vera partecipazione alla scienza infusa di Cristo. – Infine, c’è in Nostro Signore la scienza acquisita o sperimentale. Le sue due sapienze superiori non hanno spento l’attività naturale del suo spirito. Da un punto di vista puramente umano, Gesù Cristo era il più grande di tutti i geni: tutto ciò che c’è di fecondo e creativo nelle anime dei poeti, di puro e ideale nelle anime degli artisti, di nobile e generoso nelle anime degli oratori, era unito nella sua anima. Egli è il più perfetto rappresentante dell’umanità; altri geni rispetto a Lui non sono neppure ciò che un bambino è davanti ad un gigante, ciò che un oscuro pianeta è rispetto al sole. Il suo spirito penetrante andava direttamente in fondo alle cose, con un solo sguardo coglieva tutta la verità. Egli ha raccolto senza fatica dai campi della creazione questa conoscenza sperimentale che a noi costa tanto lavoro. Solo attraverso la sua scienza acquisita, Egli ha conosciuto tutte le verità a cui la ragione possa elevarsi, sondava tutti i segreti della natura, vedeva in anticipo tutte le meravigliose invenzioni di cui l’uomo è capace. Era Egli stesso il suo maestro; dottore degli Angeli e degli uomini, non doveva imparare nulla da nessuno. La sua scienza beatifica e la sua scienza infusa sono rimaste invariabili, perché erano complete fin dal primo momento; ma c’è stato un vero progresso nella sua scienza sperimentale. Secondo San Tommaso, queste parole del Vangelo devono essere prese alla lettera: « Gesù è progredito in sapienza e in età. » (Luc. II, 52). La sua intelligenza si è sviluppata continuamente fino al giorno in cui si è riposato nella perfezione. Ora, Nostro Signore ha acquisito questa conoscenza attraverso ognuno dei suoi atti e nei principali eventi della sua vita, che i Misteri Gioiosi ci ricordano. La meditazione del Rosario ci mette quindi in contatto con essa, ed è quindi naturale che Gesù, il nostro Dottore, ci comunichi un aiuto abbondante per aiutarci ad acquisire anche la scienza umana necessaria al nostro stato.  Se la nostra vocazione ci impone lo studio, troveremo un potente ausilio nel Salterio di Maria. Recitiamo qualche Ave Maria, entriamo nel profondo di Cristo, il nostro lavoro sarà molto dolce, molto fruttuoso; come Gesù, avanzeremo rapidamente nella scienza e nella saggezza. Fu nel Rosario che dei geni celebri cercarono l’ispirazione. Basti citare qui Michelangelo e Joseph Haydn. Si conservano ancora due grandi rosari di Michelangelo che hanno un aspetto molto consunto. Quanto a Joseph Haydn, conosciamo la sua famosa testimonianza: « Quando la composizione non va più bene, cammino avanti e indietro nella mia stanza, con il mio Rosario in mano, recito qualche Ave Maria, e allora mi ritornano di nuovo le idee in mente ».  Benedetto lo studio così inteso, benedetti i momenti trascorsi vicino all’anima adorabile di Colui che fa geni e santi!

CAPITOLO TERZO

IL ROSARIO E L’ANIMA DI GESÙ – SUA GRAZIA

Siamo stati iniziati dal Rosario alla triplice scienza del Verbo incarnato, ma per avere la rivelazione completa della sua anima, dobbiamo considerare in essa la pienezza della grazia. Plenum gratiæ. È la grazia, soprattutto, che fa la bellezza degli esseri. Un Santo disse: Se vedessimo un’anima in stato di grazia, moriremmo di ammirazione e di gioia, e, secondo San Tommaso, rendere la grazia ad un peccatore è un’opera più grande, in un certo senso, di quanto non lo sia la Creazione del cielo e della terra. (S. Th. Ia IIæ, q. 113, art. IX). Descrivere le bellezze della grazia è dunque descrivere gli splendori dell’anima di Gesù, ed è addirittura impossibile sospettare i tesori di quest’anima adorabile, se non si conosce il pregio della grazia. Per questo cercheremo di descrivere a grandi linee le meraviglie che la grazia ha operato nell’anima del Salvatore; mostreremo poi come la grazia di Cristo ci venga comunicata attraverso il Rosario.  – La grazia è un dono celeste che ci rende esseri soprannaturali, che ci rende in qualche modo divinità, che fa abitare Dio in noi. – Prima di tutto, allarga gli stretti confini della nostra natura, ci eleva al di sopra dell’umanità e persino al di sopra della natura angelica. Se gli Angeli non avessero la grazia, sarebbero sotto di noi, e in cielo i Santi che avessero avuto più grazia degli Angeli, saranno posti più in alto. Anche se Dio creasse esseri più perfetti dei Serafini, dovremmo comunque gridare: Più in alto! Più in alto! Questo non è il soprannaturale. – Il soprannaturale ci mette al livello di Dio, è una seconda natura che si aggiunge alla prima. Nell’ordine naturale abbiamo prima di tutto un’anima: nell’ordine soprannaturale c’è anche un’anima. La grazia – dice sant’Agostino – è l’anima della nostra anima. Nell’ordine naturale abbiamo delle facoltà: l’intelligenza, la volontà, i sensi; nell’ordine soprannaturale abbiamo le virtù infuse come facoltà. Queste sono prima di tutto le virtù teologali, che affondano le loro radici in Dio; le virtù cardinali con le loro innumerevoli ramificazioni; più in alto i doni dello Spirito Santo, che sono come i semi dell’eroismo. E non è tutto. Il soprannaturale ci dà nuove operazioni: le virtù e i doni sono coronati dai dodici frutti dello Spirito Santo, e da quelle che vengono chiamate le beatitudini evangeliche. Tale è, In poche parole, questo meraviglioso insieme del soprannaturale: alla base la grazia, poi le virtù infuse, più in alto i sette doni, più in alto ancora i dodici frutti dello Spirito Santo, alla sommità le beatitudini evangeliche.  – Ma non abbiamo ancora detto nulla; la grazia ci rende divinità. Ego dixi: dii estis! (Ps. LXXXI, 6). Se avessimo uno sguardo abbastanza potente, vedremmo nell’anima del giusto i tratti divini e, per così dire, la figura stessa di Dio. La Grazia, secondo l’espressione dei Santi Padri, è lo specchio luminoso in cui Dio si contempla e si riconosce. Ora, Dio può riconoscere se stesso se non solo in un dio. Sì, se siamo lo specchio del Signore, dobbiamo riflettere in noi i tratti del volto divino. Nel salutare l’anima in stato di grazia, salutiamo la figura di Dio! Divinæ consortes naturæ, dice San Pietro. (II Piet. I, 4)  La grazia ci rende partecipi della natura divina. Quando immergiamo l’oro nella fornace, pur mantenendo le sue proprietà, esso diventa fuoco, assume il colore, il calore, la luce del fuoco. La grazia ci immerge nell’Essere divino, e l’uomo, senza perdere la sua natura, è tutto penetrato da Dio: egli è fiamma come Dio, è amore come Dio, pensa in Dio, agisce in Dio. I re sono orgogliosi del loro sangue; c’è in tutti i giusti un sangue reale, un sangue divino, che discende da Gesù Cristo in noi, così come la vite comunica la sua influenza e la sua vita all’ultima tralcio. Gli eroi dell’antichità pagana volevano spacciarsi per figli di un dio. Queste erano delle favole sacrileghe; per noi invece è una realtà. La nostra genealogia è veramente celeste, possiamo dire con San Paolo: Genus sumus Dei siamo della razza di Dio (Act.XVII, 28, 29). Questa è la nostra particella di nobiltà, e abbiamo il diritto di esserne orgogliosi! Infine, la grazia ci dona la persona stessa di Dio. Questo è il dolce mistero che i teologi chiamano la dimora della Trinità in noi.  – La Grazia consacra la nostra anima con la sua invisibile unzione e ne fa un tempio dove Dio si diletta. Vos estis templum Dei vivi, dice San Paolo, (II Cor. VI, 16) e San Bernardo osserva che le cerimonie del Battesimo assomigliano molto alle cerimonie di consacrazione di una chiesa. Ma un tempio, una chiesa, è fatto perché Dio vi abiti. Bene – dicono le tre Persone – entreremo in quest’anima, e vi porremo la nostra dimora. Ad eum veniemus et mansionem apud eum faciemus (Giov. XIV, 23). La Trinità è dunque tanto presente nell’anima dei giusti quanto Gesù Cristo è presente nelle nostre chiese. – Come il calice dell’altare contiene veramente il sangue di Gesù, così le nostre anime contengono veramente lo Spirito Santo. Calice dell’altare, calice dell’anima santa, in entrambi vi abita un Dio! La dimora della Trinità è la presenza dell’amico con l’amico, dello sposo con la sposa. Se abbiamo delle prove, non è necessario andare molto lontano per trovare un Consolatore: basta entrare nella nostra anima; le tre Persone sono lì per sorridere alle nostre lacrime, per asciugare le nostre lacrime. Trasfigurano la nostra intelligenza, ci fanno vedere tutte le cose con le luci e i colori dell’eternità, così che in tutte le vicende di questo mondo vediamo la via di Dio, e diciamo con la Scrittura: Ecce Dominus transit! Ecco il Signore che passa! (III Re, XIX, 11). Esse trasfigurano la nostra volontà, ci fanno trovare in tutto ciò che ci accade un sapore divino; le prove e la morte stessa diventano una bevanda da assaporare con ebbrezza. Gustare mortem. In fine esse trasfigurano il nostro corpo. C’è, infatti, nei corpi dei Santi una bellezza segreta, uno splendore nascosto, che talvolta si rivela nell’ora della morte. Anche nella tomba, una sorta di maestà divina proteggerà la nostra polvere; anche nella corruzione, ci sarà nelle nostre membra come un’iscrizione invisibile, che dirà: Rispetta questa polvere, è un immortale che si assopisce, queste membra un tempo erano il tempio della Trinità, sono sacre per la risurrezione. –  Parlando di grazia, non abbiamo lasciato Nostro Signore, perché è in Lui che la grazia ha esaurito tutti i suoi tesori. Tutte queste meraviglie soprannaturali, che abbiamo cercato di descrivere, si trovano in Lui ad un livello supremo. Fin dal primo momento della sua creazione, la sua anima benedetta è stata inondata da tutti i torrenti di grazia. Più ci si avvicina a una sorgente, più si partecipa all’abbondanza dei suoi corsi d’acqua; più ci si avvicina ad un focolare, più si sentono gli effetti del suo calore e della sua luce. La sorgente, l’oceano di grazia, la casa, il sole dell’amore, è la divinità. Ma è possibile essere più vicini a Dio di quanto lo fosse l’anima di Nostro Signore? La divinità e quest’anima santa si abbracciano in una stretta ineffabile, così stretta da diventare una sola persona. Toccando così l’oceano di grazia, quest’anima ne è stata inondata, l’oceano si è riversato in essa e ha riempito tutte le sue profondità. Plenum gratiæ. È la pienezza che trabocca; è impossibile aggiungervi qualcosa. Cosa si può aggiungere all’abisso quando l’abisso è riempito? Sotto l’influenza di questa grazia, tutte le virtù sbocciano nell’anima del Verbo, tutte portano quel fiore squisito, che è l’eroismo. Le virtù che appartengono allo stato di imperfezione non hanno posto in questo giardino; ma tutte le altre virtù, le virtù naturali, le virtù infuse, i doni e i frutti dello Spirito Santo, la potenza dei miracoli, il dono della profezia: in una parola, tutto ciò che è di più incantevole nell’ordine soprannaturale vi fiorisce come in una terra vergine fecondata dal sole dell’eternità. Tutto ciò che Dio ha fatto di bello nella natura e nella grazia, lo ha raccolto nell’anima di suo Figlio. Ah, qui è il caso di dire: se noi vedessimo l’anima di Gesù, cadremmo in un’estasi di ammirazione, di ebbrezza e di amore. Dio ci riserva questa estasi per l’eternità, ma il Rosario ce ne può dare un assaggio ora e comunicarci la grazia di Cristo. Per avere la rivelazione di un’anima, è ovviamente necessario studiarla nelle circostanze in cui essa si manifesta, negli eventi in cui si riflette la sua interiorità. In quali circostanze l’interno di Gesù è meglio riflesso  che nei Misteri del Rosario? Cresceva nella grazia – dice il Vangelo – cioè la sua grazia lasciava apparire all’esterno i suoi meravigliosi effetti; in ciascuno dei Misteri essa irradiava attraverso il velo di una carne trasparente. Basta vedere Gesù che agisce, che parla, che insegna, per intravedere qualche lampo di questa grazia nascosta. Ebbene, nella meditazione intima del Rosario, l’anima di Cristo passa davanti a noi, la sua grazia risplende ancora attraverso la corteccia del Mistero; essa viene a noi; noi la penetriamo. Sì, il Rosario è la rivelazione vivente dell’anima di Cristo e dei suoi tesori divini. – C’è di più. Vogliamo soprattutto mostrare che il Rosario ci applica anche la grazia di Nostro Signore. La grazia che il Cristo ha ricevuto lo ha reso capo spirituale dell’umanità e lo ha reso capace di meritare per noi. Non c’è bene soprannaturale che non derivi da questa causa principale. Gesù è il grande serbatoio da cui tutti gli uomini debbano attingere per essere salvati; è il vasto oceano di grazia. Ne attingiamo incessantemente, e l’abisso profondo è sempre pieno. Ma l’Umanità del Verbo ci ha guadagnato la grazia attraverso ciascuno dei Misteri. Vediamo allora che, meditando il Rosario, siamo in contatto con la fonte da cui proviene la salvezza: si stabilisce una comunicazione tra Cristo e noi, la vita divina scaturisce nelle nostre anime con un flusso dirompente. Inoltre, secondo un santo Dottore, ogni Mistero è come il seno fecondo da cui sgorga il latte della grazia; recitando le decine, noi succhiamo, per così dire, il latte del cielo. – Indubbiamente, qui è necessario fare attenzione a non esagerare. Non vogliamo far credere che il Rosario ci applichi direttamente la grazia santificante, alla maniera di un Sacramento; tale efficacia non appartiene né al Rosario né a nessun’altra devozione. Sarebbe un errore pretendere che la recitazione sia sufficiente di per sé a darci un aumento di grazia; ma non c’è alcuna illusione nel credere che, per il fatto stesso di essere pietosamente uniti ai Misteri che hanno portato la nostra salvezza, da questa meditazione scaturiranno le grazie attuali. Secondo il Vangelo, bastava toccare le vesti del Salvatore per essere guariti. Ogni Mistero del Rosario non è forse come una frangia del manto divino? Appena iniziamo le Ave Maria, tocchiamo, per così dire, la frangia divina: non abbiamo il diritto di sperare che qualche virtù ne venga per guarirci? Virtus de illo exibat et sanabat omnes. (Luc. VI, 19). Il Mistero che ha espiato l’orgoglio ci darà un aiuto speciale per praticare l’umiltà; il Mistero che ha espiato il vizio impuro avrà una speciale efficacia nell’applicarci la castità, e così anche gli altri Misteri. Nostro Signore è come un grande sole, che illumina ogni uomo che viene in questo mondo; il Rosario ci espone alla sua luce ed al suo calore. Assistiamo al sorgere di questo sole di giustizia nei Misteri dell’Annunciazione e della Natività; lo contempliamo nella sua luce di mezzodì, in tutto il suo splendore, meditando sui Misteri gloriosi. Il suo calore si irradia su di noi; noi ne riflettiamo lo splendore. La nostra anima è riscaldata dal fuoco stesso della divinità; siamo fiamme come Dio, amore come Dio. Oh, se sapessimo come approfittare della nostra preziosa devozione, quanto velocemente avanzeremmo nelle vie spirituali! È nel Rosario che le grandi anime dell’Ordine di San Domenico hanno trovato il segreto della loro santità così amabile e fecondo. Il nostro Confratello Marie-Raphaël Meysson, di pia e dolce memoria, chiamava il Rosario un segreto di santità. Nascosto nell’anima adorabile del suo Dio, beveva dalla fonte della grazia, ne attingeva un po’ di quell’eroismo che ci stacca dalla terra, assaporava un po’ di quell’ebbrezza ineffabile che è un anticipo del cielo. Possiamo noi, come privilegiati del Signore, scendere ogni giorno nell’anima del nostro Diletto, alle fonti della salvezza e della felicità! Il nemico non potrà mai violare questo asilo, e le tempeste dell’inferno, che scuotono così violentemente le anime mondane, non giungeranno mai a queste profondità luminose dove regna la perpetua serenità.

CAPITOLO QUARTO

IL ROSARIO E LA DIVINITÀ DI GESÙ

Vivere nell’anima del Verbo, è vivere lontano della regione delle tempeste, su un Tabor sempre sereno, su una cima vicino al Cielo dei cieli. Lo splendore di quest’anima si riflette nella nostra, noi camminiamo nella luce di Cristo: questo è la via illuminativa. Ma la vita mistica non si ferma qui: toccare Dio, unirsi a Dio, perdersi in Dio, ecco il fine della santità e della felicità; per questo l’ultima fase della perfezione è la vita unitiva attraverso la quale l’anima si nasconde in Dio. San Paolo ha riassunto tutta questa vita spirituale in un famoso testo: Vita vestra est abscondita cum Christo in Deo (Col.  III, 3). La nostra vita è nascosta nell’anima del Cristo, cum Christo, questa è la via illuminativa; in Deo, siamo nascosti con Cristo nel profondo della divinità, questa è la via unitiva. Il Rosario, che ci ha aperto la via illuminativa, introducendoci nell’anima del nostro Salvatore, ci inizierà ai segreti della via unitiva, facendoci penetrare nell’interno stesso della divinità. L’Apostolo San Giovanni ricordava con un lieve tremito che le sue mani avevano toccato il Verbo di vita: Quod manus nostræ contrectaverunt de Verbo vitæ. (I Giov. I, 1). – Nel Rosario abbiamo una felicità simile; tocchiamo quell’Uomo il cui nome è miele per le nostre labbra, una melodia per le nostre orecchie, una soavità per i nostri cuori, Cristo Gesù, Homo Christus Jesus. Ora, in quest’Uomo, non c’è parte che non sia penetrata nella sua interezza dalla divinità. L’Unione ipostatica è quell’unzione ineffabile che ha consacrato il Cristo; tutto l’olio della divinità si è riversato nell’umanità del Verbo, l’ha inondata, l’ha compenetrata: Unxit te Deus (Ps. XLIV). Sì, o Gesù, la divinità ti ha unto interamente, l’unzione della gioia ha consacrato tutte le parti della tua umanità; il tuo Cuore ha ricevuto l’unzione divina, la tua anima l’ha ricevuta, tutto il tuo essere l’ha ricevuta: Unxit te Deus oleo lœtitiæ. L’olio misterioso è così penetrato ogni azione di Nostro Signore; quando questo Cuore sospira, è un Dio che sospira; quando quest’anima trema, è un Dio che trema. Per andare alla divinità, quindi, non è necessario lasciare il Rosario, basta contemplare l’intero Mistero, così come ci viene presentato, la persona che agisce, l’azione che si compie. La persona è il Verbo eterno; l’azione è teandriaca, cioè divina e umana, ed è tutta profumata dall’unzione gioiosa della divinità. È qui che si può dire veramente: Dio! Ecco Dio! La divinità è lì nel Rosario, Essa è lì che agisce, che anima, che profuma tutto il Mistero. Non fermiamoci dunque alla corteccia, andiamo al midollo: la corteccia è l’evento esterno, il midollo è l’interno di Gesù, il suo cuore, la sua anima, la sua divinità. Così siamo arrivati a Dio. Oh, rifugiamoci per qualche momento in questi adorabili abissi, e forse avremo una piccola parte in quell’unzione di gioia che ha fatto di Gesù il più bello dei figli degli uomini. Il Rosario ci ha introdotto nel santuario della divinità, e molto di più, ci farà sondare le profondità di Dio. Cosa c’è di così sorprendente? I Misteri del Rosario ci sono rivelati da quello Spirito onnipotente che, secondo San Paolo, sonda tutte le profondità, anche quelle di Dio: Nobis autem revelavit Deus per Spiritum Sanctum; Spiritus enim omnia scrutatur, etiam profunda Dei (I Cor. II, 10). Le profondità di Dio sono, prima di tutto, la vita intima di Dio in se stesso, è la Famiglia eterna, l’adorabile Trinità, la prima delle Vergini, come parla San Gregorio di Nazianzo, la prima bellezza e il primo amore: tre Persone divine che si tengono in un abbraccio eterno e che si rimandano l’una all’altra la parola che viene pronunciata e mai sempre ripetuta: Amore, amore, amore! E questo triplice abbraccio non è che un solo abbraccio, e questo triplice amore è che un solo amore. E Hi tres unum sunt. (1 Giov. V, 7). Ecco le profondità di Dio! Ebbene, in ogni Mistero troviamo la Famiglia divina; le tre Persone sono lì in virtù di questa legge ineffabile che le incatena l’una all’altra; solo il Verbo riveste la nostra carne inferma, ma tutte e tre cooperano all’Incarnazione e alla Redenzione. Nel primo Mistero hanno di nuovo consiglio, ripetono la parola creativa: « Ricostruiamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza ». Quando la grande opera è compiuta, quando vedono questa vergine Umanità, tutta raggiante, tutta immacolata, uscire dalle loro mani, dicono, ma questa volta senza ironia: « Ecce Adam quasi unus ex nobis factus est. Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi ». (Gen. III, 22) – Infine, quando contemplano questa innocente Umanità attaccata alla croce, pronunciano la formula del perdono: « Ora non colpiremo più l’uomo come abbiamo fatto ». Non igitur ultra percutiam omnem animant viventem sicut feci (Gen. VIII, 21). Siamo entrati nella vita intima e nei consigli della Trinità: continuiamo a sondare gli abissi divini. Le profondità di Dio sono ancora la sua misericordia e la sua giustizia. Come possiamo conciliare questi due attributi: la vendetta infinita del Signore contro il peccato e la sua infinita bontà per il peccatore? Il Rosario ci dà la chiave di questo mistero: basta guardare la croce della seconda serie, dove misericordia e giustizia si danno un bacio eterno. A volte la giustizia degli uomini si indebolisce indignata di fronte alla preghiera ipocrita o alle lacrime; qui la giustizia non si indebolisce mai, anche quando Dio perdona, è giustizia, perché Gesù ha soddisfatto per il colpevole. Amore infinito, soddisfazione infinita, questo è ciò che Dio ha scritto sulla croce con il sangue di suo Figlio. Oh sì, la misericordia e la giustizia possono essere abbracciate su questo trono di sangue. Ed anche noi andiamo alla croce per abbracciare la divinità! Le profondità di Dio sono ancora i misteri della predestinazione e della gloria. Il Rosario non solleva i veli che coprono questi abissi; almeno getta una luce consolante su questa oscurità. Ci dà un’idea di questa predestinazione mostrandoci Gesù, il modello di tutti i predestinati; ci insegna che dobbiamo conformarci a questo ideale celeste: quos prædestinavit conformes fieri imaginis Filii sui (Rom. VIII, 29); ci fa anche intravedere alcuni raggi di gloria nei misteri trionfanti della Risurrezione e dell’Ascensione. Le profondità di Dio sono l’eternità. L’eternità! ma è già cominciata in noi. Il Rosario ha lo stesso potere della Fede, perché il Rosario è la sintesi della Fede in tutta la sua sostanza. Ora, la Fede – dice San Bernardo – ha un grembo abbastanza grande da contenere l’eternità stessa. Attraverso la Fede e il Rosario il futuro esiste già nel presente: i beni che ci aspettiamo riposano nella nostra mente come su un fondamento incrollabile; la Fede è il fondamento immutabile che porta le nostre immutabili speranze: Sperandarum substantia rerum (Heb. III, 14). San Paolo ha altre parole ancora più energiche: La fede, dice, è il principio di Dio: Initium substantiæ ejus (Heb. III, 14). Attraverso la fede e il Rosario c’è nel Cristiano il seme di un Dio, il seme e l’inizio dell’eternità. Ma soprattutto il Rosario ci fa toccare l’eternità, perché il Dio-Uomo che adoriamo in ogni Mistero è, secondo l’espressione di Santa Caterina da Siena, come un ponte tra il tempo e l’eternità; tocca entrambe le rive: le rive del finito attraverso la sua natura umana, le rive eterne attraverso la sua Persona e la sua natura divina. Quando inizieremo la recita, ci uniremo all’Uomo-Dio, ci lasceremo trasportare sugli abissi di questo ponte dell’infinito e, prima di finire la nostra preghiera, avremo raggiunto impercettibilmente l’altra riva, che è la riva dell’eternità. Ecco allora tutte le profondità di Dio esplorate nel Rosario: la vita intima della Famiglia celeste, la misericordia e la giustizia divina, i misteri della predestinazione e della gloria, gli abissi dell’eternità, i segreti dell’infinito. Chi è chiamato ad una vita di unione, potrebbe quindi trovare nel Rosario risorse inestimabili, perché il Rosario è la forma più sublime di contemplazione, la più sicura, la più facile. – La più sublime, poiché ci getta nelle profondità dell’infinito: lasciate che queste anime si immergano incessantemente in questa meditazione, non esauriscono mai le loro ricchezze; c’è sempre qualche nuovo abisso da sondare. È impossibile andare più lontano della divinità, per questo è impossibile andare più lontano e più in alto della meditazione del Rosario. È la più sicura. Ci si illuderebbe nel considerare la divinità in una sorta di vita astratta e come se fosse relegata in una sfera estranea all’uomo; il Rosario ci mostra la vera vita di Dio, le sue vere effusioni con l’umanità: Dio, che mette le sue delizie ad abitare in mezzo a noi, a dialogare con i figli degli uomini. È la più semplice e facile. Il nostro modo naturale di intendere è quello di passare dal sensibile allo spirituale; gli esseri visibili sono come il piedistallo da cui l’anima si slancia verso l’infinito. Nella contemplazione del Rosario, l’Umanità del Verbo è il piedistallo visibile che ci eleva alla divinità invisibile. Non c’è bisogno di una penosa contenzione di spirito; si passa dal Cristo visibile al Cristo Dio, in modo fluido e impercettibile. Per Christum hominem ad Christum Deum. Mentre abbracciamo il Figlio di Maria, abbracciamo Dio stesso, gridiamo in dolce estasi: Quanto è buono, quanto è buono il nostro Dio! quam bonus Israel Deus! (Ps. LXXII, 1). Noi stiamo solo toccando queste bellezze, le anime pie sapranno come completare questo studio e assaporare queste delizie. Esse capiranno anche che il Rosario risponde alle esigenze di tutti. Ci sono quelli per i quali il puro invisibile non ha alcuna attrattiva; anche quando si rivolgono a Dio, la loro pietà ha bisogno di incontrare un cuore di carne come il loro, un cuore che palpita e trasale: questi troveranno nel Rosario il Cuore di Gesù. Ce ne sono altri la cui vigorosa intelligenza è focalizzata sulle bellezze spirituali, il cui sguardo potente è fatto per contemplare il cielo degli spiriti: questi troveranno nel Rosario l’anima di Gesù. Altri scivolano sulle ali di Dio verso le più alte vette della contemplazione, il loro sguardo è capace di guardare il Cielo dei cieli: troveranno nel Rosario la divinità di Gesù. Il Sacro Cuore per i proficienti, l’anima del Verbo per i più avanzati, la divinità per i perfetti. Tuttavia, questi tre stati non devono essere completamente separati: anche i principianti devono andare all’anima e alla divinità di Gesù, e il perfetto non deve mai lasciare quell’anima o quel Cuore. Il cuore, l’anima e la divinità sono tre dimore che dobbiamo abitare contemporaneamente: tria tabernacula (Marc. IX, 4). Oh, come sono deliziose queste tre dimore! È un inizio di paradiso, sono tre tabernacoli eterni: è la santità. La morte non ci allontanerà da questa triplice dimora, ma ci permetterà, al contrario, di abitare più perfettamente nel cuore, nell’anima, nella divinità del nostro Amato. Videbimus, laudabimus, amabimus. Vedremo questo Diletto, lo loderemo, lo ameremo: visione senza nuvole, lode senza interruzione, amore senza condivisione e senza fallimento, questa è la potente trilogia della felicità! La iniziamo qui sulla terra nel Rosario, andremo a finirlo, con l’ultimo Mistero glorioso, sul Cuore di Maria. Con te, o Maria, abiteremo nei tre tabernacoli eterni, il cuore, l’anima e la divinità del tuo Figlio; con te vivremo la sua vita, ameremo con il suo amore. Videbimus, laudabimus, amabimus.

[1. Continua] http://www.exsurgatdeus.org/2020/05/13/il-rosario-e-la-santita-2/

PRATICA DEL SANTO ROSARIO

Come pregare il Rosario in famiglia

La pratica quotidiana di questa devozione nel gruppo familiare, padre, madre e figli, servirà a creare maggiore armonia nella famiglia e porterà ad una maggiore pace e serenità. Aumenterà ulteriormente la pietà ed un maggiore sviluppo spirituale, oltre a far discendere la benedizione di Dio e la cura vigile della Madonna su tutti coloro che partecipano alla sua recita quotidiana.

E’ oltretutto semplice da recitare, e l’ora più conveniente perché tutta la famiglia possa essere presente è la sera, probabilmente subito dopo cena. Ogni membro può alternarsi nel condurre le preghiere.

Si inizia con:

V. Deus in adjutórium meum inténde.

R. Dómine, ad adjuvándum me festína.

1. Dapprima si dice il Credo degli Apostoli tenendo il crocifisso della corona tra le dita. Il conduttore dice: “Credo in Deum …”, poi tutti si uniscono al Credo.

2. Colui che conduce dice la prima metà del Pater sul grano grande della corona e la prima parte dell’Ave Maria sui tre grani piccoli, seguite dal Gloria Patri, mentre gli altri recitano la seconda parte di queste preghiere.

3. Chi conduce poi annuncia: il nome del Primo dei Cinque Misteri Gaudiosi (o Dolorosi, o Gloriosi).

4. Poi, nell’ordine, viene detto il Pater Noster sul grano grande e l’Ave Maria sui grani piccoli, con il Gloria alla fine di ogni decina.

Nota: la Madonna di Fatima il 13 giugno 1917 disse alla veggente Lucia: Dopo il Gloria Patri di ogni decina, tu dirai:

 O Gesù perdonate le nostre colpe, preservateci dal fuoco dell’inferno, portate in cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della vostra misericordia

5. Si concludere l’ultima decina con la Salve Regina. Infine l’oremus.

6. Si può aggiungere la litania.

MISTERI DEL ROSARIO

Misteri gaudiosi

(lunedì, giovedì)

1 – Nel primo mistero gaudioso si contempla l’annunciazione dell’Angelo a Maria SS.

2 – Nel secondo mistero gaudioso si contempla la visita di Maria Vergine a santa Elisabetta.

3 – Nel terzo mistero gaudioso si contempla la nascita di Gesù Bambino nella grotta di Betlemme.

4 – Nel quarto mistero gaudioso si contempla la presentazione di Gesù Bambino al tempio e la purificazione di Maria SS.

5 – Nel quinto mistero gaudioso si contempla ladisputa del fanciullo Gesù con i dottori.

Misteri dolorosi

(martedì, venerdì)

1 – Nel primo mistero doloroso si contempla l’agonia e il sudor di sangue di nostro Signor Gesù Cristo nell’orto.

2 – Nel secondo mistero doloroso si contempla la flagellazione del nostro Signor Gesù Cristo alla colonna.

3 – Nel terzo mistero doloroso si contempla l’incoronazione di spine di nostro Signore Gesù Cristo.

4 – Nel quarto mistero doloroso si contempla la condanna a morte di Gesù e la sua salita al Calvario, portando la croce.

5 – Nel quinto mistero doloroso si contempla la crocifissione, la morte e la sepoltura di nostro Signore Gesù Cristo.

Misteri gloriosi

(mercoledì, sabato, domenica)

1 – Nel primo mistero glorioso si contempla la risurrezione di nostro Signor Gesù Cristo.

2 – Nel secondo mistero glorioso si contempla l’ascensione di nostro Signor Gesù Cristo al cielo.

3 – Nel terzo mistero glorioso si contempla la discesa dello Spirito Santo sopra gli Apostoli con Maria santissima congregati nel cenacolo.

4 – Nel quarto mistero glorioso si contempla la beata dormizione e la gloriosa Assunzione di Maria Santissima in cielo.

5 – Nel quinto mistero glorioso si contempla l’incoronazione in cielo di Maria santissima e la gloria di tutti gli Angeli e i Santi.

Frutti e grazie dei misteri (del Monfort)

Secondo il metodo di S. Luigi Maria Grignon di Montfort per ogni decina del Rosario si può chiedere una grazia particolare cioè un frutto per la nostra anima legato alla contemplazione di tale mistero.

Su ogni decina dopo aver annunciato il mistero si dice:

“Chiediamo per questo mistero la grazia di…”

Gaudiosi:

1 – Profonda umiltà.

2 – Carità verso il nostro prossimo.

3 – Distacco dai beni del mondo.

4 – La virtù della purezza.

5 – La vera sapienza (fare la volontà di Dio).

Dolorosi:

1 – Contrizione dei nostri peccati.

2 – Mortificazione dei nostri sensi.

3 – Disprezzo del mondo.

4 – Pazienza nelle tribolazioni.

5 – La conversione dei peccatori, la perseveranza dei giusti, e il sollievo delle anime del purgatorio.

Gloriosi:

1 – Amor di Dio ed il fervore.

2 – Ardente desiderio del cielo.

3 – Far scendere lo Spirito Santo nelle nostre anime.

4 – Vera e tenera devozione a Maria.

5 – L a Perseveranza finale e la corona di Gloria

Le preghiere del Santo Rosario

IL SEGNO DELLA CROCE

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

IL CREDO APOSTOLICO

Credo in Deum, Patrem omnipoténtem, Creatórem cæli et terræ.
Et in Jesum Christum, Fílium ejus únicum, Dóminum nostrum: qui concéptus est de Spíritu Sancto, natus ex María Vírgine, passus sub Póntio Piláto, crucifíxus, mórtuus, et sepúltus: descéndit ad ínferos; tértia die resurréxit a mórtuis; ascéndit ad cælos; sedet ad déxteram Dei Patris omnipoténtis: inde ventúrus est judicáre vivos et mórtuos.
Credo in Spíritum Sanctum, sanctam Ecclésiam cathólicam, Sanctórum communiónem, remissiónem peccatórum, carnis resurrectiónem, vitam ætérnam. Amen.


PATER NOSTER

Pater noster, qui es in cælis, sanctificétur nomen tuum: advéniat regnum tuum: fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie: et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris: et ne nos indúcas in tentatiónem: sed líbera nos a malo. Amen.


AVE MARIA

Ave María, grátia plena; Dóminus tecum: benedícta tu in muliéribus, et benedíctus fructus ventris tui Jesus. Sancta María, Mater Dei, ora pro nobis peccatóribus, nunc et in hora mortis nostræ. Amen.

GLORIA PATRI

V. Glória Patri, et Fílio, * et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, * et in sǽcula sæculórum. Amen.


 SALVE REGINA

Salve, Regína, mater misericórdiæ;
vita, dulcédo et spes nóstra, salve.
Ad te clamámus éxsules fílii Hevæ.
Ad te suspirámus geméntes et flentes
In hac lacrimárum valle.
Eja ergo, advocáta nostra,
illos tuos misericórdes óculos ad nos convérte.
Et Jesum, benedíctum fructum ventris tui,
nobis post hoc exsílium osténde.
O clemens, o pia, o dulcis Virgo María.

OREMUS

Deus, cujus Unigenitus, per vitam, mortem, et resurrectionemsuam, nobis salutis œternæ præmia comparavit, concede, quæsumus: ut hæc misteria sanctissimo beatæ Mariæ Virginis Rosario recólentes, et imitemur quod continent, etquod promittunt assequamur. Per eundem Dominum, etc.

LITANIE LAURETANE

KYRIE, eléison.

Christe, eléison.

Kyrie eleison.  

Christe, audi nos.

Christe, exàudi nos.

Pater de cælis, Deus,

             miserere nobis.

Fili, Redémptor mundi, Deus,

              miserere nobis

Spiritus Sancte, Deus,

                 miserere nobis.

Sancta Trinitas, unus Deus,

                  Miserere nobis.

Sancta Maria,

       ora pro nobis

Sancta Dei Genitrix, ora …

Sancta Virgo virginum, ora …

Mater Christi, ora …

Mater divinæ gràtiæ, ora …

Mater purissima, ora …

Mater castissima, ora …

Mater inviolata, ora …

Mater intemerata, ora …

Mater amàbilis, ora …

Mater admiràbilis, ora …

Mater boni consilii, ora …

Mater Creatóris, ora …

Mater Salvatóris, ora …

Virgo prudentissima, ora …

Virgo veneranda, ora …

Virgo prædicànda, ora …

Virgo potens, ora …

Virgo clemens, ora …

Virgo fidélis, ora …

Spéculum iustitiæ, ora …

Sedes sapiéntiæ, ora …

Causa nostræ lætitiæ, ora …

Vas spirituale, ora …

Vas honoràbile, ora …

Vas insigne devotiónis, ora …

Rosa mystica, ora …

Turris Davidica, ora.

Turris ebùrnea, ora …

Domus àurea, ora …

Fcederis arca, ora …

Iànua cæli, ora …

Stella matutina, ora …

Salus infirmórum, ora …

Refùgium peccatórum, ora …

Consolàtrix afflictórum, ora …

Auxilium Christianórum, ora …

Regina Angelórum, ora …

Regina Patriarchàrum, ora …

Regina Prophetàrum, ora …

Regina Apostolórum, ora.

Regina Màrtyrum, ora …

Regina Confessórum, ora …

Regina Virginum, ora …

Regina Sanctórum omnium, ora …

Regina sine labe originali concépta, ora …

Regina in cælum assùmpta, ora …

Regina sacratissimi Rosàrii, ora …

Regina pacis, ora …

Agnus Dei, qui tollis peccata mundi,

       parce nobis, Dòmine.

Agnus Dei, qui tollis peccata mundi,

        exàudi nos, Dòmine.

Agnus Dei, qui tollis peccata mundi,

         miserére nobis.

f. Ora prò nobis, sancta Dei Génetrix.

R:. Ut digni efficiàmur promissiónibus Christi. –

Orèmus.

Oratio

CONCÈDE nos fàmulos tuos, quæsumus, Dòmine Deus, perpètua mentis et córporis sanitàte gaudére: et, gloriósa beatæ Mariæ semper Virginis intercessióne, a præsénti liberàri tristitia, et ætérna pérfrui lætitia.

Per Christum Dóminum nostrum.

R. Amen.


IL ROSARIO E LA SANTITÀ (2)

IL ROSARIO E LA SANTITÀ (2)

del

R. P. EDOUARD HUGON

DEI FRATELLI PREDICATORI

SECONDA PARTE

I MODELLI DELLA SANTITÀ: MARIA E GIUSEPPE

CAPITOLO PRIMO

IL ROSARIO E LA VERGINE SANTISSIMA: MARIA MODELLO DELLA PREDESTINAZIONE

Dopo aver studiato, dal punto di vista del Rosario, il Cuore, l’Anima, la Divinità di Gesù ed aver assaporato le delizie soprannaturali alla loro fonte, è giusto e dolce considerare la Regina del Santo Rosario stessa. Gesù Cristo, prima di morire, ci ha lasciato un doppio testamento: la sua Eucaristia e sua Madre. Maria e l’Eucaristia! A questi due nomi il Sacerdote freme, perché gli rivelano il segreto delle sue più dolci gioie; la vergine freme, perché gli ricordano la fonte da cui attingerà le dolci ed austere delizie della sua verginità; la morente freme, perché gli promettono speranza; la peccatrice freme, perché gli promettono il perdono. Anche per noi, pronunciare questi due Nomi è una gioia. Maria e l’Eucaristia sono il testamento di un moribondo, poiché Gesù ci ha dato la sua Eucaristia alla vigilia della sua morte, e ci ha dato sua Madre poco prima di esalare l’ultimo respiro. Tutto ciò che rimane dei morti è prezioso per noi; l’oggetto più piccolo ha un valore inestimabile, dal momento che è stato consacrato dalla maestà del trapasso, e sembra che non abbiamo più nulla da aggiungere quando diciamo: « Questo è il dono di un moribondo! » Cosa sarà allora quando questo moribondo è un Dio? Oh, allora l’emozione è all’apice, il cuore è rimescolato fin nelle più intime profondità. Bene! Maria e l’Eucaristia sono il testamento di un moribondo che è un Dio! Non ci sarà mai un testamento più augusto di questo. Ah! L’umanità non si è sbagliata; ha avuto per Maria e per l’Eucaristia quell’amore appassionato che si ha per i doni dei moribondi, ha iscritto questo doppio testamento negli annali del cuore, e sappiamo che tali annali non invecchiano mai. No, mai l’amore di Maria potrà essere strappato dal cuore dei Cristiani: finché i cuori batteranno, Maria sarà amata. La devozione alla Santa Vergine è quindi fondamentale e indistruttibile nel Cristianesimo. Il Rosario è la vera forma di questa devozione. Innanzitutto, il Rosario ha il più alto potere di invocazione alla Santa Vergine; noi siamo come il bambino che con le sue ripetute grida obbliga la madre a rispondergli. Cominciamo una “Ave” ed è già un richiamo potente; lo ripetiamo fino a dieci volte per renderlo ancora più eloquente, e quando la decina è finita, ricominciamo di nuovo il grido d’amore; fino a centocinquanta volte questo grido va sempre più ingrandendosi; è diventato quindi la voce sublime che penetra il cielo. In secondo luogo, il Rosario ci fa dare alla Vergine il vero posto che Ella occupa nel piano divino. Nel Rosario andiamo a Dio attraverso Maria, facciamo tutto attraverso Maria, ci aspettiamo tutto da Maria, come se la salvezza ci venisse da Lei. Questo è infatti il ruolo di Maria nell’Incarnazione; è, nel vero senso, causa della nostra salvezza. Per apprezzare pienamente il ruolo di Maria nel Rosario, dobbiamo mostrare qual sia il ruolo di Maria nella grande questione della salvezza dei Cristiani. Nella salvezza ci sono tre cose capitali: la predestinazione, la grazia e la morte. Per formare un eletto, prima di tutto ci deve essere la scelta divina che, da tutta l’eternità, lo separi dalla massa impura dei reprobi; poi ci deve essere la grazia che lo santifica nel tempo, e infine una morte pia che coroni la grazia e metta il sigillo alla predestinazione. Ora, Maria ha un ruolo importante in queste tre fasi della salvezza: Ella è il modello della nostra predestinazione, è il canale della grazia, è la patrona della buona morte. Sapremo quindi abbastanza sul ruolo di Maria nel Rosario e sul suo ruolo nell’opera di salvezza, dopo aver sviluppato questi tre pensieri: Maria, modello di predestinazione; Maria, canale di grazia; Maria, patrona della buona morte. La predestinazione è l’eterna preparazione alla salvezza; è l’atto misericordioso con cui, da tutta l’eternità, Dio ci ha amato gratuitamente, ci ha scelto liberamente, ci ha indirizzato in modo sicuro e infallibile verso la gloria benedetta. La predestinazione ci ha resi scelti, degli eletti e prediletti. Una persona predestinata è quindi una persona amata. Ma nello scegliere il suo amato, Dio aveva un modello, guardava ad un ideale, cioè al suo Prediletto per eccellenza, Cristo-Gesù. Per questo Cristo è chiamato lo stampo di tutti i predestinati. San Tommaso ci insegna una bella e profonda dottrina su questo tema. (III P., q. III, art. VIII). Quando un capolavoro è stato danneggiato, l’artista, per ripararlo, lo riporta all’ideale primitivo, e lo rimette nello stampo da cui proveniva; in questo modo lo stesso stampo viene utilizzato per riformare l’opera e per ripararla. L’uomo, capolavoro divino, era stato deformato dal diavolo; Dio, per ripararlo, lo ha rimesso nel suo stampo. Questo esemplare, questo eterno ideale degli esseri, è il Verbo divino; esso è servito a formarci, e servirà pure a ripararci. Dio ha voluto restaurarci con il Verbo suo, ecco perché il Verbo si è fatto carne. Quindi la salvezza può esserci solo in Cristo; per entrare in cielo dobbiamo somigliare al nostro ideale eterno, e la predestinazione consiste nel renderci conformi all’immagine del Figlio di Dio. « Prædestinavit conformes fieri imaginis Filii sui » (Rom. VIII, 29). Ogni eletto porta i lineamenti, la figura del Cristo; Gesù è lo stampo del predestinato. Ora non possiamo non trasalire nel ricordare le parole di sant’Agostino: « … Lo stampo di Cristo è Maria. » C’è, infatti, una somiglianza ineffabile tra il corpo di Gesù e il corpo di Maria, tra l’anima di Gesù e l’anima di Maria, tra la predestinazione di Gesù e la predestinazione di Maria. Lo stesso atto divino che decretò l’Incarnazione, decretò l’esistenza della Beata Vergine; Dio contemplò originariamente nello stesso dipinto, la figura del suo Cristo e la figura di Maria, ed è vero il dire che Maria è fatta a somiglianza di Gesù, e che Gesù a sua volta è fatto a somiglianza di Maria. Sant’Agostino l’ha detto bene: « Formam Dei »: Maria è lo stampo di Cristo, lo stampo di Dio. Poiché il Padre Eterno ha voluto formare il suo primo Eletto, il Capo di tutti i suoi predestinati, solo attraverso la Vergine Santissima, anche tutti gli altri Santi devono essere gettati in questo stampo verginale, e quando ne fuoriescono sono Cristiani, prediletti, eletti. Così come Dio ci ha predestinati ad essere conformi all’immagine di suo Figlio, così ci ha predestinati ad essere conformi all’immagine di Maria. « Prædestinavit conformi fieri ». Che pensiero dolce! Noi dunque siamo fatti a somiglianza di Maria! Dio, nel crearci, ha preso Maria come modello! C’è in noi qualcosa dei lineamenti di Maria, della sua figura, della sua bellezza! In qualsiasi grado Dio ci abbia posto, o nel mondo, o nella regalità del sacerdozio, o sulle altezze sublimi della vita religiosa, tutti noi siamo stati formati sul modello della Madre nostra. Predestinando i coniugi cristiani, le madri cristiane, Dio guardava a Maria; predestinando le vergini, le suore, Dio guardava a Maria; predestinando i sacerdoti, Dio guardava a Maria. E prima di tutto, quando Dio ha formato i cuori degli sposi cristiani, ha preso Maria a modello; ha voluto mettere negli affetti della famiglia un po’ dell’amore casto con cui Maria amava San Giuseppe. Allo stesso modo, il cuore di Maria è l’ideale secondo il quale Dio ha concepito questo capolavoro che è il cuore materno. Sì, madri cristiane, quando Dio vi ha predestinate, ha preso Maria come modello. Se l’amore di tutte le madri fosse raccolto, sarebbe un tesoro di eroismo, ma non ancora il Cuore di Maria: tutti questi amori, tutte queste gesta eroiche raccolte, sarebbero solo una debole immagine dell’amore e dell’eroismo della Madre di Dio. Ah! Lasciate che le madri si sforzino sempre più di essere sublimi: più sono eroiche, più si avvicineranno al loro ideale celeste, perché sono predestinate a diventare conformi all’immagine di Maria! Quando Dio predestinava le vergini, guardava a Maria. La prima delle vergini è l’adorabile Trinità; per predestinare la Vergine Maria, quindi, la Trinità guardava a se stessa; ma per predestinare le altre vergini, prende il suo modello da Maria. La Chiesa tratta le sue vergini, le sue monache, con il massimo rispetto: come se non bastasse la sola virtù per consacrare una vergine, la Chiesa prescrive una cerimonia solenne per benedire la sposa di Cristo; ha, per lo stato della vergine, quei riguardi che osserva per il calice dell’altare; ha consacrato la suora come ha consacrato il calice. Ma Dio tratta le vergini con ancora più rispetto: le consacra, mettendo in loro qualcosa di radioso e di angelico, la cui vista eleva i loro cuori al cielo; in una parola, vuole che siano quaggiù l’immagine di Maria, la rappresentazione di Maria. Queste vergini andranno dunque in tutto il mondo con a guardia la loro purezza, e i popoli si leveranno davanti a loro come prima di una dolce apparizione di Maria. Questa casta e immacolata generazione è ancora numerosa; ha mani per guarire tutte le ferite, per guarire tutte le miserie, un linguaggio per istruire ogni ignoranza e per ammorbidire l’amarezza di ogni falsa speranza. O vergini, siate fiere della vostra sorte: voi siete state formate sul modello di Maria, siete predestinate a riflettere la sua immagine nel tempo e nell’eternità! Infine, quando Dio ha predestinato i Sacerdoti, ha guardato a Maria. Ci sono analogie sorprendenti tra Maria e il Sacerdote. Entrambi sono posti tra Dio e gli uomini, entrambi sono mediatori: Maria è corredentrice, il Sacerdote è corredentore; in virtù del suo sacro Ministero redime le anime, risuscita i morti donando la grazia attraverso i Sacramenti. Maria e il Sacerdote sono vergini, ed entrambi possono dire a Gesù, anche se in modo molto diverso, le stesse parole: « Filius meus es tu, ego hodie genui te ». Tu sei mio Figlio, oggi ti ho generato. Il sacerdote dà a Gesù, attraverso la Consacrazione, una vera nascita, cioè quell’esistenza sacramentale e misteriosa che Cristo ha sui nostri altari. O gioia divina, o inesprimibile dolcezza! Maria e il Sacerdote si incontrano nella stessa felicità, nella stessa parola: Filius meus es tu: O Gesù, tu sei il mio Dio e mio Figlio! Maria e il Sacerdote generano anche Gesù nelle anime: Maria usa il Sacerdote per dare vita al peccatore, e il Sacerdote ha bisogno di Maria per agire efficacemente. La nostra vocazione è quindi simile a quella di Maria. Grazie, o Dio, per averci formato sul modello di tua Madre, e per averci predestinato a diventare come Lei! Prædestinavit conformes fieri. Questo è il ruolo della Beata Vergine nella predestinazione: mariti, vergini, Sacerdoti, tutti sono gettati in questo stampo immacolato. Ma la predestinazione eterna si realizza nel tempo con la libera collaborazione dell’uomo; l’ideale divino deve realizzarsi in noi con i nostri sforzi; la nostra anima è il quadro in cui dobbiamo dipingere in noi stessi, con l’aiuto di Dio, le fattezze di Maria, Ora, per riprodurre fedelmente un modello, dobbiamo averlo costantemente sotto i nostri occhi. Ebbene, nel Rosario Maria si pone, per così dire, davanti a noi: ognuno dei suoi tratti ci viene rivelato da ciascuno dei Misteri. Sarebbe facile applicare qui ciò che abbiamo detto sul Cuore e l’Anima di Gesù; sì, il Cuore e l’Anima di Maria si manifestano nella sua interezza nei Misteri con tutti i loro tesori e la inesprimibile bellezza. In questo modo è facile per noi realizzare l’ideale della nostra predestinazione: praticando la virtù del Mistero lavoriamo sul quadro divino, ripercorrendo in noi stessi una delle caratteristiche del nostro modello. Sarebbe una buona idea dedicare ogni settimana a dipingere nella nostra anima ciascuna delle virtù ricordate nel Rosario: una settimana per riprodurre in noi l’umiltà di Maria, un’altra settimana, la sua carità e così via. Se una settimana non bastasse, usiamo mesi e anni, ma  sia la nostra preoccupazione quella di trasfigurare noi stessi nel nostro modello. E una volta che uno dei tratti di Maria sia stato inciso, non lasciamo che venga cancellato dalla nostra negligenza; lasciamo che rimanga incessantemente nella nostra anima e che sia sempre in grado di contemplare dentro di noi la figura amata della Madre nostra.

CAPITOLO SECONDO

IL ROSARIO E LA VERGINE SANTISSIMA: MARIA MADRE DELLA GRAZIA

Abbiamo visto come il Rosario ci renda conformi al bellissimo ideale della nostra predestinazione: l’Immacolata Madre di Gesù. La predestinazione si realizza nella nostra anima attraverso l’opera della grazia, per cui dobbiamo ora esaminare quale sia il ruolo della Beata Vergine in relazione alla grazia. Poiché la grazia è una partecipazione della natura divina, un flusso della sua vita feconda, solo Dio può produrla, perché solo Lui può comunicarci la sua natura e la sua vita. Gesù Cristo, come Dio, è l’Autore della grazia allo stesso modo di suo Padre; come Dio e come l’uomo, è la causa meritoria e principale di tutti i beni spirituali. Inoltre, la sua adorabile Umanità ha ancora tutti i giorni un’efficacia intima e misteriosa, essa è lo strumento che Dio usa per la produzione quotidiana della grazia. Il Vangelo ci dice che da Nostro Signore è uscita una virtù per guarire i corpi; dalla Sua Umanità esce anche una potente virtù per guarire le anime, per riversare in esse il dono che santifica. L’Umanità del Verbo è l’atmosfera balsamica dove si formano le gocce della rugiada divina. Se Gesù Cristo è l’unico serbatoio delle acque fertili della salvezza, Maria ne è il canale che le fa arrivare a noi; non è Ella la sorgente, perché Ella stessa ha ricevuto tutto da suo Figlio, ma noi dobbiamo passare attraverso di Lei per arrivare alla sorgente; Ella stessa non produce la grazia, perché la grazia è una partecipazione di Dio, ma è la distributrice delle grazie; le onde divine del vasto Oceano che è Cristo, seguono per giungere fino a noi, il fiume verginale che è Maria. Da qui le famose parole di San Bernardo: « Nulla gratia venit de cœlo ad terram nisi transeat per manus Mariæ ». Nessuna grazia viene dal cielo sulla terra senza essere passata per le mani di Maria (Serm. De acqueducto). Padri e Dottori non hanno abbastanza espressioni per inculcare questa verità. Essi chiamano Maria il serbatoio di tutti i beni, promptuarium omnium honorum, il tesoriere di tutte le grazie, il tesoriere di Gesù Cristo. E prima di loro l’Arcangelo Gabriele aveva detto tutto in una sola parola: « Gratia plena » piena di grazia. È piena di grazia per se stessa, è piena di grazia per noi. Plena sibi, superplena nobis. San Tommaso (Commentario sull’Ave Maria e Commentario su S. Giovanni, cap. I, lect. X) distingue in questo senso una triplice pienezza di grazia. In primo luogo, plenitudo sufficientiæ, la pienezza della sufficienza, comune a tutti i Santi; cioè tutti gli eletti hanno un’abbondanza di grazia sufficiente a far loro osservare la legge divina ed a condurli inesorabilmente alla beatitudine eterna. – In secondo luogo, plenitudo excellentiæ, la pienezza dell’eccellenza. Questa appartiene solo a Gesù Cristo: è la pienezza della sorgente, la pienezza dell’abisso senza limiti; è da essa che tutti ci siamo arricchiti. Da plenitudine ejus nos omnes accepimus (Giov. I, 16). – Al terzo posto, plenitudo redundantiæ, la pienezza della sovrabbondanza. Questa appartiene solo alla Santa Vergine: la sua grazia è così grande che trabocca come un serbatoio stracolmo e si riversa su tutta l’umanità. Maria è piena di grazia per se stessa, sovrabbonda di grazia per noi. Plena sibi, superplena nobis. Possiamo dire di Lei come di suo Figlio, anche se in senso diverso: « De plenitudine ejus nos omnes accepimus. » Siamo stati tutti arricchiti dalla sua pienezza.  – C’è un triplice valore nelle grazie della Beata Vergine: valore meritorio, valore soddisfattorio, valore impetratorio. I suoi meriti, secondo molti santi Dottori, superano quelli di tutti gli Angeli e gli uomini insieme; la soddisfazione e l’impetrazione vanno di pari passo con il merito. Possiamo vedere da questo che i tesori spirituali della nostra augusta Madre raggiungono in ampiezza e profondità proporzioni che la nostra intelligenza non può misurare. C’è da meravigliarsi che trabocchino e si riversino sulle nostre anime? Plenitudo redundantiæ. I suoi tesori soddisfattori sono interamente per noi: essendo Ella libera da ogni minima contaminazione, non ha mai avuto bisogno delle sue soddisfazioni; queste sono quindi cadute nel dominio della Chiesa, che ce le distribuisce attraverso le indulgenze. I suoi meriti non sono applicati direttamente a noi, perché sono di sua inalienabile proprietà. Tuttavia, possiamo dire che Maria è una causa di grazia meritoria. Non ha potuto ottenere la salvezza per noi come giustizia, come ha fatto Gesù Cristo; ma ha potuto meritare per noi questo merito di convenienza (de congruo), questo diritto di amicizia che ha tanto potere sul cuore di Dio. È soprattutto a titolo di impetrazione che Maria è la distributrice delle grazie; tutti i beni celesti passano attraverso le sue mani, cioè vengono a noi per mezzo della sua intercessione. Così intese, le parole di San Bernardo non sono una pia esagerazione, ma esprimono una bella verità che è dolce approfondire. – È necessario qui ricordare quella sublime dottrina che San Paolo ha così magnificamente esposto (Ephes. IV, 16). « La Chiesa è un Corpo mistico di cui Gesù Cristo è il Capo; come nel corpo umano, anche nella Chiesa ci sono nervi potenti che tengono insieme le membra, ed è l’Autorità spirituale; ci sono poi vasi che alimentano la vita, cioè i Sacramenti; infine, c’è la vita stessa, c’è il sangue che ne sostiene la giovinezza e la bellezza. Questa vita, questo sangue della Chiesa, è la grazia. Tutto questo movimento, tutte queste energie scendono dalla testa agli arti. Nel corpo umano c’è una parte che unisce il capo al resto del corpo; nella Chiesa, Cristo è il capo, Maria è l’intermediaria che unisce il capo alle membra: Maria, collum Ecclesiæ. Maria è il collo mistico del Corpo divino che è la Chiesa. Come i movimenti e le energie del capo raggiungono il resto del corpo solo dopo essere passati attraverso “questa colonna mobile” che li collega tra loro, così la vita di Cristo raggiunge i fedeli solo attraverso Maria, l’organo soprannaturale che collega il Capo mistico alle membra del suo Corpo. Da Cristo la grazia scende nella Beata Vergine, da Maria scende nella nostra anima, e da lì risale nell’eternità da dove è venuta. La grazia, così come l’acqua e il sangue, vuole elevarsi all’altezza della sua fonte: la fonte della grazia è l’eternità, la grazia fa parte della vita eterna, deve quindi rimandare nell’eternità i suoi misteriosi riflessi, secondo le parole di Nostro Signore: « Fiet in eo fons aquæ satientis in vitam æternam » (Giov. IV, 14). Essa risale nell’eternità così come ne è discesa: dall’anima fedele risale attraverso Maria, da Maria passa in Cristo, attraverso Cristo raggiunge di nuovo l’eternità. Attraverso Maria c’è nella Chiesa una corrente soprannaturale che scende e sale a sua volta; c’è tra cielo e terra come un flusso e riflusso perpetuo: è il flusso che rinvia il flusso, l’amore che restituisce l’amore. I meriti e i tesori di Gesù ci vengono trasmessi attraverso il Cuore di Maria; i nostri meriti e il nostro amore raggiungono Gesù attraverso il Cuore di sua Madre. Il tuo Cuore Immacolato, o Vergine Benedetta, è il dolce incontro tra Dio e l’uomo, il fiume misterioso che unisce le rive del tempo a quelle dell’eternità.  – Le onde di questa grazia hanno alzato la loro voce, una voce sublime, una voce più ammirevole di quella delle grandi acque, più ammirevole di quella dell’Oceano, e questa voce sembra gridare ad eco eterni: Maria, Mater gratiæ, Maria, Madre della Grazia! Possiamo noi unire l’armonia del nostro cuore a questa armonia per lodare Dio! Questa, quindi, è la parte di Maria nell’economia della salvezza. E il Rosario è un ottimo modo per attingere a questo canale di grazia. Come i tesori di Gesù Cristo ci sono applicati attraverso i Sacramenti, così, mantenendo le proporzioni e accantonando ogni esagerazione, i tesori di Maria ci vengono trasmessi attraverso il Rosario. Dove sono infatti i meriti e le soddisfazioni della Beata Vergine? Il Rosario non è forse la storia della sua vita? È nei Misteri che ha moltiplicato le sue soddisfazioni e i suoi meriti quasi all’infinito. Lo stesso vale per il suo potere di impetrazione: quando intercede per noi, quando comanda a suo Figlio di ascoltarci, ci fa capire il ruolo che ha dovuto svolgere nella triplice serie dei Misteri. Così la meditazione della nostra bella preghiera ci mette in contatto con la fonte da cui Maria ha attinto le sue ricchezze spirituali; come abbiamo detto, parlando dell’anima di Gesù, il Rosario ci fa toccare l’anima e la grazia della Beata Vergine; lampi di luce, colpi di fuoco scaturiscono da quell’anima sulla nostra. Quando recitiamo l’Ave quando diciamo alla nostra Madre: gratia plena, non solo le rinnoviamo il profumo delle sue prime gioie, ma soprattutto le ricordiamo il ruolo che ha nell’affare della salvezza, nell’economia della grazia, e i titoli che può far valere davanti a Dio in nostro favore. Meditare sui Misteri significa tenere la nostra anima unita alla sua, il nostro cuore in uno col suo Cuore; significa dissetarci alla stessa fonte alla quale Ella si è dissetata; significa unire la nostra voce alla voce del tempo e dell’eternità per dirle: Maria, Mater gratiæ! O Maria! O Madre della Grazia, ricordati dei tuoi figli! Maria risponde riversando su di noi nuovi favori e rivolgendoci questa parola: Chi mi trova ha trovato la vita, e attingerà la salvezza dalle fonti del Signore! (Prov. VIII, 35).

TERZO CAPITOLO

IL ROSARIO E LA VERGINE SANTISSIMA: MARIA PATRONA DELLA BUONA MORTE

Ci sono, nel destino del Cristiano, tre giorni grandiosi che hanno la loro solenne risonanza nell’eternità: quello del Battesimo, quello della prima Comunione e quello della morte. Il giorno del Battesimo è il primo dei nostri giorni belli, quando Dio si impadronisce di noi, quando ci segna con il suo dito ed il suo sigillo, e ci incorona re per l’eternità. La Prima Comunione è una festa per il cielo e per la terra. È indubbiamente un momento bellissimo in cui il bambino può baciare il padre e la madre da lungo tempo assenti, ma è incomparabilmente più dolce l’ora in cui il bambino abbraccia il suo Dio per la prima volta. Ora, è attraverso la prima Comunione che diamo a Gesù il nostro primo bacio nell’Eucaristia. Ma il giorno della morte è il più solenne dei tre: è il trionfo o la più terribile disperazione; è il giorno che ci trasfigura per sempre, che suggella la nostra beata predestinazione, o che consuma il più terribile dei disastri. Questi tre giorni sono posti sotto la benedizione di Maria; Ella ci ha sorriso nella nostra culla, ci ha praticamente tenuto in braccio al momento del Battesimo: ci ha benedetto nella Prima Comunione, ci ha condotto Ella stessa al banchetto di suo Figlio; ma soprattutto ci ha benedetto e ci ha sorriso nel giorno della morte. Poiché questo è il più terribile dei tre, se l’è riservato per Lei in modo speciale. La Sacra Scrittura chiama la morte “Il giorno del Signore”, dies Domini; possiamo chiamarlo allo stesso modo: il giorno di Maria. È necessario che sia così. Il peccatore morente è posto tra tre cupe visioni: la cupe visione del passato sono i peccati che ha commesso; la cupe visione del futuro sono le fiamme vendicative che lo attendono; la cupa visione del presente è la Giustizia divina, dalla quale non può sfuggire. Il giudizio inizia sul letto dell’agonia, ed è opinione dei teologi che il luogo della morte sia il luogo stesso del Giudizio. Ah! se il giorno della morte fosse solo il giorno della Giustizia, troppo spesso sarebbe un giorno di terrore. Ma è anche il giorno di Maria, e proprio per questo è il giorno della misericordia e della gioia. Di fronte alle tre cupe visioni, Maria pone tre visioni consolanti, tre visioni ineffabilmente dolci: la dolce visione del passato è la benedizione di Maria dal Battesimo all’ultimo momento della vita; la dolce visione del futuro è il regno eterno dove Maria trionfa con il suo amato; la dolce visione del presente è la misericordia divina, la protezione, spesso anche l’apparizione, il sorriso di Maria. Ovunque si rivolga il moribondo, se è un servo di Maria, è consolato. Se si volge verso il passato, trova la bontà di Maria; se verso il futuro, il regno di Maria; se verso il presente, la benedizione, il sorriso di Maria. O pii figli della Regina del Cielo, non dobbiamo temere la morte, perché è il giorno di Maria! La nostra augusta Madre è per molti versi protettrice della morte, ma soprattutto in due modi: in primo luogo perché ci prepara contro le sorprese della morte, e in secondo luogo perché ci assiste in modo speciale nel nostro doloroso passaggio. Ci prepara contro le sorprese: Unire la morte allo stato di grazia è un grande favore che non possiamo meritare. Solo può unire la morte allo stato di grazia, Colui che è il padrone assoluto della grazia e della morte, cioè Dio stesso. La morte del giusto è quindi un favore del cielo, è l’effetto di una predestinazione speciale: l’amore di Dio ci ha dato la nascita, l’amore di Dio ci fa morire. Lo stesso atto che ci ha chiamati alla gloria ci chiama a morire in questo o in quell’istante. Ecco un bambino che è appena stato battezzato; per un incidente imprevisto cade dalle mani che lo portavano e muore nella caduta. Questo caso ci sembra fortuito, eppure è nell’intenzione di Dio una grazia di scelta: richiedeva una speciale provvidenza, in una parola, una predestinazione. Per ottenere ai suoi figli questo dono della perseveranza, Maria ha infinite delicatezze che ci sfuggono: morire un anno prima, un mese prima, una settimana prima, un giorno prima, un istante prima, è a volte un favore inestimabile che ci procura a nostra insaputa. Sceglie cioè Ella il momento in cui siamo in uno stato di grazia. Dio colpisce, per così dire a caso, i reprobi, che sono il legno morto destinato alle fiamme eterne; ma per i servi di Maria, che sono il legno profumato del giardino delle delizie, Egli osserva le stagioni, secondo l’espressione di un autore pio. La morte può essere improvvisa, ma non li sorprende; un presagio segreto, una specie di voce interiore li aveva avvertiti. Anche quando la morte sembra imprevista, ci si rende conto che, negli ultimi tempi, queste anime erano più ferventi, più raccolte, più unite a Nostro Signore. – In secondo luogo, Maria aiuta i suoi servi in modo speciale al momento del terribile passaggio. Assistendo sul Calvario alla morte del Capo dei Predestinati, acquisì il privilegio, secondo Sant’Alfonso, di assistere tutti gli altri predestinati all’ora della morte. Come Dio ha voluto che il suo Cristo fosse formato da Maria e che morisse sotto gli occhi di Maria, così Dio desidera che tutti gli altri suoi “Cristi” siano formati da Maria e che Maria riceva il loro ultimo respiro. È un momento solenne l’ultimo momento di un predestinato: una sorta di stupore coglie i presenti, si sente che Dio e la morte sono lì, si ammira e si tace. Ma ahimè, c’è più di Dio e della morte, c’è anche il diavolo e i suoi satelliti. satana fa sforzi disperati, sa che gli resta poco tempo, si precipita come un gigante sull’uomo morente, vorrebbe afferrarlo in una stretta potente. Silenzio! … Maria è là! Con uno sguardo Ella ha fulminato il gigante infernale, è più terribile di un esercito schierato in battaglia; « se Ella è per noi, chi sarà contro di noi? » dice sant’Antonino. Si Maria pro nobis, quis contra nos? I santi – ci assicura Sant’Alfonso – hanno visto Maria venire a sedersi accanto al letto funebre dei suoi servi, asciugando il sudore dell’agonia con le sue mani divine, o rinfrescandoli contro l’ardore della febbre. Ella è lì per far loro assaporare la morte. Sì, grazie alla Beata Vergine, la morte diventa una bevanda da assaporare con piacere. Gustare mortem. Gustare la morte. A volte sentiamo persino le anime gridare, come il pio Suarez o come una santa suora domenicana: « Oh, non sapevo ancora che fosse così dolce morire… » Maria mette i suoi figli a dormire dolcemente, come una tenera madre, e i suoi cari muoiono nel bacio del Signore, assaporando sia l’ebbrezza di quel bacio che l’ebbrezza della morte. Gustare mortem! Quando Santa Chiara era nei suoi ultimi istanti, Maria si avvicinò a lei con una truppa di vergini; baciò con dolcezza la serafica morente, le diede il bacio della pace e, nel frattempo, le altre vergini che accompagnavano la Regina del Cielo si disposero intorno a quel letto trionfale e lo coprirono con un lenzuolo dorato. Nell’Ordine di San Domenico, la Salve Regina viene cantata vicino al letto del moribondo, e più di una volta, durante il canto di questa bella antifona, abbiamo visto i religiosi sorridere improvvisamente e poi addormentarsi dolcemente nel Signore, come cullati dalla mano di Maria. Non sappiamo che tipo di morte il Signore abbia in serbo per noi, ma se rimarremo servi di Maria fino alla fine, siamo certi che la nostra ora suprema sarà consolante; qualunque sia l’amarezza della morte, Maria saprà farcela assaporare. Sì, gusteremo la morte come una deliziosa bevanda preparata dalla mano della Madre nostra, e il nostro ultimo giorno sarà un bel giorno, perché sarà il giorno di Maria. – Queste considerazioni non ci hanno allontanato dal Rosario, perché è nei Misteri che Maria ha iniziato il suo ufficio di patrona della morte, ed è attraverso il Rosario che lo continua ogni giorno. Dapprima Ella ha consolato gli ultimi momenti del suo glorioso sposo, San Giuseppe; poi, nel decimo Mistero, la vediamo assistere il Re dei Prescelti. Il Maestro della vita, certo, non aveva bisogno di aiuto per morire; tuttavia, voleva che la presenza della sua tenera Madre addolcisse per Lui l’amarezza del suo crudele sacrificio. Il Rosario ci ricorda la più ineffabile delle morti: la morte di Giuseppe, la morte di Gesù, la morte di Maria. Il Mistero dell’Agonia ci dà la forza divina per trionfare nella lotta suprema; nella Crocifissione, nell’Assunzione, il Re e la Regina degli Eletti santificano la nostra morte con la loro stessa morte; uniamo le nostre disposizioni a quelle di questi divini morenti, attingiamo, dal loro passaggio, le grazie per addolcire le nostre. È in una scuola di questo tipo che si impara a morire. Inoltre, quando arriva la morte, il cavaliere del Rosario la guarda in faccia, come un operaio che ben conosce il suo mestiere. Sì, chi ha meditato bene la Crocifissione e l’Assunzione conosce il mestiere aspro e soave della morte. Non dimentichiamoci in questi due Misteri di chiedere il dono della perseveranza, orientiamo la nostra intenzione verso questo grande fine. La Crocifissione e l’Assunzione sono per eccellenza i misteri della buona morte. Possiamo anche affermare che c’è in ogni Mistero e anche in ogni Ave Maria una grazia di pia e santa morte. Dicendo a Maria: Pregate per noi ora e nell’ora della nostra morte, le chiediamo un appuntamento pubblico e solenne per l’ultimo istante. Oh! Maria sarà fedele a questo appuntamento con l’agonia, verrà a consolare gli associati della sua Guardia d’Onore, e se necessario, a portare loro la grazia del perdono. Si conosce questo tratto della vita di San Domenico, attestata da diversi autori degni di fede: una giovane, su indicazione del Santo, era entrata nella Confraternita del Rosario. Poco dopo muore di morte violenta e il suo corpo viene gettato in un pozzo. Avendo conosciuto questa tragica notizia, Domenico corse al pozzo e chiamò ad alta voce la sfortunata donna: ella ne uscì viva, si confessò in lacrime e visse per altri due giorni. Il Santo le chiese cosa le fosse successo dopo la morte. – « Sarei stato infallibilmente dannata, ma i meriti del Rosario mi hanno ottenuto la grazia della perfetta contrizione ». Questo episodio, anche se messo in dubbio, benché possa essere solo una parabola, ci aiuta a capire come Maria, attraverso il Rosario, eserciti il suo ufficio di patrona della buona morte. Così le glorie di Maria e le glorie del Rosario sembrano inseparabili. – Tre parole, abbiamo detto, riassumono tutta la salvezza: predestinazione, grazia, morte; tre parole riassumono il ruolo della Beata Vergine: Modello di predestinazione, Causa di grazia, Patrona della buona morte; tre parole riassumono il ruolo del Rosario: esso ci fa realizzare il modello della nostra predestinazione, ci comunica le grazie della Beata Vergine, ci ottiene la perseveranza ed un felice trapasso.  È vero, quindi, che il Rosario ci fa dare a Maria il suo vero posto nel disegno di Dio, e quindi è una devozione fondamentale nel Cristianesimo e un mezzo di santità, qualunque cosa abbiano potuto dire i novatori del XVI secolo e i razionalisti degli ultimi tempi.

QUARTO CAPITOLO

IL ROSARIO E SAN GIUSEPPE

Lo Spirito Santo ha voluto che tre nomi fossero scritti insieme sulla prima pagina del Vangelo, e su quella pagina la Chiesa spesso fa cantare i suoi ministri all’altare: Cum esset desponsata mater Jesu, Maria, Joseph. C’è qui una vera delicatezza divina: finché esisterà il Vangelo, questi tre nomi saranno inseparabili; fino alla fine dei tempi la Chiesa avrà la dolce parola ripetuta sull’altare: Mater Jesu, Maria, Joseph – Giuseppe, Gesù, Maria! Dio ha scritto questi tre nomi nel suo libro della vita per significare che dobbiamo iscriverli tutti e tre nel nostro cuore e unirli nel nostro affetto. Né li separeremo nella meditazione del Rosario: il ricordo di Giuseppe è indissolubilmente unito nei Misteri a quello di Gesù e di Maria. Il Rosario, che ci hanno rivelato Maria e suo Figlio, ci rivelerà anche lo sposo di Maria. Possiamo anche dire che il Rosario è la vera storia di San Giuseppe, perché ci fa conoscere: 1° il ruolo del glorioso Patriarca in relazione all’Incarnazione e alla Redenzione; 2° il suo ruolo in relazione alla Chiesa. È su questo doppio punto di vista che mediteremo piamente. Una Trinità vergine aveva creato il mondo, una Trinità vergine aveva la missione di salvarlo. È dolce per noi invocare la Trinità vergine che ci ha creato all’inizio delle nostre azioni: il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo: la Trinità vergine alla quale è stata affidata la missione redentrice, abbiamo imparato ad amarla fin dalla culla; pronunciare il suo nome è una gioia: Gesù, Maria, Giuseppe. Gesù fa parte di questa Trinità della salvezza, perché è il Redentore, Maria ne fa parte perché è la Madre del Redentore, Giuseppe ne fa parte perché ha un rapporto ineffabile con Gesù e con Maria. Tutti e tre sono vergini, tutti e tre sono associati in una vita comune di sofferenze comuni, e si può applicare ad esse, anche se in un altro senso, ciò che si dice della Trinità del cielo: et hi tres unum sunt, questi tre sono una sola. Giuseppe appartiene a Gesù e Maria per sacri legami, ha un vero e proprio diritto su di loro; Gesù e Maria sono in qualche modo di sua proprietà. La sposa appartiene allo sposo: c’è una donazione totale tra l’uno e l’altro, e più l’unione è spirituale, più è forte e più perfetta è la donazione. L’unione di Maria con Giuseppe è tutta spirituale: è una verginità che sposa un’altra verginità. L’unione è quindi perfetta; la donazione è totale: Maria appartiene completamente a Giuseppe. E proprio per questo Gesù diventa proprietà dello sposo di Maria. È facile dimostrarlo con un ingegnoso confronto preso in prestito da San Francesco di Sales. Se una colomba dovesse far cadere un frutto in un giardino, l’albero che nascerà da questo frutto apparterrà senza dubbio al padrone del giardino. Ora Maria è il giardino di San Giuseppe, un giardino sigillato e balsamico per i fiori di verginità. Lo Spirito Santo vi fa cadere dentro un  frutto divino; questo frutto diventa il grande albero che ha guarito e ha protetto tutta l’umanità. Poiché il giardino appartiene a Giuseppe, l’albero nato da questo giardino, cioè il Bambino Gesù, appartiene anche a lui. Come sei ricco, o benedetto Patriarca! I più bei capolavori della creazione, le due meraviglie della grazia vi appartengono.  – Per produrre Maria e Gesù, Dio doveva scuotere il cielo e la terra, secondo la parola del profeta: Commovebo cœlum et terram (Agg. II, 7). L’eternità è stata in qualche modo commossa per realizzare questa meraviglia che si chiama negotium sæculorum, il grande affare dei secoli. E dopo che Dio ha così scosso l’universo, dopo aver dato alla luce questi due capolavori, non ha voluto tenerli per sé, li ha affidati a Giuseppe. La cosa più bella che il Signore ha fatto è sua. Quando guarda Gesù e Maria, può dire loro la stessa cosa: “Voi siete miei, mi appartenete”: ed entrambi gli rispondono: “Sì, sono tua proprietà, tuus sum ego“. Per essere degno di possedere i due tesori più preziosi del Signore, Giuseppe doveva ricevere una grazia supereminente che lo portasse fino alle estreme sommità dell’eroica santità. San Giovanni Crisostomo, riecheggiando la Tradizione, ci assicura che Giuseppe è stato purificato prima della sua nascita dalla contaminazione originaria. Più tardi, il contatto quotidiano con il Verbo Incarnato ha portato nella sua anima insondabili tesori di grazia. – Ricordiamo qui un principio di San Tommaso che abbiamo invocato più volte. Più siamo vicini ad una sorgente, più partecipiamo all’abbondanza delle sue acque. Ma dopo Maria, chi era più vicino all’umanità del Verbo, di Giuseppe? Quando teneva Gesù tra le braccia, quando gli dava un bacio ineffabile, non beveva dalla fonte della santità? L’Umanità di Cristo, oceano di grazia, ha versato le sue onde nell’anima di Giuseppe, l’ha riempita, l’ha fatta traboccare. Ci sono tre abissi nell’Incarnazione: la grazia di Gesù, la grazia di Maria, la grazia di Giuseppe. Tutti e tre sono insondabili, tutti e tre li conosceremo bene solo nell’estasi dell’eternità. Inoltre, la presenza di Maria sarebbe stata sufficiente a santificare suo marito. Prendiamo in prestito un altro paragone da San Francesco di Sales. Supponiamo che uno specchio che riceva raggi del sole direttamente, e che un altro specchio sia posto di fronte ad esso; anche se quest’ultimo riceve questi raggi solo per riverbero, li riflette perfettamente. Maria è lo specchio che riceve direttamente i raggi del sole della giustizia. Giuseppe è lo specchio che riceve i raggi di Maria. Così, lo splendore di Cristo e lo splendore della Beata Vergine si rifletteranno sulla sua anima per rendere tutto luminoso. Tale è l’incomparabile santità di San Giuseppe. È così che egli appartiene al Redentore e alla Madre del Redentore, come è associato a loro nell’opera di salvezza, come è parte della vergine e redentrice Trinità di Nazareth. Ma questo ruolo di Giuseppe nell’Incarnazione, sposo di Maria, padre di Gesù, ci viene mirabilmente rivelato nei Misteri Gioiosi: l’Annunciazione e la Visitazione ci fanno conoscere soprattutto lo sposo di Maria; la Natività, la Purificazione, il Ritrovamento nel Tempio, ci mostrano soprattutto il padre adottivo di Gesù. Le grazie e i sentimenti interiori della sua anima si irradiano attraverso questi Misteri, e questa pia meditazione ci introduce alla storia intima del Beato Patriarca. Infatti, tutta la storia della sua anima è riassunta in sette dolori e sette gioie, e la prima parte del Rosario è il resoconto vivente di questo dramma interiore di sofferenza e di gioia. I Misteri Gioiosi sono come la superficie limpida su cui si riflette il cielo sereno dell’anima di Giuseppe. Ma il ricordo del Santo Patriarca è forse assente dai Misteri Dolorosi? Dopo aver assistito, nella Crocifissione, alla morte del Salvatore, accompagniamo la sua anima nella discesa nel Limbo. Poi, dolce visione, scena incomparabile, l’anima di Gesù e l’anima di Giuseppe si incontrano! C’è qui un momento unico nella storia della felicità. San Tommaso insegna che Nostro Signore, scendendo nel Limbo, ha concesso alle anime sante la visione beatifica. Noi possiamo immaginare quel momento ineffabile in cui, per la prima volta, le anime hanno visto Dio faccia a faccia! Siamo testimoni di queste prime ebbrezze di San Giuseppe, ci congratuliamo con lui, gli diciamo con tenerezza: « Godete! Godete! Ubriacatevi al torrente della voluttà del Signore, e ottenete per noi con le vostre preghiere di bere un giorno dalla vostra stessa sorgente ». – Ci stiamo avvicinando ai Misteri gloriosi, qui ritroveremo nuovamente il nostro amato protettore. Egli fu, senza dubbio, uno dei privilegiati che scortarono l’anima di Cristo il mattino della Risurrezione; il trionfo di Gesù divenne così pure il trionfo di Giuseppe. Il giorno dell’Ascensione, il Padre adottivo ascende con il Figlio, e quando Nostro Signore si sedette sul suo trono eterno per esercitare alla destra dell’Onnipotente il potere del Re e l’ufficio di Giudice, fece sedere accanto a Lui Giuseppe, affidando la cura della sua Chiesa a colui che aveva protetto la sua infanzia. Nel felicitarci con il Salvatore per il trionfante ingresso nel suo regno, ci congratuliamo pure con Giuseppe per essere stato associato all’impero. Più tardi, quando celebreremo le glorie della Beata Vergine negli Ultimi Misteri, sarà dolce per noi pensare allo stesso tempo alle glorie del venerato Patriarca; Maria ci sarà grata per aver unito nella stessa meditazione i trionfi del suo sposo con i suoi stessi trionfi. Pregando la Regina della Chiesa, offriremo il nostro omaggio al patrono e protettore della Chiesa. In questo modo, i Misteri gloriosi ci riveleranno il ruolo di San Giuseppe in relazione alla Chiesa Cattolica. – La Chiesa è stata istituita per perpetuare l’Incarnazione attraverso i secoli; l’Incarnazione e la Chiesa sono il culmine della storia mondiale; la Chiesa è la necessaria estensione dell’Incarnazione; la famiglia cristiana è la continuazione della famiglia di Nazareth. Giuseppe deve quindi avere nella Chiesa un ruolo analogo a quello che gli è stato affidato nell’Incarnazione; deve continuare la missione di tutela che ha esercitato nei confronti della famiglia cristiana: guardiano e protettore della Sacra Famiglia, sarà il guardiano e il protettore del Cristianesimo. La Chiesa ha riconosciuto solennemente questo ruolo del Santo Patriarca nei suoi confronti. È giusto ricordare qui che un religioso domenicano, p. Lataste, aveva offerto la sua vita perché San Giuseppe fosse dichiarato patrono della Chiesa; il sacrificio fu accettato, il religioso morì vittima della sua generosità, ma subito dopo apparve il decreto di Pio IX che proclamava San Giuseppe patrono della Chiesa universale. Abbiamo recentemente celebrato il Giubileo d’argento di questo benedetto patrocinio, e questo giorno è stato veramente una festa del cuore per tutti i fedeli.  – Il ruolo di S. Giuseppe nella Chiesa è quindi quello di esserne il Patrono universale: egli è cioè intercessore per tutte le grazie, patrono di tutte le condizioni. Conosciamo le famose parole di santa Teresa: « L’Altissimo dà una grazia sola ad altri Santi per aiutarci in questo o in quel bisogno, ma il glorioso San Giuseppe, lo so per esperienza, estende il suo potere a tutte ». Abbiamo mostrato come tutti i beni spirituali vengano a noi attraverso Gesù e Maria: Gesù, la fonte delle grazie, Maria, il canale che ce le trasmette. Giuseppe ha un diritto di proprietà su di loro: i legami una volta formatisi sulla terra, non sono stati distrutti, ma piuttosto consacrati in cielo. In paradiso, come a Nazareth, può dire alla moglie e al figlio: « Tu mi appartieni, sei di mia proprietà », ed entrambi gli ripetono la risposta di un tempo: « Tuus sum ego ». Sì, sono tuo. Egli potrebbe quindi comandarli, ma Gesù e Maria non aspettano i suoi ordini; essi prevengono i suoi desideri, e tutti i favori che egli cerca per i suoi privilegiati gli vengono concessi. Per il potere che ha sul cuore del Re e della Regina del Cielo, Giuseppe può essere chiamato il “ministro dei tesori spirituali”, l’amministratore delle finanze divine: le grazie temporali, le grazie dell’eternità, egli ne è l’ammirabile distributore. Abbiamo bisogno di un aiuto temporale? Andiamo da Giuseppe. Una comunità di suore, in America, aveva richiesto una considerevole somma di denaro per un’istituzione a favore dei poveri; una suora aveva composto, in onore di San Giuseppe, un commovente inno che gli anziani cantavano ogni giorno dopo la preghiera serale. Prima della fine della novena, un benefattore ha inviato un’offerta generosa; i poveri hanno continuato a ripetere il loro inno di fiducia; il Santo è stato così gentile da concedere il doppio dell’importo richiesto. Vogliamo la soluzione a una questione difficile? Rivolgiamoci a colui che è il sostenitore delle cause disperate. Una famiglia cristiana fu minacciata da un processo ingiusto; mentre facevano una novena a San Giuseppe, l’avversario si offrì di fermare il processo e di pagare le spese. Ma soprattutto il nostro potente intercessore è lieto di concedere i favori spirituali, le grazie della salvezza. Quante madri cristiane sono venute davanti al suo altare per ringraziarlo della conversione di un figlio o di un marito! Tra tutti i favori, ce n’è uno che si può chiamare la grazia delle grazie; la grazia della perseveranza e della buona morte. Sarò salvato? Sarò dannato? Non c’è domanda più spaventosa di questa; la risposta è ancora più spaventosa: non lo so! Ma Giuseppe, che ha dato la sua anima tra le braccia di Gesù e di Maria, può promettere ai suoi servi una risposta di vita. È stato spesso citato che San Vincenzo Ferrier diceva: Un pio mercante invitava ogni anno tre poveri alla sua tavola in onore della famiglia di Nazareth. Nei suoi ultimi momenti. Gesù, Maria e Giuseppe sono andati da lui, sorridendo e chiamandolo: « Ci hai ricevuto ogni anno nella tua casa; oggi noi ti riceviamo nella nostra ». Se solo potessimo sentire un simile invito alla nostra agonia! Ah! ma almeno, non manchiamo di chiedere al nostro devoto protettore il dono inestimabile della perseveranza. – San Giuseppe è quindi un intercessore per tutte le grazie. È anche il patrono per tutte le condizioni. Patrono dell’infanzia, perché ha protetto il Bambino Gesù sotto il suo manto paterno; patrono delle famiglie cristiane, perché era il capo della famiglia più augusta che sia mai esistita. Egli è in modo speciale il patrono dei lavoratori. Era della stirpe reale di Davide, ma non è in questa veste che è rimasto caro alla pietà dei fedeli; porta nella storia un nome più modesto e venerato: il carpentiere di Nazareth. È il Santo patrono delle vergini: vergine lui stesso, sposo di una Madre Vergine, padre adottivo di un Dio vergine, ha certamente il diritto di essere il custode della verginità. Egli è il Santo patrono delle anime sacerdotali; sia Giuseppe che il Sacerdote hanno avuto la missione di portare Gesù agli uomini, di difenderlo dalle persecuzioni; ad entrambi è stato dato il diritto di godere dell’intimità del buon Maestro, di vivere e morire sul suo cuore. È il Santo patrono degli afflitti, di tutti coloro che piangono, di tutti coloro che soffrono: nei suoi sette dolori e nelle sue sette angosce ha assaporato l’amaro sapore del sacrificio. È il Santo patrono degli esiliati: ha imparato nelle vie dell’Egitto quanto sia duro non poter alzare lo sguardo verso il cielo della sua patria. Non c’è condizione, non c’è stato che non possa trovare in lui un modello, un protettore, un amico; è il Patrono di tutti i Cristiani, perché è il Patrono universale della Chiesa. Questo è, in un semplice e tenue profilo, il ruolo che Gesù Cristo ha affidato al suo padre putativo il giorno dell’Ascensione; ecco come la considerazione di questo mistero può diventare una vera e propria meditazione su San Giuseppe. Leone XIII ha capito bene che c’è un rapporto necessario tra il Rosario e il capo della Sacra Famiglia. Per questo decretò che in tutta la Chiesa, durante il mese del Rosario, che Giuseppe sarebbe stato invocato dopo la sua Immacolata Sposa. Non separiamo ciò che Dio ha unito: d’ora in poi nella recita delle Ave Maria associamo nella nostra meditazione e amiamo la Madre di Gesù, Maria, con Giuseppe, suo sposo: Mater Jesu Maria, Joseph.

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IL ROSARIO E LA SANTITÀ (3)

IL ROSARIO E LA SANTITÀ (3)

del

R. P. EDOUARD HUGON DEI FRATELLI PREDICATORI

TERZA PARTE

IL ROSARIO E LA PRATICA DELLA SANTITÀ

PRIMO CAPITOLO

IL ROSARIO, FONTE DI SANTITÀ

Dio vuole che siamo santi come Lui. La nostra vocazione – dice l’Apostolo – non è l’impurità, la sozzura, ma la vita immacolata. Il Cristiano è una persona consacrata. C’è, infatti, una consacrazione universale che si estende su tutta la nostra esistenza, c’è come una rete divina che ci abbraccia tutti insieme, perché siamo preservati dal contagio del tempo e perché rimaniamo sempre e ovunque una cosa del Signore. Guardate cosa fa la Chiesa per santificarci. Quando arriviamo in questo mondo, Essa ci riceve tra le sue braccia, ci segna e ci consacra: è Essa che si impossessa di noi. Fa delle misteriose unzioni su di noi, ci versa un po’ d’acqua sulla testa: siamo santi!  – Nell’ora della nostra suprema agonia, Essa viene ancora a imprimere sulle nostre membra il sigillo della salvezza; fa un’ultima unzione, ci benedice un’ultima volta: siamo consacrati fino alla morte … benedirà persino la nostra polvere nella tomba; le nostre spoglie conserveranno così una sorta di maestà anche nella corruzione; e Dio si ricorderà che siamo stati consacrati per la risurrezione della gloria. – Ma la Chiesa benedice i suoi figli in modo speciale, quando devono scegliere uno stato di vita. Benedice le sue vergini, affinché il profumo della castità sia più gradevole e il cuore immolato sia una vittima più pura; benedice i suoi monaci, affinché la regalità della vita religiosa non pesi troppo sulla loro testa. E i suoi Sacerdoti?! Quando viene il giorno, « … li mette a terra nelle sue basiliche, versa su di essi una parola e una goccia d’olio »; eccoli santi: ora possono andare in tutto il mondo sotto la protezione della loro consacrazione. Venite anche voi, sposi cristiani: la Chiesa vi consacrerà; benedirà le vostre mani, affinché la vostra alleanza sia più duratura e più stretta; benedirà il vostro cuore, riversandovi un po’ dell’amore fedele con cui Cristo custodisce la sua Chiesa. Questa è la nostra prima santità: la consacrazione, che segna tutti i Cristiani, a qualunque stato appartengano, e scrive sulla loro fronte questo motto che molti, ahimè! rispettano così poco: « Sanctum Domino! Tu sei cosa sacra del Signore! »  – Eppure questa è solo una santità esteriore. La santità propriamente detta è una partecipazione all’Essere stesso di Dio, uno stato dell’anima che ci unisce intimamente al Signore facendoci vivere con la sua vita, amando con il suo amore. Un santo è uno che può dire: « Non sono più io che vivo, è Gesù che vive in me ».  Cercheremo di mostrare come il Rosario ci comunichi questa santità che è la vita stessa di Dio. Gli organi vitali sono la testa e il cuore. Anche nella Chiesa troviamo una testa da cui discendono energie soprannaturali ed un cuore che è l’organo della “circolazione divina”: la testa è Gesù Cristo, il cuore è lo Spirito Santo.  – « Nella testa – dice san Tommaso – ci sono tre cose da notare: l’ordine o il posto che occupa, la perfezione di cui gode, la potenza che esercita. Il suo posto: perché la testa è la prima parte dell’uomo, che inizia dall’alto; la sua perfezione: perché nella testa tutti i sensi, sia interni che esterni, sono uniti, mentre un unico senso – il tatto – è diffuso agli altri membri; la sua potenza, infine: perché l’energia e il movimento degli altri membri e la direzione dei loro atti procedono dalla testa, per la virtù motrice che risiede in essa. – Questo triplice ruolo si addice a Cristo nell’ordine spirituale. Egli ha il primo rango, è più vicino a Dio, la sua grazia è più alta di quella degli altri uomini, poiché questi hanno ricevuto la grazia solo in relazione a Lui. In secondo luogo, Egli ha la perfezione, perché possiede la pienezza di tutte le grazie, secondo le parole di San Giovanni (I, 14): « Lo abbiamo visto pieno di grazia e di verità. » Infine, Egli ha il potere di comunicare la grazia a tutti i membri della Chiesa, secondo le parole dello stesso evangelista: “Siamo stati tutti arricchiti dalla sua pienezza” ». (S. Th. III. P, q. VIII, art. I) – Questo ruolo di capo appartiene a Cristo, per la sua umanità visibile. Il ruolo del cuore, invece, è interiore e nascosto; si adatta quindi bene allo Spirito Santo, il cui funzionamento è segreto e misterioso. Il divino Paraclito esercita un’influenza invisibile ma irresistibile nella Chiesa; ne conserva il calore, la vita, la bellezza e la perpetua giovinezza; la consola e la rafforza. È il fiume impetuoso che rende la città di Dio fertile e gioiosa; in una parola, è il cuore misterioso ma onnipotente che lancia la vita e la grazia all’altezza della loro sorgente, che è l’eternità. – Questa è l’economia della vita soprannaturale, questa è la condizione della santità: per avere la salvezza, per avanzare nella perfezione, bisogna essere uniti nella testa e nel cuore, a Cristo e allo Spirito Santo. – Ora, la meditazione del Rosario non è che una dolce unione con l’uno e con l’altro. Dal primo all’ultimo mistero, tocchiamo l’adorabile Persona di Cristo Gesù; è ancora Lui che passa, è ancora la sua vita, sono le sue azioni che sono davanti a noi con la loro infinita virtù, e possiamo ancora penetrare nella sua anima e nella sua divinità. La nostra testa divina ci imprime il suo movimento; la vita trabocca in noi in una fretta impetuosa, e possiamo dire e sentire che abbiamo un’anima viva: Factus est homo in animam viventem (Gen. II, 7). In ogni mistero ci sorprende pure l’azione dello Spirito Santo; è Lui che fa concepire la Vergine Immacolata coprendola con la sua ombra; è Lui che fa trasalire Giovanni Battista, che trasforma Elisabetta e Zaccaria; è Lui che dirige tutta la trama della Passione e che ancora anima tutta la serie dei misteri gloriosi. – Lo Spirito Santo è veramente la virtù, l’agente, il cuore di ogni mistero. Se sapremo entrare nell’interno di questa devozione, l’adorabile Paraclito diventerà, per così dire, il nostro cuore e ci comunicherà dei battiti abbastanza forti da far scorrere il sangue della nostra anima nell’eternità. – È quindi verissimo che il Rosario ci unisce al Capo e al Cuore della Chiesa. Vivere con Cristo, sussultare ed amare con lo Spirito Santo, o dolci e ineffabili momenti di questa meditazione! Quando siamo con il Figlio ed il Paraclito, siamo anche con il Padre. Eccoci dunque nel grembo amoroso della Trinità, alle sorgenti stesse della vita, dell’amore, della santità e della felicità!

CAPITOLO SECONDO

IL ROSARIO E LA SANTITÀ COMUNE

Per far apprezzare meglio questa influenza del Rosario sulla vita spirituale, considereremo i tre gradi di santità, che sono: la santità comune, la santità perfetta, la santità eroica.  La santità comune consiste nello stato di grazia e nell’osservanza dei precetti; è quella veste nuziale, quella carità primaria senza la quale non si ha accesso alla festa del Padre di famiglia. Per arrivare a questo primo grado di vita spirituale, non è necessario compiere azioni straordinarie, e nemmeno molte azioni. Il Rosario ci offre esempi alla portata di tutti. Gesù Cristo, l’ideale di ogni santità, durante la sua vita a Nazareth ha fatto solo azioni semplici e disadorne; Maria e Giuseppe, che sono alla ricerca di Gesù, i nostri modelli infallibili, hanno condotto una vita molto oscura; le piccole azioni ne costituiscono il tessuto divino. La santità, quindi, non consiste nello straordinario. Poiché la condizione comune dell’umanità può essere riassunta in due parole: lavoro e sofferenza, santificare se stessi è saper lavorare e soffrire. Ora il Rosario è la vera scuola del lavoro e della sofferenza. I Misteri Gioiosi ci portano all’interno di Nazareth, e lì cosa troviamo? L’officina, il padrone e l’operaio. Ci sono qui profondità insondabili. Il Figlio, nato dal Padre negli splendori dell’eternità, non ha voluto regnare su un trono o abitare in un palazzo, ma diventare operaio e farsi chiamare operaio. Gli ebrei dicevano di lui: « Non è forse figlio di un operaio? » (Matt. XIII, 5) – Non è forse un operaio il figlio di Maria? Nonne hic est faber filius Mariæ – (Marc. VI, 3). Sì, era un lavoratore, il nostro adorabile Salvatore, che si guadagnava il pane con il sudore della fronte. Se l’operaio cristiano sapesse capire queste grandi lezioni, potrebbe dire ai grandi uomini di questo mondo: Non invidio la tua condizione, perché Dio non ha voluto rassomigliarti, ma si è fatto piccolo operaio come me!…. Se l’operaio e il suo capo mantenessero il dolce rapporto che univa Gesù e Giuseppe, il problema sociale sarebbe presto risolto e la felicità potrebbe tornare a visitare tante case desolate. Gesù, Maria e Giuseppe, non è questa la trinità della felicità? Se gli insegnamenti del Rosario fossero messi in pratica, tutte le officine assomiglierebbero a quella di Nazareth: la Trinità della felicità entrerebbe in ogni famiglia, ed il mondo potrebbe cantare il ritorno dell’età dell’oro, perché sarebbe il regno della santità. I Misteri Dolorosi ci insegneranno a santificare la sofferenza. Non si ha il coraggio di lamentarsi quando si è compreso il suo Rosario. Sei esausto per la stanchezza, il sudore ti inonda il viso. Avete mai voi, come Gesù Cristo, sudato sangue? Il vostro corpo è prostrato dal dolore: ma è mai stato martoriato da un’atroce fustigazione? La vostra testa è devastata da preoccupazioni: è stata mai incoronata con un diadema sanguinante? Le spine vi hanno lacerato la fronte? I vostri occhi sono stati riempiti di sangue come quelli di Gesù? Le spalle sono piegate sotto pesanti fardelli: sono state mai arate dalla pesante croce del Golgotha? Le mani e i piedi si sono stancati per il lavoro; ma sono stati trafitti da quei terribili chiodi che lacerano le carni ed i nervi? La tua anima è inebriata di angoscia; è mai scesa in quell’abisso di terrore che strappava a Nostro Signore quel grido di angoscia: « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? » Oh no, chi capisce il suo Rosario non ha la forza di lamentarsi. Ma c’è chi ripete: Se almeno le mie sofferenze fossero meritate! E Nostro Signore aveva forse meritato la sua agonia, la sua fustigazione, la sua crocifissione? Noi non siamo mai così felici se non quando soffriamo senza averlo meritato. La prova meritata è una punizione; l’altra è una grazia di scelta: è la visita e il sorriso di Dio. Non sappiamo cosa stiamo facendo respingendo la Croce. C’è nella sofferenza -dicono i santi Dottori – un triplice potere: di espiazione, di impetrazione e di santificazione. – Potere di espiazione: Niente purifica l’anima come il dolore soprannaturale accettato, e questo è un modo molto efficace di fare del nostro purgatorio in questo mondo. Voi allora che piangete, voi le cui mani sono ferite dal duro lavoro e la cui anima è angosciata a morte, gioite! Siete sul Calvario, siete più vicini al cielo; siete sulla Croce, siete più vicini a Dio! – Potere dell’impetrazione: Dio non può rifiutare nulla a un’anima che gli dice: Io ti do dei miei, perché tu mi dia dei tuoi; ti do le mie sofferenze, perché tu mi dia la tua grazia. – Potere di santificazione: La sofferenza cristiana ci distacca e ci eleva, ci rende partecipi della bellezza del divino Crocifisso, e non c’è nulla di più incantevole qui sulla terra di un’anima trasfigurata dal sacrificio. È così che vediamo il dolore nella Scuola del Rosario. Lo assaporiamo come la bevanda del Cielo, perché troviamo Gesù in fondo a quel calice, e diciamo con il Salmista: Oh, quanto è bello il calice dell’amore in cui la nostra anima è inebriata! Calix meus inebrians quam prœlarus est1 (Sal. XXII,5). In questo modo, e grazie al Rosario, è facile per tutti santificarsi; basta unirsi al Salvatore e innestare ogni nostra azione su ciascuno dei suoi Misteri. Noi sperimentiamo il dolore fisico? … innestiamolo sulla Flagellazione e sulle inenarrabili sofferenze del Verbo fatto carne. È una pena morale? … innestiamolo sull’Agonia e sulla Coronazione di spine, che ci ricordano soprattutto i dolori morali del nostro Salvatore. È un atto di pazienza? … innestiamolo sul Portamento della Croce e sull’ineffabile pazienza dell’Agnello divino. È una preghiera: uniamoci al suo spirito di preghiera. Il nostro dovere è lo studio?: innestiamo tutto questo sulla scienza infinita della Sapienza Incarnata che si rivela tra i dottori, nel Mistero del Ritrovamento nel Tempio. Figli di Maria, cavalieri della sua Guardia d’Onore, il Regno di Dio è veramente in mezzo a voi; la santità è alla vostra portata, e senza ricorrere ad azioni straordinarie, o addirittura a molte azioni, potrete trovare il segreto della perfezione nel vostro Rosario. Uomini di dolore e di lavoro, pensate ai Misteri gioiosi, pensate di essere gli operai dell’eternità, unitevi all’Operaio di Nazareth, e ditegli: O Gesù, che siete stato operaio come noi, alleggerite un po’ il nostro fardello! Uomini di studio, operai del pensiero, perché non alzate un attimo lo sguardo al cielo? Gli occhi dell’anima, infatti, come quelli del corpo, hanno bisogno del cielo per vedere: gli occhi del corpo riposano nel cielo visibile; gli occhi dell’anima hanno bisogno del Cielo dei cieli, cioè di quell’adorabile Trinità che invochiamo nel Rosario. Oh! siate certi che lo spirito e il corpo avranno trovato riposo in questa breve invocazione: « Padre nostro, che sei nei cieli, ti offro la mia stanchezza! » Quando il sudore del lavoro o il sudore dell’angoscia ti inonda il viso, perché non dici al buon Maestro: « O Gesù, io mescolo questo mio sudore con il sudore misto a sangue che il vostro amore versò nell’Orto degli Ulivi! » Se lavorate in questo modo, la vostra giornata sarà veramente fruttuosa, e potrete dire la sera: I covoni che abbiamo raccolto per il cielo sono più ricchi e più belli dei raccolti nei nostri campi, o dei nostri covoni letterari. Se dovete ricevere la visita austera della sofferenza, se più lacrime che sorrisi devono essere colti sul vostro viso, allora entrate nello spirito dei Misteri Dolorosi, dicendo: Dio del Gethsemani e del Golgota, io mescolo il sangue della mia anima con il vostro sangue, le mie lacrime con le lacrime preziose che Voi avete versate, quando avete pronunciato quelle potenti grida che hanno salvato il mondo!  Infine, se non avete né lavoro né dolore da condividere, se la fortuna vi circonda la testa con quell’aureola di un giorno, avete bisogno soprattutto del Rosario, perché siete esposti a lasciarvi accecare. Viaggiatori dell’eternità, non indugiate sulle rive del tempo! I Misteri gloriosi eleveranno i vostri pensieri verso la regione delle grandi e supreme realtà. Il primo Mistero, che ci ricorda il trionfo del Salvatore, ci fa assistere in anticipo alla risurrezione generale, a quel giorno solenne e terribile in cui l’Angelo del Signore griderà sulle rovine del mondo: Tempus non erit amplius! (Apoc. X, 6). « Tutto è finito, non c’è più tempo! » San Girolamo, nel profondo del suo deserto, credeva di aver sentito l’ultima tromba: Morti, sorgete, venite al giudizio! La meditazione del Rosario avrà lo stesso effetto salutare su di noi. Passando per le nostre grandi città, non fermeremo i nostri cuori su queste vanità, diremo con i Santi: Verrà il giorno in cui questa possente città, ora così viva, così inebriata dalla sua voluttà, giacerà nel silenzio e nella morte! Niente più movimento nelle piazze pubbliche; niente più viaggiatori frettolosi o strade affollate; niente più clamorosi canti di festa; è cessato per sempre il rumore degli affari! Non c’è più tempo, non c’è più tempo! Non riposiamoci dunque su queste sabbie mobili: viaggiatori dell’eternità, non soffermiamoci sulle rive del tempo! Appoggiamoci sul Rosario, come su un’ancora immutabile, fissata in alto e che giunge fino Dio. La devozione intesa in questo modo santificherà la ricchezza e la felicità, così come ha santificato il lavoro e la sofferenza. Il Rosario metterà così un’aureola su tutti le fronti. Sulla fronte di chi lavora l’aureola di Nazareth; sulla fronte degli afflitti l’aureola del Golgota; e ai raggi ingannevoli della gloria mondana verrà a contrapporsi l’aureola futura della visione beatifica e della resurrezione trionfante.

CAPITOLO TERZO

IL ROSARIO E LA SANTITÀ PERFETTA

Al di sopra della carità comune, necessaria a tutti coloro che vogliono entrare nel regno dei cieli, c’è una carità più nobile, che non è ancora l’ultimo vertice della vita spirituale, ma che può già essere chiamata la perfezione dell’amore nella perfezione del sacrificio; è la santità dello stato religioso. Gesù Cristo, prima di ascendere al cielo, ha istituito nella sua Chiesa una doppia scuola ufficiale, incaricata di riprodurre, una il suo ruolo di santificatore, l’altra la sua santità personale. Il primo è il Sacerdozio, il secondo è lo stato religioso. Entrambi devono durare fino alla fine dei tempi. Perpetuare nei secoli la missione di santificatore che appartiene a Cristo è il vostro sublime destino, o Sacerdoti! Riprodurre la sua santità personale è il vostro augusto dovere, o religiosi! In virtù della loro professione, le anime consacrate si impegnano ad esprimere in se stesse l’ideale celeste. È necessario che Dio Padre possa riconoscere in essi il suo Figlio, e che Maria possa dire, guardandoli, « Ecco com’era il mio Gesù; questi sono infatti i suoi tratti amati: è infatti la sua dolcezza, la sua carità, la sua umiltà, il suo spirito di rinuncia ». Ma per raggiungere questo tipo immacolato, dovranno lavorare incessantemente per la loro santificazione; e anche dopo lunghi sforzi, non saranno ancora in grado di dire: è sufficiente! Ci sarà sempre nel profondo del loro cuore una voce potente che grida loro: più in alto! Più in alto! Il tuo modello è la perfezione infinita; il quadro della tua anima non è ancora completo; l’immagine non è abbastanza somigliante; devi sempre aggiungerci qualcosa, apportare sempre qualche nuovo ritocco per avvicinarti all’incantevole ideale. Per questo la vita religiosa deve essere una marcia perpetua verso la perfezione. E in cosa dovrebbe consistere questa perfezione? Quando leggiamo la storia dei grandi religiosi, vediamo che hanno pagato il tributo dell’eroismo alla Chiesa, così come i martiri hanno pagato il tributo del sangue. La professione ha creato nell’anima una sete ardente di ideale e un’aspirazione all’eroismo, e più di una volta l’obbedienza ha dato vita al sublime. La santità, però, che è normalmente richiesta ai religiosi, non è una carità eroica: è una carità intermedia, al di sotto dell’eroismo, al di sopra della carità comune; consiste nell’eliminare tutti gli ostacoli che possano frapporsi all’atto dell’amore divino. È una specie di carità perfetta, o, come abbiamo detto, è la perfezione dell’amore nella perfezione del sacrificio. Nostro Signore ci ha amati con il sacrificio; a Lui rispondiamo con la morte ed il sacrificio: la morte ed il sacrificio dell’ambizione e dei beni terreni: è la povertà; la morte e il sacrificio della carne e dei sensi: è la castità; la morte e il sacrificio della volontà: è l’obbedienza. Quando lo spirito ed il cuore sono immolati, quando la volontà, quel grande dominio che rimane anche ai più poveri di questo mondo, è stato abbandonato, si dice l’ultima parola: è la perfezione dell’amore in quella del sacrificio. Un’anima religiosa interamente fedele ai suoi tre voti avrebbe già quella perfetta carità che è vicina all’eroismo. Ma per essere fedele, gli basta evitare il peccato mortale? Senza dubbio, finché non cade in una colpa grave, è ancora, in un certo senso, nello stato di perfezione; tuttavia, la voce divina che grida in lei: “Sii perfetta! Sii perfetta! Sali più in alto!” esige di più, cioè un odio radicale per il peccato veniale. Concedersi a questo peccato significa ferire Nostro Signore nella pupilla dell’occhio, anche se non si vuole ucciderlo. È davvero la perfezione dell’amore e del sacrificio contrariare in questo modo al buon Maestro in ciò che gli è di più sensibile? È evidente, quindi, che il desiderio vero della santità debba andare di pari passo con l’odio per il peccato veniale. Ogni progresso nella perfezione è un trionfo su di esso, e ogni volta che si commette uno di questi difetti volontari, si scade di un passo: non si rimane più su quelle altezze radiose dove planano i veri religiosi. Ogni anima preoccupata della sua perfezione deve avere la ferma e decisa volontà di evitare ogni peccato veniale deliberato, intenzionale. Diciamo intenzionale, perché molte colpe sfuggiranno immancabilmente alla nostra debolezza, ed infatti la Chiesa insegna che è impossibile, senza un privilegio distinto come quello concesso a Maria, evitare ogni peccato veniale per tutta la vita. Inoltre, noi non facciamo voto di essere perfetti, ma solo di lavorare per diventarlo. Non si commette ipocrisia né si mente se si hanno ancora difetti nello stato religioso: sarebbe ipocrisia e menzogna se si perdesse il desiderio di una vita perfetta, e se si dicesse in modo pienamente ponderato: rinuncio alla perfezione d’ora in poi. Questa, insomma, è la santità religiosa: la perfezione dell’amore nella perfezione del sacrificio, che presuppone l’osservanza fedele dei tre voti e richiede un odio profondo per ogni peccato veniale deliberato. Per camminare, senza mai fallire, verso queste vette divine, bisogna essere uniti a Gesù e tenerlo per mano. Il Salvatore, infatti, è il Gigante dell’eternità: se sapremo afferrare la sua possente mano, saremo trasportati senza problemi, e correremo con Lui in questa regale carriera. Exultavit ut gigas ad currendam viam (Psal. XVIII, 6). Il Rosario ci dà questo mezzo per raggiungerlo. Gesù nel Rosario è veramente il nostro modello, la nostra via e la nostra vita. Il nostro modello, perché ci si rivela nei Misteri come il perfetto religioso del Padre celeste; la nostra via, perché ci tende la mano, la mano che indica l’eternità, che sostiene e porta; la nostra vita, perché da questi Misteri sgorgano potenti grazie per farci osservare i nostri voti. Sono considerazioni facili, che sarà piacevole per noi approfondire. Nostro Signore, nel Rosario, è il religioso per eccellenza dell’Eterno Padre. Un religioso è un uomo interamente legato a Dio. La parola religione deriva, infatti, da religare, che significa « legare una seconda volta ». Siamo già legati a Dio dal legame indissolubile della creazione e della conservazione, senza il quale non potremmo sopravvivere un attimo. A questo legame fisico e necessario, noi aggiungiamo un legame morale e volontario. Dio è nostro Principio, siamo legati a Lui dal vincolo dell’adorazione; Dio è il nostro sovrano Padrone, siamo incatenati a Lui dalla sottomissione e dall’obbedienza; Dio è il nostro fine supremo, ci uniamo a Lui con il vincolo dell’amore. Questa dolce catena che ci lega al nostro Principio, al Signore nostro e al nostro fine è la Religione. Tutti coloro che servono Dio – dice San Tommaso – possono in questo senso ampio essere chiamati religiosi; ma questo nome è riservato agli uomini che dedicano tutta la loro esistenza al servizio divino, liberandosi totalmente delle questioni mondane. I loro tre voti completano il loro attaccamento a Dio. La povertà li lega a Dio, Principio di ogni vero bene, la castità al Dio vergine, il Principio di tutto ciò che è puro e bello, e l’obbedienza al Dio Re, il Principio di ogni libertà. Così, in ogni caso, il religioso è l’uomo legato al Signore. Nella triplice serie del Rosario, ammiriamo in Gesù Cristo questa dipendenza assoluta dal Padre suo. Nel testimoniare, attraverso il primo Mistero, la sua partenza dall’eternità e la sua Incarnazione, vediamo l’adorabile Salvatore mettersi alle dipendenze di Dio e diventare, in un certo senso, il suo stesso uomo-servitore. « Eccomi qui – disse – per fare la tua volontà, Ecce venio ut faciam, Deus, volontatem tuam » (Hebr. X, 9), e quando sta per tornare alla sua eternità da cui è sceso, avrà la stessa parola: Fiat voluntas tua. Questo è ciò che ha dominato la sua esistenza quaggiù. Quando si separa da Maria e da Giuseppe e si ritira in mezzo ai dottori della legge, è per occuparsi degli affari del Padre; se passa la notte in ardente preghiera, è per essere interamente al servizio di Colui che lo ha mandato. Trascorrerà tutto il suo tempo consumando il lavoro affidatogli, e potrà dire a fine carriera: Opus consummavi quod dedisti mihi ut faciam (Giov. XVII, 4). Egli è, quindi, in tutto e ovunque il religioso perfetto del Padre suo, l’uomo interamente consacrato e legato a Dio. Oh, che dolce meditazione è considerare nei Misteri Gesù interamente dipendente, Gesù religioso, Gesù povero, Gesù vergine, Gesù ubbidiente! – Povertà! La praticò fino all’eroismo: fu povero alla nascita e per tutta la vita, non avendo un posto dove poggiare la testa; povero sul suo Calvario, dove vide i soldati che dividevano tra loro le sue ultime vesti; ancora più povero nella sua Eucaristia, dove si spoglia dell’aspetto stesso della sua umanità e si copre di una veste molto fragile, molto inferma, le specie sacramentali. La castità! È il Dio vergine, Figlio di una Madre vergine, Sposo di una Chiesa vergine; ha voluto che il suo corpo riposasse solo sulla pietra di un sepolcro vergine, e rimane ancora nel Santissimo Sacramento il grano puro degli eletti, il vino che fa germogliare i vergini. – L’obbedienza! Egli ha avuto per essa un amore appassionato: è l’obbedienza che lo fa nascere, vivere e morire, che lo incatena nell’Eucaristia e lo consegna impotente nelle mani sacrileghe degli apostati. Così, in tutti i Misteri, Nostro Signore è il modello dei religiosi, ai quali può dire: « Vi ho dato un esempio, affinché facciate come ho fatto io ». Egli non si accontenta di mostrarci la via; Egli stesso è la nostra via; Egli stesso è la nostra vita, cioè i Misteri del Rosario hanno una potente efficacia nel comunicarci le grazie del nostro stato. I nostri voti sono una sfida solenne alle tre grandi concupiscenze che condividono l’impero del mondo. Ora, il nostro Salvatore ha sconfitto questa triplice forza dello spirito del male con la sua vita, passione e resurrezione, per vitam, mortem e resurrectionem suam, che ci viene ricordata nelle tre serie dei Misteri. Non si è mai sottomesso a queste maledette concupiscenze, le ha vinte per il nostro bene: così ha espiato i vizi che nascono in noi da questa triplice radice, e ci ha guadagnato le grazie della virtù contraria. Meditare il Rosario, quindi, è assistere alla vittoria del Salvatore sulle tre concupiscenze; siamo, in questi Misteri, di fronte ad un vizio schiacciato e ad una virtù trionfante. L’anima religiosa che sa entrare nell’interno del Rosario può facilmente ottenere, grazie al contatto con il Verbo incarnato, delle grazie concrete per domare la stessa concupiscenza e praticare la stessa virtù. Unendoci al povero Gesù nei suoi vari Misteri, troveremo aiuto per superare la concupiscenza degli occhi; il nostro contatto con il vergine Gesù ci farà trionfare sulla concupiscenza della carne; e la nostra umile obbedienza, innestata sulla sua, distruggerà l’orgoglio della vita. In questo modo, la pratica dei voti diventa facile, e le tentazioni contrarie vengono messe da parte. Ma abbiamo visto che la perfezione religiosa, non contenta di un facile trionfo sul peccato mortale, deve avere per ogni colpa veniale un odio perenne che nulla può attenuare. Le grazie del Rosario vanno così lontano. Esse si estendono non solo a quelle grandi lotte in cui la vita dell’anima è in pericolo, ma anche alle lotte quotidiane tra rinuncia e tiepidezza, tra il desiderio di perfezione e l’attaccamento alle passioni della natura. Il Rosario, infatti, ci mette in comunicazione con l’impeccabile Religioso che è stato perfetto fin dal primo momento. In virtù del nostro contatto con Lui, dobbiamo ricevere qualcosa della sua perfezione; e le grazie che scaturiscono da una fonte così pura devono far nascere in noi squisite prelibatezze come quelle del Sacro Cuore. Queste prelibatezze consistono nel dimenticare se stessi per gli interessi dell’Amato, nel temere soprattutto di offenderlo anche nelle cose leggere, e, staccandoci impercettibilmente da noi stessi e dal creato, ispirano in noi dolci e forti attrattive per il servizio divino ed una vita piena di fervore. Queste sono le grazie di scelta che scaturiranno dai Misteri, tali sono i meravigliosi effetti che il Rosario può avere sull’anima religiosa che ne sa approfittare. Ma dobbiamo essere molto vigili: se non sappiamo come afferrare la mano di Gesù, quando passerà, rimarremo lontani da Lui. Il Gigante dell’eternità sta camminando molto velocemente: sarà impossibile raggiungerlo, e rimarremo soli su questo arduo sentiero dove è così facile scoraggiarsi e tornare indietro. Allora forse incontreremo Maria. Anche Ella passa attraverso il Rosario per dare una mano ai religiosi, perché in questi Misteri praticava la povertà, la castità, l’obbedienza, con una squisita perfezione che escludeva l’ombra stessa del peccato veniale. Se sapremo unirci a Lei nella meditazione del suo salterio celeste, l’augusto Distributrice di grazie ci darà un aiuto energico per imitare la sua perfezione, il suo amore per Dio e il suo odio per il peccato. Con l’aiuto di Maria, cercheremo di raggiungere Gesù, e forse il buon Maestro, alla voce di sua Madre, si degnerà di voltarsi verso di noi; e allora potremo camminare senza ostacoli sulla strada dell’eternità, tra Cristo e Maria. Oh! se le anime religiose sapessero come capire e praticare il loro Rosario, come sarebbe facile per loro il cammino verso la perfezione! Sarebbero, in un certo senso, portati dalla mano di Gesù e dalla mano di Maria, cioè dalle grazie che ci vengono da entrambi, e potrebbero ripetere le parole di Fra Marie-Raphaël: « Ho trovato nel Rosario il mio segreto della santità ».

CAPITOLO QUARTO

IL ROSARIO E LA SANTITÀ EROICA

Il grado di carità richiesto dallo Stato religioso costituisce già una sorta di santità perfetta. Tuttavia, la fecondità della Chiesa non si ferma qui. La natura ha esaurito tutte le sue energie, la grazia stessa è all’apice; improvvisamente supera se stessa, il finito sembra scomparire, il divino solo si mostra; abbiamo nominato l’eroismo.  È una sorta di “cuscinetto” tra l’umano e il divino, o meglio, è il divino che trasforma l’uomo. È l’eroismo – dice San Tommaso – che rende divini certi uomini. Secundum quam dicuntur aliqui, divini viri.  (S. Th. la IIæ, q. 58, art. I, ad 1.). Questo è l’ultimo grado di santità. Quando questi giganti della perfezione attraversano il mondo, questa si innalza davanti ad essi come una manifestazione di Dio. L’eroismo! Tutta la vita della Chiesa ne è intessuta, dai primi Martiri ai Missionari moderni. Dodici milioni di martiri! È qui che la santità ha veramente trionfato: il paganesimo e l’inferno hanno mietuto vittime, la Chiesa ha mietuto eroismo. I secoli che seguirono hanno rimandato i loro echi a questa grande voce dei primi secoli. Essere eroici è saper rompere la natura e sacrificare tutto l’amore a quello di Gesù. Tutte le età hanno visto questo prodigio. C’è prima di tutto l’amore filiale, fatto di rispetto, di tenerezza e di pio timore. È stato immolato a Cristo: il bambino strappato dalle braccia dei suoi genitori per seguire il Dio perseguitato, e spesso per volare verso il tormento e la morte. Ah! senza dubbio la lacerazione è stata crudele e la ferita cruenta: quanto è costato resistere alle carezze di un padre e vedere cadere le lacrime di una madre! Ma l’amore del Salvatore era più dolce e più forte, faceva degli eroi. C’è anche l’amore materno, che sale così rapidamente al sublime, che vive di sacrificio e devozione, che è più duro di un diamante e più dolce della tenerezza. Eppure le madri hanno generosamente immolato un affetto che era nelle loro stesse viscere. Vedete questa martire nel luogo del suo tormento; il suo bambino viene portato vicino a lei per essere martirizzato. La povera madre gli mette la mano sul cuore per esortarlo ad essere forte, culla il suo dolore nella sua fede e nel suo amore, e dice a suo figlio: « O figlio mio, l’amore che ti porto è più forte di me. Bene allora, perché io ti amo e tu mi ami, ti offro a Gesù per farti soffrire… Oh, per pietà, figlio mio, vieni a morire! » Dopo di ciò il suo bambino cammina con gioia verso la morte, e in questo doppio sacrificio trova ancora dolce il Signore! Infine, c’è l’amore coniugale, che di due vite ne fa una sola e la cui gloria consiste nella casta fecondità. E i coniugi a loro volta hanno sacrificato i loro affetti. Sant’Alessio, Sant’Elzéaro e Santa Delfina, Sant’Enrico e Santa Gunégonda, Sant’Edoardo e Sant’Edith, hanno immolato i loro cuori sul cuore verginale di Gesù; hanno riservato la fronte per una corona immacolata, e per loro è sbocciata la rosa dell’Eden. Sì, dall’inizio della Chiesa fino ai giorni nostri, abbiamo visto di quegli innamorati che erano appassionati del Crocifisso; quando non avevano più nulla da dare, prendevano il loro sangue puro ed eloquente nelle loro mani e lo offrivano a Dio, dicendo: O mio diletto, sia questo il linguaggio del nostro amore! Non ci è rimasto nulla, ma quando l’amore ha dato tutto, dà il sangue. Bene, ecco il sangue! E tutti quegli amici della croce e tutte quelle eroiche vergini hanno ripetuto più e più volte l’inno trionfale di Sant’Agnese martire: Amo Christum! Io amo Cristo! Questo è l’eroismo. Non possiamo parlare qui degli altri suoi prodigi a riguardo del nostro prossimo – È stato l’eroismo che ha suscitato la grande anima di San Paolo quando ha voluto essere “anatema” per i suoi fratelli; è stato l’eroismo che ha ispirato l’apostolo degli infelici, San Vincenzo de’ Paoli, quando, mostrando alle signore di Parigi i bambini abbandonati, ha gridato: « Vedete ora se volete abbandonarli. Smettete di essere le loro madri e diventate i loro giudici! La loro vita e la loro morte sono nelle vostre mani: io prenderò i voti e i suffragi. È ora di fermarli e vedere se non si vuole più avere pietà di loro!… ». L’eroismo ha dato origine ad un amore appassionato per i nemici, ha fatto sì che i Santi baciassero la mano insanguinata degli assassini della loro famiglia; ha fatto dire al Beato Grignon de Montfort: « O mio Dio, prendi il mio sangue, ma perdona i miei nemici! » L’eroismo è ancora vivo oggi, sarebbe facile citare nomi e fatti eloquenti, e quante pagine brucianti ci fornirebbero questa storia d’amore! Durerà finché ci sarà miseria da alleviare, amore da dare e sangue da spargere sulla terra. Noi stessi, che sappiamo essere così imperfetti ed indegni di essere fratelli dei santi, non dobbiamo dimenticare che ogni Cristiano, in certe circostanze, può essere chiamato all’eroismo. Il Battesimo, creando in noi nobili aspirazioni, ci ha imposto gravi doveri, e ci possono essere lotte così grandi e terribili nella nostra esistenza che, poiché la virtù ordinaria non è più sufficiente, avremo bisogno di energie di ordine superiore: è allora che entra in gioco l’eroismo. I giusti non vengono colti alla sprovvista in queste circostanze straordinarie; i loro cuori sono pronti per queste grandi lotte. C’è, infatti, in ogni anima in stato di grazia, il sangue degli eroi, o meglio, il sangue divino che vuole elevarsi all’altezza della sua fonte; c’è un seme fertile da cui nasce il sublime. Questi semi di eroismo sono i Sette Doni dello Spirito Santo. Secondo San Tommaso, i Doni non differiscono in realtà dalla virtù eroica: sono come un seme il cui eroismo è il fiore, o come una lira il cui eroismo è il suono. In alcune anime il seme, anche se vivo, non raggiunge mai il suo fiore; la lira, anche se sonora, può restare sempre silenziosa; ma tutti hanno almeno il potere di sbocciare o di vibrare. Basta un raggio di sole per far maturare il fiore, o basta un tocco leggero per far risuonare la lira: questo raggio, questo tocco, è l’impulso dello Spirito Santo che improvvisamente ci afferra e ci conduce al sublime. L’umiltà non deve nasconderci questa bella dottrina; per quanto spregevoli possiamo essere, la nostra anima può, sotto le dita dell’Artista supremo, rendere suoni divini. Ed è il Rosario che ci inizierà a questa scienza, come andremo a spiegare. I teologi insegnano che tutte le virtù si trovano nell’anima del Verbo allo stato perfetto ed in grado eroico. Nostro Signore ha vissuto costantemente del sublime, cosicché la storia della sua vita è diventata la storia dell’eroismo. Ma la storia di Gesù è il Rosario: l’eroismo ha quindi penetrato e profumato tutta la serie dei Misteri. È lì che i doni dello Spirito Santo, il seme fecondo nascosto nell’anima di Nostro Signore, hanno prodotto il loro fiore, e la lira celeste ci ha fatto sentire quei suoni meravigliosi che deliziano il genere umano. Da quel momento in poi, basta meditare sul Rosario per contemplare la virtù al suo apogeo, e tutti coloro che sono predestinati all’eroismo sono così predestinati a diventare conformi al Dio che si rivela nei Misteri. È proprio a questa scuola che si sono formati i Santi. Un giovane cavaliere, Giovanni Gualberto, circondato da una grande scorta, stava per punire l’assassino del fratello; l’assassino indifeso, impossibilitato ad evitare la spada vendicativa, stese le braccia a forma di croce, appellandosi al mistero della Crocifissione; era il Venerdì Santo. Un tale ricordo fu in grado di far germogliare l’eroismo. Giovanni Gualberto non si accontentò di perdonare il suo nemico, ma da quel momento lo prese come suo fratello. Entrando in chiesa, vede il crocifisso chinare il capo verso di lui per ringraziarlo. Questo è ciò che il pensiero di un Mistero aveva già fatto prima dell’istituzione del Rosario; sarà lo stesso per gli altri. I Misteri, infatti, non sono solo esempi di eroismo, ma possiedono ancora una particolare efficacia nel farci praticare ciò che insegnano. Non è inutile ricordare qui ciò che abbiamo detto più di una volta: la nostra unione con l’anima del Verbo ci dispone a ricevere grazie che ci renderanno simili ad esso, ed il nostro pio contatto con l’eroismo del Salvatore meriterà dei soccorsi attuali per essere eroici come Lui. Queste grazie di scelta sono il raggio di sole che fa nascere e maturare il fiore contenuto solo come un germe nella nostra anima, ed il fremito che fa vibrare la lira del sublime, prima silenziosa. È allora che il soffio divino rapisce le nostre anime e le conduce al suo grado; non conosciamo più, almeno per qualche istante, le imperfezioni del passato, e sembra che la parola della Scrittura si sia per noi attuata: anche Saulo è diventato profeta. Così, senza uscire dal Rosario, si può raggiungere l’apogeo della santità. L’eroismo non è un fatto raro negli annali dei Cavalieri di Maria e i nostri lettori ricordano come li ha ispirati i tre Fratelli Predicatori, apostoli del Rosario, che si sono dimostrati così sublimi nel naufragio de “La Borgogne”. E non è tutto. Se l’eroismo è una virtù divina, avrà bisogno di un linguaggio divino. Bene, Dio darà agli eroi della santità una grande voce, che è il miracolo. La vera Chiesa ha sempre dato vita a dei taumaturghi: i miracoli sono stati come fulmini e tuoni in mezzo ai quali è stata promulgata la nuova legge. Erano più numerosi nei primi secoli, quando la voce del paganesimo dominava quella della verità; ma sono necessari in ogni epoca per manifestare la santità della Chiesa e per convertire le anime. Ci sono sempre degli infedeli. Ahimè, in mezzo ad una società inondata dalle luci del Vangelo, sentiamo ogni giorno l’incredulità che suscita insolenti proteste contro Cristo e la sua Chiesa. Il Dio potente e misericordioso ha voluto coprire questi clamori con la voce del miracolo. Ogni anno a Lourdes, per non dire da un capo all’altro dell’universo, il miracolo risuona come un tuono, e a volte le orecchie più ribelli sono costrette a sentirlo. No, il miracolo non abbandona la Chiesa. Gesù Cristo, inoltre, l’aveva promesso, perché aveva detto in modo universale a tutti gli uomini e a tutti i tempi: « Chi crede nel mio Nome farà i prodigi che faccio Io, e ne farà di più grandi ancora. Questa parola ha avuto un solenne compimento. In tutte le epoche la Chiesa ha posto dei Santi sugli altari. Ora ha preteso da tutti l’omaggio del miracolo, e nell’esame dei fatti si è dimostrata perfino eccessivamente severa. Tuttavia, i Santi sono saliti sugli altari, pagando il tributo miracoloso dopo la loro morte, così come avevano pagato il tributo dell’eroismo durante la loro vita. Non ripugna assolutamente che i malvagi siano profeti e taumaturghi, ma, come regola generale, il miracolo è la testimonianza suprema della santità, soprattutto della santità eroica. Ecco perché, quando sentiamo questa grande voce, più ammirevole e più potente di quella dei fiumi e dei mari, gridiamo: Credo sanctam Ecclesiam, credo nella santità della Chiesa!  Il Rosario, che insegna e ispira eroismo, è fecondo anche nei miracoli. Conosciamo questa parola di Pio IX: «Tra tutte le devozioni approvate dalla Chiesa, nessuna è stata onorata dal cielo con tanti miracoli come il Rosario ». Una circostanza davvero notevole è che la Vergine dei miracoli, Nostra Signora di Lourdes, è anche la Vergine del Rosario, la Vergine che presenta il Rosario al popolo come segno di speranza. I miracoli del Rosario hanno avuto un impatto sociale davvero immenso, ed offrono questo carattere speciale, che sono stati dei trionfi definitivi per la Chiesa, annientando per sempre il potere del male. Il Rosario incontra gli Albigesi: fin dal primo colpo è una vittoria completa. Questo fatto è particolarmente degno di nota. Le grandi eresie non sono mai state sconfitte in un colpo solo; ognuna di esse è stata sufficiente a coinvolgere diverse generazioni, e molti secoli dopo la morte dei loro autori hanno ancora dato vita a tempeste e temporali. L’errore albigese, al contrario, scomparve in un colpo solo, anche se fu difeso da una potente setta che aveva per sé tutto ciò che c’era di grande e attraente nel mondo. L’apparizione del Rosario l’aveva colpita come un fulmine: San Domenico, in vita, la vide ferita a morte senza speranza di risurrezione, e poco dopo, sulle rovine di questa eresia impura, la Francia e la Chiesa salutarono l’alba di un futuro radioso. Qualche secolo dopo il Rosario incontrò l’islamismo nel Golfo di Lepanto; gli infedeli videro nell’aria la terribile Madre di Dio come un esercito schierato in battaglia, animando i Cristiani nella loro lotta. Anche in questo caso è stata ottenuta una vittoria definitiva. L’impero di Maometto non si è mai ripreso da questa sconfitta; da allora ha vegetato nell’impotenza senza mai tornare ai suoi giorni gloriosi di un tempo. Infine il Rosario ha incontrato l’orgogliosa Riforma all’assedio di La Rochelle. Vittoria definitiva! Da quel giorno in poi il prestigio del protestantesimo è stato rovinato per sempre in Francia. Questi sono i grandi miracoli storici del Rosario. Non cercheremo di richiamarne altri qui. Miracoli di protezione, miracoli di guarigione, miracoli di conversione, sono, per così dire, eventi quotidiani; e le riviste del Rosario hanno spesso l’opportunità di pubblicare alcuni di questi tratti meravigliosi. Il nostro scopo era quello di mostrare solo di sfuggita che il miracolo e l’eroismo sono uniti nel Rosario, come lo sono nella vita dei Santi. Il Rosario dimostra così la santità della vera Chiesa. Infatti, sebbene questi miracoli siano dovuti alla Madre di Dio, essi sono fatti nella Chiesa e per la Chiesa, e servono a far risplendere in Essa quell’aureola luminosa che la distingue da tutte le sette e che si chiama nota di santità. Credo sanctam Ecclesiam. – Ora sappiamo come il Rosario, ben compreso, ci possa avviare a tutti i gradi della vita perfetta: ci resta da chiedere a Maria la grazia di realizzare alcuni di questi insegnamenti, nella convinzione che, se otterremo questa conoscenza pratica del Rosario, avremo conquistato la scienza dei Santi.

FINE

http://www.exsurgatdeus.org/2020/05/13/il-santo-rosario-2/

APPARIZIONE A LA SALETTE 1846 (III)

LA SALETTE (III)

[Some account of the APPARITION OF THE BLESSED VIRGIN Of LA SALETTE London 1853]

Non sarà necessario il produrre estratti di altre numerose lettere e pubblicazioni apparse in Francia e altrove su questo evento; non resta che accertare se la verità del racconto dei bambini sia stata in qualche modo sostenuta da un’interposizione soprannaturale, cioè se siano stati fatti o meno dei miracoli. Di miracoli nell’ordine della grazia sarebbe facile citarne molti; come l’improvvisa conversione di peccatori incalliti e infedeli dopo aver visitato la montagna o dopo aver preso, contro la loro volontà, alcune gocce d’acqua dalla misteriosa sorgente. Una grande conversione c’è, e si manifesta a tutti: la completa riforma portata avanti in tutto il cantone e nel quartiere di Corps dalle parole di due bambini, che sono state più efficaci degli appelli infuocati di pastori zelanti e di missionari evangelici. Sì, tutto il Paese si è convertito; e le loro preghiere e le penitenze, insieme a quelle delle centinaia di migliaia di forestieri che hanno visitato il luogo, indubbiamente hanno evitato la punizione di cui la Santa Vergine ha minacciato il “suo popolo” nel caso non si fosse pentito. Di miracoli nell’ordine della natura, compiuti con l’uso dell’acqua di La Salette, accompagnati da una novena, i commissari ecclesiastici di Grenoble ne hanno ricevuto così tanti resoconti debitamente autenticati dalla testimonianza di medici, che è utile un esame molto rapido per fugare ogni dubbio su questo punto. Tra i tanti riportati nell’opuscolo di M. Rousselot, che non sono altro che una selezione tra i tanti di cui egli sia venuto a conoscenza, se ne noteranno qui solo due o tre, che si caratterizzano per la particolarità di portare con sé tutti i segni di autenticità richiesti.

I – Guarigione della Suora Saint Charles, del Convento di San Giuseppe, nella città di Avignone. Di seguito si riporta la dichiarazione della Superiora del convento : – « La suora Saint Charles è entrata nella nostra casa a diciassette anni e mezzo; la sua costituzione era molto delicata: poco dopo la professione la sua salute ha ceduto del tutto; e prima della fine del noviziato si era ridotta in uno stato gravissimo con dolori allo stomaco, frequenti vomiti sanguinolenti, dissenteria, febbre bassa e continua, che la tennero per più di otto anni sul letto di dolore. Durante questo periodo le è stato più volte somministrato ed ha ricevuto il Viatico. Tutti i medici che l’avevano visitata avevano dichiarato il suo stato senza speranza alcuna. Poteva ella alzarsi dal letto solo molto raramente, e solo per un tempo molto breve; non assisteva al santo Sacrificio della Messa più di cinque o sei volte all’anno al massimo; e poi lo sforzo che faceva era accompagnato da una tale stanchezza tanto da ridursi ad un grado estremo. Più di una volta è stato necessario portarla via in uno stato di completa incoscienza; per cui questo favore le è stato accordato solo in considerazione del suo ardente desiderio, e non per affliggerla troppo. Nel mese di dicembre 1846, i suoi sintomi si aggravarono molto; e noi ripetutamente ci aspettavamo di perderla ad ogni momento. Lo stato infiammatorio si diffuse alla gola e alla bocca; ingoiava con grande difficoltà. Quest’affezione presentava tutti i sintomi di un’ulcera: ne derivava un odore così corrotto da essere quasi insopportabile; un’abbondante espettorazione mista a sangue contribuiva ancora di più ad indebolirla e a rendere il suo stato deplorevole. Da questo periodo fino al 16 aprile non ha potuto assaggiare né pane né alcunché di solido; viveva alimentandosi solo di brodo, o di latte ed acqua, che poteva assumere solo in piccolissima quantità, anche se era costretta a bere spesso; perché, se non lo faceva, la sua gola collassava. Il 14 febbraio 1847 ricevette l’Estrema Unzione, ed il Viatico le fu somministrato due o tre volte nelle settimane successive. Tale era la condizione della sorella quando si cominciò a parlare dei miracoli provocati dall’uso dell’acqua di La Salette. Riconosco, a mia confusione, di non aver dato credito a tutte queste voci; ma avendo sentito parlare della guarigione di una suora del “Sacro Cuore”, ho sentito nascere in me una convinzione, e ho proposto una Novena alla nostra povera inferma. Per quanto grande fosse il desiderio che avevo della sua guarigione, avevo ancora di più in vista la gloria della Santa Vergine, la confermazione della sua apparizione ai due pastorelli e la conversione dei peccatori. Fu per questi motivi che tra le nostre sorelle malate, che allora erano molto numerose, scelsi la suora Saint Charles come colei che, essendo la più conosciuta in conseguenza della lunga durata della sua malattia, poteva meglio servire al fine che mi proponevo. Le comunicai la mia idea: lei mi sembrò, la prima volta, molto indifferente, e mi dichiarò che non aveva alcun desiderio di recuperare la sua salute, che le avrebbe solo impedito di tornare nell’eternità, e che preferiva morire, o rimanere nello stato in cui si trovava fino a quando sarebbe piaciuto a Dio. Le feci la stessa proposta più volte; ma trovandola sempre nelle stesse disposizioni, pensai che avrei dovuto usare la mia autorità. Ottenuta una piccola quantità d’acqua da La Salette, le dissi che non avrebbe dovuto considerare tanto se stessa quanto la gloria di Dio, e la maggior devozione verso la Santa Vergine, che ne sarebbe risultata da una guarigione, o da una straordinaria opera in suo favore. Le ordinai allora di unirsi alla Novena che la comunità avrebbe fatto per lei, e di prendere l’acqua che le avevo portato. Fu convinta fin dall’inizio che se avesse fatto questa Novena sarebbe stata guarita, e si sottomise nel farlo in obbedienza. Le feci anche indicare le preghiere e gli esercizi da seguire durante la Novena. Ogni giorno una delle suore si recava alla santa Comunione in spirito di riparazione per i peccati principali che la Vergine aveva indicato ai pastorelli, e con l’intenzione di ottenere la conversione dei bestemmiatori e dei profanatori della domenica. Abbiamo anche digiunato tre volte con la stessa intenzione; e ogni giorno abbiamo recitato la “Salve Regina”, tre Ave, con le invocazioni “O Maria concepita senza peccato etc. “, e “Mater admirabilis“. La Santa Vergine sembrava mettere la nostra fiducia a dura prova, perché la nostra povera sorella era sempre molto malata e sofferente. Il giovedì, al settimo giorno della Novena, ebbe uno svenimento, seguito da un’abbondante espettorazione di materia purulenta mescolata al sangue. Questo incidente ci ha molto allarmato. Vedendola in questo stato, le ho detto: « Penso che la Santa Vergine ti curerà portandoti in cielo ». Ella rispose: « Le mie malattie non indeboliscono la mia coscienza, e siccome ho solo altri tre giorni per soffrire, prego la mia buona Madre di non risparmiarmi; e ho grandi speranze di poter andare sabato alla santa Messa e di potermi comunicare ». In una parola, ha fatto tutti i preparativi necessari per farlo, e ha implorato che le venissero portati i suoi vestiti ed il suo velo, di cui non aveva fatto uso per molto tempo. Il venerdì 16 aprile, dopo aver trascorso una notte molto brutta, sputava ancora sangue al mattino. Monsignor de Prilly, Vescovo di Chalons, doveva celebrare la Messa nella nostra cappella alle sette. Per ottenere le indulgenze legate alla Messa del prelato, ho proposto per un giorno la Comunione generale, che doveva essere il sabato, per la fine della Novena. Questo cambiamento affliggeva molto la sorella Saint Charles, che era molto addolorata per non essere riuscita a unirsi quel giorno alla comunità, ed aveva paura di rimanere sola alla sua Comunione del mattino, che sarebbe stato, secondo lei, il giorno della sua guarigione. Mentre noi assistevamo alla Messa, lei faceva i suoi progetti e proponeva di chiedere al nostro confessore un’altra Comunione generale, per potersi presentare alla santa Mensa con tutte le sue sorelle ed essere più certamente accetta a Dio. La sua mente era abbastanza piena di quest’idea, quando all’improvviso si rese conto che era avvenuto in lei un totale cambiamento. Tutti i suoi mali cessarono improvvisamente, « … come se una mano invisibile li avesse portati via »: questa era la sua stessa espressione; non riconosceva più se stessa e non poteva credere a ciò che aveva vissuto. Si mise alla prova in vari modi, per essere sicura di non soffrire di un’illusione; e percependo di aver recuperato completamente le forze, non esitò a credere di aver ricevuto la grazia che le era stata chiesta e gridò: « Sono guarita! ». La sorella Saint Joseph, che era a letto nella stessa stanza, non capiva quello che diceva, e pensava, al contrario, che stesse peggiorando; era tanto più allarmata, perché in quel momento era sola e troppo malata per andare ad aiutarla. La sorella Saint Charles, sentendola piangere, si alzò dal letto e andò a consolarla. Lo stesso fece con la portinaia, che si prendeva cura del convento durante la Messa, e fu terribilmente spaventata nel sentire qualcuno correre nella stanza in cui aveva lasciato a letto, solo persone malate. Arrivò di corsa, senza fiato, e si sentì male. La suora Saint Charles la calmò, le diede qualcosa da bere, così come alla suora Saint Joseph, e assicurò loro che fosse guarita. Erano appena arrivati al Vangelo della Messa. La suora si è vestita di fretta e si è recata all’anticapella, dove ha ascoltato il resto della Messa in ginocchio e senza alcun sostegno. Quando lasciammo il coro, venne ad incontrarmi per abbracciarmi. Le ho detto che doveva tornare, per ringraziare la sua Benefattrice celeste. Mi rispose che lo aveva già fatto, avendo ascoltato gran parte della Messa e avendo recitato il “Te Deum“, ma che desiderava molto qualcosa da mangiare, perché aveva un grande appetito. Ho affrettato il passo e le ho detto di seguirmi, per provare le sue forze; lei ha camminato in fretta, ed è scesa le scale con la stessa velocità con cui l’ho fatto io. Le diedi un pezzo di biscotto, che mangiò quasi con avidità. In seguito entrò nella sala della comunità per abbracciare le suore, che rimasero stupefatte da questo avvenimento meraviglioso, e per ricevere la benedizione di Monsignor de Prilly. Questo santo prelato la esortò a ringraziare Dio e la sua beata Madre e ad essere molto fedele ai doveri del nostro santo stato. La mattina, ora, si pone in ginocchio in preghiera per un’ora, dopo di che si reca al lavoro, stira la biancheria per un tempo considerevole, segue subito tutte le osservanze della casa e si reca al refettorio, dove mangia la cena ordinaria della comunità. Lo stesso giorno, ricordando che le avevano preparato del brodo di carne, che non le era ormai più necessario, mi chiese il permesso di portarlo ad una povera ammalata che era tra le nostre mura e che noi assistevamo. Per andare da lei, era necessario salire una lunga e scomoda scala; la sorella lo fece con grande facilità. La fama di questo evento, che si diffuse presto all’esterno in città, attirò nel nostro convento una moltitudine di persone, che vollero accertarsi di persona della verità di un fatto così straordinario. Le nostre sale sono state affollate per molti giorni; e la fatica che tante visite devono aver causato alla suora, non è stata che una piccola ulteriore prova della sua forza. Lei ha sostenuto tutto questo in un modo che ci ha stupito, e non ne è stata affatto affranta, anche se è stata costretta a parlare quasi tutto il giorno. Soprattutto i medici non potevano credere ai loro occhi. Uno di loro, che veniva molto spesso, e che aveva seguito tutto l’andamento della malattia della sorella, mi aveva spesso detto: « Nel momento in cui meno te lo aspetti, la vedrai morire, perché non so cosa possa essere che la tenga ancora in vita ». Le ho parlato della novena che stavamo facendo, e gli avevo chiesto se avesse potuto fare un’attestazione nel caso in cui le nostre preghiere fossero state accettate. « Se sarà guarita – rispose – ti darò mille attestati, perché per lei tutto è inutile ». Mi affrettai ad informarlo di tutto ciò che era accaduto; e gli permisi di raccontare da se stesso, nella sua attestazione, di quale sia stata la sua sorpresa, la sua meraviglia, e le prove alle quali ha sottoposto la sorella per essere certamente sicuro della guarigione. Poiché la suora Saint Charles aveva potuto unirsi alla Novena solo in parte, aveva promesso di digiunare per tre giorni, nel caso fosse guarita; ha adempiuto al suo voto pochi giorni dopo, senza provare la benché minima stanchezza. Aveva anche fatto i digiuni dei giorni della quatempora e del giubileo, che avvenivano nello stesso periodo. Sono passati ormai quindici mesi da quando questa guarigione si è verificata; e da allora la suora Saint Charles continua a seguire gli esercizi della comunità, si alza alle cinque del mattino, e gode di uno stato di salute perfetto, considerando la delicatezza abituale della sua costituzione. Desidero che questo rapporto possa contribuire alla gloria di Dio, all’incremento della fede, e possa essere un eterno monumento della nostra gratitudine verso la nostra gloriosa Benefattrice, che ha concesso alla nostra comunità una prova così toccante della sua potente protezione. È con questa convinzione che firmo questo testimonianza, certificando che in essa non c’è nulla che non sia conforme alla più esatta verità.

J. PINEAU, Superiora delle Sorelle di San Giuseppe ».

A questa lettera si aggiungono gli attestati di due medici che erano stati costantemente presenti nella malattia della sorella Saint Charles, e che di conseguenza conoscevano bene da tempo il suo caso. L’uno fornisce un dettagliato resoconto scientifico del suo disturbo, e dichiara che la sua guarigione è contraria alle leggi della natura. L’attestazione dell’altro è così formulata: « Il sottoscritto dottore in medicina, primario onorario dell’ospedale di Avignone, dopo trentasei anni di servizio attivo, dichiara che la guarigione imprevista ed inattesa da una condizione considerata, secondo le leggi della medicina, mortale, nella persona della suora Saint Charles, sopra citata, ad uno stato di perfetta salute di tutti i suoi organi e di tutte le loro funzioni, è stata operata istantaneamente, senza l’intervento di alcuna applicazione dell’arte, e che quindi è di natura prodigiosa. Rooms, D.M. ». – Durante la vacanza nella sede di Avignone, causata dalla morte dell’Arcivescovo, i tre Vicari generali che poi hanno diretto gli affari della diocesi, su richiesta del Vescovo di Grenoble circa il loro parere sul tema della guarigione della suora Saint Charles, hanno risposto come segue: « -1). La guarigione di questa suora, tanto completa quanto improvvisa, fu operata il 16 aprile 1847, ottavo giorno di una novena che la comunità stava facendo in onore di Nostra Signora di La Salette, per ottenere questa grazia. -2) I due medici che avevano curato la suora durante la sua malattia, e che da allora hanno reso rapporto della sua guarigione, sono degni di ogni credito. – 3) Il defunto Arcivescovo di Avignone era pienamente convinto che la sorella fosse stata guarita per miracolo. – 4). La suora Saint Charles continua a godere di buona salute e segue le regole ordinarie della comunità. Avignone, 23 giugno 1848 ».

II. Ad Avallon, nella diocesi di Sens, si è verificato un caso clamoroso di guarigione, dopo una novena fatta a Nostra Signora di La Salette, che da allora è stata autorevolmente dichiarata miracolosa dal Vescovo.

Il medico che l’ha assistita ha redatto una lunga e dettagliata dichiarazione rispetto alla sua malattia e alla successiva guarigione. Le sue dichiarazioni conclusive sono le seguenti:

« – 1). Per diciassette anni A. Bollenat rimetteva tutto i cibi solidi che ingoiava, e poteva solo con difficoltà digerire qualche cucchiaio di latte o di zuppa di carne. Negli ultimi tre mesi precedenti il 21 novembre, non ha praticamente ingerito nulla.

– 2). Per tre anni A. Bollenat non aveva mai potuto camminare; era rimasta seduta, riuscendo a malapena a fare qualche leggero movimento delle estremità inferiori.

– 3). Per dieci anni A. Bollenat non era stata mai n grado di sdraiarsi sul fianco sinistro; era stata anche quasi completamente privata del sonno.

– 4). Per diciannove anni i dolori allo stomaco, che erano alla fine diventati insopportabili, non erano mai cessati.

– 5). Da diciassette anni si apprezzava un enorme tumore sul fianco, e per molto tempo non avevo usato nessun tipo di rimedio né per guarire questo tumore né per fermarne lo sviluppo.

 – 6). Il 19 novembre 1847, Antoinette Bollenat presentava tutti i segni di morte imminente.

1. Il 21 novembre, alle sei di sera, senza alcuna transizione, senza che si manifestasse alcuna crisi, mangiò e digerì una zuppa solida, verdura e frutta.

2. Il 21 novembre A. Bollenat si è alzata dal letto, si è vestita ed ha camminato nella sua stanza.

3. Il 21 novembre A. Bollenat si è sdraiata sul fianco sinistro dormendo tutta la notte.

4. Dal 21 novembre non è residuato alcun dolore interno in nessuna parte del corpo.

5. Il 21 novembre il tumore è completamente scomparso; non c’è stata alcuna crisi, né alcuna fuoriuscita di materia liquida di alcun tipo dal tumore, né internamente né esternamente.

6. Il 21 novembre e i giorni successivi l’ho vista piena di salute.

Gagniard, D.M. »

Le autorità ecclesiastiche della diocesi hanno preso conoscenza di questo caso; e dopo un minuzioso esame, l’Arcivescovo ha rilasciato una dichiarazione sul caso in oggetto, in cui dice: « Dopo aver esaminato le prove dei vari testimoni e del medico curante; dopo aver esaminato la relazione presentata dalla Commissione incaricata di esaminare il caso; dopo aver ascoltato il parere del Consiglio Episcopale, e dopo aver invocato il santo Nome di Dio, dichiariamo, a gloria di Dio, e ad onore della Santissima Vergine, per l’edificazione dei Fedeli, che la guarigione di Antonietta Bollenat, avvenuta il 21 novembre 1847. dopo un Novena alla Santissima Vergine Madre di Dio, invocata sotto il nome di “Nostra Signora di La Salette”, presenta tutte le condizioni e tutti i caratteri di una guarigione miracolosa, e costituisce un miracolo del terzo ordine.

Dato a Sens, sotto la nostra mano, con il sigillo delle nostre braccia, e il contro sigillo del nostro Vicario generale e segretario privato, il 4 marzo dell’anno di grazia 1849. (Firmato)  MELLON, Arcivescovo di Sens. »

III. Nel grande seminario della diocesi di Verdun è avvenuta un’altra sorprendente guarigione nella persona di uno degli studenti.

« Il Vescovo gli ordinò di redigere un resoconto del suo caso, della sua malattia e della sua guarigione. In esso egli racconta come – secondo il parere dei suoi medici – tutta la sua costituzione era stata completamente debilitata, in parte a causa dei terribili attacchi nervosi e dei dolori a tutte le articolazioni di cui aveva sofferto, in parte a causa delle medicine che aveva assunto per alleviarli. Era stato costretto due volte a lasciare il seminario e, dopo aver ottenuto a casa qualche piccolo miglioramento delle sue sofferenze, vi era tornato per la terza volta. Egli continua: « Sono tornato il giorno stabilito; ma nuove e più terribili prove mi aspettavano in seminario. Dal 7 marzo le mie pene, invece di diminuire, aumentavano rapidamente, e mi costringevano continuamente a trattenere grida disperate, e solo il pensiero di Maria le ha fermate. Infatti questo mi faceva ricordare vivamente le sofferenze di suo Figlio, ed io mi nascondevo nelle sue ferite. Poi mi ha visto il medico al quale mostrai come fosse ridotta la mia gamba, in uno stato di atrofia e rigida come una sbarra di ferro; gli provai che non potevo fare un passo senza la più crudele delle sofferenze, e che il dolore saliva fino alle mie reni, e attraverso la spina dorsale fino alla testa. Mi disse, per tutta consolazione: « Ebbene, amico mio, dobbiamo aspettare il caldo; allora userò bagni alcalini aromatici; poi, se questo non dovesse servire a nulla, faremo qualcos’altro; e se anche questo dovesse fallire, allora … addio, mio caro. Quindi sono andato dal mio direttore per consolarmi nelle mie pene; perché la consolazione mi era necessaria. Sono stato felice di sentirgli esprimere un’idea che avevo a lungo meditato, ma che ero deciso a non menzionare per primo: egli ha proposto una Novena alla Madonna di La Salette. Il giorno dopo scrissi alla confraternita di Nostra Signora delle Vittorie a Parigi, di cui ero membro, per implorare le loro preghiere. Il primo aprile, domenica delle Palme, la nostra Novena è iniziata con l’offerta del santo Sacrificio, che molti Sacerdoti della città mi hanno applicato. Molte Comunioni sono state offerte secondo la mia intenzione da molte persone caritatevoli delle diverse comunità di Verdun, che hanno invocato specialmente Nostra Signora di La Salette. Nel frattempo le mie sofferenze continuavano esattamente come prima. Quel giorno, come in quelli precedenti, per rispettare la regola, andai a passare il tempo libero nel luogo dove si recava il resto della comunità. Scesi le scale con estremo dolore, sostenuto sulle braccia da un compagno di studi, al quale devo un debito di eterna gratitudine per la sua gentilezza nei miei confronti. Dopo un quarto d’ora di dolorosissimo esercizio fisico, provai una stanchezza in tutto il corpo. Ho dovuto fare grandi sforzi per rimontare la scala. Sono andato in cappella e vi sono rimasto solo cinque o sei minuti. Non era lì che Dio mi aspettava, ma in quella povera cella in cui avevo tanto sofferto. Finalmente ci arrivai, e mi gettai davanti all’immagine di Maria, alla quale tanto spesso avevo rivolto gli occhi. Pieno di fiducia in Maria, afferrai la sua immagine e caddi in ginocchio senza accorgermene. Per molto tempo mi era stato impossibile piegare la mia gamba irrigidita. Poi, afferrando il mio piccolo flacone di acqua di La Salette, l’ho premuto sulle labbra e, contemplando l’immagine di Maria, ho gridato: « O Maria! O Madre mia! sì, tu mi guarirai, e io mi consacro a te ». Poi sono caduto in uno stato di totale insensibilità, non pensavo più a nulla, non ricordo cosa abbia detto; ero come schiacciato sotto l’azione divina, che però non ho sentito. – Questo stato durò per circa sei o otto minuti; e dopo, riprendendomi da questo tipo di insensibilità, e senza sentire il cambiamento che era avvenuto in me, mi precipitai giù per una lunga scalinata per dire ancora una volta al mio compagno di studi: « Siate di buona coscienza, sarò guarito ». Più tardi, questo eccellente amico, che mi aveva curato così bene durante la mia malattia, mi assicurò che il mio passo e la mia espressione di condiscendenza lo avevano stranamente sorpreso; che non capiva le mie parole, e che diceva in tono basso a se stesso: « Sarai guarito? Ma lo sei già! ». Continuai senza preoccuparmi di lui, ma poco dopo incontrai un altro studente, che mi afferrò e gridò: « Sei guarito! ». Solo allora ho percepito il cambiamento che si era avvenuto in me. Mi resi conto della mia felicità, e andai in giro a proclamare la mia guarigione, non come se fosse in procinto, ma come se fosse realmente già accaduta. Io non ero lontano dalla cappella dove poco prima non avevo potuto pregare: ora mi sentivo irresistibilmente spinto lì. Durante il quarto d’ora che passai ai piedi dell’altare in ginocchio, senza sentire il minimo dolore, non so cosa dissi, né quale preghiera abbia rivolto al mio Salvatore. Andai prima dal mio direttore, che mi strinse tra le sue braccia, poi dal superiore, che si rifiutò di credermi, finché non udì la parola « La Salette ». Andai poi in refettorio così in fretta, che due compagni non riuscirono a stare al passo con me. Il mio stomaco, debilitato da tante malattie e sofferenze, ricevette senza disgusto e digerì facilmente il mio cibo, cosa che poi continuò a fare. All’uscita dal refettorio, ero circondato dalla comunità, che mi ha fatto dare tutte le prove della completa guarigione. Corsi, piegai la gamba, colpii violentemente il piede contro il terreno e feci tutto quello che mi chiesero durante tutta la ricreazione, che passai tra i miei compagni di scuola come se non fossi mai stato malato. Il giorno dopo, un’ora di cammino non mi ha affaticato minimamente. Quello stesso giorno, tre persone hanno esaminato la mia gamba e si sono convinte che aveva recuperato la vitalità che essa aveva perso. Posso affermare che prima della mia guarigione era almeno di due terzi più piccola dell’altra.

Manrm, chierico negli Ordini minori. Gran Seminario di Verdun, 26 luglio 1849 ».

Questa relazione, quando fu presentata al medico, fu da lui dichiarata esatta in tutti i suoi dettagli.  – Il superiore e i professori del seminario hanno fatto una dichiarazione sul caso, nella quale concludono dicendo: « Questa guarigione ha prodotto l’impressione più vivida in tutto il seminario, frequentato da più di cento studenti. I seminaristi la considerano un prodigio, la cui natura miracolosa si ammette senza dubbio. Noi stessi, dopo aver esaminato e ponderato attentamente le circostanze di questo evento, non vediamo come possa essere spiegato da cause puramente naturali ». Il Vescovo di Verdun, nella costatazione ufficiale della guarigione, dice: « Abbiamo visto senza sorpresa che gli studenti del nostro seminario attribuiscono all’unanimità la guarigione ad un intervento soprannaturale della Santa Vergine. >X< LOUIS, vescovo di Verdun.

Dato a Verdun, presso il Palazzo episcopale, agosto 1849 ».

IV. L’ultimo miracolo di cui si darà notizia è la guarigione di un ufficiale di stanza a Calais, avvenuta dopo una novena fatta a Nostra Signora di La Salette. M. Delattaignant, agente di dogana di Calais, quarantadue anni, ha deposto come segue: « Nel mese di maggio del 1848 ho scoperto che non riuscivo più a dormire regolarmente; nel mese di giugno non riuscivo a dormire affatto, uno stato che durò fino al lunedì della settimana di Pasqua del 1849. Ero in un continuo stato di sofferenza, senza conoscerne la causa. Mi consultai con i medici, che mi dissanguarono, e mi ordinarono delle correnti d’aria rinfrescanti, ma senza risultati soddisfacenti. L’idea del suicidio era continuamente presente nella mia mente, e mi pesava. Ero in un tale stato di agitazione nervosa, che a volte non avevo alcun potere sulle mie membra. Non volevo vedere nessuno. Quando si parlava di pazienza e di rassegnazione alla volontà di Dio, mi sentivo esasperato, convinto che non potevo guarire, che ero disgustato dalla vita, e più volte ho aperto il coltello per pugnalarmi, cosa che non facevo se non pensando a mia moglie e ai miei figli. Forse devo la mia conservazione alle mie preghiere, che non ho mai smesso di fare. Uno dei miei amici cominciò a farmi visita per incoraggiarmi ad avere fiducia in Dio, « Dio – dissi io – nella mia esasperazione, c’è un Dio buono? Se ci fosse, non mi farebbe soffrire così » Poi ho cominciato a piangere. Avevo perso del tutto la memoria e riuscivo a malapena a svolgere i compiti del mio ufficio. Non scrissi più alla mia famiglia. Le mie facoltà morali erano scomparse. Non avevo più alcun affetto nemmeno per mia moglie e per i miei figli. Se qualcuno mi avesse offerto una fortuna considerevole o un rango elevato, ai miei occhi non sarebbe stato assolutamente nulla. Tutto il mio essere era annientato. Di dolore fisico non ne sentivo nessuno in una parte più che in un’altra; ma il mio corpo svolgeva le sue funzioni con difficoltà. Il mio stomaco era molto dilatato. Avevo un appetito straordinario e insaziabile; niente mi faceva male, e mangiavo come quattro persone. Un giorno, mentre mangiavo, mi è venuta una tale crisi che ho lasciato l’impronta dei miei denti sul cucchiaio. Sono rimasto trentasei ore senza mangiare, senza riuscire a spiegarmi il perché, sperando così di morire di fame. Su suggerimento di un pio ecclesiastico ho fatto una novena alla Madonna di La Salette, ma senza alcun risultato. Poi ne iniziai un’altra; mia moglie e i miei figli fecero la Comunione per la mia intenzione. Alla fine di questa novena, il lunedì della settimana di Pasqua, ho assistito in modo meccanico alla Messa, e quel giorno sono caduto in un tale stato di irritazione che avrei voluto distruggermi; mia moglie si è gettata tra le mie braccia, abbiamo pianto insieme, e da quel momento sono guarito. Da allora non ho più avuto un solo momento di tristezza o di insonnia. Sto bene secondo i miei desideri. La mia memoria e le mie facoltà morali sono ritornate. La mia guarigione è stata istantanea, e senza alcuna transizione. Non attribuisco la mia guarigione a nessun rimedio umano; poiché, a parte alcune correnti d’aria rinfrescanti, per diversi mesi ho rifiutato ogni presidio medico. Ringrazio Dio e la sua benedetta Madre per la mia guarigione.

DELATTAIGNANTE.

Calais, 2 giugno 1849. »

La verità di questa deposizione è certificata da trentasei firme, tutte apposte in forma legale davanti al sindaco di Calais, con il sigillo della città. Tra queste firme ci sono quelle di sette sacerdoti. – Sarebbe facile moltiplicare la citazione di un gran numero di esempi di guarigioni miracolose tanto notevoli quanto quelle sopra menzionate. Questo, tuttavia, non sarà oramai più considerato necessario; la questione dell’apparizione non è più un argomento aperto di discussione da dimostrare con delle prove. La Chiesa si è pronunciata su di essa; e tutto ciò di cui il lettore avrà ora bisogno sarà un resoconto del modo in cui questo autorevole riconoscimento della sua verità sia stato fatto. Il primo maggio 1852, il Vescovo di Grenoble pubblicò una lettera pastorale in cui, dopo averne dichiarato l’accettazione universale in Francia, Belgio, Inghilterra, Germania e Italia, accordata ad una precedente lettera da lui inviata il 19 settembre dell’anno precedente, in cui dichiarava la verità dell’apparizione, annunciava che era allora suo dovere comunicare allo stesso modo l’erezione di una chiesa e di un presbiterio a Salette, e fissare per il 25 maggio la posa della prima pietra. Questo evento si svolse infatti il giorno stabilito. Nel seguente estratto del numero dell’Università del 1° giugno 1852, c’è il rapporto che ne fa il giornale locale del dipartimento: « Ieri si è svolta la cerimonia di posa della prima pietra del Santuario di La Salette. È stata una magnifica solennità, anche se il tempo è stato piuttosto poco clemente. Alla vigilia un gran numero di pellegrini è arrivato sulla scena dell’Apparizione e vi ha trascorso la notte. All’una del mattino c’erano già 2000 comunicanti; non c’erano abbastanza Sacerdoti per soddisfare il desiderio dei fedeli. Ma quando arrivò il giorno, lo spettacolo era ancora più imponente. Da tutte le parti arrivarono pellegrini che apparivano come se fossero usciti dalla montagna stessa. Nulla poteva essere, allo stesso tempo, più grandioso e più pittoresco di queste processioni, che arrivavano con striscioni esposti e canti di inni pii. Il numero di stranieri che erano concorsi a questa cerimonia è stato stimato essere più di 15.000 persone. L’entusiasmo più vivo si manifestava tra la moltitudine quando si vide arrivare il Vescovo di Grenoble, che, nonostante la sua veneranda età, non aveva esitato ad intraprendere le fatiche dolorose di un tale viaggio onde presiedere a questa cerimonia. Tutta la compagnia riunita si recò ad incontrare il venerabile prelato, e lo accolse con espressioni di profondo rispetto e di gioia; mille voci si levarono ad accoglierlo. È stato un momento molto toccante. Il volto di Mons. de Bruillard ha tradito le profonde emozioni della sua anima. In seguito la cerimonia è iniziata in mezzo alla profonda attenzione di tutti. Il ricordo di questa santa e imponente cerimonia non sarà mai cancellato dalla memoria di chi ne è stato testimone. Non è l’unica chiesa che sta per essere eretta sotto il patrocinio di Nostra Signora di La Salette: una in Bretagna e un’altra in Belgio sono già state annunciate essere in corso di costruzione.

Pensiamo di aver detto abbastanza per fornire al lettore una chiara documentazione delle circostanze dell’apparizione stessa, e anche delle prove scientifiche a sostegno della sua credibilità. Dal suo riconoscimento pubblico da parte del Vescovo di Grenoble, non è più necessario accumulare ulteriori prove a suo favore. Per più di cinque anni l’apparizione è stata oggetto di ogni tipo di obiezione, non solo da parte degli scrittori francesi, ma anche da parte di coloro che erano più ansiosi di crederlo vero, ma che pensavano fosse loro dovere cedere a nient’altro che ad una certezza. – Tutte le opposizioni, però, ora tacciono; è ormai un fatto approvato dalla Chiesa, che la Santa Vergine abbia scelto questi due pastorelli come portatori di un messaggio al « suo popolo », minacciandoli di vendicarsi di suo Figlio se non si pentiranno; ed è anche la convinzione di tutti, che il Vescovo nella sua lettera pastorale riconosca che le preghiere, le penitenze, e la vita riformata, che sono così largamente derivate da questo evento, siano state il mezzo per arrestare al braccio di nostro Signore e scongiurare il castigo minacciato ». In effetti, non è quasi possibile considerare le prove attraverso le quali la Francia sia passata dall’anno dell’Apparizione, il 1846, senza notare gli elementi di disordine e di confusione che sono stati ovunque percepibili, e senza al tempo stesso riconoscere chiaramente la .presenza di qualche misteriosa influenza, che fino ad ora ha calmato la formidabile eccitazione e ha trasformato tutto in bene. La Madre di Dio è la “Mater misericordiæ”, la Madre della misericordia; le sue interposizioni visibili, di cui si registrano diversi casi nella storia ecclesiastica, non sono mai state considerate come presagio di sventure, ma piuttosto come significative di un tempo prossimo di accettazione; ed è in tale luce che la sua gloriosa apparizione a La Salette è stata finora considerata dai fedeli. 

FINE.

[Ribadiamo qui, che la Congregazione dell’Indice non si è mai sognata di negare la veridicità dell’apparizione mariana de La Salette, come farfugliano ancora i satanisti modernisti o scismatici attuali, ma che la condanna riguardava solo un libricino in lingua francese che riportava in modo improprio i fatti dell’apparizione. Eccone ancora il testo:

DAMNATUR OPUSCULUM: « L’APPARITION DE LA TRÈS SAINTE VIERGE DE LA SALETTE ».

DECRETUM

Feria IV, die 9 maii 1923

In generali consessu Supremæ Sacræ Congregationis S. Officii Emi. ac R.mi Domini Cardinales fidei et moribus tutandis præpositi proscripserunt atque damnaverunt opusculum: L’apparition de la très Sainte Vierge sur la sainte montagne de la Salette le samedi 19 septembre 1845. – Simple réimpression du texte intégral publié par Melanie, etc. Société Saint-Augustin, Paris-Rome-Bruges, 1922; mandantes ad quo spectat ut exemplaria damnati opusculi e manibus fidelium retrahere curent.

Et eadem feria ac die Sanctissimus D. ST. D. Pius divina providentia

Papa XI, in solita audientia R. P. D. Assessori S. Officii impertita, relatam sibi Emorum Patrum resolutionem approbavit.

Datum Romæ, ex ædibus S. Officii, die 10 maii 1923.

Aloisius Castellano,

Supremæ S. C. S. Officii Notarius.]

FESTA DELL’ANNUNZIAZIONE – Messa (2020)

Santa Messa del 25 MARZO.

Annunciazione della Beata Vergine Maria.

Doppio di I classe. • Paramenti bianchi.

Oggi commemoriamo il più grande avvenimento della storia: l’incarnazione di nostro Signore (Vang.) nel seno di una Vergine. (Ep.) In questo giorno il Verbo si è fatto carne. Il mistero dell’incarnazione fa sì che a Maria competa il titolo più bello: quello di « Madre di Dio » (Or.) in greco « Theotocos »; nome, che la Chiesa d’Oriente scriveva sempre in lettere d’oro, come un diadema, sulle immagini e sulle statue. « Avendo toccato i confini della Divinità »  (Card. Cajetano, 2a 2æ p. 103, art. 4) col fornire al Verbo di Dio la carne, alla quale si unì ipostaticamente, la Vergine fu sempre onorata di un culto di sepravenerazione o di iperdulia: « II Figlio del Padre e il Figlio della Vergine sono un solo ed unico Figlio », dice San Anselmo. Maria è da quel momento la Regina del genere umano e tutti la devono venerare (Intr.). Al 25 marzo, corrisponderà, nove mesi più tardi, il 25 dicembre, giorno nel quale si manifesterà al mondo il miracolo che non è conosciuto oggi che dal cielo e dall’umile Vergine. La data del 25 marzo, secondo gli antichi martirologi, sarebbe anche quella della morte del Salvatore. Essa ci ricorda, dunque, in questa Santa Quarantena, come canta il Credo che « per noi uomini e per la nostra salute, il figlio di Dio discese dal cielo, si incarnò per opera dello Spirito Santo nel seno della Vergine Maria, si fece uomo, fu anche crocefisso per noi, patì sotto Ponzio Pilato, e fu seppellito e resuscitò il terzo giorno ». Poiché il titolo di Madre di Dio rende Maria onnipotente presso suo Figlio, ricorriamo alla sua intercessione presso di Lui (Or.), affinché possiamo arrivare per i meriti della Passione e della Croce alla gloria della Risurrezione (Postc).

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XLIV: 13, 15 et 16.
Vultum  tuum deprecabúntur omnes dívites plebis: adducántur Regi Vírgines post eam: próximæ ejus adducántur tibi in lætítia et exsultatióne.

[Ti rendono omaggio tutti i ricchi del popolo: dietro di lei, le vergini sono condotte a te, o Re: sono condotte le sue compagne in letizia ed esultanza.

Ps 44:2.
Eructávit cor meum verbum bonum: dico ego ópera mea Regi.
[Dal mio cuore erompe una fausta parola: canto le mie opere al Re.

Vultum tuum deprecabúntur omnes dívites plebis: adducántur Regi Vírgines post eam: próximæ ejus adducántur tibi in lætítia et exsultatióne.

[Ti rendono omaggio tutti i ricchi del popolo: dietro di lei, le vergini sono condotte a te, o Re: sono condotte le sue compagne in letizia ed esultanza.

Oratio

Orémus.

Deus, qui de beátæ Maríæ Vírginis útero Verbum tuum, Angelo nuntiánte, carnem suscípere voluísti: præsta supplícibus tuis; ut, qui vere eam Genetrícem Dei crédimus, ejus apud te intercessiónibus adjuvémur.

[O Dio, che hai voluto che, all’annuncio dell’Angelo, il tuo Verbo prendesse carne nel seno della beata Vergine Maria: concedi a noi tuoi sùpplici che, come crediamo lei vera Madre di Dio, così siamo aiutati presso di Te dalla sua intercessione.]

Lectio

Léctio Isaíæ Prophétæ.
Is VII: 10-15.
In diébus illis: Locútus est Dóminus ad Achaz, dicens: Pete tibi signum a Dómino, Deo tuo, in profúndum inférni, sive in excélsum supra. Et dixit Achaz: Non petam ei non tentábo Dóminum. Et dixit: Audíte ergo, domus David: Numquid parum vobis est, moléstos esse homínibus, quia molésti estis et Deo meo? Propter hoc dabit Dóminus ipse vobis signum. Ecce, Virgo concípiet et páriet fílium, et vocábitur nomen ejus Emmánuel. Butýrum ei mel cómedet, ut sciat reprobáre malum et elígere bonum.

[In quei giorni: Così parlò il Signore ad Achaz: Domanda per te un segno al Signore Dio tuo, o negli abissi degli inferi, o nelle altezze del cielo. E Achaz rispose: Non lo chiederò e non tenterò il Signore, E disse: Udite dunque, o discendenti di Davide. È forse poco per voi far torto agli uomini, che fate torto anche al mio Dio ? Per questo il Signore vi darà Egli stesso un segno. Ecco che la vergine concepirà e partorirà un figlio, il cui nome sarà Emmanuel. Egli mangerà burro e miele, affinché sappia rigettare il male ed eleggere il bene.]

Graduale

Ps XLIV: 3 et 5.
Diffúsa est grátia in lábiis tuis: proptérea benedíxit te Deus in ætérnum.
V. Propter veritátem et mansuetúdinem et justítiam: et dedúcet te mirabíliter déxtera
tua.
Ps XLIV: 11 et 12.
Audi, fília, et vide, et inclína aurem tuam: quia concupívit Rex speciem tuam.
Ps XLIV: 13 et 10.
Vultum tuum deprecabúntur omnes dívites plebis: fíliæ regum in honóre tuo.
Ps XLIV: 15-16.
Adducéntur Regi Vírgines post eam: próximæ ejus afferéntur tibi.
V. Adducéntur in lætítia et exsultatióne: adducántur in templum Regis.

[La grazia è riversata sopra le tue labbra, perciò il Signore ti ha benedetta per sempre,
V. per la tua fedeltà e mitezza e giustizia: e la tua destra compirà prodigi.
Ps 44: 11 et 12.
Ascolta e guarda, tendi l’orecchio, o figlia: il Re si è invaghito della tua bellezza.
Ps 44: 13 et 10.
Tutti i ricchi del popolo imploreranno il tuo volto, stanno al tuo seguito figlie di re.
Ps 44: 15-16.
Le vergini dietro a Lei sono condotte al Re, le sue compagne sono condotte a Te.
V. Sono condotte con gioia ed esultanza, sono introdotte nel palazzo del Re.]

Evangelium

Luc 1: 26-38.
In illo témpore: Missus est Angelus Gábriel a Deo in civitátem Galilææ, cui nomen Názareth, ad Vírginem desponsátam viro, cui nomen erat Joseph, de domo David, et nomen Vírginis María. Et ingréssus Angelus ad eam, dixit: Ave, grátia plena; Dóminus tecum: benedícta tu in muliéribus. Quæ cum audísset, turbáta est in sermóne ejus: et cogitábat, qualis esset ista salutátio. Et ait Angelus ei: Ne tímeas, María, invenísti enim grátiam apud Deum: ecce, concípies in útero et páries fílium, et vocábis nomen ejus Jesum. Hic erit magnus, et Fílius Altíssimi vocábitur, et dabit illi Dóminus Deus sedem David, patris ejus: et regnábit in domo Jacob in ætérnum, et regni ejus non erit finis. Dixit autem María ad Angelum: Quómodo fiet istud, quóniam virum non cognósco? Et respóndens Angelus, dixit ei: Spíritus Sanctus supervéniet in te, et virtus Altíssimi obumbrábit tibi. Ideóque et quod nascétur ex te Sanctum, vocábitur Fílius Dei. Et ecce, Elísabeth, cognáta tua, et ipsa concépit fílium in senectúte sua: et hic mensis sextus est illi, quæ vocátur stérilis: quia non erit impossíbile apud Deum omne verbum. Dixit autem María: Ecce ancílla Dómini, fiat mihi secúndum verbum tuum.

[In quel tempo: L’Angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, ad una Vergine sposata con un uomo della stirpe di Davide che si chiamava Giuseppe, e il nome della Vergine era Maria. Ed entrato da lei, l’Angelo disse: Ave, piena di grazia: il Signore è con te: benedetta tu tra le donne. Udendo ciò ella si turbò e pensava che specie di saluto fosse quello. E l’Angelo soggiunse: Non temere, Maria, perché hai trovato grazia davanti a Dio, ecco che concepirai e partorirai un figlio, cui porrai nome Gesù. Esso sarà grande e chiamato figlio dell’Altissimo; e il Signore Iddio gli darà il trono di Davide, suo padre, e regnerà in eterno sulla casa di Giacobbe, e il suo regno non avrà fine. Disse allora Maria all’Angelo: Come avverrà questo, che non conosco uomo ? E l’Angelo le rispose. Lo Spirito Santo scenderà in te e ti adombrerà la potenza dell’Altissimo. Perciò quel santo che nascerà da te sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco che Elisabetta, tua parente, ha concepito anch’essa un figlio, in vecchiaia: ed è già al sesto mese, lei che era chiamata sterile: poiché niente è impossibile a Dio. E Maria disse: si faccia di me secondo la tua parola.]

Il Figliuolo di Dio, seconda Persona della santissima Trinità, il quale si fa uomo e prende nel seno della Vergine Maria un’anima e un corpo formati per opera dello Spirito Santo, è il mistero che adoriamo in questo giorno. Noi non comprendiamo questo mistero, ma lo crediamo. Si tratta ancora d’imitarlo in quello che possiamo, di lodarne Dio, e di approfittarne. – Vi sono principalmente due cose da imitarsi in questo mistero. Bisogna che noi cerchiamo di entrare, con una sincera e profonda umiltà, nel sentimento di Colui che essendo eguale al Padre suo, ed un medesimo Dio con lui, si annichilò prendendo la forma di servo col farsi uomo. Egli ha cominciato oggi l’umiliazione di quella obbedienza che spingerà fino alla morte di croce. Bisogna che ci sottoponiamo ed interamente ci consacriamo di buon’ora a Dio, per obbedire alla sua legge, e seguire in tutto la sua volontà, sull’esempio di Colui sull’esempio di Colui che entrando in questo mondo disse: Ecco che io vengo, voi mi avete formato un corpo; sta scritto in capo al libro che io farò la vostra volontà, o mio Dio! Io porterò la vostra legge in mezzo al cuore. – All’esempio di un Dio che si è fatto uomo per poter essere da noi imitato, torna bene qui l’unire in questo giorno l’esempio di quella che egli si scelse per Madre, e che trae da lui tutta la sua virtù e la sua gloria. – Proponiamoci, e meditiamo nel Vangelo di questo giorno la semplicità, la modestia, la fede, l’umiltà, la sottomissione agli ordini di Dio, e il perfetto abbandono alla santa provvidenza di lui, virtù che risplendono in Maria nella sua Annunziazione.

PREGHIERA

O Dio, che annientandovi nella vostra Incarnazione avete innalzata Maria alla dignità di vostra Madre, fatemi onorare degnamente la sua divina maternità, e meritare per l’imitazione delle sue virtù quella suprema felicità, che voi avete promessa a quelli, i quali come Ella porteranno in opera la vostra parola, quando diceste: Chiunque fa la volontà del Padre mio, che è nei cieli, è mio fratello e mia sorella e mia madre. Datemi parte, Signore, di quella singolare purità che chiamò i vostri sguardi sopra questa Vergine senza macchia, di quella profonda umiltà con la quale Ella vi concepì, di quella perfetta sommissione :he le fece sopportare i tormenti della vostra passione, di quell’amore sì forte e sì ardente che consumando la sua vita, la mise in possesso del premio eterno da Lei meritato. – Madre del Salvatore del mondo, che godete da lungo tempo il premio delle vostre virtù, rammentatevi che siete la Madre delle membra siccome del Capo, e che dopo di Lui, i figli dell’infelice Eva, divenuti vostri, aspettano dalla vostra potente intercessione gli aiuti dei quali abbisognano nel loro esilio; degnatevi adunque di domandare per me al vostro divin Figlio le grazie che mi sono necessarie, per imitarvi quanto può una creatura così imperfetta come io sono, affinché dopo aver partecipato in qualche modo ai vostri meriti, io possa sperar di partecipare anche alla vostra gloria ed alla vostra felicità.

OMELIA: http://www.exsurgatdeus.org/2020/03/25/festa-dellannunciazione-2020/

http://www.exsurgatdeus.org/2019/03/25/festa-dellannunciazione-2019/

http://www.exsurgatdeus.org/2018/04/09/festa-dellannunciazione-2018/

http://www.exsurgatdeus.org/2017/03/25/25-marzo-annunciazione-della-vergine-santissima/

Credo…

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus

Luc 1:28 et 42.
Ave, Maria, grátia plena; Dóminus tecum: benedícta tu in muliéribus, et benedíctus fructus ventris tui.

Secreta

In méntibus nostris, quǽsumus, Dómine, veræ fídei sacraménta confírma: ut, qui concéptum de Vírgine Deum verum et hóminem confitémur; per ejus salutíferæ resurrectiónis poténtiam, ad ætérnam mereámur perveníre lætítiam.

[Conferma nelle nostre menti, o Signore, Te ne preghiamo, i misteri della vera fede: affinché noi, che professiamo vero Dio e uomo quegli che fu concepito dalla Vergine, mediante la sua salvifica resurrezione, possiamo pervenire all’eterna felicità.]

Comunione spirituale

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Is VII: 14.
Ecce, Virgo concípiet et páriet fílium: et vocábitur nomen ejus Emmánuel.

[Ecco, una vergine concepirà e partorirà un figlio: al quale si darà il nome di Emmanuel.]

Postcommunio

Orémus.
Grátiam tuam, quǽsumus, Dómine, méntibus nostris infúnde: ut, qui. Angelo nuntiánte, Christi Fílii tui incarnatiónem cognóvimus; per passiónem ejus et crucem, ad resurrectiónis glóriam perducámur.

[La tua grazia, Te ne preghiamo, o Signore, infondi nelle nostre anime: affinché, conoscendo per l’annuncio dell’Angelo, l’incarnazione del Cristo Tuo Figlio, per mezzo della sua passione e Croce giungiamo alla gloria della resurrezione.]

Ultimo Evangelio e preghiere leonine:

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

Ringraziamento dopo la Comunione:

http://www.exsurgatdeus.org/2018/09/14/ringraziamento-dopo-la-comunione-2/

Ordinario: http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

FESTA DELL’ANNUNCIAZIONE (2020)

 [Sac. Dott. Emilio Campana,

Pro-delegato vescovile della diocesi e Professore di Teologia dogmatica del seminario di Lugano

MARIA NEL DOGMA CATTOLICO –

Torino, P. MARIETTI ed., 1909]

Libro I, parte III, Maria nel Vangelo:

CAPO III.

L’annunciazione dell’Angelo.

Sommario.

I . Si racconta colle parole stesse dell’Evangelo il fatto della annunciazione, che teologicamente è la base di tutta la grandezza di Maria, ma che noi dobbiamo esaminare con criteri storici. II. Maria ricevette la visita dell’Angelo, prima del suo matrimonio, quando era solo fidanzata con Giuseppe. — III. Il celeste messaggero è Gabriele; suoi rapporti coll’Incarnazione; forma e luogo in cui apparve. — IV. Perché l’annunciazione. — V. Perché il messaggio di un Angelo. VI. — Autenticità del colloquio passato tra Maria e l’Angelo. — Conazione della critica razionalista. — Logico concatenamento delle cose dette dall’Angelo. — VII. La psicologia di Maria nel grande dramma dell’Annunciazione: sua prudenza, sua umiltà, suo amore alla verginità, tua fede, sua obbedienza, sua ardente carità.

I. — L’Evangelo che ha taciuto della nascita e dell’adolescenza di Maria, d’un tratto ci parla di lei per dirci che un Angelo, l’arcangelo Gabriele, le apparve ad annunziarle che sarebbe diventata Madre di Dio. È il primo avvenimento che della vita di Maria conosciamo dai libri ispirati. Ce lo narra Luca nei termini seguenti: Il sesto mese (dacché Elisabetta aveva concepito Giovanni Battista) fu mandato l’Angelo Gabriele da Dio in una città di Galilea chiamata Nazareth, ad una vergine sposata ad un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe, e la vergine si chiamava Maria. Ed entrato da lei l’Angelo disse: Salute, o piena di grazia: il Signore è con te. Benedetta  tu fra le donne. — Ciò udendo ella sbigottì alle sue parole e pensava che specie di saluto fosse quello. E l’Angelo aggiunse: Non temere, Maria: che hai trovato grazia avanti a Dio; ecco, concepirai nel seno e partorirai un figlio, cui porrainome Gesù. Questo sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo, e il Signore gli darà il trono di David, suo padre, e regnerà in eterno sulla casa di Giacobbe, e il suo regno non avrà fine. — Allora Maria disse all’Angelo: Come avverrà questo mentre io non conosco uomo? — E l’Angelo le rispose: Lo Spirito Santo scenderà in te e la potenza dell’Altissimo t’adombrerà. Per ciò, quel che n’è generato santo, sarà chiamato figlio di Dio. Ed ecco Elisabetta, tua parente, ha concepito anch’essa un figlio nella sua vecchiaia; ed è questo per lei il sesto mese, detta sterile: che niente è impossibile avanti a Dio. — E Maria disse: Ecco l’ancella del Signore: si faccia di me secondo la tua parola. — E l’Angelo si partì da lei „ (S. Luca I, 26 seg.). Questo breve tratto dell’Evangelo contiene in germe tutta la teologia mariana. Tutto quello che di sublime si può e si deve dire di Maria, va attinto, come alla sua fonte inesauribile, al racconto dell’annunciazione che ci fa S. Luca. Perché fu subito dopo il colloquio con l’Angelo che Maria divenne Madre di Dio: fu per il modo con cui accettò di diventar Madre del Salvatore, che si trovò associata a Lui nell’opera della redenzione, e meritò il titolo di nostra Madre e Corredentrice. La chiave che dogmaticamente ci introduce nell’imponente edificio della dignità di Maria, sta nei suoi rapporti cristologici. Ebbene, questi rapporti si rannodano tutti al fatto dell’annunciazione. Ma quel che si può teologicamente cavare da questo fatto, già lo vedemmo altrove. Ora. noi dobbiamo esaminarlo con criteri storici.

II. — Dal punto di vista storico, importa anzitutto far rilevare che l’Angelo apparve a Maria prima che ella fosse definitivamente congiunta in matrimonio con Giuseppe, quando cioè era semplice fidanzata di lui. Questo risulta anzitutto dal significato ovvio, naturale e spontaneo della parola latina dessposatae della greca “imnesteumenen” ,a cui quella fedelmente corrisponde. Ma soprattutto ci risulta evidente confrontando quel che di Maria dice S. Luca, con quel che ce ne fa sapere S. Matteo! Dalla narrazione dell’annunciazione, e soprattutto della visita a S. Elisabetta che si legge in S. Luca, è fuor di dubbio che Maria divenne Madre di Dio subito dopo ch’ella disse all’Angelo: “Ecco la serva del Signore, si faccia di me secondo la tua parola.„ Ora S. Matteo ci dice a proposito: “La nascita di Gesù Cristo poi avvenne così: Maria, sua madre, sposata a Giuseppe, prima che fossero insieme, si trovò incinta di Spirito Santo. — Christi autem generatio sic erat; cum esset desponsata mater ejus Maria Joseph, antequam convenirent, inventa est in utero habens de Spirita Sancto „ Matth. I, 18. Quel antequam convenirent, getta troppa luce sul significato del desponsata, perché ci possa essere ancor dubbio. Maria dunque portava già in sé il Salvatore prima che coabitasse con S. Giuseppe; poiché tale è il significato della frase antequam convenirent. La parola convenire qui non può significare l’uso del coniugio, per il quale l’Evangelista usa il verbo cognoscere, ma indica semplicemente la coabitazione. Tale è pure il significato della frase originale greca  (“pris e suneltein aghios”). Essa dice letteralmente prima di unirsi a coabitare, prima di venire nella stessa casa. E che qui si debba ritenere il significato letterale, è confermato dall’avviso che l’Angelo, secondo S. Matteo, diede a Giuseppe, angustiato per lo stato in cui si trovava Maria, e che egli non sapeva spiegare. L’Angelo disse a lui: “Giuseppe, non esitare a prendere Maria in tua consorte. — Joseph, noli timere accipere Mariam conjugem tuam. „ Nel greco per accipere ci sta “paraladein”, che vuol dire letteralmente condurre a casa tua, cioè prendere in moglie, per consorte. – È dunque evidente che quando Maria concepì il Figlio di Dio, e quando fu visitata da Gabriele, che le dava un tanto annuncio, ella non stava ancora nella di Giuseppe. Abitava con lui nello stesso paese, ma in casa distinta. Che avesse ancora i suoi genitori?… Che fosse presso qualche prossimo parente che le faceva le veci dei genitori morti?… Sono domande a cui sarebbe inutile tentar di dare una risposta, perché  sarebbe sempre arbitraria. L’Evangelo non ci ha voluto dare informazioni su questo punto, ed a noi altro non resta che reprimere insoddisfatta la nostra curiosità. Ci preme però di mettere il lettore in guardia perché non pensi che il fidanzamento, lo sposalizio, presso gli Ebrei avesse quel medesimo valore che ha presso di noi. No!, presso gli Ebrei il vincolo che ne nasceva era molto più intimo, i diritti più. ampii. Il fidanzamento degli Ebrei aveva il valore del matrimonio rato presso i Cristiani. Gli sposi non coabitavano ancora, ma potevano trattarsi come marito e moglie. Se la sposa avesse mancato di fedeltà era dalla legge trattata come adultera, e viceversa se avesse avuto dei figli dal suo fidanzato questi non erano considerati come illegittimi. Il celebre rabbino Maimonide, del quarto secolo, che ben conosceva gli usi ebraici, scrive a proposito: Si sponsa in domo patris sui ex sponso concepisset, infans ut legitimus habebatur (De prohib. congr., cap. xv, n. 17). Per questo, lo stesso Maimonide dice che alla fidanzata ebrea si poteva con verità dare anche il titolo di moglie: Desponsata, tametsi nondum maritata, nec in domum viri introducta, illìus tamen est uxor (nel libro Ascetk, ossia La Donna). Il fidanzamento durava un anno, e passava in matrimonio coll’introduzione della sposa nella casa dello sposo; la quale introduzione ora si faceva solennemente, coll’invito cioè di molti amici, ai quali non si lasciava mancare lieta e copiosa mensa, ed ora si faceva tacitamente, senza fasto né  esteriori dimostrazioni. – Ammesso che Maria, quando fu salutata dall’Angelo, fosse semplice fidanzata di Giuseppe nel senso testé spiegato, si comprendono chiaramente tante cose, che a prima vista sembrano oscure. Si spiega, anzitutto, come Maria abbia potuto subito dopo lasciare Nazareth ed andare da Elisabetta senza essere accompagnata da Giuseppe. Che Giuseppe non sia andato da Elisabetta è fuor di dubbio. Lo dimostra il turbamento che provò quando si accorse della gravidanza di Maria, che non poteva in niuna maniera spiegare. Questa scoperta la fece certamente al ritorno di Maria in Nazareth. Se fosse andato anche lui dalla madre di Giovanni Battista, avrebbe inteso il saluto di lei a Maria, avrebbe inteso il Magnificat, avrebbe partecipato alle confidenze di Maria alla sua vecchia parente; per dir tutto in breve, lo stato della sua sposa non sarebbe più stato per lui ricoperto dall’impenetrabile velo del mistero. Giuseppe dunque non fu con Maria nelle regioni montuose, in montana; il che si comprende benissimo supposto che Maria ancora non coabitasse con lui. Si spiega ancora come la gravidanza di Maria non abbia suscitato in pubblico nessuna meraviglia, come il suo onore non ne fosse stato menomamente compromesso. Ella era legalmente fidanzata: dunque non c’era più nulla da obbiettare contro le condizioni in cui si trovava. In tutti doveva naturalmente formarsi la convinzione, che il frutto aspettato era il legittimo rampollo dello sposo Giuseppe. Questi però che sapeva di non aver mai usato i suoi diritti coniugali, ne restava meravigliato e turbato. Ma era il solo che poteva provare una simile impressione. In altri termini, il lettore si ricorda certamente quali siano state le ragioni per cui Dio volle la Vergine Maria, non

ostante il voto di verginità, unita in matrimonio con Giuseppe. Ebbene, quelle ragioni cominciavano ad avere tutto il loro valore dal giorno del fidanzamento di Maria.

III. — L’Angelo apparso a Maria fu Gabriele. Il suo nome etimologicamente vuoi dire forza di Dio, eroe di Dio. Non era questa, secondo la Scrittura, la prima apparizione da lui fatta ai mortali. Dal libro di Daniele risulta che si manifestò più volte a quel profeta, sotto forma di uomo alato, per istruirlo su varii punti, e, fra altro, per spiegargli il vero senso delle settanta settimane che dovevano trascorrere prima della venuta del Messia. S. Luca, nel capo medesimo in cui narra l’annunciazione a Maria, ci fa sapere che Gabriele era già prima apparso a Zaccaria, per annunciargli- che sarebbe diventato il padre del Precursore. Con Zaccaria si manifestò in questi termini: “Io sono Gabriele che sto in presenza di Dio„ (Luc. I, 19). Egli è dunque come Raffaele, del quale è detto nel libro di Tobia: “che è uno dèi sette spiriti che stanno davanti al trono di Dio„ (Tob. XII, 15). Stanno davanti al trono di Dio, s’intende, per ricevere e mandare ad esecuzione i suoi ordini. Per questo Gabriele si connumera tra gli arcangeli. S. Tommaso pensa che Gabriele non sia dell’ordine più sublime tra gli spiriti celesti, ma che sia sufficiente l’ammettere che ha il primo posto nell’ordine degli arcangeli, il cui officio è quello di annunciare agli uomini le cose di maggior importanza: Ad quartum dicendum, quod quidam dicunt Gabrielem fuisse de supremo ordine angelorum: propter quod Gregorius dicit: “Summum angelum venire dignum fuerat, qui summum omnium nuntìabat. „ Sed ex hc non habetur quod fxerit summus inter omnes ordines, sed respectu angelorum: fuit enim de ordine archangelorum: unde et Ecclesia eum archangelum nominat: et Gregorius ipse dicit in hom. de centum ovibus) quod “archangeli dicuntur qui summa annutiant „ satis est ergo credibile., quod sii summus in ordine archangelorum (III p., q. xxx, art. 2). Per la parte da lui avuta nell’annunciare i misteri riguardanti l’Uomo-Dio, Gabriele vien chiamato anche “l’Angelo dell’Incarnazione, „ ed è fuor di dubbio, come opportunamente fa osservare S. Gregorio, che il suo nome conveniva molto bene agli offici da lui compiuti. La Redenzione è certamente opera di potenza: è la manifestazione più bella dell’illimitato potere di Dio; era ben giusto quindi che il portare la novella di un tanto mistero fosse affidato all’angelo che si chiama la forza di Dio. Hoc nomen officio suo congruit. Gabriel enim Dei fortitudo nominatur. Per Dei ergo fortitudinem nuntiandus erat, qui virtutum Dominus, et potens in prœlio ad debellandas potestates aereas venlebat (S. Tho.). Gabriele apparve a Maria in forme d’uomo: questo è fuor di dubbio: altrimenti non si capirebbe più come sia “entrato _ da lei, come abbia materialmente “parlato „ con lei, come da lei si sia partito. „ Quale però sia stato precisamente l’aspetto assunto dall’Angelo, l’Evangelo propriamente non lo dice: a Daniele apparve alato; ma nel caso della Vergine si ritiene che non sia apparso in quest’atteggiamento. Il suo entrare e partire da Maria, è descritto da S. Luca con parole che fanno supporre nell’Angelo forme umane comuni. L’Arcangelo entrò dalla Vergine. Questo vuol dire che la salutò, e le annunciò il mistero dell’Incarnazione mentre Maria si trovava in casa: è troppo naturale il supporre che in quel momento fosse immersa nell’orazione e nella contemplazione dei divini misteri. Certo era sola. Di qui svanisce la leggenda diffusa presso gli Orientali, che Gabriele sia apparso a Maria mentre si trovava alla fontana per attingere acqua. Ciò urta col testo di S. Luca. Più strana ed infondata ancora è l’opinione di alcuni, che, per conciliare ogni cosa, ammettono una duplice apparizione: la prima alla fontana, la seconda in casa. E evidentemente contro la narrazione dell’Evangelo il duplicare l’annuncio dell’Angelo.

IV. — Perché Dio volle che il mistero dell’Incarnazione fosse prima annunciato che compiuto; e, di più, perché farlo annunciare da un Angelo? A queste due domanda risponde molto bene S. Tommaso nella terza parte della Summa Theologica, alla questione trentesima. Non si trattava certo di necessità assoluta. Iddio, padrone assoluto di ogni cosa, avrebbe potuto rendere Maria madre del suo Figlio anche senza inviarle nessun previo messaggio, anche senza aspettare il di lei consenso. Ma fu conveniente che Maria venisse prima edotta di ciò che stava per compiersi in lei, per quattro ragioni. La prima si fu per dar campo a Maria di prepararsi a ricevere degnamente in s’è il Verbo divino. Prima di concepire in sé materialmente il Figlio di Dio, era conveniente che lo concepisse spiritualmente, concentrando su di Lui in uno sforzo supremo tutti i suoi affetti, e tutti i suoi pensieri. Al Re dell’universo che entrava nel mondo, per quanto volesse da principio conservare l’incognito, era però troppo giusto che almeno la Madre sua facesse festa e rendesse grazie per tanta degnazione. Congruum fuit, dice S. Tommaso, B. Virgini  annuntiari quod esset Christum conceptura. Primo quidem ut, servaretur congruus ordo conjunctionis Filli Dei ad Virginem: ut scilicet priusmens ejus de ipso’ instrueretur, quam carne enm conciperet (l. c.). Poi, facendo questa rivelazione, Dio pensava a noi: Egli volle che Maria ne fosse diligentemente istruita, affinché ella poi, alla sua volta, fosse in grado di rendere davanti all’umanità una testimonianza inoppugnabile di questo mistero. In realtà, le informazioni che S. Luca ci dà sul modo con cui Dio s’incarnò, le ebbe appunto da Maria. Secundo, è sempre l’Angelico che parla, ut posset (Maria) esse certior testis hujus sacramenti, quando super hoc divinitus erat instructa. L’annunciazione fu conveniente anche, perché, come diremo tosto, fornì a Maria l’occasione di esercitare le più mirabili virtù. Tertio, ut voluntaria sui obsequii munera Deo offerret a quod se promptam obtulit, dicens: Ecce ancilla Domini. Infine, tenendo questa condotta, Dio ha mostrato una volta di più, come Egli ami trattare agni cosa secondo la sua natura, e come abbia sempre un delicato rispetto verso l’umano libero arbitrio. Ad un essere libero, l’amicizia, l’alleanza non, s’impone, ma convenienza vuole che si offra e si lasci alla libera accettazione. Coll’incarnazione Dio entrava in più intimi rapporti coll’umanità; era un indissolubile connubio che contraeva con lei. Ci voleva dunque la libera accettazione anche da parte dell’umanità. Questo libero consenso, in nome di noi tutti, lo diede Maria, rispondendo all’Angelo. Un’altra donna, col suo libero consenso all’angelo malvagio, ci aveva rovinati, Maria ci restituisce liberamente all’amicizia di Dio rispondendo a Gabriele. Quarto, ut ostenderetur esse quoddam spirituale matrimonium inter Filium Dei et humanam naturam. Et ideo per annuntiationem expectabatur consensus Virginis loco totius humanæ naturæ? (l. c., art. 1).

V. — Una volta decretato di manifestare a Maria il mistero dell’Incarnazione, prima di mettervi mano, nessuna maniera era più congrua o delicata per annunciarlo, che quella di incaricare di ciò un Angelo. Certo, Dio avrebbe potuto manifestarlo Lui direttamente; avrebbe anche potuto mandare a Maria un profeta. Ma questo secondo partito, l’intromissione cioè di un uomo, forse non sarebbe stata troppo decorosa, data la superiorità di Maria a tutto il restante dell’uman genere. Fu molto conveniente che di questo divino messaggio venisse incaricato un angelo, specialmente, secondo S. Tommaso, per tre ragioni. Anzitutto perché è la via ordinariamente seguita dalla divina Provvidenza, quella cioè di manifestare i suoi sovrannaturali disegni agli uomini per mezzo degli Angeli. E non vi sarebbe stato nessun motivo di fare un’eccezione per Maria. Ella, è vero, per un lato è superiore agli Angeli: è superiore a loro per dignità e santità; ma da un altro è inferiore ad essi: lo è per natura, e, mentre viveva quaggiù, lo era anche per condizione di viatrice. Anche Gesù Cristo, per la sua condizione di uomo e di viatore, fu per poco inferiore agli Angeli. Sentiamo S. Tommaso: Respondeo, dice nell’articolo secondo della questione citata, quod conveniens fuit Matri Dei annuntiari per Angelum divinæ incarnationis mysterium propter trio. Primo quidem ut in hoc etiam servaretur divina ordinatio, secundum quam mediantibus angelis divina ad homines perveniunt. E nella risposta ad primum soggiunge: Ad primurn ergo dicendum, quod Mater Dei superior erat angelis quantum ad dignitatem, ad quam divinitm eligebatur; sed quantum ad statum præsentis vitæ inferior erat angelis, quia et ipse Christus ratione passibilis vita, modico ab angelis minoratus est. – Di più, un angelo delle tenebre aveva col suo intervento iniziato l’opera della nostra caduta; era ben dunque conveniente che un altro angelo, un Angelo di luce, trattasse con un’altra donna per il nostro riscatto. Secundo, continua il santo Dottore, hoc fuit conveniensreparationi humanæ quæ futura erat per Christum; unde Beda dicit: Aptum humanai restauraiionis principium, ut angelus a Deo mitteretur ad Virginem partii consecrandam divino, quìa prima perditionis humanai fuit causa, cum serpens a diabolo mittebatur ad mulierem spiritu superbice decipiendam. „ Da ultimo un tal messaggero celeste era il meglio indicatoper presentarsi a colei che, diventando madre, non avrebbe cessatodi essere vergine. Vi hanno legami strettissimi tra la purezza angelica e la purezza verginale: vivete nel mondo conservandosempre illibato il candore verginale, e, più che umanadeve dirsi vita angelica. Tertio, così conchiude l’Angelico, quia hoc congruebat virginitati Matris Dei; unde Hieronymus dicit in sermone Assumptionis (è il discorso falsamente attribuito a lui): ” Bene angelus ad virginem mittitur quia semper est angelis cognata virginitas. Profecto, in carne, præter carnem vivere, non terrena vita est, sed cœlestis „ (l. c.).

VI. Alla critica razionalistica il racconto che S. Luca ci dà dell’annunciazione dell’Angelo, riesce troppo molesto, preso così com’è, e si è data quindi la briga di rifarlo a suo piacimento. Non parliamo di quelli che più radicali, ma certamente più coerenti, sopprimono addirittura i due primi capi di S. Luca, il così detto Vangelo dell’infanzia. Abbiamo in vista solo coloro, che più pudibondi, ma d’un pudore illogico, e non privo di sapore comico, ammettono sì i racconti dell’infanzia, ma vogliono far sparire l’affermazione della verginità di Maria. Questo insigne privilegio della Madre di Dio brilla di luce meridiana nel colloquio che Ella ebbe con l’Angelo; ed è appunto contro questa luce che si fa ribelle la critica razionalista, e precisamente quella che vorrebbe passar per più moderata, e dare ai propri argomenti l’aureola di scientifici. Ecco come procedono: Il Kattenbusch propone di eliminare dal colloquio quattro parole che l’Evangelista mette in bocca a Maria, « Epei andra u ghinoskopoiché non conosco uomo]. Solo quattro parole!… – Harnack non si accontenta di così poco, che pur sarebbe già un arbitrio intollerabile. Per meglio e più sicuramente eliminare l’idea del concepimento virgineo di Gesù, sostiene che debbansi riguardare come interpolati i versicoli 34, 35. come pure l’appellativo di vergine dato a Maria in principio del racconto. Nel testo primitivo, dunque, secondo Harnack, non si leggevano queste parole: 34. Allora Maria disse all’Angelo: come avverrà questo, mentre io non conosco uomo? 35. E l’Angelo rispose: lo Spirito Santo scenderà in te e la potenza dell’Altissimo ti adombrerà. Per ciò quel che ne è generato santo sarà chiamato Figlio di Dio. Quali sono le ragioni che hanno indotto il Professore di Berlino, il quale del resto è meritamente celebrato per la sua erudizione, e che ragiona egregiamente solo quando il pregiudizio non gli fa ombra, quali sono, domandiamo, le ragioni su cui appoggia quest’asserita interpolazione? Se si trattasse di noi cattolici che volessimo sopprimere qualche testo molesto, ci si richiamerebbe agli antichi codici, e ci si imporrebbe per essi un sacro rispetto. E la cosa sarebbe giusta. Ma appunto perché questo criterio è giusto, va rispettato sempre. La questione dunque dell’interpolazione bisognerebbe giudicarla in base ai documenti, e non con semplici supposizioni speculative. Ma quelli che si vantano di essere i monopolizzatori del sapere positivo, questa volta trovano troppo volgare il piegarsi davanti ai codici. Preferiscono ragionare a priori; e del resto non possono far altro, perché neppure uno dei codici è dalla loro parte. Tutti riferiscono, come è al presente, il fatto dell’annunciazione. Quali sono dunque gli argomenti di Harnack? Egli li espose nel 1901 [in Luk]e li deduce tutti dall’esame dei versetti 34 e 35 in relazione col contesto, e si riducono ai seguenti: 1° Anzitutto vi sono in questo brano delle parole e precisamente delle particelle, che tradiscono la mano dell’ interpolatore. Vi è per esempio la particella “epei”,poiché, che non si trova in nessun’altra parte degli scritti di S. Luca; non nell’Evangelo, non negli Atti degli Apostoli. Vi è ancora un’altra particella “Sto”, perciò, che si trova più volte negli Atti degli Apostoli, ma nell’Evangelo solo un’altra volta, al capo VII, al versicolo 7, il quale del resto manca in alcuni codici, per esempio nel codice D e nei codici dell’Itala. Queste particelle dunque accusano dei ritocchi posteriori. Ma perché mai? Se questo criterio valesse qualche cosa, allora non resterebbe più nulla, si può dire, dell’Evangelo di S. Luca, poiché l’uso di parole e di espressioni singolari non s’incontra solo in questi due versetti, ma nel terzo Evangelo è frequente, e proprio in quei passi, dei quali è fuor di dubbio, anche a giudizio dell’ Harnack, l’autenticità. Fermiamoci per esempio al prologo, di cui Harnack difese l’autenticità nell’anno 1899, in una conferenza tenuta all’Accademia reale prussiana di scienze. — Nel brevissimo tratto dunque che costituisce il prologo — è un solo periodo — troviamo delle parole, che invano si cercherebbero in seguito nello stesso Evangelo. La stessa prima parola “epeidepes”-poiché, non si riscontra più in questa forma. Solo ricorre negli Atti, c. xv, v. 24, ma nella forma più breve “epeide”. Né questo ricorrere di singolari parole in S. Luca ci deve sorprendere, poiché egli, come lo attesta nel prologo, ha fatto uso di altri scritti, e può essere che qualche volta li riporti integralmente. E si sa che riportando passi altrui, uno scrittore si mette con ciò nell’occasione di usare parole che, del resto, non sono familiari nel suo stile personale. Questa prima obbiezione cade dunque da sé.

2° Ma Harnack insiste, e trova che se fossero genuini i versicoli 34 e 35, l’Angelo avrebbe parlato molto inabilmente: avrebbe commesso delle inutili ripetizioni, anzi sarebbe caduto in aperte contraddizioni, adir poco, e nel suo filo di ragionamento non avrebbe tenuto troppo calcolo del senso comune. Infatti, così ragiona Harnack:

a) Il buon ordine logico esige che il versicolo 36 venga subito dopo il pensiero espresso nei versicoli 31, 32, 33. In essi l‘Angelo promette aMaria che concepirà un figlio di cui dà i connotati: ecco,concepirai nel seno, ecc. Poi nel versicolo 36 usa la medesima espressione: ed ecco Elisabetta tua parente ha concepito, ecc. Lo stesso giro delle due frasi esige che si succedano immediatamente; e quindi i versicoli 34 e 35 sono ingombranti; separano troppo violentemente le due frasi; furono dunque interpolati e perciò debbono scomparire. Ma questa è davvero una fantasia bella e buona. Da quando mai le frasi identiche debbonsi succedere immediatamente? Del resto il versicolo 36 non è posto per spiegare i versicoli 31, 32, 33, ma per rispondere alla domanda di Maria, che chiedeva come mai potesse Ella diventare madre, mentre era in condizione di non poter moralmente violare la propria verginità.

b) Ma l‘Harnack insiste: ilcontenuto del verso 35 è una ripetizione dei versi 31 e 32.

31, 32. E d ecco tu concepirai epartorirai un figlio… Egli sarà grandee Figlio dell’Altissimo sarà chiamato;e il Signore Iddio gli darà il tronodi David suo padre.

35. Lo Spirito Santo verrà in tee la potenza dell’Altissimo ti adombrerà.Per ciò quel che vi è generatosanto, sarà chiamato Figlio di Dio.

Anzi, più che una semplice ripetizione, ci sarebbe in questi versi una reale opposizione, poiché, mentre nei versi 31, 32 il promesso è un figliuolo di Davide, che sarà nominato Figlio dell’Altissimo, nel versicolo 35 il promesso sarà invece nominato Figlio di Dio, perché generato da Dio. – Ma questa osservazione pure è priva di fondamento. Per quanto il versicolo 35 si presenti simile agli altri due 31, 32. in realtà contiene qualche idea di più: non è dunque una mera ripetizione, una biasimevole tattologia, ma una vera spiegazione data da un crescendo. Il chiamare che fa l’Angelo, nel versicolo 35, il promesso nascituro “Figlio di Dio, „ mentre prima 1’aveva qualificato per “figlio di Davide, „ non è una contraddizione, ma un vero crescendo. In realtà il promesso Messia, nella sua qualità di Uomo-Dio, era ad un tempo figlio di Davide, generato da Davide, e figlio di Dio, generato da Dio. Solo una sistematica ed aprioristica opposizione al mistero, può rendere oscuri questi concetti per loro natura così limpidi. c) Continua l’illustre opponente. Se non si sopprimono i versicoli 34, 35, l’argomento portato dall’Angelo nei versicoli 36, 37 diventa inefficace allo scopo. Le parole: « 36. Ed ecco Elisabetta la tua parente ha concepito anch’essa un figlio nella sua vecchiaia, e questo è il sesto mese per lei detta sterile;

37. perché niente è impossibile avanti a Dio, »

sono, secondo Harnack, bastantiad accertare che il figlio ch’ella concepirà naturalmente, saràil Messia. Ma allora devono venire immediatamente dopo ilversicolo 33, e si deve leggere: 33. e regnerà in eterno sulla casa di David ed il suo regno non avrà fine. 36. Ed ecco Elisabetta la tua parente, essa pure, ecc. Ma, posto dopo i versicoli 34, 35, ilversicolo 36 farebbe servire l’esempio di Elisabetta a dimostrarela possibilità del concepimento verginale. Il che sarebbeillogico, perché non è con un fatto minore che si deve provarela possibilità di un fatto più grande.

Rispondiamo: L’Angelo vuol illustrare la potenza divina; ne adduce come esempio un fatto già in corso, di carattere miracoloso. Questo fatto non è della grandezza dell’altro che sta per compiersi in Maria: ma tra tutti, è uno di quelli che più gli si avvicinano. Che offesa ne riceve di qui la logica? L’Angelo non ha inteso con ciò di dare un argomento apodittico: ha voluto semplicemente dare un’idea dell’onnipotenza divina, arrecando in mezzo un altro fatto miracoloso. Harnack, e nessun altro al mondo, avrebbe potuto fare diversamente.

d) L’ultimo argomento il critico-razionalista lo desume dalle parole di Maria: Come mai avverrà questo, poiché non conosco uomo? Egli osserva: 1° è strana questa meraviglia in una donna sposata; 2° queste parole di lei dimostrano incertezza e dubbio di fronte alle parole dell’Angelo, mentre in realtà credette, e della sua fede ne ebbe lode da Elisabetta; 3° questa risposta di Maria all’Angelo contraddice alla di lei indole taciturna, quale risulta dall’Evangelo. – Cominciamo da quest’ultima osservazione: Maria, secondo l’Evangelo, non deve poi ritenersi taciturna, come la vorrebbe far credere Harnack. Certo non era garrulamente loquace. Ma quanto sapesse sapientemente ed eloquentemente parlare a tempo debito, lo dimostra, se non altro, il Magnificat. E vero. l’Harnack attribuisce questo cantico inarrivabile ad Elisabetta e non a Maria; ma con qual fondamento lo vedremo in seguito. Le parole di Maria all’Angelo non sono indice di incredulità, ma manifestazione di sapiente prudenza. Ella si sentiva legata dal voto di verginità. Ora le si annunzia che diventerà madre. La cosa è troppo delicata perché Maria si accontenti senz’altra spiegazione. A lei importa di sapere come potrà, in seguito a quest’annunzio, rimaner fedele al voto con cui s’è legata a Dio. – Questo voto: ecco la vera causa che fa meravigliare Maria, quantunque sposata a Giuseppe, quando ella sente che dovrà diventar madre. Gli argomenti di Harnack dunque non hanno maggior consistenza della statua di Nabucco: basta un sassolino per mandarli in frantumi. Una mente ben più acuta ed assuefatta al maneggio della logica, di quello che lo possa essere qualsiasi razionalista, S. Tommaso d’Aquino, ha esaminato precisamente sotto l’aspetto della correttezza logica il colloquio avuto dall’Angelo con Maria, e lo ha trovato inappuntabile. Nessuno avrebbe mai potuto parlare con maggior ordine, e con un procedimento più razionale: tale è il giudizio che ne dà il S. Dottore. Di fatti, secondo S. Tommaso, si debbono distinguere nel discorso dell’Angelo tre punti, marcatamente differenti. Egli vuole anzitutto attirare a sé tutta l’attenzione della Vergine, la vuol istruire sul mistero che le annuncia, vuole avere da lei il consenso definitivo. Quanto al primo atto, per attirare cioè l’attenzione di Maria, l’Angelo la saluta in termini cosi elogiosi, che non potevano a meno di fare la più grande impressione su Maria tanto umile e sommamente schiva di pensare grandi cose di sé.Egli la saluta piena di grazia, e con ciò riconosce in Lei la disposizione a diventar Madre di Dio; le soggiunge che il Signore è con Lei, vale a dire che si compiace in Lei in una maniera tutta speciale, che l’assiste con una provvidenza singolarissima; termina il saluto preannunciando l’onore che a lei deriverà da questo singolare favore che gode presso Dio: Ella sarà benedetta fra tutte, cioè sopra tutte le donne. Per l’umiltà e la modestia verginale di Maria, c’era più che a sufficienza per rimanerne sbalordita: e l’Angelo opportunamente si ferma a rassicurarla. Insiste nel dirle che il favore di cui Ella gode non è fallace, perché è presso Dio; e per meglio dissipare i di lei timori stavolta la chiama col suo nome Maria (Beda, Curs. Script. Sac. del Migne). Guadagnata così 1’attenzione e la confidenza di Maria, l’Angelo passa ad esporle l’oggetto della sua ambasciata. Procede con quest’ordine: annuncia anzitutto a Maria che diventerà madre: Ecco concepirai nel seno, e partorirai unfiglio, cui porrai nome Gesù. — Poscia descrive i pregi e la dignità di questo figlio: Questo sarà grande, e sarà chiamato figlio dell’Altissimo, ed il Signore Iddio gli darà il trono di Davide suo padre, e regnerà in eterno sulla casa di Giacobbe, e il suo regno non avrà fine. Prese in sé, queste parole indicano abbastanza chiaramente che il futuro figlio di Maria era il Messia. Ma l’umiltà di Maria non le permetteva di credersi, così senza ulteriori spiegazioni, la vergine predetta dal profeta Isaia, e oppone all’Angelo con mirabile candore il proprio voto di verginità. Ciò dà occasione all’Angelo di spiegare meglio il proprio concetto, e parla quindi del modo con cui Ella concepirà: concepirai di Spirito Santo, per la virtù dell’Altissimo, e così manifesta in maniera evidentissima che il di lei Figlio sarà il Figlio di Dio. Lo Spirito Santo scenderà in te, e la potenza dell’Altissimo t’adombrerà. Per ciò quel che n’è generato santo, sarà chiamato Figlio di Dio. – ‘Angelo prima di partire deve avere il consenso della Vergine; e perché questo consenso sia più pieno e spontaneo, appoggia tutte le grandi cose, a cui Maria deve acconsentire sulla onnipotenza divina, la quale ha già operato un gran prodigio in Elisabetta, che è sul punto di diventar madre, non ostante la sua sterilità. Ma quello non è che una pallida figura (S. Tommaso dice quoddam figurale exemplum, ad III) di quanto sta per operare in Maria. Maria non può resistere alla volontà divina, e dà il suo consenso: Si faccia di me secondo la tua parola; e cosi la missione dell’Angelo ha un esito felice. – Il colloquio dunque succede col miglior ordine desiderabile e non c’è da far stralcio di nessun versicolo.

VII. — Ed ora s’impone un rapido sguardo alla psicologia di Maria, nell’atto di diventar madre di Dio, quale appare dal suo atteggiamento di fronte all’Angelo e dalle risposte a lui date. L’Evangelo ha cura di dirci che Maria, sentendosi salutata dall’Angelo, si sentì turbata: turbata est. Perché questo timore? Stando al testo della Volgata latina, si dovrebbe dire che rimase turbata soltanto al saluto dell’Angelo: le sue parole e non la sua presenza originarono questo turbamento. Di fatto il testo latino dice: Quæ cum audisset, turbata est in sermone ejus, et cogitabat qualis esset ista salutatio. Quindi è che molti spiegano che Maria non sia rimasta turbata dalla presenza dell’Angelo, adducendo per ragione che era assuefatta a quelle visite: “E ponete ben mente, scrive il P. Curci, essa si turbò alla parola, “epì, to logo”, in sermone, e ripensava che cosa volesse dire quel saluto: ma qui non si dice che si turbasse all’aspetto dell’Angelo, come era avvenuto a Zaccaria, e come vi dissi, destarsi comune e naturale lo sbigottimento nell’ uomo alla presenza di esseri così diversi da lui. Il perché non mi sembra da rigettare ciò che alcune anime pietose meditarono: che cioè, alla designata Regina degli angeli dovesse essere familiare l’apparimento di questo spirito celeste „ Ma, se ben si osserva il testo greco, si deve conchiudere che la presenza dell’Angelo in forma di uomo non fu estranea al turbamento della Vergine. Di fatto nel greco e così pure nel siriaco, al posto di quae, cum, audisset, si legge quæ cum vìdisset. E per questo S. Ambrogio dice espressamente: Ad virilis sexus speciem peregrinam turbatur aspectus Virginia (lib. I Off., c. XVIII). Ed a lui fa eco S. Gerolamo nella lettera settima a Leta, al capo quarto: Imitetur Mariam, quam Gabriel solam in suo cubiculo reperiti et ideo for san timore perterrita est, quia virum, quem non solebat, aspexit. E così possiam ritenere che Maria sia rimasta perplessa anzitutto all’aspetto insolito di un uomo che improvvisamente le apparve, ma soprattutto al sentire le sue parole ed il suo saluto. Pensa S. Bernardo, che al sentire quel linguaggio tanto per lei elogioso, Maria si sia sentita attraversare la mente dall’idea di un inganno diabolico, e che l’angelo delle tenebre volesse indurla in superbia (Serm. 3 super Missus), Questa congettura del Dottor Mellifluo però non garba a tutti. Il Serry, per esempio, la trova non concordante col testo evangelico, il quale dice che Maria pensava bensì qual specie di saluto fosse quello, ma non chi fosse il salutante. Ma l’osservazione del dotto Domenicano non è in realtà di quel peso che egli crede. Quando si dice che Maria era incerta e turbata intorno al saluto, niente vieta che sotto la denominazione di “saluto „ s’intendano tutti gli elementi che lo costituiscono, e, prima d’ogni altra cosa, colui che lo pronuncia. E così Maria, non mostrandosi facile a credere ad ogni spirito, ma volendo prima accertarsi della verità, ha dato un bell’esempio di prudenza. Maria fu con l’Angelo prudente, quanto Eva era stata con un altro angelo imprudente. Ma i dubbi quanto alla natura dell’apparizione non dovettero durar molto. Da tutto l’atteggiamento del suo misterioso interlocutore, dalla riverenza che mostrava pronunciando il nome di Dio, in forza di quel fiuto, di quel divino istinto che hanno le anime sante di distinguere le opere celesti de quelle diaboliche, Maria comprese ben tosto che chi le parlava era un messaggero di Dio. Ma il turbamento perseverava ancora. Non più sostenuto dalla prudenza, era però alimentato dall’umiltà. L’Angelo diceva senza dubbio grandi cose di lei: che era piena di grazia, che possedeva Dio in maniera singolare, che a lei era riservata una benedizione che la distingueva fra tutte le donne. Per Maria, che era assuefatta soltanto a pensare il proprio nulla, al di fuori dei benefizi divini, questo cumulo di lodi è di un peso schiacciante, poiché, come osserva S.Tommaso, non c’è cosa tanto sbalordiente per un animo veramente umile, quanto al sentire l’esaltazione dei propri pregi: animo humili nìhil est mìrabilius, quam audìtus suo? excellentio? ( III p., q. xxx, a. 4 ad 1). Anche qui, qual differenza tra Eva e Maria! Eva, al sentire dall’infernale ingannatore che sarà simile a Dio, messa a parte di ogni segreto, non può più resistere alla lusinga: la vanità e la superbia le fanno sentire dei fatali capogiri. Maria invece, che veramente è il compendio di tutte le divine meraviglie, non può sentire senza una profonda scossa di turbamento il proprio panegirico, che per quanto magnifico, èancora inferiore alla realtà. Ma vari Padri trovano che a suscitare in Maria questo turbamento, ad un sentimento di prudenza e di umiltà, se ne intrecciava un altro, quello del pudor verginale. Questo pudor verginale, che la turbò anzitutto per la semplice presenza dell’Angelo in forma umana, aumentò questa perplessità allorché Maria sentì che ella era benedetta fra le donne. La benedizione di una donna presso gli Ebrei, aveva un senso più determinato e specifico di quello che abbia fra noi. La benedizione di una donna, secondo il modo di giudicare degli Ebrei consisteva soprattutto nel dono della maternità. Quando l’Angelo dunque disse a Maria che sarebbe stata benedetta fra le donne, le faceva capire in termini abbastanza chiari, che avrebbe avuto una maternità straordinaria. Per questo Maria, conscia dei propri propositi di verginità, si mise a riflettere sul senso di questo saluto: cogitabat qualis esset ista salutatio. Le parole dell’Angelo le facevano intravedere, in un presentimento angoscioso, il pericolo di quel che essa aveva di più caro. Cosìpensano fra altri sant’ Agostino, Serm. 2 de Ann., e S. Gregorio Nisseno, Orat. de Christi Nativ. E l’osservazione si presenta da sola piena di giustezza e di ponderazione. Di fatto, quando l’Angelo si spiega meglio, e non lascia dubbio che davvero annuncia a Maria l’onore di un futuro Figlio, straordinario per dignità e grandezza, ella con mirabile semplicità, ma con franchezza premurosa gli oppone: Come avverrà questo, mentre io non conosco uomo? Già altre volte abbiamo avuto occasione di valutare tutta la portata di queste parole. Esse manifestano il grande amore di Maria per il candor verginale; più ancora, esse ci garantiscono che era preceduto in lei un vero e proprio voto di verginità. Di fatti, come ben osserva il P. Curci, perché quella domanda sia vera difficoltà, deve necessariamente importare: non conosco, ne posso conoscere uomo. Senza ciò la richiesta non ha nessun valore, come non l’avrebbe se si dicesse, che la tal fanciulla avrà un figlio cosi e cosi: tutti intenderebbero che lo avrà pel modo ordinario, onde si hanno i figliuoli. Se dunque questa via ordinaria non si poteva supporre in Maria Vergine, neppure nell’imminente e già conchiuso connubio, vuol dire che vi doveva occorrere un impedimento insormontabile. Or questo non poteva essere altro, che il voto di perpetua verginità, fatto da lei da bambina, ed il fatto di conservarla intatta con lo sposo castissimo, anche nel connubio: due punti a noi assicurati dalla Tradizione, e tenuti per fermissimi dal popolo cristiano, ed eziandio da. autori protestanti; ma mi è parso bello averli potuto inferire con facile discorso dalle parole stesse dell’Evangelo „ Maria dunque, parlando coll’Angelo, dimostra insieme ad una rara prudenza, ad una profondissima umiltà, un amore impareggiabile per la verginità. Ma importa qui mettere il lettore in guardia contro un’esagerazione, da cui non sono alieni alcuni brani del Bossuet, che riportammo altrove, ma che il Serry chiama imprudente ed inconsulta, e contro la quale non mancano in genere di protestare i migliori teologi. L’esagerazione consiste nel dire che Maria, messa nel bivio di rinunciare o alla verginità, o alla divina maternità a lei richiesta da Dio, avrebbe, per conservar quella, rifiutato questa. La cosa non è esatta, perché la verginità in urto alla volontà di Dio, cessa di essere virtù: e, benché consacrata prima con voto, questo voto evidentemente cessa allorché Dio manifesta i suoi desideri in contrario. Diremo adunque con più esattezza, che l’amore di Maria per la verginità fu cosi grande, che nemmeno l’idea della divina maternità le dissipava l’amarezza di doverla perdere. Una volta conosciuta la volontà di Dio, ella non avrebbe mancato di ossequiarvi, ma in pari tempo la verginità perduta avrebbe lasciato nel di lei cuore un rammarico incancellabile. Così ha creduto di dover interpretare i sentimenti di Maria S. Bernardo, quando nel Serm. 4 Super Missus, le mise in bocca queste parole: Sì oportuerit me frangere votum (per comando di Dio, s’intende), ut pariam talem filìum, gaudeo de filio, et doleo de proposito. – Infondata e da rigettarsi, benché soffulta dall’autorità di qualche Padre, per esempio di S. Agostino e di S. Proclo, l’idea che le parole di Maria “come avverrà questo, mentre io non conosco uomo, „ esprimano un atto di incredulità simile a quello di cui si rese reo Zaccaria, per cui lo stesso Gabriele lo punì rendendolo muto. In realtà, tra la risposta di Zaccaria e quella di Maria, ci passa una enorme differenza, Zaccaria aveva risposto: “Onde conoscerò io tal cosa? Che  io sono vecchio e mia moglie avanzata in età (Luc. I, 18). „ Ognuno capisce subito che qui Zaccaria non si limita ad esporre le proprie difficoltà, ed a domandare il modo con cui saranno superate, ma non senza un petulante ardimento vuol le prove dell’asserzione dell’Angelo, dicendo: “Onde conoscerò io tal cosa? „ Questo linguaggio tradisce troppo chiaramente la non modesta intenzione di volersi erigere a giudice di ciò che  l’Angelo gli disse. Le parole di Maria sono invece di persona che crede, ma che con semplicità domanda di essere istruita. Per questo, dice molto acutamente S. Ambrogio: Temperantìor est Mariæ responsio, quam verba sacerdotìs: hæc ait: QUOMODO EI ET ISTUD? Ille respondit: UNDE HOC SCIAM?Negat Me se credere, qui negat se scire: ista se facere profitetur, nec dubitat esse faciendum, quod quomodo fieri possit inquirit – Cfr. da S.TOMMASO (III p, q. xxx, art. 4, ad 2) – E che di fatto Maria abbia creduto, lo afferma lo stesso Evangelo riferendo le parole che a lei ebbe poscia a dire S. Elisabetta: “‘Beata quæ credidisti, quoniam perficientur ea quæ dieta sunt tibi a Domino. — Beata te che hai creduto, perché s’adempiranno le cose dette a te dal Signore „ (Luc. c. I, 45). S. Tommaso chiama quel sapore di dubbio, che a prima vista sembrano contenere le parole di Maria, non incredulità, ma ammirazione, e per questo l’Angelo addusse delle prove della sua affermazione, non per togliere la di lei mancanza di fede, ma semplicemente per dissipare la sua meraviglia: Talis dubitatio magìs est admirationis, quam incredulitatis: et ideo probationem Angelus inducìt, non ad auferendam infidelitatem, sed magìs ad removendam ejus admìratìonem (III p., q. xxx, art. 4 ad 2). Rimossa cosi ogni ammirazione dal suo animo, Maria diede il suo consenso alle richieste dell’Angelo, e lo fece in termini che hanno destato e desteranno ancora la meraviglia dei secoli. Dice: Ecco la serva del Signore, sì faccia di me secondo la tua parola! Queste parole sono di per sé il più eloquente ed impressionante elogio dell’umiltà di Maria e della sua prontezza nel servir Dio. Non ci soffermiamo a commentarle, perché  nessun commento raggiungerebbe la loro natural forza e limpidezza. E dietro questa solenne manifestazione di umiltà e di obbedienza, non è difficile intravedere il cuore di Maria ardente di una carità da altri non mai raggiunta. Da principio Maria, per umiltà, non pensò ch’ella fosse la vergine predetta dai profeti. Ora che l’Angelo s’è spiegato meglio, non ha più dubbio che il suo figlio, è il Figlio di Dio, il promesso Messia. E benché il mistero dell’umana redenzione non brillasse ancora davanti a Maria, illuminato in tutte le sue minute circostanze, pure, almeno in confuso, ella perita nelle Scritture, intravedeva che al Figlio da lei nascituro erano riservati grandi patimenti e grandi umiliazioni, a cui Ella pure sarebbe stata associata. Insieme ai futuri patimenti vedeva però anche gli alti onori che le erano riservati; è da supporsi che già in quel momento sapesse quel che pochi giorni dopo disse ad Elisabetta, che tutte le genti l’avrebbero chiamata beata. Ma in quel momento il suo pensiero non si fermò su queste visioni: se le attraversarono la mente, fu un passaggio rapido, che non lasciò traccia nelle parole della Vergine. Tutta la sua attività vitale era concentrata su Dio che veniva al mondo per salvarlo. Due soli oggetti allora fecero battere forte il suo cuore: Dio e la salute del mondo. Quanto a sé non pensò: abituata a dimenticarsi sempre, si dimenticò anche in quell’ora suprema, ed in uno slancio di carità, di cui noi possiamo solo da lontano intravedere la smisurata grandezza, disse la formola, che doveva essere l’esordio del trattato di pace tra il cielo e la terra: “Ecco la serva del Signore, si faccia di me secondo la tua parola! „ Queste parole sono il suggello di un amore che è superato solo dall’amor che ha Iddio, ma che non è uguagliato da nessun altro! Noi rinunciamo a descriverlo, perché  tenteremmo l’impossibile. L’idea di questo amore lascia l’impressione che si ha quando si affaccia ad un abisso. Per poco che si consideri, si capisce subito, che davanti alla carità di Maria, che dà il consenso all’Angelo, si è sulla soglia dell’infinito.

L’APPARIZIONE A LA SALETTE 1846 (II)

LA SALETTE (II)

[Some account of the APPARITION OF THE BLESSED VIRGIN Of LA SALETTE London 1853]

Qui non faremo altro che alludere alle numerose lettere che di tanto in tanto sono apparse scritte da ecclesiastici e da altre illustri personalità che avevano visitato quella che ora cominciava ad essere chiamata la “Montagna Santa”.

Una testimonianza di grande valore, tuttavia, dobbiamo rendere “a tutto tondo”, sia a motivo del carattere eminente del suo autore, sia per il modo accuratamente efficace e privo di pregiudizi in cui l’intero argomento è trattato. L’attuale Vescovo di Orleans, allora già molto noto nella Chiesa francese, Mgr. M. Dupanloup, scrive così ad un amico che aveva sollecitato la sua opinione sulla questione dell’apparizione: « Mio caro amico, ho seguito il suo consiglio e ho fatto una visita a La Salette. Sono appena tornato dal mio viaggio. Credo che sia vostro desiderio che vi comunichi, in tutta semplicità, il risultato delle osservazioni che ho fatto e delle impressioni che ne ho ricevuto. Innanzitutto, devo riconoscere che ho intrapreso questo pellegrinaggio senza alcuna inclinazione favorevole; non che voglia in alcun modo sminuire il merito dovuto alle numerose pubblicazioni apparse sull’argomento e che avevo attentamente studiato; ma tutto il tono di entusiasmo e di vivacità con cui quelle opere sono state scritte, mi aveva ispirato dei pregiudizi contro il fatto che fossero destinate a conservarsi. Ho passato quasi tre giorni tra Corps e La Salette: le impressioni personali che vi ho ricevuto sono state, devo dirlo, senza alcun fascino, quasi senza emozione. Sono tornato così come sono andato, senza provare alcun attaccamento alla scena; direi quasi senza interesse, almeno senza quell’interesse che nasce dall’entusiasmo. Eppure, più mi allontano dal luogo, e più mi metto a riflettere su tutto ciò che ho visto e sentito là, e più forte è la convinzione che la riflessione produce in me, e che mi assale in qualche modo contro la mia volontà. Non mi posso astenere dal dire a me stesso continuamente: « Non può essere che la fonte di Dio sia qui ». Tre circostanze in particolare sembrano offrire forti segni di verità: in primo luogo, la semplicità di carattere che i bambini hanno sempre mantenuto. In secondo luogo, le numerose risposte, assolutamente al di sopra della loro età e capacità, che hanno mostrato nei diversi interrogatori subiti. In terzo luogo, la fedeltà con cui hanno mantenuto i segreti che dicono siano stati loro conferiti. – Primo: L’immutata semplicità di carattere dei bambini. Ho visto questi due bambini. Il primo incontro che ho avuto con loro, ha suscitato in me un’impressione sgradevole; il ragazzino in particolare mi è stato fortemente sgradevole. Ho visto molti bambini nella mia vita, e ne ho incontrato pochi, quasi nessuno, che mi abbiano così poco attratto. Le sue maniere, i suoi movimenti, il suo sguardo, tutto il suo aspetto è ripugnante, almeno ai miei occhi. Una cosa che forse ha rafforzato la brutta impressione che mi ha dato è stata quella di avere una singolare somiglianza con uno dei ragazzi più sgradevoli e peggiori che abbia mai dovuto educare. Parlando così dell’idea che mi sono fatto di questo ragazzino, non pretendo di attaccare in nessun modo le impressioni più favorevoli che ha lasciato sugli altri. Voglio solo esprimere i miei sentimenti. Almeno, se la mia testimonianza sarà finalmente favorevole a questi bambini, sarà senza sospetti; certamente non sarà stato nulla di per sé a sedurmi. C’è una grande maleducazione in Maximin; il suo continuo svagare è davvero fuori dal comune; ha un’indole singolarmente leggera e fantasiosa, ma accompagnata da una tale maleducazione e finanche da occasionale violenza, che il primo giorno in cui l’ho visto non solo ero rattristato, ma anche così scoraggiato, che mi sono detto: « Perché sono venuto fin qui per vedere un bambino così? che follia ho mai commesso! » Ho avuto tantissimi problemi per impedirmi dall’intrattenere i sospetti più gravi. Quanto alla bambina, anche lei mi è apparsa a suo modo repellente. Il suo modo di fare, però, è, direi, migliore di quello del ragazzino; i diciotto mesi che ha passato con le Suore della Provvidenza al Corps, dicono, l’hanno un po’ formata. Nonostante ciò, però, mi è sembrata ancora una personcina imbronciata, sciatta, silenziosa, che non diceva mai niente, e quando rispondeva, si esprimeva semplicemente a monologhi: “sì” e “no”. Se dice qualcosa di più, nelle sue risposte c’è sempre una certa rigidità e una timidezza che deriva dall’essere imbronciata, e che non mette affatto a proprio agio. In una parola, dopo aver visto più volte ognuno di questi bambini, non ho trovato in loro nessun’attrattiva particolare legata alla loro età; non hanno, o almeno non sembrano averne, nessuna di quella pietà e di quel candore infantile che tocca e attira ed ispira fiducia. Il ragazzino in particolare l’ho osservato a lungo e spesso, soprattutto il giorno in cui è salito con me a La Salette. In quell’occasione abbiamo passato circa quattordici ore insieme. Egli venne a trovarmi alla locanda alle cinque del mattino; mi accompagnò alla montagna dell’Apparizione, e non ci separammo fino alle sette di sera. Sicuramente ho avuto tutto il tempo di guardarlo bene, di studiarlo attentamente e di esaminarlo a mio piacimento. E ho fatto del mio meglio per farlo. Non c’è stato un momento, devo dire, in cui non sia stato oggetto del mio più attento esame e, anzi, di una profonda diffidenza. Non c’è stato un solo momento in cui mi sia stato simpatico; ed è stato solo nel pomeriggio, quando si stava facendo tardi, che per gradi, per così dire mio malgrado, un’impressione favorevole si è impadronita di me. Quasi senza esserne consapevole, e contrariamente ai miei sentimenti personali, mentre osservavo e ascoltavo tutto ciò che vedevo e sentivo, ero costretto a esclamare: « Nonostante tutto sia così ripugnante in questi bambini, tutto ciò che dicono, tutto ciò che vedo e sento, è spiegabile solo sulla base della supposizione della verità della loro storia ». A Grenoble ero stato informato del modo in cui i bambini mi avrebbero recitato gli episodi della loro narrazione. Mi è stato detto che l’hanno vissuto come una lezione. Si aggiunse che si poteva trovare per loro una qualche attenuante, perché durante diciotto mesi avevano ripetuto la stessa storia così tante migliaia di volte, che non era da ipotizzare che sia diventata per loro una mera routine. Ero disposto a scusarli su questo punto, purché la routine e la recitazione non fossero assolutamente ridicole; ma l’impressione che avevo in mente era ben diversa da quella che avevo previsto. Anche se i bambini non mi piacevano affatto prima che raccontassero la loro storia, e continuavano ad essere ugualmente poco attraenti ai miei occhi anche dopo, devo riconoscere che hanno affrontato la recita con una semplicità, una gravità, una serietà ed un certo rispetto religioso, che, in contrasto con il tono volgare e abitualmente scortese del ragazzino ed il carattere solitamente cupo della bambina, mi hanno colpito particolarmente. Devo aggiungere pure che questo stupore si è costantemente rinnovato nell’arco di questi due giorni, soprattutto per quanto riguarda il ragazzino, che è passato, come ho già detto, un’intera giornata con me. L’ho poi messo perfettamente a suo agio, e gli ho permesso di prendersi tutte le libertà che gli sono piaciute; tutti i suoi difetti, tutte le sue maleducazioni, poi sono apparsi in modo molto discreto. Eppure, ogni volta che questo bambino maleducato è stato sollecitato, anche di soppiatto, a parlare del grande evento, c’è stato in lui uno strano, profondo ed istantaneo cambiamento; e lo stesso è stato per la giovane ragazza. Il ragazzino conserva ancora il suo sgradevole aspetto esteriore, ma ciò che era eccessivo nella sua maleducazione è ormai del tutto perduto. Diventano all’improvviso così gravi e seri; assumono, per così dire, involontariamente, qualcosa di così singolarmente semplice e ingenuo, così pieno di rispetto di se stessi, oltre che per il soggetto di cui parlano, da ispirare in chi li ascolta, e quasi impone loro, come una soggezione religiosa per le cose che raccontano, ed una sorta di rispetto per le loro persone. Ho vissuto costantemente e molto vivamente queste impressioni, senza perdere per un attimo, in prima persona, il mio sentimento di avversione per i bambini. Farò qui un’osservazione riferita a quanto ho appena detto. Quando parlano del grande evento di cui professano essere stati testimoni, o quando ci si rivolge a loro con riferimento ad esso, questo singolare rispetto per ciò che dicono si spinge così lontano, che quando accade che diano una di queste risposte, veramente stupefacenti e perfettamente inaspettate, che confondono i loro interlocutori, tagliano corto a tutte le domande indiscrete, e risolvono semplicemente, profondamente, e completamente, le più grandi difficoltà, e non assumono alcuna aria di trionfo. I loro esaminatori sono sbalorditi, ma essi da parte loro, rimangono inalterati. Sulle loro labbra non passa mai anche per un solo istante il benché minimo sorriso. Inoltre, essi non rispondono mai alle domande che vengono loro rivolte, se non nel modo più semplice e breve possibile. La loro semplicità è a volte rozzaa, ma l’esattezza e la precisione delle loro risposte lascia sempre senza parole. Appena la conversazione accenna al “grande evento”, sembrano non avere più nessuno dei difetti ordinari della loro età; soprattutto si può osservare come in quei momenti non siano affatto chiacchieroni e ciarlieri. In altre occasioni Maximin parla molto; quando è a suo agio, è un pettegolare continuo. Durante le quattordici ore che abbiamo trascorse insieme, mi ha dato una prova continua di questa sua qualità; mi ha parlato di tutto con una grande cascata di parole, facendomi domande senza ritegno, finanche ad essere il primo a darmi la sua opinione, e contraddicendo la mia. Ma rispetto all’evento di cui parla, rispetto alle sue impressioni, alle sue paure o alle sue speranze per il futuro, e tutto ciò che ha un riferimento all’Apparizione, non è più lo stesso bambino. Su questo punto non prende mai l’iniziativa nella conversazione, né commette alcuna pur minima colpa contro il buon costume. Non si addentra nel dettaglio mai più di quanto sia necessario per rispondere alla domanda che gli viene rivolta, alla quale risponde con grande precisione. Quando si è esaminato il segreto che gli è stato chiesto di custodire, ed abbia risposto agli interrogatori ai quali è stato sottoposto, tiene la lingua a freno. – Si è ansiosi, si desidera che si parli, che si fornisca qualche dettaglio, che si entri in qualche dichiarazione sui propri sentimenti in quel momento e dopo l’evento: non aggiunge una parola al di là della risposta necessaria. Presto riprende il filo della conversazione che la sua storia ha interrotto, parla con grande libertà di qualsiasi altro argomento, o se ne va. È certo che non hanno né l’uno né l’altra desiderio di parlare dell’evento che li ha resi così famosi. Da quanto ho potuto imparare sul posto, non parlano mai inutilmente dell’argomento con nessuno, né con i loro compagni, né con le Suore della Provvidenza che li educano, né con gli estranei. Quando vengono interrogati, rispondono; se si tratta della storia dell’evento che viene loro chiesto, lo ricordano semplicemente; se viene proposta una difficoltà, ne danno una soluzione chiara; non aggiungono nulla di superfluo, e allo stesso tempo non dicono null’altro. Non si rifiutano mai di rispondere alle domande che vengono loro poste, ma è impossibile far loro perdere di vista per un solo istante, in ciò che dicono, il giusto criterio di correttezza. Potete porre loro tutte le domande indiscrete che volete, non c’è mai alcuna indiscrezione nelle loro risposte. In effetti, la discrezione, la più difficile di tutte le virtù, è (solo su questo argomento) naturale per loro in misura inaudita. Spremendoli quanto si voglia, si trova in essi qualcosa di invincibile, che non riescono a spiegare nemmeno a se stessi, che abbatte tutti gli attacchi, e si fa beffe involontariamente e con sicurezza delle tentazioni più forti e difficili. Chi conosce bene i bambini e ne abbia studiato la natura, così leggera, instabile, vanitosa, chiacchierona, indiscreta, curiosa, e farà gli stessi esperimenti che ho fatto io, condividerà la mia meraviglia e il mio stupore, e si chiederà, se sia beffato  dai due bambini, o ci sia in gioco qualche potere superiore e divino. Aggiungo che negli ultimi due anni i due bambini ed i loro genitori sono rimasti poveri come prima. – Questo è un dato di fatto che ho verificato sufficientemente per mia soddisfazione, e che è più facile da dimostrare al di là di ogni dubbio. Qui riporto un’osservazione che ho già fatto, e cioè che i due bambini, e più in particolare Maximin, di cui ho visto molto più dell’altra, sembrano aver conservato, nonostante l’onore che hanno ricevuto e la celebrità che gli si attribuisce, una semplicità e, dirò, uno spirito di umiltà così profondo, che queste qualità appaiono loro del tutto naturali, e non si possono chiamare virtù acquisite. Sembra come se sia impossibile per loro essere diversi da quelli che sono; e tutto questo con una sorta di indifferente candore, che è abbastanza sorprendente quando li si vede da vicino e si riflette sui loro comportamenti. Il fatto è che non capiscono gli onori che hanno ricevuto e sembrano non avere la più pallida idea dell’interesse che susciti il loro nome. Hanno visto migliaia di pellegrini, 60.000 in un giorno, venuti in seguito alla loro storia sulla montagna di La Salette. E per questo non si sono dati delle arie, né alcuna importanza, né hanno mostrato alcuna presunzione nelle loro parole e nei loro atteggiamenti. Considerano tutto questo senza alcuno stupore, senza un riguardo, senza alcun riferimento a se stessi. E, in una parola, se quello che dicono è vero, guardano alla loro missione nella stessa luce in cui la Vergine stessa l’ha considerata. Ella non ha professato di far loro un onore; ha professato solo di scegliere per sé alcuni testimoni che dovevano essere al di sopra di ogni sospetto, con una semplicità così profonda, così completa, e così straordinaria, che nulla poteva esserle paragonabile, e che non poteva essere spiegata o compresa per mezzo di cause naturali; ed è riuscita perfettamente nella sua scelta. Questo è il primo segno di verità che scopro in questi bambini. – 2) Il secondo segno appare dalle numerose risposte, complessivamente al di sopra della loro età e capacità, che hanno dato liberamente nei diversi interrogatori a cui sono stati sottoposti. Va infatti osservato che mai, in una corte di giustizia, i colpevoli siano stati così tormentati con domande sul reato di cui sono accusati, come questi due poveri bambini contadini indagati per due anni sulla questione della visione che raccontano. Difficoltà spesso premeditate, a volte lungamente ed insidiosamente pianificate, hanno sempre ricevuto da loro risposte pronte, precise e chiarissime. È palpabile che sarebbero assolutamente incapaci di tale presenza di spirito se ciò che dicono non fosse vero. Sono stati condotti come malfattori nel luogo stesso dell’Apparizione, o dell’impostura, [se è impostura], e non sono mai stati sconcertati dalla presenza delle persone più illustri, né spaventati dalle minacce e dagli abusi, né sedotti dalle minacce e dai soprusi, né convinti dalle persuasioni e dalle carezze, né affaticati dagli esami più lunghi; inoltre, il ripetersi frequente di tutte queste prove non li ha mai indotti a contraddire né se stessi né l’altro. Non è possibile che due esseri umani abbiano l’aria di essere complici di una frode; e se fossero davvero tali, devono avere un genio come non si è mai conosciuto finora, per poter essere così costantemente uniformi nel loro racconto, e in accordo con se stessi e tra di loro, durante i due anni che hanno assistito, senza interruzione, a questo strano e rigoroso processo. A tutta questa coerenza si aggiunge il contrasto che deriva dalla loro maleducazione, dall’impazienza e da un certo broncio dell’umorismo, e nello stesso tempo, quando l’Apparizione è l’oggetto della conversazione, si passa ad una dolcezza di comportamento, ad una calma ed una presenza di spirito del tutto imperturbabili, e sono al servizio, con impenetrabile discrezione a tutti, genitori, compagni, conoscenti, a tutti coloro che hanno sempre conversato con loro. Vi darò ora alcune delle domande e delle risposte che mi vengono fornite, sia dai miei ricordi personali, sia dalle relazioni redatte in debita forma e depositate a Grenoble, di cui posso garantire l’autenticità. D. A Mélanie. La Signora, allora, le ha dato un segreto e le ha proibito di raccontarlo. Bene, benissimo; ma mi dica almeno se questo segreto si riferisce a lei o a qualcun altro.

Melanie. Chiunque sia la persona a cui si riferisce, Ella ci ha proibito di raccontarlo. D. Il tuo segreto è qualcosa che devi fare?

Melanie. Che sia qualcosa che debba fare o meno, non sono affari di nessuno: ci ha proibito di dirlo.

D. Non sei forse consapevole che Dio non ha rivelato il tuo segreto ad una santa suora ma ho preferito affidarlo a te?, … assicurarmi che tu dica la verità.

Melanie. Se questa suora lo conosce, può dirlo a voi. Io non lo dirò.

D. Devi però dire il tuo segreto al tuo confessore, al quale non devi nascondere nulla. Maximin. Il mio segreto non è un peccato; in confessione si è obbligati a dire solo i propri peccati.

D. E se dovessi dire il tuo segreto o morire?

Maximin (con fermezza). Morirei. Non lo direi.  

D. Se il Papa ti chiedesse il tuo segreto, tu saresti obbligato a dirglielo; perché il Papa è più grande della Santa Vergine.

Maximin. Il Papa è più grande della Beata Vergine! Se il Papa fa bene il suo dovere, sarà un santo, ma sarà sempre meno della Beata Vergine.

D. Ma forse è stato il diavolo a darti il tuo segreto?

Maximin. No, perché il diavolo non porta il crocifisso, e il diavolo non proibisce la bestemmia.

Melanie (alla stessa domanda). Il diavolo sa parlare bene, ma non credo che possa raccontare segreti del genere. Non proibirebbe di imprecare, non porterebbe una croce e non ordinerebbe alla gente di andare a Messa.

D. Non voglio chiederle il suo segreto. Ma questo segreto riguarda, senza dubbio, la gloria di Dio e la salvezza delle anime. Deve essere conosciuto dopo la sua morte; e questo è ciò che le consiglio di fare: scriva il suo segreto in una lettera, che lei stesso sigillerà, e farà recapitare nell’ufficio del Vescovo. Dopo la morte del Vescovo e di te stesso la lettera sarà letta, e così avrai mantenuto il tuo segreto.

Maximin. Ma qualcuno potrebbe essere tentato di togliere il sigillo alla mia lettera. Inoltre, non conosco coloro che entrano in questo ufficio. Allora dite: “Mettetegli la mano prima sulla bocca e poi sul cuore: Il mio migliore ufficio è qui”.

D. a Maximin: Tu desideri essere sacerdote: bene, dimmi il tuo segreto e io mi occuperò di te. Scriverò al Vescovo, che ti farà compiere i tuoi studi gratuitamente. R. Maximin. Se per essere sacerdote è necessario che io dica il mio segreto, vuol dire che non lo sarò mai.

D. a Melanie. Lei non capiva il francese e non andava a scuola; come poteva allora ricordare cosa le dicesse la Signora in quella lingua? L’ha detto tante volte?

R. Melanie. Oh, no; l’ha detto solo una volta, e io me lo ricordo perfettamente. E poi, anche quando non l’ho capito esattamente io stessa nel ripetere quello che ci ha detto, chi capiva il francese lo capiva; è stato sufficiente, anche quando non l’ho capito io stessa.

D. a Maximin La Signora l’ha ingannata, aveva previsto una carestia, eppure il raccolto è buono ovunque.

R. Maximin. Che importa a me? Mi ha detto così; sono affari suoi. A questa domanda i bambini hanno risposto in altre occasioni: « Ma forse hanno fatto penitenza? »

D. Sa che la signora che ha visto è al sicuro nella prigione di Grenoble?

R. Maximin. Era senz’altro un uomo intelligente quella che l’ha rapita.

D. La signora che ha visto non era che una nuvola luminosa e splendente.

R. Maximin. Ma una nuvola non parla.

D. Un sacerdote. Lei è un piccolo bugiardo, e non le faccio la morale.

R Maximin. Che cosa importa a me! Mi è stato chiesto di dirti questo, non di fartelo credere.

D. Un altro sacerdote. Guarda tu, io non ti credo, tu sei un bugiardo!

R. Maximin (con vivacità). Allora perché sei venuto fino a qui per interrogarmi?

D. Un prete. La signora è scomparsa in una nuvola.

R. Melanie. Ma non c’era nessuna nuvola.

D. Il curato insiste. Ma è molto facile circondarsi di una nuvola e scomparire.

R. Melanie (con vivacità). Potete allora, signore, circondarvi di una nuvola e scomparire?

D. Un Sacerdote. Non sei stanco di dover dire ogni giorno sempre la stessa cosa?

R. Maximin. E lei, signore, si stanca forse di dover dire Messa ogni giorno?

Risposte ancora più sorprendenti sono state date da loro spesso. M. Repellin, sacerdote, scriveva il 19 novembre 1847: « Ho chiesto alla bambina se la persona meravigliosa che aveva visto non fosse uno spirito maligno che voleva seminare il disordine nella Chiesa ». Mi rispose, come ha risposto agli altri: « Ma, signore, il diavolo non porta la croce ». Continuai: « Ma, figlia mia, il diavolo portò nostro Signore sulla cima del tempio e sulla cima di un’alta montagna, e così poteva ben portare la sua croce ». No, signore – disse lei, con una certa sicurezza, – No! Dio non avrebbe permesso che la sua croce fosse portata in quel modo: è sulla croce che è morto ».  Ma Egli stesso ha sofferto per esservi trasportato!. Ma è stato con la croce che ha salvato il mondo. La sicurezza di questa bambina, e il significato profondo di questa risposta, di cui probabilmente non ha percepito la bellezza, mi ha chiuso la bocca. In un’altra occasione si spiegò ancora più acutamente. Le dissero che il diavolo aveva portato il Signore in persona. « Sì – disse lei – ma Lui non era ancora glorificato ».

D. Il tuo Angelo custode conosce il tuo segreto?

R. Mélanie « Sì, signore ». C’è qualcuno, allora, che lo sa? « Ma il mio Angelo custode non è uno del popolo ».

Uno dei miei amici, due giorni prima del mio viaggio a La Salette, disse a Maximin: « Tutti noi che andiamo a La Salette, tutti dobbiamo obbedienza al Papa ». Ebbene, se il Papa ti dicesse: « Figlio mio, non devi credere a nulla, tu cosa gli diresti? » Il bambino rispose, con la massima dolcezza e rispetto: « Gli direi: vedrà! ». Queste sono alcune delle innumerevoli risposte di questi bambini. Non so se li giudicherete come me, ma sono sicuramente, a dir poco, molto sorprendenti; e questo stupore aumenterà dopo aver considerato le osservazioni che ho fatto su questi bambini e che ora vi presenterò. – 3). Non ho potuto fare a meno di riconoscere, nella fedeltà con cui hanno mantenuto il segreto che essi professano di aver ricevuto, un segno caratteristico della verità, e che sono due: possedere ciascuno un segreto, e questo da quasi due anni. Ognuno di loro ha un segreto distinto, l’uno non si è mai vantato di conoscere quello dell’altro. I loro genitori, i loro padroni, i loro curatori, i loro compagni, le migliaia di pellegrini, li hanno interrogati su questo segreto, e hanno chiesto loro di rivelarlo in qualche modo: a questo scopo sono stati fatti sforzi inesplorati; ma né motivi di amicizia, né interesse personale, né promesse, né minacce, né l’autorità civile o ecclesiastica, nulla ha potuto in alcun modo influenzarli su questo punto; e ora, dopo due anni di sforzi continui, non si sa nulla, assolutamente nulla. Io stesso ho fatto i più grandi tentativi di penetrare in questo segreto. Alcune singolari circostanze mi hanno reso capace di portare avanti i miei attacchi più di altri; per un momento ho persino pensato di esserci riuscito. È andata così: « Avevo portato, come ho detto, il piccolo Maximin sulla montagna con me. Nonostante la ripugnanza che questo ragazzo mi ispirava, non avevo mai cercato di essere gentile e amabile con lui, e avevo fatto tutti i tentativi in mio potere per cercare di aprirgli e di conquistare il suo cuore. Non ci ero riuscito molto bene. Ma arrivando in cima alla montagna, qualcuno che era lì gli ha dato due fotografie, una delle quali rappresentava la lotta del 24 febbraio per le strade di Parigi. In mezzo ai combattenti c’era un prete che aspettava i feriti. Il ragazzino pensò di vedere una certa somiglianza tra questo ecclesiastico e me; e sebbene gli dissi che si era completamente sbagliato, si convinse che ero io la persona rappresentata, e da quel momento mi mostrò un’amicizia più vivace e più aperta. D’allora in poi apparve del tutto a suo agio, e mi si mostrò molto familiare. Ne ho approfittato con entusiasmo, siamo diventati i migliori amici del mondo, senza però che lui smettesse di essere, allo stesso tempo, perfettamente sgradevole per me. Ora lui mi pendeva dal braccio, e non la smetteva per tutto il giorno; così scendemmo insieme dalla montagna. Gli preparai la colazione e cenammo insieme. Parlava di tutto con la massima cura e libertà, della Repubblica, degli alberi, della libertà, etc. etc.. Quando ho riportato la conversazione all’unico argomento che mi interessava, ha risposto, come ho detto, brevemente e semplicemente; tutto ciò che si riferiva all’apparizione della Beata Vergine era sempre come qualcosa di diverso nella nostra conversazione. Si è fermato subito pur nel completo fluire torrenziale delle sue chiacchiere. La sostanza, l’espressione, il tono, la voce, la precisione di ciò che poi mi ha detto, sono diventati all’improvviso singolarmente gravi e religiosi. Poi è passato ben presto a qualche altro argomento con tutta la libertà della conversazione familiare e vivace. Allora ripresi i miei sforzi e le più abili insinuazioni per approfittare di questa libertà ed apertura, e per fargli parlare di ciò che mi interessava, e più in particolare del suo segreto, senza che lui percepisse il mio intento ed il mio oggetto. Ho deciso di vedere chiaro in quest’anima, di coglierla in fallo, e di trarre la verità dal profondo del suo cuore, che lo fosse o no. Ma devo confessare che dal mattino tutti i miei tentativi erano stati sventati: nel momento in cui ho pensato di aver ottenuto qualcosa e di aver raggiunto il mio fine, tutte le mie speranze sono svanite; tutto ciò che pensavo di avere in mano è sfuggito all’improvviso, e una risposta del bambino mi ha rimandato nella mia incertezza. Questa riserva mi appariva così ordinaria in un bambino, dirò in qualsiasi essere umano, che senza fargli alcuna violenza morale, sarebbe stata ripugnante per la mia coscienza, volevo andare il più lontano possibile, e fare qualche ultimo sforzo per conquistarlo con qualcosa, e ottenere il suo segreto di sorpresa. Era il possesso di questo singolare segreto che mi stava particolarmente a cuore. Per sfondare con lui su questo punto, non ho risparmiato nessuna seduzione che mi sembrasse possibile. Dopo molti sforzi e tentativi assolutamente vani, una circostanza mi ha offerto un’opportunità che per un attimo ho pensato potesse avere successo. Avevo portato con me una borsa da viaggio, il cui lucchetto si apriva e si chiudeva con un trucchetto, che non richiedeva l’uso di una chiave. Siccome questo ragazzino è molto curioso, tocca tutto, guarda tutto, e sempre nel modo più puntiglioso, non ha mancato di esaminare la mia borsa da viaggio; e vedendomi aprirla senza chiave, mi ha chiesto come abbia fatto. Gli ho risposto che era un segreto. Mi ha pressato molto urgentemente per rivelarglielo. La parola segreto mi aveva ricordato il suo stesso mistero; e per approfittare della circostanza, gli dissi: « Figlio mio, questo è il mio segreto; tu non sei stato disposto a rivelarmi il tuo e io non ti dirò il mio ». Questo è stato detto per metà sul serio e per metà per scherzo. « Non è la stessa cosa – disse egli subito – perché a me è stato proibito di dire il mio segreto e a te non è stato proibito di dire il tuo ». La risposta era giusta. Mi considerai scoperto; e fingendo di non aver capito perfettamente, gli dissi con lo stesso tono: « Poiché non sei stato disposto a dirmi il tuo segreto, io non ti dirò il mio ». Lui ha insistito; ho fatto quello che potevo per eccitare la sua bramosia e la sua curiosità; ho aperto e chiuso il mio misterioso lucchetto senza che lui potesse capire il mio segreto. Mi spinsi al punto di tenerlo impaziente, smanioso e in attesa, per molte ore. Dieci volte in questo periodo il ragazzino è tornato impetuosamente alla carica. « Molto bene – gli dissi – ma dimmi anche il suo segreto ». A queste parole di tentazione, nel bambino riapparve nel suo carattere religioso, e tutta la sua curiosità sembrò svanire. Qualche tempo dopo, mi fece di nuovo pressione. Gli diedi la stessa risposta, e trovai sempre la stessa resistenza da parte sua. Vedendolo così, gli dissi finalmente: « Ma, figlio mio, visto che vuoi che ti dica il mio segreto, dimmi almeno qualcosa del tuo ». Non ti chiedo di raccontarmelo del tutto, ma dimmi, almeno, quello che puoi dirmi; dimmi, almeno, che sia una buona o cattiva notizia e non mi dirai il tuo segreto ». « Non posso », era l’unica risposta. Solo che, dato che eravamo così amici, ho notato che c’era un’espressione di rammarico nel suo rifiuto. Alla fine mi sono arreso e gli ho rivelato il segreto del mio lucchetto. Era incantato, saltava di gioia, apriva e chiudeva la borsa molte volte. « Vedete – gli dissi – io vi ho detto il mio segreto e voi non mi avete detto il vostro ». È apparso dispiaciuto per questo nuovo attacco, e per il tipo di rimprovero espresso nelle mie parole. Ora ho pensato che non avrei dovuto fare altri tentativi; e sono rimasto convinto, come tutti coloro che conoscono l’indiscrezione umana, e più in particolare quella dei bambini, che questo ragazzino aveva appena vinto una delle tentazioni morali più violente che si possano immaginare. Ben presto, però, ho ripreso la questione con un tono ancora più serio, e gli ho fatto subire un nuovo assalto. È andata così: Gli avevo dato delle foto che avevo scattato in cima alla montagna. Avevo solo un cappello di paglia molto brutto; ne comprai un altro per lui quando tornammo a Corps. Oltre a questo, mi offrii di dargli tutto quello che desiderava; mi chiese una camicetta, gli dissi di andare a comprarne una, che gli costava 48 dollari, e che pagai. Andò a mostrare le foto, la camicetta e il cappello a suo padre, e tornò per dirmi che suo padre era stato molto contento. Mi aveva già parlato con un certo affetto delle disgrazie e dei problemi di suo padre. Approfittai anche della recente morte di sua madre; e sebbene mi rimproverassi interiormente di aver fatto subire al ragazzo tali tentazioni, gli dissi: « Ma, figlio mio, se tu raccontassi solo quello che puoi dire sul tuo segreto, la gente farebbe molto per tuo padre ». Andai ancora più lontano, e gli dissi: « Io stesso – mio caro bambino – potrei procurargli molte cose, e riuscire a far sì che egli viva a casa con te in pace e felicità, senza volere nulla ». Perché sei così ostinato a rifiutarti di dire quello che puoi dire sul tuo segreto, quando questo solleverebbe tuo padre dai suoi problemi e lo consolerebbe? » In verità, la tentazione era forte. Il bambino mi ha creduto pienamente, ed io ero disposto a fare per lui tutto quello che gli avevo promesso. Lo vide chiaramente; ma rispose a tono basso: « No, signore, non posso ». Bisogna riconoscere che se avesse inventato una favola, non sarebbe stato difficile per lui fingere, e raccontarmi un segreto o altro in linea con la sua storia, quando i grandi vantaggi che ne sarebbero derivati sarebbero stati per lui, se me l’avesse raccontata. Non mi considerai però completamente sconfitto; e spinsi la tentazione ancora più in là, forse troppo in là, ma certamente fino al limite massimo. Giudicherete voi stessi, e forse darete la colpa a me. Avevo addosso, per cause accidentali, una grossa somma in oro. Mentre si aggirava per la mia stanza, guardando i miei bagagli e rovistando dappertutto, la mia borsa e quest’oro attirarono la sua attenzione; lo afferrò avidamente, tirò fuori i denari sul tavolo, e cominciò a contarne i pezzi, dividendoli in più lotti; poi si divertì a sistemare e riordinare continuamente questi piccoli cumuli d’oro. Quando l’ho visto così completamente preso dalla vista e dalla manipolazione di questi soldi, ho pensato che fosse giunto il momento di metterlo alla prova, e di mettere alla prova la sua veracità in modo infallibile. Gli dissi in tono amichevole: « Ebbene – figlio mio – tu mi dirai quello che potrai dirmi del tuo segreto, ed io ti darò tutto questo oro a te e a tuo padre. Te lo darei tutto, e subito: e non pensare che io lo voglia, perché non ho più soldi con cui continuare il mio viaggio ». Sono stato testimone di un fenomeno morale molto singolare, e ne sono ancora colpito mentre ve lo racconto. Il bambino era completamente assorbito da quest’oro: si dilettava a guardarlo, a toccarlo e a contarlo. All’improvviso, alle mie parole, si rattristò, abbandonò bruscamente la tavola e la tentazione e mi disse: « Signore, non posso ». Ho insistito: « Eppure c’è un modo per rendere felice tuo padre e te stesso ». Mi rispose ancora una volta: « No, non posso! »; e in un modo e con un tono così fermo, anche se molto semplice, che mi sentii sconfitto. Tuttavia, per non apparire così, aggiunsi, con un tono di scontento, disprezzo e ironia, « Ma forse non racconterai il tuo segreto perché non ne hai da raccontare: è tutto uno scherzo ». Non sembrava offeso da queste parole, ed anzi mi ha risposto in modo vivace: « Oh, ne ho solo uno infatti, ma non posso dirlo ». « Chi te l’ha proibito? » « La Beata Vergine ». Ho rinunciato allora a una gara senza speranza. Sentivo che il bambino aveva più dignità morale di me. Misi, con amicizia e rispetto, la mia mano sulla sua testa, e facendo il segno della croce sulla sua fronte, gli dissi: « Adieu, caro bambino: Spero che la Santa Vergine perdonerà il modo in cui ti ho pressato. Sii fedele per tutta la vita alla grazia che hai ricevuto ». E pochi istanti dopo ci siamo separati, per non rivederci più. – A simili interrogatori ed offerte la bambina ha risposto: « Oh, ne abbiamo abbastanza: non c’è bisogno di essere così ricchi ». Questo è il terzo segno di verità che ho osservato in questi bambini. E ora, cosa pensare di tutto questo? È verità, errore o impostura? Tutto questo non può essere spiegato ragionevolmente se non con una delle quattro seguenti supposizioni:  – 1). O si deve ammettere la verità soprannaturale dell’apparizione, la storia e il segreto dei bambini. Ma questo è molto grave, e porta con sé gravi conseguenze. Se ci dovesse essere un inganno, che un giorno dovesse essere scoperto, praticato da questi bambini o da altri, di quanti cuori religiosi non sarà stata ferita la sincerità? – 2). Oppure sono stati ingannati, e sono ancora vittime di qualche allucinazione. Ma chi ha fatto il viaggio a La Salette, e ha esaminato tutto, non esiterà ad affermare che questa supposizione è assolutamente ridicola e inammissibile. – 3). Oppure i bambini sono gli inventori di questa favola, che hanno imbastito essi stessi, e che sostengono da soli per due anni contro tutti, senza mai contraddirsi. Da parte mia, non posso ammettere neanche per un momento questa terza supposizione. La favola mi sembrerebbe più sorprendente della verità. – 4). O supponiamo, finalmente, che ci sia stato un qualche escamotage, un impostore nascosto dietro ai bambini, e che questi si siano prestati ad interpretare il personaggio che egli ha preparato per loro, e che ogni giorno insegna loro a rinnovare. Senza andare in fondo a questa domanda, come ha fatto M. Rousselot, risponderò solo che tutto ciò che precede ripugna a questa supposizione. L’inventore mi sembrerebbe, allo stesso tempo, molto abile a scegliere come attori e testimoni di un’impostura così straordinaria questi bambini, e molto abile ad insegnare loro come sostenere una tale parte per due anni davanti a due o trecentomila spettatori successivi, osservatori, investigatori, interrogatori di ogni genere, senza che questi bambini non si siano mai impegnati in nulla in nessun momento, senza che nessuno abbia scoperto questo impostore dietro le quinte, senza una sola indiscrezione da parte dei bambini che potesse far sospettare di qualcuno, e senza che nessun segno di frode si sia mai manifestato fino a questo momento. Non c’è nulla, quindi, da sostenere se non la prima supposizione, cioè la verità soprannaturale dell’insieme; che è, peraltro, molto fortemente confermata. 1) Dal carattere che i bambini hanno mantenuto immutato. 2). Dalle risposte, del tutto ben oltre la loro età e capacità, che hanno dato nei diversi interrogatori a cui sono stati sottoposti. 3). Dalla straordinaria fedeltà con cui mantengono il segreto che dicono sia stato loro confidato. Se fossi obbligato a pronunciarmi su questa rivelazione e a dire “sì” o “no”, e dovessi essere giudicato su questo argomento dalla rigorosa sincerità della mia coscienza, direi “sì” piuttosto che “no”. La prudenza umana e cristiana mi costringerebbe a dire “sì” piuttosto che “no”; e non credo di dover temere di essere condannato dal giudizio di Dio come colpevole di imprudenza e di precipitazione. Sempre tuo, DUPANLOUP. Gap, 11 giugno 1848. – La lettera che è stata appena consegnata è forse la prova più conclusiva che sia apparsa sul tema dell’Apparizione. Fu scritta da un personaggio noto in tutta la Francia per la sua grande capacità e sobrietà di giudizio, che si recò sul posto deciso a mettere alla prova la storia semplicemente secondo le regole della prudenza umana, con pregiudizi nei confronti dei bambini, che rimasero indifferenti, e con la volontà di formarsi un’opinione unicamente da ciò che egli stesso avrebbe potuto vedere e sentire. Egli afferma il suo credo senza alcun tipo di entusiasmo; ed è stato attento ad usare, nel dare il suo giudizio, i termini più sobri. –

[2. – Continua]

http://www.exsurgatdeus.org/2020/03/26/apparizione-a-la-salette-1846-iii/

L’APPARIZIONE A LA SALETTE 1846 (I)

Oggi Iniziamo la pubblicazione di un opuscolo che riguarda l’Apparizione della Vergine Maria a La Salette. Vogliamo però innanzitutto tranquillizzare i nostro lettori e smascherare le vergognose contestazioni di parte dei modernisti circa il riconoscimento canonico della apparizione stessa. Questi ultimi faziosi [non possiamo infatti ritenerli semplicemente degli ignoranti non informati dei fatti, ma dobbiamo indicarli obbligatoriamente come servi di satana], citano un decreto del Santo Uffizio del 1923 – Pio XI  regnante – che renderebbe falsa l’apparizione stessa, approvata da numerosissimi Vescovi e dalla stessa Autorità massima, nella persona di Pio IX. Il decreto della Congregazione del Santo Uffizio, poneva all’indice un opuscolo edito in Francia che riportava un presunto segreto di Melania, senza imprimatur imposto a garanzia. Riportiamo il testo del decreto, che ognuno può leggere consultando gli Atti della Sede Apostolica, vol. 15 del 1923, p. 287 e seg.:

DAMNATUR OPUSCULUM: « L’APPARITION DE LA TRÈS SAINTE VIERGE DE LA SALETTE ».

DECRETUM

Feria IV, die 9 maii 1923

In generali consessu Supremæ Sacræ Congregationis S. Officii Emi. ac R.mi Domini Cardinales fidei et moribus tutandis præpositi proscripserunt atque damnaverunt opusculum: L’apparition de la très Sainte Vierge sur la sainte montagne de la Salette le samedi 19 septembre 1845. – Simple réimpression du texte intégral publié par Melanie, etc. Société Saint-Augustin, Paris-Rome-Bruges, 1922; mandantes ad quo spectat ut exemplaria damnati opusculi e manibus fidelium retrahere curent.

Et eadem feria ac die Sanctissimus D. ST. D. Pius divina providentia

Papa XI, in solita audientia R. P. D. Assessori S. Officii impertita, relatam sibi Emorum Patrum resolutionem approbavit.

Datum Romæ, ex ædibus S. Officii, die 10 maii 1923.

Aloisius Castellano,

Supremæ S. C. S. Officii Notarius.

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Da questa banale costatazione, si evince che ad essere condannato è semplicemente questo opuscolo francese del 1922, che riportava evidentemente notizie e commenti non autorizzati da un’Autorità competente, e non  – come amano ripetere gli adoratori modernisti del demonio – la veridicità dell’apparizione con relativo segreto direttamente consegnato peraltro nelle mani di S. S. Pio. Tanto, per smontare le assurde faziosità ed imbecillità riportate da satanisti che spargono la zizzania della condanna da parte della Chiesa dell’apparizione della Vergine a La Salette, apparizione che evidentemente vogliono contrastare perché vergognosamente smascherati. Noi consigliamo loro di pentirsi sinceramente, lasciare i falsi culti da essi praticati [modernismo della chiesa dell’uomo, sedevacantismi vari, fraternità paramassoniche non autorizzate prive di giurisdizioni e missione, tesisti, etc. etc. ] e tornare alla vera Religione Cattolica, che solo può loro assicurare la salvezza. Chiediamo allo Spirito Santo il dono della Pietà per potere impetrare il perdono per essi per le falsità che seminano.  

Il libricino che ci accingiamo a pubblicare, dall’originale inglese del 1853, è fornito di tutte le autorizzazioni richieste con la testimonianza del Vescovo di Grenoble e la personale costatazione, all’epoca dei fatti, di Mgr. Dupanloup, notissimo prelato francese, poi Vescovo di Orleans.

LA SALETTE (I)

[Some account of the

APPARITION OF THE BLESSED VIRGIN Of LA SALETTE

London 1853]

Le pagine seguenti sono intese come una nuova edizione di un piccolo libro che è stato pubblicato qualche tempo fa, contenente un breve resoconto dell’Apparizione della Beata Vergine riportata da due pastorelli a La Salette in Francia. La precedente edizione è andata esaurite; e, in conseguenza della crescente importanza attribuita all’evento miracoloso in questione, è sembrato bene preparare per la stampa un’altra narrazione più completa. La sostanza della presente pubblicazione è stata tratta dai “Rapporti” sull’argomento di M. Rousselot, Canonico di Grenoble e Vicario generale onorario della diocesi, che fu redatto e presentato al Vescovo di Grenoble, a seguito delle indagini della Commissione ecclesiastica che era stata nominata per esaminare la questione dell’Apparizione. Coloro che sono interessati a notizie più esaurienti di quelle che si troveranno qui, sono pregati di consultare le due opere di M. Rousselot, in cui viene prodotto ogni tipo di documento che l’incredulità possa richiedere per cui tutte le ragionevoli obiezioni vengono respinte; mentre è esposta con chiarezza e semplicità l’unanime adesione che è stata data alla veridicità della storia da tutta la popolazione religiosa della Francia. Nel corso dello scorso anno, i bambini hanno confidato i loro segreti al Papa e il Santo Padre non ha esitato ad esprimere la sua convinzione privata sulla veridicità del loro racconto; e così è stata generale la devozione dei Fedeli a Nostra Signora di La Salette, al punto tale che il Vescovo della diocesi, dopo aver meditato a lungo sul suo dovere di scoraggiarlo, ha concesso poi la sua autorevole autorizzazione; e il 25 maggio di quest’anno, nonostante la sua veneranda età, si fece condurre sulle altezze alpine dove l’evento si era verificato, posando la prima pietra di una chiesa e di un grande edificio destinato all’accoglienza di una comunità di sacerdoti, colà stabiliti per servire l’altare e per fornire assistenza spirituale ai pellegrini che arrivando ogni giorno la richiedano. Di seguito verranno fornite alcune spiegazioni di queste circostanze, come anche una parte delle prove che sono state prodotte a sostegno della verità dell’Apparizione. – Prima di dare un resoconto dell’Apparizione stessa, sarà bene descrivere in poche parole la località in cui si dice sia avvenuta, e dire anche qualcosa sul carattere generale e le abitudini dei due bambini sulla cui autorità si basa il tutto.

Il villaggio di La Salette è situato tra le montagne, a circa quattro miglia dalla cittadina di Corps, che si trova in basso sulla strada alta tra Grenoble e Gap. La scena dell’Apparizione è ancora più in alto, e a circa quattro miglia dalla chiesa di La Salette. Situata in mezzo ad una cerchia di montagne, questa contrada non è praticabile dalle carrozze; la salita deve essere fatta a piedi o a cavallo attraverso un sentiero, che è facile fino a quando si estende il terreno coltivato, ma dopo questo punto diventa sempre più ripido e difficile, anche se non pericoloso, fino ad arrivare sull’ampio pianoro della montagna chiamata Sous les Baisses. Questo spazio pianeggiante, formato da tre montagne che si innalzano dalla stessa base, e che non si separano subito in eminenze separate, ma si elevano insieme, per così dire, per un lungo tratto in salita, si estende da nord a sud, ed è ricoperto di vegetazione; come lo sono anche le tre montagne stesse, che, dopo la loro separazione e fino alle loro cime, non offrono alla vista altro che un’estensione di rada erba verde. Non si vede un sasso, né il più piccolo albero o cespuglio, tutto intorno. In questa ampia pianura tra le colline c’è un piccolo dirupo, formato da due strisce di terreno in salita che passano da nord e da sud, in fondo al quale scorre il piccolo ruscello chiamato Sézia. È nella cavità di questo burrone, sulla riva destra del ruscello, e nel punto in cui ora sgorga la celebre fontana, che la “bella Signora” è stata vista, secondo il racconto. È a circa due o tre gradoni più in basso, sullo stesso lato, che Ella parlava ai bambini; ma è dopo aver attraversato il ruscello, e aver fatto venticinque o trenta gradini in salita all’opposto, che è scomparsa, a poco a poco, dagli occhi dei bambini che l’avevano seguita, e che erano a meno di tre passi da Lei quando si è levata in aria. Nel corso del tempo, quando l’evento aveva cominciato ad attrarre l’attenzione, attirando ogni giorno folle di visitatori sul luogo, sono state erette quattordici croci lungo il percorso che “la Signora” ha attraversato, come indicato dai bambini. Davanti a queste croci è sorta tra i visitatori l’usanza di fare “la via crucis”; e su alcune di esse sono stati di volta in volta sospesi diversi oggetti, come fiori, ghirlande, stampelle, catene d’oro, gioielli, anelli, orecchini, etc., “ex voto” doni di devozione o di gratitudine per i favori ricevuti. I due lati del piccolo burrone erano, prima dell’evento, ricoperti di erba verde come il resto del terreno circostante. Tutta quest’erba, però, è stata da tempo consumata, perché non solo il luogo è stato calpestato dai piedi di innumerevoli pellegrini, ma viene continuamente raschiato e l’erba strappata da coloro che sono ansiosi di portare via come reliquie i fili dell’erba stessa, una zolla di terreno, o qualche pezzo di pietra. Le croci stesse non sono state risparmiate, e vengono quotidianamente tagliuzzate e sgretolate da coloro che vogliono portarne via alcuni pezzi. La fontana, che prima era intermittente e, qualche tempo prima dell’Apparizione abbastanza asciutta, da quel giorno non ha più smesso di presentare continuamente il suo flusso. I pellegrini ritengono che la sua acqua gelida, anche se bevuta in grande quantità e da coloro che sudano più abbondantemente, non produca mai effetti negativi; ed è stata cercata con avidità, portata via e distribuita in quasi tutti i paesi d’Europa. Quanto al mucchio di pietre su cui i bambini hanno visto per la prima volta “la Signora” seduta, esso è letteralmente sparito. La gente della zona ed i pellegrini ne hanno portati via i sassi come monumenti commemorativi: quella pietra, però, sulla quale, secondo la testimonianza, “Ella” si è posata direttamente, è entrata in possesso del curato di La Salette, che la conserva con rispetto. Dagli stessi bambini, è stato pubblicato nell’anno 1848 il seguente resoconto, nel “Rapporto” di M. Rousselot. –

Peter Maximin Giraud è nato a Corps, il 27 agosto 1835, da genitori poveri, che si guadagnano da vivere col sudore della fronte. Suo padre è un carrettiere. Maximin è di piccola statura, con un viso paffuto e giocondo; la sua espressione è dolce, e guarda senza paura e senza arrossire i volti di chi lo interroga. Non può rimanere un istante senza muovere le braccia e le mani. Gesticola quando parla, e a volte è così animoso che colpisce con la mano qualsiasi oggetto si trovi vicino a lui, soprattutto quando il suo interlocutore non sembra essere d’accordo con ciò che dice. Non si arrabbia mai, anche quando viene considerato un bugiardo, come nei lunghi esami che ha dovuto subire. A volte però, esausto dalla stanchezza e stanco di vedere che ogni parola che dice è inutile, si mostra impaziente; … almeno alcuni dicono di averlo osservato così. – Ma, in verità, in queste occasioni i poveri bambini erano stati molestati da una moltitudine di minuscole e cavillose obiezioni, che avrebbero messo in imbarazzo e persino provocato le persone più ragionevoli. Inoltre, quando Maximin ha raccontato la sua storia, e ha risposto alle principali difficoltà che gli erano state contestate, naturalmente desiderava andarsene, e tornare ai suoi giochi.  Prima dell’evento non era mai andato a scuola; non sapeva né leggere né scrivere, e non aveva alcuna educazione. Quando veniva portato in chiesa, spesso se ne scappava per andare a giocare con i suoi piccoli compagni; così, privo di ogni insegnamento religioso, non poteva essere ammesso tra i bambini che il curato stava preparando per la prima Comunione. Suo padre dice di aver avuto grandi difficoltà ad insegnargli a dire il “Pater Noster” e l’ “Ave Maria”, e che ci sono voluti tre o quattro anni prima che li imparasse. Fu solo nell’anno 1848, il 7 maggio, più di un anno e mezzo dopo l’evento, che lui e Mélanie furono ammessi a fare la prima Comunione con gli altri bambini della parrocchia di Corps. Anche se Maximin ha i difetti propri della sua età, sembra essere sempre stato sincero e aperto. Peter Selme, il suo padrone di lavoro a La Salette, alla domanda di M. Rousselot e della commissione episcopale, quando gli chiesero cosa avesse notato nel ragazzo durante i pochi giorni in cui era stato al suo servizio, rispose: « Maximin era un bambino innocente, senza malizia e senza alcun pregiudizio. Prima che partisse per condurre le nostre mucche sulla montagna gli facemmo mangiare un po’ di zuppa; poi gli mettemmo nella sua camiciola e nel sacchetto una scorta di cibo per la giornata. Ebbene, lo abbiamo sorpreso quando ancora in viaggio, aveva già mangiato tutte le sue provviste, avendole condivise in gran parte con il cane; e quando gli abbiamo detto: « Ma cosa mangerai durante il giorno? », ha risposto: « Ma io non ho fame! » Il ragazzo sembra essere semplice e sincero. Riconosce con grande ingenuità la miseria della sua condizione precedente e la mancanza delle sue occupazioni. Quando gli è stato chiesto: « Dove vivevi e cosa facevi prima di andare a servizio da Peter Selme? », ha risposto: « Vivevo con i miei genitori, e andavo a raccogliere letame sulla strada principale ». Si spinge ancora più in là; dichiara i suoi difetti e le sue cattive inclinazioni; così quando M. Rousselot gli disse: « Maximin, mi è stato detto che prima dell’apparizione a La Salette eri un po’ un fanfarone », il ragazzo, con un sorriso e con aria di candore, rispose: « Quello che ti hanno detto è vero; ho detto delle bugie, ed imprecavo mentre lanciavo sassi alle mie mucche quando si allontanavano dal sentiero ». Dall’evento del 19 settembre, Maximin va a scuola nel convento delle Suore della Provvidenza. Passa la giornata qui e vi prende i suoi pasti. La Superiora delle Suore, persona di forte senso, si è fatta carico, con il consenso del Vescovo, della sua educazione. Alla domanda della Commissione su ciò che aveva osservato negli ultimi dieci mesi nel bambino, ha risposto: « Maximin sembra avere solo capacità ordinarie. Gli insegniamo a leggere e scrivere e ad imparare il Catechismo. È tollerante ed obbediente, ma instabile, ama il gioco, è sempre in movimento. Non ci parla mai della vicenda di La Salette; e noi abbiamo evitato di menzionarla per paura di dargli un’idea della sua importanza. Mai, dopo i frequenti e lunghi interrogatori a cui ha dovuto sottoporsi, non ha mai detto a nessuno, né a noi né ai suoi compagni di scuola, come fossero gli esaminatori e quali domande gli  avessero poste. Dopo le sue numerose passeggiate a La Salette con i visitatori, torna a casa in modo semplice e naturale, come se non avesse alcun interesse per la vicenda. Non ha voluto ricevere il denaro che alcuni pellegrini gli hanno offerto; ma quando, in alcune occasioni, è stato costretto ad accettarlo, me l’ha dato fedelmente e non ha chiesto se fosse stato speso per sé o per i suoi genitori. Quanto agli oggetti di pietà, come libri, croci, rosari, medaglie, quadri, che gli vengono regalati, non ne tiene conto: a volte li regala ai primi dei suoi piccoli compagni che incontra; spesso li perde o li smarrisce per la sua naturale incostanza caratteriale. Non è pio per natura; tuttavia va volentieri a Messa, e fa le sue preghiere con buon sentimento quando gli venga ricordato questo dovere. In una parola, il bambino non sembra per nulla impressionato dall’essere stato per dieci mesi oggetto della curiosità e dell’attenzione di una moltitudine così grande di persone; non lo colpisce il fatto che sia la causa primaria del prodigioso movimento di gente estranea a La Salette ». Qualche tempo dopo la Superiora ha detto, davanti alla Commissione nel palazzo vescovile di Grenoble: « Maximin, anche se nell’ultimo anno è stata impiegato quasi tutti i giorni per servir Messa, non ha ancora imparato a farlo bene; né Mélanie può dire perfettamente a memoria gli atti di fede, di speranza e di carità, anche se glieli ho fatti ripetere ad entrambi due volte al giorno ». –

Anche la ragazzina, Francoise Mélanie Matthieu, è nata a Corps, il 7 novembre 1831, da genitori molto poveri. Da giovanissima è stata messa a servizio per guadagnarsi da vivere occupandosi delle mucche. Raramente andava in chiesa, perché i suoi padroni la tenevano occupata nei giorni di domenica e nei giorni di festa come negli altri giorni della settimana. Non aveva quasi nessuna conoscenza della Religione, e la sua debole memoria non riusciva a farle ricordare due righe di Catechismo, tanto che non era stata ammessa alla prima Comunione. Al momento dell’apparizione aveva quasi quindici anni, ma non era ben nutrita, non era forte e non si era sviluppata in proporzione alla sua età. La sua espressione è dolce e gradevole. C’è una grande aria di modestia nel suo portamento e nell’aspetto. Anche se piuttosto timida, non è angosciata o imbarazzata in presenza di estranei. Nove mesi prima del 19 settembre, era al servizio di Baptiste Pra, proprietario di un piccolo terreno in una delle frazioni in cui è divisa La Salette. Questa persona, interrogata sul carattere di Mélanie, la descriveva come di una timidezza eccessiva, e così incurante, che quando dalla montagna tornava a casa di sera, bagnata dalla pioggia, non chiedeva nemmeno di cambiarsi i vestiti. A volte, per la disattenzione del suo carattere, dormiva nella stalla, altre volte, se non fosse stata vista, avrebbe passato la notte all’aria aperta. » Baptiste Pra ha anche deposto che prima del giorno dell’apparizione riportata, Mélanie fosse oziosa, disobbediente e imbronciata, per cui non sempre rispondeva a chi le parlava; ma che da quell’evento era poi diventata attiva e obbediente, e più attenta alle sue preghiere. Erano questi i due bambini che si ritiene che la Santa Vergine abbia scelto per essere portatori di un messaggio di avvertimento al “suo popolo”, ed essere depositari di alcuni misteriosi segreti. Mélanie era già residente, come abbiamo detto, da nove mesi nella parrocchia di La Salette, in qualità di custode delle mucche di Baptiste Pra. Maximin era lì solo da quattro giorni e mezzo prima del sabato 19 settembre. Era venuto per una settimana solo per sostituire il ragazzo che faceva l’allevatore di Peter Selme, e che in quel momento era malato. Peter Selme era stato a Corps per implorarne il padre perché facesse quel servizio, e il giorno di lunedì era andato lui stesso a prenderlo. Anche se nati nella stessa città di Corps, non sembra che i bambini si conoscessero tra loro; o perché i loro genitori vivevano a due estremità opposte di essa, o perché Mélanie, prima di andare al servizio di Baptiste Pra, aveva vissuto due anni come serva a Quet, e altri due a Saint-Luc. Durante i quattro giorni e mezzo che Maximin aveva trascorso a La Salette, sembra che non si sia incontrato con Mélanie fino al venerdì, il giorno precedente l’apparizione. Il suo datore di lavoro ne dà conto in questi giorni, in una dichiarazione redatta, su sua dettatura, da M. Dumanoir, dottore in giurisprudenza, e giudice del Tribunale di Montelimart, che ha fatto molti viaggi a La Salette, vi ha passato un po’ di tempo, e ha preso sul posto informazioni più precise su tutte le questioni relative all’argomento. Peter Selme dice: « Sono andato a prendere Maximin lunedì, e l’ho portato a casa con me; lui è venuto e nei giorni successivi si è preso cura delle mie quattro mucche nel campo che ho sul declivio meridionale del monte Aux Baisses. Questo declivio è suddiviso in proprietà private; il comune di La Salette ha il diritto di pascolo sull’ampio pianoro che si trova nel declivio nord, e sul quale si sono svolti gli eventi di cui parlano Mélanie e Maximin. Temendo che il ragazzino non fosse attento alle mucche, che potevano facilmente cadere in alcuni dei numerosi burroni della montagna, mi sono recato al lavoro in questo campo il lunedì, il martedì, mercoledì e venerdì della stessa settimana. Dichiaro che in questi giorni non l’ho perso d’occhio neanche per un istante, mi è stato facile vederlo in qualsiasi parte del campo si trovasse, perché non c’è un’elevazione che possa nasconderlo. Aggiungo solo che il lunedì l’ho portato al largo di cui ho parlato, per indicargli una piccola sorgente in un piccolo burrone a cui doveva portare le mucche a bere. Le portava lì ogni giorno a mezzogiorno, e tornava subito a mettersi sotto il mio sguardo. Il venerdì l’ho visto giocare con Mélanie, che guardava le mucche di Baptiste Pra, il cui campo è accanto al mio. Non li ho mai viste insieme al villaggio. Sabato 19 settembre sono andato come al solito nel mio campo con il piccolo Maximin. Verso le undici e mezza gli ho detto di portare le mucche alla fontana. Il bambino ha detto: « Vado a chiamare Melanie e ci andiamo insieme ». Quel giorno non è tornato come al solito dopo aver portato le mie mucche a bere: non l’ho visto fino a sera, quando è tornato a casa. – Gli ho detto allora, « Perché – Maximin – come mai non sei tornato nel mio campo questo pomeriggio ». « Oh – mi ha detto lui – ma non sai cosa è successo! ». « Che cosa è successo? » – dissi io – e lui rispose: « Abbiamo trovato vicino al ruscello una bella Signora, che ci ha intrattenuto a lungo, ed ha parlato con Melanie e me. All’inizio avevo paura e non osavo andare a prendere il mio pane, che era vicino a Lei; ma Lei mi ha detto: « Non abbiate paura, figli miei, avvicinatevi; sono qui per darvi una grande notizia », … e poi mi fu ripetuta la storia esattamente come la racconta attualmente ». La dichiarazione continua dicendo: « Durante i quattro giorni e mezzo in cui il ragazzino ha tenuto le mie mucche, non l’ho mai perso di vista, e non ho visto nessuno, prete o laico, avvicinarsi a lui. Mélanie è andata più volte a tenere le sue mucche nel campo del suo padrone mentre Maximin era con me. L’ho vista in piedi da sola; e se qualcuno fosse venuto a parlarle, io l’avrei visto, perché il mio campo e quello di Baptiste Pra sono uno accanto all’altro, sullo stesso versante della montagna, e presentano una superficie piana, in modo che chiunque sia in piedi possa vederli entrambi ». – La conoscenza, quindi, tra i due bambini, non essendo niente di più di quanto abbiamo descritto, è stato semplicemente dovuta al caso della loro similitudine di occupazione che, la mattina del 19 settembre 1846, li ha portati insieme sulla montagna, sul cui ampio crinale si trovava il pascolo del loro bestiame. Avevano sotto la loro responsabilità quattro mucche a testa, oltre ad una capra appartenente al padre di Massimino: la giornata era perfetta, il cielo era limpido e il sole autunnale, chiaro e limpido. Verso mezzogiorno, che i pastori conoscevano grazie al tintinnio dell’Angelus, presero la loro piccola scorta di cibarie e andarono a bere alla fontana che sgorga nella cavità del burrone. Terminato il pasto, scesero al ruscello che scorre lungo il fondo e, dopo averlo attraversato, depositarono i loro sacchetti di provviste vicino alla bocca di un’altra sorgente intermittente, che all’epoca era asciutta; e dopo aver fatto qualche passo, si sdraiarono, contrariamente alla loro usanza, a pochi passi l’uno dall’altro, e si addormentarono. – La storia continua con le parole di Mélanie. « Mi svegliai la prima volta e non riuscii a vedere le mucche. Svegliai Maximin, e gli dissi: “Vieni presto, Maximin, andiamo dietro alle nostre mucche”. Abbiamo attraversato il ruscello, percorso la piccola salita davanti a noi, e abbiamo visto le nostre mucche sdraiate sull’erba dall’altra parte: non erano lontane. Ci siamo girati e siamo scesi a prendere i sacchetti che avevamo lasciato vicino al ruscello. Io vi giunsi per prima; e quando ero a circa cinque o sei passi dal ruscello, ho visto una luce splendente, come il sole, e ancora più luminosa, ma non dello stesso colore; e dissi a Maximin: « Vieni presto, guarda quella luminosità laggiù »; e Maximin scese, dicendomi: « Dov’è? » Indicai con il mio dito la piccola fontana; e quando la vide, egli si fermò. Poi vedemmo una Signora nella luminosità: era seduta e aveva la testa tra le mani. Avevamo paura. Lasciai cadere il mio bastone. Allora Maximin mi disse: « Tieni il tuo bastone; se ci fa qualcosa, gli darò un bel colpo ». Allora questa Signora si alzò volgendosi a destra, incrociò le braccia e ci disse: « Venite, figli miei, non abbiate paura; sono qui per annunciarvi una grande notizia ». Poi abbiamo superato il ruscello, e Lei si è fatta avanti nel punto in cui avevamo dormito. Era in mezzo a noi. Piangeva per tutto il tempo in cui ha parlato: Ho visto chiaramente le lacrime scorrere sul suo viso. Diceva: « Se il mio popolo non si sottomette, sarò costretta a lasciare cadere la mano di mio Figlio. Essa è così forte e così pesante che non riesco più a trattenerla ». Quanto tempo sono stata in pena  per voi? Se desidero che mio Figlio non vi abbandoni, devo pregarlo incessantemente. E voi, voi non rendete conto di questo. « Potete pregare e fare tutto quello che volete, mai potrete ricompensarmi per quello che ho fatto per voi. Vi ho dato sei giorni per il lavoro; il settimo l’ho riservato a me stesso; e voi non lo osservate affatto. » [Fin dalla prima volta che è stata fatta ai bambini l’osservazione che questo cambiamento nella prima persona non era in accordo grammaticale con il resto delle parole della Signora, essi si accontentarono di rispondere che lo dicevano come lo avevano sentito. In verità, questo cambiamento nella prima persona è tanto più impressionante, e ricorda l’ « Io, il Signore » nella bocca di Mosè.] Questo è ciò che tanto pesa sulla mano di mio Figlio. Gli uomini bestemmiano mentre guidano i loro carri, e mettono il Nome di mio Figlio nei loro giuramenti. Queste sono le due cose che appesantiscono il braccio di mio Figlio. Se il raccolto fallisce, è a causa dei vostri peccati: ve l’ho fatto vedere l’anno scorso per le patate; non ci avete badato; al contrario, quando avete trovato le patate rovinate, avete bestemmiato e avete messo il Nome di mio Figlio nei vostri giuramenti: la malattia continuerà, e quest’anno a Natale non ci saranno più “patate”. Io non capivo cosa significasse “pommes de terre”; “Stavo per chiedere a Maximin cosa significasse appunto “pommes de terre”, e la Signora ha detto: “Ah, figli miei, non capite; parlerò in modo diverso”; e poi ha continuato nel “patois”, [dialetto locale]: « Se le patate sono viziate, è colpa vostra: ve l’ho fatto vedere l’anno scorso, e non avete voluto occuparvene; al contrario, quando avete trovato le “patate” … [A Corps, e in molte parti del Dauphiny, le patate sono chiamate “truffes”] viziate, avete bestemmiato, e avete messo il Nome di mio Figlio nei vostri giuramenti. La malattia durerà, cosicché quest’anno a Natale non ci saranno patate. Se avrete del mais, non è detto che lo vediate: tutto ciò che seminerete sarà divorato dagli animali, o, se crescerà, cadrà in polvere quando lo trebbierete. Ci sarà una grande carestia. Prima della carestia, i bambini sotto i sette anni avranno convulsioni e moriranno tra le braccia di chi li tiene; gli altri faranno penitenza con la fame. Le noci diventeranno cattive, l’uva marcirà. Se gli uomini si convertiranno, le pietre e i sassi saranno trasformati in cumuli di grano e le patate saranno seminate su tutto il terreno. Siete regolari nel dire le vostre preghiere, figli miei? » Rispondemmo, tutti e due: « Non molto, signora ». Dovete essere molto assidui, sia al mattino che alla sera: quando non potete fare di più, dite solo un Pater e un Ave; ma quando avete tempo, dite di più. Nessuno va a Messa se non qualche anziana signora: il resto lavora la domenica per tutta l’estate, e d’inverno, quando non sanno cos’altro fare, i ragazzi ci vanno, ma solo per prendere in giro la Religione. Durante la Quaresima vanno come i cani ai negozi dei macellai. Non hai visto il mais viziato, figlia mia? Maximin rispose: « Oh no, signora ». Non sapevo a chi di noi due avesse fatto questa domanda, e ho risposto molto gentilmente: « No, signora; non ne ho visto mai ». « Tu devi averne visto un po’, tu figlio mio – (e si è rivolta a Maximin), una volta al campo chiamato “l’angolo”, con tuo padre. Il proprietario del terreno ha detto a tuo padre di andare a vedere il suo mais guasto. Tu sei andato a vederlo. Hai preso in mano due o tre spighe, le hai strofinate e tutte sono cadute in polvere; poi sei tornato a casa. Quando eri a circa mezz’ora di distanza da Corps, tuo padre ti diede un pezzo di pane e ti disse: “Prendi questo, figlio mio, quest’anno hai ancora del pane da mangiare”. Non so chi ne avrà da mangiare l’anno prossimo, se il grano continua così”, rispose Maximin: « Oh sì, signora, ora mi ricordo, ma prima non me lo ricordavo ». Dopo di che la Signora ci disse in francese: « Bene, figli miei, lo farete sapere a tutto il mio popolo ». Attraversò il ruscello e ci disse una seconda volta: « Bene, figli miei, lo farete sapere a tutto il mio popolo! ». Poi è salita nel punto in cui eravamo andati a cercare le nostre mucche. I suoi piedi non toccavano terra: scivolò lungo le punte dei fili d’erba. L’abbiamo seguita. Io andavo davanti alla signora, e Maximin un po’ di lato, a due o tre passi distante da Lei. E poi questa bella Signora si alzò un po’ in aria (Mélanie qui indicava con la mano l’altezza da terra che voleva esprimere, – circa due o tre piedi) – Quando Maximin raccontò a casa, a Corps, quello che gli era successo sulla collina, la sua famiglia non gli credette; ma quando menzionò l’incidente raccontato sopra, suo padre scoppiò in lacrime, e si convinse che qualche essere soprannaturale aveva parlato a suo figlio. – Poi Ella guardò in alto verso il cielo, poi in basso verso la terra; poi non si vedeva più la sua testa, poi non si vedevano più le sue braccia e poi non si vedevano più i suoi piedi. Non vedevamo altro che una luminosità nell’aria; e presto anche la luminosità sparì. E io dissi a Maximin: « Forse è una grande Santa »; e Maximin mi disse: « Se avessimo saputo che era una grande Santa, le avremmo detto di portarci con lei »; e io gli dissi: « Oh, vorrei che fosse ancora qui! » Poi Maximin ha tirato fuori la mano per catturare un po’ di luminosità; ma non ne è rimasto nulla. E abbiamo guardato a lungo per vedere se potevamo vederla ancora; ed io ho detto: « Non si lascerà vedere, … così non vedremo dove va ». Dopo di che siamo andati ad occuparci delle nostre mucche. – D. C’è un segreto? R. Sì, signore. Ma ci ha detto di non dirlo. D. Di cosa ha parlato? R. Se vi dico di cosa si tratta, scoprirete di cosa si tratta. D. Quando vi ha detto questo segreto? R. Dopo aver parlato delle noci e dell’uva; ma prima che me lo dicesse, mi sembrava che avesse parlato con Maximin; e non ho sentito nulla di quello che gli ha detto. D. Ti ha detto il tuo segreto in francese? R. No, signore; in patois. D. Com’era vestita? R. Aveva delle scarpe bianche, con vicino delle rose ».  [Maximin nel suo racconto aggiunge, « … e per prendere i fiori che erano vicino ai suoi piedi » ]. Le rose erano di tutti i colori. I suoi calzini erano gialli; il suo grembiule giallo; e il suo vestito bianco, con perle dappertutto. Aveva un fazzoletto bianco con rose intorno; un cappello alto, un po’ piegato davanti; una corona intorno al cappello con delle rose. Aveva una catena molto piccola, alla quale era attaccato un crocifisso; a destra c’erano delle pinzette, a sinistra un martello; alle estremità della croce c’era un’altra grande catena, che cadeva come le rose intorno al suo fazzoletto. Il suo viso era bianco e lungo. Non potei guardarla per molto tempo, perché ci abbagliò ». Il resoconto che abbiamo dato sopra è più esatto di quello che è apparso finora, esso dà, parola per parola, ciò che i bambini hanno detto il primo giorno dopo l’evento, e ciò che hanno poi ripetuto tanto spesso. Lo dicono ora come una lezione a loro familiare; ma i padroni di lavoro dei due bambini, i loro genitori, il sindaco di La Salette, gli abitanti di Corps e di La Salette, così come un gran numero di ecclesiastici e di persone illustri, estranei al paese, che hanno visitato il luogo subito dopo l’evento, dopo che i bambini hanno dato fin dall’inizio esattamente la stessa versione dei fatti, se non con la stessa volubilità e facilità, almeno senza la minima variazione nella sostanza, o anche nelle espressioni, sia che siano stati interrogati separatamente o insieme. Nell’opuscolo di M. Rousselot la narrazione di Maximin è data anche così come è stata tratta da lui stesso al suo esame davanti alla Commissione episcopale. Ci sono alcune differenze verbali tra essa e quella di Mélanie; ma tutto il racconto è talmente simile nella sostanza, e anche nella fraseologia, che non è sembrato necessario aggiungerlo all’altro. Rispetto ai segreti che sono stati loro conferiti, essi hanno mantenuto dal primo giorno ad oggi un silenzio impenetrabile, tranne che nel caso del Papa, al quale hanno spontaneamente svelato il loro mistero. Quando “la Signora” ha dato il segreto all’uno, l’altro non ha sentito e ha visto solo le sue labbra muoversi. Il segreto fu dato prima a Maximin, poi a Mélanie; ma l’una non sapeva che l’altro avesse ricevuto un segreto. Solo dopo la fine della visione, Maximin aveva detto a Mélanie: « Si è fermata a lungo senza parlare; ho visto solo le sue labbra muoversi; cosa diceva? Mélanie risponde: « Mi ha detto una cosa, ma non posso dirtela, perché mi ha detto di non farlo ». Maximin rispose subito: « Oh, sono così contenta, Mélanie; anche a me ha detto qualcosa, ma non devo dirla neanche a te ». Fu così che compresero che ognuno di loro era in possesso di un segreto. Questo è forse il luogo per affermare ciò che si sa sulla trasmissione dei loro segreti al Papa. ~ Nell’ultimo anno 1851 i bambini, alla presenza di alcune persone nominate dal Vescovo di Grenoble, scrissero ciascuno su un foglio di carta, che fu piegato e sigillato dallo scrivente, i segreti loro affidati. Il Vescovo diede poi ordine a M. Rousselot e ad un altro sacerdote di portare questi pacchetti sigillati a Roma, e di consegnarli nelle mani del Santo Padre. Questo fu fatto. Sua Santità ruppe per primo il sigillo dell’uno e lo lesse senza fare commenti. Dopo averlo letto, disse: « Non è solo la Francia che ha peccato, ma anche la Germania, l’Italia, tutta l’Europa”. Quando M. Rousselot andò a congedarsi dal Cardinale Lambruschini, il Cardinale disse: « Conosco il segreto; il Santo Padre me lo ha confessato ». Per continuare la narrazione: i bambini rimasero sulla collina fino al momento di condurre le loro mucche a casa, cosa che fecero come al solito; e, dopo averle sistemate nelle loro stalle, cominciarono, secondo le istruzioni che avevano ricevuto dalla “Signora”, per annunciare nel villaggio gli eventi del giorno. « Sabato – dice Baptiste Pra, nella sua dichiarazione – sono venuti entrambi insieme per dirmi cosa avevano visto e sentito sulla collina. Durante questo e i primi giorni non ho dato credito alla storia, e spesso ho esortato Mélanie ad accettare il denaro che le era stato offerto a condizione che mantenesse il silenzio sull’argomento. Lei insisteva nel rifiutarsi di farlo, ed era altrettanto insensibile alle minacce e alle promesse di ricompensa. – Il sindaco di La Salette, tra gli altri, impiegò invano ogni sorta di mezzo per far contraddire la bambina. Non ci riuscì. Le offrì allora del denaro; lei lo rifiutò, e in risposta alle sue minacce disse che avrebbe sempre ripetuto ovunque ciò che la Vergine le aveva detto. Il sindaco l’ha interrogata per un’ora intera durante la domenica 20 settembre. La domenica i bambini sono stati portati al curato, al quale hanno raccontato la loro storia. Era un brav’uomo anziano, di grande semplicità, che sembra aver loro creduto subito, e aver pianto con tenerezza alla loro recita. Si spinse fino a menzionarlo dal pulpito lo stesso giorno, anche se dalla commozione dei suoi sentimenti fu con grande difficoltà che riuscì a parlare dell’argomento. Dieci giorni dopo fu trasferito dal Vescovo ad un’altra parrocchia, e al suo posto fu nominato un sacerdote più giovane. Durante la Domenica tutta la parrocchia era in movimento sul posto. Naturalmente non avevano modo di giudicare se la storia dei bambini fosse vera o falsa; ma una cosa colpì subito tutti coloro che conoscevano la località, cioè che la fontana, che il giorno prima e per qualche tempo era stata asciutta, ora mandava un getto pieno di acqua purissima, non avendo nulla del sapore salmastro del ruscello che ivi scorreva. Questa sorgente continua da allora a zampillare; ed è grazie all’uso dell’acqua che ne scorre, che tanti miracoli meravigliosi sono stati fatti per il miracolo dell’Apparizione. Fu nel corso di questo stesso giorno che il sindaco di La Salette, il cui compito era quello di reprimere un tale scandalo se la storia fosse stata un inganno, sottopose Mélanie ad un’ora di interrogatorio. Le offrì una grossa somma di denaro, la minacciò con il giudizio di Dio, e in definitiva con la prigione, a meno che non dicesse chi fosse stato a spingerla a questo, e non tenesse la lingua a freno. Qualche giorno dopo l’invio a Corps di Maximin, li fece passare entrambi attraverso lo stesso controinterrogatorio, utilizzando gli stessi mezzi, duri o persuasivi, per indurli a scoprire la frode. Egli stesso ha redatto una dichiarazione in tal senso, e dice che i bambini gli rispondevano sempre: « Non possiamo fare a meno di raccontare ciò che abbiamo visto e ciò che abbiamo sentito; ci è stato ordinato di raccontarlo ». Si aggiunga che il resoconto che hanno dato allora era lo stesso in ogni particolare di quello che danno attualmente ». Maximin era stato portato a casa da suo padre a Corps dal suo datore, Peter Selme, durante questa domenica mattina, poiché la settimana per la quale era stato ingaggiato era scaduta. Mélanie è rimasta al servizio del suo datore di lavoro fino a quasi Natale. Nel frattempo la fama di questo evento si stava estendendo in tutte le direzioni e veniva rafforzata dalla notizia che vari miracoli erano stati fatti sul posto, e anche a distanza, grazie all’uso dell’acqua della sorgente; si stava portando sulla scena dell’Apparizione un numero di visitatori, che ogni giorno aumentava. Infine, l’autorità civile, per conto del figlio del magistrato del distretto, ritenne necessario prendere conoscenza della vicenda; e il 22 maggio 1847, otto mesi dopo l’evento, i bambini furono convocati separatamente, e poi insieme, perché essendo ora davanti a un tribunale di giustizia, dicessero l’esatta verità. Furono poi interrogati a parte, uno dopo l’altro, e poi insieme, e minacciati seriamente di punizione in caso di contraddizioni nelle loro dichiarazioni. Il loro resoconto non variava in alcun modo da quello che avevano redatto la prima sera, e che hanno poi dato ad ogni interrogante. Un rapporto di questo esame è stato redatto sul posto, trasmesso all’avvocato del re a Grenoble, e presentato formalmente all’ufficio della corte d’appello di quella città. Il magistrato di Corps, nella sua lettera all’avvocato del re, dice: « Questo resoconto non differisce in alcun modo da quello che hanno dato ai loro padroni la sera del 19 settembre, dopo il loro ritorno dalla collina. Se c’è una differenza, è nelle parole; ma la sostanza è la stessa ».

[1 – Continua]

http://www.exsurgatdeus.org/2020/03/24/lapparizione-a-la-salette-1846-ii/