UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. BENEDETTO XV – “SPIRITUS PARACLITUS” (1)

La Spiritus Paraclitus di S. S. Benedetto XV, è una Enciclica straordinaria e di una importanza dottrinale immensa, riferendosi, nell’esaltazione dell’opera e della figura di S. Girolamo, alla Sacra Scrittura nella quale – si ribadisce solennemente – non può trovarsi errore di sorta perché redatta, se pur mediante l’ausilio terreno di molti scrittori, dal sommo Autore, Dio stesso nella Persona dello Spirito Santo. Si tratta di un documento che dovrebbe essere letto e riletto continuamente, ricco com’è di principi assolutamente veritieri e senza inganno di sorta, un vero schiaffo per tanti illustri asini, atei, protestanti, ebraizzanti da strapazzo, massoni di scarso profilo culturale, inattendibili improvvisati biblisti “fai da te”, sbandierati dalla propaganda anticattolica in libercoli insulsi messi in mostra e venduti in edicole ferroviarie e autostradali e fatti passare per novelli studiosi la cui ignoranza è palese oltre che truffaldina. Lo stesso atteggiamento tengono i modernisti indovati nella setta vaticana postconciliare, sempre pronti a discreditare, contro ogni evidenza, ogni rifermento alla vera Chiesa Cattolica, quella dalla quale hanno vergognosamente apostatato trascinando alla perdizione eterna tanti ignari incolti pseudo-fedeli. Oltretutto la Sacra Scrittura è un’arma per confutare e respingere gli eretici di ogni sorta di ogni epoca, in particolare della nostra  … « Una volta che sarai erudito nelle Sacre Scritture, armato delle loro leggi e delle loro testimonianze, che sono i vincoli della verità, tu andrai contro i tuoi nemici, li domerai, li incatenerai e li riporterai prigionieri; e di questi avversari e prigionieri di ieri, tu farai tanti figli di Dio (EpLXXVIII, XXX, al. 78, mansio).» – Per la sua lunghezza dividiamo la Lettera in due parti, così da renderne la meditazione più godibile e fruttuosa.

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Benedetto XV
Spiritus Paraclitus

Lettera Enciclica (1)

Lo Spirito Santo, che diede al genere umano, per iniziarlo ai misteri della divinità, il tesoro delle Lettere Sante, ha con immensa provvidenza fatto sorgere nel corso dei secoli numerosi esegeti, notevoli per santità e per dottrina, i quali, non contenti di non lasciare infecondo questo Celeste tesoro (Conc. Trid., s. V. decr. di riforma, c. I), dovevano far ampiamente gustare attraverso i loro studi e le loro opere, ai fedeli cristiani, “la consolazione delle Scritture“. È universalmente riconosciuto l’eccelso posto tenuto da San Gerolamo, nel quale la Chiesa Cattolica riconosce e venera il più gran Dottore di cui il Cielo le abbia fatto dono per l’interpretazione delle Sacre Scritture. Invero, poiché fra pochi giorni dobbiamo commemorare il quindicesimo centenario della sua morte, Noi non vogliamo, Venerabili Fratelli, lasciar passare un’occasione così favorevole per intrattenervi a bell’agio sulla gloria che San Gerolamo ha acquistata e sui servizi che egli ha reso con la sua sapienza nelle Sacre Scritture. – La coscienza del Nostro ufficio Apostolico e il desiderio di dare incremento allo studio nobilissimo delle Scritture, Ci incitano da un lato a proporre come esempio da imitarsi questo grande genio, e dall’altro a confermare con la Nostra Apostolica autorità ed a meglio adattare ai tempi che oggi la Chiesa attraversa le preziosissime direttive e le prescrizioni date in questa materia dai Nostri Predecessori di santa memoria: Leone XIII e Pio X. Infatti San Gerolamo, “spirito grandemente impregnato di senso cattolico e molto versato nella conoscenza della legge santa” (Sulp. Sev., Dial., 1, 7), maestro dei cristiani” (Cass., De inc. VII, 26), “modello di virtù e luce del mondo intero” (San Prospero, Carmen de ingratis, V, 57), ha esposto meravigliosamente e validamente difeso la dottrina cattolica intorno ai Libri Santi; e a questo proposito Ci fornisce un insieme di insegnamenti di altissimo valore, di cui Noi Ci valiamo per esortare tutti i figli della Chiesa, e specialmente i membri del clero, al rispetto, alla lettura devota e all’assidua meditazione delle Scritture Divine. Come sapete, Venerabili Fratelli, San Gerolamo, nato a Stridone, città “un tempo di confine tra la Dalmazia e la Pannonia”, (De viris ill., 135), allevato fin dalla più tenera infanzia al Cattolicesimo (Ep. LXXX, 11, 2), dopo che col Battesimo ebbe preso qui in Roma stessa l’abito di Cristo (Ep. XV, 1, 1; XVI, 11, 1), fino alla fine della sua lunghissima vita consacrò tutte le sue forze allo studio, alla esplicazione e alla difesa dei Libri Sacri. – Istruitosi in lettere latine e greche, appena uscito dalla scuola dei rètori, ancora adolescente, si sforzava di commentare il profeta Abdia; questo Saggio “della sua prima gioventù” (Abdpraef.) fece crescere a tal punto il suo amore per le Scritture, che, seguendo la parabola del Vangelo, egli decise di dover sacrificare al tesoro che aveva scoperto “tutti i vantaggi di questo mondo” (Matth. XIII, 44). – Perciò, sfidando tutte le difficoltà di una simile decisione, abbandonò la sua casa, i genitori, la sorella, i parenti, rinunziò all’abitudine di una lauta mensa e partì per i luoghi santi dell’Oriente, allo scopo di procurarsi con maggior abbondanza le ricchezze di Cristo e la conoscenza del Salvatore, con la lettura e lo studio dei Libri Santi (Ep. XXII, XXX, 1). Più volte egli stesso ci descrive come si sia dedicato a questa impresa, senza risparmiare fatica: “Una meravigliosa sete di sapere mi spingeva ad istruirmi e non fui affatto, come alcuni pensano, il maestro di me stesso. Ad Antiochia ascoltai spesso le lezioni di Apollinare di Laodicea (1), che frequentavo; ma benché fossi suo discepolo nelle Sacre Scritture, non ho però mai adottato il suo dogmatismo ostinato in materia di senso” (Ep. LXXXIV, 111, 1). San Gerolamo dalla Palestina si ritirò nel deserto della Calcide, in Siria; e al fine di penetrare più profondamente il senso della parola divina e per frenare nello stesso tempo, con accanito travaglio, gli ardori della giovinezza, si mise alla scuola di un ebreo convertito, dal quale ebbe anche modo di apprendere la lingua ebraica e quella caldea. “Quali pene tutto ciò mi sia costato, quali difficoltà abbia dovuto vincere, quali scoraggiamenti soffrire, quante volte abbia abbandonato questo studio, per poi riprenderlo più tardi, stimolato dalla mia passione per la scienza, io solo, che l’ho provato, potrei dirlo, e con me coloro che mi vivevano accanto. E benedico Iddio per i dolci frutti che mi ha arrecati l’amaro seme dello studio delle lingue” (Ep. CXXV, 12). San Gerolamo, fuggendo le bande di eretici che venivano a turbarlo perfino nella solitudine del deserto, si recò a Costantinopoli. Il Vescovo di questa città era allora San Gregorio il Teologo celebre per la fama e la gloria universali della sua scienza. Gerolamo lo prese per quasi tre anni a guida e a maestro nell’interpretazione delle Sacre Lettere. In quest’epoca egli tradusse in latino le Omelie di Origene sui Profeti e la Cronaca di Eusebio e commentò la visione dei Serafini in Isaia. – Ritornato a Roma, per le difficoltà che la Cristianità attraversava, vi fu accolto paternamente dal Papa Damaso, che egli assistette nel governo della Chiesa (Ep. CXXIII, IX, al., 10; Ep. CXXVII, VII, 1). Sebbene assorbito in ogni senso dalle preoccupazioni di questa carica, tuttavia mai trascurò sia di dedicarsi ai Libri Santi (Ep. CXXVII, VII, 1 e segg.) e di trascrivere e di esaminare i codici (Ep. XXXVI, 2; Ep. XXXII, 1), sia di risolvere le difficoltà che gli venivano sottoposte e di iniziare i discepoli d’ambo i sessi alla conoscenza delle Scritture (Ep. XLV, 2; CXXVI, 3; CXXVII, 7). – Il Papa gli aveva affidato l’importantissimo compito di rivedere la versione latina del Nuovo Testamento: egli rivelò in quest’impresa una tale penetrazione e una tale finezza di giudizio, che la sua opera è sempre più stimata e ammirata dagli stessi esegeti moderni. Ma tutti i suoi pensieri, tutti i suoi desideri l’attiravano verso i luoghi della Palestina. Fu così che, alla morte di Damaso, Gerolamo si ritirò a Betlemme; ivi, fondato un monastero presso la culla di Gesù, si consacrò tutto a Dio, dedicando tutto il tempo che la preghiera gli lasciava libero allo studio e all’insegnamento delle Scritture. “Già – così egli ci riferisce – il mio capo s’incanutiva e avevo ormai l’aspetto più di un maestro che di un discepolo; ciò nonostante mi recai ad Alessandria e mi misi alla scuola di DidimoMolto a lui io devo: mi insegnò quello che ignoravo, e ciò che già sapevo mi rivelò sotto diversa forma. Sembrava che non avessi più nulla da imparare, e ora, a Gerusalemme e a Betlemme, a prezzo di quali fatiche e di quali sforzi ho io seguito ancora durante la notte le lezioni di Baranina! Egli temeva gli Ebrei e mi faceva l’effetto di un secondo Niccodemo” (EpLXXXIV, 111, 1 e segg.). Lungi dall’accontentarsi delle lezioni e dell’autorità di quei maestri – e non solo di questi – egli si valse, per raggiungere nuovi progressi, di fonti di documentazione d’ogni genere: dopo di essersi procurato fin dall’inizio i migliori manoscritti e commentari delle Scritture, studiò i libri delle sinagoghe e le opere della biblioteca di Cesarea, fondata da Origene e da Eusebio; il confronto di questi testi con quelli che già possedeva, doveva metterlo in grado di fissare la forma autentica e il vero senso del testo biblico. – Per meglio raggiungere il suo scopo, visitò la Palestina in tutta la sua estensione, fermamente convinto del vantaggio che ne avrebbe tratto, come faceva notare nella sua lettera a Domnione e a Rogaziano: “La Sacra Scrittura sarà molto più penetrabile per colui che ha visto con i suoi occhi la Giudea, che ha ritrovato i resti delle antiche città, ed appreso i nomi rimasti identici o trasformatisi delle varie località. Questo è il pensiero che ci guidava quando ci siamo imposta la fatica di percorrere, insieme ai più grandi eruditi ebrei, la regione il cui nome risuona in tutte le chiese di Cristo” (Ad Domnionem et Rogatianum in I. Paral. Prefaz.). Ecco dunque San Gerolamo nutrire senza posa il suo spirito di questa manna Celeste, commentare le Lettere di San Paolo, correggere, secondo i testi greci, i codici latini dell’Antico Testamento, tradurre di nuovo in latino dall’originale ebraico quasi tutti i Libri Sacri, spiegare ogni giorno le Sacre Scritture ai fedeli insieme riuniti, rispondere alle lettere che da ogni parte gli giungevano per sottoporgli difficoltà esegetiche da risolvere, confutare vigorosamente i detrattori dell’unità e della fede cattolica, e – tanto grande era l’energia che gli infondeva l’amore per le Scritture – non smettere dallo scrivere e dal dettare, finché la morte non ebbe irrigidito la sua mano e spento la sua voce. – Così, non risparmiando né fatiche, né veglie, né spese, mai, fino all’estrema vecchiaia, cessò di meditare giorno e notte, presso il Santo Presepio, sulla legge del Signore, rendendo maggiori servigi al nome cattolico, dal fondo della sua solitudine, con l’esempio della sua vita e con i suoi scritti, di quelli che avrebbe potuto rendere se fosse vissuto a Roma, centro del mondo. – Dopo questo rapido esame della vita e delle opere di San Gerolamo, vediamo ora, Venerabili Fratelli, quale fu il suo insegnamento sulla dignità divina e l’assoluta veracità delle Sacre Scritture. A questo proposito, si analizzino gli scritti del grande Dottore: non v’è pagina in cui non sia reso evidente come egli abbia fermamente e invariabilmente affermato, in armonia con l’intera Chiesa Cattolica, che i Libri Santi sono stati scritti sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, che autore di essi va ritenuto Dio stesso e che come tali la Chiesa li ha ricevuti (Conc. Vat. I. III, Const. de fide cath. cap. II). I Libri della Santa Scrittura – egli afferma sono stati composti sotto l’ispirazione o la suggestione o anche la diretta dettatura dello Spirito Santo; ed è per di più questo stesso Spirito che li ha composti e divulgati. D’altronde però San Gerolamo non dubita minimamente che ogni autore di questi libri abbia secondo la propria possibilità e il proprio genio, dato libero contributo all’ispirazione divina. Non solo dunque egli afferma senza riserve l’elemento comune a tutti gli scrittori di cose sacre – sarebbe a dire il fatto che la loro penna è guidata dallo Spirito divino, a tal punto che Dio stesso deve essere considerato causa principe e determinante di ogni espressione della Scrittura – ma anche distingue accuratamente e pone in rilievo ciò che in un singolo scrittore vi è particolarmente caratteristico. Sotto diversi punti di vista, secondo cioè l’ordinamento del materiale, secondo l’uso dei vocaboli, la qualità e la forma dello stile, egli dimostra. come ciascuno abbia messo a profitto le proprie facoltà e le proprie capacità personali; giunge in tal modo a fissare e a ben delineare il carattere singolo, le impronte, per così dire, e la fisionomia di ogni autore, soprattutto riguardo ai Profeti e all’Apostolo San Paolo. Per meglio porre in rilievo questa collaborazione di Dio e dell’uomo alla stessa opera, San Gerolamo adduce l’esempio dell’operaio, che si serve, nella costruzione di un oggetto qualsiasi, di uno strumento o di un utensile; infatti tutto quello che gli scrittori sacri dicono “altro non è che la parola stessa di Dio e non la loro parola, e parlando per mezzo della loro bocca, Dio volle servirsi come d’uno strumento (Tract. de Ps., LXXXVIII). – Se noi cerchiamo inoltre di comprendere come bisogna interpretare questa influenza di Dio sullo scrittore di sacri argomenti e l’azione che Egli come causa principale esercitò, noi vedremo che l’opinione di San Gerolamo è in perfetta armonia con la dottrina comune della Chiesa Cattolica: Dio – egli afferma – con un dono della Sua grazia illumina lo spirito dello scrittore, riguardo alla verità che questo deve trasmettere agli uomini “per ordine divino“.Egli suscita in lui la volontà e lo costringe a scrivere; gli conferisce un’assistenza speciale fino al compimento del libro. E’ principalmente su questo punto del concorso divino, che il nostro Santo fonda l’eccellenza e la dignità incomparabili delle Scritture, la cui scienza paragona al “tesoro prezioso (Matth. XIII, 44; Tract. de Ps. LXXII) e alla “splendida perla” (Matth. XIII, 45 e segg.) e in cui assicura si trovano “le ricchezze di Cristo” (Quaestin Gen., Prefaz.) e “l’argento che orna la casa di Dio” (Agg. II, 1 e segg.; cfr. Gal. 11, 10 ecc.). Proclamava eloquentemente, sia con le parole che con i fatti, l’autorità sovrana della Scrittura. Non appena si sollevava una controversia, egli ricorreva alla Bibbia come alla più autorevole fonte per dedurne testimonianze, argomenti molto saldi e assolutamente inconfutabili al fine di dimostrare apertamente gli errori degli avversari. – Così San Gerolamo rispose, con massima schiettezza e semplicità, a Elvidio, che negava la perpetua verginità della Madre di Dio: Se ammettiamo tutto ciò che dice la Scrittura, neghiamo logicamente ciò che essa non dice. Noi crediamo che Dio sia nato da una vergine, appunto perché lo leggiamo nella Scrittura; e neghiamo che Maria non sia rimasta vergine dopo il parto, perché la Scrittura non lo riporta assolutamente (Adv. Helv., 19). Si ripromette, servendosi di queste stesse armi, di difendere con la massima vigoria, contro Gioviniano, la dottrina cattolica sullo stato di verginità di Maria, sulla perseveranza, l’astinenza e il merito delle buone opere: “Io farò ogni sforzo per opporre, a ciascuna delle sue asserzioni, i testi delle Scritture: eviterò così che egli vada ovunque lamentandosi che io l’ho vinto più con la mia eloquenza che con la forza della verità” (Adv. Iovin., 1, 4). – Nella difesa delle sue opere contro lo stesso eretico, aggiunge: “Sembrerebbe che l’abbiano supplicato di cedere davanti a me, mentre egli non s’è lasciato prendere che a malincuore, dibattendosi nei lacci della verità (Ep. XLIX, al. XLVIII, 14, 1). – Sull’insieme della Sacra Scrittura, leggiamo ancora nel suo commentario su Geremia, che la morte gli impedì di condurre a termine: “Non bisogna seguire l’errore dei genitori né quello degli antenati, bensì l’autorità delle Scritture e la volontà di Dio maestro“(Ier. IX, 12 e segg.). Ecco come descrive a Fabiola il metodo e l’arte per combattere il nemico: “Una volta che sarai erudito nelle Sacre Scritture, armato delle loro leggi e delle loro testimonianze, che sono i vincoli della verità, tu andrai contro i tuoi nemici, li domerai, li incatenerai e li riporterai prigionieri; e di questi avversari e prigionieri di ieri, tu farai tanti figli di Dio (EpLXXVIII, XXX, al. 78, mansio). Per altro San Gerolamo insegna che l’ispirazione divina dei Libri Santi e la loro sovrana autorità comportano, quale conseguenza necessaria, l’immunità e l’assenza di ogni errore e di ogni inganno: tale principio egli aveva appreso nelle più celebri scuole d’Occidente e d’Oriente, come tramandato dai Padri e accettato dall’opinione comune. E invero, dopo che egli ebbe intrapreso, per ordine del Papa Damaso, la revisione del Nuovo Testamento, alcuni “spiriti meschini gli rimproverarono amaramente di aver tentato “contro l’autorità degli antichi e l’opinione di tutto il mondo, di fare alcuni ritocchi ai Vangeli”; San Gerolamo si accontentò di rispondere che non era abbastanza semplice di spirito, né così estremamente ingenuo, per pensare che la più piccola parte delle parole del Signore avesse bisogno d’essere corretta, o per ritenere che non fosse divinamente ispirata (Ep. XXVII, 1, 1 e segg.). Nel commento alla prima visione dì Ezechiele intorno ai quattro Evangeli, fa notare: “Non troverà strani tutto quel corpo e quei dorsi disseminati d’occhi, chi si è reso conto come dal più piccolo particolare del Vangelo si sprigiona una luce che illumina col suo raggio il mondo intero: ed anche la cosa che è apparentemente la più trascurabile brilla di tutto il maestoso splendore dello Spirito Santo (Ex. I, 15 e segg.). Ora, questo privilegio, che egli qui rivendica per il Vangelo, lo reclama poi in ognuno dei suoi commentari per tutte le altre “parole del Signoree ne fa la legge e la base dell’interpretazione cattolica; questo è d’altra parte il criterio di cui San Gerolamo si vale per distinguere il vero profeta dal falso (Mich. II, II e segg.; III, 5 e segg.). Poiché: “la parola del Signore è verità, e per Lui dire significa realizzare” (Mich. IV, 1 e segg.). Pertanto “la Scrittura non può mentire” (Ier. XXXI, 35 e segg.) e non è permesso accusarla di menzogna (Nah. 1, 9) e neppure ammettere nelle sue parole anche un solo errore di nome (Ep. LVII, VII, 4). Del resto, il Santo Dottore aggiunge che egli “non pone sullo stesso piano gli Apostoli e gli altri scrittoricioè gli autori profani; “quelli dicono sempre la verità, mentre questi, come capita agli uomini, si ingannano su alcuni punti” (Ep. LXXXII, VII, 2); molte affermazioni della Scrittura, che a prima vista possono sembrare incredibili, sono tuttavia vere (Ep. LXXII, II, 2), e in questa “parola dì verità” non è possibile scoprire nessuna contraddizione, nessuna discordanza, nessuna incompatibilità (Ep. XVIII, VII, 4; cfr. Ep. XLVI, VI, 2); per conseguenza “se la Scrittura contenesse due dati che sembrassero escludersi, entrambi” resterebbero “veri, quantunque diversi” (Ep. XXXVI, XI, 2). – Sempre fedele a questo principio, se gli capitava di incontrare nei Libri Sacri apparenti contraddizioni, San Gerolamo concentrava tutte le sue cure e tutti gli sforzi del suo spirito per risolvere la difficoltà; e se giudicava la soluzione ancora poco soddisfacente, riprendeva, non appena si presentasse l’occasione, senza perdere coraggio, l’esame del problema, anche se talora non giungeva a risolverlo completamente. Mai tuttavia egli incolpò gli scrittori sacri della minima falsità: “Lascio fare ciò agli empi, come Celso, Porfirio, Giuliano” (Ep. LVII, IX, 1). In ciò era perfettamente d’accordo con Sant’Agostino: questi – leggiamo in una delle sue lettere allo stesso San Gerolamo – aveva per i Libri Sacri una venerazione così piena di rispetto, da credere molto fermamente che nessun errore fosse sfuggito alla penna di uno solo di tali autori; perciò, se incontrava nelle Lettere Sante un punto che sembrava in contrasto con la verità, lungi dal credere ad una menzogna, ne attribuiva la colpa a un’alterazione del manoscritto, a un errore di traduzione, o a una totale inintelligenza da parte sua. Al che aggiungeva: “Io so, fratello, che tu non pensi diversamente: voglio dire che non m’immagino affatto che tu desideri vedere le tue opere, lette nella stessa disposizione di spirito in cui vengono lette le opere dei Profeti e degli Apostoli; dubitare che esse siano prive di ogni errore, sarebbe un delitto (Sant’Ag. a San Gerol., tra le lettere di San Gerol. CXVI, 3). – Questa dottrina formulata da San Gerolamo conferma dunque splendidamente e nello stesso tempo spiega la dichiarazione del Nostro Predecessore di santa memoria, Leone XIII, in cui era precisata la credenza antica e costante della Chiesa sulla perfetta immunità che mette la Scrittura al riparo d’ogni errore: “E’ tanto assurdo che l’ispirazione divina incorra il pericolo di errare, che non solo il minimo errore ne è essenzialmente escluso, ma anche che questa esclusione e questa impossibilità sono tanto necessarie, quanto è necessario che Dio, sovrana verità, non sia l’autore di alcun errore, anche il più lieve“. – Dopo aver riferito le conclusioni dei Concili di Firenze e di Trento, confermate dal Sinodo in Vaticano, Leone XIII prosegue: “La questione assolutamente non cambia per il fatto che lo Spirito Santo s’è servito di uomini come di strumenti per scrivere, come se qualche errore avesse potuto sfuggire non certo all’autore principale, ma agli scrittori che da Lui erano ispirati. Poiché Egli stesso li ha con la sua azione soprannaturale eccitati e spinti lino a che si ponessero a scrivere; li ha poi assistiti nel corso della loro opera a tal punto che essi pensavano secondo assoluta giustizia, volevano riportare fedelmente e perfettamente esprimevano, con esattezza infallibile, tutto quello che Egli ordinava loro di scrivere, e solo questo riportavano: diversamente non potrebbe essere lo Spirito Santo l’autore di tutta la Sacra Scrittura“(Lett. Encicl. Providentissimus Deus). Queste parole del Nostro Predecessore non lasciavano adito ad alcun dubbio, né ad alcuna esitazione. Ma, ahimè!, Venerabili Fratelli, non mancarono tuttavia, non solo fra gli estranei, ma anche tra i figli della Chiesa Cattolica e – strazio ancor più grande per il Nostro cuore – perfino fra il clero e i maestri delle Scienze sacre, spiriti che con fiducia orgogliosa nel proprio criterio di giudizio, – apertamente rifiutarono o attaccarono subdolamente su questo punto il magistero della Chiesa. Certamente noi approviamo l’intenzione di coloro che, desiderosi per sé e per gli altri di liberare il Testo Sacro dalle sue difficoltà, ricercano, con l’appoggio di tutti i dati della scienza e della critica, nuovi modi e nuovi metodi per risolverle; ma essi falliranno miseramente nella loro impresa, se trascureranno le direttive del Nostro Predecessore e se oltrepasseranno i limiti precisi indicati dai Santi Padri. – Ora l’opinione di alcuni moderni non si preoccupa affatto di queste prescrizioni e di questi limiti: distinguendo nella Sacra Scrittura un duplice elemento, uno principale o religioso, e uno secondario o profano, essi accettano, si, il fatto che l’ispirazione si riveli in tutte le proposizioni ed anche in tutte le parole della Bibbia, ma ne restringono e ne limitano gli effetti, a partire dall’immunità dall’errore e dall’assoluta veracità, limitata al solo elemento principale o religioso. Secondo loro, Dio non si preoccupa e non insegna personalmente nella Scrittura se non ciò che riguarda la religione: il resto ha rapporto con le scienze profane e non ha altra utilità, per la dottrina rivelata, che quella di servire da involucro esteriore alla verità divina. Dio soltanto permette che esso vi sia e l’abbandona alle deboli facoltà dello scrittore. Perciò non vi è nulla di strano se la Bibbia presenta, nelle questioni fisiche, storiche e in altre di simile argomento, passaggi piuttosto frequenti che non è possibile conciliare con gli attuali progressi delle Scienze. Alcuni sostengono che queste opinioni erronee non sono affatto in contrasto con le prescrizioni del Nostro Predecessore: non ha forse Egli dichiarato che, in materia di fenomeni naturali, l’autore sacro ha parlato secondo le apparenze esteriori, suscettibili quindi d’inganno? Quanto questa affermazione sia temeraria e menzognera, lo provano manifestamente i termini stessi del documento Pontificio. L’apparenza esteriore delle cose – ha dichiarato molto saggiamente Leone XIII, seguendo Sant’Agostino e San Tommaso d’Aquino – deve essere tenuta in una certa considerazione; ma questo principio non può suscitare il minimo sospetto di errore nella Sacra Scrittura: poiché la sana filosofia asserisce come cosa sicura che i sensi, nella percezione immediata delle cose, oggetto vero di conoscenza, non si ingannano affatto. Inoltre il Nostro Predecessore, dopo aver negato ogni distinzione e ogni possibilità di equivoco tra quello che è l’elemento principale è l’elemento secondario, dimostra chiaramente il gravissimo errore di coloro i quali ritengono che “per giudicare della verità delle proposizioni bisogna senza dubbio ricercare ciò che Dio ha detto, ma più ancora valutare il motivo che lo ha indotto a parlare“.Leone XIII precisa ancora che l’ispirazione divina è presente in tutte le parti della Bibbia, senza selezione né distinzione alcuna, e che è impossibile che anche il minimo errore si sia introdotto nel testo ispirato: “Sarebbe un errore molto grave restringere l’ispirazione divina solo a determinate parti della Sacra Scrittura, o ammettere che l’autore sacro stesso abbia potuto ingannarsi“. – E non sono meno discordi dalla dottrina della Chiesa, confermata dall’autorità di San Gerolamo e degli altri Padri, quelli che ritengono che le parti storiche delle Scritture si appoggiano non sulla verità “assoluta” dei fatti, ma soltanto sulla loro “verità relativa“, come essi la chiamano, e sul modo volgarmente comune di pensare. Per sostenere questa teoria, essi non temono di richiamarsi alle stesse parole del Papa Leone XIII, il quale avrebbe affermato che i principi ammessi in materia di fenomeni naturali possono essere portati in campo storico. Come nell’ordine fisico gli scrittori sacri hanno parlato seguendo le apparenze, cosi – essi pretendono – quando si trattava di riportare avvenimenti non perfettamente noti, li hanno riferiti come apparivano fissati secondo l’opinione comune del popolo o le relazioni inesatte di altri testimoni; inoltre essi non hanno citato le fonti delle loro informazioni, e non hanno garantito personalmente le narrazioni attinte da altri autori. – A che confutare più a lungo una teoria veramente ingiuriosa per il Nostro Predecessore e nello stesso tempo falsa e piena di errore? Quale rapporto, infatti, vi è tra i fenomeni naturali e la storia? Le scienze fisiche si occupano di oggetti che colpiscono i sensi e devono quindi concordare con i fenomeni come essi appaiono; la storia invece, narrazione di fatti, deve – ed è questa la sua legge principale – coincidere con questi fatti, come realmente si sono verificati. Se si accettasse la teoria di costoro, come sarebbe possibile conservare alla narrazione sacra quella verità, immune da ogni falsità, che come il Nostro Predecessore dichiara in tutto il contesto della sua Enciclica, non si deve affatto menomare? – Che anzi, quando egli afferma che v’è interesse a trasportare nella storia e nelle scienze affini i principi che valgono per le scienze fisiche, non intende stabilire una legge generale e assoluta, ma indicare semplicemente un metodo uniforme da seguire, per confutare le obiezioni fallaci degli avversari e difendere contro i loro attacchi la verità storica della Sacra Scrittura. Se almeno i partigiani di queste teorie si fermassero a ciò! Ma non giungono invece fino al punto d’invocare il Dottore dalmata per difendere la loro opinione? San Gerolamo, a credere in loro, avrebbe dichiarato che bisogna mantenere l’esattezza e l’ordine dei fatti storici nella Bibbia “prendendo per regola non la realtà obiettiva ma l’opinione dei contemporanei“, che, veniva così a costituire la vera legge della storia (Ier. XXIII, 15 e segg.; Matth. XIV, 8; Adv. Helv. 4). Come sono abili a trasformare in loro favore le parole di San Gerolamo! Ma non è possibile avere dubbi sul suo esatto pensiero: egli non afferma che nell’esposizione dei fatti lo scrittore sacro si appropria di una falsa credenza popolare a proposito di dati che ignora, ma dice soltanto che nella designazione delle persone e degli oggetti egli usa il linguaggio corrente. Così quando uno scrittore chiama San Giuseppe padre di Gesù, indica chiaramente in tutto il corso della sua narrazione come intenda questo nome di padre. Secondo San Gerolamo, “la vera legge della storia” richiede che nell’impiego delle denominazioni lo scrittore si attenga, dopo aver eliminato ogni pericolo d’errore, al modo generale d’esprimersi; poiché l’uso è l’arbitro e il regolatore del linguaggio. E che? Forse che il nostro Dottore non pone sullo stesso piano i fatti riportati dalla Bibbia e i dogmi nei quali è necessario credere, se si vuol raggiungere la salvezza eterna? Ecco infatti ciò che leggiamo nel suo commentario sull’Epistola a Filemone: “In quanto a me, ecco ciò che penso: uno crede in Dio Creatore: ciò non gli sarebbe possibile se non credesse alla verità di tutto quello che Scrittura riporta riguardo ai suoi Santi“.E compila una lunghissima serie di citazioni tratte dall’Antico Testamento, concludendo: “Chiunque rifiuti di prestar fede a tutti questi fatti e a tutti gli altri, senza eccezione alcuna, riguardanti i Santi, non potrà credere al Dio dei Santi” (Philem. 4). – San Gerolamo si trova quindi in perfetto accordo con Sant’Agostino, il quale, interprete del sentimento comune di tutta l’antichità, così scriveva: “Noi crediamo tutto ciò che la Sacra Scrittura, posta al supremo culmine dell’autorità dalle testimonianze sicure e venerabili della verità, ci attesta riguardo ad Enoch, ad Elia e a Mosè… Così, se noi crediamo che il Verbo è nato dalla Vergine Maria, non è per il fatto che Egli non avrebbe potuto trovare altro mezzo per assumere una forma realmente incarnata, e per manifestarsi agli uomini (come pretendeva sostenere Fausto), ma perché così è detto in quella Scrittura, alla quale dobbiamo prestar fede, se vogliamo rimanere cristiani e salvarci” (San Aug. Contra Faustum, XXVI, 3 e segg., 6 e segg.). Vi è poi un altro gruppo di denigratori della Sacra Scrittura: intendiamo parlare di coloro che, abusando di certi principi, giusti del resto se si trattengono entro determinati limiti, giungono a distruggere la base della veridicità delle Scritture, e a denigrare la dottrina cattolica trasmessa dai Padri. – Se ancora vivesse, certamente San Gerolamo lancerebbe acuminati strali contro questi imprudenti che, disprezzando il sentimento e il giudizio della Chiesa, ricorrono con troppa facilità a quel sistema da essi definito “delle citazioni implicite” o delle narrazioni che sono storiche soltanto apparentemente; i quali pretendono di scoprire nei Libri Sacri procedimenti letterari inconciliabili con l’assoluta e perfetta veracità della parola divina, e professano sull’origine della Bibbia un’opinione che tende unicamente a scuoterne l’autorità o addirittura ad annullarla. E che pensare di coloro che, nella interpretazione del Vangelo, ne attaccano l’autorità, sia umana che divina, diminuendo quella e distruggendo questa? Delle parole, delle opere di Nostro Signor Gesù Cristo, nulla ci è pervenuto, secondo costoro, nella sua integrità e senza alterazioni, malgrado le testimonianze di coloro che hanno riportato con religiosa cura ciò che avevano visto ed udito; essi non vi vedono – soprattutto per ciò che concerne il IV Vangelo – che una compilazione costituita da un lato dalle aggiunte considerevoli dovute all’immaginazione degli Evangelisti, e dall’altro dal racconto di fedeli di altra epoca; queste correnti perciò, sgorganti da dubbia fonte, hanno oggi cosi ben confuse le acque nello stesso letto, che non è possibile assolutamente avere un criterio sicuro per distinguerle. . Non è così che Gerolamo, Agostino e gli altri Dottori della Chiesa hanno compreso il valore storico dei Vangeli, nei quali: “Chi ha visto ha reso testimonianza, e la sua testimonianza è vera. Ed egli sa di dire il vero, affinché anche voi lo crediate” (Ioan. XIX, 35); San Gerolamo, dopo aver rimproverato agli eretici, autori di Vangeli apocrifi, di “aver tentato più di ordinare la narrazione che di stabilire la verità” (MatthProl.) aggiunge al contrario, a proposito dei Libri Canonici: “Nessuno ha il diritto di mettere in dubbio la realtà di quello che è scritto” (Ep. LXXVIII, 1, 1; cfr. Marc. 1, 13-31). Su questo punto è nuovamente d’accordo con Sant’Agostino, il quale in modo eccellente diceva, a proposito del Vangelo: “Queste cose vere sono state scritte con tutta fedeltà e veridicità a suo riguardo, affinché chiunque crede nel suo Vangelo, sia nutrito di verità, e non sia ingannato da menzogne (San Aug., C. Faustum, XXVI, 8). – Vedete quindi, Venerabili Fratelli, con quale ardore dovete consigliare ai figli della Chiesa di fuggire questa folle libertà d’opinione, con la stessa cura che avevano i Padri. Le vostre esortazioni saranno più facilmente ascoltate se convincerete il clero e i fedeli, affidati alla vostra custodia dallo Spirito Santo, che San Gerolamo e gli altri Padri della Chiesa hanno attinto questa dottrina riguardante i Libri Sacri alla scuola stessa del Divin Maestro Gesù Cristo. Infatti, leggiamo noi forse che Nostro Signore abbia avuto una diversa concezione della Scrittura? – Le parole: “E’ scritto“, e “Bisogna che la Scrittura s’avveri” sono sulle Sue labbra un argomento senza eccezioni, tale da escludere ogni possibile controversia. Ma insistiamo con maggior agio su questa questione. Chi non sa e non ricorda come nei Suoi discorsi al popolo, sia sulla montagna prossima al lago di Genezareth, sia nella sinagoga di Nazareth e nella Sua città di Cafarnao, Gesù Nostro Signore traeva i punti principali e le prove della Sua dottrina dal testo sacro? Non è da esso che Egli attingeva armi invincibili per le discussioni con i Farisei e i Sadducei? Sia che insegni o discuta, Egli riporta affermazioni ed esempi tolti da ogni parte della Scrittura; così, ad esempio, si riferisce indistintamente a Giona, agli abitanti di Ninive, alla regina di Saba e a Salomone, a Elia e ad Eliseo, a Davide, a Noè, a Loth, agli abitanti di Sodoma e alla moglie stessa di Loth (Matth. XII, 3, 39-47; Luc. XVII, 26-29, 32, ecc.). Egli rende una grande testimonianza alla verità dei Santi Padri con la solenne dichiarazione: “Non passerà un solo iota o un solo tratto della legge, finché tutto non sia adempiuto” (Matth. V, 18); e ancora: “La Scrittura non può essere annullata” (Ioan. X, 35); perciò: “Colui che avrà violato anche il più lieve di questi comandamenti e insegnato agli uomini a fare altrettanto, sarà il più trascurabile per il regno dei Cieli” (Matth. V, 19). Prima di raggiungere il Padre Suo in Cielo, Egli volle donare questa dottrina agli Apostoli, che ben presto doveva abbandonare sulla terra: “Aprì loro gli spiriti, affinché comprendessero le Scritture, dicendo: così è scritto, e così bisognava che Cristo soffrisse e che risuscitasse da morte il terzo giorno” (Luc. XXIV, 45 e segg.). La dottrina di San Gerolamo sull’eccellenza e la verità della Scrittura è dunque, per esprimerCi brevemente, la dottrina di Cristo stesso. Perciò Noi esortiamo vivissimamente tutti i figli della Chiesa, e in particolar modo coloro che insegnano la Sacra Scrittura agli studenti ecclesiastici, a seguire senza posa la via tracciata dal Dottore di Stridone; ne risulterà certamente che essi avranno per le Scritture la sua stessa profonda stima, e che il possesso di questo tesoro procurerà loro godimenti sublimi. – Non solo i grandi vantaggi, che già abbiamo ricordato, verranno dal prendere il grande Dottore come guida e maestro, ma molti altri ancora ne scaturiranno e considerevoli: Ci piace, Venerabili Fratelli, ricordarveli sia pur brevemente. Innanzi tutto, poiché prima d’ogni altro si presenta al Nostro spirito, rileviamo l’appassionato amore per la Bibbia, testimoniato in San Gerolamo da ogni atto della sua vita e dalle sue parole, tutte infervorate dallo Spirito di Dio, amore che egli ha cercato di destare sempre più nelle anime dei fedeli: “Ama la Sacra Scrittura – sembra voler dire a tutti quando si rivolge alla vergine Demetria – e la saggezza ti amerà; amala teneramente, ed essa ti custodirà; onorala e riceverai le sue carezze. Che essa sia per te come le tue collane e i tuoi orecchini” (Ep. CXXX, 20). La lettura assidua della Scrittura, lo studio profondo e diligente di ogni libro, anzi di ogni proposizione e di ogni parola, gli hanno permesso di familiarizzarsi col Testo Sacro, più di ogni altro scrittore dell’antichità ecclesiastica. Se la Versione Vulgata, compilata dal Nostro Dottore, lascia, secondo il parere di tutti i critici imparziali, molto dietro di sé le altre versioni antiche, perché si giudica essa renda l’originale con maggior esattezza ed eleganza, ciò è dovuto alla conoscenza che San Gerolamo aveva della Bibbia, conoscenza unita in lui ad uno spirito di fine sensibilità. – Questa Versione Vulgata, che il Concilio di Trento ha deciso di considerare autentica e di seguire nell’insegnamento e nella liturgia, “essendo consacrata dal lungo uso che ne ha fatto, la Chiesa per tanti secoli“, è Nostro vivo desiderio vedere corretta e resa alla sua purezza primitiva, secondo l’antico testo dei manoscritti, se Dio nella sua infinita bontà vorrà concederCi vita sufficiente; compito arduo e grandissimo, affidato, con felice decisione, ai Benedettini dal Nostro Predecessore Pio X di santa memoria, che costituisce, Noi ne siamo sicuri, nuove fonti autorevoli per la comprensione delle Scritture. Questo amore di San Gerolamo per la Sacra Scrittura si rileva in modo del tutto particolare nelle sue lettere, si che esse sembrano una trama di citazioni tratte dai Libri Santi; così come San Bernardo trovava insignificante ogni pagina che non racchiudesse il dolcissimo nome di Gesù, San Gerolamo non gustava nessuno scritto che non splendesse della luce delle Sacre Scritture. Con tutta semplicità poteva egli scrivere in una lettera a San Paolino, un tempo brillante senatore e console, e da poco convertito alla fede di Cristo: “Se tu avessi questo terreno d’appoggio (voglio dire la scienza delle Sacre Scritture), le tue opere nulla avrebbero da perdere, ma acquisterebbero anzi una certa finitezza, e non cederebbero a nessun’altra per l’eleganza, per la scienza e per la finezza della forma… Unisci a questa dotta eloquenza il gusto o la comprensione delle Scritture, e presto ti vedrò posto nelle prime file dei nostri scrittori” (Ep. LVIII, IX, 2; XI, 2). Ma quale via e quale metodo seguire per cercare con lieta speranza di scoprire quel prezioso tesoro che il Padre Celeste ha donato ai suoi figli quale consolazione durante il loro esilio? San Gerolamo stesso ce lo indica col suo esempio. Ci esorta innanzi tutto ad intraprendere lo studio della Scrittura con accurata preparazione e con animo ben disposto. – Osserviamo lo stesso San Gerolamo, dopo che ebbe ricevuto il Battesimo: per superare tutti gli ostacoli esteriori che potevano opporsi al suo santo desiderio, imitando il personaggio del Vangelo che, dopo aver trovato un tesoro, “nella sua gioia, se ne va, vende tutto ciò che possiede ed acquista quel campo” (Matth. XIII, 44), egli dice addio ai piaceri effimeri e frivoli di questo mondo, desidera ardentemente la solitudine ed abbraccia una vita austera con tanto maggior ardore quanto più si è reso conto del pericolo che fino allora aveva corso la sua salvezza in mezzo alle seduzioni del vizio. – Superati questi ostacoli, egli doveva ancora d’altra parte disporre il suo spirito ad acquistare la scienza di Gesù Cristo e a rivestirsi di Colui che è “dolce ed umile di cuore“; aveva in realtà provato quella stessa ripugnanza che Sant’Agostino confessava di aver sofferto quando s’era accinto allo studio delle Sante Lettere. Dopo essersi dedicato durante la sua giovinezza alla lettura di Cicerone e degli altri autori profani, quando vuole rivolgere il suo spirito alla Scrittura Sacra, così si pronunzia: “Mi parve indegna d’essere paragonata alla bellezza della prosa ciceroniana. La mia enfasi aveva orrore della sua semplicità e la mia intelligenza non penetrava nel senso suo più profondo; si riesce a penetrarla sempre meglio, quanto più ci si fa piccini, ma io disdegnavo di farmi piccolo, e la boria m’ingigantiva dinanzi ai miei stessi occhi” (S. Aug. Conf. III, 5; Cfr. VIII, 12). Non altrimenti San Gerolamo, anche nella sua solitudine, gustava a tal punto la letteratura profana, che la povertà di stile delle Scritture gli impediva ancora di riconoscere in esse Cristo nella Sua umiltà. “Così – egli dice – la mia follia mi portava al punto di digiunare per leggere Cicerone. Dopo aver passato moltissime notti insonni, dopo aver versato molte lagrime. che il ricordo delle colpe passate faceva scaturire dal fondo del mio cuore, prendevo in mano Plauto. E quando, ritornato in me stesso, intraprendevo la lettura dei Profeti, il loro barbaro stile mi inorridiva, e quando i miei occhi ciechi restavano chiusi alla luce, io non accusavo di ciò gli stessi miei occhi, ma il sole” (Ep. XXII, XXX, 2). Ma ben presto amò con tale ardore la follia della Croce, da rimanere la prova vivente di quanto un animo umile e pio contribuisca alla comprensione della Bibbia. – Cosciente, come egli era, che “nell’interpretazione della Sacra Scrittura noi abbiamo sempre bisogno del soccorso dello Spirito Santo” (Mich. 1, 10, 15) e che per la lettura e la comprensione dei Libri Santi dobbiamo attenerci “al senso che lo Spirito Santo intendeva avere al momento in cui furono scritti” (Gal. V, 19 e segg.), questo santissimo uomo invocava con le sue suppliche, rafforzate dalle preghiere dei suoi amici, il soccorso di Dio e il lume dello Spirito Santo. Si racconta anche che, iniziando i commentari dei Libri Santi, egli volle raccomandarli alla grazia di Dio e alle preghiere dei confratelli, alle quali attribuì il successo, dopo che l’opera fu compiuta. – Oltre che alla grazia divina, egli si rimette all’autorità della tradizione così pienamente da affermare di aver appreso “tutto quello che non sapeva, non da lui stesso, cioè alla scuola di quel cattivo maestro che è l’orgoglio, ma dagli illustri Dottori della Chiesa” (Ep. CVIII, XXVI, 2). Confessa infatti “di non essersi mai fidato delle proprie forze per ciò che concerne la Sacra Scrittura” (Ad Domnionem et Rogatìanum in I. Par. Prefaz.), e in una lettera a Teofilo, Vescovo d’Alessandria, egli cosi formula la regola secondo la quale aveva ordinato la sua vita e le sue sante fatiche: “Sappi dunque che nulla ci sta più a cuore che salvaguardare i diritti del Cristianesimo, non cambiar nulla al linguaggio dei Padri e non perdere mai di vista questa Romana fede, di cui l’Apostolo fece l’elogio” (EpLXIII, 2). E alla Chiesa, sovrana padrona nella persona dei Pontefici Romani, Gerolamo si sottomette con tutto il suo spirito di devozione. – Dal deserto di Siria, ove era esposto alle fazioni degli eretici, in questi termini scrive a Papa Damaso, volendo sottoporre alla Santa Sede, perché la risolvesse, la controversia degli Orientali sul mistero della Santissima Trinità: “Ho creduto bene di consultare la Cattedra di San Pietro e la fede glorificata dalla parola dell’Apostolo, per chiedere oggi il nutrimento all’anima mia, laddove un tempo ho ricevuto i paramenti di Cristo. Poiché voglio che Egli sia per me unica guida, mi tengo in stretto legame con la Tua Beatitudine, cioè con la Cattedra di San Pietro. Io so che su questa pietra è edificata la Chiesa… Decidete, ve ne prego; se così stabilite non esiterò ad ammettere tre ipostasi; se voi l’ordinate, io accetterò che una nuova fede sostituisca quella di Nicea e che noi, ortodossi, ci serviamo delle stesse formule che usano gli ariani” (Ep. XV, I, 2, 4). Infine, nell’epistola seguente, egli rinnova questa notevolissima confessione della sua fede: “Nell’attesa, grido a tutti i venti: Io sono con chiunque sia unito alla Cattedra di San Pietro” (Ep. XVI, 11, 2). Sempre fedele, nello studio della Scrittura, a questa regola di fede, egli si valse di questo solo argomento per confutare un’interpretazione falsa del Testo Sacro: “Ma la Chiesa di Dio non ammette affatto questa opinione” (DanIII, 37), e con queste sole parole rifiuta un libro apocrifo, contro di lui sostenuto dall’eretico Vigilanzio: “Questo libro non l’ho mai letto. Che bisogno dunque abbiamo di ricorrere a ciò che la Chiesa non riconosce?” (Adv. Vigil. 6). Uno zelo così ardente nel salvaguardare l’integrità della fede, lo trascinava in polemiche molto dibattute contro i figli ribelli della Chiesa, che egli considerava come nemici personali: “Mi basterà di rispondere che non ho mai risparmiato gli eretici e che ho impiegato tutto il mio zelo per fare dei nemici della Chiesa i miei personali nemici” (Dial. c. Pelag., Prolog., 2); e in una lettera a Rufino così scrive: Vi è un punto sul quale non potrò essere d’accordo con te: risparmiare gli eretici e non mostrarmi cattolico” (Contra Ruf., III, 43). Tuttavia, rattristato per la loro defezione, li supplicava di ritornare alla loro Madre addolorata, fonte unica di salvezza (Mich. I, 10 e segg.), e in favore di coloro che erano usciti dalla Chiesa e avevano abbandonato la dottrina dello Spirito Santo “per seguire il proprio criterio“, invocava con tutto il cuore la grazia che ritornassero a Dio (Is. l. VI, cap. XVI, 1-5).

[1. Continua.]

DOMENICA II DOPO L’EPIFANIA (2022)

DOMENICA II DOPO L’EPIFANIA (2022)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio – Paramenti verdi.

Fedele alla promessa che aveva fatta ad Abramo ed ai suoi discendenti, Dio inviò il Figlio suo per salvare il suo popolo. E nella sua misericordia, Egli volle anche riscattare tutti i pagani. Gesù è il Re che tutta la terra deve adorare e celebrare come suo Redentore (Intr., Grad.). Morendo sulla croce Gesù è diventato il nostro Re, e col S. Sacrifizio – ricordo del Calvario – applica alle nostre anime i meriti della sua redenzione ed esercita quindi la sua regalità su di noi. Cosi col miracolo delle Nozze di Cana – simbolo dell’Eucaristia – Gesù manifesta per la prima volta in modo aperto ai suoi Apostoli la sua divinità, cioè il suo carattere divino e regale, ed è allora che « i suoi discepoli credono in Lui ». – La trasformazione dell’acqua in vino è il simbolo della transustanziazione, che S. Tommaso chiama il più grande di tutti i miracoli, e in virtù del quale il vino Eucaristico diviene il Sangue dell’Alleanza di Pace (Or.) che Dio ha stabilito con la sua Chiesa. E poiché il Re divino vuole sposare le nostre anime, è con l’Eucaristia che si celebra questo sposalizio mistico, poiché essa aumenta la fede e l’amore che ci fanno membri viventi di Gesù nostro Capo. (« L’unità del corpo mistico è prodotta dal vero corpo ricevuto sacramentalmente » – S. Tommaso). Le nozze di Cana raffigurano anche l’unione del Verbo con la Chiesa sua sposa. « Invitato alle nozze – dice S. Agostino – Gesù vi andò per confermare la castità coniugale e per mostrare che Egli è l’autore del Sacramento del Matrimonio e per rivelarci il significato simbolico di queste nozze, cioè l’unione del Cristo con la sua Chiesa. In tal modo anche quelle anime che hanno votato a Dio la loro verginità, non sono senza nozze, partecipando esse con tutta la Chiesa a quelle nozze in cui lo Sposo è Cristo».

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps LXV: 4

Omnis terra adóret te, Deus, et psallat tibi: psalmum dicat nómini tuo, Altíssime.

[Tutta la terra Ti adori, o Dio, e inneggi a Te: canti salmi al tuo nome, o Altissimo.]

Ps LXV: 1-2

Jubiláte Deo, omnis terra, psalmum dícite nómini ejus: date glóriam laudi ejus.

[Alza a Dio voci di giubilo, o terra tutta: canta salmi al suo nome e gloria alla sua lode.]

Omnis terra adóret te, Deus, et psallat tibi: psalmum dicat nómini tuo, Altíssime.

[Tutta la terra Ti adori, o Dio, e inneggi a Te: canti salmi al tuo nome, o Altissimo.]

Oratio

Orémus.

Omnípotens sempitérne Deus, qui coeléstia simul et terréna moderáris: supplicatiónes pópuli tui cleménter exáudi; et pacem tuam nostris concéde tempóribus.

[O Dio onnipotente ed eterno, che governi cielo e terra, esaudisci clemente le preghiere del tuo popolo e concedi ai nostri giorni la tua pace.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános.

Rom XII: 6-16

“Fratres: Habéntes donatiónes secúndum grátiam, quæ data est nobis, differéntes: sive prophétiam secúndum ratiónem fídei, sive ministérium in ministrándo, sive qui docet in doctrína, qui exhortátur in exhortándo, qui tríbuit in simplicitáte, qui præest in sollicitúdine, qui miserétur in hilaritáte. Diléctio sine simulatióne. Odiéntes malum, adhæréntes bono: Caritáte fraternitátis ínvicem diligéntes: Honóre ínvicem præveniéntes: Sollicitúdine non pigri: Spíritu fervéntes: Dómino serviéntes: Spe gaudéntes: In tribulatióne patiéntes: Oratióni instántes: Necessitátibus sanctórum communicántes: Hospitalitátem sectántes. Benedícite persequéntibus vos: benedícite, et nolíte maledícere. Gaudére cum gaudéntibus, flere cum fléntibus: Idípsum ínvicem sentiéntes: Non alta sapiéntes, sed humílibus consentiéntes.

[Fratelli, avendo noi dei doni differenti secondo la grazia che ci è stata donata, chi ha la profezia (l’eserciti) secondo la regola della fede; chi il ministero, amministri, chi l’insegnamento, insegni; chi ha l’esortazione, esorti; chi distribuisce (lo faccia) con semplicità; che fa opere di misericordia, con ilarità. La vostra carità non sia finta. Odiate il male; affezionatevi al bene. Amatevi scambievolmente con amore fraterno, prevenendovi gli uni gli altri nel rendervi onore. Non pigri nello zelo, ferventi nello spirito, servite al Signore. Siate allegri per la speranza, pazienti nella tribolazione, assidui nella preghiera. Provvedete ai bisogni dei santi; praticate l’ospitalità. Benedite quelli che vi perseguitano: benedite e non vogliate maledire. Rallegratevi con chi gioisce; piangete con chi piange, avendo gli stessi sentimenti l’uno per l’altro. Non aspirate alle cose alte, ma adattatevi alle umili.]

 P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939.

(Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

LA CARITÀ PIÙ DIFFICILE.

San Paolo in materia di carità è un Maestro straordinario; grande in tutto, è grandissimo in questo. Assurge al grido più sublime, discende alle considerazioni più pratiche e in questo terreno pratico che pare umile, spiega un’abilità, una finezza che lo mette in contrasto, vittorioso da parte sua, con le idee che hanno più facile e maggior voga nella società. Ecco qua un binomio nel quale si riassume l’esercizio pratico della carità: « gaudere cum gaudentibus, flere cum flentibus ». Dove il consiglio o precetto di piangere con chi piange appare a tutti un precetto caritatevolissimo. Non è egli giusto e bello compiangere chi soffre? aiutarlo, per stimolo di compassione sincera a non soffrire più? a superare il suo dolore? È così bella e caritatevole questa funzione del piangere coi dolenti che per molti la carità predicata da Cristo si riduce lì. La carità per lo meno più autentica, più meritevole è questa. Gli altri, quelli che non soffrono né punto né poco anzi godono, se la scialano, se la ridono, che bisogno hanno di carità? O come la possiamo esercitare verso di loro? Come possiamo essere con loro e verso di loro caritatevoli? Domanda che S. Paolo non ammette in quanto tendono a rimpicciolire l’esercizio della carità nel campo della miseria umana. La carità spazia in termini più vasti. È possibile anche coi felici, solo che è più difficile. È molto difficile. Impietosirsi cogli infermi è più facile. Strano, ma vero. E neanche strano. Il nostro egoismo in fondo è carezzato, vellicato, soddisfatto quando vede soffrire gli altri, quando incontra il dolore. E assumiamo volentieri l’attitudine della pietà perché è un’attitudine universalmente apprezzata, facciamo il gesto del soccorso perché esso pare a tutti un bel gesto. Ci dà una doppia superiorità, la superiorità di chi non soffre e quella di chi benefica. Impalcatura psicologica che crolla quando il nostro prossimo è fortunato; quando invece di passare lagrimando dalla gioia al dolore, dalla ricchezza alla povertà, dalla salute alla malattia, passa allegramente, ridendo, cantando dal dolore alla gioia, e per esempio dalla povertà alla ricchezza. Quando una famiglia ricca per un rovescio diventa povera, quanti dicono, e abbastanza sinceramente: povera gente! e piangono e aiutano. Ma quando accade il rovescio, quando il povero diventa ricco sono molti che si rallegrano sinceramente? Attenti a questo sinceramente! Perché la commedia delle congratulazioni la recitano molti, troppi: ma è una commedia. Sotto sotto, dentro di sé, in realtà crepano d’invidia. Il buon Cristiano, il vero caritatevole si rivela in quel « gaudere cum gaudentibus » prima e più che nel « flere cum flentibus », nel partecipare alle altrui gioie prima e più che nel dividere gli altrui dolori.

Graduale

Ps CVI: 20-21

Misit Dóminus verbum suum, et sanávit eos: et erípuit eos de intéritu eórum.

[Il Signore mandò la sua parola e li risanò: li salvò dalla distruzione.]

V. Confiteántur Dómino misericórdiæ ejus: et mirabília ejus fíliis hóminum. 

[V. Diano lode al Signore le sue misericordie e le sue meraviglie in favore degli uomini. ]

Alleluja

Allelúja, allelúja

Ps CXLVIII: 2

Laudáte Dóminum, omnes Angeli ejus: laudáte eum, omnes virtútes ejus. Allelúja.

[Lodate il Signore, voi tutti suoi Angeli: lodatelo, voi tutte milizie sue. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Joánnem. [Joann II: 1-11]

In illo témpore: Núptiæ factæ sunt in Cana Galilaeæ: et erat Mater Jesu ibi. Vocátus est autem et Jesus, et discípuli ejus ad núptias. Et deficiénte vino, dicit Mater Jesu ad eum: Vinum non habent. Et dicit ei Jesus: Quid mihi et tibi est, mulier? nondum venit hora mea. Dicit Mater ejus minístris: Quodcúmque díxerit vobis, fácite. Erant autem ibi lapídeæ hýdriæ sex pósitæ secúndum purificatiónem Judæórum, capiéntes síngulæ metrétas binas vel ternas. Dicit eis Jesus: Implete hýdrias aqua. Et implevérunt eas usque ad summum. Et dicit eis Jesus: Hauríte nunc, et ferte architriclíno. Et tulérunt. Ut autem gustávit architriclínus aquam vinum fáctam, et non sciébat unde esset, minístri autem sciébant, qui háuserant aquam: vocat sponsum architriclínus, et dicit ei: Omnis homo primum bonum vinum ponit: et cum inebriáti fúerint, tunc id, quod detérius est. Tu autem servásti bonum vinum usque adhuc. Hoc fecit inítium signórum Jesus in Cana Galilaeæ: et manifestávit glóriam suam, et credidérunt in eum discípuli ejus.

[In quel tempo: Vi furono delle nozze in Cana di Galilea, e li vi era la Madre di Gesù. E alle nozze fu invitato anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la Madre di Gesù disse a Lui: Non hanno più vino. E Gesù rispose: Che ho a che fare con te, o donna? La mia ora non è ancora venuta. Disse sua Madre ai domestici: Fate tutto quello che vi dirà. Orbene, vi erano lì sei pile di pietra, preparate per la purificazione dei Giudei, ciascuna contenente due o tre metrete. Gesù disse loro: Empite d’acqua le pile. E le empirono fino all’orlo. Gesù disse: Adesso attingete e portate al maestro di tavola. E portarono. E il maestro di tavola, non appena ebbe assaggiato l’acqua mutata in vino, non sapeva donde l’avessero attinta, ma i domestici lo sapevano; chiamato lo sposo gli disse: Tutti servono da principio il vino migliore, e danno il meno buono quando sono brilli, ma tu hai conservato il vino migliore fino ad ora. Così Gesù, in Cana di Galilea dette inizio ai miracoli, e manifestò la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in lui.]

OMELIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956)

GESÙ A NOZZE

Tre cose sono care allo Spirito Santo: l’amore tra fratelli, la carità verso il prossimo, un marito e una moglie che vadano ben d’accordo. Et vir et mulier bene sibi consentientes (Eccl., XXV, 2). O mille volte beata quella casa, dove si trova la terza di tali cose, cioè la lieta corrispondenza tra coniugati (dove lo sposo. alla superiorità e alla previdenza di capo, aggiunge un grande amore ed una scrupolosa fedeltà; dove la sposa ubbidisce fedelmente a suo marito, come a Dio, e ne cerca di indovinare i gusti e desideri!). Fu appunto perché in tutte le famiglie regnasse questa divina armonia di bene e d’amore, che Gesù accettò un invito a nozze, in Cana di Galilea. Vi giunse co’ suoi discepoli quando le feste erano già incominciate. L’arrivo di Gesù, amico di famiglia e, credo, anche parente, perché vi si trovava invitata anche Maria, portò un’ondata d’allegrezza devota nella brigata già lieta. L’aggiungersi di sei nuovi convitati, il protrarsi della conversazione, contribuì non poco a finire la provvista di vino. Maria attenta e compitissima se n’era accorta per la prima: « Gesù, non hanno più vino » E Gesù fece il miracolo: sei anfore d’acqua divennero vino. E squisito. Tanto che il direttore del banchetto disse allo sposo: « Tutti gli altri offrono prima il vino buono e serbano in fine quello che ha preso il fusco o lo spunto; ma tu invece dopo il buono dài il migliore ». – Gesù amava talvolta frammischiarsi alle gioie del mondo per santificarle, come spesso frequentava la compagnia dei pubblicani e dei peccatori per convertirli. Ma non era appena per questo che andò a nozze; non era appena per rivelarsi Dio nella conversione dell’acqua in vino; fu, soprattutto, per elevare il matrimonio alla dignità di Sacramento. Come il Sacramento del Battesimo ci dà le grazie per essere Cristiani, e la Cresima le grazie per essere valorosi soldati di Cristo, l’Eucaristia nutrisce le anime per la vita eterna, il Sacramento del Matrimonio dà agli sposi l’aiuto necessario per lo stato coniugale. – Sacramentum hoc magnum est, dico ego in Christo et in Ecclesia (Efes., V, 32). Cristo, dunque, lo ha reso grande facendolo un sacramento efficace di grazia, Cristo lo ha reso grande facendolo simbolo della sua mistica unione con la Chiesa. Per ciò, come Gesù andò alle nozze in Cana di Galilea, è necessario che venga alle nozze di tutti i Cristiani. Ora voglio soltanto dire come s’invita Gesù alle nostre nozze, e perché si debba invitarlo. COME S’INVITA GESÙ A NOZZE. A Rages, città della Media, ove si era recato a riscuotere una somma a nome di suo padre, il giovane Tobia trovò un cugino: Raguele. Costui l’invitò a casa sua a ristorarsi per alcuni giorni, ma il giovane Tobia avendo già sentito parlare di Sara, figliuola di questo suo parente, così disse: « Da te, oggi, io né mangio né bevo, se prima non mi prometti tua figlia in isposa ». Raguele dopo alcune titubanze acconsentì alla sua domanda. Allora Tobia disse a Sara: « Sara, preghiamo Dio, oggi, domani e dopo, perché  dobbiamo vivere insieme. Noi siamo figli di santi e non dobbiamo unirci come quelli che ignorano Dio ». Poi levati gli occhi in alto aggiunse: «Signore, Dio dei nostri maggiori, vi benedicano il cielo e la terra, il mare e i fiumi e tutte le creature. Voi che formaste Adamo col limo della terra e gli deste Eva in aiuto, sapete bene ch’io piglio questa mia congiunta non per accontentare le passioni, ma per desiderio di buoni figliuoli che attraverso i secoli lodino il vostro Nome » (Tob., VIII, 4-9). Sublime preghiera che la Sacra Scrittura ci ha conservato perché ogni Cristiano imparasse quali sentimenti lo devono spingere al matrimonio, se alle sue nozze vuol avere Gesù! – Gesù s’invita con la preghiera: è il catechismo che la inculca. Bisogna pregare per conoscere da prima se realmente siamo chiamati allo stato matrimoniale; bisogna pregare perché Dio ci illumini nella scelta della persona; bisogna pregare, infine, per ottenere le grazie necessarie per lo stato in cui si sta per entrare. Gesù s’invita quando non si allaccia una relazione all’insaputa dei genitori. Gesù s’invita con qualche mortificazione, con qualche elemosina, con la retta intenzione riguardo all’avvenire della vita coniugale. Quelli che nel contrarre matrimonio si lasciano unicamente guidare dalla bellezza del corpo e dal denaro, non invitano Gesù. La bellezza è un fiore che dissecca, il danaro favorisce la discordia e la superbia; ed in fondo non rimarrà che l’infelicità. Quelli che prima dello sposalizio tengono una cattiva condotta di tratti e di parole, non invitano Gesù. Le nozze che cominciano coll’impuro piacere del senso finiscono nel pianto. – Indubbiamente non invitano Gesù quelli che s’accostano al gran Sacramento in disgrazia di Dio. Che direste voi di chi invita a una festa una persona di riguardo, e poi, quand’è giunta, gli chiude l’uscio in faccia? questo è il modo di agire di coloro che ascendono l’altare a contrarre matrimonio e hanno un peccato mortale sul cuore. Eppure non sono pochi quelli che s’accostano indegnamente a questo gran sacramento: o senza confessione, o con una confessione fatta per forza senza esame di coscienza, senza sincerità, senza dolore. Infelici anche nei momenti più austeri e solenni della loro vita, non sanno quel che si fanno. PERCHÈ SI DEVE INVITARE GESÙ. Gesù non aveva ancora messo piede nelle contrade della Perea, che subito i Farisei gli furono intorno a fargli una questione; « Maestro, è permesso al marito ripudiare la moglie per un qualsiasi motivo? ». Si era nella tetrarchia di Erode Antipa che aveva rimandata la sua donna legittima per sposare la moglie del suo fratellastro e quella domanda era assai imbarazzante. Una risposta audace poteva mettere nel rischio di fare la fine del Battista. Ma Gesù non aveva paura di nessuno, e parlò aperto. «Non avete letto — rispose a quelli che l’avevano interrotto, — che Dio creò da principio l’uomo e la donna, e disse: per ciò lo sposo lascerà il padre e la madre per star unito alla sua sposa, e i due saranno una sola carne? Ebbene, poiché non sono due ma una sola carne, non divida l’uomo quel che Dio ha congiunto ». I Farisei osarono sussurrare: « Perché allora Mosè ha prescritto di dare alla donna il libello di ripudio e così divorziare? ». « Ah, — esclamò Gesù — fu in conseguenza della durezza dei vostri cuori che Mosè ha permesso questo. In principio non fu così. Ed io vi dico: quando un uomo manda via la moglie per prenderne un’altra, è sempre un adultero ». La severità dell’ultime parole del Salvatore parve terribile; i discepoli stessi meravigliati sussurrarono: « Quand’è così, non conviene sposarsi ». Il Maestro, udendo questo mormorìo, non lo disapprovò, perché sapeva bene le tribolazioni e le croci della vita familiare. Questo episodio del santo Vangelo, o Cristiani, non è tanto per metterci spavento del Sacramento del Matrimonio, quanto per farci apprendere la necessità dell’assistenza e dell’aiuto di Dio, per bene adempierne gli obblighi. Senza Gesù, com’è possibile portare un giogo non lieve ed accettarne i quotidiani sacrifici? – Le nozze cristiane sono un nodo indissolubile, che priva della libertà personale e rende l’uno signore dell’altro. Impongono un amore rispettoso, poiché una familiarità senza rispetto insensibilmente ma infallibilmente porta al dispregio. Impongono un amore fedele sino ad abbandonare il padre e la madre, sino alla completa rottura di ogni altro vincolo che possa legare il cuore o anche solo la mente. Impongono un amore costante, che deve resistere agli anni, alle amarezze, alle gelosie, sempre e solo. Ora come è possibile tutto questo senza la grazia di Gesù? Non basta: considerate ancora quale peso deriva dalla diversità di carattere, che soventemente s’incontra tra marito e moglie. Un marito saggio e modesto con una moglie svagata e dissipatrice; una moglie esemplare e quieta con un marito dissoluto ed empio: che croce, che pazienza! Se Gesù non è invitato a levigare le asprezze di queste nozze, ad aiutare a portar la croce, questi crucci domestici sembreranno insopportabili e l’odio e la disperazione invaderebbero due anime che avevan creduto di trovare insieme la felicità, escludendo la Religione. Ma non c’è bisogno di costruire casi tragici; l’inevitabile diversità di carattere fra due persone impone un vicendevole e continuo spirito di comprensione, di arrendimento, di generosità: per avere un’atmosfera di amabile convivenza. Infine, quale sorgente inesausta di sofferenze è l’educazione dei figli. La Sacra Scrittura dice che un figlio buono è la gioia di suo padre, mentre un figlio cattivo è l’amarezza della madre sua. Questo è vero, ma in un altro senso tutti i figli, o buoni o cattivi, per i genitori che li debbono allevare son sempre un peso. Che tormento quando nella miseria si teme che il pane manchi! Che dispiacere aver numerosi figli e non poterli collocare bene! Quanto piangere se vengon le malattie, se vien la morte a strapparcene qualcuno fuor dalle braccia, via dal nostro cuore! Ma quello che costa più è l’allevare figliuoli che si mostrano indocili e ingrati: non ubbidiscono, non accettano correzioni, scialacquano, non aiutano, sono ingrati, disonorano la casa. « Con questo — diceva S. Ambrogio — non intendo sconsigliare lo stato matrimoniale, ma espongo i vantaggi della dignità consacrata al Signore ». Chi si sposa fa bene, ma si prepari a portare la sua croce. Tribulationem tamen carnis habebunt huiusmodi (I Cor., VII, 28). Se così gravi sono i pesi dello stato nuziale, è pur necessaria la Grazia divina che ci sostenti. – Alle nozze di Cana vi erano sei pile d’acqua piene fino al sommo: simbolo queste di tutte le lagrime, di tutti gli affanni, di tutti i pesi dello stato coniugale. Ecco arriva Gesù, e le tramutò in sei pile di ottimo vino, piene fino al sommo. Voi tutti che sentite il peso della vostra famiglia, voi che la discordanza di carattere, o la gelosia, o il lavoro della casa, o i figli, riempiono di tristezza o di stanchezza, e, comunque, di ansie e preoccupazioni, chiamate Gesù. Che Egli venga alle vostre nozze! L’acqua si tramuterà in vino che letifica, e le vostre angustie in gioie. – LA MADONNA A NOZZE. A Cana, paese della Galilea, si sposava forse un parente di S. Giuseppe. Si capisce quindi come tra gl’invitati ci fosse anche la Madre di Gesù. S. Giuseppe, con ogni probabilità, era premorto e perciò di lui non si fa cenno in questo avvenimento. Notate subito che, dove c’è la Madonna, ivi non può mancare il suo Figlio divino. Forse fu Lei che suggerì agli sposi novelli d’invitarlo. Gesù, che in quei giorni cominciava la sua vita pubblica, vi arrivò con alcuni discepoli; e cominciarono le feste. Ma sul più bello del banchetto venne a mancare il vino; l’imbarazzo fu subito intuito dalla Vergine, la quale si fece premura d’avvertire il Figlio: « Non hanno più vino ». « Che importa a me e a te? — le rispose Gesù, ed aggiunse: — la mia ora non è ancora venuta ». Queste parole non parvero a Maria un rifiuto, se poi con suadente accortezza avvisò gl’inservienti di tenersi pronti ai cenni di suo Figlio. Il quale comandò di colmare d’acqua le sei pile che v’erano là per lavare le mani e i piatti secondo gli usi giudaici. Tutta quell’acqua fu poi tramutata in vino eccellente come non s’era mai bevuto. Perfino il direttore del banchetto ne fu meravigliatissimo, tanto che disse allo sposo: « Tutti servono da principio il miglior vino, e fan passare il meno buono quando i convitati sono brilli, ma tu hai serbato il migliore per ultimo ». – Questo fu il primo miracolo di Gesù ed accadde alla presenza di Maria, per sua intercessione. A considerarlo attentamente, si rivela la bontà e la potenza di Maria. – LA BONTÀ DI MARIA – a) La Madonna è la prima ad accorgersi del serio imbarazzo in cui si trovano sposi. Essi, forse, non lo sapevano ancora, e già il cuore della Madre divina è trepidante per loro: le pare già di assistere alla delusione, alla meraviglia e alle proteste dei convitati che si trovano senza vino nel momento in cui lo si desidera maggiormente; di assistere allo sgomento e alla vergogna degli sposi novelli che si vedono offuscata anche l’ora più gioiosa della vita. Ella si preoccupa e soffre come di una sventura sua, capitata nella propria casa. Noi, chiusi nel cerchio dei nostri interessi personali, noi egoisti e dimentichi di chi soffre nell’anima e nel corpo, come siamo indegni d’essere figli d’una Madre così buona! Sappiamo che ci sono nazioni intere a cui manca il vino della fede, e ci sono missionari estenuati e insufficienti perché senza mezzi; sappiamo che anche nelle mostre parrocchie il male e l’ignoranza trionfano perché i sacerdoti non bastano, se non sono aiutati; eppure viviamo nella beata indifferenza, come se fossero bisogni le pene che non ci riguardano. Sappiamo che non lontano da noi c’è una famiglia in miseria, c’è un infermo, c’è una disgrazia; sappiamo che, mentre cade la neve e tira il vento freddo, c’è gente senza casa, o senza coperte, o senza fuoco, o senza scodella di minestra calda; noi bene pasciuti, ben riscaldati, allegri e sani, ci chiudiamo nella felicità di casa nostra. Non si arriva talvolta a provare un istintivo e malvagio senso di gioia per qualche infelicità toccata agli altri, quasi che l’umiliazione altrui aumenti la nostra gloria, quasi che il dolore altrui aumenti il nostro benessere? E, per contrario, non si arriva a provare un istintivo e malvagio senso di pena per la fortuna toccata ad altri? Perfino nella preghiera, portiamo il nostro egoismo, la grettezza del nostro cuore, e, pregando non ci ricordiamo che dei nostri dolori, dei nostri bisogni. La vera preghiera dei figli di Dio non è egoistica, ma s’impietosisce anche dei dolori e alle disgrazie altrui, allarga le braccia verso i peccatori, gli infedeli, le anime purganti, la gerarchia ecclesiastica, il Papa, la Chiesa universale, la gloria immensa di Dio. Non viviamo soli al mondo, Cristiani, ma siamo uniti tutti in una sola famiglia che è la Chiesa, siamo membri di un sol corpo che è il mistico Corpo di Cristo. Niente è più contrario alla religione dell’individualismo egoistico. Torniamo alla Madonna, e aggiungiamo un’altra riflessione sul suo buon cuore. – b) La Madonna non sa criticare. Un’altra persona al suo posto, vedendo mancare il vino, avrebbe fatto due sorta di ragionamenti. Avrebbe detto: « Che gente irriflessiva, senza giudizio, senza avvedutezza! Ti fanno un banchetto, invitano gente, e non pensano a provvedere almeno l’indispensabile. Se adesso resteranno scornati, se lo sono meritato: un’altra volta ci penseranno meglio ». Oppure avrebbe detto: «Che spilorci! come si fanno compatire in una circostanza in cui anche i più miserabili sanno apparire signori! Pretendevano che si venisse a festeggiarli bevendo più acqua che vino ». Simili pensieri non attraversarono mai, neppure lontanamente, il cuore di Maria. Ella non sa criticare, sa provvedere e aiutare, Invece sono moltissimi che sanno inasprire le sofferenze altrui con i loro giudizi, le loro assennate disapprovazioni, i loro pareri per l’avvenire, ma non muovono un dito per correre efficacemente. Oh; sapessero almeno tacere! – c) La Madonna non sa tardare. Un’altra persona al suo posto non si sarebbe mossa, dicendo fra sé e sé: « Aspettiamo che me lo dicano ». Invece la Madonna non sa aspettare: benché non informata, Ella indovina la situazione; benché non pregata, soccorre liberamente. La bontà di Maria vede due cose nel nostro cuore. La prima è che spesso siamo così distratti, così pieni di sonno, che non ci accorgiamo neppure d’essere sull’orlo dell’abisso; come i due sposi non s’accorgevano che non c’era più vino. Siamo tutti come i bambini che si mettono nei pericoli senza saperlo. Ma una madre non aspetta che il suo fanciullo la chiami, ma ella accorre quando un veicolo, una bestia, o qualsiasi altro accidente minaccia la sua vita. Chissà quante volte la Madonna è accorsa a salvarci, ha interceduto e pianto per noi! Se avesse aspettato sempre che la pregassimo, a quest’ora forse saremmo già all’inferno. – Come sei buona, dolce madre Maria, non ho parole per ringraziarti! La Madonna sa un’altra cosa di noi. Ed è che ci brucia terribilmente aprire agli altri la nostra miseria, abbassarci a chiedere aiuto: si preferirebbe soffrire, anche morire. E Maria, la buona, la dolce Regina, c’insegna che la carità migliore si deve fare senza essere richiesti e senza umiliare, e, se fosse possibile senza farsi conoscere da nessuno, neppure dal beneficato. Nei « Promessi Sposi » gran libro di sapienza cristiana, c’è un buon sarto che doveva aver imparato dalla Madonna a far la carità. Era povero, ma sapeva di una persona più povera di lui, benché non gli avesse detto nulla. Un giorno di festa mise insieme in un piatto delle vivande che erano sulla tavola, e aggiuntovi un pane, mise il piatto in un tovagliolo, e preso questo per quattro cocche, disse alla sua bimbetta maggiore: « Va’ qui da Maria vedova; lasciale questa roba, e dille che è per stare un po’ allegra co’ suoi bambini. Ma con buona maniera ve’: che non paia che tu le faccia l’elemosina. E non dir niente, se incontri qualcheduno; e guarda di non rompere ». (cap. XXIV). – Osservate il delicato accorgimento di accettare qualcosa dai bambini. Cristiani, mandate spesso i vostri bambini a fare l’elemosina. Osservate ancora che saggi avvisi dà il sarto, soprattutto non dimenticate le parole: « che non paia che tu le faccia l’elemosina ». Cristiani, dobbiamo essere riconoscenti ai poveri quando si degnano d’accettare il nostro superfluo, perché essi ci arricchiscono nel cuore di bene essenziali. – LA POTENZA DI MARIA. La parte più interessante del miracolo di Cana è in quel sommesso dialogo di Maria con Gesù. C’è come un combattimento tra la misericordia e la giustizia, tra l’ansioso cuore d’una Madre e la volontà imperscrutabile dell’Onnipotente, tra la Madonna e Dio. Il meraviglioso è che vince la Madonna. O Vergine potentissima, vinci, anche per noi, così! Dice Maria sottovoce: « Gesù, non hanno più vino ». Risponde Gesù: « Né Io, né tu abbiamo colpa; noi non c’entriamo ». La Madonna non è contenta: il suo amore non si volge soltanto a quei casi dove in qualche modo è interessata; la sua carità non cerca mai il proprio tornaconto. Ripete Maria sottovoce: « Gesù, non hanno più vino ». Risponde Gesù: «Lascia andare! Non è questo il momento per farmi conoscere Figlio di Dio ». Solo una madre sa capire perfettamente le parole di un figlio; e la Madonna sentì che sotto a quel no, in fondo in fondo tremava un sì. Subito ne approfittò con un atto che diremmo audace, se non fosse della Vergine prudentissima. – Chiamò i servi e li mandò davanti al Figlio pronti a ricevere ordini. E Gesù disse loro: « Riempite d’acqua le sei pile ». Come Ella udì, tremò tutta di gioia. Aveva vinto. Aveva ottenuto di far lieti due cuori. La Madonna è vittoriosa! E che vittoria! Ciascuna pila conteneva più di cento litri: bastava dunque che l’acqua d’una sola fosse tramutata in vino. Ma la Madonna non fa le grazie su misura, Ella abbonda e sovrabbonda, è magnificentissima. Le sei pile si trovarono tutte colme di gustoso e redolente vino. I due sposi ne ebbero per quel giorno e per un anno intero. Cristiani, nella nostra vita manca forse il vino del fervore, dell’amore di Dio. Purtroppo, da tanti e tanti l’amor di Dio non si conosce neppure. Amore alla carne, amore ai danari, amore agli onori, amore a questo mondo bugiardo: ecco quel che hanno in cuore. Se ci troviamo in questo numero, preghiamo Maria perché per noi si rivolga a dire al suo Gesù: « Non hanno più vino ». Pregatela così, e sentirete un generoso vino, dolce e forte, riempire i vostri cuori, e vi troverete cangiati da quei di prima. – Può darsi che qualcuno, pur convinto della bontà e della onnipotenza di Maria, non osi invocarla per sé, perché da moltissimo tempo in balìa del vento d’ogni più brutto piacere, più non l’ha pregata e forse l’ha oltraggiata. Ora è triste in fondo al cuore, vorrebbe ritornare, ma dispera. Per costui voglio ricordare una graziosa leggenda tessuta intorno a un convento di Vienna, detto il convento della Celeste Portinaia. Si racconta che, moltissimo tempo fa, la suora portinaia di quel convento, disamorata della vita claustrale, fu presa da una forte smania di ritornare al mondo e appressare le sue smunte labbra al vino della felicità mondana, Una notte, che tutte le suore dormivano nella pace purissima, ella non poteva dormire per la veemenza di quel desiderio. La sciagurata non era cattiva ma debole, e ad un certo momento non seppe più resistere. Si alzò, discese in portineria, aprì; poi prese la chiave e il suo velo di suora e li depose dietro la statua della Vergine Maria che stava vicino alla porta, con queste parole: « Regina del Cielo, ecco la chiave; fate di buona guardia al convento… » E, senza voltarsi, uscì. La notte oscura era senza stelle. Per sette anni visse nel mondo e bevve al suo calice lunghi sorsi, ma non erano di felicità. Il mondo è cattivo, bugiardo, ingannatore; non era vino quello che dava alla sua sete, ma liquidi melmosi e piccanti ed esasperanti. La delusione fu terribile. Dopo sett’anni quella povera suora senza velo, umiliata, distrutta, pentita, con la promessa d’una severa penitenza, colla volontà d’un totale rinnovamento, s’avvicinò al suo chiostro. Era ancora notte, ma una notte piena di stelle. Il cuore le batteva forte. Fece per bussare alla porta, ma era aperta: dietro la statua della Vergine c’era un velo e le chiavi. Il suo velo e le sue chiavi. Al giorno dopo riprese il suo ufficio di portinaia, senza che alcuno facesse meraviglie del suo ritorno o le dicesse alcunché. Nessuno si era accorto della sua lontananza perché la Vergine benedetta s’era messa ogni giorno il suo velo, aveva preso la sua sembianza, ed aveva fatto al suo posto la portinaia. Cristiani, se delusa dagli avvelenati piaceri del demonio e del mondo, un’anima vuol ritornare a bere il vino casto della pace e della gioia di Dio, per quanto male abbia commesso, non abbia disperazione o timore veruno. Troverà la porta aperta. Una dolce Madre, da tanto tempo, gliela tiene aperta, aspettando, piangendo, pregando.

Questo è uno dei sette miracoli raccontati in tutto il Vangelo di S. Giovanni; è il primo miracolo con cui Gesù inizia la vita pubblica, e ci richiama quello con cui la terminerà, quando non l’acqua in vino ma il vino tramuterà in sangue suo. Nel brano evangelico la figura che più risalta è quella della Madonna: Ella appare qual è, Regina e Madre, potente e clemente. Regina potente fino ad indurre il Signore, quasi contro voglia, a compier fuor di tempo un miracolo. Madre clemente fino a diventare la confidente nei crucci della casa; fino a interessarsi del vino per risparmiare un disonore agli sposi; fino a far le cose con tale discrezione che neppure il direttore del banchetto sulle prime se ne avvide. Infatti, nella sala dove si beveva, s’udì la sua voce risonare: « Sposo, tu hai fatto diverso da tutti: gli altri servono da principio il vino migliore e mandano alla fine, quando s’è già brilli, lo scadente. Ma tu hai serbato l’ultimo fino ad ora ». E non sapeva l’architriclino che quello era il vino della Madonna: frutto della sua potenza regale verso Dio e della sua materna clemenza verso gli uomini. – REGINA POTENTE. Salomone, re d’innumerabile popolo e d’inestimabile ricchezza, accanto al suo trono fece innalzare un nobile seggio per la madre sua, a cui disse: « Non mi è più possibile opporre un rifiuto a qualsiasi desiderio tuo ». Questo fatto della Sacra scrittura, la Chiesa e i Santi l’hanno più volte applicato a Maria santa: e giustamente. Accanto al trono di Cristo Re dei secoli, un altro seggio è, in mezzo al Paradiso, innalzato: quello della Regina del cielo e della terra. Qualsiasi desiderio suo è sempre esaudito. Ella è potente perché tutta santa. Nessuna macchia ha potuto contaminarla mai, neppure la macchia originale che ogni figlio d’Eva contrae nascendo. E non solo non conobbe peccato, ma la sua anima è adorna della luce d’ogni virtù; è umilissima, purissima, pazientissima. La santità di tutti i santi che furono e che saranno, non raggiunge quella di Maria. Perciò Iddio è rapito nella contemplazione del capolavoro della sua abilità santificatrice e non può resistere alle sue preghiere. Ella è potente perché Regina degli Angeli e dei Santi: tutto il paradiso a lei s’inchina. Le schiere angeliche attendono il suo cenno per accorrere in nostro aiuto. » tutti i santi sono felici d’eseguire il suo comando. Ella è potente perché invincibile contro il demonio: col suo calcagno ha schiacciato il capo al serpente antico il quale non ha potuto mai nulla contro di Lei. Con la luce dei suoi occhi ha fulminato tutte le eresie, e col solo suo Nome ha messo in fuga lo spirito delle tenebre. « Terribilis ut acies ordinata! ». Ella è potente perché Madre di Dio. Le madri possono tutto ottenere dai figli; i figli non sanno nulla negare alle madri. Se la Madonna supplica, se piange per noi, come potrà il suo Figlio divino lasciarla inconsolata? A parole oserà rispondere: « Donna, che cosa importa a me e a te di quei peccatori? », ma poi farà come Ella vuole. – Se in tante famiglie manca il vino dell’amore e della concordia e il giogo maritale è divenuto una catena penosa per gli sposi e uno scandalo per i figli, è perché in quella famiglia la Madonna è stata dimenticata, è stata scacciata. Altrimenti saprebbe Lei, la Madre clemente, rinnovare il miracolo di Cana. Se tanti uomini non sono capaci di portare la loro croce, e nel dolore perdono la speranza e imprecano di disperazione, è perché nel loro cuore la Madonna è stata dimenticata, è stata scacciata. Quando a Santa Teresa morì la mamma, ella, appena dodicenne, singhiozzando si gettò ai piedi di una statua della Vergine e la supplicò di essere la madre sua… Con questa confidenza, nei grandi dolori della vita; noi dobbiamo ricorrere a Maria. – Se l’amore della Madonna ci accompagnasse nei giorni della vita, non avremmo nulla da temere neppure nel giorno della morte. Entrando nel regno dei beati dove Ella è Signora, le diremmo con eterna riconoscenza: « Madre clemente! ». – Fanciullo ancora, Giovanni Maria Vianney, che fu poi il curato d’Ars, andava a lavorare la terra con suo fratello maggiore il quale, più robusto di lui, dissodava zone più vaste e lo lasciava indietro per un buon tratto. Giovanni ne aveva rimproveri e vergogna. Allora per eccitarsi al lavoro portava alla vigna una statuetta della Madonna che issava sopra un bastone a qualche metro davanti a sé. Poi, un colpo di vanga e uno sguardo a Maria, lavorava con la brama d’arrivare presto a Lei che poi, di nuovo, trasportava di qualche metro più avanti. Così riusciva a sorpassare il fratello che dissodava una zona di terreno accanto. Come il giovane Vianney così noi tutti, o Cristiani, dobbiamo dissodare il campo della vita: non perdere mai di vista la Regina potente, la Madre clemente. Ad ogni fatica, a ogni pericolo, ad ogni dolore, ad ogni giorno, almeno uno sguardo a Lei. Quante belle devozioni non hanno saputo trovare le anime gentili per la Madonna? Alcuni santi, ogni giornata, recitano tre « Ave Maria » per ottenere la purezza. Che cosa sono tre « Ave Maria? ». Eppure, per esse, confessarono d’aver vinto tutte le tentazioni della carne. Molte famiglie hanno conservato la bella tradizione dell’« Angelus » mattina, mezzodì e sera. In molte altre non manca mai il Rosario quotidiano. Case fortunate dove la Madonna è amata! Io vorrei conchiudere queste parole col raccomandare a ciascuno di scegliersi una propria devozione alla Vergine: sia quella di privarsi della frutta o del vino altro; sia quella di salutarla con una giaculatoria ad ogni scoccar d’ore; o quella di recitare un’« Ave » tutte le volte che s’entra o si esce di casa, o quella ancora di comunicarsi ad ogni sua festa. Ognuno deve avere la sua devozione a Maria. – IL CONTRATTO MATRIMONIALE TRASMUTATO IN SACRAMENTO. S. Francesco di Sales aveva ospite in casa da alcuni giorni un suo amico. Ed ogni sera, fatto un poco di conversazione, lo accompagnava fino alla sua camera. L’altro protestava e non voleva che un Vescovo si disturbasse tanto per un laico. « Amico mio, non siete voi sposato? ». « Non ancora ». Allora avete ragione di protestare: vi tratterò con più confidenza e minori riguardi ». Per il santo dunque una persona sposata doveva essere circondata di una maggior venerazione. Perché? per la dignità del sacramento del matrimonio che conferisce agli sposi una grazia che li rende capaci d’amarsi soprannaturalmente, e di educare i figli per il Paradiso, e di sopportare con serenità i pesi del loro stato. – Appunto per santificare le nozze, Gesù volle trovarsi a quelle di Cana. Come ha preso la lavanda a simboleggiare e a conferire la grazia che lava dal peccato originale, nel Battesimo, così ha preso il mutuo e perpetuo impegno degli sposi a donarsi l’uno all’altra per simboleggiare la sua unione con la Chiesa e per conferire la grazia d’amarsi indissolubilmente come Egli e la Chiesa si amano. Perciò in Cristo e nella Chiesa il matrimonio è diventato un grande sacramento. Se è un Sacramento, ed un Sacramento dei vivi, bisogna prepararsi con retta intenzione; accostarsi con pura coscienza; perdurarvi secondo la legge di Dio. – a) Prepararsi con retta intenzione: non per calcoli umani, né per stimoli unicamente passionali. « Stammi a sentire: — diceva l’angelo Raffaele al giovane Tobia — io ti mostrerò chi sono quelli sui quali può prevalere il demonio. Quelli che vanno al matrimonio dimenticando Dio, solo per sfogare la propria libidine, come il cavallo ed il mulo che non hanno intelletto: su quelli il demonio ha potestà ». Ma Tobia pregava: «Signore, tu sai ch’io prendo moglie non per lussuria, ma per desiderio di figli nei quali il tuo Nome sia benedetto nei secoli dei secoli » (Tob., VI, 16 – 17; VIII, 9). – b) Perdurarvi secondo la legge di Dio: non significa appena la condanna di ogni infedeltà, ma anche la condanna di ogni uso del matrimonio che non rispetti il fine per cui il Signore l’ha istituito. – Quel Gesù che alle nozze di Cana trasmutò l’acqua fredda e insapore in vino, forte e generoso, nelle mistiche nozze della Divinità con la umanità avvenute nella sua Incarnazione trasmutò noi da poveri decaduti figli di Adamo in figli di Dio. Come rami di un ulivo selvatico siamo stati staccati dal vecchio e maligno tronco, siamo stati innestati nel divino ulivo Gesù, ed ora assorbiamo la linfa della sua vita, e uniti a Lui possiamo produrre frutti degni della Santissima Trinità. Orbene, ogni innesto richiama una doppia ferita: una nel tronco che deve ricevere il ramo, l’altra nel ramo che deve essere tagliato via dal ceppo maligno. Cristo ricevette la sua ferita sul Calvario. Noi dobbiamo infliggercela di giorno in giorno per strapparci ai desideri e alle opere dei figli del secolo, per vivere soltanto nei desideri e nelle opere di figli di Dio. – Ricordate la meravigliata espressione del direttore di tavola: « Tutti bevono prima il vino migliore e serbano per ultimo lo scadente… tu hai fatto il contrario ». Sono gli stolti seguaci del mondo che eleggono il vino buono e allegro per questa vita e nell’altra si riserbano lo scadente… Noi Cristiani, seguaci dello Sposo divino Gesù, in riconoscenza delle preziose trasmutazioni che per nostro amore ha operata, eleggiamo per questa vita il vino amaro della mortificazione, ed Egli nell’altra ci riserberà quello ottimo del gaudio eterno.

IL CREDO

Offertorium

Orémus

Ps LXV: 1-2; 16

Jubiláte Deo, univérsa terra: psalmum dícite nómini ejus: veníte et audíte, et narrábo vobis, omnes qui timétis Deum, quanta fecit Dóminus ánimæ meæ, allelúja.

[Alza a Dio voci di giubilo, o terra tutta: cantate un salmo al suo nome: venite, e ascoltate, voi tutti che temete Iddio, e vi racconterò quanto Egli ha fatto per l’anima mia. Allelúia.]

Secreta

Oblata, Dómine, múnera sanctífica: nosque a peccatórum nostrórum máculis emúnda.

[Santifica, o Signore, i doni offerti, e mondaci dalle macchie dei nostri peccati.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Joann II: 7; 8; 9; 10-11

Dicit Dóminus: Implete hýdrias aqua et ferte architriclíno. Cum gustásset architriclínus aquam vinum factam, dicit sponso: Servásti bonum vinum usque adhuc. Hoc signum fecit Jesus primum coram discípulis suis.

[Dice il Signore: Empite d’acqua le pile e portate al maestro di tavola. E il maestro di tavola, non appena ebbe assaggiato l’acqua mutata in vino disse allo sposo: Hai conservato il vino migliore fino ad ora. Questo fu il primo miracolo che Gesù fece davanti ai suoi discepoli.]

Postcommunio

Oremus.

Augeátur in nobis, quǽsumus, Dómine, tuæ virtútis operatio: ut divínis vegetáti sacraméntis, ad eórum promíssa capiénda, tuo múnere præparémur.

[Cresca in noi, o Signore, Te ne preghiamo, l’opera della tua potenza: affinché, nutriti dai divini sacramenti, possiamo divenire degni, per tua grazia, di raccoglierne i frutti promessi.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (188)

A. D. SERTILLANGES, O. P.

CATECHISMO DEGLI INCREDULI (XXV)

[Versione autoriz. Dal francese del P. S. G. Nivoli, O. P. – III ristampa. S. E. I. – Torino 1944]

LIBRO QUARTO

I SACRAMENTI

V. — La Penitenza.

D. Quale posto tiene il sacramento della penitenza nell’economia cristiana?

R. Lo stesso posto che il peccato nella vita. La religione, avendo da fare con l’uomo, non poteva dimenticare il peccatore; non poteva abbandonarlo a se stesso; bisognava trovar ripiego e ingegnarsi per riuscire, per farci riuscire, ad onta delle nostre costanti sconfitte.

D. Come intendi tu il peccato?

R. I Cristiani lo definiscono un’offesa a Dio, o una disubbidienza alla legge di Dio.

D. Si può offendere Dio?

R. È possibile purtroppo, ed è una grande sventura se si bada al fatto; se poi ci si richiama alla mente il nobile privilegio che lo permette: la libertà, è il triste prezzo di una gloria.

D. Offendere Dio!… Io penso al verso di Victor Hugo nel La Conscience: « E nella notte si lanciavano frecce contro le stelle».

R. Se le stelle fossero vive, si offenderebbero del gesto, benché perfettamente tranquille per i suoi effetti. Impotenza non significa irresponsabilità o innocenza.

D. Se non si nuoce?

R. L’Essere a cui non si potrebbe nuocere, a cagione della sua grandezza, è quello che si deve venerare di più, dunque è quello che si offende sommamente, se si tocca la sua gloria.

D. Che cosa fa il peccato alla gloria di Dio?

R. Umilia il pensiero creatore; contraria una volontà di perfezione e d’ordine; nell’armonia dell’opera divina, introduce delle dissonanze e compromette il « regno de’ suoi fini » (KANT).

D. Pochi pensano a queste cose; nessuno vuole queste cose. Si opera come questo e quello; ma chi intende di offendere Dio?

R. Non s’intende di offendere Dio; per lo meno ciò è raro; ma si vuole contentare se stesso a rischio di offendere Dio, ad onta dell’offesa di Dio. Se si potesse fare in modo che Dio non fosse offeso, senza dubbio ciò si farebbe; ma questo vuol dire che si desidera di cambiare il male in bene, piuttosto che guardarsi dal male.

D. Siamo dunque tutti peccatori?

R. «Il più mortale peccato è l’orgogliosa coscienza di essere senza peccato » (CARLYLE).

D. Che cosa chiami tu peccato veniale e peccato mortale?

R. Il peccato mortale è quello che si oppone formalmente a una volontà di Dio, che per questo ci toglie la sua amicizia, in tal modo che il peccatore, recedendo dal suo Dio, volta le spalle al suo ultimo fine in favore d’un bene frivolo. – Il peccato veniale, pur rispettando l’amicizia di Dio e il buon orientamento della vita, devia però un poco dal sentiero del bene.

D. Da che dipende una così gran differenza di natura e di risultati?

R. Può dipendere dalla maggiore o minore gravità della materia, che in un caso si reputa oggetto di una volontà formale del legislatore, e nell’altro no. Può dipendere, in una stessa materia grave, dalla pienezza dall’imperfezione del consenso.

D. L’uomo in stato di peccato grave fa ancora parte della Chiesa?

R. Sì, come un membro morto. Non riceve più il sangue del cuore, che è l’amore divino; non ubbidisce più all’idea direttrice del corpo, che è lo Spirito di Cristo; è privo del calore vitale e della motricità spirituale; non ha più diritto al pane di vita che dovrebbe mantenere in lui la vita che gli manca; è «uno scomunicato dell’interno » (Bossuet), benché circoli ancora nel gruppo e nei sacri edifizi.

D. Che cosa è dunque il sacramento della Penitenza?

R. È quello che è destinato a cancellare i peccati commessi dopo il Battesimo e a rendere al peccatore la grazia del suo Dio.

D. È dunque un Sacramento di purificazione?

R. E di riconciliazione. Sono lì quelle acque di Siloe « che scorrono in silenzio » nelle quali Gesù invita i malati a purificarsi. Ma dopo, o piuttosto per il fatto stesso della purificazione, che ristabilisce la grazia battesimale, l’anima pura si sente in Dio, « chiarezza fusa alla chiarezza » (FRANCESCO JAMMES).

D. La Religione si adagia facilmente col peccato! Essa sì rassegna dunque al peccato?

R. La Religione non si rassegna al peccato; ma si rassegna all’uomo peccatore; è il peccatore che Cristo le ha affidato, affinché con Lui, essa lo salvi.

D. Il peccato dunque non è più una disgrazia?

R. Il peccato è la più grande delle disgrazie; si potrebbe dire che è la sola; ma esso non è irreparabile; dopo di esso non è finito tutto; dopo di esso tutto si può riprendere, tutto si può riparare, tutto può ridiventare puro, tutto si può mostrare più alto che prima, ed è qui che sta il capolavoro.

D. Dunque il cattivo sarà l’oggetto della più apparente bontà?

R. Gesù disse: Io non sono venuto per quei che stanno bene, ma per quei che sono malati.

D. Si possono amare è cattivi?

R. I cattivi hanno bisogno d’amore più degli altri; essi sono in estremo pericolo, ed è l’amore che li rialza.

D. Non vi sono eccezioni? Certi mostri

R. Un mostro è un uomo spaventosamente deviato; l’umanità, in lui, rimane; egli può finalmente disarmare; solo l’amore divino non disarma.

D. Ma il peccatore ha offeso quest’amore.

R. La penitenza cristiana ci obbliga a collocare la nostra fiducia nello stesso amore che abbiamo disconosciuto.

D. Lo sforzo della Penitenza è dunque

R. Di vincere il peccato, di passargli per così dire sul corpo, per riprendere il sentiero.

D. Non è questo un compromesso?

R. Il sole si compromette forse spazzando via il fango?

D. Il sole regna lassù in alto.

R. La Religione non teme il peccato appunto perché essa regna lassù, cioè perché è divina; esso lo maneggia con dita di luce.

D. Che cosa domanda ai peccatori?

R. «Che vengano a subissarsi tra due braccia tese» (O. PÉGUY).

D. Vi sono però delle condizioni?

R. Vi sono delle condizioni, ma che tutte favoriscono il peccatore; gli si procura a un tempo l’onore della giustizia e il benefizio della misericordia. La penitenza è l’amplesso della giustizia e della misericordia.

D. Qual è la parte della giustizia?

R. È lo sforzo. Per la penitenza ci si dà il mezzo di rientrare in possesso di noi come per il lavoro noi riconquistiamo la natura ribelle. Qui e là, è una stessa fatica, che ricompensa una stessa ascensione verso l’innocenza dell’anima e delle cose.

D. E ne segue?…

R. Il possesso rinnovato della grazia, una migliore esperienza di se stesso, una fiducia crescente nel soccorso di Dio  che rialza, e una nobile pace,

D. Certi peccati hanno conseguenze esterne o interne.

R. Dio se le addossa insieme con noi; e nella proporzione di quello che ci è possibile, noi dobbiamo addossarcele insieme con Lui.

D. E le abitudini peccaminose?

R. Quello che prima era responsabilità crescente, a cagione della frequenza dei cattivi voleri, diventa poi scusa. Se un uomo ha colpevolmente avvilito l’anima sua, ma poi si emenda, dopo egli viene trattato come un convalescente che l’amore tratta con riguardo.

D. Non è ciò un invito a mal fare?

R. Tu riporti un’obiezione di Giuliano Apostata.

D. Non importa, non è invero troppo comodo scaricarsi così tutto a tratto delle proprie colpe, forse di tutta una vita di peccato?

R. Preferiresti un’incomodità eterna? Non sta appunto lì quello che si oppone all’inferno? Bisogna ben che tutto finisca; ma ciò non avviene senza che ci siano proposti, e proposti molte volte, dei « comodi » ricominciamenti.

D. Nondimeno certi atti sì dicono irreparabili.

R. La penitenza smentisce colui che disse: « Ciò che si rimette non è mai ben rimesso; ma ciò che si smette è sempre bene smesso » (C. Péguy); essa è in certo modo creatrice; ci rifà un’anima, e ci ricrea un universo, quello di Dio, tutto fatto di bontà e di sapienza, senza quel disordine e quel turbamento in cui il peccato ci aveva immersi.

D. Si può concedere l’amnistia a un colpevole; ma la società non gli restituisce mai la sua intera stima.

R. La società non vede il cuore, ed ha poco cuore. Gesù tracciò la condotta della sua Chiesa facendo sua amica e sua apostola una donna disonorata.

D. Il peccatore deve dunque essere nella gioia?

R. La gioia è per noi un dovere, perché è un omaggio, e significa: Padre, io credo al tuo perdono, credendo al tuo amore.

D. Consigli tu ai penitenti di ricordare sovente i loro peccati?

R. Essi devono ricordare la loro debolezza e la misericordia di Dio, ma non vagliare la loro miseria. Una volta usciti dalla notte, bisogna camminare, e non indugiarsi a contare le cadute fatte nell’ombra.

D. Da che dipende la frequenza delle cadute, ad onta della frequenza dei rialzamenti?

R. A volte dalla fiacchezza dello sforzo che raddrizza; ma specialmente da quella terribile inclinazione naturale che ci rende caro il peccato, e dall’abitudine, che tende a renderlo necessario.

D. Quante volte si perdona?

R. È la domanda di S. Pietro al suo Maestro, e Gesù risponde: « Settantasette volte sette », senza dubbio con un tenero sorriso. Lui che ci lascia nella nostra debolezza, pur rialzandoci dall’antica caduta, tiene conto di questa debolezza e la soccorre; essa dev’essere un mezzo di salute, ed egli non vuole farne una causa di perdizione. Per l’amore che egli ci offre ancora e che possiamo ricuperare, egli intende di valersi, per rialzarci, della nostra potenza di caduta. Non sono certi falsi amori che c’ingannarono? La bilancia risalga, dopo essere sfuggita al suo punto morto!

D. Non vi è nessun limite?

R. Nessuno; l’amore del Padre è tale, che l’infedeltà ostinata del figlio non lo scoraggia mai. I perdoni del Signore sono una moltitudine », dice il salmo. « Quando gli diciamo: Ti ho tradito, egli ci risponde: Va in pace, io ho fiducia in te ».

D. Non vi è dunque mai motivo di disperare?

R. Il disperare è un disconoscere Dio e se stesso. Si fosse pur Caino, si fosse pur Giuda, si è sempre figli di Dio, e si hanno da prendere per sè queste parole del dolce Maestro, che non si rivolgono meno alla sventura colpevole che alla sventura innocente: « Venite a me, voi tutti che soffrite e siete oppressi, e Io vi solleverò ».

D. Perché la Chiesa interviene in un atto così intimo come la penitenza?

R. Noi siamo membri della Chiesa; quando siamo ammalati spiritualmente, la Chiesa è ammalata in uno dei suoi membri: non è forse normale che essa cerchi di guarire se stessa guarendo noi?

D. Io mi meraviglio di questo pensiero che per un peccato isolato la Chiesa sia ammalata.

P. « Non vi sono che malattie generali », dicono i medici; a cagione della solidarietà funzionale, un elemento che si turba è un male del tutto.

D. Il peccato però è un’offesa a Dio.

R. Dio è per mezzo di Cristo il capo o la testa della Chiesa; per mezzo dello Spirito Santo Egli ne è l’anima. Dio, Cristo e Chiesa dunque sono qui tutt’uno, come direbbe Giovanna d’Arco.

D. Il peccato sarebbe dunque un male universale?

R. « Il minimo movimento importa a tutta la natura; il mare intero cambia per una pietra. Così nella grazia. La minima azione, per le sue conseguenze, importa a tutto » (PASCAL).

D. Tuttavia il peccatore sovente è solo.

R. Il peccatore crede di essere solo; ma è in presenza del cielo e della terra, ed egli offende il cielo e la terra, di cui sconcerta le leggi.

D. E ciò, ai tuoi occhi crea un diritto d’intervento in favore della Chiesa?

R. È un diritto, poiché essa è lesa da parte sua, ed è un benefizio perché là dove c’è solidarietà organica, la guarigione, come la malattia, è funzione di questa solidarietà. « Dio non volle assolvere senza la Chiesa, dice Pascal; com’essa ha parte all’offesa, vuole che essa abbia parte al perdono, e l’associa a questo potere, come i re i parlamenti.

D. Come dunque si possono mettere insieme le condizioni della conversione per mezzo della penitenza?

R. Il peccatore si è mostrato colpevole verso se stesso, verso la Chiesa e verso Dio: se egli si deve convertire, ciò non potrà essere se non per un atto spontaneo, per un intervento della Chiesa e per un intervento di Dio. Nessuna medicina opererebbe sopra un membro, se questo membro non reagisse vitalmente per liberarsi dal male. Nessuna medicina parimenti opererebbe, se la solidarietà organica non interessasse tutto il corpo a questo risanamento che guarisce il corpo stesso. Finalmente nessuna medicina agirebbe, e meno ancora, se l’idea direttrice della vita chiamata anima non si facesse artefice della riparazione, come fu agente della fabbricazione, della crescenza e della nutrizione dell’organismo.

D. Quali sono gli atti del penitente che corrispondono alla sua « reazione » necessaria?

R. Sono la contrizione, la confessione e la soddisfazione.

D. Qual è la parte di Dio?

R. Il perdono.

D. E la parte della Chiesa?

R. La Chiesa opera necessariamente per rappresentante, ed è il sacerdote come giudice, come ministro di assoluzione, come determinatore della soddisfazione.

D. Mi vuoi spiegare queste cose, e prima di tutto, che cosa è la contrizione?

R. Etimologicamente, significa uno «spezzamento o stritolamento del cuore » per il rimorso del peccato.

D. Il peccatore può sempre provare un tale spezzamento?

R. Non ci si domanda che il possibile, e l’immagine usata ha per scopo di farci capire che la contrizione cattolica non è una passività, ma un atto. Io spezzo il mio cuore davanti a Dio in onore della sua santità oltraggiata.

D. Senza immagine, che diresti?

R. «La contrizione è un pentimento delle nostre colpe con la volontà della loro distruzione » (S. TOMMASO D’AQUINO).

D. Che cosa è la confessione?

R. È la dichiarazione delle colpe commesse quanto alla loro specie, al loro numero e alle circostanze che ne modificano la natura o la gravità.

D. E la soddisfazione?

R. È la riparazione consentita in favore di Dio oltraggiato e del prossimo che ha potuto essere leso dalle nostre colpe.

D. Qual è la miglior riparazione riguardo a Dio?

R. Oltre a quello che il sacerdote indica, e che di solito è così poca cosa, è il sopportare pazientemente i mali che Dio ci manda.

D. Perché è la miglior riparazione?

R. Perché è la più conforme alla sua volontà e la più opposta alla nostra.

D. E qual è la miglior riparazione riguardo al prossimo?

R. È quella che annulla e compensa il più esattamente e il più delicatamente possibile il torto che gli abbiamo fatto.

D. In che modo ci viene il perdono di Dio?

R. Per l’assoluzione.

D. Bisogna dunque chiederla a Lui?

R. Sì, ma per mezzo della Chiesa, che ci riallaccia a Lui, e per la quale altresì ci viene la sua risposta.

D. Non vi è qui un’usurpazione di coscienza?

R. Ho già detto e ridetto le ragioni di questo intervento; ma devi osservare che nella Chiesa tutti si confessano, compreso il tuo confessore, compreso il Sommo Pontefice. Dunque si tratta qui d’un fatto che oltrepassa l’uomo, il che esclude ogni idea di usurpazione. Non ne hai forse il segno ben chiaro in questo fatto che il confessore, quando ha assolto, domanda al penitente di «pregare per lui »?

D. Ammetto il compito dell’istituzione; ma, nel fatto, ci si domanda di aprire la nostra coscienza a un uomo.

R. Come l’istituzione potrebbe operare altrimenti, e in un modo più favorevole? Preferiresti confessarti a tutta la Chiesa?

D. Non si faceva così una volta?

R. Così si faceva sotto il nome di confessione pubblica, richiesta per certi delitti. Ma vi si rinunziò presto, a cagione di inconvenienti derivanti dalla nostra miseria comune; però il diritto assoluto non è stato abolito; la nostra credenza al giudizio universale lo rammenta, e ciò dovrebbe farci riflettere quando critichiamo la disposizione prudente e misericordiosa che la Chiesa mette in pratica.

D. Quello che urta i nervi è siffatta dichiarazione di uomo a uomo.

R. Ascolta quello che dice in proposito Pascal: « Noi non vogliamo che gli altri c’ingannino; non troviamo giusto che essi vogliano essere stimati da noi più di quel che essi meritano: non è dunque giusto che noi inganniamo loro e che noi vogliamo che essi ci stimino più che non meritiamo… Ecco i sentimenti che nascerebbero da un cuore che fosse pieno di equità e di giustizia. Che dobbiamo dunque dire del nostro, vedendovi una disposizione affatto contraria?… ». La Religione cattolica non obbliga a svelare i propri peccati a tutti indifferentemente; tollera che si rimanga nascosti a tutti gli altri uomini, ma ne eccettua uno solo, al quale essa comanda di svelare il fondo del proprio cuore e di farsi vedere quello che si è. Non vi è che un solo uomo al mondo che essa ordini di disilludere, e lo obbliga a un segreto inviolabile, il quale fa sì che questa conoscenza sia in lui come se non vi fosse. È possibile immaginare qualcosa di più caritatevole e di più dolce? Eppure la corruzione degli uomini è tale che ancora si trova della durezza in questa legge, ed è una delle principali ragioni che fecero ribellare contro la Chiesa una gran parte di Europa ».

D. Non vi sono gravi inconvenienti in una tale pratica?

R. Tutto ha gravi inconvenienti, in una vita esposta all’accidente e alla debolezza. Ma si tratta di valutare il pro e il contro, e i benefizi della confessione son tali, che la sua soppressione sarebbe un immenso impoverimento per la vita religiosa e la vita sociale.

D. Perché la vita sociale?

R. Perché la vita religiosa è necessaria alla vita sociale, come abbiamo spiegato tante volte, e specialmente su questo punto. Nietzsche giunge a dire che la stessa coscienza scientifica è figlia della morale cristiana, e che essa si è «acuita nei confessionali ».

D. Che cosa procura dunque la confessione?

R. Argina la corrente del male opponendogli una diga reale, visibile, e periodica; — essa sforza a raccogliersi e a precisare il proprio caso, poiché lo si deve esporre; così è una luce, per l’anima spesso ottenebrata e accecata nella sua incoscienza; mette a nudo il peccato, lo fa giudicare tanto meglio in quanto te lo senti giudicato da altri, lo spoglia de’ suoi incanti e lo rende alla sua malizia, a volte alla sua ignominia ipocrita; la confessione procura la liberazione per via della dichiarazione; ti rende la disponibilità dell’anima tua; rigenera con lo sforzo le energie virtuose e spezza il determinismo perverso; la schiavitù delle passioni, nella sua lusinghiera e implacabile stretta, ne sarà attenuata, oltrecché, moralmente, essa cambia segno: aggravamento ieri, triste scusa domani. Da un’altra parte, la confessione ti accerta il perdono divino e così alleggerisce l’anima tua de’ suoi terribili pesi segreti;  di fronte all’invisibile e muta eternità, t’ispira il sentimento di essere inteso, amato, incoraggiato per l’avvenire; reca dunque seco questo conforto, la cui assenza cagiona gli abbattimenti e le disperazioni, di avere davanti a te una pagina bianca, sulla quale oramai tu puoi scrivere un testo santo. — Finalmente, nello stesso tempo che un atto di nobile libertà ti rialza, l’amicizia e la fraternità ti soccorrono, giacché il confessore si fa consigliere, sostegno, consolatore, purché egli conosca il suo compito e tu dal canto tuo sappia richiedere il suo aiuto.

D. Eppure i protestanti non sì confessano che a Dio.

R. Qui bisognerebbe dire: « È troppo comodo! ». Ma io preferisco dire: È troppo poco misericordioso, troppo poco consolante, troppo poco efficace. Chi non conosce le grida di desiderio mandate da certi protestanti quando pensano a questo bagno dell’anima, a questa frizione energica e roborativa, a questo sollievo, a questa reazione di pace!

D. Psicologia geniale, sia pure! ma autenticità e verità?

R. Ho detto ripetute volte, che nella Chiesa, nulla è pullulato per psicologia; l’autenticità del sacramento della Penitenza è quella della Chiesa stessa; ma di fatto, qual senso dell’anima umana in una simile istituzione, se essa non fosse da Dio?

TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO (12)

TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO (12)

TITOLO ORIGINALE: TRAITÉ DU SAINT – ESPRIT – Edit. Bloud-Gay.- Paris 1950

V. Per la Curia Generalizia Roma, 11 – 2 – 1952 Sac. G. ALBERIONE

Nulla osta alla stampa: Alba, 20 – 2 – 1952 Sac. S. Trosso, Sup.

lmprimatur :Alba, 28 – 2 – 1952 Mons. Gianolio, Vic. GEN.

CAPO DECIMO

L’ABITAZIONE DELLO SPIRITO SANTO NELLE ANIME GIUSTE

Secondo il Vangelo di san Giovanni, la grazia è la vita stessa di Cristo che comincia, quaggiù, in colui che riceve il Battesimo, e si sviluppa in esso durante tutta la sua esistenza terrena (Joan, cc. II e VI). La perfezione di tale vita è nell’amore di Dio (Joan. Cc. XIV, XV, XVI). Il Cristo comunica questa vita mandando il Suo Spirito, cioè lo Spirito Santo (Joan. C. XVI). Questa dottrina del Vangelo secondo san Giovanni, è pure quella delle lettere di san Paolo, poiché per lui la perfezione cristiana consiste nell’imitare Cristo, vivendo della Sua stessa vita (Gal. II, 19-20; Filipp. 1, 21). Questa vita, è lo Spirito di Cristo, cioè lo Spirito Santo che la stabilisce e la sviluppa in ciascuno di noi. Per questo, Egli viene ad abitare in noi (Rom, V, 5; 8, XI-14; I Cor. III, 16; VI, 17, 19). Che se uno non ha lo Spirito Santo, egli non è cristiano (Rom. VIII, 9). Così, secondo la dottrina del Nuovo Testamento, la grazia santificante consiste nella comunicazione della vita stessa di Cristo, fatta dallo Spirito di Cristo,. che per creare tale disposizione, viene realmente ad abitare in noi. Ora, tutti i Padri greci spiegano la grazia santificante nella medesima maniera. Le conclusioni alle quali essi giungono, sembrano non essere che il risultato di una lunga meditazione, fatta sopra il Vangelo di san Giovanni e le lettere di san Paolo. Essi considerano sempre la grazia in modo concreto, cioè vedono in essa lo Spirito di Nostro Signore che trasforma l’anima del fedele. Perciò nella loro dottrina si riconosce senza difficoltà che la grazia consiste in un duplice dono: un dono increato che è la Persona dello Spirito Santo, unitamente con le due altre Persone, e un dono creato, che è l’insieme delle disposizioni che lo Spirito Santo produce in noi. Per mettere un po’ d’ordine in questa lezione, esamineremo prima di tutto il compito dello Spirito Santo nella nostra santificazione, e quindi ciò che lo Spirito Santo opera in ciascuno di noi.

1.

Consideriamo prima di tutto il compito dello Spirito Santo nella nostra santificazione. I Padri greci riavvicinano sempre il dogma della grazia a quello della Santissima Trinità. Nella loro teologia il mistero della grazia segue immediatamente il mistero della Santissima Trinità. È in qualche modo il prolungamento della vita divina nel tempo e nello spazio: è la vita trinitaria che viene nell’uomo. Così, è necessario ricordare innanzi tutto come i Padri greci concepiscono il dogma della Santissima Trinità. Ciò che essi vedono prima di tutto in Dio, sono le tre Persone: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Queste tre Persone sono unite in un rapporto così stretto che non possono essere l’una senza l’altra. Il Padre infatti non è nient’altro se non Colui che genera il Figlio. Il Figlio non è niente altro se non Colui che è generato dal Padre. Dal Padre, in quanto genera il Figlio, e dal Figlio, in quanto è generato dal Padre, risulta o procede necessariamente lo Spirito Santo. – La vita divina o la Santissima Trinità, è dunque una sola e medesima vita, infinita, che è riconcentrata in tre focolari particolarmente intensi. È un movimento che parte dal Padre per terminare allo Spirito Santo, passando dal Figlio. Ma questo movimento non si arresta allo Spirito Santo: ritorna al Padre passando per il Figlio. Questa relazione attiva di una Persona all’altra, tale che ciascuna Persona chiama le altre due mentre se ne distingue, περικώρησις [= pericoresis] o circumsessio, costituisce la vita divina o la Trinità. Tuttavia è necessario notare, con la massima cura, che se tutte le opere che si compiono al di fuori della vita divina sono fatte dallo Spirito Santo, sono egualmente compiute dalle altre due Persone. Lo Spirito Santo, infatti, non è nient’altro se non Colui che procede dal Padre per il Figlio e che ritorna al Padre per il Figlio. Perciò, nelle opere che sono fatte, non è lo Spirito Santo che agisce ad esclusione delle altre Persone; l’azione è fatta dallo Spirito Santo che procede dal Padre per il Figlio; è dunque tutta la Trinità Santa che agisce. Se l’operazione è attribuita più specialmente allo Spirito Santo, ciò avviene perché lo Spirito Santo è il termine della vita divina. Tale è il compito dello Spirito Santo in tutte le opere esteriori della Santissima Trinità. Ma in qual mondo esso compie questa missione, quando si tratta della santificazione delle anime? Secondo i Padri greci, lo Spirito Santo santifica le anime dandosi a loro, cioè unendosi ad esse, come un profumo viene ad unirsi e ad associarsi a un altro profumo. La sostanza fondamentale della grazia, ὕλη [= ule] – dice Origene – è la Persona stessa dello Spirito Santo (Comm. in Jo. T. 2,62; P. G. 14, 129). Didimo (De Spiritu Sancto, 4; P.G. 39, 1035), san Basilio (Adv. Eunom. L 5; P. G. 29 772), e soprattutto san Cirillo. Alessandrino (De Trinit. dial. 7; P.G. 75, 1085), che è stato soprannominato il Dottore della grazia santificante, parlano nel medesimo modo. Ed è per questo che lo Spirito viene da essi chiamato il Dono, e questo nome indica non soltanto la grazia prodotta, cioè l’effetto, ma anche la causa stessa, cioè la Persona dello Spirito Santo. Così lo Spirito Santo santifica le anime per il fatto che è loro dato, e dato personalmente. Tuttavia, siccome lo Spirito Santo non può essere senza il Figlio, che è generato dal Padre, con lo Spirito Santo, anche il Padre ed il Figlio vengono nell’anima nostra; tutta la Trinità viene in noi, L’inabitazione, diciamo almeno nel nostro povero linguaggio, l’inabitazione passiva, appartiene. egualmente alle tre Persone. L’atto dell’inabitazione o l’inabitazione attiva, sola, sembra appartenere specialmente allo Spirito Santo, in questo senso che, essendo Egli la terza Persona della Trinità santa, termine della vita divina, se la Trinità agisce in noi per inabitare in noi, sarà specialmente per mezzo dello Spirito Santo che questa inabitazione avrà luogo. Così, nel mistero dell’Incarnazione, come indicano abbastanza chiaramente i testi (La Vergine Maria interroga l’ Arcangelo Gabriele che le ha proposto il mistero dell’Incarnazione. E l’Angelo le risponde: « Lo Spirito Santo scenderà in te e la potenza dell’Altissimo ti adombrerà » – Lc. 1, 35), solo il Verbo di Dio si unisce ipostaticamente alla nostra natura umana; ma l’Incarnazione, l’atto d’incarnare, è opera specialmente dello Spirito Santo, termine della vita divina. Di qui questa definizione, audace forse, ma giusta, della grazia santificante. La grazia santificante è la Santissima Trinità, che abita in noi, per opera dello Spirito Santo, e conforma l’anima nostra all’anima santa del nostro Maestro e Signore Gesù, mediante l’azione incessante del Santo divino Spirito. Se adesso si chiede ai Padri greci perché la santificazione si compie mediante la comunicazione dell’augusta Trinità, per lo Spirito, con lo Spirito, nello Spirito, la ragione che essi ne danno è l’amore di Dio per gli uomini. Dio ha tanto amato gli uomini che ha voluto comunicarsi ad essi (Cfr. BASILIO, De Spiritu Sancto, 39; P.G. 30, 140). Questa chiara visione, nella gloria, fa la felicità degli eletti. L’idea che ne è senza dubbio data ai dannati, ne forma l’infelicità; essi comprendono che la loro vita si è sviluppata in opposizione al piano di Dio sul mondo, interamente ispirato dall’amore infinito del nostro Dio per gli uomini.  – Vediamo adesso ciò che lo Spirito Santo opera nell’anima che Egli santifica.  Quanto precede, mostra che, nella santificazione, tutta la Trinità viene ad abitare nell’anima giusta.  Però l’inabitazione attiva è più specialmente opera dello Spirito Santo. Ma l’azione più particolare del divino Spirito non si arresta a questo semplice compito. Didimo chiama lo Spirito Santo il sigillo del Figlio. La Sua missione, soggiunge è di fissare in noi l’impronta del Figlio, e sotto il nome di Figlio intende il Verbo Incarnato (De Spiritu Sancto, 22; P. G. 39, 1052). Sant’Atanasio tiene il medesimo linguaggio (Ad Serapion, 3, 3; P. G. 25, 630). Dio, scrive san Cirillo Alessandrino, ci fa partecipare alla Sua natura, mostrandoci il suo Santo Spirito. Questo divino Spirito ci rende partecipi della natura divina, rendendoci conformi al Figlio e dandoci così il diritto di essere chiamati figli di Dio e dèi noi stessi (De Trinit. dial. 7; P.G. 75, 1098). Così l’operazione dello Spirito Santo quando viene ad abitare in noi, è imprimere nell’anima nostra l’impronta del Figlio e renderci conformi o simili al Figlio, cioè al Verbo Incarnato (Cfr. Th. De Regnon, Ètudes sur la Sainte Trinité, XXVI, pagg. 484-485.).. – Qual è il senso di tale espressione? Mentre il Verbo si univa ipostaticamente alla Sua umanità, la santificava. Ma questa santificazione Egli la compiva per mezzo dello Spirito Santo che procede da Lui, nel medesimo tempo che dal Padre. Questo divino Spirito creava così nell’anima del Salvatore tutte le disposizioni soprannaturali che essa era suscettibile di ricevere. Tali disposizioni si riducono tutte al più perfetto amore di Dio Padre e al più assoluto distacco dai beni di questo mondo. L’anima umana del Salvatore così trasformata era trasportata dal medesimo movimento vitale, che è quello che costituisce lo Spirito Santo. Essa era dunque portata interamente al Verbo e, per il Verbo, al Padre. Ora, volendo santificare l’uomo, il Cristo, o il Verbo Incarnato, segue un procedimento esattamente simile. Il principio santificatore immediato è sempre lo Spirito Santo. Questo divino Spirito produce nell’anima del discepolo, delle disposizioni simili a quelle che realizzò nell’anima del Maestro. In seguito a tale trasformazione l’anima del discepolo, come l’anima del Maestro, è trasportata dal medesimo movimento vitale, che è quello che costituisce lo Spirito Santo. Essa è dunque trascinata interamente verso il Verbo Incarnato e, per il Verbo Incarnato, verso il Padre, e completamente ricondotta prima al Figlio e, per il Figlio, al Padre. – In tal modo il Cristiano è, secondo il linguaggio di san Giovanni e di san Paolo, colui che vive di una vita che è la stessa vita di Gesù. Da un lato infatti lo Spirito che santifica l’anima umana di Gesù è anche quello che trasforma l’anima del Cristiano; dall’altro, lo Spirito di Gesù, santificando l’anima del fedele, non ha altro scopo che realizzarvi le disposizioni di unione a Dio e di rinuncia che Egli produce in tutta la pienezza nell’anima di Gesù (Mons. Gay, Della Vita e delle Virtù cristiane, t. II, Della carità, pagg. 247 e segg.). – Allora ci si può fare un’idea di una semplice creatura giunta alla più alta santità. La Trinità intera abita in quest’anima. Ma lo Spirito Santo che procede dal Padre, per il Verbo Incarnato, ne intraprende la santificazione. Questo divino Spirito la santifica in tutta la pienezza, cioè nella misura in cui può essere santificata. Ora lo Spirito Santo è il medesimo Spirito che santifica l’anima santa di Gesù. Per conseguenza tutta la vita divina che vivifica l’anima del fedele, è la vita stessa di Gesù. Siccome questa comunicazione avviene nel modo più perfetto possibile, è Gesù che vive nell’anima del Suo discepolo. In maniera più esplicita, è Gesù vivente nel Suo discepolo, col Suo Spirito di santità, con la pienezza della Sua potenza, la perfezione delle Sue vie, la comunicazione dei Suoi divini misteri. Assai più, è anche il fedele vivente in Gesù. Infatti, come lo Spirito Santo viene dal Padre per il Figlio, così ritorna al Padre per il Figlio; tale è l’ordine della vita divina. Perciò l’anima del fedele, interamente trasformata dallo Spirito che viene dal Padre per il Figlio, ritorna, nel movimento della più affettuosa contemplazione, verso il Figlio e, per Esso, verso il Padre. Ed è innanzi tutto sul Figlio unico del Padre, incarnato nel tempo per salvare tutti gli uomini, che si posa lo sguardo di questa felice creatura. Tutta la vita divina che la anima e la trasforma le viene dunque da Gesù e la riconduce a Gesù. Tale è la dottrina della teologia greca sul compito dello Spirito Santo nella nostra santificazione, e sull’effetto di grazia che opera in ciascuno di noi. Essa ha il grande vantaggio di darci, della grazia santificante, un’idea facile a comprendersi. La grazia è pienamente realizzata nell’anima santa del Cristo. Noi siamo invitati ad imitare il nostro modello, abbandonandoci allo Spirito che Egli ci manda (Vedere le nostre Lecons de théologie dogmatique, t. II, L’homme, III parte, La gràce, cap. II, art. 11, La gràce justifiante, § 1, che riproduciamo, completandole, meno l’erudizione). – Secondo le indicazioni di J.J. Olier, il pittore Lebrun ha disegnato e dipinto una specie di schema teologico, per illustrare tale dottrina. Una colomba, simbolo dello Spirito Santo, posa sul petto della Vergine Maria, mostrando che la Santissima Vergine possiede, in tutta la pienezza, lo Spirito che viene dal Figlio. Mediante l’azione di questo divino Spirito, Maria è interamente trasformata; Ella è in qualche modo divinizzata. Ma questo movimento della vita divina che la anima ed altro non è se non lo Spirito Santo, che crea e mantiene in Lei una nuova vita, come viene dal Padre per il Figlio, così ritorna al Padre per il Figlio. Infatti Maria, nell’atteggiamento di una contemplazione infinitamente beata, guarda il monogramma di Gesù Cristo, JHS (Jesus hominum Salvator), che simboleggia il Verbo incarnato, per mezzo del quale Ella va al Padre.

(Sant’Ambrogio e sant’Agostino conobbero la dottrina dei Padri greci e seppero ispirarsene. Anch’essi videro, nella grazia, un duplice dono: un dono increato che è tutta la Santissima Trinità, e un dono creato che è ciò che lo Spirito Santo opera nell’anima. Cfr. Agostino, De Trinit. 1. 15, 46; P.L. 42, 1093. A poco a poco le controversie pelagiane abituarono gli spiriti a considerare nella grazia giustificante prima di tutto la grazia creata, ossia l’opera dello Spirito Santo, considerata in modo astratto. Fu studiata e analizzata appellandosi, per far questo, alla filosofia aristotelica. Tale dottrina ricevette, al tempo di san Tommaso d’Aquino, grazie all’intervento di questo santo Dottore, uno sviluppo notevole. Vedere le nostre Lecons de théologie dogmatique, t. II – L’homme, 1 parte: La grace, cap. III, art. 11: La grace justifiant § 2. Nei secoli seguenti la teologia speculativa si volse interamente da questo lato al punto di trascurare lo studio dello Spirito Santo, lo studio del dono increato. La teologia spirituale, almeno quella che non si era lasciata trascinare nello studio del dono creato, continua a studiare lo Spirito Santo. Essa reagisce con forza, nella teologia dei Padri dell’Oratorio, sotto l’impulso del Cardinale De Berulle, de P. de Condren e di Jean-Jeaques Olier. Cfr. soprattutto Cathéchisme chrétien, 1 parte, lezione I; II parte, lezione V).

TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO (13)

CRISTO REGNI (8)

CRISTO REGNI (8)

 P. MATHEO CRAWLEY (dei Sacri Cuori) TRIPLICE ATTENTATO AL RE DIVINO

[II Edizione SOC. EDIT. VITA E PENSIERO – MILANO]

Nihil obstat quominus imprimatur Mediolani, die 4 febr. 1926 Sac. C. Ricogliosi, Cens. Eccles.

IMPRIMATUR – In Curia Arch. Mediolani die 5 febr. 1926 – Can. M. Cavezzali, Provic. Gener.

Capitolo secondo

IX. – Conclusione

Privilegiate del Cristianesimo, non parlate d’esagerazioni, voi sapete di abusi incalcolabili delle grandi città, i delitti sociali; i delitti d’immoralità che amareggiano da ogni parte il Cuore di Gesù, con un oceano di fiele e di orribile ingratitudine; ma a voi che siete gli amici, incombe di gridare alla riparazione e fare un’ammenda onorevole piena di amore, piuttosto che trovare nelle proteste dei vostri Vescovi e nei loro insegnamenti, un tema di critica. Babilonia, oggi sembra sventuratamente rinascere dalle sue ceneri più che secolari. E se l’abuso dei sensi pervertiti provocò il diluvio, quale non dovrebb’essere oggi la collera della giustizia vendicatrice che l’indecenza dei costumi moderni ammassa sul nostro capo senza un assalto prodigioso d’amore misericordioso e redentore? Questi molteplici Babilonesi che irritano il Cielo e gli gettano una sfida di sacrilega insolenza, dovrebbero accorare i fedeli: l’ardore e la sincerità della loro fede dovrebbe provocare in essi una recrudescenza d’amore, che a sua volta dovrebbe tradursi in una vita più casta, più austera, più profondamente e socialmente cristiana. – Amici del gran Re oltraggiato e flagellato, non osiamo chiedervi di portare il cilicio ma vi chiediamo, meglio ancora, un cuor contrito, un’anima penitente, una vita sociale purificata dall’infetto paganesimo che ci avvelena. –  Fate della vostra vita, Cattolici praticanti, una grande riparazione d’amore. Madri e spose cristiane, giovanette pie, amate con cuore sincero e con coraggio Maria, il cui titolo più radioso e prezioso è quello d’Immacolata. Non dimenticate che è Lei che vi ha riscattate con la sua vittoria: è per Lei che voi avete questa dolce regalità sociale della Chiesa cristiana, di cui voi godete. Non dimenticate che Gesù ve l’ha voluta come Madre, la sua Vergine Madre! Conservate dunque la santa e legittima fierezza della vostra dignità e della vostra beltà cristiana, difendete questi tesori con una santa collera nell’anima. Rassomigliate per amore e purezza, per candore e modestia, a colei che ha potuto dire a Bernardina: «Io sono l’Immacolata Concezione » Non fate arrossire vostra Madre. Pensate a Lei, nel salotto e sulla spiaggia, nella strada e a teatro. Non velate di lagrime il suo sguardo, che vi segue sempre con materna tenerezza. Non l’obbligate ad allontanarsi con dolore da una figlia poco delicata e poco pudica! Dimostrate a Maria che voi siete le sue figlie di gloria. Ella vi mostrerà che è la Regina potente e fedele. – « O Regina dell’amore, copri con un manto di giglio e di neve, quelle fanciulle che il serpente del mondo cerca strapparti ! »

Il lamento del Cuore di Gesù

« Voi siete tutti puri oggi, ma non lo siete sempre. Tra coloro che seggono alla mia tavola, che mangiano al mio banchetto, che bevono nel mio calice, che sono perciò i miei figli, i miei amici, i miei fratelli, i miei cari discepoli, ve ne sono di quelli che mi straziano e mi trafiggono crudelmente il Cuore. Nell’ascoltarmi, non guardate gli stolti, gli ignoranti che non sanno quel che si fanno, quando bestemmiano il mio Nome. Non sono essi i più colpevoli. Sono quei disgraziati che si dicono Cristiani, ma che m’oltraggiano odiosamente nelle manifestazioni della loro vita nel mondo. Oh! come sono dolorosi i colpi che Io ricevo da questi Cattolici mondani, colpi che riaprono tutte le mie ferite e mettono le mie ossa allo scoperto. Come potrebbero non flagellarmi queste anime cristiane, che di mattina si comunicano, professandomi la loro fedeltà e di sera osano condurmi nel fango?… Dimenticano dunque che io sono la Santità?.. Sì, voi vi ingannate, miei piccoli figlioli, nel proclamare, contro ogni principio della coscienza cristiana, che l’immoralità è autorizzata dall’arte, dall’igiene… scusando così le indecenze della moda, e lo scandalo del teatro moderno. Io ho schiacciato Venere ed il paganesimo, ho maledetto ogni impurità, ho maledetto ogni licenza, tutte le provocazioni al male, Io le maledico sempre. Io sono l’Eterno Presente! – Il mio Cuore è amaramente angosciato da tutti quelli che amo e che discutono la mia Legge, disprezzando i consigli miei e della Chiesa e condannandoli come un’esagerazione di scrupoli troppo puerili. Io piango per i miei figli, i miei amici, che contribuiscono con il loro talento, con il loro denaro, colla loro bellezza, allo sviluppo di questa moda rilasciata, di queste lubricità provocanti, e che sono stimolo alle passioni. Essi adducono come pretesto i loro obblighi sociali, le esigenze moderne!… Che fanno essi della mia Legge Divina con i suoi obblighi e i suoi doveri, assunti verso di me, col Battesimo? Non disprezzate i carnefici del Calvario, perché questi infedeli mi hanno eretto un nuovo calvario di cui essi sono i carnefici. Non parlate della vigliaccheria dei soldati che sono di guardia alla prigione; altri mi flagellano più crudelmente ancora e mi sputano sul viso. Non pensate al tradimento di Giuda. Guardate piuttosto tutti questi nuovi Giuda, che abbandonano il loro Maestro ed Amico, per la soddisfazione dei loro sensi. Tutto quel denaro che essi lasciano alla porta dei teatri, è per il mio Cuore, come i trenta denari di un continuo tradimento. Il vostro Gesù tradito, il vostro Gesù flagellato e crocifisso ; il vostro Gesù col Cuore trafitto dalla impudicizia sociale, vi supplica di aver pietà di Lui. Abbiate pietà di Lui, voi che vivete nel fasto e nel piacere e nelle raffinatezze dei sensi! Abbiate pietà di Me, voi che col vostro nome, colla fortuna, col credito, coll’esempio, reagite contro lo scatenarsi delle passioni. Fate servire alla mia gloria l’influenza che voi esercitate nella società! Respingete come illegittimo, ogni basso e indegno divertimento, ogni abitudine anti-cristiana, ogni trovata del raffinato sensualismo, ogni piacere equivoco e pericoloso. Guardatevi, guardatevi, che la vostra responsabilità un giorno non vi schiacci. Gesù, flagellato dall’impudicizia della società, vi supplica di aver pietà di Lui. – Abbiate pietà di Me, voi i cui salotti non dovrebbero mai tollerare libertà di vestiti, di balli, di linguaggio! Io ho fatto in pezzi gli idoli pagani. Voi che vi accostate alla Comunione, oserete restaurarli? I tempi cambiano — dite voi, Io che sono la Legge ed il Giudice, Io non cambio mai. Gesù flagellato dall’impudicizia della società, vi supplica di aver pietà di Lui. Abbiate pietà di Me, voi madri e spose che Io ho nobilitato! La vostra influenza è grande e spesso decisiva sull’animo dei vostri, per lo spirito che potete far regnare nel vostro focolare. Se vi ho riscattate, era mio intento di fare di voi, col senso più delicato che avete di ogni dovere e di ogni diritto, un centro di luce. Diventereste voi invece una sorgente di scandalo e di tenebre? Conservate; oh! conservate la mia Legge di purezza, con il riflesso della bellezza immacolata della Madre mia, la vostra Regina! Vigilate sulla modestia cristiana dei vostri fanciulli e delle vostre fanciulle. Non desiderate per essi che la splendente e radiosa beltà del candore. Difendete, dal mondo perverso e corruttore, la soglia della vostra dimora. Il Maestro, il solo Maestro in casa vostra sono Io, il vostro Dio tutto amore, il vostro Re-Amico. Non lo dimenticate, lottate con Me, per Me, Io sono lo stesso Gesù, il supremo e giusto Legislatore della vita privata e della vita sociale. – Gesù flagellato dall’impudicizia del mondo, vi supplica di aver pietà di Lui. E. voi, i gaudenti della vita, anime affievolite, così facilmente sedotte dalle sirene del piacere, dalla dea volubile e menzognera, la vanità; anime malaticce, assetate di sensazioni, prese dalle vertigini del mondo, cuori buoni, ma che un facile carattere ed una virtù poco solida, rendono così compiacenti; coscienze troppo facili e sensibili ad ogni mutamento della moda e delle dottrine, arrestatevi nella vostra corsa verso l’abisso. Questo mondo corruttore, che vi attira e vi piace, è il vestibolo dell’inferno; arrestatevi! Il mio Vangelo non vi inganna. La vostra salvaguardia è la mia Legge. La vostra saggezza è la saggezza della Chiesa. Di grazia, arrestatevi! Non calpestate con la vostra vita mondana, la mia Croce sanguinante! Nessuno, fuori di me, vi ama di un amore vero. Io vi tendo, le braccia. Dimentico i vostri traviamenti; amatemi alla vostra volta, di un amore intero e leale! Perché voi entriate nell’intimità del mio Cuore, vi apro la ferita del mio Costato. Entrate, prendetevi tutto per voi, il Cuore di un Dio, ardente di voi! Venite, abbiate pietà di Me! Gesù tradito, Gesù flagellato, Gesù crocifisso, Gesù dal Cuore trafitto, vi supplica di aver pietà di Lui!

CRISTO REGNI (9)

TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO (11)

TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO (11)

TITOLO ORIGINALE: TRAITÉ DU SAINT – ESPRIT – Edit. Bloud-Gay.- Paris 1950

V. Per la Curia Generalizia: Roma, 11 – 2 – 1952 Sac. G. ALBERIONE

Nulla osta alla stampa – Alba, 20 – 2 – 1952 Sac. S. Trosso, Sup.

lmprimatur: Alba, 28 – 2 – 1952 Mons. Gianolio, Vic. GEN.

CAPO NONO

LE MISSIONI DELLO SPIRITO SANTO

La teologia dà, della missione divina, questa definizione e questa classificazione. La missione divina è: Processio unius personæ divinæ ab alia, quatenus concipitur relationem habere ad terminum temporalem.La missione divina implica così una duplice relazione,quella della Persona che è mandata alla personaoppure alle altre due Persone congiunte che mandano;quella della persona che è mandata alla creaturaverso la quale essa è mandata.La missione è visibile o invisibile, secondo cheessa è o non è accompagnata da un segno esterno.La missione dello Spirito Santo nell’anima che Egli santifica è ordinariamente invisibile; quella dello Spirito Santo sull’anima degli Apostoli il giorno di Pentecoste, fu visibile. Questa missione visibile o non fa che manifestare un effetto della grazia già prodotto, ed essa in tal caso è detta puramente rappresentativa, per esempio, lo Spirito Santo che appare sotto forma di colomba, al Battesimo del Salvatore; oppure questa missione visibile ha anche per effetto di produrre la grazia e allora è detta rappresentativa e attiva. Di più, la missione è detta accidentale o sostanziale, cioè ipostatica, secondo che essa ha per termini l’unione del tutto accidentale delle Persone divine coll’uomo, oppure l’unione ipostatica di una Persona divina, cioè la Persona del Verbo, con la nostra natura umana. – Tale definizione della missione divina, che può sembrare astratta ma che in realtà è una conclusione dei fatti rivelati, e questa classificazione che essa riceve, ci guideranno.

1.

Dio creò l’uomo, non perché vivesse solo, e molto meno perché vivesse in opposizione col suo Dio. Dio creò l’uomo perché vivesse col suo Dio come un amico vive col proprio amico, in una grande intimità, destinata a divenire sempre più perfetta ed intima. In origine, fu così. Per vivere coll’uomo nella più grande intimità, Dio lo aveva costituito nello stato di giustizia originale; elevato allo stato di grazia e perfezionato nella sua natura umana. Ma Dio volle che l’uomo restasse libero di amare il suo Dio o di non amarlo, di corrispondere al suo destino o di non corrispondervi. Ed è questa la spiegazione della nostra deplorevole storia. Abusando della propria libertà, l’uomo disobbedì a Dio, ricusando così di riconoscerlo come suo Signore e aggiungendo alla sua disobbedienza la più abominevole ingratitudine, Dio punì l’uomo ritirandosi da lui e privandolo della grazia di cui lo aveva colmato. Gli fece prender coscienza della gravità della sua colpa e dell’abominazione della sua ingratitudine. Lo avrebbe lasciato in questo stato? La misericordia infinita di Dio ebbe il sopravvento. – Il libro del Genesi ci riferisce tutte queste cose in maniera figurata. Rivolgendosi al tentatore, cioè al demonio che aveva spinto la prima donna al peccato, Dio gli disse: « Perché hai fatto questo, una donna verrà e ti schiaccerà il capo, e invano cercherai di morderle il calcagno ». Tutta la Tradizione ha visto, in questo testo, che considera come il Protovangelo, come il riscontro del Vangelo di san Luca, l’annunzio del Messia Redentore e Salvatore. Tale annunzio è la prima missione dello Spirito Santo. Tutta la storia del popolo d’Israele è dominata dalla speranza e dall’attesa del Messia. Questa speranza è mantenuta dalle Missioni dello Spirito Santo. Poi, ecco i profeti. Illuminati, condotti dallo Spirito Santo, annunziano il Messia, Redentore e Salvatore. Giungono fino a predire il tempo, il luogo ove nascerà, la nobile povertà che sarà tutta la Sua ricchezza, tutta la santità di cui vorrà circondarsi. La Vergine Maria nasce a Nazaret. È tutta santa, tutta bella, immacolata nella Sua Concezione. Trascorre la Sua giovinezza quasi interamente nel Tempio. All’età di tre anni sceglie il Signore quale porzione della Sua eredità: si consacra a Dio; non amerà che Lui, non servirà che Lui, sarà interamente sua, senza riserva, senza divisione. Così vuole lo Spirito Santo che la illumina, la ispira, la guida in ogni suo passo, mediante l’insigne missione che Egli compie. Ecco l’Arcangelo Gabriele, il mandato di Dio, che le dice: « Salute, o piena di grazia, il Signore è teco. Benedetta tu fra le donne! » E siccome la Santissima Vergine si turba: «Non temere, Maria, prosegue l’Angelo; perché hai trovato grazia presso Dio; ecco tu concepirai nel seno e partorirai un Figlio, e gli potrai nome Gesù. Questi sarà  grande e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo; e il Signore Dio gli darà il trono di David, suo padre; e regnerà in eterno sulla casa di Giacobbe; e il suo regno non avrà mai fine ». Allora Maria dice: « Come avverrà questo ? » E l’Angelo risponde: « Lo Spirito Santo scenderà in te e la potenza dell’Altissimo ti adombrerà, per questo il Santo che nascerà da te sarà chiamato Figlio di Dio» Maria esclama allora: « Ecco l’ancella del Signore, si faccia di me secondo la tua parola ». Il Figlio di Dio si fa uomo nel seno della Santissima Vergine Maria, per opera dello Spirito Santo. È contemporaneamente la grande missione del Figlio unico di Dio nel mondo, e la grande missione dello Spirito Santo. E siccome sono unite in una misteriosa unità, bisogna dire che è la grande missione del Figlio unico di Dio nel mondo, che Egli compie pet mezzo della grande missione dello Spirito Santo. Quanto alla vita della Vergine Santa, che adempie qui ad un tempo la divina missione di Sposa dello Spirito Santo e di madre, secondo la carne, del Figlio unico di Dio, sarà quel che è sempre stata, fin dall’inizio, una missione continua dello Spirito Santo. Così comincia la grande missione del Figlio unico di Dio nel mondo. Concepito di Spirito Santo, nasce dalla Santissima Vergine Maria. Il Dio Bambino è adorato dagli Angeli, dai pastori, dai Magi. A dodici anni, è a Gerusalemme, nel tempio in mezzo ai Dottori, che lo interrogano e ammirano la sapienza delle Sue risposte. Lo Spirito Santo è visibilmente in Lui: è lo Spirito Santo che parla per bocca Sua. Giovanni Battista sulle rive del Giordano annunzia la venuta di Colui che battezzerà nello Spirito Santo e nel fuoco. E nel momento in cui Gesù riceveva il battesimo da Giovanni, il cielo si apre, lo Spirito Santo scende sopra di Lui, sotto forma di colomba e una voce si fa udire: « Ecco il mio Figlio diletto nel quale mi sono compiaciuto; ascoltatelo ». È una missione dello Spirito Santo, solo rappresentativa, per significare che Gesù è il Figlio di Dio fatto uomo. – La missione del Figlio di Dio fatto uomo si afferma sempre più, per lo Spirito Santo, con lo Spirito Santo, nello Spirito Santo. Gesù sceglie i Suoi Apostoli; pronunzia il sermone sulla montagna, codice del Vangelo; moltiplica i miracoli. Giovanni Battista è stato da poco decapitato per ordine di Erode del quale aveva denunziato la cattiva condotta. Le inquietudini del tiranno hanno per oggetto Gesù. Ma Gesù continua la Sua missione, senza farne caso, per lo Spirito Santo, con lo Spirito Santo, nello Spirito Santo. Ecco l’istituzione della Santissima Eucarestia e quindi, al Getsemani, l’agonia. Poi, il tradimento di Giuda, la Passione, il Calvario, la crocifissione, la sepoltura. Quindi la risurrezione per lo Spirito Santo. Il mattino del primo giorno della settimana seguente, è l’apparizione di Gesù risorto alla Maddalena. La sera del medesimo giorno, mentre i discepoli erano radunati nel Cenacolo, Gesù venne, e presentandosi in mezzo a loro, disse: « Pace a voi!» Dopo aver parlato così, mostrò loro le mani e il costato. I discepoli furono pieni di gioia vedendo il Signore. Egli disse loro una seconda volta: « Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’Io mando voi ». Dopo queste parole alitò sopra di loro dicendo: « Ricevete lo Spirito Santo. Saranno rimessi i peccati a chi li rimetterete e ritenuti a chiunque li riterrete ». Questo soffio è simbolo della comunicazione ancora parziale, dello Spirito Santo, che riceveranno in tutta la pienezza il giorno della Pentecoste (Gv. XX, 19-23). Sono le missioni divine. La missione centrale. la missione del Figlio di Dio fatto uomo, venuto in questo mondo per salvare e riscattare tutti gli uomini dalla schiavitù del peccato. Tutte le missioni dello Spirito Santo si riferiscono alla missione del Figlio di Dio fatto uomo. Esse sono tutte, come si suol dire, ordinate alla missione del Figlio di Dio fatto uomo, per annunziarla, prepararla, realizzarla effettuarla, compierla. – Allora si può fare una domanda ed è stata fatta Che cosa sarebbe avvenuto delle missioni divine se in origine, non vi fosse stato il peccato? Per quanto è possibile giudicarne, se non fosse stato commesso il peccato originale il Verbo di Dio si sarebbe incarnato lo stesso, il Padre avrebbe egualmente mandato il Suo Figlio in mezzo agli uomini. Egli sarebbe venuto non per salvarli, né  per riscattarli, ma per santificarli, divinizzarli maggiormente, renderli sempre più simili a Sé, senza che avessero. bisogno per questo, di passare dall’esperienza del male e del peccato, per vivere con loro, Lui in essi, essi in Lui, nella più grande amicizia, un’amicizia perfetta, profondissima, molto stretta. – Dio ha creato l’uomo, abbiamo detto all’inizio di questa Lezione, non perché vivesse solo, e molto meno perché vivesse in opposizione con Dio. Dio ha creato l’uomo perché vivesse col suo Dio come un amico vive col proprio amico nella più grande e più viva amicizia. Così il Verbo di Dio si sarebbe incarnato, nella pienezza dei tempi, assumendo la nostra natura umana, ma impassibile e immortale. Tutte le cose sarebbero state annunziate, preparate, realizzate, continuate, compiute attraverso le missioni dello Spirito Santo. Ci saremmo mossi nel piano di una santificazione, di una divinizzazione del mondo, per mezzo della missione del Verbo Incarnato, che si sarebbe compiuta mediante le missioni dello Spirito Santo, per lo Spirito, con lo Spirito, nello Spirito. Se alle origini non vi fosse stata la colpa, le missioni divine avrebbero avuto luogo, ma secondo un altro piano. – Aspettiamo la vita eterna per darci alla meditazione di tutte le grandezze, e torniamo al nostro soggetto.

2.

Dopo aver studiato nella loro profonda unità le missioni del Figlio unico di Dio, che continua nel tempo e nell’eternità, e le missioni dello Spirito Santo che la circondano, ci sarà possibile studiare separatamente, diciamo astrattamente, le missioni dello Spirito Santo? Il Verbo di Dio, generato dal Padre da tutta l’eternità, è presente con la Sua umanità glorificata nel cielo, in mezzo agli eletti, dei quali forma la gioia e la gloria. Ma il Verbo di Dio, generato dal Padre di tutta l’eternità, vuole pure abitare in ogni anima riscattata con la Sua Passione e Morte. E le ha riscattate tutte senza eccezione. Per renderle degne di ciò, non cessa di mandar loro il Suo Spirito Santo, che le illumina, le invita al pentimento delle proprie colpe le santifica e, una volta santificate, le aiuta a santificarsi maggiormente. Di qui, l’attività immensa prodigiosa, infinita, delle missioni dello Spitito Santo. Questa attività santificante è la proprietà dello Spirito Santo? – L’Incarnazione è la proprietà del Figlio unico di Dio. Solo il Figlio unico di Dio, solo il Verbo eterno del Padre si è fatto uomo. Se il Padre e lo Spirito Santo dimorano nella santa umanità del Salvatore, soltanto il Verbo si è unito sostanzialmente, cioè ipostaticamente, a questa umanità e l’ha fatta Sua. La santificazione delle anime è anch’essa, in un certo senso, la proprietà dello Spirito Santo? – Un teologo eminente, il P. Petau, lo ha affermato. Egli fa della santificazione delle anime una funzione talmente speciale dello Spirito Santo, che assume tutti i caratteri di una proprietà. « Sic, in homine justo, tres utique Personae habitant. Sed solus Spiritus Sanctus quasi forma est sanctificans, et adoptivam reddens, sui communicatione, filium. Senza dubbio nell’uomo giusto abitano le tre divine Persone, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Ma solo lo Spirito Santo è come la forma che fa, dell’uomo giusto, il figlio adottivo di Dio » (De Trinitate, 1. VIII, c. VI, 8). – Non si faccia dire al P. Petau ciò che non ha mai detto o scritto. Secondo lui, come secondo tutti i teologi, l’unione della Trinità santa con l’anima giusta non può essere che una unione accidentale. Ma, egli afferma, è l’unione speciale dello Spirito Santo con l’anima giusta che fa dell’uomo giusto il figlio adottivo di Dio. Petau afferma che tale dottrina è proprio la dottrina dei Padri greci. In verità la dottrina dei Padri greci ci sembra ad un tempo molto più semplice e luminosa. Essi affermano che lo Spirito Santo è più specialmente il principio della nostra santificazione perché, nella rivelazione che ci è stata fatta del mistero di Dio, lo Spirito Santo è il termine della vita divina, è in qualche modo la Persona divina volta verso gli uomini e, per conseguenza, il principio immediato di tutte le opere ad extra, Colui per mezzo del quale il Padre ed il Figlio, il Padre per il Figlio, intervengono. Nell’opera della nostra santificazione, il Padre ed il Figlio agiscono egualmente, ma per mezzo dello Spirito Santo. I teologi della Scolastica non hanno mai potuto risolversi a dire che la santificazione delle anime sia un attributo più speciale dello Spirito Santo. Per essi la santificazione delle anime appartiene alle tre Persone, al medesimo titolo. È vero, dicono, che nella Sacra Scrittura, la santificazione delle anime è sempre attribuita allo Spirito Santo; ma ciò è a motivo della relazione che esiste tra questa operazione e il nome personale o distintivo dello Spirito Santo. Si tratta di un’attribuzione fondata sopra una semplice appropriazione. Coraggio, un po’ di audacia! Lo Spirito Santo lo vuole!

TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO (12)

CRISTO REGNI (7)

CRISTO REGNI (7)

 P. MATHEO CRAWLEY (dei Sacri Cuori)

TRIPLICE ATTENTATO AL RE DIVINO

[II Edizione SOC. EDIT. VITA E PENSIERO – MILANO]

Nihil obstat quominus imprimatur: Mediolani, die 4 febr. 1926 Sac. C. Ricogliosi, Cens. Eccles.

IMPRIMATUR In Curia Arch. Mediolani die 5 febr. 1926 Can. M. Cavezzali, Provic. Gener.

Capitolo secondo

VIII. – Rimedi

E per chiudere questo capitolo, tanto penoso a  scriversi, eppure tanto necessario per essere letto e meditato, noi faremo, in forma di corollari, alcune flessioni importanti. – La prima sarà pet scusare in parte, un gran numero di questi colpevoli. Come spiegarsi infatti, la resistenza d’un nucleo tanto vasto di Cristiani alle prescrizioni della Chiesa, relative alla immodestia delle mode e ai divertimenti disonesti? La donna cristiana, in generale, tanto casta e pura, non vede e non può vedere quel che non comprende. Essa ha gli occhi limpidi e giudica con questa limpidezza il cuore e lo sguardo altrui. – L’innocenza è una celestiale beltà; ma essa è un grave rischio senza la docilità. La disobbedienza alle severe leggi della modestia, nasce dunque dal fatto che la donna e la giovanetta non comprendono il perchè di tal severità, e la giudicano una « pia esagerazione ». Esse cedono alla vanità, al rispetto umano; fanno come le altre, forse con qualche piccolo rimorso, ma spesso senza la minima malizia. Questo è evidente. Ma non è meno evidente che il male cagionato da questa infantile incoscienza, da questa mancanza di sommissione alla Chiesa, è immenso e positivo, intorno ad esse e loro malgrado. Per discrezione, è impossibile dimostrarlo loro; chè si può entrare in certi particolari che offenderebbero la loro delicatezza. Ma occorre affermar loro decisamente, in nome di un’autorità divina, che esse debbono obbedire in coscienza ed integralmente. Io posseggo la copia di una lettera curiosissima e molto interessante. È firmata da una persona conosciuta ed è scritta da una giovinetta dall’anima molto onesta e retta: « lo sono giovane, ho venti anni; sono molto gaia ed amo pazzamente la moda ed i balli. Ho sempre considerato fino a questo momento le condanne lanciate contro i balli moderni e le mode attuali, come invettive esagerate e ridicole di gente bacchettona, di vecchie zitellone e di persone maliziose. Avendo sentito commentare la pastorale dell’Arcivescovo, sull’immoralità dei nostri odierni divertimenti, ho voluto leggerla, per curiosità. Questo le proverà che io non sono una cattolica praticante; non ho ancora fatto la prima Comunione. Ho dunque letto la Pastorale. Mi pareva molto strano che un prelato reputato così saggio e santo, potesse condannare severamente quel che ci diverte tanto comunemente. Ebbene, tutto quel che afferma questa Pastorale, è profondamente vero. Le dirò come ne sia stata pienamente convinta, in modo semplice e assolutamente inatteso. « Ero in viaggio: sentendomi poco bene, andai nel corridoio e là, in un vicino compartimento di lusso, sentii la conversazione di un gruppo di giovani della nostra società. Essi si scambiavano le loro riflessioni e le loro impressioni sopra i nostri balli, le nostre acconciature vaporose, le nostre mode poco modeste. Ho ascoltato sì, coi miei stessi orecchi, quel che non avrei mai creduto, se me lo avessero raccontato: in che modo, cioè, essi interpretavano e giudicavano maliziosamente le nostre maniere, i nostri atteggiamenti, le nostre innocenti famigliarità, la nostra libertà. Parlavano e ridevano forte, designando e nominando di quando in quando l’una o l’altra delle mie amiche. Con mio stupore, sentii nominare e giudicare ed accusare anche me, mentre la coscienza non mi aveva mai nulla rimproverato. « Quel viaggio decise del mio avvenire. Non soltanto non ballerò più e mi terrò discosta da una società di cui là, in quel vagone, era raccolto il fior fiore… ma da oggi decido d’istruirmi nella dottrina della Chiesa che veglia tanto amorosamente sul bene spirituale e l’onorabilità dei figli suoi. Sì, io mi avvicinerò ad essa; e diventerò la sua figlia sommessa e riconoscente per sempre. Ho compreso a che cosa portano le leggerezze; ho sentito cosa si poteva pensare di noi, ed eccomi convinta. Ah, se potessi mettere in guardia altre fanciulle imprudenti, candide, spensierate e incredule come me! » – Insistiamo sulla risoluzione finale: « Diventerò una figlia sottomessa e riconoscente alla Chiesa ». Ecco il solo rimedio, poiché la saggezza e l’amore della nostra Santa e dolce Madre, la Chiesa, fanno della sua direzione, una regola sicura e indefettibile di onore, di pace, di salute. Se la Chiesa, ed essa sola, ha il potere di dar l’assoluzione, essa sola in conseguenza è giudice nella determinazione di quel che è immorale e pericoloso. – Ah! se essa potesse, rompendo il suggello del segreto sacerdotale, divulgare le abominevoli conseguenze quotidiane prodotte dalla licenza sempre crescente! Se i Sacerdoti potessero dire tutto, come confonderebbero i più incuranti, i più increduli, i più ingenui di questa questione estremamente grave e delicata dei costumi e delle mode anticristiane. « Io vi faccio i complimenti per la vostra sincerità apostolica » mi diceva il dottore di una grande clinica, « ma se io dovessi giudicare, io direi tre volte di più, senza violare il segreto professionale ». – Crediamolo: coloro che gridano contro la malizia, quando noi tocchiamo questa questione, sono ordinariamente i più grandi, i più raffinati maliziosi!… Essi vogliono godere con disonestà a detrimento delle anime candide, in cui cercano provocare la rivolta contro l’autorità, a loro profitto. Ipocriti! Si scandalizzano essi, gli scandalosi, della nostra indignazione e perché noi vogliamo prevenire lo scandalo di cui essi godono e approfittano!… Ecco sempre coloro che accusano la Casta Susanna… per vendicarsene. – Un Cardinale Arcivescovo, cosciente dei suoi doveri e delle sue responsabilità, parlava molto chiaramente di questa questione in una recente ordinanza. Un giornale poco degno, nonostante, o forse a cagione della sua grande popolarità, osò rispondere,, domandando in tono ironico, come mai il Cardinale poteva essere al corrente degli abusi e dei misfatti condannati. In verità bisogna essere o molto povero di spirito o disonesto più che altro per fare questa domanda. Come mai noi siamo al corrente degli abusi scandalosi, se viviamo lontani dagli scandali? La risposta è semplicissima. Ad ogni istante, i feriti gravi, raccolti sotto l’infuriar delle mitraglie, vengono condotti dai portaferiti, nell’ospedale più vicino al campo di battaglia. Il capo dell’ospedale, un grande chirurgo, dopo lunghe e penose ore di lavoro, esclama sfinito: « Che orribile battaglia! che sanguinoso combattimento ». Un ufficiale gli dice: « che ne sa Lei dottore? Noi veniamo dal campo di battaglia e noi potremmo dirlo, ma lei, come può affermarlo? Ohimè, risponde tranquillamente il chirurgo, io lo so meglio di lei. Lei non ha visto forse che le sue ferite e quelle di coloro che le sono caduti vicino; mentre che centinaia di poveri resti umani sono passati per le mie mani… mutilati dalla mitraglia… alberi sradicati dalla spaventosa tempesta. Per tutto questo, per il fatto di essere sempre occupato e dover pensare a curare orribili ferite, io posso giudicare meglio di lei del furore… dell’uragano, della asprezza della battaglia. È il nostro caso: meglio dei mondani distratti, storditi, troppo abituati alle malsane mondanità, noi siamo in condizione ci comprendere a distanza, dal numero delle vittime curate nelle nostre « ambulanze e cliniche morali » quale è la potenza infausta e mortale dell’immortalità del nostro secolo. Nessuno meglio di noi è in istato di portare un giudizio equo sulla moralità sociale. Noi siamo la riva, dove approdano tanti poveri malati morali, tanti naufraghi, di tutte le età e di tutte le condizioni! Si viene a noi, con l’anima straziata, la confessione sincera sulle labbra, e con le lagrime che bruciano il cuore e gli occhi. Ma non si viene a noi mai troppo tardi, lasciatemelo dire! Non che il male deplorato non sia molto grave, ma perché il Cuore di Gesù è l’Onnipotenza di resurrezione morale. – Dopo quello di perdonare, noi abbiamo sempre il dovere di prevenire tanti mali, comunque dispiaccia al mondo, predicandone coraggiosamente i rimedi. Questo nostro dovere è tanto più urgente, quanto più ovunque si soffre, per mancanza di lume soprannaturale. Difatti è questo un segno evidente che si impone in questa crisi di pudore. Il senso morale della modestia e della purezza si affievolisce di giorno in giorno, diventa pressoché nullo. Gli occhi del Cristiano, ed a poco a poco la sua coscienza, s’abituano allo spettacolo del male, fino al punto di non esserne più turbati. Il pericolo è grave: insinuandosi nel cuore, può prenderci tutti. Già molti dei buoni blandamente addormentati dall’abitudine della rilassatezza sociale e degli spettacoli immorali, sono giunti all’indifferenza. Io ho anche trovato delle scuole cattoliche dove si era abituati a vedere i fanciulli con i loro vestiti poco modesti, la cui indecente acconciatura, non urtava più le maestre cristiane… – Se mancano i controllori della virtù, le sentinelle deste e zelanti, noi toccheremo il fondo dell’abisso. Non è vero, per esempio, che alcune mode, che qualche anno fa sarebbero state condannate, soltanto se viste in figurino, sono oggi accettate, generalizzate, a cagione di una tolleranza che degenera in abitudine? Uno dei più sicuri e caratteristici sintomi della lebbra è l’insensibilità degli organi. L’insensibilità morale è un sintomo reale della lebbra morale che ci invade vittoriosamente. « Guai! » ha detto il Signore, « a colui che scandalizza! » Se con piena giustizia, noi abbiamo osservato che la grande maggioranza delle donne e delle giovinette hanno una scusa, quella della loro ignoranza del male, sottolineiamo però molto chiaramente che le loro responsabilità restano gravi, dal momento soprattutto che esse hanno per guidarle, la materna difesa della Chiesa. Esse non potranno, con questo, scusarsi interamente delle loro colpe davanti al Tribunale del Dio di ogni purezza e di ogni giustizia, che ha affidato appunto alla Chiesa la cura delle nostre anime. Quante Cristiane deplorano i deviamenti e la mancanza di sottomissione nei loro mariti? Quante donne si lamentano della libertà di pensiero, della politica pericolosa degli uomini? Quante si indignano, perché i consigli della Chiesa non sono ascoltati nella scelta delle letture, nelle direttive delle idee filosofiche e sociali! Ora, che fanno esse del resto, per provare questa sottomissione alla Santa Chiesa, ch’esse vorrebbero invece tanto trovare nei loro fratelli? Riconoscono esse questa autorità, che i loro mariti misconoscono? Tuttavia, se la Chiesa esagera nel difendere le mode indecenti, perché non esagera nel proibire alcune letture o nel respingere alcune dottrine di filosofia pericolose? Le donne non agiscono in modo diverso dagli uomini. La Chiesa non ha due misure: questi e quelle debbono ubbidire. – Una signora di eleganza tutta moderna, e poco modesta, mi viene a visitare, per confidarmi la sua pena: « Come, come convertire mio marito ? » « Col convertire se stessa, Signora », le rispondo… Comprese? Lo spero; ma perché lamentarsi della colpa altrui e portare inconsideratamente in sé il peccato? – « Perché » mi dice una giovanetta, bianca come un fiocco di neve, ma molto dedita per vanità a seguire tutte le mode, « Perchè lei ha predicato così severamente contro le mode attuali? Non veggo dove sia il gran pericolo, né per me, né per gli altri. Voglia compiacersi spiegarmelo più chiaramente, e le prometto, uniformerò la mia linea di condotta alla sua. « Mi promette Lei » le rispondo, « di accettare una sola osservazione molto grave, che io le farò come risposta definitiva ai suoi dubbi e alla sua curiosità? ». « Glielo prometto, padre ». Ascolti: « Se in un’acconciatura poco modesta, con vesti troppo corte ed una scollatura esagerata, lei fa una passeggiata di molte ore, nel centro della città, volendo, per semplice vanità, attirar l’attenzione sulla sua persona, creda pure che, tornando a casa sua, lei avrà probabilmente la responsabilità di qualche peccato grave, forse di molti, che lei avrà fatto commettere… – « Voglio rispettare il suo candore, ma le debbo questa risposta severa; e ora, da fanciulla veramente pia, sia docile, e bandisca ogni frivolezza esteriore ». – Ella ne fu molto colpita, e si mantenne, nonostante il suo ambiente, di una modestia ammirabile. Bisogna far cadere le scaglie, senza aprire gli occhi. Molte Cristiane, come questa giovinetta, peccano per vanità, cedendo alla sconvenienza della moda. La loro responsabilità rimane, a motivo dei reiterati ed imperativi avvertimenti della Chiesa, alla quale Nostro Signore ha detto: « Chi ascolta voi, ascolta me ». E nello stesso modo che i genitori comandano, senza spiegare ai loro figli, le ragioni degli ordini che danno: così la Chiesa, nostra Madre, non è obbligata a dirci il motivo delle sue prescrizioni. Veramente; noi ci domandiamo d’altronde, come una donna o una fanciulla intelligente, e Cristiana possa credere che l’insieme della Chiesa docente, che tutti i Vescovi, assolutamente d’accordo, su questo punto, col Nostro Santo Padre, il Sommo Pontefice, s’ingannino ed esagerino tutti, parlando unanimemente in favore della modestia, condannando decisamente gli abusi e la licenziosità moderna. Non è dunque, se non per la via della sommissione perfetta, che si otterrà una coscienza tranquilla, in tutti gli atti della vita e soprattutto nelle ore angosciose dell’agonia. – Meditate questa fine infinitamente triste d’una donna mondana. Nella sua giovinezza, e durante i lunghi anni della sua vita, la signora *** è stata frivola e leggera, nonostante la sua educazione, e la tradizione della sua famiglia; ed ha sempre sorriso degli anatemi della Chiesa. Ma quando l’età e soprattutto la malattia l’hanno paralizzata, essa fece di necessità virtù, e nel suo letto, sembrò almeno a riparare le sue follie. Non le si è nascosta la gravità del suo male, tanto che s’è spesso confessata, ha avuto qualche scrupolo, ed ha ricevuto gli ultimi Sacramenti. Ma ecco che una sera, ella si ridesta di soprassalto da un sonno leggero, e, spalancando gli occhi con spavento, mostra il Crocifisso a quelli che la circondano e grida: « Guardate! Oh, guardate come il Cristo è coperto del sangue della flagellazione che io gli ho fatto subire con le mie mondanità!… Guardate come questo sangue gronda… e cade sopra di me! Ascoltate come questo Cristo mi maledice!… Le si fa osservare che si è confessata, ma ella insiste: « Egli mi maledice, perché ho scandalizzato le mie figliole le quali, mondane come me, formeranno i loro figli alla scuola del peccato. E queste responsabilità sono mie, e mi schiacciano. Guardate, oh, guardate il sangue di Cristo, flagellato dalle mie follie! Che orrore! Ho tradito l’educazione delle mie figliole, scandalizzandole col cattivo esempio. Guardate, il Cristo mi maledice, e il suo Sangue cade sopra di me… » E si abbatté, estenuata: qualche sospiro ancora… ella era dinanzi al suo Giudice! Vorreste voi agonizzar così?

CRISTO REGNI (8)

TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO (10)

TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO (10)

TRAITÉ DU SAINT – ESPRIT – Edit. Bloud-Gay.- Paris 1950

V. Per la Curia Generalizia – Roma, 11 – 2 – 1952 Sac. G. ALBERIONE

Nulla osta alla stampa Alba, 20 – 2 – 1952 Sac. S. Trosso, Sup.

lmprimatur Alba, 28 – 2 – 1952 Mons. Gianolio, Vic. GEN.

CAPO OTTAVO

LO SPIRITO SANTO PROCEDE DAL PADRE PER IL FIGLIO

Amico lettore, aguzza bene la tua mente per renderla il più possibile penetrante. Vorrei qui esporti e farti comprendere, un poco, il mistero della vita divina e, in questa vita divina, vorrei farti afferrare il mistero della processione dello Spirito Santo. Per maggior semplicità e chiarezza, procederò sotto forma di Lezione, come in un corso.

1.

Cominciamo dall’analisi di noi stessi.

L’atto proprio del nostro spirito è di concepirsi, mentre concepisce gli oggetti esterni. Se egli giunge a concepirsi il più perfettamente possibile, non è per questo diviso: resta uno. Tuttavia, in esso vi è come lo spirito-padre del pensiero e questo medesimo concetto, che è come il pensiero-figlio dello spirito. Ma ben presto lo spirito che si conosce e si contempla nel concetto che si è formato di se stesso, si sente attratto verso questo pensiero da un movimento di compiacenza e di amore. Supponiamo un istante che tale pensiero, invece di essere fuggevole, inconsistente, si sia potuto elevare a un grado di perfezione sufficiente per poter sussistere in se stesso: si volgerebbe spontaneamente con compiacenza ed amore verso lo spirito che lo ha concepito. E questo duplice movimento di amore, risultato misterioso di questa duplice corrente affettiva che andrebbe e verrebbe dal primo al secondo termine, unendoli assieme, loro reciproco amore, costituirebbe un terzo termine, distinto dal primo e dal secondo. Giungeremmo di colpo all’idea più elevata che noi uomini ci possiamo formare della Santissima Trinità.

2.

Riprendiamo la nostra analisi.

L’atto proprio del nostro spirito è di concepirsi, di esprimersi e dire se stesso, nel medesimo tempo che concepisce, esprime e dice gli oggetti esterni. Manteniamo solamente questo verbo: che esso dice. In tale dottrina abbiamo bisogno delle parole, sì, della vacuità delle parole, ed anche della loro sonorità, per elevarci spiritualmente alle grandi idee. Così, dunque se il nostro spirito giunge a dire se stesso il più perfettamente possibile, non è per questo, diviso, resta uno. Si possono tuttavia distinguersi in esso:

il principio che dice se stesso: dicens,

l’atto col quale dice se stesso: dictio,

il termine che è detto: dictum.

Questo dictum, secondo la filosofia platonica, a cui evidentemente il Vangelo di san Giovanni s’ispira, per la terminologia, è chiamato in greco λόγος [= logos], ciò che in latino si traduce con la parola verbum, il verbo.

Riferiamo a Dio.

Da tutta l’eternità Dio dice se stesso, perfettamente, adeguatamente. Dicendo se stesso così, produce il Suo Verbo. Non è per questo diviso: resta uno. Ma in Lui vi è:

Colui che dice se stesso: Dicens: è Dio Padre;

l’atto col quale Dio Padre dice se stesso dictio: è la generazione eterna del Figlio, del Verbo;

Colui che è detto: Dictum seu Verbum; è il Figlio di Dio, il Verbo eterno del Padre.

Così Dio Padre è la sostanza divina che dice se

stessa. Dio Figlio, Dio Verbo, è la sostanza divina che è detta. Questa dictio del Padre al Figlio, quando Gli dice: Tu sei mio Figlio: oggi ti ho generato, è la generazione eterna del Figlio, del Verbo. Di qui non solo la solitudine, ma l’identità della sostanza del Padre e del Figlio, la loro consustanzialità.

3.

Torniamo all’analisi di noi stessi.

L’atto proprio del nostro spirito è di concepirsi, mentre concepisce gli oggetti esterni. Se esso giunge a concepire se stesso il più perfettamente possibile non è per questo diviso, resta uno. Tuttavia in esso vi è lo spirito che si concepisce e il concetto che di se stesso si fa. Poi vi è l’atto della concezione. – Di qui derivano questi termini di « principio che concepisce », di « concezione », di « concetto », che s’incontrano in tutte le filosofie, e sono stati presi in prestito dalla generazione umana. Usiamo tali termini e cerchiamo, con essi, di afferrare il pensiero divino che racchiudono. – La generazione viene definita: Productio viventis a vivente conjuncto ad efformandam naturam specifice similem, vi productionis. Vi è generazione, quando mediante la comunicazione della propria sostanza, un vivente produce un altro vivente, che gli è specificamente simile, di una similitudine che risulta dalla produzione stessa. È ciò che avviene quando noi pensiamo. Il nostro spirito esprime se stesso più o meno completamente, E, come lo indica la parola, questa espressione è simile allo spirito che esprime se stesso. Inoltre, essa è della medesima natura spirituale. Poi, la similitudine risulta dalla stessa conoscenza. Quindi è con ragione che nell’analisi che noi facciamo del nostro pensiero, parliamo dell’intelletto come di un principio che concepisce, del pensiero come di un concetto, e chiamiamo « concezione » l’atto di pensare.

Riferiamo a Dio.

Da tutta l’eternità Dio si pensa. Dio si concepisce. E si concepisce perfettamente. Di qui, similitudine tra il principio che si pensa e il concetto che Egli si fa di se stesso. Tale similitudine viene dalla comunicazione di tutta la sostanza del principio che si pensa al concetto che di se stesso si fa. Di qui, generazione nel significato trascendente. E veramente il principio che si pensa dev’essere chiamato « Padre »; e il concetto che di se stesso si fa, dev’essere chiamato « Figlio ».

Così la generazione eterna del Verbo è trascendente, e sorpassa tutto ciò che possiamo rappresentarci. Essa non introduce, in Dio, nessuna inferiorità dal Figlio al Padre, come avviene nelle generazioni umane. Il Padre ed il Figlio sono egualmente Dio, sono egualmente il nostro solo vero Dio. Questa generazione è eterna. Essa è, è sempre stata; sempre sarà. Né cessazione o arresto: è una generazione eterna. O mistero del nostro Dio!

4.

Torniamo ancora una volta all’analisi di noi stessi.

Ma tosto, lo spirito che conosce se stesso e si contempla, nel concetto che di sé si è formato, si trova trascinato da un movimento di compiacenza e di amore verso questo pensiero. Supponiamo un istante, dicevamo, che tale pensiero invece di essere fuggevole, incostante, abbia potuto elevarsi a un grado di perfezione sufficiente per poter sussistere in se medesimo: esso si volgerebbe, spontaneamente, con compiacenza ed amore, verso lo spirito che lo ha concepito. E questo duplice movimento di amore, risultanza misteriosa di questa duplice corrente affettiva che andrebbe e verrebbe dal primo al secondo termine, unendoli assieme, loro reciproco amore, costituirebbe un terzo termine, distinto dal primo e dal secondo.

Riferiamo a Dio.

Da tutta l’eternità, Dio si pensa. Dio si concepisce. Da tutta l’eternità, in Dio, il Padre genera il Figlio. E generando il Figlio, è trascinato verso il Figlio da un movimento di compiacenza e d’amore. E, per avvicendamento, il Figlio ritorna verso il Padre con eguale movimento di compiacenza e d’amore. È lo Spirito Santo. – Quest’amore del Padre e del Figlio, del Figlio e del Padre, risulta dalla generazione eterna del Figlio dal Padre. Esso è in questa stessa generazione, a tal punto che la generazione del Figlio dà luogo all’amore reciproco del Padre e del Figlio, talmente che l’origine dello Spirito Santo è nella generazione eterna del Figlio dal Padre.

O Santo Spirito del mio Dio!

Per il mio Signor Gesù,

vieni in me,

prendimi, e conducimi a Lui!

5.

Ecco adesso la tradizione e, su questo punto preciso, anche la teologia dei Padri della Chiesa. Come si vede, lo Spirito Santo procede dal Padre come dal Figlio. Essendo il risultato della generazione eterna del Figlio, si dice che viene dal Padre per il Figlio. Egli procede. da entrambi, come diceva san Cirillo Alessandrino, ἐξ ἀμφοίν [= ex amfoin]. Ciò significa, soggiunge, che viene dal Padre per il Figlio (De recta fide, 21; P.G. 76, 1408). Sant’Agostino traduce: Spiritus Sanctus a Patre Filioque procedit (De Trinitate, l. 15, c. 17, 29; P.L. 1081).

Il Concilio di Toledo 447 introduce il Filioque nel simbolo di Nicea;

Nell’809, a Costantinopoli, dei monaci latini, cantando il simbolo in latino, accentuano assai il Filioque. Alcuni monaci greci rivolgono loro dei rimproveri. Ne segue una lotta: la cosa s’inasprisce. Carlomagno impone il Filioque in tutto l’impero. Non era questo il mezzo adatto. Infatti, non è con la forza che s’impongono le idee, anche se questa forza è quella di un imperatore cristiano potentissimo. La forza che si esercita imponendo le idee, conduce alle divisioni; in tale circostanza l’intervento di Carlomagno non fece che precipitare lo scisma greco, nel secolo IX, quella deplorevole divisione degli spiriti, se non del tutto delle credenze, nella grande famiglia cristiana. Le idee s’impongono mediante la luce che da esse emana e che su di esse facciamo riflettere, e, almeno altrettanto, per mezzo dell’amore, quell’inclinazione del cuore che suscitano nelle anime. Allora soltanto si ammettono e vi si crede.

Conclusione.

Crediamo in un solo Dio, Padre, nel significato trascendente.

Crediamo in un solo Dio, Figlio, nel significato trascendente.

Dalla generazione trascendente del Figlio, risulta o procede lo Spirito Santo. È quanto affermiamo col Filioque. – E questa risultanza, questa processione nell’amore, della generazione eterna del Figlio dal Padre, dà lo Spirito Santo.

TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO (11)

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLI GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO VI – “IGNOTÆ NEMINI”

Questa breve Lettera Enciclica fu scritta in occasione delle persecuzioni e della cacciata di prelati francesi dalle loro sedi, dai rabbiosi lupi rivoluzionari il cui unico vero scopo era quello di danneggiare la Chiesa Cattolica e, se possibile, rovinarla completamente. Il Santo Padre Pio VI, che doveva egli stesso subire una lunga prigionia ed un esilio forzato ingiuntogli dallo “Sterminatore” francese, un nemico di Cristo e della sua Chiesa, incoraggiava tutti i popoli viciniori – in particolare i Vescovi – ad accogliere gli esuli fuggitivi e salvarli dalla morte e dalla fame. È uno scenario ripetuto tante volte negli ultimi due secoli di storia della Chiesa in ogni parte del pianeta, in ogni continente. La Chiesa, che sembrava soccombere, con l’aiuto di Do, si è sempre rialzata ed i suoi nemici si sono dissolti nell’infamia, per una morte violenta o miserrima, esempio indelebile – uno per tutti – quella dello stesso “Sterminatore”, strumento del demonio, in un’isola sperduta nell’oceano, ivi relegato e sprofondato nel nulla dalla stessa piovra massonica che lo aveva esaltato al massimo grado e sostenuto nelle sue sanguinose battaglie che avevano spazzato via intere generazioni di giovani europei. Dopo un’apparente breve tregua, le stesse condizioni di persecuzione, per religiosi, laici cattolici e finanche per il Santo Padre si stanno ripetendo ed ingrandendo, fino ad ingigantirsi come non mai, fino all’apparire prossima del falso messia che verrà a dirigere la nuova falsa religione unica mondiale, dalla quale sarà totalmente bandito il Cristianesimo. Teniamoci pronti ad accogliere gli esuli cattolici di tutto il mondo ognuno secondo le proprie possibilità, nell’attesa certa che il Signore Gesù arriverà presto a bruciare, con il soffio della sua bocca, l’uomo della perdizione e dell’inganno, scaraventato nello stagno di fuoco insieme con i falsi profeti della falsa chiesa dell’uomo del Novus Ordo, con la bestia delle sette segrete ed il drago infernale.

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Pio VI
Ignotæ nemini

.1. A nessuno sono sconosciute, né si possono ricordare senza lacrime le cause per le quali gli Arcivescovi, i Vescovi, i parroci, i sacerdoti, i chierici, le sacre vergini e moltissimi fra i regolari del regno delle Gallie, rese pubbliche le prove della loro fede, furono costretti a lasciare le sedi, le abitazioni e i beni e a cercare rifugio in diverse regioni, sia cattoliche, sia non cattoliche nelle quali poterono più facilmente emigrare chiedendo agli stranieri quegli aiuti che non potevano ottenere dai loro. – Questa dispersione del nobile clero in varie parti non poté non commuovere tutti gli animi: noi dobbiamo lodare grandemente non solo i principi, i pastori e i popoli cattolici che, ammaestrati dal Vangelo e infiammati di spirito di vera carità, accolsero benevolmente questi confessori della fede e a proprie spese li mantennero; siamo riconoscenti anche verso i principi e i popoli non cattolici, e fra questi specialmente l’illustre re della Gran Bretagna e la nobile nazione di quel regno che, spinti da un sentimento di umanità verso tutti i propri simili, come dice Sant’Ambrogio, fornirono aiuti ai medesimi imitando la gloria degli antichi Romani “ai quali sembrava molto conveniente aprire le case di uomini illustri agli ospiti illustri, e tornare ad onore dello Stato che quegli uomini stranieri non mancassero nella nostra città di questo genere di liberalità“.

2. Per quanto spetta a Noi che, benché indegni, adempiamo l’ufficio di Pastore universale e di padre di tutti i fedeli, abbiamo creduto di essere stretti da maggior impegno degli altri nel portare un pronto aiuto a questi infelici che si sono gettati fra le Nostre braccia. – Siamo pienamente convinti che in nessuna occasione più giusta né in alcun tempo si possano assegnare aiuti più nobilmente che a coloro i quali, per la causa di Cristo, sopportarono la perdita di tutti i beni e, cacciati dalle loro sedi con ingiuria e violenza, si aggirano per diverse regioni, costretti a vivere fra sconosciuti e quasi nella solitudine. Sin dall’inizio della crudele persecuzione esprimemmo palesemente vivi sentimenti di pietà ai Galli, sia ecclesiastici, sia laici, e li abbracciammo con ogni benevolenza e affetto.

3. Questi esuli, pieni di affanni, certamente speravano di condurre una vita se pur meno comoda, tuttavia priva di preoccupazioni e tranquilla in quei luoghi dove erano approdati, ma improvvisamente l’invasione dei soldati Galli, specialmente nella Savoia e nella città di Nizza e dintorni, li costrinse ad una nuova e più dolorosa fuga. – Noi, perseveranti nei medesimi sentimenti di carità e volontà di bene, pur fra le angustie delle cose nelle quali Ci troviamo, abbiamo raccomandato e ordinato che questi nuovi esuli siano accolti e mantenuti non solo nella Nostra città (Roma) ma anche nelle province della Nostra giurisdizione; per questa stessa causa con Lettera Enciclica del 10 ottobre testé trascorso Ci siamo dati premura di stimolare i Venerabili Fratelli Arcivescovi e Vescovi dello Stato pontificio affinché ciascuno di loro col proprio clero e le pie associazioni della propria diocesi partecipasse all’opera di misericordia e assecondasse le Nostre paterne preoccupazioni. – Perciò è avvenuto che non solo i sopra ricordati Venerabili Fratelli e il clero secolare e regolare, ma anche molti laici di qualsiasi condizione, a gara, imitando il Nostro esempio, si sono adoperati, tanto che è aumentato il numero dei nuovi ospiti accolti dopo l’occupazione della Savoia e di Nizza sino a giungere a duemila.

4. Sappiamo che parecchi altri ecclesiastici del regno della Gallia col favore del carissimo figlio Nostro in Cristo Francesco, eletto imperatore dei Romani, passarono in Germania dove non erano affatto necessarie le Nostre raccomandazioni per procurare mezzi di sussistenza a questi esuli. Non è ignoto, o Venerabili Fratelli e diletti Figli, che quanto a pietà e carità superate di gran lunga l’antica gloria dei vostri antenati. È stato tramandato che essi erano miti e cortesi verso gli ospiti: ai pellegrini, infatti offrivano spontaneamente ospitalità e gareggiavano fra di loro per i servizi propri dell’ospitalità.

5. Per la verità, alcuni Nostri fratelli degni di ammirazione, come l’Arcivescovo di Parigi e i Vescovi di Saint-Bertrand, Nimes, Maclovien, Tresent e Langres, con lettera del 1¡ di questo mese a Noi indirizzata, continuando lodevolmente ad esercitare quell’ardore di carità con il quale essi stessi, esuli nella città di Costanza, e altri ecclesiastici Galli furono accolti in due abbazie prossime a quella città, Petershausen e Oreutzlingen, Ci hanno chiesto di intervenire presso i presuli, i prelati, gli abati e i capitoli della Chiesa germanica e di raccomandare i sacerdoti della Gallia, profughi per la fede apostolica e tanto provati per l’unità cattolica. Così Noi, volendo accogliere le loro giuste preghiere, volentieri mandiamo a Voi questa lettera affinché possiamo continuare a lodare sempre più quanto da parte Vostra si è già cominciato a fare, e possiamo raccomandare ancora una volta questi atleti di Cristo, che per la causa che hanno valorosamente sostenuto e per i loro distinti meriti di per sé si raccomandano.

6. Questa Nostra lettera vi dimostra chiaramente da quanta consolazione siamo confortati tra le gravi angustie dalle quali siamo afflitti da ogni parte per l’indubbia speranza che nutriamo nel profondo dell’animo, che voi, Venerabili Fratelli Arcivescovi e Vescovi, terrete sempre presente l’aurea sentenza di San Paolo, “È necessario che il Vescovo sia ospitale“: quella sentenza che sia i Santi Padri sia gli stessi Concilii grandemente lodano. Infatti, come scrive San Girolamo, “la casa del Vescovo deve essere l’ospizio comune di tutti; e se il laico accoglie uno o due o pochi, adempie il dovere dell’ospitalità; se il Vescovo non avrà accolto tutti, sarà da lui considerato inumano“. Sono parole del VI Concilio di Parigi. Abbiamo la fondata speranza che anche voi, diletti figli, abati e abbadesse, terrete in mente e compirete con l’opera ciò che San Benedetto insegnò ai monaci, cioè che l’abate ogni giorno debba avere ospiti alla propria mensa e le abbadesse poi, secondo il Sinodo di Aquisgrana, abbiano ospiti davanti alla porta del monastero. Infine siamo certi che Voi, capitoli ed ecclesiastici di qualunque grado della nobile Chiesa germanica, considererete che tornerà a vostra gloria se vi sarà dato di seguire quelle esortazioni con cui il sacrosanto Sinodo Tridentino ammonisce: “Chiunque tiene benefici ecclesiastici, sia secolari, sia regolari, deve abituarsi a compiere prontamente e amorevolmente il dovere dell’ospitalità, spesso raccomandato dai Santi Padri, secondo le proprie possibilità, memore che coloro i quali amano l’ospitalità, negli ospiti ricevono Cristo“. – Come il medesimo Sinodo Tridentino si diede premura di affidare ai Vescovi l’onere di questo tipo di carità, così siamo certi che Voi, Venerabili Fratelli, non solo cogli esempi ma anche con le parole e le esortazioni vi adoprerete a procurare a questi infelici sacerdoti francesi gli aiuti anche maggiori di quelli che per mezzo vostro si poterono procacciare, fin tanto che discenderanno su di Noi il giorno della consolazione e il tempo della pace; come disse Alessandro III, Nostro predecessore, mentre raccomandava alcuni ecclesiastici che i nemici della fede perseguitavano.

7. Moltissimi sono i premi che Dio ottimo e massimo ha promesso e che sempre ha dato a coloro che si sono distinti per il generoso servizio dell’ospitalità; noi confidiamo che quest’opera di misericordia congiunta a preghiere pubbliche Ci porterà quanto prima quella consolazione e quella pace che vivamente desideriamo.

Intanto, Venerabili Fratelli e diletti Figli, con sommo affetto impartiamo l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 21 novembre 1792, anno diciottesimo del Nostro Pontificato.

FESTA DELLA SACRA FAMIGLIA (2022)

DOMENICA I DOPO EPIFANIA (2022)

FESTA DELLA SACRA FAMIGLIA.

Doppio maggiore. – Paramenti bianchi.

« Non conviene forse – dice Leone XIII – celebrare la nascita regale del Figlio del Padre Supremo? Non forse la casa di David, e i nomi gloriosi di questa antica stirpe? È più dolce per noi ricordare la piccola casa di Nazaret e l’umile esistenza che vi si conduce: è più dolce celebrare la vita oscura di Gesù. Lì il Fanciullo Divino imparò l’umile mestiere di Giuseppe e nell’ombra crebbe e fu felice di essere compagno nei lavori del falegname. Il sudore – egli dice – scorra sulle mie membra, prima che il Sangue le bagni; che questa fatica del lavoro serva d’espiazione per il genere umano. Vicino al divino Fanciullo è la tenera Madre; vicino allo Sposo, la Sposa devota, felice di poter sollevare le pene agli affaticati con cura affettuosa. O voi, che non foste esenti dalle pene e dal lavoro, che avete conosciuto la sventura, assistete gl’infelici che l’indigenza affligge e che lottano contro le difficoltà della vita  » (Inno di Mattutino). – In questa umile casa di Nazaret Gesù, Maria e Giuseppe consacrarono, con l’esercizio delle virtù domestiche, la vita familiare (Or.). Possa la grande Famiglia che è la Chiesa ed ogni focolare cristiano esercitare in terra le virtù che esercitò la Sacra Famiglia, per meritare di vivere nella sua santa compagnia in cielo (Or.). – Benedetto XV, volendo assicurare alle anime il beneficio della meditazione e dell’imitazione delle virtù della Sacra Famiglia, ne estese la solennità alla Chiesa universale e la fissò alla Domenica fra l’Ottava dell’Epifania o al sabato che la precede.

Incipit

In nómine Patris, ✝et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Prov XXIII: 24; 25
Exsúltat gáudio pater Justi, gáudeat Pater tuus et Mater tua, et exsúltet quæ génuit te.

[Esulti di gaudio il padre del Giusto, goda tuo Padre e tua Madre, ed esulti colei che ti ha generato].


Ps LXXXIII: 2-3
Quam dilécta tabernácula tua, Dómine virtútum! concupíscit et déficit ánima mea in átria Dómini.

 [Quanto sono amabili i tuoi tabernacoli, o Signore degli eserciti: anela e si strugge l’ànima mia nella casa del Signore]

Exsúltat gáudio pater Justi, gáudeat Pater tuus et Mater tua, et exsúltet quæ génuit te.

[Esulti di gàudio il padre del Giusto, goda tuo Padre e tua Madre, ed esulti colei che ti ha generato].

Oratio

Orémus.
Dómine Jesu Christe, qui, Maríæ et Joseph súbditus, domésticam vitam ineffabílibus virtútibus consecrásti: fac nos, utriúsque auxílio, Famíliæ sanctæ tuæ exémplis ínstrui; et consórtium cónsequi sempitérnum:

[O Signore Gesú Cristo, che stando sottomesso a Maria e Giuseppe, consacrasti la vita domestica con ineffabili virtú, fa che con il loro aiuto siamo ammaestrati dagli esempii della tua santa Famiglia, e possiamo conseguirne il consorzio eterno].

Lectio
Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános.
Rom XII: 1-59
Fratres: Obsecro vos per misericórdiam Dei, ut exhibeátis córpora vestra hóstiam vivéntem, sanctam, Deo placéntem, rationábile obséquium vestrum. Et nolíte conformári huic sǽculo, sed reformámini in novitáte sensus vestri: ut probétis, quæ sit volúntas Dei bona, et benéplacens, et perfécta. Dico enim per grátiam, quæ data est mihi, ómnibus qui sunt inter vos: Non plus sápere, quam opórtet sápere, sed sápere ad sobrietátem: et unicuique sicut Deus divísit mensúram fídei. Sicut enim in uno córpore multa membra habémus, ómnia autem membra non eúndem actum habent: ita multi unum corpus sumus in Christo, sínguli autem alter alteríus membra: in Christo Jesu, Dómino nostro.
[Vi esorto, o fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi in sacrificio vivo, santo, accettevole a Dio: ad offrire il vostro culto ragionevole. Non vi conformate a questo secolo; anzi riformatevi, rinnovando il vostro spirito, affinché conosciate quale sia la volontà di Dio buona, accettevole e perfetta. Perciocché in virtù della grazia concessami, io dico a tutti voi di non farla da savi più di quello che conviene, ma di essere savi con modestia secondoché Dio dà a ciascuno la misura della fede. Poiché come in un corpo abbiamo molte membra, ma non tutte le membra hanno la stessa operazione, così in molti siamo un corpo solo in Cristo, e ciascuno è membro l’uno dell’altro „]

P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939.

(Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

COME SI TRATTA IL CORPO.

… Le parole con cui San Paolo esorta i Romani a trattare il loro corpo per trattarlo cristianamente sono tali da stupire più di uno fra coloro che le leggono per la prima volta o per la prima volta le ascoltano. « Vi scongiuro, o fratelli, in nome della misericordia che Dio ci ha usata, di offrire i vostri corpi come un’ostia viva, santa, che piace al Signore ». E in realtà queste parole senza essere menomamente strane, sono mirabilmente nuove nella storia del pensiero morale dell’umanità. La quale non ha mai potuto e non può eliminare il problema del corpo, della materia. Che fare di questo povero corpo? come trattarlo? C’è un trattamento igienico del corpo che non si può dire epicureo, che non si può neanche dire vizioso e non è virtuosamente eroico, eroicamente virtuoso. Consiste nel far star bene il corpo nel conservarlo sano. « Mens sana in corpore sano ». È un programma tutt’altro che ignobile. Fu il programma classico dell’antichità. Noi lo ripetiamo ancora talvolta ai nostri giovani. E Dio volesse che la preoccupazione almeno della salute, dell’igiene, fosse sempre viva e vittoriosa nell’anima della nostra gioventù! Quanti peccati e quante vergogne essa ci risparmierebbe. Ma quando la preoccupazione dello star bene, igienicamente bene, diventi suprema; diventa la grande ispiratrice, la sola e non ci solleva molto in alto, può anche essere egoisticamente bassa. Siamo in un epicureismo sottile e cauto, senza la imprudenza dell’epicureismo volgare: più intelligente dunque dell’epicureismo comune, non più nobile. Più cristiana certo l’austerità scettica di cui abbiamo una traccia, una formula, anche in San Paolo quando ci dice: « castigo corpus meum et in servitutem redigo ». Voglio dominare, è fiero, dignitoso, alto. Programma imperiale, non dell’imperialismo di esportazione, dell’imperialismo di importazione; non esteriore, ma intimo, che è il più vero. E il mezzo è bellicoso: tratto male il mio corpo: lo picchio, lo fo digiunare, gli misuro avaramente la bevanda dolce, gli interdico il più inebriante (abstinuit vino). È tutto un decalogo austero che sa di stoicismo. Non è stoico nel senso che lo riassorbe anche il Cristianesimo, è stoico nel senso che anche lo stoicismo ci era giunto e vi ci si era fermato. Il Cristianesimo va più in su. Arriva al misticismo. Il corpo penetrato di spiritualità ma in nome e per amore di Dio. Lì è la discriminante, nella finalità suprema, definitiva. Perché siano salvi i diritti dell’uomo, è la finalità stoica. Perché sia salva la dignità dell’uomo la quale non si salva per certo capovolgendo i rapporti tra il corpo e lo spirito, condannando questo alla schiavitù, verso di quello. Bella figura umana la figura di chi serve collo spirito alla carne! di chi si anticipa con quella attitudine la morte! Il corpo deve servire, esso deve spiritualizzarsi, e non lo spirito materializzarsi, ma, nel Cristianesimo tale processo deve compiersi nel Nome e per la gloria di Dio. Per offrire a Lui in questo corpo radiosamente spiritualizzato un’Ostia nuova, Ostia viva e non come quella dei vecchi sacrifici che erano carogna, cadavere: Ostia santa, qualche cosa di più che semplicemente buona; santa, tale da piacere a Dio. Il trattamento religioso, divino del corpo! Non si può andare né più in là, né più in su. E tutto questo non è riservato a pochi eletti, ma messo alla disposizione di tutti… ecco il Cristianesimo. Ma è il nostro, fratelli?…

Graduale

Ps XXVI: 4
Unam pétii a Dómino, hanc requíram: ut inhábitem in domo Dómini ómnibus diébus vitæ meæ.


[Una sola cosa ho chiesto e richiederò al Signore: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita.]

Alleluja

Beáti, qui hábitant in domo tua, Dómine: in sǽcula sæculórum laudábunt te. Allelúja, allelúja,

[Beati quelli che àbitano nella tua casa, o Signore, essi possono lodarti nei secoli dei secoli. Allelúia, allelúia.]

Isa XLV: 15
Vere tu es Rex abscónditus, Deus Israël Salvátor. Allelúja.

[Tu sei davvero un Re nascosto, o Dio d’Israele, Salvatore. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum S. Lucam.
S. Luc II: 42-52
Cum factus esset Jesus annórum duódecim, ascendéntibus illis Jerosólymam secúndum consuetúdinem diéi festi, consummatísque diébus, cum redírent, remánsit puer Jesus in Jerúsalem, et non cognovérunt paréntes ejus. Existimántes autem illum esse in comitátu, venérunt iter diéi, et requirébant eum inter cognátos et notos. Et non inveniéntes, regréssi sunt in Jerúsalem, requiréntes eum. Et factum est, post tríduum invenérunt illum in templo sedéntem in médio doctórum, audiéntem illos et interrogántem eos. Stupébant autem omnes, qui eum audiébant, super prudéntia et respónsis ejus. Et vidéntes admiráti sunt. Et dixit Mater ejus ad illum: Fili, quid fecísti nobis sic? Ecce, pater tuus et ego doléntes quærebámus te. Et ait ad illos: Quid est, quod me quærebátis? Nesciebátis, quia in his, quæ Patris mei sunt, opórtet me esse? Et ipsi non intellexérunt verbum, quod locútus est ad eos. Et descéndit cum eis, et venit Názareth: et erat súbditus illis. Et Mater ejus conservábat ómnia verba hæc in corde suo. Et Jesus proficiébat sapiéntia et ætáte et grátia apud Deum et hómines.

[Quando Gesù raggiunse i dodici anni, essendo essi saliti a Gerusalemme, secondo l’usanza di quella solennità, e, passati quei giorni, se ne ritornarono, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, né i suoi genitori se ne avvidero. Ora, pensando che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di cammino, dopo di che lo cercarono tra i parenti e i conoscenti. Ma non avendolo trovato, tornarono a cercarlo a Gerusalemme. E avvenne che dopo tre giorni lo trovarono nel Tempio, mentre sedeva in mezzo ai Dottori, e li ascoltava e li interrogava, e tutti gli astanti stupivano della sua sapienza e delle sue risposte. E, vistolo, ne fecero le meraviglie. E sua madre gli disse: Figlio perché ci ha fatto questo? Ecco che tuo padre ed io, addolorati, ti cercavamo. E rispose loro: Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi di quel che spetta al Padre mio? Ed essi non compresero ciò che aveva loro detto. E se ne andò con loro e ritornò a Nazareth, e stava soggetto ad essi. Però sua madre serbava in cuor suo tutte queste cose. E Gesù cresceva in sapienza, in statura e in grazia innanzi a Dio e agli uomini].

OMELIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956)

LA FAMIGLIA DI GESÙ E LA NOSTRA

Gli occhi di un mondo corrotto e crudele erano rivolti a Roma dove Ottaviano Augusto e dove Tiberio governavano tutta la terra soggiogata all’impero romano. Gli occhi di Dio invece erano rivolti altrove: sulla povera casa incavata nella pietra della collina, confusa tra le altre che s’addossavano a formare la borgatella di Nazareth. – Per chi non sa vedere che le apparenze, niente v’era quivi di straordinario: un operaio, un’umile donna, un fanciullo. L’operaio aveva nome Giuseppe: uno dei tre o quattro falegnami del paese. Chi lo vedeva nella sua bottega lavorare in pace da mane a sera, chi lo vedeva per la strada curvo sotto il peso di qualche asse, certo non immaginava ch’egli avesse avuto frequenti colloqui con gli Angeli, e che nella sua casa tirava grande il Figlio di Dio, e insegnava il mestiere al Creatore del cielo e della terra. Proprio a lui, cui nel suo lavoro non toccava mai che meschini affari di poche decine di lire, era stato confidato il secreto e l’affare più grande di tutta la storia umana: quello della redenzione. – La donna si chiamava Maria. Quando la vedevano alla fontana o al lavatoio, a chi poteva passar per la mente che essa era vergine, e che aveva generato il Messia per opera dello Spirito Santo? Filava la tela, cuciva le vesti, preparava il cibo, faceva pulizia: e tutti i giorni da capo così. Eppure era Quella a cui l’Angelo rivolse un saluto unico al mondo: « Ave, o piena di grazia; il Signore è con te, tu sei la benedetta fra tutte le donne… ». Era Quella che, accesa di Spirito Santo, davanti a sua cugina Elisabetta esclamò: « Tutte le generazioni mi proclameranno beata! ». – Il fanciullo si chiamava Gesù. Era molto buono, ed era anche molto intelligente. Ma non si manifestava così da rilevare il suo essere straordinario. Al suo paese c’erano altri, della sua età, che sembravano buoni e intelligenti come lui. Solo una volta, l’anno dodicesimo di sua vita, avendolo i suoi condotto a Gerusalemme, sua madre lo ritrovò nel tempio che ascoltava e interrogava i Maestri della Sacra Scrittura; e dava risposte tanto assennate che tutti ne stupivano. Tornato però a casa, riprese la vita consueta: lavorava nella bottega con suo padre, ubbidiva, cresceva di statura e di grazia presso Dio e presso gli uomini. A sua madre l’Arcangelo aveva annunziato: « Avrai un figlio che sarà grande: sarà chiamato figlio dell’Altissimo, e Dio gli darà il trono di Davide, ed il suo regno non avrà fine». Ora ella, ogni sera, lo vedeva rientrare nella povera cucina stanco, come sono stanchi tutti gli operai dopo una giornata di lavoro; e non lo vedeva già sopra un trono, ma accoccolato su di uno sgabello, accanto alla cenere del focolare. Era quello il figlio dell’Altissimo? il Messia atteso da secoli? Il re e giudice dei vivi e dei morti? Era Quello; e Maria e Giuseppe l’adoravano, e nella pace della loro casa meditavano in silenzio i misteri del Signore. Ecco com’era la Sacra Famiglia, la famiglia di Dio. La società nostra estremamente bisognosa di una rinnovazione che parta dal focolare domestico, deve rivolgersi ad essa ed imitarla. Sotto due aspetti è specialmente necessario che la famiglia moderna si rispecchi nella famiglia di Nazareth: nel santo timor di Dio, nel santo amore vicendevole.

1. NEL SANTO TIMOR DI DIO

Nella casa di Nazareth prima di tutto e soprattutto, ad ogni costo, la volontà del Padre che sta nei cieli. Sia che la Volontà del Padre imponga sacrifici ordinari: il digiuno; la santificazione del sabato con la frequenza alla Sinagoga; il pellegrinaggio annuale per la Pasqua fino a Gerusalemme, cioè 280 chilometri di strada tra l’andata e il ritorno. Sia che la Volontà del Padre imponga sacrifici straordinari: il censimento in Betlemme, la fuga, l’esilio. Gesù stesso, a Giuseppe e a Maria che gli muovevano rimprovero d’esser rimasto senza dir nulla a Gerusalemme, mentr’essi erano già partiti, rispose: « Non dimenticate che bisogna far sempre ciò che desidera il Padre ». E per conoscere la Volontà del Padre, Maria e Giuseppe facevano tesoro di ogni circostanza, raccoglievano ogni parola che Gesù dicesse e le meditavano in cuor loro, lungamente.

E per aver la forza di eseguirla pienamente e fedelmente, ogni giorno c’era la preghiera. Non sempre la sega strideva e il martello batteva nel laboratorio di Giuseppe: ad una certa ora cominciava il riposo serale, si chiudevano le finestre e la porta, e tutti e tre si raccoglievano a rinnovare le forze del corpo con lo stesso pane, e sollevare le forze dello spirito con la stessa preghiera. Nella stagione migliore, secondo il costume dei Giudei, salivano sul tetto a terrazza della loro casa, e pregavano insieme a Gesù! Se parla suo Figlio, come Dio potrà non ascoltare?… Ora osserviamo se nella famiglia moderna, prima di tutto e soprattutto, ad ogni costo, si teme il Signore e si fa la sua volontà. In quante famiglie, invece che la legge di Dio, domina la legge della carne e della passione impura. Così l’atmosfera della famiglia è perennemente inquinata dal fetore del peccato, ed in quell’aria ammorbata da satana forse ci si illude che gli scarsi figli crescano pii ed ubbidienti… Il punto fondamentale è qui: tutto il resto, verrà di conseguenza. Verrà di conseguenza anche la fedeltà alle leggi della Chiesa, la santificazione della domenica con la S. Messa e la Dottrina e il riposo festivo. La Madonna e S. Giuseppe raccoglievano e meditavano ogni parola di Gesù: e Gesù parla ancora ai genitori con la bocca del parroco e dei sacerdoti. Se la predica non è ascoltata seriamente, non è meditata lungamente, non è meraviglia che la volontà di Dio sia misconosciuta nelle famiglie moderne. Infine occorre la quotidiana preghiera, non la preghiera dei singoli, ma quella di tutta la famiglia raccolta assieme: il Rosario. Uniti non appena per il boccone ma anche per l’orazione. S’eleverà allora. da ogni casa la gloria di Dio Padre. Pater noster! Padre di quelli che hanno dato la vita, Padre di quelli che l’hanno ricevuta; Padre la cui gloria riluce sulla fronte dei genitori. Padre la cui immagine è impressa nell’anima dei figli. Padre di tutti noi, figli adottivi e Padre del suo Unigenito Gesù che in quel momento prega con noi.

2. NEL SANTO AMORE VICENDEVOLE

Amore non significa cercare il proprio bene ed il proprio piacere; ma donare se stessi per il vero bene per la gioia degli altri. Nella casa di Nazareth ciascuna persona vive per le altre dimentica di sé. Infatti, S. Giuseppe lavora per mantenere Gesù e Maria: si affanna e soffre per custodire salvo il Figlio di Dio e la verginità di sua Madre. Quando il suo compito è finito, non aspetta quaggiù ricambio e ricompensa, ma chiude gli occhi nel sonno della morte. – Maria non vive che per Gesù e per lo sposo castissimo. I suoi pensieri, i suoi atti, il suo lavoro, la sua giornata è per loro. Che nulla a loro manchi; che trovino la casa pulita, riposante, ristoratrice… Gesù par che dimentichi d’essere il Creatore e si fa suddito delle sue creature: attento ai loro cenni, premuroso in ogni cosa, attento a prevenire i loro desideri. Nella famiglia moderna, nella nostra famiglia vi è davvero questo dono generoso di sé per il bene e la gioia degli altri? Purtroppo, capita che il padre comincia ad essere il despota egoista che vuol essere servito, e vuol godere. Se lavora, una larga parte del guadagno è prelevata per i suoi divertimenti e per i suoi capricci. Capita che la madre, per protesta, si rivendichi la sua parte di libertà, la sua parte di godimento. Di qui i contrasti, la discordia; non due cuori si fondono, ma due egoismi vengono a conflitto. E così i figli sono allevati, non già rispettando in loro i diritti di Dio che ha posto col Battesimo in loro il suo sigillo, ma per la vana soddisfazione dei genitori. Da piccoli accarezzati, viziati, considerati come idoletti, da giovani divengono ribelli, insofferenti, crudeli. – Le persone della famiglia di Nazareth amavano la loro casa. Gesù trent’anni su trentatré volle rimanere nella sua casa. Dove c’è vicendevole e santo amore è bello restare. Invece al tempo nostro molte case sono come un albergo. Non ci si ritrova che per mangiare e per dormire, manca l’amore. – C’è una leggenda assai gentile che merita d’essere ricordata nel giorno della Sacra Famiglia. Stava, una sera afosa, la Vergine Maria, seduta alla porta con il Bambino addormentato sulle ginocchia. Passò un coro di giovani allegri che andavano a divertirsi: e il Bambino dormendo non li udì. Passò un corteo di nozze con fiaccole e gridi festosi: e il Bambino dormendo non li udì. La Vergine Maria pensava in quel momento alla parola che Simeone, il vecchio del tempio, le aveva detto; a quella spada pensava che le avrebbe trapassato il cuore. Intanto una lacrima le tremò sospesa un poco tra le ciglia, e poi le scivolò giù per la guancia. Il Bambino sobbalzò nel sonno, e aprì gli occhi. « Che hai, piccino! » le disse curvandosi maternamente: « Mamma! ho udito un tonfo come di qualche cosa che mi cadesse in cuore ». Tra i tumulti del mondo, le lagrime silenziose delle madri di famiglia, dei padri di famiglia, ancora fanno sobbalzare il cuore del figlio di Dio.

IL CREDO

Offertorium

Orémus
S. Luc II:22
Tulérunt Jesum paréntes ejus in Jerúsalem, ut sísterent eum Dómino.

[I suoi parenti condussero Gesú a Gerusalemme per presentarlo al Signore.]

Secreta

Placatiónis hostiam offérimus tibi, Dómine, supplíciter ut, per intercessiónem Deíparæ Vírginis cum beáto Joseph, famílias nostras in pace et grátia tua fírmiter constítuas.

[Ti offriamo, o Signore, l’ostia di propiziazione, umilmente supplicandoti che, per intercessione della Vergine Madre di Dio e del beato Giuseppe, Tu mantenga nella pace e nella tua grazia le nostre famiglie.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

S. Luc. II: 51
Descéndit Jesus cum eis, et venit Názareth, et erat súbditus illis.

[E Gesú se ne andò con loro, e tornò a Nazareth, ed era loro sottomesso.]

Postcommunio

Orémus.
Quos cœléstibus réficis sacraméntis, fac, Dómine Jesu, sanctæ Famíliæ tuæ exémpla júgiter imitári: ut in hora mortis nostræ, occurrénte gloriósa Vírgine Matre tua cum beáto Joseph; per te in ætérna tabernácula récipi mereámur:

[]O Signore Gesú, concedici che, ristorati dai tuoi Sacramenti, seguiamo sempre gli esempii della tua santa Famiglia, affinché nel momento della nostra morte meritiamo, con l’aiuto della gloriosa Vergine tua Madre e del beato Giuseppe, di essere accolti nei tuoi eterni tabernacoli.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA