UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE I MODERNISTI APOSTATI DI TORNO: “INSCRUTABILI DEI CONSILIO” DI S. S. LEONE XIII

Questa è la prima Enciclica di S. S. Leone XIII, in un periodo particolarmente funesto per la Chiesa Cattolica, per il Papato, per tutta la nazione italiana, e per l’Europa in generale. Il Santo Padre però espone già i temi che gli saranno poi cari nel suo lungo ed intenso Papato: la dignità e il primato del Sommo Pontefice Romano, garanzia di ordine morale e sociale; la lotta alle conventicole delle tenebre, in primo luogo le sette massoniche che operavano con instancabile furore contro la società tutta e la Chiesa in particolare, per poterla annientare (si fueri potest!!), onde sostituirla con un potere civile autoritario mondialista al servizio delle potenze infernali (cosa oggi visibilmente realizzata); la restaurazione di una società cristiana che operi con equità e giustizia, senza odio, lotte o rivoluzioni violente; il recupero dei valori spirituali e di culto che per secoli hanno permesso il vero progresso civile dei popoli un tempo cristiani; la battaglia cruciale contro la rovina dell’istituto matrimoniale, i cui esiti sono oggi constatabili nelle funeste conseguenze personali, familiari e sociali, come il Papa aveva pronosticato con esattezza profetica già all’epoca: “ … l’età nostra, tutta sconvolgimenti e rovine, corre dritta al precipizio”. Oggi veramente siamo già dentro a questo precipizio, la Chiesa apparentemente distrutta e sostituita da un mostro orribile con la maschera bonaria di lupi feroci pronti a divorare l’anima di massonizzati gaudenti che credono di essere pure Cristiani mentre osannano al “signore dell’universo”, il lucifero-baphomet al quale si offre il rito della blasfema e satanica messa montini-bugniniana. Che squallore, quanto marcio fecale spacciato e confuso con l’oro! … Corruzione mascherata da santità, talari, mitra e camici che coprono grembiulini, zanne affilate, lingue biforcute e corna sporgenti. La non osservanza delle disposizioni e dei paterni ed accorati consigli dei Papi, ha portato a questo squallore sociale e spirituale odierno, al potere del demonio, ad una economia gestita da usurai ingordi, ad una Chiesa eclissata e sotterranea sì, ma ancor viva ed in attesa dell’intervento del Cristo, che “ … con il soffio della sua bocca brucerà l’anticristo” … ed i suoi adepti che occupano i sacri palazzi di un tempo, attuale covo di vipere, cobra e pitoni velenosi e mortiferi, e poi, … Ipsa conteret …

Leone XIII
Inscrutabili Dei consilio

Lettera Enciclica

Non appena, per arcano consiglio di Dio, fummo, sebbene immeritevoli, innalzati al vertice dell’Apostolica dignità, sentimmo vivissimo il desiderio e quasi il bisogno di rivolgerci a Voi non solo per esprimervi i sensi dell’intimo Nostro affetto, ma anche per soddisfare all’ufficio divinamente affidatoci di rafforzare Voi, che siete chiamati a partecipare della Nostra sollecitudine, a sostenere insieme con Noi l’odierna lotta per la Chiesa di Dio e per la salute delle anime. – Infatti fino dai primordi del Nostro Pontificato si presenta al Nostro sguardo il triste spettacolo dei mali che da ogni parte affliggono il genere umano: questo così universale sovvertimento dei principi dai quali, come da fondamento, è sorretto l’ordine sociale; la pervicacia degl’ingegni intollerante di ogni legittima autorità; il perenne stimolo alle discordie, da cui le contese intestine e le guerre crudeli e sanguinose; il disprezzo delle leggi che proteggono costumi e giustizia; l’insaziabile cupidigia dei beni caduchi e la noncuranza degli eterni, spinta fino al pazzo furore che induce così spesso tanti infelici a darsi la morte; la improvvida amministrazione, lo sperpero, la malversazione delle pubbliche sostanze, come pure l’impudenza di coloro che con perfido inganno vogliono essere creduti difensori della patria, della libertà e di ogni diritto; infine quella letale peste che serpeggia per le più riposte fibre della società umana, la rende inquieta, e minaccia di travolgerla in una spaventosa catastrofe. – La causa principale di tanti mali è riposta, ne siamo convinti, nel disprezzo e nel rifiuto di quella santa ed augustissima autorità della Chiesa, che in nome di Dio presiede al genere umano, ed è garante e sostegno di ogni legittimo potere. I nemici dell’ordine pubblico avendo conosciuto ciò, non ravvisarono mezzo più acconcio per scalzare le fondamenta della società che quello di aggredire costantemente la Chiesa di Dio, e con ingiuriose calunnie presentarla impopolare, e odiosa, quasi si opponesse alla vera civiltà; indebolirne ogni giorno con nuove ferite l’autorità e la forza, per abbattere il supremo potere del Romano Pontefice, custode e vindice sulla terra degli eterni ed immutabili principi di moralità e di giustizia. Di qua ebbero origine le leggi contro la divina costituzione della Chiesa Cattolica, che con immenso dolore vediamo pubblicate in molti Stati; di qua il disprezzo dell’autorità episcopale, e gli ostacoli all’esercizio del ministero ecclesiastico; la dispersione delle famiglie religiose, la confisca dei beni destinati al sostentamento dei ministri della Chiesa e dei poveri; la sottrazione dei pubblici istituti di carità e beneficenza dalla salutare direzione della Chiesa; la sfrenata libertà del pubblico insegnamento e della stampa, mentre in tutti i modi si calpesta e si opprime il diritto della Chiesa all’istruzione e all’educazione della gioventù. – Né ad altro mira l’usurpazione del civile Principato, che la divina Provvidenza ha concesso da tanti secoli al Romano Pontefice perché potesse esercitare liberamente e senza impaccio la potestà conferitagli da Cristo per l’eterna salute dei popoli. – Abbiamo voluto, Venerabili Fratelli, ricordarvi questo cumulo funesto di mali, non già per aumentare in Voi la tristezza che questa lacrimevole condizione di cose v’infonde nell’animo, ma perché Vi sia appieno palese a quale gravissima condizione siano condotte le cose che debbono essere l’oggetto del nostro ministero e del nostro zelo, e con quanto impegno sia necessario adoperarci per difendere e tutelare come possiamo la Chiesa di Cristo e la dignità di questa Sede Apostolica, assalita specialmente in questi tempi calamitosi con indegne calunnie. – È chiaro, Venerabili Fratelli, che la vera civiltà manca di solide basi, se non è fondata sugli eterni principi di verità e sulle immutabili norme della rettitudine e della giustizia, e se una sincera carità non lega fra loro gli animi di tutti e ne regola soavemente gli scambievoli uffici. Ora, chi oserà negare essere la Chiesa quella che, diffuso fra le nazioni il Vangelo, portò la luce della verità in mezzo a popoli barbari e superstiziosi, e li mosse alla conoscenza del divino Creatore e alla considerazione di se stessi; che abolendo la schiavitù richiamò l’uomo alla nobiltà primitiva di sua natura; che spiegato in ogni angolo della terra il vessillo della redenzione, introdotte o protette le scienze e le arti, fondati e presi in sua tutela gl’istituti di carità destinati al sollievo di qualunque miseria, ingentilì il genere umano nella società e nella famiglia, lo sollevò dallo squallore, e con ogni diligenza lo foggiò conforme alla dignità e ai destini della sua natura? Se un confronto si facesse fra l’età presente, decisamente nemica della Religione e della Chiesa di Cristo, e quei fortunatissimi tempi nei quali la Chiesa era venerata come madre, si scorgerebbe con evidenza che l’età nostra, tutta sconvolgimenti e rovine, corre dritta al precipizio, e che al contrario quei tempi tanto più fiorirono per ottime istituzioni, per vita tranquilla, ricchezze e ogni bene, quanto più i popoli si mostrarono ossequienti al governo e alle leggi della Chiesa. Pertanto se i moltissimi beni, che testé ricordammo come derivati dal ministero e dal benefico influsso della Chiesa, sono opere e splendore di vera civiltà, tanto è lungi dalla Chiesa il volerla schivare od osteggiare, ché anzi a buon diritto se ne vanta nutrice, maestra e madre. – Anzi, una civiltà che si trovasse in contrasto con le sante dottrine e le leggi della Chiesa, della civiltà non avrebbe che l’apparenza e il nome. Ne sono manifesta prova quei popoli cui non rifulse la luce del Vangelo, presso i quali poté talvolta ammirarsi una esteriore lustra di civiltà, ma giammai i veraci ed inestimabili suoi beni. – No, non è perfezionamento civile lo sfacciato disprezzo d’ogni legittimo potere; non è libertà quella che attraverso modi disonesti e deplorevoli si fa strada con la sfrenata diffusione degli errori, con lo sfogo di ogni rea cupidigia, con l’impunità dei delitti e delle scelleratezze, con l’oppressione dei migliori cittadini. Essendo tali cose false, inique ed assurde, non possono certamente condurre l’umana famiglia a perfetto stato e a prospera fortuna, perché “il peccato immiserisce i popoli” (Pr. XIV, 34): ne consegue che, avendoli corrotti nella mente e nel cuore, con il loro peso li trascinano a rovina, sconvolgono ogni ordine ben costituito, e così, presto o tardi, conducono a gravissimo rischio la condizione e la tranquillità della pubblica cosa. – Qualora poi si volga lo sguardo alle opere del Pontificato Romano, qual cosa può esservi di più iniquo che il negare quanto bene i Pontefici Romani abbiano meritato di tutta la società civile? Certamente i Nostri Predecessori, al fine di procacciare il bene dei popoli, non esitarono ad intraprendere lotte di ogni genere, sostenere gravi fatiche, affrontare spinose difficoltà; e con gli occhi fissi al cielo, non curvarono mai la fronte alle minacce degli empi, né vollero con degeneri consensi tradire per lusinghe e promesse la loro missione. Fu questa Sede Apostolica che raccolse e cementò gli avanzi della vecchia società cadente; fu essa la benigna fiaccola che fece risplendere la civiltà dei tempi cristiani; fu essa, l’ancora di salvezza tra le fierissime tempeste che sbatterono l’umanità; il sacro vincolo di concordia che strinse fra loro nazioni lontane e diverse per costumi; fu infine il centro comune di religione e di fede, di azione e di pace. Che più? È vanto dei Pontefici Massimi l’essersi costantemente opposti quale muro e baluardo, perché la società umana non ricadesse nella superstizione e nell’antica barbarie. – Oh, se questa così salutare autorità non fosse stata mai disprezzata e ripudiata! Sicuramente il Principato civile non avrebbe perduto quel carattere solenne e sacro che la Religione gli aveva impresso, e che all’uomo sembra la sola condizione degna e nobile perché ubbidisca; né sarebbero scoppiate tante sedizioni e tante guerre a riempire di calamità e di stragi la terra; né regni, una volta floridissimi, sarebbero precipitati dal sommo della grandezza al fondo, sotto il peso di tante sciagure. Ne abbiamo l’esempio anche nei popoli di Oriente: rotti i soavi legami che li stringevano a questa Sede, perdettero lo splendore dell’antica grandezza, il prestigio delle scienze e delle arti, e la dignità dell’impero. – Benefìci tanto insigni, che derivarono dalla Sede Apostolica ad ogni parte della terra, come attestano illustri monumenti di ogni età, furono specialmente sentiti da questa regione Italiana, la quale essendo più vicina ad essa per condizione di luogo, ne colse più ubertosi frutti. Sì, l’Italia in gran parte va debitrice ai Romani Pontefici della sua vera gloria e grandezza, per le quali si levò al disopra delle altre nazioni. La loro autorità e la loro sollecitudine paterna più volte la protessero dagli assalti nemici, e le porsero sollievo ed aiuto perché la fede cattolica si mantenesse sempre incorrotta nel cuore degli Italiani. – Per tacere dei meriti degli altri Nostri Predecessori, citiamo particolarmente i tempi di San Leone Magno, di Alessandro III, di Innocenzo III, di San Pio V, di Leone X e di altri Pontefici, nei quali per opera o protezione di quei sommi, l’Italia scampò alla suprema rovina minacciatale dai barbari, salvò incorrotta l’antica sua fede, e tra le tenebre e lo squallore di un’epoca decadente nutrì e conservò vivo il fuoco delle scienze e lo splendore delle arti. Lo attesta questa Nostra alma Città, sede dei Pontefici, la quale trasse da essi tale singolarissimo vantaggio da divenire non solo rocca inespugnabile della fede, ma anche asilo delle belle arti, domicilio di sapienza, meraviglia e modello di tutto il mondo. Ricordato lo splendore di queste cose, affidato ad imperituri monumenti, si comprende facilmente che solo per astio e per indegna calunnia, al fine d’ingannare le moltitudini, si poté a voce e per iscritto insinuare che la Sede Apostolica sia un ostacolo alla civiltà dei popoli e alla felicità dell’Italia. – Quindi se le speranze dell’Italia e del mondo sono tutte riposte nella benefica influenza della Sede Apostolica, a comune vantaggio e nella unione intima di tutti i fedeli con il Romano Pontefice, ragione vuole che Noi Ci adoperiamo con la cura più solerte a conservare intatta la dignità della Cattedra Romana, e a rafforzare sempre più l’unione delle membra col Capo, dei figli col Padre. – Pertanto a tutelare innanzi tutto, nel miglior modo che Ci è dato, i diritti e la libertà della Santa Sede, non cesseremo mai di esigere che la Nostra autorità sia rispettata, che il Nostro ministero e la Nostra potestà siano pienamente liberi e indipendenti, e Ci sia restituita la posizione nella quale la Sapienza divina da gran tempo aveva collocato i Pontefici Romani. – Non è per vano desiderio di signoria o di dominio che Ci muoviamo, Venerabili Fratelli, per questa restituzione; Noi la reclamiamo perché lo esigono i Nostri doveri e i solenni giuramenti da Noi prestati; e perché non solo il Principato è necessario alla tutela e alla conservazione della piena libertà del potere spirituale, ma anche perché risulta evidente che quando si tratta del Dominio temporale della Sede Apostolica, si tratta altresì del bene e della salvezza di tutta l’umana famiglia. Quindi Noi, per ragione dell’ufficio che Ci impegna a difendere i diritti di Santa Chiesa, non possiamo affatto dispensarci dal rinnovare e confermare con questa Nostra lettera tutte le dichiarazioni e le proteste che il Nostro Predecessore Pio IX di santa memoria fece ripetutamente, sia contro l’occupazione del Principato civile, sia contro la violazione dei diritti della Chiesa Romana. Contemporaneamente Ci rivolgiamo ai Principi e ai supremi Reggitori dei popoli scongiurandoli, nel nome augusto dell’Altissimo Iddio, a non voler rifiutare in momenti così perigliosi il sostegno che loro offre la Chiesa; e ad unirsi concordi e volonterosi intorno a questa fonte di autorità e di salute, e a stringere vieppiù con essa intimi rapporti di rispetto e di amore. Faccia Iddio che essi, convinti di queste verità, e riflettendo che la dottrina di Cristo, come diceva Agostino, “se viene seguita, è sommamente salutare alla Repubblica”, e che nella incolumità e nell’ossequio alla Chiesa sono riposte anche la pubblica pace e la prosperità, rivolgano tutte le loro cure e i loro pensieri a migliorare le sorti della Chiesa e del visibile suo Capo, preparando in tal modo ai loro popoli, avviati per il sentiero della giustizia e della pace, una felice era di prosperità e di gloria. – Affinché poi ogni giorno più si faccia salda l’unione del gregge cattolico col Supremo Pastore, ora Ci rivolgiamo, con affetto tutto speciale, a Voi, Venerabili Fratelli, impegnando il Vostro zelo sacerdotale e la Vostra pastorale sollecitudine, affinché destiate nei fedeli a Voi affidati il santo fuoco di Religione che li muova a stringersi più fortemente a questa Cattedra di verità e di giustizia, a riceverne con sincera docilità di mente e di cuore tutte le dottrine, e a rigettare interamente le opinioni, anche le più diffuse, che conoscono essere contrarie agl’insegnamenti della Chiesa. A questo proposito i Romani Pontefici Nostri Predecessori, e da ultimo Pio IX di santa memoria specialmente nel Concilio Vaticano, avendo dinanzi agli occhi le parole di Paolo: “Badate che qualcuno non vi seduca per mezzo di filosofia inutile ed ingannatrice, secondo la tradizione degli uomini, secondo i principi del mondo, e non secondo Cristo” (Col II, 8), non omisero di condannare, quando fu necessario, gli errori correnti, e di colpirli con l’Apostolica censura. E Noi, sulle orme dei Nostri Predecessori, da questa Apostolica Cattedra di verità confermiamo e rinnoviamo tutte queste condanne; e nel tempo stesso insistentemente preghiamo il Padre dei lumi che tutti i fedeli, con un solo animo e con una sola mente, pensino e parlino come Noi. Spetta però a Voi, Venerabili Fratelli, di adoperarvi a tutt’uomo affinché il seme delle celesti dottrine sia con larga mano sparso nel campo del Signore, e fino dai teneri anni s’infondano nell’animo dei fedeli gl’insegnamenti della fede cattolica, vi gettino profonde radici, e siano preservati dal contagio dell’errore. Quanto più i nemici della religione si affannano ad insegnare agli ignoranti, e specialmente alla gioventù, dottrine che offuscano la mente e guastano il cuore, tanto maggiore deve essere l’impegno, perché non solo il metodo d’insegnamento sia ragionevole e serio, ma molto più perché lo stesso insegnamento sia sano e pienamente conforme alla fede cattolica, vuoi nelle lettere, vuoi nelle scienze, ma in modo particolare nella filosofia, dalla quale dipende in gran parte il buon andamento delle altre scienze, e che non deve mirare ad abbattere la divina rivelazione, ma anzi a spianarle la via, a difenderla da chi la combatte, come ci hanno insegnato con l’esempio e con gli scritti il grande Agostino, l’Angelico Dottore, e gli altri maestri di sapienza cristiana. – Ma la buona educazione della gioventù, perché valga a tutelarne la fede, la Religione ed i costumi, deve incominciare fin dagli anni più teneri nella stessa famiglia, la quale ai giorni nostri è miseramente sconvolta e non può essere restituita alla sua dignità se non si assoggetta alle leggi con cui fu istituita nella Chiesa dal suo divino Autore. Il quale, avendo elevato alla dignità di Sacramento il matrimonio, simbolo della unione sua con la Chiesa, non solo santificò il nuziale contratto, ma apprestò altresì ai genitori e ai figli efficacissimi aiuti per conseguire più facilmente, nell’adempimento dei vicendevoli uffici, la felicità temporale e quella eterna. Ma poiché leggi inique, disconosciuto il carattere religioso del Sacramento, lo ridussero alla condizione di un contratto puramente civile, ne derivò che, avvilita la nobiltà del cristiano connubio, i coniugi vivano invece in un legale concubinato, che non curino la fedeltà scambievolmente giurata, che i figli ricusino ai genitori l’obbedienza e il rispetto, s’indeboliscano gli affetti domestici e – quel che è di pessimo esempio e assai dannoso per il pubblico costume – che spessissimo ad un pazzo amore tengano dietro lamentevoli e funeste separazioni. Disordini tanto deplorevoli e gravi debbono, Venerabili Fratelli, eccitare il Vostro zelo ad ammonire con premurosa insistenza i fedeli affidati alle Vostre cure, affinché prestino docile orecchio agl’insegnamenti che toccano la santità del matrimonio cristiano, obbediscano alle leggi con cui la Chiesa regola i doveri dei coniugi e della loro prole. – Si otterrà con ciò anche un altro effetto desideratissimo, cioè il miglioramento e la riforma degli individui, poiché come da un tronco viziato derivano rami peggiori e frutti malaugurati, così la corruzione che contamina le famiglie giunge ad ammorbare e ad infettare anche i singoli cittadini. Al contrario, in una famiglia ordinata a vita cristiana, le singole membra pian piano si avvezzeranno ad amare la religione e la pietà, ad aborrire le false e perniciose dottrine, a seguire la virtù, a rispettare i superiori e a frenare quel sentimento di egoismo che tanto degrada e snerva la natura umana. A tal fine molto gioverà regolare e incoraggiare le pie associazioni, che principalmente ai giorni nostri, con grandissimo vantaggio degl’interessi cattolici, sono state fondate. – Grandi e superiori alle forze dell’uomo, Venerabili Fratelli, sono queste cose, oggetto delle Nostre speranze e dei Nostri voti: ma avendo Iddio fatte sanabili le nazioni della terra, e avendo istituito la Chiesa per la salvezza delle genti, promettendole la propria assistenza fino alla consumazione dei secoli, abbiamo ferma speranza che, grazie alle Vostre fatiche, l’umanità, ammaestrata da tanti mali e da tante sciagure, finalmente verrà a chiedere salute e felicità alla Chiesa, e all’infallibile magistero della Cattedra Apostolica. – Intanto, Venerabili Fratelli, non possiamo porre termine allo scrivere senza manifestare la gioia che proviamo per la mirabile unione e concordia che legano gli animi Vostri fra loro e con questa Sede Apostolica. Riteniamo che esse non solo siano il più forte baluardo contro gli assalti dei nemici, ma anche fausto e lietissimo augurio di migliore avvenire per la Chiesa. Mentre tutto questo è d’indicibile conforto alla Nostra debolezza, Ci dà pure coraggio a sostenere virilmente, nell’arduo ufficio che abbiamo assunto, ogni lotta a vantaggio della Chiesa. – Dai motivi di speranza e di gaudio che Vi abbiamo manifestati, non possiamo separare le dimostrazioni di amore e di riverenza che in questo inizio del Nostro Pontificato Voi, Venerabili Fratelli, e insieme con Voi diedero alla Nostra umile persona moltissimi sacerdoti e laici, i quali con lettere, con offerte, con pellegrinaggi e con altre pie attestazioni Ci fecero palese che l’affetto e la devozione portati al Nostro degnissimo Predecessore durano nei loro cuori egualmente saldi, stabili ed interi per la persona di un Successore tanto disuguale. Per questi splendidissimi attestati di cattolica pietà, umilmente diamo lode al Signore per la sua benigna clemenza; e a Voi, Venerabili Fratelli, e a tutti i diletti Figli da cui li ricevemmo, professiamo dall’intimo del cuore e pubblicamente i sensi della Nostra vivissima gratitudine, pienamente fiduciosi che in questa angustia di cose e difficoltà di tempi non Ci verranno mai meno la devozione e l’affetto Vostro e di tutti i fedeli. Né dubitiamo che questi splendidi esempi di filiale pietà e di cristiana virtù varranno moltissimo per muovere il cuore del clementissimo Dio a riguardare propizio il suo gregge e a dare alla Chiesa pace e vittoria. E poiché speriamo che Ci siano più presto e più facilmente concesse questa pace e questa vittoria se i fedeli esprimeranno costantemente i loro voti e le loro preghiere per ottenerle, Vi esortiamo, Venerabili Fratelli, ad impegnarli e ad infervorarli a tal fine, invocando quale mediatrice presso Dio l’Immacolata Regina dei Cieli, e per intercessori San Giuseppe, Patrono celeste della Chiesa, i Santi Principi degli Apostoli Pietro e Paolo, al potente patrocinio dei quali raccomandiamo supplichevoli l’umile Nostra persona, tutta la gerarchia della Chiesa e tutto il gregge del Signore. – Del resto vivamente desideriamo che questi giorni, nei quali solennemente ricordiamo la risurrezione di Gesù Cristo, siano per Voi, Venerabili Fratelli, e per tutta la famiglia cattolica, felici, salutari e pieni di santa allegrezza; e preghiamo il benignissimo Dio che col sangue dell’Agnello immacolato, con cui fu cancellato il chirografo della nostra condanna, siano lavate le colpe contratte, e sia benignamente mitigato il giudizio a cui per quelle sottostiamo. “La grazia del Signore Nostro Gesù Cristo, la carità di Dio, e la partecipazione dello Spirito Santo siano con tutti Voi”, Venerabili Fratelli, ai quali tutti e singoli, come pure ai diletti Figli, clero e popolo delle Vostre Chiese, in pegno di speciale benevolenza e quale augurio del celeste aiuto impartiamo con tutto l’affetto l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, nel giorno solenne di Pasqua, il 21 aprile 1878, anno primo del Nostro Pontificato.

et IPSA conteret …

 

DOMENICA XXIII DOPO PENTECOSTE, VI quæ superfuit Post Epiphaniam

DOMENICA XXIII DOPO PENTECOSTE quæ superfuit Post Epiphaniam VI.

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus
Jer XXIX: 11; 12; 14
Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis. [Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete e io vi esaudirò: vi ricondurrò da tutti i luoghi in cui siete stati condotti.]
Ps LXXXIV: 2
Benedixísti, Dómine, terram tuam: avertísti captivitátem Jacob.
[Hai benedetta la tua terra, o Signore: hai distrutta la schiavitú di Giacobbe.]

Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis. [Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete e io vi esaudirò: vi ricondurrò da tutti i luoghi in cui siete stati condotti.]

Oratio
Orémus.
Præsta, quǽsumus, omnípotens Deus: ut, semper rationabília meditántes, quæ tibi sunt plácita, et dictis exsequámur et factis.
[Concedici, o Dio onnipotente, Te ne preghiamo: che meditando sempre cose ragionevoli, compiamo ciò che a Te piace e con le parole e con i fatti.]

Lectio
Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Thessalonicénses
1 Thess 1: 2-10
Fratres: Grátias ágimus Deo semper pro ómnibus vobis, memóriam vestri faciéntes in oratiónibus nostris sine intermissióne, mémores óperis fídei vestræ, et labóris, et caritátis, et sustinéntiæ spei Dómini nostri Jesu Christi, ante Deum et Patrem nostrum: sciéntes, fratres, dilécti a Deo. electiónem vestram: quia Evangélium nostrum non fuit ad vos in sermóne tantum, sed et in virtúte, et in Spíritu Sancto, et in plenitúdine multa, sicut scitis quales fuérimus in vobis propter vos. Et vos imitatóres nostri facti estis, et Dómini, excipiéntes verbum in tribulatióne multa, cum gáudio Spíritus Sancti: ita ut facti sitis forma ómnibus credéntibus in Macedónia et in Achája. A vobis enim diffamátus est sermo Dómini, non solum in Macedónia et in Achája, sed et in omni loco fides vestra, quæ est ad Deum, profécta est, ita ut non sit nobis necésse quidquam loqui. Ipsi enim de nobis annúntiant, qualem intróitum habuérimus ad vos: et quómodo convérsi estis ad Deum a simulácris, servíre Deo vivo et vero, et exspectáre Fílium ejus de coelis quem suscitávit ex mórtuis Jesum, qui erípuit nos ab ira ventúra.

OMELIA I

[Mons. Bonomelli: Omelie, vol IV, Omelia XXIII – Torino, 1899]

“Noi rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, facendo incessantemente memoria di voi nelle nostre preghiere. Ricordando la vostra fede operosa e la vostra fede travagliata e la costante speranza nel Signor nostro Gesù Cristo, al cospetto di Dio, Padre nostro, sapendo, o fratelli a Dio cari, la vostra elezione. Poiché il nostro Evangelo presso di voi non consistette soltanto in parole, ma anche in potenza ed in Spirito Santo, ed ogni pienezza, come avete veduto quali fummo tra voi per voi. E voi diventaste imitatori nostri e del Signore, ricevendo la predicazione fra grandi tribolazioni, con gaudio dello Spirito Santo. Tantoché siete stati di esempio a tutti i credenti nella Macedonia e nell’Acaia. Perché non solo la parola del Signore è passata a voi nella Macedonia e nell’Acaia, ma anche la fede che avete in Dio si è divulgata in ogni luogo, sicché non è bisogno di parlarne. Perché essi stessi raccontano di noi quale fosse la nostra entrata tra voi, e come dagli idoli vi convertiste a Dio, per servire al Dio vivo e vero, e per aspettare dal cielo il Figlio di lui (cui suscitò dai morti) Gesù, il quale ci salverà dall’ira ventura „ (I ai Tessalonicesi, I, 2-10).

In ordine di tempo questa lettera di san Paolo ai fedeli di Tessalonica, oggi dì Salonikì, una delle capitali della Macedonia, è la prima delle quattordici lettere che di lui abbiamo. L’Apostolo, vi aveva in breve tempo fondata ma Chiesa numerosa e fiorente (Atti Ap. XVII), composta specialmente di Gentili; poi costretto a partire di là per le persecuzioni degli Ebrei, era andato a Berea, poi ad Atene e finalmente a Corinto. Da Corinto aveva mandato Timoteo a Tessalonica, ed avute da lui ottime novelle di quella Chiesa, scrisse questa prima lettera, l’anno 53 o forse 54 dell’èra nostra. Essa è quasi tutta morale, e le sentenze riportate, che formano il primo capo, sono uno sfogo affettuoso del suo cuore paterno, e contengono una lode grandissima della fede di quei suoi figliuoli. – Ed ora alla spiegazione. Questa prima lettera ai Tessalonicesi, come parecchie altre di S. Paolo, è scritta a nome suo e di alcuni altri, suoi compagni e cooperatori nelle fatiche dell’apostolato. I suoi compagni e cooperatori qui nominati sono Silvano o Sila, e Timoteo, e perciò non vi deve far meraviglia se l’Apostolo parla in comune e, secondo il suo costume, comincia dagli auguri e dai rallegramenti, dicendo: “Noi rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi …” Tutto ciò che gli uomini fanno di bene, in qualunque ordine di cose, è sempre fatto con l’aiuto di Dio, senza del quale essi non possono far nulla: è dunque giusto che del bene che l’Apostolo vedeva nei suoi Tessalonicesi, ne rendesse grazie a Dio, il quale ne era la causa prima e principale. Ben è vero che questo bene era proprio dei Tessalonicesi, ma la vera carità ci fa considerare il bene altrui come nostro; il perché come del bene nostro, così del bene che vediamo in altrui, dobbiamo ringraziare Iddio, la carità rendendo comune ogni cosa. La ragione, e più assai lo spirito di fede, ci portano in tutte le cose e in tutti gli avvenimenti ad elevarci al di sopra della terra, a fissare gli occhi della mente in Lui, che è il supremo Reggitore e fonte d’ogni bene e ringraziarlo dei doni, dei quali ci è largo ad ogni istante: ecco perché S. Paolo apre la sua lettera con quelle parole: “Noi rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi,, . Non fa eccezione per alcuno, non mette restrizioni di tempo: “Per tutti e sempre. „ – E non solo S. Paolo con i suoi colleghi porge vivi rendimenti di grazie a Dio per i suoi figli spirituali, ma protesta di fare “incessantemente memoria di essi nelle sue preghiere.„ La carità vuole che procuriamo il bene per noi possibile ai nostri fratelli, giacché una carità inoperosa non si può nemmeno concepire. Ma tu dici: Io non posso far nulla di bene ai miei fratelli; sono povero, sono ignorante, i miei fratelli sono lontani, sono moltissimi, non li conosco nemmeno di nome: qual bene volete ch’io possa fare ad essi?  Grandissimo ed ogni giorno. — In qual maniera? — Facilissima. Non puoi tu pregare il buon Dio, il Padre celeste per essi? — Sì. — Ebbene, pregalo adunque per te, per i fratelli tuoi, per tutti, siano credenti o non credenti, siano buoni o malvagi, e tu hai procurato loro quel maggior bene, che per te sia possibile: tu hai imitato l’Apostolo, che nelle sue preghiere si rammentava sempre dei suoi cari neofiti di Tessalonica. La preghiera fatta a vicenda ci stringe tutti nei dolci vincoli della carità, ci affratella e sale a Dio più accettevole, è l’aiuto scambievole più facile e più efficace che possiamo prestarci quaggiù sulla terra. S. Paolo, mentre ringrazia Dio e lo prega per i Tessalonicesi, rammenta eziandio le ragioni, che a lui li facevano cari. Quali ragioni? Anzitutto la loro fede operosa: Operis fidei vestræ. Fondamento della vita cristiana, lo dissi più volte, è la fede, il conoscimento cioè di Dio e delle verità rivelate per Lui, che teniamo con la più irremovibile certezza. Ma che vale il conoscimento della verità senza le opere della verità? Ciò che vale il fondamento senza la fabbrica, il seme senza il frutto, il disegno senza l’edificio. La fede si compie nelle opere, e per questo S. Paolo, facendo l’elogio dei Tessalonicesi, scrive che ricordava bene la loro fede operosa, cioè la loro condotta conforme alla fede. Dilettissimi! Noi, per divina bontà, abbiamo la fede dei Tessalonicesi: ma con essa abbiamo anche le loro opere? Se Paolo comparisse in mezzo a noi e fosse testimonio della nostra condotta quotidiana, potrebbe dire di noi: « Vedo la vostra fede operosa? „ Io non lo so! E la risposta la lascio alle vostre coscienze. Ciò che so e vedo è che molti Cristiani vivono come se non fossero Cristiani, a talché se si trovassero in mezzo a pagani difficilmente si potrebbero da loro distinguere quanto alla condotta morale. Sono Cristiani perché battezzati e perché essi stessi si professano Cristiani; ma le loro opere ohimè! non sono da Cristiani. Quale contraddizione! quale vergogna per il nome Cristiano! quale argomento di bestemmia contro la nostra santa Religione! Dirsi Cristiani e vivere quasi da pagani! “La fede, scrive altrove l’Apostolo, è la prima, poi la speranza, e poi la carità, e maggiore di tutte, quasi corona delle altre, è la carità : „ sono quelle tre virtù, che avendo per oggetto Dio, si dicono anche teologali, e senza di esse è impossibile salvarci. Qui pure san Paolo le ricorda, invertendo lievemente l’ordine; infatti dice: “Rammentando l’operosa vostra fede e la carità travagliata e la costante speranza: Laboris charitatis et sustìnentìæ spei. Penso che S. Paolo chiami travagliata la carità e costante la speranza dei Tessalonicesi, perché dovevano aver sofferte molte molestie e gravi tribolazioni per la fede, ancorché noi non ne conosciamo i particolari; ma in quei principi della Chiesa ed in quei tempi le prove più dure e le persecuzioni più crudeli erano pressoché quotidiane; da una parte gli Ebrei, sempre nemicissimi dei Cristiani, dall’altra i Gentili, armati della legge e forti delle tradizioni pagane, non davano tregua ai seguaci del Vangelo, vessandoli ed opprimendoli in mille guise. Essi non potevano attingere la forza necessaria per resistere a sì fieri cimenti che nella fede, nella speranza e nella carità, i tre vincoli che ci legano a Dio e che ci fanno forti della sua fortezza. Noi pure, o cari, siamo ogni giorno sottoposti alle prove della vita cristiana: non saranno sì dure come quelle dei primi Cristiani, no: ma sono prove spesso penose, lunghe, e sotto le quali non pochi dei fratelli nostri soccombono. Vogliamo agevolare e assicurare la vittoria? Con la fede leviamo a Dio la nostra mente, con la speranza e con la carità leviamo a Lui le nostre aspirazioni e il nostro cuore, a Lui teniamoci saldamente uniti, e la vittoria non potrà fallire. Ho visto assai volte una navicella con salda fune raccomandata ad una massiccia colonna di pietra ergentesi sulla riva: i venti qua e là furiosamente la trabalzavano, e ad ogni istante pareva la dovessero sommergere o sfasciare; ma a poco a poco la procella cessava, le onde si calmavano e la navicella appariva intatta, ferma ai piedi della colonna, e quasi riposante sulle acque. Ecco un’immagine dell’anima nostra, allorché con la triplice fune della fede, della speranza e della carità sta fortemente unita a Dio. Finché con questa triplice fune stiamo uniti a Dio, non temete, il naufragio è impossibile. Rammentando io, anzi, vedendo io, così l’Apostolo, queste prove, queste opere della vostra fede, della vostra carità, della vostra speranza, ne traggo argomento sicuro, che siete stati veramente eletti da Dio, che avete la sua grazia e siete cari a Lui: Scientes, fratres dilecti a Deo, electionem vestram. Allorché noi vediamo un albero sostenere il furore del vento, diciamo: le sue radici sono ben salde e profonde, e gagliardo il suo tronco: similmente l’Apostolo, vedendo la fermezza nella fede dei suoi Tessalonicesi, e rimirando le opere della loro carità, ne arguisce la certezza della loro elezione e l’abbondanza della grazia divina nei loro cuori, perché dall’abbondanza e dalla bontà dei frutti si conosce l’albero. L’Apostolo prosegue, svolgendo più ampiamente questo pensiero, e dice: “Poiché il nostro Evangelo presso di voi non consistette soltanto in parole, ma sì ancora in potenza e in Spirito Santo, ed in ogni pienezza, come vedeste quali fummo in mezzo a voi per voi. „ Bene a ragione, così suona il linguaggio dell’Apostolo, bene a ragione voi rimanete saldi all’insegnamento ch’io vi ho dato, perché le prove ch’io vi diedi della sua verità e divina origine non si riducevano a parole: voi le vedeste nei miracoli, che Iddio a sua confermazione operò e nella diffusione mirabile dei doni dello Spirito Santo, che fu sì piena e sovrabbondante: prove queste che Iddio si compiacque operare per mio mezzo fra voi e a vostro beneficio. L’uomo, dice sapientemente S. Tommaso, non crederebbe le verità della fede se non vedesse che è dover suo il crederle. Se così non fosse, parliamo degli adulti, che si convertono alla fede, la loro fede non sarebbe ragionevole. Chi è fuori della Chiesa non può entrare nella Chiesa che seguendo la ragione, la quale gliene mostra la divina origine, onde i Padri dissero che la ragione è il pedagogo, che guida alla fede. Non occorre qui avvertire che la grazia divina opera internamente prevenendo ed accompagnando i nostri passi. Ora come l’uomo può conoscere essere dover suo il credere le verità insegnate dalla fede? Forse perché con la sua ragione le conosce vere in se stesse, come le altre verità d’ordine naturale? No; perché queste verità, fossero anche tutte di ordine naturale, non tutti gli uomini son capaci di intenderle; una gran parte poi di esse sono sopranaturali, e superano al tutto le forze della nostra ragione. In qual modo adunque possiamo noi conoscere il dovere che ci stringe di ammetterle? Un uomo si presenta a voi: egli vi insegna una dottrina che non comprendete, vi assicura che è vera: voi lo conoscete quell’uomo: è egli onesto, pieno di sapienza, né vi è possibile nemmeno sospettare che possa o voglia ingannarvi. Sul campo di battaglia ad un generale si presenta un ordine, si comanda un movimento, del quale non vede la ragione, che anzi gli pare contrario alla ragione. Il generale guarda l’ordine scritto, riconosce la firma del suo duce superiore; non esita un istante: ubbidisce. Voi, accogliendo quella dottrina, che non comprendete: il generale ubbidendo a quel comando inesplicabile, operate forse contro ragione? No; anzi, operate secondo la ragione, perché è la ragione, la qual vuole che l’uomo si rimetta al giudizio di chi conosce essere meritevole di piena fiducia. Voi non comprendete la cosa in sé, ma la comprendete con la mente di chi sapete che la comprende. È il caso nostro, era il caso dei Tessalonicesi. Essi per fermo non potevano comprendere tutte le verità che S. Paolo insegnava loro; ma vedevano quest’uomo tutto amore della verità, disinteressato: lo vedevano predicare una dottrina che non gli fruttava nessun vantaggio materiale, che gli imponeva sacrifici d’ogni maniera e lo metteva a pericolo della vita stessa; l’udivano affermare aver egli stesso veduto Cristo risorto; lo vedevano operare miracoli splendidi, indubitati, sotto i loro occhi, in conferma di ciò che insegnava; lo vedevano adorno d’ogni virtù: come dubitare della dottrina che annunziava? Era dunque ragionevole credere a tutto ciò che insegnava, com’è ragionevole che noi pure crediamo, appoggiati alle stesse prove che n’ebbero i primi cristiani, e che non variano per mutar di tempi, anzi acquistano col tempo maggior forza ed evidenza. – S. Paolo continua l’elogio dei Tessalonicesi e le sue congratulazioni, dicendo: “Voi foste imitatori nostri e del Signore, accogliendo la predicazione, fra grandi travagli, con gaudio nello Spirito Santo. „ Voi, o Tessalonicesi, imitaste me ed i miei compagni e cooperatori nel ministero apostolico; che dico: Imitaste noi! Dirò meglio, imitaste il Signor nostro Gesù Cristo. In che cosa? “Accogliendo la verità per noi predicata ed accogliendola in mezzo a molti e grandi travagli. „ Qui si fa manifesto che i buoni Tessalonicesi avevano dovuto soffrire assai: In multa tribulatione, per la fede che avevano accolto. Ma da veri discepoli di S. Paolo e di Gesù Cristo, in mezzo ai contrasti ed ai travagli sofferti per la fede, “Erano anche ripieni di gioia — Cum gaudio Spiritus Sancti. „ Quale esempio di fede e di fortezza d’animo ci danno questi primi Cristiani! vessati, tribolati, perseguitati dalle male lingue e peggio, non venivano meno, e lungi dal lagnarsi e darsi per vinti, si rallegravano. Questo è proprio, grida il Crisostomo, di coloro che son fatti superiori alla natura, e per poco non sentono i dolori, fatti simili a Gesù Cristo che, percosso, coperto di sputi, confitto alla croce, godeva; soffriva nel corpo, ma godeva nello spirito. Non è proprio dei dolori apportare gioia, ma la gioia deriva dal patire per Cristo e dal pensiero che attraverso al fuoco delle tribolazioni si passa, mercé la grazia divina, al riposo eterno. Questa vostra condotta, prosegue S. Paolo, tessendo sempre le lodi dei Tessalonicesi, è tale, “che siete stati d’esempio a tutti i credenti nella Macedonia e nell’Acaia. „ Voi, o Tessalonicesi, imitando noi, come noi imitiamo Cristo, sulla gran via della croce, avete l’onore e la gloria d’essere modelli a tutti i credenti della Macedonia non solo, ma di tutta la Grecia. Lode più magnifica di questa non poteva farsi a quella cristianità. Come ciascun cristiano deve vivere in guisa da presentare nella propria condotta un modello da potersi imitare dai suoi fratelli, così ogni famiglia, ogni parrocchia. Carissimi! Ciascuno di noi è tale? Son tali le nostre famiglie e la nostra parrocchia? O non abbiamo per avventura da arrossire? A ciascuno di noi la risposta. Era sì luminoso l’esempio dei Tessalonicesi in Macedonia e in tutta la Grecia, che S. Paolo francamente soggiunge: “Non solo la parola del Signore è proceduta da voi nella Macedonia e nell’Acaia, ma anche la fede, che avete in Dio, si è divulgata in ogni luogo, sicché non ci è mestieri parlarne. „ Le quali parole significano che la fama della predicazione evangelica fatta da Paolo ai Tessalonicesi, per opera di questi, ebbe un’eco profonda in tutte le regioni vicine di Macedonia e d’Acaia o Grecia, e si sparse largamente per ogni dove; e non solo la fama della loro conversione risuonò in tutti i paesi finitimi, ma la loro fede, provata dalla santità della vita, si propagò per guisa, che l’Apostolo non aveva bisogno di farla conoscere. I Tessalonicesi, con la franca professione della fede e con la vita virtuosa, con la quale manifestavano ed onoravano la fede stessa, in certo modo avevano esercitato nei paesi vicini il ministero apostolico, in guisa che Paolo non aveva quasi più necessità di predicare. Essi, i Tessalonicesi, avevano narrato a tutti la venuta dell’Apostolo fra loro, e come avevano lasciato il culto degli idoli e si erano dati al servizio del Dio vivo e vero; il Dio vivo e vero qui è detto per opposizione agli dei od idoli, che non erano né vivi, né veri, ma creazioni dell’ignoranza e della impostura. Ancora una volta ci si fa conoscere la grande efficacia dell’esempio: esso è una predicazione eloquentissima per guisa, che in qualche modo sembrava pareggiare la predicazione stessa dell’Apostolo e gli faceva dire: “A me ornai non occorre parlare. „ Dove si conosce la vostra conversione e la vostra fede è quasi inutile la mia parola. Per opera vostra, o Tessalonicesi, i paesi vicini hanno potuto apprendere, che è dovere volgere le spalle agli idoli e servire al vero Dio; non solo questo hanno potuto apprendere, continua l’Apostolo, ma che per noi “si aspetta dal cielo il Figlio di Dio, Gesù, che fu risuscitato. „ È stile di S. Paolo condensare in un periodo le verità più importanti, perfino negli auguri e nei ringraziamenti, e qui ne dà un saggio. Con la conversione dal gentil esimo a Dio egli unisce il termine ultimo di tutte le cose, che è la venuta di Cristo giudice e il giudizio finale, che tutti ci aspetta. È questa una delle verità capitali della nostra fede, che se fosse più spesso richiamata alla nostra mente, scuoterebbe la nostra pigrizia, ci riempirebbe d’un santo timore e ci renderebbe più solleciti nell’adempimento dei nostri doveri. L’uomo che sovente pensa al conto strettissimo che dovrà rendere a Dio di tutta la sua vita, ed alla sentenza irrevocabile che le terrà dietro, non può non sentirsi fortemente eccitato a vivere cristianamente. In alto le menti ed i cuori, sembra gridarci l’Apostolo … in alto! Ricordate che delle opere vostre, delle vostre parole, dei vostri pensieri ed affetti risponderete in un giorno solenne a quel Gesù, che vi ho predicato, che è venuto per salvarci dal peccato, e per conseguenza per salvarci dalla pena che accompagna il peccato, che è l’ira sua e l’eterna condanna.

Graduale
Ps XLIII:8-9
Liberásti nos, Dómine, ex affligéntibus nos: et eos, qui nos odérunt, confudísti.
V. In Deo laudábimur tota die, et in nómine tuo confitébimur in sæcula. 
[Ci liberasti da coloro che ci affliggevano, o Signore, e confondesti quelli che ci odiavano. V. In Dio ci glorieremo tutto il giorno e celebreremo il suo nome in eterno.]

Alleluja

Allelúja, allelúja.
Ps CXXIX: 1-2
De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi oratiónem meam. Allelúja.
[Dal profondo Ti invoco, o Signore: o Signore, esaudisci la mia preghiera. Allelúia.]

Evangelium
Sequéntia sancti Evangélii secúndum S. Matthæum.
S. Matt XIII: 31-35
In illo témpore: Dixit Jesus turbis parábolam hanc: Símile est regnum cœlórum grano sinápis, quod accípiens homo seminávit in agro suo: quod mínimum quidem est ómnibus semínibus: cum autem créverit, majus est ómnibus oléribus, et fit arbor, ita ut vólucres cœli véniant et hábitent in ramis ejus. Aliam parábolam locútus est eis: Símile est regnum cœlórum ferménto, quod accéptum múlier abscóndit in farínæ satis tribus, donec fermentátum est totum. Hæc ómnia locútus est Jesus in parábolis ad turbas: et sine parábolis non loquebátur eis: ut implerétur quod dictum erat per Prophétam dicéntem: Apériam in parábolis os meum, eructábo abscóndita a constitutióne mundi.

OMELIA II

[Mons. Bonomelli: ut supra, Omelia XXIV- Torino, 1899; imprim.]

“Gesù agli Apostoli ed alle turbe propose un’altra parabola, dicendo: Il regno dei cieli è somigliante ad un granello di senapa, che un uomo prende e semina nel proprio campo. Esso è bene il più piccolo di tutti i semi, ma quando sia cresciuto, è maggiore di tutti gli erbaggi e diventa albero, tantoché gli uccelli dell’aria vengono e si riposano tra i suoi rami. Un’altra parabola disse loro: Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna piglia e mescola in tre misure di farina, finché tutta sia lievitata. Tutte queste cose disse Gesù alle turbe sotto la forma di parabole, e non parlava loro senza parabole, affinché si adempisse la parabola del Profeta, che dice: Aprirò in parabole la mia bocca e manifesterò cose state occulte fino dall’origine del mondo „ (S. Matteo, capo XIII, 31-35).

Allorché si seppe che Erode aveva gettato in carcere Giovanni il Precursore, Gesù lasciò la Giudea, e propriamente Gerusalemme, dove erasi recato per la festa dei Tabernacoli, e dove aveva levato di sé e della sua predicazione gran nome, e ritornò nella sua Galilea, passando di villaggio in villaggio, di città in città, annunziando quello ch’egli chiamava il regno dei cieli, ossia il Vangelo e il compimento delle promesse divine fatte per i profeti. In questo periodo della sua predicazione egli recitò molte parabole, che riflettono la natura del luogo e degli uomini ai quali predicava. Egli era in Galilea, chiamata da Plinio il giardino del frumento, e posta in parte alle rive del lago sì pescoso di Genesaret o Tiberiade. Ecco il perché delle sue parabole del seme e della zizzania, della rete gittata nel lago e del discernimento della retata. A questo tempo appartengono le due parabole che avete udite e che vi debbo spiegare. Esse sono distinte, è vero, ma il significato è identico e tende a mostrare la diffusione e la efficacia della dottrina evangelica, o della Chiesa, che è il regno di Cristo. Ed ora veniamo alla spiegazione delle due parabole. Gesù aveva recitata la parabola del buon seme, in mezzo al quale il nemico aveva poi sparso la zizzania, e per mostrare che il buon seme, cioè i fedeli, sarebbero cresciuti in gran numero, aggiunse quest’altra parabola, dicendo: “Il regno dei cieli è somigliante ad un grano di senapa, che l’uomo piglia e semina nel suo campo. „ Parve ad alcuno che la parola regno de’ cieli qui potesse indicare Gesù Cristo stesso; ma non si può ammettere, perché egli è il padrone, il re di questo regno e non il regno stesso. Senza di che Gesù Cristo è rappresentato chiaramente nell’uomo che semina il granello di senapa nel suo campo: Accipiens homo seminavit in agro suo. Nessuno di voi ignora che cosa sia la senapa, il cui sapore acre in sommo grado, fino a spremere le lacrime a chi se ne ciba, per molti rispetti è utile come condimento e come medicina. Da noi è pianta umile, ma in Oriente, e massime in Palestina, ha uno sviluppo considerevole e cresce albero alto.” Il granello di senapa, prosegue Gesù nella parabola, è il più piccolo di tutti i semi, ma quando sia cresciuto, è maggiore di tutti gli erbaggi, tantoché gli uccelli dell’aria vengono a riposarsi tra i suoi rami. „ Veramente il seme di senapa non è il più piccolo di tutti i semi: ve n’hanno altri più piccoli ancora, e non pochi, ma Cristo lo disse il più piccolo di tutti per modo di dire, per indicare il suo scopo, ed anche perché in generale questa doveva essere la credenza dei suoi uditori. Un granello sì piccolo, dice Cristo, a poco a poco cresce e diventa albero: similmente avverrà, così Egli, del regno dei cieli, della mia Chiesa. Essa è piccola, pusillus grex; è un gruppo di poveri pescatori e pubblicani, che mi seguono, ignoti al mondo e disprezzati; ma ben presto il piccolo gregge crescerà, il piccolo seme germoglierà in albero grandioso e stenderà per ogni dove i suoi rami. Era questa una figura, con la quale Gesù adombrava la sua Chiesa e l’incremento miracoloso che avrebbe ben presto avuto. – È pur sempre vera e ripiena di profonda sapienza quella osservazione volgare di S. Agostino, che le cose più grandi, avendole sempre sott’occhio, ci sembrano comuni: Assiduidate vilescunt. Quale spettacolo più grande e sublime del sole, che illumina e riscalda la terra! Dei milioni di stelle, che dipingono il cielo per tutti i tempi! Della terra, che in primavera risorge quasi da morte a vita, e qual giovane sposa si ammanta dei più vaghi colori e spande intorno i suoi profumi! E noi per poco non vi poniamo mente, perché l’abitudine ne scema e quasi ne toglie la grandezza: Assiduitate vilescunt. E ciò che avviene a noi considerando la Chiesa: il vederla al presente stabilita su tutti i punti della terra, in tutta la maestà della sua gloria e delle stupende sue creazioni ci fa quasi dimenticare l’umilissima sua origine e quasi non ci lascia vedere il miracolo della sua propagazione e conservazione. Ma piacciavi, o cari risalire i tempi: portiamoci là in Galilea, in mezzo a quei campi, dove Gesù parlava agli Apostoli ed alle turbe. Rimiratelo, questo divino Maestro: Egli fino a ieri è vissuto in una officina, lavorando come un operaio qualunque: è povero, non ha dove posare il suo capo stanco: per giunta è fieramente combattute dagli uomini del potere e della scienza: con Lui stanno alcuni pescatori ed alcuni pubblicani. poverissimi anch’essi: non scienza, non potenza, non ricchezza: non appella alle passioni ma le combatte: non blandisce il popolo, ma lo ammaestra Egli annunzia le più amare verità; è un drappello di dodici uomini illetterati, ignari del mondo, ingenui come fanciulli, vissuti sempre in quelle regioni incantevoli, sì, ma affatto isolate dal rimanente del mondo, del mondo della scienza, della forza, della grandezza. Il Capo di questo drappello non si illude sulle immense difficoltà della sua missione: sa con tutta certezza, che nella lotta con i suoi nemici soccomberà, morrà in croce, e lo sa per modo che ripetutamente l’annunzia ai suoi cari, i quali non lo possono credere. Questo piccolo drappello di uomini, che vanno errando per le colline di Galilea, senza tetto, senza danari, senza scienza umana, mendicando dì per dì il pane, ditemi, non è forse la cosa più debole, più spregevole del mondo? Non è forse vero ch’esso è simile al granellino di senapa, che l’uomo semina nel suo campo? Nulla di più evidente. Ebbene: vedete ora com’esso è cresciuto ed ha allargato i suoi rami. Quei dodici compagni di Gesù Cristo sono divenuti mille: quei settantadue discepoli sono diventati centinaia di migliaia di sacerdoti: il Vicario di Gesù Cristo siede dove a quei giorni  sedeva l’imperatore, padrone del mondo allora conosciuto: sono scomparsi gli Erodi, i farisei, gli scribi, i grandi d’allora; si ripete appena il nome dei consoli, del senato, degli imperatori, che stringevano a quei tempi in pugno le sorti dei popoli: caddero e risorsero troni, dinastie, repubbliche: si mutarono codici, istituzioni, scienze: un popolo sorse sulle rovine dell’altro per cadere anch’esso e divenire sgabello d’un altro; ma l’opera di Gesù Cristo rimase e rimane, e l’albero ogni secolo, ogni anno, ogni giorno più grandeggia. Intorno a quest’albero gigantesco, i cui rami stendono l’ombra su tutta la terra, i più gran geni — questi uccelli del cielo, dalle ali possenti — stanchi del loro volo e annoiati della loro sapienza, di secolo in secolo vengono a riposarsi all’ombra della sua dottrina, che sola dà pace, conforto e luce. “Ciò che Gesù allora vedeva e vaticinava, i suoi Apostoli non potevano che crederlo e sperarlo; noi, più felici di loro, lo vediamo. L’opera di Gesù è il prolungamento della sua Persona; il tempo ci separa da quella, ma ci fa toccar questa. „ Per vedere ed annunziare con tanta sicurezza e chiarezza l’incremento meraviglioso di quel picciolo grano, bisognava leggere nel futuro, signoreggiare gli eventi, in una parola essere arbitro assoluto d’ogni cosa; tale adunque era Gesù Cristo allorché mille e novecento anni or sono, in un angolo della Galilea, ai suoi poveri discepoli prediceva tanta grandezza. – Cercano i Padri perché mai Gesù Cristo fra i tanti semi scelse quello della senapa, e ad esso volle paragonare la miracolosa espansione del suo regno sulla terra? Perché non scelse il cedro, il terebinto, il pino, od altro albero più nobile e più eccelso, e perciò più atto ad adombrare le future grandezze della sua Chiesa? Perché, risponde S. Agostino, come il grano di senapa condisce e rende saporosi i cibi, così la dottrina del Vangelo, coll’esempio di Cristo, rende dolce e soave ciò che è duro ed aspro; come il grano di senapa caccia dal corpo gli umori viziosi, così l’insegnamento di Gesù Cristo disperde il mal germe delle nostre passioni; come il fuoco purifica ogni cosa, così la dottrina di Cristo purifica le menti ed i cuori. A questa breve parabola Gesù Cristo ne fa seguire un’altra, più breve ancora, e pur essa intesa, sotto altra forma, a riconfermare la stessa verità. – “Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prende e mescola in tre misure di farina, finché tutta sia lievitata. „ Vi piaccia, o dilettissimi, richiamare alla vostra mente una verità che ho tante volte toccata, ma che è sì cara e sì bella, che non posso non ripeterla ancora. Le verità che Gesù insegna, sono altissime e veramente divine: eppure vedete con quanta semplicità le annunzia! Parla al povero popolo: si acconcia alla sua corta intelligenza, discende sino a lui, Egli che è l’eterna sapienza: piglia le immagini più comuni, che erano sotto gli occhi di tutti mentre parlava, che tutti vedevano: il grano di senapa, l’albero, gli uccelli che vi si riparano; non basta: il lievito, che la donna mescola con la farina. Quali immagini di queste più volgari, più facili a comprendersi! E di queste Gesù si vale per sollevare le menti dei suoi cari alle più sublimi verità! Il suo linguaggio è semplice senza volgarità, è chiaro senza sforzo e senza studio, è eloquente senza arte, pieno di affetto senza perdere punto di autorità: udendolo si pensa alla verità senza badare alla forma: somiglia ad un cristallo terso e polito, attraverso al quale passa un raggio di luce: non si vede che la luce. Si direbbe che la verità è nata con quella veste; tanto le sta bene! Quale insegnamento per noi, maestri del popolo, dispensatori della divina parola! Come dobbiamo aver sempre dinanzi  alla mente questo divino Modello, massime quando parliamo a voi, o figli del popolo! – Come dobbiamo imitare la sua chiarezza e semplicità, il suo fare pieno di dignità e di affabilità, la sua bontà paterna con tutti, e particolarmente coi poveri, con gli ignoranti, non cercando di piacere, ma di giovare! O divino Maestro, fate che camminiamo sempre sull’esempio che ci avete dato, che non predichiamo noi stessi, ma la verità, che cerchiamo solamente la vostra gloria e la salvezza delle anime, per le quali avete versato il vostro sangue! – Ed ora applichiamo la parabola. Il lievito si forma della farina stessa opportunamente inacidita: mescolato poi con la farina, o meglio, con la pasta, in breve la lievita  tutta, la dilata e fa sì che il pane sia gustoso, facile a digerirsi e salubre. Chi potrebbe nutrirsi di pane non lievitato? Ora che rappresenta esso questo lievito? Gesù Cristo, o la sua dottrina, o la sua grazia, che poi è lo stesso. Che rappresenta essa quella farina, o quella pasta, che ha bisogno di ricevere il lievito? L’uman genere intero! Il Verbo divino, l’infinita sapienza e virtù del Padre si unisce all’anima e al corpo assunto in unità di persona nel seno illibato di Maria, e a quell’anima e a quel corpo benedetto comunica tutta la pienezza dei suoi doni, tantoché nella stessa umanità assunta egli diventa centro di luce, di verità e di grazia, diventa, usiamo la metafora del Vangelo, il lievito divino di tutto l’uman genere, perché tutti da Lui, e da Lui solo riceviamo ogni bene: Et de plenitudine ejus nos omnes accepimus. E vedete come opera questo lievito mescolato con la farina: opera a poco a poco, senza rumore: opera, ma a patto che venga a contatto con la farina: opera, comunicando a questa la sua virtù e diffondendola in ogni parte secondoché essa è preparata a riceverla: e la comunica in guisa che essa stessa, la farina lievitata, diventa atta a comunicare ad altra indefinitamente il lievito. Questa virtù od efficacia del lievito per se stessa non cessa mai per comunicarsi che faccia. Così avviene del lievito divino di Gesù Cristo e del suo Vangelo: esso si comunica alle anime a poco a poco, le penetra, le investe, le trasforma senza rumore, direi quasi, senza sforzo; ma per operare è necessario che vi sia qualche contatto tra Gesù Cristo e l’anima nostra. Questo contatto si ottiene mediante la parola di Dio, che per l’orecchio o per l’occhio scende al cuore; si ottiene mediante l’unione con la Chiesa, nella quale Gesù Cristo vive ed opera; si ottiene coi Sacramenti, mezzi o canali infallibili della grazia; si ottiene soprattutto ricevendo in noi debitamente la stessa adorabile persona di Gesù Cristo nella S. Eucaristia. E si riceve questo lievito divino della verità e della grazia da ciascuno che il voglia, in guisa che poi lo può comunicare ad altri, né, per parteciparsi che taccia, scema mai punto. Il lievito divino, portato da Cristo e deposto nella sua Chiesa, ogni giorno si dilata, e verrà giorno nel quale tutta l’umana natura ne sarà penetrata e felicemente trasformata. Portatori e spanditori di questo lievito santo, furono primieramente gli Apostoli e i loro successori e noi, secondo la misura delle nostre forze, proseguiamo l’opera loro. E guai a noi se non ci adopereremo secondo le nostre forze affinché il vivifico lievito si spanda nelle anime alle nostre cure commesse. – Riportata la brevissima parabola del lievito, l’Evangelista soggiunge: “Tutte queste cose disse Gesù con parabole alle turbe, e senza parabole non parlava loro. „ Da questa affermazione di S. Matteo parrebbe che Gesù presentasse sempre la sua dottrina in forma di parabole, e non mai altrimenti; la qual cosa è contraddetta dal fatto che Gesù molte volte annunziò le verità più alte senza velo di parabole, e ne siano prova irrefragabile i capi V, VI e VII dello stesso S. Matteo, dove si riporta, possiam dire, tutta la dottrina morale evangelica, nel discorso detto del monte, né vi è traccia di parabola. Come dunque si hanno da intendere queste parole dell’Evangelista? Nelle parabole riferite da S. Matteo in questo luogo, e nelle due per noi interpretate, si ribadisce costantemente l’idea della Chiesa e del regno dei cieli, che deve stabilirsi e propagarsi per ogni dove; è questa la verità che Gesù Cristo presenta sempre sotto il velame della parabola, sia perché ne rendeva più facile la intelligenza alle anime rette, sia perché non era prudenza svelare quel gran fatto futuro in tutta la sua grandezza: avrebbe urtato molti pregiudizi e avrebbe trovato increduli non pochi, né per allora v’era necessità urgente di annunziarlo apertamente. Alle parole che avete udite, l’Evangelista, a modo di conferma e spiegazione, aggiunge queste altre, con le quali si chiude la nostra omelia: “Acciocché si adempisse la parola del profeta, che dice: Aprirò in parabole la mia bocca: manifesterò cose state occulte fino dall’origine del mondo. „ Gesù parlava in parabole, così S. Matteo, adempiendo il vaticinio di Davide (Ps. LXXVII), che l’aveva tanti secoli prima annunziato, e facendo conoscere chiaramente agli uomini ciò che fino a principio i profeti ed i patriarchi avevano oscuramente promesso e indicato. Poiché è cosa manifesta che tutto ciò che Gesù Cristo fece e insegnò, in qualche modo, in Mosè e nei profeti era contenuto come in germe: tutta la economia patriarcale, profetica e mosaica era l’introduzione al regno di Cristo, era l’adombramento della sua dottrina, onde Cristo stesso appella ai profeti e a Mosè e protesta che era venuto, non a distruggere, ma sì a compiere la legge.

Credo…

Offertorium
Orémus
Ps CXXIX:1-2
De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi oratiónem meam: de profúndis clamávi ad te, Dómine.
[Dal profondo Ti invoco, o Signore: o Signore, esaudisci la mia preghiera: dal profondo Ti invoco, o Signore.]

Secreta
Hæc nos oblátio, Deus, mundet, quǽsumus, et rénovet, gubérnet et prótegat. [Questa nostra oblazione, chiediamo, o Dio, ci purifichi e rinnovi, ci governi e protegga.]

Communio
Marc XI:24
Amen, dico vobis, quidquid orántes pétitis, crédite, quia accipiétis, et fiet vobis. [In verità vi dico: tutto quello che domandate, credete di ottenerlo e vi sarà dato.]

Postcommunio
Orémus.
Cœléstibus, Dómine, pasti delíciis: quǽsumus; ut semper éadem, per quæ veráciter vívimus, appétimus.
[O Signore, nutriti del cibo celeste, concedici che aneliamo sempre a ciò con cui veramente viviamo.]

 

 

LO SCUDO DELLA FEDE (XXXVII)

[A. Carmignola: “Lo Scudo della Fede”. S.E.I. Ed. Torino, 1927]

XXXVII.

L’ORDINE E IL MATRIMONIO.

L’ordine secondo il Cattolicesimo e secondo il protestantesimo. — I preti cattivi ed oscurantisti. — Vane obbiezioni contro il celibato dei preti. — A che servono tanti frati e tante monache? — La vita di clausura. — Perché e in che modo la Chiesa osteggia il matrimonio civile? — Perché non vuole il divorzio?

— E in quanto al sacramento dell’Ordine che crea i sacerdoti, quale diversità vi passa tra i Cattolici e i protestanti!

Una diversità grandissima. Noi cattolici lo riconosciamo vero Sacramento, istituito da Gesù Cristo; che conferisce un potere spirituale di compire o amministrare gli altri Sacramenti, e la grazia di compirli e amministrarli santamente. I protestanti invece negano che Gesù Cristo abbia istituito questo sacramento e il conseguente sacerdozio: essi si ritengono tutti sacerdoti; ma siccome ci vogliono taluni a conferire il Battesimo, a celebrare la Cena e a fare il sermone, eccetera, perciò pensano doversi a tutto ciò deputare degli individui appositi, i ministri o pastori. Così che poi riteniamo che i sacerdoti hanno un potere spirituale che viene da Dio ed è un vero potere; i protestanti invece nei loro ministri o pastori riguardano dei semplici deputati per l’adempimento degli uffici religiosi, deputati che non hanno alcun potere speciale e che sono in tutto perfettamente uguali a ciascuno dei loro correligionari.

— Se la cosa è così, la condizione dei ministri protestanti è quella di semplici ufficiali.

Precisamente: ufficiali del popolo, oppure dello Stato.

— Dunque presso i protestanti non vi è autorità religiosa.

No, e se pure vi è, è data o concessa dallo Stato, rappresentante del popolo.

— Così lo Stato domina esso la religione.

Certo. In Germania il capo della religione è l’imperatore; in Inghilterra, in Danimarca, in Svezia e Norvegia i capi religiosi sono i re, oppure anche le regine. Sono essi che stabiliscono i pastori, essi che decidono le questioni religiose, essi che determinano fede e liturgia. E così presso a poco succede tra gli Scismatici di Russia, ove lo Czar è considerato il Vescovo esterno della Santa Sinodo, ma ove in realtà egli comanda a piacimento il Corpo episcopale e gli altri Ordini del Clero.

— Per altro avevo inteso dire che l’Ordine si teneva valido presso i protestanti anglicani.

Sì, a questo proposito si fecero varie volte delle questioni. Ma nel 1896 Leone XIII

ha posto fine alle medesime con un’enciclica in cui riconfermando ciò che intorno alle Ordinazioni dei protestanti Anglicani avevano già dichiarato altri Sommi Pontefici, ha nuovamente e solennemente dichiarato, essere nulle presso gli Anglicani le Ordinazioni dei così detti Vescovi e altri ministri ecclesiastici, perché  sostanzialmente cangiato e alterato il rito, ossia la forma del Sacramento sotto il re Edoardo VI. In detta Enciclica (Apostolicæ curæ) il Papa parla altresì indirettamente dei luterani, calvinisti e di tutte le altre molteplici sette protestanti [non da escludere naturalmente il satanico modernista “novus ordo” del Vaticano II, che ha modificato integralmente in senso peggiorativo anche rispetto agli anglicani, blasfemo e sacrilego, la formula consacratoria dei non-Vescovi e non-sacerdoti, rendendo così le loro ordinazioni assolutamente invalide e … carnevalesche – ndr. -], tra le quali devonsi pure annoverare i ritualisti e puseysti. Epperò resta provato per tutti costoro, che non hanno né vescovi, né sacerdoti, né sacrificio, ma che i loro così detti vescovi e ministri non sono che semplici secolari con moglie e figli.

— Stando così le cose mi pare che non ci sia da stupirsi, se tra i ministri protestanti e preti scismatici succedano tanti disordini. Tuttavia anche tra i preti cattolici ve ne sono ben bene di quelli cattivi! di quelli ambiziosi, avari, guasti!

Che ve ne siano alcuni non lo nego, ma che ve ne siano ben bene, come dici tu e come dicono tanti altri, è assolutamente falso. Del resto, che perciò? Alla fin fine non sono uomini anch’essi di carne e di ossa come voi? E per quei pochi che vengono meno alla santità del loro carattere, non ve ne sono centinaia e migliaia che vivono da preti ottimi e zelanti? Che sacrificano i loro agi, le loro sostanze, la loro vita per dedicarsi interamente al bene spirituale ed anche temporale degli uomini, loro fratelli?

— Non avrebbero tuttavia un po’ di ragione coloro che dicono i preti essere oscurantisti, nemici della scienza e del progresso?

Come? i preti oscurantisti, nemici della scienza e del progresso! Ma forse che nella lunga serie delle scoperte, che onorano lo spirito umano, non ne siano uscite dalla testa di monaci o preti? Non sono monaci, preti e vescovi che aprirono l’America a Cristoforo Colombo? Non sono preti, vescovi e Papi che protessero l’invenzione nascente della stampa? Ed oggi ancora in tutte le scienze filosofiche, storiche, fisiche, matematiche, non vediamo figurare con onore nomi di preti? Se dovessi farti dei nomi, non la finirei così presto. Oh per chi vuol aver occhi non è difficile di vedere che il prete, tutt’altro che essere oscurantista, nemico della scienza, la coltiva alacremente e benedice di cuore le sue felici applicazioni, che chiamiamo progresso.

— Mi persuado di quanto ella asserisce. Ma ora mi dica un po’: perché si obbligano i preti al celibato? Non sarebbe meglio che si ammogliassero?

Già, anche questa, che i preti debbano restare celibi, rompe i nervi a tanti messeri. Ma forseché, a chi rifletta un po’ seriamente sul ministero sacerdotale, non si manifesti la somma convenienza del celibato ecclesiastico? Il prete di consuetudine ordinaria deve celebrare ogni giorno la santa Messa; deve predicare spesso il sacro Vangelo; deve amministrare i Sacramenti, e non solo nei tempi normali, ma eziandio in tempi di colèra, di pestilenza, e simili; deve attendere al ministero delle confessioni; e per tutto ciò, pare a te che sarebbe meglio che fosse ammogliato? Sarebbe possibile allora che compiesse i suoi uffici con quello spirito di pietà, di zelo, di carità, di sacrificio, di abnegazione che si richiede? Potrebbe ancora nell’udire le confessioni godere la fiducia dei penitenti? Questi non temerebbero sempre che avesse a tradire il segreto sacramentale con la moglie? E nel caso di qualche morbo pestilenziale esporrebbe ancora con tanta facilità la sua vita per porgere agl’infermi i conforti religiosi? Eh via, lasciamo un po’ stare i preti quali sono. Se la Chiesa fin dai primi tempi ha voluto così, ne aveva certamente i suoi buoni motivi.

— Sta bene quanto lei dice. Ma Iddio non ha detto ad Adamo ed Eva: « Crescete e moltiplicatevi »? Dunque il celibato dei preti, e così pure la verginità delle monache, è contrario alla legge divina.

Caro mio, quelle parole furono più una benedizione che un precetto. E quando pure si vogliano riguardare come tale, fu fatto ai primi uomini, dai quali dipendeva la propagazione dell’uman genere, in seguito a tutta insieme la famiglia umana, nella quale non dovrà venir meno il matrimonio, ma non a tutti e singoli. Così Dio avrebbe fatto un precetto impossibile a molti, in parecchi casi assurdo, che Gesù Cristo e gli Apostoli avrebbero trasgredito per i primi.

— Ma il celibato e la verginità non riescono di danno alla società ed alla patria, cui potrebbesi dare maggior numero di figli?

E credi tu che per uno Stato, per una società qualunque, il maggior bene sia una popolazione numerosa? Molte volte ciò può essere un vero danno, massime quando in quello Stato, in quella società mancano i mezzi di vivere, manca il lavoro, l’istruzione e simili, ragioni per cui, come talora vediamo, le popolazioni sono costrette ad emigrare in massa. Del resto perché non pigliarsela col celibato forzato degli eserciti stanziarii, fonte perenne di immoralità, col celibato che molti signori impongono ai loro servi, e soprattutto col celibato licenzioso di certa gente? Perché non pigliarsela in modo speciale colle vere cause del deperimento delle nazioni, che sono la voluttà, la scostumatezza, la libertà che si concede al vizio, eccetera, eccetera?

— Sì, ciò è verissimo. Ma dacché siamo entrati in questo campo mi permetta ancora a questo riguardo una domanda. A che cosa servono tanti frati e tante monache? Non sono gente oziosa e inutile?

Ti compatisco nel tuo linguaggio, perché so bene che, anziché i sentimenti tuoi, esprimi quelli di coloro, il cui carattere distintivo è la franchezza, la leggerezza e l’impudenza nel parlare di ciò che ignorano. Tu dunque domandi a che servono tanti frati e tante monache? Ed io ti rispondo con le parole del gran Papa, che fu Leone XIII. « Gli ordini religiosi non hanno soltanto reso, fin dalla loro origine, immensi servigi alla Chiesa: li hanno anche resi alla società civile. Hanno avuto il merito di predicare la virtù alle moltitudini tanto coll’apostolato dell’esempio quanto con quello della parola, di formare ed abbellire gli spiriti coll’insegnamento delle scienze sacre e profane, e d’accrescere anche con opere brillanti e durevoli il patrimonio delle belle arti. Mentre i loro dottori illustravano le Università colla profondità e l’estensione del loro sapere, mentre le loro case diventavano il rifugio delle cognizioni divine ed umane, e nel naufragio della civiltà salvavano da certa rovina i capi d’opera dell’antica sapienza, spesso altri religiosi internavansi in regioni inospitali, paludi o foreste impenetrabili, e là prosciugando, dissodando, sfidando tutte le fatiche e tutti i pericoli, coltivando, col sudore della loro fronte, le anime nel tempo stesso che la terra, fondavano attorno ai loro conventi ed all’ombra della croce dei centri di popolazione, che diventarono borgate o città fiorenti, governate con dolcezza, dove l’agricoltura e l’industria cominciarono e prendere sviluppo. « Quando il piccolo numero di sacerdoti od il bisogno dei tempi lo richiesero, si videro uscire dai chiostri legioni di apostoli eminenti per la santità e la dottrina, che portando valorosamente il loro concorso ai Vescovi esercitarono nella società l’azione più felice pacificando le discordie, soffocando gli odi, riconducendo i popoli al sentimento del dovere e rimettendo in onore i principii della Religione e della civiltà cristiana. – « Tali sono, indicati brevemente, i meriti degli ordini religiosi nel passato. La storia imparziale li ha registrati ed è superfluo di estendervisi più lungamente. Né la loro attività, né il loro zelo, né il loro amore del prossimo si trovano oggidì menomati. Il bene che essi compiono colpisce tutti gli occhi e le loro virtù brillano di uno splendore, che nessuna accusa, nessun attacco ha potuto appannare. – « Delle Corporazioni religiose le une, votate all’insegnamento, inculcano alla gioventù, nel tempo stesso l’istruzione, i principii religiosi, la virtù ed il dovere, sui quali riposano essenzialmente la tranquillità pubblica e la prosperità degli Stati. Le altre, consacrate alle diverse opere di carità, portano un soccorso efficace a tutte le miserie fisiche e morali negli innumerevoli asili, nei quali curano gli ammalati, gl’infermi, i vecchi, gli orfani, gli alienati, gli incurabili, senza che mai alcuna opera pericolosa, ributtante ed ingrata fermi il loro coraggio o diminuisca il loro ardore. Questi meriti riconosciuti più d’una volta dagli uomini meno sospetti, più d’una volta onorati da ricompense pubbliche, fanno di quelle congregazioni la gloria di tutta quanta la Chiesa e la gloria particolare e splendente di quella patria, che esse hanno sempre servito nobilmente e che amano con un patriottismo capace, lo si vide mille volte, di affrontare con gioia la morte ». E dopo tutto ciò ti pare ancora che i frati e le monache non servano a nulla? siano gente oziosa e inutile? In quella vece non potrebbe taluno domandare con più ragione: Che cosa fanno quei gaudenti del mondo, che abbandonano i soffici letti alle dieci del mattino e passano la vita al caffè, al teatro, al giuoco, al passatempo continuo? Costoro, si può dire che sia gente molto laboriosa ed utile?

— Ella mi ha risposto veramente a tono; ma per lo meno non sono inutili le monache di clausura?

E pare a te che sia cosa poco utile offrire a Dio la propria persona in sacrificio espiatorio per coloro che si abbandonano alla colpa, pregare e lodare il Signore per coloro che lo bestemmiano, arrestare i divini flagelli e attirare le divine benedizioni, e farsi le mediatrici della grazia e del perdono, gli angeli tutelari delle famiglie, le protettrici degli Stati? Credilo, solo al dì dell’universale giudizio si potrà riconoscere e calcolare il gran bene che fecero alla società tutte le monache di clausura.

— Ho inteso a dire tuttavia che talora se ne trovano in certi monasteri di quelle che vi stanno per forza, e che per tutte la vita passa triste e rabbiosa. In questo caso non è una tirannia il costringere queste povere donne a rimanere così sepolte vive?

Anche qui tu reciti bene la lezione dei mondani ignoranti. Mettiamo pure che qualche volta nei tempi di mezzo, in cui v’erano tanti disordini ci sia stata qualche monaca costretta a rimaner chiusa in monastero contro sua voglia e menasse vita triste e rabbiosa, come tu dici; se ne potrà perciò far colpa alla Chiesa od a qualche istituto religioso, o non si deve piuttosto ascrivere il fatto alla prepotenza di qualche padre snaturato o di qualche scellerato tiranno, che così ad ogni costo volevano? Ma oggidì poi, con questi chiari di luna, è possibile che vi siano ancora delle monache per forza! E se quelle che trovansi presentemente, come tu dici, sepolte vive, lo sono di loro spontanea volontà per rendersi vittime volontarie di amore a Dio e di espiazione per i peccati dei popoli, c’è a dire che menino vita triste, rabbiosa, e si reputino infelici! Ah! io vorrei che coloro, i quali hanno sì storte idee intorno a queste avventurate colombe, che gemono di amore tra i forami della pietra, potessero vedere da vicino la pace, la gioia, la felicità vera che esse godono, e poi capirebbero quanto grande sia il loro inganno. « Se havvi al mondo persone contente ed allegre, scrive il P. Gallerani, sono i religiosi; e ciò che più monta le comunità più strette ed osservanti sono le più giulive. Tal era fra gli altri il monastero delle Carmelitane, nel quale andò a rinchiudersi Madamigella Luisa di Francia, figlia del re Luigi XV, e se ne disse beata. Pochi giorni dopo il suo ingresso furono a visitarla le reali principesse sorelle sue. Era il tempo di pasqua, quando anche le Carmelitane interrompono il lor digiuno e le principesse curiose d’assistere alla cena della sorella scesero al refettorio. Alcune patate e un po’ di latte freddo formavano tutta la cena. Esse a tal vista sospirarono profondamente, ma Luisa rideva, e cibavasi del miglior gusto del mondo. Avvezza a portare nel secolo scarpine ben comode, quando dovette mutarle nei duri zoccoli carmelitani, se le gonfiaron le gambe sì fattamente che appena poteva camminare. Il suo letto poi, oltre che duro, era per giunta sì stretto che, nel voltarsi dormendo, le occorse più volte di dar del capo nelle pareti. Ma da queste e somiglianti avventure ella non faceva altro che trarre argomento di piacevoli celie per ricreare le sorelle. – « Credetemi, ella diceva, io sono assai più felice di quel che merito, e sotto ogni rispetto ho guadagnato venendo qui. È vero che a Versailles io avevo un buon letto, ma su quel letto io non dormiva sovente che sonni interrotti: qui invece su questo duro giaciglio, appena coricata, buona notte fino al suono della campanella. Là mi vedeva dinanzi una tavola ben servita, ma bene spesso io pativa d’inappetenza; dove qui a questa mensa sì parca io porto una fame che vale per ogni salsa. Là eran poche tre ore per far la mia toeletta, qui tre minuti son anche troppi. Là due cameriere intorno a me non bastavano: qui ho due mani che mi servono meglio di tutte le cameriere. Quanto poi alla pace dell’anima, mio Dio che differenza! Io posso ben dire con verità che un solo giorno passato nella casa del Signore mi dà più contentezza che non me ne davano mille nella mia reggia ». Cosi ella. Né si creda che fosse questo un fervor passeggero. Tutta la vita le corse così serena; talché venuto a visitarla, parecchi anni dopo, il famoso Gustavo Adolfo re di Svezia, ed avendo osservato tutto il mobile della sua cella, consistente in un crocifisso, un tavolino, una sedia e un saccone per letto, « Come, esclamò, è proprio qui che abita una principessa reale di Francia? » A cui ella « Sicuramente, rispose; ed è anche qui che si dorme meglio che alla Corte; è qui che si prende questa buona cera, che voi ora mi vedete in volto e che prima io non aveva ». Ecco l a vita triste e rabbiosa delle monache di clausura! … E questo fia suggel, che ogni uomo sganni!

— E d ora quanto al matrimonio vorrei domandarle: Perché la Chiesa si ostina a non

volerlo interamente cedere alle civili autorità?

E la Chiesa credi tu che potrebbe fare ciò senza tradire il suo dovere? Il matrimonio è anch’esso un Sacramento istituito da Gesù Cristo, e Sacramento grande, come dice S. Paolo, perché raffigura l’unione indissolubile che vi è tra Gesù Cristo e la Chiesa, sua mistica sposa. Ora poiché Gesù Cristo medesimo ha affidato la cura e l’amministrazione dei Sacramenti alla sua Chiesa, ed essa sola per l’autorità ricevuta da Gesù Cristo può mantenerli tutti e costantemente nella loro integrità e convenientemente regolarli, così essa sola può mantenere e regolare il Matrimonio nella perfezione a cui fu innalzato dal Divino Redentore; epperciò ad essa sola deve sottostare questo Sacramento come tutti gli altri. Che avverrebbe del Matrimonio se fosse abbandonato all’incostanza delle leggi civili, le quali spesso hanno origine dal capriccio e dalle passioni, e le quali cangiano secondo il mutarsi dei tempi, dei luoghi e delle persone?

— Ma nel Matrimonio oltre al Sacramento non c’è anche un contratto fra i due sposi? Regoli dunque la Chiesa il Sacramento e l’amministri a chi vuole riceverlo, lo Stato regolerà il contratto.

Ma qui sta lo sbaglio, caro amico. Perciocché non si possono separare nella pratica due cose che sgorgano da una sola e medesima causa come un solo e medesimo effetto. Vedi, nell’ordine cristiano per tal modo il contratto è congiunto al Sacramento, che non vi può essere vero e legittimo contratto per gli sposi, senza che sia perciò stesso Sacramento; giacché Gesù Cristo non ha aggiunto il Sacramento al contratto, ma il contratto stesso elevò a Sacramento, per modo che nel Matrimonio cristiano il contratto ed il Sacramento si identificano in una cosa unica ed indivisibile. È chiaro adunque, che il Matrimonio cristiano nella sua essenza e nelle sue proprietà fondamentali, che sono l’unità e la indissolubilità, non può sottostare ad altro potere che a quello della Chiesa. Invano il potere civile dice agli sposi cristiani: Io vi congiungo: in fondo alla loro coscienza congiunge un bel nulla. Invano direbbe: Io vi concedo il divorzio; voi potete separarvi; non concederebbe nulla: niuna separazione sarebbe perciò legittimata dinanzi a Dio. – E se vi hanno dei Cristiani, che non curando e fors’anche disprezzando l’insegnamento della Chiesa e il volere di Dio, nel contrarre la loro unione non facciano che il così detto matrimonio civile, dinanzi alla Chiesa e dinanzi a Dio essi non sono affatto marito e moglie, epperò si trovano in continuo stato di peccato mortale.

— Ma dunque la Chiesa nega allo Stato ogni potere sul Matrimonio?

No, amico; non esagerare le mie conclusioni. Non è questo che pretenda la Chiesa. Entrando la società coniugale nella società civile, dove può essere un elemento di prosperità o di disordine, è impossibile sottrarla all’autorità di coloro, che hanno l’ufficio di provvedere al bene ed all’ordine pubblico. Per la prosperità di una nazione, per la sicurezza delle famiglie, pel giusto ordinamento della vita sociale può essere necessario che lo Stato in cose accessorie stabilisca per i contraenti il Matrimonio delle condizioni giuste, ragionevoli e salutari, a cui il Cristiano deve sottomettersi in coscienza. Che anzi non solo il potere civile deve regolare le cose accessorie del Matrimonio, ma ei dovrebbe altresì, per rispondere esattamente al suo ufficio, esigere e tutelare la santità del Sacramento. Col che, non solo egli presterebbe concorde la mano all’autorità della Chiesa, ma favorirebbe pure sommamente la vera libertà de’ suoi dipendenti, evitando per tal modo che dalle sue leggi siano talvolta impediti di santamente regolare lo stato di loro coscienza. – La Chiesa adunque non nega alla civile autorità ogni potere intorno al Matrimonio, che anzi di certi poteri vorrebbe pel bene de’ suoi figliuoli un ben più attivo esercizio; e nello stato presente di cose vuole che i fedeli compiano il così detto atto civile per assicurare ai coniugati ed alla loro prole gli effetti civili, ma la Chiesa vuole soprattutto, e in nome di Dio comanda, che il Matrimonio sia celebrato dinanzi al suo rappresentante, il sacerdote, e i Cristiani si regolino secondo la giusta credenza che il Matrimonio è un Sacramento, il quale importa un nodo indissolubile.

— Ma perché la Chiesa vuole assolutamente che questo nodo sia indissolubile?

Perché la Chiesa non può volere diversamente dal modo che vuole Iddio. E l’indissolubilità è condizione essenziale al matrimonio, secondo l’ordinamento datogli dallo stesso Dio fìn dal principio dei tempi e rinnovato chiaramente da Gesù Cristo nel santo Vangelo, dove disse: « Ciò che Dio ha congiunto, l’uomo non si attenti di separare ».

— Dunque, quando pure le leggi dello Stato approvino e concedano il divorzio, non sarà mai in nessun caso possibile?

No, mai e poi mai, neppure nel caso in cui i coniugi fossero condannati a stare per sempre separati l’un dall’altro, come ad esempio se il marito fosse condannato al carcere a vita, o fosse partito per lontano paese, dal quale non intende più ritornare. Insomma per volere di Dio il Matrimonio cristiano è un vincolo indissolubile e nessun pretesto avrà forza di romperlo. Il divorzio che si attenta di farlo non è che un orribile mostro, che senza riuscirvi, con la sua immonda bava ne avvelena l’intima vita, cagionandone spaventosi ed indicibili mali. Ma di questo basti così.

— E basti pure, perché neppur io ricerco altro.

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (VIII)

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO 

Mons. J. J. Gaume:  

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I, Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

La Città del bene e la Città del male.

CAPITOLO VII.

(seguito del precedente)

Nuove prove della riparazione del male e della possibilità della salute per tutti gli uomini — Dottrina cattolica: la circoncisione, la fede, il Battesimo — Qual fede è necessaria alla salute ed alla remissione del peccato originale — Dottrina di sant’Agostino e di san Tommaso — Dei fanciulli morti prima di nascere — Degli adulti — Riassunto delle prove e delle risposte.

« La teologia cattolica insegna, che esser salvo, vuol dire essere incorporato in Gesù Cristo, novello Adamo. Anco innanzi l’Incarnazione del Verbo e sino dall’origine del mondo, la salvezza non è stata possibile che a questa condizione. È scritto: sotto il cielo non v’è altro nome dato agli uomini per salvarsi. Ma gli uomini erano innanzi l’Incarnazione incorporati a Gesù Cristo con la fede alla sua futura venuta. Il segnale di questa fede fu la circoncisione. E innanzi a questa erano gli uomini incorporati a Gesù Cristo mediante la fede sola e mediante il sacrificio, segnale della fede degli antichi padri. Dopo il Vangelo, fu mediante il Battesimo. Questo stesso Sacramento non è stato dunque sempre necessario alla salvezza; ma la fede di cui il Battesimo è il segno sacramentale è stata sempre necessaria. » […. Et ideo licet ipsum sacramentum baptismi non semper fuerit necessarium ad salutem; fìdes tamen, cujus baptismus sacramentum est, semper necessaria fuit. S. Th. III, p. q. LXVIII, art.1, corp.]. – Si vede dunque che la circoncisione non era altro che un segno locale e passeggero. Esso, come esclusivamente proprio della stirpe giudaica non era punto obbligatorio per gli altri popoli. La stessa applicazione non si estendeva che ai figli e non alle figlie degli Ebrei. Le nazioni straniere alla posterità d’Abramo, riguardo all’espiazione del peccato originale, rimanevano come gli ebrei stessi, rispetto alle figlie, sottomesse alla condizione primitiva della legge di natura, alla fede cioè manifestata per mezzo del sacrificio. – « Il tempo anteriore al Messia e il tempo posteriore, dice un dotto commentatore di san Tommaso, sono tra loro come l’indeterminato al determinato. Prima della circoncisione, per rimettere il peccato originale non eravi alcun sacrificio determinato, né quanto alla materia, né quanto al tempo, né quanto al luogo. I genitori potevano, a questo fine, offrire il sacrificio ch’essi volevano, quando volevano, e dove volevano. La circoncisione determinò la natura e il tempo del sacrificio, pel quale i figli degli Ebrei dovevano essere purificati dalla macchia originale. – « L’ottavo giorno dopo la nascita, era fissato per questa purificazione, che non poteva essere anticipata. Se prima di quest’epoca, eravi pericolo di morte, i genitori erano ritornati nelle condizioni della legge di natura e potevano purificare il fanciullo con un altro mezzo. Il che fa dire a san Tommaso : « Come avanti l’istituzione della circoncisione la sola fede al Redentore futuro bastava per purificare i fanciulli e gli adulti, così era del pari dopo la circoncisione. Soltanto, innanzi di essa, non si pretendeva nessun segno speciale, come testimonianza di questa fede. È però probabile che in favore dei neonati in pericolo di morte, i genitori fedeli offrissero alcune preghiere al Signore, o adoprassero certa benedizione, o qualche altro segno di fede, » come gli adulti lo facevano per se medesimi e come veniva praticato per le figlie, che non erano soggette alla circoncisione. » [Viguier, Instit., c. xv, § 2, vers. S, p. 468]. Qual è questa fede, che presso i Giudei anteriormente alla circoncisione, e presso i Gentili, fino al angelo, bastava per incorporare gli uomini al secondo Adamo? Essa consisteva essenzialmente nella credenza più o meno esplicita di un vero Dio, redentore del mondo: credenza manifestata da un segno esteriore, come sacrificio, benedizione, preghiera. [S, Th. la 2æ p. CLXXIV, art. 6, corp.]. Ora, chi potrebbe provare che questa fede imperfetta non l’avesse Iddio conservata presso i pagani al grado sufficiente per la salute? Per ciò che riguarda l’esistenza di un solo Dio, sant’Agostino dice: « Le nazioni non sono giammai cadute tanto a basso nell’idolatria da avere esse perduto la nozione di un solo vero Dio creatore di tutte le cose. » [Gentes non usque adeo ad falsos Deos esse delapsas, ut opinionem omitterent unius veri Dei, ex quo est omnis qualiscumque natura. Contr. Faust, lib. XX, n. 19; id,, Lactant De errore.] – Quanto a Dio redentore, Signor nostro, non è egli chiamato il desiderato da tutte le nazioni?[Agg. II, 8]. Non si desidera ciò che non si conosce, e ciò di cui non abbisognarne. Tutte le nazioni dell’antico mondo, i Gentili come pure gli Ebrei, con la consapevolezza della loro caduta, avevano dunque la fede nel futuro Redentore. Ascoltiamo intorno a questa consolante verità, l’incomparabile san Tommaso. Dopo aver ricordato che Dio vuole la salute di tutti gli uomini, aggiunge: « Ora, la condizione necessaria della salute, è l’incarnazione del Verbo. Bisognava dunque che il mistero dell’Incarnazione fosse in qualche modo conosciuto in tutti i tempi e da tutti gli uomini. Questa conoscenza però, ha variato secondo i tempi e le persone. Adamo innanzi di peccare, ebbe la fede esplicita del mistero dell’Incarnazione in tanto che destinato alla consumazione della gloria eterna, ma non in quanto destinato alla liberazione dal peccato, mediante la passione del Redentore…. « Dopo il peccato, il mistero dell’Incarnazione fu creduto con una fede esplicita, non solamente quanto all’Incarnazione del Verbo, ma ancora quanto alla passione ed alla resurrezione, che dovevano liberare l’uomo dal peccato e dalla morte. Altrimenti gli uomini non avrebbero anticipatamente figurata la passione di Gesù Cristo mediante sacrifici, tanto innanzi che dopo Mosè. – I più istruiti conoscevano perfettamente il significato di questi sacrifici. Gli altri credendo questi sacrifici istituiti dallo stesso Dio, avevano per mezzo loro una conoscenza velata del futuro Redentore. Questa conoscenza più oscura nei remoti tempi, divenne più chiara via via che il Messia si avvicinava. « Se si tratta dei pagani, la rivelazione del mistero dell’Incarnazione fu fatta ad un gran numero. Testimone fra gli altri, Giobbe, che dice: Io so che il mio Redentore è vivo. Testimone la Sibilla citata da sant’Agostino. Testimone quell’antica tomba romana, scoperta sotto il regno di Costantino e dell’Imperatrice Irene, in cui trovossi un uomo che aveva una lamina d’oro sul petto con questa iscrizione: Cristo nascerà da una vergine, ed io credo in lui. O sole, tu mi rivedrai sotto il regno di Costantino e di Irene. Se vi ebbero di quelli che furono salvati senza questa rivelazione, non lo furono però senza la fede del mediatore. Certo, essi non ebbero la fede esplicita, ma ebbero quella implicita nella divina Provvidenza, credendo che Dio fosse il liberatore degli uomini, con mezzi ad esso noti e manifesti a coloro, che il di lui Spirito aveva degnato ammaestrarne. » – Trovasi inoltre in tutte le epoche e sotto tutti i climi, l’uso dei sacrifici, delle purificazioni, delle adorazioni, delle preghiere conservate presso i popoli pagani come presso gli Ebrei. Chi potrebbe affermare che ognuno di questi atti, manifestazione di una fede qualunque, non avesse in ogni circostanza una relazione più o meno compresa, tra l’espiazione del peccato in generale e il peccato originale in particolare? Non trovasi egli scritto del centurione Cornelio tuttora pagano, che le di lui preghiere e le sue elemosine erano accette a Dio? (Act. X, 31). Parlando ai pagani del tempo suo, sepolti nella più rozza idolatria, Tertulliano non dice ad essi: « Nella prosperità voi fissate i vostri sguardi al Campidoglio, ma nell’avversità, voi gli alzate al cielo, dove sapete che risiede il vero Dio? » Sarebb’egli pure di una necessità invariabilmente assoluta, che il fanciullo fosse nato per trar benefìcio dalla fede dei suoi genitori? « È vero, risponde un gran teologo, che in nessun luogo si legge che tali sacrifici siano stati offerti o ricevuti per i bambini tuttora nel seno materno. Cosi in virtù di un ordine provvidenziale, legalmente stabilito, nessun bambino prima di nascere, non ha mai ottenuto con sacrifici esteriori, la remissione del peccato originale. Parecchi hanno ricevuto questa grazia per uno special privilegio, come Geremia e san Giovan Battista. Tuttavia non dobbiamo disapprovare né le preghiere, né i voti, né le buone opere esterne dei genitori, per i loro figli nati o da nascere, e che si trovano in pericolo di morte. Imperocché Iddio non ha incatenato la sua onnipotenza ai sacramenti. « Possono essi dunque pregare, affinché Egli si degni nell’infinita sua misericordia condurli al battesimo, o rimetter loro il peccato originale. Allora Iddio che è infinitamente buono, potrà salvarli. Ciò sarà non in virtù di una legge, ma unicamente per grazia. Perciò, senza una rivelazione, non bisogna affermare ch’essi siano salvi, e il corpo loro non deve essere sepolto in terreno sacro, » (Viguier, c. xv, § 2, vers. 8, p. 467-458). Fin dove si estendeva e fin dove si estende ancora questa possibilità della salute per gli infanti sopraccitati, come per gli altri, mediante le preghiere, le opere buone, i sacrifici, la fede, insomma, dei genitori tuttora idolatri? Chi può ancora qui rispondere? Tutti questi dubbi e altri pure che possono, senza offendere l’insegnamento cattolico, essere risoluti nel senso della misericordia, permettono di diminuire, forse infinitamente più che non si creda, il numero dei soggetti, e soprattutto delle vittime eterne dello Spirito maligno. Se ella ne avesse bisogno, questo solo basterebbe per giustificare, agli occhi di ogni uomo imparziale, l’infinita sapienza, e l’infinita bontà dell’eterno amatore delle anime, specialmente di quelle dei bambini. – Venendo agli adulti nati nell’antico paganesimo Egiziani, Assirii, Persi, Greci, Romani, Galli, tutti avevano per sottrarsi all’impero di satana, la conoscenza essenziale della legge primitiva; la grazia per adempirla o per pentirsi d’averla violata; finalmente il Battesimo dì desiderio; il che basta alla salute. Ascoltiamo ancora san Tommaso. Pigliando l’esempio il più decisivo, quello di un selvaggio nato in mezzo alle foreste, e che non ha mai sentito parlare del Battesimo, il gran dottore insegna una dottrina seguita da tutta la scuola. Egli dice che: « Se al momento in cui si sveglia la sua ragione, questo selvaggio si volge verso un fine onesto, Iddio gli concede la grazia, e il peccato originale vien cancellato. Se egli non persevera, gli rimane il rimorso, di modo che nell’una e nell’altra ipotesi, questo povero selvaggio, l’ultimo degli esseri umani, non sarà dannato altro che per sua colpa.1 » (Viguier, Institutiones7 c. xvi, p. 483). – Tali erano generalmente i mezzi di salute dati ai pagani prima della venuta del Redentore. L’incarnazione, mistero d’infinita misericordia, ha forse reso peggiore la condizione degli infedeli d’oggidi, posti nelle stesse condizioni di quelli antichi? Chi oserebbe pretenderlo? Da queste spiegazioni derivano rigorosamente i seguenti corollari;

l°. Se la maggior parte degli abitanti del globo non hanno mai appartenuto all’impero visibile dello Spirito Santo, o come parla la Teologia, al corpo della Chiesa; nessuno può provare che un solo vi sia stato, o vi sia ancora, nell’impossibilità assoluta di appartenere all’impero invisibile dello Spirito Santo, che appellasi l’anima della Chiesa, il che basta per essere salvo. La ragione ne è, che se noi conosciamo i mezzi esteriori pei quali Iddio applica agli uomini i meriti del Redentore, gli innumerevoli mezzi interiori ci sfuggono; e noi dobbiamo dire con Giobbe: « Benché voi gli nascondiate nell’intimo del vostro cuore, io so però che voi vi ricordate di tutto ciò che respira.1 » (Giob. X, 13).

2° Se, a malgrado questa deduzione, la moltitudine dei sudditi di satana rimane cosi considerevole, bisogna imputarlo, non a Dio, ma al libero arbitrio dell’uomo. – Ora nessuno può provare che Iddio abbia dovuto creare l’uomo impeccabile, o che la maggior parte degli uomini abbiano la volontà seria di salvarsi.

3° È bene stabilito che la prescienza di Dio non offende in nulla la liberta dell’uomo, e che Dio non è per niente nel male che l’uomo si è fatto vendendosi al demonio; tanto meno il padre del prodigo nelle vergogne e nelle miserie del suo figlio ribelle. Iddio non è intervenuto se non che per prevenire il male, per contenerlo e per ripararlo. Se il libero arbitrio dell’uomo non vi mettesse ostacoli, la stessa riparazione sorpasserebbe la rovina in profondità ed in estensione.

4° Iddio vuole la salute di tutti gli uomini, niuno eccettuato. La salute, è il godimento eterno di Dio mediante la visione beatifica. Iddio lo vuole di una volontà seria, poiché Egli riserba eterni supplizi a coloro che non l’avranno raggiunta. Egli ha dunque procurato a tutti gli uomini in tutti i tempi, i mezzi di salvarsi, cosicché nessuno sarà dannato se non per propria colpa.

5° Il sapere poi come in certi casi particolari questi mezzi di salute sono applicabili e applicati, quest’è l’incognita del problema. Ora, in domma come in geometria, sciolta o no, l’incognita esiste nondimeno. – Una cosa resta dunque matematicamente certa: ed è, che a malgrado delle misteriose tenebre in cui Egli ravvolge i secreti della sua misericordia, Iddio, essendo la potenza, la sapienza e la infinita bontà, non farà torto a nessuno. Tale è il soave guanciale su cui dormono in pace, e la fede del Cristiano e la ragione dell’uomo, capace di legare due idee: In pace in idipsum dormiam et requiescam. – Dinanzi a questi schiarimenti, per quanto incompleti possano essere, sparisce la difficoltà che abbiamo da risolvere; e con essa l’inquietudine che poteva porre negli spiriti. Niente impedisce dunque di continuare il nostro cammino, e di passare allo studio profondo delle due Città.

CONOSCERE SAN PAOLO (26)

CONOSCERE SAN PAOLO (26)

LIBRO PRIMO

Il paolinismo. (2)

CAPO I.

Definizione del paolinismo.

II. LA TEOLOGIA PAOLINA IN GERME.

1. IL CRISTO STA NEL CENTRO. — 2. NON PRECISAMENTE IL CRISTO MORENTE. — 3. MA IL CRISTO SALVATORE. — 4. COMPENDIO SINOTTICO.

[F. Pratt: La teologia di San Paolo – Parte SECONDA S. E. I. Ed. – Torino, 1927 – impr.]

1. Se per comprendere la Città di Dio di sant’Agostino o il Discorso sopra la storia universale di Bossuet, bisogna essere penetrati della tesi che questi due sommi ingegni svolgono con tanta magnificenza, non è meno necessario, per leggere con frutto san Paolo, esaminare attentamente i principi direttivi del suo pensiero. Nelle opere dell’ingegno, come nelle creazioni dell’arte o negli spettacoli della natura, vi è sempre un punto fuori del quale le proporzioni rimangono deformate, e le prospettive si presentano male. Questo punto centrale che irradia in tutte le direzioni, che imprime al tutto unità, coesione e armonia, e che non si può spostare senza turbare tutta l’economia dell’opera, è quello che sì chiama l’idea dominante. Pensatore di prim’ordine, dialettico forte, mente filosofica capace di coordinare insieme fatti disparati, di percepirne i rapporti nascosti, di unificarli con un lavoro di vigorosa sintesi, Paolo, dovette mettere nei suoi scritti un piccolo numero di idee dominanti, forse una sola, ed è certo che questa idea, una volta che sia conosciuta, sarà il filo conduttore della sua dottrina. Una prima esplorazione a volo d’uccello in questo campo immenso, è bastata a convincerci che il centro ne è il Cristo: tutto converge a questa parte; tutto parte di là e tutto riconduce là. il Cristo è il principio, il mezzo e il fine di tutto. Nell’ordine naturale, come nell’ordine soprannaturale, tutto è in Lui, tutto è per mezzo di Lui, tutto è per Lui. La più semplice operazione di aritmetica ci conferma in questa impressione. Lasciando da parte l’Epistola agli Ebrei, il nome del « Signore » cade dalla penna di Paolo circa duecentottanta volte; il nome di « Gesù » duecentoventi; il nome del « Cristo » quasi quattrocento volte. Se quasi a ogni linea delle sue lettere scrive uno dei nomi del Salvatore, è perché egli dirige tutto verso questo punto che è la mira dei suoi pensieri e delle sue adorazioni. Si apra a caso il libro delle sue Epistole, e l’occhio cadrà infallantemente sopra un’allusione alla natura o all’opera o alla mediazione dell’Uomo-Dio. Ogni tentativo di capirne un passo qualunque, facendo astrazione dalla persona di Gesù Cristo, cadrebbe certamente invano. È questo appunto che dimenticano i teologi i quali mettono come base della dottrina di Paolo o la nozione metafisica di Dio, o la tesi astratta della giustificazione mediante la fede, o il contrasto psicologico tra la carne e lo spirito. I primi sono ingannati da un’illusione ottica: essendo il pensiero ebraico profondamente religioso, l’idea di Dio riempie tutta la Bibbia; perciò per san Paolo, come per tutti i suoi compatrioti, Dio è la prima sorgente, la provvidenza universale, il fine ultimo di tutti gli esseri: non si fa nulla senza la sua iniziativa, non arriva nulla se non per mezzo di lui. Sotto questo aspetto, la teodicea di Paolo, poco differisce da quella d’Isaia, o di san Giovanni: essa è un’eredità della rivelazione antica e il patrimonio comune degli Israeliti. Ora non già nei punti di contatto, ma bensì nelle divergenze si deve cercare il pensiero intimo di un autore e l’idea madre di un’opera (Findlay).Per un’altra ragione, non si può accettare come base della dottrina di san Paolo la giustificazione mediante la fede. Questa è una tesi ispirata dalla controversia e che deve la sua importanza alla polemica giudaizzante. Terminata la controversia, san Paolo sembra che se ne dimentichi o che non se ne occupi più: prova sicura, che non costituisce la base della sua teologia, almeno nella forma acuta che le venne impressa dalla lotta contro avversari irreconciliabili. Ecco la cosa che Lutero non capì, quando di questa tesi pretese di fare la quintessenza del vangelo e il palladio del protestantesimo. Il dualismo psicologico messo innanzi da certi scrittori razionalisti dei nostri giorni, sarà quello che ci darà la chiave della teologia di san Paolo? Impotenza dell’uomo in faccia al bene che ama, dominio del peccato che la Legge provoca invece di frenare, desiderio istintivo di una giustizia che deriva dalla sola fede e che le debolezze individuali non possano ostacolare, sentimento intimo che il Cristo basta a saziare tutte le aspirazioni dell’anima nostra: tali sarebbero gli articoli fondamentali di questo vangelo. In tal modo, si dice, la teologia di san Paolo è il frutto maturo della sua esperienza religiosa; egli non è debitore a nessuno, ma la deve soltanto a se stesso, oppure per parlare col suo linguaggio, allo spirito del Cristo; nel suo pensiero, così prima come dopo la conversione, vi è unità e continuità; tutto si spiega senza l’intervento incomodo del soprannaturale. Noi invece: abbiamo veduto che questo non spiega proprio nulla, né la conversione né tutto il resto. Sarebbe mai verosimile che Paolo riduca il suo vangelo a un’ipotesi filosofica proprio lui che per la sapienza umana sente soltanto compassione e sdegno? Si può ammettere che egli formuli la sua idea dominante in un passo unico il cui senso è controverso? (Rom. VII). No, non vi è né l’uomo né Dio al centro della teologia di san Paolo, ma vi è il Cristo. La sua dottrina non è un corollario della sua antropologia o della sua teodicea; essa ha come punto di convergenza il mediatore unico tra Dio e gli uomini.

2. Siccome la mediazione del Cristo altro non è, in altri termini, che la sua qualità di Redentore, e il Redentore tale non è se non per la sua croce, un gran numero di teologi, anche tra quelli che all’occasione difendono un altro sistema, vedono nel verbum crucis la pietra angolare del vangelo di Paolo: « Il fatto della morte di Gesù diventa così il centro di tutto il sistema paolino. Il Cristianesimo dell’Apostolo si riassume nella persona del Cristo; ma questa stessa persona non acquista tutta la sua importanza redentrice se non al momento della sua morte sopra la croce (Sabatier).,« L’idea è seducente, tanto più che le formali dichiarazioni di Paolo ci spingono su questa pista: « O Galati insensati, scrive egli a certi neofiti vacillanti, chi dunque ha potuto affascinare voi, quando davanti ai vostri occhi fu esposto il Cristo inchiodato alla croce? (Gal. III, 1) ». Egli aveva esposta, pubblicata dinanzi agli occhi dei Galati, l’immagine del Crocifisso; egli aveva loro fatto una pittura così viva e così straziante di Gesù in croce, che non poteva capire come mai avessero potuto staccarne lo sguardo; se essi lo tenevano fisso sopra quell’immagine insanguinata, l’incanto del fascinatore non avrebbe potuto nulla su loro. È certo che la predicazione della croce, aveva sempre, nelle sue prime istruzioni, un’importanza grande: « Io non volli sapere altro, in mezzo a voi, che Gesù Cristo, e Gesù Cristo crocifisso (I Cor. II, 2) ». Gesù Cristo è il tema generale della sua predicazione; Gesù Cristo crocifisso è l’argomento speciale. Se egli mette sempre come base il mistero della croce, non ci dà diritto di cercare in esso la sostanza del suo vangelo e l’idea generatrice della sua teologia? – Queste ragioni sono più speciose che solide. Affinché Gesù Cristo ci salvasse per mezzo della croce, bisognava che il dramma della redenzione si svolgesse in un certo punto dello spazio e del tempo, nel momento in cui gli Ebrei avevano perduto l’autonomia e il diritto della spada, sotto la dominazione romana che riservava ai popoli soggiogati quella pena infamante. Ora, benché nei disegni di Dio non vi sia nulla di fortuito, è forse verosimile che san Paolo leghi a una circostanza accidentale di luogo e di tempo la sua teoria capitale della salvezza degli uomini? L’Apostolo, si dice, non volle sapere altro che Gesù Cristo crocifisso. Questa infatti è una sua affermazione, ma egli vi mette due limitazioni. Una è contenuta nelle parole « in mezzo a voi » e dipende dalle condizioni speciali del suo apostolato in Corinto. Dopo l’insuccesso di Atene, aveva capito che bisognava presentare ai Greci cavillosi e frivoli il mistero della croce nel suo realismo sconcertante; forse, in un ambiente diverso, avrebbe adoperato un altro metodo. La seconda limitazione nasce dalla sua intenzione polemica: gli si fa il rimprovero di ignorare o di trascurare la sapienza, ed egli risponde che la sua sapienza, la sola che sia giovevole a loro e che essi siano in grado di comprendere, è la croce, oggetto di scandalo per gli Ebrei, oggetto di stoltezza per i Greci. Il paradosso sta nell’opporre la stoltezza della croce alla sapienza del secolo e nel dimostrare che Dio trionfa della sapienza con la stoltezza; ma l’Apostolo non ci dà il diritto di conchiudere anche che il verbum crucis porti in germe tutto il suo insegnamento. A dire il vero, la morte del Cristo considerata in se stessa, indipendentemente da ciò che le dà il suo significato e il suo valore, sarebbe senza effetto sopra la nostra salvezza: per se stessa, invece di essere lo strumento della redenzione, sarebbe il delitto supremo dell’umanità, il quale sembrerebbe dover esigere una nuova redenzione. Essa è meritoria per il Cristo e salutare per noi, solamente in quanto è, da parte del Figlio di Dio, un atto di riparazione e l’incoronamento di una vita di obbedienza. Per conferire alla morte di Gesù un valore redentore, è necessario includervi un elemento che la metta in relazione con Dio, con gli uomini e con lo stesso Salvatore: col Salvatore che l’offre, con Dio che l’accetta, e con gli uomini che ne godono i benefizi: soltanto a questa condizione essa è gradita a Dio e ce lo rende propizio. Un motivo più grave di non fermarci alla morte del Cristo per mettere in essa l’idea madre della teologia paolina, è che agli occhi di Paolo la morte del Cristo è inseparabile dalla sua risurrezione senza la quale, sotto l’aspetto soteriologico, essa è incompleta. Quando l’Apostolo riassumeva il suo vangelo ai neofiti di Corinto, diceva loro: « Vi ho trasmesso prima di tutto quello che io stesso ho ricevuto, che il Cristo è morto per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu seppellito e che è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture (I Cor. XV, 3-4) ». – Questo è ciò che egli insegnava in Antiochia di Pisidia, in Atene e dovunque (Act. XIII, 29-30; XVII, 31; XXVI, 23, etc.). La morte del Cristo non andava mai disgiunta dalla risurrezione, perché l’una è il complemento e il corollario dell’altra. – Non soltanto la risurrezione gloriosa era dovuta al Salvatore a titolo di ricompensa, ma Dio doveva a se stesso la risurrezione del Figlio per sigillare la sua missione e per sanzionare la sua opera. La morte di Gesù, non essendo il pagamento di un debito personale, non ha in se stessa la sua finalità: « Dio dunque lo ha risuscitato, perché era impossibile che la morte lo trattenesse sotto il suo dominio (Act. II, 24) ». Perciò, non contento di affermare che il Cristo « è morto e risuscitato per noi », san Paolo non esita a scrivere queste parole il cui senso naturale, mette in subbuglio certi esegeti: « Fu dato a morte per i risuscitato per la nostra giustificazione (Rom. IV, 25) ». Dal che la risurrezione del Cristo fa parte integrante dell’opera redentrice.

3. Tuttavia l’idea complessa « Gesù morto e risuscitato per noi » non è ancora la formola che cerchiamo. Oltre al non essere abbastanza speciale di Paolo, essa esprime soltanto il lato oggettivo della nostra salvezza; ora l’Apostolo non separa mai i due aspetti della redenzione. Non occorre compulsare tutte le Epistole; basta osservare che se Gesù Cristo muore per noi, muore per farci morire misticamente, e che se risuscita per noi, risuscita per farci risuscitare moralmente con lui. Si unus prò omnibus mortuus est, ergo omnes mortui sunt (II Cor. V, 15). È poi cosa affatto indifferente il presentare questa idea sotto forma di proposizione condizionale, col testo greco accettato e con la Volgata, oppure sotto la forma di entimema, con le edizioni critiche; poiché in un modo o nell’altro, la nostra morte mistica appare egualmente bene come la conseguenza necessaria della morte del Cristo. Vi è di più: « Se siamo morti col Cristo, noi crediamo che vivremo anche con lui (Rom. VI, 8) ». La nostra risurrezione è contenuta nella risurrezione stessa del Salvatore, come la nostra morte è racchiusa nella sua morte. – Si trova in san Paolo una lunga serie di parole nuove, la maggior parte delle quali non si possono tradurre in altra lingua se non con un barbarismo o con una perifrasi. L’Apostolo le ha create o rinnovate per dare un’espressione grafica all’ineffabile unione dei Cristiani col Cristo e nel Cristo. Tali sono: soffrire con Gesù Cristo, essere crocifissi con Lui morire con Lui, essere sepolti con Lui, risuscitare con Lui, vivere con Lui, essere vivificati con Lui, partecipare alla sua forma, partecipare alla sua gloria, sedere con Lui, regnare con Lui, essere associati alla sua forma, associati alla sua vita, coeredi. Vi si possono aggiungere compartecipe, concorporale, coedificato e alcune altre ancora che non esprimono direttamente l’unione dei Cristiani con il Cristo, ma indicano l’intima unione dei Cristiani tra loro nel Cristo. L’esame di questi curiosi vocaboli ci suggerisce tre osservazioni importanti:

— la nostra unione mistica col Cristo non si estende fino alla vita mortale Gesù; essa nasce soltanto nella passione, quando Gesù Cristo inaugura la sua opera redentrice; ma da quel momento essa è continua, e la comunicazione di idiomi tra i Cristiani e il Cristo è ormai completa. — Se poi risaliamo fino alla sorgente di questa unione di identità, vediamo che essa esiste di diritto e in potenza al momento in cui il Salvatore, operando in nome o a vantaggio dell’umanità colpevole, muore per noi e ci fa morire con Lui, ma che si effettua di fatto e in atto in ciascuno di noi, quando la fede e il Battesimo ci innestano sopra il Cristo morente e ci associano alla sua morte. — L’autore di tale unione è unicamente Dio stesso che, rivestendoci della forma e degli attributi del Figlio suo prediletto, ci riconosce come figli adottivi e ci tratta poi come coeredi di Gesù. Così noi ricadiamo in quello che vi è forse di più personale e di caratteristico nella teologia di san Paolo: voglio dire la formola In Christo Jesu, che abbraccia tutta la redenzione, dalla sua prima idea nell’intelligenza divina e dalla sua esecuzione potenziale al Calvario, fino alla sua realizzazione successiva in ciascuno di noi e alla sua consumazione finale nell’eternità. Dio ci ha eletti e predestinati nel Cristo; nel Cristo Egli riconciliava a sé il mondo; nel Cristo noi nasciamo alla grazia; nel Cristo noi vi cresciamo e vi perseveriamo; nel Cristo ancora noi saremo vivificati, risuscitati, glorificati. Ma non è questo precisamente l’oggetto del mistero che, come abbiamo veduto, è la pietra angolare del vangelo di Paolo? Tra la comunicazione di idiomi accennata poc’anzi, la formola In Christo Jesu e il contenuto del mistero regnano i rapporti più stretti e più costanti: non sono tanto tre verità distinte, quanto piuttosto tre aspetti particolari di una medesima verità, la redenzione per mezzo del Cristo e nel Cristo: il mistero la considera sotto l’aspetto di Dio che ne prende l’iniziativa e ne conserva il segreto; la comunicazione degli idiomi la considera sotto l’aspetto dell’uomo che se ne appropria i benefizi e ne raccoglie i frutti; la formola In Christo Jesu, la comprende nella persona stessa del Mediatore. In ogni modo, la teologia di Paolo è una soteriologia. Ma come potremo darle un’espressione abbastanza comprensiva da non omettere nulla di essenziale, e abbastanza breve da evitare ogni sovraccarico inutile? Forse la formola seguente, nonostante la sua imperfezione, sarebbe abbastanza esplicita, a condizione che sia ben precisato il valore dei termini: « Il Cristo Salvatore che associa ogni credente alla sua morte e alla sua vita ». Il Cristo Salvatore definisce la persona del Redentore; è il Messia, l’inviato, l’agente e il mandatario di Dio, il pontefice dell’umanità colpevole, il nuovo Adamo incaricato da Dio di riparare l’opera del primo. — Ogni credente specifica l’oggetto della redenzione, universale in potenza, senza distinzioni, senza esclusioni, senza privilegi; e nel tempo stesso indica la condizione essenziale della salvezza, la fede. — L’unione alla morte e alla vita del Cristo riassume il disegno della redenzione, concepito dal Padre da tutta l’eternità, eseguito nel corso dei secoli dal Figlio che, facendosi solidale con noi e unendoci a sé con un vincolo d’identità mistica, fa passare sopra di sé quello che è nostro, e sopra di noi quello che è suo.

4. Se siamo riusciti a fissare il vero centro della dottrina di san Paolo, sembra che ci dobbiamo mettere sul Calvario e di là come da un osservatorio elevato, contemplare anzitutto sotto tutti i suoi aspetti il mistero della nostra salvezza: la missione del Salvatore, l’efficacia della morte redentrice, gli effetti immediati della redenzione; poi gettare uno sguardo sopra gli avvenimenti che sono come il preludio del gran dramma, e un altro sguardo sopra la serie dei fatti che ne preparano lo svolgimento. Ma questo modo di procedere, per quanto sembri razionale, non è applicabile in pratica. L’opera della redenzione, condizionata dalla storia della caduta, non si spiega se non alla luce dei disegni divini e non si comprende se non in funzione della persona del Redentore. Bisogna dunque anzitutto esaminarne quella che si potrebbe chiamare la preistoria, cioè lo stato dell’umanità decaduta e i disegni di Dio sopra di lei, poi l’origine, le relazioni, la qualità di colui che assume l’incarico di salvare il mondo. Così pure le conseguenze della redenzione comprendono due ordini di benefizi disparati che non conviene mescolare insieme: voglio dire i canali stabiliti da Dio per versare sopra le anime gli effluvi del sangue redentore, e i frutti di salute che germogliano da questo succo divino. Perciò, fatta astrazione dalle suddivisioni che la natura dell’argomento impone o suggerisce, la teologia di san Paolo prende la seguente forma schematica:

I . Preistoria della redenzione.

1. L’umanità senza il Cristo.

2. L’iniziativa del Padre.

II. La persona del Redentore.

1. Il Cristo preesistente.

2. Relazioni del Cristo preesistente.

3. Gesù Cristo.

III. L’opera della redenzione.

1. La missione redentrice.

2. La morte redentrice.

3. Gli effetti immediati della redenzione.

IV. I canali della redenzione,

1. La fede e la giustificazione.

2. I sacramenti.

3. La Chiesa.

V. I Frutti della redenzione,

1. La vita cristiana.

2. I novissimi.

Invece di trovarsi al primo posto, come forse si aspettava, l’idea centrale occupa proprio il centro. Si sale gradatamente fino al fatto dell’insegnamento dottrinale per ridiscenderne poi il pendio. L’economia della redenzione si svolge così nel passato e nell’avvenire in un quadro cronologico le cui lontane prospettive non mancano affatto di armonia.

(Continua …)

CONOSCERE SAN PAOLO (25)

CONOSCERE SAN PAOLO (25)

LIBRO PRIMO

Il paolinismo. (1)

CAPO I.

Definizione del paolinismo.

IL VANGELO DI PAOLO.

-1. NOZIONE GENERALE. — 2. IL VANGELO DI PAOLO E IL MISTERO DEL CRISTO. — 3. ELEMENTI DEL PAOLINISMO.

[F. Pratt: La teologia di San Paolo – Parte SECONDA,  S.E.I. Ed. – Torino, 1927 – impr.]

1. Si vuole intendere, per paolinismo, l’insegnamento del Dottore dei Gentili, considerato nei suoi caratteri particolari e nel suo concatenamento organico. Siccome questa parola risponde a un’idea giusta ed è in certo modo necessaria, crediamo che convenga conservarla purgata però dalle sue scorie razionalistiche. Le differenze di tono, d’idee, di stile, che danno agli scrittori sacri la loro fisionomia particolare e la loro individualità, colpirono fin da principio gli storici e gli interpreti: basta, per convincersene, rileggere le prefazioni nelle quali san Gerolamo caratterizza i profeti, e le pagine di sant’Ireneo, di Eusebio e degli altri Padri, sul simbolismo dei quattro animali di Ezechiele, applicato agli Evangelisti. Bastava infatti aprire gli occhi per constatare che il Libro della Sapienza non somiglia all’Ecclesiaste, che il quarto Vangelo ha forma ben diversa da quella dei tre Sinottici, e che san Giacomo non si mette dallo stesso punto di vista di san Paolo. Questi da principio con la sua predicazione fa nascere un certo stupore in una frazione della comunità cristiana: se non gli viene contestato il diritto di predicare ai Gentili, si è però sorpresi che venga dispensato dalla Legge mosaica: il caso fu giudicato tanto grave, da venire deferito al giudizio degli Apostoli e della Chiesa madre di Gerusalemme. Qui Paolo vinse la sua causa; ma la sua vittoria non lo mise al riparo dalle calunnie e dalle ostilità alle quali fu esposto per tutta la vita. Molto tempo dopo, gli anziani di Gerusalemme si sentirono turbati da tali accuse, e Paolo, consigliato da loro, credette bene di mostrare con i fatti il suo rispetto sempre mantenuto verso le istituzioni religiose della sua nazione. Questo non dimostra affatto che Paolo abbia ingegnato una dottrina sua propria, né che vi sia stata, nella Chiesa primitiva, cattedra contro cattedra, o altare contro altare; ma è per lo meno un segno, che non tutti i predicatori del Vangelo davano la stessa importanza all’abolizione della Legge, alla libertà dei Gentili e alla loro perfetta eguaglianza con gli Ebrei, e non ne parlavano con lo stesso entusiasmo: altrimenti le discussioni, i dissensi, i malintesi, invece di perpetuarsi, sarebbero stati troncati alla radice. – Non vi sono già due Vangeli, due messaggi di salute: il vero Vangelo, il solo, è quello che Paolo va insegnando d’accordo con tutti gli Apostoli (I Cor. XV, 11). Anatema a chiunque ne predichi un altro! Ma no, continua l’Apostolo, non è un altro Vangelo, « è soltanto il tentativo dì alcuni per mettere la discordia tra voi e per rovesciare il Vangelo del Cristo (Gal. I, 7) ». Ai Corinzi egli ironicamente concede che avrebbero ragione di prestare orecchio ai suoi avversari, se questi predicassero un altro Cristo, se conferissero un altro Spirito, se annunziassero un altro Vangelo (II Cor. XI, 4); ma è questa un’ipotesi assurda che si distrugge da se stessa al solo esporla; poiché non vi è che un solo Vangelo, come non vi è che un Cristo e uno Spirito Santo. Se però non vi sono due Vangeli, vi sono tuttavia diverse maniere di predicare, il medesimo Vangelo, secondo i tempi, i luoghi e le persone. Paolo dice di aver ricevuto, per sua porzione, il vangelo dell’incirconcisione (Gal. II, 8), come Pietro ricevette quello della circoncisione. Ammettiamo che sia giusta la spiegazione data da Tertulliano: Non ut aliud aliter, sed ut alter aliis prædicet; che il « vangelo dell’incirconcisione » sia la predicazione agli incirconcisi, e che i due apostoli, di comune accordo, delimitino non già il campo esclusivo del loro apostolato — né l’uno né l’altro non la intese mai così — ma il teatro speciale in cui si svolgerà la loro azione. Ne risulta sempre che la diversità di uditorio impone, se non un tempo diverso, almeno una maniera diversa di esporre il medesimo tema evangelico. Ed è questo appunto che le migliori autorità intendono per il Vangelo di Paolo.

2. Egli stesso lo mostra chiaramente nella dossologia finale dell’Epistola ai Romani: Gloria a Colui che è abbastanza potente per confermarvi nel mio vangelo e nel messaggio di Gesù Cristo, nella rivelazione del mistero nascosto da tutta l’eternità, ma oggi svelato e notificato a tutte le nazioni, con gli scritti dei profeti, secondo l’ordine del Dio eterno, affinché esse obbediscano alla fede. (Rom. XVI, 25-26). – L’idea principale di questo passo è evidentemente la descrizione delle tre fasi del mistero: una volta, nascosto nelle profondità dei consigli divini, ma oggi svelato provvidenzialmente e anzi notificato a tutto l’universo. Questa notificazione si rivolge soprattutto ai Gentili che ne sono interessati in modo speciale; essa ha lo scopo di sottometterli alla fede con far risplendere ai loro occhi la prospettiva dei beni evangelici destinati a loro come agli altri; essa si fa per mezzo delle profezie antiche, oggi meglio comprese; e tutto questo per ordine espresso di Dio, re dei secoli, al quale deve risultarne la gloria, perché egli ne ha l’iniziativa. Qui san Paolo identifica il suo vangelo col messaggio di Gesù Cristo, cioè con la predicazione che ha Gesù Cristo come oggetto, e lo connette col mistero dei disegni della Redenzione. Il mistero stesso, pure non essendo espressamente definito in questo punto, è descritto, con i suoi molteplici caratteri che ci saranno minutamente esposti nelle Epistole della prigionia: insinuato dai profeti, ma rimasto incompreso, esso è ora rischiarato con luce nuova e annunziato ai Gentili che deve condurre alla fede. Tutti questi particolari riuniti insieme ci mostrano che il mistero è il disegno della salvezza concepito da Dio da tutta l’eternità, nascosto prima nella penombra della rivelazione antica, oggi proclamato solennemente in tutto l’universo; disegno in virtù del quale tutti gli uomini devono essere salvati dalla mediazione del Cristo e dalla loro mistica unione con Lui. Ora il tenore di questo mistero è il tema essenziale del vangelo paolino. Le lettere della prigionia ci diranno come: Ora io sono felice di soffrire per voi e compio (con gioia) nella mia carne quello che manca ai patimenti del Cristo per il suo corpo (mistico) che è la Chiesa. Io ne sono stato costituito ministro con l’incarico che Dio mi ha affidato, di annunziarvi pienamente la parola di Dio, il mistero nascosto ai secoli e alle generazioni (passate), ma oggi rivelato ai suoi santi cui Dio volle far conoscere quanto è preziosa per i Gentili la gloria di questo mistero; cioè il Cristo in voi, la speranza della gloria (Col. I, 24-27). Qui la parola vangelo non è pronunziata; ma in realtà Paolo non intende altra cosa quando parla della sua predicazione, dell’incarico affidatogli, della missione che compie, dei patimenti che sostiene e che è pronto a incontrare ancora per compiere degnamente la sua missione. Ora tutto questo mira alla promulgazione del mistero tra i pagani. Questo mistero, una volta nascosto negli arcani della scienza divina, ora esposto in piena luce e altamente proclamato, è il Cristo accessibile non soltanto agli Ebrei, ma anche agli stessi Gentili, salvatore universale degli uomini e loro comune speranza. Non più eccezioni né favori né privilegi: d’ora innanzi il Cristo appartiene a tutti, e a tutti nella stessa misura. Ecco quello che Paolo si sente chiamato a predicare senza ritardo, quello che gli fa sfidare le persecuzioni, quello che lo consola dei patimenti; è l’annunzio del gran mistero, il vangelo dell’incirconcisione. Queste medesime idee sono più ampiamente sviluppate nella lunga digressione dell’Epistola agli Efesini: “Io Paolo, il prigioniero del Cristo Gesù per voi, Gentili, se almeno avete appreso qual è la dispensazione della grazia di Dio, che mi è stata data per voi, (voglio dire) che per rivelazione io ho avuto conoscenza del mistero quale ve l’ho esposto in poche parole. Voi leggendole potete apprezzare l’intelligenza che io ho del mistero del Cristo, il quale in altre generazioni non fu notificato ai figliuoli degli uomini come ora è stato rivelato ai suoi santi Apostoli e profeti nello Spirito: cioè che i Gentili sono coeredi e membri del medesimo corpo e compartecipi della promessa nel Cristo Gesù, per mezzo del Vangelo del quale io sono divenuto ministro… Sì, a me, l’infimo di tutti i santi, è stata data questa grazia, di annunziare alle nazioni la ricchezza imperscrutabile del Cristo e di mettere in luce qual è l’economia del mistero nascosto dall’eternità in Dio, Creatore di tutte le cose… Perciò vi prego di non perdervi di coraggio per causa delle mie tribolazioni per voi: esse sono gloria vostra (Ephes. III, 1-13). – In questo passo risaltano quattro pensieri: l’Apostolo, secondo la sua abitudine, si dice il prigioniero del Cristo, il prigioniero del Vangelo, per il vantaggio dei Gentili. Per aver difeso la loro causa si è attirato l’odio dei suoi compatrioti; per aver sostenuto i loro diritti, soffre la persecuzione: perciò i suoi patimenti sono per lui un motivo di gioia e devono essere per loro un vanto. Egli si rivendica una conoscenza non già esclusiva, ma specialissima del mistero del quale la sua lettera contiene l’esposizione più chiara e più completa; soprattutto egli si rivendica la missione di annunziare dappertutto questo articolo di fede; e il ricordo di un favore così immeritato provoca in lui un’esplosione di umile gratitudine (Ephes. III, 3-4). Egli identifica il mistero col Vangelo che ha incarico di pubblicare, non soltanto lui, ma lui più che gli altri; ministero sublime che ha lo scopo di svelare agli uomini la ricchezza ineffabile dei consigli della Redenzione e di rivelare agli Angeli stessi gli abissi della sapienza divina (Ephes. III, 8-9). Finalmente il mistero — e per conseguenza il vangelo di Paolo — è definito ancora una volta, e con più di precisione che mai: « i Gentili sono coeredi », cioè eredi della grazia e della gloria allo stesso titolo e nella stessa misura degli Ebrei ai quali fino allora sembrava riservato il patrimonio dei favori celesti; essi sono « membri del medesimo corpo » mistico del Cristo e per conseguenza tra loro e gli Ebrei non vi è né privilegio né differenza né disuguaglianza; essi sono « compartecipi della promessa » meravigliosamente liberale, fatta ai Patriarchi nel corso dei secoli; ed essi hanno tutto questo « nel Cristo » che è la causa meritoria e « per mezzo del Vangelo » che ne è la condizione essenziale (Ephes. III, 6). – Le nostre ricerche ci conducono sempre al medesimo risultato: il vangelo di Paolo, detto altrimenti il mistero di Dio, il mistero del Cristo, il mistero del Vangelo, o semplicemente il mistero, è, nella sua formula più larga e più precisa, il mistero della redenzione di tutti gli uomini per mezzo del Cristo e nel Cristo. Qua e là, le Epistole ci forniscono alcuni dati di più; ma bisogna stare in guardia contro il pericolo di credere che l’Apostolo voglia richiamare alla nostra attenzione un punto caratteristico della sua dottrina ogni qual volta egli si appella al suo vangelo. Quando, provocato dai disordini dei Corinzi nella celebrazione dell’agape, egli richiama alla loro memoria l’insegnamento del Signore intorno all’Eucaristia, non insinua punto che le altre Chiese siano meno favorite a questo riguardo (I Cor. XI, 28); e quando, per rispondere ai loro dubbi nascenti, ripete un frammento della sua catechesi sopra la morte, la sepoltura e la risurrezione di Gesù Cristo, è così lungi dal pretendere di distinguersi, in questo, dagli altri Apostoli, che subito soggiunge: « Così io come loro, predichiamo così, e così voi avete creduto (I Cor XV, 11) »… Certamente egli deve aver insistito più degli altri sul valore soteriologico della sepoltura e della risurrezione di Gesù Cristo, ma la prova che questo punto di vista non è esclusivamente suo proprio, è che egli suppone conosciuto dai Romani e dai Colossesi, che non erano stati suoi discepoli, il simbolismo del seppellimento mistico del Cristiano nel Battesimo (Rom. VI, 4 – Col. II, 12). Tuttavia la menzione che egli fa del suo vangelo, anche quando essa non implica necessariamente un articolo caratteristico della sua predicazione, per lo meno ridesta l’attenzione del lettore. Alla presenza di questo testo: « il giorno in cui Dio giudicherà le azioni segrete degli uomini, secondo il mio vangelo, per mezzo del Cristo Gesù (Rom. II, 16) », i migliori esegeti si domandano qual è il punto al quale allude la frase « secondo il mio vangelo »; e con ragione concludono che non è né il giorno del Signore, né le azioni segrete degli uomini come materia del giudizio divino, né il fatto stesso del giudizio, ma la maniera con cui sarà fatto il giudizio con la mediazione del Cristo. Questa infatti è una delle idee favorite di Paolo. Agli impudenti detrattori che lo accusano di alterare la parola di Dio, di nasconderla sotto meschini travestimenti, di avvolgerla a bella posta in enigmi, egli protesta che non va predicando se stesso, « ma il Cristo Gesù Signore (II Cor. IV, 5) ». Egli accentua la parola Signore: sappiamo infatti che egli considerava la confessione della signoria del Cristo come una professione di fede compendiata e come un riassunto del Vangelo (Rom. X, 9-10). Così pure quando fa menzione del suo vangelo parlando della Legge mosaica e lo oppone a quello dei giudaizzanti (I Tim. I8-14), ci fa pensare alla sua dottrina capitale sopra la natura della Legge che è impotente per se stessa, indipendentemente dalla grazia, e serve soltanto a trattenere sul retto cammino, col terrore e con le minacce, i ribelli e i delinquenti. Nella seconda Epistola a Timoteo, egli ricorda ancora a questo suo discepolo un altro punto del suo vangelo: « Ricordati che Gesù Cristo, della stirpe di David, è risuscitato da morte secondo il mio vangelo, per il quale soffro fino ad essere incatenato come un malfattore (II Tim., II, 8) ». Il punto al quale allude, evidentemente non è la discendenza dal sangue di David; è dunque la risurrezione di Gesù Cristo il cui ricordo è per il Cristiano un conforto e un incoraggiamento, in mezzo alle traversie e alle persecuzioni. Tutti questi particolari sparsi qua e là ci dicono che non dobbiamo comprimere il vangelo di Paolo in una formola troppo stretta, come sarebbe la libertà dei Gentili relativamente alle osservanze legali, oppure la giustificazione per mezzo della fede senza le opere della Legge, o anche l’universalità dei divini disegni della Redenzione. Il vangelo di Paolo non è tanto una tesi particolare quanto piuttosto il complesso della dottrina evangelica contemplata sotto un certo aspetto e presentata in una luce speciale: è un quadro nel quale possono trovare posto tutte le verità. Perciò dopo di aver considerate le indicazioni dell’Apostolo, conviene passare, come controprova, ai punti della sua dottrina.

3. Chiudiamo dunque le sue Epistole, come se nulla ci avesse detto del suo vangelo, e domandiamo ai teologi più versati nella sua dottrina, senza distinzione di scuole né di tendenze, quali ne sono i punti essenziali e gli elementi costitutivi. Non si tratta ancora di raggrupparli e di classificarli, ma soltanto di farne la lista: più tardi si esaminerà se sono veramente fondamentali e se non si possono trascurare senza alterare l’economia dell’insieme, se sono caratteristici, almeno sotto l’aspetto in cui li considera l’Apostolo, se sono tali da poter formare un tutto che sia coerente. Ecco anzitutto il verdetto di questo referendum nel quale l’enumerazione degli articoli si succede senza ordine logico.

Il disegno divino della Redenzione, che comprende l’iniziativa divina della grazia, l’elezione e la predestinazione eterne nel Cristo, le preparazioni provvidenziali, la finalità dell’opera redentrice.

Il contrasto dei due Adami, il tipo e l’antitipo, il quale riassume la storia dell’umanità; l’uno è causa del peccato, della morte, della decadenza; l’altro è autore, della giustizia, della vita, del risorgimento. L’antitesi carne e spirito, che alcuni a torto mettono come base del paolinismo, ma che è di capitale importanza per la soteriologia come per la morale.

Il compito e il fine della Legge, che a prima vista sembrerebbero meno strettamente legati all’insegnamento dell’Apostolo, ma il cui valore non può essere secondario nel vangelo del Dottore delle Genti.

La morte redentrice del Cristo, da parecchi considerata, con manifesta esagerazione, come una creazione esclusiva del genio di Paolo, ma che certamente è nel centro della sua dottrina.

La giustificazione per mezzo della fede, come parallelo della redenzione e applicazione soggettiva della morte redentrice.

La risurrezione di Gesù Cristo come complemento intrinseco dell’opera redentrice e come causa esemplare della nostra risurrezione gloriosa.

La Chiesa corpo mistico del Cristo, frutto della sua morte e della sua risurrezione.

Il battesimo, sigillo della fede e rito d’incorporazione col Cristo mistico, con l’Eucaristia che dà a questo corpo il suo alimento e il suo crescere.

L’escatologia come risultato normale della vita cristiana. Si potrebbe senza dubbio allungare questa lista di alcuni altri articoli; ma per lo più si constaterebbe o che già sono compresi in qualcuno dei punti indicati, o che non hanno nulla di veramente caratteristico, o che si trovano, per così dire, alla periferia del pensiero paolino. Così l’apocalittica, in quanto è distinta dall’escatologia, manca di originalità e segue i dati tradizionali; la demonologia e l’angelologia sono idee superficiali tolte dal linguaggio popolare e senza una seria influenza sopra la sostanza dell’insegnamento; la teoria intorno all’origine, all’estensione e alla dominazione del peccato è invece capitale, ma è compresa nell’antitesi dei due Adami, come parte nel tutto; finalmente la teodicea, in ciò che ha di specificamente paolino, è interamente contenuta nella teoria dei disegni della redenzione. Questo complesso dottrinale che costituisce l’insegnamento particolare del Dottore dei Gentili, è quello che si chiama paolinismo e che si può chiamare anche, con un termine forse discutibile, ma intanto accettato e sanzionato dall’uso, la Teologia di san Paolo. Prima di proseguire, dissipiamo un malinteso o un equivoco: Noi non trattiamo gli autori sacri « da teologi » e non consideriamo i loro scritti « come altrettante costruzioni o almeno abbozzi teologici »; noi non li consideriamo « a volta a volta come rivelazione e come teologia » e non distinguiamo in essi « da una parte il dato rivelato e dall’altra l’elaborazione » del dato divino. Altro è la teologia di san Paolo e altro è, per esempio, la teologia di san Tommaso: la teologia di san Paolo è la somma delle rivelazioni divine trasmesse per mezzo del Dottore dei Gentili; la teologia di san Tommaso è l’interpretazione, felice quanto si vuole, ma necessariamente umana e fallibile, dei dati rivelati di Paolo e degli altri scrittori ispirati. Paolo ci fornisce gli elementi di una teologia, ma non fa egli stesso la sua teologia, nel senso ordinario di questa parola: egli pensa sistematicamente, cioè in modo logico e coerente, ma non ha un sistema suo, e per ridurre a sistema il suo pensiero bisognerà qualche volta colmare lacune, stabilire confronti, tirare certe conclusioni. Questo è il compito del teologo: interprete fedele e leale, egli deve mirare a rendere meno imperfettamente che si possa tutto il pensiero, niente altro che il pensiero, della sua guida ispirata, senza falsarlo, senza sforzarlo, senza snaturarlo o per eccesso o per difetto. Noi non siamo di quelli che vogliono leggere in san Paolo « più di quanto dice e di quanto può dire »; che lo considerano come un semplice « collaboratore della grazia e del Maestro interiore »; che col pretesto che « la lettera uccide », non vogliono legarsi alle sue parole e alle sue formule. Era necessario precisare così le cose, perché sebbene quanto abbiamo detto non sembri punto superare il livello delle intelligenze mediocri, in realtà sfugge anche a parecchie menti colte.

(Continua …)

DISCORSO SULL’INFERNO

TERZO PUNTO PER UN TERZO

DISCORSO Sopra l’Inferno.

[Signor J. Billot: Discorsi Parrocchiali –

V Dom. dopo l’Epifania
S. Cioffi Ed. Napoli, 1840, – impr.]

Discedite a me, maledicti, in ignem æternum.

Matth. XXV.

Sarà, questa, Fratelli miei, la sentenza, che Gesù Cristo pronunzierà al fine dei secoli contro i malvagi, che saran morti nei loro peccati: queste terribili, e spaventevoli parole fisseranno per sempre la sorte dei peccatori impenitenti, destinati ad essere le vittime delle vendette del Signore; verranno essi condannati a soffrire eternanente; questa eternità di pene renderà il loro supplizio più rigoroso, e metterà il colmo alla loro infelicità. La speranza fu sempre la consolazione dei miseri nei loro più grandi mali; ma le pene le più leggiere divengono insopportabili, da che si perde la speranza di vederne il fine. Che sarà dunque soffrire pene estreme nel loro rigore, ed infinite nella loro durata? Tali sono le pene dell’inferno; esse sono universali, continue, eterne; la loro eternità niente diminuisce del loro rigore, ed il loro rigore non abbrevia la loro durata; ecco ciò che è, propriamente parlando, l’inferno; imperciocchè se i reprobi, dopo aver sofferto per lo spazio di milioni di secoli i tormenti ancora più violenti di quelli che soffrono, sperar potessero di vederne il fine, l’inferno cesserebbe di esser inferno; la speranza di uscirne un giorno calmerebbe i loro più vivi dolori. Ma ciò che rende somma la loro sciagura, si è che saranno sempre in preda ai mali i più sensibili, con una certezza perfetta, che quei mali non finiranno giammai; ecco ciò che li getta nella più orrenda dispera zione: cominciamo primieramente a dare alcune prove della verità dell’eternità, per farne dipoi conoscere il rigore. Niente di più certo, niente di più rigoroso che l’eternità infelice. Due riflessioni capacissime di fare impressioni salutevoli sopra il cuore, e lo spirito d’ ogni fedele. –

I. Qualunque siate voi, Fratelli miei, ben persuasi della verità che vi predico, perché siete sommessi ai lumi della fede, non è con tutto ciò fuori di proposito di richiamarvi quivi i principi, su cui è appoggiata la vostra fede, per credere questa verità di nostra Religione, o sia per risvegliare la vostra fede, o sia per dissipare le tenebre che certi pretesi spiriti forti cercano di spargere sulle verità le più chiare, che li molestano nel godimento dei loro piaceri. Or la verità, che vi predico in quest’oggi, è sì sodamente stabilita, e sì chiaramente rivelata nelle sante Scritture, che sarebbe un rinunciar alla sua fede il rivocarla in dubbio. Fra i tanti testi, che io potrei riferirvi, mi attengo alle parole della sentenza, che Gesù Cristo pronunzia contro i reprobi nel suo Vangelo. Andate, maledetti, al fuoco eterno: Discedite maledicti in ignem æternum. Niente di più chiaro, niente di più preciso. I castighi dei malvagi dureranno tanto, quanto la ricompensa dei giusti: or la ricompensa dei giusti sarà la vita eterna; la punizione dei malvagi sarà la morte eterna: ibunt hi in supplicium æternum : justi autem in vitam æternam. (Matth. XXV). Siccome Dio ricompensa in Dio i predestinati, così punisce in Dio i reprobi. Tanto che sarà Dio farà Egli la felicità dei Santi nel cielo; tanto che sarà Dio, sarà anche Egli il vendicatore del peccato nell’ inferno. Tale è sempre stata la credenza della Chiesa, che se n’è chiaramente spiegata nelle decisioni de’ suoi concili, e nella condanna dei sentimenti contrari a questa verità. A questi principi di fede aggiungiamo le ragioni, che i Santi Padri, tra gli altri S. Agostino, e S. Tommaso, apportano per provare l’eternità delle pene dell’inferno; queste ragioni fondate sono da un canto sulla giustizia di Dio, e dall’altro sulla natura del peccato. Dio, che è la stessa bontà di sua natura, ha una sì grande avversione del peccato, che non può soffrirlo. Siccome è un male essenzialmente opposto alle sue perfezioni, l’odia necessariamente, e sommamente; e perché il suo odio non è senza effetto, tanto che sussiste il peccato, e che non è cancellato, la sua giustizia richiede che sia sempre punito. Ora nell’inferno il peccato sussisterà sempre, e non verrà mai cancellato. Che cosa si ricerca, infatti, per cancellar il peccato? È necessario, dalla parte di Dio, ch’Egli apra il seno della sua misericordia al peccatore, che gli dia le grazie per convertirsi, ed uscir dallo stato del peccato; onde è necessario dalla parte del peccatore una penitenza sincera, che lo riconcili con Dio. Or nell’inferno non v’è più di misericordia ad aspettare da Dio per peccatore: il tempo delle misericordie è passato; non è che in questa vita, che Dio esercita la sua misericordia: il peccatore non ne ha voluto profittare; egli opposto ne ha abusato mentre viveva sulla terra; non sentirà dunque più nell’inferno, che i flagelli terribili della sua giustizia: in inferno nulla est redemptio. No, nell’inferno non v’è più speranza di perdono; il sangue di Gesù Cristo non colerà più sul peccatore per purificarlo. Non vi saranno più grazie, più Sacramenti a santificarlo. più tempo, più mezzi di salute, di cui possa profittare. Per verità si pentiranno i peccatori dei loro disordini, ne faranno penitenza, ma sarà questa una penitenza inutile, ed infruttuosa; perciocché la penitenza per essere salutevole, deve essere l’effetto della grazia; deve essa venirne come da suo principio; deve ella altresì esser l’effetto di una buona volontà, che si porta a Dio. Ora la penitenza dei peccatori riprovati non sarà l’effetto della grazia, poiché non ne avranno alcuna; ma sarà una penitenza sforzata, che non sarà di alcun merito innanzi a Dio. Quando quegli sgraziati avranno versate tante lagrime, quante vi sono gocce d’acqua nei fiumi, ed in tutti i mari del mondo, mai non cancelleranno un sol peccato; dunque il peccato sussisterà sempre, sarà dunque dalla giustizia di Dio sempre punito … L’altra ragione viene dalla natura medesima del peccato. La malizia del peccato è sì grande, che è infinita; perché, dicono i Teologi, assalta un oggetto infinito che è Dio. Per riparare l’ingiuria che fa a Dio, non è stato necessario meno del sangue, e della vita di un Dio, il quale ha pagato a sue spese la soddisfazione, che esigeva la giustizia dell’eterno suo Padre. Se la malizia del peccato è infinita, merita una pena infinita. Ma non potendo la creatura sopportare una pena infinita nella sua natura, bisogna dunque che questa pena sia infinita nella sua durata; senza di che non vi sarebbe quella proporzione, che la giustizia richiede tra il peccato, e la pena del peccato. Non stiate dunque a dirmi, o peccatori, per rassicurarvi contro gli spaventi di un infelice avvenire, che esser non può che Dio, il quale è sì buono, punisca con una eternità di supplizi il piacere d’un momento, e che non evvi proporzione alcuna tra la colpa, e la pena. Dio è buono, verissimo, Egli è la stessa bontà; ma è giusto, e la sua giustizia domanda che il peccato sia punito con un castigo proporzionato alla sua malizia: ora quantunque il peccato non duri che un momento, la sua malizia è infinita, perché assale un Dio di una maestà infinita. Voi comprender non potete, come il piacere d’un momento può esser punito con una pena eterna; ma comprendete voi forse, come per espiare il peccato, è stato necessario, che un Dio stesso si annientasse, e soffrisse la morte della croce? Io ritrovo l’uno più incomprensibile che l’altro. Che una vil creatura in punizione del peccato soffra un’eternità di pene, è qualche cosa infinitamente meno dei patimenti, e della morte di un Dio divenuto la vittima del peccato? – Ma questo basti per provare la verità, e l’equità dell’eternità disgraziata. Che si creda, che non si creda, essa non è meno certa; questa verità non dipende dalle vostre idee, ella è appoggiata sulla divina rivelazione : guai a coloro che aspettano per crederla di farne l’esperienza. Fissiamoci piuttosto alle salutevoli riflessioni, che il rigore di questa eternità deve in noi produrre per la riforma dei nostri costumi.

II. Sebbene grandi siano i mali di questa vita, non sono per l’ordinario di lunga durata, o se durano lungo tempo, vi è sempre qualche buon intervallo, che ne tempera l’amarezza: ricevesi qualche sollievo, o dal canto di quelli che prendono parte ai nostri mali, o dai soccorsi che uno si procura, o finalmente dalla speranza di vederne il fine. Ma nell’eternità non v’è alcun fine, alcuna consolazione, alcun riposo, alcun alleggerimento a sperare; e quel che è più, questa eternità fa sentirsi ai reprobi tutta intera ad ogni istante. Che cosa più rigorosa, e che cagioni maggior disperazione? Entriamo di primo slancio in quest’abisso immenso dell’eternità: ma come misurare ne possiamo l’estensione, penetrare la profondità? Più io vi penso, più io ne parlo, più trovo a pensare, più trovo cose a dirne. Contate, calcolate tanto che vi tornerà a grado, tanto che l’immaginazione potrà bastare: nulla voi sminuirete giammai dall’eternità. – Sono sei mila e più anni, che il perfido Caino, il primo dei reprobi, è nell’inferno; egli non è più avanzato che al principio e dopo aver ancora sofferto sei mila anni, sei cento mila di millioni d’anni, sarà egli più avanzato nella sua eternità? Nulla di più, che al primo giorno: avrà sempre a soffrire; l’eternità comincerà sempre, e non finirà mai. Quando il reprobo avrà sofferto tanti milioni di secoli, quante vi sono gocce d’acqua nel mare, grani di sabbia sulla terra, non avrà fatto neppure un solo passo nell’eternità; non la sminuirà mai d’un sol momento, rimarrà essa sempre tutta intera. Io vi confesso, Fratelli miei, che il mio spirito si perde e si confonde in questo pensiero dell’eternità. Per darvene ancora qualche idea, supponiamo che di tutte le lagrime, che il reprobo verserà nell’inferno, non se ne prenda che una in ogni secolo per formare fiumi e mari così grandi, come quelli, che noi vediamo sulla terra, e mille mondi più vasti di questo; quanto bisognerebbe di tempo per venir a capo d’una tal impresa? E bene, o peccatori, verrà il tempo (pensatevi bene, e fremete d’orrore) verrà il tempo, che, se voi siete nell’inferno, come vi sarete, se morirete nel vostro peccato, sì, verrà quel tempo, in cui dire potrete: se di tutte lagrime che ho sparse da poi che sono nell’inferno, se ne fosse presa soltanto una in ogni secolo per formare i fiumi e i mari di mille mondi, quegli spazi immensi sarebbero al presente ripieni; e con tutto ciò nulla ho ancora diminuito della mia eternità, io l’ho ancora tutta intera a soffrire, ed io l’avrò sempre nella stessa maniera. Ah! Io vi confesso, peccatori, che se questa riflessione non vi tocca in questo momento, io non so più che dirvi, io dispero della vostra salute. Se almeno questa spaventevole durata dei tormenti interrotta fosse da qualche momento di consolazione, di riposo, di alleviamento, sarebbe essa meno insopportabile. Ma no, quelle pene, che saranno senza fine, saranno continue, immutabili; niuna consolazione, niun riposo, niun alleggerimento vi è a sperare per quelli, che le soffrono. Da chi mai potrebbero quegli infelici ricevere qualche consolazione o qualche aiuto? Sarebbe forse dal canto di Dio? Ma Egli è divenuto loro nemico implacabile, ha perduto per essi il nome di Padre per non conservare, che il titolo di un giudice severo ed inesorabile. Se il reprobo getta dunque gli occhi al cielo per domandare, come il ricco Epulone, una gocciola d’acqua soltanto per rinfrescare la sua lingua abbruciata dagli ardori della sete, questo benché piccolo soccorso gli è severamente ricusato: evvi, gli rispondono, tra voi e noi un muro impenetrabile, che non si potrà giammai passare. Sarebbe forse dal canto delle creature, che il dannato, ricever potrebbe qualche consolazione? Ma esse tutte armate sono contro di lui per tormentarlo. Se getta gli occhi avanti di lui, vede demoni, che come carnefici furiosi non s’applicano, che a farlo soffrire secondo il potere che Dio loro ha dato. Non vi sono più né parenti, né amici, cui possa egli indirizzarsi; sono tutti divenuti irreconciliabili gli uni con gli altri. Il padre ed il figlio, la figlia e la madre, il fratello e la sorella, il marito e la moglie si fanno i rimproveri i più amari, la guerra la più crudele, ed il numero degli sgraziati, che fa una specie di consolazione in questa vita per quelli che lo sono, non farà che accrescere la pena del reprobo nell’inferno. Finalmente non troverà in se stesso consolazione alcuna; troverà all’opposto tutti i motivi del più amaro dolore; nulla vede nel passato, che non l’affligga, nulla nel presente che non l’opprima, nulla nell’avvenire che nol disperi; i suoi dolori sono senza interruzione, senza refrigerio, non avrà neppur un momento di riposo; ben lungi di avvezzarsi ai tormenti con la lunghezza del tempo, saravvi sempre così sensibile durante tutta l’eternità, come al principio, non cesserà mai il fuoco, che brucerà, nulla perderà della sua attività, né la vittima della sua sensibilità. Non cambierà mai di sito, ma sarà sempre attaccato con legami, che non potrà spezzare. Ah! non mi meraviglio dunque d’intendere quegl’infelici chiamare la morte in loro soccorso. O morte, che eri altre volte un oggetto d’orrore, tu faresti adesso le nostre più care delizie! Morte, vieni terminar una vita, che ci è più dura che tutti i tuoi orrori! Morte, vieni a distruggerci, annientarci: ma la morte sarà insensibile ai loro gridi; essa fuggirà sempre da loro: mors fugiet ab eis. O piuttosto verrà ella, ma ciò sarà per farli sempre soffrire, per servir loro di nutrimento: mors depascet eos. Viveranno essi sempre, dice S. Bernardo, per continuamente morire, e continuamente morranno per sempre vivere; e ciò che renderà somma la loro disperazione, si è che ad ogni istante soffriranno tutta intera l’eternità, perché in ogni momento vedranno, che hanno un’eternità intera a soffrire. L’eternità si presenterà incessantemente al loro spirito in tutta la sua estensione, incessantemente quest’oggetto gli occuperà, senza che venir possano un sol momento da qualche altro oggetto distratti. Dirà continuamente il reprobo a se stesso: qualunque progresso abbia io fatto nella spaventevole carriera dell’eternità, non sono più avanzato che al primo giorno. Io non vedrò mai il fine dei miei mali; sempre io piangerò, sempre io gemerò senza mai udir parlar di liberazione. Oh mai spaventevole! Oh funesto sempre! Oh eternità disgraziata! Se gli uomini a te pensassero, mai non si esporrebbero ai tuoi rigori. Imperciocchè donde viene, Fratelli miei, che malgrado ciò, che la fede c’insegna sul rigore, e sulla durata delle pene dell’inferno, d’onde viene, che vi sarà un sì gran numero di reprobi condannati a quelle pene? proviene questa disgrazia dal non pensarvi. Non riguardano gli uomini l’eternità, che in un punto di vista molto lontano; quindi la dimenticanza di questa verità sì propria ad un santo terrore; o se vi pensano alcuni momenti, come avete voi fatto, ben presto dopo si dissipano o negli affari che occupano, e dividono i pensieri della vita, o nelle compagnie in cui si trovano, o nei piaceri che ricercano. Siccome gli oggetti esteriori non basterebbero per distrarci da questo pensiero, l’allontanano quanto possono dal loro spirito, lo discacciano come un pensiero importuno, il quale non è capace, dicono essi, che d’inquietarci, e sconcertarci. Se pensassimo continuamente all’eternità, vi sarebbe, soggiungono, non solo di che spaventarci, ma ancora di che intorbidarci; non passeremmo la nostra vita che nella tristezza e nell’affanno, gustar non vi potremmo alcun piacere. Ed è così, o peccatori, che per godere di una falsa calma nei vostri disordini, allontanate da voi il pensiero dell’eternità per lo falso timore di una molestia, che non sarebbe tale, qual ve l’immaginate, ma che vi diverrebbe salutevole con le amarezze che spargerebbe su i vostri piaceri? Di più, non è forse meglio, che voi siate spaventati e turbati in questa vita dal pensiero dell’eternità, che di soffrirne un giorno tutti gli orrori? Se questo pensiero vi cagiona qualche tristezza, sarà questa una tristezza secondo Dio, tale che l’Apostolo si rallegrava di averla ispirata ai suoi fratelli, perché questa tristezza operata aveva la loro salute: similmente questa tristezza, che vi cagionerà il pensiero dell’eternità, staccandovi dai beni della terra, dai piaceri del mondo, vi salverà, e si cangierà in un’allegrezza, che non potrà alcuno rapirvi.

PRATICHE. Sebbene tristo sia dunque ed amaro il pensiero dell’eternità, nol perdiate giammai di vista: se siete peccatori, niente di più capace ad indurvi a uscire dallo stato del peccato; se siete giusti, niente di più efficace per farvi perseverare nella virtù. Infatti, o peccatori, come potreste voi rimanere un sol momento nel peccato, se voi faceste questa riflessione: se io muoio in questo stato, io sono perduto per tutta l’eternità; l’inferno eterno sarà la mia porzione. Bisogna dunque uscirne prontamente, poiché ad ogni momento posso io venir dalla morte sorpreso, la quale sarà per me un passaggio a quell’infelice eternità. Voi avete pietà di un delinquente, contro cui è sta pronunziata una sentenza di morte; e voi pietà non avrete della vostra anima, che porta seco la sentenza di una morte eterna? Voi temete la giustizia degli uomini, e questo timore vi trattiene dal commettere i delitti, che essi severamente puniscono; e voi non temerete la giustizia di Dio, che perder può il vostro corpo, e la vostr’anima per un’eternità? Dove è la vostra fede, dove è la vostra ragione? Ah! peccatori, abbiate pietà della vostr’anima, e temete almeno altrettanto per essa, quanto temete pel vostro corpo. Voi fremereste d’orrore, se vi annunziassero, che siete condannati ad una prigione perpetua; voi comprar non vorreste al prezzo vostra libertà tutti i tesori della terra; e che cosa è una prigione di pochi anni, che durar deve la nostra vita, in paragone di una prigione eterna? Se questa eterna prigione non dovesse per voi essere più rincrescevole di quella, in cui vi rinchiudesse la giustizia degli uomini: se bisognasse soltanto stare in una positura incomoda durante tutta la vostra vita senza poter mai cangiare di sito, vi sarebbe dunque di che disperarvi; che sarebbe poi se fosse d’uopo dimorarvi per sempre? Che sarà dunque di essere per sempre coricati su gli ardenti carboni dell’inferno? Ecco il vostro posto con tutto ciò, se voi morite nello stato di peccato. Ah! potete voi, torno a dirvi, resistervi un solo istante, addormentarvi tranquillamente sull’orlo del precipizio? Non dovete voi all’opposto cercare la vostra sicurezza in una sincera e pronta conversione? – Per riuscirvi pensate sovente a questa eternità; quo pensiero non vi abbandoni giammai né giorno, né notte. Pensate durante il giorno, che verrà una notte fatale, in cui non si potrà più fare cosa alcuna per la salute; pensatevi la notte, in cui il non poter dormire attender vi fa con impazienza la venuta del giorno; fate ogni mattina, ed ogni sera questo atto di fede: io credo che v’è un’eternità di supplizi, in cui io cadrò infallibilmente, se muoio nel mio peccato. Chiedete a voi medesimi: se mi bisognasse restar quivi durante l’eternità nella medesima positura, come potrei io sostenermi? Che sarà dunque star eternamente sopra letti di fuoco? Ah! crudel peccato, direte voi allora, io ti detesto, io ti rinuncio per sempre, poiché tu solo puoi perdermi eternamente. Se io fossi al presente nella disgraziata eternità, io non ne ritornerei giammai; bisogna dunque, che io profitti del tempo per far penitenza dei miei peccati. – Pensate, o giusti, pensate all’eternità infelice; tal pensiero è efficacissimo per indurvi a fuggir il male, e a perseverare nella pratica del bene. Egli è vero, che le amabilità del Dio che voi servite, le magnifiche ricompense che vi promette, sono motivi più nobili, e soli capaci di unirvi a Lui. Ma non siamo sempre cotanto sensibili a questi motivi, come al timore di una miseria eterna. Non v’ha alcuno, su cui la vista dell’infelice eternità fare non debba salutevoli impressioni. I più gran Santi stessi si sono serviti di questo pensiero per elevarsi alla perfezione. Davide ne faceva il soggetto delle sue più serie riflessioni; egli rivolgeva nella sua mente, egli meditava gli anni eterni: cogitavi dies antiquos, et annos æternos in mente habui. (Psal. LXXVIII) E parimente questo pensiero, che ha renduti invincibili i Martiri nei loro supplizi, che ha condotti gli Anacoreti nei deserti, dove hanno preferito i rigori della povertà, e della penitenza ai beni, ed ai piaceri del mondo, eran essi persuasi che non si potrebbero prendere troppe cautele, dove si tratta dell’eternità. Per la qual cosa nulla hanno risparmiato: hanno sacrificato beni, fortuna, sanità, e la vita medesima per fuggire gli eterni supplizi. Questo pensiero, Fratelli miei, produrrà su di voi i medesimi effetti; esso vi distaccherà dal mondo, e dai suoi piaceri; esso trionfar farà delle tentazioni, domare le passioni le più ribelli. Si presenti pur dunque a voi il mondo con tutte le sue attrattive per indurvi al peccato: io non voglio per resistergli, che questa sola parola, eternità. A quell’istante voi non riguarderete il mondo, che come una figura, che passa, che non merita la vostra attenzione. La carne si sollevi pure contro lo spirito per trascinarvi verso i piaceri vietati; opponetele per vostra difesa questa sola parola, eternità; io sfido l’allettamento del piacere. di tenere contro il pensiero di un fuoco eterno, da cui deve esser seguito, se vi consente. Che? vi direte a voi medesimi nelle tentazioni, per un momento di piacere, un’eternità di supplizi! per un ben fragile, per appagar una passione, arderò io eternamente nell’inferno! No, non v’è né bene, né piacere, che comprare io voglia a questo prezzo. Tutto ceder deve al timore dell’eternità infelice. Quel che accrescer deve ancora questo timore, si è non solamente il rigore e la durata delle pene dell’inferno, ma eziandio il rischio, in cui voi siete di cadervi; mentre questo rischio, Fratelli miei, è più comune, che non si pensa. Che cosa si ricerca, infatti, per meritar l’inferno? Un solo peccato mortale basta per esservi condannato; è questa una verità di fede. Così, benché rassodati voi siate nella virtù, benché favoriti delle grazie del Signore, voi perder potete la sua grazia con un’offesa mortale; e forse quel peccato che voi commetterete, consumerà vostra riprovazione. Forse sarete voi da Dio abbandonati a quel primo peccato, come lo sono stati molti reprobi, come lo sono stati gli Angeli ribelli, cui non ha Iddio dato il tempo di far penitenza. Un solo peccato gli ha precipitati nell’inferno: chi assicurare vi può, che Dio non vi tratterà nella stessa guisa, se voi l’offendete? Chi è in piedi, avverta dunque bene di non cadere, dice l’Apostolo: qui stat, videat ne cadat. Che si ricerca ancora per esporsi ai pericolo dell’ inferno? Ohimè! lo scostarsi per poco dalla strada della salute impegna qualche volta in quella della perdizione. La tiepidezza nel servigio di Dio, la facilità di commettere mancamenti leggieri; ben più, una sola colpa leggiera può condurvi al peccato grave, e quel peccato grave alla dannazione eterna. Quanti reprobi, che da ciò hanno cominciata la loro riprovazione? Il timor dell’inferno scacciar dunque deve la tiepidezza; egli non solo dunque deve farvi evitare le colpe gravi, ma eziandio allontanarvi da tutto ciò, che ha l’apparenza di peccato. Che cosa si ricerca finalmente per meritar l’inferno? La sola omissione dei suoi doveri, il difetto delle buone opere sarà una materia di riprovazione; mentre non crediate già, che non vi saranno altri reprobi, che quelli i quali immersi si saranno nei delitti; forse questo è ciò che rassicura al giorno d’oggi un gran numero di Cristiani, che si credono in sicurezza contro i giudizi di Dio, perché la loro vita non è piena di scelleratezze, perché non si abbandonano ai gran disordini. Ma non vi lasciate sedurre; non solo si va all’inferno per aver fatto il male, ma ancora per non aver fatto il bene. Non dice già il Vangelo, che il ricco Epulone, che è nell’inferno, sia stato un impudico, un ingiusto usurpatore del bene altrui; egli viveva del suo, egli non faceva torto ad alcuno; ma non faceva dei suoi beni l’uso che farne doveva, non soccorreva il povero Lazaro, che languir lasciava alla sua porta: ecco ciò che gli rimprovera il Vangelo. Ci fa sapere lo stesso Vangelo, che il servo inutile fu gettato nelle tenebre per non aver fatto valere il suo talento; prova certissima che una vita priva di buone opere conduce all’inferno. Così il timore di cadervi indurre vi deve a render certa la vostra vocazione con le buone opere ad adempiere fedelmente i doveri del vostro stato, a servir Dio con tutto il fervore, di cui siete capaci, a pregar molto, a visitar le chiese, a frequentar i Sacramenti, a digiunare, a mortificarvi, a far limosine ai poveri, ed altre buone opere, che da voi dipenderanno. Con questo mezzo voi schiverete l’inferno, ed avrete parte nella felicità eterna. Così sia.

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (VII)

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO 

Mons. J. J. Gaume:  

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I, Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

CAPITOLO VI.

La Città del bene e la Città del male.

Influenza del mondo superiore sul mondo inferiore, provata dall’esistenza della Città del bene e della città del male — Che cosa sono queste due Città considerate in sé medesime — Ogni uomo appartiene necessariamente all’una o all’altra — Necessità di conoscerle a fondo — Estensione della Città del male — Risposta all’obiezione che se ne cava — Il male non costituisce che un disordine più apparente che reale — Gloria che procura a Dio — Le battaglie dell’uomo — La potenza del demonio sull’uomo viene da questo e non da Dio — Dio non è intervenuto nel male che per prevenirlo, contenerlo e ripararlo: prove.

Delle quattro verità che formano la base di questo lavoro, tre sono oramai stabilite. Due Spiriti opposti si disputano l’impero della creazione; avvi un mondo soprannaturale; questo mondo si divide in buono ed in cattivo. I due Spiriti sono: da una parte lo Spirito Santo, cioè lo Spirito di Dio, spirito di luce, d’amore e di santità, avente ai suoi ordini legioni di Angeli, chiamati da san Paolo Spiriti ministri inviati in missione, a prender cura de’suoi eletti. [Hebr., I, 14] Dall’altra lucifero o satana, l’arcangelo ribelle, spirito di tenebre, di odio e di malizia, che comanda ad una armata di spiriti perversi, occupati di continuo a fare dell’uomo il complice della loro rivolta, per farne il compagno delle loro pene. [Eph. VI, 11,12]. – In un lavoro dove si tratterà costantemente degli agenti soprannaturali, era indispensabile lo stabilire innanzi tutto, questi dommi fondamentali, su’quali riposa d’altro canto la vera filosofia della storia. Ne rimane un quarto; l’influenza del mondo superiore, buono o cattivo, su quello inferiore. Noi l’abbiamo già indicata, ma una indicazione non basta. Lo studio profondo di questa duplice influenza, de’suoi caratteri e della sua estensione, è uno degli elementi necessari della storia dello Spirito Santo. Come in pittura lo studio dell’ombre è indispensabile allo studio della luce, così nella filosofia cristiana, la cognizione della redenzione non può essere separata da quella della caduta. Ora la certezza di questo nuovo domma è affermata da un fatto luminoso come il sole, palpabile come la materia, intimo come la coscienza: noi abbiamo nominato la Città del bene e la Città del male. « Due amori, dice sant’Agostino, hanno fatto due città. (Fecerunt itaque civitates duas amores duo. De Civ. Dei, lib. XIV, c. XXVIII) ». I due opposti spiriti, con le forze di cui essi dispongono, non sono rimasti oziosi nelle inaccessibili regioni del mondo superiore. La loro presenza nel mondo inferiore è permanente. Se essi restano invisibili in sé medesimi, le loro opere sono palpabili. Tale è la loro influenza che ognun d’essi ha fatto un mondo, o per ripetere la parola del grande dottore, una città sua immagine. Queste due città, visibili come fa luce, antiche quanto il mondo, così estese quanto il genere umano e così opposte tra loro quanto il giorno e la notte, accusano per autori due spiriti essenzialmente differenti. Queste due Città sono la Città del bene e la Città del male. Per conoscerle, fa d’uopo prima di tutto considerarle in sé medesime. Come svolgimento dell’uomo composto d’un corpo e d’un’anima, ogni società presenta un lato palpabile e un lato spirituale. Nella Città del bene, come nella Città del male, la parte palpabile e visibile è la riunione degli uomini di cui esse si compongono. Sotto il nome di buoni e di cattivi, o, come dice la Scrittura, di figli di Dio e di figli degli uomini, i cittadini di queste due città esistono sino dall’origine dei tempi, e si rivelano ad ogni pagina della storia. Noi li vediamo, noi vi inciampiamo; noi contiamo o tra gli uni o tra gli altri. Provare questo fatto sarebbe superfluo. Niuno d’altronde tenta porlo in dubbio, eccetto il selvaggio incivilito, abbrutito abbastanza per negare la distinzione del bene e del male; ma la negazione del bruto non conta. Il lato invisibile delle due città è lo spirito che le anima. Con ciò intendiamo i fondatori ed i governatori dell’una e dell’altra, per conseguenza, l’azione reale, permanente, universale del mondo superiore sul mondo inferiore, del mondo degli spiriti sul mondo dei corpi. Una di queste due si chiama la Città del bene. La ragione è che il suo fondatore e il suo re è lo Spirito del bene; i governatori ed i guardiani suoi sono gli angeli buoni; i cittadini di essa, tutti gli uomini che lavorano alla loro deificazione conforme al piano tracciato da Dio medesimo. Questa Città è l’ordine universale. Essa è l’ordine perché piglia per regola delle sue volontà, la volontà stessa di Dio, ordine supremo. Essa è l’ordine, perché il suo pensiero coordinando il finito all’infinito, il presente con l’avvenire, tende all’eternità, oggetto di tutti i suoi sforzi e di tutte le sue aspirazioni. Ora l’eternità è l’ordine o il riposo immutabile degli esseri nel loro centro. È l’ordine universale perché in questa città tutto sta al suo posto. Iddio nell’alto e l’uomo al basso. Questa Città è il Cattolicismo. Immensa e gloriosa famiglia, nata col tempo, composta di Angeli e di fedeli di tutti i secoli, e i di cui membri, oggi separati ma non disuniti, formano la Chiesa della terra, la Chiesa del Purgatorio, la Chiesa del Cielo, fino al giorno in cui, confondendosi in un abbraccio fraterno, queste tre Chiese non formeranno altro che una Chiesa eternamente trionfante. – L’altra è la Città del male. La si chiama cosi, perché il suo fondatore e suo re è lo Spirito del male; i suoi governatori gli angeli caduti: i cittadini, tutti gli uomini che lavorano alla loro pretesa deificazione, conforme alle regole date da satana. Questa Città è il disordine, disordine universale. È il disordine perché piglia se stessa per regola, senza tener conto della volontà di Dio. Ella è il disordine, perché frangendo nel suo pensiero le relazioni tra il finito e l’infinito, tra il presente e l’avvenire, si concentra nei limiti del tempo, i cui godimenti formano l’unico oggetto delle sue aspirazioni e delle sue fatiche. Essa è il disordine universale, perché nient’altro è in suo luogo. L’uomo in alto, Dio in basso. Questa città è il Satanismo. Immensa e orrida famiglia, nata dalla ribellione angelica, composta di demoni e di malvagi di tutti i paesi e di tutti i secoli; sempre febbricitante di libertà, e sempre schiava, sempre in cerca della felicità, e sempre infelice fino al dì in cui l’ultimo colpo del fulmine dell’ira divina la farà rientrare violentemente nell’ordine, precipitandola tutta quanta nei cuocenti abissi dell’ eternità. Ivi, per non aver voluto glorificare l’eterno amore, glorificherà essa l’inesorabile giustizia. (S. Aug,, De Citi. Dei, lib. XIX, c. XXVIII, e lib. XI, c. XXXIII, dove si trova un vivo ritratto delle due città).Vedesi dunque, che come non vi sono tre spiriti, così non vi sono tre città, ma due sole; queste due città abbracciano il mondo inferiore ed il mondo superiore, il tempo e l’eternità. Quindi, per ogni creatura intelligente, angelo o uomo, la terribile alternativa d’appartenere all’una od all’altra, al di qua e al di là della tomba. « Qualunque cosa facciasi, ci gridano con instancabile voce la ragione, l’esperienza e la fede, l’uomo vive necessariamente sotto l’impero dello Spirito Santo, o sotto l’impero di satana. Voglia o non voglia, egli è cittadino della Città del bene, o cittadino di quella del male.  (Quisque enim aut Spiritu sancto plenus est, aut Spiritu immundo; neque utrumque horum caveri potest, quin alterum accidere necesse sit. Constit. apostol., lib, IV, c. XXVI). D’onde il motto di sant’Ilario: « Dove non è lo Spirito Santo vi è il Diavolo. » Ubi non est Spiritus Dei, ibi Diabolus. » Essendo libero di darsi un padrone, non è però libero di non ne avere. S’ei si sottrae all’azione dello Spirito Santo, non diventa indipendente, ma cade proporzionatamente alla sua diserzione, sotto l’azione di satana. Ciò che è vero dell’individuo, è vero eziandio della famiglia, della nazione, e della stessa umanità. Conoscere a fondo le due città, come dimora tanto della vita che della morte, come vestibolo del Cielo e vestibolo dell’Inferno, è dunque per l’uomo di un interesse supremo. Conoscerle a fondo, è conoscerle nel loro governo, nella loro storia, nelle opere e nel fine loro. Iniziarci a questa conoscenza decisiva e così rara ai nostri dì, sarà l’oggetto dei seguenti capitoli. Ma avanti di porsi a provarla, dobbiamo schiarirla. Due città si dividono il mondo, e la più estesa è la Città del male. Secondo le più recenti statistiche, la terra sarebbe popolata da mille duecento milioni d’abitanti. Su questo numero noveransi appena duecento milioni di Cattolici. Tutto il rimanente, almeno esteriormente, vive e muore sotto il dominio dello spirito malvagio. Nulla prova che questa proporzione non sia stata sempre ciò ch’ella è oggidì. Prima dell’Incarnazione del Verbo, essa era molto più forte in favore di satana. Cos’è dunque questo mistero, pietra di scandalo pel debole, cavallo di battaglia per l’empio? e come conciliarlo con l’idea di Dio ed i precetti della fede? Per non lasciare nessuna inquietudine negli animi, ci sembra necessario di appianare sin d’ora questa difficoltà, che accrescerebbe di troppo il seguito del nostro lavoro. Tutto ciò che noi pretendiamo e tutto ciò che si è in diritto di sapere è, non di spiegare quel che è inesplicabile, ma di mostrare che la divisione dell’uman genere tra il buono ed il cattivo Spirito, non offre nessuna contradizione con gli attributi di Dio e le dottrine rivelate. Ora, per fare svanire la difficoltà, basta questo. Che sia un mistero la formidabile potenza del demonio sull’uomo e sulle creature noi ne conveniamo. Ma questo che cosa prova? Dentro di noi, intorno a noi, nella natura come pure nella religione, non è egli tutto un mistero? Noi non lo intendiamo per niente, ha detto Montaigne, e nemmen noi giungeremo mai a capirlo. Opere di Dio, la natura e la Religione si avvicinano per tutti i punti all’infinito. Comprendere l’infinito, è tanto possibile all’uomo, quanto il mettere l’Oceano in un guscio di noce. Ma il mistero del fatto non toglie nulla alla certezza del fatto. Lo stesso incredulo più ostinato lo confessa. Ciascuno dei suoi aliti è un atto di fede verso tali incomprensibili misteri. L’istante in cui cessasse di credervi, ei cesserebbe di vivere. Sarebbero questioni impertinenti il domandare perché Dio ha permesso questa terribile potenza, perché in tali limiti piuttostoché in tali altri. Che cosa è l’uomo, che abbia diritto di chiedere a Dio ragione della sua condotta e dirgli: Perché avete voi fatto questo? Se l’osasse, guai a lui, poiché sta scritto: lo scrutatore della maestà divina sarà oppresso dalla gloria. (Qui scrutator est majestatis opprimetur a gloria. Prov.,) Due volte guai se ardisse aggiungere: Poiché io non comprendo, ricuso di credere. Una simile pretesa posta per principio è il suicidio dell’intelletto. L’intelletto vive di verità, e ogni verità racchiude un mistero. Pretendere di non ammettere altro che ciò che si capisce è un condannarsi a non ammetter nulla. Perciò il non ammetter nulla, più che abbrutimento, è il nulla. Contuttociò, allorché la potenza del demonio e la colpevole obbedienza dell’uomo alle perverse ispirazioni di lui, sono studiate senza idee preconcette, perdono una parte della loro oscurità misteriosa. Prima di tutto vediamo ch’esse costituiscono un disordine puramente passeggiero e più appariscente che reale; poi vediamo ch’esse non hanno nulla di contrario alle divine perfezioni. Disordine passeggiero. La lotta dello Spirito del male contro lo Spirito del bene ha per limiti la durata del tempo. Questo paragonato all’eternità che lo precede ed all’eternità che lo segue, è men che un giorno. A fine di ragionar con giustezza dell’ordine provvidenziale, bisogna dunque unire il tempo all’eternità; come pure per giudicare sanamente di una cosa, bisogna considerarla non in un punto isolato, ma nell’insieme. Secondo questa regola di saviezza, il disordine che si misura dalla durata del tempo, è relativamente all’ordine provvidenziale nella sua generalità, ciò che è una nube fuggitiva sull’orizzonte rifulgente di luce. Disordine più apparente che reale. Il fine principale della Creazione e dell’Incarnazione, come di tutte le opere esteriori di Dio, è la sua gloria. (Universa propter semetipsum operatus est Dominus. Prov. XVI, 4. — Propter me, propter me faciam, ut non blasphemer: et gloriam meam alteri non dabo. Is., XLVIII, 12) – Il fine secondario, è la salute dell’uomo. La gloria di Dio, è la manifestazione degli attributi suoi: la potenza, la sapienza, la giustizia, la bontà. Che la lotta del bene e del male esista o no; ch’essa sia favorevole all’uomo o sfavorevole; che l’uomo si perda o si salvi, Dio avrà pur sempre raggiunto il suo fine essenziale. L’inferno non canta la gloria di Dio con minore eloquenza del cielo. Se uno proclama la bontà, l’altro proclama la giustizia; e la giustizia non è un attributo meno glorioso a Dio di quello della bontà. (S, Th. 1a p. q. 68, art. 7 ad.)- (Iddio certamente ha visto fino da ab eterno la caduta degli Angeli e dell’uomo, ma questa visione non ha per nulla nociuto alla libertà degli Angioli e dell’uomo. Sono entrambi caduti, non perché Dio l’ha visto, ma Dio ha visto il perché sono caduti. Altrimenti sarebbe l’autore del male, e il male stesso. Che la visione eterna di Dio non nuoce alla libertà dell’uomo è facile il dimostrarlo. Io veggo un uomo che cammina. La mia vista non gli impone nessuna necessità di camminare. Cosi, la prescienza, o piuttosto la vista di Dio non gli impone nessuna necessità agli atti liberi. Malgrado questa vista, io sono libero di cessare gli atti che io faccio, e anche di fare il contrario. In una parola. Dio ha voluto che gli Angeli e l’uomo fossero liberi, affinché fossero capaci di merito e di demerito. Noi tutti sentiamo d’esser liberi: dunque la prescienza di Dio non ha impacciato in nulla la libertà degli Angeli o di Adamo, e non inceppa in nulla la nostra. Quanto alla salute dell’uomo, Dio la rende sempre possibile, e l’ottiene ben più gloriosamente mediante la guerra che mediante la pace. Nell’ordine attuale, un solo giusto che si salvi, dice in un luogo sant’Agostino, procura più gloria a Dio che non possano togliergliene mille peccatori che si perdono. Per perdersi, basta che l’uomo si abbandoni alle sue corrotte inclinazioni; mentre che per salvarsi, bisogna vincerle. Un istante di riflessione mostra tutto quel che ridonda a gloria di Dio in una simil vittoria. Che cosa è l’uomo, e chi sono i suoi nemici? L’uomo è una canna, e una canna per natura inclinata verso il male. L’intera natura, ribellata contro di lui sembra congiurata a schiacciarlo. Intorno ad esso, miriadi di animali malefici o molesti, con dente micidiale, o con veleno ancor più micidiale, attentano notte e giorno al suo riposo, ai suoi beni, alla sua vita. Sopra di lui, il cielo che lo illumina, l’aria che respira, divenuti ora gelo, ora fuoco, pongono la conservazione de’ suoi giorni a prezzo di cure faticose e di precauzioni inutili. In prospettiva gli appare la tomba, al termine della sua dolorosa carriera, con i suoi tristi misteri di dissolvimento. Al presente, l’infermità sotto tutte le forme col suo innumerevole seguito di dolori più vivi gli uni degli altri, lo assedia sin dalla culla e lo spinge incessantemente alla irritazione, al rammarico, qualche volta alla bestemmia ed anche alla disperazione. Invece di alleggerire il suo peso, i compagni dei suoi pericoli e delle sue fatiche non servono troppo di sovente che ad aggravarlo. La metà del genere umano pare creata per tormentar l’altra. Condannato a coltivare una terra ingombra di spine, mangia un pane quasi sempre bagnato di sudore o di lacrime. Ei trascina sul difficile sentiero della vita, simile al galeotto, la lunga catena delle sue speranze deluse. Oggi, ricco e contornato da amici; domani povero e derelitto. La sua fisica esistenza non è altro che una continua successione di disinganni, di umilianti servitù, di fatiche e di dolori, e per conseguenza di terribili tentazioni. – Mentre che al di fuori tutto cospira contro di lui, internamente egli è obbligato a sostenere una guerra ancor più terribile. Circondato da nemici invisibili, arrabbiati, indefessi; da una malizia e da una potenza i cui limiti sono sconosciuti, per sopraggiunta porta in sé medesimo delle intelligenze dì e notte intente ad abbandonarlo. Insidie d’ogni specie son tese a ciascuno dei suoi sensi, e lo stesso bene gli diventa occasione di caduta; così è l’uomo. (Cosi egli è sempre stato. La di lui triste condizione, dipinta da sant’Agostino, darà, lo spero, largo campo alla misericordia. “Vita hæc, vita misera, vita caduca, vita incerta, vita laboriosa, vita immonda, vita domina malorum, regina superborum, plena miseriis et erroribus— quam humores tumidant, dolores extenuant et ardores exsiccant, aer morbidat, escæ inflant, jejunia macerant, joci dissolvunt, tristitiae consumunt, sollicitudo coarctat, secUritas hebetat, divitiae infiant et jactant, paupertas dejicit, juventus extollit, senectus incurvat, infìrmitas frangit, moeror deprimit. Et his malis omnibus mors furibunda succedit. Meditaz. c. XXI). – Ebbene! quest’essere cosi fragile, così combattuto, cosi esposto a cadere, che un semplice cattivo pensiero quanto è grosso un capello lo separa dall’abisso, lotterà per sessant’anni senza cadere; o, se talvolta egli cade, si rialza, ripiglia coraggio; e malgrado la natura, malgrado l’inferno, malgrado se stesso, rimane vittorioso nell’ultimo combattimento. Respingere il nemico non è che una parte della sua gloria. Vedete questo figlio della polvere e della corruzione, che piglia l’offensiva, e che s’innalza con l’eroismo delle sue virtù fino alla rassomiglianza di Dio; e che poi porta la guerra al centro stesso dell’impero nemico, atterra le cittadelle di satana, gli strappa le sue vittime, pianta lo stendardo della croce sulle rovine dei templi di lui, guarisce ciò che aveva ferito, salva quel che aveva perduto, in premio del suo sangue allegramente versato, e fa fiorire l’umiltà, la carità, la verginità in milioni di cuori, schiavi sin’allora dell’orgoglio, dell’egoismo e della voluttà. – Questo spettacolo di un eroismo che gli Angeli ammirano e del quale essi sarebbero gelosi, se la gelosia trovasse accesso nel cielo, non avrebbe mai avuto luogo senza il combattimento. Mercé di questo, tutti i secoli l’han visto, tutti lo vedranno, e nel di delle manifestazioni supreme, le nazioni riunite accoglieranno con acclamazioni immense questo magnifico trionfo della grazia, che Dio stesso coronerà di un’eterna gloria, facendo sedere il vincitore sul di lui proprio trono. (Qui vicerit dabo ei sedere mecum in throno meo. Apoc. III, 21) D’altra parte, bisogna notar bene che non è Dio che ha dato al demonio il suo terribile impero sull’uomo, ma è l’uomo stesso. La potenza del demonio gli viene dalla eccellenza medesima della sua natura. Come angelo, il peccato non gli ha fatto perder nulla dei suoi doni naturali, né della sua forza, né della sua intelligenza, né della sua attività prodigiosa. L’impero naturale ch’egli ha sopra di noi, l’esercita con più o meno estensione, secondo i consigli divini, e troppo sovente secondo la permissione che noi medesimi abbiamo l’imprudenza di dargli. Nel primo caso, la potenza del demonio, come la vediamo per l’esempio di Giobbe e degli Apostoli, (Job., I, 12; Luc., XXII, 31) è controbilanciata da quella della grazia, di guisa che la vittoria ci è sempre possibile, e lo stesso combattimento sempre vantaggioso. « Dio è fedele, dice san Paolo, e non permetterà mai che voi siate tentati oltre le vostre forze; egli vi farà altresì approfittare della tentazione, affinché possiate perseverare. (I Cor. X, 13) » Nel secondo caso, l’uomo deve incolpare soltanto sé medesimo della potenza tirannica del demonio. Cosi, Adamo conosceva molto meglio di noi il mondo angelico. (S. Th., ì, p. q. xc, art. 2. corp.). Nel momento della tentazione, sapeva perfettamente qual fosse la terribile potenza di Lucifero, e a qual tiranno ei si vendeva, disobbedendo a Dio. D’altra parte ei possedeva tutti i mezzi di rimaner fedele e ne conosceva i motivi. Dio, per onorarlo al pari degli Angeli, gli aveva dato il libero arbitrio. Il Creatore, la cui sapienza aveva unito la beatitudine soprannaturale degli spiriti angelici a uno sforzo meritorio, era egli obbligato di crear l’uomo impeccabile, o di coronarlo senza combattimento? Dunque malgrado i lumi della sua ragione, malgrado il grido della sua coscienza, malgrado l’aiuto della grazia, Adamo disobbedisce a Dio per obbedire al demonio, e diviene suo schiavo. In tutto ciò, Dio non c’entra per nulla. La potenza tirannica del demonio sul primo uomo è il fatto del primo uomo. La tentazione di Adamo è il tipo di tutti gli altri. Allorquando noi vi soccombiamo, diamo volontariamente appiglio su di noi al nostro nemico. Dio non ci è per nulla se non se per l’oltraggio, ch’ei riceve dalla nostra ingiusta preferenza. (Iddio non è Fautore del male che deturpa, ma del male che punisce. Questo assioma è esposto da san Tommaso cosi: Deus est auctor mali pœnæ, non autem mali culpœ. I. p. q. XLVIII, art. 6. corp.). – Che dico io? nel male che l’uomo fa a sé medesimo, dandosi al demonio, Dio interviene per prevenirlo e per ripararlo. Ei lo previene: e per porre Adamo ed i suoi figli al coperto dalle seduzioni del tentatore, gli provvede di tutti i mezzi di resistenza, ed annunzia loro chiaramente le conseguenze inevitabili della loro infedeltà: se voi disobbedite, morrete, morte moriemini. Adamo affronta questa minaccia, e i discendenti di lui lo imitano. Il diluvio viene a vendicare Iddio oltraggiato, e l’uomo si ostina nella suo ribellione. Appena la catastrofe è passata che i discendenti di Noè volgono le spalle al Signore, e con allegrezza di cuore si danno al culto del demonio; e adonta di nuove minacce e di nuovi castighi, satana diviene il dio e il re di questo mondo. Quello che fecero i peccatori in antico, noi lo vediamo fare dai peccatori d’oggidì. Con chi debbono rifarsela della formidabile potenza del demonio e della loro deplorabile schiavitù? Io veggo un padre pieno di tenerezza e di esperienza che dice al maggior figlio: Non mi lasciare; se tu ti allontani da me, tu cadrai in un abisso, in fondo al quale c’è un mostro pronto a divorarti. Il figlio disobbedisce, cade nell’abisso e diviene preda del mostro. L’esempio del fratello maggiore non fa più saggi gli altri figli e cadono anch’essi nell’abisso dove il mostro gli divora. E questi figli possono imputare il padre suo della loro disgrazia? In questo padre vediamo Dio; in questi figli indocili vediamo Adamo, vediamo tutte le generazioni di peccatori che si sono succedute dalla caduta originale in poi. – È dunque una bestemmia il rendere Dio responsabile delle nostre cadute e della potenza tirannica del demonio sul mondo colpevole. Ei lo ripara. Appena che l’uomo si è venduto, Iddio dona il proprio suo figlio per redimerlo. Questo Figlio adorabile rigenerando l’uomo col suo sangue, diviene un secondo Adamo, ceppo di un nuovo genere umano, ristabilito in tutti i suoi diritti perduti. Come basta d’essere figlio del primo Adamo per essere schiavo del demonio, cosi, per cessare di esserlo, basta diventare figlio del secondo Adamo. (Sicut in Adam omnes moriuntur, ita et in Cirri sto omnes vivifìcabuntur. I Cor., XV, 22).  Cosicché, nella potenza lasciata al demonio per divina sapienza, non bisogna vedere che due cose: primo, una condizione della prova, necessaria alla conquista del regno eterno; secondo, la grandezza della ricompensa, che sarà il frutto di una vittoria tanto a caro prezzo acquistata. Rimane a sapersi come si diviene figli del seconda Adamo e se tutti possono diventarlo. L’uomo è il figlio dell’uomo mediante una generazione umana; ei diviene, figlio di Dio mediante una generazione divina. Questa generazione si completa nel Battesimo. Qui ricomparisce, come una insolubile obiezione, l’impero immenso del demonio, in tutte le epoche della storia. — Da un lato, Dio vuole la salute di tutti gli uomini; egli ciò vuole di una volontà positiva, poiché il suo Figlio è morto per tutti gli uomini. Ora, la salute non è solamente il possesso di una felicità naturale dopo la morte, né l’esenzione dalle pene dell’inferno, ma bensì la felicità soprannaturale che consiste nella visione intuitiva di Dio (Omnes homines vult salvos fieri, et ad agnitionem veritatis venire. I Tim., XI) — (Pro omnibus mortuus est Christus, ut et qui vivunt jam non sibi vivant, sed ei qui prò ipsis mortuus est et resurrexit. II Cor., V, 15) – (Il fine della redenzione è di rendere all’uomo, con usura, tutto ciò che ha perduto col peccato originale. Ora Adamo, cioè dire ogni uomo, è stato creato in uno stato di giustizia soprannaturale il cui termine è la chiara vista di Dio nel cielo. Dunque il frutto della redenzione è di rendere ad ogni uomo lo stato soprannaturale e il cielo in cui va ad aver termine. Conc. Trid. sess. V, De Peccat. orig.). Dall’altra, niuno può esser salvo senza esser battezzato. (Nisi quis renatus fuerit ex aqua,et Spiritu Sancto, non potest introire in regnum Dei. Joan., III, 5.). Come conciliare, con l’antico stato del genere umano e la statistica attuale del globo, la possibilità del Battesimo per tutti gli uomini? Qual modo hanno avuto ed hanno ancora d’essere battezzati tante migliaia di milioni di creature umane, completamente straniere al Cristianesimo? Bisogna egli forse ammettere, per esempio, che tutti i fanciulli nati da sei mil’anni in qua fuori del Cristianesimo, e morti innanzi d’aver potuto peccare, siano eternamente privi della vista di Dio? Se così fosse, come stabilire che Dio ha bastantemente provvisto alla riparazione del male? Tutto ciò è mistero. Ma lo ripetiamo: una verità per essere misteriosa, non è per questo men certa. Ora, che Dio abbia bastantemente provveduto alla riparazione del male, dando a ciascun uomo tutti i mezzi di salvarsi, è una verità tanto certa quanto l’esistenza stessa di Dio. Ammettere che sia altrimenti, sarebbe ammettere un Dio senza verità, senza potenza, senza sapienza, senza bontà infinita; un Dio che vuole il fine senza volere i mezzi; un Dio che non è Dio, un Dio nullo. Questa risposta del semplice buon senso è perentoria e si potrebbe starcene a questa. Non pertanto cercheremo di dare alcune spiegazioni nel seguente capitolo.

IL SACRIFICIO DELLA CROCE E’ UN SACRIFICIO PERPETUO

Perpetual Sacrifice of the Cross  –  

Il Sacrificio perpetuo della Croce

[Sermone-Meditazione di un Sacerdote cattolico]-

In some books circulating even among Catholics and on the Internet websites one can find a strange statements.

In alcuni libri che circolano anche tra i cattolici e su diversi siti Internet si possono trovare strane dichiarazioni.

For example: “God the Father will cease having the Real Presence on the altars of the world, as the unbloody Sacrifice.”

Per esempio: ”Dio Padre non permetterà più che ci sia la Reale Presenza sugli altari nel mondo, come Sacrificio incruento”.

In other word the author of this statement says that God the Father “will cease” Christ to be the Priest and the Victim of the unbloody Sacrifice. But this statement is the heresy.

In altre parole, l’autore di questa affermazione sostiene che Dio Padre, non permetterà più che Cristo sia il Sacerdote e la Vittima del Sacrificio incruento.  Ma questa affermazione è un’eresia.

The teaching of the New Testament and of the Catholic Catechism is following:

L’insegnamento del Nuovo Testamento e del Catechismo Cattolico è il seguente:

“Mass will be celebrated until the Day of Judgment (1 Cor, XI, 26). Not any or all of the adversaries of the Church, not Antichrist himself, will be able to suspend the offering of the holy sacrifice. The last Mass said will be on the last day of this world’s existence. This is what Our Lord meant when He said: “I am with you all days, even to the consummation of the world” (Matt. xxviii, 20).”

“ La Messa sarà celebrata fino al Giorno del Giudizio (I Corinzi, IX, 26). Nessuno degli avversari della Chiesa, neanche lo stesso anticristo, sarà capace di interrompere l’offerta del Santo Sacrificio. L’ultima Messa sarà detta fino all’ultimo giorno dell’esistenza di questo mondo. Questo è ciò che Nostro Signore ha voluto affermare quando disse: “Io sarò con voi tutti i giorni, fino al compimento del mondo” (S. Matteo, XXVIII, 20)

 
The Catechism Explained
, [Il Catechismo spiegato di Franceso Spirago]. From the original of Rev. Francis Spirago, Professor of Theology, Edited by Rev. Richard F. Clarke, S.J.
Nihil Obstat: Thos. L. Kinkead, Censor Librorum,
Imprimatur: + MICHAEL AUGUSTINE, Archbishop of New York. – New York, August 8, 1899.
Copyright 1899, by Benzinger Brothers, New York, Cincinnati, Chicago p. 536.

The Blessed Sacrament of the altar and the Priesthood are Sacraments instituted by God Himself for His Church “even to the consummation of the world”.

Il Santissimo Sacramento dell’altare ed il Sacerdozio sono Sacramenti istituiti da Dio Stesso per la Sua Chiesa “fino al compimento del mondo”.

So, according to the God’s Revelation, God will not cease having the Real Presence on the altars of the world, as the unbloody Sacrifice until the consummation of the world, because God cannot contradicts Himself.

Quindi, in conformità alle rivelazioni di Dio, Dio non cesserà mai di avere una Presenza Reale sugli altari del mondo, mediante il Sacrificio incruento, fino al compimento del mondo, perché Dio non può contraddirsi.

Also, a person says: “We know now that the Priests could only be removed once the Papacy itself was put aside, into Exile.”

Inoltre, qualcuno sostiene: “ … noi sappiamo che ora i Preti potrebbero essere non più ordinati, visto che il Papato stesso è impedito, trovandosi in esilio.

But this statement is not true as well; because the Priesthood will be exist until the last day of this world’s existence.

Ma questa affermazione non è vera; perché il Sacerdozio esisterà fino all’ultimo giorno dell’esistenza del mondo.

#    #    #

What Catholics are obliged to know about Perpetual renewal of the Sacrifice of the Cross.

Ciò che i Cattolici sono obbligati a conoscere circa il Perpetuo rinnovarsi del Sacrificio della croce

The COUNCIL OF TRENT’s teaching:

L’insegnamento del CONCILIO DI TRENTO:

On the Institution of the Most Holy Sacrifice of the Mass Forasmuch as, under the former Testament, according to the testimony of the Apostle Paul, there was no perfection, because of the weakness of the Levitical priesthood;

Circa l’istituzione del Santissimo Sacrificio della Messa: poiché nel sacrificio dell’antico Testamento, secondo la testimonianza dell’Apostolo S. Paolo, non c’era perfezione a causa della debolezza del sacerdozio levitico …

1 there was need, God, the Father of mercies, so ordaining, that another priest should rise, according to the order of Melchisedech, (Ps. CIX)

1 era necessario che Dio, il Padre della Misericordia, ordinasse l’avvento di un nuovo sacerdozio, secondo l’ordine di Melchisedech,

2 our Lord Jesus Christ, who might consummate and lead to what is perfect as many as were to be sanctified.

2, … nessuno potrebbe essere superiore al Signore nostro Gesù Cristo, tanto da condurre tutti ad essere santificati..

3 He, therefore, our God and Lord, though He was about to offer Himself once on the altar of the Cross unto God the Father, by means of His death, there to operate an eternal redemption;

3 Egli, pertanto, nostro Dio e Signore, sebbene abbia offerto se stesso una sola volta sull’altare della Croce a Dio Padre, tuttavia, mediante la sua morte, ha operato una redenzione eterna;

4 nevertheless, because that His priesthood was not to be extinguished by His death, in the Last Supper, on the night in which He was betrayed, that He might leave, to His own beloved Spouse – (vii. 11, 18. 3 Heb. x. 14. 2Ibid- Heb. ix. 13 ff), the Church, a visible sacrifice (can. i), such as the nature of man requires, whereby that bloody sacrifice, once to be accomplished on the Cross, might be represented, and the memory thereof remain even unto the end of the world, and its salutary virtue be applied to the remission of those sins which we daily commit, declaring Himself constituted a priest forever, according to the order of Melchisedech,

4. … nondimeno, perché il Suo sacerdozio non si è estinto con la sua morte, nell’Ultima Cena, nella notte in cui fu tradito, affinché potesse lasciare alla sua amata Sposa – (Eb . X. 14. 2 Ibid-Ebrei IX, 13 ss.), la Chiesa, un sacrificio visibile (can. I), come richiede la natura dell’uomo, quel sacrificio cruento, compiuto una volta sola sulla Croce, poteva essere ancora essere rappresentato, e il suo ricordo rimanere così nella memoria fino alla fine del mondo, e la sua virtù salutare si applicherà alla remissione di quei peccati che quotidianamente commettiamo, dichiarandosi Egli essere un sacerdote per sempre, secondo l’ordine di Melchisedech.

5 He offered up to God the Father His own Body and Blood under the species of bread and wine; and, under the symbols of those same things, He delivered (His own body and blood) to be received by His Apostles, whom He then constituted priests of the New Testament; and by those words, “Do this in commemoration of me”

5 … Offri a Dio suo Padre il proprio corpo e sangue sotto le specie del pane e del vino; e, sotto quegli stessi simboli, consegnò (il proprio corpo e il proprio sangue) per essere ricevuto dai suoi Apostoli, che poi costituì Sacerdoti del Nuovo Testamento, con quelle parole: “… Fate questo in memoria di me”

6 He commanded them and their successors in the priesthood to offer (them); even as the Catholic Church has always understood and taught (can. ii).

6. Egli comandò a loro ed ai loro successori nel sacerdozio di offrire (loro), come la Chiesa Cattolica ha sempre compreso e insegnato (can II).

Conc. di Trento, Sess. XXII, Canon VIII. If anyone saith that Masses wherein the priest alone communicates sacramentally are unlawful, and are therefore to be abrogated; let him be anathema.

Canone VIII. Se qualcuno dice che le Messe in cui solo il sacerdote comunica sacramentalmente sono illecite e devono quindi essere soppresse; sia anatema!

DOGMATIC CANONS AND DECREES

AUTHORIZED TRANSLATIONS OF THE DOGMATIC DECREES OF THE COUNCIL OF TRENT, THE DECREE ON THE IMMACULATE CONCEPTION, THE SYLLABUS OF POPE PIUS IX, AND THE DECREES OF THE VATICAN COUNCIL

[Canoni e decreti dogmatici del Concilio di Trento, decreto sull’Immacolata Concezione, il Syllabus di Papa Pio IX, ed i decreti del Concilio Vaticano.]

Nihil Obstat REMIGIUS LAFORT, D.D., Censor Imprimatur +JOHN CARDINAL FARLEY, Archbishop of New York June 22, 1912; COPYRIGHT, 1912, BY THE DEVIN-ADAIR COMPANY – SESSION XXII September 17, 1562

DOCTRINE ON THE SACRIFICE OF THE MASS – DOGMATIC CANONS AND DECREES

CHAPTER I On the Institution of the Most Holy Sacrifice of the Mass p.132-133, CHAPTER IX Preliminary Remark on the Following Canons ON THE SACRIFICE OF THE MASS, p.143

[Dottrina del Sacrificio della Messa, canoni e decreti dogmatici: Cap. I: sull’istituzione del Santissimo Sacrificio della Messa, p. 132, 133. Cap. IX: note preliminari sui seguenti canoni sul Sacrificio della Messa, p. 143]

Was all sacrifice to cease with the death of Christ?

Tutti i sacrifici erano destinati a cessare con la morte di Cristo?

No; there was to be in the New Law of Grace a perpetual sacrifice, in order to renew continually that which was once accomplished on the Cross, and to apply the fruits of the sacrifice of the Cross to our souls.

No; nella Nuova Legge della Grazia doveva esserci un sacrificio perpetuo, per rinnovare continuamente ciò che una volta sola era stato compiuto sulla Croce ed applicare i frutti del sacrificio della Croce alle nostre anime.

Although the sacrifice of the Cross once accomplished was sufficient for all time, yet not the remembrance of a remote sacrifice only was to remain with men, but the sacrifice was to be ever present with them, and that which had been acquired for all men upon the Cross was, by a perpetual renewal of this sacrifice, to be applied also to each one.

Sebbene il sacrificio della Croce, una volta compiuto, fosse sufficiente per tutto il tempo, tuttavia non poteva rimanere per gli uomini solo il ricordo di un remoto sacrificio, ma il sacrificio doveva essere sempre a loro presente, e ciò che era stato acquisito per tutti gli uomini una volta sulla Croce, doveva avere un rinnovamento perpetuo di questo Sacrificio, applicabile ad ognuno.

Was such a sacrifice promised to us by God?

Tale sacrificio ci è stato promesso da Dio?

Yes; even in the Old Law it was prefigured by the sacrifice of Melchisedech, and was foretold by the Prophet Malachias: “I have no pleasure in you (Jews), saith the Lord of Hosts, and I will not receive a gift of your hand; for from the rising of the sun even to the going down, my name is great among the Gentiles, and in every place there is sacrifice, and there is offered to my name a clean oblation” (Mal. I, 10, 11). In this prophecy it is clearly expressed that:

1. The Jewish sacrifice was to be abolished by God.

2. In its place a new sacrifice was to be offered, which should be a clean sacrifice, and, as the Hebrew expression indicates, an oblation.

3. This sacrifice was to be offered up to God perpetually among all nations, and in all places.

Sì; anche nell’Antica Legge [il Sacrificio della Croce] fu prefigurato dal sacrificio di Melchisedech, e fu predetto dal profeta Malachia: “Non ho alcun piacere in te (ebrei), dice il Signore degli eserciti, e non riceverò un dono della tua mano; […non est mihi voluntas in vobis, dicit Dominus exercituum, et munus non suscipiam de manu vestra.]

poiché dal sorgere del sole fino al tramonto, il mio nome è grande tra i Gentili, e in ogni luogo c’è un sacrificio, e viene offerto al mio nome una oblazione monda” [Ab ortu enim solis usque ad occasum, magnum est nomen meum in gentibus, et in omni loco sacrificatur: et offertur nomini meo oblatio munda, quia magnum est nomen meum in gentibus, dicit Dominus exercituum.] (Mal. I, 10, 11).

In questa profezia è chiaramente espresso che:

1. Il sacrificio ebraico doveva essere abolito da Dio.

2. Al suo posto doveva essere offerto un nuovo sacrificio, che dovrebbe essere un sacrificio puro e, come indica l’espressione ebraica, una oblazione.

3. Questo sacrificio doveva essere offerto a Dio perpetuamente tra tutte le nazioni e in tutti i luoghi.

Sunday School Teacher’s

EXPLANATION Of the Baltimore Catechism

[Spiegazione del catechism di Baltimora 3]

BY THE REV. A. URBAN, Nihil Obstat REMIGIUS LAFORT, S. T. L. Censor Librorum Imprimatur +JOHN M FARLEY, D. D Archbishop of New York NEW YORK, SEPTEMBER 14, 1908 – Copyright, 1908, by JOSEPH F. WAGNER, New York Lesson Twenty-fourth, On the Sacrifice of the Mass, p.290.

[fr. UK, Sacerdote Cattolico in unione con Papa Gregorio XVIII.]

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE IL MODERNISTA APOSTATA DI TORNO: LONGINQUA OCEANI DI S. S. LEONE XIII.

La lettera enciclica “Loginqua oceani”, venne indirizzata da S. S. Leone XIII ai Vescovi degli Stati confederati d’America, sia per incoraggiare l’azione evalgelica e moralizzatrice della novella Gerarchia americana, sia per ribadire alcuni principi inderogabili della Dottrina Cattolica, principi che già all’epoca venivano in qualche modo disattesi o recepiti con malumori o deviazioni comodamente adattate alle circostanze falsamente “moderne”. Ad esempio si sottolinea con vigore che “… si deve combattere l’errore di chi ne deduce di dover prendere dall’America un modello dell’ottimo stato della Chiesa; ovvero essere lecito e giusto, generalmente parlando, che la Chiesa e lo Stato vadano disgiunti e separati secondo l’uso americano… ”; pertanto la separazione tra Stato e Chiesa, secondo il modello imposto dalle logge massoniche in America e poi in Europa, veniva giustamente additato come evento foriero di instabilità sociali, lotte ed ingiustizie palesi tra le diverse classi di cittadini, nella moralità pubblica e collettiva degli abitanti, cardine di convivenza serena e del progresso materiale e spirituale. Altro tema che stava particolarmente a cuore al Sonno Pontefice, era … il “dogma cristiano dell’unità e indissolubilità del matrimonio”, riletto alla luce delle disastrose conseguenze individuali, familiari e sociali che comporta la sua inosservanza”… per causa dei divorzi si rendono mutabili le nozze; si diminuisce la mutua benevolenza; si danno pericolosi eccitamenti alla infedeltà; si reca pregiudizio al benessere e all’educazione dei figli; si offre occasione allo scioglimento delle comunità domestiche; si diffondono i semi delle discordie tra le famiglie; si diminuisce e si abbassa la dignità delle donne, le quali, dopo aver servito alla libidine degli uomini, corrono il rischio di rimanere abbandonate”. Tanti sono ancora gli spunti rilevati e che ancora oggi costituiscono materia di riflessione ed applicazione pratica. Se gli uomini ascoltassero la parola del Santo Padre, che è la parola stessa di Cristo, l’uomo-Dio che ama tutte le creature per le quali è morto sulla croce. Oggi ci lamentiamo dei tanti nemici dell’umanità, dando la colpa di tanti misfatti a questo o a quello, … a filosofi, politici, pensatori, banchieri usurai, gruppi esoterici, organizzazioni atee ed anticlericali, ai servi dell’anticristo indovati nei sacri palazzi dell’urbe e dell’orbe, ma ci piace citare, prima della lettura della lettera, gli ultimi versetti del salmo 80, ove lo Spirito Santo, per bocca del Re-Profeta Davide, ci offre la soluzione di sempre ai nostri problemi attuali, eccola: Si populus meus audisset me, Israel si in viis meis ambulasset, pro nihilo forsitan inimicos eorum humiliassem, et super tribulantes eos misissem manum meam. Inimici Domini mentiti sunt ei, et erit tempus eorum in sæcula. Et cibavit eos ex adipe frumenti, et de petra melle saturavit eos. [Se il mio popolo mi ascoltasse, se Israele camminasse per le mie vie! Subito piegherei i suoi nemici e contro i suoi avversari porterei la mia mano. I nemici del Signore gli sarebbero sottomessi e la loro sorte sarebbe segnata per sempre; li nutrirei con fiore di frumento, li sazierei con miele di roccia.] …

LONGINQUA OCEANI

EPISTOLA ENCICLICA
DI SUA SANTITÀ


LEONE PP. XIII

Ai Venerabili Fratelli Arcivescovi e Vescovi degli Stati Confederati

dell’America Settentrionale.

Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

Valichiamo col cuore e col pensiero le sterminate distanze dell’oceano, e sebbene vi abbiamo scritto altre volte, specialmente quando in virtù della Nostra autorità abbiamo spedito lettere encicliche a tutti i Vescovi dell’orbe cattolico, tuttavia abbiamo deliberato di parlare a voi particolarmente nell’intento di poter giovare, a Dio piacendo, agl’interessi della causa cattolica. E facciamo ciò con amore e cura grandissima perché stimiamo grandemente e amiamo il popolo americano, forte di giovanile vigore, nel quale scorgiamo potenziali progressi non solo di civile ma anche di cristiana grandezza.  – Quando tutta la vostra nazione, poco tempo fa, celebrò con grato ricordo e con grande plauso, come era giusto, il quarto centenario della scoperta dell’America, anche Noi Ci associammo a voi con lo stesso animo e la stessa esultanza nel celebrare la memoria di quel felicissimo avvenimento. Né Ci parve sufficiente in quella circostanza fare voti per la vostra salute e la vostra grandezza restando assenti, ma desiderammo essere in qualche modo presenti alle vostre celebrazioni, e perciò volentieri vi abbiamo mandato un Nostro rappresentante.  – Ciò che abbiamo fatto in quella ricorrenza tanto celebre, non lo abbiamo fatto senza ragione, perché la Chiesa, come una madre, abbracciò e strinse al seno la nazione americana, come vagisse nella culla, appena venuta alla luce. In verità, come altre volte abbiamo dimostrato, Colombo voleva cogliere specialmente dalle sue navigazioni e dalle sue fatiche questo frutto: aprire la via al Cristianesimo attraverso nuove terre e nuovi mari. Mirando costantemente a questo scopo, ovunque egli approdava, il suo primo pensiero era di piantare sulla spiaggia la santissima Croce. Come l’arca di Noè, galleggiando sulle acque del diluvio, portava in sé il germe di Israele e le reliquie del genere umano, nello stesso modo le navi di Colombo, affidandosi all’oceano, trasportarono il principio dei grandi Stati e il seme del Cattolicesimo nelle terre oltremare.  – Quello che poi ne seguì non è qui il caso di ricordare in particolare. Certamente per opera del grande Ligure spuntò la luce del Vangelo per uomini ancora selvaggi che egli aveva scoperto. È abbastanza noto quanti Francescani, Domenicani e Gesuiti nei due secoli successivi hanno abitualmente navigato fino a codeste terre per assistere le colonie emigrate dall’Europa, ma prima di tutto e massimamente per convertire gl’indigeni dalla superstizione al Cristianesimo, consacrando non raramente le loro fatiche con la testimonianza del sangue. I nuovi nomi assegnati a tante vostre città, fiumi, monti e laghi dicono, e chiaramente attestano, che le vostre origini sono impresse nelle orme che lasciò costà la Chiesa Cattolica. E forse non accadde senza un particolare disegno della divina provvidenza quanto qui ricordiamo: cioè fu canonicamente istituita presso di voi la gerarchia ecclesiastica, allorché le colonie americane, con l’aiuto dei cattolici, acquistarono libertà e potere, ed onorarono una repubblica fondata sul diritto: nello stesso periodo nel quale il suffragio popolare chiamò il grande Washington al governo della Repubblica, per autorità apostolica venne anche insediato il primo Vescovo della Chiesa Americana. L’amicizia poi e il tratto familiare notoriamente intercorsi fra l’uno e l’altro stanno ad indicare l’opportunità che codeste comunità confederate siano legate alla Chiesa Cattolica da concordia ed amicizia. E ciò non senza ragione. Infatti lo Stato non può reggersi se non con i buoni costumi, e questo acutamente vide e proclamò quel vostro concittadino che poco fa abbiamo nominato, nel quale era tanta la forza d’ingegno e di prudenza civile.  – Ma è soprattutto la Religione che sostiene nel modo migliore la moralità, perché essa è custode e vindice per sua natura di tutti i princìpi dai quali derivano i doveri, e proponendoci le più valide ragioni ad operare, ci comanda di vivere con virtù, e condanna la colpa.  – Ora che altro è la Chiesa se non una legittima società istituita per volere e comando di Gesù Cristo per tutelare la santità dei costumi e la Religione? Per questo motivo, come spesso dalla sublimità del Pontificato Ci siamo sforzati di persuadere, la Chiesa, anche se per se stessa e per sua natura mira alla salvezza delle anime e al conseguimento della celeste felicità, tuttavia anche nelle cose terrene arreca tanti e tali beni, quali di più e maggiori non si potrebbe, se fosse stata principalmente ed esclusivamente istituita per la conservazione del benessere in questa vita terrena.  – Non c’è nessuno che non possa rendersi conto del progressivo, veloce cammino del vostro Stato verso condizioni migliori; ciò anche nelle cose che riguardano la religione. Infatti, come gli Stati nel giro di un solo secolo sono cresciuti in modo rilevante di agi e di potenza, così vediamo che la Chiesa, da piccolissima e fragile, è divenuta rapidamente grande e fiorente. Ora se da un lato l’aumentata ricchezza e potenza degli Stati vengono meritamente attribuite all’ingegnosità e alla instancabile operosità del popolo americano, dall’altro lato la fiorente condizione del Cattolicesimo va attribuita alla virtù, allo zelo e alla prudenza dei Vescovi e del Clero, e in secondo luogo alla fede e alla munificenza dei Cattolici. E così, grazie al valido concorso di ogni ordine di cittadini, si è potuto fondare un gran numero di pie e benefiche istituzioni: chiese, scuole per l’istruzione e l’educazione dei fanciulli, collegi per gli studi superiori, ricoveri per i poveri, ospedali e conventi. Per quello che riguarda più da vicino la cultura dello spirito, che consiste nell’esercizio delle virtù cristiane, abbiamo avuto notizia di tante iniziative che Ci riempiono di speranza e di gioia. Sappiamo che va gradatamente crescendo di numero tanto il Clero secolare come il regolare; che sono apprezzati i Collegi diretti da pii sodalizi e sono in fiore le scuole parrocchiali, le domenicali per l’insegnamento del catechismo e le estive, le società di mutuo soccorso, quelle di pubblica beneficenza contro la povertà, quelle della temperanza: a tutto questo si aggiungono molte altre prove della pietà popolare.

A questa felice situazione contribuiscono senza dubbio gli ordini e i decreti dei vostri Sinodi, specialmente di quelli che più recentemente l’autorità della Sede Apostolica convocò e approvò. Ma, oltre a ciò, Ci piace riconoscere quanto è vero: l’America vive grazie alla saggezza delle sue leggi e delle consuetudini di uno Stato ben costituito. Infatti presso di voi è concesso alla Chiesa, senza alcun provvedimento contrario dello Stato, senza alcuna pastoia delle leggi, difesa anzi contro ogni violenza dal diritto comune e dalla giustizia dei tribunali, di poter vivere e operare sicura senza ostacoli. Tuttavia, anche se queste cose sono vere, si deve combattere l’errore di chi ne deduce di dover prendere dall’America un modello dell’ottimo stato della Chiesa; ovvero essere lecito e giusto, generalmente parlando, che la Chiesa e lo Stato vadano disgiunti e separati secondo l’uso americano. Poiché infatti se nei vostri paesi la realtà cattolica è incolume, prospera e si dilata, ciò è frutto della fecondità concessa da Dio alla Chiesa, la quale, quando non è avversata, per forza propria cresce e si espande, mentre renderebbe frutti ancora più copiosi se, oltre la libertà, godesse anche il favore delle leggi e la protezione del pubblico potere.  – Noi pertanto, per quanto lo permettevano i tempi, non abbiamo tralasciato di confermare e fondare più saldamente il Cattolicesimo presso di voi. A tale scopo, come ben sapete, avemmo di mira principalmente due cose: la prima, promuovere lo studio delle dottrine; l’altra, rendere più efficiente il ministero della Chiesa. Perciò, sebbene si contassero varie ed insigni Università presso di voi, Ci parve tuttavia che fosse opportuno che ne esistesse un’altra, dipendente dalla Sede Apostolica, da Noi dotata di ogni legittimo diritto, nella quale insegnanti cattolici formassero gli studiosi dapprima nelle dottrine filosofiche e teologiche, poi, come il tempo e le circostanze lo permettessero, anche nelle altre materie e specialmente in quelle che la nostra età inventò o perfezionò. Infatti, ogni insegnamento diventa imperfetto se non vi si aggiunge la cognizione delle più recenti scoperte. Considerata questa viva corsa degli ingegni nell’ardente desiderio di sapere così ampiamente diffuso e tanto onesto e lodevole, è opportuno che i Cattolici siano all’avanguardia e non restino indietro; perciò è necessario che si istruiscano in ogni ramo del sapere e si dedichino con grande impegno nella ricerca della verità e nell’indagine, se possibile, su tutta la natura. Questo fu in ogni tempo il desiderio della Chiesa, la quale tanto si adoperò per dilatare i confini delle scienze, quanto lo consentivano la sua possibilità e i suoi mezzi. Noi pertanto con la lettera spedita a Voi, Venerabili Fratelli, il 7 marzo 1889 fondammo a Washington, città capitale, la grande Università per la gioventù desiderosa di apprendere le scienze superiori dopo che voi stessi avevate indicato in maggioranza tale città come la sede più opportuna per gli studi di alto livello.  – E Noi, parlandone in Concistoro ai Nostri Venerabili Fratelli Cardinali di Santa Romana Chiesa (1), dichiarammo che in quella Università si deve ritenere come legge che erudizione e dottrina vadano d’accordo con l’integrità della fede, e che i giovani vengano istruiti non meno nella Religione che nelle scienze più elevate. Ordinammo quindi che al buon andamento degli studi nonché alla buona condotta degli allievi presiedessero i Vescovi delle città confederate, e conferimmo all’Arcivescovo di Baltimora — come si dice — il potere e la carica di Cancelliere. E gli inizi furono, grazie a Dio, abbastanza lieti. Infatti, senza indugi, mentre celebravate solennemente il centenario della introduzione della gerarchia ecclesiastica nella vostra patria, furono felicemente iniziati i sacri insegnamenti alla presenza del Nostro Legato. E da quel giorno, come Ci è noto, continuarono nell’insegnamento della teologia illustri insegnanti che sanno unire la fedeltà e l’ossequio alla Sede Apostolica, alla loro insigne dottrina. E non è molto tempo che abbiamo saputo di un pio e munifico sacerdote che ha costruito di sana pianta una casa per l’insegnamento delle scienze e delle lettere per giovani, sia chierici, sia laici. Dall’esempio di questo uomo confidiamo prendano coraggio altri cittadini per imitarlo, poiché conosciamo l’indole degli Americani — né essi stessi possono ignorarlo — i quali sanno che tutto quello che si spende in queste liberalità viene largamente compensato dal bene comune.  – Tutti sanno altresì quale tesoro di dottrina e quanta ricchezza di civiltà la Chiesa di Roma ha diffuso in ogni tempo in tutta Europa istituendo o approvando tali Università. Oggi, pur tacendo degli altri, basta ricordare l’Università di Lovanio, dalla quale l’intera nazione belga riceve quasi quotidianamente aumento di prosperità e di gloria. Uguale e simile abbondanza di vantaggi facilmente deriverà dall’Università di Washington, se insegnanti ed alunni (il che non dubitiamo) ubbidiranno alle Nostre direttive, e se gli uni e gli altri, messe da parte contese e partiti, acquisteranno stima dal popolo e dal Clero.  – E qui vogliamo raccomandare alla vostra carità, Venerabili Fratelli, e alla beneficenza del popolo il Collegio di Roma destinato alla formazione ecclesiastica dei giovani dell’America settentrionale, fondato dal Nostro Predecessore Papa Pio IX e che Noi, con atto del 25 ottobre 1884, confermammo con legittima costituzione; tanto più che quell’Istituto non aveva deluso la comune aspettativa. Voi stessi siete testimoni che dopo poco tempo ne uscirono molti buoni sacerdoti e non mancarono fra essi coloro che per merito e dottrina giunsero alle più alte dignità. Pertanto riteniamo che voi farete opera egregia continuando a mandare in questo luogo scelti giovani, i quali possano crescere a speranza della Chiesa; le ricchezze intellettuali e le virtù morali che avranno accumulato a Roma, essi manifesteranno in patria e metteranno a servizio del bene comune.  – Ugualmente mossi dall’amore che portiamo ai Cattolici della vostra nazione fin dal principio del Nostro Pontificato, abbiamo pensato al terzo Concilio di Baltimora. Ed essendo poi venuti a Roma gli Arcivescovi da Noi invitati, abbiamo chiesto ad essi il loro comune parere; alla fine, con la Nostra Apostolica autorità e dopo matura considerazione, abbiamo stabilito di ratificare quello che a tutti i convenuti era parso giusto decretare a Baltimora. E se ne vide ben presto il frutto. Infatti l’esperienza confermò e tuttora conferma che quei decreti Baltimoresi sono proficui e molto adatti ai tempi. Fin da ora ne appare l’efficacia per stabilire la disciplina, eccitare diligenza e vigilanza nel Clero, tutelare e diffondere l’educazione cattolica della gioventù. E se Noi riconosciamo in queste cose, Venerabili Fratelli, il vostro zelo; se lodiamo la vostra costanza congiunta con la prudenza, non facciamo altro che rendervi giustizia. Comprendiamo benissimo che tanta abbondanza di frutti non poteva maturare se voi stessi non vi foste studiati di eseguire attivamente e fedelmente, secondo le vostre possibilità, quanto avevate sapientemente stabilito a Baltimora.  – Però, terminato il Concilio di Baltimora, restava da coronare l’opera in modo adatto e conveniente: il che Ci parve di realizzare al meglio con la fondazione di una Legazione americana, che Noi stabilimmo, come ben sapete. Con questo fatto, come altre volte dichiarammo, Ci piacque innanzi tutto attestare che, nella stima e benevolenza Nostra, l’America tiene a buon diritto lo stesso posto delle altre nazioni, particolarmente fra le grandi e potenti. Poi mirammo anche a che si stringessero sempre più i vincoli di affetto e di buone relazioni che voi e tante migliaia di cattolici conservate con la Sede Apostolica. Infatti la popolazione cattolica comprese che il Nostro operato mirava al suo bene, ed era inoltre conforme agli usi e al modo di operare della Sede Apostolica. Per questa ragione, fin dalla più remota antichità i Pontefici Romani, avendo da Dio il sommo potere nell’amministrazione della Chiesa, sono soliti inviare loro rappresentanti all’estero, alle genti e ai popoli cristiani. – E ciò non per diritto acquisito, ma per diritto naturale, in quanto “il Pontefice Romano, a cui Cristo conferì il potere ordinario e immediato su tutte le singole Chiese e su tutti i singoli Pastori e fedeli (2), non potendo personalmente visitare ciascuna regione, né esercitare personalmente l’ufficio pastorale verso il gregge affidatogli, necessita talvolta, per il suo dovere di servizio, inviare suoi legati nelle diverse parti del mondo, come richiede il bisogno; tali legati, facendo le veci del Pontefice, correggano gli errori, appianino le difficoltà e amministrino i mezzi di salvezza alle popolazioni affidate alle loro cure” (3).  – Bando a quell’ingiusto e falso sospetto, se pure c’è, secondo il quale il potere conferito al Legato possa nuocere a quello dei Vescovi. I diritti di “coloro che lo Spirito Santo ha posto come Vescovi a reggere la Chiesa di Dio” sono per Noi sacri più che a nessun altro; vogliamo e dobbiamo volere che rimangano inalterati presso ogni popolo e in ogni parte del mondo, specialmente perché la dignità di ogni Vescovo è di sua natura così legata con quella del Pontefice Romano che colui che difende l’una provvede anche all’altra. “Il mio onore è onore di tutta la Chiesa. Il mio onore è la forza e la fermezza dei miei fratelli. Allora io sono veramente onorato quando a nessuno di essi si nega il debito onore” (S.Gregorius, Epist. ad Eulog. Alex., lib. VIII, ep. 30.). –  Pertanto, per quanto potere abbia il Legato Apostolico, essendo proprio di lui e del suo ufficio rappresentare il Papa che l’ha mandato, eseguirne gli ordini e interpretarne la volontà, è così lontano dal recare detrimento all’ordinaria autorità dei Vescovi, ché anzi le apporterà forza e vigore. La sua autorità avrà certamente molto peso per conservare nel popolo l’obbedienza, nel Clero la disciplina e il dovuto rispetto ai Vescovi, e fra i Vescovi la mutua carità e l’intima unione degli animi. La quale unione, tanto salutare e auspicabile, essendo specialmente riposta nella concordia del sentire e dell’operare, farà sì che ciascuno di voi continui a governare con diligenza le cose della propria diocesi; che nessuno impedisca all’altro di liberamente governare, né indaghi sulle intenzioni e i fatti altrui e che, tolto di mezzo ogni dissidio e rispettandosi a vicenda, tutti concorrano col massimo sforzo a promuovere uniti il decoro della Chiesa americana. Non si può esprimere a parole quanto gioverà non solo alla causa dei cattolici, ma anche alla edificazione degli altri, codesta concordia dei Vescovi, perché proprio allora riconosceranno che soltanto nell’ordine dell’Episcopato cattolico è stata realmente trasmessa l’eredità del divino apostolato.  – Vi è ancora un’altra considerazione da fare. È parere di uomini saggi, come Noi stessi volentieri poc’anzi abbiamo espresso, che l’America sia destinata a un grande avvenire. Perciò Noi vogliamo che anche la Chiesa sia partecipe e cooperatrice della prevista grandezza. Senza dubbio riteniamo che sia doveroso e conveniente che anch’essa progredisca a gran passi con lo Stato, approfittando delle buone occasioni che le circostanze presentano, adoperandosi contemporaneamente a che il suo valore e le sue istituzioni giovino il più possibile allo sviluppo delle Comunità. Essa otterrà tanto più facilmente ambedue i vantaggi quanto più, con l’andar del tempo, sarà stabile ed ordinata. Ora, che altro è mai, o a che altro mira la Legazione di cui parliamo, se non a far sì che sia sempre più salda la posizione della Chiesa e meglio rafforzata la disciplina?  – Stando così le cose, desideriamo vivamente che ogni giorno s’imprima con maggior forza negli animi dei Cattolici che nessuno può provvedere meglio al proprio bene privato, né rendersi più benemerito della pubblica prosperità che assoggettandosi alla Chiesa e prestandole una spontanea e intera obbedienza. In questo essi hanno bisogno soltanto di una esortazione, perché già aderiscono spontaneamente e con lodevole perseveranza alle istituzioni cattoliche. E qui Ci piace ricordare una cosa di grande importanza e decisamente salutare sotto ogni aspetto: una cosa che nella fede e nei costumi è in genere considerata religiosamente presso di voi, come è giusto; intendiamo riferirCi al dogma cristiano dell’unità e indissolubilità del matrimonio; dogma nel quale si trova la massima garanzia di sicurezza non solo per la comunità domestica, ma anche per il civile consorzio. Molti vostri concittadini, anche fra coloro che da noi discordano nelle altre cose, ammirano ed approvano la dottrina e il costume cattolico su questo punto, preoccupati come sono dalla licenza dei divorzi. Essi sono indotti a pensare in questo modo non soltanto da amor di patria, ma anche da rettitudine di giudizio. Infatti non si può immaginare una peste più micidiale per la società, che volere solubile quel vincolo che una legge divina ha voluto perpetuo e indissolubile. – “Per causa dei divorzi si rendono mutabili le nozze; si diminuisce la mutua benevolenza; si danno pericolosi eccitamenti alla infedeltà; si reca pregiudizio al benessere e all’educazione dei figli; si offre occasione allo scioglimento delle comunità domestiche; si diffondono i semi delle discordie tra le famiglie; si diminuisce e si abbassa la dignità delle donne, le quali, dopo aver servito alla libidine degli uomini, corrono il rischio di rimanere abbandonate. E poiché per distruggere le famiglie e abbattere la potenza dei regni niente ha maggior forza che la corruzione dei costumi, è opportuno conoscere che contro la prosperità delle famiglie e delle nazioni sono funestissimi i divorzi. (Enc. Arcanum divinæ) Parlando della società civile, tutti sanno notoriamente che in una repubblica popolare, quale è la vostra, importa assai che i cittadini siano onesti e costumati. In una società libera, se la giustizia non è custodita davanti a tutti e fatta rispettare, se il popolo non è richiamato spesso e con premura all’osservanza dei precetti evangelici, la stessa libertà può risultare pericolosa. Tutti quegli ecclesiastici che si dedicano all’istruzione del popolo trattino chiaramente questo argomento dei doveri del cittadino, affinché tutti comprendano e siano persuasi che in ogni ufficio della vita civile occorre osservare fedeltà, disinteresse, onestà: non si può credere lecito nell’amministrazione pubblica quello che è disonesto nel privato. Intorno a questa materia — come sapete — i Cattolici troveranno molte indicazioni da seguire e mettere in pratica nelle stesse encicliche che sovente, durante il Nostro supremo Pontificato, siamo venuti pubblicando. In tali documenti abbiamo trattato della libertà umana, dei principali doveri dei cristiani, del governo civile e della cristiana costituzione degli Stati, secondo i principi che si ricavano sia dal Vangelo, sia dalla ragione. Pertanto, coloro che vogliono essere buoni cittadini ed esercitare fedelmente i loro doveri, potranno facilmente attingere dalle Nostre lettere le regole dell’onestà. Anche i sacerdoti insistano nel ricordare al popolo gli statuti del terzo Concilio Baltimorese, specialmente quelli che trattano della virtù della temperanza, della educazione cattolica della gioventù, dell’uso frequente dei Sacramenti, dell’obbedienza alle giuste leggi e agli statuti dello Stato.  – Anche nell’aderire a società particolari bisogna essere molto cauti, per non cadere in errore. Intendiamo parlare specificamente degli operai, i quali hanno certamente diritto di stringersi in sodalizi per averne benefìci: lo consente la Chiesa, è un diritto naturale; ma importa assai con quale sorta di persone si associano, affinché, dove cercano aiuto per migliorare le loro condizioni, non trovino invece da mettere a repentaglio interessi d’un ordine molto più alto. Per evitare tale pericolo facciano il fermo proposito di non consentire mai che in nessun momento e in nessuna occasione si abbandoni la giustizia. Se c’è dunque qualche organizzazione che sia diretta da uomini non saldamente ancorati alla giustizia, né amici della Religione, e che obbligano a prestar loro obbedienza, tale sodalizio potrà portare molti danni privati e pubblici, ma nessun vantaggio. Ne deriva come conseguenza che occorre evitare non solo le società apertamente condannate dalla Chiesa, ma anche quelle che, a giudizio delle persone prudenti e specialmente dei Vescovi, sono sospette e pericolose.  – Anzi, per custodire meglio la purezza della fede, i Cattolici devono associarsi preferibilmente con i Cattolici, a meno che la necessità non richieda altrimenti. E quando sono uniti in società, facciano sì che alla loro testa ci siano sacerdoti o laici probi e autorevoli; attenendosi ai loro consigli, curino di prendere ed eseguire pacatamente quei provvedimenti che tornino loro più vantaggiosi, tenendo per norma specialmente le istruzioni che Noi abbiamo date nell’enciclica Rerum novarum. Ma ricordino sempre che è cosa buona e lodevole tutelare i diritti del popolo, a patto però di non trascurare i doveri. Doveri fondamentali sono: non toccare le cose d’altri; lasciare a ciascuno libertà nelle cose sue; non impedire a nessuno di prestare l’opera sua dove e quando gli piace. I disordini violenti e tumultuosi accaduti l’anno scorso nella vostra patria, vi avvertono che anche l’America è minacciata dall’audacia terribilmente disastrosa di nemici. Dunque le stesse circostanze dei tempi spronano i Cattolici ad adoperarsi per la comune tranquillità, ad osservare quindi le leggi, ad astenersi dalla violenza, a non pretendere più di quello che l’equità o la giustizia possano consentire.  – A questo intento possono cooperare assai coloro che si sono dati al lavoro di scrittori, specialmente quelli che operano nei giornali quotidiani. Non ignoriamo che in questa palestra faticano molte persone egregiamente preparate, l’attività delle quali è più degna di lode che bisognosa di stimolo. Ma essendo tra voi così grande il desiderio di leggere e sapere, e questo potendo diventare un’ampia sorgente di beni o di mali, bisogna fare ogni sforzo per accrescere il numero dei buoni e bravi scrittori, che abbiano per guida la fede religiosa e per compagna la probità. E ciò in America appare anche più necessario per la convivenza e la promiscuità fra Cattolici e dissidenti; il che fa sì che i nostri abbisognino di somma cautela e di singolare costanza. È necessario istruirli, ammonirli, confortarli, incitarli a coltivare le virtù e ad osservare fedelmente i doveri verso la Chiesa in mezzo a tanti pericoli. Certamente, curare tali cose ed occuparsi di esse è dovere proprio e fondamentale del Clero: ma le circostanze dei tempi e dei luoghi richiedono che anche i giornalisti vi prendano parte attiva e combattano per la stessa causa con tutte le loro forze. Riflettano però seriamente che la loro opera di scrittori sarà poco utile alla Religione, se non dannosa, se mancherà la concordia degli animi e non saranno tutti rivolti allo stesso scopo. Coloro che vogliono servire utilmente la Chiesa, coloro che si propongono davvero di promuovere con la penna gl’interessi cattolici, debbono combattere uniti, in schiere compatte, poiché se alcuni, con la discordia, disperdono le forze, sembrano operare più dalla parte dei nemici che dei difensori. Nello stesso modo gli scrittori cambiano la loro attività, da virtuosa e salutare, in velenosa e deleteria ogni volta in cui ardiscono sottoporre al proprio sindacato i provvedimenti e le azioni dei Vescovi, e riprenderli e criticarli senza il dovuto rispetto, senza pensare al grave disordine che provocano e ai tanti mali che ne derivano. Si ricordino sempre del loro dovere e pertanto non oltrepassino mai i confini della moderazione. Ai Vescovi, collocati in altissimo grado di autorità, si deve obbedienza e si deve adeguato rispetto alla grandezza e alla santità del loro grado. Codesto rispetto, al quale nessuno può sottrarsi, “deve essere chiaro, evidente ed esemplare, specialmente da parte dei giornalisti cattolici. Infatti i giornali, prodotti appunto per essere largamente diffusi, corrono ogni giorno per le mani di tutti, e non è piccola l’influenza che essi esercitano sulle opinioni e sui costumi delle moltitudini” (4). Noi stessi abbiamo spesso prescritto molte norme sui doveri del bravo scrittore; molte norme sono pure state stabilite di comune accordo dal terzo Concilio Baltimorese e poi rinnovate dagli Arcivescovi che nel 1893 sono convenuti a Chicago. I cattolici si imprimano dunque nel cuore questi documenti Nostri e vostri e si persuadano che a norma di essi deve essere regolata tutta la loro opera di scrittori, se vogliono, come debbono, fare tutto il loro dovere.  – Il Nostro pensiero già si svolge a coloro che nella fede cristiana dissentono da Noi. Chi di essi vorrà negare che una gran parte di loro dissente più per consuetudine ereditaria che per deliberato proposito? Quanta sollecitudine Noi abbiamo della loro salvezza e con quanto ardore desideriamo il loro ritorno in seno alla Chiesa, madre comune di tutti, lo abbiamo ultimamente dichiarato nella Nostra Lettera Apostolica “Præclara”. E non perdiamo la speranza: è presente e ci segue Colui cui obbediscono tutte le cose e che offrì la sua vita “per radunare insieme i figli di Dio che erano dispersi” (Gv XI, 52). Certamente non dobbiamo abbandonarli, non dobbiamo lasciarli in balìa di se stessi, ma con dolcezza e carità grandissima attirarli a noi, persuadendoli in tutti i modi affinché si applichino a studiare a fondo tutte le parti della dottrina cattolica e a spogliarsi dei pregiudizi. E se in quest’opera il primo compito è dei Vescovi e del Clero, il secondo è dei laici, che possono sempre aiutare l’opera apostolica del Clero con la probità dei costumi e con l’integrità della vita. Grande infatti è la forza dell’esempio, specialmente su coloro che cercano di cuore la verità e che per una certa naturale virtù sono onesti: molti fra voi sono di tal fatta. Se lo spettacolo delle virtù cristiane tanto poté sui pagani accecati da un’antica superstizione, come ci attestano i documenti scritti, forse nulla varrà a sradicare gli errori in coloro che sono già iniziati nel Cristianesimo?  – Infine non possiamo passare sotto silenzio coloro la cui diuturna infelicità implora e sollecita il soccorso degli uomini apostolici; vogliamo dire gl’Indiani e i Negri che vivono nelle regioni americane e che per la maggior parte non hanno rigettato le tenebre della superstizione. Che grande campo da coltivare! Quanto popolo a cui portare i benefìci della Redenzione di Gesù Cristo!  –  Frattanto, auspice dei celesti doni e come testimonianza della Nostra benevolenza, a voi, Venerabili Fratelli, al Clero e al vostro popolo impartiamo con grande affetto l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 6 gennaio, Epifania del Signore, dell’anno 1895, decimosettimo del Nostro Pontificato.

LEONE PP. XIII

(1) Die XXX Decembr. an. MDCCCLXXXIX.

(2) Conc. Vat., Sess. IV, c.3.

(3) Cap. un. Extravag. Comm. De Consuet. I.1.

(4) Ep. Cognita Nobis ad Archiepp. et Epp. Provinciarum Taurinen. Mediolanen. Vercellen., XXV Ian. an.MDCCCLXXXII.