FESTA DELLA B. V. MARIA DEL CARMELO (2021)

MADONNA DEL CARMELO (2021)

Quando il santo giorno di Pentecoste gli Apostoli, divinamente ispirati, parlavano diverse lingue, e facevano molti miracoli invocando l’augustissimo nome di Gesù, numerosi uomini (a quanto si racconta), che si erano messi a seguire le orme dei santi profeti Elia ed Eliseo, e che Giovanni Battista colla sua predicazione aveva preparati alla venuta di Cristo, avendo riconosciuta e constatata la verità delle cose, abbracciarono subito la fede del Vangelo, e cominciarono a venerare e ad amare con tale singolare affetto la beatissima Vergine (dei cui colloqui e familiarità poterono felicemente godere) che primi fra tutti costruirono un santuario alla stessa purissima Vergine su quel medesimo punto del monte Carmelo, dove Elia aveva già visto innalzarsi una nuvoletta, espressiva figura della Vergine.

Radunandosi dunque più volte al giorno nel nuovo oratorio, vi onoravano con pie pratiche, con preghiere e lodi la beatissima Vergine come singolare protettrice del loro ordine. Così cominciarono ad essere chiamati dappertutto fratelli della beata Maria del Monte Carmelo; e i sommi Pontefici non solo confermarono questo titolo, ma concessero indulgenze speciali a quelli che designassero sotto questo titolo o l’ordine in generale o i fratelli in particolare. Ma col nome e la protezione la generosissima Vergine concesse loro anche l’insegna del santo scapolare, ch’ella diede al beato Simone, Inglese, affinché con questa veste il santo ordine si distinguesse da ogni altro, e fosse preservato dai mali avvenire. Ma quest’ordine essendo sconosciuto in Europa, e perciò molti avendo fatto istanza ad Onorio III perché lo sopprimesse, la Vergine Maria apparve di notte ad Onorio ingiungendogli di concedere la sua benevolenza all’istituto e ai suoi membri.

Né in questo mondo soltanto, la beatissima Vergine ha voluto colmare di prerogative un ordine che le è sì caro, dacché è pia credenza che anche nell’altro mondo (il suo potere e la sua misericordia valgono dappertutto moltissimo) ella soccorra con affetto veramente materno e introduca quanto prima, col suo intervento, nella patria celeste quei suoi figli che stanno espiando nel fuoco del purgatorio, e che ascritti alla confraternita dello scapolare, praticarono le leggere astinenze e le piccole preghiere, e osservarono la castità a seconda del proprio stato. Così arricchito di tanti e sì grandi favori, quest’ ordine istituì una solenne Commemorazione della beatissima Vergine da celebrarsi perpetuamente ogni anno a gloria della Vergine medesima.


Omelia di s. Beda, il Venerabile, presbitero.
Lib 4 Cap 49 su Luca 11

Luca XI: 27-28

… In quel tempo, mentre Gesù parlava alle turbe, una donna, alzando la voce in mezzo alla folla, gli disse: “Beata colei che ti fu madre“. (continua nella Messa del giorno).
Questa donna si mostra in possesso di devozione di fede profonda, poiché, mentre gli scribi ed i farisei tentano il Signore e lo bestemmiano, ella riconosce davanti a tutti la sua incarnazione con tanta sincerità, e la confessa con fede così grande, da confondere e la calunnia dei grandi presenti e la perfidia dei futuri eretici. Infatti, come allora i Giudei, bestemmiando contro le opere dello Spirito Santo, negavano che Cristo fosse vero Figlio di Dio consustanziale al Padre; così in seguito gli eretici, negando che Maria sempre Vergine avesse somministrato, per opera e merito dello Spirito Santo, la materia della propria carne al Figlio unigenito di Dio che doveva nascere con un corpo umano, sostennero che non si doveva riconoscere come vero Figlio dell’uomo e della medesima sostanza della madre. Ma se si ritiene che il corpo preso dal Verbo di Dio incarnandosi è estraneo alla carne della vergine Madre, senza motivo vengono detti beati il seno che lo portò e il petto che lo allattò. Ora l’Apostolo dice: Poiché Dio mandò il suo Figlio, fatto da una donna, sottomesso alla legge. E non bisogna dar retta a coloro che pensano si debba leggere: Nato da una donna, sottomesso alla legge, ma bisogna invece leggere: “Fatto da una donna”; perché, concepito nel seno di una vergine, ha tratto la carne non dal nulla, non da altra cosa, ma dalla carne materna. Altrimenti non si potrebbe dire con verità Figlio dell’uomo colui che non ha avuto origine dall’uomo. Anche noi dunque alziamo la nostra voce contro Eutiche insieme con la Chiesa cattolica, di cui questa donna fu figura; solleviamo anche la mente dal mezzo della folla e diciamo al Salvatore: “Beato il seno che ti ha portato e il petto che hai succhiato”. Poiché è veramente madre beata ella che, come disse un autore, ha dato alla luce il Re, che regge il cielo e la terra per i secoli. Non solo, ma beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica. Il Salvatore approva eminentemente l’attestazione di questa donna, affermando che è beata non sol- tanto colei che aveva meritato di essere madre corporale del Verbo di Dio, ma che sono beati anche tutti coloro che si sforzeranno di concepire spiritualmente lo stesso Verbo istruendosi nella fede e che, praticando le buone opere, lo faranno nascere e quasi lo alimenteranno sia nel proprio cuore, sia in quello del prossimo Infatti la stessa Madre di Dio è sì beata per aver contribuito nel tempo all’incarnazione del Verbo, ma è molto più beata perché meritò, amandolo sempre, di custodirlo in sé eternamente.

ORATIO

406

O Vergine benedetta, o piena di grazie, o Regina dei Santi, quanto m’è dolce di venerarti sotto questo titolo di Madonna del Monte Carmelo! Esso mi richiama ai tempi profetici di Elia, quando Tu fosti, sul Carmelo, raffigurata in quella nuvoletta, che poi, dilargandosi, si aprì in una pioggia benefica, simbolo delle grazie santificatrici, che ci provengono da te. Sin dai tempi apostolici Tu fosti onorata con questo misterioso titolo: ed ora mi rallegra il pensiero che noi ci uniamo a quei primi tuoi devoti e con essi ti salutiamo, dicendoti: O decoro del Carmelo, o gloria del Libano, Tu giglio purissimo, Tu rosa mistica del fiorente giardino della Chiesa. Intanto, o Vergine delle vergini, ricordati di me miserabile, e mostra di essermi madre. Diffondi in me sempre più viva la luce di quella fede che ti fece beata; infiammami di quel. l’amore celestiale, onde Tu amasti il Figliuol tuo Gesù Cristo. Son pieno di miserie spirituali e temporali. Molti dolori dell’anima e del corpo mi stringono da ogni parte ed io mi rifugio, come figliuolo, all’ombra della tua protezione materna. Tu, Madre di Dio, che tanto puoi e tanto vali, impetrami da Gesù benedetto i doni celesti dell’umiltà, della castità, della mansuetudine, che furono le più belle gemme dell’anima tua immacolata. Tu concedimi di esser forte nelle tentazioni e nelle amarezze, che spesso mi travagliano. Allorchè poi si compirà, secondo il volere di Dio, la giornata del mio terreno pellegrinaggio, fa’ che all’anima mia sia donata, per i meriti di Cristo e per la tua intercessione, la gloria del paradiso. Amen.

Indulgentia quingentorum dierum (Breve Ap., 12 apr. 1927: S. Pæn. Ap., 29 apr. 1935).

VI

ACTUS REPARATIONIS CONTRA BLASPHEMIAS IN B. M. VIRGINEM

328

Gloriosissima Vergine, Madre di Dio e Madre nostra Maria, volgete pietoso lo sguardo verso di noi poveri peccatori, che afflitti da tanti mali, che ci circondano in questa vita, sentiamo lacerarci il cuore nell’udire le atroci ingiurie e bestemmie, lanciate contro di voi, o Vergine immacolata. Oh quanto queste empie voci offendono la maestà infinita di Dio e dell’unigenito suo Figlio, Gesù Cristo! Come ne provocano lo sdegno e quanto ci fanno temere gli effetti terribili della sua vendetta! Che se valesse, ad impedire tanti oltraggi e bestemmie, il sacrifizio della nostra vita, ben volentieri lo faremmo, perché, Madre nostra santissima, desideriamo amarvi ed onorarvi con tutto il cuore, tale essendo la volontà di Dio. E appunto perché vi amiamo, faremo quanto è in nostro potere, affinché siate da tutti onorata ed amata. Voi intanto, Madre nostra pietosa, Sovrana consolatrice degli afflitti, accettate questo atto di riparazione, che vi offriamo in nome nostro e di tutte le nostre famiglie, anche per quelli, che non sapendo ciò che si dicono, empiamente vi bestemmiano; affinchè impetrandone da Dio la conversione, rendiate più manifesta e gloriosa la Vostra pietà, la vostra potenza, la vostra grande misericordia; ed anch’essi a noi si uniscano a proclamarvi la benedetta fra tutte le donne, la Vergine immacolata, la pietosissima Madre di Dio.

Tre Ave Maria,

Indulgentia quinque annorum (S. C. Indulg., 21 mart. 1885; S. Pæn, Ap., 6 apr. 1935 et 10 iun. 1949).

329

In reparationém iniyriarum in B. M. V. illatarum

Vergine benedetta, Madre di Dio, volgete benigna lo sguardo dal cielo, ove sedete Regina, su questo misero peccatore, vostro servo. Esso, benchè consapevole della sua indegnità, a risarcimento delle offese che a voi si fanno da lingue empie e blasfeme, dall’intimo del suo cuore vi benedice ed esalta come la più pura, la più bella e la più santa di tutte le creature, Benedice il vostro santo Nome, benedice le vostre sublimi prerogative di vera Madre di Dio, sempre Vergine, concepita senza macchia di peccato, di corredentrice del genere umano. Benedice l’eterno Padre, che vi scelse in modo particolare per Figlia; benedice il Verbo incarnato, che vestendosi dell’umana natura nel vostro purissimo seno vi fece sua Madre; benedice il divino Spirito, che vi volle sua Sposa. Benedice, esalta e ringrazia la Trinità augusta, che vi prescelse e predilesse tanto da innalzarvi su tutte le creature alla più sublime altezza. O Vergine santa e misericordiosa, impetrate il ravvedimento ai vostri offensori e gradite questo piccolo ossequio dal vostro servo, ottenendo anche a lui, dal vostro divin Figlio, il perdono dei propri peccati. Amen.

Indulgentia quingentorum dierum (S. C. S. Officii, 22 ian. 1914: S Pæn. Ap., 4 dec. 1934).

VII

CORONA DUODECIM STELLARUM

330

Lodiamo e ringraziamo la santissima Trinità, che ci esibì Maria Vergine di sole vestita, con la luna sotto ai suoi piedi e con in capo una misteriosa corona di dodici stelle.

R. In sæcula sæculorum. Amen.

Lodiamo e ringraziamo il divin Padre, che per sua Figlia la elesse.

R. Amen. Pater noster.

Sia lodato il divin Padre, che la predestinò Madre del suo divin Figliuolo.

R. Amen. Ave Maria.

Sia lodato il divin Padre, che la preservò da ogni colpa nella sua Concezione,

R. Amen. Ave Maria.

Sia lodato il divin Padre, che l’adornò dei maggiori pregi nella sua Natività.

R. Amen. Ave Maria.

Sia lodato il divin Padre, che le diè in compagno e sposo purissimo san Giuseppe.

E. Amen. Ave Maria. Gloria Patri,

Lodiamo e ringraziamo il divin Figliuolo, che per sua Madre la scelse,

R. Amen. Pater noster. –

Sia lodato il divin Figlio, che si incarnò nel suo seno e vi stette nove mesi,

R. Amen. Ave Maria.

Sia lodato il divin Figlio, che da lei nacque e fu nutrito del suo latte.

R. Amen. Ave Maria.

Sia lodato il divin Figlio, che nella sua puerizia volle essere da lei educato.

R. Amen. Ave Maria.

Sia lodato il divin Figlio, che le rivelò i misteri della redenzione del mondo,

E. Amen. Ave Maria. Gloria Patri.

Lodiamo e ringraziamo lo Spirito Santo, che in sua Sposa la ricevette,

R.. Amen. Pater noster.

Sia lodato lo Spirito Santo, che a lei rivelò il suo nome di Spirito Santo.

R. Amen. Ave Maria.

Sia lodato lo Spirito Santo, per opera del quale fu insieme Vergine e Madre.

R. Amen. Ave Maria.

Sia lodato lo Spirito Santo, per virtù del quale fu tempio vivo della santissima Trinità.

R. Amen. Ave Maria.

Sia lodato lo Spirito Santo, dal quale fu in cielo esaltata sopra tutte le creature.

R. Amen. Ave Maria. Gloria Patri.

(S. Giuseppe Calasanzio).

Indulgentia trium annorum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo quotidie per integrum mensem corona repetità fuerit.

(S. C. Indulg., 8 jan. 1838 et 17 aug. 1898; Pius IX, Audientia 17 mart. 1856; S, Pænit. Ap., 28 mart, 1834 et 12 iun. 1949)

2 LUGLIO: FESTA DELLA VISITAZIONE DELLA VERGINE A SANTA ELISABETTA (2021)

2 Luglio: FESTA DELLA VISITAZIONE DELLA VERGINE A SANTA ELISABETTA (2021)

Doppio di 2° classe – Paramenti bianchi

L’Angelo Gabriele aveva annunziato a Maria, che ben presto Dio avrebbe dato un figlio a Elisabetta. Subito la Vergine si portò presso la sua cugina: ecco il mistero della Visitazione che si celebra il giorno dopo l’Ottava della Natività di s. Giovanni Battista. Quest’oggi, come durante l’Avvento, la Chiesa accosta il ricordo del Precursore a quello di Gesù e Maria. Infatti, abbiamo notato allora, che il Venerdì della Tempora d’inverno ci ricordava questo stesso mistero della Visitazione. Questa solennità, istituita per tutto il mondo nel 1389 da Urbano VI, venne elevata al rito doppio di 2° classe da Pio IX.

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Sedulius.
Salve, sancta Parens, eníxa puérpera Regem: qui cælum terrámque regit in sǽcula sæculórum.

[Salve, o Madre santa, tu hai partorito il Re gloriosamente; egli governa il cielo e la terra per i secoli in eterno.]Ps XLIV: 2
Eructávit cor meum verbum bonum: dico ego ópera mea Regi.

[Vibra nel mio cuore un ispirato pensiero, mentre al Sovrano canto il mio poema].Salve, sancta Parens, eníxa puérpera Regem: qui cælum terrámque regit in sǽcula sæculórum.

[Salve, o Madre santa, tu hai partorito il Re gloriosamente; egli governa il cielo e la terra per i secoli in eterno.]

Oratio

Orémus.

Fámulis tuis, quǽsumus, Dómine, cœléstis grátiæ munus impertíre: ut, quibus beátæ Vírginis partus éxstitit salútis exórdium; Visitatiónis ejus votíva sollémnitas, pacis tríbuat increméntum.

[Concedi, Signore, ai tuoi servi il dono della grazia celeste: e poiché il parto della beata Vergine fu per noi l’inizio della salvezza, la devota festa della sua visitazione accresca la nostra pace.]

Lectio

Léctio libri Sapiéntiæ.
Cant II: 8-14
Ecce, iste venit sáliens in móntibus, transíliens colles; símilis est diléctus meus cápreæ hinnulóque cervórum. En, ipse stat post paríetem nostrum, respíciens per fenéstras, prospíciens per cancéllos. En, diléctus meus lóquitur mihi: Surge, própera, amíca mea, colúmba mea, formósa mea, et veni. Jam enim hiems tránsiit, imber ábiit et recéssit. Flores apparuérunt in terra nostra, tempus putatiónis advénit: vox túrturis audíta est in terra nostra: ficus prótulit grossos suos: víneæ floréntes dedérunt odórem suum. Surge, amíca mea, speciósa mea, et veni: colúmba mea in foramínibus petra, in cavérna macériæ, osténde mihi fáciem tuam, sonet vox tua in áuribus meis: vox enim tua dulcis et fácies tua decóra.

[Eccolo venire, saltellando pei monti, balzando pei colli, simile il mio diletto ad un capriolo, ad un cerbiatto. Eccolo, sta dietro alla nostra parete, fa capolino dalla finestra, adocchia dalle grate. Ecco il mio diletto mi parla: «Alzati, affrettati, diletta mia, colomba mia, bella mia, e vieni. Poiché, vedi, l’inverno è già passato, la pioggia è cessata, è andata; i fiori si mostrano per la campagna, il tempo della potatura è venuto; si ode per la nostra contrada il tubar della tortorella; il fico ha messo fuori i suoi frutti primaticci; le vigne in fiore mandano il loro profumo. Sorgi, diletta mia, bella mia, e vieni. Colomba mia, che stai nelle fessure delle rocce, nei nascondigli della balza, mostrami il tuo viso, fammi sentir la tua voce, poiché la tua voce è soave, il tuo viso è leggiadro!]

Graduale

Benedícta et venerábilis es, Virgo María: quæ sine tactu pudóris invénta es Mater Salvatóris.

[Tu sei benedetta e venerabile, o Vergine Maria, che senza offesa del pudore sei diventata la Madre del Salvatore.]
Alleluia. alleluia.


V. Virgo, Dei Génitrix, quem totus non capit orbis, in tua se clausit víscera factus homo. Allelúja, allelúja.

[V. O Vergine Madre di Dio, nel tuo seno, fattosi uomo, si rinchiuse Colui che l’universo non può contenere.]


V. Felix es, sacra Virgo María, et omni laude digníssima: quia ex te ortus est sol justítiæ, Christus, Deus noster. Allelúja.

[V. Te beata, o santa vergine Maria, e degnissima di ogni lode, perché da te nacque il sole di giustizia, il Cristo Dio nostro. Alleluia.]

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Lucam.
Luc 1:39-47
In illo témpore: Exsúrgens María ábiit in montána cum festinatióne in civitátem Juda: et intrávit in domum Zacharíæ et salutávit Elísabeth. Et factum est, ut audivit salutatiónem Maríæ Elísabeth, exsultávit infans in útero ejus: et repléta est Spíritu Sancto Elísabeth, et exclamávit voce magna et dixit: Benedícta tu inter mulíeres, et benedíctus fructus ventris tui. Et unde hoc mihi, ut véniat Mater Dómini mei ad me? Ecce enim, ut facta est vox salutatiónis tuæ in áuribus meis, exsultávit in gáudio infans in útero meo. Et beáta, quæ credidísti, quóniam perficiéntur ea, quæ dicta sunt tibi a Dómino. Et ait María: Magníficat ánima mea Dóminum: et exsultávit spíritus meus in Deo, salutári meo.

[Or in quei giorni Maria si mise in viaggio per recarsi frettolosamente alla montagna, in una città di Giudea, ed entrò in casa di Zaccaria e salutò Elisabetta. Ed avvenne che, appena Elisabetta udì il saluto di Maria, il bambino le balzò nel seno; ed Elisabetta fu ripiena di Spirito Santo; ed esclamò ad alta voce: «Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo seno. E donde a me la grazia che venga a visitarmi la madre del mio Signore? Ecco, infatti, appena il suono del tuo saluto mi è giunto all’orecchio, il bambino mi è balzato pel giubilo nel seno. E te beata che hai creduto, perché s’adempiranno le cose a te predette dal Signore». E Maria disse: «L’anima mia glorifica il Signore; ed il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore».

OMELIA

[B. BOSSUET: LA MADONNA – DISCORSI: V. Gatti ed. Brescia, MCMXXXIV]

Intravit in domum Zachariæ et salutavit Elisabeth.

È proprio nella solennità d’oggi che i Cristiani devono conoscere il Salvatore, Dio nascosto, la cui potenza opera in un modo secreto ed inscrutabile dentro le anime nostre. Quattro persone io vedo nel mistero che oggi celebriamo: Gesù e la santa sua Madre Maria, e sua madre Elisabetta: sono essi il soggetto del Vangelo di questo giorno. Ma, notate, tutte queste persone, eccetto il Figlio di Dio Gesù, compiono qualche azione particolare visibile…, Elisabetta, illuminata da una luce che le piove dall’alto conosce la dignità di Madre di Dio nella sua parente Maria, e s’umilia davanti a Lei: « Unde hoc mihi? » Giovanni sente la presenza del suo Maestro e Salvatore ed in un sussulto misterioso palesa la sua adorazione « exultavit infans ». La dolce Maria rapita dal fascino dei misteri che in Lei compì Colui che è potente, in un’estasi canta le glorie ed il nome di Dio… ne esalta la bontà e la magnificenza! « Magnificat anima mea Dominum! » Gesù solo tace, immobile, nel seno materno: neppur un piccolo movimento tradisce la sua reale presenza: Colui che è il centro del mistero appare inerte… Non ci deve recar meraviglia, o Cristiani, questo modo d’agire: vuol farci comprendere che Egli è il Motore invisibile per cui ogni cosa si muove, tutto guida senza che si scorga il gesto della sua mano. » Proprio per questo io oggi troverò molto facile il mostrarvi e persuadervi che è proprie la sua mano onnipotente, che nel mistero d’oggi si nasconde, ma è svelata dalle azioni e dalle parole degli altri personaggi della scena evangelica che però non avrebbero fatto il minimo gesto s’Egli non l’avesse mossi e guidati. Lo vedrete chiaramente, lo spero, nel discorso: ma dovendo in esso mostrarvi l’azione dello Spirito Santo in quelle tre persone, io, per il primo, abbisogno del suo aiuto per parlare… e bramo, voglio attrarre a me lo Spirito divino, per l’intercessione, la preghiera di Colei che ne fu piena e dalla quale si diffonde in Elisabetta, in Giovanni! la Vergine bella Maria, la Vergine Madre che io e voi saluteremo invocandola: Ave Maria!

***

Il mistero, forse più grande del Cristianesimo, è l’alleanza che il Figlio di Dio stringe con l’uomo e l’imperscrutabile suo procedere quando scende a visitar noi sue creature, E badate, buone sorelle, che non intendo affatto parlare dei modi di speciale comunicazione con anime privilegiate; lascio ai vostri direttori ed ai libri vostri particolari istruirvi su queste mistiche relazioni dell’anima con Dio: io qui voglio parlare delle visite, lasciatemele dir così, quotidiane con cui il Figlio di Dio s’avvicina ai suoi fedeli, o con le interne ispirazioni della grazia, o esteriormente, con la sua parola, con i sacramenti, in modo speciale con l’adorabile sacramento dell’Eucarestia. Bisogna che i Cristiani sappiano con quali sentimenti devon accogliere Gesù che viene ad essi… e mi pare che il Vangelo d’oggi lo insegni meravigliosamente. – Richiamiamo alla nostra mente una verità che servirà a farci comprendere meglio questo Vangelo: « Dio venendo all’uomo imprime al suo cuore un triplice movimento ». Subito che si avvicina, inspira una grande ed augusta idea della sua maestà; visione che coopera più all’anima la sua naturale bassezza, cosicché piena di timore e confusa pone in un atteggiamento di umiltà grande davanti a Lui, e si sente indegna dei suoi favori e delle sue grazie: ecco il primo sentimento. Non basta però, Cristiani, perché l’anima così tremante e confusa non oserebbe più avvicinarsi al suo Dio… anzi sentirebbe il bisogno di allontanarsene conoscendo la sua indegnità. – Ecco allora un secondo movimento al cuore fedele: e tale che lo costringe ad avvicinarsi con ardente confidenza, a correre al suo Dio con vivi desideri. – Nel terzo, il più perfetto, rendendosi l’anima disposta alla volontà dello Spirito, questi la riempie di ina pace e tranquillità grande, quella pace « Pax Christi in cordibus vestris », che ricolma delle gioie dei casti amplessi della divinità. – Le anime consacrate a Dio ben conoscono questo triplice modo di  avanzarsi di Dio nei cuori, manifestato dai tre sentimenti che abbiamo descritto: le prepara l’umiltà, perché si stimano indegne di Gesù Cristo; il desiderio ardente di Lui, le fa camminare avanti: nel tranquillo possesso dello Sposo celeste, vengono via via perfezionandosi. – L’evangelo d’oggi ci mostra chiaramente questi tre sentimenti disposti e distribuiti in un ordine mirabile non vediamo difatti Elisabetta che, dinanzi a Gesù che nel seno materno l’onora di una sua visita, subito riconosce e proclama la sua indegnità dicendo alla cugina: « Unde hoc mihi ut veniat mater Domini mei ad me? — Come mai tanto onore che la Madre del mio Signore venga a visitarmi? » Subito ardenti desideri scuotono il precursore e lo fanno sussultare nel seno materno, quasi tenti di spezzare i vincoli che gli impediscono di buttarsi ai piedi di Colui che un giorno proclamerà: Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. Insofferente che una legge di natura lo tenga ancora prigioniero: « Exultavit infans in utero meo ». Esultò il fanciullo nel seno materno. Ascoltate: ecco la voce incantevole e soave della Vergine Maria che, piena del Cristo tutto suo, canta un inno di grazia e di lode: che immortalerà nei secoli l’ìonda viva dei sentimenti che traboccavano dalla sua anima: Maria canta il sublime: « Magnificat anima mea Dominum – L’anima mia canta il suo Dio ed il suo Salvatore » – Mi parer di non ingannarmi se penso che così lo avrò piegato il Vangelo della Festa e avrò mostrato davvero che il Cristo nascosto agisce e fa che un’anima s’umilii nel sentimento della sua indegnità: Elisabetta; un’altra lo cerchi in un trasporto di amore: Giovanni; un’altra ancora ne gusti la pace possedendolo: Maria la sua Madre Vergine.

È così diviso il mio discorso.

1° Punto

È bisogno, più che dovere, che la creatura si abbassi nell’umiltà quando il suo Creatore viene per visitarla: è il primo gesto d’onore a Lui che si avvicina: riconoscere la nostra miseria e proclamare la sua maestà! – Per questo dissi e ripeto, che la grazia entrando in in un’anima le ispira come primo sentimento un timore religioso che quasi la induce a ritirarsi conscia del suo nulla.  – Leggete in S. Luca: Pietro appena gli si svela un raggio della divinità del suo Maestro in un gesto della sua onnipotenza, subito gli si butta tremante ai piedi e lo scongiura: « Vai lontano da me, Signore, ché io sono uomo peccatore ». – E il pio centurione, al quale Gesù dice: « Verrò alla tua casa e guarirò il tuo servo », non grida, quasi supplicando: « Signore io non sono degno che tu entri nella mia casa? » E senza cercar altrove, ecco quello che ci dice il Vangelo che abbiamo letto… appena vista Maria, appena udita la sua voce la pia cugina Elisabetta non conosce subito la sublime dignità di questa Madre: e contemplando il Dio ch’Ella nasconde in seno, quasi esterrefatta non grida: « Come viene a me la Madre del mio Signore? » – Questa umiltà, questo umile rispetto di cui Elisabetta ci dà esempio dovrebbe, o fratelli e sorelle mie, esser radicato profondo nel nostro cuore: per ottenerlo, cerchiamo conoscere il pensiero di Elisabetta e studiare efficacemente i motivi che la inducono a tale umiltà. Mi pare che i due principali si trovino nelle sue stesse parole: vedremo di capirle bene. « Come mai, perché tanto onore, che venga da me la Madre del mio Signore? » Riflettendo su queste parole la prima cosa che noto è che in questa visita, di cui si tiene onorata, vi è qualcosa che Elisabetta capisce… ed altro che affatto non comprende. – « La Madre del suo Signore, va da Lei » ecco quello che conosce ed ammira: ma « perché viene a me? » ecco quello che non capisce non sa e le fa domandare: « Unde hoc mihi? » Ella ben vede la dignità di Maria… misura tutta la distanza tra questa Madre e lei che pur è madre per prodigio e profondamente si umilia. È la « benedetta fra le donne, la piena di grazia… è la Madre del suo Dio, e lo porta in seno ». Potrò io mai, par che dica, far atto di degno omaggio? Nella contemplazione di queste misteriose grandezze, un’altra osservazione le impone di accrescere il suo rispetto. È la Madre del suo Dio, che prima viene a lei per trovarla amichevolmente! Sente tutto l’onore di questa visita, ma il perché non lo conosce, non lo sa trovate… per quanto scruti tutto il suo essere per vedere come abbia meritato tanto onore. Perchè tanto onore… tanta incomprensibile bontà? che mai ho potuto fare per meritarlo? Quali servizi, favori me la procurarono? La povera Elisabetta è confusa: sente che nulla in lei poté meritarle tanto onore tanta bontà, e conoscendosi beatamente prevenuta da una misericordia completamente immeritata, trova il bisogno di crescere, vorrebbe fino all’infinito, il suo profondo rispetto… non sa far altro che presentarsi a Cristo Gesù che la viene a trovare, col cuore in mano, un cuore umiliato che fa salire al labbro viva, la confessione della sua impotenza. Ecco le due forze che inducono Elisabetta all’umiltà quando Gesù la visita: ella nulla ha che possa eguagliare la sua grandezza: poi non ha nulla, proprio nulla, che possa meritare la sua bontà. Motivi che devono efficacemente insegnarci a servire il nostro Dio con timore e tremore pur gioendo davanti a Lui. Dove trovare una miseria che eguagli la nostra? nulla siamo nulla possiamo per natura… e nulla, proprio nulla abbiamo acquistato, conquistato noi! Ma allora come avremo ardire di avvicinarci a Dio? Non meno allontanati per le nostre colpe dalla sua infinita bontà, di quanto lo siamo per la misera nostra condizione dalla sua dignità, che altro possiamo fare, quand’Egli degnasi posar su di noi il suo sguardo, che imitare Elisabetta ed esaltare la sua maestà proclamando il nostro nulla? Cantare le sue misericordie ed i suoi benefici, confessando che le nostre colpe ce ne fanno indegni? Ma perché non siano parole vuote le nostre, ma espressione dell’intimo sentimento del cuore, cerchiamo conoscere cosa esigerebbe la maestà divina. È vero: nessuna bocca per quanto eloquente potrebbe dirlo, anzi nessuna mente potrebbe nemmeno averne l’idea: tentiamo fare paragoni: Ciò che tra gli uomini impone il rispetto, è la dignità che innalzando un individuo su i suoi pari lo colloca in un ordine più elevato, singolare, unico. – Ecco ciò che induce gli uomini al rispetto, alla riverenza. – Ed allora, sapreste voi dirmi fratelli quale riverenza, rispetto dovremo noi all’Essere supremo? Egli è il solo, l’unico, è dovunque, e dovunque lo contempliamo: il solo l’unico Sapiente, il solo unico potente, il solo l’unico perfettissimo felice!… Re dei re; Signore dei signori, unico nella sua inaccessibile maestà, con una potenza che non sopporta confronto o limite! Tertulliano, tentando descrivere magnificamente la sua eccellenza, lo dice: Il grande Sovrano, che non tollerando alcun uguale, separò sé in una solitudine creatagli dalla sua unica perfezione, « Summum magnum, ex defectione æmuli solitudinem quondam de singularitate præstantiæ suæ possidens ». (Contro Marcione). – La parola è dura ed oscura: ma Tertulliano è l’uomo avvezzo alle forti espressioni, e pare abbia, vorrei dire, create parole nuove ed uniche per descrivere una grandezza senza esempio. E badate bene, dice: « Solitudine di specialissima grandezza » veramente augusta e che deve imporre il più profondo rispetto la massima riverenza, – Eppure questa solitudine misteriosa di Dio, mi suggerisce una bella idea. Non c’è grandezza che non abbia il suo lato debole: grande potenza poco coraggio: gran coraggio e poca testa… una grande intelligenza in un corpo di malferma salute che ne impedisce l’esplicazione e l’applicazione: chi mai può vantarsi di esser grande in tutto? noi ci inchiniamo altri si inchinano a noi… chi s’alza da un lato dall’altro si abbassa… ecco perché troviamo tra gli uomini una certa eguaglianza: nessuno è mai così grande che il — piccolo — non c’entri, da destra o da sinistra! Voi solo, o Dio, o Supremo Re, o Eterno, voi l’Unico perfetto in ogni cosa, voi dovunque grande dovunque inaccessibile! a Voi solo si può domandare chi mai vi è simile! — Quis ut Deus? — profondo nel consiglio terribile nel giudicare! Forte nel volere, magnifico e mirabile nelle opere! Voi siete grande e grande è la vostra maestà! Sventura alla testa che s’alza proterva contro di voi, sventura alle fronti altere che alte e spavalde s’alzano contro la vostra faccia! Voi sapete colpire e strappar fino dalle radici questi cedri; voi che toccate i monti e fumano e si inceneriscono! Beati, beati coloro che al vostro appressarsi temono e tremano di star ritti innanzi a Voi, e temendo la vostra gelosia gridano colle parole del libro santo: Che è mai l’uomo, perché ve ne ricordiate o Signore: ed i figli degli uomini che sono essi perché loro facciate l’onore di visitarli? Essi si nascondono: ma il vostro sguardo li riempie di luce… tentano indietreggiare pieni di riverenza e voi li andate a cercare… si buttano ai vostri piedi ed allora pieno di bontà lo Spirito Vostro scende su di essi apportatore di pace. Impariamo, fratelli in Dio Padre, come si debba ricevere la divina Maestà: ma perché la nostra umiltà sia più profonda… ricordiamo che la sua bontà ci previene sempre ed in tutto, e le sue grazie sono proprio grazie perché le fa piovere su di noi senza alcun merito nostro! Peccatori tornati a penitenza, figlioli prodighi ritornati alla casa paterna, pecorelle smarrite, cercate, ritrovate, condotte all’ovile, venite e cantate qui davanti all’altare le lodi della misericordia senza confini del nostro Padre Iddio, del nostro Pastore buono:… venite e siatene i testimoni voi, che dalle tenebre foste chiamati all’ammirabile sua luce. – Quanto pensava Egli a voi quando voi non pensavate a Lui e lo dimenticavate!… con quanta e quale ansia penosa non vi corse dietro accelerando il passo mentre voi moltiplicavate la lena nel fuggirgli! Non vi accolse buono, proprio in quel momento in cui più meritavate la sua collera? E coi peccatori, trofei di questo nostro Dio, venite voi anime fedeli, anime a Lui consacrate che non contente di camminare dietro a Lui nella via stretta, volete seguirne l’invito a perfezione… chi vi ispirò nausea e disprezzo del mondo, e vi fece sentire il fascino della solitudine e del suo amore? Egli vi scelse e chiamò: ed ogni giorno gli protestate voi stesse che lo fece per sua pura bontà! è vero ogni giorno accumulate meriti: sarebbe bugiardo chi osasse negarlo! ma queste vostre opere meritorie nascono dalla grazia che Egli vi dà: voi ne usate bene, ed Egli vi dona grazie nuove; è questo buon uso della grazia che vi santifica! Vedete nel nostro Vangelo… non è Elisabetta cha va da Maria; è la Vergine che va a trovare la cugina: è Gesù che previene Giovanni! Nuovo prodigio, sorelle e fratelli cari, Giovanni doveva essere il precursore che avrebbe camminato avanti a Lui preparandogli piane le vie: eppure Gesù previene Giovanni. Vorremmo domandarci chi mai non sarà prevenuto dalla grazia del Cristo, quando ne fu prevenuto lo stesso precursore? E noi, noi che siamo tutti dei  “prevenuti” vorremmo gloriarci di qualche cosa?..: del nostro incominciare? ma non fu la grazia che ci illuminò senza che noi l’avessimo meritata? del progresso nostro nelle vie del bene?… ma se non vi fosse stata la grazia che avremmo potuto fare? gratia e sempre grazia perché dono gratuito! Il fiume si dice fiume ed ha un nome suo, là dove nasce come durante tutto il suo corso benché le sue acque s’accrescano… la grazia è sempre grazia — fons aquæ salientis — benché man mano che porta l’anima al suo termine, la perfezione si accresca, dice S, Agostino: «Ipsa gratia meretur augeri, ut aucta mereatur perfici ». Se dunque per la grazia abbiamo la vita, se viviamo della grazia, se in essa e per essa ci moviamo ed operiamo, a che tardiamo per unire la nostra alla voce di Elisabetta, ed umilmente domandare con Lei; « Unde hoc mihi? — Come mai tanto onore, tanto favore per me? » Io non lo meritai, né lo potevo… unicamente e tutto devo alla vostra bontà, o Signore! È questa la prima parola con cui la grazia ci ammaestra: farci conoscere ch’essa è proprio — grazia — cioè — gratuita —. Confessiamoci indegni dei benefici di Dio: commosso Egli della nostra umile confessione ce ne farà degni… Confessiamoci debitori, e che nessun credito possiamo vantare… ed Egli, il nostro Dio, si dirà nostro debitore: perché il centurione si dichiarava indegno d’averlo in casa sua Gesù vi andò! Pietro lo pregava d’allontanarsi da lui, e Gesù gli si fece più vicino, lo fece capo e fondamento del suo Corpo mistico, suo Vicario, proprio l’alter ego. Paolo protesta che non merita d’esser detto Apostolo… Gesù lo dice e lo fa il vaso d’elezione. Il Battista dichiara che non è degno di compier verso di Lui neppur l’umile ufficio di legargli i calzari, Gesù ne fa il suo amico, e lo dirà il più grande tra i nati di donna:… la mano che si stimò indegna di accostarsi ai piedi del Salvatore si alzò fino alla sua testa versandovi l’acque battezzatrici! Tutto per provarvi che nulla più ci merita grazie e doni quanto il confessar di non meritarne, anzi d’esserne indegni. L’umiltà è l’appoggio della confidenza… l’anima preparata dall’umiltà s’abbandona poi tranquilla ad ardenti desideri… lo vediamo, miei cari, compiersi in Giovanni Battista.

2° Punto

L’anima fedele, umiliatasi davanti al Signore quasi allontanatasi, conscia della sua miseria, non rimane però paga: il sentimento della sua nullità, sveglia in lei un nuovo bisogno… si sente trasportata verso di Dio, ed il suo cuore dal fondo della sua umiltà e miseria anela alla unione col suo Signore! Ma, non è presunzione un simile desiderio? non è follia il solo pensarlo?… Noi potremmo dubitarne se considerassimo solo la grandezza di Dio, ma bisogna, cari miei, considerare anche la Bontà essenzialmente connessa alla sua natura come la Maestà! La sua Maestà allontana la creatura è vero, ma è anche vero che la bontà le tende la mano e l’invita a sé! – Maestà e Bontà divina superano la forza della nostra mente: io mi sentii incapace di parlarne, e non potendolo io, domandai aiuto al grande Tertulliano, per parlarvi della grande Maestà del nostro Dio: ora per dirvi qualcosa della sua bontà, mi appoggerò ad un altro genio: Gregorio di Nazianzo, dottore santo della Chiesa, che i Greci chiamarono addirittura — il teologo — tanto profondamente penetrò i misteri della natura divina. Questo genio invita gli uomini a Dio, loro mostrando la infinita bontà del Signore che gode effondersi in doni e grazie… e chiude la sua prova con queste parole: « Questo Dio brama esser desiderato: e lo vorreste credere?… nella sua infinita abbondanza è assetato ». (Oraz. 402). Ma quel sete cruccia quest’Essere supremo? Sitit sitiri — è assetato della sete degli uomini, vuole ch’essi siano assetati di lui! Infinito in se stesso, e nelle sue ricchezze, noi possiamo farlo nostro debitore — domandandogli che ci faccia suoi debitori — poiché Egli gode più in dare di quanto noi godiamo nel ricevere —. Sono parole del santo dottore. Non vi pare, o fratelli, che con queste parole ci si sveli ed apra una sorgente viva che nell’abbondanza delle sue acque, fresche e limpide, invita il passante accaldato a fermarsi e bere? La fonte che non ha bisogno si rendan limpide le sue acque e nemmeno si faccian fresche, s’accontenta della sua freschezza e limpidezza naturale e mi pare mi domandi che vi si lavino le brutture, vi si rinfreschino le membra e si dissetino gli accaldati, alle sue onde limpide e fresche. Anche la natura divina sempre ricca sempre abbondante non può, perché pienamente perfetta, né accrescere né diminuire: le manca una cosa sola, se possiamo parlar così, che si vengano ad attingere al suo seno le acque vive zampillanti alla vita eterna, di cui è sorgente inesauribile in se stesso. Ecco perché con ragione S. Gregorio Nazianzeno dice che la divinità ha sete che s’abbia sete di Lei e quasi si sente beneficata quando le si offre modo di beneficare! – Ed allora, fratelli, non è un offendere Dio il non sentire desiderio vivo di Lui? Per questo Giovanni Battista sussultò in seno della madre: il Maestro veniva a visitarlo ed egli voleva andargli incontro: ardente amore, ardenti desideri lo spingevano: pare tenti spezzare i vincoli con cui natura ancor lo tiene nascosto! Egli vuole la libertà, non può tollerar la prigione in cui è chiuso, perché essa lo toglie alla presenza del Maestro, e non può correre al suo Salvatore. – Noi, ad Elisabetta abbiamo domandato di impararci come ricevere il Signore, a Giovanni domandiamo ci insegni a desiderarlo ardentemente per preparargli le sue vie! Oh ci dia egli il suo ardente desiderio del Cristo! È proprio questa la sua missione: egli non doveva; con la sua parola e la sua opera, che far più ardentemente bramare il Salvatore quanto più si avvicinava agli uomini. L’altro Giovanni, il discepolo prediletto, parla così della missione del Battista: « Vi fu un uomo mandato da Dio, a nome Giovanni, e lui non era la luce, ma era nel mondo per rendere testimonianza alla luce », cioè a Gesù Cristo. – Non meravigliamo di questo modo di parlare dell’evangelista: Gesù Cristo è la luce e non lo si vede… Giovanni non è la luce e lo si vede; anzi è lui che addita e svela la luce stessa e noi lo sentiremo additare la luce agli uomini – ecco il Sole! Ma non è la luce che da sola si fa vedere? Non è per il suo splendore che noi cediamo tutte le cose? Sentite: il Vangelo dice che la luce era in mezzo agli uomini, e gli uomini non la vedevano… anzi, cosa più strana, S. Giovanni « non erat ille lux » e veniva mandato per mostrare la luce, lui che non era luce. Fatto misterioso, o Cristiani, però non si dia alla luce la colpa se non la si vede, ma ai nostri occhi malati o chiusi che non possono o non vogliono vederla! è la nostra cecità, è la tremola e debole nostra vista che non sa sostenere il bagliore del giorno! S. Agostino commenta: — Tam infirmi sumus per lucernam quærimus diem — siam tanto deboli che andiamo cercando la luce del sole con la lucerna in mano. S. Giovanni Battista era una lucerna — lucerna ardens et lucens — (rappresenta la nostra debolezza) ci occorreva una lucerna per cercar il giorno: ebbimo bisogno di Giovanni per cercar Cristo — per lucernam quærimus Christum . Eran troppo deboli i nostri occhi, la luce doveva esser fioca per non accecarci: dovevamo essere abituati, pian piano, alla luce del pieno meriggio: piccoli raggi ci avrebbero fatto desiderare il cielo luminoso… tanto dimenticato e così a lungo nella lunga notte dell’ignoranza! Ricordiamocelo bene, questo miserando stato di cecità della nostra natura, e sempre… ci farà comprendere meglio tante cose! – Avevamo perduto la luce noi… sol intellegentiæ non ortus est eis; e non solo avevamo perduto la luce, ma non ne sentivamo nemmeno più il desiderio: gli uomini, dice ancora S. Giovanni evangelista, amarono le tenebre più della luce: e l’amarono tanto il buio, l’ignoranza della verità, che era diventata una seconda loro natura, fino a temere la luce della verità… a farli fuggire davanti al suo sfolgorìo: il perché, lo dice la Sapienza: — qui male agit odit lucem — chi fa male odia luce! Ma perché l’uomo doveva preferire le tenebre alla luce?… Ce lo spiega S. Agostino facendoci osservare il parallelo che c’è tra l’intelligenza  e l’occhio materiale: tra la luce fisica e la luce spirituale. L’occhio è creato perché veda la luce: e tu anima ragionevole fosti creata per vedere la verità eterna, che illumina ogni uomo che viene nel mondo. La luce è come il cibo dell’occhio – luce pascuntur oculi nostri – e ce lo prova il fatto: se l’occhio nostro viene tenuto per troppo tempo nell’oscurità od in una semioscurità, la sua forza visiva si affievolisce e l’occhio si ammala – cum in tenebris fuerint, infirmantur oculi nostri (tratt. 13 in S. Giov.) come si il lungo digiuno della luce davvero privi del cibo – fraudati oculi, cibo suo, defatigantur ey debilitantur quasi quodam jejunio lucis. – Prolungandosi questo loro digiuno dalla malattia possono passare ad una debolezza da poter appena sopportare un debole raggio di luce,  che era cibo all’occhio diviene oggetto di odio e di avversione! Terribile e paurosa catastrofe! E chi non capisce o Cristiani, che una simile sventura cadde su di noi? Eravamo creati per nutrirci della verità: era di questa luce divina che doveva vivere la nostra anima ragionevole … privata di questo cibo celeste, non può che perder la forza e la vita: languida, estenuata a stento può tollerarla poi non la brama più; avanti ancora un po’ ed addirittura la luce della verità le darà noia, e l’odierà! Terribile verità sciaguratamente troppo reale e frequente! Si bramano, si cercano le tenebre … perché si van macchinando criminosi progetti! Le nebbie s’infittiscono attorno a la mente, la ragione vien adagio adagio offuscandosi, l’infelice che trovasi in questo stato non può più vedere… non ha più la luce dei suoi occhi e grida: — lumen oculorum meorum et ipsum non est mecum!… — Possibile, mi dite, voi spaventati, possibile che proprio più non veda? Possibile?… Ah, osservate, fratelli miei, osservate: In mezzo al buio che lo circonda un amico saggio gli si avvicina… e cerca se proprio non v’è ancor modo di fargli vedere attraverso qualche spiraglio la luce del giorno… ma egli ne toglie ostinatamente lo sguardo, non vuol vedere la luce… perché essa gli fa conoscere il suo sbaglio, il male che egli ama troppo e che non vuole lasciare, non ne ha il coraggio! « Oculos suos statuerunt declinare in terram — s’ostinarono a tener fisso l’occhio a terra ».. Vivono così i peccatori e così viveva infelice tutto il genere umano… la luce era svanita lasciando gli uomini cogli occhi malati, avvolti nel buio, dimentichi perfino della verità. O splendore eterno del divin Padre, o Gesù, ditemi che farete mai agli uomini perché vedano? Vi presenterete in tutto lo sfolgorio della vostra luce? Oh fratelli, Gesù non lo farà: sarà una luce riflessa: nascosto rifletterà la sua luce in S. Giovanni Battista. Saranno raggi più pallidi che farà brillare prima: così l’occhio umano debole e malato verrà fortificandosi man mano e verrà portato al bisogno prima, al desiderio poi, della bellezza del giorno. Ecco la missione del precursore… far nascere nel cuore umano il desiderio della luce eterna! Proprio oggi comincia ad esercitare la sua missione il Precursore! In realtà Gesù non opera, lo vedete? non si muove non si mostra: ancora non appare ma già brilla nel Battista: per questo il buon Zaccaria paragona Gesù al sole che nasce: — oriens ex alto visitavit nos — e viene a visitarci. Ma come se ancora è nel seno materno, se ancor non si è mostrato al mondo, come ci può visitare? È un sole che nasce, dice Zaccaria, ed il sole ancor prima di apparire sull’orizzonte già ci visita colla luce dell’alba… già brillano i suoi raggi sui monti: già brilla nel suo Precursore! Il piccolo Battista, vedetelo come, già pieno di giubilo davanti al nuovo giorno, con sussulti misteriosi adora la luce che viene nel mondo ad illuminare!… vuole insegnarci come la dobbiamo desiderare questa luce benefica. Nei suoi sussulti pare ci dica: Perché, o poveri mortali, tardate ad accorrere al Salvatore divino? Perché mai ne fuggite la luce che pur occorre all’occhio dei vostri cuori ed è la tranquilla pace degli spiriti? il cibo degli occhi liberi da pregiudizio e dalla materia, il cibo incorruttibile delle anime fedeli? Non andate dunque a Gesù? ma perché  non correte da Lui? Ah qual soave incanto non avrà per gli uomini, fatti per la gioia luminosa. Colui che tanto inondò di letizia il cuore di un bambino ancor avvolto nel buio del seno di sua madre? che produrranno, o uomini, nelle vostre anime i suoi abbracci, se il solo suo avvicinarsi destò trasporti tanto vivi d’amore? – Continuerò a domandarmelo o fratelli… perché? come? ancor non si vede, ancor non opera; ancor non parla e già la sua presenza augusta tutt’intorno diffonde la gioia e tutti riempie dello Spirito di Dio!! Quale felicità, qual estasi affascinante trascinerà gli uomini quando udiranno dalla sua bocca divina le divine sue parole! Vedranno zampillare una polla d’acqua viva che rinfrescherà i cuori esasperati: lo si vedrà misericordiosamente correre in cerca dei peccatori e chiamarli con la voce tenera di un padre amorevole che tutti chiama a sé! A quelli che il lavoro ha stancato, lo si sentirà promettere dolce riposo; più ancora: prometterà loro che un giorno lo contempleranno nel pieno splendore della sua gloria… vedranno scoperto il suo volto divino e gli occhi loro saranno saziati delle sue immortali bellezze! E noi tardiamo ancora, o Cristiani? Perché? Perché non eccitiamo i nostri desideri e forziamo i nostri ardori troppo lenti? Non fu solo S. Giovanni a sentire vicino Gesù, a desiderarne ardente la sua presenza!… Era ancora tanto lontano, era appena preannunziato e già era atteso e quanto ardentemente desiderato!… è Davide che grida che la sua anima languisce dietro il suo Dio… e « quando, quando, dice, mi avvicinerò alla faccia del mio Signore?… Quando veniam et apparebo ante faciem Dei? » Quale vergognosa indegnità veder chi l’ha vicino, chi lo possiede, non curarsi di Colui che nei secoli lontani era il Desiderato! Gesù è vicino a noi, in mezzo a noi o fratelli… e non l’abbiamo sul nostro altare, nel tabernacolo santo dov’è in corpo sangue anima e divinità?… Ah mentre aspettiamo la gioia di prostrarci al suo trono, di abbracciarlo nella sua gloria, perché non corriamo ai suoi santi altari? Alla mistica mensa ch’Ei ci prepara e dove è cibo la sua Carne, bevanda il suo sangue? Ci dovrebbe divorare 1° fame di questo cibo, bruciare la sete di questa bevanda. Ma Gesù non sì può desiderare se non si desidera Lui e Lui solo! Desìderiamolo dunque ardentemente: troveremo in Lui la pace delle nostre anime, quella pace soave di cui ci si presenta inondata l’anima bella di Maria, in questo mistero!

3° Punto

Stiamo per considerare il compimento dell’azione divina nelle anime: purificate nell’umiltà, accese di ardenti desideri ecco che finalmente Dio dona ad esse se stesso con la sua pace… una pace celeste. Sono le caste delizie di questa pace santa e divina che inondano l’anima della Vergine Maria e le fanno cantare, esultando, il sublime suo: — Magnificat anima mea Dominum! — L’anima di Maria certo è ripiena di vera pace, poiché possiede Cristo Gesù! Questa pace che supera la nostra mente, io non so spiegarla alle anime buone… ricorro dunque alla Vergine per imparar io e perché  impariate voi, perché comprendiamo e gustiamo tutti le soavi dolcezze velate dalle parole di questo canto che incanta ed innamora oggi e cielo e terra. Non potremo però, ben comprendere se prima non cerchiamo approfittare, brevemente, delle istruzioni che vi sono racchiuse: le esamineremo nel tempo che ci rimane. Divido questo cantico in tre parti: Maria ci narra dapprima i favori di cui Dio l’ha ricolma: « guardò al mio nulla, mi fece grandi cose, usò la potenza del suo braccio ». Poi parla del disprezzo del mondo di cui vede la gloria boriosa atterrata: et dispersit superbosdeposuit potentes de sede e mandò a mani vuote i ricchi ». Chiude il suo canto ammirando la bontà del Signore e la sua fedeltà alle promesse fatte — recordatus misericordiæ suæ sicut locutus est patres nostros —Ecco tre cose che sembrerebbero senza un nessologico, tanto sono staccate, mentre sono strettamente collegate.Vi raccomando di prestarmi attenzione o fratelli: mi pare che la Vergine miri a svegliare i cuori dei fedeli e ad eccitarli all’amore di quella pace che Dio solo sa, può dare e dà.Per farci comprendere la dolcezza e la soavità di questa pace, ne svela il principio, un principio ammirabile: Dio che tiene fisso il suo sguardo sulle anime giuste ed unendo allo sguardo la bontà con cui le segue, la Provvidenza che veglia su loro sempre: — Respexit humilitatem ancillæ suærespexit: guardò; è sotto l’azione di questo sguardo che nasce la pace nelle anime sante. Ma v’è attorno ad esse il mondo: lo scintillio dei suoi beni, la dolcezza e le gioie che promette; potrebbero sedurre queste povere anime buone, impedendo che sentano e gustino i beni e le promesse divine… Ecco allora che ad illuminarle loro mostra il mondo vinto, la sua gloria caduta e calpestata: ma siccome né la manifestazione della gloria di Dio né la completa sconfitta del mondo non si vede in questo secolo, perché le anime non si stanchino nell’attesa della felicità eterna, sostiene e rafforza il loro spirito colla pace divina che dà la certezza delle promesse di Dio. Ecco lo schema ed insieme l’ordine di questo canto sacro: vi potrà sembrare ancora non del tutto chiaro; ma spero di potervelo ugualmente far comprendere e bene. Consideriamo subito il principio di questa pace comprendendone là soavità dalla stessa forza che la genera nelle anime. Ditecelo Voi, o gran Vergine, chi riempì di gioia la vostra anima? E la Vergine ci risponde: « Colui che mi guardò, e che non disdegnò di abbassare il suo sguardo sul nulla della sua povera ancella. — Respexit humilitatem ancillæ suæ ». Cerchiamo capir bene cosa importi questo sguardo divino, e quali benefici siano in esso racchiusi. Le Scritture ci dicono, che lo sguardo che Dio posa sui giusti: talvolta significa la sua benevolenza ed i suoi benefici; altra la sua protezione ed il suo soccorso. Dio aprendo su di essi favorevole lo sguardo come un buon padre, si mostra sempre intento e pronto ad ascoltare le domande dei suoi cari. Il profeta reale, lo dice ancor più chiaro: dopo aver detto — Oculi Domini super justos; — aggiunge subito, quasi a spiegar l’effetto di questi occhi fissi sui giusti — aures eius in preces eorum —. Ecco lo sguardo di favore. – Ricordiamo però, o miei cari, un’altra frase dello stesso profeta che chiaramente significa una azione di difesa e protezione di quest’occhio paterno: « occhio di Dio eccolo fisso su coloro che lo temono, e su quelli che sperano nella sua misericordia » (Salmo XXXII) a qual fine? Risponde il Salmo XIX: « ut eruat eos a morte, et alat eos in fame — per strapparli alla morte, e nutrirli nelle ore della fame ». Eccovi, come lo sguardo di Dio sta fisso sui buoni proteggendoli dai mali che li minacciano; e l’anima lo sa « poiché sta in attesa del Signore che è il suo protettore ed il suo aiuto ». Ed allora ditemi: quando un’anima è sotto l’azione benefica e protettrice di un tale occhio, cosa potrà ancora desiderare per dir che gode la pace? Nulla!… e ce lo insegna la Vergine dicendoci che Dio la guardò: — respexit! — Certo Ella è oggetto speciale di questo duplice sguardo benefico e protettore: la guardò in un modo particolare, tutto particolare, preferendola a tutte le donne, anzi a tutte le creature non solo della terra ma anche del cielo. – La proteggeva il suo sguardo quando stornava da Lei l’onda profanatrice della concezione umana, la febbre della concupiscenza e tutte le altre miserie della maledetta natura nostra: per questo Maria, piena di gioia, canta: « Mî fece cose grandi Colui che è potente » poiché mi colmò della sue grazie!… ma ancor più dice: usò su di me tutta la potenza della sua mano destra… ricolmandomi di tali grazie, quali nessuno ebbe mai, e mai alcuno potrà comprendere: « Mi fece cose grandi — magna » ma anche nel difendermi: fu potente! La forza si usa per proteggere e per difendere! Oh Vergine cara, oggetto fortunato di questo sguardo benefico e protettore!… Miei cari, non faccio un confronto, intendiamoci, né cerco un’eguaglianza — ma però dico che anche noi, anzi tutte le anime cristiane furono e sono efficacemente onorate dallo sguardo del Signore! Questo pensiero deve diffondere nei nostri cuori una gran gioia e tranquillità di spirito! Potrò io chiarire tale dolce verità? potrà un peccatore parlare della pace celestiale delle anime innocenti?… Dirò quel che posso… e parlando di queste dolcezze ne faremo quasi rigustare la soavità alle anime fortunate che le provarono e le provano… svegliandone acuta la sete in quelli che non le gustarono e non le gustano ancora! Sì, o fratelli: figli noi tutti di Dio, Egli tiene fisso su di noi il suo occhio benefico e tien volta verso di noi la sua faccia buona. Adirato terribile minaccioso ci appare il suo volto quanto la nostra coscienza ci rimprovera una colpa e ci fa sentire che Dio scruta come giudice il nostro cuore! Ma quando, nella vita buona fa nascere nella nostra coscienza una serenità consolante, oh allora è con un viso dolcemente paterno che sorride a noi ed una calma soave toglie ogni turbamento, dissipa ogni nube di tristezza! L’anima fedele che in Lui confida, non lo pensa giudice, ma solo padre e buon padre, che dolcemente invita ad andar a Lui, cosicché essa può dirgli con verità: « Susceptor meus es » e le par sentirsi rispondere: « Salus tua ego sum!… » ed allora la pace, una pace gioiosa, ricolma quest’anima; essa si sente al sicuro sotto la mano di Dio: vengan le minaccie da chi si voglia, la certezza della difesa è in fondo al suo cuore, ed a qualunque nemico s’avanzi sente di poter gridare: « Si Deus pro nobis quis contra nos? » Con un Dio che mi protegge qual tremore o timore potrà annidare nel mio cuore?! Questa è la pace segreta che Dio dà a coloro che sono i suoi fedeli: il mondo non la capisce né lo può, anzi col frastuono della vita dei sensi la scaccia… ed ella se ne va cercando le anime nella solitudine. Non giova insistere, ché con tutti i miei discorsi io non arriverei a convincervi di ciò che l’esperienza fa ben conoscere: non posso descriverla bene questa pace… finirò allora il mio dire, col mostrarvi gli effetti suoi: affetti che i nostri sensi stessi possono constatare e controllare: Voglio dire il disprezzo del mondo, della pace ch’ei promette, delle gioie che vanamente fa sognare… tutto questo ci è mostrato nei versetti seguenti del canto di Maria. L’anima che fece suo sostegno Dio, che s’inebria della dolcezza della sua pace santa, che per rifugio, nel pericolo, ha l’Altissimo… quando butta uno sguardo sul mondo che basso basso le sta ai piedi, e lo guarda dall’alto del suo rifugio, come non debba provare un senso di disgusto io non lo so neppure immaginare, tanto le deve apparir meschino e vile, benché tanti uomini ne vadan pazzi! Che vede mai? un cumulo di rovine… grandezze atterrate, glorie scomparse, uomini grandi ruinati dai troni superbi… e nella catastrofe delle cose umane solo contempla grande, l’anima umile e la vede innalzarsi nella incantevole semplicità del cuore. Per questo Maria gridò il terribile e fatidico — dispersit superbos… et exaltavit humiles! — Penetriamo tutti, in modo speciale voi anime a Dio consacrate, questo sentimento profondo che è il nucleo della vita dell’anima cristiana, ed in modo speciale della vocazione religiosa: bisogna penetrarvi bene addentro; per riuscirvi meglio ponetevi davanti il grande contrasto che c’è tra Dio ed il mondo. Tutto ciò che Dio innalza e nobilita, il mondo lo deride, disprezza, calpesta: e Dio distrugge e disperde ogni idolo del mondo: « Vi è una gara una lotta tra le cose divine e le cose umane » grida Tertulliano nella sua apologia, e che abbia ragione ce lo dice la nostra stessa esperienza! Quali sono i favoriti, i prediletti, i privilegiati del cuore e della mano di Dio? Gli umili, coloro che non hanno sogni di grandezza, che sono i veri poveri dello spirito! Il mondo? – Il mondo per costoro non ha che disprezzo: egli esalta gli audaci, gli intraprendenti… (eccovi la lotta) Dio favorisce i cuori semplici sinceri… il mondo gli infingardi, gli ipocriti! Nel mondo i favori si conquistano con la forza con la violenza… presso il Signore si ottiene tutto col non pretendere; nel mondo si vive di pretese… Eccovi, fratelli, il grande quadro quotidiano dell’antagonismo tra Cristo ed il mondo, antagonismo, lotta che non cesseranno mai: lo disse Gesù: « tra me ed il mondo non vi sarà pace né tregua mai»: quel che l’uno esalta, l’altro deprime e calpesta. – Né può esser diverso, sapete? Perché il mondo è il dio delle due facce: e la gente alcuna guarda al presente, altra getta avanti lo sguardo nell’avvenire all’ultima partita alla fine dei secoli. Gli incantati dal presente, s’attaccano al mondo ed alle sue grandezze e glorie… credono trionfare; perché in realtà il Signore li lascia nella loro illusione, perché si divertano credendosi felici… Dio aspetta venga il suo giorno! Poveracci! non vedono che grandi posti non sognanoche onori e grandezze, non desiderano, non invidiano che i grandi… i ricchi… i potenti! e con voce triste sospirando dicono: « Beatus populus cui hæc sunt». È il canto dei figli del mondo: poveri infelici! Giudici ciechi precipitosi, attendete almeno la sera della battaglia per parlare di vittoria! Non vedete? C’è in alto, agitantesi minacciosa, la mano di Dio, che sventa i progetti e sconvolge tutti i piani degli uomini: al suo tocco cadranno troni e corone, seccheranno gli allori tanto agognati! La Vergine e con Lei i suoi figli, i figlioli di Dio, guardano a questa mano di Dio che tutto fa crollare — l’onore del mondo — per questo essi godono la tranquillità dello spirito, né il mondo può qualcosa su di essi col suo fascino! Lo vedono sì il mondo che lotta contro Dio: ma di Dio conoscono la potenza… ed anche davanti a qualche piccola apparente vittoria dei figli delle tenebre, che ne menan tanto scalpore, essi non si turbano… sanno che la vittoria a sera sarà, è di Dio… anzi dopo questi effimeri trionfi, più umiliante sarà la sconfitta finale… e ridono ridono i servi di Dio e già cantano la vittoria di quel Dio che non disperde subito, ma sempre disperde i superbi; non solo li umilia… ma li annienta… E accanto ai superbi annientati… fermatevi ricchi del mondo: ai poveretti, apparivate colle mani colme d’oro… ma fedeli al loro Dio essi lo guardarono correre nelle vostre mani… le videro vuote le vostre mani, proprio come il fondo del canale di pietra su cui l’acqua passa e neppure una goccia vien trattenuta. Disperde i superbi… e i ricchi rimanda a mani vuote… Ecco come trionfa vittorioso Iddio… ecco il mondo e la sua grandezza rovesciata. Qual gioia per i figli di Dio contemplare il nemico caduto ai loro piedi, mentr’essi gli umili servi di Dio alzano sicuri e grandi la fronte… i disprezzati del mondo siedono su troni d’oro: exaltavit humiles!… i poveri tornan dal trono di Dio saziati di beni… esurientes implevit bonis. Vittoria dell’Onnipotente… pace, conforto delle anime fedeli… noi vi esaltiamo. Oh cantiamo, io, voi, tutti o fratelli e sorelle questo canto divino… è il canto vero e grande dei disprezzati dal mondo… che cantano la sua sconfitta: i grandi umiliati, i potenti dispersi, i ricchi spogliati… tutto e ricchezza e gloria e potenza tutto svanì! Ridiamo davanti ai suoi trionfi, piccoli trionfi d’una piccola ora essi non giungono a sera… ridiamo della sua pace e gioia tremolanti come foglie d’albero all’autunno. E voi, poveri illusi che correte pazzi dietro alla fortuna e nulla stimate buono e bello se non quello ch’essa butta per via e dona, nulla dolce se non quanto è nel calice della sua gioia… ditemi perché fate e parlate così? Non siete voi fratelli nostri, come noi figli di Dio? non ne aveste nel battesimo col carattere sacro, il suggello dell’adozione? non avete per patria il cielo e non è esilio anche per voi la terra? Perché dunque incantati, vi state a guardar bramosi il mondo?… figlie della grande Gerusalemme perché vorrete sostare nelle piazze di Babilonia per cantarvi il canto della schiavitù? Oh non è la vostra lingua non sentite quante parole barbare vi mescolate, apprese nella terra d’esilio? Via dal labbro la parlata straniera, fate risuonar la dolce parlata della vostra patria: non dite felici quelli che ve lo sembrano all’occhio malato ed allucinato! Solo quei che hanno Dio per Signore sono felici i veri i soli felici!… si parla così nella vostra patria. – Consoliamoci in questo pensiero… anzi viviamolo in una dolce pace: ci impari la Vergine che per darci la pace del cuore lo sguardo del Signore è su di noi sempre: che appoggiati a Lui non dobbiamo lasciarci vincere dalle vertigini con cui trascina il mondo… egli è vinto!… guardiamo all’alto! … Che se il tempo dell’attesa ci pare troppo lungo si guardi alla sua parola che promette e non inganna: quanto disse ad Abramo ancor si mantiene per tutti i suoi figli attraverso e dopo secoli!… Manderà il suo Cristo che le rinnoverà ed aggiungerà nuove promesse fino a quando vedremo l’alba del giorno di felicità eterna… che il Cristo ci ha promesso. Amen.

IL CREDO

Offertorium

Orémus.
Beáta es, Virgo María, quæ ómnium portásti Creatórem: genuísti, qui te fecit, et in ætérnum pérmanes Virgo.
[Beata te, o Vergine Maria, che hai portato il Creatore di tutti; generasti chi ti ha fatto e rimani vergine in eterno.]


Secreta

Unigéniti tui, Dómine, nobis succúrrat humánitas: ut, qui, natus de Vírgine, Matris integritátem non mínuit, sed sacrávit; in Visitatiónis ejus sollémniis, nostris nos piáculis éxuens, oblatiónem nostram tibi fáciat accéptam Jesus Christus, Dóminus noster:

[ Ci soccorra, Signore, l’umanità del tuo unico Figlio, che nascendo dalla Vergine, non diminuì, ma consacrò l’integrità della Madre: nella festa della visitazione renda a te gradita la nostra offerta, liberandoci dalle nostre colpe, lo stesso Gesù Cristo, nostro Signore]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Beáta víscera Maríæ Vírginis, quæ portavérunt ætérni Patris Fílium.

[Beato il seno della Vergine Maria, che portò il Figlio dell’eterno Padre.]

Postcommunio

Orémus.
Súmpsimus, Dómine, celebritátis ánnuæ votíva sacraménta: præsta, quǽsumus; ut et temporális vitæ nobis remédia prǽbeant et ætérnæ.

[Saziati del sacro corpo e del prezioso sangue ti preghiamo, o Signore Dio nostro; quanto abbiamo compiuto con devozione, lo possiamo conseguire con sicura redenzione.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

31 MAGGIO 2021: FESTA DELLA BEATA VERGINE MARIA REGINA – PREGHIERA DI CONSACRAZIONE DEL GENERE UMANO AL CUORE IMMACOLATO DI MARIA DI S. S. PIO XII

31 MAGGIO FESTA DELLA BEATA VERGINE MARIA REGINA – PREGHIERA DI CONSACRAZIONE AL CUORE IMMACOLATO DI MARIA DI S. S. PIO XII

[D. P. Gueranger: L’Anno Liturgico – vol. II, Ed. Paoline, Roma, 1956]

Che cosa è la regalità.

Analizzando le note fondamentali della regalità, per dimostrare poi la loro presenza in Cristo, fin dall’inizio della sua vita terrena, Bossuet definì, con una magnifica frase, la sua essenziale grandezza: « La regalità – disse – consiste nella forza di fare il bene del popolo che si domina; il nome di re è come il nome di un padre comune, di un universale benefattore » (Discorso pronunciato a Metz, per la Circoncisione, nel 1557).

Questa è la regalità che Cristo rivendicò davanti a Pilato. Per farne meglio capire e onorare il carattere Pio XI, al termine dell’Anno Giubilare del 1925, istituì la Festa della Regalità universale e sociale di Cristo ed esortò i fedeli a sottomettere a Cristo Re le loro intelligenze e le loro volontà, a consacrargli le famiglie, la patria, e tutta la società per poter ricevere da Lui, con più abbondanza, quelle grazie di cui sempre più abbiamo bisogno. – Quando, a sua volta. Pio XII, a conclusione dell’Anno mariano 1954, istituì la Festa della Beata Vergine Maria Regina, non aveva intenzione di proporre al popolo cristiano una nuova verità, né di giustificare, con un nuovo titolo, la nostra pietà verso la Madre di Dio e degli uomini. « La nostra intenzione – disse nel suo discorso del 1 novembre – è di presentare agli occhi del mondo una verità capace di porre rimedio ai suoi mali, di liberarlo dalle sue angosce, di portarlo su quel cammino della salvezza che egli cerca con ansia… Regina più di ogni altro per la grandezza della sua anima e per l’eccellenza dei suoi doni divini. Maria non cessa mai di prodigare i tesori del suo affetto e delle sue materne attenzioni alla desolata umanità. Lungi dall’essere basato sulle esigenze dei suoi diritti e sulla volontà d’un altezzoso dominio, il regno di Maria ha una sola aspirazione: il dono completo di sé, nella più alta e totale generosità ».

Regalità di Maria nella tradizione.

Coronata d’un diadema di gloria nella beatitudine celeste, Maria regna sul mondo con cuore materno. Già dai primi tempi i fedeli hanno detto che la Madre del « Re dei Re e del Principe dei Principi » ha una gloria speciale, perché ha ricevuto grazie e favori particolari. I primi scrittori della Chiesa l’hanno chiamata, come già Elisabetta, « Madre del mio Signore » e quindi Sovrana, dominatrice, Regina del genere umano. Rifacendosi alle numerose testimonianze e partendo dai primi tempi del Cristianesimo, i teologi della Chiesa hanno elaborato la dottrina, in virtù della quale essi chiamano la SS. Vergine, Regina di ogni creatura, Regina del mondo. Sovrana dell’universo. La liturgia, specchio fedele della dottrina trasmessa dai dottori e professata dai fedeli, ha sempre cantato, sia in Oriente quanto in Occidente, le lodi della Regina del Cielo, e l’arte stessa, appoggiandosi alla dottrina della Chiesa e ispirandovisi, ha interpretato esattamente, dopo il Concilio di Efeso del 431, la pietà autentica e spontanea dei cristiani, rappresentando la Vergine con gli attributi di Regina e di Imperatrice, ornata di insegne reali, cinta del diadema di cui l’ha incoronata il Redentore, attorniata da una coorte di Angeli e di Santi che cantano la sua dignità e la sua gloria di Sovrana.

L’insegnamento della teologia.

L’Arcangelo Gabriele è stato il primo ambasciatore della dignità regale di Maria. « Chi nascerà da te – egli le disse – sarà chiamato Figlio dell’Altissimo; Iddio gli darà il trono di Davide suo padre, egli regnerà per sempre e il suo regno non avrà fine ». Logicamente, se ne deduce che anche Maria è Regina, perché dà la vita ad un figlio che, dall’istante stesso della concezione, anche come uomo, era re e signore di ogni creatura, in effetto della unione ipostatica della sua natura umana col Verbo. II principale argomento su cui si basa la dignità regale di Maria, è senza dubbio la sua divina maternità. S. Giovanni Damasceno scriveva: « Nel momento in cui divenne Madre del Creatore, Ella divenne pure sovrana di tutta la creazione » (De fide de cattol. L. IV, c. 14.). In più. Maria è stata chiamata da Dio stesso a sostenere una parte importante nella economia della salvezza: Ella doveva collaborare col suo Figlio divino, fonte della nostra salvezza, così come Eva aveva collaborato con Adamo, causa della nostra morte; e come Cristo, nuovo Adamo, è nostro re, non soltanto perché figlio di Dio, ma anche per diritto di conquista, perché è nostro Redentore, si può dire che, per una certa analogia, anche la Santa Vergine è Regina, non soltanto perché Madre di Dio, ma anche perché, novella Eva, fu associata al nuovo Adamo nell’opera della nostra redenzione. – Nel regno messianico, soltanto Gesù Cristo è Re nel significato esatto del termine; però l’autorità del re non è affatto sminuita quando, al suo fianco, vi è una autentica Regina. Anzi, tale presenza nobilita la grandezza della sovranità, la rende più amabile, la arricchisce di una confidente intima. È in questo senso che Maria è Regina: non per comandare in vece del Cristo, né per consigliarlo, ma per esercitare sul suo cuore, in favore dei suoi fedeli, soprattutto dei più deboli, l’influenza decisiva di una potente preghiera. È a questa Regina che il Cristo affiderà l’elargizione dei suoi favori; in questo regno, il Cristo dona ogni grazia con amore e delicatezza: ecco perché l’affida a Maria. « È con cuore materno – diceva Pio IX – che ella si preoccupa del genere umano in relazione alla nostra salvezza; voluta dal Signore come Regina del Cielo e della Terra, Maria ottiene udienza per la potenza della sua preghiera materna, si vede concesso tutto quanto chiede, non ha mai ricevuto nessun rifiuto » (Bulla Ineffabilis). A sua volta. Pio XII, nell’Enciclica Coeli reginam., diceva così: « Essendoci poi fatta la convinzione, dopo mature, ponderate riflessioni, che ne verranno grandi vantaggi alla Chiesa, se questa verità solidamente dimostrata risplenda davanti a tutti… con la Nostra Autorità Apostolica decretiamo e istituiamo la festa di Maria Regina, da celebrarsi ogni anno in tutto il mondo il giorno 31 maggio. Ordiniamo ugualmente, che in detto giorno sia rinnovata la. In questo gesto, infatti, è riposta grande speranza che possa sorgere una nuova era, allietata dalla pace cristiana e dal trionfo della religione » (Atti e Discorsi di S.S. Pio XII. voi, XVII pag. 327, Ed. Paoline.  Roma..). Uniamo noi pure i nostri sentimenti a quelli del Papa, Angelico, e recitiamo la preghiera che Egli compose e recitò il 1 Novembre 1954, dopo aver coronata la Vergine « Salus populi romani ».

Consacrazione del genere umano al Cuore Immacolato della Beatissima Vergine Maria

« Dal profondo di questa terra di lacrime, ove la umanità dolorante penosamente si trascina; tra i flutti di questo nostro mare perennemente agitato dai venti delle passioni; eleviamo gli occhi a voi, o Maria, Madre amatissima, per riconfortarci contemplando la vostra gloria e per salutarvi Regina e Signora dei cieli e della terra, Regina e Signora nostra.

» Questa vostra regalità vogliamo esaltare con legittimo orgoglio di figli e riconoscerla come dovuta alla somma eccellenza di tutto il vostro essere, o dolcissima e vera Madre di Colui, che è Re per diritto proprio, per eredità, per conquista.

» Regnate, o Madre e Signora, mostrandoci il cammino della santità, dirigendoci ed assistendoci, affinché non ce ne allontaniamo giammai. » Come nell’alto del cielo Voi esercitate il vostro primato sopra le schiere degli Angeli che vi acclamano loro sovrana; sopra le legioni dei Santi che si dilettano nella contemplazione della vostra fulgida bellezza; così regnate sopra l’intero genere umano, soprattutto aprendo i sentieri della fede a quanti ancora non conoscono il vostro Figlio.

» Regnate sulla Chiesa che professa e festeggia il vostro soave dominio e a voi ricorre come a sicuro rifugio in mezzo alle calamità dei nostri tempi. Ma specialmente regnate su quella porzione della Chiesa, che è perseguitata ed oppressa, dandole la fortezza per sopportare le avversità, la costanza per non piegarsi sotto le ingiuste pressioni, la luce per non cadere nelle insidie nemiche, la fermezza per resistere agli attacchi palesi, e in ogni momento la incrollabile fedeltà al vostro Regno.

» Regnate sulle intelligenze, affinché cerchino soltanto il vero; sulle volontà, affinché seguano solamente il bene; sui cuori, affinché amino unicamente ciò che voi stessa amate.

» Regnate sugli individui e sulle famiglie, come sulle società e sulle nazioni; sulle assemblee dei potenti, sui consigli dei savi, come sulle semplici aspirazioni degli umili.

» Regnate nelle vie e nelle piazze, nelle città e nei villaggi, nelle valli e nei monti, nell’aria, nella terra e nel mare.

» Accogliete la pia preghiera di quanti sanno che il Vostro è regno di misericordia, ove ogni supplica trova ascolto, ogni dolore conforto, ogni sventura sollievo, ogni infermità salute e dove, quasi al cenno delle vostre soavissime mani, dalla stessa morte risorge sorridente la vita.

» Otteneteci che coloro, i quali ora in tutte le parti del mondo vi acclamano e vi riconoscono Regina e Signora, possano un giorno nel cielo fruire della pienezza del vostro Regno, nella visione del vostro Figlio, il quale col Padre e con lo Spirito Santo vive e regna nei secoli dei secoli. Così sia! » (Atti e Discorsi di S. S. Pio XII, vol. XVI, pag. 367-68. Ed, Paoline – Roma).

VENERDÌ SANTO (2021)

VENERDÌ SANTO

[P. GUÉRANGER, ABATE DI SOLESMES: L’Anno liturgico, (trad. P. Graziani – vol. I, Ed. Paoline, Alba Cuneo –  1956]

LA MATTINA

Gesù condannato da Caifa.

Il sole è sorto su Gerusalemme; ma i pontefici e i dottori della legge non hanno aspettato la luce per sfogare il loro odio contro Gesù. L’augusto prigioniero prima è ricevuto da Anna, il quale a sua volta lo fa condurre da Caifa suo genero. L’indegno pontefice ha voluto assoggettare ad un interrogatorio il Figlio di Dio; e solo perché non risponde è oltraggiato con uno schiaffo da uno dei servi. Falsi testimoni, da loro istruiti, sono venuti ad attestare menzogne in faccia a colui ch’è la Verità; ma le loro deposizioni discordano. Allora il gran sacerdote, accorgendosi che il sistema adottato per convincere Gesù di bestemmia non è servito ad altro che a smascherare i complici della sua frode, tenta di strappare dalla stessa bocca del Salvatore la confessione d’un delitto che lo potrà rendere passibile di pena davanti alla Sinagoga: « Ti scongiuro per il Dio vivo di rispondere: Sei tu il Cristo, Figlio di Dio benedetto? » (Mt. XXVI, 63; Mc. XIV, 61). – Tale è l’interpellanza che il pontefice rivolge al Messia. Finalmente Gesù, volendo insegnarci il rispetto dovuto all’autorità, cui da tanto tempo ne aveva conservato i titoli, esce dal suo silenzio e con fermezza risponde: « Sì, lo sono; e vedrete il Figlio dell’uomo assiso alla destra della potenza di Dio venire sulle nubi del cielo » (Mc. XIV, 62). Allora il sommo sacerdote, stracciatesi le vesti, esclama: « Ha bestemmiato! che bisogno abbiamo più di testimoni? Avete sentita la bestemmia? che ve ne pare?». E da ogni angolo della sala si grida: «È reo di morte! ». Il Figlio di Dio è venuto sulla terra per ridare la vita all’uomo, caduto nell’abisso della morte; ed ora, per un orribile capovolgimento, è l’uomo che, in ricambio d’un tal beneficio, osa tradurre in tribunale il Verbo eterno, giudicandolo degno di morte. E Gesù tace, non incenerisce col fuoco della sua collera questi uomini tanto audaci ed ingrati! Ripetiamo in questo momento le parole, con le quali la Chiesa Greca interrompe spesso la lettura odierna della Passione: « Gloria alla tua pazienza, o Signore! ».

Scena d’insulti.

All’esplodere del grido: « è reo di morte », le guardie del sommo sacerdote s’avventano contro Gesù e gli sputano in faccia e, bendatolo, lo percuotono di schiaffi e gli domandano: «Profeta, indovina chi t’ha percosso » (Lc. XXII, 64). Ecco gli onori della Sinagoga al Messia, da lei atteso con tanta fierezza! La penna trema ed esita nel ripetere la descrizione degli oltraggi fatti al Figlio di Dio; e siamo appena all’inizio degli affronti subiti dal Redentore.

Il rinnegamento di Pietro.

Frattanto, una scena più dolorosa al cuore di Gesù avviene fuori del Sinedrio, nel cortile del sommo sacerdote: Pietro, introdottosi là dentro, litiga coi servi e le guardie, che l’hanno riconosciuto per un galileo seguace di Gesù. L’Apostolo, sconcertato e temendo della sua vita, rinnega codardamente il suo Maestro ed osa protestare con giuramento che neppure conosce quell’uomo. Triste esempio del castigo che merita la presunzione! Ma, oh misericordia di Gesù! quando le guardie del sommo sacerdote lo fanno passare là ove stava l’Apostolo infedele, gli rivolge uno sguardo di rimprovero e di perdono. Pietro si confonde, piange ed esce subito da quella casa maledetta. Immerso in un profondo dolore, non si consolerà fino a che non rivedrà il Maestro risuscitato e trionfante. Sia perciò, questo discepolo peccatore e convertito, il nostro modello in queste ore dolorose in cui la santa Chiesa ci offre lo spettacolo delle sofferenze sempre più gravi del nostro Salvatore! Pietro, temendo la propria debolezza, fugge; ma noi dobbiamo restare fino alla fine, senza timori, affinché Gesù, che intenerisce i cuori più duri, si degni rivolgere anche a noi un suo sguardo! – I prìncipi dei sacerdoti vedendo che comincia a farsi giorno, si preparano a tradurre Gesù davanti al governatore romano. Hanno istruito il suo processo come quello d’un bestemmiatore; ma non è in loro potere applicargli la legge di Mosè, secondo la quale dovrebbe essere lapidato. Gerusalemme non è più libera: non è più governata dalle sue leggi; il diritto di vita o di morte dovrà essere esercitato dai suoi dominatori, e sempre nel nome di Cesare. Come non ricordarsi in questo momento, i pontefici e i dottori dell’oracolo di Giacobbe morente, che preannunciò l’avvento del Messia, quando sarebbe stato tolto lo scettro a Giuda? Ma una nera invidia li ha traviati, e non s’accorgono che il trattamento cui vogliono assoggettare il Messia è già descritto nelle antiche profezie, ch’essi hanno studiato e di cui si dicono i custodi.

La disperazione di Giuda.

La voce sparsa nella città, che Gesù è stato catturato questa notte e che sta per essere tradotto davanti al governatore, giunge alle orecchie di Giuda traditore. Il miserabile amava il denaro, ma non aveva motivo di desiderare la morte del Maestro. Egli conosceva il potere soprannaturale di Gesù, e forse si lusingava che il risultato del suo tradimento sarebbe stato prontamente impedito da chi aveva sulla natura e sugli elementi un potere irresistibile. Ma ora che vede Gesù nelle mani dei crudeli nemici, e che tutto annuncia una tragica fine, un violento rimorso s’impadronisce di lui; corre al Tempio e getta ai piedi dei prìncipi dei sacerdoti il denaro ch’era stato il prezzo del suo sangue. Si direbbe che quest’uomo sia convertito e vada ad implorare perdono: ma, ahimè! niente di tutto questo. L’unico sentimento che gli rimane è la disperazione, e s’affretta a porre fine ai suoi giorni. Il ricordo di tutti i richiami che Gesù fece sentire al suo cuore, ieri, durante la Cena, e questa notte al Getsemani, lungi dall’infondergli fiducia, non fa altro che accasciarlo di più; e appunto perché ha dubitato di quella misericordia, che tuttavia doveva conoscere, si precipita verso l’eterna dannazione proprio quando comincia a scorrere il sangue che lava ogni delitto.

Gesù davanti a Pilato.

Ora i prìncipi dei sacerdoti, trascinandosi dietro Gesù in catene, si presentano al governatore Pilato, chiedendo d’essere ascoltati sopra una causa criminale. Pilato compare e domanda loro con aria seccata: «Che accusa portate contro quest’uomo? – Se non fosse un malfattore non te l’avremmo consegnato », risposero. Nelle parole del governatore già si nota disprezzo e disgusto, ed impazienza nella risposta dei prìncipi dei sacerdoti. Forse Pilato s’infastidisce al pensiero di dover fare il ministro delle loro vendette, quindi dice loro: « Pigliatelo voi, e giudicatelo secondo la vostra legge. – Ma noi, replicarono quegli uomini sanguinari, non abbiamo diritto di dar morte ad alcuno» (Gv. XVIII, 29-31). Allora Pilato, ch’era uscito fuori dal Pretorio per rispondere ai nemici di Gesù, rientra ed ordina che lo si conduca davanti a lui. Si trovano di fronte il Figlio di Dio e il rappresentante del mondo pagano. « Sei tu il re dei Giudei ? domanda Pilato. – Il mio regno non è di questo mondo, risponde Gesù: se fosse di questo mondo il mio regno, i miei ministri, certo, lotterebbero perché non fossi dato in mano dei Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù. – Dunque sei re? insiste Pilato. – Tu lo dici, io sono re », conferma il Salvatore. Confessata la sua augusta dignità, l’Uomo-Dio cerca di elevare questo Romano al di sopra degli interessi volgari della sua posizione, additando che esiste per l’uomo uno scopo più degno della ricerca degli onori della terra: «Per questo son venuto al mondo, a rendere testimonianza alla Verità. Chi è per la verità ascolta la mia voce. – Che cos’è la verità? » gli domanda Pilato; e senz’aspettare la risposta, desideroso di farla finita, lascia Gesù e compare di nuovo davanti agli accusatori e dice loro: « Io non trovo in lui colpa alcuna » (ivi, 33-38). – Questo pagano credeva di ravvisare in Gesù il dottore d’una setta giudaica, i cui insegnamenti non valeva la pena d’ascoltare; d’altra parte, pensava, è un uomo innocuo, è quindi ingiusto cercare in lui un uomo pericoloso.

Davanti ad Erode.

Ma non appena Pilato espresse un simile giudizio a favore di Gesù, un cumulo di accuse fu lanciato contro il Re dei Giudei dai prìncipi dei sacerdoti. All’udire tante atroci menzogne. Gesù tace; e il governatore, sorpreso, l’interroga: « Non senti di quante cose ti accusano?» (Mt. XXVII, 13). Una simile disinteressata domanda non distoglie Gesù dal suo nobile silenzio; ma da parte dei suoi nemici provoca uno scoppio di rabbia: « Solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dalla Galilea, dove ha cominciato, fino a qui » (Lc. XXIII, 5). Al sentire la Galilea, Pilato crede d’aver trovato uno spiraglio di luce. Erode, tetrarca di Galilea, attualmente si trova a Gerusalemme; e Gesù è suo suddito: è meglio consegnarlo a lui; la cessione d’una tal causa criminale non solo toglierà d’imbarazzo il governatore romano, ma ristabilirà la buona armonia tra lui ed Erode. Perciò il Salvatore viene condotto per le vie di Gerusalemme, dal Pretorio al palazzo di Erode. I nemici lo accompagnano ardendo di rabbia, mentre Gesù continua a tacere. Là altro non trovava che il disprezzo del misero Erode, l’uccisore di Giovanni Battista; e poco dopo gli abitanti di Gerusalemme lo rivedono per le strade vestito da pazzo e di nuovo trascinato al Pretorio.

Barabba.

Al ritorno inatteso dell’accusato, Pilato rimane turbato; tuttavia crede di aver escogitato un nuovo mezzo per sbarazzarsi dell’odiosa causa. La festa di Pasqua gli dà occasione di graziare un condannato; proverà a fare accordare questo favore a Gesù. La folla s’è ammutinata fuori del Pretorio; basterà mettere a confronto Gesù, lo stesso Gesù che la città aveva salutato con trionfo alcuni giorni fa, con Barabba, il malvivente che Gerusalemme ha in orrore: e la scelta non potrà non favorire Gesù. « Chi volete che vi liberi, chiede Pilato, Gesù o Barabba ? » La risposta non si fa attendere, e voci tumultuose gridano: « Non Gesù, ma Barabba! – Che devo dunque fare di Gesù, replica impressionato il governatore. – Crocifiggilo! – Ma che male ha fatto? lo castigherò e lo rimanderò. – No! sia crocifisso! »

La flagellazione.

Il tentativo del debole governatore è fallito, e la situazione s’è fatta ancora più critica. Invano ha cercato d’abbassare l’innocente al livello d’un malfattore; la passione d’un popolo ingrato e ribelle non ne ha fatto nessuna considerazione. Pilato arriva a promettere che infliggerà a Gesù un castigo atroce, nell’estremo tentativo di spegnere un po’ la sete di sangue che divora quella plebaglia; ma non ottiene altro che un nuovo grido di morte. Non andiamo più oltre senza offrire al Figlio di Dio una degna ammenda per l’oltraggio di cui è stato fatto segno. Paragonato ad un uomo infame, si preferisce, questi non lui; e se Pilato tenta per compassione di salvargli la vita, lo fa a condizione di fargli subire cotesto ignobile confronto, e ne risulta una perdita. Le voci che cantavano Osanna al Figlio di Dio, pochi giorni fa, si sono tramutate in urli feroci; per cui il governatore, temendo una sedizione, assicura di punire colui ch’egli stesso ha riconosciuto innocente. Gesù dunque viene consegnato alla soldatesca per essere flagellato. Viene spogliato con violenza delle sue vesti, e lo si lega alla colonna che serviva per tali torture. Le sferzate più crudeli straziano tutto il suo corpo, ed il sangue cola sulle sue divine membra. Raccogliamo questa seconda effusione di sangue del nostro Redentore, con la quale Gesù espia per l’umanità intera i piaceri peccaminosi della carne. Per mano dei Gentili subisce tale martirio; i Giudei glielo consegnano, i Romani eseguiscono: tutti noi siamo complici del deicidio.

La coronazione di spine.

Finalmente la soldataglia è stanca di percuoterlo; i carnefici sciolgono la vittima: ne sentiranno forse compassione ? Tutt’altro! a tanta crudeltà aggiungono una derisione sacrilega. Gesù s’è detto Re dei Giudei: ebbene, i soldati prendono lo spunto da questo titolo per inventare una nuova forma di oltraggio. Ad un re spetta la corona; e i soldati ne imporranno una al Figlio di David: intrecciano in fretta una corona con rami d’arbusti spinosi, gliela calcano sul capo, e per la terza volta scorre il sangue di Gesù. Poi, per completare l’ignominia, i soldati gli buttano sulla spalle un mantello di porpora e gli mettono in mano una canna, a guisa d’uno scettro. Indi s’inginocchiano davanti a lui e lo salutano dicendo: «Ave, Re dei Giudei! ». Ed accompagnano l’ingiurioso omaggio con sputi e schiaffi sul volto dell’Uomo-Dio; ogni tanto gli strappano la canna dalle mani e gliela sbattono in testa, per premere sempre di più le spine di cui è formata la corona.

Omaggio riparatore.

A tale spettacolo il cristiano si prostra con doloroso rispetto e, a sua volta, dice: «Ave, Re dei Giudei! Veramente sei Figlio di David, e perciò, nostro Messia e Redentore. Israele ti nega la regalità che prima aveva proclamato; la gentilità ha una ragione di più per oltraggiarli; però non con la giustizia tu regnerai su Gerusalemme, che non tarderà a sentirsi schiacciata sotto il tuo scettro vendicatore; ma regnerai con la misericordia sui Gentili, i quali fra poco saranno dagli Apostoli portati ai tuoi piedi. Frattanto, degnati di ricevere il nostro omaggio e la nostra sudditanza: oggi stesso regna sui nostri cuori e sull’intera nostra vita ».

Ecce Homo.

Gesù viene condotto a Pilato così come l’ha ridotto la crudeltà dei soldati; il governatore si tien certo che la vittima, ridotta agli  estremi, otterrà grazia davanti al popolo, e, accompagnando il Salvatore sopra una loggia del palazzo, lo mostra alla moltitudine dicendo: «Ecco l’uomo! » (Gv. 1XIX, 5). Parola più profonda di quello che credesse Pilato! Difatti non disse: Ecco Gesù, nè: ecco il Re dei Giudei; ma usò un’espressione generica senza conoscerne il mistero, e della quale solo il Cristiano può comprendere la portata. Il primo uomo, ribellandosi a Dio col peccato, aveva sovvertito tutta l’opera del Creatore: in castigo della superbia e della concupiscenza, la carne aveva asservito lo spirito; anche la terra, in segno di maledizione, non produceva che triboli e spine. Ma ecco apparire il nuovo uomo, che porta con sé non la realtà, ma la rassomiglianza col peccato; ed in lui l’opera del Creatore riacquista la prima armonia, ma la riacquista con la forza. Per mostrarci che la carne deve essere asservita allo spirito, la sua è” lacerata da flagelli; per provare che la superbia deve far posto all’umiltà, cinge la sua testa d’una corona formata dalle spine di questa terra maledetta. L’uomo nuovo trionfa con lo spirito sui sensi e con l’avvilimento della superba volontà sotto il giogo della sentenza: ecco l’uomo.

Gesù e Pilato.

Israele è come una tigre: la vista del sangue irrita la sua sete, e non sarà contento finché non vi si immerga. Appena vede la sua vittima insanguinata, con nuovo furore grida: «Sia crocifisso! Sia crocifisso! – Ebbene, dice Pilato, pigliatelo voi e crocifiggetelo; io non trovo in lui colpa alcuna ». Ma intanto, per suo ordine, l’ha ridotto in uno stato che, per sé, gli può causare la morte. La sua debolezza non approderà ancora a nulla. I Giudei insistono appellandosi al diritto che i Romani lasciano ai popoli conquistati: «Noi abbiamo una legge, e secondo questa legge deve morire, perché s’è fatto Figlio di Dio ». A questo reclamo Pilato si turba; rientra nella sala con Gesù e gli domanda: « Donde sei tu ? » Gesù non gli risponde, perché non era degno che gli rendesse conto della sua divina origine. Pilato si stizzisce e lo rimprovera: « Non mi parli? Non sai che ho potere di liberarti o di crocifiggerti? » Solo allora Gesù risponde, e lo fa per insegnarci che ogni potere d’autorità, anche quello degl’infedeli, viene da Dio, e non da ciò che si chiama patto sociale: « Tu non avresti alcun potere sopra di me, se non ti fosse dato dall’alto. Per questo, chi mi ha consegnato nelle tue mani è più colpevole di te» (Gv. XIX, 11). – La nobiltà e la dignità di tali parole soggiogano il governatore, il quale tenta ancora una volta di salvare Gesù. Ma gli schiamazzi del popolo penetrano di nuovo nella sua casa: « Se rimetti costui, gli dicono, non sei amico di Cesare. Chiunque si fa re si mette contro Cesare ». A queste parole Pilato, cercando un’ultima volta di muovere a compassione il popolo furibondo, esce fuori di nuovo e, sedendosi all’aperto tribunale, si fa condurre Gesù: « Ecco, dice loro, il vostro re; come può Cesare temere qualche cosa da lui? ». Ma quelli raddoppiano gli schiamazzi: « Via! toglilo dinanzi! mettilo in croce! – Ma, dice il governatore, simulando di non temere la gravità del pericolo, dovrò dunque crocifiggere il vostro re ?» Ed i Pontefici rispondono: « Non abbiamo altro re che Cesare ». – Parola indegna, che, uscendo dal tempio, avverte i popoli che la fede è in pericolo; parola anche di condanna a Gerusalemme, perché, se non ha altro re che Cesare, vuol dire che lo scettro non è più in mano a Giuda, ed è arrivato il tempo messianico.

Gesù condannato da Pilato.

Pilato, vedendo che la sedizione è giunta al colmo, e che la sua responsabilità di governatore è minacciata, si decide d’abbandonare Gesù nelle mani dei suoi nemici; e proclama a malincuore la sentenza, che gli procurerà un tale rimorso da cercare subito di liberarsene col suicidio. Traccia di suo pugno sopra una tavoletta, con un pennello, l’iscrizione che sarà collocata in cima alla croce, sopra la testa di Gesù; e, per colmo d’ignominia, concede pure all’astio dei nemici del Salvatore, che due ladroni vengano crocifissi a suo fianco, poiché occorreva che s’adempisse anche la profezia: « Sarà annoverato tra i malfattori » (Is. LIII, 12). Infine, lavandosi pubblicamente le mani, nello stesso momento che contamina l’anima col più nefando delitto grida verso il popolo: « Io sono innocente del sangue di questo giusto: pensateci voi »; e tutto il popolo assetato di questa brama, risponde: « Il sangue di lui cada su di noi e sui nostri figli » (Mt. XXVII, 24-25). In quel momento il marchio del parricida s’impresse sulla fronte del popolo ingrato e sacrilego, come una volta su quella di Caino, che diciannove secoli di schiavitù, di miseria e d’infamia non hanno ancora cancellato. – Su noi, figli della gentilità, s’è posato, quale misericordiosa rugiada il sangue divino; ebbene, rendiamo grazie alla bontà del Padre celeste, che « ha tanto amato il mondo da darci il suo unico Figliolo » (Gv. III, 16); e ringraziamo anche l’amore dell’unico Figliolo di Dio, il quale, sapendo che tutte le nostre sozzure potevano essere lavate solo nel suo sangue, oggi ce lo elargisce fino all’ultima goccia.

La Via dolorosa.

Qui comincia la Via dolorosa, ed il Pretorio di Pilato, dove risuonò la sentenza contro Gesù, ne è la prima stazione. I Giudei s’impossessano del Redentore per autorizzazione del governatore; i soldati gli gettano le mani addosso e lo conducono fuori del cortile pretoriale; gli strappano il mantello di porpora e lo coprono delle vesti che gli avevano tolte per flagellarlo; quindi lo caricano della croce sulle spalle lacerate. Il luogo dove il novello Isacco ricevette l’albero del suo sacrificio è designato come la seconda Stazione. La truppa dei soldati, rinforzata dai carnefici, dai principi dei sacerdoti, dai dottori della legge e da una moltitudine immensa, si mette in cammino. Gesù avanza sotto il peso della croce; ma presto, spossato dalle perdite di sangue e da ogni sorta di patimenti, non regge più, e, cadendo sotto quel peso, segna la terza Stazione.

L’incontro di Gesù con Maria.

I soldati rialzano brutalmente il divino prigioniero, che soccombeva più sotto il peso dei nostri peccati che sotto lo strumento del suo supplizio. Ha appena ripreso il suo vacillante cammino, quando si presenta improvvisamente ai suoi sguardi la desolata Madre. La Donna forte è venuta ad incontrare il Figlio: vuole vederlo, seguirlo, unirsi a lui finché non esalerà l’ultimo respiro; il suo amore materno è invincibile. Il suo dolore oltrepassa ogni espressione umana; le agitazioni di questi ultimi giorni l’hanno spossata; non c’è sofferenza del Figlio che non le sia stata divinamente manifestata, ed alla quale lei non si sia associata, sopportandole tutte, ad una ad una. Come può più rimanere nascosta? Il sacrificio è in atto, s’avvicina la consumazione: deve unirsi assolutamente al Figlio e nessuna forza la potrà trattenere. È con lei la Maddalena in lacrime, e vi sono pure: Giovanni, Maria madre di Giacomo e Salomè; essi piangono il Maestro ma lei piange il Figlio. Gesù vede la Madre sua, ma non può consolarla; e tutto questo non è che l’inizio dei dolori! Il sentimento d’angoscia che prova in questo momento il cuore della più tenera delle madri opprime ancora di più il cuore del più amante dei figli. Ma non per questo i carnefici che gli sono ai fianchi accorderanno un sol momento di ritardo nel loro cammino, in favore della madre d’un condannato; se vuole, si trascini pure dietro al fatale corteo: è già molto se non la cacciano via; e l’incontro di Gesù con Maria sulla via del Calvario indicherà per sempre la quarta Stazione.

Il Cireneo.

C’è ancora molta strada da fare, perché, secondo la legge, i criminali dovevano essere suppliziati fuori le porte della città. I Giudei temono che la vittima venga a mancare prima d’arrivare al luogo del sacrificio; perciò, vedendo tornare dalla campagna un uomo chiamato Simone di Cirene, lo fermano e, per un crudele sentimento di umanità verso Gesù, lo costringono a condividere con questi la fatica di portare lo strumento della salvezza del mondo. L’incontro di Gesù con Simone Cireneo consacra la quinta Stazione.

Il Volto Santo.

Di lì a pochi passi, un fatto inatteso viene a colpire di meraviglia e di stupore fin’anche i carnefici: una donna attraversa la folla, sguscia tra i soldati e si precipita ai piedi del Salvatore. Ella stringe fra le mani un velo spiegato, e, tutta tremante, asciuga il volto di Gesù reso irriconoscibile dal sangue, dal sudore e dagli sputi. Essa però l’ha riconosciuto, perché lo ama, e non ha temuto d’esporre la propria vita per procurargli un leggero sollievo. Il suo amore sarà ricompensato: il volto del Redentore, impresso per miracolo su quel velo, sarà d’ora in poi il suo più ricco tesoro; e, col suo atto coraggioso avrà la gloria di costituire la sesta Stazione della Via Crucis.

Compassione di Gesù per Gerusalemme.

Ma quanto più Gesù s’avvicina alla mèta fatale, tanto più le sue forze lo abbandonano. Un improvviso abbattimento segna, con la seconda caduta della vittima, la settima Stazione. I soldati lo rialzano con violenza, e riecco Gesù sul sentiero che bagna col suo sangue. Tanti indegni maltrattamenti strappano grida di dolore ad un gruppo di donne, che, mosse da compassione verso Gesù, lo seguivano fra i soldati, sfidando i loro insulti. Gesù, intenerito dalla condotta di queste donne che, nella debolezza del loro sesso, mostravano più grandezza d’animo che non tutto insieme il popolo di Gerusalemme, si degna di rivolgere loro uno sguardo di bontà, e riprendendo tutta la dignità del suo linguaggio profetico, in presenza dei prìncipi dei sacerdoti e dei dottori della legge, preannuncia il terribile castigo che seguirà al misfatto di cui esse sono testimoni e che deplorano con tante lacrime: « Figlie di Gerusalemme! dice loro in quello stesso luogo che viene rialzato nell’ottava Stazione; Figlie di Gerusalemme! non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e e sui vostri figlioli, perché, ecco, verranno giorni in cui si dirà: Beate le sterili e i seni che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato! Allora si metteranno a dire alle montagne: Cadeteci addosso; e alle colline: Ricopriteci. Chè se si tratta così il legno verde, che sarà del secco?» (Lc. XXIII, 28-31).

L’arrivo al Calvario.

Finalmente si giunge ai piedi della collina del Calvario, che Gesù dovrà salire, prima di raggiungere il luogo del sacrificio. Ma una terza volta l’estrema fatica lo rovescia al suolo, e santifica il posto in cui i fedeli venereranno la nona Stazione. La barbara soldataglia interviene ancora una volta a far riprendere a Gesù la penosa salita, e finalmente, fra molti urti, arriva in cima al cocuzzolo che diventerà l’altare del più sacro e più potente degli olocausti. I carnefici gli tolgono la croce e la stendono a terra, in attesa di conficcarvi la vittima. Ma prima, secondo l’uso dei Romani, praticato anche dai Giudei, offrono a Gesù una tazza di vino misto a mirra. Una tale bevanda, amara come il fiele, serviva da narcotico per addormentare entro un certo limite i sensi del paziente e diminuire i supplizi. Gesù bagna appena le labbra di questa pozione, che la consuetudine e più che il senso d’umanità gli offriva; non vuole berne, per poter assaporare coscientemente le sofferenze che si è degnato accettare per la salvezza degli uomini. Poi i carnefici gli strappano le vesti che s’erano attaccate alle piaghe e lo portano subito sul posto dove l’attende la croce. Il luogo dove Gesù fu spogliato sul Calvario ed assaggiò l’amara bevanda è indicato come la decima Stazione della Via Crucis. Le nove precedenti sono tuttora visibili nelle vie di Gerusalemme, dal Pretorio fino ai piedi del Calvario; ma quest’ultima e le quattro successive si venerano nell’interno della Chiesa del Santo Sepolcro, che nella sua vastità racchiude il teatro delle ultime scene della Passione del Salvatore. Ma a questo punto dobbiamo sospendere la narrazione dei fatti, perché ci siamo già inoltrati abbastanza nei fatti della grande giornata; del resto dobbiamo ancora tornare sul Calvario. È ormai tempo che ci uniamo alla santa Chiesa nella funzione con la quale sta per celebrare la morte del Signore.

LA SOLENNE FUNZIONE LITURGICA DEL POMERIGGIO CON LA QUALE SI CELEBRA LA PASSIONE E LA MORTE DI CRISTO

Il servizio divino di questo pomeriggio si divide in quattro parti, di cui spiegheremo successivamente i misteri. Prima vi sono le Letture; seguono le Preghiere; poi viene l’adorazione della Croce, ed infine la Comunione. Questi riti insoliti fanno capire ai fedeli la grandezza di questo giorno, e al tempo stesso fanno avvertire la sospensione del Sacrificio quotidiano di cui prendono il posto. L’altare è spoglio, senza croce senza candelieri; il leggìo del Vangelo è senza drappo. – Recitata l’Ora di Nona, il Celebrante avanza coi ministri; i loro paramenti neri significano il lutto della santa Chiesa. Giunti ai piedi dell’altare, si prostrano sui gradini e pregano alcuni istanti in silenzio; quindi, si dà inizio alle Letture.

LE LETTURE

La prima parte di questo Ufficio è dedicata alla lettura di due brani di Profezie ed al Passio. Si leggono prima alcuni versetti del profeta Osea (VI, 1-6), nei quali il Signore predice i suoi disegni misericordiosi verso il novello popolo, il popolo pagano, ch’era morto e che fra tre giorni risusciterà col Cristo che ancora non conosce. – Efraim e Giuda non saranno accolti allo stesso modo, non avendo i loro sacrifici materiali placato un Dio, che ama la misericordia e disprezza coloro che sono duri di cuore. La seconda lettura è tratta dall’Esodo (XII, 1-11), ci mette innanzi la figura dell’Agnello pasquale, per mostrarci che in questo momento il simbolo scompare davanti alla realtà. È un Agnello immacolato come l’Emmanuele, il cui sangue preserva dalla morte tutti coloro che hanno avuta la dimora segnata da lui. Esso non solo sarà immolato, ma diventerà alimento di coloro che non sono salvi per lui. È il viatico di chi si trova in cammino, e lo mangia in piedi, non avendo tempo di fermarsi nel corso rapido della vita. L’immolazione dell’antico Agnello e del nuovo è il segnale della Pasqua.

LE PREGHIERE

La santa Chiesa ha appena commemorato insieme ai suoi figli la storia degli ultimi momenti del Signore; che le resta dunque, se non imitare il divino Mediatore, che, come dice S. Paolo, sulla Croce ha offerto per tutti gli uomini al Padre « preghiere e suppliche con forti grida e lacrime»? (Ebr. V, 7). Perciò, fin dai primi secoli, in questo giorno, essa indirizzò alla divina Maestà una serie di preghiere, che, riferendosi a tutti i bisogni del genere umano, mostrano ch’essa è veramente la madre di tutti e la sposa amorevole del Figlio di Dio. Tutti, anche i Giudei, partecipano a questa solenne intercessione che la Chiesa presenta al Padre dei secoli, ai piedi della Croce di Gesù Cristo. – Ognuna di queste preghiere è preceduta da una spiegazione che ne annuncia l’oggetto. Quindi il Diacono invita i fedeli a mettersi in ginocchio; poi, ad un cenno del Suddiacono, subito si levano in piedi per unirsi all’invocazione del Celebrante (Nell’VIII secolo queste preghiere venivano pure recitate il Mercoledì Santo.).

ADORAZIONE DELLA SANTA CROCE

Fatte queste preghiere generali ed implorata da Dio la conversione dei pagani, la Chiesa, nella sua carità, ha fatto un giro di orizzonte su tutti gli abitanti della terra e sollecitato su tutti loro l’effusione del sangue divino, che in questo momento scorre dalle vene dell’Uomo-Dio. Ora di nuovo si volge ai figli cristiani, e, addolorata per le umiliazioni del Signore, li esorta ad alleggerire il peso con l’indirizzare i loro omaggi alla Croce, fino allora ritenuta infame, ma ora resa sacra; quella Croce sotto la quale egli s’incammina al Calvario e le cui braccia oggi lo sosterranno. Per Israele essa è scandalo; per i Gentili, stoltezza (I Cor. I, 23); ma noi Cristiani veneriamo in lei il trofeo della vittoria di Cristo e lo strumento augusto della salvezza degli uomini. Dunque, è giunto il momento in cui riceverà le nostre adorazioni, per l’onore che si degnò di farle il Figlio di Dio irrorandola col suo sangue ed associandola all’opera della nostra riparazione. Non v’è giorno, né ora di tutto l’anno in cui meglio convenga tributarle i nostri doveri. – L’adorazione della Croce cominciò a Gerusalemme fin dal IV secolo. Rinvenuta la vera Croce mediante diligenti ricerche di Santa Elena imperatrice, il popolo fedele aspirava a contemplare di tanto in tanto l’albero di vita, la cui miracolosa Invenzione aveva colmato di gioia tutta la Chiesa. Perciò fu stabilito che la si sarebbe esposta all’adorazione dei Cristiani una volta Tanno, il Venerdì Santo. Il desiderio di vederla faceva accorrere ogni anno a Gerusalemme, per la Settimana Santa, un’immensa folla di pellegrini. Ovunque si sparse la fama di questa cerimonia; ma non tutti potevano sperare di contemplarla, fosse pure una volta sola in vita. Allora la pietà cattolica volle almeno consacrare, con un’imitazione, la vera cerimonia a cui la maggior parte non poteva assistere; e verso il VII secolo si pensò di ripetere in tutte le chiese, il Venerdì Santo, l’ostensione e l’adorazione della Croce come avveniva a Gerusalemme. Non si aveva, è vero, che la figura della vera Croce; ma, siccome gli omaggi resi al sacro legno si riferivano a Cristo stesso, i fedeli potevano in questa maniera offrirle identici onori, nell’impossibilità d’avere il vero legno che il Redentore bagnò col suo sangue. Tale è lo scopo dell’istituzione del rito che la Chiesa compie alla nostra presenza, ed alla quale invita tutti noi a prendere parte. Il Celebrante all’altare depone il piviale e rimane seduto al suo posto. Il diacono con gli accoliti si porta in sacrestia di dove ne esce in processione con la croce. Quando giungono in chiesa, il celebrante riceve la croce dalle mani del diacono, si porta dalla parte dell’Epistola e là, in piedi al fondo degli scalini, rivolto verso il popolo, scopre la parte superiore della croce cantando con tono di voce normale:

Ecco il legno della Croce…

E prosegue, aiutato dai ministri, che cantano con lui:

…al quale fu sospesa la salvezza del mondo.

Allora l’assistente, in piedi, canta:

Venite, adoriamo.

Poi tutti si inginocchiano e adorano per un istante, in silenzio. Questa prima ostensione rappresenta la prima predicazione della Croce, quella che gli Apostoli fecero tra loro, quando, non avendo ancora ricevuto lo Spirito Santo, non potevano discorrere del divino mistero della Redenzione che coi discepoli di Gesù, temendo di suscitare l’attenzione dei Giudei. A significare ciò, il Sacerdote solleva solo un tantino la Croce. L’offerta di questo primo omaggio è una riparazione degli oltraggi che il Salvatore ricevette in casa di Caifa, in cui fu schiaffeggiato dal soldato. – Quindi il Celebrante sale sulla predella dell’altare, sempre al lato destro dell’Epistola in modo che il popolo lo veda meglio. I ministri l’aiutano a scoprire il braccio destro della Croce, e, scoperta questa parte, mostra di nuovo lo strumento della salvezza, sollevandolo di più e canta con voce più alta:

Ecco il legno della Croce…

Il Diacono e il Suddiacono continuano a cantare con lui:

…al quale fu sospesa la salvezza del mondo.

E tutti i presenti cantano:

Venite, adoriamo. Poi si inginocchiano e adorano in silenzio. Questa seconda ostensione, fatta in modo più manifesto della prima, rappresenta la predicazione del mistero della Croce ai Giudei, quando gli Apostoli, dopo la discesa dello Spirito Santo, gettarono le fondamenta della Chiesa in seno alla Sinagoga, portando ai piedi del Redentore le primizie d’Israele. La santa Chiesa l’offre in riparazione degli oltraggi che il Salvatore ricevette nel Pretorio di Pilato, dove fu flagellato e coronato di spine.

Poi il Celebrante va nel mezzo dell’altare, sempre di faccia al popolo; liberando il braccio sinistro della croce con l’aiuto del Diacono e del Suddiacono, la scopre completamente, e sollevandola più in alto con voce ancora più forte, quasi di trionfo, canta:

Ecco il legno della Croce…

Ed insieme coi ministri continua:

…al quale fu sospesa la salvezza del mondo.

Sempre i fedeli cantano:

Venite, adoriamo. – Poi si inginocchiano e adorano in silenzio.

Quest’ultima ostensione rappresenta la predicazione del mistero della Croce in tutto il mondo, quando gli Apostoli, cacciati dalla totalità della nazione giudaica, si voltarono ai Gentili e predicarono il Dio crocifisso oltre i confini dell’Impero romano. Il terzo ossequio reso alla Croce è offerto in riparazione degli oltraggi che il Salvatore ricevette sul Calvario, quando fu deriso dai suoi nemici. La santa Chiesa, mostrandoci prima la Croce coperta d’un velo che poi scompare, mentre ci dà a contemplare il divino trofeo della nostra Redenzione, vuole anche significarci l’avvicendarsi dell’accecamento del popolo giudaico, che non vede in questo legno adorabile che uno strumento d’ignominia, e la folgorante luce di cui gode il popolo cristiano, al quale la fede rivela che il Figlio di Dio, lungi dall’essere oggetto di scandalo, è, al contrario, come dice l’Apostolo, il monumento eterno della « potenza e della sapienza di Dio » (I Cor. I, 24). Ormai la Croce, così solennemente issata, non rimarrà più coperta; così senza velo, attenderà sull’altare l’ora della gloriosa risurrezione del Messia. Saranno anche scoperte tutte le altre immagini della Croce che stanno sui diversi altari, ad imitazione di quella che prenderà il suo posto di onore sull’altare maggiore. Ma la santa Chiesa, in questo momento, non si limita ad esporre alla contemplazione dei fedeli la Croce che li ha salvati; essa anche li invita ad accostare rispettosamente le loro labbra al sacro legno. Li precede il Celebrante, e tutti verranno dopo di lui. Non contento d’aver deposto la pianeta, egli si toglie anche le scarpe, e solo dopo aver fatto tre genuflessioni s’accosta alla Croce adagiata sui gradini dell’altare. Dietro di lui s’avanzano il Diacono ed il Suddiacono, poi il Clero, infine i laici. – Straordinariamente belli sono i canti che accompagnano l’adorazione della Croce. Prima s’intonano gl’Improperi, o rimproveri che il Messia rivolge ai Giudei. Le prime tre strofe di quest’Inno sono alternate dal canto del Trisagio, la preghiera al Dio tre volte santo, del quale è giusto glorificare l’immortalità nel momento in cui si degna, come uomo, subire la morte per noi. Questa triplice glorificazione, in uso a Costantinopoli fin dal V secolo, passò nella Chiesa Romana, che la mantenne nella lingua primitiva, accontentandosi d’alternare la traduzione latina delle parole. Il seguito di questo magnifico canto è del più alto interesse drammatico: il Cristo ricorda tutte le indegnità di cui fu fatto segno da parte del popolo giudaico, e mette in risalto i benefici ch’Egli elargì all’ingrata nazione. Se l’adorazione della Croce non è ancora terminata, si passa ad intonare il celebre Inno Crux fidelis, composto da Venanzio Fortunato. Vescovo di Poitiers, nel V secolo, in onore del sacro albero della nostra Redenzione. Alcuni versi d’una strofa servono da ritornello a tutte le strofe dell’Inno.

Terminata l’adorazione della Croce, dopo che i fedeli le hanno reso omaggio, il Celebrante la pone sull’altare: a questo punto ha inizio la quarta parte della funzione.

LA COMUNIONE

Il ricordo del sacrificio compiuto oggi sul Calvario occupa talmente il pensiero della Chiesa in questo anniversario, ch’essa rinuncia a rinnovare sull’altare l’immolazione della vittima divina, accontentandosi di partecipare al sacro mistero con la comunione. Una volta, il clero e tutti i fedeli, erano ammessi a tale favore, ma in seguito soltanto più il celebrante poteva comunicarsi. Nel 1956 è tornata alla vecchia tradizione e tutti i fedeli ora possono ricevere il Corpo del Signore che si immola, proprio oggi, per la salvezza di tutti e riceve così, in modo più abbondante, i frutti della redenzione. – Accompagnato dai due accoliti, il Diacono si porta al Sepolcro, prende il santo ciborio dal tabernacolo e lo porta sull’Altare Maggiore mentre si canta:

Noi ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo, perché hai redento il mondo con la tua croce.

L’albero ci ha ridotti in schiavitù e la Croce ci libera; il frutto dell’albero ci ha sedotti, il Figlio di Dio ci ha salvati.

Salvatore del mondo, salvaci; o tu che ci hai redenti mediante il tuo sangue e la Croce, salvaci, te ne preghiamo!

Giunto all’Altare, il Diacono depone santo ciborio sul corporale; il celebrante sale l’altare e recita l’inizio del Pater a voce alta e siccome il Pater è una preparazione alla comunione, clero e fedeli lo recitano a voce alta col celebrante, « solennemente, gravemente, distintamente ed in latino ». – Uniamoci sentitamente e fiduciosi alle sette petizioni che esso contiene, nell’ora in cui il divino intercessore, con le braccia allargate

sulla Croce, le presenta per noi al Padre. È questo il momento in cui ottiene, per mezzo della sua mediazione, che ogni nostra preghiera sia esaudita. – Dopo il Pater, il sacerdote recita a voce alta una preghiera che nelle Messe viene recitata piano; con questa preghiera chiede che noi siamo liberati dal male e dal peccato e fatti vivere nella pace.

Il celebrante recita ancora a voce bassa la terza delle orazioni che precedono la comunione nelle Messe ordinarie; quindi apre la pisside che contiene le Ostie, ne prende una e, profondamente inclinato, si percuote il petto dicendo forte: “Signore, io non sono degno che tu venga in me, ma di’ una sola parola e l’anima mia sarà salva”.

A questo punto il Celebrante si comunica e dopo essersi raccolto per qualche istante, distribuisce la comunione, al solito modo, al clero e ai fedeli. Terminata la comunione, il celebrante si purifica le dita nell’apposito vasetto, le deterge col manutergio, ripone la pisside nel tabernacolo e restando in piedi in mezzo all’altare recita, in tono feriale, come ringraziamento, le tre seguenti preghiere:

“O Signore, questo popolo ha ricordato con cuore pio gli avvenimenti della Passione e della morte del Figlio tuo; noi ti preghiamo affinché egli ne riceva benedizioni abbondanti, il perdono, la consolazione, l’accrescimento della fede e la certezza della sua eterna redenzione. Te lo chiediamo in nome di Cristo nostro Signore”.

“O Dio possente e misericordioso che ci hai redenti per mezzo della Passione e della morte del tuo Figlio Gesù, conserva in noi l’opera della tua misericordia, di modo che avendo partecipato a questi misteri, noi possiamo vivere d’un amore indistruttibile. Te lo chiediamo in nome di Cristo”.

“Ricordati, o Signore, della tua misericordia e santifica, con la tua protezione, questi tuoi figli per i quali Gesù Cristo ha istituito, versando il suo sangue, questo mistero della Pasqua. Te lo chiediamo in nome di Cristo”.

Terminate queste preghiere il celebrante e i ministri discendono, dall’altare e tornano in Sacrestia. Compieta viene recitata in Coro a luci spente. La Santa Eucarestia viene riportata senza solennità nell’apposito luogo; vi sarà accesa, come di consueto, una lampada.

IL POMERIGGIO

Frattanto è bene che, durante le ore che furono quelle della nostra salvezza, noi seguiamo col cuore e col pensiero il misericordioso Redentore, che avevamo lasciato sul Calvario al momento in cui lo spogliarono delle sue vesti, dopo avere assaggiata l’amara bevanda. Assistiamo con raccoglimento e compunzione alla consumazione del Sacrificio, ch’egli sta per offrire per noi alla giustizia divina.

La Crocifissione.

Gesù è condotto dai carnefici pochi passi più in là, dove la Croce stesa per terra segna l’undecima Stazione della Via Crucis. Come un agnello condotto al sacrificio, Egli si corica sul legno che diventerà il suo altare; le sue membra vengono stirate con violenza, e i chiodi, penetrando fra i nervi e le ossa, configgono sul patibolo le mani e i piedi. Scorre il sangue dalle quattro vivificanti sorgenti, dove verranno a purificarsi le nostre anime; ed è la quarta volta che sgorga dalle vene del Redentore. Maria sente i colpi sinistri del martello, mentre il suo cuore di Madre ne rimane lacerato. Maddalena è in preda a una desolazione tanto più amara, quanto più si vede nell’impotenza di recar sollievo all’amato Maestro, che gli uomini le hanno rapito. Ma ecco che Gesù alza la voce e proferisce, dall’alto del Calvario, la sua prima parola: « Padre, esclama, perdona loro, perché non sanno quello che fanno ». Oh, bontà infinita del Creatore! È venuto sulla terra, opera delle sue mani, e gli uomini l’hanno crocifisso! ma fin sulla Croce egli ha pregato per loro, e, nella sua preghiera, li vuole anche scusare!

Gesù in Croce.

La Vittima è inchiodata sul legno, dove dovrà morire; ma non resterà così adagiata per terra. Isaia predisse che « il regale germoglio della radice di Iesse sarà inalberato come uno stendardo a vista di tutte le nazioni» (Is. XI, 10). Quindi bisogna che il crocifisso Salvatore santifichi l’aria infestata dalla presenza degli spiriti maligni; bisogna che il mediatore fra Dio e gli uomini, il Sommo Sacerdote ed intercessore, sia innalzato fra il cielo e la terra a trattare la riconciliazione fra l’uno e l’altra. A poca distanza dal luogo ove è distesa la Croce hanno praticata nella roccia una buca: dentro di questa, la Croce viene calata e così domina tutto il monte Calvario. È il luogo della dodicesima Stazione. I soldati s’adoperano con grandi sforzi a piantarvi l’albero della salvezza; l’urto violento acuisce i dolori di Gesù, che con tutto il corpo lacerato pende dalle sue stesse piaghe dei piedi e delle mani. Eccolo esposto nudo agli occhi di tutti, Lui ch’è venuto al mondo a coprire la nostra nudità causata dal peccato! Sotto la Croce i soldati stracciano le sue vesti e se le dividono, rispettando però la tunica, che secondo una pia tradizione Maria stessa aveva intessuta con le sue mani verginali. La tirano a sorte senza lacerarla; e così diventa il simbolo dell’unità della Chiesa che non deve mai essere rotta per nessun pretesto.

« Re dei Giudei ».

Sopra la testa del Redentore sta scritto in ebraico, greco e latino:

GESÙ NAZARENO RE DEI GIUDEI.

La moltitudine legge e ripete tale iscrizione, proclamando ancora una volta senza volerlo, la regalità del figlio di David. I nemici di Gesù se ne accorgono e cercano d’ottenere da Pilato la correzione della scritta, non ricevendo altra risposta che questa: « Quel che ho scritto ho scritto » (Gv. XIX, 22). Un’altra circostanza trasmessaci dai santi Padri annuncia che il Re dei Giudei, rigettato dal suo popolo, regnerà sulle nazioni della terra con la stessa gloria che ricevette in eredità dal Padre. Piantando la Croce nel suolo, i soldati la disposero in modo che il divino crocifisso voltasse le spalle a Gerusalemme ed allargasse le braccia verso le regioni dell’occidente. Pertanto, mentre il Sole della verità tramontava sulla città deicida, sorgeva sulla novella Gerusalemme, Roma, la superba città cosciente della sua eternità, ma ancora ignara che sarebbe divenuta eterna per la Croce.

Gl’insulti.

Alziamo lo sguardo verso l’Uomo-Dio, la cui vita va spegnendosi così rapidamente sullo strumento del suo supplizio. Eccolo sospeso in aria, alla vista di tutto Israele, « come il serpente di bronzo che Mosè aveva mostrato al popolo nel deserto » (Gv. III, 14); ma questo popolo non ha per lui che oltraggi. Voci insolenti e senza pietà salgono fino a lui: «Tu che distruggi il tempio di Dio e lo riedifichi in tre giorni, liberati ora; se sei il Figlio di Dio, scendi dalla Croce, se puoi ». Dal loro canto gl’indegni pontefici sorpassano la misura d’ogni bestemmia: « Ha salvato gli altri: perché non salva se stesso? Via! Re d’Israele, scendi dalla Croce e ti crederemo! Hai confidato in Dio: è lui che ti deve liberare. Non hai detto che sei il Figlio di Dio? ». E i due ladroni ch’erano crocifissi con lui prendevano parte all’oltraggioso concerto.

Preghiere.

Ma la terra aveva ricevuto un beneficio tale da paragonarsi a quello che Dio si degnava accordarle in quell’ora: e mai maggiori insulti erano saliti alla maestà divina con tanta audacia. Noi Cristiani, che adoriamo colui che i Giudei bestemmiano, offriamogli in questo momento la dovuta riparazione cui ha tanto diritto. Gli empi gli rinfacciano le proprie divine parole, torcendole contro di Lui; noi invece ricordiamogli un’altra parola da Lui stesso pronunciata e che riempie i nostri cuori di speranza: « Quando sarò innalzato da terra trarrò tutto a me » (Gv. XII, 32). Ora è giunto il momento, Signore Gesù, d’adempiere la tua promessa: traici tutti a te. Noi siamo ancora rivolti alla terra, legati da mille interessi e da mille attrattive, schiavi dell’amore di noi stessi, sempre impediti nel volo verso di te: sii l’amante che ci attira e rompe ogni laccio, affinché possiamo salire fino a te, e la conquista delle nostre anime sia finalmente la consolazione del tuo cuore oppresso.

Le tenebre.

Frattanto il giorno è giunto a metà del suo corso: è l’ora sesta, quella che noi chiamiamo mezzogiorno. Il sole, che splendeva in cielo come un insensibile testimone, improvvisamente nega la sua luce; ed un’oscura notte stende le sue tenebre su tutta la terra. Compaiono le stelle in cielo; le mille voci della natura languiscono: pare che il mondo stia per cadere nel caos. Si dice che il celebre Dionigi dell’Areopago d’Atene, che poi divenne discepolo del Dottor delle Genti, nel momento in cui avvenne quell’eclissi, esclamasse: «il Dio della natura sta soffrendo o la macchina di questo mondo sta per dissolversi ». – Flegone, autore pagano, scrivendo un secolo dopo, ricordava ancora lo sgomento che suscitarono nell’impero romano, quelle inattese tenebre che scompigliarono tutti i calcoli degli astronomi.

Il buon ladrone.

Un così formidabile fenomeno, spettacolo troppo visibile del corruccio celeste, agghiacciò di panico i più audaci bestemmiatori. Il silenzio successe a tanti schiamazzi. Allora uno dei ladroni, la cui croce stava a destra di quella di Gesù, sentì, insieme al rimorso, nascergli in cuore una speranza; tanto che rimprovera il compagno col quale fino a poco fa aveva insultato l’innocente: «Neppure tu temi Iddio, trovandoti con Lui nel medesimo supplizio? Quanto a noi, è giusto, perché riceviamo degna pena per le nostre azioni, ma costui non ha fatto nulla di male » (Lc, XXIII, 40-41). Gesù difeso da un malfattore, proprio nel momento in cui i dottori della legge giudaica, assisi sulla cattedra di Mosè, non fanno che oltraggiarlo! Ciò dimostra in modo evidente il grado d’accecamento al quale è arrivata la Sinagoga. Disma, un ladrone, un diseredato, rappresenta in quest’istante la gentilità che soccombe sotto il peso dei suoi delitti, ma da cui presto si risolleverà purificata, confessando la divinità del crocifisso. Egli si volge penosamente verso la Croce del Salvatore, dicendo a Gesù: « Signore, ricordati di me quando sarai nel tuo regno »; perché egli crede alla regalità di Gesù, a quella regalità di cui i sacerdoti ed i magistrati della sua nazione avevano fatto oggetto di derisione. La calma e la dignità dell’augusta vittima sul patibolo gli hanno rivelato tutta la sua grandezza, e lui, prestandogli fede, ne invoca fiducioso un semplice ricordo, quando alla sua umiliazione seguirà la gloria. La grazia ha fatto di questo ladrone un vero Cristiano! E chi oserebbe dubitare che tale grazia gli sia stata implorata e ottenuta dalla Madre della misericordia, che in quel solenne momento offrì se stessa in un medesimo sacrificio col Figlio? Gesù, commosso d’aver riscontrato in un malvivente, giustiziato a causa delle sue criminalità, quella fede che invano aveva cercato in Israele, così risponde alla sua umile preghiera: « In verità ti dico, oggi stesso sarai meco in Paradiso ». È la seconda parola di Gesù sulla Croce. Il fortunato penitente la raccoglie con gioia nel suo cuore e la custodisce gelosamente, aspettando nell’espiazione l’ora della liberazione.

Il gruppo dei fedeli.

Maria s’è avvicinata alla Croce dalla quale pende Gesù! Per il cuore d’una madre, non vi sono tenebre che possano impedire di riconoscere il proprio figlio. Il tumulto s’è placato dopo che il sole non manda più la sua luce, e i soldati non frappongono più ostacoli a questo pietoso ravvicinamento. Gesù guarda teneramente Maria, la vede desolata, e la sofferenza del suo cuore, che sembrava giunta al massimo, aumenta ancora di più. Egli sta per morire, e la Madre non può slanciarsi verso di Lui, ad abbracciarlo e a prodigargli le sue ultime carezze! Anche Maddalena è là, sciolta in lacrime e languente di dolore, nel vedere i piedi del Salvatore che tanto amava, e che pochi giorni fa aveva cosparso dei suoi profumi, bagnati dal sangue sgorgato dalle ferite e già coagulato. Essa li può ancora irrorare delle sue lacrime, ma le lacrime non li possono risanare; è soltanto venuta per vedere morire Colui dal quale ricevette il perdono in ricompensa del suo amore. Giovanni, il prediletto è il solo Apostolo che ha seguito Gesù fin sul Calvario; immerso nel dolore, ricorda la predilezione che anche il giorno precedente Gesù volle testimoniargli nel misterioso banchetto; soffre per il figlio e soffre per la madre, perché il suo cuore non s’accontenta dell’inestimabile premio col quale Gesù volle ripagare il suo amore. Maria di Cleofa è insieme con Maria accanto alla Croce; più in là le altre donne formano un altro gruppo.

Maria Madre nostra.

Tutto a un tratto, nel cuore del silenzio interrotto solo dai singhiozzi, risuonò per la terza volta la voce di Gesù morente, che, rivolto a sua madre, la chiama « Donna », non volendo con un’altra spada rinnovarle il dolore nel suo cuore già ferito: « Donna, ecco tuo figlio », indicando con questa parola Giovanni; e rivolto a Giovanni, aggiunge: « Figlio, ecco tua madre ». Era doloroso quella scambio al cuore di Maria, ma la sostituzione assicurava per sempre a Giovanni, e in lui all’umanità, il beneficio d’una madre. Esponemmo tale scena più dettagliatamente il Venerdì della settimana di Passione; oggi, suo anniversario, accogliamo il generoso testamento di Gesù, che con l’incarnazione ci aveva meritata l’adorazione del Padre celeste, ed in questo momento ci dà in dono la propria madre.

Gli ultimi istanti.

S’avvicina l’ora nona (tre ore dopo mezzogiorno), quella decretata fin dall’eternità per la morte dell’Uomo-Dio. Gesù si sente di nuovo assalire dal crudele abbandono che provò nell’Orto degli Ulivi; si sente schiacciato da tutto il peso della disgrazia di Dio in cui è incorso per essersi fatto cauzione dei nostri peccati; l’amarezza del calice d’un Dio irato, bevuto fino alla feccia, gli causa un deliquio ch’egli esprime col gemito: « Dio mio! Dio mio! perché m’hai abbandonato? ». È la quarta parola; ma è una parola che non riconducela serenità al cielo. Gesù non lo chiama neppure « Padre mio! »come se fosse un peccatore, un condannato davanti all’inflessibiletribunale di Dio. Intanto, una gran febbre ne divora le viscere, edall’arsa bocca gli sfugge a gran pena la quinta parola: « Ho sete ».Un soldato gli accosta alle labbra morenti una spugna inzuppatadi aceto: sarà l’unico sollievo, che nella bruciante sete gli offrirà laterra, quella terra rinfrescata ogni giorno dalla sua rugiada e dallaquale ha fatto zampillare sorgenti e fiumi.

La morte.

Il momento in cui Gesù esalerà lo spirito al Padre è giunto. Egli abbraccia in uno sguardo i divini oracoli che preannunciarono le minime circostanze della sua missione; vede che non ce n’è uno solo che non sia stato adempiuto, fino al tormento della sete e all’aceto che gli venne offerto per dissetarlo. Proferisce allora la sesta parola dicendo: « Tutto è compiuto ». Non resta che morire, per apporre l’ultimo suggello alle profezie preannuncianti la sua morte quale mezzo estremo della nostra redenzione. Sfinito, agonizzante, quest’uomo che fino a pochi momenti fa era riuscito solo a mormorare qualche parola, lancia un grido potente che risuona lontano ed impaurisce e fa meravigliare il centurione romano, ch’era al comando delle guardie sotto la Croce. « Padre! esclama, nelle tue mani raccomando il mio spirito ». Pronunciata questa settimana ed ultima parola,abbandona il capo sul petto ed esala l’ultimo respiro.

La sconfitta di satana.

In quell’istante le tenebre si diradano, in cielo torna a splendere il sole; ma la terra trema, le pietre si spaccano e la roccia del Calvario si fende tra la Croce di Gesù e quella del cattivo ladrone; il crepaccio è visibile anche oggi. Un altro fenomeno spaventa i sacerdoti del giudaismo: il velo del Tempio che conservava il Santo dei Santi si spacca in due dall’alto in basso annunciando la fine del regno delle figure. Le tombe ove riposavano molti santi personaggi si aprono e i morti tornano alla vita. Ma lo scotimento della morte che salva l’umanità si fa sentire sopra tutto nell’abisso infernale. Finalmente satana ha compreso la potenza e la divinità del Giusto, contro il quale aveva imprudentemente aizzato le passioni della Sinagoga: per il suo accecamento, infatti, è stato sparso il sangue la cui virtù salva il genere umano e gli riapre le porte del cielo. Ma ora sa cosa pensarne di Gesù di Nazaret, al quale osò avvicinarsi nel deserto per tentarlo; e, nella sua disperazione, riconosce che Gesù è il vero Figlio dell’Eterno, e che la redenzione negata agli angeli ribelli viene elargita abbondantemente agli uomini, per i meriti del sangue che satana stesso ha fatto versare sul Calvario.

Preghiera.

Figlio adorabile del Padre, noi vi adoriamo, morto sull’albero del vostro sacrificio. La vostra amarissima morte ci ha ridata la vita. Imitando i Giudei che attesero l’ultimo anelito e rientrarono compunti nella città, noi ci percuotiamo il petto, confessando che furono i nostri peccati ad uccidervi; degnatevi, perciò, accogliere le nostre azioni di grazia per l’amore che ci avete testimoniato sino alla fine. Riscattati dal vostro sangue, d’ora in poi non ci resta che servire Voi, che ci avete amati in Dio. Siamo nelle vostre mani; Voi siete il nostro Signore. Ecco, già la Chiesa ci chiama al vostro divino servizio; dobbiamo scendere dal Calvario per unirci a lei a celebrare le vostre lodi. Fra poco saremo di nuovo accanto al vostro corpo inanimato ed assisteremo al funebre convoglio, che accompagneremo col nostro dolore e con le nostre lacrime. Maria nostra madre sta sotto la Croce e nessuna cosa la potrà separare dalla vostra spoglia mortale. Maddalena è inchiodata ai vostri piedi, e Giovanni e le pie donne formano intorno a voi un mesto accompagnamento. Noi cadiamo ancora una volta in ginocchio davanti al vostro santissimo corpo, al vostro prezioso sangue, alla Croce che ci ha redenti.

LA SERA

Il colpo di lancia.

Torniamo sul Calvario a terminare la giornata del lutto universale. Là abbiamo lasciato Maria insieme a Maddalena, a Giovanni ed alle altre pie donne. È trascorsa appena un’ora dal supremo istante che Gesù esalò lo spirito, ed ecco che alcuni soldati, comandati da un centurione, vengono a turbare, col rumore dei loro passi e delle loro voci, la quiete che regnava sulla collina. Hanno ricevuto un ordine da Pilato: su richiesta dei prìncipi dei sacerdoti, il governatore vuole che i tre crocifissi siano finiti rompendo loro le gambe, quindi deposti dalla croce e sepolti prima di notte. I Giudei contavano i giorni partendo dall’ora del tramonto; quindi è imminente l’inizio del grande Sabato. I soldati s’avvicinano prima alle croci dei due ladroni, ai quali rompono le gambe; poi s’avanzano verso la croce del Redentore; il cuore di Maria ha un sussulto: qual nuovo oltraggio faranno questi barbari al corpo insanguinato del caro Figlio? Essi guardano il divino condannato, costatano che non ha più un filo di vita; ma, per meglio assicurarsene, uno di loro impugna la lancia e la conficca nel costato destro della vittima. La punta gli trapassa il cuore, e quando il soldato la estrae, da quest’ultima sua piaga sgorgano alcune gocce di sangue misto ad acqua. È la quinta effusione del sangue redentore, ed è la quinta piaga che riceve Gesù sulla Croce.

Gesù deposto dalla Croce.

Maria ha sentito penetrare nell’intimo della sua anima la punta della lancia crudele; nuovi pianti e singhiozzi s’elevano intorno a Lei. Come finirà questo triste giorno? Quali mani deporranno l’Agnello che pende dalla Croce? Chi lo restituirà alla Madre? I soldati s’allontanano, e con essi Longino, il crudele autore della lanciata, che ha cominciato a sentire in sé un misterioso turbamento, presagio della fede di cui un giorno sarà martire. Ma ecco avanzarsi altri uomini: due Giudei, Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo, che salgono la collina e si fermano commossi ai piedi della Croce di Gesù. Maria li guarda con riconoscenza: essi sono venuti a deporle fra le braccia il corpo del Figliolo ed a rendere al loro Maestro gli onori della sepoltura. I fedeli discepoli ne hanno avuta l’autorizzazione dal governatore Pilato, che ha accordato a Giuseppe il corpo di Gesù. Il tempo stringe, il sole sta per declinare, sta per scoccare, l’ora del grande Sabato; quindi i due s’aff rettano a schiodare dalla Croce le membra del Giusto. Sulle falde del piccolo colle, vicino al luogo ov’è piantata la Croce, c’è un orto: in quest’orto è praticata nella roccia una camera sepolcrale. Nessuna salma ha occupato questa tomba fino adesso: là sarà posto Gesù a riposare. Portando il prezioso carico, Giuseppe e Nicodemo scendono dal monte e depongono il sacro corpo sopra uno spazio di roccia poco distante dal sepolcro. La Madre di Gesù riceve dalle loro mani il tenero Figlio, che bagna con le sue lacrime e copre di baci le molte piaghe crudeli che ne hanno lacerato il corpo. Giovanni, Maddalena e le altre pie donne compiangono la Madre dei dolori. Ma bisogna far presto ad imbalsamare la spoglia esanime. Sulla pietra che ancor oggi è chiamata la Pietra dell’unzione, e che segna la tredicesima Stazione della Via Crucis, Giuseppe spiega il lenzuolo che ha portato; Nicodemo, aiutato dai servi che per loro ordine avevano portato cento libbre di mirra e di aloè, prepara i profumi. Lavano le ferite dal sangue; tolgono delicatamente la corona di spine dalla testa del re divino; finalmente giunge il momento d’avvolgere il corpo nel lenzuolo. Maria stringe per un’ultima Volta tra le braccia l’insensibile spoglia del suo diletto, che subito dopo viene nascosta ai suoi sguardi fra le fasciature delle bende e le pieghe della coltre.

Gesù nel sepolcro.

Poi Giuseppe e Nicodemo sollevano il nobile peso e lo portano nella tomba. È la quattordicesima Stazione della Via Crucis. V’erano due stanze incavate nella roccia e comunicanti fra loro: nella seconda, a destra, in un loculo praticato con lo scalpello, adagiano il corpo del Salvatore. Quindi s’affrettano ad uscire, e, raccogliendo tutte le loro forze, fanno scivolare sull’ingresso del monumento una grossa pietra che servirà da porta, e che presto, a richiesta dei nemici di Gesù, verrà suggellata dall’autorità pubblica e custodita da una scorta di soldati romani.

La Madre dei dolori.

Intanto il sole tramonta e sta per cominciare il grande Sabato con le sue severe prescrizioni. Maddalena e le altre pie donne, tenuto d’occhio i luoghi e la disposizione del corpo nel sepolcro, interrompono i loro lamenti e ridiscendono in fretta a Gerusalemme, col proposito di comprare dei profumi e tenerli pronti, fino a quando, passato il Sabato, possano tornare sulla tomba la domenica, di buon mattino, a completare l’imbalsamazione troppo affrettata del loro Maestro. Maria, salutata un’ultima volta la tomba che racchiude il tesoro della sua tenerezza, s’accompagna al gruppo che è diretto alla città. Giovanni, suo figlio adottivo, è al suo fianco; da quel momento egli è divenuto il custode di Colei che, senza cessare d’essere la Madre di Dio, è divenuta in Lui la Madre degli uomini. Ma a costo di quali angosce essa ha guadagnato questo nuovo titolo! quale ferita ha ricevuto il suo cuore nell’istante che le siamo stati affidati! Teniamole anche noi fedele compagnia durante le ore crudeli che trascorreranno fino al momento in cui la risurrezione di Gesù verrà ad alleviare il suo immenso dolore.

Preghiera sulla tomba di Gesù.

Ma noi non possiamo abbandonare il vostro sepolcro, o Redentore, senza lasciarvi il tributo delle nostre adorazioni e l’ammenda onorevole del nostro pentimento. Eccovi, o Gesù, prigioniero della morte! questa figlia del peccato ha dunque steso su di voi il suo impero. Vi siete addossata la sentenza ch’era lanciata contro di noi, e vi siete fatto simile a noi fino alla tomba. Quale riparazione potrebbe mai eguagliare l’umiliazione che avete subita in questo stato, a noi dovuto, ma divenuto vostro per l’amore che ci avete portato? I santi Angeli vegliano sulla pietra che nasconde il vostro corpo e rimangono stupiti di questo vostro amore per l’uomo, spregevole ed ingrata creatura. Non per i loro fratelli decaduti avete subita la morte, ma per noi, ultimi della creazione. Quale indissolubile legame viene dunque a formare tra noi e Voi il sacrificio che avete offerto! Ma se morirete per noi, per Voi dunque d’ora in poi dobbiamo vivere. Ve lo promettiamo. Gesù, sulla tomba che vi hanno scavato i nostri peccati. – Anche noi vogliamo morire, morire al peccato e vivere alla vostra grazia. D’ora in poi seguiremo i vostri precetti ed i vostri esempi, e ci allontaneremo dal peccato, che ci ha fatti responsabili della vostra morte così amara e dolorosa; abbracciamo con la vostra Croce tutte le croci di cui è disseminata la vita umana e che sono così leggere in paragone della vostra; finalmente anche noi saremo contenti di morire, quando sarà giunta l’ora di subire la meritata sentenza che la giustizia del Padre pronunciò contro di noi. Per voi la morte non è che un passaggio alla vera vita; e, come in questo momento ci separiamo dal sepolcro con la speranza di presto salutare l’alba della vostra gloriosa risurrezione, così, lasciando alla terra la sua spoglia mortale, l’anima nostra, piena di confidenza, salirà a voi sperando un giorno di ricongiungersi a quella colpevole polvere che la terra restituirà purificata.

I SETTE DOLORI DI MARIA SANTISSIMA

La compassione della Madonna.

La pietà degli ultimi tempi ha consacrato in una maniera speciale questo giorno alla memoria dei dolori che Maria provò ai piedi della Croce del suo divin Figliolo. La seguente settimana è interamente dedicata alla celebrazione dei Misteri della Passione del Salvatore, e sebbene il ricordo di Maria che soffre insieme a Gesù sia sovente presente al cuore del fedele, il quale segue piamente tutti gli atti di questo dramma, tuttavia i dolori del Redentore e lo spettacolo della giustizia divina che s’unisce a quello della misericordia per operare la nostra salvezza, assillano troppo la mente, perché sia possibile onorare come merita il mistero della compassione di Maria.

Maria Corredentrice.

Per ben comprendere l’oggetto, e meglio compiere in questo giorno, verso la Madre di Dio e degli uomini i doveri che le sono dovuti, dobbiamo ricordare che Dio, nei disegni della sua sovrana Sapienza, ha voluto in tutto e per tutto associare Maria alla restaurazione del genere umano. – (Labbe, Conciles, t. XII p. 365. – Il decreto esponeva la ragione dell’istituzione di tale festa [i sette dolori nel venerdì di Passione] : « Onorare l’angoscia che provò Maria quando il Redentore s’immolò per noi e raccomandò questa Madre benedetta a Giovanni, ma soprattutto affinché sia repressa la perfidia degli empi eretici Ussiti ».). – Tale mistero ci mostra un’applicazione della legge che rivela tutta la grandezza del piano divino; ed ancora una volta ci fa vedere il Signore sconfiggere la superbia di satana col debole braccio di una donna. Nell’opera della salvezza, noi costatiamo tre interventi di Maria, tre circostanze, nelle quali è chiamata ad unire la sua azione a quella stessa di Dio. – La prima, nell’Incarnazione del Verbo, il quale non assume carne in lei se non dopo averne ottenuto il consenso con quel solenne FIAT che salvò il mondo; la seconda, nel Sacrificio di Gesù Cristo sul Calvario, ove Ella assiste per partecipare all’offerta espiatrice; la terza, nel giorno della Pentecoste, quando riceve lo Spirito Santo come lo ricevettero gli Apostoli, per potere adoperarsi efficacemente alla fondazione della Chiesa. Nella festa dell’Annunciazione esponemmo la parte ch’ebbe la Vergine di Nazaret al più grande atto che piacque a Dio intraprendere per la sua gloria, e per il riscatto e la santificazione del genere umano. In seguito avremo occasione di mostrare la Chiesa nascente che si sviluppa e s’ingigantisce sotto l’influsso della Madre di Dio. Oggi dobbiamo descrivere la parte che toccò a Maria nel mistero della Passione di Gesù, spiegare i dolori che sopportò presso la Croce, ed i nuovi titoli che ivi acquistò alla nostra filiale riconoscenza.

La predizione di Simeone.

Il quarantesimo giorno dopo la nascita di Gesù, la Beata Vergine venne a presentare il Figlio al Tempio. Questo fanciullo era atteso da un vegliardo, che lo proclamò « luce delle nazioni e gloria d’Israele». Ma, volgendosi poi alla madre, le disse: « (Questo fanciullo) è posto a rovina e risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione; anche a te una spada trapasserà l’anima » (Lc. II, 34-35). L’annuncio dei dolori alla madre di Gesù ci fa comprendere che le gioie natalizie erano cessate, ed era venuto il tempo delle amarezze per il figlio e per la madre. Infatti, dalla fuga in Egitto fino a questi giorni in cui la malvagità dei Giudei va macchinando il più grave dei delitti, quale fu lo stato del figlio, umiliato, misconosciuto, perseguitato e saziato d’ingratitudini? Quale fu, per ripercussione, il continuo affanno e la costante angoscia del cuore della più tenera delle madri? Noi oggi, prevenendo il corso degli eventi, facciamo un passo avanti ed arriviamo subito al mattino del Venerdì Santo.

Maria, il Venerdì Santo.

Maria sa che questa stessa notte suo figlio è stato tradito da un suo discepolo, da uno che Gesù aveva scelto a suo confidente, ed al quale ella stessa, più d’una volta, aveva dato segni della sua materna bontà. Dopo una crudele agonia, s’è visto legare come un malfattore, e la soldatesca l’ha condotto da Caifa, suo principale nemico. Di là l’hanno portato al governatore romano, la cui complicità era necessaria ai prìncipi dei sacerdoti e ai dottori della legge, perché potessero versare, secondo il loro desiderio, il sangue innocente. Maria si trova allora a Gerusalemme, attorniata dalla Maddalena e da altre seguaci del Figlio; ma esse non possono impedire che le grida di quel popolo giungano fino a lei. Del resto, chi potrebbe far scomparire i presentimenti nel cuore d’una tal madre? In città non tarda a spargersi la voce che Gesù Nazareno è stato consegnato al governatore per essere crocifisso. Si terrà forse in disparte Maria, in questo momento in cui tutto un popolo s’è mosso per accompagnare coi suoi insulti fino al Calvario, questo Figlio di Dio che ha portato nel suo seno ed ha nutrito del suo latte? Ben lungi da tale viltà, si leva e si mette in cammino, fino a portarsi al passaggio di Gesù. – L’aria risuonava di schiamazzi e di bestemmie. La moltitudine che precedeva e seguiva la vittima era composta da gente feroce od insensibile; solo un gruppetto di donne faceva sentire i suoi dolorosi lamenti, e per questa compassione meritò d’attirare su di sé gli sguardi di Gesù. Poteva Maria, dinanzi alla sorte del suo figlio dimostrarsi meno sensibile di queste donne, che avevano con lui solo legami di ammirazione o di riconoscenza? Insistiamo su questo punto, per dimostrare quanto abbiamo in orrore il razionalismo ipocrita che, calpestando tutti i sentimenti del cuore e le tradizioni della pietà cattolica ha tentato, sia in Oriente che in Occidente, di mettere in dubbio la verità della Stazione della Via dolorosa, che segna il punto d’incontro del Figlio e della Madre. Questa setta [setta alla quale oggi fa capo l’usurpante successore di Simon Mago, il marrano apostata servo dell’anticristo, l’antipapa della pampas, il sedicente “Ciccio t’imbroglio” – ndr. -], che non osa negare la presenza di Maria ai piedi della Croce, perché il Vangelo è troppo esplicito al riguardo, piuttosto di rendere omaggio all’amore materno più devoto che mai sia esistito, preferisce dare ad intendere che, mentre le figlie di Gerusalemme si mostrarono intrepide al passaggio di Gesù, Maria si recò al Calvario per altra via.

Lo sguardo di Gesù e di Maria.

Il nostro cuore di figli tratterà con più giustizia la donna forte per eccellenza. Chi potrebbe dire il dolore e l’amore che espressero i suoi sguardi, quando s’imbatterono in quelli del figlio carico della Croce? e dire con quale tenerezza e con quale rassegnazione rispose Gesù al saluto della madre? e con quale affetto Maddalena e le altre sante donne sostennero fra le loro braccia colei che doveva ancora salire il Calvario, per ricevere l’ultimo respiro del suo dilettissimo figlio? Il cammino è ancora lungo sulla Via dolorosa, dalla quarta alla decima Stazione, e se fu irrigato dal sangue del Redentore, fu anche bagnato dalle lacrime della madre sua.

La Crocifissione.

Gesù e Maria sono giunti sulla sommità della collina che servirà da altare al più augusto dei sacrifici; ma il divino decreto ancora non permette alla madre d’accostarsi al figlio; solo quando sarà pronta la vittima, s’avanzerà colei che deve offrirla. Mentre aspetta questo solenne momento, quali scosse per la Vergine ad ogni colpo di martello che inchioda sul patibolo le delicate membra del suo Gesù! E quando finalmente le sarà permesso d’avvicinarsi a lui col prediletto Giovanni, la Maddalena e le compagne, quali indicibili tormenti proverà il cuore di questa madre nell’alzare gli occhi e nello scorgere, attraverso il pianto, il corpo lacerato del figlio, stirato violentemente sul patibolo, col viso coperto di sangue e imbrattato di sputi, e col capo coronato da un diadema di spine! Ecco dunque il Re d’Israele, del quale l’Angelo le aveva preannunziato le grandezze; ecco il Figlio della sua verginità, Colui che Ella ha amato come suo Dio e insieme come frutto benedetto del suo seno. Per gli uomini, più che per sé, Ella lo concepì, lo generò, lo nutrì; e gli uomini l’hanno ridotta in questo stato! Oh, se, con uno di quei prodigi che sono in potere del Padre celeste, potesse essere reso all’amore di sua Madre, e se la giustizia alla quale s’è degnato di pagare tutti i nostri debiti volesse accontentarsi di ciò che egli ha sofferto! Ma no, deve morire, ed esalare lo spirito in mezzo alla più crudele agonia.

Il martirio di Maria.

Dunque, Maria è ai piedi della Croce per ricevere l’addio del Figlio, che sta per separarsi da Lei; fra qualche istante, di questo suo amatissimo Figlio non le resterà che un corpo inanimato e coperto di piaghe. Ma cediamo qui la parola a S. Bernardo, del cui linguaggio si serve oggi la Chiesa nell’Ufficio del Mattutino: « Oh, Madre, egli esclama, considerando la violenza del dolore che ha trapassata l’anima tua, noi ti proclamiamo più che martire, perché la compassione che hai provato per tuo Figlio, sorpassa tutti i patimenti che il corpo può sopportare. Non è forse stata più penetrante d’una spada per la tua anima quella parola: Donna ecco il figlio tuo? Scambio crudele! in luogo di Gesù, ricevi Giovanni; in luogo del Signore, il servo; in luogo del Maestro, il discepolo; in luogo del Figlio di Dio, il figlio di Zebedeo: un uomo, insomma, in luogo d’un Dio! Come poté la tua anima sì tenera non essere ferita, quando i cuori nostri, i nostri cuori di ferro e di bronzo, si sentono lacerati al solo ricordo di quello che dovette allora soffrire il tuo? Perciò non vi meravigliate, fratelli miei, di sentir dire che Maria fu martire nella sua anima. Di nulla dobbiamo stupirci, se non di colui che avrà dimenticato ciò che S. Paolo annovera tra i più gravi delitti dei Gentili, l’essere stati disamorati. – Ma un tale difetto è lungi dal cuore di Maria; che sia lungi anche dal cuore di coloro che l’onorano! » (Discorso delle dodici stelle). – Nella mischia dei clamori e degl’insulti che salgono fino al Figlio elevato sulla Croce, nell’aria. Maria ascolta quella parola che scende dall’alto fino a Lei e l’ammonisce che d’ora in poi non avrà altro figlio sulla terra che quello di adozione. Le gioie materne di Betleem e di Nazaret, gioie così pure e sì spesso turbate dalla trepidazione, sono compresse nel suo cuore e si cambiano in amarezza. Era la madre d’un Dio, e suo figlio le è stato tolto dagli uomini! Alza per un’ultima volta i suoi sguardi al caro Figlio, e lo vede in preda ad un’ardentissima sete, e non può ristorarlo; contempla i suoi occhi che si spengono, il capo che si reclina sul petto: tutto è consumato!

La ferita della lancia.

Maria non s’allontana dall’albero del dolore, all’ombra del quale è stata trattenuta fino adesso dal suo amore materno; ma quali crudeli emozioni l’attendono ancora! Sotto i suoi occhi, s’avvicina un soldato a trapassare con una lanciata il costato del figlio suo appena spirato. « Ah, dice ancora S. Bernardo, il tuo cuore, o Madre, è trapassato dal ferro di quella lancia ben più che il cuore del Figlio tuo, che ha già reso l’ultimo suo anelito. Non c’è più la sua anima; ma c’è la tua, che non può distaccarsene » (Ivi).

L’invitta Madre rimane immobile a custodire i sacri resti del Figlio; coi suoi occhi lo vede distaccare dalla Croce; e quando alla fine gli amici di Gesù, con tutte le attenzioni dovute al Figlio ed alla Madre, glielo rendono così come la morte l’ha ridotto, Ella lo riceve sulle sue ginocchia, che una volta furono il trono sul quale ricevette gli omaggi dei prìncipi dell’Oriente. Chi potrà contare i sospiri ed i singhiozzi di questa Madre, che stringe al cuore la spoglia esamine del più caro dei figli? Chi conterà le ferite, di cui è coperto il corpo della vittima universale?

La sepoltura di Gesù.

Ma l’ora passa; il sole declina sempre più verso il tramonto: bisogna affrettarsi a rinchiudere nel sepolcro il corpo di colui ch’è l’Autore della vita. La madre di Gesù raccoglie in un ultimo bacio tutta la forza del suo amore, ed oppressa da un dolore immenso come il mare, affida l’adorabile corpo a chi, dopo averlo imbalsamato, lo distenderà sulla pietra della tomba. Chiuso il sepolcro, accompagnata da Giovanni suo figlio adottivo, dalla Maddalena, dai due discepoli che hanno assistito ai funerali e dalle altre pie donne, Maria rientra nella città maledetta.

La novella Eva.

Vedremo noi, in tutti questi fatti, solo lo spettacolo delle sofferenze sopportate dalla Madre di Gesù, vicino alla Croce del figlio? Non aveva forse Dio una intenzione, nel farla assistere di persona alla morte del Figlio? E perché non la tolse da questo mondo, come Giuseppe, prima del giorno della morte di Gesù, senza causare al suo cuore materno un’afflizione superiore a quella di tutte la madri prese insieme, che si sarebbero succedute da Eva in poi, lungo il corso dei secoli? Dio non l’ha fatto, perché la novella Eva aveva una parte da compiere ai piedi dell’albero della Croce. Come il Padre celeste attese il suo consenso prima d’inviare sulla terra il Verbo eterno, così pure richiese l’obbedienza ed il sacrificio di Maria per l’immolazione del Redentore. Non era il bene più caro di questa incomparabile Madre, quel Figlio che aveva concepito solo dopo aver accondisceso alla divina proposta? Ma il cielo non poteva riprenderselo, senza che lei stessa lo donasse. – Quale terribile conflitto scoppiò allora in quel cuore sì amante! L’ingiustizia e la crudeltà degli uomini stanno per rapirle il figlio: come può Lei, la Madre, ratificare, col suo assenso la morte di chi ama d’un duplice amore, come suo Figlio e come suo Dio? D’altra parte, se Gesù non viene immolato, il genere umano continua a rimanere preda di satana, il peccato non è riparato, ed invano Lei è divenuta la Madre d’un Dio. Per Lei sola sarebbero gli onori e le gioie; e noi saremmo abbandonati alla nostra triste sorte. Che farà, allora, la Vergine di Nazaret, dal cuore così grande, la creatura sempre immacolata, i cui affetti non furono mai intaccati dall’egoismo che s’infiltra così facilmente nelle anime nelle quali è regnato il peccato originale? Maria, per la sua dedizione unendosi per gli uomini al desiderio di suo Figlio, che non brama che la loro salvezza, trionfa di se stessa: una seconda volta pronuncia il suo FIAT, ed acconsente all’immolazione del Figlio. Non è più la giustizia di Dio che glielo rapisce, ma è Lei che lo cede: e, quasi a ricompensa, viene innalzata a un piano di grandezza che mai la sua umiltà avrebbe potuto concepire. Un’ineffabile unione si crea fra l’offerta del Verbo incarnato e quella di Maria; scorrono insieme il sangue divino e le lacrime della madre, e si mescolano per la redenzione del genere umano.

La fortezza di Maria.

Comprendete ora la condotta di questa Madre ed il coraggio che la sostiene. Ben differente da quell’altra madre di cui parla la Scrittura, la sventurata Agar, la quale dopo aver cercato invano di spegnere la sete d’Ismaele, ansimante sotto la canicola solare del deserto, fugge per non vedere morire il figlio. Maria inteso che il suo è condannato a morte, si alza, corre sulle sue tracce fin che non lo ritrova e l’accompagna al luogo ove dovrà spirare. Ed in quale atteggiamento rimane ai piedi della Croce di questo figlio? La vediamo forse venir meno e svenire? L’inaudito dolore che l’opprime l’ha forse fatta cascare al suolo, o fra le braccia di quelli che l’attorniano? No; il santo Vangelo risponde con una sola parola a tutte queste domande: « Maria stava (in piedi) accanto alla Croce ». Come il sacrificatore sta eretto dinanzi all’altare, così Maria, per offrire un sacrificio come il suo, conserva il medesimo atteggiamento. S. Ambrogio, che col suo tenero spirito e la profonda intelligenza dei misteri, ci ha tramandato preziosissimi trattati del carattere di Maria, esprime tutto in queste poche parole: « Ella rimase ritta in faccia alla Croce, contemplando coi suoi occhi il Figlio, ed aspettando, non la morte del caro figlio, ma la salvezza del mondo » (Comment. su S. Luca. c. XXIII).

Maria, madre nostra.

Così la Madre dei dolori lungi dal maledirci, in un simile momento, ci amava e sacrificava a nostra salvezza perfino i ricordi di quelle ore di felicità che aveva gustate nel figliol suo. Facendo tacere lo strazio del suo cuore materno, Ella lo rendeva al Padre come un sacro deposito che le aveva affidato. La spada penetrava sempre più nell’intimo dell’anima sua; ma noi eravamo salvi: da semplice creatura, essa cooperò insieme col Figlio alla nostra salute. Dopo di ciò, ci meraviglieremo se Gesù scelse proprio questo momento per eleggerla Madre degli uomini, nella persona di Giovanni che rappresentava tutti noi? Mai, come allora, il Cuore di Maria era aperto in nostro favore. Sia dunque, ormai, l’Eva novella, la vera « Madre dei viventi ». La spada, trapassando il suo Cuore immacolato, ce ne ha spalancata la porta. Nel tempo e nell’eternità, Maria estenderà anche a noi l’amore che porta a suo figlio, perché da questo momento ha inteso da Lui che anche noi le apparteniamo. A riscattarci è stato il Signore: a cooperare generosamente al nostro riscatto è stata la Madonna.

Preghiera.

Con tale confidenza, o Madre afflitta, oggi noi veniamo con la santa Chiesa, a renderti il nostro filiale ossequio. Tu partoristi senza dolore Gesù, frutto dal tuo ventre; ma noi, tuoi figli adottivi, siamo penetrati nel tuo Cuore per mezzo della lancia. Con tutto ciò amaci, o Maria, corredentrice degli uomini! E come potremmo noi non cantare all’amore del tuo Cuore sì generoso, quando sappiamo che per la nostra salvezza ti sei unita al sacrificio del tuo Gesù? Quali prove non ci hai costantemente date della tua materna tenerezza, tu che sei la Regina di misericordia, il rifugio dei peccatori, l’avvocata instancabile di tutti noi miseri? Deh! o Madre, veglia su noi; fa’ che sentiamo e gustiamo la dolorosa Passione di tuo Figlio. Non si svolse, essa, sotto i tuoi occhi? non vi prendesti parte? Facci dunque penetrare tutti i misteri, affinché le nostre anime, riscattate dal sangue di Gesù, e lavate dalle tue lacrime, si convertano finalmente al Signore e perseverino d’ora innanzi nel suo santo servizio.

FESTA DELL’ANNUNCIAZIONE (2021)

FESTA DELL’ANNUNCIAZIONE (2021)

MESSA

Annunciazione della Beata Vergine Maria.

Doppio di I classe. • Paramenti bianchi.

Oggi commemoriamo il più grande avvenimento della storia: l’incarnazione di nostro Signore (Vang.) nel seno di una Vergine. (Ep.). In questo giorno il Verbo si è fatto carne. Il mistero dell’incarnazione fa sì che a Maria competa il titolo più bello: quello di « Madre di Dio » (Or.) in greco « Theotocos »; nome, che la Chiesa d’Oriente scriveva sempre in lettere d’oro, come un diadema, sulle immagini e sulle statue. « Avendo toccato i confini della Divinità »  (card. Cajetano, in 2a 2æ p. 103, art. 4) col fornire al Verbo di Dio la carne, alla quale si unì ipostaticamente, la Vergine fu sempre onorata di un culto di supravenerazione o di iperdulia: « II Figlio del Padre e il Figlio della Vergine sono un solo ed unico Figlio », dice San Anselmo. Maria è da quel momento la Regina del genere umano e tutti la devono venerare (Intr.). Al 25 marzo, corrisponderà, nove mesi più tardi, il 25 dicembre, giorno nel quale si manifesterà al mondo il miracolo che non è conosciuto oggi che dal cielo e dall’umile Vergine. La data del 25 marzo, secondo gli antichi martirologi, sarebbe anche quella della morte del Salvatore. Essa ci ricorda, dunque, in questa Santa Quarantena, come canta il Credo che « per noi uomini e per la nostra salute, il figlio di Dio discese dal cielo, si incarnò per opera dello Spirito Santo nel seno della Vergine Maria, si fece uomo, fu anche crocefisso per noi, patì sotto Ponzio Pilato, e fu seppellito e resuscitò il terzo giorno ». Poiché il titolo di Madre di Dio rende Maria onnipotente presso suo Figlio, ricorriamo alla sua intercessione presso di Lui (Or.), affinché possiamo arrivare per i meriti della Passione e della Croce alla gloria della Risurrezione (Postc).

Incipit


In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XLIV: 13, 15 et 16
Vultum tuum deprecabúntur omnes dívites plebis: adducéntur Regi Vírgines post eam: próximæ ejus adducéntur tibi in lætítia et exsultatióne.

[Ti rendono omaggio tutti i ricchi del popolo: dietro di lei, le vergini sono condotte a te, o Re: sono condotte le sue compagne in letizia ed esultanza.]


Ps XLIV: 2
Eructávit cor meum verbum bonum: dico ego ópera mea Regi.

[Dal mio cuore erompe una fausta parola: canto le mie opere al Re].


Vultum tuum deprecabúntur omnes dívites plebis: adducéntur Regi Vírgines post eam: próximæ ejus adducéntur tibi in lætítia et exsultatióne.


[Ti rendono omaggio tutti i ricchi del popolo: dietro di lei, le vergini sono condotte a te, o Re: sono condotte le sue compagne in letizia ed esultanza].

Oratio


Orémus.
Deus, qui de beátæ Maríæ Vírginis útero Verbum tuum, Angelo nuntiánte, carnem suscípere voluísti: præsta supplícibus tuis; ut, qui vere eam Genetrícem Dei crédimus, ejus apud te intercessiónibus adjuvémur.

[O Dio, che hai voluto che, all’annuncio dell’Angelo, il tuo Verbo prendesse carne nel seno della beata Vergine Maria: concedi a noi tuoi sùpplici che, come crediamo lei vera Madre di Dio, così siamo aiutati presso di Te dalla sua intercessione.]


Lectio


Léctio Isaíæ Prophétæ
Is VII: 10-15
In diébus illis: Locútus est Dóminus ad Achaz, dicens: Pete tibi signum a Dómino, Deo tuo, in profúndum inférni, sive in excélsum supra. Et dixit Achaz: Non petam ei non tentábo Dóminum. Et dixit: Audíte ergo, domus David: Numquid parum vobis est, moléstos esse homínibus, quia molésti estis et Deo meo? Propter hoc dabit Dóminus ipse vobis signum. Ecce, Virgo concípiet et páriet fílium, et vocábitur nomen ejus Emmánuel. Butýrum ei mel cómedet, ut sciat reprobáre malum et elígere bonum.

[In quei giorni: Così parlò il Signore ad Achaz: Domanda per te un segno al Signore Dio tuo, o negli abissi degli inferi, o nelle altezze del cielo. E Achaz rispose: Non lo chiederò e non tenterò il Signore, E disse: Udite dunque, o discendenti di Davide. È forse poco per voi far torto agli uomini, che fate torto anche al mio Dio ? Per questo il Signore vi darà Egli stesso un segno. Ecco che la vergine concepirà e partorirà un figlio, il cui nome sarà Emmanuel. Egli mangerà burro e miele, affinché sappia rigettare il male ed eleggere il bene].

Graduale


Ps XLIV: 3 et 5
Diffúsa est grátia in lábiis tuis: proptérea benedíxit te Deus in ætérnum.
V. Propter veritátem et mansuetúdinem et justítiam: et dedúcet te mirabíliter déxtera tua.

[la grazia è riversata sopra le tue labbra, perciò il Signore ti ha benedetta per sempre,
V. per la tua fedeltà e mitezza e giustizia: e la tua destra compirà prodigi].

Tractus


Ps XLIV:11 et 12
Audi, fília, et vide, et inclína aurem tuam: quia concupívit Rex speciem tuam.

[Ascolta e guarda, tendi l’orecchio, o figlia: il Re si è invaghito della tua bellezza.]


Ps XLIV:13 et 10
Vultum tuum deprecabúntur omnes dívites plebis: fíliæ regum in honóre tuo.

[Tutti i ricchi del popolo imploreranno il tuo volto, stanno al tuo seguito figlie di re.]


Ps XLIV:15-16
Adducéntur Regi Vírgines post eam: próximæ ejus afferéntur tibi.
V. Adducéntur in lætítia et exsultatióne: adducéntur in templum Regis.

[Le vergini dietro a Lei sono condotte al Re, le sue compagne sono condotte a Te.
V. Sono condotte con gioia ed esultanza, sono introdotte nel palazzo del Re].

Evangelium


Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Lucam
Luc 1:26-38
In illo témpore: Missus est Angelus Gábriel a Deo in civitátem Galilææ, cui nomen Názareth, ad Vírginem desponsátam viro, cui nomen erat Joseph, de domo David, et nomen Vírginis María. Et ingréssus Angelus ad eam, dixit: Ave, grátia plena; Dóminus tecum: benedícta tu in muliéribus. Quæ cum audísset, turbáta est in sermóne ejus: et cogitábat, qualis esset ista salutátio. Et ait Angelus ei: Ne tímeas, María, invenísti enim grátiam apud Deum: ecce, concípies in útero et páries fílium, et vocábis nomen ejus Jesum. Hic erit magnus, et Fílius Altíssimi vocábitur, et dabit illi Dóminus Deus sedem David, patris ejus: et regnábit in domo Jacob in ætérnum, et regni ejus non erit finis. Dixit autem María ad Angelum: Quómodo fiet istud, quóniam virum non cognósco? Et respóndens Angelus, dixit ei: Spíritus Sanctus supervéniet in te, et virtus Altíssimi obumbrábit tibi. Ideóque et quod nascétur ex te Sanctum, vocábitur Fílius Dei. Et ecce, Elísabeth, cognáta tua, et ipsa concépit fílium in senectúte sua: et hic mensis sextus est illi, quæ vocátur stérilis: quia non erit impossíbile apud Deum omne verbum. Dixit autem María: Ecce ancílla Dómini, fiat mihi secúndum verbum tuum.

[In quel tempo: L’Angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, ad una Vergine sposata con un uomo della stirpe di Davide che si chiamava Giuseppe, e il nome della Vergine era Maria. Ed entrato da lei, l’Angelo disse: Ave, piena di grazia: il Signore è con te: benedetta tu tra le donne. Udendo ciò ella si turbò e pensava che specie di saluto fosse quello. E l’Angelo soggiunse: Non temere, Maria, perché hai trovato grazia davanti a Dio, ecco che concepirai e partorirai un figlio, cui porrai nome Gesù. Esso sarà grande e chiamato figlio dell’Altissimo; e il Signore Iddio gli darà il trono di Davide, suo padre, e regnerà in eterno sulla casa di Giacobbe, e il suo regno non avrà fine. Disse allora Maria all’Angelo: Come avverrà questo, che non conosco uomo ? E l’Angelo le rispose. Lo Spirito Santo scenderà in te e ti adombrerà la potenza dell’Altissimo. Perciò quel santo che nascerà da te sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco che Elisabetta, tua parente, ha concepito anch’essa un figlio, in vecchiaia: ed è già al sesto mese, lei che era chiamata sterile: poiché niente è impossibile a Dio. E Maria disse: si faccia di me secondo la tua parola.]


OMELIA

ANNUNCIAZIONE DELLA VERGINE (PRIMO DISCORSO)

– predicato ai Minimi di Piazza reale, 1660.

[J. B. BOSSUET: LA MADONNA NELLE SUE FESTE – Vittorio Gatti ed. Brescia, 1934]

Iddio fece nel mondo una cosa nuova:

una donna da sola concepirà un uomo.

(Geremia, XXXI, 22).

Nella spaventosa catastrofe, in cui la ragione umana fece naufragio, perdendo in un istante tutte le sue ricchezze, ed in modo speciale la conoscenza del perché Dio l’aveva creata, nella povera mente umana rimase un segreto e vago desiderio di cercarne conoscerne qualche traccia. Da qui l’amore incredibile che ogni uomo prova per tutto ciò che è novità. Amore che si manifesta in molti modi ed agita gli animi in forme tanto diverse. Per tanti non farà che preoccuparli di raccogliere in gabinetti o musei mille e mille rarità forestiere: animali e cose; mentre altri sono assillati, perché più inventivi, della brama di nuove forme nell’arte; sistemi sconosciuti nella gestione dei grandi affari, o nello strappar segreti alla natura! Per non andar all’infinito, vi dirò che nel mondo non v’è attrattiva più lusinghiera ed universale, curiosità meno limitata che quella della novità. Dio che vuol guarire questa febbre, che sì stranamente divora l’umanità, presenta alla brama degli nomini, nella Sacra Scrittura, novità sante la cui curiosità diventa feconda di bene: il mistero d’oggi ce ne dà una prova luminosa. Il profeta Geremia la presenta con parole che indicano la sua attonita meraviglia, e per eccitare la nostra attenzione a qualcosa di prodigioso, più che mai ci obbliga a chiedere alla Madre l’aiuto del suo Figliuolo, con l’Ave Maria, che in nessun giorno più che in questo è la preghiera adatta a salutare la Vergine. Ave Maria.

Nella brama frenetica di grandezza e gloria che agita gente di ogni età e di ogni condizione, dobbiamo confessare, o Cristiani, che la moderazione rappresenterebbe tale novità da farne meravigliare il mondo e farla collocare tra le rarità, che se ne vedon casi così rari che quasi si dimenticano!… Spettacolo d’una rarità meravigliosa il vedere l’uomo contener se stesso nella sua piccolezza… e non sarebbe strabiliante addirittura se vedessimo un Dio spogliarsi della sua grandezza infinita scendere dall’alto del suo trono per nascondersi volontariamente… più ancora per annientarsi? È il mistero del — Verbum caro factum est — il verbo si è fatto carne, che la Chiesa presenta oggi, sublime novità che fa esclamare al profeta: « Dominus creavit novum super terram ». Iddio creò sulla terra cose nuove, quando mandò il suo Figlio umiliato annientato nel mondo. In questo abbassamento di Dio che si fa Uomo Dio, io contemplo due fatti straordinari: Dio, Dominus dominantium, il Signore dei Signori al di sopra del quale nessuno s’innalza… e la cui grandezza infinita si stende immensa senza che grandezza alcuna l’arresti, la limiti e nemmeno l’uguagli! ecco la novità strabiliante: Colui che non ha né sopra di sé né attorno a sé chi l’eguagli, dà a se stesso chi lo domini, e si fa simile all’uomo ch’Egli stesso ha creato. – Il Verbo uguale al Padre nella eternità si fa suo suddito nel tempo: Egli elevato infinitamente al di sopra degli uomini e degli Angeli stessi si fa uguale all’uomo. Quale strepitosa novità! Ha ragione il profeta di gridare al prodigio! Oh Padre celeste, o uomini della terra, oggi vi si fa onore così grande che io non so parlarne senza esserne sbigottito: il Padre non ebbe mai tal suddito, gli uomini mai simile fratello. Su dunque, e tutti, o fratelli, venite e contemplate il fatto inaudito di questo giorno: ma non dimentichiamo, mentre contempliamo il sublime mistero, l’altra parola che soggiunge il profeta: — Fœmina circumdabit virum — una donna concepirà un uomo — imparando da queste mistiche e misteriose parole una grande e consolante verità: Maria fu chiamata a compagna di Dio in quest’opera meravigliosa! contempliamola per ben capirla in questa festa in cui ha tanta parte. Il Verbo che si fa suddito, la sceglie perché sia il primo tempio nel quale renderà al suo Padre celeste il primo suo omaggio, e lo stesso Verbo, Dio uguale al Padre, che si fa simile agli uomini la sceglie e destina ad essere il canale per cui si comunicherà ad essi! – Per esser più chiaro: consideriamo attentamente come e quanto il Signore onora questa Vergine quando in Lei si annienta: e questo sarà il primo punto; quando per Lei si comunica a noi e sarà la seconda parte. Eccovi quanto vi dirò pregandovi della vostra attenzione.

I. punto.

È mistero ed è verità indiscutibile questa o fratelli: Dio quantunque nella sua onnipotenza abbia tutti i mezzi per stabilire la sua gloria, è incapace, diciamo così, di aumentarla, se non nell’unirla all’umiltà; cosicché troviamo la sua gloria misteriosamente, ma necessariamente unita coll’umiliazione: verità misteriosa che riceve però grande luce dal mistero che oggi onoriamo. Autore della natura e delle sue leggi, Egli la può sconvolgere a suo piacimento, e spezzando le sue leggi con mille miracoli può manifestare agli uomini la sua potenza: ma, non potrà mai spinger più alto la sua grandezza di quando s’abbassa, si umilia, si annienta. – Ecco una novità strepitosa: non so se tutti comprenderanno il mio pensiero, ma le prove che io porto sono molto evidenti e chiare nello stesso mistero che abbiamo davanti. S. Tommaso nella terza parte della sua Somma, provò luminosamente che Dio non può far opera più grande di quando personalmente si unisce alla creatura umana nella Incarnazione. Senza addurre tutte le prove che, più adatte alla scuola, qui assorbirebbero troppo tempo, ognuno però comprende come Dio potenza, anzi potenza infinita, non poteva far opera più sublime del gesto con cui diede al mondo il Verbo incarnato, l’Uomo-Dio! I ll profeta Àbacuc la dice: opera di Dio — opus tuum Domine! — e dice: tu o Signore nulla puoi fare di più meraviglioso. È la più grande quest’opera, ne consegue che da essa sgorga la gloria più grande del Signore: poiché il Signore solo gloria se stesso nelle sue opere: « Gloriabitur Deus, canta il Salmista, in operibus suis ». Questo strepitoso miracolo Dio non lo poteva fare che facendo quanto S. Paolo dice con frase scultoria: Exinanivit semétipsum… si annichilì prendendo la figura di schiavo. Nell’umiliazione soltanto, dunque, Dio poteva fare la sua opera più grande… il suo capolavoro. – Il profeta grida, e noi diciamolo con lui: Deus creavit novum!… ma quale novità? Volle portare all’apice la sua grandezza per questo exinanivit  semetipsum! rivelandoci così lo sfolgorìo più abbagliante della sua gloria e maestà! Vestito delle nostre debolezze abitò tra noi, per questo vedemmo la sua gloria di Unigenito del Padre. Mai si conobbe gloria più fulgida perché mai neppure si immaginò umiliazione più profonda. – Non vorrei, fratelli miei, pensaste che io voglia colle mie parole dar pascolò alla vostra mente in una semplice contemplazione, quasi curiosa: per carità scacciate tale idea! Con le mie parole ad altro non miro che a farvi amare l’umiltà, virtù base della vita cristiana, mostrandovi quanto l’ami Iddio stesso: tanto che non potendola Egli, sommo amore e perfezione, trovare in se stesso, la viene a cercare in una natura creata. Sovrana grandezza non può aver in sé l’umiltà: non potendo rinnegare la sua natura deve sempre operare da Dio… sempre infinitamente grande quindi! Ma ecco che la sua natura infinitamente feconda non gli impedisce di ricorrere al prestito: viene a prestito dalla natura umana per arricchirsi delle grandezze dell’umiltà! Queste cerca il Figlio di Dio, per questo si fa uomo, perché in lui il suo Padre celeste contempli un Dio sottomesso ed obbediente. E che questo sia il suo programma, ce lo dice, fratelli, il sommo suo atto: quello che compie venendo nel mondo colla Incarnazione. – Vorreste, oggi, conoscere quale sia stato questo primo atto, del Verbo, quale il suo primo pensiero il primo movimento della sua volontà? Io rispondo sicuro di non sbagliare: fu un atto di obbedienza. Da chi, dove trovai svelato il segreto il grande mistero?… Oh ve lo dico subito: me lo svela S. Paolo nella sua lettera agli Ebrei al capo X, dove così parla del figlio di Dio che, entrando nel mondo, in quello che disse, svelavaci il suo pensiero. – Disse dunque al suo Padre celeste: « Non volesti, Padre, ostie ed oblazioni, nè ti piacquero (soddisfacevano) gli olocausti per il peccato; quindi a me formasti un corpo; ed allora dissi: andrò io stesso… perché?… per fare o Padre la tua volontà ». – E non ci dicono chiaramente queste parole, che il primo atto del Verbo che scende dal Cielo è un atto di umile obbedienza: « ut faciam, Deus, voluntatem tuam », per obbedirti, o Padre?… Ma noi possiamo andar più avanti nel vedere come Dio ami l’umiltà: Oh sublime atto, atto veramente divino d’obbedienza con cui il Cristo inizia la sua vita!… Sacrificio nuovo di un Dio sottomesso, in quale tempio, su quale altare sarai offerto all’Eterno Padre? Dove vedremo questo strepitoso miracolo d’un Dio umiliato ed obbédiente? Saranno, fratelli, le viscere immacolate di Maria, il tempio augusto, sarà il suo seno verginale il fortunato altare su cui il Figlio di Dio, fatto carne, consacrerà al Padre i primi voti di obbedienza. – Ma perché il Verbo incarnato sceglie la Vergine a tempio ed altare del suo sacrificio di umiliazione? È l’umiltà che ve lo induce, perché quel Tempio misterioso è costruito sull’umiltà e dalla umiltà venne consacrato! Ecco che ce lo mostra la Scrittura. Raccogliete nella lettura di questa pagina la vostra attenzione per veder come fu proprio l’umiltà di Maria che diede l’ultimo tocco, atteso dalla divinità, perché il Verbo iniziasse la sua dimora nel mondo. – Nel colloquio misterioso, tra la Vergine e l’Arcangelo, che il brano evangelico di questo giorno ci ritrae, osservo che due sole volte Maria parla all’Angelo, ma con quali meravigliose parole, o fratelli! Volle il Signore che in queste frasi, vedessimo brillare due virtù, due virtù capaci di innamorare della loro bellezza lo stesso cuore di Dio: una purezza senz’ombra… una umiltà profondissima. L’Arcangelo dice alla Vergine che concepirà il Figlio dell’Altissimo, il quale sarà Re e Liberatore di Israele! Siamo sinceri: sapremmo immaginare una fanciulla che a tale annunzio si turbi? un annunzio beato che doveva riempire di speranza di gloria!… una promessa, la più nobile… garantita dalla parola d’un Angelo che parla in nome di Dio: che si poteva non domandare ma neppure immaginare di più grande ed attraente? Eppure, vedetela. Maria si turba… trema esita, e quasi risponde che la cosa non è possibile: « Come avverrà quanto dici? Poiché io non conosco uomo ». È l’amore alla sua purezza verginale che fa tremare Maria, la turba, la rende incerta e quasi le fa rifiutare l’invito divino! Par quasi leggere nella sua mente la discussione: è vero sarà grande gloria il diventare Madre al Figlio di Dio, ma … e della mia verginità che avverrebbe… io non la voglio perdere!… Oh ammirabile purezza, sottoposta alla prova di promesse non d’uomini, ma di promesse e grandi promesse di Dio!… O Verbo del Padre, casto amante delle anime pure, a che tardate? se non v’attira nel mondo questo candore di purezza chi mai potrà attrarvi!? Bisogna attendere ancora: il gran tempio che sarà la sua dimora non ha ancor ricevuto l’ultimo tocco! Infatti l’Angelo risponde a Maria: « Verrà su di te lo Spirito del Signore »: non è dunque ancor sceso. – La prima parola di Maria all’Angelo fu detta dalla sua purità per la sua verginità! Udiamo la seconda: l’Angelo ha parlato ancora e Maria risponde: « Ecce ancilla Domini ». « Sono serva del Signore, si faccia di me secondo quanto mi dici ». La vedete da soli nevvero, senza che ve lo faccia notare io che è l’umiltà che parla qui, e svela il linguaggio dell’obbedienza? Maria nemmeno si lascia trasportare dalla gioia che pur era tanto santa!… nella sua grandezza trova una sola parola… quella dell’umiltà! – Si spalancano i cieli, torrenti di grazia scendono su Maria, l’onda piena dello Spirito Santificatore l’investe, la penetra tutta…: « Verbum caro factum est — il Verbo si è fatto carne del suo sangue purissimo » l’Altissimo la copre della sua potenza e il Figlio ch’Egli nell’eternità continuamente genera nel suo seno, il solo capace di contenerlo perché immenso… è ora racchiuso nel seno della Vergine Santa. – Come poté avvenire tanto prodigio? Chi potè dilatar le viscere caste della Vergine da farvi trovar dimora all’Immenso? L’umiltà fratelli, fu l’umiltà; essa sola è capace di racchiuder l’immenso! Fu questa virtù, o Maria, che vi fece possedere per prima Colui che si dava al mondo intero, a tutti gli uomini. – Ecco, esclama S. Eusebio, ecco che il Promesso del Signore nei secoli passati, tu prima meriti averlo in te, appena venuto in terra. Eccola, per nove mesi, Tempio del Dio incarnato. È il seno di questa Vergine, che l’umiltà fa dolce e cara dimora al Dio fatto Uomo. Per nove mesi la Vergine possederà e sola il Re e Signore dei secoli, il tesoro immenso speranza dell’umanità tutta. Oh mistero! oh privilegio! — Spes terrarum, Deum sæculorum, comune omnium gaudium peculiari munere sola possides. Tanto è vero che l’umiltà è la sorgente di tutte le grazie ed essa sola è capace di far abitare Dio Gesù tra noi. (S. Eusebio – La Vergine). E allora, o cari, voi con me non potrete meravigliare se Dio ci appare così lontano dagli uomini e se tanto restringe su di essi la sua mano piena di misericordia… l’umiltà è proprio bandita dal mondo! Un uomo veramente umile, lo dissi altre volte e lo ripeto perché fa bene il ripeterlo, un uomo umile modesto è oggi una rarità quasi sconosciuta. Se davvero fossimo noi tutti veramente umili ameremmo tanto follemente gli onori del mondo di cui Gesù non si curò neppure, anzi li disprezzò mentre sono il sogno delle nostre brame!? Non avremmo maggior pazienza in sopportare e non curare le ingiurie dei nostri fratelli? Invece siamo tanto permalosi! Se noi avessimo almeno un poco d’umiltà vera oh non tenteremmo né vorremmo abbassar gli altri per fabbricar sulle loro rovine il trono al nostro Io! Temeremmo fratelli, temeremmo e molto di noi e, né quel luogo, né quella compagnia né quell’incontro in cui la dura nostra esperienza, ci ricorda le nostre cadute, ci potrebbero, non solo portare ma neppure attrarre; invece spavaldi ci buttiamo nell’occasione e nel pericolo come fossimo invulnerabili… impeccabili!… Oh folle cecità… superbia sciagurata!… neppur la visione di un Dio umiliato ti potrà dunque guarire? Oh superbo nulla umano, chi ti abbasserà se non lo può un Dio annientato? Non ha alcuno sopra di sé e si crea un superiore facendosi uomo! – Tu, tu stretto da ogni parte, di sopra e ai piedi serrato dalle catene della schiavitù, tu non sai esser un poco sottomesso! Mi vorrete dire: ma io sono sottomesso, io cedo facilmente, mi adatto di buon animo, e, se occorre, so anche umiliarmi!… No no, fratelli, non è umiltà, è apparenza questa modestia che voi mi esaltate!… Ah io lo vedo bene chiaro… ci sottomettiamo, ma quanto spesso non è l’orgoglio, ed un orgoglio prepotente che ci abbassa!… Ci abbassiamo è vero… ma sotto quelli che sono detti potenti (poveri ciechi) ma perché da loro attendiamo aiuto per dominare gli altri! – Ah bisogna che l’orgoglio abbia sempre profonde radici in queste anime, se non giungono ad umiliarsi che per brama arrogante di potersi subito innalzare!… Superbia nascosta che si svelerà però subito… appena che una piccola onda di favore accarezza questi cuori… e si svelerà in tutta la paurosa sua prepotenza! O cuore umano, più leggero della paglia, che una piccola prosperità inattesa basta a stordire tanto che non riesci neppur più a riconoscerti! Tu non ricordi dunque che vieni dal fango: il fango ti circonda ed un cumulo d’umilianti debolezze vere, torna ed impara dalla Vergine a non lasciarti ubbriacare dal luccichio e dal gaudio d’un piccolo trionfo o d’un inatteso onore. Nella grande, sublime offerta dell’onore di Madre di Dio, Maria non trova via più comoda che d’abbassarsi… Dio innamorato da una profonda umiltà, si umilia Egli stesso è si fa carne nel suo seno. Ma non brilla ancora tutta la sua grandezza! Dio che volle annichilirsi e lo volle in Maria… vuole anche darsi agli uomini… e questo dono di sé all’umanità, lo farà per mezzo di Maria. Ve lo mostrerò nella seconda parte del mio discorso e sarò molto breve.

II° punto.

Signori miei, eccovi una novità non meno sorprendente della prima! Siete rimasti sorpresi nel vedere un Re fatto suddito, ma credo rimarrete attoniti quando lo vedrete, anche Sovrano, unico, incomparabile, far alleanza e abitare tra gli uomini. « Il Verbo si è fatto carne ed abitò fra di noi ». A ben comprendere il nuovo mistero, tentiamo formare nella nostra mente un’idea quanto più esatta di un Dio Uno d’una perfetta unità! Unità perfetta che necessariamente lo fa infinito incomunicabile… unico in ogni sua opera. Egli solo: il Sapiente, il Felice? Egli solo il Re dei re, Signore dei dominatori, unico nella sua maestà da un trono inaccessibile domina colla sua infinita potenza. Noi non abbiamo neppur parole capaci non di parlarne ma neppure di esprimerla degnamente, questa misteriosa unità. Ecco però che Tertulliano ha parole, che mi pare, ci diano una idea, grande quanto può capirla la mente umana: Tertulliano chiama Dio — il grande Sovrano: — Summum magnum — il Sommo grande, più esattamente, Sovrano sommo, dice, in quanto sovrasta a tutti ed a tutto — Summum Victoria sua constat — Non potendo quindi sopportare alcuna eguaglianza, quanto potrebbe tentarlo rimane tanto sotto di lui, e tanto basso che attorno a lui rimane una solitudine in cui sola è la sua Eccellenza. Sono parole dure, quasi strane: ma questo genio avvezzo alle espressioni scultorie, pare vada cercando parole nuove per parlare di una grandezza senza esempio. Nulla di più maestosamente augusto di questa solitudine. – Per me, quando ci penso, mi immagino questa maestà infinita concentrata in se stessa nascosta nei suoi stessi splendori, separata da tutte le cose, perché al di là di tutte si estende: in nulla simile alla grandezza umana in cui c’è sempre debolezza, e che se da un lato s’innalza dall’altro si sprofonda; maestà che dovunque la si contempli dovunque la si trova egualmente forte, egualmente inaccessibile! Chi allora non spalancherà strabiliati gli occhi vedendo questo Unico incomparabile lasciar la sua maestosa solitudine per aver dei compagni?… e, sta qui la strabiliante novità, quali compagni? Gli uomini, gli uomini peccatori! Non angelos apprehendit… non agli Angeli volse il suo sguardo, che pur erano più vicini alla sua solitudine. Venne, dice la Scrittura, a passi di gigante valicando i monti cioè passando sopra i cori celesti degli spiriti, e cercò la povera natura umana, che per la sua mortalità era relegata molto in basso, anzi all’ultimo grado degli esseri intelligenti dell’universo e che alla ineguaglianza di natura aveva aggiunto, insormontabile ostacolo, la colpa! la cercò e l’unì a sé anima e corpo, prendendo carne umana, una carne simile alla nostra povera carne condannata a morte. Oh misericordia infinita, o bontà di un Dio che si fa uomo per farci stringere alleanza con Lui, e trattò noi da eguali, perché da eguali trattassimo con Lui! esclama Tertulliano contro l’eretico Marcione : Ex æquo agebat Deus cum hominibus, ut homo agere ex æquo cum Deo posset ». Chi mai intese tale prodigio?… qual popolo o nazione della terra ebbe dei che tanto fossero vicini come a noi s’avvicina il nostro Iddio?Questo gesto di infinita misericordia, dovrebbe più a lungo essere oggetto della nostra meditazione: ma il mistero di questo giorno mi fa volgere la mente alla Vergine beata. Un Dio si è dato a noi: felicità grande per la povera natura nostra! Ma qual gloria per la Vergine santa perché per mezzo suo Egli si dona all’umanità! Per Maria Egli entra nel mondo e per Maria stringe con noi questa fortunata alleanza: non gli basta l’averla scelta al grande ministero, ma le manda, apportatore della sua parola, un Angelo tra i più belli, quasi per chiedere il suo consenso.Quale mistero è mai questo o Cristiani? Tentiamo penetrarne il segreto leggendo nel piano dei disegni di Dio, come Dio a noi lo svela. Dalla Scrittura e dall’intero consenso della cristianità di tutti i tempi, io imparo che nel mistero adorabile della redenzione della nostra natura caduta,Dio aveva fissato che alla nostra salvezza dovesse servire tutto ciò che aveva servito alla nostra rovina. Non cercatemene le ragioni, che dovrei dilungarmi troppo spiegandovele; accontentiamoci di ascoltarle tutte in una sola parola: In una misericordiosa emulazione Dio venne a lotta e volle distruggere il nostro nemico, volgendo verso di lui i suoi piani di guerra, sconfiggendolo, a così dire,con le stesse sue armi. Ecco che la fede ci insegna che un uomo ci perde ed un uomo ci salva! La morte regna nella discendenza d’Adamo, ma da questa stessa discendenza sgorga la vita, e la morte, castigo della colpa, ne sarà la riparazione: un albero ci uccide ed un albero ci risuscita. L’Eucaristia sarà cibo di vita, come un cibo avvelenato lo fu di morte. Davanti a questo piano meraviglioso della Provvidenza divina per la nostra salvezza conchiuderemo che i due sessi della creatura umana come operarono la morte devono anche concorrere alla sua salvezza. – Nel suo libro « Della Carne di Cristo » Tertulliano già insegnava ciò fin dai primi secoli della Chiesa, e parlando della Vergine diceva che lo stesso sesso che aveva portato la rovina, era giusto che portasse agli uomini la salute: « ut quod per eius modi sexum abierat in perditionem per eundem sexum redigeretur ad salutem ». Prima di lui lo disse S. Ireneo martire, e dopo lo ripete S. Agostino, e tutti i Padri insegnarono nei secoli che vennero, questa dottrina dalla quale io tiro questa conseguenza: Dio doveva predestinare un’Eva novella come un Adamo nuovo per dare alla terra, al posto dell’antica stirpe condannata, una nuova discendenza santificata dalla grazia. – Se meditiamo i segreti consigli della divina Provvidenza nel mistero della redenzione umana vediamo nella festa d’oggi un esatto parallelo Eva e Maria, parallelo che ci persuade della forza di questa dottrina dei Padri tanto santa quanto antica. L’opera di morte è cominciata per Eva, quella della risurrezione per Maria: Eva disse la parola di morte, Maria il fiat che ci ridà la vita: Eva vergine ha il suo sposo, e lo ha pure Maria la Vergine delle Vergini: per Eva vi fu la maledizione. Maria fu benedetta: « Benedicta tu inter mulieres ». L’angelo delle tenebre parla ad Eva, ed un Angelo della luce parla a Maria: quello inganna Eva mostrandole la via di una falsa grandezza – « sarete come dei — eritis sicut Dii » le diceva; mentre Gabriele conferma a Maria la sua sublime grandezza e le dice: « Dominus tecum-— Dio è con te » L’angelo tentatore eccita Eva alla ribellione « ma perché Dio ti proibì il mangiare un frutto così bello? » . L’Angelo della luce quasi induce Maria all’obbedienza: « Non temere, Maria, a Dio nulla è impossibile ! » – Eva crede al serpente, Maria all’Angelo, cosicché, dice Tertulliano, una pia fede cancella il delitto una temeraria credulità: Maria, credendo, ripara il delitto che Eva aveva compiuto credendo: « quod illa credendo deliquit, hæc credendo delevit ». – Infine per completare il quadro: Eva sedotta dal demonio fugge dalla faccia del Signore, Maria istruita dall’Angelo è fatta degna di portare il Cristo: Eva all’uomo presentò il frutto di morte, Maria offre il frutto delle sue viscere, frutto di vita… Perché, dice qui il Martire Ireneo, Maria Vergine fosse l’avvocata di Eva vergine peccatrice. Questo parallelo, o fratelli, non è frutto di mente umana, e non ci è lecito dubitare che Maria non sia l’Eva fortunata del nuovo patto, la Madre del popolo nuovo avendo essa lavorato alla nostra salute come alla nostra rovina lavorò la prima madre Eva. Essendo Madre del Salvatore, come Eva era stata la madre di tutti i condannati: Maria divenne la madre dei viventi, perché Madre del primogenito dei viventi; Eva lo fu di tutti i morituri! Iddio stesso vuol persuaderci questa verità nell’ordine meraviglioso dei suoi consigli, e nell’economia meravigliosa dei suoi disegni, nell’evidente convenienza di quanto abbiamo esposto, e nel collegamento necessario che esiste nei misteri della riparazione umana. – I poveri nostri fratelli, che si sono staccati dalla madre comune la Chiesa, non possono sopportare la nostra devozione alla Vergine: non vorrebbero che la credessimo, dopo il Cristo, la cooperatrice principale della nostra salute. Ma tentino, se ci riescono, di distruggere gli innegabili rapporti che collegano tra loro i misteri divini: ci dicano per qual ragione Dio manda un Angelo alla Vergine! Non poteva Iddio compiere la sua opera anche senza il suo consenso?… Non appare più chiaro del giorno che il Padre Eterno, abbia voluto espressamente ch’Ella cooperasse alla Incarnazione del suo Verbo, con la sua obbedienza e carità? E allora: se questo affetto materno tanto fece per la nostra felicità nella Incarnazione, sarà diventato sterile ed inerte dopo, e non vorrà più nulla fare a nostro bene? Ah fratelli, io penso che non lo si possa non solo non affermare ma neppure immaginare! Ora se noi aspettiamo l’aiuto suo, che venga in nostra difesa e soccorso, quale delitto commettiamo domandandolo?… Ah è questa dunque la causa per cui, voi fratelli, tanto cari, spezzaste l’unità della fede rifiutaste quella comunione nella quale e per la quale i padri nostri morirono beati nel bacio del Signor Nostro Gesù Cristo? Ma forse nessuno di loro c’è ad ascoltarmi… – Ed io non posso più dominarmi… i palpiti del mio cuore sono violenti… il mio cuore diventa padrone della mia lingua e vuol gridare con l’intera Chiesa Cattolica apostolica romana: O santa Vergine, o cara Maria, o Madre, noi miseri figli d’Eva, poveri reietti gridiamo gementi a te: « Ad te clamamus exules filii Evæ gementes ». Ma a chi potremmo ricorrere, noi figli schiavi di Eva l’esiliata se non alla Madre dei liberi? E se è questa la dottrina dei Padri tutti, se tale è la fede dei Martiri… che voi siete l’avvocata di Eva… rifiutereste la difesa, la tutela dei suoi figli che nascon nei secoli?… Ah, se qualche altra Eva, ci presenta il frutto avvelenato che ci ammazza… accorrete o Maria… dateci colle vostre mani benedette il frutto del vostro seno… che ci doni la vita eterna! « Et Jesum benedictum fructum ventris tui nobis ostende! » Oh meraviglia, oh prodigio dei segreti divini… oh mirabile armonia della nostra fede… il mistero si spezza: Cristo a noi è dato dalle mani e nelle mani di Maria… lo dà a noi perché noi siamo a Lui fratelli, a lei figli… Oh che la nostra vita sia la vita dei fratelli di Gesù, dei figli della Vergine sua Madre: perché il Cristo venne: « Ut homo divine agere doceretur » perché l’uomo imparasse a vivere ed operare l’opere di Dio.

CREDO…IL CREDO

Offertorium

Luc 1:28 et 42
Ave, Maria, grátia plena; Dóminus tecum: benedícta tu in muliéribus, et benedíctus fructus ventris tui.

[Ave, María, piena di grazia: il Signore è con te: benedícta tu tra le donne, e benedetto il frutto del tuo ventre].

Secreta

In méntibus nostris, quǽsumus, Dómine, veræ fídei sacraménta confírma: ut, qui concéptum de Vírgine Deum verum et hóminem confitémur; per ejus salutíferæ resurrectiónis poténtiam, ad ætérnam mereámur perveníre lætítiam.

[Conferma nelle nostre menti, o Signore, Te ne preghiamo, i misteri della vera fede: affinché noi, che professiamo vero Dio e uomo quegli che fu concepito dalla Vergine, mediante la sua salvifica resurrezione, possiamo pervenire all’eterna felicità.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de Beata Maria Virgine
Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Et te in Festivitáte beátæ Maríæ semper Vírginis collaudáre, benedícere et prædicáre. Quæ et Unigénitum tuum Sancti Spíritus obumbratióne concépit: et, virginitátis glória permanénte, lumen ætérnum mundo effúdit, Jesum Christum, Dóminum nostrum. Per quem majestátem tuam laudant Angeli, adórant Dominatiónes, tremunt Potestátes. Cæli cælorúmque Virtútes ac beáta Séraphim sócia exsultatióne concélebrant. Cum quibus et nostras voces ut admitti jubeas, deprecámur, súpplici confessióne dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: Te, nella Festività della Beata sempre Vergine Maria, lodiamo, benediciamo ed esaltiamo. La quale concepí il tuo Unigenito per opera dello Spirito Santo e, conservando la gloria della verginità, generò al mondo la luce eterna, Gesú Cristo nostro Signore. Per mezzo di Lui, la tua maestà lodano gli Angeli, adorano le Dominazioni e tremebonde le Potestà. I Cieli, le Virtú celesti e i beati Serafini la célebrano con unanime esultanza. Ti preghiamo di ammettere con le loro voci anche le nostre, mentre supplici confessiamo dicendo:]
Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Is VII:14
Ecce, Virgo concípiet et páriet fílium: et vocábitur nomen ejus Emmánuel.

[Ecco, una vergine concepirà e partorirà un figlio: al quale si darà il nome di Emmanuel]

Postcommunio

Orémus.
Grátiam tuam, quǽsumus, Dómine, méntibus nostris infúnde: ut, qui. Angelo nuntiánte, Christi Fílii tui incarnatiónem cognóvimus; per passiónem ejus et crucem, ad resurrectiónis glóriam perducámur.

[La tua grazia, Te ne preghiamo, o Signore, infondi nelle nostre anime: affinché, conoscendo per l’annuncio dell’Angelo, l’incarnazione del Cristo Tuo Figlio, per mezzo della sua passione e Croce giungiamo alla gloria della resurrezione.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

MESSA DELLA PURIFICAZIONE DELLA VERGINE (2021)

MESSA della PURIFICAZIONE DELLA VERGINE (2021)

Doppio di 2″ classe. – Paramenti bianchi.

La festa delia Purificazione chiude il Ciclo santoriale del Tempo dopo l’Epifania. È una delle più antiche solennità della Vergine, ed occupava a Roma, nel VII secolo, il secondo posto dopo l’Assunta. Questa festa si celebra il 2 febbraio, poiché, volendo sottomettersi alla legge mosaica, Maria doveva andare a Gerusalemme, 40 giorni dopo la nascita di Gesù (25 dicembre – 2 febbraio) per offrirvi il sacrificio prescritto. Le madri dovevano offrire un agnello, o, se i loro mezzi non lo permettevano, « due tortorelle o due piccioni ». La Santa Vergine portò con sé a Gerusalemme il Bambino Gesù; e la processione della Candelora, ricorda il viaggio di Maria e di Giuseppe da Betlemme al Tempio, alfine di presentarvi « l’Angelo dell’alleanza » (Ep., Intr.), come aveva predetto Malachia. Le Messe dell’Annunciazione, dell’Assunta, della Natività di Maria, dell’Esaltazione della Santa Croce e della Candelora erano accompagnate una volta dalla processione. Questa ultima sola resta. La Purificazione, alla quale la Madre del Salvatore non era obbligata, perché ella partorì in modo straordinario, passa in secondo piano nella liturgia ed è la Presentazione di Gesù che forma l’oggetto principale di questa festa. Rileggiamo la 1° orazione della benedizione delle candele, per comprendere il simbolo della lampada del santuario e dei ceri benedetti in questo giorno, e per ben. conoscere l’uso che bisogna farne al letto del morenti, nelle tempeste e nei pericoli che può incorrere il «nostro corpo e la nostra anima sulla terra e sulle acque ». Se la Purificazione cade in una domenica privilegiata, la festa si celebra il giorno dopo; tuttavia la benedizione delle candele si fa prima della Messa della Domenica.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

BENEDIZIONE DELLE CANDELE

Il celebrante, terminata l’ora di Terza, rivestito di stola e piviale violaceo, con i Ministri, procede alla benedizione delle Candele, poste dal lato dell’Epistola, e stando in piedi dice:

V.: Dóminus vobiscum

R.. Et cum spiritu tuo.

Oratio. –

Domine sancte, Pater omnipotens, ætérne Deus, qui omnia ex nihilo creasti, et jussu tuo per opera apum, hunc liquórem ad perfectiónem cèrei venire fecisti: et qui hodierna die petitiónem justi Simeónis implésti: te humiliter deprecàmur: ut has candélas ad usus hóminum et sanitàtem córporarm, et animàrum, sive in terra, sive in aquis, per inocatiónem tui sanctissimi nóminis, et per intercessiónem beàtæ Mariæ semper Virginis, cujus hodie festa devòte celebrantur, et per preces omnium sanctórum tuórum, benedicere, et sanctificàre dignéris: et hujus plebis tuæ, quæ illas honorifice in manibus desiderat portare, teque cantando laudare, exaudias voces de cœlo sancto tuo, et de sede majestatis tuæ: et propitius sis òmnibus clamàntibus ad te, quos redemisti pretioso sanguine Filli tui, Qui tecum vivit ….

[Orazione. – O  Signor santo, Padre onnipotente, eterno Dio, te che tutto creasti dal nulla e mediante l’opera delle api, per comando tuo, facesti si che d’una molle sostanza si potessero formare dei ceri; te che oggi compisti i voti del giusto Simeone, noi ti supplichiamo di benedire e santificare queste candele, destinate ad uso degli uomini, a salute dei corpi e delle anime, sia in terra che sulle acque, mediante l’invocazione del tuo santissimo nome, l’intercessione della beata Maria sempre Vergine, di cui oggi si celebra devotamente la festa, e le preghiere di tutti i tuoi Santi. Di questo popolo tuo, che brama portare queste candele in mano in tuo onore e lodarti coi suoi canti, esaudisci le preghiere dai cielo e sii propizio a tutti quelli che t’invocano e che hai redento col sangue prezioso del Figlio tuo: Il quale teco vive e regna… – Cosi sia.]

Oratio –

Omnipotens sempitèrne Deus, qui hodiérna die Unigénitum ulnis sancti Simeónis in tempio sancto tuo suscipiéndum presentasti: tuam sùpplices deprecàmur cleméntiam; ut has candélas, quas nos fàmuli tui, in tui nóminis magnificéntiam suscipiéntes, gestàre cùpimus luce accénsas, benedicere, et sanctificàre, atque lùmine supérnæ benedictiónis accèndere dignéris: quàtenus  eas tibi Domino Deo nostro offerendo, digni et sancto igne dulcissimse caritàtis tuæ succénsi, in tempio sancto gióriæ tuæ repræsentàri mereàmur.

Per eùmdem Dóminum nostrum. – Amen.

[Orazione. – Onnipotente ed eterno Dio, che oggi presentasti il tuo Unigenito nel tempio santo tuo per essere ricevuto tra le braccia del santo Simeone, noi preghiamo supplichevoli la tua clemenza affinché queste candele, che noi tuoi servii ricevendole al gloria del tuo santo nome bramiamo portare accese, benedica e santifichi. Degnati di accenderle con il fuoco della benedizione celeste, di modo che, con l’offrirle a te, Signore e Dio nostro, degni e accesi dal santo fuoco  della dolcissima carità, meritiamo di essere presentati nel tempio della tua gloria! – Per il medesimo Signor nostro. – Cosi sia.]

Oratio. –

Dòmine, Jesu Christe, lux vera, quæ illùminas omnem hominem veniéntem in hunc mundum: effùnde benedictiónem tuam super céreos, et sanctifica eos lùmine gràtiæ tuæ, et concede propitius; ut, sicut hæc luminària igne visibili accénsa noctùrnas depéllunt ténebras; ita corda nostra invisibili igne, id est, Sancti Spiritus splendóre illustrata, omnium vitiórum cæcitàte càreant: ut, purgato mentis óculo, ea cernere possimus, quæ tibi sunt plàcita, et nostræ saluti utilia; quàtenus post discrimina, ad lucem indeficéntem pervenire mereàur. Per te, Christe Jesu, Salvator mundi, qui in Trinitate perfécta vivis et regnas Deus, per omnia sæcula sæculórum. Amen.

[O Signore Gesù Cristo, luce vera, che illumini ogni uomo che viene in questo mondo, benedici questi ceri e santificali con il lume della tua grazia. Concedi propizio che, come questi lumi accesi da un fuoco visibile fugano le tenebre, cosi i nostri cuori, rischiarati da un fuoco invisibile, cioè dalla luce dello Spirito Santo, siano liberi della cecità di ogni vizio, onde, purificato l’occhio della nostra mente, possiamo discernere quelle cose che sono gradite ed utili alla nostra salvezza, di modo che dopo le caliginose vicende di questo secolo, meritiamo di pervenire alla luce indefettibile. – Per te, Gesù Cristo, Salvatore del mondo, che nella Trinità perfetta vivi e regni Dio nei secoli dei secoli. – Cosi sia.]

Oratio. –

Omnipotens sempiterne  Deus, qui per Moysen fàmulum tuum purissimum ólei liquórem ad luminaria ante conspectum tuum jùgiter concinnànda præparàri jussisti: benedictiónis tuæ gratiam super hos céreos benignus infùnde: quàtenus sic administrent lumen exterius, ut, te donante, lumen Spiritus tui nostris non desit méntibus intérius.

Per Dóminum… in unitàte ejùsdem Spiritus Sancti.  Amen.

[Orazione. – Onnipotente eterno Dio, che per mezzo di Mosè tuo servo, comandasti di preparare un purissimo olio per alimentare continuamente lumi davanti alla tua maestà, infondi benigno la grazia della tua benedizione sopra questi ceri, affinché, mentre procurano la luce esterna, per tuo dono non manchi alle nostre menti la luce interiore del tuo Spirito. Per il Signor nostro… in unione dello stesso Spirito Santo. – Cosi sia.]

Oratio. –

Dòmine Jesu Christe, qui hodiérna die in nostræ carnis substàntia inter hómines appàrens, a paréntibus in templo es præsentàtus: quem Simeon veneràbilis senex, lumine Spiritus tui irradiàtus, agnóvit, suscépit, et benedixit: præsta propitius; ut ejùsdem Spiritus Sancti gràtia illuminati atque edócti, te veràcitar agnoscàmus, et fidéliter diligàmus: Qui cum Deo Patre in unitàte ejùsdem Spititus Sancti vivis et regnas Deus, per omnia sæcula sæculórum. Amen

[Orazione. – O Signore Gesù Cristo, che oggi, mostrandoti fra gli uomini nella sostanza della nostra carne, fosti presentato al tempio dai parenti e dal vecchio venerabile Simeone, illuminato dalla luce del tuo Spirito, fosti riconosciuto, preso (fra le sue braccia) e benedetto, concedi propizio che, illuminati ed ammaestrati dalla grazia dello Spirito Santo conosciamo veramente e amiamo fedelmente Te, che con Dio Padre in unità dello stesso Spirito Santo vivi e regni Dio, per tutti i secoli. – Così sia.]

Il Celebrante pone l’incenso nel turibolo, asperge d’acqua benedetta le candele, dicendo l’Antifona: Asperges me senza il Salmo e dopo le incensa. Allora si avvicina all’Altare il più degno del Clero e porge la candela al Celebrante, il quale la riceve stando in piedi e senza baciargli la mano. Poscia il Celebrante distribuisce le candele cominciando dal più degno del Clero, poi ai Ministri sacri, agli altri del Clero e da ultimo ai laici. Tutti ricevono la candela genuflessi e baciano la candela e la mano del Celebrante, eccetto i Prelati.

Antifona: Lumen ad revelatiónem géntium: et glóriam plebis tuæ Israel.

Cant. – ibid., 29, 31.

Nunc dimittis servum tuum, Domine, secùndum verbum tuum in pace.

Ant. – Lumen…

Quia vidérunt óculi mei salutare tuum.

Ant. – Lumen…

Quod parasti ante fàciem omnium populórum.

Ant. – Lumen…

Glòria Patri et Filio et Spiritui Sancto.

Ant. – Lumen…

Sicut erat in principio, et nunc, et semper, et in sæcula sæculórum. Amen.

Ant. – Lumen…

Ant. – Ps. XLIII, 26. Exsurge, Dòmine, àdjuva nos: et libera nos propter nomen tuum

Ps. – Ibid., 2. Deus, àuribus nostris audivimus: patres nostri annuntiavérunt nobis. f. Glòria Patri.

– Exsùrge …

[Sorgi, o Signore, aiutaci e liberaci per il tuo nome. Aiutaci e liberaci per il tuo nome. Sai. – O Dio, abbiamo sentito con le nostre orecchie i nostri padri ci raccontarono i prodigi da te operati a nostro favore. – f. Gloria al Padre. Sorgi…]

Oratio. –

Exàudi, quæsumus, Dòmine, plebem tuam: et, quæ extrinsecus annua tribuis devotióne venerari, intérius àssequi gràtiæ tuæ; luce concède. Per Christum Dóminum nostrum. R. Amen.

[Orazione. – Esaudisci, ti preghiamo, o Signore, il tuo popolo: e ciò che gli concedi di venerare esteriormente con annua devozione, concedi pure di conseguire interiormente con la luce della tua grazia. Per Cristo nostro Signore. Cosi sia.

Quindi si fa la Processione: prima, però, il Celebrante pone l’incenso nel turibolo, poi il diacono rivolto al popolo dice:

V. Procedamus in pace.

R. In nomine Christi. Amen.

Precede il turiferario, segue il Suddiacono, che porta la croce fra ceroferari, poi il Clero ed ultimo il Celebrante col Diacono alla sinistra; tutti portano le candele accese e si cantano le seguenti Antifone:

Ant. – Adórna thàlamum tuum, Sion, et sùscipe Regem Christum: amplectere Mariam, quæ est cœlestis porta: ipsa enim portat  Regem gloriæ novi luminis: subsistit Virgo, adducens manibus Filium ante luciferum génitum: quem accipiens Simeon in ulnas suas, prædicàvit pópulis, Dóminum eum esse vitæ et mortis, et Salvatórem mundi.

[Ant. – Adorna il tuo talamo o Sion, e ricevi il Cristo Re: accogli con amore Maria, porta del cielo: Ella infatti reca il Re della gloria, la luce nuova. La Vergine si arresta,

presentando sulle braccia il Figlio, generato prima dell’aurora. Simeone ricevendolo fra le sue braccia, annunzia ai popoli esser Egli il Signore della vita e della morte, il Salvatore del mondo.]

Alia Ant. – Luc. II, 26-29

Respónsum accépit Simeon a Spiritu Sancto, non visùrum se mortem, nisividéret Christum Domini: et cum indùcerent puerum in templum, accepit eum in ulnas suas, et benedixit Deuin, et dixit: Nunc dimittis servum tuum, Dòmine, in pace.

t . Cum indùcerent pùerum Jesum paréntes ejus, ut

fàcerent secùndum consuetùdinem legis prò eo, ipse accépit eum in ulnas suas.

[Altra ant. Altra Ant. – Lo Spirito Santo aveva rivelato a Simeone che non sarebbe morto, prima di vedere l’Unto del Signore: e quando il bambino fu portato al tempio

lo prese fra le sue braccia, benedisse Dio e disse: Ora lascia, o Signore, che se ne vada in pace il tuo servo.

V. Quando i parenti recarono il bambino Gesù, per compiere a suo riguardo le prescrizioni della legge, Simeone lo accolse fra le sue braccia.]

Nel rientrare in chiesa si canta.

Obtulerunt pro eo Dòmino par tùrturum, aut duos pullos columbàrum: * Sicut scriptum est in lege Dòmini.

f. Postquam impléti sunt dies purgatiónis Mariæ, secùndum legem Móysi, tulérunt Jesum in Jerùsalem, ut sisterent eum Domino. * Sicut scriptum est in lege Dòmini, f. Glòria Patri… * Sicut scriptum est in lege Dòmini.

[Offrirono per lui al Signor un paio di tortore o duepiccoli colombi: come è scritto nella legge del Signore.

f. Compiuti i giorni della purificazione di Maria, Gesù secondo la legge di Mosè, fu portato a Gerusalemme, per esser presentato al Signore: come è scritto nella legge Signore. – f. Gloria al Padre …

Come è scritto nella legge del Signore]

Terminata la Processione, Celebrante e Ministri depongono i paramenti violacei ed assumono i paramenti bianchi per la Messa.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XLVII: 10-11.

Suscépimus, Deus, misericórdiam tuam in médio templi tui: secúndum nomen tuum, Deus, ita et laus tua in fines terræ: justítia plena est déxtera tua.

[Abbiamo conseguito, o Dio, la tua misericordia nel tuo tempio: secondo il tuo nome, o Dio, la tua lode andrà fino ai confini della terra: le tue opere sono piene di giustizia.]

Ps XLVII:2.

Magnus Dóminus, et laudábilis nimis: in civitáte Dei nostri, in monte sancto ejus.

Grande è il Signore e sommamente lodevole: nella sua città e nel suo santo monte.

Suscépimus, Deus, misericórdiam tuam in médio templi tui: secúndum nomen tuum, Deus, ita et laus tua in fines terræ: justítia plena est déxtera tua.

 [Abbiamo conseguito, o Dio, la tua misericordia nel tuo tempio: secondo il tuo nome, o Dio, la tua lode andrà fino ai confini della terra: le tue opere sono piene di giustizia.]

Oratio

Orémus.

Omnípotens sempitérne Deus, majestátem tuam súpplices exorámus: ut, sicut unigénitus Fílius tuus hodiérna die cum nostræ carnis substántia in templo est præsentátus; ita nos fácias purificátis tibi méntibus præsentári.

[Onnipotente e sempiterno Iddio, supplichiamo la tua maestà onde, a quel modo che il tuo Figlio Unigenito fu oggi presentato al tempio nella sostanza della nostra carne, cosí possiamo noi esserti presentati con ànimo puro.]

Lectio

Léctio Malachíæ Prophétæ.

Malach III: 1-4.

Hæc dicit Dóminus Deus: Ecce, ego mitto Angelum meum, et præparábit viam ante fáciem meam. Et statim véniet ad templum suum Dominátor, quem vos quæritis, et Angelus testaménti, quem vos vultis. Ecce, venit, dicit Dóminus exercítuum: et quis póterit cogitáre diem advéntus ejus, et quis stabit ad vidéndum eum? Ipse enim quasi ignis conflans et quasi herba fullónum: et sedébit conflans et emúndans argéntum, et purgábit fílios Levi et colábit eos quasi aurum et quasi argéntum: et erunt Dómino offeréntes sacrifícia in justítia. Et placébit Dómino sacrifícium Juda et Jerúsalem, sicut dies sǽculi et sicut anni antíqui: dicit Dóminus omnípotens.

[Questo dice il Signore Iddio: Ecco, io mando il mio Angelo, ed egli preparerà la strada davanti a me. E subito verrà al suo tempio il Dominatore che voi cercate, e l’Angelo del testamento che voi desiderate. Ecco, viene: dice il Signore degli eserciti: e chi potrà pensare al giorno della sua venuta, e chi potrà sostenerne la vista? Perché egli sarà come il fuoco del fonditore, come la lisciva del gualchieraio: si porrà a fondere e purgare l’argento, purificherà i figli di Levi e li affinerà come l’oro e l’argento, ed essi offriranno al Signore sacrifici di giustizia. E piacerà al Signore il sacrificio di Giuda e di Gerusalemme, come nei secoli passati e gli anni antichi: così dice Iddio onnipotente.]

Graduale

Ps XLVII:10-11;9.

Suscépimus, Deus, misericórdiam tuam in médio templi tui: secúndum nomen tuum, Deus, ita et laus tua in fines terræ.

 [Abbiamo conseguito, o Dio, la tua misericordia nel tuo tempio: secondo il tuo nome, o Dio, la tua lode andrà fino ai confini della terra.

V. Sicut audívimus, ita et vídimus in civitáte Dei nostri, in monte sancto ejus.

V. Ciò che sentimmo, ora lo abbiamo visto: nella città del nostro Dio, nel suo monte santo. Alleluia, alleluia.

Allelúja, allelúja.

V. Senex Púerum portábat: Puer autem senem regébat. Allelúja.

V. Il vecchio portava il Bambino: ma il Bambino reggeva il vecchio. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Lucam.

Luc II: 22-32.

In illo témpore: Postquam impleti sunt dies purgatiónis Maríæ, secúndum legem Moysi, tulérunt Jesum in Jerúsalem, ut sísterent eum Dómino, sicut scriptum est in lege Dómini: Quia omne masculínum adapériens vulvam sanctum Dómino vocábitur. Et ut darent hóstiam, secúndum quod dictum est in lege Dómini, par túrturum aut duos pullos columbárum. Et ecce, homo erat in Jerúsalem, cui nomen Símeon, et homo iste justus et timorátus, exspéctans consolatiónem Israël, et Spíritus Sanctus erat in eo. Et respónsum accéperat a Spíritu Sancto, non visúrum se mortem, nisi prius vidéret Christum Dómini. Et venit in spíritu in templum. Et cum indúcerent púerum Jesum parentes ejus, ut fácerent secúndum consuetúdinem legis pro eo: et ipse accépit eum in ulnas suas, et benedíxit Deum, et dixit: Nunc dimíttis servum tuum, Dómine, secúndum verbum tuum in pace: Quia vidérunt óculi mei salutáre tuum: Quod parásti ante fáciem ómnium populórum: Lumen ad revelatiónem géntium et glóriam plebis tuæ Israël.

[In quel tempo: Compiutisi i giorni della purificazione di Maria, secondo la legge di Mosè, portarono Gesù a Gerusalemme per presentarlo al Signore, come è scritto nella legge di Dio: Ogni maschio primogenito sarà consacrato al Signore; e per fare l’offerta, come è scritto nella legge di Dio: un paio di tortore o due piccoli colombi. Vi era allora in Gerusalemme un uomo chiamato Simone, e quest’uomo giusto e timorato aspettava la consolazione di Israele, e lo Spirito Santo era in lui. E lo Spirito Santo gli aveva rivelato che non sarebbe morto prima di vedere l’Unto del Signore. Condotto dallo Spirito andò al tempio. E quando i parenti vi recarono il bambino Gesù per adempiere per lui alla consuetudine della legge: questi lo prese in braccio e benedisse Dio, dicendo: Adesso lascia, o Signore, che il tuo servo se ne vada in pace, secondo la tua parola: Perché gli occhi miei hanno veduta la salvezza che hai preparato per tutti i popoli: Luce per illuminare le nazioni e gloria del popolo tuo Israele.]

OMELIA I

PURIFICAZIONE DELLA VERGINE

(B. Bossuet: LA MADONNA DISCORSI – V. Gatti ed. , Brescia, 1934

N. H: P. Guerrini cens. Eccl. Brescia 19 Maggio 1934

Imprimatur Brixiæ, die 19 Marialis 1934

ÆM. Bongiorni, Vic. Gen.)

Postquam impleti sunt dies purgationis eius secundum legem Moysi, tulerunt illum in Jerusalem ut sisterent eum Domino: sicut scriptum est in lege Domini.

(Luca, II, 22-23).

Teodosio imperatore diceva, che nulla vi è di più maestosamente regale di un principe che si riconosce obbligato alla legge. Il genere umano non potrà mai ammirare spettacolo più grande di quanto contempla la giustizia in trono: né potrà immaginare nulla di più maestoso ed augusto che l’accordo tra potenza e ragione, che felicemente fa concorrere all’osservanza della legge, il comando e l’esempio. Spettacolo meraviglioso un principe ossequiente alla legge come fosse l’ultimo dei sudditi: ma certo più ammirabile il contemplare un Dio sottomettersi alle leggi ch’Egli stesso dettò alle sue creature! Ci sarebbe possibile comprendere di più l’obbligo che ci lega alla legge, che considerando il mistero d’oggi, in cui un Dio si sottomette alla legge per dare all’umanità un luminoso esempio di obbedienza? Oh Dio quanto sei ammirabile nei tuoi disegni! Cristo Gesù viene a perfezionare la legge mosaica, che sostituirà con una economia di perfezione divina, ma fino a che la legislazione ebraica rimarrà in vigore Egli rispetterà il nome e la persona rivestita dell’autorità legale: la osserverà Egli stesso la legge e vorrà la osservi fedele la sua Madre divina. Ed allora, ditemi, non dovremo noi osservare, con religiosa esattezza, i precetti che il Cristo, apportatore di lieta novella, scrisse più col Sangue suo che colla parola e l’insegnamento? – Nella festa d’oggi non saprei quale omaggio migliore possa render un sacerdote alla sua missione, che mostrare a tutto il suo popolo come tutti ed ognuno abbiamo dovere di dipendenza da Dio e dalla sua legge universale e suprema! Sento di doverlo fare e certo riuscirò a rendervene convinti se la Vergine che oggi a noi mostrasi esempio di obbedienza alle prescrizioni legali, mi verrà in aiuto: invochiamola insieme con una Ave Maria! – Fra le diverse leggi che governano la natura, se vogliamo porre un rapporto troviamo subito che vi è una legge che guida ed una che costringe: una che ci tenta e seduce. Nelle Sacre Scritture, nei comandi del Signore, si vede la legge di giustizia che ci dirige: negli affari che ci premono, nelle vicende che attraversiamo necessariamente ogni giorno, nelle tristi condizioni della nostra povera umanità quotidianamente esperimentiamo la cruda necessità di una legge, vorrei dire fatale, che ci violenta. Anzi in noi stessi, nelle nostre membra e nel nostro spirito, è un imperioso allettamento che ci seduce, più ancora ci trascina o spinge al male: la confessava l’Apostolo questa legge, che egli chiama legge del peccato, che è continua tentazione alla nostra fragile natura d’uomini. Leggi diverse che ci impongono tre diversi modi d’azione: se vogliamo corrispondere fedelmente alla grazia della vocazione alla fede del Cristo, dobbiamo lasciarci guidare docili dai precetti che ci guidano, elevarci al di sopra delle tristi necessità che ci premono, resistere fortemente agli assalti del senso che ci inganna. – Gesù, la Vergine santa, il vecchio Simeone, Anna la profetessa vedova, ci insegnano tutto ciò nella festa di questo giorno: il vangelo della Messa ci riporta le loro parole ed i loro atti per inspirare il nostro modo d’agire verso le leggi che abbiamo constatate. Il Verbo incarnato e la sua santa Madre si sottomettono ai precetti che Dio aveva dato al suo popolo. Simeone, vecchio d’animo forte, che ormai nulla più tien legato alla vita, accettando tranquillo la legge della morte, si strappa alle necessità della vita, imparandoci a considerarle come legge inevitabile a cui dobbiamo adattarci con coraggio. Ed Anna, penitente e mortificata, ci mostra nei suoi sensi domati la vittoria sulla legge del peccato. Esempi memorabili d’una potente efficacia, che mi offrono l’occasione di mostrarvi oggi come dobbiamo noi tutti sottometterci alla legge della verità che ci guida: come dobbiamo sfruttare la legge della necessità che ci incatena, resistere infine alla voce del male che ci tenta ed alla legge del peccato che ci tiranneggia.

1° punto.

La libertà è nome caro, dolce ma insieme nome il più lusinghiero ed ingannatore tra tutti quelli che si usano tra gli uomini. Le rivolte, i tumulti, le sedizioni, il disprezzo e la violazione delle leggi nacquero sempre e crebbero nel nome dell’amore o del diritto alla libertà. Hanno gran quantità di beni gli uomini.. ma di nessuno abusano tanto quanto di questo gran dono: la libertà: e proprio tra tutte le cose che conoscono, la libertà è quella che conoscono meno e svisano di più. Vi faccio subito vedere un’aberrazione, che pare un paradosso: noi non perdiamo mai tanto la nostra libertà, come quando la vogliamo esageratamente estendere: e noi non sappiamo meglio conservarla che imponendole termini fissi entro cui si agiti: come conseguenza vi dirò che la vera libertà sta nella sottomissione alle leggi giuste. Se parlo del dono, e lo dico grande, della libertà, voi capite subito, o Cristiani, che accanto alla vera libertà, ve n’è una falsa: lo possiamo ben capire dalle stesse parole del Salvatore che ci avvisa: « si vos Filius liberaverit, tunc vere liberi eritis ». Sarete veramente liberi se avrete la libertà data dal Figliol dell’Uomo. (Giov., VIII). Nel dire: veramente liberi, parla di vera libertà; dice quindi, che ve n’è una falsa… una maschera di libertà! Egli vuole pertanto che le nostre aspirazioni non siano volte ad ogni forma di emancipazione ed indipendenza, ma alla vera libertà: libertà degna di questo nome sacro: quella cioè che a noi fu data dalla sua grazia e dalla sua dottrina: « tunc vere liberi eritis ». Non ci inganni dunque né il nome né l’aspetto della libertà: bisogna imparar subito a sceverare il vero dal falso. Perché lo possiamo nettamente, o Cristiani, vi descrivo tre sorta di libertà, che possiamo ben trovare nelle creature: la prima è la libertà degli animali; la seconda quella dei ribelli; la terza è la libertà dei sudditi e dei figlioli. – Sembra che gli animali siano completamente liberi perché nessuno detta loro alcuna legge: i ribelli credono di esserlo perché scuotono ogni giogo: i figlioli ed i sottomessi, i figli di Dio sono i veramente liberi, perché umilmente si sottomettono all’autorità della sua legge. Questa è la vera e la sola libertà: non ci sarà difficile il provarlo, quando proveremo che le altre due non sono affatto libertà.

La libertà dei bruti — veramente, fratelli, io mi sento arrossire in viso, chiamandola così — sento che avvilisco questo nome sacro! È vero: gli animali non hanno legge alcuna che reprima e limiti i loro appetiti, o li diriga: ma il perché è questo: Essi essendo privi di intelligenza non sono nemmeno capaci della direzione della legge. Sono guidati da un istinto cieco, e vanno dove questo li spinge, senza direzione né  criterio… Vorreste voi dirlo libertà un istinto cieco e brutalmente irruente che non è neppur suscettibile di norma e di guida, di freno? Oh figli d’Adamo che un Dio fece a sua immagine e somiglianza… non permetta questo Dio, che vi attragga questa libertà e vi adattiate ad amarla una libertà così vergognosa ed umiliante! Eppure… cosa sentiamo noi ogni giorno dalla bocca della gente del mondo? non sono quelli che trovano inutili le leggi, che tutte le vorrebbero abolite, tranne quelle dettate dal loro io a se stessi e dai loro desideri senza freno? Sarebbe molto piccolo il passaggio per costoro ad invidiare la libertà del bruto e dell’animale selvaggio, ormai essi non accettano altra legge che quella dei loro desideri!… Oh povera natura umana quanto vieni prostituita! Sentiamo però, o Cristiani, la parola del dotto Tertulliano: egli: che ben aveva compresa la dignità umana, scriveva nel secondo libro contro Marcione, un vero capolavoro di dottrina e di alto parlare, questa sentenza : « Era necessario che Dio desse all’uomo delle leggi, non per togliergli la libertà data, ma per dargli prova di stima. « Legem… bonitas erogavit, quo Deo adhæreret, ne non tam liber quam abiectus viveretur ». Davvero sarebbe stata atroce offesa alla nostra natura la libertà di vivere senza legge: Dio avrebbe mostrato tutto il suo disprezzo per l’uomo se non si fosse degnato di regolarlo dettandogli norme di vivere. L’avrebbe posto al livello dei bruti, ai quali non dà leggi e li lascia vivere senza freni, non per altro che per il disprezzo che ne ha, dice lo stesso Tertulliano. Ed allora quando gli uomini si lamentan della legge loro data, e braman una vita senza freno né guida, spinta solo dai loro ciechi desideri, bisogna proprio dire col Salmista che hanno perduto l’idea ed il concetto d’onore e della dignità della natura umana, se bramano essere uguagliati ai bruti! « Homo curri in honore esset, non intellexit, comparatus est jumentis insipientibus et similis factus est illis » (Ps., XLVIII). Cieca insipienza, descritta da un amico del paziente Giobbe : — Vir vanus in superbiam erigitur, et tamquam pullum onagri se liberum putat natum.— L’umano sciocco è irragionevole, portato da stolta superbia, crede, come il puledro dell’asino selvatico, d’esser nato in libertà! Osserviamo, fratelli, i sentimenti dei peccatori, (furono tante volte anche i nostri), quando ciechi si tengono a guida il loro capriccio, la loro passione, la collera, il piacere, la sbrigliata fantasia: e mordono il freno e ricalcitrano contro ogni legge e non vogliono sopportar dettami che li guidino o regolino! Si stimano d’esser nati in piena libertà, non come gli uomini però, ma come gli animali…i più indomiti… i figli dell’asino selvatico, che non vogliono né redini né sella né una mano che li guidi!Oh uomini, no, no, non dobbiamo considerarci cosi vergognosamente bassi! È vero: siamo nati liberi: ma la libertà non deve essere abbandonata a se stessa, sotto pena di vederla degenerare nel libertinaggio che è il carnefice della vera libertà. Abbiamo bisogno di legge, perché noi abbiamola ragione e siamo suscettibili di indirizzo, di guida di norme che ci regolino: ed il Salmista Io domanda al Signore quando prega per il popolo eletto: « Manda, o Signore, un legislatore al tuo popolo, perché le genti conoscan ch’essi sono uomini» (Ps., XX) … date loro prima Mosè che guiderà la loro fanciullezza…; darete poi il santo Legislatore, Gesù Cristo che, fatto adulto il popolo, lo ammaestrerà nella vostra legge, lo condurrà per la via della perfezione!… Mostrerete così che voi sapete che il vostro popolo è fatto d’uomini… creature vostre da Voi fatte a vostra immagine e somiglianza e le cui opere e costumi volete modellati su di una legge che è vostra parola, eterna verità. Ma se è necessario assolutamente che Dio, Creatore dell’uomo, gli dia una legge, è necessario insieme però che la volontà umana vi si sottometta pienamente.Ecco allora la Vergine che nel mistero di questo giorno ci dà luminoso esempio di obbedienza perfetta. Pura come il raggio del sole, Ella si sottomette umile alla legge della purificazione. Anzi Ella porta al tempio lo stesso Salvatore, perché la legge lo comanda, ed Egli non disdegna, Egli autore della legge, innocente sottoporsi alle prescrizioni dettate per i sudditi nati nella colpa. Ci insegnino questi esempi che la dobbiamo veramente amare la nostra libertà… ma amarla sottomettendola a Dio, persuasi che le sue leggi non la inceppano ma la fanno più perfetta più sicura. Quando da l’una e dall’altra parte d’un fiume si costruiscono gli argini né si vuol fermare il fiume, né ostacolarlo nel suo corso, anzi, impedendogli di spargersi nelle campagne e sparire, lo si fa scorrere nel suo letto e correre tranquillo al mare!Alla stessa guisa quando le leggi a destra ed a sinistra stringono la nostra libertà, non la distruggono ma la incanalano, e mentre le impediscono di deragliare, le fanno seguir la via giusta che deve battere per riuscire dono benefico alla nostra natura: non la si fa schiava, la si guida…: non la si costringe, la si dirige. La distruggono coloro soltanto che stornandola dal suo corso naturale, il fine cioè per cui Dio ce la donò, l’allontanano dal bene sommo a cui tende.Ecco allora, o fratelli, che la vera libertà ci viene data e conservata da Dio e dalla nostra dipendenza da Lui. Il rifiutare obbedienza, o miei cari, alla legge ed autorità di Dio, non è libertà ma ribellione, non è emancipazione ma insolenza! Apriamo gli occhi, apriamoli con coraggio, o fratelli, e vediamo quale sia la vera libertà nostra: siamo fatti liberi non per scuotere il giogo, ma per portarlo con onore, portandolo volontariamente. Abbiamo la libertà ma essa non deve essere la licenza di fare il male, ma di fare il bene pur potendo abusarne e fare il male, perché facendo noi liberamente il bene, questo ridondi a nostro onore e gloria: liberi non per rifiutare a Dio il nostro servizio, ma per servirlo volontariamente e farcelo, per così esprimerci, riconoscente, debitore come il padrone verso il servo fedele! Senza confronto noi siamo più sottoposti a Dio di quanto un fanciullo può essere sottoposto all’autorità di suo padre. Che se, osserva Tertulliano, Dio donandoci la libertà in un certo modo ci emancipò, non volle certo renderci indipendenti: lo fece perché, volontaria la nostra dipendenza, per libera nostra elezione gli rendessimo quanto per dovere gli dobbiamo e così i nostri servigi fossero meritevoli di ricompensa. Ecco perché siamo liberi, o fratelli. Ma, oh Dio. quale abuso tra gli uomini di questo dono del cielo! Come ha ragione il grande Papa Innocenzo IV, quando lamenta « che l’uomo è stranamente ingannato dalla sua stessa libertà — sua in æternum libertate deceptus! » Altro non vuol dire il Santo Pontefice che l’uomo non volle, non seppe distinguere tra libertà ed indipendenza, e non ricordò che esser libero non voleva dire essere senza padrone: mentre l’uomo è libero come il suddito sotto il legittimo principe, il figlio sotto l’autorità paterna.Egli invece volle esser libero fino a disconoscere la sua condizione e perdere completamente il rispetto: la sua fu la libertà del ribelle mentre doveva essere quella d’un buon figliolo e d’un suddito fedele.

La potenza di Colui contro del quale si alza sfacciato non permette che il ribelle gusti a lungo la sua licenza… È S. Agostino che parla. Sentite: « Altre volte, io volli essere libero a questo modo…e accontentai i miei desideri, seguii le mie folli passioni! Ma ahi triste libertà… facendo quello che volevo ruinavo là dove non avrei voluto » (Conf., VIII, V). Eccovi fedelmente ritratto il domani di tutti i peccatori! Consideriamo questo uomo troppo libero, di cui vi ho parlato fino ad ora, che nulla mai nega né al capriccio né alla passione: sprezza e spezza ogni vincolo di legge: ama ed odia, si vendica a seconda che ve lo spinge il suo umore tetro o lieto lasciando correre il suo cuore dove il piacere l’attira: credere spirare un’aria di piena libertà perché corre a destra ed a sinistra coi suoi desideri incerti e vaghi…e chiama libertà quello che è traviamento, proprio come i fanciulli che fuggiti da casa credono esser liberi e non sanno dove fuggano e vadano. Si stima libero il peccatore, stima questo far quel che vuole, libertà; ma quanto lo tradisce questa maschera di libertà: nel fare a suo modo, fatto cieco, precipita là dove non avrebbe voluto scendere affatto. Perché, o signori miei, in un governo perfetto la legge non può essere senza la forza della sanzione: le sue leggi sono forze armate, e chi le disprezza ne prova subito i colpi. Il folle che contro Dio, nel disprezzo della sua legge, vuole usare la sua libertà, per fare quel che gli garba, s’accumula sul capo le condanne che più dovrebbe temere: la terribile e giusta vendetta dell’Onnipotente disprezzato…la morte eterna. Basta… cessa o temerario ribelle dalla tua insolente libertà che non può salvarti dall’ira del sovrano che offendi, comprendi che con questa libertà tu fai a te stesso pesanti catene, e poni sul. tuo collo un giogo di ferro che non potrai più scuotere: ti condannerai tu stesso ad una umiliante schiavitù mentre credi estender folle la tua indipendenza fino fuori del diritto di Dio.Che ci resta a fare allora, o fratelli? se non vivere sempre ed ogni giorno nella dipendenza del nostro Dio, certi che disprezzando i suoi comandamenti non potremmo mai sfuggire ai suoi castighi? L’Apostolo ci avverte di temere il Principe, perché non per nulla porta la spada: dovremo più ancora temere Iddio che non per nulla è giusto e onnipotente ed inutilmente non fa risuonare le sue minacce. Sto parlando, ed è onore, davanti a Sovrani: impariamo come render il nostro omaggio a Dio, da quanto facciamo verso l’autorità terrena che nell’immagine. Non fa ognuno di noi, nella obbedienza alla legge, sua la volontà del Principe? Non è vero che ci teniamo onorati di potergli prestare i nostri servigi e vorremmo quasi prevenirne i desideri? Più ancora, il suddito fedele non ritiene onore grandissimo dar la sua vita per il suo re?Stimiamo bella ogni occasione per dimostrare questa nostra disposizione d’animo: e questi sentimenti sono giusti e legittimi. Al di sopra del Re, non c’è che Dio; dopo di Dio il principe è la suprema autorità nella società civile, e tiene nelle sue mani la forza per l’esercizio della sua autorità. Non viene da tutto questo, come legittima conseguenza, che sarebbe assurdo vergognoso il ritener il Principe di più di Dio, e si negasse a Dio l’onore e l’obbedienza data al Principe? Il rappresentante sarebbe più onorato del Sovrano assoluto. Impunemente non si offende il principe, poiché tiene la spada in mano e si fa temere… e non gli si resiste. Parlando del Re, Salomone dice che egli scopre ogni segreto complotto… « gli uccelli del cielo tutto gli riferiscono » tanto che si vorrebbe quasi dire che prevede e preannuncia fatti e cose, le indovina, tanto difficilmente gli si può nascondere qualcosa: « Divinatio in labiis regis ». Allunga ed allarga le sue braccia, continua Salomone, e va a scovare i suoi nemici nelle profonde caverne in cui avevan pensato sfuggire alla sua potenza: la sua apparizione li mette in scompiglio e la sua autorità li schiaccia. (Eccles. Prov.). E se tanta forza ammiriamo nella debolezza della persona umana, quanto non dovremo tremare davanti alla Maestà suprema di un Dio vivente ed eterno! La più grande potenza del mondo non può andar più in là, in fin dei conti, di togliere la vita al suddito… Non occorre poi un grande sforzo per far morire un uomo mortale… togliere qualche momento ad una vita che li ha contati, e da sé corre verso l’ultimo suo istante. Che se temiamo tanto chi può toglierci la vita del corpo, e tolta questa non può più nuocerci, quanto più, insiste il Salvatore, quanto più dovrete temere Colui che può, anima e corpo, precipitarvi nella geenna eterna!…Osservate però, fratelli… quale cecità impressionante!…non solo vogliamo resistere a Dio, ma ci troviamo gusto a resistere ed opporci alla sua volontà! Aberrazione e rivolta più laida contro Dio non la si può pensare: la legge ch’Egli pose perché fosse argine e ritegno ai nostri pazzi desideri, li stuzzica e li provoca li fa più forti. Più una cosa è vietata e più ci sentiamo tirati a farla: mentre il dovere, ci si presenta come una tortura: ciò che la ragione dice buono, non ci piace quasi mai, e par quasi che quello che facciamo contro la legge sia più saporito e divertente: i cibi proibiti nel giorno dell’astinenza ci appaiono più appetitosi e saporiti « è il peccato che, ingannandoci con una falsa dolcezza, ci fa riuscire tanto più gradita una cosa quanto più ci è proibita ». Pare quasi che il nostro io, si stizzisca contro la legge perché è contraria ai nostri desideri, e ci troviamo un certo gusto a vendicarci facendole dispetti, anzi il tentare di imporci un freno od un argine, è proprio un provocarci a romperlo con più audacia ed astio! Era questo strano contrasto della nostra anima che faceva dire all’Apostolo che il peccato si serviva proprio della proibizione per sedurlo: « Peccatimi, occasione accepta per mandatimi, seduxit me » (Romani, VIII). Quanto siamo mai ciechi, o Signore, e quanto sista lontana dalle tue leggi sapienti, l’arroganza umana… se lo stesso tuo comandarci ci stimola a disobbedirti!Oh venite Voi, o Maria Vergine cara, venite col vostro Gesù, Gesù e Maria venite e col vostro esempio piegate gli indocili nostri cuori! Chi vorrà pensarsi dispensato dall’obbedienza quando un Dio si fa obbediente alla legge? Quale pretesto cercheremo per sottrarci alla legge, davanti alla Vergine che si presenta per essere purificata, e che sapendosi pura d’una purezza angelica non si crede dispensata da una legge che per lei era proprio inutile? Se la legge dettata da Mosè, ch’era servo come noi, esige obbedienza così esatta ed universale, quale obbedienza piena e perfetta non dovremo noi alla legge dettata e comandata dallo stesso Figlio di Dio? Davanti a queste riflessioni ed a questi esempi, l’infingardaggine nostra non può più aver né scuse né pretesti… giù la testa! Anzi non contenti di fare quanto Dio comanda, mostriamogli la disposizione della nostra volontà in far quanto è suo piacere, sempre. Ciò vi propongo nell’altra parte del mio discorso, in cui per non essere lungo, unirò il secondo ed il terzo punto della mia divisione adducendo per essi lo stesso ragionamento e le medesime prove.

II° e III°  punto.

Fratelli, tra le cose che Dio esige da noi, osserviamo questa differenza: alcune che dobbiamo fare dipendono dalla nostra scelta: altre invece non hanno nessun rapporto colla nostra volontà, è Dio che arbitrariamente agisce per la sua potenza assoluta. Spieghiamoci: Dio vuole, ad es. che noi siamo giusti, retti, moderati nei nostri desideri, sinceri nel nostro parlare, costanti nelle azioni nostre; ci vuole pronti a perdonare le offese e non vuole assolutamente ne facciamo agli altri. In queste ed altre simili cose che vuole da noi, e che non sono che la pratica della sua legge e dei suoi precetti, la nostra volontà è per nulla affatto forzata. Se disobbediamo, Egli ci punisce, è vero, e non possiamo sfuggire al castigo, ma però possiamo disobbedire: ci pone davanti la vita e la morte lasciandoci liberissimi nella scelta. – In questo modo domanda l’obbedienza dell’uomo ai suoi comandamenti; come se essa fosse effetto della sua scelta e della sua propria determinazione. -Vi sono invece, altri eventi, che decidono della nostra fortuna e della nostra vita, e che sono disposti e guidati dalla mano segreta della sua provvidenza. Essi sono fuori dell’ambito del nostro potere e spesso perfino della nostra previsione, cosicché nessuna mano, per quanto potente, può arrestarne o mutarne il corso, secondo la frase di Isaia (LV): « I miei non sono i vostri pensieri: come è distaccato il cielo dalla terra, tanto e di più sono lontani i miei pensieri dai vostri » ed altrove: « Sarà fatto ogni mio volere e raggiungerà il suo sviluppo ogni mio discorso ». « Consìlium meum stahìt et omnis voluntas mea fiet ». Davanti alla causa di questa differenza, io sento che non sarebbe giusto die Dio lasciasse tutto alla mercé della nostra volontà, lasciandoci arbitri di noi e di quanto ci riguarda; mentre è giustissimo che l’uomo senta che vi è una forza superiore alla quale deve sottostare e cedere. È questo il perché di un duplice ordine di cose: quelle che vuole che facciamo noi, scegliendocele; altre che facciamo accettandole dalla necessità che ce le impone. È così che sono disposte le vicende umane: nessuna di esse però, per quanto ben preparata da prudenza, protetta da forza, sarà così sicura da non poter essere turbata da accidenti imprevisti che ne interrompono o deviano l’andamento. La Suprema Potenza dell’universo non vuol permettere vi sia un uomo, per quanto grande e potente, che possa disporre a suo piacimento della sua sorte e delle sue fortune, molto meno della sua salute e della sua vita. Piacque al Signore disporre tutto così, perché  l’uomo esperimenti quotidianamente questa forza superiore di cui vi parlo: forza divina ed inevitabile che talvolta, non lo nascondo, si rallenta e quasi si adatta alla volontà nostra, ma sa anche, quando lo voglia, opporre tale resistenza che contro di essa tutto s’infrange, e, nostro malgrado, ci fa servire ai piani della divina Provvidenza, in ogni pensiero e atto nostro. Arbitro Supremo, Iddio ha diviso le cose nostre così che alcune restano in nostro potere ed altre in cui, senza punto guardare a noi, solo consulta il suo piacere: perché se da un lato possiamo usare della nostra libertà, sentiamo dall’altro che abbiamo un forte dovere di dipendenza. Non ci vuole padroni assoluti: anzi vuole sentiamo che la sua padronanza c’è e s’esercita, tanto e quanto e dove Egli vuole perché ci guardiamo bene dall’abusare di questo dono della libertà. Se dolcemente ci invita, comprendiamolo bene, non è che ove voglia non sappia e non possa costringerci colla forza, no, ma vuole che temiamo sempre questa sua forza anche quando ci fa provare la sua dolcezza. È Lui, proprio Lui, che semina la nostra vita di avvenimenti ed eventi che ci infastidiscono, che contrariano la nostra volontà, che troppo attaccata a se stessa giunge alla licenza. E lo fa, perché  completamente domati, docili, sottomessi a Lui, ci possa innalzare alla vera sapienza. Non v’è prova più evidente di una ragione esercitata e sicura che il saper resistere alle proprie brame. Vedete: l’età in cui meno si ragiona si è anche meno capaci di moderar le proprie brame di vincerci… è l’età del capriccio. Se nei fanciulli la volontà fosse così fissa e costante quanto è ardente non potremmo più arrestarli né calmarli nelle loro voglie. Vogliono quel che vogliono: non stanno a veder se sarà utile o di danno, basta che piaccia ai loro occhi! se siano essi od altri i padroni, non importa nulla, basta che piaccia a loro che lo desiderano, lo vogliono: essi si credono padroni di tutto. Provate ad opporvi… il loro viso si accende ed infiamma, un tremito convulso li agita, pestano i piedi, piangono, anzi non è neppure pianto il loro, è un gemito, un riso, è un grido in cui c’è preghiera stizza, brama e dispetto: esponenti di un ardore di desiderio frutto della loro debolezza ed incapacità di ragionare. Fanno così i fanciulli!… ma se ci guardiamo intorno, dovremo confessare: quanti fanciulli nel mondo… fanciulli bianchi per antico pelo, fanciulli di cent’anni!… sono uomini in cui è violenza nel desiderio debolezza nel ragionare. Perché l’avaro vuole quanto brama senz’altro diritto che il suo interesse? L’adultero, che Dio tante volte maledice, che diritto ha alla moglie del prossimo se non la sua concupiscenza che è cieca? Non sono fanciulli che credono che per avere basti la loro voglia e il loro capriccio? Ma c’è una differenza tra il fanciullo e questi fanciulli: in quello là, natura, lasciando rallentate le redini alla violenta inclinazione, pone un altro freno: essi sono deboli ed incapaci di ottenere quel che vogliono: in questi altri — vecchi fanciulli — i desideri impetuosi non ostacolati dalla debolezza, divampano terribili se la ragione non li imbriglia e guida. – Conchiudiamo, fratelli, che vera scienza e vera sapienza è il saper moderarsi: man mano che si sa domare la violenza del proprio desiderio, si dà prova che si allontana dalla puerizia e fanciullezza e si diventa ragionevoli. « Diremo uomo maturo, vero saggio quello che, dice il dotto Sinasio, non si tiene in dovere di accontentare ogni brama od ogni desiderio… ma tutti guida e domina i suoi desideri secondo i suoi doveri ed i suoi obblighi, e ben conoscendo la fecondità della natura nelle voglie cattive, taglia e di qua e di là, come buon giardiniere, quanto trova, non solo guasto o secco, ma quanto vede superfluo, non lasciando crescere rigoglioso che quanto può dare frutti di vera sapienza ». Dite bene, vorreste oppormi che gli alberi non si lagnano né soffrono di questi tagli dei loro rami inutili o superflui, mentre la nostra volontà strilla e reclama quando si rintuzzano i suoi desideri: quindi, è difficile trovar il coraggio di tagliar sul proprio io. È vero: non tutti hanno il coraggio del Santo Vecchio, o della vedova Anna, di cui ci parla il Vangelo d’oggi, che agivan contro se stessi nella mortificazione e lottavan contro la legge di peccato che è nei nostri sensi: ecco però che il Signore viene in nostro aiuto. Sorgente prima ed universale del disordine in noi è l’attaccamento nostro alla nostra volontà: non possiamo contraddirci, anzi troviamo più facile opporci a Dio che al nostro io. Bisogna allora togliere questa radice guasta, sradicarla questa pianta infetta che dà frutti guasti, e con uno sforzo violento: pensiamo che essa è la causa della nostra sventura ed è tutta colpa nostra… Va bene! ma ed il coraggio? dove andremo a prenderlo questo coraggio di applicare ferro e fuoco ad una parte così delicata e sensibile del nostro cuore? Il malato vede che il suo braccio incancrenito lo porta alla morte, vede che bisogna tagliarlo ma da solo non lo sa fare: alla sua incapacità viene in aiuto il chirurgo, che fa un triste servizio ma pur necessario e salutare. Anch’io vedo che l’attacco al mio volere mi porta a dannarmi, perché fa vivere tutti i miei desideri malvagi: lo so, lo confesso. Ma confesso anche che non ho né coraggio né forza di armar la mia mano del coltello e tagliare… Ecco il Signore: viene e fa Egli il chirurgo che taglia e salva: viene accanto a noi in certi incontri ed avvenimenti dolorosi, inattesi ed inopportuni eventi, contrarietà insopportabili ed ingiuste, diciamo noi… sono i ferri chirurgici disposti dalla sua Provvidenza, e con essi attacca, abbatte e doma la nostra volontà che dalla libertà va alla licenza, risparmiandoci così di esser noi violenti contro noi stessi. Quasi la immobilizza la nostra volontà perché non sfugga al colpo doloroso ma salutare… e taglia, e profondamente penetra dentro alle nostre carni vive finché noi, costretti dalla sua mano, dalle disposizioni della sua volontà, ci stacchiamo dal nostro io… ed allora siamo guariti… dalla morte torniamo alla vita. – Se noi comprendessimo come siamo composti, e quanto ci lasciamo trascinare dai tristi nostri umori, comprenderemmo bene quanto ci è necessaria questa mano chirurgica. Voglio descrivervi con poche parole lo stato deplorevole della natura nostra. V’è una duplice sorta di mali… alcuni ci affliggono, altri, pare impossibile, ci piacciono: è strana ma purtroppo vera, reale distinzione. Dice S. Agostino che alcuni mali li sopportiamo con la nostra pazienza… e sono quelli che ci affliggono: altri invece li frena e domina la nostra temperanza: questi, continua lo stesso Santo, sono mali che ci piacciono: « Alia quæ per patientiam ferimus, alia quæ per temperantiam refrenamus ». A quanti mah sei esposta, sventurata umanità! Siamo preda a mille infermità: ogni nonnulla basta a darci noia, a farci ammalare… un nonnulla basta a farci morire! Diremmo quasi che una potenza avversa sia schierata contro la povera natura nostra, tanto pare ci trovi gusto a martoriare ogni nostra parte! eppure non è questo il nostro male maggiore: l’avarizia nostra, la nostra ambizione le altre passioni cieche insaziate ed insaziabili sono mali e quanto terribili! sono mali che ci seducono ed attraggono. Ma dove ci avete posto, o Dio? che vita è mai la nostra se ci perseguitano e i mali che ci fan soffrire e i mali che ci allettano e ci piacciono!? Ah me infelice chi mai mi strapperà a questo corpo di morte?… Chi? Ascoltami povero mortale… v’è chi ti libererà: sarà la grazia di Dio, per Cristo Gesù nostro Signore: ce lo dice il suo grande Apostolo, che scrutò le profonde ricchezze dell’amore di Dio. È vero: due sorta di mali ti travagliano; ma ecco che nella sua provvidenza Dio dispone che gli uni siano rimedio agli altri: cioè quelli che ci addolorano servano a moderare quelli che ci piacciono. Quelli a cui siamo costretti per frenare quelli in cui siamo troppo liberi: ogni male che ci viene di fuori, viene per abbattere un male che dentro di noi si solleva contro di noi… i cocenti dolori correggono gli eccessi a cui trasporta la passione sbrigliata… le disillusioni, le pene della vita ci fan sentir nausea dei falsi piaceri e attutiscono il senso troppo vivo del piacere. Non lo nego: la nostra natura, trattata così rudemente, soffre e noi ce ne lamentiamo… ma questa stessa pena nostra è medicina e rimedio, la rigidezza, in cui ci si tiene, diventa un regime curativo benefico. – Abbiamo bisogno, noi figli di Dio, che ci si tratti così fino a che non siam giunti a guarigione perfetta, cioè sia completamente abolita la legge del peccato che regna nelle membra nostre. Dobbiamo sopportare tutti questi mali fino a che non ne siamo corretti… ci occorrono questi mali per tener ritto il nostro giudizio fino a che viviamo in mezzo a tanti beni falsi dei quali, troppo facilmente, siamo portati a godere. Ogni contrarietà è un argine provvidenziale alla nostra libertà che disalvea… un freno alle passioni che tentano sopraffarci. Dio, che conosce quel che davvero ci fa bene, viene e contraria i nostri desideri: così dispose, la natura ed il mondo, e che da essi, proprio da essi, nascano ostacoli insuperabili che s’oppongono ai nostri progetti e sogni. nostra natura: di tutte le spine dei nostri affari: delle ingiustizie di tanti uomini, delle ineguaglianze importune, degli imbrogli del mondo e della vanità dei suoi favori. Per questo sono amati i suoi rifiuti e le sue lusinghe più dolci sono stimate pesanti catene di schiavi! Contraddetti a destra ed a sinistra la nostra volontà, sempre troppo libera, deve finalmente imparare a regolarsi: e l’uomo oppresso e travagliato da ogni parte, finalmente si sente spinto a volgersi al Signore, gridandogli sincero dal profondo del cuore: veramente tu sei, o Dio, il mio Signore: è giusto che la tua creatura serva a Te e ti obbedisca! Sottomettendoci invece alla volontà santa del Signore, una grande pace scende nell’anima nostra… accada che vuole nulla può smuoverci né commuoverci. Ecco: Simeone predice a Maria, appena madre, oscuri mali, immensi dolori; « l’anima tua sarà trafitta da acuta spada, e questo tuo Figliolo, ora tuo gaudio tuo amore, sarà bersaglio di contraddizione ». Cioè il Mondo e l’Inferno, raccolte tutte le loro tristi potenze si scaglieranno contro la sua persona e la sua opera, tentandone la rovina!… Predizione crudele, e tanto più crudele perché vaga… Simeone non predice alcun male in particolare, li lascia pensare e pesare tutti sul cuore. Per me non saprei trovare nulla di più angosciosamente crudo che lo stato di un cuore che si sta sotto l’incubo di una minaccia di mali, e non sa quale… impotente quindi a tentar una fuga un rimedio una difesa… quale?… dove?… – Atterrita, inebetita, quest’anima scruta e cerca e teme tutti ed ogni male: li va quasi scovando fino al fondo… il suo pensiero diventa il suo carnefice… poiché terribilmente atterrita non mette limiti né all’intensità né al numero degli strazi che le si minacciano. – S. Agostino dice che sotto la minaccia del male è già grande conforto il poter sapere da quale male saremo colpiti: saper perfino di qual morte moriamo è meno crudo che agonizzare temendole tutte: « Satius est unam perpeti morìendo, quam omnes timere vivendo ». Eppure Maria ascolta tacendo le terribili predizioni… non una parola di lamento, non una domanda al Vegliardo, che le lacera l’anima con le sue profezie, perché le dica quando, quanto, fino a quando questa spada le trafiggerà l’anima: Ella sa che tutto è disposto e guidato dalla mano di Dio… questo le basta e la sua volontà è subito sottomessa: per ciò non la turba il presente non la atterrisce il futuro. Oh se ancor noi sapessimo abbandonare noi e le cose nostre nelle braccia di quella Sapienza eterna che tutto regge e governa, quale costante tranquillità inonderebbe il nostro spirito: nessuna incalzante necessità, nessuna contraddizione lo saprebbe smuovere e turbare. Se fossimo anche noi come il vecchio Simeone, staccati da noi non avrebbe attrattive la vita, né spauracchi la morte, pur tanto odiosa!… viaggiatori, attenderemmo tranquillamente che lo Spirito del Signore ci inviti a fermarci dal nostro viaggio nel tempo, per entrare alla eternità. Fatto ogni giorno della vita il nostro dovere, come Simeone potremmo dire al Signore ad ogni istante: «Lascia, o Dio, che il tuo servo se ne vada ora in pace ». – Non fermiamoci qui però, o fratelli, nell’imitare il vecchio Simeone: non dobbiamo andarcene da questo mondo prima di aver visto, di esserci incontrati con Gesù: bisogna che possiamo aggiungere a quelle parole le altre: « perché i miei occhi contemplarono il Salvatore, che tu preparasti al mondo prima che fosse alcun popolo ». Il Salvatore promesso, atteso per tanti secoli venne finalmente: brillò la sua luce, ne furono illuminate e genti e nazioni: caddero gli idoli, furon liberati gli schiavi, i figli disobbedienti furono riconciliati col padre, i popoli si convertirono al loro Dio. Non basta fratelli! È venuto per noi questo Salvatore? È il nostro capitano, la nostra guida, la luce che illumina ognuno di noi?… no forse… perché noi non camminiamo per la via segnata dalla sua parola nei suoi precetti… non li osserviamo noi i suoi comandamenti. L’apostolo S. Giovanni potrebbe ancora dire davanti a tanti la parola severa del suo Vangelo (V, 37-38): « Neque vocem eius unquam audistis, neque speciem eius vidistis, et verbum eius non habetis in vobis manens » perché, continua: chi dice di conoscerlo e non ne osserva i comandamenti, è bugiardo « mendax est » ed in lui non è la verità « veritas in eo non est » (II, 4). Chi, tra noi, può dire, con verità, io lo conosco il Cristo, il Maestro? Quale contributo di vita abbiamo dato al suo vangelo? quali sono i vizi corretti, le passioni domate in noi? come usammo fino ad oggi dei beni e dei mali della vita?… quando la mano di Dio diminuiva le nostre ricchezze, abbiamo saputo anche noi diminuire le nostre spese, il nostro lusso?… ingannati dalla fortuna incostante, seppimo con coraggio staccar il cuore da’ suoi beni per attaccarlo a quelli che non sono né in sua mano né in suo potere? Ma ahi, che anche di noi si poté scrivere: « dissipati sunt, non compuncti… — fummo addolorati ma non mutati a bene! » Servi ostinati e caparbi, sotto la stessa sferza che ci voleva correggere e far camminare diritto, noi ci siamo impuntati… ci siamo ammutinati… rimproverati, non ci siamo corretti; abbattuti, non fummo umiliati; castigati, non convertiti! E davanti a questo nostro ritratto, diciamo ancora, se ne abbiamo il coraggio, di aver visto il Salvatore promesso, di aver conosciuto Gesù Cristo… lo Spirito Santo, colla mano di Giovanni, ci chiuderà la bocca: « in te non è la verità, tu sei bugiardo ». Temiamo, o Cristiani, temiamo e tremiamo di morire… poiché non abbiamo ancor visto Gesù, ed ancor non abbiamo tenuto sulle nostre braccia il Salvatore… cioè non ne abbiamo abbracciata la parola, la sua verità i suoi comandi! Infelici coloro che muoiono prima di averlo visto il Cristo Salvatore… quanto spaventosa la loro morte… come terribile il suo avvicinarsi… orribili le conseguenze del suo passaggio e del suo trionfo! In quell’ora svanirà la gloria, ruineranno i sogni ed i progetti… « in illa die peribunt omnes cogitationes eorum » mentre comincerà il loro supplizio…un fuoco eterno s’accenderà per essi: il furore e la disperazione più cruda ne lacereranno l’anima… il verme roditore, che non muore, affonderà più vorace il suo dente velenoso e non si staccherà più!Su fratelli, accorriamo al tempio con Simeone,ci porti lo Spirito del Signore, prendiamoci tra le braccia Gesù… baciamolo con amore… stringiamocelo al cuore perché sia tutto suo questo nostro miserocuore.L’uomo dabbene non tremerà al venire della morte, poiché l’anima ormai più non appartiene a questo corpo mortale: ne è già staccata: poiché gli dominò le passioni, soggiogò i sensi e la carne.La penitenza e la mortificazione gli diedero questo dominio, l’emanciparono e dal corpo e dai suoi sensi… libero tenderà le braccia alla morte che viene quasi le additerà dove gli debba menare l’ultimo colpo!Alle minacce egli risponderà: Morte tu non mi spaventi… per me non sei né crudele, né inesorabile… tu non mi puoi spogliare dei beni che io amo… tu solo mi strapperai questo corpo… questo che è corpo di morte… me ne libererai finalmente, coronando gli sforzi costanti della mia vita con cui mirai giorno per giorno a strapparmi alla sua tirannia!… Nunc dimittis… lascia, o morte, che libero me ne vada al mio Signore! Qual cosa ci sembrerà impossibile, fratelli, per aver una simile morte… gioiosa come un trionfo? Potessimo morire della morte del giusto per aver eterno riposo, il vero riposo che non ci seppero né ci potevano dare i beni della vita… su chiudiamo l’occhio nostro ed il cuore nostro ad ogni bene che ci invita e fugge, per aprirlo solo e sempre nella vita a quei beni che durano e saranno nostri eternamente in seno al Padre, al Figlio e dallo Spirito Santo. Amen.

OMELIA II.

[G. PERARDI: LA VERGINE MADRE DI DIO – Libr. del Sacro Cuore, Torino, 1908]

XIII.

Presentazione di Gesù al Tempio e Purificazione di Maria

ESORDIO: Il fatto evangelico. Semplicità e misteri. — I . PURIFICAZIONE: Maria non v’è tenuta. Mistero di umiltà. Siamo umili. — II. OFFERTA DI GESÙ: 1. La legge dell’offerta. — 2. Come Maria l’adempì. Significato. Il sacrifizio di fsacco. — 3. Ragione della legge. Raggiunge lo scopo coll’offerta di Gesù. — 4. Gesù si offre volontariamente.— 5. Maria è l’altare e il sacerdote. — III. SIMEONE: 1. Chi era. —2. Il cantico — 3. Gloria a Gesù e Maria. — IV. CONCLUSIONE: Imitiamo Maria nell’umiltà.

Dopo Betlemme dobbiamo recarci in spirito a Gerusalemme, ove, quaranta giorni dopo la sua nascita, troviamo il Bambino Gesù e la Madre sua. Per l’intelligenza del fatto bisogna ricordare due leggi mosaiche: la prima riguardante la madre, la seconda riguardante il neonato, se primogenito. La madre doveva presentarsi per la cerimonia della purificazione legale; il neonato, se primogenito, doveva venire offerto al tempio, poi riscattato mediante un’offerta. Altrimenti quel fanciullo avrebbe dovuto prestarsi al servizio divino per tutta la vita. – Maria e Giuseppe si portano al tempio per presentare Gesù al Signore e per fare l’offerta. Allora « era in Gerusalemme un uomo, di nome Simeone, persona giusta e pia, che aspettava la consolazione d’Israele; e lo Spirito Santo era in lui: e gli era stato rivelato dallo Spirito Santo che non vedrebbe la morte, prima di vedere il Cristo del Signore. Così per lo spirito andò al tempio. E quando i genitori v’introdussero il bambino Gesù per far di lui secondo il rito della legge, egli pure se lo prese tra le braccia e benedisse Dio, esclamando: Adesso, Signore, rimanda in pace il tuo servo, secondo la tua parola; che gli occhi miei han visto la tua salute, la quale hai disposta al cospetto di tutti i popoli: luce a rivelazione per le nazioni e gloria d’Israele, tuo popolo. E il padre e la madre di Gesù restavano meravigliati delle cose che sì dicevano di lui. E Simeone li benedisse, dicendo però a Maria, sua Madre: Ecco, Egli è posto per rovina e per risurrezione di molti in Israele e per segno di contraddizione; e anche a te una spada trapasserà l’anima affinché restino svelati i pensieri di molti cuori. C’era inoltre una profetessa, Anna, figliuola di Fanuel, della tribù d’Aser; molto avanzata in età, vissuta col suo marito sette anni dalla sua verginità. Rimasta vedova fino agli ottantaquattro anni, non usciva dal tempio, servendo Dio notte e giorno con preghiere e digiuni. Questa dunque sopraggiunse in quell’ora stessa, e dava gloria al Signore, parlando di Lui a quanti aspettavano la redenzione d’Israele » (S. Luca, II, 25-28). Quale semplicità di narrazione è mai questa! Ma quali sublimi misteri offre alla nostra mente. « Misteri venerabili, dice il Bourdaloue, nei quali scopriamo ciò che la nostra Religione ha non solo di più sublime e divino, ma di più edificante e commovente: un Uomo-Dio offerto a Dio, il Santo dei santi consacrato al Signore, il sommo Sacerdote della nuova alleanza in istato di vittima, il Redentore del mondo riscattato; una vergine purificata; e una madre che sacrifica il proprio figliuolo; quali prodigi nell’ordine della grazia » (Sermone II della Purificazione.). No, non vi ha cosa in apparenza più semplice e più sublime in realtà del racconto che il Vangelo ci fa di questi misteri. Consideriamoli brevemente. Ci assista Maria perché possiamo ricavarne frutto di grazia per l’anima nostra.

I. — Il primo fatto su cui dobbiamo raccogliere la nostra considerazione è la Purificazione di Maria. Pronunziando la parola purificazione e applicandola a Maria il nostro cuore prova un senso di ripugnanza, perché sente che la legge della purificazione non era fatta per Maria, la creatura tutta bella, santa, pura, perché sente che le due parole purificazione e Maria contrastano, essendo Maria la Vergine per eccellenza, la Vergine Madre. Ed a Maria perciò si applica con più ragione la parola già indirizzata ad Ester: La legge non è fatta per te. No, la legge della purificazione fatta per le donne ebree, non era per Maria. E perché Maria vi si assoggetta ? Ha Ella forse dimenticato il saluto celeste: Benedetta tu fra le donne? Ha dimenticato d’aver Ella stessa proclamato che tutte le generazioni la chiameranno beata perché in Lei grandi cose aveva operato colui che è potente, Iddio? Non poteva Ella ripetere in questo momento che era beata, che era benedetta, e che era benedetto il frutto del suo seno; che veniva non a cercare la purificazione, ma a recarla al mondo, che veniva non a domandare il riscatto, ma a recarlo? Gl’interessi del suo Figliuolo non parevano forse prescriverle questo, mentre il suo silenzio e la sua condotta parevano derogare alla divinità di Lui e, facendolo passare per figliuolo ordinario, smentivano i tanti prodigi e i tanti oracoli che lo avevano già proclamato Figliuolo di Dio? Così certamente avrebbe pensato ed operato qualunque altra donna: non così pensa Maria. Maria è una creatura al tutto singolare. La sua grandezza è incomprensibile, ha dell’infinito; ma non meno grande è la sua umiltà. Questa virtù che spicca in tutti gli atti della vita di Maria, che abbiamo particolarmente ammirato nel mistero dell’Annunciazione, qui ci si rivela in un nuovo abisso incomprensibile, solo paragonabile alla incomprensibile grandezza di Lei. Ella accordandosi mirabilmente coi disegni di umiliazione e di sacrifizio di suo Figlio, si spoglia di tutte le grandezze, vela le sue glorie per soggettare Sé e Lui alle prescrizioni più umilianti. Scrutate quest’umiltà: Non sono trascorsi ancora undici mesi che Maria riceveva la visita dell’Angelo venuto dal cielo a richiederla del suo consenso alla divina Maternità: Maria tiene in sì alto pregio l’illibatezza verginale che è disposta a sacrificarle pur l’incomparabile grandezza della Maternità divina; e allora soltanto presta il suo consenso. Quando è assicurata che la sua verginità non patirà alcun detrimento, che quello che avverrà sarà dello Spirito Santo, che la potenza dell’Altissimo l’avrebbe adombrata. Ora nella purificazione Maria dimostra un amore, direi, ancor più grande dell’umiltà. Se per amore della verginità era disposta a rinunziare all’onore di Madre di Dio; ora per amore dell’umiltà si spoglia di tutte le grandezze, vela tutte le glorie, sacrifica lo stesso onore esterno della sua verginità. È la Vergine Madre di Dio: si umilia a segno da non comparire né Madre di Dio, né vergine, si umilia a comparire bisognosa di purificazione come un’altra donna qualsiasi. Quant’è ammirabile l’umiltà di Maria! Impariamo da questo fatto il dovere nostro di mortificare la superbia e praticare fedelmente l’umiltà se vogliamo essere veri devoti di Maria, imitandone quelle virtù ch’Essa ha particolarmente amato e praticato. Maria si assoggetta alla cerimonia della purificazione, offre le due piccole colombe pel sacrifizio, le due vittime che, se avessero potuto comprenderlo, si sarebbero stimate felici di essere offerte. Andate, piccoli animali, innocenti vittime, andate a morire per Gesù sinché Egli possa morire per noi.

II . — Il secondo fatto che dobbiamo considerare è la presentazione di Gesù al Tempio, cioè l’offerta di Gesù all’Eterno Padre.

1° Maria, purificata, si avanza nel tempio. « Quale indescrivibile commozione dovette provare Maria, rivedendo quel luogo confidente dei pensieri e dei fervori della sua fanciullezza? Lì Ella aveva passati lunghi giorni nella preghiera, aveva votato la sua verginità al Signore, e aveva accettato la mano di Giuseppe, ornata di gigli, per proteggere i suoi. Quante cose celesti erano passate da un anno appena; e adesso vi ritorna a presentare il Figliuol suo, l’Emanuele » (Lemann, La Vergine Maria, etc.). L’offerta del primogenito che gli Ebrei dovevano fare a Dio, si collegava con la loro liberazione dalla schiavitù d’Egitto e coll’uccisione di tutti i primogeniti degli Egiziani. L’indomani di questo prodigio Dio, per mezzo di Mose promulgava la legge : Consacratemi tutti i primogeniti tra i figli d’Israele, poiché ogni cosa mi appartiene (Es. XIII, 2). Or Gesù, Figlio di Dio, appartiene veramente a Dio, anche come uomo. Sia dunque offerto a Lui. – Quando Iddio dispose che alla tribù di Levi fossero affidate le cure del culto riformò la legge dell’offerta dei primogeniti disponendo che, dopo d’averli offerti, i genitori li potessero riscattare mediante cinque sicli d’argento (circa 15 lire). Giuseppe e Maria offrono Gesù al Padre e lo riscattano coi cinque sicli d’argento. Oh Maria, riscattatelo pure il vostro Gesù! non lo avrete per lungo tempo; lo vedrete rivenduto per trenta denari.

2° Maria, coll’offrire Gesù non ha compiuto soltanto una cerimonia. Essa conosceva la grandezza dell’offerta: era l’offerta vera e reale di Gesù all’eterno Padre pel sacrifizio che il divin Figliuolo avrebbe offerto un giorno, della sua vita, sul Calvario. Quale sacrifizio pel cuor di Maria, pel cuor della Madre! – Un giorno Abramo ed Isacco ascendevano il monte Moria per offrire a Dio un sacrifizio. Isacco, che portava la legna per l’altare, domanda al padre: Dov’è la vittima dell’olocausto? E Abramo, col cuore lacerato da immenso dolore, non ebbe animo di rivelare ad Isacco ch’egli stesso era la vittima designata e si contentò di rispondere: Iddio stesso ci provvedere la vittima per l’olocausto (Gen. XXII). Noi ammiriamo l’eroica ubbidienza di Abramo, la sua perfetta sottomissione al cenno divino. Ma osserviamo pure che Dio domandò il sacrificio di Isacco non alla madre Sara, ma al padre. Una madre meditando questo fatto ebbe a dire che Dio non avrebbe chiesto un simile sacrificio ad una madre. Quello di cui Sara non sarebbe stata capace, compì Maria coll’offerta di Gesù al Tempio. Il sacrificio di Gesù non doveva consumarsi che più tardi sul Calvario: Nel tempio però Maria dà il suo consenso e offrendolo, in certo modo, dispone la vittima sull’altare. Maria aveva certamente coscienza di questo grande mistero nel momento in cui Ella lo compiva: «Se di fatto gli Ebrei illuminati intendevano in un senso spirituale quello che celebravano corporalmente, con ben maggior ragione Maria, la quale aveva il Salvatore tra le braccia e lo offriva con le sue mani all’eterno Padre, doveva eseguire quella cerimonia in ispirito ed unire la sua intenzione a ciò che era rappresentato dalla figura, vale a dire all’oblazione santa del Salvatore per tutto il genere umano. Pertanto nella guisa medesima che nel giorno dell’Annunciazione aveva prestato il suo consenso all’Incarnazione del Messia, che era argomento dell’annunzio angelico: così ratificò, per così esprimerci, in questo giorno il trattato della sua passione, poiché questo giorno n’era figura e come primo apparecchio » (Bossuet, Sermone III sulla festa della Purificazione). Perciò in questo giorno riscatta il Redentore; ma lo riscatta in figura per darlo poi in realtà; lo riscatta temporaneamente e quasi sotto condizione per allevarlo in vista del sacrificio, per essergli in esso compagna e dividerlo con Lui.

3° L’offerta di Gesù va considerata ancora sotto un altro aspetto per intendere tutto il disegno divino. E l’ha fatto con un’insuperabile maestà di vedute un grande oratore francese (Bourdaloue, Serm. II sulla Purificazione di Maria) che scrisse: « Dio voleva che in ogni famiglia il primogenito gli fosse offerto perché gli rispondesse di tutti gli altri e fosse come un ostaggio della dipendenza di quelli de’ quali era il capo. Ma ciascuno di questi primogeniti non era capo che della sua casa e la legge di cui si parla non obbligando che i figliuoli d’Israele, a Dio non ne poteva venire che un onore limitato, circoscritto. Che fa Iddio? Nella pienezza dei tempi elegge un uomo capo di tutti gli uomini, la cui oblazione gli è come un tributo universale per tutte le nazioni e per tutti i popoli: un uomo che ci rappresenta tutti e che sostenendo a nostro riguardo l’ufficio di primogenito risponde a Dio di lui e di noi, a meno che abbiamo l’audacia di sconfessarlo o che siamo così ciechi da separarcene: un uomo, infine, in cui tutti gli esseri riuniti rendano a Dio l’omaggio della loro sottomissione e che, mediante la sua obbedienza, rimetta sotto l’impero di Dio tutto ciò che il peccato ne aveva sottratto: ed anche su questo è fondato il diritto di primogenitura che Gesù Cristo deve avere al di sopra di tutte le creature: Primogenitus omnis creaturæ (Col. I, 15). « Dico di più: Tutte le creature, prese anche insieme, non avendo alcuna proporzione coll’Essere divino, e, come parla Isaia, non essendo tutte le nazioni, che una goccia d’acqua innanzi a Dio, un atomo, un nulla, perciò qualunque sforzo facessero per attestare a Dio la loro dipendenza, Dio non poteva essere pienamente onorato, e nel culto che riceveva restava sempre un vuoto infinito che tutti i sacrifici del mondo non avrebbero potuto riempire. Occorreva un soggetto grande come Dio, e che col più stupendo prodigio possedendo da una parte l’infinità dell’essere, e dall’altra parte mettendosi in istato di venire immolato potesse dire a tutto rigore di parola, che Egli offriva a Dio un sacrificio eccellente quanto Dio stesso, e che nella sua persona sottometteva a Dio non vili creature, non poveri schiavi, ma il Creatore e il Signore istesso ». E questo appunto fa oggi il Figliuolo di Dio coll’offerta sua all’eterno Padre, nel tempio di Gerusalemme.

4° Poiché occorre ricordare che Gesù al Tempio non solo viene offerto, ma Egli stesso volontariamente si offre. Gesù si era fatto bambino, del bambino aveva rivestito la debolezza ma non l’inconsapevolezza. Gesù era bambino e Dio: le umiliazioni a cui si sottometteva, gli atti che compiva non erano umiliazioni od atti di cui fosse inconscio; erano umiliazioni ed atti volontari. Gesù volontariamente si era sottomesso, otto giorni dopo la nascita, alla circoncisione; volontariamente aveva sofferto i primi dolori, sparse le prime lagrime, versate le prime stille di sangue; volontariamente si offrì nel Tempio, costituendosi fin da quell’istante vero e proprio mediatore nostro presso l’eterno Padre. Gesù aprendo gli occhi alla vita, già sapeva la sua missione, sapeva a qual sacrificio si sottoponeva. A nostro modo di esprimerci questo sacrificio ha nuovamente accettato col lasciarsi offrire, anzi col voler essere offerto da Maria all’Eterno Padre. E quindi in quell’ora ha, a dir così, accettato ufficialmente di essere, innanzi al Padre, nostro Redentore; ha accettato di essere a noi Maestro con la parola e con l’esempio, ha accettato la morte, la croce, i flagelli. Perciò dobbiamo oggi un pensiero ed un affetto specialissimo a Gesù. Figuratevi il figlio d’un Re che redime uno schiavo a prezzo di un grande sacrificio. Lo schiavo redento ricorderà un giorno tutti gli atti della sua liberazione; la determinazione, i preparativi, l’opera del suo liberatore. Ricorderà quell’istante in cui il Principe Reale, fatti gli apparecchi, rinnova l’accettazione della sua missione ricordando e quasi passando in rassegna le disposizioni prese e date, e confermando il suo proposito. E appunto nella sua presentazione al tempio, nel porsi tra Dio Padre e noi, Gesù ha confermato la determinazione presa da tutta l’eternità, i preparativi già fatti pel nostro riscatto, l’accettazione di quel genere di morte, ch’era secondo il beneplacito di Dio, accompagnata da tutti quei dolori che erano o necessari o convenienti al nostro maggior bene. Quindi riguardo a Gesù noi ricordiamo oggi l’atto suo di porsi tra Dio Padre e noi, quasi dicesse: Questi infelici prendo io sotto la mia tutela; sono peccatori: soddisferò io quello che non possono essi. In quest’offerta di sé, Gesù fu mosso da un doppio sentimento: amor del Padre per soddisfare all’eterna di Lui giustizia; amore di noi per salvarci. Vedete quindi come un affetto specialissimo meriti da noi oggi Gesù: sia un affetto di fervido amore e di sincera riconoscenza.

5° Un pensiero ancora all’offerta di Gesù la quale viene fatta per mano di Maria. Gloria incomparabile per Maria, e fondamento certo della nostra fiducia nella mediazione di Lei. Riflettete: Nell’Incarnazione il Figliuolo di Dio, mercé la cooperazione e la sostanza di Lei ha avuto un corpo come il nostro. Nella redenzione sarà immolato in unione a Maria che starà presso la croce. Nella presentazione vuole essere portato da Lei al Tempio, e da Lei medesima offerto. Le braccia ed il cuore di Maria sono come l’altare del sacrificio; Maria il Sacerdote; Gesù il Sacerdote e la vittima. « In quest’attitudine sublime le braccia della Madre di Dio offrivano; il suo cuore ardeva, e Gesù era nelle sue braccia e in mezzo al suo fuoco: non è questo l’altare del sacrificio? Come l’altare è inseparabile dalla vittima, la porta, la sostiene e sembra dirle: Sono una cosa sola con te, così la carità di Maria era pronta ad accompagnare ovunque la carità del Figliuolo di Dio pel mondo » (LÉMANN, op. cit.). Quanto ci si rivela grande la cooperazione di Maria alla nostra redenzione, e come basterebbe questo fatto a meritarle il titolo di corredentrice. – « Così questo mistero ci unisce alla santa Vergine in modo particolare. Essa vi rappresenta la Chiesa, offrendo Gesù Cristo a Dio in nome di tutta la società cristiana; ma tutta la società cristiana deve altresì congiungersi a Lei ed unirsi al suo sacrificio, come a quello del principale dei suoi membri operante in nome di tutto il corpo, e ciascuno deve procurare di entrare nelle sue disposizioni e pregarla di ottenerne qualche partecipazione » ( NICOLE, Saggi di morale, tomo XIII, pag. 318).

III. — Il terzo fatto dell’odierno mistero è costituito dalla parte che vi prende il vecchio Simeone.

1° Il Vangelo ci dice che questo vecchio era giusto e timorato di Dio e aspettava la consolazione d’Israele. Era giusto: la quale parola non esprime solo una virtù; ma le virtù nel loro complesso. Era timorato di Dio, di quel santo e figliale timore che è il principio dell’amore. Era giusto e timorato ed aspettava la consolazione d’Israele. Certamente non era solo ad aspettare; tutta la nazione, anzi tutto il mondo aspettava il Salvatore. I patriarchi, i profeti, i giusti l’avevano aspettato. L’avevano aspettato la terra, il cielo, il limbo. Di questa universale aspettazione il vecchio Simeone era come la personificazione veneranda; lo spirito dei giusti dell’antica legge era passato nel santo vecchio. Da questo giudicate le elette disposizioni dell’anima di lui. E ne riceve il premio: lo Spirito Santo dimorava in lui con singolare compiacenza, e gli aveva apertamente rivelato « che non vedrebbe la morte prima di vedere il Cristo del Signore ».

2° Il santo vecchio vive in quest’ansiosa aspettazione. Un giorno, mosso da presentimento divino, si reca al tempio quando appunto vi entrava la Sacra famiglia. Riconosce nel fanciullo il Salvatore del mondo, lo riconosce a nome di Gerusalemme che, atterrita da Erode non aveva ardito aggiungere alcun rappresentante al corteo dei Magi, lo riconosce, e con un movimento ardente e rapido come l’amore lo prende tra le sue braccia e stringendolo al cuore, erompe nel cantico: Adesso, o Signore, rimanda in pace il tuo servo… che gli occhi miei hanno visto la tua salute. E allora una chiara visione dell’avvenire si manifesta a Simeone: l’universalità del regno di quel bambino: Al cospetto di tutti i popoli, porterà la luce della fede non ai soli Giudei, ma altresì alle nazioni pagane: Luce e rivelazione per le nazioni; ma questa luce viene dal popolo d’Israele eletto, come a prepararla, e perciò il bambino è gloria d’Israele.

3° Questa profetica manifestazione della grandezza di Gesù ci rivela la costante economia di Dio a riguardo di Gesù e di Maria, la quale usa pure riguardo a tutti i Cristiani. Maria e Gesù nel mistero della Purificazione e della Presentazione cercano l’oscurità e l’umiliazione, e trovano lo splendore e la gloria. Come Vergine, Maria sacrifica la sua riputazione di verginità; come Madre, sacrifica il suo Figliuolo. E tosto per disposizione provvidenziale questo figlio, raccolto nelle braccia del vecchio Simeone, è proclamato Salvatore del mondo e Maria ristabilita nella gloria della sua maternità divina che aveva voluto nascondere sotto il velo della più umiliante condizione. – Ammiriamo le vie della Provvidenza; affidiamoci ad essa, sicuri che le vie da Essa disposte a nostro riguardo saranno le più salutari per noi.

IV. — Riserbandoci di considerar altra volta il seguito della profezia di Simeone raccogliamo il frutto dell’odierna considerazione, e raccogliamolo in una ferma risoluzione di praticar con singolare predilezione l’umiltà, col sacrificio volenteroso del nostro amor proprio. Se vi ha virtù di cui nel mondo si parla con disprezzo, perché ignorata, è appunto la umiltà! Oh, che non si dice contro tale virtù? Comprendete bene, o devoti Cristiani, che la vera umiltà è fondata sulla verità. Per l’umiltà dobbiamo sottometterci a Dio riconoscendo il suo pieno e perfetto dominio su noi. Non siamo nostri, siamo di Dio, a Dio apparteniamo noi e le cose nostre. Per l’umiltà dobbiamo riconoscere che se abbiamo qualche cosa di bene, essa non è nostra, ma di Dio da cui l’abbiamo avuta. Tutto quello che’ abbiamo, l’abbiamo avuto da Dio, e perciò dobbiamo usarne secondo la volontà di Dio, ricordando che perciò appunto a Dio un giorno dovremo renderne rigorosissimo conto. Per l’umiltà dobbiamo riconoscere il bisogno costante che abbiamo della divina grazia, perché se per un istante solo ci abbandona, che sarà di noi? Questo il pensiero che ci obbliga a non anteporci ad alcuno, neppure al più grande peccatore, perché tra breve possono essere cambiate completamente le cose: noi possiamo cadere e pervertirci, mentre il peccatore può rialzarsi e convertirsi. Per l’umiltà dobbiamo seriamente riflettere: Se Iddio avesse ad altri concesse le grazie che accordò a noi, qual maggior frutto avrebbero saputo ritrarne! E poi: quanti si trovano all’inferno, ed hanno peccato meno di noi! E perciò se avviene che il prossimo ci manchi di riguardo o di attenzione, se anche ci avviene di essere offesi, ricordiamo che innanzi a Dio abbiamo meritato ben peggio. Sappiamo elevarci a Dio, e rimirare in quello che quaggiù avviene, una permissione di Dio: e nelle persone, lo strumento di cui Iddio si serve. – Cerchiamo pertanto di conoscere seriamente il nostro nulla, la debolezza che portiamo con noi onde diffidare di noi e delle nostre forze. Imitiamo Maria: cerchiamo di essere buoni, virtuosi, pii innanzi a Dio, e non curiamoci del giudizio del mondo, non cerchiamone la stima, od il plauso. Nascondiamo volentieri agli occhi del mondo quel poco di bene, che con la grazia di Dio abbiamo potuto fare; da Dio solo attendiamone la ricompensa e sia nostra regola la sentenza di Gesù che vedemmo avverata nell’odierno mistero: Chi si innalza, sarà umiliato ; e chi si umilia, sarà esaltato (S. Luca, XIV, 11). Evitiamo ogni innalzamento di superbia per non essere eternamente umiliati; umiliamoci quaggiù per essere eternamente esaltati nella gloria del cielo.

Credo

IL CREDO

Offertorium

Orémus

Ps XLIV:3.

Diffúsa est grátia in lábiis tuis: proptérea benedíxit te Deus in ætérnum, et in sǽculum sǽculi.

[La grazia è diffusa sulle tue labbra: perciò Iddio ti benedisse in eterno e nei secoli dei secoli]

Secreta

Exáudi, Dómine, preces nostras: et, ut digna sint múnera, quæ óculis tuæ majestátis offérimus, subsídium nobis tuæ pietátis impénde.

[Esaudisci, o Signore, le nostre preghiere: e, affinché siano degni i doni che offriamo alla tua maestà, accordaci l’aiuto della tua misericordia.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Luc II:26.

Respónsum accépit Símeon a Spíritu Sancto, non visúrum se mortem, nisi vidéret Christum Dómini.

[Lo Spirito Santo aveva rivelato a Simone che non sarebbe morto prima di vedere l’Unto del Signore]

Postcommunio

Orémus.

Quǽsumus, Dómine, Deus noster: ut sacrosáncta mystéria, quæ pro reparatiónis nostræ munímine contulísti, intercedénte beáta María semper Vírgine, et præsens nobis remédium esse fácias et futúrum.

[Ti preghiamo, o Signore Dio nostro: affinché questi sacrosanti misteri, che ci procurasti a presidio della nostra redenzione, intercedente la beata sempre Vergine Maria, ci siano rimedio per la vita presente e futura].

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

2 FEBBRAIO – FESTA DELLA PURIFICAZIONE DELLA VERGINE

FESTA DELLA PURIFICAZIONE DELLA VERGINE

(B. Bossuet: LA MADONNA DISCORSI – V. Gatti ed. , Brescia, 1934

N. H: P. Guerrini cens. Eccl. Brescia 19 Maggio 1934

Imprimatur Brixiæ, die 19 Marialis 1934

ÆM. Bongiorni, Vic. Gen.)

Postquam impleti sunt dies purgationis eius secundum legem Moysi, tulerunt illum in Jerusalem ut sisterent eum Domino: sicut scriptum est in lege Domini.

(Luca, II, 22-23).

Teodosio imperatore diceva, che nulla vi è di più maestosamente regale di un principe che si riconosce obbligato alla legge. Il genere umano non potrà mai ammirare spettacolo più grande di quanto contempla la giustizia in trono: né potrà immaginare nulla di più maestoso ed augusto che l’accordo tra potenza e ragione, che felicemente fa concorrere all’osservanza della legge, il comando e l’esempio. Spettacolo meraviglioso un principe ossequiente alla legge come fosse l’ultimo dei sudditi: ma certo più ammirabile il contemplare un Dio sottomettersi alle leggi ch’Egli stesso dettò alle sue creature! Ci sarebbe possibile comprendere di più l’obbligo che ci lega alla legge, che considerando il mistero d’oggi, in cui un Dio si sottomette alla legge per dare all’umanità un luminoso esempio di obbedienza? Oh Dio quanto sei ammirabile nei tuoi disegni! Cristo Gesù viene a perfezionare la legge mosaica, che sostituirà con una economia di perfezione divina, ma fino a che la legislazione ebraica rimarrà in vigore Egli rispetterà il nome e la persona rivestita dell’autorità legale: la osserverà Egli stesso la legge e vorrà la osservi fedele la sua Madre divina. Ed allora, ditemi, non dovremo noi osservare, con religiosa esattezza, i precetti che il Cristo, apportatore di lieta novella, scrisse più col Sangue suo che colla parola e l’insegnamento? – Nella festa d’oggi non saprei quale omaggio migliore possa render un sacerdote alla sua missione, che mostrare a tutto il suo popolo come tutti ed ognuno abbiamo dovere di dipendenza da Dio e dalla sua legge universale e suprema! Sento di doverlo fare e certo riuscirò a rendervene convinti se la Vergine che oggi a noi mostrasi esempio di obbedienza alle prescrizioni legali, mi verrà in aiuto: invochiamola insieme con una Ave Maria! – Fra le diverse leggi che governano la natura, se vogliamo porre un rapporto troviamo subito che vi è una legge che guida ed una che costringe: una che ci tenta e seduce. Nelle Sacre Scritture, nei comandi del Signore, si vede la legge di giustizia che ci dirige: negli affari che ci premono, nelle vicende che attraversiamo necessariamente ogni giorno, nelle tristi condizioni della nostra povera umanità quotidianamente esperimentiamo la cruda necessità di una legge, vorrei dire fatale, che ci violenta. Anzi in noi stessi, nelle nostre membra e nel nostro spirito, è un imperioso allettamento che ci seduce, più ancora ci trascina o spinge al male: la confessava l’Apostolo questa legge, che egli chiama legge del peccato, che è continua tentazione alla nostra fragile natura d’uomini. Leggi diverse che ci impongono tre diversi modi d’azione: se vogliamo corrispondere fedelmente alla grazia della vocazione alla fede del Cristo, dobbiamo lasciarci guidare docili dai precetti che ci guidano, elevarci al di sopra delle tristi necessità che ci premono, resistere fortemente agli assalti del senso che ci inganna. – Gesù, la Vergine santa, il vecchio Simeone, Anna la profetessa vedova, ci insegnano tutto ciò nella festa di questo giorno: il vangelo della Messa ci riporta le loro parole ed i loro atti per inspirare il nostro modo d’agire verso le leggi che abbiamo constatate. Il Verbo incarnato e la sua santa Madre si sottomettono ai precetti che Dio aveva dato al suo popolo. Simeone, vecchio d’animo forte, che ormai nulla più tien legato alla vita, accettando tranquillo la legge della morte, si strappa alle necessità della vita, imparandoci a considerarle come legge inevitabile a cui dobbiamo adattarci con coraggio. Ed Anna, penitente e mortificata, ci mostra nei suoi sensi domati la vittoria sulla legge del peccato. Esempi memorabili d’una potente efficacia, che mi offrono l’occasione di mostrarvi oggi come dobbiamo noi tutti sottometterci alla legge della verità che ci guida: come dobbiamo sfruttare la legge della necessità che ci incatena, resistere infine alla voce del male che ci tenta ed alla legge del peccato che ci tiranneggia.

1° punto.

La libertà è nome caro, dolce ma insieme nome il più lusinghiero ed ingannatore tra tutti quelli che si usano tra gli uomini. Le rivolte, i tumulti, le sedizioni, il disprezzo e la violazione delle leggi nacquero sempre e crebbero nel nome dell’amore o del diritto alla libertà. Hanno gran quantità di beni gli uomini.. ma di nessuno abusano tanto quanto di questo gran dono: la libertà: e proprio tra tutte le cose che conoscono, la libertà è quella che conoscono meno e svisano di più. Vi faccio subito vedere un’aberrazione, che pare un paradosso: noi non perdiamo mai tanto la nostra libertà, come quando la vogliamo esageratamente estendere: e noi non sappiamo meglio conservarla che imponendole termini fissi entro cui si agiti: come conseguenza vi dirò che la vera libertà sta nella sottomissione alle leggi giuste. Se parlo del dono, e lo dico grande, della libertà, voi capite subito, o Cristiani, che accanto alla vera libertà, ve n’è una falsa: lo possiamo ben capire dalle stesse parole del Salvatore che ci avvisa: « si vos Filius liberaverit, tunc vere liberi eritis ». Sarete veramente liberi se avrete la libertà data dal Figliol dell’Uomo. (Giov., VIII). Nel dire: veramente liberi, parla di vera libertà; dice quindi, che ve n’è una falsa… una maschera di libertà! Egli vuole pertanto che le nostre aspirazioni non siano volte ad ogni forma di emancipazione ed indipendenza, ma alla vera libertà: libertà degna di questo nome sacro: quella cioè che a noi fu data dalla sua grazia e dalla sua dottrina: « tunc vere liberi eritis ». Non ci inganni dunque né il nome né l’aspetto della libertà: bisogna imparar subito a sceverare il vero dal falso. Perché lo possiamo nettamente, o Cristiani, vi descrivo tre sorta di libertà, che possiamo ben trovare nelle creature: la prima è la libertà degli animali; la seconda quella dei ribelli; la terza è la libertà dei sudditi e dei figlioli. – Sembra che gli animali siano completamente liberi perché nessuno detta loro alcuna legge: i ribelli credono di esserlo perché scuotono ogni giogo: i figlioli ed i sottomessi, i figli di Dio sono i veramente liberi, perché umilmente si sottomettono all’autorità della sua legge. Questa è la vera e la sola libertà: non ci sarà difficile il provarlo, quando proveremo che le altre due non sono affatto libertà.

La libertà dei bruti — veramente, fratelli, io mi sento arrossire in viso, chiamandola così — sento che avvilisco questo nome sacro! È vero: gli animali non hanno legge alcuna che reprima e limiti i loro appetiti, o li diriga: ma il perché è questo: Essi essendo privi di intelligenza non sono nemmeno capaci della direzione della legge. Sono guidati da un istinto cieco, e vanno dove questo li spinge, senza direzione né  criterio… Vorreste voi dirlo libertà un istinto cieco e brutalmente irruente che non è neppur suscettibile di norma e di guida, di freno? Oh figli d’Adamo che un Dio fece a sua immagine e somiglianza… non permetta questo Dio, che vi attragga questa libertà e vi adattiate ad amarla una libertà così vergognosa ed umiliante! Eppure… cosa sentiamo noi ogni giorno dalla bocca della gente del mondo? non sono quelli che trovano inutili le leggi, che tutte le vorrebbero abolite, tranne quelle dettate dal loro io a se stessi e dai loro desideri senza freno? Sarebbe molto piccolo il passaggio per costoro ad invidiare la libertà del bruto e dell’animale selvaggio, ormai essi non accettano altra legge che quella dei loro desideri!… Oh povera natura umana quanto vieni prostituita! Sentiamo però, o Cristiani, la parola del dotto Tertulliano: egli: che ben aveva compresa la dignità umana, scriveva nel secondo libro contro Marcione, un vero capolavoro di dottrina e di alto parlare, questa sentenza : « Era necessario che Dio desse all’uomo delle leggi, non per togliergli la libertà data, ma per dargli prova di stima. « Legem… bonitas erogavit, quo Deo adhæreret, ne non tam liber quam abiectus viveretur ». Davvero sarebbe stata atroce offesa alla nostra natura la libertà di vivere senza legge: Dio avrebbe mostrato tutto il suo disprezzo per l’uomo se non si fosse degnato di regolarlo dettandogli norme di vivere. L’avrebbe posto al livello dei bruti, ai quali non dà leggi e li lascia vivere senza freni, non per altro che per il disprezzo che ne ha, dice lo stesso Tertulliano. Ed allora quando gli uomini si lamentan della legge loro data, e braman una vita senza freno né guida, spinta solo dai loro ciechi desideri, bisogna proprio dire col Salmista che hanno perduto l’idea ed il concetto d’onore e della dignità della natura umana, se bramano essere uguagliati ai bruti! « Homo curri in honore esset, non intellexit, comparatus est jumentis insipientibus et similis factus est illis » (Ps., XLVIII).Cieca insipienza, descritta da un amico del pazienteGiobbe : — Vir vanus in superbiam erigitur, et tamquam pullum onagri se liberum putat natum.— L’umano sciocco è irragionevole, portatoda stolta superbia, crede, come il puledro dell’asinoselvatico, d’esser nato in libertà!Osserviamo, fratelli, i sentimenti dei peccatori, (furono tante volte anche i nostri), quando ciechisi tengono a guida il loro capriccio, la loro passione, la collera, il piacere, la sbrigliata fantasia: emordono il freno e ricalcitrano contro ogni leggee non vogliono sopportar dettami che li guidinoo regolino! Si stimano d’esser nati in piena libertà,non come gli uomini però, ma come gli animali…i più indomiti… i figli dell’asino selvatico, chenon vogliono né redini né sella né una mano cheli guidi!Oh uomini, no, no, non dobbiamo considerarcicosi vergognosamente bassi!È vero: siamo nati liberi: ma la libertà nondeve essere abbandonata a se stessa, sotto pena divederla degenerare nel libertinaggio che è il carneficedella vera libertà.Abbiamo bisogno di legge, perché noi abbiamola ragione e siamo suscettibili di indirizzo, diguida di norme che ci regolino: ed il Salmista Iodomanda al Signore quando prega per il popoloeletto: « Manda, o Signore, un legislatore al tuopopolo, perché le genti conoscan ch’essi sono uomini» (Ps., XX) …date loro prima Mosè che guideràla loro fanciullezza…; darete poi il santo Legislatore, Gesù Cristo che, fatto adulto il popolo, lo ammaestrerà nella vostra legge, lo condurrà per la via della perfezione!… Mostrerete così che voi sapete che il vostro popolo è fatto d’uomini… creature vostre da Voi fatte a vostra immagine e somiglianza e le cui opere e costumi volete modellati su di una legge che è vostra parola, eterna verità. Ma se è necessario assolutamente che Dio, Creatore dell’uomo, gli dia una legge, è necessario insieme però che la volontà umana vi si sottometta pienamente.Ecco allora la Vergine che nel mistero di questo giorno ci dà luminoso esempio di obbedienza perfetta. Pura come il raggio del sole, Ella si sottomette umile alla legge della purificazione. Anzi Ella porta al tempio lo stesso Salvatore, perché la legge lo comanda, ed Egli non disdegna, Egli autoredella legge, innocente sottoporsi alle prescrizioni dettate per i sudditi nati nella colpa. Ci insegnino questi esempi che la dobbiamo veramente amare la nostra libertà… ma amarla sottomettendola a Dio, persuasi che le sue leggi non la inceppano ma la fanno più perfetta, più sicura. Quando da l’una e dall’altra parte d’un fiume si costruiscono gli argini né si vuol fermare il fiume, né ostacolarlo nel suo corso, anzi, impedendogli di spargersi nelle campagne e sparire, lo si fa scorrere nel suo letto e correre tranquillo al mare!Alla stessa guisa quando le leggi a destra ed a sinistra stringono la nostra libertà, non la distruggono ma la incanalano, e mentre le impediscono di deragliare, le fanno seguir la via giusta che deve battere per riuscire dono benefico alla nostra natura: non la si fa schiava, la si guida…: non la sicostringe, la si dirige.La distruggono coloro soltanto che stornandola dal suo corso naturale, il fine cioè per cui Dio ce la donò, l’allontanano dal bene sommo a cui tende.Ecco allora, o fratelli, che la vera libertà ci viene data e conservata da Dio e dalla nostra dipendenza da Lui. Il rifiutare obbedienza, o miei cari, alla legge ed autorità di Dio, non è libertà ma ribellione, non è emancipazione ma insolenza! Apriamo gli occhi, apriamoli con coraggio, o fratelli, e vediamo quale sia la vera libertà nostra: siamo fatti liberi non per scuotere il giogo, ma per portarlo con onore, portandolo volontariamente. Abbiamo la libertà ma essa non deve essere la licenza di fare il male, ma di fare il bene pur potendo abusarne e fare il male, perché facendo noi liberamente il bene, questo ridondi a nostro onore e gloria: liberi non per rifiutare a Dio il nostro servizio, ma per servirlo volontariamente e farcelo, per così esprimerci, riconoscente, debitore come il padrone verso il servo fedele! Senza confronto noi siamo più sottoposti a Dio di quanto un fanciullo può essere sottoposto all’autorità di suo padre. Che se, osserva Tertulliano, Dio donandoci la libertà in un certo modo ci emancipò, non volle certo renderci indipendenti: lo fece perché, volontaria la nostra dipendenza, per libera nostra elezione gli rendessimo quanto per dovere gli dobbiamo e così i nostri servigi fossero meritevoli di ricompensa. Ecco perché siamo liberi, o fratelli. Ma, oh Dio. quale abuso tra gli uomini di questo dono del cielo! Come ha ragione il grande Papa Innocenzo IV, quando lamenta « che l’uomo è stranamente ingannato dalla sua stessa libertà — sua in æternum libertate deceptus! » Altro non vuol dire il Santo Pontefice che l’uomo non volle, non seppe distinguere tra libertà ed indipendenza, e non ricordò che esser libero non voleva dire essere senza padrone: mentre l’uomo è libero come il suddito sotto il legittimo principe, il figlio sotto l’autorità paterna.Egli invece volle esser libero fino a disconoscere la sua condizione e perdere completamente il rispetto: la sua fu la libertà del ribelle mentre doveva essere quella d’un buon figliolo e d’un suddito fedele.

La potenza di Colui contro del quale si alza sfacciato non permette che il ribelle gusti a lungo la sua licenza… È S. Agostino che parla. Sentite:« Altre volte, io volli essere libero a questo modo…e accontenta i i miei desideri, seguii le mie folli passioni! Ma ahi triste libertà… facendo quello che volevo ruinavo là dove non avrei voluto » (Conf.,VIII, V).Eccovi fedelmente ritratto il domani di tutti ipeccatori! Consideriamo questo uomo troppo libero, di cuivi ho parlato fino ad ora, che nulla mai nega né al capriccio né alla passione: sprezza e spezza ogni vincolo di legge: ama ed odia, si vendica a seconda che ve lo spinge il suo umore tetro o lieto lasciando correre il suo cuore dove il piacere l’attira: credere spirare un’aria di piena libertà perché correa destra ed a sinistra coi suoi desideri incerti e vaghi… e chiama libertà quello che è traviamento, proprio come i fanciulli che fuggiti da casa credono esser liberi e non sanno dove fuggano e vadano. Si stima libero il peccatore, stima questo far quel che vuole, libertà; ma quanto lo tradisce questa maschera di libertà: nel fare a suo modo, fatto cieco, precipita là dove non avrebbe voluto scendere affatto. Perché, o signori miei, in un governo perfetto la legge non può essere senza la forza della sanzione: le sue leggi sono forze armate, e chi le disprezza ne prova subito i colpi. Il folle che contro Dio, nel disprezzo della sua legge, vuole usare la sua libertà, per fare quel che gli garba, s’accumula sul capo le condanne che più dovrebbe temere: la terribile e giusta vendetta dell’Onnipotente disprezzato…la morte eterna. Basta… cessa o temerario ribelle dalla tua insolente libertà che non può salvarti dall’ira del sovrano che offendi, comprendi che con questa libertà tu fai a te stesso pesanti catene, e poni sul tuo collo un giogo di ferro che non potrai più scuotere: ti condannerai tu stesso ad una umiliante schiavitù mentre credi estender folle la tua indipendenza fino fuori del diritto di Dio.Che ci resta a fare allora, o fratelli? se non vivere sempre ed ogni giorno nella dipendenza del nostro Dio, certi che disprezzando i suoi comandamenti non potremmo mai sfuggire ai suoi castighi? L’Apostolo ci avverte di temere il Principe, perché non per nulla porta la spada: dovremo più ancora temere Iddio che non per nulla è giusto e onnipotente ed inutilmente non fa risuonare le sue minacce. Sto parlando, ed è onore, davanti a Sovrani: impariamo come render il nostro omaggio a Dio, da quanto facciamo verso l’autorità terrena che nell’immagine. Non fa ognuno di noi, nella obbedienza alla legge, sua la volontà del Principe? Non è vero che ci teniamo onorati di potergli prestare i nostri servigi e vorremmo quasi prevenirne i desideri? Più ancora, il suddito fedele non ritiene onore grandissimo dar la sua vita per il suo re? Stimiamo bella ogni occasione per dimostrare questa nostra disposizione d’animo: e questi sentimenti sono giusti e legittimi. Al di sopra del Re, non c’è che Dio; dopo di Dio il principe è la suprema autorità nella società civile, e tiene nelle sue mani la forza per l’esercizio della sua autorità. Non viene da tutto questo, come legittima conseguenza, che sarebbe assurdo vergognoso il ritener il Principe di più di Dio, e si negasse a Dio l’onore e l’obbedienza data al Principe? Il rappresentante sarebbe più onorato del Sovrano assoluto. Impunemente non si offende il principe, poiché tiene la spada in mano e si fa temere… e non gli si resiste. Parlando del Re, Salomone dice che egli scopre ogni segreto complotto… « gli uccelli del cielo tutto gli riferiscono » tanto che si vorrebbe quasi dire che prevede e preannuncia fatti e cose, le indovina, tanto difficilmente gli si può nascondere qualcosa: « Divinatio in labiis regis ». Allunga ed allarga le sue braccia, continua Salomone, e va a scovare i suoi nemici nelle profonde caverne in cui avevan pensato sfuggire alla sua potenza: la sua apparizione li mette in scompiglio e la sua autorità li schiaccia. (Eccles. Prov.). E se tanta forza ammiriamo nella debolezza della persona umana, quanto non dovremo tremare davanti alla Maestà suprema di un Dio vivente ed eterno! La più grande potenza del mondo non può andar più in là, in fin dei conti, di togliere la vita al suddito… Non occorre poi un grande sforzo per far morire un uomo mortale… togliere qualche momento ad una vita che li ha contati, e da sé corre verso l’ultimo suo istante. Che se temiamo tanto chi può toglierci la vita del corpo, e tolta questa non può più nuocerci, quanto più, insiste il Salvatore, quanto più dovrete temere Colui che può, anima e corpo, precipitarvi nella geenna eterna!…Osservate però, fratelli… quale cecità impressionante!… non solo vogliamo resistere a Dio, maci troviamo gusto a resistere ed opporci alla sua volontà! Aberrazione e rivolta più laida contro Dio non la si può pensare: la legge ch’Egli pose perché fosse argine e ritegno ai nostri pazzi desideri, li stuzzica e li provoca li fa più forti. Più una cosa è vietata e più ci sentiamo tirati a farla: mentre il dovere, ci si presenta come una tortura: ciò che la ragione dice buono, non ci piace quasi mai, e par quasi che quello che facciamo contro la legge sia più saporito e divertente: i cibi proibiti nel giorno dell’astinenza ci appaiono più appetitosi e saporiti « è il peccato che, ingannandoci con una falsa dolcezza, ci fa riuscire tanto più gradita una cosa quanto più ci è proibita ». Pare quasi che il nostro io, si stizzisca contro la legge perché è contraria ai nostri desideri, e ci troviamo un certo gusto a vendicarci facendole dispetti, anzi il tentare di imporci un freno od un argine, è proprio un provocarci a romperlo con più audacia ed astio! Era questo strano contrasto della nostra anima che faceva dire all’Apostolo che il peccato si serviva proprio della proibizione per sedurlo: « Peccatimi, occasione accepta per mandatimi, seduxit me » (Romani, VIII).Quanto siamo mai ciechi, o Signore, e quanto si sta lontana dalle tue leggi sapienti, l’arroganza umana… se lo stesso tuo comandarci ci stimola a disobbedirti!Oh venite Voi, o Maria Vergine cara, venite col vostro Gesù, Gesù e Maria venite e col vostro esempio piegate gli indocili nostri cuori! Chi vorrà pensarsi dispensato dall’obbedienza quando un Dio si fa obbediente alla legge? Quale pretesto cercheremo per sottrarci alla legge, davanti alla Vergine che si presenta per essere purificata, e che sapendo si pura d’una purezza angelica non si crede dispensata da una legge che per lei era proprio inutile? Se la legge dettata da Mosè, ch’era servo come noi, esige obbedienza così esatta ed universale,quale obbedienza piena e perfetta non dovremo noi alla legge dettata e comandata dallo stesso Figlio di Dio?Davanti a queste riflessioni ed a questi esempi, l’infingardaggine nostra non può più aver né scuse né pretesti… giù la testa! Anzi non contenti di fare quanto Dio comanda, mostriamogli la disposizione della nostra volontà in far quanto è suo piacere, sempre. Ciò vi propongo nell’altra parte del mio discorso, in cui per non essere lungo, unirò il secondo ed il terzo punto della mia divisione adducendo per essi lo stesso ragionamento e le medesime prove.

II° e III°  punto.

Fratelli, tra le cose che Dio esige da noi, osserviamo questa differenza: alcune che dobbiamo fare dipendono dalla nostra scelta: altre invece non hanno nessun rapporto colla nostra volontà, è Dio che arbitrariamente agisce per la sua potenza assoluta. Spieghiamoci: Dio vuole, ad es. che noi siamo giusti, retti, moderati nei nostri desideri, sinceri nel nostro parlare, costanti nelle azioni nostre; ci vuole pronti a perdonare le offese e non vuole assolutamente ne facciamo agli altri. In queste ed altre simili cose che vuole da noi, e che non sono che la pratica della sua legge e dei suoi precetti, la nostra volontà è per nulla affatto forzata. Se disobbediamo, Egli ci punisce, è vero, e non possiamo sfuggire al castigo, ma però possiamo disobbedire: ci pone davanti la vita e la morte lasciandoci liberissimi nella scelta. – In questo modo domanda l’obbedienza dell’uomo ai suoi comandamenti; come se essa fosse effetto della sua scelta e della sua propria determinazione. -Vi sono invece, altri eventi, che decidono della nostra fortuna e della nostra vita, e che sono disposti e guidati dalla mano segreta della sua provvidenza. Essi sono fuori dell’ambito del nostro potere e spesso perfino della nostra previsione, cosicché nessuna mano, per quanto potente, può arrestarne o mutarne il corso, secondo la frase di Isaia (LV): « I miei non sono i vostri pensieri: come è distaccato il cielo dalla terra, tanto e di più sono lontani i miei pensieri dai vostri » ed altrove: « Sarà fatto ogni mio volere e raggiungerà il suo sviluppo ogni mio discorso ». « Consìlium meum stahìt et omnis voluntas mea fiet ». Davanti alla causa di questa differenza, io sento che non sarebbe giusto die Dio lasciasse tutto alla mercé della nostra volontà, lasciandoci arbitri di noi e di quanto ci riguarda; mentre è giustissimo che l’uomo senta che vi è una forza superiore alla quale deve sottostare e cedere. È questo il perché di un duplice ordine di cose: quelle che vuole che facciamo noi, scegliendocele; altre che facciamo accettandole dalla necessità che ce le impone. È così che sono disposte le vicende umane: nessuna di esse però, per quanto ben preparata da prudenza, protetta da forza, sarà così sicura da non poter essere turbata da accidenti imprevisti che ne interrompono o deviano l’andamento. La Suprema Potenza dell’universo non vuol permettere vi sia un uomo, per quanto grande e potente, che possa disporre a suo piacimento della sua sorte e delle sue fortune, molto meno della sua salute e della sua vita. Piacque al Signore disporre tutto così, perché  l’uomo esperimenti quotidianamente questa forza superiore di cui vi parlo: forza divina ed inevitabile che talvolta, non lo nascondo, si rallenta e quasi si adatta alla volontà nostra, ma sa anche, quando lo voglia, opporre tale resistenza che contro di essa tutto s’infrange, e, nostro malgrado, ci fa servire ai piani della divina Provvidenza, in ogni pensiero e atto nostro. Arbitro Supremo, Iddio ha diviso le cose nostre così che alcune restano in nostro potere ed altre in cui, senza punto guardare a noi, solo consulta il suo piacere: perché se da un lato possiamo usare della nostra libertà, sentiamo dall’altro che abbiamo un forte dovere di dipendenza. Non ci vuole padroni assoluti: anzi vuole sentiamo che la sua padronanza c’è e s’esercita, tanto e quanto e dove Egli vuole perché ci guardiamo bene dall’abusare di questo dono della libertà. Se dolcemente ci invita, comprendiamolo bene, non è che ove voglia non sappia e non possa costringerci colla forza, no, ma vuole che temiamo sempre questa sua forza anche quando ci fa provare la sua dolcezza. È Lui, proprio Lui, che semina la nostra vita di avvenimenti ed eventi che ci infastidiscono, che contrariano la nostra volontà, che troppo attaccata a se stessa giunge alla licenza. E lo fa, perché  completamente domati, docili, sottomessi a Lui, ci possa innalzare alla vera sapienza. Non v’è prova più evidente di una ragione esercitata e sicura che il saper resistere alle proprie brame. Vedete: l’età in cui meno si ragiona si è anche meno capaci di moderar le proprie brame di vincerci… è l’età del capriccio. Se nei fanciulli la volontà fosse così fissa e costante quanto è ardente non potremmo più arrestarli né calmarli nelle loro voglie. Vogliono quel che vogliono: non stanno a veder se sarà utile o di danno, basta che piaccia ai loro occhi! se siano essi od altri i padroni, non importa nulla, basta che piaccia a loro che lo desiderano, lo vogliono: essi si credono padroni di tutto. Provate ad opporvi… il loro viso si accende ed infiamma, un tremito convulso li agita, pestano i piedi, piangono, anzi non è neppure pianto il loro, è un gemito, un riso, è un grido in cui c’è preghiera stizza, brama e dispetto: esponenti di un ardore di desiderio frutto della loro debolezza ed incapacità di ragionare. Fanno così i fanciulli!… ma se ci guardiamo intorno, dovremo confessare: quanti fanciulli nel mondo… fanciulli bianchi per antico pelo, fanciulli di cent’anni!… sono uomini in cui è violenza nel desiderio debolezza nel ragionare. Perché l’avaro vuole quanto brama senz’altro diritto che il suo interesse? L’adultero, che Dio tante volte maledice, che diritto ha alla moglie del prossimo se non la sua concupiscenza che è cieca? Non sono fanciulli che credono che per avere basti la loro voglia e il loro capriccio? Ma c’è una differenza tra il fanciullo e questi fanciulli: in quello là, natura, lasciando rallentate le redini alla violenta inclinazione, pone un altro freno: essi sono deboli ed incapaci di ottenere quel che vogliono: in questi altri — vecchi fanciulli — i desideri impetuosi non ostacolati dalla debolezza, divampano terribili se la ragione non li imbriglia e guida. – Conchiudiamo, fratelli, che vera scienza e vera sapienza è il saper moderarsi: man mano che si sa domare la violenza del proprio desiderio, si dà prova che si allontana dalla puerizia e fanciullezza e si diventa ragionevoli. « Diremo uomo maturo, vero saggio quello che, dice il dotto Sinasio, non si tiene in dovere di accontentare ogni brama od ogni desiderio… ma tutti guida e domina i suoi desideri secondo i suoi doveri ed i suoi obblighi, e ben conoscendo la fecondità della natura nelle voglie cattive, taglia e di qua e di là, come buon giardiniere, quanto trova, non solo guasto o secco, ma quanto vede superfluo, non lasciando crescere rigoglioso che quanto può dare frutti di vera sapienza ». Dite bene, vorreste oppormi che gli alberi non si lagnano né soffrono di questi tagli dei loro rami inutili o superflui, mentre la nostra volontà strilla e reclama quando si rintuzzano i suoi desideri: quindi, è difficile trovar il coraggio di tagliar sul proprio io. È vero: non tutti hanno il coraggio del Santo Vecchio, o della vedova Anna, di cui ci parla il Vangelo d’oggi, che agivan contro se stessi nella mortificazione e lottavan contro la legge di peccato che è nei nostri sensi: ecco però che il Signore viene in nostro aiuto. Sorgente prima ed universale del disordine in noi è l’attaccamento nostro alla nostra volontà: non possiamo contraddirci, anzi troviamo più facile opporci a Dio che al nostro io. Bisogna allora togliere questa radice guasta, sradicarla questa pianta infetta che dà frutti guasti, e con uno sforzo violento: pensiamo che essa è la causa della nostra sventura ed è tutta colpa nostra… Va bene! ma ed il coraggio? dove andremo a prenderlo questo coraggio di applicare ferro e fuoco ad una parte così delicata e sensibile del nostro cuore? Il malato vede che il suo braccio incancrenito lo porta alla morte, vede che bisogna tagliarlo ma da solo non lo sa fare: alla sua incapacità viene in aiuto il chirurgo, che fa un triste servizio ma pur necessario e salutare. Anch’io vedo che l’attacco al mio volere mi porta a dannarmi, perché fa vivere tutti i miei desideri malvagi: lo so, lo confesso. Ma confesso anche che non ho né coraggio né forza di armar la mia mano del coltello e tagliare… Ecco il Signore: viene e fa Egli il chirurgo che taglia e salva: viene accanto a noi in certi incontri ed avvenimenti dolorosi, inattesi ed inopportuni eventi, contrarietà insopportabili ed ingiuste, diciamo noi… sono i ferri chirurgici disposti dalla sua Provvidenza, e con essi attacca, abbatte e doma la nostra volontà che dalla libertà va alla licenza, risparmiandoci così di esser noi violenti contro noi stessi. Quasi la immobilizza la nostra volontà perché non sfugga al colpo doloroso ma salutare… e taglia, e profondamente penetra dentro alle nostre carni vive finché noi, costretti dalla sua mano, dalle disposizioni della sua volontà, ci stacchiamo dal nostro io… ed allora siamo guariti… dalla morte torniamo alla vita. – Se noi comprendessimo come siamo composti, e quanto ci lasciamo trascinare dai tristi nostri umori, comprenderemmo bene quanto ci è necessaria questa mano chirurgica. Voglio descrivervi con poche parole lo stato deplorevole della natura nostra. V’è una duplice sorta di mali… alcuni ci affliggono, altri, pare impossibile, ci piacciono: è strana ma purtroppo vera, reale distinzione. Dice S. Agostino che alcuni mali li sopportiamo con la nostra pazienza… e sono quelli che ci affliggono: altri invece li frena e domina la nostra temperanza: questi, continua lo stesso Santo, sono mali che ci piacciono: « Alia quæ per patientiam ferimus, alia quæ per temperantiam refrenamus ». A quanti mah sei esposta, sventurata umanità! Siamo preda a mille infermità: ogni nonnulla basta a darci noia, a farci ammalare… un nonnulla basta a farci morire! Diremmo quasi che una potenza avversa sia schierata contro la povera natura nostra, tanto pare ci trovi gusto a martoriare ogni nostra parte! eppure non è questo il nostro male maggiore: l’avarizia nostra, la nostra ambizione le altre passioni cieche insaziate ed insaziabili sono mali e quanto terribili! sono mali che ci seducono ed attraggono. Ma dove ci avete posto, o Dio? che vita è mai la nostra se ci perseguitano e i mali che ci fan soffrire e i mali che ci allettano e ci piacciono!? Ah me infelice chi mai mi strapperà a questo corpo di morte?… Chi? Ascoltami povero mortale… v’è chi ti libererà: sarà la grazia di Dio, per Cristo Gesù nostro Signore: ce lo dice il suo grande Apostolo, che scrutò le profonde ricchezze dell’amore di Dio. È vero: due sorta di mali ti travagliano; ma ecco che nella sua provvidenza Dio dispone che gli uni siano rimedio agli altri: cioè quelli che ci addolorano servano a moderare quelli che ci piacciono. Quelli a cui siamo costretti per frenare quelli in cui siamo troppo liberi: ogni male che ci viene di fuori, viene per abbattere un male che dentro di noi si solleva contro di noi… i cocenti dolori correggono gli eccessi a cui trasporta la passione sbrigliata… le disillusioni, le pene della vita ci fan sentir nausea dei falsi piaceri e attutiscono il senso troppo vivo del piacere. Non lo nego: la nostra natura, trattata così rudemente, soffre e noi ce ne lamentiamo… ma questa stessa pena nostra è medicina e rimedio, la rigidezza, in cui ci si tiene, diventa un regime curativo benefico. – Abbiamo bisogno, noi figli di Dio, che ci si tratti così fino a che non siam giunti a guarigione perfetta, cioè sia completamente abolita la legge del peccato che regna nelle membra nostre. Dobbiamo sopportare tutti questi mali fino a che non ne siamo corretti… ci occorrono questi mali per tener ritto il nostro giudizio fino a che viviamo in mezzo a tanti beni falsi dei quali, troppo facilmente, siamo portati a godere. Ogni contrarietà è un argine provvidenziale alla nostra libertà che disalvea… un freno alle passioni che tentano sopraffarci. Dio, che conosce quel che davvero ci fa bene, viene e contraria i nostri desideri: così dispose, la natura ed il mondo, e che da essi, proprio da essi, nascano ostacoli insuperabili che s’oppongono ai nostri progetti e sogni. nostra natura: di tutte le spine dei nostri affari: delle ingiustizie di tanti uomini, delle ineguaglianze importune, degli imbrogli del mondo e della vanità dei suoi favori. Per questo sono amati i suoi rifiuti e le sue lusinghe più dolci sono stimate pesanti catene di schiavi! Contraddetti a destra ed a sinistra la nostra volontà, sempre troppo libera, deve finalmente imparare a regolarsi: e l’uomo oppresso e travagliato da ogni parte, finalmente si sente spinto a volgersi al Signore, gridandogli sincero dal profondo del cuore: veramente tu sei, o Dio, il mio Signore: è giusto che la tua creatura serva a Te e ti obbedisca! Sottomettendoci invece alla volontà santa del Signore, una grande pace scende nell’anima nostra… accada che vuole nulla può smuoverci né commuoverci. Ecco: Simeone predice a Maria, appena madre, oscuri mali, immensi dolori; « l’anima tua sarà trafitta da acuta spada, e questo tuo Figliolo, ora tuo gaudio tuo amore, sarà bersaglio di contraddizione ». Cioè il Mondo e l’Inferno, raccolte tutte le loro tristi potenze si scaglieranno contro la sua persona e la sua opera, tentandone la rovina!… Predizione crudele, e tanto più crudele perché vaga… Simeone non predice alcun male in particolare, li lascia pensare e pesare tutti sul cuore. Per me non saprei trovare nulla di più angosciosamente crudo che lo stato di un cuore che si sta sotto l’incubo di una minaccia di mali, e non sa quale… impotente quindi a tentar una fuga un rimedio una difesa… quale?… dove?… – Atterrita, inebetita, quest’anima scruta e cerca e teme tutti ed ogni male: li va quasi scovando fino al fondo… il suo pensiero diventa il suo carnefice… poiché terribilmente atterrita non mette limiti né all’intensità né al numero degli strazi che le si minacciano. – S. Agostino dice che sotto la minaccia del male è già grande conforto il poter sapere da quale male saremo colpiti: saper perfino di qual morte moriamo è meno crudo che agonizzare temendole tutte: « Satius est unam perpeti morìendo, quam omnes timere vivendo ». Eppure Maria ascolta tacendo le terribili predizioni… non una parola di lamento, non una domanda al Vegliardo, che le lacera l’anima con le sue profezie, perché le dica quando, quanto, fino a quando questa spada le trafiggerà l’anima: Ella sa che tutto è disposto e guidato dalla mano di Dio… questo le basta e la sua volontà è subito sottomessa: per ciò non la turba il presente non la atterrisce il futuro. Oh se ancor noi sapessimo abbandonare noi e le cose nostre nelle braccia di quella Sapienza eterna che tutto regge e governa, quale costante tranquillità inonderebbe il nostro spirito: nessuna incalzante necessità, nessuna contraddizione lo saprebbe smuovere e turbare. Se fossimo anche noi come il vecchio Simeone, staccati da noi non avrebbe attrattive la vita, né spauracchi la morte, pur tanto odiosa!… viaggiatori, attenderemmo tranquillamente che lo Spirito del Signore ci inviti a fermarci dal nostro viaggio nel tempo, per entrare alla eternità. Fatto ogni giorno della vita il nostro dovere, come Simeone potremmo dire al Signore ad ogni istante: «Lascia, o Dio, che il tuo servo se ne vada ora in pace ». – Non fermiamoci qui però, o fratelli, nell’imitare il vecchio Simeone: non dobbiamo andarcene da questo mondo prima di aver visto, di esserci incontrati con Gesù: bisogna che possiamo aggiungere a quelle parole le altre: « perché i miei occhi contemplarono il Salvatore, che tu preparasti al mondo prima che fosse alcun popolo ». Il Salvatore promesso, atteso per tanti secoli venne finalmente: brillò la sua luce, ne furono illuminate e genti e nazioni: caddero gli idoli, furon liberati gli schiavi, i figli disobbedienti furono riconciliati col padre, i popoli si convertirono al loro Dio. Non basta fratelli! È venuto per noi questo Salvatore? È il nostro capitano, la nostra guida, la luce che illumina ognuno di noi?… no forse… perché noi non camminiamo per la via segnata dalla sua parola nei suoi precetti… non li osserviamo noi i suoi comandamenti. L’apostolo S. Giovanni potrebbe ancora dire davanti a tanti la parola severa del suo Vangelo (V, 37-38): « Neque vocem eius unquam audistis, neque speciem eius vidistis, et verbum eius non habetis in vobis manens » perché, continua: chi dice di conoscerlo e non ne osserva i comandamenti, è bugiardo « mendax est » ed in lui non è la verità « veritas in eo non est » (II, 4). Chi, tra noi, può dire, con verità, io lo conosco il Cristo, il Maestro? Quale contributo di vita abbiamo dato al suo vangelo? quali sono i vizi corretti, le passioni domate in noi? come usammo fino ad oggi dei beni e dei mali della vita?… quando la mano di Dio diminuiva le nostre ricchezze, abbiamo saputo anche noi diminuire le nostre spese, il nostro lusso?… ingannati dalla fortuna incostante, seppimo con coraggio staccar il cuore da’ suoi beni per attaccarlo a quelli che non sono né in sua mano né in suo potere? Ma ahi, che anche di noi si poté scrivere: « dissipati sunt, non compuncti… — fummo addolorati ma non mutati a bene! » Servi ostinati e caparbi, sotto la stessa sferza che ci voleva correggere e far camminare diritto, noi ci siamo impuntati… ci siamo ammutinati… rimproverati, non ci siamo corretti; abbattuti, non fummo umiliati; castigati, non convertiti! E davanti a questo nostro ritratto, diciamo ancora, se ne abbiamo il coraggio, di aver visto il Salvatore promesso, di aver conosciuto Gesù Cristo… lo Spirito Santo, colla mano di Giovanni, ci chiuderà la bocca: « in te non è la verità, tu sei bugiardo ». Temiamo, o Cristiani, temiamo e tremiamo di morire… poiché non abbiamo ancor visto Gesù, ed ancor non abbiamo tenuto sulle nostre braccia il Salvatore… cioè non ne abbiamo abbracciata la parola, la sua verità i suoi comandi! Infelici coloro che muoiono prima di averlo visto il Cristo Salvatore… quanto spaventosa la loro morte… come terribile il suo avvicinarsi… orribili le conseguenze del suo passaggio e del suo trionfo! In quell’ora svanirà la gloria, ruineranno i sogni ed i progetti… « in illa die peribunt omnes cogitationes eorum » mentre comincerà il loro supplizio…un fuoco eterno s’accenderà per essi: il furore e la disperazione più cruda ne lacereranno l’anima… il verme roditore, che non muore, affonderà più vorace il suo dente velenoso e non si staccherà più!Su fratelli, accorriamo al tempio con Simeone, ci porti lo Spirito del Signore, prendiamoci tra le braccia Gesù… baciamolo con amore… stringiamocelo al cuore perché sia tutto suo questo nostro misero. cuore. L’uomo dabbene non tremerà al venire della morte, poiché l’anima ormai più non appartiene aquesto corpo mortale: ne è già staccata: poiché. egli dominò le passioni, soggiogò i sensi e la carne.La penitenza e la mortificazione gli diedero questo dominio, l’emanciparono e dal corpo e dai suoi sensi… libero tenderà le braccia alla morte che viene quasi le additerà dove gli debba menare l’ultimo colpo!Alle minacce egli risponderà: Morte tu non mi spaventi… per me non sei né crudele, né inesorabile…tu non mi puoi spogliare dei beni che io amo… tu solo mi strapperai questo corpo… questo che è corpo di morte… me ne libererai finalmente, coronando gli sforzi costanti della mia vita con cui mirai giorno per giorno a strapparmi alla sua tirannia!… Nunc dimittis… lascia, o morte, che libero me ne vada al mio Signore!Qual cosa ci sembrerà impossibile, fratelli, per aver una simile morte… gioiosa come un trionfo?Potessimo morire della morte del giusto per aver eterno riposo, il vero riposo che non ci seppero né ci potevano dare i beni della vita… suchiudiamo l’occhio nostro ed il cuore nostro ad ogni bene che ci invita e fugge, per aprirlo solo e sempre nella vita a quei beni che durano e saranno nostri eternamente in seno al Padre, al Figlio e dallo Spirito Santo. Amen.

FESTA DELLA CANDELORA (2020)

FESTA DELL’ARCICONFRATERNITA DEL SS. ED IMMACOLATO CUORE DI MARIA (2021)

 DOMENICA PRECEDENTE ALLA SETTUAGESIMA:

FESTA DELL’ARCICONFRATERNITA DEL SS. ED IMMACOLATO CUORE DI MARIA

[Notizie storiche intorno all’Arciconfraternita del Ss. CUORE DI MARIA, tratti dagli annali della medesima Arciconfraternita pubblicati dal sig. Dufriche Desgenettes nell’anno 1842-

 Imola, Baracani Stampe. Vescov. 1843 –

Con dedica a S. E. Cardinal Giovanni Maria Mastai Ferretti, futuro Papa Pio IX)

A

sua Eminenza reverendissima GIOVANNI MARIA de’ Conti MASTAI FERRETTI

Arcivescovo Vescovo d’Imola e conte etc. etc.

Eminenza reverendissima,

Molte e gravi ragioni ci obbligano a dar pubblico segno della gratitudine che professiamo sincera e profonda all’Eminenza Vostra Reverendissima, la quale con bontà tutta propria del di Lei cuore ha voluto onorare quella tanto per noi sacra festività che dedicammo alla B. V. detta del Calanco, non pure adempiendo di persona la solenne cerimonia dell’incoronare la S. Effigie, ma eziandio col tenere analoga omelia tutta piena di forza, di dignità, di unzione. A sdebitarci però di tanto smarrisce affatto la pochezza di nostre forze, e la parola vien meno, sì se abbiamo riguardo alla sublimità de’ suoi meriti, e sì se a quella sua più ancor sublime modestia, che non cura, anzi sdegna qualunque omaggio di lode. Il perché non altro ci siamo consigliati che offrire alla Eminenza vostra un opuscolo diretto a propagare la devozione all’Immacolato Cuore di Maria, accertati che la somma di Lei pietà, la quale faceva ricca la nostra Chiesa di un dipinto rappresentante il S. Cuore della Vergine, vorrà gradire il nostro buon volere e continuarci l’onore di essere quali inchinati al bacio della S. Porpora ci protestiamo della Eminenza V. Reverendissima.

Dozza 8 Giugno 1843

PRŒMIO

Se ella è opera di uomo cotesta, dicea Gamaliele ai seniori di Gerusalemme, cadrà di per se stessa, ma se la vien da Dio, sussisterà; ed avete a temere non forse opponendovi a quella, vi opponiate a’ disegni di Dio. – Questa appunto si fu la sola risposta che ci permettemmo fare a coloro che sebbene con intenzione retta, biasimaron però sulle prime l’istituzione dell’Arciconfraternita del Sacro Cuor di Maria per la conversione de’ peccatori. Le obbiezioni loro, fondate sulla umana prudenza, non valsero a farci cader di animo, né ad arrestarci ne’ nostri sforzi, da che resistere non sapevamo all’interno nostro sentimento. – Oggimai dell’opera si farà giudizio agli effetti stupendi, sigillo verace delle òpere di Dio manifestato all’uomo; e così gli uomini che altra fiata la guardavano con animo pregiudicato, colpiti dal vasto e rapido suo incremento, sbalorditi pe’ copiosissimi frutt i che ella non cessa di produrre, le fanno essi stessi giustizia, e benedicono il nome di Maria, il cui intervento attrae tante grazie ed opera tanto meravigliose conversioni. – Senza prevalerci di. Un successo che vince della mano tutte nostre speranze, confessiam francamente che se fossimo stati consultati sul partito da prendersi per ricondurre a cristiana vita gli uomini del secol nostro, non avremmo noi pensato mai, parlando secondo uomo, a consigliare l’erezione di una arciconfraternitasiccome mezzo efficace per convertire i peccatori. La parola stessa era un obbietto di derisione, qualche anno innanzi. Sarebbonsi tutti senza dubbio burlati della semplicità di un sacerdote che cercando satisfare alla necessità de’ tempi nostri e calmar le grida dei miserabili del nostro secolo, proposto avesse una meschina confraternita, rimembranza del medio evo. I Cristiani anche i Più fedeli per poco istrutti del carattere dell’attuale incivilimento, avrebbero disdegnato questo strano e vieto rimedio, né avrebbero mai avvisato che sotto questo nome e con questa forma si potessero ricondurre all’ovile le smarrite pecorelle. – A così grandi bisogni si volean contrapporre più grandi aiuti; ogni uom serio che gemeva sulle nostre calamità e sul traviare de’ più alti intelletti, inculcava la necessità di un intero rinnovellamento di scienza e di una nuova diffusione di luce per guarire le piaghe del secolo, spegner la sete di sapere che crucia gli ingegni, saziare la fame degli umani desideri. Noi pur siamo stati d’avviso, che giammai la face della scienza cristiana non ebbe a fugare più folte e sparse tenebre. Intanto, diciamolo pur chiaramente, non mancò alla Chiesa questo soccorso; e se altri si fa a rimembrare le innumerevoli difficoltà che negli ultimi tempi opprimevano il sacerdozio ed attraversavano gli alti studi del clero, dovrà trasecolare al vedere le penne e gl’ingegni che a’ nostri dì si esercitano, negli scritti religiosi e ne’ pulpiti evangelici. I diversi rami dell’umano sapere non furono per avventura mai coltivati con più zelo e splendore di quel che si faccia presentemente da que’ medesimi che annunziano al mondo la divina parola. – Ma basta egli questo rimedio? La sola scienza può mai sopperire a tutti i bisogni? Ed acciò sia feconda e si coroni de’ divini frutti non debbe ella forse andar di conserva, nel cuor dei Cristiani, coll’amore e la pratica della carità? – La vera scienza, la scienza, che getta luce di fede e converte lo spirito, è dono del cielo, scaturisce dal Padre dei lumi, procede dall’amore; che per servirci delle espressioni del pio Cardinal di Berulle: Dall’amore appunto si fa passaggio alla luce e non è mai che dalla luce si passi all’amore. E così ad ottener scienza e luce si debbe amare, pregare, domandare e cercare con umiltà e confidenza. Tal si è la condizione ad ogni grazia: Cercate in prima il regno di Dio, e la sua giustizia, e ‘l rimanente vi sarà dato quasi per soprappiù. – La divina luce adunque impedita dalle tenebre di orgoglio che s’innalzano attorno a noi, ci è stata offerta; ma d’appressarvisi non è dato che all’umiltà, sol può vederla l’occhio obbediente della fede. Il perché in tutti i tempi l’incredulità della umana sapienza, poiché salse al suo più alto grado di esaltazione, ha dovuto esser confusa dai mezzi che a lei si parvero una follia. – L’arciconfraternita rinnova a’ giorni nostri una di queste sante follie. Col suo titolo ella comanda l’umiltà a coloro ch’ella accoglie; col suo obbietto risveglia la cristiana e fraterna carità; colle sue condizioni esige la preghiera; col suo fruttificare muove a riconoscenza ed amore; e l’amore alla sua volta riconduce gli animi e i cuori alla buona via, alla verità ed alla vita. – Se oggimai ci facciamo a considerare che l’Arciconfraternita nel sesto anno di sua esistenza conta già due milioni incirca di fratelli sparsi in tutte le contrade del mondo; che sonovi aggregate oltre a 1900 parocchie, sì in Francia, sì presso le straniere nazioni; che ogni dì si accresce il novero, e che da ultimo infra sì gran moltitudine di fedeli riuniti nel sentimento di una stessa preghiera, noi osserviamo un considerevol numero di giovani e di uomini di mondo, d’ogni ordine della società, tutti parteciperanno alle speranze nostre sull’avvenire, ed agevole tornerà il comprendere l’interesse che può venire dal pubblicare periodicamente cotesti Annali.

D’altra parte non pretendiamo noi di fornire la istoria contemporanea di soli documenti; non offriamo alla cristiana pietà solo i fatti di edificazione: un altro disegno abbiamo in cuore, un più serio e dolce pensiero ci stringe e ci predomina. A Maria, Madre del nostro Signor Gesù Cristo dedichiam questi Annali; e glieli presentiamo siccome novello monumento innalzatole dai riconoscenti figli della Chiesa. – Maria sì, Maria e il compassionevole suo Cuore implorato abbiamo, con confidenza invocato; e questo Cuore mosso dai nostri gemiti, si è mostrato al nostro come un emblema dell’amore materno, come un simbolo di grazia, come l’iride che annunzia serenità dopo la procella e che conferma l’alleanza di Dio cogli uomini. – La santa Vergine, dal primo momento della incarnazione del Verbo, è divenuta mediatrice alla nostra riconciliazione, trono di grazie, pegno ed istrumento alle divine misericordie, aureo anello che conferma e stringe l’umanità colla Divinità. Che che ne dica l’eretico, questa immacolata Vergin Maria sarà eternamente il sostegno del popol di Dio, il rifugio dei peccatori, l’onore e la gloria della umanità rigenerata dal Sangue di Gesù Cristo. Ella è pur la Madre dei Cristiani non per figurato vocabolo di lingua, ma secondo la verità della eterna parola; dappoiché ella è Madre veramente: Madre di Dio fatto uomo, Madre di Gesù Cristo, Madre della Chiesa ch’è il corpo di Gesù Cristo; Madre d’ogni e singolo membro di questo mistico corpo, Madre di tutti i veri fedeli. – Questa saldissima verità, il dogma della maternità verginale e della materna verginità, questo dogma appunto fu altamente annunciato, e consacrato dall’alto della croce. Ecce Mater tua! Egli è questa lultima asserzione di un Dio moriente, il testamento di Gesù Cristo, il compimento del Cristianesimo, la pienezza dei doni di Dio. – Or se dalla prima pagina della santa Scrittura, la vittoria fu promessa alla Vergine che stritolerebbe il capo del serpente, ei si conveniva invocare questa Vergine vittoriosa sotto il nome di Nostra Signora delle Vittorie; e dappoiché l’umiltà fu sempre sua divisa e suo vessillo, ben si spiega la scelta da lei fatta di una delle più umili chiese della capitale della Francia per collocarvi il centro dell’Arciconfraternita. – Lasceremo ora che parlino i fatti, i quali ci mostreranno in più eloquente maniera, che il languido nostro parlare, i tesori del Cuor di Maria, l’inesauribile sua indulgenza, la possente sua mediazione a favor delle anime dolenti e traviate, l’efficacia di sua misericordiosa intercessione presso Gesù Cristo, nostro Salvatore, a cui la gloria e l’impero ne’ secoli de’ secoli si appartiene. Amen.

(Se rimanemmo tanto edificati in leggendo sì pii concetti espressi con tutta semplicità dal ch. autore, non ci sorprenderà meno la perspicuità e la forza di Logica ch’egli adopera in un primo articolo che tien dietro al proemio, ov’ei prende a dimostrar con invitti argomenti divini e umani, come l’opera dell’Arciconfraternita sia opera della divina Misericordia. A farne intesi i lettori estrarremo la miglio parte di esso, volgendolo in volgar nostro, lasciando di sovente parlar lui stesso e non aggiungendo che qualche frase a legare i sentimentitolti qua e là all’uopo di farne un ristretto giusta lo scopo della presente appendice alle notizie storiche.)

CAPO I.

Ordine meraviglioso di Provvidenza sull’Arciconfraternita del SS. ed Immacolato Cuor di Maria.

Qualsivoglia opera di Dio ha in mira si la gloria sua sì il bene degli uomini, questo è costantemente lo scopo del diffondersi dell’amor divino. Ei chiama tutti i popoli a sé, perché attingano a lunghi sorsi i dolci effetti della sua misericordia: e nella sua clemenza ei conduce l’opera di guisa che imponga visibilmente alle anime il tributo di riconoscenza e di tenerezza che debbe accrescere infra le creature la gloria estrinseca del Creatore. Il perché le opere di Dio differiscono dalle opere dell’uomo e nel loro principio e negl’incrementi loro e negli effetti. Le opere dell’uomo lasciano pur scorgere la man dell’uomo, il suo ingegno e i suoi sforzi: le opere di Dio son condotte innanzi a dispetto degli uomini: perocché egli fa di mestieri che la origin loro, lo estendersi, il trionfare rivelino la volontà, la onnipotenza, la bontà di Dio, affinché il mondo, non potendo porre in forse la divina operazione, si affretti a raccorglierne frutti e benedizioni. – Le opere degli uomini sono sentite innanzi che avvengano; e dalle circostanze sono dirette e favorite. Non fanno cammino che sotto l’occhio degli uni e sospinte dall’interesse degli altri. Il loro incremento deve molto, e di sovente ancora tutto deve al credito, alla abilità di chi le intraprende ovver le protegge; e per le cure, scaltrimenti e trionfi pervengono pur talvolta ad acquistare esistenza e durata. – Le opere di Dio per contrario son piccole, umili, ascose nella loro origine: si pajono sempre nel momento che men si attendono, quasi sempre fra circostanze che sembrano essere loro sfavorevoli. Il primo rumore, che ne corre. È respinto dalla indifferenza, spesse volte dal disprezzo. Iddio non le pone mai d’ordinario nelle mani di un uomo onorato dalla stima e confidenza pubblica; egli è quasi sempre un oscuro ed ignoto fedele, che non ha di per se stesso né pregio, né credito di sorta. Iddio che non ha bisogno di alcuno, ma che nell’ordine di sua provvidenza vuol servirsi degli uomini, elegge sempre infra loro, ci dice s. Paolo, quanto vi ha di men saggio, di più fievole, di più vile, di più spregevole per accomunarlo al suo disegno. L’opera si manifesta ed incominciano appunto allora i combattimenti, le persecuzioni; ai dileggi, al disprezzo tengon dietro le ingiurie, le calunnie, gli oltraggi. Quando sono pervenute a questo punto le umane opere si ordina la battaglia, la mischia incomincia fra’ dissidenti, si agitano le passioni dalle due bande; ognun ripone sua fiducia nelle proprie forze. Nell’opera di Dio il silenzio e la pazienza sono i due scudi che oppongonsi sempre con vantaggio ai colpi di satanno. Questa benedizione Evangelica riempie di santa e dolce confidenza: Beati que’ che soffron persecuzione per la giustizia, perocché loro si appartiene il regno dei cieli. Sarete voi beati, quando gli uomini vi perseguiteranno e vi daran mala voce per cagion mia. Così le opere di Dio sono intraprese, vannosi continuando a condizioni del tutto opposte alle regole di umana saggezza e prudenza; e mentre che le umane opere meglio pensate spesso diseccansi dalle radici, o van cadendo le une sulle altre, l’opera di Dio va innanzi nel silenzio, nella oscurità, e si dilata. Il suo andare che invita tutti gli sguardi, sbalordisce ed obbliga l’occhio indagatore a risalire alla sua prima comparsa. Si va allora in traccia dell’autore, non si rinviene; un povero Prete, un oscuro Cristiano sembra tenere le fila, ond’è tessuta l’opera; s’ignora il come abbia potuto condurla a termine. Si fa ragione allora della sproporzione che v’ha infra l’effetto e i mezzi, e si dice con pari verità, stupore e ammirazione: Il dito di Dio è qui: il Signore ha fatto cotesta opera, ed ecco il perché ella è meravigliosa agli occhi nostri. Di questa guisa Iddio convince di follia la prudenza e la sapienza umana. – Dei caratteri, che testé sponemmo siccome essenzialmente propri delle opere di Dìo, non ve ne ha uno che manchi all’opera dell’arciconfraternita del santissimo ed immacolato Cuor di Maria per la conversione dei peccatori. Apparve la domenica 11 dicembre 1836. In quel tempo la società in Francia era in istato di violento ribollimento che minacciava universal ruina non guari lontana. Era Parigi solcata a volta a volta e per ogni banda da sedizioni armate, che seco recavano scompiglio, spavento e bene spesso la morte. Ogni socievol legame mirava a sciogliersi, e ci pareva di dover per poco ritornare alla barbarie. In que’ giorni di perturbamento e disordine che diveniva mai la Religione? Vedeva ella i suoi tempii deserti, abbandonati i sacramenti, spregiati, derisi i suoi ministri. Parea non dovesse più riaversi al terribil colpo che dianzi aveagli scaricato addosso una recente rivoluzione. L’empietà cantava vittoria. Delle invereconde voci annunziavano dalle pubbliche cattedre com’ella fosse spacciata, come finito avesse suo tempo d’esistenza; ben voleasi confessare aver altra fiata il Cristianesimo renduto alquanti servigi alla umana società, ma ora egli era antico ed insufficiente a star del pari co’ progressi dello spirito umano. Di là venne il farneticare di nuovi religiosi sistemi, che non tornano ad altro che ad una novella imbandigione delle più assurde, e immonde eresie antiche. E nonostante queste assurdità trovavan settarii, in ispezieltà fra’ giovani, perchè adulavan l’orgoglio, accarezzavano le passioni, e l’uomo non riconoscea più né freno né regola né governo. Era gran tempo che tutto quanto avesse nome di congregazione, unione, religiosa confraternita, tutto che vi si assomigliasse, era proscritto dalla ragion pubblica. – In mezzo a si sfavorevoli e dirò pur nemiche circostanze, l’arciconfraternita ebbe incominciamento. Il modificare e spegnere a poco a poco tutti questi irreligiosi ed ostili sentimenti era cosa da lei. Ove fu ella mai istituita? ah qui davvero che l’opera divina apparisce nel modo il più chiaro! V’ha in Parigi, in questa moderna Babilonia, che ha infettato tutto il mondo con tutti veleni, tutte dottrine di corruzione, d’empietà, di rivolta e di menzogna, v’ha in Parigi una parrocchia quasi allora sconosciuta perfino a un gran numero de’ suoi abitanti. Trovasi fra il Palazzo Reale e la Borsa nel centro della città; le fan quasi cerchio i teatri e i ridotti di strepitosi e pubblici piaceri. Egli è questo il quartiere che più ribolle d’interessate agitazioni di cupidigia e d’industria, il più in preda alle criminose voluttà, di passioni d’ogni fatta. La chiesa dedicata a Nostra Signora delle Vittorie ha perduto colla gloria il suo nome; la si conosce sotto il nome senza significato di chiesa des Petìts-Peres. Nei maledetti tempi ha servito pur di borsa. Il tempio si rimanea deserto, ne’ giorni eziandio delle più auguste solennità della religione. Diciam di più, diciam tutto come che e’ ci dolga, era divenuto un luogo, un teatro di prostituzione, e siamo stati obbligati di ricorrere alla milizia per cacciarne chi lo profanava. In  questa parrocchia non si amministravano i sacramenti neanche in punto di morte. Che il sacerdote salga il pulpito per ispezzare il pane della divina parola, egli è inutile, non v’è chi lo ascolti. Il gregge tutto quanto formavasi di un pugno di Cristiani che temevan perfin di parere. Gli altri assorti ne’ computi dell’interesse e del guadagno, od immersi a gola negli eccessi delle voluttà e delle passioni, non si curano né di chiesa, né di pastore; e se questo meschino cerca d’entrare in qualche relazione colle anime che gli sono affidate, ne va spregiato conculcato respinto. Ode a dirsi che non c’è bisogno di lui, che se ne può andare. E se a forza di sollecite istanze di qualche pia persona egli ottiene di essere introdotto all’infermo in pericolo della vita, non avvien che a patto di aspettar che il malato abbia perduto i sensi, e che presentisi a lui precisamente in abito da secolare. A che serve la sua visita? Non sarebbe che per tribolare inutilmente l’infermo. In quanto all’abito, non si vuol vedere, e poi che sì direbbe se si vedesse entrare un prete in casa? ci prenderebbero per Gesuiti. Ecco a qual grado era scemata la fede e lo spirito religioso di questa parrocchia. – Compito questo quadro orribile, il Direttore passa a dimandar se l’istromento scelto dalla provvidenza per superare tante difficoltà sia pari ad esse, se ei goda la stima generale, la pubblica confidenza, se ei possegga elevato ingegno, s’ei sia di quegli uomini eloquenti ed operosi che s’attraggono tutti i cuori e sovrastano a tutti gl’intelletti. La modestia e l’umiltà sua vuol ben che ei si dichiari l’ultimo dei fedeli. Ma se egli spicca per ingegno, è sempre vero però che viveasi ignorato per fin da moltissimi dei suoi indifferenti parrocchiani, che aveva lo spirito abbattuto dalla tristezza, il cuore avvilito dal dolore, che il suo naturale secondo la pubblica voce da lui allegata, brusco impaziente bizzarro anzi che no, dovea recar nocumento all’opera. Aggiunge infine di non aver avuto in cuore neppur la disposizione per abbracciare con ardore l’opera, alla quale era destinato. E fu d’uopo che all’altar di Maria, durante l’offerta del divino sacrificio gli si fissasse in mente un’idea, che sebben rigettata sulle prime, finì per riportar vittoria sull’orgoglio dei suoì pregiudizi. Conchiude dunque che un povero  prete senza relazioni e senza credito non poteva né istituire né conservare, né propagar la santa opera, ma che il Signore ha scelto per istrumento ciò che v’era di men saggio, di più debole, di più vile, di più spregevole, acciò l’operazione divina meglio spiccasse e d’uomo non s’attribuisse la gloria che s’appartiene a Dio. » – I principi, segue a dire, delle opere di Dio sono piccoli ed ascosi, procedono poi con lentezza in mezzo ai contrasti e persecuzioni ancora, e in di prova elle si rafforzano e si dilatano. Dagli 11 dicembre 1836, giorno della fondazione per un anno intero da quaranta a sessanta fedeli si accoglievan soltanto attorno all’altar di Maria. Niuno si avvedea di quanto avvenisse in questa chiesa ancora ignorata; e pure in quell’anno appunto le più meravigliose grazie vennero a ricompensare il fervore dei primi fratelli. Nel 1837 si volea che Sua Santità colla mediazione dell’arcivescovo di Parigi erigesse la pia unione in Arciconfraternita per la sola Francia. Il prelato si oppose in tuon severo al disegno, avendolo per inutile e non conveniente. Ed ecco l’opera abbandonata dagli uomini, perché meglio si vedesse com’ella fosse opera di Dio. – Si procura intanto che due Cardinali in Roma presentino la petizione al s. Padre. Sulle prime e’ la prendono sommamente a cuore, ma presto sappiamo come essi vi hanno fatto riflessione sopra ed han giudicato in fine il passo per indiscreto e al tutto inutile; come il s. Padre non accorderebbe mai favor siffatto quando pure il domandasse lo stesso Arcivescovo di Parigi. Afflitto, non abbattuto però il povero parroco dispose ad ogni modo che fosse in buon punto presentata al Papa la supplica, e intanto gli ultimi giorni di marzo (1838 con ispeciali preghiere, implorò la protezione di Maria. In su i primi di aprile una Signora illustre del pari per la pietà che pei natali, avendo udito a parlare delle grazie ottenute nella chiesa di Nostra Signora delle Vittorie e della suppliche a del curato, vuol ella stessa presentarla al Papa. Non sì tosto ebbe sua Santità la petizione che ordinò il breve di erezione. – Così, dice il pio direttore, in questa circostanza ogni cosa esce fuori dall’ordine naturale: una donna che ha udito così per caso parlar dell’opera, che a mala pena sa di che si tratti, reca questa grande e rilevante affare ai piedi del sovrano Pontefice. E il Vicario di Gesù Cristo non facile a condiscedere a favori di tal fatta, accorda in tutta la sua pienezza una grazia che era pure stata domandata con restrizioni. Diciamolo anche una volta: al tutto qui ci è il dito di Dio. – Eretta l’arciconfraternita, pubblicato il Manuale, vennegli sopra una tempesta dì motteggi, poi ingiurie, menzogne e calunnie dirette specialmente contra la persona del direttore. Nulla ci sgomentò, ei ripiglia, ci eravamo apparecchiati. L’arciconfraternita fa la guerra a satana, strappagli di mano le vittime, egli è dunque naturale che satana gli renda pan per focaccia. Ma sì che ad onta del vilipendio, dei rifiuti, delle aspre prove d’ogni fatta ella ha rapidamente e meravigliosamente corso ab ortu solis usque ad occasum. – Nella storia degli antichi popoli, negli annali della Chiesa, nei fasti del mondo intero non v’ha nulla da paragonare alla estensione, alla rapidità del suo incremento. V’ha pur qualcheduno che non vuole qui ravvisar l’opera di Dio, ma egli è un cieco volontario e tremi …. da che egli è il medesimo che bestemmiar l’opera di Dio. – Dopo aver sì ben provato l’assunto dichiara come si pubblicheranno almeno due fascicoli all’anno degli annali. Ogni numero avrà due parti: nella prima si faranno conoscere i progressi d’Arciconfraternita; nella seconda si darà l’istoria de’ suoi effetti. Questa seconda parte avrà pur due paragrafi: il primo darà ragguaglio delle conversioni, e la seconda delle guarigioni ed altre grazie ottenute colle preghiere dell’Arciconfraternita.

ASPETTANDO GESÙ CHE NASCE…

Nascita di Gesù. — Adorazione dei pastori e dei Magi.

 (A. NICOLAS – LA VERGINE MARIA SECONDO IL VANGELO – S. E. I., Torino – 1938)

CAPITOLO XII.

Il Vangelo, in perfetto accordo col disegno divino, si propone principalmente in mezzo a tutti i suoi racconti, la cui schiettezza quasi indeliberata copre un disegno profondo, si propone, dico, di persuaderci bene, d’imprimerci nello spirito che Gesù Cristo è realmente Dio e uomo allo stesso tempo. Se ci facesse vedere troppo separatamente le testimonianze della sua divinità, noi saremmo tentati di credere che l’umanità sua non fosse che fantastica. Se ce ne facesse vedere altresì troppo separatamente l’umanità, noi crederemmo che la divinità non fosse che metaforica. Perciò Gesù Cristo in tutte le sue azioni, e gli evangelisti nei loro racconti, tengono sempre in una specie di equilibrio tra queste due testimonianze, mostrando sempre l’uomo nel maggiore splendore della sua divinità, e il Dio negli annientamenti che provano maggiormente che Egli è uomo. Per esempio, Gesù risuscita Lazzaro: ecco il Signore della vita e della morte, ecco il Dio; ma, prima di risuscitarlo, è detto: Ed a Gesù vennero le lagrime: ecco l’uomo. Così: Gesù medesimo muore del più ignominioso supplizio, trastullo dei suoi carnefici: ecco il mortale, ecco l’uomo; ma a quell’ultimo sospiro il sole si oscura, la terra trema, i morti risuscitano: ecco il Dio. Percorrete così tutto il Vangelo, notatevi sopra tutto la cura che ha costantemente Gesù Cristo di temperare lo splendore delle sue meraviglie, involandovisi col silenzio e col ritiro, e di mescolar sempre le sue umiliazioni coi suoi trionfi; come, ed esempio, nella entrata in Gerusalemme, quando riceve le adorazioni della Giudea su quell’umile cavalcatura che faceva dire a Bossuet: « Invece che uno schiavo gridava ai trionfatori romani: Ricordati che sei uomo, io sono tentato di ricordare al mio Salvatore che egli è Dio »: percorrete così, io dico, tutto il Vangelo, e voi sarete meravigliati di trovarvi come la chiave della sua economia. – Perciò conveniva che il Figliuolo di Dio, prima di rivelarsi sempre più come tale nei tre ultimi anni della sua vita, e colla trasformazione universale che seguì la sua ascensione, imprimesse largamente e profondamente nelle nostre anime la convinzione della sua umanità per ben trent’anni di vita comune e domestica sulla terra, sia per eccitare la nostra fiducia, sia per correggere il nostro orgoglio. Era soprattutto necessario, per apparire a noi non solamente uomo, ma figliuolo dell’uomo, che Egli si facesse vedere, toccare, maneggiare come fanciullo, e per conseguenza in seno di sua madre, non senza dare allora alcune prove di dignità, la cui grandezza contrappesasse gli abbassamenti così profondi della sua nascente umanità. Di qui tutti i misteri evangelici della nascita e della infanzia di Gesù Cristo; di qui la parte gloriosa che doveva averci la santissima sua Madre. – E siccome il Vangelo ci ha con tanta cura esposti questi criteri solo perché li abbiamo sempre dinanzi agli occhi, affine di farcene coltivare e portare i frutti, di qui ne viene la giustificazione del culto di Maria, Madre di Gesù, la quale ce li rappresenta, e quindi è eminentemente evangelica. – Noi l’abbiamo già detto; non v’ha nulla di gratuito nel Vangelo: tutto ha il valore d’un insegnamento. Ora, il Figliuolo di Dio poteva sicuramente far senza di Maria: il miracolo della sua concezione e della sua nascita verginale, i prodigi celesti che recarono ai suoi piedi i pastori ed i Magi, provano ad esuberanza che sin d’allora Egli era signore della natura. Egli poteva altresì lasciarci ignorare questa prima età della sua esistenza, ed era anzi cosa naturale. Se dunque Egli ha voluto dipendere dalle cure di Maria, andare a Lei debitore delle cure così familiari, intime e sacre di una madre; se Egli ha voluto esser mostrato a tutti in questo stato, e ricevervi le prime adorazioni del cielo e della terra, ciò non poté essere senza onorare Maria e senza volere che noi l’onorassimo. « È stata, come dice benissimo il cardinale di Berulle, una delle grandezze e delle benedizioni della santa Madre di Dio, che suo Figlio siasi voluto manifestare in una età e in una condizione che l’obbligava a manifestarla con Lei ». – Questo è ciò che si rivela soprattutto nel mistero della sua nascita, in quello dell’adorazione dei pastori e in quello dell’adorazione dei Magi.

Noi li studieremo l’uno dopo l’altro.

I.

« Di quei giorni, dice il sacro racconto, uscì un editto di Cesare Augusto, che si facesse il censimento di tutto il mondo. Questo primo censimento fa Cirino, preside della Siria. E andarono tutti a dare il nome, ciascheduno alla sua città. E andò anche Giuseppe da Nazaret, città della Galilea, alla città di David chiamata Betlemme, nella Giudea, per essere egli della casa e famiglia di David, a dare il nome insieme con Maria, sposata a lui in consorte, la quale era incinta » – Luc. II, 1,5 -. Ammiriamo sin dalle prime questa meravigliosa condotta della Provvidenza che, da un lato, avendo fatto predire più di duecento anni prima dal suo profeta Michea che sarebbe nato a Betlemme; dall’altro fa servire la politica di Cesare Augusto a recare e provare l’adempimento di questa profezia. Maria e Giuseppe abitanti nella Galilea non sarebbero venuti in Giudea ed a Betlemme, se non fosse uscito tale editto. Ma lo stesso Cesare ve li condusse con quest’ordine che, obbligando ogni famiglia giudea, qualunque fosse il luogo della sua dimora, a risalire  a quello della sua origine, condusse perciò Giuseppe a Betlemme per esser egli della casa e della famiglia di David, a farvisi registrare con Maria sua sposa. Donde risulta altresì che Maria è della medesima casa e della medesima famiglia; altra prova delle profezie, le quali tutte annunziano come il Messia doveva essere Figliuolo di David. – Lo stesso divin Bambino, nato in quei giorni, dovette similmente essere registrato sulle tavole di Cesare, il quale non sospettava come in quel censimento di tutto il mondo egli iscriveva Colui che dovea esserne per sempre il Dio, nella persona di quel meraviglioso fanciullo, di cui la musa di Virgilio, inconsapevole del fatto, sollecitava coi suoi voti la nascita verginale con questi versi:

Tu modo nascenti puero, quo ferrea primum

Desinet, ac toto surget gens aurea mundo,

Casta fave Lucina…

Così (oh misteriosa continuazione dei disegni di Dio in mezzo alle umane rivoluzioni!) l’universo è conquistato dalla potenza romana, per passare sotto la legge di Gesù Cristo, il quale viene al mondo nel momento preciso in cui questa universale conquista è consumata: e Cesare Augusto, che ne è il trionfatore apparente, scrive di sua mano il nome del Signore Gesù sopra tavole a cui appelleranno in breve Giustino e Tertulliano, come alla testimonianza pubblica di questi divini natali: « Voi potete assicurarcene, dice il primo al mondo pagano, colle tavole del censimento fatte al tempo di Quirino: Voi potete conoscerne la stirpe, dice il secondo, dalle tavole del censimento d’Augusto, testimonianza fedele della nascita divina, conservata nei vostri archivi ». – Cit. da Grozio, annot. In Lucam, p. 18 – Altro argomento di ammirazione si offre a noi in questo avvenimento, e viene a giustificare quanto abbiamo detto precedentemente di questa economia evangelica, che mesce lo splendore e l’oscurità nella vita di Gesù Cristo, e, senza privare la divinità di lui di testimonianze, ne ritarda la compiuta manifestazione col riservarla alla santa Vergine. Il Re del cielo e della terra non doveva venire al mondo senza segni della sua entrata, senza esservi riconosciuto e adorato dalle primizie dei Giudei e dei gentili che Egli era venuto a salvare. Tale fu la ragione della sua manifestazione ai pastori per mezzo degli angeli, ed ai Magi per mezzo della stella miracolosa. Ma questa doppia manifestazione non avrebbe potuto farsi a Nazaret, patria di Gesù Cristo, senza che l’oscurità nella quale Egli voleva rientrare non ne porgesse l’opportunità. La memoria di queste meraviglie si sarebbe conservata fra i suoi, e la voce ne avrebbe pregiudicato il suo mistero. Ma nulla di questo avviene, per la condotta ammirabile di Dio nella nascita del suo Figliuolo. Egli conduce Maria e Giuseppe, per ordine di Cesare, a Betlemme, ove erano poco o nulla conosciuti. Non permette che essi trovino posto in un’osteria, ove sarebbero stati sotto gli occhi altrui. Ma ridotti a ritrarsi in una stalla abbandonata, vi trovarono la solitudine ed il silenzio necessario per conservare il segreto di Dio. I pastori vi vennero ad adorare Gesù Cristo, ma non conobbero né Giuseppe, né Maria; o quello che ne poterono dire non trovò credenza e si cancellò dalla memoria degli uomini; e rispetto ai Magi, se Erode seppe che essi erano venuti a Betlemme, non seppe quello che vi avevano trovato, e il loro ritorno per altra via, ispirato da Dio medesimo, assicurò a Gesù Cristo l’oscurità, nella quale doveva vivere ancora per tanti anni. – E tutto questo avvenne per un concorso naturale di circostanze, con cui la Provvidenza coprì e compose l’adempimento dei suoi disegni.

 Seguiamo il filo.

« Ed avvenne che, mentre quivi si trovavano, giunse per lei il tempo di partorire. E partorì il Figlio suo primogenito, e lo fasciò e lo pose a giacere in una mangiatoia, perché non eravi luogo per essi nell’albergo ». Che ammirabile semplicità di racconto! Questo non è né un mito, né una leggenda; è un fatto vero, schietto, storico: si crede e si vede. Confrontiamo questi natali con le magnifiche promesse dei profeti intorno a questo Gesù, di cui l’Angelo aveva già detto a Maria: « Che Dio gli avrebbe dato la sede di Davide suo padre, che avrebbe regnato nella casa di Giacobbe in eterno, e il suo regno non avrebbe avuto fine »; e consideriamo se un inventore avrebbe potuto essere tanto malaccorto da pregiudicare così la causa da sé abbracciata, facendo nascere il suo eroe in una forma tanto dispregevole e tanto contraria ai suoi destini. Certamente lo stesso narratore ci mostrerà gli Angeli che celebrano questa vile nascita dall’alto dei cieli. Ma il medesimo interesse, il medesimo calcolo che avrebbe fatta inventare questa seconda circostanza, avrebbe evidentemente dovuto far sopprimere la prima, e la sincerità che ha fatto riferir questa, risponde, così, della verità di quella. La mangiatoia ci sta mallevadrice del cielo; gli animali del presepio ci stanno mallevadori degli Angeli. Il Vangelo ci dice che il parto della santa Vergine avvenne nel termine ordinario della natura; e poscia ci dice semplicemente che ella partorì. Se noi non avessimo che questo racconto, dovremmo credere che questo parto fu naturale come il suo termine. Ma il Vangelo ci ha già diversamente istruiti su questo punto; e secondo la sua ordinaria sobrietà, non doveva tornarvi sopra. Difatti, esso ci ha fatto conoscere che Maria aveva concepito il Verbo senza pregiudizio della sua verginità; e ci ha detto altresì che Ella lo avrebbe anche partorito. Sarebbe stato contradditorio ammettere che Ella avesse dovuto perdere nel parto quella verginità che aveva già come stipulata nell’atto di concepire. Il parto e la concezione hanno d’altronde una stretta relazione che rende quello il prezzo doloroso di questa, e di cui per conseguenza Maria era libera. Finalmente, nel racconto dell’annunziazione non è detto solamente: Maria concepirà; ma ancora che: Ella sarà gravida e partorirà un Figliuolo conforme alla profezia: Una Vergine concepirà e partorirà, ed è lo stesso Vangelo che le fa l’applicazione di questa profezia – Matt. I, 23 -. Diciamo dunque colla Chiesa, esprimendo la fede universale dei Cristiani: Virgo prius ac posterius; e, in questo prodigio del parto verginale di Maria, onoriamo la continuazione delle sue grandezze. – Il Vangelo dice che ella partorì il suo Figliuolo primogenito. Noi abbiamo già perentoriamente confuso la stolta obbiezione che trae da questa denominazione di primogenito la conseguenza che Maria avrebbe messo al mondo altri figliuoli dopo Gesù. Ma quanto questa espressione ripugna a questa conseguenza nel senso carnale, altrettanto essa vi si presta nel senso spirituale. « Dio, difatti, ci dice san Paolo, ci ha predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli 5(Rom. VIII, 29); ed è perciò che Egli ha partecipato della nostra carne e del nostro sangue, dovendo essere totalmente simile ai fratelli, affinché divenisse Pontefice misericordioso e fedele presso Dio ». Perciò Maria ha realmente partorito un Figliuolo primogenito, primogenito di tutti i Cristiani, dei quali perciò Ella è veramente la Madre. V’ha di più: siccome, partecipando alla nostra natura, il Figliuolo di Dio si è appropriato in lei tutta la creazione della quale noi siamo il sommario, così Egli è diventato per la sua incarnazione, come anche dice san Paolo, il primogenito di tutte le creature, primogenitus omnis creaturæ (Col. I, 15) espressione la cui sublimità non toglie nulla all’esattezza, e che riflette così sulla Vergine Maria lo splendore più universale. Tutte le creature animate e inanimate, celesti e terrestri, rigenerate, pacificate, consacrate dal Figliuolo primogenito di Maria, salutano in Lei la Madre e la Signora dell’universo. E tutto ciò sotto queste semplici espressioni; Ella partorì il Figliuolo suo primogenito! Non ci faccia stupire adunque che così semplici parole racchiudano un senso così profondo, poiché questo piccolo fanciullo che esse ci mostrano, racchiude e nasconde un Dio. – Maria, dice il Vangelo, lo fasciò e lo pose a giacere… Oh annientamento del Figliuolo! Oh grandezza della Madre! La parola vien meno sotto il peso di questo mistero, la cui esposizione così semplice non fa che renderlo più sublime ai nostri occhi. Ecco come il Figliuolo di Dio ha davvero voluto essere d figliuolo dell’uomo! Ecco come, in questo stato di un bambino, egli viene fasciato e adagiato da sua Madre! Oh! quanto conviene il modo affatto comune con cui ci vien detto questo. alla onnipotenza ed al supremo amore che l’hanno reso intelligibile! – E come altresì la semplicità con cui Maria concorre a questo mistero, la solleva alla sua altezza! Massime se pensiamo che, nell’annunziazione e nella visitazione, ella ne ha ricevuto e manifestata così meravigliosamente l’intelligenza! « Ella ravvivava coi suoi  occhi, dice soavemente sant’Amedeo, ella rimuoveva colle sue mani il Verbo di vita; Ella scaldava col suo fiato colui che scalda e ispira ogni cosa; ella portava colui che porta l’universo; allattava un Figliuolo che versava Egli medesimo il latte nelle sue mammelle, e che alimenta tutte le creature coi suoi doni. Al suo collo pendeva la sapienza eterna del Padre; alle sue spalle si appoggiava Colui che muove tutti gli esseri colla sua virtù; nelle sue braccia e sul suo seno riposava Colui che è il riposo eterno delle anime sante » (Homilia IV, De partu Virginis). Queste antitesi non hanno nulla che non sia esatto. Esse sono la verità medesima di nostra fede, che ci offre nell’incarnazione del Verbo, Dio fatto uomo, perché l’uomo sia fatto Dio: doppia antitesi che compone coi suoi due sensi tutta la tesi del Cristianesimo. – Le grandezze di Maria in questo mistero si compongono altresì degli abbassamenti di Gesù. Ciò che ella ne riceve, è nella proporzione di ciò che vi reca. Tutto ciò che Ella dà al Figliuolo dell’uomo, è a lei reso dal Figliuolo di Dio. Ella lo riveste di fasce, ed Egli riveste lei di grazia e di lume; Ella della sua maternità, ed Egli della sua divinità, et vestis illam et vestiris ab illo. – Lo pose a giacere in una mangiatoia, perché non eravi luogo per essi nell’albergo. Parrebbe che il caso e la necessitàfossero quelli che ridussero Maria a partorire Gesùin una stalla e ad adagiarlo in una mangiatoia. Ma, inrealtà, è la scelta, e la scelta dell’amor materno, dellasapienza infinita, dell’onnipotenza. Quegli che ha posto ilsuo padiglione nel sole, come dice il reale profeta, potevasenza dubbio farsi allestire un posto nell’osteria d’unpiccolo borgo: Egli poteva nascere nel palazzo di Erode o di Cesare, e farsi adorare dal senato nel Campidoglio, perché tutta la terra è sua. Ma che avrebbe fatto, in ciò,di più e di meglio dei potenti del mondo che veniva ad umiliare? Quale alleviamento avrebbe recato all’umanità. povera e miserabile, che voleva liberare e consolare? Era cosa degna di Colui che non ha da ricevere nulla e che veniva a recare ogni cosa, scegliere ciò che v’ha di più povero per arricchirlo, ciò che v’ha di più umile.per innalzarlo, ciò che non è, per farne ciò che è; e il manifestare tanto la sua ricchezza e la sua potenza, quanto la sua misericordia e il suo amore. Era cosa degna dell’eterna sapienza lo smascherare i falsi beni ripudiandoli, e additare i veri beni sposandoli. Era cosa degna del riparatore della natura umana precipitata nell’orgoglio e nella concupiscenza, il raddrizzarla, mettendo il contrappeso e l’allettativo della sua divinità dal lato della povertà e del patimento: sì, era cosa degna del Dio buono, onnipotente, infinitamente sapiente, il nascere in una stalla e il morire sopra una croce. Ah! sequesta vile stalla, se questa spaventevole croce fossero rimaste ciò che furono quando Egli ne ha sposata l’ignominia, io tacerei. Ma quando io vedo tutta la terra stupefatta abbandonare in breve tutti i suoi idoli d’orgoglio e di voluttà, per venire ad adorare la stalla ela croce; quando io vedo trasformata la stalla in una cattedrale, come Nostra Signora di Chartres e di Parigi; e vedo la croce mutata in segno di gloria ed in istrumento di consolazione; quando io le vedo diventate ambedue una sorgente di dolcezza e di forza, una scuola di sapienza e di santità, un centro di lumi e d’incivilimento,di cui venti secoli di esperienza e di progresso non hanno fatto che tentare la pienezza; quando finalmente questa gran meraviglia è raddoppiata ai miei occhi da quella della sua spedizione, e, se cosi oso dire,del suo pegno; allora, oppresso sotto tante prove della onnipotenza, della sapienza infinita e della bontà suprema, io mi arrendo e credo.Noi non abbiamo potuto contenere queste riflessioni, tanto naturalmente sgorgano, per così dire, dal testo del Vangelo. Tuttavia questo testo le copre di una tale semplicità, che ci domandiamo, lasciata da parte l’ispirazione,se lo scrittore sacro ne abbia avuto coscienza, e per non dubitarne, ci è necessario ricordare che, discepolo fedele di san Paolo, san Luca aveva da lui imparato la sublime sapienza degli annientamenti del Verbo. Egli stesso, riferendoci nella continuazione del suo Vangelo i divini oracoli del Salvatore, ci ha fatto udire questo che esce dalla mangiatoia: « Le volpi hanno le loro tane, e gli uccelli dell’aria i loro nidi; ma il Figliuolo dell’uomo non ha dove posare d capo » (Luc. IX, 58).San Teodoto d’Ancira, parlando alla presenza del gran Concilio di Efeso, raccolto nella bella basilica che quella città, già tanto pagana, aveva elevato alla Madre di Dio, diceva intorno a questo argomento, con quell’eloquenza greca i cui modi ingegnosi e abbondanti avevano trovato nel Cristianesimo un oggetto degno della loro ispirazione:« Il Signore, che non ha dove albergare, è posto in una mangiatoia, e questa povertà della sua culla diventa un segno meraviglioso di profezia. Egli è posto difatti in una mangiatoia come per indicare che veniva ad essere il pascolo di quei medesimi che sono come animali privi di ragione; poiché il Verbo di Dio, in tale stato, ha attirato a sé i ricchi e i poveri, i geni eloquenti e quelli a cui non arriva la parola. Questa mangiatoia è diventata la madre della santa Mensa. Egli è posto in. quella, per essere mangiato su questa, come nutrimento dei fedeli. E come la mangiatoia ha indicato questa Mensa venerabile, così questa Vergine germinò i cori delle vergini, la vile stalla di Betlemme ha eretto superbe basiliche, e le fasce che ravvolgevano il Bambino-Dio hanno sciolto i peccati del mondo. Tutte le insegne della sua miseria sono diventate le meraviglie che voi ammirate, e questa miseria medesima ha generato tutti questi tesori… Ciò posto, come mai ci può offendere un’abbiezione di poca durata, che ha dotato per sempre. l’universo di tante ricchezze? Perché gridare contro questa povertà senza tener conto di tutti i benefizi che essa ha meritato al mondo? Perché chiamare indegna di Dio una soggezione che ci ha affrancati dall’infernale tirannia? Ho, non chiamate indegna di Dio una povertà da cui è stato immiserito lo spirito di menzogna, ricco di tanti errori; cessate di vergognarvi di una croce che ha abbattuto gli idoli; non dispregiate più quei chiodi che hanno legata la pietà del mondo all’unica e santa Religione del Cristo » (Labbe, Concil. tom. III, p. 104). Ammirando questa splendida eloquenza che, uscita dalla semplicità del Vangelo, è una testimonianza di più della divinità di esso, taluno dirà forse che l’umile Maria a Betlemme era lungi dal presentirne gli accenti giacché, avendo messo al mondo il Salvatore, Ella non dà segno d’alcun rapimento, né d’alcuna estasi e non dice nulla che l’evangelista abbia creduto degno di riferirci. – Ma il Magnificat risponde a questo falso pensiero. Tutta l’eloquenza cristiana non ha potuto che commentare questo canto di Maria, che ha conservato sopra i più eloquenti discorsi la superiorità di essere stato proferito prima dell’avvenimento, e di esserne la luminosa profezia. Che, dopo di ciò, Maria taccia ai piedi di Gesù nascente, ella non ne è che più eloquente, e guai a chi non lo comprendesse! Ella tace, perché adegua così l’altezza del mistero, la cui sublimità non la trasporta più, e perché Ella vi piglia tal parte da esservi come identificata; Ella tace perché adora, perché ama, perché ascolta questo meraviglioso silenzio della parola eterna che si fa udire al suo cuore. Ah! se l’altra Maria aveva scelto la migliore parte, tenendosi silenziosa ai piedi di Gesù ed ascoltando la sua parola, come mai Maria, Madre di Gesù, avrebbe parlato, quando Gesù tace al di fuori e parla al di dentro, doppiamente degno di essere ascoltato e nel suo silenzio e nella sua parola? Finalmente Maria non doveva più parlare dacché aveva dato alla luce la Parola, il Verbo: o meglio Ella parlava come parlerà sempre questa Parola, questo Verbo che Ella ha messo al mondo. Ecco il senso del silenzio di Maria appiè del Bambino- Dio, e non v’ha che un racconto eminentemente vero e divino, che abbia potuto rispettarlo e lasciare a noi la cura di comprenderlo.

II.

Applichiamo ora la nostra attenzione al mistero dell’adorazione dei pastori.

« Ed eranvi nella stessa regione dei pastori che vegliavano e facevan di notte la ronda attorno al loro gregge. Quand’ecco sopraggiunse vicino ad essi l’Angelo del Signore, e uno splendore divino li abbagliò e furono presi da gran timore. E l’Angelo disse loro: non temete; poiché eccomi a recare a voi la nuova di una grande allegrezza che avrà tutto il popolo; perché vi è nato oggi un Salvatore, che è il Cristo Signore, nella città di David. Ed eccovene il segnale: troverete un bambino avvolto in fasce, giacente in una mangiatoia » (Luc. II, 8-12). – Fino ad ora tutto ciò che è avvenuto nella nascita del Salvatore ci ha fatto vedere in lui l’uomo e il Figliuolo dell’uomo. Un viaggio di Maria e di Giuseppe, da Nazaret a Betlemme, per obbedire ad un editto di fare i ruoli della popolazione; il tempo del parto di Maria, che in quella borgata giunge al suo termine; l’osteria piena, che non permette loro di trovarvi alcun posto; la necessità che riduce Gesù a non avere altro rifugio che una stalla, ed altra culla che una mangiatoia; ecco, certamente, l’uomo in ciò che v’ha di più miserabile, vale a dire di più umano. Maria soprattutto, che mette al mondo questo fanciullo, che lo avvolge in fasce e lo adagia, attesta con tutte queste cure che Colui che le reclama è uno di noi. Tuttavia, questo fanciullo non è solamente uomo; egli è Dio, e tanto Dio quanto è uomo. Ora, in tanta miseria, che cosa ci proverà la sua divinità? Un omaggio che i Cesari, nella loro folle potenza, avrebbero invano domandato alle basse adulazioni dell’universo: l’omaggio del cielo, il grido di un Angelo. E che più evidentemente di questo ci dichiara che la stalla di Betlemme era una scelta di Colui che era in quella guisa proclamato? Egli stesso circa trent’anni dopo, andando ad una morte così ignominiosa com’era stata la sua nascita, dirà ai suoi discepoli che vorranno liberarnelo: « Pensate voi forse che io non possa pregare il Padre mio, e mi porrebbe dinanzi adesso dodici legioni di Angeli? » L’onnipotenza divina era così contenuta sotto la debolezza del Fanciullo-Dio; e l’apparizione dell’Angelo ai pastori, avvolti nella luce divina, non ne era che un semplice raggio. – Ma perché mai i pastori, nomini semplici e rustici, sono i primi favoriti di questa celeste convocazione? Sempre in virtù della medesima economia. Lo stesso Angelo poteva avvolgere il mondo intero nello splendore di Dio. come avea fatto con quei semplici pastori, e il mondo intero sarebbe stato in un attimo ai piedi di Gesù Cristo. Ma Dio, che avea fatto l’uomo libero, voleva che andasse a lui liberamente; aiutato certamente e attirato, ma non forzato; e a tale effetto, attirato da mezzi ed agenti, la cui debolezza apparente nascondesse col suo uso e manifestasse coi suoi effetti l’onnipotenza che li metteva in opera. Per questo, osserva Grozio, come più tardi saranno alcuni pescatori, così sono ora alcuni pastori gli eletti a rendere testimonianza al Cristo: gli uomini più innocenti: Ut piscatores postea, ita nunc pastores Christo testimonium præbere eliguntur, innocens imprimis hominum genus. Inoltre Gesù Cristo non fa in ciò che seguire il suo primo disegno, il suo primo pensiero. Poiché egli si manifesta a quelli cui sono state fatte le promesse: a pastori, simili ad Abramo ed a Giacobbe; a pastori che figuravano, collo stato e colle cure loro, la sua missione verso le pecore d’Israele, il suo ministero di pastore, la sua carità per gli agnelli affidati alla sua guardia; finalmente a uomini piccoli e spregevoli, secondo il secolo, come quelli ai quali e pei quali il Vangelo doveva essere predicato con buon frutto; mentre tutto ciò che è grande in Israele o per l’autorità, o per il sapere, o per le ricchezze ignora quello che è a loro scoperto; seguitando così Dio in questa rivelazione ai pastori ciò che aveva cominciato nei patriarchi e ciò che doveva compiere per mezzo degli apostoli. È dunque sempre il medesimo disegno ammirabile sostenuto in tutto il suo corso: Sic Dei opera et respectus inambulant in abyssis, hominum tum opera, tum respectus in sola altitudine. – Ed oh come la parola dell’Angelo è sublimemente conforme a questa economia! « Oggi, dice egli ai pastori,nella città di David è nato a voi un Salvatore,che è il Cristo Signore; ed eccovene il segnale: Troverete un bambino avvolto in fasce, giacente in una mangiatoia ».Quale opposizione! Oh, come la semplicità del linguaggio sotto cui essa scompare, la rende divina! Bisogna essere ben pratico dei misteri e delle grandezze di Dio,per parlar così del più grande di tutti, dell’Incarnazione del Verbo, senza riflessioni, senza preparazione,senza alcun ornamento dell’eloquenza umana. Bisogna ben conoscere la maestà di Colui che si è reso bambino e che è in una mangiatoia, per unire al tempo stesso queste due estremità opposte, senza darsi cura di conciliarle,e accennare come una distinzione degna di Colui che è il Signore per eccellenza, le fasce di cui è avvolto e la mangiatoia ove giace! Da ben diciannove secoli noi siamo soliti a venire sull’esempio dei pastori a questa mangiatoia che il Signore ha elevata al di sopra di tutti i troni, nell’abbassarvisi; e il prodigio di questa grandezza, a cui Egli l’ha portata, ci nasconde il prodigio di questa umiliazione, in cui Egli l’ha presa; ma oh come una tale notizia, nel momento in cui l’angelo l’annunziò ai pastori, ed anche il Vangelo l’ha proposta alla fede del mondo, come era contro e al di sopra d’ogni invenzione umana e manifestamente divina così nel suo annunzio, come nel suo avvenimento!Questi sono di quei tratti di divinità che il Vangelo getta infallibilmente nelle anime, e che vi portano la condanna e la morte, quando non vi portano la fede e la vita.« E subito si unì coll’Angelo una schiera della celeste milizia che lodava Dio, dicendo: Gloria a Dio nelpiù alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà (Luc. II, 13-14).È pur cosa commovente il vedere, così, la famiglia superiore di Dio rallegrarsi della felicità della famiglia inferiore, perché è nato a noi un Salvatore, conforme al senso letterale della profezia. Il profeta ci aveva già mostrato questi medesimi Angeli, « i nunzi di pace, che piangevano amaramente »sulla miseria degli uomini e sulla loro discordia colla bontà celeste: Angeli pacis amare flebant; ed ora ci cantano questa pace discesa sulla terra in colui che il profeta chiama con questo nome: et erit iste Pax.Ma essi non cantano solamente la pace agli uomini sulla terra; cantano altresì gloria a Dio nel più alto dei cieli, vale a dire, in due parole, tutto il disegno divino,che abbraccia il cielo e la terra, gli angeli e gli uomini, Dio e tutta la creazione in questo meraviglioso Fanciullo, su cui questo canto si fa udire. Verità sublimi,che tutta la terra ignorava, e che solo gli Angeli potevano annunziare agli uomini. Chi sapeva in quel primo momento che, prima che Gesù Cristo, pigliandola nostra carne, si fosse reso l’adoratore di suo Padre,Dio non aveva potuto ricevere una gloria degna di lui?Chi poi conosceva il divorzio e l’inimicizia che v’era fra il cielo e la terra, prima che il Figliuolo di Dio fosse disceso dal cielo in terra, per esserne il legame e la pace? Queste grandi cose, sconosciute adora e nascoste nell’oscurità dei profeti, comprendono tutto, e sono esse medesime comprese in due parole così chiare e così semplici, che bisogna essere un Angelo per averle dette, e ben poco tocchi del meraviglioso, per non sentirle. Illuminati, certo, al di dentro, da quello splendore divino che li abbagliò al di fuori, « i pastori andarono con prestezza a Betlemme. E trovarono Maria e Giuseppe, e il Bambino giacente nella mangiatoia; e vedutolo intesero quanto loro era stato detto di quel Bambino. E tutti quelli che ne sentirono parlare, restarono meravigliati delle cose che erano state riferite loro dai pastori. Maria però di tutte queste cose faceva tesoro, paragonando in cuor suo ».Non cessiamo d’ammirare la buona fede del divino racconto. Alcuni angeli sono apparsi ad alcuni pastori nei campi, per annunziar loro che era nato il Signore,e per invitarli ad adorarlo. Or chi non si aspetterebbe di trovare intorno al medesimo Signore questi medesimi angeli, e, in più gran numero ancora, tutta la corte celeste,a rendere per primi queste adorazioni a cui erano stati invitati i pastori? Come mai colui che non arreca solamente la pace agli uomini, ma altresì la gloria a Dionel più alto dei cieli, non è egli stesso personalmente circondato da alcuna gloria? Come mai inventori che avrebbero fatto tanto nell’immaginare a piacere il meraviglioso dell’apparizione degli angeli, non avrebbero fatto altrettanto riguardo all’oggetto medesimo di questa apparizione?Come mai non è avvolto lo stesso divino Fanciullo? Finalmente, come mai nessuna cosa, assolutamente nessuna cosa soprannaturale viene ad innalzare una bassezza che non aveva per se medesima cosa alcuna che non fosse ributtante e spregevole? No, proprio nulla: solo « Maria e Giuseppe e il Bambino giacente in una mangiatoia »: ecco tutto. Per verità, è questo il modo con cui si inventa? Gli evangelisti sono stati modesti nella esposizione della nostra fede, perché erano sinceri.Essi hanno creduta l’umiliazione della mangiatoia senza arrossirne, e l’apparizione degli angeli, senza aggiungervi altro. Essi hanno lasciato al medesimo Gesù Cristo la cura di onorare la sua mangiatoia colle sue umiliazioni,più che non l’avrebbero onorata con tutte le meraviglie delle loro invenzioni; e con questa fedeltà essi hanno l’atto manifesto quanto v’ha di più meraviglioso: quello non più di alcuni pastori raccolti dagli angeli, ma dell’intero universo convocato dagli apostoli. che adora un semplice bambino nella umiltà di questa culla. In tale stato umiliante, questo divino fanciullo si rivelava certamente sin dal principio alle anime semplici contali atti di grazia, che dovevano rapirle quanto e più di tutte le apparizioni celesti; e il Vangelo ce lo fa conoscere,dicendoci che « vedutolo, i pastori intesero quanto era stato detto loro di quel Bambino », e comunicarono la loro meraviglia a quelli ai quali lo riferirono. Ma quanta ingenuità e grandezza non è anche qui negli evangelisti, nell’averci semplicemente narrato questo mistero di grazia senza svelarlo. Oh! come una tale riservatezza è santa e convincente! Misurando sopra di essa ciò che è detto della santa Vergine, noi troveremo di che istruirci sulla parte gloriosa che essa ha in questo mistero dell’adorazione dei pastori.Questa parte è doppia: quella che Maria vi arreca, e quella che essa vi prende. La prima risulta da queste parole: « Essi trovarono Maria e il Bambino »; la seconda da queste: « Maria però di tutte queste cose faceva tesoro,paragonandole in cuor suo ».Prima che Gesù Cristo entrasse nella sua vita attiva,osserva san Bernardo, tre apparizioni principati erano avvenute di lui: la prima fra le braccia di sua Madre, come figliuolo dell’uomo; la seconda, quando al battesimo di Giovanni, una voce dal cielo lo proclamò Figlio di Dio; e la terza, alle nozze di Cana, quando col primo miracolo che vi fece, si annunziò egli stesso come vero Dio con ogni potestà sulla natura.Ora, nella prima di queste apparizioni, Gesù trae da Maria la sua principale testimonianza.Noi abbiamo già sviluppata questa verità in se medesima. Qui dobbiamo bruttarci a far notare la giustificazione che essa riceve da tutti i racconti del Vangelo che ritardano la prima parte della vita del Salvatore. Ingenerale, non si fa cominciare questa vita divina che dal suo apostolato pubblico, restringendosi, così, nei suoi tre anni, quasi che vi potesse essere in una tal vita un solo momento il quale fosse meno fecondo d’insegnamento! Gesù Cristo ha voluto predicarci col suo silenzio da sua oscurità quanto e anche più che coi suoi miracoli e colle sue meraviglie; e perché noi non ne potessimo dubitare, ha voluto raccogliere la nostra attenzione su questa prima parte della sua vita con misteriche lo manifestano tanto più, in quanto che egli vi èpassivo.Tale, secondo il mistero della sua natività, è quello delle prime adorazioni che egli riceve alla culla, nello stato più acconcio a testimoniare che Egli è figliuolo dell’uomo.Noi dobbiamo attribuire a questi misteri una importanza tanto maggiore, in quanto che noi vediamo GesùCristo, per tutto il resto della sua vita, fin nelle manifestazioni più luminose della sua divinità, ed anche nella gloria celeste, conservare fra tutte quelle qualificazioni chele sue grandezze gli permettono, questa qualificazione di Figliolo dell’uomo, da lui contratta nel seno di Maria, è manifestata nelle braccia di lei. Per questo egli ha voluto ricevere le prime adorazione del genere umano in questo stato di figliuolo, di bambino di una madre umana; ha voluto mostrarsi fatto di donna come dice san Paolo; per questo egli allontana dalla mangiatoia, ove giace, tutto ciò che potrebbe dar troppo a vedere che egli sia Dio; e vi pone Maria e Giuseppe colli e due testimoni della sua umanità, ma soprattutto Maria.Così Maria ci appare come l’ostensorio di Gesù ai pastori, e per essi a tutti gli adoratori che verranno poscia; perché i misteri di Gesù Cristo sono perpetui,e noi troviamo sempre Gesù con Maria.Tale è la parte che Maria presta a questo mistero.La parte che essa vi prende non è meno grande e ce ne dà un’alta idea questo racconto così sobrio e così succinto della adorazione dei pastori, dove si consacra a Maria la sola riflessione che vi si fa su ciò che avveniva nell’interno dei cuori; tanto più che questa riflessione non si presentava da se medesima nel corso del racconto e bisognò deviarne come per una intenzione espressa. I pastori vengono ad adorare il Bambino-Dio; essi lo trovano con Maria e Giuseppe, riconoscono ciò che loro era stato detto di lui, e se ne ritornano meravigliati; ecco, a quel che pare, tutto il mistero. Ma no. L’evangelista mira a farci conoscere che un cuore fra tutti i cuori è stato penetrato di tutte queste cose divine, le ha conservate e pesate in tutto il loro valore. Maria di tutte queste cose faceva tesoro, paragonandole in cuor suo. Vale a dire, che Maria, e Maria sola fra tutti gli astanti, si levava a tutta l’altezza di questi misteri per la sua fedeltà fino a non perderne nulla, e per la sua applicazione a meditarli, a nutrirsene, a paragonarne tutti gli insegnamenti gli uni con gli altri, a far tesoro dei lumi e delle grazie nel suo cuore. Ecco ciò che vogliono significare queste parole così semplici e così comuni, ma che contengono l’elogio della più eminente virtù. Esse ci aprono questo gran cuore, questo santo cuore di Maria, e ce ne danno la più vasta idea, facendoci conoscere che, avendo essa ricevuto lumi e grazie con una pienezza singolare, le ha conservate tutte, conservabat omnia, e non solamente conservate, ma coltivate, fecondate, cresciute coll’interno lavoro della sua fedeltà e recate alla più sublime perfezione. – Non ci si venga dunque più a domandare ciò che abbia fatto la santissima Vergine: le parole esposte ce l’insegnano più esattamente di tutte le storie che ci siano date delle azioni degli altri Santi. Non era necessario che si narrassero i particolari anche di quelle della santissima Vergine. La sua vita fu tutta uguale e tutta uniforme. Ella non fece che una sola cosa; ma la grande e mica cosa: Ella ha conservato le azioni e le parole della capienza eterna nel suo cuore. Questo tratto termina degnamente il mistero dell’adorazione dei pastori, nel Vangelo; esso ne è come la morale, e sembra altresì dirci, come altrove l’abbiamo giuro, che, conservando così tutte queste cose nel suo cuore per se medesima, Maria le conservava per noi, per la Chiesa, e pel mondo, come la degna depositaria di questi misteri, di cui essa doveva essere poi il testimonio.

III.

Finalmente, d terzo mistero dell’adorazione dei Magi, viene a compiere, insieme con quedo dei pastori, il gran mistero della nascita del Figliuolo di Dio. L’insegnamento che esso ci dà, pare giovi doppiamente con quello che abbiamo teste ricevuto. Si tratta ancora di Gesù Bambino, adorato nelle braccia di Maria. Ma questa rappresentazione del medesimo mistero, fatta da un evangelista diverso da quello che ci ha fatto il racconto dei pastori, è una prova manifesta dell’importanza che Dio ha voluto che noi vi attribuissimo. Si direbbe che Gesù Cristo non sapesse troppo, a suo piacere, mostrarsi bambino fra le braccia di sua Madre. Egli vuol far vedere tutta la sua debolezza in tale stato, ed e su questo trono che vuol far adorare tutta la sua grandezza. Non vi fu tempo della sua vita, in cui egli apparisse cotanto uomo e fosse cotanto riconosciuto Dio. E siccome vuol trarre da Maria la più sensibile testimonianza della sua debolezza umana, così sopra Maria riflette il più vivo splendore della sua divinità. – Perché non bastava l’adorazione dei pastori; ci voleva ancora l’adorazione dei re. Non bastava l’adorazione Dei Giudei; ci voleva l’adorazione dei gentili, Non bastava la natura angelica: ci voleva altresì la natura fisica per divulgare questo grande insegnamento. E quanti altri particolari insegnamenti vi si trovano contenuti! Noi trascuriamo di manifestarli, perché, quantunque nello stadio di questo mistero ci siamo proposti specialmente la gloria di Maria, pure tutto ciò che concorre a farcelo conoscere, giova alla parte che ella vi prende. – Senza voler scemare il prodigio celeste che trasse i Magi dall’Oriente a Betlemme, bisogna ricordare questa circostanza storica, in mezzo alla quale esso si è prodotto, e che ne era come la preparazione: cioè che « era una opinione inveterata e accreditata in tutto l’Oriente, fondata sopra antichi oracoli, che dalla Giudea doveva in quel tempo uscire una Potenza rigeneratrice dell’universo ». Tacito, Svetonio e Giuseppe riferiscono questa voce in termini talmente identici, che si vede chiaro che essi non fanno altro che ripeterla. Cicerone e Virgilio, il primo nel trattato della Divinazione, il secondo nella sua quarta Egloga, attestano anch’essi che quella era la grande preoccupazione del loro tempo. Vespasiano ed Erode cercarono di trarla a profitto della loro ambizione. Tutta finalmente la Giudea, donde era aspettato questo grande avvenimento, ne aveva fatto talmente la sua idea fissa, che, come vediamo nella storia di Giuseppe e nel Vangelo, non si trattava già di sapere se il Messia dovesse venire, ma chi fosse il Messia fra tutti i pretendenti a questo gran destino. « Se alcuno vi dirà: Ecco qui, o ecco là il Cristo, non date retta; poiché usciranno fuori falsi Cristi, e faranno miracoli e prodigi tali, da ingannare (se fosse possibile) gli stessi eletti » (Matt. XXIV, 23). Tale era lo stato degli animi nella Giudea e nell’Oriente, e questa è una delle prove più considerevoli della nostra fede. – Aggiungiamo che, fra gli antichi oracoli donde traeva b sua sorgente questa grande testimonianza profetica nella venuta del nostro Dio, Giuseppe cita quello che si legge nel libro dei Numeri: « Da Giacobbe nascerà una stella, e spunterà da Israele una verga »; e quest’oracolo è quello che fece la fortuna del falso messia Barikeba il cui nome significa figlio della stella. « Essendo adunque nato Gesù in Betlemme di Giuda, regnando il re Erode, ecco che i Magi arrivarono dall’Oriente a Gerusalemme, dicendo: Dov’è nato il re dei Giudei? Poiché abbiamo veduto la sua stella in Oriente, siamo venuti ad adorarlo ». E si crede generalmente che questi Magi venissero dall’Arabia, come indica la natura dei loro doni. Erano costoro personaggi ragguardevoli, della stirpe degli emiri, in cui si accoppiava il triplice carattere della scienza, della religione e della sovranità. Essi professavano il sabeismo o il culto degli astri, e rappresentavano così, in una delle sue fasi, ed anche nella sua fase originale, l’errore universale in cui erano immersi i gentili. Ed è manifesto che la Provvidenza, attirandoli appiè della culla di Gesù Cristo, ha voluto fare di essi come i deputati dell’avvenire, come le primizie della conversione del mondo pagano al Cristianesimo. Questo disegno è reso più manifesto quando si mette accanto all’adorazione dei pastori. Questi rappresentavano i Giudei. E come la fede del Messia doveva riunire i due popoli, il giudaico ed il gentile, così la sua culla ne riceve le adorazioni; solo che il giudeo è il figlio della prima alleanza, di cui il gentile ha fuggito il giogo; e per questo i pastori sono chiamati da luoghi assai prossimi e dalle vicinanze di Betlemme, come i domestici della fede; e i Magi sono chiamati assai da lontano e dal fondo dell’Arabia, come immersi nelle tenebre dell’infedeltà. Per la medesima ragione, i giudei, accostumati ad un santo commercio con Dio ed alle apparizioni degli spiriti celesti, sono avvertiti dagli angeli, come da loro fratelli ed eguali. Ma i gentili non danno che lo spettacolo della natura, la luce esteriore del sole e delle stelle: essi ne hanno fatto i loro Dei; ed è perciò che la Provvidenza si serve di questo soggetto del loro traviamento, per farne lo strumento della loro conversione. È una stella quella che li attrae e li guida a Betlemme; ma una stella miracolosa, una stella intelligente, o piuttosto una intelligenza stellata. Questo è ciò che essi medesimi fanno comprendere, quando dicono: Noi abbiamo veduto la sua stella: la stella di Gesù, cotesta meravigliosa stella, la quale non faceva che spuntare e scintillare, apparendo e scomparendo agli occhi dei Magi, ma che poscia, ingrandendo, diventò quel luminoso e permanente sole della fede cristiana, che illumina tutte le nazioni. C’è ogni ragione di credere che questa stella, oltre l’allettativa interiore che Gesù esercitava sul cuore dei Magi, trovava un concorso potente in quella preoccupazione generale che faceva rivolgere allora tutti gli occhi dell’Oriente e dell’Occidente verso la Giudea, come verso il punto dell’adempimento dell’antica profezia: Da Giacobbe nascerà una stella, da Giacobbe verrà il Dominatore (Num. XXIV, 17, 18). – Il che è ciò che si manifesta nel seguito del divino racconto: « Sentite il re Erode tali cose, si turbò, e con lui tutta Gerusalemme. E adunati tutti i principi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, domandò loro dove avesse a nascere il Cristo. Essi gli risposero in Betlemme di Giuda. Poiché così è stato scritto dal profeta: E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei la più piccola tra le principali di Giuda; poiché da te uscirà il condottiero che reggerà Israele, d mio popolo. Allora Erode, chiamati segretamente a se i Magi, s’informò da loro in qual tempo fosse loro comparsa la stella. E mandandoli a Betlemme, disse: Andate e fate diligente ricerca di questo Fanciullo; e quando l’abbiate trovato, fatemelo sapere, affinché ancor io vada ad adorarlo ». Questo non è un racconto: è l’azione medesima che avviene sotto i nostri occhi; ed un’azione talmente pubblica e storica, che l’evangelista, riferendola in seno al paese e nella sua lingua, n’è evidentemente il sincero e fedele narratore. Il turbamento di Erode e di Gerusalemme insieme con lui, alla venuta ed alla domanda dei Magi, è affatto conforme alla preoccupazione generale degli animi intorno alla venuta del Messia, di cui l’evangelista non ci parla, ma che essendoci attestata da tutta la storia profana, ne conferma maggiormente il racconto. Erode, in particolare, che era uno dei più ambiziosi competitori della regia dignità del Messia, e che giunse a raccogliere ed a formare, come tanti altri, una setta di fanatici sotto il nome di erodiani, dovette soprattutto esserne turbato; e Gerusalemme, il cui destino politico e religioso era attaccato a questo grande avvenimento, dovette esserne turbata con lui. Perciò si congregarono i Consigli pubblici: l’uno dei principi dei sacerdoti, che era come, un senato ecclesiastico; l’altro degli scribi del popolo, che era fuor d’ogni dubbio una magistratura civile. La risposta che essi danno è chiara e pronta. Tutti avrebbero fatto una eguale risposta, tanto essa era chiaramente dettata da ben tre secoli dal profeta Michea. Questa profezia del luogo preciso, quantunque oscuro, in cui doveva nascere d Dominatore, che tutta la terra aspettava e tutta la terra adora, è una delle mille prove abbaglianti della verità di nostra fede, che fanno dell’incredulità un mistero più grande di quelli che essa nega di credere. – Ma ciò che noi dobbiamo considerare è la sorte di questa incredulità negli Ebrei, è il disegno di Dio quale era stato annunziato e che si è adempiuto in questo popolo infedele; disegno che appare dalla stessa circostanza che noi studiamo. Il giudeo, come dice san Paolo, è un ceppo primitivo della nostra fede, l’olivo domestico. Il gentile è l’olivo selvatico che deve essere innestato sull’olivo domestico, deve esservi inserito come un rampollo selvatico, e riceverne l’umore e la fecondità divina. Per questa ragione, bisogna che i Magi vengano a Gerusalemme, che interroghino i Giudei, che ricevano da essi le profezie e le sante Scritture; che la perfezione della rivelazione particolare che hanno ricevuto, venga da Israele, e che sia giudicata degna, infattibile, per la sua conformità colle profezie; per questo la stella miracolosa che li aveva menati da così lontano, non li dispensa da quel ricorso, si dilegua per obbligarveli, e non ricompare che dopo che essi ne hanno ricevuto il titolo in certo qual modo della loro destinazione. – Ma nei disegni di Dio, i gentili approfitteranno delle Scritture meglio che i Giudei. Ciechi archivisti del Cristianesimo, questi le daranno a quelli, senza averle alterate. Essi vi lasceranno tutto ciò che riguarda il Messia, conserveranno religiosamente le predizioni della nascita e della morte di Lui, ma non ne faranno alcuna applicazione a Gesù Cristo; i gentili non vi vedranno che lui, ma i Giudei vi vedranno tutt’altra cosa. Bisogna perciò che gli Ebrei rispondano bene sul Messia in generale, ma che non traggano alcuna conseguenza a favore di Gesù Cristo dalla loro propria risposta; e bisogna per lo contrario che i Magi determinino la risposta generale dei Giudei alla persona di Gesù Cristo, e approfittino essi soli delle Scritture che i Giudei consultano per essi. Che disegno segreto e ben connesso racchiudono questi misteri del Vangelo, il cui racconto superficiale ci occupa così poco! Così, le opere della natura nascondono un’arte profonda sotto una facile apparenza. – « Quelli, udite le parole del re, si partirono. Ed ecco che la stella veduta da loro in Oriente andava loro davanti fintantoché, arrivata sul luogo in cui stava il Bambino, si fermò. E veduta la stella, si riempirono di stragrande allegrezza; ed entrati nella casa, trovarono il Bambino con Maria sua Madre, e prostratisi lo adorarono e aperti i loro tesori, gd offrirono i doni: oro, incenso e mirra ». – Bastò dire ai pastori una parola del Messia, e subito essi la compresero, si posero in viaggio per adorarlo, senza alcun bisogno di guida. La semplicità della loro anima e la familiarità delle cose di Dio, lo fanno ad così facilmente trovare. Ma tutto è nuovo pei Magi. Essi hanno bisogno di una guida in quel nuovo e sconosciuto cammino: essi sono oltremodo turbati appena si dilegua dai loro occhi la stella, ed esultano di gioia nel ritrovarla e nel vederla fermarsi al luogo  preciso della loro ricerca. Esatto indizio della difficoltà che hanno i savi del mondo, i re della scienza e dello spirito, i magi della filosofia, di discernere le cose della fede, e della necessità in cui sono di assoggettare i loro lumi naturali, per grandi che siano, al lume soprannaturale dell’insegnamento divino, per quanto piccola cosa loro sembri. Questo è il disegno della rivelazione cristiana che, sin dada culla di Gesù Cristo, ci fa vedere in azione questa verità che uscirà un giorno dalla divina sua bocca: « Io ti ringrazio, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenute occulte queste cose ai saggi e prudenti, e le hai rivelate ai piccolini ». Ammirabile economia, che mette la massima sommissione dal lato ove deve trovarsi il più alto orgoglio, e il più facile accesso dal lato della estrema ignoranza! Fedeli e sottomessi al celeste insegnamento, i Magi entrarono nella casa: trovarono il Bambino con Maria sua Madre, e prostratisi l’adorarono. Che meravigliosa lezione! ecco i Magi che non entrarono nella fede con altri fini, né con altre condizioni che quelle dei pastori. Non è Gesù glorioso, e neppure Gesù dottore che loro è dato di trovare a bella prima; è Gesù Bambino. « Che fate voi o Magi? Esclama S. Bernardo; che fate voi? Voi adorate un bambino poppante, sotto un tetto di paglia, in miserabili fasce? È forse questi un Dio? Dio, sicuramente e nel suo tempio: il Signore è nel cielo, solo dimora degna di lui; e voi, voi lo cercate in una vile stalla, al seno di sua Madre? (Serm. 1 in Epiph.). Come mai questi savi personaggi sono diventati così pazzi…? Eh! si sono fatti pazzi per diventar sapienti. Lo spirito di Dio li ha istruiti anticipatamente di quello che l’Apostolo doveva poscia predicare al mondo, che “se alcuno si tiene per sapiente, secondo questo secolo, diventi stolto, affine di essere sapiente. Poiché quando nella sapienza di Dio il mondo non conobbe Dio per mezzo della sapienza, piacque a Dio di salvare i credenti per mezzo della stoltezza della predicazione”. Colui medesimo che ha condotto i Magi, li ha così istruiti ». – E in essi Egli istruisce anche noi di questa grande verità, che Gesù Bambino è quegli che noi dobbiamo specialmente cercare e adorare, e che per conseguenza noi non lo possiamo trovare che con Maria sua Madre. Come Gesù Bambino non può stare senza sua Madre, così noi non possiamo a meno di adorarlo nelle braccia di Lei, di onorare per conseguenza questa Madre col più alto onore che possa tributarsi dopo quello dell’adorazione; poiché deve approssimarsi a questa nella proporzione dell’unione, della consanguineità e dell’affinità che unisce il Figliuolo a sua Madre, e il Bambino-Dio a sua Madre Vergine. E ciò per un grande e commovente disegno; cioè per testificare il mistero dei misteri, d mistero dell’incarnazione; il mistero di Dio fatto uomo e Figliuolo dell’uomo. – Questo è tutto il Cristianesimo, che è propriamente il culto del Figliuolo dell’uomo e della Madre di Dio. Due culti che si chiamano, che si abbracciano, che si uniscono così strettamente come il Figliuolo e la Madre. Per dare al mondo questo grande insegnamento, Dio ha fatto venire i Magi dall’Oriente ai piedi del Bambino- Dio, come aveva fatto venire i pastori; ed il Vangelo ci ha fatto questo doppio racconto. Per questo Egli ha voluto che il culto incontrastabilmente più fervoroso e più solenne di adorazione, che il Figliuolo di Dio ricevesse mai durante la sua vita mortale, gli fosse offerto in tale stato, e gli fosse tributato assai più dai Magi che dai pastori. – E invero il Vangelo ci fa bensì supporre, ma non ci dice in alcun modo che i pastori abbiano adorato il Bambino-Dio; mentre pei Magi pare che si studi di mostrarceli prostrati nella polvere in ragione medesima della loro sapienza, della loro ricchezza e grandezza, di cui fanno a Gesù la simbolica offerta. Essi dichiarano altamente ad Erode che sono venuti dall’Oriente per adorarlo; e appena furono entrati e videro il Bambino con Maria sua Madre, prostratisi, lo adorarono. E aperti i loro tesori, gli offrirono i doni, oro, incenso e mirra. Oh che fede! che umiltà! che fedeltà! che semplicità! Che esempio per noi dei sentimenti che dobbiamo portare appiè degli altari di Gesù e di Maria! « A chi paragonerò io questi uomini? dice ancora san Bernardo. Se io considero la fede del buon ladrone, la confessione del centurione, essi la vincono d’assai, perché, al tempo di costoro, Gesù aveva già fatto moltissimi miracoli, era stato preconizzato da molte voci, aveva ricevuto molte adorazioni In tutto questo io vi prego di considerare e di notare come la fede, che si dice cieca, è chiaroveggente, come essa ha occhi di lince, tanto che scopre il Figliuolo di Dio in un bambino poppante, in un condannato a morte, in un moribondo ». I Magi scoprivano così in questo Bambino colui che dopo di essi tutta la terra doveva adorare. Ed ora che questa adorazione universale di oltre diciannove secoli, che tutte le meraviglie e tutti i benefizi che la giustificano prodigiosamente, sono venuti a manifestarci il Dio e la Madre di Dio, chi è savio, chi chiaroveggente e veramente illuminato: quelli che non vedono ancora, che non sanno ancora trovare il Bambino colla Madre, oppure quelli che, prostrandosi coi Magi, gli offrono tutti i tesori del loro cuore?

8 DICEMBRE 2020: FESTA DELLA IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA SS. MADRE DI DIO, LA VERGINE MARIA

8 DICEMBRE, FESTA DELLA IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA SS. MADRE DI DIO, LA VERGINE MARIA

Præclára custos Vírginum,

Intácta mater Núminis,

Cæléstis aulæ jánua,

Spes nostra, cæli gáudium,

Inter rubéta lílium,

Colúmba formosíssima,

Virga e radíce gérminans

Nostro medélam vúlneri.

Turris dracóni impérvia,

Amíca stella náufragis,

Tuére nos a fráudibus,

Tuáque luce dírige.

Erróris umbras díscute,

Syrtes dolósas ámove,

Fluctus tot inter, déviis

Tutam reclúde sémitam.

Jesu, tibi sit glória,

Qui natus es de Vírgine,

Cum Patre, et almo Spíritu,

In sempitérna sǽcula.

Amen.

[Inno {dal Proprio dei Santi}

Illustre custode delle Vergini,

Immacolata Madre di Dio,

porta della reggia celeste,

speranza nostra e gioia del cielo;

Giglio fra le spine,

colomba bellissima,

verga dalla cui radice germoglia

il rimedio alle nostre ferite;

Torre al dragone inaccessibile,

stella propizia ai naufraghi,

difendici dalle insidie

e guidaci colla tua luce.

Dissipa le ombre dell’errore,

rimuovi gli scogli pericolosi,

gli erranti fra tanti flutti

riconduci sulla via sicura.

O Gesù, sia gloria a te,

che sei nato dalla Vergine,

insieme col Padre e collo Spirito Santo,

per i secoli eterni.

Amen.]

Dal libro del Genesi

Gen III:1-5

1 Il serpente era il più astuto di tutti gli animali della terra che il Signore Dio aveva fatto. Ed esso disse alla donna: Perché Dio v’ha comandato di non mangiare di ogni albero del paradiso?

2 La donna gli rispose: Noi mangiamo del frutto degli alberi che sono nel paradiso

3 Ma del frutto dell’albero ch’è in mezzo al paradiso, Iddio ci ha ordinato di non mangiarne e di non toccarlo, affinché per disgrazia non moriamo.

4 Allora il serpente disse alla donna: No, che non morrete.

5 Ma Dio sa che in qualunque giorno ne mangerete, s’apriranno i vostri occhi: e sarete come dèi, conoscitori del bene e del male.

 … et eritis sicut dii, scientes bonum et malum.

6 Vide dunque la donna che il frutto dell’albero era buono a mangiare, e bello a vedere, e gradevole all’aspetto: e colse di quel frutto, e ne mangiò: e ne diede a suo marito, il quale pure ne mangiò.

7 Allora si aprirono gli occhi ad ambedue: ed avendo conosciuto d’essere nudi, intrecciarono delle foglie di fico, e se ne fecero delle cinture.

8 E udita la voce del Signore Dio che passeggiava nel paradiso alla brezza del pomeriggio, Adamo colla sua moglie si nascose dalla faccia del Signore Dio in mezzo agli alberi del paradiso.

9 Il Signore Dio chiamò Adamo, e gli disse: Dove sei?

10 Ed egli rispose: Ho udito la tua voce nel paradiso: ed ho avuto timore, essendo nudo, e mi sono nascosto.

12 Ed egli a lui: Ma chi t’ha fatto conoscere d’esser nudo, se non l’aver mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?

12 E Adamo rispose: La donna che m’hai dato per compagna, m’ha dato del frutto, e io l’ho mangiato.

13 Allora il Signore Dio disse alla donna: Perché hai fatto questo? Ed ella rispose: Il serpente m’ha ingannata, e io ne ho mangiato.

14 Allora il Signore Dio disse al serpente: Perché tu hai fatto questo, sei maledetto più di tutti gli animali e le bestie della terra: striscerai sul tuo ventre, e mangerai la terra tutti i giorni della tua vita.

15 Porrò inimicizia fra te e la donna, e fra la stirpe tua e la stirpe di lei ella ti schiaccerà la testa, e tu insidierai al suo calcagno.

Sermone di san Girolamo Prete

Sull’Assunz. della D. V. M.

Chi e quanto grande sia la beata e gloriosa sempre Vergine Maria ci è dichiarato dall’Angelo da parte di Dio quando dice: «Salve, piena di grazia; il Signore è con te: la benedetta tu sei fra le donne» Luc. 1,28. E conveniva che tali doni fossero assicurati alla Vergine, sì da essere piena di grazia lei, che ha dato la gloria ai cielo, il Signore alla terra, che ha fatto risplendere la pace, ha portato la fede alle Genti, un fine ai vizi, una regola di vita, una disciplina per i costumi. E veramente piena, perché mentre agli altri si dona con misura, in Maria invece discese tutta insieme la pienezza della grazia. Veramente piena, perché sebbene la grazia si trovò nei santi Padri e Profeti, non ci fu però nella sua pienezza; in Maria invece discese tutta la pienezza della grazia ch’è in Cristo, sebbene in maniera differente. E perciò dice: «La benedetta tu sei fra le donne»; cioè benedetta più di tutte le altre donne. Ond’è che tutta la maledizione attirata da Eva fu tutta tolta dalla benedizione di Maria. Di lei Salomone nella Cantica, quasi in sua lode dice: «Vieni, colomba mia, immacolata mia. Poiché l’inverno è già passato, la pioggia è cessata e sparita» Cant. II,10. E poi soggiunge; «Vieni dal Libano, vieni, sarai incoronata» Eccli. XXIV,5. – Non immeritatamente dunque si invita a venire dal Libano, significandosi per il Libano il candore. Ella infatti era risplendente per i molti meriti e virtù, e più candida della neve, più bianca per i doni dello Spirito Santo, e presentava in tutto la semplicità della colomba; poiché quanto è avvenuto in lei, è tutto purezza e semplicità, tutto verità e grazia; tutto misericordia e giustizia che venne dal cielo; e perciò immacolata, perché al tutto senza macchia. Ella infatti divenne madre, come attesta san Geremia, ma rimanendo vergine. «Il Signore, dice, farà una novità sulla terra una donna chiuderà in sé un uomo» Jerem. XXXI, 22. Novità veramente inaudita, novità delle virtù eccedente ogni altra novità, che un Dio (che il mondo non può contenere, e nessuno vedere senza morire) sia entrato nel seno d’una vergine come in un asilo, senza essere prigioniero di questa corpo; e tuttavia Dio vi sia contenuto tutto intero: e che ne sia uscito lasciando come dice Ezechiele) la porta del tutto chiusa (Ezech. XLIV, 2. Onde si canta di lei nella stessa Cantica «Orto chiuso, fonte sigillata, le tue emanazioni sono un paradiso» Cat. IV,12. Vero giardino di delizie, che aduna tutte le specie di fiori, e i profumi di virtù; e chiuso siffattamente, che né la violenza né l’astuzia possono forzarne l’entrata. Quindi fonte sigillata col sigillo di tutta la Trinità.

Dagli Atti di Papa Pio IX

Ora la vittoria della Vergine Madre di Dio nella sua Concezione sul crudelissimo nemico del genere umano, la quale le divine scritture, la venerabile tradizione, il sentimento perpetuo della Chiesa, l’accordo singolare dei vescovi e dei fedeli, come pure gli atti insigni e le costituzioni dei sommi Pontefici avevano già meravigliosamente illustrato, Pio IX Pontefice massimo annuendo ai voti di tutta la. Chiesa risolva di proclamarla solennemente col suo supremo e infallibile oracolo. Pertanto l’otto Dicembre dell’anno mille ottocento cinquantaquattro, nella basilica Vaticana, davanti a una immensa assemblea di Padri di santa Romana Chiesa, di Cardinali e di Vescovi anche di lontanissime regioni, plaudendo l’orbe intero, solennemente proclamò e definì:

La dottrina che tiene la beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua Concezione essere stata, per singolare privilegio di Dio, preservata immune da ogni macchia di colpa originale, essere stata rivelata da Dio, e perciò doversi credere da tutti i fedeli fermamente e invariabilmente.

Omelia di san Germano Vescovo

Nella Presentazione della Madre di Dio.

Salve, o Maria, piena di grazia, più santa dei Santi, e più eccelsa dei celi, e più gloriosa dei Cherubini, e più onorevole dei Serafini, e venerabile più d’ogni altra creatura. Salve, o colomba, la quale e ci porti il frutto dell’olivo, e ci annunzi colui per cui siamo preservati dal diluvio spirituale ed è il porto della salvezza; le ali della quale risplendono come l’argento e il cui dorso come il fulgore dell’oro e dei raggi dello Spirito santissimo e illuminatore. Salve, amenissima e razionale paradiso di Dio, dalla sua benignissima ed onnipotente destra piantato quest’ oggi ad Oriente, esalante per lui il soave odore del giglio, e germogliante la rosa immarcescibile per la guarigione di quelli che avevano bevuto ad Occidente l’amarezza d’una morte disastrosa e funesta all’anima; paradiso, in cui fiorisce l’albero della vita per la conoscenza della verità, che dona l’immortalità a chi ne avrà gustato. Salve, edificio sacrosanto, immacolato, palazzo purissimo di Dio sommo Re, ornato d’ogni parte dalla magnificenza del medesimo Re Divino, palazzo che offre a tutti ospitalità e ristora con misteriose delizie; in cui si trova il talamo non manufatto dello Sposo spirituale e risplendente di svariato ornato; in cui il Verbo, volendo chiamare la umanità errante, si disposò alla carne, per riconciliare col Padre quelli che se ne erano allontanati di propria volontà. – Salve, monte di Dio fertilissimo e ombreggiato, nel quale fu nutrito l’Agnello ragionevole che portò i nostri peccati e infermità; monte, dai quale si rotolò, senza che nessuna mano la staccasse, quella pietra che frantumò gli altari degli idoli, ed è diventata testata dell’angolo «meravigliosa agli occhi nostri » Ps. CXVII, 22. Salve, trono santo di Dio, altare divino, casa di gloria, ornamento incomparabile, tesoro eletto, propiziatorio di tutto l’universo, e cielo che narra la gloria di Dio. Salve, urna formata d’oro puro, contenente la dolcezza più soave delle anime nostre, cioè Cristo, la vera manna. O Vergine purissima e degnissima di ogni lode ed ossequio, tempio consacrato a Dio eccedente in eccellenza ogni creatura, terra intatta, campo fecondo senza coltura, vigna tutta fiorita, fontana che spande acque abbondanti, vergine feconda, e madre senza conoscere uomo, tesoro asceso d’innocenza e bellezza tutta santa: colle tue accettissime e valide preghiere, grazie alla tua autorità materna, presso il Signore Dio e Creatore di tutto, il tuo Figlio generato da te senza padre terreno, degnati di prendere in mano il governo dell’ordine ecclesiastico e di condurci al porto tranquillo. – Rivesti splendidissimamente i sacerdoti di giustizia e dei sentimenti d’una fede provata, pura e sincera. I principi ortodossi, che ti hanno scelta, a preferenza d’ogni splendore di porpora o di oro e di margarite e pietre preziose, per diadema e manto e ornamento solidissimo del loro regno, dirigili nel loro governo tranquillamente e prosperamente. Abbatti e soggioga le nazioni infedeli che bestemmiano contro di te e contro il Dio nato da te; e conferma nella fede il popolo loro soggetto, affinché perseveri, secondo il precetto di Dio, nell’obbedienza e in una dolce dipendenza. Corona dell’onore della vittoria questa tua stessa città, la quale ti considera come l Signore m’ebbe con sé dall’inizio delle sue imprese, da principio, prima ancora che facesse cosa alcuna. Fin dall’eternità io sono stata costituita, ab antico, prima ancora che fosse fatta la terra. Non c’erano ancor gli abissi, ed io ero già concepita.sua torre e fondamento; custodisci, circondandola di fortezza, l’abitazione di Dio; conserva sempre il decoro del tempio; libera i tuoi lodatori da ogni pericolo e angoscia di spirito; dona la libertà agli schiavi, sii il sollievo dei viandanti privi di tetto e di ogni altro aiuto. Porgi la tua mano soccorritrice al mondo universo, affinché passiamo le tue feste nella gioia e nell’esultanza, e si terminino tutte, come questa che ora celebriamo, lasciandoci splendidi frutti in Gesù Cristo Re dell’universo e nostro vero Dio, a cui sia gloria e potenza insieme col Padre, il santo principio della vita, e collo Spirito coeterno, consustanziale e conregnante, ora e sempre e per i secoli dei secoli. Così sia.

SAN PIER CRISOLOGO

Sermone CXLII su missus est (Lc. 1. 26-30)

Avete udito oggi, fratelli carissimi, l’Angelo che trattava con Maria della redenzione dell’uomo; avete udito che si trattava di far ritornare l’uomo alla vita per quella medesima via per la quale era caduto. Si, si, tratta l’Angelo con Maria della salute, perché un altro angelo con Eva aveva trattato della rovina. Avete udito l’Angelo che con arte ineffabile costruiva il tempio della Maestà divina col limo della nostra carne. Avete udito che con mistero incomprensibile Dio è collocato in terra e l’uomo in cielo. Avete udito come in modo inaudito in un sol corpo si unisce Dio e l’uomo. Avete udito che con angelica esortazione la fragile natura della nostra carne è confortata a portare tutta la gloria della Divinità. Finalmente perché sotto tanto peso non soccombesse la sottile arena del nostro corpo in Maria e nella Vergine che avrebbe portato il frutto di tutto il genere umano non si spezzasse la tenue vèrga, una voce angelica per allontanare il timore, ecco precede dicendo: Non temere, Maria. Prima si annunzia la causa della dignità della Vergine nel nome stesso, perché Maria in ebraico significa Signora. L’Angelo dunque la chiama Signora, perché come genitrice del Dominatore lasci il timore e perché l’autorità stessa del suo Figlio obbliga a chiamarla Signora. Non temere Maria, perché hai trovato grazia. È vero, chi ha trovato grazia, non sa temere. Hai trovato grazia. Presso chi? Presso Dio. Beata colei che fra gli uomini sola avanti tutti meritò di udire queste parole: Hai trovato grazia. Quanta? Quanta aveva detto prima, cioè la pienezza della grazia. E veramente ebbe la piena grazia che con larga pioggia doveva inondare tutta la creatura. Hai trovato grazia davanti a Dio. Mentre dice questo ed egli stesso si meraviglia che solo una femmina o che tutti gli uomini per mezzo di una femmina abbiano meritato la vita, stupisce l’Angelo che Dio venga nelle angustie del seno verginale, mentre tutto il creato per Lui è troppo piccolo. Quindi è che l’Angelo indugia, segnala alla Vergine il merito, segnala la grazia, appena manifesta la causa, per prepararla lentamente, appena sopita la lunga trepidazione. Pensate, fratelli, con quanta riverenza, con quale tremore noi dobbiamo intervenire, assistere al mistero quando lo stesso Angelo non ne parla senza timore a chi ascolta con timore. – Ecco concepirai. Bene concepirai ciò che la carne ignora, ciò che la natura non ammette, di cui la nostra condizione non ha esempio. Concepirai. Chi pervenne al frutto prima di aver provato la fatica e il sudore della terra? Chi raccoglie i frutti prima di aver coltivata la pianta? Chi arrivò ad alcun punto senza percorrere strada? Chi fuori delle leggi di natura riceve incremento di natura? Beata dunque e veramente beata Maria, la quale fuori delle leggi della generazione, senza i fastidi dei dolori materni, pervenne a tanta gloria di maternità. – Beata chi accolse e conservò nel seno il pegno divino in modo che tutto l’esterno del corpo non se ne avvedesse. Beata Lei che ciò che ricevette dal cielo sul referto dell’Angelo, lo accolse nel segreto del suo pensiero. Entro la casa della Vergine il mistero celeste si svolge in modo che tutto rimanendo chiuso nulla trapela fuori. – Concepirai e partorirai un figlio. Chi entra ed esce senza lasciar segno dell’entrata e dell’uscita? Certo solo un Abitatore divino, non umano. E chi nel concepimento conserva vergine e nella nascita lascia vergine la madre, non è uomo terreno, ma celeste. Ceda dunque la legge della nostra carne, nulla rivendichi la natura, dove si introduce una legge celeste e per dar vita a progenie divina, per ossequio a Natura Divina. – Il discorso sul concepimento e sul parto non affatichi la vostra mente, né per leggerezza si commuoverà il Cristiano, poiché sono in campo insegne divine della potenza di Dio per dar vita a progenie celeste. – Concepirai e partorirai un figlio. Non disse «per te», ma disse « tuo » . Perché? Perché l’Essere santo sarà chiamato Figlio di Dio. O Vergine, la grazia ti rende madre, non la natura; la pietà volle che tu fossi chiamata madre, ciò che non consentiva l’integrità; ma nel tuo concepimento e nel tuo parto è cresciuto il pudore, è aumentata la castità, è stata confermata l’integrità e la verginità e tutte le virtù hanno perseverato. O Vergine, se per te tutto è salvo, che cosa hai dato? Se sei vergine, come sei madre? Se sei sposa, come genitrice? Colui che ha fatto sì che tutto ti fosse accresciuto, nulla ha permesso che fosse diminuito. Hai concepito il tuo Autore. Ha principio da te il Principio, è tuo figlio il tuo Padre, nella tua carne vi è il tuo Dio; per te Egli ha ricevuto la luce del mondo, dopo aver dato la luce al mondo. Avvisata dunque dall’Angelo, o Vergine, non presumere di chiamare chi nascerà tuo figlio, ma chiamalo Salvatore; perché la verginità non per sé

partorisce un figlio, ma partorisce un pegno al Creatore e l’integrità porta in seno il suo Signore, non una creatura, dicendo l’Angelo: E lo chiamerai Gesù; che nella nostra lingua vuol dire Salvatore. – Disse Maria all’Angelo: Come avverrà questo? Ecco Maria interroga. E chi interroga, dubita. Perché solo Zaccaria è ritenuto colpevole? Perché il conoscitore dei segreti non esamina le parole, ma osserva il cuore, e giudicò non che cosa avessero detto, ma che cosa sentivano nel loro cuore Maria e Zaccaria. Era infatti diverso il motivo delle due interrogazioni, era distinta la fattispecie. Zaccaria dubitò stando alle leggi della natura; dalla domanda si capisce che egli dichiara che non può avvenire ciò che Dio comanda; Zaccaria malgrado gli esempi antichi non accetta la fede; Maria senza esempio corre alla fede; questa si meraviglia del parto di una vergine, quello disputa di un concepimento coniugale. Giustamente costei parla, perché riconosce e confessa Dio disceso nel suo corpo; quello tacque finché, convinto, dal proprio corpo diede vita à quel Giovanni, che negava. – Come avverrà ciò? Perché? Perché non conosco uomo. O Donna, qual uomo cerchi? Quello che perdesti in paradiso? Restituisci l’uomo o donna, restituisci tu quello che hai perduto. Lascia la legge naturale, riconosci la legge del Creatore. Egli da te prenderà del tuo e farà un uomo; Egli che in principio ti fece e ti assunse dall’uomo. Non cercare l’uomo, cessi l’opera dell’uomo, perché a riparare l’uomo basta l’opera divina. Quindi è che Dio stesso viene a te, perché sei pentita di essere arrivata all’uomo; né carne a carne si avvicinerà, ma lo Spirito Santo discenderà in te. Perché ciò che nasce dalla carne è carne e ciò che nasce dallo Spirito è santo. Quindi chi nasce dallo Spirito, senza controversia è Dio, perché lo Spirito è Dio. – Lo Spirito Santo discenderà in te e la virtù dell’altissimo ti farà ombra. Fa ombra la potenza di Dio, perché la fragilità umana dovendo portare Dio non soccomba. La potenza dell’altissimo ti farà ombra. Il calore del nostro corpo non sa quanto protegga l’ombra della virtù divina; né cerca il segreto della mondana abitazione, colei che si vede circondata dal velo di superno splendore. Perciò l’essere santo che nascerà da te sarà chiamato Figlio di Dio. Nessuno qui prenda il termine « santo » in senso comune, ma in quel significato singolare, col quale si esclama in cielo: Santo, Santo, Santo il Signore Dio degli eserciti (Isaia VI, 5). – Si manda poi Maria da Elisabetta, la Vergine alla sterile, la giovane alla vecchia, affinché con pia gara prendano ambedue e ricevano ugualmente una la fede dalla novità, l’altra la virtù dalla necessità. – Ciò udito rispose Maria: Ecco l’ancella del Signore, si faccia a me secondo la tua volontà. Quella che è chiamata Signora dall’Angelo, si conosce e si confessa ancella. Perché l’anima devota in mezzo ai benefizi cresce in ossequio e in grazia, non in arroganza e superbia. Si faccia a me secondo la tua parola. Credendo alla parola giustamente concepisce il « Verbo ». In principio era il « Verbo » e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. (Giov. 1; 1). A tutto questo mistero giunse accettando il segreto della fede che ha udito. Quanto pecca l’eretico, che dopo le prove ancora non crede, mentre vede che Costei ha creduto tanto prima delle prove!