LA VITA INTERIORE (20)

LA VITA INTERIORE E LE SUE SORGENTI (20)

  • Sac. Dott. GIOVANNI BATTISTA CALVI

Sac. Dott. GIOVANNI BATTISTA CALVI

con prefazione di Mons. Alfredo Cavagna Assistente Ecclesiastico Centr. G. F. di A. C.

Ristampa della 4° edizione – Riveduta.

LUCE DIFFUSA

L’AMORE PER DIO

L’AMORE PURO.

Dio è per noi il Padre più affettuoso. Tanto ci ha amato, e ci ama, che non esitò a permettere, e volere, il sacrificio del suo unico Figliuolo. Ci ha colmato di benefizi che non è possibile numerare. Ci ha perseguitato, e ci perseguita, col suo amore. Per noi ha creato il premio eterno e ci vuole salvi nell’eternità felice, in unione con lui. Dovremmo volere e sapere amarlo tanto non da riuscire a ricompensarlo, ché sarebbe impossibile, ma in modo da potergli dire: eccomi, o Signore, sono tutto tuo, e ti voglio amare ad ogni costo, per sempre, interamente e unicamente. Tu sei l’unico Amore, la sola Realtà. Poiché l’amor puro è l’amore di Dio interamente staccato è liberato dall’amor proprio, dovremmo sentirci tanto generosi da ripetere l’atto di amore puro espresso da santa Teresa: « Se io vi amo, o Signore, non è punto per il Cielo che mi avete promesso; se io temo di offendervi, non è neppure per l’inferno che avete minacciato: ciò che mi attrae verso di Voi, o mio Dio, siete Voi, Voi solo: è di vedervi inchiodato sulla croce col corpo straziato, nelle angosce della morte. E il vostro amore si è fatto così padrone del mio cuore che se anche non vi fosse il Cielo, io vi amerei ugualmente; quando anche non vi fosse l’inferno, io avrei timore di Voi. Nessun vostro dono può provocare il mio amore: perché anche non sperando ciò che spero, io vi amerei ugualmente come vi amo » (Storia di santa Teresa dei Bollandisti. Tomo II, cap. 31). Con questa espressione di amore non v’è in atto, nessun sentimento di speranza, né un desiderio di ricambio o di ricompensa; perciò così si ama Dio soltanto per il bene di lui stesso e non per il nostro. Se non che, questo è solo possibile, momentaneamente, cioè come atto transitorio. L’amore, cioè la carità, non può esistere nella nostra volontà se non come conseguenza della speranza. Non solo, dunque, noi dobbiamo cercare di amare Dio per sé, per le sue perfezioni, ma anche perché è il mostro vero bene; perché a Lui dobbiamo tendere continuamente, e in Lui dobbiamo vivere. Cioè: per la nostra unione con Lui!

ATTRAZIONE E SACRIFICIO GENEROSO DEL CUORE.

Trovo, in un libro (G. MAINETTI, Una educatrice nella luce di S. Giovanni Bosco. Torino – L.I.C.E.) molto interessante, riflessi di un’anima ardente di amore pel suo Dio, fino all’immolazione. Narra l’autrice: « È un mattino ardente di sole nel cielo puro e su la terra lussureggiante di vegetazione: 5 agosto: primo anniversario della vestizione religiosa di Madre Maria Mazzarello (ora Venerabile) e delle sue prime compagne. – 5 Agosto 1873. – Nelle mani del Fondatore S. Giovanni Bosco, la giovine discendente dei Conti Bellegarde de Saint Lary, depone il suo passato di speranze, di umiliazioni, di lotte, di patimenti, e anche di aspirazioni che non hanno più ragione di essere, nel suo cuore, per incominciare una nuova vita; fu una tappa, una sosta: ora bisogna riprendere il cammino scabro ancora, ma illuminato da un’altra luce, da un’altra speranza… Depone gli ornamenti del mondo, per rivestire quelli della vergine sposa di Dio. Suor Emilia Mosca è novizia. – Un anno dopo: 14 giugno 1874. – Fuori biondeggiano le spighe; luccicano i pampini sotto il bel sole che ricerca i grappoletti ancor verdi sui tralci; dentro la cappellina ornata a festa della bianca solitaria casa, otto giovani novizie pronunciano i sacri voti di povertà, castità, obbedienza: voti temporanei avanti alla Chiesa; perpetui nel sentimento, nel desiderio, nella volontà delle otto giovani suore. Li riceve don Bosco, il Fondatore santo. Poi la voce di lui si leva dolce e solenne nel trepido silenzio, a commentare il detto del divino Maestro: Nessuno che, dopo aver messo mano all’aratro, volga lo sguardo indietro, è atto per il Regno di Dio (Luca, IX, 62). – Una protesta si dipinge sui visi ombrati dal sacro velo; una protesta di fedeltà, per sempre). Per ogni anima, la vera letizia che non ha confine è questa: sentirsi figlia e sposa dell’Amore Divino!

LE STIGMATE DELL’AMORE.

La prova dell’amore è nel dolore serenamente accettato dalle mani di Dio: è nel compimento della sua santa volontà, qualunque essa sia, con tutte le nostre forze. Il dolore suol essere, sempre, la vera tempera dell’amore. L’amore per Gesù ha sostenuto i martiri e le vergini nel duro cimento. Parlo di Agnese, di Cecilia, di Sebastiano… L’amore per Gesù attrasse i giovani cuori a seguirlo generosamente nell’abbracciare la croce, e nel rinnegarsi; l’amore di Gesù fu luce e conforto inenarrabile, insuperabile alle anime desiderose di rivivere le sofferenze e la passione del maestro Divino. – Nella Messa di san Francesco d’Assisi v’è una sequenza molto bella che desidero qui ricordare (Cfr. il Messale Francescano; e OLGIATI, La pietà cristiana. Milano, 1935.): «La sequenza canta Francesco che, ritiratosi nella caverna di un monte, prega, proteso a terra, sino a che la serenità non sia concessa alla sua anima. Con la mortificazione egli riduce in tal modo il suo corpo, da non essere più se non l’ombra di sé; il suo cibo è la Scrittura; le cose della terra egli respinge con disdegno. Mentre in una profonda e silenziosa tristezza medita i misteri della Passione, un personaggio celeste, che porta i segni di Gesù Crocifisso, glieli imprime nella carne. Il suo corpo è piagato dalle sante stigmate; egli è ferito alle mani ed ai piedi e, trafitto nel lato destro, è tutto coperto di sangue». Ed ecco la mirabile dichiarazione: Non impressit hos natura, Non tortura mallei. Queste stigmate non gli furono fatte dalla natura; i chiodi non vi furono conficcati dal martello. Tutto è opera dell’amore… Dell’amore di Francesco per l’unico, vero, intero, perfetto Amore, per Gesù! – Ricordiamo ancora. Nel maggio 1920, Benedetto XV canonizzò undici suore Orsoline martiri della Rivoluzione Francese. Le vergini spose di Gesù, andarono al patibolo colla più grande gioia dello spirito per l’incontro, tanto bramato, dello sposo celeste. « Il Commissario della Rivoluzione le aveva condannate alla morte. Intorno al loro piccolo Crocifisso, avevano per tutta la notte implorato da Gesù la forza e la grazia per sostenere il martirio. Nelle loro anime la preghiera aveva portato la fortezza. E la più schietta e serena letizia splendeva sui loro volti. AI mattino furono condotte le sante vergini dinanzi ai loro carnefici, per venir trasportate al patibolo. Era costume che i condannati a morte dovessero essere spogliati di tutto: solo una tunica era ad essi lasciata. Ed i carnefici strapparono alle suore le sacre vesti, indossate nella primavera della vita, quando l’anima giovanile brilla d’amore verginale. Come vittime innocenti, esse non si opposero; ma tra le mani tenevano quasi un tesoro prezioso: la loro corona del santo Rosario. « Lasciateci la nostra corona », risposero ai carnefici che volevano strappare loro anche questo caro segno della loro pietà. « A che vi servirà un Rosario sopra il patibolo? », osservarono i carnefici. Anche il giudice rise; e diede ordine che venissero loro legate le mani e che i Rosari fossero posti sopra il loro capo, a formarne una corona. Le sante vergini ne furono contente… Andarono al martirio, collo stesso entusiasmo col quale, un giorno, dopo il noviziato, avevano offerto al Signore i loro voti solenni. Quando raggiunsero la ghigliottina, vollero baciare le mani dei carnefici, salutarono come trionfatrici la folla che assisteva commossa. Poste in fila onde ascendessero con ordine i gradini insanguinati del patibolo, era tanto il desiderio del martirio, che il boia dovette usare la sua forza, perché tutte volevano essere le prime a morire per Gesù, E mentre le anime delle sante eroine volavano in cielo a ricevere il premio della loro virtù, cadevano le loro teste, incoronate dal bell’emblema della Vergine del Rosario » (Cfr. OLGIATI, o. c., pag. 382-3). « NON VIVITUR IN AMORE NISI PER DOLOREM… » Sia benvenuto sempre il dolore: è la vera strada dell’amore. Solo così potremo ripetere con salda convinzione e totale aderenza l’espressione paolina: sovrabbondo di gioia nelle mie tribolazioni. Queste conducono all’Amore di Dio; l’amore di Dio ci porta all’unione con Dio!

L’abbandono, cioè l’amorosa sottomissione ai voleri di Dio, è condizione essenziale del vero progresso nell’Unione con Dio.

C. MARMION

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 13

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (13)

GIOVANNI G. OLIER

Mediolani 27-11 – 1935 – Nihil obstat quominus imprimetur. Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR: In Curia Arch.Mediolani die 27 – II – 1935 , F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO VIII.

Della mortificazione

V.

Pratica della mortificazione

Esame, — Proponimenti: 1. rinunciare alla nostra vita propria, — imitando Gesù Cristo. — Vita di Dio in noi. — 2, lasciare piena libertà all’azione di Dio. — La mortificazione è la condizione della presenza di Dio in noi.

Dopo aver considerato i motivi che ci obbligano a praticare la mortificazione, ed essercene ben convinti, dobbiamo esaminare, con sentimento di confusione davanti a Dio, quanti anni abbiamo passati in una vita immortificata. Allora noi si viveva in noi stessi e secondo il nostro amor proprio, dolendoci per qualsiasi cosa che ci contrariava, né potendo soffrire cosa che fosse opposta alle nostre inclinazioni e ai nostri desideri naturali. Una tale condotta è in opposizione con esempio di Gesù Cristo nostro modello; Gesù non ha mai seguito le inclinazioni umane né i desideri naturali. Cristo non ha mai cercato di piacere a se stesso; Christus non sibi placuit (Rom. XV, 3). Quante volte ci siamo dati all’impazienza? Quanti desiderii di amor proprio abbiamo assecondati? Insomma, per quanti anni abbiamo vissuto non da Cristiani, ma da pagani, mentre l’unico principio della nostra condotta era la nostra soddisfazione e la nostra carne, né ci curavamo dello Spirito Santo che interiormente ci manifestava il nostro dovere e vi ci portava con efficace amore?

***

In seguito a questo esame, dobbiamo risolverci a fare due cose. La prima sarà di studiarci, per mezzo della meditazione, di rinunciare a noi stessi e a questa vita propria che è vita di condanna; di far quanto possiamo per resistere a quei desideri della carne che ad ogni momento nascono in noi, e per sopprimere i movimenti sregolati e disordinati della natura, la quale non è un principio di vita cristiana.

La vita cristiana proviene in noi dallo Spirito vivificante che Dio ci dà nel battesimo, nel quale  siamo fatti figliuoli di Dio, animati dalla sua medesima Vita, riempiti di una medesima sostanza, per cui dobbiamo, in tutto,  essere mossi e diretti da Lui. – Gesù Cristo sia in ciò il nostro modello: Egli, infatti, si lasciava perfettamente go.vernare dallo Spirito di Dio suo Padre; orbene, noi pure abbiamo il medesimo Spirito. Gesù Cristo non operava mai che secondo la luce del Padre suo: così noi non dobbiamo operare che secondo la fede, la quale è un’ammirabile partecipazione della medesima luce divina (1 Piet. II, 9). Gesù Cristo non operava mai che dietro la mozione dello Spirito divino; così noi dobbiamo nei nostri atti essere sempre mossi dalla carità che Egli infonde in noi perché sia il principio delle opere nostre. Gesù Cristo non operava che nella virtù dello Spirito divino, così non dobbiamo operare che nella forza di quel medesimo Spirito che abbiamo ricevuto nel battesimo e che ci venne comunicato in pienezza nella Confermazione. Questa vita cristiana, che procede dalle Spirito e dallo Spirito è animata, è la vita di cui Dio vive in se stesso e di cui vivono i Santi nel Cielo. Dio si compiace di comunicarci la sua vita nascosta (Vita vestra est abscondita cum Christo in Deo. Colos., II, 3); l’ha rinchiusa in noi in queste mondo, e la manifesterà nel giorno dell’eternità in cui farà vedere chiaramente quale era la perfezione, la santità, la sapienza, la carità e la forza con cui Egli operava in noi. E sarà questo uno degli oggetti della beatitudine dei Santi, nei quali Dio esporrà la bellezza e la ricchezza della sua vita (Col. III, 3). – Al contrario, uno dei più grandi e più sensibili tormenti dei reprobi sarà la maledizione delle opere della carne che essi vorrebbero tutte abolite e distrutte, per non portarne più la pena. Dio, tuttavia, ne darà continua visione a quei disgraziati, che vedranno con ispavento tutti gli effetti che la corruzione della carne avrà operati in essi in questa vita. – Per i miserabili dannati sarà spaventevole la visione degli orribili effetti delle opere della carne; in quel modo che per i beati sarà oltremodo deliziosa la vista delle opere dello Spirito. I Santi, infatti, saranno rapiti di gioia nel vedere la bellezza che sarà il frutto delle loro opere ela santità sureminente con la quale la Maestà di Dio avrà esercitata la sua azione nelle loro anime. – La seconda cosa cui dobbiamo risolverci è una immediata conseguenza della prima; e sarà di lasciare che Dio operi in noi e ci animi del suo Spirito in tutte le nostre opere, poiché Egli vuole essere in noi il principio di qualsiasi atto. O benedizione! O gioia! O inconcepibile felicità! che Dio voglia così vivere nella carne e animarla, perché essa compia opere degne dell’eternità, nelle quali Egli senza fine troverà la sua gloria.

***

Questi sono i due esercizi coi quali dobbiamo dar principio in noi alla vita interiore e divina: bisogna metterci con impegno a mortificarci; poi, essendo morti alla carne, procurare di vivere nello Spirito. Senza di ciò non faremo mai nulla; ogni altro esercizio non servirà che a rovinarci. Tutto il resto è come un unguento che inasprisce il nostro male e non lo guarisce, un palliativo e non un rimedio: Tutto è illusione e abuso, se non si lavora sopra questi principi. Bisogna quindi risolverci alla santa mortificazione per la virtù dello Spirito Santo; perché se avremo cura, per la sua divina virtù, di respingere i sentimenti e le suggestioni abominevoli della carne, noi vivremo, come dice S, Paolo, mentre se vivremo secondo l’impulso dei desiderii e delle suggestioni della carne, noi morremo (Rom. VIII, 13). Se saremo fedeli a mortificare la nostra carne nelle sue concupiscenze e nei suoi desideri, Dio si renderà presente in noi; Egli si unirà intimamente con noi; e maggiore sarà la nostra cura di mortificarci e di rinunciare a noi stessi anche nelle minime cose in cui la carne potrebbe ricercare sé medesima, maggiore sarà pure l’amore con cui Dio ci vivificherà e ci animerà. – Per giungere alla contemplazione non v’è via migliore della purificazione di noi medesimi, con la quale eliminiamo da noi tutto ciò che non è Dio, e rendiamo l’anima nostra pulita e pura come uno specchio nel quale quel sole che è Dio si compiace di imprimersi e tenersi presente. In questo consiste la vera vita dei Cristiani, essa è una partecipazione della vita medesima dei beati nella contemplazione della verità di Dio a loro sempre presente dovunque si trovino.

VI.

Considerazioni su l’immortificazione

Ingiuria al Padre. – a Gesù Cristo, – allo Spirito Santo. – Trionfo del demonio. – Disordine nell’uomo. – Confusione per voi; tristezza e rimorso per l’ora della morte. – Avvilimento dell’anima. – Equità della mortificazione.

1° Noi facciamo una speciale ingiuria all’Eterno Padre, quando rifiutiamo di privarci per la sua gloria del godimento d’un miserabile piacere, rimanendo insensibili sia alla considerazione della sua presenza, come all’autorità del uo comando, ed alla minaccia dei suoi castighi, insensibili persino alla promessa. dei torrenti immensi delle sue delizie che saranno il premio della mortificazione.

2° Quale confusione per il Figlio di Dio! Aver sofferto tanto per obbligarci a resistere ai nostri sensi, eppure, né il sentimento di tante grazie e di tanti doni che Egli ci ha meritati, né l’esempio che ci ha dato, né la forza che ci ha acquistata possono nulla sopra di noi! E da parte nostra quale disprezzo della vita, del sangue e della morte di Gesù Cristo!

3° Quale affronto per lo Spirito Santo! Egli risiede in noi per opprimere la carne nelle sue pretese, per stabilire il suo impero sopra l’assoggettamento dei nostri sensi, delle nostre passioni e di noi medesimi; eppure questa divina e augusta Persona, questo Dio vincitore di tutto il mondo, questo augusto Re di tutte le creature, si vede ridotto ad essere schiavo dei nostri sensi, assoggettato ad una passione, vinto dalla carne e troppo spesso rovesciato dal suo trono e scacciato dalla sua dimora!

4°Quale soggetto di superbia per il demonio, mentre esso nella creatura trionfa del Dio vivente, e vede assoggettati sotto i suoi piedi il Cristiano e insieme il suo Dio! Quale vergogna per noi che venga commesso, per mezzo nostro, un sì orribile attentato: un Dio schiavo sotto i piedi del demonio!

5° Quale disordine nell’uomo! Quale sconvolgimento nel suo essere! L’appetito inferiore che dovrebbe essere soggetto allo Spirito, ne è invece il padrone, e la carne è sovrapposta allo spirito; in una parola, il padrone in noi è divenuto lo schiavo. Dio ha tanto fatto per ristabilire per mezzo del suo Figlio l’ordine primitivo della nostra condizione, e noi d’un colpo rovesciamo i suoi meriti, il suo sangue, la sua grazia e tutta l’opera sua, tutti i disegni del Padre, tutte le fatiche del Figlio, tutti gli sforzi e le operazioni dello Spirito Santo.

6° Qual frutto riceviamo da un istante d’immortificazione, se non il rimorso nel cuore, la confusione che ci fa arrossire per la vergogna, ed infine la condanna eterna?

7° Il piacere è Passato, e la pena resta: il piacere è stato di brevissima durata, la soddisfazione è stata leggerissima, ma i disagi dureranno in eterno,

8° Quale tristezza per l’anima all’ora della morte, quando vedrà nel languore senza vita quelle membra con le quali avrebbe potuto acquistare gradi di gloria immortale, e si troverà invece, per colpa della sua immortificazione priva di speranza e priva di merito nelle sue opere!

9° Quale dispetto essa proverà pure in quell’ora contro se stessa, per essersi miseramente perduta in soddisfazioni di cui, sotto la luce di Dio, vedrà l’iniquità  e la viltà, soddisfazioni che non avranno più allora nulla di quelle ingannevoli attrattive, di quelle fallaci illusioni che la seducevano e l’immergevano nel peccato!

10° Quale gioia, al contrario, non sentirà allora l’anima che in questa vita sarà stata fedele e costante nella mortificazione! Quale gioia nel vedere le sue membra allora ormai inutili e senza vita, aspettare di vivere della vita gloriosa di un Dio risorto, il quale, con la sua vita di travagli e di pene, ha conquistato per i suoi membri afflitti e crocifissi con Lui, la pienezza della gioia e della beatitudine che dal Padre suo deve ricevere in essi, per aver sofferto ed essersi mortificato in essi!

11° Qual terrore nel vedersi presentata ad un giudice così esatto, giusto e rigoroso! Dio accoglierà l’anima con gradimento tanto maggiore quanto più essa avrà sofferto in questa vita; la castigherà invece con tanto maggior rigore quanto più essa sarà stata indulgente per sé stessa, quanto più per la propria soddisfazione avrà assecondato le voglie della carne e le suggestioni del demonio.

12° O’ anima cristiana, rifletti perché il tuo Dio ti ha creata e perché nella sua Misericordia ti ha rigenerata! Non già perché  vivesti nell’impurità e nell’immondezza della carne, ma perché t’innalzassi alla santità di Dio medesimo (1 Tess. IV, 7). La volontà di Dio Padre, nel riformarci secondo la sua propria immagine, è di farci santi come Lui (1 Tess. IV, 5). Dio è santo e vuole che i suoi figliuoli siano santi (1 Piet. I, 6). – Il Figlio suo, dice S, Paolo, è risuscitato a questo fine, affinché camminiamo in una vita nuova, vale a dire nella santità. Per questo pure ci ha dato il suo divino Spirito di santità: e per questo dimora in noi onde fare di noi i suoi templi e santificarci in tutto. Il suo disegno è di fare di tutti i Cristiani. nella sua Chiesa, altrettanti angeli, e come spiriti separati dalla carne per la santità (1 Cor. III, 17).

13° O anima! Che cosa fai tu? Che cosa sei divenuta? Dov’è la santità e la perfezione delle tue vie? Tu che eri così bella come la luna, eletta come il sole, immacolata per la grazia del battesimo! (Cant. VI, 9).

14° Che cosa ne è ora di quello splendore di Dio e dove mai sei ridotta? Sei diventata più nera dei carboni (Thren. IV, 8). Eccoti per causa della tua immortificazione e dell’aderenza alla carne, più nera del carbone, più sporca di uno straccio coperto di fango e di marcia: Quasi pannus menstruatæ (Isa. LXIV, 6).

15° Sorgi dal tuo avvilimento e dalla tua confusione: ritorna a Dio tuo Createre, fiduciosa che ti purificherà! Saresti anche più nera di un Etiope, egli ti renderà più bianca della neve. Invoca il Signore, nella sua bontà e nelle sue misericordie che sono maggiori della sua giustizia!

16° Mercè la confessione dei nostri peccati, preveniamo l’ira della sua giustizia: evitiamo le pene col punire noi medesimi, offrendo soddisfazioni per le nostre colpe e castigando la nostra carne per mezzo di quelle medesime cose nelle quali essa ha peccato. La soddisfazione in Gesù Cristo, la penitenza animata e vivificata dal suo spirito, vale tutto per un’anima che si è investita di Lui, che è pienamente animata dall’intenzione di piacere alla giustizia del Padre senza riserva e di fargli ammenda onorevole, mediante un puro sacrificio di amore, di buona e pura volontà!

17° Da ultimo, cosa può esservi mai di più potente contro l’immortificazione che il pensiero che siamo peccatori, e come tali non dobbiamo più ricevere nessuna gioia dalle creature? Queste non debbono più servire che a crocifiggerci e a castigarci, invece di rallegrarci e consolarci; anzi. Come delinquenti, dobbiamo crocifiggerci noi medesimi incessantemente e in tutto; perché la crocifissione è il supplizio che Dio istituito e consacrato per punire il peccato e farne giustizia – La crocifissione, è una pena universale che colpisce e fa soffrire tutta la carne; è la morte totale dei sensi e di tutto noi medesimi, e non solamente un supplizio che colpisca solamente qualche membro e produca la morte mediante qualche pena particolare.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO XII – “SACRA VIRGINITAS”

Un’Enciclica scritta con il cuore e la vera fede cattolica del Santo Padre Pio XII, capolavoro di eloquenza dottrinale e di vera sdapienza cristiana… Ci mancano le parole per definire la bellezza e la gioia che scaturisce dalla lettura di un documento che inquadra la dottrina del diviun Maestro Gesù, così com’è stata illustrata e definita dai Santi Padri, dai teologi e dai Dottori della Chiesa nel corso dei secoli cristiani. Nulla a che vedere con le attuali elucubrazioni dei modernisti luciferini adoratori del baphomet signore dell’universo nei riti demoniaci delle messe nere del Novus Ordo del patriarca degli “Illuminati” Montini, degli adepti della massoneria attualmente insediata nei sacri palazzi e nelle diocesi usurpate dell’orbe un tempi cristiano, che osano definirsi ingannevolmente cattolici, professando dottrine blasfeme ed urticanti come quelle che incitano alle pratiche ed ai “peccati che gridano vendetta agli occhi di Dio”. Questo capolavoro magisteriale da solo smaschera il satanismo insito nelle ideologie moderniste che sdoganano ad esempio l’omosessualità, o le assurde teorie di genere come “amore” tra uomini, cancellando volutamente il termine corretto di “vergognosa passione” e “infimo desiderio della carne”, che fanno rivoltare dallo schifo anche i demoni che le fomentano. Ma non sciupiamo l’animo gioioso con cui ci accingiamo a leggere e godere spiritualmente della Lettera di S. S. Pio XII

«Sacra virginitas»

La consacrata verginità

25 marzo 1954!

AI Venerabili FRATELLI PATRIARCHI,

PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI

E ALTRI ORDINARI IN COMUNIONE

CON LA SEDE APOSTOLICA

INTRODUZIONE: Una candida legione. Elogio paterno.

I. Vera idea della condizione verginale: Per il regno dei cieli; « Spose di Cristo »; seguire l’Agnello; Verginità ed apostolato: spirituale libertà; Superiorità morale; Onore alla Chiesa.

II. Contro alcuni errori: Dominio dei sensi, Operai della Chiesa, Verginità feconda.

III. La verginità è un sacrificio: Virtù difficile. Aiuti divini; Vigilare e pregare; Fuggire le occasioni: Il pudore cristiano; Mezzi soprannaturali; L’esempio di Maria.

IV. Timori e speranze: Dare figli alla Chiesa: Nuovi martiri cristiani.

INTRODUZIONE

La sacra verginità e la castità perfetta consacrata al servizio di Dio sono certamente, per la chiesa, tra i tesori più preziosi che il suo Autore le abbia lasciato, come in eredità. Per questo motivo i santi padri sottolineavano che la verginità perpetua è un bene eccelso di carattere essenzialmente cristiano. Essi osservano a buon diritto che, se i Pagani dell’antichità richiedevano dalle vestali un tale tenore di vita, questo era temporaneo, e quando nell’Antico Testamento si comanda di conservare e praticare la verginità, si trattava soltanto di una condizione preliminare al matrimonio (cf. Es XXII, 16-17; Dt. XXII, 23-29; Eccli. XLII, 9); Sant’Ambrogio aggiunge: «Noi leggiamo che anche nel tempio di Gerusalemme vi erano delle vergini. Ma che cosa dice l’Apostolo? « Tutte queste cose avvenivano in figura (1Cor X, 11) per preannunciare il futuro ». – E, certamente, fin dai tempi apostolici questa virtù cresce e fiorisce nel giardino della chiesa. Quando negli Atti degli Apostoli- (At XXI, 9) si dice che le quattro figlie del diacono Filippo erano vergini, più che la loro giovinezza, si vuole indicare uno stato di vita. Non molto tempo dopo, Sant’Ignazio di Antiochia ricorda nel suo saluto le vergini, che costituivano già, insieme con le vedove, un elemento importante della comunità cristiana di Smirne. Nel II sec. — come attesta s. Giustino — « molti e molte volte, di sessanta e settant’anni, si conservano intatti sin dall’infanzia, per l’insegnamento di Cristo ». Poco alla volta si accrebbe il numero di uomini e donne che avevano consacrato a Dio la loro castità; e nello stesso tempo il loro compito nella Chiesa acquistò importanza maggiore, come più diffusamente abbiamo esposto nella Nostra Costituzione apostolica Sponsa Christi. – Inoltre i santi padri — come Cipriano, Atanasio, Ambrogio, Giovanni Crisostomo, Girolamo e Agostino e non pochi altri — nei loro scritti celebrarono la verginità con altissimi elogi. Questa dottrina dei Santi Padri, arricchita nel corso dei secoli dai Dottori della Chiesa e dai Maestri dell’ascetica cristiana, influisce certo molto tra i Cristiani d’ambo i sessi nel suscitare e confermare il proposito di consacrarsi a Dio con la perfetta castità e di perseverare in essa fino alla morte. – Il numero dei fedeli così consacrati a Dio, dall’origine della Chiesa fino ai nostri giorni, è incalcolabile: gli uni hanno servato intatta la loro verginità, gli altri hanno votato al Signore la loro vedovanza dopo la morte del consorte; altri, infine hanno scelto una vita casta dopo aver fatto penitenza dei loro peccati; ma tutti hanno questo di comune tra loro: che si sono impegnati ad astenersi per sempre, per amore di Dio, dai piaceri della carne. Ciò che i Santi Padri hanno proclamato circa la gloria e il merito della verginità, sia a tutte queste anime sacrate di invito, di sostegno e di forza a perseverare fermamente nel sacrificio e a non sottrarre e prendere per sé una parte anche minima dell’olocausto offerto sull’altare di Dio. – La castità perfetta è la materia di uno dei tre voti che costituiscono lo stato religioso ed è richiesta nei chierici della Chiesa ordinati negli ordini maggiori e nei membri degli istituti secolari (Cost. Apost. Provida Mater, art. III, § 2, 1947), ma è praticata pure da numerosi laici, uomini e donne che, pur vivendo al di fuori dello stato pubblico di perfezione, rinunziano completamente, di proposito o per voto privato, al matrimonio e ai piaceri della carne per poter servire più liberamente il loro prossimo e unirsi a Dio più facilmente e intimamente. – A tutti i dilettissimi figli e figlie, che in qualsiasi modo hanno consacrato a Dio il loro corpo e la loro anima. rivolgiamo il nostro cuore paterno e li esortiamo vivamente a confermarsi nel loro santo proposito e a restarvi diligentemente fedeli. Vi sono, però, oggi alcuni che, allontanandosi in questa materia dal retto sentiero, esaltano tanto il matrimonio da anteporlo alla verginità; essi disprezzano la castità consacrata a Dio e il celibato ecclesiastico. Per questo crediamo dovere del nostro Apostolico Ufficio proclamare e difendere. al presente in modo speciale, l’eccellenza del dono della verginità, per difendere questa verità cattolica contro tali errori.

I.
VERA IDEA DELLA CONDIZIONE VERGINALE

Anzitutto vogliamo osservare che la parte essenziale del suo insegnamento circa la verginità, la Chiesa l’ha ricevuta dalle labbra stesse dello Sposo divino.  Quando infatti i discepoli si mostrarono colpiti dai gravissimi obblighi e fastidi del matrimonio che il Maestro aveva loro esposto, gli dissero: « Se tale è la condizione dell’uomo verso la moglie, non conviene sposarsi» (Mt XIX,10). Gesù Cristo rispose che non tutti capiscono questa parola, ma solo coloro ai quali è concesso; alcuni infatti sono impossibilitati al matrimonio per difetto di natura, altri per la violenza e la malizia degli uomini, altri invece si astengono da esso spontaneamente e di propria volontà « per il regno dei cieli »; e concluse: « Chi può comprendere, comprenda » (Mt XIX, 11-12).- Il Maestro divino allude non agli impedimenti fisici per il matrimonio ma al proposito della libera volontà di astenersi per sempre dalle nozze e dai piaceri del corpo. Facendo il paragone tra coloro che spontaneamente rinunciano ai piaceri del corpo e quelli che sono costretti a rinunciarvi dalla natura o dalla violenza umana, non c’insegna forse il divin Redentore che la castità deve essere perpetua, affinché sia realmente perfetta? – I Santi Padri, inoltre, e i Dottori della Chiesa hanno insegnato apertamente che la verginità non è una virtù cristiana se non la si abbraccia «per il regno dei cieli» (Mt 19,12), cioè per poter attendere più facilmente alle cose celesti, per conseguire più sicuramente l’eterna salvezza, per poter condurre infine più speditamente, con diligente operosità, anche gli altri al regno dei cieli.  Non possono, quindi, arrogarsi il merito della verginità quei cristiani e quelle cristiane che si astengono dal matrimonio o per egoismo o per sfuggirne gli oneri, come avverte sant’Agostino, o anche per ostentare con superbia farisaica l’integrità dei loro corpi: il concilio di Gangra (Asia Minore) condanna chi si astiene dal matrimonio come da uno stato abominevole, e non per la bellezza e la santità della verginità.  L’Apostolo delle genti, ispirato dallo Spirito Santo, ammonisce: «Chi non è sposato, è sollecito delle cose di Dio, del modo di piacere a lui… E la donna non sposata e vergine pensa alle cose di Dio per essere santa di corpo e di spirito» (1Cor VII, 32.34). Ecco lo scopo principale, la prima ragione della verginità cristiana: aspirare unicamente alle cose divine e dirigervi la mente e lo spirito; voler piacere a Dio in tutto; pensare a lui intensamente, e consacrargli totalmente corpo e spirito. – I Santi Padri hanno sempre interpretato in questa maniera la parola di Cristo e la dottrina dell’apostolo delle genti: fin dai primi tempi della chiesa si stimava verginità la consacrazione fatta a Dio del corpo e dell’anima. San Cipriano richiede dalle vergini «che, per essersi consacrate a Dio, si astengano da ogni piacere carnale, consacrino a Dio il corpo e l’anima … e non siano sollecite di abbigliarsi o di piacere ad alcuno, tranne che al loro Signore». Il Vescovo di Ippona precisa: «La verginità non è onorata perché tale, ma perché consacrata a Dio … e noi non lodiamo le vergini perché tali, ma perché sono vergini consacrate a Dio con devota continenza». 13 I prìncipi dei teologi, san Tommaso d’Aquino e san Bonaventura si richiamano all’autorità di sant’Agostino per insegnare che la verginità non ha la fermezza della virtù, se non si fonda sul voto di conservarla sempre illibata. Difatti la dottrina di Cristo intorno all’astinenza perpetua del matrimonio viene praticata nel modo più ampio e perfetto da coloro che si obbligano con voto perpetuo alla sua osservanza: né si può giustamente affermare che sia migliore e più perfetto il proposito di coloro che intendono riservarsi la possibilità di liberarsi dall’impegno.  – I Santi Padri hanno considerato questo vincolo di castità perfetta come una specie di matrimonio spirituale fra l’anima e Cristo; alcuni di essi, anzi, sono giunti fino a paragonare con l’adulterio la violazione del voto fatto. 16 Perciò sant’Atanasio scrive che la chiesa cattolica è solita chiamare le vergini: spose di Cristo. 17 E sant’Ambrogio, scrivendo concisamente della vergine esclama: «La vergine è sposa di Dio». Gli scritti del dottore di Milano attestano, già al VI secolo, la grande somiglianza tra il rito della consacrazione delle vergini e quello della benedizione nuziale, ancora in uso oggi. – Perciò i santi padri esortano le vergini ad amare il loro Sposo divino più di quanto amerebbero il proprio marito e a conformare sempre i loro pensieri e le loro azioni alla sua volontà. « Amate di tutto cuore il più bello dei figli degli uomini – scrive loro sant’Agostino – voi ne avete tutta la facoltà: il vostro cuore è libero dai legami del matrimonio… Dal momento che avreste dovuto portare un grande amore ai vostri sposi, quanto più dovete amare Colui per amore del quale voi avete rinunziato agli sposi? Sia fisso nel vostro cuore Colui che per voi è stato infisso sulla croce ». Tali sono, d’altra parte, i sentimenti e le risoluzioni che la chiesa stessa richiede dalle vergini il giorno della loro consacrazione, quando le invita a pronunciare le parole rituali: «Ho disprezzato il regno del mondo e tutto il fasto del secolo per amore di nostro Signore Gesù Cristo, che ho conosciuto, che ho amato, e nel quale ho amorosamente creduto». È quindi solo l’amore di lui che spinge con dolcezza la vergine a consacrare interamente il suo corpo e la sua anima al divin Redentore, secondo le bellissime espressioni che san Metodio d’Olimpo fa dire a una di esse: « O Cristo, tu sei tutto per me. Io mi conservo pura per te e, portando una lampada splendente, vengo incontro a te, o Sposo mio». Sì, è l’amore di Cristo che spinge la vergine a ritirarsi, e per sempre, dentro le mura del monastero per contemplarvi e amare con maggiore speditezza e facilità il suo Sposo celeste, e la stimola potentemente a impegnarsi con tutte le forze fino alla morte nelle opere di misericordia in favore del prossimo.  – Riguardo poi agli uomini «che non si sono contaminati con donne, poiché sono vergini» (Ap XIV 4) l’apostolo san Giovanni afferma che essi seguono l’Agnello dovunque egli vada. Meditiamo l’esortazione che fa loro sant’Agostino: « Seguite l’Agnello, perché la carne dell’Agnello è anch’essa vergine… voi avete ben ragione di seguirlo, con la verginità del cuore e della carne, dovunque vada. Che cos’è infatti seguire se non imitare? perché Cristo ha sofferto per noi, lasciandoci un esempio, come dice san Pietro apostolo, “affinché seguiamo le sue orme” (1Pt II,21) ».Tutti questi discepoli infatti e tutte queste spose di Cristo hanno abbracciato lo stato di verginità, come dice san Bonaventura, per la conformità allo Sposo Cristo, al quale esso rende conformi i vergini». La loro ardente carità verso Cristo non poteva contentarsi di semplici vincoli di affetto con lui: essa aveva assoluto bisogno di manifestarsi con l’imitazione delle sue virtù e, in modo speciale, con la conformità alla sua vita tutta consacrata al bene e alla salvezza del genere umano. Se i sacerdoti, se i religiosi e le religiose, se tutti quelli che in un modo o nell’altro hanno consacrato la vita al servizio di Dio, osservano la castità perfetta, questo è in definitiva perché il loro divino Maestro è rimasto egli stesso vergine fino alla morte. «È proprio il Figlio unico di Dio – esclama san Fulgenzio – e Figlio unico della Vergine, l’unico Sposo di tutte le sacre vergini, frutto, ornamento e ricompensa della santa verginità, che lo ha dato alla luce e spiritualmente lo sposa e dal quale è resa feconda senza lesione dell’integrità, ornata per rimanere sempre bella, incoronata per regnare gloriosa nell’eternità». Qui crediamo opportuno, venerabili fratelli, spiegare più diffusamente e con maggiore accuratezza per quali ragioni l’amore di Cristo spinga le anime generosamente a rinunciare al matrimonio e quali legami segreti esistano fra la verginità e la perfezione della carità cristiana. L’insegnamento di Cristo, ricordato più sopra, faceva già capire che la perfetta rinunzia al matrimonio libera gli uomini da oneri pesanti e da gravi doveri. Ispirato dallo Spirito di Dio, l’apostolo dei gentili ne dà la ragione in questi termini: «Io vorrei che voi foste senza inquietudini… Chi invece è sposato, si preoccupa delle cose del mondo, del modo di piacere alla moglie ed è diviso» (1Cor 7,32-33). Si deve tuttavia notare che l’apostolo non biasima gli uomini perché si preoccupano delle loro consorti, né le spose perché cercano di piacere al marito; ma afferma piuttosto che il loro cuore è diviso tra l’amore del coniuge e l’amore di Dio e che sono troppo oppressi dalle preoccupazioni e dagli obblighi della vita coniugale, per potersi dare facilmente alla meditazione delle cose divine. Poiché s’impone loro la legge chiara e imperiosa del matrimonio: «saranno due in una carne sola» (Gn 2,24; cf. Mt 19,5). Gli sposi infatti sono legati l’uno all’altro negli avvenimenti tristi e in quelli lieti (cf. 1Cor VII,39). Si comprende quindi facilmente perché le persone, che desiderano consacrarsi al servizio di Dio, abbraccino lo stato di verginità come una liberazione, per potere cioè servire più perfettamente Dio e dedicarsi con tutte le forze al bene del prossimo. Per citare infatti alcuni esempi, come avrebbero potuto affrontare tanti disagi e fatiche quell’ammirabile predicatore dell’evangelo che fu san Francesco Saverio, quel misericordioso padre dei poveri che fu san Vincenzo de’ Paoli, un san Giovanni Bosco, insigne educatore dei giovani, una santa Francesca Saverio Cabrini, instancabile «madre degli emigranti», se avessero dovuto pensare alle necessità materiali e spirituali del proprio coniuge e dei propri figli? Vi è però un’altra ragione per la quale le anime che ardentemente desiderano consacrarsi al servizio di Dio e alla salvezza del prossimo, scelgono lo stato di verginità. Essa è addotta dai santi padri, quando trattano dei vantaggi di una completa rinunzia ai piaceri della carne allo scopo di gustar meglio le elevazioni della vita spirituale. Senza dubbio – come essi hanno chiaramente notato – tali piaceri, legittimi nel matrimonio, non sono per sé da condannarsi; anzi il casto uso del matrimonio è nobilitato e santificato da un sacramento speciale. Tuttavia, bisogna egualmente riconoscere che in seguito alla caduta di Adamo le facoltà inferiori della natura resistono alla retta ragione e talora spingono l’uomo ad agire contro i suoi dettami. Secondo l’espressione del dottore angelico, l’uso del matrimonio «trattiene l’animo dal darsi interamente al servizio di Dio». Proprio perché i sacri ministri possano godere di questa spirituale libertà di corpo e di anima e per evitare che si immischino in affari terreni, la chiesa latina esige da essi che si assumano volontariamente l’obbligo della castità perfetta. «Se poi una tale legge – come affermava il Nostro predecessore d’immortale memoria Pio XI – non vincola nella stessa misura i ministri della chiesa orientale, anche presso di essi il celibato ecclesiastico è in onore, e in certi casi – soprattutto quando si tratta dei gradi più alti della gerarchia – è necessariamente richiesto e imposto».  I ministri sacri, però, non rinunciano al matrimonio unicamente perché si dedicano all’apostolato, ma anche perché servono all’altare. Se i sacerdoti dell’Antico Testamento già dovevano astenersi dall’uso del matrimonio mentre servivano nel tempio per non contrarre un’impurità legale, come gli altri uomini (cf. Lv XV, 16-17; XXII, 4; 1Sam XXI, 5-7), quanto maggiore non è la necessità della perpetua castità per i ministri di Gesù Cristo, i quali offrono ogni giorno il sacrificio eucaristico? Riguardo a questa perfetta continenza dei sacerdoti ecco quanto dice in forma interrogativa san Pier Damiani: «Se il nostro Redentore ha amato tanto il fiore del pudore intatto che non solo volle nascere dal seno di una Vergine, ma volle essere affidato anche alle cure di un custode vergine, ciò quando, ancora fanciullo, vagiva nella culla, a chi, dunque, ditemi, vuole egli confidare il suo corpo, ora che egli regna, immenso, nei cieli?». Per questo motivo soprattutto, secondo l’insegnamento della chiesa, la santa verginità supera in eccellenza il matrimonio. Già il divin Redentore ne aveva fatto un consiglio di vita più perfetta ai discepoli (cf. Mt XIX,10-11). E l’apostolo san Paolo, dopo aver detto di un padre che dà a marito la sua figlia «egli fa bene», aggiunge subito: «Chi però non la dà a marito, fa meglio ancora» (1Cor VII,38). Nel corso del suo paragone tra il matrimonio e la verginità, l’apostolo più di una volta mostra il suo pensiero, soprattutto quando dice: «Io vorrei che tutti voi foste come me… dico poi ai celibi e alle vedove: è conveniente per essi restare come sono io» (1Cor VII,7-8; cf.1 et 26). Se dunque la verginità, come abbiamo detto, è superiore al matrimonio, questo avviene senza dubbio, perché essa mira a conseguire un fine più eccelso; essa poi è un mezzo efficacissimo per consacrarsi interamente al servizio di Dio, mentre il cuore di chi è legato alle cure del matrimonio resta più o meno «diviso» (cf. 1Cor VII, 33). L’eccellenza della verginità risalterà ancor maggiormente se ne consideriamo l’abbondanza dei frutti: «poiché dal frutto si riconosce l’albero» (Mt XII, 33).  – Il Nostro animo si riempie di immensa e soave letizia al pensiero della falange innumerevole di vergini e di apostoli che, dai primi tempi della chiesa fino ai giorni nostri, hanno rinunciato al matrimonio per consacrarsi più liberamente e più completamente alla salvezza del prossimo per amore di Cristo, e hanno sviluppato iniziative veramente mirabili nel campo della religione e della carità. Non vogliamo certo disconoscere i meriti di quelli che militano nell’Azione cattolica, né i frutti del loro apostolato: con le loro opere, essi possono spesso raggiungere delle anime che sacerdoti e religiosi o religiose non avrebbero potuto avvicinare. Ma, senza alcun dubbio, si deve far risalire a questi ultimi la maggior parte delle opere di carità. Costoro, infatti, con grande generosità seguono e dirigono la vita degli uomini in ogni età e condizione; e quando vengono meno per la stanchezza o per malattia, lasciano ad altri, come in eredità, la continuazione della loro missione. Così avviene che il bambino, appena nato, trova sovente delle mani verginali che l’accolgono e non gli fanno mancare quanto l’intenso amore materno potrebbe dargli; fatto grandicello e giunto all’età della ragione, è affidato a educatori o educatrici che vegliano alla sua istruzione cristiana, allo sviluppo delle sue facoltà e alla formazione del suo carattere. Se si ammala, troverà sempre qualcuno che, spinto dall’amore di Cristo, lo curerà premurosamente. L’orfanello, il misero, il prigioniero, non mancheranno di conforto e aiuto: i sacerdoti, i religiosi, le sacre vergini vedranno in lui un membro sofferente del corpo mistico di Gesù Cristo, memori delle parole del divin Redentore: «Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ero pellegrino e mi avete ospitato, nudo e mi avete rivestito, malato e mi avete visitato, prigioniero e siete venuti a trovarmi… In verità vi dico, tutto ciò che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, l’avete fatto a me» (Mt 25,35-36.40). Che diremo in lode di tanti missionari, che si consacrano, a costo delle maggiori fatiche e lontani dalla loro patria, alla conversione delle masse infedeli? Che delle spose di Cristo, le quali dànno loro una preziosa collaborazione? A tutti e a ciascuno di essi ripetiamo volentieri le parole della Nostra esortazione apostolica Menti Nostrae: «Per la legge del celibato, il sacerdote, ben lontano dal perdere interamente la paternità, l’accresce all’infinito, perché egli genera figliuoli, non per questa vita terrena e caduca, ma per la celeste ed eterna». – La verginità non è solamente feconda per le opere esteriori a cui permette di dedicarsi più facilmente e più pienamente; essa lo è anche per le forme più perfette di carità verso il prossimo, quali sono le ardenti preghiere e i gravi disagi volontariamente e generosamente sopportati a questo scopo. A ciò hanno consacrato tutta la loro vita i servi di Dio e le spose di Cristo, quelli specialmente che vivono nei monasteri. Infine, la verginità consacrata a Cristo è per se stessa una tale espressione di fede nel regno dei cieli e una tale prova d’amore verso il divin Redentore, che non c’è da meravigliarsi nel vederla arrecare frutti così abbondanti di santità. Numerosissimi sono le vergini e gli apostoli, votati alla castità perfetta, che sono l’onore della chiesa per l’alta santità della loro vita. La verginità, infatti, dà alle anime una forza spirituale capace di condurle fino al martirio e questo è l’insegnamento della storia che propone alla nostra ammirazione tante schiere di vergini, da Agnese di Roma a Maria Goretti. – A tutta ragione la verginità è detta virtù angelica; san Cipriano scrivendo alle vergini afferma giustamente: «Quello che noi saremo un giorno, voi già cominciate ad esserlo. Voi fin da questo secolo godete la gloria della risurrezione, passate attraverso il mondo senza contagiarvene. Finché perseverate caste e vergini, siete eguali agli angeli di Dio».All’anima assetata di purezza e arsa dal desiderio del regno dei cieli, la verginità viene presentata «come una gemma preziosa», per la quale un tale «vendette tutto ciò che aveva e la comprò» (Mt 13,46). Coloro che sono sposati e perfino quelli che stanno immersi nel fango dei vizi, quando vedono le vergini, ammirano spesso lo splendore della loro bianca purezza e si sentono spinti verso un ideale che superi i piaceri del senso. Lo afferma l’Aquinate scrivendo: «Alla verginità … si attribuisce la bellezza più sublime», e questo è senza dubbio il motivo per cui le vergini sono di esempio a tutti. Difatti tutti costoro, uomini e donne, con la loro perfetta castità non dimostrano forse chiaramente che il dominio dell’anima sul corpo è un effetto dell’aiuto divino e un segno di provata virtù? Ci piace ancora sottolineare un altro frutto soavissimo della verginità: le vergini manifestano e rendono pubblica la perfetta verginità della stessa loro madre la chiesa, e la santità dei loro vincoli strettissimi con Cristo. A ciò sapientemente si ispirano le espressioni del pontefice nel rito della consacrazione delle vergini e nelle preghiere rivolte al Signore: «Affinché vi siano anime più sublimi che, disdegnando nel matrimonio i piaceri della carne, ne cerchino il significato recondito, e invece di imitare ciò che si fa nel matrimonio, amino quanto in esso è simboleggiato». – Gloria altissima per le vergini è, certo, l’essere delle immagini viventi in quella perfetta integrità, che unisce la chiesa al suo Sposo divino. Esse inoltre offrono un segno mirabile della fiorente santità e di quella spirituale fecondità, in cui eccelle la società fondata da Gesù Cristo, alla quale è motivo di una gioia quanto mai intensa. A questo proposito sono magnifiche le espressioni di san Cipriano: «La verginità è un fiore che germoglia dalla chiesa, decoro e ornamento della grazia spirituale, gioia della natura, capolavoro di lode e di gloria, immagine di Dio che riverbera la santità del Signore, porzione più eletta del gregge di Cristo. Se ne rallegra la chiesa, la cui gloriosa fecondità in esse abbondantemente fiorisce: e quanto più cresce lo stuolo delle vergini tanto più grande è il gaudio della Madre».

II.
CONTRO ALCUNI ERRORI

La dottrina che stabilisce l’eccellenza e la superiorità della verginità e del celibato sul matrimonio, come già dicemmo, annunciata dal divin Redentore e dall’apostolo delle genti, fu solennemente definita dogma di fede nel concilio di Trento e sempre concordemente insegnata dai santi padri e dai dottori della chiesa. I Nostri predecessori, e Noi stessi, ogni qualvolta se ne presentava l’occasione, l’abbiamo più e più volte spiegata e vivamente inculcata. Tuttavia, poiché di recente vi sono stati alcuni che hanno impugnato con serio pericolo e danno dei fedeli questa dottrina tramandataci dalla chiesa, Noi, spinti dall’obbligo del Nostro ufficio, abbiamo creduto opportuno nuovamente esporla in questa enciclica, indicando gli errori, proposti spesso sotto apparenza di verità.  Anzitutto, si discostano dal senso comune, che la Chiesa ebbe sempre in onore, coloro che considerano l’istinto sessuale come la più importante e maggiore inclinazione dell’organismo umano e ne concludono che l’uomo non può contenere per tutta la vita un tale istinto, senza grave pericolo di perturbare il suo organismo, soprattutto i nervi, e di nuocere quindi all’equilibrio della personalità.  Come giustamente osserva san Tommaso, l’istinto più profondamente radicato nel nostro animo è quello della propria conservazione, mentre l’inclinazione sessuale viene in secondo luogo. Spetta inoltre all’impulso direttivo della ragione, privilegio singolare della nostra natura, regolare tali istinti fondamentali e nobilitarli dirigendoli santamente.  È vero, purtroppo, che le facoltà del nostro corpo e le passioni, sconvolte in seguito al primo peccato di Adamo, tendono al dominio non solo dei sensi ma anche dell’anima, offuscando l’intelligenza e debilitando la volontà. Ma la grazia di Gesù Cristo, principalmente attraverso i sacramenti, ci viene data proprio perché, vivendo la vita dello spirito, teniamo a freno il corpo (cf. Gal V,25; 1Cor IX,27). La virtù della castità non pretende da noi l’insensibilità agli stimoli della concupiscenza, ma esige che la sottomettiamo alla retta ragione e alla legge di grazia, tendendo con tutte le forze a ciò che nella vita umana e cristiana vi è di più nobile.  Per acquistare poi questo perfetto dominio sui sensi del corpo, non basta astenersi solamente dagli atti direttamente contrari alla castità, ma è assolutamente necessario rinunciare volentieri e con generosità a tutto ciò che, anche lontanamente, offende questa virtù: l’anima potrà allora regnare pienamente sul corpo e condurre una vita spirituale tranquilla e libera. Come non vedere, alla luce dei principi cattolici, che la castità perfetta e la verginità, lungi dal nuocere allo sviluppo e progresso naturale dell’uomo e della donna li accrescono e li nobilitano?  Abbiamo recentemente condannato con tristezza l’opinione che presenta il matrimonio come il solo mezzo di assicurare alla personalità umana il suo sviluppo e la sua perfezione naturale. Alcuni infatti sostengono che la grazia, concessa dal sacramento ex opere operato, santifica l’uso del matrimonio fino a farne uno strumento più efficace ancora che la verginità, per unire le anime a Dio, poiché il matrimonio cristiano è un sacramento, mentre la verginità non lo è. Noi denunziamo in questa dottrina un errore pericoloso. Certo, il sacramento accorda agli sposi la grazia d’adempiere santamente i loro doveri coniugali e consolida i vincoli dell’amore reciproco che li unisce, ma non fu istituito per rendere l’uso del matrimonio quasi il mezzo in sé più atto ad unire a Dio l’anima degli sposi col vincolo della carità. Quando l’apostolo san Paolo riconosce agli sposi il diritto di astenersi per qualche tempo dall’uso del matrimonio per attendere alla preghiera (cf. 1Cor VII, 5), non viene precisamente a dire che una tale rinunzia procura all’anima maggiore libertà per attendere alle cose divine e pregare? – Infine non si può affermare – come fanno alcuni – che il «mutuo aiuto» ricercato dagli sposi nel matrimonio, sia un aiuto più perfetto per giungere alla santità che la solitudine del cuore delle vergini e dei celibi. Difatti, nonostante la loro rinuncia a un tale amore umano, le anime consacrate alla castità perfetta non impoveriscono per questo la propria personalità umana, poiché ricevono da Dio stesso un soccorso spirituale immensamente più efficace che il «mutuo aiuto» degli sposi. Consacrandosi interamente a Colui che è il loro principio e comunica loro la sua vita divina, non si impoveriscono, ma si arricchiscono. Chi, con maggiore verità che i vergini, può applicare a sé la mirabile espressione dell’apostolo san Paolo: «Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me»? (Gal II,20). Questa è la ragione per cui la Chiesa sapientemente ritiene che si deve mantenere il celibato dei sacerdoti, poiché sa bene quale sorgente di grazie spirituali esso costituisca per una sempre più intima unione con Dio. – Crediamo opportuno ricordare brevemente un altro errore ancora: alcuni allontanano i giovani dai seminari e le giovani dagli istituti religiosi sotto pretesto che la chiesa abbia oggi maggior bisogno dell’aiuto e dell’esercizio delle virtù cristiane da parte di fedeli uniti in matrimonio e viventi in mezzo agli altri uomini, che non da parte di sacerdoti e di vergini, che per il voto di castità vivono come appartati dalla società. Tale opinione, venerabili fratelli, è evidentemente quanto mai falsa e perniciosa. – Non è Nostra intenzione, certamente, negare che gli sposi Cattolici con una vita esemplarmente cristiana possano produrre frutti abbondanti e salutari in ogni luogo e in ogni circostanza con l’esercizio delle virtù. Chi però consigliasse, come preferibile alla consacrazione totale a Dio, la vita matrimoniale, invertirebbe e confonderebbe il retto ordine delle cose. Senza dubbio, venerabili fratelli, Noi auspichiamo ardentemente che si istruiscano convenientemente quanti aspirano al matrimonio e i giovani sposi, non solo sul grave dovere di educare rettamente e diligentemente i figli, ma anche sulla necessità di aiutare gli altri, secondo le possibilità, con la professione della fede e l’esempio della virtù. Dobbiamo, tuttavia, per dovere del Nostro Ufficio condannare energicamente coloro che si applicano a distogliere i giovani dall’entrare in seminario, negli ordini o congregazioni religiose o dall’emissione dei santi voti, insegnando loro che sposandosi faranno un bene spirituale maggiore con la pubblica professione della loro vita cristiana, come padri e madri di famiglia. Si farebbe molto meglio a esortare col maggiore impegno possibile i molti laici sposati, affinché cooperino con premura alle imprese d’apostolato laico, piuttosto che cercare di distogliere dal servizio di Dio nello stato di verginità quei giovani, troppo rari, purtroppo, oggi, che desiderano consacrarvisi. Molto opportunamente scrive a questo proposito sant’Ambrogio: «È stato sempre proprio della grazia sacerdotale spargere il seme della castità e suscitare l’amore per la verginità». – Inoltre giudichiamo opportuno avvertire che è completamente falsa l’asserzione, secondo cui le persone consacrate a una vita di castità perfetta diventano quasi estranee alla società. Le sacre vergini che spendono tutta la loro vita al servizio dei poveri e dei malati, senza distinzione di razza, di condizione sociale e di religione, non partecipano forse intimamente alle loro miserie e alle loro sofferenze, e non li compatiscono forse con la tenerezza di una mamma? E il sacerdote non è forse il buon pastore che, sull’esempio del divin Maestro, conosce le sue pecorelle e le chiama per nome? (cf. Gv X,14; X,3). Ebbene, è proprio in forza della castità perfetta, da loro abbracciata, che questi sacerdoti, religiosi e religiose possono dedicarsi interamente a tutti gli uomini e amarli del medesimo amore di Cristo. E anche quelli di vita contemplativa contribuiscono certamente molto al bene della chiesa, con le supplici preghiere e con l’offerta della loro immolazione per la salvezza altrui; sono anzi sommamente da lodare perché, nelle circostanze presenti, si consacrano all’apostolato e alle opere di carità secondo le norme da Noi date nella lettera apostolica Sponsa Christi, né possono quindi venir considerati come estranei alla società, dal momento che doppiamente ne promuovono il bene spirituale.

III.
LA VERGINITÀ È UN SACRIFICIO

Passiamo ora, venerabili fratelli, alle conseguenze pratiche della dottrina della chiesa circa l’eccellenza della verginità. Innanzi tutto, bisogna dire chiaramente che, dalla superiorità della verginità sul matrimonio, non segue che essa sia mezzo necessario alla perfezione cristiana. È possibile giungere alla santità anche senza consacrare a Dio la propria castità, come lo prova l’esempio di tanti santi e sante, fatti oggetto di culto pubblico dalla chiesa, i quali furono coniugi fedeli, eccellenti padri e madri di famiglia; e non è raro incontrare anche oggi persone coniugate, che tendono alla perfezione, con grande impegno. Si osservi, inoltre, che Dio non impone la verginità a tutti i Cristiani, come insegna l’apostolo san Paolo: «Intorno alle vergini non ho nessun comando di Dio, ma do un consiglio» (1Cor 7,25). La castità perfetta, quindi, non è che un consiglio, un mezzo capace di condurre più sicuramente e più facilmente alla perfezione evangelica e al regno dei cieli quelle anime «a cui è stato concesso» (Mt 19,11). «Essa non è imposta, ma proposta», nota sant’Ambrogio. – La castità perfetta come, da parte dei cristiani, esige una libera scelta prima della loro offerta totale al Signore, così, da parte di Dio, richiede un dono e una grazia. Già lo stesso divin Redentore l’aveva annunciato: «Non tutti comprendono questa parola, ma solo quelli a cui è concesso. … Chi può comprendere, comprenda» (Mt XIX,11.12). Commentando le parole di Cristo, san Girolamo invita «ciascuno a valutare le proprie forze, e vedere se gli sarà possibile adempiere gli obblighi della verginità e della castità. Di per sé, infatti, la castità è soave e attira a sé tutti. Ma bisogna ben misurare le forze, affinché chi può comprendere, comprenda. È come se la voce del Signore chiamasse i suoi soldati e li invitasse alla ricompensa della verginità. Chi può comprendere, comprenda: chi può combattere, combatta, vinca e trionfi». La verginità è una virtù difficile. Perché la si possa abbracciare, non basta solamente aver fatta la risoluzione ferma e decisa d’astenersi per sempre dai piaceri leciti del matrimonio: bisogna anche saper padroneggiare e domare con una vigilanza e una lotta costanti le rivolte della carne e le passioni del cuore; fuggire le allettative del mondo e vincere le tentazioni del demonio. Aveva ben ragione san Giovanni Crisostomo di affermare: «La radice e il frutto della verginità è una vita crocifissa». Al dire di sant’Ambrogio, la verginità è quasi un sacrificio e la vergine è «l’ostia del pudore, la vittima della castità». San Metodio d’Olimpo giunge a paragonare le vergini ai martiri e san Gregorio Magno insegna che la castità perfetta sostituisce il martirio: «Il tempo delle persecuzioni è passato, ma la nostra pace ha un suo martirio: anche se non mettiamo più il nostro collo sotto il ferro, tuttavia noi uccidiamo con la spada dello spirito i desideri carnali della nostra anima».51 La castità consacrata a Dio esige, quindi, anime forti e nobili, pronte al combattimento e alla vittoria, «per il regno dei cieli» (Mt XIX,12).

Prima di incamminarsi per questo arduo sentiero, chi per propria esperienza si sentisse impari alla lotta, ascolti umilmente l’avvertimento di san Paolo: «Coloro che non possono contenersi, si sposino: è meglio sposarsi che bruciare» (1Cor 7,9). Per molti, infatti, la continenza perpetua sarebbe un peso troppo grave, per poterla ad essi consigliare. Così i sacerdoti, direttori spirituali di giovani che credono di avere una vocazione sacerdotale o religiosa hanno lo stretto dovere di esortarli a studiare attentamente le loro disposizioni e di non lasciarli entrare per tale via, qualora presentino poche speranze di poter camminare fino alla fine con sicurezza e buon esito. Tali sacerdoti esaminino prudentemente le attitudini dei giovani e – se parrà opportuno – chiedano il consiglio dei medici. Se, infine, restasse ancora qualche serio dubbio, soprattutto nei riguardi della loro vita passata, intervengano con fermezza per farli desistere dall’abbracciare lo stato di castità perfetta o per impedire la loro ammissione agli ordini sacri o alla professione religiosa. – Benché la castità consacrata a Dio sia una virtù ardua, la sua pratica fedele, perfetta, è possibile alle anime che, dopo aver bene considerato ogni cosa, hanno risposto con cuore generoso all’invito di Gesù Cristo e fanno quanto è loro possibile per conservarla. Infatti, per l’impegno assunto nello stato di verginità o di celibato esse riceveranno da Dio una grazia sufficiente per poter mantenere la loro promessa. Perciò, se vi fosse qualcuno che non sentisse d’aver ricevuto il dono della castità (anche dopo averne fatto voto), non cerchi di mettere innanzi la sua incapacità di soddisfare all’obbligazione assunta. «Perché “Dio non comanda l’impossibile, ma, comandando, ammonisce di fare quanto puoi e di chiedere quello che non puoi” e ti aiuta affinché possa». Ricordiamo questa verità, tanto consolante, anche a quei malati che sentono infiacchita la loro volontà in seguito ad esaurimenti nervosi e ai quali certi medici, talora anche cattolici, consigliano troppo facilmente di farsi dispensare dai loro obblighi, sotto pretesto di non poter osservare la castità senza nuocere al proprio equilibrio psichico. Quanto invece più utile e più opportuno sarebbe aiutare tali infermi a rinforzare la volontà e convincerli che la castità non è impossibile neppure per essi! «Fedele è Dio, il quale non permetterà che siate tentati sopra le vostre forze, ma con la tentazione provvederà anche il buon esito dandovi il potere di vincere» (1Cor X,13). – I mezzi raccomandati dal divin Redentore stesso per difendere efficacemente la nostra virtù sono: una vigilanza continua, con la quale facciamo quanto ci è possibile da parte nostra e una costante preghiera con la quale chiediamo a Dio ciò che noi non possiamo fare a causa della nostra debolezza: «Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione, lo spirito è pronto, ma la carne è debole» (Mt XXVI,41).  – Una tale vigilanza, che si estenda ad ogni tempo e circostanza della nostra vita, ci è assolutamente necessaria: «la carne, infatti ha desideri contrari allo spirito, e lo spirito desideri contrari alla carne» (Gal V,17). Se alcuno cedesse, anche leggermente, alle lusinghe del corpo, facilmente si sentirebbe trascinato a quelle «opere della carne» (cf. Gal V, 19-21), enumerate dall’apostolo, che costituiscono i vizi più abominevoli dell’umanità.  – Perciò dobbiamo anzitutto vigilare sui movimenti delle passioni e dei sensi, dobbiamo dominarli anche con una volontaria asprezza di vita e con le penitenze corporali, in modo da renderli sottomessi alla retta ragione e alla legge di Dio: «Quelli che sono di Cristo, hanno crocifisso la loro carne con i suoi vizi e le sue concupiscenze» (Gal V,24). Lo stesso apostolo delle genti confessa di sé: «Maltratto il mio corpo e lo rendo schiavo, perché non avvenga che, dopo aver predicato agli altri, io stesso diventi reprobo» (1Cor XV, 27). Tutti i santi e le sante hanno vegliato attentamente sui movimenti dei sensi e delle loro passioni e li hanno rintuzzati, talora con somma asprezza, secondo il consiglio del divin Maestro: «Ma io dico a voi, che chiunque avrà guardato una donna con cattivo desiderio, in cuor suo ha già peccato con lei. Se il tuo occhio destro ti scandalizza, strappalo e buttalo via da te: è meglio per te che perisca una delle tue membra piuttosto che mandare tutto il tuo corpo all’inferno» (Mt V, 28-29). Con tale raccomandazione è chiaro quello che richiede da noi il divin Redentore: non dobbiamo, cioè, neppur col pensiero cedere mai al peccato e dobbiamo allontanare energicamente da noi tutto ciò che possa macchiare, anche leggermente, questa bellissima virtù. E in questo nessuna diligenza è troppa; nessuna severità è esagerata. Se la salute malferma o altre cause non permettono a qualcuno maggiori austerità corporali, non lo dispensino mai tuttavia dalla vigilanza e dalla mortificazione interiore. – A questo proposito giova anche ricordare quello che i Santi Padri e i Dottori della Chiesa insegnano: è più facile vincere le lusinghe e le attrattive della passione, evitandole con una pronta fuga, che affrontandole direttamente. A custodia della castità, dice san Girolamo, serve più la fuga che la lotta aperta: «Per questo io fuggo, per non essere vinto». E tale fuga consiste non solo nell’allontanare premurosamente le occasioni del peccato, ma soprattutto nell’innalzare la mente, durante queste lotte, a Colui al quale abbiamo consacrato la nostra verginità. «Rimirate la bellezza di Colui che vi ama», ci raccomanda sant’Agostino. – Tutti i santi e le sante hanno sempre considerato la fuga e l’attenta vigilanza per allontanare con diligenza ogni occasione di peccato come mezzo migliore per vincere in questa materia: purtroppo, però, sembra che oggi non tutti pensino così. Alcuni sostengono che tutti i cristiani, e soprattutto i sacerdoti, non devono essere segregati dal mondo, come nei tempi passati, ma devono essere presenti al mondo e, perciò, è necessario metterli allo sbaraglio ed esporre al rischio la loro castità, affinché dimostrino se hanno o no la forza di resistere. Quindi i giovani chierici devono tutto vedere, per abituarsi a guardare tutto tranquillamente e rendersi così insensibili ad ogni turbamento. Per questo permettono loro facilmente di guardare tutto ciò che capita, senza alcuna regola di modestia; di frequentare i cinematografi, persino quando si tratta di pellicole proibite dai censori ecclesiastici; sfogliare qualsiasi rivista, anche oscena; leggere qualsiasi romanzo, anche se messo all’Indice o proibito dalla stessa legge naturale. E concedono questo perché dicono che ormai le masse di oggi vivono unicamente di tali spettacoli e di tali libri; e, chi vuole aiutarle, deve capire il loro modo di pensare e di vedere. Ma è facile comprendere quanto sia errato e pericoloso questo sistema di educare il giovane clero per guidarlo alla santità del suo stato. «Chi ama il pericolo, perirà in esso» (Eccli III, 27). Viene opportuno l’avviso di sant’Agostino: «Non dite di avere anime pure, se avete occhi immodesti, perché l’occhio immodesto è indizio di cuore impuro». – Un metodo di formazione così funesto, poggia su un ragionamento molto confuso. Certo, Cristo nostro Signore disse dei suoi apostoli: «Io li ho mandati nel mondo» (Gv XVII, 18); ma prima aveva anche detto di essi: «Essi non sono del mondo, come neppure io sono del mondo» (Gv XVII, 16), e aveva pregato con queste parole il suo Padre divino: «Non ti chiedo che li tolga dal mondo, ma che li liberi dal male» (Gv XVII, 15). La Chiesa quindi, che è guidata dai medesimi principi, ha stabilito norme opportune e sapienti per allontanare i sacerdoti dai pericoli in cui facilmente possono incorrere, vivendo nel mondo; con tali norme la santità della loro vita viene messa sufficientemente al riparo dalle agitazioni e dai piaceri della vita laicale. – A più forte ragione i giovani chierici, per essere formati alla vita spirituale e alla perfezione sacerdotale e religiosa, devono venire segregati dal tumulto secolaresco, prima di essere inseriti nella lotta della vita; restino pure a lungo nel seminario o nello scolasticato per ricevervi un’educazione diligente e accurata, imparando poco alla volta e con prudenza a prendere contatto con i problemi del nostro tempo, conforme a quanto scrivemmo nella Nostra esortazione apostolica Menti Nostrae. Quale giardiniere esporrebbe alle intemperie delle giovani piante esotiche, col pretesto di sperimentarle? Ora, i seminaristi e i giovani religiosi sono pianticelle tenere e delicate, da tenersi ben protette e da allenare progressivamente alla lotta. – Gli educatori del giovane clero faranno opera ben più lodevole e utile, inculcando a questi giovani le leggi del pudore cristiano. Non è forse il pudore la migliore difesa della verginità, tanto da potersi chiamare la prudenza della castità? Esso avverte il pericolo imminente, impedisce di esporsi al rischio e impone la fuga in occasioni, a cui si espongono i meno prudenti. Il pudore non ama le parole disoneste o volgari e detesta una condotta anche leggermente immodesta; fa evitare attentamente la familiarità sospetta con persone di altro sesso, poiché riempie l’anima di un profondo rispetto verso il corpo, che è membro di Cristo (cf. 1Cor 6,15) e tempio dello Spirito Santo (cf. 1Cor VI, 19). L’anima veramente pudica ha in orrore il minimo peccato di impurità e tosto si ritrae al primo risveglio della seduzione. – Il pudore inoltre suggerisce e mette in bocca ai genitori e agli educatori i termini appropriati per formare la coscienza dei giovani in materia di purezza. «Pertanto – come in una recente allocuzione abbiamo ricordato – tale pudore non deve essere spinto fino ad un silenzio assoluto, sino ad escludere dalla formazione morale qualsiasi prudente e riservato accenno a tale problema». Tuttavia, troppo spesso, ai giorni nostri, alcuni educatori si credono in dovere di iniziare fanciulli e fanciulle innocenti a segreti della procreazione, in una maniera che offende il loro pudore. Ora proprio il pudore cristiano esige in questa materia una giusta misura.  – Esso poi è alimentato dal timore di Dio, quel timore filiale che si basa su una profonda umiltà e che ispira orrore per il minimo peccato. San Clemente I, Nostro predecessore, già l’aveva affermato: «Chi è casto nel suo corpo, non se ne vanti, ben sapendo che da un altro gli viene il dono della continenza». Nessuno forse, meglio di sant’Agostino, ha dimostrato l’importanza dell’umiltà cristiana per salvaguardare la verginità: «La perpetua continenza, e molto più la verginità, sono uno splendido dono dei santi di Dio; ma con somma vigilanza bisogna vegliare che la superbia non lo corrompa… Quanto maggiore è il bene che io vedo, tanto più temo che la superbia non lo rapisca. Tale dono della verginità nessuno lo custodisce meglio di Dio che l’ha concesso; e “Dio è carità” (1Gv IV, M8). La custode, quindi, della verginità è la carità, ma l’abitazione di tale custode è l’umiltà».  – Un altro consiglio ancora è da ricordarsi: per conservare la castità non bastano né la vigilanza né il pudore. Bisogna anche ricorrere ai mezzi soprannaturali: alla preghiera, ai sacramenti della penitenza e dell’eucaristia e ad una devozione ardente verso la santissima Madre di Dio. – La castità perfetta, non dimentichiamolo, è un eccelso dono di Dio. «Esso è stato dato (cf. Mt XIX,11) – osserva acutamente san Girolamo – a quelli che l’hanno chiesto, a quelli che l’hanno voluto, a quelli che si sono preparati a riceverlo. Perché a chi chiede sarà dato, chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto (cf. Mt VII, 8)». Sant’Ambrogio aggiunge che la fedeltà delle vergini al loro Sposo divino dipende dalla preghiera. E, come insegna sant’Alfonso de’ Liguori, così ardente nella sua pietà, nessun mezzo è più necessario e più sicuro per vincere le tentazioni contro la bella virtù, che un ricorso immediato a Dio.  – Alla preghiera, tuttavia, bisogna aggiungere la pratica frequente del sacramento della penitenza: esso è una medicina spirituale che ci purifica e ci guarisce. Così pure bisogna nutrirsi del pane eucaristico: il Nostro predecessore d’immortale memoria Leone XIII lo additava come il migliore «rimedio contro la concupiscenza». Quanto più un’anima è pura e casta, tanto più ha fame di questo Pane, da cui attinge forza contro ogni seduzione impura e col quale si unisce più intimamente al suo Sposo divino: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me e io in lui» (Gv VI, 57). – Ma per custodire illibata e perfezionare la castità, esiste un mezzo la cui meravigliosa efficacia è confermata dalla ripetuta esperienza dei secoli: e, cioè, una devozione solida e ardentissima verso la vergine Madre di Dio. In un certo modo, tutti gli altri mezzi si riassumono in tale devozione: chiunque vive la devozione mariana sinceramente e profondamente, si sente spinto certamente a vegliare, a pregare, ad accostarsi al tribunale della penitenza e all’eucaristia. Perciò esortiamo con cuore paterno i sacerdoti, i religiosi e le religiose a mettersi sotto la speciale protezione della santa Madre di Dio, Vergine delle vergini; ella, che – secondo la parola di sant’Ambrogio – è «la maestra della verginità» e la madre potentissima soprattutto delle anime consacrate al servizio di Dio. – Sant’Atanasio osserva che la verginità è entrata nel mondo per Maria, e sant’Agostino insegna: «La dignità verginale ebbe i suoi esordi con la Madre di Dio». Seguendo il pensiero di sant’Atanasio, sant’Ambrogio propone alle vergini la vita di Maria vergine come modello: «O figliuole, imitate Maria! 73 La vita di Maria rappresenti per voi, come in un quadro, la verginità; in tale vita contemplate la bellezza della castità e l’ideale della virtù. Prendetene l’esempio per la vostra vita: poiché in essa, come in un modello, sono espresse le lezioni della santità; vedrete ciò che avete da correggere, copiare, conservare… Essa è l’immagine della verginità. Maria, infatti, fu tale che basta la vita di lei sola a formare l’insegnamento per tutti… 74 Sia, dunque, Maria a regolare la vostra vita». «Tanto grande fu la grazia sua, che ella non riservava solo per sé il dono della verginità, ma anche a quelli che vedeva conferiva il pregio dell’integrità». Sant’Ambrogio aveva ben ragione di esclamare: «O ricchezze della verginità di Maria!». A motivo di tali ricchezze, ancora oggi alle sacre vergini, ai religiosi e ai sacerdoti è quanto mai utile contemplare la verginità di Maria, per osservare con più fedeltà e perfezione la castità del loro stato.  – La meditazione delle virtù della beata Vergine non vi basti, tuttavia, dilettissimi figli e figlie: ricorrete a lei con una confidenza assoluta, e seguite il consiglio di san Bernardo che esorta: «Chiediamo la grazia e chiediamola per mezzo di Maria». In modo particolare durante quest’anno mariano affidate a Maria la cura della vostra vita spirituale e della perfezione, seguendo l’esempio di san Girolamo che asseriva: «Per me la verginità è una consacrazione in Maria e in Cristo».

IV.
TIMORI E SPERANZE

Nelle gravi difficoltà, che la chiesa sta attraversando, è di grande consolazione al Nostro cuore di pastore supremo, venerabili fratelli, vedere la stima e l’onore tributati alla verginità, che fiorisce nel mondo intero, anche oggi, come sempre nel passato, nonostante gli errori ai quali abbiamo accennato e che vogliamo credere passeggeri. Non nascondiamo, tuttavia, che alla Nostra gioia fa ombra una certa tristezza, perché vediamo che, in non poche nazioni, va man mano diminuendo il numero di coloro che, rispondendo alla chiamata divina, abbracciano lo stato della verginità. Ne abbiamo già accennato sufficientemente le cause principali, e non c’è motivo di ripeterle. Confidiamo piuttosto che gli educatori della gioventù, caduti in questi errori, si ravvedano al più presto, li ripudino e si sforzino di ripararli. Essi aiuteranno con tutto l’impegno i giovani che si sentono chiamati da una forza soprannaturale al sacerdozio o alla vita religiosa e li assisteranno del loro meglio perché possano raggiungere questo alto ideale della loro vita. Piaccia al Signore che novelle e folte schiere di sacerdoti, di religiosi e di religiose sorgano al più presto proporzionate in numero e santità ai bisogni presenti della chiesa, per coltivare la vigna del Signore. – Inoltre, come esige la coscienza del Nostro ministero apostolico, esortiamo i genitori ad offrire volentieri al servizio di Dio quei loro figli che vi si sentissero chiamati. Se questo costa a loro, se ne provano tristezza o amarezza, meditino le riflessioni indirizzate da sant’Ambrogio alle madri di famiglia di Milano: «Parecchie fanciulle io ho conosciuto, che volevano essere consacrate vergini, ma le loro madri vietavano loro perfin di uscire… Se le vostre figlie volessero amare un uomo, potrebbero legittimamente scegliersi chi loro piace. E così, chi ha il diritto di scegliere un uomo, non ha il diritto di scegliere Dio?».  – Ripensino, quindi, i genitori al grande onore di avere un figlio sacerdote o una figlia che ha consacrato allo Sposo divino la sua verginità. «Voi avete capito, o genitori! – esclama ancora sant’Ambrogio a riguardo delle sacre vergini -. La vergine è un dono di Dio, un’oblazione del padre; è il sacerdozio della castità. La vergine è l’ostia della madre, il cui sacrificio quotidiano placa la collera divina». – Non vogliamo terminare questa Lettera Enciclica, venerabili fratelli, senza volgere in modo speciale il Nostro pensiero e il Nostro cuore verso le anime consacrate a Dio che, in non poche nazioni, soffrono dure e terribili persecuzioni. Prendano esse esempio da quelle vergini della primitiva chiesa, che con invitto coraggio subirono il martirio per la loro verginità.  – Perseverino tutti con fortezza d’animo nella loro santa risoluzione di servire a Cristo «fino alla morte» (Fil II, 8). Si ricordino del grande valore che le loro sofferenze fisiche e morali e le loro preghiere hanno al cospetto di Dio per l’avvento del suo regno nelle loro nazioni e nella chiesa intera. Si confortino, infine, nella certezza che «chi segue l’Agnello ovunque vada» (Ap XIV, 4), canterà eternamente un «cantico nuovo» (Ap XIV,3), che nessun altro potrà cantare.  Il Nostro cuore paterno si volge con paterna commozione verso quei sacerdoti, quei religiosi e quelle religiose, che coraggiosamente confessano la loro fede fino al martirio. Noi preghiamo per essi come anche per tutte le anime consacrate, in ogni parte del mondo, al servizio divino, perché Dio le confermi, le fortifichi, e le consoli, e vi invitiamo ardentemente, venerabili fratelli, insieme con i vostri fedeli, a pregare in unione con Noi, al fine di ottenere a tali anime le consolazioni celesti e i soccorsi divini.  – Frattanto, a voi, venerabili fratelli, a tutti i sacerdoti e religiosi, a tutte le sacre vergini, in modo speciale a tutti quelli «che soffrono persecuzioni per la giustizia» (Mt V, 10), e a tutti i vostri fedeli, impartiamo di gran cuore l’apostolica benedizione, come pegno delle grazie divine e attestato della Nostra paterna benevolenza.

Roma, presso San Pietro, nella festa dell’Annunciazione della santissima Vergine, il 25 marzo 1954, anno XVI del Nostro pontificato.

PIO PP. XII

DOMENICA IN ALBIS (2022)

DOMENICA IN ALBIS o OTTAVA DI PASQUA.

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Stazione a S. Pancrazio.

Privilegiata di 1 classe. – Doppio maggiore. – Paramenti bianchi.

Questa Domenica è detta Quasimodo (dalle prime parole dell’Introito) o in Albis (anticamente anche post Albas), perché i neofiti avevano appena la sera precedente deposte le vesti bianche, oppure anche Pasqua chiusa, poiché in questo giorno termina l’ottava di Pasqua (Or.). Per insegnare ai neofiti (Intr.) con quale generosità debbano rendere testimonianza a Gesù, la Chiesa li conduceva alla Basilica di S. Pancrazio, che all’età di quattordici anni rese a Gesù Cristo la testimonianza del sangue. Così devono fare i battezzati davanti alla persecuzione a colpi di spillo cui sono continuamente fatti segno; devono cioè resistere, appoggiandosi sulla fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio, risorto. In questa fede, dice S. Giovanni, vinciamo il mondo, poiché per essa resistiamo a tutti i tentativi di farci cadere (Ep.). È quindi di somma importanza che questa fede abbia una solida base e la Chiesa ce la dà nella Messa di questo giorno. Base di questa fede è, secondo quanto dice S. Giovanni nell’Epistola, la testimonianza del Padre, che, al Battesimo del Cristo (acqua), lo ha proclamato Suo Figliuolo, del Figlio che sulla croce (sangue) si è rivelato Figlio di Dio, dello Spirito Santo che, scendendo sugli Apostoli nel giorno della Pentecoste, secondo la promessa di Gesù, ha confermato quello che il Redentore aveva detto della propria risurrezione e della propria divinità. Nel Vangelo vediamo infatti come Gesù Cristo, apparendo due volte nel Cenacolo, dissipa l’incredulità di San Tommaso e loda quelli che han creduto in Lui senza averlo veduto.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

1 Pet II, 2.

Quasi modo géniti infántes, allelúja: rationabiles, sine dolo lac concupíscite, allelúja, allelúja allelúja.

[Come bambini appena nati, alleluia, siate bramosi di latte spirituale e puro, alleluia, alleluia,]

Ps LXXX: 2. Exsultáte Deo, adjutóri nostro: jubiláte Deo Jacob.

[Inneggiate a Dio nostro aiuto; acclamate il Dio di Giacobbe.]

– Quasi modo géniti infántes, allelúja: rationabiles, sine dolo lac concupíscite, allelúja, allelúja allelúja.

[Come bambini appena nati, alleluia, siate bramosi di latte spirituale e puro, alleluia, alleluia.]

Oratio

Orémus.

Præsta, quaesumus, omnípotens Deus: ut, qui paschália festa perégimus, hæc, te largiénte, móribus et vita teneámus.

[Concedi, Dio onnipotente, che, terminate le feste pasquali, noi, con la tua grazia, ne conserviamo il frutto nella vita e nella condotta.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Joannis Apóstoli. – 1 Giov. V: 4-10.

“Caríssimi: Omne, quod natum est ex Deo, vincit mundum: et hæc est victoria, quæ vincit mundum, fides nostra. Quis est, qui vincit mundum, nisi qui credit, quóniam Jesus est Fílius Dei? Hic est, qui venit per aquam et sánguinem, Jesus Christus: non in aqua solum, sed in aqua et sánguine. Et Spíritus est, qui testificátur, quóniam Christus est véritas. Quóniam tres sunt, qui testimónium dant in coelo: Pater, Verbum, et Spíritus Sanctus: et hi tres unum sunt. Et tres sunt, qui testimónium dant in terra: Spíritus, et aqua, et sanguis: et hi tres unum sunt. Si testimónium hóminum accípimus, testimónium Dei majus est: quóniam hoc est testimónium Dei, quod majus est: quóniam testificátus est de Fílio suo. Qui credit in Fílium Dei, habet testimónium Dei in se”.  – Deo gratias.

“Carissimi: Tutto quello che è nato da Dio vince il mondo: e questa è la vittoria che vince il mondo, la nostra fede. Chi è che vince il mondo, se non colui che crede che, Gesù Cristo è figlio di Dio? Questi è Colui che è venuto coll’acqua e col sangue, Gesù Cristo: non con l’acqua solamente, ma con l’acqua e col sangue. E lo Spirito è quello che attesta che Cristo è verità. Poiché sono tre che rendono testimonianza in cielo: il Padre, il Verbo e lo Spirito Santo: e questi tre sono una cosa sola. E sono tre che rendono testimonianza in terra: lo spirito, l’acqua e il sangue: e questi tre sono una cosa sola. Se accettiamo la testimonianza degli uomini, la testimonianza di Dio è maggiore. Ora, la testimonianza di Dio che è maggiore è questa, che Egli ha reso al Figlio suo. Chi crede al Figlio di Dio, ha in sé la testimonianza di Dio” (1 Giov. V, 4-10).

Il Vangelo ci presenta la storia come una grande lotta del bene contro il male, della verità contro l’errore, e viceversa. A chi la vittoria? Ai figli di Dio, risponde la Epistola di quest’oggi, dovuta a San Giovanni, l’autore del quarto Vangelo. L’insieme delle forze del male, le negative forze dell’errore, delle tenebre e del gelo, ha un nome classico: si chiama il mondo; l’antitesi, l’antagonista di Dio, l’anti-Dio. Un anti-Dio in carne ed ossa, realissimo a suo modo, d’una realtà empirica e grossolana. Gente che c’è, che parla, che si agita, che si dà delle grandi arie e del gran daffare, che assume volentieri pose trionfatrici. Apparenza e menzogna nota, proclama l’Apostolo. La Vittoria non è del mondo, il mondo è l’eterno sconfitto. Vince Dio e chi nasce da Dio: i figli di Dio. Un altro termine prediletto del quarto Vangelo, che qui riappare: i nati di Dio. E chi è che nasce da Dio? A chi è perciò riservata la vittoria? Potremmo adoperare una frase del quarto Vangelo: « Hi qui credunt in nomine eius: » i credenti in Lui. C’è la frase precisa anch’essa nella nostra Epistola: « gli uomini di fede ». La Vittoria che vince, abbatte, schiaccia il mondo, è la nostra fede: « Hæc est Victoria quæ vincit mundum, fides nostra! – La nostra fede! Fede, badate, non credulità. C’è l’abisso fra le due cose, per quanto molti le scambino. La credulità è una debolezza di mente. Il credenzone è un vinto, vinto dalle illusioni a cui (stolto!) egli dà una consistenza che non hanno. Perché anche senza essere credenzoni o troppo creduli, si può avere una fede non, davvero religiosa o punto religiosa. Si può aver fede in un uomo; si può aver fede in un’idea, non divina. La fede di cui parla il Vangelo è sempre e sola fede religiosa, sanamente, profondamente religiosa: la fede, grazie alla quale noi siamo i figli di Dio, è qualcosa che viene da Lui e va a Lui. Fede buona nella Bontà; una fede, certezza immota, assoluta, profonda. – Il mondo non ha questa fede. Il mondo è scettico. Ha della fede, non la fede; degli idoli; non Iddio, il mondo. Non crede nella bontà amorosa e trionfatrice. Crede alle passioni, non alla ragionevolezza. Crede ai ciarlatani, non agli Apostoli. Crede all’astuzia, non alla verità. Noi siamo invece uomini di fede, gli uomini della fede, noi Cristiani. Noi crediamo alla carità, alla bontà di Dio, della Realtà più profonda, più vera, più alta: Dio! È la formula che adopera per altre volte lo stesso Apostolo: « nos credidimus charitati. » Sono tutte formule che si equivalgono: siamo figli di Dio, crediamo nel Suo nome, abbiamo fede nella Sua bontà. Questa fede è la nostra forza. Chi crede davvero alla Bontà sovrana, dominatrice, divina, è buono; comincia dall’essere o per essere buono. Egli stesso combatte, lotta per bontà, lotta fiduciosamente, colla fiducia della vittoria. Perché sa di essere dalla parte di Dio e di avere Iddio dalla parte propria. « Si Deus prò nobis quies contra nos? » Credere alla vittoria è il segreto per conseguirla. E infatti nella storia, chi l’abbracci nel suo meraviglioso complesso, trionfa la bontà, trionfa Dio. Lo scettico ha dei trionfi apparenti e momentanei… i minuti. La fede ha per sé i secoli: trionfa con infinito stupore di chi credeva superbamente di aver potuto costruire un edificio sulla mobile arena dello scetticismo. Teniamo alta come segnacolo di vittoria la bandiera della nostra fede.

(P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939.

(Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

Alleluja

Alleluia, alleluia – Matt XXVIII: 7. In die resurrectiónis meæ, dicit Dóminus, præcédam vos in Galilæam.

[Il giorno della mia risurrezione, dice il Signore, mi seguirete in Galilea.]

Joannes XX:26. Post dies octo, jánuis clausis, stetit Jesus in médio discipulórum suórum, et dixit: Pax vobis. Allelúja.

[Otto giorni dopo, a porte chiuse, Gesù si fece vedere in mezzo ai suoi discepoli, e disse: pace a voi.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Joánnem.

Joannes XX: 19-31.

“In illo témpore: Cum sero esset die illo, una sabbatórum, et fores essent clausæ, ubi erant discípuli congregáti propter metum Judæórum: venit Jesus, et stetit in médio, et dixit eis: Pax vobis. Et cum hoc dixísset, osténdit eis manus et latus. Gavísi sunt ergo discípuli, viso Dómino. Dixit ergo eis íterum: Pax vobis. Sicut misit me Pater, et ego mitto vos. Hæc cum dixísset, insufflávit, et dixit eis: Accípite Spíritum Sanctum: quorum remiseritis peccáta, remittúntur eis; et quorum retinuéritis, reténta sunt. Thomas autem unus ex duódecim, qui dícitur Dídymus, non erat cum eis, quando venit Jesus. Dixérunt ergo ei alii discípuli: Vídimus Dóminum. Ille autem dixit eis: Nisi vídero in mánibus ejus fixúram clavórum, et mittam dígitum meum in locum clavórum, et mittam manum meam in latus ejus, non credam. Et post dies octo, íterum erant discípuli ejus intus, et Thomas cum eis. Venit Jesus, jánuis clausis, et stetit in médio, et dixit: Pax vobis. Deinde dicit Thomæ: Infer dígitum tuum huc et vide manus meas, et affer manum tuam et mitte in latus meum: et noli esse incrédulus, sed fidélis. Respóndit Thomas et dixit ei: Dóminus meus et Deus meus. Dixit ei Jesus: Quia vidísti me, Thoma, credidísti: beáti, qui non vidérunt, et credidérunt. Multa quidem et alia signa fecit Jesus in conspéctu discipulórum suórum, quæ non sunt scripta in libro hoc. Hæc autem scripta sunt, ut credátis, quia Jesus est Christus, Fílius Dei: et ut credéntes vitam habeátis in nómine ejus.” – 

 “In quel tempo giunta la sera di quel giorno, il primo della settimana, ed essendo chiuso le porte, dove erano congregati i discepoli per paura de’ Giudei, venne Gesù, e si stette in mezzo, e disse loro: Pace a voi. E detto questo, mostrò loro le sue mani e il costato. Si rallegrarono pertanto i discepoli al vedere il Signore. Disse loro di nuovo Gesù: Pace a voi: come mandò me il Padre, anch’io mando voi. E detto questo, soffiò sopra di essi, e disse: Ricevete lo Spirito Santo: saran rimessi i peccati a chi li rimetterete, e saran ritenuti a chi li riterrete. Ma Tommaso, uno dei dodici, soprannominato Didimo, non si trovò con essi al venire di Gesù. Gli dissero però gli altri discepoli: Abbiam veduto il Signore. Ma egli disse loro: se non veggo nello mani di lui la fessura de’ chiodi, e non metto il mio dito nel luogo de’ chiodi, e non metto la mia mano nel suo costato, non credo. Otto giorni dopo, di nuovo erano i discepoli in casa, e Tommaso con essi. Viene Gesù, essendo chiuse le porte, e si pose in mezzo, o disse loro: Pace a voi. Quindi dice a Tommaso: Metti qua il dito, e osserva le mani mie, e accosta la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma fedele. Rispose Tommaso, e dissegli: Signor mio, o Dio mio. Gli disse Gesù: Perché  hai veduto, o Tommaso, hai creduto: beati coloro che non hanno veduto, e hanno creduto. Vi sono anche molti altri segni fatti da Gesù in presenza de’ suoi discepoli, che non sono registrati in questo libro. Questi poi sono stati registrati, affinché crediate che Gesù è il Cristo Figliuolo di Dio, ed affinché credendo otteniate la vita nel nome di Lui” (Jov. XX, 19-31). »

Omelia

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956.

LA FEDE IN CRISTO RISORTO

Già è venuta anche la sera di Pasqua. Le porte sono serrate, la tavola preparata, e tutti sono di nuovo timorosi e raccolti nel cenacolo, come tre giorni innanzi, quand’Egli mangiò con loro per l’ultima volta prima di morire. I cuori, la sala, il silenzio, tutto è pieno della Sua assenza. Egli manca. No, che è presente! D’improvviso, infatti, risuonò la sua voce: «Pace a voi ». Gli Apostoli sbigottirono. Che densità ha questo corpo se può penetrare in una camera a porte chiuse? Se ci indugiamo in questa difficoltà, dovremmo allora farcene prima un’altra: che peso aveva questo corpo quando fu visto camminare a fermi passi sull’acqua senza affondare? Domande e questioni inutili: Egli è l’Onnipotente. Ma perché nessuno sospettasse d’aver davanti un fantasma, Gesù, fattosi in mezzo a loro, dava le sue mani da toccare, mostrava il suo costato con lo squarcio della lanciata. Essi lo guardavano, l’ascoltavano, lo toccavano con la gioia insaziata dei bambini che, dopo un sogno pauroso, accarezzano il padre ritornato in mezzo a loro: era Lui, era di carne, era vivo! Ecco li investiva del potere di rimettere i peccati. « Ricevete — disse — lo Spirito Santo: a chi perdonerete i peccati saranno perdonati, a chi non li perdonerete non saranno perdonati ». Tre sere prima il sacramento dell’Eucaristia, ora il sacramento della Confessione: in mezzo le giornate della passione e della morte e della resurrezione. Intendete il valore della circostanza: questi due sacramenti sono i mezzi essenziali per partecipare ai meriti della sua Passione e Resurrezione. Però, uno dei dodici, Tommaso, non era nel cenacolo quella sera. Quando glielo dissero, rispose di no, che non l’avrebbe mai creduto, se prima non avesse veduto coi suoi occhi, non toccava con le sue mani. Otto giorni dopo fu preso in parola. Ancora le porte erano chiuse, e risuonò la sua voce: « La pace sia con voi. Gesù di nuovo era là, e rivolgendosi a Tommaso disse: « Vieni a mettere il dito nelle piaghe delle mie mani! vieni a mettere la tua mano nel mio costato! ». L’incredulo vinto s’arrese esclamando: « Signore mio e Dio mio! ». E Gesù soggiunse: « Hai creduto, perché hai veduto: beati coloro che non vedono e credono ». Questa beatitudine è per noi. Già San Pietro con un accento quasi d’invidia scriveva ai primi Cristiani d’Asia: « Voi non avete visto Gesù Cristo, eppure l’amate; e ancor oggi, senza vederlo, voi credete in Lui ed esultate di una gioia ineffabile e piena di gloria ». Quante generazioni si sono successe da quel momento! Tutti i veri Cristiani di ogni tempo senza veder Cristo risorto, hanno gridato a Lui con lo slancio del cuore: « Signore mio e Dio mio!». E la beatitudine del Signore si è avverata in loro; come si avvera in noi, se profondamente crediamo. Per chiunque crede in Gesù Cristo risorto, la fede diviene luce, diviene forza. LA FEDE È LUCE. Gesù Cristo ha affermato di sé: « Prima che Abramo fosse, io sono ». Dunque se prima ancor di nascere a Betlemme già esisteva, Egli può dirci che cosa ci sia in quel buio che precede la nostra vita. Gesù Cristo inoltre è tornato vivo dalla morte. Dunque, ci può dire che cosa ci sia in quel buio che noi vediamo al di là della tomba. Ed in realtà Egli ce l’ha detto. Prima di noi, prima d’ogni cosa, Dio è: Dio che ci amava benché ancora non esistessimo, che ci ha creati appunto perché ci amava e desiderava d’essere riamato. Questo Dio vivente da tutta l’eternità genera un Figlio; dal mutuo amore del Padre e del Figlio procede una terza divina Persona che si chiama Spirito Santo. Il Dio che ci ha creati è uno nella natura, è trino nelle Persone. Una seconda cosa ci ha detto Gesù: di esser Lui il Figlio di Dio, d’essersi fatto uomo per salvarci. Chiunque crede in Lui sarà salvo, perché non solo gli perdonerà i peccati, ma gli manderà lo Spirito Santo che lo santificherà e lo renderà figlio adottivo di Dio, partecipe della vita divina. Una terza cosa ci ha detto ancora: al termine della vita ci troveremo di fronte a Lui, che ci giudicherà dei nostri pensieri, dei nostri affetti, delle nostre azioni, delle nostre omissioni. Chi troverà nel peccato condannerà nel fuoco eterno; e chiamerà invece nel suo paradiso il servo fedele a vedere nella gioia quei misteri che quaggiù ha creduto nel dolore e nella speranza. – S. Tommaso fa un confronto tra i più grandi filosofi dell’antichità e gli umili Cristiani del suo tempo. Quegli ingegni poderosi, Aristotile e Socrate e Platone, dopo tanto speculare non erano riusciti a darsi una risposta sicura alle domande più assillanti intorno al nostro destino, e vissero nell’ansietà. Invece, — osserva S. Tommaso — anche il più umile Cristiano, il più modesto per intelligenza, sa rispondere con assoluta certezza ai più importanti problemi della vita: donde veniamo, che cosa è necessario fare, dove andiamo, che cosa ci attende dopo la morte. È Gesù Cristo che li ha resi tanto sapienti. Ma ai tempi di S. Tommaso la fede era un dono generale: oggi è assai più raro. Le parole di Cristo ancora splendono come fari nella caligine del mondo, ma troppi preferiscono le tenebre alla sua luce divina. Cristiani, levate lo sguardo, drizzate l’intenzione, movete i passi verso la luce di quelle verità: non apprezzerete mai abbastanza il dono della fede. LA FEDE È FORZA. Tre sono i dubbi che paralizzano le nostre energie nell’operare: il dubbio dell’errore, dell’inutilità, dell’incapacità. E se poi sbaglio? E se poi non ci guadagno niente? E se non sono capace di resistere? Ebbene, la fede, togliendo questi tre interrogativi, moltiplica le nostre forze. – a) La fede ci indica la via infallibile della vita. Nessun timore di sbagliare, non c’è che da percorrerla. Pensate al Vescovo d’Antiochia, S. Ignazio, quando lo trascinavano a Roma per essere dato in pasto alle belve del circo. Scortato da dieci soldati che erano dei leopardi per la loro brutalità, egli cammina con una grande certezza nel cuore. La certezza di non sbagliare a sacrificarsi per il Signore, e questa certezza gliela infondeva la fede in Gesù risorto. Diceva: « Io so che Cristo è risorto nella carne, che vive tuttora. Quando Egli si avvicinò a Pietro e ai suoi compagni volle che lo toccassero perché fossero persuasi della sua realtà. Io lo vedo e lo tocco con la fede » (Epistola agli Smirnei). Per chi vede e tocca con la fede Gesù, né le sofferenze, né i pericoli, né le minacce, né la morte, gli fan paura. – b) Il secondo dubbio che trattiene l’uomo dall’agire intensamente è l’incertezza del guadagno. L’operaio che presagisce di non esser pagato non vuol lavorare. L’industriale che sospetta di essere coinvolto in un fallimento non accetta commissioni di lavoro. Ma il Cristiano che vive di fede non può dubitare del suo guadagno: egli ha dinanzi agli occhi una ricompensa immancabile, immensa, eterna, di fronte alla quale ogni fatica e ogni patimento di quaggiù è poca e fuggevole cosa. «Io penso — esclama S. Paolo — che i patimenti del tempo presente non hanno proporzione con la gloria ventura » (Rom., VIII, 18). Per questo si rallegrava in mezzo alle tribolazioni, persuaso che ognuna di esse, pazientemente tollerata, gli fruttava un grado più alto nella visione e nell’amore di Dio. « Dai Giudei cinque volte mi sono preso trentanove colpi; dai Romani tre volte fui battuto con le verghe; in Damasco il governatore di Re Areta aveva messo una taglia sulla mia vita e potei sfuggire facendomi calare da una finestra in una cesta lungo una muraglia; a Listri fui lapidato; tre volte ho fatto naufragio e rimasi un giorno e una notte in balia delle onde, provai pericoli sui fiumi, pericoli tra gli assassini, pericoli tra i miei connazionali e tra gli stranieri, pericoli nella città e nella campagna; e poi il lavoro, la fatica, la fame, il freddo, la nudità…» (II Cor., XI, 23-33). Donde traeva questa forza da leone? Dalla certezza della sua fede nella resurrezione di Cristo. « Se Cristo non fosse risorto, vana è la nostra fede; e quelli che sono morti in Cristo, sono perduti; e noi che in questa vita gli crediamo, siamo i più miserabili degli uomini. Ma Cristo è veramente risuscitato dai morti…» (I Cor., XV, 19-20). Allora a Paolo basta il coraggio di lanciare alla morte la più audace sfida che mai sia risuonata su questa terra: « Per me, morire è un guadagno ». – c) Ma io, — penserà qualcuno — non sono Paolo, non sono Ignazio: non so credere né operare così. Ecco la terza ansia che paralizza le forze umane: il senso della propria insufficienza e il conseguente scoraggiamento. Quante anime sfiduciate si lamentano di non poter pregare, di non saper resistere alle seduzioni dell’impurità, d’essere incapaci di sopportare! Neanche i santi da soli avrebbero potuto fare quello che hanno fatto; ma la fede ci ricorda che Dio è la nostra forza e il nostro sostegno, e quando Dio è con noi nessuno potrà prevalere contro di noi, né il mondo né il demonio, né la nostra debolezza. Pensate alla timidezza e alla incapacità degli Apostoli prima che le loro buone volontà esitanti fossero afferrate e trasformate dalla forza dello Spirito Santo. – Sulla porta del tempio di Gerusalemme c’era uno storpio, il quale campava la vita chiedendo l’elemosina. Passarono di là S. Pietro e S. Giovanni e lo guarirono nel Nome di Gesù. Egli balzò in piedi, li prese per le mani e tenendoli stretti entra con loro nel tempio giubilando (Atti, III, 1-11). La nostra anima, ad essere sinceri, dobbiamo forse assomigliarla a quello storpio. Indecisa tra il bene e il male, tra la piazza e il tempio, tra Dio e il mondo, non ha la sfrontatezza di vivere senza freni ma neanche il coraggio di darsi decisamente e totalmente al Signore, entrando nel tempio della sua grazia e delle sue leggi. Siede impotente sulla soglia, e si volta indietro a chiedere al mondo un poco delle sue soddisfazioni e dei suoi piaceri. Vorrebbe darsi al Signore, ma ha paura delle rinunzie e dei sacrifici che egli le deve imporre; d’altra parte il timore dell’inferno, e un innato senso di nobiltà le vieta d’affondare nei peccati. Soltanto S. Pietro e S. Giovanni, l’Apostolo delle fede e quello dell’amore, la possono guarire nel Nome di Gesù. Abbiamo bisogno cioè di una grande fede in Gesù Risorto, vivo e vicino a noi; abbiamo bisogno di un grande amore per Lui che spenga in noi ogni malsano amore del mondo. Stretti per mano alla fede e all’amore del nostro Redentore Risorto, entreremo nel tempio della vita Cristiana, e procederemo nella nostra santificazione. Signore, fa ch’io ti creda sempre più! Fa ch’io ti ami sempre più.

.- Non sulla gioia dei discepoli, non sulla incredulità di Tommaso, ma sull’augurio del Maestro divino dobbiamo fermare la nostra attenzione. « A voi sia Pace! ». Risorgendo da morte non altra parola, non altro dono recò ai suoi se non la pace: quella che Egli aveva firmata tra Dio e l’umanità con il suo sangue. Pax vobis! è pur questo ancora il dono e la parola che Gesù reca ad ognuno che ha compiuto in questi giorni il suo dovere pasquale, e credo che nessuno tra voi resti escluso. Dopo d’aver confessati bene i peccati, dopo d’esservi cibati della Sacra Ostia, avete sentito la sua voce ripetervi in fondo al cuore: « A te sia pace. Dio è placato e ti ama ». Sì, oggi tutti siamo in pace col Cielo; io lo spero. Però quel che importa è che questa pace non duri appena una o due settimane, ma sempre. Non venga più, dunque, il peccato a rapirci il dono della risurrezione. Nessuno si renda meritevole del rimprovero che S. Paolo fece ai Galati. Aveva a loro annunziato il Vangelo, li aveva battezzati, li aveva entusiasmati nella Religione nostra: ma appena fu lontano, quelli dimenticarono ogni cosa e ritornarono alla vita di prima. S. Paolo lo seppe, e scrisse a loro una lettera di rimproveri e di lacrime: « In così poco tempo avete saputo abbandonare Cristo? Avete cominciato nel fervore e finite nella disonestà! O stolti, chi vi ha illusi a disubbidire alla verità?». O insensati Galatæ, quis vos fascinavit non obœdire veritati? (Galat., III, 1). Non basta dunque aver fatto pace con Dio, bisogna adesso mantenerla, continuando in grazia, poiché soltanto chi avrà perseverato fino alla fine si salverà. Perseveranza ci vuole! e la perseveranza dipende da Dio e da noi. Se dipende da Dio preghiamolo; se dipende da noi, vigiliamo. – DIPENDE DA DIO: PREGHIAMOLO. Udite un paragone che una volta portava Gesù alle turbe. « Se alcuno pensa di edificare una torre, prima si ritira in casa e calcola un progetto preventivo di spesa e considera se le sue ricchezze basteranno a tener fronte all’impresa, e se mai qualche amico lo aiuti con prestiti… ma non si mette all’opera all’impensata, altrimenti correrebbe il rischio di non poter condurre a termine la costruzione e di abbandonarla a mezzo, fra lo scherno della gente: « Guardate il tale! ha cominciato a fabbricare e non ha potuto finire» (Luc.; XIV, 28-30). Or bene, noi dobbiamo cominciare l’ardua fabbrica d’una vita nuova, una vita di pace e in grazia: se ci ritiriamo a riflettere sui mezzi che disponiamo, bisogna concludere che da soli ci mancano le forze per durarla anche un giorno solo. C’è però un nostro grande Amico, ricchissimo e potentissimo, che appena lo preghiamo, supplisce ad ogni nostra debolezza: Dio. Senza la preghiera è quindi impossibile la perseveranza. Ma con la preghiera ogni difficoltà sparisce, ogni tentazione si dissolve, la nostra debolezza trionfa. Prima che S. Agata fosse martirizzata, il tiranno volle tentare ogni seduzione per indurla al peccato; ma ogni sua arte riuscì inutile perché la santa pregava. « Sarebbe più facile, — disse il tiranno — sarebbe più facile ammollire i macigni e il diamante, cambiare il ferro in piombo, anziché cambiare l’animo di Agata e sviarla dall’amore di Gesù Cristo e dal proposito della castità ». Che bella testimonianza! Noi invece siamo come fogliette di pioppo tremanti ad ogni vento; siamo come cera che si liquefa al primo caldo; siamo come rugiada che svanisce al primo raggio. Quante volte è bastato un pensiero ozioso, uno sguardo, una parola, un sorriso per travolgerci in rovina! Perché? Perché non si può perseverare senza l’aiuto di Dio. Quest’aiuto, che il Signore pietoso non nega mai, lo si ottiene con la preghiera e con i Sacramenti. – Per essere più preciso, vi ricorderò che Dio ha diviso il tempo in giorni, in settimane, in mesi, in anni: e noi ogni giorno, ogni settimana, ogni mese, ogni anno abbiamo bisogno del conforto divino a perseverare. Ed allora ogni giorno ci sia la preghiera del mattino e della sera col Rosario; ogni settimana, nel giorno festivo, la Messa e la spiegazione della Dottrina cristiana; ogni mese la Confessione e la Comunione, — questo è solo un mio consiglio ma tanto giovevole; ogni anno la Pasqua sia santificata con un esame di coscienza generale e con l’adempimento esatto del dovere pasquale. Queste pratiche non vi sembrino esagerate: siamo pronti a ben maggiori fatiche per conservare le ricchezze del mondo, e ci rifiuteremo vilmente quando si tratta di conservare la pace e la grazia, che sono ricchezze di paradiso? D’altronde a chi le eseguirà, io assicuro da parte di Dio la perseveranza fino alla fine. – DIPENDE DA NOI: VIGILIAMO. S. Gerolamo dice che noi viaggiamo carichi d’oro: è il gran tesoro della grazia di Dio, della pace sua santa. Non lasciamoci derubare. Temiamo i ladri astuti e feroci che stanno nascosti dentro e fuori di noi. Vigiliamo, ché nel cammino della vita dobbiamo essere non degli sventati, ma dei prudenti. Vigilate! Quando Antonio fu all’età di trentacinque anni volle recarsi in un antico romitaggio, dove avrebbe potuto lodare Dio in tutta povertà e penitenza. Ma l’infernale nemico tentò d’impedire il proposito eroico e gettò, sulla via per dove doveva passare, un dischetto d’argento. « Lo raccoglierà, — pensava il demonio, — tornerà indietro per spendere la moneta, o donarla: e poi probabilmente dimenticherà il romitaggio ». Ma appena S. Antonio vide il dischetto d’argento luccicare davanti a’ suoi passi, conobbe l’inganno, e gridò come se il demonio lo potesse sentire. « Quest’argento sia teco in perdizione ». Una fiammetta, una boccata di fumo e il dischetto scomparve. L’astuzia del tentatore non è mutata neppure dopo mill’anni. Egli sa del vostro proposito di perseverare dopo la Pasqua e sulla strada per dove passate getta, come luccicanti monete, i suoi inganni. È quel ballo, è quella persona, è quel ritrovo, è quel piacere, è quel libro… Non raccogliete, per amor di Dio, il dischetto d’argento infernale: fuggite l’occasione! e voi pure gridate: « Questa lusinga sia teco in perdizione ». In un attimo ogni tentazione, tutto si dissolverà in vano fumo, davanti ai vittoriosi. Resistete giorno per giorno! « Ma io sono giovane e come potrò resistere per venti e quarant’anni in una vita pura, ritirata, cristiana? Ho già provato altre volte: per un giorno, per una settimana ho resistito, ma poi le forze mancarono, le passioni ingagliardirono, e cedetti… ». Risponderò ancora con un esempio dei Padri del deserto, assai sperimentati nei combattimenti spirituali. Vivevano nell’eremo due Egiziani, che da poco avevano abbracciato quella vita santa, e, si capisce, il demonio li spingeva ad abbandonarla. Per superare questa tentazione, essi decisero di aspettare fino alla stagione seguente: « Ecco l’inverno! — si dicevano; — passiamolo ancora qui: del resto è tanto breve; ce ne andremo a primavera ». L’inverno passava ancora in santità ed orazione. « Ecco la primavera! — dicevano poi; — è cosa tiepida che piace perfino nel deserto. Ce ne andremo in autunno ». E così di stagione in stagione, rimasero cinquant’anni nella solitudine e morirono in pace. Altrettanto fate voi, o Cristiani, che desiderate perseverare in grazia. « Da Pasqua a Pentecoste non ci sono cent’anni: resistete fino allora: poi dopo una bella Confessione e una fervorosa Comunione, deciderete. — E da Pentecoste alla Sagra o all’Ufficio Generale, o alle S. Quarant’ore, o al Giorno dei morti… non è un’eternità: resistete fino allora ». E così di periodo in periodo, tutta la vita passerete nella santa perseveranza di Pasqua. – Tre convalescenti si presentarono al medico. Erano appena usciti da malattia gravissima, e tutti e tre — temendo la ricaduta — ricorsero pieni di fiducia al loro dottore per domandargli consigli. I consigli furono uguali a tutti: prendere maggior nutrimento; astenersi da certe bevande e da certe vivande irritanti; accorrere dal medico senza indugi appena i sintomi del male riprendessero a manifestarsi. Il primo convalescente, ritornato a casa sua, dimenticò ogni prescrizione medica, anzi se ne rise: ma d’improvviso il male lo riprese e lo strappò nella tomba. Il secondo convalescente preferì ascoltare per metà i consigli del dottore: prese maggior nutrimento, ma non si astenne dai cibi proibiti; e neppure lui godette salute. Il terzo invece eseguì scrupolosamente ogni comando e, appena temeva un assalto del vecchio male, ricorreva al suo medico: così poté campare lieto e sano fino alla più tarda età. Tra i fedeli che dopo la santa Pasqua vogliono perseverare nella salute dell’anima, noi distinguiamo tre categorie. Alcuni non ricordano nemmeno uno dei consigli ricevuti in confessione: maggior nutrimento di preghiere, ed essi non pregano mai; astensione dai cibi irritanti, ed essi amano invece cose, luoghi, persone pericolose; farsi vedere frequentemente dal medico, ed essi non si confessano più d’una volta all’anno. Costoro ricadranno in peccato peggio di prima, e sempre con minor speranza di risollevarsi. Altri prendono sì un maggior nutrimento di preghiere, una maggior frequenze di sacramenti; ma non fuggono le occasioni peccaminose. Costoro non potranno mai perseverare, perché chi ama il pericolo in esso perisce. Infine, c’è un piccolo gruppo che eseguisce scrupolosamente i tre consigli. E vi assicuro che son costoro quelli che non perderanno mai la pace pasquale e cammineranno con Gesù risorto fino alla morte e poi per sempre di là. In quale categoria ci poniamo noi?

– Quando una persona ritorna da un lungo viaggio, riporta, per i suoi cari che l’attendono, qualche ricordo di quelle terre sconosciute e misteriose. E Gesù risorto, ritornando ai suoi discepoli che l’aspettavano, volle portare un dono che facesse loro immaginare quanto si debba godere in paradiso: la pace. Ed entrato quella sera, a porte chiuse, nel cenacolo, stette in mezzo a loro e disse: — Pace! — E mostrava il suo petto piagato, e le palme delle mani piagate. La pace. Ecco il gran dono di Dio, ecco quello che anche ai nostri tempi gli uomini cercano affannosamente invano. E pace non vi è più nelle famiglie, ove le sante leggi che la custodivano sembrano infrante. E pace non vi è nelle nazioni, che ormai disperano di raggiungerla, poi che la videro svanire come nebbia ogni volta che sognarono d’averla abbracciata. Perciò, oggi, dopo tanti secoli, dalle pagine del suo Vangelo risorge il Maestro Divino e dice alla gente, mostrando il suo petto e le sue palme piagate: « Quello che invano avete altrove cercato, è qui: io sono la vostra pace ». Stetit Jesus in medio discipulorum et dixit eis: Pax vobis! E veramente solo quando Gesù sarà in mezzo alla nostra mente, in mezzo al nostro cuore, in tutta la nostra vita, solo allora avremo la pace. Ma Gesù vive nella nostra mente per la fede, che placa ogni dubbio e dissipa ogni ombra. Ma Gesù vive nei nostri cuori quando ci siamo confessati e la grazia di Dio è tornata a sorridere in noi. Ma in Gesù è tutta la nostra vita quando non vogliamo se non ciò che Egli vuole. « Pax vobis!» pace che vien dalla mente, che vien dal cuore, che viene da ogni nostra azione. – LA FEDE DONA LA PACE ALLA MENTE. Santa Perpetua, perché cristiana, fu trascinata davanti al giudice e condannata alle fiere. Questa donna, così gentile e affettuosa che un giorno era stata rimproverata dal rigorista Tertulliano perché baciava il suo bambino con troppo amore, non tremò davanti alla morte, ma parve sorridere. Quando in mezzo al circo, in cospetto del popolo africano, vide contro di lei venir la mucca infuriata, congiunse le mani e si protese verso la bestia come se si preparasse a pregare sulla culla del suo bimbo addormentato. Al primo assalto fu travolta dalla polvere, ma non le fu recato alcun male. Ed ella si alzò da terra senza turbarsi e riannodò modestamente le chiome che s’erano scompigliate nell’urto e scosse la polvere dagli abiti, ed aspettò la morte come si aspetta una sorella che venga… Ma chi poteva dare a una donna tanta serena pace da curarsi ancora del decente aspetto della sua persona, proprio quando la soprastava un tragico martirio? La fede. Dice la fede: quaggiù non è la nostra dimora, ma solo una valle di patire. Dice la fede: chi perde la vita per amor del Signore, la ritroverà. Ella credeva fermamente, e di che cosa poteva temere? Oh se si avesse fede, non si bestemmierebbe la Provvidenza di Dio quando ci manda le croci! Se si credesse un po’ di più alle verità del Vangelo che il prete ogni festa spiega nella Chiesa, nel mondo non ci sarebbe tanta gente che ad ogni piccola sventura cerca la morte! Guardate i fanciulli: essi sono sempre beati: perché credono alla loro mamma. Noi pure saremo beati, se crederemo a Dio nostro Padre, con la fede d’un fanciullo. Ecco perché Gesù risorto rimproverò Tommaso il gemello e gli disse: « Tommaso non essere incredulo. Beati quelli che, pur non vedendo, crederanno ». – LA CONFESSIONE DONA LA PACE AL CUORE. Un missionario del secolo XVIII predicava in un paese alpestre di Francia. Narra il P. Monsabré che una volta entrò in quella chiesa ad ascoltarlo anche un ufficiale di cavalleria avvolto nel suo mantello. Il suo sguardo nero e profondo era irrequieto e sembrava un lampo che guizzasse fuori dalla nuvolaglia che s’accozzava in quel cuore in tempesta. Tratto tratto ansimava, premendosi la mano sul cuore tumultuoso. E Dio volle che il missionario parlasse proprio della confessione. La parola suadente del prete gli penetrava in cuore e alla fine risolvette di buttarsi ai piedi del confessore. Il missionario lo raccolse con amore e lo aiutò a confessarsi davanti a Dio. Quando quell’ufficiale dall’ampio mantello uscì dalla Chiesa, piangeva e volgendosi ad alcune persone disse: « In vita mia non ho provato una pace così pura e così soave come quella che il ministro di Dio mi ha procurato col mettermi in grazia. E credo che neppure il re, che servo da trent’anni, può essere più felice di me ». Pasqua è venuta: ma è venuta la pace nei nostri cuori? Se in noi non c’è pace è forse perché ci siamo confessati male, o fors’anche non ci siamo confessati? Il peccato è come un tarlo che rode senza posa il nostro povero cuore: ed esso non muore se non col perdono di Dio che si riceve ai piedi del confessore. Ecco perché Gesù, apparendo quella sera nel cenacolo, dopo aver detto: « La pace sia con voi » si curvò sopra degli Apostoli e alitando sopra le loro fronti disse: « Ricevete lo Spirito Santo. A chi perdonerete, sarà perdonato; a chi non perdonerete non sarà perdonato ». Come il Divin Padre aveva mandato Gesù, così ora Gesù manda i suoi discepoli a portare la pace nel mondo. Ma pace non ci può essere se non nella coscienza pura. E Dio istituì perciò il Sacramento della purificazione. – L’OSSERVANZA DELLA LEGGE DI DIO METTE LA PACE IN OGNI NOSTRA AZIONE. Un giorno Dio comandò a Saul di muovere sopra gli Amaleciti, di saccheggiare e incendiare ogni cosa. E Saul piombò contro i nemici di Dio e stravinse: però volle risparmiare il re, forse per far più bello il suo trionfo; volle ancora risparmiare alcune pecore col pretesto di sacrificarle a Dio. Di ritorno dalla guerra, il profeta mosse ad incontrarlo e gli disse: « Hai tu distrutto ogni cosa? » – « Ho compiuto la parola del Signore »  rispose Saul. Ma in quel momento le pecore belarono. « Ma io odo un belare d’agnelli » disse il profeta. Saul titubò un istante cercando una scusa: « Fu il popolo che ha voluto che si risparmiassero i capi migliori per farne sacrificio ». Samuele si adirò. « Poiché tu hai gettato dietro alle tue spalle la parola di Dio, ecco: Dio ti ripudia e non ti vuol più re ». È il caso di molti Cristiani. Durante la quaresima hanno ravvivato la loro fede, nei giorni di Pasqua hanno fatto anche la Comunione, eppure nel loro cuore non sentono la pace che Gesù risorto portò ai suoi discepoli. Oh, non basta la fede, quando non si agisce ancora nella luce della fede! Oh, non basta la confessione quando si conservano in cuore certi attaccamenti al peccato. Et quæ est hæc vox gregum? Cos’è questo belar d’agnelli? Non aveva Dio imposto la distruzione d’ogni cosa? E perché allora si è voluto continuare in certe amicizie, in certe compagnie, in certi desideri che la legge del Signore proibisce? Perché in fondo al cuore cova ancora quell’astio o quell’attacco alla roba d’altri? Perché si è voluto risparmiare il re degli Amaleciti, ossia la propria passione predominante? Qual meraviglia allora se la pace del Signore non è venuta dentro di noi? La pace di Dio è solo nell’osservanza dei comandamenti di Dio. Pax multa diligentibus legem tuam, Domine! –  Irrequietum est cor nostrum, donec requiescat in Te. L’anima ardente di S. Agostino cercava la pace. E dalle spiagge della sua Africa d’oro si volge alle mondane cose con tormentose domande: chiedendo pace. Ma gli aranceti e gli olivi in fiore di Tagaste e tutto il verde pendio sembravano rispondergli: Quello che tu cerchi non è qui tra le nostre fronde agitate dal vento: cerca più in su! E S. Agostino cerca il mare: ma le onde e gli infiniti increspamenti del mare nel loro perpetuo ondulamento gli rispondono: « Quello che tu cerchi non è qui nelle nostra eterna agitazione: più in su!» E S. Agostino leva gli occhi sopra il cielo stellato della sua Africa d’oro. Ma gli astri dicono: «Quello che tu cerchi non è qui: ché noi siamo, come il tuo cuore, sempre vaganti: più in su ». « Dio! ». – Egli solo, quando vive nella nostra mente, nel nostro cuore, in tutta la vita nostra, Egli solo è la nostra pace. Ipse est pax nostra (Ef., II, 14).

IL CREDO

Offertorium

Orémus

Matt XXVIII:2; XXVIII:5-6.

Angelus Dómini descéndit de coelo, et dixit muliéribus: Quem quaeritis, surréxit, sicut dixit, allelúja.

[Un Angelo del Signore discese dal cielo e disse alle donne: Quegli che voi cercate è risuscitato come aveva detto, alleluia.]

Secreta

Suscipe múnera, Dómine, quaesumus, exsultántis Ecclésiæ: et, cui causam tanti gáudii præstitísti, perpétuæ fructum concéde lætítiæ.

[Signore, ricevi i doni della Chiesa esultante; e, a chi hai dato causa di tanta gioia, concedi il frutto di eterna letizia.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

[Joannes XX: 27] Mitte manum tuam, et cognósce loca clavórum, allelúja: et noli esse incrédulus, sed fidélis, allelúja, allelúja.

[Metti la tua mano, e riconosci il posto dei chiodi, alleluia; e non essere incredulo, ma fedele, alleluia, alleluia.]

Postcommunio

Orémus.

 Quæsumus, Dómine, Deus noster: ut sacrosáncta mystéria, quæ pro reparatiónis nostræ munímine contulísti; et præsens nobis remédium esse fácias et futúrum.

[Ti preghiamo, Signore Dio nostro, che i sacrosanti misteri, che tu hai dato a presidio del nostro rinnovamento, ci siano rimedio nel presente e nell’avvenire].

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (200)

DIO GI LIBERI CHE SAPIENTI! CI VORREBBERO FAR PERDERE LA TESTA! (3)

PER Monsig. BELASIO

TORINO, 1878 – TIPOGRAFIA E LIBRERIA SALESIANA San Pier d’Arena – Nizza Marittima.

§1

Il principio di tutta l’ignoranza è la superbia di non voler credere in Dio. (PANTEISMO).

Spez. Eh, come le. ho detto, ridono di noi, che abbiamo un po’ di fede; e ci van dicendo: « Oh… ma noi non siamo i bimbi più da farci credere, come vogliono; noi abbiamo gli occhi aperti; e prima di credere vogliam conoscere, Veder bene e ragionare. »

Par. E voi togliete loro di bocca la parola, e dite pure ad essi:« Signorini belli, voi dite di non voler credere più niente; e intanto per sapere una qualche cosa, cominciate a credere sempre; e poi da buoni buoni pensate di conoscere da voi ciò che in prima avete creduto ad altri. Aspettate che ve lo farò capire. Senza credere, voi non potreste pur conoscervi chi siete; Ed in fatto, sapete voi di essere i tali, figliuoli dei tali signori genitori vostri?… E com’è che lo sapete? Lo. sapete solo, perché lo credete a chi ve l’ebbe detto. Se voi vorreste credere a quello solamente che toccate e conoscete, le vostre cognizioni si estenderebbero ben pochi metri intorno a voi. E com’è che voi sapete che vi è Parigi, Londra e financo le Americhe; che forse non vedrete mai? E sapete poi quello che si è fatto in secoli passati, e quello che si va ora facendo da voi lontano? Voi lo sapete, perché ve l’hanno detto; o lo leggete voi; dunque lo credete. Sicché voi che dite avere gli occhi aperti, cominciaste a credere alle vostre buone mamme, pazienza a quelle buone! Ad occhi chiusi credete poi ai maestri, ai professori, e quali!… e vi lasciate imporre da loro che vi si vendono per uomini grandi, e non son talvolta che ribaldi onorati! Poi finalmente, quando vi credete liberi di pensare a vostro nodo e vi date vanto di non lasciarvi infinocchiare, finite a credere ai compagni che vi si serrano ai panni, e vi lasciate menar da loro. Così credete nei libri ai morti, credete ai vivi, credete fino ai più tristi cialtroni e più indegni… oh che disgrazia! Solamente non vorreste credere a chi vi vuole un bene della vita per amore di Dio! Per me vi dico chiaro: è perché vi non pensate. Se vi fermate a pensare un poco; così intelligenti come siete, dovete credere per forza. Udite un fatterello che vi farà piacere. Fu, non è gran tempo, a Parigi un buon dotto avvocato, il sig. Guillelmin, il quale disse di ad un avvocatino che faceva pratica nel suo studio: « Signor Lacordaire, credete voi in Dio ed alla sua santa Religione? » Il giovane, pigliato così all’improvviso, alzò la testa, e lisciandosi i baffi con quell’aria che si danno gl’increduli, risponde: « Signor avvocato principale, io? … ma credo niente io. » E di ripicco il signor Guillelmin: « Ah! Non dite così, signor avvocatino, che avete tanto ingegno. Ché se fosse vero che voi non credeste proprio niente, sareste simile al can di casa e al ciuco dell’ortolano, i quali credono proprio nulla. Ma voi crederete almeno che. Siete qui … » –  L’avvocatino: «Oh! Si che io credo, perché io mi sento. » — « Bravo, credete voi poi anche che siete nato dai vostri buoni genitori, e che il vostro signor padre non si sarà fatto: da se stesso col temperino, né la vostra signora madre colla forbice, quando ancor non erano. Dovettero dunque i primi’ genitori essere stati formati dal Creatore. » — L’avvocatino piegò la fronte sulla mano per un istante; e disse, almeno allora sincero col proprio cuore: « Si!… se v’è il mondo creato, vi è certo il Creatore! » Vi pensò sopra… vi pensò bene; Lacordaire, che con un gran talento aveva un gran buon senso, converti; si fece celebre predicatore per far pensare agli altri a convertirsi.. E noi, buoni amici miei, e noi se non crediamo a Dio?…

Spez. Oh buon signor parroco mio, il ciel mi guardi ch’io ricordi Dio a questi tali! Non vogliono neppur sentirlo a nominare!… E mi van dicendo con un fare altero: « E che bisogno v’è di credere Dio, mentre noi sappiamo come il mondo fu formato senza Lui!

Par. Ricordatevi, mio buon amico, che con chi è matto non si ragiona. Piuttosto rispondete sorridendo: Ma che grandi teste, voi che la sapete così lunga! Però io vi voglio raccontarne una fresca fresca. Questa mattina io mi trovava davanti alla Stazione. Ed ecco là venirmi innanzi la macchina a vapore che sbuffava come un gran superbo, e tronfia della sua potenza si tirava appresso sopra le rotaie un gran numero di carri, e veran sopra uomini e bestie e tante cose d’altro. Mentre io la contemplava come in un vero incanto, e diceva meco: quanto fu potente d’ingegno e di mano l’uomo che ha congegnato un così bell’ordigno che va tanto bene! Allora mi si balza innanzi un grullone di stordito, e senza complimenti dice: « Oh! se siete voi ancora bene di quei tempi!… che non sapete che quella macchina non è stata fatta da nessuno! Io sì che ho la testa fina, ed ho scoperto come si è fatto tutto. Tutte quelle cose che vi son là dentro, erano sparse per la terra e dentro le viscere de’ monti, ed aspettavano le circostanze, come dice un gran libro d’un sapiente che, oh! è cima di dotti, il dottor Buchner. Allora il rame colla propria forza. cominciò a saltar fuori, e corse a lui incontro anche lo stagno, e fecer lega, però senza pensarvi, per diventar più forti, e diventaron così bronzo bell’e fatto. Allora anche il ferro volle colar giù fuor dai duri macigni; e bronzo e ferro, l’uno diventar bei pezzi; e l’altro lunghe spranghe. Si assottigliarono quindi in varie guise e diventarono ruote e, mostrando fuori i denti corsero ad ingranarsi nelle scanalature. Avreste allor veduto in mezzo a loro congegnati insieme saltare una caldaia piena d’acqua, e il vivo fuoco dire « sono qui io » e sotto, a riscaldarla. E l’acqua via in furia tutta in vapore, e nello scappar fuori spinger lo stantuffo che incontra, in tal maniera tutte queste cose per caso si trovaron d’accordo e fanno andar là tutto così bene. — Ma che? To’ che voi, signori, non credete a me che vi possa esser stato tale un matto? Eppure non siete voi che mi avete detto che vi fu un signor tale, il quale con un suo libro in mano vi venne a dire in robon da professore, e proprio in una città che voi qui conoscete, con una serietà da far ridere le telline che la sua scienza non ammette più il Creatore, che formò quest’immenso universo; ch’egli è venuto a scoprir bene che il mondo si formò da sé. Poi egli dice con tutta l’autorità che si ha da sé pigliato « se voi volete esser scienziati, dovete credere a quel che diciam noi: cioè che tutto è solo materia, e che in prima erano atomi, granellini come l’aria, ma più fini ancora, e per parlar più chiaro, un gran polverio senza fine, che gira gira, e in lui suoi granelli in confusione, precipitando gli uni sopra gli altri seppero formar da loro le stelle, il sole e questa terra, e soprappiù le piante in esse e gli animali, e poi e poi… fino noi così grandi uomini che. siamo, creati bell’e fatti da quel polverio!;;. « Oh! oh! esclama qui Voltaire, che pur fu uno dei loro, lasciate quel meschino di pazzerello che disse che una macchina non è fatta da un macchinista, come un orologio si facesse da sé senza orologiaio; lasciatelo pur fuori del manicomio, e chiudete, sarebbe meglio, dentro questi pazzeroni da catena che si dicono sapienti!

Spez. DIO CI LIBERI ! CHE SAPIENTI!… CI VORREBBERO FAR PERDERE LA TESTA!

Ma io vorrei sapere loro chiaramente dimostrare che non è vero che vi sian sempre stati gli atomi di quel nebbione, cioè che la materia di cui son composte queste cose della terra tutta, (giacché dicono che tutto é materia,) non è vero che sia eterna.

Par. Voi potrete ‘dimostrarlo facilmente assai. Cominciate a dir loro che se tutto è materia, e la materia è sempre stata eternamente, sarà dunque eternamente quale eternamente fu; perché non vi fu prima un Creatore che nel crearla l’abbia fatta in quella forma, e né vi fu altri mai che la cambiasse in altra forma. Ma voi vedete che la materia è li come cosa morta, e si può dire indifferente a pigliare quella forma che alcuno voglia e possa darle. La creta, per esempio, è li ferma sotto i piedi, ed il vasaio se l’impasta a modo suo, poi la fa muovere sul torno, e diventa un vaso; la montagna di sasso è morta e ferma lì da quanti secoli, chi lo sa? ed uno la rompe dentro e piglia un pezzo, ne fa una ruota, e la fa girare sui perni; e la ruota gira, finché una forza non la fermi ancora. Voi poi saprete come chi forma una macchina per far muovere qualche cosa materiale, calcola ben per far la macchina la forza necessaria per far produrre il movimento. Vi è dunque il Creatore che creò la materia in quella forma, poi la compose in mille modi da formare tutte queste cose materiali, e colla forza sua fa tutto andare nel bell’ordine mondiale.

Spez. Eh!eh! Ma essi dicon subito che ogni granellino di materia ha la sua forza, e che non vi è materia che non abbia la sua forza unita; e che non v’è forza che non sia unita alla materia; la qual forza la fa muover sempre.

Par. Non lasciateli correr tanto colla lingua sguinzagliata; ma fermateli a farvi spiegare ciò che voglion dire colle parole loro. Se voi lor domandate: Ma che cosa è questa materia che voi vi date l’aria di conoscer così bene? Oh!… restan li a bocca aperta, e non vi sapranno dire mai che cosa sia la materia. Poi domandate loro similmente che cosa sia questa forza che fa mover la materia. Io ho letto tanti autori che ne parlano da sapienti e non san dirmi niente. Questo è certo che la materia e le forze sono cose ben diverse fra di loro; perocché la materia sta ferma, e la forza la fa muovere; la materia è pesante, e come sasso slanciata in aria cade e sta; ma la forza è senza peso, come quella che fe’ volare in aria il sasso; l’una è la cosa spinta, l’altra è quella che la spinge. Non è vero adunque che tutto sia solo materia! Ora dite ancora a loro: è poi vero, che le forze che fan muover le materiali cose, siano insieme colla materia sempre unite? No, per certo, perché io, per esempio, agito il braccio e faccio girare una ruota se si muove la ruota e il braccio mio che prima erano li quieti. Non era adunque in loro in prima la forza che li fa muovere adesso. No, per certo, non è vero che le cose materiali abbian sempre unita seco una forza: voi, per esempio, al giuoco. battete a colpo netto una palla di bigliardo contro un’altra, e la palla investita. E mossa dalla vostra forza colpisce l’altra; la prima sta, si muove l’altra: dunque la forza che faceva muovere la prima, passò via da lei, e fa muover la seconda, Conchiudete adunque che la forza è quella che fa cominciare un movimento: e fare un movimento vuol dire cominciar a muoversi da un luogo per andare ad un altro luogo: e se le stelle, il sole, la terra e tutto si muove, v’è dunque il Creatore che cominciò a dar la forza di far muovere tutto.

Spez. Ma li avreste da udire come dicono essi di sapere che gli atomi di quel lor nebbione erano là già preparati e stavano tutti ad aspettare le circostanze, per discendere a far ciascuno la sua parte.

Par. To’ che costoro la sanno proprio lunga! Ma giacché corsero indietro colla fantasia. a vedere in sul principio gli atomi in quel nebbione, pregateli di far un passo ancora più in su, per sapere poi dire a noi chi li avesse là preparati e lavorati così bene da farli andare d’accordo insieme, per poi formare tante belle cose, Abbiamo poco fa detto che era matto chi diceva che la bella macchina a vapore non fu fatta da un bravo macchinista; or dite loro che vi accompagnino col pensiero in un gran laboratorio, in cui si fabbricano le macchine. Oh se vedeste tutto là ben preparato; tante ruote e spranghe e molle e piuoli, e quei denti in quelle ruote e quelle incavature e tanti altri oggetti con bel lavorio così ben finiti, che pare aspettino li di esser congegnati insieme! Certo che fu il bravo macchinista che formò ogni minuta cosa pel fine a cui la destinava. Or domandate loro se gli atomi in quel loro gran polverio erano già così bene preparati, chi li ebbe così ben preparati da poter unirsi insieme e formare le stelle, il sole, la terra e far andar in ordine quest’ammiranda immensa macchina dell’universo?

Spez. Ma la materia e la forza vanno così. ben regolate da leggi con lor eterne, dicon essi.

Par. Guardate mo’ come sono bricconi gl’increduli! di soppiatto ti metton dentro tutti gli intingoli per fare dalla buona gente ingollare il mal boccone senza che si accorga del veleno!… Dopo di aver sognato a fantasia la materia e le forze che la fanno muovere; ti metton dentro una cosettina che vien bene a far passare il tutto. Essa è solo una parolina, aggiuntavi, le leggi; ed il mondo deve andar bello e creato, Ma voi da bravo, fermate sulle lor lingue la parola leggi: e prima di lasciarla metter dentro, domandate loro che cosa intendono per leggi. La legge è ordine dato da chi comanda per far fare da altri quel che egli vuole. Ora se vi son leggi che fanno andare la materia e la forza non unite insieme a fare tutto così bene, vi deve essere il Legislatore Iddio che fa loro eseguire quello che vuole Egli. Che se non è Dio, qual sarà il legislatore?

Spez. Oh vel dicon subito: è la natura; e che gli atomi sono tali per natura, che le forze sono unite loro. per natura, e che le leggi che le regolano sono leggi di natura.

Par. Quanto debbon esser costoro fortunati di conoscere essi questa gran natura. Eh eh, che deve avere una forza immensa per poter raccogliere e chi sa dove? Tutto quello sterminato polverio di atomi, e preparare tanto materiale da comporre. le stelle, il sole, così grandi che in paragone di loro questa nostra terra, la quale con tutti i monti e mari e tutte cose in essa è pur grossetta alquanto, pure nuota come perduta nel vano sconfinato del firmamento! Bisogna proprio dire che la natura è onnipotente… Eh che testa dovette avere questa lor natura! Figuratevi! Mentre tutti i chimici, macchinisti con tutti i loro filosofi, professori sapientissimi vanno disperati di non avere ancora potuto nonché formare un pelo di animaluzzo o  una fogliolina d’erba, neppur un granellino di sabbia; ed ecco da questa natura che seppe inventare le piante cui mente d’uomo non avrebbe mai potuto immaginare se non fossero; e seppe congegnare quei fili e costoline e quelle vene, e nelle foglie e nelle radici quelle piccolissime boccucce! da ‘assorbirsi gli alimenti, e colorir le foglie e fare brillanti i fiori così belli. Ma questa natura le sapeva tutte! Fino sa far gli organi dei sensi agli animali, e metter dentro loro cuore e cervello e nervi e tante’altre meraviglie che il sapiente studia, studia e non finisce mai di ammirare!… Ed essa, la natura, pensa a tutto nel far tutto. Figuriamoci quanto dovette pensare nella sua sapienza solo a formar l’occhio nostro. Ella dovette dire: « voglio dar questo strumento od organo della vista per vedere le cose in mezzo a cui uno si trova. Ebbene lo metterò in alto all’uomo. Egli ha da camminare; ed io gli metterò 1’occhio innanzi sulla fronte; egli ha da guardare tutto intorno; ed io glielo farò rotondo. Per vedere ha da ricevere la luce dentro; ed io glielo farò trasparente come il vetro; ma per far che l’uomo veda, ha da ricevere dentro le immaginette delle cose; ed io gli metterò le palpebre per tenere la pupilla lucida come uno specchio, e metterlo poi anco sotto un velo per farlo riposare; ma la luce potrebbe esser troppo viva di abbruciare la vista; ed io metterò i peli delle ciglia a respingerla se punge troppo: ma poi sempre in moto a guardare qua e là si dovrà pel calorico diventar infuocato; ma io gli metterò d’intorno un po’ di acqua con cui si possa tenere sempre fresco…» Oh uomo, oh uomo, e tu non dici mai neppur un grazie! or pensa che quel che si dice dell’occhio, si è da dire di tutte le più minute parti del corpo umano!… Ed avrà fatto tutto la natura?…. Oh se bisogna dire che questa che dicono natura è sapientissima davvero! Al veder poi come colle sue leggi fa andar tutto in ordine il dì, la notte, le stagioni, e fa dalle piante e dagli animali produrre sempre novelle piante è sempre altri animali, e così provvede a tutto, bisogna dire per poco di ragione che si abbia, che questa che dicono natura è provvidentissima natura… Ma che!… ma che!… Una natura che fu sempre onnipotente, sapientissima, provvidentissima !.. Ah bravi, bravi… Gli cambiano il nome, ma vogliono dire Iddio. Ve l’ho detto che per necessità bisogna creder in Dio. Anche quando strillano di non voler credere in Dio, e perfidiano in negare il suo Nome; pur confessano di crederlo in realtà.

Spez. Ma no, signore, essi non dicono mica che la natura sia una gran persona; ma dicono che tutta insieme questa gran faraggine di materia, di forze e di leggi che forman l’universo, è la natura stessa.

Par. Oh! come ragionano da sapienti questi vostri signori! Udite adunque ciò che vengono essi a dire. In prima: che la natura è quella che formò e fa andare in ordine tutte le cose insieme; poi dicono, che tutte le cose insieme formano la natura: dunque, secondo essi, la natura creò la natura stessa. Però noi non abbiam poi da perdere più tanto tempo per rispondere a loro che parlano; e sanno anch’essi di non credere a quel che dicono. Diremo tutto in breve chiaramente. Ascoltate: La questione tra noi e i signori della bottega in fine si riduce a questo: che noi crediamo che Dio Eterno, Onnipotente e Sapientissimo creò il mondo e lo sostiene in ordine colla sua Provvidenza; e quei signori di bottega voglion dire che il mondo fu formato in un gran nebbione dalla materia, dalle forze e dalle leggi che giravano alla cieca sempre intorno furibonde, come tre orbi che fanno a bastonate. Ma, almeno almeno, questi tre orbi avessero avuto un lumicino di ragione; ché allora essi avrebbero potuto aggiustarsi tra loro certi colpi per benino. Signori, no; tra quei tre orbi, dicono i grandi sapienti, di ragione non v’era un briciolo; ma andavano là, come van sempre ancora, senza saper dove vanno; in tentativi infiniti, senza tentare di fare mai niente. Così quei muti, ciechi e senza cognizione, senza volere mai far niente; han fatto e cielo e terra e tutte piante ed animali, fino noi medesimi. Ma si può dire una più matta cosa?…

Spez.. Ha, ragione, signor parroco; ma che vuole? Son tutti nella … foia di negare che vi sia Dio!… Ah! vorrei io un po’ sapere perché hanno quel fuoco addosso!

Par. Ah! veramente mi fa male il cuore a dire perché hanno, la smania di negare Dio! Se lo sapessero i vostri amici signori della conversazione, che poi in fondo sono ancor buoni, ne resterebbero spaventati! È un orrore a dirlo: vi son di uomini così perdutamente guasti, che vorrebbero che Dio non fosse. Il pensiero di Dio benedetto Creatore è come un grande spettro che mette loro paura; e smaniano per toglierselo dinanzi dalla mente. Per loro la sola propria persona è come il dio, a cui piace loro tutto sacrificare. Non sapete che si dicono risoluti, anzi già pronti ad ammazzar tutti che non han la voglia di farsi pecore per loro? E perché non si dica che noi li calunniamo, dirovvi che vi son di loro tali così orrendamente audaci che lo stamparono in faccia al sole de’ nostri di. Udite le parole di un di loro (Marr): « Distruggiamo la fede in Dio, facciam la guerra ad ogni idea di religione… l’individuo co’ suoi appetiti e colle sue passioni, ecco il vero Dio. E poi muoia il popolo, muoia l’Allemagna, muoian tutte le nazioni; sbarazzato da tutti i fantasmi (di religione) l’uomo ricuperi la sua indipendenza » (Revue des deux mondes, an. 1850, pag. 208).

Spez. Basta, basta ; mi fan venir il freddo addosso al solo udirli. Ma se costoro arrivassero proprio a far creder al mondo che non vi è Dio, che potrebbero fare allora gli uomini?

Par. Eh! Ammazzarsi gli uni cogli altri, quando credessero convenisse all’interesse loro. E non vel dico io, ma è un grand’empio della lor compagnia, Rousseau, il quale disse: « Io non vorrei aver un servo, il quale non credesse  in Dio: perché se gli facessero gola i miei danari, studiato modo di farla franca, una qualche notte — mi pianterebbe un coltello nel cuore tranquillamente; perché dagli uomini avrebbe ben pensato come mettersi al sicuro, a Dio poi non crede. » Così gli uomini che son creati per formare una famiglia di fratelli da aiutarsi l’un coll’altro, diverrebbero una società di tigri, di leoni e di iene! Ditelo per carità ai vostri amici: che si guardino da questi che si vantano sapienti e si dicono filantropi innamorati dei popoli.

DIO CI LIBERI!… CHE SAPIENTI! CI VORREBBERO FAR PERDERE LA TESTA! CHE FILANTROPI! FAN L’AMORE AI POPOLI CO’ DENTI!…

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 12

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (12)

GIOVANNI G. OLIER

Mediolani 27-11 – 1935, Nihil obstat quominus imprimetur. Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR In Curia Arch.Mediolani die 27 – II – 1935 F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO VIII.

Della mortificazione

II.

Secondo motivo della mortificazione

È dovere di giustizia crocifiggere la carne, — perché ha servito al peccato. Perché è nemica mortale di Dio.

Il secondo motivo che ci obbliga a mortificarci è il dovere di far penitenza. Come le nostre membra hanno servito all’iniquità, dice S. Paolo, così devono servire alla giustizia (Rom. VI, 19). Nostro Signore vuole troviamo il nostro castigo in quelle medesime cose per le quali abbiamo peccato. Bisogna dunque che le nostre membra, perché nell’offesa di Dio hanno cercato la propria soddisfazione, siano crocifisse e punite; bisogna siano mortificate e come hanno servito all’ingiustizia e all’iniquità, noi le facciamo servire alla giustizia. Ora noi le facciamo servire alla giustizia, non solamente nell’adoperarle negli esercizi di pietà ché sono opere di giustizia perché per mezzo di esse si adempiono i doveri verso Dio; ma le faremo servire alla giustizia di Dio, col far loro sentire giusti effetti della divina vendetta. Bisogna che Dio punisca in noi le nostre membra, e così queste servano alla giustizia: se Dio non lo fa, dobbiamo noi metterci al suo posto e animarci del suo zelo contro di nei; bisogna che diventiamo strumenti del suo Spirito per esercitare sopra di noi la sua giustizia; bisogna che rendiamo partito per Lui contro noi medesimi e che per conto suo facciamo guerra a noi stessi, poiché sappiamo che Egli non è contento di noi, eppure non si è preso soddisfazione e vendetta per le nostre offese. – Dobbiamo dunque con un santo zelo ed un generoso coraggio castigarci noi medesimi, alzando il braccio contro di noi come contro una persona estranea, perché, infatti, apparteniamo a Dio più che a noi stessi e dobbiamo curarci dell’interesse di Dio più che di ogni nostro interesse proprio. Dio è tutto per noi, e a confronto Lui noi non siamo nulla. Dobbiamo perciò dimenticare per così dire, abbandonare la nostra persona e battere sopra di noi come sopra un morto o sopra un estraneo. Così fa il vero penitente che esercita sopra di sé la mortificazione con ispirito di vera penitenza.

***

 Altro pensiero che ci impone la mortificazione è la considerazione della nostra carne quale trovasi in sé stessa, nella sua maledizione e nella sua ribellione contro Dio; in quanto è tale, noi dobbiamo mortificarla in tutto e in ogni modo, armandoci contro di essa come contro un mortale nemico di Dio. La carne in sé stessa è interamente contraria a Dio e, in tale qualità, va castigata; essa è come un forzato, uno schiavo ribelle che, malgrado il suo delitto, non lascia punto di rivoltarsi ogni era; così essa con la forza e la violenza va tenuta soggetta al suo padrone. Adamo, per dare l’esempio alla sua posterità, passò la sua vita nella penitenza: il Signore lo lasciò novecento anni sulla terra, appunto per insegnare a tutti i di lui figliuoli che ne continuano la vita, che essi pure, mentre vivono sulla terra esuli dal Cielo, devono incessantemente far penitenza come sempre fece Adamo finché stette sulla terra. I Cristiani, come figliuoli di Gesù Cristo, continuano la vita santa di Gesù per la virtù del suo Santo Spirito. Così i figliuoli di Adamo devono parimente continuare la vita penitente del loro primo Padre. I Cristiani sono l’espressione di Gesù Cristo e il prolungamento della sua vita; così i figli di Adamo devono ancor essi essere l’espressione di Adamo e la dilatazione della sua vita nello stato di penitenza. Sono dunque obbligati a castigare le prorie colpe come Adamo ha castigato la sua.

III.

Terzo motivo di mortificazione.

La religione esige il sacrificio.

Il terzo motivo nasce dalla religione la quale ci porta sempre al sacrificio di noi medesimi e quindi alla mortificazione. Quando desideriamo di prenderci qualche diletto secondo la carne, quando siamo tentati di dar gusto ai nostri sensi interni o esterni, oppure di accontentare qualcuna delle nostre facoltà anche spirituali, come sarebbe la nostra volontà con qualche vana soddisfazione o la nostra mente con qualche curiosità o qualche studio inutile, dobbiamo, in ispirito di religione e di sacrificio, mortificare tutti questi desideri dell’amor proprio, distruggerli e soffocarli. Questo si chiama propriamente sacrificare, perché così, per la gloria di Dio, sì distrugge, si immola, si uccide, si soffoca l’appetito naturale, il quale è pur cosa reale e vera, perché è cosa sensibile ed effettiva, tanto più sensibile quanto più realmente è in noi, essendo una parte di noi stessi. Nulla è più crudele e rigoroso della religione; essa immola tutto, uccide tutto e non risparmia nulla; essa ha in mano quella spada che il nostro Maestro Gesù è venuto ad apportare sulla terra: Non veni pacem mittere sed gladium. Non sono venuto ad apportare la pace, ma la spada: (Matth. X, 24). La mortificazione è raffigurata pure dalla spada di Ezechiele (Ez. V, 1) che quel santo Profeta ogni tanto passava tra i peli della sua barba, per indicare che bisogna mortificare i desideri superflui della carne che non sono altro che rifiuti e una corruzione della nostra natura. – I sacrifizi sanguinosi dell’antica legge erano un’altra figura della crudeltà che dobbiamo avere in fatto di religione; questa non deve risparmiare nulla, ma tutto sacrificare a Dio. Così fecero i Leviti, come si riferisce nell’Esodo (Es. XXXII, 27-29), che sacrificarono a Dio e immolarono i loro figliuoli, i loro fratelli e i loro amici per ispirito di religione e di grande riverenza verso Dio, davanti al quale consideravano ogni creatura come niente, né potevano soffrir nulla che a Lui procurasse dispiacere. Da tale spirito di religione devono essere animati i Cristiani; quindi distruggere e mortificare ogni corruzione della propria carne, tutto quanto hanno di proprio, tutto quanto vi è in essa di superfluo, in una parola, sacrificare tutto quanto non è rigenerato da Gesù Cristo.

IV.

Quarto motivo della mortificazione

La santità, cui tutti siamo chiamati, specialmente i Sacerdoti, esige distacco da ogni cosa creata, anche dalle tenerezze spirituali. — La comunione spirituale a Dio.

Quarto motivo che ci obbliga alla mortificazione, la santità con cui dobbiamo vivere nell’anima con Dio, nel distacco da ogni creatura. In Dio, la santità lo tiene applicato a Lui stesso e separato da tutto l’essere creato; lo stesso effetto essa suole operare in tutti i Cristiani, perché sono consacrati a Dio per il battesimo e perciò da S. Paolo chiamati col nome di Santi (1 Cor. I, 2; Efes., I, 1). Ché se tutti i Cristiani devono essere santi e distaccati da tutto, i sacerdoti ne hanno un obbligo più particolare, perché ad essi principalmente Dio rivolge queste parole: Siate santi perché io sono santo (Lev. XI, 44), siate distaccati da tutto perché io sono separato da tutto. – I sacerdoti, che offrono a Dio i pani e l’incenso, dovranno essere santi per il loro Dio (Lev. XXI, 6), vale a dire, saranno distaccati da tutto e dedicati a Dio solo. Egli merita questo omaggio, ma di più lo esige la sua grande santità; Dio, essendo la santità per essenza, non può sopportar nulla che non sia secondo la sua volontà. Egli vuole che i sacerdoti, perché lo avvicinano, siano consumati in Lui dal suo Spirito, affinché nulla che sia impuro si avvicini a Lui e che, in tal modo, anche quando è unito al sacerdote Egli rimanga sempre santo e separato da tutto. – La santità separa l’anima da ogni creatura; le impedisce di effondersi nella creatura e riporvi i suoi affetti; la obbliga a ritirarsi in Dio senza più cercar nulla fuori di Lui. La santità è così di una austerità eminente e di una severità oltremodo rigorosa perché non tollera la minima effusione dell’anima in ciò che non è Dio. La santità non tollera neppure che l’anima cerchi la sua soddisfazione in certe tenerezze verso Dio, perché questi sentimenti e questi gusti spirituali non sono Dio; e l’anima perdendosi in queste tenerezze si prenderebbe diletto e soddisfazione in ciò che non è Dio. Quando sia stabilita nella santità perfetta, l’anima rimane unita a Dio puramente con la fede; non si perde in nulla, né si ferma a nulla, non cerca altro che Dio e sì conserva distaccata persino dai doni di Dio, perché questi non sono Dio, il quale è puro, santo e separato da tutto. – Non già che non dobbiamo usare dei suoi doni per andare a Lui, ma essi non debbono essere che la via per giungere a Lui; non dobbiamo esservi menomamente attaccati; dobbiamo tendere unicamente al possesso di Dio solo. Se vi ci attacchiamo, tra Dio e noi v’è qualche cosa che gl’impedisce di unirsi interamente a noi. Ben poche sono le anime che non sì rivolgano alle creature per cercare in esse qualche soddisfazione (Omnes declinaverunt. Ps. XIII,3). Poche sono quelle che appena si accorgono di qualche attacco alle creature, hanno cura di ritirarsi nel loro interiore per entrare in Dio e rimanere perfettamente uniti a Lui. Eppure ci vuole grande fedeltà in questo punto, perché non bisogna mai soffrire che l’anima riponga le sue affezioni in nessuna creatura. Donde avviene che le persone sante, le quali sono puramente intente in Dio e interamente ritirate in Lui, non si compiacciono mai in soddisfazioni naturali, neppure nelle relazioni con le persone care; essendoché Dio, nel quale la loro anima è ritirata, non lo permette; e siccome esse hanno rinunciato ad ogni sentimento naturale e che il fondo della loro anima tutto occupato di Dio e a Lui intimamente unito, non si perdono nel cercare soddisfazioni fuori di Lui. – Ché se l’anima incomincia a distogliersi da tale distacco santo e divino, se incomincia ad effondersi nelle creature, essa tanto meno resta unita a Dio; inoltre perde la sua forza e il suo vigore, diventa vana e dissipata, effusa fuori di sé come l’acqua versata su la terra asciutta (Ps. XXI, 15). Quindi non bisogna soltanto aver cura di distaccare l’anima, come abbiamo detto, dalle cose sensuali e materiali, ma anche dalle cose spirituali; vale a dire dalle dolcezze, dalle consolazioni e dalle altre grazie sensibili alle quali l’anima facilmente si attacca. Essa ama questi doni, li cerca, quasi sempre li desidera, non avvertendo che questi doni non sono Dio più che le altre cose; vi si attacca e perde la sua santità in modo tanto reale, benché non così interamente, come se si attaccasse a cose più materiali. L’anima, per l’uso e il gusto di queste cose spirituali, diventa lorda e impura, debole, incostante e leggera; se non istà ben attenta, arriverà ad una intera opposizione con la santità di Dio. – Il disegno di Dio è di richiamare tutte queste cose all’unità; perciò, Egli vuole che tutte le creature, le quali in se stesse sono diffuse e moltiplicate, servano però all’uomo perché si unisca a Lui solo. Epperò Egli vuole che, se l’anima nostra e i nostri sensi vengano attirati da oggetti che ci piacciono, subito noi ce ne distogliamo per rivolgere a Lui il nostro cuore, dicendogli: voi siete il mio mondo, la mia gloria, il mio tesoro e il mio tutto. – Così nel Cielo, i Santi inabissati in Dio, in Lui trovano tutto, né più sono tentati dalle cose basse e spregevoli della terra. Siccome Dio contiene ogni cosa in eminenza ed Egli è tutto per essenza; siccome Dio in sé e nella sua somma perfezione include tutte le imperfette perfezioni disseminate e diffuse nelle creature, i Santi in Dio possiedono perfettamente intenti, senza che nulla di profano, né alcuna inclinazione terrena li renda impuri, o sia di impedimento alla loro santità. – Ciò che ci rende terreni e ci impedisce di essere santi, è l’amore e l’attacco alla creatura. Perciò, se vogliamo essere santi, dobbiamo aver cura, all’aspetto di qualsiasi creatura, di ritirarci in Dio, perché non ve n’è neppure una che non tenda a distaccarsi da Dio per attirarci a sé stessa. Perciò, sono convinto che è cosa importantissima proporci esercizi giornalieri, che nelle varie circostanze della vita ci servano a tenerci distaccati da Ogni cosa, per portarci a Dio, rifugiarci in Lui e così vivere in intima unione di amore con Lui: Chi sta nella carità sta in Dio, e Dio in lui (Qui manet in charitate, in Deo manet, ed Deus in eo. – Joan. IV, 16).

* * *

L’unione di carità mette Dio in noi e noi in Dio. Come la Comunione sacramentale mette Gesù Cristo in noi e noi in Gesù Cristo, così la Comunione a Dio per amore, benché spirituale, è tuttavia reale; essa ci mette realmente in Dio e mette pure realmente Dio in noi; dimodoché diventiamo un medesimo spirito con Lui: Chi mangia la mia carne, e beve il mio sangue sta in me, ed io sto in lui (Joan. VI, 59). È  questo l’alimento continuo, il pane quotidiano di cui dobbiamo incessantemente nutrirci; è la mammella cui dobbiamo ricorrere senza posa per essere mantenuti nella vita divina. La Comunione spirituale a Dio e la Comunione sacramentale sono le due mammelle di cui dice la Scrittura che sono migliori del vino più delizioso (Cant. I, 1). – Dio, col suo divino Spirito che è una di quelle mammelle con cui nutre la sua Chiesa, fa come quelle nutrici, che talvolta gettano del latte sulle labbra del bambino perché si porti al seno dove troverà abbondante nutrimento. In tal modo, quel divino Spirito, ornando il mondo delle proprie bellezze (Spiritus ejus ornavit cælos – Job. XXVI, 18) presenta agli occhi nostri i beni e gli oggetti piacevoli di questa vita, perché ci ricordiamo della loro fonte che è in Lui e perché a questa fonte ricorriamo con amore per il nostro spirituale alimento: e questo si fa col legarci a Lui per amore, col ritirarci in Lui quando a noi si presentano le creature. Le cose di questo mondo non sono create perché in esse noi troviamo la nostra soddisfazione, ma per avvertirci che nello Spirito di Dio troveremo cose più sante e più pure, di cui potremo godere in Lui senza imperfezione.

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 13

LA VITA INTERIORE (19)

LA VITA INTERIORE E LE SUE SORGENTI (19)

Sac. Dott. GIOVANNI BATTISTA CALVI

con prefazione di Mons. Alfredo Cavagna Assistente Ecclesiastico Centr. G. F. di A. C.

Ristampa della 4° edizione – Riveduta.

LUCE DIFFUSA

LA DEVOZIONE AL CUORE SS. DI GESÙ

MOTIVO DI CONFORTO.

Non sono molti anni che, al solo sentir parlare di devozione al Cuore SS. di Gesù, si vedeva qualche sorrisetto tra gli ascoltatori o, magari, rannuvolarsi qualche volto, a seconda dei casi. Per gli uni, la devozione al S. Cuore era… una leggerezza; per gli altri, almeno una divozione inutile, un duplicato, un surrogato, una pietistica dimostrazione di coscienze sviate. Ora, per grazia di Dio, non è più così. Gli è un grande conforto il vedere, specialmente nel pomeriggio precedente il primo venerdì d’ogni mese, i confessionali nelle chiese assiepati di anime generose e desiderose di potersi presentare al banchetto eucaristico, in omaggio ai desideri che il Cuore SS. di Gesù volle, ripetutamente, manifestare. Come per la pratica del primo venerdì, così per le altre pratiche desiderate e suggerite da Gesù, la devozione al Suo Cuore Sacratissimo prese un vasto, profondo, intenso svolgimento.

IL SIGNIFICATO DI QUESTA DEVOZIONE

«Il Cuore di Gesù — riferisce santa Margherita (Mons. Lfeon Gautey, Vie et oeuvres de la B. Marguerite Marie, Parigi, 1935) — mi fece comprendere che questa devozione era come un ultimo sforzo del suo amore, che voleva favorire gli uomini in questi ultimi secoli di questa redenzione amorosa, per sottrarli all’impero di Satana che Egli voleva rovinare e collocarci sotto la dolce libertà del suo amore, che desiderava stabilire nel cuore di tutti quelli che volessero abbracciare questa devozione ». « Mi sembra che il gran desiderio di Nostro Signore, che nel suo Sacro Cuore sia onorato con qualche omaggio particolare, abbia lo scopo di rinnovare nelle anime gli effetti della sua redenzione, facendo di questo Sacro Cuore come un secondo mediatore tra Dio e gli uomini, i peccati dei quali si sono talmente moltiplicati, che è necessaria tutta l’estensione del suo potere per ottenere loro misericordia ». – « La devozione del suo Sacro Cuore contiene tesori incomprensibili, che Egli vuole siano riversati su tutti i cuori di buona volontà, perché questo è un ultimo sforzo dell’amore del Signore verso i peccatori, per condurli a penitenza e dar loro abbondantemente le sue grazie efficaci e santificanti per ottenere la loro salvezza ». « Questo Cuore divino è il tesoro del cielo, che ci è stato dato… come l’ultima scoperta del suo amore». Mediante la devozione al suo Cuore, Egli vuole acquistarsi « un numero infinito di servi fedeli, perfetti amici e di figli interamente devoti ». « I tesori di benedizioni e di grazie che questo Sacro Cuore racchiude, sono infiniti; io non so se vi sia nella vita spirituale alcun altro esercizio di devozione, che sia più atto ad elevare in poco tempo un’anima alla più alta perfezione, e a farle gustare le vere dolcezze che si trovano nel servizio di Gesù Cristo. Sì, lo dico con tutta sicurezza; se si sapesse quanto sia gradita a Gesù Cristo questa devozione, non vi sarebbe alcun Cristiano, per quanto poco amasse questo amabile Salvatore, che non là porrebbe subito in pratica ». – « Le anime religiose ritrarranno da essa tanti aiuti, che non sarà necessario altro mezzo per ristabilire il fervore primitivo e la più esatta regolarità nelle Comunità meno osservanti, per condurre all’apice della perfezione quelle che vivono nella più grande osservanza). « Quanto alle persone secolari, esse troveranno, per mezzo di questa amabile devozione, tutti gli aiuti necessari al loro stato, cioè, la pace nelle loro famiglie, il sollievo nei loro travagli, le benedizioni del cielo su tutte le loro imprese, la consolazione nelle loro miserie; ed è proprio in questo Sacro Cuore che esse troveranno un luogo di rifugio durante tutta la loro vita e principalmente neil’ora de!la morte. Ah! Come è dolce morire dopo avere avuto una tenera e costante devozione al Sacro Cuore di Gesù Cristo! ».  – « Il mio divino Maestro mi ha fatto conoscere che quelli che lavorano per la salvezza delle anime, lavoreranno con successo, e conosceranno l’arte di commuovere i cuori più induriti, se avranno una tenera devozione al suo Sacro Cuore, e si sforzeranno d’ispirarla e stabilirla ovunque ». « Infine. è evidente sotto ogni aspetto che non v’ha persona al mondo, la quale non riceverebbe ogni sorta di aiuti celesti, se avesse per Gesù Cristo un amore veramente fedele, quale è quello che gli si manifesta con la devozione al Suo Sacro Cuore ».

ECCO QUEL CUORE! UNA NUOVA VIA.

Vero è che, fin dal 1281, Gesù affidò alla religiosa benedettina Geltrude la missione di far conoscere le meraviglie della bontà e della misericordia del suo Cuore per la gloria del Padre celeste e la salvezza delle anime. Ma fu solo nel 1675 che, dal campo mistico riserbato dov’era rimasto, eredità di pochissime anime d’eccezione, il tesoro rivelato a santa Geltrude venne, nuovamente e incondizionatamente, manifestato a tutti gli uomini, per mezzo di santa Margherita, come reazione al movimento pseudoriformistico protestante e al giansenismo glaciale e mortifero, che dilagavano, atrofizzando ogni più santa espressione di spirituale elevazione. È in quel tempo che Gesù fece sentire la sua dolorosa constatazione: Ecco quel Cuore che tanto ha amato gli uomini e dai quali è stato così poco riamato. Fu allora che il Sacro Cuore suggerì una nuova via « la quale se ben si osserva, presenta queste tre note caratteristiche (Mons. F. OLGIATI, La pietà cristiana. Milano, 1935, pag. 135):

I. La conquista e l’universalità del suo Regno. « Contro l’impero di satana, Gesù vuol stabilire il suo regno d’amore». Non, adunque, una devozione tra le altre, ma una battaglia che deve estendersi a tutto il mondo per il trionfo del regno individuale e sociale di Cristo. La Madre Maria del Divin Cuore, nella sua lettera a Leone XIII, perché all’inizio del secolo vigesimo consacrasse al Cuore di Cristo tutto il mondo, dice: « Egli farà risplendere una nuova luce sul mondo intero…». Con lo splendore di questa luce i popoli e le nazioni saranno illuminati e col suo ardore riscaldati ». Ed ogni volta che si scorrono i documenti pontifici a proposito del Sacro Cuore, come ad es., la Miserentissimus Redemptor di Pio XI, rifioriscono sulle labbra, senza volerlo, — come giustamente scrive il P. Alcaniz — i passi numerosissimi in cui i Libri Sacri descrivono l’impero del Messia: « E dominerà da un mare all’altro, e dal fiume (Giordano o Eufrate) sino all’estremità della terra » (Salmo LXXI). « E si ricorderanno e si convertiranno al Signore tutti i confini della terra e si umilieranno avanti a Lui tutte le famiglie delle genti » (Salmo XXI).

2. La dedizione nostra. – Nelle grandi rivelazioni, l’attuazione del primo punto programmatico — la guerra a satana ed il trionfo di Cristo — è congiunta con la consacrazione dell’anima, che vuol seguire il vessillo del S. Cuore. Non per nulla, commenta ancora il P. Alcaniz, nella storia di tale devozione troviamo ad essa unita sempre l’idea di consacrazione: « Consacrazione del genere umano fatta da Leone XIII, e comandata si rinnovasse tutti gli anni da Pio XI; consacrazione di nazioni, provincie, municipii e consigli comunali; di diocesi e di parrocchie: di ordini religiosi, comunità, famiglie, officine; consacrazione frequentissima di individui ». Ed anche qui non materializziamo le iniziative dello spirito. La consacrazione non è solo una formula, una funzione, una festa: ma consiste nel mettere tutto a disposizione del Cuore di Gesù, le nostre energie, le nostre cose, le famiglie e i popoli; consiste, per dirla con santa Margherita Maria, nel « fare al suo Cuore un intero sacrificio di se stessi e di tutto ciò che da noi dipende », nell’affidare a Lui la nostra anima, la nostra libertà, il nostro corpo, le nostre attività, i nostri interessi, sicuri e fidenti nella sua parola: « Abbi tu cura del mio Cuore e delle mie cose; ed il mio Cuore avrà cura di te e delle tue ». Dire consacrazione è dire riparazione di chi non può restare freddo ed indifferente dinanzi al Dio del suo cuore, che viene oltraggiato, sputacchiato e crocifisso; è dire apostolato nelle sue varie forme: dall’apostolato della preghiera all’apostolato dell’azione; dall’apostolato che consiste nell’adempimento dei propri doveri, individuali, famigliari e sociali, e perciò del buon esempio, all’apostolato della sofferenza; dal lavoro per procurare al Sacro Cuore «tutta la gloria, l’amore, la lode che sarà in nostro potere », all’offerta di sè come vittime, desiderose «di sacrificarsi come un’ostia di immolazione al S. Cuore per il compimento dei suoi disegni ». Un unico ideale deve tormentare il nostro animo: non respirare — come del P. De La Colombière riferisce santa Margherita — se non per far amare, onorare, e glorificare il Cuore di Cristo e poter dire col santo gesuita: « Il mio cuore è insensibile a tutto, fuorché agli interessi di questo divin Cuore… ».

3. «Finalmente, all’idea dell’universalità del regno e della dedizione nostra alla battaglia conquistatrice, si unisce l’idea dell’amore. Cristo vuol vincere il mondo col suo Cuore. Egli sceglierà ad apostoli della devozione, due anime che sanno amare: l’una, Margherita Maria nel convento della Visitazione, la quale rappresenta l’amore che prega silenziosamente e si immola; l’altro, il P. De La Colombière, un figlio di una Compagnia che sa cos’è l’amore, che combatte e che con Ignazio di Loyola, ne’ suoi Esercizi, addita il Regno di Cristo ed invita alla contemplatio ad amorem. Non era amore il pecca fortifer et crede firmiter di Lutero; non cantava l’amore l’Augustinus di Giansenio; non conosceval’amore il gelido ed astratto intellettualismo razionalistico ed illuministico. La più grande forza del mondo — è stato detto — è il cuore. Sì, è vero: è il Cuore di un Dio umanato che ci spiega Betlemme, il Cenacolo ed il Golgota, e che ad una società dimentica degli abissi del suo Amore infinito si presenta col suo Cuore in mano,sussurrando con voce irresistibile: Ecco il Cuore che ha tanto amato gli uomini…”?.Ogni pratica, in onore del S. Cuore, ha questo speciale colorito dell’Amore. Se Gesù in un venerdì fisserà la festa del Suo Cuore, è perché il venerdì è il giorno dell’Amore,nel quale dal costato trafitto il Suo Cuore ha lanciato ai secoli il suo grido ineffabile;se chiederà Comunioni, specie nel primo venerdì del mese, è perché non si può scindere il Sacramento dell’Amore dal Cuore che l’ha istituito e che freme nascosto sotto i candidi veli; se la devozione al S. Cuore domanderà riparazioni, immolazioni,sacrifici, è perché l’Amore non è amato, e perché sia riconosciuto quel Cuore da cui viene la nostra salute. Agli individui,alle famiglie che a lui si consacrano, alle nazioni che a Lui si volgono, il S. Cuore non parla se non di Amore. Il mondo sarà vinto dall’Amore e solo mediante l’Amore. E le braccia stese in croce dal Re dell’amore stringeranno l’avvenire, che si avanza verso il suo Cuore» (Cfr. OLGIATI, 0. c., pag. 138-9).

IL FINE DELLA DEVOZIONE AL SACRO CUORE: VIVERE CON GESÙ.

Il fine della devozione al Sacro Cuore, dopo quanto abbiamo detto, non può essere se non questo: attingere, da questo Cuore SS. la sacra influenza della grazia e dell’amore per vivere della stessa sua vita; sentire la gioia di riprodurre in noi i suoi sentimenti e le sue opere per raggiungere il frutto della salvezza eterna, in noi e nelle anime che avvicineremo; l’intima adesione del cuore nostro al Cuore di Gesù Amore, e per avere l’immedesimazione assoluta della nostra vita con la sua. Un dotto gesuita, il P. Giuseppe Petazzi, in un aureo opuscolo su l’apostolato della preghiera e la devozione al S. Cuore (Cavarzere, 1926. Cfr. OLGIATI, 0. c.), scrive: « Meditando attentamente gli scritti della discepola eletta del Cuore SS. Di Gesù, santa Margherita Maria, noi vediamo che il culto al Cuore SS. di Gesù tende tutto a far sì che noi ricopiamo in noi stessi l’interiore di Gesù. Ed è naturale: la devozione ad un Cuore non può propriamente risiedere se non nel cuore; la devozione ad un Cuore divino deve tendere a divinizzare per virtù d’amore i nostri cuori trasformandoli in quel Cuore divino. Dobbiamo far nostri i suoi sentimenti, far nostra la sua vita. In mille modi Nostro Signore manifestò alla Santa questo suo disegno: in mille modi la fedele discepola ce lo comunicò. Riassumendo e compendiando quei preziosi divini insegnamenti, ci sembra di poter dire che la devozione al Sacro Cuore, come fu da Gesù stesso insegnata, si riduce alla pratica della vita interiore, vita eminentemente e intensamente soprannaturale, vita di immolazione, vita di riparazione, vita di apostolato; col che non intendiamo propriamente di indicare cose diverse, ma piuttosto di segnare e sottolineare i caratteri propri di una vita trasformata, per virtù d’amore, nell’interiore vita di Gesù». La devozione al Cuore di Gesù così intesa, ci guida a comprendere la dottrina del Corpo mistico di Gesù ch’è luminosa, profonda, centrale nella vita cristiana. Intendere questa dottrina vuol dire capire tutto il Cristianesimo, tutta la sua multiforme attività che, pure, si esprime in una mirabile unità. La varietà dell’unità è, del resto, la legge fondamentale dell’universo, tanto che vi fu chi nello studio del nucleo cellulare ha ritrovato Dio e nell’immensamente piccolo ha adorato l’Infinito. – Così Gesù, nella conoscenza e bontà del suo Cuore, ci guida alla unione con Dio, alla pratica della vita interiore.

LA VITA INTERIORE (20)

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 11

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (11)

GIOVANNI G. OLIER

Mediolani 27-11 – 1935, Nihil obstat quominus imprimetur. Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR In Curia Arch.Mediolani die 27 – II – 1935 F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO VIII.

Della mortificazione

È verità certissima che, dopo il peccato, Adamo è stato maledetto tutto intero, vale a dire non solo nella sua persona ma anche in tutta la sua discendenza: dimodoché Dio riprova tutto quanto di Adamo v’è in noi; la sua santità non lo potrebbe sopportare. La condanna divina, non porta soltanto su la carne, ma ancora su le opere della carne; perciò, queste opere sono da S. Giovanni chiamate carne. Ciò che è nato dalla carne è carne: la carne non serve a nulla; e S. Paolo la chiama morte e carne di peccato, perché ci porta al peccato; è ripiena « di desiderii del peccato, non ha in sé che inclinazione propensione al peccato (Joann., III, 6; VI, 64- Rom. VIII. 6). Se persino in Nostro Signore la carne viene da S. Paolo chiamata peccato e maledizione, benché in Lui non vi fosse che la somiglianza col peccato, non avendone Egli preso che la figura e l’immagine (Rom. VII, 8): quanto più deve essere chiamata con tale nome in noi che, pur troppo, ne abbiamo la malizia, la dissolutezza ed i disordini?

***

Donde chiaramente appare che tutto quanto si opera per principio della carne, per la sua mozione, le sue inclinazioni, i suoi desideri, la sua impressione e la sua impetuosità, non serve di nulla per la vita eterna, ma, al contrario, viene senza posa riprovato da Dio; secondo questo fondo corrotto e questa parte maligna, con tutto ciò che da tale principio viene operato in noi, siamo per il Signore oggetto di avversione. Dovremmo vivere in una immensa confusione, con la faccia contro terra, per la vergogna di vederci così riprovati da Dio in una parte di noi stessi e per la malignità di quel fondo maledetto che abbiamo in noi. – Le opere, infatti, che provengono dalla mozione e dall’istinto della carne oppure dalla pradenza della carne, non sono che opere di morte (Rom. VII, 6), da Dio condannate come frutto della malignità del demonio, il quale ha corrotta la nostra carne e vi ha impresso quelle maligne inclinazioni che la portano ad allontanarsi da Dio e usurparne il posto, col cercare sé stessa in ogni cosa come suo ultimo fine (La scuola berulliana adotta, riguardo agli effetti del peccato originale in noi, l’opinione teologica più stretta. Perciò le espressioni di Giov. Olier contro la carne sono assai forti, ma sempre nei limiti della fede. Per altro, il linguaggio del Servo di Dio, in sostanza, è quello di S. Paolo nel capo VIII dell’Epistola ai Romani e dell’Imitazione di Cristo nei capitoli XIV e XV del libro III. Anche Nostro Signore disse che dobbiamo odiare l’anima nostra – Joan. XII, 25, ossia « quella parte di noi, come spiega G. Olier in altro luogo, che è unita alla carne ed è contraria a Dio con la carne »). Ecco il fondo e l’origine della nostra malignità intima e segreta, quella prepotente inclinazione a cercare incessantemente, in ogni nostra azione, null’altro che il nostro interesse, la nostra soddisfazione e il nostro onore, non mai Dio, non mai la sua volontà né il suo compiacimento. La carne non può mai cercare Dio perché, come dice S. Paolo, essa non è, né mai può essere soggetta alla legge di Dio (Rom. VIII, 7). – Perciò, Nostro Signore, venuto al mondo per farci intendere la nostra miseria e la necessità del soccorso di un principio interiore che ci faccia vivere divinamente, volendo renderci persasi dell’urgente bisogno che abbiamo di un altro spirito che quello della carne, vale a dire, dello Spirito Santo che ci attacchi a Dio, elevandoci al disopra della terra, diceva: Lo Spirito è quello che dà la vita (Joan. VI, 64). Lo Spirito Santo dà la vera vita, lo Spirito Santo santifica tutte le nostre opere, lo Spirito Santo ci fa operare in tutto come veri figli di Dio (Rom. VIII, 14). – I veri figli di Dio sono ben differenti la quelli di Adamo, perché sono diretti dallo Spirito Santo e condotti dalla luce della fede; ricevono la virtù di operare con l’intenzione di piacere a Dio e in un modo superiore alla propria natura. Ciò presupposto, possiamo notare vari motivi che ci obbligano alla mortificazione di noi stessi.

1

Primo motivo della mortificazione.

Siamo Cristiani, dobbiamo vivere secondo lo Spirito ricevuto nel Battesimo. In questa vita c’è sempre da combattere. – Grande vantaggio nella lotta contro la carne.

Il Cristiano non deve vivere secondo la carne, (Debitores sumus non carne, ut secundum carnem vivamus. – Rom., VIII, 12), ma secondo lo spirito, avendo nel battesimo ricevuto in sé lo Spirito Santo perché sia il principio delle sue opere e tolga alla carne la facoltà di trascinarlo. Questo ci obbliga a reprimere la carne e a mortificarla in ogni occasione, affinché lo Spirito Santo possa fare in noi ciò che Egli vuole e portarci a ciò che Egli desidera. Benché lo Spirito ci porti talora a certe cose che sono pure conformi ai desideri della carne, come sono il cibo, il riposo ed altre simili, non le dobbiamo tuttavia compiere per i motivi impuri ed i fini perversi della carne, né per un maledetto principio di amor proprio, ma per un principio divino, per un principio di santità che ci elevi a Dio nel distacco da noi stessi e dalle creature. Orbene, ecco il segno per conoscere la differenza che passa tra le opere alle quali ci portiamo per il principio della carne e quelle alle quali ci portiamo per il principio dello Spirito. Chi opera secondo il principio della carne, opera con precipitazione, con veemenza. per il proprio piacere, e senza essere mosso da nessuna intenzione rivolta a Dio. Quando invece siamo mossi dallo Spirito, questo ci ispira interiormente qualche motivo divino, quindi il nostro operare viene riferito a Dio, con l’intenzione di piacere a Lui e di renderci capaci di servirlo; noi allora, più dell’opera che facciamo e più della creatura di cui abbiamo bisogno, consideriamo Dio medesimo. – Inoltre, lo Spirito si fa sentire per la forza con cui ci eleva a Dio, per la dolcezza, la pace, la soavità della sua mozione; ci tiene distaccati da noi medesimi, e rimane in possesso della nostra volontà onde portarla, nelle sue mani, a tutto quanto Egli desidera da noi. È questo propriamente ciò che si chiama essere spirituali e in ogni cosa vivere secondo lo spirito; quando, cioè, lo Spirito Santo è in noi il principio di tutto, ci possiede interamente, ci tiene nelle sue braccia e ci porta dovunque gli piace. Benché in alcuni ciò avvenga in modo più sensibile che in altri, ciò si verifica in tutti quelli che vogliono mortificarsi, rinunciando in tutto alla propria carne e a sé medesimi. – Quando lasciamo il posto allo Spirito con piena libertà di disporre di noi, Egli non manca mai di esercitare in noi la sua azione e di dirigerci; non manca mai di prendere possesso delle nostre facoltà per elevarle alle opere che Dio desidera da noi, perché viene e abita in noi unicamente per promuovere, per mezzo nostro, la gloria di Dio. Egli sta in noi, per essere il principio della nostra vita nuova, di quella vita divina di cui dobbiamo vivere. Dopo il battesimo, infatti, nel quale abbiamo ricevuto lo Spirito di figlioli di Dio, noi dobbiamo vivere secondo la volontà di Dio, anzi vivere della vita medesima di Dio, perché il figlio deve vivere della vita del padre suo; il figlio proviene dal padre come un secondo vivente, deve quindi continuare, dilatare e propagare la vita medesima del padre, in una parola, aver col padre un medesimo principio di vita. Orbene, la vita di Dio in se stesso è Dio medesimo, ed Egli è il principio della propria vita. Così la vita in noi è Dio: Dio è il principio della nostra vita, principio che ci anima, ci muove ed è la nostra forza. Qui sta la differenza tra i battezzati e gli infedeli; i battezzati han ricevuto lo Spirito di Dio, che è Dio medesimo il quale abita in essi come nuovo principio di vita e di azione. Ma gli infedeli e tutti i figli di Adamo sono mossi dalla carne e dallo spirito maligno; vivono secondo i sentimenti, i movimenti e la vita della carne e dello spirito maligno. E così avviene pure dei Cristiani che cadono in peccato mortale; perché, rinunciando allo Spirito divino col quale erano una sola cosa, per unirsi ed aderire allo spirito maligno, diventano per ciò stesso una cosa sola con quest’ultimo. Il demonio ha gran potere sopra la carne, perciò dobbiamo stare in guardia per essere costanti nel rinunciare coraggiosamente ad essa; egli la spinge, la muove, l’anima a suo piacimento, perché non è ancora rigenerata né santificata come il nostro spirito è rigenerato e santificato dal battesimo. Nella presente vita, la nostra rinascita non è perfetta; essa è parziale, né sarà completa che nel giorno del giudizio e della universale rigenerazione; allora i nostri corpi saranno rinnovati e trasformati, le loro inclinazioni maligne e carnali saranno cambiate in quelle dello spirito; trasformazione che non viene operata dal battesimo in questa vita, Nel battesimo, lo spirito dell’uomo viene rigenerato, dimodoché riceve inclinazioni nuove, riceve cioè le inclinazioni di Gesù Cristo invece di quelle di Adamo delle quali era ripieno a motivo della relazione con la carne maledetta che proviene da Adamo e ne conserva le inclinazioni. L’anima non ha la sua origine da Adamo, ma da Dio che l’ha tratta dal proprio seno per metterla in quel corpo umano che proviene da Adamo. Perciò, Dio la considera come sua figlia, e si prende cura di purificarla, lavarla, separarla, santificarla mediante la grazia del Figlio suo e per l’aspersione del sangue di esso, per la presenza del suo proprio Spirito che la libera e la purifica dalle macchie contratte nella alleanza con la carne. Orbene, benché l’anima sia così purificata e rigenerata, il corpo, vero figlio di Adamo, conserva sempre le sue inclinazioni e le sue tendenze, rimane sempre per intero nei suoi primitivi e maledetti sentimenti, e tale rimarrà sino al giorno della rigenerazione universale per la quale nel dì del giudizio, i corpi saranno riformati da Gesù Cristo nostro Padre, che infonderà in essi i suoi propri sentimenti e li renderà partecipi della sua redenzione. Noi sospiriamo, dice S. Paolo, e gemiamo entro noi stessi, perché sentiamo ad ogni ora gli istinti della carne e la vita del nostro misero padre Adamo (Rom. VIII, 23). Sospiriamo perché, essendo già figli di Dio nello spirito, non lo siamo ancora nel corpo; perché la nostra carne non ha ancora ricevuto le inclinazioni del Padre nostro e non è ancora partecipe di quelle del nostro spirito. Gemiamo perché non siamo ancora figli che a metà (Initium aliquod creaturæ ejus. Jac., I, 18), mentre i nostri corpi non partecipano ancora alla nostra adozione, non hanno ancora ricevuto gli effetti della grazia di adozione e rimangono privi, a differenza della nostra anima, dei privilegi della redenzione operata da Gesù Cristo. – Ahimè, qual peso per il nostro spirito! Quale pericolo per noi, il nostro corpo! Esso è così lontano da Dio, così pesante e pende così fortemente verso la rovina, che facilmente trascina l’anima e lo spirito, se non resistono continuamente alle sue maledette inclinazioni. L’anima è costretta ad animare la carne e a servirsene, ma ne resta aggravata. La carne deprime lo spirito, ossia quella parte superiore ed eminente che lo Spirito Santo eleva alla partecipazione della sua divina luce. È dunque essenziale che il nostro spirito si mantenga continuamente fermo nella sua adesione allo Spirito Santo e si elevi continuamente a Lui; che ad ogni ora si dia e si abbandoni alla sua potenza, separandosi e allontanandosi dall’anima infetta dalla carne e dalle mozioni della carne e perciò attratta verso la terra e le creature. Se il nostro spirito non rimane fedele in tal modo allo Spirito Santo, diventa carne, perché da questa si lascia assorbire e ne riceve i sentimenti, a quel modo che prima era spirito, quando cioè aderiva allo Spirito Santo e gli era unito per l’amore e l’affezione. Tale è lo stato dell’uomo in questa vita, stato che lo pone nella necessità di rinunciare incessantemente a se stesso, di resistere alla propria carne, di mettersi risolutamente dalla parte dello spirito, di vivere continuamente nel timore a motivo della smania del corpo nel ricercare la propria soddisfazione. Perciò la via che dobbiamo seguire, via unica, sicura e certa, è di rinunciare alla carne, togliendo tutto quanto essa desidera e così aderire allo spirito e non essere che una sola cosa con lui. Allora si compirà quanto dice l’Apostolo: Chi aderisce a Dio, ossia sta unito a Dio, diventa con Lui un solo Spirito (1 Cor. VI, 17). Procuriamo dunque di darci per intero a quel divino Spirito, rinunciando a tutto quanto non è Lui. – O Spirito divino, rapiteci! Elevateci a tutto ciò che è di vostro gradimento! Fate che nulla ci trattenga più in questo mondo né ci attacchi alla terra! Fate che non ci occupiamo più di cose terrene: A Voi, a Voi solo il nostro cuore, le nostre affezioni e tutto ciò che siamo!

***

Ecco, dunque, il primo motivo che abbiamo di praticare la mortificazione; siamo Cristiani e quindi obbligati a vivere secondo lo Spirito che abbiamo ricevuto nel battesimo e che ci fa aderire a Dio onde non vivere più secondo la carne. Benché una tal pratica sia la rinuncia ad ogni cosa creata, tuttavia non vi perdiamo nulla. Perché, in virtù di questa unione ammirabile di Dio con noi e di noi con Dio, noi, in quel Dio che possiede in se stesso ogni verace bene, troviamo attrattive così potenti, che l’anima nostra senza rincrescimento si priva di tutto quanto le viene proposto dalla carne. In Dio essa trova i beni veraci di cui gli altri beni non sono che apparenze: Dio ha voluto che questi beni apparenti fossero come immagini, figure, somiglianze di Lui; se l’anima prende queste figure per la realtà, sta nella menzogna, ma se ne giudica con rettitudine e ne ha una vera conoscenza, vi rinuncerà mille volte al giorno. Essa riconoscerà che il grande ed unico bene è Dio, il quale ora vuol essere posseduto in se stesso e non più nelle sue creature, come quando si dava all’anima sotto la figura delle creature, facendosi conoscere ed amare sotto i titoli e le qualità con cui in esse rappresentava sé medesimo; a questo fine si presentava, come luce nel sole, come calore nel fuoco, come fermezza sotto la figura della terra, come bellezza nei fiori; ma erano rappresentazioni sempre imperfettissime, perché si trattava di creature materiali, corruttibili e passeggere. Ora, invece, Egli non vuole più darsi al possesso dell’anima che in se stesso e in spirito; vuole che l’anima lo possegga immediatamente e si dà ad essa direttamente. Dio vuole che l’anima e lo spirito gli stiano interiormente uniti, dimodocé Egli li possegga, li animi, li diriga e li elevi in tal modo al di sopra della carne e della terra, che non abbiano più nessun altro desiderio che di essere totalmente da Dio, posseduti e in Lui consumati. In forza di che noi viviamo nell’avversione della carne e da essa separati, e la mortifichiamo in tutto nella nostra persona.

***

Ma è da notarsi che questa mortificazione deve essere non solo universale, ma anche continua, perché la minima mancanza di mortificazione abbassa l’anima ad aderire alla carne; e così a poco a poco il nostro spirito diventa carne, si distacca da Dio per abbandonarsi alla creatura. Il nostro spirito quanto più si ferma alla creatura tanto meno aderisce a Dio, perché ne riceve meno il soccorso. Quanto più è privo del grande aiuto di Dio cui prima aderiva e dal quale era sorretto, tanto più diventa pesante, inclinato alle cose terrene; così per non aver mortificato continuamente la propria carne, a poco a poco cadrà nella rovina. Se vivrete secondo la carne, dice S. Paolo, morrete; se invece, con lo spirito, darete morte alle azioni della carne, vivrete (Rom. VII, 131).Questa pratica della mortificazione èfacile per chi vive nello Spirito della graziaed è ben posseduto da Dio; perché loSpirito Santo che sta in noi, attira l’animanostra, trattiene il nostro spirito perchénon aderisca alle creature. Quando sigode in tal modo della unione perfetta epura con Dio, bisogna guardarsi bene daiprimi assalti delle creature; appena si sentequalche attrattiva verso di esse, bisognaresistervi, allontanarsene e separarsene totalmente. Se avviene, a cagione di esempio, esi presenti ai nostri occhi qualche oggettoattraente e che l’anima sia spinta a compiacersene, bisogna rinunciarvi e astenersi dal guardarlo. Questo si chiama mortificare i propri occhi; così bisogna dire degli altri sensi esterni ed interni, ed anche delle altre facoltà dell’anima nostra

LA VITA INTERIORE (18)

LA VITA INTERIORE E LE SUE SORGENTI (18)

Sac. Dott. GIOVANNI BATTISTA CALVI con prefazione di Mons. Alfredo Cavagna Assistente Ecclesiastico Centr. G. F. di A. C.

Ristampa della 4° edizione Riveduta.

LUCE DIFFUSA

LA DEVOZIONE A MARIA

LE ALTEZZE DI MARIA.

Ad Jesum per Mariam.

Tota ratio spei meæ, Maria!

« Non vi è certamente che un Dio solo e un solo Mediatore necessario, Gesù Cristo. » Ma piacque alla sapienza e alla Bontà divina di darci dei protettori, degli intercessori e dei modelli che siano o almeno sembrino più vicini a noi; e sono i Santi, i quali, avendo ricopiato in se stessi le perfezioni divine e le virtù di Nostro Signore, fanno parte del suo corpo mistico e si dànno pensiero di noi che siamo loro fratelli. Onorandoli, onoriamo Dio stesso e un riflesso delle sue perfezioni. » Tra di essi, soprattutto, c’è Maria, la Madre di Dio e Madre degli uomini » (TANQUEREY, Compendio di vita Ascetica, 103). Ed è più che giusto. Maria non è solo la piena di grazia; ma il tempio, il tabernacolo vivente dell’autore della grazia! È la Regina celeste che ha tutte le virtù! Nessun’anima, nessuna, anche se attinse alle più alte vette della santità, può esserle paragonata. Per la sua altezza, per la ricchezza immensurabile delle sue perfezioni, per la sua intimità con Dio, noi dobbiamo invocarla, pregarla, imitarla, certi che, per mezzo di Lei raggiungeremo l’unione con Dio, l’unificazione con Gesù, il termine delle nostre elevate aspirazioni. « Signore Gesù, ascolta quanto il cuore, sotto l’azione soave della tua di amore ci suggerisce! Il cuore della Madonna, quale verginale campo di fecondità divina! Tu scendesti, verso di Dio, in questo campo: celeste ed una fecondazione infinita riempi la terra di Paradiso! Ma dimmi, Signore: anche dopo che la Vergine ti generò al mondo, non rimanesti Tu, con la invisibile presenza della Tua Parola, a fecondare quella valle celeste e silenziosa? Il Cuore di Maria non resta ancora campo seminato di infiniti germi di vita divina, vero Paradiso di tripudio ove si appuntano le compiacenze celesti del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo? Al quale mirano con dolce emozione i serafini del cielo e della terra? Quale splendore di immacolatezza in questo Tabernacolo ove sono diffuse a profusione — prodigalità amorosa! — le perle che ornano la celeste Gerusalemme!» (Giov. Italica, ott. 1934 – S. La Pira).

MOTIVI DI CONFIDENZA.

Il santo don Giovanni Bosco, nel suo aureo libretto in onore di Maria (Il mese di maggio pel popolo.), dopo avere affermato che i motivi di confidenza in Lei sono innumerevoli, passa a indicarne i principali, che riduce a tre, e sono i seguenti:

1. Maria è più santa di tutte le creature;

2. Maria è Madre di Dio;

3. Maria è Madre nostra.

Questi motivi sono veramente chiarissimi, anzi, evidenti per se stessi. Se Maria SS. può tutto, certamente può e vuole il nostro più completo miglioramento, la nostra vicinanza, la nostra unione con Gesù. Così Ella ci viene ammaestrando coi suoi esempi, con la luce della sua vita mortale, con la forza del suo sacrificio; con la nobilissima rassegnazione nelle sofferenze fisiche e morali, con la sua più profonda umiltà. Ma « noi siamo in questo mondo come in un mare burrascoso, come in un esilio, in una valle di lacrime. Maria è la stella del mare, il conforto del nostro esilio, la luce che ci addita la via del cielo asciugandoci le lagrime…» (S. Giov. Bosco, o. c., pag. 177.). Ci terge le lagrime, ci viene in aiuto, ci favorisce la sua luce, ascoltando i nostri gemiti, esaudendo la nostra preghiera, difendendoci dal nemico dell’anima nostra.

UN SOGNO… DI DON BOSCO.

Il santo don Bosco, sempre tanto illuminato nel condurre le anime ai piedi della Vergine Santissima, narrò ai suoi alunni il seguente sogno: «Sognai di trovarmi con tutti i giovani a Castelnuovo d’Asti a casa di mio fratello. Mentre tutti facevano ricreazione, viene a me uno ch’io non sapeva chi fosse, e m’invita in un prato attiguo al cortile e là mi indicò fra l’erba un serpentaccio lungo sette od otto metri e di una grossezza straordinaria. Inorridii a tal vista e voleva fuggirmene: — No, no, mi disse quel tale, non fugga; venga qui e veda. — E come, risposi, vuoi che io osi avvicinarmi a quella bestiaccia?  — Non abbia paura; non le recherà alcun male; venga con me. — Prenda questa corda, la sospenderemo sopra il serpente. — E poi? — E poi gliela lasceremo cadere attraverso la schiena. — Ah! no per carità! Perché, guai se noi faremo questo. Il serpe salterà su indispettito e ci farà a pezzi. — No no; lasci fare da me. — Là, là! io non voglio prendermi questa soddisfazione che può costarmi la vita. — E già me ne voleva fuggire. Ma quel tale insistette di nuovo, mi assicuro che non avevo di che temere, che il serpe non mi avrebbe fatto alcun male, e tanto disse che io rimasi e acconsentii a far il suo volere. Egli intanto passò dall’altra parte del mostro, alzò la corda e poi con questa die una sferzata sulla schiena del serpe. Il serpente fece un salto volgendo la testa indietro per mordere ciò che l’aveva percosso, ma invece di mordere la corda, restò ad essa allacciato come in cappio scorsoio. Allora mi gridò quell’uomo: — Tenga stretto, tenga stretto e non lasci sfuggire la corda. Frattanto il serpente si dimenava, si dibatteva furiosamente e dava giù colpi in terra con la testa e colle immani sue spire, che laceravansi le sue carni e ne faceva saltare i pezzi a grande distanza. Così continuò finché ebbe vita; e, morto che fu, più non rimase di lui che il solo scheletro spolpato. Morto il serpente, quel medesimo uomo slegò la corda che aveva legato dall’albero alla finestra, la trasse a sé, la raccolse, ne formò come un gomitolo e poi mi disse: — Stia attento neh! — Così mise la corda in una cassetta che chiuse e poi dopo qualche istante aprì. I giovani erano accorsi attorno a me. Gettammo l’occhio dentro alla cassetta e fummo tutti stupiti. Quella corda si era disposta in modo che formava le parole « Ave Maria!» — Ma come va! Ho detto. Tu hai messa quella corda nella cassetta così alla rinfusa e ora è così ordinata. — Ecco, disse colui; il serpente figura il demonio, e la corda l’« Ave Maria » o piuttosto il Rosario che è una continuazione di «Ave Maria», colla quale e colle quali si possono battere, vincere, distruggere tutti i demoni dell’inferno» (Vedi LEMOYNE, Memorie biografiche di don Bosco, vol. VII).

MARIA ESEMPIO E MAESTRA D’UNIONE CON GESÙ.

Ma tra tutti gli aiuti che Maria può e vuole dare alle nostre anime, il primo e principale per noi, il più caro per Lei, è quello di insegnarci ad acquistare la vita d’unione con Gesù. Il suo ammaestramento, anche in questo, ci è dato dalla sua vita. Infatti « Nessuna creatura umana fu più di Lei unita a Dio mediante la grazia di Gesù Cristo. Non miracoli o manifestazioni rumorose noi troviamo nella Madonna, ma tutta la sua grandezza ed i suoi privilegi, fonte della sua gloria, si riducono a quell’unione. Ella è l’Immacolata, e come tutti sanno, l’immacolato concepimento non è altro se non la esclusione della colpa originale, ossia il fatto che mai l’anima di Maria fu priva della grazia e dell’unione con Dio. » Ella è la Vergine e della verginità ci offre il vero e profondo significato, la dedizione completa della creatura al Creatore e sua unione con Lui; Ella è la Madre, che mediante l’unione con Dio nell’incarnazione, unisce gli uomini tutti, — tutti i suoi figli — al Padre. E se anche dovessimo dare uno sguardo alla Corredentrice, altro non coglieremmo se non l’unione con Gesù nei suoi misteri; l’Assunzione non è altro che l’unione perfetta con Dio in cielo; il culto per la Vergine nei secoli, ha per oggetto e per finalità l’unione con Dio e la grazia. Insomma, in questa musica una sola nota, divinamente bella, squilla ed echeggia; e senza le nozioni del soprannaturale, sarebbe vano voler, sia pure pallidamente comprendere colei che santa Geltrude invocava così: O giglio bianco della Trinità splendente » (Olgiati, Il sillabario del Cristianesimo, pagina 245-6.). Ma ancora e sempre: Ad Jesum per Mariam! O Gesù dolce, Gesù Amore, ascoltaci: nel cuore di Maria, tutte le tue bellezze, tutti i raggi della tua gloria, tutti i sorrisi della tua inebriante bontà, tutta la dolce e ricca e piena e amorosa cura del tuo Amore per il nostro dolore, della tua luce per le nostre tenebre, della tua ricchezza per la nostra miseria, del tuo tutto pel nostro nulla.

(Ora l’amore che aveva per il Figlio, Maria lo riversa su noi che siamo i membri viventi di questo Figlio divino, la sua estensione e il suo complemento.)

A. TANQUEREY.

SECONDA FESTA DI PASQUA

SECONDA FESTA DI PASQUA

[Mons. G. Bonomelli: Nuovo Saggio di OMELIE III ed., Vol. II – Marietti ed. Torino, 1899]

Omelia XIII.

“Pietro disse: Fratelli, con tutta certezza io ho compreso, che Dio non è accettatore di persona; che anzi chiunque lo teme ed opera la giustizia, a qualunque nazione egli  appartenga, gli è accetto. Iddio mandò la parola ai figli d’Israele, annunziando la pace per Gesù Cristo (è questi il Signore di tutti); voi conoscete ciò che è avvenuto per tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; come Iddio unse Gesù di Nazaret di Spirito Santo e di potenza, il quale andò attorno facendo beneficii e liberando quanti erano posseduti dal demonio, perché Dio era con lui. E noi siamo testimoni di tutto ciò ch’egli fece nel paese dei Giudei e in Gerusalemme. Essi, i Giudei, lo uccisero, sospendendolo ad un legno. Dio lo ha risuscitato il terzo giorno ed ha fatto che fosse conosciuto, non già a tutto il popolo, ma a testimoni preparati da Dio, cioè a noi che abbiamo mangiato e bevuto con Lui, dopo ché fu risorto dai morti. Ed Egli ci comandò di predicare al popolo e di attestare, ch’esso è costituito da Dio giudice dei vivi e dei morti. A lui rendono testimonianza tutti i profeti, che nel suo nome si riceve la remissione dei peccati da quanti credono in Lui „ (Atti apost, X, 34-43).

Nulla di più conveniente quanto il ricordare ai fedeli il grande mistero della risurrezione di Gesù Cristo anche in questa seconda festa della santa Pasqua. E perciò la Chiesa ci fa leggere nell’Epistola della Messa odierna il compendio di un bellissimo discorso, nel quale S. Pietro annunzia il miracolo della risurrezione ad alcuni Gentili. E perché conosciate la ragione di questo discorso di S. Pietro, compendiato da S. Luca, è necessario fare un po’ di storia. – I profeti in modo chiarissimo avevano annunziato che il futuro Messia avrebbe chiamato al conoscimento della verità anche i Gentili: Cristo più e più volte l’aveva insegnato agli Apostoli, anzi fatto loro un comando formale di predicare il Vangelo dovunque e battezzare tutte le genti. Gli Apostoli, pertanto, sapevano benissimo che anche i Gentili dovevano essere chiamati alla fede ed alla Chiesa di Gesù Cristo; ma trovavano una fiera opposizione, non solo nei Giudei avversi al Vangelo, ma ciò che era peggio, anche nei Giudei già divenuti cristiani. Questi, ancorché credenti in Gesù Cristo, non sapevano persuadersi, che i Gentili dovessero essere pareggiati a loro, figliuoli di Abramo: non potevano tollerare che ricevessero il battesimo come loro, se prima non professavano il mosaismo e non si sottomettevano alla circoncisione. Gli Apostoli, ancorché conoscessero perfettamente la volontà di Cristo, erano sospesi quanto al modo e al tempo di procedere in cosa sì grave e sì delicata per non offendere troppo apertamente questi Giudei cristiani, sì deboli nella fede. Aspettavano che la Provvidenza aprisse loro la via, e l’aperse col fatto narrato da San Luca nei versetti precedenti a quelli, che vi ho recitati. A Cesarea viveva un centurione romano, della coorte detta Italica; era gentile, ma religioso, pio, caritatevole, pregava Dio, che lo illuminasse: e come lui era tutta la sua famiglia. Un giorno gli apparve un Angelo e gli impose di chiamare Pietro, che si trovava a Joppe, l’odierna Giaffa. Vi mandò due suoi domestici e un soldato fedele, e Pietro, a cui Iddio con una mirabile visione aveva fatto conoscere, che l’ora di chiamare alla fede anche i Gentili era venuta, andò con loro a Cesarea, entrò nella casa di Cornelio, dov’erano raccolti molti altri Gentili: vi fu ricevuto come un Angelo del cielo. A questo gruppo di Gentili, che cercavano la verità con tanto amore, che vivevano piamente, Pietro rivolge il discorso, del quale lo scrittore degli Atti apostolici ci ha conservato un brevissimo sunto. – Ora commentiamolo. S. Pietro parlava ad una piccola radunanza di Gentili, che l’avevano chiamato affinché li istruisse: due miracoli erano avvenuti, l’apparizione dell’angelo a Cornelio ela visione manifestata a Pietro, ed entrambi i miracoli erano evidentemente volti a provare, che anche i Gentili dovevano essere ricevuti nella Chiesa. Ciò posto, nulla di più naturale di queste prime parole di S. Pietro: “Con tutta certezza ho compreso, che Dio non è accettatore di persona. „ Comprendo, dice l’apostolo, Il che ora è venuto il tempo della salute anche |per i Gentili: la volontà di Dio ora è manifesta: “Egli non è accettatore di persona. „ E una espressione ripetuta più volte nei Libri del nuovo Testamento, e significa che nella distribuzione dei suoi doni il Signore non guarda alle qualità personali di nazione o di patria, d’ingegno, di dottrina, di ricchezza o povertà, od altre doti, come sogliono fare gli uomini. Iddio non è tenuto di dare le sue grazie a chicchessia appunto perché sono grazie. Nondimeno per sua bontà e perché l’ha promesso, le grazie necessarie a salute, mediatamente o immediatamente, le dà a tutti. – Ciò non toglie ch’Egli poi sia più largo con gli checon gli altri, secondochè a Lui piace secondo i consigli della sua sovrana sapienza, che a noi non è dato di scrutare. – Credevano i Giudei d’avere essi soli diritto alla fede, perché figli di Abramo, e ne volevano esclusi i Gentili, perché Gentili. No, dice S. Pietro, Dio non guarda se siano Giudei o Gentili, non distingue gli uni dagli altri, ed offre a tutti la sua grazia, perché tutti sono opera delle sue mani e per tutti Gesù Cristo è morto. Una cosa sola Dio esige, ed è “che lo si tema e si operi la giustizia: chi fa questo, a qualunque nazione e gli appartenga, è accetto a Dio. „ Qui si affaccia una difficoltà: noi sappiamo per fede, che nessun uomo può fare cosa alcuna che lo renda accetto a Dio, se prima non riceve la sua grazia, e qui il Principe degli Apostoli afferma ch’egli, Dio, ha per accetto, ossia dà la grazia a chi lo teme e opera la giustizia: sembra dunque che le opere buone dell’uomo debbano precedere la grazia, che è errore manifesto ed eresia. Come, dunque, si ha da intendere? Ecco, o carissimi. Le grazie di Dio sono come una catena, nella quale un anello tira con sé l’altro. Dio comincia e dà la prima grazia ai poveri Gentili, giacché in questo luogo si parla a Gentili: li muove a pregare, a fare limosine, a cercare la verità; se essi corrispondono a questa grazia prima, per una cotale convenienza e per la bontà e promessa di Dio si rendono in qualche modo meritevoli d’altre grazie maggiori, finché si compia l’opera della loro conversione e santificazione. Il timore adunque di Dio e l’opera della giustizia, di cui parla San Pietro, e che a Dio rendono accetto l’uomo, suppongono sempre la grazia precedente, senza della quale l’uomo non può né cominciare, né proseguire opera buona alcuna. Voi – il paragone è di S. Francesco di Sales – voi, viaggiando verso la patria, stanchi vi addormentate all’ombra d’un albero. Il sole, continuando il suo cammino, drizza i suoi raggi sul vostro volto e vi costringe ad aprire gli occhi: voi allora vi accorgete che l’ora è tarda, che bisogna ripigliare il cammino: vi alzate alla luce del sole proseguite la via. Fu il sole che vi destò, il sole che vi mostrò la via da percorrere, e alla luce del sole camminaste. Così fa la grazia di Dio col peccatore, col Gentile: comincia a fargli conoscere la verità, lo eccita a fare alcune opere, che lo preparano alla conversione, e finalmente lo converte, rinnova il suo cuore, lo rende figlio di Dio, e cominciando con la grazia attuale, finisce con la abituale e santificante. – Ma ascoltiamo S. Pietro. Dio dà la a tutti senza far distinzione tra Giudeo e Gentile, ed io, dice l’Apostolo, son venuto ad annunziarvela. Sappiate adunque che Dio mandò la parola ai figliuoli d’Israele, „ cioè fece loro conoscere la verità per mezzo della parola o della predicazione di Gesù Cristo, predicazione annunziatrice della pace, che deve stabilirsi tra Dio e gli uomini, riconciliando questi con quello; predicazione di Gesù Cristo, che è, sappiatelo bene, il Signore di tutti, perciò Signore degli Ebrei non mene che dei Gentili, e dispensatore egualmente a tutti delle sue grazie. – E qui S. Pietro in poche parole accenna alla predicazione di Gesù Cristo, che ebbe principio nella Galilea, dopo il battesimo ricevuto da Giovanni, e poi si sparse ampiamente per tutta la Giudea. Voi conoscete, prosegue S. Pietro, come Iddio unse Gesù da Nazaret di Spirito Santo e potenza. I Gentili, ai quali parlava S. Pietro, senza dubbio dovevano, almeno per fama, conoscere Gesù Cristo e le opere che aveva compiuto, giacché il fatto qui narrato avvenne cinque o sei anni circa dopo la sua morte, e grande era il rumore che si era levato in tutta la Palestina e cresceva ogni giorno mercé la predicazione degli Apostoli. E che unzione è questa, della quale parla il sacro testo? Un’unzione qualunque suppone chi la dà e chi la riceve, e naturalmente significa non solo una applicazione esterna del liquido, che si adopera, ma una penetrazione intima del medesimo, a talché la parte unta ne rimane, a così dire, tutta imbevuta. Che cosa raffigura questa unzione? Senza dubbio la grazia divina, che a guisa d’olio o di balsamo tutta penetra e imbeve l’anima, risanandola, nutrendola, rafforzandola e trasformandola. Chi è colui, che dà questa unzione, che sparge questo balsamo divino? È Dio Padre, Dio Figlio, Dio Spirito Santo, con un solo e medesimo atto. E perché poi qui si attribuisce al solo Spirito Santo? Non sono esclusi il Padre ed il Figlio, ma si nomina il solo Spirito santo, perché questa unzione o grazia è dono di Dio, è atto di amore, e lo Spirito Santo è l’Amore sostanziale del Padre e del Figlio, e però dice un rapporto particolare allo Spirito santo. E chi è colui che riceve questa unzione dello Spirito Santo? È Gesù Cristo in quanto uomo. Nell’atto istesso, in cui l’anima sua fu creata e congiunta al corpo, e anima e corpo congiunti alla Persona del Verbo di Dio in guisa che Egli poté dire: Io sono Dio, ed io sono Uomo; in quell’istante istesso dalla Persona del Verbo si riversò nell’umanità assunta tutta la pienezza della grazia quanta ve ne capiva: l’umanità assunta, anima e corpo, fu come una massa d’oro posta in mezzo ad un fuoco immenso, che tutta la investe; la penetra, la trasforma, senza mutare la sua natura di oro. È questa l’unzione che Gesù in quanto uomo ricevette, e in quell’istante divenne Re e Sacerdote e Mediatore dell’umanità tutta. S. Pietro poi dice che questa unzione fu anche unzione di potenza, accennando al potere stabile e proprio di operare miracoli, che Gesù ebbe nell’atto stesso, in cui si compì l’unione ipostatica. E questa potenza sovraumana e divina, che Gesù Cristo ebbe per l’unione personale, la esercitò a benefìcio degli uomini: Pertransiit benefaciendo: liberando i corpi e le anime dalla tirannica signoria del peccato e del demonio. In queste parole S. Pietro annunziò a quei buoni Gentili la divinità di Gesù Cristo, e le prove della sua divinità, che furono i miracoli onde fu ripiena la sua vita pubblica. Ecco, grida S. Pietro, ecco le prove della divinità di Gesù Cristo, della sua missione e della nostra, i miracoli; e di questi miracoli, continua il Principe degli Apostoli coll’accento della più profonda convinzione, che gli sgorga dall’anima, noi, noi stessi siamo testimoni. Noi l’abbiamo seguito in Giudea, a Gerusalemme: noi l’abbiamo visto darsi nelle mani dei suoi nemici, i Giudei: noi l’abbiamo visto appeso ad un legno e messo a morte: noi, noi, al terzo dì l’abbiamo veduto risorto, come aveva promesso: Egli apparve a noi, così Pietro prosegue come rapito da un sacro entusiasmo; no, non si mostrò a tutti, ma a quelli che erano stati alla sua scuola e preparati all’ufficio di annunziare la sua dottrina; si mostrò a noi in guisa che non ci fu, né ci è possibile ingannarci: noi 1’abbiamo veduto, noi abbiamo mangiato, noi abbiamo bevuto con Lui. Come, dunque, potevamo dubitare della sua risurrezione, e perciò della verità delle dottrine per lui insegnate? Voi vedete, o cari, come il Principe degli Apostoli dopo aver esposta la vita di Cristo e accennati i suoi miracoli, collochi la prova massima e irrecusabile della divinità di Gesù Cristo e del dovere di credere alla sua dottrina sul fatto, sul miracolo splendidissimo fra tutti della sua risurrezione. E veramente questo è la corona ed il suggello di tutti gli altri; la risurrezione è per se stessa il sommo dei miracoli, perché il ridare la vita a chi non l’ha domanda una potenza al tutto divina: Dio solo è padrone della vita; perché qui è un morto, anzi uno ucciso dai suoi nemici, che si è dato in loro mano vivo e morto, che risuscita se stesso; perché predisse la sua morte e il modo della morte, e predisse la risurrezione e ne determinò il tempo, e perché volle che gli stessi suoi nemici ne fossero testimoni. – In tutta la sua vita appellò costantemente a questo miracolo della risurrezione e a questo miracolo, per così dire, ridusse tutte lo prove della sua missione, onde questo miracolo è come la conferma degli altri, e tutti li lega insieme e formano tal fascio di prove, che schiacciano la ragione più esigente e più ribelle. S. Pietro dice che Gesù-Cristo si mostrò risorto “non a tutto il popolo, ma sì a testimoni preordinati o preparati da Dio. „ Perché ciò? Non sarebbe stato meglio che Gesù risuscitato si fosse dato a vedere, non ai soli Apostoli e discepoli, ma a tutti, anche ai suoi nemici, e a questi sopra tutto? In tal guisa non li avrebbe umiliati e conquisi e chiusa la bocca della incredulità? Senza dubbio Dio così poteva fare, ma se non lo fece, è forza conchiudere che non era questa la via che meglio conveniva ai disegni della sua sapienza. Era troppo giusto che le sue apparizioni dopo la risurrezione fossero riserbate ai suoi cari discepoli, quasi premio della loro fedeltà e conforto ai patimenti sofferti e argomento fortissimo, che li doveva sostenere nella missione loro affidata di annunziare da per tutto il Vangelo del Maestro. Né punto era scemata la certezza della risurrezione di Gesù Cristo, poiché gli Apostoli, i discepoli e i testimoni della medesima pel numero, per la qualità, per la varietà delle apparizioni erano tanti e tali da togliere qualunque ombra di dubbio e da generare la più assoluta certezza del miracolo. Che si poteva volere di più? Oltrediché è da por mente che Iddio dà e deve dare gli argomenti e le prove, che mettano al di sopra d’ogni dubbio la verità della fede, ma lascia e sta bene che lasci sempre libero l’assenso dell’uomo, affinché non gli sia tolto il merito della fede istessa ed abbia modo di rendere omaggio alla autorità divina, che gli dice: Credi. Ponete che Gesù Cristo si fosse mostrato solennemente a tutti, ai suoi nemici e crocifissori: che ne sarebbe avvenuto? O avrebbe quasi a forza estorto il loro assenso, o questi, perfidiando, avrebbero negato l’apparizione istessa, spiegandola coi sofismi sempre pronti a servigio delle passioni: quelli che negarono tanti miracoli di Gesù Cristo, e specialmente l’ultimo della risurrezione di Lazzaro, avrebbero trovato modo di revocare in dubbio anche la solenne apparizione di Cristo, se loro fosse stata concessa. – Iddio dispone ogni cosa con ordine e soavità; Egli rispetta la libertà dell’uomo, e porge alla sua ragione prove sufficienti della verità, ma rifiuta di appagare la sua curiosità e secondare la sua pervicacia e i suoi capricci. – S. Pietro chiude il suo discorso con queste due sentenze: “Gesù ci comandò di predicare al popolo e di attestare ch’egli è costituito giudice da Dio dei vivi e dei morti. A Lui rendono testimonianza i profeti, che si riceve nel suo nome la remissione dei peccati da quanti credono in Lui. „ Gesù Cristo si dice costituito Giudice dei vivi e dei morti, che è quanto dire, Egli ha potere sovrano su tutti gli uomini, buoni e cattivi, viventi e già morti, e renderà a suo tempo a ciascuno secondo le opere sue. Verità fondamentale, con cui si termina ogni simbolo, che deve scuotere ogni uomo, il quale pensi al suo avvenire, e che S. Pietro non poteva tacere a quei Gentili, che l’avevano chiamato e volevano udire la novella dottrina. Il giudizio divino, che sarà fatto alla fine dei secoli, ci attende tutti. Guai a coloro, che si troveranno innanzi a Lui schiavi del peccato! Bisogna liberarci dai peccati ottenerne il perdono prima di quel giorno; e chi ce lo darà questo perdono dei peccati? Lui stesso, che deve essere il nostro giudice, Gesù Cristo. Tutti i Profeti, annunziando la sua venuta, ci attestano che la remissione dei peccati non ci può venire che da Gesù Cristo, il quale ha dato il prezzo del nostro riscatto, ha versato per noi il suo sangue ed è divenuto la nostra riconciliazione, la nostra redenzione e santificazione, come scrive san Paolo. E come otterremo noi questa remissione dei nostri peccati? “Credendo in Lui. „ Non già che per ottenerla basti la sola fede, come dissero alcuni eretici; ma credendo in Lui e facendo ciò che Egli insegna. La fede sola senza le opere a nulla giova; essa ci segna la via che dobbiamo battere, ci dice ciò che dobbiamo fare per salvare le anime nostre, e in questo senso le Scritture sante affermano che la fede ci salva; così diciamo assai volte: Il medico mi ha salvato, il maestro mi ha appreso la verità, l’amico mi ha messo sulla buona via, in quanto che m’hanno suggerito il rimedio efficace, m’hanno insegnato ciò che dovevo fare per apprendere la verità, mi hanno consigliato di tenere la retta via; ma certamente questi beni non sono opera esclusivamente del medico, del maestro o dell’amico. È sempre la stessa fondamentale verità, che si ribadisce: la fede è il principio e la radice della giustificazione: è il seme, che germoglia la spiga e l’albero. Se voi non aveste il seme non potreste mai avere la spiga e l’albero: ma potreste avere il seme senza avere la spiga e l’albero quando lo spegneste, oppure non fosse debitamente coltivato, irrigato dall’acqua e riscaldato dal sole. Senza la fede è impossibile la vita cristiana: ma perché la fede ci salvi e produca i suoi frutti si domanda l’opera nostra, dirò meglio, la nostra cooperazione. Conservate adunque con somma cura il seme della fede e con l’opera vostra rendetela feconda e fruttuosa. Se noi riandiamo al discorso di S. Pietro, troviamo che è come l’epilogo del Catechismo, il compendio del Simbolo. Ci insegna che Dio offre a tutti la sua grazia, Giudei e Gentili, purché facciano quanto per loro è possibile; che Iddio mandò il Figliuol suo Gesù Cristo; annunziò la verità e la confermò coi miracoli; ch’Egli patì e morì in croce e risuscitò da morte; che la sua risurrezione, il massimo dei miracoli, è indubitata, perché gli Apostoli e i discepoli tutti lo videro; che Gesù Cristo è il giudice supremo dei vivi e dei morti, che per Lui solo si può avere la remissione dei peccati, facendo ciò ch’Egli con la fede ci insegna. Eccovi in queste poche parole compendiato il Simbolo.